Alla berlina. «Sono stato messo alla berlina su tutti gli organi di informazione televisiva», se qualcuno volesse rappresentare come un civile dibattito sui problemi creati al sistema di Protezione civile dal decreto Milleproroghe di Tremonti quello che è successo sabato e domenica, le parole pronunciate ieri al senato da Franco Gabrielli, mettono una pietra tombale su quel tentativo: «Sabato Alemanno si è scagliato a testa bassa sul servizio meteo chiedendo una commissione d'inchiesta». Il capo della Protezione civile avrebbe potuto cavarsela con un «sono qui da un anno» e tagliare corto con le polemiche, ma le previsioni «erano giuste» ed era stato chiesto al sindaco «se c'erano criticità, se c'era bisogno di aiuto». Gabrielli spieghi in commissione lavori pubblici al Senato, e a Mario Monti a Palazzo Chigi i problemi creati dalla limitazione delle funzioni decise da Tremonti dopo gli anni di finanza allegra della gestione Bertolaso: «Sono alla guida di un Tir con il motore di una cinquecento». Ma quello che è avvenuto sabato, la furia ben poco istituzionale con cui Alemanno, in difficoltà per il fallimento della gestione della nevicata, ha scaricato barili di fango sulla Protezione civile, non è stata archiviata, anche se gli esponenti del Pdl ci provano, Fabrizio Cicchitto: «Quello che ha detto Gabrielli corrisponde a ciò che ha affermato Alemanno». No, non corrisponde e le parole non volano leggere. Il Pdl ha presentato un'interpellanza firmata da Angelino Alfano e Cicchitto che ripete punto per punto gli argomenti polemici usati dal sindaco di Roma. Nello spiegare perché i presidenti di Regione si trattengono dal chiedere lo stato di emergenza, Gabrielli ricorda che «sanno che dovranno pagare con un aumento delle accise regionali», e non è vero «come qualcuno, in modo infame, va dicendo, che sono io a chiedere loro di non farlo». Il capo della Protezione civile considera una incongruenza che una regione che abbia subito una calamità naturale debba pagarsi da sé con le accise i danni. Omette per bon ton istituzionale che quella incongrua norma è stata introdotta dopo che, per un decennio, sono stati pagati stati d'emergenza veri e presunti, prosciugando i bilanci annuali del Dipartimento. Due per tutti: il terremoto di San Giuliano di Puglia (2002), 26 vittime ma pochi danni, con cui l'intero Molise si è rimpannucciato fino al 2010. O l'emergenza estate alle Eolie, che del turismo estivo vivono tutto l'anno. Forse la guerra dichiarata da Alemanno a Gabrielli non è solo scaricabarile, la Protezione civile è sempre un boccone appetitoso. Per Gabrielli il dipartimento «deve rimanere sotto la presidenza del consiglio» ma «mi rimetto a governo e Parlamento, l'importante è la massima trasparenza». Contro il sindaco di Roma anche la consulta nazionale del volontariato di Protezione civile. «C'eravamo anche noi - dice Simone Andreotti, presidente della Consulta - alla riunione del comitato operativo convocato dal prefetto Gabrielli, ci siamo messi a disposizione dei sindaci, compreso Alemanno, chiedendo che fossero create comunicazioni con le nostre sale operative prima che iniJOLANDA BUFALINI Sotto zero «Ho la fiducia del premier, quando vorrà me la toglierà» L'attacco di Gabrielli: «Messo alla berlina ma ho poteri limitati» La consulta dei volontari: «Abbiamo offerto le nostre strutture, da Roma nessuna chiamata. Alemanno ha pagato i volontari locali. Precedente pericoloso che trasforma il volontariato in lavoro a basso costo». Una pala meccanica al lavoro per liberare la strada dalla neve a Campobasso ROMA pMonti: al capo della Protezione civile il coordinamento dei ministri pDeclassati «Un tir con il motore di una 500 la struttura delle emergenze» Primo Piano Fiducia 6 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
Ad aggravare ulteriormente la penalizzazione in ambito lavorativo delle donne in Italia - che già scontano divari occupazionali e salariali ben al di sotto degli standard europei - ci si mette pure il nuovo contratto di gruppo in vigore nelle aziende Fiat. L'intesa voluta da Sergio Marchionne e sottoscritta da Fim e Uilm, infatti, contiene «norme gravemente discriminatorie nei confronti di madri e padri» in merito al premio di produzione riconosciuto per quest'anno ai dipendenti del Lingotto. I CRITERI DISCRIMINATORI È la denuncia della Fiom e di oltre duecento lavoratrici del Lingotto, che ieri hanno indirizzato una lettera aperta al ministro del Lavoro con delega alle Pari Opportunità, Elsa Fornero, per sottoporle il problema. L'erogazione del premio straordinario 2012 del valore di 600 euro lordi, previsto dal contratto siglato lo scorso dicembre dall'azienda torinese, è legata al computo di ore di effettiva prestazione lavorativa, dalle quali sono state escluse «le assenze la cui copertura è per legge o contratto parificata alla prestazione lavorativa». Ovvero, spiegano le tute blu della Cgil, «in Fiat qualsiasi assenza dovuta a maternità, le due ore di riposo per allattamento, i congedi parentali, le assenze per malattia dei figli e i permessi per figli con handicap faranno perdere il diritto a percepire il premio». Il che, inutile dirlo, penalizzerà soprattutto le donne, su cui grava in gran parte il peso dei carichi familiari. Tanto più che queste somme, secondo quanto stabilito dall'ex ministro Sacconi, saranno detassate e contribuiranno così ad «allargare ulteriormente il differenziale salariale tra uomini e donne nelle aziende del gruppo». Il contratto separato della Fiat, inoltre, potrebbe svelare anche altre criticità per la manodopera femminile, visto che «il nuovo sistema degli orari, la metrica e la turnistica che viene adottata determina un notevole peggioramento dei carichi di lavoro e dell'affaticamento sulle linee di produzione», le cui conseguenze non sono state ancora valutate. Per questo le firmatarie della lettera chiedono alla Fornero di farsi promotrice di «una commissione d'inchiesta indipendente che approfondisca sul piano scientifico i possibili rischi per la salute riproduttiva delle lavoratrici». LA PROTESTA Per la Fiom si tratta di «una ragione in più» per cancellare un contratto separato che già rappresenta «un attacco alla Costituzione e alla democrazia del nostro Paese», secondo le parole usate ancora ieri dal segretario generale Maurizio Landini nel presentare la manifestazione «Democrazia al lavoro», inizialmente prevista per l'11 febbraio e rinviata per il maltempo a sabato 18, quando le tute blu della Cgil scenderanno in piazza a Roma - con un corteo che partirà da piazza della Repubblica per dirigersi in piazza San Giovanni - per protestare contro l'accordo separato del gruppo Fiat ed anche per difendere l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, nuovamente messo in discussione. «È una bugia pura che non si fanno gli investimenti in Italia per l'articolo 18. Il punto vero è che noi dobbiamo ridurre la precarietà ed estendere gli strumenti di diritti e di tutela per i lavoratori» ha sottolineato Landini. Manifestazione Fiom «Il contratto separato Fiat discrimina le lavoratrici» LUIGINA VENTURELLI pDuecento dipendenti del Lingotto scrivono alla ministra Fornero per chiedere un incontro p Il premio di produzione 2012 esclude i congedi per maternità e i permessi parentali Alcoa: sciopero a Portovesme contro la chiusura Sabato 18 febbraio in corteo a Roma, anche a difesa dell'articolo 18 www.unita.it Duecento lavoratrici Fiat scrivono alla ministra Fornero: «Il contratto di gruppo discrimina le donne nell'erogazione del premio di produzione 2012». Sabato 18 la manifestazione di protesta della Fiom. MILANO Quattro ore di sciopero in concomitanza all'incontro al Ministero dello sviluppo economico per affrontare la vertenza Alcoa. I lavoratori della fabbrica di Portovesme - la cui imminente chiusura è stata annunciata dalla multinazionale Us - hanno incrociato ieri le braccia per la continuità produttiva dello stabilimento. Economia36 MERCOLEDÌ8 FEBBRAIO2012
tutti gli ospiti dello Stato con un presto (sic) libertà»), «non raggiungono il grado sufficiente per ritenere che istighino al compimento dei delitti di natura camorristica». «Il brano - scrive Giordano nell'ordinanza - si risolve in una sorta di apologia del gruppo camorristico, assolutamente riprovevole e biasimevole per gli interpreti e gli autori. Le parole certamente mirano a suscitare sentimenti di appartenenza e orgoglio per il gruppo che sa farsi rispettare, in cui sono radicati valori di lealtà e fedeltà criminali e che può godere di una guida determinata e sicura». «IL CAPOCLAN È UN UOMO VERO» Il riferimento è ai versi della canzone, che lasciano poco spazio all'immaginazione: «Per quest'uomo non esiste la libertà, per onore si nasconde la verità - recita il testo tradotto in italiano dal napoletano - I ragazzi stanno fuori ad aspettarlo, nel frattempo sanno cosa devono fare se è arrivata la lettera del capo, la condanna per chi ha sbagliato». «Pure se lui è così, è capo e sa vivere perché ci dà il rispetto e noi dobbiamo rispettarlo - canta ancora Liberti - il capoclan è un uomo serio, che non è davvero cattivo, ma non si può ragionare con il cuore». «Il capoclan non sbaglia perché per la famiglia è il capo e deve saper comandare. Da piccolo non ha potuto mai studiare, per sfortuna se ne andò a lavorare. Si sacrificò per mangiare la sera, volle togliere la famiglia dalla miseria. Se ha sbagliato continua - è stato per necessità. Certo questo l'ha voluto Dio, se ora è un vero uomo di strada. È capo e sa vivere, e noi dobbiamo rispettarlo». Nel finale del pezzo è lo stesso attore che interpreta il capoclan, nome di battaglia 'O Fonzy come si apprende dai titoli di coda, a declamare da dietro le sbarre del carcere: «Dio proteggi i miei figli, ma se qualche volta non ti è possibile, ci penso io, che sono il capoclan». «Un inno alla malavita e alla delinquenza» secondo la procura, che ha annunciato ricorso al Riesame contro il rigetto delle richieste cautelari, e che nelle indagini si è imbattuta in due attori del video: i guardaspalle del fantomatico boss e l'autista, ricoprivano i medesimi ruoli nella vita quotidiana per Luigi Oliviero, esponente del clan Birra. Dalle intercettazioni telefoniche e ambientali è emerso pure che gli Iacomino erano “gelosi”, perché gli altri, i rivali, «avevano il video» e loro no. Sono quattro i sacerdoti indagati per il reato di riciclaggio nell'ambito dell'inchiesta condotta dalla procura di Roma sullo Ior. L'Istituto Opere di Religione, di fatto la banca del Vaticano, è al centro dell'attenzione del pm Rocco Fava e del procuratore aggiunto Nello Rossi per delle operazioni sospette effettuate presso alcune banche italiane dall'autunno del 2010. I preti iscritti nel registro degli indagati sono il 62enne monsignor Emilio Messina, dell'Arcidiocesi di Camerino-San Severino Marche ma residente a Roma, dove svolge il servizio di cappellano presso tre case di cura, don Salvatore Palumbo detto Mariano, nato a Ischia 49 anni fa ma anche lui in servizio nella capitale, dove regge l''importante e popolosa parrocchia, molto attiva nel sociale, di San Gaetano, il catanese Orazio Bonaccorsi, 37 anni, già processato e assolto in primo grado in Sicilia per fatti analoghi ma che secondo piazzale Clodio autore di altre operazioni di riciclaggio attraverso conti Ior transitati su istituti di credito della capitale e infine, don Evaldo Biasini, 85 anni, ciociaro di origini e residente ad Albano Laziale. Biasini è conosciuto come don Bancomat. Secondo i magistrati di Perugia che hanno condotto l'inchiesta sui Grandi Eventi, l'impreditore della «cricca» Diego Anemone, avrebbe consegnato a don Biasini ingenti somme di denaro che il prete avrebbe depositato presso i suoi conti aperti allo Ior, trattenendo per sé una percentuale. Di questi e altri fatti correlati a quest'inchiesta tratterà stasera il programma di La7 «Gli Intoccabili» condotto da Gianluca Nuzzi, il quale ha voluto investigare, in particolare, sull'atteggiamento del Vaticano rispetto alle recenti richieste di accertamenti sui conti dell'Istituto Opere di Religione fatte dalle autorità italiane. Com'è noto, infatti, proprio a seguito dello scandalo provocato dall'inchiesta dei magistrati romani - che portò all'incriminazione per violazione delle norme antiriciclaggio del suo direttore generale Cipriani e del suo presidente Gotti Tedeschi - la Santa Sede ha istituto dal 30 dicembre del 2010 una propria Autorità di Informazione Finanziaria (Aif), col compito di vigilare sulle operazioni sospette riferibili a cittadini vaticani nonché di dialogare, pur godendo di una piena autonomia e indipendenza, con le omologhe autorità dei Paesi esteri e dunque nella fattispecie italiana con la Uif, organismo della Banca d'Italia e preziosa fonte di informazioni per le Fiamme Gialle. Ebbene, nelle indagini a carico dei quattro preti, si è scoperto che ad eccezione delle operazioni svolte di don Palumbo, sulle quali il Vaticano ha fornito esaustive informazioni, per tutte le altre richieste avanzate dal pm Fava la Aif del Vaticano non avrebbe fornito a Banca d'Italia nessuna risposta, nonostante tali richieste siano state formalizzate ormai oltre 6 mesi fa. La questione è cruciale, soprattutto nel caso di Monsignor Messina, che nel 2009 avrebbe garantito su transazioni di denaro per almeno 300mila euro effettuate da una donna con un nome falso, «Maria Rossi», che si era presentata agli sportelli come madre di un avvocato-faccendiere a cui Messina aveva dato delega di operare sul suo conto e che poi si è scoperto essere l'autore di una truffa ai danni dell'Inps. E tutto questo con il beneplacito del direttore generale dello Ior Paolo Cipriani il quale - saranno le indagini a stabilire se in buona o in cattiva fede risulta agli atti aver garantito in forma scritta alla banca sull'identità della falsa Maria Rossi. ANGELA CAMUSO Don Bancomat Ancora un omicidio, il sesto dall'inizio dell'anno, a Roma. Ieri sera in via di Torrevecchia Mario Maida, un pregiudicato di 54 anni è stato ucciso mentre a bordo della propria vettura, una Mercedes Classe A, stava uscendo da un garage. L'uomo, un meccanico, è stato colpito da un solo proiettile alla testa. Secondo alcuni testimoni ad attendere l'uomo all'uscita del garage ci sarebbe stata una sola persona che, dopo aver fatto fuoco sarebbe poi scappata a piedi. Pochi minuti dopo l'allarme, in una zona non lontana dal luogo dell'omicidio, sarebbe stata fermata una persona, con precedenti penali, vestita come quella segnalata dai testimoni. L'agguato, una vera e propria esecuzione secondo gli inquirenti, è avvenuto non lontano da dove nel luglio scorso fu ucciso Simone Colaneri, un pregiudicato detto “Er teppista” raggiunto in strada da quattro colpi di arma da fuoco calibro 12. Ieri pomeriggio, intanto, i carabinieri hanno recuperato il cadavere di un immigrato marocchino di 33 anni con piccoli precedenti per droga, nelle acque del laghetto dell'Eur. Secondo le prime analisi il corpo non presenterebbe segni di violenza. Il testo Riciclaggio, quattro preti indagati I silenzi del Vaticano sui controlli Quattro preti indagati per il reato di riciclaggio. La procura di Roma sta valutando le operazioni effettuate presso alcune banche italiane a partire dall'autunno del 2010. Stasera il caso al programma «Gli Intoccabili» su La7. ROMA Il nome di un prelato compare anche nelle indagini sulla «cricca» Roma, pregiudicato ucciso Sesto omicidio in un mese p I magistrati romani indagano sull'ingente giro di denaro a loro disposizione p L'Autorità della Santa Sede non ha ancora risposto alle richieste di Bankitalia «È uomo serio e tolse la famiglia dalla miseria Questo l'ha voluto Dio» Pignatone alla Procura di Roma Sarà Giuseppe Pignatone, attualmente procuratore a Reggio Calabria, il prossimo capo della Procura di Roma. Il suo nome è stato indicato all'unanimità dalla Commissione direttivi del Csm, il che rende quasi scontato il sì definitivo da parte del Plenum. Pignatone sostituirà Giovanni Ferrara, diventato sottosegretario del governo Monti. 29 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
tentatore di palati, con la vocazione a includere tante cose, è come quando esci per strada e vedi di tutto. Sarebbe un po' nazista pretendere di non ascoltare le cose che non ci piacciono, che tra l'altro ci permettono di apprezzare ciò che invece ci piace. Vanno bene anche il carrozzone e la festa di paese. In ogni caso, alle prove ho sentito alcune canzoni di spessore, con testi non banali. E faccio il tifo per Finardi». Sai che i bookmakers ti danno tra i favoriti? Se vinci che succede? «Se vinco sarà una sfiga per me. Ma la sola idea mi fa ridere. Chi fa uso del televoto? Non certamente i miei coetanei. Quanto ai ragazzini, non credo che mi conoscano bene. Io faccio un disco ogni 2-3 anni e loro nel frattempo sono già cresciuti. I bookmakers avranno fumato qualcosa. Non posso competere con chi è microfonato dalla nascita ed è molto più abituato di me a questo genere di situazioni. Forse pensavano che partecipasse l'altro Bersani». Igiovani dei talent saranno più abituati, ma corrono dei grossi rischi… «A me viene da dire: poveretti. Sono costretti a fare del buon pianobar, con tutte quelle cover a cui li costringono i talent, e spesso passano dalle stelle alle stalle dopo avere provato l'ebbrezza di essere riconosciuti per strada. Per me, che portavo le cassette ai discografici, finire in televisione era un punto di arrivo. Caratterialmente non reggerei l'idea di essere seguito costantemente da una telecamera. Sai che per strada non mi riconosce nessuno, finché non apro bocca e non sentono la mia voce?» E se ti eliminano? «Anche se mi eliminano, farò comunque Romagna mia con Bregovic, una soddisfazione che da sola vale il viaggio in riviera. Vorrà dire che tornerò dai miei un giorno prima, visto che non li vedo da un sacco di tempo, e ci vedremo la finale in tv. Ma non crollerà il mondo: la vita è molto più dura della settimana di Sanremo. Anzi, spero che riusciremo tutti a portare un po' di allegria a chi non lavora e spera in un impiego da 800 euro al mese». V oce risentita che deploracon eccessi sentimentali lapropria infelicità e si ralle-gra spudoratamente delle disgrazie altrui». Questo, secondo Luis Borges era diventato il tango grazie alla nefasta influenza dell'immigrazione italiana in Argentina. Il grande poeta vagheggiava la musica primitiva dei criollos, quel tango che celebrava «la gioia di essere uomo e di avere coraggio». In effetti il tango degli anni Venti, il tango canción reso celebre da Carlos Gardel, era, come ha detto felicemente qualcuno, melodramma italiano concentrato in tre minuti di canzone. Era storia di amori infelici, donne infedeli (o madri esemplari), lamento sulla giovinezza finita e sul destino malvagio, sulla crudeltà del mondo. Il tango rimase fedele ai suoi modelli musicali e poetici per lunghi decenni, nei quali, anche se sulle rive del Plata nacquero canzoni bellissime ed operarono poeti del calibro di Alfredo Le Pera, Homero Manzi, Enrique Santos Discépolo, la musica argentina sembrò cristallizzarsi, perdere vitalità. Fu il genio visionario ed inquieto di Astor Piazzolla a rivoluzionare il modo di suonare il tango. A svecchiare il linguaggio poetico della musica dei gauchos fu Horacio Ferrer, amico e compagno d'avventura del grande compositore. I due conquistarono i cuori dei sudamericani ed il mercato discografico con una canzone straordinaria. Era il 1969, un anno in cui si ancora sognava l'immaginazione al potere, ed il pezzo si chiamava Balada para un loco. Non era nemmeno un tango, era piuttosto un valzer (un valsecito bailador). Era una serenata folle, cui la musica dava una sorta di leggerezza chagalliana. I due scrissero tanti altri capolavori (Per tutti citeremo l'opera lirica María de Buenos Aires) ed il loro sodalizio durò fino alla morte di Piazzolla. Ferrer continuò, mancato l'amico, a scrivere, a coltivare la storia del tango, a portarla nei teatri del mondo, in ardenti recital. Uno di questi, andato in scena a Torino nel 2007, è documentato nel bellissimo dvd Horacio Ferrer, poeta del tango (edito dalla Sam Produzioni). Oltre alla parte teatrale vera e propria, in cui Ferrer alto, magro, elegante e demodé, garofano rosso all'occhiello, tiene il palco accompagnato dalla splendida Orquesta Típica di Alfredo Marcucci e da due ballerini, il disco regala anche altre perle. La più preziosa è forse una conferenza in cui il poeta narra, forse sarebbe meglio dire canta (o sogna), la vicenda del tango e di Buenos Aires. Struggente è anche la lunga intervista nella quale la memoria rincorre la figura di Astor Piazzolla e la Baires notturna e turbolenta che del tango fu levatrice. Ferrer ha riempito la notte porteña, prima popolata di amanti disillusi e di uomini vinti, di nuovi personaggi; bambini che vendono rose ai tavoli dei ristoranti, anziane prostitute, «proletarie dell'amore», venusiane con ombrellini chiari, angeli pazzi che si muovono su biciclette bianche. Ottima la qualità delle immagini, perfetta la sottotitolazione, approfondite le note di copertina firmate da Franco Finocchiaro. Un disco imperdibile. Horacio Ferrer il poeta del tango e di Buenos Aires In un dvd il sodalizio con Astor Piazzolla e tante altre perle La più preziosa è una sua conferenza «cantata» L'ispirazione «Ho visto un cane che giocava con una palla bucata» Nel peggiore dei casi... «Avrò suonato con Bregovic e questo vale il viaggio in riviera» «Balada para un loco» Con questa canzone conquistò i cuori dei sudamericani ROSSELLA BATTISTI rbattisti@unita.it MARCO BUTTAFUOCO Il poeta del tango Horacio Ferrer S enza sfiorare gli abissi sfortu-nati nei quali precipitò la pri-ma Coppèlia nel 1870 (a po-chi mesi dal debutto morirono sia la protagonista, Giuseppina Bozzacchi, sia il coreografo Arthur Saint-Léon, mentre la Francia - che aveva acclamato con entusiasmo il balletto a Parigi - entrava in guerra con la Prussia), anche la versione che Eric Vu An ha riallestito per l'Opera di Roma ha avuto i suoi momenti neri. Il coreografo si è fatto male a un ginocchio e ha saltato il debutto di venerdì scorso, peraltro in un teatro mezzo deserto per via della neve. Due capitomboli nel primo atto (ghiaccio in scena???) e due repliche saltate sempre per il brutto tempo. LA REPLICA «SUPERSTITE» Superstite solo la rappresentazione di questa sera, ma alla quale invitiamo sinceramente ad andare, perché, al di là degli inciampi, questa Coppèlia è deliziosa. A cominciare dalla direzione d'orchestra di Koen Kessels, che si alza due spanne sopra le direzioni medie di musica per balletto, e rende di Delibes tutte le trine spumeggianti senza appiattire né appesantire. Anche Vu An confeziona con misura ed eleganza un allestimento la cui memoria è stata tramandata con cura dall'Opèra di Parigi. Lo ritaglia su misura per il corpo di ballo romano, dove si legge qualche affanno tecnico soprattutto tra le danzatrici sulle punte, ma che offre briosi momenti corali di danze di carattere e una pulizia di stile tardoromantico di cui sentivamo la mancanza. Alla riuscita della favola bella che porta Swanilda a coronare il suo sogno d'amore e a ricondurre a sé il fidanzato Franz invaghitosi di una bambola meccanica, concorre egregiamente la protagonista ospite, l'uruguayana Paula Acosta, ballerina vispa e di giusta intraprendenza, mentre Alessio Passaquindici è un Franz ancora un po' acerbo. Stasera entra nel suo ruolo l'emergente Alessio Rezza: tenetelo d'occhio. Chiude il cast dei protagonisti Mario Marozzi, una certezza nel dare al suo personaggio Coppelius, l'inventore di automi e mancato Pigmalione, toni di malinconica misantropia. Colorate e vivaci le scene, semplicemente splendidi i costumi, fedeli alla tradizione. Coppèlia un gioiellino da vedere Rai Storia: lingua e canzoni In occasione del Festival di Sanremo, Giovanni Minoli propone due puntate speciali del programma Koinè interamente dedicate alla lingua della canzone (8 e 15 febbraio). Parlano e spiegano i trucchi del mestiere alcuni tra maggiori autori della canzone italiana, Vecchioni, Mogol, Guccini e di giovani come Cristiano Godano e Masini. 43 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
Cara Unità RISPOSTA «Lo/la stageur affiancherà il foreign rights acquisition and sales manager nelle attività di gestione rapporti clienti Esteri, gestione/flusso degli ordini, redazione e compilazione di offerte e documenti commerciali, organizzazione e partecipazione fiere di settore, traduzioni materiale documentale. Servono giovani neolaureati o laureandi con eccellenti capacità comunicative, relazionali e organizzative, un'ottima conoscenza di Inglese e del pacchetto Office. Si richiede un impegno full-time dal lunedì al venerdì per un periodo di sei mesi con disponibilità a raggiungere la sede». Nessuna possibilità di assunzione, chiariscono al telefono, e un rimborso di 250 euro al mese solo a partire dal quarto mese. Una lettera, credo, da girare ai ministri tecnici del nostro governo. Chiedendo loro se invece di parlare di giovani innamorati del posto fisso non toccherebbe loro occuparsi (chi li precedeva non lo ha fatto) del modo in cui tante aziende oggi utilizzano (è ancora Irene che parla) «il lavoro e la professionalità di una persona con dei sogni e delle aspettative, per coprire un bisogno momentaneo di manodopera». Dialoghi IRENE PERETTI Mi chiamo Irene e ho 25 anni. In barba ai vari bamboccioni che popolano il nostro Paese, io sono già fuori casa da un anno e convivo col mio compagno. Qualche settimana fa ho risposto a questo annuncio di offerta di stage trovato sul sito feltrinelli.it: «Stage editoria settore Estero Il Gruppo Feltrinelli ricerca una risorsa da inserire per uno stage in ambito editoriale settore estero... ». Uno stage per i bamboccioni Luigi Cancrini La satira de l'Unità virus.unita.it VIA OSTIENSE, 131/L - 00154 - ROMA MAIL lettere@unita.it ENZO NEZI Lettera al professor Monti su precarietà e monotonia Ho 28 anni e vado per i 29. Sono andato via dalla mia piccola città che avevo 18 anni; ricordo ancora quel 16 settembre 2001 carico di speranze e sogni. Ho studiato “Disegno Industriale” al Politecnico di Milano. Ho conseguito la laurea magistrale e quella specialistica in product design a 24 anni. Dopo gli studi ho avuto il merito di navigare nel mondo del lavoro da subito. Alcuni la chiamano fortuna, altri audacia, io preferisco chiamarlo merito. Ero felice. La crisi economica impostaci dalla finanza mondiale non mi aveva ancora toccato e accettavo e rifiutavo contratti perché stare più di 6 mesi in uno studio o ufficio mi annoiava: era monotono professore! Premetto che ho sempre saputo che la carriera del libero professionista è densa di ostacoli e imprevedibile; ho deciso di scriverle non solo da Designer e imprenditore di se stesso, no. Ho deciso di scriverle da lavoratore. Dopo aver letto le sue dichiarazioni e quelle alternatesi dai suoi ministri in questi giorni ho provato rabbia e frustrazione. Caro professore è ingiusto ciò che lei ed i suoi ministri perpetrate tramite gli interventi alla stampa ogni giorno. La mia non è contestazione politica. Lei dice che il posto fisso è monotono, che è giusto cambiare. Benissimo prof. Monti siamo sulla stessa lunghezza d'onda però, lei dimentica una piccola variabile nel suo eloquio. Vorrei essere io a decidere se rimettermi in gioco e non la precarietà che attanaglia e stringe i fianchi della mia generazione. Quando si cambia nella maggior parte dei casi è difficile essere riassorbiti dal mercato del lavoro oggi. Trovo che le sue dichiarazioni siano lontane dalla realtà del paese e penso che lei ed il suo entourage lontani lo siete sempre stati. Ora il giocattolo è nelle vostre mani e in nome di una ristrutturazione a base di riforme tentate di somministrarci dichiarazioni che cancellano ogni diritto acquisito negli anni passati. In nome di cosa? Me lo spieghi prof. Monti...io sono stato alunno come lei, mai professore. Lei dimentica che qui si parla ad una generazione che rischia di saltare il giro, passare la mano e sposare quella "non monotonia" non per scelta ma per imposizione dovuta. La crisi economica va affrontata, le riforme attuate e le dichiarazioni ai giornali e le televisioni devono essere commisurate alla realtà del paese. Mi creda professore non è facile digerire gli eloqui del sottosegretario Martone, dei ministri Fornero e Passera. Da italiano voglio rimboccarmi le maniche, lavorare, magari non emigrare all'estero, da cittadino fiero e orgoglioso del suo paese e delle sue istituzioni. Da italiano, vorrei anche, contestare le riforme che cancelleranno i diritti deilavoratori in nome di un'emergenzacreata dalla classe dirigente. Diritti che non ci verranno più restituiti perché il processo non sarà reversibile. Sono disposto a fare sacrifici, rimettermi in gioco e desidero non diventare "monotono" per mia scelta e non. L'importante è non confondere la precarietà con flessibilità. Questo per me è importante. ALESSANDRO MILANESI La Fac Ceramiche Albisola Sono il rappresentante sindacale della Fac Ceramiche Albisola, siamo 160 lavoratori più l'indotto e in questomomento siamo in cassa integrazione per 1 settimana, ma alla fine di questa non sappiamo cosa sarà del nostro futuro, probabilmente sarà fallimento. Le aree dove sorgono i capannoni Fac sono appetibili da molti sciacalli intenzionati a crearne un business edilizio, ma non interessati alla produzione delle famose, in tutto il mondo, tazze da bar Fac. Abbiamo da una parte la proprietà che dichiara di essere disposta a delocalizzare e modernizzare nel comune l'azienda, ma è stretta nella morsa del credito da parte delle banche che via via chiudono i borsoni per fare il gioco dei potenti costruttori. Facciamo sapere a tutti di questa situazione aberrante. Da 2 mesi non percepiamo stipendio, c'è gente che va vendendosi al Compro oro catenine per mantenere i figli. Si sta giocando sulla pelle dei lavoratori solo per fare una grande speculazione edilizia. G. ANGELINI Le offerte del Berlusca Adesso propone un patto con il Pd. Ci ricordiamo, non dico della bicamerale, ma dell'ammonizione del vecchio Laocoonte quando i Troiani si svegliarono e trovarono il cavallo che i Greci avevano loro lasciato in dono? «Timeo Danaos et dona ferentes!». Be, questo non ti lascia nemmeno il cavallo. Ti frega e basta! La community dei lettori dell'Unità 27 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
L'EDITORIALE I FURBETTI DI ARCORE IL DOSSIER D opo aver combattuto conogni mezzo le intercettazioni telefoniche, Silvio Berlusconi affronterà un nuovo processo proprio per essersi procurato indebitamente la registrazione telefonica tra Piero Fassino e Giovanni Consorte, all'epoca della scalata Bnl, ed averla usata per danneggiare l'ex leader dei Ds e Unipol. p SEGUE A PAGINA 24 V ogliono il posto fisso, magarivicino a mamma e papà». La frase di Annamaria Cancellieri, ministra dell'Interno, è infelice: come lei stessa ha ammesso. Ma l'idea che i giovani italiani siano dei bamboccioni che si aggrappano fin che possono alle gonnelle della mamma è un pensiero così diffuso da assurgere ad autentico luogo comune. p SEGUE A PAGINA 14 «Diaz», il film sul G8 di Genova A Berlino è già tutto esaurito Il festival Vicari racconta la notte delle violenze p CRESPI ALLE PAGINE 38-39 Bufera tra ex An: buco di 26 milioni nel bilancio Caso Lusi La Guardia di Finanza al Senato viene bloccata: è polemica p COLLINI, TURCO, ZEGARELLI ALLE PAGINE 4-5 Con Monti, oltre Monti Articolo di D'Alema Un “golpe morbido” nelle isole dei turisti Lo scoop de l'Unità Il nostro giornale svelò lo scandalo L'ex segretario Ds parte civile “ LA FUGA DEI GIOVANI Berlusconi a processo Per la telefonata Fassino-Consorte pubblicata sul «Giornale» Maltempo, il premier scuote i ministri Il Pdl vuole archiviare il Porcellum ma non sa come farlo Rinaldo Gianola Oggi il sistema è orientato a fare soldi: è ridicolo. Lei pensa che lo scopo della nostra vita sia fare soldi? Io ritengo che sia la realizzazione di noi stessi. Muhammad Yunus, Nobel per la Pace Nota congiunta con il Pd: basta con i nominati, sì al bipolarismo p CARUGATI E FANTOZZI ALLE PAGINE 18-19 p FUSANI ALLE PAGINE 2-3 Pietro Greco p ALLE PAGINE 22-23 L'ANTICIPAZIONE È scontro sulla Protezione civile. Gabrielli: i miei poteri sono limitati. Nuova emergenza prevista nel weekend. Roma, conto salato per gli errori di Alemanno p BUFALINI E GERINA ALLE PAGINE 6-11 p BERTINETTO ALLE PAGINA 32-33 MALDIVE 1,20 Mercoledì 8 Febbraio 2012 Anno 89 n. 38 www.unita.it Fondata da Antonio Gramsci nel 1924
Le trattative sembrano essere uscite dal vicolo cieco in cui si trovavano sinora e l'ultima la bozza di accordo circolata ad Atene parla di un possibile compromesso sui tagli richiesti dalla Troika (Bce, Fmie e Ue): il governo di Loukas Papademos dovrebbe riuscire a salvare la tredicesima e la quattordicesima degli impiegati del settore privato, concedendo, in cambio, la riduzione di circa il 20% dello stipendio minimo, che scenderebbe, così, a circa cinquecento euro. Una via d'uscita che dovrà comunque, trovare l'appoggio del parlamento di Atene, in una situazione di certo non facile. Nel giorno dell'ennesimo sciopero generale, i segretari dei sindacati Adedy e Gsee (settore pubblico e privato) hanno avvertito che «la concessione sulla tredicesima è solo un contentino che nasconde ancora maggiori sacrifici, per un Paese allo stremo». La partecipazione allo sciopero generale di ieri è stata, in media, dell' 80%. Circa quindicimila persone, ad Atene, hanno circondato il parlamento, gridando slogan come «resistiamo, la crisi non la ripaghiamo». Al termine dei cortei, ci sono stati scontri abbastanza circoscritti con la polizia, mentre alcuni manifestanti hanno bruciato una bandiera nazista accanto al monumento del milite ignoto: come a voler dire che in Grecia è in atto una seconda occupazione, dopo quella della II guerra mondiale. Anche i rappresentanti della Confindustria greca non esitano a dichiarare che «il piano della Troika porterà alla chiusura un numero incalcolabile di piccole industrie e attività commerciali, strangolando l'economia». Uno dei punti più contestati, inoltre, è la richiesta di Fmi e Ue, di introdurre quello che si potrebbe chiamare, per facilità ci comprensione, il «modello Marchionne»: alla scadenza dei contratti collettivi di lavoro, i rappresentanti dei finanziatori del debito greco, richiedono che si passi a degli accordi separati, discussi caso per caso, a seconda delle condizioni e delle esigenze di ogni luogo di lavoro. Il problema è come i partiti possano riuscire a far digerire ai loro elettori, ma anche a gran parte dei loro deputati, decisioni e misure che faranno aumentare la recessione, facendo toccare livelli che oggi, nessuno è ancora in grado di prevedere. Il segretario del partito di centrodestra Nuova Democrazia, Antonis Samaràs, ha dichiarato che «sta facendo di tutto per impedire l' approvazione di decisioni che il Paese non sarebbe in grado di sostenere». Anche il probabile mantenimento di tredicesima e quattordicesima, si è trasformato in terreno di scontro politico: mentre il centrodestra lo rivendica come un suo successo politico, il ministro socialista delle finanze Evanghelos Venizèlos ha fatto trapelare, tramite suoi collaboratori, che «non ha mai costituito argomento di trattativa, poiché già due giorni fa la Troika, aveva deciso di fare marcia indietro». Il problema principale è che mentre i deputati di Samaràs -che finora aveva bocciato gran parte delle misure di austerity alla fine potrebbero seguirlo e approvare il pacchetto di nuovi sacrifici «per il bene del Paese», nel campo socialista, sarebbe molto più probabile un voto «in ordine sparso», secondo coscienza. Da parte sua, la sinistra di ispirazione ecologista ed eurocomuniLa Grecia in fiamme tenta l'ultimo compromesso I manifestanti tentano di invadere il Parlamento durante lo sciopero generale di ieri TEODORO ANDREADIS p In extremis Pronta la bozza d'accordo sui tagli per scongiurare il default pAtene Intanto lo sciopero generale paralizza il Paese: adesione all'80% La crisi europea Bruciata una bandiera nazista al monumento del Milite ignoto Il premier Papademos cerca di uscire dal vicolo cieco in cui il Paese sembra essere finito, una bozza d'accordo con la Troika per evitare il default sembra essere pronta. Ma non è detto che il Parlamento approvi. teodoroandreadis@hotmail.com Primo Piano Le proteste 16 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
ANTONI TÀPIES MAESTRO DELLA MATERIA È morto a 88 anni il grande pittore catalano che sulla tela amava sperimentare. Sceglieva i colori che avevano la stessa qualità espressiva della terra per sottolineare la qualità primordiale della sua pittura L avoro ogni giorno, sen-za fermarmi, perchéguardo l'orologio deltempo e vedo che si av-vicina la fine. Cosa fac-cio? Continuo a cercare la mia opera ideale e credo che riuscirò a trovarla». Così dichiarava qualche anno fa il pittore e scultore catalano Antoni Tàpies, tra i maggiori protagonisti dell'arte spagnola e uno degli ultimi grandi maestri del XX secolo. Malato da tempo Tàpies è scomparso la sera del 6 febbraio all'età di 88 anni nella sua casa di Barcellona. Ieri nel dare la notizia il quotidiano spagnolo El Pais gli ha reso omaggio celebrandolo come «il maestro della materia», titolo che richiama l'importante ruolo svolto dall'artista considerato uno dei principali esponenti della corrente dell'informale a livello internazionale. Nato a Barcellona nel 1923 in una famiglia borghese e liberale, Tàpies cresce in un ambiente culturale stimolante, legge Nietzsche, Dostojevski e ascolta Wagner. Alla pittura si accosta da autodidatta, copiando opere di Van Gogh e Picasso. Nel 1941 intraprende a studiare il Diritto che però non porta a termine. A 18 anni infatti rischia di morire per una specie di attacco cardiaco e questa esperienza drammatica lo spinge a guardare la realtà in modo diverso, più profondo, uno sguardo sul mondo che non abbandonerà più e che segnerà tutto il suo lavoro di artista dagli esordi, vicini all'espressionismo, attraverso la forte influenza del surrealismo (Mirò, Max Ernst, Paul Klee), fino alla ricerca sulla materia intrapresa dal dopoguerra. Questa idea di fondo, una sorta di rispetto per il mistero della realtà, lo accompagnerà dunque come una costante nelle sue continue sperimentazioni di nuovi materiali. La realtà, intesa come materia, impregna tutte le sue opere, con una presenza che riconduce a uno dei principi dell'esistenzialismo: «l'esistenza precede l'essenza». Accanto alla materia, concepita come elemento principale dell'opera, Tàpies fa appello a una essenziale sobrietà cromatica. Non sceglie i colori primari: il rosso, il giallo, il blu, tanto amati dagli artisti delle avanguardie storiche, da L'artista catalano Antoni Tàpies davanti a uno dei suoi quadri, a Barcellona Negli anni 70 Foto Ansa FLAVIA MATITTI www.unita.it La sua opera assume sfumature politiche e di opposizione ROMA Culture40 MERCOLEDÌ8 FEBBRAIO2012
Silvio Berlusconi non dormiva. Sarà stato anche assopito sotto il bianco albero di Natale che addobbava il salone di villa San Martino quel pomeriggio del 24 dicembre 2005 quando il fratello Paolo, l'imprenditore Fabrizio Favata e Roberto Raffaelli - che con Rcs (Research control system) ascoltava i telefoni dei furbetti del quartierino su delega della procura di Milano - gli consegnarono il file audio della telefonata tra l'allora segretario dei Ds Piero Fassino e Giovanni Consorte, numero uno di Unipol, sulla scalata alla Bnl. Assopito, come ha raccontato il Cavaliere, ma consapevole della qualità del regalo di Natale che gli veniva consegnato sotto l'albero. Dopo vari rinvii, numerosi stop and go e frammentazioni dell'indagine originale, ieri mattina il gip Maria Grazia Domanico ha rinviato a giudizio l'ex premier per rivelazione di segreto istruttorio. Lo stesso giudice che ha disposto l'imputazione coatta – in una prima fase la procura aveva chiesto l'archiviazione per l'ex premier perché, appunto, «sonnecchiava» mentre gli ospiti parlavano del file - ha spiegato che il nastro con l'intercettazione fu un «regalo» fatto dagli imprenditori Favata e Raffaelli e dal fratello Paolo all'allora presidente del Consiglio in vista delle elezioni politiche del 2006. Non c'è dubbio infatti che la pubblicazione di quella intercettazione, senza alcuna rilevanza penale e di cui i magistrati non hanno mai chiesto la trascrizione, pesò moltissimo sulla campagna elettorale e sul voto politico dell'aprile 2006. Ieri mattina Berlusconi era nell'aula del gip a spiegare di non sapere nulla di quel file. «Non ricordo quell'intercettazione ed escludo quindi di averla ascoltata, altrimenti me la sarei ricordata» si è difeso l'ex premier prima con dichiarazioni spontanee e poi rispondendo a qualche domanda del pm. «Non ho mai dato ordini per farla pubblicare (uscì su Il Giornale il 31 dicembre 2005, ndr)», ha aggiunto, assicurando di rammentare di aver incontrato un solo imprenditore e non due a Villa San Martino («d'altra parte vedo talmente tanta gente...») e ammettendo che a far da tramite possa essere stato il fratello Paolo: «Conosceva anche lui molte persone e quando si trattava di progetti di espansione imprenditoriale me le portava, visto che ero il presidente del Consiglio». Il gip ha ritenuto che il processo debba servire proprio a chiarire se Berlusconi abbia o meno dato il via libera alla pubblicazione. La prima udienza è fissata il 15 marzo. E sarà il quarto processo in scena a Milano per l'ex presidente del consiglio. Il terzo, visto che a quel punto Mills sarà finito mentre saranno ancora in corso Ruby e la compravendita dei diritti tv. IN REDAZIONE A L'UNITÀ Era il settembre 2009 quando l'imprenditore dalle incerte fortune Fabrizio Favata cercò un contatto con la redazione dell'Unità. Il signore, sempre in viaggio da località del nord, convinto di essere intercettato e accompagnato da una corposa valigetta, cominciò a raccontare anche se a spizzichi e bocconi una vicenda che aveva dell'inverosmile: imprenditore di telefonia e sistemi di ascolto, amico della famiglia Berlusconi (ha mostrato numerose foto), nonostante i numerosi favori fatti quando poi ha avuto bisogno – Favata è inseguito da fallimento – ha trovato tutte le porte chiuse. A questo punto voleva, diciamo così, ricavare lui qualche soldo raccontando una storia avvincente quanto pericolosa. «È una bomba» diceva. E cominciò a raccontare del business con Paolo Berlusconi, la conoscenza con Raffaelli (delegato dalla procura di Milano agli ascolti telefonici), il progetto comune di avviare una centrale di ascolto in Romania, affare lucroso nell'ambito dei piani europei per la sicurezza. Per fare questo occorreva l'aiuto di palazzo Chigi. Raffaelli ebbe l'idea di sottrarre dall'archivio degli ascolti quella telefonata tra Fassino e Consorte in cui l'allora segretario Ds chiedeva all'ad di Unipol: «Allora, abbiamo una banca?». Raffaelli e Favata, consapevoli della portata di quella frase che nessuna rilevanza penale ha mai avuto, decisero di metterla su un file e di consegnarla a Berlusconi come «regalo di Natale». La storia non poteva che essere segnalata in procura a Milano. È andata come è andata. L'Unità è uscita in edicola il 10 dicembre 2009 raccontando la storia quando le indagini erano molto avanti. Favata è stato poi arrestato per estorsione (in realtà aveva chiesto soldi anche a Raffaelli minacciandolo di rivelare tutto). Il processo a Silvio Berlusconi potrebbe ora essere riunificato a quello già in corso per il fratello Paolo, imputato per la stessa vicenda per la quale sono stati già condannati Raffaelli (2 anni) e Favata i due imprenditori. Favata è stato condannato anche a risarcire (40 mila euro) per danni morali Piero Fassino. Che, già parte civile nel processo a Paolo Berlusconi, si costituirà anche in quello a carico del fratello senior. I danni postumi di quello che assomigliò subito ad un agguato politico. U na bomba. Esplose il31 dicembre 2005, inun'Italia già alle presecon le elezioni politi-che fissate in aprile. Quel giorno Il Giornale diretto da Maurizio Belpietro e di proprietà della famiglia Berlusconi, uscì con un titolo a nove colonne e una rivelazione che cambiò la storia dei mesi a venire. «Nei giorni caldi della scalata Bnl - si leggeva nel sottotitolo - il leader Ds e il capo di Unipol conversano al telefono: ”Allora Gianni, siamo padroni della banca?”. E Consorte disse a Fassino: “Ti devo ringraziare”». Fu, quello, il primo di una lunga serie di articoli finalizzati a dimostrare il presunto attivismo dell'allora segretario della Quercia nella faccenda delle scalate bancarie. Fu il preteCaso Unipol, telefonate spiate p Il Cavaliere risponderà in tribunale per la pubblicazione della telefonata Fassino-Consorte Primo Piano Così Palazzo Chigi diventò la prima fabbrica dei veleni Quelle intercettazioni abusive sulla scalata Bnl puntavano a dare un colpo mortale al centrosinistra in ascesa nei sondaggi La spirale dei dossier da allora non si è più arrestata Il retroscena C. FUS. «Rivelazione di segreto d'ufficio»: Berlusconi a giudizio per la vicenda della pubblicazione su Il Giornale della telefonata tra Fassino e Consorte sulla vicenda Unipol-Bnl. Il caso fu sollevato da l'Unità. CLAUDIA FUSANI Politica e giustizia 2 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
L a nuova guerra al fiscoimbraccia due armi pro-pagandate come «nonconvenzionali»: il con-trollo di scontrini e fatture, e il cosiddetto spesometro, ovvero l'obbligo di segnalare gli acquisti superiori a 3.600 euro. Sembra una lotta senza quartiere, ma gli esperti sanno benissimo che si tratta di un effettivo passo indietro rispetto all'elenco clienti e fornitori, introdotto dal governo Prodi, con Visco alle Entrate, e subito abrogato dal governo Berlusconi. Ieri è stata approvata la mozione presentata dal Pd che impegna il governo «ad introdurre l'obbligo di comunicazione telematica annuale dei rapporti con i clienti e i fornitori, allo scopo di indurre la maggiore veridicità dei dati economici dichiarati e di facilitare i controlli dell'amministrazione fiscale, contrastando le frodi e l'occultamento sistematico dei costi e dei ricavi, così da consentire il superamento dell'obbligo di comunicazione delle operazioni superiori a tremila euro» E anche molte altre di natura fiscale. Un decisivo passo avanti. I ministri tecnici sanno bene che se davvero si vuol controllare l'andamento effettivo delle entrate di qualsiasi azienda, quell'informazione è assolutamente necessaria, mentre le nuove armi lasciano fitte zone d'ombra. A spiegare il meccanismo è Oreste Saccone in un intervento su fiscoequo.it. «L'abrogazione dell'elenco clienti e fornitori, la cui cancellazione è stata una delle promesse elettorali del centro destra nelle ultime elezioni politiche – scrive Saccone - è stata fatta passare come una meritoria opera di semplificazione del governo Berlusconi. In realtà la predisposizione e la comunicazione di tali elenchi non rappresenta un particolare aggravio per l'impresa, poiché l'implementazione di essi può avvenire in modo automatico all'atto della emissione e/o registrazione della fattura». Insomma, ancora una volta sotto le spoglie della semplificazione, si è aperta la strada all'arbitrio delle imprese. Lo ha fatto Maurizio Sacconi deregolamentando le dimissioni (consentendo così agli imprenditori di far firmare dimissioni in bianco all'atto dell'assunzione), lo ha fatto Giulio Tremonti con l'elenco clienti fornitori. C'era sempre una semplificazione di mezzo. Cosa accade senza l'obbligo di quell'elenco? «Oggi un imprenditore o un professionista può tranquillamente rilasciare al cliente una fattura, ad esempio di 500 euro, senza registrarla in contabilità oppure registrandola per soli 50 euro – spiega Saccone - senza che il fisco se ne possa accorgere. Questo accade perché i due dati non sono tracciati telematicamente e non si incrociano, come accade, invece, per le retribuzioni dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, che si incrociano con i dati dichiarati dal datore di lavoro o dall'ente previdenziale nella dichiarazione che presentano quali sostituti d'imposta ( modello 770)”. Così la strada verso l'evasione Iva e irpef è aperta. C'è anche un altro «comodo» comportamento, che consente di evadere senza troppi sforzi. «Pensiamo ad esempio alle tazzine di caffè servite – continua Saccone Se con un chilo di caffè si preparano circa 140 dosi di caffè e sono stati acquistati con regolare fattura e utilizzati 20 Kg di caffè, i caffè somministrati ammontano a circa 28.000, pari a circa 22.440 euro di ricavi. Ma se dagli scontrini rilasciati ne risultano registrati solo la metà, cioè 14.000 pari a 11.220 euro, come fare per occultare l'evasione? Il nostro imprenditore non fa altro che registrare solo la metà delle fatture di acquisto di quel prodotto, così da rendere coerente, in caso di controllo fiscale e ai fini degli studi di settore, il quantitativo di merce acquistata con quella che risulta ufficialmente venduta. In mancanza dell'incrocio automatico tra l'importo di caffè acquistato e fatturato dalla torrefazione e quello annotato nel registro degli acquisti dal bar, l'evasione risulta sconosciuta al fisco. Anche nel caso di successivo controllo fiscale è improbabile che l'evasione venga scoperta perché richiederebbe, cosa non ordinaria, un indagine particolarmente lunga e approfondita che comporta l' invio di questionari ai fornitori per l'incrocio dei dati». Insomma, controllare i soli scontrini spesso serve a poco. Quanto al cosiddetto spesometro, i limiti sono evidenti. Con il proliferare delle frodi Iva, il governo Berlusconi è stato costretto a introdurre questo strumento, che prevede la segnalazione al fisco entro il 30 aprile delle cessioni di beni o di servizi per importi pari ad almeno 3.600 euro effettuate nell'anno precedente. Dalle segnalazioni sono stati esclusi i pagamenti con strumenti tracciabili, nella convinzione (errata) che quelli fossero conosciuti al fisco. Un marchingegno di questo tipo . Tra l'altro molto più burocratico dell'elenco clienti e fornitori producibile con un semplice click sul computer (a proposito di semplificazioni) non è certo adatto a intercettare l'evasione di massa, e forse neanche quella ai fini Iva per cui è stato costruito. Armi ancora spuntate, quelle del fisco italiano. BIANCA DI GIOVANNI Il dossier Contributi: irregolari sei aziende su dieci Evasi più di 1,2 miliardi Lo scontrino non basta Contro gli evasori serve l'elenco clienti e fornitori Lo spesometro non è sufficiente a certificare il reale introito Oggi si può rilasciare una fattura di 500 euro senza registrarla in contabilità. Ieri approvata mozione presentata dal Pd ROMA INTESA SANPAOLO Imprese distrettuali premiato l'export Presentato il rapporto sui distretti industriali 2011 con 49mila aziende analizzate: il fatturato è in crescita dell'8,5%, mentre le previsioni di crescita sono più contenute per il 2012 e il 2013. Premiate le imprese distrettuali che esportano, la polarizzazione tra migliori e peggiori si mantiene elevata. FTSE MIB 16.491 +0,62% Affari Nel 2011 sei aziende ispezionate su dieci sono risultate irregolari. È quanto emerge dall'attività di vigilanza di ministero del Lavoro, Inps, Inail ed Enpals. Il totaledelleaziendeispezionateèstato di244.170,149.708dellequalisonorisultate irregolari pari al 61%. Per quanto riguarda il recupero dei contributi e premi evasi si attesta a 1,225 miliardi di euro il totale delle somme accertate, dunque non quelle riscosse, con una flessione del 13,57 per cento rispetto all'anno precedente.Il fenomenodell'evasionemantiene in ogni caso una costanza e un'invarianza nel corso degli anni. IL CASO TESSILE Crescono ricavi ed export A Milano il Salone Fatturato a +10,2%, per un valore di 8,439 mld, esportazioni +7,3% a 4,505 mld, import a +12,8%, con un attivo commerciale positivo di circa 2,4 mld. Il mercato tessile e abbigliamento in Italia cresce nel 2011 (soprattutto nella prima parte), nonostante la crisi: così all'inaugurazione della XIV edizione di Milano Unica, il Salone del Tessile, fino a domani a Fieramilanocity. BANCHE Ubs: crolla l'utile Bonus tagliati del 40% Il colosso del credito svizzero Ubs, guidato da poco dall'ex Unicredit Sergio Ermotti dopo lo scandalo delle maxi perdite da 2 miliardi di dollari sul trading esploso a settembre taglia del 40% l'ammontare dei bonus ai dipendenti. Il 2011 si è chiuso con un utile lordo in calo a 5,5 mld di franchi svizzeri (circa 4,5 mld di euro) e un utile netto di 4,2 mld di franchi in calo rispetto ai 7,5 mld del 2010. ALL SHARE 17.464 +0,41% Agenti riuniti a Roma Oggi presso l'Albergo Nazionale in Piazza Montecitorio avrà luogo l'incontro con le istituzioni, leAssociazionideiconsumatorie iGruppiAgentiditutteleCompagnieNazionali di assicurazione. «Fermiamoci, per ascoltare e per farci sentire», lo slogano con il quale è stata lanciata l'iniziativa. MONTE PASCHI De Marco entra nella Fondazione Alessandra De Marco è il nuovo componente della deputazione generale della Fondazione Monte dei Paschi di Siena. De Marco, nominata dall'amministrazione comunale, sostituisce il dimissionario Duccio Panti. Alessandra De Marcoè nata a napoli nel1969, economista aziendale, è referendario della presidenza del Consiglio dei ministri. EURO/DOLLARO: 1,3257 37 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
dei poliziotti alla Diaz, con le violenze che seguirono su ragazzi inermi - altro che i Black Bloc -, è un pezzo cruciale della storia d'Italia: una sospensione della democrazia, una notte «da dittatura» che persino ad un rappresentante delle forze dell'ordine strappò la famosa definizione di «macelleria messicana» (citata in un altro film attualmente sugli schermi, Acab di Stefano Sollima). Ma cosa ha voluto e vorrà dire raccontare quella notte a chi italiano non è? È un problema che Daniele Vicari affronterà a Berlino, a cospetto della stampa internazionale; ma che ha già affrontato prima e durante le riprese, con i co-produttori francesi e romeni, con i molti attori non italiani, con gli stunt-men romeni coordinati da un maestro italiano del mestiere, Angelo Ragusa. Ed è ciò che gli chiediamo, alla vigilia di Berlino, di raccontarci. La Diaz raccontata agli stranieri. È stato difficile, Daniele? «Fin dai primissimi giorni della preparazione eravamo preda di un dubbio atroce: ci crederanno? Non solo gli spettatori, ma anche coloro che il film dovevano farlo, assieme a noi italiani. Mi sono premunito in due modi. Il primo è di metodo: nel film non c'è una battuta, una frase, un gesto che non vengano dalle oltre 10.000 pagine di documenti processuali che mi sono letto in due anni di scrittura del copione. Il secondo è stato strategico: ho preparato un video di 15 minuti ad uso “interno”, con tutti i dati necessari (numero dei feriti, numero dei poliziotti coinvolti…) e una selezione delle tante immagini girate a Genova in quei giorni, tutte reperibili in internet. Soprattutto quelle filmate da un ragazzo che si era nascosto sul tetto di un palazzo davanti alla Diaz, e che aveva girato l'arrivo e l'irruzione della polizia. Una docu-fiction esplicativa, un promo del film per far capire che ci accingevamo a raccontare una cosa vera, non forzata né tanto meno immaginaria. Alcuni stranieri sapevano, ma non immaginavano a quali vertici di brutalità si fosse arrivati. Altri, soprattutto in Romania, ignoravano tutto: avevano altri problemi, nel 2001. Al termine di questo lavoro è però risultato chiaro che la Diaz, e il G8 di Genova in generale, non è una vicenda solo italiana. Per l'Italia è uno snodo storico, perché quella notte si rompe un patto consolidato fra i cittadini e le istituzioni. Comincia la strada che ci ha portato ad una crisi che non è soltanto economica, ma anche istituzionale. Ma poniamoci una domanda: nei giorni successivi, per molte ore, alcuni cittadini di paesi della Comunità europea scompaiono letteralmente nel nulla, senza che le loro famiglie vengano avvertite, senza che ci siano accuse precise nei loro confronti. In altri momenti questo avrebbe comportato problemi diplomatici enormi. Perché non succede? Perché la vicenda è più grande dell'Italia stessa. Perché tutto il mondo sta prendendo una piega che diventerà evidente due mesi dopo, l'11 settembre 2001. Pochi sanno o ricordano che in quei giorni, nel porto di Genova, c'erano i missili Patriot puntati verso il cielo. Era un'atmosfera pre-bellica, che dopo l'attentato alle Torri diventerà bellica. L'azione alla Diaz è stata una repressione del dissenso. Un tema universale, tanto più grave nel momento in cui avviene in un Paese cosiddetto democratico». I BRAVI STUNT-MEN ROMENI A cose ricordate, o imparate, il coinvolgimento emotivo di attori e tecnici è stato totale? «Sì. Aggiungerò che un simile film non si poteva fare senza la partecipazione anche ideale di tutti. È stato un criterio del casting, assieme al talento e alla giustezza delle facce. Vorrei spendere una parola per gli stunt-men romeni. Si sono documentati, hanno studiato i movimenti della polizia, le armi e il modo in cui venivano usate, si sono visti tutti i video che mostravano gli agenti in azione. Da lì sono partiti per ricostruire le violenze avvenute dentro la scuola. La violenza, nel film, è un personaggio. E senza la passione degli stunt-men non saremmo arrivati a un simile risultato». D alla Rivoluzione francesealle attualissime rivoltedella «primavera araba»passando per le violenze del G8 di Genova e le proteste degli indignados. Fedele alla sua impostazione, la Berlinale nella sua 62esima edizione, si conferma tra i grandi festival cinematografici quello più votato alla politica e all'attualità. Il direttore artistico Dieter Kosslick, da ormai 10 anni alla testa della kermesse, ha confezionato un programma ben assortito tra nomi affermati e giovani esordienti, tra impegno sociale e glamour festaiolo. In tutto saranno ben 400 tra Concorso e sezioni minori le pellicole che dal 9 al 19 febbraio invaderanno i cinema della capitale tedesca, con relativo contorno di grandi star. Sulle passerelle rosse sfileranno tra gli altri Meryl Streep (premiata con un Orso d'oro alla carriera in attesa dell'Oscar per The Iron Lady), Angelina Jolie, il superdivo di Bollywood Shah Rukh Khan, Uma Thurman, Keanu Reeves, Isabelle Huppert, Charlotte Rampling, Salma Hayek, Antonio Banderas e Michael Fassbender. DEBUTTO CON MARIA ANTONIETTA Si comincia domani con Les adieux a la reine di Benoît Jacquot con Diane Kruger, Virginie Ledoyen e Noémie Lvovsky. È la cronaca delle ultime 48 ore di vita di Maria Antonietta, raccontata con la massima partecipazione emotiva e in una prospettiva che suggerisce l'identificazione con la regina condannata a morire. A contendersi l'Orso d'oro saranno in lizza 18 film tra cui Captive di Brillante Mendoza (con Isabelle Huppert nella parte di un'operatrice umanitaria che viene rapita da estremisti islamici) e In the land of blood and honey (sulla guerra in Bosnia), esordio alla regia di Angelina Jolie. All'ultimo momento è stato inserito anche White deer plain ovvero Pianura del cervo bianco del cinese Wang Quan'an, vecchia conoscenza del Festival dove trionfò nel 2007 con Il matrimonio di Tuja. Tra i titoli fuori concorso spicca l'opera sull'11 settembre di Stephen Daldry intitolata Extremely loud and incredibly close, con Tom Hanks e Sandra Bullok tra gli interpreti. Ci saranno poi Steven Soderbergh con il thriller Haywire (col duo Banderas e Fassbender) e Declan Donnellan autore di una trasposizione cinematografica del romanzo di Guy de Maupassant Bel ami. LA PRESENZA ITALIANA Unico film italiano in concorso è Cesare deve morire dei fratelli Taviani: in bianco e nero, interamente girato in carcere, con i detenuti nella sezione di massima sicurezza di Rebibbia che provano il Giulio Cesare di Shakespeare sovrapponendo al dramma da recitare le proprie esperienze vissute. Vedremo se Paolo e Vittorio riusciranno a conquistare il pubblico di Berlino e magari a portare a casa un premio importante dopo tanti anni di digiuno per il nostro cinema. L'Italia è ben rappresentata anche nella sezione «Panorama» con due pellicole sullo stesso argomento, il drammatico G8 di Genova del luglio 2001. La prima è Diaz – Non pulite questo sangue di Daniele Vicari con il Social Forum di 11 anni fa ricostruito negli scenari di Bucarest. L'altro film sul G8 è il documentario The Summit di Franco Fracassi e Massimo Lauria. I due registi-giornalisti erano presenti a Genova e hanno montato un intenso musaico di riprese dell'epoca, interviste e registrazioni. L'impatto risulta molto forte, al punto che il direttore Kosslick ha avuto qualche esitazione sull'opportunità di mostrare «scene talmente violente che viene da girare lo sguardo altrove». GHERARDO UGOLINI Berlinale, al via il Festival più attento a politica e attualità Sugli schermi della capitale tedesca passeranno da domani pellicole sulle primavere arabe e la guerra nei Balcani BERLINO Arcipelago kermesse per i corti Sono aperte le iscrizioni per la 20ª edizione di Arcipelago, Festival Internazionale di Cortometraggi e Nuove Immagini, che si svolgerà dal 15 al 22 giugno a Roma, alla Casa del Cinema di Villa Borghese. I corti dovranno essere inviati entro il 17 marzo, mentre il regolamento e il modulo d'iscrizione sono disponibili all'indirizzo arcipelagofilmfestival.org. 39 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
VALERIO ROSA ROMA U n testo di rara intel-ligenza si snodalungo una melodiaapparentementegiocosa, sostenutada un arrangiamento raffinato: è Un pallone, il brano che Samuele Bersani presenterà in gara a Sanremo (dal 14 al 18 febbraio). Uno straniante ritratto dell'Italia derubata e colpita al cuore, che gli exploit verbali dei battutisti al governo rendono sinistramente adatto a rappresentare le perplessità della generazione precaria. «Può darsi, - commenta il cantante - ma io preferisco sintetizzarla così: spero che la capiscano dai bambini in giù, perché sanno cogliere il senso della metafora con più immediatezza rispetto agli adulti, che crescendo diventano piatti. Non parlo solo di un pallone che attraversa la strada, ma di un italiano che fa fatica a rotolare perché quello che prima era in discesa adesso è in salita. Del resto viviamo in un momento particolare, pieno di palloni bucati che vengono scansati da tutti. La canzone è nata di getto, come poche altre volte mi è capitato: l'ho scritta sul tovagliolo di un ristorante, dopo avere visto un cane giocare felice con un pallone bucato. E poi mi piaceva molto l'idea di soffermarmi su un oggetto così popolare». Sì, ma Sanremo? «Avevo voglia di mettermi in gioco anche fisicamente, di osare. In passato non sentivo di avere la canzone comunicativa. Stavolta invece ho voglia di complicarmi la vita. Sono stato io a chiedere di andare a Sanremo, non sono stati loro a cercarmi». Ma non ti infastidisce almeno un po' che il regolamento preveda le eliminazioni? «E il televoto, allora? Quando ho partecipato per la prima volta, nel 2000, non c'era nemmeno questo largo uso di internet, con cui chi ti massacra o ti apprezza può esprimersi in tempo reale. Ma ognuno vive il momento che gli capita di vivere. E poi un atteggiamento diverso sarebbe snobistico. D'altronde, non ho l'urgenza di essere sempre nell'occhio di bue, ma sono contento di servirmi di questa grande occasione per farmi ascoltare. E non dimentichiamo la presenza di Morandi: nessuno può capirmi e mettermi a mio agio meglio di un cantante». Eppure Sanremo spesso somiglia, per citare un tuo verso famoso, alla copia di mille riassunti… «Il festival è una specie di acconFoto Lapresse www.unita.it Il cantautore Samuele Bersani IL MIO PALLONE PER FARE GOL A SANREMO Un testo intelligente, una melodia giocosa e raffinata che è nata di getto: così il cantante si cimenta in gara. Un ritratto dell'Italia che fa fatica a tirare avanti: «Spero di portare allegria a chi non ha lavoro e spera di trovarlo» Culture Intervista a Samuele Bersani 42 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
Il dirigente di Sel: «Diciamo no alle preferenze Ci opporremo a sbarramenti sopra il 4 per cento» «Le alleanze si fanno prima delle elezioni» Intervista a Gennaro Migliore T re «principi», o megliotre paletti, che Sinistra elibertà intendere difende-re con le unghie e coi den-ti nel corso delle trattative sulla legge elettorale. Oggi il primo round, con la delegazione guidata da Gennaro Migliore e Fabio Mussi che incontrerà quella del Pdl. «Per noi l'abolizione del Porcellum è un punto dirimente- spiega Migliore - così come l'indicazione preventiva delle coalizioni e dei candidati premier. Terzo punto, respingiamo come farneticazioni le parole di Berlusconi sull'innalzamento delle soglie di sbarramento per eliminare le formazioni più piccole. Il pluralismo va difeso e fortunatamente il Pd ha già respinto queste ipotesi». Dunque voi difendete senza indugi il bipolarismo? «Non ci piace l'idea delle mani libere, di interpretare dopo le elezioni la volontà degli elettori». Qual è il sistema che più si avvicina alle vostre esigenze? «Non facciamo giri turistici in Europa, non ci aggrappiamo ai sistemi di questo o di quel paese. Cerchiamo di guardare alla concretezza. Certo, non abbiamo nascosto una preferenza per il Mattarellum, che consentiva di indicare le coalizione e di scegliere i candidati nei collegi. Ma se ci fossero altri sistemi che rispettassero i principi da noi indicati saremmo pronti a discuterne. La cosa fondamentale è che la legge elettorale sia un processo condiviso, che non sia utilizzata per garantire gli interessi di bottega di qualcuno come accadde con il Porcellum». Ha fiducia nella volontà di riforma del Pdl? «Non molta. Nel Pdl c'è chi, come Berlusconi, sembra avere la tentazione di usare di nuovo la legge elettorale per i suoi comodi e limitare il pluralismo. O chi, come Schifani, oggi pare ossessionato dall'abolizione del Porcellum, come se quella legge non l'avessero votata loro...». Nessun «duetto», giura la Russa, e nessuna «ammuina». Il Pdl è pronto a modificare se non archiviare il caro Porcellum, e ad allargare il tavolo a tutte le forze politiche: «Lega e Udc non hanno da temere». Violante esplicita i paletti del Pd: nuova legge elettorale e non semplici ritocchi, parlamentari scelti dagli elettori e non nominati, e niente ritorno delle preferenze. Spiega: «Con il Pdl abbiamo un accordo di fondo su una legge che riduca la frammentazione parlamentare. Abbiamo parlato anche della riduzione del numero dei parlamentari e del superamento del bicameralismo paritario». Ma niente preferenze «che aumentano i costi della politica, premiano chi ha clientele e non sempre il merito». Il terreno piuttosto è quello dei collegi uninominali. CAPIGRUPPO AL SENATO Con gli incontri (separati) del partito di Berlusconi con il Pd e con la Lega sono cominciate le consultazioni per capire se nell'ultimo scorcio di legislatura si possono ancora portare a termine le riforme del sistema elettorale e istituzionale. Per ora, si tratta di abboccamenti preliminari. Che non sono l'unico terreno di trattativa. Oggi c'è la capigruppo al Senato, la cui convocazione era stata chiesta a Schifani da Dario Franceschini e Anna Finocchiaro, per avviare la discussione parlamentare delle riforme. Fini si sta organizzando per fare lo stesso. Ma ieri è stato il giorno dei partiti. Pdl e Pd in una nota congiunta fanno sapere di concordare sull'esigenza di «cambiare l'attuale sistema elettorale restituendo ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti». E ancora: «Il nuovo sistema elettorale dovrà evitare la frantumazione della rappresentanza parlamentare e mantenere un impianto tendenziale bipolare». Si è poi convenuto sull'opportunità di procedere «rapidamente e concordemente» tra Camera e Senato alla riforma dei regolamenti parlamentari. Per La Russa «c'è un'intesa non marginale con il Pd sulla possibilità di dividere l'iter delle riforme. Tutto dipende dall'eventuale intesa di massima sulle riforme costituzionali, sennò i tempi sono stretti e sarebbe una presa in giro». La posizione ufficiale degli azzurri, insomma, resta quella di incardinare tutto nello stesso momento: taglio dei parlamentari e presidenzialismo in un ramo del Parlamento, legge elettorale nell'altro. Quello che vuole Berlusconi. Nell'incontro però è emersa la disponibilità del Pdl di dare una corsia preferenziale alla legge elettorale. Anche se tra i parlamentari, pochi sono disposti a scommettere che il sostituto del Porcellum prenda forma prima che siano decisi alleanze e assetti elettorali, cioè a ridosso della scadenza della legislatura. DOMANI I «PICCOLI» Ieri la delegazione Pdl - La Russa, Quagliariello e Bruno - dopo i democratici Violante, Bressa e Zanda ha incontrato anche i leghisti Calderoli, Bricolo e Dozzo. Che vorrebbero tenersi il Porcellum (del resto farina del sacco calderoliano) con qualche ritocco. Soglie di maggioranza più alte e un «maggiore collegamento tra elettori ed eletti» ma senza il ritorno delle preferenze. Posizione conservativa che dal Pd Chiti ha già stoppato: «Serve una nuova legge». No a operazioni di maquillage. Oggi si prosegue. Il Pdl incontra l'Udc e Sel. Domani La Destra di Storace, il Grande Sud di Micciché e Rifondazione Comunista. Non Idv, che incontrarà solo la delegazione del Nazareno. Dice Di Pietro: «Pericolosi e oscuri per la democrazia questi incontri da sottoscala fatti non alla luce del sole». FEDERICA FANTOZZI I paletti dei democratici Primo Piano ANDREA CARUGATI Primo incontro Pd-Pdl sulla legge elettorale. Il partito di Berlusconi ha visto anche la Lega e oggi si confronta con Udc e Sel. In Senato la capogruppo per incardinare l'iter parlamentare delle riforme ffantozzi@unita.it Nuova legge elettorale, non solo ritocchi. Sì ai collegi uninominali Cambiare il Porcellum Il Pdl è d'accordo ma non sa come p Punti fermi Una nota Pd-Pdl indica i due principi comuni: no ai nominati, sì al bipolarismo p La Russa: «Tutto dipende dall'intesa sulle riforme costituzionali, altrimenti è una presa in giro» Le riforme 18 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
del sistema politico, gli ideologi dell'antipolitica procedono nella direzione esattamente opposta a ciò che sarebbe necessario. Si punta cioè ad accentuare fenomeni di destrutturazione, di improvvisazione e di precarietà, di personalizzazione estrema e distruzione di tutti gli aspetti organizzati e collettivi dell'agire politico nel nome di una esaltazione acritica della società civile. Ciò che torna non è solo la diffidenza antica e radicata di una parte dei ceti economicamente egemoni verso la politica e il fastidio da essi nutrito verso i partiti popolari e il ruolo che essi svolgono. Questi aspetti vi sono certamente e rinviano a una cultura caratterizzata da forme di elitarismo che vengono da lontano e hanno lasciato un segno profondamente negativo nella storia italiana. Ma c'è anche l'espressione del più recente prevalere, non solo in Italia, di un liberismo estremista che ha alimentato la convinzione che il capitalismo possa autogovernarsi riducendo lo spazio della dimensione pubblica e della statualità. Se c'è una verità invece che la crisi ha portato alla luce è proprio che all'origine della grave crisi che viviamo vi è esattamente il dominio di questa ideologia. E non a caso appaiono oggi più forti i paesi in cui resistono sistemi politici solidi e partiti in grado di garantire coesione sociale e coerenza di indirizzi.(…) Sarebbe un errore gravissimo venire meno al compito di sostenere e incoraggiare l'attuale governo. Un sostegno leale che si accompagna naturalmente all'impegno necessario per avanzare le nostre idee e proposte per rendere più incisive e coerenti le scelte e le azioni da compiere. Il cammino intrapreso è quello giusto. Chi scalpita a sinistra deve capire che nessuna credibile prospettiva politica per il dopo-Monti può essere costruita contro l'attuale governo e cioè contro gli interessi del paese in un passaggio così delicato per l'Italia e per l'Europa. E il centrosinistra, ciascuna forza politica del centrosinistra, deve sapere che nelle scelte che fa mette in gioco oggi la sua credibilità per il governo dell'Italia di domani.(…) Come porre rimedio ai guasti di questi anni senza regole in grado di contrastare la speculazione finanziaria, senza una più forte solidarietà e misure capaci di ridurre le diseguaglianze sociali? Di fronte agli europei c'è la necessità, nello stesso tempo, di un salto di qualità nella integrazione politica e di un mutamento profondo nei contenuti dell'azione dell'Unione e dei governi nazionali. È necessario voltare pagina: ridimensionare il potere della finanza; restituire dignità e centralità al lavoro e alla cultura, promuovere uno sviluppo compatibile con l'ambiente e la qualità della vita delle persone. L'esperienza ha dimostrato che il mercato lasciato a se stesso ha prodotto squilibri e diseguaglianze che hanno inceppato lo stesso meccanismo della crescita. Nessuno pensa che si debba tornare a una concezione statalista o a un compromesso socialdemocratico di stampo keynesiano. È evidente che le nostre società - penso in particolare all'Italia - hanno anche bisogno di riforme liberali volte a rimuovere rendite corporative e aprire opportunità soprattutto alle nuove generazioni. Tuttavia, nello stesso tempo, occorre rilanciare e qualificare l'azione pubblica non solo per promuovere coesione sociale, ma anche per sostenere lo sviluppo attraverso investimenti innovativi nella ricerca e nelle infrastrutture. E perché questa azione sia efficace non può essere affidata soltanto alla volontà dei singoli governi nazionali, ma deve essere sostenuta dall'Europa nel suo insieme e finanziata attraverso strumenti innovativi come la tassa sulle transazioni finanziarie o gli eurobond. Occorre, insomma, una svolta politica sostenuta da una coalizione progressista ed europeista, in grado di imprimere un nuovo corso in Europa e in Italia non contro l'attuale governo del nostro Paese, ma rispetto a una lunga stagione politica dominata dalle destre conservatrici o populiste. Un progetto per l'Italia che tenga insieme crescita e giustizia sociale, opportunità per le nuove generazioni, innovazione e competitività non può che essere concepito in una visione europea. Il centrosinistra italiano, dentro una nuova coalizione progressista ed europeista, può candidarsi a interpretare e guidare questa fase. È molto importante riavvicinare la politica e i cittadini anche attraverso riforme (a cominciare dalla legge elettorale) in grado di ridurre il distacco e la sfiducia. È ineludibile rinnovare la classe dirigente, puntando sulla qualità e sul talento che non mancano nelle nuove generazioni, e ritengo che occorra investire molte energie nella loro formazione per riuscire a far emergere sempre di più chi lo merita. Ma la fondamentale “rilegittimazione” della politica sta nella capacità di proporre un progetto, una visione del futuro che rispondano alla incertezza e alla decadenza sociale, che riaccendano la speranza, che sappiano dare risposte al bisogno di “riappropriarsi” della propria vita come ha scritto Alfredo Reichlin di tanti cittadini italiani ed europei. Non ci interessa la politica intesa come un ceto che rivendica di tornare alla gestione del potere dopo la parentesi del governo tecnico: in questa veste sarebbe irrimediabilmente perdente o subalterna. Ci interessa un'altra politica: la capacità di anticipare, interpretare e dare senso ai processi sociali; la politica come necessaria e appassionante dimensione dell'agire umano collettivo. Per questo stiamo lavorando per ricostruire un partito e, nello stesso tempo, per elaborare un progetto e una proposta di governo che vada oltre la transizione che stiamo vivendo. Trovare le soluzioni non è e non sarà facile. Riavvicinare i cittadini alla politica vuol dire essere capaci di individuare gli errori commessi dalla politica in questi anni; vuol dire saper leggere il mondo che abbiamo di fronte e le sfide del prossimo futuro; vuol dire generosità nell'accompagnare quel ricambio generazionale che è ormai condizione necessaria per rendere competitiva l'Italia e dare ai nostri figli la possibilità di esprimere la propria personalità. Una nuova frontiera quindi, per definire le risposte che dovremo saper dare alle sfide che avremo di fronte. I compiti dell'Ue Foto di Mauro Scrobogna /LaPresse È necessario ridurre il potere della finanza e ridare dignità al lavoro La rivista Svezia, lite sulle pensioni Buferasulpremiersvedese,FredrikReinfeldt,chehainvitatoisuoiconcittadinia lavorare fino a 75 anni, invece di ritirarsi a 65. Il primo ministro di centrodestra ha sottolineato che la Svezia deve fare i conti con il fatto che l'età media di vita si è alzata. La dichiarazione ha suscitato le critiche dell'opposizione socialdemocratica, che l'ha definita «una provocazione». 23 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
Solomon R. Guggenheim ? The Willem de Kooning Foundation, by Siae 2012 MADONNA A MILANO E FIRENZE Partirà il 29 maggio da Tel Aviv il Madonna World Tour che farà tappa in 26 città dell'Europa occidentale. Negli States anche uno show allo Yankee Stadium di New York. Due le date italiane, il 14 giugno allo stadio di Milano e il 16 allo stadio Franchi di Firenze. I biglietti saranno in vendita alle 9 di lunedì 13 febbraio sul ticketone e prevendite autorizzate. Dopodomani Domani Il Tempo Oggi ARTE AL QUADRARO DI ROMA Arte contemporanea nel popolare quartiere storico di Roma, il Quadraro, che sarà «infiltrato» di interventi site specific da sei giovani artisti italiani all'interno di cinque locali sfitti della zona. Bernardini, Moscardini, Perilli, Strangis, Strinna e Zurlo sono i protagonisti di «Nuova Gestione» in corso da oggi al 18 febbraio. Info: via dei Quintili 106. Pillole NORD Cielo coperto con nuove nevicate a bassa quota su tutte le regioni. CENTRO Nubi e precipitazioni sparse sulla Sardegna. Cielo coperto sulle altre regioni. SUD Molte nubi con piogge e temporali sparsi. NORD Poco nuvoloso su tutte le regioni. CENTRO Sereno o poco nuvoloso sulle tirreniche; locali nevicate su Marche ed Abruzzo. SUD Poco nuvoloso sulle tirreniche. Nuvoloso sulle altre regioni con locali nevicate. D ebolezze. Si dice che la poli-tica sarebbe debole perchécostretta ad affidare ad un governo tecnico il «lavoro sporco» che lei, la politica, non sarebbe mai riuscita a portare avanti. In controtendenza, ci pare invece che la politica, in una emergenza dominata dai tempi strettissimi, abbia dimostrato forza e ragionevolezza dando vita ad un governo che opera, e lo si vede, scelte politiche discutibili quanto si vuole per colmare un incubo berlusconiano troppo lungo. Deboli sono quei politici che nei dibattiti tv non riescono ad affermare questa paternità responsabile lasciandosi trascinare dalla corrente. Deboli sono quei ministri «tecnici» che non resistono alla tentazione di animare i salotti tv vinti dalla vanità della visione, innamorati del loro moraleggiare borghese d'altri tempi mentre pare che l'Italia sia in ginocchio per via dell'articolo 18. Forte è la tv che si mangia questi e quelli. Non ci avranno. NORD Nuvoloso o coperto con deboli precipitazioni e locali nevicate su tutte le regioni. CENTRO Nuvoloso su tutte le regioni con locali piogge e nevicate a bassa quota. SUD Cielo coperto con isolate precipitazioni. Culture ZOOM MOSTRE Un riassunto oltre 50 dipinti di pittura americana dal 1945 al 1980 del Solomon R. Guggenheim newyorkese. Rothko, Pollock, De Kooning (nella foto, «Composizione» del 1955), poi Rauschenberg, Warhol, il minimalismo fino al fotorealismo. Al Palaexpo di Roma fino al 6 maggio. Le avanguardie del Guggenheim NANEROTTOLI I deboli Toni Jop G ramsci tradito, le pagi-ne «scomparse», ildoppio carcere. Nonentriamo nella selvafilologica sul fantomatico Quaderno XXXIV. Tema impugnato, con il resto, da Franco Lo Piparo, nel suo I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e la gabbia del comunismo (Donzelli). Valga a riguardo il confronto su l'Unità tra Gianni Francioni, che smentisce la leggenda del Quaderno «rubato» (da Togliatti). E la replica di Lo Piparo, che ne ribadisce la «possibilità» ( 2/2 e 5/2). Solo un'osservazione. Quando Giulia ed Eugenia Schucht, nello scrivere nel 1940 a Stalin, parlano di «30 quaderni attualmente in nostro possesso», probabilmente includevano anche il registro dell'indice generale di Tatiana Schucht, che accompagnò sempre i Quaderni. E non includevano né i due quaderni in bianco né i quattro di traduzioni. Ecco spiegato il mistero dei 30 che diventano 29. Quanto al resto, nei Quaderni non c'è tutto questo «sentore di liberalismo o di socialdemocrazia», come scrive Nello Ajello su Repubblica del 28-1. Né estraneità di Gramsci al comunismo, come rileva Lo Piparo riguardo a certe lettere del 32-33. Certo «metapoliticamente» Gramsci era dialogico e «liberale». Contrario a diktat amministrativi. Come nel 1926 sul duello StalinBucharin contro Trotzki, e relativo dissidio epistolare con Togliatti. Comunista «liberale» in viaggio verso altro? Forse. Nei Quaderni non verso la socialdemocrazia. O non ancora. Ad essa rimproverava, schematicamente, di concepire il «movimento» senza «salto». Con «l'antitesi» e «la sintesi» finale coincidenti con la «tesi» iniziale. Vedi critica a Bernstein. E infine: Gramsci - malgrado l'estraneità al «sistema», e il sospetto sulla «strana lettera» inviatagli da Grieco nel 1928, e il «doppio carcere» fascista e staliniano - voleva andare in Urss dopo la guarigione. In Urss. Punto. GRAMSCI: IL THRILLER È LEGGERLO TOCCO &RITOCCO Bruno Gravagnuolo bgravagnuolo@unita.it 45 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
«Ora più concretezza per rassicurare Genova» Intervista a Roberta Pinotti La sfidante del Pd: «Niente di personale, il sindaco perfetto non esiste Adesso c'è da puntare sul lavoro, su economia marittima e terzo settore» J. B. S egretario regionale ed ex sin-daco si sono espressi per lei.«Ne sono contenta - dice - ilnumero dei miei sostenitori è aumentato, vuol dire che le mie idee convincono». Perché due candidate democratiche nelle primarie di coalizione, è sfida personale o difficoltà del Pd di sintetizzare una proposta politica? «Non è una anomalia genovese, è stato così in molte città, a Torino, a Milano, anche se a Milano ha vinto il candidato di un'altra forza politica. Ma niente di personale. È nel modo di essere del Pd che, quando non si arriva ad una sintesi armonica, ci si rivolga agli elettori con le primarie, con un concorso di personalità diverse. L'importante è che una volta presa la decisione si stia tutti dalla stessa parte. Io lo ho dichiarato fin dal primo momento». Però Marta Vincenzi è al primo mandato. «Diciamo che, secondo me, non esiste il sindaco perfetto, c'è un contesto e delle caratteristiche che corrispondono a una determinata situazione. Io penso di avere le caratteristiche adatte al contesto attuale di Genova. Oggi c'è la necessità di molta concretezza, di rassicurare la città che ha vissuto molti momenti conflittuali. Penso che non ci sia bisogno di un'amministrazione che fa annunci mirabolanti a cui non corrispondono realizzazioni. Io non ho l'abitudine di parlare troppo prima, parlo dopo e in coerenza con ciò che si è fatto». Crisi dei cantieri navali e trasformazioni urbane (anche speculative). Genova sembra in mezzo al guado fra Novecento e XXI secolo. C'è una divaricazione politica fra il privilegiare la “coesione sociale” e lo “sviluppo”? «È corretto avere individuato nel mio programma la parola sviluppo, ma non lo metterei in alternativa alla coesione sociale che è un elemento necessario. Importante è contrastare processi di decadenza, importante è sostenere il lavoro, puntando davvero sul parco tecnologico di Erzelli e sul porto, che ha grandi potenzialità e anche eccellenze ma non sempre c'è un'adeguata attenzione all'economia marittima. Forse ho parlato meno di coesione sociale perché la città in questi anni ha retto ma poi è arrivato un taglio gigantesco alle risorse dei Comuni. Io credo che dovremo molto puntare sul terzo settore, sul grande aiuto al pubblico che viene dal volontariato». Don Gallo, figura simbolo nella rappresentanzadei più deboli, ha deciso di sostenere il candidato di Sel. Cosa significa questo per voi? «Don Gallo è di certo molto noto ed è un simbolo, ma non è il solo a Genova a stare dalla parte degli ultimi. Ha le sue idee e non è strano che abbia scelto un candidato di sinistra, l'importante è che si tratta di una persona che è nella coalizione e che potrà apportare il suo contributo al programma di governo». Di cosa ha bisogno la città? «C'è un grande bisogno di semplificazione e rapidità della macchina amministrativa. Cittadini e imprese hanno bisogno di risposte in tempi certi. Senza questo l'obiettivo dello sviluppo viene vanificato. L'organizzazione così com'è non va, si deve decentrare molto, a partire dai permessi per l'edilizia privata. In capo ai municipi, che vanno messi in grado di assolvere i loro compiti, va soprattutto la manutenzione ordinaria». La moschea da più di 10 anni divide Genova. Cosa farete? «La comunità musulmana è molto importante e non ne vanno deluse le aspettative, in primo luogo quella dei tempi rapidi, dunque io rispetterò le decisioni della attuale amministrazione, anche se il luogo scelto è lontano, nascosto e non soddisfa tutta la comunità musulmana. A mio avviso sarebbe stata più adatta la zona del retroporto, dove storicamente le moschee sono già state presenti, ma – ripeto – la priorità è non allungare i tempi». La tragedia del nubifragio di novembre ha messo in risalto la fragilità del territorio, anche perché si è costruito dove non si doveva. Cosa può fare il prossimo sindaco? «Il territorio di Genova è fragile perché stretto fra il mare e la montagna, perché i rii sono più pericolosi dei fiumi. E perché fra gli anni ‘60 e ‘70 sono stati costruiti in modo indiscriminato quartieri spaventosi. Andrebbe realizzato lo scolmatore del Bisagno, opera bloccata anche da un'indagine della magistratura. Ma costa anche 700 milioni e certo non può provvedere il Comune, bisogna adoperarsi per trovare finanziamenti. Naturalmente c'è da fare la manutenzione ordinaria. Inoltre serve il piano di emergenza, porre fine al gioco di rimpallo delle responsabilità». Foto di Cosima Scavolini/LaPresse La moschea Foto di Luca Zennaro/Ansa «Rispetto le scelte fatte Ma sarebbe stato più adatto il retroporto» L'emergenza territorio «Serve un piano Basta con il rimpallo di responsabilità» ROMA In vista delle amministrative della prossima primavera, per questa domenica,12febbraio,ilcentrosinistradiGenovachiamaisuoielettoriascegliereilpropriocandidatosindacofracinquesfidanti. Oltre al sindaco uscente e alla senatrice Pinotti, la sfida vede in campo Marco Doria, discendente dell'ammiraglio Andrea,professore di economiasostenuto dalDonGalloedaSel -perlasuacampagna elettorale è sbarcato a Genova ancheNichiVendola-l'indipendentedisinistra Andrea Sassano, ex assessore della giunta Pericu, e Angela Burlando, ex vicequestorescesainpoliticadopo40anni in polizia e che, dopo due anni dentro Sel in consiglio comunale, si presenta per il Psi. Chi vincerà andrà a scontarsi con l'avversario del centrodestra Enrico Musso, con l'esponente del Movimento 5 Stelle, Paolo Putti, e Giuseppe Viscardi, ArmandoSiri,SimonettaSaveri,candidati di liste civiche. La corsa a cinque del centrosinistra al voto del 12 CANDIDATI Primarie rinviate nel Lazio AcausadelmaltempochestamettendoinginocchiodiversezonedelLazio, leprimarie per l'elezione del segretario regionale del Pd verranno spostate di una settimana: dal 12 al 19 febbraio. La decisione, sollecitata da una nota della candidata Marta Leonori, è stata presa ieri nel corso della commissione regionale per le primarie. 21 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
Intervista a Marta Vincenzi «Ho saputo governare la città nella crisi» Il sindaco uscente: «Al Pd offro un programma in cui riconoscersi La coesione sociale sarà un elemento fondamentale dello sviluppo» JOLANDA BUFALINI C i sono molte persone a so-stenermi», dice MartaVincenzi che non vantasostenitori nell'establishment di partito. Qualcuno, aggiunge, «non ha digerito che io abbia parlato di discontinuità». Perché due candidate democratiche nelle primarie di coalizione, sfida personale o difficoltà del Pd a sintetizzare una proposta? «Per me non è sfida personale, anzi i personalismi sono un residuo del berlusconismo del quale liberarsi al più presto. C'è effettivamente una difficoltà di sintesi, e io credo che il Pd abbia bisogno di riconoscersi in un programma. Ma ben venga la sintesi attraverso il confronto di idee che impongono le primarie, purché, come è avvenuto, chi perde non ritenga comunque di avere ragione». Primarie dopo il primo mandato «Io ho dovuto affrontare 5 manovre tutte insieme, soprattutto ho governato la città con il senso di urgenza dei cambiamenti, crisi industriale e il decremento demografico imponevano scelte su cui c'è stato un ritardo di 20 anni, di qui l'urgenza di impostare questioni strategiche e, ora, di metterle in salvaguardia. Ho operato, dal piano urbanistico al rilancio delle infrastrutture, alla rottura con i compromessi tradizionali fra pubblico e privato immobiliare ma con l'impressione che non ci fosse la piena consapevolezza di una parte del Pd. Le primarie servono a questo, alla consapevolezza o alla proposta di analisi diverse. Azioni dure ma importanti, come la riduzione di 600 unità del personale, hanno un costo. Ma se non io chi? Ho goduto per anni di altissimo consenso e dovevo spenderlo in nome di un pensiero lungo». Crisi dei cantieri navali e trasformazioni urbane (anche speculative). Genova sembra in mezzo al guado fra Novecento e XXI secolo. C'è una divaricazione politica fra privilegiare “coesione sociale” e “sviluppo”? «La coesione sociale è un elemento fondante dello sviluppo, si deve uscire da una idea di “sviluppismo economicista” che è anche nella cultura della sinistra, io penso che non si esca dalla crisi solo con l'aumento degli ammortizzatori sociali». Don Gallo, figura simbolo nella rappresentanza dei più deboli, ha deciso di sostenere il candidato di Sel. Cosa significa questo per lei? «A don Gallo voglio bene e lui mi vuole bene. Ha portato avanti tante cose importanti a sostegno delle categorie più fragili. E anche insieme abbiamo fatto cose importanti, come l'iniziativa per la legalità che si svolgerà a marzo con don Ciotti. Però lui, che è un prete di strada, non sta solo con i deboli, pur di stare con le minoranze, non distingue. Le minoranze non hanno sempre ragione, qualche volta sbagliano.» La macchina amministrativa è troppo lenta. Di cosa ha bisogno la città? «Quello della pubblica amministrazione è un grandissimo problema, aggravato dai tagli ai comuni a cui si tolgono autonomia e strumenti. In questi anni abbiamo ridotto a 3 mesi i permessi allo sportello per le imprese, è un'efficienza di livello europeo. Invece siamo indietro sul decentramento, la riforma impostata dai miei predecessori ha fatto fatica, era ricalcata sulle vecchie circoscrizioni. Ora si deve agire velocemente, i municipi devono diventare comuni, organizzati secondo l'idea della città metropolitana che dovrà sostituire la Provincia. E i municipi, quando ci saranno i soldi, vanno integrati con i distretti socio-sanitari». La Moschea che da più di 10 anni divide Genova. Cosa farete? «Quello della moschea è un iter concluso, le scelte fatte sono in un contesto di riqualificazione del Lagaccio. E non è stato un semplice iter urbanistico ma un percorso bellissimo, nel quale i mussulmani genovesi si sono assunti la responsabilità politica e finanziaria della Moschea, senza interferenze di altre realtà non genovesi. La convenzione è già firmata e l'iter è solo da ratificare. Spero proprio che le primarie non rimettano in discussione tutto rompendo equilibri che abbiamo portato a casa». La tragedia del nubifragio di novembre ha messo in risalto la fragilità del territorio, anche perché si costruito dove non si doveva. Cosa può fare il prossimo sindaco? «Il canale scolmatore sul Bisagno avrebbe evitato la tragedia. Da presidente della Provincia feci il piano di bacino, ora si deve integrare il piano di bacino nel piano urbanistico. Il problema sono le costruzioni dissennate fatte dagli anni Sessanta agli anni Ottanta ma non si può abbattere mezza città. Ci vuole una governance meno farraginosa della Protezione civile ed è necessario la cultura della prevenzione, che significa anche un modo di vivere e di consumare diverso». Foto LaPresse Niente personalismi «È un confronto di idee Ma chi perde non pensi di avere ragione» «Ha dimostrato che è necessaria una cultura della prevenzione» Primo Piano La tragedia di novembre jbufalini@unita.it Una veduta del porto di Genova Le primarie di domenica 20 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
L o scontro ha raggiunto ipiani più alti della Com-missione Ue. La vicepresi-dente Neelie Kroes ha det-to quello che molti pensano, nei palazzi di Bruxelles: il fallimento della Grecia è nei fatti e, piuttosto che gettare altri soldi nel pozzo senza fondo, tanto vale prenderne atto. Anche se Atene dovesse uscire dall'euro, «nessuno ne morirebbe». La signora Kroes non è una figura di secondo piano. È responsabile dell'Agenda digitale (programma-chiave dell'integrazione tra i 27 paesi membri), è stata fino a due anni fa commissaria alla Concorrenza, lo stesso posto che era stato di Mario Monti. È olandese, e pure se la nazionalità dei membri della Commissione non dovrebbe contare, non è proprio indifferente che venga da un Paese molto importante, con le sue banche, i suoi hedge funds e il peso delle sue finanze, nel quadro della strategia anti-crisi europea. Inoltre, teniamo a mente il particolare, la sua provenienza politica è il Vvd, il partito liberale più liberale d'Europa. Poche ore dopo Barroso in persona si è sentito il dovere di correggere il tiro. No. La Commissione vuole che la Grecia resti nell'euro, e per un motivo molto semplice: la sua fuoriuscita costerebbe all'Europa, a conti fatti, molto più di quanto (tanto) l'Europa sarà costretta a sborsare per mantenerla dentro. Qualcuno dello staff del presidente ha cominciato anche a fare i conti. Ma i conti, intanto, li stavano facendo le migliaia di persone che erano scese in piazza ad Atene e che gridavano, con la loro rabbia, il fatto puro e semplice, quasi banale, che ci sono limiti oltre i quali non si può andare. Non perché non è «giusto», ma proprio perché non è possibile, non ha alcun senso. Se si distruggono totalmente l'economia e il tessuto sociale di un Paese, come le continue pretese della Troika (Bce, Fmi e Ue) stanno facendo, come si può pensare che quel Paese sia poi in grado di mettere ordine nelle proprie finanze? Non ha alcun senso. Il presidente della Commissione, che in questa storia non è senza peccati (lui e l'organismo che dirige) ha tradotto in una affermazione politica quello che il buon senso da mesi e mesi cerca di suggerire ai dirigenti di Bruxelles e delle cancellerie europee. Primo: è fuori di dubbio che i costi di un default di Atene sarebbero insostenibili per tutta l'area dell'euro. E non lo sarebbero solo in termini contabili (tanto ci perdo, tanto ci metto), ma lo sarebbero in termini economici e politici. Il precedente greco innescherebbe una spirale che quasi inevitabilmente coinvolgerebbe altri Paesi: il Portogallo è già quasi pronto, l'Irlanda potrebbe seguire, e poi la Spagna. E l'Italia? L'eventualità di un default italiano si è molto allontanata da quando c'è Monti, ma nessuno, davvero nessuno, può immaginare dove fermerebbe le proprie onde sismiche il terremoto che partirebbe da Atene. In ogni caso, il mercato comune sarebbe terremotato anch'esso e a farne le spese sarebbero anche, anzi soprattutto, i paesi che ne beneficiano maggiormente. Germania in testa. Secondo: con la crisi greca l'Europa, le istituzioni dell'Unione e i Paesi, specialmente Germania e Francia, hanno commesso tutti gli errori che si potevano commettere. E dovrebbero cominciare, almeno, a riconoscerlo. A cominciare dall'ostinazione, davvero degna di miglior causa, con cui Sarkozy e Merkel imposero, dal G-8 di Deauville di maggio, il «coinvolgimento del settore privato» (leggi: le banche) nel risanamento dei conti pubblici nei Paesi a rischio. Era l'idea, sciaguratissima, secondo la quale i soldi che Berlino e Parigi non volevano mettere in un fondo di salvataggio che all'epoca sarebbe stato ragionevolmente basso li avrebbero messi le banche private, obbligate a rinunciare a vendere, prima del 2013, i titoli pubblici greci che avevano in cassa. L'idea era talmente sciocca che dopo qualche settimana, all'inizio dell'estate, gli istituti francesi non mantennero la promessa e cominciarono a vendere quei titoli. Ancora un paio di settimane e poi, in un incontro «riservato» alla cancelleria, il presidente della Deutsche Bank Joseph Ackermann annunciò che il suo istituto non avrebbe rispettato l'intesa e avrebbe cominciato a liberarsi dei titoli dei Paesi della «zona periferica» dell'euro (Italia compresa). Il «coinvolgimento del settore privato» dovrebbe figurare nei testi di storia dell'economia come uno dei più eclatanti esempi di ingabbiamento ideologico (pseudo) liberista d'un problema economico internazionale. E invece, il governo tedesco ha fatto, sì, una timida autocritica (Sarkozy neppure quella), ma nessuno ricorda mai come stanno veramente le cose. Ancora oggi, uno degli ostacoli maggiori alla soluzione della crisi è la difficoltà a trovare un accordo sulle perdite volontarie (il cosiddetto haircut) che le banche creditrici dovrebbero accettare. La trattativa è nelle mani dello stesso Ackermann e di un americano, Charles Dallara, che negozia, con spietata determinazione, a nome dell'International Institute of Finance, la lobby dei grandi banchieri. C'è anche un terzo punto. La reticenza ad aiutare la Grecia, quali che fossero le colpe dei suoi dirigenti, è stata colpevolmente ispirata da ragioni di politica interna, sia in Germania che in Francia. Dare soldi in solidarietà ad altri non è popolare tra gli elettori e la cancelliera e Sarkozy temono di perdere il posto. Anche stavolta il calcolo è sbagliato, ancor prima che egoistico e i due dioscuri della politica europea potrebbero pagarne le conseguenze. sta di Syriza, con Alexis Tsipras, chiede di sfruttare l'arma del default non controllato, per riacquistare maggiore potere contrattuale e poter fare pressione sul Fmi. La Troika, continua, da parte sua, a fare pressione perché il tutto, in parlamento, si concluda entro domenica ed ufficializzare, lunedì, il taglio del valore dei titoli pubblici greci. L' haircut dovrebbe attestarsi sul 70% del loro valore complessivo. Ma i politici greci sanno bene che sarà molto difficile far digerire ulteriori sacrifici. Specie con le elezioni legislative alle porte - ad aprile? - e con i sondaggi che non assegnano a nessun partito la maggioranza assoluta, a causa della sfiducia sempre più radicata nel corpo elettorale, dell'antipolitica che è riuscita a farsi spazio, grazie alla crisi. E come se tutto questo non bastasse, ai tagli agli stipendi, dovranno essere aggiunti altri interventi, per un totale di 3,3 miliardi di euro, con un drastico ridimensionamento dei budget nei settori della sanità e dei lavori pubblici. Cosa vuol dire, tutto ciò, per un Paese già sull' orlo dell' abisso? Una medicina - una cura del tutto sperimentale - che, come qualcuno prevedeva già due anni fa, potrebbe finire per far soccombere il paziente. Foto di Alkis Konstantinidis/Ansa-Epa Foto di Joao Relvas/Ansa-Epa Il presidente Jose Manuel Barroso Il retroscena PAOLO SOLDINI paolocarlosoldini@libero.it Passi falsi & egoismi: la lunga sequenza degli errori europei Oggi Barroso dice esplicitamente che la fuoriuscita di Atene dall'euro sarebbe molto più onerosa che il suo salvataggio Ma i responsabili della spirale greca sono i Paesi più grandi Orban: ignoriamo l'Europa Viktor Orban, nel suo discorso sullo «stato della nazione», ha difeso ieri strenuamente le sue riforme costituzionali, accusando coloro che le criticano di volere che l'Ungheria affondi nei debiti per ottenere propri personali vantaggi finanziari. Il primo ministro magiaro ha anche invitato, secondo quanto riporta il Wall Street Journal a «ignorare l'Europa». 17 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
Montepremi 2.535.153,80 5+ stella 1.584.471,25 Nessun 6 - Jackpot 60.417.208,77 Nessun4+ stella Nessun 5+1 - 3+ stella 1.949,00 Vincono con punti 5 63.378,85 2+ stella 100,00 Vincono con punti 4 465,78 1+ stella 10,00 Vincono con punti 3 19,49 0+ stella 5,00 Nazionale 80 77 57 14 1 Bari 31 46 25 78 32 Cagliari 19 35 29 11 41 Firenze 87 25 9 2 82 Genova 39 85 34 36 84 Milano 38 84 17 34 36 Napoli 36 55 76 37 48 Palermo 21 20 17 16 27 Roma 11 36 49 64 2 Torino 59 4 12 1 45 Venezia 40 38 64 25 14 S e il calcio è metafora di vita,per François ha il sapore agro-dolce della vendetta. Zahoui,Commissario tecnico della Costa d'Avorio, succeduto a Sven Göran Eriksson, si gioca oggi l'accesso alla finalissima della Coppa d'Africa: palcoscenico lo stadio d'Angondjé di Libreville, avversario il Mali allenato dal francese Alain Giresse. È nato a Treichville, quartiere bidonville della capitale Abidjan, che prende il nome da Marcel Treich-Laplène, francese, primo esploratore della Costa d'Avorio e primo amministratore coloniale. Le sue strade, numerate, si animano la notte e di lì passa la ferrovia che porta a Ouagadougou, in Burkina Faso, un viaggio di circa 30 ore. Lo stesso quartiere dove, più di un anno fa, durante i disordini furono uccise molte persone. Giocatore della Stella Club d'Abidjan, fu notato dagli osservatori dell'Ascoli, al torneo di Marsiglia dell'81, che s'invaghirono di quella mezzapunta facendone il primo calciatore africano della serie A, ma quella che doveva essere una grande avventura si trasformò in farsa. Costantino Rozzi l'acquistò per 15 milioni di lire (altre fonti dicono 10, altre ancora 25), sfidando gli squadroni del Nord che potevano permettersi ben altri campioni, ma Carletto Mazzone gli preferiva giocatori come De Ponti, Greco e Torrisi. Soprannominato «Zigulì» (come la famosa caramella di zucchero), pagò l'inesperienza e alcune leggende (non sappiamo quanto metropolitane), come quella che lo voleva allenarsi a piedi nudi, com'era abituato a giocare in Costa d'Avorio, oppure l'altra per la quale Mazzone lo utilizzasse solamente nel finale (soprattutto in trasferta), facendolo servire perennemente in fuorigioco per perdere tempo. I numeri parlano chiaro: 11 presenze e 0 reti in due stagioni, dopo l'esordio in Fiorentina-Ascoli del 28 ottobre '81. La cosa incredibile è che Rozzi riuscì a rivenderlo al Nancy per 100 milioni circa, oggi si definirebbe una plusvalenza, dopo averlo pagato (altra leggenda?) in tute e forniture sportive e dopo averlo tenuto al minimo sindacale, 12 milioni annui, oggi sarebbero 1.500 euro il mese. In Francia, dopo Nancy, ha giocato con Tolone e JGA Nevers, lasciando il campo nel '93. Poi una breve esperienza in panchina a Tolone prima di tornare per sempre da dove era venuto, continuando ad allenare. Fino all'agosto del 2010, quando il presidente della federazione ivoriana l'ha chiamato alla guida della Nazionale, esordendo contro l'Italia di Prandelli e vincendo per 1-0; panchina che avrebbe dovuto tenere per un solo giorno prima di riconsegnarla a Gérard Gili, ex Ct nel 2008. Poi la qualificazione alla Coppa d'Africa e oggi la semifinale, quasi, annunciata. Per arrivare fino a qui le ha vinte tutte, i suoi hanno segnato 8 gol senza mai subirne. E una cosa lo accomuna ai suoi ragazzi, tutti più bravi e famosi di lui, la voglia di vincere per lasciare un segno indelebile nel calcio ivoriano. Precario fino alla fine, Zahoui ha solo quest'occasione per riscrivere la propria storia, magari in finale contro il Ghana, altrimenti rischia di passare il resto dei suoi giorni a rigirare tra le mani la figurina di un ragazzo diciannovenne che sorride tristemente dentro il Del Duca di Ascoli. Ma, nonostante le leggende e i soprannomi (entrando di diritto nell'enciclopedia dei «bidoni» che hanno giocato in serie A), François un segno nella storia dell'Ascoli l'ha lasciato, quando nel dicembre del '94 morì Costantino Rozzi. Il ragazzo di Treichville non aveva dimenticato chi l'aveva lanciato nel grande calcio e saputa la notizia disse: «Ho pianto anch'io. Il presidente Rozzi per me è stato come un padre». lotto FRANCESCO CAREMANI In patria la rivincita di «Zigulì» Ai tempi di Ascoli valeva una tuta I numeri del Superenalotto Jolly SuperStar 27 30 69 75 81 83 68 36 10eLotto 4 9 11 19 20 21 25 29 31 3536 38 39 40 46 55 59 84 85 87 toli (fonte: studio Morningstar) dimostra come, nei primi dieci anni di contrattazioni, il titolo As Roma ha perso circa il 90% del valore al primo collocamento, quello della Juventus circa l'80% (nel 2001 il valore di una singola azione era di circa 3,7 euro) e quello della Lazio (5.900 lire il prezzo di un'azione al collocamento del 1998, che si chiuse con richieste sei volte oltre l'offerta), addirittura, già il 75% nei primi quattro anni. Poi è vero che la volatilità dei titoli, nel breve e medio periodo, può dare soddisfazioni anche agli azionisti, come gli exploit realizzati dalle azioni della Lazio e da quelle del club tedesco Borussia Dortmund fra la metà del 2010 e la metà del 2011 stanno a sottolineare. E così, abbastanza curiosamente, in tempi di crisi c'è un dato in controtendenza: se, nel 2011, la finanza ha perso sui mercati il 24% e lo Stoxx 50 (l'indice che raggruppa le 50 maggiori aziende quotate in Europa) il 10,4%, il comparto calcistico - appunto i 21 club che ancora rimangono quotati - ha resistito perdendo appena l'1,47%. RISULTATI VOLATILI Del resto, il modello fornito dalle società italiane non è esattamente il migliore, in termini di competitività anche sui mercati. Secondo l'analisi di Report Calcio 2011 il fatturato dei club nostrani arriva, per il 65%, dai diritti televisivi. Rispetto ad altri sodalizi europei quotati in Borsa, più abili nel diversificare gli introiti e spesso possessori del proprio impianto di gioco dal quale arrivano incassi percentualmente più rilevanti e non derivanti dal solo botteghino, è evidente che in Italia è proprio nell'attività sportiva - con l'alea dei risultati - che si concentra gran parte del business stesso. La Juventus, in questo caso, è un passo avanti: lo stadio di proprietà rende più stabile il patrimonio del club, aspetto tutt'altro che secondario sui mercati, e dopo il bagno di sangue economico post-Calciopoli e l'ultimo aumento di capitale di Exor, tornando in Champions sul campo può guardare al futuro con ottimismo, perché l'immagine vincente di un club si accompagna a un aumento degli introiti economici. La storia della quotazione del Manchester United (15 anni dal 1991 al 2006: stadio di proprietà, merchandising di livello e successi sul campo hanno portato a una capitalizzazione decuplicata) è significativa per capire come è stato sfruttato un brand riconosciuto come leader del mercato. In termini di immagine percepita, secondo alcuni addetti ai lavori, il parallelismo con le imprese del settore high tech non è affatto sbagliato. francesco.caremani@gmail.com Nel 1981 Francois Zahoui fu il primo calciatore africano a giocare in Serie A: lo comprò Rozzi Poche partite, dimenticabili. Adesso allena la Costa d'Avorio, semifinalista in Coppa d'Africa Foto Ap MARTEDÌ 7 FEBBRAIO I campioni si appellano a Monti «Caro Monti, sottoscriva l'impegno del Governo per Roma 2020». Firmato Totti, ValentinoRossieChechi:maancheIdem,Vezzali,PellegrinieBuffon.Unappelloalpremierper la candidatura olimpica è stato infatti lanciato da 60 atleti di altissimo livello e oggi è pubblicatoinforma dipagina pubblicitariasu 8quotidiani, volutadalla Fondazione«Roma 2020». IFrancois Zahoui, allenatore della Costa d'Avorio, ex giocatore dell'Ascoli 47 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
S torie piccole, non ci sonomorti, né 280 chilometridi code. C'è un disagio im-menso, dopo 6 giorni sen-za luce - a volte - e senz'acqua, e senza lavoro. Davanti, solo risposte evasive: «Non possiamo farci niente, è il maltempo». È vero, il maltempo è stato. Adesso però servono aiuti, materiali, umani, per ricominciare. Nel Sannio è arrivato il capitano dell'esercito italiano, Rocco Guaranci: i suoi uomini possono raggiungere i comuni isoltati, approvigionarli di viveri e servizi. Ma i problemi sono diffusi in un raggio chilometrico enorme, annidati fra piccole strade ghiacciate, nascosti da metri di neve. A Pescopennataro (Isernia) cominciano a mancare i beni alimentari di prima necessità. Lo segnala il sindaco, Pompilio Sciulli, e chiede aiuto. Governa una comunità di 300 persone (molti anziani) che vivono a oltre 1.200 metri di altitudine. C'è un solo negozio di alimentari, che ha terminato le provviste. A Bellegra (Roma), ci sono ancora sette anzioni rimasti isolati, senza luce e acqua. Con un elicottero la guardia forestale è riuscita a “sbarcare” un po' di cibo: acqua, pane, latte e biscotti. E perfino le candele, per vederci un po', dopo sei giorni di buio. La sera prima, stesso intervento dei medesimi uomini anche a Guadagnolo, frazione di Capranica Prenestina, sempre nell'agro romano. Campagnano di Roma, due storie diverse. Il disagio è anche dopo, quando ormai le strade si possono percorrere, ma si è perso il resto. Denuncia il capogruppo Pd al Consiglio regionale del Lazio Esterino Montino. «Il signor Belardinelli, colpito dalla caduta di un albero sabato, è stato portato in ospedale lunedì. E da Campagnano, dove abita, è stato condotto all'ospedale di Civita Castellana: tempo di percorrenza un'ora e 40 minuti. È uno degli ospedali depotenziati dal piano di riordino della Polverini e infatti l'ortopedico non c'era». Salendo dalla Cassia s'incontrano - prima di arrivare al paese, seppellito venerdì e sabato scorsi dalla neve - i campi da tennis e di calcio dell'Arcobaleno. Chi li gestisce sta spalando da solo un ettaro di neve e ghiaccio. Ha chiesto aiuto al comune, «non possiamo fare niente», la risposta. Così è per molte attività, non solo in questa zona: sono chiuse, sono entrate evaporate, e rate di mutui invece che arriveranno puntuali. Campobasso. «Situazione sempre più critica», è il bollettino della protezione civile. Tre metri di neve. Nella sostanza, strade chiuse, comuni non raggiungibili, «con nessun mezzo», Sono crollati tralicci e mezza regione rischia un perdurante black-out. Alcune famiglie sono state raggiunte, «ma il vero problema adesso sono gli animali, che stanno morendo, di freddo e di fame». Al di là del lato umano della faccenda, significa che molti pastori, allevatori, aziende stanno entrando in una crisi economica devastante, con ripercussioni per il lavoro già scarso in zona. Solofra (Avellino). I carabinieri - con i loro mezzi speciali - sono giunti appena in tempo a una abitazione di campagna, completamente isolata dal resto del mondo: dentro, un piccolo di 3 anni era in preda alle convulsioni. Lo hanno portato all'ospedale. San Gervasio (Potenza). Per soccorrere un uomo - vista l'impossibilità di viaggiare per le ambulanze, ancorché con le catene montate, i vigili del fuoco hanno usato un gatto delle nevi. Valmontone, alle porte della capitale d'Italia. Ci sono famiglie di due quartieri che da 150 ore sono senza corrente elettrica. «Anziani e bambini allo stremo delle forze». È il sindaco del posto a richiamare l'attenzione: «Non funziona gli elettrodomestici, alcune di queste persone sono state costrette a conservare l'insulina seppellendola nella neve». PINO STOPPON Le storie Foto Ansa Ancora senza luce e scarseggia il cibo Il disastro sarà dopo Storie dalla Penisola: insulina conservata nella neve, moria di animali da pascolo, esercenti ancora fermi e senza risposte Passata la bufera, si conteranno i danni e i posti di lavoro persi ROMA in misura maggiore, dalla Russia. Bene: ora ci si strappa le vesti perchè il gigante Gazprom, a fronte di un inusitato consumo di gas in patria, rischia di far scarseggiare il gas in Europa, il cui approvvigionamento, del resto, assicura per il 60%. In Italia siamo più fortunati: il nostro approvvigionamento di gas dipende in primo luogo da Algeria e Libia, in secondo luogo dalla Russia, in terzo luogo dal Mare del Nord. Paesi a rischio politico quelli del Nord Africa e a rischio inverno nel caso russo. Mentre il gas dei Mari del Nord è sottoposto a orizzonti di esaurimento molto prossimi. Ciò nonostante siamo il Paese che, in assenza di energia nucleare e carbone, è meno esposto ai rischi che derivano dall'avere un solo fornitore. Ora, sotto la neve, si scopre il pericolo della scarsità del gas. Ma guarda un po'! Le quantità di esso non sono infinite e si scopre che occorre ricorrere alle cosiddette risorse, che si usano in caso di catastrofi naturali o di guerre. Oggi si è preferito far ricorso giustamente a misure intermedie quali quelle di differenziare i contratti secondo fasce di clienti che non possono mai farne a meno e quelli, invece, che possono per brevi intervalli farne a meno: i cosiddetti «interrompibili». Si tratta, in generale di industrie non energivore. Ebbene: ora si scopre che ciò capita per colpa dell'ex monopolista che non fornisce il gas che ha nei suoi nascosti siti di stoccaggio e che per decine di anni ha proibito con astute manovre la costruzione di nuovi gasdotti. Ma, ahimè, lo si scopre ora che il problema non sta nel numero dei gasdotti, ammesso e non concesso che costruirli sia facile e non costoso. Il problema è alla fonte: di produzione e quindi di rifornimento! E poi si scopre, mentre nevica, che il sole e il vento sono ancora una percentuale minima del nostro potenziale energetico. Manca il nucleare? Ma non lo si vuole. E se usassimo un po' di carbone, come accade in tutto il mondo civilizzato? Per carità, non se parla… Noi preferiamo rischiare il freddo e prendercela con l'Eni, che del resto ha appena rinunciato alla sua rete di distribuzione di gas perché cosi si è convinti, i più, che in tal modo si aumenti il consumo e il rifornimento di… gas. Ma appena nevica ci si accorge che per avere il calore e la luce e il movimento dei motori più che liberalizzare e privatizzare occorre produrre e, in questo caso, scavare, estrarre, trasportare: ossia fare colossali investimenti. «Non ci avevo mai pensato», mi ha detto un amico, manager e professore universitario (a tempo determinatissimo, per la fortuna degli studenti). Viva la sincerità. Cervi in cerca di cibo Vededalla finestraun cervo aggirarsi per le strade delpaese, ma quando esce fuori di casasi accorge che, in realtà, gli esemplarisonoalmeno 40, scesi dalla montagna per cercarecibo o, forse, perché spaventati dai lupi affamati. È successo ad Alfedena (L'Aquila), paesino di 800 abitanti a circa 900 metri di altezza, che fa parte del Parco Nazionale. 9 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
Gli uomini della Guardia di finanza varcano il portone del Senato la mattina. E poi fino a sera dentro Palazzo Madama è il caos, con telefonate tra l'ufficio di presidenza e la procura di Roma non proprio dai toni soft e con i senatori che si dividono tra chi dice che sia in atto una violazione costituzionale e chi invece sostiene che quanto avvenuto è lecito e però inopportuno. Al centro della bufera, il conto bancario della Margherita nella filiale Bnl del Senato, su cui c'è la firma di Lugi Lusi. FINANZIERI AL SENATO L'arrivo degli ufficiali della polizia giudiziaria è contestuale al diffondersi della notizia che la procura di Roma ha affidato alle Fiamme gialle il compito di far chiarezza sul conto corrente intestato a “Democrazia è libertà”. I finanzieri sono qui per acquisire la documentazione bancaria della Margherita, è la voce che subito si diffonde a Palazzo Madama. Renato Schifani blocca l'operazione richiamando le prerogative dei senatori tutelate dalla Costituzione. Il presidente del Senato chiede alla Giunta delle elezioni e delle immunità, attraverso una lettera spedita al presidente Marco Follini, di discutere la questione e di fornire un parere. Ma ai sensi del regolamento, spiega il vicepresidente dipietrista Luigi Ligotti, la Giunta non si esprime su casi teorici ma su «casi specifici e a fronte di documentazione». Insiste sul punto anche il capogruppo Pd in Giunta Francesco Sanna. E Follini chiude la questione: «La Giunta si mette in moto sulla base di documenti ufficiali, atti, richieste. Quando ci saranno, risponderà con assoluta tempestività e massima trasparenza». Schifani prende atto e diffonde una nota per far sapere che «nessuna richiesta di accesso a conti della filiale della Banca nazionale del lavoro di Palazzo Madama è stata avanzata alla Presidenza del Senato». E i finanzieri, che come sottolinea Schifani si sono presentati «senza esibire un provvedimento», vanno via a mani vuote. Il presidente di Palazzo Madama poi fa sapere che in una telefonata con la procura di Roma ha ribadito «la propria massima disponibilità a contribuire» al «corretto e proficuo svolgimento delle indagini». IL GIALLO SUL MANDATO Resta però il mistero su chi abbia inviato gli uomini della Guardia di finanza agli sportelli di quella filiale Bnl. Si sa che le Fiamme gialle hanno avuto il mandato di acquisire i documenti contabili della Margherita. La delega è stata affidata dal procuratore aggiunto Alberto Caperna e dal pm Stefano Pesci, titolari dell'inchiesta riguardante Lusi e i 13 milioni sottratti al conto del partito guidato da Francesco Rutelli. Però in serata il procuratore Capo Giancarlo Capaldo diffonde una nota per sottolineare che la procura di Roma «non ha disposto l'esecuzione» di acquisizioni «all'interno del Senato e, per tanto, non ha formulato alcuna richiesta di esecuzione del provvedimento al Presidente» di palazzo Madama. La tributaria - si legge nella nota che si chiude sulla «leale collaborazione istituzionale» e il «doveroso rispetto per le prerogative parlamentari» - era andata al Senato per prendere «contatto preliminare con il responsabile dell'Ufficio questura del Senato, informandone successivamente i titolari del procedimento che, appresa la notizia, disponevano l'immediata sospensione dell'attività». Come sottolinea l'ex magistrato e oggi senatore Felice Casson, che pure non vede «violazioni costituzionali» visto che la Carta «tutela la corrispondenza dei parlamentari e la documentazione bancaria non è tale», resta però da capire perché gli uomini della tributaria non abbiano acquisito la documentazione che li interessava «nella sede centrale della Bnl, senza venire al Senato». Dice Emanuele Fiano: «La Guardia di finanza chiarisca chi e perché ha mandato ufficiali dell'Arma al Senato per accedere ai dati bancari della filiale Bnl presso Palazzo Madama». Per il responsabile Sicurezza del Pd «è quantomeno sorprendente» che della richiesta di accesso non fosse a conoscenza la procura di Roma: «È evidente che anche le sedi parlamentari devono essere accessibili alle richieste della magistratura inquirente ma tutto deve avvenire nella gestione corretta della titolarità dell'inchiesta che sta in capo alla Procura della Repubblica». ROMA Da giorni sotto attacco Luigi Lusi, esasperato dall'“attenzione” mediatica, definisce l'espulsione dal Pd «un colpo al cuore». No, dice, «non possono girare anche il coltello nella piaga, è una questione di cuore». Ieri dopo un incontro avuto con il presidente del Senato Renato Schifani, per dimettersi anche dalla Giunta delle elezioni e delle immuLuigi Lusi SIMONE COLLINI ROMA Il comunicato di Schifani M.ZE. Primo Piano «Non ci è stata presentata nessuna richiesta di accesso» La nota della Procura «Non è stata disposta l'esecuzione di acquisizioni» Fiamme gialle a Palazzo Madama per chiedere una verifica sul conto della Margherita. Schifani blocca l'operazione e investe la Giunta per le immunità. La procura di Roma: da noi nessuna richiesta di acquisizione. Finanza in Senato per Lusi Il senatore offre le due case alla Margherita p Blitz nella filiale della Bnl di Palazzo Madama in cerca di documentazione della Margherita Politica e giustizia 4 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
U n clan al potere. È il«clan Assad». Non so-lo un Presidente, maun ramificato sistemadi potere fondato su due pilastri: il partito-Stato e l'Esercito, Il clan, innanzitutto. Un clan familiare, quello degli Assad, che ruota intorno a quattro uomini forti: Maher, fratello di Bashar, ha in mano le redini dell'esercito ed è a capo del partito, Assaf Chawkat, il cognato, è a capo dei servizi segreti. I fratelli Makhlouf, cugini di Bashar, uno è capo dei servizi di sicurezza di Damasco, l'altro, Rami, ricco boss, è considerato il simbolo della corruzione. Cugino da parte materna di Bashar, Rami Makhlouf è proprietario, tra l'altro, di una delle due compagnie di telefonia cellulare del Paese, la SyriaTel. Il suo nome era salito agli onori delle cronache nel 2008, quando il Dipartimento del tesoro americano lo aveva inserito in una lista nera con l'accusa di beneficiare e facilitare la corruzione pubblica in Siria. Completa il clan una serie di militari e consiglieri. A cominciare da Abdel-Fatah Qudsiyeh, capo dell'intelligence militare e di quella, potentissima, dell'aviazione. È noto alle cronache per aver guidato la commissione d'inchiesta sull'uccisione, nel 2008, del comandante di Hezbollah Imad Mughniyeh. Uno dei sopravvissuti dell'era paterna quella di Hafez Assad, oggi stretto consigliere di Bashar - è Muhammad Nasif Kheirbek, l'uomo malvisto dagli Stati Uniti che da decenni cura i rapporti, ottimi, con l'Iran. Altro nome forte è quello di Ali Mamlouk, ex capo del Mukhabarat, consigliere speciale del presidente per la sicurezza. Secondo Wikileaks, è considerato dagli americani uno degli anelli di congiunzione con le organizzazioni terroristiche mondiali. Tutte queste figure rappresentano il cuore del clan. Attorno al gruppo di potere si aggirano anche il vicepresidente Farouk al-Sharaa, il ministro della Difesa Ali Habib Mahmoud e Bouthaina Shaaban, il consigliere personale di Assad che ha il compito di curarne l'immagine pubblica. La Siria è governata da quarant'anni dalla minoranza alawita (una setta musulmana che risale allo sciismo, una setta nella setta). Gli alawiti, in Siria, sono però una piccolissima minoranza (non più dell'11%), mentre l'80% sono sunniti e circa il 9% cristiani. Per poter governare il Paese, quindi, la famiglia Assad ha messo in tutti i posti importanti (nel Governo, nell'esercito, nella polizia) gente della sua tradizione, del suo gruppo religioso. La situazione, quindi, è questa: una grande maggioranza (80%) governata da una ristrettissima minoranza (11%). Esercito, Guardia Repubblicana, Mukhabarat e Intelligence sono pilastri di questa struttura statale che rappresenta un potere concreto direttamente controllato dal clan Assad. Riflette in proposito Thomas Pierret, ricercatore francese, tra i più acuti analisti del «pianeta-Assad»: «Bisogna distinguere: da una parte ci sono i servizi di sicurezza, che hanno essenzialmente una funzione di controllo della società, il controllo di eventuali opposizioni; e dall'altra l'esercito. Poi c'è il partito Baath, che non è esattamente un partito ideologico, perché la sua ideologia ormai è morta: ne parlo come strumento di patronaggio e di controllo della società. E al di là di questo vi sono dei partenariati che sono stati stabiliti con alcuni attori sociali strategici come il mondo degli affari. E in una certa misura, con l'ambiente rurale, perché il regime all'inizio si è costruito su una strategia di alleanza e di promozione dei contadini, creando delle unioni di contadini per inquadrarli: oggi assistiamo proprio alla crisi di questa alleanza con il mondo rurale, perché i disordini sono proprio partiti dalle regioni rurali». Per garantire il costante potere della sua famiglia, Hafez al-Assad, che aveva preso il controllo del governo nel 1971 e lo aveva rigidamente mantenuto per più di vent'anni, aveva istruito ciascuno dei quattro rami principali della sicurezza interna – la Sicurezza Generale, l'Intelligence dell'aeronautica, l'Intelligence militare e la Direzione della sicurezza politica – non solo affinché tenesse sotto controllo la popolazione siriana, ma anche affinché ciascuno di essi tenesse d'occhio l'altro, controllando gelosamente il proprio mal definito terreno d'azione. Undici mesi dopo l'inizio della rivolta, il «sistema-Assad» comincia a vacillare. Il conto alla rovescia è iniziato. to di centinaia di bambini». Oltre 400, per l'esattezza, sono i bambini che sono stati uccisi in Siria negli ultimi 11 mesi e altri 400 minori sono in carcere, denuncia la portavoce dell'Unicef, Marixie Mercado. «Abbiamo notizia di bambini arrestati arbitrariamente, torturati e abusati sessualmente durante la loro detenzione», rimarca Mercado. «Negli ultimi giorni i bombardamenti intensi delle forze governative nei quartieri civili di Homs hanno causato senza alcun dubbio nuove sofferenze ai bambini», ha aggiunto. L'Unicef non ha accesso a queste zone, è stato spiegato. «Ma alcune notizie credibili, che arrivano in particolare da media internazionali presenti a Homs, ci dicono che ci sono bambini in preda alle violenze», insiste Mercado. «Tutto questo deve finire. Anche un solo bambino morto in una violenza è una morte in più che non possiamo permettere - incalza il direttore generale dell'Unicef Anthony Lake- È urgente che le autorità siriane aiutino tutti coloro che ne hanno un disperato bisogno». A fine novembre l'Onu aveva reso pubblico uno scioccante rapporto sulle violenze commesse dai militari siriani anche su bambini in tenera età, definite come veri e propri «crimini contro l'umanità». Foto di Youssef Badawi/Ansa-Epa U.D.G. Assad e i suoi fratelli: tra affari e terrore, ecco il clan del raìs I cugini, il fratello, i sodali: hanno in mano tutto il potere dall'esercito alla compagnia telefonica. Gestiscono la politica, gli affari (anche quelli sporchi) e i rapporti con il terrorismo Il dossier Parenti Maher è a capo del partito, il cognato Assaf guida i servizi Minoranza alawita Un sistema di alleanze che però ora è entrato in crisi I Fratelli musulmani, il cui partito è la prima forza politica dell'Egitto, devono essere considerati interlocutori dell'Ue e dell'Italia, che a loro volta devono sostenere la transizione democratica e al tempo stesso misurarsi con la nuova dirigenza egiziana sui diritti. A sostenerlo è Massimo D'Alema che al Cairo, ultima tappa della sua missione in Medio Oriente, ha incontratoesponentidelgovernoedivarie forze politiche egiziane fra le quali il presidente del partito della Confraternita Mohamed Morsi e il presidente del Parlamento, Saad el Katatni. «Dobbiamo confrontarci con i nuovi leader perchè dobbiamo rispettare quello che gli egiziani hanno deciso col voto», ha detto D'Alema,secondoilqualeènecessario«stabilireunrapportoediscutere».Nell'incontro conMarsi,rimarcal'expremier,èstatoaffrontato il tema della libertà religiosa e della convivenza con copti «come uno deitestfondamentaliperilnuovoEgitto» come quello dei diritti delle donne. D'Alema al Cairo «Fratelli musulmani interlocutori dell'Ue» LA MISSIONE Mosca, processo al morto Un processo a un morto: è l'ultima frontiera della giustizia russa, che ha annunciato di voler procedere in tribunale nei confronti di Serghiei Magnitski, l'avvocato morto in carcere nel 2009. Un arresto da lui ritenuto una vendetta per la sua denuncia di una truffa da 130 milionidieurodapartedifunzionaripubblici. Il legalemorìpoiincellaincircostanzasospette. 31 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
Imperturbabile, nella gabbia divetro stretto tra due guardie,con gli occhiali e le cuffie, rasatoe ben vestito. No, a vederlo così Eichmann non sembra quel criminale efferato che le cronache e la storia hanno rivelato, ma ora è un uomo senza potere, sconfitto dalla storia e dalla civiltà, che cerca di difendersi di fronte a quell'umanità che ha calpestato senza né scrupoli né pudore. Per conoscerlo davvero bisogna vederlo prima, quando giovanissimo simpatizza per l'estrema destra e si iscrive al partito nazista, diventa spedizioniere della morte e nel '42, all'apice della sua carriera, mette a punto a Wannsee la soluzione finale. Istantanee sparse, ma tasselli fondamentali per ricostruire il mosaico di una figura complessa e sondare le ragioni di quella follia. È il momento del processo, quello in cui il mondo si interroga, portato ancora una volta, oggi come nel '61 all'attenzione dell'opinione pubblica. Attraverso le immagini che corrono sui monitor, le foto d'archivio, articoli di giornale dell'epoca, documenti e ricostruzioni storiche, testimonianze. Una traccia indelebile della nostra memoria ripercorsa nella mostra già approdata a Berlino e a Vienna e ora, per volontà della Regione Toscana e della fondazione Museo e centro di documentazione della deportazione e Resistenza di Prato diretta da Camilla Brunelli, a Firenze, alle Murate, neanche a farlo apposta tra le mura delle ex prigioni della città (fino al 18 febbraio). Di nuovo a catalizzare l'attenzione è il tentativo di difesa del gerarca nazista di uomo qualunque che eseguiva gli ordini, e ora insinua il dubbio, fastidioso e penetrante, che tutto quello orrore fosse solo un'emanazione della normalità, semplice banalità del male, come scrisse Hannah Arendt, inviata del New Yorker. Fu veramente così? «PICCOLO INGRANAGGIO» Eichmann si definì un piccolo ingranaggio di una macchina, la Arendt trovò inquietante che in effetti fosse uno come tanti, ma quante volte abbiamo saputo di mostri fin troppo «perbene». Eichmann è padre di 4 figli e marito di Vera Liebl e, soprattutto, è un grande servitore dello Stato, troppo. Una mappa geografica dell'Europa mostra i suoi spostamenti per lavoro, un'agenda fittissima di viaggi compiuti per essere certo di adempiere bene il suo dovere, nel suo caso si tratta di vigilare sull'effettivo sterminio degli ebrei. Come un manager moderno non esita a precipitarsi da Vienna, dove vive, a Berlino, a Praga. Non si accontenta di starsene dietro una scrivania, lui parte, arriva, si accerta. «Ero qui e dappertutto, nessuno poteva sapere quando sarei comparso», dirà Eichmann orgoglioso nel '57 al giornalista ex Ss Willem Sassen. Una missione più che un compito. Sempre a Sassen confiderà: «Burocrate lo fui davvero, ma a questo attento burocrate si unì un combattente fanatico per la libertà del mio sangue, al quale appartengo». Eccoli i risultati di tanta devozione, poco più in là una serie di foto mostra i volti in bianco e nero di vecchi e bambini, in mano una valigia, a volte niente, prima e dopo essere saliti sul treno diretto ad Auschwitz, in fila o ammucchiati. A Skopie in Macedonia nel '43, a Ioannina in Grecia nel '44, a Hanau in Assia nel '42, a Westerbork nei Paesi Bassi e a Ž-linain Slovacchia, a Budapest in Ungheria, ad Auschwitz. È una lista lunghissima ed Eichmann la mette a punto fin nel minimo dettaglio, attento che tutto fili come deve, senza intoppi o rallentamenti, salvo darsi alla macchia quando non c'è più niente da fare. Allora cambia nome, lavora come operaio forestale, gestisce una fattoria avicola e fugge a Buenos Aires, nel '50, dove condurrà una vita ritirata con il nome di Ricardo Klement e sarà catturato dal servizio segreto israeliano che lo confinerà in un'aula di tribunale di Gerusalemme da cui uscirà impiccato nel '62. È la parte più suggestiva della mostra, la Shoah diventa una realtà, ingombrante e irremovibile, il procuratore Hausner fa sfilare i sopravvissuti uno dietro l'altro, per ricordare che tutto quanto è stato vero, anche se non sembra possibile. Hanno la voce rotta, a tratti interrotta, qualcuno sviene. Inizia il compito della storia e della memoria, si tratta di capire come tutto ciò sia potuto accadere. Mirò per esempio, che pure è stato importante nella sua formazione, ma colori che abbiano la stessa qualità espressiva della terra, per sottolineare la qualità primordiale della sua pittura, nella convinzione, come ha dichiarato una volta, che «dalle cose più semplici si può arrivare a dire le cose più profonde». In una bella intervista rilasciata nel 1997 a Paolo Vagheggi in occasione di una grande mostra che gli dedicava il Centro per l'Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato, Tàpies afferma: «Mi affascina l'idea che in origine l'arte era al servizio dei problemi di tutti i giorni, era legata alla magia, alla caccia, alle feste di matrimonio, alla pubertà. Queste sono le basi della vita di tutti i tempi e di tutti i paesi del mondo. Ci sono dei simboli legati alle nostre origini che sono presenti anche ai nostri giorni». E nelle sue opere ricorre per esempio la croce, che per lui è un simbolo legato alla morte, ma trasformato in una T, allude invece al suo nome e a quello di sua moglie Teresa. L'OPPOSIZIONE AL REGIME Negli anni settanta la sua opera acquista una maggiore sfumatura politica, di rivendicazione catalana e di opposizione al regime franchista, espressi attraverso parole e segni tracciati sui quadri. Inoltre, anche in risposta alla Pop Art e al concettuale, introduce nelle sue opere oggetti più solidi, ma senza perdere mai di vista il sostrato spirituale, mistico e filosofico sotteso a tutta la sua produzione: «Per me la pittura è tutto. Mi spiego meglio. Con la pittura cerco di far cambiare l'atteggiamento dei miei spettatori». Nel 1977 esce la sua autobiografia dal titolo Memoria Personal e nel 1990 apre al pubblico a Barcellona la Fondazione Antoni Tàpies, in un edificio costruito alla fine dell'ottocento in puro stile modernista catalano. Oltre a conservare, studiare e promuovere la sua opera la Fondazione organizza mostre di altri artisti. Tàpies infatti ha prodotto una gran quantità di testi e articoli guadagnandosi un posto importante anche come teorico. Nel corso della sua lunga carriera ha inoltre ottenuto numerosissimi premi e riconoscimenti tra cui nel 1993 il Leone d'Oro alla Biennale di Venezia e nel 2010 il re Juan Carlos I gli ha conferito il titolo di marchese de Tàpies. Documenti della Shoah FIRENZE Video, foto, interviste e le testimonianze dei sopravvissuti SONIA RENZINI Introduce oggetti più solidi senza perdere di vista il sostrato spirituale Processo Eichmann Una delle foto in mostra a Firenze Eichmann, l'aguzzino che cercò di passare da innocente pedina Una mostra a Firenze ricostruisce la vicenda del criminale nazista che fu processato e giustiziato a Gerusalemme Contro il concettuale Dal 2014 lavori al Pergamon LagrandearadiPergamo,ilcapolavorodell'arteellenisticaeunadelleprincipaliattrattive museali di Berlino, verrà chiusa al pubblico dall'ottobre 2014 per tre anni. Il Pergamon Museum,aperto nel 1930 sull'isola dei musei della capitale tedesca,e uno dei museiarcheologici più importanti del mondo, dovrà essere rinnovato. I lavori proseguiranno fino al 2019. 41 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
Noi dobbiamo sostenere il governo Monti» ha continuato D'Alema «e lo dobbiamo fare, come ha detto bene Bersani, con le nostre idee. Siamo un grande partito che vuole il lavoro e non i licenziamenti. Ci batteremo affinché nella riforma del mercato del lavoro prevalga l'ispirazione giusta e cioè che il governo cerchi l'intesa con i sindacati. Ma sostenere il governo è la scelta giusta: va fatto con il coraggio delle nostre opinioni e rappresentando ciò che noi rappresentiamo. Ora sono in missione in Medio Oriente e spesso sono all'estero. Osservo che l'attuale governo ha restituito prestigio e credibilità all'Italia dopo il disastro di Berlusconi, e questo non è poco». «NO A SCALPI IN EUROPA» Giorgio Airaudo, segretario nazionale e responsabile del settore auto della Fiom, ha voluto ricordare come «l'articolo 18 o c'è o non c'è, non è possibile spezzettarlo. È uno strumento di deterrenza che serve a tutelare i lavoratori dagli abusi. Non si può toglierlo per problemi economici, non si è mai visto qualcuno che licenzia dicendo “hai un brutto carattere, sei omosessuale o donna”. Se si toglie quel vincolo si toglie l' articolo 18. Quello è un diritto che o c'è o non c'è, non si può spezzettare». Il capogruppo Pd in commissione Lavoro, Cesare Damiano, ha invitato il governo a non «cercare scalpi da portare in Europa perché con atti unilaterali in Parlamento si creerebbe una situazione difficilmente gestibile. Non è vero che in Italia non si possa licenziare: con le leggi esistenti e attraverso la contrattazione si sono gestiti imponenti processi di ristrutturazione con le conseguenti diminuzioni dei livelli occupazionali e senza particolari conflitti sociali». «È fondamentale» ha concluso Damiano «trovare un accordo al tavolo di confronto tra governo e parti sociali perché divisioni o atti unilaterali produrrebbero una situazione difficilmente gestibile». Intanto ieri la Lega Nord ha presentato , come annunciato, una risoluzione che impegna il governo a non toccare l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Il testo è stato però dichiarato inammissibile perché presentato in Aula sulla relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta sugli incidenti sul lavoro. «Non è vero che in Italia non si possa licenziare» Damiano, Pd Il «passo a lato» (parole sue) dell'industriale veneto Andrea Riello facilita la corsa di Alberto Bombassei alla presidenza di Confindustria. Corsa dall'esito al momento molto incerto che vede l'imprenditore della Brembo affiancato all'altro candidato, il patron della Mapei Giorgio Squinzi. Sono rimasti in due, dunque - nota di colore: entrambi di Bergamo - a giocarsi la partita del dopo Marcegaglia, che entro marzo avrà un nome ed entro aprile pure la squadra con cui dirigerà la nuova Confindustria. «In questo momento terribile ho deciso di non continuare - è la motivazione di Riello - Due candidati bastano e avanzano, io penso di dare un esempio di sobrietà, mi sono chiamato fuori con rammarico ma con convinzione». FALCHI E COLOMBE Il ritiro di Riello, che aveva poche chance di succedere a Marcegaglia potendo contare solo sull'appoggio degli industriali del Nord-Est, era scontato. Ma l'annuncio, dato proprio all'inizio del confronto con Bombassei a Mogliano Veneto, davanti ad una platea di imprenditori del Triveneto che rappresentano più del 20% dei voti assembleari di Confindustria, è sembrato a molti come un passaggio di testimone. Come non manca di sottolineare lo stesso Bombassei: «Questo passo a lato credo mi faciliti a un percorso più vicino a mantenere la maggioranza dei consensi che stiamo raccogliendo in giro per l'Italia. Sono certo che buona parte del Veneto sia dalla mia parte». E come fa intendere anche Michelangelo Agrusti, presidente dell'Unione degli Industriali di Pordenone, per il quale la rinuncia di Riello «schiera le confindustrie Veneto, Fgv e Alto Adige in posizione vicina». Per l'attuale vicepresidente di Confindustria, che da anni si scalda in panchina per questa partita, anche quella che appare la benedizione di Carlo De Benedetti, presidente del gruppo L'Espresso e onorario di Cir: «Ha le caratteristiche per essere un grande presidente», dice. «È un grande imprenditore, come presidente di Confindustria lo giudicheremo se verrà eletto». Poi, De Benedetti passa a farsi paladino dell'articolo 18: «Viene spacciata per mobilità quella che è ideologia. Mi auguro che il ministro Fornero e il governo Monti cambino idea su questo argomento». «Non venite a menarla - aggiunge - che gli americani non vengono a investire in Italia perché c'è l'articolo 18: questa è una fandonia. La mobilità in uscita c'è già: che cosa vogliamo?». C'è da dire che l'apprezzamento per Bombassei un po' stride con questa difesa dell'articolo 18, perché non è che Squinzi sia un uomo della Cgil (tra l'altro è intimo di Fedele Confalonieri), ma di certo tra i due il «falco» è il patron della Brembo, sostenuto tra gli altri dal presidente di Telecom Italia, Franco Bernabè, dall'amministratore delegato dell'Eni, Paolo Scaroni, dal presidente Pirelli Marco Tronchetti Provera, oltre che da Maurizio Sacconi e Luca Cordero di Montezemolo. Col quale condivide la necessità di una squadra confindustriale più snella. «Poter avere una squadra di presidenza contenuta dice Bombassei - con persone di grande eccellenza e capacità, meno persone e più professionalità su esempio del governo dei professori. Gente che possa esprimere in ciascun settore delle eccellenze». Squinzi, indicato come l'uomo della continuità rispetto alla Marcegaglia, è più aperto al dialogo e al confronto, attitudine che appare particolarmente consona al momento, con la trattativa in corso sulla riforma del mercato del lavoro, e i passaggi anti-crisi da affrontare. Il presidente della Mapei (che ieri ha incontrato gli industriali toscani a Firenze), godrebbe del favore della maggioranza di Assolombarda (i cui voti sono determinanti per l'elezione), di Unindustria Lazio, di Federchimica (di cui è stato presidente per anni), della Piccola Industria, della Toscana e dell'Emilia Romagna. A sostenerlo anche Luigi Abete e Jacopo Morelli, presidente dei Giovani confindustriali. Con lui sarebbe schierato anche il Sud. Ma il voto delle associazioni meridionali, orientate a muoversi in modo compatto, è ancora incerto. Il 22 marzo a Roma si terrà la giunta da cui uscirà il nome del presidente designato. Che avrà un mese di tempo, fino al 19 aprile, per presentare programma e squadra di governo. Andrea Riello Foto Ansa L'imprenditore veneto Andrea Riello esce dalla corsa alla presidenza di Confindustria. Non è un colpo di scena. Ora è sfida a due tra Giorgo Squinzi e Alberto Bombassei, cui va l'apprezzamento di De Benedetti. Presidiounitario,giovedìaRomain piazzadelPantheon,diCgil,CisleUileUgl con i segretari generali, Camusso, Bonanni, Angeletti e Centrella, per chiedere modifichealdecretoMilleproroghesullepensioni.«IlParlamentocorregga il provvedimento e il governo riapra il confronto per rendere il sistema pensionistico più equo e flessibile», affermano Cgil, Cisl e Uil. «Il testoditaledecretoapprovatoallaCamera, infatti - sostengono - non risolve i problemiche, tutti i lavoratori chehanno perso il lavoro (o perché coinvolti da crisi aziendali o per altre fattispecie), si trovano ad affrontare a seguito dell'innalzamento repentino dei requisiti di accesso al pensionamento. Questi lavoratori non possonoesserecostrettiadaffrontareperiodisenzalavoro,senzapiùammortizzatori sociali e senza pensione. Per questo vanno garantite le risorse necessarie alla copertura di questa irrinunciabile esigenza». Inoltre, «vanno esclusi dalle penalizzazioni in caso di pensione anticipata ad età inferiori ai 62 anni anche i periodi di maternità facoltativa, di congedi per assistenza ai disabili, di cassa integrazione straordinaria, di mobilità e quelli relativi al riscattolla laurea e al riscatto della contribuzione omessa». Pensioni: norme da correggere Sindacati in piazza IL CASO Confindustria: Riello lascia il campo a Squinzi e Bombassei LAURA MATTEUCCI Lavoro: 45mila posti vuoti Nel2011sono stati45.250ipostidi lavoroper igiovanichele impresehannodichiarato dinonessereriusciteareperire sulmercatodel lavoro,vuoiper ilridotto numerodicandidati chehannorispostoalle inserzioni (pariacircail47,6%deltotale), vuoiperl'impreparazione di chi si è presentato al colloquio di lavoro (pari al 52,4%). Lo afferma la Cgia di Mestre. 13 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
Un buco di 26 milioni di euro. O, per dirla con le parole del Tribunale, una «differenza negativa» che emerge dal «mero confronto tra il patrimonio netto contabile» di Alleanza Nazionale alla data del suo scioglimento il 22 marzo 2009, e con quello del 18 novembre 2011. Per questo, a riaprire la guerra tra ex An che ormai si gioca sul patrimonio, a via della Scrofa ieri sono arrivati i commissari. Il tribunale di Roma presieduto da Paolo De Fiore, su istanza dei finiani Antonio Buonfiglio, Enzo Raisi e Giuseppe Consolo (che rispondono così alla guerra interna fin qui vinta dagli ex aennini rimasti nel Pdl), ha infatti nominato il professor Marco Lacchini e l'avvocato Giuseppe Tepedini perché procedano alla corretta liquidazione del patrimonio dell'ex partito di Fini: un gruzzolo che tra cassa (74,6 milioni al dicembre 2010), rimborsi elettorali (12,6 milioni) e appartamenti per 3-400 mila euro, è tutt'altro che indifferente. Quei 26 milioni in meno sono citati come il segnale più lampante per esemplificare come il patrimonio di An non sia stato gestito in questi due anni secondo i criteri stabiliti dalla assemblea di scioglimento del marzo 2009 (quando nacque il Pdl): allora, infatti, si stabilì che il Comitato dei garanti doveva liquidare il patrimonio di via della Scrofa - secondo criteri di “conservazione” - traghettandolo sostanzialmente intatto, al netto degli oneri di gestione, fino alla nascita della Fondazione An. Al contrario, scrivono nella loro relazione i professori Manfredi e Tepedino, «l'associazione ha continuato ad essere gestita come prima delle determinazioni congressuali, con i relativi oneri che hanno determinato la riduzione netta del patrimonio dell'associazione stessa». LA GESTIONE DOPO LA CHIUSURA Insomma: An ha chiuso, ma chi la gestiva ha continuato a trattarla come se fosse una sorta di partito, e che anzi «non è stato dato corso a nessuna attività propedeutica alla liquidazione», spiegano gli ispettori. «Gli organi liquidatori hanno svolto intensa attività gestoria», scrive il presidente De Fiore, svolgendo una serie di operazioni come «il finanziamento di congressi» e le «rinunce a crediti». Fra le tante operazioni che saltano all'occhio c'è, ad esempio, «a tacer d'altro, il contributo a fondo perduto al Pdl di un milione di euro», ma anche – illustrano Manfredi e Tepedino – «un prestito senza oneri finanziari al Pdl di 3.750.000 euro», restituito «nel medesimo anno a distanza di qualche mese» senza però che del movimento dei tre milioni e mezzo di euro «vi fosse traccia nel rendiconto chiuso al 31.12. 2010». Appena un paio di esempi che emergono da un mare di irregolarità più o meno significative (manca un «inventario dei beni», manca «la redazione della consistenza attiva e passiva dell'associazione» e, per quanto riguarda i rimborsi elettorali, presenta non poche difficoltà legali il fatto che siano stati trasferiti alla Fondazione), e che lasciano presagire che la faccenda non finirà qui. Tutt'altro. Foto Ansa nità parlamentari, si è sfogato. Un colpo al cuore l'espulsione votata all'unanimità dai Garanti dei democratici, confessa lui. Una riunione «veloce», spiega il presidente Luigi Berlinguer, perché andavano «chiariti gli aspetti tecnici», ma sul contenuto «della vicenda non avevamo dubbi». Ed ecco «il coltello» che affonda nella piaga: «La gravità di quello che lui stesso ha ammesso» è chiara a tutti, dice Berlinguer che aggiunge anche di non avere elementi per dire che Lusi sia la punta dell'iceberg. «Avrebbero perlomeno dovuto chiamarmi, ascoltarmi - lamenta oggi l'ex tesoriere della Margherita -. E invece nessuno lo ha fatto. Avrebbero fatto una figura migliore. Quale comportamento non sia compatibile nella vicenda giudiziaria che mi riguarda non è dato sapere: o forse non possono dire che altri comportamenti sono invece compatibili? E quali? Quali sono “i fatti emersi” se li conosce solo l'Autorità giudiziaria?». «Nessuno ha chiesto chiarimenti a Lusi - ribattono fonti vicine al presidente Berlinguer - perché si era già autospeso dal partito». Ma per l'ex tesoriere non finisce qui e annuncia di voler ricorrere al Tribunale civile competente «per violazione di numerosi articoli del regolamento sul funzionamento delle Commissioni di garanzia, sulle procedure e sulle sanzioni che derivano dalla violazione dello Statuto e del Codice etico». E se alla fine di questa vicenda giudiziaria ne uscirà vittorioso e il Pd non lo vorrà, allora si dimetterà «un minuto dopo». Anche la vicenda giudiziaria, lascia intendere, non inizia e finisce con la sua incriminazione, anche se «la favola del mostro cattivo fa comodo a molti». Altri mostri? «Ho fatto un patto con i magistrati per non dire nulla. So di uscirne a pezzi e che i tempi mediatici mi ammazzano, ma io voglio rispettare questo patto. Provo un grande fastidio - dice - per il fatto che mi vengano attribuite delle frasi e delle cose che non ho mai detto o mai fatto. Io non ho ammesso nulla, non ho detto nulla. Voglio aspettare che emerga la verità». Per ora si è assunto le sue responsabilità, aggiunge, «come deve fare un tesoriere», ma adesso «tocca ad altri». Intanto ha fatto sapere di essere pronto a dare alla Margherita quote della società «TTT» che detiene l'appartamento di via Monserrato, a Roma, e la villa di Genzano dove vive. L'istanza è stata illustrata dal suo difensore, Luca Petrucci, al pm Alberto Caperna, responsabile dell'inchiesta. L'avvocato Titta Madia, difensore della Margherita, ha spiegato che valuteranno con i civilisti. Vogliono fare tutto con calma. senza fretta. Lo stop: «Manca il mandato» SUSANNA TURCO La Procura: «Da noi nessuna richiesta». Fiano: «La Gdf chiarisca chi e perché ha dato l'ordine» Scoppia il caso di An Mancano 26 milioni e ora il Tribunale deve indagare L'ennesimo capitolo della guerra tra gli ex An si gioca sul patrimonio di via della Scrofa. Tra il 2009 e il 2011 sono «spariti» circa 26 milioni. Su richiesta di Fli è intervenuto il Tribunale. E sarebbero emerse diverse irregolarità. ROMA Fiducia su svuota carceri IlConsigliodeiministrihaautorizzatolafiduciasuldecretocosiddetto«svuotacarceri». Nel comunicato ufficiale si spiega che il Cdm «appositamente convocato, ha prestato il proprio assenso a porre la questione di fiducia sul disegno di legge di conversione del decreto-legge, su proposta del presidente Monti e del Ministro della giustizia, Severino». 5 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
Dagli incontri di ieri traPdl e Lega sembra emergere la volontà di alzare le soglie di sbarramento. «Andare oltre l'attuale soglia del 4% è fuori discussione, sarebbe una grave forma di esclusione. Solo in Turchia ho visto sbarramenti al 10%, e l'obiettivo era impedire la rappresentanza dei curdi. Al contrario, mi pongo il problema del diritto di tribuna per le forze minori, i voti dei cittadini non vanno mai buttati». Nel centrosinistra lei vede la possibilità di una posizione comune? «Per ora l'unica azione realmente comune è stata raccogliere le firme per i referendum contro il Porcellum. Ma siamo fiduciosi sul dialogo con il Pd». Tradizionalmente voi avete sempre difeso il proporzionale. Oggi invece siete più maggioritari? «Un conto è la tradizione, uno la concretezza. Tra noi molti ritengono teoricamente il proporzionale il modello migliore, ma non è il momento per discorsi astratti. Abbiamo raccolto le firme per tornare al Mattarellum perché siamo convinti che le alleanze vadano fatte prima del voto. Non siamo in Germania, il sistema italiano richiede una maggiore chiarezza di fronte ai cittadini. E anche un ulteriore fronte di riforme: noi siamo per introdurre come in Francia un tetto massimo per le spese in campagna elettorale, sia per i partiti che per i singoli candidati». In questi giorni si parla molto di modelli misti tra tedesco e spagnolo. Voi cosa ne pensate? «Il modello spagnolo è inadatto al nostro Paese, troppo bipartitico». E il ritorno alle preferenze? «Se qualcuno pensa di limitarsi a introdurre le preferenze nel Porcellum andrà poco lontano. Noi ci opporremmo fermamente a questa mistificazione. E comunque preferiamo i candidati scelti nei collegi». Silvio Berlusconi voleva ripagare Gianpaolo Tarantini per aver detto il falso ai pm baresi che indagavano sul giro di escort. Questa la lettura che fa il tribunale del Riesame di Bari, nelle 43 pagine di provvedimento con cui motiva la decisione di rigettare la richiesta di revoca dell'arresto dell'altro uomo chiave dell'indagine sui 500mila euro dati a Gianpi, Valter Lavitola. La sezione presieduta dal giudice Francesca La Malfa ritiene che l'ex direttore dell'Avanti!, latitante da settembre scorso, sia esclusivamente concorrente nel reato dell'induzione di Tarantini a fornire false dichiarazioni ai magistrati. L'ex premier, afferma il Riesame, avrebbe avuto l'interesse specifico a «comprare» il silenzio del giovane promoter pugliese. Per questo Berlusconi potrebbe già stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura, ma come atto dovuto. Secondo i magistrati del Riesame, sarebbe stato lo stesso Cavaliere ad ammettere le dazioni di denaro, affermando nel memoriale depositato alla Procura di Napoli (che per prima ha indagato sulla vicenda) lo scorso 13 settembre, che «Tarantini e la moglie (Angela De Venuto detta Nicla-ndr) mi fecero pervenire più volte lettere in cui mi presentavano la gravità della loro situazione economica, chiedendomi anche un aiuto per finanziarie la loro azienda e per evitare il fallimento (della Tecnohospital, ndr)». Queste richieste di denaro, non sarebbero basate sul rapporto di amicizia, ma su un tacito accordo: non rivelare spaccati “scabrosi” delle notti erotiche tra Arcore e Palazzo Grazioli, per avere in cambio soldi. Così, tra il 2010 e il 2011, Gianpi chiede 500mila euro in più tranches «che variavano – specifica Berlusconi nel suo memoriale – tra i 5mila e i 10mila euro». Questo denaro, secondo il racconto fatto dallo stesso Tarantini, sarebbe servito per aprire una nuova attività imprenditoriale nel settore delle protesi sanitarie. L'ANELLO DI CONGIUNZIONE In questo presunto meccanismo illecito, avrebbe giocato un ruolo anche Lavitola. Il faccendiere, già coinvolto in un'inchiesta su Finmeccanica della Procura di Napoli per corruzione internazionale, avrebbe esclusivamente concorso nel presunto reato compiuto da Berlusconi. Una specie di anello di congiunzione, che avrebbe creato i presupposti per un nuovo incontro tra Gianpi e Berlusconi, avendo anche il compito di prelevare il denaro. A dirlo sono il maggiordomo di Berlusconi, Alfredo Pezzotti, e la responsabile di segreteria Marinella Brambilla. Entrambi hanno affermato di aver dato soldi a Tarantini per il tramite di Lavitola. Ma non solo: Pezzotti, nel corso della sua audizione come persona informata sui fatti ai pm napoletani, ha precisato che «ormai (con i Tarantini, ndr) c'era un contatto diretto, non fu necessario alcun intervento di Lavitola (…). Nicla mi disse che aveva bisogno di 5mila euro (…) il giorno stesso lo dissi al presidente Berlusconi, il quale mi autorizzò a prelevare dalla cassa». Nelle motivazioni del Riesame, infine, c'è un duro attacco alla Procura di Bari, accusata di non aver mai operato con decisione, avendo un comportamento “ondivago” sull'intera vicenda. GIOVANNI DE MATTIA Il proporzionale politica@unita.it Foto di Giuseppe Ungari/Ansa «È nella nostra tradizione, ma per noi meglio il Mattarellum» Il Riesame: «Comprato da Berlusconi il silenzio di Gianpi sulle notti di Arcore» Inchiesta escort, il Riesame di Bari conferma l'arresto per Lavitola e argomenta: fu l'ex premier a comprare il silenzio di Tarantini di fronte ai pm e il faccendiere avrebbe agito in concorso con lui. BARI Province presentano legge I Presidenti delle Province metropolitane presentano la proposta di legge per l'istituzione delle Città metropolitane, la riduzione delle Province e la cancellazione degli enti strumentali. La proposta prevede un risparmio per le casse pubbliche di almeno 5 miliardi di euro. 19 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
longhi@email.it LORENZO LONGHI F acebook entra in Bor-sa, il gruppo Benettonaffronta il delisting:in termini calcistici, sipotrebbe quasi parla-re di una sostituzione. La metafora è piuttosto forzata, dal momento che il funzionamento dei mercati non è così banale, ma serve per entrare in argomento perché calcio e Borsa hanno vissuto, nell'ultimo decennio, un rapporto di amore e odio che ha portato i club - e gli investitori, meglio: i piccoli azionisti - a un certo disamore nei confronti delle azioni delle società quotate sui mercati azionari. Dal 1983, quando il Tottenham Hotspur fu il primo club in assoluto ad entrare in Borsa, sono state 49 le società a quotarsi. Oggi, scorrendo i listini (più precisamente lo Stoxx Europe Football, che le raggruppa), ne sono rimaste appena 21, ovvero meno della metà: l'ultimo ad andarsene è stato il Millwall, dopo 22 anni di contrattazioni. Allo stato dell'arte è la Turchia la nazione ad avere più club in Borsa (quattro), seguita da Portogallo e Italia con tre. Già, l'Italia. Da noi il primo collocamento è avvenuto nel 1998: fu la Lazio a far debuttare il calcio a Piazza Affari sfruttando la legge 586/96, che cambiò lo status dei club sportivi riconoscendo alle società la finalità di lucro, e la riforma Draghi che permetteva la quotazione in deroga al vincolo dell'attivo negli ultimi tre esercizi. Prima di quella legge di iniziativa governativa - era il primo governo Prodi, con Veltroni ministro per lo Spettacolo e lo Sport - la quotazione in mercati regolamentati era impossibile. Forse qualcuno ricorderà le pubblicità con cui il club, allora presieduto da Sergio Cragnotti, annunciava l'ingresso in Borsa: i giocatori vennero fotografati in smoking e bombetta, come uomini d'affari stereotipati come non mai. Nel 2000 a Piazza Affari approdò la Roma, seguita nel 2001 dalla Juventus. Da allora, si può affermare che l'affare lo abbiano fatto più le società che i risparmiatori: se per i club, infatti, il flottante rappresenta una parte minoritaria ma comunque importante del capitale, l'investimento di chi ha sottoscritto azioni non è stato, nel lungo periodo, ripagato dai guadagni. Posto, peraltro, che i dati raccontano come gran parte degli investitori sia rappresentato da fedeli tifosi più che conoscitori dei mercati o investitori tradizionali, l'andamento dei tiwww.unita.it Catania-Roma, ultimo pezzo: Luis Enrique in mezz'ora vuole il quinto posto CALCIO IN BORSA DIECI ANNI DOPO SOLO SEGNI MENO Raccogliere i soldi sul mercato: la fonte per l'eterna ricchezza è un flop Scappano le inglesi, restano Juve e romane: i risparmiatori si leccano le ferite Si completa oggi, con inizio alle ore 20, la gara Catania-Roma con gli ultimi 25 minuti di gioco. Il match, valido per la 18ª giornata, fu sospesa dall'arbitro Tagliavento il 15 gennaio a causa dell'eccessiva pioggia che aveva reso impraticabile il terreno di gioco. Verrà recuperata dal 20' del secondo tempo e si partirà dal risultato di 1-1 (in rete andarono Legrottaglie al 24' e De Rossi al 28', entrambi nel primo tempo). Luis Enrique (che non può schierare De Rossi e Totti, sostituiti durante il match di gennaio) promette: «Giocheremo all'attacco». Montella accetta la sfida: «Non mi basta certo il pareggio». Sport Foto di Davide Anastasi/LaPresse 46 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
«L'articolo 18 non è il punto fondamentale della riforma del lavoro». Miguel Angel Gurria, segretario generale dell'Ocse (l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ndr) non ha dubbi riguardo alla riforma del lavoro che il gioverno Monti vuole portare avanti ed in una intervista spiega: «La riforma parlerà soprattutto di flessibilità ma anche di reti di protezione per chi oggi non ce l'ha, e di reinserimento nel mercato del lavoro». «Sono convinto» ha continuato il segretario dell'Ocse « che l'Italia stia vivendo un momento storico di grande importanza. Consideriamo Monti l'uomo giusto, al posto giusto, nel momento giusto». Un dibattito, quello sull'articolo 18, che ormai ha superato i confini nazionali. L'ulteriore conferma arriva dal Wall Street Journal, il quotidiano economico americano, di proprietà di Rupert Murdoch, che ieri si è schierato in favore di Monti definendo l'articolo 18 come «una reliquia del passato che perversamente, causa ciò che cerca di impedire: la disoccupazione». Tornando all'Italia, oggi è previsto l'incontro tra Confindustria ed i sindacati proprio per parlare di riforma del mondo del lavoro e (inevitabilmente) anche dell'articolo più controverso dello Statuto dei lavoratori. Sull'argomento ieri è intervenuto anche Massimo D'Alema. Il presidente del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della repubblica ndr) ha dichiarato che «il governo deve cercare un'intesa con il sindacato. Sull'articolo 18 comunque non vedo offensive, quindi sono ottimista». Foto Ansa GIUSEPPE CARUSO L'Italia e la crisi Lo dice l'Ocse: non serve modificare l'articolo 18 Continua il dibattito intorno all'articolo 18, sia in Italia che all'estero. Ieri il segretario generale dell'Ocse ha ricordato come siano altri gli aspetti fondamentali della riforma del mondo del lavoro. Angel Gurria, segretario generale dell'Ocse con il presidente del Consiglio Mario Monti MILANO p Lavoro L'organizzazione ritiene che la trattativa si sposterà sugli ammortizzatori sociali p Il tavolo Oggi l'incontro tra Confindustria e sindacati. Domani il vertice con il governo Primo Piano12 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
Foto Ansa-Epa taccarlo gli avversari sono ricorsi ad altri. Pretestuosi alcuni, come le presunte politiche anti-islamiche di Nasheed. Più concrete le critiche per l'aumento dei prezzi e per il modo in cui, alzando le tasse, il governo ha cercato di arginare la crisi economica. RESTARE IN CASA Non c'è estate né inverno alle Maldive. Cambia solo la frequenza delle piogge. Così una fetta consistente dei centomila italiani che ogni anno vi si recano in vacanza, si trovano là in questo inizio di febbraio. Quelli che risiedono a Male, la capitale, sono meno di quaranta, e «stanno tutti bene», ha rassicurato il console, Giorgia Marazzi. Da Colombo, nel vicino Sri Lanka, l'ambasciatore Fabrizio Arpea, consigliava comunque per precauzione di restare in casa, visto che la situazione era da più parti descritta ancora come «volatile». Nessuna preoccupazione invece per i molti altri connazionali sparsi nei villaggi turistici in altre ottanta isole dell'arcipelago, dove la situazione sarebbe tranquilla. La storia sembra, come al solito, già scritta: la grande crisi economica, i pacchetti-austerità, le crescenti proteste, il governo che non regge più e passa la mano ad un esecutivo definito «tecnico». Questa volta però stiamo parlando della Romania, il cui primo ministro, Emil Boc, ha rassegnato le sue dimissioni lunedì sera, per passare la mano al nuovo premier designato, il 43enne Mihai Razvan Ungureanu: costui, e qui sta la notizia, fino a ieri ricopriva l'incarico di capo dei servizi segreti. Non iscritto ad alcun partito, storico di formazione (è docente universitario a Bucarest), Ungureanu ha anche ricoperto la carica di ministro degli esteri dal 2004 al 2007. Ma, a quanto pare, è stata la sua abilità a gestire le segrete stanze dell'intelligence garantirgli l'incarico. Un accordo sul suo nome è stato raggiunto in un vertice fra i leader di tutti i principali partiti politici. Se il suo tentativo andrà in porto, traghetterà la Romania verso le elezioni politiche in programma a novembre. Ovviamente l'ex 007 ha i tempi molto stretti: le consultazioni con i partiti della coalizione al potere sono già iniziate, con l'obiettivo di formare il nuovo esecutivo a ritmo record: dieci giorni, fiducia del parlamento compresa, altrimenti si va a elezioni immediate. Vari ministri uscenti dovrebbero conservare i loro portafogli, mentre significativamente sono attesi cambiamenti a capo dei dicasteri dell'economia, delle finanze e dell'interno, in diverso modo al centro dell' ondata di proteste contro le misure di austerity che hanno nutrito un crescente scontento presso la popolazione e che hanno costretto il premier Boc a lasciare. Dovrebbero essere confermati il ministro della giustizia, la signora Catalin Predoiu, il responsabile degli esteri Cristian Diaconescu, degli affari europei Leonard Orban e dell'educazione Daniel Funeriu. La nomina di Ungureanu ovviamente è al centro di polemiche infuocate. L'ex capo dei servizi di spionaggio dovrà fare i conti con il boicottaggio del Parlamento iniziato la scorsa settimana dai partiti dell'opposizione. «Non andremo da nessuna parte con questo nuovo governo», ha detto Crin Antonescu, capo del Partito liberale. «Questa è una vittoria di quanti hanno dimostrato nelle strade. Il governo più corrotto, più incompetente, più bugiardo dal 1989 a oggi è finito», ha concluso Antonescu. Victor Ponta, leader dei socialdemocratici ha detto che chiederà a Basescu elezioni anticipate. I MORSI DELLA CRISI La verità è che anche qui, uno dei Paesi più poveri fra i ventisette dell'Unione europea, la crisi morde senza tanti complimenti. Tra le prime richieste delle migliaia di manifestanti che per giorni hanno affollato le piazze di Bucarest e altre città romene vi erano infatti le dimissioni del premier e del presidente Basescu. «Ho deciso di presentare le dimissioni del governo», ha detto Boc nel corso di una riunione del consiglio dei ministri diffusa in diretta dalla televisione nazionale. E ha spiegato la decisione con la volontà di «allentare la situazione politica e sociale nel Paese»: «Non voglio inoltre che i romeni perdano quello che hanno conquistato, e cioè la stabilità economica del Paese», ha aggiunto Boc, che mantiene la guida del suo partito (i liberal-democratici, Pdl). Non è bastato a Boc neppure l'elogio al suo programma di austerità da parte del Fondo monetario internazionale e della Ue, che ha concluso nei giorni scorsi una missione a Bucarest. La piazza non ha gradito, per così dire, gli accordi con il Fmi: a cominciare dal primo piano di austerità del 2009, sfociato in un prestito di 20 miliardi di euro, che aveva costretto Bucarest a ridurre del 25% i salari del settore pubblico e a congelare le pensioni. Dopodiché il declino è stato inarrestabile, e l'Europa sempre più distante. EMIDIO RUSSO Romania, il capo degli 007 alla guida del governo anti-crisi p Bucarest Nominato Mihai Razvan Ungureanu, capo dei servizi segreti pGoverno tecnico Boc travolto dalle proteste per le misure di austerità Altro che governo tecnico. Il nuovo premier romeno è capo dei servizi segreti del Paese. Ha dieci giorni di tempo per formare l'esecutivo. Ma l'opposizione boicotta il Parlamento: «È tutta una grande farsa». esteri@unita.it Il divieto dei matrimoni gay in California è incostituzionale. Lo ha deciso oggi una Corte di appello di San Franciscochehaquindiabolitoildivieto. I giudici hanno confermato la decisione di un tribunale di prima istanza, che nel 2010 dichiarò il divieto, noto come Proposition 8, una violazione deidiritticivilidipersoneomosessuali. Il divieto fu approvato tramiteun referendum nel 2008, con il 52% a favore, solocinquemesidopochelaCortesuprema della California aveva dato l'ok aimatrimonidicoppiegay.Gliavvocati dei sostenitori della Proposition 8 presenteranno probabilmente un ricorso alla Corte suprema degli Stati Uniti. California, il divieto dei matrimoni gay è «incostituzionale» IL CASO Soyinka minacciato di morte Nel mirino dei fondamentalisti islamici nigeriani Boko Haram è finito Wole Soyinka, premio Nobel 1986 per la Letteratura. «Potete uccidermi, ma le vostre bombe non mi costringerannomaiasedermiauntavoloconvoi»,hadettoSoyinkacommentandoleminacce di morte che gli sono arrivate da Boko Haram. 33 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
Fronte del video L'EDITORIALE p SEGUE DALLA PRIMA I FURBETTI DI ARCORE A i tempi di Berlusconi ogni notizia era buonaper la propaganda. Se il Paese vinceva unasfida, il merito ovviamente era suo, ma se c'era un disastro si presentava come l'uomo della provvidenza, anche se poi non provvedeva a nulla. Ora va detto che i professori non sono altrettanto padroni del mezzo (la tv) da saper sfruttare gli eventi. Potrebbero però fare a meno di andare oltre i limiti delle loro capacità (e proprietà) evitando le inutili provocazioni nei confronti di un'intera generazione. Soprattutto perché è quella stessa in favore della quale dicono di voler operare, anche a scapito dei più anziani che, secondo loro, sarebbero ipergarantiti e protetti dall'articolo 18. Non si capisce perché i vari ministri non resistano alla tentazione quotidiana di insultare i giovani, infierendo proprio sulle condizioni di disagio cui sono stati ridotti dalle politiche precedenti. E tra l'altro dimenticando che oggi i ragazzi hanno internet e possono rispondere colpo su colpo, trovando spazio e simpatia nei tg, sicuramente più dei pensionati che non possono neppure chiedere aiuto ai genitori. Perché i professori insultano i giovani? Maria Novella Oppo Il caso, che arriverà a processo il 15 marzo, è ben noto ai lettori dell'Unità, perchè fu il nostro giornale a svelare la vicenda, ma qualche dettaglio va ricordato. L'ex premier è imputato di rivelazione del segreto istruttorio nell'ambito dell'operazione Unipol-Bnl avviata nel 2005. Nel gennaio del 2006 Il Giornale, di proprietà della famiglia Berlusconi, pubblicò il testo della telefonata fatta da Piero Fassino a Giovanni Consorte, nella quale l'attuale sindaco di Torino pronunciava la famosa domanda: «Allora abbiamo una banca?». Berlusconi sarebbe venuto a conoscenza del contenuto della telefonata attraverso Roberto Raffaelli, titolare della Rcs che aveva l'appalto delle intercettazioni per conto della procura, e l'imprenditore Fabrizio Favata ospiti ad Arcore alla vigilia di Natale del 2005, presenti il Cavaliere e il fratello Paolo, per portare il gradito “dono”. Qualche giorno dopo l'incontro a Villa San Martino il testo della telefonata fu pubblicato in prima pagina dal Giornale, allora diretto da Maurizio Belpietro, che non si fece scrupolo di pubblicare persino le normali telefonate di lavoro di qualche giornalista con Consorte. La famosa frase di Fassino, che si è costituito parte civile, aveva una rilevanza vicina allo zero per le indagini avviate in quel momento sull'Opa. Probabilmente sarebbe finita in qualche archivio, o addirittura cancellata, perchè priva di alcun interesse per gli inquirenti. Ma quell'interrogativo produsse un effetto mediatico abnorme, suscitò un interesse patologico nei fanatici che sognano di mettere la loro firma sotto qualunque verbale, mobilitò eserciti di improbabili moralizzatori che vedevano in quella telefonata la “prova” definitiva della commistione indebita tra la politica, cioè i Ds, e gli affari, l'Unipol e il progetto delle cooperative di conquistare una grande banca. Montezemolo e Della Valle si indignarono assai, la grande stampa padronale si interrogò se, alla luce di quella telefonata, la sinistra avrebbe mai potuto prendere la guida del governo o se, invece, avrebbe dovuto superare nuovi, più impegnativi esami di affidabilità. Niente è casuale, tutto si tiene. In quel momento si stava preparando la campagna elettorale, Berlusconi era in difficoltà, interi salotti di oligarchi temevano che potessero emergere nuovi protagonisti nel sistema bancario e finanziario mettendo in discussione antichi equilibri e sicure protezioni. Sono i mesi in cui si ipotizzava un'irreale aggressione al Corriere della Sera, controllato al 60% da un patto azionario blindato, da parte dell'immobiliarista Stefano Ricucci, un allarme che spinse alcuni politici, compreso Francesco Rutelli, a immaginare un provvedimento legislativo per difendere l'«istituzione di garanzia» di Via Solferino dall'inesistente assalto dei barbari. È, inoltre, interessante ricordare il doppio comportamento di Berlusconi e dei suoi sodali in quei mesi. Da una parte il governo assicurava l'Unipol di Consorte di non aver alcuna riserva od opposizione al tentativo di acquisto della Bnl perchè, come disse il sottosegretario Gianni Letta all'ex amministratore delegato della compagnia bolognese in un incontro riservato a Palazzo Chigi, l'esecutivo non intendeva interferire con un'operazione di mercato. Ma poi, probabilmente, Berlusconi ci ripensò e quando due imbroglioni gli regalarano per Natale la famosa intercettazione ecco che prevalse la volontà di strumentalizzarla contro il leader del partito di opposizione che, in quel momento, era largamente favorito per la successiva consultazione elettorale e contro le ambizioni di espansione della compagnia delle cooperative. Sono episodi lontani. La “scandalosa” frase di Fassino oggi fa sorridere mentre l'Unipol viene addirittura chiamata da Mediobanca per un salvataggio di sistema. E Berlusconi? Per lui gli anni non passano. Dice di non aver mai ascoltato la registrazione. Forse punta a scaricare la responsabilità sul fratello Paolo, formale editore del Giornale. Non è giusto, povero Paolo. A mensa: «Che poi, a essere onesti, un fon-do di verità in quello che ha detto la mini-stra Cancellieri ci sta». «Che gli italianisono fermi all'idea del posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà?». «E sì. Prendi mio figlio: aveva trovato lavoro a Roma, gli offrivano 750 euro di stipendio, che poi è la paga media dei giovani. Solo che per un posto letto gli hanno chiesto 400 euro più le spese. Lo sai che negli ospedali romani circa 500 pazienti al giorno rimangono sulle barelle in attesa del posto letto? E l'attesa media in barella arriva a 19 ore. Io c'ho il sospetto che sia colpa del caro-affitti. Comunque, alla fine mio figlio ha dovuto rinunciare perché la sera, tornare a dormire da noi a Pomigliano era troppo complicato». «Per forza». «Io quello che vorrei dire alla ministra è che con 700 euro di stipendio non la trovi mica una casa che non sia quella dei tuoi genitori». «C'è di buono che questi si scusano, mentre quelli di prima...». «Però pure questi insistono che vogliono cambiare l'articolo 18. E la cosa dà più nell'occhio, perché Berlusconi di articolo ne voleva cambiare uno al giorno, variava, mentre questi si sono fissati». «È perché dicono che bisogna spalmare le tutele». «Ma non è mica Nutella. Non si potrebbero aumentare le tutele di quelli che non ne hanno abbastanza?». «Dicono che se aumenta la flessibilità aumenta il lavoro». «Ma scusa, qual è il nesso? Il lavoro aumenta quando aumenta la domanda» «A rigor di logica sì, ma... deve essere come per la canzone». «Quale canzone?». «Se vuoi conquistare una donna la devi corteggiare, giusto?». «Certo». «E invece la canzone dice che se la tratti male e addirittura lasci che ti aspetti per ore quella si innamora di te». «Ma è provato?». «No. Ma ormai è un teorema». Duemiladodici Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 22 RINALDO GIANOLA vicedirettore www.unita.it Prendi un precario, trattalo male, lascia che ti aspetti per ore Francesca Fornario 24 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
I giovani da anni lasciano la mamma E anche l'Italia Un modo di dire e di pensare che non risparmia neppure i “ministri tecnici”: ricordate Tommaso Padoa-Schioppa? Ironia della sorte, mai come negli ultimi 15 anni gli italiani - in particolare i giovani, in particolare i giovani meridionali laureati hanno lasciato le gonnelle della mamma e si sono mossi in massa. In questi tre lustri abbiamo, e non ce ne siamo accorti, il più grande fenomeno di migrazione, qualificata e non, nella storia del nostro Paese, che pure è una storia di migranti. Tra il 1997 e il 2009, calcola per esempio lo Svimez, circa 800mila persone hanno lasciato definitivamente il Mezzogiorno d'Italia per cercare lavoro e prendere la residenza altrove. Non abbiamo dati definitivi, ma è probabile che negli ultimi due anni le persone che hanno lasciato il Mezzogiorno per prendere residenza al Centro-Nord o all'estero siano stati almeno altri 200mila. Cosicché in meno di 15 anni hanno lasciato definitivamente il Sud almeno un milione di persone. A questi migranti stabili, occorre aggiungere i pendolari. Ovvero coloro che, pur conservando la residenza nel Mezzogiorno, hanno trovato un lavoro lontano da casa. Nell'anno di picco, il 2008, sono andati via dal Sud, cambiando residenza o iniziando un'esperienza di pendolarismo, in 295mila. Certo, sull'onda dell'incipiente crisi economica, in 60mila sono rientrati. Ma il saldo netto negativo è stato di 235mila unità. Tra il 2008 e oggi il fenomeno ha subito un rallentamento: nel 2010 sono stati in 121mila (contro i 173.000 del 2008) i bamboccioni residenti nel Mezzogiorno che hanno accettato un posto di lavoro al Centro-Nord (soprattutto in Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio) o addirittura all'estero. Questo tuttavia non avvenuto per un ritorno di fiamma dell'attaccamento alla gonnella della mamma: semplicemente sono diminuite le offerte di lavoro anche al Centro e al Nord. Il fenomeno migratorio di questi ultimi quindici anni è stato davPIETRO GRECO Il dossier Il «luogo comune», citato e poi smentito da Cancellieri, non ha fondamento Dal 1997 al 2009 un milione di persone ha lasciato il Sud per cercare lavoro Primo Piano p SEGUE DALLA PRIMA L'Italia e la crisi 14 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
U na pagina nuova si èaperta nella vita poli-tica italiana. Il muta-mento è stato rapidoe radicale non solo nella realtà delle istituzioni e nei rapporti fra i soggetti politici, ma anche nel senso comune e nello spirito pubblico dei cittadini. Al punto quasi da far dimenticare l'estremo degrado cui si era giunti nel periodo conclusivo del decennio berlusconiano: uno dei momenti più oscuri della vicenda italiana, uno dei punti più bassi di discredito del paese nel contesto europeo e in quello internazionale. Con Monti l'Italia è tornata ad avere credibilità. (…) E il nostro paese torna ad avere voce in capitolo nel confronto sulle scelte fondamentali che l'Unione deve compiere se vuole essere all'altezza della sfida. È interesse dell'Italia che il governo possa operare fino alla conclusione naturale della legislatura; affrontare l'emergenza con misure eque; cercare di rimettere in moto l'economia; esercitare il suo ruolo a Bruxelles e nelle relazioni con le principali cancellerie europee, come ha cominciato a fare. Il Partito democratico sosterrà il governo e opererà per realizzare le necessarie riforme, a cominciare da quella della legge elettorale, e per ridefinire il ruolo di istituzioni più efficaci e più sobrie. Nello stesso tempo si tratta di costruire una nuova prospettiva politica e una proposta di governo per l'Italia a partire dalla primavera del 2013. Non avrebbe senso né ragione, è necessario ribadirlo, una qualche diffidenza nel nostro campo verso il governo presieduto da Mario Monti. D'altro canto questo governo non nasce da un sussulto della società civile contro la politica: non è il frutto del “fallimento dei partiti”, semmai l'approdo del fallimento del berlusconismo e di una destra che è stata incapace di governare il paese e lo ha condotto ad affrontare nel modo peggiore una drammatica crisi internazionale. Il “governo tecnico” è il frutto di una lunga e coerente azione politica che ha costruito con pazienza le condizioni per superare il governo Berlusconi. Non sarebbe stata possibile la svolta che oggi suscita nuove speranze nel paese se l'opposizione non avesse lavorato a un governo di responsabilità nazionale. Ed è stato merito del Pd aver operato per una collaborazione con il Terzo polo offrendo a una maggioranza parlamentare fragile ma arroccata la possibilità e la garanzia di una continuazione della legislatura in un quadro di comune assunzione di responsabilità, oltre il governo Berlusconi. (...) È importante ristabilire questa verità nel momento in cui intorno al governo Monti si definisce un nuovo scenario. Tutto il quadro politico del paese si è rimesso in movimento oltre gli schemi della contrapposizione che ha animato sin qui il bipolarismo italiano. (…) L'esaltazione delle competenze tecniche, delle élite, degli “ottimati” contrapposti all'ignoranza, alla corruzione, alla incapacità e alla rissosità della politica e dei partiti raggiunge forme caricaturali di qualunquismo. Sui maggiori quotidiani italiani si possono leggere editoriali nei quali si propone dottamente di abolire le elezioni per sostituirle con l'estrazione a sorte dei parlamentari oppure dove si auspica che il governo tecnico si presenti alle elezioni in quanto tale “spazzando via” i politicanti. I temi e gli argomenti ricordano la crisi dei primi anni Novanta e curiosamente evocano la retorica del primo Berlusconi: il grande imprenditore, l'“uomo del fare” che appunto doveva spazzare via il teatrino della politica politicante. È evidente che questa campagna muove dalle debolezze reali del sistema democratico, prende forza dalla fragilità delle culture politiche e dei soggetti protagonisti della cosiddetta Seconda Repubblica. Sono proprio questa fragilità e l'assenza di partiti fortemente organizzati e radicati - e quindi capaci di selezionare e formare classe dirigente - che hanno favorito l'avvento di un ceto “politico” spesso improvvisato, frequentemente privo di una cultura politica, che ha occupato le istituzioni, molte volte solo come forma di promozione sociale o, peggio, per interessi personali. Ma, pur muovendo da una critica non infondata dello stato presente MASSIMO D'ALEMA L'intervento Con Monti, oltre Monti La nuova frontiera dei progressisti europei Primo Piano Anticipiamo l'editoriale di Massimo D'Alema sul prossimo numero della rivista Italianieuropei, in edicola e in libreria a partire dal 14 febbraio. Nello stesso numero, analisi e contributi del presidente dell'advisory board della Fondazione, Giuliano Amato, della vice presidente del Senato, Emma Bonino, della segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso. Il Presidente del Consiglio Mario Monti e il suo governo Non ha senso una diffidenza verso l'esecutivo, che non è nato da un sussulto della società civile, ma da una lunga operazione politica. Va contrastata una lettura elitaria della crisi. L'editoriale di Massimo D'Alema su Italianieuropei L'Italia e la crisi 22 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
L a maggior parte dei ro-mani intrappolati daicontesi centimetri di ne-ve non ha avuto il piace-re di vederli in azione per le strade della capitale. Ma loro la neve sostengono di averla spazzata. E si preparano anche a chiedere il conto all'amministrazione Alemanno, che, ribaltando i capisaldi dei piani neve predisposti dalle precedenti amministrazioni, invece di affidarsi all'azienda capitolina Ama, come in passato, ha deciso per la prima volta di mettere l'«affare neve» nelle mani dei privati. E si è trovata sepolta sotto un cumulo di neve e polemiche. A cui si aggiungeranno, a breve, anche le fatture da saldare. A presentarle saranno le ditte vincitrici del mega-appalto per la manutenzione stradale, 75 milioni di euro in tre anni, a cui da ultimo il Campidoglio ha deciso di affidare anche il compito di spazzare in emergenza le strade dalla neve e e di spargere il sale. Ma la neve è un extra. Da pagare, a parte. Ammesso che il lavoro sia stato svolto. I romani qualche dubbio ce l'hanno. Ma il responsabile della Protezione civile capitolina parla di 250 mezzi in azione da venerdì, di cui 87 spalaneve. E anche fonti interne al Dipartimento dei Lavori Pubblici, consultate da l'Unità, confermano che le ditte avrebbero svolto il lavoro richiesto. O almeno così sostengono. I conti ufficiosi e provvisori parlano di 40 squadre da due o tre persone entrate in azione a partire da venerdì pomeriggio. Solo di manodopera si può stimare che la spesa non sarà inferiore ai 100mial euro. Più i costi per i mezzi messi a disposizione. Oltre il danno, la beffa. Visto che, nonostante le smentite ufficiali, il Comune gli spalaneve per spazzare le vie della capitale ce li aveva e come. «Non esistono spazzaneve inutilizzati, dimenticati o abbandonati, come scritto questa mattina dal Corriere della Sera», si precipita a smentire l'ufficio stampa dell'Ama, l'azienda capitolina a cui, oltre alla raccolta dei rifiuti e alla pulizia delle strade, finora il Campidoglio aveva affidato anche gli interventi straordinari necessari per spazzare le strade in caso di neve. L'ufficio stampa assicura che gli spazzaneve inutilizzati altro non sono che 14 lame che giacciono lì dal 1995, inutilizzabili perché le macchine su cui possono essere montati sono state dismesse da tempo. Ma fonti sindacali interne all'Ama consultate dall'Unità attraverso la Fp Cgil dicono tutt'altro. Le lame ci sono: 70 lame sgombraneve, costate 2mila euro l'una, acquistate per una spesa totale di 140mila euro non più di tre o quattro anni fa. Per usarle sarebbe bastato montarle sui compattatori normalmente usati per svuotare i cassonetti. Ci sono poi altri 30 mezzi spargisale, costati 240mila euro. E quelli davvero non si possono utilizzare senza le spazzatrici Sicas nel frattempo rottamate. La ricognizione dei mezzi Roma capitale non si è neppure preoccupata di farla. L'ordinanza firmata da Alemanno il 14 dicembre 2011, «Disposizione per l'emergenza di caduta neve», parla chiaro. In caso di neve, verrà allertato «il personale delle Ditte appaltatrici della manutenzione stradale per lo spargimento del sale e la rimozione di neve e/o ghiaccio». Mentre l'Ama «parteciperà a supporto» e solo «compatibilmente con i propri compiti istituzionali» mettendo a disposizione 3 pale meccaniche, 1 lama spargisale e 2 spandisale. Nessun riferimento ad altri mezzi e soprattutto ai molti uomini che l'Ama, come previsto da tutte le ordinanze firmate dalla amministrazione Veltroni, avrebbe potuto mettere a disposizione. Meglio servirsi delle associazioni di volontariato amiche, descritte in larga schiera nell'ordinanza. Ma perché anche di Alemanno ha deciso di rivolgersi a privati e volontari quando in casa aveva un esercito di spazzini e operatori ecologici pronto a entrare in azione? È quello che domanda il consigliere del Pd Athos De Luca, che ieri sulla vicenda dell'estromissione dell'Ama ha depositato un esposto alla Corte dei Conti. «La commissione d'inchiesta Alemanno dovrebbe chiederla su se stesso», osserva, d'altro canto, il presidente della Commissione Trasparenza Massimiliano Valeriani, che più volte in questi anni si è occupato dall'appaltone per la manutenzione della grande viabilità. E ora chiede di fare luce anche su questo ulteriore capitolo di spesa che si è aperto con l'emergenza neve. Eppure l'esercito di spazzini e operatori organizzato capillarmente in tutta la città non è mai stato così numeroso come sotto l'egida di Alemanno e di Franco Panzironi, ex ad Ama, fedelissimo del sindaco, dimessosi dopo lo scandalo Parentopoli. Ottomila dipendenti, 2mila in più rispetto alla precedente amministrazione. Ma soprattutto 57 dirigenti appena gratificati da un premio produzione di 8mila euro. Più premi per i dirigenti, meno lavoro per spazzini e dipendenti che si sono visti ridurre del 40% il monte ore di straordinario. Tanti il lavoro lo fanno i privati, appunto. Foto Omniroma MARIAGRAZIA GERINA I danni di Alemanno Maxi conto per Roma Il caso Il sindaco Alemanno Primo Piano Per il responsabile della Protezione civile capitolina 250 mezzi privati in azione Solo di manodopera più di 100mila euro. Valeriani (Pd): commissione d'inchiesta ROMA Sotto zero 11 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
La ferita più profonda è stata quella infertale dai vertici della Chiesa che non l'hanno voluta ascoltare, che per decenni hanno coperto il prete colpevole che aveva abusato di lei adolescente, che non solo ha violato il suo corpo, ma ancora di più le ha strappato la vita, la dignità di persona, il gusto degli affetti e di una vita normale. Marie Collins ora è una signora irlandese di 62 anni. All'età di tredici anni è stata ripetutamente abusata sessualmente da un sacerdote, il cappellano dell'ospedale dove era ricoverata. È stata la prima ad intervenire al simposio organizzato dalla Pontificia università Gregoriana sugli abusi compiuti da religiosi contro i minori. Davanti ai vescovi delegati di 110 conferenze episcopali e ai superiori degli ordini religiosi giunti a Roma da tutto il mondo, ha raccontato il suo lungo calvario di vittima per l'abuso subito e per le gerarchie ecclesiastiche che per decenni si sono rifiutate di ascoltarla e di accogliere la sua denuncia, di fermare il colpevole impedendogli di fare ancora del male. Ha raccontato con coraggio la sua vita, fatta di sofferenze psicologiche devastanti, di ricoveri in ospedale e di terapie per uscire dall'incubo del senso di colpa. Perché avevano fatta sentire lei colpevole. È tesa mentre racconta la sua storia. Al suo fianco ha la psichiatra e psicoterapeuta Shella Hollins, specialista con una lunga esperienza clinica sui casi di vittime di abusi. Nel 2011 è stata «assistente» del cardinale Cormac Murphy-O'Connor, inviato da Benedetto XVI nella sua visita apostolica alla Chiesa d'Irlanda sfregiata dagli scandali sessuali. La loro è una testimonianza intrecciata. Con la psichiatra che sostiene la vittima mentre racconta la sua storia e aiuta l'uditorio ad inquadrare il problema. Quella di Marie è la drammatica storia di tante vittime. I vescovi ascoltano in silenzio, poi, a porte chiuse, porranno domande. Lo chiarisce Marie: «Non è sufficiente chiedere scusa per le azioni dei preti autori di abusi». Occorre fare molto di più. Avere il coraggio di riconoscere le proprie colpe. Lei che ha perdonato il suo violentatore e che è uscita dal suo incubo quando quest'ultimo ha confessato le sue colpe, denuncia le responsabilità di chi si è rifiutato di ascoltarla e ha preferito coprire il prete pedofilo malgrado le indicazioni della Santa Sede. Per anni hanno fatta sentire lei responsabile e colpevole, nemica della Chiesa. Quando a 47 anni ha trovato la forza di denunciare la violenza subita, si è sentita dire dall'arcivescovo di Dublino, il cardinale Connell: che quell'abuso era «storico», cosa passata, che non andava colpita l'onorabilità del prete colpevole, che così ha potuto continuare a commettere altri abusi. Solo dopo altri dieci anni ha avuto giustizia. DIFFICILE PERDONARE «Come posso riprendere ad avere rispetto per i vertici della mia Chiesa? Chiedere scusa per le azioni dei preti autori di abusi non è sufficiente. Ci deve essere il riconoscimento e l'ammissione di responsabilità per il male e la distruzione che è stata fatta nella vita delle vittime e le loro famiglie a causa della copertura spesso deliberata e per la cattiva gestione dei casi da parte dei loro superiori. E prima che io o altre vittime possiamo trovare una vera pace e guarigione». «Il tentativo di salvare l'istituzione dallo scandalo - conclude Marie - ha prodotto il maggiore di tutti gli scandali, ha perpetuato il male degli abusi e distrutto la fede di molte vittime». Ringrazia Papa Benedetto XVI, perché è stato il primo ad ascoltare le vittime. Se l'obiettivo dell'assise in corso alla Gregoriana è concorrere alla definizione delle «linee guida» della Chiesa cattolica per affrontare i casi di abusi sessuali del clero le parole coraggiose della signora Collins e le relazioni di esperti che sono seguite, possono aver chiarito ai vescovi cosa voglia dire veramente «guarire e rinnovare». Ha cessato di battere il nobile cuore del Dottor ANTONIO MARIA SEVERINI Lo piangono la moglie Simone, la figlia Orsola con Marco Spagnoli e i bambini; le sorelle Carmela e Antonietta, le nipoti Emilia, Orsola e Maria Elena Mancuso. I funerali si svolgeranno a Roma, giovedì 9 febbraio, alle ore 11.30 nella chiesa di Santa Maria in Trastevere. Roma, 7 febbraio 2012 La Vigilanza del Partito Democratico stringe in un abbraccio Marco Petruzzo che così giovane deve affrontare il dolore per la perdita della sua mamma ROSSANA Caro Marco Petruzzo, un caro e grande abbraccio, Carlo e Sandra Sargentoni. Caro Marco Petruzzo, ti siamo tutti vicini in questo momento così buio e triste della tua vita per la scomparsa della tua mamma ROSSANA Speriamo che il nostro affetto ti sia di conforto. Ugo Sposetti, le compagne e i compagni della Direzione Democratici di Sinistra e i compagni della Vigilanza. Foto di Luciano Del Castillo/AnsaÈ con la drammatica testimonianza di una vittima di abusi che si è aperta ieri alla Gregoriana la seconda giornata del summit su Chiesa e pedofilia. La ferita delle gerarchie che hanno coperto i colpevoli. ROBERTO MONTEFORTE CITTÀ DEL VATICANO rmonteforte@unita.it Pedofilia, la vittima e la Chiesa «Chiedere scusa non basta» La cupola di San Pietro durante le nevicate dei giorni scorsi p Il racconto di Marie Collins, che a tredici anni fu abusata sessualmente da un sacerdote p Confronti I vescovi riuniti alla Gregoriana in ascolto. «Ma allora nessuno volle sentirmi...» Mondo 35 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
Arriva Lavrov, «fuggono» gli ambasciatori. Bashar al-Assad è sempre più isolato ma questo non ferma la «macchina di morte» del regime siriano. L'artiglieria da ieri mattina ha ripreso a martellare la città ribelle di Homs, dove lunedì si sono contate 95 vittime, e ieri sono morti almeno 21 civili. Dopo il duplice veto di Mosca e Pechino di sabato scorso al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, è stato ricevuto ieri a Damasco - accompagnato dal capo dell'intelligence russa all'estero (Svr), Mikhail Fradkov - da Assad, da cui ha ottenuto solo vaghe dichiarazioni di intenti. Il ministro degli Esteri russo ha spiegato che il presidente siriano ha auspicato che si ponga fine alle violenze da tutte le parti; ha detto di essere pronto al dialogo con ogni forza politica; ha chiesto che riprenda e sia potenziata la missione degli osservatori della Lega Araba. Lavrov, contraddicendo poi il veto posto sabato all'Onu sulla risoluzione che chiedeva ad Assad di farsi da parte, ha dichiarato che Mosca «è disponibile ad agire per trovare una rapida soluzione alla crisi basata sul piano predisposto dalla Lega Araba». Piano che prevede esplicitamente le dimissioni di Assad. FERMA CONDANNA Sul fronte diplomatico i Paesi europei hanno richiamato i loro ambasciatori a Damasco. Ieri mattina ha iniziato il titolare della Farnesina, Giulio Terzi, che ha convocato a Roma «per consultazioni» l'ambasciatore d'Italia a Damasco, Achille Amerio, dopo aver convocato alla Farnesina l'ambasciatore siriano a Roma, Khaddour Hasan, per esprimergli la più ferma condanna e lo sdegno del governo italiano per le inaccettabili violenze perpetrate dal regime. Analoghe iniziative sono state assunte da Francia, Gran Bretagna, Belgio, Spagna, Olanda, (la Germania ha convocato l'ambasciatore siriano a Berlino). L'altro ieri i gli Usa hanno chiuso del tutto la loro ambasciata. In prima linea nella «guerra diplomatica» scatenata contro il regime siriano sono i 6 Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo: Arabia Saudita, Oman, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein, che ieri hanno espulso gli ambasciatori siriani e richiamato i loro a Damasco. «L'Arabia Saudita, attuale presidente del Consiglio, annuncia che gli Stati del Consiglio di cooperazione del Golfo hanno deciso di ritirare i propri ambasciatori dalla Siria e di aver chiesto a quelli siriani nei Paesi membri del Ccg di partire immediatamente», si legge in un comunicato diramato dal segretariato generale, che prosegue accusando il regime siriano di «massacro collettivo contro un popolo disarmato». I sei Paesi del blocco petrolifero avevano già ritirato, a fine gennaio, i loro rappresentanti da una delegazione di osservatori della Lega Araba inviata in Siria per monitorare le violenze, denunciando l'inefficienza della missione nelle condizioni in cui era svolta e la mancanza di sicurezza. ORRORE Arrestati, torturati, violentati e uccisi durante la detenzione. Sono queste le atrocità commesse sui minori in Siria e denunciate dall'Unicef. «Quasi undici mesi di violenze che hanno causato la morte e il ferimenUMBERTO DE GIOVANNANGELI Allarme Unicef www.unita.it Siria, la grande fuga degli ambasciatori per fermare la strage Damasco sempre più isolata a livello internazionale. Arabia Saudita, Oman, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein ieri hanno espulso gli ambasciatori siriani. Intanto Assad subisce la ramanzina dei russi. Manifestazione pro-Assad a Damasco per l'arrivo di Lavrov: sullo striscione c'è scritto «Grazie, Russia» udegiovannnangeli@unita.it pA Damasco il ministro degli Esteri russo Lavrov strappa solo vaghe promesse p Strategie Italia, Belgio, Gb, Spagna, Olanda ritirano i rappresentanti diplomatici Oltre 400 i bambini uccisi dall'inizio della repressione Mondo30 MERCOLEDÌ8 FEBBRAIO2012
www.unita.it Zapping MILAN - JUVENTUS CRIMINAL MINDS SUSPECT BEHAVIOR APPUNTAMENTO CON L'AMORE LA FABBRICA DI CIOCCOLATO RAIUNO ORE:20:30 SPORT TIM CUP CON FOREST WHITAKER CON JESSICA ALBA CON JOHNNY DEPP RAIDUE ORE:21:05 SERIE TV CANALE 5 ORE:21:10 FILM ITALIA 1 ORE:21:10 FILM Rai 1 Rai 2 Rai 3 RAI 1Canale 5 Rete 4 Italia 1 La 7 Sky Cinema 1 HD Sky Cinema family Sky Cinema Passion Cartoon Network Discovery Channel Deejay TV MTV 21.00 Sky Cine News - Tre uomini e una pecora. Rubrica 21.10 Qualunquemente. Film Commedia. (2010) Regia di G. Manfredonia. Con A. Albanese S. Rubini. 22.55 Boardwalk Empire 2 - Ep. 5.Serie TV 23.50 Boardwalk Empire 2 - Ep. 6.Serie TV 21.00 Missione Tata. Film Commedia. (2005) Regia di A. Shankman. Con V. Diesel L. Graham. 22.40 Cool Dog. Film Commedia. (2010) Regia di D. Lerner. Con J. Pace M. Parè. 00.15 Il tesoro dei templari - Ritorno al passato. Film Avventura. 21.00 Quattro matrimoni e un funerale. Film Commedia. (1994) Regia di M. Newell. Con H. Grant A. MacDowell. 23.05 Jack. Film Commedia. (1996) Regia di F. Ford Coppola. Con R. Williams 01.05 Nessuno mi può giudicare. Rubrica 18.15 Leone il cane ifone. 18.45 Ben 10 Ultimate Alien. 19.10 Holly e Benji Forever. 19.35 Batman the Brave and the Bold. 20.00 Lo straordinario mondo di Gumball. 20.25 Adventure Time. 21.15 The Regular Show. 21.40 Mucca e Pollo. 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Come è fatto. 19.30 Come è fatto. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 L'ultimo sopravvissuto. Documentario 22.00 Addestramento Estremo. Documentario 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Via Massena 2. Sit Com 21.00 30 gradi di separazione. Reportage 21.30 Switched at birth. Serie TV 22.30 Deejay chiama Italia- Edizione Serale. Rubrica 19.05 Degrassi: The next generation. Serie TV 19.30 Diario di una Nerd Superstar. Serie TV 20.00 Jersey Shore. Serie TV 21.00 Teen Mom. Show. 23.00 Speciale MTV News: Story of The Day. Informazione 20.30 Calcio Tim Cup: Milan - Juventus. Sport 23.10 Porta a Porta. Talk Show.Conduce Bruno Vespa. 00.36 Tg1 Focus. Informazione 00.45 Tg1 Notte. Informazione 01.10 Qui Radio Londra. Attualita' 01.15 Che tempo fa. Informazione 21.05 Chi l'ha visto?. Attualita' 23.15 Glob Spread. Rubrica 00.00TG 3 Linea notte. Informazione 00.10 TG Regione. Informazione 01.00 Meteo 3. Informazione 01.05 Rai Educational GateC.Educazione 02.05 Fuori Orario. Cose (mai) viste. 21.05 Criminal Minds - Suspect Behavior Serie TV Con Forest Whitaker, Janeane Garofalo 21.50 Criminal Minds Serie TV 23.20 TG2. Informazione 23.35 Rai 150 anni. La Storia siamo noi. Documentario 00.30 Past Life. Serie TV Con Kelli Giddish 21.10 Appuntamento con l'amore. Film Commedia. (2010) Regia di Garry Marshall. Con Jessica Alba, Jessica Biel, Bradley Cooper. 23.40 Matrix.Attualita' 01.30 Tg5 - Notte. Informazione 02.00 Striscia la notizia. Show. 02.41 Uomini e donne. Show. 21.10 Altrimenti ci arrabbiamo!. Film Commedia. (1974) Regia di Marcello Fondato. Con Terence Hill, Bud Spencer, John Sharp. 23.30 I bellissimi di r4. Show. 23.35 Maverick. Film Western. (1994) Regia di R. Donner. Con Mel Gibson, Jodie Foster 21.10 La fabbrica di cioccolato. Film Fantasia. (2005) Regia di Tim Burton. Con Johnny Depp, Freddy Highmore, Helena Bohnam Carter. 23.20 I fratelli Grimm e l'incantevole strega. Film Fantasia. (2005) Regia di Terry Gilliam. Con Matt Damon, Heath Ledger, Jonathan Pryce. 21.10 Gli intoccabili. Reportage 23.15 Crossing Jordan. Serie TV 00.00Crossing Jordan. Serie TV 00.55 Tg La7. Informazione 01.05 (ah)iPiroso. Talk Show. 02.00 Movie Flash. Rubrica 02.05 G' Day (R). Attualita' 06.45 Unomattina. Show. 11.00 TG1. Informazione 11.05 Occhio alla spesa. Rubrica 12.00 La prova del cuoco. Show. Conduce Antonella Clerici. 13.30 TELEGIORNALE. Informazione 14.00 Tg1 Economia. Informazione 14.01 Tg1 Focus. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show. Conduce Tiberio Timperi. 15.15 La vita in diretta. Show. Conduce Marco Liorni, Mara Venier. 16.50 TG Parlamento. Informazione 17.00 TG1. Informazione 17.10 Che tempo fa. Informazione 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz 20.00 TELEGIORNALE. Informazione 07.00 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 09.35 Zorro. Serie TV 09.40 Meteo 2. Informazione 10.00 Tg2 Punto.it. Rubrica 11.00 I Fatti Vostri. Show. 13.00 Tg 2. Informazione 13.30 TG 2 Costume e Società. Rubrica 13.50 Medicina 33.Rubrica 14.00 Italia sul Due. Rubrica 15.00 Question Time. Rubrica 15.45 Crazy Parade. Rubrica 16.10 Ghost Whisperer. Serie TV 16.55 Desperate Housewives. Serie TV 17.45 Tg2. Informazione 17.50 Rai TG Sport. Informazione 18.15 Tg 2. Informazione 18.45 Numb3rs.Serie TV 19.35 L'Isola dei Famosi. Show. 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 08.00 Agorà. Talk Show. 10.00 La Storia siamo noi. Documentario 11.00 Apprescindere. Talk Show. 11.10 TG3 Minuti. Informazione 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. Informazione 12.20 Meteo 3. Informazione 12.25 TG3 Fuori TG. Informazione 12.45 Le storie - Diario italiano. Talk Show 13.10 La strada per la felicita'.Serie TV 14.00 Tg Regione. / TG3. 15.05 Lassie.Serie TV 15.55 Cose dell'altro Geo. Rubrica 17.40 Geo & Geo. Documentario 19.00 TG3. / Tg Regione. 19.31 Tg Regione - Meteo. Informazione 20.00 Blob.Rubrica 20.15 Per ridere insieme con Stanlio e Ollio Serie TV 20.35 Un posto al sole. Serie TV 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.40 Mattino cinque. Show. 09.55 Grande fratello. Show. 10.00 Tg5 - Ore 10. Informazione 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.39 Meteo 5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.45 Uomini e donne. Show.Conduce Maria De Filippi. 16.15 Amici. Show. 16.55 Pomeriggio cinque. Show. 18.45 The money drop. Show 20.00 Tg5. Informazione 20.30 Meteo 5. Informazione 20.31 Striscia la notizia - La voce della contingenza. Show.Conduce Ezio Greggio, Michelle Hunziker. 07.22 Ieri e oggi in tv. Show.Conduce Paolo Piccioli. 07.25 Nash bridges I. Serie TV 08.20 Hunter. Serie TV 09.40 R.I.S. Delitti imperfetti.Serie TV 10.50 Benessere - Il ritratto della salute. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Detective in corsia. Serie TV 13.00 La signora in giallo. Serie TV 13.50 Forum. Rubrica 15.10 Flikken coppia in giallo.Serie TV 16.15 Sentieri. Soap Opera 16.40 Amore per sempre. Film Commedia. (1993) Regia di Steve Miner. Con Mel Gibson, Jamie Lee Curtis, Elijah Wood. 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.30 Walker Texas ranger. Serie TV 06.50 Cartoni animati 08.40 Settimo cielo. Serie TV 10.35 Everwood. Serie TV 12.25 Studio aperto. Informazione 13.00 Studio sport. Informazione 13.40 I Simpson. Serie TV 14.35 Dragon ball. Cartoni Animati 15.30 Camera cafè ristretto. Serie TV 15.40 Camera cafè. Serie TV 16.20 The middle. Serie TV 16.45 La Vita secondo Jim. Serie TV 17.45 Trasformat. Show. 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.20 Provaci ancora Gary. Serie TV 19.50 I Simpson. Serie TV 20.20 C.S.I. - Scena del crimine. Serie TV 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show 11.10 L'aria che tira. Talk Show.Conduce Myrta Merlino. 12.30 I menù di Benedetta. Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 In fuga dalla legge. Film Thriller. (2003) Regia di Morrie Ruvinsky. Con Alexandra Paul, Linden Ashby, Michele Greene. 16.15 Atlantide - Storie di uomini e mondi. Documentario 17.25 Movie Flash. Rubrica 17.30 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 19.20 G' Day. Attualita' 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Otto e mezzo. Rubrica SERA SERA SERA SERA SERA SERA SERA 44 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
«Scusate, vorremmo prendere il potere». «Prego accomodatevi». Ha avuto uno svolgimento quasi paradossale il golpe con cui l'opposizione politica, spalleggiata da polizia ed esercito, ha rovesciato ieri il legittimo presidente scelto dal popolo nelle pacifiche Maldive. Milleduecento isole coralline a sud dell'India. Famoso e magnificato paradiso del turismo. E in paradiso è d'obbligo esser buoni. Vale per i golpisti così come per le loro vittime. I primi si impadroniscono dello Stato senza colpo ferire. I secondi rinunciano a resistere. Mohamed Nasheed, 45 anni, era stato eletto alla massima carica esecutiva nel 2008, interrompendo trent'anni di incontrastato dominio del predecessore Maumoon Abdul Gayoom, l'uomo che con ogni probabilità ha gestito dietro le quinte la rivolta e il complotto per detronizzarlo. Settimane di proteste popolari, hanno preceduto l'epilogo di ieri, quando centinaia di agenti mandati a fermare i manifestanti, si sono uniti a loro dirigendo l'assalto al palazzo presidenziale. NESSUNA OPPOSIZIONE Nasheed non ha tentato di opporsi. Forse non ne aveva nemmeno la capacità, visto che dopo la polizia anche gran parte dell'esercito lo aveva abbandonato. Prima di essere messo agli arresti nello stesso edificio da cui fino al giorno prima aveva governato il Paese, ha avuto il tempo di rivolgersi alla nazione in diretta tv. Regalando alla storia dei sommovimenti politici mondiali il più compassato dei cedimenti all'arbitrio e alla violenza da parte di chi in realtà potrebbe accampare le ragioni del diritto. «Data la situazione, è meglio che mi dimetta –afferma Nasheed - Non voglio dirigere con il pugno di ferro. Se restassi al mio posto, i problemi aumenterebbero e ne deriverebbe del male al mio popolo». Un addio più malinconico che drammatico. I golpisti prendono il potere e negano il golpe. Le funzioni di capo di Stato vengono trasferite al vicepresidente Waheed Hassan, che giura immediatamente fedeltà alla Costituzione. E qualifica la rimozione di Nasheed come il ripristino della legalità, che quest'ultimo avrebbe violato. Il riferimento è all'evento che ha scatenato l'ondata di agitazioni culminata nel colpo di Stato. Risale alla metà di gennaio, quando Nasheed ordina all'esercito di arrestare un magistrato, reo di avere appena rimesso in libertà un leader dell'opposizione. Un probabile abuso di poteri, quello di Nasheed, benché motivato dal «ripetersi di interventi politicamente motivati» da parte di quel giudice a favore di personaggi dello schieramento antigovernativo. Insomma, nel momento in cui Nasheed tentava la prova di forza, si rivelava la fragilità di una leadership ormai appannata rispetto all'«alba democratica» del 2008, quando i cittadini avevano dimostrato fiducia verso colui che che in difesa dei diritti umani aveva sfidato l'eterno presidente Gayoom. E aveva pagato il suo coraggio con sei anni di carcere e arresti domiciliari. Nasheed prometteva un'intransigente battaglia per la difesa della principale risorsa nazionale, l'ambiente. Era fresco nella memoria di tutti l'incubo del gigantesco tsunami che solo quattro anni prima aveva seminato anche qui morte e distruzioni. Per le Maldive, il cui punto più alto sul livello del mare, non supera i 180 centimetri, i cambiamenti climatici non sono una spada di Damocle incombente sulle generazioni future, ma una tremenda minaccia di scomparsa immediata. A quegli argomenti la gente del luogo è sensibile. Per atGABRIEL BERTINETTO Cambio di guardia Colpo di Stato nel paradiso dei turisti, il presidente confinato nella sua residenza e obbligato a passare la mano. Nel Paese centinaia di italiani. La rappresentanza diplomatica: stanno tutti bene. Foto Ansa-SkyTg24 Dietro la rivolta l'ex padre-padrone Maumoon Gayoom Golpe «di velluto» nelle Maldive Deposto il presidente Nasheed annuncia le sue dimissioni gbertinetto@unita.it p Blitz delle forze di polizia, che di prima mattina occupano la tv pubblica p L'addio Il capo dello stato Mohamed Nasheed: «Costretto a lasciare» La folla scesa per strada nella piazza principale di Malé, capitale delle Maldive Mondo32 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
vero imponente e paragonabile a quello degli anni '50. Ma con una differenza. Rispetto a quella dei nonni, è cambiata la tipologia dei migranti dal Sud. Oggi sono per lo più giovani - altro che bamboccioni - ma con un livello medio o alto di studio: l'80% ha meno di 45 anni e quasi il 50% svolge professioni di livello elevato. Il 24% è laureato. È andato - sta andando - via un pezzo consistente di classe dirigente. Si calcola che in totale, dal duemila a oggi, abbiano lasciato stabilmente il Sud, cambiando residenza, circa 140mila giovani laureati. Ad andarsene, come sempre più spesso accade, sono sempre i più i bravi (spesso con una laurea scientifica): nel 2004 ha lasciato il Sud il 25% dei laureati con il massimo dei voti; tre anni più tardi, nel 2007, la percentuale era già balzata a quasi il 38%. Ad andarsene sono sempre più i giovani con una laurea scientifica. Quelli che sono rimasti difficilmente hanno trovato occupazione. Tanto che lo Svimez parla di un brain waste, di uno spreco dei cervelli, che nel Sud accompagna e supera il brain drain, il drenaggio dei cervelli. La capacità di drenaggio da parte del Centro e del Nord è stata tale che nel 2008 il 41,5% dei meridionali laureati occupati lavorava lontano da casa: dieci punti percentuali in più che nel 2001. Negli ultimi anni, dunque, abbiamo assistito non a una «fuga», ma a una «rotta dei cervelli»: un fuggire disperato. Ma nemmeno i giovani del Centro e del Nord sono rimasti aggrappati alle gonnelle della mamma. Il numero di giovani laureati italiani (del Sud, dal Centro e del Nord) che sono andati all'estero per compiere almeno la prima esperienza di lavoro è del tutto analoga a quella degli altri Paesi europei. Anzi, i giovani italiani con una laurea scientifica che lavorano all'estero è persino superiore a quella dei loro coetanei francesi, inglesi o tedeschi. E, in media, sono più bravi. Altro che vicino a mamma e papà. Purché ci sia lavoro, i giovani italiani sono più che disponibili a lasciare la propria terra e dimostrare la loro bravura. Purché ci sia lavoro, appunto. Cari Colleghi Professori del governo, sono un professore universitario come molti di voi, in quanto deputato, incidentalmente “prestato” alla cosa pubblica. Con molto meno rilievo in verità. Ma insomma quanto basta per sapere quanto sia difficile oggi governare e legiferare – e accudire al Paese in una situazione di estrema difficoltà, e “controvento” quanto alla pubblica opinione. E abbastanza da tempo professore, per conoscere i giovani e le aspettative, i sogni, ormai pochi, e le angosce, tante, loro e delle loro famiglie. Mi permetto per questo di consigliarvi di evitare, sulla condizione dei giovani, analisi e giudizi “accorciati” in una battuta, riguardino sia il posto fisso che lo stare troppo vicino alla mamma. È controproducente, e non rende nemmeno giustizia alle vostre buone intenzioni: cambiare, per cambiare le cose, “anche” il giudizio e l'approccio mentale dei giovani, e delle loro famiglie, quanto alla ricerca della loro realizzazione lavorativa e professionale, inducendoli a “rischiare” di più in proprio e a non adagiarsi su un immaginario di sicurezze che non ci sono più e che nemmeno uno Stato più efficiente potrà più garantire. Il fatto è che, al di là di ogni buona intenzione, nella percezione comune è diffusa l'opinione, non con troppi torti, che anche chi sta al governo e in parlamento ha figli, come è ovvio, ma che insomma i figli di chi sta al “potere”, magari saranno bravissimi, tanto da mandarne qualcuno anche al governo, ma sono figli “protettissimi” di mamma e papà, mamma e papà perfettamente in grado di farli allontanare da sé in tutta sicurezza economica e affettiva , e di destini lavorativi. Ecco perché è sbagliato comunicare per battute, in stile twitter su problemi complessi. Un amico molto versato nei nuovi media mi ha detto una volta che su facebook devi essere “simpatico” e “dialogico” (il mezzo lo consente), su twitter (140 caratteri) devi essere “veloce” e “intelligente”. Essere intelligenti in 140 caratteri è spesso più difficile del previsto, e sui temi dei giovani, credetemi, oggi quasi impossibile. Così mentre si legge sui giornali la battuta sui “mammoni” , vi si apprende anche che 60mila laureati meridionali ogni anno fanno le valigie e vanno al Nord per trovare lavoro. Nel merito, a parte l'ovvia considerazione, che ha tradizione sociologica in Italia, del ruolo sostitutivo della famiglia rispetto ai “vuoti” di legislazione e di intervento dello Stato per i giovani, e in genere i più deboli, quello che serve per motivare meglio i nostri giovani, e far comprendere a loro e alle loro famiglie la necessità inderogabile di guardare al di là del cortile di casa per realizzarsi nella vita (senza però che alla fine i cortili si svuotino del tutto!), è qualcos'altro da battute e da strategie di comunicazione. Oggi il mondo del lavoro è quello che è, e non c'è resistenza psicologica o corporativa che tenga di fronte alla necessità di cambiare passo, al di là del buonismo o meno dei governi: ed è giusto l'adagio che il medico pietoso non fa il bene del paziente. Ma quello che veramente serve, e che il governo dovrebbe favorire, è una politica effettiva delle pari opportunità per tutti i figli, a prescindere da mamma e papà; una politica che aiuti anche un cambio culturale del Paese, non solo nel senso che le nuove generazioni si abituino a rischiare di più, ma anche che sappiano che vale la pena perché il rischio è eguale per tutti. È un terreno su cui c'è molto da fare, e val la pena cominciare, per amore di verità, e per i nostri giovani soprattutto. Credendo fermamente, per l'interesse del Paese, nel vostro lavoro, mi è sembrato giusto farvi pervenire queste brevi considerazioni. Eugenio Mazzarella Ogm in crescita in Europa In Europa, nel 2011, sono stati coltivati a Ogm 114.525 ettari di terreni contro gli 82.614 del2010:sitrattadello0,1%dellesuperficicoltivate.Loannuncia«Amicidellaterra»precisando che i maggiori aumenti sono registrati in Spagna, dove le superfici a mais Mon810 sono passate da 68mila ettari a 97mila. Incrementi inferiori in Portogallo e in Repubblica Ceca. Leggi di sostegno Lavoriamo insieme per dare a tutti i figli pari opportunità Foto Ansa La ministra del Lavoro Elsa Fornero con il sottosegretario Michel Martone IL COMMENTO CARI COLLEGHI CHE STATE AL GOVERNO, NON FATE BATTUTE Viaggio di ritorno Sono rientrati a casa in sessantamila: ma per colpa della crisi 15 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
ziasse a nevicare. Dal comune di Roma nessuno ci ha chiamato». La consulta nota anche «un atto stravagante che guardiamo con preoccupazione», «Il comune di Roma ha coinvolto il volontariato locale retribuendo con un forfait economico ogni volontario intervenuto». «È un precedente pericoloso - spiega Andreotti - che apre all'idea di un volontariato inteso come mano d'opera a basso costo o come una nuova forma di precariato». I volontari, spiega ancora il presidente della consulta, sono tutelati da una norma che garantisce loro la conservazione di lavoro e ma in nessun caso ammette retribuzione per l'intervento in caso di calamità, è «un antidoto che garantisce al «volontariato di protezione civile di restare volontariato puro». Perché Alemanno non si è avvalso di questa norma che «prevede oneri a carico della Protezione civile» e «ha invece usato i soldi dei cittadini romani»? Gabrielli, che aveva detto al Senato «so di avere la fiducia del premier, quando non la avrà più mi rimuoverà», nel pomeriggio è andato a Palzzo Chigi. Sarà lui a coordinare i ministri competenti nelle prossime ore, poiché si prepara un'altra ondata di maltempo. Foto Ansa LA PROPOSTA Mario Gasbarri* Dopo le alluvioni d'autunno, ecco la neve alta d'inverno a creare roventi polemiche. In poche battute questa è l'eredità del decennio della «migliore protezione civile del mondo». Mai comunque si era dovuto assistere ad una carica a testa bassa del sindaco della capitale contro il vertice della struttura preposta a tutelare l'incolumità dei cittadini dalle calamità. Il rozzo e muscolare Alemanno, che non sa come difendersi dall'ennesima prova d'inefficienza, sceglie lo scontro. Gabrielli si difende male in Tv, stretto tra l'aplomb da prefetto e la difficoltà di difendere una Protezione civile che non è più quella di una volta. Questo è il punto: stabilire se questo sia un bene o un male. Sono molti a pensare che si stiano pagando ora i costi di un'impresentabile gestione della cosa pubblica di quando la protezione civile era «diversa». Era quella che si voleva fare S.p.A. per governare gli appalti. Bertolaso aveva allora come unico obiettivo quello di esaudire i desideri di Berlusconi e da questi ne era ripagato con quello che qualcuno ha chiamato «poter assoluto». In dieci anni il governo Berlusconi ha eluso controlli e trasparenza con l'abuso dell'ordinanza di Protezione civile. Ripercorrendo quegli anni si trovano tutte le ragioni della mancanza di operatività che Gabrielli lamenta. Il prefetto ora si scandalizza che il Tesoro abbia cercato di arginare il consumo di risorse senza controllo. Una condizione tanto eccezionale quanto funesta che ha condotto un'intera cricca in tribunale. Il quadro di questa situazione viene, dunque, da lontano. Il Paese non ha bisogno del ritorno di quella Protezione civile. Ha piuttosto bisogno di un sistema fondato su presupposti che tornino ad essere quelli della sua funzione istituzionale, tenendo conto di quanto in vent'anni siano cambiate le condizioni al contorno. Tornando alla polemica di questi giorni, alla neve alta sul cupolone e alle intemperanze del sindaco, viene in mente l'intervista di Gabrielli alla Annunziata in «Mezz'ora» su Rai Tre. Quando gli viene chiesto, innocentemente, se nei giorni della tempesta si era sentito con il Ministro Passera, risponde di no. È difficile crederlo. C'è una tormenta che avvolge mezz'Italia e il capo della Protezione non parla invece con il ministro che presiede al funzionamento di tutte le infrastrutture. Questo è un Paese che ha bisogno di molte riforme, una di queste è quella del servizio nazionale di Protezione civile. È una riforma complessa poiché riguarda un aspetto critico come quello che deve produrre sicurezza a fronte delle tante condizioni di rischio che gravano sul Paese. Sul tema della sicurezza si esercitano competenze distribuite tra lo Stato centrale, le Regioni e gli enti locali. Poiché i rischi sono tanti, è necessario ritenere che la Protezione civile non debba essere più organizzata in un servizio nazionale con al centro un Dipartimento che si preoccupi di intervenire direttamente su tutto e dovunque. Si dovrebbe piuttosto pensare ad un «sistema» reticolare sul territorio di cui un nodo centrale, meglio se sempre incardinato nella Presidenza del Consiglio, svolga una funzione davvero di coordinamento. In un sistema così concepito, il Dipartimento più che coordinare riunioni di pseudo tecnici a cui spiegare che trentacinque millimetri di precipitazioni possono anche diventare 35 centimetri di neve, dovrebbe coordinare, in previsione di un emergenza, una riunione molto più ristretta dove prevedere quale potrà essere l'impatto di un evento sul territorio e si accerti che ognuno svolga il suo mestiere, così determinando le condizioni per la sicurezza della popolazione. L'esigenza di ripensare la Protezione civile è avvertita ormai da tempo ed ha trovato riscontro in un'iniziativa sostenuta da larga parte del Gruppo Pd del Senato. È stato predisposto un disegno di legge che sarà presto presentato. In esso si dispone l'abbandono definitivo di quella singolare attribuzione di competenza sui «Grandi eventi» che tanti guai ha causato. Si prevede inoltre il riordino del potere d'ordinanza che resta strettamente incardinato alla dichiarazione d'emergenza. S'interviene quindi significativamente sul modello organizzativo, reintroducendo la soluzione «Agenzia» già adottata nel 2000, ma immediatamente cancellata dal governo Berlusconi insediatosi nel 2001 per far posto alla protezione civile dei «grandi eventi». L'obiettivo è quello di conferire nuova autorevolezza tecnica e efficienza organizzativa al sistema di protezione civile in un contesto di piena collaborazione con le Regioni, gli enti locali e di in stretto coordinamento con il corpo nazionale dei Vigili del Fuoco e con il mondo del volontariato. Questi, in estrema sintesi, gli snodi fondamentali della riforma della Protezione civile. Ora, tuttavia, bisogna svolgere un'operazione di vera prevenzione: disinnescare la tentazione che davvero qualcuno, poco informato o a vario titolo interessato, pensi che quelli di Bertolaso fossero bei tempi. * Senatore Pd Prevenzione Disinnescare ogni tentativo di far rivivere l'epoca Bertolaso Volontari al lavoro ECCO COME IL DIPARTIMENTO VA RIFORMATO Crolla la produzione di uova Una vera strage di agnellini con aborti provocati dal grande freddo è stata segnalata nelle Marche, mentre in Toscana il gelo polare fa crollare del 10-20% la produzione di uova delle galline allevate a terra, in particolare nella zona del Mugello dove sembrano resistere senza problemi solo le mucche di razza Limousine che continuano a pascolare. 7 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
Berlusconi rinviato a giudizio Staino sto e l'occasione per rovesciare nella metà campo del centrosinistra la cosiddetta questione morale. Occasione, ne abbiamo oggi la certezza dopo il rinvio a giudizio di Silvio Berlusconi, fabbricata a tavolino tra Arcore e palazzo Chigi. Occasione totalmente pretestuosa, visto che di quell'intercettazione la procura di Milano che indagava sulle scalate bancarie non chiese mai la trascrizione giudicandola «non utile alle indagini». Occasione andata a buon fine visto che in quei primi quattro mesi del 2006 il centrodestra di Berlusconi cavalcò «abbiamo una banca» come se fosse l'arma di distruzione di massa contro il popolo dell'Unione. Prodi avrebbe poi vinto le elezioni di aprile con appena 26 mila voti di scarto, un niente rispetto al divario stimato dai sondaggi a vantaggio del centrosinistra. Non a caso parlando con noi dell'Unità Favata diceva: «Diffondendo quell'intercettazione noi abbiamo cambiato lo scenario politico di quel voto, abbiamo tolto di mezzo il principale competitor, ma vi rendete conto…». Ci rendiamo conto. Oggi più di ieri. E questo al di là del fatto che Silvio Berlusconi fosse più o meno consapevole dei contenuti, della consegna e della pubblicazione del file audio. A prescindere dalla sua consapevolezza, quell'episodio può essere giudicato oggi la prima vera azione programmata della macchina del fango, il metodo di manipolazione, falsificazione ed estrapolazione per fini ricattatori e diffamatori che così spesso ha inquinato la scena politica degli ultimi anni. Impossibile dire dove sia stata collocata in tutti questi anni la cabina di regia della macchina del fango. È possibile invece parlare dell'esistenza di un gruppo di persone che attraverso la raccolta a volte illegale di informazioni delicate e riservate, a volte estrapolate, o manipolate altre volte false, hanno colpito un soggetto nella vita privata o professionale. Soggetto che il più delle volte è stato un avversario politico del centro-destra. Un gruppo di pressione, quindi, che gravitava in quella metà campo. Il caso Marrazzo è stato un esempio modello di come ha operato questo meccanismo. La debolezza vera di un uomo è stata usata per eliminare il leader politico. E pazienza se in mezzo ci sono finite famiglie, affetti, vite. Il famoso video che un pugno di mele marce di carabinieri volevano usare per ricattare l'allora governatore del Lazio, finì sulla scrivania di alcuni settimanali del network Mondatori - senza essere pubblicati - finché fu proprio palazzo Chigi ad avvisare Marrazzo dell'esistenza del video. Tracce di dossieraggi velenosi si trovano nelle carte dell'inchiesta P3, quando ad esempio Nicola Cosentino cercò di confezionare nel 2010 un dossier falso contro il suo competitor in Campania Stefano Caldoro. Ma l'esordio vero fu ai tempi di Telekom Serbia quando (2003, governo Berlusconi) addirittura un'intera Commissione parlamentare d'inchiesta dette ascolto alle menzogne del millantatore Igor Marini che raccontava della tangente serba smistata tra Mortadella (Prodi), Cicogna (Fassino) e Rospo (Dini). Marini è stato definitivamente condannato (10 anni) a novembre. Calunnia, ricettazione, contraffazione, i reati della machina del fango. Il processo potrebbe essere riunificato con quello del fratello Paolo. L'ex segretario Ds parte civile Foto di Claudio Onorati/Ansa L'Anm per ora dice no allo sciopero per protestare contro l'emendamentosullaresponsabilità civile dei magistrati passato la settimana scorsa alla Camera. E punta tuttosull'incontrodioggiconilpresidente del Consiglio Mario Monti. Èquestaladecisionedelsindacatodeimagistratisupropostadelpresidente Luca Palamara nel corso del Cdc straordinario. Oggi, la giunta dell'Anm, insieme al premier, incontrerà anche il ministro della Giustizia Paola Severino e il sottosegretario Antonio Catricalà. E per il prossimo 14 febbraio è previsto l'incontro dell'Anm con il presidente del Senato, Renato Schifani. «L'attenzione che ci è stata dimostrata-hasottolineatoPalamara - ci impone di soprassedere sullo sciopero.Usiamolatestanonlapancia». La copertina Silvio Berlusconi Di Pietro: decisione importante L'Anm sospende lo sciopero: oggi incontro con Monti IL CASO La prima pagina de l'Unità del 9 dicembre 2009, con la notizia dell'indagine su quel nastro offerto come «regalo» di Natale dal numero uno di Rcs Raffaelli a Silvio Berlusconi. Lo scoop su quel «regalo» per il Cavaliere «Considero molto importante la decisione di rinviare a giudizio Silvio Berlusconi per rivelazione di segreto d'ufficio, in merito all'intercettazione della famosa telefonata tra Piero Fassino e Giovanni Consorte, allora ai vertici di Unipol, sulla scalata alla Bnl». È quanto scrive sul suo blog il presidente dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro. 3 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
«Le canzoni neomelodiche - scriveva nel 2007 lo studioso delle mafie Marcello Ravveduto nel volume Napoli… Serenata calibro nove - rischiano di diventare propaganda culturale del totalitarismo della camorra. 'O Sistema tende a strumentalizzare ogni aspetto della vita civile per legittimare un'altra normalità ed educare le nuove generazioni al culto degli eroi: il boss, il killer, il latitante». Quando uscì il libro di Ravveduto Youtube esisteva da due anni e veicoli pressoché esclusivi delle canzoni della mala partenopea erano le radio e le telelibere dei vicoli. Oggi il popolare motore di ricerca sul web rigurgita di video, alcuni anche di buona fattura, in cui la camorra e le sue figure vengono esaltate, celebrate, rappresentate come modelli di vita e di comportamento, mentre i pentiti sono “infami” che non meritano di vivere. Ma finora nessun magistrato era arrivato a ipotizzare che quelle canzoni potessero costituire un'istigazione a delinquere. Il “vuoto” è stato colmato dalla procura antimafia di Napoli, che ha chiesto, senza ottenerlo però, l'arresto di Aniello Imperato, in arte Nello Liberti, neomelodico napoletano interprete de “'o capoclan”, una canzone (con tanto di video) scritta nel 2004, che da circa un anno spopola sul web, trasmessa in prima serata anche sugli schermi della Rai nel corso di una puntata di “Crash” dedicata ai neomelodici. IL NO DEL GIP ALL'ARRESTO Imperato è stato “salvato” dal gip Luigi Giordano, che ha firmato 41 provvedimenti cautelari a carico di 41 affiliati ai clan Iacomino-Birra e Ascione-Papale, che da anni si contendono il controllo dei traffici illegali sul territorio di Ercolano. Accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, detenzione di armi, spaccio di droga, tutti aggravati dal metodo mafioso. La procura aveva chiesto l'arresto anche per gli autori della canzone, Ciro Nocerino e Antonio Alfieri. Ma secondo il giudice, pur essendo «un'opera che esprime un radicale sovvertimento dei valori e della realtà dei fatti in un territorio che vede tuttora aperte le terribili ferite inferte dalle cosche camorristiche», la canzone e il relativo video (che si conclude con un eloquente «saluto a Operazione contro la Camorra ad Ercolano: 41 le persone arrestate. Il gip respinge la richiesta di misure cautelari per il cantante neomelodico Nello Liberti. «La sua canzone 'O capoclan è istigazione al reato». MASSIMILIANO AMATO www.unita.it «Viva 'O capoclan» E la procura chiede l'arresto del cantante NAPOLI pNello Liberti Il gip respinge, ma il neomelodico resta indagato per istigazione a delinquere p Ercolano Sono 41 le persone finite in manette: fra loro anche gli attori del video della canzone Il tribunale del Riesame di Firenze ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per il capitano Francesco Schettino, comandante della Costa Concordia, arrestato dopo il naufragio dell'isola del Giglio del 13 gennaio. Il tribunale ha così respinto le richieste sia della procura che della difesa: i pm avevano chiesto la custodia cautelare in carcere mentre l'avvocato puntava alla revoca dei domiciliari. «I giudici hanno accertato la sussistenza di gravissimi indizi di colpevolezza ma anche la sussistenza di gravi e rilevanti esigenze cautelari», ha commentato il procuratore di Grosseto, Francesco Verusio. Concordia, il Riesame conferma i domiciliari per Schettino Italia Foto di Luca Zennaro/Ansa 28 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
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Più del freddo, li ha uccisi un Paese che non sa proteggere i deboli. Fatto sta che in una settimana si contano 40 morti legati all'ondata di maltempo. Ieri gli ultimi 10, con altri due senza tetto, una delle categorie che ha pagate il prezzo più alto al gelo di questi giorni. Una donna cinquantenne a Caponago (Monza) e un rumeno di mezza età in un garage di Ferrara, entrambi senza fissa dimora. Un anziano di 86 a Sondalo, Sondrio, è caduto mentre spalava neve davanti a casa, battendo la testa. Morto anche un uomo con disturbi psichici a Genova, dopo che si era allontanato dalla struttura dove era in cura. A Scanzano Jonico un uomo è morto l'altra notte in un incidente stradale, ha perso il controllo dell'auto che è scivolata sul ghiaccio. Morta anche una donna di 71 anni a Serino, in provincia di Avellino: uscita di casa per fare delle commissioni, colpita da malore. Due vittime a Bologna: un camionista di 62 anni, stroncato da malore mentre era bloccato dalla neve sul suo mezzo; un pensionato di 65 anni si è sentito male spingendo la propria auto per liberarla dalla neve. Una donna è morta a Padova annegata nelle acque del fiume Brenta nel tentativo di recuperare il cane che era con lei e che era caduto in acqua durante una passeggiata. Un pensionato è morto infine a Pesche (Isernia): un infarto causato con molta probabilità dalle temperature rigide. Dall'inizio del gelo che si è abbattuto sull'Italia si allunga quindi la lista delle vittime e sembra sempre più un bollettino di guerra. Forse anche per questo, dopo la rumorosa assenza di questi giorni, Mario Monti ha invitato i propri ministri a rimboccarsi le maniche e ad essere più presenti nell'emergenza meteorologica in corso. Il premier Mario Monti ha ricevuto il Prefetto Franco Gabrielli sull'emergenza maltempo, presente anche il ministro Cancellieri. Sulla base dell'ampia relazione fornitagli dal capo del Dipartimento della protezione civile, il premier ha informato il Consiglio dei Ministri sulle misure emergenziali adottate e su quelle ancora da intraprendere, così come sulle azioni di carattere preventivo necessarie per fronteggiare la nuova perturbazione attesa per la fine di questa settimana, sensibilizzando tutti i Ministri competenti ad assicurare l'impegno più incisivo da parte di tutte le strutture del governo del territorio e delle imprese di gestione dei pubblici servizi al fine di tutelare la pubblica e privata incolumità. Intanto i sindaci delle Marche fanno sapere, tramite il presidente della provincia di Pesaro Urbino, Matteo Ricci, che l'impiego di mezzi e uomini dell'Esercito non sarà più a titolo oneroso per i Comuni. «Una decisione sacrosanta» ha detto Ricci che aveva sollevato il problema. POCHI INVESTIMENTI E DIPENDENZA: IL REBUS DEL GAS Dieci morti per il gelo, 40 le vittime totali in una settimana di maltempo. Perdono la vita altri due senza tetto, mentre è in arrivo altro freddo. Monti ai ministri: datevi da fare di più. VINCENZO RICCIARELLI Primo Piano L'ANALISI Giulio Sapelli Arriva una nuova bufera Monti precetta i ministri Per il gelo altri 10 morti ROMA p La polemica L'Esercito non è più a carico degli enti locali: «Sacrosanto» p Tra le vittime di ieri due senzatetto, in provincia di Monza e a Ferrara La donna morta a Monza Sotto zero Sono sempre le situazioni eccezionali e di emergenza che mettono alla prova la capacità delle persone: amministratori pubblici, imprenditori, lavoratori che siano. Ma mettono alla prova anche i teorici e le teorie. Vediamo cosa succede oggi con il gas nella nevosa Italia. C'è molta neve. Le caldaie faticano a pompare calore e allora le relazioni internazionali diventano essenziali: si scopre che l'energia, quella che riscalda e consente di aprire gli ospedali e le fabbriche, non inizia dalla spina che si applica al muro o dall'interruttore che si accende, ma inizia nelle steppe della lontana Russia o nei deserti. Si scopre anche che la produzione di energia elettrica e di calore ha per fonti essenziali tanto il gasolio, ossia un derivato del petrolio, quanto il carbone, quanto, udite udite, il gas, che produce il 60% della quota di energia utilizzata. Inoltre svolgono un ruolo, piccolo ma importante, anche le cosiddette energie integrative non alternative - o rinnovabili: ossia la luce del sole, il vento, le biomasse, ecc… Questo vale per l'Italia e per l'Europa. È il gas, in questi anni, ad aver assunto un ruolo sempre più importante. In Europa è utilizzato per il 40% nel residenziale commerciale, per il 30% nell'industria, per 24% nella generazione elettrica, per il 6% per usi differenziati. L'Italia segue a ruota, rispettivamente con il 35%, il 32%, il 27%, l'1%, a causa dell' assenza dell'energia nucleare e del carbone e del basso uso delle rinnovabili o integrative. I punti di accesso della rete gasifera italiana sono tre: i valichi del Tarvisio e del Passo Gries e il porto di Mazara del Vallo. A Livorno e a Rovigo sono attivi, tra poco a regime, oltre a quello storico di Porto Panigale, i temovalorizzatori del gas naturale che trasformano il gas liquefatto trasportato per nave in gas non liquido e ne consentono, tempo e onde permettendo, l'utilizzazione in rete. Il gas proviene dal mare del Nord, dalla Libia e dall' Algeria e, 8 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
È uno dei film più attesidell'anno. Non solo inItalia. «Stanno arrivan-do richieste di diversi uo-mini politici tedeschiche vogliono assistere alla proiezione, a Berlino. C'è curiosità». A parlare è Daniele Vicari, regista di Diaz, il film sul G8 di Genova che rappresenterà l'Italia al Filmfest nel prestigioso «Panorama». Biglietti già esauriti: è, come la «Quinzaine» di Cannes, una sezione dove giornalisti e invitati si mescolano al pubblico pagante. Visioni sempre «calde», sentite, coinvolgenti. Sarà affascinante vedere Diaz in un simile contesto. Anche perché la storia, rovente e controversa in Italia, risulterà tutt'altro che neutra anche in Germania: «Quella notte, nella scuola Diaz di Genova messa a ferro e fuoco dalla polizia, su 90 persone presenti c'erano 65 stranieri. E fra questi, una quarantina erano tedeschi». È questo il tema che ci interessa oggi, alla vigilia del festival. L'irruzione ALBERTO CRESPI Chi è Daniele Vicari, 35 anni, si è laureato in Storiae criticadel cinema alla Sapienza di Roma. Ha realizzato molti cortometraggi e documentari ed ha partecipato al film corale «Partigiani», coprodotto dall'Anpi. Ha codiretto insieme a Guido Chiesa il documentario «Non mi basta mai» e nel 2002 ha presentato alla 59ma Mostra del Cinema di Venezia «Velocità massima» la sua opera prima che gli vale anche il David di Donatello 2003 come miglior regista emergente. Nel 2004 ha diretto «L'orizzonte degli eventi» ancora con Valerio Mastandrea protagonista ed è tornato dietro la macchina da presa per dirigere il documentario «Il mio paese». Ha presentato in concorso al Festival di Roma «Il passato è una terra straniera» con Elio Germano e Chiara Caselli. Una scena dal film di Daniele Vicari «Diaz» L'emergente che racconta l'Italia Il regista presente nella sezione Panorama della rassegna berlinese spiega come e cosa raccontare a un pubblico straniero sulla «notte della dittatura» alla scuola Diaz. «La repressione è un tema universale» «IL MIO G8? UN FILM SUL DISSENSO» Il colloquio con Daniele Vicari CINEMA www.unita.it Culture38 MERCOLEDÌ8 FEBBRAIO2012
Maramotti C ontro la pratica barbaradelle dimissioni in biancosi è da tempo sviluppatoun movimento di donne appartenenti a realtà civili, sociali e politiche diverse tra loro, che ha posto con grande forza il problema anche all'attenzione del nuovo governo, in particolare alla ministra Fornero, che si è più volte dichiarata disponibile ad affrontare il tema, da ultimo nell'incontro che abbiamo tenuto ieri. È molto grave che nel nostro Paese, a fronte di leggi avanzate e di principi costituzionalmente sanciti, siano sempre di più i lavoratori e le lavoratrici costretti al ricatto di un foglio bianco già firmato, custodito in un cassetto, che può essere usato in qualsiasi momento apponendo solo la data del licenziamento. Nello stesso tempo, questa pratica danneggia quei datori di lavoro che, applicando correttamente leggi e contratti, subiscono la concorrenza di chi abbatte i costi evadendo responsabilità sociali. Questo abuso lede profondamente la dignità del lavoro ed è tragico che le più colpite siano le donne alla nascita di un figlio, soprattutto alla luce del fatto che l'Italia detiene il tasso di occupazione femminile più basso d'Europa insieme al più basso tasso di natalità. Secondo l'Istat negli anni più pesanti della crisi il 30% delle madri (contro il 4% dei padri) ha dichiarato di aver interrotto il lavoro per motivi familiari e 800.000 sono le donne che hanno dichiarato di essersi dovute dimettere a causa della gravidanza e per aver firmato una lettera in bianco. Non è vero che maggiori tutele ingessano il mercato del lavoro e pregiudicano la crescita. È vero il contrario: senza regole, oltre che in assenza di servizi e politiche adeguate, è sprecata la risorsa del lavoro femminile che, se raggiungesse gli obiettivi di Lisbona, secondo Bankitalia produrrebbe un incremento del Pil del 7%. Senza il rispetto delle regole accadono tragedie come quella avvenuta a Barletta. Il Pd si sta battendo da tempo per ripristinare le norme contro questa barbarie, che erano contenute nella legge 188, cancellata dal precedente governo. In particolare, in commissione Lavoro alla Camera, inizierà a febbraio la discussione della proposta di legge a prima firma Gatti, attorno alla quale provare a costruire la condivisione di un arco di forze più ampio. Le donne hanno sostenuto, per ammissione della stessa ministra Fornero, gran parte del sacrificio richiesto in questi mesi, in particolare sul piano pensionistico. Ora è necessario che il confronto che si è aperto sul mercato del lavoro e, in generale, sugli strumenti necessari alla crescita del Paese mettano al centro il recupero dell'esasperato svantaggio femminile. Il riconoscimento del valore della maternità è una delle chiavi attraverso le quali affrontare la situazione di disuguaglianza tra i generi e provare a ripensare l'idea e la qualità dello sviluppo. Come democratiche, abbiamo lanciato da tempo la proposta del congedo di paternità obbligatorio di 15 giorni, così come prevede l'Europa, che ponga, anche in termini culturali, la grande questione della condivisione del lavoro di cura. Abbiamo chiesto una tutela della maternità estesa e rafforzata anche in presenza di forme e tipologie contrattuali diffuse soprattutto tra i giovani. Vogliamo puntare su un modello di sviluppo che abbia al centro una robusta quota di beni comuni e la valorizzazione del lavoro di cura e dei servizi alle persone. Visto con gli occhi delle donne, ciò che può apparire solo come spesa, è in realtà un grande investimento sociale. L a recente sentenza della Cor-te Costituzionale che aboli-sce il carcere preventivo nelcaso degli stupri di gruppo ha provocato indignazioni, polemiche e mille riflessioni. Leggendo con raziocinio tutte le posizioni messe in campo, i mille articoli, i blog, mi sono venute in mente altre riflessioni, mano a mano che raccoglievo maggiori dati. Tra le considerazioni a favore della sentenza di quella Corte sta la costituzionalità della presunzione d'innocenza. Diritto sacrosanto, si legge e si ripete e si condivide. Poi però, leggendo ancora, scopriamo che c'è un caso in cui è permesso il carcere preventivo e senza nemmeno tante indignazioni: nel caso dei reati per mafia. Tutto il Paese sano e onesto si stringe giustamente a raccolta e, in quel caso, la regola sacrosanta al diritto di essere giudicato colpevole dopo la sentenza vacilla in nome di ferite e di morti che non possono essere dimenticate. E allora continuo a leggere e a cercare e scopro che le donne ammazzate in un anno, il 2008, sono state in numero maggiore, (109 femminicidi in Italia), ai morti ammazzati dalla mafia due anni prima, (nel 2006 108 vittime della criminalità organizzata). Se qualcuno ha voglia di approfondire potrà mettere in relazione numeri e dati su più anni e scoprirà con sconcerto i numeri della strage delle donne in Italia. Li scoprirà. È il verbo giusto. Perché non è che interessino granché, se non alle donne e solo quelle tacciate di «vittimismo femminista». Ecco: di fronte a certi numeri, davvero numeri da guerra come si fa a mantenere in vita resistenze e rimozioni simili? Come si fa ancora a dover «alimentare il dibattito delle difese e delle opportunità»? 109 donne morte a fronte di migliaia di stupri, di violenze fisiche, di violenze psicologiche. Pensiamo poi a una donna vittima di violenza e di intimidazione psicologica che va in questura e mettiamola accanto a una vittima di estorsione. Chi riceverà maggiori attenzioni, cure, nessun sospetto, nessun pericolo e nessuna domanda del tipo «sì, ma lei cosa ha fatto per meritarsi tutto questo?». Non mi pare, anche a costo di voler entrare nel sacrario della madre di tutte le battaglie e cioè quella contro la mafia, ma, voglio dire, da palermitana, potrò pur dirne qualcosa no? E da donna vorrei pur dire altro, e dunque non mi pare, a fronte di due problemi di eguale, ripeto, eguale gravità, che ci sia da parte della coscienza collettiva, politica, culturale e sociale italiana né lo stesso allarme né lo stesso interesse nella lotta o prevenzione. Entrambi sono dei mali innanzitutto culturali e di mentalità. Entrambi provocano vittime innocenti e devastano. Sarebbe il caso di affrontarli con lo stesso vigore di mezzi e di volontà. Entrambi meritano il carcere preventivo senza bisogno che dobbiamo nuovamente raccontare e spiegare il perché. DONNE E LAVORO La tiratura del 7 febbraio 2012 è stata di 100.188 DIMISSIONI IN BIANCO DA CANCELLARE SUBITO GLI STUPRI COME LA MAFIA SÌ AL CARCERE PREVENTIVO Roberta Agostini RESPONS. CONFERENZA DONNE DEL PD DOPO LA CONSULTA Mila Spicola INSEGNANTE E SCRITTRICE 25 MERCOLEDÌ 8 FEBBRAIO 2012
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