La «verità di Londra» va in scena a Roma. A rappresentarla è il capo del Foreign Office, William Hague. Una verità sul tragico blitz in Nigeria, che il ministro degli Esteri britannico ha ribadito, con puntigliosa precisione, in una giornata fitta di incontri, che hanno visto Hague interloquire con il presidente Giorgio Napolitano, il premier Mario Monti, il presidente del Copasir, Massimo D'Alema, e il suo omologo italiano, Giulio Terzi. «Esprimiamo il nostro profondo rammarico», ma «penso che quella fosse la cosa giusta da fare» in quelle circostanze. Così Hague risponde a una domanda se non ritenesse di doversi scusare con l'Italia per il fallito blitz in Nigeria e per non aver avvertito Roma prima del via al raid. Rammarico, dunque, ma niente scuse. Chi si attendeva che Hague pronunciasse due parole I apologize, è rimasto deluso. «Non posso nascondere che eravamo fortemente contrariati dal fatto di non essere stati informati prima che l'operazione fosse lanciata», per liberare gli ostaggi in Nigeria, ma «prendiamo atto della situazione molto difficile sul terreno e dei rapidi sviluppi» che hanno portato Londra ad agire in fretta, afferma il ministro Terzi, dopo l'incontro con il collega britannico che gli ha ribadito che la comunicazione tardiva «non era intenzionale». «Italia e Regno Unito hanno affrontato questo rapimento con la stessa linea e hanno condiviso lo stesso approccio» sulla gestione del sequestro, rimarca il titolare del Foreign Office. Un tasto su cui Hague batte con forza: «Non è ovviamente nelle abitudini o nella politica del governo britannico non consultarsi in un simile caso», dice il ministro inglese in meFoto Ansa UMBERTO DE GIOVANNANGELI www.unita.it Nigeria, la verità di Hague «Siamo rammaricati» Niente scuse, ma «rammarico» per l'esito del blitz che ha portato all'uccisione di Franco Lamolinara a Sokoto. In cambio il capo del Foreign Office ha offerto tutto l'apporto di Londra per una soluzione del caso-marò. Stretta di mano tra il titolare della Farnesina e il suo ospite e collega britannico William Hague ROMA p La visita Il ministro degli Esteri britannico a Roma ha visto Napolitano, Monti, Terzi e D'Alema p Il titolare della Farnesina: al via un gruppo di lavoro anti-terrorismo e per la lotta alla pirateria Mondo34 VENERDÌ23 MARZO2012
U na cosa è certa: la vicen-da di Tolosa costituisceuna svolta nella campa-gna elettorale per lepresidenziali. Per quanto cinico possa apparire, Nicolas Sarkozy sembrava trarre un vantaggio inaspettato dagli attacchi terroristici e dall'assedio di Mohamed Merah. Non fosse per la rivelazione che il killer era già segnalato negli Usa come sospetto qaedista. Questo inaspettato passaggio nella giornata di ieri rimette tutti i fattori in gioco. In momenti tragici e choccanti come quelli che hanno tenuto col fiato sospeso la Francia in questi giorni, il potere in carica beneficia spontaneamente di una rendita di posizione, di un vantaggio istituzionale. Incollati alla tv per seguire in diretta l'inchiesta prima e l'assedio poi, i francesi si sono identificati con l'uomo che in quei momenti garantiva l'unità della Republique di fronte alla minaccia terroristica. Le immagini in questo caso sono più eloquenti delle parole. Martedì a Tolosa, alle esequie dei tre paracadutisti uccisi la settimana scorsa da Merah, mentre Sarkozy pronunciava l'orazione funebre per i figli della patria caduti, gli altri concorrenti all'Eliseo - da Marine Le Pen a François Hollande a François Bayrou - tra il pubblico restavano muti ad ascoltarlo. L'immagine di un'unità nazionale a senso unico, con un presidente al di sopra delle parti che parla per tutti, e dei candidati che restano in silenzio. Ieri, dopo la rivelazione sulla No-fly list, sul caso ha ripreso la parola Francois Hollande. «La lotta contro il terrorismo non ammette alcuna distrazione - ha detto, pacato - la Repubblica rimane sempre la più forte, questa la lezione che dobbiamo trarre dai momenti che abbiamo vissuto». Fino a quel momento il viso grave di Sarkozy entrato in tutte le case era quello beneficiato non solo della solidarietà nazionale, ma anche dell'efficacia operativa della polizia che in tempi brevi aveva condotto l'inchiesta e isolato la minaccia. La prova empirica della popolarità iscritta in un sondaggio condotto tra martedì e mercoledì, in cui si registra un più due per il candidato Sarkozy che lo innalzano fino al 30% delle intenzioni di voto al primo turno, cioè avanti al candidato socialista che resta inchiodato al 28% (al ballottaggio Hollande è sempre vincente). Ieri sera per rispondere a Hollande, è dovuto intervenire di nuovo in tv il ministro degli Esteri Alain Juppé, che aveva chiesto di fare «chiarezza» su eventuali errori nella sorveglianza, sottolineando poi come i jihadisti accertati che risiedono in Francia siano «controllati» e come lo stesso Merah fosse stato «interrogato di recente dai servizi segreti». Tuttavia, come ha ricordato il ministro della Sicurezza Guént, il controspionaggio sorveglia molte persone impegnate nell' estremismo islamico «ma esprimere delle idee, manifestare delle opinioni di tipo salafita non è sufficiente per essere portati in tribunale o segnalati alla polizia». Ieri, appena arrivata la notizia che Merah era stato ucciso nel corso del raid delle forza speciali nell'appartamento dove era trincerato, Sarkozy ha annunciato una serie di misure per reprimere l'apologia di terrorismo e tutte le forme di partecipazione ad «indottrinamenti ideologici». Sia via internet, sia con viaggi all'estero. Ma in serata questo discorso non suonava già più come quello di un trionfante vincitore. Piuttosto una discutibile toppa per un grosso buco nei servizi di sorveglianza. Il candidato socialista è stato costretto ad accettare la tregua ed è rimasto in silenzio, con un atteggiamento grave che mimava quello presidenziale. Ieri mattina il segretario dell'Ump Jean François Copé ha invitato Hollande «a mantenere la dignità che conviene» invece di strumentalizzare Tolosa. In realtà il candidato socialista non aveva fino a quel momento proferito parola. L'unico che ha cercato di rompere l'unità nazionale è stato nei giorni scorsi Bayrou, che ha puntato il dito sul clima di divisione e di stigmatizzazione acceso dalle parole incendiarie usate in questi anni da Sarkozy contro gli zingari, l'Islam e gli immigrati. E c'è da credere che su questo Marine Le Pen consoliderà la propria campagna contro l'islam in concorrenza con Sarkozy. Foto Ansa LUCA SEBASTIANI Il presidente-patriota sul tema sicurezza rischia il boomerang Il retroscena presidenziali Eva Joly accusa di essere stato il vero manovratore, sostituendosi al magistrato incaricato dell'operazione, oltre all'autore della falsa ricostruzione del salto dalla finestra come causa della morte di Mohammed. PUGNO DI FERRO Nel frattempo una nuova rivendicazione della strage nella scuola ebraica dove sono morti tre bambini e il rabbino lunedì scorso è arrivata nel pomeriggio a firma Jund al-Khilafah (cioè «I soldati del Califfato»). Sul sito islamista sito Shamikh questo gruppo ha scritto un messaggio in cui si benedice «questa operazione che ha fatto vacillare i pilastri crociato-sionisti in tutto il mondo», chiedendo alla Francia di «riconsiderare la sua politica nei confronti dei musulmani nel mondo» e di «abbandonare le sue ostilità verso l'Islam», perché la sua politica «ostile» porterà «solo sciagure e distruzione». Il nome del gruppo è già noto agli inquirenti per aver rivendicato in passato attacchi in Afghanistan e Kazakistan ed è considerato linkato ad Al Qaida. Il presidente della Repubblica francese ieri a Strasburgo nel suo discorso di ripresa della campagna elettorale sotto lo slogan «France forte» ha fatto allusioni al blitz, sostenendo dapprima che «la Francia non è razzista» e poi che Merah era «un mostro», «nessuna causa può giustificare e scusare l'assassinio di un bambino e di un soldato». E ha proposto aggravanti penali per «pedofili e terroristi». Il killer della strage nella scuola ebraica Ozar Hatorah di Tolosa, Mohammed Merah Golpe militare nel Mali PARIGI I soldati golpisti hanno chiuso ieri le frontiere del Mali. Sporadiche sparatorie udite nella capitale Bamako. I militari si sono ammutinati lamentando di non aver ricevuto sufficienti armamenti per fronteggiare la rivolta dei tuareg tornati dalla guerra in Libia che chiedono l'indipendenza del nord. A Gao arrestati militari fedeli al deposto presidente. 21 VENERDÌ 23 MARZO 2012
p SEGUE DALLA PRIMA Squinzi per storia e caratteristiche è un uomo di dialogo e attento a preservare l'autonomia delle relazioni industriali. Mentre Alberto Bombassei, lo voglia ammettere o meno, è stato l'uomo delle divisioni e degli accordi separati, sia tra i metalmeccanici sia tra le confederazioni. Bisognerà naturalmente attendere il presidente designato alla prova del programma e della squadra di governo ma la novità c'è ed è forte anche in ragione degli schieramenti interni al sistema imprenditoriale che si erano coalizzati in favore del proprietario della Brembo, compreso un forte ed esteso apparato mediatico di supporto. Proprio questo mette in luce la vera differenza tra i disegni che sostenevano le due candidature. Da un lato chi puntava a fare svolgere un ruolo più politico a Confindustria con un intervento diretto nelle vicende politiche del Paese, magari fiancheggiando ambizioni e progetti che sappiamo essere in campo. Dall'altro chi intendeva riportare il ruolo dell'associazione entro ambiti più autonomi dalla dialettica politica e più attenti a ricreare le condizioni attraverso il dialogo e il confronto tra tutte le parti. Insomma a un ruolo propositivo delle forze della rappresentanza sociale. In questo senso la vittoria di Squinzi favorisce un'idea più ordinaria e ordinata dei ruoli, dei poteri e delle funzioni della rappresentanza degli interessi sia verso le istituzioni sia verso la politica, restituendo a ognuno il ruolo che gli è proprio. Anche sui temi di merito sindacale le due candidature non sono e non erano uguali. Colpisce il coraggio che Giorgio Squinzi ha avuto, nel corso di una campagna elettorale difficile, quando ha affermato che l'articolo 18 rappresentava l'ultimo dei problemi per la vita e la competitività delle imprese italiane a fronte di un orientamento diverso assunto dalla stessa Emma Marcegaglia in tutta la fase della trattativa con governo e sindacati. Ha tutto il suo peso in questa posizione l'esperienza che nel settore dei chimici ha plasmato cultura, atteggiamenti ed accordi maturati in decenni di buone pratiche sindacali. E che oggi si potranno ritrovare nella cultura di chi sarà chiamato a guidare Confindustria nei prossimi quattro anni. È presto dire come questo si rifletterà concretamente nelle scelte che andranno fatte: contratti in scadenza, gestione degli effetti dei provvedimenti presi soprattutto sul mercato del lavoro e dell'età di pensionamento, crisi settoriali e aziendali, il Mezzogiorno, la politica industriale. E insieme il problema di un accordo generale sui contratti che non porta la firma e la condivisione della Cgil. La stessa situazione della Fiat, con la vittoria di Squinzi, richiederà da parte di Marchionne una valutazione più ponderata e speriamo inedita. Ma non c'è dubbio che si può pensare a un clima che riprovi a costruire regole condivise e assetti di relazioni più stabili con i tempi e le gradualità necessari. Il modello tedesco, se preso per intero nel Paese che mantiene la seconda manifattura europea, ci dice dove si può arrivare ed anche la distanza che bisogna saper colmare. GUGLIELMO EPIFANI FOTO RAVAGLI Adesso sono possibili nuove relazioni industriali Il commento Il coraggio di Giorgio Dopo la scelta degli industriali si può ricostruire un clima favorevole alla definizione di regole condivise e a un serio confronto tra autonomie sociali s'era presentato a una trasmissione de La7 annunciando che avrebbe voluto sbullonare l'Unità dalle fabbriche, sull'esempio dell'amico Sergio Marchionne, perché non aveva gradito i nostri articoli. Passi la critica, ma esagerata la voglia di toglierci di mezzo. Questa volta è andata male a Bombassei, la Confindustria lo ha sbullonato. Per sempre. Dopo due mandati come vicepresidente, con le gestioni di Luca di Montezemolo ed Emma Marcegaglia, Bombassei torna a casa, ai freni della sua adorata Brembo, e rifletterà su come espandere il suo progetto futurista “Chilometro Rosso” che affianca l'autostrada Milano-Bergamo. Per la verità un po' di dispiace perché pur essendo un duro, un “destro” autentico, un fan dei contratti separati, che vorrebbe i sindacati e in particolare la Cgil confinati ai giardinetti, Bombassei è un bravo industriale, uno di quelli che ci mettono la faccia, capace di venire nella redazione dell'Unità a farsi intervistare sul contratto dei metalmeccanici. L'ultimo scatto finale nella corsa alla presidenza di Confindustria è un segno di vitalità e di credibilità, anche se il recupero non gli ha consentito di battere Squinzi. Forse il sanguigno “Bomba” non ha colto l'attimo, avrebbe dovuto scendere in pista qualche anno fa e invece si è convinto, perché lo spingevano i Montezemolo, i Parisi, i Della Valle, che questo era il suo momento. Un errore. E forse, ora che la partita è finita, l'industriale bergamasco considera un errore la scelta di Marchionne di esprimergli pubblicamente il suo appoggio. È stato un abbraccio mortale per Bombassei. Da umili cronisti possiamo garantire che nella base imprenditoriale Fiat e Marchionne suscitano antipatie difficilmente quantificabili. Ora Bombassei avrà più tempo per i giornali, anche se non potrà più leggere gli imbarazzanti peana del Corriere della Sera. Potrà dedicarsi, se vuole, all'Unità di cui Giorgio Squinzi ci ha detto sabato scorso di aver apprezzato «la correttezza e l'equilibrio nel raccontare le vicende di Confindustria». Così si diventa presidente, capito Bombassei? In campagna elettorale ha detto che l'art.18 è l'ultimo dei problemi L'esperienza dei chimici Ha prodotto buone pratiche sindacali, che ora sono un modello L'Fmi promuove Monti IlFondomonetariointernazionale«dàilbenvenuto»alprogettodiriformasulmercato del lavoro in Italia e «agli sforzi per migliorare l'efficienza e per ridurre il divario che separa i lavoratori con posto fisso dai precari». Lo ha affermato David Hawley, vice direttore del dipartimento relazioni esterne del Fmi. 13 VENERDÌ 23 MARZO 2012
Contro la corruzione come contro la mafia. Consigli comunali sciolti se «non applicheranno il Piano anticorruzione». I prefetti depositari, in ogni Provincia, delle denunce dei dipendenti pubblici che nei propri uffici notano anomalie, condotte che preludono o lasciano intendere patti corruttivi tra pubblico e privato. E saranno sempre i prefetti, rigorosi e in un patto di assoluto riserbo, a distribuire la ricompensa per la segnalazione di fatti che abbiano veramente creato danni all'amministrazione pubblica. Alleati sul campo dei prefetti, i segretari comunali che, ridotti quasi a ectoplasmi negli ultimi anni dalle varie riforme della pubblica amministrazione, diventano oggi garanti della effettiva attuazione del piano anti-corruzione nelle pubbliche amministrazioni. CAPITOLO PREVENZIONE Si esce dagli annunci e si comincia, pare, a fare sul serio. Se il disegno di legge anticorruzione langue da mesi in Commissione Affari Costituzionali e Giustizia alla Camera, prima in cerca di un accordo tra i partiti, ora del tempo necessario al ministro Guardasigilli Paola Severino per scrivere i tanto discussi emendamenti (come sarà riscritto il reato di concussione?) relativi alla parte penale del contrasto al fenomeno (l'esame in aula slitta a dopo le amministrative), prende forma la parte relativa alla prevenzione. L'articolato di norme a cui sta lavorando il ministro della Funzione Pubblica Filippo Patroni Griffi che già prima di Natale aveva nominato una commissione di esperti per individuare le linee principali. Ieri c'è stata una lunga riunione a palazzo Vidoni, sede del ministero della Funzione Pubblica, tra i “saggi” anticorruzione (i membri della Commissione) e i vertici del ministero dell'Interno. Tre ore di confronto da cui sono uscite le istruzioni per mettere in pratica il piano anticorruzione nelle pubbliche amministrazioni e, soprattutto, il sistema di verifiche e di monitoraggio delle nuove norme. Il rischio che nel tempo le norme perdano di efficacia per mancanza di controlli, è una delle principali preoccupazioni di Patroni Griffi. Il senso dell'incontro operativo di ieri, che sarà tradotto in emendamenti al ddl anticorruzione e in buona parte annunciato oggi in un convegno a palazzo Vidoni, è che, spiegano fonti del ministero della Funzione Pubblica, «le prefetture diventano il braccio operativo per l'applicazione del Piano nazionale anticorruzione». Il principio è appunto quello della lotta alla corruzione così come si combatte la mafia. Il piano, nella sue linee generali, prevede l'adozione di “Piani interni di Prevenzione”. I piani dovranno individuare i settori nei quali il rischio di corruzione è più alto (appalti pubblici, sanità, edilizia, licenze e permessi commerciali) e indicare le soluzioni – dai sistemi di controlli interni ai singoli uffici all'innalzamento dei livelli di trasparenza - che possono abbattere o ridurre il rischio. Le cronache giudiziarie degli ultimi due anni e delle ultime settimane dimostrano che il ventre molle dove prendono forma le tangenti comincia nei singoli uffici per poi salire ai livelli decisionali. Uno dei sistemi di controllo parte dal basso e si chiama whisteblower, l'impiegato fedele che nota anomalie, le denuncia e sarà premiato con una percentuale rispetto al totale del danno erariale che ha contribuito a non dissipare. Via di mezzo tra il concetto di spia e quello della taglia tipo Far West, il whisteblower è invece una figura molto diffusa nel Regno Unito e negli Stati Uniti dove ha contribuito non poco a limitare i fenomeni di corruzione. La proposta è di affidarne la gestione ai prefetti, sia nella fase della denuncia che in quella della ricompensa. Il tutto protetto dal più rigoroso anonimato. A valle e a monte di tutto ciò, il principio – veramente rivoluzionario – che il Comune non virtuoso, che non applica il Piano Anticorruzione e non ne vigila l'attuazione, rischia di essere sciolto. Proprio come succede ai Comuni infiltrati dalla criminalità organizzata. Il ministro Patroni Griffi presenterà questi contenuti sotto forma di emendamenti quando il disegno di legge sarà in aula. «Prima – si spiega al ministero – non è possibile farlo». Il rischio è che la parte delle prevenzione resti l'unica ad essere presentata. E che la parte penale, con l'introduzione dei nuovi reati di traffico di influenze e corruzione tra privati e la riscrittura, cioè l'abolizione, della concussione – già nota come norma killer del processo Ruby – venga stralciata. Quindi rinviata. Foto Lapresse Leoluca Orlando Corruzione, i Comuni andranno sciolti se non la contrastano La norma contenuta negli emendamenti del ministero della Funzione Pubblica al ddl cui lavora la ministra Severino. Rischiano di saltare invece la riscrittura della concussione e l'introduzione del reato di traffico d'influenze. CLAUDIA FUSANI ieri la Fininvest ha fatto sapere che Grillo è stato condannato in appello per diffamazione. Un video su Youtube mostra cos'è successo prima e dopo la foto incriminata: un colloquio di 5 minuti, tra Diliberto e i manifestanti, con la donna in primo piano davanti al politico che ha detto di non aver notato la scritta. Ma i social network postano il video e scrivono: «L'ha letta per forza». Diliberto spiega: «La signora che indossava la maglietta era di una certa età, pacifica, non era una facinorosa» bensì «disperata», ha perso il lavoro e «con qualcuno se la doveva pigliare». La ministra Fornero avrebbe commentato: «Certe magliette sono detestabili», mentre l'ex ministro dell'Interno Maroni si allarma, Diliberto «incosciente», e vede «un rischio di incidenti o di gravi tensioni sociali». Unaserietvcomemodellodiservizio pubblico: la Rai manderà in onda cinquedocumentaridirettidaGrazianoConversano,untourneiPalazzidelleistituzioni,conragazzichepongonodomandealle cinque alte cariche dello Stato e le telecamere che si «infilano» in ambienti normalmente chiusi. Dadomanialle17suRaiTreealle23 su RaiStoria inizia la serie «Istituzioni», propostadaRaiEducationaledalladirezione RelazioniIstituzionalieInternazionalidella Rai. Un giro di visite dal Quirinale a Palazzo Madama, da Montecitorio alla Corte Costituzionale fino a Palazzo Chigi. Ieri mattina a viale Mazzini insieme aiverticiRaihannopartecipato allapresentazione i presidenti delle Camere, Renato Schifani e Gianfranco Fini, e quello della Corte, Alfonso Quaranta. Un'occasione d'oro per la dg Lorenza Lei, che si èproposta perun «nuovo inizio» rilanciando la «centralità del servizio pubblico». Un secondo mandato, si leggetralerighe,conlabenedizione(pidiellina) del presidente del Senato Schifani che l'ha ringraziata per la serie tv ma ha anche fatto notare che «il bilancio della Rai chiuderà in pareggio, anzi addirittura leggermente positivo». Bilancio che è stato depositato ieri nel Cda che dovrà votarlo, poi sarà approvato dall'assemblea dei soci, «solo allora finirà il nostro mandato, ha detto il presidente Garimberti». N.L. Le istituzioni in tv: viaggio nei luoghi della democrazia DOCUMENTARI Anm, domani i vertici Domani l'Associazione nazionalemagistrati dovrebbeeleggere lagiuntae ilnuovo presidente. Dopo la vittoria della corrente Magistratura indipendente si lavora su due binari: una giuntaunitaria,conil riconoscimentodell'avanzatadiMi;ounagiunta«debole»,cheriproponga la vecchia maggioranza di centrosinistra per un anno e mezzo, fino a dopo le politiche. 17 VENERDÌ 23 MARZO 2012
«Niente riforme al ribasso. Non accetteremo di votare una riformetta». È un Angelino Alfano muscolare e su di giri quello di ieri mattina a Radio Anch'io: «Se Bersani vuole la riforma modello Camusso, prima deve vincere le elezioni». Indossa l'elmetto per difendere il «compromesso» sul lavoro, al punto da osare su terreni più delicati: «Non abbiamo totem da difendere o zone franche, il governo si occupi anche di giustizia» e «se inserirà il nuovo reato di corruzione tra privati noi non saremo pavidi». Berlusconi osserva la partita a distanza e senza eccessivo pathos: prioritari, si sa, per lui sono i capitoli sui processi e l'asta delle frequenze. Ancora tutti da affrontare. Ma ha dato la sua benedizione alla linea «riformista» del governo, e tanto basta. Insieme alla leggera risalita del partito nei sondaggi, che a un mese e mezzo dalle amministrative è stato accolto con un sospiro di sollievo. LA BLINDATURA DEL DELFINO Così il segretario del Pdl schiera il partito sulla trincea dell'articolo 18 che oggi approderà in Consiglio dei ministri. Scortato dalla (apparente e iniziale) determinazione di Monti a non indietreggiare sul licenziamento per motivi economici (piuttosto compensare con l'anticipo e magari il rafforzamento dei nuovi ammortizzatori sociali) e dalla blindatura della presidente uscente (ma ancora in carica) di Confindustria Emma Marcegaglia. Che è andata giù secca: «Qualsiasi ipotesi di indebolimento di questa posizione, su cui Monti ha dichiarato chiusa la discussione, per noi sarebbe inaccettabile». Un macigno. Proprio mentre Bossi, sulla sponda opposta agli ex alleati azzurri, tuona: «È una controriforma. L'articolo 18 non si tocca». FALCHI E COLOMBE UNITI Eppure, con l'evolversi della giornata, l'irrigidimento del Professore appare meno granitico. L'incontro al Colle apre qualche spiraglio. La Cisl rimette in campo il modello tedesco. Al punto che Giuliano Cazzola twitta svelto: «Non è una gran trovata, per questo non serve una nuova legge». Rilancio. È un capitolo che, al momento, nonostante le dichiarazioni, non è del tutto chiuso. Il Pdl però ha ormai gettato il cuore oltre l'ostacolo. Archiviato l'asse “ABC” cavalca la spaccatura nella «maggioranza anomala». Prosegue l'assedio al Pd «ideologico e retrogrado». Se mercoledì era il giorno di qualche residua cautela, la posizione del governo e le lacerazioni in cui si dibatte il quartier generale Democratico hanno convinto Alfano ad alzare il tiro. Portandosi dietro anche i “quaranteni del partito”, i cosiddetti (fino a via di fuga migliore) «alfaniani». Falchi e colombe uniti sulla stessa linea. Per la prima volta in molti mesi. Mariastella Gelmini: «Non è più tempo di mediazioni al ribasso e continui rinvii». E l'ex ministro degli Esteri Franco Frattini: «Avanti nonostante i veti, non ci faremo dettare la linea dalle posizioni conservatrici della Fiom». La linea resta quella di evitare a tutti costi «annacquamenti» in Parlamento. Un messaggio prima che un'intenzione. Non a caso i capigruppo Gasparri e Cicchitto continuano a battere sulla necessità di un «iter rapido» per tradurre la riforma in realtà. Anche dopo che Monti ha praticamente tolto dal tavolo l'ipotesi del decreto, e si rafforza la strada della legge delega. Ha fretta l'ex An Matteoli: «Alla prima occasione il Pd ha gettato la maschera. Dove è finito il riformismo tanto sbandierato, il partito del buon senso, della moderazione?». Idem l'ex ministro del Lavoro Sacconi, che consuma qualche ripicca privata: «La Cgil fa tutto da sola e anche in questo caso ha scelto la via dell'auto isolamento. Il governo non ceda alle pressioni sue e del Pd». Colorita Beatrice Lorenzin: «La Cgil vive in un'altra era geologica». FEDERICA FANTOZZI Il Pdl in trincea Alfano: questa riforma non si può toccare Il segretario Pdl blinda la riforma del lavoro: «Se Bersani la vuole stile Camusso prima vinca le elezioni». Partito compatto dietro il segretario per intercettare consensi in vista delle amministrative. p Linea dura Il partito alza il tiro sul decreto. Via libera di Berlusconi pMatteoli «Il Pd ha gettato la maschera». Ma Bossi: «Controriforma» «Noi cattolici preghiamo sempre, e i frutti si vedono. Ora ci sono tutte le condizioni per arrivare a una sintesi che soddisfi tutti». Il segretario centrista Lorenzo Cesa, inseguito nel pomeriggio dai cronisti alla Camera, la butta in battuta. Ma non è certo solo per via della preghiera che ieri le ruote della macchina su cui viaggia la riforma del lavoro e quindi anzitutto quella dell'articolo 18 hanno cominciato a girare in un modo un po' diverso. Ieri, infatti, la gentile tenaglia bianca si è estesa in ogni sua ramificazione per segnalare sia l'estrema sensibilità sulla vicenda sia la direzione ritenuta auspicabile. Dalla Cei alla Cisl di Bonanni, ciascuno ha Il mercato del lavoro ffantozzi@unita.it Terzo Polo in ansia per Monti, ora punta a recuperare il Pd SUSANNA TURCO ROMA Primo Piano10 VENERDÌ 23 MARZO 2012
Se la borsa di studio diventa un miraggio Italia ultima in Europa D ice una nota canzonedi lotta degli anni 60che «anche l'operaiovuole il figlio dottore».Erano gli anni del boom economico e le fasce più deboli della popolazione si affacciavano per la prima volta all'istruzione superiore, all'università che sarebbe diventata “di massa”. A distanza di 40 anni si può ancora dire che secondo dettato costituzionale, «i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi» (art. 34)? «Non per tutti, la condizione delle famiglie è cambiata con la crisi, i genitori non possono più permettersi non solo l'iscrizione agli atenei dei figli ma anche tutto quello che comportano in spese per i libri, l'alloggio, e i trasporti», nota Claudio Riccio, portavoce nazionale della Rete della Conoscenza, organizzazione che riunisce universitari, dottorandi, accademici e che si occupa proprio del tema del diritto allo studio. «All'Università si sta creando una selezione di censo, gli effetti saranno sotto gli occhi di tutti fra circa 4 anni». Il fatto è che l'Italia è da sempre carente su questo terreno. In Francia e in Germania (che hanno all'incirca lo stesso numero di studenti del nostro paese) beneficiano della borsa di studio rispettivamente 525mila e 510mila iscritti contro i 150mila del Bel Paese. Anche la Spagna investe nel diritto allo studio 3 volte che l'Italia (dati: Osservatorio regionale del Piemonte per l'Università e per il diritto allo studio universitario). Il governo Berlusconi ha tagliato del 94% (in tre anni) il fondo per le borse di studio, portandolo dai 246 Milioni di euro del 2009 a 26 Milioni nel 2012. Per l'anno 2013 il finanziamento previsto è di soli 12,9 milioni, ovvero il 95% in meno rispetto al 2009. Inoltre solo nello Stivale è presente la figura dell'“idoneo non vincitore” (quest'anno sono stati 45mila)e cioè una persona che avrebbe i requisiti giusti, di reddito e di merito, per accedere alle borse di studio o alla casa dello studente ma non può usufruirne perché è lo Stato a non avere le risorse per erogarle. O meglio le Regioni. Il diritto allo studio è infatti ad oggi articolato su base regionale, con gli enti territoriali per il diritto allo studio. E con i tagli agli enti locali sono state diverse le Regioni che non sono riuscite a garantire la copertura dei servizi. I casi che fanno scuola sono quelli del Piemonte e del Lazio. Il Piemonte fino a due anni fa era considerata una regione modello per i servizi agli studenti con reddito basso. Ora il completo cambio di rotta della giunta leghista: zero euro in bilancio e dal 100%di borse di studio erogate agli aventi diritto con la precedente amministrazione si è passati al 30%. Che significa che 8mila ragazzi quest'anno non riceveranno nessun contributo. Più o meno la stessa situazione si è verificata nel Lazio di Renata Polverini. Qui le borse di studio sono pagate con un tale ritardo che gli studenti si ritrovano senza le risorse promesse e necessarie per pagare l'affitto, i libri, le spese. La giunta Polverini ha tagliato nel corso della sua legislatura diverse volte i fondi per il diritto allo studio, nella regione che ospita La Sapienza di Roma, ossia l'ateneo più grande d'Europa. Gli studenti iscritti in Piemonte e nelle università del Lazio protestano da mesi ma non sono pochi gli esperti che ritengono che queste due regioni non rappresentino un'eccezione ma, al contrario, quello che succederà da qui a poco in tutto il resto del paese. All'analisi del Consiglio dei ministri oggi ci sarà infatti un decreto di riforma della materia concepito però dall'ex ministro Maria Stella Gemini e lasciato in “eredità” al governo Monti. Tra i nodi l'aumento di tutte le tasse regionali per il diritto allo studio che potrà arrivare fino a 200 euro a fronte di finanziamenti ulteriormente ridotti, «come dire che il diritto allo studio se lo pagheranno gli studenti con le loro tasse», nota Luca Spadon, portavoce di Link, associazione che riunisce gli atenei di oltre 14 città. «Siamo il terzo paese in Europa per tasse universitarie ma senza politiche sul diritto allo studio e senza politiche per gli studenti lavoratori, che poi vengono pure definiti “sfigati”». Allo studio anche l'innalzamento del limite di 16 mila euro di Isee (oggi è 18 mila) per partecipare ai bandi. Il che porterebbe a un'ulteriore restringimento dell'utenza del 12,9 milioni di euro È la somma prevista per il fondo per il diritto allo studio nel 2012: il 95% in meno rispetto al 2009 LUCIANA CIMINO www.unita.it L'inchiesta La Francia eroga 525mila sostegni, la Germania 510mila: da noi sono 150mila Il governo Berlusconi ha tagliato del 94% il fond. Monti non cambia rotta ROMA Italia28 VENERDÌ23 MARZO2012
ROBERTO BRUNELLI rbrunelli@unita.it T ommy è tornato. Oraha 67 anni, ma alza isuoi due tamburelliverso il cielo comenel 1969, quando havisto la luce. E la folla dinnanzi a lui è eccitata e ipnotizzata quando canta all'unisono We're not gonna take it, galvanizzata e stupefatta come 43 anni fa nella surreale e mistica alba di Woodstock. Piccoli paradossi della cabala del rock, ennesimo miracolo di una musica che continua a resuscitare, a lasciarci stupefatti per la capacità di sfidare le leggi del tempo (e forse della morte). Personaggi e interpreti: Roger Daltrey nella parte di Tommy, «un giocatore di flipper sordo, muto e cieco», ma anche nella parte del Roger Daltrey di tanti anni fa, Simon Townshend nella parte di suo fratello Pete, immenso e fulmicotonico chitarrista, mente e maestro orchestratore della variante più intelligente della rock revolution, lo stesso Pete nella parte del geniale convitato di pietra. IL FUTURO CI GUARDA Il fatto è che oggi Roger è un simpaticissimo signore vagamente piazzato e dalla voce sempre portentosa che ha deciso di portare nei teatri di tutto il mondo la versione originale (forse bisognerebbe dire originaria) della prima vera «opera rock» della storia, quel misterioso oggetto della mitologia che trasformò definitivamente gli Who in una delle più grandi band di sempre. Ed è, effettivamente, un miracolo: ti scorrono davanti pezzi-icona come Amazing Journey e Pinball Wizard, pezzi musicalmente complessi come Sparks e Overture, e sono quasi esattamente identici alla versione originale pubblicata su vinile il 23 maggio 1969. Eppure il principale creatore di tanto ben di dio non c'è: ma l'assenza di Townshend è controbilanciata dall'eccellente band che il vecchio Daltrey è riuscito a mettere insieme. Ragazzi che probabilmente nel ‘69 non erano nati, come il bassista Jon Button, il tastierista Loren Gold e lo strepitoso batterista Scott Deavours (uno che non sfigura di fronte allo spettro del tamburatore più grande della storia, Keith Moon, che è lì col suo ghigno a controllare, dal profondo delle spire del tempo), infine una vecchia volpe della scena britannica come Frank Simes, chitarrista talentuoso e direttore musicale dell'intera baracca e ovviamente Simon Townshend, fratello minore di cotanto Pete, chitarra e alla voce. «È il mio fratello», ripete varie volte Roger, e non sembra www.unita.it Roger Daltrey durante il concerto romano TORNA «TOMMY» ED È SUBITO WOODSTOCK Roger Daltrey ha riproposto la versione originaria della mitica opera degli Who. Nonostante i 67 anni la sua voce portentosa e le qualità della band hanno offerto al pubblico romano due ore di pura e rara gioia musicale Foto di Giovanni Canitano Culture40 VENERDÌ23 MARZO2012

È Giorgio Squinzi il nuovo presidente designato di Confindustria. Sarà l'assemblea di maggio a eleggerlo al vertice dell'associazione. «Fino a quella data il presidente è Emma Marcegaglia», dichiara il presidente «in pectore», alludendo alle posizioni sui nodi di oggi, in primis sull'articolo 18. Confindustria ha una sola linea: nessuna modifica alla proposta Monti. La corsa a due tra Squinzi e Alberto Bombassei è finita: bene per uno, onorevolmente per l'altro. La giunta di ieri ha votato 93 preferenze per il patron della Mapei, contro 82 per Mr Brembo. Ma l'associazione non è spaccata, è stato il tam-tam partito dai piani alti di Viale dell'Astronomia. Bombassei si è subito congratulato con il vincitore, Squinzi ha immediatamente detto: «Sarò il presidente di tutti. La maggioranza che ho avuto mi consentirà di operare al meglio». Intanto, però, i bombasseiani lasciano trapelare un vertice «di minoranza» martedì prossimo a Milano. IL PRECEDENTE Finora tuttavia l'associazione si è sempre ricompattata, anche dopo scelte laceranti, come quella che elesse Antonio D'Amato alla guida nel 2000 con un paio di voti di scarto. Ma in queste ore i posizionamenti sono ancora in corso. Colpisce il commento di Paolo Scaroni (Eni). «Abbiamo votato per Squinzi e abbiamo fatto la differenza - dichiara Così abbiamo evitato un pareggio che sarebbe stata una cosa piuttosto antipatica». Come dire: il nuovo eletto deve a noi la vittoria. Una mossa che scopre le mire dei vertici del colosso petrolifero: condizionare le scelte su alcune nomine di prestigio, come la presidenza del Sole24Ore (lo staff di Marcegaglia esclude un interesse dalla presidente uscente) o la direzione generale (Scaroni punterebbe al diplomatico Giampiero Massolo). Ma non sarà tanto facile interferire con i piani di un imprenditore come Squinzi. Il neodesignato non è solo a capo di un'impresa modello, dove tutti sono impiegati a tempo indeterminato e hanno retribuzioni più alte della media del settore. Dalla sua il futuro presidente ha anche una lunghissima esperienza al vertice di Federchimica, dove ha siglato 6 contratti collettivi senza un'ora di sciopero e senza defezioni sul fronte sindacale. Sempre in prima linea quanto a innovazione, Squinzi può rivendicare di aver fondato per primo un fondo integrativo e un fondo sanitario. Inoltre ha lavorato proprio con D'Amato, quando l'associazione si spaccò in modo doloroso. «Eppure allora non accadde nulla», ricorda oggi Squinzi. Insomma, alla fine è il vincitore a governare. L'Eni? «Non credo ci siano padri di vittorie o sconfitte», taglia corto Mr Mapei. L'esito del voto in giunta ha rispettato i pronostici della vigilia, con qualche sorpresa dell'ultimo minuto. A ridurre lo scarto tra i due candidati sono state la piccola impresa e i giovani, due associazioni che detengono rispettivamente 9 e 22 voti. Anche il Veneto ha fatto la sua parte postandosi su Bombassei dopo aver dichiarato in un primo tempo l'astensione. Fino all'ultimo Mr Brembo ha sperato in un capovolgimento di fronte. Come ai tempi di Callieri contro D'Amato, quando vinse l'outsider, l'anti-Fiat. Ma proprio come allora, il candidato della casa torinese esce perdente. Certo, la Fiat di Marchionnne, peraltro uscita dall'associazione, non è quella degli Agnelli degli anni ‘90. Tuttavia il peso di Torino si è fatto sentire, soprattutto tra le territoriali piemontesi, dove prevalgono le imprese dell'indotto. L'ultimo miglio della corsa di Bombassei è stato un vero arrembaggio, con l'utilizzo di tutti i mezzi di comunicazione a sua disposizione (quasi tutti i grandi gruppi dei media). Ma l'artiglieria pesante non è riuscita a spostare pedine decisive, come Assolombarda (in primis Fedele Confalonieri), molte altre lombarde, le grandi imprese pubbliche. E poi parte dell'Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Lazio e Mezzogiorno: tutti per Squinzi. Come finirà con la Fiat? «Farò di tutto per farla rientrare», risponde. «Ho vinto sul filo di lana, come faceva Oscar Freire», commenta Squinzi con la stampa, ricordando i tempi leggendari della sua squadra ciclistica. Il presidente designato rigetta la definizione di «colomba». «Piuttosto credo nel dialogo, sempre», specifica. Squinzi riconosce il valore della controparte. Forse sta proprio qui la maggiore differenza con il suo (ex?) antagonista: l'uomo del dialogo contro lo «sbullonatore». Oggi Confindustria ha scelto di puntare sulla forza delle trattative, e non degli strappi. IL CORSIVO SBULLONATO BOMBASSEI BIANCA DI GIOVANNI Definizione Rinaldo Gianola Primo Piano ROMA Non sono una colomba ma uno che crede in relazioni sindacali serie Posizionamenti Ad accorciare le distanze i giovani e la piccola industria p In giunta al patron di Mapei 93 voti contro i 82 per Bombassei pVittoria sul filo di lana. Rimonta all'ultimo minuto di Mr Brembo Confindustria, vince l'uomo del dialogo Squinzi presidente Emma Marcegaglia e Giorgio Squinzi Fine della corsa per il vertice di Confindustria: Squinzi è stato designato dalla giunta a succedere a Marcegaglia. Bombassei sconfitto, riconosce la vittoria dell'antagonista. Ancora una volta perde il candidato Fiat. Non che la corsa alla presidenza della Confindustria sia uno di quegli argomenti che ci suscita grandi emozioni, ma questa volta l'esito finale offre una modesta soddisfazione pure a noi, che ne abbiamo bisogno. Il titolo che leggete «Sbullonato Bombassei» l'avevamo messo in frigorifero dopo aver appreso che lo sfidante di Giorgio Squinzi L'impresa e la politica 12 VENERDÌ 23 MARZO 2012
V oglio ringraziare il Presi-dente Giorgio Napolita-no per l'impegno genero-so e quotidiano a fiancodi tutti noi – cittadini, amministratori – per affrontare la grave crisi che sta attraversando il Paese. Un ringraziamento particolare lo aggiungo per la visita che ha fatto l'altro ieri in Liguria, a Vernazza e Borghetto di Vara, paesi duramente colpiti dalle recenti alluvioni.Credo di poterlo fare non solo a nome dei liguri che hanno sofferto lutti e danni gravissimi, ma anche degli amministratori locali e dei cittadini di tutti i territori dell'Italia che hanno conosciuto e conoscono il dramma del dissesto idrogeologico, largamente presenti mercoledì nella Chiesa di Vernazza. Ho ricordato di fronte a loro che l'idea di una iniziativa nazionale che rilanciasse il tema della prevenzione indispensabile dopo gli interventi per l'emergenza era nata proprio dal Presidente, nel corso di un colloquio dello scorso gennaio, nel quale – e anche per questo lo ringrazio – si era parlato in modo approfondito di altre emergenze liguri e nazionali, come quelle legate alla crisi della Fincantieri. A Vernazza è emerso soprattutto un concetto, ribadito con forza nell'intervento conclusivo del Presidente della Repubblica: di fronte ai rischi costanti che il territorio nazionale subisce a causa di eventi atmosferici sempre più violenti, che si sommano alla troppa colpevole incuria con cui è gestito il nostro patrimonio naturale, agricolo e urbano, non basta la capacità di reazione che lo Stato dimostra al momento dell'emergenza. Protezione civile, Forze armate, vigili del fuoco, e i sindaci hanno agito con grande efficacia. Cittadini e volontari hanno dato prove bellissime di solidarietà e di lavoro senza risparmio. Ma lo Stato resta gravemente deficitario nella capacità di affrontare strategicamente un problema vitale per l'Italia: finora nessun piano organico è stato attuato con continuità e adeguatamente finanziato, con l'efficienza che devono avere le procedure ordinarie dell'amministrazione pubblica – ecco un punto sottolineato da Napolitano tra gli applausi superando e correggendo in modo adeguato – cosa finora non fatta - le gravi distorsioni che si sono verificate con l'eccessivo ricorso nel recente passato a strumenti straordinari. In un momento nel quale ai cittadini chiediamo tanti duri sacrifici per superare la crisi finanziaria del paese, è doveroso restituire qualcosa di tangibile nell'interesse della collettività. Serve un patto tra amministrazioni locali, governo e Parlamento per affrontare i danni e le ferite ancora aperte – ci sono comuni e regioni che non hanno visto ancora un euro – e per varare finalmente un piano decennale contro il dissesto idrogeologico, sostenuto da almeno un miliardo di euro all'anno. Come hanno argomentato anche il ministro Clini, il capo della Protezione civile Gabrielli, il presidente della Fondazione Cima Franco Siccardi, questo impegno per la sicurezza non è solo moralmente dovuto, ma è anche un modo intelligente di finalizzare risorse per la ripresa. CLAUDIO BURLANDO Liguria, guerra tra Udc e Pdl PRESIDENTE REGIONE LIGURIA «Dopo l'alluvione manca ancora un piano organico» Il presidente della Regione Liguria ringrazia Napolitano dopo la visita. E chiede un patto tra autonomie locali e governo L'intervento UdcePdlai ferricortia Genova,dove sisonoregistratipassaggidi iscrittidaunpartito all'altroeaccusediplagiosull'usodelsimbolodellavecchiaDemocraziaCristiana.L'Udc,che appoggiailcandidatodelTerzoPoloEnricoMusso,exPdl,accusailcandidatodelPdl,Pierluigi Vinai, di «usare liste civiche civetta con i simboli Dc per confondere gli elettori». 19 VENERDÌ 23 MARZO 2012
ti». Senza dubbio non ruota tutto intorno all'articolo 18, la riforma è ampia. «Ampia e articolata, e il lavoro dei sindacati ha portato a risultati enormi. La situazione è profondamente cambiata da quando la trattativa è partita, e senza confronto adesso lo scenario sarebbe molto peggiore. Come dimostra anche l'irritazione delle associazioni imprenditoriali, le cui pretese iniziali erano molto più elevate. La vicenda pensioni ci ha scottati, e sul lavoro ci siamo ritrovati di fronte ad una proposta fatta da parte del governo nello stesso modo, con piglio imperativo: abbiamo discusso punto su punto, il lavoro è stato lungo, difficile. Ma di risultati ne abbiamo portati a casa parecchi». Si discuterà finalmente anche del problema degli esodati, giusto? «Ci tengo molto: il ministro Fornero si è impegnato a convocare un tavolo apposito per discuterne, non appena si chiuderà questa partita». Quali punti della riforma considera una conquista del confronto sindacale? «Quelli relativi alle tipologie contrattuali, innanzitutto. Sono state scelte, mi riferisco all'apprendistato e quindi soprattutto ai giovani, esattamente quelle che il sindacato aveva richiesto. Parlo anche del fatto si sia fatta pulizia intorno a questo canale - penso agli stage e ai tirocini - come anche dell'aver stretto le maglie intorno alle partite Iva. Anche i piccoli imprenditori dovranno allestire tutele per i lavoratori, perché il sistema diventa sempre più universalistico, in espansione verso i piccoli come verso i lavoratori parasubordinati. E costruisce tutele per gli ultra 55enni, colpiti da un lato dalla crisi e dall'altro dall'innalzamento dell'età pensionabile». Torniamo al modello tedesco: non è che scavalca il Pd a sinistra, consideratoanche che prevede un forte coinvolgimento del sindacato? «Sarebbe molto interessante se si aprisse questa discussione. Ne parlavo proprio con Bersani qualche giorno fa, se coltivare il modello renano di partecipazione e potere dei lavoratori possa offrire quella forza culturale, sociale e morale che ci permetterebbe di risalire la china. Dipende da tutti noi, e da quanto ci sta a cuore il nostro futuro». È stato anche il giorno della designazione del nuovo presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi: un commento, oltre agli auguri di rito? «Conosco e apprezzo la sua lunga esperienza alla guida di Federchimica. Spero che il mandato di Squinzi sia improntato ad una linea riformatrice e di confronto costruttivo con il sindacato, sulla scia di quanto avvenuto con Marcegaglia». Ok definitivo della Camera al decreto liberalizzazioni, con 365 sì, 61 no e 6 astensioni. Mario Monti si è detto «molto soddisfatto», ma molti nodi sono ancora da sciogliere. In primo luogo quello delle coperture, che in 5 punti restano poco chiare. Il ministro Piero Giarda assicura in Aula che il governo spiegherà dove reperire quelle risorse, provocando la protesta delle opposizioni. Il secondo capitolo da chiudere è quello che riguarda le commissioni bancarie per la concessione dei fidi. Dopo un paio di settimane di rimpallo di responsabilità tra governo e Parlamento, si è proceduto con un ordine del giorno presentato dalla maggioranza (escluso il Fli), che impegna il governo a varare un provvedimento sull'attuazione della norma in questione. La nullità delle clausole contrattuali dovrebbe valere solo per quelle banche non conformi alle direttive del Cicr sulla trasparenza. L'ordine del giorno chiede anche un tavolo con l'Abi per favorire la trasparenza e la concorrenza. È molto probabile che già oggi il consiglio dei ministri vari il provvedimento in questione. Tra le altre novità, anche l'ok a un impegno per la creazione di un contratto unico dei lavoratori dei trasporti. Il testo, che affronta una miriade di materie, dalle farmacie ai taxi, dal credito alle assicurazioni, lascia dietro di sé uno strascico di polemiche e di proteste. Le farmacie «sciopereranno» il 29 marzo, contro il parere del garante degli scioperi nei servizi pubblici essenziali, secondo cui «la chiusura delle farmacie non è attuabile perchè viola l'obbligo di preavviso», fissato dalla legge in dieci giorni. In realtà Federfarma se la prende con una circolare che il ministero della Salute starebbe preparando in vista dell'attuazione del decreto BIANCA DI GIOVANNI Cristoforo Boni La serrata Liberalizzazioni, ok della Camera Oggi il decreto salva-banche Federfarma annuncia uno sciopero alla fine del mese IL COMMENTO L'alibi più usato dai sostenitori della divisione sociale è l'indisponibilità assoluta, strutturale della Cgil ad un'intesa di segno riformista. È plausibile che questa sia anche la convinzione di Mario Monti (sebbene resti ingiusticabile la sua scelta di adottare sull'articolo 18 una soluzione che allarga la distanza tra le parti e che, per questo motivo, ha meritato una dura critica anche dalla Conferenza episcopale). La tesi tuttavia appare frutto più di un pregiudizio che di un'onesta analisi dei fatti. Susanna Camusso sarebbe prigioniera della Fiom, della minoranza interna alla Cgil, sarebbe incapace di firmare un'intesa anche nel caso questa risultasse accettabile: ma su quali basi si fonda questo ritornello della pubblicistica di destra? Si legge anche che il Pd sarebbe vittima dello stesso rapporto di dipendenza. A parlare così sono però gli avversari irriducibili del «patto sociale», quelli che non nascondono il loro disprezzo per partiti e sindacati, quelli che applaudivano Berlusconi e Sacconi per i «patti separati». Non a caso il Pdl incoraggia Monti a proseguire su questa linea. La verità è che al segretario Camusso viene rimproverata esattamente la caratura riformista, quella che ha mostrato firmando l'accordo interconfederale del 28 giugno: il governo Berlusconi avrebbe voluto escluderla, ma tutti i corpi intermedi avevano capito allora che senza discontinuità il Paese sarebbe crollato. Proprio quell'accordo fu l'inizio della fine di Berlusconi. Il Cavaliere cerco di vendicarsi (ad esempio con l'art. 8 del decreto di ferragosto, che ribadiva il principio delle deroghe contrattuali). Ma la Cgil tenne duro e Camusso sostenne anche un dissenso pubblico di Landini. Non è la sola prova di autonomia della Cgil. Camusso ha ribadito la storica posizione della Cgil favorevole alla Tav: non si capisce perché sia stata sottovalutata questa posizione dai tanti critici che inveiscono contro la «sinistra dei No». Ma soprattutto osservando la trattativa sul mercato del lavoro, si dovrebbe riconoscere che la Cgil non ha affatto avuto una posizione conservatrice. Non l'ha avuta sulla riforma degli ammortizzatori sociali (nonostante la posizione iniziale della ministra Fornero, favorevole all'abolizione della Cassa integrazione straordinaria, fosse davvero destabilizzante), non l'ha avuta sul tema della precarietà. Non ha avuto neppure una posizione conservatrice sull'articolo 18. Anzi, per la prima volta in modo esplicito, Susanna Camusso ha mostrato al tavolo disponibilità verso una soluzione ispirata al «modello tedesco». La verità è che ad indebolire la posizione dei sindacati è stata innanzitutto la loro divisione, purtroppo cresciuta in questi anni. Camusso però ha difeso anche l'altro ieri davanti al direttivo della Cgil la propria posizione negoziale, pur nel momento in cui dava il via alla battaglia sociale contro la proposta di Monti. Per ragioni tattiche poteva persino soprassedere: chi poteva rimproverarla se avesse cercato l'unanimità nel direttivo? Invece il segretario della Cgil non ha voluto inserire nel documento finale un riferimento all'intangibilità dell'articolo 18 (come chiesto dalla minoranza interna). E a quel punto il documento è passato a maggioranza con un drappello di astenuti e due voti contrari. L'alibi di Monti e di chi applaude al suo strappo è insomma infondato. Se si vuole modificare l'articolo 18 nel senso di adeguarlo al «modello tedesco» oggi in Italia c'è la possibilità di un ampio consenso. Se invece si cerca la rottura e la contrazione unilaterale dei diritti dei lavoratori, almeno non si finga sorpresa per la reazione. CHI NON VUOLE VEDERE L'APERTURA DELLA CGIL Finocchiaro: il Paese non va spaccato «Non possiamo permettere che una riforma importante come questa spacchi il Paese trascinandolo in tensioni sociali. E non daremo alibi a nessuno per farlo. Ci impegneremo per riformare il mercato del lavoro senza umiliare i lavoratori. Aiuteremo il governo a trovare una soluzione condivisa», dice la presidente dei senatori Pd Anna Finocchiaro. 7 VENERDÌ 23 MARZO 2012
Cara Unità Montepremi 2.421.145,42 5+ stella Nessun 6 - Jackpot 75.570.759,46 4+ stella 32.770,00 Nessun 5+1 - 3+ stella 1.649,00 Vincono con punti 5 25.940,85 2+ stella 100,00 Vincono con punti 4 327,70 1+ stella 10,00 Vincono con punti 3 16,49 0+ stella 5,00 Nazionale 43 44 26 27 58 Bari 7 34 72 29 20 Cagliari 71 2 10 64 13 Firenze 67 7 14 32 82 Genova 58 5 24 65 60 Milano 57 80 30 31 58 Napoli 60 4 29 13 48 Palermo 40 82 23 20 38 Roma 81 42 13 48 78 Torino 37 73 41 86 90 Venezia 5 86 16 36 10 lotto Dialoghi Luigi Cancrini La satira de l'Unità I numeri del Superenalotto Jolly SuperStar 6 21 37 55 84 88 89 53 10eLotto 2 4 5 7 10 34 37 40 42 5758 60 67 71 72 73 80 81 82 86 virus.unita.it VIA OSTIENSE, 131/L - 00154 - ROMA MAIL lettere@unita.it RISPOSTA Le lettere arrivate in questi giorni sull'articolo 18 sono state tante e tutte dello stesso tono. I lettori di questo giornale sono meno di quelli del Corriere o di Repubblica ma su questo punto sono tutti davvero molto arrabbiati. Rilanciare l'occupazione rendendo più facili i licenziamenti, dicono, è pura follia. Un premier che dice di “presumere” che gli investimenti dall'estero aumenteranno dovrebbe chiedersi se questa sua speranza è sufficiente a far decadere un diritto acquisito al termine di lunghe lotte per lo sviluppo della democrazia. Lo schiaffo dato alla storia e ai partiti della sinistra oltre che alla CGIL, dicono altri, è un modo di chiarire la natura di classe dell'ideologia di un governo che non è più un governo “tecnico”. La rabbia è composta, sempre, perché i lettori di questo giornale sono persone serie ma grande è la delusione di chi, come loro, credeva in un governo di salute pubblica e si sente offeso oggi dalla violenza calma e signorile con cui un governo voluto anche e soprattutto da loro e dal partito che più li rappresenta si sta scagliando contro le loro aspettative, le loro convinzioni e i loro diritti. MIMMO MASTRANGELO L'hanno chiamata (con l'inganno) riforma del lavoro ma in sostanza, si tratta di un'accettata mortale al reintegro sul posto di lavoro in caso di licenziamenti arbitrari. Per Monti e Fornero questo vuol dire fare politiche governative del lavoro, non creare un solo posto, in compenso rassicurare mercati, Bce e Confindustria post-Marcegaglia di Squinzi. GIOVEDÌ 22 MARZO La delusione dei lettori www.unita.it M. GIUNTINI Diminuire le spese militari Spesso si riprende con i dovuti approfondimenti la mai abbastanza discussa questione delle spese militari, citando l'affare F35, al quale vanno aggiunti come capitoli di spesa a suon di miliardi di euro: le fregate Fremm e il relativo sistema Aster della Marina (che già ha avuto la Cavour,1,5 mld di euro); il proseguimento del programma Eurofighter con l'ultima tranche di circa 40 aerei; il programma Meads per un nuovo sistema di difesa missilistica antiaerea; l'acquisizione di ulteriori due sommergibili dalla Germania; il rinnovamento in atto del parco mezzi blindati e corazzati dell'esercito e il programma Soldato futuro. Ho citato solo i programmi più onerosi per il contribuente; ma non dimentichiamo l'art. 11, anche avendo grosse disponibilità economiche il nostro paese dovrebbeastenersi dal possedere strumenti bellici e di minaccia. Detto ciò questi programmi non si sono ordinati da soli, e qui nessuno o quasi si spinge a dirci "chi" ha firmato i contratti da un decennio e oltre a questa parte? Quali maggioranze e minoranze li hanno avvallati? Ovviamente destre e centro lo hanno fatto sempre, quel che sorprende, ma neanche molto, è che gli stessi che in questi giorni alzano voci scandalizzate per i nuovi acquisti bellici hanno votato in passato a favore di quegli stessi programmi. CLAUDIO GANDOLFI Dipendenti privati e dipendenti pubblici Al di là di quello che prevede la legge, l'opportunismo di Bonanni sugli statali è fastidioso ed inopportuno perché fa passare l'idea che nel mondo del lavoro dipendente ci siano degli intoccabili. Da sindacalista di lungo corso quale è dovrebbe conoscere la vulgata sul dualismo tra dipendenti privati e pubblici per cui i primi vedono i secondi come “privilegiati”; questo non è vero ma la sua uscita non fa che alimentare la guerra tra poveri e l'idea che il sindacato ( tutto, senza distinzione di sigla) tuteli “secondo convenienz a ” . N e l l a s o c i e t à d e l “cannibalismo” mediatico in cui siamo, per il ruolo e la responsabilità che ha spero che Bonanni riprenda la sana abitudine di “pensare prima di dire” perché alimentare la rabbia sociale, l'antipolitica e l'antisindacalismo non aiuta nessuno, per primi i lavoratori e le lavoratrici che rappresenta. MARIO PULIMANTI Vogliamo saperne di più Nella vicenda sulle spesedel tesoriere della Margherita, la sensazione é che non ci sia una grande volontà della politica, a centrosinistra ma neppure a centrodestra, di andare in fondo alla vicenda Lusi. Infatti non si è ben capito se Luigi Lusi abbia sempre operato in piena autonomia o invece abbia dovuto rispondere a qualche organismo superiore delle sue scelte finanziarie. Mi domando: nel momento in cui si chiede a noi italiani di fare sacrifici, la classe politica non avrebbe l'obbligo di fare piena chiarezza su come spende i soldi del finanziamento pubblico? E, se non è difficile rendere del tutto trasparente il ruolo di tesoriere di un partito, cioè dell'uomo che gestisce entrate e uscite, sarebbe necessaria una legge che garantisca la democrazia interna ai partiti, che introduca norme stringenti sui finanziamenti pubblici e per il controllo della loro gestione. Inoltre, quando la legislatura finisce anticipatamente il rimborso elettorale dovrebbe cessare e sarebbe pure opportuno che alla fusione di due partiti corrispondesse anche la fusione dei loro finanziamenti. MAURIZIO GASPARRI Non ho mai pronunciato quelle frasi Egregio direttore, in riferimento all'articolo sui beni di An pubblicato su l'Unità di giovedì 22 marzo a pagina 21, mi corre l'obbligo di precisare che mi vengono attribuite virgolettate delle frasi mai pronunciate. Ho casualmente incontrato i professionisti incaricati della liquidazione dei beni della ex An, e ho fatto certamente riferimento ad atti parlamentari presentati dal senatore Lannutti. Ma nell'articolo mi sono attribuite frasi e affermazioni non vere, come diverse persone presenti potrebbero facilmente confermare. Grato per la sua attenzione, la saluto cordialmente. 26 VENERDÌ 23 MARZO 2012
Fronte del video IL COMMENTO L'URLO DELLA SCUOLA N el trambusto di questi giorni, Pier LuigiBersani ha annunciato di voler fare an-che lui «outing», confessando di ispirarsi alla frase di Berlinguer «essere fedeli agli ideali della propria gioventù». Il passo del discorso fatto del segretario Pd a «Porta a porta» è stato apprezzato un po' da tutti ieri mattina, nel corso di Agorà. In effetti, quella citata è una bellissima frase, che parla non solo di tempi passati, ma anche di passioni e appartenenze. Bersani, alla sua maniera inimitabile, eppure tanto imitata dai comici, ha spiegato così il motivo che lo spinge a non accettare manipolazioni dell'articolo 18. Le difficoltà del Pd, che pure è, secondo tutti i sondaggi, il partito più forte nelle intenzioni di voto degli italiani, sono sotto gli occhi di tutti e Bersani non le ha negate. Però, citando Berlinguer, ha fatto capire che stavolta si tratta di questioni di grande peso ideale, non di beghe di potere o di interessi personali del capo. Forse, come diceva un personaggio del film di Nanni Moretti «La cosa», è questo il «socialismo emiliano». Anche Bersani ha fatto outing Maria Novella Oppo O ggi in molte scuole del Paese e in deci-ne di piazze si incontreranno studen-ti, insegnanti, genitori, per «L'Urlodella Scuola», un urlo gentile che si leverà dalla parte migliore del Paese, per dire che «la scuola è un bene comune, come l'acqua, l'ambiente, la salute. Perché nella scuola di tutti è il futuro delle nuove generazioni e il senso della nostra civiltà». Questo urlo va ascoltato. Il sistema di istruzione nazionale è stato bistrattato, tagliato, insultato, umiliato e ora ha bisogno di far sentire la propria voce. Tante voci, perché la scuola italiana è fatta da milioni di voci e dal loro impegno quotidiano e costante: dall'insegnante all'editore di libri scolastici, dallo studente al personale tecnico e ausiliario, dai dirigenti scolastici ai genitori, che prendono per mano i loro figli e li accompagnano a scuola, ogni mattina, pensando che quello sia il posto migliore dove costruire il loro futuro. Milioni di persone che vivono una parte della loro vita in edifici quasi sempre non a norma, con attrezzature antiquate, risorse insufficienti, laboratori chiusi, stipendi inadeguati. Eppure dentro quelle aule che avrebbero bisogno di cambiare forma e colori, ci sono loro, i nuovi cittadini italiani, e per loro, soprattutto, la politica, l'economia e il Governo dei Professori hanno il dovere di scoltare quell'urlo. Il Pd combatte responsabilmente provvedimento su provvedimento perché la qualità della scuola pubblica torni ad essere una priorità nell'agenda di Governo, con la speranza di tornare a Governare per ricostruire l'Italia, prima di tutto nelle scuole. Perché conservatori e progressisti sono differenti. La destra pensa ad una scuola non come ascensore sociale di un Paese dove tutti hanno pari opportunità, ma come specchio di una società immobile dove i mestieri e i «meriti» si ereditano per via familiare. Dove si curano solo le «eccellenze» e si seleziona dalla prima elementare. Dove ci sono le scuole per ricchi, private, e le scuole per poveri, pubbliche, dove si ammassano studenti come in un pollaio. Oggi uno su cinque non ce la fa: è il drammatico tasso di abbandono scolastico del nostro Paese che l'Ue ci esorta a dimezzare per tornare a crescere. Il Pd ha chiesto al Governo Monti di dare un segnale di discontinuità e di tornare ad investire in istruzione. Per battere la dispersione, per togliere i ragazzi dalla strada, non bastano chiacchiere o buone norme, servono risorse per le scuole dell'infanzia, il tempo pieno, le scuole aperte nel pomeriggio nella secondaria, la formazione in servizio dei docenti e il rilancio della scuola tecnica e professionale con nuovi laboratori e tecnologie avanzate. Nel decreto legge sulle Semplificazioni abbiamo reclamato più risorse per la scuola perché - pur consapevoli del rigore che le politiche di risanamento richiedono - siamo convinti che ogni euro recuperato dalla lotta all'evasione fiscale, debba essere destinato alla scuola. Solo così potremo permettere ai nostri figli un futuro da «cittadini europei» E allora oggi anche noi ci uniremo all'urlo della scuola. Perché noi progressisti vogliamo che sia possibile un'altra scuola. E se si sogna tutti insieme, quel sogno può diventare realtà. Allora ecco qua il sogno... Una scuola dove tutti sono cittadini, mica italiani o stranieri: semplicemente cittadini. Una scuola che cambia gli spazi, rinnova gli edifici, ci sorprende con una nuova didattica che riesce a parlare ai nuovi ragazzi 'digitali' senza far perdere loro la bellezza dei sensi, che digitali non possono essere. Una scuola che valorizza i docenti, e non li tratta come pericolosi inculcatori ideologizzati, ma come straordinari e appassionati uomini e donne che si impegnano a condividere saperi, conoscenze e sentimenti. Una scuola che non è fatta da quattro mura, ma che si apre alle famiglie e alla città, trasparente e partecipata, sostenuta dall'intera comunità. Una scuola che sia il luogo delle opportunità per tutti: al di là del censo, del titolo di studio che hanno i tuoi genitori, al di là di dove abiti e di come ti vesti; perché è solo alla scuola che la Costituzione affida il “compito” di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che impediscono il pieno sviluppo delle persone. Una scuola a cui vengono restituite risorse, comprando qualche aereo da guerra in meno e in cui tutti sono motivati a fare, per cambiarla davvero la scuola, ma stavolta dal basso: insegnanti, studenti, impiegati, tecnici, genitori, tutti insieme, perché abbiamo capito che questo Paese si cambia, solo se lo si tiene unito, ci si ascolta e si lavora assieme. S cusatemi, ma da orridoquasi cinquantenne (perparafrasare il miglior Nan-ni Moretti), mi concedo qui un paio di ricordi a base di programmi e personaggi televisivi d'epoca. Ma non è solo per la classica sindrome della nostalgia incanaglita che prende spesso in forma acuta quelli della mia età (in forma acutissima se, come nel mio caso, oltre all'età aggiungono l'ostinata militanza nella sinistra). È anche perché queste memorie catodiche mi scattano, come leggerete alla fine di quest'articolo, per riflesso condizionato: e non come raffronto sconsolato con quanto offrono oggi i palinsesti, bensì come analogia basita di quanto propongono di questi tempi la politica e la società. Ma bando all'introduzione e via con i ricordi: dunque, da bambino, ridevo alle gag di Cochi e Renato, anche a quelle più terrigne e meno lunari: trovavo spassoso, esilarante, ne Il poeta e il contadino, il «Bollettino della Val Trompia», religiosamente ascoltato alla radio da un ruspantissimo Renato che, gonfio di orgoglio montanaro, scandiva compiaciuto e minaccioso a Cochi «Guardi che qui siamo a milletré!». Da adolescente, invece, mi divertiva da matti la comicità semi-muta di Andy Luotto specie quando, ammiccando sotto barba e baffi alle spalle di Arbore ne L'altra Domenica, ripartiva le cose della vita nelle categorie basiche di «buono» e «no buono». Ebbene: da adulto, vedo Bossi e Calderoli sparare fieri colossali boiate padane, e mi sembrano Cochi e Renato quarant'anni dopo: però sono stati ministri. Vedo i «mi piace» e «non mi piace» del popolo del web, lapidari e sentenziosi come i verdetti sommari di Andy: però meno spiritosi. So (meglio, dicono) che la Lega non è solo quello; so che la rete è molto altro. Però mi chiedo lo stesso: per caso, viviamo un'epocale regressione infantile? www.enzocosta.net LA LEGA, ANDY LUOTTO E LA REGRESSIONE INFANTILE CORSI E RICORSI FRANCESCA PUGLISI Enzo Costa GIORNALISTA Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 22 www.unita.it RESPONSABILE SCUOLA DEL PD 24 VENERDÌ 23 MARZO 2012
Foto Ansa GIUSEPPE NIGRO giuseppe.nigro@gmail.comQ ualcuno salvi ilbasket italiano: chefine ha fatto quelmovimento che ne-gli anni 80 si proponeva come alternativa culturale all'egemonia del calcio e anche nei 90 non se la passava così male? La sconfitta interna di Siena in gara-uno dei quarti di Eurolega contro l'Olympiacos mette a repentaglio anche quello che negli ultimi anni era stato l'ultimo baluardo, l'unica eccellenza della nostra pallacanestro sulla ribalta internazionale, arrivando quattro volte tra le prime quattro d'Europa (ma mai in finale) in otto partecipazioni. La Montepaschi non è certo spacciata: un anno fa, curiosamente di nuovo contro i greci, perse di 48 la prima partita, poi ne vinse tre di fila e si qualificò alla Final Four. Ma i ribaltoni non sono così banali da replicare. E pensare che quest'anno c'era da festeggiare il ritorno dopo una vita di tre italiane (Milano, Cantù e appunto Siena) tra le prime sedici squadre d'Europa, dopo decenni in cui le coppe erano quasi tutte nostre. Ancora peggio è andata alla Nazionale: proprio nel momento in cui abbiamo tre italiani in Nba (ma poi conta? Guardate la fatica che ha fatto Gallinari a Milano a inizio stagione), siamo a ripartire da zero. Dall'argento olimpico del 2004, non siamo mai andati oltre i noni posti al Mondiale 2006 e agli Europei 2005 e 2007: nel 2009 alla rassegna continentale non ci siamo neanche qualificati, nel 2011 c'eravamo solo perché è stato allargato il numero delle partecipanti ma siamo rimasti fuori dalle prime 16. Ai Giochi olimpici di Londra - così come agli ultimi di Pechino - non ci saremo. Commissario tecnico da fine 2009, Simone Pianigiani ha intrapreso un lavoro massiccio ma si scontano anche i numeri di un movimento che non è più il secondo in Italia (scivolato dietro il volley) e il cui ridimensionamento è evidente anche dal seguito televisivo: tornato in chiaro, il campionato di basket viaggia attorno all'1-1,5% di share, restando anche sotto i 150mila contatti, al punto che La7 ha deciso di spedirlo sul digitale terrestre. LONTANO DALLE METROPOLI Il movimento da anni vive sulla tradizione e la professionalità della migliore provincia: dopo Pesaro, Treviso e anche Bologna che non è proprio una megalopoli, la dinastia di Siena è arrivata a dodici trofei italiani consecutivi, e la più vicina delle concorrenti è Cantù. Nelle chiacchiere da bar dovevano essere le metropoli a ridare risonanza, più che linfa, a uno sport diventato di nicchia. Ma Milano, presa da Armani quattro anni fa con budget da scudetto, non ha ancora un progetto vincente. Roma, che ci aveva provato anni fa, dopo i fallimenti in serie sembra spegnersi lentamente, ritiratasi se non sull'Aventino quanto meno nel vecchio palazzetto del Flaminio che si è molto faticato per portare alla capienza minima richiesta di 3500 posti. È dal 2000 che, in due, non vincono neanche una coppetta di consolazione: quell'anno a Roma andò un'edizione particolare di Supercoppa, mentre l'ultimo successo milanese è lo scudetto di 16 anni fa. Il massimo del discorso pubblico oggi è qualche formula in politichese sulla riforma dei campionati o sul numero di italiani o stranieri o vie di mezzo che deve avere ogni squadra: argomenti che per quanto determinanti per porre le basi per un rilancio vero, finiscono per essere solo un modo per continuare ad avvitarsi su sé stessi invece di tornare a essere un motore di idee e di innovazioni. Il movimento fu alternativo al calcio proprio perché dinamico. Invece ne ha preso il peggio, dagli espedienti per sopravvivere agli effetti collaterali del professionismo e della legge Bosman, fino alle polemiche su moviole, falli, mondo arbitrale, lobby che hanno fatto sembrare il clima intorno al recente Siena-Milano una brutta copia del Milan-Juve di pochi giorni prima. L'unico slancio verso il futuro, l'idea di bilanciare le retrocessioni con un ranking che tenesse conto di tradizione dei club e di credenziali economiche, è stato dapprima applicato solo a metà (senza ranking, solo denaro) e poi scritto male al punto che il campionato in corso è stato un pasticcio a 17 squadre, coi tribunali sportivi a ripescare una squadra a ridosso dell'inizio della stagione. E da tempo la composizione dei campionati è decisa da crack economici, spesso conclamati in ritardo, e tornei con squadre farsa, o almeno tali per una parte della stagione (quando smettono di pagare). C'è una luce laggiù in fondo? www.unita.it Una fase di gioco di Montepaschi Siena-Lottomatica Roma, di qualche anno fa: le cose per il basket italiano vanno sempre peggio BASKET ITALIANO PERDENTE E CLANDESTINO Se delude anche Siena IlMontepaschideverimontareinEurolega,maèil movimento che non va: metropoli assenti. E in tv, ha uno share dell'1,5%... Sport Altro che traino La Nazionale è fuori dai Giochi di Londra, e fu già assente a Pechino 46 VENERDÌ 23 MARZO 2012
I l governo non presenterà arti-colati normativi che attraver-so i licenziamenti economicine facciano poi passare anchealtri, di altra natura. Che è poi il senso della nostra proposta». Però Monti ha parlato di “una riformulazione per evitare gli abusi”, ma per i licenziamenti per motivi economici niente reintegro sul posto di lavoro, solo indennizzo. «Il Consiglio dei ministri dovrà definire il suo disegno di legge o decreto (oggi, ndr), che comunque dovrà poi approdare in Parlamento. E il Parlamento è sovrano. Non c'è un'intesa scritta, noi non abbiamo voluto firmare alcun accordo, anche per non lacerare ancora di più i rapporti con la Cgil, e sosterremo chiunque vorrà apportare modifiche che possano rendere più efficienti le norme, in grado di rassicurare sia i lavoratori, sia le realtà istituzionali ed economiche per gli impegni presi con le autorità europee. In questo senso, il mio è un incoraggiamento al responsabile del lavoro del Pd, Fassina: per noi la sua è un'iniziativa che considero amica». Il leader della Cisl Raffaele Bonanni parla al termine dell'ennesima lunghissima giornata di trattativa in tema di riforma del lavoro e articolo 18. Significa che lei auspica il modello tedesco? «Certo che lo auspico. È un modello che prevede un passaggio formale di comunicazione che coinvolga le rappresentanze sindacali aziendali su qualsiasi movimento relativo ai rapporti di lavoro, in modo che possano valutare la situazione, e aprire una discussione. Se un'azienda, per esempio, lamenta di non avere più commesse, è chiaro che le rappresentanze aziendali sono certamente in grado di capire se sia vero o meno». Al momento siamo lontani da questo. «E qui torniamo al Parlamento. Ho visto che il segretario del Pd, Bersani, ha opinioni precise sulla riforma e sull'articolo 18: per me è una notizia che, dopo quanto è accaduto con le pensioni, una vicenda in cui siamo stati lasciati soli, adesso invece possiamo contare anche su una forza politica come il Pd, che certo ha una grande sensibilità su questi temi». Spieghiamo la sua proposta di modifica dei licenziamenti economici. In caso di contenzioso il giudice annulla il licenziamento, se dal processo emergono motivi diversi da quelli economici, cioè discriminazioni, abusi, irregolarità nelle procedure o motivi disciplinari: è così? La palla dovrebbe tornare al giudice quindi, il che è un po' diverso da quanto dice Monti. «Il punto è che la normativa sui licenziamenti economici dovrà essere al di sopra di ogni sospetto, ci dovrà essere uno sbarramento drastico per evitare qualsiasi eventuale tentativo fraudolento di far passare per economico il licenziamento di altra natura, discriminatorio, disciplinare. Monti in seduta plenaria ha accolto questa richiesta, la griglia dovrà essere molto stretta. E ogni eventuale fraudolenza non potrà che essere condannata dal giudice. Fino a oggi è il massimo che abbiamo potuto ottenere. Comunque qui sembra che tutto ruoti intorno all'articolo 18 e alla sua modifica che, lo voglio sottolineare, è stata incoraggiata da tutFoto Ravagli/Infophoto LAURA MATTEUCCI Parla il segretario della Cisl «Nessuna intesa firmata. Sosterremo chi si batterà in Parlamento per le modifiche. Considero amica l'iniziativa di Fassina e del Pd» «Serve una norma al di sopra di ogni sospetto che non lasci passare come economici licenziamenti di altro genere» lmatteucci@unita.it L'ultimo incontro tra governo e parti sociali sulla riforma del lavoro Intervista a Raffaele Bonanni «La norma va cambiata Sì al modello tedesco» Il mercato del Lavoro Niente frodi MILANO Primo Piano6 VENERDÌ 23 MARZO 2012
Ha passato la giornata al telefono, ha sentito il presidente della Repubblica, il premier Mario Monti, Pierferdinando Casini e le parti sociali. «Nella riforma ci sono alcune cose buone ma sull'articolo 18 non ci siamo, bisogna intervenire per modificarlo, puntando al modello tedesco». E cioè affidando a un giudice, o a una figura terza, l'ultima parola anche sui licenziamenti per motivi economici. È questo che il segretario Pd, Pier Luigi Bersani, ha ripetuto ai suoi interlocutori mentre era in viaggio verso la Liguria. E se non sarà il governo a cambiare la formulazione del nuovo articolo 18, «allora lo farà il Parlamento», dove non sarà possibile «non tenere conto del grande schieramento di forze che si sta creando attorno alla richiesta di un cambiamento». E questo è il primo risultato che incassa il Pd: veder riaperta una partita che in molti - anche al suo interno - avevano dato per persa. Il primo effetto interno è quello di uscire dal dibattito-tormentone sul rischio implosione del Pd (sempre dietro l'angolo) mentre Bersani, accusato da alcuni di essere rimasto schiacciato sulle posizioni della Cgil, trova la sponda più forte - e forse inaspettata - proprio nella Cei. Con il passare delle ore, infatti, il Pd e la Cgil si sono ritrovati in nutrita compagnia. «Provo dispiacere nel vedere la Cgil lasciata fuori da questa riforma», dice monsignor Bregantini, presidente della Commissione Lavoro della Conferenza Episcopale. Anche il segretario Cisl, Raffaele Bonanni, prende le distanze dalla proposta di Palazzo Chigi, mentre si mobilitano le Acli, la rete e, come ha dimostrato il sondaggio di Renato Mannheimer l'altra sera a Porta a Porta, l'opinione pubblica - sia di destra sia di sinistra - boccia la ricetta Monti-Fornero. IL PRESSING Il pressing è talmente forte che il premier, dopo l'incontro al Quirinale, è costretto a tornare sui suoi passi su quella chiusura che sembrava definitiva proprio sulla parte più delicata della riforma. «È stata anche la nostra posizione unitaria ad aver determinato questo cambio di prospettiva», dicono al Nazareno. «Certo si delineano soluzioni che in gran parte sono buone ma restano dei punti problematici che riguardano alcuni fondamentali del diritto e credo che il Parlamento abbia la possibilità di apportare miglioramenti e correzioni», commenta con cautela ROMA Il segretario Pd fa pressing per arrivare alla modifica dell'articolo 18 secondo il modello tedesco. Intanto si lavora ad emendamenti «condivisi». Veltroni: «Monti non può dirci “prendere o lasciare”». MARIA ZEGARELLI Foto Ansa Primo Piano Il Pd contro il diktat Bersani: cambieremo la norma sull'art.18 p Letta: «Serve un compromesso, se collassano i Democratici collassa anche il governo» pVeltroni: «Monti non può dire “prendere o lasciare”, né al nostro partito né al Parlamento» Il segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani, ospite della trasmissione «Porta a Porta» Il mercato del lavoro 8 VENERDÌ 23 MARZO 2012
rito alla decisione di Londra di avvisare l'Italia del blitz in Nigeria per liberare Franco Lamolinara e Chris McManus solo a operazione già in corso. «Abbiamo lavorato con l'Italia nel tentativo di salvare le vite di entrambi gli ostaggi», aggiunge Hague, «e abbiamo intrapreso quell'azione perché pensavamo che fosse la migliore opportunità per salvare le vite degli ostaggi che si trovavano in una situazione di disperata difficoltà». E ancora: «È stata una situazione davvero inusuale, e voglio sottolineare, e ancora di più dopo averne parlato con Napolitano e con Monti, che il nostro approccio su tali questioni di fatto collima», dice Hague, ribadendo che l'accaduto «non dipende dal fatto che l'Italia avrebbe preso necessariamente o automaticamente un approccio diverso dal nostro». COLLABORAZIONE «Italia e Gran Bretagna hanno deciso di istituire un gruppo di lavoro di alto livello in materia di lotta al terrorismo, inclusi i sequestri e la pirateria», annuncia il titolare della Farnesina. Il gruppo di lavoro si riunirà a livello di alti funzionari ed esaminerà tutti gli aspetti della cooperazione in materia di antiterrorismo, inclusi i sequestri, la lotta alla pirateria e alla radicalizzazione, Yemen, Somalia e Libia. L'iniziativa, sottolinea Terzi, si inserisce nella volontà di Roma e Londra di «rafforzare la collaborazione reciproca nell'affrontare le sfide crescenti del terrorismo». Lo “strappo” sembra ricucito. I rapporti tra Italia e Gran Bretagna sono «eccellenti», all'insegna di una «solida amicizia», che «si conferma oggi in un'importante e gradita visita dopo i tragici fatti che hanno portato alla barbarica uccisione di Franco Lamolinara e Chris McManus», insiste Terzi. L'Italia è tra i «principali partner in Europa» e i due governi lavorano per rafforzare un «partenariato fruttuoso», dice Hague. Al Foreign Office, come a Downing Street, Roma aveva chiesto un impegno sul caso dei due marò detenuti in India. Sulla vicenda «c'è stretta collaborazione» tra l'Italia e la Gran Bretagna, «anche in una prospettiva di riportarli a casa», annota Terzi. «Il fatto che la necessità e l'urgenza di riportare i marò a casa sia stata perfettamente compresa da un Paese partner come la Gran Bretagna è per noi un motivo di sostegno considerevole», rileva il titolare della Farnesina, spiegando che l'Italia confida su Londra anche «per chiarire alcuni aspetti del diritto internazionale e della lotta alla pirateria che devono essere meglio riaffermati nei confronti di tutti i partner delle Nazioni Unite». Hague, dal canto suo, ha garantito «tutto l'aiuto possibile» da parte della Gran Bretagna. La speranza in un «tavolo». I mediatori dello Stato indiano di Orissa e quelli designati dai maoisti si sono riuniti ieri pomeriggio a Bhubaneswar per avviare un negoziato mirante al rilascio dei due italiani sequestrati nel distretto di Ganjam il 14 marzo scorso. A riferirlo è l'agenzia Pt. Il negoziato, che si svolge nella Guest House statale a Bhubaneswar, è cominciato nel tardo pomeriggio di ieri poco dopo l'arrivo dell'ex funzionario statale ed ora attivista sociale B.D. Sharma, designato dai maoisti per trattare. «Sono ottimista sui risultati dei colloqui - ha detto ai giornalisti prima di entrare nell'edificio - anche se dobbiamo affrontare un gran numero di questioni». Insieme a Sharma rappresenterà la guerriglia anche l'attivista per i diritti umani Dandapani Mohanty, mentre resta non ancora identificato un terzo negoziatore. Il governo di Orissa è invece rappresentato da tre direttori generali di diversi Dipartimenti: U.N. Behera (Interno), P.K. Jena (Comunità rurali) e S.K. Sarangi (Affari tribali e delle caste). SPERANZA E PAURA La buona notizia è che il tavolo della trattativa si è aperto. La brutta, è che il primo round si è concluso con un nulla di fatto. La notizia del fallimento del primo round di trattative è stata data dalla Cnn-Ibn. In precedenza l'emittente indiana aveva rivelato che Claudio Colangelo, che ha problemi di salute, sarebbe stato liberato ieri e consegnato ad alcuni giornalisti. Uno dei mediatori dei guerriglieri, Dandapani Mohanty, aveva dichiarato all'emittente che l'ostaggio sarà liberato se il governo accetterà due delle 13 condizioni poste dai guerriglieri. Tra queste, la liberazione della moglie del leader dei maoisti, Sabyasachi Panda, attualmente in carcere. La trattativa, secondo i media locali, riprenderà oggi. Nel frattempo, il Parlamento dell'Orissa ha approvato all'unanimità una risoluzione in cui chiede ai ribelli di liberare i due italiani e in cui l'Assemblea esprime «profonda preoccupazione per il rapimento» e «partecipa al dolore e all' ansia delle famiglie» di Paolo Bosusco e Claudio Colangelo. Il testo è stato approvato nonostante lo scontro fra l'opposizione, rappresentata dal partito del Congresso, e il primo ministro Naveer Patnaik, con la prima che chiedeva chiarimenti sulle frasi pronunciate dal «chief minister» contro il governo centrale di New Delhi (guidato dal partito del Congresso), accusato di non aver aiutato l'Orissa a gestire la crisi. «Questa crisi non durerà molto tempo, perché è troppo rischiosa per i maoisti. Sono costretti a muoversi costantemente nella foresta con gli ostaggi e c'è il pericolo che siano intercettati dalle forze di sicurezza». A sostenerlo è il professor Ajai Sahni, esperto di controterrorismo e direttore dell'Institute for Conflict Management, un think-tank di New Delhi. «Si è trattata di un'azione di opportunismo continua - compiuta da una sezione di maoisti presenti in quella zona. Hanno voluto mostrare alle comunità tribali di essere al loro fianco per scoraggiare il turismo dei cosiddetti “safari umani”. È un modo per ingraziarsi la popolazione locale e quindi assicurarsi il reclutamento». Sahni esclude del tutto il ricorso alla violenza contro gli italiani. «Anche se in passato hanno ucciso, in questo caso non hanno alcun interesse a farlo perché sarebbe controproducente per loro». Le ore passano in una continua altalena di pessimismo e speranza. Si tratta, intanto, però, il governo di New Delhi ha inviato nella zona dove presumibilmente i maoisti tengono sequestrati Colangelo e Bosusco un aereo senza pilota (Uav) che potrà fornire indicazioni utili, se necessario, per localizzare il gruppo nascosto nella selva. «Stiamo facendo pressioni e un lavoro di sensibilizzazione sulle autorità centrali e dell' Orissa» affinchè si ribadisca «in ogni istante il principio fondamentale del benessere, della tutela e della sicurezza dei nostri connazionali sequestrati. Un principio che va al primo posto anche nel processo di negoziato», ribadisce il titolare della Farnesina, Giulio Terzi. Un messaggio a New Delhi: evitate forzature. Claudio Colangelo Foto Ansa Contatti Il primo incontro con i mediatori dei ribelli che hanno in mano i due italiani si è concluso con una fumata nera. Ma i negoziati vanno avanti. Si parla di un'imminente liberazione di Claudio Colangelo, malato. Florence Cassez, cittadina francese condannata a 60 anni di carcere in Messico per rapimento, resta per ora in galera. I magistrati della Corte Suprema messicanahannobocciatoilricorsoper la revisione del suo appello. Si chiedeva la sua libertà per violazioni al principio del giusto processo e mancato rispetto deidiritticonsolari.Mailcasononèchiuso.Lafrancesefu arrestatal'8dicembre 2005 con il suo ex fidanzato Israel Vallarta, accusato di essere il capo della banda di rapitori Los Zodiaco tuttora in attesa di giudizio. I due restarono detenuti illegalmente per 24 ore. Il 9 dicembre gli ostaggi e i presunti delinquenti furono costretti dalla polizia a creare unamessinscenadellacatturapercompiacereleTVelapropagandadell'allora responsabile della polizia, García Luna, ora ministro della Sicurezza nel governo conservatore di Calderón e artefice della guerra ai narcos che ha causato 60milamorti.Nel2009lasentenzadefinitiva contro la francese, ma l'impianto probatorio fu alterato dagli abusi delle autorità dalla cattura in poi. La Corte ha riconosciuto le gravi violazioni e quindi siredigeràunnuovoprogettodirevisione che sarà votato nei prossimi mesi. Florence Cassez resta nelle carceri messicane Il processo sarà rivisto IL CASO Il mediatore: «Sono ottimista». I colloqui in una «guest house» India, nuovi spiragli per i due rapiti Trattative in corso U.D.G. I 30 anni di Rossella Urru Ha compiutoieri 30 anni Rossella Urru, la cooperante sarda sequestrata il 22 ottobre 2011 in un campo profughi saharawi. Per non fare calare l'attenzione sul suo caso, amici, organizzazioni, associazioni e istituzioni hanno affidato a twitter i loro messaggi. Cinguettii di auguri dal comune di Cagliari, dal popolo viola, da politici come Nicola Zingaretti e altri. 35 VENERDÌ 23 MARZO 2012
N on è lo scontro che ser-ve al Paese. Soprattuttoin questa fase. Chi puòessere così sicuro checon la riforma dell'articolo 18 si risolva il problema della precarietà? Non ci si rende conto di quanto sia grave lo strappo con la Cgil, il maggiore sindacato italiano? E poi il lavoratore «non è una merce da eliminare per questioni di bilancio», ma una persona e come tale da rispettare. Sono critiche di fondo quelle che monsignor Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso- Bojano, presidente della commissione lavoro alla Cei e con un passato in fabbrica, muove al governo Monti. In un'intervista a Famiglia Cristiana esprime con chiarezza tutte le sue preoccupazioni per gli effetti concreti della riforma Monti-Fornero e soprattutto per la scarsa attenzione data alla dignità dell'uomo. «Con questa riforma la precarietà sarà vinta? O addirittura aumenterà?», si domanda. Parla a titolo personale il responsabile Cei per il lavoro e le questioni sociali, a pochi giorni dall'apertura del Consiglio Permanente dei vescovi. Ma dopo che le agenzie hanno lanciato la sua intervista, anche la Cei prende ufficialmente posizione con il suo portavoce, monsignor Domenico Pompili. «La situazione del mondo del lavoro - afferma Pompili - costituisce un assillo costante dei vescovi. La dignità della persona passa per il lavoro riconosciuto nella sua valenza sociale». «La Conferenza episcopale italiana - conclude - segue con attenzione le trattative in corso, confidando nel contributo responsabile di tutte le parti in campo, al fine di raggiungere una soluzione, la più ampiamente condivisa». Così la posizione di Bregantini trova copertura. Le sue sono le preoccupazioni della Chiesa che è in prima linea nel fronteggiare la crisi economica e sociale. «I licenziamenti economici - afferma il vescovo - rischiano di generare un clima di paura in tutto il Paese». Teme che nelle aziende e nelle famiglie monti «un'ondata di terrore» per paura di vedersi licenziati per motivazioni economiche o organizzative. E aggiunge: «Una siepe protettiva sui licenziamenti economici bisognava metterla». Da qui il suo appello rivolto soprattutto ai politici perché «si possa creare una rete di diritti e di protezioni più solida». Invoca coesione. Lasciare fuori la Cgil per questo lo giudica «un grave errore», come pure considerare questo una cosa «data quasi per scontata», come se non fosse «una cosa preziosa» per la riforma del lavoro avere il consenso del primo sindacato italiano. Va tenuto conto, infatti, che «dietro questa fetta di sindacato vi è tutto un mondo importante, cruciale da coinvolgere per camminare verso il futuro». L'altra critica è ai tempi stretti imposti per una riforma di questa portata e quel perentorio «la partita è chiusa» del premier Monti, mentre sarebbe stato necessario aprire il dialogo in Parlamento, nei luoghi di lavoro e nel Paese. Ma è un tema etico di fondo quello che Bregantini pone di fronte ai licenziamenti «chiamati elegantemente, “flessibilità in uscita”». «Il lavoratore è persona o merce?». «Non lo si può trattare - scandisce come un prodotto da dismettere, da eliminare per motivi di bilancio, perché resta invenduto». Poi osserva come in politica l'aspetto tecnico stia diventando prevalente su quello etico. Come sia eccessiva la «sintonia» tra profitto e aspetto tecnico. Un promemoria della Chiesa per il premier Monti e il ministro Fornero e per tutti i cattolici impegnati in politica. Lo rilanciano in molti, da Rosy Bindi a Leonluca Orlando, che chiedono al governo di ascoltare la Cei. ROBERTO MONTEFORTE I vescovi: l'uomo non è una merce Soluzioni condivise Monsignor Bregantini a Famiglia Cristiana sulla riforma dell'articolo 18: «Un errore escludere la Cgil. Questa ricetta non risponde alla precarietà». In serata l'appello della Cei Il caso CITTÀ DEL VATICANO rmonteforte@unita.it Foto Ansa fatto il suo. I vescovi parlando dei lavoratori che «non sono merce» e di una soluzione «condivisa e responsabile», il sindacato aprendo al «modello tedesco». E così il Terzo Polo, e segnatamente Pier Ferdinando Casini, ha operato in ogni verso per portare sì avanti la riforma, ma salvaguardando la tenuta del Pd, dalla quale poi dipende il futuro del governo (e anche quello dei centristi). L'ha fatto, Casini, sia operando da forza cuscinetto («bisogna rispettare il Pd e il suo travaglio»), sia richiamando all'ordine il Pdl («nessuno giochi alla provocazione perché è segno di irresponsabilità»), sia operando in concreto di sponda perché, come ha spiegato partecipando a un convegno, «maturi nel Pd una linea convergente e sia possibile andare avanti insieme». In quest'ottica, ieri il leader terzopolista e i suoi hanno lavorato nella direzione di far tramontare la strada del decreto (tentazione di Monti) per la riforma, in favore invece della legge delega. «Non mi sembra nemmeno che ricorrano gli estremi, per un decreto», confidava il centrista Gianluca Galletti. La forma, come grimaldello per arrivare alla sostanza. Con la riforma in mano al Parlamento, infatti, sarebbe meno complicato trovare una soluzione politica che non risulti deflagrante per le forze dell'attuale maggioranza. Se il sostegno politico “terzo” al Pd c'è tutto («ma anche la Cgil ora dia un segnale») i centristi restano prudenti sulle aperture nel merito. E non si sbilanciano, per esempio, sul modello tedesco. Però spiegano: «Vogliamo che la riforma sia fatta, sia col consenso sociale che parlamentare. E faremo di tutto per arrivarci». Il segretario del Pdl Angelino Alfano Unipol, udienza rinviata È stato rinviato al prossimo 29 marzo il processo a Silvio Berlusconi imputato di rivelazionedisegretod'ufficioinrelazioneallapubblicazionesu«IlGiornale»dellatelefonata intercettata tra Fassino e Consorte. Il rinvio è dovuto allo sciopero degli avvocati contro le norme sulle liberalizzazioni. 11 VENERDÌ 23 MARZO 2012
Luigi Manconi e Valentina Brinis chiedere un permesso di soggiorno perché occorre presentare un documento di identità, documento che Andrea e Senad non possiedono. Sono usciti dal Cie perché apolidi in teoria. In pratica, secondo le leggi vigenti, sono nuovamente clandestini e per assurdo potrebbero essere ricondotti nel Cie che hanno appena lasciato. Tant'è che ieri la questura di Modena ha fatto sapere che «valuterà l'opportunità di disporre ulteriori misure di prevenzione» La storia di Andrea e Senad è quindi emblematica di un quadro normativo contraddittorio e basato sul regime di ius sanguinis, ovvero il diritto a ricevere la nazionalità solo per “eredità” di sangue, nei confronti del quale Giorgio Napolitano il 22 novembre scorso si era espresso criticamente, definendo una “follia” negare la cittadinanza italiana a chi è nato nel nostro Paese. La sentenza, spiega l'Arci, «rappresenta un punto fermo che, speriamo, induca il Parlamento a calendarizzare al più presto la discussione sulla proposta di legge di iniziativa popolare depositata il 6 marzo scorso». Ma la strada sarà lunga. Quella di ieri è una sentenza «creativa», una decisione «non prevista dalla legge italiana» ha tuonato il Pdl, l'«ennesima invasione di campo di un magistrato» ha detto il senatore Carlo Giovanardi. Lo «ius soli» ha ancora molta strada prima che si affermi come principio. L'IMMIGRATO NON È UN ESTRANEO MA UN CITTADINO La sentenza emessa ieri dal Tribunale di Modena segna un punto davvero importante nella storia giudiziaria italiana in materia di immigrazione e, in particolare, di immigrazione irregolare. Quella decisione ha finalmente chiarito che la condizione di extralegalità giuridica di una persona non coincide necessariamente con l'estraneità rispetto al sistema di relazioni sociali in cui quella stessa persona si trova inserita. Insomma, la sua integrazione sociale, quando c'è, deve risultare “più forte” della sua mancata regolarizzazione. La sentenza ha così stabilito che, chi nasce in Italia da genitori stranieri, pur se privo di documenti, non può essere considerato immigrato irregolare: dunque, la sua destinazione mai potrà essere il Centro di identificazione e di espulsione. La storia dei due fratelli interessati dalla sentenza del Tribunale di Modena, simile a quella di molti altri trattenuti nei Cie, si rivela utile per capire come, nella “applicazione perfetta” della legislazione che regola l'immigrazione, vengano trascurate le reali condizioni della persona e la sua biografia e venga ignorata la sua identità sociale. Andrea e Senad rischiavano di essere rimpatriati in uno Stato mai conosciuto, la Bosnia, tra l'altro ignoto ai loro stessi genitori nella attuale configurazione geo-politica di Paese indipendente, dal momento che essi emigrarono da quella che all'epoca era ancora la Repubblica federale di Jugoslavia. L'aspetto grottesco è che la permanenza al Cie non si sarebbe potuta concludere con l'espulsione perché, appunto, i nomi dei due giovani non compaiono in alcun registro anagrafico bosniaco. E, probabilmente, la loro uscita dal centro sarebbe avvenuta alla scadenza del termine che oggi, ahinoi, è di un anno e mezzo. Un provvedimento, quest'ultimo, che è andato ad inasprire l'attuale normativa (legge Bossi-Fini). Così che si è arrivati a prevedere come fattispecie penale, con relativa pena detentiva, ingresso e presenza irregolari sul territorio italiano. Ne deriva una smisurata e incontenibile facoltà di penalizzare e punire. Una tendenza che si esprime in maniera intensa quando si parla di immigrati e che sembra trovare soddisfazione quando si tratta di immigrati irregolari, assimilati né più né meno che a criminali. Ma la questione più importante e drammatica che questa vicenda rivela è, ancora una volta, legata a quella legge sulla cittadinanza la cui mancata riforma il Capo dello Stato ebbe a definire «una follia». L'attuale normativa, infatti, non è in grado di rispondere in maniera idonea all'odierna composizione della società italiana, alla realtà dei flussi migratori degli ultimi trent'anni e ai processi di integrazione (certo faticosi, ma comunque spesso consolidati) cui hanno dato luogo. La legge in vigore non prevede la concessione della cittadinanza alle persone che, come Andrea e Senad, sono nate in Italia, se non a condizioni molto rigide. In particolare, al compimento dei diciotto anni, quanti sono stati sempre regolari e sempre residenti sul territorio, entro i dodici mesi successivi, possono presentare la domanda di cittadinanza. Ma sono in pochi a saperlo – e dunque a presentare tempestivamente la richiesta perché com'è noto i privilegi sono per i privilegiati. «Io sono italiano, vivo qui da 24 anni La Bosnia non so neanche dov'è» Foto di Gabriele Anesin «Niente donatori gay» La legge in vigore/1 È stato tremendo, un incubo».Senad Seferovic, 24 anni, na-to e vissuto a Sassuolo, a poche ore dalla liberazione dal Cie racconta i 52 giorni di angoscia passati dentro la struttura. «Io mi sento italianissimo» sbotta con leggera inflessione modenese. Padre di due bambini piccoli, uno di due anni e uno di pochi mesi, si sfoga: «È stato bruttissimo non vederli per tanto tempo». Senad, come sono stati questi giorni al Cie? «Tremendi. Il tempo non passava mai e stavo male. Quando mi hanno rinchiuso pesavo 81 chili, ora arrivo a malapena a 70. Mi mancava la mia famiglia e soprattutto i miei figli. I miei 24 anni li ho dovuti festeggiare da recluso». Sperava nella sentenza del giudice o ti ha colto di sorpresa? «Ci speravo tanto ma non potevamo esserne sicuri. Quando me l'hanno comunicato ero fuori di me dalla contentezza. In questi ultimi giorni, quando la sentenza veniva continuamente rimandata, ho avuto tanta paura che le cose finissero male. Dentro di me, poi, ero molto arrabbiato». Perché? «Io mi sento e sono italiano. Non extra-comunitario. Sono nato qui e ho sempre vissuto qui. Mangio la pastasciutta da 24 anni e vado addirittura allo stadio a vedere giocare il Sassuolo. Non sono neanche mai stato in Bosnia e non è giusto che io non possa essere considerato italiano. Non è giusto che mi abbiano rinchiuso al Cie. Dicono che ho commesso dei reati ma per quelli ho già pagato. Allora anche gli italiani che hanno dei precedenti dovrebbero essere rinchiusi». Per sostenere la sua battaglia e quella di suo fratello si sono mobilitati in tanti.... «Sì è vero. Questa era una delle poche cose che mi faceva stare un po' meglio. Sapere che non eravamo stati abbandonati. Non ringrazieremo mai abbastanza tutte le associazioni che ci hanno sostenuto, la società civile, i partiti, i giornali e soprattutto il giudice che ha capito che non siamo stranieri». PAOLA BENEDETTA MANCA Si può diventare italiani a 18 anni Ma nessuno lo sa La legge in vigore /2 Ma la domanda deve essere fatta entro docidi mesi Senad Seferovic IL COMMENTO L'Arcigay denuncia: in un ospedale del varesotto un cartello esposto nella bacheca della sede Avis, ospitata nel nosocomio, vieta di donare il sangue agli omosessuali. «Dopo il pestaggioomofobo di sabato notte ai danni di un gruppodi ragazzi in una discoteca a Luino, la provincia di Varese torna a testimoniare violenta discriminazione», sottolinea l'Arcigay. 23 VENERDÌ 23 MARZO 2012
GIANNI PAVESE CAGLIARI Lega Pro: il Piacenza è fallito Il Tribunale di Piacenza ha decretato ieri il fallimento del Piacenza F.C. e ha nominato curatori fallimentari l'avvocato Franco Spezia e il commercialista Filippo Giuffrida. La squadra emiliana,che milita in LegaPro, I divisione,ed è in pienalotta perla salvezza, potràconcludere regolarmente il campionato. L'asta per il titolo sportivo dovrebbe tenersi a fine stagione. D avide Ballardininon è stato esonera-to ma licenziato. Seun dizionario di si-nonimi appaiereb-be questi due termini, lo slittamente di senso è invece importante, decisivo. Ed è l'ennesimo primato di cui potrà vantarsi un giorno (ma con chi?) il padrone del Cagliari, Massimo Cellino. Per licenziare in questo Paese serve una formula, in attesa dell'arrivo della nuova legge: «per giusta causa». Nella risoluzione del rapporto di lavoro fra il Cagliari e il tecnico romagnolo c'è questa frase. Nei giorni in cui è polemica in Italia sull'articolo 18, il Cagliari va allo scontro con l'allenatore ravennate ingaggiato a novembre in sostituzione dell'allora esonerato Massimo Ficcadenti, a sua volta richiamato la scorsa settimana sulla panchina rossoblù proprio al posto di Ballardini (anche questo vai e vieni dalla panchina dei soliti tecnici è un uso di Cellino, condiviso con l'altro patron, Maurizio Zamparini, che pratica gli stessi metodi a Palermo). La notizia, anticipata ieri dall'Unione Sarda, ha del clamoroso: la società sarda, dopo una lettera di richiamo inviata a Ballardini lunedì 12 marzo (il giorno dopo la notizia dell'esonero,) ha proceduto a notificare, con decorrenza venerdì 16 marzo, il licenziamento in tronco per giusta causa all'ufficio territoriale del lavoro di Cagliari. Il ravennate preferisce tacere e si chiude dietro un «non ho nulla da dire». Potrà opporsi al provvedimento, impugnandolo davanti al tribunale del lavoro di Cagliari. Sui motivi del licenziamento - riporta ancora il quotidiano del capoluogo isolano - vige ancora un riserbo assoluto e resta il mistero sulla «giusta causa». La differenza tra esonero e licenziamento è sostanziale: nel primo caso, Ballardini avrebbe continuato a percepire l'ingaggio pattuito, 800 mila euro per questa stagione, un milione per la prossima. Il Cagliari ha sospeso, con effetto immediato, il pagamento degli emolumenti, che ora Ballardini potrà ottenere qualora il giudice gli desse ragione. IN GIOCO 1 MILIONE DI EURO Se vige il silenzio su una vicenda lontana dalla conclusione, va detto che un appiglio Cellino lo cerca nel passato: «Già lo feci con Sonetti», ha detto all'Unione. Per poi aggiungere le solite carinerie: «Sinceramente non so nemmeno la procedura adottata con Ballardini, ma il licenziamento per giusta causa per me non è una novità: l'ho già fatto con Sonetti. Comunque - spiega il presidente rossoblù - a me di Ballardini non importa niente, si figuri se penso a lui ora: siamo praticamente senza stadio, in emergenza perenne». Il tecnico piombinese trasecola: «Cellino dice che già lo fece con me? Io non spiego assolutamente niente, perché è tutto troppo ridicolo. Cellino si diverte a rompere le scatole alla gente». Al telefono dalla sua Toscana, Nedo Sonetti commenta così le parole del presidente del presidente Cagliari. «Cellino è una persona inqualificabile continua Sonetti -. Mi licenziò per giusta causa? Se lo dice lui....Pensi che una volta mi mandò una lettera per contestarmi che una sera avevo mangiato una spigola da quattro chili. Giuro che è vero». È vera sia la lettera che la spigola. Ma non ha voglia di scherzare Renzo Ulivieri, capo del “sindacato” degli allenatori: «La giusta causa non è prevista dalla legge 91, se non nei casi estremi: ad esempio, un allenatore sorpreso a rubare o spacciare droga. Il Cagliari di Cellini ci ha provato anche con Donadoni, sostenendo dopo che lo aveva esonerato, era andato a vedere una partita della squadra in tribuna per motivi di turbativa». ART.18? IMPOSSIBILE Sulla possibilità che i cambiamenti dell'articolo 18 facciano breccia nel calcio, Ulivieri ha la risposta pronta: «È impossibile, perché allenatori e giocatori hanno contratti a termine. E poi lo sapete come la penso, se ero all'ultima manifestazione della Fiom...». Resta il fatto che queste vicende, dovessero ricevere poi il timbro di un tribunale, possono creare precedenti: nel caso, rivoluzionari, se in futuro i club avessero facoltà di licenziare un tecnico o un calciatore per motivi economici. Anche perché i club del calcio professionistico italiano hanno nel 75% dei casi i bilanci in rosso e con la possibilità di licenziare ci andrebbero a nozze. Foto Ansa Toscani e spigole BALLARDINI E L'ART. 18 SECONDO CELLINO Tecnico senza stipendio: «Licenziato per giusta causa»,diceilpatron.«LofeciancheconSonetti».Che risponde: «Follia. Mi contestava la spigola a cena...» Il tecnico Davide Ballardini sulla panchina del Cagliari: esonerato o licenziato? Renzo Ulivieri, presidente dell'assoallenatori: «Vicenda assurda, c'è una brutta aria, ma io sto con la Fiom...» Nedo Sonetti: «Cellino mi contestòdi aver mangiatouna spigola di quattro chili: per lui era una giusta causa...» 47 VENERDÌ 23 MARZO 2012
Maramotti C apita spesso di sentire, inTv o tra la gente, che leamministrazioni sonotutte uguali, che tra Giunte di centrosinistra e di destra non c'è grande differenza. Questa è una delle cose che fa più male, anche perché non è vera. Non lo era nel passato, quando noi facevamo gli asili nido e lo sport per tutti, l'inserimento degli handicappati nelle scuole, l'assistenza domiciliare agli anziani, i parchi protetti, le estati culturali. Gli altri facevano altre cose. Una differenza c'era eccome. E ancora oggi c'è, nella nostra particolare attenzione sui temi del tempo pieno a scuola, dell'accoglienza, della difesa del suolo. Tutto ciò non basta più a far la differenza? Certo l'agenda amministrativa tende a uniformarsi. Le emergenze ed i tagli ci sono per tutti. C'è però un gruppo di questioni forti sulle quali caratterizzare una rinnovata originalità dei governi di centrosinistra. Innanzitutto la questione morale. Etica, sobrietà, disinteresse personale sono la base di ogni nostra esperienza di governo, dal piccolo Comune alla grande Regione. Torniamo a dirlo in questi giorni in cui i media sono pieni di scandali e tutto sembra uguale. Il nostro rispetto per la magistratura non vacilla, il che ci consentirà di reagire con forza alle strumentalizzazioni. E riaffermare una concezione della politica che mette al primo posto l'Italia e non il Partito, come abbiamo fatto in questa fase cruciale della storia nazionale. E poi tre temi di programma. Primo: il cambiamento climatico e le politiche di adattamento, vasta piattaforma che incrocia lo sviluppo, il vivere urbano, i modi di consumare, muoversi, divertirsi. Secondo: le politiche dell'inclusione, da quelle formative a quelle d'accoglienza. È il nuovo Welfare, da progettare lontano da nostalgie stataliste come dalla ambigua incompiutezza dello Stato sociale delle opportunità. Piuttosto nell'intreccio moderno tra uguaglianza, individuo e bene comune. Tanto da scavare e da fare, non come propone la Destra della Big Society o del capitalismo compassionevole. Terzo: la partecipazione, la nuova cittadinanza. La Destra populista non concepisce un rapporto trasparente ed aperto tra elettori ed eletti. Noi sì. Le esperienze pilota le abbiamo, i primi risultati pure. Ora si tratta di saltare il fosso e assumerlo come grande tema nazionale. Il Governo sembra intenzionato a fare una mossa, dopo i giorni caldi della Tav in Val di Susa. Il Pd sia in prima fila, i nostri amministratori pure. Non facciamoci frenare dalla preoccupazione che i processi partecipativi appesantirebbero ulteriormente le procedure. Ormai sappiamo che non è così. L e amministrative di mag-gio si avvicinano.Proprio la delicatezzadel passaggio politico, dopo la fine del governo Berlusconi e in presenza dell'esperienza del governo «dei tecnici», richiede al Partito democratico e al centro-sinistra in genere una capacità di offerta politica la più ampia ed articolata possibile. Il voto amministrativo è un'occasione, anche evidentemente nella prospettiva delle prossime elezioni politiche. Per questo mi pare indispensabile riuscire a dare il senso di un'attenzione autentica a quante più possibili emergenze ed esigenze culturali e civili. Così la tutela degli animali, il loro rapporto con la persona, la lotta all'abbandono, al randagismo e alla vivisezione, sono tutte cose che per tanti riguardi investono la vita degli enti e delle comunità locali, ma soprattutto interessano i cittadini e verranno valutate anche al momento del voto. Basti considerare che dal Rapporto Italia di Eurispes risulta che nel 2011 la maggioranza degli italiani, l'87,2 per cento, ha dichiarato di avere nei confronti degli animali un atteggiamento comunque positivo (il 42 per cento ha in casa un animale; nel 48 per cento dei casi un cane, nel 33 per cento un gatto). Dunque una realtà diffusa, da conoscere e rappresentare, ma anche da valutare nelle implicazioni e nei problemi. Di qui la necessità di introdurre nei nostri programmi elettorali e nei profili strategici dei candidati sindaci, precise indicazioni in fatto di politiche di tutela e rispetto per gli animali, capaci di qualificare anche per questo riguardo le future giunte di centro-sinistra. Vorrei soffermarmi su alcuni degli aspetti più rilevanti, così da favorire anche un dialogo con le Associazioni interessate, ma poi con l'insieme degli elettori e delle elettrici. Sarà importante promuovere l'adozione da tutte le amministrazioni di un Regolamento comunale per la tutela degli animali, oltre alla creazione di appositi Uffici Tutela Animali e ad una riqualificazione ambientalista della stessa Polizia Municipale. Anche la proposta di una Consulta delle associazioni del volontariato animalista va nella direzione di un corretto rapporto fra istituzioni locali e mondo del volontariato; volontariato che più in generale va reso partecipe di campagne informative ed educative di rispetto ambientale e degli animali. Particolare attenzione meriterà poi la lotta delle istituzioni locali contro l'accattonaggio con animali e le esibizioni e gli spettacoli con animali; mentre andrà contrastata l'apertura di nuovi zoo o acquari e andrà favorito il graduale superamento degli attuali. Quanto agli animali selvatici presenti in città, andranno considerati una risorsa ambientale, mentre la lotta ai bocconi avvelenati dovrà essere una priorità. Infine i capitolati d'appalto delle mense scolastiche dovranno avere un riconoscibile segno ambientalista e salutista, dando spazio all'alternativa vegetariana e vegana e ad esempio prevedendo l'acquisto e la consumazione solo di uova di galline allevate all'aperto o biologiche. Come si vede un programma ambizioso, ma solo così si potrà dare respiro e credibilità alla nostra candidatura alla guida delle amministrazioni locali e, domani, del Paese. AMMINISTRARE GLI ENTI La tiratura del 22 marzo 2012 è stata di 100.273 QUELLO CHE DISTINGUE LA SINISTRA DALLA DESTRA UNA POLITICA PER AMBIENTE E TUTELA DEGLI ANIMALI Silvana Amati SEN. PD, RESP. SALUTE E TUTELA DEGLI ANIMALI Claudio Martini PRESIDENTE FORUM POLITICHE LOCALI PD VERSO LE ELEZIONI 25 VENERDÌ 23 MARZO 2012
L o sanno anche i bambiniormai: se non cresce ilPil sono guai. Le seratepassate addosso alloschermo ad apprenderele oscillazioni dello spread hanno in qualche modo avvicinato alle terminologie economiche un po' tutti. Ma il su e giù di uno zero virgola può essere tutto e può essere niente. La Cina ha accresciuto il suo prodotto interno lordo (il Pil appunto) con percentuali gigantesche in rapporto all'Europa. Ma cosa è cambiato per i cinesi? Cosa cambia per ognuno di noi e, soprattutto, cosa deve cambiare affinché la crescita del Pil sia effettivamente un vantaggio anche individuale e non solo quantitativo generale? Martha C. Nussbaum (docente di Laws and Ethics a Chicago) nel suo Creare capacità, liberarsi dalla dittatura del Pil (pp. 222, euro 15,00, il Mulino), ultimo volume di una riflessione partita da lontano sul rapporto tra uomo ed economia, riporta continuamente la domanda alla sua analisi. In realtà trae spunto da un movimento culturale promotore di una nuova concezione del mondo. Dall'ecologia a Jeremy Rifkin, non dimenticando le riflessioni passate di Hannah Arendt e presenti di Edgar Morin. Nussbaum cita invece moltissimo Amartya Sen, la soggettività e lo sviluppo umano complessivo. Il discorso è vecchio e nuovo allo stesso tempo: ruota intorno all'emancipazione dell'uomo. Che la politica finisce spesso per dimenticare. L'uomo come fine, al contrario, spesso ridotto a mezzo, subordinato al Pil. E più si ragiona in termini di costi di produzione, produttività, competitività, costi finali più ci si allontana dallo sviluppo umano in senso stretto, se ne perde il reale significato. ESSERE IN RELAZIONE Nussbaum indica il fine in dieci precondizioni: la possibilità di vivere fino alla fine una vita di normale durata; poter godere di buona salute, compresa una sana riproduzione; essere in grado di muoversi liberamente da un luogo all'altro, essere protetti contro aggressioni, comprese la violenza sessuale e la violenza domestica; poter usare i propri sensi, poter immaginare, pensare e ragionare, avendo la possibilità di farlo in modo «veramente umano»; poter provare attaccamento per persone e cose oltre che per noi stessi, poter amare coloro che ci amano; essere in grado di formarsi una concezione di ciò che è bene e impegnarsi in una riflessione critica; poter vivere con gli altri e per gli altri, riconoscere e preoccuparsi per gli altri esseri umani; essere in grado di vivere in relazione con gli animali; poter ridere, giocare e godere di attività ricreative; poter partecipare in modo efficace alle scelte politiche, essere in grado di avere proprietà, avere il diritto di cercare lavoro alla pari degli altri, essere in grado di lavorare in modo degno. Sembra ovvio, ma ovvio non è. Se cresce il Pil, ma una donna lavora, si prende cura dei suoi figli, delle persone anziane, della casa in che modo la crescita del Pil la libera da tutti questi gravami? Il principio della libertà negativa, liberi da, è regressivo: l'accrescimento della capacità individuale si misura con il liberi di, attivo. «Viviamo in un'epoca dominata dalla spinta al profitto e dall'ansia dei traguardi economici nazionali», scrive Nussbaum. Ma «il vero scopo dello sviluppo è lo sviluppo umano». L'uso Denaro vs bellezza? Un wallpaper di Blu FABIO LUPPINO Martha C. Nussbaum riflette in un saggio sul rapporto tra uomo ed economia. E si chiede: cosa deve cambiare affinché la crescita del prodotto interno lordo sia davvero un vantaggio per i singoli individui? www.unita.it fluppino@unita.it «LIBERIAMOCI DAL DOMINIO DEL PIL» La lotta di classe Luciano Gallino pp. 215, euro 12,00, Laterza Il lavoro prima di tutto Stefano Fassina pp. 194, euro 16,50, Donzelli Minima mercatalia Diego Fusaro pp. 510, euro 13,90, Bompiani Se potessi avere 1000 euro al mese Eleonora Voltolina pp. 178, euro 15,00, Laterza Economia dell'identità G. A. Akerlof, R. E. Kranton pp. 216, euro 18, Laterza Altre letture Culture38 VENERDÌ23 MARZO2012
tà immobiliari, di costruzioni edili e anche della Hippogroup, specializzata in scommesse sulle corse ippiche. Un raggio d'azione molto vasto che a qualcuno, in questura, ha suggerito delle analogie con altri casi di cronaca nera: come il delitto Roveraro, il finanziere legato all'Opus Dei ucciso sei anni fa da un ex consulente finanziario per delle speculazioni andate male. Fondamentali, per le indagini in corso, potrebbero essere le riprese effettuate da alcune telecamere dei negozi che si trovano nella stessa via dell'abitazione di Musy e che hanno ripreso l'attentatore mentre entrava ed usciva dal civico in cui risiede l'avvocato. Il problema principale è però rappresentato dal fatto che chi ha sparato aveva indosso un casco integrale. Ma adesso che le indagini si sono indirizzate verso due indagati, la corporatura di uno dei due potrebbe portare gli inquirenti sulla strada giusta. Alcuni, tra gli investigatori, non rinunciano comunque all'ipotesi di uno scambio di persona o di un'aggressione estemporanea e casuale, magari da parte di uno squilibrato. CONDIZIONI Alberto Musy intanto rimane sempre in pericolo di vita. i medici dell' ospedale Molinette, ieri lo hanno dichiarato esplicitamente. Le condizioni dell'avvocato, che è in coma farmacologico ed è ricoverato nel reparto di neurochirurgia, dove era stato trasferito mercoledì dopo l'intervento, durato quattro ore, che ha rimosso l'ematoma al cranio. Proprio questo, come detto, rappresenta il più grave pericolo per la vita di Musy al momento. Occorreranno alcuni giorni, hanno spiegato i medici, per un'evoluzione del quadro clinico. La prognosi rimane ovviamente riservata. La moglie di Musy, Angelica D'Auvere, ieri è rimasta tutto il giorno al capezzale del marito. I due hanno quattro figlie. Fosse Ardeatine, tre caduti hanno un nome Alla vigilia del 68esimo anniversario dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, i carabinieri del Ris danno un nome certo a tre delle vittime dei nazisti finora rimaste ignote: Marco Moscati, Salvatore La Rosa e Michele Partito. Rimangono ora nove (su 335) i caduti «noti, ma non identificati» e «ignoti» nei sepolcri del sacrario romano. Soddisfatta l'Associazione nazionale famiglie italiane martiri, che da anni si batte perchè tutti i martiri abbiano un nome. Il movente instreaming, sucanale808d i esu II ASSEMBLEA NAZIONALE AMMINISTRATORI LOCALI PD GENOVA, 22-23 MARZO 2012 - FIERA, PIAZZALE J.F. KENNEDY, 1 PIER LUIGI BERSANI Seguici anche su tablet e smartphonewww.facebook.com/YouDem.Tvwww.youtube.com/YoudemRedazioneWeb CONCLUDE IL 23 MARZO SEGUI L'EVENTO IN DIRETTA SU L'assassino aveva del risentimento per motivi professionali Concordia, 5 cadaveri individuati I sub del corpo nazionale dei vigili del fuoco hanno individuato cinque dei sette corpi ancora dispersi, tra lo scafo e il fondale, all'altezzadel ponte 3 del relitto della Costa Concordia, naufragata all'isola del Giglio. Lo conferma la struttura del Commissario delegato per l` emergenzaperilnaufragiodellanaveCostaConcordia.Restanoquindiancoraduedispersi. 31 VENERDÌ 23 MARZO 2012
Andrea e Senad, due ragazzi di 23 e 24 anni nati in Italia da genitori stranieri e dal 10 febbraio rinchiusi nel Cie di Modena in attesa di essere espulsi, sono stati rilasciati ieri. Lo ha deciso il giudice di pace Giamdomenico Cavazzuti, che ha di fatto annullato il decreto di espulsione emesso da Prefetto. «La sentenza è storica, per la prima volta si sancisce che chi nasce in Italia non può stare in un Cie» dice Cécile Kyenge, responsabile regionale del Pd per l'immigrazione e portavoce del Comitato 1 marzo, in prima linea nella mobilitazione a favore di Andrea e Senad. «E dimostra ancora una volta l'inutilità dei Cie». La loro storia ha dell'inverosimile: i genitori, oggi cittadini bosniaci, hanno sempre vissuto in condizioni di disagio e a quanto pare non si sono mai curati di registrare i propri figli all'anagrafe dell'allora Jugoslavia. Ma la Jugoslavia nel frattempo è sparita e con lei la loro incerta cittadinanza. Di sicuro c'è che ad oggi risultano sconosciuti a qualsiasi anagrafe e si trovano di fatto senza identità. Le autorità italiane hanno tuttavia dato per scontata la nazionalità bosniaca dei due ragazzi i quali, senza permesso di soggiorno, si sono trovati automaticamente nella condizione di clandestini. La routine è collaudata, gli ingranaggi della prassi iniziano a girare: due ragazzi stranieri ma, nati a Sassuolo, il permesso di soggiorno che manca perché i genitori hanno perso il lavoro, un controllo della polizia, il Cie, l'espulsione in arrivo, un giudice di pace che deve firmare. Ma tutto si blocca. Perché Andrea e Senad non solo non hanno un permesso di soggiorno, ma un documento del loro paese d'origine non lo possiedono proprio. E quale sia il paese di origine di Andrea e Senad è l'enigma che ha messo in crisi il giudice di pace sino al rilascio di ieri. INTRIGO Un intrigo confermato dall'assenza dei due ragazzi dall'anagrafe bosniaca, facendo così di Andrea e Senad due potenziali apolidi nei confronti dei quali la legge prevede particolari tutele in virtù della Convezione sugli apolidi del 1954. Dunque, Andrea e Senad poiché apolidi hanno il diritto di essere liberi e di vedersi concesso un documento valido da parte delle autorità italiane. Non la detenzione in un Cie. La sentenza emessa ieri dal giudice di pace è in ogni caso controversa: se la detenzione non poteva essere confermata in virtù della Convenzione sugli apolidi, il loro rilascio non è tuttavia indolore, perché Andrea e Senad sono apolidi solo in teoria. Infatti ottenere questo status non è affatto semplice e richiede anni, burocrazia e la sopportazione di una giurisprudenza discordante. Attualmente non possono nemmeno Foto di Dante Farricella GIACOMO FRANCESCO LOMBARDI p Storica sentenza di un giudice di pace. Pd: «Un passo verso lo ius soli» p I due fratelli nati a Sassuolo da genitori stranieri. Pdl: invasione di campo Primo Piano Andrea e Senad Seferovic Modena: «Niente Cie per chi è nato in Italia» Andrea e Senad liberi Escono dal Centro di Modena i due fratelli, Andrea e Senad, con genitori bosniaci, ma nati nel nostro Paese: erano finiti lì perché i genitori, avendo perso il lavoro, erano senza permesso di soggiorno. MODENA Immigrazione e diritti 22 VENERDÌ 23 MARZO 2012
Un passo indietro cercando di non farlo vedere e, soprattutto, di non metterci la faccia: questo il problema di Monti nelle ore che precedono il Consiglio dei ministri di oggi, momento della verità - ma non conclusivo - del braccio di ferro che si combatte nel governo, oltre che nella maggioranza. Sull'articolo 18 il premier aveva decretato il fine partita, ma due giorni dopo ha dovuto prendere atto - davanti alle parti sociali - della «diffusa preoccupazione» che circonda una «questione chiusa» troppo in fretta per compiacere «i mercati e l'Europa». Già l'altro ieri il Presidente del Consiglio aveva dovuto fare i conti con le reazioni furibonde di Bersani per i «patti» non rispettati da un governo che non aveva perseguito fino in fondo la strada dell'accordo con le parti sociali. Ed era stato costretto a non prendere sotto gamba la mobilitazione e lo sciopero generale proclamati dalla Cgil, anche perché la Uil tentennava tornando sui suoi passi e la Cisl si augurava miglioramenti. Una situazione che aveva portato il premier a chiedere un incontro con il presidente della Repubblica prima ancora di ritrovarsi al tavolo con le parti sociali. Ed il Capo della Stato ha ascoltato le ragioni del governo ma non ha mancato di svolgere su due coordinate il suo ruolo di moral suasion. In un momento difficile come quello che il Paese sta vivendo qualunque decisione non può prescindere dalla coesione sociale e dall'interesse generale. E bisogna agire passando dall'emergenza che è stata affrontata in questi mesi con i decreti ad un'azione più di natura riformatrice tale da rimettere in campo l'azione delle forze politiche. Di fronte a questo un Monti «preoccupatissimo per la tenuta del Paese» mostrava la disponibilità a farsi carico di questioni legittime avanzate e riconsiderava le nette chiusure di martedì sull'articolo 18. Scatenando - sull'altro versante - gli altolà di Pdl e Confindustria su possibili ripensamenti a proposito di licenziamenti dettati da motivazioni economiche senza alcuna possibilità di reintegro. «Stiamo cambiando la norma», faceva sapere ieri Raffaele Bonanni, in «pieno accordo» con il diessino Fassina. «Anche la Cisl vuole fare una riforma del lavoro credibile - spiegava Anche noi vogliamo il modello tedesco». Altro che «riforma condivisa da tutti, tranne che dalla Cgil», quindi, tanto per citare le parole di Monti dopo il vertice del 20 marzo. Ieri, in realtà - non al tavolo delle trattative con le parti sociali (la Cgil smentisce un'agenzia che lo annunciava: «a quale tavolo siede Bonanni visto che non si è parlato di Articolo 18?») - il leader della Cisl si era proposto come mediatore. In caso di contenzioso, proponeva a Monti, «il giudice annulla il licenziamento, ma se dal processo emergono motivi diversi da quelli economici, cioè discriminazioni, abusi, irregolarità nelle procedure o motivi disciplinari». Incontro convocato a Palazzo Chigi, quello di ieri. E già questo rappresenta una novità di non poco conto. Nei giorni scorsi, infatti, il vertice bis con le parti sociali era stato ridotto al rango di appuntamento tecnico al ministero del Lavoro. Ma il putiferio scatenato dal fischio di fine partita, annunciato quando il tempo non era ancora scaduto, ha imposto al premier tempi supplementari dei quali avrebbe volentieri fatto a meno. Gli stessi che adesso lo preoccupano. «Vorrei rassicurare tutti - ha spiegato ieri Monti - Sul fatto che il binario dei licenziamenti economici possa essere abusato con aspetti di discriminazione il governo si impegna affinché questo rischio non si verifichi. È nostro dovere evitare discriminazioni con un minimo di attenzione alla stesura. E su questo mi impegno». Concetto ribadito poi anche dalla «crudele» Fornero. Il problema esiste, quindi. E nello stesso esecutivo, d'altra parte, c'era stato chi - il ministro Barca - si era chiesto «chi tutelerà il lavoratore ufficialmente licenziato per motivi economici che ritiene, invece, di essere stato liquidato per un fatto discriminatorio». Dubbi e domande che si confronteranno oggi nel Consiglio dei ministri che inizierà a discutere «il documento di policy» che dovrà diventare «un articolato da portare in Parlamento il prima possibile», come spiega Fornero. IL GOVERNO PRENDE TEMPO Lo stesso « veicolo normativo» della proposta che dovrà essere discussa dal Parlamento è diverso da quello del decreto ipotizzato in un primo tempo. Una decisione che non potrà ignorare che proprio durante l'incontro al Quirinale c'era stata da parte del presidente un'ulteriore richiesta di chiarimento, peraltro già sollecitato, su quanto avvenuto sul decreto liberalizzazioni che tanti dubbi aveva sollevato. Appare evidente che non si può andare avanti con uno strumento che di fatto ha sacrificato il confronto parlamentare. Quindi, proprio la riforma del lavoro, può essere l'occasione per ricorrere al disegno di legge con deleghe legislative, tanto più che nell'esperienza parlamentare ci sono provvedimenti che - per scelta condivisa delle forze politiche possono avere un percorso rapido. Passo indietro del governo sull'articolo 18? Il braccio di ferro è in corso anche dentro l'esecutivo dove gli oltranzisti su cui scommette Sacconi, l'ex ministro castiga Cgil, alzano la voce, mentre Monti cerca di tenere in qualche modo il punto per non perdere l'appeal decisionista confezionato apposta per i mercati e per l'Europa. Il premier, ieri, si è tenuto in contatto con Bersani, Casini, Alfano. Ma Palazzo Chigi, nel tardo pomeriggio, si preoccupava di dare alle parole aperturiste del premier sull'articolo 18 una interpretazione restrittiva. Nessuna «marcia indietro», ufficialmente. Ma una puntualizzazione dettagliata dei meccanismi attraverso i quali possono determinarsi «abusi». «Già l'attuale proposta consente al lavoratore di ricorrere al giudice qualora ritenga di essere stato discriminato e dunque non licenziato per ragioni economiche - spigano fonti di Palazzo Chigi - Nella stesura definitiva del testo che oggi verrà solo presentato in Cdm questo concetto sarà precisato, ma senza cambiare la sostanza della proposta del governo». p SEGUE DALLA PRIMA Il giustificato motivo oggettivo è definito dalla legge 604 del 1966 e consiste in «ragioni inerenti all'attività produttiva, all'organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa». Si noti che la legge tedesca è più stringente e parla di «urgente necessità aziendale». La versione italiana è più lasca, tant'è che a suo tempo nelle ragioni oggettive fu incluso anche il caso della «eccessiva morbilità del lavoratore», cioè dell'eccessivo ricorso ad assenze per malattia, anche regolarmente giustificate. In ogni caso il nuovo art.18 prevederebbe che il giudice possa ordinare solo l'indennizzo quando il giustificato motivo è appunto «inesistente». Questo significa che, anche se fosse acclarato che il motivo economico non esiste, è solo strumentale o che comunque non c'è nessun nesso causale tra la ragione economica e quel singolo lavoratore o lavoratrice da licenziare, il giudice avrebbe le NINNI ANDRIOLO ROMA Primo Piano Il Quirinale Solo un «atto di indirizzo» oggi al Consiglio dei ministri. Sul lavoro il governo si corregge e rinvia. Moral suasion di Napolitano per superare le tensioni prodotte dalle chiusure di Monti. Il premier: «Evitare abusi». Monti, prima marcia indietro MARCELLA CIARNELLI p Il premier costretto a rivedere la norma. Dopo l'altolà del Pd giro di trattative e consultazioni Il mercato del lavoro Dall'emergenza dei decreti ad un'azione di riforma con la politica 2 VENERDÌ 23 MARZO 2012
Foto Ansa La riforma del lavoro è «una pagina e mezzo di indice», «senza testi definiti» e «non consegnati alle parti». Dopo oltre due mesi di trattativa, otto tavoli plenari e alla vigilia del varo al Consiglio dei ministri, Elsa Fornero annuncia che la sua riforma è solamente «un documento di policy» sul quale Monti oggi deciderà lo strumento per «un'approvazione relativamente veloce». Sul tema bollente dell'articolo 18, dopo una giornata di annunci (da parte di Bonanni) e smentite (da parte di Monti) su una presunta marcia indietro del governo sul reintegro in caso di licenziamento economico, Elsa Fornero si limita ad una moral suasion rivolta agli imprenditori: «Gli abusi sono sempre possibili, noi vogliamo che non ci siano». Incalzata rispetto alle promesse fatte da Mario Monti ai sindacati («Nostro dovere evitare discriminazioni con un minimo di attenzione alla stesura del testo»), la ministra del Welfare si trincera dietro ad un «non posso anticipare niente, ma ci saranno specifiche». ESODATI E PRECARI Per il resto, e come martedì scorso, il governo si limita ad annunciare novità «positive» senza entrare nel merito. Come il «mini Aspi», ammortizzatore sociale che il ministro promette di elargire ai «precari precari» che hanno lavorato 13 settimane in un anno. Una «caramella» del tutto insoddisfacente per il comitato di precari “Il nostro tempo adesso” che prima dell'inizio del tavolo hanno mostrato «le paccate di bugie» come etichette su grandi scatoloni («L'Aspi include i precari e para-subordinati», «la precarietà viene ridotta», «le imprese pagheranno la precarietà»). Promesse anche sull'estensione della Cassa integrazione a più settori e sulla definizione di Fondi d'impresa per accompagnare alla pensione i lavoratori più anziani. Unica buona notizia l'apertura di un confronto specifico con i sindacati sulla questione degli “esodati”, i lavoratori che hanno lasciato le aziende a pochi anni dalla pensione e che adesso si trovano con la prospettiva di stare a lungo senza stipendio e senza pensione. A chiudere Fornero ha voluto comunque ringraziare «tutte le parti sociali per il proficuo lavoro», annunciando l'apertura di un tavolo con le Regioni sulle politiche attive del lavoro e i centri per l'impiego che da loro dipendono. Sul fronte sindacale la riunione di ieri ha visto il cambio di giudizio da parte dell'Ugl. Sotto la spinta «delle proteste che ci arrivano dai territori», il segretario generale Giovanni Centrella ha chiesto espressamente a Monti di re-introdurre «il reintegro in caso di licenziamento di tipo economico». Polemiche invece tra Cgil e Cisl su una identica richiesta da parte di Raffaele Bonanni. La possibile svolta della Cisl e della trattativa era arriva poco prima dell'inizio del tavolo. «La Cisl – detta alle agenzie Bonanni - vuole cambiare la norma sui licenziamenti economici e fare una riforma del lavoro credibile. È quello su cui ci stiamo impegnando in queste ore. Anche noi vogliamo il modello tedesco». Ma la richiesta, come spiega polemicamente la Cgil su Twitter e come certifica lo stesso Centrella in conferenza stampa, al tavolo non è stata fatta. Sull'articolo 18 dunque nessuna svolta. Così come non cambia la posizione della Cgil: «Non è cambiato niente, di articolo 18 non si è parlato», spiega il segretario confederale Fulvio Fammoni. «Come Cgil restiamo sulle stesse posizioni e abbiamo consegnato al presidente del Consiglio il testo approvato dal nostro Direttivo. Confermiamo la mobilitazione, semplicemente perché non c'è nessuna novità: non ci sono testi e sull'articolo 18 non c'è alcuna apertura da parte del governo». Silente anche la Uil che in mattinata aveva comunque avallato la proposta di re-introdurre la possibilità di reintegro nel caso dei licenziamenti di tipo economico, sotto la spinta dei tanti scioperi spontanei ed unitari che si susseguono lungo la penisola. MASSIMO FRANCHI Nessuna svolta Primo Piano Proteste Scioperi e assemblee unitarie ieri in moltissime fabbriche contro la riforma del mercato del lavoro Al tavolo soltanto annunci O c'è il reintegro nei posti di lavoro, oppure si tratta di «licenziamenti più facili». Così la Cgil al termine dell'incontro a Palazzo Chigi dove le “novità” sono state solo ventilate da Fornero. E alla fine anche l'Ugl dissente. ROMA Sull'articolo 18 sindacati in pressing ma senza esito p Fornero: «Non posso anticipare nulla, ma ci saranno specifiche». Per gli esodati si riapre il confronto Il mercato del lavoro 4 VENERDÌ 23 MARZO 2012
Si sono dati appuntamento a Genova per pianificare la strategia in vista delle amministrative del 6 e 7 maggio, ma nella maggior parte degli interventi hanno parlato più delle difficoltà che incontrano nel rapporto col governo che della campagna elettorale che si sta ufficialmente per aprire. Sindaci e presidenti di Provincia del Pd si sono ritrovati nel capoluogo ligure per la seconda assemblea nazionale degli amministratori locali democratici. L'anno scorso si videro a Milano e «fu il viatico di uno straordinario risultato elettorale per il centrosinistra, che vinse in tutte le grandi città che andarono al voto lo scorso maggio», ricorda Giuliano Pisapia. Il sindaco milanese è tra quanti sono convinti che quella vittoria «è stata decisiva per il cambiamento del quadro politico» perché contribuì a segnare in modo chiaro «il declino di Berlusconi e dell'alleanza Pdl-Lega». Oggi il quadro politico è totalmente cambiato. Quelle che si terranno tra una cinquantina di giorni saranno le prime elezioni del dopo-Berlusconi e le prime con Monti al governo. Sarà un voto amministrativo ma è chiara la valenza politica dell'appuntamento. Dice Davide Zoggia che oltre a un test «di quantità» (vanno al voto quasi dieci milioni di elettori in quasi mille Comuni tra cui Genova, Palermo, L'Aquila, Catanzaro, Monza, Piacenza) è anche «un test politico di qualità perché sono le ultime amministrative prima delle politiche». Con questo appuntamento elettorale, sottolinea il responsabile Enti locali del Pd, «testeremo il rapporto tra il governo Monti e questa inedita triade di forze politiche che lo sostengono». MODIFICARE IL PATTO DI STABILITÀ Ad ascoltare gli interventi alla Fiera di Genova è invece già testato il rapporto tra questo esecutivo e gli amministratori del Pd. Le aspettative riposte in Monti sono tante ma adesso i sindaci chiedono al presidente del Consiglio di tener conto che solo coinvolgendo gli enti locali si può dare la spinta necessaria a cambiare il Paese. «Ad essere sinceri esiste oggi uno stato di tensione e di difficoltà relazionale tra governo e sistema delle autonomie», dice Claudio Martini aprendo i lavori. Da questa assemblea viene lanciata al governo la proposta di «un patto di collaborazione vero e forte» tra centro e periferia. Il presidente del forum Politiche locali Pd vede «troppi segnali di un approccio anti-autonomistico». Quello dell'Imu è un caso eclatante: «Il meccanismo pensato dal governo fa sì che il Comune sia di fatto l'esattore pieno, quello che ci mette la faccia, mentre una parte cospicua delle risorse prelevate finisce allo Stato». Anche per questo i sindaci e presidenti di Provincia riuniti a Genova chiedono a Monti di fare attenzione alla coesione sociale. E, soprattutto, gli chiedono di non scaricare gli oneri del risanamento sugli enti locali lasciandoli al tempo stesso privi dei mezzi per far fronte alla crisi, per mobilitare risorse, per fare investimenti. Ecco perché al governo chiedono di modificare il patto di stabilità interno. Che, dice Martini, «con le sue ottuse rigidità produce spreco di investimenti, spreco di sostegno alle imprese e alle famiglie, spreco di opportunità per aiutare dal basso una ripresa che le sole politiche di austerità non sanno suscitare». Un appello al governo che oggi rilancerà Bersani chiudendo i lavori dell'assemblea.La seconda assemblea nazionale amministratori locali Pd ROMA Primo Piano «Sull'Imu i Comuni ci mettono la faccia ma poi intasca lo Stato» Foto Rossana Rossi/Fotostar/ TM News - Infophoto I sindaci Pd a Monti: «Non scarichi la crisi sugli enti locali» «Lo scorso anno ci riunimmo a Milano e fu il viatico per uno straordinario risultato elettorale del centrosinistra», ricorda il sindaco Pisapia all'assemblea in corso a Genova. E oggi a chiudere i lavori sarà Bersani. SIMONE COLLINI pGenova L'allarme dalla seconda assemblea nazionale degli amministratori Democratici p La convention in vista del voto di maggio. Zoggia: «Un test significativo prima delle politiche» Il centrosinistra Claudio Martini 18 VENERDÌ 23 MARZO 2012
Tolosa, ucciso il killer «Vado in paradiso, voi no» Sarkò lancia la linea dura Colpito alla testa durante il blitz delle forze speciali Raid: così è morto ieri mattina Mohammed Merah, 23 anni, killer reo confesso della strage nella scuola ebraica di Tolosa e di tre parà francesi. RACHELE GONNELLI p Segnalato Mohammed Merah era nella No-fly list dei sospetti qaedisti negli Stati Uniti pA Strasburgo comizio del presidente-candidato: «Pene più severe per terroristi e pedofili» Foto Lapresse Non si è buttato dalla finestra del bagno, come in una prima ricostruzione, Mohammed Merah. Il giovane franco-algerino, 23 anni, che si è addossato la responsabilità delle morti di tre paracadutisti francesi e della strage nella scuola ebraica di Tolosa, è morto ieri colpito in piena testa dal proiettile di un cecchino delle forze speciali appostate sui tetti intorno alla casa dove si era asserragliato. Il blitz è scattato in tarda mattinata, dopo 32 ore di assedio, e dopo che lo stesso Mohammed la sera prima aveva dichiarato alla polizia di non volersi arrendere, ma di attendere con le armi in pugno l'arrivo dei poliziotti. «Se muoio, è peggio per me; però vado in paradiso. Se tocca a voi, peggio per voi», sarebbero state le sue ultime parole, ha raccontato il procuratore capo di Parigi, François Molins in conferenza stampa. A un giornalista che gli chiedeva se considerasse «un fallimento» il fatto che Merah fosse stato ucciso, il procuratore ha risposto solo: «Ci sarebbe piaciuto averlo vivo. Non posso dire di più». Ora si stanno esaminando i video ritrovati nei quali avrebbe filmato i suoi assassinii. La Cnn intanto scopre che negli Usa era già sospettato: il suo nome era nella No-fly list, dei sospetti qaedisti che non possono volare nei cieli americani. In Francia invece ha potuto agire senza essere controllato. Ieri alle 11,30 gli uomini delle forze speciali sono penetrati nel suo appartamento aprendo la porta del balcone. Merah, armato di pistola e con un giubbetto antiproiettile sopra la tunica, è uscito dal bagno e ha cominciato a sparare. È stato trovato morto, a terra, sotto la finestra. Tra le teste di cuoio francesi ci sono stati 5 feriti, tutti lievi tranne uno, colpito a un piede. Il cadavere di Merah è stato trasportato all'istituto di medicina-legale di Bordeaux per l'autopsia. Il capo delle squadre d'assalto - che in Francia si chiamano Raid: acronimo di Recherche, Assistance, Intervention, Dissuasion - Amaury de Hauteclocque ha raccontato al quotidiano Le Monde che il colpo fatale è stato sparato con la precisa volontà di uccidere perché l'uomo nel mirino aveva «una postura da combattimento». Aggiungendo che «si era presentato a noi impugnando una colt 45» - dello stesso calibro della pistola usata nella strage della scuola - ed è stato allora che gli uomini del Raid hanno cambiato munizioni: fino a quel momento eravamo muniti solo di armi non letali come le granate assordanti». In effetti la ricostruzione delle fasi del blitz è contraddittoria in sé oltre che con le parole del presidente Nicolas Sarkozy pronunciate con grande enfasi il giorno precedente, secondo cui il killer doveva essere preso vivo e assicurato alla giustizia. Tre granate sarebbero tate sparate dalle teste di cuoio dentro l'appartamento per provocare la reazione dell'uomo, che infatti avrebbe reagito sparando una trentina di colpi. A quel punto gli sarebbero arrivati addosso raffiche da ogni parte: circa 300 pallottole in meno di cinque minuti. Con uno strascico di polemiche sul ruolo avuto dal ministro dell'Interno Claude Guéant, presente sul posto al momento del blitz e che la candidata ecologista alle Primo Piano Le teste di cuoio francesi mentre attendono l'ordine per il blitz a Tolosa La minacca terrorista 20 VENERDÌ 23 MARZO 2012
Foto Ansa Il blitz è scattato poco dopo mezzogiorno. Gli uomini della Guardia di finanza, insieme ad alcuni ispettori del lavoro, si sono presentati al Palamaggiò di Caserta (il palazzetto dello sport della città campana, ndr), dove ieri sera si è tenuto un concerto di Laura Pausini, per controllare i dipendenti delle ditte incaricate del montaggio del palco e di altre strutture. NUMERI All'allestimento del palco stavano lavorando cinque ditte tra le quali vi era una cooperativa di Caserta. I finanzieri hanno contestato a quest'ultima diverse irregolarità in materia di lavoro in nero per ben 16 persone, tutte di nazionalità italiana, su 21 presenti in quel momento. Gli organizzatori del concerto a quel punto hanno immediatamente sostituito la cooperativa casertana, mentre i lavori per assicurare lo svolgimento del concerto di ieri sera sono ripresi a spron battuto. Nessun irregolarità è stata infatti riscontrata per le altre quattro ditte presenti sul posto. Il titolare della cooperativa di Caserta, la cui attività è stata sospesa, ha ora trenta giorni di tempo per sanare la posizione dei sedici addetti e dovrà in ogni caso pagare sanzioni amministrative che possono variare dai 1500 ai 12mila euro per lavoratore. «L'operazione eseguita oggi (ieri, ndr)» si sottolinea in una nota del comando provinciale della Guardia di finanza di Caserta «testimonia lo sforzo profuso dalle Fiamme gialle per la tutela previdenziale e di sicurezza dei lavoratori e delle ditte regolari nonché per il contrasto al lavoro nero e alle forme di sleale concorrenza». PRECEDENTI Il tour italiano di Laura Pausini era già finito sotto i riflettori per motivi inerenti le condizioni dei lavoratori addetti al palco lo scorso 5 marzo. Un operaio, Matteo Armellini, di 32 anni, quel giorno era morto a Reggio Calabria per il crollo di una struttura del palco che avrebbe dovuto ospitare il concerto. Armellini stava cercando di fissare le illuminazioni insieme ad alcuni colleghi, quando era stato improvvisamente travolto da alcuni pezzi della struttura, crollati a causa di un errore nel montaggio. A Trieste il 13 dicembre era invece morto uno studente-lavoratore di 19 anni, Francesco Pinna, mentre era impegnato a costruire il palco di Jovanotti. In quel caso c'erano stati anche dodici feriti. Emilio Miceli, segretario generale Slc-Cgil, la sigla sindacale che si occupa dei lavoratori impiegati nelle poste, comunicazioni e spettacoli, commentando il blitz delle Fiamme Gialle ha spiegato che «purtroppo le tragedie, come i caduti nel corso del lavoro sui palcoscenici di Jovanotti e Pausini, non hanno prodotto l'effetto di un cambiamento tale da portare il lavoro di tanti tecnici ed operai sotto l'alveo della legge. Sedici lavoratori in nero non sono un caso sporadico, ma la dimostrazione che in questo settore il disprezzo delle regole è consuetudine, anche a costo del sacrificio di vite umane». F&P Group, la società organizzatrice del tour, ha diffuso una nota per chiarire come ««Laura Pausini è totalmente estranea agli accertamenti effettuati sui contratti dei collaboratori della cooperativa di Caserta impegnata nei lavori per la costruzione del palco del concerto». «Non posso sopportare alcuna condotta che si riveli irregolare e pretendo sia fatta chiarezza»: così sulla sua pagina Facebook Laura Pausini. La cantante «Non posso sopportare condotte irregolari Pretendo chiarezza» Caserta, sedici operai in nero al lavoro per il palco della Pausini La struttura metallica del palco per il concerto di Laura Pausini a Reggio Calacria crollata il 5 marzo: morì Matteo Armellini, 32 anni GIUSEPPE CARUSO MILANO p Blitz di finanzieri e ispettori per controllare i dipendenti delle ditte incaricate del montaggio p Solo 5 erano in regola. Il sindacato: dopo i morti di Trieste e Reggio Calabria nulla è cambiato www.unita.it Ieri la Guardia di finanza di Caserta ha effettuato un blitz per controllare le aziende impegnate nel montaggio del palco per il concerto di Laura Pausini. Sedici lavoratori di una cooperativa lavoravano in nero. Economia36 VENERDÌ23 MARZO2012
Luigi Mariucci mani legate, potrebbe solo disporre la monetizzazione del licenziamento. Ma cos'è un licenziamento economico in cui il motivo economico è «inesistente»? Non può che essere arbitrario. E licenziamento «arbitrario» non significa necessariamente «discriminatorio», come qualche osservatore vorrebbe farci credere. Discriminazione è altro, richiede una prova comparativa, difficilissima da dare, specie quando si è di fronte a un singolo licenziamento. C'è quindi una sola interpretazione logica della disposizione descritta: si vuole dare libertà di licenziamento sub specie di motivi economici (anche fasulli). È evidente infatti che se anche ricorrendo al giudice, perdendo tempo e risorse, al massimo si arriva all'indennizzo, quell'indennizzo conviene negoziarlo prima con il datore di lavoro. Si chiama monetizzazione del licenziamento illegittimo. Ma perché mai si vuole costituire questa corsia privilegiata per i licenziamenti arbitrari sotto specie di pseudo-motivo economico, mentre per i disciplinari si prevede, giustamente, il potere discrezionale del giudice di optare tra indennizzo e reintegrazione? Chi saranno mai questi lavoratori candidati ai licenziamenti liberi? La risposta è ovvia: i lavoratori «scomodi» a vario titolo, meno produttivi perché afflitti da malattie croniche, le donne oberate di carichi familiari, e soprattutto quelli più anziani e usurati per i quali di recente si è alzata l'età pensionabile, usando l'argomento della crescita delle aspettative di vita e della «vecchiaia attiva». Non a caso si prevede una indennità, nel massimo, molto elevata: fino a 27 mensilità. È chiaro che essa è destinata a quei lavoratori prima vicini e ora più lontani dalla pensione, che si troveranno nel limbo tra perdita del lavoro e attesa della pensione. Alla faccia delle retoriche sulla vecchiaia attiva. È evidente quindi che ai licenziamenti economici va riferita la medesima disciplina prevista per i licenziamenti disciplinari: lasciare al giudice la decisione tra indennizzo e reintegrazione, a seconda della natura del caso. Così si fa in Germania. Altrimenti si aprirebbe un problema insuperabile in termini di parità di trattamento, sullo stesso piano costituzionale. A proposito di parità di trattamento è emersa un'altra singolare questione. L'applicabilità o meno ai pubblici dipendenti della nuova normativa. Osservo che, checché ne dicano i diversi ministri, la nuova disciplina non può non applicarsi all'impiego pubblico. Altrimenti nel testo unico sul pubblico impiego si dovrebbe scrivere che lì si applica, qualunque sia la dimensione degli enti (compresa quindi la più sperduta comunità montana) l'art. 18 nella vecchia versione. Si tratterebbe di una soluzione aberrante, che scava di nuovo un divario tra lavoro pubblico e privato. A seguito della quale si riaprirebbe una campagna denigratoria e indifferenziata contro il lavoro pubblico. Meglio evitarlo, e costruire quindi una disciplina ragionevole per tutti i lavoratori dipendenti, privati o pubblici che siano. IL GRANDE RISCHIO DEI LICENZIAMENTI «ARBITRARI» Staino Evitare abusi sul nuovo art. 18 Il presidente della Repubblica Napolitano con il presidente del Consiglio Monti La moral suasion di Napolitano: non si può prescindere dalla coesione sociale e dall'interesse generale IL COMMENTO Scioperi e proteste unitarie Fincantieri,Piaggio,Alenia,epoiinmoltissimealtrefabbriche:controla«manomissione dell'articolo 18» le tute blu hanno bloccato strade, organizzato presidi e sfilato in cortei dalla Sicilia al Piemonte. «Cresce il numero delle iniziative unitarie», ha scritto la Fiom elencando le proteste promosse con Fim, Uilm e Uglm. 3 VENERDÌ 23 MARZO 2012
Oggi Domani Dopodomani LA FABBRICA DEI LIBRI Il Tempo Culture GLI ANNI 60 ALLA GNAM DI ROMA Le straordinarie sperimentazioni dell'arte programmatica e cinetica e la pittura di figura di Ruggero Savinio testimoniano da oggi alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma la vitalità della generazione d'artisti attiva negli anni 60. Due nuove mostre, che raccolgono 160 opere del movimento capeggiato da Munari, Biasi, Colombo. NORD Poco o parzialmente nuvolososu tutte le regioni con locali nubi sui rilievi alpini. CENTRO Poco nuvoloso su tutte le regioni; locali annuvolamenti sui rilievi. SUD Sereno o poco nuvoloso su tutte le regioni. NORD Poco nuvoloso su tutte le regioni con locali nubi sui rilievi alpini. CENTRO Sereno o poco nuvoloso su tutte le regioni. SUD Sereno o poco nuvoloso su tutte le regioni. L a sinistra apre i confini: tornaAl Qaeda in Europa - È un al-gerino “francese integrato” il killer di Tolosa»: prepariamoci, ne sentiremo delle belle andando avanti perché questo è il luminoso titolo che ieri la Padania dedicava al massacro di bimbi ebrei. Poi, Maroni ci spiegherà che questo stile era solo una ragazzata mai condivisa e che, soprattutto, non è farina del sacco della Lega. Ci ha già svelato che da quelle parti si usano parole laceranti solo per farsi sentire, ma dietro non c'è niente di davvero sentito. Intanto, facciamo sapere a Maroni che il suo quotidiano da un lato inneggia ai club di football «mono-razza» e dall'altro accusa la sinistra di aver portato sul suolo francese quel disgraziato assassino. Quindi, di essere corresponsabile di quel sangue. Questo si racconta oggi al popolo leghista nella speranza dimentichi a che razza di manigoldi e ipocriti deve il suo isolamento e la sua sconfitta. NORD Nuvoloso su Liguria, Piemonte e Valle d'Aosta, poco nuvoloso sulle altre regioni. CENTRO Sereno o poco nuvoloso su tutte le regioni ma con tendenza ad aumento della nuvolosità. SUD Sereno o poco nuvoloso su tutte le regioni. ZOOM TONINO GUERRA, LUTTO CITTADINO La famiglia di Tonino Guerra ha reso noto - assieme all'Associazione culturale intitolata al maestro, alla Provincia di Rimini e ai Comuni di Santarcangelo e Pennabilli - il programma delle celebrazioni previste fino a domenica per la scomparsa del poeta. Santarcangelo ha proclamato il lutto cittadino oggi e domani, Pennabilli domani e domenica. Pillole ROMA Doppia mostra per Renato Meneghetti, con una esposizione della serie «Grandi maestri» alla Galleria Benucci (fino al 14 aprile) e l'evento «Guardare dentro per Vedere oltre. Il Cristo morto del Mantegna in xrays» nella basilica di Santa Maria in Montesanto a Roma. Doppio Meneghetti a Roma NANEROTTOLI Parole laceranti Toni Jop R omanzo (o storia di fa-miglia), ricette incluse.Non accenna a passaredi moda questa formu-la e, dunque, essa presenzierà anche all'incipiente premio Strega. Dopo Isabel Allende e Simonetta Agnello Hornby è Marosia Castaldi a far ruotare la narrazione del suo ultimo libro La fame delle donne intorno al cibo. Castaldi, in genere in scuderia con Feltrinelli, stavolta ha pubblicato con la salentina Manni. E, quindi, se è praticamente certo che la brava scrittrice avrà due Amici della Domenica a presentarla, logica Strega dice anche che non ha possibilità di farcela e che per lei sarà come vincere un terno al lotto pure entrare in cinquina. Scade il 31 marzo il termine per l'uscita dei romanzi candidabili allo Strega 2012. Praticamente certo il trio che si contenderà i primi posti: Alessandro Piperno con Inseparabili, atto secondo della saga dei fratelli Pontecorvo (Mondadori), Gianrico Carofiglio con Il silenzio dell'onda (Rizzoli) ed Emanuele Trevi con Qualcosa di scritto (Ponte alle Grazie). Quest'ultimo in queste ore dato per favorito. Incerta la partecipazione di Einaudi come di Feltrinelli. Mentre Newton Compton dovrebbe affacciarsi con una delle autrici con cui si è posizionata nella top ten delle vendite, Lorenza Ghinelli e il suo La colpa. Il tema reale, per questo Strega, è di nuovo questo: a vincere davvero sarà l'aurea mediocritas? Da tempo gli autori di stazza declinano l'invito a partecipare. Da un paio di stagioni lo Strega è diventato soprattutto palestra per esordienti (loro, come le case editrici più piccole, sono i veri avvantaggiati da un passaggio anche fulmineo, senza approdo in cinquina). E dall'anno scorso va di moda l'autocandidatura contro la «casta», in questo caso le case editrici. A sintetizzare la faccenda fu nel 2011 Alberto Arbasino che rifiutò di esserci, in un premio così, «per giovani». LO STREGA E L'AUREA MEDIOCRITAS Maria Serena Palieri spalieri@tin.it 45 VENERDÌ 23 MARZO 2012
I n una conferenza sulle Prospet-tive economiche per i nostri nipo-ti, tenuta a Madrid nel 1930,Keynes affermava che entram-bi i contrapposti pessimismi sisarebbero dimostrati erronei nel corso di quella stessa generazione: il pessimismo dei rivoluzionari, i quali pensano che le cose vadano tanto male che nulla possa salvarci se non il rovesciamento violento, e il pessimismo dei reazionari, i quali ritengono che l'equilibrio della nostra vita economica e sociale sia troppo precario per permetterci di rischiare nuovi esperimenti. La malattia della disoccupazione tecnologica, sosteneva Keynes, sarebbe stata soltanto una fase di squilibrio transitorio e nell'arco di cento anni l'umanità avrebbe risolto il suo problema economico. Lord Keynes non era un pazzo che ode le voci. Il paradiso che prefigurava è realizzabile in terra, ma non così presto e così facilmente. Negli ottant'anni passati da allora l'umanità non si è mossa nella direzione della libertà dal bisogno. L'atroce anomalia della disoccupazione in un mondo pieno di bisogni è oggi ancora più grave di allora. La teoria economica e l'arte del governo non sanno spiegare né vogliono risolvere il problema economico-politico più grave: troppe merci, poco lavoro. LE PREMESSE Eppure le premesse tecnologiche ed economiche per una soluzione del problema ci sono, e da tempo; quelle che mancano sono le premesse politiche. Ne è prova il fatto stesso che il lavoro socialmente necessario per produrre una data quantità di merci è diminuito e continua a diminuire, ne è prova la crescita stessa della disoccupazione. Si apre dunque la prospettiva di sfruttare la tecnologia disponibile al fine di risparmiare lavoro anziché lavoratori, di rovesciare il rapporto tra macchine e lavoro vivo. È la prospettiva delineata da P. Lafargue, il genero odiosamato di Marx, poi dal Keynes di Bloomsbury. Non è detto che sia questo il destino dell'umanità, così come è prefigurato da Lafargue e da Keynes. È un esito tecnicamente possibile, tuttavia è una strada lunga e difficile per molte ragioni, soprattutto politiche, alcune delle quali indicate dallo stesso Keynes. Dovrà esserci un elevato tasso di accumulazione del capitale. Non dovranno esserci conflitti civili, guerre e incrementi demografici eccezionali. Non devono crescere oltre misura i bisogni relativi, quei bisogni che esistono soltanto in quanto la loro soddisfazione ci fa sentire superiori ai nostri simili. Bisogna saper cantare e volere partecipare al canto, desiderare di fare cose diverse da quelle che fanno di solito i ricchi di oggi, essere disposti a dividere il «pane», considerare spregevole l'amore per il denaro. Occorrono profondi mutamenti nel codice morale, dunque una determinata, paziente, lunga azione culturale e politica. Niente di automatico e tanto meno di imminente, tuttavia ci sono ragioni per pensare che questa sia la direzione. L'aveva già detto A. Smith: «In ogni società pro-gredita e incivilita, questa è la condizione in cui i poveri che lavorano, cioè la gran massa della popolazione, devono necessariamente cadere a meno che il governo non si prenda cura di impedirlo». © 2012 Bollati Boringhieri editore Gruppo editoriale Mauri Spagnol del Pil, che comunque è una media, e nel mezzo c'è di tutto, non ci dice nulla della qualità individuale della vita. Il centro deve essere la capacità umana, il suo accrescimento e la possibilità di relazionarla con gli altri, capacità interna e esterna. L'esempio cinese torna utile: cresce il Pil, ma non le libertà individuali e le possibilità di tutti di avere il controllo sulla propria esistenza. Il contrasto però non aiuta, può anche essere fuorviante. Nelle società occidentali avviene e in modo più subdolo anche. Parlare delle donne, di cui molto si occupa e si è occupata Nussbaum, è calzante. «Quando la società pone alcune cose al di là della portata di certe persone, queste in genere imparano a non volere quelle cose - scrive la professoressa dell'università di Chicago-. Le donne cresciute con l'immagine che la donna perbene sia colei che non lavora fuori casa, o che non riceve troppa istruzione, spesso non manifestano desiderio per altre cose, e quindi possono dichiararsi soddisfatte della loro condizione, sebbene siano state negate le opportunità di cui invece avrebbero potuto godere». È chiaro che con il Pil bisogna fare i conti, ovviamente. Ma come mezzo di una politica pubblica orientata a valorizzare i singoli individui, le loro capacità. La chiave principale (come per l'opera precedente Non per profitto, il Mulino) di una concezione non neutra del Pil è l'istruzione per Nussbaum. Il Pil crea capacità con l'istruzione, se consente ai molti di essere padroni della propria vita. È chiaro che i vecchi adagi comunisti di un tempo «a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità...» possono essere accostamenti suggestivi, ma estremamente ipotetici. Lo Stato deve investire e molto per la capacità individuale, non è un dato immobile o regolato dall'alto. Per rimanere prosaicamente a noi non c'è crescita economica e, sin qui, solo disinvestimento in cultura ed istruzione. La filosofia Nussbaum, un po' utopia di per sé, per l'Italia così messa è oggi un'altra galassia. GIORGIO LUNGHINI L'istruzione L'anticipazione Troppe merci, poco lavoro: ci vuole un altro codice etico Superare la crisi si può. I presupposti economici e tecnologici ci sono, quelle che mancano sono le premesse politiche ECONOMISTA È ormai inservibile la teoria che finora ha prevalso, quella neoclassica secondo cui il mercato, lasciato a se stesso, è fattore di equilibrio. In questo saggio, di cui anticipiamo un brano, l'economista si rivolge alle teorie alternative. Va avviata una determinata azione culturale Conflitto crisi incertezza. La teoria economica dominate e le teorie alternative Giorgio Lunghini pagine 132 euro 14,00 Bollati Boringhieri Può consentire a molti di essere padroni della propria vita Dopo la seconda Repubblica Unagiornatadidiscussionetrastudiosididiversecompetenze,perrifletteresullafase che stiamo attraversando, difficile ma anche ricca di opportunità. Crisi della democrazia e crisimorale, impotenza della politicaedisastro deipartiti.Oggi alle9.30 al Teatrode'Servidi Roma con Walter Veltroni, Tito Michele Boeri, Marco Impagliazzo e Angelo Panebianco. 39 VENERDÌ 23 MARZO 2012
È nata una star Il pornotalentato C i sono il tema delloscontro tra culture,l'immigrazione, la me-moria, le casualità as-surde della vita e persi-no l'Unità. Sì proprio il nostro giornale che fa la parte del «destino». Ma soprattutto c'è una travolgente ironia surreale così contagiosa da dare il benvenuto fin dalla prima sequenza, quando quella pioggia di mucche dal cielo sull'idilliaco villaggio cinese fa scatenare le prime risate. Stiamo parlando, infatti, di Cosa piove dal cielo? il film che ha ricevuto un doppio premio allo scorso Festival di Roma, mettendo d'accordo pubblico e critica. A firmarlo è il cinquantenne regista argentino Sebastian Borensztein, un passato da pubblicitario e un padre celebre comico che, in questo suo terzo film, mette a frutto l'eleganza della fotografia con la pungente ironia di famiglia per raccontare questa storia di destini incrociati e di realtà che superano l'immaginazione, proprio come nelle storielle cinesi, da cui nasce il titolo originale, Un cuento chino. L'INCONTRO IMPROBABILE Improbabile, infatti, è l'incontro tra Roberto (gli dà il volto lo straordinario Ricardo Darin, già protagonista del film premio Oscar Il segreto dei suoi occhi), un ferramenta burbero e solitario di Buenos Aires e Jun, un raDopo l'exploit di qualche tempo fa, ora la frequenza con cui escono film del nuovo genere commedia all'italiana è inversamente proporzionale al numero di spettatori che li vanno a vedere. Dati alla mano. Qual è il motivo? Il discredito che certi film non riusciti gettano su quelli di successo, anche quando brutti. È nata una star voleva essereun film intelligentee comico, con un cast di richiamo e aspettative di successo. Purtroppo è un film deludente, girato male, scritto peggio. Tratto da un libro assai minore di Nick Hornby, racconta la storia di una famiglia piccolo-borghese il cui quotidiano viene alterato dallo sconosciuto talento del giovane figlio, pornostar superdotato. Ecco, un'idea scema che poteva generare qualche situazione divertente. Invece il film non riesce mai a trovare il suo centro e il suo divertimento. Littizzetto non è un'attrice e non riesce a sopportare i non-ritmi di questa commedia. Papaleo è senza spalla. Castellitto, figlio di Castellitto poteva esserechiunque altro. Pellegrini, il regista, si è dimenticato come si gira. Peccato. D. Z. www.unita.it È nata una star Regia di Lucio Pellegrini Con Luciana Littizzetto, Rocco Papaleo, Piero Castelletto Warner Bros * Cosa piove dal cielo? Regia Sebastián Borensztein con Ricardo Darín, Huang Sheng Huang, Muriel Santa Ana Argentina, Spagna 2011 Distribuzione Archibald Enterprise Film **** Cinema GLI ALTRI FILM PIOVONO MUCCHE SUL NOSTRO DESTINO Arriva dall'Argentina una divertente e surreale commedia dove trova posto anche «l'Unità» Una scena dal film «Cosa piove dal cielo?» GABRIELLA GALLOZZI ggallozzi@unita.it 42 VENERDÌ 23 MARZO 2012
www.unita.it Zapping N.C.I.S. L.A. ZELIG BASTARDI SENZA GLORIA LE INVASIONI BARBARICHE RAIDUE ORE:21:05 SERIE TV CON CHRIS O'DONNELL CON PAOLA CORTELLESI CON BRAD PITT CON DARIA BIGNARDI CANALE 5 ORE:21:10 SHOW ITALIA 1 ORE:21:10 FILM LA7 ORE:21:10 TALK SHOW Rai 1 Rai 2 Rai 3 RAI 1Canale 5 Rete 4 Italia 1 La 7 Sky Cinema 1 HD Sky Cinema family Sky Cinema Passion Cartoon Network Discovery Channel Deejay TV MTV 21.10 Streetdance. Film Musical. (2010) Regia di M. Giwa, D. Pasquini. Con C. Rampling R. McDowall. 22.55 Faccio un salto all'Avana. Film Commedia. (2011) Regia di D. Baldi. Con E. Brignano F. Pannoino. 21.00 L'ultimo dominatore dell'aria. Film Avventura. (2010) Regia di M. Shyamalan. Con N. Ringer N. Peltz. 22.50 Spy Kids. Film Avventura. (2001) Regia di R. Rodriguez. Con A. Banderas C. Gugino. 21.00 Lost in Love. Film Commedia. (2005) Regia di U. Prasad. Con M. Modine R. Griiths. 22.40 A proposito di Schmidt. Film Drammatico. (2002) Regia di A. Payne. Con J. Nicholson K. Bates. 18.20 Leone il cane ifone. 18.45 Star Wars: The Clone Wars. 20.00 Leone il cane ifone. 20.05 Takeshi's Castle. 20.35 Lo straordinario mondo di Gumball. 21.00 Adventure Time. 21.25 The Regular Show. 21.50 Il laboratorio di Dexter. 22.05 Hero: 108. 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Marchio di fabbrica. 19.30 Marchio di fabbrica. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Miti da sfatare. Documentario 22.00 Vero o falso?. Documentario 23.00 Ma che schifo!. Documentario 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Via Massena. Sit Com 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 Fino alla ine del mondo. Reportage 22.30 Deejay chiama Italia - Edizione Serale. 23.30 Lorem Ipsum. Attualita' 19.30 Dieci cose che odio di te.Serie TV 19.55 Dieci cose che odio di te.Serie TV 20.20 Jersey Shore. Serie TV 21.10 MTV Spit. Show. 21.35 My Super Sweet World Class. Show. 22.50 True Blood. Serie TV 21.10 Non sparate sul pianista. Show.Conduce Fabrizio Frizzi. 23.25 TV 7. Informazione 00.25 L'appuntamento. Informazione 00.55 TG 1 - Notte. Informazione 01.15 Tg1 Focus. Informazione 01.25 Che tempo fa. Informazione 21.05 Robinson. Rubrica 23.15 Volo in diretta. Rubrica 00.00TG 3 Linea notte. Informazione 00.10 TG Regione. Informazione 01.00 Meteo 3. Informazione 01.05 Appuntamento al cinema.Rubrica 01.10 Rai Educational Art News. 21.05 N.C.I.S. L.A. Serie TV Con Linda Hunt, LL Cool J, Chris O'Donnell. 21.50 Blue Bloods. Serie TV Con Tom Selleck, Donnie Wahlberg 22.40 Dark Blue. Serie TV Con Dylan McDermott 23.25 Tg2. Informazione 21.10 Zelig. Show.Conduce Claudio Bisio, Paola Cortellesi. 23.45 Supercinema. Rubrica 00.15 Nonsolomoda. Rubrica 00.45 Tg5 - Notte. Informazione 01.14 Meteo 5. Informazione 01.15 Striscia la notizia. Show. 21.10 Quarto grado. Reportage 00.00Fragile. Film Thriller. (2005) Regia di Jaume Balagueró. Con Calista Flockhart, Yasmin Murphy, Elena Anaya. 02.00 Tg4 - Night news. Informazione 02.25 Nella città l'inferno. Film. (1958) Regia di Renato Castellani. Con Anna Magnani 21.10 Bastardi senza gloria. Film Guerra. (2009) Regia di Quentin Tarantino. Con Brad Pitt, Eli Roth, Diane Kruger. 00.10 Le Iene . Show. 01.40 The shield. Serie TV Con Michael Chiklis 02.25 Studio aperto - La giornata. Informazione 21.10 Le invasioni barbariche. Talk Show.Conduce Daria Bignardi. 00.00Sotto canestro. Rubrica 00.30 Tg La7. Informazione 00.35 Tg La7 Sport. Informazione 00.40 (ah)iPiroso. Talk Show. 01.35 Prossima Fermata. Talk Show. 06.45 Unomattina. Show. 11.00 TG1. Informazione 11.05 Occhio alla spesa. Rubrica 12.00 La prova del cuoco. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.00 Tg1 Economia. Informazione 14.01 Tg1 Focus. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show. 15.15 La vita in diretta. Rubrica 16.50 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 16.51 Previsioni sulla viabilità. Informazione 17.00 Tg 1. Informazione 17.10 Che tempo fa. Informazione 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Qui Radio Londra. Attualita' 20.35 Aari Tuoi. Show. 07.00 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 09.30 TGR - Montagne. Informazione 09.40 Meteo 2. Informazione 10.00 Tg2 Insieme. Rubrica 11.00 I Fatti Vostri. Show. 13.00 Tg 2. Informazione 13.30 Tg2 - Costume e Società. Rubrica 13.50 TG 2 Eat Parade. Rubrica 14.00 Italia sul Due. Talk Show. 16.10 La signora del West. Serie TV 16.50 La signora del West. Serie TV 17.45 Tg2 - Flash L.I.S.. Informazione 17.50 Rai TG Sport. Informazione 18.15 Tg 2. Informazione 18.45 Ghost Whisperer. Serie TV 19.35 L'Isola dei Famosi. Reality Show. Conduce V. Luxuria. 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 08.00 Agorà. Talk Show. 09.50 Dieci minuti di... Rubrica 10.00 La Storia siamo noi. Documentario 11.00 Apprescindere. Talk Show. 11.10 TG3 Minuti. Informazione 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. Informazione 12.25 TG3 Fuori TG. Informazione 12.45 Le storie - Diario italiano. Talk Show. 13.10 La strada per la felicita'. Soap Opera 14.00 Tg Regione. / TG3. 15.05 Lassie. Serie TV 15.55 Cose dell'altro Geo. Rubrica 17.40 Geo & Geo. Documentario 19.00 TG3. / TG Regione. 20.00 Blob.Rubrica 20.15 Le storie - Diario italiano.Talk Show. 20.35 Un posto al sole. Soap Opera 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.40 La telefonata di Belpietro. Rubrica 08.50 Mattino cinque. Show. 10.05 Grande Fratello. Reality Show. 10.10 Tg5. Informazione 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.45 Uomini e donne. Talk Show. 16.15 Amici. Talent Show 16.55 Pomeriggio cinque. Talk Show.Conduce Barbara D'Urso. 18.45 The Money Drop. Gioco a quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.31 Striscia la notizia - La Voce della contingenza. Show. Conduce Ezio Greggio, Michelle Hunziker. 07.22 Ieri e oggi in tv. Rubrica 07.25 Nash Bridges I. Serie TV 08.20 Hunter. Serie TV 09.40 Carabinieri. Serie TV 10.50 Slow tour. Show. 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Detective in corsia. Serie TV 13.00 La signora in giallo. Serie TV Con Angela Lansbury 13.50 Forum. Rubrica 15.40 Ieri e oggi in tv. Show 15.47 La caduta delle aquile. Film. (1966) Regia di John Guillermin. Con George Peppard, James Mason, Ursula Andress. 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.30 Walker Texas Ranger. Serie TV 06.50 Cartoni animati 08.40 Settimo cielo. Serie TV 10.35 Everwood. Serie TV 12.25 Studio aperto. Informazione 13.00 Studio sport. Informazione 13.40 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 What's my destiny Dragon ball. Cartoni Animati 15.30 Camera cafe' ristretto. Serie TV 15.40 Camera Cafè. Sit Com 16.15 Provaci ancora Gary. Serie TV 16.40 La Vita secondo Jim. Serie TV 17.10 Bau boys.Rubrica 17.45 Trasformat.Show. 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.20 Tutto in famiglia. Serie TV 19.50 I Simpson. Cartoni Animati 20.20 C.S.I. Miami. Serie TV 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. 11.10 L'aria che tira. Talk Show. 12.30 I menù di Benedetta (R). Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Una strada, un amore. Film Commedia. (1979) Regia di Peter Hyams. Con Harrison Ford 16.00 Atlantide - Storie di uomini e di mondi. Documentario 17.00 Movie Flash. Rubrica 17.05 JAG - Avvocati in divisa.Serie TV 17.50 I menù di Benedetta.Rubrica 18.55 G' Day alle 7 su La7. Attualita' 19.25 G' Day.Attualita' 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Otto e mezzo. Rubrica SERA SERA SERA SERA SERA SERA SERA 44 VENERDÌ 23 MARZO 2012
Il titolo potrebbe essere «Orlando in campo» oppure «Il delirio di Orlando». L'appuntamento è per questa mattina alle 11 all'hotel Excelsior di Palermo, non si tratta di Chansones de geste e dell'Opera dei pupi, ma dell'ufficializzazione della candidatura di Leoluca Orlando a sindaco di Palermo. I forti rumors trovano rapida conferma: «Spariglia. È un atto di generosità», dicono all'Idv, forse facendo buon viso a cattivo gioco, perché lo strappo alla foto di Vasto è, comunque, molto forte, tanto da suscitare un'infilata di dichiarazioni Udc che mettono in guardia il Pd dall'alleato «che non rispetta il patto delle primarie di coalizione». Ma Orlando (sindaco tre volte, candidato alla Regione sconfitto da Totò Cuffaro e candidato sindaco sconfitto da Cammarata) ribatte che lui «lo deve ai palermitani». Fabrizio Ferrandelli, 32 anni, l'ex pupillo di Orlando che ha vinto le primarie, da 15 giorni fa campagna elettorale in mezzo alle turbolenze del centrosinistra, ma questa volta non ha il sorriso che di solito accompagna la sua determinazione: «Non è solo un errore politico che spacca il centrosinistra, è mancanza d'amore per la città, è la quarta candidatura di centrodestra. È venir meno a un patto etico». Ma poi spera che la notte porti consiglio e utilizza una frase dello stesso Orlando, riferita alla Primavera palermitana: «Una bella storia non si ripete, si continua». Il copyright del «delirio di Orlando» è di Antonello Cracolici, capogruppo Pd alla Regione. «Ha mascariato, come si dice dalle nostre parti, le primarie di cui lui stesso ha dettato le regole, pur di tornare a candidarsi». Un delirio, un'ossessione. «Grazie a un partito che a Palermo ha saputo dividere il centrodestra, la possibilità di vincere, dopo il disastro di Cammarata, è a portata di mano e solo un suicidio in piazza Politeama la può impedire». Però c'è qualcosa di interessante nello scontro che si profila, perché la città dovrà anche scegliere «fra vecchio e nuovo, fra passato e futuro». LA RESPONSABILITÀ DELLA ROTTURA Nel Partito democratico Walter Veltroni, che si era speso nel sostegno a Rita Borsellino, prende le distanze da Idv: «Orlando sbaglia, le primarie a Palermo hanno avuto un esito, io ne auspicavo un altro, ma le primarie se si fanno devono avere un esito rispettato e condiviso da tutti». E Davide Zoggia, responsabile degli Enti locali: «Io credo che i palermitani apprezzeranno la serietà del Pd, che rispetta il risultato di uno strumento di partecipazione come le primarie. Uno strumento che sarà usato anche in altre parti del paese». Le condizioni in cui il centrosinistra va al voto sono, per Zoggia, «non quelle che avevamo immaginato», sono «più difficili ma sono molto buone». Giuseppe Lupo, il segretario regionale siciliano, condivide la valutazione da «inguaribile ottimista». «È apprezzato l'impegno unitario del Pd, la responsabilità della spaccatura è di Idv. I candidati del centrodestra sono deboli e gli schieramenti si equivalgono. Al ballottaggio dovremo trovarci insieme». La sua ultima proposta di mediazione era rivolta a Ferrandelli, «promuovi tu un tavolo per una soluzione unitaria, se gli altri non ci stanno ti rafforzerai». Orlando incassa, nella sua corsa, il sostegno di Paolo Ferrero e dei Verdi ma non quello di Rita Borsellino: «Dopo il fallimento delle primarie ho chiesto una soluzione unitaria, un centrosinistra diviso, in un momento così delicato, è un male per Palermo». Non ci sarà la sua «partecipazione diretta alle elezioni». È una posizione che riflette il rischio di spaccatura del suo movimento “Un'altra storia”. Deve pronunciarsi l'altro candidato delle primarie, Davide Faraone, mentre Antonella Monastra ha già annunciato il suo appoggio a Ferrandelli. Sinistra e libertà, dopo un «percorso di ascolto» è orientata a sostenere Ferrandelli, chiedendogli un impegno particolare sulla «questione etica». Ferrandelli ha risposto positivamente al «contributo importante di Sel». Ieri sera la riunione della direzione di Sel per sciogliere il nodo. JOLANDA BUFALINI Orlando si candida A Palermo rotto il patto delle primarie Rita Borsellino: «Andare divisi è un male per Palermo». Zoggia: «Gli elettori apprezzano la nostra serietà». Lupo: «Cercare l'unità anche al ballottaggio». Cracolici: «Palermo sceglie fra passato e futuro». p L'ex sindaco: «Lo devo ai palermitani», l'annuncio ufficiale oggi pVeltroni: «Sbaglia, l'esito di quel voto va accettato anche se non piace» Orrori. Dopo il caso Diliberto Grillo mette Monti in una bara Politica e società jbufalini@unita.it Non si ferma la protesta macabra e mentre continua la polemica per la foto di Oliviero Diliberto con la donna che indossava una maglietta con la scritta «Fornero al cimitero», scoppia un altro caso. Beppe Grillo ha pubblicato sul suo blog un fotomontaggio shock che ritrae Monti dentro una bara a forma di automobile targata in bronzo «Articolo 18». «Il rasoio di Monti», è il titolo del post: «Vedendo Rigor Montis capisco che togliendo i diritti ai lavoratori ritorneranno gli investimenti stranieri in Italia mi sento preso per il c...». E ancora, l'abolizione dell'articolo 18 servirà al libero licenziamento nelle grandi imprese» e «scaricherà sui lavoratori il debito pubblico». Infine paragona il premier a un «impiegato della Goldman Sachs». Sul web si è aperto il dibattito. Casini su twitter condanna «l'idea della violenza morale e politica di alcuni: avversari sono nemici da abbattere. Vergogna!». Dal Pdl Gasparri bolla Grillo come «caso umano» che tempo fa «scrisse il mio necrologio». A difendere il comico è invece il tweet di Antonio Di Pietro: «Il paese va male certo non per la satira di Grillo ma per gli interventi di Monti». E Primo Piano16 VENERDÌ 23 MARZO 2012
LE TROPPE FAVOLE IDEOLOGICHE SULL'ARTICOLO 18 Assumendo che l'abolizione della tutela in caso di licenziamento economico non discenda da influenze ideologiche o vincoli politici (anche se le dichiarazioni di Alfano lasciano supporre un'interpretazione diversa), è interessante valutare quanto siano giustificate le principali motivazioni che nel dibattito sono state poste a supporto dell'intervento governativo sull'art. 18. In primo luogo, si ritiene necessario aumentare sensibilmente la flessibilità in uscita ritenendo rigido e pieno di sacche di privilegio il nostro mercato del lavoro. Come ho argomentato in passato anche sulle colonne dell'Unità, la lettura dei dati sulle dinamiche di carriera dei lavoratori contrasta fortemente questa chiave di lettura. Da una parte, i dati sconfessano l'immagine di un mercato del lavoro rigido a tutela del «posto fisso» (si pensi che in media il 30% dei lavoratori a tempo indeterminato perde tale status in un periodo di soli 5 anni e questo dato risulta in linea con quello dei Paesi ritenuti più deregolamentati); dall'altra, i dati mostrano che la probabilità di stabilizzazione per i lavoratori atipici non dipende affatto dalla dimensione di impresa, anzi risulta addirittura maggiore in quelle medio-grandi. Tutto ciò suggerisce che l'influenza dell'art. 18 su licenziabilità effettiva e mobilità dei lavoratori è molto contenuta e che le scelte delle imprese risentono soprattutto di altri fattori. D'altro canto, non si può non ricordare come fra i Paesi della Ue15, sulla base della graduatoria di rigidità della protezione dell'impiego stilata dall'Ocse, l'Italia risulti fra i più flessibili e sia quello caratterizzato dalla maggior riduzione di tale indice di rigidità negli ultimi 15 anni. Un'altra motivazione a supporto dell'abolizione delle tutele dell'art. 18 consiste nella supposta necessità di liberare il mercato del lavoro in uscita per consentire ai più giovani la possibilità di entrata. Ma questa affermazione, tutta da verificare, è in netto contrasto con le motivazioni portate, tra gli altri, dallo stesso Ministro Fornero a difesa del fortissimo aumento dell'età pensionabile. Si ritiene infatti che il blocco delle uscite degli anziani non costituisca nessun vincolo particolare alle entrate dei più giovani. Ma, evidentemente, delle due l'una: o crediamo che ciò che conti nel sistema economico siano le forze «profonde» di domanda e offerta e ciò deve valere sia nella riforma delle pensioni che in quella del mercato del lavoro, oppure pensiamo che contino soprattutto i vincoli regolamentativi. Ma in questo caso le motivazioni alla base delle due riforme appaiono in forte contraddizione, a meno di non pensare male e vedere nella modifica dell'art. 18 la via d'uscita per le aziende per liberarsi dell'aumentata forza lavoro anziana, solitamente più costosa e meno produttiva. La stesso vincolo alla crescita dimensionale delle imprese rappresentato dall'art. 18 è smentito da molti studi, come segnalato recentemente anche da Fabiano Schivardi su «Lavoce.info». Pensare poi che le imprese estere non investano in Italia per la troppa rigidità del mercato del lavoro è privo di fondamento, come confermano le indagini internazionali sulle motivazioni dei limiti all'investimento diretto estero, che segnalano per l'Italia la rilevanza di ben altri problemi (in primis i livelli di corruzione e l'incertezza dell'applicazione del quadro normativo-istituzionale). Se poi, come strategia di crescita, si intendesse attrarre investimenti esteri deregolamentando il mercato del lavoro e riducendo ulteriormente i salari, si continuerebbe a spingere il nostro Paese su un sentiero di sviluppo a bassa innovazione e bassa produttività, con le ricadute negative sulla crescita già evidenti nel decennio pre-crisi, caratterizzato dalla forte flessibilizzazione del mercato del lavoro e dalla caduta dell'intensità di capitale delle nostre imprese. Alla luce poi dell'importanza attribuita nelle scorse settimane dal governo al problema della lunghezza e dell'incertezza delle cause di lavoro, che paralizzerebbe le imprese, stupisce che non si siano previsti interventi migliorativi sul rito giudiziario. Al contrario, come evidenziato in questi giorni da molti giuslavoristi, la disciplina che sembra emergere potrebbe aumentare in misura sostanziale i tempi delle cause di lavoro. Sulla base di queste considerazioni, appare quindi evidente, come dichiarato più volte anche dal neo-presidente di Confindustria Squinzi, che aumentare la licenziabilità dei lavoratori italiani sia l'ultimo dei problemi della nostra economia. Ci sono quindi seri indizi che l'esito della discussione fra governo e parti sociali sia motivato più da elementi ideologici, magari contenuti nelle richieste delle istituzioni europee e di non meglio definiti mercati internazionali, che da un'attenta analisi della problematica in esame. «Speriamo che le autorità italiane e le parti sociali continueranno a lavorare insieme in modo costruttivo per raggiungere i migliori risultati possibili». È quanto ha affermato il commissario Ue al Lavoro e affari sociali Lazslo Andor in una nota diffusa a Bruxelles. La prima reazione del commissario, l'altro giorno, aveva provocato malumori e critiche soprattutto nel Pd che non aveva apprezzato il «pieno sostegno» espresso a una riforma su cui c'è ancora un confronto con i sindacati e con i partiti di maggioranza e che contiene diversi elementi da correggere. Per questo il Pd aveva definito «inflelici» le frasi pronunciate da Andor. Il commissario Ue ieri è tornato sull'argomento cercando di correggere il tiro. E infatti ha tenuto a sottolineare il «ruolo importante che le parti sociali hanno nel disegnare qualunque riforma», anche se il risultato «deve essere in linea con quel che la Commissione ha fissato nelle sue raccomandazioni all'Italia sia l'anno scorso che quest'anno». Sul merito delle misure al momento in discussione in Italia, però, Bruxelles «non può esprimersi» perché, ha spiegato Andor, la «proposta della riforma del mercato del lavoro deve ancora essere approvata dal Parlamento». La dichiarazione di Andor è stata accolta positivamente dal gruppo Pd al Parlamento europeo. «Si tratta di un utile chiarimento - dice Andrea Cozzolino, vicecapo delegazione - L'ultima parola sulla riforma del mercato del lavoro in Italia spetta infatti al Parlamento, che dovrà essere messo in grado di dire la sua e discutere nel merito il provvedimento, nel rispetto di tutte le forze politiche che sostengono il governo e del dibattito che si è aperto nel Paese». La Cgil: «non è cambiato nulla» Andor (Ue): la trattativa sul lavoro continui L'Ugl cambia il suo giudizio e chiede il reintegro per i licenziamenti per motivi economici IL COMMENTO Michele Raitano Crisi auto e vendite fittizie La crisi del mercato dell'auto è peggiore di quel che sembra: nel 2011 il totale delle vendite fittizie di nuove vetture ha raggiunto l'11,8% del mercato. Oltre un'auto su dieci non è mai arrivata «nuova», come rivela Quattroruote, tra «auto immatricolazioni» da parte delle concessionarie (132mila), vetture a «chilometri zero» (9,4% sulle vendite). 5 VENERDÌ 23 MARZO 2012
Ad un passo dal killer. Ieri sono giunte ad una svolta le indagini condotte dalla squadra mobile di Torino sull'agguato ai danni dell'avvocato d'affari e consigliere comunale dell'Udc Alberto Musy, colpito con quattro colpi d'arma da fuoco nel cortile della sua abitazione poco dopo le otto del mattino di mercoledì scorso. Gli inquirenti, coordinati dal pubblico ministero titolare dell'inchiesta, Roberto Furlan, e dal procuratore capo Giancarlo Caselli, hanno ristretto le loro indagini alla sfera professionale di Musy. GLI INDIZI Sono due le persone su cui gli investigatori torinesi (ieri il procuratore Giancarlo Caselli ha visitato il luogo dell'agguato) stanno indirizzando la loro attenzione ed entrambe risultano legate alla sfera professionale di Musy. Gli uomini, secondo chi indaga, avrebbero dei motivi di risentimento nei confronti dell'avvocato. Motivi che avrebbe spinto uno di loro ad aspettare Musy con una pistola in pugno e a fare fuoco. Palesando peraltro poca abilità nel maneggiare un'arma, visto che i quattro colpi andati a segno (su cinque sparati a bruciapelo) non hanno ucciso l'avvocato, che ha riportato il danno peggiore cadendo e procurandosi un vasto ematoma al cranio. Il primo degli indagati sarebbe un uomo precipitato in difficoltà economiche dopo un fallimento, il secondo è stato legato indirettamente a Musy da un rapporto di consulenza finanziaria. Gli inquirenti stanno verificando gli alibi dei due ed uno di loro risulterebbe assente da da Torino nelle prime ore di mercoledì mattina, quando si è consumato l'agguato. Musy in tribunale ha difeso grandi aziende, grandi marchi e grandi banche dalle azioni legali di sindacati, lavoratori e consumatori. Fuori dalle aule invece ha ricoperto incarichi impegnativi e prestigiosi: nel 2010, per esempio, è diventato rappresentante comune degli azionisti titolari di azioni privilegiate Exor (la cassaforte della famiglia Agnelli) per gli esercizi fino al 2012 e in precedenza è stato consigliere di socie7 Marzo 2012 Focus: Finalmente sud, per crescere insieme ALTRI CONTRIBUTI Andreatta, un cristiano con il senso dello Stato. Principio di sussidiarietà e dottrina sociale cristiana De Gasperi, Dossetti e il falso dilemma Presentazione dei discorsi parlamentari di Beniamino Andreatta Giovanni Bazoli Don Antonio Lattuada statalismo-sussidiarietà online il numero di marzo 2012 Giovani protagonisti di una nuova politica Le radici della coesione Ripensare l'Italia partendo dal sud Un patto nazionale per la crescita Scommettere sulla frontiera meridionale della Ue Annamaria Parente Franco Cassano Gianfranco Viesti Luca Bianchi Giuseppe Provenzano Umberto Ranieri Sergio D'Antoni Gianni Pittella Eugenio Mazzarella Guido Melis Dentro un disegno riformatore nazionale Il circuito disuguaglianza sottosviluppo Il sud crocevia del mondo che cambia Le insidie del "benecomunismo" La Sardegna da deposito a crocevia Carlo Borgomeo Paola De Vivo Nerina Dirindin Daniela Carmosino Giuseppe Vacca Ri-cominciare da una nuova cultura dello sviluppo Per sconfiggere il fatalismo La natura duale del welfare nazionale Il potere della cultura e la cultura del potere Il problema italiano e il PD PINO STOPPON Musy non migliora Sospetti su due persone «Le indagini stanno andando bene», dice il questore Aldo Faraoni. Stanno cercando due attentatori. Le condizioni di Alberto Musy, 44 anni, consigliere comunale di Torino ferito mercoledì, invece non migliorano. TORINO p Torino Condizioni ancora critiche per il politico dell'Udc ferito ieri da uno sconosciuto p Il procuratore Caselli sul luogo dell'aggressione. Privilegiata la pista professionale Italia30 VENERDÌ 23 MARZO 2012
Stavolta la piccola Grecia non ha colpe. A spingere in basso le Borse europee sono le cattive notizie che arrivano dalla grande Cina, con il quinto mese consecutivo di contrazione produttiva nell'industria manifatturiera. I problemi cinesi, assieme alla diffusione di dati economici deludenti dalla Francia e dalla Germania, sembrano essere la ragione principale del forte calo registrato ieri, per il terzo giorno di seguito, a Piazza Affari. L'indice Ftse-Mib mostrava in chiusura un allarmante meno 1,70%, mentre lo spread fra i titoli di Stato italiani e i Bund tedeschi risaliva oltre la soglia dei trecento punti, fermandosi a fine giornata a 317. SALVAGENTE SGONFIO Immerso nella più grave crisi finanziaria dopo il crollo di Wall Street del 1929, il capitalismo internazionale si era aggrappato al colosso comunista per non affondare. Ora si accorge che il salvagente si sta sgonfiando. I naufraghi rischiano di colare a picco assieme ai soccorritori. Lasciamo da parte immagini e metafore. Veniamo ai dati nudi e crudi. A marzo l'indice sugli approvvigionamenti delle aziende cinesi è sceso a 47,9 punti, con un balzo all'indietro di quasi due punti rispetto al 49,6 registrato in febbraio. La linea di demarcazione fra crescita e recessione nell'attività imprenditoriale si colloca a quota cinquanta. «L'indebolimento della domanda interna ha continuato a zavorrare la crescita», spiega Qu Hongbin, ricercatore della Hsbc (HongKong and Shanghai Banking Corporation). «Nel frattempo -continua Qu- la domanda estera è rimasta in territorio recessivo, anche se il calo si è attenuato». A complicare le cose, secondo l'economista, l'andamento dell'occupazione, che ha toccato i valori minimi degli ultimi tre anni. Segno che «la debolezza produttiva sta seriamente minando la propensione delle imprese cinesi ad assumere». I guai dell'Occidente capitalista, che attinge ai serbatoi valutari di Pecino per turare le falle del suo pesante indebolimento complessivo, sono strettamente interrelati alle difficoltà della Repubblica popolare, che affida il suo sviluppo principalmente all'export. Il gatto si morde la coda. Se l'economia europea e americana gira al rallentatore, gli acquisti dalla Cina frenano. Venendo meno la principale molla del formidabile ritmo di crescita degli ultimi anni, l'economia cinese si indebolisce a sua volta. In prospettiva potrebbe ridimensionarsi il peso di Pechino nella sottoscrizione dei buoni del tesoro di molti Paesi occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti. Parlando alla sessione plenaria annuale dell'Assemblea del popolo, il premier Wen Jiabao qualche settimana fa ha avvertito che le previsioni per il 2012 indicano un aumento produttivo pari al 7,5%. Qualunque governo del Vecchio e del Nuovo Continente sarebbe felice di vantare un exploit simile. Ma Pechino è abituata da un decennio a tassi di incremento vicini al 10%. POLITICI E MILITARI A rendere più inquietante il quadro, contribuisce l'estrema incertezza politica. Il siluramento di Bo Xilai, etichettato come il capofila della tendenza maoista, è frutto di una formidabile lotta di potere che contrappone diverse fazioni nel partito comunista, e ha ramificazioni ai vertici delle forze armate. Ieri il quotidiano di Hong Kong, South China Morning Post scriveva di una «intensificata campagna ideologica» per riportare «l'Armata di liberazione popolare sotto un più stretto controllo». Un sito online americano, Minjing News, specializzato in notizie, non sempre attendibili per altro, su quanto avviene nei palazzi del potere a Pechino, sostiene che Bo Xilai sarebbe stato destituito dalla carica di segretario comunista a Chongqing, perché coinvolto in un tentativo di golpe assieme a Zhou Yongkang, capo degli apparati di sicurezza, e membnro del Politburo. BANCA IFIS Il miglior bilancio della sua storia Il 2011 di Banca Ifis si chiude con un utile netto superiore ai 26,5 mln, in forte crescita (+42,5%) su quello del 2010, spinto da quello del quarto trimestre. Proposto un dividendo pari a 0,25 euro per azione in contanti. Solidi anche i coefficienti patrimoniali. Si tratta del miglior bilancio della sua storia. FTSE MIB 16.450 -1,70% In breve GABRIEL BERTINETTO Lotta di potere CONSUMI In aumento acquisti con carta di credito Aumentano gli acquisti con carta di credito: nel 2011 la spesa è salita a 74 mld, +4,1% rispetto al 2010. A trainarla sono soprattutto i settori del turismo e dei servizi, spiega l'Osservatorio CartaSì, precisando che il 2011 è stato «un anno spaccato a metà dalla crisi estiva, che ha gelato i trend di spesa, ma ha anche accentuato i cambiamenti in atto negli atteggiamenti di consumo». UNICREDIT Quattro miliardi per la ripresa al Sud Unicredit pronta a scommettere sul Sud, a puntare sull'Italia meridionale con 4miliardi di euro per la ripresa economica e accompagnare oltre 1000 aziende nel processo di internazionalizzazione. Si chiama “Unicredit per il Sud” il pian presentato alla Camera di Commercio partenopea. Due i filoni: liquidità per le imprese, accompagnare le imprese sui mercati internazionali. ALL SHARE 17.460 -1,69% Borse in calo, risale lo spread In Cina la radice dei nuovi guai Borse europee ancora in calo. A Milano lo spread fra titoli di Stato e Bund tedeschi risale a 317. Causa dei nuovi problemi il rallentamento dell'economia cinese, mentre Pechino vive ore di grande incertezza politica. ROMA Coinvolte fazioni del partito comunista e vertici militari p Pechino Industria manifatturiera da cinque mesi in contrazione p 2012 Prevista crescita al 7,5%. Per dieci anni si era sfiorato il 10% La Cina è pronta per l'Italia La Cina è pronta adinvestire inItalia. Al termine di un evento di Invitalia, l'agenziaper l'attrazione degli investimenti e lo sviluppo, è emerso che 18 gruppi cinesi sono pronti a investire. Nell'ultimo triennio Invitalia ha favorito l'insediamento di grandi imprese cinesi, con eventi promozionali e accordi con enti istituzionali e associazioni di categoria. HERA Utile in calo dividendo stabile Utile netto di 126,8 milioni di euro nel 2011 per il gruppo Hera, in calo del 10,8% rispetto al 2010 che aveva beneficiato però di una «operazione fiscale straordinaria di circa 25,1 milioni». Il gruppo ha registrato un aumento dei ricavi del 12% rispetto al 2010 a 4,105 miliardi di euro. Il cda proporrà all'assemblea la distribuzione di un dividendo di 9 centesimi per azione, invariato. EURO/DOLLARO: 1,3179 37 VENERDÌ 23 MARZO 2012
da Lerici Bersani. Credo che anche le altre forze politiche possano percepire il turbamento che c'è nell'opinione pubblica. Non possiamo ridurre tutto o quasi tutto il meccanismo dei licenziamenti al meccanismo di indennizzo». In serata Walter Veltroni dal Tg3 ribadisce: «Monti non può dirci “prendere o lasciare”. Non può dirlo né al Pd né al Parlamento». Aggiunge poi un apprezzamento per il segnale di ascolto: «Il presidente Monti ha dato un primo segno di attenzione nei confronti di quello che si sta muovendo nel Paese e credo che il governo vorrà ascoltare la voce di una forza determinante per questa maggioranza come il Pd». Un partito che, assicura l'ex segretario, non rischia divorzi perché «nel Pd non c'è mai stato un voto diverso anche se al suo interno ci sono culture diverse. Il partito deve ora spingere per una correzione all'insegna dell'equità e della riforma sul mercato del lavoro ricordandosi come stavamo qualche mese fa, quando il Paese era sull'orlo del tracollo e sapendo che questo momento dovrà essere seguito da una stagione riformista. E il Pd è la forza decisiva senza la quale non c'è sfida riformista». È evidente che la partita che si giocherà in Parlamento non sarà facile e il risultato non è scontato, ma chi puntava sull'articolo 18 «per far saltare il Pd resterà a bocca asciutta, non c'è mai stato questo pericolo», assicura Beppe Fioroni, che la riforma l'avrebbe votata comunque. Dunque le «due anime» del partito, i montiani senza se e senza ma e l'ala più critica dall'altra, lunedì durante la direzione dovranno trovare la quadra: un punto di sintesi da tradurre negli emendamenti «che dovranno essere condivisi». «Occorre lavorare per trovare compromessi sull'articolo 18 in Aula - dichiara il vicesegretario Enrico Letta superare lo stallo con il sindacato e preservare l'unità del partito». Perché, aggiunge, «se collassa il Pd collassa anche il governo Monti». E quello che il segretario non aveva detto mercoledì lo dice giovedì, cioè ieri: «Penso che non sia il caso di staccare la spina al governo, ci sono cose positive, serie, da non buttare via nella riforma». Lo dice in risposta a Nichi Vendola che lo aveva invitato a non dare più la fiducia a Monti, avvertendo che sull'articolo 18 si giocano le alleanze future. A Vendola, certo, ma anche un segnale a Palazzo Chigi. È stato un politologo americano, Robert Dahl, a riflettere molto su due concetti, quello di responsabilità (accountability) e di risposta (responsive), che per lui sono gli indicatori migliori della qualità di una democrazia. Un partito o una istituzione che si mostra responsabile e congruente, ossia capace di dare risposta alle preferenze collettive, è un trasparente segnale di un buon rendimento della democrazia. E invece no. In Italia un partito responsabile e “responsivo” rispetto alle preferenze della sua base sociale, sensibile cioè alle grandi inquietudini del suo elettorato dinanzi a una scelta inattesa e inopinata, diventa l'emblema di un becero conservatorismo (così il Pd appare a Giovanni Sabbatucci sul Messaggero), incapace di mettere a tacere umori regressivi e di innovare il mercato del lavoro strappando il nesso con vetusti richiami identitari. Certi commentatori, che ancora hanno fresco l'inchiostro indelebile con la parola «casta» ben impressa, ora urlano contro il Pd perché si è buttato in «un vicolo cieco» (così la Stampa) pur di seguire le bizze della base molto arrabbiata. Insomma: esiste la casta o no? Taluni organi, che inveiscono in maniera professionale contro la casta, descritta come un ottuso e omologato ceto dominante insensibile alle voci disarmate dei cittadini, ora aggrediscono il Pd perché appare schiavo dell'opinione pubblica in subbuglio. Ma per certuni i lavoratori non sono cittadini e comunque non creano opinione. Molti giornali della gazzarra anticasta in realtà vorrebbero che l'intera classe politica si comportasse davvero come una sola voce e come una casta con una identica volontà. Per difendere interessi che stanno molto a cuore dei loro editori, la casta non è più un tabù, tutti i politici anzi devono stringersi in una casta coesa, pronta a votare a favore dell'interesse generale (dell'impresa) e scacciare gli intollerabili interessi particolari (dei lavoratori). Se la prendono con la casta solo perché, purtroppo per loro, non esiste e anzi certi partiti che osano ribellarsi all'idea di «monetizzare il lavoro» sono marchiati come dei biechi soggetti antimoderni. I giornali come il Corriere della sera, che esultano alla bellezza persino dal punto di vista strettamente estetico - di un governo che decide di «verbalizzare e non più di concertare», vorrebbero che la società disperdesse ogni voce critica e obbedisse alla ricetta del tecnico che per definizione ha sempre la verità in tasca. Il governo rompe la coesione. Bene, è nel suo potere. Ma perché lamentarsi poi se le forze colpite dalle decisioni si organizzano e danno battaglia? È troppo facile decidere ignorando gli impegni, e scherzare persino contro una malintesa «consociazione», e poi piagnucolare se, quando le reti della trattativa sono state spezzate, ognuno dei soggetti in campo si sente libero di rispondere come meglio crede alla tutela dei propri rappresentati. In democrazia non c'è un organo, un partito, un potere che in quanto tale sia l'interprete autorizzato dell'interesse generale e dal suo pulpito può giudicare gli altri interessi che osano mobilitarsi come di per sé inferiori, eccentrici e ostili al bene pubblico. La democrazia liberale è per definizione il conflitto tra interessi (particolari) che si contendono con il voto il potere di legiferare. Ciascuno dei competitori è una parte, e non può dire di essere l'interesse generale. Dopo che sono state accumulate montagne di parole contro i giacobini e la loro vituperata idea di volontà generale, ora prevale un inedito giacobinismo tecnico-padronale che dichiara di legiferare non in nome di interessi più forti di altri, ma in nome del vero e unico interesse generale. Jacob Talmon chiamava questa abitudine mentale democrazia totalitaria. Solo in una prospettiva totalitaria infatti chi governa è il generale e chi si oppone a una norma che lo danneggia è bollato come il deteriore seguace del particolare che fa ombra al bene comune. Se si intende buttare a mare la concertazione, se si giudica di per sé antimoderna la coesione sociale, poi non bisogna rompere le scatole a chi già prenota la piazza. Nessuno, neanche il custode della tecnica ha il potere di chiedere la resa incondizionata all'interesse sociale soccombente in una nuova legge. Troppo comodo pavoneggiarsi per aver spezzato con intrepido coraggio le reni del consociativismo e poi stizzirsi se la piazza torna a riempirsi e qualcuno annuncia barricate. Recuperare la coesione, riprendere i fili della concertazione è ancora possibile. In un vicolo cieco non c'è il Pd, ma solo chi pretende di decidere sfregiando il legame sociale e poi cammina tra le macerie. Michele Prospero Idea totalitaria Il segretario Il governo rappresenta il bene comune, chi si oppone il particolare La contraddizione No alla concertazione ma guai se i soggetti colpiti reagiscono «Per la modifica un grande schieramento di forze nel Paese» IL COMMENTO I TECNO-GIACOBINI CHE INVOCANO L'INTERESSE GENERALE «Più forte la voce del Pd» «Dopo le parole della Cei e delle forze sociali che si sono espresse mi sembra che la richiestadicambiamentodell'articolo18avanzatadalPdsisiarafforzata-diceMicheleVentura,vicepresidente vicariodei deputatiPd -. Sui licenziamenti permotivi economici ènecessaria una modifica del Parlamento, come sul sostegno all'ingresso dei giovani nel lavoro». 9 VENERDÌ 23 MARZO 2012

L 'aggravarsi della crisi umanitaria e poli-tica in Siria, e la sua estensione ormaianche a Damasco, rende improcrastina-bile un'azione forte della comunità internazionale per fermare le violenze ed avviare, finché si è in tempo, una transizione democratica pacifica. Un'escalation ulteriore delle violenze in quel Paese metterebbe a serio rischio la stabilità dell'intera regione. Un rischio che nessuno può correre. La Siria, insomma, è diventato il «test di responsabilità» della comunità internazionale. Un test globale e che interessa direttamente anzitutto l'area del Mediterraneo cui la politica estera del governo italiano dedica un'attenzione prioritaria. Viviamo oggi, con le primavere arabe di cui la Siria è l'ultimo simbolo, un momento Mediterraneo che ci obbliga a capire bene in che direzione la regione si sta muovendo e ad adattare di conseguenza le strategie per difendere i nostri interessi e posizioni. Nel Mediterraneo allargato dal Nord Africa al Golfo - sono in corso due principali processi: da un lato l'esperimento della democrazia in molti Paesi, dopo decenni di autoritarismo; dall'altro la definizione di una nuova geopolitica quale conseguenza dell emergere di nuovi protagonisti nazionali (dalla Turchia al Qatar) e regionali (Lega araba e Consiglio di Cooperazione del Golfo) e del riassetto delle alleanze soprattutto di fronte alla minaccia nucleare iraniana. La nostra sicurezza dipende oggi - e sarà nei prossimi anni fortemente legata all interazione di questi processi - dalla capacità di impegnare positivamente il nuovo Islam politico e di cooperare con quei nuovi attori regionali interessati alla pace e alla stabilità. È per questo motivo che il governo italiano ha sin dall'inizio posto il Mediterraneo allargato al centro della sua azione di politica estera: con la consapevolezza che di fronte ad un quadro regionale in movimento occorre una diplomazia dinamica e sistemica, una presenza continua nella regione, una rete di rapporti fitta ed articolata con i Paesi dell'area. La democratizzazione ha reso obsoleta la Realpolitik in senso stretto e richiede da parte nostra un impegno più ampio volto a costruire con le nuove forze politiche e i governi nati dalle primavere arabe partenariati di dignità, fondati, oltre che sugli interessi economici e di sicurezza, su una condivisione di valori e principi democratici, da realizzare a tutti i livelli, coinvolgendo anche le società civili, per aiutare il dialogo e la costruzione di ponti umani. Va in questa direzione l'azione che abbiamo avviato in questi mesi con molti dei principali protagonisti della regione. La visita del Presidente del Consiglio in Libia, le mie missioni in Turchia, Tunisia, Egitto ed Algeria, la prossima visita del Presidente della Repubblica in Giordania, la nomina di un nostro Inviato Speciale: intendiamo assicurare un'interazione costante con la regione, piantando i semi per la progressiva e piena riattivazione dei nostri rapporti privilegiati con questi Paesi. Puntiamo in particolare su nuovi «partenariati di mobilità» per affrontare in maniera più profonda ed efficace la questione migratoria, sul nostro modello di piccole e medie imprese (creatore di occupazione nei paesi in transizione), sulla formazione delle nuove generazioni, sulla nostra cultura di dialogo tra Europa ed Islam. Abbiamo consolidato ulteriormente il raccordo con la Turchia, con la quale stiamo collaborando quotidianamente, insieme anche alla Lega araba, per la soluzione della difficile crisi siriana; ospiteremo a Roma il mese prossimo l'Emiro del Qatar, un vero protagonista nella regione, anch'esso chiave per la soluzione del problema siriano; contribuiamo attivamente al «Gruppo degli amici del popolo siriano» che si riunirà nuovamente a Istanbul all'inizio di aprile. Puntiamo inoltre al rilancio del dialogo regionale tra i Paesi delle due sponde del Mediterraneo, a partire dal Gruppo 5+5 che ho riunito nelle settimane scorse a Roma a livello di ministri degli Esteri: cooperazione regionale e democratizzazione sono complementari nella nostra strategia volta a promuovere un Mediterraneo più prospero e sicuro. A livello bilaterale e regionale la nostra azione non può prescindere da un altrettanto attivo impegno in ambito europeo. L'Unione europea ha una responsabilità ed una missione particolare da svolgere nel momento storico che vive il nuovo Mediterraneo. Innanzitutto per il sostegno - con risorse adeguate - alle nuove democrazie, il cui consolidamento sarà lungo e complesso. Si tratta, da parte dell'Unione europea, di accompagnare le transizioni, senza interferire o indulgere in atteggiamenti paternalistici. Né, ovviamente, si deve abbassare la guardia per quanto riguarda le linee rosse per noi invalicabili, e cioè il rispetto dei diritti dell individuo e delle minoranze, in particolare quelle religiose, e i diritti della donna. In secondo luogo, riconsiderando la centralità del Mediterraneo nella sua strategia di sicurezza complessiva, strutturando meglio ed intensificando i rapporti con i nuovi protagonisti regionali, la Turchia, la Lega Araba, il Consiglio di Cooperazione del Golfo, il cui ruolo è fortemente cresciuto nella gestione delle crisi regionali, dalla Siria all Iran. Sono i punti che ho sollevato e che sono stati recepiti alla recente riunione informale dei ministri degli Esteri europei a Copenaghen, sui quali continueremo ad insistere. È infine fondamentale che il Processo di pace israelo-palestinese mantenga una sua centralità nell'agenda politica dell Europa e non sia messo in secondo piano dalle primavere arabe o dalle emergenze della Siria e dell Iran. Le trasformazioni in corso nel Mediterraneo allargato, pur nella loro complessità e dagli esiti non scontati, rappresentano un occasione da cogliere per l'Europa e per il suo ruolo globale, sotto il profilo economico e della sicurezza. E, ne siamo convinti, rappresentano un'opportunità per il nostro Paese, che gode nell'area ed anche presso le nuove realtà politiche emerse dalle primavere, di un forte capitale di credibilità. Mediterraneo «allargato» Foto Ansa Un dialogo con il nuovo Islam Dopo le primavere arabe occorre una diplomazia dinamica e sistemica, una presenza continua nella regione, una rete di rapporti fitta ed articolata La Siria è diventata il «test di responsabilità» della comunità internazionale: per fermare le violenze è necessaria una forte azione comune. Ma è con tutta l'area che bisogna stabilire relazioni stabili Bambini siriani in un campo profughi nel distretto di Reyhanli, in Turchia L'ANALISI Giulio TerziMINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI 15 VENERDÌ 23 MARZO 2012
una battuta. Certo che è una storia di paradossi, questa. Il primo paradosso consiste nel fatto che quella che sentiamo oggi, la versione «filologica» di Tommy, gli Who così non l'hanno mai suonata: un po' perché il Tommy in vinile era troppo complicato, all'epoca praticamente impossibile da portare in scena se non con l'apporto di altri musicisti, un po' perché dal vivo gli Who avevano un'altr'anima. Dura, tosta, leggendaria. Quattro mostri posseduti dal demonio e dal genio. Ascoltare, per credere, il cofanetto deluxe di Live at Leeds, che comprende un tutto-Tommy che lascia letteralmente senza fiato. Per cui per Roger è stata una bella sfida rifare l'opera com'era nel ‘69: qui c'è davvero tutto, le chitarre acustiche, l'organo e l'organetto degli stacchetti tipo Extra Extra, gli effetti sonori psichedelici, il corno inglese di John Entwistle, gli strepitosi intrecci armonici, il pianoforte di Sally Simpson, l'eco di See me, feel me. C'è da dire che Daltrey, camicia scura e occhialino da sole, ha fatto un lavoro vocale mostruoso: rispetto ai tempi ruggenti la sua voce è più bassa e più rombante, ma lui si è rimodellato addosso tutto il materiale come se nulla fosse, con grande perizia e sapienza. Poi, certo, si diverte a roteare vorticosamente il microfono intorno a sé come ai vecchi tempi, ma è generoso e munifico, dispensando oltre due ore di musica con una gioia e un'efficacia che oggi sono merce rara. Ovvio che l'assenza di Townshend sia perfettamente misurabile: lo è per quel tanto di potenza in meno, quei due o tre decibel più bassi, per la ferocia un po' levigata. Ma i millecinquecento dell'Auditorium della Conciliazione di Roma sono grati lo stesso: quando, nella seconda parte del concerto, cantano tutti insieme tutta Baba O' Riley, quando I can see for miles fa tremare le fondamenta del teatro, quando mille mani si alzano verso l'impavido sessantasettenne Roger. È la forza di Tommy, oggi come allora. La forza di un'opera che è sì metafora della solitudine ma anche, se volete, delle perversioni del successo, ma soprattutto rimane lì a rappresentare l'utopia della compassione, della potenza dei suoni e della mente. L'assenza di Townshend è misurabile nella minore potenza Il limite T orna l'orchestra al con-certone del primo Mag-gio, come già lo scorsoanno con il maestro En-nio Morricone, ma que-sta volta sarà al servizio del rock e della sua storia. Il tema scelto quest'anno per fare da fil rouge alla manifestazione è infatti «La musica del desiderio – la speranza, la passione, il futuro», una frase che ben descrive l'essenza della musica più amata dai «giovani di ogni età». Mentre ancora restano nell'ombra i nomi di punta, cominciano a cadere i primi veli di questa 22˚ edizione e si scopre che ci sarà l'Orchestra Roma Sinfonietta (che dovrebbe rimanere come presenza fissa anche nelle prossime edizioni) e che a dirigerla sarà Mauro Pagani, nel triplice ruolo di direttore, arrangiatore e musicista. Pagani avrà a disposizione anche una «resident band» e spazierà lungo la storia del rock con 12 brani scelti per rappresentarne l'ormai lungo percorso musicale. Per ogni brano ci sarà alla voce un diverso interprete e l'esecuzione sarà accompagnata dalla proiezione di video realizzati appositamente da 12 registi. Tra i primi ad aderire al progetto, Stefano Sollima (regista della serie tv Romanzo criminale e del recente Acab). Nel novero delle 12 pietre miliari del rock troverà posto presumibilmente anche qualcosa di italiano ma le scelte ancora non sono state fatte. La conduzione della lunga giornata di musica sarà plurale, ovvero affidata a un piccolo team, i cui nomi però restano ancora riservati. Neri Marcorè, che ha presentato il concertone l'anno scorso, potrebbe partecipare come artista, magari con le canzoni di Giorgio Gaber che sta portando in giro per l'Italia con il suo spettacolo Un certo signor G. Dopo i recenti incidenti che sono costati la vita a due ragazzi che montavano gli stage di Jovanotti e Laura Pausini, una ancor maggiore attenzione sarà dedicata alla sicurezza degli addetti. Per l'organizzatore Marco Gòdano, che rivendica l'attenzione che al concertone hanno sempre avuto per questo aspetto, si tratta di episodi intollerabili e anche Mauro Pagani ci tiene a dire la sua sull'argomento con un'efficace metafora: «Non si può costruire la cattedrale di Bisanzio in una stalla. La cultura della sicurezza deve coinvolgere tutti e sicurezza vuol dire anche essere consapevoli delle strutture in cui si opera». Sarebbe bello e auspicabile allora che la kermesse di piazza San Giovanni fosse dedicata a quei ragazzi. Dal '69 resta intatta nel proporsi come utopia della compassione FEDERICO FIUME La forza Al concertone la storia del rock in 12 canzoni Prime anticipazioni sulla kermesse del Primo Maggio Le esibizioni accompagnate dai video di dodici registi N el 283˚ giorno di oc-cupazione il TeatroValle tira le sommedell'attività svolta,per tracciare il profilo artistico culturale della nascente fondazione che dovrebbe gestire in futuro lo stabile occupato da giugno scorso. L'occasione è stata ieri la presentazione di «Sostanze volatili», rassegna in scena dal 24 marzo al 22 giugno, dedicata al teatro indipendente con 11 lavori di drammaturghi e registi italiani. Già si vede il primo tratto della futura attività del Valle: dare spazio a quegli spettacoli più o meno autoprodotti dalle compagnie, e taluni anche premiati, ma che non trovano sbocco nella programmazione pubblica e privata, che predilige nelle scelte «l'appartenenza a una cerchia, a una casta, a una lobby», come dicono non senza fondamento gli occupanti. C'è poi la formazione del pubblico e anche degli artisti: oltre ai seminari del regista Anatolij Vasilliev, spiccano la permanenza del violoncellista Giovanni Sollima, di Gabriele Vacis, di Punta Corsara per citarne alcuni, e le prossime con Emma Dante, l'Arsenale e il Teatro delle Apparizioni. Infine la promozione di nuovo teatro con «Drammaturgie nascoste», che ha visto la partecipazione di 120 testi, di cui tre saranno presentati al pubblico con una semplice mise en espace. All'inizio dell'occupazione le serate nascevano dall'intervento più o meno estemporaneo di molti artisti –alcuni celebri come Camilleri e Jovanotti, Elio Germano, Renzo Arbore, Paolo Rossi–, che accorrevano per portare la loro solidarietà. Gli esiti erano spesso emozionanti, ma non sempre culturalmente ineccepibili. Da qualche mese emerge un'esigenza artistica più precisa: se l'impressione è talvolta di una navigazione a vista, il Valle Occupato, pregi e difetti, resta sicuramente una delle scommesse che stanno caratterizzando questa stagione culturale. RASSEGNE La proposta ROMA IL FUTURO DEL TEATRO VALLE Luca Del Fra Dedicare la manifestazione ai tecnici morti mentre montavano i palchi Musica francese in 38 città Trenta accademie della musica, più di 400 artisti sul palco: al via la V edizione di «Suona francese», viaggio nella musica d'Oltralpe che, da Aosta a Noto, coinvolgerà da domani al 29 giugno 38 città italiane portando in tutta la penisola una vasta rassegna della produzione musicale francese, dal classico al contemporaneo, dal jazz all'elettronica. 41 VENERDÌ 23 MARZO 2012

10%. «Una famiglia media ha circa 35 mila euro di Isee, a 18 mila è già molto povera, restringere ancora significa impedire a nuclei in difficoltà la possibilità di prendere i benefici», spiega ancora Link. Sullo stesso punto si battono anche i Giovani democratici: «La è situazione problematica, vogliono risolvere il problema degli idonei non vincitori diminuendo il numero degli idonei», commenta Carlo Mazzei, responsabile Università Gd di Roma. Rimangono nel decreto anche i riferimenti al prestito d'onore, uno strumento che finora ha funzionato male e con il quale, sostanzialmente, lo studente si indebita. Critica anche Federica Laudisa, ricercatrice all'Osservatorio regionale del Piemonte per il diritto allo studio: «se rimangono questi i finanziamenti lo Stato non ce la farà a pagare le borse di studio secondo i parametri previsti dal decreto della Gelmini, mancano fondi e le Regioni faranno le loro valutazioni politiche. Saranno ancora di più gli studenti che pur avendo i requisiti rimarranno esclusi. È un contesto critico e non si vedono spiragli». In pratica: «il decreto non è coperto da un'adeguata copertura finanziaria che, peraltro, non è nemmeno stabilita. Se lo Stato è in crisi economica, e lo è, i soldi saranno messi su altro». «Le scelte politiche degli ultimi anni e la crisi hanno avuto un solo risultato – conclude Link - che è diventato difficile pagarsi gli studi. Stiamo tornando a un'università d'elite». Ma come? Non bisognava sbloccare il sistema e fare largo ai giovani? Certo, ma per ora l'università, guidata dal governo tecnico, rischia di continuare ad andare in direzione opposta. «Ci aspettavamo un cambio di passo rispetto al passato recente, necessario a rilanciare l'università: purtroppo non c'è stato», chiosa, con amarezza, la capogruppo del Pd nella Commissione Cultura, Manuela Ghizzoni, reduce dall'esame dei due provvedimenti che oggi il ministro Profumo porterà in Consiglio dei ministri. Due nuovi decreti attuativi della legge delega Gelmini: il primo riguarda il diritto allo studio, l'altro la possibilità di spesa degli atenei, che si vedono legare le mani con un nuovo blocco del turn over. Il Pd, ieri, in commissione Cultura, li ha bocciati entrambi. E, per di più, ha fatto mettere a verbale che introdurre un nuovo blocco del turn over in un decreto attuativo delle legge delega sull'università è illegittimo. «Quella legge, che noi non abbiamo mai apprezzato, non delega il governo a decidere per decreto un eventuale nuovo blocco del turn over, se l'esecutivo vuole procedere in questo senso deve quanto meno farlo con una legge ordinaria che chiami a esprimersi nel merito lo stesso parlamento», spiega Ghizzoni. Sui decreti attuativi che oggi Profumo porterà di nuovo in Consiglio dei ministri per il varo definitivo, invece, il Parlamento era chiamato a esprimere solo un parere. Quello licenziato dalla Commissione Cultura della Camera, votato da Pdl e Terzo Polo, non ha avuto, appunto, il via libera del Pd, che ha motivato il suo voto contrario, tanto sul diritto allo studio, quanto sui vincoli di spesa, con argomenti molto pesanti. In particolare, sul blocco del turn-over. Addirittura più severo di quello fissato dal governo Berlusconi. Se la legge 133, che cesserà i suoi effetti a dicembre 2012, imponeva agli atenei un turn over non superiore al 50%, ovvero un'assunzione ogni due pensionamenti, nel testo approdato in Parlamento con la firma del nuovo ministro, pur distinguendo tra atenei “virtuosi” e non, il turn over risulterebbe bloccato dell'80%, con una media nazionale, atenei “virtuosi” a parte, di due assunzioni ogni dieci pensionamenti. Prima, al Senato, il Pd ha cercato di introdurre dei correttivi, suggerendo, per esempio, all'esecutivo di riportare un eventuale blocco sotto al 60% e di non protrarlo oltre il prossimo triennio (nel testo originario non c'era neppure un termine temporale). Poi, alla Camera, ha affondato il colpo, votando contro un parere del relatore giudicato troppo troppo poco critico. Specie a fronte delle proteste che si sono levate da rettori, docenti, studenti e ricercatori. Oltretutto, la promessa del ministro, che ai Senatori aveva assicurato la disponibilità a introdurre delle modifiche, ha vacillato di fronte al timore che la Ragioneria dello Stato potrebbe non essere d'accordo. Come è già accaduto con le 10mila assunzioni, cancellate all'ultimo dal decreto semplificazioni per ragioni di bilancio. Il decreto giunge quindi oggi in Cdm, con la contrarietà del Pd. «Non si può continuare a sbattere la porta in faccia ai giovani: nell'ultimo triennio si sono già persi 6mila docenti», spiega Ghizzoni, molto critica anche con i vincoli di spesa imposti agli atenei: «Se vorranno trovare le risorse per nuove assunzioni, dovranno decidere di aumentare ancora le tasse universitarie». Tanto più che i finanziamenti per il Fondo di finanziamento ordinario restano incerti. D'altra parte sempre sugli studenti, si scaricheranno i costi del diritto allo studio. Il decreto che giungerà a Palazzo Chigi oggi prevede un aumento delle tasse che va dal 20 al 100%. E anche se le risorse stanziate sono più dello scorso anno (da 110 milioni su passa a 165 milioni, mentre le Regioni si sono impegnate a mettere un altro 40%), non saranno sufficienti a garantire la borsa di studio a tutti gli aventi diritto. Lo scorso anno rimasero fuori il 30%: per dare a tutti la borsa sarebbero stati necessari 567milioni. Sommando tutte le risorse messe in campo dal nuovo esecutivo non si va oltre i 400 milioni. «A meno che non intendano ridurre la platea degli aventi diritto, abbassando a 16mila euro l'Isee per accedere alle borse», osserva Ghizzoni. Decisione che, non ancora scritta nero su bianco e rinviata a un successivo provvedimento, ovviamente già vede contrario il Pd. Foto Lapresse MARIAGRAZIA GERINA E l'esecutivo stringe ancora sul turn over Ma il Pd non ci sta «Un atto illegittimo» mgerina@unita.it Oggi il decreto in Cdm Profumo si è impegnato ad accogliere almeno in parte le modifiche suggerite dal Pd. Ma i due decreti su diritto allo studio e turn over che oggi porterà in Consiglio dei ministri sono stati bocciati dai Democratici. ROMA È morto SESTO CHIARAMONTI lettore e diffusore de l'Unità. Uomo onesto, buono, sempre dalla parte della giustizia e dei lavoratori. Grazie. La famiglia - Massimo Sottani Montanino Reggello Cesare Ranucci è vicino alla sorella Patrizia e ai famigliari in questo triste momento per la improvvisa scomparsa di RITA MASTROPIETRO Roma, 23 marzo 2012 I compagni della tiburtina sono vicini a Patrizia e tutta la famiglia per la improvvisa scomparsa di RITA MASTROPIETRO Roma, 23 marzo 2012 Ghizzoni: «Basta porte in faccia ai giovani Persi già 6mila posti» Il fisco rimborsa Laurenti Il comico Luca Laurenti ha “vinto” il ricorso e il Fisco ora dovrà rimborsargli più di 150mila euro, oltre a 2500 euro di spese legali. Si è concluso così uno dei tanti capitoli della “battaglia”aperta tra il noto personaggio tv e l'Agenzia delle Entrate, che nei mesi scorsi ha portato anche Equitalia a pignorare 6 appartamenti dell'attore. 29 VENERDÌ 23 MARZO 2012
I mmaginate una sorta di citta-della che per 4 giorni, dal 25 al28 marzo, sarà interamente de-dicata al rutilante mondo del vino. 90mila metri quadri di superficie con 4.321 espositori in attesa di un pubblico stimato di circa 150mila visitatori. Stiamo parlando di Vinitaly, manifestazione che si svolge presso gli spazi di Veronafiere, l'appuntamento più atteso da tutti quelli che orbitano, a vario titolo, intorno al Pianeta Vino. Dietro la miriade di incontri, degustazioni, convegni e confronti, una macchina organizzativa guidata da Elena Amadini, brand manager del Vinitaly che dirige un team tutto al femminile. Siamo sette donne che lavorano sodo, perché organizzare un evento del genere significa lavorare incessantemente per 12 mesi. Praticamente appena finita un'edizione iniziamo a preparare quella successiva curando tutto, dalle iscrizioni all attribuzione degli spazi, dalla messa al punto del palinsesto agli aspetti legati al marketing. Due le principali novità di questa 46esima edizione. La diversa collocazione temporale conferma la Amadini con la riduzione di un giorno e l'inizio alla domenica, con la conseguente eliminazione del sabato. E il ViViT, la rassegna dedicata ai vini da agricoltura biologica e biodinamica che ha riscosso grande interesse e notevole adesione. Tra tanto business e tecnicismo, anche un iniziativa alla quale Elena Amadini tiene particolarmente: «quest'anno abbiamo dedicato uno spazio alla Trattoria degli Amici che sarà gestita interamente dai ragazzi disabili della Comunità di Sant'Egidio». Prima di chiudere non possiamo non ricordare come anche quest'anno sia stata sollevata la consueta polemica su come la città di Verona tenda a sfruttare il Vinitaly: prezzi degli alberghi alle stelle e con l'obbligo del minimum stay, ristoranti carissimi. Il tutto a fronte di servizi spesso inadeguati (provate a prendere un taxi nei giorni della fiera è un esperienza che metterebbe alla prova la pazienza di un santo!). «Non sta a me giudicare quello che accade fuori dal perimetro di Veronafiere - puntualizza la manager - però devo ammettere che mi piacerebbe che tra noi e il resto della città ci fosse maggior dialogo e una condivisione di intenti e progetti. In effetti sarebbe auspicabile anche perché, ci permettiamo di aggiungere, i fruitori di ristoranti, alberghi e tutto il resto, alla fine della fiera, sono proprio i clienti della fiera». maurorosati.it a cura di Mauro Rosati Vinitaly 2011 L'edizione dell'anno scorso ha ospitato 4mila espositori Più di quattromila espositori, 95mila metri quadrati. Sono previsti circa 150mila visitatori FOOD POLITICS Una grande vetrina, un ambiente qualificato dove verificare e presentare quanto è stato fatto e, al tempo stesso, iniziare a mettere in cantiere quanto c'è da fare. Così Dario Stefano, dinamico Assessore all'Agricoltura della Regione Ma anche un luogo di confronto prosegue Stefano dove, a livello di regioni, ognuno mette sul tavolo i risultati del proprio lavoro e si sottopone al giudizio dei tanti operatori del settore presenti in fiera. La Puglia, quest'anno, racconterà la valorizzazione dei propri autoctoni, evidenzierà la riorganizzazione del sistema delle denominazioni e promuoverà il fatto di essere la regione che organizzerà il primo Concorso Nazionale dei Vini Rosati, un tipo di vino che, dopo anni di oblìo, sta conoscendo una fase di grande ascesa. In grande crescita tutta l'enologia del Sud che a Verona cala i suoi assi, come farà la Camera di Commercio di Avellino con due degustazioni, una dedicata al Fiano e uno all'Aglianico, che si annunciano di grande interesse. Continua il momento d'oro delle bollicine e del mondo del biologico. E l'azienda Bortolomiol di Valdobbiadene, presenta un Prosecco biologico che è la perfetta sintesi di questi due mondi. «È evidente che per un'azienda vitivinicola Vinitaly rappresenta il palcoscenico ideale dove presentare le proprie novità» spiega Elvira Bortolomiol con la certezza di poter incontrare qui stampa, buyer e addetti ai lavori e avere con loro un contatto diretto. Brevi ITALIA Dopo polemiche e contestazioni, il Ministero dello Sviluppo economico ha annunciato la cessione delle quote di partecipazione in Lactitalia, la società che produce in Romania il pecorino e caciotta che fanno concorrenza alle produzioni del vero made in Italy. Un grande risultato per produttori e consumatori e per la difesa di una delle più importanti produzioni agroalimentari italiane, troppo spesso vittima di fenomeni di contraffazione. «Finalmente ha vinto il buonsenso» ha dichiarato Sergio Marini, presidente della Coldiretti. Lactitalia, il Ministero cede le quote Ritorna Vinitaly Il mondo del vino si incontra a Verona EUROPA Land-grabbing in Etiopia. Tra il 2008 e il 2011, sembra che l'Etiopia abbia ceduto a stranieri una superficie pari almeno all'estensione dell Olanda, e con la falsa promessa di ricollocare le popolazioni in nuove aree provviste dei servizi essenziali e in totale violazione dei diritti umani sanciti delle convenzioni internazionali, sta procedendo all evacuazione dei suoi cittadini dalle aree cedute. Quattro membri italiani del Parlamento europeo, hanno inviato un interrogazione scritta all Alto Rappresentante dell Ue, affinché intervenga subito. Se l'Etiopia vende le terre agli stranieri Una grande vetrina che offre diverse opportinità ITALIA Le argomentazioni di Corrado Clini, ministro dell'Ambiente, a favore degli Ogm non solo non convincono il fronte degli oppositori dellecolture geneticamente modificate, ma hanno trovato la netta ostilità di alcuni produttori, offesi dalle affermazioni del ministro. È il caso del presidente del Basilico genoveseDop, MarioAnfossi, che chiede un risarcimento per danni all'immagine del proprio prodotto che, al contrario di quanto affermato da Clini, non è frutto dell'ingegneria genetica ma di fattori naturali e umani della Liguria. Il basilico genovese non è Ogm 33 VENERDÌ 23 MARZO 2012
IL COMMENTO IL DIALOGO POSSIBILE L'ANALISI M entre la scelta del governodi non cercare l'accordo sul mercato del lavoro è destinata ad assumere il profilo di una decisione tutta politica che rischia di dividere il Paese e mandare in frantumi la coesione sociale, la giunta di Confindustria, sia pure con un ristretto voto di margine, ha designato Giorgio Squinzi a prossimo presidente. p SEGUE A PAGINA 13 F a una certa impressione legge-re questa formulazione al comma 9 del nuovo art.18 nella versione che ho potuto consultare: «Nell'ipotesi in cui annulla il licenziamento perché accerta l'inesistenza del giustificato motivo oggettivo addotto dal datore di lavoro, il giudice condanna il datore di lavoro al pagamento di una indennità risarcitoria». p SEGUE A PAGINA 2 Palermo Il portavoce Idv straccia le regole comuni p BUFALINI A PAGINA 16 Orlando abbatte le primarie: l'ex sindaco sfida Ferrandelli Ucciso il killer di Tolosa Borse di studio: Italia maglia nera Foto di Cecilia Fabiano / Eidon Anticorruzione: sciolti i Comuni che ostacolano il Piano Nel ddl entra il principio della lotta alla mafia p FUSANI A PAGINA 17 Immigrati, sentenza di civiltà: niente Cie per chi nasce in Italia Contento sono stato molte volte ma più di tutte quando mi hanno liberato, in Germania, che mi sono messo a guardare una farfalla. Senza la voglia di mangiarla. Tonino Guerra Modena Il giudice libera due ragazzi. Si riapre la battaglia per la cittadinanza p LOMBARDI PAGINE 22-23 L'INTERVENTO IL MODELLO «ARBITRARIO» Il patron della Mapei designato presidente con 93 voti contro 82. Dopo l'elezione dice: non sono una colomba, credo in relazioni sindacali serie p DI GIOVANNI, GIANOLA ALLE PAGINE 12-13 Confindustria a Squinzi Sconfitto Bombassei Guglielmo Epifani “ L a Siria, l'azione internaziona-le, il dialogo con i Paesi arabi. Un articolo del ministro degli Esteri sulle scelte diplomatiche dell'Italia. p A PAGINA 15 GUARDIAMO AL NUOVO ISLAM Giulio Terzi p ALLE PAGINE 2-11 Luigi Mariucci 31 marzo 20.30 è l'Ora della Terra E A R T H H O U R LETRÉ - ROM A partecipa p GONNELLI, SEBASTIANI PAGINE 20-21 FRANCIA La riforma così non va Monti disse: capitolo chiuso Ora promette di intervenire per evitare possibili «abusi» Anche la Cei critica il governo Intervista a Bonanni: ci battiamo con chi vuole cambiare la norma p CIMINO, GERINA PAGINE 30-31 SCUOLA LA BATTAGLIA SULL'ARTICOLO 18 1,20 Venerdì 23 Marzo 2012 Anno 89 n. 82 www.unita.it Fondata da Antonio Gramsci nel 1924
gazzo cinese, tenero e timidissimo, arrivato in Argentina in cerca dello zio. Roberto è il classico burbero di buon cuore. Vive solo nell'appartamento di famiglia attiguo alla bottega. In camera ha una vetrinetta con la foto della madre morta giovanissima che riempie di animaletti di vetro soffiato. Le sue giornate sono tutte uguali. Il suo unico svago, anzi la sua vera passione, sono le notizie di cronaca, quelle incredibili che non sembrano vere. E che lui ritaglia meticolosamente dai quotidiani per conservarle nel suo album. E per viverle in prima persona mentre le legge. Proprio come quella, pazzesca, di un traffico clandestino di mucche in Cina a bordo di aerei russi, finito in tragedia col lancio dei pesanti quadrupedi sulla popolazione a causa di un'avaria del velivolo. Un giorno, però, la sua solitudine tanto difesa si scontrerà con l'arrivo di Jun, scaraventato fuori da un taxi. Il ragazzo è impaurito e sperduto, non parla una parola di spagnolo e non sa dove andare. Ed è in cerca dello zio. Unica traccia, il tatuaggio che ha sul braccio con scritto un indirizzo di Buenos Aires. Da lì comincia l'avventura, perché Roberto è burbero e solitario ma sa bene cosa sia la solidarietà, soprattutto nei confronti dei più deboli. Tanto da fare persino a botte col poliziotto del commissariato (un naziskin razzista e arrogante) che, in attesa di «garanzie» dall'ambasciata cinese, vorrebbe buttare in cella il ragazzo, come un ladro. Inizia dunque la singolare convivenza tra i due, fra incomprensioni linguistiche e slanci di generosità reciproca. Insieme si avventurano per il quartiere cinese di Buenos Aires, in cerca dello zio, dove le nuove generazioni parlano meglio lo spagnolo che la loro lingua di origine. Dove l'integrazione non è più una scommessa ma una realtà, capace di portare con sé il cambiamento. E cambiare anche il destino del burbero ferramenta. Il gioco dello scontro tra caratteri e culture opposti funziona alla grande. Riuscendo, sempre sul filo dell'ironia e della leggerezza, a scavare nell'animo di Roberto, fino a dirci di quella scelta di solitudine. Legata ad un passato che riguarda l'intera Argentina: l'«assurda» guerra delle Falkland che Roberto, come ogni giovane della sua generazione si è trovato a combattere. Lui figlio di immigrati italiani e comunisti (è suo padre che leggeva l'Unità) scappati in Argentina a loro volta per sfuggire alla guerra. In questo senso Cosa piove dal cielo? è davvero una storiella zen che parla di tolleranza, solidarietà e speranza. Tutta da ridere e tutta da gustare. E se volete cambiare il finale fatelo sul nostro sito www.unita.it. B asterebbero poche righeper liquidare The Ladycome un film cartoline-sco e Luc Besson come ilregista più superficialesul mercato. Ma non è sufficiente. The Lady è un film-monito, la dimostrazione di come il politicamente corretto sia un morbo letale che può obnubilare giudizi e coscienze. Come tale va analizzato. Direte: è possibile, e persino lecito, parlar male di un film su Aung San Suu Kyi, leader birmana, campionessa dei diritti civili, premio Nobel per la pace nel 1991? Una donna sicuramente straordinaria che anche in Italia è stata giustamente esaltata per la sua resistenza non violenta al regime di Rangoon? È possibile, e lecito, se il film è falso e sdolcinato come The Lady, opera in cui per altro nessuno degli interpreti principali è birmano e molti blog hanno ferocemente schernito la protagonista Michelle Yeoh (cinese nata in Malesia e cresciuta in Inghilterra) per il suo improbabilissimo accento. Quando abbiamo visto The Lady al festival di Roma, l'effetto è stato paradossale: entrati in sala come convinti sostenitori della vera Aung, siamo usciti avendo maturato una profonda antipatia per il suo alter-ego cinematografico. Besson e la sceneggiatrice Rebecca Frayn raccontano prima una ragazza infervorata dal ricordo del padre (che nella realtà storica fu uno dei militari nazionalisti che negoziarono l'indipendenza della Birmania dall'Inghilterra nel '47, per poi essere ucciso da alcuni militari rivali), poi una donna che persegue i propri obiettivi politici con un'enfasi vicina al fanatismo. Alla fine il vero «eroe» del film è Michael Aris, il marito conosciuto a New York e interpretato da David Thewlis: un uomo devoto che Aung abbandona per la causa, senza mai rivederlo nemmeno quando sta morendo di cancro perché «il suo paese» ha bisogno di lei. Curiosa l'assonanza, fin dai titoli, fra The Lady e The Iron Lady: sia Aung San Suu Kyi sia Margaret Thatcher, almeno nei film, martirizzano quei derelitti dei rispettivi mariti, e la morale buttata là da Luc Besson e Meryl Streep sembra essere «non sposate una leader politica, farete una vita d'inferno». Sorvoliamo sulla confezione del film, che sembra girato dal PR di un'agenzia di viaggi. Sorvoliamo su tutto. Andate a vedere un altro film, questo weekend. Oggi ultimo giorno della terza edizione del Francofilm - Festival del Film Francofono di Roma, all'Institut Français - Centre Saint-Louis di Roma (Largo Toniolo 21 -22). Alle 19.00 l'artista del Mali Balkissa Maïga presenta il concerto di chiusura – a ingresso gratuito –: «Chantos! Paris Jazz», affidato alla voce di Awa Ly, cantante franco-senegalese, accompagnata dal trombettista Aldo Bassi come ospite d'onore. Il concerto propone, oltre a composizioni originali di Awa Ly, anche famosi brani francesi come «La vie en rose». A seguire la proiezione del film vincitore del concorso, www.francofilm.it The RavenQuijote17 ragazze Una cartolina (brutta) per San Suu Kyi Una pellicola falsa e sdolcinata sull'eroina birmana, peraltro interpretata da una cinese dall'accento improbabile ALBERTO CRESPI Con la musica del Senegal chiude il FrancoFilmFest Rassegne The Lady - L'amore per la libertà Regia di Luc Besson Con Michelle Yeoh, David Thewlis, William Hope, Benedict Wong Francia/Gran Bretagna, 2011 Distribuzione: Good Films * Baltimora, 1849: unserial-killer ammazzalagenteprendendoamodelloiracconti di Edgar Allan Poe. Così un poliziotto pensa: chiediamo a Poe di aiutarci nelle indagini. Curioso film meta-letterario, ma più interessante a dirsi che a vedersi. Cusack, se non altro, è somigliante. AL. C. Detective E. A. Poe The Raven Regia di James McTeigue Con John Cusack, Luke Evans, Brendan Gleeson, Alice Eve Distrib.: Eagle Pictures ** Film visionario tratto da Cervantes che esce soltanto dopo 6 anni, grazie al coraggio di Distribuzione Indipendente. Una delle poche (ma non banali) apparizioni cinematografichediLucioDalla,unSanchoPanzaalserviziodiDonChisciotte/PeppeServillo. Per un weekend alternativo. AL. C. Visioni da Cervantes Quijote Regia di Mimmo Palladino Con P. Servillo, Lucio Dalla, A. Bergonzoni, Enzo Moscato Italia, 2006 Distribuzione Indipendente *** Sguardo d'autore, anzi di autrici (le registe sono due sorelle) sulle inquietudini dell'adolescenza a partire da un fatto di cronaca: in un liceo francese un gruppo di amichedecideperuna«gravidanzacollettiva».Allafinesarannoin 17a restareincinte, una dietro l'altra, sognando un futuro tutto al femminile da vivere insieme. È la loro ribellione contro ilmondo degli adulti e lo squallore senza prospettive della vita di provincia. Niente tesi, né moralismi ma una fotografia elegante e rispettosa di quell'universo ignoto che è l'adolescenza. Soprattutto quella delle ragazze. GA. G. Gravidanze collettive 17 Ragazze Regia Delphine e Muriel Coulin con Louise Grinberg, Juliette Darche, Roxane Duran, Esther Garrel, Yara Pilartz Francia 2011 Distribuzione Teodora Film **** Di nuovo «1984» di Orwell Inarrivoun nuovoadattamentocinematograficoper«1984»diGeorgeOrwell.L'idea, seppur ancora in alto mare, è venuta a Shepard Fairey, l'artista di strada divenuto celebre per il ritratto di Barack Obama con scritto sotto «Hope». Fairey ha proposto all'Imagine Entertainment, di portare nuovamente sul grande schermo il classico della letteratura. 43 VENERDÌ 23 MARZO 2012
STEFANIA CESPI Grazie Unità Grazie Unità, non hai abbandonato i lavoratori. Grazie Bersani, ti sei ricordato dei lavoratori. Ringrazio anticipatamente i parlamentari del Pd che non voteranno (spero) la sciagurata riforma di Monti. Ringrazio i compagni nelle piazze che dicono: «L'articolo 18 è un diritto!». GIUSEPPE MISSERI Sempre gli stessi Spero che per i lavoratori onesti, che la mattina escono da casa molto presto per recarsi al lavoro, e la sera rientrano a casa tardi per portare un pezzo di pane duro alla famiglia, ci sia qualcuno di questo governo che li tuteli. E che non siano lacrime e sangue sempre per gli stessi poveri cristi. GIOVANNI GOSTOLI Scelta politica Monti sull'art18 ha fatto scelta politica, non tecnica. In un situazione di emergenza, per tornare a crescere, dovrebbe unire e non dividere. Oggi il problema non è licenziare, ma dare lavoro. Per la mia generazione già è difficile immaginare il futuro vivendo nella precarietà. Adesso noi che siamo nati dopo lo Statuto dei lavoratori perché mai dovremmo tornare indietro? Aderisco alla campagna de l'Unità. LODOVICA COLOMBO Si ascoltino i sindacati Io non capisco niente di economia, a parte quella strettamente domestica; mi sono dignitosamente destreggiata nelle incombenze della vita e non voglio parlare di massimi sistemi. Leggendo però le posizioni di tanti giuslavoristi ho avuto l'impressione che l'insistere così tanto sull'art.18 sia quasi solo un puntiglio. La Fornero non dimentichi che le sigle Cgil, Fiom ecc. non sono solo appassionati interlocutori al tavolo delle trattative: quelle sigle rappresentano corpi con anima e sangue, papàe mamme chehanno figli damantenere, giovani che hanno diritto ad una vita dignitosa se con la possibilità di progetti per nuove famiglie. MARIO IACOBELLI Modello cinese Non è licenziando i padri che si otterrà un lavoro dignitoso ai figli. Se noi abbiamo vissuto almeno 30 anni di lavoro dignitoso, i nostri figli non l'avranno mai, chi ha provocato questa precarietà ora vuole utilizzarla per dividere tutti. Questo non è il modello tedesco ma quello cinese. ARNALDO VENTURA Solidarietà ai lavoratori Anche io non ci sto e vorrei che tutti, ma proprio tutti, i lavoratori non ci stessero e che riacquistassero quel minimo di solidarietà sociale che ha consentito nel secolo scorso la conquista di tanti diritti (che è offensivo chiamare privilegi). FRANCO FEDERICI Per i nostri figli e nipoti Io non ci sto. Ma i nostri figli, i nostri nipoti, saranno garantiti da queste norme? Non credo. C'è chi sta approfittando di questa crisi mondiale per fare i propri interessi. La modifica dell'art. 18 è un falso problema. La sinistra non deve farsi intimorire e votare sempre si per interessi superiori. ALBERTO CAPECE MINUTOLO Contraddizioni Non è nemmeno una questione di opinioni: le teorie economiche, anche quelle liberiste, non riconoscono correlazioni tra tutele del lavoro e livello di occupazione. Le ragioni per trarre così malamente il dado sono evidentemente altre... MASSIMO ALIMENTI È l'art.18 l'ostacolo? Dati del minestero del Welfare di ieri: circa 290.000 imprese controllate, di queste il 67% erano irregolari nei confronti dei dipendenti e di cui circa280.000 dipendenti, a loro volta (cioè più di uno ad azienda irregolare) aveva una posizione irregolare nell'azienda. Però l'ostacolo allo sviluppo è l'art. 18! MARIO DA LIVORNO Altro che totem La difesa dell'articolo 18. Altro che valore “simbolico”, “totem” o altre fantasiose definizioni. Questo provvedimento così per come lo vorrebbero far passare inciderà sulla vita concreta delle persone. Le mediazioni, sempre utili e legittime, non possono MAI superare la soglia della civiltà e della costituzione. Impegniamoci per l'Unità, la Consapevolezza ed il Consenso. LUIGI ALTEA 10.000 passi indietro D'accordissimo col direttore Claudio Sardo! Ora tocca al premier che, per fare un gesto distensivo, potrebbe intanto pregare la Fornero di fare 10.000 passi indietro! LUCA CICCIA Sciopero! Gli operai della Piaggio scioperano contro la riforma del lavoro perché attacca i diritti dei lavoratori. NOI NON CI STIAMO! CIRO COLONNA Ci vuole rispetto La soluzione non può essere: non riformare niente. Bisogna riformare ma anche pretendere il rispetto per la dignità dei lavoratori. E, se non ci sono le condizioni, allora si vada a votare. Consapevoli della tragedia che viviamo: la crisi economica, il mondo del lavoro spaccato e i partiti di sinistra politicamente deboli. La prima pagina de l'Unità di ieri Centinaia di messaggi dei lettori Sull'articolo 18 e le nuove norme sul lavoro ecco alcuni degli interventi e dei commenti pervenuti attraverso il sito e la pagina facebook 27 VENERDÌ 23 MARZO 2012
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23/03/12

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