La politica energetica di un Paese è una equazione a più variabili: domanda interna, geopolitica, impatto ambientale, attenzione ai cambiamenti climatici. Da ultimo la crisi economica con un indebolimento del potere d'acquisto e un innalzamento dei prezzi. Quali sono gli aspetti che condizionano la politica energetica italiana? Lo chiediamo a Davide Tabarelli, fondatore e presidente di Nomisma Energia. «Direi i prezzi molto alti. La politica non può mai prescindere dalle contingenze e queste vedono i prezzi dell'energia raggiungere nuovi record, un po' per la dinamica del mercato del petrolio un po' per l'aumento delle tasse. La cosa più urgente è ricondurre ad economicità i costi dell'energia, in particolare quelli delle aziende». Quali aspetti saranno determinanti in futuro? «Oltre ai costi, occorre tenere ben presente la sicurezza degli approvvigionamenti e la diversificazione delle importazioni, cercando però di massimizzare lo sfruttamento delle risorse interne, siano le rinnovabili ma anche il gas e il petrolio che abbiamo ancora in abbondanza». Qual è la radiografia energetica dell'Italia in termini di consumi? «Siamo fermi a 180 milioni tonnellate di petrolio equivalente (Mtep) e questi sono concentrati per i due terzi nel nord, dove c'è più ricchezza e attività industriale». Qual è il mix energetico attuale? «Siamo sbilanciati sugli idrocarburi, petrolio e gas, che contano per il 77% del totale dei consumi. Nei prossimi anni vedremo un leggero arretramento, dell'ordine di 2 punti percentuali, a favore delle rinnovabili». Lo sviluppo dei Paesi in forte crescita (Brics) richiederà un forte aumento della domanda di energia. Che impatto avremo? «Le conseguenze le stiamo già pagando, in termini di prezzi alti dell'energia. Il prezzo del petrolio è oggi 95 euro al barile adesso: dieci anni fa era intorno ai 20 euro. Gli alti prezzi ci obbligano a consumare meno, andare meno in macchina. Dobbiamo sviluppare tecnologie che consumino meno». Esiste una adeguata cultura energetica nel nostro Paese? «Contrariamente a quanto si dice spesso, gli italiani sono efficienti, non tanto per una loro vocazione ambientalista, quanto per il semplice fatto che da noi l'energia, per una ragione o per l'altra, è sempre costata cara. Certo, potremo fare ancora di più, e la Germania è un esempio da seguire, ma anche loro hanno i loro problemi». La cittadella ecologica dove abitano i server Nei pressi di Pavia sta per nascere il più sofisticato data center del mondo Obiettivo: alimentare 7 mila computer con il minimo impatto ambientale GUANLUIGI CASTELLI P rendete un computerpotente, un server dicia-mo, e moltiplicateloper settemila: siete en-trati in un data center. Ora chiedetevi a quanto ammonti il consumo energetico di quell'esercito di processori e domandatevi come ridurlo e migliorarlo. A questo punto vi trovate dentro Green Data Center, un sofisticatissimo centro dati in via di costruzione a Ferrera Erbognone, in provincia di Pavia, che entro quest'anno ospiterà tutti i server del gruppo Eni: oltre 7000 macchine, per un totale di 60.000 processori (Cpu) con un assorbimento elettrico di un massimo di 30 Megawatt. Green Data Center è stato progettato per conseguire un livello di efficienza energetica di eccellenza mondiale, con un rapporto tra la potenza totale immessa e quella impiegata dai server inferiore a 1,2. Per avere un'idea: i data center realizzati qualche anno fa hanno un rapporto di efficienza molto peggiore, intorno a 3,0; un rapporto di 2,0 è considerato buono, mentre un valore inferiore al 1,5 è molto aggressivo. Raggiungere livelli così elevati richiede una visione organica di tutto il data center. Il raffreddamento è ottenuto attraverso la circolazione naturale dell'aria, indotta da grandi torri di aspirazione asservite a ciascuna sala macchine. I server, a loro volta, vengono fatti funzionare a temperature più alte di quelle tradizionalmente usate, riducendo a pochissimi giorni all'anno il ricorso ai condizionatori. I server sono poi inseriti in contenitori che separano nettamente i flussi di aria calda da quella fredda ottenendo la massima efficienza di raffreddamento. La distribuzione elettrica nel Data Center è innovativa: la progettazione architettonica ha ottimizzato i percorsi elettrici, principale fonte di dispersione e spreco di energia, portando 20.000 volt fino a pochissimi metri dal sistema distributivo finale dei server. Inoltre, poiché l'energia fornita al Data Center proviene da una centrale Eni alimentata a metano, il risparmio di energia si traduce anche in una riduzione di emissioni di gas serra di quasi 335.000 tonnellate all'anno. Infine lo scorso febbraio è stato raggiunto un importante traguardo verso il record di efficienza energetica: sono stati completati i test dei primi gruppi di continuità in tecnologia off-line costruiti su specifiche Eni e il TÜV (con il supporto del Dipartimento di Ingegneria Elettrica dell'Università di Bologna) ha certificato che è stato superato il target di efficienza di rendimento del 99,4%, raggiungendo i valori record di 99,46% al 50% del carico e 99,43% al 100%. Si tratta di sistemi rivoluzionari: di taglia media (200kW), sono sempre spenti e intervengono solo quando avviene una discontinuità di alimentazione elettrica; costruiti con una logica più razionale di quelli tradizionali, risultano anche più semplici ed economici. Se tutti i data center italiani, il cui consumo medio è stimato in oltre 200 Megawatt, utilizzassero questi nuovi gruppi di continuità si avrebbe un risparmio annuo superiore a 110 Mwh/anno, equivalente ai consumi annui di una città come Parma ed evitando di immettere nell'atmosfera oltre 60.000 tonnellate annue di gas serra. Industria&tecnologia Il progetto SILVIO ODDONE SPECIALE Green Data Center: elaborazione grafica del centro in costruzione nei pressi di Pavia Direttore Ict Eni Il futuro dell'Italia si chiama efficienza Davide Tabarelli / Nomisma Energia I costi troppo alti ci obbligano a consumare meno e a sviluppare tecnologie innovative IV | | LUNEDÌ 26 MARZO 2012
Ricerca&tecnologia Alberto Clò SPECIALE L'ANALISI UN PIANO DECISIVO PER LA CRESCITA EX MINISTRO, DOCENTE UNIVERSITÀ DI BOLOGNA ENERGIA V i è una contraddizione- tra le molte che attra-versano la questioneenergetica italiana -che risulta incomprensibile e inaccettabile: l'impossibilità di essere normali, valorizzando il patrimonio minerario di idrocarburi del Paese. Così come fan tutti. Incomprensibile: perché non vi è una sola ragione per non riuscirvi in condizioni di massima sicurezza e tutela ambientale, nel rispetto di una legislazione tra le più severe al mondo. Ne deriverebbero per il Paese molti benefici. In primo luogo, un abbattimento del sempre più drammatico deficit nei conti esteri che nel 2011 ha bruciato risorse per 61 miliardi euro: sbriciolando il saldo positivo di 37 miliardi che avremmo altrimenti registrato. Il Paese lavora, in sostanza, per pagarsi l'energia. In secondo luogo, una maggior sicurezza degli approvvigionamenti esteri. Un contributo, in terzo luogo, alla tanto agognata crescita economica: per la gran mole di investimenti, di un ordine di grandezza stimabile in 12 miliardi euro - interamente privati e in misura significativa esteri - che sarebbe possibile attivare in tempi rapidi. Con un impulso alla produzione e al lavoro di un gran numero di imprese italiane. Un solo dato: nel 2010 si sono perforati in Italia poco più di 4.000 metri contro i quasi 7.000 del 1946, nonostante riserve di petrolio e metano oggi largamente superiori. Così come nel dopoguerra il loro sfruttamento fornì un importante contributo al “miracolo economico” del Paese, un attualizzato Piano Idrocarburi potrebbe aiutarci ad uscire dalle secche della recessione in cui ci dibattiamo. Che non lo si riesca a fare é inaccettabile. Perché disporre di fonti di energia certe e convenienti è per ogni Paese - specie per chi ne è più vulnerabile come il nostro - esigenza fondamentale. È per questo che l'Italia abbisogna di una sana e robusta industria degli idrocarburi. Impedirlo danneggia tutti senza avvantaggiare nessuno. La ricorrenza dei 150 anni dello Stato unitario è stata occasione per rileggere la nostra storia e trarne insegnamenti per riprendere un cammino di sviluppo. Nell'energia siamo stati tra i primi al mondo nell'elettricità, geotermia, metano, petrolio, nucleare conseguendo successi altrove non riscontrabili e tanto più incredibili se raffrontati al poco o niente di oggi. Un rammarico che si accresce se si tiene conto delle potenzialità di cui, oggi non meno di ieri, l'Italia potrebbe disporre in termini di uomini, conoscenze, imprese. Per poterle cogliere è necessario ricostruire una consapevolezza collettiva sul ruolo che l'energia ha sul nostro sviluppo; rafforzare il dialogo con l'intera società; recuperare quello spirito di solidarietà e quel sentimento di unione che ci ha consentito di divenire grandi partendo da zero. L'autore, professore straordinario di economia industriale all'Università di Bologna, è stato ministro dell'Industria nel governo Dini Inserto de l'Unità di Lunedì 26 Marzo 2012 www.unita.it Idee per rimettere in moto un Paese
«Il calcolo sbagliato di Monti», «la necessità del dialogo senza estremismi». Da una parte Susanna Camusso, dall'altra Raffaele Bonanni. Domenica televisiva per i leader dei due maggiori sindacati. Le domande dirette che vanno all'osso delle questioni di Lucia Annunziata per il segretario generale della Cgil, il dibattito nazional-popolare de “l'Arena” di Giletti a “Domenica In” per il leader della Cisl. Pubblici diversi, messeggi altrettanto differenziati. Per Susanna Camusso «nella trattativa sulla riforma del lavoro il presidente del Consiglio ha sbagliato calcolo, pensava che chiudere dando per acquisito che la Cgil non ci stava gli avrebbe dato forza nell'opinione. Non è così, è stato un calcolo sbagliato di Monti». Poi la previsione: «Continuerà un movimento molto serio che premerà sul Parlamento affinché cambi: il Parlamento non può essere impermeabile al Paese». Il leader Cgil ha ribadito che «la partita non è chiusa», rispondendo per le rime al presidente del Consiglio per il quale l'atteggiamento del governo rispetto alle parti sociali ha avvicinato «la Costituzione materiale a quella formale»: «la Costituzione formale prevede che la Repubblica sia fondata sul lavoro e l'Italia in questo modo si sta allontanando da questa previsione». Sul tema sempre caldissimo dell'articolo 18, la richiesta, reiterata, della Cgil è quella di «trovare una soluzione che reintroduce in tutte le tipologie il reintegro, quello è deterrente», seguendo dunque ad esempio il «modello tedesco». In collegamento ci sono i delegati sindacali della Mapei, l'azienda del neo-presidente di Confindustria Giorgio Squinzi. Ecco allora che Camusso traccia un parallelo fra lui e il suo predecessore Emma Marcegaglia. Non ci saranno grossi cambiamenti nelle «dinamiche di Confindustria», «certo si potrebbero abbassare i toni», visto che la precedente presidenza era «molto ansiosa di dichiarare l'articolo 18 finito: è sbagliato e non fa bene». Conferme anche sugli scioperi. «In questi giorni crescono in tutti i luoghi di lavoro», la Cgil seguirà tutto l'iter parlamentare e «lo sciopero generale potrebbe arrivare alla fine di maggio». La data sarà comunque decisa dalla segreteria nei prossimi giorni, tenendo conto del cammino del disegno di legge in Parlamento: lo sciopero generale quindi potrebbe essere indetto «anche prima». L'ultimo capitolo affrontato riguarda il tema della rottura sindacale registrata martedì davanti a Monti e la possibilità che la si ricostruisca presto, Camusso usa il realismo: «Siamo impegnati a ricostruire l'unità ma ciò che non lo ha permesso è che quando il governo ha forzato, l'unità è sparita». BONANNI E LA GIACCA DELLA CAMUSSO Meno di un'ora dopo, Raffaele Bonanni le risponde a distanza: «La politica è malapolitica quando viene gestita dagli estremismi» e «anche in questa vicenda del mercato del lavoro tutto è stretto da estremismi che non favoriscono una via d'uscita autorevole e ragionevole», attacca il segretario generale della Cisl. Poi arriva il «timore» diretto verso la leader Cgil: «Ho il timore che Camusso abbia la giacca tirata da realtà estremistiche al proprio interno». «La soluzione migliore è quella di far dialogare le parti per trovare una mediazione e una via d'uscita in un'Italia che rischia di non avere più un investitore». Quanto alla riforma dell'articolo 18, Bonanni ribadisce di prendersi il merito del ravvedimento del governo sugli abusi possibili sui licenziamenti economici: «Monti, su nostra richiesta e per evitare abusi ha sottolineato il leader Cisl - ha detto che farà una norma che stringerà MASSIMO FRANCHI Susanna Camusso, segretario Cgil ieri alla trasmissione di Lucia Annunziata, «In mezz'ora» Il mercato del lavoro Cgil, lo sciopero si farà a maggio Susanna Camusso attacca il governo: «Monti ha sbagliato i calcoli, credeva che senza di noi avrebbe avuto più consenso, ma non è così». Il leader della Cisl Raffaele Bonanni chiede «dialogo senza estremismi». ROMA Foto di Mauro Scrobogna/LaPresse p Il segretario del più grande sindacato va in tv e invita Monti a tornare indietro sull'articolo 18 Primo Piano6 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
Malesia, la Ferrari vince con la pioggia L'ANALISI L'IDEOLOGIA DEI TECNICI IL RICORDO I n molti si sono meravigliati perla durezza e l'intransigenza con cui il presidente del Consiglio Mario Monti e il suo ministro Elsa Fornero hanno fin qui rifiutato di modificare il testo della riforma del mercato del lavoro, accogliendo le critiche e i suggerimenti che erano stati loro rivolti. p SEGUE A PAGINA 2 C inque anni son trascorsi dallascomparsa di Nino Andreatta. E ancor più lungo è il tempo passato dal momento in cui in Parlamento più di dodici anni fa si spense la voce dello statista trentino. Le sue idee sono rimaste in questi anni sempre presenti nel dibattito politico e in quello economico. p SEGUE A PAGINA 5 p CITO, RIGHI ALLE PAGINE 38-39 Pallavolo, dramma in diretta Muore in campo Bovolenta p BASALÙ A PAGINA 43 FORMULA UNO Lo sport Il Napoli rallenta Lazio al terzo posto Sorbitolo sul web Il ministero: chi l'ha acquistato lo consegni ai Nas Allarme dopo la morte di una donna a Barletta p A PAGINA 27 NESSUN REGALO ALLA MAFIA p ALLE PAGINE 2-9 p AMATO, DI STEFANO ALLE PAGINE 40-41 CALCIO India, liberato Claudio Colangelo Ansia per Bosusco L'INTERVENTO La libertà di licenziare per motivi economici, veri o inventati, costituisce un formidabile incentivo a modulare la forza lavoro a suon di licenziamenti. Luciano Gallino, 25 marzo Consegnato alle tv. Dietro il rilascio una divisione nel gruppo dei rapitori p DE GIOVANNANGELI PAG. 18-19 LA MODERNITÀ DI ANDREATTA Morto a Lisbona l'autore di «Sostiene Pereira». Critico severo dell'Italia di Berlusconi, collaborò a lungo con l'Unità. Viveva in Portogallo p FERRONI, DI PAOLO E UN ARTICOLO DI TABUCCHI PER L'UNITÀ PAG. 30-33 Addio a Tabucchi, scrittore senza tempo Michele Ciliberto “ Antonio Ingroia A l di là della discutibile difesad'ufficio della requisitoria«suicida» della Procura generale della Cassazione nel processo Dell'Utri, merita considerazione l'analisi di Costantino Visconti, giurista serio che per anni ha studiato le implicazioni del trattamento penale della contiguità mafiosa. p SEGUE A PAGINA 13 Enrico Letta 31 marzo 20.30 è l'Ora della Terra E A R T H H O U R LETRÉ - ROM A partecipa Dopo lo strappo di Monti sull'art.18 Crescono i malumori nei partiti e nell'esecutivo Oggi direzione Pd. Bindi: pronti a scendere in piazza Casini: il governo rischia. Cgil, sciopero a maggio 1,20 Lunedì 26 Marzo 2012 Anno 89 n. 85 www.unita.it Fondata da Antonio Gramsci nel 1924
I tabellini Marcatori 22 RETI: Ibrahimovic (Milan) 19 RETI: Di Natale (Udinese); Cavani (Napoli) 15 RETI: Denis (Atalanta); Palacio (Genoa) 14 RETI: Milito (Inter) 12 RETI: Jovetic (Fiorentina); Miccoli (Palermo); Klose (Lazio) 11 RETI: Calaiò (Siena) 10 RETI: Giovinco (Parma); Di Vaio (Bologna); Matri (Juventus) 9 RETI: Borini e Osvaldo (Roma); Nocerino (Milan) 8 RETI: Lavezzi (Napoli); Lodi (Catania); Hernanes (Lazio); Di Michele (Lecce) 7 RETI: Hamsik (Napoli); Mutu (Cesena); Larrivey, Pinilla (Cagliari); Marchisio (Juventus); Rigoni (Novara) 6 RETI: Bergessio (Catania); Budan (Palermo); Thereau (Chievo); Destro (Siena) Risultati 29ª giornata Milan 2 - 1 Roma Palermo 1 - 1 Udinese Atalanta 2 - 0 Bologna Cesena 2 - 2 Parma Chievo 1 - 1 Siena Genoa 2 - 2 Fiorentina Lazio 1 - 0 Cagliari Napoli 2 - 2 Catania Novara 0 - 0 Lecce Juventus 2 - 0 Inter Foto di Francesco Pecoraro/LaPresse CESENA 2 CHIEVO 1 GENOA 2 BOLOGNA 0 PARMA 2 SIENA 1 GENOA: Frey, Mesto, Carvalho, Kaladze, Moretti; Rossi (18' st Jorquera), Veloso (32 'st Sculli), Biondini, Belluschi, Gilardino, Palacio. FIORENTINA:Boruc,Cassani,Gamberini,Natali, Pasqual, Marchionni (28' st Lazzari), Montolivo,Behrami,Vargas,Amauri(38'stDeSilvestri), Jovetic. ARBITRO: Brighi RETI: nel pt, 20' Belluschi, 31' Montolivo; nel st, 25' Natali, 44' Palacio. NOTE: Angoli: 4 a 4. Ammoniti: Bherami, Gamberini, Pasqual per gioco scorretto. Spettatori: 20.000. FIORENTINA 2 LAZIO 1 NAPOLI 2 NOVARA 0 JUVENTUS 2 punti partite in casa fuori casa reti G V N P G V N P G V N P F S 1 Milan 63 29 19 6 4 14 9 4 1 15 10 2 3 59 23 2 Juventus 59 29 15 14 0 14 9 5 0 15 6 9 0 46 17 3 Lazio 51 29 15 6 8 15 8 4 3 14 7 2 5 43 34 4 Napoli 48 29 12 12 5 15 7 6 2 14 5 6 3 54 32 5 Udinese 48 29 13 9 7 15 10 4 1 14 3 5 6 40 27 6 Roma 44 29 13 5 11 14 8 3 3 15 5 2 8 42 35 7 Catania 42 29 10 12 7 14 8 4 2 15 2 8 5 38 37 8 Inter 41 29 12 5 12 15 6 4 5 14 6 1 7 38 38 9 Atalanta (-6) 37 29 10 13 6 15 7 6 2 14 3 7 4 33 29 10 Bologna 36 29 9 9 11 15 5 4 6 14 4 5 5 31 35 11 Palermo 36 29 10 6 13 15 10 1 4 14 0 5 9 41 46 12 Chievo 36 29 9 9 11 14 6 4 4 15 3 5 7 25 36 13 Cagliari 34 29 8 10 11 14 5 6 3 15 3 4 8 29 36 14 Genoa 34 29 9 7 13 15 7 5 3 14 2 2 10 37 51 15 Fiorentina 33 29 8 9 12 14 7 3 4 15 1 6 8 29 35 16 Siena 33 29 8 9 12 15 7 3 5 14 1 6 7 33 31 17 Parma 32 29 7 11 11 14 5 5 4 15 2 6 7 35 46 18 Lecce 27 29 6 9 14 14 2 5 7 15 4 4 7 31 45 19 Novara 24 29 5 9 15 15 3 7 5 14 2 2 10 24 46 20 Cesena 18 29 4 6 19 14 2 5 7 15 2 1 12 18 47 Cavani, anche ieri a segno La classifica di A ATALANTA: Consigli, Raimondi, Stendardo, Manfredini,Peluso(17'stFerri),Schelotto,Cigarini (38' Cazzola), Carmona, Moralez, Gabbiadini (23' st Carrozza), Tiribocchi BOLOGNA: Gillet, Raggi, Portanova, Antonsson,Pulzetti, Perez (1' stKhrin), Mudingayi,Morleo, Kone (14' st Acquafresca), Diamanti, Di Vaio (26' st Belfodil. ARBITRO: Baracani RETI: nel st 5' Gabbiadini, 46' Tiribocchi. NOTE: Angoli: 5-2 per l'Atalanta. Ammoniti: Cigarini, Mudingayi, Pulzetti, Raggi Diamanti. ATALANTA 2 CESENA: Antonioli, Comotto (28' st Benalouane), Moras, G. Rodriguez, Pudil, Santana (23' st Ceccarelli), T. Arrigoni, Martinho, Del Nero (17' st Djokovic), Malonga, Mutu. PARMA: Mirante, Santacroce, Paletta, Lucarelli, Biabiany(22'stValiani),Musacci(12'stOkaka),Valdes, Galloppa, Gobbi (42' st Marques), Floccari, Giovinco. ARBITRO: Celi RETI: nel40'Floccari;nelst1'Santana,8'DelNero, 16' Paletta. NOTE: Espulso: 46' st Beretta. Ammoniti: Paletta, Moras, Djokovic e Santacroce. CHIEVO: Sorrentino, Frey, Andreolli, Acerbi, DramŠ, Sammarco (38' st Vacek), Bradley, Hetemaj,Thereau,Paloschi(25'stMoscardelli,46' st Cruzado), Pellissier. SIENA: Pegolo,Vitiello,Pesoli (29'stContini), Rossettini, Del Grosso, Giorgi (22' st Sestu), Vergassola, Gazzi, Brienza, Destro, Bogdani (35' st Larrondo). ARBITRO: Doveri. RETI: 9' pt Acerbi, 6' st Destro. NOTE: Angoli: 4-3 per il Chievo. Recupero: 1' e 5'. Ammoniti: Giorgi, Gazzi, Frey, Vergassola e Sammarco. Spettatori: 8 mila. LAZIO: Marchetti, Konko, Diakitè Biava, Radu,Gonzalez,Ledesma,Brocchi,Mauri(1' Kozak), Hernanes (35' st Candreva), Rocchi (17' Alfaro). CAGLIARI:Agazzi,Pisano,Ariaudo,Astori,Agostini, Ekdal, Conti, Nainggolan, Cossu (33' st Nenè), Ibarbo (17' st Ribeiro), Pinilla. ARBITRO: Peruzzo RETI: nel st 43' Diakitè. NOTE: Angoli: 8-2 per la Lazio. Ammoniti: Pinilla, Astori, Konko, Diakitè,Ekdal, Nenè . Spettatori: 20.000. CAGLIARI 0 NAPOLI: De Sanctis, Campagnaro, Fernandez (20' st Cannavaro), Aronica, Zuniga, Dzemaili, Gargano, Dossena, Hamsik5 (12' st Pandev), Lavezzi (30' st Inler), Cavani. CATANIA: Carrizo, Bellusci, Legrottaglie, Spolli, Marchese (26' st Llama), Izco, Barrientos (33' st Ricchiuti), Lodi, Almiron, Gomez (38' st Lanzafame), Bergessio ARBITRO: Gervasoni RETI: nel st 15' Dzemaili, 21' Cavani, 29' Spolli, 39' Lanzafame. NOTE: Ammoniti:DzemailieRicchiuti,Barrientos e Legrottaglie . Spettatori: 55 mila. CATANIA 2 NOVARA: Ujkani, Morganella, Lisuzzo, Paci, Garcia,Gemiti,Porcari,Pesce (39'stRadovanovic),Rigoni,Mascara(14'stMorimoto),Jeda(36'ptCaracciolo). LECCE: Benassi (1' st Petrachi), Tomovic, Miglionico, Esposito, Cuadrado, Del Vecchio, Giacomazzi, Bertolacci (10' st Blasi), Brivio, Muriel, Di Michele (32' st Corvia). ARBITRO: Guida NOTE: Angoli: 9-7 per il Lecce. Recupero: 2' e 5'. Ammoniti: Esposito, Porcari, Bertolacci, Giacomazzi, Rigoni, Pesce, Blasi per gioco falloso. LECCE 0 JUVENTUS: Buffon, Caceres, Barzagli, Chiellini, De Ceglie, Vidal, Pirlo, Marchisio, Pepe (7' st Bonucci), Matri (7' st Del Piero), Vucinic (27' st Quagliarella). INTER: Julio Cesar, Maicon, Lucio, Samuel, Nagatomo, Zanetti, Stankovic, Poli (22' st Faraoni), Obi (22' st Pazzini), Forlan, Milito. ARBITRO: De Marco RETI: 11' st Caceres, 25' st Del Piero NOTE: Angoli: 8-5 per la Juventus Recupero: 0 e 3. Ammoniti: Nagatomo, Poli, De Ceglie per gioco scorretto. Spettatori 40102, incasso 1.717.458. INTER 0 Prossimo turno Domenica 1/04/2012 ore 15.00 Catania - Milan Sab. ore 18.00 Parma - Lazio Sab. ore 20.45 Roma - Novara Dom. ore 12.30 Bologna - Palermo Cagliari - Atalanta Fiorentina - Chievo Inter - Genoa Lecce - Cesena Siena - Udinese Juventus - Napoli ore 20.45 Sport42 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
www.unita.it Zapping BARBAROSSA SHALL WE DANCE? PANARIELLO NON ESISTE CON AIR RAIUNO ORE:21:10 FICTION CON RAZ DEGAN CON RICHARD GERE CON GIORGIO PANARIELLO CON NICOLAS CAGE RAITRE ORE:21:05 FILM CANALE 5 ORE:21:10 SHOW RETE 4 ORE:21:10 FILM Rai 1 Rai 2 Rai 3 RAI 1Canale 5 Rete 4 Italia 1 La 7 Sky Cinema 1 HD Sky Cinema family Sky Cinema Passion Cartoon Network Discovery Channel Deejay TV MTV 21.10 Thor. Film Azione. (2011) Regia di K. Branagh. Con C. Hemsworth N. Portman. 23.10 The Killer Inside Me. Film Thriller. (2010) Regia di M. Winterbottom. Con C. Aleck J. Alba. 01.05 Pulp Fiction. Film Thriller. (1994) Regia di Q. Tarantino. Con J. Travolta 21.00 Teen Spirit - Un ballo per il paradiso. Film. (2011) Regia di G. Junger. Con C. Scerbo L. Shaw. 22.30 Boys . Film Commedia. (2000) Regia di R. Iscove. Con F. Prinze Jr C. Forlani. 21.00 Last Night. Film Drammatico. (2010) Regia di M. Tadjedin. Con K. Knightley S. Worthington. 22.40 Fair Game - Caccia alla spia. Film Thriller. (2010) Regia di D. Liman. Con S. Penn N. Watts. 18.45 Ben 10 Ultimate Alien. 19.10 Holly e Benji Forever. 19.35 Bakugan Potenza Mechtanium. 20.00 Leone il cane ifone. 20.05 Takeshi's Castle. 20.35 Lo straordinario mondo di Gumball. 21.00 Adventure Time. 21.25 The Regular Show. 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Marchio di fabbrica. 19.30 Marchio di fabbrica. Documentario 20.00 Top Gear USA. Documentario 21.00 Marchio di fabbrica. Documentario 21.30 Marchio di fabbrica. Documentario 22.00 Come è fatto. Documentario 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Via Massena. Sit Com 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 The Nine Lives of Chloe King. Serie TV 22.30 Deejay chiama Italia - Edizione Serale. 23.45 Lorem Ipsum. Attualita' 19.20 MTV News. Informazione 19.30 Hard Times: Tempi duri per RJ Berger. Serie TV 20.20 Jersey Shore. Serie TV 21.10 Jersey Shore. Serie TV 22.00 Jersey Shore. Serie TV 22.50 True Blood. Serie TV 21.10 Barbarossa. Fiction Con Raz Degan 23.15 Porta a Porta. Talk Show.Conduce Bruno Vespa. 00.50 TG 1 - Notte. Informazione Tg1 Focus. Informazione 01.20 Che tempo fa. Informazione 01.25 Qui Radio Londra. Attualita' 21.05 Shall we dance?. Film Dramma romantico. (2004) Regia di P. Chelsom. Con Richard Gere, Jennifer Lopez, Susan Sarandon. 22.00 Correva l'anno. Reportage 00.00TG 3 Linea notte. Informazione 00.10 TG3 Regione. Informazione 01.00 Meteo 3. Informazione 21.05 Voyager. Reportage 23.10 TG 2. Informazione 23.25 Matador. Rubrica 00.50 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 01.00 Sorgente di vita. Religione 01.30 L'Isola dei Famosi. Reality Show. Conduce Vladimir 21.10 Panariello non esiste. Show.Conduce Giorgio Panariello. 00.15 Matrix. Talk Show.Conduce Alessio Vinci. 01.30 Tg5 - Notte. Informazione 01.59 Meteo 5. Informazione 02.00 Striscia la notizia - La Voce della contingenza. Show. 21.10 Con Air. Film Azione. (1997) Regia di Simon West. Con Nicolas Cage, John Cusack, John Malkovich. 23.40 I Bellissimi di Rete 4. Show. 23.45 Scommessa con la morte. Film Poliziesco. (1988) Regia di Buddy Van Horn. Con Clint Eastwood, Liam Neeson 21.10 C.S.I. - Scena del crimine. Serie TV Con Laurence Fishburne, Marg Helgenberger, George Eads. 22.00 C.S.I. - Scena del crimine. Serie TV 23.00 Whiteout - Incubo bianco. Film Thriller. (2009) Regia di Dominic Sena. Con Kate Beckinsale 21.10 L'Infedele. Talk Show.Conduce Gad Lerner. 23.45 InnovatiOn. Talk Show.Conduce Lucia Oredo, Ivo Mej. 00.20 Tg La7. Informazione 00.25 Tg La7 Sport. Informazione 00.30 (ah)iPiroso. Talk Show.Conduce Antonello Piroso. 06.45 Unomattina. Rubrica 11.00 TG1. Informazione 11.05 Occhio alla spesa. Rubrica 12.00 La prova del cuoco. Show.Conduce Antonella Clerici. 13.30 TG 1. Informazione 14.00 TG1 - Economia. Informazione 14.05 Tg1 Focus. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show. Conduce Veronica Maya. 15.15 La vita in diretta. Rubrica 16.50 TG - Parlamento. Informazione 17.00 TG 1. Informazione 17.10 Che tempo fa. Informazione 18.50 L'Eredità. Gioco A Quiz 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Qui Radio Londra. Attualita' 20.35 Aari Tuoi. Show.Conduce Max Giusti. 07.00 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 09.30 Protestantesimo. Rubrica 09.40 Meteo 2. Informazione 10.00 Tg2 Insieme. Rubrica 11.00 I Fatti Vostri. Show. 13.00 Tg2. Informazione 13.30 TG 2 Costume e Società.Rubrica 13.50 Medicina 33. Rubrica 14.00 Italia sul Due. Talk Show. 16.10 La signora del West. Serie TV 17.00 Private Practice. Serie TV 17.45 Tg2 - Flash L.I.S.. Informazione 17.47 Meteo 2. Informazione 17.50 Rai TG Sport. Informazione 18.15 Tg2. Informazione 18.45 Ghost Whisperer. Serie TV 19.35 L'Isola dei Famosi. Reality Show. 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 08.00 Agorà.Talk Show. 09.00 Agorà - Brontolo. Rubrica 09.50 Dieci minuti di... Rubrica 10.00 La Storia siamo noi. Documentario 11.00 Apprescindere. Talk Show. 11.10 TG3 Minuti. Informazione 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. Informazione 12.25 Tg3 - Fuori TG. Rubrica 12.45 Le storie - Diario italiano. Talk Show. 13.10 La strada per la felicita'. Soap Opera 14.00 Tg Regione. / TG3. 15.05 Lassie. Serie TV 15.55 Cose dell'altro Geo. Rubrica 17.40 Geo & Geo. Documentario 19.00 TG3. / TG Regione. 20.00 Blob.Rubrica 20.10 Le storie - Diario italiano.Talk Show. 20.35 Un posto al sole. Soap Opera 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.40 La telefonata di Belpietro. Rubrica 08.50 Mattino cinque. Show. 10.05 Grande Fratello. Reality Show. 10.10 Tg5. Informazione 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.39 Meteo 5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.45 Uomini e donne. Talk Show. 16.15 Amici. Show. 16.55 Pomeriggio cinque. Talk Show. 18.45 The Money Drop. Gioco A Quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.30 Meteo 5. Informazione 20.31 Striscia la notizia - La Voce della contingenza. Show.Conduce Ezio Greggio, Michelle Hunziker. 07.22 Ieri e oggi in tv. Rubrica 07.25 Nash Bridges I. Serie TV 08.20 Hunter. Serie TV 09.40 Carabinieri. Serie TV 10.50 Slow tour. Show. 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Detective in corsia. Serie TV 13.00 La signora in giallo. Serie TV 13.50 Forum. Rubrica 15.10 Flikken coppia in giallo. Serie TV 16.15 My Life - Segreti e passioni. Soap Opera 16.50 Commissario Cordier. Serie TV Con Pierre Mondy, Bruno Madinier, Antonella Lualdi. 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.30 Walker Texas ranger. Serie TV Con Chuck Norris 06.50 Cartoni animati 08.40 Settimo cielo. Serie TV 10.35 Ugly Betty. Serie TV 12.25 Studio aperto. Informazione 13.00 Studio sport. Informazione 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 What's my destiny Dragon ball. Cartoni Animati 15.30 Camera cafe' ristretto. Sit Com 15.40 Camera Cafè. Sit Com 16.20 Provaci ancora Gary. Serie TV 16.40 La Vita secondo Jim. Serie TV 17.10 Bau boys.Rubrica 17.45 Trasformat.Show. 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.20 Tutto in famiglia. Serie TV 19.50 I Simpson. Cartoni Animati 20.20 C.S.I. Miami. Serie TV 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. 11.10 L'aria che tira. Talk Show. 12.30 I menù di Benedetta Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Countdown - Dimensione zero. Film Fantascienza. (1980) Regia di Don Taylor. Con Kirk Douglas, Martin Sheen. 16.00 Atlantide - Storie di uomini e di mondi. Documentario 16.55 Movie Flash. Rubrica 17.00 J.A.G. - Avvocati in divisa.Serie TV 17.45 I menù di Benedetta. Rubrica 18.50 G' Day alle 7 su La7. Attualita' 19.25 G' Day.Attualita' 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Otto e mezzo. Rubrica SERA SERA SERA SERA SERA SERA SERA 37 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
La guerra tra i Servizi: l'ultimo schema da svelare sulle stragi L 'ultima volta era il lugliodel 2010. «Lo Stato de-ve farsi carico di tutta laverità sulle stragi». Cosìdissero i magistrati nisseni, titolari delle inchieste sugli eccidi del '92 di fronte alla commissione Antimafia. A quasi due anni di distanza, il procuratore Sergio Lari, l'aggiunto Nico Gozzo e i sostituti Marino, Bertone e Luciani si ritroveranno oggi di fronte all'organismo presieduto da Beppe Pisanu: con molte più certezze - l'esistenza accertata di una trattativa Stato-mafia e la genuinità del racconto di Gaspare Spatuzza sull'epopea delle stragi '92-'93 - ma anche con un bivio davanti. Come proseguire le indagini, come incastrarle in quei percorsi paralleli che i colleghi palermitani e fiorentini portano avanti, come parare i colpi di quella parte della politica e di settori dello Stato, magistratura compresa, che non vuole anzi teme le nuove indagini. «Molteplici figure anche istituzionali hanno giocato partite complesse e spregiudicate» - sostengono i magistrati - che hanno raggiunto una certezza: sui luoghi delle stragi di Capaci e via D'Amelio ma anche su quella fallita contro Giovanni Falcone all'Addaura nell'estate del 1989 si è giocata una partita senza esclusione di colpi: l'obiettivo non era solo uccidere i magistrati ma incolpare qualcuno di averci messo lo zampino. Una costante, un gioco di specchi zeppo di 007 e sbirri chiacchierati. «Lo schema» - come lo definisce un investigatore - appare per la prima volta all'Addaura, presso la villa al mare di Falcone dove il 21 giugno 1989 viene lasciata una borsa piena di esplosivo. Che però non esplode. A distruggere l'innesco vanificando le indagini è un artificiere dei carabinieri, che aggiunge di aver visto all'Addaura il questore Ignazio D'Antone. Un falso clamoroso, un depistaggio inspiegabile che costa a Tumino una condanna per calunnia. D'Antone nel 2004 viene però condannato per concorso esterno: ha favorito la latitanza di due boss. La strage mancata - dietro cui Falcone vide «menti raffinatissime» e su cui si allunga per la prima volta il nome di Bruno Contrada, numero tre del Sisde legato a D'Antone - è la scatola nera che secondo i magistrati decritta «quelle partite complesse giocate da figure istituzionali». La prima è quella giocata dal Corvo, l'anonimo estensore di report che accusavano Gianni De Gennaro - oggi numero uno dei Servizi e Giovanni Falcone di utilizzare il pentito Totuccio Contorno nella «caccia» ai boss corleonesi. Scritti «istituzionali» veicolati alla stampa tramite l'Alto Commissariato antimafia, un ufficio sciolto nel 1992, zeppo di 007 e ufficiali dei carabinieri molto chiacchierati. E all'Addaura secondo alcuni sono presenti due agenti: Nino Agostino e Emanuele Piazza, un poliziotto e un agente del Sisde, uccisi tra l'89 e il '90. Una verità in bilico: le indagini recenti e i test del Dna lo escludono. Di certo c'è che a quelle due morti si interessa Arnaldo La Barbera, il dominus delle indagini su via d'Amelio, oggi polverizzate dalla versione di Spatuzza e sulle quali c'è il sospetto di un clamoroso depistaggio, tant'è che la sua squadra è finita sul registro degli indagati a Caltanissetta. Forse non l'unico compiuto da La Barbera: è lui infatti che per Agostino e Piazza «tara» le indagini su un'inesistente pista passionale, utilizzando due poliziotti border-line. Uno oggi indagato nell'inchiesta sul Foto LaPresse Strage di Capaci I resti dell'auto su cui viaggiavano il giudice Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta NICOLA BIONDO www.unita.it Il dossier Trattativa Stato-mafia, oggi i magistrati di Caltanissetta saranno di fronte alla commissione di Beppe Pisanu. Le indagini dei pm a un bivio PALERMO Italia26 LUNEDÌ26 MARZO2012
eni station un mondo che si muove con te vieni a scoprire il mondo eni station eni station è fare di una stazione di servizio un mondo che non si ferma mai, 24 ore su 24. 24 ore su 24 puoi fare rifornimento con iperself per avere il massimo della convenienza. Convenienza è anche carburanti eni blu+, pensati per prendersi cura del tuo motore. Prendersi cura vuol dire premiare la tua fedeltà con il grande programma di raccolta punti you&eni. Con you&eni puoi accumulare punti anche facendo una pausa di qualità all'eni café. Qualità è eni station.
Vi è stato un fuori programma nella visita apostolica di Papa Benedetto XVI in Messico. A sorpresa sabato pomeriggio il pontefice ha avuto un incontro con otto familiari di vittime della violenza dei narcotrafficanti. Lo ha organizzato il presidente messicano, Felipe Calderól. In questo viaggio non c'è stato spazio, invece, per quel faccia a faccia con altre vittime: quelle che hanno subito abusi da parte dei preti pedofili. Una macchia per la Chiesa che In Messico ha un nome preciso e ingombrante, quello di Marcial Maciel, il potente fondatore dei Legionari di Cristo. Il Papa non incontrerà le sue vittime. Lo ha confermato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi. Ha ricordato che non lo hanno né chiesto, né preparato i vescovi messicani. E poi vi sarebbe anche un'altra ragione. Riguarda le vittime. «C'è stata una certa aggressività nel chiedere l`incontro» ha affermato Lombardi. «E anche una certa ambiguità: si diceva di voler incontrare il Papa, ma non lo si voleva ascoltare in un dialogo profondo, di spiritualità». L'intesa non si è trovata. Anzi. La polemica si è fatta più forte. Proprio in concomitanza con la presenza di Benedetto XVI nella città di León, alcune delle vittime hanno presentato il libro-inchiesta sul fondatore dei Legionari di Cristo La voluntad de no saber (La volontà di non sapere) con il quale l'ex prete Alberto Athié, l'ex legionario José Barba e il biografo di Maciel Fernando M. González, grazie alla rivelazione di alcuni documenti riservati del Vaticano, dimostrerebbero come nella Curia romana i crimini di Maciel fossero noti da diversi decenni. Una ricostruzione contestata da padre Lombardi. «Sia papa Benedetto XVI che il suo predecessore Giovanni Paolo II sono uomini di verità e trasparenza. Penso che sia veramente ingiusto considerare papa Benedetto come qualcuno che ha lavorato contro la verità e le trasparenza». Ha pure sottolineato come quell'invito a «proteggere e accudire i bambini» e «perché mai si spenga il loro sorriso, possano vivere in pace e guardare al futuro con fiducia» pronunciato da papa Ratzinger venerdì pomeriggio a León nel suo saluto a un gruppo di bambini, dopo Ha incontrato, a sorpresa, le vittime della violenza dei narcotrafficanti, Benedetto XVI. E al Parco del Bicentenario ha pure indossato un sombrero. Nessun appuntamento, invece, con le vittime di Marcial Maciel. Foto LaPresse CITTÀ DEL VATICANO Il Papa ai narcos «Basta con la violenza no alle vendette» A Guanajuato il benvenuto a Benedetto XVI ROBERTO MONTEFORTE p In Messico Ratzinger incontra le vittime dei cartelli della droga ma non quelle degli abusi sessuali p La folla In 400 mila all'Angelus. L'incontro con i bambini: «Non si spenga mai il loro sorriso» Primo Piano Il viaggio del Papa 20 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
Maramotti È l'ultimo film di un registache ha dedicato gran partedelle sue opere al mondodel lavoro: Daniele Segre. Parla di operai e di precari. È il più bel film di Segre e casca in un momento di attualità, il varo di una discussa riforma del lavoro, rivolta, appunto, a quei due soggetti. Lo spunto è preso dalle vicende Fiat ma le sequenze si allargano ad altre realtà. È un racconto avvincente che descrive la realtà di oggi più di tanti saggi. Siamo ai cancelli di Mirafiori nei giorni di un referendum (gennaio 2011) voluto da Marchionne per valutare un nuovo regime di fabbrica. Operai e impiegati discutono. Descrivono la loro condizione, le loro ansie. C'è chi parla di ricatto. Chi chiede con angoscia: «Se vince il no e la Fiat chiude che cosa fai?». E altri rispondono: «Se vince il no toccherà ai politici intervenire». Non sono voci univoche. Parlano delegati della Fiom, ma anche della Fim e della Uilm. Sono giovani quelli che meglio parlano di una condizione di solitudine: «Non siamo nessuno». È la testimonianza della perdita di un ruolo, della difficoltà a far valere le proprie ragioni. «È cambiata la mentalità del metalmeccanico: non è più capace di arrabbiarsi». E ancora: «La nuova classe operaia non è più classe operaia… Le lotte le hanno fatte i padri, i giovani hanno trovato la pappa pronta». Poi arrivano proprio i padri, con una serie di volti che parlano da soli. C'è Giulio Gino, leader operaio degli anni 60-70 e molti altri. Rievocano gli anni in cui non c'era ancora lo Statuto dei lavoratori. Licenziamenti facili? «Allora potevi non trovare più da un giorno all'altro il cartellino». Poi sono arrivate le conquiste: 15 giorni di ferie, il sabato libero, la parità salariale, le assemblee in fabbrica. Il giudizio sull'oggi è tagliente: «Il mondo operaio non crede più nel sindacato ma nello stipendio che arriva a fine mese». Ora si passa ad altri pezzi del mondo del lavoro: gli edili alle prese con una catena impressionante di vite umane spezzate, i minatori sardi. Sono chiamati a interloquire con personaggi diversi da Marchionne a Ingrao e D'Alema, da Landini ad Airaudo. Si ritorna a Mirafiori. Ha vinto, di poco, il sì voluto da Marchionne, Ha vinto la paura, la mancanza di alternative credibili. E la storia non è finita. Continua oggi con le concitate polemiche attorno alla riforma voluta dal governo Monti. Tutto si può dire su quel decreto, ma resta una cosa chiara, non smentibile: nelle fabbriche, negli uffici, nei luoghi di lavoro, loro, gli operai, tecnici, impiegati, saranno meno forti difronte alle volontà del datore di lavoro, del padrone. Saranno meno propensi a dar vita a un sindacato capace di contrattare e di non stare solo con il cappello in mano. È la rivincita. http://ugolini.blogspot.com A lla camera dei deputati lapresiedente Pdl della com-missione cultura ha chiestodi approvare definitivamente in commissione, senza la discussione nell'aula parlamentare, una proposta che cambia radicalmente il governo delle scuole pubbliche. Come si possa considerare una simile questione «non di speciale rilevanza di ordine generale», condizione essenziale, ai sensi del regolamento della Camera, per consentire a una legge di non essere discussa dall'aula di Montecitorio, ma di essere approvata nell'oscurità della commissione, non è dato sapere. Questa legge coinvolge infatti almeno tre questioni di rilevanza costituzionale: il diritto di tutti i cittadini di avere le medesime opportunità di formazione garantite dallo Stato, la libertà e l'autonomia dell'insegnamento e le competenze in materia di istruzione e di organizzazione scolatica rispettivamente dello Stato e delle Regioni. Per non parlare del fatto che la proposta in discussione investe i diritti alla partecipazione ai processi di istruzione delle famiglie e degli studenti e la funzione dei docenti all'interno delle scuole. Gli sforzi per contenere e ridurre i danni sono stati encomiabili. Ma purtroppo contenuti e obiettivi della proposta rimangono sostanzialmente immutati. Si vorrebbe trasformare la partecipazione democratica di genitori e studenti in un governo sedicente manageriale, riducendo, ad un tempo il ruolo e la funzione dei docenti e aprendo il governo della fondamentale agenzia pubblica di formazione civile del paese, tra gli altri, anche a esponenti della produzione e del mercato. Si vorrebbe altresí affidare alle regioni la possibilità di definire atti di indirizzo sulla autonomia delle istituzioni scolastiche, sulle innovazioni ordinamenti, sui piani per l'offerta formativa e persino sui criteri per la definizione degli organici delle istituzioni scolastiche. È difficile sfuggire all'impressione che si voglia, in fretta e furia e quasi di nascosto, infliggere un colpo ulteriore alla scuola pubblica già piegata dai provvedimenti della Gelmini e dai tagli di Tremonti. Il centrodestra vuole cancellare la scuola pubblica nazionale che forma alla cittadinanza, per inaugurare una scuola al servizio delle esigenze della produzione e di un non meglio definito territorio, abbandonando ogni idea di scuola come strumento principe della costruzione della uguaglianza tra i cittadini e di rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione dei cittadini alla vita della repubblica. Ritornano alla grande le velleità secessioniste della Lega. E non è un caso che l'on. Aprea voglia, come assessore della Giunta Formigoni, tentare di introdurre la possibilità per le singole scuole e quindi per le singole regioni di scegliersi gli insegnanti. Dunque contenuti e natura della proposta non solo non giustificano un'adesione al nuovo testo, ma neppure la chiusura della discussione in tempi forzatamente e incomprensibilmente brevi e nel chiuso di una commissione parlamentare. Se è vero che il parlamento deve riconquistare il suo ruolo, allora il tema di come si organizza e di come deve funzionare la scuola non può che avere il massimo dello spazio, della trasparenza e della risonanza possibile, come potrebbe avvenire con un dibattito approfondito e consapevole nell'aula parlamentare. ATIPICI A CHI? La tiratura del 25 marzo 2012 è stata di 106.665 A DISCUTERE DI ART.18 RIECCO GLI OPERAI DI SEGRE DIBATTITO IMPORTANTE DI SCUOLA SI PARLI IN AULA Giulia Rodano RESP. CULTURA IDV Bruno Ugolini GIORNALISTA ISTRUZIONE PUBBLICA 23 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
to rete, vincendo due ori europei e tre World League. Tornò in nazionale con Anastasi alla vigilia di Pechino 2008, dodici anni tra l'una e l'altra Olimpiade. 206 le partite complessive in azzurro. Era la riserva dei fenomeni, il settimo uomo. Tanti i suoi club in A1, da Ravenna a Roma, da Palermo a Modena, da Piacenza a Perugia. Si era stabilito definitivamente a Forlì ormai 35enne e aveva deciso di seguire il club anche in B2 dopo il fallimento e la retrocessione d'ufficio. Aveva scelto di stare a metà tra campo e scrivania e aveva motivato la sua scelta con una lettera, l'estate scorsa, in cui giurava amore eterno alla pallavolo. Nel finale della missiva una dedica al fratello, ucciso giovanissimo dalla leucemia: «Dedico la mia carriera, fatta di vittorie importanti ma anche di sconfitte, a mio fratello Antonio, che mi guarda da lassù». Non aveva molto da chiedere al volley, aveva iniziato a restituire e aveva scelto Forlì, lui che era nato a Contarina, in provincia di Rovigo, nel 1974, per stare vicino alla sua famiglia. Si chiamava Vigor, come un trapezista russo che i suoi fratelli avevano applaudito al circo: vigor, forza, potenza, un destino nel nome. Il cuore di Vigor però era fragile, come quello di moltissimi sportivi morti sul campo di gioco o nel cuore della loro carriera, troppo spesso a causa di controlli medici inadeguati. E c'è già chi parla di rivedere le linee guida sui controlli. Secondo il professor Francesco Fedele, ex presidente della Società italiana di cardiologia, ad esempio, i test della scaletta o step test non servono più. Servono invece prove cardiologiche più sofisticate e poi più defibrillatori a bordo campo e soprattutto una seria formazione per le manovre di rianimazione cardiopolmonare. Secondo Fedele, occorre rivedere le cosiddette linee guida Cocis (Protocolli Cardiologici per il Giudizio di Idoneità allo Sport Agonistico) per evitare quelle che si chiamano fatalità ma troppo spesso portano un altro nome: negligenza, incuria, approssimazione. In principio fu Luciano Vendemi-ni, lungo come Bovolenta, anzianche di più. Era un cestista, il pi-vot della Nazionale. Una domenica di febbraio, mentre i suoi compagni facevano la ruota nel riscaldamento, si è seduto in panchina, ha reclinato il capo e non si è più rialzato. Aveva 25 anni e una malformazione congenita che nel 1977 sembrava qualcosa di lunare, ma 35 anni dopo evidentemente non è che abbiamo fatti grandi progressi. Per un sottile filo rosso, per chi crede alla mano invisibile, anche lui giocava a Forlì: come Vigor. Il basket ne ha avuti parecchi di cuori matti, ed è stato fra quelli che ha pagato il prezzo più alto alla più crudele tra le morti dolci, perché ti accasci in uno stadio, in un palasport o comunque tra la folla, ma nessuno può fare altro che vederti chiudere gli occhi per sempre. Se n'è andato così, un po' come Vendemini, anche Davide Ancilotto che era nato per giocare a pallacanestro, ma ebbe poco tempo per farlo. A 23 anni, in una notte di estate, torneo a Gubbio, ha chiesto il cambio e si è accasciato sul parquet, dove stava giocando con la Virtus Roma. Una settimana di rianimazione al San Filippo Neri, trasferito agonizzante nella capitale, e una morte precoce per probabile aneurisma cerebrale. Nel suo caso, nemmeno un pugno di minuti per arrivare in ospedale sono bastati a salvarlo. Anche il calcio ha avuto il suo Vendemini, il primo di tutti, e per una strana coincidenza è successo nello stesso anno del dramma di Forlì. Il 30 ottobre 1977 il Perugia di Ilario Castagner gioca in casa contro la Juve e Renato Curi rientra dopo un infortunio. Proprio lui, uno dei pilastri di quella favola biancorossa che era appena sbocciata in serie A, al minuto cinque della ripresa, inseguendo una rimessa laterale, si ferma e crolla al suolo, tradito dal cuore di centrocampista generoso. È diventato una leggenda per gli umbri che oggi giocano nello stadio intitolato a lui. Giace anche lui sulla collina di quelli che non moriranno mai, perché nella mente continui a immaginarteli che corrono sulla fascia, saltano a canestro o pedalano su qualche salita. Simboli eterni di questa lunga, lunghissima Spoon River di atleti, democraticamente assortiti tra campioni, gregari e astri nascenti, che si spengono come cerini con gli occhi sbarrati a pochi metri dall'ultimo gol, o dall'ultima impresa. Cristallizzati nei loro gesti che hanno trasformato una partita o una gara in una tragedia greca, vere, verissime però le lacrime di chi li ha visti spezzarsi di schianto. Come Marc Foè, mediano del Camerun, stroncato nel 2003 durante una partita di Confederation Cup. O come Antonio Puerta, spagnolo del Siviglia, crollato davanti ad uno stadio con gli occhi sbarrati nel 2007. Ancora più indietro Attilio Ferrari IV, mediano campione del mondo nel ‘34, che è morto l'8 maggio del 1947, dopo aver già messo via gli scarpini, in una partita di vecchie glorie. Un destino meno beffardo, ma molto più strano e poco limpido, quello che si è portato via Giuliano Taccola, calciatore della Roma, portato via da una morte mai chiarita negli spogliatoi di Cagliari, dopo la partita. La scienza non riesce ancora a prevenire questi lutti di chi fa sport, ma ha fondati dubbi su diversi di loro, perché il nesso col doping non è provato, ma nemmeno escluso. Se ne parlò anche per il ciclista Fabrice Salanson, stroncato a 23 anni nel 2003. O per Denis Zanette che a 33 anni è finito in coma non dopo una tappona di montagna, ma nello studio del dentista. E da quel limbo bianco non è più riuscito a pedalare via. SALVATORE MARIA RIGHI Gli affetti srighi@unita.it La lunga lista di sportivi stroncati, tra calcio e altre discipline Da Vendemini ai ciclisti Salanson e Zanette. I dubbi doping Da Ancilotto a Curi Quella Spoon River di stelle e gregari Il cuore di Muamba si fermò per poi correre di nuovo Lo scorso 17 marzo il cuoredi Fabrice Muamba - centrocampista congolese cresciuto in Inghilterra e giocatore del Bolton - si è fermato per 78 minuti per poi ripartire. Ora il giocatore si trova ricoverato in ospedale. Naoki Matsuda, giocatore del Matsumoto Yamaga F.C. e della nazionale giapponese, il 2 agosto 2011 ha avuto un arresto cardio-respiratorio durante un allenamento. È morto due giorni dopo. Lascia una moglie, ex pallavolista, e quattro figli Il cardiologo «Bisogna rivedere le linee guida sugli esami agli atleti» FEDERVOLLEY Il presidente della Federvolley, Carlo Magri, si dice «sconvolto» e «senza parole» per la morte di Bovolenta. «Oltre ad essere un campione era un ragazzo eccezionale». Il giocatore catalano ha trascorso l'intera carriera tra le file dell' Espanyol. L'8 agosto 2009 viene trovato morto nel ritiro della sua squadra a Coverciano, quartiere di Firenze. Asistolia la causa del decesso. I precedenti Naoki Matsuda morto durante l'allenamento Daniel Jarque, il decesso legato a un'asistolia Cinque vittorie in carriera. Dopouna visita dentistica, il ciclista italiano morì a soli 33 anni per una crisi cardiaca. Le indagini dimostrarono che si trattava di una patologia cardiaca polmonare. Sarà oggi l'autopsia Si svolgerà oggi l'autopsia sul corpo di Vigor Bovolenta, il campione di pallavolo morto stanotte dopo un malore accusato durante la partita di B2 tra la sua Volley Forlì e la LubeMacerata.Ancoradastabilire inveceladatadelfunerale.Lofa saperela VolleyForlì in un comunicato diffuso sul suo sito Internet. Denis Zanette, morto dopo una visita dentistica 39 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
C iao, casalinga leccese. SonoPaolo. Alto, brizzolato, slan-ciato, tennista. Cucino, lavo, stiro, apparecchio. Se vuoi conoscermi, spesso sono in Comune. Astenersi perditempo. P.S. Si accettano anche comuniste». Lui è Paolo Perrone, attuale sindaco di Lecce, e candidato alla riconferma per il Pdl di Fitto. Oltre questo manifesto, presenta curriculum e pedigree familiare di tutto riguardo, ai comizi si sente «come il leader dei Duran Duran»: è uno che non annoierebbe certo l'elettrice parlando del gran disastro nel bilancio comunale. A Palermo, dove il fallimento s'è consumato oltre ogni misura, il centrodestra punta su Massimo Costa - anche lui giovane e bello (persino di più!), di buona famiglia e fortunata carriera - uno che si presenta agli elettori come il tecnico buono per tutto e tutti, un «problem solver» che «dirà la verità» e «libererà Palermo dal peccato e dai peccatori», e che saprà «destare la curiosità in tutto il mondo» (lo stupor mundi, insomma, risorto dal granito della Cattedrale). Andate a cercare in rete i manifesti, andate su youtube a sentire le voci e vedere le facce. Dopo l'umiliazione, la rabbia e lo scoramento, però, pensateci: nel grottesco, nella farsa di questo gran ritorno della borghesia conservatrice meridionale che prova a reinventarsi dopo l'implosione del berlusconismo - di quel tempo in cui si smantellavano le politiche all'aumentare dei posti di governo per il Sud - ogni spudoratezza e menzogna tradisce la sua verità. La verità di una crisi sociale che moltiplica i bisogni della gente e riduce la capacità della politica di rispondervi. Una sproporzione talmente grave per chi è stato partecipe del disastro, a cui non rimane che il disincanto della tragica ironia (non ti governo, però possiamo perdere un po' di tempo insieme) o l'espediente di una folle allucinazione (vengano con me anche i colpevoli del fallimento, risolvo tutto io). Ora, il tema, assai meno pirandelliano, è quella distanza, quella sproporzione, che la fase economica drammatica (nei suoi risvolti sociali e nelle sue prospettive) può persino allargare. Al biennio di crisi 2008-2009 in cui il Sud ha perso oltre sei punti di Pil, è seguito un biennio di sostanziale stagnazione e per il 2012 le previsioni che cominciano a circolare (su cui la Svimez sta lavorando) parlano di una caduta del prodotto intorno ai tre punti percentuali. Il Mezzogiorno, nel quinquennio a spirale di “recessione-non ripresa-recessione”, perderà dunque quasi un decimo della sua capacità produttiva. L'equilibrio già insostenibile, tra settore privato incapace di rispondere ai bisogni materiali di pane e lavoro e settore pubblico squilibrato (a un tempo esorbitante, inefficiente e manchevole), che ha determinato un cortocircuito democratico fatto di cattiva domanda e di cattiva offerta di politica, rischia di saltare definitivamente. O di riassestarsi a un livello di peggiore degenerazione: l'alternativa tragica tra populismo magari non più solo municipale e forme di intermediazione impropria più pervicaci nella manipolazione dell'accesso a un lavoro più povero (l'intermediazione degli straccioni…). Il sentiero del riformismo al Sud, così, si fa ancora più stretto. Da anni, il centrosinistra non è certo immune a quel cortocircuito. Ma con questa prospettiva persino la più virtuosa delle gestioni amministrative, in mancanza di strumenti in grado di attivare nel breve periodo processi di sviluppo, non potrà arrestare la deriva dei modelli sociali. La politica, in definitiva, certificherà la sua impotenza e sconfitta, costretta a inseguire un consenso che si forma sempre più nelle commistioni improprie tra macchina pubblica inefficiente e impoverita e struttura economica debole e chiusa: un dramma sociale che impedisce la diffusione di un'etica pubblica e di una base morale condivisa. Ben oltre le buone o cattive intenzioni dei singoli, sarà l'assedio dei bisognosi e l'esposizione degli eletti all'insostenibile ricatto dei poteri dominanti (l'assedio dei professionisti in cerca di commesse pubbliche non è certo meno distorsivo del popolaccio coi forconi in mano). Allora, anche quando avremmo tolto tutti i peli alle cozze, nessun “uomo solo al comando” potrà sfuggire alla dannata parabola di Masaniello. C'è una penuria di strumenti, è vero, ma se non si saranno rafforzati i Foto di Franco Lannino/Ansa Nel Sud in recessione hanno stufato i sindaci giustizieri e populisti GIUSEPPE PROVENZANO Al termine del quinquennio 2008-2012 il Mezzogiorno perderà quasi un decimo della capacità produttiva. La sfida riformista dei giovani Scalzo (Catanzaro) e Ferrandelli (Palermo) e di una donna come Capone (Lecce) Il mercato palermitano della Vucciria Primo Piano Politica e società Il dossier 14 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
COSÌ È SCARICATO SUI PIÙ DEBOLI L'ONERE DELLA PROVA le maglie» per definire i requisiti per i licenziamenti giustificati da cattiva situazione economica delle aziende, «da quelli di altra natura». UILM NON ESCLUDE SCIOPERO Il vento di sciopero soffia anche in casa Uil. «Non escludiamo lo sciopero», ha detto ieri Rocco Palombella segretario generale dei metalmeccanici (Uilm) che mercoledì riunisce il direttivo e in quella sede potrebbe anche arrivare chiedere ad Angeletti di indire lo sciopero generale o decidere lo sciopero di categoria. Una scelta che il segretario generale ha detto di «comprendere». La professoressa Paola Severino, avvocato, docente di diritto penale, attualmente Guardasigilli, venerdì nel Consiglio dei ministri poteva essere invitata dal presidente Monti a svolgere una lectio magistralis sugli effetti della nuova disciplina dei licenziamenti economici sull'ordinamento italiano. Ai tecnici e agli economisti, la professoressa Severino avrebbe potuto spiegare il “costo” che la nuova disciplina dei licenziamenti economici produrrebbe su un principio generale del diritto: l'onere della prova. Il principio è sistemato nel Codice civile all'articolo 2697: colui che chiede il giudizio su un diritto negato deve prendersi l'impegno di provare ciò che afferma, assumendosi anche la responsabilità dell'insuccesso. La professoressa Severino avrebbe brillantemente spiegato anche le eccezioni – “presunzioni” – e gli ambiti assai ristretti in cui si può accettare di invertire l'onere della prova. Se il Consiglio dei ministri avesse ascoltato con attenzione l'illustre giurista ci saremmo risparmiati tante polemiche su una tipologia di licenziamento – per cause economiche - che non consentirà mai al lavoratore di dimostrare che il suo licenziamento sottintende ad altre finalità. Polemiche che con troppa superficialità sono state catalogate nell'ambito di un “simbolismo” sociale di stampo conservatore. Se il datore di lavoro propone un licenziamento per ragioni economiche, oggi il lavoratore può ricorrere al giudice dimostrando che le ragioni economiche non sussistono; domani, con la legge Fornero, per ottenere il reintegro il lavoratore dovrebbe dimostrare che il licenziamento non è avvenuto per le ragioni dichiarate ma dovrebbe fornire la prova di quali siano le ragioni reali. È evidente un rapporto asimmetrico, che pone la parte debole nell'impossibilità di far valere le proprie ragioni. Davanti al giudice, dove si è chiamati ad esprimersi su una causa di licenziamento scelta dal datore di lavoro, il dipendente dovrebbe provare che non si tratta dei motivi manifestati dalla controparte, e che i motivi economici non sussistono. Una prova impossibile da fornire. A questo punto la professoressa Severino, con la competenza che la contraddistingue, avrebbe potuto intrattenere i suoi illustri colleghi sulla “probatio diabolica” – la prova del Diavolo - e spiegare quando una prova diventa impossibile da ottenere. Le questioni giuridiche che pone l'istituto del licenziamento per motivi economici sono di grande rilevanza. Se il giudizio è incardinato come ricorso contro un licenziamento per ragioni economiche (giustificato motivo oggettivo), il giudice non potrà mai disporre il reintegro anche se accerterà che il licenziamento sia stato illegittimo. Facile, dunque, contrabbandare licenziamenti per “giustificato motivo oggettivo” per nascondere così altre finalità. In tempo di crisi, oltretutto, è alquanto agevole avanzare ipotesi di questo genere. Inoltre, neppure il giudice potrebbe intervenire. Alla mancata sapienza del Consiglio dei ministri tocca ora al Parlamento porre rimedio. Le forze sociali hanno dimostrato di aver chiara la dimensione dell'impatto umano e sociale del provvedimento; le forze politiche hanno il dovere ora di precisare la base giuridica su cui il Parlamento è chiamato ad intervenire per “ricucire” il senso della giustizia e i principi del nostro ordinamento. Lo strappo avanzato nel disegno di legge, d'altronde, rischia di produrre effetti negativi a valanga, mentre «l'efficacia del diritto è sempre nella determinatezza e specificità della tutela» (Natalino Irti). Severino David Sassoli Avrebbe potuto dare spiegazioni ai colleghi ministri Dovrà intervenire per ristabilire il senso della giustizia Il Parlamento Bonanni: attenti agli estremismi Per il leader della Cisl ci sono problemi più urgenti: se nulla cambia l'Italia rischia di non avere investitori In un anno gli investitori stranieri hanno disinvestito 58,7 miliardi di euro di titoli di Stato italiani, calando la loro quota dal 51,97 al 46,87%. L'importo è stato compensato da investitori italiani. È quanto emerge da uno studio Adusbef che fotografa la situazione a novembre2011(ultimidati)proprionelmomento di maggiore crisi. LostudioAdusbefelaboratosugliultimi dati disponibili della Banca d'Italia fotografa uno stock di titoli di Stato a quota 1.611,6 miliardi di euro a fine novembre, in decisa crescita rispetto ai 1.574,1 dello stesso mese dell'anno precedente. L'analisi si basa sui dati più aggiornati ora disponibili, ma immortala una situazione al novembre scorso, cioè nel momento di massima difficoltà. Basta pensarecheallospreadrecorddel9novembre (574 punti sopra il bund tedesco) conrendimential7,47%perititolidecennalioallatensionichepertuttoilmesesi sonoripercosseanchesuiBuonididurata inferiore (con tasso dell'8% segnato dai Btp a 2 anni il 28 novembre). Proprio a novembre lo stock di debito pubblico italiano detenuto da investitori stranieri era così calato dai 814,1 miliardi del novembre 2010 (51,97% del totale) a quasi 755,4 miliardi (46,87%). La riduzione di investimentoèstataquindidi58,7miliardi, in un anno. I deflussi di investimenti vengonocomunquepiùchecompensati dagli acquisti di titoli di Stato fatti da Italiani. 2011, gli stranieri si sono allontanati dai titoli di Stato IL CASO IL COMMENTO Di Pietro: decidano sulla Rai «Questo governo, anche se è politico fino alla cima dei capelli, dice di essere tecnico enonperdeoccasionepersegnalarechei tecniciservonoproprioasciogliereinodiaggrovigliati dai politici. Da nessuna parte, infatti, l` occupazione dei partiti e la dittatura dei politicanti combina più guai che in Rai». Lo ha scritto sul suo blog Antonio Di Pietro. 7 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
A ndare nello spazio perguardare la Terra.Non è un hobby permenti estrose ma unadelle più sofisticate attività di ricerca applicata. «Nell'accezione comune il termine telerilevamento significa osservazione della Terra da satellite. In termini più generali - spiega Marco Gianinetto del Politecnico di Milano può essere definito come la disciplina che si occupa di raccogliere, elaborare e interpretare informazioni e dati sull'ambiente e il territorio che ci circonda mediante sensori elettromagnetici remoti». Dal 2007 il Politecnico di Milano ha stretto con Eni E&P una collaborazione tecnico-scientifica per lo sviluppo di nuovi metodi di analisi con dati telerilevati a supporto dell'esplorazione petrolifera. La collaborazione si concretizza nel 2008 con il progetto microseepage, una ricerca dedicata al settore delle esplorazioni di idrocarburi su terraferma. «Le moderne tecnologie di telerilevamento consentono di monitorare da satellite molteplici parametri ambientali, incluse alcune manifestazioni superficiali invisibili ad occhio nudo. Probabilmente queste sono correlate alla presenza di giacimenti nel sottosuolo. I meccanismi che governano la formazione di questi segnali superficiali sono complessi e non ancora compresi appieno, ma l'ipotesi che i giacimenti possano lasciare una traccia indelebile della loro presenza nell'ambiente circostante, misurabile da satellite, sembra trovare le prime conferme sperimentali che dovranno essere però approfondite e verificate», spiega Gianinetto. Questo importante risultato è stato possibile grazie al lavoro del gruppo di ricerca del Laboratorio di Remote Sensing del Politecnico di Milano (L@RS), coadiuvato da un team multidisciplinare di oltre trenta fra docenti e ricercatori dell'Ateneo e in stretta collaborazione con numerosi tecnici ed esperti di Eni. La ricerca ha l'obiettivo di sviluppare nuove tecnologie di supporto all'esplorazione d'idrocarburi, capaci di cogliere le enormi potenzialità offerte dalla prossima generazione di satelliti iperspettrali per l'osservazione della Terra, riducendo l'impatto ambientale di tali pratiche. «Dopo una prima fase di sperimentazione operata dalla Nasa con la missione Eo-1 e dall'Agenzia Spaziale Europea con la missione Proba-1, con i prossimi lanci di Prisma dell'Agenzia Spaziale Italiana (2014), EnMap dell'Agenzia Spaziale Tedesca (2015) e HyspIri della Nasa (2015) saremo in grado di osservare dallo spazio la superficie del nostro pianeta con una ineguagliata capacità descrittiva», conclude Gianinetto. «Le possibili ricadute di questa tecnologia sono promettenti, con risvolti in ambiti anche differenti dalla mera esplorazione petrolifera». I l futuro? È nascosto nel disor-dine. Questo almeno è il pare-re di Diederik Wiersma, un fi-sico olandese venuto in Italiaa dirigere il Laboratorio Europeo di Spettroscopia Non Lineare (Lens) di Firenze. Con il suo gruppo di 15 persone, Wiersma si occupa di realizzare nuovi materiali fotonici, strutture speciali capaci di interagire in maniera del tutto particolare con le onde della luce. «Questo ci permette di creare ogni sorta di meraviglia ottica: da materiali che intrappolano la luce, a speciali emettitori, diffusori e switch ottici». Alcune di queste “meraviglie” si basano sulla cosiddetta “localizzazione di Anderson, un fenomeno complesso che porta al rallentamento della luce in strutture molto disordinate. «Mentre stavamo lavorando sui concetti alla base del trasporto della luce, abbiamo scoperto che tali strutture casuali possono essere effettivamente utilizzate per migliorare le celle solari in modo molto efficace. È possibile migliorarne l'efficienza oppure renderle più sottili ed economiche, in modo semplicissimo. Su questi temi stiamo collaborando l'Istituto Donegani (Eni), con il Cnr di Trieste e di Lecce e con l'Università di Enschede nei Paesi Bassi». L'intrappolamento dei fotoni e la loro gestione è oggi al centro di un particolare interesse a livello internazionale. «Le applicazioni potenziali sono tante e toccano campi diversi come l'energia solare e l'illuminazione ambientale», dice Wiersma, che tra l'altro è direttore di ricerca dell'Istituto Nazionale per la Fisica della Materia (Infm-Cnr). «L'impiego di materiali ottici disordinati per la gestione dei fotoni è vantaggiosa per il fatto che tali materiali possono essere fabbricati su larga scala. Se da un lato sono sorprendentemente semplici, la fisica alla loro base è molto complessa e a volte non completamente comprensibile. Ciò significa che è necessario un lavoro interdisciplinare che includa fisica, chimica e scienza dei materiali. Questa combinazione è una sfida per i ricercatori, ma può portare a importanti progressi nella realizzazione di nuovi materiali e dispositivi fotonici». Industria&tecnologia Diederik Wiersma / Laboratorio Europeo di Spettroscospia Materiali dalla struttura interna “disordinata” possono rallentare le onde elettromagnetiche. Con applicazioni sorprendenti SPECIALE Fotonica: usare il caos per intrappolare la luce Telerilevamento: lo Spazio conosce i segreti della Terra Marco Gianinetto / Politecnico di Milano Il lancio di tre nuovi satelliti entro il 2015 e l'uso di sofisticate tecnologie renderà possibile l'esplorazione non invasiva della superficie terrestre II | | LUNEDÌ 26 MARZO 2012
Intervista a Fausto Raciti «Sbagliato contrapporre giovani e articolo 18 Se cade, sarà peggio per tutti» VLADIMIRO FRULLETTI FERMARE LE STRAGI IL PD CON I SIRIANI PER LA DEMOCRAZIA Roma, martedì 27 marzo 2012, Piazza del Pantheon ore 17 Introduce Giacomo Filibeck Coordinatore Dipartimento Esteri e Responsabile Medio Oriente del PD Intervengono Lapo Pistelli Shady Hamadi Aya Homsi Responsabile Esteri PD italo-siriano, scrittore e attivista per i diritti umani italo-siriana, fondatrice di "Vogliamo la Siria libera" Conclude PIER LUIGI BERSANI www.partitodemocratico.it www.youdem.tv V ogliamo cambiare il siste-ma di sicurezza socialedi questo Paese e poi ilPd». Il programma diFausto Raciti, 28 anni, riconfermato (86% dei voti dei circa 300 delegati) alla guida dei Giovani democratici (quasi 50mila iscritti) dal Congresso di Siena, è ambizioso. Per riuscirci, lui e gli altri ragazzi e ragazze democratici, hanno dato una rispolverata al modello “classico” di partito. Basta con le primarie, che pure Raciti vinse largamente quattro anni fa, («sarebbe stato uno scimmiottare il Pd, più che la conta sulle persone, ci interessa il confronto sulle idee», puntualizza il segretario), basta anche con l'elezione diretta del segretario e via libera (non senza polemiche e intoppi regolamentari) al congresso per tesi. Quella di Raciti prende il 76%, la minoranza (guidata da Brando Benifei) incassa il 24%. «Dopo tre mesi di confronto vero - spiega Raciti - usciamo dal congresso con una missione chiara: utilizzare questa organizzazione come strumento per fare movimento e coalizione sociale nel Paese». “La storia è fatta per essere cambiata”, recita lo slogan del congresso. Intanto oggi che vorreste cambiare? «Il sistema di sicurezza sociale del Paese, la precarietà e il Pd. Quello slogan ha due significati. Il primo è che le cose si cambiano grazie alla volontà delle persone, se cioè si contribuisce in maniera attiva al cambiamento. E poi che per cambiare bene bisogna riscrivere un po' la storia di questo Paese. E la storia che ci hanno raccontato di questi ultimi 20 anni va riscritta». Parla il segretario dei Giovani democratici, appena rieletto dal congresso nazionale «La riforma Fornero sul mercato del lavoro va cambiata. Evitiamo equivoci, il reintegro tutela anche noi: l'età media dei dipendenti dell'Ilva di Taranto è di 33 anni» INVIATO A SIENA vfrulletti@unita.it Primo Piano Il mercato del lavoro 16 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
Quel fine partita fischiato troppo in fretta costa al governo più di quanto il professor Monti non abbia immaginato. Il fronte sindacale si è riavvicinato e il Pd ha individuato sull'articolo 18 una posizione unitaria, impensabile per molti commentatori. Dall'esecutivo, poi, trapelano a ripetizione perplessità nei confronti della linea Monti-Fornero e l'immagine della compattezza dei tecnici contrapposta alla litigiosità dei politici risulta quantomeno appannata. Monti stesso, alla fine, è stato costretto a innestare una mezza marcia indietro contro «gli abusi», ma ha tentato di offuscarla per non smentire un decisionismo da ostentare a ogni costo e a beneficio dei mercati. A leggere i sondaggi, tuttavia - Mannheimer sul Corriere di ieri - il consenso nei confronti dell'esecutivo cala al 44% (50-60% ai primi di marzo). E il premier sembra reagire con un certo nervosismo all'emergere di dissensi e intoppi inaspettati. In pochi giorni, in realtà, Monti è passato dalla tentazione di agire per decreto al disegno di legge, chiarissima ammissione della necessità che il Parlamento - e non il governo - fischi il fine partita giocando i tempi supplementari. Nel contempo, però - per smentire il mezzo passo indietro - il premier ha voluto rimarcare che il governo non arretra e che «salvo intese» significa solo ricerca della quadra nell'esecutivo, e con il Capo dello Stato. Altro che «consociativismi» e «veti» sindacali! Una questione di immagine da preservare più che di sostanza, visto che - al di là delle dichiarazioni ufficiali - il premier (in privato) cerca di tranquillizzare Camusso spiegandole - allusivo - che «il Parlamento non è impermeabile al Paese» e alle forze sociali. Il Capo del governo, in realtà, sa bene che i nodi - anche quello del reintegro - verranno sciolti dalle Camere. E che una mediazione parlamentare tra Pdl e Pd sull'articolo 18 potrebbe cavare dagli impicci un governo che, di fatto, ha tentennato. Perché, se è vero che Palazzo Chigi non crede a una crisi dietro l'angolo («la materia del contendere sullo stesso articolo 18 è così circoscritta che non si giustificherebbero elezioni anticipate», commentano ambienti del governo), «è anche vero che a forza di evocarlo il fantasma, alla fine appare...», come dimostrano certe recenti dichiarazioni di Elsa Fornero. Tenendo conto, anche, dello sciopero generale Cgil fissato a maggio. Susanna Camusso ieri ha caldeggiato esplicitamente «il modello tedesco» che, nei giorni scorsi, era stato riproposto da Bonanni a un Monti che, invece, aveva tirato dritto sulla strada degli indennizzi e non dei reintegri. E il leader della Cisl, ieri, se l'è presa sì con la Cgil che si sarebbe fatta tirare «la giacchetta» dagli estremisti, ma ha anche rivolto al governo l'ennesimo monito: «La soluzione migliore è quella di far dialogare le parti per trovare una mediazione e una via d'uscita». PASSAGGIO NON SEMPLICE Un «passaggio non semplice» nei prossimi mesi. Lo stesso che preoccupa ambienti del governo - gli stessi che si interrogano «sulla tenuta del Paese» - che riflettono sulla «determinazione del Pd» che traspare anche dalle parole di Rosy Bindi: «Giusto stare nelle piazze e organizzare manifestazioni». E mettendo assieme, oltre che le decisioni sindacali, le dichiarazioni della presidente dei democratici («questa legge non può essere approvata così com'è»), gli attacchi di Di Pietro («si torna al Medioevo) e le frasi di Maroni («si arretra di 10 anni»), anche nel governo si contano i numeri parlamentari che potrebbero «premere» in direzione di modifiche che il Pdl decisamente rifiuta. «Il disegno di legge deve rimanere inalterato», intima Cicchitto. Mentre Casini, tirando le somme - e cercando di dare una mano anche a Monti - avverte che «se si continua così il governo prima o poi entra in crisi sul serio». Il fatto è che tra gaffe («I conti spagnoli preoccupano la Ue», aveva bacchettato Monti da Cernobbio, rischiando un incidente diplomatico con Mariano Rajoy) e impuntature, il premier sembra essersi infilato da solo in un campo da «sminare» (citazione da Casini che si è autoproclamato «sminatore»). «Per evitare di farsi attaccare dal Pdl»? Lo ipotizza qualche colomba governativa che, nel contempo, si interroga «sullo scambio che si prepara a chiedere Alfano...». Sta di fatto che certi compassati passi falsi di Monti tradiscono un nervosismo evidente. A Camusso, che durante il pranzo di Cernobbio avanzava riserve sulla coerenza tra nuovo articolo 18 e Costituzione (il ministro Balduzzi in Consiglio dei ministri aveva sollevato dubbi analoghi), il premier ha dedicato una risposta sorprendente. Evocativa (tra l'altro) di un recente inquilino di Palazzo Chigi. Il problema sarebbe quello di «avvicinare la Costituzione formale a quella materiale». Michele Ciliberto p SEGUE DALLA PRIMA La riforma presenta aspetti interessanti, riconosciuti da tutti, anche dalla Cgil. Perché resistere in questo modo e mettere a repentaglio un risultato importante, creando difficoltà al Pd e rischiando persino una crisi di governo? Credo che la risposta sia semplice ed evidente: perché nella scelta del governo si esprime in modo del tutto legittimo, ma intransigente, l'ideologia di Monti e di Fornero (e uso questo termine in senso forte, non, debolmente, come «falsa coscienza»). Un'ideologia assai potente, presentata come un elemento oggettivo, tecnico, ma imperniata su due elementi di fondo: il primato del mercato che deve essere lasciato libero di muoversi in modo spontaneo, senza interferenze esterne di qualunque genere esse siano; il rifiuto del principio della mediazione, da cui discende quello della «concertazione». Si discute con i sindacati o con i partiti, ma la responsabilità di prendere la decisione è solo e soltanto del governo. «In passato si è dato troppo ascolto alle parti sociali», ha detto due giorni fa il presidente del Consiglio, ribadendo la non negoziabilità della riforL'IDEOLOGIA DEI TECNICI NON HA NULLA DI NEUTRALE NINNI ANDRIOLO Primo Piano I propositi del premier Un passaggio stretto per il governo. Al rientro dal viaggio in Asia il premier dovrà vedersela con un fronte politico e sindacale che chiede la modifica dell'articolo 18. Evidente il nervosismo e c'è chi evoca la crisi. ROMA Lavoro, tutti contro Monti p Crescono i malumori tra i partiti e nello stesso governo per lo strappo compiuto sull'articolo 18 Il mercato del lavoro L'ANALISI Il problema? «Avvicinare la Costituzione formale a quella materiale» 2 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
Craxi, riformisti e sindacati «Èindispensabile, inquestofrangente,cheleforzepoliticheriformiste,comeaccaduto nel passato, non abbandonino il sindacato e determinino le condizioni migliori per un compromesso accettabile sul punto più controverso», è questo l'invito che Bobo Craxi del Psi ha inviato a tutti i «riformisti». Fausto Raciti segretario dei GD Conferenza nazionale sullaGiustizia. Camera dei Deputati Auletta dei Gruppi Parlamentari Via di Campo Marzio 78 Roma Venerdì 30 marzo 2012 ore 9.30-18.30 Per informazioni potete contattare il numero 06-67547926 forum.giustizia@partitodemocratico.it Conclude Pier Luigi BERSANI Introduce Andrea Orlando Per partecipare alla Conferenza è necessario accreditarsi. Per gli uomini è d'obbligo la giacca. E perché? «Ci hanno raccontato che con la fine della Prima Repubblica la democrazia sarebbe stata restituita nelle mani dei cittadini. Non è stato proprio così». Berlusconi adesso non c'è più. C'è Monti. Girando per la sala del vostro congresso è quasi impossibile trovare qualcuno col posto fisso. In compenso ci sono molti precari. La riforma del lavoro proposta dal governo li aiuta o no? «Si vedono i potenziali benefici, c'è il tentativo, non ancora compiuto, direi accennato, di accogliere alcune domande che in questi anni si sono sollevate dal mondo dei precari. Per esempio sulle partite Iva con mono-committenza, cioè le false partite Iva, sul costo dei contratti a progetto, sul tentativo di estendere gli ammortizzatori sociali che però non è sufficiente e andrebbe modificato in Parlamento». Ma i giovani ci guadagnano o no? «Ancora non ci guadagnano. C'è da sfatare un equivoco perché è vero che l'articolo 18 tutela una minoranza di questo Paese, ma basta guardare l'età media dei dipendenti dell'Ilva di Taranto, che è di 33 anni, per vedere che dentro quella minoranza ci sono tantissimi giovani. E quando si indeboliscono alcuni fronti c'è poi ricaduta su tutti gli altri». Siete voi il front-office degli antimontiani del Pd? «No, non siamo gli anti-Monti. Anzi pensiamo che il Pd faccia bene a sostenere il governo, e che lo sosterrà in maniera più forte quanto più sarà in grado di esercitare la sua capacità di rappresentanza. Per sostenere davvero Monti, bisogna aiutarlo a mantenere la sua azione sui binari per cui è nato. E lì c'era anche la coesione sociale». Sarete in piazza a fianco della Cgil? «Saremo vicini alle tre organizzazioni sindacali. Il problema del Pd non è sfilare a fianco di uno o dell'altro, ma rappresentare quel mondo in piazza e le sue istanze in Parlamento». Volete cambiare il Pd. Che partito sarebbe se alla guida ci fosse Raciti? «Non sono così arrogante da pensare che noi siamo più bravi degli altri, penso che però il nostro dovere oggi sia dare un contributo per consolidare un partito che vive un pluralismo male organizzato, che a volte rischia di metterne in discussione le fondamenta». Nessuna rottamazione? «Non appartiene al mio modo di intendere la dialettica politica, sono per il confronto sulle idee». Sui diritti civili nel Pd il confronto è difficile? «Nella nostra organizzazione anche con i ragazzi che hanno una sensibilità legata la mondo del cattolicesimo sociale ci siamo sempre capiti bene senza problemi. Il Pd potrebbe acquisire le nostre battaglie sul riconoscimento delle coppie di fatto e contro l'omofobia anche alla luce della sentenza della Cassazione». Non siete troppo di “sinistra” per il Pd? «Tutte le idee degli anni 90 su cui s'è fondata la differenziazione fra una sinistra riformista e una radicale sono schemi vecchi, morti, che la crisi ha spazzato via. Le cose più di sinistra che ho letto ultimamente le hanno scritte i cattolici, a cominciare dal Papa. Basta vedere cosa dice la Cei sull'articolo 18. Noi siamo di sinistra, certo, ma proviamo a fare una sintesi nuova». 17 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
TORINO Foto di Alfredo Falcone/LaPresse MASSIMO DE MARZI I n scia al Milan. Un colpo ditesta di Caceres e il primo golin campionato di Del Pieroconsentono alla Juve di batte-re l'Inter nel derby d'Italia edi restare a -4 dalla vetta, scacciando l'incubo di un altro pareggio casalingo. Per quasi un'ora la Signora ha sofferto contro la miglior versione dei nerazzurri degli ultimi due mesi, in un paio di circostanze Buffon ha dovuto fare gli straordinari (decisivo il portiere in avvio su Milito e poi su Stankovic), ma la gara è cambiata quando è entrato in campo Del Piero, che ha preso il posto di un Matri opaco e sciupone nel primo tempo. La classe e la verve dello storico capitano hanno dato il cambio di passo alla squadra di Conte, che ha sbloccato la situazione con un colpo di testa di Caceres (che ha un conto aperto con le formazioni meneghine, dopo i due gol al Milan nell'andata della semifinale di Coppa Italia) su calcio d'angolo di Pirlo, poi Vucinic si è divorato il raddoppio ma subito dopo ci ha pensato Del Piero a chiudere i conti, scatenando l'entusiasmo dello Juventus Stadium, che ha invocato a lungo il suo numero 10, riprendendo poi a sbeffeggiare gli storici rivali dell'Inter, ricordando con cori e striscioni i 29 scudetti conquistati sul campo dalla loro squadra e la prescrizione che ha salvato i nerazzurri dal rischio di una calciopoli bis. Ranieri non è riuscito a vendicarsi del suo passato, come gli era riuscito due volte (ma allo stadio Olimpico) quando era alla guida della Roma. La sua Inter ha giocato alla pari degli avversari per un tempo, sprecando troppo nelle ripartenze, ma ha avuto un apporto praticamente nullo da Forlan e dai centrocampisti, mancando completamente la reazione dopo aver subito la prima rete. Un difetto già emerso in molte altre situazioni in questa disgraziata stagione. La nuova Juve di Conte, invece, dopo aver ottenuto la qualificazione alla finale di Coppa Italia, ha ottenuto un nuovo primato, riuscendo a far meglio della squadra di Capello del 2005/2006, che rimase imbattuta per 28 giornate di campionato: ma quella era piena di futuri campioni del mondo e di fuoriclasse come Emerson, Trezeguet, Vieira e compagnia, quella di oggi ha un solo autentico fenomeno, Andrea Pirlo, oltre a un campionissimo vicino al capolinea come Del Piero. Una squadra partita per iniziare un nuovo ciclo, dopo due stagioni orribili, chiuse al settimo posto, che alla fine di marzo vede i bianconeri ancora in lizza per lo scudetto, quando negli anni passati a quest'epoca serviva il binocolo per vedere la vetta. Per tornare a vedere l'Inter lassù, invece, ci vorrà una maxi rifondazione, perché i nerazzurri di oggi hanno poco o nulla da cui ripartire e gli unici motivi di soddisfazione arrivano dalla formazione Primavera. Difficile, se non impossibile, pensare che il compito di guidare la rinascita venga affidato a Ranieri, mentre Conte spera in un regalo del Catania sabato prossimo per veder frenata la corsa del Milan e ridurre il distacco dal primo posto, battendo poi il Napoli nella partitissima della domenica sera. Il Napoli vede allontanarsi la Champions 2012-13 per la stessa ragione per cui è stato costretto a salutare quella di quest'anno: una difesa friabile come un biscotto, che sui calci piazzati si dissolve tradendo ingenuità da oratorio. Da un po' di tempo agli avversari non resta altro che incartare, ringraziare e portare a casa. Il beneficiario stavolta è Vincenzino Montella, che esce imbattuto dal San Paolo con il suo Catania dopo una partita dallo sviluppo abbastanza coerente ma dall'esito finale totalmente assurdo, nel corso della quale gli azzurri sono stati capaci di tutto e anche di più. Si sono portati sul doppio vantaggio in 6 minuti, hanno sfiorato il colpo del ko LA JUVE E DEL PIERO NON SI ARRENDONO Il Napoli s'avvelena la corsa Champions Dzemaili e poi Cavani: sembra fatta. Negli ultimi dieci minuti il Catania trova due gol, su angolo, punto debole dei campani L'Inter domina il primo tempo ma non segna Conte cambia e vince: dentro Alex, segna Caceres e poi anche il numero 10. E il Milan resta a 4 punti www.unita.it Alex Del Piero esulta dopo la seconda rete contro l'Inter Sport40 LUNEDÌ26 MARZO2012
p SEGUE DALLA PRIMA Quindi bisogna davvero chiedersi se non sia venuto il momento di affrontare l'annosa questione della tipizzazione del concorso esterno, in modo tale da potersi confrontare finalmente con una disposizione legislativa. D'altra parte, se meritano rispetto le posizioni favorevoli alla tipizzazione, lo meritano anche quelle contrarie, che non vanno liquidate con l'accusa di essere mosse dall'interesse di difendere il potere ampio e incontrollabile di avviare indagini a larghissimo spettro e durata senza una minima prospettiva di arrivare a un processo e a una sentenza. Sgombriamoil campoda queste accuse ingenerose, degne del peggior salotto televisivo, e avviamo un confronto franco e senza pregiudizi, anche perché sarebbe facile replicare che eventuali impostazioni accusatorie così spregiudicate potrebbero essere più agevolmente favorite da fantasiose ricostruzioni, fondate sul reato associativo anziché sul concorso esterno. Sicché, a essere consequenziali, si dovrebbe proporre non solo l'abolizione del concorso esterno, ma anche l'associazione per delinquere, comune e mafiosa, e nessuno credo abbia l'ardire di proporre tanto. Per scongiurare certi rischi, invece, basta applicare i principi fissati dalla Cassazione con rigorosa professionalità. Più che legittime mi sembrano invece le perplessità sui possibili esiti, oggi, di una tipizzazione del concorso esterno. E lo dico, sebbene io sia stato sempre, in linea di principio, favorevole alla tipizzazione. Certo, se il legislatore si chiamasse Visconti e la formula normativa approvata fosse quella che Visconti ha proposto, sarebbe difficile non convenire con lui che debba essere punito gravemente «chiunque si adoperi per avvantaggiare l'associazione mafiosa strumentalizzando il ruolo ricoperto in enti pubblici o privati oppure l'esercizio di una professione o di un'attività economica». Usciremmo una volta per sempre dagli equivoci della prova del nesso di causalità fra condotta del concorrente ed effettivo rafforzamento dell'associazione mafiosa, e avremmo un testo di riferimento preciso e concreto. Ma c'è qualcuno che crede che nel dibattito parlamentare odierno un'espressione legislativa del genere troverebbe il consenso per diventare legge? Lo scetticismo è legittimo. Non credo che basterebbe una previsione legislativa ad hoc per risolvere conflitti e problemi. Il concorso esterno non c'entra nulla. C'entra invece la qualità di certi imputati, i concorrenti esterni, i complici, la cui impunità va difesa a tutti i costi. Ci sono forse mai state polemiche per i tanti amministratori locali, pubblici funzionari o imprenditori, già condannati per concorso esterno e magari oggi in carcere in esecuzione della pena definitiva? Non mi pare proprio. Si è scatenata allora alcuna polemica sulla presunta genericità del concorso esterno, invocandone l'abolizione? Per nulla. È successo solo per Dell'Utri e qualche altro imputato eccellente, i vari potenti che, a torto o a ragione, innocenti fino a sentenza definitiva di condanna, sono stati processati per presunta collusione mafiosa. Ed è accaduto solo per le imputazioni di concorso esterno? Niente affatto. Il processo per collusione mafiosa, oggetto delle più feroci polemiche, è stato certamente quello contro Giulio Andreotti, che non era imputato di concorso esterno, ma di associazione mafiosa. Non c'e´ dimostrazione piú clamorosa che il problema non è la figura di reato, il concorso esterno, ma è una certa categoria di imputato che si vorrebbe per sempre impunito, visto che il processo al pm si scatena appena ci si permette di indagare su una certa categoria di persone a prescindere dalla figura di reato che viene contestata. E allora, se il problema non è il concorso esterno, ma i concorrenti esterni, appare velleitario pensare di risolverlo con una legge. Perché le cose sono due: o si modella un testo normativo come quello proposto da Visconti, ma è facile prevedere che una soluzione del genere verrebbe investita dalle solite polemiche ogni qualvolta la si volesse applicare nei confronti di un potente, ovvero si pensa di introdurre una tipizzazione così circoscritta da diventare l'abrogazione per legge della punibilità del concorso esterno. È indubbio che, in linea astratta, si possa prevedere una norma incriminatrice ad hoc che punisca la condotta «agevolatrice dall'esterno» dell'associazione mafiosa, con un ambito di applicabilità né troppo ampio né troppo ristretto, dotata di maggiore concretezza ma senza rinunciare alle sue potenzialità applicative. Occorrerebbe, però, un confronto serio e costruttivo, e senza doppi fini. Ed è un fatto che il clima meno rovente, apparentemente instauratosi da quando si è insediato il governo Monti, si rompe subito appena si affrontano certi temi, come dimostra appunto la vicenda Dell'Utri. Allora non credo sia questo il momento migliore per mettere mano ad un meccanismo così delicato come il concorso esterno, figura di reato strategica specialmente ora che la mafia è soprattutto mafia finanziaria, mafia dei colletti bianchi. Rischiosi gli arretramenti su questo terreno. Rinunciare in queste condizioni al concorso esterno sarebbe come rinunciare al principio di obbligatorietà dell'azione penale, introducendo un odioso discrimine all'interno dell'universo mafioso, condannando i «picciotti» per salvare i complici, che rappresentano sempre di più l'anima nera del sistema di potere mafioso. Ed invece dei complici dobbiamo salvare il principio di eguaglianza di tutti i cittadini anche di fronte alla collusione mafiosa. Foto LaPresse ANTONIO INGROIA Mafia e concorso esterno Non toccare ora il reato L'intervento Marcello Dell'Utri Primo Piano Se passasse la tipizzazione proposta da Visconti sarei favorevole. Ma oggi non ci sono le condizioni e si rischia di fare un regalo ai colletti bianchi e ai potenti Politica e giustizia 13 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
C ala il numero delle tu-tele, ma la loro esten-sione dovrebbe au-mentare. La riformadel lavoro ridisegna gli ammortizzatori sociali per i lavoratori. Cancellate la Cassa integrazione in deroga e la Mobilità, rimangono la Cassa integrazione ordinaria e quella straordinaria. Al via invece i Fondi di solidarietà per i tanti settori ora sprovvisti di Cig. Punto interrogativo invece sulla loro estensione alle aziende sotto i 15 dipendenti. «Estensione delle tutele in costanza di rapporto di lavoro». La perifrasi utilizzata dal Consiglio dei ministri per dare il titolo al capitolo della riforma del lavoro certifica le poche certezze in materia. L'intento era quello di allargare la platea dei lavoratori che oggi hanno forme di sostegno al reddito nei momenti di crisi delle loro aziende. Inizialmente Elsa Fornero voleva cancellare l'istituto della Cassa integrazione straordinaria. Alla fine, dopo le proteste di tutte le parti sociali che ne sottolineavano la funzionalità, specie durante la crisi, il governo l'ha mantenuta, cancellando però la causale per «procedure concorsuali per cessazione di attività». Una causale che secondo i sindacalisti oggi incide per il 15% sul totale delle ore usate per la Cassa integrazione straordinaria. Per le aziende che chiudono dunque non esisterà più questo passaggio: si andrà subito alla Mobilità e a regime, dal 2016-2017, all'Assicurazione sociale per l'impiego, il nuovo ammortizzatore sociale che si vorrebbe universale. Ma con l'Aspi i lavoratori oggi in Mobilità avranno una sensibile riduzione (progressiva) rispetto alla durata della tutela: per i 40enni da 24 mesi (36 al Sud) a 12 mesi, per i 50enni da 36 mesi (48 al Sud) a 12 mesi, per gli over 55enni da 36 mesi (48 al Sud) a 18 mesi. Il livello di copertura rimarrà sostanzialmente identico fino ai 1.200 euro lordi, aumentando leggermente per i redditi superiori. L'idea iniziale del governo era quella di allargare la Cassa integrazione ordinaria a tutti i lavoratori. Ma il fronte delle imprese è riuscito a bloccare il governo, trincerandosi dietro un aumento insostenibile (per loro) del costo del lavoro, visto che avrebbero dovuto aumentare le aliquote per finanziare la Cassa stessa. Per i settori ad oggi privi di Cassa integrazione ordinaria, in buona sostanza tutti tranne l'industria e l'edilizia, e che oggi sfruttavano la Cassa integrazione in deroga, ci sarà però l'obbligo di istituire, presso l'Inps, Fondi di solidarietà. La contribuzione sarà a carico del datore di lavoro (per 2/3) e dei lavoratori (il 1/3 restante). Ma la loro reale costruzione è demandata alle parti: imprese e sindacati. «È una soluzione accettabile - commenta Giorgio Santini, segretario generale aggiunto della Cisl - . Entreranno in vigore nel 2017, si spera a crisi finita, c'è tutto il tempo per metterli in piedi nei vari settoPiù Cig per tutti Ma se l'impresa chiude sostegno per un anno MASSIMO FRANCHI La Cassa straordinaria Il dossier La riforma allarga la platea per gli ammortizzatori sociali. I Fondi di solidarietà previsti non sono obbligatori: nelle piccole aziende si rischia di non avere nulla mfranchi@unita.it Oggi quella per “cessazione” riguarda il 15% delle ore L'assegno Resterà invariato fino ai 1.200 euro. Salirà per i redditi più alti Primo Piano Il mercato del lavoro 8 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
Il Pd sulla modifica dell'articolo 18 non arretrerà di un passo: partirà da qui la relazione del segretario Pier Luigi Bersani in apertura dei lavori della direzione nazionale convocata per stamattina. «La nostra posizione, che solo una settimana veniva descritta come isolata, oggi è condivisa non soltanto dalle parti sociali, ma dalla stessa Cei e da gran parte del Paese», ha detto anche ieri il segretario ai suoi collaboratori, mentre limava il discorso. E questo è un successo sul quale il segretario non intende affatto sorvolare: «C'era chi prevedeva scissioni e spaccature del nostro partito proprio sull'articolo 18, e invece non solo non è accaduto, ma siamo riusciti a riaprire una partita che sembrava chiusa perché noi sappiamo di cosa si parla quando si discute di lavoro, in Parlamento ci sono le nostre proposte di riforma del mercato del lavoro». E se Bersani conferma che questa sarà la linea e che «alla fine anche il Pdl dovrà sentire la sua base», la presidente del partito, Rosy Bindi, parlando a margine dell'iniziativa dei Giovani democratici a Pisa è anche andata oltre: «Penso che il Pd debba fare manifestazioni per fare capire ai giovani, alle donne, agli italiani tutti, che c'è un partito che mette al centro della propria azione politica il lavoro». Parlando dal palco, poco dopo, aggiunge: «A chi mi chiede come fa un partito a sostenere il governo e a manifestare contro alcuni provvedimenti che emana, io rispondo: ma come fa un partito come il nostro a non dire nelle sedi istituzionali e in ogni angolo del Paese che noi stiamo con i lavoratori e riteniamo il lavoro lo strumento fondamentale per la crescita del Paese?». Per Massimo D'Alema, intervistato da Fabio Fazio, l'impegno deve essere in Parlamento, «per trovare un ragionevole compromesso» sull'articolo 18 che «è solo una parte di una grande riforma che ha un obiettivo: rendere meno precaria la vita dei lavoratori». D'Alema, come lo stesso Bersani, riconosce «che ci sono delle novità importanti», ma ritiene che «si possa fare di più, soprattutto per l'universalizzazione degli ammortizzatori sociali». E spingere per questo non vuol dire mettere in difficoltà il governo, «ma renderlo più forte, fino al 2013». LA RIFORMA La riforma del lavoro è il passaggio più delicato per il Pd, dove comunque non sono certo passati inosservati i sondaggi (come quello pubblicato ieri sul Corriere della Sera) raccontano di un brusco calo del consenso al governo, fino al 44 per cento. Un segnale chiaro anche per i partiti che lo sostengono. Di questo non possono non tenere conto anche i montiani più convinti del Pd, da Letta a Veltroni, a Fioroni. L'ex ministro oggi tornerà sulla sua preoccupazione maggiore: «Bisogna evitare il contenzioso tra falchi, da un lato e dall'altro. Non vorrei che per ottenere il meglio assoluto si producano danni gravi anche al governo». Dai Modem, Achille Passoni, un passato nella Cgil, ribadirà che è necessario «lavorare affinché in Parlamento si arrivi a una modifica verso il modello tedesco». In tal senso il confronto con il Terzo Polo è già avviato e i margini sono ampi, diverso il discorso con il Pdl ma, come dice Sergio D'Antoni, «Alfano e il suo partito, così sensibili ai sondaggi, non potranno far finta di niente di fronte ai propri elettori, ai quali questa riforma non piace». I NODI DA SCIOGLIERE Riforma del lavoro e anche le prossime elezioni amministrative saranno un test importante prima delle politiche del 2013: nel 90 per cento dei comuni il Pd si presenta con Idv e Sel, il «nocciolo» della futura alleanza di governo, mentre in altri il centrosinistra si allarga all'Udc. Bersani oggi ribadirà che il centrosinistra di cui si parla non ha nulla a che vedere con l'Unione, «la nostra sarà un'alleanza aperta a quelle forze che hanno una cultura di governo, con le altre potrà esserci un confronto, niente di più». Per vincere le elezioni e dare un governo stabile al Paese, il segretario ne è convinto, il Pd «deve rivolgersi anche all'elettorato moderato, dobbiamo allargare l'alleanza e aprire la stagione delle riforme istituzionali e costituzionali per le quali l'appoggio e il consenso degli elettori moderati è fondamentale». La scorsa settimana ne ha parlato a lungo con Nichi Vendola - con il quale i rapporti in questo momento sono sicuramente più fluidi che con Antonio Di Pietro e l'Idv - e nelle prossime settimane darà un'accelerazione al coordinamento politico fra i partiti per iniziare ad affrontare anche i pilastri programmatici su cui qualunque alleanza dovrà saldarsi. Altro tema caldo della direzione saranno le primarie, dopo Genova e Palermo sono molte le critiche avanzate anche alla linea del Nazareno da parte della minoranza del partito. L'analisi di quelle appena effettuate, con al centro i risultati del capoluogo ligure e del caso siciliano, e l'annuncio di un appuntamento ad hoc, dopo le amministrative, per «mettere a registro uno strumento dice il segretario - che ha il nostro brand ma necessita di manutenzione». In direzione Bersani ribadirà anche che se il Pd non vuole allontanare la fiducia dei suoi elettori dovrà spingere per la riforma della legge elettorale, la riduzione del numero dei parlamentari e la riforma dei regolamenti. Beppe Fioroni Fa riflettere il brusco calo dei consensi per Monti MARIA ZEGARELLI Sondaggi Lavoro, Pd all'attacco Bindi: «Dobbiamo scendere in piazza» Oggi la direzione Pd. Bersani rivendicherà i primi risultati sull'articolo 18 e rilancerà l'alternativa per il 2013. Bindi: «Il partito dovrebbe fare manifestazioni per il lavoro». D'Alema: «La riforma va migliorata». pD'Alema «Cambiare la norma è un modo per rafforzare il governo» pOggi la direzione. Ampio consenso sulla linea della modifica al ddl Il mercato del lavoro «Facciamo attenzione a non mettere a rischio l'esecutivo» ROMA Primo Piano4 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
V olendo dare un'idea diciò che sta succedendonell'editoria per ragazzi(o almeno di ciò che si è potuto vedere alla fiera di Bologna che ha chiuso lo scorso giovedì dopo quattro intensissimi giorni di compravendite editoriali, ma anche dibattiti, presentazioni, mostre, incontri, anniversari), si potrebbe prendere un'immagine del bel libro di Giovanna Zoboli e Guido Scarabottolo Cose che non vedo dalla mia finestra (Topipittori, 64 pagine, 20 euro). Alla voce «persone che non pensano al futuro» appaiono un vecchietto con bastone, due bambini col cappello a punta, le orecchie d'asino e un ghigno ignorante, un ciccione con gelato in mano che si lecca i baffi e una automobile dallo scarico puzzolente. Scarabottolo, che è un grande artista, riesce a dare un enorme spessore a quattro figure apparentemente semplici. Uno spessore che ha quasi del vertiginoso, ma che mi sembra rappresenti molto bene lo stato dell'editoria italiana (e non solo per ragazzi) in quello che tutti dicono essere il suo momento più tragico. L'ASTINENZA Una crisi che la sta investendo come una tempesta: ma a parlarne con gli editori presenti alla fiera ne veniva l'idea che sì, la crisi, ma la soluzione anche sta lì, ben chiara, davanti ai loro occhi, e che si stanno applicando per praticarla nella convinzione che sia il modo giusto di resistere all'ondata d'urto. Nervi saldi, qualità delle scelte editoriali, valorizzazione del catalogo, oculata pazienza nel coltivare le immagini e la scrittura dei loro libri come con un orto che darà i suoi frutti nel tempo. L'impressione è che il mercato GIOVANNI NUCCI nuccig@gmail.com @giovanninucci LA CRISI SALVATA DAI RAGAZZINI Sono nientemeno che le parole di Omero a fare da incipit a questo libro prezioso e solenne che accompagna i bimbi alla scoperta degli alberi (Raccontare gli alberi, pagg. 48 , euro 24, Rizzoli). A cominciare dall'ulivo dalle foglie argentee e dalla natura generosa. Fa parte del paesaggio mediterraneo da almeno seimila anni, praticamente da prima dell'inizio della nostra civiltà. E poi il fico con i suoi dolcissimi frutti, il pino che fa subito paesaggio marino. E ancora il mandorlo con la sua fioritura candida e altri ancora. Pagine illustrate da Pia Valentinis e Mauro Evangelista, privilegiando matite e colori muschiati, con testi curatissimi di Parazzoli e Giusi Quarenghi. Regalo indispensabile per aprire orizzonti verdi agli uomini e alle donne di domani. www.unita.it Che succede all'editoria? Se è vero che la tempesta ha investito anche questo settore, forse vale la pena ricominciare proprio partendo dai libri VERDI SCOPERTE La natura degli alberi anima del mondo Culture34 LUNEDÌ26 MARZO2012
PAOLO BUTTARONI L'analisi F orse è un segno dei tem-pi che un governo «tecni-co» disegni una riforma -quella del mercato del la-voro - che più politica non si può. E le implicazioni sociali ed economiche non hanno certo contorni vaghi e indefiniti; gli indirizzi del presidente del Consiglio sono precisi: nel breve, medio e lungo periodo. Piaccia o no, è così. E dopo gli anni della convivenza del tutto con il suo contrario, degli annunci, dei rinvii e delle riforme di cui si è persa traccia, il merito della chiarezza va riconosciuto. È evidente, però, il cambio di registro degli ultimi mesi. Il mandato conferito a Monti era di affrontare l'emergenza economica nel segno della massima unità possibile. Regole d'ingaggio non scritte, che avevano consegnato a Mario Monti la maggioranza più ampia della storia della Repubblica. Un conferimento che, nella sua impostazione iniziale, suggeriva cautela nell'affrontare alcune questioni politiche ad alto rischio di generare turbolenze e instabilità. Il presidente del Consiglio - pur dalle prese con una maggioranza innaturale - ha scelto, invece, di lanciare una sfida che costringe le forze di maggioranza ad alzarsi dalla panchina e a scendere in campo. Ora, è inevitabile: tutti dovranno fare chiarezza e dire da che parte stanno. A cominciare dal Pd e dal Pdl. Le risposte dei partiti non si sono fatte attendere. Con Bersani: «Molte cose di questa riforma del lavoro le appoggiamo, altre no», ma «il Pd starà dalla parte dei lavoratori». Con Alfano: «Se si lavora a qualche modifica, non si può immaginare che siano di un solo colore». Con Di Pietro: «Dal governo una dichiarazione di guerra guerreggiata ai lavoratori e ai giovani». Con Casini: riforma «che migliora la situazione». La scelta di affidare la riforma a un disegno di legge non è stata dettata dal recupero di una qualche forma di cautela. È stato, invece, l'incipit di una partita la cui fine coinciderà con le prossime elezioni politiche, quando Parlamento e governo assumeranno le forme della terza Repubblica. La riforma del mercato del lavoro segna, quindi, lo spartiacque tra un governo tecnico e un governo politico. Una svolta con il passato nei metodi e nei contenuti. Nel metodo perché manda in soffitta la concertazione e il patto che - da Ciampi in poi conferiva alle parti sociali un ruolo decisivo nelle scelte che riguardavano le politiche del lavoro e del welfare. Monti e Fornero hanno sostenuto che il metodo della concertazione non era più praticabile nelle forme del '93 perché i sindacati non avrebbero comunque sottoscritto l'accordo. Probabilmente è vero, ma andare avanti, ponendo fine alla concertazione, è stata una scelta politica, non tecnica. Così come politiche - e non tecniche - sono state le scelte di contenuto. A cominciare dalla rimozione della norma-simbolo dello Statuto dei lavoratori: l'articolo 18. La disciplina, cioè, che garantisce, a chi viene licenziato senza giusta causa, il reintegro nel posto di lavoro nelle aziende con più di 15 dipendenti. Al suo posto andranno tutele più generiche e ad ampio spettro discrezionale. Ed è indicativa, in tal senso, la dichiarazione dello stesso premier rispetto al rischio di licenziamenti basati su motivazioni diverse da quelle previste nel perimetro della riforma. «Vigileremo» ha detto Monti. Una risposta che derubrica il tema nella categoria “quisquilie”, perché è evidente che un sistema giuridico deve poggiare su norme vincolanti e inderogabili, e non su vaghe forme di vigilanza sanzionate da rimbrotti di natura morale. L'ispirazione della riforma dovrebbe andar bene alla Fiat di Marchionne, piuttosto che al modello di fabbrica al quale si ispirava e aspirava, neIl nodo dell'articolo 18 Scegliere il modello Usa o quello tedesco PRESIDENTE DI TECNÈ L'osservatorio Primo Piano Non è lo Statuto dei lavoratori che grava sulla competitività delle imprese quanto invece la burocrazia, le troppe tasse, i ritardi nei pagamenti della PA Monti ha compiuto una scelta politica per chiudere con la concertazione La società 10 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
«Se il giudice sbaglia è sempre lo Stato che deve farsi garante» La vicepresidente Anm, «giudice ragazzina» dei processi difficili. «Nessun ribaltone fra le toghe La nuova giunta ha il 70 per cento dei consensi» Intervista a Anna Canepa circuiti di partecipazione democratica in grado di mettere a fuoco interessi collettivi e ricostruire il tessuto sociale lacerato, mancherà soprattutto la visione. Quella che in questi anni si è perduta - nella lunga indifferenza della politica nazionale verso l'obiettivo dell'unificazione economica e sociale del Paese - tra derive personalistiche e localistiche, con cui spesso anche a sinistra si sono vinte elezioni e primarie, agevolate dalle legislazioni elettorali (dai vizi troppo a lungo ignorati) e dal clima culturale di “particolarismo territoriale”. Nel Mezzogiorno, piaccia o meno, la dinamica economica è largamente dipendente da un motore pubblico ingolfato, dunque bisogna sciogliere la tensione tra stabilità e sviluppo che immobilizza l'Europa, e che si scarica in maniera devastante sui già deboli equilibri democratici dei suoi Sud. Da noi il primo strumento a cui rimettere mano è il patto di stabilità interno, che ha determinato il crollo della spesa per investimenti (dal Sud al Nord), e insieme ad altre inefficienze amministrative e infamie politiche è stato causa maggiore del rallentamento della spesa dei fondi strutturali europei (la vasta perdita delle risorse, per inciso, è tutt'altro che scongiurata nonostante l'impegno straordinario del ministro Barca). Ma è una battaglia che la politica nel Mezzogiorno può condurre solo se avrà ritrovato credibilità, alzando l'asticella dell'efficienza e della competenza più che altrove, per restituirla a un'intera società rimasta da un decennio ai margini di ogni processo di sviluppo e che ora si avvita in quell'arretramento che non è mai solo materiale. Una credibilità che può venire solo da uomini come Salvatore Scalzo, il candidato sindaco di Catanzaro, giovane preparato e con intelligenza del mondo, un “uomo nuovo” che certo non ha passati da farsi perdonare ma che pure non cede alle fascinazioni populiste, da donne come Loredana Capone, che a Lecce si rivolge a quelle casalinghe offese dal bel sindaco, parlando loro di asili nido e progetti per la città. Giovani e donne che di fronte alla gravità e all'altezza della posta in gioco sanno che non è più tempo dei giustizieri di ogni problema e delle loro parole esose, e cercano di riattivare quella partecipazione e quella tensione democratica che non si esauriscono solo nel voto. Dopo la sbornia triste delle primarie a Palermo - e la corsa traditrice e solitaria di Orlando - Ferrandelli ha il difficile compito di imboccare, con sobrietà e coraggio, il sentiero stretto del riformismo, della ragione, a Sud. N el 1989, appena vinto ilconcorso in magistratu-ra, ha avuto quella chedefinisce la sua «piùgrande fortuna»: essere assegnata alla procura di Caltagirone e diventare «un giudice ragazzino», allieva di Paolo Borsellino. Da allora vent'anni nell'antimafia e nell'antiterrorismo. E un'indagine difficile da dimenticare come quella sugli scontri al G8 di Genova. Oggi è sostituto procuratore nazionale antimafia e coordina le indagini tra la Liguria e la Lombardia. Sabato è stata eletta vicepresidente dell'Associazione nazionale magistrati, l'incarico più alto, per una donna, al vertice della magistratura associata, dopo la presidenza di Elena Paciotti (1994). Elezione tribolata, giunta non unitaria. L'Anm esce indebolita da questo passaggio? «Direi di no, in base ai numeri e ai programmi. È una giunta Unicost-Area che rappresenta il voto del 70% circa dei magistrati. E con un programma molto chiaro e definito in continuità con quello della giunta precedente (di cui faceva parte, ndr) a cui dobbiamo dire grazie perché s'è trovata a dover fronteggiare uno dei momenti più drammatici nella storia della magistratura sia per il contesto politico che per la questione morale esplosa anche nella nostra categoria a seguito di alcune inchieste. Nonostante tutto questo è stata una Giunta che ha saputo essere propositiva sulle riforme, sulle questione morale e sull'autoriforma. Ecco, noi ripartiamo da lì: dalle proposte, dalla difesa dei principi costituzionali e dalla questione morali». E però, risultati delle urne alla mano, sono al governo del sindacato delle toghe le correnti di centro (Unicost) e di centro-sinistra (Md e Movimenti che hanno dato vita al cartello Area). Mentre Mi, la corrente moderata che ha guadagnato consensi, è all'opposizione. È un ribaltone? «Questa giunta ha il consenso della grande maggioranza della magistratura. La nostra categoria non ha bisogno di esaltazioni personalistiche ma di un gruppo di persone che agisca nell'interesse di tutti. Nello specifico dico che al centro deve esserci il programma che nel nostro caso mette in prima fila la questione morale, la difesa delle prerogative costituzionali oltre che le condizioni di lavoro dei magistrati». Sembra che anchela magistratura, nella sua rappresentazione sindacale, soffra del momento politico di confusione e diffidenza. Proposta B, la lista-novità di queste elezioni, nasce da questo. E anche loro sono all'opposizione. «Proposta B è una stimolante novità che abbiamo apprezzato. La novità è stata anche Area, il cartello elettorale che ha raccolto le correnti di centrosinistra. Abbiamo voluto in questo modo dare spazio a tutti i colleghi, soprattutto più giovani, che hanno identità culturali precise, non si sono mai voluti iscrivere a una delle correnti ma vogliono partecipare». Il primo impegno politico dell'Anm sarà la legge sulla responsabilità civile dei magistrati in discussione al Senato. Troverete un accordo? «L'asticella è bloccata in un punto in alcun modo superabile: la tutela dell'indipendenza di giudizio della giurisdizione. Un magistrato non può diventare oggetto di pressioni e ricatti di tipo economico. E poi l'Europa non ha mai chiesto la responsabilità diretta del giudice ma che lo Stato intervenga a garantire il risarcimento dei diritti di terzi che vengono danneggiati». Contemporaneamente il Parlamento sta discutendo di corruzione. Il governo va nella direzione giusta? «Dobbiamo guardare all'Europa che detta l'agenda anche in questa materia. Ben vengano nuovi reati come la corruzione tra privati e il traffico di influenza illecita. Noi siamo favorevoli alle scelte che rendono più pressante l'attività repressiva dello Stato nel contrastare una piaga come la corruzione che così tanto squalifica il paese in termini economici». Potrebbe sparire il reato di concussione. Il processo Ruby, dove l'ex premier è imputato per concussione, rischia di perdere la strada? «Qualunque legge lo Stato voglia modificare non deve lasciare spazi di impunità su condotte e comportamenti gravi». Il governo deve intervenire sulla prescrizione? «L'Europa ci chiede in modo pressante di allungarne i tempi». Il Pdl ha ottenuto di rimettere sul tavolo anche le intercettazioni. «Per noi la strada è chiara: massimo rispetto della privacy ma guai a privarci di uno strumento essenziale per le indagini». Il processo Ruby «Il reato di concussione può essere cancellato o modificato ma guai a lasciare spazi di impunità per condotte gravi» CLAUDIA FUSANI Foto di Luca Zennaro/Ansa ROMA cfusani@unita.it Anna Canepa, vicepresidente Anm «Gelmini cancella il Sud» «L'exministrodell'IstruzioneMariastellaGelminiconunasemplicedirettivahacancellato dai programmi scolastici delle superiori gli autori meridionali del '900. Una vera e propria indecenza». Lo ha sottolineato in una nota Ugo Grimaldi (Grande Sud), in riferimento alle«lineeguida2010»destinateaidocentidegli istitutisuperiori,stilatedalministroGelmini. 15 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
sta bene, abbiamo avuto occasione di scambiare una battuta. Non sappiamo come mai hanno liberato mio padre e non l'altro ostaggio. Preoccupata per il rapimento? Sono sempre stata preoccupata, fin dall'inizio della vicenda. Adesso speriamo che la stessa gioia cosa possa accadere anche alla famiglia di Paolo». “Ora – ripete Valeria - vorremmo mantenere l'intimità, un '”low profile”, un basso profilo. Ho parlato con papà e adesso aspettiamo, anche lui deve capire cosa deve fare». DIPLOMAZIA IN AZIONE «Claudio Colangelo è libero», conferma in una nota il ministro degli Esteri Giulio Terzi spiegando che Colangelo «ha parlato al telefono con il console generale Joel Melchiori a Bhubanesvar e gli ha riferito di trovarsi in buone condizioni e di essere in viaggio con alcuni giornalisti indiani che erano riusciti a raggiungere la località dove erano trattenuti i nostri connazionali». «Abbiamo subito comunicato la notizia ai suoi familiari - prosegue Terzi - condividendo con loro la grande soddisfazione della Farnesina e mia personale e sto cercando di mettermi direttamente in contatto con il nostro connazionale». «Dobbiamo ora riportare a casa anche Paolo Bosusco». «Il risultato di oggi (ieri, ndr) – rimarca Terzi - rappresenta per tutti coloro che in questi giorni sono stati impegnati senza sosta sulla vicenda una motivazione ancora più forte per proseguire il lavoro verso una soluzione positiva anche per questo caso. In tal senso continuiamo a contare sulla collaborazione e disponibilità da parte dalle Autorità indiane centrali e dell' Orissa». Sul prosieguo delle trattative ed eventuali ipotesi sulle sorti del secondo ostaggio italiano, il ministro sottolinea: «Canali aperti e dialogo ci sono. La vita e la tutela degli ostaggi hanno un valore assoluto. Ora seguiamo con apprensione le sorti di Paolo Bosusco, è tutto positivo ma non abbassiamo la guardia. Io spero in una risoluzione rapida, ho parlato con la famiglia e c`è un ottimismo maggiore vista la liberazione di Colangelo». In serata il «chief minister» dell' Orissa Naveen Patnaik, ha rivolto un nuovo appello ai maoisti perchè rilascino il secondo italiano rapito Paolo Bosusco e il parlamentare Jhina Hikaka. Parlando in diretta alle televisioni indiane, il politico ha reiterato la richiesta ai «maoisti di Khandamal e di Koratpur di rilasciare al più presto i loro ostaggi senza far loro del male». Q uattro giorni fa, a unasettimana dal seque-stro, gli analisti indianie l'intelligence italianaavevano finalmente inquadrato il problema e indicato la via da seguire: puntare sulle divisioni tra i maoisti. Aprire il tavolo delle trattative per evidenziare ulteriormente le spaccature tra le varie «anime» dei ribelli indiani. Divisioni interne ai maoisti dell'Orissa e anche incertezze su come gestire il primo sequestro di stranieri hanno contrassegnato gli ultimi frenetici giorni caratterizzati da un' escalation della violenza che ha portato prima al deragliamento dei negoziati e poi alla liberazione di Claudio Colangelo. Intervistato dalla tv Ndtv, che ha avuto un ruolo cruciale nel rilascio, il leader dei ribelli Sabyasachi Panda ha parlato di «gesto di buona volontà». I media indiani avevano ipotizzato che l'italiano non fosse in buone condizioni di salute, cosa che non si è rivelata vera. In realtà, i retroscena del rilascio di Colangelo evidenziano una lotta intestina tra le diverse fazioni dei «naxaliti», come sono chiamati i maoisti indiani. Il rapimento dei due italiani, il primo sequestro di stranieri nella storia del gruppo ribelle, è stata un'iniziativa personale di Sabyasachi Panda, un leader di «rango intermedio», ma che ambisce a contare di più nella rigida gerarchia maoista e soprattutto che mal sopporto la dominanza di guerriglieri provenienti dal vicino Andhra Pradesh, che appartengono all'etnia «telugu» e hanno anche un'altra lingua, distinta da quelli degli orya» del vicino Orissa. Non è un caso che mentre i negoziatori di Panda chiedevano un «cessate il fuoco» durante le trattative in corso a Bhubenaswar, i maoisti dell'Andhra Pradesh scatenavano un putiferio. Tre giorni fa hanno ucciso un funzionario della polizia e ieri hanno alzato il tiro catturando il parlamentare Jhina Hikaka, di 34 anni, appartenente alla comunità tribale e dello stesso partito del chief minister dell'Orissa Naveen Patnaik. «Questi incidenti mostrano che Panda non ha il supporto dei suoi compagni che si oppongono alle sue attività e alla sua intenzione di salire nella gerarchia», ha riferito una fonte della polizia. Non è un mistero che Panda punta a entrare nel politburo del Communist Party of India, ossia l'organizzazione clandestina dei maoisti indiani. Secondo Ajai Sahni, esperto di controterrorismo e direttore dell'Institute for Conflict Management di New Delhi, «Panda controlla soltanto altri tre distretti oltre Kandhamal, cioè Ganjam e parte di Gajpati e Rayagada». Oltre queste aree ci sono delle fazioni rivali con cui è spesso in disaccordo. L'isolamento del capo ribelle, considerato un «moderato», è già emerso in diverse occasioni. La frattura interna si è aperta con la decisione di Panda nel 2008 di uccidere il santone indù Laxmanananda Sarawati. L'assassinio fu messo in connessione con la minoranza cristiana e scatenò orribili pogrom contro chiese, scuole e orfanotrofi cristiani di Kandhamal. Stavolta il rilascio di almeno uno dei due italiani (il «gesto di buona volontà») deve essere apparso agli occhi di Panda il male minore per evitare ulteriori spaccature e favorire una distensione con le autorità dell'Orissa, puntando sull'altro ostaggio ancora nelle sue mani - Bosusco - per cercare di riannodare il filo delle trattative. 30.marzo .2012 Accademia di Belle Art i > Perug ia Volta la carta Storie d i cultu ra digit ale 26.marz o.201 2 Sala Fittaioli , Palazzo Co munal e > Folign o Sceglier e l'arte e l a cultu ra come mestier e 12.marzo .2012 Teat ro del P avon e > Perug ia Cultur a del paesaggio: dal piano regio nale a una n uova vita del pat rimonio c ultural e U.D.G. La Farnesina Dietro il rilascio la spaccatura tra i guerriglieri Il leader della formazione Sabyasachi Panda, considerato un «moderato», sarebbe stato «isolato» dalle fazioni rivali Il capo del gruppo: «È stato un gesto di buona volontà» Il retroscena Il ministro: «Per l'altro ostaggio spero in una soluzione rapida» San Suu Kyi ferma la campagna Su indicazione medica, Aung San Suu Kyi, leader dell'opposizione birmana, è stata costretta ad annullare la fine della sua campagna elettorale in vista del voto del 1 aprile. «Deveriposarsi acasa»,ha dettoun portavoce. SuuKyisi trova almomento «sottoflebo» a Myeik, nell'estremo sud della Birmania, dove avrebbe dovuto tenere un comizio. 19 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
ma del lavoro. Si potrebbero citare molti esempi a conferma di questa ideologia: il ministro Fornero ha argomentato il rifiuto a una modifica dell'articolo 18 sostenendo che solo il padrone della fabbrica - e non certo il giudice - è in grado di stabilire se e quando licenziare un dipendente; il presidente Monti ha sostenuto che la Fiat deve ricordarsi di quanto l'Italia ha fatto per lei, ma può investire dove ed quando vuole. Questo sul piano dei contenuti. Sul piano della forma il governo ha proceduto sia con le pensioni che con il mercato del lavoro in un modo altrettanto coerente con questa ideologia: intervenendo «dall'alto», con un atteggiamento di tipo «giacobino», senza un reale confronto con le parti sociali e le forze politiche - con un netto rifiuto, come si è detto, della «mediazione», vista come origine di tutti i mali. In breve: si tratta di un'ideologia compatta, organica, della quale occorre prendere piena coscienza per capire dove il governo si propone di guidare la società italiana. Un'ideologia confermata da quella battuta, a dire il vero raggelante, che il premier avrebbe rivolto a Camusso: «Dobbiamo avvicinare la Costituzione formale a quella materiale». La domanda da porre, con spirito costruttivo, è questa: il governo Monti ha avuto, certo, meriti importanti ed è stato giusto favorire la sua nascita e sostenerlo, ma l'Italia ha bisogno di questa ideologia per riprendere a svilupparsi e crescere? È questo il riformismo di cui ha oggi bisogno il nostro Paese? Non si tratta di una ideologia di corto respiro strategico e soprattutto distante dalle esigenze reali dell' Italia oggi? Oggi l'Italia ha bisogno soprattutto di nuovi «legami» .Questione centrale e delicatissima, essa è ben presente anche ad alcuni dei «tecnici» che sono al governo (basta pensare ad Andrea Riccardi ). Ma - e sta qui il punto discriminante fra vecchio e nuovo riformismo - è alla luce dei diritti che vanno ripensati i nuovi «legami» da costruire nel nostro Paese. Senza diritti i «legami» diventano infatti una gabbia inaccettabile. Se mi è consentito usare un termine filosofico, i diritti costituiscono la dimensione «trascendentale» del processo storico e come tali, una volta acquisiti, non sono alienabili. Tra democrazia e diritti c'è un nesso diretto, organico. Il nostro Paese, per la crisi da cui è attraversato, oggi non ha bisogno di interventi che favoriscano la divisione, la contrapposizione tra individui, classi, ceti; non necessita di provvedimenti che contrappongano, in fabbrica, capitale e lavoro. Ha bisogno di politiche che generino coesione, riconoscendo un ruolo ai corpi intermedi. Si tratta di scelte sempre opportune, che diventano addirittura indispensabili in tempi di crisi come questi. La cultura della mediazione è fondamentale per la democrazia: attraverso di essa si esprime la possibilità, e la capacità, di misurarsi positivamente con le contraddizioni della realtà e di trovare, volta per volta, un punto di equilibrio, in grado di sospingere avanti l'insieme del sistema sociale e politico. E la mediazione nel senso forte del termine - implica il concetto di politica, mentre l'ideologia dei «tecnici» si pone, volutamente, al di fuori della dimensione sia della mediazione che della politica. Si può dire che l'idea stessa di riformismo moderno per alimentarsi ha bisogno di mediazione - cioè di partiti - e di diritti. Al fondo, si confrontano due prospettive diverse, entrambe legittime. Converrebbe cominciare a parlarne, confrontandosi in modo aperto anche per ridare respiro e dignità alla politica. Come sapeva già Tocqueville, che era un liberale: «Con l'idea dei diritti gli uomini hanno definito ciò che sono la licenza e la tirannide... senza rispetto dei diritti non vi è grande popolo; si può quasi dire che non vi è società». Foto di Giuseppe Lami/Ansa Staino E Casini chiede il time-out Mario Monti con la ministra Elsa Fornero, nei banchi del governo alla Camera Di Pietro: «Torniamo al Medioevo». Il leader dell'Udc accusa Pd e Pdl: «Così rischiamo la crisi» Calderoli: Monti come Schettino «PochepersonesipossonoparagonareaMonti,amevieneinmenteSchettino,cista portandocontrogliscogli»: lohadettoRobertoCalderoli.«Unuomochemistacosìsullep... come Monti non l'ho mai trovato», ha aggiunto l'ex ministro leghista che trova «stimolante»essereall'opposizione,«èstatomoltodifficileesserealgovernoinunmomentodicrisi». 3 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
gli anni Cinquanta, Adriano Olivetti. Probabilmente, nell'economia generale della riforma, era utile ma non indispensabile sottrarre alla disciplina dell'articolo 18 il contenzioso tra lavoratori e imprese in materia di licenziamenti. Non era indispensabile perché, di fatto, non risolve i problemi che rendono difficile l'ingresso nel mondo del lavoro stabile. È molto più importante, in tal senso, il riequilibrio, previsto dalla riforma, tra i costi del lavoro a tempo indeterminato e determinato. Quest'ultimo diventa più oneroso e limitato nel tempo, giacché le imprese potranno farne ricorso solo fino a un massimo di tre anni. Cancellare l'articolo 18, oltretutto, non servirà a dare slancio al sistema Italia, perché la norma riguarda soltanto il 3% delle imprese (ma quasi la metà degli occupati) mentre il restante 97% è soffocato dalla concorrenza sleale, dalla burocrazia, dalle tasse, dalla stretta creditizia e dai ritardati pagamenti, soprattutto da parte della pubblica amministrazione. Alla miriade di piccole e piccolissime imprese, la nostra struttura economica e produttiva, serve ben altro. Banche e governo in primis: le prime ridando fiducia agli operatori economici e alle famiglie, il secondo riducendo il peso della burocrazia e immettendo valore nel sistema con investimenti che aiutino concretamente il Paese a ripartire, cominciando dai consumi interni. Per questi motivi, cancellare il simbolo dello Statuto dei lavoratori ha un valore più politico che di cifra economica. La stessa ragione che probabilmente ha portato Monti a non accogliere la disponibilità dei sindacati sulla flessibilità in uscita. Disponibilità che riguardava l'adozione del modello tedesco e che affida al giudice la scelta tra reintegro e indennizzo, qualora il licenziamento per motivi economici si rivelasse immotivato. Ma il connotato politico è soprattutto un altro: con la riforma cambierà il focus della regolamentazione, che non sarà più sui lavoratori, ma incentrato prevalentemente sul rapporto tra offerta e domanda. È questo il cambio di prospettiva della riforma Monti-Fornero. Una riforma che contiene aspetti indubbiamente innovativi e positivi, soprattutto nel momento in cui disincentiva il ricorso al lavoro precario da parte delle imprese e rende finalmente performanti i percorsi formativi. Sistema che, però, nell'impostazione complessiva, si dispone sul modello anglosassone piuttosto che su quello europeo, quello tedesco, che sembrava dovesse ispirare il testo in discussione. La riforma cambia i paradigmi che hanno fin qui regolato il rapporto tra mondo del lavoro e impresa, spostando a livello aziendale il piano della relazione e invertendo la direzione di marcia che aveva portato le imprese minori a organizzarsi localmente come se fossero una sola grande impresa e quelle maggiori ad articolarsi come se fossero un insieme di piccole realtà. Il Parlamento dovrà decidere se scegliere un modello economico a metà tra gli Stati Uniti di Clinton e l'Inghilterra thatcheriana, oppure riorientarsi verso un sistema che ci avvicina alla Francia e alla Germania. Dal suo punto di vista Monti ha ragione quando dice che il testo è blindato: la riforma può accogliere piccoli aggiustamenti, ma non grandi cambiamenti che ne stravolgerebbero l'impianto e quindi gli effetti. I partiti dovranno scegliere, pensando se è quello che serve all'Italia e se il Paese ha una struttura economica adatta a ospitare una regolamentazione come quella varata dal Governo. Il fischio d'inizio è stato dato. Adesso la politica giochi la partita più importante. Foto di Roberto Monaldo/LaPresse Parola al Parlamento Operai alla catena di montaggio L'articolo 18 riguarda il 3% delle imprese e la metà degli occupati Alemanno lista civica di famiglia «Oggi si rilancia la mia candidatura e sono sicuro di non essere solo in questa grande sfida». Così il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, alla presentazione di «Rete attiva per Roma».Unpassoversolalistacivicainvistadelleelezionidel2013,anchesepostacomeretedi associazioni impegnate nel sociale e famiglie. Infatti c'è anche la moglie, Isabella Rauti. 11 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
Il vento del cambiamento che ha investito la Spagna ai tempi della grande crisi ancora una volta si è materializzata in forma di una debacle per i socialisti. Tutti i sondaggi avevano predetto una vittoria schiacciante dei popolari, ancora una volta, nelle elezioni per il rinnovo del parlamento autonomo dell'Andalusia. E così è stato. I primi exit poll lasciano poco spazio all Il Pp ha ottenuto tra i 52 e i 55 seggi dei 109 necessari per governare la regione con una comodissima maggioranza assoluta. Sconfitta annunciata per i socialisti, che perdono la loro storica roccaforte fermandosi ad un risultato che oscilla tra i 45 e 48 seggi (nel 2008 erano 56) mentre Izquierda Unida è in crescita con un risultato che si attesta intorno ai 10 seggi. Una vittoria estremamente importante per i popolari e per il loro veterano candidato, Javier Arenas (alla terza prova elettorale per il posto da governatore), che in campagna elettorale si era presentato sotto lo slogan «Il cambiamento andaluso». I socialisti, con il fiato ormai cortissimo, avevano invitato a continuare nel «Percorso sicuro», chiedendo il voto per il presidente in carica, José Antonio Griñan, ex ministro con Felipe Gonzàlez e neo-presidente del Psoe. Proprio l'incarico di presidente nazionale del partito era stato affidato a Griñan direttamente dal segretario generale, Alfredo Pèrez Rubalcaba, per sostenerlo nella difficile, se non addirittura impossibile, missione di mantenere la roccaforte dei socialisti in mano alla formazione che l'ha governata senza soluzione di continuità dalla fine del franchismo. Un'impresa titanica, sotto tutti gli aspetti, anche per un economista dal temperamento forte, ma condannato alla sconfitta nel peggior momento della storia recente del partito di centrosinistra spagnolo. Conservare l'Andalusia si era trasformata nell'ultima speranza per un Psoe fortemente provato e in pessima forma. L'hanno logorato soprattutto la batosta elettorale dello scorso 20 novembre, in cui i popolari si sono aggiudicati la maggioranza assoluta nelle Cortes di Madrid, ma anche le lotte intestine per il rinnovo dei vertici del partito hanno avuto il loro peso. IL VOTO DI PROTESTA Perdere l'Andalusia ha un significato simbolico pesantissimo per l'ex partito di Zapatero. Questa è la regione in cui nacque Gonzàlez, quella da cui provengono un foltissimo gruppo di ex ministri e uomini forti del socialismo spagnolo. La regione più popolata del Paese (con 8,4 milioni di abitanti), quella in cui lo Stato è il principale datore di lavoro (17 lavoratori su 100 sono impiegati nell'amministrazione), ma anche quella in cui il tasso di disoccupazione è più alto, al di sopra al 31% della popolazione attiva. Il dato che meglio riassume il clima in cui si è svolto questo voto cruciale è quello secondo cui un andaluso su sei tra quelli che ieri sono andati a depositare il proprio voto per il rinnovo della Junta è senza lavoro. Non è difficile, in questo contesto, spiegarsi come mai anche il fortino rosso della Spagna abbia abboccato alla promessa di cambiamento con cui il partito di Rajoy sta avanzando a marce forzate in tutta la penisola. Le uniche eccezioni in una mappa nazionale completamente dipinta di blu sono la Catalunya (in mano al partito nazionalista catalano Convergencia i Unió), i Paesi Baschi (governati da una coalizione tra Psoe e Pp) e le Asturie (piccola regione in cui si è votato proprio ieri e in cui governeranno probabilmente il Psoe in coalizione con Izquierda Unida). Se poi il tutto viene condito da vari scandali di corruzione che coinvolgono le più alte sfere della trentennale amministrazione socialista, ecco che il cocktail di indignazione, disaffezione politica (l'affluenza alle urne ha toccato i minimi storici con un tasso di astensione vicino al 40%) e voglia di cambiamento è servito. Un humus perfetto anche per i popolari, che hanno fatto promesse, ma non ne hanno ancora mantenuta nessuna. Tre mesi sono pochi sia per convincere che per deludere. Nel dubbio, vincono le promesse. Spagna, la sconfitta annunciata dei socialisti nella loro roccaforte Cdu e Spd sono i vincitori delle elezioni regionali svoltesi ieri nel Saarland, piccolo Land tedesco ai confini con la Francia. I cristianodemocratici hanno mantenuto il primato elettorale nella regione confermando pressappoco lo stesso risultato (34,9%) della precedente tornata elettorale. L'Spd sale dal 24,5% al 30,7%: un incoraggiante balzo in avanti di oltre sei punti percentuali, non sufficiente tuttavia per diventare la prima forza politica del Land, come pure le previsioni della vigilia facevano sperare. I Liberali dell'Fdp registrano l'ennesimo tracollo passando dal 9,2 all'1,2%, mentre i Grünen interrompono la serie positiva che durava da diversi test amministrativi scendendo al 5%, soglia minima per entrare nel parlamento regionale di Saarbrücken. Notevole il risultato della Linke che arriva al 16,3% dei voti grazie al «fattore GHERARDO UGOLINI Alla fine è andata come previsto: al Pp la maggioranza assoluta, il Psoe travolto dalla sfiducia imperante nella regione in cui un elettore su sei è senza lavoro CLAUDIA CUCCHIARATO www.unita.it Il caso BARCELLONA Saarland, prima la Cdu ma la Spd cresce di più Exploit dei «Piraten» Nel Land di Lafontaine si va probabilmente verso la «Grosse Koalition»: il partito di Angela Merkel rimane primo, ma i socialdemocratici guadagnano 6 punti. Tracollo dei liberali, i pirati ottengono un terzo del voto giovanile. BERLINO Mondo28 LUNEDÌ26 MARZO2012
Chiari di lunedì IL COMMENTO PARIGI VISTA DA BERLINO S i potrebbe sintetizzare oltre un Decenniopolitico-catodico nella sua escursione sce-nografica, nell'ampio spettro delle sue telesuppellettili. In altre parole, nei poli opposti dell'oggettistica di più di due lustri di Porta a Porta: dall'allettante scrivania in ciliegio con vista «contratto con gli italiani», simbiotica all'efficientistica accoppiata cartina-pennarello per comode opere pubbliche su carta, all'enorme 18 (in polistirolo?) rosso di mercoledì scorso. Un cambio di scena epocale: il massimo della fiction per il prima imminente e poi imperante premier Papi rimpiazzato dal crudo iperrealismo numerico incombente sulla testa di Bersani. Alle prese con l'irruzione nel salotto di Vespa della realtà (in formato operai a rischio, precari esasperati, giornalisti non compiacenti), in tempo reale col disvelarsi amaro dell'effetto Fornero. Il segretario se l'è cavata. Ma ai suoi tempi, grazie alla confortevole attrezzistica umana e non, Silvio doveva sudare meno. www.enzocosta.net E Vespa cambia la scena Enzo Costa U n soprassalto di ragionevolezza o l'ini-zio di un mutamento di strategia? Ve-dremo. Intanto registriamo le molte vo-ci che girano sull'intenzione di Angela Merkel e Wolfgang Schaeuble di cedere, finalmente, alle pressioni di tutti, partner e istituzioni europee, accettando l'aumento del fondo salva-stati. E quindi - quel che davvero conta per loro - delle contribuzioni tedesche. Il rafforzamento del «firewall» avverrebbe mantenendo in vigore per un certo periodo il vecchio Efsf (440 miliardi) insieme con il nuovo Esm (500 miliardi), che comincerà a funzionare da luglio. Dovendo pagare per tutti e due, Berlino si troverà a sborsare tra 80 e 100 miliardi in più. Un sacrificio notevole, che potrebbe costare alla cancelliera non poche difficoltà domestiche perché, avendo stabilito la Corte costituzionale che i contributi ai fondi debbono essere in ogni caso approvati dal plenum del Bundestag, si annunciano passaggi parlamentari assai delicati, con il governo esposto ai colpi di una fronda di destra aperta e agguerrita. Poiché non si tratta di una decisione da poco, che Frau Merkel e il suo superministro avranno certamente soppesato con grande scrupolo, si torna alla domanda dell'inizio. Per cercare una risposta bisogna considerare il contesto internazionale in cui il caparbio non possumus del centro-destra tedesco sui maggiori esborsi di Berlino e, più ancora, sulle scelte politiche che li rendono necessari pare essere in procinto di sciogliersi. Salvo sorprese, ovviamente. Il contesto ci dice che siamo poche settimane dopo il «salvataggio» della Grecia e poche settimane prima dell'ora della verità delle elezioni francesi. Le analisi degli istituti economici e dei media specializzati concordano sul fatto che il sollievo, un po' ipocrita, con cui è stata accolta la «soluzione» per Atene rischia di durare assai poco perché ora sulla graticola starebbe per salire il Portogallo. Pare che al Fmi, alla Bce e alla Commissione Ue le preoccupazioni siano molto alte, anche perché un eventuale scivolone di Lisbona verso il default avrebbe inevitabili conseguenze anche sulla stabilità della Spagna. È la consapevolezza di non dover ripetere con il Portogallo gli errori fatti con la Grecia, che non venne aiutata quando farlo sarebbe costato poco, a spiegare l'improvvisa disponibilità del governo di Berlino? Può essere e sarebbe un interessante segnale di implicita autocritica. Ma l'impressione è che sia il fattore Francia quello determinante. Angela Merkel, come è noto e non ha mancato di sollevare perplessità, si è pubblicamente schierata a fianco di Nicolas Sarkozy, anche se poi – e la circostanza non è casuale – ha fatto poco o nulla per contribuire alla sua campagna. Il cedimento sui fondi potrebbe essere un aiuto, magari concordato, per il presidente in affanno nei sondaggi? Può essere anche questo, ma forse c'è anche qualcosa di più profondo. Per gli attuali dirigenti di Berlino, quel che accadrà a Parigi tra il 22 aprile e l'8 maggio, data del primo turno e del ballottaggio presidenziali, è decisivo. Non si tratterà solo della scelta tra due strategie diversissime nella lotta contro la crisi, con il rischio che a Berlino manchi improvvisamente il partner più importante. Si tratterà, soprattutto, del futuro di una relazione storica che ha fatto della frontiera sul Reno il caposaldo più importante della costruzione dell'Europa. Nel bene, tanto, e nel male che non è mancato, specie negli ultimi tempi di dominio della destra in una capitale e nell'altra. Reggerebbe l'asse franco-tedesco a una possibile vittoria di François Hollande? I due paesi, è vero, sono stati legati anche quando a dirigerli erano dirigenti diversamente orientati, come Helmut Kohl e François Mitterrand, ma, a parte le considerazioni sul valore delle personalità, allora il solido ancoraggio della Germania all'occidente, passando per Parigi, era un fresco retaggio della storia, nonché una necessità legata prima alla divisione e poi alla difficile unificazione tedesca. Angela Merkel e François Hollande non sono Kohl e Mitterrand, ma soprattutto sui retaggi del passato cominciano a far aggio più prosaiche divergenze di interessi. È stata la cancelliera a rivelarlo, scegliendo Sarkozy perché le è affine e disposto ad assecondare la sua strategia. La storia, stavolta, non c'entra. I mistici di tutto il mondo lo stavano aspettando.Casini, con la sua tipica espressione rassicuran-te (quella del tizio che a un funerale guarda di nascosto l'orologio) lancia il suo ascetico monito ai futuri alleati dell'Udc: i partiti di centrodestra e quelli di centrosinistra (al mare, Casini era il classico tipo che si innervosiva perché quando si rispondeva ai test psicologici dei rotocalchi non si potevano barrare tutte le caselle). Casini sollecita tutti i partiti ad approvare la riforma del lavoro senza chiedere modifiche «altrimenti si rischia la rottura». «C'è chi tira da una parte e chi tira dall'altra», ha dichiarato incredulo, non potendo capacitarsi che ancora esistano partiti così nostalgici da prendere posizione. In Italia Casini non gode della fama che merita, ma in oriente è una leggenda. In India, nella zona del Karnataka, i seguaci di Balyogi Baba, un mistico che è stato in bilico con una gamba alzata per quattro anni, hanno abbandonato il santone per dedicarsi al culto di Casini Baba, che da vent'anni è in bilico tra maggioranza e opposizione senza cadere mai. Come i grandi mistici sopravvivono per anni senza cibo, Casini è l'unico leader che sopravvive senza essere segretario di partito. Come i grandi mistici ha il dono dell'ubiquità. A differenza dei vecchi democristiani dorotei e morotei, che sapevano solo stare al centro inclinandosi un po' a destra e un po' a sinistra, Casini riesce a stare contemporaneamente a destra e a sinistra, a manifestarsi nello stesso momento sia in una coppia di fatto che al Family Day. Per Casini, i partiti devono comunque sostenere il governo, sia ora che stravolge l'Articolo 18 sia prima, quando assicurava di non voler toccare l'Articolo 18 perché la priorità era la crescita. Recita il mantra di Casini Baba: «La crescita è per il governo quel che la dieta è per gli italiani: sempre rinviata a lunedì». La leggenda dell'ascetico Casini Duemiladodici Francesca Fornario Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 22 PAOLO SOLDINI www.unita.it22 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
E se le finestrediventasserodei pannellisolari? Non èuna trovata da film ma una ricerca innovativa nata dalla collaborazione tra il Politecnico di Milano e l'Eni. «Si tratta, in sostanza, di pannelli realizzati con particolari polimeri, tramite l'utilizzo di nuovi materiali a matrice organica colorati e trasparenti», dice Niccolò Astedocente di Fisica Tecnica e Ambientale al Politcenico di Milano. « La loro caratteristica principale è quella di convertire la radiazione solare, che intercettano in lunghezze d'onda “pregiate” per la conversione fotovoltaica e di concentrarne la maggior parte ai bordi, dove possono essere installate celle di piccole dimensioni. In questo modo viene garantito un certo livello di trasparenza, ma soprattutto l'energia solare incidente su ampie superfici viene concentrata su pochi centimetri quadrati, con notevole risparmio sui costi del materiale foto-attivo». Il potenziale di sfruttamento è estremamente vasto, soprattutto se si pensa agli impieghi che si possono attuare in campo edilizio. «Con questi nuovi componenti è pensabile la realizzazione di facciate e coperture colorate e semitrasparenti, in grado di illuminare gli ambienti interni, ma al contempo anche di produrre l'energia che vi si consuma», spiega Aste. Le politiche energetiche comunitarie per l'immediato futuro prevedono che i nuovi edifici divengano, gradualmente, Zeb (zero energy building). Ciò significa che l'energia consumata al loro interno dovrà essere prodotta in loco da fonti rinnovabili. In questo contesto la possibilità di poter trasformare finestre, lucernai, vetrate, pensiline, schermature in generatori di elettricità solare assume un'importanza enorme. Anche se il nostro è uno dei Paesi più attivi nello sfruttamento dell'energia solare, si deve rilevare una presenza ancora troppo scarsa, nel settore, di prodotti italiani. «In altre nazioni, ricerca, sviluppo e industrializzazione contribuiscono in maniera molto più significativa all'evoluzione tecnologica. Questo lavoro dimostra come la tendenza possa essere cambiata. E come sia possibile, anche in Italia, studiare e realizzare prodotti avanzati ed innovativi». Fotovoltaico: energia da pannelli trasparenti Niccolò Aste / Politecnico di Milano Polimeri speciali permetteranno una rivoluzione in campo edilizio: far passare i raggi luminosi mentre si produce energia L a storia del petrolio è scrit-ta nelle molecole. Lo sa be-ne Mike Moldowan, pro-fessore emerito dell'Uni-versità di Stanford che da anni si occupa di una ricerca particolare: interrogare le molecole dell'oro nero. «Il petrolio è prodotto da un intervallo di roccia, la roccia madre, ricco di materia organica e sottoposto a temperature elevate (circa tra 80 e 130 ˚C). Il petrolio poi, migra verso la superficie perché più leggero dell'acqua e potrà essere intrappolato nelle rocce porose dette reservoir, la cassaforte dei giacimenti petroliferi. La presenza, la distribuzione e la produttività delle rocce madri non può sempre essere misurata direttamente, ma queste informazioni sono essenziali per comprendere le reali potenzialità di un'area e indirizzare l'esplorazione futura. Per questo motivo si fa ricorso a molecole particolari che, ritrovate nel petrolio, possono dare preziose indicazioni sulla sua provenienza. Queste molecole derivano dalla materia organica proveniente dall'intrappolamento di resti vegetali in quei sedimenti al fondo di mari e laghi, che diverranno poi le rocce madri», spiega Moldowan. Per anni l'università di Stanford ha studiato queste molecole, che derivano da sostanze naturali e che hanno mantenuto inalterata la struttura chimica, tanto da aver assunto il nome di “fossili geochimici”. «Ultimamente l'attenzione si è spostata anche su altre molecole che invece hanno subito importanti cambiamenti a causa di elevato riscaldamento della materia organica, per dar luogo alla più stabile struttura a base carbonio, quella del diamante. Nel caso specifico si tratta di nano-diamanti o “diamandoidi” e la loro presenza nel petrolio in quantità significative viene utilizzata come ulteriore indicatore della provenienza del petrolio». Tra Stanford ed Eni esiste un accordo per lo studio di queste molecole in campioni di petrolio per comprendere le reali potenzialità petrolifere di aree già esplorate, ma forse ancora non completamente conosciute a causa della loro grande complessità. «Si tratta di ricavare da piccoli indizi, quali la presenza in minime concentrazioni di molecole particolari nel petrolio, informazioni molto utili per condurre ulteriori fasi esplorative - dice Moldowan -. Analisi sofisticate di molecole specifiche e complessi modelli interpretativi, basati su conoscenza delle sostanze naturali e della loro possibile evoluzione con le temperature nel sottosuolo, permettono così di ricostruire informazioni non altrimenti ottenibili. La disponibilità di avanzatissime tecniche analitiche in grado di spingere la caratterizzazione chimica del petrolio a livelli estremamente sofisticati, rende possibile ad esempio comprendere il reale potenziale residuo in aree già esplorate, che potrebbero riservare piacevoli sorprese non prevedibili in altro modo». Interviste raccolte da Grazia Lavezzi L'ora legale permetterà un risparmio complessivo pari a 630,2 milioni di kilowattora pari a circa 95 milioni di euro“ Combustibili, trasporti ed energia coprono il 19% della spesa delle famiglie, superando alimentari e bevande. Lo sostiene Coldiretti Nanodiamanti: le molecole che sanno tutto del petrolio Mike Moldowan / Stanford University L'analisi di alcuni microcomponenti permette di ricostruire la storia di un intero giacimento. E ottenere indicazioni su quelli da scoprire LUNEDÌ 26 MARZO 2012 | | III
la visita di cortesia al presidente Calderól, fosse un chiaro riferimento al tema doloroso degli abusi. Ma anche in quell'occasione il Papa ha richiamato l'attenzione sull'emergenza sociale che pesa sul Messico. Sul «peso della sofferenza, l`abbandono, la violenza o la fame, che in questi mesi, a causa della siccità, si è fatta sentire fortemente in alcune regioni». Malgrado la straordinaria festosità vissuta in queste giornate messicane, malgrado i canti e la straordinaria partecipazione popolare, è sempre presente l'emergenza rappresentata dalla violenza e dal contropotere rappresentato dai «cartelli» dei narcos. È stato oggetto anche dell'incontro ufficiale tra la delegazione vaticana e quella del governo federale messicano tenutosi sabato, quando si è fatto riferimento all'esigenza di un trattato internazionale sul commercio delle armi piccole e leggere, «visto che la loro proliferazione ha favorito l'azione criminale della delinquenza organizzata». COSTRUIRE IL FUTURO La festosità, lo straordinario calore con il quale durante l'intera visita in Messico e in particolare ieri, al Parco del Bicentenario Papa Ratzinger è stato acclamato da una moltitudine - ieri ha indossato un sombrero offertogli dai fedeli - non devono celare la difficoltà che vive il Paese e la Chiesa. È stato esplicito il vescovo di Leon, monsignor Josè Martin Rabago. Nel suo saluto al pontefice ha ricordato la «triste sensazione di paura, impotenza e dolore» vissuta in questi anni di violenza. Papa Benedetto XVI ha richiamato l'esigenza di una fede autentica, per far fronte «alle situazioni opprimenti di sofferenza umana». Invoca perdono e conciliazione, speranza e capacità di costruire il futuro. Richiama il simbolo della tradizione cattolica del Paese e della lotta per la difesa della fede: la statua del Cristo de Cubilete. Rilancia la «Misiòn continental» per la «nuova evangelizzazione» del continente. Invoca una fede nuova, più autentica. All'Angelus affida il Messico alla s Nostra Signore di Guadalupe. La invoca affinché in quel paese martoriato prevalgano «il rispetto, la difesa e la promozione della vita umana». E soprattutto sia evitino «l'inutile vendetta» e sia allontanato l'odio che divide». «Tornatene al tuo paese, terrorista». Un biglietto lasciato accanto ad una donna agonizzante con la testa fracassata a colpi di cric. Shaima Alawadi respirava ancora quando la figlia diciassettenne l'ha trovata in una pozza di sangue nel soggiorno di casa, vicino a San Diego, in California: la ragazza era al piano di sopra, ma non ha fatto in tempo a vedere l'aggressore. Ha visto il biglietto. Diceva le stesse cose di un messaggio trovato la settimana prima davanti alla porta di casa. «Questo non è il vostro Paese, è il nostro, terroristi». Tre giorni di agonia, poi sabato pomeriggio i medici hanno staccato la spina. Shaima, 32 anni e cinque figli tra gli 8 e i 17 anni, è morta senza mai riprendere conoscenza, il suo sorriso è rimasto stampato sulla foto pubblicata dai giornali, sotto l'hijab, il velo che le copriva i capelli lasciandole il viso scoperto. Era arrivata dall'Iraq a metà degli anni ‘90, la sua famiglia era cresciuta negli Stati Uniti. Durante la guerra il marito ha lavorato come mediatore culturale per le forze armate Usa: spiegava ai soldati l'Iraq, le consuetudini, i passi falsi da evitare una volta al fronte. Solo da qualche settimana si erano trasferiti in California: a San Diego c'è una numerosa comunità irachena, la seconda negli Usa, una rete su cui contare. Quando Shaima ha trovato il primo messaggio di minacce, non lo ha preso sul serio. «Mia madre lo ha ignorato, pensando che fosse lo scherzo di qualche ragazzino», ha raccontato Fatima, la figlia maggiore. Un errore, secondo il Council on American Islamic Relations, l'organizzazione che difende i diritti dei musulmani americani. Perché le minacce sono molto più frequenti di quanto non ne vengano denunciate e restano sotto traccia, un problema invisibile. La polizia conferma il ritrovamento di un messaggio di minacce, ma non privilegia la pista dell'odio xenofobo sulle altre. Gli investigatori parlano di un «caso isolato», ancora tutto da chiarire. Ma a pochi giorni dall'omicidio di un ragazzino nero, freddato in Florida da un vigilante bianco solo perché indossava un cappuccio e si trovava nel quartiere sbagliato, la morte di Shaima getta altro olio sul fuoco delle polemiche. Come per Trayvon Martin, sul web è già partita una campagna di protesta. Non sarà una marcia degli incappucciati, come quelle che si sono svolte da New York a Chicago per chiedere giustizia e l'arresto dell'omicida, ma qualcosa di molto simile: «Un milione con l'hijab per Shaima»,. Su Facebook lo slogan appare con la foto di una ragazza velata: «L'hijab non porta scritto sull'etichetta “uccidimi”». PRESIDENZA “POST RAZZIALE” Due episodi diversi e terribili a distanza di poche settimane. E a sorpresa il tema della discriminazione irrompe nel dibattito nazionale, surclassando l'economia e il lavoro. L'America che con Obama pensava di aver archiviato il razzismo tra i reperti del passato deve ripetere a se stessa che un nero con un cappuccio non è per forza un delinquente, un velo non fa un terrorista. «La presidenza Obama è “post-razziale” solo nel senso che ci dà una scusa per non affrontare più la questione», scrive Reniqua Allen sul Washington Post. Una scusa, appunto, quando ancora negli Stati Uniti c'è chi mette in dubbio i natali di Obama, e il suo diritto a stare alla Casa Bianca. Quanto il tema sia divenuto sensibile con l'assassinio del ragazzino della Florida, lo dicono le parole del presidente americano e ancora di più le reazioni in campo repubblicano. Per la prima volta Obama ha parlato da afro-americano, da uomo con la pelle nera. «Se avessi un figlio, assomiglierebbe a Trayvon», ha detto, per testimoniare la sua vicinanza alla famiglia del ragazzo ma anche l'assurdità di questo omicidio. Parole «vergognose» per Newt Gingrich, ex speaker della Camera oggi in corsa per la Casa Bianca. «La questione non è a chi questo ragazzo somigliasse - ha detto -. Ogni giovane americano di qualsiasi retroterra etnico dovrebbe essere al sicuro». Peccato che ci sia stato bisogno di manifestazioni di piazza per chiedere di incriminare l'assassino di Trayvon. E qui sta il punto. L'America che protesta non crede che le cose sarebbero andate nello stesso modo se a premere il grilletto fosse stato un nero: cappucci e hijab sono ancora una colpa. MARINA MASTROLUCA Vertice col governo La vittima Shaima Alawadi Irachena uccisa in California Accanto un biglietto: «Vattene, terrorista» Picchiata a morte una donna irachena in California. L'aggressore lascia un biglietto: «Non è il tuo Paese, terrorista». A poche settimane dall'assassinio di un ragazzo nero in Florida, si riaccende la polemica sull'America razzista. mmastroluca@unita.it Gli Stati Uniti hanno pagato 50mila dollari di risarcimento per ogni civile uccisonellasparatoriacompiutadalmilitare americano Robert Bales il primo marzo in Afghanistan. Lo riferisce il consigliere provinciale di Kandahar Agha Lalai, precisando che le famiglie hanno ricevuto i soldi sabato nell'ufficio del governatore. Per ogni persona ferita Washington avrebbe invece pagato 11mila dollari e ai familiari è stato detto cheildenaroeradapartedelpresidente Barack Obama. Intanto, è stato annunciatocheleesequiesolennidelsergente Michele Silvestri, ucciso sabato in un attaccollabaseavanzata Icenella regione afgana del Gulistan, si svolgeranno oggi alle18aRoma,pressolaBasilicadi Santa Maria degli Angeli. Kandahar, 50 mila dollari per le vittime di Bales Silvestri, oggi le esequie IL CASO Richieste regole severe per il commercio delle armi leggere Usa, l'inutile vittoria di Santorum Rick Santorum, il candidato conservatore nelle primarie repubblicane, ha incassato una facile vittoria in Louisiana: si tratta però di un risultato che cambia ben poco l'andamento della campagna, in cui il suo rivale Mitt Romney mantiene comunque un vantaggio di oltre il 50% nella conta dei delegati necessari per essere incoronato sfidante di Obama alle presidenziali. 21 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
p SEGUE DALLA PRIMA Ma mai come in questi ultimi mesi hanno ritrovato in Italia centralità molte delle battaglie che guidarono il fondatore dell'Arel nella sua attività politica e accademica. Il rigore di bilancio e la lotta contro il debito, zavorra sulle spalle delle future generazioni, è stato in particolare il tema che il presidente Giorgio Napolitano ha ricordato alcune settimane fa durante una cerimonia a Bologna. E accanto a questa attenzione al futuro, la vista lunga come avrebbe detto Tommaso Padoa Schioppa, è la prospettiva di ulteriore integrazione politica ed economica europea l'altro tema tipicamente «andreattiano» oggi di nuovo centrale. Dopo anni di politica degli annunci e delle grida in cui le parole rigore e futuro non avevano cittadinanza, la grande crisi ha capovolto i punti cardinali della bussola. E tornano di attualità tesi e progetti che per anni nelle sue articolate attività Andreatta aveva portato avanti, trovando sovente opposizioni e antagonismi conservatori. Proprio quelle spinte conservatrici hanno spesso usato i giochi della politica per limitare l'originalità della leadership di Andreatta. La politica e le politiche. Amava sempre sottolineare che la «politica», se è priva di «politiche», quindi di competenza e di concretezza riformatrice, perde la guida dei processi. Quanto profetiche appaiono queste parole se ripercorriamo il tracollo italiano dell'anno scorso e la parabola dell'avventura berlusconiana. Oggi al termine di quella parabola fa impressione la rilettura del memorabile discorso parlamentare con cui Beniamino Andreatta annunciò il voto di sfiducia al primo governo Berlusconi nel 1994. Lì sono indicate tutte le contraddizioni che avrebbero nel tempo rappresentato il lungo elenco di danni che il berlusconismo ha portato al Paese, alle sue istituzioni e alla sua economia. Durante quel periodo di transizione alla Seconda Repubblica Andreatta, fino a quel momento attore importante da ministro e da presidente della commissione Bilancio del Senato, divenne protagonista politico a tutto tondo e lasciò un'impronta fondamentale nella nascita dell'Ulivo e del successivo governo di Romano Prodi. Mai come ora ci manca Andreatta. Questa difficile transizione alla Terza Repubblica avrebbe bisogno di coraggio, generosità e profezia. Di quei caratteri cioè che hanno accompagnato l'intera sua vita. ENRICO LETTA Il ricordo Andreatta, la battaglia rigorosa del politico che vedeva lontano Cinque anni fa moriva lo statista trentino, padre dell'Ulivo Una vita contrassegnata dalla lotta contro la zavorra del debito e per l'integrazione europea Foto di Carlo Ferraro/Ansa Santoro torna in Rai Virtualmente, a Matador Pierluigi Bersani al congresso dei Giovani democratici Santoro torna nell'arena Rai? In senso virtuale sì, e proprio nella trasmissione dal nome dato al conduttore per le sue «toreade» televisive: Matador. Stasera è dedicata al giornalista l'ultima delle «biografie semi autorizzate di anchorman di successo» in onda su RaiDue alle 23,45. Il programma di Simona Ercolani ripercorre con immagini di repertorio vite, successi, tic e polemiche dei più celebri giornalisti televisivi, una chiave divertente e interessante per capire l'incastro tra tv e politica negli ultimi 25 anni. Dopo Mentana, Lerner e Vespa (dai risotti alla scrivania del patto ai mille plastici in giallo), stasera tocca a Michele Santoro. Il figlio di un ferroviere comunista di Salerno che nel 1983 fa il suo primo servizio al Tg3, poi l'invezione di trasmissioni cult, da Samarcanda al Moby Dick a Mediaset, al ritorno in Rai voluto da Agostino Saccà che, nel 2002, di fatto eseguì l'«editto bulgaro» di Berlusconi. Proprio l'ex direttore generale (che nell'intervista confessa una collettiva «perdita d'innocenza» dal 2001), proprio Saccà è il più convinto nel dire che «Santoro deve tornare alla Rai». Lo sostengono anche altri commentatori e non solo, come Paolo Mieli e Ferruccio De Bortoli, Carlo Freccero e Angelo Gugliemi, mentre ne fanno a meno Ignazio La Russa e Belpietro. Lo stesso vicedirettore generale, Giancarlo Leone, su Twitter ha scritto volutamente «Michele Santoro torna in Rai!» innescando sorpresi «cinguettii». Si ripercorre l'ultima puntata di Sciuscià in cui Santoro cantò Bella Ciao, poi da Strasburgo al ritorno con Anno Zero. E l'oggi, con Servizio Pubblico autogestito, tanto che il giornalista ha concesso un'intervista scritta a Simona Ercolani, perché ha spiegato di non poterla dare «in video» alla Rai. Matador, scritto con Andrea Felici, Tommaso Marazza e Claudio Moretti, si chiude così, con successo. NATALIA LOMBARDO Una donna al Quirinale «Napolitano è un presidente della Repubblica molto saggio, che ha lanciato un segnaleimportante.UnadonnaalverticedelloStatosarebbeungrandesegnaledi innovazione».LohadettoMassimoD'AlemaallatrasmissionediRaiTre«Chetempochefa»,ricordando che Napolitano, in questi anni, «è stato l'unico punto di riferimento» per le istituzioni. 5 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
Q uando un elefantesente che è arrivatala sua ora si allonta-na dal branco, manon va da solo, sce-glie un compagno che vada con lui e partono... e vanno e vanno, magari per chilometri e chilometri, finché il moribondo non decide che quello è il posto per morire, e fa un paio di giri tracciando un cerchio, perché sa che è arrivato il momento di morire, la morte se la porta dentro ma ha bisogno di collocarla nello spazio, come se si trattasse di un appuntamento». Non so se, potendo scegliere, avrebbe scelto di morire a Lisbona, la sua città d'elezione, ma per Antonio Tabucchi la capitale portoghese era a tal punto parte di un destino letterario e umano, da non poterla slegare dall'immagine di lui. Se n'è andato nella città in cui una miriade di suoi personaggi hanno appuntamenti decisivi. L'io narrante di Requiem (1992) deve incontrare a mezzanotte il fantasma di Fernando Pessoa: e sembra che in quella «notte magnifica, di luna piena, calda e tenera, con qualcosa di sensuale e di magico» si concentri tutta intera la verità di un luogo. E senza Lisbona, non esisterebbe uno come Pereira, come se questo signore perennemente sudato, malinconico, non fosse che un'estensione della città, la sua anima saudadosa diventata corpo: «con una città che scintillava... e un azzurro, un azzurro mai visto, sostiene Pereira, di un nitore che quasi feriva gli occhi, lui si mise a pensare alla morte». Neanche ventenne, Tabucchi – lasciandosi alle spalle la sua Vecchiano e la campagna intorno a Pisa – si era innamorato di un piccolo libro pescato per caso da un bouquiniste parigino. Fernando Pessoa, Tabaccheria: fu una rivelazione. E da qui, difficile dire quanto Tabucchi sia entrato nella vita di Pessoa e quanto Pessoa nella vita di Tabucchi: esistono fotografie del nostro scrittore toscano – occhiali tondi, baffetti – in cui la somiglianza è impressionante. Oltre ad averlo tradotto tra i primi in Italia, Tabucchi deve aver catturato di Pessoa un segreto, o l'essenza. «Vagheggiamenti, di sogni, di viaggi mai fatti», ironia mescolata a malinconia: Pessoa è uno stato d'animo. Ma non è solo il Portogallo, il luogo di Tabucchi: si potrebbe riempire un atlante di segni sui luoghi che ha attraversato e raccontato: è stato, come pochi altri scrittori italiani, un cosmopolita. Non solo un autentico viaggiatore (poteva capitargli di perdersi in minuscoli villaggi messicani o indiani, di isolarsi per giorni in cima al monte Sinai), ma un autore capace di creare mirabolanti cortocircuiti tra storia, storie e geografie. ODORI, VENTO, CIBO... L'atlante di Tabucchi supera confini spaziali e temporali, rende abitabili perfino i suoni – musiche di orchestrine, struggenti musiche da niente –, il vento, gli odori, soprattutto di cibo. Si mangia continuamente nei suoi romanzi: piatti speziati, esotici, a volte pesantissimi; si bevono limonate e succhi d'ananas. Si collezionano dettagli, oggetti, libri; microscopici pezzi di realtà sulla pagina si dilatano o esplodono, producendo visioni, allucinazioni, vertigini. È difficile definire la misteriosa e liquida pagina di Tabucchi, ma c'è come un filo che di libro in libro si fa più riconoscibile, tiene insieme temi, ossessioni, «piccoli equivoci senza importanza». «Come vanno le cose, e cosa le guida: un niente» – e nei confini di questo niente, tutto. Il tempo, il suo invecchiare affrettato, i ricordi che si perdono a macchia d'olio, cose che tornano e altre che finiscono chissà dove. C'è un'attitudine anche giocosa, ma di un gioco serissimo, come quelli dei bambini, nella letteratura di TaLo scrittore è morto a Lisbona all'età di 68 anni. Da «Sostiene Pereira» a «Tristano muore», la sua scrittura era anche esperimento. Autentico viaggiatore, creava mirabolanti cortocircuiti fra storia, storie, geografie PAOLO DI PAOLO ANTONIO TABUCCHI www.unita.it FUORI TEMPO NEL CALENDARIO DEL PRESENTE Percorsi Antonio Tabucchi è morto ieri mattina a Lisbona all'età di 68 anni. Era ricoverato all'Hospital da Cruz Vermelha. La moglie Maria Josè Lancastre ha fatto sapere che verrà sepolto giovedì a Lisbona. Era nato a Pisa il 24 settembre del 1943. Il suo romanzo più celebre resta «Sostiene Pereira» (1994). Lo scrittore viveva a Lisbona sei mesi l'anno, insieme alla moglie, che vi è nata, e alla famiglia e il resto dell'anno in Toscana.Ha insegnato Letteratura all'Università di Siena. Si era laureato nel '69 con una tesi sul Surrealismo in Portogallo, perfezionato alla Scuola Normale Superiore di Pisa e nel '73 ottiene la cattedra di e Letteratura Portoghese a Bologna. Giovedì i funerali Culture30 LUNEDÌ26 MARZO2012
Le prime parole da uomo libero sono per i suoi familiari e per il compagno di questa terribile avventura. «Chiamerò presto la mia famiglia in Italia» e poi un auspicio: «Spero che anche Paolo venga presto rilasciato. Noi non centriamo niente con questa guerra». Claudio Colangelo, sequestrato insieme a Paolo Bosusco la settimana scorsa da un gruppo di maoisti, è stato liberato. «Era da quattro giorni che mi promettevano di liberarmi. Ma non avveniva mai. Finalmente è successo», racconta Colangelo alla televisione Ndtv, a cui l'ostaggio è stato consegnato dopo un lungo cammino nella foresta del distretto di Kandhamal. «Di notte dormivamo in tende» ha aggiunto l'italiano che a notte fonda ha raggiunto Bhubenaswar, capoluogo dell'Orissa, dove incontrerà il console di Kolkata prima di volare a New Delhi, da dove partirà alla volta dell' Italia.«Spero che anche Paolo sia rilasciato presto», aggiunge, precisando però che «non ho idea delle condizioni» che sono state poste per il suo rilascio. «È stata una esperienza spaventosa», racconta visibilmente provato. «Ho perso qualche chilo ma sto bene», sottolinea Colangelo contattato telefonicamente da Sky Tg24. Su Paolo Bosusco ancora in mano ai ribelli maoisti Colangelo ha detto: «Paolo sta bene, come me ha perso qualche chilo, ma il morale è abbastanza alto. Si soffre il caldo, in questo periodo è terribile in India». «Ci siamo spostati nella giungla - ha aggiunto ma i sequestratori hanno tenuto conto anche delle nostre esigenze alimentari» Quanto alle circostanze che hanno portato alla cattura, Colangelo nega che stessero fotografando insieme a Bosusco qualcosa di proibito: «No, si sono fatte tante speculazioni, preferisco non entrare nel dettaglio. Stavamo facendo il bagno quando sono arrivati uomini armati». «L'ho sentito per telefono ha fatto anche delle battute e questo mi fa pensare che stia bene. Ha detto che è stata dura. È contento e non vede l'ora di tornare a casa. Saluto la famiglia di Paolo, offrendo loro la nostra vicinanza nella speranza che al più presto anche lui torni a casa. Ringraziamo tantissimo la Farnesina», racconta commossa la moglie di Colangelo. «Abbiamo provato un'altalena di emozioni tra la speranza e la paura - ha continuato la moglie di Colangelo commentando gli undici giorni del sequestro -. Ieri (sabato, ndr) sera sembrava che la cosa fosse risolta per entrambi. Poi invece la smentita della Farnesina. Siamo ripiombati tutti nel silenzio e nel dispiacere nel continuare questa altalena. «Questa mattina (ieri, ndr) - ha concluso - ci hanno dato una bellissima notizia, è una bellissima giornata». E' una gioia grande che crescerà ancora di più quando lo avremo qui – aggiunge Valeria, la figlia di Claudio Colangelo - Mio padre udegiovannangeli@unita.it India, i ribelli maoisti liberano Colangelo E lo consegnano alle tv «Era da quattro giorni che mi promettevano di liberarmi. Ma non avveniva mai. Finalmente è successo»: queste le parole dell'ostaggio italiano all'emittente Ndtv. Il rilascio dopo un lungo cammino nella foresta. UMBERTO DE GIOVANNANGELI p Il ricercatore 61enne tornerà oggi stesso in Italia. Terzi: «Ora al lavoro per Bosusco» p Prime parole «Ci hanno trattato bene». I rapitori: «Porterà un messaggio al governo» Foto LaPresse Claudio Colangelo, liberato ieri dai ribelli maoisti che lo tenevano prigioniero nello Stato indiano di Orissa Primo Piano Gli ostaggi italiani 18 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
COSIMO CITO ROMA L e ultime parole VigorBovolenta le ha pro-nunciate un metro ol-tre la linea di fondo,col pallone in mano, aMacerata, nel terzo set di una partita di pallavolo di B2, sabato sera. Era al servizio, poi il suo cuore ha deciso di smettere, ha dato un colpo più forte, l'ultimo: «Mi gira la testa, aiutatemi che cado». Ha scagliato il pallone oltre la rete, si è accasciato, è morto. Aveva 37 anni, giocava nella Softer Forlì, aveva un passato di fenomeno alle spalle, in Romagna aveva scelto di spendere gli ultimi spiccioli di carriera. Si occupava anche del marketing del club, aveva iniziato a studiare da dirigente. È morto poco dopo la mezzanotte. Lascia quattro figli e una moglie, l'ex pallavolista Federica Lisi. L'ha portato via un infarto, con ogni probabilità. Durante la stagione '97-'98, quando giocava a Ferrara, Bovolenta era stato costretto a tre mesi e mezzo di stop dopo la scoperta di un'aritmia cardiaca. «Quel fenomeno non si era più ripresentato» assicurano gli uomini del club forlivese, «aveva svolto tutti i test previsti a inizio stagione e aveva ottenuto la regolare abilitazione all'attività agonistica». L'ambulanza è giunta da Vigor in sette minuti, ma ogni tentativo di rianimazione, anche per mezzo di defribillatore, è stato vano. È morto formalmente da atleta sano, idoneo all'attività, in perfetta forma fisica nonostante i 37 anni e le mille battaglie combattute sotto rete. FUORICLASSE Vigor Bovolenta era stato un campione, un fuoriclasse nel più oscuro dei ruoli della pallavolo, il centrale, uomo di stazza, di peso, di forza. Non aveva la classe di Lucchetta, Gardini, Gravina, Galli, ma lo stesso conquistò l'azzurro in mezzo ai fenomeni dell'era Velasco. Aveva esordito nel 1990, a 18 anni, in A1, a Ravenna. L'esordio in azzurro nel 1995, a Cuba, in World League. Era fisicamente un fenomeno, «un dannato della rete» ripeteva Velasco, che puntò anche su di lui per la scalata all'oro olimpico, ad Atlanta ‘96. Bovolenta entrò nel quinto set della drammatica finale contro l'Olanda, da centrale di una squadra che aveva in campo gente come Tofoli, Zorzi, Cantagalli, Bernardi, Bracci, Giani, Gardini, i più grandi di sempre di uno sport fatto di forza, talento e testa. Quella di Vigor era straordinaria: freddo, lucido, di grande sostanza e straordinariamente coraggioso, a 22 anni giocò quel quinto set con una maschera protettiva a difendere il naso fratturato. Fu tra i migliori in campo in quella sconfitta epocale che segnò il declino definitivo della Generazione di Fenomeni velaschiana. Bovolenta non lasciò però, come gran parte dei suoi compagni, la maglia azzurra. Continuò a lottare sotFoto di Valdrin Xhemaj/Ansa MUORE BOVOLENTA PER I MEDICI ERA UN ATLETA SANO www.unita.it Vigor Bovolenta aveva 37 anni. Per anni è stato centrale della nazionale. Era altro 2 metri e 2 centimetri. Velasco lo aveva soprannominato «il dannato della rete» L'ex azzurro di volley si è sentito male durante una partita a Macerata Nel ‘97 si era fermato per un problema di aritmia. Il club: «Stava bene» Sport38 LUNEDÌ26 MARZO2012
bucchi: crea e scioglie enigmi, decifra rebus, gioca al Gioco del rovescio. La scrittura per lui è stata anche esperimento, combinazione, e i racconti degli anni Ottanta sono ammirevoli come origami, precisi come gli ingranaggi di un orologio. E questo ticchettio insistente rimbomba in ogni libro: i personaggi guardano l'ora di continuo, spesso sono in ritardo, o in anticipo, comunque fuori tempo o contro-tempo. Accade nelle nove storie del Tempo invecchia in fretta (2009) che qualcuno sbarchi nel calendario del presente come da un'altra era e non sappia più orientarsi; accade a Tristano – in Tristano muore (2004) – di provare a fare ordine nella propria vita e non riuscirci, perché «la vita non è in ordine alfabetico come credete voi. Appare... un po' qua e un po' là come meglio crede, sono briciole, il problema è raccoglierle dopo». Era bellissimo parlare con lui – la sua risata scoppiava improvvisa, nella nuvola di fumo delle sigarette. Poteva battere i pugni sul tavolo per quella passione civile che anche da lontano lo accendeva su questioni italiane, lo portava a intervenire su ingiustizie, vicende politiche su cui prendeva posizioni anche impopolari. Sulle altalene dei suoi umori si veniva sballottati e sorpresi. Poteva chiamare a ore impervie per leggerti una pagina di Gadda o chiedere come vanno le cose laggiù. Aveva ancora progetti, idee, e storie da raccontare. «Ci gira le spalle come se ci dicesse addio... Guardi la pendola, che ore sono? Le sembrerà stupido, ma voglio saperlo, è l'ultima cosa che voglio sapere... Comunque domani è un altro giorno, come si dice». R equiem per AntonioTabucchi: addoloratoper la notizia che miha colto di sorpresa,per l'addio per me ina-spettato di questo mio coetaneo (come me del 1943, e come Lucio Dalla, scomparso da poche settimane), non posso non pensare a quel suo libro bellissimo, accorato, allucinato, pieno di passione per Lisbona, per i suoi luoghi, per la sua letteratura e per la letteratura di tutto il mondo: Requiem, scritto direttamente in portoghese (che in Italia abbiamo letto nella traduzione del suo amico Sergio Vecchio, 1992): e una guida a questi luoghi, A Lisbona con Antonio Tabucchi a cura di Lorenzo Pini, per Giulio Perrone editore, sarà in libreria la prossima settimana. Requiem è un dialogo con la Lisbona concreta e reale e con fantasmi che ne emergono, appaiono e scompaiono, si annunciano e si sottraggono, in un'afosa domenica di luglio, mentre il soggetto che parla in prima persona attraversa strade, piazze, stazioni, trattorie, ristoranti, alberghi, dal molo di Alcântara al cimitero dos Prazeres (dei piaceri!), a Carcavelos, alla pensione Isadora, al Museo di Arte Antica, alla Casa do Alentejo, alla statua di don José, ecc.: e tra questi fantasmi c'è quello dello scrittore tanto amato e studiato da Tabucchi, Fernando Pessoa (persona), il Convitato con cui viene consumata una cena all'Alcântara-Café, un «locale post-moderno» alla presenza di uno strano cameriere (e la cucina portoghese, con i suoi piatti speziati, il suo arroz in molteplici combinazioni dà come una sostanza biologica a queste evocazioni, a un libro che è omaggio, ricerca, compianto, che è come una sorta di immersione fisica nel sogno, nelle suggestioni della letteratura e dei suoi fantasmi, nelle inquietudini, le angosce, i desideri, i fallimenti, nello scorrere inesorabile del tempo). Requiem è come il centro della costellazione letteraria percorsa da Tabucchi, in cui si riannodano i fili che partono dalle sue radici toscane e popolari (intensamente evocate in Piazza d'Italia), dal legame con la sinistra storica e dall'appartenenza alla nostra generazione di nati durante la guerra, che abbiamo seguito il passaggio verso il boom economico e verso l'espansione di massa con una fiducia nella grande letteratura e insieme con una scoperta di forme di consumo culturale di solido spessore (dai tempi della prima televisione, da Modugno a Mina…); e poi la nuova università, il sessantotto, i nuovi contatti internazionali. Il Portogallo è stato per Tabucchi il luogo di una particolarissima proiezione di se stesso nel mondo, di un contatto con un'alterità che ha assunto un carattere familiare: con la possibilità di sovrapporre al suo occhio italiano un altro occhio capace di fargli vedere la resistenza e insieme l'evanescenza della realtà, come in una prospettiva «doppia», in un «cannocchiale rovesciato» che da una parte aveva il volto enigmatico di Pirandello, con i suoi inquieti personaggi, dall'altro i volti molteplici e sovrapposti di Pessoa, con il suo «bagaglio pieno di gente», con la sua «moltitudine» di eteronimi. Così Antonio ci ha dato una narrativa piena di echi letterari, di finzioni e artifici, di equivoci e rovesciamenti, di sondaggi dell'imprevedibile: e nello stesso tempo tramata delle più varie risonanze e delle più sottili tensioni della vita degli anni che abbiamo attraversato, di passione per il tempo che abbiamo visto scorrere, per le sue contraddizioni, con una testarda insistenza nella difesa di verità, di giustizia, di umana «decenza» che sempre sembravano sottrarsi. GIULIO FERRONI L'italiano che sognava in portoghese e si specchiò in Pessoa Il Portogallo fu per lui il luogo di una particolare proiezione di se stesso nel mondo. Gli rese omaggio nel suo «Requiem» La sua narrativa p A PAGINA 32 ITALIANISTA Antonio Tabucchi Lo scrittore toscano si è spento ieri a Lisbona Piena di echi letterari e attraversata dai più vari materiali culturali Il cordoglio di Giorgio Napolitano IlPresidentedellaRepubblicaGiorgioNapolitanohaespressolasuacommossapartecipazione «al cordoglio della famiglia di Tabucchi e del mondo della cultura per la perdita di uno scrittore civilmente impegnato, che con la sua attenzione alle tradizioni e alle vicende nonsoltantodelsuoPaese, eilsuostile letterariohasaputo interpretarelospiritoeuropeo». 31 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
nessun effetto. Dunque non stavo sognando, era vero. Mi sono rassegnato: lo spettacolo a cui ero invitato non era un mio sogno, era vero davvero. Sul molo che vedevo dalla mia finestrella, seduto comodamente sulla mia poltrona al riparo da sguardi indiscreti, è apparso il volto di un uomo con aria trionfale. Un liquido oleoso gli scendeva dai radi capelli e gli irrorava le guance, rendendolo lustro sotto i raggi di un sole che forse era artificiale. «Buonasera, ha detto con voce melliflua, sono il dottor Melanoma, ogni mio servizio è un servizio ai Servizi, e così preferisco chiamarmi per quella natura sarcomatica che vuole la mia funzione di Officiante, di questa solenne riunione nella quale saranno decise le sorti del nostro villaggio! Il dio Caprone, di cui siamo gli umili servi, oggi raduna qui le sue folle veneranti. Che la processione cominci!». (...) IL CORTEO Il corteo è apparso in fondo al molo, avanzando. Lo guidava una sinistra figura che incuteva terrore nell'aspetto. Era un uomo obeso, dai capelli scarmigliati e le guance arrossate. Il suo ventre enorme terminava sugli inguini, che poggiavano su una piccola piattaforma di legno sotto la quale erano state disposte quattro piccole ruote. Quella tavoletta era il suo mezzo di locomozione, che il grassone guidava e manovrava aiutandosi con le mani sul terreno. Sul suo carrello improvvisato svettavano due vessilli. Su uno c'era scritto «I combattenti e i reduci delle guerre di civiltà». Sull'altro, un foglio di carta straccia tutta macchiata, recava la frase: «Gli amici di Adriano». La mia memoria sognante ha associato quel nome a un libro che mi è caro, perché di Adriano conosco le memorie, ma poi, nell'inconsapevolezza lucida del sogno, ho capito il mio equivoco. Ho sentito un brivido nella schiena e ho pensato: non si riferiscono a un imperatore, stanno parlando di un prigioniero, cosa c'entra lui, perché usano il suo nome?, è un innocente condannato a vita, e la «rogatoria» che lo ha inchiodato, la parola improbabile di un pentito era priva di qualsiasi bollo di garanzia. E poi ho pensato: vigliacchi, fa comodo a tutti che resti in galera. Il capogruppo ha estratto da una tasca una bandiera piena di stelle con la quale ha avvolto il suo moncherone obeso e ha gridato: «Avanti, eroi, per la polvere di stelle!». Dietro di lui avanzava una figura femminile che gridava come un'erinni: «Sono sua moglie!, sono sua moglie!, noi abbiamo insegnato agli Italiani, con la verità degli schermi televisivi, come si pratica il sesso». Ho cominciato ad aver paura. E a quel punto è scoppiata la musica: un'orchestrina di fiati, dietro di lui, ha intonato un celebre swing: Star dust, polvere di stelle. Ho guardato meglio. Erano dei musicanti che parevano uscissero da una fiaba dei fratelli Grimm, con un'aria di saltimbanchi pezzenti. Colui che suonava il trombone era un uomo lungo e allampanato, che negli intervalli del suo fiato sussurrava rivolto al moncherone: «Sei il più intelligente, per questo noi gente veniamo con te». Gli altri strumentisti, dotati di flauti, clarinetti, cornette e trombette, avevano tutti decorazioni sul petto e cartelli infilati nel collo che indicavano le loro alte funzioni. Poi dal gruppo si è staccato un individuo dall'aria superba e dallo sguardo gelido, vestito con un abito elegantissimo. Si è diretto verso un uomo vestito di un impermeabile di cuoio nero che li osservava sulla destra del molo e che teneva in mano una pistola e un rotolo di dollari. «Le ho portato le foto segnaletiche di tutti coloro che stanno dalla parte del nemico», ha detto in tono beffardo l'uomo dall'elegante vestito grigio, finalmente questo Paese è libero di denunciare i traditori». Poi si è girato verso il mio punto di osservazione, e per un attimo ho pensato che si rivolgesse a me, che mi avesse scoperto, anche se probabilmente si rivolgeva al suo pubblico. LA VOCE METALLICA La sua voce, con tono metallico, scandiva frasi pronunciate con una sintassi italiana elementare. «Se tu mi avessi riconosciuto - ha sibilato attento a fare il mio nome, sai, potresti ricevere visite nella tua abitazione, qualche grammo di polverina bianca sparsa qua e là portata dai nostri bravi agenti, non fare lo sciocco, amico, scrivi romanzi e basta, noi saremo tolleranti se ti comporterai bene». Dietro di lui venivano altri ometti in doppiopetto. Avevano il volto minaccioso e il braccio steso in avanti, con il palmo della mano aperto sul quale c'era scritto con l'inchiostro: «Ministro della Repubblica». La testa perduta di Damasceno Monteiro uscito nel 1997 per Feltrinelli ultima edizione 2002 pagine 249, euro 7,50 Viaggi e altri viaggi a cura di Paolo Di Paolo pagine 266 euro 17,50 Feltrinelli 2010 Il racconto di Antonio Tabucchi, dicui pubblichiamo in questa pagina uno stralcio (la versione integrale si può leggere su www.unita.it), è uno tra i più letterari dei tanti interventi che lo scrittore toscano affidò alle pagine dell'«Unità» a cui collaborò assiduamente dal 2001 al 2005. È un racconto sul «pericolo berlusconismo» che venne pubblicato anche nel pamphlet uscito con «l'Unità» nel 2002 «Non siamo in vendita. Voci contro il regime», curato da Stefania Scateni e Beppe Sebaste. La passione per la politica e l'amore per la democrazia spinsero Tabucchi a scrivere sul bellicismo trionfante, su terrorismo e antiterrorismo, sul ritorno del razzismo, sul revisionismo, sugli interessi finanziari. E, soprattutto, sulla minaccia di un nuovo autoritarismo nel lungo periodo di Berlusconi premier, di cui denunciò i perisoli per la democrazia con lucidità e lungimiranza. I suoi testi «politici», spesso molto polemici, sono raccolti nel volume «L'oca al passo. Notiziedal buio che stiamo attraversando» (Feltrinelli). L'impegno civile Gli scritti politici e polemici sulle pagine de «l'Unità» Mastroianni, il volto di Pereira Racconti con figure pagine 356 euro 15,00 Feltrinelli 2011 IL FILM Protagonista del film di Roberto Faenza tratto da «Sostiene Pereira» uscito nel '95, fu Marcello Mastroianni a dare il volto al personaggio più famoso creato da Tabucchi, simbolo della difesa della libertà d'informazione. Il romanzo vinse dei premi Super Campiello, Scanno e Jean Monnet per la letteratura. «Albertazzi direttore del Valle» «Mi auguro di poter dare a Giorgio Albertazzi la direzione artistica del Teatro Valle che stadiventandouncentrosocialemascherato».LohadettoilsindacodiRoma,GianniAlemanno,durantelapresentazionediReteattivaperRomaalla qualeerapresente,comesostenitore, anche Giorgio Albertazzi. « Sono disponibile - ha detto - ad incontrare gli occupanti». 33 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
ANTONIO TABUCCHI D i una cosa ero certo:che io potevo vederli,ma non potevo esserevisto. C'era qualcosache mi nascondeva alloro sguardo, una sorta di diaframma o di schermo che non riuscivo bene a decifrare, che mi proteggeva dalla loro vista. Eppure avevo la sensazione di essere esposto in piena luce, seduto in prima fila, come a teatro. E da quella prima fila potevo osservarli. I loro gesti mi giungevano nitidi come l'odore che i loro corpi emanavano. Era un odore greve e dolciastro, lo stesso che avevo avvertito in un anno ormai lontano quando, in un obitorio di una cittadina di un Paese straniero, ero dovuto andare a riconoscere il cadavere di un mio amico naufragato con la sua barca. Era uno spettacolo, di questo ero certo. Ma quello spettacolo era rappresentato in tutta la sua nuda verità, ed era vero perché era più vero del vero. La scena si svolgeva sulle banchine di un porto di una città mediterranea, illuminata da un sole meridiano che conferiva alla scena quella luce allarmante che hanno certe fotografie sovraesposte. Al molo era attraccata una nave d'acciaio, certamente da guerra, misteriosa e minacciosa come la corazzata di un vecchissimo film. Era ornata da cannoni e da una bandiera di tre colori che garriva al vento. L'inquietudine si è impadronita di me. Qualcosa di turpe, lo sentivo, stava per succedere. E percepivo anche che tutto ciò non era reale, era frutto della mia fantasia lasciata allo stato libero come quando si sogna. Mi sono detto: perché vogliono che io sogni questo sogno? Chi mi obbliga a sognare? Mi sono detto ancora: devi svegliarti, non puoi tollerare che ti si obblighi a sognare un sogno che non vuoi sognare, costoro si sono insinuati nella tua anima, vogliono impadronirsi di te. Mi sono dato un pizzicotto, come si fa per svegliare un dormiente, ma non ho ottenuto IL SUO INCUBO L'ITALIA DI OGGI Piazza d'Italia uscito nel 1975 per Bompiani ultima edizione Feltrinelli 2001 pagine 152 euro 7,00 Notturno indiano uscito nel 1984 per Sellerio ultima edizione Sellerio 2009 pagine 137 euro 8,00 Non so se a queste sue prospettive, al suo dialogo senza fine con i più vari materiali culturali, al frequente disporsi della sua voce narrativa come «da dopo», come di fronte ad immaginazioni ed esperienze sempre già date, concluse, si possa adattare l'etichetta, da qualcuno suggerita, di «post-moderno»: certo in lui la sensazione di essere «dopo» non andava mai disgiunta dallo sguardo alla situazione presente, da una rabbia anche viscerale e poco post-moderna per il degrado del nostro paese (e per la nefasta deriva del berlusconismo), da cui negli ultimi anni si è sempre di più allontanato, vivendo soprattutto tra la sua Lisbona e Parigi (molto forte è stato in lui del resto, come per molti della nostra generazione, anche il legame con la cultura francese). Nella tristezza di oggi, scorrendo le pagine di Requiem, mi domando se un giorno ci sarà qualcuno che, dopo un tortuoso percorso per Lisbona, avrà la chance di vederlo apparire all'Alcântara-Café, insieme a quell'altro Convitato e a tutti i fantasmi della letteratura e della vita che continuano a parlarci dai suoi libri. GIULIO FERRONI Tano D'Amico www.unita.it Sostiene Pereira uscito nel 1994 per Feltrinelli ultima edizione Feltrinelli 2003 pagine 216 euro 7,50 p SEGUE DALLA PAGINA 31 LISBONA «Morreu Tabucchi» hanno annunciato i media portoghesi. Tabucchi da anni viveva a Lisbona con lamoglieportogheseMariaJosèLancastre,era diventatounodi loro. «Nonera solo un amico intimo di Lisbona e del Portogallo, un grande divulgatore di FerdinandoPessoa,era ilpiùportoghesedi tutti gli italiani», ha detto il segretario di stato alla cultura Francisco Josè Viega. La Fondazione Fernando Pessoa gli renderà omaggio il 2 aprile. «Era uno scrittore tanto italiano quanto portoghese»,diceladirettricedi«CasaPessoa» Ines Pedrosa. Anche politicamente: Tabucchi appoggiò il socialista Mario Soares e si presentò all'Europarlamentoconil partitoBloco deEsquerda. «Era uno di noi» L'addio della sua seconda patria DA LISBONA Letteratura e sguardo sul presente Ritratto allo specchio di Antonio Tabucchi Culture32 LUNEDÌ26 MARZO2012
MASSIMILIANO AMATO NAPOLI I l Napoli vede allontanarsi laChampions 2012-13 per lastessa ragione per cui è statocostretto a salutare quella diquest'anno: una difesa friabi-le come un biscotto, che sui calci piazzati si dissolve tradendo ingenuità da oratorio. Da un po' di tempo agli avversari non resta altro che incartare, ringraziare e portare a casa. Il beneficiario stavolta è Vincenzino Montella, che esce imbattuto dal San Paolo con il suo Catania dopo una partita dallo sviluppo abbastanza coerente ma dall'esito finale totalmente assurdo, nel corso della quale gli azzurri sono stati capaci di tutto e anche di più. Si sono portati sul doppio vantaggio in 6 minuti, hanno sfiorato il colpo del ko definitivo con uno stratosferico Pandev, e poi ancora Cavani e Dzemaili, ma poi hanno incassato due gol in 10 minuti da altrettanti calci d'angolo. Mastica amaro Mazzarri, ma i limiti difensivi della sua squadra, che quando alza il ritmo dalla cintola in su è devastante, richiederebbero, forse, un po' di applicazione in più negli allenamenti. E un pizzico di cattiveria nell'area piccola: una cosa, quest'ultima, che non si acquista al supermercato. Perché è un fatto che, nelle ultime sette partite tra Champions, campionato e Coppa Italia, gli azzurri hanno incassato 11 reti, quasi tutte di testa. Uno score negativo che vanifica il grande lavoro dei centrocampisti (superbi ieri Gargano e Dzemaili, che dopo un primo tempo soporifero, ha sbloccato il risultato al 16' della ripresa con una botta terrificante dai venti metri insaccatasi nel sette) e, soprattutto, dei cosiddetti tenori: ieri il solo Lavezzi, sostituito sull'1-2 da Inler, è apparso sotto tono. In compenso, i cinquantamila di Fuorigrotta si sono stropicciati gli occhi per le giocate di un incontenibile Pandev che, da solo, sembrava aver determinato l'inerzia del match. Inventandosi l'assist per il 2-0 di Cavani (22': il Matador prima colpisce il palo, poi ribadisce in rete) e imperversando come un fortunale di fine estate nella trequarti etnea per una buona mezz'ora. Dal possibile 3-0 fallito dal macedone, che al 28' ha colpito il palo dopo uno slalom entusiasmante nell'area siciliana, si è passati invece al 2-2: è la considerazione che si legge sul labiale del tecnico livornese, a fine gara. Il Catania, che praticamente non si è mai avvicinato dalle parti di De Sanctis su azione manovrata, si è limitato a capitalizzare le due uniche occasioni costruite con la solita astuzia e la forza fisica sui calci d'angolo: al 29' Spolli, lasciato solo nel cuore dell'area, ha incornato indisturbato su angolo di Llama; al 40' è stato Lanzafame, entrato da una manciata di secondi a rilevare lo spento Barrientos, a castigare gli svampiti difensori di Mazzarri con un tocco sotto misura. Ancora su cross dalla bandierina di un mancino, questa volta Lodi. I siciliani sono la squadra più efficace del campionato sui cross laterali, specie su palla inattiva: tutti gli avversari lo sanno ma non riescono a rimediare. E dalla parte di Mazzarri il modo non cambia la sostanza: una maledizione per il Napoli-Penelope di quest'anno, che ieri forse ha sprecato un fondamentale match point sulla strada di avvicinamento al terzo posto. Foto di Luigi Pepe NOCERA INFERIORE Era un modo ironico per provare a chiudere le polemiche che si trascinano da tempo a causa delle dichiarazioni antisalernitane. Ma Andrea Mandorlini, allenatore del Verona, ha rifiutato la maglietta da un bambino con la scritta: «Benvenuto al Sud». Il Verona ha poi perso 3 a 1. le distanze restano invariate (ma le giornate a disposizione si consumano). Il Novara invece spreca forse l'ultima occasione per riaprire un discorso tenuto “vivo” con le ultime due vittorie. All'ultimo secondo Morimoto ha avuta l'occasione della vittoria, l'ha sprecata. detto che il Siena raccoglie qualcosa da Verona, e con un punticino galleggia appena sopra la linea dell'inferno, l'altro “spareggio” del giorno era a Marassi, dove Genoa e Fiorentina avevano l'opportunità di salutare la compagnia, e mettere qualche punto fra sé e la serie B. Liguri più vogliosi ma meno lineari, viola per una volta perfino belli in trasferta, ma incapaci di gestire il vantaggio, per desuetudine alla vittoria: 2-2. C'è ancora da soffrire, per tutti. Dieci righe IL CATANIA RIMONTA AL NAPOLI RESTA POCO Dzemaili e Cavani sembrano aver chiuso il match Poileretisicilianesuangolo,puntodeboledeicampani Persa un'occasione d'oro nella corsa per la Champions «Benvenuto al Sud», ma Mandorlini rifiuta La Primavera nerazzurra ha vinto a Londra la Champions League di categoria, contro l'Ajax. La partita è finita ai rigori (5-4 perl'Inter). In tribuna anche il patron Massimo Moratti. Darwin Pastorin Ho trovato questa considerazione: «Da noi i film sul calcio sono stati finora di parodia o di sfondo. È difficile perché ci vorrebbeunasceneggiaturacapaceditrovarela distanzaadattaa rendere l'epica agonistica senza replicare l'interminabile rassegnatvcheciassediaognigiorno.Inoltre,sarebbedifficilegirare le scene sul campo in modo convincente, perché dovrebbero essere realistiche, e qui la concorrenza delle immagini televisive di qualità è implacabile: le fai a quei livelli, oppure il senso comincia a zoppicare. Ecco perché un vero bel film sul calcio non esiste». Parola dell'ex ribelle del football Paolo Sollier (da Spogliatoio, Paolo Sollier con Paolo La Bua, Kaos Edizioni). L'INTER CHE VINCE ANCORA Dortmund: sei squilli al Bayern Il Borussia Dortmund respinge l'assaltodel Bayern in vetta alla Bundesliga. I bavaresi avevano regolato l'Hannover nell'anticipo, ma i campioni in carica, dopo essere passati in svantaggioaColonia, sisonoscatenatinellaripresa: finisce6-1 (retidi Piszczek, doppiettadi Kagawa, Lewandowski, Gündogan e Perisic). In classifica sempre 5 i punti di vantaggio. L'impossibile film sul calcio 41 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
Qualche lettura e anniversari da ricordare Qualche bel libro presentato in fiera, a Bologna: Giovanna Zoboli, Guido Scarabottolo, «Cose che non vedo dalla mia finestra», Topipittori; Vittoria Facchini, Luisa Mattia, «Per filo e per segno», Donzelli: Irène Cohen-Janca, Maurizio A.C. Quarello, «Il grande cavallo blu»,Orecchio Acerbo. E ancora: Robert Louis Stevenson, Roberto Innocenti, «L'isola del tesoro», Prìncipi e Princìpi; Cecilia D'Elia, Rachele Lo Piano, «Nina e i diritti delle donne», Sinnos; Silvia Santirosi, Chiara Carrer, «Il treno», Logos. Alla Bologna Children's Book Fair, sono stati festeggiati, tra gli altri, i centocinquant'annidella Salani, i venticinque anni di Carthusia e i vent'anni de Il Battello a Vapore e i cento anni di Gallimard. editoriale negli ultimi dieci, quindici anni, si sia intossicato di grandi vendite e maga seller finendo per entrare in una durissima crisi d'astinenza. Ma che questa crisi potrebbe anche fare un po' di pulizia restituendo ad una quota di normalità i lettori, cioè dando agli editori un'idea più onesta delle loro capacità, aspirazioni e bisogni. Certo, il sistema è travolto dalla mancanza di liquidità, amplificata dal meccanismo delle rese, dalla prepotenza delle grandi catene e dalla riottosità delle famiglie a spendere i propri soldi perfino sui libri, dall'ombra ignota degli e-book che incombe minacciosa sul mercato. E l'effetto, in tutti i passaggi della filiera (autori, editori, librai, promotori della lettura, lettori), sembra un'evidente incapacità a prevedere e progettare il futuro: proprio come dice l'immagine di Scarabottolo. Ma il mercato, di suo, non ha questa facoltà (pensare al futuro): va avanti per approssimazioni immediate e sulla spinta di una crescita necessariamente costante e continua. Progettare il futuro, almeno che non si voglia definitivamente restare vecchi, significa rifiutare l'ignoranza facile e pigra, la bulimia commerciale e l'inquinamento mentale. E questa è una facoltà data agli uomini, non al mercato. AUTODISTRUZIONE Il che nella pratica editoriale significa attenzione alla qualità. Coltivarsi quegli acquirenti che i libri poi li leggono (e non li comprano solamente sull'onda delle mode o facendosi abbindolare dalle pile che svettano in libreria) perché sono loro che continueranno a comprarli. E avere il coraggio, in quanto editori, di fare le proprie scelte, cioè di offrirsi come guida ai lettori in un rapporto di fiducia quasi intimo (alla faccia di Amazon, della rete e degli e-book). Non vorremo, in questa feroce crisi, abituarci a un'immagine del mercato editoriale davvero disastrosa, al limite dell'autodistruzione: perché i libri, in uno tempo difficile, ci possono invece dare la riflessione, il conforto e l'intelligenza che ci permetterebbe di venirne fuori. Ora, sempre che vogliate i nostri consigli, vale la pena cominciare proprio dal settore ragazzi: i più piccoli, a volte, hanno un punto di vista sorprendentemente risolutivo. Come ci ha insegnato, in un incontro al Caffè degli autori in Fiera, l'illustratore giapponese Royji Arai. Per spiegare l'essenza dell'arte dal suo punto di vista (che come spesso accade per i migliori, coincide a quello di un bambino), ha raccontato una storia sulla vasca da bagno: una mamma dice al bambino di andare intanto lui a riempire la vasca, perché lei ha da fare. Il bambino dopo un po' torna e dice: «mamma non c'è abbastanza vasca da bagno». A Bologna I piccoli leggono di più Continua a crescere il settore dell'Editoria per ragazzi, forte anche del fatto che i più piccoli continuano a leggere più della media nazionale. Secondo i dati forniti dall'AssociazioneItalianaEditori(Aie) ilmercatodellibroperragazzicrescedel+2%.Le197caseeditrici che hanno pubblicato libri per bambini hanno immesso sul mercato 2.317 novità. 35 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
Oskar», ovvero grazie al ritorno in campo di Lafontaine il quale si è impegnato direttamente nella campagna elettorale mettendo in gioco il peso del proprio carisma personale nel Land dove in passato era stato governatore per i socialdemocratici. La sorpresa più evidente viene dai Piraten: ottengono il 7,5% e dopo il successo di Berlino conseguono l'ingresso in un altro parlamento regionale. Circa un terzo dell'elettorato giovanile si è indirizzato verso questo originale movimento che ha fatto della trasparenza e della democrazia internettiana le sue bandiere. CONTINUE FIBRILLAZIONI Il significato politico del voto è abbastanza chiaro. Innanzi tutto si tratta di un'aperta sconfessione da parte dell'elettorato della coalizione «Giamaica», ovvero l'alleanza di Cdu, Grünen e Liberali (così detta perché i colori dei tre partiti – nero, verde e giallo – corrispondono a quelli della bandiera giamaicana). Negli ultimi due anni e mezzo il governo del Saarland aveva sperimentato precisamente tale formula, ma senza risultati apprezzabili e con continue fibrillazioni. In secondo luogo i risultati sembrano indicare un diffuso favore popolare per governi di «Grosse Koalition»: e in effetti tutto lascia presagire che il prossimo governo del Saarland sarà formato da Cdu e Spd sotto la guida della governatrice uscente Annegret Kramp-Karrenbauer (Cdu), anche se teoricamente i socialdemocratici e la Linke avrebbero i numeri per formare una maggioranza «rosso-rossa». Per quanto riguarda le ripercussioni a livello nazionale il segnale più eclatante è il disfacimento dei liberali. Quanto potrà reggere l'esecutivo nero-giallo di Angela Merkel, se la componente liberale subisce tracolli così clamorosi in ogni tornata elettorale amministrativa? Il mese di maggio potrebbe dare a questo proposito delle risposte decisive: si voterà, infatti. in altri due Länder, Schleswig-Hollstein e Nordreno-Vestfalia, e stando alle previsioni in entrambi la sopravvivenza politica dell'Fdp è in pericolo. Quanto costa pranzare assieme a Cameron? Secondo il co-tesoriere del suo partito, Peter Cruddas, 250mila sterline ti consentono non solo di sedere al suo desco, ma di «fargli qualunque domanda». Dopo di ché, «se sei scontento di qualche cosa, presteremo attenzione alle tue richieste e le sottoporremo alla commissione di indirizzo politico di Downing Street 10». Detto in parole povere, sborsa un bel po' di quattrini, e avrai buone chances di ottenere quello che ti interessa. Se Cruddas avesse detto il vero, la carriera politica di Cameron sarebbe finita e il suo governo prossimo a saltare in aria. Per ora le cose seguono un corso diverso. Cruddas si assume la responsabilità di avere detto fesserie, e si dimette. Cameron definisce «assolutamente inaccettabili» le sue dichiarazioni, nega l'esistenza della commissione evocata dal dirigente tory, e annuncia un'inchiesta interna al partito sulla vicenda. Tutto accade nel giro di poche ore, ieri mattina a Londra, quando il Sunday Times pubblica il resoconto filmato di un colloquio fra Cruddas e tre reporter spacciatisi per businessmen inglesi residenti in Liechtenstein. L'approccio iniziale è cauto. L'amministratore nega ogni legame fra i finanziamenti al partito e l'accesso personale al premier. Poi cambia registro e lascia balenare non solo la possibilità di incontrarlo ma di influenzarne le decisioni. L'atmosfera diventa quasi cameratesca, la conversazione si arricchisce di coloriture gergali. Con 200 o 250 grand (un grand equivale a mille sterline) si entra nella «Premier League» (la serie A) dei donatori. A quel punto «la prima cosa da fare è introdurvi alle cene Cameron/Osborne». Cruddas va al sodo. Visto che si parla di denaro, meglio ipotizzare la presenza del ministro delle Finanze e non solo del capo del governo. «Sarebbe fantastico per i vostri affari. In quella stanza tutto è confidenziale». Non ci mette molto a capire di averla combinata grossa Cruddas, e con una rapidità di tempi sconosciuta alle nostre latitudini, rassegna immediatamente le dimissioni, dicendosi «profondamente rammaricato per ogni impressione di improprietà che possa emergere dalle mie sparate. Chiaramente è escluso che un donatore possa influenzare le scelte politiche o ottenere contatti non dovuti con personaggi politici». LABOUR ALL'ATTACCO L'opposizione non si accontenta della sua semplice uscita di scena, né dell'inchiesta interna ordinata da Cameron. I conservatori non possono cavarsela «indagando su se stessi», afferma il deputato Michael Dugher. Il Labour vuole che a occuparsi del caso sia un organo indipendente, la «Commissione per gli standard nella vita pubblica». La stessa che propone di abbassare da 50 a 10mila sterline il tetto per le donazioni annue individuali ai partiti, e di sganciare l'appartenenza sindacale dall'obbligo di versare quote al Labour. Riuscendo così a scontentare sia i Tory, abituati a percepire finanziamenti cospicui, sia i loro oppositori che contano sulle sovvenzioni delle Unions. Per recuperare le perdite che ne deriverebbero per le varie formazioni politiche, la «Commissione per gli standard» propone quello che in Italia oggi qualcuno vorrebbe abolire: il finanziamento pubblico. Laburisti sul piede di guerra. Collegando lo scandalo Cruddas all'attualità politica, esigono di conoscere i nomi di tutti i finanziatori del partito conservatore che abbiano suggerito al governo, in forma orale o scritta, di abolire l'aliquota fiscale del 50% sui redditi annui superiori a 150mila sterline. È la riforma annunciata la settimana scorsa da Osborne: meno tasse ai ricchi. GABRIEL BERTINETTO «Per vedere il premier 250 mila sterline» Il tesoriere dei tory inguaia Cameron Un altro scandalo dalle parti di Downing Street: il vicetesoriere del partito conservatore è stato filmato da un giornalista mentre chiedeva soldi in cambio di favori politici. Il premier: «Inaccettabile, faremo chiarezza». gbertinetto@unita.it José Antonio Griñan, socialista, presidente uscente dell'Andalusia «Siria, Kofi è l'ultima chance» La missione di Kofi Annan «può essere l'ultima possibilità per la Siria di evitare una prolungataguerracivilesanguinaria».LohadettoilpresidenterussoMedvedevallostesso Annan, inviato speciale dell'Onu per la Siria. Dopola Russia,Annan sarà in Cina che, proprio insieme a Mosca, aveva posto il veto su due risoluzioni al Consiglio di sicurezza dell'Onu. 29 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
COORDINATORE SEL Q ualcuno dovrà chiedereal professor Mario Mon-ti a chi ha promesso loscalpo dell'articolo 18 e quello della Cgil. Nel senso che di questa cosiddetta riforma del lavoro, al di là di molti opinabili aspetti nel merito, stordisce l'ansia, l'urgenza, diciamo pure la fretta con cui il consiglio dei ministri (e il suo presidente in prima battuta) hanno preteso tempi di discussione e di definizione rapidissimi. La riforma del lavoro doveva essere pronta improrogabilmente entro il 22 marzo, prima del viaggio di Stato in Cina, ha ripetuto fino alla noia il capo del governo. Perché, di grazia? Intendo dire: chi aveva stabilito che fosse il 22 marzo e non una settimana dopo? Qual era la congiuntura istituzionale, economica o politica che pretendeva quel giorno come ultimo atto di una difficile trattativa, anche a costo -come poi è accaduto - di concludere la trattativa non con un accordo ma con un disaccordo? È utile che la politica torni a procedere con speditezza, decidendo perfino di non incartarsi dentro la concertazione come se fosse una liturgia necessaria. Ma ci sfugge, in un Paese con i conti sociali e materiali alla deriva, il segno improrogabile di quella data come se si fosse trattato di dichiarare l'entrata in guerra o la firma di un trattato di pace. Il 22 marzo: altrimenti che accadeva, professor Monti? E perché questo accanimento sull'articolo 18? C'è davvero qualcuno disposto a giocarsi la faccia sostenendo che gli imprenditori stranieri non investono perché in Italia non esiste il diritto di licenziare? Ci si porti l'esempio di un'impresa, una multinazionale, una sola, che abbia detto di voler star lontano dall'Italia per colpa dello Statuto dei lavoratori. Le preoccupazioni - a decine, a centinaia - le aziende straniere le hanno espresse pensando a un Paese strangolato dalle avidità della politica, dalla pratica della corruzione, dai lacci e lacciuoli di un'infinita burocrazia, dal pedaggio dovuto alle mafie in ogni parte d'Italia. Se qualcuno non investe in Sicilia forse non lo fa perché non gli diamo il diritto di licenziare ma perché lo costringiamo ad assumere gli amici dei picciotti, ad accettare protezioni e guardianìe mafiose, a servirsi del calcestruzzo delle imprese dei boss, ad affittare i macchinari dalle cosche locali, a noleggiare i camion dei picciotti per organizzare il movimenti terra nei loro cantieri. L'Europa, allora? Ce lo chiedeva Bruxelles di isolare la Cgil, abolire l'articolo 18 e prevedere che il giudice non possa mai metter becco nei cosiddetti licenziamenti economici. È struggente questo continuo appello all'ombrello europeo: per anni l'Europa è stata maltrattata come un'agenzia di dazi e dogane dedita a calcolare la lunghezza ammessa dei cetrioli e le quote del latte. Adesso è diventato un richiamo patriottico, uno squillo di tromba al quale chi si sottrae è perduto. Altro ci chiederebbero le direttive europee approvate in materia di mercato del lavoro. Chiedono certezza, non arbitrio. Chiedono di ridurre le tipologie dei contratti che questa riforma, pretesa a suon di sciabolate, non scalfisce nemmeno. Togliamo ai genitori senza dare nulla ai figli. Persino i poliziotti si sono detti preoccupati: non dei loro magri salari ma delle conseguenze di ordine pubblico che un'ondata di licenziamenti “economici” e sostanzialmente arbitrari potrebbe determinare nel Paese: prima di togliere garanzie ai lavoratori colpite gli evasori e i corrotti. Più o meno la stessa riserva che ha espresso la Conferenza episcopale. Ma se una riforma non piace alla sinistra, ai vescovi, ai commissari di ps e al sindacato, cioè al paese reale, torniamo alla domanda di partenza: ci può dire il professor Monti cui prodest? Chi è il mandante? Chi attende quello scalpo? Un'idea ce la siamo fatta. La morte dell'articolo 18 è stato assunta come un simbolo, il segno necessario di un cambio di rotta nella cultura politica e sociale del Paese. Da destra quel simbolo l'avrebbero voluto assumere già da qualche anno, ma chiedere a Berlusconi e al suo governo d'intestarsi questa battaglia non sarebbe stata una mossa felice. Troppo sputtanato il Cavaliere: una riforma del lavoro targata Pdl non sarebbe mai passata. Da quelle parti è ancora presente il ricordo della manifestazione della Cgil a difesa dell'articolo 18 organizzata a Roma dieci anni fa: la più grande manifestazione di popolo e di piazza nell'Italia repubblicana. Per bonificare il Paese dal ricordo di quel giorno occorrevano un altro governo e altre facce. Decorose, sobrie, attente alla grammatica della politica. Il professor Monti e la professoressa Fornero, per esempio. Che se a quella grammatica volessero prestare attenzione fino in fondo dovrebbero pensare che questa riforma rischia di apparire solo un atto di forza, una capricciosa esibizione di presunzione accademica. Alla faccia e sulle spalle di alcune decine di milioni di lavoratori italiani. FURTI DI MEMORIA Chi voleva la manovra Quanta fretta professor Monti La destra voleva un intervento da anni ma sotto Berlusconi non sarebbe mai passato Ci volevano facce nuove Claudio Fava La riforma del mercato del lavoro, con la modifica dell'art. 18, era una priorità assoluta per il governo Per varare il testo prima del viaggio in Cina è stata sacrificata la concertazione. Ci chiediamo perché 25 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
ri e tutelare i lavoratori che oggi possono contare sulla Cassa in Deroga. Esistono già per esempio per i bancari: un buon esempio da seguire». Salvi in extremis, dopo la richiesta dei sindacati e con un'altra marcia indietro del governo, anche i contratti di solidarietà oggi utilizzati da più di 150mila lavoratori che rinunciano ad una parte di stipendio pur di mantenere al lavoro tutti i colleghi, sperando che il momento di crisi della propria azienda venga superato. Nessun obbligo però per le piccole aziende. «All'inizio il governo voleva aumentarci le aliquote contributive non solo per i contratti a tempo determinato, ma anche per quelli a tempo indeterminato per allargare la cassa integrazione alle aziende sotto i 15 dipendenti. Per fortuna siamo riusciti a fargli fare marcia indietro», racconta Mauro Bussoni, direttore di Confesercenti. Si legge nel testo licenziato dal Consiglio dei ministri: «Per le imprese sotto i 15 dipendenti, saranno stabiliti, sentite le Parti sociali, criteri di estensione dell'istituto in parola e modalità di promozione, anche in considerazione delle esperienze oggi osservabili». Il riferimento è agli Enti bilaterali imprese-sindacati che in molte realtà delle piccole e medie imprese gestiscono fondi ora utilizzati essenzialmente per la formazione dei dipendenti e in qualche caso «già utilizzati, per esempio in Lombardia ed Emilia-Romagna, come sostegno al reddito - ricorda Bussoni - ma per noi rimangono solo un'opportunità, un opzione possibile: non so quanti se ne creeranno». Alla fine l'ipotesi più probabile è che questi fondi saranno creati per le aziende artigiane mentre non lo saranno per quelle del commercio. Ultimo e più delicato capitolo è quello della protezione dei lavoratori anziani. Nel testo uscito dal Consiglio dei ministri si parla della «creazione di una cornice giuridica per gli esodi con costi a carico dei datori di lavoro». Nessun obbligo anche qui però, solo la «facoltà» per le aziende «di stipulare accordi con i sindacati maggiormente rappresentativi, finalizzati ad incentivare l'esodo dei lavoratori che raggiungano i requisiti per il pensionamento nei successivi 4 anni, sulla base della normativa vigente». Il tema caldo però è sempre quello delle risorse. A questo proposito a disposizione ci sono i risparmi per il 1,3-1,5 miliardi già stanziati per i prossimi anni per la Cassa integrazione in deroga e il fondo (quantificato in 700 milioni) con i contributi imprese-lavoratori che oggi serviva per la Mobilità che sparirà nel 2017. Questi due miliardi dovranno però finanziare l'intera riforma: Aspi, Fondi di solidarietà, protezione dei lavoratori anziani. «L'impressione è che soprattutto per gli anziani i fondi siano aleatori - attacca Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil - . Le risorse previste sono troppo poche per coprire tutte le innovazioni: se si vogliono estendere le tutele e non si mettono risorse, la matematica ci dice che qualcuno, per forza, avrà qualcosa in meno. Ad oggi sono certamente i lavoratori over 55». Già colpiti dalla riforma delle pensioni. Santini (Cisl) e Loy (Uil) Foto di Roberto Monaldo/LaPresse «I Fondi di solidarietà sono una soluzione ma i conti non tornano» «Su Cig governo stoppato. I Fondi? Solo un'opportunità» Pasqua di crisi per le famiglie italiane. Che la situazione non fosse felice era già noto a tutti, ma un'indagine condotta dall'associazione di consumatori Adoc mette a fuoco in modo ancora più evidente la situazione di affanno crescente per i nuclei familiari del nostro paese. I NUMERI L'indagine dell'Adoc ci dice che per le vacanze di Pasqua partirà solo il 29% degli italiani, il restante 71% sarà costretto a passare le festività a casa. Ma forse il dato che meglio rende la situazione di grande difficoltà è quello che riguarda la piccola fetta dei partenti: tra loro il 56% rimarrà fuori soltanto una notte. Sul banco degli imputati per questa situazione c'è il caro carburanti: quest'anno, rispetto al 2011, un pieno di benzina costa mediamente 14 euro in più, con un litro di verde che ormai è arrivato a sfiorare i due euro. Ed in alcune zone di Italia ha già sfondato quella barriera. Del resto sono di appena sabato scorso le perquisizioni effettuate dalla Guardia di finanza di Varese, su impulso della procura della stessa città lombarda, nelle sedi italiane delle dieci maggiori compagnie petrolifere, per accertare se ci siano stati abusi nella corsa dei prezzi della benzina di questo periodo. Per il presidente dell`Adoc, Carlo Pileri, è innegabile come ormai la crisi abbia «messo in ginocchio le famiglie italiane, basti dare un'occhiata al dato dei partenti mordi e fuggi, comunque più fortunati rispetto agli altri. I numeri però non migliorano anche se si prende in considerazione la Pasquetta, tradizionalmente il giorno in cui ci si muove di più. In quelle ventiquattro ore, quando a spostarsi sarà il 41% degli italiani, il 26% farà solo una gita di un giorno. Solo il 4% dei partenti, invece, potrà permettersi di dormire fuori tre notti». I SOLDI Anche il budget di chi si muoverà, sarà comunque piuttosto risicato. Il 36% dei partenti spenderà meno di 200 euro, mentre solo il 19% potrà permettersi di spendere più di 400 euro. Non sorprende certo che si preferisca la vacanza brev: il carovita e la perdita del potere d`acquisto impongono la riduzione dei giorni a disposizione per svagarsi. «Ad incidere profondamente sulle decisioni dei consumatori» spiega ancora Carlo Pileri «è il caro carburanti, rispetto alla scorsa Pasqua per un pieno di benzina c'è stato un rincaro pari al 18%. Secondo il nostro studio, l`Italia continua ad essere la meta preferita dei partenti, con il 62% delle preferenze, ma salgono le quotazioni per le mete estere, destinazione scelta dal 38% dei vacanzieri più fortunati. Solo il 4% dei viaggiatori alloggerà per 3 o più notti fuori casa, nessuna notte fuori per il 26% degli italiani» «Il locale preferito per festeggiar e » c o n c l u d e P i l e r i « è l`agriturismo, che vede crescere del 3% la clientela rispetto allo scorso anno. In lieve aumento, pari al 7%, anche gli italiani che scelgono il così detto “pranzo al sacco”, la soluzione maggiormente economica, mentre calano abbastanza, di circa il 10%, le presenze nei ristoranti per festeggiare la Pasqua, come invece accadeva in passato». Bussoni (Rete Imprese) Pileri (Adoc) Pasqua con i tuoi Il caro-carburanti frena le vacanze degli italiani Nemmeno un italiano su tre si muoverà per le vacanze di Pasqua. Il dato emerge da uno studio condotto dall'associazione di consumatori Adoc. Più della metà di chi parte rimarrà fuori soltanto una notte. GIUSEPPE CARUSO MILANO gcaruso@unita.it «In crescita per i giorni delle prossime feste il “pranzo al sacco”» Coldiretti La riforma ci colpisce IldisegnodileggesullariformadellavoroappenavaratodalgovernoMonti,supropostadelministrodelLavoroElsaFornero,«colpisceilvinoitaliano»conl` annunciatamodifica delregimedeibuoni lavoro(voucher) introdottiproprioconlavendemmia2008edaallora (1/8/2008) ne sono stati utilizzati circa 2 milioni solo per i lavoratori del settore vitivinicolo. 9 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
A che punto è il dialo-go tra i gruppi di cri-stiani omosessualie le chiese? Il fo-rum che si terrà nelprossimo week end ad Albano Lazio ne offre la misura. Un questionario diffuso tra i gruppi dice che il 65 per cento ha incontrato il pastore della diocesi per presentarsi e creare un contatto. Il 42 per cento ha provato a dialogare con le parrocchie, trovando nel 22 per cento dei casi ospitalità ed accoglienza. Il rifiuto degli omosessuali cristiani non è più una norma assoluta, qualcosa ha fatto breccia nel muro di chiusura delle chiese. Non sembrano del tutto isolate le frasi del cardinal Martini presenti in un libro del 2008, Conversazioni notturne a Gerusalemme, che anticipa le ultimissime aperture (vedi colonnino): «Nel rapporto con l'omosessualità, nella Chiesa dobbiamo rimproverarci di essere spesso stati insensibili. Penso a un giovane che si sforzava di comprendere il proprio orientamento sessuale. Era in grande difficoltà. Non poteva parlarne con nessuno perché si vergognava. Sentiva che se avesse confessato le sue tendenze omosessuali sarebbe stato emarginato. Questo giovane si è ammalato perché non lo abbiamo aiutato». Quanti sono i credenti che lottano per non essere emarginati? Non pochi. Hanno risposto al questionario diffuso dagli organizzatori del forum, proprio per tastare il grado del dialogo in atto, 23 gruppi di cristiani omosessuali italiani sui 28 attivi, pari a circa l'80 per cento. In totale 482 persone, di cui 407 uomini (84%) e 75 donne (16%). La metà dei gruppi si riunisce all'interno di strutture della chiesa cattolica (parrocchie, locali diocesani, ordini religiosi). Non si tratta di presenze «nascoste». Nel sessanta per cento dei casi la comunità è a conoscenza dell'esistenza dei cristiani gay e lesbiche e delle loro attività. Più vicini i credenti valdesi, tre su quattro sono aperti nei confronti delle realtà omosessuali. PASTORALI L'impegno principale è volto alla ricerca di contatti che servano a smantellare forme di isolamento: ben 20 gruppi su 23 sono impegnati nel dialogo a vari livelli con 13 vescovi o loro delegati, con sacerdoti, religiosi e religiose, teologi e pastori evangelici. I rapporti con le altre associazioni non sono frequenti, qualche episodio è relativo a incontri con «Noi Siamo Chiesa», «Azione cattolica» e «Pax Christi». Se i contatti con i vescovi ci sono e non sono sporadici, sono poche invece le pastorali. In due realtà la pastorale per le persone omosessuali è in discussione, mentre in 4 casi è praticata in comunità cattoliche (principalmente parrocchie) e in 7 in comunità evangeliche. Le attività interne ai gruppi sono tese all'accoglienza e soprattutto alla crescita individuale, laddove un buon 30 per cento non ha organizzato le veglie pubbliche per le vittime dell'omofobia. La rete dei gruppi abbraccia l'intero paese, da Bari a Trieste, da Torino a Cremona, da Vicenza a Trento, passando per Roma e Milano, i cristiani omosessuali sono una realtà viva e vivace (per un elenco dettagliato vedi www.gionata.org, www. refo.it) . L'appuntamento annuale si terrà a partire da venerdì prossimo ad Albano, dove si riuniranno oltre 130 delegati ispirati dal versetto biblico di apertura «Le cose vecchie sono passate: ecco ne sono nate di nuove» . Workshop, laboratori, momenti di preghiera e un dibattito con il teologo Vito Mancuso. Un momento per trovare le strade utili a costruire dentro la Chiesa una vera apertura. Quella auspicata dal cardinal Martini: «Nella mia cerchia di conoscenze vi sono coppie omosessuali, persone stimate e altruiste. Non mi è mai stato chiesto, né mai mi sarebbe venuto in mente, di giudicarle. La questione è come possiamo affrontare questo argomento». Gay NewsIl blog SE I GAY BUSSAN0 ALLA PORTA DELLA CHIESA Il quotidiano online sull'omosessualità AI LETTORI delia.vaccarello@tiscali.it I vostri commenti gli articoli, le risposte Un forum che si terrà il prossimo week-end ad Albano Laziale s'interroga su quanti cristiani omosessuali lottano per non essere emarginati La cupola di San Pietro www.gaynews.it LIBERI TUTTI Delia VaccarelloGIORNALISTA E SCRITTRICE PER PROBLEMI DI SPAZIO la pagina settimanale dedicata alla Scienza è rinviata al prossimo lunedì. Ce ne scusiamo con i lettori. N on si arresta l'onda dicommenti e dichiarazio-ni dopo la sentenza dellaCassazione che ha sostenuto il diritto di gay e lesbiche ad avere una vita familiare. Tra le novità dentro il Pdl, c'è l'ex ministro dei Beni Culturali Giancarlo Galan che prende le distanze dal suo segretario: «L'uscita di Angelino Alfano sui gay è stata un po' becera, diciamo la verità. Una cosa antiquata», ha detto parlando alla Zanzara, la trasmissione di Radio 24. Dichiarando il suo favore per le nozze gay ha anche parlato di adozione: «Ma avete idea di quanti orfani abbandonati ci sono? Meglio dare un bimbo a una famiglia con due papà o due mamme piuttosto che lasciarlo in condizioni di miseria e abbandono». PUNTI DI VISTA Infine, ha sostenuto che gli elettori del Pdl su questo tema sono più avanti di molti leader, segretario compreso. Il plauso delle associazioni non si è fatto attendere da Grillini a Imma Battaglia, che salutano la speranza di «nuovi scenari di libertà». Aperture di grande valore in campo religioso, con l'anticipazione da parte dell'Espresso di alcune frasi dell'ultimo libro del cardinale Martini Credere e conoscere. Martini ha precisato: «non è male, in luogo di rapporti omosessuali occasionali, che due persone abbiano una certa stabilità e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. Non condivido le posizioni di chi, nella Chiesa, se la prende con le unioni civili». Ancora: «Se alcune persone ambiscono a firmare un patto per dare una certa stabilità alla loro coppia - ha continuato - perché vogliamo assolutamente che non lo sia?». La Chiesa cattolica, ha concluso il cardinale, promuove le unioni che favoriscono il proseguimento della specie umana, ma «non è giusto esprimere alcuna discriminazione per altri tipi di unioni». Parole che riconoscono giusto valore ai sentimenti e ai rapporti che uniscono tante persone omosessuali. Sì, no... il diritto di avere una famiglia http://liberitutti.blog.unita.it36 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
LODOVICO BASALÙ lodovico.basalu@alice.it MotoGp Stoner più veloce IlcampionedelmondoCaseyStonerèstatoilpiùvelocenelterzoedultimogiornodi test sulla pista di Jerez de la Frontera, dove dopo il maltempo è tornato a splendere il sole. L'australianodella Honda ha chiuso con il crono di 1'38«780 precedendo gli spagnoli Jorge Lorenzo su Yamaha e Dani Pedrosa su Honda . Sesta piazza per Valentino Rossi. D a oggi c'è una nuovadivinità nel firma-mento. Si chiamaSant'Alonso, giàprincipe delle Astu-rie. O semplicemente Fernando da Oviedo. Non ci fosse stato lui, in Malesia, la Ferrari sarebbe tornata a Maranello con le ossa rotte. Non ci fosse stato sempre lui, chi ha puntato allo Snai su una sua vittoria, non avrebbe fatto Bingo. Siamo qui a parlare di un'impresa epica, che ci riporta al valore dell'uomo - in questo caso del pilota e del suo ruolo - anche in una F1 che premia computer e simulatori. Il successo della F2012 pilotata dallo spagnolo resterà nella storia del Circus, come quella di Ayrton Senna a Donington, nell'ormai lontano 1993. Quando il brasiliano vinse con una McLaren che aveva 150 cavalli in meno rispetto alla mattatrice di allora, la Williams-Renault di Alain Prost. Pioveva, come ieri a Sepang. Ed è questo che permette il confronto tra due grandi, per nulla irriverente. Alonso non solo ha vinto, approfittando delle condizioni di asfalto viscido per quasi tutta la gara – interrotta dal 9˚ giro e poi ripresa un'ora dopo dietro alla safety car – ma si è addirittura portato in testa alla classifica mondiale provvisoria. Al volante di una monoposto che rimane appunto piena di problemi, a livello aerodinamico e di assetto. Un eroe, insomma, capace di esaltarsi in condizioni critiche. Come Sergio Perez, talento puro, in grado di portare l'anonima Sauber motorizzata Ferrari - al secondo posto, davanti ad un'altalenante McLaren Mercedes, guidata da Lewis Hamilton. Incredibile la gara del messicano, per giunta vicinissimo alla vittoria, non fosse stato per un errore del tutto giustificabile, emotivamente, a pochi giri dalla fine. Un segnale doppiamente positivo per il Cavallino, visto che Perez, 22 anni, fa anche parte di Ferrari Academy, istituita tre anni fa per allevare giovani piloti. Tanto da essere il candidato numero uno (ma non il solo) adatto a sostituire Felipe Massa, anche in Malesia autore di una prestazione incolore, solo 15˚ e quasi doppiato da Alonso. Luca di Montezemolo e Stefano Domenicali possono dire ciò che vogliono, ma se le loro parole avranno un minimo di sintonia con la logica, il triste spettacolo potrebbe finalmente finire, in merito al brasiliano. Meglio dunque tornare alle promesse – mantenute – da Alonso. «Se facciamo una gara perfetta, la pioggia potrebbe darci qualche possibilità», le sue parole prima del via. Poi le giuste - ma riflessive - dichiarazioni del dopogara, vicino al suo ingegnere di macchina, Andrea Stella, in lacrime: «L'obiettivo era fare più punti possibili e ne abbiamo presi ben 25. Io sono rimasto calmo, anche in condizioni estreme. La squadra merita una vittoria come questa. Credo che questa domenica ce la ricorderemo. Ma la macchina mantiene gli stessi problemi registrati in Australia. Vogliamo essere in grado di lottare, vincendo in condizioni normali. Tra Cina, Bahrein e Barcellona sono auspicabili dei miglioramenti». Analisi supportata da Stefano Domenicali, team principal della Ferrari: «Perlomeno adesso abbiamo una bella carica. Ma dobbiamo lavorare, visto che la F2012 non ha trazione in uscita dalle curve lente e poca velocità di punta». IL FERRARISTA DI DOMANI Alle stelle, ovviamente, Sergio Perez: «Potevo vincere, ne ero già convinto. Sapevo che dovevo raggiungere Alonso velocemente, perché le gomme soffrivano, ma sono andato largo e ho toccato il cordolo. Sarebbe stato difficile superarlo, anche se il vero vantaggio, quelli della Ferrari, lo hanno conseguito quando hanno montato le gomme slick un giro prima di me. Ma il secondo posto è oro per un team come la Sauber». Più abbacchiato Hamilton, da casa McLaren: «Fernando e Sergio hanno fatto una grande corsa. Io sono sul podio per la seconda settimana di fila, ma è chiaro che dopo due pole consecutive mi aspettavo di più». Si leccano le ferite anche Webber (4˚ con la prima delle Red Bull) e Raikkonen (5˚ con la Lotus), mentre può essere soddisfatto Bruno Senna, sesto con la Williams. Aria pessima per Vettel, che ha chiuso 11˚ con la Red Bull di punta, complice una gomma dechappata dopo un contatto con Kartikejan, che nei primi giri aveva fatto all'autoscontro anche con Button, un altro dei grandi uscito bastonato con l'altra McLaren. «È frustrante correre così», ha ammesso Vettel. Dopo due titoli consecutivi, questo mondiale, per lui, non è partito nel migliore dei modi. Le briciole (10˚) le ha anche raccolte Schumacher, con la Mercedes, complice un contatto con la Lotus di Grosjean nelle prime fasi di un Gp di Malesia che ricorderemo certamente. «Questa domenica ce la ricorderemo» dice il vincitore. Un'impresa che ricorda Senna: battere tutti con una macchina che è ancora inferiore A Elogio del pilota Un fenomeno sulla Ferrari n˚5 LONSO FERNANDO Fernando Alonso, nato a Oviedo (nelle Asturie) il 29 luglio del 1981 43 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
delitto Agostino legato a Contrada e l'altro, Vincenzo Di Blasi, condannato nel 2006 per aver favorito il clan Graviano. Fu Di Blasi a introdurre Piazza al Sisde, attraverso l'allora prefetto Luigi De Sena che alla Procura di Caltanissetta ha raccontato del suo stretto rapporto con La Barbera, entrato nei servizi grazie a lui, e dei contatti con Piazza. Si arriva così a Capaci dove il 23 maggio 1992 da una mano scivola un biglietto con sopra il nome di Lorenzo Narracci, capocentro Sisde a Palermo uomo di Contrada. Un caso forse: eppure 57 giorni dopo a via D'Amelio è di nuovo Contrada a far capolino. Secondo due carabinieri del Ros, che in quel periodo trattava con Vito Ciancimino, Contrada era lì. Le prove però lo escludono. E, pur condannato definitivamente per collusione con la mafia, lo 007 esce dall'inchiesta. Mentre Narracci, sulla base della testimonianza di Massimo Ciancimino, è tutt'ora indagato per concorso in strage. E indagato è anche l'ex capo del Ros Antonio Subranni. La «sua» trattativa causò, secondo i pm nisseni, l'accelerazione della strage del 19 luglio. Di sicuro, come ha rivelato l'Unità il 15 marzo scorso, non era Contrada l'uomo che ad un poliziotto appena arrivato in via D'Amelio si qualificò come “Servizi”. Una guerra tra apparati - polizia, Sisde, carabinieri, quelli visibili - si sarebbe svolta sui luoghi delle stragi, sul sangue di Falcone e Borsellino, alla ricerca di nuovi equilibri, nella mafia come nello Stato. Ma l'interrogativo è se e come questa guerra abbia agito sulla trattativa Stato-mafia su cui indagano anche le Procure di Palermo e Firenze. Di certo c'è una coincidenza che fa riflettere: dopo gli eccidi di Falcone e Borsellino, dopo le stragi di Firenze, Roma e Milano nel 1993, Cosa nostra prova a uccidere ancora, nonostante la trattativa sia stata chiusa. Il primo obiettivo è un bus dei carabinieri allo stadio Olimpico nel gennaio 1994, poche settimane dopo tocca al pentito Contorno. Due attentati falliti per due target simbolici: i carabinieri che avevano trattato con Ciancimino e arrestato Riina e il pentito che secondo il Corvo di Palermo venne utilizzato da Falcone e De Gennaro in una guerra privata contro i boss corleonesi. Una scia di sangue e segreti che come un faro lascia in penombra i covi dei boss siciliani e si avventura in ben altre dimore. Per questo, alla vigilia dell'audizione di oggi in Antimafia, riecheggia ancora quell'auspicio fatto dai magistrati nisseni quasi due anni fa ai parlamentari: «Lo Stato deve farsi carico di tutta la verità». Dopodomani Il Tempo A llerta del ministero del-la salute per il sorbitoloacquistato su Ebay è sta-to diffuso ieri sera in re-lazione alla vicenda di Barletta. «Si invitano coloro che hanno effettuato eventualmente acquisti di sorbitolo su Ebay di non farne uso e di richiedere prontamente l'intervento dei Nas per analisi». È caccia al sorbitolo killer, la sostanza usata per il test clinico nell' ambulatorio privato di Barletta e che ha portato alla morte la 28enne Teresa Sunna. La polizia in tutta Italia sta cercando partite di farmaco acquistato su internet che potrebbero essere fatali per altri pazienti. Sotto indagine è la filiera del sorbitolo, prodotto in un'azienda di Rovigo e poi inviato in Inghilterra per la distribuzione, parte della quale su Ebay, il sito di aste telematiche dal quale la sostanza è stata acquistata per conto del laboratorio di Barletta, con un risparmio di poche decine di euro. L'attività degli investigatori, in collaborazione con il ministero della Salute, prosegue per verificare che non ci siano altre partite di quel sorbitolo in circolazione. I carabinieri del Nas di Padova hanno sequestrato ieri circa 1000 tonnellate di sorbitolo (Foodgrade) in due ditte a Rovigo e Mantova. Secondo quanto si apprende da fonti investigative sanitarie i campioni di ogni lotto saranno analizzati dall'Arpa del Veneto per conoscere la composizione e vedere se sia presente qualche altra sostanza. IERI LA PROCURA di Trani ha iscritto sul registro degli indagati tre persone per omicidio colposo, cooperazione in omicidio colposo e lesioni gravi nell'inchiesta su quanto avvenuto nel centro diagnostico di Barletta. Sunna, di 28 anni, è morta prima di arrivare nell'ospedale di Barletta dove invece i medici del pronto soccorso sono riusciti a salvare la vita alle altre due pazienti che sono ancora ricoverate sotto osservazione nel nosocomio Dimiccoli di Barletta, ma sono fuori pericolo. Questa mattina, è previsto un vertice in procura con il magistrato inquirente, Michele Ruggiero, per fare il punto sulle indagini con polizia e carabinieri del Nas e per l'affidamento dell'incarico per l'esame autoptico, al medico legale Giancarlo Divella, e quello tossicologico, al professor Gagliano Candela. Al centro dell'indagine c'è proprio il sorbitolo somministrato nel centro polispecialistico del dott. Ruggiero Spinazzola. Ormai è accertato che il sorbitolo usato era del tipo destinato ad usi industriali e non alimentari. Per questa ragione tramite le autorità sanitarie, è stato diffuso in tutta Italia l'allerta per evitare che la stessa sostanza letale venga utilizzata impropriamente. I carabinieri del Nas già ieri hanno acquisito campioni di sorbitolo nella sede della Cargill, azienda della provincia di Rovigo che commercializza la sostanza. Il sorbitolo - spiega il comandante del Nas di Bari, Antonio Citarella - è un additivo alimentare, non è un farmaco, e quindi non ne è proibita la commercializzazione via internet né ci sono vincoli particolari. Sulla commercializzazione on line dei farmaci, proibita in Italia, l'Aduc ha chiesto la liberalizzare come avviene in Inghilterra. Ieri è stato possibile ricostruire meglio quanto avvenuto ieri nel centro medico di Barletta per capire come mai gli effetti siano stati letali per una donna e non per le altre. La più anziana delle due pazienti sopravvissute, che ha 62 anni, ha raccontato che la prima a bere il liquido contenente sorbitolo era stata proprio Teresa Sunna, poi era toccato a lei. Poco dopo, ha raccontato ancora, la 28enne aveva avvertito un malore e addirittura era svenuta, le avevano sollevato le gambe. Anche lei, la 62enne, aveva accusato nausea, poi non ricordava più nulla, se non che la terza paziente, la 32enne di Altamura, disgustata dal sapore tipico di quel liquido, in parte lo aveva espulso subito dopo averlo ingerito, vomitando. Era stato in seguito a una colite che alla paziente era stato consigliato di effettuare ulteriori indagini mediche per chiarire se l'origine di quel disturbo fosse legata a una intolleranza alimentare. Oggi Domani Allarme sorbitolo sul web Il ministro: «Chi l'ha preso lo consegni subito ai Nas» Il caso PINO STOPPON NORD Cieli sereni o poco nuvolosi ovunque. CENTRO Torna il bel tempo con prevalenza di cieli sereni su tutte le regioni. SUD In gran parte soleggiato, salvo nuvolosità associata a qualche rovescio su rilievi. NORD Cielo sereno su tutte le regioni. CENTRO Cielo sereno su tutte le regioni. SUD Cielo sereno su tutte le regioni. NORD Cieli irregolarmente nuvolosi con isolati acquazzoni da est verso ovest. CENTRO Parzialmente nuvoloso su buona parte dei settori. SUD Instabile tra est Sicilia, Calabria e bassa Campania, poco nuvoloso altrove. Senigallia, sparito assessore Da sabato non si hanno notizie dell'assessore alla Cultura del Comune di Senigallia (Ancona)StefanoSchiavoni.Cinquantanoveanni, insegnantedistoriadell'Arte,esponentedelPd, sabato doveva prendere parte a Senigallia ad una conferenza stampa ma non si è visto nè ha telefonato. I cellulari risultano spenti e non ci sarebbero messaggi o biglietti per i familiari. 27 LUNEDÌ 26 MARZO 2012
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