«Da un lato l'Europa rifiuta di rivedere il trattato Dublino II, secondo cui i richiedenti asilo devono tornare nel paese di prima entrata e fa pressione sulla Grecia per tenere sotto controllo le frontiere minacciando sanzioni e dall'altra quando prendiamo l'iniziativa se ne distanzia». Gli abitanti di Nea Vyssa, tranquillo paesino di frontiera da cui passerà il muro, sono più infastiditi dalla forte militarizzazione del confine che dal passaggio continuo di stranieri. «Non sono un'esperta, un massiccio afflusso di migranti in Grecia potrebbe creare problemi certo, però non capisco che senso abbia con la crisi spendere milioni di euro per costruire 12 chilometri di muro su un confine lungo più di cento – si chiede Anastasia, la padrona di un piccolo caffé nel centro del paese. A Nea Vyssa passano stranieri ogni giorno, mai meno di 15, a volte anche più di 50, racconta, ma il periodo più critico è l'inverno, quando i migranti arrivano in paese assiderati e coperti di neve: «Uno degli episodi che mi è rimasto più impresso risale a qualche mese fa – racconta Anastasia – alla mia porta ha bussato una coppia con due figli piccoli, la donna era in cinta. Quando ho visto i due bambini che piangevano praticamente congelati neanche io sono riuscita a trattenere le lacrime. Li ho fatti entrare e gli ho dato delle coperte e del latte caldo». A Orestiada, cittadina qualche chilometro a sud di Nea Vissa, è nato un comitato anti-muro che il cinque febbraio ha organizzato una manifestazione contro la visita del ministro Papoutsis. «Un anno fa quando si è cominciato a parlare della costruzione della barriera abbiamo promosso un'assemblea aperta a tutta la cittadinanza per discuterne, li abbiamo deciso di mobilitarci contro un progetto che secondo noi viola diritti umani fondamentali come quello di presentare domanda di asilo politico – racconta Kostantinos, tra i promotori della campagna Stop Evros Wall – ora stiamo cercando di fare uscire la mobilitazione dai confini greci e farci conoscere. Abbiamo lanciato anche una raccolta firme e con l'aiuto dei nostri avvocati presenteremo ricorso alla corte europea dei diritti dell'uomo». Secondo Kostantinos la costruzione del muro, che terminerà a settembre, più che una risposta al problema immigrazione sarebbe un'iniziativa personale del ex-ministro degli interni Papoutsis che proprio la settimana scorsa si è dimesso per dedicarsi completamente alla campagna per le primarie per la leadership del Pasok. Sul fronte interno greco i due maggiori partiti, Nuova democrazia e socialisti del Pasok sono a favore del progetto, contrari i comunisti del Kke e gli altri due partiti della sinistra riformista, secondo cui la costruzione del muro sarebbe «un atto inumano e futile». Entusiasti invece i nazionalisti del Laos, movimento populista di estrema destra dato in forte crescita negli ultimi mesi. Dall'altro lato del confine Ankara si oppone con forza a un progetto che considera un ostacolo al processo di adesione all'Unione Europea. «C'è chi in Europa non perde l'occasione di promuovere iniziative contro la Turchia e ora vogliono costruire un nuovo muro come quello abbattuto a Berlino lungo il fiume Evros». Ha dichiarato il ministro per gli affari Europei Egemen Bagis. Dalla collina sopra Nea Vyssa, Chronis guarda le due file di alberi che segnano il confine con la Turchia: «Il muro non fermerà l'arrivo degli stranieri, lo renderà solo più difficile – dice – ora arrivano persone, dopo la costruzione del muro vedremo solo cadaveri». «Oggi nasce una nuova speranza - ha dichiarato il ministro, arriando al quartier generale del Pasok non appena saputo della sua elezione al vertice del partito- Oggi abbiamo ricreato la fiducia per un nuovo inizio, cominciamo». I membri del Partito socialista greco hanno cominciato a votare ieri mattina per eleggere come nuovo leader del partito Evangelos Venizelos, 55 anni, attuale ministro delle Finanze, unico candidato alla guida del partito in sostituzione di George Papandreou. Circa 390 mila mebri del Pasok erano chiamati al voto in un migliaio di seggi in tutta la Grecia. Dopo le dimissioni di Papandreou da primo ministro i socialisti hanno perso molti consensi, stando ai sondaggi. Papandreou ha lasciato il campo a una grande coalizione, che lui stesso aveva auspicato. La scelta di Venizelos alla segreteria è una scelta di continuità ma allo stesso tempo di rottura con le famiglie politiche tradizionali. Ma il partito è in forte calo di consensi in previsione delle elezioni politiche che devono svolgersi tra fine aprile-inizio maggio. «Sono fiducioso che ci sarà un'ampia partecipazione per smentire tutti coloro che credevano che il grande partito democratico non potesse riprendersi», aveva preannunciato in mattinata Venizelos dopo aver votato alla periferia occidentale di Atene, dove solo alcuni fotografi sono stati ammessi al seggio. Le votazioni si sono svolte sotto strette misure di sicurezza nel timore di contestazioni violente contro i ministri dell'attuale governo che ha imposto le contestate misure di austerità. Primarie del Pasok in Grecia, Venizelos prende le redini del partito in crisi L'appalto Foto Alberto Tetta Vale 3 milioni di euro Assegnato a febbraio a una società greca Anastasia, nel suo caffè di Nea Vyssa Newroz: scontri con un morto PesantiscontriconunmortoaDiyarbakir,principalecittàdeiKurdistanturco,doveieri sisono radunatecentinaiadimigliaia dicurdiper festeggiareilNewroz, ilCapodanno curdo. I dimostranti hanno dato alle fiamme camioncini dotati di antenne satellitari posizionati sulla strada, inneggiando al Pkk al bando in Turchia. Tensione anche a Istanbul con 100 arresti. 31 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
Bernardo Carvalho interprete di «Bologna a testa di su» Bernardo Carvalho, autore portoghese di fama internazionale, fra i fondatori della casa editrice Planeta Tangerina, scelto come terzo interprete di «Bologna a testa di su» per lo sguardo sempre attento e ironico e la capacità di cogliere le piccole cose. Il progetto «Bologna a testa di su» intende riflettere su Bologna attraverso lo sguardo «forestiero» di un illustratore. I bambini sono i principali destinatari di questo gioco alla scoperta della città. Per tutti i visitatori saranno disponibili gli albi da colorare dei due autori, inoltre presso l'Urban Center Bologna (Biblioteca Salaborsa, piazza Nettuno 3) viene allestito un grande tavolo da colorare su cui vengono riprodotte le tavole dell'autore portoghese e che tutti i bambini potranno colorare. ro quotidiano svolto con bibliotecari, genitori, addetti ai lavori ecc… E c'è attesa, al caffè, anche per l'eccezionale Jon Klassen, l'artista nativo dell'Ontario, del quale la Zoolibri pubblica il delizioso Voglio il mio cappello. «Aria di nuovo», dunque, in Fiera, e non solo nel senso di novità librarie, ci racconta Carla Poesio, una delle studiose italiane più attente e da anni colonna portante della stessa Fiera. «Ci si sta occupando dei lettori prima che siano tali», prosegue citando il bel libro presente in fiera: Fammi grande. Leggere nell'infanzia, di Rita Valentino Merletti e Luigi Paladin (per le edizioni Idest), e osservando poi il crescente interesse dell'editoria sia per i «leggi-in-pancia» – da citare Nidi di note, un cammino in dieci passi verso la musica per Gallucci, testi di Bruno Tognolini, illustrazioni di Alessandro Sanna - sia per gli albo illustrati rivolti ai piccoli ma non solo, convinti come siamo ormai tutti che alcuni siano veri e propri oggetti d'arte. Prova ne sia Vite d'acqua. Bestiario del Gange, scritto e illustrato da Rambharos Jha per la Tara Books, pubblicato in Italia da Salani; una vera e propria avventura del senso e dello sguardo, vincitore 2012 della sezione New Horizons del Premio Bolognaragazzi Award. Emozionante pure Nella soffitta di mia zia, del londinese Andy Goodman, edito dalla Corraini o, sempre per Corraini, La triologia del limite di Suzy Lee, che sarà ospite in Sala Borse, alla mostra Ad Occhi aperti dove con altri illustratori «giocherà» con cartoncini e chine… ridefinendo i confini del foglio stesso. Arianna Papini, per la Fatatrac, invera i sogni con L'albero e la bambina, Stephanie Blake con il suo celeberrimo Cacca pupù, inaugura la collana di tascabili Bababum, per la Babalibri. Cose che non vedo dalla mia finestra (di Giovanna Zoboli, matita di Guido Scarabottolo) è l'album di situazioni impossibili e oggetti marginali che scegliamo fra i tanti, bellissimi, della Topipittori, mentre Fiabla-bla di Fausta Orecchio con le illustrazioni di Olivier Douzou, con le sue mutanti forme e coi suoi esercizi di stile alla Queneau, rappresenta pienamente le alte qualità editoriali di Orecchio Acerbo. Ma c'è anche voglia di ridere, in Fiera, - afferma ancora Poesio – come di essere realisti eppure fatastici citando, per in proposito le collane Crepa pelle di E/l e Io e gli altri di Emme. L'ormai leggendario Roberto Denti, sebbene impegnatissimo a festeggiare i 40 anni della sua Libreria milanese, sarà in transito nei vari salotti letterari e presenterà la sua ultima fatica Quattro storie quasi vere (ed.La scienza), mentre il prestigioso premio Liber 2012 se l'è aggiudicato Guido Sgardoli con l'eccellente The frozen boy per le Edizioni San Paolo. L'iniziativa Melbook disegni in libreria Le illustrazioni e le foto dedicate all'infanzia che in questi anni hanno impreziosito la rivista «Bambino sarai tu!» diventano una mostra dedicata ai più piccoli che è ospitata alla libreria MelbookStore di Bologna dal oggi al 25 Marzo 2012. L'inaugurazione avverrà oggi alla presenza della scrittrice Chiara Patarino, di illustratori e di bambini che vi hanno collaborato. 37 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
www.unita.it Zapping IL SOGNO DEL MARATONETA FUORI CONTROLLO PANARIELLO NON ESISTE TRAPPOLA SULLE MONTAGNE ROCCIOSE RAIUNO ORE:21:10 FICTION CON LUIGI LO CASCIO CON MEL GIBSON CON GIORGIO PANARIELLO CON STEVEN SEAGAL RAITRE ORE:21:05 FILM CANALE 5 ORE:21:10 SHOW RETE 4 ORE:21:10 FILM Rai 1 Rai 2 Rai 3 RAI 1Canale 5 Rete 4 Italia 1 La 7 Sky Cinema 1 HD Sky Cinema family Sky Cinema Passion Cartoon Network Discovery Channel Deejay TV MTV 21.10 Faccia d'angelo - 2a parte. Serie TV 22.45 Skyline. Film Fantascienza. (2010) Regia di C. Strause, G. Strause. Con E. Balfour S. Thompson. 00.25 Rango. Film Animazione. (2011) Regia di G. Verbinski. 21.00 Missione Tata. Film Commedia. (2005) Regia di A. Shankman. Con V. Diesel 22.40 Un indiano in città. Film Commedia. (1994) Regia di H. Palud. Con T. Lhermitte 00.15 Attenti a quei 3. Film Avventura. (2002) 21.00 La lista dei clienti. Film Drammatico. (2010) Regia di E. Laneuville. Con J. Hewitt C. Shepherd. 22.35 Chocolat. Film Sentimentale. (2000) Regia di L. Hallström. Con J. Binoche J. Depp. 18.45 Ben 10 Ultimate Alien. 19.10 Holly e Benji Forever. 19.35 Bakugan Potenza Mechtanium. 20.00 Leone il cane ifone. 20.05 Takeshi's Castle. 20.35 Lo straordinario mondo di Gumball. 21.00 Adventure Time. 21.25 The Regular Show. 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Marchio di fabbrica. 19.30 Marchio di fabbrica. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Marchio di fabbrica. Documentario 21.30 Marchio di fabbrica. Documentario 22.00 Come è fatto. Documentario 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Via Massena. Sit Com 21.00 Fuori frigo.Attualita' 21.30 The Nine Lives of Chloe King. Serie TV 22.30 Deejay chiama Italia - Edizione Serale. Rubrica 23.30 Lorem Ipsum. Attualita' 19.30 Dieci cose che odio di te.Serie TV 19.55 Dieci cose che odio di te - Voglio che tu mi voglia. Serie TV 20.10 Jersey Shore. Serie TV 21.10 Jersey Shore. Serie TV 22.00 Jersey Shore. Serie TV 22.50 True Blood.Serie TV 21.10 Il sogno del maratoneta. Fiction Con Luigi Lo Cascio 23.15 Porta a Porta. Talk Show. 00.45 TG 1 - Notte. Informazione 01.15 Qui Radio Londra. Attualita' 01.20 Sottovoce. Talk Show. 01.55 Rewind - Visioni Private.Reportage 21.05 Fuori controllo. Film Thriller. (2010) Regia di Martin Campbell. Con Mel Gibson, Ray Winstone, Danny Huston. 22.00 Correva l'anno. Reportage 00.00TG 3 Linea notte. Informazione 00.10 TG Regione. Informazione 01.00 Meteo 3. Informazione 21.05 Voyager. Reportage 23.10 TG2. Informazione 23.25 Generazione 1000 euro. Film Commedia. (2008) Regia di Massimo Venier. Con Alessandro Tiberi, Valentina Lodovini. 01.05 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 01.20 Protestantesimo. Rubrica 21.10 Panariello non esiste. Show.Conduce Giorgio Panariello. 00.15 Terra!. Attualita' 01.15 Tg5 - Notte. Informazione 01.44 Meteo 5. Informazione 01.45 Striscia la notizia - La Voce della contingenza. Informazione 21.10 Trappola sulle montagne rocciose. Film Azione. (1995) Regia di Geo Murphy. Con Steven Seagal, Eric Bogosian, Everett McGill. 23.30 Coraggio... Fatti ammazzare. Film Poliziesco. (1983) Regia di Clint Eastwood. Con Clint Eastwood, Sondra Locke, Bradford Dillman. 21.10 C.S.I. - Scena del crimine. Serie TV Con Laurence Fishburne, Marg Helgenberger, George Eads. 22.00 C.S.I. - Scena del crimine. Serie TV 23.00 Kill Bill - Volume 2. Film Azione. (2004) Regia di Quentin Tarantino. Con Uma Thurman, David Carradine 21.10 L'Infedele. Talk Show.Conduce Gad Lerner. 23.45 InnovatiOn. Talk Show.Conduce Lucia Oredo, Ivo Mej. 00.20 Tg La7. Informazione 00.25 Tg La7 Sport. Informazione 00.30 (ah)iPiroso. Talk Show.Conduce Antonello Piroso. 06.45 Unomattina. Rubrica 09.05 I Tg Della Storia. Documentario 10.55 Che tempo fa. Informazione 11.00 TG1. Informazione 11.05 Occhio alla spesa. Rubrica 12.00 La prova del cuoco. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.00 TG 1 - Economia. Informazione 14.05 Tg1 Focus. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show. 15.15 La vita in diretta. Show. 16.50 TG Parlamento. Informazione 17.00 TG1. Informazione 17.10 Che tempo fa. Informazione 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Qui Radio Londra. Attualita' 20.35 Aari Tuoi. Show. 07.00 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 09.30 Sorgente di vita. Religione 09.40 Meteo 2. Informazione 10.00 Tg2 Insieme. Rubrica 11.00 I Fatti Vostri. Show. 13.00 Tg 2. Informazione 13.30 TG 2 Costume e Società.Rubrica 13.50 Medicina 33. Rubrica 14.00 Italia sul Due. Rubrica 16.10 La signora del West. Serie TV 16.55 Hawaii Five-0. Serie TV 17.45 Tg2 - Flash L.I.S.. Informazione 17.47 Meteo 2. Informazione 17.50 Rai TG Sport. Informazione 18.15 Tg 2. Informazione 18.45 Ghost Whisperer. Serie TV 19.35 L'Isola dei Famosi. Reality Show. 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 08.00 Agorà.Talk Show. 09.00 Agorà - Brontolo. Rubrica 09.50 Dieci minuti di... Rubrica 10.00 La Storia siamo noi. Documentario 11.00 Apprescindere. Talk Show. 11.10 TG3 Minuti. Informazione 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. Informazione 12.25 TG3 Fuori TG. Informazione 12.45 Le storie - Diario italiano.Talk Show. 13.10 La strada per la felicita'.Soap Opera 14.00 Tg Regione. Informazione 14.20 TG3. Informazione 15.05 Lassie.Serie TV 15.55 Cose dell'altro Geo. Rubrica 17.40 Geo & Geo. Documentario 19.00 TG3. / TG Regione. 20.00 Blob.Rubrica 20.15 Le storie - Diario italiano. Talk Show. 20.35 Un posto al sole. Soap Opera 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.40 La telefonata di Belpietro. Rubrica 08.50 Mattino cinque. Show. 10.05 Grande Fratello. Reality Show. 10.10 Tg5. Informazione 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.39 Meteo 5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.45 Uomini e donne. Talk Show. 16.15 Amici. Show. 16.55 Pomeriggio cinque. Attualita' 18.45 The money drop. Gioco a quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.30 Meteo 5. Informazione 20.31 Striscia la notizia - La Voce della contingenza. Show. 07.22 Ieri e oggi in tv. Rubrica 07.25 Nash Bridges I. Serie TV 08.20 Hunter. Serie TV 09.40 Carabinieri. Serie TV 10.50 Slow tour. Show. 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Detective in corsia. Serie TV 13.00 La signora in giallo. Serie TV 13.50 Forum. Rubrica 15.10 Flikken coppia in giallo. Serie TV 16.15 My Life - Segreti e passioni. Soap Opera 16.50 Commissario Cordier. Serie TV Con Pierre Mondy 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.30 Walker Texas ranger. Serie TV Con Chuck Norris, Clarence Gilyard, Sheree J. Wilson. 06.50 Cartoni animati 08.40 Settimo cielo. Serie TV Con Stephen Collins 10.35 Everwood. Serie TV 12.25 Studio aperto. Informazione 13.00 Studio sport. Informazione 13.40 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 What's my destiny Dragon ball. Cartoni Animati 15.30 Camera cafe' ristretto.Serie TV 15.40 Camera Cafè. Sit Com 16.20 Provaci ancora Gary.Serie TV 16.40 La Vita secondo Jim. Serie TV 17.10 Bau boys.Rubrica 17.45 Trasformat.Show. 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.20 Tutto in famiglia. Serie TV 19.50 I Simpson. Cartoni Animati 20.20 C.S.I. Miami. Serie TV Con David Caruso 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. 11.10 L'aria che tira. Talk Show. 12.30 I menù di Benedetta (R). Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Giorni d'amore. Film Commedia. (1954) Regia di Giuseppe De Santis. Con Marcello Mastroianni, Marina Vlady. 16.00 Atlantide - Storie di uomini e di mondi. Documentario 17.00 Movie Flash. Rubrica 17.05 JAG - Avvocati in divisa.Serie TV 17.50 I menù di Benedetta. Rubrica 18.55 G' Day alle 7 su La7. Attualita' 19.25 G' Day. Attualita' 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Otto e mezzo. Rubrica SERA SERA SERA SERA SERA SERA SERA 40 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
Aggressione in discoteca. Nella notte tra sabato e domenica a Luino, in provincia di Varese, in un noto locale frequentato da eterosessuali nella frazione di Germignaga, sette ragazzi, tra i quali Marco Coppola, presidente provinciale di Arcigay Verbania e componente della segreteria nazionale dell'associazione, sono stati aggrediti da parte della security. I ragazzi stavano ballando su un cubo quando sono diventati un bersaglio. Sette uomini che ballano tra di loro non possono che essere gay. Questa l'osservazione che dà la stura all'aggressività. Subito i buttafuori li insultano: «froci, finocchi, andate a prender…». Uno viene preso per il collo e scaraventato giù, poi parte il pestaggio verso tutti. Infine vengono cacciati dal locale. Gli stessi buttafuori in un secondo momento dichiarano di aver allontanato i giovani poiché uno di loro avrebbe dato noia a una ragazza. A chiamare i carabinieri ripetute volte per denunciare l'aggressione sono stati i sette aggrediti. Giunte due volanti, i giovani sono stati condotti al pronto soccorso dell'ospedale locale dove sono stati medicati. La notizia è stata diffusa da Paolo Patanè, presidente nazionale Arcigay. «Questo episodio segna davvero un limite insopportabile, il visibile divertimento tra uomini ha fatto scatenare l'aggressione», ha commentato. «A Marco Coppola e agli altri ragazzi la mia solidarietà, carica di rabbia per la brutalità ingiustificabile e l'odio subito - ha proseguito - e per una battaglia che si infrange sempre contro un muro di scandaloso silenzio ideologico». LA LEGGE DIMENTICATA Torna, schiacciante, il vuoto di leggi: manca una norma anti-omofobia, che dia anche il segnale della punibilità delle aggressioni. «Presenterò un'interrogazione parlamentare ai ministri del Lavoro e dell'Interno, Fornero e Cancellieri », dichiara Paola Concia «per chiedere loro quali azioni intendano intraprendere per combattere l'emergenza della violenza omofoba e transfobica nel nostro Paese e come pensano di procedere affinché si arrivi al più presto all'approvazione di una norma». Franco Grillini, responsabili diritti civili dell'Idv, punta il dito contro «i razzisti che continuano imperterriti a praticare l'omofobia» senza il freno delle norme, a differenza di quanto accade nel resto d'Europa. «Non può esistere tolleranza verso l'omofobia», commenta l'ex ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna. Mancuso, presidente di Equality, lamenta il silenzio del governo che sollecita a intervenire e chiede al Silb, il sindacato dei locali da ballo italiani, di assumere immediate iniziative. Patané, ancora, annuncia imminenti denunce all'Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni) e all'Oscad (Osservatorio contro le discriminazioni delle Forze dell'ordine). Mentre le associazioni chiedono al governo un segnale forte, la gay help line (800.713.713 ) diffonde i dati che fotografano l'aumento del clima di ostilità. In crescita le segnalazioni relative soprattutto a violenza e abusi (38% dei casi) e a discriminazioni sul lavoro (25%). Sempre più giovani le vittime: il 40% ha meno di 29 anni. Una fascia di età, commenta Fabrizio Marrazzo di Gay center, «in cui le persone hanno minori strumenti di tutela». Infatti solo una persona su dieci sceglie di denunciare quanto avvenuto. Ancora, il 35% delle segnalazioni arriva dall'Italia del Nord e, in particolare, il 16% dal nordovest, in aumento di 3 punti percentuali negli ultimi due anni. Diverse chiamate hanno riguardato proprio i locali del territorio in cui si registra un atteggiamento per nulla gay-friendly. DELIA VACCARELLO «Picchiati e cacciati da una discoteca soltanto perché gay» Marco Coppola, presidente provinciale di Arcigay Verbania, è una delle vittime del pestaggio. «Insultati, picchiati e poi spinti fuori dalla discoteca». E in Italia manca ancora una legge che punisca l'omofobia. delia.vaccarello@tiscali.it p Provincia di Varese I giovani stavano ballando su un cubo prima dell'intervento della security p I buttafuori «Uno di loro ha dato noia a una ragazza, perciò sono stati allontanati dal locale» www.unita.it Foto Lapresse Una nave mercantile, la Hc Rubina, battente bandiera di Antigua e Barbuda si è arenata sabato sera nel messinese, nei pressi del litorale di Ganzirri, dopo avere urtato su degli scogli. La nave, proveniente dal porto turno di Iskenderun, era diretta a Marina di Carrara: nessun problema per i 16 membri dell'equipaggio. Sul caso la procura di Messina ha aperto una inchiesta, come anche la Guardia Costiera. Messina, nave mercantile finisce contro gli scogli Italia28 LUNEDÌ19 MARZO2012
Cara Unità Dialoghi Luigi Cancrini La satira de l'Unità virus.unita.it VIA OSTIENSE, 131/L - 00154 - ROMA MAIL lettere@unita.it RISPOSTA Le Asl non pagano (o pagano con enorme ritardo) le Comunità Terapeutiche che ospitano e curano i loro assistiti. I Comuni non pagano (o pagano con enorme ritardo) i lavori che le imprese si sono aggiudicate, spesso, al massimo ribasso. Gli anticipi che imprese e comunità ricevono dalle banche hanno dei costi, ovviamente, gli stipendi vanno pagati per intero, gli assistiti devono mangiare e poi c'è l'Inps, soprattutto, che non può attendere perché, se le Comunità o le imprese tardano, scatta il Durc, il documento che segnala l'inadempienza e che impedisce a tutti gli enti pubblici di pagare anche i debiti arretrati. Quelle che vanno aggiunte a tutte queste complicazioni burocratiche sono poi ovviamente le mazzette per vincerlo, l'appalto e i fondi neri per pagarle all'interno di un caos a cui un governo di tecnici dovrebbe sentire il bisogno di porre mano. O no? Pensando magari che, alla fine, tutta questa confusione esita in un aumento dei costi ben dimostrato dal confronto con quelli europei e grava sulla spesa pubblica. A quando un tavolo che ne discuta seriamente? Il Paese riparte anche da qui. Far ripartire l'economia sarà cosa difficile e non tutta nelle nostre mani, ma intanto sarebbe utile cercare di tenere in piedi migliaia di aziende a rischio chiusura per l'impossibilità di riscuotere i crediti verso le amministrazioni pubbliche, chi ha fatto i conti dice che ammonta a 70 miliardi il debito della pubblica amministrazione verso privati. GIOVAN SERGIO BENEDETTI I pagamenti degli enti pubblici www.unita.it ANTONIO DE IORGI La liberalizzazione delle fatture La liberalizzazione dovrebbe portare dei vantaggi al consumatore, questa regola non è uguale per tutti. Avete provato a leggere una fattura della luce, o del gas ecc...? Non si capisceniente, unmare di vocie numeri, forse per la trasparenza questi dati possono servire, ma all'utente serve una cosa sola sapere quanto costa tutto compreso anche di Iva un Kw un metro cubo di gas o una telefonata, solo questo dato fa testo, e solo conoscendo il prezzo unitario dà la possibilità al consumatore di confrontare due o più fornitori e scegliere il meno caro. Sino a quando questo dato non è ben chiaro e visibile in fattura, la liberalizzazione e la concorrenzain questi settori non esiste. FRANCO PELELLA Università, perché calano le immatricolazioni Caro direttore, nei giorni scorsi è stato reso noto l'11˚ Rapporto sullo Stato del Sistema Universitario, curato dal Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario. È emerso che in Italia la percentuale di diciannovenni che si è immatricolata negli ultimi anni è in continua diminuzione e nel 2009/10 è risultata pari al 47,7%. Cioè meno di un diciannovenne su due si iscrive, subito o negli anni successivi, all'Università. Secondo il Comitato la diminuzione dipende dall'effetto combinato sia della riduzione della percentuale di giovani diciannovenni che conseguono la maturità (dal 77,5% del 2006/07 al 72,6% del 2009/10), sia dalla riduzione della percentuale di maturi che decide di proseguire gli studi (dal 74,5 del 2002/03 al 65,7 del 2009/10): l'Università italiana manifestapertanto una ridotta capacità di attrarre i maturi, che non siano quelli che già da tempo avevano deciso (loro o tramite le loro famiglie) di iscriversi. Il Rapporto ha sottolineato che l'Università è sempre meno attrattiva perché non offre grossi sbocchi lavorativi e che i suddetti dati richiedono un generale ripensamento nel modo di concepire e attuare l'orientamento e il tutorato nel sistema universitario italiano; inoltre, per quanto riguarda gli altri servizi agli studenti (interventi per il diritto allo studio, alloggio, mensa, stage, tirocini, programmi e borse di studio per mobilità internazionale) esso ha rilevato che negli ultimi anni, il sistema e le singole Università vihanno investito di più, ma purtroppo l'entità dei servizi offerti è ancora molto bassa e quindi occorrono forti investimenti in questo campo. La mia opinione è che il Rapporto non prende in considerazione tutte le variabili che entrano in gioco nel determinare la diminuzione delle iscrizioni universitarie. Come suggerisce il romanzo di Peter Cameron Un giorno questo dolore ti sarà utile (dal cui è stato tratto il recente film con lo stesso titolo di Roberto Faenza) una variabile importante è costituita dallavera e propriamutazione antropologica in corso tra i giovani, soprattutto tra i giovani maschi. Molti di loro non sono attratti dalle classiche carriere universitarie. Per loro, che pur non difettano di intelligenza, lo studio è una noia mortale; essi preferiscono dedicare molto del loro tempo ai computer e ai giochi elettronici e non sono spaventati dalla prospettiva di svolgere, per vivere, un lavoro manuale o poco qualificato. FRANCO TORRIANI I cinquantenni e l'art. 18 Vi scrivo perché sto notando che i giornali non si rendono conto dello stato di angoscia e di rabbia con cui centinaiadi migliaia di lavoratori cinquantenni stanno seguendo le negoziazioni sull'articolo 18. Nel caso di modifica dell'articolo 18, molti di loro verranno espulsi dalle aziende e, a causa della riforma delle pensioni e della situazione del mercato del lavoro italiano, resteranno fino a 67 o 68 anni senza lavoro e senza pensione. Siamo pronti a vedere centinaia di migliaia di cinquantenni in coda davanti alle sedi della Caritas a elemosinare un pasto? Siamo pronti a vederli poi organizzare continui blocchi stradali di protesta? VINCENZO CASSIBBA Le dichiarazioni di Guidi L'imprenditore ed economista Guidalberto Guidi ha, recentemente, dichiarato che lui sta dalla parte dei padroni. Non che ne dubitassi, ma almeno la posizione è chiara. Non come quella di certi ondeggianti terzoforzisti. Vorrei solo sapere come la si mette con i “padroni” che evadono le tasse. Almeno qualche distinguo è dovuto. 27 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
Foto Ansa Comunque andrà la trattativa con i sindacati, Elsa Fornero avvisa che presto arriverà sugli scranni delle Camere la proposta del governo sulla riforma del Lavoro. È suonata la campanella per le parti sociali: su ammortizzatori, contratti e soprattutto sull'articolo 18, il governo intende chiudere la partita entro domenica prossima e la ministra del Lavoro ha pensato di ricordare a tutti la deadline. CHE TEMPO CHE FA Il messaggio arriva dalla poltrona di Che tempo che fa, dove Fornero ha spiegato che va bene discutere ma ad un certo punto bisogna tirare una linea, trovare la sintesi: «Non si può parlare all'infinito». D'altra parte la ministra si ritiene soddisfatta di quanto ottenuto fino ad oggi. La prova del nove sta nel fatto che se tutti soffrono un po' vuol dire che non ci sono privilegiati: «Confindustria si lamenta, il sindacato si lamenta. È la dimostrazione che stiamo lavorando non per una parte ma per il Paese e per il futuro». Quindi avanti così, senza esitazioni: «Finché c'è intesa nel governo, il mio impegno ce lo metto tutto». E sono fuori discussione anche le dimissioni dal Welfare in caso di fallimento della trattativa. Fornero spiega a Fazio la sua riforma partendo dal nodo più complicato da sciogliere, forse la conquista sociale messa più a repentaglio negli ultimi anni: «Non sono il ministro dell'articolo 18 - dice non ho nessun interesse a fare una riforma che verta solo sull'articolo 18». Ma è chiaro che nella visione del governo il tema è centrale. Il concetto che traduce bene la necessità del mercato del lavoro è «dinamismo. Significa avere un facile accesso e non un'uscita bloccata. Dobbiamo mettere insieme queste due cose». L'urgenza è allora «rendere l'occupazione dei giovani un po' più facile e un po' migliore in termine di qualità». La ricetta ha come primo ingrediente nuove forme contrattuali che superino lo stage post formazione, ormai diventato l'unica opportunità per un neolaureato di affacciarsi all'interno di un'azienda. «Oggi ci sono ragazzi che non trovano altre forme di lavoro che non siano stage: lavoro a costo zero, senza remunerazione». Ieri Fornero è anche andata a Torino, in visita insieme a Mario Monti alla mostra conclusiva dei festeggiamenti dell'Unità d'Italia. Il premier si è detto fiducioso della buona riuscita del tavolo sindacale sul lavoro. Ma nel capoluogo piemontese non è mancata qualche piccola contestazione rivolta proprio alla ministra. Reazioni alle sue parole sono arrivate poi dal mondo politico e solo in parte da quello sindacale. In casa Cgil è stata la domenica del silenzio. Per il sindacato oggi comincia una 72 ore di fuoco: si parte con il comitato centrale della Fiom, che a giudicare dall'ordine del giorno - valutazione sullo sciopero del 9 marzo; confronto con il governo; situazione politica generale - darà indicazioni sugli umori della settimana. A questo proposito, tra gli stessi metalmeccanici c'è anche chi ha lamentato quasi come una scorrettezza la convocazione dell'incontro alla vigilia del tavolo col governo. E soprattutto appena prima del comitato direttivo di tutta la Cgil, che dovrà dare il mandato alla segretaria Camusso sul prosieguo della trattativa col governo. Per la Cisl parla invece Bonanni, che torna sull'avvertimento lanciato nei giorni scorsi: «Senza accordo, il governo deciderà da solo». Un'ipotesi che non piace a nessuno: ai sindacati e alle forze politiche di centrosinistra. Cesare Damiano dice chiaramente che in Parlamento attende un testo condiviso dalle parti sociali. E lo stesso fa Di Pietro, che altrimenti avvertirebbe il rischio di tensioni sociali. Insomma per Pd e Idv il governo non può fare come vuole. Un po' quello che dice la Fornero del Lingotto: «Fiat non è libera di fare quello che vuole. Non ha la licenza di fare e di disfare. Ma se Elkann e Marchionne mi dicono che hanno intenzione di mantenere il piano industriale, che posso dire? Che non credo loro?». GIUSEPPE VESPO La ministra: qualunque esito abbia la trattativa con le parti, il governo presenterà presto la riforma del lavoro al Parlamento. I dubbi dei sindacati, e i “no” della politica, nel rush finale su ammortizzatori e articolo 18. MILANO Il mercato del lavoro Un operaio siderurgico presso un altoforno Fornero: faremo la riforma p «Non si può parlare all'infinito» avverte la ministra. E sulla Fiat: «Non può fare ciò che vuole» Primo Piano4 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
Calma prima della tempesta. I 300 migranti arrivati a Lampedusa non sono il problema: perché le informazioni che diverse fonti in Italia e nei paesi africani sull'altra sponda del Mediterraneo hanno raccolto nelle settimane scorse, vanno tutte nella stessa direzione. Questo è solo l'inizio. Il timore, concreto, è dunque che possa arrivare una nuova ondata di sbarchi: probabilmente non come quella dell'anno scorso - eccezionale anche a causa della guerra in Libia - e però pur sempre consistente. La questione va quindi affrontata seriamente e in tempi rapidi, dicono organizzazioni umanitarie e istituzioni. Gli sbarchi dei migranti, in sè, non rappresentano una novità. Rispetto agli anni scorsi, però, quest'anno l'Italia ha un problema in più: Lampedusa è stata dichiarata con un'ordinanza «porto non sicuro». In teoria significa che nessuna imbarcazione può attraccare sull'isola. In pratica questo finora non è successo, ma nessuno può escludere che - se l'ordinanza non sarà annullata - ciò accada. Con tutte le conseguenze del caso: per raggiungere Porto Empedocle, l'approdo più vicino, ci vogliono almeno altre sette ore di navigazione da Lampedusa. Senza contare che costringendo i mezzi di soccorso a raggiungere la Sicilia, si sguarnisce il soccorso, rischiando così di non fare in tempo ad intervenire in caso di allarme. L'altro problema, non di poco conto, riguarda il Centro dell'isola. Chiuso dopo l'incendio del settembre scorso che lo ha quasi interamente distrutto, non è mai stato ristrutturato. «È fondamentale che Lampedusa abbia di nuovo un centro di accoglienza e soccorso, che sia soltanto una struttura di transito» ripete da tempo Laura Boldrini, portavoce italiana dell'Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr) dell'Onu. Anche perchè, sottolinea, il precedente governo «ha forzato la mano, trasformando il centro di accoglienza in un centro di espulsione» e creando così le condizioni che hanno poi portato alla rivolta dei migranti. Stessa richiesta da parte del sindaco De Rubeis: «Ho chiesto al ministero dell'Interno di riaprire nelle prossime 24-48 ore il Centro di accoglienza e trasferire nel giro di un paio di giorni profughi che arrivano. Non possiamo assistere all'arrivo di altri profughi che vengono portati all' area marina protetta, rischiamo di perdere anche questa stagione turistica». Vista la situazione, si capisce allora perché le autorità sono particolarmente preoccupate dalle notizie che arrivano dall' Africa. Sia in Tunisia sia in Libia, infatti, le organizzazioni criminali che gestiscono la tratta di esseri umani stanno via via riprendendo il controllo dei porti da cui partono le carrette: da Sousse a Gabes fino a Zuwarah sono stati notati diversi movimenti e ammassamenti di migranti. Le informazioni dicono anche un'altra cosa: finora la quasi totalità di somali, eritrei, etiopi, nigeriani arrivati a Lampedusa, partivano dalla Libia. Ora questi migranti vengono segnalati anche nei porti della Tunisia, in attesa di partire assieme a quei tunisini che non credono nella primavera del loro paese. C'è poi un ultimo aspetto che questi primi sbarchi hanno messo in luce: i trafficanti hanno ripreso a far viaggiare i gommoni, se possibile meno sicuri delle carrette in legno, e in molti casi senza dotare i migranti di almeno un satellitare, per chiedere aiuto in caso di allarme. I CINQUE MORTI DI SABATO l giorno dopo la tragica traversata del Canale di Sicilia costata la vita a cinque dei 57 profughi che a bordo di una carretta del mare stavano cercando di raggiungere Lampedusa, la maggiore delle isole Pelagie vive quindi momenti di ansia temendo una nuova ondata migratoria dal nord Africa, come accaduto nell'estate del 2011. In poco più di 24 ore sull'isola sono sbarcati oltre 270 immigrati salVINCENZO RICCIARELLI Il giorno dopo i quasi 300 migranti sbarcati a Lampedusa istituzioni e associazioni preoccupate per le notizie che arrivano su una possibile ondata migratoria nelle prossime settimane verso la Sicilia. p Presto nuovi sbarchi Segnali inquietanti dal Nord Africa per possibili arrivi da Libia e Tunisia p Trasferiti a Porto Empedocle i migranti arrivati sabato. Il nodo del Centro di accoglienza chiuso Precarietà e migrazioni Foto Ansa Un gommone con a bordo migranti nelle acque di Lampedusa: cinque i morti trovati dai soccorritori Immigrazione Lampedusa col fiato sospeso per il futuro In arrivo un'ondata ROMA Il porto dichiarato «non sicuro»: problemi e rischi in più per tutti Primo Piano22 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
TONI JOP Bimbi, mostrate il ticket. Niente ticket? Allora niente mensa, però restate qui a vedere come masticano bene i vostri compagni di classe, e com'è bello mangiare quando si può pagare. Cronache marziane da quest'Italia cialtrona e senza cuore: stavolta tocca a una scuola elementare della città di Caserta mostrare dove possa arrivare la crudeltà istituzionale, ma evitiamo di gridare allo scandalo, situazioni analoghe ormai punteggiano la penisola. E questa è la storia denunciata dalla Cgil in una realtà messa alle corde dai tagli alla spesa dei Comuni e dalla insensibilità di molti amministratori che ora si sbracciano cercando di difendersi dal clamore scatenato da questa immagine che nessuno ha mai ovviamente fotografato. Quinto circolo, è l'ora del pasto. I bambini si accalcano per ricevere “il rancio”, qui si fa tempo pieno. La maggioranza riceve ciò che chiede, alcuni - pare tre - restano a mani e bocche vuote perché non in possesso del ticket. Ma come si fa a dire a un bambino: tu non mangi? Tragedia al cubo, ecco che i bimbi vengono costretti a restare dove sono, seduti su seggiolini appartati da dove possono e in realtà devono assistere impotenti alla scena. Che cos'è, il set mai visto di un film di Chaplin? La pagina perduta di un racconto di Dickens? Spiegheranno poi, i dirigenti scolastici che non si poteva lasciar andare i bimbi a casa o altrove poiché nel tempo pieno la parentesi della mensa è comunque spazio formativo, obbligatorio. Certo, hanno inventato una tagliola istituzionale di sicuro impatto formativo. Così quei bimbi restano lì davanti costretti a maturare una atroce coscienza di classe, in tutti i sensi. La notizia del duro apprendistato fa il giro della regione, ne parlano un po' tutti, la Cgil denuncia il fatto. E i dirigenti scolastici provano a tamponare la falla: «Figuriamoci - assicura la direttrice - alla fine hanno mangiato tutti, io stessa ho telefonato perché la situazione si sbloccasse, solo abbiamo atteso una risposta dai genitori che avevano lasciato i loro figli senza ticket». La spiegazione fa ridere i vampiri: fosse così come racconta, dovremmo capire che si sono usati i bambini e la loro fame per convincere le famiglie a pagare una retta che non costa meno di 70-90 euro mensili. A scuola sono convinti che solo un furbo possa non pagare, non passa loro nemmeno per la testa che alcune famiglie non abbiano i soldi per farlo. Ci sono un paio di evidenze discutibili alle spalle di questa situazione: da un lato, la decisione di mettere dei ticket nelle mani dei bambini, sarà davvero educativo? Dall'altra, i costi della mensa, non bassi, sono decisi dall'amministrazione comunale che ha costretto l'utenza a servirsi di un fornitore preferito, secondo molti genitori, ad altri service più economici. Il tutto in un clima deprimente favorito da una giunta di centrodestra, sindaco pidiellino con passato in An, Pio Del Gaudio. Nei mesi scorsi i genitori di un'altra scuola casertana, la De Amicis, hanno provato a gestire e a finanziare da sé il servizio mensa. La scuola pubblica, a Caserta ma non solo, è a questo stadio, eppure nella provincia esistono ben quattrocento istituti privati, bene ingrassati da quanti, spaventati dall'inferno del settore pubblico, decidono di trasferirvi i loro figli. Dopo Adro, dopo Montecchio - situazioni molto note targate Lega - ecco quindi Caserta ad arricchire la sensazione che stia mutando qualcosa di sostanziale nella nostra scuola, che stia tornando ad essere, com'era molti decenni fa, un laboratorio della discriminazione di classe, in cui ai bimbi viene chiesto di reggere il capestro dei padri e delle madri. Due morti e un ferito: continua la mattanza tra albanesi a Vigevano, in provincia di Pavia. Dopo l'omicidio in discoteca avvenuto ai primi di gennaio, e dopo quello di Casorate una settimana dopo, sabato sera raffiche di mitra hanno falciato due uomini in strada a Vigevano. Le vittime sono entrambe di nazionalità albanese: uno aveva 36 anni, l'altro 25. I due sono stati uccisi a colpi di kalashnikov, mentre una terza persona, un trentenne, è rimasta ferita ad una gamba. L'allarme è stato dato da una ragazza albanese, poi interrogata a lungo dai carabinieri. Si cercano i killer in fuga, pare due uomini a bordo di un'auto color grigio chiaro che è stata vista allontanarsi a forte velocità dal luogo della sparatoria. La dinamica dell'esecuzione e l'arma utilizzata lasciano pochi dubbi sul fatto che l'agguato sia maturato negli ambienti della malavita albanese, probabilmente nel giro della prostituzione e della droga. Un'ipotesi avvalorata anche dal fatto che, appena tre mesi fa, un altro giovane albanese era stato giustiziato a colpi di pistola in un locale pubblico di Vigevano, il Sayonara, sul Ticino. I tre killer, anche loro albanesi, lo avevano avvicinato al bancone e, dopo averlo abbracciato, gli avevano sparato tre colpi di pistola calibro 7.65 alla tempia destra. Una settimana dopo un quarantenne albanese è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco a Casorate Primo, sempre nel Pavese: un killer lo ha inseguito in strada sparandogli sette colpi di pistola all'addome. «Non pagano la mensa» E i bimbi senza pranzo restano a guardare Dopo i casi di Adro e Montecchio succede in una scuola di Caserta, denuncia la Cgil. E ai genitori è vietato portare i figli a casa per la pausa pranzo. La direttrice: «Ma alla fine hanno mangiato tutti». CASERTA Ancora sangue a Vigevano Due albanesi uccisi a colpi di mitra Oggi nella sala stampa della Camera dei Deputati verrà presentata la «Campagna nazionale in difesa del latte materno dai contaminanti ambientali». L'iniziativa segna la nascita di una rete nazionaledimamme,dimediciedicittadini attivi per fermare l'inquinamento dalle sostanze cancerogene, genotossiche e neurotossiche. Fra i contaminanti ambientalic'è in particolare la diossina e a questo proposito PeaceLink porterà l'esperienzarealizzataaTarantodalFondo Antidiossina. Nell'appuntamento di oggi verrà illustrata la proposta di legge «Dioxin Free». Latte materno senza la diossina: proposta di legge ROMA Fausto e Iaio, 30 anni dopo «Fu un agguato di matrice fascista». Così il sindaco di Milano Giuliano Pisapia ha ricordato ieri il duplice omicidio consumato a Milano il 18 marzo 1978, giorno in cui furono uccisi idiciottenniFaustoTinellieLorenzo“Iaio” Iannucci.Aidueragazzi,all'epocafrequentatori del centro sociale Leoncavallo, sono stati intitolati i giardinetti di piazza Durante. 29 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
guente voto a un determinato partito, ma è subordinata alla scelta iniziale se andare a votare oppure no. Le Politiche del 2008 sono indicative sotto questo punto di vista. Un'indagine realizzata da Tecnè all'indomani delle elezioni ha rilevato che la partecipazione al voto tra i cittadini con uno status sociale alto è stata del 94% mentre tra quelli con uno status sociale basso soltanto del 60%. Sempre nel 2008 il centrodestra ha avuto sostenitori soprattutto tra gli artigiani e i commercianti, tra i lavoratori autonomi e i pensionati. La base del voto del centrosinistra è stata, per molti versi, complementare: dipendenti pubblici, dirigenti, insegnanti. Per entrambi gli schieramenti, quindi, il consenso è arrivato da elettori socialmente più stabili e integrati. Con la fine della Seconda Repubblica e l'accelerazione imposta dalla crisi economica, rispetto alle politiche, lo scenario ha preso una forma in cui la discriminante ruota quasi esclusivamente intorno all'astensione. Lo zoccolo duro dei partiti è ulteriormente assottigliato e la base del consenso ai partiti è prevalentemente rappresentata dai cittadini con uno status sociale medio-alto e alto, mentre la spinta anti-partitica, sostenuta dai disoccupati e dalle più insicure e precarie fasce di lavoratori di livello medio-basso e basso, si orienta verso l'astensione. La crescita dell'area del non voto non è un abbandono della dimensione politica da parte dei cittadini ma la manifestazione del progressivo allontanamento tra la «società felice» e la «società delusa». E infatti gli elettori astensionisti e incerti non sono tutti di destra, così come non sono tutti di sinistra, ma li unisce una visione del futuro incerta, una forte precarietà, un'evidente contrarietà verso le diverse forme di esercizio politico espresse dai partiti ormai incapaci di intercettare le nuove istanze di stabilità sociale. È anche per questi motivi che l'argomento che riguarda le differenze tra cultura di Destra e cultura di Sinistra - almeno rispetto a come la storia, la tradizione e la società ci hanno abituati a intenderle e, pertanto, a riconoscerle - ha perso interesse. La crescente complessità delle società, generando di continuo nuovi ruoli sociali, inevitabilmente favorisce il moltiplicarsi d'identità provvisorie, rendendo gli elettori meno sensibili a richiami ideologici univoci e dati una volta per sempre. Si è affermata la convinzione che alcuni ambiti siano tecnicamente neutri e dunque abbiano bisogno di un terreno altrettanto neutro all'interno del quale esprimersi. È soprattutto nell'ambito economico che le differenze sembrano sfumare - peraltro molto più sulla scelta dei mezzi che nella determinazione degli obiettivi - dando luogo a un'offerta politica, formata da «pacchetti di issues» variabili nel tempo e da contesto a contesto, che difficilmente possono essere ricondotti a differenti correnti di pensiero. La crisi politica è figlia della crisi che sta investendo il nostro Paese. Ma nonostante i partiti siano al centro di una «tempesta perfetta» faticano a diventarne consapevoli e sembra che nulla sia accaduto o che tutto debba ancora accadere. In realtà tutto sta già accadendo e la fase di forte instabilità è destinata a protrarsi fino al raggiungimento di un nuovo equilibrio sociale e politico. E come tutti i processi sociali ciò avviene attraverso quattro fasi: stabilità; rottura dell'equilibrio; adattamento; nuovo equilibrio. In questo momento ci troviamo nel secondo stadio e lo scenario pone questioni inedite che impone ai partiti di sapersi ripensare e riprogettare, lavorando, contestualmente, su «grandi scale» e su «piccole scale». Finché il cittadino non smarrirà la sua natura sociale, conseguentemente la politica non finirà di svolgere il suo ruolo di governo della società. Per questo, anche se inespresso o sottaciuto, si sente il bisogno di una politica che sappia progettare e farsi carico di quell'interpretazione e rappresentazione della complessità che la società oggi richiede. E ciò è necessario proprio oggi, nel momento in cui il regno dell'economia volge al termine e la razionalità progressiva del neoliberismo si è dimostrata inadeguata. E nel cercare nuove ispirazioni e nuovi equilibri la politica non può prescindere dalla dimensione «locale», intesa come dimensione reale e vitale d'individui che muovono, scelgono, agiscono, in funzione di sé e degli altri. Foto di Mauro Scrobogna / LaPresse Grande è la confusione L'indagine è stata realizzata da Tecnè su un campione rappresentativo di italiani maggiorenni. Sono state intervistate telefonicamente, con metodo CATI, mille persone dal 14 al 15 marzo 2012. Il margine di errore è pari a +/- 3,1%. Il documento completo su www.sondaggipoliticoelettorali.it C'è meno sensibilità ai richiami ideologici di destra e sinistra Maratona: politici in corsa Alla Stracittadina di Roma (il percorso di quattro chilometri all'interno della Maratona)hannopartecipatoancheesponentidel mondopolitico. Ilmiglior piazzamentospettaa GiorgiaMeloni,seguitadalladeputataPd,AnnaPaolaConcia.Subitodopo, inrapidasuccessione, sono arrivati anche il sindaco Gianni Alemanno e la governatrice Renata Polverini. 17 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
CARLO BUTTARONI Il sondaggio L a curva della partecipa-zione continua a punta-re verso il basso e l'areadel consenso ai partiti siriduce sempre più. È questa, anche a marzo, la sintesi dei risultati dell'indagine realizzata da Tecnè. Un'emorragia di consensi che riguarda innanzitutto Pd e Pdl e che si riversa, prevalentemente, verso l'area dell'astensione. Prendendo come riferimento le politiche del 2008, a fronte del 28,8% di elettori in uscita dai due principali partiti, nessuna formazione evidenzia flussi in entrata particolarmente significativi. Le performance migliori, in termini di consensi, sono quelle dei partiti che non erano presenti alle scorse elezioni politiche. Anche per queste forze, però, il saldo inevitabilmente positivo, non è tale da far presagire un sicuro successo. Una situazione che rende azzardata qualsiasi ipotesi che riguarda gli esiti futuri di un possibile confronto elettorale. Una parte di indecisi e di elettori oggi orientati verso l'astensione potrebbe scegliere di recarsi alle urne il giorno delle elezioni. E ne basterebbero due su dieci per rovesciare la geografia politica che emerge dalle stime più recenti, realizzate (è bene tenerlo sempre presente) usando come base di calcolo soltanto chi dichiara il partito che voterebbe. Le stime di questi ultimi mesi, quindi, più che lette come una tendenza, devono essere interpretate all'interno di uno scenario di forte cambiamento, che si distacca dalla tradizionale competizione destra/sinistra, e che ruota, prevalentemente, intorno alla scelta di votare o astenersi. Un processo iniziato da anni, accelerato dalla crisi economica, che ha progressivamente dato corpo a uno scenario nuovo, il cui protagonista non è più «l'elettore incerto» che per anni ha ispirato la comunicazione politica dei partiti, ma «l'elettore in apnea» che non vede più i partiti tradizionali come i soli interlocutori in grado di dare risposte ai problemi legati alla sua quotidianità. L'elettore incerto era di confine tra le diverse aree politiche e in cerca di risposte, e faceva la differenza tra un successo o una sconfitta nel momento in cui si sommava allo «zoccolo duro» del consenso più stabile e fedele. L'elettore in apnea - al quale l'innalzamento della complessità sociale prima e la crisi poi, hanno tolto ossigeno - non formula più domande alle quali i partiti non sembrano in grado di rispondere, soffre un deficit di riferimenti nel momento in cui i partiti hanno perso anche il tradizionale radicamento territoriale e tende ad auto-organizzarsi nel cercare le risposte più adatte ai suoi problemi contingenti. Uno scenariocompletamente nuovo rispetto al passato, quindi, che si evidenzia nella progressiva trasformazione delle basi sociali dei partiti. Storicamente la sinistra aveva un consenso radicato nella classe lavoratrice di livello medio-basso, tra gli insegnanti, tra i disoccupati e tra chi viveva un disagio di natura economica e sociale. La destra, al contrario, aveva la sua base elettorale nel ceto imprenditoriale, tra i lavoratori dipendenti di fascia media e medio-alta e tra i commercianti. Per molti anni, in passato, il comportamento politico ha riflettuto, in qualche modo, il profilo sociale del Paese e quelli che erano i suoi bisogni. Negli ultimi vent'anni la corrispondenza tra collocazione sociale e collocazione politica si è andata sempre più affievolendo, dando spazio, progressivamente, a nuove forme di relazione, determinate dalla stabilità sociale o, al contrario - e più appropriatamente - dall'instabilità. La dislocazione lungo l'asse centro/periferia sociale oggi non corrisponde più a una gradazione politica e al conseCresce il non voto L'elettore è «in apnea» tra sfiducia e crisi PRESIDENTE DI TECNÈ L'osservatorio Primo Piano Aumenta l'area dell'astensione. E ovviamente i più colpiti sono Pd e Pdl, i partiti maggiori. Si sta perdendo il nesso tra la politica e la rappresentazione degli interessi sociali: un fenomeno iniziato da tempo che però si accentua La società 16 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
SIMONE DI STEFANO MILANO L a fotografia della noia:Massimo Moratti resi-ste un tempo a sbadiglie pizzicotti, poi nella ri-presa lascia il seggioli-no vuoto di San Siro, mentre la sua Inter veniva fischiata dai tifosi. «Il presidente è venuto ad incitarci negli spogliatoi», minimizza Claudio Ranieri, ma la pazienza del patron sembra ormai ai minimi storici. I nerazzurri non vanno oltre lo 0-0 con l'Atalanta, falliscono l'ennesima operazione riscatto e dopo l'addio alla Champions ora rischiano di veder scivolare anche la qualificazione in Europa League, ultimo obiettivo di un'annata storta: «Questo è un anno di passione - ha riconosciuto ieri il tecnico a fine partita tutto ci va male. Vogliamo far bene ma non ci riusciamo. Ci siamo riempiti la bocca fin troppo, adesso cerchiamo di fare le cose con professionalità e senso di appartenenza, come sempre». E se lo dice uno che con la fortuna vanta credito, significa che il problema è più grave del previsto. Prendersela con la Dea Bendata sarebbe riduttivo, perché al secondo errore consecutivo dal dischetto di Diego Milito (e sarebbe meglio dire miracolo di Consigli), va anche registrato un altro rigore, più netto di quello fischiato su Pazzini al 23' e fallito dal Principe, che al 79' l'arbitro Gava non concede per una falciata di Lucio su Gabbiadini. Tra i due periodi, poca e confusa Inter, all'Atalanta basta fare il compitino da trasferta, difendersi e poi ripartire. Anche senza Denis, se la cavano prima Marilungo, poi Gabbiadini che lo rileva per un brutto infortunio al ginocchio. Alla fine anche l'Atalanta ha qualcosa da recriminare: «Ci dispiace - dice Colantuono - potevano essere tre punti e saremmo stati quasi salvi, questo era un fallo netto». Anche Ranieri lo ammette, ma conta poco. All'Inter pesano le assenze strutturali di Sneijder, Stankovic, Chivu, Alvarez, e Guarin comprato per svoltare e mai visto in campo finora. Poli non sposta da solo l'ago della bilancia, e le opzioni dalla panchina per cambiare il match ieri si riducevano a Zarate e Forlan. L'argentino si diverte però a litigare con Lucio per battere punizioni che poi calcia sulla barriera, l'uruguaiano sembra proprio essersi rifiutato di entrare: Ranieri nega un nuovo caso, ma i dubbi restano. Meglio voltare pagina, e domenica prossima sarà nuovo calvario in casa della Juventus, per giunta senza Samuel squalificato: «Questo stiamo facendo in campionato alza la testa Ranieri -, non possiamo certo tagliarci la testa. Siamo consapevoli del periodo no dell'Inter, ma che facciamo? Ce ne andiamo a casa? Io sono contento di allenare questo gruppo». Ma la sua smorfia a fine partita, sembrava dire l'esatto contrario. Foto Ansa un suo interesse e una certa suspence sia nella competizione per il titolo, sia al fondo della classifica. Il vertice è bipolare e potrebbe restare tale ancora fino alle ultime giornate. La differenza di qualità tra Milan e Juventus a vantaggio dei rossoneri, apparsa molto evidente nel confronto diretto, non è di per sè una garanzia di successo. Le profezie di un calo atletico dei bianconeri, che innegabilmente giocano un football molto dispendioso, non si sono sinora verificate. Il primato del Milan non nasce da un calo della Juve ma da una crescita di tono della squadra di Allegri, che mantiene il suo strapotere offensivo avendo anche equilibrato gli altri reparti. Tuttavia la supremazia del Milan è indiscutibile e salvo sorprese (le uniche possibili legate alle difficoltà e agli esiti del doppio match di coppa con il Barcellona), si è facili profeti pronosticando il secondo scudetto consecutivo. Nelle tre partite giocate disputate dopo il confronto diretto, il Milan ha segnato otto reti e non ne ha subite alcuna, la Juve ne ha fatte sei subendone una. Il confronto sembrerebbe equilibrato ma non lo è. I numeri juventini sono infatti inflazionati dalla clamorosa vittoria a Firenze, ma si tratta di un test poco significativo perché la partita quasi non è stata giocata dai viola (privi dei loro due uomini migliori, Jovetic e Behrami, e ridotti in dieci dopo quindici minuti da uno scellerato gesto di Cerci). Così la Fiorentina è ormai un autentico caso del campionato e si è fatta coinvolgere nella lotta per non retrocedere. I giochi in coda si sono riaperti, dal momento che almeno anche Parma e Siena rischiano di subire la rimonta sino a ieri impensabile del Lecce o persino del Novara. La vicenda della Fiorentina è emblematica dell'importanza che rivestono la coesione di gruppo e una guida societaria sicura. La squadra appare un rebus e neppure l'ottimo Delio Rossi sembra venirne a capo, pur avendo mostrato la capacità di disporre gli uomini in campo in un modo ineccepibile. Il vero problema è costituito dal graduale venir meno di una progettualità, paradossale per una società che in un passato molto recente ha offerto un esempio da seguire. Sotto il profilo del carattere, nessuna delle altre in lotta per la salvezza sta peggio della viola. Nell'ultimo mese, su cinque partite disputate la Fiorentina ne ha perse quattro senza segnare neanche un gol e ne ha vinta una sola con il Cesena fanalino di coda. Il Parma non ha fatto meglio, totalizzando solo due punti, ma le altre si. Il Siena ha vinto tre volte, anche se la sconfitta interna con il Novara è pesante. Il Lecce di Cosmi ha ottenuto due vittorie e due pareggi, perdendo solo con il Milan. Nelle prossime dieci partite può succedere di tutto. Penalty intercettato La parata di Consigli che neutralizza il rigore calciato da Milito MORATTI SI ANNOIA L'INTER NON CE LA FA PIÙ Capolinea per i nerazzurri fermati sullo 0-0 da un'Atalanta con molte assenze. Milito si fa parare un rigore, il patron lascia lo stadio prima della fine Zeman, i rom e gli insulti Il sindacodi Chieti Umberto Di Primio l'ha definito «unmezzo Rom», ma il tecnicodel PescaraZdenekZeman ha preferito rispondere con ironia.«DiPrimio ha dimostrato di non conoscere le etnie. E poi mi chiedo se con quelle dichiarazioni volesse offendere me oppure il popolorom». Questasera la squadra del boemogioca in casa ilposticipo con il Brescia. 43 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
Foto Ansa Franco Ernesto La sfida che attende il vincitore (cioè Squinzi) L'ingresso della sede di Viale Mazzini I conti e il loro risanamento, sottolinea il sindacato dei giornalisti, non sono la questione Rai, ma una conseguenza. E «da commissariare ci sembra solo la politica e la sua invadenza sull'azienda, che deve alleggerirsi di questo peso insostenibile per poter camminare». Per questo, cambiare la legge Gasparri resta la prima ricetta. Ma il peggiore dei mali, dice ancora il sindacato, è che - se non si trovano i numeri per cancellarla - si finisca con il praticare la prorogatio dell'attuale Cda. Quindi, argomenta Verna, meglio capire se ci siano vie utili «per usare la Gasparri proprio per neutralizzarne gli effetti perversi». Volendo testare la salute del servizio televisivo pubblico italiano prendendo in esame gli ascolti, in effetti non sono così negativi i dati pubblicati qualche giorno fa dal Sole24ore, che registrano circa un dieci per cento in più rispetto a quelli inglese, francese e tedesco, nonostante la Rai fruisca del canone più basso: nel 2010 111 euro in Italia, 169 in Inghilterra, 123 in Francia, 216 in Germania. «C'è poi un'ulteriore compensazione di fondi statali a fronte di pubblicità non incassata - ricorda Verna - ma la torta dei ricavi è sempre per la Rai notevolmente la più piccola. Quanto poi sia lo Stato inadempiente verso la Rai lo dice la percentuale di evasione del canone: 27% in Italia, 5% in Inghilterra e Germania, appena l'1% in Francia. E se infine qualcuno puntasse l'indice sui dipendenti, sappia che Rai ne ha la metà di Bbc, gli stessi di France Televison, e poco più di un terzo rispetto alle sigle delle televisioni pubbliche tedesche». Vita: Monti faccia presto «Non sappiamo se alla fine alla Rai manderanno un commissario, un questore o un prefetto...Siacomesiabisogneràfarprestoperchél'aziendarischiailcollassoeditoriale,culturale, finanziario.E quanto menoMontisi faràcondizionare nellasceltadei nomi, tantomeglio saràperlaRaienonsolo»,dicono BeppeGiulietti,diArticolo21,eilsenatorePdVincenzoVita. G iovedì prossimo, il 22 mar-zo, la Giunta di Confindu-stria eleggerà Giorgio Squinzi alla presidenza nazionale. I giochi sono già fatti e, visti i pesi dei sostenitori, non è difficile calcolare che il numero uno della Mapei otterrà fra i 120 e i 150 voti, rispetto ai 30-60 voti del suo rivale Alberto Bombassei. Contro Bombassei hanno giocato soprattutto il timore di un nuovo conflitto nelle fabbriche che poteva venire scatenato dal suo “falchismo” nelle relazioni industriali e le scarse simpatie che il suo sponsor Luca Cordero di Montezemolo ha tra la base dei piccoli e medi imprenditori. Il 19 aprile il presidente designato presenterà alla Giunta il programma e la squadra di governo. Nonostante le rivendicazioni, le minacce di rottura, gli articoli con notizie infondate che ancora in questi giorni qualcuno fa pubblicare alla stampa amica, i perdenti non otterranno dal nuovo leader assolutamente niente, nemmeno una poltroncina piccola piccola. Il 23 e il 24 maggio, l'Assemblea di Confindustria consacrerà Squinzi come presidente nazionale. E dal 25 maggio in poi, Mister Mapei inizierà a governare l'associazione. E qui comincerà la partita davvero difficile. Perché Squinzi dovrà rispondere alla madre di tutte le domande: a cosa serve Confindustria? A viale dell'Astronomia fa capo una struttura gigantesca, grande più del ministero degli Esteri: 100 associazioni provinciali, 18 regionali, 20 di settore, mezzo miliardo di contributi associativi, la proprietà del più grande giornale economico d'Europa (il Sole 24 Ore, che con i 500 milioni di ricavi suoi e delle altre attività editoriali porta a un miliardo tondo il totale del giro d'affari dell'associazione), la guida della seconda università privata italiana (la Luiss), cinque importanti quotidiani provinciali, 6mila dipendenti e qualche centinaio di imprenditori, o sedicenti tali, che sono, come li aveva definiti Giovanni Agnelli, dei veri e propri professionisti di Confindustria. Non fanno altro, ricavando dall'attività associativa ragion d'essere, visibilità, relazioni, prebende e, non di rado, un bel posto in politica. A che cosa serve tutto questo gigantesco apparato? In che modo aiuta le 200 mila imprese (al 92% pmi) che sono iscritte all'associazione e la tengono in vita pagando le quote? A queste domande, finora, una risposta esauriente è mancata. Grandi e piccoli capi di Confindustria si sono occupati soprattutto di se stessi e dei loro giochi di potere, offrendo uno spettacolo molto simile a quello della tanto criticata «casta» politica. A cosa serve dunque Confindustria? In un momento di recessione economica che quest'anno cancellerà 800 mila posti di lavoro, Confindustria dovrebbe usare tutta la sua forza per dare slancio a una politica che si occupi davvero dell'industria. Non solo per dare una ragion d'essere all'associazione, ma soprattutto perché ne ha drammaticamente bisogno l'Italia che - nonostante tutto - è ancora il secondo Paese manifatturiero d'Europa assieme alla Germania. Occorre investire sulla competitività del sistema manifatturiero. Dopo tanti anni di boom sociale e culturale della finanza, delle fortune fatte con i soldi degli altri, dell'economia di relazioni, ridare dignità alla figura dell'imprenditore, dell'uomo di industria. E metterlo in condizioni di lavorare analoghe a quelle dei suoi colleghi europei. Attraverso la semplificazione normativo-burocratica; una politica energetica e fiscale che crei condizioni non troppo diverse da quelle di Germania e Francia; un'azione forte per dare a piccole e medie aziende il credito che meritano; relazioni industriali e condizioni di lavoro eque anche se flessibili, perché picchiando sui lavoratori non si ottiene nulla. Anzi, si distrugge valore economico. Tutto questo nella consapevolezza che, come recita la costituzione tedesca, «la proprietà obbliga». Chi possiede un'azienda non ha solo diritti. La proprietà impone obblighi verso tutti i portatori di interesse nei confronti dell'impresa e anche verso la società. Non solo per un imperativo etico, ma anche per convenienza economica. Capitali coraggiosi 11 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
L'ANALISI Francesco Benigno sco-orientale custodiva nei suoi archivi nelle cantine della Normannenstrasse, e che giornali e cittadini tradussero immediatamente dal burocratese in Gauckbehörde, l'ufficio di Gauck. Il pastore evangelico (allora non ancora ex) era stato chiamato a gestire l'accesso ai dati sensibilissimi contenuti negli archivi, dove c'era di tutto: politici e intellettuali insospettabili che avevano collaborato con il regime, figli che avevano denunciato i genitori, mogli i mariti, amici gli amici. Qualcosa che avrebbe potuto lacerare la fragile trama dei rapporti sociali e umani nella nuova Germania e che invece venne governato con grande sapienza e consegnato alla storia senza troppi danni. LE DUE FACCE DELL'EST Le circostanze della vita politica tedesca oggi ci consegnano ai vertici del Paese due personalità segnate dall'esperienza della fu Rdt, tutte e due, peraltro, legate alla chiesa evangelica (la cancelliera è figlia di un pastore). Paradossalmente proprio questo, però, spiega almeno in parte l'assoluta mancanza di feeling tra Angela Merkel e Joachim Gauck. L'una e l'altro sono due modi diversi di rappresentare il passaggio da “quella” Germania alla nuova. La prima visse la propria opposizione e al regime comunista nel segno della estraneità, del non coinvolgimento. Il secondo la visse con la passione di chi rifiuta compromessi e accomodamenti, un eroismo civile che viene, certo, apprezzato, ma che suscita anche in certi angolini dello spirito tedesco il riflesso della diffidenza verso chi sfida l'autorità. Se questo spiega una parte almeno della evidente, e mai nascosta, antipatia tra i due c'è da aggiungere che anche il mondo politico tedesco ha giocato su questa inconciliabilità. Gauck, che di suo è un conservatore illuminato con scarse propensioni per la sinistra, è stato sostenuto dalla Spd e dai Verdi e alla fine la cancelliera si è dovuta piegare perché anche i suoi alleati liberali ne hanno fatto una bandiera irrinunciabile. Un ulteriore segno della crisi del centro-destra che arriva proprio nel momento in cui vengono annunciate per il 6 maggio delle elezioni regionali, nella popolatissima Renania-Westfalia, che potrebbero rivoluzionare gli equilibri della politica tedesca. Un Barack Obama «di sinistra», che rivendica con orgoglio le scelte compiute a favore dei ceti meno abbienti e di una classe media tartassata. È questo il profilo sorprendente che emerge dal racconto per immagini predisposto dallo staff presidenziale in vista delle elezioni del 6 novembre. Il filmato, girato da Davis Guggenheim (il regista vincitore di un Oscar per il documentario sulla campagna di Al Gore contro il riscaldamento globale) si chiama The road we've travelled (la strada che abbiamo percorso). Questa breve narrazione per immagini (17 minuti) è importante non solo perché ci presenta una selezione dei temi caratterizzanti il primo mandato, ma perché indica implicitamente quelli che saranno al centro della campagna per la rielezione. La voce suadente di Tom Hanks accompagna lo spettatore in un viaggio nella memoria che tenta di dare un senso complessivo ai fatti salienti e alle decisioni cruciali prese in quattro anni tutt'altro che semplici. Sin dall'inizio, lo spettatore è posto davanti alla domanda cruciale: come facciamo a giudicare questo presidente e il senso del suo impegno? Basta seguirlo nella quotidianità, oppure dobbiamo inquadrare la sua azione in un contesto storico, ripensando a quello che il Paese ha attraversato in questi anni? La risposta giusta è ovviamente la seconda e così le prime immagini raccontano, in una Chicago innevata, il primo briefing di Obama con i consiglieri economici. Il freddo evocato è quello della gelata economica più imponente della storia americana, seconda solo alla grande crisi del 1929, ricordata con immagini d'epoca. Con una profonda recessione in atto, richiamata dalle luci di capannoni industriali che si spengono una dopo l'altra, con il sistema finanziario sotto shock, col Paese allo stremo e a rischio di collasso, Obama, sfidando l'impopolarità, ha deciso, ricorda il filmato, di iniettare liquidità nel sistema e di utilizzare le risorse statali per evitare il fallimento ritenuto inevitabile (e da alcuni, come Mitt Romney, auspicato) dell'industria automobilistica di Detroit; e poi ancora di aiutare la new economy e l'industria ad alta tecnologia, frenando viceversa l'ingordigia di Wall Street.. Un presidente che investe, e lo spettatore pensa a Franklin Delano Roosevelt, La figura che ne emerge è quella di un presidente mosso dalla necessità di evitare l'impoverimento di una classe media tartassata, «mantenendo gli insegnanti nelle classi, i poliziotti e i pompieri per strada», in breve non smantellando il Welfare. Di più, quella di colui che progetta un nuovo sistema pubblico di assistenza sanitaria più inclusivo, un tema sul quale nessun presidente democratico era mai riuscito a sfondare. La forza per realizzare una riforma assai contrastata, racconta la scena forse più toccante, viene ad Obama dall'esperienza di non aver potuto sua madre, per ragioni economiche, curarsi adeguatamente dal cancro di cui poi è morta. Sicché le scelte di politica internazionale (il ritiro delle truppe dall'Iraq e l'operazione del maggio 2011 contro Bin Laden) servono solo a mettere in luce la capacità di un leader di sapersi assumere decisioni assai rischiose per il bene del Paese. Questi successi, poco enfatizzati, sono utilizzati nel documentario solo come volano narrativo per richiamare piuttosto altri risultati: la ripresa economica riconquistata, il ritorno al profitto delle grandi case di Detroit, il sollievo di una classe media strozzata dalla crescita dei costi delle assicurazioni sanitarie, la battaglia per allargare la presenza femminile e i diritti delle minoranze, gli investimenti nell'istruzione superiore, la difesa dei consumatori. Naturalmente si tratta solo di un filmato propagandistico, ma significativo: ora che la crisi sembra essere alle spalle, Obama ha deciso di costruire le sue chances di rielezione su un'immagine decisamente liberal. Con una finestra aperta verso il futuro, verso «il lavoro ancora da fare», quel necessario remake America, che qualunque pretendente alla vittoria del 6 novembre dovrà comunque prospettare, in un senso o nell'altro. Il filmato Gente dell'Est La voce suadente di Tom Hawks spiega le riforme sul welfare Barack Obama in un pub a Washington per la festa irlandese di St. Patrick LA STRADA DI OBAMA CLASSI MEDIE E LIBERAL NELLO SPOT Come Merkel viene dalla Ddr ma non c'è feeling con la cancelliera Timor Est leader a ballottaggio Esce dalla scena politica di Timor Est il Nobel Jose Ramos-Horta, battuto nelle elezioni al primo turno, secondo i risultati preliminari. La presidenza ora si contenderà tra Francisco «Lu Olo» Guterres, leader della prima forza di opposizione, Fretilin, e il generale Taur Matan Rua, ex capo delle Forze armate. 21 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
L'ultimatum scade tra paura e speranza. Le pressioni su New Delhi hanno sortito un primo effetto. Che apre uno spiraglio alla speranza. Le operazioni contro i maoisti in Orissa sarebbero state bloccate in seguito alle richieste avanzate dai sequestratori dei due italiani Paolo Bosusco, 54 anni, e Claudio Colangelo, 61 anni. Lo scrive il sito Odishatoday.com citando funzionari del ministero dell'Interno che precisano tuttavia che «non c'è stato un ordine formale alle forze paramilitari impegnate in tali operazioni». I ribelli maoisti che hanno rapito i due turisti italiani hanno anche chiesto il rilascio di guerriglieri. Le autorità dello Stato indiano di Orissa ritengono che l'ultimatum posto dai maoisti nell'audio messaggio in cui rivendicano il rapimento dei nostri due connazionali «non può valere più dopo la disponibilità manifestata dal chief minister Naveen Patnaik». ULTIMATUM SCADUTO Il console generale italiano a Kolkata (ex Calcutta), Joel Melchiori, è arrivato ieri a Bhubaneswar, in Orissa, da dove mantiene i contatti con le autorità statali locali sulla possibile rapida soluzione del sequestro di Basusco e Colangelo. «Le cose sembrano bene avviate - dice - ed abbiamo apprezzato il gesto di disponibilità del “chief minister” (Naveen) Patnaik nei confronti delle richieste dei maoisti». La diplomazia è in movimento. Siamo in stretto contatto con tutte le autorità dell'Orissa. Hanno fatto un appello invitando i maoisti a rilasciare i nostri connazionali al più presto», rimarca o l'ambasciatore italiano a New Delhi, Giacomo Sanfelice, ai microfoni di SkyTg24. «Allo stesso tempo hanno offerto una trattativa sui punti che loro hanno richiesto e ritengono che l'offerta pubblica di trattativa, l'invito al negoziato, di fatto risponda all'ultimatum e si attendono che la scadenza sia sostanzialmente rinviata». «In India vengono ogni anno tanti turisti italiani ed europei», i casi di mancanza di rispetto nei confronti delle popolazioni locali «sono casi isolati», rileva ancora l'ambasciatore, rispondendo ad una domanda di Sky Tg24 sull'accusa di trattare «le popolazioni locali come scimmie» mossa dai guerriglieri maoisti ai turisti italiani ed europei. Ci sono comunque delle «aree remote» nelle quali «noi sconsigliamo di andare», ha aggiunto il diplomatico. «Siamo Foto Ansa Foto Ansa Primo Piano Italiani rapiti in India Sospesa l'offensiva contro i ribelli maoisti L'ultimatum scade tra paura e speranza. Sono ore decisive per una positiva soluzione del rapimento in India di Paolo Bosusco e Claudio Colangelo, i due italiani rapiti da un gruppo maoista. Diplomazia in azione. UMBERTO DE GIOVANNANGELI p L'ultimatum scade nella nottata ma secondo le autorità locali non sarà comunque rispettato pDiplomazia L'ambasciatore invia il console sul luogo del sequestro per seguire la vicenda Paolo Bosusco in una immagine tratta da Flickr Claudio Colangelo in viaggio La crisi degli ostaggi 18 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
ALBERTO TETTA Il reportage S iamo entrati illegalmentein Grecia due mesi fa do-po aver passato il confineattraversando il fiume Evros – racconta in un caffé di Salonicco, Ferda, rifugiata politica turca – a Edirne l'intermediario che avevamo conosciuto a Istanbul ci ha consegnati a un altro trafficante, arrivati nei pressi del fiume ci hanno detto di non muoverci e stare in silenzio per non attirare l'attenzione della polizia turca che pattuglia il confine, poi su imbarcazioni di fortuna abbiamo attraversato l'Evros». Entrati in territorio greco Ferda e il suo compagno sono stati individuati dalle telecamere termiche posizionate lungo il confine. La polizia li ha arrestati e rinchiusi in un campo per migranti nei pressi di Soufli: «Ci hanno detto di non preoccuparci, che saremmo rimasti lì pochi giorni, sono passati più di due mesi prima che ci liberassero e iniziasse il procedimento per valutare la nostra domanda d'asilo politico». «Noi siamo stati relativamente fortunati - spiega Hakan, il compagno di Ferda - ma nel campo abbiamo sentito storie terribili, molti migranti dopo aver raggiunto il lato greco del confine sono stati spinti di nuovo in acqua, un ragazzo palestinese di circa 30 anni a dicembre ha cercato di attraversare il fiume a nuoto, ma non ce l'ha fatta e hanno trovato il suo corpo congelato sulla riva». Sono sei dall'inizio dell'anno e 24 nel 2011 i migranti che hanno perso la vita mentre cercavano di attraversare il confine turco-greco segnato dal fiume Evros che dal 2010 è punto d'ingresso privilegiato per i migranti senza documenti che tentano di raggiungere l'Europa. Frontex, l'agenzia europea per il controllo delle frontiere, stima che nel 2011 del numero migranti entrati in Europa passando dalla Grecia sia aumentato del 17 per cento. Mentre sono sempre meno gli stranieri che tentano la traversata via mare. Lo scorso anno il 90 per cento degli immigrati irregolari sono stati bloccati dagli agenti dall'agenzia europea proprio in Grecia. Per contrastare questo crescente flusso di migranti, ora le autorità elleniche hanno deciso di costruire un muro. La barriera lunga 12,5 chilometri e alta tre metri sorgerà nella Tracia settentrionale tra le cittadine di Kastanies e Nea Vyssa lungo l'unico tratto di confine non segnato dal fiume Evros e quindi più facile da attraversare. L'appalto per 3 milioni di euro è stato assegnato a una compagnia greca a febbraio. Anche se l'Unione europea ha annunciato che non finanzierà il progetto, secondo la Commissaria per gli affari interni Cecilia Malström, la costruzione del muro sarebbe un'iniziativa «inutile» e a breve termine, le autorità greche, tuttavia, sono determinate ad andare avanti da sole e il 5 febbraio il ministro degli interni Papoutsis, socialista e membro del Pasok, ha inaugurato un nuovo centro operativo della polizia di frontiera parte del progetto anti-immigranti: Nuovo muro in Europa Lo costruisce Atene contro Turchia e migranti NEA VYSSA Foto Alberto Tetta www.unita.it Il ponte sul fiume Evros tra Grecia e Turchia, da molti migranti attraversato a nuoto La rotta di terra, attraverso la Grecia, sta incanalando parte del flusso delle migrazioni. Al confine turco già sei vittime dall'inizio dell'anno e 24 l'anno scorso. Il governo ellenico risparmia su tutto ma non sulla barriera Mondo30 LUNEDÌ19 MARZO2012
N on solo libri. La 49˚ edi-zione della «Fiera mon-diale del libro per ragaz-zi» - appuntamento corteggiato da un andirivieni continuo di editori, autori, illustratori, traduttori, bibliotecari, insegnanti e giornalisti… - si avvia in un trionfo di avvenimenti mondani: dalla Salani coi suoi 150 anni, alla Piemme che brinda ai 20 della fortunatissima collana del battello a vapore, a Carthusia impegnata, alla stregua della rivista Liber, nel suo 25˚, per non parlare della Castoro che celebra i 100 anni di Tarzan con il suo Tarzan... Io... Jane di Patrick McDonnell, o del party offerto dall'editore Abrams che saluta così l'arrivo in Italia di Jeff Kinney, autore del fenomeno mondiale: Il diario di una schiappa (in Italia edito da Il Castoro). In più, finalista nella cinquina del Premio Andersen, Bianca Pitzorno, plaude i suoi primi 70 anni, mentre le Giannine della storica «Libreria Giannino Stoppani» di Bologna si apprestano a inaugurare, nelle Sale di Casa Saraceni, la mostra Two centuries after dedicata a Charles Dickens. Paese ospite d'onore per la mostra degli illustratori: il Portogallo, con la straordinaria Como as Cerejas - Come le ciliegie. E ghiottonerie per tutti i palati al caffè degli illustratori - il luogo di transito di artisti e i critici –, dall'incontro con Henrique Cayatte che illustra Fernando Pessoa per i bambini, a Suzy Lee che con Fabian Negrin e Kitty Crowther presenteranno un importante saggio appena uscito, edito da Donzelli e curato da Hamelin, Ad occhi aperti. Leggere l'albo illustrato, un lavoro che correla l'attenta ricerca (dell'associazione Hamelin) sul rapporto immagine e parola con la pratica del lavoMANUELA TRINCI LA SCHIAPPA E TARZAN ALLA FIERA DEL LIBRO In mostra, dal 22 marzo a 20 aprile - presso la Biblioteca Istituzione Gian Franco Minguzzi - sede ex Roncati, Bologna - le straordinarie illustrazioni di Maurizio A. C. Quarello per il libro, Il grande cavallo blu (ed. Orecchio Acerbo, pag. 44, euro 12.50). La scelta, quella delle curatrici - della Giannino Stoppani Cooperativa Culturale - di portare un libro per ragazzi, che di follia parla, dentro a quello che fu il manicomio della città di Bologna, parte dalla volontà di raccontare le storie, far parlare i luoghi e inserirli nella memoria collettiva. La mostra espone le tavole originali di un libro, questo, dedicato al ricordo di Franco Basaglia. La storia è quella di un bambino triestino che vive dentro all'ospedale psichiatrico San Giovanni, dove sua madre lavora come guardarobiera. www.unita.it All'appuntamento più glamour della letteratura per ragazzi un mare di eventi, tra compleanni di case editrici, incontri e ospiti come Jeff Kinney LA MOSTRA Il grande Cavallo Blu nell'ex manicomio Culture36 LUNEDÌ19 MARZO2012
po del partito, esponendolo ora nel rapporto conflittuale con un'Idv che, dopo l'abbandono di Scilipoti, riduce la sua presenza solo a Palermo e attraverso Leoluca Orlando (protagonista negativo della campagna di Rita Borsellino) ha cercato e cercherà di lucrare sulle contraddizioni della complessa vicenda regionale che ha portato all'appoggio al governo di tecnici presieduto da Lombardo, con più convinzione (e coerenza) sostenuto dall'area del Pd che ha votato Ferrandelli. Eppure, se il percorso che ha portato alle primarie palermitane è così segnato da vicende locali, dalle tensioni di una politica disgregata, in un contesto di maggiore disgregazione sociale, il loro svolgimento e il loro esito richiamano diverse questioni generali. I limiti delle primarie di coalizione, già emersi altrove benché mitigati dalle ottime personalità comunque espresse, a Palermo arrivano al punto di rottura. Più in generale, bisognerà riflettere con serietà su uno strumento che al Sud esaspera un processo di personalizzazione già degenerato, dove l'alternativa è spesso tra fascinazione neopopulista o pratica di intermediazione impropria finalizzata alla manipolazione dell'accesso al lavoro. Il problema non è lo Zen ma i processi democratici in vaste plaghe meridionali. Laddove sono bisogni materiali insoddisfatti, che si impongono sulle regole, sulla morale, e persino sul buon costume, per il rachitismo dei corpi intermedi e delle organizzazioni sociali, per l'incapacità della politica di individuare e promuovere interessi collettivi e etica pubblica, i meccanismi di raccolta del consenso seguono canali e incentivi di partecipazione propri di ogni altra elezione (poco voto «strutturato», pochissimo d'opinione, e tanto voto di scambio, clientelare), ma più facilmente attivabili e controllabili all'aperto dei gazebo. Il «cittadino elettore attivo» (protagonista della favola fondativa del Pd, che popola terre di ceti medi riflessivi e opinioni pubbliche informate, di lettori di giornali, di volontariato civile, e relativo benessere) non esiste, non solo tra i poveri e i bisognosi, ma anche tra le belle facce di professionisti in fila nei gazebo dei centri urbani e dei quartieri residenziali, che vivono solo di commesse pubbliche e clientele d'alto rango, però certo non hanno bisogno dell'euro per votare. Il problema non è antropologico, dunque, è socio-politico. È ciò che sfugge alla grossolanità mista al razzismo di frasi che pure si sentono ripetere tra i profeti baldanzosi delle primarie: «Il problema non è lo strumento, sono i palermitani, i napoletani». No, cari amici, il problema i sono i vostri miti fondativi. Il continuo ricorso al voto non può supplire ai limiti e alle insufficienze della politica democratica, e può finire spesso per riprodurre e consolidare equilibri politici e sociali esistenti, ben al di là di «rotture» e «ricambi» di ceto politico. Tuttavia, una sola cosa è sicuramente peggiore di celebrare le primarie nel Mezzogiorno: annullarle quando si sono celebrate, spezzando definitivamente il già debole filo della ricostruzione di trame di partecipazione democratica. La politica che illusoriamente chiama i cittadini a darle quella credibilità che sa di non avere (perché questo sono spesso le primarie…), a maggior ragione, non può mettere in dubbio la credibilità di quei cittadini, con tutte le ombre del circuito democratico in certe «condizioni ambientali». Proprio quando più forti sono le ombre, la democrazia formale diventa l'ultimo appiglio. Non è stata spesso questa la ragione sociale del Pd, del resto, giocata al ribasso? Stavolta, non sarebbe poca cosa. Il Pd nazionale, con Davide Zoggia, ora rivolge un appello di buon senso al centrosinistra palermitano e al Pd locale per individuare un percorso unitario di ricomposizione, «non disconoscendo il risultato». Solo che quest'appello alla responsabilità rischia di essere un po' poco, specialmente dopo la lunga distrazione romana dalle cose siciliane, e di lasciare le forze politiche alla loro deriva autodistruttiva, nella Palermo che non è solo Palermo, ma il simbolo decennale del berlusconismo e della destra più devastante. Quella responsabilità, il Pd nazionale, dovrebbe pretenderla da Idv e Sel, che ora chiedono alla sconfitta Rita Borsellino di andare avanti comunque. Non si può consentire, magari in nome dell'eccezione siciliana, uno strappo del genere. Altrimenti, un partito che abbia il minimo rispetto di se stesso, porrebbe subito fine ovunque, da Palermo ad Aosta - a quella vera eccezione, a quell'anomala tutta italiana, che sono le primarie di coalizione. La debolezza dei corpi intermedi aumenta la crisi dei partiti Vuole il «progetto» più che l'«identità», l'«entusiasmo» più che l'«organizzazione», il «movimento» assai più che il «partito». E dialogare con Luca Cordero di Montezemolo («ci sentiremo e ci incontreremo presto»), decisamente più che con Angelino Alfano («non incroceremo più le strade col Pdl»). Dopo due anni di mare aperto - a partire dalla sua rupture con Silvio Berlusconi - dal palco del teatro comunale di Marina di Pietrasanta dove conclude la Convention nazionale di Futuro e libertà, Gianfranco Fini, tutt'altro che pago, invita a «guardare la luna». E fa sapere ai naviganti futuristi - stressati e riottosi in molti, tra i dirigenti - che il cammino è ancora lungo, e la richiesta è quella di «rischiare», volentieri, ancora. IL DITO E LA LUNA Non solo Futuro e libertà, ma persino il Terzo polo, rappresentano appena l'inizio del viaggio, orsù. «Non si guardi il dito». L'approdo, il sospirato porto, arriverà attraverso la Costituente di un nuovo Polo nazionale, progetto ispirato al «patriottismo repubblicano», da intraprendere appena passate le amministrative (e in sostanza in autunno), e del quale i futuristi saranno un pezzo, «co-protagonisti» insieme con altri partiti, volontariato, società civile, professioni, mondo dell'impresa e magari anche (è lo stesso progetto di Casini) esponenti del governo Monti. Questa essendo la prospettiva, appare del tutto superabile, nelle parole di Gianfranco Fini, la questione che invece attanaglia i suoi quadri, vale a dire: Futuro e libertà farà la fine del Msi e di Alleanza nazionale? «Fli c'è e ci sarà, non c'è nessuna ipotesi di scioglimento», dice con chiarezza il leader dal palco. In qualche modo, considerandola come parte di un bagaglio che serve per arrivare altrove è, in effetti, come se fosse già sciolto anche senza esserlo. «Se vogliamo provare ad essere davvero futuristi, non stiamo a guardare solo se al prossimo sondaggio magari siamo al 6 per cento e magari potremo avere cinque o sei deputati in più», sprona Fini. «Cerchiamo invece di capire cosa chiede la società e di rispondere». VOCAZIONE MAGGIORITARIA La luna, appunto. No, dunque, ai «vizi del passato», agli «steccati ideologici o di nomenclatura», no al «sentirci migliori o avere dei complessi». Nemmeno chiedersi oggi quale sarà la leadership, perché «chi ha più filo da tessere tesserà» e sarà insomma il tempo a svelare nomi e rapporti di forza. L'orizzonte, senz'altro, non è in sé Fli: è costruire un soggetto a vocazione maggioritaria, una lista civica nazionale leggera, un movimento post ideologico, pronto alla Terza Repubblica. In vista del quale Fini - che ieri ha ricevuto da Pier Ferdinando Casini la benedizione e l'assenso alle posizioni sulla Rai («parla a nome del Terzo polo») si guarda in giro e recupera il dialogo con personaggi come Luca Cordero di Montezemolo, definito dal palco «un personaggio molto corteggiato dalla politica e a volte contestato a priori». Le loro strade si sono già intrecciate, negli ultimi anni, è ora di stringerle di nuovo, spiega Fini: «Mi ha mandato una mail segnalandomi il suo intervento sul Foglio. Ha detto di voler ragionare su un patto liberale per le riforme: un progetto non molto diverso da quello che ho illustrato per modernizzare la Repubblica. Ci confronteremo e ci vedremo». Problema di sostanza SUSANNA TURCO La Mail Il ricorso al voto non supplisce ai limiti della politica democratica La società meridionale Fini sprona i futuristi «Confrontiamoci con Montezemolo» Fini chiude la convention di Fli a Pietrasanta, assicura di non avere nessuna intenzione di sciogliere il suo partito e rivela: «Montezemolo mi ha mandato una mail segnalandomi il suo intervento sul Foglio. Ci confronteremo». ROMA «Il patron Ferrari mi ha scritto per segnalarmi il suo articolo» L'Udc e il governo che verrà «Pensocheleprossimeamministrativesiano l'ultimatappa diunpercorsodelpassato. Per le politiche dovremmo dar vita a qualcosa di completamente nuovo: è necessaria una grande forza nazionale di pacificazione che si intesti quel che si sta facendo tenendo dentro anche membri dell'attuale governo». Così il leader dell'Udc, Casini. 13 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
La Germania ha il presidente della Repubblica che avrebbe dovuto avere da due anni, se non da otto. Se non fosse stato per le ostilità e le ostinazioni di Angela Merkel, Joachim Gauck, 72 anni, eletto ieri con una larghissima maggioranza di 991 voti su 1.232 dall'assemblea dei grandi elettori tedeschi (Bundestag, Bundesrat più esponenti delle associazioni della società civile), ex pastore protestante ed ex leader della dissidenza nella fu Rdt, sarebbe da un pezzo l'inquilino del Bellevue, il bel palazzo della presidenza federale nascosto nel verde del Tiergarten berlinese. E invece no. I cittadini lo rispettavano, gli intellettuali lo amavano, le chiese lo sostenevano ma la cancelliera alla presidenza prima volle Horst Koehler, un economista molto bravo ma assolutamente privo di carisma e di sensibilità politica (fu costretto alle dimissioni dopo una gaffe epocale sui motivi dell'impegno della Bundeswehr in Afghanistan), e poi, due anni fa, quel disastro di Christian Wulff, che a febbraio ha concluso la sua carriera affogando in uno scandalaccio di favori di amici potenti, di ricatti sui giornali per mettere tutto a tacere e da ultimo, come non bastasse, con una miserabile querelle sulla pensione presidenziale. Gauck, invece, sembrava perfetto, e probabilmente lo era. Un passato di grande coraggio civile, come oppositore aperto alle infamie del Realsozialismus di Walter Ulbricht e Erich Honecker, una forte sintonia con i valori di civismo democratico del «patriottismo costituzionale» della nuova Germania, una moralità pubblica fuori discussione. E soprattutto il merito di aver gestito in maniera esemplare la grana più difficile e delicata che la scomparsa della Rdt e l'unificazione di due realtà tanto diverse aveva portato con sé: l'eredità della Stasi e dei suoi archivi. Chi frequentò la Germania nei primi anni '90 ha un'idea di che compito improbo fu quello affidato, due anni dopo la caduta del Muro di Berlino, al Bundesbeauftragte für die Unterlagen des Staatssicherheitdienstes der ehemaligen Deutschen Demokratischen Republik, l'ufficio federale creato per gestire gli 8 milioni di dossier che la polizia politica tedePAOLO SOLDINI Foto Ansa Primo Piano Eletto Gauck, il conservatore voluto dalla sinistra tedesca Già pastore nella cittadina di Luessow, poi addetto agli archivi della Ddr, Joachim Gauck è stato eletto ieri dai Grandi elettori Presidente della Repubblica federale tedesca. Sostituisce il dimissionario Wulff. p Ex pastore evangelico è stato scelto ieri al Reichstag dalla maggioranza dei 1.233 Grandi elettori pAngela Merkel non lo volle per due volte, preferendogli prima l'economista Koehler e poi Wulff Il neo presidente tedesco Joachim Gauck accetta un mazzo di fiori e le congratulazioni dal governatore della Baviera Horst Seehofer, dietro la cancelliera Angela Merkel Nuovi equilibri 20 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
L'europarlamentare del Pd: «Crescita e democrazia, la svolta è possibile Le polemiche sono provinciali, dobbiamo essere orgogliosi di quanto fatto» Intervista a Roberto Gualtieri «Ora progressisti uniti per un'altra Europa» SIMONE COLLINI D ice Roberto Gualtieri chedopo la stagione del rifor-mismo nazionale social-democratico e la terza via di Blair, a sinistra si può aprire la fase di un nuovo «europeismo progressista»: «Non è vero che il modello sociale europeo è destinato a essere superato. Ma la condizione per il suo rilancio è la costruzione dell'Europa politica». La dichiarazione di Parigi è un primo passo in questa direzione. E l'europarlamentare del Pd, che è tra gli autori del documento sottoscritto sabato da Bersani, Hollande e Gabriel, non esita a parlare di un «evento storico»: «Per la prima volta è emersa l'unità del fronte progressista su un terreno europeista inedito rispetto al tradizionale vocabolario socialdemocratico». Al documento di Parigi hanno lavorato la Feps e altre fondazioni, però ora bisognerà vedere che uso ne farà la politica, non crede? «La scommessa della Feps si è rivelata vincente, basta vedere il grande rilievo che l'operazione ha avuto sulla stampa internazionale e la qualità delle presenze. Non aver saputo costruire una piattaforma comune europeista nel decennio passato, quando la sinistra era al governo nella maggioranza dell'Ue, è una delle ragioni che ha portato a questo lungo ciclo conservatore. Ora emerge un programma comune che rende concreta la prospettiva di una svolta in Europa». In Italia si è discusso soprattutto, dopo che Follini e altri hanno firmato un documento critico, dell'opportunità per il Pd di lavorare con i socialisti e di sostenere Hollande invece del democratico Bayrou: non era prevedibile? «Sono polemiche provinciali. La notizia non è che il Pd sostiene Hollande, che è piuttosto una banale ovvietà visto che il Pd al parlamento europeo sta con i socialisti francesi e non con il Modem di Bayrou, che peraltro ha una posizione del tutto marginale nelle presidenziali francesi, in cui il confronto è tra Hollande e Sarkozy. Cedere all'ossessione del dibattito interno può portare a sostenere posizioni poco serie e proporre scelte di marginalizzazione, quando invece il Pd ha l'ambizione di essere protagonista nell'operazione che deve portare a una svolta nella politica europea dopo il fallimento del ciclo conservatore». Se la notizia da Parigi non è l'appoggio a Hollande, quale sarebbe allora? «Che emerge una piattaforma fortemente europeistica nella quale si propone un'Ue più forte e più democratica e misure concrete per coniugare stabilità e crescita. Il documento di Parigi è molto rigoroso sulla disciplina di bilancio ma anche ambizioso sulla costruzione di strumenti per lo sviluppo e l'occupazione, che è quello che non riesce ai conservatori. Più che fare polemiche dovremmo essere orgogliosi: per le standing ovation che hanno accolto i discorsi di D'Alema e Bersani (che ha rivendicato l'originale identità del Pd), e perché dopotutto non è un caso che l'intera operazione rechi il marchio del Pd, visto che è stata promossa non dal Pse ma dalla Feps». Il Pd sostiene Hollande, che vuole rinegoziare il “Fiscal compact”, e sostiene Monti, che quel trattato di stabilità ha firmato: non c'è una contraddizione? «A Parigi Hollande ha chiarito che per lui rinegoziare non significa venir meno al rigore e allentare i nuovi vincoli europei alle politiche di bilancio. Ha detto che la Francia non ratificherà il trattato se esso non verrà completato con misure per la crescita e la solidarietà. Mi sembra una posizione non solo perfettamente compatibile con la firma del governo italiano, il quale giustamente dice che la disciplina di bilancio è un valore e allo stesso tempo chiede misure per la crescita, ma utile da punto di vista dell'interesse dell'Italia, che vista la situazione dei mercati non può porre con la stessa forza questo aut aut». L'esito del voto francese può influire sul percorso del dopo-Monti? «Costruire un'alleanza vasta dei socialisti e dei democratici, per rinnovare e allargare il fronte progressista europeo è la missione del Pd, al di là delle singole competizioni elettorali». Se vince Hollande è più facile per il Pd esprimere il candidato premier? «Non ci sono automatismi, ma è chiaro che la vittoria di Hollande renderebbe più credibile il progetto politico del Pd e rafforzerebbe la sua legittima aspirazione a guidarlo». Foto di Simone Zaniol / Emblema IL MANIFESTO DI ROMA Hollande al congresso dei Socialisti Europei 8 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
Chiari di lunedì L'ANALISI p SEGUE DALLA PRIMA LA POLITICA DECORATIVA G ià, in generale, le esagitate contestazionia Caselli nelle presentazioni del suo libroerano illuminanti. Già le sentenze formato graffiti metropolitani «Caselli boia», eloquenti. Già il leader No Tav Perino per il quale contestare Caselli gli fa solo pubblicità, significativo. Ma ancor più istruttiva è stata la notizia di Caselli contestato alla presentazione del libro a Palermo. Nella città dove ha rischiato la vita per fermare la corsa della Mafia e della Politica sua socia, un grande magistrato torinese viene giustiziato a parole dal deragliamento della logica di un manipolo di No Tav (?) siculi. Distratti sull'opera di Caselli nel posto in cui abitano, ma vigili sulle sue «malefatte» ferroviario-alpine. I vertici «istituzionali» del movimento (esperto in marketing incluso) dicono più o meno che quelli sono antagonisti che sbagliano. Ma un piccolo ragionamento su perché ci si ritrovi simili schiamazzanti compagni di viaggio, se non No Tav Sì Tavernello, no? www.enzocosta.net Il casus Caselli Enzo Costa Come ai tempi di Tangentopoli, siamo tutti quotidianamente in attesa dei «prossimi sviluppi». La nuova narrazione di cui l'Italia a detta di molti avrebbe bisogno rischia di essere ancora una storia trita e ritrita. Ovviamente non è il caso di sottovalutare il fenomeno della corruzione. Poiché però sue tracce si trovano anche nella Bibbia, in Esiodo e in Dante, non sarà inutile porsi qualche domanda: po' per storicizzare e per capire. E fare così un passo oltre la sacrosanta indignazione. La domanda che vorremmo fare è la seguente: i fenomeni corruttivi, gli abusi di potere e le ruberie sono la causa della disaffezione dei cittadini e della crisi della democrazia, oppure la crisi della democrazia è non si dirà la causa, ma almeno una delle cause della corruzione dilagante? Non chiediamo se viene prima l'uovo o la gallina. Un conto è pensare che le istituzioni democratiche sono deboli per l'assalto di un esercito di cavallette voraci; un altro è pensare che la debolezza dei sistemi democratici dipende invece da processi economici e finanziari che li tengono sotto tiro e li svuotano della loro sostanza. Nel primo caso, ciò di cui si ha bisogno è un'opera di disinfestazione; nel secondo, di una cura ricostituente. Magari poi occorrono l'una e l'altra cosa, ma è bene sapere da dove cominciare. Ora, non sono poche le analisi che negli ultimi trent'anni, in forme e modi diversi, ci mettono dinanzi a una diagnosi tutt'altro che rassicurante sullo stato di salute della democrazia. Ma il punto è che tutte queste disamine non cominciano affatto dagli appetiti di una classe politica autoreferenziale e corrotta, ma da cose come la globalizzazione, il peso delle nuove potenze emergenti come la Cina o il Brasile, la finanziarizzazione dell'economia, la rivoluzione tecnologica nel mondo dei media, e così via. È più ragionevole ipotizzare allora che lo scadimento della vita politica sia conseguenza di simili processi, piuttosto che di malefatte e ruberie (che pure ci sono, e che non vanno affatto sminuite nella loro gravità). E che se la politica viene percepita come distante o scollata dalla realtà, ciò dipende dal fatto che i politici si fanno gli affari loro, ma ancora di più dipende dal fatto che non hanno più gli strumenti per fare gli affari di tutti. C'è dell'altro. Quanto maggiore è la disaffezione, tanto più si fa strada un'idea dei compiti della politica in termini di risposte a domande, idea che la priva della dimensione fondamentale dentro la quale la politica democratica si è andata costruendo nel corso del '900. Questa dimensione legittimante si può indicare nei termini della costruzione di una cultura storico-nazionale. Quando questa cultura è viva e innerva la politica, è essa ad assegnare anzitutto i compiti: non per paternalismo ma per senso di appartenenza. Quando invece viene meno, alla politica rimane poco da fare per elevarsi sopra la mera rappresentanza degli interessi. I quali, di conseguenza, si restringono sempre più, fino a coincidere con quelli della stessa classe politica. Se le cose stanno così, si può provare a ribaltare, in maniera un po' provocatoria, i luoghi comuni in cui oggi immancabilmente si infila la discussione pubblica. Si dice: politica ed affari devono essere separati; i partiti non devono ricevere soldi pubblici; non devono nominare né dirigenti Rai né primari d'ospedale; devono star fuori da fondazioni bancarie e consigli di amministrazione. Tutto vero, tutto giusto. Ma domandiamoci ora non cosa la politica debba o non debba fare ma «come», attraverso quali leve, debba fare quel che deve fare. Non si tratta di posti, ma di politiche pubbliche e degli strumenti per realizzarle, buoni abbastanza da resistere a condizionamenti di altra natura. Sospetto che senza di ciò alla politica rimarrà solo una funzione decorativa o cerimoniale. Una politica da suppellettile. Naturalmente nessuno si augura di finire sotto i ferri di un chirurgo che è in sala operatoria grazie a una tessera di partito piuttosto che per meriti. Ma bisogna evitare che in sala operatoria non ci si arrivi proprio e che per togliere il raccomandato dall'ospedale qualcuno non pensi che si faccia prima a togliere direttamente l'ospedale. Pensiamo allora tutto il male possibile dei partiti macchine di potere, come disse Berlinguer nella famosa intervista dell'81. C'era un aspetto di verità nella denuncia della questione morale, e una tensione etica, che è semplicemente irrinunciabile. Ma per scongiurare i partiti macchine di potere evitiamo per favore di ritrovarci con partiti finti, cioè impotenti, e dediti per questo al solo cabotaggio clientelare. Se no continueremo giustamente a dare loro addosso ma i potenti, loro, continueranno a starsene indisturbati da un'altra parte. L o so che con la crisi economica e l'inflazio-ne galoppante (il caffè, per dire, è aumen-tato del 14%. Ora costa così tanto che perdiventare nervosi non serve berlo, basta ordinarlo), lo so che con Marchionne che pensa di andarsene con il bottino (7,6 miliardi di finanziamenti erogati dallo Stato alla Fiat solo negli ultimi 30 anni. Scappare all'estero adesso sarebbe così criminale che Marchionne sta anche pensando di mettersi scrivere romanzi gialli), lo so che stante tutto questo non dovrei occuparmi dell'ex ministro Giovanardi, le cui opinioni sono così arretrate che vengono analizzate con il metodo del Carbonio-14 (Giovanardi è rimasto così indietro che è convinto che Obama sia il presidente delle Indie), ma da quando Giovanardi ha commentato la sentenza della Corte di Cassazione per la quale le coppie gay hanno diritto a un trattamento omogeneo a quello dei coniugati con le parole: «È solo la loro opinione», non posso fare a meno di immaginarmi Giovanardi nell'auto in divieto di sosta, a colloquio con il vigile: «Signore, è zona rimozione». «Questo lo dice lei». «C'è il cartello, vede?» «E cosa significherebbe secondo lei quel cartello?». «Non secondo me: il cerchio blu barrato di rosso significa divieto di sosta». «Mah...io penso invece che quel contrasto di colori primari simboleggi l'incontro tra il sangue di Cristo e le acque sulle quali Cristo ha camminato». «No, guardi, c'è anche il cartello della rimozione forzata». «Per me quell'icona rappresenta un'ascensione. La macchina che viene miracolosamente sollevata da terra... è chiaramente un'ascensione». «Senta, lei è in divieto di sosta, non si può parcheggiare davanti al portone dell'asilo!». «Va bene, ha espresso la sua opinione...». «È la legge!». «Ok, la legge ha espresso la sua opinione ma io resto della mia. Siamo in democrazia». Il caffe rende nervosi? Non appena senti il prezzo Duemiladodici Francesca Fornario Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 22 MASSIMO ADINOLFI www.unita.it24 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
H a fatto molto rumo-re l'annuncio effet-tuato sul sito arXivda parte di CarloRubbia, ideatore ed i r e t t o r e d i quell'esperimento Icarus che presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso studia le oscillazioni dei neutrini, compresi quelli del progetto Cngs (Cern Neutrinos to Gran Sasso) a Ginevra. Abbiamo misurato la velocità con cui viaggiano tra la Svizzera e l'Abruzzo le elusive particelle – hanno detto i fisici di Icarus – e abbiamo verificato che sono un po' più lenti della luce. La misura del gruppo diretto da Carlo Rubbia corrobora la convinzione, ormai diffusa, che la velocità superluminale dei neutrini misurata dal gruppo Opera diretto da Antonio Ereditato sia frutto di un errore. Errore che lo stesso gruppo Opera ha individuato qualche settimana fa. Ora non resta che attendere le misure del tutto indipendenti che saranno realizzate negli Stati Uniti e in Giappone per chiudere la vicenda del «neutrino più veloce della luce». Ha fatto, tuttavia, meno rumore un altro articolo pubblicato sul medesimo sito arXiv da Jun Cao e dagli altri 240 fisici impegnati nel «Daya Bay Reactor Neutrino Experiment». Un articolo almeno altrettanto importante. Sia per i contenuti fisici che propone. Sia per il luogo, la Cina, dove l'esperimento è condotto. Il gruppo ha infatti misurato con grande precisione uno dei tre «angoli di mescolamento» dei neutrini, quello detto «Teta 13». Ai più questo parametro dirà poco. Ma non è complicato da spiegare. I neutrini sono particelle che interagiscono poco con la materia. Ma grazie a Bruno Pontecorvo, allievo di Enrico Fermi, sappiamo che ne esistono di tre tipi (elettronici, muonici e tau) che «oscillano», ovvero si trasformano l'uno nell'altro mentre corrono nello spazio (a velocità prossima, ma a quanto pare non superiore a quella della luce). Se i neutrini oscillano, diceva Pontecorvo, allora hanno una massa, sia pure piccolissima. L'IPOTESI DI PONTECORVO Il gruppo Opera negli scorsi anni ha dimostrato che Pontecorvo aveva ragione: i neutrini oscillano e, dunque, hanno una piccola massa. Già ma «quanto oscillano»? In che percentuale i neutrini elettronici si trasformano in muonici viaggiando, per esempio, tra il Sole (uno dei luoghi dove vengono prodotti) e la Terra? L'«angolo di mescolamento» ci dice a quanto ammonta questa percentuale. Finora ne erano stati misurati due, di angoli di mescolamento. Il «Daya Bay Reactor Neutrino Experiment» ha misurato il terzo e ha chiuso il quadro. Il bello è che la sua misura «spalanca una porta», come sostiene sulla rivista Science l'americano Robert Plunkett, un fisico del Fermi National Accelerator Laboratory di Batavia, in Illinois. La porta spalancata è quella della verifica di una asimmetria tra il comportamento dei neutrini e quello degli antineutrini. Asimmetria che potrebbe spiegare perché il nostro universo è costituito in larga parte di materia e non di antimateria. Insomma, il «Daya Bay Reactor Neutrino Experiment» apre una nuova pista di ricerca e dimostra che lo studio di queste elusive particelle dominerà la fisica delle alte energie nei prossimi anni. Ma oltre il contenuto scientifico, c'è la dimensione geografica della notizia. Il «Daya Bay Reactor Neutrino Experiment» ha battuto sul tempo una serie di altri esperimenti analoghi: il Minos negli Stati Uniti, quello condotto col reattore Double Chooz nella città di Chooz in Francia, il Reno in Corea del Sud. Questo, come sostiene Robert McKeown, un americano in forze al Thomas Jefferson National Accelerator Facility di Newport, in Virginia, è probabilmente il più grande risultato di fisica finora raggiunto in Cina. E dimostra che la fisica cinese delle particelle è ormai in grado di competere alla pari con chiunque. PIETRO GRECO LE MERAVIGLIE DEL NEUTRINO CINESE Osservazioni Un laboratorio per lo studio dei neutrini NUOVI ORIZZONTI Un esperimento di Jun Cao e altri 240 fisici ha misurato il terzo angolo di mescolamento delle particelle. Una scoperta di grande portata CRISTIANA PULCINELLI www.unita.it GIORNALISTA E SCRITTORE S ei uno scienziato, un ricer-catore, uno studente, uninsegnante? Pensi di averebuone doti da comunicatore? Ora puoi metterti alla prova. È arrivato anche in Italia FameLab, un talent show nato in Gran Bretagna nel 2005 e che poi si è espanso un po' in tutto il mondo grazie alla rete messa a disposizione dal British Council. In particolare a questa edizione partecipano 21 paesi sparsi su 4 continenti, tra cui, per la prima volta, l'Italia. A chi partecipa al concorso vengono dati 3 minuti di tempo per comunicare un argomento scientifico che lo appassiona. I partecipanti vengono giudicati da una giuria di esperti provenienti dal mondo della scienza e della comunicazione. I più bravi superano le selezioni locali e la finale nazionale per concorrere alla finale internazionale, nella quale si confrontano con i vincitori della competizione negli altri paesi del mondo. IL PROGETTO ITALIANO Il progetto italiano (http://www. famelab-italy.it/), triennale, è stato realizzato grazie a British Council, Psiquadro, Perugia Science Fest, Museo delle Scienze di Trento, Fondazione Idis Città della Scienza di Napoli, formicablu di Bologna. Nei prossimi giorni si terranno le selezioni locali: il 25 marzo alla Città della Scienza di Napoli, il 30 marzo al Teatro Cuminetti di Trento, lo stesso giorno presso Arterìa a Bologna e il 31 marzo all'Auditorium S. Cecilia di Perugia. In ognuna di queste città 50 partecipanti si esibiranno davanti alla giuria, al pubblico e saranno ripresi in video. I filmati saranno poi postati sul YouTube dove la Rete li giudicherà. Saranno così selezionati gli 8 migliori comunicatori che avranno accesso alle Masterclass (che si terranno ad aprile a Perugia) in cui approfondiranno le nozioni di comunicazione della scienza. Infine, le finali nazionali che si svolgeranno al Perugia Science Fest il 4 di maggio. Il vincitore il 16 giugno sarà il portabandiera del nostro paese al prestigioso Cheltenham Science Festival in Inghilterra. Divulgatori di scienza in concorso Scienza38 LUNEDÌ19 MARZO2012
ALBERTO CRESPI ROMA Matteini gol al Pisa e sfottò Tensione ieri allo stadio di Pisa durante l'incontro con la Reggiana di Prima Divisione girone A: l'attaccante degli emiliani Davide Matteini, livornese, ha segnato il gol dell'1-1 (la gara èpoifinita2-1)epoimostratounamaglietta inneggiantealLivornochescatenal'iradelpubblico pisano. Già lo scorso anno, col Cosenza, Matteini aveva provocato il pubblico pisano. F atevi un giro su Youtu-be, il sito internet dovesi vede tutto, e scoprire-te che c'è ancora qualco-sa che non si vede quasiper nulla. L'unica immagine di Fabrice Muamba che rischia di morire su un campo di calcio dura mezzo secondo, si vede il ragazzo sdraiato sull'erba circondato dall'arbitro e da altri giocatori: potrebbe sembrare un infortunio “normale”, invece Muamba ha appena avuto un infarto. I filmati caricati su Youtube in realtà sono numerosi ma non mostrano né l'istante in cui il giocatore collassa, né i successivi drammatici momenti che hanno preceduto i soccorsi. Come saprete la partita di coppa d'Inghilterra Tottenham-Bolton è stata sospesa. Ieri il Bolton, la società nella quale milita il giovane inglese di origini zairesi, ha diramato un comunicato di comune intesa con l'ospedale dove Muamba è ricoverato, il London Chest Hospital: il giocatore ha avuto un arresto cardiaco ed è in terapia intensiva, è sedato e saranno cruciali le prossime 24 ore. È vietato in questi casi fare moralismi d'accatto. Non vorremmo nemmeno fare paragoni con altri casi simili. Vengono subito in mente i nomi dei non pochi giocatori che sono morti in campo, dal perugino Renato Curi all'ungherese Miklos Feher che giocava nel Benfica e morì, il 25 gennaio 2004, durante un match contro il Benfica; dallo spagnolo Antonio Puerta al camerunense Marc-Vivien Foe. Poi si fa uno sforzo e ci si ricorda, vivaddio!, che mentre scriviamo Muamba è vivo e quindi la memoria corre a coloro che hanno rischiato la vita ma ce l'hanno fatta, come Lionello Manfredonia e Giancarlo Antognoni. Gli archivi televisivi conservano alcune di quelle immagini: Antognoni, ad esempio, ebbe uno scontro fortuito ma durissimo con il portiere Silvano Martina, durante una partita fra Fiorentina e Genoa. IL RISPETTO DELLE TV I due stavano andando sul pallone, era un'occasione da gol e ovviamente le telecamere, in quel momento, li stavano inquadrando. Muamba, invece, non era nel vivo dell'azione e stranamente le mille telecamere che circondano una partita di FA Cup non hanno catturato il momento del suo malore. O, se l'hanno fatto, la tv inglese ha fatto nel giro di mezzo secondo una scelta di altissimo valore etico, che fa il paio con la scelta – compiuta anni fa – di non mostrare le immagini raccapriccianti delle persone morte o ferite dopo gli attentati terroristici nella metropolitana di Londra: non ci sono stati replay morbosi, né dettagli voyeuristici sul giocatore riverso. I suddetti filmati visibili in rete mostrano per lo più le reazioni degli spettatori, molti dei quali sembrano aver capito subito la gravità della situazione. C'è una ripresa molto da lontano del capannello di giocatori e sanitari intorno a Muamba, fatta da una delle curve: è traballante e distante, probabilmente è stata girata da un tifoso con una videocamera o un telefono cellulare, non mostra praticamente nulla. La morale è che durante Tottenham-Bolton il voyeurismo applicato al calcio si è autosospeso. Non è casuale che ciò sia avvenuto in Inghilterra, paese dove i valori dello sport sono ancora rispettati più che altrove. Ma, come ripetiamo, è vietato pontificare: se succedesse una cosa analoga in Italia (Dio non voglia!) forse i registi e gli operatori di Sky o della Rai farebbero la stessa scelta. Lo speriamo vivamente: non è solo una questione di rispetto per chi lotta contro la morte, né di paternalistica protezione per la sensibilità di chi sta a casa davanti alla tv, ma anche di privacy e di delicatezza. Non tanto per il giocatore quanto per i suoi parenti o amici, che davanti allo schermo potrebbero percepire informazioni del tutto fuorvianti. Nel caso di Fabrice Muamba la tv ha fatto un passo indietro, e ha fatto bene. Non più tardi di qualche sera fa l'occhio delle telecamere era andato a pizzicare un dettaglio illuminante durante Chelsea-Napoli: Didier Drogba, caduto come fulminato per una manata, che da terra sbirciava per vedere se l'arbitro c'era cascato. Un'immagine identica fu catturata durante lo storico Barcellona-Inter di Champions, nel 2010: Busquets, anche lui “stroncato” da una carezza di Thiago Motta, che ancora a terra occhieggiava compiaciuto l'espulsione del rivale. Ecco: l'occhio onnipresente della tecnologia è utilissimo per smascherare i simulatori, ma deve fermarsi di fronte ai drammi veri. C'è ancora una piccolissima differenza fra il calcio e i reality: finché dura, si può continuare a parlare di sport. Foto Ansa MUAMBA E L'OCCHIO DISCRETO DELLA TV Dieci righe Il giocatore di calcio visto dal poeta Darwin Pastorin I primi soccorsi a Fabrice Muamba durante la gara fra Totthenham e Bolton Il dramma e il rispetto La notizia del malore del giocatore del Bolton ha fatto il giro del mondo, ma colpisce la scelta di non mostrare le immagini Finitala partita,comincia ilcantodelpoeta.DiRobertoRoversi:«Ilgiocatoredi calcio/ pensaall'amicoche nonc'è. /Puòcontare sulle dita / i giorni della vita e intorno / il circo dei leoni, le voci si perdono / è il momento di un'attesa / nessuna rondine indica speranza / le ombre inducono a una precipitosa ritirata. / Il nemico all'ertasegueleormedellafuga./ Ilgiocatoredicalciodice/ ilpallone non finisce / in mare. Si nasconde fra nubi. / Sono come te meridionale.Doppia fatica. / Provoca l'avversario fra le liane ei cespugli del campo. / “Tu non sei pastore, dice, tu tradisci le pecore / forse seiuncanedapioggia,dormisottolaneve./ Ioaspettolavecchiaia per pensare al futuro”». (da La partita di calcio, Tullio Pironti Editore, 2001). 45 LUNEDÌ 19 MARZO 2012

Marco Biagi, quella sera uccisero un uomo che credeva nelle riforme S ono arrivati puntuali gliassassini. Hanno sacrifi-cato un'altra volta uneminente studioso del lavoro». Iniziava così un mio breve commento sulla prima pagina di questo giornale il 20 marzo del 2002. La notizia dell'orribile fine di Marco Biagi era giunta nella serata del 19 e aveva sconvolto gli animi, scosso le coscienze, aizzati strumentalismi. Marco Biagi viveva nelle menti di tante donne e tanti uomini della Cgil, ma anche della Cisl e Uil, nonché dei militanti dei partiti di sinistra e centrosinistra, come un uomo profondamente legato ai destini e ai valori della sinistra. Certo non sensibile ad animose scommesse rivoluzionarie, ma che voleva ricalcare il passo graduale e paziente delle riforme. Un figlio della sinistra. Era l'intellettuale che nella prima metà degli anni settanta era responsabile della redazione sindacale della rivista «Quale giustizia». Accanto a collaboratori come Romano Canosa, Angelo Converso, Amos Pignatelli, Umberto Romagnoli, Luigi Saraceni, Nicola Tranfaglia, Luciano Violante. Uno studioso che voleva contribuire al rinnovamento delle cosiddette «relazioni industriali», ovverosia delle regole più idonee a gestire i rapporti tra capitale e lavoro. Non a caso era stato tra i consulenti di un ministro del lavoro come Antonio Bassolino. Questo era il primo ricordo. Era però lo stesso uomo, lo stesso studioso che aveva creduto di poter continuare la propria attività, collaborando con alcuni esponenti del governo di centrodestra, convinto che anche in quel campo vi potesse essere spazio per affermare i valori del mondo del lavoro. Ecco perché la sua morte suscitava quella sera di marzo nel cronista, ma anche in tanta parte del popolo di sinistra, credo, sentimenti di dolore, ma anche di angoscia, magari di rimorso. E la memoria andava subito a tante vittime di una specie di strage silenziosa destinata a colpire tra i migliori giuslavoristi del nostro paese: Ezio Tarantelli, Massino D'Antona. Antonio Pizzinato, già segretario generale della Cgil, ha rievocato, in un libro di prossima pubblicazione, una collaborazione con Marco Biagi (quando lo stesso Pizzinato era sottosegretario al lavoro) per la definizione della legge per il collocamento dei disabili. C'erano stati, confida, discussioni e confronti dialettici anche forti, ma riconosceva come Biagi avesse dato un contributo importante al varo di quella legge. La tesi del dirigente Cgil è che occorra distinguere tra il pensiero dello studioso e l'operato dei ministri che debbono avere la piena responsabilità delle scelte compiute. Ecco perché è apparsa a molti strumentale la strombazzata intenzione di chiamare «legge Biagi» la famosa legge 30, firmata dal duo Roberto Maroni-Maurizio Sacconi. È' la legge che ha introdotto oltre 40 soluzioni contrattuali, contribuendo a far dilagare la precarietà italiana. Una legge che, così diceva Bruno Trentin, avrebbe dovuto essere Foto Ansa BRUNO UGOLINI L'anniversario I rilievi della polizia sul luogo dell'assassinio, dieci anni fa, del giuslavorista Marco Biagi La legge 30 Primo Piano Vicino al mondo del lavoro e alla sinistra, scelse di collaborare anche con il governo di centrodestra. Era un riformista e fece la stessa tragica fine di Tarantelli e D'Antona ROMA Fu chiamata con il suo nome ma era frutto di Maroni e Sacconi Dieci anni dopo 6 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
Hanno avuto la solidarietà di Benedetto XVI gli operai dell'Alcoa di Portovesme che ieri all'Angelus erano in piazza san Pietro con il loro striscione. Il Papa non si è limitato ad assicurare la sua preghiera e la sua «vicinanza» ai lavoratori in difficoltà e alle loro famiglie. Ha anche auspicato «un'adeguata soluzione» per la loro «difficile situazione». Ha applaudito soddisfatta la delegazione di lavoratori giunta a Roma dalla Sardegna insieme ai familiari. Quei quindici operai erano ben visibili nella piazza per i loro elmetti blu, bianchi e arancioni e per le immancabili bandiere dei «quattro mori». Alle parole del Papa si sono stretti con orgoglio attorno al loro striscione. Vi campeggiava la scritta: «Lavoratori Alcoa. Stabilimento Portovesme...». Ma era monco. Mancava l'ultima frase: «In lotta per il lavoro». Troppo politica. STRISCIONE CENSURATO Non è passata al controllo dei funzionari di polizia che sono stati cortesi, ma irremovibili. Sono rigide le regole cui attenersi per poter portare cartelli e striscioni in piazza San Pietro. Non sono ammessi slogan o frasi di contenuto politico. Così, prima di poter distendere lo striscione, gli operai hanno dovuto «nascondere» la parola «lotta». «Non la ritenevano consona al luogo» spiegano i lavoratori. Loro non si sono scomposti. L'importante era essere lì. Il nome dello stabilimento Alcoa era ben visibile e la loro vertenza conosciuta. Quello che contava veramente erano le parole che il Papa avrebbe rivolto loro. Glielo aveva promesso il vescovo di Iglesias, monsignor Giovanni Paolo Zedda. La loro attesa è stata soddisfatta. Quello del Papa è stato più di un saluto. «L'essere stati citati dal Papa ci fa molto piacere - commenta Massimo Cara della Rsu Cisl - speriamo che adesso la vertenza possa trovare veramente una soluzione positiva». È soddisfatto Massimiliano Basciu, anche lui della Rsu. Si augura che il «cattolico» Mario Monti tenga conto dell'invito del Papa. Quanto sia grave l'emergenza dell'Alcoa e dell'intero polo industriale del Sulcis lo ricorda Rino Barca, segretario provinciale Fim-Cisl. «Il prossimo 4 aprile, dopo l'annuncio della multinazionale Usa di abbandonare la produzione di alluminio primario in Italia, si rischia la chiusura degli stabilimenti con i licenziamenti collettivi. Questo va scongiurato. Il governo deve trovare soluzioni adeguate che diano sicurezza». Rischiano il posto di lavoro non solo i 500 dipendenti dello stabilimento Alcoa di Portovesme, i 350 lavoratori delle imprese degli appalti, ma anche gli altri 1.500 operai dell'indotto. «La situazione è comunque preoccupante spiega Bruno Usai della Rsu Cgil - i giorni passano e non vorremmo trovarci davvero in mezzo alla strada». Di viaggi a Roma gli operai dell'Alcoa ne faranno ancora e presto per difendere il posto di lavoro. Perché se il lavoro è un diritto, troppe volte la lotta è necessaria per difenderlo. Più che la parola «lotta» a scandalizzare sono l'ingiustizia e la mancanza di lavoro. Su questo Papa Benedetto XVI e la Chiesa hanno detto parole chiare. Come sul diritto di disporre dell'acqua «bene universale», che non può essere trattato con «logica mercantile». L'ACQUA PER TUTTI Occorre «garantire per tutti un accesso equo, sicuro e adeguato all'acqua - ha scandito ieri il pontefice dopo l'Angelus - promuovendo così i diritti alla vita e alla nutrizione di ogni essere umano e un uso responsabile e solidale dei beni della terra, a beneficio delle generazioni presenti e future». Lo ha chiesto ricordando la conclusione a Marsiglia del VI Forum mondiale dell'acqua, e la celebrazione, giovedì prossimo, della «Giornata mondiale dell'acqua», che - ha aggiunto - «quest'anno sottolinea il fondamentale legame di tale preziosa e limitata risorsa con la sicurezza alimentare». Foto Ansa Il Papa sostiene gli operai Alcoa Ma a san Pietro non si lotta ROBERTO MONTEFORTE pDopo l'Angelus il pontefice chiede «soluzioni adeguate» per il futuro dell'azienda del Sulcis p Benedetto XVI in vista della Giornata mondiale dell'acqua: sia un bene disponibile per tutti Una delegazione di lavoratori dell'Alcoa ieri in piazza san Pietro www.unita.it Il Papa chiede soluzioni adeguate per l'Alcoa di Portovesme. Soddisfatti gli operai sardi presenti in piazza san Pietro. «Censurato» della frase «in lotta per il lavoro» il loro striscione. Le autorità: non adatto per l'Angelus. CITTÀ DEL VATICANO Economia32 LUNEDÌ19 MARZO2012
Scacchi L e previsioni, nerissime,che da un paio di mesi ven-gono fatte circa l'operatodel reparto corse di Maranello, hanno purtroppo trovato conferma nel primo appuntamento della stagione, a Melbourne. La Ferrari ottiene sì un insperato 5˚ posto, dopo aver preso il via con Alonso in sesta fila e Massa in ottava, ma ancora una volta deve ringraziare la grinta e la classe dello spagnolo, capace di trarre il massimo da una F2012 che il massimo non è. Tanto che Felipe è stato purtroppo protagonista dell'ennesima gara incolore, prima di giocare all'autoscontro con la Williams-Renault di Bruno Senna e ritirarsi mestamente. Passando dalle retrovie alle posizioni che contano, il risveglio della McLaren-Mercedes è stato tangibile per tutti. Un dominio assoluto – perlomeno da parte di Jenson Button - un pilota che matura come il vino, visto che a 32 anni, dopo 13 vittorie in F.1 e un titolo conquistato nel 2009 con la Brawn, è ancora capace di migliorarsi. Nemmeno l'ingresso, al 37˚ dei 58 giri previsti, della safety car (per togliere la Caterham di Petrov rottasi in pieno rettilineo), gli ha impedito di conquistare la terza vittoria nelle ultime quattro edizioni del Gp d'Australia, un altro piccolo record. L'inglese ha preceduto Vettel, con una Red Bull-Renault che non sembra più lo schiacciasassi del 2010 e del 2011. Anche se è presto per dare giudizi, considerando che il progettista è pur sempre quel fenomeno di Adrian Newey. Terza l'altra McLaren, affidata ad Hamilton (partito dalla pole), che sempre più dovrà fare i conti con un Button ormai molto stimato all'interno del team che fu di Senna, Prost o Hakkinen. Poi un'altra Red Bull, quella di Webber. Insomma i soliti noti. Gli stessi che hanno dato vita a tutta la scorsa stagione, che aveva già visto la McLaren in netta risalita e capace di imporsi in sei occasioni. «Loro sono davanti a noi, ma con tutti gli altri ce la possiamo giocare. Incameriamo 10 punti importanti e lavoriamo sodo». Il commento autoconsolatorio di Stefano Domenicali va riportato con le molle. Troppo facile fare dell'ironia. Ma come dimenticare le dichiarazioni roboanti (firmate dallo stesso Domenicali e da Montezemolo) sentite in occasione della presentazione – via web – della F2012? Della serie: «Avremo delle monoposto competitive sin dalla prima gara». Oppure: «Alonso ha il compito di trainare tutta la squadra, su Massa riponiamo grande fiducia». Meglio ascoltare il commento di Fernando, dopo una gara dalla quale esce appunto a testa alta, visto che persino Maldonado lo ha minacciato fino all'ultimo, prima di finire sul muro per un errore tutto suo. «Aver lottato con la Williams non va visto come il dato peggiore – assicura lo spagnolo -. Siamo a un secondo secco dalla pole e in gara il distacco è il medesimo ad ogni giro. Ma siamo tutti più vicini. Dunque, se recuperiamo mezzo secondo possiamo risalire delle posizioni». Facile a dirsi. Perché già da domenica prossima si corre in Malesia, su un pista vera, che mette in difficoltà chi ha – come la Ferrari – problemi di assetto. «Mi sembrava di guidare sul ghiaccio – conferma Massa -. Rispetto alle prove invernali siamo per giunta peggiorati». Infine, da segnalare l'ottimo 7˚ posto di Raikkonen, al rientro in F1 dopo due anni e felice della sua Lotus. Positivo, anche, l'avvio di Schumacher, terzo per la prima parte di gara con la Mercedes, prima che il cambio lo tradisse. LODOVICO BASALÙ F1, la musica è cambiata Adesso comanda la McLaren Paethz - Gvetadze Europeo femminile rapid 2012. Il Nero muove e vince. Maratona di Roma kenyana Grande successo di pubblico per la Maratona di Roma, giunta quest'anno alla diciassettesimaedizione,acui ierihannopartecipatocirca100milapersone:12.688quellearrivate al traguardo. Doppia vittoria kenyana: Luka Lokobe Kanda fra gli uomini, Hellen Kimutai fra le donne. Da segnalare la morte di un anziano volontario stroncato da un infarto. Trionfo di Jenson Button davanti a Vettel ed Hamilton. Grande rimonta di Alonso, alla fine 5˚ Lo spagnolo nasconde i problemi Ferrari. Massa fuori: «Mi sembrava di guidare sul ghiaccio» Tempo Adolivio Capece SOLUZIONE1…Ch3+!;2.Rg2, D:f2+!;3.R:h3,Df1+;4.Rg4, Df5+;5.Rh4,g5matto! Da oggi a domenica l'Europeo di Plovdiv Da oggi e fino a domenica prossima, 1 aprile, è in programma a Plovdiv (Bulgaria) il campionato Europeo individuale. Torneo di livello molto alto con praticamente tutti i migliori scacchisti. Difenderanno i colori dell'Italia Fabiano Caruana (numero 1 del tabellone), Michele Godena, Sabino Brunello, Axel Rombaldoni, Marco Codenotti, Danil Dvyrni, Andrea Stella e Alessio Valsecchi. Dirette e risultati dal sito http://www.eicc2012.eu NORD Temporali sparsi su Lombardia, Piemonte e Liguria, poco nuvoloso altrove. CENTRO nuvolosità sparsa su Sardegna e zone tirreniche; sereno sulle altre regioni. SUD Sereno con qualche temporaneo addensamento. Domani NORD Locali piogge su Piemonte e Liguria, poco o parzialmente nuvoloso altrove. CENTRO Giornata soleggiata su tutte le regioni con locali annuvolamenti sui rilievi. SUD Sereno o poco nuvoloso su tutte le regioni. Dopodomani Oggi NORD Temporali sulle zone alpine nel corso della giornata; poco nuvoloso altrove. CENTRO Parzialmente nuvoloso, ma con graduale aumento della nuvolosità, locali piogge sui rilievi. SUD Sereno o poco nuvoloso con locali annuvolamenti. Foto Ansa lodovico.basalu@alice.it Jenson Button festeggia sul podio del Gp d'Australia 47 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
sciov un telegramma di auguri al Papa per il suo 80˚ compleanno. Il telegramma giunse a Roma il 25 ottobre e fu reso noto dall'Osservatore Romano. Ma, fatto ancora più rilevante, si avviarono anche trattative per un evento di grande impatto simbolico, che si sarebbe verificato il 7 marzo 1963 con l'udienza in Vaticano di Alexiej Adjubei, direttore delle Izvestia, accompagnato dalla moglie Rada, figlia di Krusciov. Poche settimane dopo, con la pubblicazione dell'enciclica Pacem in terris l'11 aprile, Papa Giovanni abrogava di fatto la scomunica del 1949 poiché, nel ribadire la condanna del marxismo, introduceva la distinzione fra «l'errore» e «l'errante» restituendo alla valutazione dei comportamenti politici e morali dei singoli, il giudizio della Chiesa sui comunisti. Tornando a De Luca, il 30 novembre del 1961 egli commentò il telegramma di Krusciov nei suoi diari: «É un immenso fatto (dal 1917, silenzio, odio), e sarà il seme della storia futura». Si riprometteva quindi di dar seguito alla sua azione e il 17 gennaio 1962, rispondendo agli auguri di Togliatti per l'anno nuovo, rievocava la cena che aveva originato il telegramma e scriveva: «Torno a ringraziarla di quella sera, di quello che si disse, di quello che ne seguì, torno a dirle che volentieri sempre parlo con lei e lei è per me tra quei pochi che, vivendo, della mia vita sono stati un po' la compagnia e un po' la fierezza». Come ha ricordato Marisa Rodano nelle sue memorie, stavano cercando di organizzare un'altra cena, che però non ebbe luogo per il precipitare della malattia e della morte di don De Luca. La lettera citata echeggia il carattere della loro amicizia con toni analoghi a quelli usati da Togliatti nel ricordo scritto poco dopo la sua morte («Lui sacerdote, io non credente», ripubblicato da l'Unità il 15 marzo scorso). Ma, per cogliere il senso più intimo del desiderio di riconoscimento reciproco che animò la loro relazione, vorrei ricordare il passo di un'altra lettera, la prima delle tre conservate fra le carte di Togliatti, che illumina il motivo centrale del suo successivo ricordo. Dopo anni d'interruzione dei contatti personali, il 20 febbraio 1960 Togliatti aveva inviato a De Luca una sentita lettera di condoglianze per la morte del fratello Luigi, che si occupava delle Edizioni di Storia e Letteratura. Rispondendo, il 4 marzo, don Giuseppe scriveva: «Dirle che ne ebbi conforto grande è un dirle cosa che a lei non farà meraviglia perché sa come le sono legato e come la sento legata a me in un sentimento umano e dell'umano che non domanda nulla per esistere e per valere, ma ha in sé la sua ragion d'essere ed è, se non beato, contento e rende contento (o mi sbaglio?)». Quel «sentimento umano e dell'umano» troverà una corrispondenza profonda nel ricordo di Togliatti: «La sua mente e la sua ricerca mi pare fossero volte, nel confronto con me, a scoprire qualcosa che fosse più profondo delle ideologie, più valido dei sistemi di dottrina, e in cui potessimo essere, anzi, già fossimo uniti (…). La sostanza della comune umanità». IL DISCORSO DI BERGAMO Si può fondatamente ritenere che l'amicizia e lo scambio spirituale con don De Luca abbiano contribuito a far maturare definitivamente in Togliatti la persuasione della irriducibilità e dell'autonomia del fatto religioso che furono al centro del suo discorso di Bergamo, «Il destino dell'uomo», tenuto non a caso nella città di Papa Giovanni il 20 marzo del 1963, tre settimane prima della Pacem in terris. Va sottolineato che quel discorso segnò il punto più alto della revisione togliattiana del comunismo in tema di dottrina della guerra e teoria delle relazioni internazionali. Forse la chiave di lettura più feconda per capire l'incidenza della relazione con don Giuseppe De Luca sul pensiero di Togliatti è quella suggerita dalla bellissima biografia del «prete romano» che dobbiamo a Luisa Mangoni, «In partibus infidelium». La cifra della straordinaria figura intellettuale del sacerdote lucano era nella visione culturale dei problemi politici, religiosi e umani del suo tempo. E questa sensibilità l'aveva portato a scrivere il 21 aprile del 1947, agli albori della guerra fredda: «Il comunismo è più che un partito, è una religione. Una religione non la si combatte né con l'irreligione né con la violenza, così anzi la si fa riardere più potentemente. Ma il comunismo è anche un partito e una politica (…). Bisogna scindere tra i due elementi: la forza religiosa dell'idea, la forza politica di chi quest'idea ha monopolizzato. Questa bisognerebbe isolare e battere, nell'interesse stesso delle idee eccellenti, anzi ammirabili, che bisogna riconoscere nella predicazione comunista». Forse questa percezione non fu estranea alla mente dello stesso Togliatti almeno negli ultimi anni della sua vita, segnati da un profondo travaglio per la crisi del comunismo sovietico. S iete venuti qui per fare delteatro, ma ora dovete dirci:a che cosa serve?» Questeparole di Brecht tratte dal Discorso agli attori operai danesi sono la molla originaria da cui nasce a Milano - su progetto di Alberica Archinto e di Rossella Tansini con il sostegno della Fondazione Cariplo e con il contributo, fra gli altri, di Teatro Alkaest, del sito myword.it «Stanze», esperienze di teatro d'appartamento, in scena in quindici case della città fra marzo e aprile per poi continuare a ottobre e novembre. I gruppi coinvolti sono cinque: François Kahn, Riccardo Caporossi, Marcido Marcidoris e Famosa Mimosa, Federica Fracassi e il Teatro i, Lorenzo Loris e Mario Sala dell'Out off. L'idea di fare teatro nelle case che si trasformano per una sera in luoghi scenici, si differenzia da altre manifestazioni consimili perché parte da una richiesta per arrivare a un fine ben preciso. La richiesta è quella che le curatrici hanno fatto ai gruppi coinvolti di pensare a uno spettacolo nato per l'occasione in cui però dovranno rinunciare a qualche cosa: la costruzione e l'uso di oggetti ingombranti; la distanza rassicurante fra sé e il pubblico; il lavoro su spettacoli complessi in nome di una ritrovata semplicità. TRE REPLICHE Ogni spettacolo avrà 3 repliche che avverranno in case diverse, in zone diverse di Milano, e coinvolgeranno a seconda della dimensione della stanza prescelta, da trenta a cinquanta/sessanta spettatori alla volta. Ogni serata, che vedrà l'ospite nel ruolo per lui insolito di direttore di sala si chiuderà con una cena da lui preparata e offerta nel corso della quale gli spettatori potranno dialogare con gli attori senza alcuna formalità. Il fine di questa interessante proposta è quello di mettere gli artisti a diretto contatto con pubblici diversi avvicinando nuovi spettatori al teatro. L'ingresso è libero e avviene solo su prenotazione (per informazioni 331 4129098; Stanze@teatroalkaest.it). Si inizia lunedì 19, repliche 20 e 21 con Musica lontana che François Kahn ha tratto dal racconto di Joyce I morti. MARIA GRAZIA GREGORI Esperienze di teatro fatto a casa MILANO Blitz musicale del Valle Occupato Cinquantavioloncellistichesuonanopersalutareilpassaggiodeicorridoridellamaratona di Roma. A ideare un nuovo blitz nella capitale sono stati i lavoratori del Teatro Valle Occupato. Sotto uno striscione e guidati dal musicista Giovanni Sollima i violoncelli hanno riecheggiatonellapiazzasullenotedeiNirvana,di«BellaCiao»e«Hallelujah»diJeffBuckley. 35 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
Una lite in piena regola con tanto di minaccia di querela quella andata in onda ieri durante la trasmissione di Lucia Annunziata «In mezz'ora», ospite in studio Francesco Rutelli, un unico punto all'ordine del giorno: l'inchiesta dei soldi della Margherita finiti, secondo la magistratura, nelle casse personali dell'ex tesoriere Luigi Lusi. Argomento che brucia per l'ex vice-presidente del consiglio, tirato il ballo dall'ex amico-fidato, oggi descritto come una specie di dottor Jekyll e Mr. Hyde, per dei fondi che sarebbero finiti al Centro per il futuro sostenibile, la fondazione creata proprio da Rutelli. TONI ALTI Incalza con le domande Annunziata, insofferente il leader di Api. «Io lavoro gratis, io ci metto i soldi miei, faccio beneficenza, non ho preso un centesimo», ribatte prima di sbottare con un romanesco «mo' basta, parliamo di politica». No, si parla di quei soldi. «Cosa ci sarebbe di male nell'aver preso quei soldi....» insiste la giornalista Rai. «Ho parlato due ore l'altro giorno», la risposta. «Quella era una conferenza stampa, qui siamo in un altro posto». «Perché insiste? - e qui la pazienza di Rutelli è andata - È la terza volta che me lo chiede. Ma mi ascolta o segue la sua scaletta con le domande che aveva preparato? Ancora mi rompete le palle? Io i soldi non li ricevo, li do. Ho querelato Lusi, l'Espresso, vuole che querelo anche lei? Ho finanziato io, di tasca mia e ancora mi rompete le balle?». È a questo punto che anche la pazienza di Lucia Annunziata va in soffitta: «Anche io faccio un mestiere che ha una sua funzione pubblica, non mi tratti come una deficiente...». «Non mi permetterei mai...», abbozza Rutelli mentre Annunziata continua senza ascoltarlo: «Come deficiente già mi ci trattano tante persone, a cominciare da Sabina Guzzanti. Sono abituata». Pochi minuti e il video impazza sul web, diventa una delle prime notizie dei siti. Più tardi Rutelli posta sulla sua pagina Facebook: «È stata una bella battaglia con l'Annunziata, penso che sia stato utile incavolarsi difendendo le proprie ragioni e questo vale per tutti e due. Il pubblico ora ha certamente le idee più chiare». E quello che ancora ieri ha voluto sottolineare parlando dell'ex tesoriere è sostanzialmente questo: «Ci ha fregato. Siamo furenti perché la nostra buona fede è stata tradita. Si tratta - ha proseguito Rutelli - di una vicenda terribile perché noi avevamo fiducia piena in Lusi e lui ne ha approfittato per rubare. Ci fidavamo perché era uno scout, si presentava come un uomo austero e severo. Invece si è costruito una strategia formidabile. Lusi era un giudice onorario, riconosciuto dal Csm. È stato tesoriere dal 2001 al 2006, anni in cui sono arrivati più soldi alla Margherita, e neanche era parlamentare quando in genere i tesorieri si fanno dare l'immunità. Noi ci fidavamo e invece lui costruiva una strategia di ladrocinio. Ha fregato tutti noi con condotte di reato complesse e sempre più sofisticate». Per questo, aggiunge, lo ha querelato e «risponderà in tribunale dal punto di vista penale e civile perché ha diffamato tutte persone per bene. Non voglio più parlare di questa persona». E invece dovrà farlo ancora a lungo perché le ombre che Lusi ha fatto scendere sui fondi spariti dalla Margherita sono tutte lì. Rutelli dice che alla fine la verità verrà fuori, ragion per cui non pensa affatto di dimettersi. «Se avessi detto cose false sarei una persona disonesta, ma ho detto cose vere. Quanti dovrebbero dimettersi - rilancia - in un Paese dove tanti giornalisti scrivono fregnacce e poi passa tutto in cavalleria? In un momenti di antipolitica può funzionare, ma alla fine l'onestà vince e da questa storia dolorosissima usciremo a testa alta». Lite in tv sul caso Lusi Rutelli all'Annunziata «Mai preso un euro» M.ZE. «Fior di giuristi, l'Ocse e magistrati, compresi quelli del pool di Mani pulite che Di Pietro ben conosce, consigliano da anni di riscrivere il reato di concussione, reato che consente in molti casi al corruttore di restare sostanzialmente impunito». A metà di domenica pomeriggio, è il presidente del forum giustizia del Pd, Andrea Orlando, a cercare di mettere un punto alle polemiche che si inseguono sulle agenzie di stampa, con un Di Pietro scatenato contro quello che lui chiama «un mercanteggio» sulla corruzione. Mentre il Pdl punta a cancellare il reato di concussione, l'Idv infatti soffia sul fuoco puntando il dito anche contro il Pd ed evocando lo Lite in diretta tra Rutelli e Annunziata sul caso Lusi. L'ex sindaco: «Avete rotto le palle... ». La giornalista: «Non mi tratti come una deficiente. Lo fa già Sabina Guzzanti». Sull'ex tesoriere: «Ci ha fregato a tutti». p Il leader dell'Api sbotta: «Con questa storia mi avete rotto le palle» p Sull'ex tesoriere «Vicenda per noi terribile. Ha rubato e ci ha fregati» VIRGINIA LORI Politica e giustizia La minaccia ROMA Leggi ad personam, il Pd: la polemica Idv per fare propaganda ROMA Primo Piano «Ho querelato Lusi. Vuol farsi querelare anche lei?» 14 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
L 'ultima recita di IanThorpe è stata la più pe-nosa: ventunesimo inbatteria nei 100 stile li-bero ai campionati au-straliani. Niente Londra e addio, stavolta - si spera - definitivamente per l'uomo-squalo che imbiancava le piscine nei primi anni Duemila, il più forte di sempre prima dell'avvento di Michael Phelps. Non sarà della partita olimpica lo squalo divenuto tonno, troppi i 5 anni di inattività, troppo pochi i 5 mesi di allenamenti duri, anche per Thorpe che a novembre annunciò: «Torno, voglio andare a Londra». Ci andrà per altri motivi e prima o poi. Non come atleta, non ai Giochi. Un flop mostruoso il ritorno del ventinovenne australiano, 9 medaglie olimpiche e la fama mondiale dopo i Giochi di Sydney 2000: il tempo non aspetta mai nello sport, non è mai galantuomo. Meno ancora lo è nel nuoto, sport di prestazione e di fisico. In corsia sei solo col tuo corpo, e se il corpo non risponde è dura che la classe pura ti porti alle piastre prima degli altri. Venti in Australia sono più veloci di lui nei 100 stile libero. Quasi altrettanti nei 200. Non proverà sui 400, la sua gara, quella delle sue imprese più grandi. Può bastare così, niente più gare. «Continuerò a nuotare» dice, abbozzando persino un sorriso di circostanza. S'era fermato nel momento giusto nel 2006, appena 23enne, col collo pieno di medaglie, con la pancia piena e con l'aureola del fenomeno, del mito, cui aggiunse un tocco di inviolabilità il racconto del suo 11 settembre: era a Manhattan da turista quando i due aerei si schiantarono contro le Torri Gemelle. Ragazzo simpatico con due piedi infiniti, misura 53, fu persino studiato da un'università americana. Inventò il costume intero: il suo era verde. Ha cambiato il nuoto, poi il nuoto ha deciso di cambiarsi, niente più maxi-costumi, aiutavano troppo. La tentazione del ritorno però è stata lo stesso più forte. E orrendamente sbagliata. Il tempo non si ferma mai e nello sport corre veloce il doppio, il triplo. Difficile però accettarlo, soprattutto quando si è stati grandi, grandissimi. Anche Mark Spitz, a 41 anni, provò a qualificarsi per i Giochi di Barcellona, provando a far finta che 20 anni fossero uno scherzo e che il nuoto e il mondo fossero rimasti immobili a Monaco '72. Non funzionò, non poteva funzionare, perché nello sport e nell'essere umano tutto cambia. Andò meglio a Franziska Van Almsick, tornata più bella e non meno forte alla vigilia di Atene 2004. Il tempo l'aveva attesa e non l'aveva consumata. Numerosi i grandi ritorni nella boxe. Alì, Foreman, Tyson più volte, con risultati alterni. A una certa età si accorciano le gambe e la lingua si fa lunghissima. L'ultima immagine di sé è quella che resta. E l'ultima di Tyson fu deprimente, bocconi sul ring mentre lo sconosciuto McBride danzava, fresco come una rosa, al 6˚ round di un match senza titoli in palio. A qualcuno è andata diversamente: Edwin Moses s'improvvisò frenatore nel bob 3 anni dopo il ritiro ufficiale dall'atletica: fece benino. Lance Armstrong ci mise 3 anni prima di dire «torno», lo fece nel 2009 e dopo un Giro da turista fu 3˚ in uno dei Tour de France tra i più belli della storia, dietro Contador e Andy Schleck. Il tempo non l'aveva troppo arrugginito. A momenti potrebbe tornare in bicicletta Mario Cipollini, a 45 anni. Già 4 anni fa fu sul punto di rientrare, stavolta l'idea sembra più solida, più folle ma più redditizia: deve pubblicizzare le bici che produce. Fu splendido il ritorno di Michael Jordan nel '95, 17 mesi dopo il primo ritiro e qualche disastrosa apparizione da battitore in un club di baseball della Minor League. Mollò ancora il basket nel '98, prima dell'ultimo ritorno, nel 2001, a Washington e a distanza siderale dai suoi livelli. Ci mise 10 anni Bjorn Borg prima di tornare in campo, ma nel '91 erano cambiate persino le racchette, e il suo tennis stellare era già roba da nostalgici. Statisticamente per una donna il ritorno è più semplice. Più brave di Borg infatti furono Martina Navratilova, Jennifer Capriati, Monica Seles e Martina Hingis, tutte capaci di vincere un grande torneo dopo il primo ritiro. Tirarsi fuori prima di far ridere, questa è la virtù dei grandi. L'orologio, il cronometro, l'avversario o la strada prima o poi hanno ragione. Meglio fare come Platini, Hinault o Indurain: giocare d'anticipo, non pentirsi ma farsi rimpiangere, chiudersi la porta alle spalle e non farsela sbattere dietro. COSIMO CITO citocosimo@hotmail.com Lo squalo è diventato un tonno T Quando ritornare è impossibile L'australiano va piano: fuori dalle Olimpiadi. Non è il primo caso... horpe IAN Sport L'australiano Ian Thorpe, detto “lo squalo”, uno dei più grandi nuotatori di sempre con Mark Spitz e Michael Phelps Varie46 LUNEDÌ19 MARZO2012
È ancora infuocato il percor-so di conversione in leggedel decreto su Roma Capi-tale: il Ministero dei Benie delle attività culturali (Mibac) negli ultimi giorni ha deciso, finalmente e tardivamente, di prendere posizione contro gli evidenti profili incostituzionali riguardo il patrimonio capitolino. Questa settimana il provvedimento completerà il suo iter in commissione bicamerale per poi approdare in aula, ma l'esito non è affatto scontato. Al centro dello scontro ci sono ora i beni culturali della Capitale: il decreto nella sua versione iniziale assegnava al Comune di Roma funzioni di tutela e valorizzazione, sottraendole al Mibac. Nel primo caso il provvedimento era patentemente anticostituzionale, essendo la tutela assegnata allo Stato dall'articolo 117 della Carta, cosa ribadita nel Codice dei beni culturali del 2004. Per la valorizzazione invece la decisione è assai discutibile: le amministrazioni locali infatti ben di rado hanno svolto appropriatamente questi compiti. A conferma, basterà rammentare alcune luminose iniziative proprio del Comune di Roma: aprile 2009, proiezioni di immagini sulla parete del Foro Traiano per il Natale di Roma, con il filmato della dichiarazione d'entrata in guerra dell'Italia fascista a fianco di Hitler che Benito Mussolini fece il 10 giugno del 1940; dicembre 2010, l'Ara Pacis diventa un autosalone, con il sovrintendente comunale Broccoli che autorizza la presentazione di due city car; ottobre 2011, esibizione di carri armati e blindati al Circo Massimo. E dopo le adunate di forconi e tassisti al Circo Massimo del gennaio 2012, è della settimana scorsa l'ultima proposta: dotare di un patentino comunale i centurioni che affollano i siti di interesse artistico chiedendo soldi ai turisti per farsi fotografare insieme a loro. In una riunione congiunta con i rappresentanti della commissione bicamerale, il ministro Lorenzo Ornaghi e il sottosegretario Roberto Cecchi hanno chiesto di modificare il testo della legge, limitandone gli aspetti incostituzionali sulla tutela e ridimensionando le funzioni di valorizzazione. Un intervento atteso e dovuto, senz'altro positivo nei suoi esiti, anche se permane qualche incongruità. Viene istituita una Conferenza delle sovrintendenze, tra cui quella speciale del Comune di Roma che, si legge all'articolo 4, «può essere chiamata a pronunciarsi in merito al rilascio dei titoli autorizzatori», mentre all'articolo 7 si specifica che Roma Capitale concorre «alla definizione di indirizzi e criteri riguardanti le attività di tutela, pianificazione, recupero, riqualificazione e valorizzazione del paesaggio». Malgrado la vaghezza degli enunciati, la tutela – e le autorizzazioni fanno parte della tutela – è di stretta competenza dello Stato. E questi cedimenti, che sembrano un contentino per l'amministrazione capitolina, comporteranno un appesantimento burocratico nella funzione di tutela. La Conferenza delle soprintendenze – in realtà una conferenza di servizi si riunisce da oltre vent'anni – nasce infatti con una forte vocazione a diventare un luogo di scambi opachi o una trincea dei veti incrociati, insomma un organismo barocco ma non funzionale. Il testo così modificato oggi sarà nuovamente in discussione alla commissione bicamerale e, nonostante contenga in altre sue parti indubitabili vantaggi per la Capitale – come l'ingresso al Cipe –, dal Comune di Roma si potrebbero alzare le barricate proprio sulle modifiche in materia dei beni culturali. In questo caso i rappresentanti del Pd, tra cui Marco Causi, correlatore della conversione in legge, e di Api, Idv e forse Lega, potrebbero optare per un doppio testo da votare a maggioranza. LUCA DEL FRA Foto Ansa Roma Capitale, è braccio di ferro sui Beni culturali Il ministro Ornaghi ha chiesto di correggere il decreto che assegnava al Comune maggiori competenze: «La tutela spetta allo Stato». Oggi la discussione in Parlamento Il caso ROMA spettro delle leggi “ad personam” sulle norme anti-corruzione, nonostante i Democratici puntino in ogni modo a sminare il terreno, chiarendo la direzione verso cui guidare la riscrittura delle norme su quel reato che oggi risulta così difficilmente individuabile e punibile. Proprio per questo, il Pd aveva presentato sia al Senato che alla Camera una norma per cancellarlo e far ricadere i casi da esso attualmente coperti in parte nella estorsione, in parte nella corruzione. E un emendamento in tal senso era stato presentato anche dall'Italia dei Valori, ricorda Orlando, e allora «l'Idv al Senato votò a favore», mentre oggi Di Pietro grida all'«inciucio», ma «da ciò si comprende ampiamente la natura propagandistica delle sue affermazioni». La presidente dei Senatori Pd, Annna Finocchiaro, intanto ha già annunciato che i democratici ritireranno il loro emendamento e si rimetteranno alla proposta del governo. «Comunque la voteremo assicura Finocchiaro - sia con la norma che riformula la concussione, sia senza di essa». Ma nuove polemiche vengono già messe in conto in Parlmento, quando il ministro Severino presenterà la proposta. Su un altro versante, nel frattempo, Gianfranco Fini si è già assunto l'impegno a raccogliere le firme «perché un politico non sia candidabile» dopo una condanna in primo grado. E mentre le notizie di indagini giudiziarie continuano ad affollare le cronache, Di Pietro punta il dito sulla Lombardia e chiede le dimissioni di Formigoni: «Non faccia il finto tonto» e per il caso Boni si dimetta. Francesco Rutelli alla trasmissione di Lucia Annunziata Sedici candidati per Lucca Numero record di candidati a sindaco, per le amministrative 2012 a Lucca. Il 6 e 7 maggio,salvo ripensamentioprobleminellaraccoltafirmeperlapresentazionedelle liste(verifica prevista per il 3 aprile), i lucchesi dovranno scegliere tra 16 aspiranti alla poltrona di primo cittadino. Fra gli 80mila abitanti, 750 sono finiti nelle liste, alla ricerca di voti da consigliere. 15 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
ammortizzatori sociali... L'ostacolo fondamentale per l'accordo risiede comunque nel merito che, fermo restando il bisogno di avere un quadro più compiuto delle scelte del governo sui singoli punti dell'agenda, ancora vaghi su più di un aspetto, si può riassumere così: poco rispetto all'ambizione di ridisegnare una profonda riforma degli ammortizzatori sociali di tipo europeo, soprattutto per l'assenza di risorse come era stato abbondantemente detto; poco nella riduzione della precarietà rispetto al bisogno di semplificare realmente le oltre 40 tipologie contrattuali esistenti; tanto, tantissimo, nella riduzione delle tutele contro i licenziamenti ingiustificati e nello stravolgimento dell'articolo 18. L'asimmetria è troppo evidente anche nell'ottica riformista di valorizzare ogni progresso portato nelle condizioni di precari e lavoratori oggi privi di ogni tutela, e di ragionare sulle cose che vanno aggiustate sui licenziamenti, tanto più che si fa riferimento a un modello tedesco citato da aziende e governo in modo del tutto parziale e di comodo. In questo modo la «riformetta», come è stata chiamata dall'insospettabile Corriere della sera, diventa una vera e propria controriforma in tema di licenziamenti, nel momento in cui l'innalzamento dell'età di pensione apre problemi inediti a lavoratori e aziende. C'è poi un elemento che il governo dovrebbe valutare con attenzione. Una riforma non condivisa potrà forse far gioire qualche giornale anche internazionale, ma porta inevitabilmente a conseguenze più delicate. Innanzitutto una rottura sociale che non sarà occasionale, che avrà conseguenze per le aziende, e che riguarderà sia i profili giudiziari sia nel tempo quelli contrattuali. In secondo luogo si aprirà un inevitabile contenzioso sulle forme della traduzione legislativa delle scelte del governo. Come si può giusticare un decreto legge su materie che non hanno urgenza di tempi o di provvedimenti? Ma anche la scelta della delega senza un accordo si presta a tante obiezioni di metodo e opportunità. Infine finirà la luna di miele col governo nel nome dell'emergenza e della responsabilità se la lesione ai diritti dovesse essere confermata. Nei giorni scorsi contro l'intervento del governo spagnolo in tema di licenziamenti si sono mobilitati tutti i sindacati spagnoli fino alla proclamazione dello sciopero generale. E lì governa il centrodestra che ha vinto le elezioni. In Francia dentro una campagna per le elezioni presidenziali ispirata a molta concretezza di proposte e programmi un punto chiave oppone i due candidati: per Sarkozy bisogna governare senza il coinvolgimento delle parti sociali nel nome di un'idea di democrazia referendaria e diretta; per Hollande al contrario si deve continuare a coinvolgere l'insieme dei corpi intermedi nel nome di una democrazia sociale. La scelta che Monti farà, lo si voglia o no, finirà per avere anche un significato politico. Foto Ansa Fmi: «La ripresa sarà una maratona non uno sprint» Staino Oggi nuovo incontro tra le parti L'ingresso del ministero del Lavoro Lo strappo: togliere il reintegro per gli ingiusti licenziamenti disciplinari tradendo il modello tedesco «L'economia mondiale ha fatto un passo indietro dal baratro e questoinduce a essere un po' più ottimisti. Ma l'ottimismo non deve darci un senso di conforto e, di certo, non dobbiamo cullarci in un falso senso di sicurezza». La ripresa economica globale sarà «una maratona, non uno sprint». Lo ha detto il direttore generale del Fondo monetario internazionaleChristine Lagarde. I Paesi sviluppati, ha aggiunto il numero uno dell'Fmi, devono rafforzare il proprio sistema finanziario e affrontare il debito elevato, mentre i Paesi in via di sviluppo devono migliorarelepropriedifesecontroscossoni che vengono dall'esterno. I leader europei, ha aggiunto Lagarde, devono essere vigili sul tema del debito e concentrarsi su «una costante e rigorosa applicazione» delle misurefinanziarie,econtrollareconattenzione la situazione economica della Grecia. IL CASO Debito: 32.300 euro a testa L'attuale livello di debito pubblico (1.935,829 miliardi di euro) pesa sulle spalle di ciascuno dei 60 milioni di italiani per 32.300 euro. Lo hanno calcolato Abusdef e Federconsumatori,secondo le quali, in un anno, dal febbraio2011 al gennaio 2012 il debito è passato da 1.875,917 a 1.935,829, con un aumento di 59,912 miliardi: più 998 euro per ogni italiano. 3 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
Maramotti O re difficili per il sindaca-to dentro una trattativache ricorda il saliscendidelle «montagne russe» al luna park, per usare un'immagine di Susanna Camusso. Sono in gioco le sorti dei precari ma anche di quelli che rischiano di diventare precari. E allora è bene ricordare il tempo in cui non c'era lo Statuto dei lavoratori. Questo giornale l'undici maggio del 2000 aveva raccolto (era la vigilia di un referendum abrogativo sull'articolo 18 che non ebbe successo) le testimonianze di alcuni protagonisti. Così Giovanni De Stefanis (Cgil Torino) rievocava gli anni 50, quando la Fiat, dopo aver attuato i campi confino per i comunisti tipo Emilio Pugno, cominciava a licenziare operai «perché sorpresi ad oziare», oppure per «lavori non bene eseguiti». Motivazioni che oggi magari qualcuno potrebbe far passare per «economiche». Nel 1969 poi, alla Fiat, c'era stato il primo «reintegro di massa». Aveva riguardato tanti attivisti sindacali licenziati prima della firma del nuovo contratto di lavoro. Altri licenziati li aveva rievocati Fioravanti Stell, operaio della Borletti, antica fabbrica milanese. Qui c'era stata una lunga lotta seguita da un accordo. Subito dopo erano scattati i licenziamenti, senza motivazione, per un gruppetto di sei-sette ragazzi dai 16 ai 17 anni che si erano distinti nelle battaglia sindacale. Un altro operaio, Sergio Dellera raccontava altre storie di licenziamenti alla Moto Parilla e alla Om-Fiat. Il rischio, dicevano i miei interlocutori, se venisse intaccato l'articolo 18, è quello di un «contagio», di un assalto a tutti i diritti. Un timore presente anche oggi. Anche perché in queste ore è in campo una possibilità relativa ai cosiddetti licenziamenti per «motivi economici». Non riferiti a ristrutturazioni o fatti del genere. Ha scritto lucidamente Govanni Principe sul Blog Molise 11: «Forse si dovrebbe chiamare le cose con il loro nome. Penso che si possano riassumere in una locuzione, molto usata ed abusata: scarso rendimento. Qui sta il nodo della vicenda». È un termine, lo scarso rendimento, che si presta a molte interpretazioni. Un conto è «una condotta volutamente negligente» o «una opposizione deliberata e ingiustificata al potere dispositivo (organizzativo) dell'imprenditore». Un conto, invece, se lo scarso rendimento «deriva da motivi oggettivi o trova comunque una giustificazione che non configura alcuna violazione disciplinare». Principe cita i problemi di salute, le condizioni psico-fisiche... Ecco bisognerebbe evitare l'equazione: sei malato, rendi poco, sei licenziato. Non bisognerebbe ascoltare gli ammonimenti dell'ex ministro Sacconi o di Ludovico Festa riassunti in un titolo su «Il Giornale»: «L'errore del prof: non strappare con la Cgil». ugolini.blogspot.com L 'appello di alcuni tra i più au-torevoli giuristi del lavoroper una buona modificadell'art. 18, pubblicato dall'Unità, è ampiamente condivisibile, in particolare quando spiega l'importanza fondamentale della reintegrazione in caso di licenziamento illegittimo. Esso però merita una riflessione critica animata da intento costruttivo, nella parte in cui propone, per i licenziamenti motivati da ragioni economiche e organizzative, che il giudice possa scegliere, in caso di ritenuta illegittimità, fra la reintegrazione e un'indennità economica, sentito il parere dei sindacati. L'appello non spiega in base a quali criteri il giudice debba motivare, come vuole l'art. 111 della Costituzione, la sua scelta fra le due sanzioni. Va escluso ovviamente che egli debba uniformarsi al parere espresso dalle organizzazioni sindacali, perché ciò comporterebbe una lesione dell'autonomia della magistratura. Deve escludersi del pari che al giudice possa essere riconosciuta un'assoluta discrezionalità che introdurrebbe, oltre tutto, elementi di grave incertezza e rischi di disparità di trattamento. A mio avviso non v'è ragione di cambiare il sistema attuale, in cui la valutazione del giudice è ancorata a criteri oggettivi: la soppressione del posto, l'impossibilità di impiegare il lavoratore licenziato in altra collocazione. L'unico elemento di incertezza è dato dall'affermazione, in alcune sentenze, che le decisioni di ridimensionamento e conseguente riduzione della forza lavoro non debba essere dettata da finalità di mero accrescimento del profitto, in assenza di serie difficoltà economiche. Questo orientamento è discutibile, sul piano giuridico, con riferimento al principio di libertà di iniziativa economica sancito dalla Costituzione ma il punto può essere eventualmente superato mediante una norma interpretativa, che chiarisca l'applicabilità, in materia di licenziamenti per ragioni organizzative di una recente norma – l'art. 30 della legge n. 183/2010 – secondo cui «in tutti i casi nei quali le disposizioni di legge contengano clausole generali, il controllo giudiziale è limitato esclusivamente, in conformità ai principi generali dell'ordinamento, all'accertamento del presupposto di legittimità e non può essere esteso a sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro». Quanto agli inconvenienti causati dalla lentezza della giustizia del lavoro, cui si fa riferimento nell'appello, essi vanno certamente eliminati, perché chi ne soffre non è soltanto l'imprenditore (che peraltro spesso è autore di tattiche difensive dilatorie) ma anche e soprattutto il lavoratore rimasto disoccupato. Sarebbe sufficiente applicare la vigente legge sul processo del lavoro, un modello di modernità, per contenere i tempi del giudizio entro limiti accettabili. In alcuni centri, come Torino, una causa di lavoro dura tra primo grado e appello, un anno o poco più. Basta estendere, con adeguate misure organizzative lo standard torinese a tutti gli uffici giudiziari per alleggerire gli importi delle condanne al risarcimento del danno, commisurato al periodo fra il licenziamento e la reintegrazione. Dispiace che il presidente del consiglio Monti, quando affronta i temi della giustizia, si limiti a parlare del futuro tribunale delle imprese e non citi mai la giustizia del lavoro la cui efficienza interessa non solo i lavoratori ma anche gli imprenditori che operano correttamente, spesso esposti alla concorrenza sleale di chi si sottrae ai costi derivanti dall'applicazione delle leggi sul lavoro. ATIPICI A CHI? La tiratura del 18 marzo 2012 è stata di 106.666 SEI MALATO? TI LICENZIO PER MOTIVI «ECONOMICI» CARI GIURISTI, BENE LA VOSTRA PROPOSTA MA... Bruno Ugolini GIORNALISTA MODIFICA ARTICOLO 18 Domenico d'Amati AVVOCATO DEL LAVORO 25 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
Intervista a Marco Follini «La strada di Hollande non è quella del Pd» Il senatore democratico critica l'iniziativa di Parigi: «Non siamo la sezione italiana del Pse. Non condivido l'attacco al Fiscal compact, firmato da Monti» S.C. A venue Hollande non è la stra-da del Pd». Marco Follini ètra i firmatari di un docu-mento critico nei confronti del sostegno del Pd al candidato socialista per le presidenziali francesi. E anche la cosiddetta dichiarazione di Parigi sottoscritta da Bersani insieme allo sfidante di Sarkozy e al segretario della Spd Gabriel convince poco il senatore Pd: «Il nostro partito non è e non può diventare la sezione italiana del Pse. È nato ed è stato costruito su presupposti diversi. Ed è utile che quei presupposti restino punti fermi». Non li si mette in discussionese si partecipa a una manifestazione e si sostiene un candidato che propone la rinegoziazione del patto di stabilità, non crede? «Il Fiscal compact non sarà l'undicesimo comandamento, ma quel trattato porta la firma del presidente del Consiglio Monti e condiziona l'agenda del governo che noi sosteniamo in Parlamento con il nostro voto. Fare di quel trattato il bersaglio di una manifestazione non mi sembra una grande trovata». A Parigi però è stato chiarito che il punto non è cancellare il trattato ma integrarlo con misure per la crescita. «Questo tema c'è ed è bene che ci sia. In tanti siamo consapevoli che un'Europa votata solo al rigore e alla disciplina di bilancio ha respiro corto e che gettare le basi di un processo di crescita dell'economia è una priorità. Ma ci sono tanti modi di corrispondere a quella priorità». E quanto detto a Parigi da Bersani, Hollande e gli altri non va bene? «Non demonizzo le cose dette a Parigi. Penso però che l'orizzonte del Pd sia più largo. Chiudersi nella trincea del socialismo europeo è un errore strategico. È in crisi sia il modello liberista che un'alternativa socialista ritagliata all'interno di quella dialettica. Siamo dentro un passaggio cruciale, e occorre starci con idee innovative. Se la sfida è sulla novità ci siamo. Se è su vecchie appartenenze, la mia idea è e resterà diversa». Cioè che si debba sostenere Bayrou, quando i sondaggidicono che lapartita si gioca tra Hollande e Sarkozy? «Io diffido sempre di scelte istruite all'interno dei sondaggi. Le campagne elettorali sono importanti perché aprono a scenari nuovi. Hollande, a leggere il suo programma, si è caratterizzato come il candidato di una sinistra che tassa di più e spende di più. E non può essere questo il riferimento programmatico di un partito come il Pd. Detto questo, la scelta è dei francesi. Capisco che la campagna si sta internazionalizzando, ma non credo che l'Italia possa essere il luogo in cui Ppe a destra e Pse a sinistra si propongono come stelle polari di un bipolarismo che si sta spegnendo anche nelle nostre contrade». Lo dirà perché c'è un esecutivo sostenuto da forze storicamente alternative, ma Bersani sostiene che si tratta di un governo di emergenza e che poi si tornerà al confronto politico. «Non si può chiudere questo governo dentro una parentesi. Tutti diciamo che dopo Monti nulla sarà più come prima. Vuol dire che abbiamo fatto punto e a capo rispetto alle strategie dei mesi passati». Cioè dice che nel 2013 non ci sarà uno schieramento di centrosinistra contro uno di centrodestra? «Sono cartelli elettorali che abbiamo ampiamente superato, noi e gli altri. La crisi di rapporto tra Pdl e Lega è profonda. E noi non possiamo certo immaginare, dopo Monti, di allearci con le forze che hanno fatto opposizione al governo che noi abbiamo sostenuto». Se in Francia vincessero i socialisti e in Germania si archiviasse definitivamente l'ipotesi della Grosse Koalition, sarebbe complicato fare in Italia un nuovo governo di larghe intese, non crede? «Ogni paese dà sue risposte alla sua storia e alle sue difficoltà. Trarre la nostra politica meccanicamente dai modelli degli altri paesi è un'operazione troppo schematica. E poi ricordiamoci, in Francia c'è una tradizione repubblicana che impone di mettere al bando le forze più estremiste e in Germania, guarda caso, i socialdemocratici ad un certo punto hanno preferito governare con la Cdu piuttosto che allearsi con la sinistra. Non lo dico per segnalare modelli da imitare, ma per provare che ogni paese ha diritto a interpretare a modo suo la storia che sta vivendo». Francesco Cundari A differenza non solo dell'Unità, ma anche di Corriere della Sera, Stampa, Messaggero, Giornale e Libero, sulle pagine di Repubblica la manifestazione di Parigi non ha trovato ieri alcuno spazio. La ragione di una simile scelta editoriale meriterebbe di essere discussa. Il lancio del primo manifesto programmatico comune delle maggiori forze progressiste europee, nel pieno della decisiva campagna per le presidenziali francesi, non può infatti non apparire a tutti una notizia. E scarteremmo anche l'ipotesi che il motivo dell'oscuramento stia in una pregiudiziale avversione di Repubblica per François Hollande o per Sigmar Gabriel. Non resta dunque che una spiegazione di carattere più generale. Il fatto è che da tempo sui giornali, anche quelli di area progressista, si insiste molto sul tema dell'inadeguatezza dei partiti, sempre più spesso chiamati in causa come tali, senza distinzioni. Sono lontani, purtroppo, i tempi in cui a sinistra s'inorridiva al solo sentir pronunciare frasi come «rossi o bianchi sono tutti uguali...». Bei tempi in cui a simili luoghi comuni si replicava con le parole di Nanni Moretti: «Ma dove siamo, in un film di Alberto Sordi?». Il trionfo politico e antropologico dell'italiano-tipo interpretato da Sordi è stato in questi anni assoluto e definitivo, anche nella cultura di sinistra. Toni e argomenti di questo nuovo “qualunquismo progressista” sono diventati così il cavallo di battaglia di chi sostiene la necessità di un perpetuo commissariamento della politica, in nome del «vincolo esterno» rappresentato dall'Europa. Ma la tesi di un'anomalia della politica italiana nel Vecchio Continente mal si concilia con l'immagine di Parigi, dove il segretario del Pd è protagonista alla pari con gli altri leader europei di uno sforzo comune per cambiare le politiche dell'Unione. Il cortocircuito con certe campagne di stampa è quindi duplice. Perché quell'immagine smentisce non solo l'idea che solo un governo tecnico sarebbe capace di confrontarsi con i duri vincoli europei. Ma smentisce anche e forse soprattutto l'idea che quei vincoli non possano essere cambiati. IL CORTOCIRCUITO DI REPUBBLICA ROMA PARIGI IL CORSIVO 9 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
N on poteva manca-re il brindisi. A Bo-logna il comitatopride che organiz-zerà in giugno laparata nazionale dell'orgoglio gay ha festeggiato sabato mattina in piazza Nettuno la sentenza della cassazione che ha riconosciuto alle coppie dello stesso sesso il diritto a una vita familiare invitando il legislatore a fornire tutela giuridica. C'erano Agedo, Arcigay, Arcilesbica, insieme a famiglie arcobaleno e agli esponenti di spicco della vita bolognese, cui si è aggiunto il sindaco Merola, come ha scritto su twitter Sergio Lo Giudice, capogruppo Pd a Palazzo D'accursio. Da oggi, bicchierate a parte, iniziano i grandi lavori. Comincia con Anna Finocchiaro, capogruppo Pd al Senato, la serie di incontri che Paolo Patanè, presidente Arcigay, avvia proprio a seguito della sentenza. Il confronto avverrà a Catania dove si trovano oggi entrambi per impegni già presi. «Ci rivolgeremo direttamente a chi ha responsabilità istituzionali perché ci dia risposte chiare e nette», dichiara Patané. In parallelo le proposte di legge: Paola Concia domani in Commissione Giustizia chiederà che si inizi la discussione sulle proposte relative a matrimonio, unioni civili e civil partnership perché «il parlamento non può continuare a far finta di niente». Mentre Grillini, responsabile diritti civili dell'Idv, annuncia che il partito chiederà di mettere all'ordine del giorno alla Camera la discussione sui Pacs. Sotto la spinta delle sentenze, si registrano intanto alcune aperture sul fronte del centro destra, mentre si confermano le posizioni favorevoli di Della Vedova e di Fini che accenna: «L'Italia del futuro è quella che sa garantire i diritti civili delle persone, senza più discriminazioni». Restano inamovibili Giovanardi, Gasparri, la Lega con Molteni, Buttiglione. Ma Casini, per la prima volta, dichiara che l'asse ereditario tra persone conviventi e il diritto all'affettività degli omosessuali vanno assolutamente garantiti. Saluta la novità con grande favore Aurelio Mancuso, presidente di Equality, «non può sfuggire che dopo anni di indisponibilità ad avviare qualsiasi confronto, questa dichiarazione abbatte il muro eretto dalla formazione cattolica più avversa rispetto al riconoscimento giuridico delle coppie gay». Così Sandro Bondi, coordinatore Pdl, nonostante le recenti dichiarazioni di Alfano, si allinea sulle posizioni di Monsignor Bettazzi. Il vescovo emerito di Ivrea, infatti, aveva dichiarato, «credo sia giusto riconoscere la possibilità di dare dei diritti a due persone che stanno insieme, ma non credo che questo si possa chiamare matrimonio». GIURISTI CATTOLICI PERPLESSI E mentre l'Osservatore romano all'indomani della sentenza sceglie di non fare un editoriale, ma un articolo di cronaca riportando le perplessità dei giuristi cattolici, giunge un suggerimento dal teologo perugino Don Santantoni. Al religioso, che tiene conto delle ferite di molti omosessuali credenti, «duole il cuore quando vede fratelli uscir di chiesa per non tornarci mai più». Così indica la benedizione come terza via tra il «non possumus» della Chiesa, che «non potrà mai vedere nelle nozze gay un vero matrimonio cristiano», ed il fatto che la Chiesa stessa «condanni e si adoperi affinché quelle nozze vengano negate e proibite, anche per chi cristiano non è». «Una benedizione all'amore non si dovrebbe negare a nessuno che solo lo desideri», conclude. Si tratta di una posizione armonica con i timidissimi spiragli in atto: le pastorali che vedono impegnati alcuni vescovi e alcune parrocchie nell'accoglienza dei gruppi omosessuali e delle loro attività, decisi a vivere la Chiesa come una casa che non rifiuta. Gay News delia.vaccarello@tiscali.it Il blog GAY E VITA FAMILIARE: E ORA LE LEGGI Il quotidiano online sull'omosessualità Delia Vaccarello GIORNALISTA E SCRITTRICE Imedia sono chiamati ainterrogarsi sul modo in cuiraccontano l'omosessualità el'amore tra le persone dello stesso sesso. L'incontro dal tema «Per gli omosessuali la privacy è un diritto o un obbligo?» si tiene oggi a Roma alle 15.30, presso l'Hotel Nazionale a Piazza Montecitorio. L'iniziativa nasce dalle posizioni assunte in occasione della scomparsa di Lucio Dalla e viene organizzata da Anna Paola Concia, deputata Pd insieme ad Aurelio Mancuso presidente di Equality Italia. A intervenire su omosessualità, riservatezza, diritto alla privacy e diritto di cronaca, saranno figure di spicco del giornalismo italiano: direttori di testate e penne sensibili. «Abbiamo deciso di organizzare questo incontro perché la scomparsa di un artista amato come Lucio Dalla ha colpito e coinvolto l'opinione pubblica italiana innescando una viva polemica sul velo che ha coperto la sua omosessualità, prima e dopo la sua morte», dichiarano Concia e Mancuso. Anche il mondo della comunicazione si è diviso. Da una parte si è evocato il diritto alla privacy, dall'altra si è sottolineata l'ipocrisia del «non dirlo». In mezzo ci sono le persone gay, lesbiche e transessuali, che vedono la propria vita e la propria felicità fortemente condizionate dalle reazioni della società al loro dichiararsi. Carta stampata e tv, con dovute eccezioni, tendono a urlare la omosessualità e a non descriverla, a trattarla solo quando le notizie arrivano in prima pagina, per poi tacere, rafforzando il silenzio che collude con l'invisibilità tanto dannosi per le persone omosessuali e trans. IL MODELLO «GIUSTO» Nel caso di Dalla, anche il silenzio dell'artista su di sé, è stato interpretato con forzature, come un «modello giusto» da opporre alle ostentazioni, e dunque è stato usato per svalutare il valore del coming out. È necessario allora aprire un confronto: la riservatezza secondo i media è un obbligo o una scelta per gli omosessuali? E troppo spesso non è un suggerimento per non provocare i «benpensanti»? I vostri commenti gli articoli, le risposte Un brindisi per la sentenza della Cassazione e subito partono iniziative e le varie proposte per portare alla Camera la discussione sui Pacs Wedding Cake Due spose per decorazione della torta nuziale www.gaynews.it LIBERI TUTTI La privacy: un diritto o un obbligo? http://liberitutti.blog.unita.it 39 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
CATANIA GIANNI PAVESE L a partita che dovevaconsolidare l'ambizio-ne europea della Lazio,scopre invece i sognitransnazionali del Ca-tania. Montella - va detto subito - ha fatto un miracolo. La sua squadra è organizzata, difficile da stanare, brava a manovrare in velocità, a prendersi le occasioni quando passano, a difendersi quando serve. Il sesto posto è costruito su certezze ormai solide da un tecnico che è l'ultimo arrivato nella Serie A, ma sta scalando in fretta le posizioni. «Adesso dobbiamo essere bravi a trovare nuovi obiettivi sia a livello individuale che di squadra». Questo ha detto Montella dopo aver battuto la Lazio: ha rilanciato. Non è finita qui per il Catania. I biancocelesti invece sono in un periodo di appannamento e pagano anche l'indubbio logorio degli uomini migliori, che hanno nelle gambe ormai molti metch in questa lunga stagione. Klose e Hernanes su tutti. Il tedesco ha la palla per invertire l'andazzo del match, al 13' del secondo tempo. È solo, su un fuorigioco mal gestito dalla difesa siciliana: il suo controllo palla è macchinoso, Legrottaglie torna su di lui e salva. Fa di più: pochi minuti dopo è nell'area di rigore dall'altra parte del campo. Lodi batte il corner da sinistra, e lo batte bene, con il suo bel mancino. Diaz salta fuori tempo, Biava e Klose perdono la lotta fisica contro il difensore del Catania e così Legrottaglie riesce a colpire di destro, in controbalzo, da cos' vicino che Marchetti non può intervenire. La partita è tutta qui. Da una parte l'errore, dall'altra il gol. Reja in partenza aveva preferito Scaloni a Konko, con Candreva alto a sinistra e i rientranti Radu e Brocchi gettati subito nella mischia. Il turn over è un po' forzato, da mesi, e adesso sembra arrivato anche il conto. Comunque, in campo al solito la Lazio non soccombe. Nella prima mezz'ora le occasioni sono poche ed eque: Gomez spunta sul secondo palo a raccogliere un cross lungo, ma il suo colpo di testa da 2 metri è incredibilmente a lato. La Lazio va vicina al gol al 26', quando Ledesma sventaglia in profondità per Mauri: mancino all'ingresso in area di poco fuori. Il Catania cresce dentro la partita e spreca con Bergessio e Almiron, entrambi esitanti sul più bello. La ripresa, come detto, gira intorno ai due episodi, dove il difensore è più bravo del centravanti: succede. Reja mette in campo tutto quello che trova in panchina, ma è poco e fuori stagione. Servirà pazienza per recuperare qualche punto, in questo finale di stagione che può dire ancora tutto. Il primo a essere saldo dovrà essere il tecnico, che invece ieri si è fatto espellere. Dopo il derby, sbaglio una frase, quando disse che guardava davanti, MIlan e Juventus: il terzo posto sarebbe un miracolo, lo tenga stretto. Il Catania invece è una bella realtà, che parla una lingua nuova: ora tifa Napoli in Coppa Italia, che con la finale si prenderebbe un posto in Europa, togliendo di mezzo il Siena: il sesto posto varrebbe così l'Europa. Il Catania davanti all'Inter, chi l'avrebbe mai detto? Il commento QUANTO È BELLA L'EUROPA DEL CATANIA P er fare il punto sul mo-mento del nostro calcio,è inevitabile partiredall'Europa. Tra i sediciteam che disputeranno iquarti di finale in Champions League e in Europa League, ne troviamo soltanto uno italiano, il Milan. Non può essere consolante che anche l'Inghilterra ne abbia uno. La Spagna ne conta addirittura cinque, la Germania tre. Si può sempre recriminare sulla cattiva sorte di Napoli e Udinese, ma la sostanza non cambia. Il peso specifico del nostro calcio è in diminuzione nelle competizioni continentali. Se a questo si aggiunge che il Milan possiede ottimi giocatori italiani, ma nessuno protagonista nei ruoli fondamentali, il quadro è completo. Speriamo di essere smentiti dalla Nazionale di Prandelli nei prossimi Europei. Ciò detto, il campionato presenta Battuta anche la Lazio: finisseoggi ilcampionato isicilianisarebberonelleCoppeconil loro6˚posto Eccezionale il lavoro di Montella. Romani stanchi Foto di Stefano Lancia/Ansa www.unita.it La Fiorentina e l'esempio perduto Silvio Pons Sotto di due gol a Udine, il Napoli rimonta e conquista un punto pesante nella corsa al terzo posto, l'ultimo valido per l'ingresso in Champions League. I friulani, che accorciano sulla Lazio, recriminano con l'arbitro Rocchi per l'espulsione per doppia ammonizione di Fabbrini sul 2-0 (di Pinzi e Di Natale le reti bianconere), per il rigore che Cavani tira sui piedi di Handanovic e il rosso a Guidolin. Sopra di un uomo il Napoli trova la rimonta nel finale grazie a una doppietta di Cavani. Napoli, rimonta e polemiche. A Udine è 2-2 Sportlunedì42 LUNEDÌ19 MARZO2012
chiamata «legge Maroni». Era stato, invece, un battesimo nel nome di una vittima illustre che difficilmente avrebbe assecondato una strategia che divideva il mondo del lavoro, inviandone una buona fetta allo sbando, senza mettere in campo la necessaria rete di ammortizzatori sociali. La rete che forse in questi giorni si potrebbe approvare. Quei suoi «cari amici», nelle vesti di avvoltoi, avrebbero dovuto, invece di piangere lacrime di coccodrillo, occuparsi in tempo della tutela dello studioso bolognese. Tutti sapevano delle nuove insorgenze terroristiche e dei rischi che si addensavano sulla figura di Biagi. Ma gli era stata tolta la scorta e invano lui aveva protestato. Era considerato semplicemente, come aveva affermato rozzamente il ministro dell'Interno Claudio Scajola «un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza». Resta il fatto che quella morte, quella sera del 19 marzo 2002, alla vigilia (soltanto quattro giorni dopo) della colossale manifestazione al Circo Massimo di Roma, con la Cgil di Sergio Cofferati, interrogò tutti noi. Soprattutto per quel concatenarsi di atti terroristici nei confronti di uomini che si adoperavano per cercare soluzioni ai problemi del lavoro. E al cronista veniva in mente il dipanarsi, in un'altra epoca, gli anni settanta, di altre lotte. Un'epoca contrassegnata da un potente movimento democratico, oggi quasi dimenticato, colpito al cuore proprio dal dispiegarsi della «lotta armata» intrapresa dalle cosiddette Brigate Rosse. Si celebravano, proprio qualche sera fa, i 150 anni dell'Unità d'Italia, all'insegna del lavoro, con un emozionante spettacolo voluto dalla Cgil all'Auditorium di Roma. Era un sovrapporsi, con la regia di Minoli, di filmati, musiche e canti, di data in data. Ed ecco, giunti appunto a quei terribili anni settanta, il susseguirsi di stragi e delitti. Che finivano con l'oscurare, a me pareva, quello che era stato il vero cuore di quel tempo, con un sindacato che si rinnovava e metteva radici, portando un soffio di democrazia in tutti i gangli della società. E che aveva per esempio determinato anche la stessa nascita dello Statuto dei lavoratori. Una vera riforma del lavoro. E la domanda amara oggi è: quanti la considerano ancora una riforma del lavoro da non far naufragare? Sarebbe una bella discussione da fare con Biagi, D'Antona, Tarantelli. A dieci anni dall'uccisione di Marco Biagi il suo ricordo è sempre vivo, specie per chi, come me, gli è stato vicino nel lavoro e negli ideali. In questi anni non tutti i ricordi hanno reso giustizia alla sua opera e alle sue intenzioni. Non gli ha reso giustizia chi ha usato il nome di Marco per avvalorare le proprie idee; ma neppure chi al contrario ha attribuito alle proposte di Biagi i mali della precarietà del lavoro. In realtà il progetto di Marco si ispirava all'idea della cosiddetta «flexicurity» e al metodo della partecipazione, che sono entrambi centrali nel modello sociale europeo. La partecipazione, se bene intesa, è essenziale per la coesione sociale e anche per la qualità del lavoro. La «flexicurity» migliora il mercato del lavoro se la flessibilità è regolata, oggi si direbbe se è buona, e se è bilanciata da una rete di ammortizzatori attivi, capaci di dare sicurezza ai lavoratori. Marco Biagi voleva questo. Il suo disegno era equilibrato; ma è stato attuato in modo parziale, perché la flessibilità non è stata ben regolata e non si sono previsti né ammortizzatori sociali estesi a tutti i lavoratori né servizi all'impiego e formativi necessari a sostenere gli stessi lavoratori nei difficili mercati dei lavori attuali. La legislazione successiva ha accentuato gli squilibri indotti da un'economia turbolenta, invece di correggerli e ha quindi aggravato i rischi di precarietà. Anche l'apprendistato era nei progetti di Biagi come risulta dalla legislazione dell'epoca e doveva servire (per questo oggi è ancora all‘ordine del giorno) ad arricchire le competenze professionali dei giovani nella transizione dalla scuola al lavoro. Il confronto in atto fra governo e parti sociali è chiamato a intervenire sulle criticità del nostro mercato del lavoro: a sostenere l'entrata dei giovani al lavoro, ora così drammaticamente esclusi, a contrastare le forme di precarietà e i veri e propri abusi contrattuali, a estendere le tutele per i lavoratori colpiti dalla crisi e dalla disoccupazione. Sono questi i capitoli essenziali di una vera riforma, ben più che l'articolo18. Secondo Biagi l'articolo 18 richiedeva di essere modificato; ma doveva farsi sempre in chiave europea, in particolare secondo il modello tedesco. Inoltre la questione non andava enfatizzata ed ideologizzata come si sta facendo; nel suo libro bianco Marco vi dedica poche righe. Il nostro mercato del lavoro è già abbastanza flessibile nel suo complesso; siamo in media europea come riconosce anche l'Ocse; mentre invece siamo in grave ritardo nelle politiche di sostegno all'occupazione, nell'efficacia e nell'equità delle tutele e dei servizi. Il sistema degli ammortizzatori è in ritardo di 15 anni sull'Europa. Questo costituisce il più grave dualismo del nostro mercato del lavoro ed è un fattore di crescente disagio sociale. Correggere questo ritardo richiede risorse, anzitutto delle parti e poi pubbliche; ma il recupero del ritardo può essere graduale purché si indichi chiaramente il punto d'arrivo, come in tutte le vere riforme. È giusto che una parte delle risorse risparmiate dai padri con la riforma delle pensioni siano messe a disposizione dei figli. Un accordo unitario fra le forze sociali su questi temi è indispensabile non solo per migliorare le condizioni del lavoro, anzitutto dei giovani, ma anche per dare un sostegno sociale oltre che politico, a un governo che non è solo tecnico. Arrivare a questo accordo sarebbe un motivo ulteriore per riconoscere l'attualità delle idee di Biagi e per ricordarlo. Tiziano Treu Era il 19 marzo 2002 quando il professor Marco Biagi veniva ucciso sotto casa, a Bologna, dalle Brigate rosse. A dieci anni dall'assassinio cerimoniadi commemorazione oggi nella sala della Lupa a Montecitorio con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il presidente della Camera Gianfranco Fini. A Modena La Fondazione Marco Biagi lo ricorderà con la ministra dell'Interno Annamaria Cancellieri. A Bologna Cgil Cisl e Uil deporranno una corona in piazzetta Biagi mentre alle 16.30 si terrà un consiglio comunale cui parteciperà la vedova del giuslavorista Marina Orlandi. Distretti: il credito negato «Ben il 30,4% delle aziende dei distretti industriali ha affermato di avere incontrato difficoltàdiaccessoal creditonegliultimi6mesie che, inmolticasi, tali difficoltàsisostanzianononsolointassipiù onerosi,maanche nellalimitazionedelcreditoerogato».All'11% degli imprenditori, infine, non è stato accordato il credito. Lo afferma uno studio Unioncamere. Commemorazione IL RICORDO Cerimonia a Montecitorio con Napolitano e Fini IL SUO OBIETTIVO ERA FAVORIRE BUONA FLESSIBILITÀ 7 LUNEDÌ 19 MARZO 2012

vati dai mezzi della Guardia costiera, della Guardia di Finanza, e dal rimorchiatore «Asso 30», mentre navigavano su tre imbarcazioni che solo per buona sorte non sono colate a picco. Sulle barche c'erano donne, una delle quali incinta che è stata trasferita all' ospedale civico di Palermo insieme ad altri quattro profughi, e bambini. Come un copione già visto in passato, anche stavolta nonostante i salvataggi siano avvenuti ad oltre 60 miglia a sud di Lampedusa, le autorità maltesi, allertate da quelle italiane, non hanno risposto alla richiesta d'aiuto, negando la possibilità di ospitare i profughi salvati nelle acque di loro competenza. Mistero, poi, riguardo un terzo barcone segnalato nel canale di Sicilia, ma non individuato dal servizio di avvistamento della marina militare; ed un presunto «assalto» da parte di una settantina di migranti nei confronti di un peschereccio sequestrato in acque tunisine. Nessun nuovo arrivo però è stato registrato nella notte. Secondo quanto riferisce la capitaneria di porto, non sarebbero stati avvistati neppure nuovi barconi. Sono però in corso le operazioni del rimorchiatore Asso 30, a bordo del quale si trovano 107 migranti, gli ultimi soccorsi l'altra sera. Questi ultimi sono stati raggiunti da due motovedette che li porteranno sul traghetto Palladio, il quale a sua vota avrà il compito di trasferirli a Porto Empedocle insieme ad altre 60 persone arrivate a Lampedusa e già identificate. Flore Murard-Yovanovitch Sono oltre 220 i profughi soccorsi sabato scorso dalle motovedette della Capitaneria di Porto e della Guardia di Finanza a sud di Lampedusa, sulla tradizionale rotta dalla Libia. E altre imbarcazioni sono già in vista. Di nuovo. Un “nuovo” che lo è solo per una cieca politica: non per Ong, Unhcr e addetti ai lavori, che da settembre scorso, quando Lampedusa è stata dichiarata “porto non sicuro”, chiedono al governo di prepararsi alla nuova primavera di migrazioni, strutturali dal nord Africa e contingenti per la nuova instabilità della Libia post-Gheddafi. Pochi migliaia di migranti rischiano di diventare “emergenza” per una politica dalla vista corta, che non ha imparato la lezione dell'anno scorso; e che, nei sei mesi dopo il rogo del centro di Contrada Imbriacola, diventato di trattenimento illegale, non ha preso alcuna misura per allestirne un altro, di vera accoglienza. Ma per prepararsi, per avere una strategia, bisognerebbe saper guardare oltre il barcone, vedere le centinaia di potenziali richiedenti asilo che da Sudan, Eritrea, Etiopia fuggono guerre civili, arruolamento forzato o persecuzioni etniche e cercano in Europa una protezione, che spetta loro di diritto. Basterebbe studiare le cifre degli attuali profughi presenti oggi in Libia, in attesa di imbacarsi: i somali ormai senza Stato e altri migranti del Corno d'Africa, tutti vittime delle persecuzioni da parte delle milizie post-Gheddafi, perché sospetti di essere stati mercenari leali all'ex regime; o le migliaia di scampati alla mattanza siriana, anch'essi rifugiati in Libia. Ma nessuno osserva l'altra sponda? Meglio chiudere gli occhi, lasciar morire i migranti di mare e di viaggio, ingrossare le drammatiche statistiche della Fortezza Europa che, dal 1994 ad oggi, nel solo Canale di Sicilia, ha già fatto almeno 6.166 vittime, tra morti e dispersi, delle quali 1.822 soltanto nel corso del 2011 (ma il dato reale potrebbe essere molto più alto). Gli Stati europei avrebbero già dovuto e dovrebbero d'urgenza predisporre corridoi umanitari per garantire una sicura evacuazione ai profughi dalla Libia e concedere loro il permesso umanitario. Invece di continuare ipocritamente a lasciare il destino di centinaia di uomini, donne e bambini, in balìa di meteo avverso, barconi stipati e scafisti senza scrupoli. Peggio, di fare contro i migranti del Sud una vera e proprio guerra, violando il loro diritto a migrare e tutte le convenzioni internazionali, attraverso missioni Frontex, detenzioni e respingimenti, per i quali l'Italia è stata appena condannata dalla Corte europea di Strasburgo (le conseguenze, vite distrutte e sospese, si possono vedere nel documentario “Mare Chiuso” di Andrea Segre e Stefano Liberti). Mentre si è appena stilato, il 12 marzo scorso, un nuovo accordo con Tripoli, che mira a rafforzare le pattuglie congiunte alle frontiere per lottare contro l'immigrazione irregolare, c'è da chiedersi se il governo Monti voglia davvero operare una cesura dal sistema di controllo mortale e illegale - alla Maroni; o se invece non si cerchi di proseguire lo stesso, ma sotto altro nome. Il controllo cieco e violento delle frontiere fa già le sue prime vittime: i cinque cadaveri del barcone dell'altro ieri. Riguarda, scava e interroga la nostra umanità. Ci domanda, con forza, se siamo ancora capaci di ribellarci a quest'indifferente “lasciare sparire” uomini e donne, alcune incinte, che ancora avviene a poche miglia marine da casa nostra. Foto Ansa IL COMMENTO Tabula rasa La rivolta di settembre L'incendio che ha distrutto le tre palazzine della struttura di contrada Imbriacola nel settembre scorso decretando la chiusura del centro NUOVA EMERGENZA NON-ACCOGLIENZA E CECITÁ POLITICA Il centro distrutto da un incendio non è ancora stato ripristinato Turco, Pd: «Il governo intervenga» «Il governo si attrezzi tempestivamente, evitando gli errori del passato esecutivo». È quantodichiaraLiviaTurco,presidenteforumImmigrazionedelPd.«Si raccolgal'appello del sindaco diriaprire il centro di accoglienza - ha aggiunto Turco - elabori un piano di accoglienza e soprattutto si adoperi per stringere accordi bilaterali con i Paesi del Mediterraneo». 23 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
«Vogliamo l'intesa ma sull'articolo 18 proposte irricevibili» Il segretario della Uil: «Su molti punti progressi significativi con l'esecutivo. Reintegro necessario per gli ingiusti licenziamenti disciplinari» Intervista a Luigi Angeletti C ampagna mediatica,martellamento, disinfor-mazione... Lo si può defi-nire come si vuole, di cer-to intorno alla riforma del mercato del lavoro si sta sollevando un polverone che non aiuta a comprendere i reali termini della questione. Fra l'altro si concentra l'attenzione su un unico punto, l'articolo 18, quando ci stiamo confrontando con il governo su molteplici aspetti di grande importanza». Luigi Angeletti è infastidito della piega che stanno prendendo gli eventi. A dispiacere al segretario della Uil non c'è tanto la sostanza della discussione con il governo, che peraltro giudica nell'insieme costruttiva, ma la forma con cui la stessa viene presentata, con il rischio di avvelenare il clima intorno a una trattativa non facile. Un polverone. Che distoglie l'attenzione da cosa? «Nell'opinione pubblica si fa strada l'idea che le parti si siedono al tavolo e cominciano a litigare sull'articolo 18. Non è così, perché se è vero che la distanza maggiore fra i sindacati e il governo si registra su questo punto, è altrettanto vero che si parla, con profitto, di altre questioni». Vale a dire? «Per citare gli ultimi argomenti affrontati, si va dal sistema di tutela per i lavoratori più anziani ai contratti d'inserimento, dalla riconsiderazione del ruolo dei collaboratori a quello delle partite Iva». Argomenti importanti ma che, appunto, sembrano passare in secondo piano. «Ed è un errore perché stiamo parlando di situazioni che riguardano milioni di persone. Prendiamo il confronto in atto sulle partite Iva. Il nostro obiettivo è quello di arrivare ad una distinzione fra coloro che rientrano a pieno titolo in questa categoria ed i molti che sono costretti a rientravi pur svolgendo nella realtà un ruolo da lavoratori dipendenti, perdendo in tal modo le tutele spettanti a quest'ultimi, come gli ammortizzatori sociali. Un'altra pratica per eludere l'assunzione, che va combattuta con la riforma, è quella dei cosiddetti contratti di compartecipazione, ovvero il datore di lavoro che trasforma in socio il dipendente ed evita così di versare il dovuto, ad esempio di pagare i contributi. Un capitolo fondamentale del confronto, poi, è quello degli ammortizzatori sociali». Con quale possibile esito? «Prima di arrivare alla risposta è bene ribadire i termini del problema. Gli ultimi governi hanno percorso più volte la strada delle riforme previdenziali motivandole con l'esigenza di aumentare l'età della pensione per preservare la tenuta economica del sistema. Ebbene, ogni giorno che passa appare sempre più evidente che prolungando la permanenza dei più anziani all'interno delle aziende si diradano ulteriormente le possibilità dei giovani di trovare un'occupazione». Come se ne esce? «E qui arriviamo al tentativo in atto, per nulla semplice, di fornire una risposta. In teoria, per agevolare l'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro bisognerebbe incentivare l'uscita degli anziani. Ma è evidente che per questo non può ritenersi sufficiente una semplice indennità di disoccupazione, bensì serve una forma di tutela più forte per un lavoratore che corre il rischio di non trovare più un lavoro fino alla maturazione della pensione. Preso atto, come ci è stato ripetuto in questi giorni, che lo Stato non ha i fondi economici per alimentare questa diversa tutela, stiamo lavorando su un altro meccanismo per trovare le risorse necessarie». E veniamo all'articolo 18. A che punto siamo? «Di progressi ce ne sono stati anche qui, ma la distanza fra le proposte del governo e la posizione dei sindacati resta significativa. Fra gli elementi positivi registro una buona convergenza di vedute sul tema dei licenziamenti dovuti a ragioni oggettive, per intenderci quando l'azienda non ha più le risorse economiche per garantire tutti i posti di lavoro. In questo caso, anche qualora il giudice dovesse ritenere insufficienti le ragioni oggettive addotte a giustificazione del licenziamento, si può arrivare a prevedere un meccanismo che preveda il risarcimento del lavoratore e non il suo automatico reintegro». Su questo è d'accordo anche la Cgil? «Non spetta a me rispondere per loro, però in questi giorni ho riscontrato su questo punto un'apertura al dialogo da parte di tutte le forze sindacali. Apertura che invece non esiste su un altro tipo di licenziamento, quello deciso dall'azienda per ragioni di tipo disciplinare». Quali posizioni si confrontano? «Da un lato c'è il governo, ma anche Confindustria, che vorrebbero escludere il reintegro in azienda del lavoratore anche nell'eventualità che il giudice stabilisca l'insussistenza dei motivi disciplinari alla base del licenziamento. Ma questa è una posizione inaccettabile per varie ragioni. Innanzitutto non può certo bastare un indennizzo economico a risarcire un lavoratore così pesantemente ed ingiustamente colpito. Poi c'è una considerazione più generale: “potenziare” il licenziamento disciplinare all'interno delle imprese significherebbe squilibrare ancor di più il rapporto fra impresa e dipendente, rendendo il secondo ancor più debole». Chiudiamo con un altro argomento, la Fiat. Di fronte alla situazione attuale è sempre convinto della validità degli accordi firmati a suo tempo con il Lingotto? «È una domanda che mi viene rivolta spesso ed alla quale rispondo senza esitazioni: sì, ne è valsa la pena, anche perché senza quegli accordi avremmo diecimila disoccupati in più. Anzi, aggiungo che ritengo lo spirito di quell'intesa utile ad affrontare altre situazioni di crisi». MARCO VENTIMIGLIA Foto di Massimo Percossi/Ansa Nessun rimpianto «Se ne sentono e leggono di tutti i colori. La realtà è che si vuole indebolire la tutela dei dipendenti all'interno delle imprese» anche senza il sì dei sindacati MILANO «A chi ci chiede conto degli accordi con la Fiat, rispondo che ne è valsa la pena. Senza, avremmo 10mila disoccupati in più» Campagna mediatica Si apre una settimana decisiva. Pd e Idv: in Parlamento arrivi un testo condiviso da tutti Le critiche della Coldiretti «Ègiàincomprensibilechel'agricolturacheoccupa1,2milioni dipersone oltreagliautonomi non sia stata invitata al tavolo, ma diventa inaccettabile che vi si discutano proposte che danneggiano il settore come la riforma del lavoro accessorioche modifica il regime dei buoni lavoro che sono nati proprio in agricoltura». Così il presidente di Coldiretti Sergio Marini. 5 LUNEDÌ 19 MARZO 2012

Marcatori I tabellini 20 RETI: Ibrahimovic (Milan) 19 RETI: Di Natale (Udinese) 18 RETI: Cavani (Napoli) 15 RETI: Denis (Atalanta) 14 RETI: Milito (Inter); Palacio (Genoa) 12 RETI: Jovetic (Fiorentina); Klose (Lazio) 11 RETI: Miccoli (Palermo); Calaiò (Siena) 10 RETI: Giovinco (Parma); Di Vaio (Bologna); Matri (Juventus) 9 RETI: Borini (Roma); Nocerino (Milan); Hernanes (Lazio); Di Michele (Lecce) 8 RETI: Lavezzi (Napoli); Lodi (Catania) 7 RETI: Hamsik (Napoli); Osvaldo (Roma); Mutu (Cesena); Larrivey, Pinilla (Cagliari); Marchisio (Juventus); Rigoni (Novara) 6 RETI: Bergessio (Catania); Budan (Palermo); Thereau (Chievo) Dopo 7 anni Pantaleo Corvino non sarà più il responsabile dell'area tecnica della Fiorentina: lo ha reso noto la società. Il ds paga per tutti la sconfitta per 5-0 contro la Juve che ha scatenato la contestazione dei tifosi. «Fate schifo», era scritto in uno striscione appeso all'esterno del Franchi. Risultati 28ª giornata Parma 0 - 2 Milan Fiorentina 0 - 5 Juventus Cagliari 3 - 0 Cesena Bologna 2 - 2 Chievo Catania 1 - 0 Lazio Inter 0 - 0 Atalanta Lecce 1 - 1 Palermo Siena 0 - 2 Novara Udinese 2 - 2 Napoli Roma - Genoa oggi 20.45 BOLOGNA 2 CATANIA 1 UDINESE: Handanovic;Coda,Danilo,Domizzi;Pereyra (41' st Ekstrand), Pinzi, Pazienza, Asamoah, Pasquale; Fabbrini; Di Natale 7 (28' st Floro Flores). NAPOLI: De Sanctis; Campagnaro, Cannavaro, Britos (19' st Vargas); Zuniga, Gargano (9' st Hamsik), Inler, Dossena; Dzemaili; Pandev, Cavani. ARBITRO: Rocchi di Firenze. RETI: nel pt28'Pinzi;nel st7'DiNatale, 36'Cavani, 40' Cavani. NOTE: Ammoniti: Coda, Floro Flores, Fabbrini, Domizzi e Cannavaro. Espulsi: Fabbrini e Guidolin.Recupero:2'e3'.Angoli:4-7.Spettatori: 14mila. UDINESE 2 Fiorentina Foto Ansa CESENA 0 CHIEVO 2 LAZIO 0 * Una partita in meno INTER 0 LECCE 1 SIENA 0 punti partite in casa fuori casa reti G V N P G V N P G V N P F S 1 Milan 60 28 18 6 4 13 8 4 1 15 10 2 3 57 22 2 Juventus 56 28 14 14 0 13 8 5 0 15 6 9 0 44 17 3 Lazio 48 28 14 6 8 14 7 4 3 14 7 2 5 42 34 4 Napoli 47 28 12 11 5 14 7 5 2 14 5 6 3 52 30 5 Udinese 47 28 13 8 7 15 10 4 1 13 3 4 6 39 26 6 Roma* 41 27 12 5 10 13 7 3 3 14 5 2 7 40 33 7 Inter 41 28 12 5 11 15 6 4 5 13 6 1 6 38 36 8 Catania 41 28 10 11 7 14 8 4 2 14 2 7 5 36 35 9 Bologna 36 28 9 9 10 15 5 4 6 13 4 5 4 31 33 10 Palermo 35 28 10 5 13 14 10 0 4 14 0 5 9 40 45 11 Chievo 35 28 9 8 11 13 6 3 4 15 3 5 7 24 35 12 Atalanta (-6) 34 28 9 13 6 14 6 6 2 14 3 7 4 31 29 13 Cagliari 34 28 8 10 10 14 5 6 3 14 3 4 7 29 35 14 Genoa* 33 27 9 6 12 14 7 4 3 13 2 2 9 35 48 15 Fiorentina 32 28 8 8 12 14 7 3 4 14 1 5 8 27 33 16 Siena 32 28 8 8 12 15 7 3 5 13 1 5 7 32 30 17 Parma 31 28 7 10 11 14 5 5 4 14 2 5 7 33 44 18 Lecce 26 28 6 8 14 14 2 5 7 14 4 3 7 31 45 19 Novara 23 28 5 8 15 14 3 6 5 14 2 2 10 24 46 20 Cesena 17 28 4 5 19 13 2 4 7 15 2 1 12 16 45 Sport Corvino paga per tutti «Finito il rapporto con il Ds» Zlatan Ibrahimovic La classifica di A CAGLIARI: Agazzi, Pisano, Canini, Astori, Agostini, Ekdal, Conti, Nainggolan (35' st Perico), Cossu, Ribeiro (12' st Ibarbo), Pinilla (20 st Larrivey). CESENA:Antonioli,Comotto,Moras,Rossi,Lauro, Arrigoni (1' st Malonga) Colucci, Martinho, Santana(17'stDjokovic),Parolo,Mutu(27'stDelNero). ARBITRO: Russo RETI: 12', 46' pt (rig.) e 10' st (rig.) Pinilla NOTE: Angoli: 9 a 5 per il Cagliari Espulsi: 15' st Colucci, 34 st Rossi. Ammoniti: Canini e Ribeiro, Rossi, Colucci CAGLIARI 3 BOLOGNA: Gillet, Raggi, Portanova, Antonsson, Pulzetti (1'st Kone), Perez, Mudingayi, Rubin (1'st Morleo), Ramirez (30'st Acquafresca), Diamanti, Di Vaio CHIEVO: Sorrentino, Frey, Andreolli, Acerbi, Dramè,Luciano (18' stHetemaj), Rigoni, Bradley, Thereau (31'st Cruzado), Paloschi (33' st Moscardelli), Pellissier ARBITRO: Irrati RETI: nel pt 26' Andreolli, nel st 14' Di Vaio, 23' Thereau, 36' Diamanti. NOTE: Ammoniti: Rigoni, Rubin, Paloschi, Luciano, Acerbi per gioco scorretto. CATANIA: Carrizo, Bellusci, Legrottaglie, Spolli, Marchese, Izco, Lodi, Almiron (30' st Ricchiuti), Barrientos(22'stLlama),Bergessio, Gomez(46'st Lanzafame). LAZIO: Marchetti,Scaloni,Biava,Dias,Radu,Ledesma,Brocchi,Mauri,Hernanes(35'stRocchi),Candreva (40' st Kozak), Klose. ARBITRO: Romeo RETE: nel st 35' Legrottaglie. NOTE: Angoli: 4-0 per il Catania. RecuperI: 2' e 5'. Espulso: per proteste il tecnico della Lazio, Reja (49' st). Ammoniti: Spolli, Klose e Dias per gioco scorretto, Gomez e Mauri per simulazione. INTER: Julio Cesar, Maicon, Lucio, Samuel, Nagatomo, Zanetti, Poli (32' st Castaignos), Cambiasso, Obi (21' st Faraoni), Milito (18' st Zarate), Pazzini ATALANTA: Consigli, Raimondi, Ferri, Manfredini, Bellini (40' st Stendardo), Schelotto, Cigarini, Carmona, Moralez, Carrozza (32' st Ferreira Pinto); Marilungo (9' st Gabbiadini) ARBITRO: Gava NOTE: Angoli: 4-3 per l'Inter. Ammoniti: Bellini, Cigarini, Lucio, Samuel, Carmona e Moralez. Recupero: 1' e 5'. ATALANTA 0 LECCE: Benassi, Oddo, Miglionico, Esposito (43' st Corvia), Blasi (38' st Obodo), Delvecchio, Giacomazzi,Bertolacci(22'ptTomovic),Brivio,DiMichele, Muriel. PALERMO: Viviano, Munoz, Mantovani, Labrin, Aguirregaray, Migliaccio, Donati, Bertolo, Balzaretti (34' st Acquah), Ilicic (27' st Zahavi), Hernandez (15' st Budan). ARBITRO: Tagliavento RETI: nel pt 5' Di Michele (rigore), 15' Munoz. NOTE: Espulsi: nel pt 17' Oddo, 40' Bertolo . Ammoniti: Munoz, Bertolacci, Giacomazzi, Brivio, Aguirregaray, Mantovani PALERMO 1 SIENA: Pegolo,Vitiello,Rossettini,Terzi,DelGrosso, Giorgi (29' st Grossi), Vergassola, Gazzi (26' st Parravicini),Brienza,Bogdani,Gonzalez(17'stLarrondo) NOVARA: Ujkani, Morganella, Lisuzzo, Paci, Garcia, Gemiti, Porcari, Pesce, Rigoni (41' st Mazzarani), Mascara (17' st Caracciolo), Jeda (38' Radovanovic) ARBITRO: Celi RETI: nel st 27' Rigoni, 36' Porcari. NOTE: Angoli: 5-4 per il Siena. Ammoniti: Morganella e Terzi per gioco scorretto. Recupero: 0' e 3'. NOVARA 2 Prossimo turno Domenica 25/03/2012 ore 15.00 Milan - Roma Sab. ore 18.00 Palermo - Udinese Sab. ore 20.45 Atalanta - Bologna Dom. ore 12.30 Cesena - Parma Chievo - Siena Genoa - Fiorentina Lazio - Cagliari Napoli - Catania Novara - Lecce Juventus - Inter ore 20.45 Numeri NAPOLI 2 44 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
Gabriel Bertinetto preoccupati per il sequestro ma fiduciosi per il rilascio. Stiamo lavorando con la polizia e l'ammistrazione», dice il console Melchiori raggiunto telefonicamente dall'Unità. «Sono in contatto con il ministro degli Esteri Giulio Terzi che sta seguendo la situazione, attraverso le strutture del ministero, in contatto con l'India in tempo reale, minuto per minuto, e mi tiene informato», dichiara in serata il presidente del Consiglio, Mario Monti. Il governo indiano è «in contatto» con l'Italia sul rapimento degli italiani e «sta tenendo al corrente Roma su ogni sviluppo». Lo riferisce l'agenzia di stampa Pti. «Il ministro degli Esteri S.M Krishna ha parlato con il “chief minister” dell'Orissa, Naveen Patnaik, il quale lo ha messo al corrente di tutti i dettagli della vicenda». È stato un folto commando armato di maoisti a rapire mercoledì scorso Bosusco eColangelo. Lo ha detto ieri ai giornalisti a Puri, Santosh Moharana, il cuoco indiano sequestrato insieme ai due e poi rilasciato ieri. Il 14 marzo al mattino, ha precisato, «sono arrivati in circa 30 e ci hanno presi in ostaggio mentre stavamo preparando la colazione vicino ad un torrente nella foresta di Gazalbadi». «Ci hanno bendati - ha ancora detto - e ci hanno fatto camminare per circa cinque chilometri». Posso dire, ha concluso, che «i maoisti non hanno mai usato violenza e ci hanno trattato bene». Dalle montagne della Valle di Susa alle tribù primitive dell'India: è stata la passione per il trekking e per le zone più remote e inesplorate a spingere Paolo Bosusco, di Condove (Torino), a stabilirsi per otto mesi all'anno in India. LE STORIE Il suo interesse per la giungla, i fiumi e le popolazioni tribali dello Stato dell'Orissa è cominciato una quindicina di anni fa, quando è andato per la prima volta in quella regione. Poi, quella passione è diventata una scelta di vita e nel 2011, ha coronato il suo sogno aprendo, a Puri, località indiana nota per i templi induisti, un' agenzia specializzata in escursioni guidate nel rispetto della natura, dell'ambiente e delle persone che lì vivono a abitano. Quando è stato rapito Paolo Bosusco stava facendo proprio una di queste escursioni, con Claudio Colangelo.Viaggiare è la sua passione. Ancora di più unire il viaggio ad un impegno di solidarietà. Per questo Colangelo, ex impiegato in un istituto di ricerca a Roma e ora in pensione, si è impegnato, negli anni, in vari progetti di volontariato internazionale, a fianco dei medici a cui forniva attività di supporto. In India Claudio Colangelo era andato con la moglie, la quale - a quanto si è appreso - sarebbe già tornata in Italia. Il volontario, che ha una figlia di 32 anni, Valeria, e un figlio di 35 anni, Daniele, si era rivolto a Bosusco per il viaggio in India proprio per la sua passione per la cultura delle tribù primitive. I due erano partiti il 12 marzo da Puri per un trekking di cinque giorni tra le foreste della regione. IL RETROSCENA Il premier Manhoman Singh non ha cambiato idea neanche dopo l'uccisione del massimo leader della guerriglia Koteswar Rao, alias Kishenji, lo scorso 24 novembre: i maoisti rappresentano «la più grande sfida esistente alla sicurezza nazionale in India». Più dell'estremismo integralista islamico, più del movimento secessionista in Kashmir. Una minaccia relativamente impalpabile quella dei maoisti, priva della sovraesposizione televisiva di cui beneficia il terrorismo urbano. Il loro campo d'azione esclude le grandi città. I loro alleati abitano aree rurali o boschive, nei territori meno sviluppati. Appartengono in gran parte a etnie minoritarie, che tentano di non rimanere stritolate negli ingranaggi implacabili di una modernizzazione da cui si sentono minacciati. Le loro terre vengono requisite, i loro stili di vita cancellati, per fare largo a progetti di sviluppo di cui beneficiano altri assai prima e più di loro: scavi minerari, costruzione di dighe sui fiumi. Orissa, lo Stato in cui sono stati rapiti i due italiani (mai sinora i maoisti indiani avevano sequestrato stranieri), confina con il Chhattisgarh, che del movimento guerrigliero oggi è la roccaforte. Una contesa sanguinosa che solo negli ultimi venti anni ha provocato oltre 6mila vittime. La carneficina del villaggio di Naxalbari, da cui il nome di naxaliti, viene considerata la scintilla iniziale di un incendio poi propagatosi attraverso una sorta di "corridoio rosso" attraverso gran parte dell'India centro-orientale e nord-orientale: Jharkand, Bihar, Andhra Pradesh, Arunachal Pradesh, oltre che Chattisgharh e Orissa. Rovesciare lo Stato indiano «semi-feudale» e «semi-coloniale» instaurando una società comunista è l'obiettivo finale. Ispirandosi al Grande timoniere cinese, gli insorti hanno in mente lo schema ideologico delle campagne che accerchiano le città. Ma a lungo le teorie maoiste sono state solo un tenue collante tra formazioni che operavano separatamente le une dalle altre. Dal 2004 però le più importanti si sono aggregate nel Partito comunista d'India (maoista), che a poco a poco in certe zone ha soppiantato anche precedenti gruppi dalle connotazioni strettamente etniche. A quel punto a New Delhi è scattato l'allarme. La strategia scelta per fronteggiare il pericolo ha messo al primo posto la costruzione di milizie paramilitari e bande di vigilantes reclutati sul posto. Poi nel 2009 è stata lanciata una massiccia operazione che ha coinvolto decine di migliaia di uomini armati, denominata Green Hunt, inframmezzata ogni tanto da approcci negoziali che non hanno mai dato risultati positivi. Due anni fa furono i guerriglieri a chiedere trattative proponendo invano come mediatrice la scrittrice Arundhati Roy, particolarmente sensibile alle ragioni della protesta nelle aree tribali dell'India orientale. Uno studioso del fenomeno naxalita, Sumanta Banerjee, spiega la ribellione come una risposta a «politiche di industrializzazione selvaggia portate avanti dal governo, che mirano a confiscare ettari di terre fertili, a distruggere i fiumi e a far fuggire migliaia di persone dai luoghi in cui vivono». La stessa Corte Suprema il 5 luglio scorso si è severamente pronunciata su alcuni metodi impiegati dalle autorità nella repressione della rivolta, accusandole di «interpretare in modo totalmente sbagliato le loro responsabilità costituzionali». Anche Amnesty l'anno scorso ha chiesto a New Delhi di revocare una legge d'emergenza che conferisce alla polizia poteri speciali nelle aree interessate dalla guerriglia. Ma per il governo i primi a violare i diritti umani sono i ribelli. LA CINTURA ROSSA E IL VIAGGIO DI ARUNDHATI ROY Foto Ansa Farah 4 militari feriti Naveen Patnaik il capo del governo dello Stato indiano dell'Orissa Quattro militari italiani sono rimasti feriti a causa di un incendio divampato, per cause da accertare, all'interno di un mezzo blindato Lince. L'incidente è accaduto all'interno della Forward OperativeBase Tobruk aBala Boluk. I militari, soccorsi e trasferiti all'ospedale militareall'internodellabasediFarah,sonocoscientiedhannoavvisatopersonalmentelefamiglie. 19 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
Foto Ansa «Se un lavoratore è svantaggiato potete pagarlo meno. Acquistatelo!». Suona così l'ultima trovata di una delle più grandi agenzie interinali (oggi si dice di somministrazione) del mondo: la Manpower. Rispolverando un articolo di una legge varata dal Berlusconi bis (di cui nessuno si preoccupa mentre tanto si parla di articolo 18), l'agenzia ricorda che nel caso di contratti di somministrazione a lavoratori svantaggiati, lo stipendio può scendere del 20% e l'inquadramento di due livelli. Insomma, se si è disoccupati di lungo periodo, madri single, lavoratori over-50, si guadagna meno. Più svantaggi a chi è più sfortunato: logica da far tremare i polsi. LA DIRETTIVA UE Ultimamente l'Italia ha recepito una direttiva Ue che parifica i diritti degli interinali con quelli dei dipendenti. Nulla di nuovo rispetto a quanto prevedeva già la normativa italiana. Ma il governo Monti, che a parole vuole combattere la precarietà, ha pensato bene di eliminare il riconoscimento degli assegni familiari ai lavoratori assunti a tempo indeterminato dalle Agenzie, quando vengono messi nella cosiddetta indennità di disponibilità, una sorta di sostegno di disoccupazione per i lavoratori intermittenti. Inoltre si è eliminato l'obbligo di fornire i motivi per cui si ricorre al lavoro interinale, alimentando così nei fatti quella precarietà che si vorrebbe combattere. Poi c'è il fatidico articolo 13 della legge 276 del 2003, che garantisce forti risparmi a chi assume gli svantaggiati. Lavoratori «sottocosto» offerti come prodotti in sconto: due al prezzo di uno e mezzo. Alla Manpower hanno pubblicato una brochure con questi toni. «Una nuova opportunità per lavoratori svantaggiati ed imprese», così si apre la brochure commerciale Manpower, che offre alla propria clientela «fornitura di personale a costi particolarmente vantaggiosi rispetto ad altre forme di flessibilità». Lavoratori considerati alla stregua di merce, denuncia seccamente Nidil Cgil, che ha sollevato il caso assieme a Uil Tem.p. «La norma sinora è stata scarsamente applicata - dicono alla Cgil - Ma oggi le agenzie del lavoro hanno invece deciso di cavalcarla come forma spregiudicata di business». Giudizi diversi tra Uil e Cgil, però sul provvedimento che recepisce la direttiva Ue. «Un giudizio pessimo sul provvedimento - dichiara la segretaria generale di Nidil Cgil Filomena Trizio - sbagliato perché alimenta una ulteriore precarizzazione del lavoro, con in più la possibilità di sottopagarlo. Così si rischia il cambio di pelle della somministrazione, da flessibilità tutelata a precarietà sottopagata, intervenendo per di più a gamba tesa in un momento delicato di trattativa con il governo per il superamento della precarietà». «La somministrazione che è un esempio di buona flessibilità, da sempre garantisce la parità di trattamento economico per i lavoratori in somministrazione rispetto ai colleghi dipendenti dell'impresa utilizzatrice, principio totalmente confermato nel decreto legislativo di recepimento della Direttiva europea - sostengono alla Uil - confermiamo il nostro impegno affinché la somministrazione rimanga un esempio di flessibilità tutelata». BIANCA DI GIOVANNI Jabil (ex Nokia), i dipendenti in presidio contro lo smantellamento della fabbrica p Per i disoccupati di lunga data e madri single meno 20% di stipendio: l'ha voluto Berlusconi p L'agenzia interinale li propone alle imprese con un depliant che sta facendo discutere Un blitz. Così gli operai della Jabil (ex Nokia) definiscono l'operazione di trasloco, con tanto di agenti in tenuta antisommossa, avvenuta ieri mattina all'alba nell'area dello stabilimento Nokia Siemens di Cassina De Pecchi, Milano. Una vicenda complicata quella che vede protagonisti i 320 dipendenti della Jabil ex Nokia, azienda che produceva ponti radio proprio per la Siemens: i lavoratori Jabil, licenziati, da otto mesi presidiano lo stabilimento che sorge all'interno del sito Siemens e che ospita ancora macchinari di proprietà della multinazionale finno-tedesca. Nel timore che il sito produttivo venga smantellato, gli operai Jabil mantengono le macchine in funzione. Dallo stabilimento, però, Nokia deve trasferire gli effetti personali di circa 160 lavoratori che verranno spostati in un altro capannone a poche centinaia di metri da quello Jabil. Nei giorni scorsi, spiega un comunicato della Fiom, «era stato raggiunto un accordo con il gruppo dirigente di Nokia Siemens Networks: gli effetti personali (e solo quelli) dei suoi dipendenti sarebbero stati trasferiti dallo storico sito alla nuova sede». Il trasloco sarebbe dovuto avvenire oggi. E invece, «alla faccia di quanto convenuto», ieri mattina all'alba, «scortati da un massiccio contingente di poliziotti in assetto antisommossa, sono arrivati i camion per smantellare» la fabbrica. «Solo la pronta reazione degli operai del presidio Jabil ha impedito che il blitz riuscisse e che venisse prelevato altro». Lavoratori, l'offerta di Manpower: «Se svantaggiati costano meno» Manpower pubblica una brochure che «offre» lavoratori interinali a prezzi stracciati. Sono quelli svantaggiati, che per una norma del governo Berlusconi possono anche avere retribuzioni ridotte del 20%. Una sede dell'agenzia per il lavoro interinale Manpower ROMA Benzina, Codacons e governo Con 50 euro di gasolio, secondo il Codacons, si percorrono oggi mediamente 120 chilometri in meno rispetto ad un anno fa, mentre con 50 euro di benzina i chilometri in meno sono 83. Per questo «il governo deve correre ai ripari per evitare una catastrofe e una serie di rincari a catena in tutti i settori, provocati dai listini record dei carburanti». 33 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
A poche ore dall'incontro a Palazzo Chigi con Mario Monti e Elsa Fornero, fissato per domani, tra le parti sociali prevale il pessimismo. La trattativa sul lavoro per ora è allo stallo, e nessuno scommette in un'intesa entro la settimana. Il governo conferma l'intenzione di chiudere prima del 25. Così prende quota l'ipotesi di un atto unilaterale, che si concretizzerebbe in un disegno di legge da presentare in Parlamento con una corsia preferenziale e dei termini temporali stringenti. Il percorso potrebbe portare in seguito a una eventuale intesa. Ma il sentiero resta accidentato: in Parlamento sarebbe difficile trovare una maggioranza politica in assenza di un orientamento condiviso delle parti. Con le lobby e gli interessi di riferimento che «catturano» tutti e tre i partiti che sostengono il governo, c'è chi non esclude anche esiti drammatici, come la possibile caduta di Monti. ALTERNATIVA Su questa base si fa strada anche un'altra ipotesi. L'irrigidimento che si è registrato all'assemblea di Confindustria a Milano potrebbe nascondere molti tatticismi. Come dire: le basi per un'intesa ci sarebbero tutte. Tanto è vero che in serata la ministra Elsa Fornero e i tre sindacati confederali hanno fissato un incontro per stamattina che potrebbe rivelarsi decisivo. Le posizioni sono molto diversificate sia tra i sindacati che tra le imprese: ma basterebbe uno sforzo in più per trovare un punto di equilibrio. Si capirà presto se Monti manterrà come priorità l'accordo, o se tirerà dritto con un intervento unilaterale spinto dai suoi (ex?) colleghi economisti, puntando a un piano B più pesante sull'articolo 18. Come prevedibile, proprio sulla norma che tutela i licenziamenti senza giusta causa la tensione si è alzata. La strada che il governo intende imboccare è quella di lasciare intatto l'articolo 18 per i licenziamenti discriminatori (che sono anche i più difficili da dimostrare), lasciare al giudice la scelta tra reintegro e indennizzo per i licenziamenti disciplinari, e consentire il solo indennizzo tra i 20 e i 24 mesi per quelli per motivi economici. Secondo l'ipotesi Pd questi ultimi dovrebbero seguire la strada indicata dalla legge 223, con l'impegno ad un accordo aziendale da comunicare all'ufficio del lavoro. Solo in questo modo, infatti, le tutele sarebbero ampliate. Le norme dovrebbero valere per tutti i lavoratori, vecchi e nuovi. Cosa è accaduto a Milano? Anche per i licenziamenti disciplinari si preferirebbe la strada dell'indennizzo, andando incontro alle richieste delle aziende. Questo modello che di tedesco a questo punto ha molto poco (in Germania la tutela del reintegro vale oltre i 5 dipendenti, da noi oltre i 15) ha provocato l'irrigidimento di Cgil e Uil. La Cisl dal canto suo parla di opposti estremismi. Ma anche per Raffaele Bonanni ci sono aggiustamenti da fare, che riguardano l'altro capitolo importante, quello della flessibilità in entrata. PRECARIETÀ Sulle finte partite Iva, sull'utilizzo improprio dei collaboratori, sull'uso dei contratti atipici finora si è visto molto poco. Soltanto misure che accrescono i controlli: manca una vera razionalizzazione delle forme contrattuali. Bonanni chiede uno sforzo a Confindustria. Ma da Viale dell'Astronomia arrivano segnali opposti. Emma Marcegaglia chiede più flessibilità. E non solo: si lascia le mani libere. Se non le piacerà il testo, non firmerà. Non si impicca a un'intesa per forza. Anche perché la sua associazione sta scegliendo il nuovo presidente. Qualsiasi mediazione peserebbe sulla sua successione. Per questo il margine di movimento in Viale dell'Astronomia è molto stretto. Almeno in questa settimana. Le cose potrebbero cambiare la prossima, quando l'associazione avrà un presidente designato. Lo stesso vale per la Cgil, che mercoledì terrà il direttivo. Insomma, troppe pedine sono in movimento. Un'altra tessera del puzzle è Rete Imprese Italia, che sembra al momento la più lontana da una possibile intesa (si starebbe lavorando, comunque, a una riduzione del contributo Inail). I maggiori costi per i contratti a termine sono l'unica effettiva misura anti-precarietà che il governo ha elaborato. Senza quella norma non si vede per quale ragione il sindacato dovrebbe accettare di cedere qualcosa sull'articolo 18. Ma proprio quella norma non piace alla piccola impresa. In questo caso davvero le posizioni appaiono inconciliabili. Sugli ammortizzatori le parti hanno già ottenuto che gli strumenti attuali restino in vigore fino al 2017 e non il 2015. Per il futuro scomparirà la mobilità e la cassa integrazione straordinaria per le aziende che chiudono. Sarà introdotta l'Aspi, una assicurazione per la disoccupazione che punta all'universalità. Ma anche in questo caso i «paletti» sono molti. Sia di durata (fino a 18 mesi), che per le condizioni di accesso (due anni di lavoro). Troppo poco per lo scambio con l'articolo 18. Guglielmo Epifani C'è però un'evidente questione di metodo che sta condizionando negativamente il confronto e rischia seriamente di farlo naufragare. Quando si avvia un negoziato tra governo e parti sociali c'è un punto che non può mai venir meno: la fiducia reciproca che quello che si sta facendo è una scelta impegnativa che riguarda tutti allo stesso modo. Anche quando, e può capitare, il confronto non porta a un accordo condiviso. Il governo questa scelta non l'ha mai fatta con chiarezza, di volta in volta aprendo sia a una compiuta logica negoziale sia al suo opposto: cioè procedere in modo unilaterale. Naturalmente ogni governo ha la piena libertà di questa scelta, ma non ne può fare due opposte contemporaneamente perché così, aldilà del merito, si assume la responsabilità del fallimento. Fa parte di questa contraddizione la stessa ripetuta fissazione di un termine perentorio per la fine del negoziato. Che senso ha nel quadro di oggi legare questo alla missione nei Paesi orientali del presidente del Consiglio? Tanto più che i giorni persi sono stati conseguenza di una richiesta del governo di avere tempo per trovare le risorse pubbliche necessarie per il finanziamento dei nuovi MONTI NON FORZI LA VIA PER L'INTESA SI FA PIÙ STRETTA BIANCA DI GIOVANNI Primo Piano Le piccole imprese Il ministro Fornero ha convocato i sindacati per questa mattina. Il governo vuole chiudere entro venerdì. Minacciato un atto unilaterale. Ma la strada parlamentare senza accordo è pericolosa. ROMA È scontro sull'articolo18 p SEGUE DALLA PRIMA pDopo lo stallo oggi si riapre il tavolo al ministero del Lavoro. Il governo pensa a una legge delega Il mercato del lavoro IL COMMENTO Per ridurre gli oneri sui contratti a termine si pensa a sconto Inail 2 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
IL COMMENTO LA VIA SI FA PIÙ STRETTA L'ANALISI L a possibilità di un accordosul tema del mercato del lavoro si è allontanata dopo che nei giorni scorsi si era aperto qualche spiraglio. Sono riapparsi problemi di merito tutt'altro che secondari, a partire dalle tutele in materia di licenziamenti senza giusta causa (ma non solo da queste). p SEGUE A PAGINA 2 P olitica e malaffare, giustiziae corruzione: le prime pagine dei giornali tornano a ingrossarsi di inchieste giudiziarie, di scandali e avvisi di garanzia, indagini e sospetti (un po' meno di sentenze). Dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno torna la rappresentazione dell'Italia corrotta. p SEGUE A PAGINA 24 QUANDO LA TV È DISCRETA India, dal governo no all'ultimatum Europa, confronto Gualtieri-Follini IL CASO MUAMBA IL CAMPIONATO p COLLINI E CUNDARI PAG. 8-9 p BERTINETTO E DE GIOVANNANGELI PAG. 18-19 Marco Biagi, l'uomo che credeva nella forza delle riforme VATICANO-URSS p A PAGINA 45 Per Lazio e Inter ancora amarezze Dopo il crollo del Muro ebbi una certezza: mai disertare le libere elezioni. Non riesco a immaginarmi senza la libertà. Joachim Gauk, nuovo presidente della Repubblica federale tedesca Dieci anni fa l'omicidio per mano brigatista. Treu: il suo obiettivo la flessibilità buona p UGOLINI PAG. 6-7 LA POLITICA DECORATIVA Commissario Sulla proposta Bersani l'accordo di Casini e Fini. Barricate di Pdl e Lega Scontro sull'art. 18 Fornero: la riforma anche senza accordo Ma oggi nuovo incontro con i sindacati Intervista ad Angeletti L'OSSERVATORIO È battaglia sulla Rai Rutelli, lite in tv su Lusi Alberto Crespi L '11 ottobre 1961 Togliatti, inpartenza per Mosca, riceve da don De Luca un consiglio:un messaggio di auguri di Krusciov a Papa Giovanni XXIII. p A PAGINA 34 L'INCONTRO CHE AVVIÒ IL DISGELO Giuseppe Vacca IL MANIFESTO DI PARIGI Il leader Api perde le staffe in diretta con Annunziata: avete rotto p ZEGARELLI PAG. 10 E 14 p ALLE PAGINE 42-44 Guglielmo Epifani “ T ra crisi e sfiducia l'elettore ècome in «apnea» e così aumenta l'area dell'astensione. E ovviamente i più colpiti sono il Pd e il Pdl. p A PAGINA 16 p DI GIOVANNI VENTIMIGLIA VESPO PAG. 2-5 Massimo Adinolfi 31 marzo 20.30 è l'Ora della Terra E A R T H H O U R LETRÉ - ROM A partecipa ITALIANI RAPITI PERCHÉ CRESCE IL NON VOTO Carlo Buttaroni 1,20 Lunedì 19 Marzo 2012 Anno 89 n. 78 www.unita.it Fondata da Antonio Gramsci nel 1924
C on la Sicilia come metafo-ra, capita di strafare. Pe-rò davvero Palermo aquesto punto non è più solo Palermo, ammesso che lo sia mai stata. La situazione dopo le primarie non è complicatissima, come si dice, ma fin troppo chiara: una parte della coalizione non riconosce un risultato la cui validità è sancita da un collegio di garanti di altissima scienza e coscienza (Peppino Di Lello, già membro del pool antimafia di Caponnetto con Falcone e Borsellino, e due giuristi di razza, Giuseppe Verde e Antonio Scaglione). L'annullamento del voto in un quartiere popolare e di “frontiera” (lo Zen) e i primi atti di un'indagine della Procura sono gli appigli degli sconfitti (Sel e Idv, supportati da pezzi di Pd) per venir meno all'impegno minimo di appoggiare il vincitore. Lo sciagurato proposito tradisce questioni politiche irrisolte sul nodo delle alleanze in Sicilia. Ed è un po' paradossale, perché a Palermo le primarie hanno mancato, con l'impegno di tutti i candidati (non smentito dal vincitore), i confini invalicabili (!) dell'alleanza elettorale. Sul giovane esuberante Ferrandelli, che ha vinto contro tutti i pronostici ed essenzialmente per il suo radicamento popolare e talvolta populista (e per il suo incerto profilo politico, che intercetta anche vaghe e varie spinte di «rottura»), si stanno scaricando ora le scorie dell'intera vicenda politica siciliana, che l'espediente delle primarie non poteva certo smaltire. Una vicenda che lacera al suo interno il Pd: le «alleanze partitiche» diventano tema esiziale perché il partito è incerto su se stesso, sulla funzione che esercita in un'isola in cui esplode il dramma sociale di inoccupazione di massa e nuove povertà, mentre smarrisce l'importanza di rafforzare le «alleanze sociali» dei corpi organizzati (dalla Confindustria alla Cgil, che manifestano insieme per l'emergenza economica) lasciando gli sventurati in balìa di forconi e altri avventurieri. Ambiguità tattiche e derive correntizie hanno indebolito il corFoto Ansa Peggio delle primarie di coalizione a Palermo c'è solo l'annullamento Scelte strategiche Politica e società Il dossier GIUSEPPE PROVENZANO Elettori in fila per votare alle primarie del centrosinistra a Palermo Lo sciagurato proposito di Sel, Idv e pezzi del Pd di non appoggiare Ferrandelli tradisce questioni irrisolte. Ma è inaccettabile che venga stracciato l'accordo iniziale Se gli sconfitti rompono i patti, le primarie di coalizione vanno abolite in tutta Italia La questione delle alleanze è un tema irrisolto in Sicilia Primo Piano12 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
D on Giuseppe De Lucae Palmiro Togliatti siconobbero a cena daMarisa Cinciari e Fran-co Rodano la vigilia diNatale del 1944. Non si frequentarono molto, ma come risulta dalle testimonianze e dai pochi documenti che abbiamo, fra loro nacque un'amicizia. Le testimonianze riguardano il ruolo di don De Luca e di Togliatti nell'avvio del disgelo tra il Vaticano e l'Unione Sovietica. I documenti sono assai significativi dei contenuti intellettuali e morali che sostanziarono non solo il loro rapporto, ma anche la stagione del dialogo fra comunisti e cattolici a lungo cercata da Togliatti e giunta con il pontificato di Giovanni XXIII. IL VIAGGIO L'11 ottobre del 1961, alla vigilia della partenza di Togliatti per Mosca, dove era in programma il XXII congresso del Pcus, si incontrarono a cena in casa Rodano e don De Luca propose a Togliatti di suggerire a Krusciov di dare un segnale distensivo anche al Vaticano. Il disgelo fra Usa-Urss aveva già segnato un momento di grande valore simbolico nell'incontro fra Kennedy e Krusciov a Vienna nel giugno 1961, e la costruzione del muro di Berlino (13 agosto) aveva avviato un periodo di stabilizzazione dell'assetto europeo che sarebbe durato fino alla sua rimozione (9 novembre 1989). Nel nuovo clima internazionale caretterizzato dalla presenza di tre grandi figure carismatiche - Kennedy, Krusciov e Papa Giovanni - che facevano sperare nel superamento della contrapposizione fra Est e Ovest, De Luca ebbe l'approvazione del Papa e Togliatti portò a Krusciov la sua proposta. Fra le carte di Togliatti c'è un appunto di mano di De Luca che dice: «Nell'80˚ del Papa, farsi vivi. Cioè non ereditare i rancori della Chiesa russa, superando anche in questo il nazionalismo. Non fosse altro come un possibile tramite di propaganda, il cattolicesimo romano è più diffuso del protestantesimo inglese e tedesco e del cristianesimo russo. Roma è l'unico ponte possibile». L'annotazione autografa di Togliatti, «da don D. L. prima del 22», rivela quale fosse il suggerimento di don De Luca: far inviare da KruKrusciov incontra le contadine durante una visita a Kiev GIUSEPPE VACCA Don De Luca e l'amicizia con Togliatti www.unita.it STORICO La vita Don Giuseppe De Luca (Sasso di Castalda, 15 settembre 1898 - Roma, 19 marzo 1962) è stato un prete, editore e intellettuale italiano. Iniziò nel 1909 i suoi studi seminariali dai gesuiti, che proseguì a Roma. Da filologo e da storico frequentò la Facoltà di Lettere di Roma e strinse sodalizi intellettuali con i più illustri docenti. Fu anche amico di Togliatti. Tanto che il leader del Pci scrisse di lui: «La sua mente e la sua ricerca mi pare fossero volte, nelconfronto con me, ascoprire qualcosa che fosse più profondo delle ideologie, più valido dei sistemi di dottrina, e in cui potessimo essere, anzi, già fossimo uniti. La sostanza della comune umanità». Furono protagonisti Togliatti e don De Luca, il prelato di cui proprio oggi ricorre il cinquantesimo della morte. Il segretario del Pci convinse Krusciov a inviare un telegramma di auguri per gli 80 anni di Papa Giovanni XXIII L'INCONTRO SEGRETO CHE AVVIÒ IL DISGELO VATICANO-URSS LA NOSTRA STORIA Culture34 LUNEDÌ19 MARZO2012
Prima Gianfranco Fini, poi Pier Ferdinando Casini: il Terzo Polo si dice «assolutamente d'accordo» per il commissariamento della Rai - come prospettato anche dal premier Mario Monti - pur di non procedere alle nomine del Cda con le attuali norme della Gasparri. E il Pdl resta nell'angolo, schiacciato da un fronte ormai comune tra il Pd, che sin dall'inizio ha annunciato che non avrebbe preso parte alle nomine Rai, e il Terzo Polo. «Sono totalmente d'accordo con Fini, ha parlato a nome del Terzo polo e non del suo partito», fa sapere il leader Udc riferendosi alle dichiarazioni del presidente della Camera durante la convention di Fli a proposito delle sorti dell'azienda di viale Mazzini. LA SODDISFAZIONE DEL NAZARENO «Sono importanti e positive le parole del presidente Fini e Pier Ferdinando Casini - dice il responsabile Informazione del Nazareno Matteo Orfini - l'annuncio del passo indietro del Terzo polo sulle nomine Rai va nella direzione giusta. Siamo certi che anche il Pdl presto farà la stessa cosa, comprendendo che il tempo della lottizzazione è finito per sempre, con buona pace di Gasparri». Ma Gasparri non ci sta a vedere affossare la sua creatura nell'era del governo tecnico e poco dopo la dichiarazione di Casini detta una nota al veleno alle agenzie di stampa proprio contro il Pd, il partito che più di tutti sulla necessità di una nuova governance per la Rai è stato inamovibile anche durante il vertice a quattro dei giorni scorsi a Palazzo Chigi. «Bersani può esultare a nome del Pd dicendo “abbiamo una banca”. È uno scandalo quello del Monte dei Paschi di Siena prigioniero delle risse del Pd che si lacera per spartirsi le poltrone», esordisce l'ex colonnello di An, per poi concludere che il segretario Pd «vorrebbe fare alla Rai quel che fanno i suoi compagni in banca», e concludendo che invece loro, quelli del Pdl, dicono «no ai lottizzatori». E non risparmia neanche Pippo Baudo (che ieri in un'intervista aveva lanciato l'sos per l'azienda di Stato) definendolo «un conduttore finito», che «per farsi citare deve solo insultare il prossimo». Un Gasparri imbufalito davanti all'attacco di quasi tutto l'arco parlamentare, (anche l'Idv - pur senza rinunciare a polemizzare con il Pd - dice no alla spartizione), che attacca a testa bassa, preoccupato che possa aprirsi una breccia anche nel suo partito. E allora sì che il commissario potrebbe arrivare a viale Mazzini. Anche l'ex premier Silvio Berlusconi segue la vicenda con grande attenzione. L'informazione e il controllo dell'azienda pubblica restano un nervo scoperto, soprattutto adesso che non stando più a Palazzo Chigi i primi contraccolpi per Mediaset iniziano a farsi sentire. Allarmato anche l'ex ministro Paolo Romani: «Sono gravissime le richieste di commissariamento di un'azienda, la Rai, che mai come questa volta sta dimostrando salute nel bilancio. Un'azienda che in termini di qualità dell'offerta e quantità di ascolti può competere a livello europeo». Queste richieste, aggiunge il deputato Pdl, «hanno più il sapore di attacchi politici al servizio pubblico» e quindi sono «inaccettabili». VERSO IL COMMISSARIAMENTO? Bersani dal canto suo può ritenersi soddisfatto: se fino a qualche giorno fa la posizione del Pd poteva sembrare isolata - e nel partito c'era chi aveva qualche dubbio sull'annunciato Aventino - oggi si capovolge il quadro e davanti al premier, che su questo dovrà presto convocare un altro vertice, è il Pdl a restare con il cerino in mano. «Il nostro obiettivo è quello di liberare la Rai dal controllo dei politici - è quello che il segretario ha ripetuto anche a Monti - e per questo è necessaria una nuova governance che dia al capo azienda poteri veri». «Una riforma si può fare in tempi brevissimi - aggiunge Orfini - così da dare alla Rai nuove regole prima che sia troppo tardi e in tempo per la scadenza del Cda. Se invece prevarrà l'ostinazione del Pdl nell'imporre veti e nell'impedire una riforma, come da tempo sosteniamo, il governo ha il dovere di intervenire e il commissariamento è uno strumento più che praticabile». E intanto è iniziata la girandola di nomi dei possibili commissari. Tra i manager figurano in pole position Enrico Bondi, Domenico Arcuri, Claudio Cappon, Giancarlo Leone, mentre sul fronte più propriamente “editoriale” il tam tam trasmetti i nomi di Ferruccio de Bortoli e Giulio Anselmi. Orfini In pole position Enrico Bondi, Claudio Cappon e Ferruccio de Bortoli MARIA ZEGARELLI Toto-commissari Rai, Casini e Fini con il Pd: «Ora basta con le lottizzazioni» Anche il Terzo Polo si schiera per il commissariamento della Rai. Soddisfazione del Pd, che continua a chiedere una nuova governance in tempi brevi. L'ira di Gasparri e Romano: «Non serve, azienda sana». p Terzo Polo Anche Fli e Udc si schierano per il commissariamento pGasparri e Romani furiosi: «L'Azienda non è mai stata così sana» L'Usigrai protesta: così si va verso una inaccettabile non-decisione Politica e informazione «Una riforma si può fare facilmente in tempi brevissimi» ROMA «Le riforme non possono venire da una partita a scacchi con pezzi da sacrificare per poter vincere». Il numero uno dell'Usigrai, Carlo Verna, rilancia la manifestazione già organizzata per il 27 marzo al Teatro Capranichetta, si schiera contro il commissariamento e lancia il suo appello: «La Rai è un bene comune cui non si può rinunciare come a una torre o un alfiere». Insomma, non basta cambiare posto alle pedine, «così si va verso una non decisione e un'inaccettabile prorogatio». Primo Piano10 LUNEDÌ 19 MARZO 2012
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19/03/12

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