La «verità di Londra» va in scena a Roma. A rappresentarla è il capo del Foreign Office, William Hague. Una verità sul tragico blitz in Nigeria, che il ministro degli Esteri britannico ha ribadito, con puntigliosa precisione, in una giornata fitta di incontri, che hanno visto Hague interloquire con il presidente Giorgio Napolitano, il premier Mario Monti, il presidente del Copasir, Massimo D'Alema, e il suo omologo italiano, Giulio Terzi. «Esprimiamo il nostro profondo rammarico», ma «penso che quella fosse la cosa giusta da fare» in quelle circostanze. Così Hague risponde a una domanda se non ritenesse di doversi scusare con l'Italia per il fallito blitz in Nigeria e per non aver avvertito Roma prima del via al raid. Rammarico, dunque, ma niente scuse. Chi si attendeva che Hague pronunciasse due parole I apologize, è rimasto deluso. «Non posso nascondere che eravamo fortemente contrariati dal fatto di non essere stati informati prima che l'operazione fosse lanciata», per liberare gli ostaggi in Nigeria, ma «prendiamo atto della situazione molto difficile sul terreno e dei rapidi sviluppi» che hanno portato Londra ad agire in fretta, afferma il ministro Terzi, dopo l'incontro con il collega britannico che gli ha ribadito che la comunicazione tardiva «non era intenzionale». «Italia e Regno Unito hanno affrontato questo rapimento con la stessa linea e hanno condiviso lo stesso approccio» sulla gestione del sequestro, rimarca il titolare del Foreign Office. Un tasto su cui Hague batte con forza: «Non è ovviamente nelle abitudini o nella politica del governo britannico non consultarsi in un simile caso», dice il ministro inglese in meFoto Ansa UMBERTO DE GIOVANNANGELI www.unita.it Nigeria, la verità di Hague «Siamo rammaricati» Niente scuse, ma «rammarico» per l'esito del blitz che ha portato all'uccisione di Franco Lamolinara a Sokoto. In cambio il capo del Foreign Office ha offerto tutto l'apporto di Londra per una soluzione del caso-marò. Stretta di mano tra il titolare della Farnesina e il suo ospite e collega britannico William Hague ROMA p La visita Il ministro degli Esteri britannico a Roma ha visto Napolitano, Monti, Terzi e D'Alema p Il titolare della Farnesina: al via un gruppo di lavoro anti-terrorismo e per la lotta alla pirateria Mondo34 VENERDÌ23 MARZO2012
U na cosa è certa: la vicen-da di Tolosa costituisceuna svolta nella campa-gna elettorale per lepresidenziali. Per quanto cinico possa apparire, Nicolas Sarkozy sembrava trarre un vantaggio inaspettato dagli attacchi terroristici e dall'assedio di Mohamed Merah. Non fosse per la rivelazione che il killer era già segnalato negli Usa come sospetto qaedista. Questo inaspettato passaggio nella giornata di ieri rimette tutti i fattori in gioco. In momenti tragici e choccanti come quelli che hanno tenuto col fiato sospeso la Francia in questi giorni, il potere in carica beneficia spontaneamente di una rendita di posizione, di un vantaggio istituzionale. Incollati alla tv per seguire in diretta l'inchiesta prima e l'assedio poi, i francesi si sono identificati con l'uomo che in quei momenti garantiva l'unità della Republique di fronte alla minaccia terroristica. Le immagini in questo caso sono più eloquenti delle parole. Martedì a Tolosa, alle esequie dei tre paracadutisti uccisi la settimana scorsa da Merah, mentre Sarkozy pronunciava l'orazione funebre per i figli della patria caduti, gli altri concorrenti all'Eliseo - da Marine Le Pen a François Hollande a François Bayrou - tra il pubblico restavano muti ad ascoltarlo. L'immagine di un'unità nazionale a senso unico, con un presidente al di sopra delle parti che parla per tutti, e dei candidati che restano in silenzio. Ieri, dopo la rivelazione sulla No-fly list, sul caso ha ripreso la parola Francois Hollande. «La lotta contro il terrorismo non ammette alcuna distrazione - ha detto, pacato - la Repubblica rimane sempre la più forte, questa la lezione che dobbiamo trarre dai momenti che abbiamo vissuto». Fino a quel momento il viso grave di Sarkozy entrato in tutte le case era quello beneficiato non solo della solidarietà nazionale, ma anche dell'efficacia operativa della polizia che in tempi brevi aveva condotto l'inchiesta e isolato la minaccia. La prova empirica della popolarità iscritta in un sondaggio condotto tra martedì e mercoledì, in cui si registra un più due per il candidato Sarkozy che lo innalzano fino al 30% delle intenzioni di voto al primo turno, cioè avanti al candidato socialista che resta inchiodato al 28% (al ballottaggio Hollande è sempre vincente). Ieri sera per rispondere a Hollande, è dovuto intervenire di nuovo in tv il ministro degli Esteri Alain Juppé, che aveva chiesto di fare «chiarezza» su eventuali errori nella sorveglianza, sottolineando poi come i jihadisti accertati che risiedono in Francia siano «controllati» e come lo stesso Merah fosse stato «interrogato di recente dai servizi segreti». Tuttavia, come ha ricordato il ministro della Sicurezza Guént, il controspionaggio sorveglia molte persone impegnate nell' estremismo islamico «ma esprimere delle idee, manifestare delle opinioni di tipo salafita non è sufficiente per essere portati in tribunale o segnalati alla polizia». Ieri, appena arrivata la notizia che Merah era stato ucciso nel corso del raid delle forza speciali nell'appartamento dove era trincerato, Sarkozy ha annunciato una serie di misure per reprimere l'apologia di terrorismo e tutte le forme di partecipazione ad «indottrinamenti ideologici». Sia via internet, sia con viaggi all'estero. Ma in serata questo discorso non suonava già più come quello di un trionfante vincitore. Piuttosto una discutibile toppa per un grosso buco nei servizi di sorveglianza. Il candidato socialista è stato costretto ad accettare la tregua ed è rimasto in silenzio, con un atteggiamento grave che mimava quello presidenziale. Ieri mattina il segretario dell'Ump Jean François Copé ha invitato Hollande «a mantenere la dignità che conviene» invece di strumentalizzare Tolosa. In realtà il candidato socialista non aveva fino a quel momento proferito parola. L'unico che ha cercato di rompere l'unità nazionale è stato nei giorni scorsi Bayrou, che ha puntato il dito sul clima di divisione e di stigmatizzazione acceso dalle parole incendiarie usate in questi anni da Sarkozy contro gli zingari, l'Islam e gli immigrati. E c'è da credere che su questo Marine Le Pen consoliderà la propria campagna contro l'islam in concorrenza con Sarkozy. Foto Ansa LUCA SEBASTIANI Il presidente-patriota sul tema sicurezza rischia il boomerang Il retroscena presidenziali Eva Joly accusa di essere stato il vero manovratore, sostituendosi al magistrato incaricato dell'operazione, oltre all'autore della falsa ricostruzione del salto dalla finestra come causa della morte di Mohammed. PUGNO DI FERRO Nel frattempo una nuova rivendicazione della strage nella scuola ebraica dove sono morti tre bambini e il rabbino lunedì scorso è arrivata nel pomeriggio a firma Jund al-Khilafah (cioè «I soldati del Califfato»). Sul sito islamista sito Shamikh questo gruppo ha scritto un messaggio in cui si benedice «questa operazione che ha fatto vacillare i pilastri crociato-sionisti in tutto il mondo», chiedendo alla Francia di «riconsiderare la sua politica nei confronti dei musulmani nel mondo» e di «abbandonare le sue ostilità verso l'Islam», perché la sua politica «ostile» porterà «solo sciagure e distruzione». Il nome del gruppo è già noto agli inquirenti per aver rivendicato in passato attacchi in Afghanistan e Kazakistan ed è considerato linkato ad Al Qaida. Il presidente della Repubblica francese ieri a Strasburgo nel suo discorso di ripresa della campagna elettorale sotto lo slogan «France forte» ha fatto allusioni al blitz, sostenendo dapprima che «la Francia non è razzista» e poi che Merah era «un mostro», «nessuna causa può giustificare e scusare l'assassinio di un bambino e di un soldato». E ha proposto aggravanti penali per «pedofili e terroristi». Il killer della strage nella scuola ebraica Ozar Hatorah di Tolosa, Mohammed Merah Golpe militare nel Mali PARIGI I soldati golpisti hanno chiuso ieri le frontiere del Mali. Sporadiche sparatorie udite nella capitale Bamako. I militari si sono ammutinati lamentando di non aver ricevuto sufficienti armamenti per fronteggiare la rivolta dei tuareg tornati dalla guerra in Libia che chiedono l'indipendenza del nord. A Gao arrestati militari fedeli al deposto presidente. 21 VENERDÌ 23 MARZO 2012
p SEGUE DALLA PRIMA Squinzi per storia e caratteristiche è un uomo di dialogo e attento a preservare l'autonomia delle relazioni industriali. Mentre Alberto Bombassei, lo voglia ammettere o meno, è stato l'uomo delle divisioni e degli accordi separati, sia tra i metalmeccanici sia tra le confederazioni. Bisognerà naturalmente attendere il presidente designato alla prova del programma e della squadra di governo ma la novità c'è ed è forte anche in ragione degli schieramenti interni al sistema imprenditoriale che si erano coalizzati in favore del proprietario della Brembo, compreso un forte ed esteso apparato mediatico di supporto. Proprio questo mette in luce la vera differenza tra i disegni che sostenevano le due candidature. Da un lato chi puntava a fare svolgere un ruolo più politico a Confindustria con un intervento diretto nelle vicende politiche del Paese, magari fiancheggiando ambizioni e progetti che sappiamo essere in campo. Dall'altro chi intendeva riportare il ruolo dell'associazione entro ambiti più autonomi dalla dialettica politica e più attenti a ricreare le condizioni attraverso il dialogo e il confronto tra tutte le parti. Insomma a un ruolo propositivo delle forze della rappresentanza sociale. In questo senso la vittoria di Squinzi favorisce un'idea più ordinaria e ordinata dei ruoli, dei poteri e delle funzioni della rappresentanza degli interessi sia verso le istituzioni sia verso la politica, restituendo a ognuno il ruolo che gli è proprio. Anche sui temi di merito sindacale le due candidature non sono e non erano uguali. Colpisce il coraggio che Giorgio Squinzi ha avuto, nel corso di una campagna elettorale difficile, quando ha affermato che l'articolo 18 rappresentava l'ultimo dei problemi per la vita e la competitività delle imprese italiane a fronte di un orientamento diverso assunto dalla stessa Emma Marcegaglia in tutta la fase della trattativa con governo e sindacati. Ha tutto il suo peso in questa posizione l'esperienza che nel settore dei chimici ha plasmato cultura, atteggiamenti ed accordi maturati in decenni di buone pratiche sindacali. E che oggi si potranno ritrovare nella cultura di chi sarà chiamato a guidare Confindustria nei prossimi quattro anni. È presto dire come questo si rifletterà concretamente nelle scelte che andranno fatte: contratti in scadenza, gestione degli effetti dei provvedimenti presi soprattutto sul mercato del lavoro e dell'età di pensionamento, crisi settoriali e aziendali, il Mezzogiorno, la politica industriale. E insieme il problema di un accordo generale sui contratti che non porta la firma e la condivisione della Cgil. La stessa situazione della Fiat, con la vittoria di Squinzi, richiederà da parte di Marchionne una valutazione più ponderata e speriamo inedita. Ma non c'è dubbio che si può pensare a un clima che riprovi a costruire regole condivise e assetti di relazioni più stabili con i tempi e le gradualità necessari. Il modello tedesco, se preso per intero nel Paese che mantiene la seconda manifattura europea, ci dice dove si può arrivare ed anche la distanza che bisogna saper colmare. GUGLIELMO EPIFANI FOTO RAVAGLI Adesso sono possibili nuove relazioni industriali Il commento Il coraggio di Giorgio Dopo la scelta degli industriali si può ricostruire un clima favorevole alla definizione di regole condivise e a un serio confronto tra autonomie sociali s'era presentato a una trasmissione de La7 annunciando che avrebbe voluto sbullonare l'Unità dalle fabbriche, sull'esempio dell'amico Sergio Marchionne, perché non aveva gradito i nostri articoli. Passi la critica, ma esagerata la voglia di toglierci di mezzo. Questa volta è andata male a Bombassei, la Confindustria lo ha sbullonato. Per sempre. Dopo due mandati come vicepresidente, con le gestioni di Luca di Montezemolo ed Emma Marcegaglia, Bombassei torna a casa, ai freni della sua adorata Brembo, e rifletterà su come espandere il suo progetto futurista “Chilometro Rosso” che affianca l'autostrada Milano-Bergamo. Per la verità un po' di dispiace perché pur essendo un duro, un “destro” autentico, un fan dei contratti separati, che vorrebbe i sindacati e in particolare la Cgil confinati ai giardinetti, Bombassei è un bravo industriale, uno di quelli che ci mettono la faccia, capace di venire nella redazione dell'Unità a farsi intervistare sul contratto dei metalmeccanici. L'ultimo scatto finale nella corsa alla presidenza di Confindustria è un segno di vitalità e di credibilità, anche se il recupero non gli ha consentito di battere Squinzi. Forse il sanguigno “Bomba” non ha colto l'attimo, avrebbe dovuto scendere in pista qualche anno fa e invece si è convinto, perché lo spingevano i Montezemolo, i Parisi, i Della Valle, che questo era il suo momento. Un errore. E forse, ora che la partita è finita, l'industriale bergamasco considera un errore la scelta di Marchionne di esprimergli pubblicamente il suo appoggio. È stato un abbraccio mortale per Bombassei. Da umili cronisti possiamo garantire che nella base imprenditoriale Fiat e Marchionne suscitano antipatie difficilmente quantificabili. Ora Bombassei avrà più tempo per i giornali, anche se non potrà più leggere gli imbarazzanti peana del Corriere della Sera. Potrà dedicarsi, se vuole, all'Unità di cui Giorgio Squinzi ci ha detto sabato scorso di aver apprezzato «la correttezza e l'equilibrio nel raccontare le vicende di Confindustria». Così si diventa presidente, capito Bombassei? In campagna elettorale ha detto che l'art.18 è l'ultimo dei problemi L'esperienza dei chimici Ha prodotto buone pratiche sindacali, che ora sono un modello L'Fmi promuove Monti IlFondomonetariointernazionale«dàilbenvenuto»alprogettodiriformasulmercato del lavoro in Italia e «agli sforzi per migliorare l'efficienza e per ridurre il divario che separa i lavoratori con posto fisso dai precari». Lo ha affermato David Hawley, vice direttore del dipartimento relazioni esterne del Fmi. 13 VENERDÌ 23 MARZO 2012
Contro la corruzione come contro la mafia. Consigli comunali sciolti se «non applicheranno il Piano anticorruzione». I prefetti depositari, in ogni Provincia, delle denunce dei dipendenti pubblici che nei propri uffici notano anomalie, condotte che preludono o lasciano intendere patti corruttivi tra pubblico e privato. E saranno sempre i prefetti, rigorosi e in un patto di assoluto riserbo, a distribuire la ricompensa per la segnalazione di fatti che abbiano veramente creato danni all'amministrazione pubblica. Alleati sul campo dei prefetti, i segretari comunali che, ridotti quasi a ectoplasmi negli ultimi anni dalle varie riforme della pubblica amministrazione, diventano oggi garanti della effettiva attuazione del piano anti-corruzione nelle pubbliche amministrazioni. CAPITOLO PREVENZIONE Si esce dagli annunci e si comincia, pare, a fare sul serio. Se il disegno di legge anticorruzione langue da mesi in Commissione Affari Costituzionali e Giustizia alla Camera, prima in cerca di un accordo tra i partiti, ora del tempo necessario al ministro Guardasigilli Paola Severino per scrivere i tanto discussi emendamenti (come sarà riscritto il reato di concussione?) relativi alla parte penale del contrasto al fenomeno (l'esame in aula slitta a dopo le amministrative), prende forma la parte relativa alla prevenzione. L'articolato di norme a cui sta lavorando il ministro della Funzione Pubblica Filippo Patroni Griffi che già prima di Natale aveva nominato una commissione di esperti per individuare le linee principali. Ieri c'è stata una lunga riunione a palazzo Vidoni, sede del ministero della Funzione Pubblica, tra i “saggi” anticorruzione (i membri della Commissione) e i vertici del ministero dell'Interno. Tre ore di confronto da cui sono uscite le istruzioni per mettere in pratica il piano anticorruzione nelle pubbliche amministrazioni e, soprattutto, il sistema di verifiche e di monitoraggio delle nuove norme. Il rischio che nel tempo le norme perdano di efficacia per mancanza di controlli, è una delle principali preoccupazioni di Patroni Griffi. Il senso dell'incontro operativo di ieri, che sarà tradotto in emendamenti al ddl anticorruzione e in buona parte annunciato oggi in un convegno a palazzo Vidoni, è che, spiegano fonti del ministero della Funzione Pubblica, «le prefetture diventano il braccio operativo per l'applicazione del Piano nazionale anticorruzione». Il principio è appunto quello della lotta alla corruzione così come si combatte la mafia. Il piano, nella sue linee generali, prevede l'adozione di “Piani interni di Prevenzione”. I piani dovranno individuare i settori nei quali il rischio di corruzione è più alto (appalti pubblici, sanità, edilizia, licenze e permessi commerciali) e indicare le soluzioni – dai sistemi di controlli interni ai singoli uffici all'innalzamento dei livelli di trasparenza - che possono abbattere o ridurre il rischio. Le cronache giudiziarie degli ultimi due anni e delle ultime settimane dimostrano che il ventre molle dove prendono forma le tangenti comincia nei singoli uffici per poi salire ai livelli decisionali. Uno dei sistemi di controllo parte dal basso e si chiama whisteblower, l'impiegato fedele che nota anomalie, le denuncia e sarà premiato con una percentuale rispetto al totale del danno erariale che ha contribuito a non dissipare. Via di mezzo tra il concetto di spia e quello della taglia tipo Far West, il whisteblower è invece una figura molto diffusa nel Regno Unito e negli Stati Uniti dove ha contribuito non poco a limitare i fenomeni di corruzione. La proposta è di affidarne la gestione ai prefetti, sia nella fase della denuncia che in quella della ricompensa. Il tutto protetto dal più rigoroso anonimato. A valle e a monte di tutto ciò, il principio – veramente rivoluzionario – che il Comune non virtuoso, che non applica il Piano Anticorruzione e non ne vigila l'attuazione, rischia di essere sciolto. Proprio come succede ai Comuni infiltrati dalla criminalità organizzata. Il ministro Patroni Griffi presenterà questi contenuti sotto forma di emendamenti quando il disegno di legge sarà in aula. «Prima – si spiega al ministero – non è possibile farlo». Il rischio è che la parte delle prevenzione resti l'unica ad essere presentata. E che la parte penale, con l'introduzione dei nuovi reati di traffico di influenze e corruzione tra privati e la riscrittura, cioè l'abolizione, della concussione – già nota come norma killer del processo Ruby – venga stralciata. Quindi rinviata. Foto Lapresse Leoluca Orlando Corruzione, i Comuni andranno sciolti se non la contrastano La norma contenuta negli emendamenti del ministero della Funzione Pubblica al ddl cui lavora la ministra Severino. Rischiano di saltare invece la riscrittura della concussione e l'introduzione del reato di traffico d'influenze. CLAUDIA FUSANI ieri la Fininvest ha fatto sapere che Grillo è stato condannato in appello per diffamazione. Un video su Youtube mostra cos'è successo prima e dopo la foto incriminata: un colloquio di 5 minuti, tra Diliberto e i manifestanti, con la donna in primo piano davanti al politico che ha detto di non aver notato la scritta. Ma i social network postano il video e scrivono: «L'ha letta per forza». Diliberto spiega: «La signora che indossava la maglietta era di una certa età, pacifica, non era una facinorosa» bensì «disperata», ha perso il lavoro e «con qualcuno se la doveva pigliare». La ministra Fornero avrebbe commentato: «Certe magliette sono detestabili», mentre l'ex ministro dell'Interno Maroni si allarma, Diliberto «incosciente», e vede «un rischio di incidenti o di gravi tensioni sociali». Unaserietvcomemodellodiservizio pubblico: la Rai manderà in onda cinquedocumentaridirettidaGrazianoConversano,untourneiPalazzidelleistituzioni,conragazzichepongonodomandealle cinque alte cariche dello Stato e le telecamere che si «infilano» in ambienti normalmente chiusi. Dadomanialle17suRaiTreealle23 su RaiStoria inizia la serie «Istituzioni», propostadaRaiEducationaledalladirezione RelazioniIstituzionalieInternazionalidella Rai. Un giro di visite dal Quirinale a Palazzo Madama, da Montecitorio alla Corte Costituzionale fino a Palazzo Chigi. Ieri mattina a viale Mazzini insieme aiverticiRaihannopartecipato allapresentazione i presidenti delle Camere, Renato Schifani e Gianfranco Fini, e quello della Corte, Alfonso Quaranta. Un'occasione d'oro per la dg Lorenza Lei, che si èproposta perun «nuovo inizio» rilanciando la «centralità del servizio pubblico». Un secondo mandato, si leggetralerighe,conlabenedizione(pidiellina) del presidente del Senato Schifani che l'ha ringraziata per la serie tv ma ha anche fatto notare che «il bilancio della Rai chiuderà in pareggio, anzi addirittura leggermente positivo». Bilancio che è stato depositato ieri nel Cda che dovrà votarlo, poi sarà approvato dall'assemblea dei soci, «solo allora finirà il nostro mandato, ha detto il presidente Garimberti». N.L. Le istituzioni in tv: viaggio nei luoghi della democrazia DOCUMENTARI Anm, domani i vertici Domani l'Associazione nazionalemagistrati dovrebbeeleggere lagiuntae ilnuovo presidente. Dopo la vittoria della corrente Magistratura indipendente si lavora su due binari: una giuntaunitaria,conil riconoscimentodell'avanzatadiMi;ounagiunta«debole»,cheriproponga la vecchia maggioranza di centrosinistra per un anno e mezzo, fino a dopo le politiche. 17 VENERDÌ 23 MARZO 2012
«Niente riforme al ribasso. Non accetteremo di votare una riformetta». È un Angelino Alfano muscolare e su di giri quello di ieri mattina a Radio Anch'io: «Se Bersani vuole la riforma modello Camusso, prima deve vincere le elezioni». Indossa l'elmetto per difendere il «compromesso» sul lavoro, al punto da osare su terreni più delicati: «Non abbiamo totem da difendere o zone franche, il governo si occupi anche di giustizia» e «se inserirà il nuovo reato di corruzione tra privati noi non saremo pavidi». Berlusconi osserva la partita a distanza e senza eccessivo pathos: prioritari, si sa, per lui sono i capitoli sui processi e l'asta delle frequenze. Ancora tutti da affrontare. Ma ha dato la sua benedizione alla linea «riformista» del governo, e tanto basta. Insieme alla leggera risalita del partito nei sondaggi, che a un mese e mezzo dalle amministrative è stato accolto con un sospiro di sollievo. LA BLINDATURA DEL DELFINO Così il segretario del Pdl schiera il partito sulla trincea dell'articolo 18 che oggi approderà in Consiglio dei ministri. Scortato dalla (apparente e iniziale) determinazione di Monti a non indietreggiare sul licenziamento per motivi economici (piuttosto compensare con l'anticipo e magari il rafforzamento dei nuovi ammortizzatori sociali) e dalla blindatura della presidente uscente (ma ancora in carica) di Confindustria Emma Marcegaglia. Che è andata giù secca: «Qualsiasi ipotesi di indebolimento di questa posizione, su cui Monti ha dichiarato chiusa la discussione, per noi sarebbe inaccettabile». Un macigno. Proprio mentre Bossi, sulla sponda opposta agli ex alleati azzurri, tuona: «È una controriforma. L'articolo 18 non si tocca». FALCHI E COLOMBE UNITI Eppure, con l'evolversi della giornata, l'irrigidimento del Professore appare meno granitico. L'incontro al Colle apre qualche spiraglio. La Cisl rimette in campo il modello tedesco. Al punto che Giuliano Cazzola twitta svelto: «Non è una gran trovata, per questo non serve una nuova legge». Rilancio. È un capitolo che, al momento, nonostante le dichiarazioni, non è del tutto chiuso. Il Pdl però ha ormai gettato il cuore oltre l'ostacolo. Archiviato l'asse “ABC” cavalca la spaccatura nella «maggioranza anomala». Prosegue l'assedio al Pd «ideologico e retrogrado». Se mercoledì era il giorno di qualche residua cautela, la posizione del governo e le lacerazioni in cui si dibatte il quartier generale Democratico hanno convinto Alfano ad alzare il tiro. Portandosi dietro anche i “quaranteni del partito”, i cosiddetti (fino a via di fuga migliore) «alfaniani». Falchi e colombe uniti sulla stessa linea. Per la prima volta in molti mesi. Mariastella Gelmini: «Non è più tempo di mediazioni al ribasso e continui rinvii». E l'ex ministro degli Esteri Franco Frattini: «Avanti nonostante i veti, non ci faremo dettare la linea dalle posizioni conservatrici della Fiom». La linea resta quella di evitare a tutti costi «annacquamenti» in Parlamento. Un messaggio prima che un'intenzione. Non a caso i capigruppo Gasparri e Cicchitto continuano a battere sulla necessità di un «iter rapido» per tradurre la riforma in realtà. Anche dopo che Monti ha praticamente tolto dal tavolo l'ipotesi del decreto, e si rafforza la strada della legge delega. Ha fretta l'ex An Matteoli: «Alla prima occasione il Pd ha gettato la maschera. Dove è finito il riformismo tanto sbandierato, il partito del buon senso, della moderazione?». Idem l'ex ministro del Lavoro Sacconi, che consuma qualche ripicca privata: «La Cgil fa tutto da sola e anche in questo caso ha scelto la via dell'auto isolamento. Il governo non ceda alle pressioni sue e del Pd». Colorita Beatrice Lorenzin: «La Cgil vive in un'altra era geologica». FEDERICA FANTOZZI Il Pdl in trincea Alfano: questa riforma non si può toccare Il segretario Pdl blinda la riforma del lavoro: «Se Bersani la vuole stile Camusso prima vinca le elezioni». Partito compatto dietro il segretario per intercettare consensi in vista delle amministrative. p Linea dura Il partito alza il tiro sul decreto. Via libera di Berlusconi pMatteoli «Il Pd ha gettato la maschera». Ma Bossi: «Controriforma» «Noi cattolici preghiamo sempre, e i frutti si vedono. Ora ci sono tutte le condizioni per arrivare a una sintesi che soddisfi tutti». Il segretario centrista Lorenzo Cesa, inseguito nel pomeriggio dai cronisti alla Camera, la butta in battuta. Ma non è certo solo per via della preghiera che ieri le ruote della macchina su cui viaggia la riforma del lavoro e quindi anzitutto quella dell'articolo 18 hanno cominciato a girare in un modo un po' diverso. Ieri, infatti, la gentile tenaglia bianca si è estesa in ogni sua ramificazione per segnalare sia l'estrema sensibilità sulla vicenda sia la direzione ritenuta auspicabile. Dalla Cei alla Cisl di Bonanni, ciascuno ha Il mercato del lavoro ffantozzi@unita.it Terzo Polo in ansia per Monti, ora punta a recuperare il Pd SUSANNA TURCO ROMA Primo Piano10 VENERDÌ 23 MARZO 2012
Se la borsa di studio diventa un miraggio Italia ultima in Europa D ice una nota canzonedi lotta degli anni 60che «anche l'operaiovuole il figlio dottore».Erano gli anni del boom economico e le fasce più deboli della popolazione si affacciavano per la prima volta all'istruzione superiore, all'università che sarebbe diventata “di massa”. A distanza di 40 anni si può ancora dire che secondo dettato costituzionale, «i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi» (art. 34)? «Non per tutti, la condizione delle famiglie è cambiata con la crisi, i genitori non possono più permettersi non solo l'iscrizione agli atenei dei figli ma anche tutto quello che comportano in spese per i libri, l'alloggio, e i trasporti», nota Claudio Riccio, portavoce nazionale della Rete della Conoscenza, organizzazione che riunisce universitari, dottorandi, accademici e che si occupa proprio del tema del diritto allo studio. «All'Università si sta creando una selezione di censo, gli effetti saranno sotto gli occhi di tutti fra circa 4 anni». Il fatto è che l'Italia è da sempre carente su questo terreno. In Francia e in Germania (che hanno all'incirca lo stesso numero di studenti del nostro paese) beneficiano della borsa di studio rispettivamente 525mila e 510mila iscritti contro i 150mila del Bel Paese. Anche la Spagna investe nel diritto allo studio 3 volte che l'Italia (dati: Osservatorio regionale del Piemonte per l'Università e per il diritto allo studio universitario). Il governo Berlusconi ha tagliato del 94% (in tre anni) il fondo per le borse di studio, portandolo dai 246 Milioni di euro del 2009 a 26 Milioni nel 2012. Per l'anno 2013 il finanziamento previsto è di soli 12,9 milioni, ovvero il 95% in meno rispetto al 2009. Inoltre solo nello Stivale è presente la figura dell'“idoneo non vincitore” (quest'anno sono stati 45mila)e cioè una persona che avrebbe i requisiti giusti, di reddito e di merito, per accedere alle borse di studio o alla casa dello studente ma non può usufruirne perché è lo Stato a non avere le risorse per erogarle. O meglio le Regioni. Il diritto allo studio è infatti ad oggi articolato su base regionale, con gli enti territoriali per il diritto allo studio. E con i tagli agli enti locali sono state diverse le Regioni che non sono riuscite a garantire la copertura dei servizi. I casi che fanno scuola sono quelli del Piemonte e del Lazio. Il Piemonte fino a due anni fa era considerata una regione modello per i servizi agli studenti con reddito basso. Ora il completo cambio di rotta della giunta leghista: zero euro in bilancio e dal 100%di borse di studio erogate agli aventi diritto con la precedente amministrazione si è passati al 30%. Che significa che 8mila ragazzi quest'anno non riceveranno nessun contributo. Più o meno la stessa situazione si è verificata nel Lazio di Renata Polverini. Qui le borse di studio sono pagate con un tale ritardo che gli studenti si ritrovano senza le risorse promesse e necessarie per pagare l'affitto, i libri, le spese. La giunta Polverini ha tagliato nel corso della sua legislatura diverse volte i fondi per il diritto allo studio, nella regione che ospita La Sapienza di Roma, ossia l'ateneo più grande d'Europa. Gli studenti iscritti in Piemonte e nelle università del Lazio protestano da mesi ma non sono pochi gli esperti che ritengono che queste due regioni non rappresentino un'eccezione ma, al contrario, quello che succederà da qui a poco in tutto il resto del paese. All'analisi del Consiglio dei ministri oggi ci sarà infatti un decreto di riforma della materia concepito però dall'ex ministro Maria Stella Gemini e lasciato in “eredità” al governo Monti. Tra i nodi l'aumento di tutte le tasse regionali per il diritto allo studio che potrà arrivare fino a 200 euro a fronte di finanziamenti ulteriormente ridotti, «come dire che il diritto allo studio se lo pagheranno gli studenti con le loro tasse», nota Luca Spadon, portavoce di Link, associazione che riunisce gli atenei di oltre 14 città. «Siamo il terzo paese in Europa per tasse universitarie ma senza politiche sul diritto allo studio e senza politiche per gli studenti lavoratori, che poi vengono pure definiti “sfigati”». Allo studio anche l'innalzamento del limite di 16 mila euro di Isee (oggi è 18 mila) per partecipare ai bandi. Il che porterebbe a un'ulteriore restringimento dell'utenza del 12,9 milioni di euro È la somma prevista per il fondo per il diritto allo studio nel 2012: il 95% in meno rispetto al 2009 LUCIANA CIMINO www.unita.it L'inchiesta La Francia eroga 525mila sostegni, la Germania 510mila: da noi sono 150mila Il governo Berlusconi ha tagliato del 94% il fond. Monti non cambia rotta ROMA Italia28 VENERDÌ23 MARZO2012
ROBERTO BRUNELLI rbrunelli@unita.it T ommy è tornato. Oraha 67 anni, ma alza isuoi due tamburelliverso il cielo comenel 1969, quando havisto la luce. E la folla dinnanzi a lui è eccitata e ipnotizzata quando canta all'unisono We're not gonna take it, galvanizzata e stupefatta come 43 anni fa nella surreale e mistica alba di Woodstock. Piccoli paradossi della cabala del rock, ennesimo miracolo di una musica che continua a resuscitare, a lasciarci stupefatti per la capacità di sfidare le leggi del tempo (e forse della morte). Personaggi e interpreti: Roger Daltrey nella parte di Tommy, «un giocatore di flipper sordo, muto e cieco», ma anche nella parte del Roger Daltrey di tanti anni fa, Simon Townshend nella parte di suo fratello Pete, immenso e fulmicotonico chitarrista, mente e maestro orchestratore della variante più intelligente della rock revolution, lo stesso Pete nella parte del geniale convitato di pietra. IL FUTURO CI GUARDA Il fatto è che oggi Roger è un simpaticissimo signore vagamente piazzato e dalla voce sempre portentosa che ha deciso di portare nei teatri di tutto il mondo la versione originale (forse bisognerebbe dire originaria) della prima vera «opera rock» della storia, quel misterioso oggetto della mitologia che trasformò definitivamente gli Who in una delle più grandi band di sempre. Ed è, effettivamente, un miracolo: ti scorrono davanti pezzi-icona come Amazing Journey e Pinball Wizard, pezzi musicalmente complessi come Sparks e Overture, e sono quasi esattamente identici alla versione originale pubblicata su vinile il 23 maggio 1969. Eppure il principale creatore di tanto ben di dio non c'è: ma l'assenza di Townshend è controbilanciata dall'eccellente band che il vecchio Daltrey è riuscito a mettere insieme. Ragazzi che probabilmente nel ‘69 non erano nati, come il bassista Jon Button, il tastierista Loren Gold e lo strepitoso batterista Scott Deavours (uno che non sfigura di fronte allo spettro del tamburatore più grande della storia, Keith Moon, che è lì col suo ghigno a controllare, dal profondo delle spire del tempo), infine una vecchia volpe della scena britannica come Frank Simes, chitarrista talentuoso e direttore musicale dell'intera baracca e ovviamente Simon Townshend, fratello minore di cotanto Pete, chitarra e alla voce. «È il mio fratello», ripete varie volte Roger, e non sembra www.unita.it Roger Daltrey durante il concerto romano TORNA «TOMMY» ED È SUBITO WOODSTOCK Roger Daltrey ha riproposto la versione originaria della mitica opera degli Who. Nonostante i 67 anni la sua voce portentosa e le qualità della band hanno offerto al pubblico romano due ore di pura e rara gioia musicale Foto di Giovanni Canitano Culture40 VENERDÌ23 MARZO2012
L 'aggravarsi della crisi umanitaria e poli-tica in Siria, e la sua estensione ormaianche a Damasco, rende improcrastina-bile un'azione forte della comunità internazionale per fermare le violenze ed avviare, finché si è in tempo, una transizione democratica pacifica. Un'escalation ulteriore delle violenze in quel Paese metterebbe a serio rischio la stabilità dell'intera regione. Un rischio che nessuno può correre. La Siria, insomma, è diventato il «test di responsabilità» della comunità internazionale. Un test globale e che interessa direttamente anzitutto l'area del Mediterraneo cui la politica estera del governo italiano dedica un'attenzione prioritaria. Viviamo oggi, con le primavere arabe di cui la Siria è l'ultimo simbolo, un momento Mediterraneo che ci obbliga a capire bene in che direzione la regione si sta muovendo e ad adattare di conseguenza le strategie per difendere i nostri interessi e posizioni. Nel Mediterraneo allargato dal Nord Africa al Golfo - sono in corso due principali processi: da un lato l'esperimento della democrazia in molti Paesi, dopo decenni di autoritarismo; dall'altro la definizione di una nuova geopolitica quale conseguenza dell emergere di nuovi protagonisti nazionali (dalla Turchia al Qatar) e regionali (Lega araba e Consiglio di Cooperazione del Golfo) e del riassetto delle alleanze soprattutto di fronte alla minaccia nucleare iraniana. La nostra sicurezza dipende oggi - e sarà nei prossimi anni fortemente legata all interazione di questi processi - dalla capacità di impegnare positivamente il nuovo Islam politico e di cooperare con quei nuovi attori regionali interessati alla pace e alla stabilità. È per questo motivo che il governo italiano ha sin dall'inizio posto il Mediterraneo allargato al centro della sua azione di politica estera: con la consapevolezza che di fronte ad un quadro regionale in movimento occorre una diplomazia dinamica e sistemica, una presenza continua nella regione, una rete di rapporti fitta ed articolata con i Paesi dell'area. La democratizzazione ha reso obsoleta la Realpolitik in senso stretto e richiede da parte nostra un impegno più ampio volto a costruire con le nuove forze politiche e i governi nati dalle primavere arabe partenariati di dignità, fondati, oltre che sugli interessi economici e di sicurezza, su una condivisione di valori e principi democratici, da realizzare a tutti i livelli, coinvolgendo anche le società civili, per aiutare il dialogo e la costruzione di ponti umani. Va in questa direzione l'azione che abbiamo avviato in questi mesi con molti dei principali protagonisti della regione. La visita del Presidente del Consiglio in Libia, le mie missioni in Turchia, Tunisia, Egitto ed Algeria, la prossima visita del Presidente della Repubblica in Giordania, la nomina di un nostro Inviato Speciale: intendiamo assicurare un'interazione costante con la regione, piantando i semi per la progressiva e piena riattivazione dei nostri rapporti privilegiati con questi Paesi. Puntiamo in particolare su nuovi «partenariati di mobilità» per affrontare in maniera più profonda ed efficace la questione migratoria, sul nostro modello di piccole e medie imprese (creatore di occupazione nei paesi in transizione), sulla formazione delle nuove generazioni, sulla nostra cultura di dialogo tra Europa ed Islam. Abbiamo consolidato ulteriormente il raccordo con la Turchia, con la quale stiamo collaborando quotidianamente, insieme anche alla Lega araba, per la soluzione della difficile crisi siriana; ospiteremo a Roma il mese prossimo l'Emiro del Qatar, un vero protagonista nella regione, anch'esso chiave per la soluzione del problema siriano; contribuiamo attivamente al «Gruppo degli amici del popolo siriano» che si riunirà nuovamente a Istanbul all'inizio di aprile. Puntiamo inoltre al rilancio del dialogo regionale tra i Paesi delle due sponde del Mediterraneo, a partire dal Gruppo 5+5 che ho riunito nelle settimane scorse a Roma a livello di ministri degli Esteri: cooperazione regionale e democratizzazione sono complementari nella nostra strategia volta a promuovere un Mediterraneo più prospero e sicuro. A livello bilaterale e regionale la nostra azione non può prescindere da un altrettanto attivo impegno in ambito europeo. L'Unione europea ha una responsabilità ed una missione particolare da svolgere nel momento storico che vive il nuovo Mediterraneo. Innanzitutto per il sostegno - con risorse adeguate - alle nuove democrazie, il cui consolidamento sarà lungo e complesso. Si tratta, da parte dell'Unione europea, di accompagnare le transizioni, senza interferire o indulgere in atteggiamenti paternalistici. Né, ovviamente, si deve abbassare la guardia per quanto riguarda le linee rosse per noi invalicabili, e cioè il rispetto dei diritti dell individuo e delle minoranze, in particolare quelle religiose, e i diritti della donna. In secondo luogo, riconsiderando la centralità del Mediterraneo nella sua strategia di sicurezza complessiva, strutturando meglio ed intensificando i rapporti con i nuovi protagonisti regionali, la Turchia, la Lega Araba, il Consiglio di Cooperazione del Golfo, il cui ruolo è fortemente cresciuto nella gestione delle crisi regionali, dalla Siria all Iran. Sono i punti che ho sollevato e che sono stati recepiti alla recente riunione informale dei ministri degli Esteri europei a Copenaghen, sui quali continueremo ad insistere. È infine fondamentale che il Processo di pace israelo-palestinese mantenga una sua centralità nell'agenda politica dell Europa e non sia messo in secondo piano dalle primavere arabe o dalle emergenze della Siria e dell Iran. Le trasformazioni in corso nel Mediterraneo allargato, pur nella loro complessità e dagli esiti non scontati, rappresentano un occasione da cogliere per l'Europa e per il suo ruolo globale, sotto il profilo economico e della sicurezza. E, ne siamo convinti, rappresentano un'opportunità per il nostro Paese, che gode nell'area ed anche presso le nuove realtà politiche emerse dalle primavere, di un forte capitale di credibilità. Mediterraneo «allargato» Foto Ansa Un dialogo con il nuovo Islam Dopo le primavere arabe occorre una diplomazia dinamica e sistemica, una presenza continua nella regione, una rete di rapporti fitta ed articolata La Siria è diventata il «test di responsabilità» della comunità internazionale: per fermare le violenze è necessaria una forte azione comune. Ma è con tutta l'area che bisogna stabilire relazioni stabili Bambini siriani in un campo profughi nel distretto di Reyhanli, in Turchia L'ANALISI Giulio TerziMINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI 15 VENERDÌ 23 MARZO 2012
una battuta. Certo che è una storia di paradossi, questa. Il primo paradosso consiste nel fatto che quella che sentiamo oggi, la versione «filologica» di Tommy, gli Who così non l'hanno mai suonata: un po' perché il Tommy in vinile era troppo complicato, all'epoca praticamente impossibile da portare in scena se non con l'apporto di altri musicisti, un po' perché dal vivo gli Who avevano un'altr'anima. Dura, tosta, leggendaria. Quattro mostri posseduti dal demonio e dal genio. Ascoltare, per credere, il cofanetto deluxe di Live at Leeds, che comprende un tutto-Tommy che lascia letteralmente senza fiato. Per cui per Roger è stata una bella sfida rifare l'opera com'era nel ‘69: qui c'è davvero tutto, le chitarre acustiche, l'organo e l'organetto degli stacchetti tipo Extra Extra, gli effetti sonori psichedelici, il corno inglese di John Entwistle, gli strepitosi intrecci armonici, il pianoforte di Sally Simpson, l'eco di See me, feel me. C'è da dire che Daltrey, camicia scura e occhialino da sole, ha fatto un lavoro vocale mostruoso: rispetto ai tempi ruggenti la sua voce è più bassa e più rombante, ma lui si è rimodellato addosso tutto il materiale come se nulla fosse, con grande perizia e sapienza. Poi, certo, si diverte a roteare vorticosamente il microfono intorno a sé come ai vecchi tempi, ma è generoso e munifico, dispensando oltre due ore di musica con una gioia e un'efficacia che oggi sono merce rara. Ovvio che l'assenza di Townshend sia perfettamente misurabile: lo è per quel tanto di potenza in meno, quei due o tre decibel più bassi, per la ferocia un po' levigata. Ma i millecinquecento dell'Auditorium della Conciliazione di Roma sono grati lo stesso: quando, nella seconda parte del concerto, cantano tutti insieme tutta Baba O' Riley, quando I can see for miles fa tremare le fondamenta del teatro, quando mille mani si alzano verso l'impavido sessantasettenne Roger. È la forza di Tommy, oggi come allora. La forza di un'opera che è sì metafora della solitudine ma anche, se volete, delle perversioni del successo, ma soprattutto rimane lì a rappresentare l'utopia della compassione, della potenza dei suoni e della mente. L'assenza di Townshend è misurabile nella minore potenza Il limite T orna l'orchestra al con-certone del primo Mag-gio, come già lo scorsoanno con il maestro En-nio Morricone, ma que-sta volta sarà al servizio del rock e della sua storia. Il tema scelto quest'anno per fare da fil rouge alla manifestazione è infatti «La musica del desiderio – la speranza, la passione, il futuro», una frase che ben descrive l'essenza della musica più amata dai «giovani di ogni età». Mentre ancora restano nell'ombra i nomi di punta, cominciano a cadere i primi veli di questa 22˚ edizione e si scopre che ci sarà l'Orchestra Roma Sinfonietta (che dovrebbe rimanere come presenza fissa anche nelle prossime edizioni) e che a dirigerla sarà Mauro Pagani, nel triplice ruolo di direttore, arrangiatore e musicista. Pagani avrà a disposizione anche una «resident band» e spazierà lungo la storia del rock con 12 brani scelti per rappresentarne l'ormai lungo percorso musicale. Per ogni brano ci sarà alla voce un diverso interprete e l'esecuzione sarà accompagnata dalla proiezione di video realizzati appositamente da 12 registi. Tra i primi ad aderire al progetto, Stefano Sollima (regista della serie tv Romanzo criminale e del recente Acab). Nel novero delle 12 pietre miliari del rock troverà posto presumibilmente anche qualcosa di italiano ma le scelte ancora non sono state fatte. La conduzione della lunga giornata di musica sarà plurale, ovvero affidata a un piccolo team, i cui nomi però restano ancora riservati. Neri Marcorè, che ha presentato il concertone l'anno scorso, potrebbe partecipare come artista, magari con le canzoni di Giorgio Gaber che sta portando in giro per l'Italia con il suo spettacolo Un certo signor G. Dopo i recenti incidenti che sono costati la vita a due ragazzi che montavano gli stage di Jovanotti e Laura Pausini, una ancor maggiore attenzione sarà dedicata alla sicurezza degli addetti. Per l'organizzatore Marco Gòdano, che rivendica l'attenzione che al concertone hanno sempre avuto per questo aspetto, si tratta di episodi intollerabili e anche Mauro Pagani ci tiene a dire la sua sull'argomento con un'efficace metafora: «Non si può costruire la cattedrale di Bisanzio in una stalla. La cultura della sicurezza deve coinvolgere tutti e sicurezza vuol dire anche essere consapevoli delle strutture in cui si opera». Sarebbe bello e auspicabile allora che la kermesse di piazza San Giovanni fosse dedicata a quei ragazzi. Dal '69 resta intatta nel proporsi come utopia della compassione FEDERICO FIUME La forza Al concertone la storia del rock in 12 canzoni Prime anticipazioni sulla kermesse del Primo Maggio Le esibizioni accompagnate dai video di dodici registi N el 283˚ giorno di oc-cupazione il TeatroValle tira le sommedell'attività svolta,per tracciare il profilo artistico culturale della nascente fondazione che dovrebbe gestire in futuro lo stabile occupato da giugno scorso. L'occasione è stata ieri la presentazione di «Sostanze volatili», rassegna in scena dal 24 marzo al 22 giugno, dedicata al teatro indipendente con 11 lavori di drammaturghi e registi italiani. Già si vede il primo tratto della futura attività del Valle: dare spazio a quegli spettacoli più o meno autoprodotti dalle compagnie, e taluni anche premiati, ma che non trovano sbocco nella programmazione pubblica e privata, che predilige nelle scelte «l'appartenenza a una cerchia, a una casta, a una lobby», come dicono non senza fondamento gli occupanti. C'è poi la formazione del pubblico e anche degli artisti: oltre ai seminari del regista Anatolij Vasilliev, spiccano la permanenza del violoncellista Giovanni Sollima, di Gabriele Vacis, di Punta Corsara per citarne alcuni, e le prossime con Emma Dante, l'Arsenale e il Teatro delle Apparizioni. Infine la promozione di nuovo teatro con «Drammaturgie nascoste», che ha visto la partecipazione di 120 testi, di cui tre saranno presentati al pubblico con una semplice mise en espace. All'inizio dell'occupazione le serate nascevano dall'intervento più o meno estemporaneo di molti artisti –alcuni celebri come Camilleri e Jovanotti, Elio Germano, Renzo Arbore, Paolo Rossi–, che accorrevano per portare la loro solidarietà. Gli esiti erano spesso emozionanti, ma non sempre culturalmente ineccepibili. Da qualche mese emerge un'esigenza artistica più precisa: se l'impressione è talvolta di una navigazione a vista, il Valle Occupato, pregi e difetti, resta sicuramente una delle scommesse che stanno caratterizzando questa stagione culturale. RASSEGNE La proposta ROMA IL FUTURO DEL TEATRO VALLE Luca Del Fra Dedicare la manifestazione ai tecnici morti mentre montavano i palchi Musica francese in 38 città Trenta accademie della musica, più di 400 artisti sul palco: al via la V edizione di «Suona francese», viaggio nella musica d'Oltralpe che, da Aosta a Noto, coinvolgerà da domani al 29 giugno 38 città italiane portando in tutta la penisola una vasta rassegna della produzione musicale francese, dal classico al contemporaneo, dal jazz all'elettronica. 41 VENERDÌ 23 MARZO 2012
10%. «Una famiglia media ha circa 35 mila euro di Isee, a 18 mila è già molto povera, restringere ancora significa impedire a nuclei in difficoltà la possibilità di prendere i benefici», spiega ancora Link. Sullo stesso punto si battono anche i Giovani democratici: «La è situazione problematica, vogliono risolvere il problema degli idonei non vincitori diminuendo il numero degli idonei», commenta Carlo Mazzei, responsabile Università Gd di Roma. Rimangono nel decreto anche i riferimenti al prestito d'onore, uno strumento che finora ha funzionato male e con il quale, sostanzialmente, lo studente si indebita. Critica anche Federica Laudisa, ricercatrice all'Osservatorio regionale del Piemonte per il diritto allo studio: «se rimangono questi i finanziamenti lo Stato non ce la farà a pagare le borse di studio secondo i parametri previsti dal decreto della Gelmini, mancano fondi e le Regioni faranno le loro valutazioni politiche. Saranno ancora di più gli studenti che pur avendo i requisiti rimarranno esclusi. È un contesto critico e non si vedono spiragli». In pratica: «il decreto non è coperto da un'adeguata copertura finanziaria che, peraltro, non è nemmeno stabilita. Se lo Stato è in crisi economica, e lo è, i soldi saranno messi su altro». «Le scelte politiche degli ultimi anni e la crisi hanno avuto un solo risultato – conclude Link - che è diventato difficile pagarsi gli studi. Stiamo tornando a un'università d'elite». Ma come? Non bisognava sbloccare il sistema e fare largo ai giovani? Certo, ma per ora l'università, guidata dal governo tecnico, rischia di continuare ad andare in direzione opposta. «Ci aspettavamo un cambio di passo rispetto al passato recente, necessario a rilanciare l'università: purtroppo non c'è stato», chiosa, con amarezza, la capogruppo del Pd nella Commissione Cultura, Manuela Ghizzoni, reduce dall'esame dei due provvedimenti che oggi il ministro Profumo porterà in Consiglio dei ministri. Due nuovi decreti attuativi della legge delega Gelmini: il primo riguarda il diritto allo studio, l'altro la possibilità di spesa degli atenei, che si vedono legare le mani con un nuovo blocco del turn over. Il Pd, ieri, in commissione Cultura, li ha bocciati entrambi. E, per di più, ha fatto mettere a verbale che introdurre un nuovo blocco del turn over in un decreto attuativo delle legge delega sull'università è illegittimo. «Quella legge, che noi non abbiamo mai apprezzato, non delega il governo a decidere per decreto un eventuale nuovo blocco del turn over, se l'esecutivo vuole procedere in questo senso deve quanto meno farlo con una legge ordinaria che chiami a esprimersi nel merito lo stesso parlamento», spiega Ghizzoni. Sui decreti attuativi che oggi Profumo porterà di nuovo in Consiglio dei ministri per il varo definitivo, invece, il Parlamento era chiamato a esprimere solo un parere. Quello licenziato dalla Commissione Cultura della Camera, votato da Pdl e Terzo Polo, non ha avuto, appunto, il via libera del Pd, che ha motivato il suo voto contrario, tanto sul diritto allo studio, quanto sui vincoli di spesa, con argomenti molto pesanti. In particolare, sul blocco del turn-over. Addirittura più severo di quello fissato dal governo Berlusconi. Se la legge 133, che cesserà i suoi effetti a dicembre 2012, imponeva agli atenei un turn over non superiore al 50%, ovvero un'assunzione ogni due pensionamenti, nel testo approdato in Parlamento con la firma del nuovo ministro, pur distinguendo tra atenei “virtuosi” e non, il turn over risulterebbe bloccato dell'80%, con una media nazionale, atenei “virtuosi” a parte, di due assunzioni ogni dieci pensionamenti. Prima, al Senato, il Pd ha cercato di introdurre dei correttivi, suggerendo, per esempio, all'esecutivo di riportare un eventuale blocco sotto al 60% e di non protrarlo oltre il prossimo triennio (nel testo originario non c'era neppure un termine temporale). Poi, alla Camera, ha affondato il colpo, votando contro un parere del relatore giudicato troppo troppo poco critico. Specie a fronte delle proteste che si sono levate da rettori, docenti, studenti e ricercatori. Oltretutto, la promessa del ministro, che ai Senatori aveva assicurato la disponibilità a introdurre delle modifiche, ha vacillato di fronte al timore che la Ragioneria dello Stato potrebbe non essere d'accordo. Come è già accaduto con le 10mila assunzioni, cancellate all'ultimo dal decreto semplificazioni per ragioni di bilancio. Il decreto giunge quindi oggi in Cdm, con la contrarietà del Pd. «Non si può continuare a sbattere la porta in faccia ai giovani: nell'ultimo triennio si sono già persi 6mila docenti», spiega Ghizzoni, molto critica anche con i vincoli di spesa imposti agli atenei: «Se vorranno trovare le risorse per nuove assunzioni, dovranno decidere di aumentare ancora le tasse universitarie». Tanto più che i finanziamenti per il Fondo di finanziamento ordinario restano incerti. D'altra parte sempre sugli studenti, si scaricheranno i costi del diritto allo studio. Il decreto che giungerà a Palazzo Chigi oggi prevede un aumento delle tasse che va dal 20 al 100%. E anche se le risorse stanziate sono più dello scorso anno (da 110 milioni su passa a 165 milioni, mentre le Regioni si sono impegnate a mettere un altro 40%), non saranno sufficienti a garantire la borsa di studio a tutti gli aventi diritto. Lo scorso anno rimasero fuori il 30%: per dare a tutti la borsa sarebbero stati necessari 567milioni. Sommando tutte le risorse messe in campo dal nuovo esecutivo non si va oltre i 400 milioni. «A meno che non intendano ridurre la platea degli aventi diritto, abbassando a 16mila euro l'Isee per accedere alle borse», osserva Ghizzoni. Decisione che, non ancora scritta nero su bianco e rinviata a un successivo provvedimento, ovviamente già vede contrario il Pd. Foto Lapresse MARIAGRAZIA GERINA E l'esecutivo stringe ancora sul turn over Ma il Pd non ci sta «Un atto illegittimo» mgerina@unita.it Oggi il decreto in Cdm Profumo si è impegnato ad accogliere almeno in parte le modifiche suggerite dal Pd. Ma i due decreti su diritto allo studio e turn over che oggi porterà in Consiglio dei ministri sono stati bocciati dai Democratici. ROMA È morto SESTO CHIARAMONTI lettore e diffusore de l'Unità. Uomo onesto, buono, sempre dalla parte della giustizia e dei lavoratori. Grazie. La famiglia - Massimo Sottani Montanino Reggello Cesare Ranucci è vicino alla sorella Patrizia e ai famigliari in questo triste momento per la improvvisa scomparsa di RITA MASTROPIETRO Roma, 23 marzo 2012 I compagni della tiburtina sono vicini a Patrizia e tutta la famiglia per la improvvisa scomparsa di RITA MASTROPIETRO Roma, 23 marzo 2012 Ghizzoni: «Basta porte in faccia ai giovani Persi già 6mila posti» Il fisco rimborsa Laurenti Il comico Luca Laurenti ha “vinto” il ricorso e il Fisco ora dovrà rimborsargli più di 150mila euro, oltre a 2500 euro di spese legali. Si è concluso così uno dei tanti capitoli della “battaglia”aperta tra il noto personaggio tv e l'Agenzia delle Entrate, che nei mesi scorsi ha portato anche Equitalia a pignorare 6 appartamenti dell'attore. 29 VENERDÌ 23 MARZO 2012
I mmaginate una sorta di citta-della che per 4 giorni, dal 25 al28 marzo, sarà interamente de-dicata al rutilante mondo del vino. 90mila metri quadri di superficie con 4.321 espositori in attesa di un pubblico stimato di circa 150mila visitatori. Stiamo parlando di Vinitaly, manifestazione che si svolge presso gli spazi di Veronafiere, l'appuntamento più atteso da tutti quelli che orbitano, a vario titolo, intorno al Pianeta Vino. Dietro la miriade di incontri, degustazioni, convegni e confronti, una macchina organizzativa guidata da Elena Amadini, brand manager del Vinitaly che dirige un team tutto al femminile. Siamo sette donne che lavorano sodo, perché organizzare un evento del genere significa lavorare incessantemente per 12 mesi. Praticamente appena finita un'edizione iniziamo a preparare quella successiva curando tutto, dalle iscrizioni all attribuzione degli spazi, dalla messa al punto del palinsesto agli aspetti legati al marketing. Due le principali novità di questa 46esima edizione. La diversa collocazione temporale conferma la Amadini con la riduzione di un giorno e l'inizio alla domenica, con la conseguente eliminazione del sabato. E il ViViT, la rassegna dedicata ai vini da agricoltura biologica e biodinamica che ha riscosso grande interesse e notevole adesione. Tra tanto business e tecnicismo, anche un iniziativa alla quale Elena Amadini tiene particolarmente: «quest'anno abbiamo dedicato uno spazio alla Trattoria degli Amici che sarà gestita interamente dai ragazzi disabili della Comunità di Sant'Egidio». Prima di chiudere non possiamo non ricordare come anche quest'anno sia stata sollevata la consueta polemica su come la città di Verona tenda a sfruttare il Vinitaly: prezzi degli alberghi alle stelle e con l'obbligo del minimum stay, ristoranti carissimi. Il tutto a fronte di servizi spesso inadeguati (provate a prendere un taxi nei giorni della fiera è un esperienza che metterebbe alla prova la pazienza di un santo!). «Non sta a me giudicare quello che accade fuori dal perimetro di Veronafiere - puntualizza la manager - però devo ammettere che mi piacerebbe che tra noi e il resto della città ci fosse maggior dialogo e una condivisione di intenti e progetti. In effetti sarebbe auspicabile anche perché, ci permettiamo di aggiungere, i fruitori di ristoranti, alberghi e tutto il resto, alla fine della fiera, sono proprio i clienti della fiera». maurorosati.it a cura di Mauro Rosati Vinitaly 2011 L'edizione dell'anno scorso ha ospitato 4mila espositori Più di quattromila espositori, 95mila metri quadrati. Sono previsti circa 150mila visitatori FOOD POLITICS Una grande vetrina, un ambiente qualificato dove verificare e presentare quanto è stato fatto e, al tempo stesso, iniziare a mettere in cantiere quanto c'è da fare. Così Dario Stefano, dinamico Assessore all'Agricoltura della Regione Ma anche un luogo di confronto prosegue Stefano dove, a livello di regioni, ognuno mette sul tavolo i risultati del proprio lavoro e si sottopone al giudizio dei tanti operatori del settore presenti in fiera. La Puglia, quest'anno, racconterà la valorizzazione dei propri autoctoni, evidenzierà la riorganizzazione del sistema delle denominazioni e promuoverà il fatto di essere la regione che organizzerà il primo Concorso Nazionale dei Vini Rosati, un tipo di vino che, dopo anni di oblìo, sta conoscendo una fase di grande ascesa. In grande crescita tutta l'enologia del Sud che a Verona cala i suoi assi, come farà la Camera di Commercio di Avellino con due degustazioni, una dedicata al Fiano e uno all'Aglianico, che si annunciano di grande interesse. Continua il momento d'oro delle bollicine e del mondo del biologico. E l'azienda Bortolomiol di Valdobbiadene, presenta un Prosecco biologico che è la perfetta sintesi di questi due mondi. «È evidente che per un'azienda vitivinicola Vinitaly rappresenta il palcoscenico ideale dove presentare le proprie novità» spiega Elvira Bortolomiol con la certezza di poter incontrare qui stampa, buyer e addetti ai lavori e avere con loro un contatto diretto. Brevi ITALIA Dopo polemiche e contestazioni, il Ministero dello Sviluppo economico ha annunciato la cessione delle quote di partecipazione in Lactitalia, la società che produce in Romania il pecorino e caciotta che fanno concorrenza alle produzioni del vero made in Italy. Un grande risultato per produttori e consumatori e per la difesa di una delle più importanti produzioni agroalimentari italiane, troppo spesso vittima di fenomeni di contraffazione. «Finalmente ha vinto il buonsenso» ha dichiarato Sergio Marini, presidente della Coldiretti. Lactitalia, il Ministero cede le quote Ritorna Vinitaly Il mondo del vino si incontra a Verona EUROPA Land-grabbing in Etiopia. Tra il 2008 e il 2011, sembra che l'Etiopia abbia ceduto a stranieri una superficie pari almeno all'estensione dell Olanda, e con la falsa promessa di ricollocare le popolazioni in nuove aree provviste dei servizi essenziali e in totale violazione dei diritti umani sanciti delle convenzioni internazionali, sta procedendo all evacuazione dei suoi cittadini dalle aree cedute. Quattro membri italiani del Parlamento europeo, hanno inviato un interrogazione scritta all Alto Rappresentante dell Ue, affinché intervenga subito. Se l'Etiopia vende le terre agli stranieri Una grande vetrina che offre diverse opportinità ITALIA Le argomentazioni di Corrado Clini, ministro dell'Ambiente, a favore degli Ogm non solo non convincono il fronte degli oppositori dellecolture geneticamente modificate, ma hanno trovato la netta ostilità di alcuni produttori, offesi dalle affermazioni del ministro. È il caso del presidente del Basilico genoveseDop, MarioAnfossi, che chiede un risarcimento per danni all'immagine del proprio prodotto che, al contrario di quanto affermato da Clini, non è frutto dell'ingegneria genetica ma di fattori naturali e umani della Liguria. Il basilico genovese non è Ogm 33 VENERDÌ 23 MARZO 2012
IL COMMENTO IL DIALOGO POSSIBILE L'ANALISI M entre la scelta del governodi non cercare l'accordo sul mercato del lavoro è destinata ad assumere il profilo di una decisione tutta politica che rischia di dividere il Paese e mandare in frantumi la coesione sociale, la giunta di Confindustria, sia pure con un ristretto voto di margine, ha designato Giorgio Squinzi a prossimo presidente. p SEGUE A PAGINA 13 F a una certa impressione legge-re questa formulazione al comma 9 del nuovo art.18 nella versione che ho potuto consultare: «Nell'ipotesi in cui annulla il licenziamento perché accerta l'inesistenza del giustificato motivo oggettivo addotto dal datore di lavoro, il giudice condanna il datore di lavoro al pagamento di una indennità risarcitoria». p SEGUE A PAGINA 2 Palermo Il portavoce Idv straccia le regole comuni p BUFALINI A PAGINA 16 Orlando abbatte le primarie: l'ex sindaco sfida Ferrandelli Ucciso il killer di Tolosa Borse di studio: Italia maglia nera Foto di Cecilia Fabiano / Eidon Anticorruzione: sciolti i Comuni che ostacolano il Piano Nel ddl entra il principio della lotta alla mafia p FUSANI A PAGINA 17 Immigrati, sentenza di civiltà: niente Cie per chi nasce in Italia Contento sono stato molte volte ma più di tutte quando mi hanno liberato, in Germania, che mi sono messo a guardare una farfalla. Senza la voglia di mangiarla. Tonino Guerra Modena Il giudice libera due ragazzi. Si riapre la battaglia per la cittadinanza p LOMBARDI PAGINE 22-23 L'INTERVENTO IL MODELLO «ARBITRARIO» Il patron della Mapei designato presidente con 93 voti contro 82. Dopo l'elezione dice: non sono una colomba, credo in relazioni sindacali serie p DI GIOVANNI, GIANOLA ALLE PAGINE 12-13 Confindustria a Squinzi Sconfitto Bombassei Guglielmo Epifani “ L a Siria, l'azione internaziona-le, il dialogo con i Paesi arabi. Un articolo del ministro degli Esteri sulle scelte diplomatiche dell'Italia. p A PAGINA 15 GUARDIAMO AL NUOVO ISLAM Giulio Terzi p ALLE PAGINE 2-11 Luigi Mariucci 31 marzo 20.30 è l'Ora della Terra E A R T H H O U R LETRÉ - ROM A partecipa p GONNELLI, SEBASTIANI PAGINE 20-21 FRANCIA La riforma così non va Monti disse: capitolo chiuso Ora promette di intervenire per evitare possibili «abusi» Anche la Cei critica il governo Intervista a Bonanni: ci battiamo con chi vuole cambiare la norma p CIMINO, GERINA PAGINE 30-31 SCUOLA LA BATTAGLIA SULL'ARTICOLO 18 1,20 Venerdì 23 Marzo 2012 Anno 89 n. 82 www.unita.it Fondata da Antonio Gramsci nel 1924
gazzo cinese, tenero e timidissimo, arrivato in Argentina in cerca dello zio. Roberto è il classico burbero di buon cuore. Vive solo nell'appartamento di famiglia attiguo alla bottega. In camera ha una vetrinetta con la foto della madre morta giovanissima che riempie di animaletti di vetro soffiato. Le sue giornate sono tutte uguali. Il suo unico svago, anzi la sua vera passione, sono le notizie di cronaca, quelle incredibili che non sembrano vere. E che lui ritaglia meticolosamente dai quotidiani per conservarle nel suo album. E per viverle in prima persona mentre le legge. Proprio come quella, pazzesca, di un traffico clandestino di mucche in Cina a bordo di aerei russi, finito in tragedia col lancio dei pesanti quadrupedi sulla popolazione a causa di un'avaria del velivolo. Un giorno, però, la sua solitudine tanto difesa si scontrerà con l'arrivo di Jun, scaraventato fuori da un taxi. Il ragazzo è impaurito e sperduto, non parla una parola di spagnolo e non sa dove andare. Ed è in cerca dello zio. Unica traccia, il tatuaggio che ha sul braccio con scritto un indirizzo di Buenos Aires. Da lì comincia l'avventura, perché Roberto è burbero e solitario ma sa bene cosa sia la solidarietà, soprattutto nei confronti dei più deboli. Tanto da fare persino a botte col poliziotto del commissariato (un naziskin razzista e arrogante) che, in attesa di «garanzie» dall'ambasciata cinese, vorrebbe buttare in cella il ragazzo, come un ladro. Inizia dunque la singolare convivenza tra i due, fra incomprensioni linguistiche e slanci di generosità reciproca. Insieme si avventurano per il quartiere cinese di Buenos Aires, in cerca dello zio, dove le nuove generazioni parlano meglio lo spagnolo che la loro lingua di origine. Dove l'integrazione non è più una scommessa ma una realtà, capace di portare con sé il cambiamento. E cambiare anche il destino del burbero ferramenta. Il gioco dello scontro tra caratteri e culture opposti funziona alla grande. Riuscendo, sempre sul filo dell'ironia e della leggerezza, a scavare nell'animo di Roberto, fino a dirci di quella scelta di solitudine. Legata ad un passato che riguarda l'intera Argentina: l'«assurda» guerra delle Falkland che Roberto, come ogni giovane della sua generazione si è trovato a combattere. Lui figlio di immigrati italiani e comunisti (è suo padre che leggeva l'Unità) scappati in Argentina a loro volta per sfuggire alla guerra. In questo senso Cosa piove dal cielo? è davvero una storiella zen che parla di tolleranza, solidarietà e speranza. Tutta da ridere e tutta da gustare. E se volete cambiare il finale fatelo sul nostro sito www.unita.it. B asterebbero poche righeper liquidare The Ladycome un film cartoline-sco e Luc Besson come ilregista più superficialesul mercato. Ma non è sufficiente. The Lady è un film-monito, la dimostrazione di come il politicamente corretto sia un morbo letale che può obnubilare giudizi e coscienze. Come tale va analizzato. Direte: è possibile, e persino lecito, parlar male di un film su Aung San Suu Kyi, leader birmana, campionessa dei diritti civili, premio Nobel per la pace nel 1991? Una donna sicuramente straordinaria che anche in Italia è stata giustamente esaltata per la sua resistenza non violenta al regime di Rangoon? È possibile, e lecito, se il film è falso e sdolcinato come The Lady, opera in cui per altro nessuno degli interpreti principali è birmano e molti blog hanno ferocemente schernito la protagonista Michelle Yeoh (cinese nata in Malesia e cresciuta in Inghilterra) per il suo improbabilissimo accento. Quando abbiamo visto The Lady al festival di Roma, l'effetto è stato paradossale: entrati in sala come convinti sostenitori della vera Aung, siamo usciti avendo maturato una profonda antipatia per il suo alter-ego cinematografico. Besson e la sceneggiatrice Rebecca Frayn raccontano prima una ragazza infervorata dal ricordo del padre (che nella realtà storica fu uno dei militari nazionalisti che negoziarono l'indipendenza della Birmania dall'Inghilterra nel '47, per poi essere ucciso da alcuni militari rivali), poi una donna che persegue i propri obiettivi politici con un'enfasi vicina al fanatismo. Alla fine il vero «eroe» del film è Michael Aris, il marito conosciuto a New York e interpretato da David Thewlis: un uomo devoto che Aung abbandona per la causa, senza mai rivederlo nemmeno quando sta morendo di cancro perché «il suo paese» ha bisogno di lei. Curiosa l'assonanza, fin dai titoli, fra The Lady e The Iron Lady: sia Aung San Suu Kyi sia Margaret Thatcher, almeno nei film, martirizzano quei derelitti dei rispettivi mariti, e la morale buttata là da Luc Besson e Meryl Streep sembra essere «non sposate una leader politica, farete una vita d'inferno». Sorvoliamo sulla confezione del film, che sembra girato dal PR di un'agenzia di viaggi. Sorvoliamo su tutto. Andate a vedere un altro film, questo weekend. Oggi ultimo giorno della terza edizione del Francofilm - Festival del Film Francofono di Roma, all'Institut Français - Centre Saint-Louis di Roma (Largo Toniolo 21 -22). Alle 19.00 l'artista del Mali Balkissa Maïga presenta il concerto di chiusura – a ingresso gratuito –: «Chantos! Paris Jazz», affidato alla voce di Awa Ly, cantante franco-senegalese, accompagnata dal trombettista Aldo Bassi come ospite d'onore. Il concerto propone, oltre a composizioni originali di Awa Ly, anche famosi brani francesi come «La vie en rose». A seguire la proiezione del film vincitore del concorso, www.francofilm.it The RavenQuijote17 ragazze Una cartolina (brutta) per San Suu Kyi Una pellicola falsa e sdolcinata sull'eroina birmana, peraltro interpretata da una cinese dall'accento improbabile ALBERTO CRESPI Con la musica del Senegal chiude il FrancoFilmFest Rassegne The Lady - L'amore per la libertà Regia di Luc Besson Con Michelle Yeoh, David Thewlis, William Hope, Benedict Wong Francia/Gran Bretagna, 2011 Distribuzione: Good Films * Baltimora, 1849: unserial-killer ammazzalagenteprendendoamodelloiracconti di Edgar Allan Poe. Così un poliziotto pensa: chiediamo a Poe di aiutarci nelle indagini. Curioso film meta-letterario, ma più interessante a dirsi che a vedersi. Cusack, se non altro, è somigliante. AL. C. Detective E. A. Poe The Raven Regia di James McTeigue Con John Cusack, Luke Evans, Brendan Gleeson, Alice Eve Distrib.: Eagle Pictures ** Film visionario tratto da Cervantes che esce soltanto dopo 6 anni, grazie al coraggio di Distribuzione Indipendente. Una delle poche (ma non banali) apparizioni cinematografichediLucioDalla,unSanchoPanzaalserviziodiDonChisciotte/PeppeServillo. Per un weekend alternativo. AL. C. Visioni da Cervantes Quijote Regia di Mimmo Palladino Con P. Servillo, Lucio Dalla, A. Bergonzoni, Enzo Moscato Italia, 2006 Distribuzione Indipendente *** Sguardo d'autore, anzi di autrici (le registe sono due sorelle) sulle inquietudini dell'adolescenza a partire da un fatto di cronaca: in un liceo francese un gruppo di amichedecideperuna«gravidanzacollettiva».Allafinesarannoin 17a restareincinte, una dietro l'altra, sognando un futuro tutto al femminile da vivere insieme. È la loro ribellione contro ilmondo degli adulti e lo squallore senza prospettive della vita di provincia. Niente tesi, né moralismi ma una fotografia elegante e rispettosa di quell'universo ignoto che è l'adolescenza. Soprattutto quella delle ragazze. GA. G. Gravidanze collettive 17 Ragazze Regia Delphine e Muriel Coulin con Louise Grinberg, Juliette Darche, Roxane Duran, Esther Garrel, Yara Pilartz Francia 2011 Distribuzione Teodora Film **** Di nuovo «1984» di Orwell Inarrivoun nuovoadattamentocinematograficoper«1984»diGeorgeOrwell.L'idea, seppur ancora in alto mare, è venuta a Shepard Fairey, l'artista di strada divenuto celebre per il ritratto di Barack Obama con scritto sotto «Hope». Fairey ha proposto all'Imagine Entertainment, di portare nuovamente sul grande schermo il classico della letteratura. 43 VENERDÌ 23 MARZO 2012
STEFANIA CESPI Grazie Unità Grazie Unità, non hai abbandonato i lavoratori. Grazie Bersani, ti sei ricordato dei lavoratori. Ringrazio anticipatamente i parlamentari del Pd che non voteranno (spero) la sciagurata riforma di Monti. Ringrazio i compagni nelle piazze che dicono: «L'articolo 18 è un diritto!». GIUSEPPE MISSERI Sempre gli stessi Spero che per i lavoratori onesti, che la mattina escono da casa molto presto per recarsi al lavoro, e la sera rientrano a casa tardi per portare un pezzo di pane duro alla famiglia, ci sia qualcuno di questo governo che li tuteli. E che non siano lacrime e sangue sempre per gli stessi poveri cristi. GIOVANNI GOSTOLI Scelta politica Monti sull'art18 ha fatto scelta politica, non tecnica. In un situazione di emergenza, per tornare a crescere, dovrebbe unire e non dividere. Oggi il problema non è licenziare, ma dare lavoro. Per la mia generazione già è difficile immaginare il futuro vivendo nella precarietà. Adesso noi che siamo nati dopo lo Statuto dei lavoratori perché mai dovremmo tornare indietro? Aderisco alla campagna de l'Unità. LODOVICA COLOMBO Si ascoltino i sindacati Io non capisco niente di economia, a parte quella strettamente domestica; mi sono dignitosamente destreggiata nelle incombenze della vita e non voglio parlare di massimi sistemi. Leggendo però le posizioni di tanti giuslavoristi ho avuto l'impressione che l'insistere così tanto sull'art.18 sia quasi solo un puntiglio. La Fornero non dimentichi che le sigle Cgil, Fiom ecc. non sono solo appassionati interlocutori al tavolo delle trattative: quelle sigle rappresentano corpi con anima e sangue, papàe mamme chehanno figli damantenere, giovani che hanno diritto ad una vita dignitosa se con la possibilità di progetti per nuove famiglie. MARIO IACOBELLI Modello cinese Non è licenziando i padri che si otterrà un lavoro dignitoso ai figli. Se noi abbiamo vissuto almeno 30 anni di lavoro dignitoso, i nostri figli non l'avranno mai, chi ha provocato questa precarietà ora vuole utilizzarla per dividere tutti. Questo non è il modello tedesco ma quello cinese. ARNALDO VENTURA Solidarietà ai lavoratori Anche io non ci sto e vorrei che tutti, ma proprio tutti, i lavoratori non ci stessero e che riacquistassero quel minimo di solidarietà sociale che ha consentito nel secolo scorso la conquista di tanti diritti (che è offensivo chiamare privilegi). FRANCO FEDERICI Per i nostri figli e nipoti Io non ci sto. Ma i nostri figli, i nostri nipoti, saranno garantiti da queste norme? Non credo. C'è chi sta approfittando di questa crisi mondiale per fare i propri interessi. La modifica dell'art. 18 è un falso problema. La sinistra non deve farsi intimorire e votare sempre si per interessi superiori. ALBERTO CAPECE MINUTOLO Contraddizioni Non è nemmeno una questione di opinioni: le teorie economiche, anche quelle liberiste, non riconoscono correlazioni tra tutele del lavoro e livello di occupazione. Le ragioni per trarre così malamente il dado sono evidentemente altre... MASSIMO ALIMENTI È l'art.18 l'ostacolo? Dati del minestero del Welfare di ieri: circa 290.000 imprese controllate, di queste il 67% erano irregolari nei confronti dei dipendenti e di cui circa280.000 dipendenti, a loro volta (cioè più di uno ad azienda irregolare) aveva una posizione irregolare nell'azienda. Però l'ostacolo allo sviluppo è l'art. 18! MARIO DA LIVORNO Altro che totem La difesa dell'articolo 18. Altro che valore “simbolico”, “totem” o altre fantasiose definizioni. Questo provvedimento così per come lo vorrebbero far passare inciderà sulla vita concreta delle persone. Le mediazioni, sempre utili e legittime, non possono MAI superare la soglia della civiltà e della costituzione. Impegniamoci per l'Unità, la Consapevolezza ed il Consenso. LUIGI ALTEA 10.000 passi indietro D'accordissimo col direttore Claudio Sardo! Ora tocca al premier che, per fare un gesto distensivo, potrebbe intanto pregare la Fornero di fare 10.000 passi indietro! LUCA CICCIA Sciopero! Gli operai della Piaggio scioperano contro la riforma del lavoro perché attacca i diritti dei lavoratori. NOI NON CI STIAMO! CIRO COLONNA Ci vuole rispetto La soluzione non può essere: non riformare niente. Bisogna riformare ma anche pretendere il rispetto per la dignità dei lavoratori. E, se non ci sono le condizioni, allora si vada a votare. Consapevoli della tragedia che viviamo: la crisi economica, il mondo del lavoro spaccato e i partiti di sinistra politicamente deboli. La prima pagina de l'Unità di ieri Centinaia di messaggi dei lettori Sull'articolo 18 e le nuove norme sul lavoro ecco alcuni degli interventi e dei commenti pervenuti attraverso il sito e la pagina facebook 27 VENERDÌ 23 MARZO 2012
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