ULTRAZOOM
ULTRAZOOM
piegato 70 anni per affermarsi sul trasporto trainato da animali. Le grandi linee ferroviarie sono state costruite nell'ultimo decennio dell'Ottocento: ebbene, durante la Seconda guerra mondiale - la seconda, non la prima - nell'esercito tedesco, ipermeccanizzato, sofisticato, avanzatissimo, quasi tutto il trasporto era fatto da asini e cavalli. I tempi della tecnologia sono lenti, molto lenti». E l'ebook cosa è: un treno o un cavallo? «Questo è il punto, non lo sappiamo. Anche perché non è affatto detto che un cambiamento tecnologico sia di necessità sostitutivo. L'avvento della televisione non ha eliminato la radio e i treni convivono felicemente con le auto». Torniamo ai libri. «L'invenzione della stampa è stata un'altra grande cesura nella storia del libro, un taglio netto col passato. Anche in quel caso non si ebbe un passaggio immediato dal vecchio al nuovo: i libri scritti a mano continuarono ad essere fatti fino a tutto il XVIII secolo, in pratica fino alla rivoluzione francese. C'era una clientela, soprattutto aristocratica, che si rifiutava di leggere i libri stampati, perché li trovava brutti e volgari». E oggi? «La mia opinione è che, almeno in questa vita, i libri di carta non verranno rimpiazzati dagli ebook. Detto questo, negli Usa la vendita delle novità e dei blockbuster, i libri più commerciali, è più alta nel formato ebook che nel formato cartaceo. La ragione? Il libro elettronico ha un prezzo molto più basso del libro cartaceo». Un motivo economico alla base di un rivoluzione tecnologica. «Non sarebbe la prima volta. Il grande successo della stampa dipese dal fatto che il prezzo unitario del libro crollò: un libro stampato costava cento volte meno di un volume scritto a mano. E questo cambiò totalmente il mondo del libro». Lo stesso accadrà col libro elettronico? «Il prezzo dei libri è oggi abbastanza accessibile. Ma non dobbiamo pensare solo a questa parte del mondo: ci sono interi continenti a scarsa alfabetizzazione che sono potenziali bacini di diffusione del libro nel futuro. In questi Paesi il formato elettronico, che costerà molto meno, sarà essenziale per la diffusione dei libri. È qui che il formato elettronico troverà il suo naturale terreno di crescita. E poi non ci sono solo i libri di narrativa e saggistica: ci sono anche i testi scolastici e i libri professionali. Anche questo sarà un grande terreno di applicazione per i libri elettronici». E da noi? «In Italia la sua diffusione è molto bassa, inferiore all'1% del mercato totale. E negli altri Paesi non va molto meglio. La vera eccezione, come ho detto, è rappresentata dagli Stati Uniti». Per gli editori l'ebook è un'opportunità o un pericolo? «Il fenomeno non è alle sue estreme conseguenze e pertanto non viene ancora vissuto come un pericolo. E poi è vero che ci sono dei grandi rischi per gli editori, ma ci sono anche grandi vantaggi. L'ebook elimina una serie di problemi cronici e di malattie incurabili dell'editoria su carta: la distribuzione e lo stock dell'invenduto è l'incubo di ogni casa editrice. Molti editori americani all'inizio erano terrorizzati dall'arrivo dell'ebook: quando hanno visto che guadagnavano di più, perché la percentuale di profitto era più alta (niente rese, niente invenduto, zero spese di distribuzione), l'umore è cambiato». Cambierà il mestiere dell'editore? «L'editore nasce per una ragione semplicissima: la pubblicazione, con il libro a stampa, è costosa. E poiché l'autore è una persona che ha talento e idee ma in genere non ha soldi, ecco che compare una figura diversa, l'editore appunto, che dice: caro autore mi fido di te, investo io al posto tuo, pago io la stampa. L'elemento centrale della rivoluzione digitale è proprio la possibilità di pubblicare a costo zero. Questo sicuramente influirà sul rapporto tra editore e autore». Avremo un mondo senza editori? «Il rapporto tra autore ed editore, per fortuna dei secondi, non si ferma alla copertura delle spese, ma è più profondo, intenso, quasi complementare. Non solo: ma una volta che un autore pubblica un ebook a costo zero, il pericolo è che nessuno o quasi venga a sapere della sua esistenza. E questa, probabilmente, sarà la ciambella di salvataggio a cui si aggrapperanno gli editori del futuro: esperti di marketing e comunicazione che aiuteranno gli autori a farsi conoscere, anche online». Lei si occupa della diffusione del libro in Italia. L'ebook può essere d'aiuto? «Nel nostro Paese manca una cultura del libro in quanto tale: non del libro in formato cartaceo o elettronico, ma del libro come forma della creatività umana. Abbiamo poca familiarità con i libri». Ma come, siamo il settimo mercato mondiale... «Perché ci sono pochi italiani che leggono tanto e tanti italiani che leggono poco. Siamo un mercato verticale con una élite molto forte. E questo in fondo riflette la storia culturale del Paese». Che fare? Anzi, che fate? «Prima di tutto cerchiamo di procurarci fondi, cosa che di questi tempi non è facile. E poi puntiamo sui bambini mettendoli a contatto, fin da piccoli, con il libro e la lettura. Il nostro progetto si chiama Invitro e prevede tre tipi di interventi: uno a bambino appena nato che realizziamo insieme all'associazione “Nati per leggere”, il secondo quando entrano alle elementari e il terzo a livello delle scuole medie, come si chiamavano una volta. L'idea è far entrare nel dna culturale di una persona, di un futuro cittadino il concetto che il libro è parte di te, della tua esistenza. Anche perché, papiro o ebook, il libro è da tremila anni che ci segue passo dopo passo. Un motivo ci sarà pure». I tempi L'Italia «Non credo che i volumi saranno rimpiazzati già in questa vita» Gli Usa «Le opere commerciali oggi vendono di più in formato elettronico» La diffusione è solo l'1 per cento delle vendite totali Il progetto «Invitro» Rivolto agli scolari perché leggere diventi parte del dna culturale Scrivere nell'era del web Come e per chi scriviamo oggi? In che modo sono stati alterati il passo, la forma e il carattere della scrittura dal digitale e dal web? «Pensiero digitale. Leggere e scrivere nel terzo millennio»: su questo tema Jeffrey T. Schnapp, docente a Harvard, terrà una lectio magistralis il 27 febbraio alle ore 18 presso la Sala Buzzati di Milano 39 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
PIETRO FOLENA Q uello che colpisce dellapolemica di questi gior-ni non è la criticaall'ipotesi di un partitosocialdemocratico classico, che si fa fatica a vedere in campo, ma lo scandalo derivante dal fatto che qualcuno (e sono fra questi) si senta, da democratico, socialista, e sostenga che nel Pd ci si possa dichiarare antiliberisti e critici del pensiero unico di questi anni. «Il mio avversario non ha volto, non si presenta alle elezioni, ma governa: è la finanza», ha detto François Hollande, che aspira con buone possibilità di successo a diventare Presidente della Francia. Sostenere queste idee, per i critici, vuol dire arroccarsi nel '900, e non essere moderni. Trovo invece terribilmente datata la posizione di chi ancora subisce il fascino del Mercato come luogo metafisico, in grado - se liberato dallo Stato e dal pubblico - di rispondere alle sfide terribili di questo tempo. «I santuari intoccabili che hanno bloccato l'Italia», di cui parla Walter Veltroni, per me, sono i poteri finanziari, e quella grande area grigia di rendita che li collega a evasione fiscale, corruzione, mafie. La diseguaglianza, la disperazione sociale, la paura di questo tempo non sono figlie del «conservatorismo» della sinistra, ma di un trentennio di liberismo sfrenato che ha incantato anche la sinistra. Che l'incapacità di rinnovarsi delle socialdemocrazie del 900 abbia lasciato un campo più aperto al modello liberista è vero. Ma la medicina - dalla terza via al Neue Mitte - ha gravemente peggiorato la situazione. Oggi, con buona pace dei nostalgici del Lingotto o dei teorici di un «Campo» che prenda il posto dei partiti, il tema della transizione italiana è - prima di quale legge elettorale quello di sconfiggere leaderismo, personalismo, individualismo che hanno corroso la politica, e costruire partiti, cioè fazioni, raggruppamenti attorno a idee e progetti, capaci di interpretare il nostro tempo. Se il Pd decide, come crede chi ha promosso l'incontro del 5 febbraio a Roma, di integrarsi pienamente nel socialismo europeo, di rappresentare il lavoro nelle sue molteplici forme e connettersi alle grandi forze sociali, non si vede per quale ragione oscura dovrebbe rinunciare a un'identità democratica. Oggi dal pensiero cristiano sociale, da tanti uomini di Chiesa e dalle culture dei beni comuni vengono punti di vista di critica radicale al liberismo e indicazioni programmatiche innovative per le socialdemocrazie. Perché avere timore della costruzione di un vero soggetto politico europeo, del partito dei socialisti, dei progressisti e, sì, dei democratici europei? Solo una grande forza mossa da valori comuni, critica del liberismo e portatrice di contenuti nuovi può salvare l'Europa e costruire una prospettiva federale. Non si può far finta di non capire: il tema non è l'identità in astratto di un partito, ma la sua politica. Appoggiare Monti ha voluto dire mettere le basi per salvare l'Italia, farlo con l'autonomia politica e culturale di una grande forza del socialismo e del progressismo europeo vuol dire pensare che la sinistra abbia molto da dire sul futuro dell'Italia. Chi oggi - da Eugenio Scalfari al Corriere della Sera - pretende un'adesione acritica alle scelte del Governo, ieri a quelle dei mercati e della Bce, pensa che il futuro del Pd debba essere quello di un partito liberale, molto leggero e un po' molle, con istanze civili progressiste, ma incapace di esprimere una visione redistributiva ed equa, e di costruire coesione sociale, garanzie per i giovani, partecipazione. Foto di Andrea Sabbadini I rapporti con i progressisti europei. Il ruolo del pensiero cattolico nella cultura democratica. Il futuro del centrosinistra dopo il governo Monti Il dibattito nel Pd è aperto. Oggi gli interventi di Folena, D'Ubaldo e Verducci Primo Piano In Europa un nuovo soggetto dei socialisti e dei democratici Socialismo europeo e cattolici L'intervento/1 Manifestazione del Partito Democratico Il centrosinistra 16 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
La situazione nel partito e sul fronte delle alleanze è talmente disastrata che in questo momento ipotizzare «un patto con Monti anche dopo il 2013» sembra l'unico modo per declinare un futuro. Tutto sommato, poi, poichè nessuno dei vecchi partiti «se la passa così bene con il 44% di indecisi», immaginare anche nella prossima legislatura «un patto di collaborazione in Parlamento per proseguire sulla via delle riforme condivise» potrebbe essere una dignitosa via d'uscita in attesa di ritrovare la fiducia e la dignità perdute che fanno precipitare il Pdl sotto il 20% e in alcuni comuni persino intorno al 10 per cento. Berlusconi torna a Roma e dopo il vertice di lunedì sera a villa Gernetto in Brianza allargato ai dirigenti e ai governatori del Pdl, convoca una nuova riunione, più ristretta, ieri sera a palazzo Grazioli. C'è da preparare l'incontro con Monti di oggi «sul cui operato la valutazione positiva racconta un dirigente del partito continua ad essere confermata e ribadita». E c'è da continuare a ragionare sulle prossime amministrative, alleanze, simboli, candidature. Il tutto guardando al voto del 2013, quello della nuova legislatura, che poi nei tempi della politica è dopodomani. Il problema più urgente sono le amministrative di maggio con alcuni importanti comuni capoluogo, da Genova a Palermo, da La Spezia a Catanzaro, da L'Aquila a Verona, che devono rinnovare il sindaco. La parola chiave, non solo nel Pdl, è “lista civica”. È il cosiddetto «partito di Monti», dove per “civiche” si intende “tecniche”, che si sta imponendo, loro malgrado, anche nelle segreterie dei partiti. Strategia e coordinate sono state dettate lunedì e ribadite ieri sera: solo «bugie» quelle che davano per defunto il simbolo del Pdl. Il simbolo ci sarà e, dove non è possibile, il partito appoggerà liste civiche con capolista forti, radicati sul territorio, possibilmente facce nuove. La partita è nelle mani, ancora una volta, del coordinatore Denis Verdini (nominato nel frattempo anche commissario per l'Emilia dove le correnti, e i candidati al congresso provinciale, di Bertolini e Giovanardi competono all'arma CLAUDIA FUSANI Primo Piano Berlusconi spera in Monti per salvare se stesso e il Pdl Silvio Berlusconi incontra oggi Mario Monti. È proprio al premier che il Cavaliere guarda per un «patto» anche dopo il 2013. Il suo Pdl è piombato ormai nella crisi più profonda. E nel voto di maggio rischia il disastro. ROMA p Il partito in enormi difficoltà con liste e candidature. Ieri sera nuovo vertice a palazzo Grazioli p Il Cavaliere oggi a Palazzo Chigi. Obiettivo: costruire un rapporto per il dopo 2013 Il centrodestra 18 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
Vendere 258 milioni di esemplari in un solo anno, con una crescita del 3,2 % rispetto al 2010, non é uno scherzo. Se poi la cosa avviene in un periodo di crisi, in un settore, l'elettronica di consumo, che non fa eccezione alle difficoltá generali, il fatto acquista ancor piú rilevanza. È quanto accaduto al mercato dei telefoni cellulari in Europa (dati Gfk Retail and Technology), il che indica un ricambio che ha riguardato piú della metá della popolazione del Vecchio continente. UN MERCATO IMMENSO Ed é ció su cui hanno evidentemente riflettuto ai piani alti di Panasonic, il gigante giapponese che ha organizzato la sua convention europea ad inizio della settimana in quel di Amburgo, la cittá dove mezzo secolo fa aprí il primo ufficio nel continente. Un mercato immenso, con un prezzo medio per apparecchio di 200 euro ed ulteriori prospettive di crescita nel breve periodo, nel quale l'azienda fondata da Konosuke Matsushita decide adesso di entrare con uno smartphone, "Eluga", dal nome e dalle forme caratteristiche. Una scelta naturalmente non casuale, quella di proporre un telefono "intelligente", per di piú di fascia alta, visto che i dati di mercato parlano chiaro: nel 2010, gli smartphone costituivano solo il 22% del mercato complessivo della telefonia mobile, in costante crescita, fino a raggiungere nel 2011 la quota del 36%. Questa percentuale è ulteriormente aumentata nel mese di dicembre 2011, arrivando a toccare il 45%. Ciò significa che in Europa, nel periodo natalizio, quasi un telefono ogni due venduti é stato uno smartphone, il cui prezzo medio é ben superiore a quello dei semplici cellulari. LA NUOVA SFIDA "Elegant User Gateway": sono le tre parole la cui sintesi dá il nome al prodotto con cui Panasonic torna a vendere telefoni mobili nel continente, in Italia a partire dal mese di aprile, dopo l'uscita di scena di qualche anno fa. Eluga, dotato di sistema operativo Android 2.3, si caratterizza innnanzitutto per un design curatissimo, con uno spessore di appena 7,8 millimetri ed un peso di 103 grammi. Altro punto di forza é l'ampio schermo touchscreen da 4,3 pollici ad elevata risoluzione che si apprezza soprattutto nella visioni di filmati e giocando, attivitá sempre piú comuni con questo tipo di dispositivi. Ma al di lá dell'efficienza e della potenza di calcolo (il processore é un dual core con frequenza di 1 GHz), l'esperienza insegna che gli smartphone si vendono anche per caratteristiche non essenziali ma in qualche modo intriganti. IMPERMEABILE Sotto questo aspetto l'Eluga offre una primizia tecnologica, ovvero la sua impermeabilitá totale, con la possibilitá di immergerlo fino a un metro di profonditá senza comprometterne il funzionamento, un aspetto sul quale l'azienda punterá durante il lancio commerciale del prodotto. Altra peculiaritá é lo "Swipe and Share" che permette di spostare con un semplice tocco del dito sullo schermo le immagini dal telefono al televisore, una funzionalitá che si rivela utile, ad esempio, per trasferire la navigazione sul Web dallo smartphone al ben piú ampio display tv. Quest'ultimo non deve essere necessariamente di marca Panasonic ma compatibile con il protocollo di trasferimento dati DLNA, ormai molto diffuso sui telelevisori di ultima generazione.«Ci aspettiamo di vendere - ha dichiarato Laurent Abadie, amministratore delegato di Panasonic Europa - 1,5 milioni di telefoni in Europa entro la chiusura del prossimo anno fiscale (il 31 marzo 2013, ndr)». Un obiettivo che l'azienda conta di raggiungere anche con il lancio di ulteriori modelli nei prossimi mesi. Eluga, il cui prezzo dovrebbe attestarsi fra i 400 ed i 450 euro, é insomma il battistrada di una pattuglia di smartphone destinata a competere in un mercato ricco ma difficilissimo, dove i leader si chiamano Apple e Samsung, con il recente ingresso di altri formidabili competitor quali le accoppiate Google/Motorola e Microsoft/Nokia. p La società giapponese ha chiuso un 2011 da record: venduti 258 milioni di cellulari p La quota di mercato di quelli di fascia alta si è fortemente allargata negli ultimi tre mesi Foto Ansa Offensiva Panasonic sugli smartphone Sta arrivando «Eluga» MARCO VENTIMIGLIA La società giapponese Panasonic ha chiuso un 2011 da record nel settore dei cellulari. Ecco che per quest'anno tenta la leadership nel mercato degli smartphone. E lancia «Eluga». Concorrenza con Nokia. ALL SHARE 17712 -0,02% www.unita.it INVIATO A AMBURGO FTSEMIB 16710 -0,08% Borsa La fabbrica Panasonic di Kobe I leader Continuano a essere Apple e Samsung Economia EURO/DOLLARO 1.3261 37 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
Doppia retromarcia repentina, da parte del direttore generale della Rai, Lorenza Lei: via la clausola dai contratti che prevede il licenziamento per le donne in gravidanza. Una vittoria per i giornalisti precari, incassata all'indomani della loro denuncia. Seconda marcia indietro: lo stop al pagamento del canone per il possesso di computer, tablet e smart phone. Le imprese della Rete, infuriate, possono archiviare i bollettini stratosferici ricevuti dalla Rai di Torino, in attesa di pagare il canone per il possesso di una o più televisioni; ora le aziende incassano la novità, ma aspettano «chiarimenti» dalla Rai. I giornalisti precari di «Errori di stampa» sono «emozionati e sconcertati» per la «prima piccola vittoria sperata», spiega la portavoce, Paola Natalicchio. Prendono «atto delle aperture della Lei» ma le chiedono di rivedere tutti i «contratti vergogna» ovvero il «contratto maschera» di precari travestiti da libero professionista con partita Iva come «consulenti esperti, conduttori/ registi, autori ai testi». Travolta dallo sconcerto e dalle polemiche, Lorenza Lei lunedì sera avrebbe voluto togliere quella postilla, ma non si è sbilanciata. Ieri in mattinata ha annunciato che «non ha alcuna difficoltà a toglierla dai contratti per una diversa formulazione che non urti suscettibilità», premettendo con un certo risentimento: «Onde evitare inutili strumentalizzazioni» e per testimoniare che la clausola «non ha il rilievo che le viene attribuito» e «nessuno ha mai avuto nulla da eccepire». E grazie, rispondono i precari, «avevamo paura di perdere anche un lavoro a cottimo». Comunque chi firmerà un contratto così con Viale Mazzini non troverà più la «clausola» di licenziamento. Per chi lo ha già, si deve fidare della Dg. Per cambiare la legge, invece, è previsto un incontro con la ministra del Lavoro Fornero. Appena meno repentina la retromarcia sul canone, dopo un incontro al ministero dello Sviluppo: «La Rai non ha mai richiesto il pagamento del canone per il mero possesso di un personal computer collegato alla rete, i tablet e gli smartphone» è la nota dell'azienda. Rimbalza la palla alla Direzione Abbonamenti sul riferimento solo «al canone speciale» che imprese o enti devono se «usano i computer i come televisori». LA SECONDA RETROMARCIA Già, ma la Rai trasmette da giorni degli spot animati nei quali si vedono i programmi Rai su computer o tablet rudimentali come gli arredi dei Flintstones. Questo in nome in nome di un «Decreto regio 21 febbraio 1938, n. 246» che stabiliva con fantascientifica preveggenza (degna di Fascisti su Marte...): «Chiunque detenga uno o più apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento». Confermato da una legge del ‘99, nessuno ha pensato a cambiarlo nell'era digitale. A viale Mazzini regna la confusione a compartimenti stagni, possibile che la dg Lei, che conosce ogni piega dell'azienda, non sapesse nulla di quei codicilli perversi? «Sono dilettanti, mai visto amministratori così scarsi, vertici più avveduti avrebbero evitato questa confusione», commenta Morri del Pd. Domani in Cda si parlerà di Sanremo (da Celentano al direttore di RaiUno Mazza). E oggi la prima udienza del ricorso di Minzolini. Foto di Serena Cremaschi/Ansa NATALIA LOMBARDO La Rai fa marcia indietro su clausola di gravidanza e canone per i computer Caso Formigli, la Rai impugna la sentenza Imbarazzo Primo Piano Il Direttore Generale della Rai Lorenza Lei Doppia marcia indietro di Lorenza Lei: via la clausola che prevede il licenziamento per le donne in gravidanza, via anche l'obbligo di pagare il canone per il possesso di pc e tablet. I precari: vittoria, ma non basta. La Rai impugnerà la sentenza del tribunalediTorinochecondannal'azienda, insieme al giornalista CorradoFormigli, a risarcire con cinque milioni di euro Fiat Group Automobiles per un servizio sull'Alfa Mito andato in onda su Annozero. Lo ha fatto sapere la stessa Rai in un comunicato. «In merito alla sentenza del Tribunale di Torino sulla vicenda Fiat/ Rai/Annozero, ogni commento sarà articolatonell'attodi impugnazionein corso di predisposizione». Il tribunale civile di Torino ha condannato la Rai e il giornalista Corrado Formigli a risarcire con cinquemilionidieuroFiatGroupAutomobiles. La sentenza si riferisce a un servizio trasmesso da «Annozero» il 2 dicembre 2010 in cui era stata criticata unavettura prodotta dalla casa torinese, la Alfa Mito, in un modo che il giudice Maura Sabbione ha definito «denigratorio». ANNOZERO p «Prima vittoria» per i giornalisti precari che non si fermano: «Ora via i contratti vergogna» p Caso Minzolini Oggi la prima udienza sul reintegro. Domani Cda sulla questione Sanremo Presto un incontro con la ministra Fornero per la modifica dei contratti Servizio pubblico 23 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
Cara Unità Montepremi 2.488.154,47 5+ stella Nessun 6 - Jackpot 65.326.507,88 4+ stella 50.850,00 Nessun 5+1 497.630.89 3+ stella 2.269,00 Vincono con punti 5 186.611,59 2+ stella 100,00 Vincono con punti 4 508,50 1+ stella 10,00 Vincono con punti 3 22,69 0+ stella 5,00 Nazionale 59 18 5 4 81 Bari 60 7 41 75 55 Cagliari 57 81 10 59 15 Firenze 65 60 73 47 56 Genova 68 90 87 62 54 Milano 25 68 23 20 35 Napoli 77 51 44 16 10 Palermo 25 9 20 26 86 Roma 39 48 27 76 17 Torino 74 8 51 43 16 Venezia 19 26 62 27 90 Lotto Dialoghi RISPOSTA La debolezza della convenzione che regola i rapporti fra l'Università del Rettore Frati e la Regione Lazio avrebbe dovuto essere al centro dei commenti e delle riflessioni sul che fare dopo che il Senatore Marino ha richiamato l'attenzione dei media sulla paziente in coma legata per quattro giorni senza nutrizione e senza monitoraggio H24 dei suoi parametri vitali. Sono passati solo pochi giorni da quando i giornali hanno parlato di un professore primario, figlio del Rettore, che ripagherebbe il suo stipendio con un paio di interventi all'anno ed io so per dolorosa esperienza personale che questo livello di prestazioni è compatibile con incarichi e stipendi simili a quello di Frati junior per molti (troppi) dei suoi colleghi. Quella intollerabile, in tempi di crisi e non di crisi, resta la distribuzione illogica delle risorse all'interno di uno dei più importanti ospedali della città. Di questo, penso, avrebbe dovuto parlare la Polverini invece di nascondersi dietro la bugia pietosa e insostenibile sulla paziente «seguita in modo corretto». Avrebbe detto lo stesso, le hanno chiesto a Rainews24, se la paziente fosse stata una persona a lei cara? Luigi Cancrini La satira de l'Unità LETTERA FIRMATA Sono un medico universitario che ha lavorato per molti anni nel Policlinico. Vorrei dire, sommessamente, che la gran parte dei medici sono universitari che lavorano pochissimo dentro al Policlinico e che la gran parte di loro non si sognerebbe mai di occuparsi di pronto soccorso o di accettazione. I numeri del Superenalotto Jolly SuperStar 28 29 30 39 75 87 65 16 10eLotto 7 8 9 10 19 25 26 39 41 4851 57 60 65 68 73 74 77 81 90 Uno scandalo strutturale virus.unita.it VIA OSTIENSE, 131/L - 00154 - ROMA MAIL lettere@unita.it LUIGI ZECCA* Dulbecco in Italia L'impatto di Renato Dulbecco sulla ricerca biomedica ebbe la sua massima espressione al Cnr con il Progetto Genoma. L'idea della costruzione della mappa fisica dei cromosomi e del sequenziamento di tutto il genoma umano fu proposta per la prima volta come tema di discussione nel 1984, a un incontro scientifico con la partecipazione di 20 premi Nobel. Nel 1986, con un editoriale sulla rivista Science, Dulbecco spiega l'importanza di un progetto di ricerca che arrivi alla conoscenza completa dei nostri geni. Dulbecco viene quindi invitato dal Cnr in Italia nel 1987 per dirigere il Progetto Genoma, che inizia sotto la sua guida per poi diventare progetto internazionale, portato avanti anche da societàprivate. È dunque in Italia e al Cnr, per la prima volta al mondo, che viene lanciato il Progetto destinato a mutare le sorti della ricerca e della conoscenza scientifica. In Italia il progetto si arresta a metà degli anni '90 per l'insufficienza dei finanziamenti, tuttavia il sequenziamento del genoma umano vienecompletato nel 2001 dal Consorzio Internazionale Human Genome e dalla Celera Genomics di Craig Venter. Nel 1993 Dulbecco inizia però un nuovo progetto all'interno dell'Istituto di Tecnologie Biomediche del Cnr di Segrate, sullo studio del cancro e del differenziamento delle cellule mammarie, con la stretta collaborazione di Ileana Zucchi. La collaborazione continua con molto entusiasmo fino al 2011, quando Dulbecco e Zucchi dimostranol'esistenza e le proprietà delle cellule staminali del cancro. Purtroppo, a causa della malattia di Dulbecco, l'attività si interrompe alla fine del 2011. Scriveva Dulbecco su Scienze: « …la possibilità di avere una visione completa e globale del nostro Dna ci aiuterà a comprendere le influenze genetiche e non genetiche sul nostro sviluppo, la nostra storia come specie e come combattere le malattie genetiche e il cancro». Questa previsione si è in buona parte realizzata. * Direttore Itb-Cnr SIMONE HEGART Non sono d'accordo su Don Gallo Non sono del tutto d'accordo con il suo commento su Don Gallo. Di preti che spendono la vita per gli ultimi ce ne sono a migliaia e non si esibiscono nei salotti televisivi come fa lui. Probabilmente a lei sta simpatico perché é un militante della sinistra, fa politica attiva (vedi appoggio candidati del Sel a Genova) e non esita a sventolare bandiera rossa, che in verità nei paesi dove era bandiera nazionale non ha portato tanti benefici agli ultimi. ROBERTO MULAZZANI La scorta agli ex della politica Secondo me un problema da risolvere con grande beneficio per i conti pubblici è quello dell'eliminazione delle scorte a tutti gli Ex della politica e delle varie amministrazioni statali che ancora ne usufruiscono abbondantemente. E nel contempo eliminare anche tutti gli altri privilegi ancora il vigore per numerose categorie di EX (ufficio, segreteria, alloggio, auto anche con autista, benefit vari, ecc. ecc.). Chi va in pensione o non viene più eletto, diventa un privato cittadino, che se giovane continua a lavorare come tutti, se anziano si dedicherà alla famiglia, alla cultura, al volontariato, ecc. come tutti i pensionati. Signor Ministro Giarda, auguri di buon lavoro. In questo settore adoperi le forbici e tagli con vigore: gli Italiani La ringraziano. PIER LUIGI MILANI Un forum sugli avvocati? La lettera sugli avvocati pubblicata su l'Unità a firma Antonio Liguori è indicativa della deriva liberista di una certa sinistra (anche lettrice de l'Unità). La conclusione è illuminante e disarmante: troppi avvocati in Italia? «Lasciamo che sia il mercato a selezionarli». Liguori dimentica un piccolo particolare: gli avvocati italiani sono già più di 280.000. In tutta la Francia ce ne sono 48.000 e le cause durano meno della metà dei tempi di quelle italiane. Dobbiamo desiderare un'altra infornata di migliaia e migliaia di avvocati? Per giunta abbassando il livello di selezione e quindi di qualificazione? Lasciamo alla competizione sfrenata e allla invisibile manina del «dio-mercato» l'assestamento della saturazione? Con quanti morti e feriti sul campo? Con quali danni per la clientela? Mi chiedo perché l'Unità non apra un forum su questi temi, invece di limitarsi a rispecchiare quel che dicono i soliti quattro opinion leaders o che scrivono sprovveduti neofiti del dio-mercato. MARTEDÌ 21 FEBBRAIO La community dei lettori dell'Unità26 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
D a molti, è considerato il«club più esclusivo delmondo». In effetti, du-rante le grandi cerimonie pontificie, vedere l'aula di San Pietro colorata del rosso porpora dei cardinali e del violaceo dei vescovi, può anche emozionare i molti delicati e sensibili cultori del genere. Ma per un cattolico con altre preoccupazioni, e che appartiene a quell'ottanta per cento della Chiesa che non ha mai partecipato ai fasti ma ha solo subito i nefasti delle corti occidentali, la scena risulta fatalmente destinata a scivolare nel regno del folclore. Come ammoniva Franz Fanon agli inizi degli anni Sessanta quando le antiche culture entravano in nuove forme statuali, quelle indipendenti, «il folclore sta alla cultura come l'arteriosclerosi sta all' intelligenza». Nel blog Vino nuovo il giornalista di Avvenire Roberto Beretta, a proposito delle ultime berrette rosse concesse dal Papa, osserva: «Nella Chiesa è pericolosa l'equivalenza (più o meno inconscia ma diffusissima) tra l'essere arrivato “fin lì” e qualità spirituale, meriti a s c e t i c i o c o e r e n z a morale…Notazioni consimili si potrebbero fare anche scendendo giù giù per la scala gerarchica: vescovi, monsignori, parroci, responsabili laici di importanti settori ecclesiali... O risalendo in su». Ne consegue che per ben comprendere il momento storico che il cattolicesimo sta vivendo è del tutto fuorviante guardare, e giudicare, gli uomini di Chiesa per dove arrivano, o supporre con quali intrighi e altre miserie vengono distribuite porpore, infule, fasce con frange e berrette con o senza pon pon: bisogna tornare al punto di partenza, ricordare da dove questi uomini sono partiti, cogliere quale sia l'humus, il ventre caldo e fertile dal quale il cattolicesimo riceve il dono delle vite e delle intelligenze. Sabato scorso, in tanti si sono inteneriti nel vedere Shirley Radcliffe, l'anziana contadina del Missouri, mamma dell'arcivescovo di New York Timothy Michael Dolan, al braccio di suo figlio mentre questi entrava in concistoro. Anche, Edwin Frederick O'Brien, sempre di New York era accompagnato da un gruppo di reduci del Vietnam dell' 81esimo reggimento di fanteria americana, dove egli ha servito. I famigliari di Jaroslav Duka, domenicano neo porporato di Praga, hanno visto il loro figlio lavorare come operaio-tornitore prima e dopo, quando già sacerdote impedito ad esercitare il ministero, per quindici anni si guadagnava il pane come disegnatore in una fabbrica automobilistica. E lo hanno visto in carcere, condannato a diciotto mesi perché istruiva clandestinamente i futuri frati domenicani. La vita del cardinale romeno Lucian Muresan (decimo di dodici figli) poi, sembra un romanzo tanto è intrisa di lavoro (prima falegname, poi militare, poi operaio edile) e prigionia: sotto le catene e le persecuzioni della Securitate di Ceausescu per più della metà della sua vita. Anche tra gli italiani, il primo dei nominati del 18 gennaio, Fernando Filoni, proviene da una famiglia che ha vissuto con lo stipendio del padre, guardia di finanza. Durante i nove anni trascorsi a Roma per specializzarsi in filosofia (alla Sapienza) e giornalismo (alla Pro Deo, la mamma della Luiss), si è mantenuto lavorando nella parrocchia di periferia di San Tito e insegnando nei licei statali. Da nunzio in Irak, durante l'ultima guerra, è stato l'unico diplomatico occidentale a non lasciare Baghdad, neppure quando la sua sede è stata bombardata. Sabato scorso in molti lo hanno visto commuoversi insieme ai cristiani iracheni venuti a Roma per lui. Per scusarsi dei suoi occhi umidi, ha detto «questi sanno cosa significhi essere cristiani». Del “bertoniano“, e quindi sospetto Giuseppe Bertello nessuno ha ricordato che era nunzio in Benin quando la Chiesa del Paese africano si faceva promotrice della conferenza che sanciva, senza spargimento di sangue, la transizione da un regime dittatoriale alla democrazia. Ed era a Kigali, in Ruanda, nel 1994, durante il genocidio. Spigolature di questo tipo, non sono rare nelle biografie di chi arriva ai vertici della Chiesa. Forse, la pomposa, e polverosa, piramide colorata che le cerimonie vaticane immettono nel mondo mediatico andrebbe, anche ritualmente, totalmente rovesciata. Sarebbe così più facile per tutti riconoscere, sotto abiti e ritualismi tanto spettacolari (e costosi) quanto inutili (Roberto Beretta, le chiama “enfasi onorifiche”), la mamma di tutte le belle avventure umane che continuano a testimoniare Cristo e ad onorare la Chiesa, e che abita ancora nella parte larga della piramide, nella base, in una fraternità egualitaria dove i patemi, e le funzioni, di chi non riesce a lasciare una poltrona romana per sedersi in un'altrettanto comoda poltrona americana, francamente, fanno solo ridere. I colori profondi della Chiesa Sotto ritualismi tanto spettacolari (e costosi) quanto inutili resta la madre di tutte le più belle avventure umane Quel club così esclusivo SETTIMO CIELO Dietro il rosso porpora delle vesti dei cardinali e il violaceo dei vescovi si nascondono storie di vita esemplari. Dalle esperienze in Africa, passando per i lavori più umili e la prigionia Filippo Di Giacomo 27 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
PINO STOPPON È il momento del Bologna Il derby è suo D ue momenti opposti che incampo si realizzano con ci-nica puntualità: l'entusia-smo che spinge il Bologna dopo l'impresa di San Siro contro l'Inter diventa oro in questo derby dell'Appennino, con la Fiorentina invece in repentino ridimensionamento, dopo un paio di uscite promettenti. La batosta interna contro il Napoli è tutta da assorbire. La mancanza di sicurezza di alcuni giocatori, come Nastasic e Amauri, deputati di compiti inversi, è decisiva per confezionare il risultato che si confeziona in un primo tempo dove la Fiorentina sembra più “piena” in campo, ma il Bologna costruisce su contropiedi limpidi l'ennesimo risultato utile del suo 2012. Eccolo, il primo tempo: la prima occasione da rete è un pezzo di bravura di Jovetic, che raccoglie una sponda di Amauri al limite dell'area e colpisce cercando il palo lontano: manca qualche grado alla curva. Tocca a Ramirez - scoordinato nell'addomesticare un pallone orfano su un cross - appaiare il numero di occasioni. Poi i venti minuti che determinano la gara: a ridosso della mezz'ora Amauri è smarcato da un colpo di tacco di Jovetic, che lo libera solo davanti a Gillet. L'italo-brasiliano colpisce d'interno ma il tiro è troppo morbido e Gillet invece è un osso duro. Si cambia il fronte e Ramirez e Di Vaio verticalizzano in velocità un'azione che trova Diamanti lanciato verso Boruc. Sulla palla si getta anche il portiere e da dietro Olivera: sembra tutto risolversi in una mischia, ma Diamanti è il più reattivo a rialzarsi, cercare di spostarsi per colpire con il suo piede favorito, il sinistro, e trovare così il pertugio giusto fra una mezza dozzina di gambe (molli) dei difensori viola. Ma è bella la reazione degli uomini di Rossi, che subito si gettano in avanti ed esaltano Gillet: il portiere rossoblu è superbo sul colpo di testa in “sospensione” di Amauri, proteso nella sua giocata migliore da quando è arrivato in Toscana. Altri cinque minuti e lo stesso Montolivo si trova nel posto giusto al limite dell'area del Bologna - al momento giusto: quando Cassani gioca a ritroso un pallone interessante dal fondo del campo. Il tiro del centrocampista è “piazzato”, ma la mire difetta di mezzo metro. Rimessa dal fondo per gli emiliani, e altra magistrale verticalizzazione dei soliti tre, a parti inverse: è Diamanti a servire Di Vaio, bravo nell'allargarsi. Il giovane Nastasic lo affronta con troppo rispetto, permettendo il traversone basso, a ridosso della porta, dove Ramirez arriva con poco anticipo su Gamberini, ma con una bellissima idea: lascia scorrere la palla fra le gambe e la dirotta in porta con un colpo di suola. Due a zero: il Bologna ha spremuto il massimo da un primo tempo, territorialmente posseduto dalla Fiorentina. Ci sarebbe una ripresa intera da giocare, ma la stupidità di Olivera l'accorcia: dura cinque minuti, il tempo che l'ex giocatore del Lecce rifili un'insensata gomitata di frustrazione a Diamanti. Espulsione, match virtualmente impossibile per i viola. Anche perché il Bologna si sistema bene, facendo diga al centro con Mudingay e Perez. E assicurandosi una classifica agiata e distante dalla terz'ultima. Battuta la Fiorentina. I viola giocano un bel primo tempo, ma Diamanti e Ramirez vanno in gol con facilità Nella ripresa, espulsione di Olivera e partita blindata BOLOGNA BOLOGNA 2 Agnelli, la voce del padrone Il presidente della Juventus Agnelli getta benzina sull'anticipo di sabato, Milan-JuventusecriticailnumerounodellaFigc cheavevagiudicato ''forti'' le frasideltecnicobianconero sugliarbitri: «Nonmi sta bene che ilpresidente della federazionecommenti solo le paroledel nostro allenatore, lo faccia con tutti. La partita con il Milan? Siamo sereni, sono loro i favoriti». BOLOGNA:Gillet,Raggi,Portanova(36'stCherubin), Antonnson, Pulzetti, Mudingayi, Perez, Rubin,Diamanti,Ramirez (23' stKone),DiVaio (32' st Acquafresca). FIORENTINA: Boruc, Gamberini, Natali, Nastasic (29' st De Silvestri), Cassani, Olivera, Montolivo, Lazzari, Vargas (14' st Salifu), Jovetic, Amauri. ARBITRO: Giannoccaro RETI: nel pt 30' Diamanti, 43' Ramirez. NOTE: angoli: 7-5 per la Fiorentina. Recupero: 1' e 4'. Espulsi: nel st 5' Olivera per una gomitata in faccia a Diamanti. Ammoniti: Gamberini, Vargas, Diamanti e Cassani per gioco scorretto. Spettatori: 14mila circa FIORENTINA 0 La Mercedes-Benz ha presentato ieri sul Circuit de Catalunya di Montmelò a Barcellona la nuova F1 W03. La nuova Freccia d'argento ha già debuttato in pista ma su di essa c'era grande riserbo, al punto che circolavano solo immagini oscurate. Oggi, prima dei secondi test invernali della F1, Nico Rosberg e Michael Schumacher hanno sollevato i veli: la W03 appare molto bella, con il caratteristico muso a ornitorinco (o a scalino) tipico delle auto di questa stagione ma dotato di due paratie laterali a formare una specie di canale, l'F-Duct, anticipato dal progettista della Red Bull Adrian Newey. F1: presentata la Mercedes W03, la nuova freccia d'argento con lo scalino 47 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
Foto di Julien Warnand/Ansa Epa La sua vita pubblica si era fatta sempre più circospetta. Per vederlo bisognava appostarsi verso place des Vosges, nel centro di Parigi, dove abita da quando è tornato dagli Stati Uniti in una specie di limbo. Le poche foto che negli ultimi tempi sono circolate sporadiche qui e là sulla stampa lo hanno sempre ritratto mentre guardingo attraversa la strada, o fila via radente lungo il muro di un palazzo. E anche ieri che tutti lo attendevano a Lille, Dominique Strauss Kahn ha preferito dissimulare la sua immagine. Alle nove un'auto con i vetri oscurati ha varcato la folla di cronisti presenti sulla soglia della caserma della gendarmeria, ma nessuno ha potuto vederlo o riprenderlo. Solo un comunicato delle autorità giudiziarie ha confermato che l'ex direttore del Fondo monetario internazionale era arrivato ed era stato posto in stato di fermo, come previsto. Per 48 ore dovrà rispondere alle domande degli inquirenti sull'affaire Carlton di Lille - un giro di prostituzione di alto livello – e in particolare sulla sua partecipazione ad una serie di festini libertini, appositamente organizzati da una parte a l'altra dell'Atlantico per lusingare gli appetiti sessuali dell'ex «prossimo presidente francese». Sapeva il professor Dsk che le donne che gli si concedevano in quelle serate orgiastiche in vari hotel a Parigi e Washington erano delle prostitute? Sapeva che le loro prestazioni erano pagate con i denari delle società presso cui lavoravano i suoi compagni di vizi? Sono queste le domande dei magistrati a cui Strauss Kahn dovrà rispondere per fugare i dubbi e scampare ancora una volta un processo che potrebbe vederlo sul banco degli accusati per complicità nello sfruttamento della prostituzione e, in questo caso, appropriazione indebita. Finora, fedele alla sua determinazione di mantenere la bocca chiusa, l'ex direttore dell'Fmi non ha rilasciato versioni dei fatti. Per lui hanno parlato i suoi avvocati, negando che il loro assistito sapesse alcunché. Quando si partecipa a certe serate, è la difeFermato ieri a Lille per essere interrogato su un giro di prostituzione di lusso. È l'ultimo guaio giudiziario di Dominique Strauss Kahn. Ancora una voltra trincerato nel silenzio. LUCA SEBASTIANI Strauss Kahn precipita ancora: in arresto per un giro di «squillo» pA Lille l'ex presidente dell'Fmi sotto torchio e in stato di fermo per 48 ore nella gendarmeria p Festini a luci rosse pagati da società di amici, ora rischia fino a sette anni di carcere L'assedio dei fotografi all'uscita di Dominique Strauss-Kahn dalla Gendarmeria di Lille PARIGI Mondo34 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
Dopo una maratona notturna di 14 ore, la Grecia ha ottenuto il via libera al suo maxi-piano di aiuti per 130 miliardi. Una boccata d'ossigeno che potrebbe portare il Paese a tornare a crescere nel 2014, dopo anni di recessione a due cifre, secondo alcuni esperti. Anche se per i greci manca un tassello essenziale a questo percorso: le misure per lo sviluppo. Il prestito consentirà ad Atene di ridurre il debito pubblico dal 160% del Pil di oggi al 120% entro il 2020. Una decisione, quella presa a Bruxelles, che evita il contagio sui mercati e mette in sicurezza l'euro. Anche dall'altra parte dell'Oceano si tira un sospiro di sollievo: Barack Obama telefona ad Angela Merkel per congratularsi per l'intesa. Le Borse, tuttavia, accolgono la notizia con cautela. Milano chiude sostanzialmente piatta, anche se lo spread dei titoli italiani con quelli tedeschi va ancora giù, a quota 347. Insomma, l'intesa c'è, ma prevale la diffidenza. Il timore, diffuso sui mercati, è che gli impegni presi dal governo Venizelos possano venire disattesi dall'esecutivo che uscirà dopo le elezioni del prossimo aprile, che molto probabilmente saranno vinte dalla destra, proprio la formazione che ha provocato il crollo. Anche se i 17 hanno adottato rigide contromisure per evitare sbandamenti, con uno stretto controllo della Troika sull'attuazione del programma, come avevano chiesto Olanda e Austria, e un'erogazione spalmata su due anni. «Abbiamo definitivamente chiuso la porta al fallimento», secondo il presidente della Commissione Ue Josè Barroso, e per quello dell' Eurogruppo Jean Claude Juncker l'accordo «garantisce la tenuta della Grecia nell'euro». Il nodo su cui si è perso più tempo è stata la riduzione del valore nominale dei titoli del debiti privato. Questione a cui hanno lavorato tutti, dalla Bce al Fondo monteBIANCA DI GIOVANNI Foto Ap Risorse Primo Piano Grecia salva ma vigilata speciale Obama elogia l'Ue. Giù lo spread Grecia «salvata» dopo una maratona di 14 ore a Bruxelles. Monti: contagio evitato. Obama si congratula con l'Europa. Ma i timori che il Paese possa non rispettare i patti restano forti. ROMA p Intesa raggiunta dopo 14 ore di trattative: sbloccati 130 miliardi di aiuti ad Atene p Il nodo cruciale: ridotto il valore nominale dei titoli del debito privato. «È un nuovo inizio» Disagio e povertà nelle strade di Atene Il fondo Salva-Stati potrebbe arrivare a 750 miliardi L'Europa e la crisi 6 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
I l «Bobby Sands» di Palestina cel'ha fatta. Dopo 66 giorni disciopero della fame, Khader Ad-nan (33 anni) ha vinto la suabattaglia. Incarcerato dal 17 dicembre scorso nonostante non vi fosse alcuna accusa formale nei suoi confronti, il palestinese, un tempo portavoce della Jihad islamica, sarà liberato il prossimo 17 aprile. «C'è un accordo», ha fatto sapere il ministero della Giustizia israeliano, per cui Khader Adnan «sospenderà lo sciopero della fame e non sarà prorogata la sua detenzione amministrativa», ovvero la misura che i militari dello Stato ebraico posso prendere nei confronti di sospettati anche in assenza di imputazioni specifiche. In base a questa norma Israele ha fatto arrestare almeno 315 palestinesi, ancora in carcere. L'intesa, legittimata dalla Corte suprema di Gerusalemme, prevede che Khader Adnan cessi lo sciopero della fame e resti ricoverato nell' ospedale Ziv di Safed (Galilea), viste le sue precarie condizioni di salute. Secondo il quotidiano di Tel Aviv Haaretz, se nelle prossime settimane non sopraggiungeranno elementi nuovi a suo carico, lo sceicco sarà rimesso in libertà all'inizio di aprile. La «Corte Suprema israeliana ha deciso di rilasciare Khader Adnan il 17 aprile e alla luce di questo lui ha messo fine allo sciopero della fame», dichiara il ministro per gli Affari penitenziari dell'Autorità nazionale palestinese, Issa Qaraqaa. Sul suo caso si erano pronunciate nei giorni scorsi anche le Nazioni Unite e l'Unione europea, chiedendo a Israele di adoperarsi per tutelare la salute dell'uomo. L'altro ieri, il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat aveva fatto sapere di aver inviato un messaggio alla Segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, e al capo della diplomazia Ue, Catherine Ashton, sollecitandole a fare pressioni su Israele: «Ho chiesto loro di intervenire sul caso di Adnan. Devono fare pressioni su Israele per ottenerne il rilascio» Una richiesta esaudita. Nel corso dello sciopero della fame l'uomo ha perso oltre 30 chilogrammi e l'altro ieri, ha precisato il suo avvocato, Jawad Boulos, i medici dell'ospedale hanno deciso di sostenere il suo fisico con la somministrazione di un «pacchetto salva-vita» di minerali. A protestare ora è la destra israeliana. In dichiarazioni riportate dalla radio militare, Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri e leader di Israel Beitenu (destra nazionalista), ha affermato che Israele ha commesso un «grave sbaglio» e si è di fatto arreso di fronte all'esponente della Jihad islamica. Il ministro ha quindi accusato di «tradimento» quei parlamentari arabi israeliani che hanno mediato l'intesa, e ha sostenuto che essi si sono fatti interpreti della volontà di una organizzazione terroristica, ossia della Jihad islamica. Nessun commento dal primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. La notizia della «vittoria» di Khader Adnan è stata accolta con manifestazioni di gioia nei Territori, in particolare a Jenin, la città natale del «Bobby Sands» palestinese. U. D. G. Foto di Maria Grazia Coggiola/Ansa Gerusalemme libera il «Bobby Sands» della Jihad contro Sonia Gandhi per le sue origini italiane. Quanto potrà pesare questo contesto sulla soluzione del caso? E quale potrà essere il percorso da seguire? Siamo nella fase delle indagini di polizia su cui dovrà basarsi la pubblica accusa ed è interesse delle due parti fare tutti i passi necessari per accertare i fatti. Le posizioni espresse dal Governo italiano sono totalmente fondate in base al diritto internazionale ma si scontrano con tesi contrapposte, e più discutibili, da parte indiana. Gli indiani invocano la non applicazione della giurisdizione italiana dato che i pescatori si trovavano sotto bandiera indiana e date le consuetudini di common law, in base alle quali si dovrebbe comunque procedere, ora che i militari italiani si trovano in territorio indiano. Una vicenda complessa, intricata, che richiederà pazienza, sangue freddo e che se non sarà possibile fare piena chiarezza sui fatti dovrà necessariamente trovare una soluzione politica umanitaria. Per questo, in questa fase, è assolutamente necessario lanciare un messaggio di grande solidarietà al popolo indiano. A prescindere dall'accertamento della responsabilità specifica, e posto che la nostra assoluta priorità è e deve rimanere il rimpatrio dei nostri due militari, dobbiamo sottolineare maggiormente la dimensione umana e il dolore di due famiglie indiane che tragicamente hanno perso i loro cari. Dobbiamo partire da qui poiché in questa fase vanno dati dei segnali positivi di solidarietà all'opinione pubblica indiana. Segnali utili a gettare le basi di una soluzione condivisa e che devono servire ad evitare che si infiammino ancora di più gli animi. Segnali di solidarietà che si giustificano ancora di più pensando al legame speciale che lega noi italiani proprio allo stato del Kerala. Uno stato col 25% di cristiani, in cui storicamente è fortissima la presenza di missionari cattolici e volontari italiani. Segnali che devono aiutarci ad evitare che la vicenda venga utilizzata per una riaffermazione del ruolo internazionale e dell'identità indiana. Anche per questo occorre isolare il più possibile l'incidente ed evitare che incida sui nostri rapporti bilaterali. *presidente Gruppo Amicizia parlamentare con l'India Il caso Le ire di Lieberman Foto Ansa Epa Il leader della destra accusa i deputati che hanno trattato l'intesa Khader Adnan, in prigione in Israele senza processo, ha ripreso a mangiare dopo 66 giorni di sciopero della fame. Folle di palestinesi in festa a Jenin Donna con poster di Khader Adnan Yemen alle urne: 8 vittime Lo Yemen ha posto ufficialmente fine ieri all'era di Ali Abdallah Saleh dopo quasi 34 anni di potere con l'elezione a presidente provvisorio del suo vice, Abd Rabbo Mansour Hadi. La consultazione è stata però segnata da episodi di violenza che hanno provocato 8 morti nel Sud del Paese, dove i separatisti hanno dichiarato il boicottaggio dello scrutinio. 33 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
M.FR. «Un furto legalizzato», una sorta di «diritto ipotetico», «di lotteria», in cui «le persone versano contributi senza sapere cosa succederà dei loro soldi e quando andranno in pensione». «Un furto» a cui la Cgil risponde preparandosi a sostenere chiunque voglia fare causa (class action non sono possibili) e mobilitandosi unitariamente con Cisl e Uil in una battaglia comune (partita con la lettera a Fornero dei tre segretari confederali il 19 gennaio in cui si parla di «situazioni drammatiche che la ministra sembra non aver compreso del tutto») per «ridare certezze ed equità al sistema pensionistico italiano». Dentro al «tritacarne», al «frullatore» della riforma delle pensioni sono rimasti intrappolati centinaia di migliaia di persone. «Si parlava di 65mila ma sono molti di più, un numero preciso non esiste e non può esserci perché l'Inps non può avere dati su persone che non hanno ancora fatto domanda di pensione», spiega Vera Lamonica, segretario confederale Cgil, cercando di evitare «l'uso di quella parola bruttissima che è esodati e che non rende l'idea della tragedia di chi vive senza lavoro, senza ammortizzatori e senza pensione». «L'unica certezza - le fa da contraltare Morena Piccinini, presidente Inca Cgil - è che i nostri patronati in queste settimane sono presi d'assalto da persone in carne e ossa che non possono pianificare la loro vita. Sicuramente parliamo di centinaia di migliaia di persone, ma contarli non spetta a noi». È l'indeterminatezza della quota la “scusa” che il governo e la ministra Fornero sta utilizzando per non dare risposte alle innumerevoli richieste di intervento che arrivano da sindacati e Pd. Nel frattempo i passi avanti fatti nel decreto Milleproroghe non bastano perché «si basano sulla data di fine del rapporto di lavoro e non sul giorno in cui sono stati firmati gli accordi per gli esodi incentivati, rischiando di escludere perfino vertenze come Irisbus, Fiat Termini Imerese, Alenia». SCANDALO RICONGIUNZIONE Ma c'è un secondo fronte aperto dal governo Berlusconi nella manovra dell'agosto 2010 che ha effetti «folli» sui pensionati. È quello della ricongiunzione onerosa dei contributi, «voluta per evitare che le donne scappassero dall'Indpad all'Inps al momento dell'innalzamento dell'età pensionabile del settore pubblico», che costringe migliaia di pensionandi a pagare centinaia di migliaia di euro per vedersi riconoscere i soldi versati per diversi enti pensionistici, anche quando (come raccontano le storie qui a fianco di persone con nomi di fantasia) hanno sempre fatto lo stesso lavoro. E anche su questo fronte, nonostante gli appelli e le promesse, Elsa Fornero non è ancora intervenuta e addirittura ha ribadito la volontà di mantenere onerosi i ricongiungimenti perché «la norma è equa, garantisce parità di trattamento tra lavoratori, è coerente con lo sistema contributivo», concludendo con il monito: «Non possiamo continuare a coltivare dei privilegi». Una battaglia non facile, per la Cgil. «Siamo coscienti che il tema è molto complicato e poco mediatico spiega Vera Lamonica - però è una situazione di profonda ingiustizia su cui il ministro Fornero non sta rispondendo nonostante le nostre richieste, ripetute, di un incontro». Assieme a loro c'è Luisa Gnecchi, parlamentare Pd ed ex dipendente dell'Inps che più ha lottato contro la norma della ricongiunzione onerosa: «Mi sono accorta subito che quella norma avrebbe creato ingiustizie fortissime - racconta -. Ho impiegato mesi e mesi a far capirne la gravità fino a quando anche il collega dell'allora maggioranza Giuliano Cazzola, parlamentare Pdl e grande esperto di pensioni, ha deciso di sottoscrivere l'ordine del giorno che il 27 luglio dell'anno scorso è stato votato all'unanimità dalla Camera». Ma da quel momento non è successo più niente: «Il sottosegretario del governo Berlusconi Bellotti quantificò in 400 milioni il costo per abolire la norma, sebbene la stessa fosse stata inserita senza che si prevedessero risparmi. Ora addirittura l'Inps ha aumentato la stima del costo ad un miliardo e mezzo, sbagliando perché abbiamo visto benissimo che le richieste di trasferimento all'Inps non sono aumentate». «UNA NORMA SENZA PIÙ SENSO» La ragione principale dell'arrabbiatura della Cgil è che «quella norma oggi non ha più un senso, una ratio, perché oramai tutte le lavoratrici, pubbliche e private, con la riforma Fornero vanno in pensione praticamente alla stessa età», continua Morena Picinnini. «In questo senso dare delle privilegiate a donne che dopo una vita di sacrifici devono accollarsi anni di lavoro in più o pagare cifre improponibili per non avere pensioni da fame è una cosa che non sta né in cielo né in terra: è l'esatto contrario dei privilegi. Anche perché tutto questo succede - chiude Piccinini - quando tutto il governo parla di addio al posto fisso, di cambiare lavoro e invece si mette in difficoltà chi ha cambiato lavoro e si costringono centinaia di migliaia di persone a ricomprarsi il diritto alla pensione». Lettera Cgil, Cisl e Uil Esodati e ricongiunzioni folli M aria è una delle mi-gliaia di lavoratriciche ha sempre fattolo stesso lavoro, mache ha avuto la sfortuna di cambiare istituto previdenziale. È nata il 21 gennaio del 1954 e ha sempre eseguito la stessa mansione. Prima in ditte private poi con società collegate a Poste Italiane. È stata iscritta all'Inps per oltre 33 anni. Poi la sua ditta è stata esternalizzata, diventando Postel con iscrizione all'ente previdenziale Ipost (ora riassorbito) per oltre 7 anni. Il 21 luglio 2010 ha presentato la domanda di ricongiunzione dei contributi verso l'Inps, prima di lasciare il lavoro il 31 dicembre 2010. Tra Inps e ex Ipost ha complessivamente oltre 40 anni di contributi. Maria era certa che la ricongiunzione all'Inps della contribuzione Ipost fosse gratuita, ma la manovra del 2010 l'ha resa onerosa. Nonostante la legge sia entrata in vigore il 30 luglio 2010, nove giorni dopo la sua presentazione della richiesta, la sua validità è infatti retroattiva. Solo dopo 1 anno, il 20 luglio 2011 Maria riceve il provvedimento di ricongiunzione: oneroso e peraltro sbagliato. Dopo un riesame l'Inps comunica a dicembre 2011 che per ricongiungere il periodo Ipost all'Inps ha un costo di 36.857,87 euro. Il pagamento della prime tre rate il cui costo è di 2.670 euro scade il 31 marzo. Maria, però, non è in condizione di pagare, non lavora più e non è pensionata, nessuno è disposto a concederle prestiti. Se non paga può chiedere la pensione in regime di totalizzazione: oltre ad un trattamento notevolmente inferiore perderebbe oltre un anno di pensione. Secondo le nuove disposizioni della legge Monti la sua età per la pensione di vecchiaia arriverebbe nel 2020 con 66 anni e 11 mesi di età. Si troverebbe dunque ad attendere altri 9 anni senza stipendio e pensione. Le storie/Maria Primo Piano Situazione drammatica la ministra sembra non rendersene conto Milleproroghe Dagli emendamenti pochi e insufficienti miglioramenti Denuncia Cgil sulla riforma delle pensioni e sulle ricongiunzioni onerose: centinaia di migliaia di persone subiscono le conseguenze della riforma Fornero e della manovra 2010. «Ma il ministro non ci ascolta». MASSIMO FRANCHI ROMA Al lavoro per 40 anni Ma ora è senza nulla pDossier Cgil sull'iniquità dell'ultima riforma previdenziale e della manovra Berlusconi del 2010 L'Italia e la crisi 10 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
S ono ben 676 le personemesse a morte in Iran nel2011. Centotrenta in piùrispetto al 2010, secondoun trend ininterrotto di aumenti che non conosce pause o flessioni dal 2005 in poi. Lo rivela il rapporto sulla pena capitale in Iran presentato dall'associazione Iran Human Rights ieri al Senato. Un elenco redatto con meticolosa serietà, basandosi sia sui dati forniti dalle autorità sia dai racconti di fonti non ufficiali, vale a dire famiglie e avvocati delle vittime o testimoni oculari delle esecuzioni. Nel secondo caso la notizia viene ritenuta attendibile solo se proviene da due diverse fonti ufficiose. Il ché significa che con ogni probabilità quella cifra di 676 impiccati è errata per difetto. Il massiccio ricorso alla pena di morte è solo uno dei modi in cui si manifesta la sistematica violazione dei diritti umani nella Repubblica islamica. Particolarmente e tristemente significativa è la diffusione sempre più larga delle esecuzioni in pubblico. Furono 9 nel 2009, salirono a 19 l'anno seguente, e sono state ben 65 nel 2011. La valutazione di Mahmood Amiry-Moghaddam, portavoce internazionale di Iran Human Rights, che ha sede a Oslo e ha filiali in vari Paesi tra cui l'Italia, è che «il regime voglia che la pena di morte entri a far parte della cultura nazionale come fosse una pratica naturale». A questo mirerebbe in particolare il coinvolgimento di civili nella macabra dinamica degli assassini di Stato. I parenti delle vittime dei reati attribuiti al condannato, partecipano spesso all'uccisione. «Oltre ad avere sofferto le conseguenze del crimine, essi diventano così complici di un assassinio». La maggior parte dei condannati a morte sono persone giudicate colpevoli di narcotraffico. Ma la scarsa trasparenza del sistema processuale iraniano lascia supporre che sotto quell'etichetta vengano puniti a volte altri reati, o magari persone innocenti. Le udienze si svolgono spesso a porte chiuse, e solo il 9% degli imputati vengono chiaramente identificati con nome e cognome. Amiry-Moghaddam non sottovaluta alcuni miglioramenti introdotti nel codice penale iraniano. Ad esempio l'abolizione della pena di morte per i minorenni, seppure con alcune gravi ed estese eccezioni previste dalla legge, è un fatto positivo, e dimostra quanto siano importanti le campagne di informazione internazionali, perché se i legislatori di Teheran hanno attenuato certi aspetti particolarmente brutali del loro ordinamento giuridico, questo si deve in buona parte proprio «all'efficace pressione» arrivata dall'esterno. Dai governi e dalle associazioni per la tutela dei diritti dell'individuo. Il nuovo codice che dovrebbe presto essere annunciato dal governo, non parla più della lapidazione per adulterio. Ma in mancanza di comunicazioni ufficiali, sia su questo sia su altri articoli del codice, restano dubbi. Ad approvare o meno un'eventuale sentenza di lapidazione, scrive ad esempio il quotidiano Sharq citando il vice presidente della commissione affari legali del Majlis (il Parlamento), sarà la Guida suprema, e non come in passato alti membri del clero. Il ché potrebbe ridurne il numero di applicazioni concrete. Quanto alla pena di morte, un minore potrebbe anche non sfuggirvi se il giudice lo dovesse ritenere già intellettualmente maturo. Al tempo stesso il codice vieta riduzioni di pena per atti ritenuti contrari alla sicurezza nazionale, così come per i reati economici. Un tema particolarmente attuale, quest'ultimo, dopo la grande truffa finanziaria per la quale il processo è iniziato proprio nei giorni scorsi a Teheran. Grave è la persistente persecuzione con la fustigazione o la morte dei comportamenti omosessuali. Pietro Marcenaro, presidente della Commissione diritti umani del Senato, ritiene che le condanne a morte siano aumentate anche «perché usate come strumento di intimidazione e terrore contro l'opposizione. Ma per fortuna in Iran c'è ancora una società civile che si muove». Per questo secondo Marcenaro sarebbe controproducente ricorrere a misure come l'interruzione delle relazioni diplomatiche con Teheran: «Sull'interpretazione dei diritti umani non esistono posizioni univoche nel clero sciita. E lo stesso vale per l'interpretazione del Corano e della Sharia. Il dialogo religioso e culturale apre spiragli che possono essere vitali per coloro che agiscono nel contesto sociale iraniano». Nella stessa logica, Marcenaro non è d'accordo con «chi pensa di cambiare le cose assassinando degli scienziati nucleari, come è accaduto più volte in Iran negli ultimi anni. «In questo modo si tappa la bocca proprio a chi in Iran si batte per la democrazia», perché si dà pretesti a chi vuole reprimere ogni dissenso. sa, non si chiede mica la carta d'identità. Del resto, a sua discolpa, Dsk può avanzare una certa competenza in materia. E per questo era da mesi che chiedeva di essere sentito. Per fugare i dubbi e chiudere un'altra pagina giudiziaria, l'ultima, di una parabola vertiginosa che da maggio ad oggi lo ha portato dalla gloria alla polvere. Quando lo scorso maggio, dopo un vertice del G20 e prima di una riunione di crisi per salvare la Grecia, l'allora direttore dell'Fmi si intratteneva a Washington, il 13, ad una di queste festicciole a base di sesso, la sua quota in patria era ad un culmine mai raggiunto da alcuno. I sondaggi lo davano senza rivali all'interno della famiglia socialista e stravincente contro Nicolas Sarkozy alle presidenziali: 63 a 37 se si fosse votato allora per il ballottaggio. Neanche lo scandalo della porsche aveva potuto flettere la convinzione dei francesi che Doctor Strauss fosse l'uomo giusto per guidare la Francia nella crisi. Un tecnico coniugato ad un politico, con in più un agenda con tutti numeri diretti dei Grandi della terra. Però quella leggerezza di farsi sorprendere su un'auto di grande cilindrata, più che un errore fu un sintomo di disinvoltura, il marchio del temperamento Mister Kahn. IL PRECEDENTE DI NEW YORK Tre giorni dopo era su tutte le prime pagine del mondo, ammanettato e con la barba sfatta. Costretto alle dimissioni dall'Fmi e bruciato per l'Eliseo. Per mesi lo choc del suo arresto a New York per lo stupro di una cameriera dell'hotel Sofitel ha tenuto in uno stato surreale il mondo politico francese. Poi i socialisti sono riusciti a sostituirlo con un duello avvincete tra Martine Aubry e François Hollande e, caduto processo penale a New York, l'ex «migliore» poteva tornare a Parigi per provare a rifarsi una vita. Nessuno ovviamente lo considerava più in grado di ritornare sulla scena politica, ma il professore conservava un grande credito nel campo economico. Magari, aveva scommesso Dsk, un domani. Non aveva fatto i conti con la denuncia della giovane Tristane Banon per aggressione sessuale e con l'affaire del Carlton. Anche se scagionato dal primo caso e anche dal secondo, ormai la sua immagine è legata per sempre al quadro giudiziario. Anche se all'estero continua a frequentare qualche congresso sulla finanza, Oltralpe è silenzio stampa. Il boia non riposa mai 676 esecuzioni a Teheran nel 2011 Rapporto dell'ong Iran Human Rights sulla pena di morte nella Repubblica Islamica. Sempre più numerose le impicaggioni in piazza, nel nuovo codice niente sulla lapidazione GABRIEL BERTINETTO Nuove norme Le due navi da guerra inviate da Teheran la scorsa settimana in Siria attraverso il Mar Mediterraneo hanno imboccato ieri mattina ilcanale di Suez per tornare in Iran. Lo ha riferito una fonte dell'Autorità del canale, precisando che le navi sono partite dal porto siriano di Tartous e avrebbero dovuto concludere entro la serata la traversata del canale. Stando a quanto riferito la scorsa settimana dal canale allnews Irinn, il cacciatorpediniere Naghdi e la nave rifornimento Kharg dovevano «garantire formazione alla marina siriana ai sensi dell'accordo (di cooperazione militare) esistente» tra Teheran e Damasco. Tuttavia, le due navi sono state inviate mentre Damasco, principale alleato di Teheran in Medio Oriente,continua areprimere le manifestazioni contro il regime di Bashar Al Assad.Sonomigliaialepersonerimasteuccise nell'ultimo anno. IL CASO L'affare Carlton Il dossier Qualche progresso: stop alle esecuzioni dei minorenni Le navi da guerra iraniane hanno lasciato la Siria Le accuse: sfruttamento della prostituzione e appropriazione indebita Una Super Terra d'acqua IltelescopioHubbleconfermal'esistenzadiGJ1214b,unpianetasimileallaTerramadue volte e mezzo più grande di questa, per tre quarti pieno d'acqua a 42 anni luce dal sistema solare. Ilpianetafuscoperto nel 2009dagli astronomi delcentrodi astrofisicaHarvard-Smithsonian. È una sorta di «SuperTerra» con temperatura oltre i 200 gradi e pressioni altissime. 35 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
L'Italia gioca la carta del sottosegretario «scaccia-crisi». Per trovare una soluzione al caso dei marò italiani arrestati in India «sto mandando in queste ore» il sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura «che ha particolare esperienza nell'ambito delle Nazioni Unite». Ad annunciarlo è il ministro degli Esteri, Giulio Terzi. «Sto affrontando questa vicenda - aggiunge - con ogni possibile sforzo attraverso i canali della diplomazia italiana. Sono collegato continuamente con i ministri della Difesa e della Giustizia (Di Paola e Severino), ne riferisco costantemente al presidente del Consiglio» Mario Monti. «La tutela dei nostri militari in operazioni di pace e antipirateria - ribadisce il titolare della Farnesina - è una priorità assoluta del governo, dell'Italia, della mia amministrazione e del ruolo che ricopro». ALTRI PAESI COINVOLTI Oggi Terzi riferirà a Palazzo Madama riferirà davanti alle commissioni Esteri di Camera e Senato sulla vicenda dei due «marò» Massimiliano Latorre e Salvatore Girone fermati in India. La nostra diplomazia è attivata a tutti i livelli. Priorità assoluta. La partita diplomatica si allarga. È lo stesso Terzi a spiegarlo: «Abbiamo attivato - dice - i nostri canali diplomatici anche in altre direzioni, verso altre entità e altri Paesi», Paesi che possono esercitare una «capacità di persuasione» nei confronti del governo indiano. Tra questi, a quanto risulta a l'Unità, vi sono Stati Uniti e Gran Bretagna. E tra le «entità» ci sarebbe anche il nuuovo arcivescovo del Kerala, George Alencherry, possibile mediatore tra le autorità locali e l'Italia. Una prima risposta al capo della diplomazia italiana viene dal ministero degli Esteri di New Delhi. L'India sta affrontando la questione della morte di due pescatori indiani in un incidente in cui sono coinvolti cittadini italiani «sotto un profilo specificamente legale» e «sarebbe sbagliato vederci risvolti di natura politica», dichiara il portavoce del ministero degli Esteri indiano, Syed Akbaruddin. Italia e India «hanno molti progetti comuni - ha aggiunto il portavoce del ministero degli Esteri indiano - in molti campi» e «questo incidente è sui generis è per noi senza precedenti». LA VERSIONE DI ROMA Pronta la controreplica italiana. «La nave italiana era sicuramente in acque internazionali, e il sostenere che esiste una giurisdizione indiana non italiana su questo secondo me è un grosso errore», afferma Terzi. «Abbiamo elementi - sottolinea il ministro per ritenere che la versione data dalle autorità indiane sulla presenza italiana nelle acque territoriali non sia corretta». Uno scenario ingarbugliato che si tinge di «giallo». Il «giallo» della nave greca.Il presunto attacco di pirati alla nave greca Olympic Flair, confermato dall'Icc, la Camera di commercio internazionale, ma smentito dal ministero della Marina mercantile ellenica, sarebbe stato comunicato - secondo fonti italiane vicine all'inchiesta dal comandante della nave direttamente alle autorità indiane, segnatamente la locale Guardia costiera e il Maritime rescue coordination centre. La notizia però non risulta sia stata diffusa ai media nonostante la sua rilevanza, visto che l'attacco sarebbe avvenuto a sole due miglia e mezzo dalla costa. Secondo fonti vicine all'indagine, «la presunta lentezza da parte delle autorità indiane, che ha portato ad intervenire soltanto in serata, quando il peschereccio è rientrato in porto con i due cadaveri, è quantomeno sospetta»: «se in realtà l`incidente fosse accaduto alcune ore più tardi (ovvero alle 21.50, ora dell`attacco alla nave greca, ndr), e poco prima del rientro in porto, la tempistica sarebbe più normale», considerata anche la posizione dell'Olympic Flair, a sole 2,5 miglia dalla costa. Nel frattempo, la Procura di Roma sta mettendo a punto una richiesta di rogatoria. Ieri è arrivata sul tavolo del pm Francesco Scavo, che ha aperto un'inchiesta sull'episodio, una prima informativa della Farnesina. Nell'informativa di tre pagine sono descritti i fatti ed indicate le incongruenze tra la versione data dalle autorità indiane e quella dei militari italiani di stanza sulla petroliera Enrica Lexie. Sandro Gozi* Un brutto incidente tra due Paesi sempre più vicini. La vicenda dei nostri due marò in India si inserisce in una relazione bilaterale italo-indiana che sta facendo grandi passi in avanti. Ma accade in un contesto politico indiano in grande movimento. Un movimento legato a vicende elettorali locali, statali e che prepara le elezioni federali del 2014. In Kerala si voterà a marzo a livello locale ma, questo voto si collega all'elezione nel più importante stato indiano, l'Uttar Pradesh, dove è candidato Raul Gandhi. Si sta cioè giocando una partita che riguarda il futuro del Partito del Congresso, della maggioranza di Governo e della nuova classe dirigente indiana. Al momento però nessun partito, neppure il Bjp dei nazionalisti indù, sembra seriamente intenzionato a strumentalizzare l'incidente a livello federale o p Il sottosegretario Staffan de Mistura, ex inviato Onu, sbarca in Kerala pRogatoria dell'atto d'accusa. Giallo sulla presenza di una nave greca www.unita.it ROMA CALMARE GLI ANIMI CON PIETÀ PER I MORTI Missione diplomatica per salvare i marò Media anche il Vaticano Pescatori di Kollam contro l'Italia La carta diplomatica e il «giallo greco». Per risolvere il caso dei due marò fermati in India, l'Italia invia in missione il sottosegretario Staffan de Mistura. Sul piano giudiziario, s'infittiscono le ricostruzioni. Mondo UMBERTO DE GIOVANNANGELI L'ANALISI 32 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
Foto Ansa Per ora i primi, forse gli unici, a pagare sono i medici del Pronto soccorso. Dopo la denuncia shock del senatore Marino, che durante il blitz al Pronto soccorso del Policlinico Umberto I aveva visto una donna legata alla barella e stipata con gli altri pazienti da quattro giorni, partono i primi provvedimenti. Il direttore generale dell'Umberto I, Antonio Capparelli, dopo aver fatto tutto il giorno la spola tra il suo ufficio e quello della presidente della Regione Renata Polverini, ha disposto la sospensione per 90 giorni del direttore del Dipartimento emergenze e accettazione Claudio Modini, e del coordinatore dell'area medica Dea Giuliano Bertazzoni. «Una decisione ingiusta, ho sempre fatto solo il mio dovere», protesta Bertazzoni. «Ci ho messo la faccia a difesa del mio ospedale», si ribella Modini. Gli ispettori inviati dal ministero però contano 12 punti critici che riguardano il singolo caso (dalla cartella non risulta la richiesta di un posto letto in reparto), ma soprattutto l'organizzazione del Pronto soccorso, l'insufficienza degli spazi per l'assistenza, il numero eccessivo di pazienti, molti dei quali «non dovevano essere lì». Ora anche gli altri medici in prima linea temono ripercussioni. Il ministro Balduzzi ha già annunciato che invierà i Nas nei Pronto soccorso, non proprio in tutti, ma sicuramente in quelli che presentano delle «criticità». Mentre i medici, con una lettera congiunta a premier, firmata da tutte le sigle sindacali, si appellano a Monti perché la «crisi che investe la sanità pubblica», innescata dai tagli imposti (e mal pianificati), mette ormai a rischio «il diritto alla salute». Perché quella fotografata al Pronto soccorso dell'Umberto I purtroppo non è la «normalità» in un sistema impazzito. E ci è voluta l'immagine di quella donna legata alla barella, più potente di un urlo, per scuotere tutti dal torpore. Che il bubbone fosse lì da tempo, noto anche alle istituzioni, lo ricorda un dossier diffuso ieri dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sugli Policlinico, sospesi i dirigenti del Dea I medici: inascoltati Alcune immagini tratte da un video amatoriale mostrano la Piazzetta, una sala all'interno del Pronto Soccorso del Policlinico Umberto I MARIAGRAZIA GERINA pUmberto I di Roma. Per ora pagano il direttore del Pronto soccorso e il coordinatore dell'area medica p San Camillo Un anno fa la denuncia alla Regione e l'esposto alla Procura. Gli ispettori: 12 punti critici www.unita.it Dopo la denuncia dei senatori Marinoo e Gramazio, la direzione dell'Umberto I ha deciso di sospendere i dirigenti del Pronto soccorso dell'ospedale. Un anno fa la denuncia dei medici. mgerina@unita.it Italia28 MERCOLEDÌ22 FEBBRAIO2012
Al tavolo, toni concilianti ed intenzioni costruttive. Fuori dal tavolo, accenti polemici e tentazioni di rottura. La trattativa per riformare il mercato del lavoro continua a procedere su un doppio binario che, quasi a salvaguardia degli incontri istituzionali tra governo e parti sociali, riserva i suoi scontri più duri al dibattito a mezzo stampa. Ieri, l'ultimo botta e risposta tra la Confindustria e la Cgil, innescato dalle dichiarazioni di Emma Marcegaglia sui lavoratori assenteisti e fannulloni. ACCUSE ED OFFESE «Vorremmo un sindacato che lotta con noi per tutelare il lavoro, ma che non protegge assenteisti cronici, ladri e chi non fa bene il proprio lavoro», ha affermato la presidente degli industriali, a margine di un'iniziativa organizzata da Federmeccanica. Parole sufficienti a far infuriare la Cgil, che prima ha risposto attraverso Twitter: «È davvero troppo. Sono affermazioni non vere che offendono il ruolo del sindacato confederale. Le smentisca». E poi attraverso la replica altrettanto secca della segretaria generale Susanna Camusso: «La trovo offensiva». Nemmeno la precisazione del numero uno di Confindustria è servita ad ammorbidire la polemica: «Nessuna mancanza di fiducia e rispetto nei sindacati confederali, con i quali abbiamo firmato l'importante accordo del 28 giugno sul lavoro e con i quali stiamo conducendo una trattativa seria e costruttiva. Va tuttavia rimarcato che a volte l'articolo 18 diventa un alibi dietro il quale si possono nascondere dipendenti infedeli, assenteisti cronici e fannulloni» ha precisato la Marcegaglia. Suscitando la reazione ancora più decisa della leader di Corso Italia: «Che l'articolo 18 sia un ostacolo a licenziare significa dire che si vuole una logica per cui se hai gli occhi azzurri, tu puoi essere licenziato: si chiama discriminazione». Per questo la Cgil rifiuta qualsiasi modifica della norma simbolo dello Statuto dei lavoratori, «non perchè difendiamo i privilegi di qualcuno contro altri, ma perchè quando sei un lavoratore hai diritti e doveri, mentre se hai solo doveri non sei una persona libera». E non si tratta di banalità né di verità scontate - ha concluso Camusso - soprattutto in un Paese dove esiste una grande impresa come la Fiat, «dove non si viene più assunti se si ha in tasca la tessera Fiom». ACCORDO POSSIBILE Se non si ferma la polemica sull'articolo 18, altrettanto si può dire del braccio di ferro tra il governo e i sindacati sulla necessità o meno di un accordo sociale per varare la riforma del mercato del lavoro. L'intenzione, espressa dal presidente del Consiglio Mario Monti, di procedere anche in assenza di un'intesa con le parti sociali, ieri ha trovato l'esplicito appoggio di Confindustria: «Credo sia giusto che, nel caso in cui non si arrivi ad un accordo, il governo vada avanti e faccia la riforma che deve fare» ha precisato la presidente Marcegaglia. Mentre, sull'altro versante della barricata, i sindacati hanno trovato il sostegno del Partito democratico. Le posizioni delle confederazioni in merito sono ben note. «Minacciare non serve mai. Noi continuiamo ad insistere sul fatto che, su materie così complesse come sono l'ingresso al lavoro e gli ammortizzatori, è bene fare un accordo con le parti sociali» ha ribadito la leader Cgil. «Occorre abbassare i toni e lavorare tutti per un accordo per il bene del Paese» ha ripetuto anche il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni. «Da quello che ho capito il governo vuole rompere la trattativa, ma noi non lo permetteremo. Noi non molleremo il tavolo e sbaglia chi pensa di farlo perchè inchioderemo il governo alle sue responsabilità». Ieri il segretario Pd si è esplicitamente schierato contro eventuali intenzioni dell'esecutivo di procedere unilateralmente alla riforma. «No, non mi è piaciuto», ha detto Pierluigi Bersani, riferendosi alle recenti affermazioni di Monti sulla possibilità di fare da soli, nella convinzione che «oggi sia importante tanto l'innovazione quanto la coesione» visto che «siamo davanti a un anno o due di recessione». Quello del leader Pd è più di un auspicio: «Spero che il governo sia impegnato a trovarlo questo accordo, e il Pd si schiererà con quell'accordo». Piuttosto suona come un avvertimento, visto che in assenza di un'intesa Bersani non considera scontato l'appoggio parlamentare dei democratici: «Noi abbiamo la nostra proposta, che si occupa dei problemi veri, senza affrontare l'articoBonanni LUIGINA VENTURELLI Primo Piano «Il governo vuole rompere la trattativa» Fornero «L'accordo è possibile Poche risorse per ammortizzatori» Polemica Confindustria-Cgil sui lavoratori fannulloni. Marcegaglia: «Vorremmo un sindacato che non protegga gli assenteisti». Camusso: «Offensiva». Il leader Pd richiama il governo alla necessità d'intesa. MILANO Marcegaglia attacca i sindacati Raffaele Bonanni, ed Emma Marcegaglia p La presidente di Confindustria: non difendano i fannulloni. La replica: è una frase offensiva L'Italia e la crisi 4 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
e l'esito della transizione politica nella prossima legislatura. Il gesto di Marchionne che decide di appoggiare l'amico, il fornitore, il consigliere di Fiat Industrial, Bombassei per la Confindustria potrebbe apparire l'abbraccio della disperazione, la puntata dell'ultimo momento su un cavallo che arranca faticosamente dietro Giorgio Squinzi, il candidato che oggi appare in vantaggio. Ma c'è una battaglia da combattere. Per cambiare l'esito finale ci vuole una sorpresa, una mossa che sparigli le carte e scuota gli animi delusi ma arrabbiati di tanti imprenditori vittime consapevoli delle promesse mancate di Berlusconi. Ed ecco la scelta di Marchionne, il modernizzatore, apprezzato persino da qualche esponente di sinistra che si era illuso che Pomigliano sarebbe stata «un'eccezione» e ancora attende gli investimenti a Mirafiori rinviati al 2014, quando finirà il piano Fabbrica Italia, di cui però nessuno parla più perchè soldi, modelli e lavoro non si vedono. È un impegno duro come testimonia il pressing di casa Fiat sulle aziende dell'indotto, che vale la pena continuare, perchè la vittoria potrebbe dare grandi soddisfazioni al Lingotto, ai fedeli sodali, compreso Luca di Montezemolo che sogna la politica, di un potere un pò appannato ma pur sempre rilevante. Il messaggio di Marchionne è chiaro. Cari imprenditori, volete che i contratti in stile Pomigliano diventino la condizione generale del rapporto tra aziende e lavoratore? Volete finalmente riconquistare il pieno potere in fabbrica, su turni, organizzazione, pause, contratti, sanzioni e licenziamenti senza che il sindacato possa contrastare o negoziare? Bene, Marchionne indica la strada dopo esser già uscito da Confindustria: votate Bombassei, che vuole rifondare l'organizzazione e se tutto andrà bene, magari più avanti anche la Fiat ritornerà nel cerchio magico confindustriale. Questa è la sfida, dal sapore di ricatto, della Fiat che, tuttavia, nella sua diaspora confindustriale per ora si è portata dietro solo l'onorevole Jannone del Pdl, titolare della Pigna. E nemmeno gli industriali torinesi sembrano appassionarsi tanto a Bombassei. Il capo degli imprenditori locali, Carbonato, ha confermato l'amicizia con Bombassei, ma l'associazione si asterrà perchè le voci sono assai diversificate. Il passo di Marchionne è stato deciso non casualmente ieri. Federmeccanica, che raccoglie gli industriali metalmeccanici come la Fiat e la Brembo di Bombassei, era pronta, infatti, ad annunciare la propria preferenza per Squinzi. Lo stesso Bombassei non si è fatto vedere all'assemblea di Firenze di Federmeccanica perchè temeva che i suoi colleghi gli avrebbero riservato una brutta sorpresa. La scelta per Squinzi doveva essere annunciata con un'intervista al Sole 24 ore del presidente degli industriali meccanici, Pierluigi Ceccardi. Per Bombassei sarebbe stato il colpo finale, quasi un tradimento, ma l'intervento della Fiat sembra aver dato un po' di fiato al leader della Brembo che con i suoi sostenitori non lesina l'impegno per raccogliere consensi. Un caso clamoroso, finora taciuto, è accaduto a Brescia. Il presidente dell'Associazione industriali, Dellera, che ha scelto Bombassei, ha minacciato l'espulsione del collega Pasini, presidente di Federacciai, «colpevole» di aver appoggiato Squinzi. Questa è l'aria che tira negli ambienti signorili di Confindustria. Un segno che la posta in gioco è altissima, e non riguarda solo il vertice di viale dell'Astronomia. C'è da chiedersi se gli imprenditori vogliono davvero seguire la strada indicata dalla Fiat, condivisa dal «rifondatore» Bombassei che porta dritti dritti allo scontro e alla rottura sociale. Per battere la recessione, ristrutturare le imprese, riorganizzare la produzione, le imprese vogliono davvero seguire l'opzione Marchionne e affidarsi a Bombassei? Attendiamo il risultato. Foto LaPresse Staino «Se vince torno in Confindustria» Sergio Marchionne entra a gamba tesa nella partita Confindustria Il 22 marzo la giunta degli industriali indicherà il designato alla presidenza. In difficoltà il candidato Fiat Centrella: uniti al tavolo «Con la riforma del lavoro il governo sa esattamente dove vuole arrivare, le parti socialidevonodimostraremaggioreunità,sedavverovoglionoincideresuuncambiamentoepocale».Lo ha affermatoGiovanni Centrella, segretariogenerale dell` Ugl, inmerito alla trattativa in corso con il governo. 3 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
N el Pd un punto di vistanuovo è nato intornoad una lettura peculia-re della crisi del capita-lismo occidentale come portato dell'ideologia neoliberista e neoconservatrice. Una rottura, esplosa negli Usa con il crack bancario del debito privato e precipitata poi nell'Eurozona con la crisi del debito pubblico, che ha origine nella finanziarizzazione e deregolamentazione dei mercati avvenuta a scapito di economia reale, lavoro, salari, tutele, redistribuzione. È in frantumi lo sviluppo che il patto tra capitale e lavoro aveva fondato su coesione e mobilità sociale, promuovendo la nascita di un vasto ceto medio blocco sociale di riferimento delle forze europeiste. La gigantesca sproporzione tra pochi con enormi ricchezze materiali e immateriali e moltitudini in condizioni di continua deprivazione, è il vulnus che minaccia le democrazie. Collasso del ceto medio e restringimento della cittadinanza hanno creato i presupposti per parole d'ordine capaci di strumentalizzare paure e risentimenti. Ovunque si rafforzano movimenti disgregativi, che miscelano populismo e antipolitica, che indirizzano disagio, sfiducia, egoismi sociali contro partiti e istituzioni. In questo scenario, per i democratici la costruzione statuale e politica dell'Europa è una sfida storica e costitutiva. La crisi segna uno spartiacque. La dottrina di austerità imposta dalle destre sta pesantemente aggravando la spirale recessiva, mettendo a rischio la tenuta dell'Unione. La Grecia e le democrazie sfibrate dell'intera Europa potranno risollevarsi solo con crescita e lotta alle diseguaglianze. È il terreno di battaglia dei progressisti, e passa dalla riconquista di autorità della politica verso l'economia. E dunque: ruolo sovrano del Parlamento; tassa sulle transazioni finanziarie; Eurobond; riforma Bce. Riforme possibili se la sinistra europea avrà il coraggio di una propria soggettività, e la capacità di aggregare e mobilitare le energie che la crisi ha stretto all'angolo. Per riscrivere un patto tra economia e società, coagulando una inedita alleanza sociale tra lavoro precario e micro capitalismo. Interloquendo con ceti emergenti che hanno maturato sulla propria pelle la consapevolezza che dalla crisi si esce solo configurando nuovi diritti e tutele, aprendo mercati, scardinando vincoli corporativi, sostenendo le comunità locali, investendo risorse pubbliche in lavoro e formazione. È la traccia di una rinnovata ambizione maggioritaria, calata nella cesura tra il prima e il dopo la crisi. Il buco nero creato dalla finanza senza regole mostra impietosamente le responsabilità di una terza via progressista rivelatasi, al dunque, inerme e subalterna. Oggi serve riguadagnare terreno. Una forte autonomia culturale, per far vivere nella società nuove categorie politiche e organizzative. Per questo è necessario porre nuovamente il tema della costruzione del partito del riformismo europeo. Soggetto politico di un nuovo dinamismo sociale che spinge per il cambiamento. Un esito che dipenderà anche dal più forte scambio e legame che Pd e Pse riusciranno ad avere nel fuoco di scadenze elettorali che potranno invertire la rotta. Un impegno appassionante per una generazione politica di democratici, socialisti, laburisti pronta a fare la propria parte. LUCIO D'UBALDO C attolici e socialisti han-no preso a dialogare, fi-no a giungere alla colla-borazione di governo,molto prima che nascesse il Partito democratico. L'hanno fatto in tempi difficili, già sul finire degli anni Cinquanta, quando il loro dialogo andava incontro alle censure e ai contraccolpi della Guerra fredda. Al primo centro-sinistra hanno concorso in maniera seria e puntuale le forze intermedie, dai repubblicani ai socialdemocratici, nelle quali si rispecchiava la sensibilità di un'Italia di minoranza e tuttavia orgogliosa di professarsi civile, moderna, europea. Con i comunisti il rapporto è stato diverso. Anche Moro, stabilendo la necessità della strategia del confronto e poi dei governi di solidarietà nazionale, auspicava la loro uscita dalle gabbie dell'internazionalismo sovietico e dalle residue doppiezze berlingueriane sul partito di lotta e di governo. Caduto il Muro, il gruppo dirigente comunista ha abbandonato la nave e si è adagiato nella illusione di poter proseguire imbrogliando i tracciati di rotta. Molti degli equivoci che ancora oggi segnano la vita del centrosinistra affondano le radici proprio nella nascosta e irrisolta "questione post-comunista". Come si sa, l'emergenza antiberlusconiana ha obbligato tutti a stringere sull'essenziale. Tra alti e bassi è cresciuta dunque una prospettiva d'integrazione, tanto da ingenerare la voglia di costruire un partito che non fosse condizionato dall'ingombro di questioni antiche. È strano, perciò, che la discussione torni a inciampare su argomenti considerati esauriti. La Carta dei valori, a rileggerla a distanza di quattro anni dalla fondazione del partito, è il circuito stampato di un progetto che ignora le mitologie politiche del Novecento. La parola socialismo non appare: evidentemente fa parte del passato. Allora, in Europa? Ecco, in Europa sono presenti partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti. Incarnano tradizioni che puntano a rigenerarsi, per lo più inseguendo un orizzonte di tipo neo-illuminista e radicale. Sono certamente interlocutori privilegiati: nessuno contesta la collaborazione rafforzata che a Bruxelles si traduce nell'appartenenza a un unico gruppo parlamentare. L'obiezione non consiste nel fare o non fare l'alleanza con i socialisti, poiché quanti provengono dal filone cattolico democratico assumono l'idea del centrosinistra come parametro irrinunciabile di una corretta strategia di governo. Piuttosto il problema sta nel tentativo di trasformare il partito dei riformisti – nuovo per natura e vocazione - in un replicante domestico del socialismo europeo. Questo è il punto di vero contrasto. Infatti la discussione porta in evidenza le difficoltà di un partito che non riesce a fare del riformismo l'ancoraggio a una politica di responsabilità, capace di attrarre un elettorato che pur volendo cambiare rifiuta l'idea di un'alleanza priva di baricentro e senza confini a sinistra. L'insuccesso nelle grandi città, dove prevalgono sempre più spesso i candidati della sinistra social-radicale, è il segno di una fragilità che nasce da questa incertezza di linea politica. Alla fine stiamo pagando l'errore di un tuffo all'indietro nel modo di costruire e presentare il disegno del nuovo centrosinistra. È peggio se facciamo finta di non capire, rinviando la conversione a ciò che identifica i democratici e i riformisti nel loro farsi “centro” del cambiamento. FRANCESCO VERDUCCI I riformisti europei uniti per ridare autorità alla politica Parliamo dell'oggi non delle mitologie del Novecento L'intervento/2 Il confronto dentro il Pd L'intervento/3 Ius soli, Riccardi: fare presto «La riflessione sulla cittadinanza deve maturare in Parlamento, non è responsabilità diquestogoverno.Masidovrebbearrivareaqualcherisultatoeanchepresto,perchédeve esserciunamaturazionenelPaese»,è l'appellodelministrodellaCooperazione,Riccardi,al Senato, riguardo il diritto di cittadinanza per i figli di immigrati nati in Italia. 17 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
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lo 18. Se malauguratamente non ci fosse questo accordo, valuteremmo le decisioni del governo alla luce delle nostre proposte». A cercare di tranquillizzare le acque, in vista del prossimo incontro istituzionale che si terrà domani, è rimasta la ministra Elsa Fornero, che ha sottolineato di «non avere alcun timore» sulla possibilità di un'intesa sulla riforma del mercato del lavoro. Di più: «Dobbiamo concentrarci sulle cose che sono possibili e io lavoro per un accordo». Bersani avverte il governo Il segretario del Pd mette le mani avanti: senza accordo sul lavoro il nostro sì in aula non scontato Il gettito della lotta all'evasione fiscale in arrivo negli anni 2012 e 2013 sarà destinato a partire dal 2014 a misure di sostegno, «anche non strutturali», delle fasce di reddito più basse, ed in particolare all'aumento delle detrazioni fiscali per i familiari a carico. Lo prevede l'articolo 15 della bozza del decreto semplificazioni fiscali, in arrivo venerdì in Consiglio dei ministri. Nulla di fatto, quindi, sul ritocco immediato delle aliquote Irpef, anche se Mario Monti da Bruxelles non ha escluso la possibilità che interventi sulle tasse, che possano far tornare il «sorriso» fra gli italiani, siano adottati anche prima del 2014. «Cercheremo di rendere la vita più semplice ai contribuenti onesti», dice Monti, aggiungendo di attendersi «robusti benefici» dalla lotta all'evasione. Nella strategia fiscale del governo, inoltre, chiarisce il presidente del Consiglio, non rientra alcun tipo di condono. Il governo potrebbe decidere di premere sull'acceleratore anticipando alcuni interventi, come la riduzione delle aliquote Irpef (a partire dal taglio della prima dal 23 al 20%) già con il decreto. Ma l'operazione, studiata anche in passato, è molto costosa (circa 10-15 miliardi) e difficilmente si potrà trovare una copertura finanziaria, soprattutto se dovrà arrivare dai proventi della lotta all'evasione. Gli incassi del 2011 (stimati in 11,5 miliardi) sono tutti già impegnati a copertura di altre misure. Per far scattare gli sconti immediatamente con decreto, si potrebbe quindi pensare, all'introduzione di una nuova «clausola di salvaguardia». Con la riforma fiscale dovrebbe essere ridisegnato anche il quadro delle deduzioni e detrazioni fiscali: l'obiettivo è quello di scongiurare il nuovo aumento di due punti dell'Iva che scatterebbe da ottobre, oltre al taglio di tutte le agevolazioni per famiglie e imprese. Prende corpo, quindi, il decreto semplificazioni fiscali, che punta a snellire gli adempimenti tributari. Nel decreto anche un pacchetto di misure anti-evasione, oltre all'istituzione di un Fondo in cui far confluire, appunto, i ricavi della lotta all'evasione da destinare agli sconti per fasce deboli e famiglie. Sembra sfumare invece l'eventualità che insieme al decreto venerdì arrivi anche il disegno di legge che riscrive la delega per la riforma fiscale. La partita dell'Ici sugli immobili della Chiesa è ancora aperta. Al momento la misura non rientra nel provvedimento e lo stesso Monti, pur garantendo che la norma è in «dirittura d'arrivo», precisa che non è detto venga presentata venerdì. Monti prenderà in mano il dossier da domani, una volta rientrato da Bruxelles. Sono comunque molte le novità esaminate nel pre-Consiglio dei ministri: dalle liste selettive per i furbetti dello scontrino, alla cancellazione dello spesometro per gli acquisti e i servizi ai fini Iva oltre 3mila euro per i quali torna invece l'elenco clienti e fornitori; dalle sanzioni fino al 40% per chi verrà sorpreso a esportare capitali all'estero oltre la soglia consentita di 10mila euro, ai finti ispettori dei Monopoli di Stato che entreranno nelle sale giochi per stanare eventuali illegalità. LE ALTRE NOVITÀ E ancora, dalla cessazione d'ufficio delle partite Iva inattive al potenziamento dei controlli sulle finte Onlus; dalla stretta sulle compensazioni Iva alla rateizzazione flessibile per i debiti di Equitalia (sull'efficientamento della macchina amministrativa si punta anche a rivedere le procedure di riscossione che potrebbero non essere più avviate per importi inferiori a 30 euro, mentre il limite attuale è 16,53 euro); dai pignoramenti soft all'obbligo di comunicazioni per operazioni da o verso paesi della cosiddetta black list solo per valori superiori a 500 euro; dalla stretta sui contributi che vengono assegnati ogni anno attraverso la cosiddetta «legge mancia» al giro di vite sui falsi studi di settore. Sulle modifiche all'Imu, la nuova Ici che rende unica la detrazione per il nucleo familiare, invece, i tecnici sono ancora al lavoro. Nella delega fiscale potrebbero finire nuovamente le rendite finanziarie con un cambio del meccanismo per il calcolo delle imposte sugli immobili. Abitazioni e uffici potranno essere misurati in metri quadrati e non più in base al numero di vani. E la rendita, cioè la base imponibile sui cui pagare le imposte, terrà conto tanto del valore patrimoniale dell'immobile quanto delle spese per manutenzione e gestione. Foto di Mauro Scrobogna /LaPresse Airaudo: in arrivo sessantuno cause contro il Lingotto Il calo delle tasse riguarderà redditi bassi e famiglie, ma nel decreto fiscale in arrivo al Cdm di venerdì «non ci sarà» una restituzione immediata. Si rinvia al 2014, dopo il pareggio di bilancio, il possibile calo delle tasse. La Fiom depositerà in questa settimana61causein20Tribunalicontro la Fiat. Dopo la prima azione anticipataaBologna, imetalmeccanicidella Fiom vanno avanti sulle vie legali contro il nuovo contratto in vigore dal 1 gennaio.«Chiediamoalgiudice-haannunciato Giorgio Airaudo della segreteria- di verificare il comportamento antisindacale della Fiat che non ha riconosciuto i nostri rappresentanti sindacali, non ha concesso le assemblee nè permessi e non consente l'agibilità sindacaledellaFiomedellaCgil». IlLingotto, secondo la Fiom, sta «interpretando in modo restrittivo l'articolo 19 dello Statuto dei lavoratori». Questa «nonsaràl'unicainiziativa,senecessarioarriveremoallaCorteCostituzionale,anchesepensiamononsarànecessario». IL CASO Tasse giù ma dal 2014 aliquota dal 23 al 20% Costo: 15 miliardi MARCO TEDESCHI Moratoria Abi: tutto fermo «Non è stata ancora fissata nessuna data per la firma, né sono confermate le condizioni di un eventuale accordo». Così fonti dell'Abi, interpellate dalle agenzie di stampa, hanno commentato le affermazioni del presidente di Confindustria in merito alla firma di un nuovo accordo per la moratoria dei debiti delle imprese. 5 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
Le varie associazioni degli autorisono sempre più motivate nella protesta contro la chiusura del Fondo di solidarietà da parte della Siae che di fatto ha bloccato l'assegno mensile di 615 euro lordi erogata a 1085 associati - e ieri sera si sono riunite a Roma, presso il Teatro Lo Spazio (Via Locri, 42). «Sono autori di musica, teatro, radio, cinema, televisione. Sono anche vedove e orfani di professionisti che hanno fatto la storia della cultura e dello spettacolo italiani. Ci sono anziani e disabili - dice la nota degli autori -. Alcuni sono personaggi noti ancora sulla cresta dell'onda, tanti sono coloro in prossimità di uscire dal mercato del lavoro». A promuovere l'iniziativa sono stati: Anac (Associazione Nazionale Autori Cinematografici), Anart (Associazione Nazionale Autori RadioTelevisivi), ASSTeatro (Associazione Sindacale Scrittori di Teatro), Comitato Millesoci, Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea, Crea-Unione opere dell'ingegno, Fed. It. Art. (Federazione Italiana Artisti), Sact, Siad, Sindacato Nazionale Scrittori-Cgil, Teatro Lo Spazio. Contro la Siae storia dei due. Poi siamo andati a trovare Philippe in Marocco, dove ora vive e da li è nata la sceneggiatura. C'è subito piaciuta l'idea di fare una commedia su un argomento difficile come l'handicap. E il pubblico ci ha dato ragione». LA CRITICA DI «VARIETY» Giusto negli Usa, patria del politicamente corretto, qualcuno ha storto il naso. Il settimanale Variety, ancora prima che il film uscisse in Francia, ha parlato di «razzismo» tra Philippe e Driss: «È - dice Toledano - uno sguardo, miope, degli Usa sulla cultura francese. Noi abbiamo una storia e un passato diversi. Una provocazione idiota, come ha anche detto il produttore Harvey Weinstein che in Usa curerà il remake del film». La corsa inarrestabile di Quasi amici prosegue. In Germania ha incassato 30 milioni di euro, raccogliendo un pubblico di 5 milioni di spettatori. Un nuovo fenomeno, insomma, capace di battere il record del precedente Benvenuti al Nord, altra commedia francese che qui da noi ha dato vita addirittura ai due fortunatissimi remake di Luca Miniero con Claudio Bisio. Un filone quello della commedia intelligente, dunque, in cui la Francia ha saputo ben investire. Un buon tema di riflessione per i nostri produttori. rbattisti@unita.it U scito allo scoperto lo scor-so ottobre in quello strano«contenitore» che è il Festi-val del Sacro a Lucca organizzato da Cei e Federgat, Guai a voi ricchi (sottotitolo: Papà era cattocomunista) di e con Giovanni Scifoni ha trovato una collocazione più «laica» all'interno di Let, i liberi esperimenti teatrali in scena alla Cometa Off di Roma. Un bel passaparola gli ha garantito tutto esaurito per i pochi giorni in cartellone, ma è ancora poco per un autore e attore tutto da scoprire. Diplomato alla Silvio D'Amico, una gavetta con Paolo Poli, apparso nella Meglio gioventù di Marco Tullio Giordana, Giovanni firma oggi (ma non è il primo testo), a 35 anni, una partitura avvincente, e nonostante si concentri su una tematica dello spirito (il significato e l'attualità della parola di Dio), riesce a farne una cassa di risonanza per domande e riflessioni che ci riguardano tutti, e da vicino. SACRO DA CAMERA La forma è quella di un teatro da camera molto praticato negli ultimi anni: one man show, una bracciata (in questo caso, un sacco di juta) di oggetti di scena a segnare un percorso drammaturgico a tappe simboliche, e un andirivieni tra memorie personali e di società. Ma Scifoni sa smarcarsi agilmente da un contesto già visto. Con una verità di accenti, non legata solo a riferimenti autobiografici, piuttosto a un'intensità di presenza in scena. È Giovanni e, insieme, un carattere teatrale che ha un papà, appunto, cattocomunista che gli vieta di giocare al Monopoli (al suo posto, l'istruttivo e noioso gioco «Il Capitale») e ospita religiosi da tutto il mondo che con i loro racconti accendono la fantasia del ragazzo. Il monologo è preceduto dalle registrazioni di interviste a ragazzi di scuole di periferia intorno a precetti comunisti e cristiani, sui poveri e i ricchi, con esiti talvolta esilaranti («Er comunista dice che se c'ho un motorino lo devo presta' a tutti, cani e porci, invece Gesù dice che...vabbè che ne so, su Gesù n'amo studiato gnente»). Entra Giovanni e si propone con un libro in mano che gli ha cambiato la vita. Il «vangelo» è il Capitale di Marx. E il viaggio all'indietro che viene proposto è negli anni Sessanta, epoca di dibattiti e preti operai, di letture marxiane in parrocchia, di sacerdoti sudamericani guerriglieri. È qui che scatta il senso dell'avventura, la vera competizione con il Che Guevara. Vuoi mettere Don Bosco, il cui santino viene visto da sei suore mentre la faccia del Che è stampata sulle magliette attillate di 18enni strafighe? Atmosfere che ricordano quelle di Cosmonauta di Susanna Nicchiarelli viste dall'altra parte: nel film le assemblee in sezione, qui le riunioni d'impegno cattolico. Ironia e pensiero, in passaggi emozionanti come la storia di padre Esteban che spiega come fu che diventò cieco. È bravo Scifoni, coinvolgente. Non chiude la parabola ma la lascia aperta. Si esce con un sorriso e qualche domanda in più nella mente. Repliche sparse: prossima tappa Reggio Emilia il 3 marzo, ancora a Roma a Tor Bella Monaca il 15 aprile, Como, Latina, San Miniato eccetera... Gli autori: no alla chiusura del Fondo di solidarietà L'autore e interprete di «Guai a voi ricchi» propone a teatro un testo ironico e denso sull'attualità della parola di Dio I due «Quasi amici» Omar Sy e François Cluzet Scifoni, si può essere cattocomunisti fichi come Che Guevara ROSSELLA BATTISTI Misteri della fede Giovanni Scifoni Bacalov per tango e musica È intitolato «Tango e musica per il cinema» il concerto di domenica prossima al Parco della Musica di Roma. Protagonista il premio Oscar Luis Bacalov, compositore, pianista e direttoredell'OrchestraRoma Sinfonietta. Un tuffo nelrepertorio polimorfo diquesto autore, passato dagli arrangiamenti pop alla collaborazione con Pasolini, Fellini e Barberio Corsetti. 43 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
Gli incontri, pubblici o di carattere riservato, vanno avanti. E un'intesa di massima Pd, Pdl e Terzo polo l'hanno raggiunta. Però ora è anche chiaro che sarà un percorso ad ostacoli, quello che dovrà affrontare la legge elettorale. Il primo problema riguarda i tempi: il Pdl ha chiesto che la discussione entri nel vivo soltanto dopo le elezioni amministrative. E si capisce: è bastato che Alfano, Bersani e Casini si vedessero - tra l'altro per discutere di riforme istituzionali e non di come superare il Porcellum - perché la Lega minacciasse la fine dell'alleanza con Berlusconi e soci. Pd e Terzo polo hanno acconsentito, per dare la precedenza alle riforme istituzionali (che necessitano di almeno quattro letture tra Camera e Senato). Ma Bersani è anche cosciente del rischio che «all'ultimo momento qualcuno faccia saltare il tavolo». Per questo il Pd vuole mantenere alta l'attenzione sulla questione. E l'idea di convocare tutti i deputati Democratici per una riunione ad hoc sulla legge elettorale va in questa direzione. Ma è proprio nel corso di questo incontro che è emerso un altro problema, riguardante non la tempistica o il metodo (il leader dell'Idv Di Pietro ha sollecitato Fini e Schifani a calendarizzare in commissione Affari costituzionali una discussione che «deve avvenire alla luce del sole, non nei corridoi dei Palazzi») ma il merito della bozza d'intesa messa a punto dal Pd con Pdl e Terzo polo. IL NODO COALIZIONI Violante ha aperto i lavori illustrando il modello elettorale su cui si sta ragionando: 232 deputati eletti nei collegi uninominali, 232 col proporzionale in liste di tre candidati, mentre dei restanti 36 deputati (si sta ragionando su 500 deputati e 250 senatori) 8 sarebbero eletti all'estero, 3 come diritto di tribuna per le forze che non abbiano raggiunto le soglie di sbarramento (4% nei collegi più grandi, 7% in quelli più piccoli) e 25 assegnati come premio di coalizione (ma su questo punto la discussione è ancora aperta). Si tratta di un modello che sancisce il primato dei partiti, piuttosto che delle coalizioni. Ed è proprio questo che non piace a tutti, nel Pd. Rosy Bindi è intervenuta all'assemblea del gruppo per esprimere le sue preoccupazioni. «Il Pd dovrebbe considerare essenziale che il cittadino sia arbitro e con il voto sceglie il parlamentare, il partito ma anche la coalizione. Non vorrei che si tornasse indietro di 20 anni con coalizioni dopo il voto». Per la presidente dei Democratici, se venisse approvata una legge elettorale ispano-tedesca come quella illustrata, «ci sarebbe non bipolarismo ma multipolarismo, con maggioranze non chiare dopo le elezioni. La storia del Pd e le sue deliberazioni in assemblea verrebbero mortificate. Per me un anno e mezzo di grande coalizione è più che sufficiente». Un ragionamento condiviso da altri parlamentari Pd (dal veltroniano Ceccanti agli ulivisti Parisi, Monaco, Barbi e Soliani), mentre c'è stato chi, come Paola Concia, ha contestato l'assenza di ogni riferimento alla questione della rappresentanza di genere. BERSANI RASSICURA Il nodo delle coalizioni non sfugge a Bersani. Che però, così come Franceschini, per il quale «serve trovare una mediazione», non condivide i toni d'allarme di Bindi. «Si tratta di un problema assolutamente risolvibile», ha assicurato il leader Pd. Che però ha anche raccomandato di trovare un «meccanismo» che garantisca la chiarezza della coalizione di governo. «L'Italia è il paese dei guelfi e dei ghibellini, il bipolarismo non si perderà», è stata comunque la battuta per tranquillizzare chi teme un salto indietro di vent'anni. E se Bindi ha insistito sul fatto che il maggioritario è nella natura del partito, Bersani ha detto che il Pd non è «ontologicamente» legato a nessun modello elettorale: «Siamo il partito del secolo, e in un secolo di sistemi elettorali se ne vedono almeno dieci». Foto AGN/Infophoto Riforme, i dubbi di Rosy Bindi Bersani: resta il bipolarismo SIMONE COLLINI Primo Piano La bozza Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani Violante illustra ai deputati Pd l'intesa di massima raggiunta sulla legge elettorale con Pdl e Terzo polo. Bindi: «Così si mortifica la nostra storia». Critiche per la mancanza di riferimenti alla rappresentanza di genere. ROMA p Legge elettorale Violante illustra l'intesa raggiunta con Pdl e Terzo polo. Primato ai partiti p La presidente Pd «Maggioranze non chiare dopo il voto». Il nodo delle candidature rosa Il centrosinistra Mix collegi uninominali e liste. In discussione un premio di coalizione 14 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
mette la bandierina sopra il governo Monti, ma se siamo in grado o no di fare una proposta da qui alle prossime elezioni per chiedere il consenso per governare. Perché a me le liberalizzazioni stanno bene, la riduzione della spesa pure, ma non credo siano sufficienti. C'è un grande tema di giustizia sociale, per cui occorre una sinistra capace di una proposta di governo la più ampia possibile». E come sindaco cosa chiede a Monti? «Un'effettiva autonomia finanziaria e organizzativa: portare al 70% dall'attuale 50% la quota di Imu che resta ai Comuni, nel 2012, per arrivare al 100% nel 2013. In cambio molti Comuni, ad esempio Bologna, possono rinunciare del tutto ai finanziamenti statali. Siamo disponibili a ridurre il fondo nazionale di riequilibrio da 7,5 a 5 miliardi, chiediamo però da subito autonomia organizzativa: nel campo dei servizi non abbiamo per forza bisogno di più personale (nel mandato avremo 1000 dipendenti in meno), ma di non avere vincoli su come distribuire la produttività, assumere, promuovere il merito. Quest'attenzione non c'è. Bisogna capire allora che i sindaci non sono surrogati dei partiti, ma nemmeno “sindacalisti” dei Comuni: non facciamo richieste per noi, chiediamo di essere coinvolti nelle riforme per far ripartire il Paese, altrimenti temo non usciremo dalla recessione. Questo governo ha invece un atteggiamento non molto diverso da quello Berlusconi: troppi vincoli e provvedimenti centralisti. Non vorrei che riducessero i sindaci ai canarini nella miniera, destinati a segnalare l'esplosione di un malessere sociale: siamo stati eletti per spegnere un incendio, non per questo». Come legge il risultato delle primarie a Genova? «Sconcertante. Prima ancora del risultato vedo un problema di gruppi dirigenti locali inadeguati. Con il senno di poi un candidato come Doria poteva benissimo rappresentare anche il Pd, così come Pisapia poteva benissimo rappresentarlo a Milano. Si può anche rinunciare a una candidatura di partito, se serve alla coalizione per vincere. Dopodiché sarebbe normale che un partito che sceglie primarie di coalizione abbia una candidatura unica. Comunque vedo che ci concentriamo sempre sullo strumento e non sul fine: le primarie sono un mezzo come gli altri, io sono per farle, ma il problema lì è stato la scarsa capacità di interpretare la città». Primarie anche per selezionare i parlamentari? «Sicuramente, se non c'è una nuova legge elettorale che permette ai cittadini di scegliere». I quali, incapaci di trovare un punto di equilibrio, pensarono che la cosa migliore sarebbe stata di affidarsi a un sovrano straniero. Nella persona di Carlo VIII. Che un po' combattendo, più spesso mercanteggiando, attraversò col suo esercito la penisola, spingendosi fino a Napoli. Non ottenne gran che, anzi batté presto in ritirata, ma la sua impresa aprì un ciclo cinquantennale di guerre, dal quale l'Italia ha impiegato secoli per riprendersi. Non siamo però così pessimisti e non esageriamo con le metafore. Se oggi si invocano i papi stranieri (con la minuscola: quello con la maiuscola pare abbia concluso le sue gaie scorribande) non è però da temere che ce ne possano venire secoli di sventure e di guerre orrende, come diceva amaramente quel gran politico di Niccolò Machiavelli. Ma serpeggia, anzi si manifesta apertamente un'analoga sfiducia nelle risorse del sistema politico nazionale. E cioè, in primo luogo, dei partiti. E come allora, così ora, c'è chi pensa di cercare il punto di equilibrio fuori dal sistema dei partiti, magari non spalancando le porte delle città, come allora, ma sbriciolando quel che resta di formazioni politiche le quali, bene o male, sono ancora la via costituzionalmente indicata per la determinazione della politica nazionale. Perché questo è il punto: chi determina la politica nazionale? O c'è qualcuno che pensa per davvero che le soluzioni sono sempre tecniche, mentre a creare problemi sono sempre i politici? Sta volgendo al termine la più sconquassata delle stagioni che l'Italia repubblicana abbia attraversato, che è stata anche quella di maggiore debolezza dei partiti politici. Come non vedere il rapporto diretto che sussiste fra l'uno e l'altro fattore? E come pensare allora di costruire la soluzione per il 2013 sulle macerie dei partiti, per fare largo al papa straniero, o al mite condottiero di turno? Non abbiamo già sperimentato abbondantemente, coi risultati che sappiamo, l'idea che la politica sia il campo in cui qualcuno, venuto da un'altra parte e dunque (solo apparentemente) non compromesso con il teatrino della politica, scenda tra ali di folla per salvare l'Italia dalla crisi, dallo sfascio o dai comunisti? Prima ancora che venisse giù il muro di Berlino e la Prima Repubblica, l'opinione pubblica aveva già cominciato a baloccarsi con il «partito che non c'è», quello fatto dagli uomini migliori del Paese. Quando poi i partiti non ci sono stati per davvero, s'è visto chi c'è stato al posto loro. E non è stato un bel vedere. Certo, una differenza con il Papi con la maiuscola c'è, e non è una differenza di colore. Non si tratta cioè della diversa posizione nella classifica degli uomini più ricchi del Paese, e neppure di una differenza di stile, come se Berlusconi avesse perso credibilità in Europa per qualche battuta di troppo sulla Merkel. È che l'uomo di Arcore si è dovuto accontentare di un ingresso laterale, da destra, nella vita politica italiana, mentre al prossimo papa straniero si vuole offrire la possibilità di entrare dal più largo portone centrale. L'intuizione di Berlusconi – che era tutta nel nome originario del suo partito, Forza Italia – quanto meglio funzionerebbe, qualcuno starà pensando, da questa nuova, più agevole posizione! Ora, è difficile dire se dal conclave uscirà il nome di Monti, oppure quello di Passera, o ancora quello di Montezemolo (che è un pochino calato nel borsino dei papabili, ma siccome è notoriamente un uomo fortunato non ce la sentiamo di escluderlo del tutto). Quel che purtroppo è facile intravedere è il tentativo à la Carlo VIII: la croce addosso ai partiti, dipinti come gli staterelli di allora, rissosi e inconcludenti. L'impasse, le pressioni degli Stati europei e infine l'uomo che viene da fuori e scompagina i giochi. Che poi qualcuno disponibile a mercanteggiare, in città, purtroppo, lo si trova sempre. Quel che invece bisognerebbe trovare, è il modo di evitare, dopo vent'anni, di replicare ancora lo schema di Papi. PAPI STRANIERI PER PARTITI CHE NON CI SONO Foto LaPresse p SEGUE DALLA PRIMA Rinnovamenti Luca Cordero di Montezemolo con il cardinale Tarcisio Bertone Si affaccia in molti la tentazione di un berlusconismo centrista IL COMMENTO Massimo Adinolfi «A rischio la giustizia minorile» «È gravissimo che, con decreto dalle apparenti finalità riorganizzative, si voglia cancellare la giustizia minorile sottraendole personale e competenze. Sono incomprensibili le ragioni di questo tentativo che potrebbe arrivare in porto entro la fine febbraio. Il ministro di Severino blocchi il decreto», denuncia la deputata Pd Sandra Zampa. 21 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
I rresistibile. E lo dicono anchei numeri, raramente capaci diaccontentare critica e pubbli-co: 170 milioni di euro d'in-cassi per 20 milioni di spetta-tori. La Francia ha battuto il suo record cinematografico di ogni tempo. Anzi, dire record è poca cosa. Meglio è parlare di fenomeno. Tanto che sono già in programma due remake: in Usa e proprio qui da noi dove Medusa, ancor prima dell'uscita nei cinema - ci arriverà venerdì - ha già acquistato i diritti per la versione italiana. Stiamo parlando di Intouchables, tradotto per le nostre sale con Quasi amici, la commedia d'oltralpe della coppia Eric Toledano e Olivier Nakache, giovani registi di discreta fama diventati ormai i veri «intoccabili» del cinema francese. Il loro segreto? Aver raccontato una storia vera. Quella del ricco e aristocratico Philippe Pozzo di Borgo, costretto sulla sedia a rotelle per un incidente, e quella del suo badante Abdel, un ragazzo di colore delle tante banlieue parigine in fiamme. Nel film sono diventati Philippe, col volto straordinario di François Cluzet, elegantissimo, raffinato esperto di musica classica e d'arte e Driss, col fisico di gigante buono di Omar Sy, nero, incazzato, vitale, folle e appena uscito di galera. Cosa hanno a che spartire i due? Nulla! Ed è proprio da qui che nasce tutto il film. Esilarante, «cattivissimo», irresistibile, appunto. Hai voglia a stare lì davanti e dire: «Ecco, la solita strana coppia giocata sugli opposti, vista tante volte. Il solito film sull'handicap di cui ci vogliono mostrare la “normalità”….». Basta la prima sequenza per abbandonare ogni pregiudizio. Ecco Philippe e Driss nella Maserati lanciati a manetta nel cuore della notte. La polizia che li ferma con le pistole puntate e Driss che la spara grossa: «Ma non avete capito che stavamo correndo all'ospedale. Vedete come sta questo?». E Philippe ormai abilissimo che simula la crisi respiratoria con tanto di bava. Risultato? Non solo il via libera dei poliziotti ma pure la loro scorta a sirene spiegate. Basta poco insomma per lasciarsi travolgere da questa sorta di viaggio alla scoperta dell'altro, in cui ogni diversità è una sorpresa per entrambi i protagonisti. Che siano le note di Mozart o Bach, ascoltate da Driss, fin qui, solo nei dischi d'attesa dei telefoni degli uffici del Comune di Parigi. O i passi di rap scoperti da Philippe davanti al suo «badante» scatenato durante una noiosissima festa di compleanno. Così lontani ma così vicini sono in realtà i due protagonisti. Entrambi vittime di un handicap: quello fisico per Philippe, quello sociale per Driss. Ma capaci di superare se stessi grazie alla sincerità e alla verità della loro voglia di mettersi in gioco. Una commedia, insomma carica di umanità. Ben diversa da quelle nostrane piene di «soliti idioti» o «immaturi» alla riscossa che fanno il tutto esaurito ai nostri ben più miseri botteghini. E pensare che è proprio dalla commedia all'italiana di un tempo che sono partiti i due registi francesi. Sono loro stessi ad ammetterlo raccontando di essersi ispirati a Profumo di donna di Dino Risi, con Gassman nei panni di uomo che con la perdita della vista ha perso anche la sua voglia di vivere. «Mentre lavoravamo al film – raccontano i registi – avevamo il poster di Gassman in ufficio». «Quasi amici, proseguono, è nato guardando un documentario che raccontava la La lezione di una pellicola francese che arriverà anche in Italia. È la storia del rapporto che nasce fra un aristocratico in sedia a rotelle e il suo badante nero. E pensare che i registi hanno come modello la commedia all'italiana GABRIELLA GALLOZZI «QUASI AMICI» RECORD D'INCASSI SENZA IDIOTI ggallozzi@unita.it www.unita.it Esploso un fenomeno Cultura Pronti due remake uno negli Stati Uniti e uno in Italia 42 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012

CARMINE ABATE L o stavano pedinandoda giorni, ma lui nonse ne accorgeva, conti-nuava a camminaresvelto, la testa bassa,lo sguardo corrucciato. Cosa cercava sulla collina? Ogni tanto si fermava, prendeva un taccuino dalla tasca della giacca e scriveva appoggiato al tronco di un ulivo. Poi spostava le lenti sulla punta del naso, alzava gli occhi spioni e forestieri dalla pagina e si faceva ombra con la mano aperta per vedere meglio in lontananza. (...) Sorrise, la prima volta dopo giorni di camminate solitarie. E con quel sorriso sulle labbra si diresse verso il ciglio dirimpetto al mar Jonio. Attraversò il campo di grano sfiorando con le mani le spighe verdi. Era un gesto da bambino, quasi una carezza, che contrastava con il portamento altero, la ruga profonda sulla fronte, il pizzetto brizzolato da uomo maturo. Non sospettava di essere osservato e fino all'ulivo gigante continuò a non accorgersi di nulla. Fu a quel punto che il suo sorriso si spense in un baleno. Da un cespuglio di lentisco era comparso un uomo con il fucile spianato che gli intimava di fermarsi: «Stoppatevi, mo' mo'. Se fate un altro passo vi sparo. È da tre giorni che girijàte quattorno. Perché? Non è tempo né di lumache né di funghi». Il forestiero gli rispose fissando il fucile come se volesse renderlo innocuo: «Non ho soldi con me». Forse pensava di avere di fronte l'ultimo dei briganti che ancora spadroneggiava nelle campagne. L'altro lo derise con disprezzo, lo sguardo velato dall'ombra di un cappellaccio floscio. Aveva la faccia scura di sole e grigia di barba, i denti ingialliti, un fisico robusto da contadino ben nutrito. «Non sono brigante e nemmanco delinquente. Sono il padrone di questa terra, con un nome rispettato da tutti: Arcuri Alberto. E voi chi siete?» urlò. «Mi chiamo Paolo Orsi. Sono un archeologo e vengo dal Trentino.» «E ch'è un arcologo?» «Faccio scavi e con il materiale che trovo ricostruisco la storia di antiche civiltà» rispose calmo il forestiero. «Cosa cercate quassù?» «Cerco l'antica cittadina di Krimisa e il suo famoso santuario di Apollo Aleo, entrambi sepolti da millenni in una di queste colline dinanzi a Punta Alice.» «Ah» fece Alberto con un residuo di diffidenza nella voce. Non aveva capito bene le parole di Paolo Orsi, comunque abbassò il fucile e, cambiando atteggiamento, lo invitò a seguirlo. Si fermarono davanti alla cosiddetta casella, un ampio locale in pietra adibito a stallaggio, dispensa, riparo dalla pioggia e dormitorio, in particolare nel periodo della mietitura e della vendemmia. «Entrate» disse Alberto all'ospite L'anticipazione Il nuovo romanzo dello scrittore arbëresh ci porta nella Calabria d'inizio Novecento: protagonisti la famiglia Arcuri, che vive in quella terra e l'archeologo Paolo Orsi sulle tracce dell'antica città ALLA RICERCA DELLA MITICA KRIMISA www.unita.it Punta Alice Il libro Krimisa Una veduta del sito archeologico calabrese La collina del vento a Rossarco è come un tempio della memoria per la famiglia Arcuri. E quando il celebre archeologo trentino Paolo Orsi sale sullacollina alla ricerca della mitica città di Krimisa e la campagna di scavi si tinge di giallo, gli Arcuri cominciano a scontrarsi con l'invidia violenta degli uomini, la prepotenza del latifondista locale e le intimidazioni mafiose. La storia di una famiglia si intreccia a quella dell'Italia La collina del vento Carmine Abate pagine 264 euro 17,50 Mondadori Culture Sotto la collina c'era di sicuro il santuario di Apollo Aleo 40 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
MASSIMILIANO AMATO NAPOLI A ltri tre passi verso lagloria: sarà durissimaper chiunque spinge-re il Napoli fuori dallaChampions. DopoManchester City, Villareal e Bayern se n'è accorta un'altra grande d'Europa, il Chelsea, prima illuso e poi schiantato da un'altra prova maiuscola dei tre tenori Cavani, Lavezzi, Hamsik. La prima sorpresa la regala Mazzarri: squalificato, rinuncia persino alla tribuna e va a vedersi la partita nascosto chissà dove nella pancia del San Paolo. Quelle di Villas Boas riguardano lo schieramento dei Blues: costretto a fare a meno di Therry in difesa, in mezzo al campo opta per i muscoli di Malouda, con Lampard, che si accomoda in panchina. Prepartita ricco di misteri, comunque: da metà pomeriggio tiene banco una spy story innescata da un foglietto dimenticato nella sala riunioni del ritiro dallo Special Two e si diffonde l'indiscrezione che non sarà Drogba a guidare il tridente d'attacco degli inglesi. Ma all'ingresso in campo il gigante ivoriano è regolarmente al suo posto. Mazzarri invece recupera Campagnaro all'ultimo momento ma rischia di perderlo quasi subito per una capocciata di Drogba. Villas Boas invece deve sostituire subito Bosingwa, che si stira: dentro Cole da poco recuperato da un infortunio. Nel frattempo, si gioca ad altissime velocità, e la difesa alta del Chelsea sembra fatta apposta per esaltare i contropiedisti azzurri. Al 5' solo il terreno bagnato tradisce Lavezzi, che supera tutta la retroguardia inglese ma non riesce ad addomesticare la palla quando è praticamente solo davanti a Cech. Al 10' il portiere con il casco è costretto a superarsi su Cavani, liberato da un lancio col contagiri di Inler. Cech si ripete al 19', rispondendo da campione a Maggio, lanciato sulla corsa da Lavezzi, che con la sua velocità e le sue serpentine fa letteralmente ammattire i legnosi difensori inglesi. Sembra che il vantaggio del Napoli sia solo una questione di dettagli ma, assolutamente a sorpresa, al 27' passa il Chelsea: su un pallone innocuo piovuto nell'area azzurra Cannavaro, ingannato anche dall'erba viscida, liscia il più comodo dei rinvii e libera Mata davanti a De Sanctis per il vantaggio dei Blues. Per una decina di minuti il Napoli accusa il colpo e smarrisce gli equilibri, rischiando addirittura di incassare il secondo gol su un'uscita a vuoto di De Sanctis, con David Luiz che di testa alza sopra la traversa. A cavare dai guai gli azzurri è il Pocho: liberato al limite dell'area da un sapiente tocco di Cavani (38') s'inventa un destro a giro che non lascia scampo a Cech. Passano altri 9' e il Napoli, al 47', raddoppia: su cross dalla trequarti di Inler, la palla carambola in porta spinta dalla testa di Ivanovic e dalla spalla destra di Cavani. TRIPUDIO DOPO LA PAURA Si riparte, e il Chelsea assume subito il comando delle operazioni, insidiando un paio di volte la porta di De Sanctis, ma la palla gol più ghiotta se la divora Lavezzi al 9', liberato da Cavani sull'ennesima ripartenza: il Pocho brucia il diretto avversario sullo scatto, ma il suo diagonale si spegne sul fondo. Al 15' Aronica anticipa Drogba di un soffio, sul successivo corner Cole mette fuori. È un monologo dei Blues, che schiacciano gli azzurri nella loro metà campo con rabbia e personalità. Ma il Napoli, si sa, là davanti ha gente che può far gol in qualsiasi momento. La conferma arriva al 20': lancio in profondità Cavani che fa a spoRtellate con Luiz, attira Cech fuori dai pali e offre a Lavezzi la possibilità di infilare la porta rimasta sguarnita. Lo Special Two corre ai ripari e rivoluziona il centrocampo: fuori Meireles e Malouda, dentro Lampard e Essien. Frustalupi risponde rinforzando gli ormeggi: esce Lavezzi per Dzemaili, a turno Maggio e Zuniga arretrano sulla linea dei centrali, il Napoli si sistema con un inedito 4-5-1 che diventa 4-4-2 quando Pandev rileva Hamsik, che prima di uscire con un gioco di prestigio dalla linea di fondo offre a Maggio la palla del 4-1, ma Cole respinge sulla linea con Cech fuori causa (36'). E' anche l'ultimo sussulto della partita: finisce 3-1, il ritorno non sarà proprio una gita di piacere, ma l'impressione è che il Napoli abbia già un piede nei quarti. www.unita.it Foto di Agn/Infophoto CHELSEA 1 NAPOLI 3 Impresa azzurra L'esultanza dei giocatori partenopei dopo il gol del vantaggio di Cavani LAVEZZI-CAVANI FANNO SOGNARE IL NAPOLI Al San Paolo finisce 3-1 Chelsea in vantaggio con Mata, poi si accendono i tre tenori e illuminano la serata. Ritorno in discesa allo Stamford Bridge NAPOLI: De Sanctis, Campagnaro, Cannavaro, Aronica, Maggio, Inler, Gargano, Zuniga, Hamsik(36' st Pandev), Lavezzi (29' st Dzemaili ), Cavani (83 Rosati, 2 Grava, 21 Fernandez, 85 Britos, 8 Dossena). All.: Mazzarri CHELSEA: Cech, Ivanovic, Cahill, Luiz, Bosingwa sv (12' pt Cole), Ramires, Meireles (25' st Essien), Malouda (25' st Lampard), Sturridge, Drogba, Mata. (22 Turnbull, 12 Mikel, 9 Torres, 21 Kalou). All.: Villas Boas ARBITRO: Velasco Carballo RETI: nel pt 26' Mata, 38' Lavezzi, 46' Cavani; nel st 19' Lavezzi. ANGOLI: 4-4. RECUPERO: 3' e 3'. NOTE: ammoniti; Meireles e Cahill per gioco scorretto. SPETTATORI: 55 mila. Sport46 MERCOLEDÌ22 FEBBRAIO2012
Niente «strappi». Parla da solo il documento dei 12 su crescita e liberalizzazioni che non è stato sottoscritto né da Sarkozy, né da Angela Merkel. Monti, però, è attento a riequilibrare la lettura di una contrapposizione che crei imbarazzo. Il pressing su Parigi, e soprattutto su Berlino, perché l'Europa passi dal rigore alle «frustate» anti recessione, è insito nella lettera inviata a Van Rompuy e Barroso. Ma il professore cerca di indorare la pillola. Ed esprime «gratitudine» per il sostegno che «Francia e Germania» hanno dato all'Italia - cioè al suo governo - «fin dal primo momento». Grazie anche al loro aiuto, sottolinea il premier da Bruxelles, oggi «siamo meno vicini al baratro della crisi finanziaria di quanto non lo fossimo tre mesi fa». Un ruolo importante di «stimolo», quindi, da Berlino, Parigi - e da Washington che aiuta l'Italia a essere percepita positivamente «dai mercati e dal mondo». Il premier sparge miele, ma qualche sassolino dalla scarpa se lo cava. Sulla Grecia «si poteva agire più rapidamente» butta lì, senza calcare la mano nei confronti di quelle cancellerie europee che pretendono dai greci sforzi inverosimili. Nella drammatica notte dell'intesa sul secondo pacchetto di aiuti ad Atene, l'Italia ha giocato un ruolo decisivo, come nei giorni precedenti. E Monti, adesso, definisce l'accordo finale un «risultato importante perché toglie i rischi immediati di contagio» e consente «un ritorno di quel Paese alla crescita nel 2014» LOTTA ALL'EVASIONE Ieri, durante la conferenza stampa sul vertice Ecofin, Monti ha voluto tracciare un bilancio politico dei primi cento giorni trascorsi a Palazzo Chigi. Ha parlato dei «passi avanti significativi» compiuti in questi mesi e ha ridisegnato i tratti di una fase due caratterizzata da «misure più incisive per la crescita, l'occupazione e il Welfare», impossibili da mettere in cantiere se non si fosse data priorità al consolidamento del bilancio. Fin dalla fase uno, tuttavia, sono state recuperate risorse utili per «proteggere le tre fasce più basse dei pensionati» e sono stati «salvaguardati» i salari spostando la pressione fiscale verso «la tassazione dei patrimoni». Certo, «per ora si è dovuto agire in orizzonti limitati e con risorse limitate», perché l'obiettivo era quello di allontanare l'Italia dal «baratro», ma crescita, occupazione e welfare - assicura Monti - sono al centro dell'iniziativa governativa. Le risorse per far decollare la fase due? Il premier insiste sulla lotta senza quartiere all'evasione fiscale. Che dovrà produrre frutti utili «alla collettività in termini di finanza pubblica più solida ma anche in termini di beneficio quali-quantitativo ai contribuenti onesti». Certo, «l'onestà per un cittadino è un dovere», ma ai contribuenti in regola bisognerà dare «la soddisfazione tangibile per la loro condotta». Una rivoluzione copernicana rispetto agli ammiccamenti ai furbetti del recente passato. IL CONSIGLIO DEI MINISTRI E il capo del governo annuncia già dal Consiglio dei ministri di venerdì «un sistema fiscale più semplice». Non va oltre, però, e delude le attese per il ventilato taglio dell'Irpef ai redditi più bassi. «Per un ristorno quantitativo dei benefici all'evasione bisogna aspettare», avverte. Nell'attesa, tuttavia - già in settimana - il governo potrebbe istituire un Fondo nel quale far confluire i ricavi della lotta all'evasione, in attesa di valutare la loro entità. Monti, in ogni caso, si attende «robusti benefici» anti evasione, e apprezza quello che definisce il «cambiamento della psicologia che sembra manifestarsi nel Paese». Tassativo, infine, il «no» del premier a nuovi scudi fiscali o a qualsiasi forma di condono. «Non vogliamo nemmeno pensarci», sottolinea il premier. L'Ici sugli immobili della Chiesa? Anche qui Monti non fissa tempi certi. Per «fare le cose bene» serve «tempo», spiega. «Abbiamo articolato la nostra riflessione, arrivando ad una soluzione, siamo in dirittura d'arrivo, ma non so ancora se venerdì in Consiglio dei ministri ci sarà la misura». Patrizio Bianchi p SEGUE DALLA PRIMA È del resto la prima volta che in maniera ampia si richiede una politica di espansione, che tuttavia qui sembra limitarsi al completamento del Mercato interno. La ripresa si ottiene, dicono i dodici, agendo sulla struttura stessa di un'economia europea, che negli ultimi dieci anni aveva subito, sull'onda degli iperliberisti imperanti, non solo il ruolo dominante dei governi nazionali, ma anche tutti i gradi di protezione e di chiusura che i governi nazionali sono stati capaci di inventare per proteggere i propri monopolisti interni. La lettera, promossa da Monti con il premier britannico e quello olandese, è frutto di una conoscenza profonda della macchina comunitaria e del dibattito europeo e porta evidentemente il marchio di una diplomazia affidata a Enzo Moavero Milanesi, che di Bruxelles e dintorni ha conoscenza come pochissimi altri. Con questa mossa il governo Monti riacquista il centro del tavolo e, rinforzando una posizione già espressa con la lettera del 30 gennaio a Barroso e Van Rompuy, dimostra come sia possibile una via d'uscita dal cul de sac in cui l'insipienza di Merkel e Sarkozy hanno cacciato le istituzioni europee. Tuttavia questa iniziativa, per non essere solo una manovra tattica, deve coniugarsi con una visione in cui lo sviluppo non sia figlio solo di un rilancio del mercato interno, ma anche di una crescita che riconquisti il terreno dei diritti dei cittadini e trasformi questi nel nuovo motore della crescita. Bisogna infatti cogliere l'opportunità data da questa prima dichiarazione sul bisogno di una politica europea orientata alla crescita, per rilanciare una visione in cui l'Europa individui il proprio sviluppo in un progetto politico più avanzato, di cui le persone e i loro bisogni tornino ad essere il centro. Questo implica che il ritorno ad un metodo comunitario, che superi quello delle decisioni separate, si unisca saldamente ad un ridisegno delle istituzioni comunitarie, in cui alla moneta unica si aggiunga una sempre più comune gestione delle politiche di bilancio e del loro finanziamento - e qui necessariamente risalta fuori il tema degli eurobond e quindi degli organi p Il presidente del Consiglio traccia un bilancio positivo dei suoi primi cento giorni p «A breve un sistema fiscale più semplice». Ma per il taglio dell'Irpef «si dovrà aspettare» Primo Piano ROMA IL PASSO AVANTI DEL PREMIER Monti: il rischio Grecia non c'è più, il baratro ora è meno vicino Italia «meno vicina al baratro» e l'accordo sulla Grecia evita «il contagio». Monti commenta il vertice Ecofin e riconferma: lotta senza quartiere all'evasione. Niente date certe, però, sugli sgravi Irpef e sull'Ici alla Chiesa. L'Italia e la crisi NINNI ANDRIOLO IL COMMENTO 8 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
bianca) e del segretario Angelino Alfano. «Il quale però - riferisce una deputata presente alla riunione - non riesce a presentare un suo candidato in Sicilia figurarsi nel resto d'Italia». Alfano ha il suo da fare per costruire un partito vero con tesseramento e congressi per l'elezione dei vertici locali. In questo clima il segretario è vissuto come «distante» e «incapace di fare squadra». Berlusconi continua a puntare su di lui, impegnato anche sul tavolo delicatissimo delle riforme, della legge elettorale e istituzionali. E quello, non meno bollente, delle alleanze. Il segretario deve, ad esempio, tenere a bada l'opa di Casini sui moderati di entrambi i poli. Dove si creano emergenze, ad esempio per le inchieste giudiziarie sui tesseramenti fasulli, invia i commissari. Nitto Palma ha il suo bel da fare per tenere a bada in Campania i dualismi tra Cesaro e la Carfagna e a Napoli tra i due ex An Taglialatela e Labboccetta. Liste civiche, dunque. Ma la verità è che non è detto che vogliano l'appoggio del Pdl. Il caso Genova, ad esempio. «Non riusciamo a trovare un candidato, eppure la vittoria di Doria nelle primarie del centrosinistra ci apre maggiori possibilità» racconta amaro un deputato ligure. La situazione vede in campo Doria, appunto, e la lista civica dell'amato-odiato Enrico Musso (il senatore ha lasciato il Pdl un anno fa, ha accettato l'appoggio dell'Udc ma non quello del suo ex partito). Il Pdl non sa che fare: ieri ha incassato il no dall'amministratore delegato del Genoa Alessandro Zarbano. Giovane e bocconiano, era perfetto. Ha detto no, ed è il quinto di fila. Un problema serio per Alfano. Che ce l'ha ancora più evidente in Sicilia dove il Pdl è costretto a presentare il simbolo dopo i successi delle ultime votazioni. Ma rischia di restare senza candidati a Palermo dove ieri Massimo Costa, candidato di Udc, Fli , Api, Mpa e Forza sud è sembrato chiudere tutte le porte al ventilato, cioè richiesto da Alfano a Casini, appoggio del Pdl. Ancora peggio la situazione ad Agrigento: qui, in casa sua, Alfano non sarebbe in grado di presentare neppure un candidato. Va meglio a La Spezia: un notaio, un avvocato e un indipendente si confronteranno nelle primarie. E hanno detto sì all'appoggio del Pdl, che non presenterà il simbolo. Dicono che vincerà il notaio. Foto TM News/Infophoto Emergenza sindaci Silvio Berlusconi Da Genova a Palermo a L'Aquila, mancano ancora i candidati Rinviato lo «svuotaprocessi» La Camera ha deciso con un voto - del Pdl - il rinvio ad altra seduta dell'esame della proposta di legge cosiddetta «svuotaprocessi», sulla definizione del processo penale nei casi diparticolare tenuità del fatto.Per oltre due orei deputati della Legasono intervenutia raffica. Contro il rinvio si sono espressi Lega e Idv. L'esame riprenderà nelle prossime settimane. 19 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
Redditi on line Severino batte Passera 7 a 3,5 (milioni) Pubblicati patrimoni e stipendi dei ministri p CARUGATI ALLE PAGINE 12-13 ATENE SALVA L'EUROPA IL PASSO AVANTI DEL PREMIER Occhetto: il rischio è l'alternativa tra moderatismi Merola: sbagliate le liste civiche ma il Pd si rinnovi Foto di Dino Fracchia/Buenavista L'ANALISI IL COMMENTO Sbloccati 130 miliardi, ispettori della Ue per il rispetto degli impegni p SOLDINI PAGINE 6-7 L'INTERVENTO T utti i quotidiani, tutti i com-mentatori, tutte le agenzie parlano di «bailout» di «default disordinato», di «salvataggio della Grecia dal fallimento». Non fosse per la drammaticità della situazione, verrebbe da ridere. Per capire se davvero si possa parlare di «Grecia salvata dal fallimento» occorre prima intendersi sul significato del termine «fallire». p SEGUE A PAGINA 24 C 'è più di un motivo per segna-lare la lettera che dodici Paesi dell'Unione hanno sottoscritto per domandare all'Europa di cambiare indirizzo di politica economica. Per la prima volta Merkel-Sarkozy dimostrano la loro fragilità e per la prima volta si profilano alleanze diverse da quelle “Virtuosi contro Peccaminosi”. p SEGUE A PAGINA 8 NUOVO STRAPPO DELLA FIAT Successione L'ad si schiera con Bombassei: se vince rientriamo nell'organizzazione p DI GIOVANNI PAG. 2-3 L'accordo sulla Grecia piace a Obama Monti: contagio evitato “ p VENTURELLI ALLE PAGINE 4-5 p ZEGARELLI A PAGINA 15 Marcegaglia contro sindacati «Difendono ladri e fannulloni» Camusso: ritiri quelle parole p COMASCHI ALLE PAGINE 20-21 CHI VUOLE ROMPERE p A PAGINA 3 Bersani avvisa il governo «Senza intesa il sì Pd non scontato» Bonanni: esecutivo contro l'accordo Il pugno di Marchionne spacca Confindustria IL TAVOLO SUL LAVORO Rinaldo Gianola Fabio Sdogati Ciò che mi dispiace profondamente è toccare con mano l'immobilismo di un'Italia che sembra non curarsi della ricerca scientifica. Renato Dulbecco, lettera a Umberto Veronesi, 2008 L a prima volta che accadde ipartiti non c'erano ancora. C'erano però, divisi e meno solidi degli omologhi europei, gli stati regionali. p SEGUE A PAGINA 21 PAPI STRANIERI Massimo Adinolfi Patrizio Bianchi LE INTERVISTE 1,20 Mercoledì 22 Febbraio 2012 Anno 89 n. 52 www.unita.it Fondata da Antonio Gramsci nel 1924
IL COMMENTO Paolo Soldini raio internazionale. L'accordo potrebbe anche aprire la strada all'ipotesi di aumentare la dotazione del fondo salva-Stati fino a 750 miliardi prima del vertice europeo del primo marzo. Ma in Grecia le reazioni sono contrastanti. Atene si sente umiliata dall'annunciato arrivo, in pianta stabile, degli ispettori della troika (già definiti «commados» dai giornali greci) ma, in sintesi, il messaggio che arriva dalla capitale ellenica è: «gli aiuti vanno bene, ma non si è fatto nulla per la crescita». Soddisfazione hanno espresso sia Antonis Samaras, leader del partito greco Nea Dimocratia (ND, centro destra) e principale candidato alla carica di prossimo premier greco, sia Giorgos Papandreou, ex premier e leader del partito socialista Pasok. Di segno completamente diverso i commenti di Aleka Papariga, segretaria generale del partito comunista (Kke), e di Yorgos Karatzaferis, leader del partito Laos (estrema destra), che definiscono la soluzione una sorta di fallimento mascherato. REAZIONI Resta il fatto che i partiti maggiori si mostrano rassicurati. «Importante e positiva» ha definito Samaras la decisione dell'Eurogruppo. «Senza la crescita dell'economia - ha detto - non si possono raggiungere neanche gli immediati obiettivi fiscali, e nemmeno il debito potrà diventare sostenibile sul lungo periodo». Anche per Papandreou la decisione dell' Eurogruppo è stata «decisiva e determinante per il percorso del nostro Paese nell'Unione Europea e nell'Eurozona. Essa viene ad aggiungersi ad una serie di importanti decisioni che contribuiscono allo sforzo dei greci per affrontare la crisi e promuovere i grandi cambiamenti di cui il Paese ha bisogno». Soddisfatto dell'accordo si è detto pure il presidente della Repubblica, Karolos Papaoulias, secondo cui «ora tocca a noi sfruttare questa buona occasione, di correre molto per coprire le mancanze e i ritardi del passato ed entrare in un percorso di sviluppo per far tornare la Grecia a tempi felici per il suo popolo». Perplessità sul nuovo accordo è stata invece espressa da Fotis Kouvelis, il leader di Sinistra Democratica, il quale ha fatto notare che «non c'è assolutamente nessuna prospettiva di sviluppo». La soddisfazione è generale, anche se forse un po' prematura. I 130 miliardi concessi ad Atene hanno evitato il disastro immediato, la bancarotta pura e semplice nel giro di un mese. E questo è un grosso risultato, non solo per la Grecia. Ma restano sul tavolo problemi che la maratona dell'Eurogruppo dell'altra notte non ha affatto sciolto e che, poiché sono inevitabilmente destinati a ripresentarsi, sarebbe bene che venissero affrontati fin d'ora per quello che sono. Essi non riguardano solo la questione greca, ma tutta la strategia con cui l'Europa – le istituzioni e i singoli Paesi – sta cercando di rispondere alla crisi finanziaria. Cominciamo dai dettagli che riguardano proprio l'accordo trovato ieri all'alba sul prestito e sul taglio del debito greco. Cominciamo da lì perché, al di là dei tecnicismi, essi mettono drammaticamente in luce i limiti, le debolezze e le contraddizioni di tutta l'impostazione che i Paesi dell'euro stanno dando alla politica per uscire dalla crisi. Perché diventi operativo, e soprattutto risolutivo, il versamento dei 130 miliardi ha bisogno ancora di due condizioni: la prima è la verifica dell'attuazione concreta delle misure cui il governo Papademos e il Parlamento si sono impegnati. Logico, dirà chi dei greci non si fida troppo e, dati i precedenti, con qualche ragione. Il problema è che la verifica spetterà alla Troika che secondo l'intesa verrà per così dire sovrapposta permanentemente agli organismi di controllo del bilancio di Atene. Ora, una delle componenti della Troika, il Fmi, ha già cominciato ad esprimere dubbi sull'entità della propria partecipazione ed è possibile che, per sostenere queste esitazioni, adotti verso la “buona volontà” greca gli stessi metri di giudizio che ha applicato in passato, e non solo ad Atene. La seconda condizione è che l'intesa raggiunta con le organizzazioni che rappresentano le grandi banche, i fondi d'investimento e le assicurazioni venga effettivamente applicata. E cioè che tutti gli istituti che detengono titoli greci accettino, uno per uno, l'accordo che in loro nome è stato firmato dall'americano Charles Dallara e dal tedesco Josef Ackermann, cui all'ultimo momento si è aggiunto il francese Jean Lemierre , di Bnp Parisbas. L'accordo è molto impegnativo: un haircut del 53,5% e una riconversione dei titoli che potrebbe portare le perdite intorno al 70%. Non è affatto detto che tutte le banche creditrici accetteranno, rimpinguando le casse di Atene con 107 miliardi necessarissimi per abbassare il debito quel tanto che è necessario per ottenere davvero i 130 miliardi: l'associazione delle banche tedesche ha già fatto sapere di avere dubbi molto consistenti. Lasciamo agli esperti il giudizio sulla effettiva praticabilità dell'accordo. Qui interessa piuttosto prenderne in esame la logica e discuterne le implicazioni politiche. Primo punto: con la Grecia si continua ad agire come se il problema fosse soltanto ottenere risparmi costi quel che costi senza minimamente porsi il problema di una ripresa economica (e sociale, e civile). Il Paese è in recessione da cinque anni e il Pil è in calo del 6% nonostante che qualche settimana fa il “worst-case” fosse calcolato, dalla stessa Troika, al 5,5%. Non è solo un problema di democrazia e di mancanza di solidarietà che sta danneggiando terribilmente l'immagine dell'Unione: se non si cambia politica, Atene si avvia a diventare veramente quello che il ministro delle Finanze tedesco Wofgang Schäuble ha chiamato sprezzantemente «ein bodenloses Loch», un pozzo senza fondo. Secondo punto: le banche private. I soldi che Atene riceverà dovranno andare solo e soltanto al ripiano del debito, e quindi al pagamento degli interessi che maturano sui titoli. Per essere sicuri che ciò avvenga i “guardiani” europei hanno imposto che il prestito fluisca su un conto speciale da cui si possa attingere solo per quello. Ma la grande maggioranza dei titoli sono posseduti dalle banche (tedesche, francesi, americane, italiane e anche greche). Semplificando in modo un po' rozzo, si può dire che i soldi vengono prestati ad Atene perché arrivino ai grandi istituti finanziari, che sono poi quelli che hanno una enorme parte di responsabilità nelle speculazioni che hanno ingigantito il debito greco, e non solo quello. Si considerino il primo e il secondo punto insieme e ci si renderà facilmente conto del fatto che il caso greco è solo un paradigma di tutta la strategia che l'Europa sta mettendo in campo per combattere la crisi dei bilanci e salvare l'euro. Nonostante le dichiarazioni di buoni propositi degli ultimissimi tempi, tutta l'iniziativa continua ad essere centrata sulla disciplina di bilancio e a ignorare programmaticamente ogni progetto di ripresa dell'economia. Il problema non è solo la cancelliera Merkel con le fisime della sua opinione pubblica e le sue difficoltà con la coalizione. Né è solo Sarkozy con la sua monomania elettorale. Il problema sono anche le attuali istituzioni europee e anche una cospicua maggioranza degli altri governi. Da un lato non si mette mano alla regolazione dei mercati finanziari, dall'altro l'Europa è muta e assente in fatto di investimenti, politiche industriali, occupazione, tutele sociali. Tutto quello che si è visto in campo è la lettera firmata da dodici capi di governi prevalentemente di destra che “legge” la prospettiva della ripresa economica quasi tutta e soltanto in un generale piano di liberalizzazioni. Investitori Il premier greco Lucas Papademos MA IL PROBLEMA DI FONDO NON È RISOLTO Borse caute sugli effetti l'incognita resta il crollo del Pil Febbraio Ue, sale la fiducia Le buone notizie non arrivano mai da sole. A febbraio l'indice flash di fiducia dei consumatori è leggermente migliorato sia nella zona euro (a -20,1 rispetto -20,8 di gennaio)chenellaUea27(a-20,2mentreera-20,7agennaio).LoharesonotolaCommissione europea. 7 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
Un altro morto ammazzato a Roma. Ma stavolta, anche se la vittima era un pregiudicato per droga, non si tratterebbe di un'esecuzione della malavita bensì di un delitto familiare. Motivo: l'affidamento di un bambino conteso tra l'ucciso, Marco Zioni, 37 anni e la madre del piccolo. I carabinieri che conducono le indagini stanno cercando il suocero di Zioni, principale sospettato dell'omicidio, che è avvenuto in strada alla presenza di diversi testimoni che hanno sentito prima delle forti urla e poi i colpi di pistola. Il fatto è avvenuto intorno alle 15 all'altezza del civico 15 di via Guido Montpellier, nel quartiere di Montespaccato, in zona Aurelia, alla periferia della capitale. Zioni si trovava nei pressi della sua auto, una Smart, quando l'assassino, forse dopo un breve inseguimento, gli spara. L'uomo, ancora vivo, è stato trasportato da alcuni parenti in corso di identificazione al policlinico Gemelli, su un'automobile privata. Poco dopo è morto, mentre nel frattempo sul luogo del delitto si sono precipitate le gazzelle dei carabinieri, avvertiti da alcuni residenti del quartiere. Il suocero di Zioni, fino a ieri sera, risultava irreperibile. PRECEDENTI L'agguato mortale di ieri a Montespaccato ha lasciato sul selciato la sesta vittima dall'inizio dell'anno a Roma. Una scia di morte inziata con la tragica rapina di Torpignattara costata la vita al commerciante cinese Zhou Zeng e alla figlioletta Joy, di appena 9 mesi. Poi è la volta di Antonio Maria Rinaldi, ucciso a via del Fontanile Arenato il 24 gennaio mentre parcheggiava la sua auto, e di Salvatore Polcino, trovato carbonizzato al Divino Amore il 27 gennaio dopo un regolamento di conti. Infine Mario Maida, ucciso il 7 febbraio a Torrevecchia, freddato alla testa da un colpo di pistola. Un inizio d'anno purtroppo in linea con l'escalation di violenza che dalla primavera del 2011 in avanti ha colpito la capitale. La prima traccia della lunga scia di sangue che da più di nove mesi attraversa la città risale all'8 aprile, quando i neon del Teatro delle Vittorie illuminano il corpo senza vita di Roberto Ceccarelli, freddato da cinque colpi di pistola mentre è all'interno della sua macchina. Il 13 giugno Raffi Coen, pensionato di 74 anni, viene trovato morto nell'androne del condominio in cui viveva in via Lanciani: per lui un'unica stilettata al cuore. Il giorno dopo tocca a Marco Calamanti, 47 anni, inseguito e ammazzato a colpi di cric per le strade di San Basilio dopo una lite generata dalla richiesta di restituzione di un debito. E nemmeno un mese più tardi - il 5 luglio - nove colpi calibro 9 mettono fine all'esistenza di Flavio Simmi, gioielliere di 33 anni, già gambizzato poco tempo prima. L'esecuzione di Simmi ha come teatro via Grazioli Lante, in uno dei quartieri-bene della capitale. Luglio è anche il mese dell'agguato mortale a Simone Colaneri, ucciso a colpi di pistola in pieno giorno a Primavalle, mentre il 22 settembre muore in ospedale Ennio Lupparelli, 68 anni, investito con l'auto dagli scippatori che avevano rapinato la moglie. Il 22 novembre, le cronache registrano il drammatico duplice omicidio di Ostia che spinge il sindaco Alemanno a paventare rischi di «infiltrazione mafiosa»: le vittime sono Francesco Antonini, detto «Sorcanera», e Giovanni Galleoni, alias «Baficchio». Il 15 dicembre Marco Attini, 38 anni, viene freddato da due killer mentre si trova in auto con la fidanzata a Tor Vergata. Foto di Massimo Percossi/Ansa le è distante in linea d'aria poche centinaia di metri da dove vivevano col padre, Filippo, autotrasportatore. Bastava prendere un cane addestrato, metterlo sull'uscio della loro casa e lasciare che seguisse la traccia, ma non è stato fatto. ERRORI La riapertura del fascicolo, chiuso come tragica fatalità, riporta alla luce la caterva di errori, mancanze e incredibili lacune commesse durante le ricerche e le indagini, nelle quali come succede spesso in questi casi - ultimo a Bergamo per Yara - si comincia a cercare lontano, lontanissimo, invece del contrario, come vogliono i manuali e come vorrebbe la logica. Infatti, Yara è stata trovata a due passi dalla palestra, Ciccio e Tore in un edificio visibile da casa loro, e sulla prima inchiesta volarono anche gli stracci, perché i dissidi tra il procuratore Marzano e il pm Lupo finirono al Csm. In realtà, dietro alla triste storia dei fratellini Pappalardi si profila uno scenario di omissioni e responsabilità certo indirette, ma non meno gravi. L'edificio in cui hanno trovato la morte risulta di proprietà di una società immobiliare dal 2001, una compagine di una dozzina di soci tra i quali, si diceva all'epoca dei fatti, ci sarebbe stato anche in modo occulto uno degli amministratori pubblici. Vero è che la struttura, secondo il piano regolatore urbano, è in una zona “bi zero” strettamente vincolata. L'abbandono e il degrado in cui si è trovata anno dopo anno, l'istituto religioso che ospitava era stato dismesso da decenni, autorizza a pensare che forse qualcuno ha scelto di farla crollare a pezzi, per poter poi magari avere le mani libere per costruire appartamenti e locali. L'unico modo, appunto, per aggirare le rigide norme del Prg. Dopo la morte di Ciccio e Tore, c'è stato il sequestro dell'area. L'autorità giudiziaria ha imposto la messa in sicurezza dello stabile, i proprietari hanno provveduto alzando di una ventina di centimentri il muro di cinta e chiudendo le botole nelle quali si infilavano i ragazzini. Il sindaco Rino Vendola ordinò di mettere mano a tutti i fabbricati pericolosi e pericolanti, ma il comune non aveva soldi (oggi è al verde commissariato, dopo un altro sindaco «dimissionato»), e ai privati, evidentemente, non è importato granché. Alta tensione ieri sera nel centro storico di Genova dove decine di militanti dei centri sociali e attivisti No Tav hanno accerchiato Palazzo Tursi, sede del Comune, per contestare il procuratore capo di Torino, Gian Carlo Caselli, giunto nel capoluogo ligure presentare il suo libro «Assalto alla giustizia». I manifestanti, controllati da poliziotti e carabinieri in assetto antisommossa, hanno esploso petardi e intonato slogan contro Caselli e la procura del capoluogo piemontese, che ha recentemente disposto l'arresto di 26 attivisti No Tav per gli scontri del 3 luglio scorso in Val Susa. Due giorni fa il procuratore Caselli aveva preferito rimandare l'appuntamento a Milano dopo che alcuni presunti aderenti al movimento No Tav si erano dati appuntamento su Indymedia per contestare il magistrato. «Se uno si limita a protestare, fa quello che la democrazia gli consente, ma dare del boia a un magistrato o a un poliziotto non è simpatico e non mi pare un granché democratico» ha commentato il procuratore Caselli. «A Milano abbiamo annullato l'iniziativa - spiega Caselli - perché si svolgeva in una situazione logistica che esponeva la gente perbene a una circolazione non di idee, ma di qualcos'altro di meno simpatico. A Genova la situazione era diversa». La manifestazione, con corteo per le vie del centro, ha chiesto con slogan e striscioni la liberazione dei No Tav arrestati per gli scontri della scorsa estate in Val di Susa. «Il pm è il primo anello di una sequenza che poi prevede il gip e ora ci sono tre ordinanze del tribunale della Libertà - si limita a dire Caselli -. In uno stato di diritto si tenga conto anche di questo». «Che un giudice sia fatto oggetto di insulti e di minacce - dichiarano Gianfranco Morgando, segretario regionale Pd Piemonte, Andrea Giorgis, presidente regionale Pd e Federico Fornaro e Alessandro Altamura, vicesegretari regionali Pd - costituisce un fatto molto grave. Nuovo morto a Roma. Ieri è stato ucciso un pregiudicato dopo una lite familiare. Alla base dell'omicidio ci sarebbero divergenze per l'affidamento di un bambino. I carabinieri stanno cercando il suocero. ANGELA CAMUSO L'accusa Ucciso dopo una lite per l'affidamento del figlio A Roma si spara in strada ROMA Via Guido Montpellier, Roma Ucciso durante il sesso Nuove contestazioni al giudice Caselli Genova, alta tensione tra No-Tav e polizia Secondo Rosa cinque ragazzi chiesero ai figli una prova di coraggio A trovarlo nudo, con una sciarpa rossa stretta attorno al collo e un cavo elettrico avvolto lungo il busto, è stato il fratello. Per Giuseppe Bongiorno, 73 anni, dipendente dell'AsladAlcamoinpensione,nonc'erapiùnulladafare.Secondoilmedicolegaleildecesso sia avvenuto durante una pratica erotica. Una morte per soffocamento. 31 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
www.unita.it Zapping MARSIGLIA - INTER LA STELLA DELLA PORTA ACCANTO 6 PASSI NEL GIALLO: PRESAGI WILD OLTRENATURA RAIUNO ORE:20:30 SPORT CHAMPIONS LEAGUE CON BIANCA GUACCERO CON CRAIG BIERKO CON FIAMMETTA CICOGNA RAIDUE ORE:21:05 SERIE TV CANALE 5 ORE:21:10 FILM ITALIA 1 ORE:21:10 SHOW Rai 1 Rai 2 Rai 3 RAI 1Canale 5 Rete 4 Italia 1 La 7 Sky Cinema 1 HD Sky Cinema family Sky Cinema Passion Cartoon Network Discovery Channel Deejay TV MTV 21.00 Sky Cine News - Aspettando gli Oscar. Rubrica 21.15 Nessuno mi può giudicare. Film Commedia. (2011) Regia di M. Bruno. Con R. Bova P. Cortellesi. 23.00 Boardwalk Empire 2 - Ep. 9. Serie TV 21.00 Mamma, ho perso l'aereo. Film Commedia. (1990) Regia di C. Columbus. Con M. Culkin J. Pesci. 22.50 Sansone. Film Commedia. (2010) Regia di T. Dey. Con L. Pace 00.25 Pirati Dei Caraibi: La Saga. Rubrica 21.00 Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni. Film Commedia. (2010) Regia di W. Allen. Con A. Hopkins N. Watts. 22.45 Inserzione pericolosa. Film Drammatico. 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Con Vincenzo Salemme, Eva Herzigova, Carlo Buccirosso, Maurizio Casagrande. 21.10 Wild - Oltrenatura. Show.Conduce Fiammetta Cicogna 00.30 Romanzo criminale. Serie Tv 02.25 Studio aperto - La giornata. Informazione 02.40 The Shield. Serie TV 03.20 Prison Break. Serie TV 04.05 Media shopping. Shopping Tv 21.10 Gli Intoccabili. Reportage 23.10 Tg La7. Informazione 23.15 Tg La7 Sport. Informazione 23.20 L'amore che non muore. Film Drammatico. (2000) Regia di Patrice Leconte. Con Juliette Binoche, Daniel Auteuil. 01.40 (ah)iPiroso. Talk Show. 06.45 Unomattina. Show.Conduce Elisa Isoardi, Georgia Luzi, Savino Zaba. 09.35 Linea Verde Meteo Verde. Informazione 11.00 TG1. Informazione 11.05 Occhio alla spesa. Rubrica 12.00 La prova del cuoco. Show.Conduce Antonella Clerici. 13.30 TG 1. Informazione 14.00 TG 1 - Economia. Informazione 14.01 Tg1 Focus. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show.Conduce Tiberio Timperi. 15.15 La vita in diretta. Show.Conduce Marco Liorni, Mara Venier. 16.50 TG Parlamento. Informazione 17.00 TG1. Informazione 17.10 Che tempo fa. Informazione 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz 20.00 TG 1. Informazione 07.00 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 09.35 Zorro.Serie TV 09.40 Meteo 2. Informazione 10.00 Tg2 Punto.it. Rubrica 11.00 I Fatti Vostri.Show. 13.00 Tg 2. Informazione 13.30 TG 2 Costume e Società.Rubrica 13.50 Medicina 33. Rubrica 14.00 Italia sul Due. Rubrica 15.00 Question Time. Rubrica 15.45 Crazy Parade. Rubrica 16.10 Ghost Whisperer. Serie TV 16.55 Hawaii Five-0. Serie TV 17.45 Tg2 - Flash L.I.S.. Informazione 17.47 Meteo 2. Informazione 17.50 Rai TG Sport. Informazione 18.15 Tg 2. Informazione 18.45 Numb3rs.Serie TV 19.35 L'Isola dei Famosi. Show. 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 08.00 Agorà. Talk Show.Conduce Andrea Vianello. 09.50 Dieci minuti di... Rubrica 10.00 La Storia siamo noi. Documentario 11.00 Apprescindere. Talk Show. 11.10 TG3 Minuti. Informazione 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. Informazione 12.25 TG3 Fuori TG. Informazione 12.45 Le storie - Diario italiano. Talk Show. 13.10 La strada per la felicita'. Serie TV 14.00 TG Regione. / TG3. 15.05 Lassie.Serie TV 15.55 Cose dell'altro Geo. Rubrica 17.40 Geo & Geo. Documentario 19.00 TG3. / Tg Regione. 20.00 Blob.Rubrica 20.15 Per ridere insieme con Stanlio e Ollio. Serie TV 20.35 Un posto al sole. Serie TV 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.40 La telefonata di Belpietro. Rubrica 08.50 Mattino cinque. Show. 10.05 Grande Fratello. Reality Show. 10.10 Tg5. Informazione 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.39 Meteo 5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.45 Uomini e donne. Talk Show.Conduce Maria De Filippi. 16.15 Amici. Show. 16.55 Pomeriggio cinque. Attualita' 18.45 The Money Drop. Show.Conduce Gerry Scotti. 20.00 Tg5. Informazione 20.31 Striscia la notizia - La Voce della contingenza. Show. 07.22 Ieri e oggi in tv. Rubrica 07.45 Nash Bridges I. Serie TV 08.40 Hunter. Serie TV 09.40 R.I.S. Delitti imperfetti. Serie TV 10.50 Benessere - Il ritratto della salute. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Detective in corsia. Serie TV 13.00 La signora in giallo. Serie TV 13.50 Forum. Rubrica 15.15 Sentieri. Soap Opera 15.30 Bernadette. Film Biograia. (1943) Regia di H. King. Con Jennifer Jones, William Eythe, Charles Bickford. 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.30 Walker Texas ranger. Serie TV Con Chuck Norris 06.50 Cartoni animati 08.40 Settimo cielo. Serie TV 10.35 Everwood. Serie TV 12.25 Studio aperto. Informazione 13.00 Studio sport. Informazione 13.40 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 Dragon ball. Cartoni Animati 15.30 Camera cafe' ristretto. Serie TV 15.40 Camera Cafè. Sit Com 16.15 The Middle. Serie TV 16.40 La Vita secondo Jim. Serie TV 17.45 Trasformat. Show 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.20 Tutto in famiglia. Serie TV 19.50 I Simpson. Cartoni Animati 20.20 C.S.I. - Scena del crimine. Serie TV Con William L. Petersen 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. 11.00 L'aria che tira. Talk Show.Conduce Myrta Merlino. 12.30 I menù di Benedetta. Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Bingo Bongo. Film Commedia (1982) Regia di Pasquale Festa Campanile. Con Adriano Celentano, Carole Bouquet. 16.15 Atlantide - Storie di uomini e mondi. Documentario 17.25 Movie Flash. Rubrica 17.30 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 19.20 G' Day. Attualita' 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Otto e mezzo. Rubrica SERA SERA SERA SERA SERA SERA SERA 44 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
Fronte del video L'ANALISI p SEGUE DALLA PRIMA ATENE SALVA L'EUROPA N on si è mai parlato tanto di economia e forsenon se ne è mai capito di meno. Sarà che lecose non sono mai state tanto complicate, o che sono così semplici da non sembrare vere. Comunque, stiamo imparando un sacco di parole nuove, tipo il famigerato spread, che però ha già stufato e infatti non si sente quasi più. Tanto che ieri, invece dello spread di giornata, i tg ci hanno comunicato la bella notizia che, nottetempo, la Grecia era stata salvata. Anche se, quando hanno cominciato a spiegarci di che cosa si trattasse, insomma, in che cosa consistesse l'aiuto dato ai fratelli di Atene, abbiamo sentito un brivido lungo la schiena per la paura che, in futuro, qualcuno possa ‘salvare' anche noi alla stessa maniera. Cioè privandoci della nostra dignità nazionale (ammesso che ancora ce l'abbiamo, dopo il ventennio berlusconiano) e facendo pagare all'intero popolo italiano le colpe di una destra senza scrupoli. Benché, a proposito di sinistra e destra, pare che la Grecia vanti ben tre partiti comunisti, ma così pieni di scrupoli e di distinguo tra di loro, che non si scambiano neanche il ‘buon giorno'. La notte più lunga della Grecia Maria Novella Oppo Fallimento è un concetto che si applica perfettamente alla condizione in cui si trova un'impresa privata quando dichiari di non poter più far fronte ai propri impegni di debitore. Si tratta di una situazione poco piacevole tanto per il debitore che per il creditore, ma è pur sempre una situazione prevista e, di conseguenza, normata: esiste il diritto fallimentare ed esiste una procedura giuridica fallimentare. I privati possono fallire. E i governi? Possono fallire i governi? La risposta è no. Se, invece di usare espressioni inglesi come default e bailout, i nostri commentatori usassero l'italiano, saprebbero che i governi non falliscono (e tanto meno falliscono gli Stati!), bensì «ripudiano il debito». Sì, lo ripudiano: decidono di non rimborsare i creditori, punto e basta. Esattamente come facevano i sovrani di alcuni secoli or sono, i quali non rimborsavano i propri debiti sulla base della teoria che non si trattasse di debiti propri, bensì di debiti del sovrano precedente. Debiti sovrani, appunto. Per i quali non è neanche prevista una procedura fallimentare. Questo concetto è stato spiegato assai bene dall'ex primo ministro greco Papandreu all'inizio del novembre scorso quando, messo di fronte a nuove, ulteriori richieste da parte della troika, annunciò che era sua intenzione ricorrere a un referendum per avere dal popolo l'indicazione se accettare o meno le nuove condizioni. Molti ricorderanno le reazioni spaventate di gran parte della stampa e dell'opinione pubblica. Un importante giornalista economico di un grande quotidiano arrivò a parlare di «pruriti democratici» del primo ministro greco. Una reazione scomposta, quasi ci si fosse finalmente resi conto che anche il governo greco conoscesse l'economia, e sapesse che il debito pubblico può essere ripudiato. Certo, il ripudio è frutto di una decisione politica di enorme gravità. Basti pensare che il potere coercitivo dell'apparato statale può essere imposto sui detentori nazionali del proprio debito, ma ovviamente non può esserlo sui non residenti. I quali anzi, con tutta probabilità, tenderanno ad allearsi per ottenere una «restituzione del debito» che sia la meno svantaggiosa possibile. È impossibile dire se le leadership politiche europee non avessero capito che la crisi iniziata nel 2009 non era affatto «greca», ma un attacco all'euro e alla costruzione europea, oppure se avendolo capito - decisero di parlare di «crisi greca» nella speranza di poterla gestire come tale. Non lo sappiamo e non lo sapremo. La verità, che nessuno dice, è comunque un'altra: è stata la Grecia a salvare l'Europa. Il governo greco non ha ripudiato il proprio debito, è «venuto incontro» alle banche e ai governi offrendo la propria disponibilità a negoziare e ha accettato sacrifici enormi per il proprio popolo pur di ottenere un risultato prezioso per tutta l'area euro e per l'Unione. Il costo che l'economia e il popolo greco hanno dovuto e dovranno sopportare per aver ridato dignità alla leadership politica ed economica europee è immenso. Nel 2011 il prodotto interno lordo greco si è ridotto del 7% rispetto al 2010, continuando l'andamento iniziato nel 2009. Sappiamo che imprese esportatrici estere stanno chiudendo le loro sedi in Grecia per mancanza di domanda. Salari e pensioni hanno subito, e continueranno a subire, tagli dell'ordine del 30%. I tassi di disoccupazione sono ai livelli della Grande Depressione del 1929. L'emigrazione sta prendendo piede a livelli preoccupanti. Un istituto importante del sistema scolastico greco, la distribuzione gratuita di libri ai bambini delle elementari il primo giorno di scuola, è stato abolito. E si potrebbe continuare a lungo. L'Europa ha un debito forte con la Grecia e il suo popolo. Occorre ora avviare un processo di investimenti europei, finanziati con l'emissione di obbligazioni europee, che avviino un processo di ripresa economica quanto meno in Grecia e Portogallo. Ma, ovviamente, Irlanda, Belgio e Italia sono soltanto apparentemente, e per ora, in condizioni migliori, come mostrano le previsioni sulla dinamica del reddito pubblicate il 24 gennaio scorso dal Fmi. È ora di cominciare ad abbandonare la pessima teoria secondo cui l'austerità fa crescere le economie. È vero il contrario, lo vediamo tutti: le fa entrare in recessione. È ora di pensare alla crescita. S iamo il Paese più vecchio del mondo dopoil Giappone, ma tra quindici anni, diconogli scienziati, diventeremo il primo (attual-mente da noi ci sono più minorenni perché Arcore abbassa la media). I docenti italiani sono i più vecchi d'Europa (sono così anziani che quando in classe c'è uno che chiede continuamente il permesso di andare a fare pipì è il professore). Abbiamo 144 anziani ogni 100 giovani che diventeranno 256 anziani ogni 100 giovani nel 2050. Nel 2050 saremo così anziani che il format di Sanremo rimarrà identico. A determinare questa tendenza non è tanto l'aumento della sopravvivenza quanto i bassi livelli di fecondità. Sono due i casi più diffusi in cui le donne italiane rinunciano a fare un figlio. Il primo è quando non hanno un lavoro. Il secondo è quando ce l'hanno. In un caso su due è un lavoro «a progetto» (a proposito: facciamo una colletta per iscrivere il tizio che ha chiamato «a progetto» l'unico impiego che non ti consente di fare progetti a un corso per copywriter?), un co-co-co o un altro dei 46 tipi di contratti precari. Oppure, è una libera professionista come quelle che lavorano in Rai a Partita Iva ma con un contratto che le impegna anche cinque giorni su sette e che hanno firmato la famigerata «clausola gravidanza», quella che dice che se resti incinta perdi il posto. «Troveremo una formulazione che non urti la sensibilità - ha detto il Dg Lorenza Lei (ovvero: la sostanza non cambierà) - ma è per scelta del legislatore e non certo della Rai che gli autonomi non godono delle tutele previste dallo Statuto dei lavoratori». Finché la legge non cambia la Rai può far poco, anche se all'ufficio del personale stanno vagliano l'ipotesi di assumere le femmine dei macachi, che hanno un periodo di gestazione di soli 160 giorni e sono più qualificate di molte delle attrici piazzate da Saccà. Duemiladodici Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 22 FABIO SDOGATI www.unita.it L'Italia invecchia: nel 2050 Sanremo resterà identico Francesca Fornario 24 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
aprendo la porta. Lo fece accomodare su uno sgabello di legno e gli offrì da bere del vino da una piccola anfora che chiamò “gancella”. Poi gli rivelò: «Vi stanno pedinando le guardie da diversi giorni. Circola la voce che siete una spia degli austriaci». Paolo Orsi scoppiò in una risata di incredulità. «Non c'è niente da ridere» aggiunse Alberto. «Se vi trovano ancora in giro senza motivo, vi arrestano di sicuro.» «Io un motivo ce l'ho, validissimo, non ho nulla da temere. E, proprio poco fa, credo di aver trovato dove scavare: il sito che le mappe antiche chiamano Piloru, sul declivio di questa collina in faccia al promontorio di Punta Alice.» Parlava gridando, e al suo interlocutore dava l'impressione di essere un po' sordo, visto che arrabbiato non sembrava, anzi sorrideva, complice il vino corposo che aveva bevuto. Paolo Orsi disse che l'archeologia era la sua vita da quarant'anni, i collaboratori lo chiamavano, alle spalle, «cane da tartufo», difficilmente si sbagliava. E poi raccontò le straordinarie scoperte che aveva fatto in Sicilia e in Calabria, partendo da una pietra, da un pugno di terra, da un'intuizione. Si infervorava con l'entusiasmo di un bambino urlando parole sconosciute come fibule, necropoli, pinakes votivi, e nomi di luoghi misteriosi, Hipponion, Medma, Kaulonia, Taureana, Rhegion, Temesa, Terina, Locri Epizeferi, dove aveva scavato in quegli ultimi anni o dove voleva organizzare altre campagne di scavi, concluse, essendo pure soprintendente alle Antichità della Calabria. Non c'era vanteria nella sua voce, ma passione ossessiva.(...) Era la primavera del 1915. Il forestiero si fece serio e rispose con una previsione rassicurante, più che altro una speranza: «Non credo. E se entra sarà una guerra destinata a durare poco, almeno così si dice. I suoi figli torneranno presto». Erano le parole esatte che voleva sentire quel padre preoccupato. (...) Quando uscirono dalla casella il sole era tramontato dietro i monti della Sila, i colori superbi della collina parevano ricoperti da un velo di luce soffusa, e il vento odorava di mare. Prima di accomiatarsi, Paolo Orsi disegnò con lo sguardo un semicerchio che includeva tutta la collina e il paesaggio circostante, fino a Spillace. (...) Paolo Orsi scese a passi lunghi e veloci, quasi temesse di arrivare in ritardo a un appuntamento. Al bivio, oltre la fiumara, c'erano due uomini in uniforme. Lo aspettavano per arrestarlo. R idicola e insieme tragica è lasorte toccata per secoli, nel-la storia delle genti e dellereligioni, alla statua della Vittoria dorata, alata e coronata d'alloro, sottratta dai Romani ai Tarantini durante la guerra contro Pirro (nel 272 a. C.), e collocata dapprima nella Basilica Iulia e più tardi, nel 31 a.C., consacrata alla gloria di Roma, dopo la vittoria della flotta di Augusto contro quella di Antonio e Cleopatra davanti al promontorio illirico di Azio, e infine in virtù dell'editto filocristiano di Teodosio I, rimossa e distrutta al termine del IV secolo. Questa la sorte di una testimonianza del paganesimo trionfante, ma con un'alternanza di rimozioni e collocazioni durata nel complesso circa sette secoli. Tutti questi spostamenti, terminati con una distruzione voluta dall'ardente innografo cristiano Ambrogio, vescovo di Milano, contro il parere di Simmaco, leader dello schieramento intellettuale filopagano, mostrano tutto l'aspetto di vacuità e ignoranza settaria che possono assumere le contese e le guerre fra religioni. L'IMPERATORE COSTANZO II Tutto ciò, a proposito della statua della Vittoria, cominciò con il pieno avvento del cristianesimo impersonato dall'imperatore Costanzo II, ariano fanatico, che per primo fece rimuovere Ara e Statua della Vittoria dal loro stallo nella Curia romana. Ma questo primo colpo di mano antipagano fu vanificato appena un paio d'anni dopo da Giuliano, detto l'Apostata, il quale, educato al cristianesimo, fu artefice della restaurazione dell'antica religione pagana per influsso del suo pedagogo, l'eunuco Mardonio. E qui comincia l'avventura di quella statua, con il figlio e successore di Giuliano, Graziano, educato al cristianesimo più intollerante, che ordinò di nuovo la rimozione senza avvedersi che quel glorioso segnacolo della vittoriosa potenza romana era stato, e avrebbe continuato a essere, una splendida conferma, quasi che i documenti storici di civiltà e religioni diverse e anche opposte, ma storicamente incancellabili, potessero essere abolite dal semplice ordine d'un potentato, quale fu l'editto di Tessalonica (380 d.C.), emesso da Teodosio I, che diede ragione al vescovo cristiano Ambrogio, propugnatore della rimozione dopo il breve ricollocamento della statua della Vittoria, voluto dall'Augusto Eugenio, formalmente cristiano ma amico di Simmaco, pagano, che in quell'occasione fu autore di una intelligente e conciliante difesa delle diverse opinioni e anche delle opposte religioni. Le parole di Simmaco furono di uno straordinario equilibrio, che risultò però sconfitto dall'intollerante sicurezza di Ambrogio. È opportuno riprodurre una frase della sua Relatio de ara Victoriae ispirata al pluralismo e alla tolleranza religiosa: Simmaco stesso la elesse quasi a viatico per la saggezza non solo politica, ma universale: «È giusto credere in un unico essere, quale che sia. Osserviamo gli stessi astri, ci è comune il cielo, ci circonda il medesimo universo: cosa importa se ciascuno cerca la verità a suo modo? Non c'è una sola strada per raggiungere un mistero così grande». ROMA Tra rimozioni e spostamenti vari ecco la storia tragicomica di una testimonianza del paganesimo trionfante ROBERTO CARNERO Statua della Vittoria Un'avventura lunga sette secoli LUCA CANALI I l delirio psicotico di un giova-ne assassino nello squallidocontesto della prostituzionemaschile. Una grande, forte, ossessiva passione che finisce nel peggiore dei modi. Un amore totalizzante che trasfigura l'oggetto amato in una sorta di divinità, ambiguamente venerata con le formule latine della liturgia cattolica. Sono questi solo alcuni dei temi dei racconti della raccolta di Riccardo Reim, Segnali notturni (Gaffi Editore, pagine 152, euro 13,00). Romano, classe 1953, l'autore è un regista e uomo di teatro fra i più noti e apprezzati della sua generazione, ma è anche studioso di letteratura (soprattutto ottocentesca) nonché fecondo narratore in proprio. Al centro del nuovo libro i temi del corpo, dei sentimenti, della sessualità (per lo più nella variante omosessuale). C'è l'«incoerenza» di una donna ricca eppure infelice, che decide di prostituirsi per strada, per fare esperienza dell'ebbrezza della trasgressione. C'è, in quello che è probabilmente il testo più bello, il rapporto proibito (reale o immaginario?) tra un giovane insegnante e un suo allievo. A distanza di molti anni ritroveremo il «professorino» ormai invecchiato, preda dei propri ricordi. In altri racconti c'è il sesso come degradazione di sé, praticato ma intimamente rifiutato; le complicazioni, le piccole, grandi ipocrisie di un rapporto mercenario; la stranezza di un particolarissimo triangolo (extra) coniugale. Oppure il diario di un anno, tra i fatti e gli accadimenti della vita: a distanza di tempo, di quello che sembrava un dolore insopportabile si può anche finalmente sorridere. Siamo sempre di fronte, comunque, a personaggi intimamente scissi, divisi tra l'essere e il dover essere, magari vittime di voci interiori che sono l'altra faccia, quella oscura, soffocata e rimossa, della coscienza. In una scrittura elaborata tra realismo e visionarietà, percorsa da una sottile vena sperimentale (fino al caso limite del metaracconto), mai eccessiva o esibita. Reim, racconti notturni fra sesso e sentimento robbicar@libero.it Frammento di statua femminile di Vittoria Un «Urlo» da 80 milioni Uno degli Urlo di Munch andrà all'asta da Sotheby's il 2 marzo a New York, il prezzo potrebbe superare gli 80 milioni di dollari. Del dipinto esistono 4 differenti versioni: quella messa all'asta, risalente al 1895, è la sola versione del quadro ad essere di proprietà di un collezionista privato, il norvegese Peter Olsen. L'opera non è mai andata in mostra. 41 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
N on voglio essere costret-to a fare una “lista deisindaci” per essere ascol-tato dal governo». Niente «confusione» per Virginio Merola, da maggio 2011 alla guida di Bologna, chiamato a riaccendere la fiducia dei concittadini nella politica dopo l'addio di Flavio Delbono (accusato di truffa e peculato) e il conseguente commissariamento di un anno, affidato all'attuale ministro Anna Maria Cancellieri. Sindaco, il suo collega Emiliano la cita insieme a Pisapia e Zedda e lancia l'idea di una lista civica nazionale. È della partita? «Capisco il senso della proposta ma non la ritengo adeguata: aggiunge confusione a una situazione già complicata. Credo che noi sindaci non aspiriamo a rappresentare partiti o movimenti nazionali. E che una lista del genere non possa rispondere alla crisi di credibilità dei partiti, si rischia solo di spostare i rapporti di forza elettorali in un gioco a somma zero. Penso invece che il Pd debba essere il protagonista del rinnovamento del centrosinistra, quindi capace di esprimere un nuovo gruppo dirigente nazionale e locale, con un ricambio generazionale non solo predicato ma praticato, cioé conquistato con fatti positivi e un impegno che non si esaurisca solo in svariati convegni». Una sollecitazione forte... «Sono per aiutare Bersani a rinnovare il gruppo dirigente nazionale, e smetterla con il protagonismo di diversi esponenti di correnti. E nello stesso tempo per mettere a fuoco che i partiti sono troppo identificati con lo statalismo e i suoi guasti burocratici. Basta allora occupare gli enti di secondo grado e le partecipate: occorre una politica che si lascia alle spalle il modello dei funzionari e che sia capace di confrontarsi con i cittadini alla pari. Non vedo scorciatoie, tranne che questo profondo rinnovamento. Viviamo una fase di antipolitica, ma non penso basti affiancare ai partiti una lista civica: l'obiettivo continua a essere quello di riformare i partiti in quanto tali e la loro presenza nella società». È questa la strada per riconquistare il 40% di delusi dai partiti? «I partiti devono ritirarsi dall'occupazione impropria delle istituzioni penso appunto a partecipate, enti di secondo grado e alla sanità -; ridurre il numero dei parlamentari, far funzionare meglio il governo, fare una legge elettorale che permetta ai cittadini di scegliere davvero i propri rappresentanti in Parlamento: in questo modo possono rispondere alle aspettative della società civile». E i sindaci? Che ruolo possono giocare? «Il modo migliore per contribuire è fare il primo cittadino, portare a termine il mio mandato, pensando anzitutto alla mia città. Sono per tornare tutti a una certa sobrietà e serietà di impegno: ritengo di non essere stato eletto dai cittadini per occuparmi direttamente di politica nazionale, anche perché non ho tempo di farlo se voglio davvero amministrare la città. Dunque no ai sindaci surrogati dei partiti: a ciascuno il suo ruolo». Sul rapporto con l'esecutivo Monti il Pd si divide, che ne pensa? «Questo dibattito mi lascia sconcertato. Penso che il governo Monti abbia un compito specifico, portarci fuori da una fase difficile. Una fase a termine. Il problema allora non è chi ADRIANA COMASCHI Foto LaPresse «No alla lista dei sindaci Farebbe solo confusione» La sfida Al primo cittadino di Bologna non piace l'idea del collega Emiliano: «Non possiamo sostituirci ai partiti. Il Pd sia protagonista del rinnovamento» «Quello che serve è un vero ricambio generazionale, basta protagonismi correntizi Confronto con la gente» BOLOGNA Il sindaco di Bologna Virginio Merola Intervista a Virginio Merola Il centrosinistra Primo Piano20 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
Intervista a Achille Occhetto Il fondatore del Pds: «Questo governo è nato per salvarci dal default ma per il dopo serve una svolta, bisogna garantire lavoro e giustizia sociale» «Il rischio è un'alternativa tra due moderatismi» MARIA ZEGARELLI È difficile dire oggi quelloche succederà dopo il go-verno Monti. Molto dipen-derà innanzitutto dall'esi-to delle amministrative e dai risultati di questo governo tecnico. Ci sono ancora troppe incognite». Meglio partire, allora, da quello che Achille Occhetto, ultimo segretario del Pci, primo del Pds, vorrebbe che accadesse. Intanto gli piacerebbe che la smettessero di evocare in ogni occasione la battuta che fece alla vigilia delle elezioni del 1994 «sulla gioiosa macchina da guerra». «La dissi scherzando con i giornalisti, era un ossimoro e sinceramente mi stupisce che una persona colta come Enrico Letta la ritiri fuori oggi. Nel 1994 l'errore fu fatto dal Ppi. Io mi battei per fare una coalizione con loro, mentre loro erano convinti di essere ancora al centro della politica, senza rendersi conto che era iniziata la fase bipolare. Poi, io non getto la croce su Martinazzoli come gli ex Dc fanno con me, ma sono convinto che quel loro errore portò Berlusconi al governo. Rispedisco la critica a Letta». Messo a posto Letta, torna al Paese. Che cosa dovrebbe seguire al governo dei tecnici? «Sarebbe bene che la politica si riformasse nel profondo. Rimane, purtroppo, ancora come tema centrale quello che fu posto prima che scoppiasse Mani pulite: l'autopurificazione della politica con una netta distinzione tra politica e affari. A differenza di allora oggi questo problema sta investendo tutto l'arco politico italiano ed è diventata una emergenza. Una volta riformata la politica, sarebbe importante, poi, ricreare un'alternativa tra un centrosinistra vero e un centrodestra vero». Teme uno schiacciamento al centro di tutti gli schieramenti? «Temo che la politica possa ridursi in un'alternativa fra una destra che piace ai salotti buoni e una destra dei salotti cattivi, ossia un'alternativa fra due moderatismi». Con a capo un leader né di destra né di sinistra, che per esempio arriva dall'attuale governo? «In politica non esiste un leader asettico. Un conto è un governo che nasce come è nato quello attuale - in un momento in cui si pensava che il Paese fosse ad un passo dal default e quindi ci si è affidati ad una personalità credibile come Monti - altro è la politica di lungo corso. E comunque non credo che la proiezione di questa fase sarà neutra, sarà moderata e ancora monetarista, senza facilitare quella svolta necessaria dopo il governo Monti». Il sindaco Emiliano lancia l'idea di una lista civica nazionaleaperta alTerzo Polo per recuperare quella credibilità dei partiti verso l'opinione pubblica che oggi non c'è. «Non riesco a immaginare questa come una possibilità. Mi preoccupa molto l'impostazione di fondo di questa discussione, fondata sull'ingegneria delle alleanze. Si è partiti con il piede sbagliato perché le alleanze vanno misurate sui contenuti e sui programmi. A mio avviso si dovrebbe passare dalle primarie sui nomi alle primarie sui programmi perché quello che serve è un grande dibattito sui nodi che le forze politiche dovranno sciogliere durante la prossima legislatura». Primarie sui temi caldi? A cosa pensa? «Innanzitutto a lavoro, giustizia sociale, sviluppo e ambiente: un programma che affronti questi temi in modo strettamente legato tra loro, il nucleo centrale di tutte le altre proposte programmatiche. Vogliamo aprire un confronto con i cittadini su tutte quelle politiche di messa in sicurezza del territorio e della riconversione ecologica dell'economia? Credo che aprire una discussione su questo riavvicinerebbe l'opinione pubblica alle forze politiche, anche se è evidente che prima di tutto si deve procedere ad una disinfestazione dell'ambiente politico. L'altra questione fondamentale resta l'Europa: è stata tradita l'idea di Spinelli e di Delors. Se vogliamo uscire dal duo nefasto Merkel-Sarkozy bisogna fondare un'Europa federale dove è la politica a prendere il posto di comando». Da quello che dice sembra che la sua attenzione non si sia mai soffermata sulla foto di Vasto. È così? «La foto di Vasto ha un senso se serve a dimostrare che stavolta non c'è l'intenzione di lasciare fuori dal gioco alcune forze politiche. Ma da sola non basta. Oggi la questione non ruota più intorno alle sigle dei partiti, la gente ha il sospetto che chiunque si presenti, con qualunque formula, ci si trovi sempre di fronte alla stessa acqua pestata nello stesso mortaio. Si deve dimostrare, invece, che entra acqua nuova e che c'è la possibilità di trovare un accordo su alcune idee forti». Occhetto, altro tema caldo è la legge elettorale. Crede che alla fine si troverà un accordo largamente condiviso? «Sono piuttosto pessimista perché gli accordi elettorali dovrebbero essere fatti sulla base di una valutazione delle condizioni del Paese, prevedendo il massimo di rappresentanza e di partecipazione per facilitare il prosciugamento dell'astensione. Purtroppo credo che i due partiti maggiori si metteranno intorno ad un tavolo per decidere quale sistema elettorale permetta a chi di loro vince di avere il massimo risultato». Come valuta il governo Monti? «Questo è un governo voluto come un esecutivo di liberazione, che ha ridato fiducia al Paese e ha ristabilito un minimo di dignità all'estero. Quindi il ragionamento su cui è nato è stato giusto e il governo è riuscito a fronteggiare lo tsunami mettendo a riparo l'economia italiana, ma non dobbiamo dimenticare che esistono due economie: quella di carta e quella reale. L'offensiva venuta dall'economia di carta è stata fronteggiata a costo di gravi sacrifici che non sono andati di pari passo con l'equità. Oltre al fatto che oggi rimangono sul tavolo tutti i temi dell'economia reale sui quali il governo tecnico non potrà non arrivare ad un compromesso con i partiti e, se ancora esistono un centrodestra e un centrosinistra, allora sarà difficile trovare un accordo chiaro. Prevedo nuove contraddizioni, per questo penso che già oggi si deve aprire il dibattito sul domani». Enrico Lettal'ha chiamata in causaanche per il mancato appoggio al governo Ciampi. «Mi onoro di essere stato, insieme a Scalfaro, uno degli ideatori del governo Ciampi anche contro una parte rilevante del mio partito. Qui Letta si sbaglia, non abbiamo mai tolto l'appoggio a Ciampi, benché dopo il voto favorevole a Craxi in Parlamento, abbiamo ritirato i nostri ministri». La macchina da guerra «La mia era una battuta per i giornalisti, stupisce che se ne parli oggi. Nel 94 l'errore fu fatto dal Ppi che rifiutò l'alleanza» Foto di Mauro Scrobogna/LaPresse ROMA Sel: il Pd non segua Veltroni IlpercorsoprospettatodaVeltroniperilPdcosìcomeunapotenzialepremiershipper Corrado Passera sono fuori dal perimetro del centrosinistra e il Pd farà bene a fare una chiarascelta.LohadettoieriNichiVendolaalladirezionediSel.«LastradaindicatadaVeltroni», aggiunge, sarebbe «una contesa sul terreno del liberismo tra due coalizioni identiche». 15 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
L o s c a n d a l o d e l l a“piazzetta” dell'Umberto Isi potrebbe risolvere, neipressi ci sono superficinon utilizzate ma «ci si scontra con resistenze accademiche». E il reparto che dice «no» alla richiesta del Pronto soccorso e poi, quando scoppia il caso, il letto si trova, andrebbe verificato. I problemi sono anche questi, il medico delle emergenze si fa in quattro e si scontra con «le resistenze», perché a pagare «il collasso del sistema» sono spesso loro «che lavorano con la massima dedizione». Secondo il senatore Lionello Cosentino (assessore alla Sanità del Lazio dal 1995 al 2000) il problema «è che nel Lazio stanno saltando pezzi del sistema, perché tagliare non vuol dire riorganizzare» e pagano i cittadini «nel silenzio generale e nella rassegnazione dei medici in prima linea». Non c'è risparmio vero nei tagli del “commissario” Polverini: «Chiudere 120 ospedali in provincia è inutile, inutile bloccare il turn over se non c'è mobilità». Al San Camillo, per esempio, 400 infermieri inidonei stanno negli uffici. L'esempio più eclatante di cattiva organizzazione è quello delle angioplastiche. Sono interventi salvavita per gli infartuati, tanto più efficaci quanto prima si fanno. «A Roma si interviene nelle prime ore nel 50% dei casi». È una buona media. «Ma nella zona dell'Eur si scende al 25%, significa che forse c'è un problema al S.Eugenio». E a Frosinone «la media scende al 13%». È un problema gigantesco: «A Roma - spiega Cosentino - 8 reparti fanno meno di 50 angioplastiche contro le 500 standard, sono sottoutilizzati. Vuol dire che, invece di aprire un policlinico universitario come il campus Biomedico, sarebbe stato meglio dare a Frosinone un reparto di emodinamica». È il cuore del problema, quello che i presidenti di Regione non riescono o non vogliono affrontare: «Toccare degli interessi», in un unico quadrante romano trovi «il Campus biomedico, il S.Carlo di Nancy, il S.Filippo Neri, il S.Andrea. Intanto 2 milioni e mezzo di abitanti del Lazio sono abbandonati». Un fallimento totale è la medicina territoriale, i medici di famiglia, con una lettera al ministro, si dicono disponibili ad aprire gli studi 7 giorni su 7. Liberalizzare? «In modo controllato sì», risponde Cosentino, «medici giovani e specializzati per lavorare devono aspettare che si liberi la casella». Sprechi. Bisognerebbe tagliare gli sprechi ma, per farlo, ci vuole un sistema di valutazione nazionale. Un esempio? «Se i ricoveri di diabetici sono troppo vuol dire che non funziona la cura del diabete». Però le casse pubbliche, dal 2008 hanno risparmiato: nel 2006 c'erano 2 miliardi di deficit all'anno, nel 2011 per la prima volta si è scesi sotto il miliardo (975 milioni). Ma come? Ce lo spiega Tommaso Antonucci che è stato alla direzione economico-finanziario alla Regione Lazio nel 2008-2010. «Sono aumentate le entrate ma non si è riusciti a diminuire i costi, del personale, della spesa farmaceutica, dei beni e servizi», la struttura dei costi è rimasta inalterata dopo cinque anni di commissariamento. Per esempio la spesa farmaceutica, la media nazionale è del 16% di quella complessiva, nel Lazio è del 20%: 4 punti in più. Le entrate aumentate: 150.000 abitanti in più riconosciuti al Lazio hanno significato trasferimenti dallo Stato per 300 milioni, nel 2011: «Polverini è riuscirta a farsi riconoscere altri 150 milioni in più». I debiti, invece, sono coperti dalla super-tassazione che ha portato l'addizionale Irpef al 2% e l'Irap al 5%. Intanto sono rimasti irrisolti i problemi dei rapporti con i policlinici pubblici e con quelli privati. Pubblici sono gli ospedali universitari, come l'Umberto I, Tor Vergata, S. Andrea. «Ricade sulla regione il costo della ricerca, sia come costo vivo sia perché chi fa ricerca non è a pieno regime. Circa 200 milioni». Nel caso dei policlinici privati, invece, «il problema è che hanno dei costi di produzione alti, e quindi c'è un contenzioso sempre aperto con la Regione. Come, ad esempio, nel caso del Gemelli». Foto Ansa Il dossier Il senatore Lionello Cosentino, ex assessore di Badaloni: «Nel Lazio saltano pezzi del sistema nel silenzio generale» ROMA errori sanitari, presieduta da Leoluca Orlando. Il dossier raccoglie le denunce ricevute negli ultimi tre anni e conta 25 morti sospette dall'agosto del 2008 all'estate del 2011, e 31 casi di presunta malasanità. Ambulanze che arrivano dopo ore, o che una volta arrivate hanno il defibrillatore rotto, attese di giornate intere al Pronto soccorso. Un degrado che - solo stando ai numeri del dossier - avrebbe mietuto quasi una vittima al mese. DENUNCE NEL VUOTO Alcune di quelle che il ministro chiama «criticità», però, le hanno denunciate gli stessi medici. E non da ieri. È il caso dell'ospedale San Camillo di Roma, da cui è partita l'indagine della procura capitolina, ora estesa anche agli altri ospedali della città e al caso del Policlinico Umberto I. «Sono anni che scriviamo alla Regione e alla direzione sanitaria, un anno fa abbiamo anche presentato un esposto alla Procura», racconta Francesco Medici, rappresentante sindacale della FesMed. Quest'ultimo documento, datato 10 gennaio 2011 e inviato per conoscenza alla presidente della Regione Lazio, denunciava una carenza d'organico di almeno 8 medici e spiegava molto chiaramente che senza rinforzi il team del San Camillo «non sarà in grado di garantire il regolare funzionamento dei Servizi di Pronto Soccorso». Non è servito a nulla. E così dopo un anno i medici hanno deciso di ricorrere alle foto shock dei pazienti rianimati in terra per mancanza di altri spazi, che anche l'Unità ha pubblicato. «Dopo quest'ultima denuncia hanno allestito altri 19 posti letto: ma nei corridoi». Quanto ai “rinforzi” ne avevano chiesti 15, ne arriveranno 5. Ma non saranno loro a sceglierli: «Verranno presi da vecchie graduatorie, mentre i 4 medici borsisti che abbiamo formato non sappiamo che fine faranno». Non a caso, il senatore Ignazio Marino, presidente della Commissione d'inchiesta sul Sistema sanitario, non è contro i medici ma contro la politica che punta il dito: «La colpa è di chi amministra, di chi governa e della politica che deve fare un passo indietro». Intende, rispetto alle nomine dei direttori generali, per esempio. Alla politica invece spetterebbe assumersi la «responsabilità» di governare processi e tagli: «A volte basa evitare spese inutili». Per esempio tagliando i ricoveri d'elezione: si risparmierebbero 400 milioni. Renata Polverini sembra sorda all'argomento. «Se c'è qualcuno ha sbagliato deve pagare», assicura, ma parla dei medici e dei dirigenti da lei nominati. «I direttori che non si sono organizzati - spiega dopo una riunione fiume con tutti loro - li abbiamo richiamati alle loro responsabilità». JOLANDA BUFALINI La sanità di Polverini tagli e nessuna idea di riorganizzazione L' interno dell'ospedale Umberto I Debito in calo 55.000 posti letti in meno dal 1997 al 2009 «Entrate aumentate ma solo perché sono cresciuti i trasferimenti» 975 milioni il deficit della sani-tà del Lazio nel 2011. Era di 2 miliardi nel 2006 1915 milioni di euro è la spesafarmaceutica nel 2011. Era di 1919 nel 2006. È quindi rimasta inalterato 195.000 I posti let-t o n e l 2009, erano 250. 000 nel 1997. Sono 55.000 in meno. È una delle cause dell'imbuto nei Pronto soccorso. Nel frattemponon sono state create strutture intermedie come le RSA, le Residenze sanitarie assistite. Oggi non sono garantiti i “Lea”, livelli essenziali di assitenza. 147 milioniil taglio alla spesa so-ciale nel Lazio. Era di 400 milioni nel 2011 sarà di 253 milioni nel 2012. È una situazione di allarme sociale gravissimo che si riverserà anche sui Pronto soccorso. I non autosufficienti, per esempio, non avranno altra scelta. I numeri Sulla pelle dei cittadini «Nelle scelte relative al piano di rientro, resta prioritaria l'attenzione per la tutela del diritto alla salute dei cittadini. Troppo spesso, per far quadrare i conti, si effettuano tagli in termini di personale e posti letto, che si ripercuotono pesantemente sul servizio offerto ai cittadini». Così Leoluca Orlando, presidente Commissione sugli errori sanitari. 29 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
U n'arma di ricatto micidia-le, una spada di Damoclesospesa sulla propria spe-ranza: firmare le proprie dimissioni in bianco, senza data e lasciandole al libero arbitrio del datore di lavoro al momento dell'assunzione, è la negazione della possibilità di darsi una stabilità di vita e una prospettiva di costruzione del futuro. Il lavoro che in questi giorni stiamo portando avanti in Commissione lavoro, con una proposta di legge per debellare questa pratica odiosa, riavvia una battaglia che parte da lontano. Nel 2007, con la norma introdotta dal Governo Prodi, sembrava essere conclusa. Ma nel 2008, con il nuovo Governo, giunse la doccia fredda del suo ripristino. Nel biennio successivo, 800 mila lavoratrici nel corso della loro vita lavorativa, in occasione di una gravidanza, sono state licenziate o messe in condizione di doversi dimettere. Quattro su dieci donne costrette a lasciare il lavoro hanno poi ripreso l'attività. Le opportunità di ritornare a lavorare non sono state però le stesse in tutto il Paese: sono la metà delle licenziate nel Nord e addirittura meno di un quarto nel Mezzogiorno. Si stima che nel 2009 quasi 18.000 donne si siano dimesse volontariamente nel primo anno di vita del bambino e più di 19.000 nel 2010. La gravidanza oggi continua a rappresentare una penosa «pregiudiziale» per il mantenimento del posto di lavoro. E a smentire chi, anche a dispetto dei dati sopracitati, si volesse ostinare a considerarlo un atto ormai desueto giunge la stringente attualità, con la denuncia di questi giorni sulla cosiddetta «clausola maternità» inserita dalla Rai nei contratti di consulenza. Non contrastare questa realtà rappresenta un'aperta violazione della Convenzione Onu sull'eliminazione delle forme di discriminazione della donna, che nell'art. 11 al punto 2 recita: «Per prevenire la discriminazione nei confronti delle donne a causa del loro matrimonio o della loro maternità e garantire il loro diritto effettivo al lavoro, gli Stati parti si impegnano a prendere misure appropriate tendenti a: proibire, sotto pena di sanzione, il licenziamento per causa di gravidanza o di congedo di maternità (...)». Ma la pratica ci dice che oggi in Italia si può essere «dimissionati» per i più svariati motivi: dalla maternità, agli infortuni, alla malattia e all'età. Le norme in vigore si prestano anche a strumento di discriminazioni riguardo ai rapporti con le organizzazioni sindacali o addirittura alle opinioni politiche. Le dimissioni in bianco aggirano ogni interpretazione possibile del concetto di «giusta causa» del licenziamento, lasciando il lavoratore privo perfino del sostegno di eventuali ammortizzatori sociali. La volontà di intervenire in materia espressa dal Ministro Fornero coglie la necessità di reintrodurre tutele che riguardano la dignità delle persone e del lavoro. Il ripristino della norma che vieta le dimissioni in bianco rappresentano un interesse anche di quei datori di lavoro che applicano le leggi e i contratti e che subiscono la concorrenza sleale di quanti abbattono i costi di produzione evadendo obblighi. Non è raro che le dimissioni in bianco vengano utilizzate per poter lucrare su eventuali benefici fiscali in caso di nuove assunzioni. Vietare le dimissioni in bianco è una scelta di civiltà, che merita ampia condivisione politica, perché non significa altro che combattere contro l'illegalità, lo sfruttamento e le minacce verso chi è più debole. Maramotti F ra le pieghe del decretoliberalizzazioni, all'arti-colo trentanove, esisteuna insidia che va a toccare diritti deboli, che hanno come oggetto quello di una categoria che in in questo paese non solo non ne ha ma addirittura non ha nemmeno una definizione giuridica, parlo degli attori. Lo dico subito, sono vittima di un conflitto di interesse, sono un'attore e so sulla mia pelle che in questo paese la considerazione di chi fa cultura è scarsissima, la recente affermazione «fannulloni» di un ex ministro non rappresenta solo l'irriverenza e la volgarità di chi pronunciò quella frase, ma è il frutto di un modo di pensare radicato nelle viscere di una società profondamente ignorante. Gli attori, la cui maggioranza non gode di stipendi da capogiro ma spesso vive sotto la soglia di povertà, non hanno leggi che ne regolamentino l'attività ne l'identità professionale, né ammortizzatori sociali di nessun genere, hanno pensioni ridottissime, nessun sussidio di disoccupazione. Veniamo al punto, il nuovo Imaie, l'istituto che raccoglie e distribuisce i diritti di immagine degli interpreti principali e secondari nello sfruttamento televisivo è oggetto di liberalizzazione nel famigerato articolo trentanove ai commi 2,3 e 4 del decreto governativo. Questo istituto dopo una profonda crisi sta rinascendo con la collaborazione degli artisti aventi diritto e delle parti sindacali, liberalizzare questo strumento, ossia andare a creare altri istituti analoghi che in regime di concorrenza possano creare un mercato sarebbe a mio avviso un'aberrazione. In questo caso liberalizzare questo «mercato» equivarrebbe a liberalizzare un diritto; chi si avvantaggerebbe in un sistema concorrenziale è come sempre chi mette i soldi ed i soldi nella fattispecie li mette chi sfrutta il prodotto audiovisivo: Rai, Mediaset e Sky. A rimanere schiacciati sarebbero, un' altra volta, gli artisti, verrebbe certamente ridimensionato l'aspetto mutualistico presente nello statuto del Nuovo Imaie, senza contare che recentemente tutti i lavoratori dello spettacolo hanno visto sopprimere proprio il loro ente mutualistico, l'Empals. Sperando stavolta che in tempi previ il parlamento arrivi ad affrontare i termini giuridici della figura dell'attore delimitandone diritti e doveri professionali, la domanda a questo punto è una sola, che non riguarda unicamente la categoria a cui appartengo ma tutti: si può liberalizzare un diritto? DIRITTI DEGLI ATTORI La tiratura del 21 febbraio 2012 è stata di 96.222 LIBERALIZZARE L'IMAIE? GLI ARTISTI RISCHIANO DIMISSIONI IN BIANCO COMBATTERE L'ILLEGALITÀ Francesco Siciliano ATTORE DOPO IL CASO RAI Teresa Bellanova DEPUTATA PD 25 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
Francesco Cundari Foto di Mauro Scrobogna /LaPresse Berlusconi, Pini, e non ce l'aveva fatta nonostante l'interesse particolare dell'allora ministro Angelino Alfano. C'ha riprovato venti giorni fa e c'è riuscito mettendo il governo non solo in minoranza ma in mezzo a parecchi guai. Oggi (ore 18) l'onorevole Pini sarà interrogato in procura a Forlì dal procuratore Sergio Sottani e dal pm Fabio Di Vizio. E sicuramente, come aveva dichiarato una settimana fa, potrà «fare chiarezza di una vicenda che sta alimentando ombre e maldicenze». I fatti di cui dispone la procura dicono che l'onorevole Pini si sarebbe fatto consegnare 15 mila euro da G.M.F (persona identificata) «con il pretesto di dover remunerare o comunque comprare il favore di taluno dei membri della Commissione ai concorsi di abilitazione notarile indetti dal 2006 a oggi». La somma, in base alle ricostruzioni dell'accusa che ha ricevuto una denuncia circostanziata il 24 gennaio, sarebbe stata versata a Pini tra il 24 dicembre 2007 e il gennaio 2008. Il guaio è che Pini avrebbe reiterato la richiesta «sino all'estate 2011». Pini è indagato per millantato credito (la concussione tra due privati ancora non è prevista dal nostro codice). Il deputato leghista si sarebbe vantato più volte («reiterate vanterie») di avere influenza su alcuni colleghi parlamentari in grado di influenzare l'esito dei concorsi. La cosa stupefacente, e che lascia immaginare sviluppi interessanti alla vicenda, è che i colleghi parlamentari sono Alfonso Papa, sotto processo a Napoli per l'affaire P4, e Gino Capotosti, avvocato umbro eletto nel 2006 nell'Udeur di Clemente Mastella e uscito dalla politica nel 2008. La condanna per millantato credito prevede fino a sei anni. C.FUS. IL COMMENTO Tra le molte ragioni che rendono apprezzabile la scelta del governo di mettere on line i redditi dei ministri, una ce l'ha offerta ieri il Corriere della sera, in un trafiletto a pagina 8 dedicato alla visita del premier alla Borsa di Milano. «Roberta Furcolo - si legge - va dritta al tema: “Nell'agenda di governo si prevede di attaccare la casta, ridurre il peso della macchina dello Stato e cercare meno il consenso delle parti sociali?”. L'ex dirigente di Intesa Sanpaolo e moglie di Alberto Nagel (amministratore delegato di Mediobanca) lo chiede a Mario Monti...». Considerato che Mediobanca è nel patto di sindacato che controlla la Rcs, società editrice del Corriere, non dubitiamo del fatto che il virgolettato sia stato fedelmente riportato. Tanto più che il copyright della campagna sulla «casta» è proprio del Corriere, nata com'è da una serie di articoli di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo subito raccolti nell'omonimo best-seller della Rizzoli, ai tempi del secondo governo Prodi. Tempi in cui un altro importante socio della Rcs, Luca Cordero di Montezemolo, sembrava sul punto di fare la sua «discesa in campo», proiettandosi direttamente dalla poltrona di comando della Confindustria a quella di Palazzo Chigi. Com'è noto, non c'era allora un suo discorso pubblico che non traesse a piene mani munizioni per la sua polemica contro i partiti dalle inchieste di Stella e Rizzo (che contribuì non poco a promuovere). In tal modo Montezemolo provava a farsi largo tra Pd e Pdl, ma l'unico risultato che ottenne fu di resuscitare il Cavaliere (come è sempre accaduto in Italia con simili campagne, dal '94 in poi). Oggi però al governo non ci sono i deprecati politici, ma i nuovi e acclamati tecnici. E la meritoria scelta di mettere on line i loro redditi permette di contestualizzare assai meglio il discorso, almeno per chi voglia capire quale sia la vera struttura del potere economico e dell'influenza sociale in Italia. Come avvocato, il ministro Paola Severino ha guadagnato in un anno 7 milioni di euro; come ministro ne incasserà poco meno di duecentomila. Il ministro più ricco, considerando il patrimonio, è non sorprendentemente Corrado Passera, ex amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, che in un anno ha guadagnato esattamente la metà: tre milioni e mezzo. La divulgazione di queste cifre è utile non per alimentare una sciocca demagogia pauperista, ma perché dà un metro, una proporzione su cui misurare tanti discorsi sull'Italia e sugli italiani. Su dove siano davvero in questo Paese il potere, i privilegi, le caste. L'operazione trasparenza voluta da Monti è preziosa perché fornisce a tutti, e non solo a una ristretta cerchia di esperti, una parziale ma attendibilissima radiografia della fascia più alta della società italiana, ampiamente rappresentata nel suo governo. È certamente utile che questi dati escano nel pieno del braccio di ferro sull'articolo 18, mentre si parla con tanta leggerezza di lavoratori «privilegiati» e «iper-garantiti» (se non addirittura «ladri» e «assenteisti»). Ma è ancora più utile che escano nel pieno del dibattito sulla via d'uscita da una crisi mondiale che non è stata causata dal «populismo dei debitori» stigmatizzato ieri da Antonio Polito proprio sul Corriere, in un durissimo editoriale contro le malefatte dei politici greci. Ma dalle follie di un superpagato ceto di banchieri americani (e non solo), che non per questo ha visto ridursi di un centesimo i propri milionari compensi. Anzi. LA SIGNORA NAGEL IN LOTTA CONTRO LA «CASTA» Paola Severino e Corrado Passera Al Csm delibera sul «velo» Una interprete di religione musulmana fu costretta a lasciare l'aula del Tribunale di Torino perché era a capo coperto: il Csm oggi ha all'ordine del giorno una delibera che richiama i giudici al rispetto della libertà di culto prevista dalla Costituzione. La proposta è stata formulata dalla sesta commissione consiliare e dovrà essere esaminata dal plenum. 13 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012

E ntri con un e-book edesci con un cavallo. Co-se che capitano quan-do intervisti Gian Artu-ro Ferrari, per annigrande capo della Mondadori libri (Einaudi compresa) ma anche docente di storia della Scienza e oggi direttore del Centro per la diffusione del libro. L'uomo giusto per approfondire un tema che scalda la Rete: i libri elettronici sono soltanto una gadget, qualcosa che compriamo ma non usiamo, o cambieranno davvero il mondo editoriale e le nostre abitudini? «Non ho dubbi: la scrittura e la lettura digitale sono una rivoluzione, un taglio netto col passato. Il problema è capire quando comincerà il futuro». Prego? «La storia dell'uomo è segnata da grandi innovazioni tecnologiche che hanno cambiato la vita e la società. Il punto e che questi cambiamenti non sono mai immediati. Esiste una sola eccezione, anzi una mezza eccezione». Quale? «Il cellulare. Il passaggio dalla telefonia fissa a quella mobile è stata immediato e globale: nel giro di pochi anni abbiamo cambiato abitudini e sono nati nuovi business. Se oggi pronuncio la parola “telefono” a nessuno viene in mente l'apparecchio che ho sul tavolo e tanto meno quella scatola nera che trent'anni fa era ancora appesa ai muri di molte case. È stato un ciclone, un uragano che in poco tempo ha spazzato il vecchio e imposto il nuovo». Perché allora si tratta di unamezza eccezione? «Perché anche in questo caso, come è avvenuto per tutte le innovazioni tecnologiche, nessuno aveva previsto un simile successo. Uno dei film più belli fatti negli ultimi 50 anni sul tema del futuro è Blade Runner. Film visionario, avveniristico, un grande classico. Ebbene c'è una scena in cui Harrison Ford, pardon l'ispettore Deckart, mentre si trova in un bar decide di telefonare a Rachel, la replicante di cui si è innamorato. E cosa fa? Entra in una cabina telefonica e prende la cornetta da un apparecchio appeso al muro... Blade Runner è del 1980: questo vuol dire che trentadue anni fa nessuno pensava a oggetti per noi oggi normali come i cellulari. Nemmeno con la fantasia di un grande regista come Ridley Scott e di un grande scrittore come Philip Dick». Non mi dirà che gli ebook sono fantascienza? «Dico che i cellulari ci hanno fatto credere che il mondo può cambiare all'improvviso, che il nuovo può sostituirsi al vecchio in modo istantaneo. Non è così. La storia racconta fatti e tempi diversi: il treno ha imLUCA LANDÒ «EBOOK? LA FANTASCIENZA DEL LIBRO È ORA» www.unita.it L'opera di Bruce Nauman, «My Name as Tough It Were Written on the Surface of the Moon», 1968 Gian Arturo Ferrari È nato a Gallarate nel 1944. Ha iniziato il suo percorso professionale presso Boringhieri, è diventato Direttore Libri alla Rizzoli, ha guidato la Divisione libri di Mondadori. Ora affianca l'ad Maurizio Costa nell'elaborazione delle strategie di sviluppo editoriale in Italia e all'estero. Dal 2009 è Presidente del Centro per il Libro e la Promozione della lettura istituito dal Consiglio dei Ministri. Chi è llando@unita.it Una rivoluzione «Il passaggio dal cartaceo richiede tempo i cambiamenti non sono immediati. Ma il digitale ha un vantaggio: è più economico e conquisterà alla lettura mercati nuovi» Intervista a Gian Arturo Ferrari FUTURAMA Culture38 MERCOLEDÌ22 FEBBRAIO2012
M.FR. G razia ha insegnato pres-so lo stesso Istituto sco-lastico per oltre 37 an-ni, fino al 31 agosto2010. Dal primo settembre 2001 però l'Istituto da privato diventa "parificato" e ciò determina, a decorrere dalla stessa data, il passaggio dell'obbligo assicurativo di tutti i dipendenti dall'Inps all'Inpdap. Grazia viene collocata a riposo per raggiunti limiti di età il primo settembre 2010. Nei primi giorni del mese di agosto va all'Inps per presentare domanda di pensione con l'intento di chiedere il trasferimento dei 9 anni di contributi versati all'Inpdap dal 1˚ settembre 2001 al 31 agosto 2010 presso l'Inps ai sensi della legge 322/58, come negli anni precedenti avevano fatto i suoi colleghi che erano andati in pensione. Non sapeva dell'abrogazione della legge 322/58 tre giorni prima. A settembre 2010 riceve il provvedimento di liquidazione della pensione di vecchiaia Inps in modalità provvisoria in attesa del trasferimento della contribuzione versata presso l'Inpdap. Pensione liquidata sulla base della sola contribuzione accreditata presso l'Inps (28 anni e 5 mesi). I 9 anni di contributi versati all'Inpdap presso la Cassa Pensione Insegnanti, non possono essere utilizzati in alcun modo perché la manovra del 2010 ha abrogato la vecchia norma (legge 322/58). La beffa è che tutto è successo solo tre giorni prima della domanda. E nessuna l'ha avvertita di velocizzare la richiesta. Né può attivare la ricongiunzione onerosa perché titolare di pensione diretta Inps; non può chiedere la costituzione della posizione assicurativa all'Inps perché è stata abrogata dal 31 luglio 2010; non può chiedere la totalizzazione; non può chiedere la pensione supplementare all'Inpdap perché tale prestazione non è prevista nei fondi esclusivi. Una beffa totale. Insegnante di 71 anni beffata per tre giorni Grazia M.FR. Il diritto negato alla pensione Foto Ansa Decine di migliaia di lavoratori nella trappola delle nuove norme. Patronati presi d'assalto È uno dei tanti che hannoaccettato di lasciare ilproprio posto di lavoro,sicuro di andare in pen-sione con le vecchie norme. Giacomo (nome di fantasia) è nato l'11 marzo del 1952 e ha accettato di lasciare il lavoro con esodo incentivato individuale, con 36 anni di contributi, il 31 dicembre 2010. Con la vecchia normativa sarebbe andato in pensione di anzianità ad aprile del 2012. Ora è senza stipendio, senza pensione, senza ammortizzatori sociali, ha un mutuo da pagare e due figli all'università disoccupati. Con la nuova normativa il lavoratore potrà andare in pensione a 64 anni, quindi nel 2016, con decorrenza maggio. Con l'approvazione del decreto legge Milleproroghe il lavoratore con esodo individuale incentivato licenziato alla data del 31 dicembre 2010 potrebbe rientrare nelle deroghe previste rispetto alla nuova normativa. Il “potrebbe” però è d'obbligo visto che nel decreto Milleproroghe non sono state previste risorse aggiuntive rispetto a quelle stanziate nella legge 214 del 2011: si amplia giustamente la sfera dei derogati ma le risorse non vengono aumentate con l'ovvia conseguenza che moltissimi derogati non rientreranno nelle esenzioni e saranno costretti a raggiungere i nuovi requisiti più restrittivi. Cgil, Cisl e Uil hanno sempre sostenuto che devono essere esentati dall'applicazione della nuova normativa tutti i lavoratori indicati nella legge 214 del 2011, fra cui tutti i lavoratori disoccupati, tutti i lavoratori con esodi individuali o collettivi sottoscritti entro il 31 dicembre 2011. La deroga inoltre deve valere per tutti i soggetti individuati senza vincoli né di carattere finanziario né di carattere numerico: «il diritto alla pensione - sostengono i sindacati - è un diritto soggettivo perfetto e non può essere ridotto ad una mera lotteria». Via dall'azienda e poi il baratro Giacomo Un modulo per la richiesta della pensione Calzature: il traino dell'export Nel2011,nonostantelacrisielariduzionedeiconsumiinterni, ilsettoredellecalzature èandatobenegrazie,soprattutto,all'export.Ma peril 2012ci sononuovitimorialimentati, in primis, dai problemi di liquidità delle aziende. È questa la fotografia del settore calzaturiero italiana scattata dall'Anci (Associazione nazionale calzaturifici italiani) nel rapporto 2012. 11 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
«Autoritratto» di Andy Warhol DA GABER A MAHLER Sabato 25 febbraio alle 17.30 Antonio Ballista torna nell'Aula Magna della Sapienza di Roma. Il titolo del concerto del pianista milanese è «Salti mortali» e il sottotitolo «Un viaggio di prima classe sull'Acheronte». Tra gli autori in programma Giorgio Gaber, Gustav Mahler, Michael Jackson, Georg Friedrich Händel, Lucio Battisti, Kurt Weill... Il Tempo Oggi VISITARE IL CENACOLO Un'occasione da non perdere per poter ammirare il capolavoro del Genio di Leonardo da Vinci invidiatoci da tutto il mondo. Grazie a Eni, venerdì 24 febbraio e venerdì 30 marzo dalle ore 19.30 fino alle ore 22.30, il Cenacolo apre eccezionalmente ai milanesi, con ingresso gratuito. Prenotazione obbligatoria telefonando al n. 02.92800360. Pillole NORD Sereno o poco nuvoloso. Aumento della nuvolosità ad iniziare dai settori alpini. CENTRO Sereno su tutte le regioni con locali addensamenti nella seconda parte della giornata. SUD Parzialmente nuvoloso su tutte le regioni. Domani NORD Sereno o poco nuvoloso su tutte le regioni con locali addensamenti sui rilievi. CENTRO Generali condizioni di tempo stabile con locali addensamenti sulle regioni adriatiche. SUD Poco nuvoloso su tutte le regioni. Dopodomani L a politica starà male, ma Ber-lusconi di più: che si torni aparlare del piccolo cesare per via di un nuovo inno del Pdl, secondo le accuse confezionato clonando un testo rap, è davvero impressionante. Mentre la Lega almeno a paroloni lo sbeffeggia, mentre lui è costretto a ribadire ad ogni passo che non si presenterà alle elezioni, mentre i caporali del suo partito valutano come e dove presentarsi, ecco che rischia di essere colpito da una ennesima vicenda giudiziaria. J-ax, noto e bravo rapper italiano, sostiene che il testo dell'inno sarebbe in realtà cosa sua, impropriamente adottato dalla deputata Rosaria Rossi che l'altra sera, a Villa Gernetto, dopo averlo musicato avrebbe presentato il capolavoro al capo. Dice J-Ax: domani denuncio Berlusconi. Arrabbiato forte. Che farà il nostro «eroe»? Modificherà quel testo, oppure farà il duro preparandosi a sostenere di essere nel mirino del rap rosso? NORD Ampie schiarite su tutte le regioni; dopo il tramonto locali banchi di nebbia in pianura. CENTRO Variabile sul Lazio; nuvoloso sulle altre regioni; miglioramento in serata. SUD Nuvoloso su tutte le regioni con precipitazioni sparse. Culture ZOOM Le sue opere restano un'icona del XX secolo ben al di là del celebre «quarto d'ora di celebrità» da lui preconizzato. Nato Andrew Warhola da immigrati cechi, aveva studiato Belle Arti per poi passare dalla pubblicità e approdare all'arte. Due le mostre delle sue opere in corso in Italia: ad Aosta e a San Marino. Andy Warhol, 25 anni dalla morte NANEROTTOLI Baruffa sull'inno Toni Jop N é totem, né tabù. Soloun articolo di leggeche codifica un princi-pio di civiltà: il divie-to di licenziamenti discriminatori o individuali ad libitum. Giustappunto, «senza giusta causa o giustificato motivo». Tale è art. 18 e basta. Che in linea di principo esiste anche in altre legislazioni, dove il giudice può ordinare il reintegro forzoso. Perciò, basta con le frottole che rimuovono il vero tabù oggi egemonico: l'onnipotenza privatistica d'impresa. Che reclama mano libera visibile, dopo i guai di quella invisibile. E la frottola è disvelata dal fatto che su 300 casi di vertenza sull'articolo 18, dal 2006 al 2011, solo 30 si sono conclusi col reintegro. Dunque è una bugia che i tribunali del lavoro favoriscano i dipendenti. Per non dire del fatto che solo una minima percentuale di imprese in Italia è tra 10 e 15 addetti: il 90% è sotto i dieci dipendenti, e il 76% addirittura sotto i cinque! Altro che inibizione a passare a 16, per colpa dell'articolo 18. E ancora: licenziare in Italia è possibile, anche con l'articolo 18. Con stato di crisi, cessione o soppressione di ramo d'azienda, e infine procedimenti di giusta causa. Che abbiamo già visto al 90% concludersi con licenziamento e indennizzo. Sicché si discuta pure di manutenzione della norma, di arbitrati e velocizzazione delle vertenze, con la precisazione dei casi di «giusta causa» che integrano la fattispecie. Ma la si smetta con l'invereconda campagna vecchi /giovani su«apartheid» e «totem/tabù», che a «sinistra» sono segno di subalternità culturale, e incapacità a rappresentare il proprio mondo e i propri valori: il lavoro e l'emancipazione dei ceti subalterni, nella coesione e nella libertà di tutti. Subalternità da primi della classe, che danneggia il negoziato. E incoraggia gli spiriti animali a destra, e i richiami della foresta antipolitici o estremisti. DITTATURA DI IMPRESA: ECCO IL TABÙ TOCCO &RITOCCO Bruno Gravagnuolo bgravagnuolo@unita.it 45 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
Molto sobri per quanto riguarda le macchine, dalla Seat Ibiza del 2002 di Giarda alla Lancia Lybra del 2001 di Profumo. Quasi sempre più “poveri” da quando sono entrati al governo rispetto agli impieghi precedenti. Nel complesso, decisamente benestanti. È il quadro che emerge dalla pubblicazione on line dei redditi dei membri del governo, che ieri hanno finalmente dato corso all'impegno alla trasparenza preso mesi fa dal premier Monti, dopo giorni di attese e rinvii. A sera però, mancava all'appello proprio la dichiarazione del premier. L'unica assente. Il Superministro dello Sviluppo Corrado Passera è il più ricco. Nel 2011 ha avuto un reddito complessivo di circa 3,5 milioni di euro, ma il piatto forte sono le azioni della Lariohotels spa per circa 5 milioni e il 33,33% della Immobiliare Venezia Srl, per 1,6 milioni. Tra i depositi figurano, oltre agli 8,8 milioni derivanti dalla vendita delle azioni Intesa, polizze vita per 1,28 milioni e un fondo pensione complementare per 3,3 milioni. Da ministro, il compenso scende a 220mila euro. Tra gli immobili, un appartamento Parigi e un terreno a Casale Marettimo (Pisa). Nel 2011, però, la dichiarazione dei redditi più robusta è quella del ministro della Giustizia, l'avvocato Paola Severino, che ha dichiarato un imponibile netto (relativo al 2010) di oltre 7 milioni di euro (di cui 4 pagati in tasse). Il compenso annuo lordo per l'attività ministeriale è pari a 195.225 euro. Severino possiede due appartamenti a Roma e uno a Cortina. Oltre a una barca e a 4 milioni di euro in obbligazioni. Il ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri indica come reddito 183.084,35 euro. Totalizza 24 immobili, di cui due appartamenti a Milano e uno a Roma. Forte sugli immobili anche il ministro per gli Affari europei Enzo Moavero che possiede un appartamento di 11 vani a Roma, due a Bruxelles ed è comproprietario con la sorella di un appartamento a Monte Argentario (Grosseto), e di una casa con rustico nel Lodigiano. Non se la passa male neppure il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Antonio Catricalà, che ha la comproprietà al 50% di tre appartamenti a Roma, più il 50% di una casa a Castiglione della Pescaia (Gr) e una barca. Tra i più ricchi, il ministro del Turismo Piero Gnudi. Nel 2010 il suo reddito lordo ammontava a 1,7 milioni, oltre a 23 partecipazioni societarie e un gozzo in leasing. Ma nessuna casa Il ministro del Lavoro Elsa Fornero dichiara per il 2010 un reddito di 402mila euro. Come ministro, percepisce 199mila euro lordi l'anno. Fornero possiede cinque immobili tra Torino, Courmayeur e il Canavese. Il ministro della Difesa Giampaolo di Paola dichiara un reddito di 199.778,25 euro. Nel 2011 ha ricevuto inoltre 314 mila euro di pensione provvisoria e 29 mila per servizio all' estero. Di Paola possiede 50% una casa a Livorno ed è titolare di Bot/Btp per 150.000 euro e obbligazioni per 655.000 euro. Francesco Profumo, ministro dell'Istruzione, è stato tra i primi a rendere pubblici i redditi: 199.778,00 euro lordi l'anno. Possiede 8 immobili tra Torino, Salina e Savona. Giulio Terzi di Sant'Agata, titolare degli Esteri, dichiara un compenso annuo lordo di 203.653,44 euro. Nel 2010 il reddito è stato di 123.643 euro. Vi si aggiunge l'indennità come ambasciatore a Washington, pari a 214.939 euro. Terzi ha terreni agricoli e una villa a Curno e Brembate di Sopra (Bg) e due comproprietà, a Roma e New York. Il ministro dell'Agricoltura Mario Catania dichiara 211mila euro, possiede una casa a Roma e una a Manciano, una Golf del 2004 e 450mila euro di titoli di stato. Nel reddito del ministro per i Rapporti con il Parlamento Pietro Giarda spiccano 10 immobili, tra cui quattro baite un pascolo e un terreno sulle Alpi, ad Alagna Valsesia. Oltre a 501.411 euro di attività finanziarie. Andrea Riccardi è uno dei pochi che entrando al governo ci ha “guadagnato”. Nel 2011 ha dichiarato 120mila euro, ora ne percepirà 199.778 l'anno che si sommeranno alla pensione da professore universitario di 81.154 euro. Stessa sorte per Fabrizio Barca (Coesione Territoriale) che passa da 160mila euro del 2010 agli attuali 199mila. Tra i sottosegretari e viceministri, spicca Mario Ciaccia (Infrastrutture), che nel 2010 ha dichiarato 1,6 milioni, risulta proprietario, o comproprietario, di nove immobili tra Roma, Budapest e l'Alto Adige e ha tre auto, tra cui una Porsche Carrera, oltre a un portafoglio di investimenti di oltre 1,4 milioni. ANDREA CARUGATI p Le dichiarazioni dei redditi dei membri del governo on line. Alle 21 mancava all'appello Monti p Il più «povero» Andrea Riccardi, ministro della Cooperazione, a Palazzo Chigi guadagna di più Avrebbe fatto la cresta sui concorsi da notaio, 15 mila euro per «comprare il favore di uno o più membri delle Commissioni di abilitazione dal 2006 a oggi». Il condizionale è d'obbligo. Lo stupore anche perchè l'indagato è l'onorevole leghista Gianluca Pini, il maroniano romagnolo diventato famoso per quella norma anti-toghe infilata a tutti i costi nella legge comunitaria che introduce la responsabilità civile dei giudici. C'aveva già provato ai tempi di Redditi online, Passera e Severino i più ricchi Auto modeste, poche barche, molti investimenti sul mattone. On line i redditi dei ministri del governo Monti. Il più ricco è Passera, Severino ha guadagnato di più (7milioni nel 2010). Al top anche Gnudi e Ciaccia. Concorsi Indagato Pini il leghista anti-pm Operazione trasparenza ROMA Primo Piano12 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
La casa delle 100 stanze è ancora lì, e anche se non sono proprio cento è sempre poderosamente pericolante, senza finestre, con le crepe e gli squarci: un collegio religioso a cui gli anni e la pioggia hanno fatto il solletico, in confronto agli oltraggi degli uomini e delle loro speculazioni. Sempre lì, nel cuore di Gravina, in Via Consolazione, dove due anni fa è crollato l'asfalto in due stradine laterali, così l'acquedotto e il comune si sono messi a litigare sulla colpa. Abbandono totale, proprio come lo trovarono i vigili del fuoco il 25 febbraio 2008, quando ci entrarono per salvare un bambino, Michele, e insieme a Michelino trovare Ciccio e Tore. Non c'era più nulla da fare, per Salvatore e Francesco Pappalardi, 13 e 11 anni, uccisi per un gioco finito male, come è ancora convinta la mamma, Rosa Carlucci. Talmente era ed è convinta, la signora, che a sua volta ha convinto la procura di Bari a riaprire il caso della terribile morte dei due fratellini. Il procuratore capo Laudati ha affidato le nuove indagini al sostituto Annamaria Tosto. Secondo la mamma, Ciccio e Tore (prima Francesco, poi il fratello sceso per aiutarlo) si sono infilati in quella cisterna abbandonata per dimostrare ai grandi che non avevano paura. Una «prova di coraggio», insomma, finita con una tragedia. Secondo la signora Rosa, con i suoi figli c'erano altri cinque ragazzi, all'epoca dei fatti minorenni, quelli ai quali bisognava dimostrare il proprio coraggio e che quindi ne erano i «registi», che hanno visto Ciccio e Tore in fondo al buco e se ne sono andati senza dire e fare nulla. Per questo, i cinque ragazzi (di cui la trasmissione “Chi l'ha visto?” ha rivelato anche le identità) sono sottoposti a indagini preliminari da parte della procura dei minori, che ha ricevuto dal pm Tosto parte del fascicolo. Questa, in pratica, è la tesi che si legge dietro alla denuncia fatta dalla madre dei due fratellini che sparirono di casa il 5 giugno 2005 e furono cercati dappertutto, perfino in Romania, ma mai dove si trovavano dal giorno stesso della scomparsa, probabilmente pochi minuti dopo aver lasciato la loro abitazione. L'edificio dove trovarono una morte orribiSALVATORE MARIA RIGHI Foto di Luca Turi/Ansa Ciccio e Tore dopo 3 anni si cerca una nuova verità Dopo l'esposto della madre, la Procura di Bari ha aperto un fascicolo per accertare il motivo per cui Ciccio e Tore, i due fratellini di Gravina di Puglia, finirono nel pozzo del casolare, dove poi morirono di fame e freddo. srighi@unita.it p La Procura di Bari riapre l'inchiesta dopo gli esposti della madre dei due bimbi di Gravina p Istigazione al suicidio è l'ipotesi di reato. L'edificio dove furono ritrovati è ancora fatiscente Francesco e Salvatore Pappalardi, i due bambini scomparsi dal 5 giugno 2007 a Gravina di Puglia. Italia30 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
C 'è bisogno di «una condi-visione combattiva maresponsabile» per ridare«all'Italia il ruolo che adessa spetta in Europa» e per dare risposte «alle esigenze e alle attese, soprattutto delle nuove generazioni». Il presidente della Repubblica, in conclusione della sua visita in Sardegna che è stato un vero e proprio viaggio nell'emergenza di una regione che ha il record della disoccupazione, ha posto ancora una volta il problema di affrontare la crisi economica con un impegno collettivo e concreto evitando di «opporre formule ideologiche a situazioni critiche in un contesto europeo molto critico». Al suo arrivo a Sassari il Capo dello Stato ha trovato la replica delle contestazioni del giorno prima. Uguali i protagonisti, pochi ma rumorosi, per lo più pastori e indipendentisti, che hanno cercato di impadronirsi della scena oscurando le giuste rivendicazioni di chi ha perso il posto di lavoro, lo potrebbe perdere o i tanti giovani che nella speranza di un lavoro stanno spendendo la loro giovane età. «Protestare è legittimo purché non si sconfini nell'illegalità e nella violenza» su cui «mai sono sufficienti vigilanza e richiamo» ha detto il presidente che è, invece, «rimasto colpito dalla consapevolezza dei rappresentanti dei lavoratori delle aziende in crisi: sono molto preoccupati ma non contestano con grida più o meno futili» e che erano in prima fila tra quanti hanno poi applaudito Napolitano quando ha lasciato l'Università dove alcuni studenti gli hanno posto domande su quale sarà il futuro possibile nel Paese in cui loro intendono vivere, lavorare, farsi una famiglia. I giovani la cui condizione «è una spina nel fianco» perché «un paese che non dà prospettive di occupazione alle giovani generazioni è un Paese condannato». Questa è la realtà di cui chi decide deve avere «consapevolezza e trarne le conseguenze» dando sostegno «al sistema universitario, alla ricerca, alla formazione e alla cultura». Ai ragazzi Napolitano ha offerto comprensione e speranze. «Il contesto europeo è molto critico però vorrei rilevare anche alcuni fatti positivi» ha detto alludendo all'accordo per il salvataggio della Grecia con la collaborazione dei capi di governo e delle istituzioni come la Bce «oggi presieduta da un grande italiano, Mario Draghi» ed in cui l'Italia ha avuto un ruolo rilevante. «Dobbiamo rilevare con soddisfazione che l'Italia sta recuperando fiducia e credito sul piano europeo, sta esercitando un ruolo e sta introducendo anche elementi di novità in una dialettica europea che spesso sembrava ridursi al ruolo prevalente di due stati. Ora c'è una voce italiana, c'è la voce di altri capi di governo che spingono nel verso giusto». Foto Ansa La visita MARCELLA CIARNELLI SASSARI Il premier Mario Monti «La crisi si batte senza ideologie» di governo dell'economia europea così come delle politiche di investimento comune in quelle grandi opere pubbliche che possono rendere effettivamente più unita e accessibile questa Europa. Oggi vi è l'opportunità di legare a questa prospettiva di un nuovo rilancio europeo anche il dibattito sulla riforma dei fondi strutturali e dei fondi sulla ricerca, strumenti essenziali della Strategia Europa 2020, in cui si concentrano ormai larga parte delle risorse e delle prospettive per il rilancio dei prossimi anni. Bisogna ricordare a tutti che il triangolo, assunto a riferimento della ridefinizione del Fondo sociale europeo, che lega occupazione, inclusione sociale e educazione è base essenziale di ogni nuova fase di sviluppo, semplicemente perché non vi è crescita senza riporre al centro dello sviluppo il diritto al lavoro ed una sistema educativo che non sia solo strumento di crescita individuale ma anche strumento essenziale di inclusione sociale e nel contempo la principale infrastruttura per il rilancio delle nostre economie. Bisogna ricordare che ricerca e innovazione sono gli strumenti essenziali per accelerare la nostra crescita, ma che bisogna orientare con forza le università, i grandi centri di ricerca, le stesse imprese ad affrontare le sfide della società, dalla salute all'alimentazione, dalla mobilità intelligente, dal cambiamento climatico alle trasformazioni di comunità sempre più complesse, così come sta emergendo nel dibattito sul programma Horizon 2020. Strumenti importanti che vanno però tutti legati a una visione di una Europa, che sia saldamente legata ad una prospettiva di più intensa partecipazione democratica e non ad una importante ma insufficiente gestione tecnica dello sviluppo. L'iniziativa del governo dimostra a tutti quanto sia importante saper giocare sul tavolo europeo e quindi oggi a tutte le forze democratiche e progressiste europee si impone l'obbligo di una riflessione in profondità sull'Europa. Bisogna evitare infatti che all'ormai impresentabile visione dell'economia di una destra europea, che tanti danni ha provocato a tutti noi in questi ultimi dieci anni, si sostituisca una visione più edulcorata e civile, ma egualmente radicata su un mercato che troppo spesso dimentica i bisogni delle persone. Bisogna riprendere direttamente in carico il tema di un'Europa in cui le persone, non solo le loro libertà ma anche il loro diritto all'inclusione e all'eguaglianza, tornino ad essere il faro per lo sviluppo. Bisogna tornare come forze democratiche e progressiste a ripensare all'Europa come il luogo in cui sviluppo e democrazia siano il modo per uscire dalla palude in cui le destre ci hanno portato in questi ultimi dieci anni. Napolitano in Sardegna risponde ai contestatori La dignità degli operai e le speranze ai giovani Protezione civile, si cambia Ilgovernoha«lavolontà»dirivedere lalegge 10del 2011perché,cosìcom'è,«lacapacità d'intervento della Protezione Civile è limitata». Così Franco Gabrielli in un'audizione alla Camera. «Èevidente - ha detto- che sec'è la necessità diavere il concerto dell'Economia eun controllo preventivo dei Commissari della Corte dei Conti, la nostra capacità viene meno». 9 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
Persino Federmeccanica stava per esprimere il suo «gradimento» per Giorgio Squinzi nella corsa alla presidenza di Confindustria, contro il suo iscritto Alberto Bombassei. Un vero schiaffo, a lui e al suo sponsor principale Luca Cordero di Montezemolo. È stato a quel punto che Fiat ha sganciato la sua «arma non convenzionale». Se vincesse Bombassei potremmo anche rientrare nell'associazione, ha fatto sapere Sergio Marchionne in una nota. Le ultime indiscrezioni da Viale dell'Astronomia raccontano così la serata di ieri, quando l'exploit della Fiat è rimbalzato sulle agenzie di stampa. SPOT ELETTORALE Più che una nota, un vero spot elettorale, quello di Marchionne, in una competizione il cui esito - stando alle voci sempre più ricorrenti sarebbe già scritto: Squinzi ha un vantaggio quasi irrecuperabile nei pochi giorni che mancano alla riunione di Giunta (il 22 marzo) che designerà il nuovo presidente. Addirittura c'è chi dubita che Mr. Brembo possa raggiungere la quota minima per essere presentato, cioè il 15% del gradimento. Ma prima di mettere il punto finale, tutto può succedere. Così Bombassei tenta la rimonta, arroventando la contesa. Non è un caso che ieri, poco prima dell'uscita di Marchionne, anche Andrea Merloni, presidente della Indesit, ha esternato il suo voto di preferenza per Bombassei, assicurando che tutte le Marche sono con lui. È chiaro che sta scendendo in campo il partito Fiat e tutti i suoi addentellati, primo tra tutti Diego Della Valle. La rincorsa si fa frenetica. Il programma di Alberto Bombassei «è certamente innovativo e votato al radicale cambiamento dell'associazione», ha scritto l'«uomo del fare» del gruppo torinese, per cui innovazione vuol dire sostanzialmente lasciare mano libera sui contratti alla parte imprenditoriale. «Noi ci riconosciamo in questo processo di rinnovamento che se dovesse essere completato, porrebbe le basi per un rientro della Fiat in Confindustria», continua la lettera. Il manager «col maglione» ricorda che con Bombassei ha un lungo e solidissimo sodalizio. «È un imprenditore che da anni fornisce prodotti d'eccellenza alla Fiat - aggiunge - alla Ferrari e da qualche tempo alla Chrysler». Come sarà mai possibile che con la presidenza Bombassei, Marchionne cancellerà d'un colpo tutti i barocchismi di cui aveva accusato l'associazione al momento dell'uscita? Per il manager nel mondo globalizzato l'impresa che affronta la concorrenza internazionale non può certo attenersi a clausole e cavilli, a quella cultura della concertazione che Squinzi, anche nei Chimici, ha sempre mostrato di preferire. Marchionne punta invece alla deregulation, in primis sull'articolo 18, oltre a tutta la rete di tutele su straordinari e malattie. Per non parlare del diritto di sciopero, punto di massimo scontro con la Fiom. Con Bombassei tutto questo diventerebbe la norma in Viale dell'Astronomia? Quando Marchionne annunciò il suo divorzio dall'associazione, aveva già piegato molte resistenze sindacali e ottenuto legittimazione delle sue deroghe e i suoi «deragliamenti» dal governo Berlusconi. La sua cavalcata iniziò con l'accordo aziendale di Pomigliano del luglio 2010, proseguì poi con Mirafiori e ancora Pomigliano alla fine di quell'anno. Con un salto di registro essenziale: stavolta per Fiat quelle intese erano di primo livello. Ovvero, sostituivano il contratto nazionale dei metalmeccanici. Dopo pochi mesi, nella primavera del 2011, quell'intesa si estende alla Bertone, e a fine anno a tutto il gruppo Fiat. Si tenta la carta di un contratto per l'auto, e intanto Maurizio Sacconi confeziona l'articolo 8 della manovra, che concede la retroattività alle intese e le deroghe anche allo Statuto dei lavoratori. A questo il cerchio era chiuso, ma Marchionne non ha rinunciato al colpo di teatro. Sperava in un fugone generalizzato, che non ci fu (solo un'azienda, peraltro di un deputato del Pdl, lo seguì). Oggi torna in pista per tifare Bombassei, che da sempre è stato il suo braccio armato. Anche ai tempi dell'ultima intesa unitaria con Federmeccanica siglata da Massimo Calearo. Anche allora Mr Brembo fece la parte del «falco». E anche allora perse, insieme a tutta la Fiat. Oggi rischia un altro tracollo. I pronunciamenti ufficiali di Assolombarda, del Mezzogiorno, del Lazio, delle territoriali lombarde escluse Bergamo (città di Bombassei) e Brescia sono per Squinzi. Il suo avversario ha il Friuli, Bergamo e Brescia e le Marche. Il Veneto si deve pronunciare, ma non c'è stato l'endorsement che Riello aveva «promesso». Tra gli emiliani, anche Modena, dominio di Montezemolo, pende per Squinzi. Bologna non ha ancora un orientamento prevalente. Stessa situazione a Torino, «patria» della Fiat. Rinaldo Gianola Perchè Sergio Marchionne ha deciso proprio questo momento per entrare a gamba tesa nella corsa per la presidenza di Confindustria scegliendo il duro Alberto Bombassei? Perchè la Fiat entra in campo dopo aver sbattuto la porta ed essere uscita dall'organizzazione degli industriali? Forse il motivo è lo stesso per cui Emma Marcegaglia, che sta su un altro versante industriale, ieri si è lasciata andare a sorprendenti espressioni contro il sindacato, responsabile di difendere «fannulloni e ladri» grazie all'articolo 18. Ed è proprio dall'articolo 18, autentica ossessione di parte delle imprese italiane e della nostra destra politica, su cui oggi si gioca non solo la riforma del mercato del lavoro, la contrattazione, pure un principio di libertà e di dignità, ma anche gli assetti futuri dei vertici della Confindustria e il mantenimento di un sistema di relazioni industriali finalizzato alla coesione sociale, al rispetto dei ruoli autonomi di rappresentanza, anzichè alla rottura e all'affermazione assoluta della prevalenza degli interessi dell'impresa sul lavoro. Da queste vicende, poi, usciranno anche più chiaro il profilo del governo Monti IL SECONDO STRAPPO DELLA FIAT PER FARE UN VERO PARTITO BIANCA DI GIOVANNI Primo Piano I numeri Repentina e inattesa discesa in campo dell'ad Fiat Sergio Marchionne nella disputa per la presidenza di Confindustria, di cui non fa più parte. «Se dovesse vincere Bombassei, sono pronto a rientrare». ROMA Marchionne rilancia Bombassei pGuerra aperta in viale dell'Astronomia. L'ad del Lingotto si schiera decisamente contro Squinzi L'Italia e la crisi RETROSCENA «Mr Brembo» sarebbe lontano dalla quota minima del 15% 2 MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO 2012
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22/02/12

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