Non era finita. Lo sapevano bene i lampedusani. Lo avevano detto l'Unhcr, Medici Senza Frontiere,Save the Children, che con la bella stagione, come ogni anno, i viaggi sulle carrette del mare attraverso il canale di Sicilia sarebbero ripresi. Con il loro carico di viaggiatori stremati da soccorrere. E di cadaveri. Ieri, così è stato. Cinque morti, stipati tra i vivi su un primo barcone avvistato all'alba, più di duecento migranti soccorsi in mare, tre carrette avvistate e un motopesca con a bordo 70 passeggeri saltati su da un barcone alla deriva in acque tunisine e il braccio di ferro che ricomincia con Malta. Il bilancio, provvisorio, a sera, è quello di un'altra giornata di passione scandita da soccorsi senza sosta e lutti in mezzo al Mediterraneo. E poco importa se da settembre scorso il centro d'accoglienza sia chiuso e Lampedusa sia stata dichiarata «porto insicuro» dopo l'ultima sommossa di migranti “dimenticati” sull'isola. L'emergenza, come dimostra la giornata di ieri, passa sempre di lì. E di quell'avamposto naturale la macchina dei soccorsi non può fare a meno. Sono le quattro del mattino quando dal porto di Lampedusa la Guardia Costiera parte in soccorso del primo barcone, fermo 79 miglia più a sud, in acque ancora libiche. Parecchie ore dopo, sul molo Favaloro, cinque bare raccontano che la tragedia è ricominciata. Quattro uomini e una donna non ce l'hanno fatta ad arrivare vivi su quel barcone dall'altra parte del Mediterraneo. Gli altri ci sono arrivati tremanti, disidratati, ustionati dal carburante che, misto all'acqua di mare, dentro lo scafo inzuppa tutto, anche i vestiti. Nell'ambulatorio lampedusano ricevono le prime cure. Una donna, incinta, è grave e viene trasferita all'ospedale Civico di Palermo in elicottero. Insieme ad altri tre uomini e un ragazzino di 15 anni, ustionati e disidratati. Hanno rischiato di finire tutti sul fondo del mare. La Guardia Costiera quando li ha raggiunti si è trovata davanti uno scafo verde di una decina di metri con gli anelli di poppa sgonfi e il motore guasto che stava per affondare con a bordo il suo carico di 57 passeggeri, 5 già morti. Un pattugliatore delle Guardia di Finanza ha tratto in salvo i primi 19, Foto Ansa Italia Un gommone a 85 miglia da Lampedusa: a bordo 5 vittime. Erano partiti dalla Libia. Tratti in salvo gli altri 52 passeggeri. In tutto, oltre 200 le persone soccorse in mare e portate a Lampedusa. Riprendono gli sbarchi. MARIAGRAZIA GERINA p Sul barcone partito dalle coste libiche salvati altri duecento migranti, alcuni sono molto gravi pAltri gommoni puntano verso l'isola siciliana. Nuovo scontro tra Italia e Malta sui soccorsi www.unita.it Tornano gli sbarchi: cinque migranti morti 300 i soccorsi in mare mgerina@unita.it Immigrati su un barcone in arrivo sull'isola di Lampedusa in una foto di archivio 28 DOMENICA 18 MARZO 2012
C'è molta rabbia ele esperienze di questi tre anni la giustificano in pieno... «Lo scetticismo di fronte ai tempi lunghi della ricostruzione è giustificato. Mi sento di dire che le istituzioni pubbliche hanno il dovere di accelerare. Dobbiamo essere concreti, franchi e convincenti. Chiediamo fiducia e serenità nel valutare le idee e i progetti che verranno fuori». Da ministro della Coesione territoriale lei ha avviato un tour nel Sud Italia e ha visitato già Puglia e Sicilia... «Si tratta di un viaggio in situazioni non emergenziali. Lo scopo fondamentale è quello di ascoltare e comprendere la domanda di beni collettivi, di migliore istruzione, di formazione, di infrastrutture, di ricerca che viene dalla classe dirigente meridionale. Sto incontrando imprenditori, quadri sindacali, amministratori, dirigenti scolastici. Sto incontrando la filiera che produce la cura dell'infanzia e degli anziani». Che farà il governo Monti per il Sud? «Vogliamo innanzitutto mostrare un governo attento all'ascolto in vista di decisioni importanti che si dovranno prendere per rilanciare il Mezzogiorno. E vogliamo valutarle innanzitutto con i loro destinatari ultimi». Economista di fama Una città «di straordinaria bellezza anche così», malgrado le rovine del sisma. Mario Monti visita l'Aquila accompagnato dalla moglie Elsa, dal ministro Cancellieri, dal sindaco Cialente. Gianni Letta è l'unico a ricordare con la sua presenza felpata le incursioni berlusconiane del dopo terremoto. Il premier rende omaggio alle giovani vittime della casa dello studente e si fa mostrare gli uffici della nuova prefettura, prima di raggiungere a piedi Piazza Duomo e la chiesa del Suffragio o delle Anime sante (in via di ricostruzione grazie anche agli aiuti del governo francese). Una visita senza fanfare che coglie di sorpresa gli aquilani che passeggiano per il centro, sotto le vette innevate del Gran Sasso che fanno da sfondo. Applausi calorosi, ma niente bagni di folla, niente circo mediatico, banditi i lustrini di un passato di illusioni che ha deluso le speranze della gente di qui, ferita da una tragedia indimenticabile. Prima di partecipare al forum “Abruzzo verso il 2030”, organizzato dall'Ocse nei laboratori di fisica nucleare di Assergi, il premier rende omaggio alla città lodando la “grande voglia di fare” che vi scorge. Tra poche settimane il terzo anniversario del sisma e la ripresa va a rilento. «Avendo visto le scene in tv, uno può immaginare cosa è stato il passato», commenta Monti. Il premier, però, non se l'aspettava così lo stato della ricostruzione. «No devo dire di no...», risponde ai cronisti che glielo chiedono. “Meglio o peggio?”, insistono. Nessuna replica. Poche promesse, niente lusinghe, solo l'annuncio che il governo «favorirà la ricostruzione in modo alto». La sfida è «collettiva», aggiunge il premier, ma «spetta agli enti locali la strategia dello sviluppo». Tra Roma e L'Aquila, però, dovrà instaurarsi un clima “di fiducia reciproca. L'Analisi degli studiosi Ocse sul dopo terremoto - presentata al forum di Assergi, organizzato con la collaborazione di Confindustria e Cgil-Cisl-Uil - è impietosa. «L'attuale situazione in materia di ricostruzione – scrivono – sembra riflettere in gran parte un approccio ampiamente frammentato, scoordinato e individualistico, con prospettive di breve termine». Serve «una nuova visione», aggiungono, presentando un progetto improntato sulle nuove tecnologie per una città «europea e moderna». Uno studio che, tuttavia, viene accolto con un certo scetticismo dagli aquilani alle prese con la carenza di abitazioni e di lavoro aggravata dalla crisi economica. «Difficile realizzare il progetto Ocse», afferma il sindaco Cialente. Ma il ministro Barca, delegato da Monti a seguire la ricostruzione per conto del governo, punta sulla necessità di “accelerare” i tempi per “uscire dalla fase straordinaria e avviare l'amministrazione ordinaria della ricostruzione”. Via i vicecommisari, quindi, e la Struttura per la gestione dell'emergenza per una «riorganizzazione semplificata della governance» che accorpi funzioni nella figura del commissario (il presidente della Regione, Chiodi). «Abbiamo stabilito che entro il 31 Agosto tutte le pratiche della ricostruzione delle unità abitative siano portate a termine – aggiunge il ministro – E che da quella data si possa avviare anche la ricostruzione dei centri storici». Monti ricorda le esperienze degli altri terremoti. «Ci fanno capire che per il rientro alla normalità occorrono molti anni. Mai, tra l'altro, fatta eccezione per Messina e Reggio Calabria, un sisma aveva colpito così duramente». E il premier confessa la «forte emozione provata a l'Aquila». Economista, esperto di governo societario e di politiche di sviluppo territoriale, dal 1999 al 2006 è stato Presidente del Comitato per le Politiche territoriali dell'Ocse, nel 2009 ha realizzato per la Commissione Europea il rapporto indipendente sulle politiche di coesione. FABRIZIO BARCA NATO A TORINO NEL 1954 HTTP://TWITTER.COM/#!/@FABRIZIOBARCA Foto Ansa Il premier in visita senza fanfare: il governo è con voi Monti si emoziona tra le rovine dell'Aquila e confessa: «Non mi aspettavo fosse così». In città per seguire un forum organizzato dall'Ocse, spende parole di speranza e fiducia. «Più collaborazione con gli enti locali». N.A. Lo studio dell'OcseChi è Un'analisi impietosa sullo stato dei lavori gestiti senza controlli Cialente: «Siamo soli» «Che clima c'è all'Aquila? Io lo vedo il pessimismo, l'ho visto crescere giorno dopo giorno.Perché, finita l'emergenza con ilsuoaspetto mediatico noi siamostati abbandonati a noi stessi». È la denuncia lanciata da Massimo Cialente, sindaco dell'Aquila, dal palco del Forum Ocse sulla ricostruzione post sisma. 11 DOMENICA 18 MARZO 2012
Nelle piazze d'Italia (...) è scritta ancora la storia del municipalismo, “la spina dorsale della nazione”, come disse Carlo Cattaneo, che vedeva nell'autogoverno municipale “il mezzo privilegiato per fare compiere alla nazione opere grandi”. Un municipalismo fatto di ponti e non di steccati, di comunità e non di tribù. (...) Le città, le comunità sono un'espressione amicale, calorosa, dell'identità nazionale, che nasce dal basso. L'identità nazionale si rafforza quando c'è attenzione per le persone: un posto all'asilo nido, un pasto caldo per un anziano solo, quando la scuola riesce ad essere maestra, quando l'ospedale è efficace. Ti puoi sentire orgoglioso nella simbologia delle celebrazioni collettive, nei primati e nei successi, ma ci sono celebrazioni collettive che nascono nella quotidianità, nascoste, sommesse, che sono più potenti e immanenti. E chi più riceve cura, più restituirà cura, come in una catena del bene comune. (...) Le città hanno saputo tener conto delle pagine scure della nostra storia, (...) ; hanno saputo valorizzare le radici lontane del suo presente come quella del Tricolore (...); hanno riconosciuto il posto alle sue antiche capitali e hanno visto Torino, a Firenze, a Roma e a Salerno fornire all'intero Paese un programma degno della sua storia; hanno saputo rinnovare con le loro azioni l'amore sincero per la nostra Patria e un'identità nazionale nuova e pronta ad accettare le sfide del futuro. Senza il successo del lavoro svolto dalle comunità e dal Presidente Napolitano, il Paese si sarebbe trovato certamente più debole nell'affrontare la crisi. Queste celebrazioni, infatti, si sono svolte in un contesto diventato mese dopo mese sempre più drammatico: la crisi dei debiti sovrani, la recessione economica, il buio sulla speranza dei giovani, l'effetto devastante su tante famiglie e imprese – non sono solo statistiche per noi che incrociamo ogni giorno i nostri concittadini e sentiamo dal vivo l'angoscia di cui vivono. Un “rullo” di immagini proiettato in migliaia di piazze la Notte Tricolore raccontava le cinque esperienze comuni agli italiani di tutte le generazioni di questi 150 anni: la vittoria e la sconfitta, la diversità e l'ironia. E infine la solidarietà: quella fiumana di generosità che dal terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908 all'alluvione di Genova del 2011 ha reso ogni generazione fiera del dovere compiuto. Iniziando oggi un nuovo cinquantennio dell'Unità nazionale vorremmo poter dire che la solidarietà tra le persone, le comunità, i vari corpi istituzionali che compongono la Repubblica, Comuni e Province, Regioni e Stato, sarà ciò che ci renderà capaci di scrivere un futuro degno del nostro Paese. Dal discorso del presidente dell'Anci al Quirinale E ntusiasmo, pungente iro-nia, dolorosa memoria.Roberto Benigni, che alQurinale si sarebbe vo-lentieri presentato «a cavallo, ma non me lo hanno permesso... e poi non c'era nemmeno lo spazio» ha chiuso a modo suo le celebrazioni per i 150 anni dell'unità d'Italia. Nel salone dei Corazzieri è andato in scena uno spettacolo senza precedenti, tra risate e commozione, per rendere omaggio a un evento che è entrato nel cuore di tutti gli italiani su cui piomba la minaccia: «Oggi si finisce, da domani tutto torna come prima: il Granducato di Toscana, il Regno delle due Sicilie...». Non è mancata l'attualità nelle parole di Benigni che si è innanzitutto proposto per un qualsiasi lavoro al Colle. «Ha bisogno di me, Presidente? Faccio qualunque cosa, sostituisco un corazziere... faccio anche un settennato tecnico». Ride il Capo dello Stato, ride la compagine di governo presente in buon numero. E il comico insiste. «Ho qui una paccata di fogli» dice mostrando una cartellina ed evocando la più recente esternazione Fornero, ministro di un esecutivo guidato non da Cavour ma da Mario Monti: «Dal più grande statista del secolo, il grande tessitore per contingenze storiche siamo passati al grande tassatore». Avrebbe dovuto solo leggere il giuramento della Giovane Italia e il memorandum alle potenze d'Europa di Garibaldi che «Imagine l'aveva già anticipata su John Lennon». Ma, da par suo, Benigni, se n'è andato per una strada fatta di citazioni e paragoni, di battute folgoranti e di evocazioni commoventi. Ci sono i nomi, letti uno per uno, dei soli quattordici docenti universitari su più di duemila che non giurarono fedeltà al fascismo. Ci sono le leggi razziali, una pagina «talmente nera da essere ridicola» inchiodata con una poesia di Trilussa che tesse versi sulla possibilità che il gatto Aiò sia ebreo e sul modo per smentirlo. C'è la notazione, giusto per dimostrare quanto sia difficile cambiare, che sulla Gazzetta Ufficiale che annunciava la proclamazione del regno ci fosse la necessità di metterci la pubblicità. Quel giorno apparve l'impegno del fabbricante di una lozione per capelli a farli ricrescere, anche dieci anni dopo la scomparsa dell'ultimo bulbo. Nel viaggio di Benigni ci sono anche le drammatiche lettere di due ragazzi della Resistenza, condannati a morte. L'ultimo aveva ventinove anni. Scrive alla mamma, si firma il tuo bambino. «Ci sono bambini che hanno donato la vita per noi, c'è voluta tutta questa morte e questo orrore perché si potesse arrivare a scrivere queste parole». E le parole che legge sono quelle del primo articolo della Costituzione e poi le firme di coloro che la promulgarono. M.Ci. Foto Ansa Il caso ROMA Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano saluta Roberto Benigni Tra battute e poesia Benigni commuove sulla Resistenza Gasbarra proclamato segretario EnricoGasbarraèstatoproclamatodall'AssemblearegionaledelPdsegretarioregionale.Vincitoredelle primariecon l'81,8 percento,Gasbarra ha indicatogliobiettividella sua leadership: «Oggi - ha detto - ci avviciniamo alle amministrative del 6 maggio, in cui potremo chiudere questo ciclo della malapolitica». 13 DOMENICA 18 MARZO 2012
Q ual è l'equivalenteitaliano di Frenchdressing? Nel 1960,anno della primapubblicazione in Ita-lia, per Bompiani, del libro di esordio di Philip Roth Addio Columbus, la traduttrice Elsa Pelitti se la cavò descrivendo l'insalata acconciata con quella salsa come «abbondantemente condita». Nel 2012, anno della prima pubblicazione per Einaudi dello stesso libro, riportato al suo titolo originario Goodbye, Columbus, nella nuova traduzione di Vincenzo Mantovani (pp.247, euro 19,50), la stessa insalata, sulla tavola della famiglia Patimkin, viene condita dal medesimo vorace paterfamilias «con maionese e ketchup». Ricette a parte (nella realtà lo stesso nome indica diversi miscugli, a seconda di longitudini e latitudini), ecco un dettaglio minimo che ci aiuta a capire l'opera di svelamento che la nuova traduzione effettua rispetto al testo di Roth: i Patimkin, arricchiti grazie ai lavelli che l'impresa di famiglia produce, ascesi dalla plebea Newark all'aristocratico sobborgo Short Hills, coi loro nasi rifatti dal chirurgo estetico, annegano la loro ebreitudine in un superiore americanissimo culto della Dea Abbondanza, meglio riassunto - perché in modo più «pop» da un nome proprio di condimento. Ma, cinquant'anni dopo, ci sono altri svelamenti di sostanza che la nuova traduzione riserva: in Goodbye, Columbus ecco comparire una pagina intera in cui Leo, il Patimkin perdente, ancora costretto a fare il commesso viaggiatore, mezzo ubriaco al matrimonio del nipote confida all'io narrante, il giovane Neil Klugman, il segreto del suo matrimonio, cioè il sesso orale che la moglie talora acconsente a praticargli. Di ciò in Addio Columbus non c'era traccia. E dunque questa riedizione del libro con cui si presentò in scena, 26enne, da subito in un registro di grottesco e di scandalo, lo scrittore che mezzo secolo dopo ancora troneggia da oltreoceano sulla scena della narrativa, ci dice anzitutto qualcosa su noi stessi: da quale dimenticato passato censorio veniamo. Ma torniamo a Roth. Goodbye, Columbus, uscito negli Usa nel 1959, era un libro bizzarramente composto: un racconto lungo (oggi lo chiameremmo romanzo breve) e cinque short-stories. Era Mary McCarthy a osservare che negli Usa agli scrittori ebrei - e lì faceva i nomi di Roth, Bellow, Malamud - era concesso ciò che ai goiym non era più lecito, «fare giochi di prestigio con le idee in piena vista del pubblico». In Goodbye, Columbus, da subito, il giovanissimo Roth faceva uso di questo privilegio. Perché, di romanzo breve in racconto in altro racconto, è l'idea di identità ebraica che viene sottoposta a un'analisi spietata (ma tutt'altro che anaffettiva). Neil Klugman che per mantenersi agli studi lavora in biblioteca, vive una storia d'amore - della durata classica di un'estate - con l'altolocata Brenda Patimkin. Sesso, molto: sono giovani. E la scoperta di un mondo dove si osserva il rituale della grassa, spensierata ricchezza. Salvo, quando il sesso tra loro viene scoperto, vedersi esecrati coi lai di un'educazione ebraica tradita. In Difensore della fede, uno dei successivi cinque racconti, Grossbart invece è un soldato di leva truffaldino che fa leva sulla fratellanza ebraica col suo giovane superiore per estorcere favori. EBREITUDINE In Epstein il capofamiglia è un povero brav'uomo messo sotto da figlia e moglie perché ha tradito i sacri valori cadendo in tentazione con una vicina. In Eli, il fanatico la quiete di una cittadina americana dove gli ebrei convivono in modo laico con gli altri (cioè si sono fatti assimilare) viene scossa dall'arrivo dall'Europa di un gruppo di bambini scampati alla Shoah, accompagnati da un grosso uomo che, da lì, si è portato l'unica cosa che gli rimane, il suo «insopportabile» vestito da ebreo ortodosso. Tornando su questo libro d'esordio, col quale vinse subito il suo primo premio, il National Book Award, Philip Roth, trent'anni dopo, spiegò che la sostanza da cui nasceva era «l'ambiguità»: la sua personale ambigua oscillazione nei confronti dell'appartenenza ebraica. Che poi, nel senso stretto e in quello di gigantesca metafora, è la materia da cui nel cinquantennio successivo ha ricavato un venticinquina di romanzi. E, in questa ottica, si può leggere l'altro suo libro che Einaudi ha pubblicato in questi mesi, La mia vita di uomo, del 1970, in prima traduzione italiana firmata da Norman Gobetti (pp.374, euro 20). È il romanzo in cui, benché in posizione appartata, fa la sua entrata in scena per la prima volta Nathan Zuckerman, poi alter ego di Roth in altri dieci libri. È un romanzo dove trova echi la vera vicenda matrimoniale dello scrittore (Maureen Tarnopol, nel libro, muore alcuni anni dopo la fine del legame in un incidente automobilistico, com'era successo nella realtà a Margaret Martinson, prima signora Roth). È un romanzo spintamente post-moderno, un pastiche dove il vero, il verosimile, il fittizio, il falso giocano senza tregua per 374 pagine. È un romanzo che, nei panni del freudiano dottor Spielvogel, ci offre una delle pochissime figure di psicoanalista stimabili (anziché oggetto di ludibrio) regalateci dalla pagina o dallo schermo. Ed è un romanzo che, partendo da una esilarante storia di eros tra due giovanissimi (immaginate tutto il possibile), erige un monumento alla tragedia del matrimonio moderno e all'incomunicabilità. Ma non alla Antonioni. Alla Roth. Soffrendo e sghignazzando. «E allora, questa Hannah Schreiber?». Sorrise. «Che nome, eh? Era una ragazzina, ma aveva il nome di una vecchia signora. Bene, quando siamo in camera mi dice che lei crede nell'amore orale. La sento ancora: “Leo Patimkin, io credo nell'amore orale”. Non capisco che diavolo voglia dire, penso che si tratti di un culto o di una setta e rispondo: “Bene, e per i poveri soldati che vanno oltremare, magari a farsi uccidere, Dio non voglia?» Alzò le spalle. «Eh? Il più furbo della città non ero io di sicuro! Ma è roba di vent'anni fa… avevo ancora i denti da latte. Ah, quel poco di buono che mi è capitato nella vita non ho mai potuto godermelo in santa pace!» Il libro Com'era 50 anni fa... Uscì negli Usa nel 1959: conteneva un racconto lungo e 5 short-story Due brani a confronto «E Hannah Schreiber?». Sorrise, mostrandomi qualche dente d'oro. – Che razza di nome, eh? Era solo una bambina, ma aveva un nome da vecchia, nella stanza mi disse che credeva nell'amore orale. Sento ancora la sua voce: Leo Patimkin, io credo nell'amore orale. Non capivo cosa diavolo intendesse. Immaginai che fosse una di quei seguaci dello scientismo o di una setta o chissà cosa. Così dissi: Ma… e i soldati, i ragazzi che si recano oltremare che, Dio non voglia, potrebbero lasciarci la pelle? – Alzò le spalle. – Non ero il ragazzo più sveglio del mondo. Ma parliamo di quasi vent'anni fa, quando ero ancora un pivello. Ti dirò, ogni tanto mia moglie… sa, mi fa quello che fece Hanna Schreiber. Non mi piace costringerla, sgobba sodo. Per lei questo è come un taxi per me. Non vorrei mai costringerla. Ricordo bene ogni volta, scommetto. Una volta dopo Seder, mia madre era ancora viva, riposi in pace. Mia moglie era piena fin qui di Mogen David (un vino rosso, ndt). Veramente, due volte dopo due Seder. Aachhh! Quel po' di buono che mi è capitato nella vita posso contarlo sulle dita! MARIA SERENA PALIERI Il culto dell'abbondanza della famiglia Patimkin arricchitasi coi lavelli ...E com'è quella di oggi spalieri@tin.it La storia Ecco un esempio della «censura preventiva» della prima traduzione italiana di «Goobye, Columbus», il romanzo d'esordio di Philip Roth, affidata a Elsa Pelitti («Addio Columbus» edito da Bompiani nel 1960). Qui sotto un brano della prima versione a confronto con la nuova traduzione di Vincenzo Mantovani (in «Goodbye, Columbus», pagine 247, euro 19,50, Einaudi). Il brano è tratto dalla pagina in cui Leo, ubriaco, racconta il segreto del suo matrimonio, la fellatio a cui acconsente la moglie. Piero Manzoni Il libro DomaniaMilano(ore18,MuseodelNovecento) laFondazionePieroManzonipresenta «Manzoni: Azimut» a cura di Francesca Pola (ed. Gagosian Gallery). Il volume raccoglie documenti, testie immaginiancheinediti. InterverrannoElenaManzonidiChioscaeRosalia PasqualinodiMarineo,FlaminioGualdoni,CarlosBasualdo,BettinaDellaCasa,UlianoLucas. 37 DOMENICA 18 MARZO 2012
to contrastare l'espansione della politica turca in Somalia mirando a gestire il fondo dei donatori per la Somalia» afferma il professor Hersi Mohamed Hilole, presidente di Alu Sunna Wal-Jamaaca, organizzazione multiregionale e multiclanica moderata, dotata di regole elettive e di una struttura militare autonoma di 2mila uomini che combatte gli Shabab, tra gli attori locali più rappresentativi invitati alla conferenza di Londra. In effetti la Turchia provvede ormai direttamente a gestire i fondi destinati alla ricostruzione della Somalia ed alle proprie iniziative umanitarie nel Paese così come, d'ora in avanti, provvederanno all'intervento diretto in Corno d'Africa i paesi donatori aderenti al Joint Financial Management Board. L'appuntamento di Londra ha rischiato di evaporare prima dell'avvio quando le autorità inglesi hanno negato il visto a Sheick Sharif Hassan motivando il diniego con la sfiducia contro di lui votata dalla maggioranza dei deputati somali. Al suo fianco si è schierato l'altro sceicco, Sharif Ahmed, Presidente di transizione della Repubblica somala, minacciando il ritiro della delegazione delle istituzioni transitorie. Il compromesso si è attestato sull'arrivo a Londra di Sharif Hassan all'ultimo momento e senza prendere la parola. A Londra si è innanzi tutto affermato il principio che alla Somalia debbano pensare i somali e che il ruolo della comunità internazionale debba essere quello di facilitarne lo sviluppo. La conferenza ha posto al centro del dibattito i problemi della sicurezza, maggiore causa dell'instabilità, esprimendosi vivo apprezzamento per la recente decisione dell'Onu e dell'Unione Africana di aumentare da 13.000 (effettivi 9.000) a 17.500 uomini le truppe internazionali di Amisom, attualmente in gran parte ugandesi. Nel frattempo dovrà incrementarsi l'addestramento di polizia ed esercito somali per contrastare più efficacemente pirati e terroristi. Dopo la conferenza, le truppe kenyote che hanno invaso la Somalia il 16 ottobre scorso hanno deciso di confluire nel contingente Amisom gestito dall'Unione africana. Il portavoce delle Forze armate kenyote, maggiore Emmanuel Chirchir, ha detto da Nairobi che l'assorbimento - ulteriore passaggio verso un ritorno alla legalità sarà messo in atto «entro la settimana». Altro passaggio: le truppe etiopi, che pure avevano sconfinato a caccia di Shabab, dopo aver «liberato» la città portuale di Baidoa, stanno preparandosi al ritiro che dovrebbe avvenire entro fine aprile. E il ministro della Difesa somalo Hussein Arab Isse ha rivelato a l'Unità che «entro trenta giorni, verrà liberata anche Kismayo». Il problema dei ritardi nei pagamenti delle truppe, a quanto pare, «è stato risolto». Anche se i soldati somali continuano a venir pagati 175 dollari al mese di cui 75 per vitto, alloggio e cure, contro i 1.200 dollari mensili delle truppe africane dell'Amisom. Sul piano politico a Londra è stata detta la parola fine alla governance di transizione dando spazio al progetto di istituzioni più rappresentative e più capaci di agevolare la pacificazione. Da subito si convocherà un'Assemblea Costituente i cui risultati verranno discussi nella prossima conferenza di Istanbul a giugno. Poi ci sarà una votazione. Il primo ministro del governo di transizione Abdiweli Ali Mohamed ha confermato a l'Unità che «il 30% dei 1.000 grandi elettori delle prossime istituzioni verrà dal mondo femminile e anche all'interno del nuovo parlamento ci sarà il 30% di donne». La sua fuga è finita ieri. Abdallah al-Senussi, ex capo dell'intelligence di Muammar Gheddafi e ricercato dalla Corte penale internazionale, è stato arrestato all'aeroporto di Nouakchott, in Mauritania. Senussi arrivava da Casablanca con un volo di linea e aveva un passaporto maliano falsificato. INGABBIATO La Francia si appresta «già nelle prossime ore» a chiedere l'estradizione di Senussi, per il ruolo svolto nell'attentato del 1989 su un volo di linea che costò la vita a 170 persone, tra le quali 54 francesi. Lo afferma un comunicato della presidenza francese. Senussi è stato condannato in contumacia all'ergastolo per l'attentato sul volo della compagnia francese UTA 772, sulla rotta Brazzaville-Parigi. Anche il governo libico ha chiesto l'estradizione dell'ex capo dell'intelligence di Gheddafi. «Le autorità libiche hanno cominciato a contattare la controparte mauritana per chiedere l'estradizione di Abdallah Senussi», comunica il portavoce del governo libico di transizione, Salah Al-Manaa, durante una conferenza stampa. «Il governo libico è pronto a ricevere Abdallah al-Senussi, a rinchiuderlo in una prigione e a processarlo in modo equo», ha aggiunto. Feroce componente, insieme a Gheddafi e suo figlio Saif al-Islam, di quello che passerà alla storia come «il triumvirato del terrore» del regime del rais, anche Abdallah al- Senussi ha terminato la sua fuga. Arrestato ieri a Nouakchott dai servizi mauritani, su di lui si sono puntati i riflettori di molti osservatori internazionali che lo hanno indicato come il «mentore» delle azioni più spietate del Colonnello, come colui che lo ha spinto ad intervenire con la forza, incitandolo alla repressione. E sua sarebbe stata - sempre secondo alcuni analisti - l'idea di reclutare mercenari stranieri. Sposato con la sorella della moglie di Muammar Gheddafi e a capo dell'Organizzazione per la sicurezza esterna della Libia - i famigerati servizi segreti della Jamahiriya - Senussi in passato è stato anche indicato quale responsabile del tristemente noto «massacro di Abu Salim», la prigione dove - era il 1996 - vennero assassinati oltre un migliaia di prigionieri Il nome di Senussi, 62 anni, è comparso anche tra quelli degli organizzatori della strage di Lockerbie, per il quale è stato condannato al Megrahi. E su di lui - così come per Gheddafi e Saif al-Islam - pende un mandato di arresto internazionale spiccato dal Cpi dell'Aja con l'accusa di crimini contro l'umanità. Senussi avrebbe svolto - è la tesi della Cpi - un ruolo «cruciale» nell'attuazione di un piano concepito da Gheddafi e suo figlio, Saif al-Islam, per reprimere la rivolta popolare in Libia. Su di lui pesa l'incriminazione di omicidio e persecuzione di centinaia si civili, soprattutto nella fase iniziale della rivolta, a febbraio, a Bengasi. Nato nel 1949 in Sudan, Senussi negli anni ‘80 è stato responsabile per la sicurezza interna della Libia, in un'epoca in cui molti oppositori del regime di Gheddafi sono stati uccisi. Per poi occuparsi di intelligence. Foto AP Photo/Ben Curtis L'anziano inviato Onu Agostino Mahiga Molte voci contro di lui Arrestato al-Senussi Era il capo dei «sicari» di Gheddafi Finisce in Mauritania la fuga di Abdallah al-Senussi, ex capo dell'intelligence di Muammar Gheddafi. Arrestato ieri, ricercato dalla Corte penale dell'Aja. Sia la Francia e sia Tripoli chiedono la sua estradizione. UMBERTO DE GIOVANNANGELI Mille grandi elettori Ad agosto sceglieranno il nuovo governo dotato di maggiori fondi Passato di terrore Tra le accuse, quella di aver attentato a un aereo di linea francese L'ambasciatore stonato Muore il papa dei copti ÈmortoilpapacoptoShenoudaIIIdiAlessandria.LoriferiscealArabiya.Aveva89anni e di recente era stato protagonista del processo di pacificazione religiosa in Egitto. I copti sono una minoranza cristiana che rappresenta circa il 10% della popolazione che conta 85 milionidipersone. ShenoudaIIIdal1971era il117esimopatriarcadellachiesaortodossacopta. 33 DOMENICA 18 MARZO 2012
Foto Lapresse COSIMO CITO Dopo Goss, bis australiano Simon Gerrans a braccia alzate sotto il traguardo di Sanremo. Dietro di lui Cancellara e Nibali C i hanno messo cent'anni gli australianiper capire la Sanre-mo, per appassionar-si alle sue curve, allesue insidie, ai suoi colori e ai suoi rischi pazzeschi, per capire e amare la bicicletta, il ciclismo. Da un paio d'anni le cose importanti le vincono tutte loro. E un anno dopo il semi-sconosciuto velocista Matthew Goss, è Simon Gerrans, più furbo di Cancellara e più veloce di Nibali, ad alzare le braccia in riva al mare. Non è un ragazzino Gerrans, ha 32 anni e ha già vinto tappe a Giro, Tour e Vuelta. Tra Down Under e Parigi-Nizza si era già proposto parecchio in questo inizio di stagione. Non era tra i favoriti, ma come spiegare il mistero senza fine bello della Sanremo, una corsa facilissima eppure vietata a molti, aperta solo a chi ha dentro la scintilla, lo shining, l'occhio. Gerrans l'ha avuto sul Poggio. Non c'è stata volata di gruppo stavolta perché in tre non l'hanno voluta, Cancellara, Nibali e l'australiano sornione. Il lavoro l'ha fatto la Liquigas, dominando la corsa dall'inizio. Sulle Mànie il primo scossone di un immenso Agnoli, e lì in tanti restano secchi, soprattutto Cavendish, che si pianta, non va avanti e sacrifica quasi interamente la Sky per cercare di tornare dentro. Non ci riuscirà, perché il ritmo degli altri davanti è fortissimo. Nuova accelerazione sulla Cipressa, i rapporti di forza sono stabiliti, è Liquigas contro Katusha, Nibali contro Freire, e poi ci sono gli altri, ognuno per sè. Arriva il Poggio, Agnoli dà la prima botta, e nel punto più duro tocca a Nibali. Per un attimo è il vuoto, un secondo dopo Cancellara gli è sotto. Porta sulle spalle però la zavorra Gerrans, una zavorra che alla fine sarà pesantissima. Se ne vanno in tre, fanno fatica dietro ad organizzarsi, Sagan rompe i cambi e non c'è una squadra in grado di condurre le danze. Fino ai 100 metri il lavoro lo fa tutto Cancellara, un lavoro incredibile e insensato, perché prepara inesorabilmente la volata di Gerrans. Nibali non ne ha più e nemmeno ci prova. L'australiano esce dall'ombra di Cancellara ai 75 e alza le braccia. Non ha tirato un metro e non è mai scattato. Una vittoria d'astuzia, la prima grande vittoria della GreenEdge, neonata formazione made in Australia arrivata sul pianeta ciclismo con qualche idea innovativa, pulizia assoluta, gestione sapiente dei corridori, un codice etico interno rigorosissimo. Tanti italiani nei 10, ben 5, ma tutti dal terzo posto in giù. Il terzo è Nibali, col suo rimpianto grande: «Volevo arrivare da solo» dice lo Squalo, ma una volta capito che non sarebbe accaduto probabilmente avrebbe dovuto attendere Sagan e il gruppo dietro. Lo slovacco è quarto, a 3”, primo di un gruppo densissimo, dentro il quale c'è anche Goss, 15˚. Si rivede Pozzato, sesto e, come sempre, assai polemico: «Non ho capito la tattica della Liquigas». Prova a spiegarla Nibali, che sperava «in un rallentamento per rilanciare l'azione». Più di tutti l'avrebbe meritata Cancellara: «quando ho visto che il gruppo stava rientrando ho rischiato e ho deciso di andare fino in fondo, anche se sapevo che Gerrans mi avrebbe saltato facilmente alla fine. Ho finito con l'acido lattico sulla punta delle orecchie». E alla fine, invece, la Sanremo l'ha sgraffignata un uomo capace di vincere in pista, in volata, in salita - a Pratonevoso, al Tour 2008 e sul San Luca, sopra Bologna al Giro 2009 -, capace di andare forte dovunque e sempre. Un uomo completo e un gran furbone, un nome giusto e degno per la Classicissima. Il rimpianto dello Squalo È SEMPRE AUSTRALIA GERRANS SORPRENDE NIBALI E CANCELLARA Milano-Sanremo Fuga a tre in cima al Poggio poi la volata sul lungomare l'«aussie» gioca d'anticipo e beffa gli altri fuggitivi. Cavendish in ritardo «Volevo arrivare da solo speravo di riuscire a rilanciare l'azione» www.unita.it Sport 45DOMENICA18 MARZO2012
Lo scrittore da giovane Philip Roth in una foto degli anni Sessanta Goodbye Columbus Il romanzo d'esordio dello scrittore americano ritradotto ora da Einaudi rivela che la prima traduzione italiana del 1960 aveva «tagliato» le pagine scabrose PHILIP ROTH E IL SESSO CENSURATO www.unita.it Philip Roth ha vinto il Premio Pulitzer nel 1997 per «Pastorale americana». Nel 1998 ha ricevuto la National Medal of Arts alla Casa Bianca, e nel 2002 il piú alto riconoscimento dell'American Academy of Arts and Letters, la Gold Medal. Ha vinto due volte il National Book Award e il National Book Critics Circle Award, e tre volte il Pen/Faulkner Award. Nel 2005 «Il complotto contro l'America» ha ricevuto il premio della Society of American Historians. Ha ricevuto i due piú prestigiosi premi Pen: il Nabokov Award del 2006 e il Saul Bellow Award for Achievement in American Fiction. Roth è l'unico scrittore americano vivente la cui opera viene pubblicata in forma completa e definitiva dalla Library of America. Tutti i premi dell'autore Culture36 DOMENICA18 MARZO2012
La «difficoltà» di parlare «grigiamente» dopo l'effervescente, commosso e colto intervento di Roberto Benigni, il Presidente della Repubblica l'ha immediatamente superata. E nell'occasione della cerimonia conclusiva per le celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia, ha voluto fare il bilancio di un anno trascorso intensamente, in cui tutto il Paese è rimasto coinvolto, in cui c'è stato «un risveglio di coscienza unitaria e nazionale» che cresce grazie «al lievito di una nuova consapevolezza e responsabilità condivisa». Ma Napolitano ha anche voluto dare una lettura dell'attuale situazione istituzionale e politica, contraddistinta da un governo «formatosi fuori degli schemi ordinari» quattro mesi fa che sta «portando avanti un'azione tutt'altro che indolore» per superare la cruda crisi economica raggiungendo «risultati di innegabile rilievo» e sta conquistando «un capitale di fiducia» a livello internazionale che «è rimedio sovrano di fronte agli attacchi speculativi». E caratterizzata da partiti, rappresentanti di un'Italia «matura» richiamati a «moralità e trasparenza», che davanti all'avvertita «stanchezza dell'opinione pubblica e dell'elettorato per il perpetuarsi di una conflittualità esasperata e paralizzante in momenti di evidente emergenza» hanno fatto il «massimo sforzo di avvicinamento e convergenza nell'interesse comune». C'è stato senso di responsabilità da parte di «forze già al governo e già all'opposizione nel rendere possibili la formazione e le scelte urgenti di un esecutivo estraneo ad entrambi gli schieramenti politici». È avvenuto nel segno del recupero «della grande lezione dell'Assemblea Costituente e della strada maestra della Costituzione». Quella data in questi mesi è stata «una prova della vitalità di un assetto costituzionale e di un patrimonio di concreta e ricca esperienza costituzionale, capace di suggerire e garantire in modo non traumatico un passaggio tra i più delicati e inediti». GLI IMPEGNI DA RISPETTARE Ma questi risultati «superiori a pure possibili previsioni positive sono tutti da consolidare e integrare». Con la definizione e l'applicazione rigorosa dei provvedimenti ancora all'esame del Parlamento, con l'impegno a da condurre a termine del contenimento della spesa pubblica, con un risanamento finanziario che deve essere integrato con le misure per la crescita «al momento solo avviate in sede nazionale e annunciate in sede europea». L'invito alle forze politiche «responsabili» è a tener conto «dell'assoluta necessità di continuare senza cadute e regressioni nel cammino intrapreso», a garantire «la continuità di scelte di governo e parlamentari che stanno palesemente giovando alla causa della salvezza e al prestigio dell'Italia». Impegnarsi su questo «non significa la mortificazione della politica ma contribuisce a rivalutarla, a riaccreditarla nella sua missione più autentica di espressione dell'interesse generale». Le forze più rappresentative sono chiamate dunque a dimostrare «di saper varare riforme istituzionali condivise, già per troppo tempo eluse» e di tendere «a garantire nel futuro comportamenti trasparenti sul piano della moralità, nonché più alti livelli di qualità nelle rappresentanze istituzionali e di governo». In un impegno collettivo per il bene del Paese non c'è mai un «pericolo di svalutazione o marginalizzazione della politica». E, andando ad un orizzonte più ampio, «non c'è alcuna cessione di sovranità da parte del nostro e degli altri Stati nazionali a favore dell'Unione europea, cessioni che furono l'idea chiave del progetto di integrazione lanciato a Parigi 62 anni fa» come qualcuno ha pure ipotizzato. Non ha ragione di esistere un timore in tal senso. Nel superare «gli steccati ormai asfittici dei sistemi nazionali» si può dare risposta ad una «necessità oggettiva» che è quella «dell'integrazione». L'INTERVENTO ARRIVA DAL «BASSO» LA SPINTA ALL'UNITÀ D'ITALIA Graziano Delrio Nel 2011 le città sono state non le quinte di una celebrazione, ma le protagoniste attive di quella miriade di iniziative che hanno qualificato un Centocinquantenario nel quale non tutti credevano con la stessa convinzione. C'era infatti l'idea, in qualcuno, che si dovesse decidere se Torino o Roma avessero titolo per intestarsi il grosso di una festa fatta in economia: ma quello che è accaduto è che, in ogni dove, è stata inventata una festa, parlata con i mille accenti della lingua italiana, nei Comuni grandi e piccoli, negli scenari e nelle geografie mutevoli del nostro bellissimo Paese. (...) I sindaci sanno che senza la paziente tenacia dei due Presidenti del Comitato dei garanti - il Presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi e il Presidente Giuliano Amato - sarebbe stato difficile fare di questi fili un tessuto... Questo ha connotato il Centocinquantenario: non una festa localizzata ma una festa delle città e dei cittadini. Le nostre città, infatti, continuano ad essere il luogo dove la cittadinanza non è un documento, ma una realtà vissuta. (....) ROMA Cerimonia conclusiva al Quirinale delle celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia. La storia, l'attualità e il futuro figlio di un passato di cui essere orgogliosi. Con le autorità il mondo della cultura e Roberto Benigni. MARCELLA CIARNELLI Primo Piano Napolitano chiede alla politica «moralità e trasparenza» p L'appello del Capo dello Stato a chiusura delle celebrazioni per i 150 anni pApprezzamento per l'opera del governo resa possibile dalle forze politiche Politica e istituzioni 12 DOMENICA 18 MARZO 2012
Conferenza nazionale sullaGiustizia. Camera dei Deputati Auletta dei Gruppi Parlamentari Via di Campo Marzio 78 Roma Venerdì 30 marzo 2012 ore 9.30-18.30 Per informazioni potete contattare il numero 06-67547926 forum.giustizia@partitodemocratico.it Conclude Pier Luigi BERSANI Introduce Andrea Orlando Per partecipare alla Conferenza è necessario accreditarsi. Per gli uomini è d'obbligo la giacca. Un salvacondotto per Silvio Berlusconi forse no. Anche se gli assomiglia tanto. Certo il problema esiste. Ed é grosso come una casa. Perché se é vero, come è vero, che nel vertice di giovedì sera a palazzo Chigi è stato deciso di riscrivere e cancellare il reato di concussione, uno dei punti qualificanti dell'accordo sulla giustizia, é altrettanto vero che proprio per quel reato l'ex premier é sotto processo a Milano per aver abusato del suo ruolo costringendo i funzionari della questura a liberare la minorenne Ruby vittima, sempre secondo l'accusa, di sfruttamento della prostituzione. E secondo una logica di causa ed effetto, cancellando o modificando la fattispecie di reato della concussione, é chiaro che di quel processo, l'unico che ancora preoccupa il Cavaliere, resterà poco o nulla. L'ombra del pateracchio sta angustiando il Pd che si ritrova, suo malgrado ma non a sua insaputa, nella sgradevole situazione di dover ammettere che in effetti siamo davanti al rischio di veder saltare il processo Ruby in nome delle richieste che ci arrivano dall'Europa. Nello stupefacente (nessuno ci avrebbe scommesso un centesimo) accordo sulla giustizia il governo ha vinto su tutta la linea. Concedendo ad ogni parte una sua bandiera, al Pdl le intercettazioni, al Pd le nuove norme sulla corruzione, alla magistratura - convitato di pietra dell'accordo - la promessa che non ci sarà una responsabilità civile diretta per i giudici (la norma Pini, già approvata dalla Camera, che condanna i giudici a risarcire i danni in sede civile se sbagliano, sarà corretta al SenaCLAUDIA FUSANI Primo Piano È polemica sulla concussione Il Pd: nessun colpo di spugna È polemica sui temi della giustizia all'indomani del vertice a Palazzo Chigi. La cancellazione del reato di concussione favorirebbe Berlusconi nel processo Ruby, ma il Pd replica: «La norma va solo riscritta». ROMA p La cancellazione del reato consentirebbe a Berlusconi di uscire indenne dal Ruby-gate p Ferranti: «Nessun pateracchio, vigileremo perché la nuova norma sgombri ogni sospetto» Politica e giustizia 16 DOMENICA 18 MARZO 2012
Andrew Bird Break it yourself Bella Union **** BIRD UN FOLK CHE VIENE DAL CUORE Limpido e lirico il nuovo album in cui il «nipote» di Bob Dylan parla delle proprie pene d'amore Matthew Bourne Montauk Variations Leaf *** Stefano Bollani Volare Incipit *** Confusional Quartet Italia Calibro X AnsaldiRecords ** Musica Matthew Bourne Con questo disco il jazzista, improvvisatore radicale inglese ha tirato il freno a mano dandopienalibertàalsuolatocompositivo più lirico. Musica da camera contemporanea neo-romantica, meditativa ma non soporifera, per solo pianoforte o violoncello. Tanto creativa e minuziosamente elaborata quanto immediatamente godibile. P.S. Stefano Bollani Bollani (pianoforte), Ares Tavolazzi (basso) e Walter Paoli (batteria), per una registrazione del 2002 con Venus Records e finora disponibile solo in giappone. Facile e ammiccante con la sua rilettura in jazz della storia musicale italiana, da Volare a Tenco e Conte, passando per Napoli, per finire con Puccini. P.O. Confusional Quartet Dopo circa 30 anni il quartetto originale si riforma quasi per scherzo e pubblica un discocontuttibraniinediti.Laricettaèsemprelastessa:giocosanewwavestrumentale con ripetuti innesti di bizzarro pop elettronico e rumori intonati futuristi. Nel 1980 erano all'avanguardia, oggi suonano decisamente più «normali». P.S. www.unita.it A ndrew Bird è un folk-singer. Di quelli ap-partenenti ad unanuova generazione.Sono nipoti di BobDylan, hanno imparato la lezione a menadito, ma sono nati e cresciuti in tempi diversi, tempi in cui la strada era spianata, così spianata da non intravedere più neppure un obbiettivo. Andrew Bird e i folksinger coevi, virtuosi figli degli anni Sessanta e Settanta, hanno declinato tutta la loro creatività al singolare, cercando una motivazione in se stessi piuttosto che in una collettività satolla e sfilacciata. Bird, Sufjan Stevens, Bon Iver, ma anche Bonnie Prince Billy e tutti gli altri cantautori di cosiddetto (almeno così si definiscono) «alt-folk», cioè «folk alternativo», fanno parte di quel gruppo enorme di autori straordinariamente apprezzati da un pubblico di nicchia che parla a sé e per sé. Un peccato? Sia mai! Questa è comunque arte. L'attualità, la politica, la rabbia sociale, sono cose che lambiscono solo marginalmente i loro testi, e mentre Springsteen fa un disco dove si lancia contro i banchieri e la crisi sociale, uno come Bird si rinchiude in un capannone abbandonato e scrive un disco sulle proprie pene d'amore. Break It Yourself, album lirico, limpido ed emozionante, esempio perfetto di come stare al mondo rimanendo nel proprio piccolo mondo. Colto ma volutamente naif, Bird esce da un grande successo precedente, quel disco Noble Beast dove narrava la nobiltà dell'essere animale rispetto alla bestialità di essere uomo: «Per scrivere il nuovo disco mi sono rifugiato in un fienile in Illinois, un posto lontano da tutto, avevamo un amico che veniva a cucinare per noi, le finestre aperte, mangiavamo fuori, bellissimo». Eppure lei non è slegato dalla vita metropolitana, ha appena fatto una performance al Guggenheim... «Sì, un concerto nell'atrio, quello con la grande spirale. Ho chiamato Schneller, l'artista di Chicago che costruisce grandi casse amplificate a forma di grammofono attraverso le quali si suona. Ce n'erano circa 50 messe come fossero dei fiori e sparse nell'atrio del museo». Ha fatto già dodici dischi, lavorato per colonne sonore, viene da studi di violino, come l'ha influenzata l'educazione accademica? «In realtà non sono stato uno studente modello. Al mio insegnante non farebbe piacere saperlo, ma mi considero un autodidatta. Ho imparato ad orecchio. Un po' come se la musica classica per me fosse musica folk. Non sono mai stato a mio agio nella “cultura” della classica, ma con quelle melodie ci sono cresciuto, sono le mie radici. Il modo in cui scrivo musica è molto libero e improvvisato, lontano dalla musica classica. Ma ho la tecnica, questo sì, e la do per scontata. Non mi piace la rigidità ritmica della musica classica». Come si rinnova il folk americano? «Non credo che debba necessariamente suonare “folk” nel senso di acustico. Bob Dylan ce l'ha insegnato. E non devi essere fedele ad una tradizione, quello va bene per il museo. Per me si tratta di scrivere canzoni nuove e interessanti». Cosa può dirci dei testi delle canzoni del nuovo disco? «Il disco si occupa dei problemi dell'essere umano più dei precedenti. Delle difficoltà che incontriamo nell'essere indipendenti, autonomi senza spezzarsi il cuore». SILVIA BOSCHERO GLI ALTRI DISCHI Musica «da camera» Riletture jazzGiocosa new wave 42 DOMENICA 18 MARZO 2012
PARMA VINCENZO RICCIARELLI C i sarà pure il Barcello-na nella testa del Mi-lan, ma a Parma Alle-gri e i suoi saltano unaltro ostacolo nellavolata che porta allo scudetto mettendo in cascina la decima vittoria lontano da San Siro e inaugurando nel migliore dei modi la corsa in apnea che li porterà fino a metà aprile (9 partite in un mese). Certo, l'infermeria è ancora piena come il metrò nelle ore di punta, ma fin quando Allegri potrà contare sulle magie di Ibrahimovic non c'è molto da preoccuparsi. Anche perché accanto a lui, in assenza di Robinho, Emanuelson sembra imprendibile piazzato alle spalle delle punte dopo un lungo peregrinare nei ruoli rimasti scoperti a causa degli infortuni. E se lo svedese apre la partita trasformando il calcio di rigore dell'1-0 è proprio l'olandese a chiuderla dribblando Mirante alla fine di un coast to coast da spellarsi le mani. Due gol che spengono il Parma ricacciandolo indietro ai limiti della zona retrocessione. Gli uomini di Donadoni ci provano, Giovinco e Biabiany si dannano l'anima anche per Floccari, ma la spinta dei ducali si fa apprezzare davvero soltanto nei quindici minuti iniziali dei due tempi e senza creare mai seri pericoli ad Abbiati. Così, dopo i tentativi da fuori di Mariga, Giovinco e Valdes, è Ibrahimovic a sbloccare la partita dopo 17' trasformando il calcio di rigore concesso da Banti per la “parata” di Zaccardo su tiro di Emanuelson. Lo svedese segna il gol numero 20, giganteggia e serve assist a tutti confermandosi ancora una volta il faro di questo Milan, l'uomo in più nella volata scudetto contro una Juventus a corto di reti e alla disperata ricerca di una risorsa così, in grado di aprire e chiudere le partite anche quando le cose non girano. Il Milan, invece, corre sui gol dello svedese anche se l'impressione, in fin dei conti, è che i rossoneri abbiano saputo cambiare marcia proprio quando sono rimasti orfani di Ibra, fermato per 3 giornate dalla squalifica rimediata per lo schiaffo ad Aronica in Milan-Napoli. Senza lo svedese, infatti, il MIlan ha vinto ad Udine e Cesena per pareggiare poi (in mezzo alle polemiche per il gol fantasma di Muntari) con la Juventus a San Siro. Un allungo, proseguito con il rientro di Ibra e i suoi gol al Lecce e poi al Parma, che è valso la testa della classifica in solitaria anche grazie alle frenate della Juventus. BERLUSCONI IN TRIBUNA E ora che è in fuga, il Milan vuole restarci fino alla fine. Quella di Parma era una gara complicata, aveva spiegato Allegri alla vigilia, ma alla fine la pratica è stata risolta senza grandi affanni. Merito anche della grande serata di Urby Emanuelson, capace di divorarsi i gol facil, come quello sbagliato mettendo alta la respinta di Mirante su una punizione di Ibrahimovic, e di estrarre poi dal cilindro una corsa di cinquanta metri saltando i difensori del Parma come birilli e mettendo in rete dopo aver dribblato anche il portiere emiliano. Un raddoppio che anche lo svedese, in chiusura di primo tempo, aveva fallito in maniera goffa facendosi ipnotizzare da Mirante completamente solo dopo uno svarione della difesa ducale. Non andava meglio a El Shaarawi, fermato dal palo esterno in chiusura di primo tempo. Un legno che faceva il pari con la traversa colpita di testa da Thiago Silva che rischiava l'autogol nel tentativo di sbrogliare una situazione complicata nell'area di Abbiati. Il mezzo pasticcio del brasiliano resta l'unica vera occasione costruita (si fa per dire) dal Parma in tutta la gara, anche se al rientro dagli spogliatoi gli uomini di Donadoni cercano il forcing e per un quarto d'ora chiudono il Milan nella propria metà campo. Corsa e cuore, però, non bastano e alla prima disattenzione Emanuelson in contropiede segna il 2-0 che chiude di fatto la partita e fa sorridere Silvio Berlusconi, tornato in trasferta con la squadra dopo un'assenza lunga anni. Nel recupero Floccari colpisce la traversa, ma la notizia più bella è il rientro in campo di Gattuso. Il Milan fra due giorni vola Torino per la gara di ritorno della Coppa Italia contro la Juventus. Altre scintille in arrivo? Foto Lapresse IL MILAN NON SI FERMA NEANCHE A PARMA Il coast to coast Emanuelson batte Mirante per il 2-0 finale Al Tardini finisce 2-0 Ibrahimovic sblocca la gara su rigore, splendido il gol del raddoppio di Emanuelson. Gattuso in campo dopo mesi PARMA 0 Foto Lapresse Sport ROMA Battendo per 13-6 la Scozia all'Olimpico, davanti a 73mila spettatori, l'Italia del rugby ha vinto l'ultima partita del torneo “6 Nazioni” evitando così il cucchiaio di legno. Il torneo è andato al Galles che ieri ha sconfitto la Francia per 16-9. I gallesi hanno vinto anche il Grande Slam avendo battuto tutte le avversarie. Rugby, l'Italia vince l'altro «6 Nazioni» PARMA: Mirante, Zaccardo, Paletta, Lucarelli, Jonathan,Morrone(28' stOkaka), Valdes, Mariga (26' pt Musacci), Biabiany (18' st Valiani), Giovinco, Floccari. MILAN: Abbiati,Zambrotta, Bonera, Thiago Silva, Antonini, Nocerino, Ambrosini, Muntari (46' st Gattuso), Emanuelson (41' st Aquilani), El Shaarawy (32' st Maxi Lopez), Ibrahimovic. ARBITRO: Banti di Livorno RETI: pt 17' Ibrahimovic (rig), st 9' Emanuelson. NOTE: angoli 8-1 per il Parma. Recupero 3' e 3'. Ammoniti:Zaccardo,Muntari, PalettaeAntonini. MILAN 2 46 DOMENICA 18 MARZO 2012
tratterebbe del secondo mandato e risulterebbe il candidato in pectore per la vicepresidenza della banca. La quarta poltrona andrà ad un esponente di area Pdl, probabilmente una donna (ma di nomi non ne sono circolati). Infine due poltrone per sei, le più complicate da definire, perché si tratta di miscelare le due anime del Pd locale. In pole position l'ex sindacalista Cgil Fabio Borghi, dato in rimonta (per lui sarebbe il quarto mandato), Graziano Costantini, manager del gruppo Etruria (per lui sarebbe il secondo mandato), Ernesto Rabizzi, attuale vicepresidente della banca (al terzo mandato). Infine Enrico Totaro, una potenziale new entry e fino all'estate 2011 responsabile area Toscana nord della banca. Ma in lizza ci sono anche due nuove entrate dell'ultim'ora: Graziano Battisti e Fulvio Mancuso. Se non si troverà la «quadra» nei delicati equilibri tra le due anime del Pd locale, quella ex Ds e quella ex Margherita, allora sarà di nuovo fumata nera. Ma i bene informati sostengono si tratti solo di un'ipotesi di scuola. Edoardo Caltagirone risulta intanto tra gli acquirenti di una delle quote di Mps messe in vendita dalla Fondazione. Stando ad indiscrezioni, il fratello di Francesco Gaetano Caltagirone avrebbe acquistato a titolo personale una partecipazione intorno allo 0,5% del Montepaschi, così come altri quattro imprenditori grandi clienti di Mps, di cui ancora non si conoscono i nomi. Va precisato che tra Francesco ed Edoardo Caltagirone non ci sono relazioni tra le rispettive attività imprenditoriali. Ieri fumata nera Riunione rinviata Certezza sul nome del presidente Foto di Alessandro Paris/Lapresse «Il prezzo a livello nazionale non ha ancora toccato i due euro». Le parole di Pietro DeSimone,direttoregeneraledell'Unionepetroliferahannoquasiilsaporedellanotizia.De Simone predica calma. «Due euro al litro di carburante va sottolineato che il dato è riferito, almeno in queste ultime ore, alle sole Marche». Lunedì 19 marzo h. 15.30 COME AFFRONTARE LA CRISI. DOVE C'È TURISMO, C'È LAVORO… Quali priorità per un nuovo Piano Strategico Nazionale Alassio (SV) Auditorium Roberto Baldassarre Piazza Airaldi e Durante 7 Partecipano: Armando Cirillo Roberta Milano Roberto Avogadro Rinaldo Agostini Franca Cappelluto Angelo Berlangeri Giovanna Risso Lunedì 26 Marzo h. 17.30 IL TURISMO TRA TRADIZIONE E PROSPETTIVE DI SVILUPPO Vico Equense (NA) Hotel Aequa Via Filangieri 46-48 Partecipano: Antonio Minguzzi Teresa Armato Armando Cirillo Sabato 31 marzo h. 15.00 TURISMO, LE PROPOSTE DEL PD San Miniato (PI) Casa Culturale Partecipano: Cinzia Romiti Vittorio Gabbanini Andrea Pieroni Dario Carmassi Pier Paolo Tognocchi Armando Cirillo Giacomo Gozzini Lunedì 16 aprile h. 21.00 GLI IMPEGNI DEL PD PER LA CRESCITA DEL TURISMO Seconda edizione Grottammare (AP) Sala Consiliare del Comune Partecipano: Luigi Merli Natalino Mori Antimo Di Francesco Palmiro Ucchielli Emiliano Mandozzi Pietro Colonnella Simone Splendiani Armando Cirillo Paolo Perazzoli Antonio Canzian Claudio Albonetti Giovedì 19 aprile h. 18.00 PIANO STRATEGICO NAZIONALE PER IL TURISMO Le proposte del PD Rapallo (GE) Gran Caffè Rapallo Lungomare V. Veneto Partecipano: Luca Garibaldi Armando Cirillo Marcello Massucco Antonella Cerchi Alessio Chiappe Sabato 21 aprile h. 10.00 QUALI TURISMI PER LA SARDEGNA Alghero (SS) Centro Congressi Quartè Sayàl Partecipano: Elisa Marchioni Armando Cirillo www.partitodemocratico.it www.youdem.tv Sabato 12 maggio ore 16.30 DAL TURISMO LAVORO E SVILUPPO PER L'UMBRIA Assisi (PG) Partecipano: Armando Cirillo Fabrizio Bracco Lamberto Bottini Dipartimento Economia e Lavoro Il Monte dei Paschi di Siena Benzina Up: non è a 2 euro 35 DOMENICA 18 MARZO 2012
«Siamo belli lontani dall'accordo». La sintesi della nuova giornata di trattativa sul lavoro, tra incontri informali separati e plenari in occasione del convegno organizzato da Confindustria a Milano, la fa Susanna Camusso. «Il confronto non sarà né semplice né breve», soprattutto non limitato all'articolo 18, è l'aggiunta della segretaria Cgil, e di certo non arriverà alla stretta finale martedì, quando il tavolo si riunirà per la convocazione ufficiale. Ci sono tutti: i leader sindacali, il presidente Monti, il ministro Elsa Fornero, e ovviamente la padrona di casa, la presidente dei confindustriali Emma Marcegaglia. Ma la giornata milanese parte male e finisce peggio, a iniziare dalla presa di posizione del governo, che sulla trattativa in generale e sull'articolo 18 in particolare alza il tiro, accogliendo le richieste di Confindustria (reintegro limitato ai licenziamenti discriminatori) e stringendo i tempi: «Chiuderemo la prossima settimana», sostiene Monti, aggiungendo che «tutti devono cedere qualcosa, ma sono convinto che le parti sociali supereranno le visioni particolari». Che il governo voglia proseguire spedito lo conferma anche l'arrivo del presidente della Commissione Ue José Manuel Barroso che, a fianco di Monti, parla di «riforma necessaria», auspicandola «audace». I PALETTI DELLE IMPRESE Il segretario Cisl Raffaele Bonanni si dice «molto preoccupato»: «Siamo agli opposti estremismi - spiega - Così l'articolo 18 diventa uno straccio da far volare davanti agli occhi degli europei. È un gioco al massacro, finirà con il governo che decide nel peggiore dei modi, com'è successo con le pensioni». Bonanni ce l'ha col governo, con le imprese, e pure con l'atteggiamento secondo lui troppo rigido della Cgil. Cui infatti lancia più d'una frecciata: «Senza mediazioni si consente solo al governo di cambiare unilateramente l'art.18. La Cisl lo vuole salvare, altri evidentemente preferiscono lavarsi le mani. Sarebbe un errore storico gravissimo». Chiara la risposta di Camusso: «Credo che la risposta utile, invece di continuare a dire che comunque bisogna fare un accordo, sarebbe costruire un'ipotesi contrattuale che tenga». L'accordo, LAURA MATTEUCCI Foto Lapresse Primo Piano Cgil, Cisl e Uil critici: così si allonta l'intesa sul mercato del lavoro Si allontana l'intesa sul lavoro. Il governo alza il tiro sull'art. 18. Camusso: «Non capisco se vogliono l'accordo». Per Bonanni il rischio è che finisca come con le pensioni, con l'esecutivo che decide da solo. MILANO p Incontri informali con Fornero e Monti. Il governo: subito le nuove norme sui licenziamenti p Camusso: troppe forzature. Bonanni polemico con lei. Fassina, Pd: «Basta battute» Convegno Cambia Italia di Confindustria. L'intervento di Susanna Camusso L'Italia e la crisi 6 DOMENICA 18 MARZO 2012
«Confindustria è pronta a firmare se la riforma sarà vera e profonda. Altrimenti sarà meglio non fare nessuna riforma, o per lo meno non ci sarà la nostra firma». Emma Marcegaglia si posiziona così alla vigilia della settimana decisiva per il mercato del lavoro. Il momento non è facile. Anzi. Il convegno del Centro studi di Confindustria a Milano è una tappa strategica senza precedenti: ci sono le liberalizzazioni in Parlamento (con la norma sulle commissioni che minaccia il credito alle imprese), c'è incombente la fase finale della trattativa sul lavoro, è in arrivo il direttivo di Viale dell'Astronomia che designerà il prossimo presidente. Insomma, per Marcegaglia è la conclusione di un percorso a ostacoli, denso di trappole. La presidente non nasconde l'emozione, salutando gli imprenditori e ripercorrendo i suoi 4 anni alla guida dell'associazione: anni «difficili e faticosi». «Gli uomini hanno deciso di chiamare una donna negli anni più difficili della storia», ironizza. Effettivamente la sua presidenza si è aperta con lo scoppio della bolla finanziaria, e rischiava di chiudersi con lo strappo della Fiat, uscita dall'associazione. Nel mezzo, però, ci sono altri eventi distintivi: l'intesa con i sindacati, l'unità con le altre associazioni imprenditoriali. E oggi il lavoro. Per Marcegaglia l'obiettivo della riforma del mercato del lavoro non è solo rispondere a indicazioni dell'Europa o della Bce, ma anche creare le condizioni perché l'Italia torni a crescere. «Dobbiamo accrescere la flessibilità buona - dichiara che non va burocratizzata o fatta costare di più». Pesa per i datori di lavoro (anche per Rete Imprese e Abi) l'indicazione del governo a far pagare più contributi per i contratti a termine. La presidente si appella alle direttive Ue, e si dichiara pronta a combattere la flessibilità cattiva. Neanche una parola, tuttavia, sulle finte partite Iva, tema su cui il giorno prima Raffaele Bonanni aveva chiesto un impegno esplicito. «Siamo alle battute finali - continua Marcegaglia - La riforma è importante per la creazione di nuova occupazione. Agli occhi degli italiani rappresenta la reale capacità del Paese al cambiamento. Confindustria è pronta a firmare, a patto che si mantenga la flessibilità e non aumentino i costi, che si cambino gli ammortizzatori affrontando anche in modo pragmatico le crisi in atto e le riconversioni». I nodi sono qui: nelle tipologie contrattuali, nei costi e nella flessibilità in uscita. Questo il perimetro segnato dagli imprenditori. I quali non escono dallo stallo: se le condizioni non saranno soddisfatte, il governo procederà da solo, senza la loro firma. Sembra quasi che si preferisce consegnare il cerino all'esecutivo. In ogni caso per gli industriali. IL COMMIATO Le conclusioni sono tutte dedicate alla «sua» Confindustria. Marcegaglia difende i suoi interventi sulle riforme, che «non sono ingerenze nella politica». Difende anche la dialettica interna all'associazione, con un riferimento obliquo alle ultime sferzate di Alberto Bombassei nella corsa alla presidenza contro Giorgio Squinzi. Un duello senza precedenti per l'associazione degli imprenditori. Non si sa se e quanto il direttivo si spaccherà sui due nomi, anche se l'ex presidente dei chimici appare in netto vantaggio. Marcegaglia non teme il confronto. «La libertà e la dialettica sono un valore», spiega. Ma il suo invito è quello di preservare l'unità. «Tenete conto che Confindustria è l'unica casa dell'impresa - dichiara - Vogliate bene a Confindustria, preservate la sua indipendenza e la sua forza». Come non pensare a Sergio Marchionne e ai suoi siluri nei confronti di Viale dell'Astronomia? B. DI G. Foto Lapresse monarca di Arcore. Anche in questo momento, mentre si chiude la presidenza di Emma Marcegaglia, le imprese potrebbero contribuire al cambiamento politico, culturale si potrebbe aggiungere, del Paese avviando qualche riflessione sulle proprie responsabilità di classe dirigente, sui rapporti con i partiti e il governo, sulla filosofia trionfante per anni della prevalenza degli interessi dell'impresa come condizione di crescita, di modernizzazione dell'Italia. Davvero? Ora che Confindustria si appresta a nominare un nuovo presidente potrebbe guardare a certe ambiguità del recente passato. La presidenza Marcegaglia ha accompagnato, solo con qualche flebile rimbrotto per gli eccessi dell'ex premier, il governo Berlusconi fino a pochi mesi dal decesso. C'è stata una Confindustria prima dell'accordo del 28 giugno dello scorso anno e un'altra dopo, più responsabile e coraggiosa, che ha dato un contributo decisivo all'avvio del nuovo corso, accogliendo la moral suasion del presidente della Repubblica sulle parti sociali. Il convegno di Milano aveva questo titolo: «Cambia Italia, riforme per la crescita». Bene, quante volte le assemblee di Confindustria hanno parlato di riforme e cambiamento? Perchè le imprese non sono state in grado di incidere, di arginare, di prevenire gli effetti della crisi, di proporre modelli di crescita competitivi ma socialmente equi? Perchè c'è uno spostamento crescente di interessi dal profitto industriale alla più tranquilla rendita finanziaria e immobiliare, perchè la Fiat se ne va e i Benetton si ritirano dalla Borsa privilegiando i settori “tariffati” rispetto al rischio industriale? Non può essere sempre colpa della Fiom o della casta. Marcegaglia attacca «Firmiamo solo se sarà riforma vera» L'ultimo intervento di Marcegaglia da presidente. «L'intesa sul lavoro? Confindustria è pronta a firmare a certe condizioni - dichiara - Se non saranno soddisfatte vorrà dire che si procederà senza il nostro consenso». MILANO Mario Monti salutato da Emma Marcegaglia Cig: + 49% in febbraio È record A febbraio le ore di cassa integrazione sono state quasi 82 milioni con una crescita del 49,1% su gennaio. Lo dice la Cgil precisando che nei primi 2 mesi dell'anno i lavoratori coinvolti nei processi di cassa sono stati 400.000 con un taglio del reddito per oltre 525 milioni di euro, pari a circa 1.300 euro per ogni singolo lavoratore. 9 DOMENICA 18 MARZO 2012
Sotto la volta del Cirque d'Hiver sventolano bandiere col nome di François Hollande ma gli applausi sono anche per gli altri leader delle forze progressiste, per questa sorta di gemellaggio europeista. Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani e quello della Spd Sigmar Gabriel sono arrivati a Parigi per sostenere la candidatura del leader socialista francese alle presidenziali di maggio, ma anche per firmare una piattaforma programmatica comune. A metterla a punto sono state la Fondazione europea per gli studi progressisti (Feps) e altre fondazioni vicine al Pd (Italianieuropei), al Ps (Jean Jaurès) e ai socialdemocratici tedeschi (Friedrich Ebert Stiftung). Ma i leader politici dei tre partiti hanno concordato sulla necessità di dare un seguito non solo di elaborazione a questa operazione. Hollande, Gabriel e Bersani hanno infatti deciso di continuare con l'elaborazione programmatica comune ma anche con la cooperazione rafforzata nelle istituzioni europee e con la pianificazione di altri appuntamenti di carattere elettorale che verranno organizzati la primavera del prossimo anno a Roma (prima delle elezioni politiche) e poi in autunno a Berlino (prima del voto in Germania). CAMBIARE VOLTO ALL'EUROPA «Nei prossimi diciotto mesi l'Europa può cambiare volto», dice aprendo i lavori Massimo D'Alema, che come presidente della Feps ha pianificato e lavorato per la riuscita di questa operazione. «Il problema non è l'Europa in sé, è questa Europa, guidata da governi conservatori con miopia ed egoismo». Che le prossime elezioni in Francia, Italia e Germania possono cambiare la direzione politica dell'Ue è un concetto che non sfugge a nessuno. Non sfugge a un britannico che aveva allentato i rapporti con le forze progressiste europee come David Miliband e che a sorpresa è venuto a Parigi per partecipare al seminario preparatorio alla conferenza di ieri, a un tedesco come Martin Schulz, a un bulgaro come Sergei Stanishev, a un austriaco come Hannes Swoboda o ai politici svedesi che hanno partecipato insieme agli altri a una cena in cui si è parlato dei prossimi mesi e in cui l'ottimismo sulla possibilità di un cambio di vento era piuttosto palpabile. IL PATTO DI STABILITÀ NON BASTA Insiste sulla necessità di aprire un nuovo ciclo nelle politiche europee anche Bersani. Una vittoria di Hollande è per il leader del Pd una prima conferma che c'è una strada alternativa a quella tracciata in questi anni dall'asse “Merkozy” e dai partiti conservatori al governo. «Soprattutto sarà la conferma che l'Europa più egoista e cinica sta chiudendo il suo ciclo». I quattromila parigini stipati nel Cirque d'Hiver esplodono in un applauso quando Bersani ricorda che l'ultimo anno «si è portato via il governo Berlusconi, anche grazie al Pd». Un discorso che riguarda l'Italia, che «è di nuovo un paese ascoltato», ma che riguarda anche i destini comunitari: «I progressisti mostrano la volontà che li unisce, aprire una nuova stagione della storia e della politica per l'Europa. Questo è il nostro tempo. I conservatori la loro chance l'hanno avuta. Hanno guidato a lungo le sorti dell'Europa, hanno seminato le loro idee e i loro valori. Ma la raccolta si è rivelata disastrosa». Con la Grecia a fare da simbolo del cinismo e del fallimento delle loro politiche. Tra i principali errori commessi dai governi guidati dalle forze di destra c'è per Bersani l'insistere esclusivamente su politiche di austerità. Anche il «Fiscal compact» fortemente voluto da Merkozy può rappresentare più una minaccia che un'opportunità per l'Europa. «Quel trattato non basta, non è sufficiente», dice Bersani tra gli applausi dei sostenitori di Hollande, che ha già annunciato l'intenzione di ridiscuterlo, nel caso dovesse andare all'Eliseo. Nel documento siglato a Parigi dai leader progressisti si fa riferimento alla necessità di integrare il patto di stabilità con politiche per la crescita. E Bersani non vede nessuna contraddizione nel sostenere Monti, che ha firmato insieme ad altri 24 capi di governo quel testo, e auspicare una vittoria di Hollande alle presidenziali francesi. «Il governo italiano ha firmato e manterrà la sua firma – dice ai giornalisti che lo avvicinano al termine dell'iniziativa – ma da italiano di buon senso dico che se un Paese sovrano come la Francia pone questo problema, si può aprire uno spazio di discussione con la prospettiva di un miglioramento. C'è la possibilità di rafforzare il trattato sul versante della crescita e può essere interesse dell'Italia e non solo dell'Europa». Fa notare anche D'Alema di fronte a chi ricorda le critiche di Sarkozy all'intenzione di Hollande di ridiscutere il patto di stabilità. «I Parlamenti sono sovrani e la ratifica di un trattato non è un rituale. È un diritto sovrano inalienabile dei francesi rinegoziare, riequilibrare le politiche coniugando alla disciplina di bilancio misure urgenti di sostegno alla crescita, all'occupazione, all'eguaglianza». È un diritto anche degli italiani, e la discussione potrebbe presto aprirsi in Parlamento. N é la foto di Vasto conNichi Vendola e Anto-nio Di Pietro perché ilcampo è troppo stret-to né quella a Palazzo Chigi con Pier Ferdinando Casini e Angelino Alfano scattata col cellulare del leader dell'Udc perché l'inquadratura è troppo larga. Considerato che ormai le istantanee sono entrate stabilmente nel dibattito politico, è con la foto di Parigi con François Hollande e Sigmar Gabriel che Pier Luigi Bersani vuole andare alla prossima campagna elettorale. E non a caso il gruppo dirigente del Pd, appena siglata nella capitale francese la piattaforma programmatica comune sulle politiche europee, già si è messo al lavoro per preparare a Roma il 19 S.C. INVIATO A PARIGI Manifesto della nuova Europa Il retroscena INVIATO A PARIGI scollini@unita.it Primo Piano Un nuovo ciclo nelle politiche europee. Arrivati a Parigi per sostenere la corsa di François Hollande all'Eliseo, i leader di tutti i maggiori partiti progressisti lanciano il loro manifesto: un programma comune per l'Europa. SIMONE COLLINI E se «Merkozy» resiste? Il leader Pd vede i rischi ma la strada è obbligata L'alleanza coi socialisti francesi e i socialdemocratici tedeschi è fondamentale anche per impostare le elezioni del 2013 come una competizione tra progressisti e conservatori p Presentato a Parigi il documento dei progressisti. Sul palco Hollande, Bersani, Gabriel L'altra Europa 2 DOMENICA 18 MARZO 2012
Il primo nome è quello di Emanuele Notarbartolo, classe 1834, ex garibaldino poi sindaco di Palermo, ucciso nel febbraio del 1893 per aver tentato di riorganizzare il Banco di Sicilia sull'orlo del collasso finanziario dopo l'unità d'Italia. L'ultimo è quello di Carlo Cannavacciulo, 27 anni, freddato il cinque novembre scorso nei pressi di Castellammare di Stabia, perché aveva reagito ad una rapina. Emanele e Carlo sono la prima e l'ultima vittima (riconosciute) della criminalità organizzata. I loro nomi, insieme ad altri 822, sono stati ricordati ieri a Genova, dove centomila persone si sono ritrovate per la “Diciassettesima giornata in memoria delle vittime di mafia”, organizzata dall'associazione Libera di don Luigi Ciotti. Una manifestazione che quest'anno cade nel ventesimo anniversario della morte dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, simboli massimi dello Stato che si oppone alle mafie ma anche nomi e memorie vive nelle cronache e nel dibattito politico di questi anni e di questi giorni. A Genova - a parte don Ciotti - nessuno ha voglia di alimentare le polemiche seguite al dibattito sulla validità o meno del concorso esterno in associazione mafiosa, reato fortemente voluto da Giovanni Falcone; tantomeno c'è voglia di parlare della trattativa Stato-mafia, anche se una recente sentenza del Tribunale di Firenze ne decreta l'esistenza. Su questo fronte ci sono inchieste ancora in corso, procure impegnate da anni a capire se pezzi di Stato abbiano trattato o si siano svenduti a Cosa Nostra nel periodo delle stragi degli anni Novanta. «La mafia è gangsterismo, ma soprattutto collusione con parte della politica e della cosiddetta zona grigia della società – si limita a dire il procuratore di Torino, Giancarlo Caselli – Non combattere questa collusione significa lasciare le cose a metà, e oggi l'unico strumento per contrastare questi fenomeni è il concorso esterno». D'altra parte, «lo stesso Giovanni Falcone – aggiunge il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso – conosceva la difficoltà di perseguire questo tipo di reato. Da sempre è un problema e recentemente la giurisprudenza ha reso tutto più difficile». I due magistrati si ritrovano nel capoluogo ligure perché «mantenere viva la memoria è un dovere degli adulti, ed è bello – spiega Grasso – incontrare tutti questi giovani e ricordare insieme a loro». «Questa è l'organizzazione della società civile che si oppone alla organizzazione criminale», chiosa Caselli. Con loro, tanti altri nomi noti: Nando Dalla Chiesa, Francesco Forgione, Sergio Cofferati, Maurizio Landini della Fiom, il giornalista Giovanni Tizian, il prefetto di Genova Antonio Musolino, don Gallo, il governatore Claudio Burlando, il sindaco uscente Marta Vincenzi. LIGURIA FRONTIERA MAFIOSA “Genova porta d'Europa” è lo slogan scelto da don Luigi Ciotti per questa giornata, che ha colorato la città di bandiere e fazzoletti degli scout, che hanno gestito parte del servizio d'ordine: una porta che «deve accogliere ma che deve essere sbattuta in faccia Foto INFOPHOTO GIUSEPPE VESPO Primo Piano «Genova porta d'Europa» In centomila con Libera contro tutte le mafie Ieri nel capoluogo ligure la diciassettesima edizione della Giornata del ricordo delle vittime di mafia. Da Emanuele Notarbartolo a Carlo Cannavacciulo: 824 nomi da ricordare e storie da raccontare. p La giornata della memoria Come ogni anno ricordate tutte le vittime della criminalità: sono già 824 p Il messaggio di Napolitano «La celebrazione una tappa significativa del cammino di crescita civile» I ragazzi a Genova contro le mafie INVIATO A GENOVA Sfida ai clan 20 DOMENICA 18 MARZO 2012
Il governo farà presto sulla riforma del lavoro, senza nessuno «sconto», nemmeno sull'articolo 18. Anzi, il contrario. Così come ha già fatto sulle liberalizzazioni (che non sono «carta bruciata»)e sulle pensioni, che oggi fanno da battistrada in Europa. È un Mario Monti con l'elmetto quello che parla al convegno di Confindustria a Milano. Il premier - a tempo, ricorda di continuo - è intenzionato a lasciare il segno, e soprattutto a rintuzzare tutte le critiche che l'establishment può avanzare sul suo operato. Quasi fosse seduto in cattedra, e non su un seggio governativo, decide di rispondere rigo per rigo all'ultimo editoriale di Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera, che ha l'ardire di criticare le «lungaggini» e i presunti «ammorbidimenti» del governo. Così il suo lungo intervento si trasforma in inno ai poteri benefici del mercato, della cosiddetta flexsecurity (ma senza soldi?), trasformando l'uomo del dialogo in «falco». Il pugno duro si abbatte sul confronto sul lavoro, che entra così in una fase ad alto rischio fallimento (non a caso dallo stesso palco Susanna Camusso si chiede: ma il governo vuole davvero l'accordo?), e anche sulla questione Fiat, che secondo il premier dovrà essere «libera di produrre dove vuole», rinunciando a un rapporto con l'Italia che in passato è stato «malato». Il premier arriva quando è già sceso il gelo tra le parti sociali. I sindacati annusano aria pesante dopo un incontro informale con Elsa Fornero. Monti decide di incontrare la stampa assieme al presidente Manuel Barroso, che elargisce grandi apprezzamenti al suo governo e sottolinea l'importanza di un'intesa sul lavoro. PRESSING Così quando arriva sul palco il pressing è già iniziato. «Il nostro obiettivo non è la rielezione», sottolinea il premier. Per questo il governo potrà permettersi anche misure dolorose. È vero che ha già chiesto molto con la riforma delle pensioni, ma ha fatto lo stesso con la patrimoniale. Ora tocca al lavoro. «Rispetteremo il termine di fine marzo per il negoziato assicura - Credo che avrò ancora bisogno di richiamare le forze sociali allo spirito di coesione. Martedì siederò al fianco del ministro del Lavoro, Elsa Fornero per la riunione con le parti sociali e sarà chiaro a tutti che il presidente del Consiglio prega il ministro del Lavoro di avere ancora un po' più presente l'interesse del futuro e dei giovani. Credo che riusciremo ad argomentare in modo che ciascuno capisca che se teniamo al futuro e ci fidiamo degli altri ognuno dovrà cedere qualcosa rispetto al legittimo interesse di parte. Così come cerchiamo di farlo su tutte le altre cose che sono riforme per crescere». Finora sono state toccate le pensioni, ma anche «le professioni e le grandi aziende nelle liberalizzazioni», osserva Monti. Sul lavoro si procederà nello stesso modo. L'esecutivo spera in un'intesa, da presentare poi in tutta l'Europa, esattamente come si fa nei road-show per la presentazione dei titoli. L'obiettivo del governo è iniettare più mercato creando nuove tutele senza «ossificare» il posto di lavoro. Le conclusioni sono tutte dedicate a Fiat, e all'incontro del giorno prima con il presidente e l'amministratore delegato della casa torinese. Per Monti un «colloquio illuminante e interessante». Inizia da qui una lunga digressione, accompagnata da parecchi applausi, probabilmente legati anche alla partita interna per la presidenza di Confindustria. «Nella presunzione di proteggere l'impresa e i lavoratori si è impedito di far entrare competitor stranieri dichiara Monti - Era improprio che lo Stato intervenisse per tranquillizzare i proprietari e i lavoratori spendendo soldi dei contribuenti. È quello che devo impedire, che si tratti di Olimpiadi o di singole aziende». Questo governo può lasciare che il mercato faccia da solo. Ma quanto pagherebbe lo Stato se Fiat chiudesse? Monti non lo spiega. L'ANALISI Rinaldo Gianola MILANO CONFINDUSTRIA, LE RISPOSTE CHE SERVONO ALL'ITALIA Monti promette: sul lavoro non farà ammorbidimenti. L'intesa dovrà chiudersi entro fine mese. Ai sindacati: ognuno dovrà rinunciare a qualcosa. E sulla Fiat: è libera di produrre dove vuole. BIANCA DI GIOVANNI Primo Piano Gli industriali applaudono Mario Monti, che se ne sta ritto in cima al palco. Non racconta barzellette, non scherza, non dice «il mio programma è uguale al vostro», non offre un ministero al presidente di Confindustria come faceva il suo predecessore per conquistare le simpatie imprenditoriali. Siamo in un'altra epoca e la platea di imprenditori, tanti ma non tantissimi alla vecchia Fiera di Milano, comprende pienamente la gravità del momento, fa affidamento sui tecnici al governo, forse nutre ancora illusioni di un profondo cambiamento che possa materializzarsi da un giorno all'altro come per miracolo. Le stagioni di Confindustria passano inesorabili, gli anni lasciano segni indelebili e la lunga crisi economica e finanziaria ha aperto ferite profonde nel tessuto industriale, nelle relazioni sociali e politiche. Siamo ancora in recessione e perderemo altri 800mila posti di lavoro. L'avvento di Monti, solo da quattro mesi al governo, e dei suoi ministri ha consentito a tutti di tirare un sospiro di sollievo rispetto alla stagione del bunga bunga e ogni volta che viene in mente una critica all'esecutivo del presidente della Bocconi bisogna pensarci due volte prima di aprire bocca, ricordando che fino a poche settimana fa stavamo a discutere della nipote di Mubarak. E tuttavia, nonostante il comprensibile appezzamento per l'azione di Monti, si avverte nel mondo delle imprese un forte sentimento di preoccupazione, uno sbandamento indotto da quattro anni di crisi profonda e lungamente sottovalutata da Berlusconi e da Tremonti. Oggi che prevale l'aspirazione, non si sa bene quanto davvero condivisa, a un nuovo patto sociale, a una ripartizione dei sacrifici per risanare il Paese, anche gli imprenditori dovrebbero però interrogarsi sulle loro scelte del recente passato, spesso opportunistiche, di semplice, magari conveniente, vassallaggio al Monti ai sindacati «Dovete cedere qualcosa anche voi» p Il premier contrariato da un articolo del Corriere, replica duramente. «Accordo a fine mese» p Poi esalta Marchionne. «La Fiat è libera di produrre dove vuole. Improprio che lo Stato intervenisse» L'Italia e la crisi 8 DOMENICA 18 MARZO 2012
Foto di Simone Zaniol / Emblema Forse non si tratta ancora di una terza Internazionale, ma da oggi si potrà senz'altro cominciare a parlare di una «foto di Parigi». Quella scattata ieri al Cirque d'hiver, nella capitale francese, per sostenere il candidato alle presidenziali François Hollande è stata infatti un'immagine assai rilevante politicamente per la sinistra europea e gravida di avvenire per la Francia e tutto il Vecchio continente. Non solo i maggiori leader delle forze progressiste europee si sono trovati su una proposta di Europa alternativa a quella conservatrice guidata dal duo Merkozy, ma hanno anche abbozzato un cammino politico-elettorale che da Parigi a Berlino passando per Roma potrà in poco più di un anno cambiare il profilo dell'Ue. O si procede tutti insieme, o nel ripiegamento si perde. IL RUOLO DELLA FEPS La Fondazione europea di studi progressisti (Feps), su ispirazione del suo presidente Massimo D'Alema e con il contributo delle varie fondazioni à gauche del Continente, ha preparato un manifesto per il Rinascimento dell'Europa che è stata la premessa di una convergenza abbastanza inusuale delle forze democratiche, socialiste e socialdemocratiche per un impegno comune a flettere l'orientamento politico del continente nella direzione della crescita e della solidarietà. Dal segretario della Spd Sigmar Gabriel, al presidente socialista del Parlamento europeo Martin Schulz passando per Pier Luigi Bersani e il presidente del Pse Sergei Stanishev, ieri i maggiori leader progressisti sono intervenuti alla tribuna parigina per denunciare all'unisono la condotta politica «cinica ed egoista» delle destre che ha portato l'Europa nella crisi e fin sull'orlo dell'esplosione. Tutti hanno sottolineato l'inadeguatezza del patto sottoscritto a Bruxelles il 2 marzo sulla disciplina di bilancio, che da solo rischia di chiudere l'Europa nella recessione. Il fiscal compact non basta. La chiarezza era tanto più necessaria perché interviene in un contesto come quello della campagna per le presidenziali francesi in cui Hollande rischiava di rimanere isolato, accerchiato dalla Santa alleanza dei conservatori che hanno ispirato il trattato «dell'austerità». Di qui la foto di gruppo di ieri e la prova di forza dei progressisti. «Noi sosteniamo un riorientamento del trattato europeo», ha detto Gabriel che l'anno prossimo contenderà la cancelleria ad Angela Merkel. E LUCA SEBASTIANI Nella «boutique sociale» botta e risposta su lavoro e carovita Parigi, 17 marzo 2012: Francois Hollande, Massimo D'Alema, Martin Schulz e Pier Luigi Bersani Pier Luigi Bersani ha trascorso un'ora da “Ethicando” la boutique «100% sociale» italiana aperta due giornifaaParigi,dovehapranzatoeharisposto alle domande di parecchi italiani di Parigi. Il segretario Pd, reduce dalla convention progressista, è arrivato in taxi nella strada a due passi dal Canal Saint-Martin in cui sorge la boutique di Ludovica e Caterina, dove si vendono prodotti confezionati da detenuti, altri coltivati sulle terre confiscate alla mafia, t-shirteborseprovenientidaimpresesociali italiane. Bersani si è congratulato con le responsabili dell'iniziativa, poi ha pranzato e ha risposto alle domande degli italianisimpatizzantidelPderesidenti aParigi.Temiricorrenti: ilcarovitaeladifficoltà di trovare un lavoro per i giovani. IL CASO Primo Piano La battaglia per l'Eliseo apre la sfida dei Progressiti per una nuova Europa. Dalla manifestazione di Parigi Hollande indicaa assieme agli altri leader i passaggi centrali. A cominciare dalla modifica del fiscal compact. PARIGI Progressisti, Hollande apre la sfida p Il candidato socialista all'Eliseo: mai un'elezione francese ha avuto una tale posta in gioco L'altra Europa 4 DOMENICA 18 MARZO 2012
to). Molto é stato deciso quella sera in nome della competitività del sistema paese e della tutela di beni costituzionali come la concorrenza e la trasparenza. Per il premier Monti e il ministro Guardasigilli Paola Severino la lotta alla corruzione è un tema dirimente nell'agenda della "ripartenza" italiana. Non solo perché la corruzione ci costa 60 miliardi l'anno ed è uno dei principali disincentivi, con la burocrazia e la lentezza della giustizia, ad investire in Italia. Soprattutto perché l'Ocse e da ultima la GRECO (la Commissione del Consiglio d'Europa contro la corruzione), fa notare Donatella Ferranti, capogruppo del Pd in Commissione Giustizia, «ci ha fatto 22 raccomandazioni e l'Italia è a tutt'oggi inadempiente». Per questo il Pdl ha dovuto digerire l'introduzione di nuove fattispecie di reato come la corruzione tra privati e il traffico d'influenze. E, ancora piú «grave» dal punto di vista dei berluscones, si è deciso l'innalzamento delle pene e la sua ovvia conseguenza: l'aumento dei tempi della prescrizione. Il fatto è che nel pacchetto, oltre alle intercettazioni, il Pdl porta a casa anche la possibilità di veder cancellato il reato di concussione. Il reato per cui Berlusconi è a giudizio a Milano nel Rubygate. E che se fosse cancellato, comunque riscritto, metterebbe serie ipoteche sul processo. Il Pd, ma anche Idv e Fli, avevano a suo tempo emendato il disegno di legge contro la corruzione - che balla da due anni in Parlamento, porta il nome di Alfano e ora è fermo alla Camera in Commissione Affari costituzionali e Giustizia - con modifiche che nei fatti cancellano il reato. E ora si trovano nella spiacevole condizione di essere sospettati di favorire un salvacondotto per il Cavaliere. GLI INTERVENTI OCSE «Niente di piú falso», dice Donatella Ferranti. «L'Ocse ha fatto vari interventi per dire non solo che la concussione non esiste negli altri paesi euopei e questa crea gravi problemi di raccordo. C'è anche un problema di politica criminale, nel senso che la concussione va bene fin tanto che non alimenta forme larvate di corruzione. Noi non vogliamo abolire il reato ma riscriverlo in modo che siano piú netti i contorni: laddove c'é una minaccia diventa estorsione; laddove c'è una forma di connivenza, come un consiglio accettato, diventa corruzione. Abbiamo anche introdotto l'ipotesi di reato di abuso di funzione, quando questa viene asservita ad interessi strani». Per sgomberare il campo da sospetti di inciucio, Ferranti spiega anche che «queste modifiche sono state scritte tra maggio e dicembre 2010 quando del processo Ruby non c'era minima traccia». In ogni caso, sará il governo a presentare l'emendamento alla parte penale del ddl anti corruzione. E soprattutto, insiste Ferranti, «tutto dipenderà da come sarà scritta la nuova norma». Il Pd vigilerá perché la concussione diventi un reato, al di lá del nome, «con fattispecie piú precise e contorni piú netti». È vero, il reato per cui Berlusconi é a giudizio a Milano, cambierà probabilmente nome diventando, ipotizza Ferranti, «estorsione o, cosa piú probabile, corruzione. Su questo deciderá il Tribunale sulla base del principio dell' applicazione delle legge piú favorevole». Ma questo non significa un colpo di spugna. «Vigileremo - promette - perché la norma venga scritta senza trappole né colpi di spugna». E quello sarà il passaggio in cui, ancora una volta, il tema giustizia farà traballare l'esecutivo Monti. L'INTERVENTO I richiami europei Stefano Balassone Italia inadempiente rispetto alle ventidue raccomandazioni Cosa non ha l'Italia? Una vera industria audiovisiva. E non c'è alcuna possibilità che questa possa nascere e presentarsi ai mercati mondiali se la Rai non assume il ruolo di centromediano dell'intera filiera. Ci interessa che una simile industria si sviluppi? Sì, perché è una industria ad alta intensità di lavoro, una delle poche in cui la tecnologia mangia-maestranze non sarà in grado di sostituire le tante professionalità che inventano un racconto o addobbano una notizia, che inventano una scena e che la illuminano, e così via. Vi sembra che questi temi siano all'ordine del giorno nella rinnovata attualità della questione Rai? Al momento pare di no. Non si mette affatto in discussione a cosa serve la Rai, perché nessuno si sogna di chiederle nient'altro che quello che già fa: la finta concorrenza con Mediaset, la lottizzazione dei palinsesti, la spartizione dei budget in funzione degli equilibri nelle maggioranze e fra maggioranza e opposizione. Certo la legge Gasparri è per la Rai l'equivalente del Porcellum fra le leggi elettorali. È fatta apposta per costringere i nominati, siano Consiglieri, Presidente, Direttore generale o Direttore qualsiasi, a non dimenticarsi mai perché sono lì e chi ce li ha messi. Ma anche se, come si dice, fosse «cambiata la governance», resterebbe la domanda: governance per cosa? L'interrogativo, come è già successo in passato (per esempio nel 1993), viene sovrastato dall'allarme sui conti dell'azienda, sui bilanci più o meno in rosso, sulla necessità di mani forti che facciano pulizia, eccetera. Ora, noi siamo assolutamente convinti che le condizioni vere del bilancio Rai siano nelle stesse condizioni dei conti pubblici che hanno costretto Berlusconi a lasciare il governo. Siamo non meno convinti che le riforme di Monti, neanche troppo umide di lacrime e sangue, siano il passaggio che apre allo sviluppo-che-ci-manca-da-venti-anni. Ma qualcosa ci dice che per la Rai si punterà all'ennesimo «risanamento dei conti» per fare digerire, magari dopo le elezioni politiche, un incremento dei finanziamenti pubblici (canone e/o altro). Un esibire virtù per battere cassa. E quindi, nella migliore delle ipotesi, con questa governance o con un'altra nuova di zecca, una Rai rimpannucciata, ma sempre con la stessa mission, che non è industriale, ma paraistituzionale e para Mediaset. Con questi sospetti nella testa, è difficile appassionarsi più di tanto al tema Aventino sì – proclamato da Bersani – e Aventino no – pensato in cuor proprio dai tanti interessati a questo o quel posticino in azienda. Se si tratta solo di un gesto di propaganda, rischia di fare la stessa fine del precedente del 1924: un colpo a vuoto, destinato a essere riassorbito dalla inerzia degli accomodamenti nei bilancini del potere in Rai. E sarà così anche se cambiasse la governance, se il Cda venisse ridotto a numeri minori e meno spartibili, eccetera. Forse la Rai cesserà di essere una pietra dello scandalo azzannata ogni giorno dai suoi concorrenti della stampa, sarà meno dannosa, ma non sarà più utile al sistema Paese. E allora vorremmo chiedere a Monti che, così come ha trovato, da «Salva Italia» in poi, un nome significativo ai provvedimenti fin qui varati, facesse analogo sforzo per le decisioni che riguarderanno la Rai. Non si limiti a «Salva Rai», perché di decreti così denominati ne abbiamo già avuti e hanno sempre significato: «stiamo come stiamo». Se fosse «Cambia Rai» correremmo ansiosi a leggere le relative disposizioni. Forse non saremmo d'accordo su tutto, ma apprezzeremmo il cambio di prospettiva. Gli episodi di corruzione, da Mani Pulite in poi, non sono diminuiti, ma «perfezionati», perché«letecnichecorruttiveoggisonounpo'diverse.Nonpiùil lingottodiPoggiolinisotto il divano, ma consulenze, operazioni in bilancio. I partiti, da soli, oggi non sono in grado di affrontare la questione morale in modo radicale». Così il sindaco di Napoli, de Magistris. La parlamentare democratica: vigileremo sulla riscrittura Foto Ansa Niente favori al Cavaliere Kharima el Mahroug nota come Ruby ALL'INDUSTRIA TV SERVE UNA LEGGE «CAMBIA-RAI» Niente lingotti, ma consulenze 17 DOMENICA 18 MARZO 2012
Giochi di prestigio flessione essenziale nel Libro della gioia perpetua: se in quest'ultimo l'iniziazione si verificava attraverso il meno intellettuale dei libri possibili – il quaderno di una bimba –, qui si compie nell'incontro distruttivo con una donna fragile e furiosa – la Pazza – e con lo spettro di Pasolini. Cosa vogliono da noi i morti?, si chiede Trevi, mentre cerca ancora una volta la «pienezza dell'umano», mentre se ne nutre e brucia in essa. Pochi come lui sanno raccontare i minuti da niente, fatti di svagatezza, di chiacchiera, riscattare gli apparenti istanti vuoti delle giornate, caricarli di senso, o semplicemente illuminarli. LA RICERCA DELLA PUREZZA Trevi non fa che andare in cerca di ciò che autentico, incondizionato, puro; o di ciò che in noi è tutto questo. Pasolini gli si presenta come chi al massimo grado «accetta di essere nient'altro che sé stesso, in carne e ossa, come un animale, un dio, un condannato a morte». Lo insegue come un fantasma, o forse ne è inseguito: fatto sta che anche in qualità di spettro «l'essere diverso» di Pasolini «finiva per risaltare come la sua qualità suprema, il vero motivo per il quale era venuto al mondo. E come era lui, così era la sua arte qualcosa che doveva per forza riuscire a stanarti, a molestarti» – con purezza assoluta, con rabbia assoluta. Qualcosa di scritto, fin dal bellissimo titolo, ci svela le radici oscure di un romanzo ingombrante come il postumo Petrolio: tralasciando le categorie proverbiali in cui lo si è blindato senza leggerlo, Trevi – «cercatore di indizi» – lo riscopre e lo riporta ai Misteri arcaici su cui Pasolini lo fonda. Eleusi, il rito, la visione, la metamorfosi – la trama di ogni vera iniziazione. «La realtà si mostra libera da scorie, per quella che è». Come poteva essere un romanzo «compiuto»? La società stanca Ambientazione quasi western per lo stranocasodiJoeWhip,15anni:nonsachi sia suo padre e la sola cosa che gli piace è fare trucchi di magia. Quando sua madre lo mette alla porta, vaga per i bar di Reno intrattenendo i clienti con giochi di prestigio. Incontrerà Norman Terence... Trovare il maestro «Dichiaro qui, (...) che io assumo, io solo, la responsabilità politica di tutto quanto è avvenuto. Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo». Mussolini alla Camera, 3/1/1925 Il nostro futuro Competizione e iperattività: mali moderni da cui occorre disintossicarsi. Byung-Chul Han, che insegna Filosofia e Teoria dei Media a Karlsruhe, analizza i disagi dell'essere umano compresso da ansie di prestazione e della sua incapacità di gestire la «negatività» dell'esperienza. Riflessioni per mettersi in pausa. Ansie di prestazione L a cultura più avanza-ta, oggi è forse quella«glocal». Questo agget-tivo un po' ircocervodefinisce il radicamen-to in un territorio, ma con uno sguardo e una prospettiva globale. È questa la forma mentis di Salvatore Ritrovato, docente di Letteratura italiana presso l'Università di Urbino, nel suo recente volume Piccole patrie. Il Gargano e altri studi letterari (Stilo Editore, pagine 168, euro 15,00). Un volume dedicato alla produzione poetica di una specifica porzione del territorio pugliese. Un angolo geograficamente circoscritto, ma fecondo dal punto di vista letterario: dalle pagine settecentesche di Michelangelo Manicone alle parodie eroicomiche del novecentesco Francesco Paolo Borazio, fino agli autori più recenti (Leonardo Aucello, Cristanziano Serricchio, Vincenzo Luciani, Sergio D'Amaro e altri ancora), in lingua italiana ma anche in un dialetto che decide di uscire dall'ombra. In questo libro rigoroso e insieme appassionato, Salvatore Ritrovato mostra chiaramente come l'apertura al mondo, sempre più necessaria nell'epoca della globalizzazione, non possa prescindere da un'approfondita conoscenza della propria identità. Una conoscenza che sappia diventare coscienza. E ciò è vero anche in letteratura. Il Gargano come terra di poesia ROBERTO CARNERO robbicar@libero.it FRESCHI DI STAMPA L'altra via La via Per l'avvenire dell'umanità Edgar Morin pagine 297 euro 26,00 Raffaello Cortina Editore Mare russo La società della stanchezza Byung-Chul Han pagine 81 euro 7,00 gransasso nottetempo Uccidere il padre Amélie Nothomb Trad. di Monica Capuani pagine 91 euro 9.00 Voland Nella corsa a un presunto progresso, la nostra società sembra incappare in una serie di catastrofi. Il filosofo Morin propone una «via» alternativa che riformando radicalmente un modo di vivere e di pensarepossaaprirelaportaaunnuovoumanesimo e riscattare il pianeta dallo sfruttamento selvaggio e le sue conseguenze. Sullo sfondo cupo dell'UnioneSovietica anni Settanta fino al crollo del comunismo, il profilo della storia di due donne, madre e figlia, in fuga dal proprio asfittico mondo,maconlaferita apertadellosradicamento,dellaperditad'identità.Dell'essere altrove senza più riferimenti certi. Donne sradicate Le vacche di Stalin Sofi Oksanen pagine 484 euro 19,50 Guanda Come nasce una dittatura Giovanni Borgognone Laterza 41 DOMENICA 18 MARZO 2012
vecchio in barella e con gli occhi protetti contro la luce, in tutta evidenza a un passo dalla morte, venisse risparmiato il carcere. L'ambiguità sulla sua identità aveva salvato già una volta l'ex capoguardiano del Lager di Sobibor. Demjanjuk era stato condannato a morte nel 1988 da un tribunale israeliano perché era stato individuato come il responsabile degli eccidi avvenuti in un altro campo di sterminio, quello di Treblinka. Ma cinque anni dopo la Corte suprema lo aveva assolto come vittima di uno scambio di persone. Il feroce “boia di Treblinka” non era lui, ma un altro ucraino, chiamato “Ivan il terribile”. Demjanjuk era stato rispedito negli Stati Uniti, dove si era rifugiato nel '54, e gli americani gli avevano persino restituito la cittadinanza che gli avevano tolto nel 1977, quando per erano emersi i primi particolari sul suo orrendo passato (ma a Sobibor, non a Treblinka). Di nuovo John e non più Ivan, Demjanjuk si era illuso di essere scampato per sempre alla giustizia degli uomini. Ma proprio la pubblicità del processo presso la Corte suprema in Israele lo inchiodò di nuovo al suo destino. Numerosi testimoni, soprattutto sopravvissuti olandesi, riconobbero l'uomo accusato, a torto, di essere il “boia di Treblinka” in un altro “Ivan il terribile”, che aveva commesso i suoi crimini, questo, a Sobibor. Cominciò a quel punto una estenuante battaglia legale. Privato nuovamente della cittadinanza americana Demjanjuk riuscì a resistere a lungo all'estradizione, che stavolta era stata chiesta dalle autorità della Germania, in virtù della legge che prevede la punizione dei criminali della seconda guerra mondiale da parte dei tribunali tedeschi. Nel 2005 l'ucraino perse la sua battaglia contro l'estradizione, ma ci vollero ancora quattro anni prima che venisse finalmente caricato su un aereo e sbarcato a Monaco di Baviera, dove il 14 aprile del 2009 venne rinchiuso in carcere. Durante il processo venne ricostruito il passato di Demjanjuk, da quando, soldato dell'Armata Rossa, fu catturato dai tedeschi e convinto ad entrare nel corpo dei travniki, una formazione ausiliaria delle Ss, le famigerate Schutzstaffel o squadrone di protezione capitanate da heinrich Himler. Lo squadrone dove fu arruolato Demjanjuk in particolare era composto da collaborazionisti ucraini. In seguito fu nominato capo dei guardiani di Sobibor, dove mandò a morte almeno 27 mila e 900 ebrei. L'accusato cercò di negare le accuse, ma gli atti ufficiali e le testimonianze dei pochi sopravvissuti erano inequivocabili. Il 12 maggio 2011 Ivan-John Demjanjuk venne condannato a cinque anni di carcere per aver collaborato con le Ss. Con la sua morte, resta un solo processo ancora aperto contro un criminale accusato di sterminio: in Ungheria deve comparire davanti a un tribunale il novantasettenne Sandor Kepiro. Foto Epa Il voltafaccia Scomparsi, anzi rapiti. Due turisti italiani in viaggio nello Stato di Orissa sarebbero stati catturati da un gruppo armato maoista, i Naxaliti. Del rapimento è stata data notizia da una breaking news della tv indiana Ndtv che ha parlato di una richiesta di riscatto per la liberazione dei due italiani. La Farnesina ha attivato tutti i suoi contatti tramite l'ambasciata di New Delhi per verificare. Fonti non confermate raccontano che i due italiani sono stati presi mentre facevano foto alle donne locali sulla riva di un fiume. Il gruppo che li avrebbe rapiti, avrebbe avanzato tra le richieste, quella del rilascio dei prigionieri politici e lo stop all'operazione Greenhunt, l'offensiva delle truppe governative contro di loro. È la prima volta che i maoisti sequestrano turisti stranieri. È di solo cinque giorni fa la cattura del capo dei guerriglieri che ha nella città di Kandhamal la sua roccaforte: il comandante Suchitra Mahato, ricercato da anni con l'accusa di aver organizzato diversi scontri armati e attentati da quando, all'età di 16 anni, è entrato nelle fila della milizia maoista che si nasconde nelle foreste a ridosso della frontiera del Bengala. Molte volte dato per ferito o morto, il capo si sarebbe consegnato venerdì scorso durante uno sposalizio, come «regalo di nozze», oltre che come prova di accettazione del processo di pace avviato dal governatore dello Stato Mamata Banerjee. Così ha detto alla stampa locale lo stesso governatore. Ma un gruppo di guerriglieri potrebbe aver rifiutato l'accordo o non averci creduto, e aver rapito la coppia di turisti italiani come arma di ricatto. Tutte ipotesi, per ora. Suchitra in ogni caso era considerato uno dei più pericolosi guerriglieri della regione, autore anche del rapimento di ufficiale della stazione di polizia di Atin Dutta nell' ottobre 2009, in seguito rilasciato come un «prigioniero di guerra». I naxaliti, derivano il loro nome dal villaggio di Naxalbari, nello Stato del Bengala Occidentale, dove nel maggio del 1967 scoppiò una rivolta di contadini poverissimi contro i latifondisti locali. Diffusi soprattutto nell'Andra Pradesh, nell'Orissa e nel Chhattisgarh, i naxaliti sono accreditati di un esercito di circa 10mila uomini riuniti nel People's Liberation Guerrilla Army, espressione militare del Partito comunista indiano il cui leader è Muppala Lakshman Rao, detto Ganapathi. Più che a Mao si ispirano al loro fondatore, Charu Mazumdar, morto in un carcere indiano nel ‘72. Lo stato di Orissa dove sarebbero stati catturati i due italiani è coperta di fitte foreste e acquitrini, con strade spesso impraticabili, ma è anche ricca di templi bellissimi e di tradizioni antichissime. Soldato dell'Armata rossa catturato e arruolato dai tedeschi La fuga Rifugiatosi in America lavorò per anni in fabbrica a Cleveland Damasco uno dei due edifici dell'intelligence distrutti dalle bombe India, la tv: «Rapiti due turisti italiani In mano ai maoisti» Rapiti mentre fotografavano donne al fiume nello Stato di Orissa da un gruppo di guerriglieri maoisti, i naxaliti. Così dice la tv indiana a proposito di due turisti italiani. La Farnesina ha attivato le verifiche. VIRGINIA LORI Pullman si ribalta in Francia È di 22 feriti, quattro dei quali gravi e tra questi un bambino, il bilancio dell'incidente stradale avvenuto ieri a Quimper in Bretagna, nel nord della Francia. Qui un pullman che percorreva la rotatoria di Gourvily, si è ribaltato dopo aver tamponato una vettura. Dei 26 passeggeri ben 22 tra, cui diversi bambini, sono rimasti feriti, alcuni imprigionati tra le lamiere. 31 DOMENICA 18 MARZO 2012
Fronte del video IL COMMENTO p SEGUE DALLA PRIMA LA DEBOLEZZA DELLA FORZA O gni volta che accendiamo la tv per saperecome va la trattativa sul lavoro, la pro-spettiva sembra cambiata, in meglio o in peggio. Comunque, per difficile che sia arrivare a un accordo tra le parti sociali su temi che coinvolgono la vita di tutti noi, sarà ancora più difficile decidere un nuovo vertice Rai. In uno dei suoi rari momenti di ironia, l'allora presidente del Consiglio Romano Prodi disse che un intervento dentro la Rai poteva essere più sanguinoso della guerra in Libano. E in effetti, quello interno alla Rai è un conflitto che dura dalla preistoria televisiva. L'ex direttore di Raitre Angelo Guglielmi, ieri in un'intervista, ha dichiarato che forse solo Enrico Bondi, che è stato capace di risanare Parmalat, potrebbe «sventrare la Rai, toglierle dalla pancia i partiti e offrirle un futuro». Anche se un uomo come Guglielmi non potrà mai considerare che i partiti siano tutti uguali, ricordando quanto fu diverso il Pci buonanima, che partecipò sì alla lottizzazione, ma mise a capo di Raitre Guglielmi, che era il migliore di tutti. Rai, un conflitto che dura dalla preistoria tv Maria Novella Oppo L'armistizio in Parlamento e la guerra nella società, sfidata in taluni suoi diritti simbolici, indica per qualsiasi governo uno scenario del tutto disfunzionale, pericoloso soprattutto in tempi di crisi. Per questo nulla c'è di più impolitico, e alla fine anche di più destrutturante, che deplorare, come è accaduto a Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera di ieri, la consolidata fiducia dei mercati e con essa la perdita dell'incubo dell'emergenza che era il solo strumento per indurre i perfidi partiti alle riforme del mercato del lavoro. Lo schema del Corriere è troppo gracile: da una parte il tecnico che, complice la crisi, interpreta con piglio autoritario il bene generale e dall'altra la società, degradata a sfera corporativa da abbattere con una volontà ferrea. La politica è una faccenda un po' più complessa. In una fase di acuta emergenza economica, costruire con la politica le condizioni di un dialogo e di una convergenza tra le grandi forze sociali e imprenditoriali non è affatto una preventiva rinuncia al volto esigente della decisione, ma è anzi il veicolo più efficiente per il recupero di una tangibile attitudine all'innovazione. Le miopi preghiere al governo affinché si incarichi di decidere comunque, scagliandosi contro le lungaggini della trattativa e le litanie della concertazione, sono la negazione dell'atteggiamento accorto che una classe dirigente dall'ampio respiro culturale deve sempre mantenere. Lasciare che nella società si espandano gli scontri incontrollati e sperare che nel «palazzo» si stipulino larghe coalizioni non è proprio una buona ricetta per risolvere l'emergenza che ormai sta mordendo con più cattiveria la società, la produzione, i consumi. Dopo la fase eroica dello spegnimento degli incendi dei mercati, deve subentrare il tempo della ricostruzione di un tessuto societario che altrimenti si rivela sempre più lacerato dalla crisi. Nessuna azione risanatrice, che si limiti ai tagli e alle nuove tasse per placare le ire dei partner europei e per arginare le speculazioni dei mercati, è destinata al successo nel lungo termine senza la coesione sociale. Il momento della socialità, del recupero di un vitale protagonismo dei soggetti del pluralismo, non può essere rinviato e addirittura rimosso come deplorevole ostacolo corporativo all'innovazione dall'alto. Alla base della competitività di un Paese ci sono sempre condizioni sociali e culturali di più lunga durata che è impossibile garantire senza la costruzione di una fitta rete di solidarietà e l'apertura di strutture della coesione. Per questo è indispensabile che il governo non ascolti certi consiglieri superficiali e non degradi la società a gabbia corporativa. Ci sono riforme che mostrano tutta la loro efficacia proprio in virtù del grado di consenso sociale che riescono a incorporare, con la pazienza e la serietà della trattativa. Decisioni difficili richiedono il convinto sostegno delle parti sociali che non sono affatto (la riforma delle pensioni lo conferma) delle agguerrite sentinelle di una giungla corporativa ostile. Su temi molto caldi che ricadono sulla vita delle persone, e che rischiano perciò di infrangere delicatissimi equilibri, è meglio decidere prendendosi il tempo necessario. Non è saggio sfidare, in nome di un velleitario e astratto decisionismo, gli interlocutori essenziali del governo imponendo loro uno scadenzario rigido, da prendere o lasciare. Il viaggio di Monti non può quindi essere indicato come la data simbolica, la scadenza senza più ulteriori deroghe che giustifica accelerazioni ultimative e tollera isterismi nel tavolo con le parti sociali. La decisione che ingloba un elevato grado di consenso sociale è non solo la migliore perché evita fibrillazioni nella maggioranza ma è anche la più redditizia perché costruisce reti fiduciarie. Il tempo del consenso non è mai un tempo perduto. Chi rimpiange la bella emergenza smarrita, e la benedice anzi come il solo pungolo per avviare le riforme, immagina la decisione come una sorta di punizione divina contro le perfide corporazioni, come suggerisce il Corriere, minacciando persino abbandoni e crisi di governo. Lo diceva già Machiavelli: chi sta solo sul piede della forza e dell'emergenza non se ne intende, di politica. Esiste un cimitero dei diritti? No. Esiste una discarica A sud del blog M a dovesono fi-niti, do-v e l i hanno messi» mormorava aggirandosi per il condominio-centro sociale calabro-resurrezionalista commare Franca-di-sopra. Colte da empatia della ricerca domestica, le zie si sono messe appresso a lei, a frugare negli angoli. «Erano lì e sono scomparsi» continuava a murmuriare la commare. Finché zia Mariella, che c'ha il pragmatismo della ragione (ma pure l'idealismo della volontà), ha sbottato: «Cosa diavolo state cercando, commare?» (in Calabria si dà del voi, come nei film anni 50 e in una delle Italie povere e cortesi perdute, sostituite da un'Italia comunque povera ma pure maleducata). Quella ha sollevato la testa e solo allora s'è accorta del codazzo di zie e commari di sostegno (ché la rete sociale qui c'è e funziona a costo zero, cari ministri: prendete esempio). «Oh niente - è arrossita come una scolaretta di settant'anni - stavo pensando che non so dove sono finiti i diritti dei lavoratori. Sembrano spariti ovunque. C'è un cimitero dei diritti, che voi sappiate?». Zia Mariella ha risposto senza esitare: «Peggio. C'è una discarica dei diritti: li trattano come rifiuti tossici. E li mettono lì assieme agli altri scarti: lo stato sociale, la giustizia fiscale...». «E non vi dimenticate i diritti civili- ha interloquito zia Lisabetta, che tiene i rapporti con le entità metafisiche, i trapassati (il nonno, Gramsci, Caruso, Berlinguer) e le utopie - ci devono essere anche quelli, in qualche cassonetto per l'ipocrisia indifferenziata». «E ora che facciamo?» ha quasi urlato Franca-di-sopra, che pure se è pensionata minima sa che dentro di sé c'è un operaio Fiom che lotta. Si sono guardate tra loro: tutte assieme, erano un Quarto Stato femmina e travolgente. I gestori della discarica sono avvertiti. Manginobrioches Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 22 MICHELE PROSPERO www.unita.it24 DOMENICA 18 MARZO 2012
«Caro Pierluigi, con quella legge elettorale l'alternativa non la fai e tu non sarai premier». Il messaggio di Rosy Bindi all'amico Bersani non poteva essere più chiaro. «Io sono rimasta bersaniana, lui non lo so, se dà il via libera a quella riforma...». Il riferimento della presidente Pd è alla bozza messa a punto dagli sherpa dei principali partiti, tra cui Violante, Quagliariello e Adornato, che dovrebbe sostituire il Porcellum. Una bozza di impianto proporzionale tedesco, con sbarramento al 5%, che elimina l'obbligo delle coalizioni prima del voto. Bindi, che ieri ha organizzato a Roma un convegno sulla legge elettorale con i professori Zagrebelsky e D'Alimonte, non ha dubbi: «Con quella legge si va dritti alla Grande coalizione, sarebbe un regalo al Pdl che invece di perdere finirebbe per pareggiare, mentre il Pd farebbe il portatore d'acqua del Polo di centro e rischierebbe una emorragia di voti a sinistra e anche al centro». Insomma, uno scenario da incubo per chi crede in una alternativa di centrosinistra: «Al posto della foto di Vasto avremmo quella di Palazzo Chigi con Casini e Alfano», avverte Bindi. E il suo fedelissimo Giovanni Bachelet ci va giù ancora più duro: «Davvero vogliamo fare di Casini il nuovo Craxi, arbitro tra i due forni?». D'Alimonte ironizza: «Invece che a Berlino si finirebbe a Weimar». La richiesta a Bersani è ferma: «All'assemblea Pd abbiamo votato una proposta molto diversa, basata sul doppio turno. Dunque l'assemblea deve riconvocarsi e votare», dice Bindi. Che nega frizioni con il segretario, «anzi lo vogliamo aiutare». Ma è chiaro che la battaglia sul sistema di voto è solo la punta dell'iceberg di una contesa tutta politica sul dopo Monti. «La stagione dei tecnici non è ispirata ai nostri principi», mette a verbale. «Se nasce una destra liberale che parla inglese io sono contenta, ma quella non sarà mai la mia parte politica». CORREGGERE IL PORCELLUM Dando un'occhiata al calendario, e alla «melina» degli altri interlocutori sulle riforme, Pdl in testa, Bindi, supportata dalla relazione tecnica di D'Alimonte, suggerisce una exit strategy: «Se non si riuscirà a fare nulla, servono almeno alcune correzioni al Porcellum». Quali? Premio di maggioranza solo per la coalizione che supera il 40%, niente più sconti per i piccoli che si coalizzano (oggi alla Camera a un partito coalizzato basta superare il 2% e non il 4%), modifica delle circoscrizioni in modo da avere liste sì bloccate ma corte e dunque con candidati riconoscibili, modifica del premio di maggioranza per il Senato. Ospiti del convegno anche i numeri due dei gruppi parlamentari Luigi Zanda e Michele Ventura, che sostengono le scarse o nulle chances di successo della originaria proposta Pd. «Nessuno è alla ricerca di un inciucio col Pdl, il punto è capire fino dove possiamo arrivare nella trattativa», dice Ventura. E Zanda: «Il Porcellum non si può correggere, va eliminato. Non possiamo presentarci agli italiani con quella legge. Dobbiamo almeno raggiungere una parte dei nostri obiettivi». A Bindi arriva il sostegno di Donadi dell'Idv e di Parisi: «La “bozza Violante” è il tradimento delle ragioni costitutive del Pd e va azzerata». «Chi si oppone a quella proposta vuole tenersi il Porcellum», replica l'ex popolare Giorgio Merlo. Nel frattempo, all'Università di Bologna va in scena un convegno con il fior fiore dei politologi italiani, da Pasquino a Ignazi e Panebianco. Cui partecipano, via Twitter, anche Bersani, Enrico Letta, Casini e Alfano. Il leader Pd chiede come conciliare l'eliminazione del premio di maggioranza con l'esigenza di avere un esito chiaro del voto. Casini chiede maggioranze chiare e «solo all'occorrenza soluzioni diverse», aprendo al doppio turno alla francese: «Disponibile a discuterne». «La priorità è che i cittadini scelgano i parlamentari», avverte Letta, che invita a «non frenare». ANDREA CARUGATI Fini dà la linea a Fli: «Non saremo centristi Mai più con il Pdl» Il leader di Fli alla convention a Pietrasanta. «Il Polo della nazione non sarà moderato ma innovatore». Apre ai diritti gay: basta discriminazioni. Bacchettata a Casini su Palermo. «Monti commissari la Rai». A.C. ROMA Rosy Bindi attacca la riforma elettorale «Uccide l'alternativa» La presidente del Pd contro la bozza di riforma elettorale alla tedesca: «Caro Bersani, con quella legge non faremo mai l'alternativa». «Ora riconvocare l'assemblea Pd». Casini apre al doppio turno francese. p Il dopo Porcellum «Con la bozza Violante costretti alle larghe intese» p L'appello a Bersani: riconvocare l'assemblea per votare la proposta L'Italia e la crisi Punta sugli indecisi e i potenziali astensionisti, mette le mani avanti sulle amministrative, «non saranno decisive», e lancia la costituente del Polo della nazione per maggio. Gianfranco Fini, alla convention di Futuro e libertà a Pietrasanta (Lucca) cerca di rimotivare la truppa dei futuristi, garantendo che, anche dentro il nuovo contenitore con Casini e Rutelli, il partito comunque sopravviverà. «Noi non vogliamo essere centristi ma al centro della politica», dice e tra i delegati scatta la standing ovation, che si ripete quando il presidente della Camera assicura che «non abbiamo nessuna intenzione di inROMA Primo Piano14 DOMENICA 18 MARZO 2012
www.unita.it Zapping N.C.I.S. DESTINI INCROCIATI PIRATI DEI CARAIBI LA MALEDIZIONE DEL... IL CONCERTO RAIDUE ORE:21:00 SERIE TV CON MARK HARMON CON HARRISON FORD CON JOHNNY DEPP CON ALEKSEI GUSKOV RETE 4 ORE:21:30 FILM ITALIA 1 ORE:21:30 FILM LA7 ORE:21:30 FILM Rai 1 Rai 2 Rai 3 RAI 1Canale 5 Rete 4 Italia 1 La 7 Sky Cinema 1 HD Sky Cinema family Sky Cinema Passion Cartoon Network Discovery Channel Deejay TV MTV 21.00 Sky Cine News. Rubrica 21.10 Pirati dei Caraibi-Ai conini del mondo. Film Avventura. (2007) Regia di G. Verbinski. Con J. Depp O. Bloom. 00.00Faster. Film Azione. (2010) Regia di G. Tillman Jr. Con D. Johnson B.B. Thornton. 21.00 Rat Race. Film Commedia. (2001) Regia di J. Zucker. Con W. Goldberg 23.00 Ghostbusters II. Film Fantasia. (1989) Regia di I. Reitman. Con B. Murray 00.50 Genitori in trappola. Film Commedia. (1998) Regia di N. Meyers. Con L. Lohan 21.00 Burlesque. Film Musical. (2010) Regia di S. Antin. Con C. Aguilera Cher. 23.05 Fast Food. Film Commedia. (1998) Regia di D. Parisot. Con D. Barrymore S. Duvall. 00.50 Pirati Dei Caraibi: La Saga. Rubrica 18.45 Ben 10 Ultimate Alien. 19.35 Generator Rex. 20.05 Takeshi's Castle. 20.30 Lo straordinario mondo di Gumball. 20.55 Adventure Time. 21.20 The Regular Show. 21.45 Mucca e Pollo. 22.10 Hero: 108. 22.35 Hero: 108. 18.00 American Guns. Documentario 19.00 Top Gear. Documentario 20.00 Marchio di fabbrica. 20.30 Marchio di fabbrica. Documentario 21.00 Curiosity. Documentario 22.00 Curiosity. Documentario 23.00 Come è fatto. Documentario 18.55 Deejay TG. Informazione 19.00 The Nine Lives of Chloe King. Serie TV 20.00 Lincoln Heights. Serie TV 21.00 Lorem Ipsum - Best Of.Attualita' 21.30 DJ Stories. Reportage 22.30 Deejay chiama Italia - Remix.Rubrica 19.20 Diario di una Nerd Superstar.Serie TV 19.45 Diario di una Nerd Superstar.Serie TV 20.20 I soliti Idioti. Serie TV 21.10 Teenager in crisi di peso. Docu Reality 22.00 Chelsea Settles: Una vita XXL. Serie TV Con Devon Stewart 21.30 Il sogno del maratoneta. Fiction Con Luigi Lo Cascio 23.20 Speciale Tg1. Informazione 00.25 TG 1 - Notte. Informazione 00.50 Applausi.Rubrica 02.05 Sette note.Rubrica 02.25 Così è la mia vita... Sottovoce. Talk Show.Conduce Gigi Marzullo. 21.30 Presadiretta. Attualita' 23.35 Tg3. Informazione 23.45 TG Regione. Informazione 23.50 Cosmo. Rubrica 00.50 Tg3. Informazione 01.00 TeleCamere. Informazione 01.30 Meteo 3. Informazione 21.00 N.C.I.S. Serie TV Con Mark Harmon, Micheal Weatherly, Pauley Perrette. 21.45 Hawaii Five-0. Serie TV Con Alex O'Loughlin, Scott Caan, Daniel Dae Kim. 22.35 La Domenica Sportiva. Informazione 01.00 TG 2. Informazione 21.30 Grande Fratello. Reality Show. 00.35 Mai dire Grande Fratello. Show. 01.20 Tg5 - Notte. Informazione 01.50 Paperissima sprint. Show. 02.35 Baci e abbracci. Film Commedia. (1998) Regia di Paolo Virzi'. Con Francesco Paolantoni 21.30 Destini incrociati. Film Drammatico. (1999) Regia di Sydney Pollack. Con Harrison Ford, Kristin Scott Thomas, Bonnie Hunt. 00.10 I Bellissimi di Rete 4. Show. 00.15 Nessuna pietà. Film Poliziesco. (1986) Regia di Richard Pearce. Con Richard Gere 21.30 Pirati dei Caraibi - La maledizione del forziere fantasma. Film Avventura. (2006) Regia di Gore Verbinski. Con Johnny Depp, Orlando Bloom. 00.20 Controcampo - Linea notte. Informazione 01.35 Poker1mania.Sport 02.25 Ghost world. Film Commedia. (2001) 21.30 Il concerto. Film Commedia. (2009) Regia di Radu Mihaileanu. Con Aleksei Guskov, Mélanie Laurent, Dmitri Nazarov. 23.50 Tg La7. Informazione 23.55 Tg La7 Sport. Informazione 00.00La lunga linea grigia. Film Avventura. (1955) 06.15 Automobilismo: Gran Premio di Australia di Formula 1 Evento 09.35 Easy driver.Attualita' 10.00 Linea Verde Orizzonti. Reportage 10.30 A Sua immagine. Rubrica 10.55 Santa Messa Religione 12.00 Recita dell'Angelus Religione 12.20 Linea Verde. Rubrica 13.30 Telegiornale. Informazione 13.35 TG 1 - Focus. Rubrica 14.00 Domenica In... l'Arena. Talk Show. 15.01 Che tempo fa. Informazione 16.30 TG1. Informazione 16.35 Domenica In - Così è la vita. Talk Show. 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz 20.00 TG1. Informazione 20.35 Rai TG Sport. Informazione 20.40 Aari tuoi. Show. 07.00 Cartoon Magic. Cartoni Animati 10.50 A come Avventura. Documentario 11.30 Mezzogiorno in Famiglia. Show.Conduce Amadeus, Laura Barriales, Sergio Friscia. 13.00 Tg2 giorno. Informazione 13.30 TG 2 Motori. Informazione 13.40 Meteo 2. Informazione 13.45 Quelli che aspettano.... Rubrica 15.40 Quelli che il calcio. Show.Conduce Victoria Cabello. 17.05 TG2 L.I.S.. Informazione 17.06 Meteo 2. Informazione 17.10 Stadio Sprint. Informazione 18.00 90' Minuto. Informazione 19.35 Automobilismo: Sintesi Gran Premio di Australia di Formula 1. Sport 20.30 TG 2. Informazione 07.40 Wind at my back. Serie TV 08.30 È sempre bel tempo. Film Commedia. (1955) Regia di Stanley Donen. Con Gene Kelly 10.05 Kingdom.Serie TV 10.55 TGR Estovest. Informazione 11.15 TGR Mediterraneo. Informazione 11.40 TGR RegionEuropa. Reportage 12.00 TG3. Informazione 12.05 TG3 Persone. Reportage 12.25 TeleCamere. Informazione 12.55 Rai Educational. Documentario 13.25 Il Capitale di Philippe Daverio. Rubrica 14.00 Tg Regione. / TG3. 14.30 In 1/2 h. Rubrica 15.05 Alle falde del Kilimangiaro. Rubrica 17.55 Per un pugno di libri. Informazione 19.00 TG3. / Tg Regione. 20.00 Blob.Rubrica 20.10 Che tempo che fa. Talk Show. 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.51 Le frontiere dello spirito. Rubrica 10.00 Grande Fratello. Reality Show. 10.15 Finalmente soli. Serie TV 10.45 A ruota libera. Film Commedia. (2000) Regia di Vincenzo Salemme. Con Vincenzo Salemme 13.00 Tg5. Informazione 13.40 Grande Fratello. Reality Show. 14.01 Rosamunde Pilcher: e improvvisamente fu amore.... Film Drammatico. (2006) Regia di Dieter Kehler. Con Jeanne Tremsal 16.05 Domenica Cinque. Show.Conduce Claudio Brachino e Federica Panicucci. 18.50 The money drop. Gioco A Quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.39 Meteo 5. Informazione 20.40 Paperissima sprint. Show. 07.00 Media shopping. Shopping Tv 07.15 Zorro.Serie TV 08.15 Speciale - Ti racconto un libro.Rubrica 08.35 Uragani ai Caraibi. Documentario 09.10 Magniica Italia. Documentario 10.00 S. Messa. Evento 11.00 Pianeta mare. Reportage 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Melaverde. Rubrica 13.20 Pianeta mare. Reportage 14.00 Donnavventura. Rubrica 14.55 DLife - A caccia tra gli scogli. Documentario 15.10 Il genio della trua. Film Commedia. (2003) Regia di Ridley Scott. Con Bruce Altman, Nicolas Cage, Sam Rockwell. 17.15 Colombo.Serie TV 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 07.40 Cartoni animati 11.50 Grand Prix. Informazione 12.25 Studio aperto. Informazione 13.00 Guida al campionato. Informazione 14.00 Batman. Film Azione. (1989) Regia di Tim Burton. Con Jack Nicholson, Michael Keaton, Kim Basinger. 16.25 Skyrunners. Film Fantascienza. (2009) Regia di Ralph Hemecker. Con Kelly Blatz, Joey Pollari, Conrad Coates. 18.30 Studio aperto. Informazione 18.58 Meteo. Informazione 19.00 Tutto in famiglia. Serie TV Con Damon Wayans, Tisha Campbell - Martin, George Gore II 19.30 Mr. Crocodile Dundee. Film Avventura. (1986) Regia di Peter Faiman. Con Paul Hogan, Linda Kozlowski, John Meillon. 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 07.50 Maratona di Roma 2012. Evento 12.00 Ti ci porto io. Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Il giurato. Film Drammatico. (1996) Regia di brian Gibson. Con Demi Moore, Alec Baldwin. 16.25 JAG - Avvocati in divisa. Serie TV 17.55 Movie Flash. Rubrica 18.00 L'Ispettore Barnaby. Serie TV Con John Nettles, Daniel Casey, John Hopkins, Jason Hugues Jane Wymark 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 In Onda. Talk Show. Conduce Nicola Porro, Luca Telese. SERA SERA SERA SERA SERA SERA SERA 44 DOMENICA 18 MARZO 2012
N el giorno in cui Pier Lui-gi Bersani vola in Fran-cia per presentare so-lennemente il Manife-sto di Parigi, Luca Cordero di Montezemolo non se ne resta con le mani in mano. E se il segretario del Pd sale sul palco insieme con il candidato socialista all'Eliseo François Hollande e con il leader dei socialdemocratici tedeschi Sigmar Gabriel, per lanciare il primo manifesto programmatico comune delle forze progressiste europee, da noi anche Carlo Calenda, Andrea Romano e Nicola Rossi – per il comitato direttivo della montezemoliana Italia Futura – non perdono tempo a salire sulla tribuna del Foglio di Giuliano Ferrara, per lanciare da qui il loro «appello oltre i fallimenti di destra e sinistra». L'obiettivo è chiaro: «Mentre il governo sta svolgendo il suo difficile compito, è già ora indispensabile in vista delle elezioni del 2013 aprire un cantiere per la costruzione di un fronte liberale e democratico intorno a pochi e chiari obiettivi che abbiano la finalità fondamentale di rimettere il nostro paese su un percorso di crescita e benessere». A differenza di quello di Parigi, il manifesto di Maranello non è molto esplicito sulle forze che dovrebbero promuoverlo, questo grande fronte democratico e liberale. Ma non è difficile capire chi siano gli avversari. «Il Partito democratico – proseguono gli italofuturisti – ha riscoperto il valore di una proposta socialdemocratica ortodossa, dopo più di due decenni di flirt incostante e non di rado infedele con la vocazione liberale». Di qui l'odierna riscoperta di «un'adolescenza socialdemocratica mai vissuta». E se Hollande vincerà in Francia, questo processo «subirà un'accelerazione e una radicalizzazione notevole», facendo saltare in Italia ogni ipotesi (casiniana e non solo) di grande coalizione. «Il campo della politica italiana – profetizzano gli italofuturologi – tornerà quindi a dividersi». Peccato però che «nel frattempo l'orizzonte di PdL, Terzo polo e Lega è limitato alla tattica politica». E così, se il ritiro di Silvio Berlusconi «libera il centrodestra dalla necessità di difendere le mille anomalie della sua leadership», ma al tempo stesso «lo rende orfano di una leadership carismatica», e se dall'altro lato il centrosinistra rinuncia «a competere nel campo delle politiche di liberalizzazione e crescita», si capisce che queste due opposte inadeguatezze «aprono nuovamente il mercato politico italiano» a chi non crede che «la risposta ai problemi dell'Italia si trovi riesumando ricette vecchie e usurate». Va anche detto che le nuove ricette degli italofuturisti non sembrano l'ultimo grido della moda. L'«obiettivo prioritario su cui indirizzare le risorse disponibili» è naturalmente «l'abbassamento della pressione fiscale sulle imprese»; la priorità numero due è «intervenire sulla mobilità in uscita» (volgarmente detta licenziamenti). Non manca poi «un radicale ridimensionamento del perimetro di azione dello Stato», e addirittura una legge per mettere «un vincolo di destinazione delle risorse reperite dalla lotta all'evasione per diminuire automaticamente il peso del fisco», non sia mai che un solo euro in più andasse a finire in un ospedale, una scuola o un asilo nido. Tutte idee nuove e originali tra fine anni 70 e primi anni 80, quando Margaret Thatcher e Ronald Reagan le portarono al trionfo. E che certamente ebbero nuova fortuna, anche a sinistra, negli anni 90, dopo che il crollo del comunismo sembrò certificarne l'infallibilità. Peccato che dal 2007 a oggi quelle stesse ricette ci abbiano precipitati nella peggiore crisi economica dagli anni 30. Questa è la novità di cui si discute, a sinistra come a destra, nel mondo di oggi, così lontano dalle elucubrazioni di un'Italia Futura che assomiglia terribilmente all'antica. FRANCESCO CUNDARI Il caso Italia Futura lancia il suo manifesto: una destra moderna contro il centrosinistra ROMA Foto di Roberto Monaldo / LaPresse trecciare di nuovo le nostre strade con il Pdl». Una scelta nient'affatto condivisa dai partner del Terzo polo, ad esempio dall'Udc che a Palermo ha scelto l'alleanza con i berlusconiani. «Ma se si marcia sotto braccio con chi rappresenta il passato diventa difficile far sì che la parola rinnovamento sia qualcosa di più di un artificio retorico», attacca Fini. Un inciampo che però non fermerà la nascita del nuovo Polo che «non sarà solo un escamotage per tornare in Parlamento insieme ai propri amici, la possibilità di successo è nella capacità di andare oltre una sommatoria aritmetica dell'esistente». E, sempre andando per esclusioni in negativo, dice Fini, la nuova casa politica non potrà neppure essere il rassemblement dei moderati «perché la vera alternativa è tra i rinnovatori ed i nostalgici, i gattopardi. Il discrimine e tra chi vuole riformare e chi è privo di progettualità innovativa». Da Pietrasanta Fini prova a gettare la rete “progettuale” di Fli, convinto che sia necessario un nuovo appello «agli uomini di buona volontà» e che si debba andare a pescare nell' area del non voto e dei delusi di destra e sinistra. Tanto più oggi che «il Pdl è ormai un partito senza bussola». Il leader di Fli cerca di disegnare una destra di tipo europeo: sì dunque ai diritti civili per tutti, anche per i gay e «senza più discriminazioni», spiega il leader ad una platea divisa su questo punto. Sul lavoro, invece, «serve una riforma ancora più coraggiosa di quella che Monti si appresta a fare». Pieno il sostegno al governo dei Professori. «Monti sia cosciente davvero della sua forza, deve governare a tutto campo: non si faccia bloccare da tatticismi o veti». Sulla Rai, ad esempio. «Se il premier è convinto che così com'è la Rai rischia di non adempiere al servizio pubblico e al pluralismo, proceda tranquillamente con il commissariamento». La presidente dell'assemblea del Pd Rosy Bindi Lega, c'è l'accordo su Verona Tosie i verticidella Lega trovano l'accordo sulle liste da presentare alle amministrativedimaggio,dopoil lungobracciodiferroconBossi,cheosteggiaval'intenzionedelsindaco di Verona di presentare un'unica lista con il suo nome, da affiancare a quella del Carroccio. L'idea: mettere il nome di Tosi su tutte le liste, sia quelle civiche che quella della Lega. 15 DOMENICA 18 MARZO 2012
Montepremi 3.149.456,08 5+ stella Nessun 6 - Jackpot 73.882.348,58 4+ stella 31.311,00 Nessun 5+1 - 3+ stella 1.597,00 Vincono con punti 5 24.864,13 2+ stella 100,00 Vincono con punti 4 313,11 1+ stella 10,00 Vincono con punti 3 15,97 0+ stella 5,00 Nazionale 85 32 44 70 48 Bari 48 77 47 73 38 Cagliari 87 33 61 59 78 Firenze 11 16 74 63 77 Genova 14 13 84 65 67 Milano 7 11 27 19 78 Napoli 17 7 66 64 86 Palermo 89 55 6 90 86 Roma 78 51 70 83 8 Torino 65 39 79 62 59 Venezia 38 66 90 11 56 lotto quelli in condizioni più critiche. E li ha portati a Lampedusa. Gli altri 32 li ha presi a bordo la vedetta della Guardia Costiera. Direzione, sempre Lampedusa. Mentre in mare vengono soccorsi altre due imbarcazioni dirette verso la maggiore delle Pelagie: 107 persone tratte in salvo da un rimorchiatore e a114 soccorse in acque maltesi dalla Capitaneria di Porto, dopo che Malta, avvertita, non ha dato risposte. L'ALLARME DELL'UNHCR «Fino a quando ci saranno situazioni di tensione in aree non lontane, come il Corno d'Africa, le persone continueranno a scappare, dobbiamo essere pronti a ogni evenienza», ripete, ancora una volta, Laura Boldrini, portavoce dell'Unhcr. Ed essere pronti - spiega molto chiaramente - significa che «il centro di primo soccorso e transito deve essere di nuovo messo in grado di funzionare» e che Lampedusa deve tornare a essere «porto sicuro, come è stato fino a qualche mese fa». Altrimenti insiste Boldrini - «si creano troppi problemi a chi opera in mare». E invece dal giorno in cui l'incendio è divampato nel centro di Contrada Imbriacola tutto è fermo. La risposta dell'allora ministro dell'Interno Roberto Maroni fu dichiarare Lampedusa «porto non sicuro» perché sprovvisto di un centro di accoglienza. Due settimane fa, il nuovo titolare del Viminale, Anna Maria Cancellieri, durante un sopralluogo deciso in vista dei nuovi sbarchi, ha promesso che presto inizieranno i lavori per ripristinare la funzionalità del centro. Bisognerà riparare il padiglione andato distrutto e l'altro pesantemente danneggiato. Ma ne restano altri due che potrebbero essere riaperti anche in breve tempo. Fare in fretta, è quello che chiedono i lampedusani. «Nessuno vuole che Lampedusa torni a essere un carcere a cielo aperto come un anno fa», spiega Peppino Palmieri, consigliere comunale del Pd. Intanto i migranti che vengono soccorsi vengo portati nel villaggio turistico di Cala Creta. «È importante però che in brevissimo tempo vengano trasferiti in Sicilia o in altri centri, altrimenti non ci sarà posto per ospitare nuovi arrivi», avverte Giusy Nicolini, di Legambiente: «L'altro giorno guardavamo estasiati le balene vicinissime alla costa, ora contiamo i morti». I numeri del Superenalotto Jolly SuperStar 12 23 54 68 84 89 86 76 10eLotto 7 11 13 14 16 17 33 38 39 4748 51 55 61 65 66 77 78 87 89 L'Italia dovrebbe prendersi cura di loro. C'è scritto così nella direttiva 9 del 2003 sulle “misure minime” in materia di accoglienza dei richiedenti asilo: «Gli Stati membri provvedono affinché, se necessario, le persone che hanno subito torture, stupri o altri atti di violenza ricevano il necessario trattamento per i danni provocati dagli atti sopra menzionati». Vedi alla voce: diritti umani. Eppure i pazienti dell'ambulatorio per le vittime di tortura del San Giovanni Addolorata di Roma attivo dal 2004 proprio per adempiere a quell'obbligo, da un giorno all'altro si sono ritrovati senza più assistenza. Dal primo marzo, senza alcun preavviso, quella piccola preziosa “enclave umanitaria” creata per garantire assistenza specialistica ai tanti richiedenti asilo che arrivano in Italia portando ancora sul corpo e nella mente l'orrore subito nel paese d'origine, ha chiuso i battenti. Così da un giorno all'altro. La direzione generale del San Giovanni ha deciso semplicemente che non serviva più. Senza considerare neppure che nel frattempo quell'ambulatorio era diventato un punto di riferimento nazionale, capofila degli altri Centri pubblici specializzati sorti nel frattempo nel resto d'Italia, nell'ambito del progetto Nirast, Network Italiano per i Richiedenti Asilo Sopravvissuti a Tortura. Una rete promossa dall'Unhcr e dal Cir. E dal ministero dell'Interno, che con il San Giovanni aveva anche stipulato una convenzione, 30mila euro l'anno, a sostegno delle sole attività di coordinamento nazionale. Poi da ottobre quel finanziamento è stato tagliato. E la direzione ha preso la palla al balzo. Anche se quel taglio non c'entrava nulla con le prestazioni mediche effettuate nell'ambulatorio, da sempre a carico del Sistema sanitario nazionale, Da un giorno all'altro ha chiuso quel piccolo centro d'eccellenza, che, messo su con pochissimi mezzi (un solo medico ospedaliero, un paio di tirocinanti, due psicologhe a progetto, pagate dal progetto Nirast), in otto anni ha assistituo più di 110 vittime di tortura. Senza concedere neppure il preavviso a chi in quella piccola struttura d'avanguardia aveva trovato per la prima volta le cure di cui aveva bisogno. Pazienti già seguiti da tempo. E più di 200 approdati al San Giovanni solo da pochi mesi. Come Brunelle, la chiameremo così. Una donna congolese che nel suo paese è stata violentata davanti ai figli e ha visto uccidere il suo bambino più piccolo. O come Adam, nome di fantasia anche in questo caso. Un ragazzino di 17 anni, arrivato da solo dall'Afghanistan. «In pochi mesi, dall'arrivo in Italia, aveva perso 15 chili: anoressia post-traumatica», racconta il professor Massimo Germani, il medico che otto anni fa ha deciso di aprire questo piccolo presidio umanitario. Anche Adam alla quarta visita ha trovato la porta sbarrata. Non c'è stato verso finora di far cambiare idea alla direzione generale. «Neppure la richiesta di riaprire l'ambulatorio il tempo necessario per indirizzare i pazienti verso altre strutture ha trovato risposta», racconta Germani, che adesso si è rivolto alla Regione Lazio perché riconosca l'ambulatorio del San Giovanni come centro d'eccellenza e con una delibera gli restituisca un futuro. E alla stessa Regione si sono già rivolti lo stesso Unhcr, il Cir e le associazioni impegnate nella cura dei richiedenti asilo per chiedere che quella chiusura così crudele e incomprensibile sia subito revocata. MA.GE. SABATO 17 MARZO Massimo Germani Mirko, il bambino di due anni trovato morto a Sant'Antioco, il paesino del Sulcis, è stato ucciso. Lo conferma l'esame autoptico. Il bambino sarebbe stato soffocato con un cuscinodaIgorGarau,conviventedellamadredelpiccolo,DanielaSulas,cheavevamanifestato l'intenzione di lasciare l'uomo per tornare con il padre naturale di Mirko. Tra gli indagati ndell'ultimo blitz contro i Casalesi c'è anche Angelo Ammaturo,unagentedipoliziapenitenziariache,quandoerainservizionelcarcere di Poggioreale, secondo l'accusa, consegnòalbossMassimoIovinetretelefoni cellulari per i contatti personali e criminali. In un'occasione Ammaturo consegnòalbossanche250grammidi hascisc. Telefonini e droga al boss, indagato agente penitenziario NAPOLI Il centro da riaprire A Roma chiude l'ambulatorio che cura le vittime di tortura Dal primo marzo, senza preavviso, è stata chiusa la struttura medica che dava assistenza ai richiedenti asilo vittime delle torture. Una piccola «enclave umanitaria» dissolta nel nulla. E i pazienti non sanno dove andare. ROMA pDopo 8 anni sospeso il servizio di assistenza sanitaria ai richiedenti asilo p San Giovanni-Addolorata I pazienti sotto cura abbandonati a se stessi «Nemmeno il tempo di indirizzare la gente verso altre strutture» Mirko è stato ucciso Chiuso dopo la rivolta Maroni dichiarò l'isola «porto non sicuro» 29 DOMENICA 18 MARZO 2012
C on questa sono tre,almeno. Ovvero è laterza volta, da Vene-zia a oggi, che su que-ste colonne interve-niamo sul Faust di Alexander Sokurov. Troppe? Mai abbastanza perché quest'opera, che ha vinto con merito il Festival di Venezia, richiede molte occasioni per essere analizzata. La prima volta, come detto, è stata all'ultima edizione lagunare e lì abbiamo registrato il nostro stupore, financo l'incapacità di afferrare un oggetto non identificato, la parabola di un Faust goethiano, mai così moderno, così attuale. Insomma, la prima visione è stata «a pelle», istintiva, ci sembrava di essere stati attraversati da un'emozione muta perché ancora, per noi, senza parola. La seconda volta è stata in occasione dell'uscita in sala con una programmazione indegna. Pochissime copie che bisognava cercare con il lumino. Ma la seconda visione è stata ancor più potente. Una volta superato l'iniziale choc estetico, siamo entrati maggiormente nella materia, cercando di capire meglio quale fosse il discorso portato da Sokoruv, un regista russo alla corte della letteratura tedesca e alle pendici di un personaggio leggendario quale Faust che ha avuto innumerevoli adattamenti e derivazioni, in ogni cultura e in ogni dove. Ma questo non è un Faust russo, e neanche tedesco (anche se parlato in tedesco) ma un Faust vanesio e narciso, tutto di «pancia» e poi non così di testa. La prima sequenza – dopo un volo aereo tra Dalì e Nosferatu - vede il dottor Faust nel suo laboratorio nell'atto di sezionare un cadavere, con le mani perse nelle viscere di un corpo squartato, mostruoso. NELLE VISCERE DELL'ISTINTO Tutto nelle viscere, e a precedere il primissimo piano del membro umano del cadavere. Ecco, gli istinti umani, dalla pancia in giù. E poi i soldi, il denaro, il potere. La testa è tagliata fuori, come anche la dimensione del sacro. Mefistofele è un satiro a forma di pera, flatulento e truculento. Lui è l'unico ad aver nostalgia del sacro, del suo alter. Come anche dell'anima. Oggi, la terza occasione di rincontrare il Faust di Sokurov è anche quella più ghiotta: l'uscita in homevideo. Ora è forte la tentazione di poter davvero entrare dentro quest'opera così sfuggente e proteiforme, entrare nel dettaglio. Vedere e rivedere una sequenza, e studiarla. Sono pochissimi i film per i quali è utile e necessario uno studio approfondito. E cosa scopriamo alla terza di future altre visioni? Torniamo fatalmente alla forma, alla pura forma, a quel mefistofelico armamentario fatto di lenti deformanti, grandangolari, piani obliqui, immagini virate con il quale Sokurov ha inteso girare e fotografare il suo Faust. Qual era la necessità di tanta sperimentazione? Forse fine a se stessa? Ma la ricerca come quella del Faust, la ricerca per la ricerca non è mai fine a se stessa, per paradossale che sia. Questo è il Faust di Sokurov, questo il Sokurov come il Faust. DARIO ZONTA Lo spazio bianco IncompresoQuando la notte www.unita.it Faust regia di Alexander Sokurov con Johannes Zeiler, Anton Adasinskiy, Isolda Dychauk, Hanna Schygulla Russia, 2011 Distrib.: CG Home Video ***** SOKUROV E I MILLE VOLTI DI FAUST Il visionario film che il regista russo dedica al leggendario personaggio FLAVIO DELLA ROCCA Visioni digitali C osa sarà dell'Home Enter-tainment tra qualche an-no? Gli studiosi del setto-re si dividono tra chi sostiene che il supporto fisico non morirà mai e chi pensa che il futuro è costituito esclusivamente dalla rete. Naturalmente, non spetterà solo al consumatore finale la determinazione dello scenario, quanto piuttosto alle politiche costruite da chi il mercato lo fa: i distributori e i responsabili delle infrastrutture digitali, sui cui binari viaggeranno sempre più spediti i contenuti. In Italia, non siamo pronti né mentalmente, né strutturalmente alla morte di Dvd e Blu-ray, come dimostra anche la rifiorita passione del vinile in campo musicale. Tuttavia, va preso atto dei cambiamenti. Mentre oltreoceano la nuova proprietà di Blockbuster va avanti a suon di chiusure di esercizi e magazzini, da noi l'operazione di transizione dalle videoteche alle farmacie sembrerebbe in dirittura d'arrivo. Contestualmente, il Blu-ray Disc Group Italia cessa la propria attività. L'associazione, che aveva come obiettivo la più estesa diffusione della conoscenza dello standard e delle sue potenzialità, è stata sciolta di recente. Ne facevano parte le principali aziende tuttora operanti nel settore. Luci e ombre nel futuro dell'Home entertainment Due anni prima di Quando la notte, FrancescaComencini–sorelladiCristina– racconta il desiderio e la paura della maternità. Maria ha una figlia, o forse no, non ancora: la bimba è nata prematura e lotta per la vita in un'incubatrice, la mamma l'aspetta. Grandissima prova della Buy. Nascita prematura Lo spazio bianco Regia di Francesca Comencini Con Margherita Buy, Salvatore Cantalupo, Guido Caprino, Maria Paiato Italia, 2009 *** Per capire dove le sorelle Comencini hannoimparato a raccontare storie di parentela e di famiglia, nulla di meglio che abbeverarsi alla grandezza del loro papà. Imperdibili Cuore e Pinocchio, ma anche questomélodel '66ispiratoalromanzodi Florence Montgomery è da recuperare. Infanzia difficile Incompreso Regia di Luigi Comencini Con Anthony Quayle, S. Colagrande, S. Giannozzi, G. Moll Italia, 1966 Distribuzione: Medusa **** Ingiustamente fischiato a Venezia 2011, censurato e liberato, applaudito in numerosi altri festival. Una donna troppo sola in vacanza alpina con un bimbo di 2 anni: tutte le difficoltà – raccontate in modo drammatico e sincero – del mestiere di mamma. Nei negozi da mercoledì. Mamma per forza Quando la notte Regia di Cristina Comencini Con Claudia Pandolfi, Filippo Timi,ThomasTrabacchi,Michela Cescon Italia, 2011 Distribuzione: 01 *** Home Video FAMIGLIA COMENCINI Alberto Crespi 39 DOMENICA 18 MARZO 2012
L a prima necessità cheemerge dai cittadini èquella di sapere che cisono le risorse per unaricostruzione che avvenga in tempi certi e con criteri di trasparenza». Parola del ministro Fabrizio Barca che proprio in questi giorni sta affrontando il problema de l'Aquila, città sconvolta dal terremoto tre anni fa e che ancora oggi soffre per i ritardi nella ricostruzione. Barca ha presentato il progetto del governo per l'Aquila e ne parla con l'Unità. «Dopo una fase di ricognizione - spiega il ministro in una pausa dei lavori del Forum dell'Ocse sul futuro della città abruzzese - abbiamo individuato le priorità per una iniziativa rapida, rigorosa e capace di prevenire interessi impropri». Ministro, alla vigilia del terzo anniversario del terremoto del 6 aprile lei ha incontrato i cittadini, che impressione ne ha ricavato? «Dagli abitanti de l'Aquila giunge una richiesta di attenzione che vogliamo cogliere con serietà, d'intesa con gli enti locali e con la Regione. I fondi ci sono e le procedure funzionano. La gente mostra fiducia e disponibilità all'impegno». Gli italiani hanno mostrato solidarietà contribuendo con quasi 11 milioni di euro alla ricostruzione: come sono stati impiegati fino ad oggi quei fondi? «Due milioni sono stati utilizzati per l'emergenza, rimane una somma di cinquemilionisettecentomila euro che dobbiamo subito destinare alle richieste d'indennizzo. I soldi ci sono e sono adeguati. Ogni ricostruzione si sviluppa in un periodo lungo, è questa la storia di tutti i terremoti. Noi, comunque, riteniamo di poter chiudere l'esame di tutte le richieste entro il 31 agosto 2012». E per quel che riguarda lo smaltimento delle macerie? «Negli ultimi quattro mesi abbiamo registrato un'accelerazione generale dell'iniziativa anche per tranquillizzare un popolazione giustamente preoccupata. Abbiamo a che fare con 4 milioni di tonnellate di macerie. Ottocentomila sono pubbliche e per il 38% sono state già raccolte ed eliminate». Al Forum dell'Ocse è stato presentato un progetto di ricostruzione che punta sulle energie pulite, su internet, sui nuovi materiali. L'Aquila come «smart city» in poche parole... «Un modello diverso ed ecosostenibile per un progetto di città diversa, capace di soddisfare innanzitutto gli aquilani. Il team internazionale di ricerca ha anticipato le linee di lavoro nel corso di un'assemblea cittadina. È emersa, tra l'altro, una domanda forte di servizi sociali e di spazi comunitari. La gente ci chiede anche partecipazione e trasparenza. Gli aquilani vogliono rimanere protagonisti della ricostruzione, giustamente non intendono fare la parte delle cavie di una progettazione calata dall'alto». «Troppi ritardi, ora basta Ci sono volontà e risorse per far rinascere l'Aquila» Intervista a Fabrizio Barca Il ministro della Coesione territoriale spiega il progetto di ricostruzione: aquilani protagonisti per una città ecosostenibile. Massima trasparenza e indennizzi NINNI ANDRIOLO «Abbiamo oltre cinque milioni di euro. Verrà accelerata l'opera di rimozione delle macerie Ora fiducia e serenità La ferita d'Abruzzo I fondi a disposizione INVIATO A L'AQUILA Le case post terremoto Primo Piano10 DOMENICA 18 MARZO 2012
D i cosa parliamo quan-do parliamo dell'ac-qua? In primo luogodi uno dei dirittidell'uomo più importanti e riconosciuti. L'assemblea generale dell'Onu ha stabilito, il 28 luglio 2010, che l'accesso a un'acqua «di qualità» è per l'appunto uno dei diritti dell'uomo. Ciò nonostante, se si esamina la situazione a livello mondiale, non c'è di che essere troppo ottimisti. Certo, dalle statistiche dell'Onu arriva un dato positivo. Fra il 1990 e oggi si è dimezzato il numero di persone che a livello mondiale non beneficiano di alcuna fonte di acqua potabile: sarebbero ora fra 800 milioni e un miliardo, poco meno di 1 su 7 abitanti della Terra. Tuttavia, queste cifre sono oggetto di discussione per varie ragioni: per esempio, perché avere dell'acqua potabile non comporta avere un rubinetto da cui esca; o perché la qualità di quell'acqua può essere molto variabile, e non è detto che non siano presenti in essa agenti portatori delle cosiddette «malattie idriche». Le quali ultime (vari tipi di diarrea, colera, tifo, epatiti, legionellosi) sono la principale causa di morte nel mondo per bambini e giovani (così come le malattie cardiovascolari in età avanzata). Calcoli meno ottimisti di quelli qui sopra riportati parlano addirittura di metà della popolazione mondiale che non ha accesso a fonti di acqua potabile esenti da malattie. Negli ultimi anni, a nutrire visioni pessimistiche del problema contribuisce sempre più la consapevolezza che la disponibilità di acque dolci cresce a un tasso decisamente inferiore a quello della popolazione. È un elemento negativo, questo, cui se ne aggiungono altri: per esempio, gli effetti del mutamento climatico, come la siccità e la desertificazione; o l'aumento della richiesta di energia (e dell'uso di acqua per ottenerla), in conseguenza della crescita demografica e dello sviluppo produttivo non solo e non tanto nei tradizionali Paesi avanzati, ma soprattutto in quelli emergenti. Ma torniamo alla domanda iniziale: di cosa parliamo quando parliamo dell'acqua? Abbiamo già cominciato a dirlo: in primo luogo, dell'acqua come diritto, dell'accesso all'acqua, dei rischi derivanti dalla sua penuria, con variazioni da regione a regione, ma anche stagionali. E accanto ai rischi da penuria, quelli da eccesso, da sovrabbondanza temporanea, imprevedibile o colpevolmente trascurata: alluvioni, tsunami, disastri di ogni tipo. Quanto ai nostri Paesi europei si discute soprattutto di liberalizzazioni, di gestione privata o pubblica dell'acqua. Esiste anche una geopolitica dell'acqua, di particolare intensità in alcune regioni del mondo: al punto che alcuni studiosi ritengono che questo secolo potrebbe essere caratterizzato soprattutto dalle guerre per l'acqua. Facciamo alcuni esempi. Dovremmo forse partire proprio dalla penuria di acqua nell'Africa Subsahariana: un problema che, se associato a quello delle malattie e alla crescita inevitabile di una richiesta di maggior benessere, potrebbe determinare situazioni esplosive in buona parte del continente. La questione arabo-israeliana fa i conti fin dagli inizi con le difficoltà dell'approvvigionamento idrico in un'area particolarmente arida. Le acque provengono soprattutto dal Lago di Tiberiade e dal bacino del Giordano, ma anche da alcuni affluenti che scendono dalle Alture del Golan. Basterebbero questi pochi elementi per capire le complicazioni geopolitiche: dai rapporti tra Israele e Siria a quelli di una suddivisione equilibrata delle forniture (oggi è ben lontana dall'esserlo) fra israeliani e palestinesi. Ma il problema delle acque è quanto mai importante in tutto il Medio Oriente. Basti citare il caso dell'Eufrate, dal quale l'Iraq trae (grazie anche a una serie di dighe) buona parte del suo fabbisogno in acqua e in energia idroelettrica. Ma l'Eufrate (come pure il Tigri) nasce in Turchia, e la Turchia ha in parte progettato, in parte già realizzato un sistema di dighe destinate a migliorare le coltivazioni di una parte dell'Anatolia, suscitando comprensibili timori nei paesi a valle, e cioè nello stesso Iraq e in Siria. La storia del Lago d'Aral è un esempio sconvolgente di ciò che possono produrre scelte errate (per non dire suicide) di natura geopolitica, ma anche economica e ambientale. Ancora una quarantina d'anni fa era indicato come il quarto lago del mondo, superato solo dal mar Caspio, dal lago Superiore e dal lago Vittoria. La sua superficie era di 66.500 chilometri quadrati. Oggi, nella classifica mondiale dei laghi, occupa il 31˚ posto, essendosi la sua superficie ridotta a 5.000 chilometri quadrati. Quello che era un tempo il suo più importante porto peschereccio, Aralsk, dista ormai dalle rive del lago una trentina di chilometri. La fauna acquatica è scomparsa e al posto di buona parte del lago c'è un deserto di sale, che i venti trasportano fino nell'Artide. Alle origini del fenomeno c'è la scelta del governo zarista, e poi soprattutto di quello sovietico, di fare della regione (oggi divisa fra Kazakistan e Uzbekistan) una gigantesca distesa di piantagioni di cotone. E poiché si trattava di una regione arida, si costruirono grandi canali d'irrigazione che sottraevano acGIANNI SOFRI LA NUOVA GEOGRAFIA Il dibattito in Europa Giornata mondiale La risorsa della vita Da bere e da tutelare L'acqua, l'oro blu che fa girare il mondo È sulla liberalizzazione dei servizi, altrove verte su penuria e qualità Dimezzate negli ultimi anni le popolazioni senza accesso alle fonti idriche Ma, dalla Siria all'India, si scatenano sempre più conflitti per accaparrarsele Il prossimo giovedì 22 marzo è il World Water Day promosso dall'Onu 22 DOMENICA 18 MARZO 2012
Qualcosa di scritto Emanuele Trevi pagine 242 euro16,80 Ponte alle Grazie C 'è quasi sempre una si-tuazione di malesse-re, di disagio, all'ini-zio dei libri di Ema-nuele Trevi. Una tur-bolenza domestica, nei Cani del nulla; un caldo feroce, in Senza verso; un freddo che entra nelle ossa (con tanto di caldaia rotta), in L'onda del porto; un viaggio svogliato verso Napoli per un incontro pubblico che non si terrà, nel Libro della gioia perpetua. In questo nuovo Qualcosa di scritto l'avvio è il ricordo di un periodo della vita di Trevi: quando, neanche trentenne, lavorava al Fondo Pasolini a Roma, tentando di assemblare una raccolta di interviste del poeta friulano. Vita o forse vitaccia, considerando, oltre l'«irrimediabile atmosfera di repressione ed infelicità» emanata dalle stanze del Fondo Pasolini, le urla che vi risuonano quotidianamente. Sono le urla della Pazza, personaggio mitico e mirabilmente descritto da Trevi: l'attrice Laura Betti, madre-padrona del Fondo nota per le sue inarrestabili furie, per gli insulti e le minacce che scaricava sui sottoposti. Il giovane Trevi era il malcapitato: oggi, tornando a quell'epoca della propria storia, dimostra ancora una volta come nei recessi di ciò che ci affligge si nasconda sempre «una specie di medicina, di insegnamento salvifico». Una volta Sandro Veronesi ha spiegato perfettamente come l'attitudine di Trevi sia quella di raccontare cosa si impara nel corso della vita quando abbiamo smesso di imparare, quando non siamo, o crediamo di non essere più, alunni. Ogni suo libro si può ricondurre alle linee, ingarbugliate e misteriose, di un apprendistato: imprevedibile, inatteso. Siamo sofferenti, insoddisfatti, di malumore; siamo, in una parola, adulti: e tuttavia eccoci ancora pronti a essere stupiti, sconvolti, elettrizzati, trasformati da un'iniziazione. Proprio quando ci sembrava di essere iniziati a tutto, di essere incapaci di arrossire ancora. Qualcosa di scritto prosegue una riPAOLO DI PAOLO www.unita.it Marco Petrella www.marcopetrella.it QUELLA PAZZA DI LAURA BETTI Ricordi dello scrittore che lavorò al Fondo Pasolini negli Anni 90 Laura Betti Nel libro di Emanuele Trevi l'incontro con l'attrice Roma, primi anni Novanta. Uno scrittore trentenne cinico e ingenuo, sbadato e profondo assieme trova lavoro in un archivio, il Fondo Pier Paolo Pasolini. E si incontra con Laura Betti... Foto di Graziano Arici / Blackarchives Libri STRIP BOOK 40 DOMENICA 18 MARZO 2012
Il dossier SHUKRI SAID S i combatte ancora nelle zo-ne meridionali della Soma-lia e migliaia di persone so-no in fuga dalla cittadina di Gedo con masserizie e animali al seguito. Pochi giorni fa una bomba, rivendicata dagli Shabab, ha colpito il palazzo presidenziale Villa Somalia e ieri è stato colpito un convoglio Amisom sempre a Mogadiscio. Mentre la città di Kismayo è stata bersagliata da raid aerei. Nonostante ciò, pare che a Mogadiscio si respiri un'aria un po' diversa, un po' meno pesante. La sensazione, in chi spera ancora in una pacificazione, è di un minore isolamento, forse l'apertura di una prospettiva per il ritorno a condizioni di legalità e fine della guerra per bande. L'unica nota stonata viene dal rappresentante dell'Onu per la Somalia, l'ambasciatore Agostino Mahiga, che ha mosso un violento attacco alle istituzioni di transizione nel corso di un'intervista rilasciata nei giorni scorsi a Somaliareport. Ha accusato la maggioranza dei parlamentari, che hanno recentemente destituito lo speaker Sheikh Sharif Hassan nominando al suo posto un altro speaker, di essere «signori della guerra», i famigerati Warlords. Ha poi accusato l'organizzazione «Ala Sheikh», vicina al Presidente di transizione della Repubblica Sheikh Sharif Ahmed, di essere collusa con i terroristi di Al Shabaab, provocando la dura reazione del Presidente. E infine ha accusato l'ex primo ministro Mohamed A. Mohamed «Farmajo», molto amato nella diaspora somala all'estero, di fomentare le divisioni fra i parlamentari e di fare di tutto per tornare al potere in Somalia. Dichiarazioni a cui Farmajo ha reagito duramente con un'intervista a Voice Of America. Insomma un'opera complessiva di delegittimazione delle attuali istituzioni transitorie e dei più promettenti politici del panorama somalo di cui non si sentiva affatto il bisogno dopo le convergenze registrate a seguito della conferenza di Londra per porre fine alla transizione in Somalia. L'unico che è sfuggito agli strali del rappresentante delle Nazioni Unite è stato il suo protetto Sheick Sharif Hassan, detto «Sakin», cioè «Lametta», che, sebbene inviso alla maggioranza dei somali, Mahiga vorrebbe come futuro presidente del Paese dal prossimo agosto, quando decadranno le istituzioni di transizione. In effetti Sakin si è già autocandidato alla carica sollevando un coro di opposizioni. Non sembra che le scelte di Mahiga siano coerenti con il ruolo di pacificatore della Somalia assegnatogli da Ban Ki-moon e al Segretario generale dell'Onu, da più parti, si chiede di intervenire sul suo rappresentante che è sin qui riuscito a far perdere all'Onu la gestione degli importanti aiuti della Turchia alla Somalia ed anche i fondi del Joint Financial Management Board la cui istituzione è stata decisa nella conferenza di Londra dello scorso febbraio per meglio concentrare e gestire il sostegno finanziario dei paesi donatori. I nuovi finanziamenti non saranno però gestiti dall'attuale governo di transizione ma in accordo col nuovo governo, quello che verrà eletto dopo l'abbandono delle istituzioni di transizione. «Ho avuto la sensazione che qui a Londra gli inglesi abbiano voluSomalia, nuove speranze di ritorno alla vita normale Ma continuano i raid Mogadiscio Donne e bambini ricevono aiuti alimentari del Pam al centro Somali Relief Bombe dal cielo sul porto di Kismayo a Sud e attentati degli Shabab a Mogadiscio Però sul versante politico dopo la Conferenza di Londra è un lento inizio di legalità In vista il ritiro dell'Etiopia e la confluenza in Amisom delle truppe del Kenya Mondo www.migrare.eu 32 DOMENICA 18 MARZO 2012
e 20 aprile una conferenza internazionale a cui sono stati invitati i vertici di tutti i gruppi parlamentari progressisti presenti a Strasburgo. Per Bersani l'alleanza con i socialisti francesi e i socialdemocratici tedeschi (ma anche i laburisti inglesi e gli altri partiti progressisti del Belgio e della Scandinavia) è strategica per più di un motivo, quando finita la fase di transizione guidata dal governo Monti si andrà alle urne. Stringere un patto con le altre forze di centrosinistra europee vuol dire da un lato cominciare ad impostare fin d'ora per la primavera 2013 una competizione tra progressisti e conservatori chiudendo così la porta all'ipotesi di una Grosse Koalition in salsa italiana, caldeggiata fuori ma anche dentro il Pd. Dall'altro lato, l'esito delle presidenziali d'Oltralpe influenzerà in un senso o nell'altro il tipo di coalizione e anche la candidatura per la premiership alle prossime politiche italiane. Bersani, che comunque pensa debbano essere le primarie a scegliere il candidato premier, sa bene che la scommessa ha una posta tanto alta quanto è alto il rischio che l'operazione comporta. Legare strettamente le vicende nostrane all'esito delle presidenziali francesi e anche ai consensi su cui potrà contare nei prossimi mesi Angela Merkel è chiaramente pericoloso. Nicolas Sarkozy non ha esitato a mettere in discussione Schengen pur di guadagnare qualche punto nei sondaggi, e il timore confessato dai socialisti francesi agli italiani arrivati a Parigi è che da qui a maggio giocherà altre carte pericolose per la tenuta dell'Ue. Puntare su un cambio del vento in Europa è d'obbligo per il Pd, ma se la fine del ciclo conservatore dovesse rivelarsi nei prossimi mesi un'illusione il contraccolpo si farebbe sentire pesantemente anche sulle vicende italiane. L'Udc soprattutto, ma anche alcuni settori del Pd di provenienza centrista o ex-popolare puntano a un governo di larghe intese anche per la prossima legislatura. E se l'asse Merkozy dovesse riaffermarsi si farebbe più complicato per i Democratici esprimere il candidato premier. Casini lo dice chiaramente che lavora per un avvicinamento di Pd e Pdl in vista della prossima campagna elettorale, ma va letto in questa chiave anche il memorandum firmato proprio in questi giorni da Beppe Fioroni, Marco Follini e una dozzina di esponenti ex-Ppi e della minoranza di Movimento democratico favorevole al “Monti bis”, un documento critico nei confronti del sostegno a Hollande e favorevoli invece a un'intesa con il centrista François Bayrou. Un aspetto positivo per Bersani è che comunque in questo passaggio non deve fare i conti con resistenze interne di tipo ideologico sul rapporto con i partiti socialisti europei. Il fatto che la vecchia discussione sull'appartenenza alle famiglie politiche non sia stata sollevata da nessuno dopo che è stato creato a Strasburgo il gruppo dei Socialisti e Democratici consente al leader del Pd un'ampia possibilità di manovra in questa operazione. Bersani però non vuole rischiare a agli interlocutori francesi e tedeschi ha spiegato che il campo socialista deve allargarsi. «Arriviamo a questo appuntamento forti della nostra storia e della identità di ciascuno, storie ed identità che non sono mai nemiche del coraggio e dell'innovazione», è il messaggio consegnato a Hollande e a Gabriel. «Noi democratici italiani in questi anni abbiamo innovato molto, abbiamo scelto di superare le antiche appartenenze e di dare vita a un Pd che già adesso, a quattro anni dalla sua nascita, è il primo partito italiano». Da questo alla possibilità di esprimere il candidato premier alle prossime politiche c'è un percorso che, nel bene o nel male, passa anche per l'Europa. Foto di Simone Zaniol / Emblema Il rapporto con i socialisti Staino Bersani: «Destra al capolinea» L'intervento di Bersani al congresso dei socialisti europei Il segretario dei democratici: «L'austerità non basta». D'Alema: «Ora serve un riequilibrio sociale» Nel Pd non ci sono più resistenze interne di tipo ideologico «L'Ue non si salva solo con i tagli» «In Europa ci sono circa 23,8 milioni di disoccupati e 79 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà. Non possiamo affrontare la crisi soltanto con politiche di risanamento e tagli alla spesa pubblica. Il rischio è l'impoverimento generalizzato». Lo ha detto il vicepresidente del Senato Vannino Chiti, a Parigi per la riunione dell'associazione dei Senati d'Europa. 3 DOMENICA 18 MARZO 2012
H o qualche titolo per par-lare della Margherita,essendo stato il segreta-rio di uno dei quattro partiti che l'hanno fondata. E mi sento paradossalmente titolato anche per il fatto di non avere a suo tempo condiviso alcune delle scelte politiche più controverse e importanti di questo partito. Intervengo, dunque, non perché mi senta un «mascalzone», o ne abbia conosciuto nella Margherita (tranne uno, per la verità), o ancora perché su questa triste vicenda io sia stato in silenzio, ma semplicemente perché mi pare di cogliere nel dibattito in corso una preoccupante disinvoltura, anche da parte di qualche esponente del Pd. Sia chiaro, non mi sfugge la gravità di ciò che è accaduto e che come ho avuto modo già di dire mi fa profondamente vergognare, e ancor meno mi sfugge lo sconcerto che si è determinato tra i militanti e gli elettori del nostro partito. Anche per questo mi attendo provvedimenti rapidi e molto severi da parte della magistratura: il reato di sottrazione a fini personali di una quantità cospicua di risorse, da parte di chi aveva ricevuto (non da parte mia per la verità, ma ciò non rileva, lo preciso solo per contestare che il personaggio godesse di una unanime stima) il mandato di custodirle e amministrarle con rigore, è infatti tra i più gravi e, se si considera il fatto che si tratta di risorse pubbliche, sicuramente tra i più odiosi. Colpire, dunque, duramente! Ma non accetto che si getti ombra su tutto e su tutti. La Margherita è stata un partito che ha consentito la convergenza delle posizioni riformiste di tradizione non marxista come condizione, in un primo tempo, per una alleanza e, in seguito, per una fusione con queste ultime. Senza la Margherita non esisterebbe il Partito democratico. Questo mi pare sia chiaro per tutti e, se non lo fosse, è bene ribadirlo. Una parte importante degli onorati dirigenti di questo partito proviene dalla Margherita. Mi pare possa bastare per capire, senza voler evocare complotti che non esistono, che la campagna in corso, quando sconfina dal diritto-dovere di cronaca o anche solo dall'esigenza di una conoscenza la più trasparente della utilizzazione di risorse pubbliche, realizza di fatto l'obiettivo di colpire il Pd e, non può sfuggire neppure questo, la politica in generale. È del tutto evidente che i dirigenti dell'ex-Margherita che non sono stati coinvolti nelle decisioni circa l'utilizzazione - seppur in modo legale - delle risorse del partito nel finanziamento di eventuali convegni o altre iniziative politiche, hanno tutte le ragioni, e non mancheranno loro i luoghi, per contestarle e arrabbiarsi. Ma non è men vero che, soprattutto in questo momento di grave discredito della politica, non si possa alimentare un gioco al massacro in cui tali legittime discussioni interne possano essere colpevolmente e disinvoltamente assimilate o confuse con le responsabilità di chi ha commesso crimini tanto gravi. Possiamo e dobbiamo giustamente interrogarci sul perché e sul come ciò si sia potuto verificare, e più in generale sulla sempre più frequente evaporazione del necessario spirito di etica pubblica nei comportamenti di quei dirigenti politici e amministratori di cui si occupano le cronache quotidiane. È un dibattito che peraltro personalmente mi intriga molto e a cui sarà bene che il Pd dedichi maggiore spazio. Ma gli insulti e i polveroni generalizzati no, non sono giusti. E neppure consentiti. Il caso Lusi Chi discredita la Margherita vuole colpire a morte il Pd «Da parte della magistratura mi attendo provvedimenti rapidi e molto severi ma non sono consentiti insulti e polveroni generalizzati» Foto Ap Sostenitori della Margherita. Il partito è confluito nel 2007 nel Partito democratico La presidente Anna Finocchiaro, i vicepresidenti Luigi Zanda, Felice Casson e Nicola Latorre, le senatrici e i senatori e tutti i dipendenti del gruppo del Pd al Senato si stringono con affetto a Lorena Botner per la morte della cara mamma CLARA MELLUZZI Roma, 18 marzo 2012 Il giorno 16 marzo 2012 è mancato GUIDO CASTELLARI La camera ardente sarà allestita lunedì 19 marzo alle ore 10,00 presso la struttura Villa Calvi in via Pier Fortunato Calvi n˚ 57, Bologna. Bologna, 18 marzo 2012 Pierluigi CastagnettiL'INTERVENTO 19 DOMENICA 18 MARZO 2012
LA FOTO CHE VALE DI PIÙ L'EDITORIALE IL COMMENTO I l dibattito sulla foto miglioredell'album Pd non è tra i più appassionanti. Tuttavia l'istantanea scattata ieri a Parigi - con Hollande (candidato socialista alle presidenziali francesi) e Gabriel (presidente Spd) - è per Bersani assai più impegnativa di quella di Vasto e anche della foto che giovedì Casini ha diffuso su twitter, in avvio del vertice di maggioranza a Palazzo Chigi. p SEGUE A PAGINA 5 M a non è un fatto paradossaleche proprio mentre si esalta il valore prezioso della tregua raggiunta a fatica tra le forze politiche, in nome della superiore responsabilità nazionale, poi si invochi la mano pesante del governo, che viene sollecitato a mostrare i muscoli contro le recalcitranti forze sociali? p SEGUE A PAGINA 24 Monti accelera sull'articolo18 Gelo dei sindacati L'appello Giuslavoristi al premier: così si può fare una buona modifica p DI GIOVANNI GIANOLA MATTEUCCI ALLE PAGINE 6-9 Centomila in corteo a Genova La manifestazione di Libera contro il dominio delle cosche Il nipote di Rizzotto: abbiamo vinto Napolitano sprona i partiti «Garantire la moralità» Barca: basta ritardi L'Aquila deve vivere Philip Roth, il caso del libro censurato Benigni show: pronto perun settennato tecnico p CIARNELLI ALLE PAGINE 12-13 “ Il candidato all'Eliseo: il voto in Francia può avviare un nuovo corso Il programma Lavoro, solidarietà e crescita contro il cinismo della destra LA DEBOLEZZA DELLA FORZA Il patto di Parigi Il leader Pd: non ci si salva da soli, serve la comunità «Basta con l'Europa egoista» 31 marzo 20.30 è l'Ora della Terra E A R T H H O U R LETRÉ - ROM A partecipa Claudio Sardo Bisogna ritrovare un equilibrio tra politica, economia e esigenze sociali. La sinistra deve saper interpretare la speranza di una società migliore e più giusta. Jacques Delors Hollande, Bersani e Gabriel lanciano l'alternativa progressista p COLLINI SEBASTIANI ALLE PAGINE 2-5 p VESPO ALLE PAGINE 20-21 Michele Prospero p ANDRIOLO ALLE PAGINE 10-11 L'INTERVISTA p PALIERI ALLE PAGINE 36-37 CULTURA 1,20 Domenica 18 Marzo 2012 Anno 89 n. 77 www.unita.it Fondata da Antonio Gramsci nel 1924
alla criminalità», spiega don Ciotti dal palco montato in piazza Caricamento, nel porto Antico. Il riferimento del prete antimafia è al fatto che, come hanno dimostrato le inchieste degli ultimi anni anche la Liguria è un territorio inquinato dagli interessi criminali. Qui negli ultimi mesi i consigli comunali di Bordighera e Ventimiglia sono stati sciolti per il rischio di infiltrazioni mentre anche in piccole amministrazioni, come Taggia, recentemente si sono verificati episodi intimidatori nei confronti del sindaco e degli assessori che vogliono introdurre la raccolta differenziata dei rifiuti. Un recente dossier della fondazione “Antonino Caponnetto”, stima in questa Regione un giro d'affari delle mafie di circa dieci, undici miliardi di euro all'anno. E il sindaco Marta Vincenzi lancia anche un altro allarme, legato al gioco d'azzardo: una «febbre» liberalizzata con una legge del 2010 che ha portato solo a Genova all'apertura di 59 sale da gioco in un anno. «I mafiosi sono delle merde», urla dal palco don Ciotti citando Peppino Impastato. «Sono delle merde e non sono nessuno. Noi siamo centomila e siamo qui per la giustizia, la verità, la legalità, la dignità umana. Per cambiare c'è bisogno di tutti, oggi più di ieri c'è bisogno di ciascuno di noi». Un saluto a Libera è arrivato anche dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: «La giornata della memoria - ha scritto il presidente - è una tappa significativa del cammino di crescita civile». Placido Rizzotto cammina appena dietro Vincenzo Agostino, il padre di Nino, poliziotto palermitano assassinato nel 1989 insieme alla moglie, Ida Castelluccio. Il loro è un delitto sul quale non si è mai fatta chiarezza. Di Nino Agostino, ipotesi investigative suppongono che fosse uno dei due sommozzatori che hanno salvato la vita di Giovanni Falcone nell'attentato dell'Addaura del giugno ‘89. Vincenzo Agostino, il padre del poliziotto, ha deciso di non tagliare più la barba e i capelli fino a quando la sua famiglia non conoscerà la verità sull'omicidio del figlio. «L'attesa e la speranza. Sono gli elementi che accomunano le nostre storie e quelle dei 42 sindacalisti uccisi tra il '46 e il '48, e poi nel '55, che ancora attendono la giustizia», dice Placido Rizzotto, nipote del sindacalista di Corleone ucciso da Cosa nostra 64 anni fa e gettato nelle foibe di Rocca Busambra. L'attesa di Rizzotto però è terminata: dopo il ritrovamento dei resti del sindacalista, finalmente la famiglia otterrà i funerali di Stato. «È stato difficile - dice Rizzotto - Come in tutte le storie in cui tra mandanti e colpevoli di un omicidio si inseriscono parti delle istituzioni deviate». Non c'è ancora una data per il funerale, ma già da tutta Italia le Camere del Lavoro si stanno organizzando per contribuire alla costruzione della tomba del sindacalista siciliano, mentre i Comuni invieranno delle pietre per realizzare un mosaico che ricordi tutte le vittime della mafia. «Un monumento in progress», lo definisce Dino Paternostro, segretario della Camera del Lavoro di Corleone. A Genova, sopra e sotto al palco di Libera, del sindacalista siciliano parlano tutti: «La memoria ha vinto la mafia ha perso», dice al microfono don Ciotti. Che non fa sconti a nessuno e sottolinea «la contraddizione dei funerali di Stato concessi in memoria di Rizzotto: la legislazione non prevede che si possa fare istanza per essere riconosciuti familiari delle vittime di mafia se la stessa vittima è stata uccisa prima degli anni Sessanta». Un invito affinché si cambi anche in questo senso. Del resto, la mafia fa stragi almeno dalla fine dell'Ottocento, con il primo assassinio riconosciuto avvenuto nel 1893 (Emanuele Notarbartolo). I TANTI SCOMPARSI NEL NULLA Al porto Antico di Genova sono molte le famiglie delle vittime che, come i Rizzotto e gli Agostino, aspettano di conoscere la verità suoi propri cari o di ritrovarne i resti. Dal palco don Ciotti ha più volte citato la signora Ninetta Burgio, insegnante e madre di Pierantonio Sandri, giovane di Niscemi, paese in provincia di Caltanissetta, scomparso nel 1995. Il cadavere del ragazzo è stato ritrovato solo dopo 14 anni, grazie all'ostinazione della madre che non si è mai rassegnata. Nel 2009 uno dei quattro assassini ha confessato e rivelato dove era stato nascosto il corpo del ragazzo. L'8 giugno 2011 si è celebrata l'udienza del processo al Tribunale dei minori di Catania sull'assassinio di Sandri. Pochi mesi dopo, la signora Ninetta è morta. L'abbraccio a Rizzotto «La memoria ha vinto e loro hanno perso» Il nipote del sindacalista ucciso cammina al fianco di Vincenzo Agostino, padre del poliziotto ucciso nel 1989 che non si taglierà barba e capelli fin quando non avrà giustizia. La gioia per i funerali di stato concessi dal governo. G. VES. Foto INFOPHOTO Don Ciotti tra Vincenzo Agostino, padre di Nino (agente ucciso nell'89) e Placido Rizzotto Jr (nipote del sindacalista ucciso) Caselli: «crisi di legalità» INVIATO A GENOVA Un altro momento della mobilitazione «Viviamo in una crisi di legalità. Il contrasto all'ala militare di Cosa Nostra è stato efficiente ma non lo è per le complicità». Così il procuratore capo di Torino, Gian Carlo Casellicheieri ha partecipatoal grandecorteodi Libera aGenova. Lungoil percorsoanche molte bandiere del movimento “No Tav”. 21 DOMENICA 18 MARZO 2012
GIANCARLO SUSANNA ROMA I Luf cantano Guccini non èuna commemorazione (il va-te di Pàvana gode, grazie aDio, di ottima salute) e nep-pure un tributo, piuttostoun insolito regalo per il suo settantesimo compleanno e, nella tradizione dei Luf , l'ennesima occasione per divertirsi e far divertire. Abbiamo vestito quelle belle signore, che sono le canzoni di Guccini, con abiti nuovi, fatti a mano, con fisarmonica, violino e cornamuse e le abbiamo fatte ballare con contrabbasso, banjo e batteria. Nessun stravolgimento, solo un giro in campagna». Così scrive Dario Canossi, fondatore e capo dei Lupi della Valcamonica, nelle note di copertina di questo bel cd. Fra le tracce incise dai Luf, che devono aver avuto l'imbarazzo della scelta di fronte a un canzoniere come quello di Guccini, si respira un'aria di rispetto e di affetto, la stessa che circonda sempre e da tanti anni il «Maestrone». CONVERSAZIONE MAGICA Nel 2003 partecipai al Premio Tenco nelle vesti di «guida» di Eric Andersen, insignito del prestigioso riconoscimento alla carriera, e appena arrivato a Sanremo, lo trovai impegnato in un'amabile conversazione con Guccini. Si trattò di uno di quei momenti magici che fanno ancora oggi del Tenco un evento speciale. E Guccini c'era sempre, in quei giorni. Magari si affacciava per qualche istante nella sala dei convegni, raccoglieva applausi e saluti, lanciava una delle sue leggendarie battute, e spariva. Timidezza? Direi proprio di no. Semmai concretezza e understatement. Non sono poi tanti gli artisti italiani che sono circondati da tanta affettuosa considerazione. Guccini non è soltanto uno dei nostri più grandi cantautori, è una persona la cui autorevolezza è conseguenza diretta di una coerenza mai sbandierata e sempre vissuta con semplicità e (auto)ironia. I Luf, d'altro canto, usano la loro indipendenza dai meccanismi commerciali per proporre dischi realizzati con una cura che possiamo definire artigianale e l'omaggio a Guccini non fa eccezione a una scelta precisa. Bella e fuori formato la copertina, belle le foto e belle le versioni delle canzoni, rispettose degli originali senza per questo essere pedisseque imitazioni. Il «giro in campagna» le arricchisce di sfumature e particolari che devono aver convinto prima di tutto Guccini, che non ha esitato a concedere il suo imprimatur ai Luf. Per essere precisi:«a Pàvana, il giorno lunedì 31 ottobre alle ore 16.12 dell'anno domini MMXI». Scrive ancora Canossi nel libretto del cd: «Sono nato musicalmente cantando e suonando i brani del “Maestrone”, le sue canzoni sono le prime che ho suonato con la chitarra (…) Il mio timbro di voce poi ha completato il destino». Già. Il timbro di voce. Da una parte è una caratteristica naturale, dall'altra può essere frutto di imitazione, sempre tenendo conto che è la scrittura delle canzoni stesse a portare chi le canta a muovere la voce in un certo modo. Se poi Canossi avesse la «erre gucciniana», il gioco sarebbe quasi inquietante. Proprio per questo le versioni dei Luf funzionano di più e meglio quando si discostano dal canone inconfondibile di Guccini. Prendiamo ad esempio Dio è morto: l'interpretazione di Canossi è forte come quelle dello stesso Guccini e dei Nomadi, ma oscilla tra la rarefatta amarezza delle strofe e la durezza quasi declamatoria del ritornello. E ancora Auschwitz, un vero scoglio per qualsiasi cantante. Qui i Luf hanno lavorato di sottrazione, mettendo in risalto il testo, uno dei più profondi e sentiti nella storia della canzone d'autore del nostro Paese. L'impatto folk rock dei Luf, strettamente imparentato con il suono incandescente e alcolico dei Pogues e con quello coinvolgente di Rimini di Fabrizio De André. Laddove si dimostra che il pianeta sommerso delle produzioni indipendenti, capace a volte di sfidare il provinciale glamour sanremese e di metterne in luce la pochezza, potrebbe essere l'unico scenario possibile per chi pensa ancora alla canzone come a uno straordinario veicolo di musica e poesia. CORNAMUSE E BANJO PER GUCCINI RIPARTE TOUR DELLA PAUSINI I Luf cantano i capolavori del «Maestrone» emiliano in chiave folk-rock masenzastravolgimenti.Unomaggioperilsuosettantesimocompleanno Da «Dio è morto» ad «Auschwitz»: una riproposizione che esalta i testi www.unita.it Riparte oggi da Firenze il tour di Laura Pausini, dopo lo stop deciso in segno di lutto per Matteo Armellini, il tecnico morto il 4 marzo a Reggio Calabria mentre montava il palco. Culture38 DOMENICA18 MARZO2012
È aggiornata ad oggi pomeriggio la riunione della Fondazione Monte dei Paschi, che deve indicare i sei nomi per il rinnovo del Cda della banca. Ieri, infatti, non si è riusciti a raggiungere l'accordo: il problema non è la nomina della presidenza, su cui ormai si sarebbe raggiunta l'intesa per Alessandro Profumo come successore di Giuseppe Mussari, mentre resta qualche incertezza sugli altri cinque candidati, in vista dell'assemblea dei soci della banca in programma il prossimo 27 aprile. Un fine settimana decisamente caldo per Mps, che alla manifestazione di venerdì a Siena di 3mila dipendenti per protestare contro il piano taglia-costi varato dal Consiglio dell'istituto, aggiunge la fumata nera di ieri. Oggi comunque con ogni probabilità la partita verrà chiusa, anche se la Deputazione amministratrice ha tecnicamente tempo fino al 2 aprile per indicare i sei nomi. EQUILIBRI Il Cda di Mps è composto da 12 membri, 6 dei quali spettano alla lista di maggioranza designata dalla Fondazione. Tra i nomi dati per sicuri c'è quello di Fabrizio Viola, attuale direttore generale della banca che salirà al rango di amministratore delegato. Altra certezza, Alessandro Profumo designato alla presidenza del Monte, il che sancirebbe il ritorno alla guida di una banca per l'ex numero uno di Unicredit. Ci dovrebbe poi essere Alfredo Monaci, fratello di Alberto (Pd ex Margherita), attuale presidente del Consiglio regionale della Toscana: per lui siMARCO TEDESCHI in streaming e sul canale di808 Vuoi vedere una politica migliore . ? Guardala su youdem Fissati con la politica. Seguici anche su tablet e smartphonewww.facebook.com/YouDem.Tvwww.youtube.com/YoudemRedazioneWeb www.unita.it Monte Paschi di Siena Profumo sarà presidente Si decide sui consiglieri Si chiuderà oggi la partita per la Fondazione Mps, che deve indicare i sei nomi per il rinnovo del Cda della banca. Ieri fumata nera. Raggiunta l'intesa sul nome del prossimo presidente, Alessandro Profumo. pOggi la riunione decisiva. La Fondazione deve indicare i sei nomi del Cda pEdoardo Caltagirone ha acquisito a titolo personale una quota pari allo 0,5% Economia34 DOMENICA18 MARZO2012
Cara Unità Dialoghi Luigi Cancrini La satira de l'Unità La Siria, la Russia e la Cina virus.unita.it VIA OSTIENSE, 131/L - 00154 - ROMA MAIL lettere@unita.it RISPOSTA Fra i paesi del medio oriente, la Siria era quella che più piaceva all'Urss al tempo della guerra fredda. Schierarsi dall'una o dall'altra parte aveva forse un senso nel tempo in cui due grandi potenze si erano spartite il controllo del mondo ma quello che resiste oggi, finita l'Unione Sovietica, è solo un legame economico e militare triste di cui Putin, l'amico del nostro ex premier, non si vergogna poi più di tanto. Muoiono i civili sotto le bombe di Assad mentre Putin ritorna a fare il presidente della Russia dimostrando una sensibilità umana e politica degna di Stalin e bloccando con il suo veto ogni possibile intervento dell'ONU sugli orrori che continuano a compiersi a Homs e in tutto il paese. Guardano la televisione i nostri bambini, intanto, ci chiedono che sta succedendo in Siria e che si fa per evitare che uomini donne e bambini muoiano sotto le bombe in una città in cui non riesce ad entrare la Croce Rossa. E nessuno di noi adulti è in grado di dare una ragione convincente al fatto che nessuno e neanche l'Europa e neanche Obama è in grado di fare qualcosa per bloccare questo massacro. Noi cittadini Italiani siamo scandalizzati dal massacro che sta avvenendo in Siria. Ma ciò che non comprendiamo è il veto che Russia e Cina hanno posto all'Onu - per ben due volte - contro la risoluzione di condanna nei confronti della violenza che Bashir el Assad sta usando contro il suo popolo. *Libertà e Giustizia di Roma MASSIMO MARNETTO* www.unita.it ROSARIO AMICO ROXAS I pesi di Alfano Con delega imposta dal cavaliere, Alfano si presta a fare la figura dell'arrogante, o meglio, del disperato arrogante che deve dire ciò che gli è stato imposto, pur sapendo di darsi unamartellata negli stinchi. Che il cavaliere sia disperato è un dato incontrovertibile; abituato a manovrare miliardi a volte con metodi al limite della correttezza, ma più spesso trascurando ogni forma di correttezza nella convinzione che tutto gli è permesso perché «eletto dal popolo», oggi si ritrova privato del suo carburante senza il quale diventa un signor Berlusconi in difficoltà, e non un PdC in grado di legiferare «pro domo sua». Discutere di Giustizia significherebbe mettere ordine e garantire il dettato costituzionale dell'uguaglianza della legge, significa fissare tempi certi e certezza di giudizi, evitando le furbizie dei difensori che si servono delle procedure pur di agguantare prescrizioni di comodo. All'interno di una Giustizia «giusta» la sorte del cavaliere e del suo seguito di questuanti sarebbe segnata, per cui... Silenzio assoluto in tale campo, in attesa di tempi migliori per i quali il cavaliere spenderà gli ultimi spiccioli sia di denaro che di credibilità. SIMONE HEGART Il Papa parla ai cattolici Com'è noto l'istituto del matrimonio esisteva anche nell'antichità, con l'avvento del Cristianesimo è stato elevato a sacramento per i credenti cristiani. A buon ragione il Papa ha ricordato ai Vescovi cattolici che per la moralecattolica la convivenza è un «peccato» e che un vero matrimonio esige la «differenza sessuale» come del resto è previsto anche in legislazioni di molti Paesi di formazioni culturali diverse. E allora? Allora ecco le urla: «Il Papa attacca convivenze e nozze gay»! Dunque il Papa non dovrebbe più ricordare - neppure ai Vescovi - uno dei 10 comandamenti? La prossima volta che parlerà del «Non rubare» qualcuno strillerà che «Il Papa attacca i ladri»? ALESSANDRO BOVICELLI L'anno all'estero L'anno all'estero per i giovani laureati andrebbe promosso e sostenuto dalle nostre università altrimenti rappresenta un onere difficilmente sostenibile. Direi di più dovrebbe essere istituzionalizzato. L'università avrebbe il compito, dopo aver sentito la volontà del giovane, di cercare insieme a lui la struttura più adatta con cui creare una forma di collaborazione e di scambio. Lo studente lavorerebbe all'estero per almeno 1 anno con l'impegnodi portare a casauna formazione il più completa e innovativa possibile nel proprio campo. L'università potrebbe sostenerlo con un budget economico che riguardi anche una sistemazione dignitosa nella sede scelta. Forse con queste premesse sarebbero molti di più i giovani stimolati a fare questa esperienza. Oggi sono abbastanza pochi proprio perché' frenati dall'impegno troppo oneroso. VINCENZO CASSIBBA I redditi fissi Il presidente della Corte dei conti dice chiaro e tondo che le tasse sono esorbitanti e a pagarle sono soprattutto i fedeli al Fisco (leggi «titolari di redditi soggetti a ritenuta alla fonte», cioè di redditi fissi) e tuttavia inversioni di tendenza non si vedono all'orizzonte. E allora massacriamoli questi benedetti redditi fissi, che non ne rimanga nessuno vivo, così finalmente quelli che evadono le tasse non avranno termini di paragone fastidiosi. ASCANIO DE SANCTIS Non c'è concorrenza nel settore petrolifero Tra il prezzo più alto della benzina di euro/litro 1,865 e quello più basso di 1,840, registrato alcuni giorni fa, c'è una differenza di 25 millesimi di euro che per un automobilista che consumi 1.000 litri di benzina in un anno corrispondono a 25 euro/anno su un costo medio di 1850 euro/1.000 litri. È la riprova della mancanza di concorrenza nel settore petrolifero, soprattutto nella commercializzazione del petrolio greggio che condiziona i prezzi dei prodotti finiti. La situazione attuale valorizza ancor di più l 'opera di Enrico Mattei, il fondatore dell'ENI, che si proponeva di ridurre il costo dei prodotti petroliferi per gli automobilisti, per il settore dei servizi e per l'industria italiana contrastando l'operato delle “Sette sorelle petrolifere”, eufemismo di oligopolio. 27 DOMENICA 18 MARZO 2012
I van Demjanjuk o JohnDemjanjuk? L'ucraino che ave-va tradito il proprio popolo innome del nazismo oppure l'americano che aveva lavorato tanti anni in America e in una fabbrica automobilistica di Cleveland si era ricostruito un'esistenza? Non conta più l'incertezza, ora che Ivan-John è morto novantunenne in un ospizio di Bad Feilnbach, vicino a Monaco, dove era stato ricoverato dopo una condanna a cinque anni di prigione che non ha scontato. L'accusa era gravissima e avrebbe meritato una pena ben più pesante: l'uomo era stato considerato colpevole della morte di 28 mila ebrei nel campo di sterminio di Sobibor. Ma quando fu processato da un tribunale bavarese, nel maggio dell'anno scorso, Demjanjuk aveva già più di novant'anni e perfino tra i pochi sopravvissuti e tra i parenti delle vittime ci fu chi chiese che venisse fatta giustizia con una sentenza, sì, ma che a quel Ucraino, una doppia vita e un doppio nome, ex capo delle guardie del campo: è deceduto in Germania all'età di 91 anni Il ritratto Sangue e orrore a Damasco. Due attentati hanno sconvolto la capitale siriana, colpendo altrettante strutture della sicurezza del governo; le autorità le hanno attribuite a «terroristi» e, secondo varie fonti, le vittime sarebbero in maggioranza civili. Almeno 27 i morti e 140 i feriti, riferisce la tv di Stato, citando il ministro della salute, Wael Halki. L'agenzia ufficiale Sana ha detto che le esplosioni, attribuite ad altrettante auto-bomba, sono avvenute in zone molto affollate della città, in pieno centro cittadino. Secondo la tv ufficiale, nel mirino sono finite la direzione della polizia penale (situata a poca distanza da piazza Umayyad dove -secondo i media di Stato- venerdì si erano riunite milioni di persone per una dimostrazione a supporto del regime); e il quartier generale dell'intelligence aerea, non lontano dal luogo in cui avvennero due altri attentati a dicembre. L'esplosione ha completamente sventrato la parte anteriore di un edificio a più piani e distrutto diverse autovetture vicine. La tv di Stato ha mostrato le immagini di corpi carbonizzati (anche quello di uno all'interno di un veicolo) e appartamenti completamente distrutti. Un attivista ha raccontato che la prima esplosione è avvenuta alle 07:30 e l'altra pochi minuti piu tardi. Una terza esplosione si sarebbe verificata su un bus di un campo dell'Esercito di Liberazione della Palestina, in un'altra zona di Damasco, ma la tv siriana non ha confermato tale esplosione. Secondo l'Osservatorio Siriano per i diritti umani, una delle voci dell'opposizione, tra le vittime e i feriti anche diversi agenti di sicurezza. Gli analisti sulla tv di Stato hanno attribuito la regia degli attentati a Qatar e Arabia Saudita, i Paesi arabi più critici con la violenta repressione del dissenso attuata dalle forze del presidente Bashar al-Assad. Un'ondata di attentati ha colpito le grandi città siriane negli ultimi mesi e adesso il timore è che al-Qaeda abbia approfittato di un anno di rivolte contro il regime per spostare il 'focus' delle sue operazioni, dal vicino Iraq alla Siria. LA PIOVRA JIHADISTA Il 3 marzo un kamikaze si fece esplodere in un veicolo nella città che è stata la culla del movimento di proteste, Daraa, a sud di Damasco, uccidendo 2 persone e ferendone una ventina. Il 6 gennaio, un'autobomba esplose proprio nella capitale, uccidendo 26 persone e causando il ferimento di decine di altre, la gran parte civili; e anche in quel caso, la tv di stato parlò di kamikaze e attentati «terroristici». Gli Usa hanno finora resistito ai crescenti appelli dei Paesi alleati, Qatar e Arabia Saudita in testa, perchè si armino i ribelli, proprio nel timore che le armi possano cadere in mano di frange jihadiste. Il capo di al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, ha espresso il suo sostegno alla rivolta siriana in un messaggio pubblico diffuso a febbraio: messaggio in cui il medico egiziano criticava il regime per i suoi crimini contro la popolazione e lodava l'insurrezione popolare. Un esponente del Consiglio nazionale siriano, Bassma Kodmani, ha espresso i suoi dubbi che gruppi armati che vogliono ottenere la caduta del regime baathista, come per esempio l'Esercito siriano libero, possano avere la capacità di realizzare attacchi come quelli di ieri a Damasco. «Sono edifici ben sorvegliati e non c'è modo di entrarvi senza avere un forte appoggio all'interno dell'apparato di sicurezza», ha affermato riferendosi alle strutture attaccate, cioè le sedi dell'intelligence dell'aeronautica siriana e del dipartimento della sicurezza. «Non penso che nessuna delle forze dell'opposizione o l'Esercito siriano libero abbiano la capacità di fare un'operazione del genere per prendere di mira questo tipo di edifici perché sono delle fortificazioni», ha detto la Kodmani raggiunta al telefono. Intanto la diplomazia stenta a muoversi: venerdì l'emissario di Onu e Lega Araba per la Siria, Kofi Annan, ha definito «ancora deludenti» le risposte del regime siriano ai suoi propositi di mediazione, facendo un appello all'unità del Consiglio di Sicurezza dell'Onu perché faccia pressioni su Damasco. Muore Demjanjuk l'ex boia di Sobibor: uccise 28mila ebrei PAOLO SOLDINI Siria, duplice attentato nel cuore di Damasco 27 morti, 140 feriti UMBERTO DE GIOVANNANGELI p Colpiti gli edifici che ospitano uffici dell'intelligence e la sede della polizia criminale p Il regime di Assad accusa «gruppi terroristi» armati dal Qatar e Arabia Saudita www.unita.it Due auto-bomba seminano morte e terrore a Damasco. Almeno 27 morti e 140 feriti: è il bilancio del duplice attentato contro centri di sicurezza nella capitale siriana. La pista di Al Qaeda. udegiovannangeli@unita.it Mondo30 DOMENICA18 MARZO2012
02 Gotye feat. Kimbra Someboy that used to know 03 Foo Fighters These day 04 Bully Shinedown 05 Fun feat. Janelle Monae We are young 06 Chevelle Face to the floor 07 Rise Against Satellite 08 Foster the people Don't stop (color on the walls) 09 Foo Fighter Walk 10 Five Finger Death Punch Remember everthing I 10 migliori brani del momentoROCK SONGS The Black Keys Una canzone gratis nel sito del violinista e songwriter Liz Green O, devotion! Pias **** Nobraino Titolo curioso, metafora del bene rifugioe(forse)parodiadelnotopremiodiscografico. Del resto i Nobraino, cultband romagnola,amanogiocarecoiparadossidella vita, raccontando storie d'ordinarie quotidianitàfraironia,cinismoeamarezza.Memorie d'autore (con De André ben in mente) in una tagliente veste folk-rock. D.P. Nobraino Disco d'oro MArteLabel *** J oaquin Sabina è un can-tautore spagnolo sessan-tatreenne, praticamentesconosciuto in Italia, maidolatrato in patria ed intutto il Sudamerica. Le sue canzoni che si nutrono di vari umori musicali, (rock, flamenco, folk messicano, balli popolari) sono intessute di una poetica «cinica e contrita». Sabina è maestro nel raccontare gli amori ed i sogni finiti. Scolpisce il fallimento in versi che mai scadono nel sentimentalismo o nel minimalismo autobiografico, che dicono di «arcangeli caduti, di re detronizzati», di ricordi e sogni diventati ad un tratto inutili. E il pensiero di chi ascolta spesso si trova a riflettere su come questi versi scabri, spesso anche ironici, si adattino anche alla fine di tanti sogni collettivi ed al crollo di altri miti che sembravano inossidabili. A voler cercare per forza paragoni ed assonanze l'arte di Sabina echeggia, con accenti del tutto personali, quella del Dylan degli anni 70. Sabina che visse qualche anno in esilio a Londra, prima della fine della dittatura, non rifiuta il confronto con la storia aspra del suo paese. La sua canzone forse più bella De purisyma y oro, racconta la Spagna dei primi anni del Franchismo attraverso lampi di memoria cronachistica, il più importante dei quali cita la morte del leggendario torero Manolete. Oggi, meritoriamente, Sergio Secondiano Sacchi, animatore del Club Tenco e Lu Colombo, cantante veterana della scena della musica «dance» italiana, tentano di rendere in italiano quel vitalismo un po' disperato, quella emotività «orfana e delirante». La voce della Colombo è adatta sia alla fragranza ritmica di molte composizioni di Sabina, sia a certi abbandoni lirici; gli arrangiamenti sono assolutamente funzionali. Ottimo il testo italiano, pur con tutte le difficoltà insite in un operazione del genere. «Sabina - dice Sacchi - è difficile da tradurre soprattutto se si vogliono mantenere tutti i giochi di rime dell'originale. Le rime hanno un'importanza strategica nelle sue canzoni; danno un ritmo supplementare alla musica. E lui (non va dimenticato che è laureato in filologia ed è anche un autore di sonetti) le usa non solo a fine verso, ma anche all'interno del verso stesso, cercando spesso giochi di parole». Andrew Bird Liz Green Tre brani del nuovo disco scaricabili Bob Seger Ultimate Hits: Rock And Roll Never Forgets Emi *** A dare una prima, im-portante ribalta a LizGreen ci ha pensatoJohn Cale quando,sul finire del 2008, lacoinvolse in un progetto collettivo di tributo a Nico. L'impressione fu positiva e si iniziò a parlare di un suo imminente disco di debutto che avrebbe dovuto consolidare sul nascere l'indubbio talento della giovane cantautrice inglese. Evidentemente, però, il lavoro di scrittura, registrazione e limatura delle incisioni ha avuto bisogno di più tempo del previsto tanto che il sospirato lavoro è uscito, finalmente, solo adesso. Diciamo subito che è valsa la pena attendere perché il risultato ottenuto convince parecchio. Liz Green si va ad aggiungere, con questo prezioso contributo, al selezionato gruppo di musiciste (CocoRosie, Tara Jane O'Neil, Mia Doi Todd, Agnes Obel, Maia Vidal…) che negli ultimi anni stanno rifondando, ognuna a suo modo ma sempre con fantasia e pregio, la canzone d'autore elettro-acustica, facendo la gioia degli appassionati del genere più attenti ed esigenti. Il blues del delta, il country folk e il jazz delle origini stanno alla base della sua felice opera di scrittura musicale, sulla quale si innesta una voce dalla timbrica molto particolare, nasale e acidula, che sarebbe senz'altro piaciuta alla premiata coppia Brecht-Weill. Gli arrangiamenti sono scarni ma mai banali costruiti sugli accordi della chitarra (unica eccezione French singer, solo pianoforte) spesso affiancata dalle note misurate di contrabbasso, tromba, trombone e tuba. Rag & bone ha un delizioso arrangiamento dixieland mentre Displacement song è un valzer stralunato, vagamente «pop», che è stato scelto come cd singolo. Consiglio vivamente di recuperare anche quello perché contiene due camei inediti, fra i quali un'ispirata e certamente non casuale cover di Bei Mir Bist Du Schoen, in origine una canzone popolare yiddish, portata al successo internazionale negli anni '30 da un gruppo vocale di sole ragazze: le Andrews Sisters. «Lonely boy» secondo «Billboard» RIPESCAGGI Lu Colombo canta il Dylan spagnolo MARCO BUTTAFUOCO Bob Seger Avremmo preferito un vero «nuovo» disco. Invece tocca accontentarci di una doppiaantologiadiclassici.Occasione,comunque, buona per riscoprire il rock passionaledel«LeonediDetroit»,cheil 14giugno sarà nella Songwriters Hall Of Fame. Ci sono anche due piacevoli inediti, cover di Little Richard e Tom Waits. D.P. PIERO SANTI Romagna folk-rock 2012 www.andrewbird.net www.myspace.com/lizgreenmusic Antologia di classici Le canzoni di Liz Green danno linfa alle radici Blues del delta e jazz stanno alla base del secondo disco della cantautrice: arrangiamenti scarni e voce particolare 43 DOMENICA 18 MARZO 2012
L'APPELLO insomma, non può prescindere dai contenuti. Che sono ancora lontani dal punto di mediazione possibile. La leader Cgil non ci sta a fare la parte dell'unico ostacolo all'intesa: «Trovo insopportabile - riprende - che ogni volta che si apre questa discussione, il tema sia se la Cgil vuole fare l'accordo. E il governo, invece, lo vuole fare un accordo?». Su posizioni vicine a quelle della Cgil anche la Uil: «Non scommetterei soldi sull'accordo - dice il segretario Luigi Angeletti - Non ci sono soluzioni condivise: non siamo per nulla d'accordo su modifiche che cancellino l'articolo 18 per i licenziamenti disciplinari». Sull'articolo 18 la posizione dei sindacati non è sostanzialmente cambiata, la Cgil resta disponibile a mediare per i licenziamenti dovuti a motivi economici, lasciando facoltà al giudice (accorciando i tempi) di decidere tra indennizzo e reintegro. È ovvio, però, che la valutazione sull'intesa è complessiva, e comprende ben altri temi oltre all'articolo 18, a partire dagli ammortizzatori e dalla flessibilità in ingresso. Questioni sulle quali sono le imprese a frenare, Confindustria e pmi, con queste ultime che non vogliono contribuire con un aggravio dei costi all'estensione degli ammortizzatori. Anche Marcegaglia è netta: «Una riforma al ribasso non avrà la firma di Confindustria». Dove per ribasso si intendono modifiche alla flessibilità in entrata. L'articolo 18, insomma, non è certo l'unico punto di contrasto in una trattativa per il resto già chiusa, anzi. Ma è su questo che si continuano a scaricare le tensioni e concentrare le attenzioni. «Pazzesco pensare di attaccare i pilastri delle tutele dell'articolo 18 - dice da Parigi il segretario Pd Pier Luigi Bersani - È assurdo, non serve a niente. Si può organizzare invece una manutenzione di quell'articolo, ispirandosi a qualche altra esperienza». Rincara Stefano Fassina, responsabile Pd per il lavoro: «Stupiscono alcune affermazioni ascoltate a Milano. È completamente infondato sul piano teorico e empirico sostenere che sull'ulteriore facilità di licenziamento si gioca il futuro del Paese. Non esiste alcun dato a sostegno. È soltanto il tentativo illusorio e depressivo di recuperare attraverso la svalutazione del lavoro le ormai impossibili svalutazioni della moneta. È necessario andare in direzione opposta: valorizzare chi lavora per uscire dal tunnel». Pubblichiamo l'appello del comitato direttivo della rivista «Lavoro e diritto» (Il Mulino) al presidente del Consiglio, al ministro del lavoro, ai segretari di Cgil, Cisl e Uil, al presidente di Confindustria, di Rete-impresa e delle associazioni che partecipano al confronto sulla riforma del mercato del lavoro. L 'articolo 18 dello Statutodei lavoratori ha unsignificato al tempo stesso reale e simbolico. Il significato reale consiste nell'estendere ai contratti di lavoro la stessa sanzione prevista per l'illegittimità di qualsiasi atto commesso tra privati. Se un licenziamento è illegittimo l'articolo18 dispone che l'atto sia rimosso, come accade quando si fa abbattere l'opera costruita da un vicino lesiva del diritto di proprietà del confinante (...) Nel diritto del lavoro tale rimozione si chiama «reintegrazione». Questa semplice previsione (annullare il licenziamento illegittimo, reintegrare il lavoratore e risarcirlo del danno subito) esercita una rilevante forza deterrente, e rende praticabili i diritti dei lavoratori nel concreto svolgersi dei rapporti di lavoro, a partire da quelli sindacali. Chi sa di poter fruire di una tutela contro il licenziamento illegittimo ha infatti molte più possibilità di agire per rendere effettivi i suoi diritti di fondo nello svolgimento del rapporto di lavoro. Ciò oggi non possono fare i lavoratori precari, a termine, somministrati, assunti con pseudocontratti di lavoro autonomo ecc., i quali, in attesa della auspicata stabilizzazione, sono indotti a subire ogni condizionamento del datore di lavoro. A ciò si aggiunga che l'obbligo di motivare il licenziamento ed il conseguente diritto alla reintegrazione costituiscono l'unico effettivo baluardo nei confronti dei licenziamenti discriminatori, per cui continuare ad affermare che la reintegrazione resterebbe solo per questi ultimi costituisce una evidente mistificazione. L'articolo 18 ha tuttavia anche rilevante significato simbolico: nel sentire comune, la reintegrazione si identifica con l'idea che tra lavoro e impresa, tra mercato e dignità del lavoro, debba esistere un equilibrio, un bilanciamento, una equa distribuzione del potere. Non può sfuggire tuttavia che nella applicazione di tale sacrosanto principio alcune cose non funzionino. Non funzionano anzitutto i tempi del processo del lavoro. Se tra primo, secondo e terzo grado i tempi di una controversia in tema di licenziamento si aggirano, mediamente tra i sei-sette anni, il giusto principio si traduce in un paradosso. Non solo non ha alcun senso una reintegrazione che avvenga a tanti anni di distanza dal licenziamento, ma in tal modo l'onere economico del datore di lavoro si amplifica a dismisura. È quindi necessario e urgente introdurre misure speciali di accelerazione delle controversie giudiziarie in materia di licenziamenti. L'altra innegabile disfunzione consiste nel campo di applicazione ora previsto, individuato nelle unità produttive con più di 15 dipendenti (...). Tale soglia, relativa alla mera dimensione occupazionale, va considerata obsoleta, a fronte dei diffusi processi di esternalizzazione del ciclo produttivo e delle previsioni relative al mancato calcolo di un numero rilevante di dipendenti (apprendisti, somministrati, lavoratori a termine ecc.). Essa andrebbe sostituita con parametri riferiti alla effettiva dimensione economica dell'impresa, secondo le indicazione già formulate dalla Ue. L'articolo 18 va quindi modificato sul piano della sua funzionalità, non del suo principio di fondo. Mutuando l'affermazione di un grande dirigente sindacale, Giuseppe Di Vittorio, si potrebbe dunque dire così: «L'articolo 18 va cambiato sul piano applicativo, non per le ragioni per cui ce lo chiedono gli avversari, ma per le nostre ragioni». Proponiamo quindi di adottare in Italia una disciplina ispirata a quella vigente nella Repubblica federale tedesca fin dalla legge sui licenziamenti del 1951, che si applica a tutte le imprese con più di 5 dipendenti. Salva restando la radicale nullità, e quindi l'obbligo di reintegrazione, per i licenziamenti di cui sia provato il carattere discriminatorio, tale disciplina dovrebbe rimettere al giudice la facoltà di chiedere, per i licenziamenti motivati da ragioni economiche e organizzative, un parere alle rappresentanze sindacali unitarie, elette da tutti i lavoratori, ovvero, in mancanza di queste, alle Rsa, o alle organizzazioni sindacali territoriali. Allo stesso giudice andrebbe poi rimessa la decisione, fatti salvi i licenziamenti discriminatori, di disporre, in tutti gli altri casi, la reintegrazione del lavoratore ovvero stabilire un equo indennizzo entro un minimo e un massimo stabilito dalla legge, in rapporto alla natura del caso, alle dimensioni dell'impresa, al comportamento delle parti. Riteniamo in conclusione che l'Italia nel riformare le regole del lavoro debba ispirarsi ai modelli forti del Nord-Europa, come quello tedesco, orientato ad una ripartizione chiara ed efficace di diritti e tutele e non a modelli deregolati dei rapporti di lavoro con l'adozione di provvedimenti di liberalizzazione dei licenziamenti e cancellazione delle garanzie. Si aggiunga che il riferimento al modello tedesco appare fecondo su molti altri piani: l'avvio di forme effettive di partecipazione dei lavoratori all'impresa, la regolazione della rappresentanza sindacale e dell'efficacia dei contratti collettivi e il più complessivo riassetto delle relazioni industriali. Umberto Romagnoli Gian Guido Balandi Luigi Mariucci Maria Vittoria Ballestrero Oronzo Mazzotta Donata Gottardi Stefania Scarponi Franca Borgogelli Gisella De Simone Angeletti, Uil PER UNA BUONA MODIFICA DELL'ARTICOLO 18 «Non scommetterei soldi oggi sull'accordo» Ferrero: contro gli operai «Questogovernoècampionedi menzogneefalsità. Ilsuotassodidisonestàintellettuale è pari solo alla sua vocazione antioperaia e antidemocratica: questo ci dice l'affermazione di Monti per cui dalla modifica dell` articolo 18 dipende il futuro del Paese». È il giudizio di Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista. 7 DOMENICA 18 MARZO 2012
Foto Ansa qua all'Amu Darya e al Syr Darya: di fatto, al Lago d'Aral, del quale i due fiumi erano immissari. Così cominciò la riduzione del lago. Questo prezzo non fu sufficiente per risolvere il problema dell'irrigazione e proteggere le coltivazioni di cotone. Si elaborarono nuovi progetti, costosissimi ed ecologicamente pericolosi, come la deviazione dei grandi fiumi siberiani, o l'accelerazione artificiale dello scioglimento dei ghiacciai del Pamir. Il Cremlino ha frenato questi progetti nella seconda metà degli anni Ottanta, ma già Putin aveva accennato a riprenderli nel 2002, imitato di recente dal presidente-tiranno kazako Nursultan Nazarbayev. Le acque del Nilo con i suoi due rami (Nilo Bianco e Nilo Azzurro), interessano, dalla nascita al delta, sette Paesi, la qual cosa pone complicati problemi di distribuzione delle acque (che provengono per l'85% dall'Etiopia). Non a caso è stato necessario regolarli mediante convenzioni fra l'Egitto e gli altri Paesi, periodicamente ridiscusse e rinnovate. Di recente, il problema ha conosciuto nuove complicazioni: le crisi politiche che hanno attraversato l'Egitto, e che hanno comportato anche un suo indebolimento a livello diplomatico; un elevato tasso di crescita dell'Etiopia, indotta anche da questo a rivendicare un importante ruolo politico nella regione, che comprende il progetto di una grande diga sul Nilo Azzurro, e la conseguente ambizione ad essere il maggior fornitore di energia per i Paesi vicini; e ancora, la nascita del nuovo stato del Sud Sudan. Da qui, la ricerca non facile di nuovi equilibri tali da coinvolgere l'intera Africa del nord e centro-orientale. Ma è l'Hindu Kush e l'Himalaya la regione del mondo più gravemente minacciata dalla possibilità di conflitti a causa dell'acqua, la regione che unisce una parte della Cina (soprattutto il Tibet) alle regioni settentrionali del Pakistan e dell'India. Anche qui si tratta prevalentemente di conflitti reali o potenziali legati all'altitudine. Due dei tre grandi fiumi del subcontinente indiano, l'Indo e il Brahmaputra, nascono nel Tibet, così come molti altri fiumi minori. Questo spiega come l'India sia preoccupata dalla costruzione da parte dei cinesi di dighe o di canali che sottrarrebbero acque al Brahmaputra per incanalarle verso le regioni aride della Cina del nord. A parti invertite, analoghe iniziative dell'India (per la costruzione di dighe o di serbatoi sul Brahmaputra e sul Gange) alimentano preoccupazioni e ostilità nel Nepal e nel Bangladesh. Qui è l'India ad essere «a monte» e non più «a valle». E qualcosa di analogo accade più a ovest tra India e Pakistan, grazie agli affluenti dell'Indo che attraversano il Kashmir. Ma in questo caso, l'uso dell'acqua non è che uno degli elementi di un conflitto che affonda le sue radici molto più in profondità. Forum a Marsiglia Guerre future Commodity o bene comune I due summit e le due scelte Si sono chiusi ieri a Marsiglia sia il 6˚ World Water Forum convocato dal Consiglio Mondiale dell'Acqua che riunisce le multinazionali e i governi, sia il corrispettivo Forum Alternativo dei movimenti dell'acqua. Entrambi, a pochi quartieri di distanza, hanno discusso di risparmio idrico, accesso all'acqua potabile, del problema sempre più serio delle acque fognarie, della loro necessaria depurazione e riuso, delle dighe in costruzione in varie parti del mondo. L'approccio delle due conferenze poteva sembrare simile ma solo ad un'analisi superficiale. Il Forum ufficiale infatti accetta il terreno di far diventare anche l'acqua una «commodity», una risorsa commercializzabile e da aprire al mercato finanziario. Il Forum alternativo al quale hanno partecipato 3mila attivisti - crede nell'acqua come principale bene comune e diritto universale. Il 13% del mondo vive senza acqua potabile il 39% senza bagni Record di consumo in bottiglia Con 196 litri per abitante, l'Italia si conferma nel 2011 primo Paese in Europa e terzo nel mondo Belpaese grande sprecone L'Italia è però il Paese dell'Europa Meridionale più ricco di fonti idriche: ne spreca il 30 per cento Rito indù a Benares davanti al Gange, fiume sacro ma anche molto «malato»: tra dighe e inquinamento 23 DOMENICA 18 MARZO 2012
MARCO BUCCIANTINI FIRENZE C 'è ancora la Juventus.Ormai il suo è un cam-pionato di rincorsa maha il fiato lungo. D'in-canto ritrova la sua for-za e ci aggiunge qualcosa di nuovo: i gol, molti, in uno stadio nemico, davanti alla Fiorentina che vorrebbe troppo da questa partita. Le resta solo un risultato infame e altre dieci partite inquinate, nelle quali trovare una decina di punti per non dover tornare a frequentare la serie B. La Juventus, dunque. Ha fatto troppa strada davanti a tutte per poter ripiegare su traguardi minori. Si è condannata a misurarsi con l'obiettivo massimo, e si è innervosita quando le è parso un bersaglio lontano. Così questa partita – già enorme di suo – è diventata perversa. La mamma di Conte ne è stata vittima involontaria. All'inizio volano in campo una dozzina di parrucche colorate, e gli striscioni sul ciuffo del tecnico spuntano qua e là, come certi capelli. Il più divertente è per un collega: «Pellegatti uno di noi», per il giornalista ultras milanista, che si distinse per anti juventinità il giorno dello scontro diretto. Per chiudere, c'è il sindaco Renzi che dondola sulla sedia della tribuna al conto di «chi non salta è juventino». Questo è colore, poi comincia il calcio e le distanze sono evidenti. La partita dura in sostanza 27' nei quali i viola compiono il peccato mortale dell' autolesionismo. In una stagione così povera, dov'è difficile spremere una manovra convincente, in una serata senza Jovetic che spesso ha nascosto certi limiti, bisognerebbe essere impermeabili agli sbagli. Invece. Ci sono dieci minuti promettenti, con Vargas che trova spazi e voglia a sinistra. Montolivo asseconda bene chiunque abbia ardore di proporsi. Lazzari colpisce al volo una respinta corta e la palla va alta. La Fiorentina invece va all'inferno. Vucinic è vivo e raccoglie un palla orfana sul limite e la sbatte sul palo. È un avviso che l'ambiente non coglie. Allora il montenegrino si fa capire meglio: protegge bene il solito pallone indifeso sulla trequarti viola, prende la mira e si va 1-0 per la Juventus. Cinque minuti dopo Cerci fa intuire perché Rossi lo consideri un caso umano. Malintende il senso della reazione, e lo prende per il verso più maleducato del termine: calcio nel sedere a De Ceglie, nemmeno violento, ma tutti sanno che conta il gesto. E così Cerci abbandona la sfida, come il peggiore dei felloni. Altri sei minuti e il concorso di colpa dei viola diventa collettivo: Vidal ha il tempo di controllare un passaggio basso sugli sviluppi di un corner. Tira, Bourc respinge, lo stesso sudamericano va a riprendersi la palla e finisce il lavoro lasciato a metà. E sono due. Poi diventeranno tre, quattro e cinque perché Marchisio, Pirlo e perfino Padoin hanno l'ambizione di partecipare e il cinismo d'infierire. Il loro è un compito cui rendono grazia i vigili urbani: consentono ai tifosi un deflusso ordinato, per tempo. Qualcuno si attarda a contestare i Della Valle, ma i più scappano via, in silenzio, perché Firenze aveva concesso un'apertura di credito, ma il fido era basso: a metà ripresa le presenze sugli spalti sono dimezzate, al 90' ci siamo solo noi a battere tasti delusi e i giocatori bianconeri in parata sotto lo spicchio di stadio destinato ai torinesi. Tatticamente, non si è fatto in tempo a capire molto, però Conte aveva abbassato appena il baricentro, cercando di lasciar fare alla Fiorentina quello che fa peggio: costruire il gioco. Se era intenzione del tecnico è stata un'idea umile e intelligente. Se era protervia dei viola, esaltati dall'ambiente, è stato un impeto che ha mostrato in fretta il conto. Altra cosa che si è potuta notare finché la partita non si è sfilacciata: la Juventus ha cercato maggiormente le vie centrali, cercando di fare densità laddove la Fiorentina mancava di Behrami, il suo guardiano della mediana. Così l'azione di Vucinic si è concentrata nei tagli verso Matri, e le scorribande di Vidal hanno portato argomenti a sostegno della teoria. Trascurato Pepe, senza danni. Il Tempo NORD Ancora molte nubi con precipitazioni sparse; più frequenti sulle zone alpine. CENTRO Nuvolosità irregolare su tutte le regioni. SUD Cielopoco nuvoloso su tutte le regioni con locali annuvolamenti sulla Puglia. Oggi Foto Lapresse La gente abbandona lo stadio in anticipo Cori contro i Della Valle FIORENTINA 0 Domani Dopodomani L'esultanza dopo l' 1-0 di Mirko Vucinic MA LA JUVE NON MOLLA FIORENTINA BUIO TOTALE Cerci espulso dopo 20' In campo ci sono solo i bianconeri. Segnano Vucinic, Vidal, Marchisio, Pirlo e Padoin. Dura contestazione per i viola Rabbia al Franchi FIORENTINA: Boruc; Cassani, Natali, Nastasic, Pasqual; Olivera (1'st De Silvestri), Montolivo, Lazzari; Cerci, Amauri, Vargas. JUVENTUS: Buffon; Lichtsteiner, Bonucci, Caceres, De Ceglie; Vidal (25'st Padoin), Pirlo, Marchisio; Pepe, Matri (14'st Quagliarella), Vucinic (24'st Borriello). ARBITRO: Bergonzi di Genova. RETI: nel pt 15'Vucinic,28' Vidal;nel st10' Marchisio, 22' Pirlo, 27' Padoin. NOTE: Espulso Cerci. Ammoniti: Lichtsteiner e Olivera. Spettatori: 40mila circa. JUVENTUS 5 NORD Cielo nuvoloso su tutte le regioni. CENTRO Cielo sereno o poco nuvoloso su tutte le regioni; piogge sulla Toscana. SUD Generali condizioni di tempo sereno o poco nuvoloso su tutte le regioni. Fa Cup malore in campo IlcentrocampistadelBolton,PatriceMuamba,sièaccasciatoalsuolodurantelagara valida per i quarti di finale di Fa Cup fra Tottenham e Bolton perdendo i sensi. I medici hannocercatodi rianimarlo persei minutisul terrenodi giocoe successivamentelo hanno caricato su una barella per il trasporto in ospedale dove è giunto in gravissime condizioni. NORD Molte nubi quasi ovunque con precipitazioni a carattere sparso sulle aree alpine. CENTRO Annuvolamenti su Toscana, Sardegna e Lazio; sereno o poco nuvoloso altrove. SUD Sereno o poco nuvoloso su tutte le regioni. 47 DOMENICA 18 MARZO 2012
CENTROSINISTRA, ECCO LA FOTO CHE VALE DI PIÙ dopo aver attaccato Sarkozy sulla sua minaccia di portare la Francia fuori da Schengen, ha rivendicato «un'iniziativa europea per la crescita», magari proprio con gli eurobond per finanziare i progetti europei. Via via i leader europei hanno denunciato la finanza, «il rigore senz'anima» imposta delle destre, la loro mancanza di «visione» e la necessità di «rilanciare il grande sogno europeo». Insomma, tutti uniti come ai tempi della seconda Internazionale, ha ricordato Gabriel, fondata proprio a Parigi nel 1889 prima che l'unione dei socialdemocratici europei naufragasse sugli scogli del nazionalismo che portò alla Prima guerra mondiale. E tutti uniti ieri erano a sostenere Hollande, che con la sua elezione il prossimo 6 maggio potrebbe aprire una breccia nel blocco delle destre e aprire la strada ai democratici italiani prima e ai socialdemocratici tedeschi poi. «Mai un'elezione francese ha avuto una tale posta in gioco», ha sottolineato Hollande alla tribuna parlando di «un'alternanza per la Francia al servizio di un'alternanza in Europa». Il candidato socialista all'Eliseo ha qualificato il trattato europeo come un «patto d'austerità che crea le condizioni per una crisi economica duratura». Tanto che, ha fatto notare, anche nella famiglia della destra europea c'è già chi lo sta mettendo in discussione. Vedi la Spagna e l'Olanda. E ha ripetuto che se riceverà il mandato dai francesi intraprenderà un nuovo negoziato a Bruxelles per «ottenere nuovi strumenti per nuovi obiettivi». Non si tratta di mettere in discussione l'equilibrio dei conti, che si è impegnato a mantenere, ma di integrare i patti aprendo il discorso sulla crescita. Hollande ha anche fissato i termini del negoziato in quattro punti in linea col manifesto di Parigi: aumento dell'intervento della Banca europea d'investimento, creazione degli eurobond, tassa sulle transazioni finanziarie con i paesi che ci stanno, e mobilitazione dei fondi strutturali europei oggi sottoutilizzati. Hollande ha anche proposto una Banca centrale europea che fissi tra i suoi obiettivi anche la crescita, un rilancio della vecchia idea di Jacques Delors di un'Europa dell'energia e il l'introduzione di un principio di reciprocità negli scambi commerciali. Che Vasto non fosse una matura alternativa lo ha dimostrato la nascita del governo Monti. Il gruppo dirigente del Pd non ha dimenticato la dura lezione dei Progressisti del '94: ma proprio per questo l'accesa, reiterata polemica su Vasto è diventata anzitutto una leva per allargare le divisioni a sinistra, oltre che per indebolire la leadership di Bersani. Il Pd è nato per superare l'Unione del 2006 e costruire un credibile progetto di governo di centrosinistra. L'orizzonte riformista, tuttavia, non pretende che vengano recise le basi popolari e le radici di sinistra. Chiede innovazione, coraggio, capacità di rivolgersi al Paese intero e di mobilitare le forze del lavoro e dell'impresa, non certo una catarsi moderata, quasi che la politica moderna altro non possa essere che la disciplinata esecuzione delle direttive dell'Europa del centrodestra o dei sacerdoti dell'ortodossia economico-finanziaria. Saranno i prossimi mesi a definire il grado di solidarietà a sinistra e le battaglie comuni. Ma per il Pd sarebbe un suicidio tagliare pregiudizialmente quei ponti, non meno che proclamare un'autosufficienza stile Unione. La vera questione strategica è piuttosto un'altra: rassegnarsi al prolungamento della Grande coalizione - la foto dell'altra sera a Palazzo Chigi - o scommettere sull'Italia che torna a essere una democrazia competitiva con legittime alternative di governo? Piegarsi alla sovranità del «pensiero unico», e dunque della «politica unica», o puntare su un'Europa diversa, capace di equità e sviluppo, e non solo di spingere la Grecia verso l'autodistruzione o di allargare gli squilibri interni al Continente? L'incontro di ieri a Parigi, i discorsi dei leader progressisti e il manifesto nel quale si sono riconosciuti costituiscono per questo un evento di grande importanza. La foto di Parigi è la chance che abbiamo per evitare che la foto di Palazzo Chigi rappresenti non l'immagine di un Paese che risale dal precipizio della Seconda Repubblica, bensì una prigione in cui la competizione democratica è bandita. Non si può negare però che il successo della foto di Parigi è legato a doppio filo al successo elettorale di Hollande. L'Italia è parte dell'Europa. E il centrosinistra italiano farebbe molta fatica a proporsi come pilastro di un'alternativa nazionale, se in Francia prima e in Germania poi tornasse a vincere il centrodestra. L'alternativa politica, oggi più di ieri, ha una dimensione europea. E la grande novità del documento di Parigi sta proprio nell'impronta europeista degli impegni assunti dai leader progressisti. Già negli anni Novanta i progressisti guidarono tutti i maggiori Paesi europei. Ma il loro limite, allora, fu esattamente il disinvestimento sull'Europa politica. Il punto più alto di quella stagione fu l'accordo di Lisbona concepito come la Maastricht sociale e dell'innovazione - ma l'impresa fallì per la debolezza delle istituzioni comunitarie. I progressisti di fatto aprirono la strada all'involuzione intergovernativa dell'Unione, poi accelerata dai governi di centrodestra. Resta per noi una magra soddisfazione che in quel vertice di Lisbona sia D'Alema che Prodi indicarono nel troppo debole europeismo il difetto strutturale dell'intesa. Dunque non basta che vincano le sinistre. È necessaria una nuova idea di Europa. Un'Europa che metta in comune il proprio destino. E ieri Hollande ha detto cose che segnano una novità rispetto alla stessa tradizione dei socialisti francesi. Il documento è ancora più esplicito nell'indicare le linee di correzione del Trattato sul fiscal compact e il rafforzamento delle istituzioni comunitarie. Ciò potrebbe aiutare a superare le polemiche nostrane, di carattere ideologico, sull'identità «socialista» dei progressisti europei. È sempre più assurdo e anacronistico contrapporre l'identità socialista a quella democratica. Il Pd è democratico. Per scelta. E perché ritiene questa sua identità più ricca e promettente per l'intero centrosinistra europeo. Bersani l'ha ripetuto anche ieri. Ma ciò non può comportare la rinuncia alle necessarie alleanze, l'isolamento. Sarebbe questo sì un tradimento del patto costitutivo del Pd e del suo stesso europeismo. Il tema infatti è come costruire un'alternativa politica in Europa. Mettendo in rete democratici, socialisti, progressisti. Tenendo insieme sviluppo, riduzione degli squilibri interni, integrazione comunitaria. A Parigi è stato compiuto un passo di valore strategico. Si può anche perdere, ma guai se si rinuncia a combattere, acconciandosi fin d'ora a una soluzione centrista. L'EDITORIALE Il segno europeista «Dopo Parigi cambierà l'Europa» p SEGUE DALLA PRIMA Gabriel, leader Spd: «Uniti per le modifiche al Trattato». Stanishev, presidente Pse: destre egoiste Claudio Sardo Il tema non è l'identità socialista ma una nuova idea di Ue «Austerità e rischi di recessione» «Le politiche di austerità draconiane non solo rischiano di non risolvere i problemi di deficitpubblico,maanchedifarprecipitaretuttal'Europanellarecessione».Lohaaffermato Laura Pennacchi, direttrice della Scuola per la buona politica della Fondazione Basso, intervenendo a una lezione di Eunomia Master a Firenze 5 DOMENICA 18 MARZO 2012
ACCADDE OGGI Maramotti N el luglio scorso il mio ca-ro amico C. andò a suo-nare a Genova nel ricor-do di Carlo Giuliani. Sul parabrezza del furgone della band dimenticò di esporre il tagliando dell'assicurazione. Dopo il concerto C. fu ospitato a casa di altri amici, proprio vicino al porto antico. Andarono a letto verso le due e mezza, dopo aver parlato e ricostruito quei giorni di dieci anni prima. Durante la notte, lì sotto la tangenziale, passarono i vigili. Un vigile, sapendo giustamente leggere e scrivere, gli piazzò una bella multa per mancata esposizione del tagliando assicurativo, ore 03.00. Giusto? Giusto. Un'ora e mezza dopo, nella stessa notte, un altro solerte vigile rifilò al furgone un'altrettanto bella sanzione per mancata esposizione del tagliando assicurativo, ore 04.30. Stessa identica multa, a distanza di un'ora e mezza dalla precedente, stessa infrazione, stessa notte, stesso rettangolo d'asfalto. Giusto? Bè, no. Cosa avrebbe dovuto fare il mio amico C? Accartocciare il furgone e nasconderlo in una mano? Farlo diventare una pallottola di carta e ingoiarlo nel cuore della notte? Se alle 03.00 C. non s'era accorto di non aver esposto il tagliando assicurativo (tanto che il primo controllo aveva elevato la sanzione),come avrebbe potuto sistemare le cose nel cuore della notte? Come avrebbe potuto redimersi? Ha pure fatto ricorso al prefetto competente, ma la risposta è stata che di multe quel furgone ne poteva beccare anche cento in quella notte. Surreale? Non trovate che così lo Stato diventi patrigno? Se i Comuni iscrivono a bilancio le multe, non vi pare che in fondo non possano che augurarsi che i propri cittadini facciano sempre più infrazioni? Non vi sembra logico pensare che l'obbiettivo di suddetti Comuni sia quello di cogliere in fallo un po' tutti, con trabocchetti simili a questo descritto, dato che i soldi delle multe servono a far cassa? In preda a questi pensieri, qualche sera fa, a Modena, ho conosciuto un ragazzo che poi è uno scrittore molto bravo. Mi ha improvvisato un suo raccontino acuto e divertente. Lui propone di trasformare i soldi delle multe in buoni per acquisto libri, in modo da allontanare ogni ipotesi sull'interesse poco nobile che può avere un Comune nel costringere un suo cittadino all'infrazione. Si darebbe un po'di ossigeno all'economia editoriale e all'uscita dal cinema, accalorati dalle discussioni sul senso del film appena visto, trovando la multa sul parabrezza, felici la si andrà a pagare, perché contiene l'alibi del dolce spreco dell'acquisto di quel libro che da tempo si sperava andasse in offerta. Geniale? I l Congresso dei Giovani Demo-cratici che stiamo tenendo inquesti mesi ha un obbiettivochiaro: vuole portare quel pezzo di giovane generazione che sta nel Pd al centro del conflitto politico in Italia. La nostra generazione viene descritta talvolta come vittima impotente di un sistema che non offre opportunità e talvolta come soggetto passivo, incapace di rischiare. Non è così. Fra le rimozioni che questo trentennio neoliberista ci ha consegnato, c'è quella della responsabilità collettiva che ognuno di noi deve sentire rispetto alla storia. Siamo rimasti stretti, anche come generazione cresciuta con le categorie del berlusconismo, fra una visione giustizialista della battaglia politica, un populismo insofferente alle istituzioni quanto inconcludente sul terreno riformistico e un approccio tecnocratico arido di valori e politicamente subalterno. La maggior parte delle esperienze politiche di questo decennio sono iscrivibili dentro questi confini, dal movimento no-global ai governi dell'Ulivo e al centrodestra italiano. Il tentativo generazionale di portare le battaglie contro la globalizzazione neoliberista e contro le riforme scolastiche della Moratti su un piano tecno-riformista si è scontrato con il fallimento dell'Unione. In questi primi anni dei Giovani Democratici e nell'avvitarsi della crisi economica e politica del nostro paese, abbiamo capito però una cosa semplice ma rivoluzionaria: per chiudere questo ciclo trentennale dobbiamo maturare la consapevolezza che siamo dentro la Storia, cioè che le istituzioni democratiche sono obbiettivo e strumento della nostra azione, che la politica è il luogo dove si manifestano le tensioni etiche di una società, che nuove sintesi vanno cercate nei conflitti sociali del nostro tempo. Il governo Monti, in questo senso, è tutt'altro che la morte della politica. In ultima battuta, riportare l'impegno politico di un giovane, così prezioso, al ruolo storico di una generazione vuol dire riaprire il capitolo degli orizzonti possibili, all'insegna dell'inclusione sociale e dell'emancipazione della persona e del lavoro nella sostenibilità economica e ambientale. Significa capire che la questione è affermare la cittadinanza del XXI secolo, in cui un rinnovato patto sociale di diritti e doveri accompagni una nuova fase della storia d'Italia e d'Europa. Da questi ragionamenti nasce la sfida dell'autonomia politica dei Giovani Democratici. Su queste basi si poggiano le tante idee che stanno emergendo in questo Congresso. Il radicamento che abbiamo costruito in questi anni ci aiuta a renderci soggetti attivi delle molteplici istanze dei territori; solo in questo modo riusciremo a dare concretezza al ruolo storico di cui vogliamo essere portatori. DIO È MORTO La tiratura del 17 marzo 2012 è stata di 102.233 NOTTE DA PAZZI: 100 MULTE PER LA STESSA INFRAZIONE LA GENERAZIONE NEGATA È PRONTA ALLA SFIDA l'Unità 18 marzo 2002 Una raffica di mitra, pochi istanti di panico e un lago di sangue che si espande sul sagrato della Chiesa del Buon Pastore, in uno dei quartieri più popolosi di Cali (Colombia). Così è morto monsignor Isaias Duarte Cancino che, negli ultimi 7 anni, aveva attaccato sempre più duramente i narcotrafficanti, definiti «i signori della droga». Andrea Satta MUSICISTA E SCRITTORE Colombia, ucciso l'arcivescovo Duarte IL FUTURO È ADESSO Eugenio Levi GIOVANI DEMOCRATICI 25 DOMENICA 18 MARZO 2012
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