lombardo finisce in Germania per 120 euro a tonnellata. Non per molto però. I tedeschi hanno fatto sapere che fra tre anni le loro discariche saranno piene e dunque i lombardi dovranno cavarsela da soli. Come? Da tempo la Regione, per bocca dell' Assessore al Territorio Daniele Belotti ha fatto sapere che potrà individuare i siti, ma poi lo smaltimento vero e proprio sarà una questione che riguarderà i privati. «Sarebbe un reato», ha detto Belotti il 13 marzo scorso «non autorizzare un legittimo progetto imprenditoriale se rispetta i criteri tecnici necessari». Ma nonostante la buona volontà in Lombardia l'unica discarica presente è a Cavriana in provincia di Mantova, ma è già satura da un bel pezzo. Un'altra è stata autorizzata a Montichiari, in provincia di Brescia, si chiama Ecoeternit e smaltirà 480mila metri cubi. Neanche un decimo dell'amianto certificato. E il resto? Il resto è tutto fermo. A Brescia (80mila metri cubi) l'iter è nelle mani de Tar, a Travagliato (435mila metri cubi) la procedura di valutazione di impatto ambientale è già stata completata, ma ancora niente si è mosso. E poi c'è il caso di Cappella Cantone, in provincia di Cremona, dove l'autorizzazione per 260mila metri cubi un una cava della Cavenord è stata bloccata dall'inchiesta della magistratura che ha portato in carcere per corruzione il vicepresidente del Consiglio lombardo già assessore all'Ambiente Nicola Cristiani. Restano da definire le sorti delle discariche di Treviglio (nel bergamasco), Cava Manara, Ferrera Erbognone e Gambolò (tutte e tre nel pavese). Per queste ultime tre c'è stata una mobilitazione generale della popolazione. Sono sorti una serie di comitati che hanno fatto sentire la loro voce. E chiesto una moratoria dell'iter. Gli abitanti dei tre paesi, a 15 chilometri l'uno dall'altro, contrappongono al loro rifiuto non solo ragioni ambientali (quella è zona di risaie e si temono infiltrazioni) ma anche la mancanza di certezze. Vogliono discutere con la Regione della programmazione delle discariche, vogliono avere studi di tecnici e scientifici, come ci dice Marco Basati del comitato «No discarica, Mezzana Bigli», che supportino la possibilità di una simile programmazione. In poche parole vogliono garanzie dalla politica. In un momento in cui la politica delega, come visto, ai privati. Che però non offrono la sicurezza necessaria. Un esempio? Dalle indagini su Cappella Cantone, la magistratura accertò, tra l'altro, che una parte dei rifiuti d'amianto che avrebbe dovuto essere smaltito in discarica andava a finire sotto l'autostrada Brebemi. I privati hanno interesse a massimizzare il profitto contenendo i costi. E allora chi garantisce gli standard che una discarica di amianto dovrebbe avere? In attesa di una risposta l'amianto resta lì. Aspettando di essere smaltito. Chissà per quanto. Lombardia Oltre 44mila siti censiti, di questi 28mila sono da bonificare La Procura della Repubblica di Milano ha chiesto l'archiviazione dell'ultima indagine sullastragediPiazza Fontana del12 dicembre1969(17 personeuccise,89 ferite),cheha avuto come principale spunto investigativo la tesi della doppia bomba: una dimostrativa e l'altra piazzata. Tesi sostenuta tra l'altro nel film Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana. È ancora avvolto nel mistero il duplice omicidio di Vincenzo Genovese, di 67 anni, di sua figlia Rosa, di 26, ed il ferimentodellamoglie,DomenicaRuggiano, di 54, avvenuto a Villapiana, ma le indagini sembrano essere state indirizzate versol'ambitofamiliare.LaProcuradiCastrovillari ed i carabinieri mantengono uno stretto riserbo, continuando a ripetere che nessuna ipotesi viene esclusa. Ma la ricostruzione del duplice omicidio, così come è stata raccontata da Domenica Ruggiano e da come comincia a emergere anche dagli accertamenti, sembra portare proprio in direzione dell'ambito familiare. Chi ha sparato, infatti, doveva necessariamente sapere che Vincenzo Genovese possedeva un fucile da caccia e dove lo teneva custodito. Inoltre dovevaavere unacerta confidenzacon lafamigliache gli consentisse dientrare nellaloroabitazionesenzaproblemi.Soloseèveroquesto, l'assassinopuòessereentrato,averepresoilfucile,avereucciso per poi fuggire. Padre e figlia uccisi Le indagini puntano sulla sfera familiare COSENZA Niente doppia bomba 29 DOMENICA 29 APRILE 2012
Non ci sono conferme né smentite ufficiali ma restano pochi dubbi sul fatto che Chen Guangcheng, l'avvocato dissidente cieco, abbia trovato rifugio presso l'ambasciata Usa a Pechino. Così assicura ChinaAid, un gruppo pro diritti umani con sede in Texas. Sarebbe stato picchiato di recente, nonostante Chen oltre sia non vedente a causua di una malattia ereditaria che lo menoma fortemente. Non solo. Si viene a sapere che Hu Jia - uno dei dissidenti cinesi più importanti- è stato convocato ieri dalla polizia di Pechino dopo aver dichiarato alla Bbc di aver incontrato Chen Guangcheng «nelle ultime 72 ore» e di ritenere che si trovi nell'ambasciata americana. L'allarme viene da un messaggio su Twitter della moglie di Hu, Zeng Jinyan. TUTTI COINVOLTI NELLA FUGA La fuga dell'avvocato autodidatta che denunciò le sterilizzazioni e gli aborti forzati nello Shandong, la provincia dove vive, era programmata da tempo e arriva come un fulmine sui rapporti sino-americani. Giovedì prossimo infatti una delegazione composta da Hillary Clinton e dal Segretario al Tesoro Timothy Geithner giungerà a Pechino per un vertice bilaterale. La fuga di Chen diventa ora un test su come prendono forma le relazioni tra i due più importanti Paesi del mondo. Pechino sembra furuibonda. Il fatto che un dissidente cieco sia in grado di eludere la sorveglianza e percorrere più di 500 chilometri senza che nessuno se ne sia accorto è segnale che la sicurezza interna non funziona come dovrebbe. Parenti e sostenitori di Chen sono stati prelevati nelle loro case, interrogati, molti di loro sono agli arresti. Si ha notizia del fratello maggiore del dissidente Chen Kegui e di suo figlio Chen Guangfu, il cui arresto deve essere stato concitato e violento. In una telefonata registrata da una blogger cinese residente all'estero si sente il nipote raccontare dell'ingresso del capo villaggio Zhang Jian in casa per prelevare suo padre. Il ragazzo ha difeso se stesso e la madre dalle guardie con un coltello. Più tardi è stato arrestato anche lui. Così come un cugino e suo figlio, prelevati dalla loro casa, stessa sorte toccata agli attivisti per i diritti umani He Peirong e Gao Yushan. Sembra di capire che tutti abbiano una parte nel piano di fuga. La situazione è complicata per la rilevanza internazionale del caso e per la quantità di questioni aperte tra Cina e Stati Uniti. Nelle ultime settimane Pechino e Washington hanno molto discusso di Siria, Iran e Corea del Nord, crisi aperte sulle quali la Cina ha una parola importante da dire. Non solo per il diritto di veto in Consiglio di sicurezza Onu ma per i legami economici e politici che mantiene con tutti questi Paesi. Su ciascun fronte la posizione cinese è sembrata meno rigida che nel recente passato e il vertice di giovedì è dunque un passaggio importante. Più complicata ancora la partita economica, ma su questa l'interesse a negoziare è più pressante: la crisi colpisce tutti, anche Pechino. Per tutte queste ragioni non si levano voci ufficiali sulla fuga. L'obbiettivo deve essere quello di trovare una soluzione che non lasci ferite aperte. Obama no può certo consegnare Chen alle autorità, mentre Pechino sa di avere per le mani un brutto problema. Chen ha scontato la sua pena in carcere ma dal 2010 viene tenuto in custodia in casa, «detenzione morbida», la chiamano. Nessuno riesce ad avvicinarlo. Ci sono guardie e agenti in borghese attorno alla sua casa e violenze su di lui e sulla famiglia, come ha denunciato lo stesso Chen in un video postato su internet poco dopo la fuga. La denuncia è un appello al premier Wen Jiabao, la faccia sorridente di Pechino: «Chi è che ci perseguita - si chiede Chen nel video Chen - Le autorità locali o sono ordini dall'alto? E se MARTINO MAZZONIS Il dissidente cieco Chen pare proprio si sia rifugiato nell'ambasciata Usa a Pechino ma Washington tace e attende il vertice con Hillary Clinton giovedì. Retate di dissidenti tra cui Hu Jia per un'intervista alla Bbc. p Rifugiato nell'ambasciata Usa, arrestato l'amico Hu che lo ha aiutato pWashington tace e aspetta l'arrivo in Cina giovedì di Hillary Clinton Tensione tra Pechino e l'America per la fuga del dissidente cieco L'attivista e avvocato cinese Chen Guangcheng, fuggito due giorni da dagli arresti domiciliari, in una foto d'archivio NEW YORK Mondo34 DOMENICA 29 APRILE 2012
quanto avviene dietro le quinte. Il commissariamento della Siae nasce poiché un gruppo di esperti regolarmente nominato aveva ultimato il nuovo statuto: oltre al ruolo di intermediario per la riscossione e la distribuzione del diritto d'autore, veniva finalmente sancito anche quello culturale e solidaristico dell'ente unica giustificazione per il monopolio che la Siae, sola in Europa, detiene. Ma soprattutto erano riequilibrati gli organi elettivi, i cui rappresentanti ora divisi a metà tra autori ed editori, diventavano per due terzi appannaggio dei primi e solo un terzo degli editori - come succede nel resto d'Europa. Una svolta positiva, cui mancava la ratifica degli organi elettivi, ma gli editori non presentandosi fanno mancare il numero legale e paralizzano Siae. IL COLPACCIO Il governo è «costretto» a commissariare: se ne occupa l'allora sottosegretario Gianni Letta. Con pazienza da monaco buddista ascolta le parti, con passo felpato da gesuita sceglie per il compito un terzetto sopraffino: il novantenne Gigi Rondi è commissario con ruolo di testa di legno, ai vice commissari Mario Stella Richter e Domenico Scordino il compito di redigere il nuovo statuto. È emerso che Scordino è l'avvocato dello stesso Blandini, ma è soprattutto un collaboratore dello studio Ripa di Meana, tra i cui clienti figurano editori, alcuni considerati di sinistra. Dunque il solito Letta all'apparenza bipartisan, ma molti sottolineano che lo statuto della Siae è così affidato agli avvocati degli editori. Mentre infuria la polemica dei Fondi immobiliari, lo statuto dei commissari arriva al Mibac, dove è secretato. Da una rapida lettura nei corridoi del Collegio romano abbiamo potuto verificare che resta la divisione a metà degli organi elettivi tra editori e autori, mentre l'intera Siae verrebbe riorganizzata come una società per azioni infischiandosene del suo ruolo culturale e solidaristico (già Blandini come direttore generale ha bloccato le poche iniziative in questo senso). Proteggendo gli interessi degli editori, il commissariamento - e dunque il Governo - vorrebbe imporre questo statuto alla base associativa - in stragrande maggioranza di autori - che si era espressa in direzione opposta e senza neppure consultarla: siamo al bullismo istituzionale. Ne conseguirà il solito ricorso al Tar, poi al Consiglio di Stato e su fino alla Commissione europea: l'Italia è davvero un paese straordinario, dove molti cominciano ad auspicare l'ordinario. Diversamente... In Spagnasi chiama Sgae e proprio ieri gli associati hanno eletto i loro rappresentanti: tre quarti autori e solo un quarto editori. In Polonia è la Zaiks: cento per cento in rappresentanza degli autori. In Francia non c'è il monopolio e le società sono due: Sacem e Facd. Entrambe governate per due terzi dagli autori e un terzo dagli editori. Solo da noi gli editori hanno ilcinquanta per cento, come gli autori. In tutti questi paesi le società che gestiscono il diritto d'autore finanziano e promuovono la cultura e hanno fondi di solidarietà, pagati a metà tra editori e autori. Solo in Italia gli autori finanziano il doppio degli editori. Malgrado questo l'attuale direzione di Siae ha bloccato gli assegni di sostentamento per gli autori nullatenenti, appigliandosi ad un cavillo legale. Così la Siae non solo non risponde alla sua missione originaria ma rischia di perdere l'esclusiva per la raccolta e distribuzione del diritto d'autore. Come è già successo con l'Imaie, società che gestiva il dirtitto connesso al diritto d'autore (quello degli interpreti, per capirci) , settore liberalizzato dall'ultimo decreto sulle liberalizzazioni del governo del professor Mario Monti. L.D.F. H o conosciuto Elmore Leo-nard alla rassegna edito-rial-cinematografica del«Noir in Festival» di Courmayeur, nel dicembre 2007. A 82 anni, l'età in cui non si ha più neanche l'energia per badare ai nipoti e le giornate si consumano in un lento slalom tra panetteria, edicola e poltrona con vista tv, Leonard zompettava come un folletto nella hall dell'albergo, tampinando gli organizzatori sugli impegni della kermesse. Un giovanotto asciutto, rugoso e con la barbetta bianca, più che un pensionato attento agli sbalzi di pressione. Ora, a 87 anni suonati, Leonard ci stupisce ancora – chissà quanto lo maledirà Saul Bellow dall'aldilà, memore delle loro diatribe sulla letteratura «alta» e «bassa» – con un romanzo, Gibuti, in cui la sua proverbiale verve di intrattenitore noir si ripresenta in tutta una scoppiettante escalation di azioni da manuale che hanno la velocità stilistica e il fiato forte di un giovane maratoneta. Non è affatto invecchiato Elmore Leonard, ed è sempre al passo con i tempi nelle sue storie che intrecciano avventura, mistero, politica e commedia noir in un succulento mix di dialoghi e accadimenti senza tregua, senza sosta, come in un tipico film americano al testosterone. I malandrini e le belle femmine che hanno sempre caratterizzato i suoi lavori sono presenti anche qui, ma l'azione è ancor più moderna e cosmopolita – per assurdo – delle tante storie a cui Leonard ci aveva ben abituati. Siamo davvero a Gibuti, crocevia africano di traffici illeciti e manovre politiche, luogo di incontri e di contatti internazionali, in cui sono tornati alla carica i pirati, che come nelle migliori rievocazioni romanzesche assaltano e depredano le navi di passaggio, causando danni, morti e incidenti diplomatici. La vicenda è tutt'altro che lineare – non poteva essere altrimenti con il frenetico Elmore – e vede al centro la giovane documentarista Dara Barr – pluripremiata per i suoi lavori di impegno sociale – che, accompagnata dal vecchio e gigantesco cameramen di origini africane Xavier LeBo, si trova sul luogo per girare un filmato pericoloso ma concreto, reale, dedicato al fenomeno della pirateria. La sostanza ruota attorno alla pellicola girata dalla sensuale Dara, mentre sullo sfondo opera un losco complotto per mettere in piedi un grosso attentato a una metaniera del golfo che rimpolpi i fasti di al Qaeda dopo il dramma dell'11 settembre. Nessuno è quel che sembra, in questo delirio di fatti incrociati che portano a sventare il complotto e a dare la caccia al fantomatico Jama Raisuli – all'anagrafe James Russell, che ha studiato in America ma lavora per il terrorismo islamico – che lascerà una scia di morti sul suo cammino prima del veloce, letterariamente perfetto finale. Ci sono miliardari americani con giovani bambolone al seguito, capi dei pirati gentili, di buone maniere e votati alla beneficenza, diplomatici sauditi intrallazzoni e altri ancora, in questa incalzante vicenda che non lascia tregua e sembra scritta da un adolescente nevrotico che non vede l'ora di lasciare il computer per correre in discoteca o in palestra. Leonard non è né adolescente né nevrotico, ma ha la capacità di avvertire i pericoli del nostro tempo con la visione attenta di un uomo che non si arrende a guardare il passato e a riesumare le nostalgie. Si diverte – e ci diverte – con un piede – magari artritico, ma che importa – ben piantato nelle stagioni caotiche che viviamo. Vai così a lungo, Elmore! SERGIO PENT Così negli altri Paesi, senza esclusiva e per la cultura Traffici e complotti Il felice ritorno del giovane 87enne Elmore Leonard ci stupisce ancora col suo romanzo «Gibuti» un noir avvincente che intreccia avventura, mistero e politica Gibuti Elmore Leonard Traduzione di Luca Conti pagine 304 euro 18,00 Einaudi Al Maxxi di lunedì Oggi e domani apertura straordinaria al Maxxi di Roma. Il museo delle arti del XXI secolo resta aperto in via eccezionale anche lunedì aprile per accogliere i turisti che visiteranno Roma e i romani che resteranno in città in questi giorni di festa. Tra le mostre in corso, «Re-cycle.Strategie per l'architettura», «Pieter Hugo: PermanentError», «Kaarina Kaikonnen» 39 DOMENICA 29 APRILE 2012
Il capogruppo Idv «Una legge del Pd che tagli i contributi ai partiti la votiamo, ma non basta più» «Dimezzare i fondi era giusto un anno fa» Intervista a Massimo Donadi D isposti a votare in Parla-mento la proposta Pdsul dimezzamento delfinanziamento pubbli-co, «ma quella non è la nostra posizione. Se andava bene un anno fa, quando la presentammo noi, oggi non è più la risposta adeguata». Massimo Donadi, capogruppo Idv alla Camera, è convinto che dimezzare non basti più, che i cittadini, soprattutto dopo lo scandalo che travolto la Margherita e la Lega, si aspettino altro. Secondo Bersani proporre il referendum vuol dire spostare la soluzione alla prossima legislatura. «Questo è solo un modo per giocare con le parole, mi dispiace che Bersani abbia questo approccio. Nel presentare la richiesta di referendum siamo partiti da una constatazione: quando i partiti devono autoriformarsi fanno più fatica a prendere una decisione se non c'è una forte pressione esterna. Il referendum per noi è e rimane, anche dopo la proposta di Bersani, la garanzia che i partiti facciano sul serio e il fatto che il segretario Pd abbia lavorato ad una pdl in concomitanza con la nostra iniziativa ne è la prova». Dunque, il referendum come arma di pressione? Non si fida dei partiti, compreso il Pd? «Dico che fino a una settimana fa Bersani sosteneva che il finanziamento non si doveva ridurre neanche di un centesimo. Noi siamo andati avanti per la nostra strada e ed ecco che arriva una proposta che è la stessa che presentammo noi un anno fa. Tuttavia, se il Pd presenta una proposta sul dimezzamento immediato dei fondi la votiamo, anche se non è la risposta migliore». Cosa si dovrebbe fare? «Ogni cosa ha un senso in un tempo: quella proposta un anno fa aveva un senso. Era determinata da una considerazione esclusivamente quantitativa: oggi non è più così dopo quello che è successo con la Lega Altro che pacioccoso maestro di focacce con cui avrebbe conquistato la gola di Bossi. Obbediente allievo del maestro Balocchi nonché suo fedelissimo chaperon. Giorno dopo giorno Francesco Belsito sembra sempre più dottor Jekyll e mister Hide. Vuoi perché comunque è originario di Vibo Valenzia, terra di clan e ‘drine; vuoi che a Genova e in Liguria si mette in luce all'inizio del millennio in studi legali come quello dell'ex Guardasigilli Alfredo Biondi ma il suo vero sponsor è Romolo Gilardelli, dal 2001 attenzionato dall'antimafia reggina perché uomo al nord, colletto bianco è il caso di dire, del clan De Stefano; vuoi per questi e altri motivi che stanno emergendo dalle indagini, l'ex tesoriere della Lega Nord diventa sempre più “il filo rosso da tirare ” – dice un inquirente - in questa ingarbugliata faccenda di rimborsi elettorali gestiti in modo allegro ma anche utilizzati come canale pulito per riciclare i soldi sporchi dell'ndrangheta. La procura di Milano congiuntamente a quella di Reggio Calabria sta preparando la rogatoria da inviare ai colleghi svizzeri per accedere ai conti correnti e quindi – è l'ipotesi – ai forzieri che Belsito avrebbe acceso per mandare all'estero soldi e capitali. Quali, però? I suoi, personali? Anche quelli della Lega, il «nero di provenienza illecita»? E, già che c'era, anche quelli della 'ndrangheta? Si tratta di ipotesi di indagine che nascono da indizi precisi e concordanti. Gli investigatori hanno già un indirizzo dove andare a bussare, la società Anox a Lugano. L'avvocato calabrese trasferito a Milano Bruno Mafrici (indagato per riciclaggio con l'aggravante mafiosa) ha confessato al pm reggino Giuseppe Lombardo: «Ho messo a disposizione di Belsito dieci faccendieri per le sue operazioni in Svizzera e lui le ha fatte». L'UOMO CHIAVE Mafrici rischia di diventare l'uomo chiave delle tre inchieste - Milano, Napoli, Reggio - che ruotano con ipotesi di reato diverse intorno al nome di Belsito e dei suoi soci amici Bonet e Scala. Mafrici è un professionista che la Dia di Reggio monitora da quattro anni come ipotetico colletto bianco al servizio del clan De Stefano al nord. Nel suo studio legale in via Durini hanno sede decine di società. Qui, secondo il racconto di alcune segretarie della Lega, Belsito ha avuto un ufficio. E qui avrebbe preso forma l'operazione Cipro-Tanzania, i 5 milioni e 700 mila dei rimborsi elettorali del Carroccio che l'ex tesoriere voleva investire all'estero. Non solo: un altro studio legale di Milano, MGIM legato anche all'ex terrorista dei Nar Pasquale Guaglione di cui Mafrici è socio, ha curato alcune operazioni della Siram (una delle società di Belsito, Bonet e Scala, tutti indagati). L'avvocato ha avuto anche una consulenza al ministero della Semplificazioni retto da Calderoni e di cui Belsito era sottosegretario. Gli investigatori poi si stanno concentrando su un altro particolare: Mafrici infatti adesso si chiama Bruno ma quando esercitava la professione a Reggio Calabria il suo nome era Giuseppe. Un dettaglio. Ma non lo è visto che questo cambio di nome gli ha consentito di modificare il codice fiscale. E quindi la sua identità fiscale. Le indagini della Dia e della procura reggina stanno mettendo in grossa difficoltà la posizione di Belsito. Dalla memoria del suo computer infatti sarebbero uscite le prove dei dossieraggi non solo nei confronti di Maroni, Pini, Fava e ma anche di fedelissimi di Bossi e del cerchio magico come Reguzzoni e Giorgetti, quello che era il suo massimo sponsor. Ma allora, per conto di chi lavorava Belsito? Nei file estratti anche informazioni riservate su Finmeccanica e Fincantieri a cui poteva accedere tramite una piattaforma virtuale condivisa, segreta e accessibile solo con parole chiave segrete. La polizia postale dà la caccia anche all'agente infedele che s'è messo al servizio di Belsito per confezionare i dossier segreti. CLAUDIA FUSANI Primo Piano MARIA ZEGARELLI Pronte le richieste di rogatorie dei pm milanesi e reggini ai colleghi svizzeri per accedere ai conti correnti di Belsito. L'uomo chiave delle inchieste è diventato l'avvocato Mafrici, già seguito da anni dalla Dia. Il tesoro di Belsito in Svizzera I pm preparano le rogatorie p Le Procure di Milano e Reggio Calabria inviano gli atti per accedere ai conti correnti p L'avvocato Mafrici: «Ho messo a disposizione del tesoriere dieci faccendieri per le operazioni» Politica e giustizia 12 DOMENICA 29 APRILE 2012
opinioni. Hegel, invece, no. Eppure in quel lontano 1812 accadevano nel mondo fatti di tale portata, che non era mica così facile orientarsi nel pensiero: figuriamoci fare dell'idea assoluta l'unico contenuto della filosofia! Napoleone, per esempio, aveva sistemato il fratello Giuseppe sul trono di Spagna, e aveva avviato i preparativi per l'invasione della Russia. Le cose gli andarono male su entrambi i fronti: in Russia l'armata francese fu disfatta, da Madrid Giuseppe fu cacciato. «L'anima del mondo a cavallo» - così Hegel aveva definito l'imperatore apparso nel 1806 per le vie della sua città, Jena - cominciava a claudicare un po', e però il filosofo ne continuava a vedere, a ragione, il significato storico-universale. E questo è un primo, ottimo motivo per non trascurare l'anniversario. Con Hegel, la filosofia si fa definitivamente consapevole della sua responsabilità pubblica. Hegel è il primo filosofo che interroga sistematicamente la posizione della filosofia e del sapere in generale rispetto al mondo. Prima di lui, i filosofi potevano trascurare di considerare da quale tribuna parlassero: collocati in quale angolo di mondo, parlando quale lingua, appartenendo a quale tradizione e anche, perché no?, vivendo e lavorando dentro quale sistema economico e politico. Tutte domande che solo con Hegel diventano ineludibili: se Cartesio e Kant avevano scoperto in filosofia il soggetto, Hegel ne ha arricchito, e di molto, il profilo. Il soggetto non è più un distaccato osservatore della natura, ma un uomo immerso nel mondo, che porta su di sé la responsabilità di condurre non solo i suoi privati pensieri, ma l'intera sua epoca al concetto, cioè ad un sapere razionale libero. POLITICA E SOCIETÀ CIVILE Che c'entra però la Scienza della logica, uno potrebbe dire? Questa è piuttosto materia della filosofia politica. E in effetti è nei famosi, anzi famigerati, Lineamenti di filosofia del diritto che Hegel formula espressamente questo problema: la collocazione della filosofia nella realtà. Siccome però la realtà nel frattempo era cambiata e l'ordine era stato restaurato: Napoleone era finito a Sant'Elena e la tempesta gallica era passata, eccolo tromboneggiare dalla più ambita cattedra tedesca di filosofia, a Berlino, contro l'assurda pretesa di ciascuno di dire la propria su questo e su quello, e soprattutto sullo Stato. Questa è lo Hegel dipinto come illiberale quando in Europa, dopo la sua morte, torna a soffiare forte il vento della rivoluzione: prima liberale, poi democratica e socialista. Lo Hegel dello Stato etico, dello Stato totalitario: da giovane credente negli ideali della rivoluzione francese, nella maturità fervido fiancheggiatore della polizia prussiana. Il giudizio sullo Hegel politico resta, in effetti, controverso, ma va riconosciuto che nel suo sistema non si trovano né l'idea di una sfera pre-politica di diritti fondamentali, né la concezione liberale della separazione dei poteri, né il principio democratico del suffragio universale. Non si trovano, insomma, i lemmi fondamentali del lessico politico contemporaneo. Poi però uno entra nelle pagine hegeliane, e vi trova ad esempio una coscienza acuta dell'insufficienza del gioco spontaneo degli interessi a comporre l'unità politica fondamentale che non è affatto inutile rimeditare. Trova le pagine sulla società civile, sulle quali nei decenni scorsi si interrogava tanta parte dell'intellettualità di sinistra in Italia e non solo (da Biagio De Giovanni a Giacomo Marramao a Roberto Racinaro, per fare solo qualche nome) e si accorge nuovamente che gli anatemi liberali passano di molto a lato dei nostri problemi attuali. Se la lasci fare, diceva Hegel, la società civile forma pochi sempre più ricchi da una parte, e molti sempre più poveri dall'altra: non un problema da poco, e non un problema che più non ci riguardi. Problema che Hegel voleva mettere nel pensiero (e ricomporre grazie allo Stato). Non dunque risolverlo solo in teoria, lasciando in pratica le cose come stanno. Al contrario (al contrario anche di quanto pensava Marx), per Hegel si trattava di dare ai pensieri un posto nel mondo. E farlo in forza dell'idea che senza pensieri, senza un'unità di senso, il mondo non si tiene, e che il solo urto delle forze economiche non basta a fare un mondo. LA LIBERTÀ, UNA CONQUISTA I pensieri, a loro volta non provengono solo dalla testa delle persone, ma dal mondo stesso. Certo, l'individualismo resiste all'idea che i pensieri vanno raccolti non semplicemente dalle parole di ciascuno, ma nelle cose e tra le cose: costituiscono, diceva Hegel, l'automovimento della cosa stessa. Ma prendete pure tutte le prudenze del caso - e prendetele, invero, assieme allo stesso Hegel, il quale sapeva bene che il mondo cristiano-borghese aveva ormai introiettato definitivamente il valore infinito della soggettività - come non vedere che i pensieri sono contenuti rappresi negli oggetti del mondo, nei libri come nelle automobili, nelle leggi come nei computer? La Scienza della Logica non modula in fondo che quest'unico pensiero. E quanto sarebbe salutare se qualche filosofo lo coltivasse ancora, invece di tirare i remi in barca e rassegnarsi a dar forma alle proprie personali idiosincrasie. Alla fine, cosa insegna infatti la Scienza della Logica? Che la libertà anche per il pensiero è una conquista, una conquista assoluta. «Assoluto» vuol dire infatti solo «assolto», sciolto cioè da vincoli e legacci che il mondo, quando ne subiamo la logica, ci impone. Pensare liberamente è possibile non fuggendo via nei propri privatissimi pensieri, ma immettendosi nel mondo e dopo averlo tutto pensato, tutto portato al concetto. E, a pensarci, la prima liberazione, quella del singolo individuo, è roba di pochi; l'altra, invece, è roba che non può non investire i molti, anzi potenzialmente tutti. Il primo volume della «Scienza della Logica», la «Dottrina dell'essere», appare nel 1812. Negli anni successivi Hegel scrive la «Dottrina dell'essenza» (1813) e la «Dottrina del concetto» (1816). In Italia la «Scienza della Logica» appare la prima volta daLaterza nel 1923-24 grazie allastorica traduzione di Arturo Moni, per impulso di Benedetto Croce. L'evoluzione delle idee politiche di Hegel è stata da sempre oggetto di accanite dispute: rivoluzionario da giovane, conservatore negli anni della maturità, con Napoleone prima, con la polizia prussiana poi. Ma, al di là delle sue posizioni contingenti, Hegel resta un pensatore del primato della politica e dello Stato, e della sua irriducibilità all'economia e alla società. Ben lungi dall'essere il luogo della soluzione di ogni problematicità, la «Scienza della Logica» di Hegel rappresentava il primo tentativo di mettere il mondo nei pensieri, ma anche i pensieri nel mondo. Non vi si trovano solo astratte categorie logiche, ma anche pezzi del mondo reale, di cui era compito della filosofia penetrare la ragione. «È un segreto di Pulcinella che nessun interprete di Hegel sia in grado di spiegare, parola per parola, una sola pagina dei suoi scritti», ha detto un fine studioso hegeliano, Theodore Haering. Eppure, la «Scienza della Logica »costituisce, insieme al «Sofista» di Platone o alla «Critica della ragion pura» di Kant, una delle pietre miliari della filosofia occidentale. Le «Dottrine» Il primo tentativo di mettere il mondo nei pensieri Festival del cinema sordo Prima edizione a Roma del «Cinedeaf. Festival del cinema sordo». La rassegna che si svolgeràdal 3 al 5 maggio al cinemaNuovo Aquila,propone opere realizzateda autorinon udenti italiani e stranieri, offrendo visibilità alle produzioni che hanno come tematica centrale la sordità. Il festival è ideato e prodotto dall'Istituto statale per sordi di Roma. 37 DOMENICA 29 APRILE 2012
L'inchiesta L'esordio Partendo dagli argomenti più semplici cos'è la finanza, come funzionano le borse e le banche - questa inchiesta conduce progressivamenteil lettore a comprendere a fondo i meccanismi della speculazione, i nuovi strumenti finanziari, la situazione dei conti italiani, l'impasse dell'Europa. Parliamo di finanza Sepúlveda tutte che mantengono o ricostituiscono quel quotidiano che è il contrario della guerra. «Le ragazze sognavano piccoli sogni di vestiti e d'amore. Nell'osteria si giocava a carte. Nel bosco i compagni ingrassavano il fucile, prima di riporlo, ancora tra le zucche». La prosa di Irene Brin è un modo di guardare il mondo, di cogliere la bellezza che risolve le contraddizioni, di corteggiare le inesattezze come perle scaramazze da infilare una per una e farne collana. «L'indomani si seppe che i comunisti avevano tagliato i capelli a una ragazza. Il paese intero fino al mezzogiorno parlò solo di questo: la Bella di Cicava, si diceva, la Bella di Cicava, che ogni sera va all'osteria, che ogni sera passeggia con i soldati. Pareva il titolo di una canzone». A corredo di un testo irreperibile pure nelle pubbliche biblioteche – e grazie alle edizioni elliot per aver riportato alla luce qualcosa di cui ormai si poteva solo parlare coi toni del mito e della malinconia – stanno i saggi di Franco Contorbia e Flavia Piccinni, essi stessi pannelli in aggiunta ai racconti di Brin. Il testo di Contorbia è prezioso, accurato, emozionato ed emozionante ed è la storia di Olga a Belgrado, e attraverso la storia di un libro, della temperie culturale, sociale ed estetica di un'Italia curiosa, ma incapace di godere a pieno della sensibilità, dell'intelligenza e della trasversalità di Brin. Il testo di Piccinni è il racconto emotivo, stupito e convolgente di un incontro, attraverso le parole e le immagini, con una donna eccezionale. «Speravo di sposarla bene, invece ha sposato un tranviere». In attesa di leggere il (nuovo) resto di Brin. In stato di ebbrezza è l'esordio narrativo di James Franco, uno dei giovani attori piùaffermatidiHollywood.Francohaambientatoquestiprimiraccontinellasuacittànatale,PaloAlto, inCalifornia. I teenager protagonisti di questi racconti sfuggono alla noia e alla solitudine dandosi all'alcol, alle droghe, al sesso casuale, alla violenza. Sfuggire alla noia F inito il berlusconismo(speriamo che sia ve-ro), pur tra tutti i pro-blemi che il nostro Pae-se sta attraversando,sembra che i temi della legalità e del rispetto delle regole siano oggi più sentiti e condivisi. Non solo per un rinnovato senso morale, ma anche perché forse si è capito che la crisi si combatte anche così. Nel volume Perché pagare le tangenti è razionale ma non vi conviene (pp.140, euro 12, Guanda) Armando Massarenti affronta la questione da un punto di vista prettamente laico e, potremmo dire, utilitaristico. Utilizzando gli strumenti della filosofia e, in particolare, della teoria dei giochi, l'autore dimostra in maniera convincente l'assunto del titolo. Che è quello del primo dei quattro saggi che compongono il volume. «Un piccolo vademecum con le principali idee della filosofia politica contemporanea, dall'estremismo libertario di David Friedman alle posizioni assai più liberal di Amartya Sen», spiega Massarenti. Ma i profani non si spaventino. Uno dei principali meriti di Massarenti (che è anche autore, insieme con Emiliano Di Marco, di un manuale per i licei, Filosofia. Sapere di non sapere), è quello di rendere piacevoli argomenti complessi, attraverso uno stile comunicativo sempre molto accattivante. Perché pagare le tangenti non conviene ROBERTO CARNERO robbicar@libero.it FRESCHI DI STAMPA Da Parigi al Cile Tutti i racconti Luis Sepúlveda a cura di Bruno Arpaia pagine 476 euro 18,50 Guanda Lettere Lo stato di ebbrezza di James Franco traduzione T. Lo Porto pagine 192 euro 14,00 minimum fax Finanza per indignati Andrea Baranes pagine 334 euro 13,00 Ponte alle Grazie «A cosa attribuisci la tua incredibile produttività?» Isaac Asimov ha risposto con una sola parola: «Fuga». Poi ha aggiunto una celebre dichiarazione dell'altrettanto prolifico scrittore francese Jean-Paul Sartre: «L'inferno sono gli altri» Viaggiare con più comodità nei microuniversi di Luis Sepúlveda: ecco il vantaggio di avere sotto mano, in un unico volume, tutti i racconti dello scrittorecileno,checiaccompgnainPatagonia, Nicaragua, Ambugo,Parigi, Cile... percorrendo tutto d'un fiato questi paesaggi. FRASE DI... Kurt Vonnegut «Dio la benedica dottor Kevorkian» minimum fax La preoccupazione per il futuro dell'Italia e la premura di agire in un momento in cuituttisembranoattendere:èquestostato d'animo che Manlio Rossi-Doria confida a Guido Dorso in una delle prime letteredi questaraccolta,scrittanel novembre del 1944. Rossi-Doria per il Sud Una vita per il Sud. Dialoghi epistolari 1944-1987 Manlio Rossi Doria a cura di Emanuele Bernardi pagine 160 euro 16,00 Donzelli 41 DOMENICA 29 APRILE 2012
di questi beni. Spesso il demanio non comunica all'Agenzia le esigenze di utilizzo degli immobili da parte dello Stato, mentre dovrebbe farlo entro il limite di trenta giorni, trascorsi i quali l'Agenzia è libera di venderli, darli in affitto, o gestirli sotto la vigilanza di una Autorità dello Stato che assicurerebbe un ulteriore e rigido controllo sui soggetti che li acquistano. Perchè va detto con forza: i beni sequestrati non devono in ogni caso tornare nelle mani dei mafiosi, come ripetono giustamente a gran voce tutte le persone e i movimenti impegnati nella battaglia per la legalità. Un altro aspetto critico riguarda l'obbligo di affidare i beni confiscati direttamente ai sindaci dei Comuni in base alla rispettiva appartenenza geografica. Li si affida a loro che scelgono da soli l'uso finale. E, considerato che molto spesso finiscono in mano ai Comuni sciolti per infiltrazioni mafiose, oppure a sindaci non dotati di strutture tecniche adeguate, credo che uno strumento giuridico nuovo debba rispondere in modo più efficace anche a questo problema, imponendo che i patrimoni confiscati vengano rimessi sul mercato piuttosto che tra i cespiti comunali. Insomma, non dovrebbero esistere vaghezze perché esse sono una garanzia per la criminalità organizzata, e purtroppo sono la ragione per cui una parte della società crede ancora che la mafia sia più forte dello Stato. Manager qualificati e competenti presenti sul mercato dovrebbero essere messi a disposizione dell'Agenzia seguendo il criterio meritocratico. L'Agenzia infatti è una struttura che, se dotata di risorse finanziarie adeguate, potrebbe permettersi di utilizzare professionalità specializzate e dunque di occuparsi della gestione dei patrimoni confiscati in modo da sfruttarne al meglio le potenzialità per fini che sono di utilità sociale. La figura del manager dell'Agenzia peraltro è molto importante per il successo di qualsiasi tentativo di miglioramento, perché deve essere in grado di interloquire con le associazioni di categoria, con i sindacati e con la stessa Autorità di vigilanza dello Stato che in sinergia verifica l'obiettivo di difendere il lavoro ed i lavoratori. Bisogna infatti indirizzare le aziende confiscate verso le reti sane, rimetterle nel mercato e avvicinarle alle altre aziende virtuose preferibilmente appartenenti allo stesso settore, utilizzando tutte le forme di collaborazione e partenariato e/o di partecipazione in consorzi legali. Purtroppo sappiamo già che non basta formare nuovi manager specializzati. L'impegno è più complesso perché bisogna combattere la forza dei consorzi illegali dentro cui le imprese operavano prima della confisca e dentro cui si lavorava senza problemi grazie alla mafia che non faceva mancare nulla: dalla sicurezza alle commesse (persino pubbliche) fino al mercato sicuro, anche se tutto avveniva sempre dentro una zona d'ombra «blindata». Riguardo a questa realtà, in veste di delegato di Confindustria ai rapporti con le istituzioni e per la legalità, sono sicuro che il ministro dell'Interno, quelli della Giustizia e delle Finanze daranno il loro contributo di analisi. Anche Confindustria è a disposizione per qualsiasi sinergia e collaborazione. La mia idea è di tentare un primo esperimento, un progetto pilota, in un territorio scelto dove ci sono tanti beni confiscati: partiamo da lì per far sì che la ricchezza generata crei grande valore etico e culturale, in modo da accreditare la convenienza economica della legalità e di screditare così la mafia. Questa potrebbe essere per il Paese una sfida non solo concreta, ma anche simbolica. *Delegato nazionale Confindustria le aziende sequestrate alle mafie in 30 anni le aziende definitivamente confiscate dei beni confiscati è concentrato nel Sud d'Italia Foto Ansa La Dda di Trapani in azione durante un sequestro Non facciamo regali alla mafia Staino5.546 1.516 82,3% Cambiare le norme per tutelare lavoro e imprese. Vigna: «Deve prevalere il risarcimento sociale» 23 maggio Monti a Capaci Il presidente del consiglio Mario Monti il prossimo 23 maggio sarà a Palermo per partecipare alle iniziative per il ventennale delle strage di Capaci in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della loro scorta. Lo ha confermato il premier ai delegati di quattro scuole catanesi che ieri erano in visita a Palazzo Chigi. 3 DOMENICA 29 APRILE 2012
famiglia vince da anni la gara per movimentare le imponenti scenografie dell'Arena». O, infine, delle spericolate operazioni contabili sulle partecipate come Agsm (presidente il solito amico Paternoster) con cui Tosi tiene in piedi i conti del Comune. Quando qualcuno dell'opposizione comincia a seccare con le sue insinuazioni, Tosi s'inventa una mossa delle sue, suggerite dal potente portavoce Roberto Bolis, ex Pci ed ex Unità: porta tutte le carte in Procura, «lo diranno i magistrati se ci sono delle scorrettezze nelle gare». Nella War Room del Pd dietro la stazione di Porta Nuova si sudano sette camicie. Michele Bertucco, il candidato che a dicembre ha vinto le primarie, guida una coalizione modello Vasto, con due liste civiche. Ex leader di Legambiente, ex sindacalista Cgil in banca, Bertucco, 48 anni, faccia pulita, garbato fino a sfiorare la timidezza, non si ferma un istante: incontri a tappeto dalle 8 di mattina fino a mezzanotte, spesso piccoli gruppi di una ventina di persone, dalle stanzine di periferia alle eleganti sale della Compagnia delle opere, dialogo serrato. «Verona per risollevarsi deve fare una rivoluzione copernicana», spiega. «Deve passare dall'uomo solo al comando alla partecipazione, coinvolgere le tante associazioni che ci sono ma silenti, renderle protagoniste del governo della città. Solo così si può affrontare una crisi come questa che morde anche il nostro tessuto produttivo». L'obiettivo è riannodare il filo tra la politica e i corpi intermedi, che «Tosi ha spezzato col suo populismo». Un messaggio non facile in una città di destra, dove molti apprezzano le camionette dell'esercito che da anni presiedano strade e piazze. O le panchine anti-bivacco volute da Tosi, per impedire ai clochard di sdraiarsi. Ma Bertucco ci tiene a marcare le distanze: «L'esercito non serve, mica siamo a Beirut». Quando si parla di sicurezza, il candidato Pd ha un chiodo fisso: i limiti a 30 orari in alcune zone, per limitare i danni dei troppi incidenti stradali. Una proposta forte, in una città dove Audi e Bmw sono ovunque. Ma lui non si spaventa. Cuce e ricuce relazioni, forte della stima che riceve praticamente ovunque, visto che tutti gli riconoscono onestà, competenza e un amore particolare per la città, simboleggiato dalle Torre dei Lamberti, che svetta su piazza Erbe, un gioiello restituito alla città proprio dalla sua Legambiente. Bertucco sopporta le tante carenze del Pd e delle altre forze della coalizione (a partire da una opposizione «alla Camomilla» per troppi anni) e persino le insolenze di Cacciari: «Tosi vincerà al primo turno, non c'è nessun altro da votare...», ha tuonato. «Ma cosa vuole? Che non ci presentiamo neppure alle elezioni? È questa la sua idea di democrazia?», protesta il candidato Pd, e lo invita scaramanticamente a Verona il 9 maggio «per aiutarci nel ballottaggio». Una bella lezione di stile, per uno che fino a poche settimane fa veniva considerato un candidato a perdere, un po' snobbato dal Pd nazionale e infilzato dagli ex popolari: «Troppo di sinistra». Ora il vento è un po' cambiato: i big nazionali s'affollano sotto l'Arena e anche dagli ex Ppi sono tutte carezze. I campaign manager di Civicom, quelli che hanno seguito Pisapia, hanno esportato anche qui l'arancione come colore della campagna. Sanno perfettamente che un replay di Milano è quasi impossibile. Ma non mollano l'osso . «Devi schiacciarlo sulla Lega, far capire che per Tosi la città è solo un trampolino per le sue ambizioni di leader», insistono nelle riunioni. «Michele è diversissimo da Pisapia, ma ha la stessa autorevolezza morale. Non è un uomo di apparato e nella vita si è sempre occupato degli altri», ci spiegano. Lui ci spera, nel ballottaggio. «Se ci arriva diventa un eroe nazionale», sorride Federico Benini, 22 anni, candidato per il Pd in un quartiere di periferia. «Il secondo turno sarebbe una nuova partita, tutta da giocare», sorride il numero uno della Csil Massimo Castellani. «E in quel caso noi sosteniamo Bertucco», giura Valdegamberi. «E credo proprio che porteremo anche il Pdl su di lui...». La «cosa» di sinistra ha un nome e gli autori del manifesto «per un nuovo soggetto politico» auspicano che possa rappresentare una nuova alba per la politica italiana. Si chiamerà proprio Alba, acronimo di Alleanza lavoro benicomuni ambiente, il nuovo partito non partito nato dal manifesto firmato fra gli altri da professori e intellettuali come Paul Ginsborg, Paolo Cacciari, Luciano Gallino e Stefano Rodotà. Obiettivo: evitare il default della democrazia rappresentativa, quella che partendo dal basso dovrebbe condizionare le scelte dei partiti. Una situazione di scollamento, che per l'assessore napoletano della giunta De Magistris, Alberto Lucarelli, deve cambiare e di corsa. Il nome Alba, battezzato con un grande applauso, è stato deciso attraverso una votazione durante la prima assemblea nazionale del movimento che ha visto la partecipazione di quasi 1400 persone, più della metà non avevano aderito al manifesto. Oltre ad Alba erano stati messi in votazione altri tre possibili nomi: Lavoro e beni comuni, Italia bene comune, Alternativa democratica. Quest'ultimi tre bocciati. Con una nastro arancione al braccio chi parla ha sette minuti per dire la sua. Molti insistono sulla rottura con il modello novecentesco del partito, l'urgenza di nuove regole, una maggiore trasparenza, meno burocrazia, meno carrierismo. «Vogliamo essere un soggetto costituzionale che si candida ad essere protagonista nell'arena politica» spiega il politologo Marco Revelli. Parlano il giurista torinese Ugo Mattei, Paolo Cacciari, Gianni Rinaldini del direttivo della Cgil. Dice la sua anche il vendoliano Fratoianni. Fra il pubblico l'ex portavoce del Social forum genovese Marco Agnoletto. Si fa vedere anche Sergio Staino «sono venuto per capire quale sia il progetto ma francamente non potrei dire di esserci riuscito». Ma Ginsborg incalza sulle nuove regole della politica? «Al massimo due legislature per i parlamentari. E poi: trasparenza non segretezza sui finanziamenti. Basta clientele. Ancora: semplicità non burocrazia, potere distribuito non accentrato, rotazione degli incarichi direttivi» sottolinea lo storico «il modello dei partiti che oggi abbiamo davanti è arrivato al capolinea» e «una delle priorità è quella di ricostruire l'unità della sinistra, ma dal basso». Insomma largo alle nuove forme di far politica giocando anche la carta del web, come dimostrano le 4200 adesioni al manifesto raccolte on line. Ad ascoltare c'è anche il senatore Pd Vincenzo Vita «ho sentito molti interventi che potrebbero tranquillamente svolgersi in un'assemblea del Pd, e lo dico senza nessuna polemica». Sui futuri rapporti con il nuovo soggetto politico, Vita sottolinea che «se prevale l'elemento del movimento, e non dell'ennesimo nuovo partito, allora è più facile». Il senatore del Pd ha tuttavia spiegato di aver «trovato eccessivi alcuni attacchi» al suo partito, espressi durante alcuni degli interventi durante l'assemblea. «Nell'arco di due legislature questo movimento può diventare la maggioranza del paese» azzarda Ugo Mattei, professore di diritto civile all'università di Torino. «Il Pd ci guarda poco: non ci temono, ma non ci sottovalutano, anche perché qui ci sono idee» osserva Ginsborg, rispondendo ai giornalisti, in merito alla possibilità che Alba partecipi con una propria lista alle elezioni politiche del 2013, lo storico inglese ma da anni trapiantato a Firenze per il momento preferisce «parlare di percorso». «Ci sono tra noi quelli più impazienti, che vogliono lanciare qualcosa per il 2013; e poi ci sono altri, come me, che vogliono prima rinsaldare la cultura e le basi dei circoli territoriali. Poi vediamo». «Non vedo molti giovani, ma senza di loro non si sopravvive, non c'è futuro» nota Ginsborg. Nel frattempo il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, propone una confederazione a sinistra «per non cancellare le singole differenze». OSVALDO SABATO Paul Ginsborg, Guido Viale, Luciano Gallino, Stefano Rodotà e altri hanno dato vita ieri a Firenze all'«Alleanza lavoro benicomuni ambiente», Alba, un nuovo soggetto politico «non partito» della sinistra. DELLECITTÀ/4 Firenze, nasce «Alba» Primo dubbio: presentarsi alle urne? FIRENZE 15 DOMENICA 29 APRILE 2012
L'ipotesi di un boicottaggio istituzionale e politico degli Europei di calcio in Ucraina si fa di giorno in giorno più concreto. A maggior ragione dopo che il partito della ex premier ucraina Yulia Timoshenko ha diffuso una serie di fotografie che riprendono la leader dell'opposizione seduta su un letto mentre mostra i lividi che lei afferma esserle stati procurati nel corso di un'aggressione delle guardie carcerarie. Le immagini sono state scattate nel carcere in cui è detenuta. Nell'ottobre dell'anno scorso, colei chu fu l'eroina della «rivoluzione arancione» è stata condannata a sette anni di reclusione per aver siglato un controverso contratto con Mosca per le forniture di gas. In realtà, è diffusa la convinzione - anche e soprattutto in ambienti europei - che quella nei confronti sia nient'altro che una vendetta politica da parte del presidente filorusso Viktor Yanukovich, oppure un modo «per cancellarla fisicamente, oltreché politicamente», come sostiene l'opposizione ucraina. Dopo l'euro-commissaria alla giustizia Viviane Reding e un accenno ad una possibile assenza della cancelliera Merkel all'apertura degli Europei, in partenza a giugno, l'ultimo a parlare è stato il leader dei socialdemocratici tedeschi, Sigmar Gabriel. Parlando alla Bild am Sonntag, il capo dell'Spd ha rivolto un appello al boicottaggio degli Europei da parte di tutto il mondo politico. Parole dure, le sue: «In caso di dubbio, sarebbe bene non recarsi in Ucraina», afferma Gabriel, per evitare di trasformarsi nella «claque del regime», perché ci sarebbe il rischio di ritrovarsi seduti, allo stadio, accanto a «direttori di carceri» e «agenti della polizia segreta». Pochi giorni fa, pure il presidente della repubblica tedesca Joachim Gauck ha annullato il suo viaggio in Ucraina. Ma il fronte anti-ucraino che si è creato intorno al caso Timoshenko si sta allargando anche all'Italia. Ieri il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, con un intervento sul Messaggero, ha abbracciato da par suo l'idea del boicottaggio degli Europei. Il Vecchio continente, si chiede l'ex presidente della Camera, «ha dimenticato Timoshenko?» E ancora: «Che di fronte ad una carcerazione su cui pesano gravissimi sospetti di una macchinazione politica, l'Europa rimanga ancora in silenzio come se quanto accade al suo interno non la riguardasse è del tutto intollerabile». Intanto continua la sfida delle manifestazioni di piazza tra gli oppositori e i sostenitori della Yulia Timoshenko. Centinaia di persone hanno protestato davanti al tribunale di Kharkiv, dove ieri mattina si sarebbe dovuto svolgere il processo, poi rinviato, che vede la Timoshenko imputata per malversazione e abuso di potere. Il processo è stato rinviato al 21 maggio a causa dell'assenza dell'imputata alla seduta di ieri per motivi di salute. piano: hanno fatto molto scalpore i sospetti di infiltrazioni neonaziste nel partito, legate al fatto che il partito è sostanzialmente privo di una rigida organizzazione interna, infiltrazioni ancor più paradossali se si pensa che buona parte dei voti intercettati dai Pirati provengono dalle file della Linke e dei Verdi. Certo, per gli eroi della nuova «politica 2.0» arrivano vagonate di voti giovanili nonché una notevolissima fetta dall'armata del non-voto, per loro natura evanescenti: fatto sta che le polemiche sulle contaminazioni dell'estrema destra hanno messo a durissima prova la stessa tenuta dei vertici del partito. Le accuse e le riprovazioni sono state reciproche e talvolta anche feroci, dopo che alcuni corsari, a vario titolo, se ne sono usciti con dichiarazioni negazioniste o similari. Fortunatamente, ieri al grande happening dei pirati è stata votata quasi all'unanimità una risoluzione secondo cui «l'Olocausto è una parte indiscutibile del passato. Relativizzarlo o negarlo sotto il paravento della libertà d'opinione è contrario ai principi basilari del partito». Applausi scroscianti. Liberatori, forse. POLITICA 2.0 Ovviamente ieri i flash dei fotografi e le telecamere erano per Marina Weisband, nonostante che nuovo segretario del partito sia stato nominato il quarantunenne Bernd Schlömer, responsabile della politica di difesa, eletto con il 66% al posto di Sebastian Nerz. «Merdoso culto della personalità», grida un Pirata dalle prime file rivolto alla bella Marina. «La pubertà dei Piraten andrà avanti per un bel po'», scriveva ieri lo Spiegel on line. La base si oppone ogni tentativo di rendere più strutturata l'organizzazione del partito. Una direzione che duri due anni invece che uno? Bocciata. Una specie di giunta, che lavori parallelamente e completi la segreteria? «Troppi apparati di potere, sarebbe politica 1.0», spiega il pirata Martin Haase tra gli applausi. I pirati non si fanno domare tanto facilmente. Tanto che tecnicamente a Neumünster non ci sono nemmeno i delegati: alla convention possono partecipare tutti gli iscritti. E ogni iscritto può elaborare proposte e metterle ai voti. Il bello è che se gli chiedi se sono pronti a incarichi di governo, certo loro non dicono di no. L'oramai ex segretario Sebastian Nerz ha dichiarato che è un'«opzione aperta, se abbiamo l'occasione di imporre i nostri contenuti». Che non sono tanto chiari, per la verità, a parte il no alla censura su Internet, la massima apertura sui diritti civili, la lotta alla povertà e la trasformazione del sistema politico in open source. Ma non importa. I pirati vanno là dove batte il cuore. EMIDIO RUSSO «Caso Timoshenko, boicottiamo gli Europei di calcio» L'appello di Gabriel Scotta sempre di più il dossier Timoshenko. Il capo dei socialdemocratici tedeschi avverte: «Non andiamoci: non voglio sedere accanto ad agenti della polizia segreta». Anche Casini favorevole al boicottaggio. esteri@unita.it Foto Ansa pUcraina Fanno scalpore le foto-choc dell'ex premier nel carcere p Il leader Spd «C'è il rischio di fare da claque al regime di Kiev» Yulia Timoshenko mostra le sue ferite: queste foto sono state scattate in carcere In Serbia Election day il 6 Circa 1.500 osservatori di organizzazioni serbe e internazionali monitoreranno le elezioni presidenziali, legislative e municipali in programma in Serbia il 6 maggio prossimo. A inviareosservatorisarannol'Osce(OrganizzazioneperlasicurezzaelacooperazioneinEuropa), il Consiglio d'Europa, Transparency Serbia, Cesid, Danimarca, Norvegia e Giappone. 33 DOMENICA 29 APRILE 2012
ci di questa strage, e alle donne di tenere altissima l'attenzione. Serve, in questo nostro Paese, una rivoluzione che rimetta le donne al centro della comunità, restituendo loro rispetto e dignità. Un appello lanciato da Snoq, Zanardo, Loredana Lipperini e che potete firmare anche sul nostro sito, unita.it. Hanno già aderito in migliaia. Dalla leader Cgil Susanna Camusso al segretario Pd Pier Luigi Bersani che su Twitter scrive: «Si uccidono le donne. Le uccidono i maschi. È ora di dirlo, di vergognarcene, di fare qualcosa per stroncare la barbarie». Migliaia di firme: da Roberto Saviano a Renata Polverini, da Beppe Vacca ad Anna Finocchiaro, da Vendola all'Idv, dal direttore dell'Unità Claudio Sardo al presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, che spiega: «Come uomo penso sia necessario impegnarmi affinché questa violenza persecutoria possa arrestarsi». Una sequenza di nomi: lo stesso sdegno, lo stesso sgomento per commentare il femminicidio. Un neologismo, coniato nel 2009 per la condanna del Messico alla Corte interamericana dei diritti umani dopo morte di 500 donne e la scomparsa di altrettante a Ciudad Juarez. Dallo scorso otto marzo questa parola lugubre e drammatica è stata usata anche per il nostro Paese da Rashida Manjoo, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne. «È la prima causa di morte in Italia per le donne tra i 16 e i 44 anni». Il femminicidio indica «ogni forma di discriminazione e violenza rivolta contro la donna in quanto donna». Psicologica, sociale, fisica, fino alla morte: una violenza continua che in Italia continua a mietere vittime per «fattori culturali», quando si considera la donna come un oggetto di proprietà e chiunque «padre, marito e figli» decidono della sua vita. «Con dati statistici che vanno dal 70% all'87% la violenza domestica risulta essere la forma di violenza più pervasiva che continua a colpire le donne italiane» ha detto Rashida Manjoo. E intanto le donne continuano a morire. Solo il 10% ha la forza di denunciare molestie e abusi. Perché non è facile sfuggire allo stalking, alla violenza. Anzi, diventa un calvario se si hanno figli. Esistono, è vero, residenze protette ma sono poche, gestite con un residuo di fondi. Una piaga mostruosa lasciata in mano al volontariato, soprattutto. Per questo Maria Gabriella Moscatelli presidente di Telefono Rosa, la storica associazione contro la violenza sulle donne, ha scritto al premier «Chiediamo al governo di farsi carico di questa situazione intollerabile. Servono risorse economiche e una Commissione straordinaria per fronteggiare questa tragedia. Sono queste le due condizioni senza le quali nessuna azione può realmente portare a dei risultati». Per la presidente «è evidente che strumenti, risorse e azioni al momento in atto non siano sufficienti». Fondi, certo. E leggi. E impegno. Perché le donne non siano lasciate sole. Soprattutto serve una rivoluzione culturale. Ma bisogna fare in fretta. Subito. M i vergogno di essereuomo... Certe noti-zie offendono tutto ilgenere maschile». Inquesti giorni Filippo Timi, attore cresciuto in teatro e divenuto noto al grande pubblico soprattutto grazie al cinema (tanti i film in cui ha recitato: da Saturno contro di Ozpetek a Signorinaeffe di Wilma Labate, da Come Dio comanda di Gabriele Salvatores all'ultimo Com'è bello far l'amore di Fausto Brizzi) è a Milano, dove nel giro di cinque giorni si sono verificate ben 3 aggressioni a donne. «Mi fa orrore... Discredita tutti gli uomini». Dopo questi episodi e alla luce degli ultimi dati diffusi (54 donne morte per mano di uomini in questi primi mesi del 2012), il Comitato «Se non ora quando», Lorella Zanardo e il «Corpo delle donne» e moltissime altre - donne e uomini - chiedono un intervento forte per fermare questa barbarie e lo chiedono prima di tutto agli uomini. Te la senti di sottoscrivere il loro appello? «Certo. Possono considerarmi il primo firmatario. È fondamentale che gli uomini prendano coscienza e scendano in campo al loro fianco». In questo appello i firmatari chiedono anche una legge parlamentare contro i femminicidi, perché è di questo che parliamo... «Mi sorprende pesare di dover arrivare a chiedere una legge per difendere dei diritti che dovrebbero essere acquisiti già da tempo. Ma se si arriva a tanto significa che ce n'è bisogno. Questi episodi di violenza sono delle forme di razzismo. Le donne dovrebbero essere trattate alla pari, persistono invece ancora tante, troppe forme di pregiudizio. Difficile provare a individuare le cause che possono esserci dietro. Immagino che un balordo scelga di approfittarsi di una donna anziché di un uomo perché pensa sia più facile farlo». Come si può combattere questa escalation di violenza? Educando i giovani? «Più se ne parla in casa e meglio è, su questo non ci sono dubbi. Io sono cresciuto con un nonno che prendeva le decisioni e una nonna sottomessa. In realtà poi ho capito che era lei a decidere... Tutto questo mi ha educato alla parità fra i sessi. Allo stesso modo credo che se i modelli proposti alle giovani generazioni sono dei modelli sani è chiaro che certi problemi forse non si presentano». La televisione non contribuisce secondo te a creare certe immagini stereotipate della donna? «Secondo me esiste la tv buona e quella cattiva. È vero che ci sono tanti programmi diseducativi, ma è anche vero che ci sono tante giovani ragazze disposte a spogliarsi pur di avere successo. Credo sia un problema di testa. Bisognerebbe educare i giovani a sviluppare il loro senso critico». Quale ruolo può giocare invece il cinema o il teatro in questa battaglia? «Parlare di certi argomenti al cinema o al teatro può aiutare a sensibilizzare le persone sull'argomento. Ma credo anche che ci sia un altro tipo di violenza da combattere: le registe e le attrici sono discrimante. Quante sono le donne che curano una regia in teatro? Quante sono le donne protagoniste di un film? Anche questa è una forma di razzismo». Telefono Rosa FRANCESCA DE SANCTIS «Il volontariato non può sostenere da solo questa battaglia» I numeri dell'orrore La violenza maschile in Italia è la prima causa di morte fdesanctis@unita.it Non solo omicidi, è oramai guardia alzataancheperitentatividiviolenzasessuale e gli stupri. Tre aggressioni in tre giorninelmilanese,episodichehannoimpressionato particolarmente l'opinione pubblicaperchél'aggressorehasfidatola luce del giorno, ma la città lombarda non detiene il primato. Ancora ieri si contavano violenze in ogni città del Paese: Trapani, Roma, Cuneo, Pavia. Mentre gli investigatori della Squadra Mobile di Milano sono al lavoro per dare un volto e un nome all'uomo, probabilmente italiano, che ha violentato una mamma di 42 anni all'interno del parco di VillaLitta, icarabinierivenerdìhannoarrestato un ambulante senegalese accusato di aver costretto una sua conoscente camerunense di 24 anni a subire un rapporto sessuale nel bagno della sua abitazioneinviaprivataIglesias, inzonaGorla.Nei giorni scorsi l'ambulante si era offerto di ospitarla quando aveva saputo che la donna stava cercando un impiego in città. Si è invece salvata una vedova di 66 anni, aggredita da un rapinatore mentre stavauscendo dicasa perandareafarela spesa.Unuomol'hasorpresasulpianerottolo e l'ha spinta all'interno del suo appartamento di un palazzo di via Giacinto Bruzzesi, in zona Giambellino. Minacciandola, leha sfilato la fede, leha strappato la cateninache portavaal collo, poisi è fatto consegnare i 30 euro che la donna aveva nel portafoglio e infine la spinta sul letto. Cinque violenze in tre giorni a Milano e altre città IL CASO «Delitti terribili Mi vergogno di essere uomo» Intervista a Filippo Timi Parla l'attore perugino: «Sarò tra i primi a firmare. Ma mi sorprende chiedere una legge per un diritto che dovrebbe essere acquisito» Molestie in metro Arrestato Due passeggere della metropolitana sono state molestate da un uomo che le ha palpeggiatesulseno.Unimmigratocingalesedi36anni,conregolarepermessodisoggiorno, è stato fermato ieri nella stazione Sant Agostino della metropolitana verde di Milano. Il 36enne, che fa il domestico ed è sposato, non ha precedenti. 19 DOMENICA 29 APRILE 2012
La seduzione epistolare del centro. Ad una settimana dal ballottaggio si intensificano le operazioni degli sfidanti delle presidenziali nei confronti di François Bayrou. Il leader del Modem domenica scorsa aveva raggranellato il 9,13% dei suffragi, voti che fanno certamente gola all'inseguitore Nicolas Sarkozy, ma che non disdegnano neanche al favorito François Hollande. Il candidato socialista che continua a fare la corsa in testa nei sondaggi (almeno una decina di punti di vantaggio), venerdì ha preso carta e penna e ha indirizzato una lettera all'ex «centrista rivoluzionario». Bayrou che nel 2007 aveva creato la sorpresa arrivando in terza posizione con il 18 per cento circa dei suffragi, quest'anno ha subito una pesante sconfitta rispetto alle aspettative. Gli estremi, da una parte Jean Luc Melenchon e dall'altra Marine Le Pen, l'hanno fatta da padrone, ma anche l'abile e moderata campagna di Hollande ha ristretto lo spazio di agibilità del centrista. Ciò non toglie che data la posta in gioco di questi giorni, con un Sarkozy alla disperata e furiosa ricerca di una rimonta improbabile, il piccolo capitale centrista vale oro. Bayrou non ha ancora dato nessuna indicazione di voto, ma contrariamente a cinque anni fa, ha dichiarato che la sua decisione sarà resa pubblica giovedì. Per questo mercoledì ha inviato ai due sfidanti una lettera di condizioni per conquistare il suo consenso. Nella sua missiva Hollande ha quindi sottolineato le risposte che vuole dare alle preoccupazioni dei centristi e ha ribadito la «serietà» con cui intende gestire il budget per riportare a zero il deficit nel 2017. Per quanto riguarda la scuola, al centro del programma centrista, Hollande ha mostrato come l'educazione e la gioventù siano la sua priorità strategica e ha rassicurato sull'assunzione di 60mila insegnati. «Uno sforzo giusto e necessario», che del resto costerà 2miliardi, cioè, il prezzo di un solo anno di regalie fiscali ai ricchi di Sarkò. Anche se ha rifiutato l'idea di inserire la «regola aurea» nella Costituzione, il candidato socialista ha assicurato che farà votare una legge organica di finanze pubbliche e una riforma fiscale ampia che consentirà di mantenere le promesse e puntare sulla crescita made in France. Infine, Hollande si impegna in linea col suo programma ad una moralizzazione della vita pubblica, cavallo di battaglia di Bayrou, per voltare la pagina degli anni folli del sarkozismo. Data l'eterogeneità sociologia del suo elettorato, per ora i voti centristi sembrano poco controllabili anche dallo stesso Bayrou. I sondaggi prevedono che un terzo voterà Hollande, un terzo Sarkozy e un terzo si asterrà. Al presidente uscente però non basta. Per sperare ancora di vincere deve incassare una larghissima fetta dei voti di Marine Le Pen e di Bayrou. Un'operazione al limite del funambolismo. Dopo aver passato una settimana ad inasprire e a condire con le proposte del Fronte nazionale il proprio discorso - tanto che anche Bayrou l'ha pubblicamente condannato - anche Sarkò ha mandato la sua epistola al centro. Al leader Modem ha fatto notare l'esemplarità della sua gestione del budget e il realismo del suo programma economico. GHEDDAFI AMICO DI NICOLAS? Sulla moralità Sarkozy ha socchiuso la porta a qualche iniziativa, ma chissà se la notizia di ieri non la chiuda di nuovo. Il sito Mediapart ha infatti pubblicato un documento sopravvissuto alla guerra libica e proveniente dai dossier dei servizi di Tripoli che proverebbe che nel 2006 Gheddafi aveva accettato di finanziare con 50milioni di euro la campagna elettorale di Sarkozy. Un piccola bomba, che a sette giorni dalle urne rischia di far allontanare non solo i centristi, ma anche i marinisti e forse qualche altro ancora. no definito un politico «grigio», il «trionfo della normalità». «Ben venga la normalità se è sinonimo di rigore, serietà, di una politica che non scade a cabaret, non confonde immagine e sostanza, con la seconda ancellare della prima. Quanto a Hollande, lui è, al tempo stesso, un uomo di azione e di riconciliazione. Riforme e pacificazione: è la formula giusta per voltare pagina dopo una presidenza Sarkozy che ha prodotto scontri e lacerazioni. Mi lasci aggiungere che conosco molto bene e da molto tempo Hollande: non fatevi ingannare dall'apparenza. Dietro il suo aspetto tranquillo, si cela un carattere forte, determinato. François è un uomo energico». Qual è un punto del suo programma che è stato sottovalutato nell'analisi dei media e che invece lei ritiene di particolare importanza? «L'investimento sull'istruzione. Di Hollande apprezzo la sua visione della scuola e della cultura. Per me, la scuola è la priorità, e Hollande condivide appieno questa affermazione. La condivide e ciò che più conta, l'ha tradotta in proposte concrete, facendone parte fondamentale del suo programma presidenziale: penso, ad esempio, all'assunzione, in cinque anni, di 60mila insegnanti: è l'”esercito del sapere” su cui fondare il futuro della Francia e la sua competitività nel mondo globalizzato. Mi lasci aggiungere che l'idea di un programma pluriennale di reclutamento degli insegnanti l'avevo praticata quando ero ministro dell'Education nationale nel governo Jospin, e il fatto che Hollande l'abbia recepita è per me motivo di orgoglio e di speranza». Per le sue proposte sugli insegnanti, Hollande è stato tacciato di irresponsabilità dall'Ump... «Puntare sulla scuola, sulla qualità dell'istruzione pubblica, è una virtù e non un peccato. È un investimento e non una spesa improduttiva. Vede, le accuse dell'Ump sono le stesse che i Repubblicani americani hanno scagliato contro Barack Obama. “Devi scegliere tra arricchire i miliardari o arricchire la scuola”, è stata la sua risposta. Come Obama, anche noi abbiamo scelto la scuola. E un discorso analogo può essere fatto per la sanità e la casa». A proposito del presidente americano. Quando ancora nonera certo, ufficiale, che il candidato democratico sarebbe diventato il nuovo presidente degli Stati Uniti, lei dichiarò che«in Europa ci vorrebbe uno come lui». Hollande può esserlo? «La comune visione sull'importanza della scuola e dell'istruzione pubblica, dà conto di un'assonanza importante tra i due. Hollande, come Obama, ha compreso l'importanza di parlare al cuore e all'intelligenza delle nuove generazioni. Ma ciò che più conta, è che una vittoria di Hollande darebbe corpo e anima a un'Europa non schiava dei mercati e di un'austerità assolutizzata; un'Europa che punta sulla crescita e che mostra maggiore coraggio e determinazione nel perseguire la via dell'integrazione politica». Quale indicazione la sinistra e i progressisti europei dovrebbero trarre da una vittoria di François Hollande il 6 maggio? «Indicazioni e speranze: il ciclo conservatore si sta chiudendo se, come credo e mi auguro, dopo la Francia, le forze progressiste vinceranno le elezioni del 2013 in Italia e in Germania. E poi c'è un'indicazione più generale, che investe la definizione di un punto di vista progressista sul presente e sul futuro: è possibile, oltre che auspicabile, non rinchiudersi in una visione economicista del mondo». PARIGI LUCA SEBASTIANI Foto Ap Prospettive Anche il misero bottino di voti al primo turno per il centrista Bayrou - passato dal 18 per cento del 2007 al 9,1- fa gola a Nicolas Sarkozy. I sondaggi dicono che un terzo voterà Hollande, un terzo Sarkozy e un terzo si asterrà. E ora parte la corsa al voto centrista Bayrou: «Decido io» «Il ciclo conservatore si sta chiudendo. Potremo finalmente aprirci ad una visione non solo economicista del mondo» Dsk parla: complotto di Sarkò DominiqueStrauss-KahnintervistatodalgiornalistaamericanoEdwardEpsteinhain sostanza accusato Sarkozy non di aver organizzato la sua caduta, ma di aver sfruttato grazie ad uomini mandati a pedinarlo ovunque, i suoi passi falsi, a cominciare dal presunto stupro di una cameriera al Sofitel di New York, il 14 maggio scorso. 11 DOMENICA 29 APRILE 2012
Il Pdl continua a lanciare ultimatum sulla riforma del lavoro, chiedendo modifiche soprattutto sulla flessibilità in entrata, e non dando per scontato il proprio voto, mentre i sindacati mettono in guardia il governo dalle lobby che in Parlamento starebbero cercando «di stravolgere il testo faticosamente concordato». E la ministra Fornero, questo sì è scontato, ad un convegno sul welfare a Torino prosegue nella difesa a oltranza della «sua» riforma. LE FLESSIBILITÀ MALATE Sul lavoro continua il botta e risposta a distanza tra le parti, in attesa del proseguimento dell'iter parlamentare. «Se si vogliono davvero aiutare i giovani, al di là della demagogia - attacca il segretario Cisl Raffaele Bonanni - occorre difendere le parti della riforma che puntano alla stabilizzazione di almeno 500mila precari che lavorano in tantissime aziende sotto mentite spoglie. La vera verifica sulla riforma e sulla buona fede del ministro, noi la faremo su questo tema». Bonanni punta soprattutto all'approvazione in Parlamento in tempi rapidi perché, dice, «c'è chi vuole stravolgerne l'impianto»: «Si vogliono annacquare le parti cruciali, come la lotta alle false partite Iva e ai contratti di compartecipazione. Non è l'articolo 18 il cuore della riforma, ma la lotta alle flessibilità malate». Dei licenziamenti parla anche Fornero: «Forse è vero che stiamo togliendo qualcosa - dice - la garanzia che attribuiva al giudice la possibilità di reintegrare il lavoratore licenziato. L'articolo 18 è una protezione limitata a una cittadella di lavoratori, ma i giovani e le donne ne sono in gran parte fuori. Il nostro obiettivo conclusione - è distribuire meglio la protezione su una platea più vasta di lavoratori». Tra i temi affrontati da Fornero, quello del sostegno al reddito ai disoccupati, «condizionato al fatto di essere attivi - dice - Un 40enne disoccupato ha il diritto e il dovere di riqualificarsi, di non rifiutare corsi, né opportunità di lavoro. Bisogna smontare l'idea di proteggere il posto, ma il lavoratore nel mercato del lavoro. Lo si fa con uno schema che si chiama assicurazione sociale, ovvero il welfare per l'impiego». E se il leader Udc Pierferdinando Casini si dice «convinto che il Pdl avrà senso di responsabilità perchè nessuno vuole prendersi la colpa di portare il Paese nel baratro», i berlusconiani sottolineano ancora una volta i loro distinguo: «Senso di responsabilità significa migliorare la legge favorendo la creazione di lavoro per i giovani», risponde il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi. Per il Pd, interviene il capogruppo in commissione Lavoro Cesare Damiano: «Le nostre correzioni puntano essenzialmente ad avere un mercato amico delle giovani generazioni». NON TUTTE LE COLPE SONO DELLE BANCHE IL COMMENTO Emilio Barucci È giusto annoverare le banche tra i colpevoli della mancata crescita dell'economia? Sì ma per colpe antiche, se guardiamo invece all'attualità scopriamo che il vero problema riguarda l'Europa. Non è cosa nuova individuare nelle banche i colpevoli di una crisi economica. Un inquietante precedente ci è offerto dalla crisi del '29, allorché il nascente movimento nazionalsocialista tedesco individuò il «nemico» proprio nella finanza ebraica. Conviene dunque procedere con cautela. Partiamo dalle responsabilità antiche cui per la verità non abbiamo ancora posto rimedio. La crisi trova la sua origine nella cattiva regolamentazione del sistema finanziario e negli squilibri dell'economia internazionale con quella statunitense che cresceva a debito. La «responsabilità» del sistema finanziario è pesante: una sua cattiva regolazione ha contribuito alla crescita degli squilibri internazionali e ha permesso che questi si trasmettessero tramite i titoli tossici nei bilanci bancari minandone la solidità. Abbiamo fatto tesoro di questa esperienza? Sì, ma in modo molto timido. La regolazione è diventata più rigida ma i regolatori si sono resi conto che se stringevano davvero la morsa rischiavano di far morire il paziente: l'unica garanzia per la sopravvivenza del sistema finanziario era che tornasse a fare utili, questo ha spinto i regolatori a procedere con cautela e il trading finanziario continua oggi, così come ieri, a salvare le banche che si trovano in difficoltà. La demonizzazione delle banche è dunque almeno in parte meritata ma occorre non andare troppo oltre. Veniamo all'attualità: davvero le banche sono un novello Dracula che non presta denaro all'economia? Stanno davvero lucrando sul differenziale tra rendimento dei titoli di Stato (6%) e del rifinanziamento presso la Bce (1%)? Sì, stanno godendo di questo regalo ma non lo fanno per avidità, semplicemente lottano per la loro sopravvivenza e se fallissero sarebbero dolori per tutti. Il problema di questa situazione viene da lontano: le imprese italiane sono cresciute negli ultimi anni soprattutto a debito. Ci sono sì aziende che sono sull'orlo del MILANO Fornero difende la riforma: «Non abbiamo smantellato l'art. 18, cittadella per pochi». Bonanni: «Approvare il testo al più presto. In Parlamento lobby che vogliono stravolgerne l'impianto». Le minacce del Pdl. LAURA MATTEUCCI Primo Piano Lavoro, Bonanni: le lobby in azione per colpire la riforma p Fornero Articolo 18 «cittadella per pochi, ma non l'abbiamo smantellato» p Il segretario Cisl Approvare il testo in tempi brevi e con poche correzioni Elsa Fornero titolare del Welfare L'Italia e la crisi 4 DOMENICA 29 APRILE 2012
Dopo gli alberghi e i negozi di lusso delle mete vip di mare e di montagna, e dopo i blitz nelle principali città la Guardia di finanza si sposta in campagna. Un centinaio di agriturismi sono finiti nel mirino degli investigatori delle Fiamme gialle, che da ieri e fino a martedì sera saranno impegnati insieme ai colleghi dell'Agenzia delle entrate nell'operazione «Ponte», che impegnerà fino al Primo maggio circa duecento uomini e donne. Nella black list sono finite diverse strutture ricettive e attività commerciali che spiccano, sostengono gli investigatori della Gdf di viale XXI Aprile a Roma, per la presenza di anomalie fiscali «molto significative». Il «ponte» servirà a scovare episodi di contraffazione, l'utilizzo di lavoratori in nero o la mancata emissione di scontrini e ricevute fiscali. NULLATENENTI, MA CON IL SUV Continua così la caccia grossa all'evasore, inaugurata durante le feste natalizie con il famoso blitz di Cortina e proseguita in questi mesi con altre eclatanti operazioni. Controlli che avvengono quotidianamente e fanno parte della normale attività del corpo, sostengono i finanzieri, che in questi giorni stanno però intensificando il lavoro. Sarà per via dei risultati emersi nel bilancio dei primi quattro mesi del 2012, che ha consegnato al fisco, e alla giustizia, circa duemila evasori totali, oltre sei miliardi di redditi non dichiarati e un carico d'Iva non corrisposta pari a 650 milioni di euro. Le persone denunciate dall'inizio dell'anno per non aver dichiarato redditi sono state sono state 853, mentre in 530 nascondevano o distruggevano la propria contabilità. Così da Nord a Sud ogni giorno si rimbalzano le storie dei nuovi furbetti delle tasse: si va da chi dimentica spesso di battere lo scontrino fiscale a chi gira col Suv pur essendo ufficialmente nullatente. C'è chi lavora o viene sfruttato in nero e chi intesta ditte a persone inesistenti, come hanno fatto nel Casertano a San Nicola La Strada, dove 26 persone avevano messo GIUSEPPE VESPO Primo maggio di lavoro per i finanzieri a caccia degli evasori. Dopo le mete vip e le vie chic delle città, nel mirino gli agriturismi. A Milano polemiche sul carico fiscale: Pisapia, Squinzi e Maroni avvertono il governo. Foto Ansa Obiettivi Primo Piano Gdf a caccia di evasori negli agriturismi Blitz in tutta Italia MILANO p In occasione del ponte intensificati i controlli. Nel mirino dei finanzieri le strutture ricettive pA Milano polemiche sul carico fiscale. Squinzi: «L'Imu? Una spada di Damocle sul Paese» Militari della Guardia di Finanza durante un controllo anti-evasione Si cercano lavoro nero, contraffattori e chi non emette fatture I conti del Paese 8 DOMENICA 29 APRILE 2012
Qui dove quasi ogni mattina le macchine si bloccano proprio davanti ad uno dei più grandi spazi archeologici del mondo, ieri pomeriggio c'era un altro ingorgo. Sempre di ruote si trattava. Questa volta però senza motore, senza tubi di scappamento. Solo sudore, gambe e pedali. Cinquamila ciclisti, centomila ruote hanno intasato i Fori Imperiali. “Salvaiciclisti”, la prima manifestazione nazionale per chiedere dignità e rispetto per la parte più debole degli utenti delle strade del Belpaese è stata un successo inaspettato. Nata dal basso, dall'intuizione di alcuni blogger-ciclisti, è cresciuta pian piano riuscendo nell'impresa di riempire il corso più famoso d'Italia, da piazza Venezia fino al Colosseo, davanti agli increduli turisti. Un primo appuntamento concluso da un flash mob con tutti i partecipanti che alle 16,15 precise si sono sdraiati a terra a ricordo degli oltre 2.500 ciclisti morti in Italia negli ultimi dieci anni, l'ultimo venerdì notte a Giugliano, in provincia di Napoli, e «con una tendenza in aumento forte dall'inizio dell'anno». Come Eva Bohdalova, la giovane ciclista uccisa da un taxi mentre tornava a casa proprio qui ai Fori Imperiali nel novembre 2009. Il minuto di silenzio si è concluso con la voce di una bambina che dal palco improvvisato ha urlato: «L'Italia cambia strada!». Il variegato mondo dei ciclisti è presente in ogni sua forma. Ci sono famiglie con i figli e le bici a rotelle, ci sono gli “impeccabili” con caschetti e catarinfrangenti a norma di codice stradale, ci sono i cani sciolti con le bici comprate a due soldi nelle Ciclofficine o a Porta Portese, ci sono tante associazioni che combattono ogni giorno per dare spazio alle due ruote, ci sono alcuni ragazzi della “Critical mass”, ci sono improbabili signori su due ruote MASSIMO FRANCHI pA Roma è un successo la prima manifestazione nazionale delle due ruote senza motore p «Salvaiciclisti» Alla fine tutti stesi in terra in ricordo dei 2.500 “colleghi” vittime della strada Primo Piano Pedalata per 50mila Il popolo delle bici: «Italia, cambia strada» Successo per “Salvaiciclisti”. In 50mila con bici, ma anche a piedi, hanno invaso i Fori Imperiali a Roma. Chiedono «più piste ciclabili e più rispetto per le due ruote». «L'Italia cambi strada». 100mila ruote invadono Roma La manifestazione di ieri lungo via dei Fori Imperiali Passione su due ruote 22 DOMENICA 29 APRILE 2012
C hi se la sente di cele-brare Hegel? Chi se lasente di celebrare laScienza della Logica, ilcui primo volume, la«Dottrina dell'essere», compie oggi duecento anni? Primo e in certo modo ultimo, dal momento che Hegel ne cominciò la revisione poco prima di morire, così che rimane di fatto il suo testamento filosofico. Ma chi affiderebbe oggi il proprio lascito spirituale a un'opera che pretende, nientemeno, di esporre il regno della verità, ovvero: «Dio com'egli è nella sua eterna essenza prima della creazione della natura e di uno spirito finito». Diciamolo francamente: nessuno. Da un bel po' di anni i filosofi, e non solo loro, si sono così abituati all'idea che di verità supreme non c'è modo di stabilirne che accettano di buon grado di lasciare ad altri saperi, per esempio alla scienza, le indagini intorno ai fondamenti ultimi della vita o dell'universo, e si accontentano o di un conciliante relativismo, oppure di affermare piccole verità intorno a oggetti di formato quotidiano - montagne, ciabatte o cacciaviti - tutto il resto essendo abbandonato al mutevole gioco delle individualissime MASSIMO ADINOLFI HEGEL: LA LOGICA DEL MONDO GLOBALE www.unita.it Il mondo globale Öyvind Fahlström. «World Map» (1972) 200 anni dall'uscita della «Summa speculativa» del filosofo. Opera in apparenza«astratta», inrealtànellamentedell'autoreunachiaveuniversale per pensare l'unità concreta del sistema economico mondiale di allora IDEE Culture36 DOMENICA29 APRILE2012
Quando la polizia ha dato un nome a quel cadavere riverso sul selciato di un parcheggio a Spinaceto, ucciso dai gioiellieri che aveva provato a rapinare poco prima assieme a due complici, un pezzo di passato della Roma criminale è tornato immediatamente d'attualità con tutti i suoi incubi e pesanti trascorsi. Non era un rapinatore qualunque Angelo Angelotti, e il suo fascicolo negli archivi della Questura è ancora oggi un pezzo da antologia della Roma a mano armata: gli arresti più recenti, il dentro e fuori dal carcere e le condanne per traffico di droga e omicidio. Quella più clamorosa, però, il sessantaduenne nato a Tor Marancia l'aveva rimediata per concorso in omicidio ed era scritta in un capitolo, uno dei più sanguinosi, della lunga storia della Banda della Magliana, la holding del crimine che ha tenuto in scacco Roma fra la metà degli anni Settanta e l'inizio degli anni 90. Quindici anni di carcere perché, sostenevano i magistrati, Angelotti era «il traditore» che il 2 febbraio del 1990 aveva attirato nella trappola mortale in via del Pellegrino l'ultimo boss della Magliana Renatino De Pedis. «Ma io non c'entro nulla, non ero nel negozio quel giorno», si era sempre difeso Angelotti, che di De Pedis era stato amico e sodale. Renatino di lui si fidava e per questo, nonostante le guardie del corpo e le misure di sicurezza, non aveva sospettato che quell'appuntamento fosse in realtà una trappola e che ad attenderlo, mentre saliva sul suo scooter dopo aver lasciato il negozio di antiquariato di Angelotti, ci fossero due killer. Gente che quelli della Magliana avevano armato contro i “testaccini” e contro De Pedis nella guerra scoppiata dentro la Banda per la divisione dei bottini e gli affari imprenditoriali curati in solitudine da Renatino. Ma il curriculum criminale di Angelotti, con gli anni si era arricchito ancora: nel 1993 venne arrestato nell'ambito dell'operazione «Colosseo» che sgominò, almeno in apparenza, ciò che restava della Magliana. Ad Angelotti i magistrati romani attribuivano un ruolo apicale in una organizzazione che comprava eroina dai clan della ‘ndrangheta per poi rivenderla nel quadrante sud della Capitale. Un anno dopo ancora un arresto, e ancora per droga: comprata e venduta insieme ad alcuni ex terroristi neri appartenenti ai Nar. Dopo una condanna in primo grado, e confermata in appello, a trenta anni di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico di droga e omicidio, nel 1998 Angelotti fu arrestato quando stava per scappare dall'Italia, lontano probabilmente MASSIMO SOLANI pAngelo Angelotti 62 anni, morto dopo un conflitto a fuoco. Tentato un assalto con 2 complici p Traditore Nel suo passato la condanna a 15 anni per concorso nell'omicidio di Renatino De Pedis Angelo Angelotti storico affiliato della banda, colpito a morte all'alba durante l'agguato nel quartiere Spinaceto. Nel suo passato la condanna per concorso nell'omicidio di De Pedis. Fabrizio Meli a nome del Consiglio di Amministrazione di Nuova Iniziativa Editoriale esprime profondo cordoglio per la scomparsa di MAURO MONTALI Claudio Sardo è vicino con grande affetto e fraternità al dolore dei familiari di MAURO MONTALI La redazione de L'Unità si stringe alla famiglia di MAURO MONTALI collega e amico Pietro Spataro, Daniela Amenta, Rossella Ripert, Anna Tarquini, Massimo Filipponi, Paolo Branca, Natalia Lombardo, Ninni Andriolo, Jolanda Bufalini, Fabio Luppino, Aldo Quaglierini, Umberto De Giovannangeli, Gabriel Bertinetto, Marcella Ciarnelli, Marina Mastroluca, Roberto Monteforte, Maristella Iervasi, Stefania Scateni, Antonella Caiafa, Rossella Battisti, Gabriella Gallozzi, Rachele Gonnelli, Bruno Gravagnolo, Fabio Ferrari, Umberto Verdat, Gigi Marcucci, Marco Ventimiglia, Felicia Masocco ricordano con affetto MAURO MONTALI che per tanti anni ha lavorato con noi riempiendo la redazione di allegria. Un forte abbraccio alla famiglia. La Segreteria e all'Archivio de l'Unità, partecipano con affetto al dolore dei familiari in questo momento di grande dolore per la scomparsa di MAURO MONTALI Nuccio Ciconte con Rosina Luciano, Omero Ciai, Sergio Sergi e Vincenzo Vasile ricordano con infinito affetto e nostalgia il brillante collega e carissimo amico MAURO MONTALI e abbracciano Marina Roma 28 aprile 2012 Foto Omniroma Roma, rapina nel sangue L'ultimo crimine dell'ex boss della Magliana twitter@massimosolani Addio dai tuoi vecchi compagni di redazione MAURO MONTALI È ricordato da Carlo Ricchini, Fausto Ibba, Enrico Pasquini, Stellina Ossola, Elisabetta Bonucci, Laura Pellegrini, Silvia Garambois, Paolo Soldini, Roberto Roscani, Sergio Sergi, Giorgio Frasca Polara, Giuseppe F. Mennella, Antonio Zollo, Marco Sappino, Eugenio Manca, Vladimiro Settimelli, Bruno Miserendino e Ronaldo Pergolini. Roma, 28 aprile 2012 Spinaceto, Roma, a terra il cadavere di Angelotti Italia30 DOMENICA 29 APRILE 2012
La piratessa sorride d'un sorriso smagliante. «Ora votiamo una segreteria fichissima, va bene?». Ha 24 anni, Marina Weisband, ed è forse la personalità politica più fotografata della Germania, dopo Frau Merkel, beninteso. È il suo discorso d'addio alla convention del suo partito, i Pirati, che in una manciata di mesi ha messo sottosopra il paesaggio politico della Repubblica federale. Prima il risultato trionfante a Berlino, poi il bis nel Saarland, ora i sondaggi, secondo cui il 12% dei tedeschi voterebbe sin d'ora i Piraten, collocandoli ad un soffio dai Verdi e ad una distanza siderale dai liberali, gli alleati della signora Merkel, precipitati nei bassifondi dei consensi. Addirittura il 30%, ossai un elettore su tre, è «potenzialmente» disposto a votarli in futuro. Quasi tutti, in Germania, sono convinti che i Piraten riusciranno ad entrare nel Bundestag alle elezioni dell'anno prossimo. Risultato: l'establishment politico, sin dalla capitale giù giù fino al Land più remoto, è sull'orlo di una crisi di nervi. Il problema, però è che anche loro, i pirati, sembrano esserlo. «Irrazionali e incompetenti», grida la grande stampa, mentre dai piani alti della politica arrivano insperati attestati di stima. «Un fenomeno interessante», ha detto l'altro giorno la cancelliera Merkel. «Arricchisono lo spettro politico, anche se non sappiamo ancora come si evolverà». Il deputato socialdemocratico Thomas Oppermann, invece, afferma che i Piraten sono «i nuovi e migliori liberali», ai quali a suo avviso spetta la missione di far sloggiare i «veri» liberali della Fdp e i «compagni» della Linke dai parlamenti regionali dello Schleswig Holstein e del Nordreno-Westfalia, dove si vota il 6 e il 13 maggio. Sul Reno sono dati all'11%, davanti agli ecologisti, bloccati al 10%. Aperture anche da Sarah Wagenknecht, vicecapo della Linke e compagna di Oskar Lafontaine: «Sarebbe meraviglioso se i Piraten diventassero un combattivo partito di sinistra, come il nostro». Corteggiamenti o pii desideri, quel che è certo è che i Pirati tedeschi non sanno nemmeno loro esattamente chi e cosa sono. La superpiratessa Marina Weisband, che ha da poco deciso di lasciare ogni incarico dirigenziale «per motivi personali» ma che è ancora l'unica vera star delpartito, ieri alla convention di Neumünster ha detto che «ci sparano addosso perché finalmente ci prendono sul serio: è così che funziona la politica, le cose nuove vengono sempre messe a distanza». Il problema è che i Pirati stessi talvolta si chiedono se sono capaci di governare, o se non altro, di fare politico di primo ROBERTO BRUNELLI Trionfatore di tutti i sondaggi, tanto da fare tremare l'establishment, il partito dei pirati tedeschi ha tenuto ieri la sua convention nazionale. Senza risolvere il problema di fondo: che farsene di tutto questo successo? p La convention del partito che nei sondaggi supera l'11% dei voti a danno dei Verdi e della Fdp p Lacerati al loro interno per le infiltrazioni neonaziste, i pirati stentano a darsi un'organizzazione Foto Ansa www.unita.it Quei «Piraten» anti-sistema sull'orlo di una crisi di nervi rbrunelli@unita.it Marina Weisband durante i lavori d'apertura della convention del partito dei «Pirati» ieri a Neumünster Mondo32 DOMENICA29 APRILE2012
D i una cosa si dice cer-to: se François Hol-lande conquisteràl'Eliseo il 6 maggio,innescherà un benefico effetto domini che investirà altri Paesi europei chiamati alle urne nel 2013: Italia in testa. Quella di Jack Lang - 73 anni, ex ministro della Cultura nell'era Mitterrand, uno dei padri nobili della sinistra francese, oggi parlamentare e consigliere speciale di Hollande - più che una speranza è una «previsione ponderata. Fondata su diversi segnali che indicano come il ciclo conservatore si stia esaurendo e che è possibile costruire un'Europa che scommette sulla crescita e quindi sul futuro». Questa convinzione fa da filo conduttore dell'intervista concessa a l'Unità da Lang. «A rafforzare la mia convinzione che Hollande uscirà vincente dal ballottaggio – rimarca Lang, indicato da molti analisti e conoscitori degli equilibri interni al Ps come futuro ministro dell'Education nationale o della Culture se il candidato socialista diverrà Presidente - non sono solo i sondaggi, che lo danno in vantaggio di otto-dieci punti, ma il vuoto politico che si è aperto attorno a Sarkozy, il disagio sempre più marcato e manifesto di tanti esponenti dello stesso Ump (il partito di Sarkozy, ndr) espressione di quella destra moderata, repubblicana, che non accetta la deriva “lepenista” che Sarkò sta avendo in questi giorni, rincorrendo Marine Le Pen sul suo terreno, quello dell'ossessione-immigrati, della Francia minacciata dall'orda maghrebina... Ma sulla paura e la demonizzazione dell'altro da sé, non si costruisce nulla di buono. Per questo attendo con fiducia il 6 maggio...». Gli ultimi sondaggi danno Hollande in netto vantaggio su Sarkozy nel ballottaggio del 6 maggio. La partita è vinta? «Piano con l'entusiasmo. Dobbiamo batterci fino in fondo, senza subire una ubriacatura da sondaggi. Detto questo, va però aggiunto che tanti segnali, e non solo i sondaggi, indicano che il vento sta spirando nella direzione giusta: quella del cambiamento». “Le changement c'est maintenant” (Il cambiamento è ora). È lo slogan della campagna di Hollande. Qual è, a suo avviso, il segno prevalente di questo cambiamento, quali le sue parole-chiave? «Equità. Giustizia sociale. Parole che fanno parte del bagaglio ideale, dei principi fondanti della sinistra, valori che rappresentano quel fil rouge che lega l'esperienza presidenziale di Mitterrand a quella delineata oggi da Hollande. Da questo punto di vista, sono convinto che il suo programma possa contribuire a migliorare la giustizia sociale e fiscale, ma anche la reindustrializzazione della Francia e il mondo, decisivo, dell'istruzione». Lei ha sostenuto Hollande: c'è chi per questo l'ha accusata di ingratitudine verso Sarkozy che l'aveva nominato suo inviato speciale per la Corea del Nord... «Nessuna ingratitudine. Quella era una missione di Stato che non ha mai avuto come contropartita un sostegno a Sarkozy; né lui, è giusto sottolinearlo, lo ha mai preteso. A quel tempo avevo apprezzato lo spirito di ouverture mostrato da Sarkozy, che andava oltre le barriere ideologiche. Ma quella, purtroppo, si è rivelata una breve parentesi, a cui è succeduta la sua deriva a destra. Da quel momento, le nostre strade si sono separate, senza mai più incontrarsi». DaSarkozy a Hollande.In molti lo han«Hollande come Obama In gioco la politica di un intero continente» Intervista a Jack Lang UMBERTO DE GIOVANNANGELI L'ex ministro alla cultura Jack Lang stringe le mani di François Hollande ad una manifestazione elettorale a Parigi L'ex ministro alla Cultura «Le sue parole chiave sono equità, giustizia sociale e scuola: François non confonde immagine e sostanza, è uomo di riconciliazione E sono certo che saprà dare corpo ad un' Europa che non sia schiava dei mercati» udegiovannangeli@unita.it Primo Piano Il voto francese 10 DOMENICA 29 APRILE 2012
nati con la «Seconda Repubblica», ma erano piuttosto l'ultimo approdo di una concezione della politica riflessa in una «scienza sociale» che porta il nome di «economia dei sistemi politici». Essa racconta che il partito politico si caratterizza per tre funzioni: raccogliere la domanda dei cittadini e trasmetterla alle istituzioni; consentire a chi ne ha la vocazione o l'interesse di intraprendere una carriera politica; selezionare la «classe di governo» e definirne la missione, vale a dire la capacità tecnica di perseguire l'equilibrio fra i gruppi sociali, gli aggregati territoriali, le organizzazioni d'interesse, i diversi valori propugnati dai singoli o dai corpi intermedi. A datare dalla conquista del suffragio universale e dalla nascita dei partiti di massa quella «scienza politica» ha elaborato idee e concetti utili a classificare il funzionamento delle democrazie occidentali. Credo che lo schema citato descriva con efficacia i comportamenti e le relazioni fra eletti ed elettori, partiti e istituzioni negli stati sociali europei della seconda metà del Novecento. Ma che succede quando l'insieme di condizioni e di equilibri che avevano caratterizzato la relativa autonomia delle economie nazionali e l'affermazione dello Stato sociale si incrina o viene meno? Quando mutano i vincoli internazionali dell'economia e dello Stato? Che accade quando, per il fallimento delle classi dirigenti nell'adeguare la politica e l'economia del Paese alle nuove condizionalità della competizione internazionale (o dell'integrazione sovranazionale), crolla, com'è accaduto in Italia, l'impianto dell'intero sistema dei partiti? In queste situazioni la concezione del partito proposta dalla «scienza politica» rivela i suoi limiti. Scomparsi i vecchi partiti, si pone il compito di costruirne dei nuovi e non è sufficiente preoccuparsi solo della loro efficacia nell'organizzare lo scambio fra la domanda e l'offerta di beni a servizi. Ricompare il problema della giustificazione storica della loro esistenza, delle motivazioni etiche e delle visioni generali del mondo di chi li fonda e di chi li segue, delle «grandi narrazioni» che motivano la partecipazione e trascendono l'orizzonte della carriera politica. Rinasce la domanda su come si formano le «volontà collettive» che mutano i rapporti di forza, ritorna l'interrogativo su quali siano le filosofie dotate di un'etica conforme, si ripropone il problema germinale della democrazia moderna, il problema della «connessione sentimentale» fra dirigenti e diretti, intellettuali e popolo. In altre parole, non si può più ignorare che i partiti nascono e si affermano in misura che esprimano un proprio punto di vista sul destino delle nazioni e siano in grado di formulare prospettive efficaci sulla dinamica delle relazioni fra la vita nazionale e quella internazionale. Il problema italiano è questo. Lo era già alla fine della «Prima Repubblica» e lo è ancor più oggi che la «Seconda Repubblica» sembra ripiegare le vele. Tranne i Dulcamara dei «partiti personali», tutti sembrano convenire che non c'è democrazia senza partiti. Ma se il partito politico è quello che ci raccontano molti scienziati politici, chi mai rimetterà in piedi lo Stato e la nazione ch'esso presuppone? La sfida che abbiamo di fronte è più ardua. Il Pd, che mi pare il più propenso a raccoglierla, pone come suo fondamento programmatico la Costituzione. Non è una ovvietà. Come ha ricordato da ultimo Ernesto Galli Della Loggia, la Costituzione italiana è un grande progetto fondato su princìpi filosofici lungamente elaborati dalle culture democratiche dell'Europa contemporanea: la centralità della persona, il lavoro come fondamento morale della soggettività, il ripudio dell'equazione fra la politica e la guerra, la pari dignità dei generi, una nuova laicità, la solidarietà, la sussidiarietà, ecc. La sfida va oltre la fisiologia dello «scambio politico» e comprende la ricostruzione di un profilo fondamentale della nazione, quello della sua dignità. Ma se la costruzione d'un nuovo sistema di partiti incrocia il tema della ricostruzione nazionale, conviene forse ricordare che il problema non risolto in Italia riguarda innanzi tutto la destra. Utilizzando un lessico forse inadeguato ma perspicuo, è dalla fine dell'età liberale che la borghesia italiana non riesce a creare un partito moderato di rango europeo e anche oggi la sua mancanza impedisce il riconoscimento reciproco della legittimazione a governare, cioè il raggiungimento d'una «democrazia compiuta». I sistemi di partito sono interdipendenti e dunque c'è un'ovvia simmetria tra le sfide che riguardano i gruppi sociali e le élite intellettuali a sinistra, a destra e al centro. Sarebbe quindi una gran cosa se i pensatori liberali s'impegnassero sul serio nello studio delle condizioni che rendano possibile anche in Italia la nascita d'un partito di governo della borghesia. Botta e risposta a distanza tra il segretario del Pdl, Angelino Alfano, e Roberto Maroni sulle alleanze. Mentre il delfino di Berlusconi ribadisce che il suo partito non ha mai ritenuto chiuso del tutto il rapporto con la Lega, “Bobo” resta freddo e rinvia la questione a una discussione con i militanti. E, in vista del «Lega Unita Day» a Zanica lancia la proposta ai comuni di disdire i contratti con Equitalia. A pochi giorni dalle amministrative Alfano torna a corteggiare gli ex alleati: «Noi abbiamo dato al Paese stabilità e riforme governando con la Lega e non abbiamo mai ritenuto chiuso del tutto il nostro rapporto con il Carroccio nonostante la Lega abbia scelto di separarsi da noi per queste elezioni amministrative non già per un problema relativo alle singole comunità locali ma per una scelta politica nazionale perché noi abbiamo deciso di sostenere il governo Monti e loro no», ha detto ieri a Conegliano a margine di un incontro elettorale. «In prospettiva - ha proseguito Alfano - noi non riteniamo chiuso il rapporto con la Lega né con i segmenti moderati del sistema politico italiano, perché faremo una grande offensiva diplomatica per riunire i moderati italiani e governare insieme il paese. Devo dire ha concluso Alfano - che le amministrative non aiutano; quindi parlo di quello che succederà dopo». Maroni però non concede aperture nemmeno sul futuro: «I militanti sono orientati ad andare avanti da soli». L'ex ministro ha sottolineato che tutto verrà deciso con i militanti al prossimo congresso federale a fine giugno. «Ringrazio l'amico Alfano ma la Lega deciderà autonomamente che cosa fare al congresso federale. In questi giorni ho incontrato i militanti e mi pare che la stragrande maggioranza, anzi la quasi totalità, hanno condiviso la scelta di andare avanti da soli e sono orientati in questa scelta anche in futuro per le Politiche». L'ex ministro Foto di Paolo Giandotti/Ansa Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano Alfano vuole ricucire con la Lega Maroni: i nostri non vogliono «I militanti ci chiedono di andare da soli anche alle politiche» Vincenzi: mai con la destra Il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, non ha «mai avuto in mente alcun trasloco in formazioni, liste oorganizzazioni di centrodestra». Lo ha precisatola stessa Vincenzi, intervenendo in merito ad un articolo in cui si ipotizza uno scenario che la contrappone al proprio partito, il Pd, e al candidato del centrosinistra a Genova, Marco Doria. 17 DOMENICA 29 APRILE 2012
Occorre rispondere all'opinione pubblica sempre più disorientata di fronte al dilagare delle «frodi perpetuate dalle classi dirigenti», dalle accuse di corruzione che coinvolgono ogni schieramento. Si fa ancora più impellente l'esigenza di «un'etica pubblica da tutti condivisa» ed anche interrogarsi sulle ragioni che hanno portato alla crisi di valori che vive oggi la società italiana. È questo il nodo che pone con chiarezza il segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata intervenuto ieri a Sorrento al convegno «Cattolici e società: etica pubblica ed etica privata. Le finalità solidali dello Smom», organizzato dal Gran Priorato di Napoli e Sicilia del Sovrano Militare Ordine di Malta. Lo fa rivolgendosi in particolare al mondo cattolico, ma non solo. Il numero due della Cei punta il dito sulla separazione tra etica pubblica e privata. Una frattura ritenuta pericolosa. Lo fa riproponendo «una visione integrale della persona, che non concepisca l'uomo come un essere individuale e solo accidentalmente collocato in un contesto sociale». Richiama l'esigenza che «non si contrapponga privato e pubblico, né li percepisca come tra loro indipendenti, ma li comprenda come fortemente connessi». La società italiana, per Crociata ha subito gli effetti di «un certo tipo di liberalismo» che «intende la società come il mero accostamento di tante individualità ridotte quasi a monadi». Ha prevalso la logica delle individualità «ognuna separata e contrapposta alle altre nel tentativo di assicurarsi il maggior vantaggio e di difendersi dall'aggressività e dall'egoismo altrui». Una critica arriva anche al «fenomeno opposto». A quella «crescente porosità tra queste due sfere», con il privato che «sempre più diventa pubblico». Una prova? Il caso delle intercettazioni telefoniche e della loro diffusione, degli scandali legati alla sfera affettiva e intima, della comunicazione dei propri sentimenti su mezzi di comunicazione di massa, della condivisione di video che riportano la propria vita privata. Lo descrive come l'effetto della potenza mediatica che è capace di trasformare «le abitudini delle persone e le persone stesse, spalancano le porte a una ridefinizione di privato e pubblico». Una ragione di più per sottolineare l'importanza di «una coerenza della vita personale» che già in quanto privata - osserva il vescovo - «ha un indiscutibile rilievo pubblico: pensiamo alle conseguenze sociali della vicenda familiare, del lavoro, delle relazioni interpersonali nei differenti contesti in cui possono essere condotte». Sono i comportamenti che fanno da sfondo allo «scandalo avvertito dai più di fronte alle frodi perpetrate da esponenti delle classi dirigenti», che rivela «la crescente percezione dell'urgenza di un'etica pubblica da tutti condivisa e rispettata». La conclusione di Crociata è il rinnovato invito della Chiesa ai credenti «ad impegnarsi anche nella rappresentanza o militanza politica, ma ancor prima in una partecipazione informata e attenta al dibattito pubblico». In realtà, ricorda, «l'impegno politico non è altra cosa dalla fede, e il perfezionamento della propria vita morale. ..non può prescindere dallo spendersi per la costruzione di una società più giusta e a misura d'uomo». SCEGLIETE L'AZIONE CATTOLICA Non sono solo parole. È significativo il documento della Conferenza episcopale lombarda, presieduta dall'arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola diffuso ieri. Si invoca un particolare impegno nella «formazione dei laici per la corresponsabilità nella Chiesa e per una presenza significativa nel contesto contemporaneo» accompagnato all'invito esplicito ad favorire le adesioni all'Azione cattolica. Un messaggio chiaro da parte dei vescovi della Lombardia, la regione amministrata da Roberto Formigoni, il leader di Comunione e Liberazione chiamato in causa da persone coinvolte in scandali. Una presa di distanza dai seguaci del movimento di don Giussani? ROBERTO MONTEFORTE Foto Ansa famiglie; ciò che riesce a comporre quegli organismi intermedi tra l'individuo disgregato e lo Stato, i quali impediscono il dissolvimento da un canto e l'assorbimento dall'altro della società stessa». Erano le radici di un riformismo cattolico che farà le sue prove nel tempo, a partire dall'azione delle Leghe bianche di Achille Grandi, l'uomo che nel secondo dopoguerra parteciperà alla costruzione della Cgil unitaria e fonderà le Acli. Quanto alla democrazia, Toniolo ne dette una definizione che ebbe a suo tempo ampia risonanza. Si badi che ai credenti la stessa parola era sconsigliata come sinonimo della «iniqua legge del numero». E tuttavia pure in Italia l'idea si faceva strada pur nelle maglie di un diritto di voto ristretto ai ceti abbienti. Ed è dentro tale intreccio di tensioni innovatori e conservatori, vecchi e giovani, obbedienti e disobbedienti che ci si imbatte nel concetto che della democrazia propose Toniolo. Non il governo «del popolo, dal popolo e per il popolo» del famoso discorso di Lincoln, ma «quell'ordinamento civile nel quale tutte le forze sociali, giuridiche ed economiche, nella pienezza del loro sviluppo gerarchico, cooperano proporzionalmente al bene comune, rifinendo in ultimo risultato a prevalente vantaggio delle classi inferiori». È un testo che oggi appare improprio e insufficiente. Ed anche molti contemporanei non ne apprezzarono il taglio paternalistico identificandolo, sostanzialmente, con una generica attitudine di benevolenza. Ma nel contesto di allora le parole suscitarono una reazione a catena. Un ordinamento civile non nasce dal nulla ma presuppone una funzione di governo; il «bene comune» non è un'entità astratta ma esige un lavoro di identificazione e di scelta; e il richiamo al «vantaggio delle classi inferiori» stabilisce una direzione di marcia su cui non si può equivocare. Uno storico marxista, Giorgio Candeloro, notò che attraverso questa definizione molti cattolici presero confidenza con il termine e poi con l'idea compiuta di democrazia. In realtà, la formula di Toniolo scopre il cammino diverso (dalla matrice illuministica francese e dal teismo americano) con cui i cattolici si avvicinano alla democrazia; e questa differenza perdura anche quando, successivamente, con il Partito Popolare di Sturzo, essi si immettono nella pratica democratica alla pari con tutti i soggetti in campo. Si può enunciare così: la democrazia dei cristiani non può che avere una precipua impronta sociale. Impossibile ridurla a procedura. Qualcuno ha rilevato che, in fondo, nella visione del nuovo beato, la democrazia si identifica col bene comune. Democrazia del bene comune: ecco, in questa ispirazione può esserci uno stimolo anche per l'oggi. La Cei: troppi scandali tra le classi dirigenti Serve un'etica pubblica Riscoprire coerenza tra etica pubblica e privata: è la ricetta di monsignor Crociata (Cei) per affrontare gli scandali e le frodi delle classi dirigenti. I vescovi lombardi invitano i laici ad aderire all'«affidabile» Azione Cattolica. CITTÀ DEL VATICANO Franco Freda in aula a Milano Anm: solidarietà a Ingroia LaGiuntaesecutivacentraledell'Associazionenazionalemagistraticondannal'episodio di minacce dirette contro il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, in occasione della sua prevista partecipazione, a Teramo, al Premio Borsellino ed esprime solidarietà e vicinanza al collega. È quanto si legge in una nota. 21 DOMENICA 29 APRILE 2012
da quella sentenza di Cassazione che gli avrebbe spalancato il carcere davanti. Anche perché, nel frattempo, i magistrati gli avevano anche contestato la partecipazione all'omicidio di Roberto Abbatino, fratello di Maurizio “Crispino” ai tempi leader della Banda della Magliana scappato in Venezuela dopo l'evasione da una clinica romana, ucciso a coltellate sul greto del Tevere nell'ambito della guerra interna al sodalizio criminale. E della “Nuova banda della Magliana”, hanno ricostruito i pm romani, Angelotti era uno degli uomini di vertice, con un ruolo di primo piano nel traffico di droga, finanziato grazie ai proventi dell'usura e il gioco d'azzardo. UCCISO DAI GIOIELLIERI Sentenze e manette, però, non lo avevano cambiato e Angelotti aveva continuato sulla strada dove era cresciuto. Il traffico di droga, la ricettazione e le rapine. L'ultima, quella fatale, ieri all'alba a Spinaceto, periferia a Sud della Capitale. L'obiettivo due gioiellieri, Luca e Andrea Polimadei di 31 e 36 anni che gestiscono anche un compro oro in zona Torpignattara, in partenza per una fiera di settore all'estero con una valigia carica di preziosi per un valore di 75mila euro. I rapinatori, tre in tutto, impugnano “i ferri”, i fratelli Polimadei si difendono con le proprie pistole in una furiosa sparatoria che dura pochi attimi: Angelotti resta a terra arma in pugno, ucciso sul colpo. Un suo compagno, il pluripregiudicato cinquantaduenne Stefano Pompili, è ferito gravemente al collo. Il terzo componente della banda riesce a fuggire nonostante un proiettile conficcato nel torace. Gli uomini delle Volanti lo scopriranno e arresteranno qualche ora dopo al Cto della Capitale. Giulio Valente, questo il nome del quarantacinquenne, è accusato di tentato omicidio, tentata rapina aggravata, porto abusivo di armi, ricettazione di armi e di auto (il furgone sui cui viaggiava la banda è risultato rubato). La sua storia aveva commosso il paese. Lo indignò. Fece intervenire persino il Ministero dell'Interno. Mobilitò le coscienze al punto che la sua vicenda venne scelta come simbolo per la giornata mondiale della violenza contro le donne. Ma pare che avesse inventato tutto, accusando di stupro un innocente, commettendo addirittura una sfilza di reati. Adama, la senegalese che aveva denunciato di essere stata picchiata e violentata da un connazionale, aveva mentito. Aveva costruito a vantaggio di sè un caso inesistente. Almeno ne è convinta la procura di Forlì che ha notificato alla donna, ora ospite di una struttura protetta, la fine delle indagini, mettendo a suo carico una dozzina di capi d'imputazione. La strana storia del presunto falso ebbe inizio lo scorso dicembre, quando l'africana, dal Centro identificazione e espulsione (Cie) di Bologna, denunciò, tramite un legale, di essere stata stuprata, due mesi, prima in un piccolo comune del Forlivese. Ci furono, immediate, le critiche di alcune associazioni contro le forze dell'ordine, accusate di non essersi attivate in modo adeguato. Scoppiò il caso, seguì una raccolta di firme, sino all'intervento anche del ministro dell'interno, Anna Maria Cancellieri. Diverse associazioni lanciarono un appello affinché la senegalese fosse liberata. Come in effetti avvenne. La donna fu inviata in un casa protetta, venne dotata di un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Le indagini avviate per identificare il presunto stupratore sembrano però avere completamente ribaltato, secondo la magistratura, i contorni della vicenda. Un trucco, è l'accusa. Adama non solo si sarebbe inventata l'aggressione e lo stupro, ma avrebbe pure prodotto falsi documenti di un matrimonio, si sarebbe sostituita a una connazionale e con la falsa identità avrebbe aperto conti correnti, denunciato lo smarrimento di un bancomat, chiesto un ricongiungimento famigliare facendosi assumere da una grande azienda alimentare dell'Appennino forlivese, per poi dichiarare all'autorità giudiziaria che l'amministratore delegato dell'azienda (in realtà, secondo le indagini, ingannato dai falsi documenti presentati) era a conoscenza del suo status di clandestina. Insomma, un alter ego. Al termine dell'indagine la procura forlivese ha archiviato il fascicolo riguardante il presunto stupratore, mentre Adama dovrà rispondere di duplice calunnia, sostituzione di persona, truffa e una serie di falsi. Per la donna potrebbe anche scattare il provvedimento di espulsione. Quella contro la quale, sembra di capire, avrebbe messo in scena una macchinazione. PINO STOPPON Il 25 aprile si e' spento il compagno MAURIZIO BACCHELLI La famiglia ricorda la sua profonda umanità e il suo impegno straordinario per la sinistra italiana I fratelli Sergio, Valentino, Mariangela CORRADI, Ricordano con affetto i cari genitori NOEMI e GIUSEPPE Mirandola 29 aprile 2012 A Montichiari, in provincia di Brescia, blitz di un gruppo di animalisti nel Green Hill, il canile che ospita cani beagle destinati alla vivisezione. I manifestanti sono riusciti a fare irruzione e liberare alcuni cuccioli prima dell'intervento della polizia. Ne sono nati alcuni tafferugli con le forze dell'ordine: alcuni manifestanti sono stati fermati dalla Digos. FROSINONE Adama, lo stupro era solo una bugia Ora è indagata e rischia l'espulsione La violenza non c'era mai stata. Secondo la Procura, che ora l'ha messa sotto inchiesta, la donna senegalese ospite del Cie di Bologna aveva inventato tutto per avere un permesso di soggiorno. Costruendosi una seconda vita. BOLOGNA 29 aprile 2002 29 aprile 2012 Anniversario In questi dieci anni il vivo ricordo di ORIANO FONTANA “NANO” ha continuato a unire e accompagnare la famiglia e gli amici. Così accadrà ora, anche nel ricordo della sua sposa per sempre LUISA AMADUZZI che ci ha inaspettatamente lasciati il 20 aprile 2012. Sandra e Lucia Budrio, 29 Aprile 2012 p La donna aveva denunciato di essere stata violentata da un connazionale p La sua vicenda era stata presa a simbolo per la lotta contro le violenze Blitz contro il lager di Green Hill Marito e moglie settantenni sono stati aggrediti e presi a botte nella loro abitazione a Ferentino, alle porte di Frosinone. A picchiarli a sangue una banda che si è introdotta a casa loro per una rapina. I due anziani coniugi sono stati soccorsi solo questa mattina, dopo essere rimasti tutta la notte nellaloroabitazione,vistochenoneranonemmenoingradodichiamareaiuto dopo le percosse subite. Secondo i primiracconti laviolenzasarebbescattataquandol'uomohatentatounareazione dopo essere stato immobilizzatio. La banda sarebbe poi fuggita con un bottino di duecento euro circa. I dueanzianistatiricoveratiingravicondizioni. Coppia di anziani massacrata in casa per duecento euro 31 DOMENICA 29 APRILE 2012
02 Conor Maynard Can't say no 03 Fun We are young 04 John Legend Ordinary people 05 Jesse J Laserlight 06 Gotye Somebody that I used to know - Gotye 07 B.o.B. So good 08 Nicki Minaj Starships 09 Sean Paul She doesn't mind 10 Justin Bieber Boyfriend Carly Rae Jepsen I 10 singoli più ascoltati in UK Paolo Fresu & Omar Sosa Alma Tuk Music **** TOP 10 UK C hi ha seguito le seratedell'ultimo Sanremo lo ri-corderà sicuramente: Mar-co Guazzone aveva l'aria un po' timida e smarrita, ma una volta seduto al pianoforte dimenticava tutto il resto per concentrarsi sulla musica. Guasto era una delle canzoni migliori del festival e colpiva anche per una modernità vissuta profondamente e non scopiazzata a caso da qualche gruppo inglese o americano. È in linea con le sonorità più attuali, ma possiede anche un respiro melodico tipicamente italiano. La storia di Marco somiglia comunque a quella di tanti altri ragazzi di talento: ha cominciato a suonare il pianoforte da piccolo e si è iscritto al Conservatorio di Santa Cecilia per studiare composizione. Ha lasciato prima del diploma per trasferirsi a Londra, dove vive una parte della sua famiglia. In quella città ha avuto modo di coltivare la passione per il canto, suonando nei pub e nei piccoli locali. È rientrato a Roma quando ha superato la selezione per entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia. Nell'ambiente creativo del Centro ha incontrato quelli che sarebbero entrati a far parte del suo gruppo, gli Stag. Con loro ha fatto decine di concerti, ha partecipato con successo al Festival di Sanremo e ha registrato L'atlante dei pensieri (Sunny Bit). Non male per uno che è nato nel 1988. RITRATTO DEL MUSICISTA Forse è banale dirlo, ma la misura più ampia di un album permette a un musicista di esprimersi al meglio, soprattutto se lo stesso musicista è ai suoi primi passi. Se c'è una cosa di cui soffre L'atlante dei pensieri è l'ambizione di dare a chi lo ascolta un ritratto completo di chi lo ha registrato. Del suono abbiamo già detto, ma anche la voce lascia un segno: il timbro è riconoscibile, l'estensione non stratosferica ma notevole. E le canzoni giocano su diversi moduli espressivi: melodia, rock, perfino dance. In italiano, ma anche in inglese. Un esordio più che promettente. Marco Guazzone e gli Stag saranno oggi, 29 aprile, al Viper Theatre di Firenze; il 30 al Circolo degli Artisti di Roma; il 10 maggio allo Spazio 211 di Torino; l'11 al Circolo Arci Renfe di Faenza e il 12 al Cage Theatre di Livorno. Cinque brani da ascoltare (se siete curiosi) A lma, titolo che da solo ègià un programma: di ani-ma nel nuovo album diPaolo Fresu e Omar Sosa ce n'è tanta, e anche di poesia, di energia. A cinque anni di distanza da Promise il trombettista italiano e il pianista tornano a firmare un disco in duo. Collaborazione di lunga data, la loro, a partire dal primo concerto in Amburgo (2006), che oggi pare aver raggiunto una più matura e consapevole alchimia musicale. In un mondo in cui identificare la musica attraverso etichette preconfezionate sembra essere diventato sport di massa, Fresu e Sosa riescono a creare un collegamento ideale fra il Mediterraneo e Cuba. E lo fanno danzando in continuo, e perfetto, equilibrio tra musica improvvisata, sapori cubani, Africa, world music. Per poi spingersi ai confini del jazz contemporaneo, con qualche incursione nel minimalismo e nella classica, sempre alla ricerca di un suono unico e avvolgente. Dove i colori più marcatamente spirituali restano in evidente, e intelligente, equilibrio fra tecnica e partecipazione. Undici brani per un viaggio dentro l'anima profonda, e laica, di due grandi artisti, di volta colorato e arricchito dalla presenza aerea e chiara della tromba, e dalla straordinaria sensibilità ritmica del pianoforte. Composizioni originali equamente divisi fra le due firme, e una cover: Under african skies (tratta da Graceland di Paul Simon) che qui diventa standard riletto con rara e leggera delicatezza, per un disco ricco di chiaroscuri, ma di grande personalità. Che della ricerca della bellezza e purezza del suono ha fatto il proprio obiettivo. A partire dalla presenza di un maestro dell'arte sonora quale il violoncellista brasiliano Jaques Morelenbaum (ha suonato fra gli altri con Carlos Jobim e Caetano Veloso) chiamato a interagire e completare la continua ricerca di nuovi approcci e strade che da sempre anima Fresu e Sosa. Per arrivare a curare anche l'aspetto grafico affidando la copertina al segno forte e spiazzante, ma perfettamente centrato, di Antonio Adelio Rossi. Bright Moments Natives Luaka Bop **** Marcella Carboni Elisabetta Antonini Nuance Blue Serge *** Emergenti «Claudia» Bright Moments Luaka Bop Stile pop per il sito della casa discografica di David Byrne La band di Kelly Pratt, polistrumentista newyorkese, già con i Beirut (tromba e voci), gliArcadeFire(suoialcuniarrangiamentidifiati su Neon Bible). Qui c'è la sezione ritmica dei Beirut oltre ad altri virtuosi multietnici e la sua tromba usata in mille modi. Disco pop, sintetico, eclettico e sorprendente che esce per l'etichetta di David Byrne. SI.BO. Carboni-Antonini La storia dell'arpa nel jazz non è certo ricchissima, ma ha episodi interessanti. MarcellaCarboni, induoconlacantanteElisabettaAntonini,econl'ausiliodiun'elettronica mai invadente, ne scrive un altro capitolo. Nuance fluttua in atmosfere sognanti, evoca brezze leggere: jazz cameristico, intriso di sottili saudades brasiliane. M.B. Call me maybe secondo la Bbc (bbc.co.uk) Guazzoni: i pensieri originali di un italiano PAOLO ODELLO L'arpa suona il jazz GIANCARLO SUSANNA www.myspace.com/theclaudiaquintet http://luakabop.com Pop benedetto da Byrne I canti dell'anima dall'Italia a Cuba Fresu e Sosa tornano a firmare un disco insieme: musica che danza in equilibrio tra improvvisazione e world music 43 DOMENICA 29 APRILE 2012
Montepremi 2.915.584,33 5+ stella Nessun 6 - Jackpot 87.419.897,36 4+ stella 36.328,00 Nessun 5+1 3+ stella 1.781,00 Vincono con punti 5 43.733,77 2+ stella 100,00 Vincono con punti 4 363,28 1+ stella 10,00 Vincono con punti 3 17,81 0+ stella 5,00 NICOLA LUCI ROMA CAGLIARI 0 CHIEVO 0 Nazionale 26 74 17 3 72 Bari 27 55 51 44 46 Cagliari 83 90 60 3 80 Firenze 39 69 49 58 43 Genova 2 77 59 9 50 Milano 54 9 53 40 69 Napoli 53 5 90 8 9 Palermo 35 54 60 24 2 Roma 14 78 6 83 26 Torino 26 62 14 68 29 Venezia 51 24 5 9 21 N.LU. ROMA PALERMO 1 CATANIA 1 L e due squadre non aveva-no molto da raccontare inquesta partita e nulla han-no raccontato. È finita in parità e senza emozioni Cagliari-Chievo una gara tra due formazioni già salve giocata, ancora una volta, a Trieste per la gioia dei tifosi sardi. Dopo sette minuti è il Chievo a sfiorare il vantaggio con Paloschi. La conclusione dell'attaccante è bloccata da Agazzi. La risposta dei rossoblù è affidata a Thiago Ribeiro: conclusione dai 20 metri del brasiliano, la palla si spegne a lato. Prima dell'intervallo, Acerbi spegne in corner un bello spunto di Pinilla, mentre Paloschi mette fuori di destro da ottima posizione. Qualche minuto dopo Sorrentino si allunga per bloccare un cross basso di Pinilla. Dopo due minuti si fa male Dainelli, sostituito da Sardo. Thiago Ribeiro fa partire un gran destro, al 26esimo, che sfiora il palo, al 39esimo tenta di imitarlo, con poca fortuna, Sammarco. Al sesto della ripresa Bradley si vede respingere in angolo una sberla da fuori, al 15esimo tocca a Ibarbo e i rossoblù ne beneficiano. A metà tempo Pinilla sale in cielo ma Sorrentino è attento, al 29esimo Ekdal va via di forza e serve Ibarbo, che però non sfrutta la buona chance. Il ritmo non è elevato e gli errori sono tanti. Dentro Hetemaj per Paloschi, Ibarbo si fa ancora notare al 40esimo con una volee di sinistro che finisce sopra la traversa. L'incontro termina in parità. Il Cagliari sale a quota 42. Il Chievo riscatta parzialmente il ko di Bergamo contro l'Atalanta e raggiunge momentaneamente a quota 44 il Parma, atteso domani dalla sfida salvezza con il Lecce. I l derby di Sicilia si chiude senzavincitori. Palermo e Catania pa-reggiano 1-1 al «Barbera», unpunticino che serve ai rosanero per fare un altro piccolo passo avanti verso la salvezza, obiettivo che gli etnei hanno già in cassaforte. Forse non si poteva chiedere di più a questo Palermo attuale che mostra un evidente calo fisico, pochissime idee e anche un po' di paura. Anche il Catania non è più la squadra brillante di qualche mesetto fa e comincia ad accusare segnali di stanchezza. Mutti può contare su Migliaccio che stringe i denti, anche se non è al meglio; Pisano invece va in panchina; difesa a tre con Munoz, Silvestre e Mantovani; Ilicic a supporto delle due punte Hernandez e Miccoli. Montella ritrova Carrizo e Legrottaglie, rientrati dalle squalifiche; recuperano anche Almiron, Izco e Barrientos; con quest'ultimo compongono il trio d'attacco Bergessio e Gomez. Parte bene il Catania che fa vedere un maggiore possesso palla, mentre il Palermo è attento e pronto a ripartire. Il primo tiro in porta è dei rosanero al 4' con un sinistro da fuori di Ilicic, palla alta. Al 26' Catania in vantaggio: cross di Gomez, Barientos alza di testa per Legrottaglie che insacca a porta vuota. Il Palermo prova a reagire, aumenta la pressione, ma fa solo tanta confusione. Il primo tempo si chiude senza altri sussulti. La ripresa inizia senza cambi. E al secondo minuto il Palermo pareggia: Bertolo pesca con un lancio lungo Miccoli, l'attaccante entra in area e con il sinistro fulmina Carrizo sul primo palo. Miccoli avrà un'altra occasione. Ma il risultato non cambierà più. lotto I numeri del Superenalotto Jolly SuperStar 6 11 34 51 59 82 75 6 10eLotto 2 5 9 14 24 26 27 35 39 5153 54 55 60 62 69 77 78 83 90 Foto Lapresse TRA CAGLIARI E CHIEVO VINCE LA NOIA Foto Lapresse Poche emozioni tra Cagliari-Chievo. Pinilla è rimasto a secco A Trieste le due squadre non vanno oltre lo zero a zero. Un'unica occasione per Ibarbo SABATO 28 APRILE Il gol di Legrottaglie non è servito a far vincere il Catania Uno a uno col Catania. Per i rosanero punto d'oro in chiave salvezza. Segna Legrottaglie PALERMO: Viviano, Munoz, Silvestre, Migliaccio, Mantovani, E. Barreto, Donati, Bertolo (43' st Acquah), Ilicic(40'stZahavi),Miccoli,Hernandez(37' st Budan) CATANIA: Carrizo, Motta, Spolli, Legrottaglie, Marchese, Izco, Lodi, Almiron (22' st Seymour), Barrientos (30' st Llama, 33' st Catellani), Bergessio, Gomez ARBITRO: Rocchi RETI: nel pt 25' Legrottaglie; nel st 2' Miccoli NOTE: ammoniti: Miccoli, Ilicic, Barrientos CAGLIARI: Agazzi, Pisano, Ariaudo, Astori, Agostini, Ekdal, Conti, Nainggolan, Cossu, Ribeiro (16' st Ibarbo), Pinilla CHIEVO: Sorrentino, Frey, Dainelli (17' pt Sardo), Acerbi,Dramè,Luciano,Bradley,Sammarco,Thereau, Pellissier (45' st Uribe), Paloschi (32' st Etemahj) ARBITRO: Gava NOTE: angoli: 7-4 per il Cagliari. Recupero: 2' e 3'. Ammoniti: Dramè e Frey per gioco falloso. MICCOLI TIENE A GALLA IL PALERMO MotoGp Vale in crisi nera È solo la seconda gara dell'anno, anzi deve ancora cominciare. Il Gp di Spagna mostra con tremendo anticipo lo sfilacciamento del rapporto tra Rossi e la Ducati. Mentre la ex di Vale, la Yamaha se la spassa nelle mani di Jorge Lorenzo. Il pilota della Ducati è solo 13˚ dopo le qualifiche del Gran Premio di Spagna a Jerez. La pole position va a Jorge Lorenzo. 47 DOMENICA 29 APRILE 2012
C inquantaquattro con Va-nessa dall'inizio dell'an-no. Una media aberran-te, tragica. Un mattatoio. Il mattatoio delle donne in Italia. Cinquantaquattro in quattro mesi. Massacrate, stuprate, violate, uccise. Uccise da uomini che conoscevano. L'Orco difficilmente è lo sconosciuto incontrato per strada o in Rete. E' in casa l'Orco, il Barbablù, l'assassino. È l'ex che non ci sta, è il fidanzato geloso, è il marito violento. Sempre lo stesso rituale. Sempre le stesse vittime. Cambiano nomi, luoghi, situazioni, ma le vittime sono sempre le stesse. Hanno gli occhi scuri di Vanessa, 21 anni di Enna, i capelli chiari di Edyta massacrata il giorno di San Valentino a Modena, il sorriso di Stefania ammazzata dal fidanzato che «l' amava più della sua stessa vita». Le donne hanno detto basta mille volte, un milione di volte. Sono scese in piazza, hanno trovato la chiave di lettura per il femminismo del terzo millennio grazie alle mobilitazioni di Se non ora quando, alla denuncia di Lorella Zanardo attraverso Il corpo delle donne, alle inchieste, alle manifestazioni. Eppure, eppure sembra non bastare mai. Per questo, dopo la morte assurda di Vanessa, parte un nuovo appello che chiede agli uomini di non essere compliFoto di Guido Montani/Ansa Contro il femminicidio migliaia di firme «È una strage, ora basta» Il dossier DANIELA AMENTA Non è un Paese per donne Il Colosseo illuminato in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne All'appello delle donne risponde il web compatto. E moltissimi uomini ai quali si chiede di non essere complici della mattanza. Aderiscono, tra gli altri, Camusso, Bersani, Finocchiaro, Saviano e il direttore dell'Unità Sardo Primo Piano18 DOMENICA 29 APRILE 2012
fallimento per mancanza di liquidità ma sono tanti gli imprenditori che negli ultimi anni hanno rinunciato a mettere capitale nell'azienda preferendo attingere a finanziamenti a buon mercato. Per far fronte a questa crescita impetuosa del credito i depositi dei risparmiatori non sono più bastati, le banche italiane hanno da tempo usufruito di flussi di liquidità dall'estero. Negli ultimi anni questa fonte si è inaridita, per far fronte al gap di liquidità è intervenuta la Bce prestando fondi alle banche. Il vero problema è dunque la non solidità del sistema economico. Abbiamo poi il problema Europa. La non solidità delle banche e la crisi del debito sovrano sono due facce di una stessa medaglia: le banche detengono infatti una parte rilevante del debito pubblico e sono di fatto garantite dagli Stati. La strada più ovvia era «salvare» gli Stati con una Bce che comprava titoli di Stato. Questo purtroppo non è stato possibile per il veto della Germania, la Bce ha allora fatto l'unica cosa possibile: salvare le banche fornendo loro liquidità in modo tale da permetter loro di acquistare titoli di Stato e calmare i mercati. Missione riuscita (nei primi due mesi del 2012 le banche italiane hanno acquistato 45 miliardi di titoli di Stato), ma questo non basta più, la crisi ora tocca l'economia reale. Se le banche riprenderanno un po' di fiato potranno prestare denaro all'economia ma questo scenario non è immediato, ci vorrà del tempo. Bando ai luoghi comuni dunque: il problema principale oggi non sta nelle banche, risiede piuttosto nella bassa propensione al capitale di rischio dei nostri imprenditori e nella Bce che ha fatto forse il massimo dati i vincoli del trattato ma non abbastanza per affrontare la crisi del debito sovrano. Piuttosto che salvare le banche occorreva salvare gli Stati. Speriamo la Merkel lo comprenda. N el giro di sei mesi appe-na, in Italia come in Eu-ropa, il coro assordan-te ha ceduto il passo aun silenzio imbarazzato, seguito da un sordo ma sempre più diffuso brontolio. Fino a ieri, infatti, la diagnosi era una sola, indiscutibile come la terapia che ne discendeva: i responsabili della crisi erano le pecore nere di sempre, i Paesi dell'Europa meridionale. I capri espiatori, per amore degli acronimi o forse per ragioni didattiche, erano descritti sulla stampa finanziaria anglofona con le fattezze di maiali. I «Pigs»: Portogallo, Italia, Grecia e Spagna (più l'Irlanda, la cui curiosa parabola da studente modello a ultimo della classe nessuno si peritava però di indagare a dovere). Questi erano i Paesi che avevano speso più di quanto potessero permettersi. L'equazione era dunque elementare: troppo debito pubblico, troppa spesa pubblica, troppa presenza pubblica nell'economia. Questi, pertanto, erano i Paesi che dovevano sottoporsi alla cura del rigore e dell'austerità, quelli cui toccavano ora i «compiti a casa», sotto dettatura della Bce e delle altre istituzioni dell'Europa a guida tedesca. La campagna sui costi della politica e i privilegi della «casta» non era che la variante italiana di questa offensiva che squalificava in partenza tutti gli strumenti della politica economica tradizionalmente adoperati dalle forze progressiste per promuovere sviluppo e giustizia sociale. Campagna che si rivelava particolarmente efficace nel cambiare il clima nell'opinione pubblica, passando in un baleno dal fresco vento dei referendum di giugno contro la privatizzazione dei beni comuni al rigidissimo autunno che ha visto tutti i principali giornali acclamare i tecnici come gli unici capaci finalmente di tagliare, liberalizzare, flessibilizzare e privatizzare tutto il possibile. Per la verità, l'idea che dalla crisi prodotta dallo scoppio della bolla liberista globale si potesse uscire con una cura ultraliberista suscitava qualche legittima perplessità in un certo numero di economisti anche sei o sette mesi fa - e pure molto prima, se è per questo - ma allora le voci dissonanti erano sovrastate da un coro davvero assordante. Ora però gli effetti della campagna elettorale francese da un lato e della cura tedesca imposta all'Europa dall'altro cominciano a farsi sentire persino in Italia. E l'ossessiva campagna sui costi della politica non riesce più a nascondere l'evidenza. Tanto meno a coprire gli evidenti limiti della cura imposta ai Paesi più deboli dell'eurozona. Le agenzie di rating declassano la Spagna per un eccesso di austerità che uccide la crescita dice per esempio l'economista belga Paul De Grauwe - l'anno scorso l'hanno declassata per troppo poca austerità: l'Europa è governata da pazzi. E l'Italia? Chiamato ad applicare la stessa ricetta che sta sprofondando l'Europa nella recessione, il governo Monti è solo parzialmente responsabile della crescente ostilità che incontra, e non solo per la gravosa eredità del predecessore, per i limitatissimi margini di trattativa del nostro governo nei confronti di un'Europa guidata da una destra a egemonia tedesca, ma anzitutto per questo mutamento di clima in Europa. Se all'improvviso scoprissimo che il problema non era la pigrizia dello studente, se scoprissimo che erano proprio «i compiti a casa» a essere sbagliati, forse l'aver chiamato la più severa e la più tedesca delle istitutrici italiane per imporci di svolgerli tutti e subito potrebbe rivelarsi meno brillante di quanto apparisse all'inizio. Di qui l'affondo di Nichi Vendola, che ha buon gioco a intestarsi la rivolta degli economisti contro «questa Europa dell'austerità», affermando che il suo fallimento «riguarda anche le ricette del governo Monti». Ma ora persino l'Espresso titola in copertina, sulla foto del presidente del Consiglio: «Se non ce la fa neanche lui». La risposta è nell'editoriale del direttore, assai preoccupato dai «partiti vogliosi di riprendersi il controllo del gioco», che così si conclude: «Se non dovesse farcela nemmeno lui non ci resterebbe che la drammatica deriva greca». Ormai anche i sondaggisti più compiacenti devono riconoscere che l'incantesimo si è rotto, e così i molti che avevano scommesso sui tecnici come alternativa ai partiti, quali campioni di un'antipolitica virtuosa, moderata, liberale. «Monti si è infognato», dice il terzopolista finiano Italo Bocchino, che sembra sposare la linea dell'Espresso: «Porti i suoi provvedimenti in Parlamento senza troppe trattative... Sulle liberalizzazioni e il mercato del lavoro ha fatto passi indietro per colpa dei partiti». Ma l'idea che il calo di popolarità di Monti sia dovuto alle correzioni imposte dal Parlamento, come se gli italiani lo rimproverassero davvero di non essere stato abbastanza duro, risulta poco convincente. In questa valle di lacrime e sangue l'Italia è entrata tutta insieme, battendosi il petto e intonando canti penitenziali. E tutta insieme dovrà tentare di uscirne, almeno stavolta, senza né capri né maiali espiatori. FRANCESCO CUNDARI Foto Ansa Le spine di Monti I tecnici del rigore spiazzati dall'Europa Sondaggi, commentatori e politici un tempo amici prendono le distanze. Ma il governo chiamato per «fare i compiti» paga anzitutto gli sfavorevoli rapporti di forza con Berlino Il dossier ROMA Generali, è guerra interna Ciclone Del Vecchio sull'assemblea delle Generali: il patron di Luxottica chiede le dimissionidiGiovanniPerissinottoaccusandolodifareilmanager-finanziereenonl'assicuratore. Lui replica: «Sono due facce della stessa medaglia». Del Vecchio è salito al 3% del Leone,primo socio privato. Sopra c'è solo Mediobanca con il 13,24% (e Bankitalia al 4,48%). 5 DOMENICA 29 APRILE 2012
Cara Unità VIA OSTIENSE, 131/L - 00154 - ROMAMAIL lettere@unita.it Dialoghi Luigi Cancrini La satira de l'Unità virus.unita.it DIEGO NOVELLI * In difesa della Repubblica parlamentare Un gruppo di associazioni torinesi, della resistenza antifascista (Anpi, Fiap), del volontariato legato al Gruppo Abele di Luigi Ciotti (Benvenuti in Italia, Acmos, Libera, Terra del Fuoco), Giustizia e Libertà , Libertà e Giustizia, hanno lanciato in occasione del 25 aprile e del Primo Maggio una serie di idee e proposte per salvare la democrazia in Italia, per la solidarietà sociale, la moralità della politica, prima che sia troppo tardi. Si tratta di undici punti che riguardano, tra l'altro, le misure fiscali unidirezionali sinora adottate dal governo Monti, smentendo uno dei primi suoi propositi: quello dell'equità; la riforma dei partiti (riduzione dei parlamentari, degli emolumenti dei medesimi e il taglio del finanziamento pubblico); la riduzione delle spese militari. Infine un gruppo di proposte riguardanti la legge elettorale, i poteri del presidente della Repubblica, il funzionamento delle Camere, la ineleggibilità dei condannati con sentenza definitiva. Mi soffermo su di un punto fondamentale per la difesa della Costituzione, sulla forma della nostra repubblica oggetto in questi giorni di una polemica apparsa su l'Unità tra Luciano Violante e Arturo Parisi. Un comitato ristretto bipartisan presieduto da Violante ha annunciato alcune proposte che sono il contrario di alcuni pronunciamenti della direzione del Pd. Queste proposte della commissione ristretta, se fossero sciaguratamente accolte e votate dall'attuale eterogenea maggioranza parlamentare, cambierebbero radicalmente il volto della nostra repubblica parlamentare in una repubblica presidenziale. Cosa vuol dire ampliare i poteri del presidente del Consiglio, lasciando a lui, ad esempio, lanomina dei ministri e la loro decadenza? Che vuol dire assegnare al premier il potere di sciogliere le Camere? Che vuol dire l'elezione diretta, di fatto, del premier? Gira e rigira queste vocazioni bonapartiste ritornano a galla nel nostro Paese quando la vita politica si inceppa a causa del degrado dei partiti. Come d'altra parte aveva sostenuto Enrico Berlinguer in una profetica intervista a Eugenio Scalfari nel 1981: ben prima di Luciano Cafagna (1993) evocato da Emanuele Macaluso sempre su l'Unità del 15 aprile scorso. Da Craxi a Berlusconi il discorso non si è mai interrotto su questo tema, giustificando il fallimento della loro politica con i «lacci e i lacciuoli» che la Costituzione imporrebbe a chi governa. L'antipolitica che imperversa oggi in Italia è frutto prima di tutto del deficit di democrazia verificatosi in questi ultimi trent'anni nonché della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica che andavano invece informati, coinvolti e corresponsabilizzati. Anche a sinistra il vizietto («non disturbare il manovratore»), a partire dagli enti locali, è stato praticato. È sufficiente pensare al soffocamento dei consigli di circoscrizione, delle Giunte e delle assemblee municipali. Il «leaderismo», il «Capo» , il «carisma» hanno fatto sì che nemmeno gli iscritti ai partiti e ai movimenti (si pensi a Berlusconi e Bossi) hanno avuto qualche flebile voce in capitolo. Oggi non abbiamo bisogno di altre commissioni ristrette, di fattucchiere di complemento. Ci sono le apposite commissioni parlamentari, abilitate per un confronto delle idee, per trasferire al popolo le proposte con i metodi della democrazia e le forme più idonee. Certo non usando il turpiloquio che sta alla base della dialettica del nuovo astro, a Cinque Stelle, Beppe Grillo. Esercitare la democrazia e promuovere la partecipazione è faticoso, ma è l'unica strada percorribile se si vuole combattere la demagogia e il populismo e per salvaguardare la nostra Carta Costituzionale. * Presidente Anpi Piemonte ASCANIO DE SANCTIS Da Krugman a Grillo Recentemente, su Repubblica, sono apparsi due articoli apparentemente in sintonia: “L'Europa può salvarsi se si libera dell'Euro” di Paul Krugman e “Via dall'Euro” di Beppe Grillo. Per Krugman uscire dall' Euro sarebbe una mossa dirompente ed equivalente all' uscita dal sistema aureo (gold standard) che fu il requisito basilare per la ripresa negli anni trenta, purtuttavia considera preferibile l' alternativa di politiche monetarie più espansive tramite un maggior ruolo della Bce , anche accettando un 'inflazione un po' più alta, per garantire la coesione europea. Per contro, Beppe Grillo come prefigura l'Europa se e quando l ' Italia e qualche altro paese europeo saranno al di fuori della zona Euro? FRANCO Livorno, sto con la Cgil Considero l'antipolitica un inganno e credo che veramente il tema del lavoro debba essere al centro del dibattito attuale. Per questo lunedì 30 vado alla fiaccolata per il lavoro organizzata dalla Cgil nella mia città, Livorno. www.unita.it L'epidemia dei suicidi Quante persone dovranno ancora suicidarsi prima che siano troppe a morire? Non viene in mente a voi, parlamentari Pd, di istituire un fondo per le urgenze? Salvare vite umane è la prima urgenza! Mentre voi discutete di regole per il finanziamento dei partiti la gente si toglie la vita per affermare la propria dignità. Ne avete consapevolezza? RISPOSTA Una ricerca eseguita in Francia sulle persone scampate, dopo un periodo più o meno lungo di rianimazione, ad un tentativo serio di suicidio, dimostrò con chiarezza che i disturbi psichiatrici erano responsabili di una minoranza assoluta (sotto il 20%) di questi gesti estremi. A determinarli, abitualmente, erano storie difficili vissute da persone "normali" che non avevano più risorse per affrontare i loro problemi: economici o relazionali. La disoccupazione e l'angoscia del piccolo imprenditore strozzato dai debiti sono le cause principali dell'ondata di suicidi che si sta determinando: in Grecia e nel nostro paese dove le speranze suscitate dalla fine politica di Berlusconi e dall'avvento di un governo dei tecnici sembrano essersi ormai quasi spente. L'arma del rigore è un'arma spuntata, infatti, di fronte ad una crisi che potrebbe essere più utilmente contrastata, forse, da quella emotivamente più efficace della solidarietà: basata sull'idea per cui a pagare deve essere chi ha di più e non chi ha di meno. Unificando il Paese ed evitando le lacerazioni sociali che lo dividono ogni giorno di più. GIOVANNI CORALLO 27 DOMENICA 29 APRILE 2012
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L'EDITORIALE ORA SERVE UNA SVOLTA L'ANALISI G li effetti delle manovre re-strittive aggravano la crisi delle famiglie, del welfare, delle imprese. I famigerati mercati, che un anno fa ci imponevano l'austerità, oggi ci condannano perché nella recessione l'austerità produce autodistruzione. Il dramma è che non siamo all'accademia ma stiamo parlando della vita delle persone, di povertà crescenti, del futuro dei nostri figli. p SEGUE A PAGINA 24 L a cosiddetta antipolitica affon-da le radici in una mentalità antica e molto radicata in Italia che si riassume in un pregiudizio di sfavore verso i partiti. Una diffidenza o una ostilità di principio non verso questo o quel partito, ma contro il concetto stesso del partito politico. p SEGUE A PAGINA 16 D'Alema: da questa crisi si esce solo a sinistra Freda in Comune A Roma bufera su Alemanno che fa dietrofront L'ex terrorista doveva presentare un libro p PAGINA 20 50mila in bici: salviamo i ciclisti UNA NUOVA LEGGE Appello Adesioni di Bersani, Camusso, Finocchiaro, Saviano p AMENTA DE SANCTIS PAGINE 18-19 Verona, la battaglia per fermare Tosi Antonello Montante La crisi e i beni confiscati Quasi 20 miliardi è il valore di immobili, terreni, aziende sottratti alla criminalità Bisogna farli fruttare perché se deperiscono vincono le cosche L'Italia si mobilita «È ora di fermare la strage delle donne» LA PROPOSTA Era chiaro che la linea dell'austerity fosse fondata sull'errore. Ora finalmente si è aperta una breccia, ma nessuno sa quando questo regno dell'errore avrà fine. Paul Krugman Francia Parla Lang: Hollande come Obama, Europa al bivio p COLLINI DE GIOVANNANGELI PAGINE 6 E 10 p FRANCHI SATTA PAGINE 22-23 MANIFESTAZIONE p BUFALINI PAGINE 2-3 Giuseppe Vacca p PAGINA 2 Claudio Sardo “ IL SENSO DEI PARTITI Intervista «La sfiducia è il nostro avversario. Il partito della nazione? Siamo noi» p CARUGATI PAGINE 14-15 AMMINISTRATIVE 1,20 Domenica 29 Aprile 2012 Anno 89 n. 118 www.unita.it Fondata da Antonio Gramsci nel 1924
Antonello Montante* L'azienda mafiosa gode di molti vantaggi. Pier Luigi Vigna, ex procuratore anti-mafia, li descrive così: «Lavoratori sottopagati, nessun rispetto per la sicurezza, le banche fanno credito, i creditori non premono per la restituzione». Poi, quando l'azienda è ripulita dalle infiltrazioni mafiose, «le banche revocano i fidi, i creditori esigono i pagamenti». È un passaggio molto delicato e, particolarmente in un contesto di crisi, la morte di un'azienda è «una sconfitta che dice Salvatore Lo Balbo, segretario nazionale Fillea - rischia di rafforzare l'idea secondo cui la mafia dà lavoro e lo Stato lo toglie». Ai successi giudiziari e delle forze dell'ordine, sostiene ancora Lo Balbo, si deve affiancare «la lotta economica alle mafie». «Non basta la repressione - aggiunge Walter Schiavella, segretario generale Fillea Cgil - i dati più recenti della Finanza ci dicono che nell'edilizia l'evasione fiscale è altissima, ma questo è solo un aspetto dell'illegalità diffusa e delle infiltrazioni mafiose. Per prevenire bisogna restringere le maglie, a cominciare da quelle sulle false partite Iva su cui il ddl sul mercato del lavoro andrebbe corretto». Secondo i dati in possesso del ministero della Giustizia, i beni sequestrati al 1˚ gennaio 2012 sono 11.954, ripartiti in 9.832 beni al sud, 699 al centro e 1.423 al nord. Le aziende confiscate sono 1.516. Negli ultimi cinque anni solo 91 hanno avuto un decreto di destinazione, le altre sono scomparse, persino cancellate dai registri della camera di commercio. E il 70% delle aziende sequestrate sono nelle costruzioni, non è dunque per caso che Pier Luigi Vigna sia stato eletto presidente dell'Osservatorio per la legalità e l'edilizia del sindacato. Nei dati ministeriali i numeri relativi al lavoro sono pochi, eppure «dei circa 30.000 lavoratori dell'edilizia investiti dai sequestri, oggi - racconta Salvatore Lo Balbo, sindacalista di Bagheria ora segretario nazionale Fillea, - 5000 lavorano o sono in Cig, 25.000 sono usciti dall'edilizia». MODELLO PARMALAT Dalla collaborazione fra il sindacato e il superprocuratore sono nate le proposte che verranno presentate domani a Palermo, nell'anniversario dell'omicidio di Pio La Torre e Rosario Di Salvo. «Ci deve essere un contrappasso, - dice Pier Luigi Vigna - un risarcimento verso la società sfruttata dalla mafia con il traffico illegale dei rifiuti o con il commercio della droga». E il centro del ragionamento è «economico - spiega Lo Balbo - non sociale, va fugato ogni sospetto di assistenzialismo», perché spesso si tratta di aziende che possono vivere sulle proprie gambe, per questo, «oltre ai ministeri dell'Interno e della Giustizia, va coinvolto a pieno titolo il ministero dello Sviluppo economico». Ci sono esempi positivi: l'impero sanitario di Aiello, il medico condannato per i rapporti con Provenzano e con Totò Cuffaro, a Bagheria è un polo di eccellenza con mezzo miliardo di fatturato, gestito dallo Stato da 15 anni. Ma un amministratore giudiziario molto competente come il dottor Andrea Dara è una mosca bianca, altri «si comportano come fossero davanti a procedure fallimentari». Invece ci vuole, dice Lo Balbo, «il modello Parmalat, ci vuole un Enrico Bondi». Dal sequestro alla confisca definitiva passano in media 10 anni. Sono tempi difficilmente comprimibili, «in una società come la Valtour - riflette Lo Balbo - anche solo la verifica dei conti corrente è una operazione lunga». Però, l'impresa sottratta alla mafia deve poter entrare nelle white list, deve essere iscritta ai sindacati datoriali, ci deve essere dialettica sindacale, ci deve essere, dice Vigna, «la continuità di esercizio per poter concorrere alle gare d'appalto». Anche perché è troppo comodo per gli altri continuare con le gare al massimo ribasso, «con un ribasso del 42% - dice Lo Balbo - è chiaro che c'è qualcosa che non va», mentre l'impresa uscita dal mercato «è una di meno». COME IL PATRIMONIO PUÒ DIVENTARE FATTORE DI CRESCITA LA PROPOSTA Mentre l'economia sembra sull'orlo della crisi totale, i beni confiscati alla mafia non vengono sfruttati nel modo giusto. Questo a causa di meccanismi amministrativi frenanti o, ancora peggio, di strumenti giuridici non abbastanza efficaci. Un «polmone» come quello dei beni sottratti alle cosche - forse 20 miliardi di euro nell'insieme - potrebbe rappresentare, invece, un potenziale strumento di crescita raggiungibile, prima di tutto, con una semplificazione amministrativa che velocizzi e renda più snelli gli iter di vendita e messa a reddito dei patrimoni confiscati. Sembra incredibile che non si faccia subito qualcosa. Bisognerebbe pensare a uno strumento giuridico nuovo, che normalizzi tutti gli aspetti e permetta anche un cospicuo sgravio dello Stato facendo entrare più soldi nelle casse pubbliche. Si eviterebbe così che gli stessi immobili, rimasti invenduti e bloccati, perdano valore e di conseguenza interesse all'acquisto. Perché da un settore così importante, anche sotto il punto di vista etico e sociale, non si riesce a recuperare niente di vantaggioso per tutto il sistema collegato con le imprese sane e con le istituzioni? Lo strumento giuridico che regola la materia ha bisogno di essere aggiornato: servono più modernità e più snellezza. L'Agenzia dei beni confiscati, nonostante l'impegno degli addetti e dei responsabili, non è in grado di superare i vincoli «ingessanti». Per questo è urgente rimettere a reddito l'immenso patrimonio accumulato dalle confische: bisogna fare in modo che i benefici delle liquidità recuperate abbiano effetti sui lavoratori e le imprese sane, sulle istituzioni, le forze dell'ordine e la magistratura. Sono soggetti che soffrono per la mancanza di risorse finanziarie e che sono impegnati nella salvaguardia della sicurezza dei cittadini. Esistono oggi meccanismi perversi nel rapporto tra Stato e demanio che andrebbero annullati perché sviliscono ogni potenzialità jbufalini@unita.it Primo Piano Far fruttare i beni confiscati La Fillea Cgil presenta domani a Palermo, nell'anniversario dell'omicidio di La Torre e Di Salvo, le sue proposte per le aziende sequestrate alle mafie. Pier Luigi Vigna: «Non devono morire ma risarcire la società». JOLANDA BUFALINI p La Fillea Cgil presenterà domani i suoi progetti a Palermo nell'anniversario dell'omicidio La Torre La battaglia per la legalità 2 DOMENICA 29 APRILE 2012
ROMA Foto di Alessandro Di Meo/Ansa SIMONE DI STEFANO C on la classe il Napoli,ma non basta. Con ilcuore, con l'ultimobattito di una squa-dra sull'orlo di una cri-si di nervi, la Roma. Finisce con un bacio mozzafiato di Simplicio alla moglie in tribuna, per un gol che scongiura la quindicesima sconfitta stagionale di Luis Enrique. Un'altra settimana di apnea, per lo spagnolo, che salva la sua panchina ma non i fischi assordanti della Curva Sud a fine match. Il coraggio, per andare a prenderseli, sfidando a fior di sguardi gli ultrà, lo trova Francesco Totti, l'unico osannato, l'ultimo rispettato da tifo troppo stanco. I suoi compagni restano alle sue spalle, alcuni, intimoriti, non tutti. Politicamente, è la fine del rapporto di Lucho con la tifoseria (“Luis Enrique dove sta” gli cantavano), proprio mentre la società gli dà fiducia. Tanto che Franco Baldini annuncia: «Merita di restare un altro anno». Lo spagnolo non piace ai suoi tifosi ma la società non lo lascia solo. E il «projecto» spagnolo potrà, se tutto rimane così, andare avanti per un altro anno. E pensare che per un tempo, il fantasma di Guardiola sembrava essersi abbattuto sull'Olimpico, per un tempo la Roma aveva sciupato tanto, dominato dopo aver sofferto i primi 10' e dopo otto occasioni clamorose (compreso un tiro a porta spalancata di Gago) aveva trovato il gol con Marquinho. L'azione era di stampo classico blaugrana, per un tempo la Roma si era riscoperta catalana. Poi qualcosa cambia, a Mazzarri, che aveva avuto la presunzione di schierare lo stesso undici vincente sul Lecce e quindi sacrificando sia Lavezzi che Pandev, basta inserire il macedone per riequilibrare il match e al 4' della ripresa passare con una semplicità disarmante, un tiro dalla distanza di Zuniga che trova colpevolmente inesistente l'opposizione di Lobont (ieri al posto dell'infortunato Stekelenburg). D'altro canto, senza De Rossi squalificato, la Roma sembrava anche giocare meglio, più veloce e in verticale. A trascinare la squadra di Lucho fin lì Totti e Bojan, con lo spagnolo vero incubo per un inadeguato Fernandez. L'argentino pecca su ogni giocata dell'ex blaugrana, in più ha la responsabilità del vantaggio di Marquinho. La rete legittima mezzora di buon calcio, con il Napoli che deve ringraziare in parte De Sanctis e in parte la sfortuna giallorossa. FORTUNA Nella ripresa Mazzarri non cambia, ma la fortuna inizia a girare anche per gli azzurri e da un'azione d'angolo, al 49' il Napoli pareggia con una botta da trenta metri di Zuniga che buca Lobont. Solo allora Mazzarri richiama un inconsistente Dzemaili per far spazio a Pandev, e passare al 3-4-2-1 classico. Con il macedone il Napoli alza il baricentro e comincia a pensare di vincerla. Ci prova Cavani, e ci riprova Zuniga, e si inceppa Maggio (il cui tiraccio sventato da Lobont sembra riportarlo indietro ai tempi in cui si divorava gol in maglia blucerchiata). Braccia conserte, Luis Enrique osserva i suoi sciogliersi al cospetto delle manovre partenopee, che al 66' passano con un gran gol di Cavani: tiro a giro simile a quello di Zuniga, stesso palo, ma stavolta Lobont non c'entra. Complice è la Roma, che finito il fluido magico torna a dividersi in tronconi, lasciando alla loro fortuna Kjaer e Heinze che il “Matador” e Pandev tagliano come burro. Il Napoli pecca di presunzione, Luis Enrique cerca di rimediare con l'innesto di Tallo e Simplicio e proprio da quell'asse nasce il pareggio della Roma, con il giovane ivoriano (classe '92 di proprietà del Chievo) che impacchetta il cross e il carioca che deposita in rete al 87', prima di lanciarsi in una scalata in tribuna che si conclude in un bacio appassionato a moglie e bambino. Di cuore, appunto. ROMA 2 www.unita.it ROMA: Lobont,Rosi,Kjaer,Heinze,Taddei,Pjanic (27' st Simplicio), Gago (34' st Greco), Marquinho, Borini, Totti, Bojan (27' st Tallo). NAPOLI: De Sanctis, Fernandez, Cannavaro, Aronica, Maggio, Gargano, Inler, Dzemaili (6' st Pandev), Zuniga, Hamsik, Cavani (27' st Lavezzi). ARBITRO: Rizzoli RETI: 41' pt Marquinho, 3' st Zuniga, 27' st Cavani, 42' st Simplicio NOTE: ammoniti Borini, Marquinho, Heinze, Dzemaili e Taddei per gioco scorretto. Angoli: 8-7 per il Napoli. Recupero: 0' e 3'. Spettatori: 29.643 di cui 18.400 paganti NAPOLI 2 Il centrocampista brasiliano della Roma, Fabio Simplicio, va in tribuna a salutare la famiglia, dopo il gol del 2-2 contro il Napoli CUORE ROMA IL NAPOLI NON PASSA All'Olimpico 2-2 in extremis Simplicio,goldelpareggioeshowintribuna La curva contesta Luis Enrique. Baldini: «merita di restare un altro anno» Sport46 DOMENICA29 APRILE2012
Povero Alemanno, dopo il disastro della neve non gliene va bene una. Stavolta è successo che all'ex terrorista nero Franco Freda, coinvolto in diversi processi per stragi, a partire da piazza Fontana, sia stata concessa una prestigiosa sala del Campidoglio e il patrocinio del Comune per presentare una edizione di «Così parlò Zarathustra» di Friedrich Nietzsche curato dalla sua «Edizioni di Ar», che vanta nel suo catalogo vari testi di Hitler tra cui il «Mein Kampf». «A mia insaputa», fa sapere il sindaco, dopo l'esplosione dell'ennesima polemica che riguarda le simpatie ultradestrorse della sua amministrazione. E così, l'incolpevole Alemanno, intriso di senso istituzionale, dopo un paio d'ora ritira l'invito a Freda previsto per il 4 maggio: «Ho appreso che gli uffici hanno autorizzato l'utilizzo della sala del Carroccio, ignorando la matrice ideologica di questa casa editrice, contraria ai principi sanciti dalla Costituzione. Sarà mia cura provvedere a revocare immediatamente ogni atto e ogni autorizzazione». Fatto sta che prima della retromarcia di Alemanno le opposizioni hanno scatenato l'inferno. Con Sel pronta a organizzare un presidio antifascista al Campidoglio. Il primo a reagire è stato Walter Veltroni: «Un'offesa alla città e alle vittime del terrorismo. Roma è tra le città italiane che ha più sofferto a causa della violenza politica e del terrorismo. Chi sia Freda lo sanno tutti. È stato condannato per le bombe sui treni, dichiarato responsabile dalla Cassazione nell'organizzazione della strage di piazza Fontana, condannato per associazione sovversiva». «Perché l'assessorato alla cultura della giunta Alemanno ha allora deciso di patrocinarne un evento legato alla sua persona?», aveva concluso l'ex sindaco, invitando Alemanno a «correggere in l'errore». La retromarcia è arrivata. Anche l'assessore alla Cultura Dino Gasperini prova a difendersi: «Il patrocinio richiesto non conteneva alcun riferimento a Franco Freda. Gli uffici non hanno controllato il riferimento della casa editrice». Ma la polemica non si placa. Il segretario del Pd di Roma Marco Miccoli attacca: « Alemanno è stato beccato col “sorcio in bocca”. Da quando lui è sindaco il Campidoglio è diventato la casa dei fascisti, come dimostrano le tante assunzioni ottenute da ex terroristi di destra durante lo scandalo “parentopoli”. O come dimostrano anche gli 11,8 milioni di euro che Alemanno sta investendo per acquistare la sede di Casapound. Speriamo che ora ritiri anche quella delibera». Anche Sel non s'accontenta: «È l'ennesima figuraccia di questo sindaco, figlia dei legami con il suo mondo o ex mondo del neofascismo italiano». IL COMMENTO Domenico Rosati ROMA GIUSEPPE TONIOLO E IL FINE SOCIALE DELLA DEMOCRAZIA Il Comune di Roma concede all'ex terrorista nero Freda una sala per presentare un libro. Furiosa polemica, Veltroni; offesa alla città. Precipitosa retromarcia di Alemanno: «È stata una svista degli uffici». ANDREA CARUGATI Primo Piano Giuseppe Toniolo che oggi la Chiesa proclama beato occupa un posto importante nella storia del movimento cattolico come studioso e organizzatore nel corso di quella grande transizione che si svolse sotto i pontificati Leone XIII, Pio X e Benedetto XV e portò i cattolici dall'opposizione alla partecipazione, ovvero dalla concezione teocratica, il “Papa Re”, al primo accesso alla democrazia. Una contesa aspra si produsse in quel tempo in mezzo al popolo di Dio, specie là dove i cattolici erano organizzati in opere economiche e sociali e in associazioni di promozione umana. Molte erano già impegnate sul fronte della questione operaia in modo separato e polemico, ma spesso oggettivamente convergente con le prime esperienze di matrice socialista. La connessione del pensiero cristiano col mondo della rivoluzione industriale avviene su questa lunghezza d'onda e porta ad acquisizioni significative alle quali Toniiolo contribuisce in modo rilevante. Tra i tanti spunti possibili della sua lezione due sembrano essenziali: il tema del capitalismo e quello della democrazia. Il giudizio sul capitalismo, o meglio, come allora si diceva, sul «liberalismo», conteneva inequivoci residui di nostalgia di un tempo passato dove non era ancora intervenuta la frattura delle classi, e tuttavia si faceva ben chiara la lettura dei segni negativi che la nuova organizzazione economica introduceva nella condizione delle persone e delle famiglie. Di qui un atteggiamento critico che attirava per un verso l'attenzione e per un altro la diffidenza dei socialisti. Sosteneva Toniolo: «Non si tratta di distruggere l'ordinamento economico moderno, ma solo di trasformarlo e non tanto nel congegno esteriore quanto nello spirito interiore». Non un rovesciamento, ma un superamento del sistema attraverso un cambiamento della sua anima. E ciò in base alla visione volontaristica che gli era propria, per cui «la ricostruzione dell'ordine sociale è di sua natura un prodotto storico dell'energia, della moralità, dell'operosità degli individui, delle Freda in Campidoglio Alemanno prima invita Poi fa marcia indietro p Patrocinio del Comune di Roma a un'iniziativa con l'ex terrorista nero pVeltroni: «Inaccettabile offesa alla città». Il dietrofront del sindaco Politica e società 20 DOMENICA 29 APRILE 2012
Olga a Belgrado Irene Brin pagine 186 euro 16,50 elliot S piegò subito che i ri-tratti risalivano a qual-che tempo innanzi;ora i dolori, le ingiusti-zie della vita, le crudel-tà degli uomini l'avevano sciupata come vedevo: sedemmo e mi chiese quanti anni le davo, senza lasciarmi il modo di risponderle, poiché “trentotto” annunciò subito trionfante, “nessuno lo crederebbe”». Olga a Belgrado (elliot, 2012) di Irene Brin è un romanzo che avanza per tredici pannelli asimmetrici e racconta composito di tre anni, 1941-43, trascorsi in Jugoslavia. In Jugoslavia c'è la guerra e c'è il marito di Brin, ufficiale dell'esercito italiano. Così per raggiungere lui e per scrivere reportages e pezzi miscellanei per Il Mediterraneo, Irene Brin parte per la Jugoslavia. Olga a Belgrado è, in questa misura, un romanzo a posteriori. «Ciascuno, nel buio, trovava il suo posto». La donna dalla quale Brin va a fare il bagno e che ama conversare nelle lingue che conosce, i guardiani di pecore che leggono Marx, il risotto complicato e reiterato di Kurt, un cane, il chow-chow, chiamato Noi, la cui padrona si chiama Essa, una ragazza invecchiata in fretta che cuce e istoria a filo bianco giubbe rosse da marinaio, tutte uguali, i propagandisti con i messaggi nei fazzoletti e il paté dei caffè puntinato di mosche, le fragole che colorano il grigio di Belgrado, «il tenente tirolese, oltre il confine, che studiava anatomia». DISMISSIONI... I racconti di Irene Brin si avvolgono, lievi come stole, su persone, oggetti, cose, luoghi di villeggiatura dismessi o in dismissione, sulle carie architettoniche, i larghi e i bassi della guerra, sulle esitazioni, i sussulti e gli innamoramenti delle persone che incontra, sulle abitudini CHIARA VALERIO www.unita.it Marco Petrella www.marcopetrella.it DIARIO DI UNA GUERRA SCORDATA Il romanzo di Irene Brin «Olga Belgrado» torna dopo 70 anni in libreria «Balkan Baroque» Una installazione di Marina Abramovic del 1997 Nel 1941 Irene Brin raggiunse il marito Gaspero del Corso, ufficiale in Jugoslavia, contando di scrivere una serie di racconti e articoli E di non restare più di sei mesi. Vi rimase invece tre anni... Libri STRIP BOOK 40 DOMENICA 29 APRILE 2012
non è Pechino a decidere, allora si apra un'inchiesta sui funzionari della provincia». Il dissidente prova così a mettere pressione sulle autorità. Come ha detto al telefono Hu Jia, presente al momento della registrazione del video, la scelta di fuggire adesso è dettata da un ragionamento. Chen «crede che questo sia un periodo di grandi cambiamenti, mi ha detto di non voler chiedere asilo politico, ma continuare a battersi qui in Cina». Moglie e figlio, però rimarrebbero alla mercé delle autorità. A ottobre si rinnovano i vertici e l'establishment cinese è ancora scosso per la defenestrazione di Bo Xilai. Diverse voci interne hanno spiegato che la caduta di Bo ha aperto spazi per l'avvio di un dibattito su riforme costituzionali. Wen sembra intenzionato a premere sull'acceleratore. La fuga e l'appello sono quindi un tentativo di inserirsi nel dibattito politico: nel video Chen parla di funzionari che ignorano la legge e fa i nomi. Il fatto che Chen non sembri intenzionato chiedere asilo è un bene per le relazioni sino-americane. Washington e Pechino potranno provare a contrattare una via di uscita, che dovrà necessariamente implicare un allentamento della pressione sulla famiglia Chen. L'agenda di Clinton, già fitta, dovrà trovare spazio anche per il dissidente cieco. La Spagna sta pensando ad un ritiro anticipato dall'Afghanistan. È quello che si desume dalle parole pronunciate ieri dall'ex ministra della Difesa del passato governo Zapatero, Carme Chacon a margine delle celebrazioni per i 120 anni del Psi a Genova. «L'accordo che prendemmo è quello per un ritiro completo dall'Afghanistan nel 2014. La Spagna però anticiperà i tempi, a meno che Rajoy non decida di postporre le date». Diversa la posizione espressa dall'Italia. Mario Monti incontrando due giorni fa il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen a Palazzo Chigi ha dato garanzie che anche dopo la data del ritiro stabilita alla fine del 2014 un contingente di militari italiani resterà in Afghanistan per completare l'addestramento dei soldati afghani. Mario Monti non ha nascosto a Rasmussen di essere «strutturalmente preoccupato» per la situazione in Afghanistan. Ieri in un attacco alla sede del governatorato a Kandahar rivendicato dal portavoce dei talebani Qari Yousef Ahmadi sono morti due soldati e due attentatori mentre altre dieci poliziotti afghani sono rimasti vittima di una bomba piazzata su ciglio strada nel distretto di Chak, nella provincia orientale di Wardak. Il primo ministro italiano parla di offensive ricorrenti, «in particolare in certi momenti nel corso dell' anno» ma lo stesso ha detto al segretario Nato che l'impegno italiano non terminerà con il ritiro del 2014. La data di quel ritiro andrà concordata - ha ribadito Monti - insieme agli altri partner, ma il messaggio consegnato alla Nato è che l'Italia sarà presente anche dopo quel termine, con risorse finanziarie da quantificare in seguito, e con uomini per l'addestramento delle forze di sicurezza. La data del ritiro, ha sottolinea ancora Monti, è «evidentemente una delle questioni importanti che vanno esaminate congiuntamente dagli Stati interessati, nel quadro complessivo del loro impegno» ma resta il fatto che «l'Italia intende proseguire la propria azione a sostegno di stabilità e sicurezza in Afghanistan anche dopo il ritiro delle truppe nel 2014». Un traguardo che Monti ha ricordato di aver già «anticipato al Presidente Karzai qualche settimana fa» confermando «un nostro impegno finanziario e di uomini per l'addestramento delle forze nazionali di sicurezza afghane». TRATTATIVA IN STALLO Secondo Anders Fogh Rasmussen, intervistato dal Corsera, gli attacchi talebani, pur «spettacolari», sono in diminuzione del 20 percento negli ultimi 12 mesi. E ciò confermerebbe che i combattenti talebani «si sono indeboliti» e che le forze di sicurezza locali hanno aumentato le loro capacità di difendere il territorio. Secondo il segretario generale dell'Alleanza atlantica ciò dipende non solo dall'inquadramento di 350mila nuovi soldati ma anche dal «miglioramento della loro qualità». Perciò, ha aggiunto, tutto lascia supporre che «sarà rispettata la tabella di marcia» che prevede il completamento del ritiro dei contingenti stranieri entro il 2014, consegnando alle truppe locali gli altri tre distretti territoriali ancora sotto il controllo dell'Isaf. Rasmussen ha chiarito che durante l'estate 2013 questo passaggio di consegne dovrà essere ultimato. Nel frattempo a quanto risulta alla stampa afghana ieri, dopo tre giorni di trattative a Islamabad tra Usa, Afghanistan e Pakistan, non è stata trovata ancora alcuna intesa per coinvolgere nei colloqui i talebani. Un loro portavoce, Zabihullah Mujahid, in un comunicato inviato a Pajhwok Afghan News, respinto con forza sia l'istituzione di una commissione congiunta sia le proposte del vertice di Islamabad in materia di sicurezza per i membri dei talebani coinvolti nel processo di riconciliazione avviato da Karzai. Foto Ap VIRGINIA LORI Foto Ansa L'ha preso alle spalle, l'altra notte, da traditora qual è. Lui che la Morte l'aveva affrontata tante volte di faccia, magari sotto un tavolo al buio attaccato all'unica linea telefonica per dettare il suo articolo come quella notte a San Salvador asserragliato per ore nell'albergo sbagliato bersagliato dai guerriglieri del Fronte Farabundo Martì. E noi della redazione, un gruppetto con in testa il suo caposervizio Nuccio Ciconte, passammo la nottata a cercare di calmare la prima moglie Rita, arrabbiata perché quell'unica telefonata l'aveva fatta al giornale e non a lei. Mauro Montali non gli dava troppa importanza alla Nera Signora, cercava di ignorarla come faceva con le persone che non gli piacevano mentre con gli altri, quelli che gli piacevano, scherzava sempre, mai malevolo. Nuccio, ora dislocato al Fatto Quotidiano, lo aveva sentito lunedì scorso e Mauro gli aveva assicurato: «Sto bene, figurati». Invece il male avanzava, e già non si spostava più da Rimini, dove Montali si era trasferito alla fine dei suoi 62 anni. Le sue corrispondenze dai fronti di guerra per l'Unità erano ormai un ricordo lontano: Beirut, Mostar in Bosnia, l'Iraq della prima guerra del Golfo e altri luoghi. Non era uno che si risparmiava, Montali, tra una Malboro e un whisky-baby era sempre con la valigia pronta. Aveva iniziato nelle pagine delle Province da Perugia, poi inviato di cronaca dalla redazione centrale di Roma da metà anni Ottanta inviato di guerra. Tramite il direttore Paolo Gambescia lasciò l'Unità per il Messaggero, ma era abituato ad altro, finì quell'esperienza con una causa. «Preferisco tornare a Perugia e alla mia Ferrari», mi disse. Andò invece nelle Marche dove si mise a lavorare anche per Cronache Maceratesi e trovò dopo la morte di Rita una nuova vita, con la Marina, sua nuova moglie. Ultimamente si era messo a scrivere gialli con lo pseudonimo di Mark B. Montgomery; alla fine pure con la Morte ci aveva scherzato. R. G. Attacco al palazzo del governatore di Kandahar respinto ieri dopo ore di sparatoria. La Spagna starebbe pensando ad un ritiro anticipato delle sue truppe. L'Italia invece s'impegna a restare oltre il 2014 per istruire i soldati locali. Il giornalista Mauro Montali I talebani Afghanistan, Madrid studia un ritiro anticipato Monti: noi lì oltre il 2014 Addio al collega Mauro Montali inviato di guerra de l'Unità Diminuiscono del 20% gli attacchi ma nessun passo avanti nel dialogo Sudan, «catturati» 4 stranieri L'esercito sudanese ha «catturato» quattro stranieri che si trovavano nella zona petroliferadiHegligcherecentementeharipresoalSudSudanalterminediviolenticombattimenti.Lohaannunciatounportavoce,secondocuisi trattadiunbritannico,di unnorvegese,di un sudafricanoedi un sud-sudanese chesonostati trasferiti a Khartoumper indagini. 35 DOMENICA 29 APRILE 2012
In difesa della faccia di Belsito Fronte del video L'EDITORIALE p SEGUE DALLA PRIMA ORA SERVE UNA SVOLTA O gni giorno diventa più “balcanico” lo scontrointerno alla Lega. Belsito, dicono comici epensatori di tendenza lombrosiana, con quella faccia, non poteva ingannare nessuno. Chi lo ha messo a dirigere le finanze leghiste non poteva non sapere che tipo di affari avrebbe fatto con i soldi pubblici. Ma, se le facce dovessero condannare qualcuno, ne conosciamo tanti, nella Lega e anche fuori, che non dovrebbero neanche uscire di casa al mattino. Figurarsi partecipare ai talk show, come fanno da anni certi ceffi da paura. Per non parlare di quello che dicono e dei gesti che fanno. Ieri, per dire, il Tg3 ci ha fatto vedere Bossi contestato che reagiva da par suo, cioè da boss leghista. Cosicché, per noi fan, è salutare ascoltare ogni tanto Giuliano Ferrara, uno che ha studiato (non a caso da comunista) e riempie l'inquadratura tv come un antenato da medaglia. Giusto l'altra sera, in quattro e quattr'otto, ha sviscerato il caso Berlusconi-escort: la prostituzione minorile non c'è, la concussione neanche, dunque, Berlusconi è assolto. E vai. Maria Novella Oppo Serve una svolta politica. Uno scatto che vinca la rassegnazione. In Italia, ma prima ancora in Europa. Perché è l'Europa la dimensione che può riscattare questa politica inefficace e screditata. Speriamo che domenica prossima i francesi eleggano Hollande, avviando così una nuova stagione dopo il dominio del centrodestra. Intanto il muro del «pensiero unico» liberista - in base al quale abbiamo tentato di curare come una crisi del debito pubblico quella che invece era una crisi degli squilibri europei e della mancata integrazione - si sta lesionando. Gli stessi economisti, le stesse organizzazioni internazionali, le stesse cancellerie che ne hanno fatto un mantra, ora cominciano ad ammettere che la vera priorità è la crescita, e persino che il rigore da solo la rende impossibile. Purtroppo alle parole non seguono ancora fatti conseguenti. È il pericolosissimo stallo del momento. Fermo restando che la spesa corrente va vigilata e resa più produttiva, non è affatto vero che l'alternativa sia tra l'aumento delle tasse e l'aumento dei tagli alla spesa. L'alternativa sta nell'aumento degli investimenti: per le infrastrutture, per la ricerca, per la conoscenza. Un'operazione, appunto, che oggi solo l'Europa può fare: singolarmente gli Stati non troverebbero finanziamenti sul mercato a tassi sostenibili. È anzitutto a una crisi della politica che l'Europa deve reagire. E per farlo, a dispetto del paradigma liberista, deve promuovere una nuova idea di pubblico. Non il pubblico che coincide con la gestione dello Stato e delle sue amministrazioni, ma un pubblico che progetti e governi il bene comune, nell'equità e nella sussidiarietà, nella politica industriale e nel sostegno all'innovazione. Da noi, in Italia, abbiamo problemi aggiuntivi. Quando è nato il governo Monti, qualcuno l'ha inteso come un traguardo definitivo, come la sostituzione della competizione politica. I tecnici che fanno dimenticare i politici. Oggi il governo dei tecnici, dei migliori esecutori delle «direttive» europee, si vede voltare le spalle da tanti entusiasti cantori di ieri. Noi invece non siamo delusi perché lo abbiamo sempre pensato come un esecutivo di transizione, come il garante di una tregua istituzionale che non avrebbe comunque cancellato la battaglia politica tra destra e sinistra. Il problema riguarda gli obiettivi del governo Monti: rimettere l'Italia in sicurezza dopo il rovinoso fallimento della destra nostrana, partecipare alla transizione europea (e domani, se vincerà Hollande, sostenere con più forza l'impegno per la crescita e l'integrazione), uscire dalla Seconda Repubblica restituendo ai cittadini una legge elettorale finalmente compatibile con i valori della Costituzione. Si vogliono ancora perseguire questi obiettivi? La domanda è legittima perché le convulsioni recenti non si spiegano solo con l'imminente voto amministrativo. È vero che - mentre le ricette liberiste hanno squadernato i loro difetti e mentre la Bce guidata da Mario Draghi ha operato un primo mutamento di rotta - in Italia l'onda della sfiducia verso la politica si è fatta di nuova altissima, quasi uno tsunami che non distingue le storture e la corruzione dai tentativi di rinnovamento. L'antipolitica non è solo italiana: è un fenomeno che riguarda tutto l'Occidente. Ma da noi l'antipolitica è già stata al governo. Con Berlusconi e Bossi. E ha prodotto disastri. Abbiamo già dato: non ci servono altri comici e altri cavalieri. Ma il clima di sfiducia e la crisi sociale - quella vera, dei pensionati che non hanno i soldi per mangiare e curarsi, dei lavoratori che perdono il salario, degli imprenditori che si tolgono la vita per non vedere morire la loro impresa - rischia di paralizzare la risposta delle nostre istituzioni. Che ci sia bisogno di una svolta, lo dimostrano anche i pentiti del Pdl che tifano Hollande. Ma il trasformismo italiano oggi non si ferma qui: in tanti, trasversalmente, vogliono mandare a monte non già la transizione di Monti bensì la prossima legislatura. Vogliono usare il combinato tra le novità europee e la crisi di fiducia nella politica per bloccare le riforme dei prossimi mesi e impedire un governo politico, una alternativa dopo il voto. Nasce da qui il tam tam sulle elezioni anticipate. Oppure l'idea (diffusa, ahinoi) di boicottare la riforma elettorale. Sarebbe troppo nobile dire che vogliono far proseguire la grande coalizione. La verità è che vogliono proteggersi dai rischi di un cambiamento. Ma scherzano col fuoco. Rendere inutili le prossime elezioni politiche vuol dire mettere a rischio la stabilità delle istituzioni democratiche. Primo maggio, le zie al corteo del condominio A sud del blog CLAUDIO SARDO T ra 25 aprilee P r i m omaggio sicelebra, nel condominio-centro sociale-cellula anarco resurrezionale-gruppo d'ascolto della Costituzione, una specie di lunga festa laica, un Natale delle democrazie costruite col sangue e col sudore, una Pasqua di Liberazione e Risorgimento coi suoi agnelli, i suoi simboli, i suoi rituali. La stessa natura – che qui somatizza noialtri – partecipa con fioriture tropicali ed esagerazioni botaniche molto gradite da zie e commari, che hanno un'anima da felce primordiale e una tenacia da gardenia carnivora. Così è stata e sarà festa, pure più del solito, perché il Paese, attorno, è ansioso e depresso, e perché fino allo scorso anno chi governava faceva di tutto per sminuire e annullare il senso di queste ricorrenze feconde e fondative. E le zie, che hanno un talento da madri fondatrici, non possono esimersi. Così il Primo maggio ci saranno il corteo e il concertone in cortile, le bandiere di sempre (abbiamo ereditato quella rossa del nonno, che viene rammendata, lavata a mano e stirata spesso: come dovremmo fare con la democrazia, invece d'aspettarcela incellophanata e usa-e-getta sugli scaffali), la tavolata multietnica (s'accolgono tutte le etnie, compresi i postberlusconiani, il cognato leghista, il cugino liberista, la colonia di ex deportati a Busto Arsizio), i brindisi in rime pasquiniano-dantesche. Zia Mariella, che fin dal mattino presto canticchia “Bandiera rossa” con la sua bella voce di baritonessa aspromontana, apparecchia con autentico amore questi appuntamenti irrinunciabili: «Celebrare queste feste ci aiuta a tenere il mondo al suo posto», dice. E poi, sorniona e galileiana, aggiunge: «Dopotutto, la Terra fa una continua rivoluzione. A nostra insaputa». Vediamo di saperlo. Manginobrioches Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 22 www.unita.it24 DOMENICA 29 APRILE 2012
S eduto a un tavolino di unelegante caffè di piazzaBra, vista sull'Arena, Ste-fano Valdegamberi, uo-mo forte dell'Udc a Verona e tra i più agguerriti oppositori del sindaco leghista Flavio Tosi, agita le grosse mani da montanaro: «Sono stati i talk show nazionali a fare di Tosi un mito. Era in tv anche 5-6 volte la settimana, e nessuno che mai gli chiedesse conto di come ha governato Verona. E adesso come si fa a mandarlo a casa?». La domanda non è oziosa, visto che la corsa di Tosi per il secondo mandato, nonostante lo tsunami sulla Lega e l'implosione del centrodestra, è ancora decisamente in discesa. La città appare ai suoi piedi, il vescovo Giuseppe Zenti ha già fatto arrivare il suo endorsment, «é uno con cui si dialoga», il rettore Mazzucco si fa fotografare ai tagli di nastro celebrativi, con il potentissimo presidente di Cariverona Paolo Biasi, detto il “Cuccia di Verona”, i rapporti sono più che buoni. Persino Francesca Martini, ex bossiana del Cerchio (i Tosi boys la chiamano «la Rosi Mauro di Verona») ha rapidamente fatto il salto della quaglia e adesso fa passerelle accanto al «mio sindaco». Seduto in una elegante libreria dietro piazza Erbe, completo sabbia, Tosi appare sicuro di sé oltre ogni ragionevole dubbio. «Gli scandali della Lega? I veronesi mi conoscono, si fidano, non avrò contraccolpi. Semmai sarà penalizzata la lista della Lega, e di questo mi spiace». Un piccolo cruccio, tanto lui di liste ne ha altre sei, tra civici e tanti transfughi Pdl sospesi da Angelino Alfano. La fortuna non gli manca. Pur essendo figlio di un patto Berlusconi -Bossi benedetto dal veronese Aldo Brancher, è uscito (finora) indenne dal tracollo del Cavaliere e anche dal familygate del Senatur. «Errori da rimproverarmi? No, sinceramente non ne trovo», ci confida, sempre luccicante di autostima. «Credo di passare al primo turno, e comunque il ballottaggio con il candidato del Pd non mi spaventa...». Lui, del resto, va sempre in tv, a fare l'eretico. Tanto lì non si parla del suo “cerchio magico”, di come ha amministrato la Fiera e l'Arena, di chi ha vinto le gare per i parcheggi e quelle per il costosissimo traforo autostradale da 800 milioni in project financing. Della coincidenza tra la ditta Mazzi che nel 2007 lo finanziò con 10mila euro («Una cifra irrisoria», dicono in Comune) e la stessa ditta Mazzi che vince le gare più importanti in città. E neppure, elenca Valdegamberi, col viso sempre più rosso fuoco, degli «amici disseminati nelle partecipate del Comune», con «miracolose ascese in istituzioni scientifiche e culturali di tabaccai, periti agrari e materassai», o della moglie Stefania promossa in Regione (stipendio più che raddoppiato) dall'assessore leghista alla Sanità che ha sostituito proprio Tosi. Non si parla neanche dell'amico Gianluigi Soardi, designato ai vertici dell'azienda dei trasporti Atv e poi costretto a lasciare per un'indagine per peculato sfociata in una condanna in primo grado. E neanche del fedelissimo segretario della Lega veronese Paolo Paternoster, «la cui azienda di Verona, il centrosinistra sfida lo strapotere di Tosi e il suo «cerchio magico» Nove aspiranti in corsa Pdl e Udc con Castelletti C'è anche un immigrato Michele Bertucco punta sulla partecipazione contro l'uomo solo al comando Il sindaco ha scansato il disastro leghista, è continuamente in tv e sui giornali ma nessuno gli chiede conto di come ha realmente governato la città GLI SFIDANTI 6MAGGIOLASFIDA Michele Bertucco, candidato del centroosinistra insieme al vicesegretario del Pd Enrico Letta ANDREA CARUGATI INVIATO A VERONA Sono 25 le liste presentate per le elezioni comunali a Verona del 6 e 7 maggio. Nove i candidati sindaco. La Lega, che ha deciso di correre da sola, presenta il sindaco uscente Flavio Tosi, sostenuto da altre sei liste: Civica per Verona-Tosi sindaco, Pieralfonso Fratta Pasini per Tosi, Alleanza per Verona, Giovani Punto, Verona è vita, Partito pensionati. Sei listeappoggiano ilcandidato delcentro-sinistraMicheleBertucco:Pd, Idv,Sel, Federazione della sinistra, Verona Piazzapulita,FortiperVerona.LuigiCastelletti, vicepresidente di Unicredit, è il candidato del centro-destra sostenuto da Pdl, Udc, Fli, Civica Castelletti sindaco e Nuovo Psi. Veneto Stato presenta due diverseliste,conlostessosimboloeduediversi candidati sindaco: Giuliomaria Turco e Patrizia Badii. Luca Castellini è sostenuto daForzaNuovaeIdentitàScaligera. Igrillini del Movimento 5 stelle presentano l'informatico Gianni Benciolini. Ibrahima Barry, operaio, immigrato dalla Guinea nel 1988, è il candidato del Partito AlternativaComunista.LaDestraproponecome sindaco Nello Alessio. 14 DOMENICA 29 APRILE 2012
e che è all'origine della crisi attuale. Si indica come rimedio il male». La legge elettorale a cui lavorano Violante e deputati Pdl e Udc mette al centro i partiti anziché le alleanze ma, ha scritto Parisi su l'Unità, non permette ai cittadini di scegliere i governi. «Al contrario, quella legge semplifica il quadro politico e dà forza ai partiti, soprattutto a quelli maggiori. E i governi si fanno attorno al partito che vince le elezioni. Esattamente come avviene in Germania, dove i cittadini hanno il potere di indicare da quali forze e candidati cancellieri essere governati. Inoltre, se si prevedesse, come noi proponiamo, la sfiducia costruttiva, non ci sarebbe instabilità né ritorno alla prima Repubblica. Quella legge può dar vita a governi di legislatura sicuramente meglio di quanto non sia riuscito a fare il sistema attuale, fondato sul voto alle coalizioni, che non ha dato stabilità, non ha ridotto la frammentazione ed è clamorosamente fallito. E poi, se volevamo un sistema elettorale che non fosse fondato sui partiti, perché abbiamo creato il Pd? Allora dovevamo rimanere con l'Ulivo, trasformandolo in un grande comitato elettorale. È contraddittorio fondare un nuovo partito e poi battersi per una legge elettorale che non gli consente di presentarsi alle elezioni. Noi abbiamo dato vita al Pd per fare un salto di qualità e passare da un sistema fondato su coalizioni politico-elettorali a uno fondato su grandi partiti a vocazione maggioritaria. E questa operazione va completata con una legge elettorale che dia loro più forza, altrimenti non ha senso ciò che abbiamo fatto». Secondo lei ha senso l'operazione di rinnovamento a cui lavora Casini? «Casini vuole creare il partito della nazione. Io direi che per ora un partito della nazione c'è, siamo noi. Non so se lui ne creerà un secondo, ma è un tentativo di cui capisco il significato. Tornando al Pd, vorrei che noi fossimo consapevoli del nostro ruolo, delle nostre responsabilità. È il momento di impegnarsi tutti per superare personalismi e dispute inutili. Questo richiede la crisi del Paese». Foto Ansa Gianclaudio Bressa Massimo D'Alema durante la conferenza dei leader progressisti a Roma LA LETTERA Caro direttore, se depurata dalle venature polemiche, la risposta di Arturo Parisi a Luciano Violante, induce ad alcune necessarie riflessioni. A partire dalla pretesa alternatività, dentro il Pd, di due linee politiche per uscire dalla contraddizione in cui è finito il nostro sistema politico-istituzionale. Premesso che se ci siamo incartati la principale, anche se non esclusiva, responsabilità è da addebitare al Porcellum, che con il suo esorbitante e incondizionato premio di maggioranza ha prodotto due governi (Prodi e Berlusconi), talmente viziati da questo eccesso di delega da non essere stati in gradi di completare la legislatura. Montesquieau dice che una sola norma ha natura costituzionale intrinseca: la legge elettorale. E noi abbiamo sempre talmente preso sul serio Montesquieau che riteniamo necessario approvare la legge elettorale con una larga maggioranza parlamentare, perché le regole in democrazia si fanno insieme. Questa nostra scelta, sempre da tutti condivisa, oggi che si cerca di perseguirla, improvvisamente la chiamiamo inciucio? Mi pare questo un primo cedimento alla demagogia. Secondo punto. Il presidente emerito della Corte costituzionale Enzo Cheli in un suo recentissimo scritto sostiene che la prima esigenza di una buona riforma elettorale sia quello di trovare il giusto punto di equilibrio tra rendimento e praticabilità. Posto che la proposta del Pd (doppio turno di collegio, con correzione proporzionale) piace solo a noi e quindi non ha i numeri per diventare legge, acconciarsi a un compromesso non è diabolico, è politico. Non a qualsiasi compromesso, è ovvio. La proposta di cui si sta discutendo (una legge proporzionale basata su collegi uninominali, con iniezioni di maggioritario per mantenere un assetto bipolare) non ci riporta alla prima Repubblica. È basata sull'idea di una rappresentanza reale e vuole veicolare un bipolarismo politico reale e non forzoso, finto, frutto di una costrizione normativa elettorale. Scegliere i propri rappresentanti attraverso i partiti, come prevede l'art. 49 della Costituzione, non significa non scegliere il governo: significa superare l'idea del partito personale, dell'investitura carismatico populistica, significa fare i conti con l'uscita dall'era di Berlusconi. Dare rappresentanza agli interessi e tentare di comporli in programma di governo è quello che distingue una proposta politica da un'altra, un partito da un altro. È questa una risposta da specialisti attaccati al carro dell'interesse di un partito, oppure è la scelta democratica per definizione? Terzo elemento di riflessione. Chi vuole (come Parisi) allargare il potere dei cittadini in nome dell'art. 49 e chi vuole (come Violante) invece il primato dei partiti. Quesito serio, ma mal posto in questi termini. L'art. 49 dice che i cittadini sono il soggetto principale della democrazia, e che il partito è la forma associata attraverso la quale essi concorrono a determinare la politica nazionale. Non pensa anche Parisi che questo sia il modo migliore per allargare il potere dei cittadini? E che per farlo davvero occorre garantire il principio costituzionale dell'eguaglianza del voto, per cui il finanziamento pubblico, come ricordava don Milani, è il principio costituzionale perché tutti si possano fare sentire in condizioni di parità, senza subire i condizionamenti del potere economico, privato o organizzato? L'autonomia dei partiti crea problemi. Il Pd lo sa ed è proprio per questo che in certi mondi è considerato un problema. Ma è anche per questo che oggi noi siamo il vero argine all'antipolitica, alla demagogia, alle scorciatoie e alle furbizie populiste, che si manifestano fuori, ma anche dentro, il nostro partito. SENZA RIFORMA CITTADINI PIÙ DEBOLI «Battiamo assieme il populismo» «La ricostruzione civile e democratica dell'Italia comporterà uno sforzo di lunga durata ecredochedebbacoinvolgerenonsololasinistra,ma ancheleforzeeicittadinicheabbianoil sincerodesideriodibattere il populismoeriportarel'Italia in unademocraziaditipoeuropeo». Lo scrive Pier Luigi Bersani, in un messaggio inviato al segretario del Psi, Riccardo Nencini. 7 DOMENICA 29 APRILE 2012
The Claudia Quintet + 1 What is the Beautiful? Cuneiform **** I l bello è che quando menote lo aspetti, nel bel mezzodegli esperimenti più stram-palati, oppure nei suoni cheti arrivano dalle più svariategiungle metropolitane, scopri che dopo migliaia e migliaia di anni la questione è ancora quella. Così, nell'epoca (l'ennesima) in cui credevi che tutto fosse stato già detto, fatto, bevuto, consumato, archiviato, ti accorgi che invece siamo ancora lì, a emozionarci per qualcosa che è la versione aggiornata di Omero o della Bibbia, di Gilgamesh o di Dante, e chi più ne ha più ne metta. Questa cosa antica è il potere della voce: la voce di Dio, oppure quella delle Sirene, e giù giù fino a Maria Callas, gli aborigeni di Bruce Chatwin, Elvis o chi volete voi. Voce che parla o canta, seduce o spaventa. E comunque nasconde un segreto, un'alchimia che quando scatta, sempre ci lascia a bocca aperta, in ascolto, dalla notte dei tempi. Tutto questo forse è troppo per un disco di un gruppo newyorkese in bilico fra jazz e new music che ben pochi in Italia hanno sentito nominare. Un gruppo che, già a cominciare dal nome - Claudia Quintet (anche se di italiani in mezzo a loro non c'è neppure l'ombra), ha qualcosa di inconsueto. E il cui nuovo album, What is the Beautiful? si apre appunto con uno di quei momenti folgoranti in cui per un attimo ti sembra di toccare con mano il mistero di quella musica, di quella melodia racchiusa nella voce che parla; e di cui dall'antica Grecia a Monteverdi, da Musorgsky a Ravel a Berio, fino a jazzisti e rappers, da sempre si va in cerca come la pietra filosofale della musica. Il pezzo che apre questo cd si intitola Showtime/23rd Street Runs into Heaven. Kurt Elling, timbro profondo, magnifico, non canta, ma recita. Le parole sono di Kenneth Patchen, poeta scomparso nel 1972 che con la musica ha avuto un rapporto tutto particolare, lavorando con Charlie Mingus e John Cage fra gli altri. La voce dunque. Ma insieme a lei, dietro, sotto, un contrabbasso l'accompagna seguendola come un'ombra o un riverbero. E la parola svela la musica che ha dentro. DOV'È LA BELLEZZA Non c'è niente di nuovo, come si diceva. Ma, riusciti o falliti che siano, nuovi sono sempre i modi con cui ci si sforza di scavare questa stregoneria della voce. E questa volta John Hollenbeck, testa fina, compositore, percussionista e leader del suo quintetto «Claudia» (se le barche le chiamano con un nome di donna, dice, perché non può farlo anche un gruppo?), fra lirismo cameristico e groove energetico, trova il registro appropriato per rendere un magnifico omaggio alla poesia di Patchen, sposando la musica e la voce (di Kurt Elling e di Theo Bleckmann) con una raffinatezza e un'originalità che lasciano ammirati. «Pause. And begin again» ripete la voce, ostinandosi nel credere che, un giorno, il bene e il bello finalmente regneranno. Nobile elegia americana, fra Paul Auster e Edward Hopper, dove il jazz suona ormai come un ricordo, ma indelebile. Aa.Vv Mamma Roma addio Goodfellas *** Lee Fields Faithful Man Truth & Soul *** Eric Chenaux Guitar & Voice Constellation *** Musica Lee Fields Il veterano del soul Lee Fields (primo album nel 1969), rinato lo scorso anno grazie a una piccola etichetta di Brooklyn, torna con la sua calda e ruvida voce confidenziale e il suo piglio R&B che di tanto in tanto esplode fragoroso in un incendiario stile alla James Brown. Perchiamailsouloriginale,arrangiatocontutti i crismi nel vecchio stile. SI.BO. Eric Chenaux Il ragazzo è canadese, culto dell'underground, la sua cifra è il folk intimista (pensare che un tempo faceva punk), il suo strumento principela chitarra.Quiè nudovoce echitarra, dove la voce è acuta e ipnotica(un ChetBaker dopato) ma lascia spazio soprattutto agli strumentali votati al minimalismo. Un po' noioso ma piacevolmente ovattato. SI.BO. Remotti, Ardecore... In copertina Magnani, dentro, il meglio dellanuovaondadialt-folkromanesca. Ilrecuperodelleradicipartedalpoeta-attore-agitatore ultra ottantenne Remo Remotti (qui con una sua poesia) e prosegue con gli Ardecore, i Muro del Canto e la Bandajorona (a rifare un brano di Romolo Balzani). Da ascoltare mangiando fave e pecorino. SI.BO. www.unita.it GIORDANO MONTECCHI GLI ALTRI DISCHI Soul doc vecchio stile Chitarra e voce alla BakerAlt-folk da Roma IL POTERE DELLA VOCE Omaggio al suono primigenio dal raffinato gruppo newyorkese in bilico tra jazz e new music 42 DOMENICA 29 APRILE 2012
Nel passaggio da un assetto del sistema politico a un altro, conviene preoccuparsi non solo del discredito dei partiti attuali, ma anche delle visioni della politica che alimentano una nozione opportunistica dei partiti. Fra il 1999 e il 2003 sono stato segretario regionale dei Ds in Puglia. Fra le ragioni che mi avevano mosso c'era il desiderio di osservare da vicino quali mutamenti del senso civico avessimo contribuito a generare con l'insieme delle nuove leggi elettorali (comunale, provinciale, regionale e nazionale) varate fra il 1993 e il 1994. Così sperimentai non solo che esse costituivano il principale incentivo alla «personalizzazione» della politica, ma anche che avevano contribuito a peggiorare radicalmente la percezione dei partiti. L'idea che un candidato estratto dalla «società civile» fosse più affidabile e più capace di un candidato espresso dal professionismo politico era ormai generalmente condivisa. Nel linguaggio degli hommes novi solo raramente si nominavano i partiti. Era molto più frequente sentir parlare di «contenitori», buoni o meno buoni secondo le possibilità di «candidarsi» (non di essere candidati) e di essere eletti. E candidarsi significava avere uno stock di voti da portare al «contenitore» prescelto grazie alle risorse personali (denaro, influenza professionale, visibilità mediatica...) spendibili per conquistare una posizione nelle istituzioni che le moltiplicasse. Presso gli elettori il mutamento si esprimeva nell'unica domanda schietta che rivolgevano ai candidati: «Se ti do il voto tu che mi dai»? Questi comportamenti non erano Elezione diretta e leaderismo generano partiti senza senso L'analisi Dalla crisi economica che soffoca l'Italia e l'Europa non si potrà uscire senza dare risposte alle esigenze di «giustizia e solidarietà nella società» e «di equità e collaborazione internazionale» che sono punti di riferimento «imprescindibili di fronte alla grave crisi» in atto e ai «mutamenti e alle tensioni del mondo d'oggi». Il presidente della Repubblica nel messaggio inviato al Psi che nella sala Sivori di Genova, la stessa dove nell'agosto del 1892 fu tenuto il primo congresso del partito, centoventi anni fa, segnala ancora una volta la necessità di lavorare, tutti insieme, per condurre l'Italia al di là di una crisi senza precedenti, che sta togliendo la speranza ai giovani, un preoccupazione costante per Napolitano, che un lavoro non ce l'hanno e sono sfiduciati, e a chi ce l'ha, e teme di perderlo, che sta impoverendo il Paese su cui pesano aumenti continui e nuove tasse. GLORIOSA TRADIZIONE «La vostra iniziativa, caro Riccardo - ha scritto il Capo dello Stato al segretario del Psi, Nencini - non rappresenta solo un contributo alla celebrazione di una lunga e gloriosa tradizione politica, intrecciata intimamente alla storia del nostro Paese, alle battaglie per il progresso economico e civile e alle conquiste democratiche e sociali» a cui il partito socialista nei suoi 120 anni di vita ha contribuito. «Il filone del pensiero socialista, profondamente radicato nel nostro continente, costituisce un patrimonio di valori e di idee la cui attualità è da approfondire in rapporto a sempre vive esigenze di giustizia e solidarietà nella società e di equità e collaborazione internazionale: esigenze e punti di riferimento imprescindibili anche di fronte alla grave crisi economica e sociale in atto e ai mutamenti e alle tensioni del mondo d'oggi». Il presidente ha anche espresso l'apprezzamento per «la vostra volontà di concorrere attivamente alla vita politica e al confronto democratico». Le parole di Napolitano, nel messaggio inviato ai socialisti, al cui congresso è arrivato anche il saluto del segretario del Pd Pier Luigi Bersani e del segretario di Sel, Nichi Vendola, ritornano sulla necessità che ci siano «solidarietà» e «giustizia» contro la crisi. I sacrifici sono stati fatti e gli italiani li hanno accettati e li stanno sopportando con grande senso di responsabilità come lo stesso premier Monti ci ha tenuto in più occasioni a sottolineare. PENSARE ALLO SVILUPPO Ma ora bisogna pensare allo sviluppo e alla crescita che possono realizzarsi solo attraverso atti concreti di cui si deve fare promotore il governo italiano anche in Europa. Perché se è vero che alcuni paesi della Ue stanno peggio degli altri, è anche vero che l'Unione deve collaborare all' individuazione degli strumenti necessari per portare fuori dal tunnel i membri in maggiore difficoltà. Le risorse sono poche, ed esponenti autorevoli del governo ad ogni occasione si sbracciano a dire che i soldi da destinare alla crescita sono pochi. Bisognerà trovarli, senza chiedere altri sacrifici, poiché solo con lo sviluppo e la crescita si potrà ricominciare ad avere prospettive positive, anche se negli anni futuri. AMPIO ACCORDO Su questo punto sono in accordo tutti partiti della «strana» maggioranza parlamentare che regge il governo. Lo stesso ex premier Berlusconi lo ha confermato al presidente Napolitano nel corso dell'incontro di venerdì al Quirinale, assicurando il proprio sostegno all'esecutivo che pure dovrà cominciare a tenere in conto e misurarsi con le emergenze quotidiane del Paese. GIUSEPPE VACCA I principi della «Economia dei sistemi politici» invalsi negli anni Novanta non aiutano quando una crisi di sistema impone domande più radicali Chi ricostruirà lo Stato senza organizzazioni dotate di una propria visione? MARCELLA CIARNELLI Napolitano: «Scelte di equità e solidarietà» Al congresso socialista nella stessa sala Sivori di Genova dove 120 anni fa nacque il Psi, arriva il messaggio di Napolitano. Un invito a cercare le risposte di solidarietà, equità e giustizia per uscire dalla crisi. p L'anniversario Il Capo dello Stato scrive ai delegati riuniti per il 120˚ della nascita del Psi p Il messaggio «Il pensiero socialista costituisce un patrimonio di valori e di idee» Al segretario Nencini Il confronto politico p SEGUE DALLA PRIMA È giunto il momento di pensare allo sviluppo e alla crescita Primo Piano16 DOMENICA 29 APRILE 2012
L'ANALISI Luigi Mariucci in piedi un'associazione a delinquere specializzata nelle cosiddette «frodi carosello»: un vortice di false fatture legate all'acquisto di prodotti, in questo caso informatici, che ha permesso al gruppo di evadere tasse per oltre dieci milioni di euro e di non pagare oltre tre milioni di Iva. Ad Avellino c'era chi vendeva auto in casa propria senza dichiarare nulla, a Genova il professionista sbadato non faceva fatture ai clienti (per oltre 13 milioni di euro), nel Frusinate un'impresa edile occultava i documenti contabili. Mentre ad Ascoli nel mirino delle Fiamme gialle sono finiti alcuni professori delle superiori che davano lezioni private in nero. Piccoli esempi di problema enorme, in un Paese che per contro soffre una pressione fiscale che, a detta di Giorgio Squinzi, «è a un livello che non è più ragionevole». Per il presidente in pectore di Confindustria l'Italia «è più che sufficientemente tartassata». Ma è lo sfogo di un «imprenditore», non quello del numero uno degli industriali, precisa Squinzi intervenuto al convegno milanese «La rivoluzione dei produttori». IL PESO DELLE TASSE Un incontro al quale hanno preso parte anche il sindaco Pisapia e l'ex ministro Maroni, che di fronte alle tasse lasciano ipotizzare addirittura possibili battaglie da condurre in parallelo (per esempio il sindaco ha definito «importante» l'iniziativa di alcuni comuni a guida leghista che hanno disdetto il contratto con Equitalia). Il Carroccio del resto fa dell'eccessivo carico fiscale un perno della sua opposizione al governo Monti, mentre i sindaci soffrono l'amaro compito di far pagare tasse sempre più onerose ai propri concittadini, a partire dall'Imu. Un balzello che Giorgio Squinzi definisce «un'incognita e una spada di Damocle sul nostro Paese» e che spinge il sindaco di Milano a sostenere che occorra «fare pressione sul governo, affinché si passi dalle tasse all'equità e alle iniziative concrete di sviluppo. Non possiamo accettare che i Comuni siano esattori per conto dello Stato - spiega Pisapia - Ognuno deve metterci la faccia: le tasse comunali al Comune; le tasse che vanno al governo devono essere rivendicate dal governo: non si possono scaricare le responsabilità». Pisapia non è certo l'unico sindaco a pensarla così. Monti è avvertito. C'è molta confusione attorno al tema della «precarietà». Se ne parla infatti come se si trattasse di un universo omogeneo, e vi fosse una linea verticale di separazione tra i precari e gli stabili. Invece non è così. Il mondo dei lavori temporanei è molto variegato e diversi sono i motivi che stanno all'origine del diffondersi del fenomeno. Intanto occorre chiedersi quand'è che si diventa precari. Non quando si viene assunti con un contratto temporaneo in fase di primo inserimento nel mercato del lavoro. Queste sono anzi esperienze utili, specialmente per i giovani. Si diventa precari quando le assunzioni temporanee si succedono e la condizione di instabilità diventa uno stato permanente, un ghetto da cui non si riesce più ad uscire. Qui si determina una pericolosa frattura sociale: perché a questo punto il lavoro non è più uno strumento della cittadinanza, una forma di integrazione e sicurezza, ma il suo contrario, una fonte di incertezza, ansia, di impossibilità di programmare la propria vita. Poi bisogna chiedersi perché le imprese oggi chiedono soprattutto lavoro temporaneo. Le statistiche dicono che nel 2011 queste assunzioni ammontano a quasi il 90% del totale. Vi sono tre spiegazioni possibili. La prima sta nel fatto che esistono ragioni oggettive che giustificano le assunzioni temporanee: l'instabilità dei mercati, la variabilità delle commesse ecc. A fronte di tali ragioni, che vanno specificamente motivate, il lavoro temporaneo è legittimo: in questo caso occorrerà prevedere per i lavoratori discontinui adeguate misure in termini di Welfare (indennità di disoccupazione per i periodi di inattività, contribuzione figurativa a fini pensionistici). La seconda spiegazione ha tutt'altro segno: si assumono lavoratori temporanei anche con contratti di lavoro pseudoautonomo, in frode alla legge, per esigenze produttive strutturali al solo fine di risparmiare i costi del lavoro, e scaricare sul lavoro il rischio di impresa. Questa pratica è molto diffusa ed è all'origine, in buona parte, del vistoso spostamento nella distribuzione dei redditi tra lavoro, profitti e rendita. Le pratiche abusive vanno quindi semplicemente represse, in primo luogo affidando agli Ispettorati del lavoro poteri più cogenti, esattamente come si fa quando si impegna la guardia di finanza contro l'evasione fiscale. C'è poi un terzo caso. Quello per cui l'imprenditore o fa così o chiude, perché non è in grado di affrontare il costo complessivo del lavoro regolare. Qui siamo al confine del lavoro sommerso, illegale, contro il quale non c'è che un rimedio: abbassare la pressione fiscale su lavoro e imprese. Infine occorre differenziare le diverse tipologie di lavoro precario. C'è intanto un diffuso precariato «alto», fatto soprattutto di giovani laureati, che aspirano a collocazioni professionali difficilmente disponibili, a seguito dei tagli alla spesa pubblica. Si tratta dei 150mila precari stimati nella pubblica amministrazione, a seguito del blocco della spesa per il personale specialmente negli enti locali, delle decine di migliaia di precari della scuola, delle università, dei giornali e della editoria, del vario mondo collegato alla disoccupazione intellettuale nei settori della cultura e delle arti. Sono questi i soggetti che hanno dato voce e portato in prima pagina il tema del precariato. Poco si sa invece delle altre innumerevoli persone, i veri «invisibili», che orbitano nei circuiti del precariato «basso», nel lavoro interinale, nel commercio, nell'industria alberghiera e turistica, nella assistenza agli anziani e nelle collaborazioni domestiche, nell'agricoltura, dove lavorano, sia detto per inciso, i tre milioni di extracomunitari regolari. Tra questi problemi e gli strumenti previsti dal disegno di legge di riforma del mercato del lavoro presentato dal governo Monti c'è una enorme distanza. I problemi indicati non si risolvono con misure normative uniformi, esigono invece una gamma di interventi complessi e diversificati, tenendo conto in particolare delle radicali differenze che esistono sul piano territoriale, tra aree più e meno sviluppate, tra Nord e Sud del Paese. Tutte cose che non possono essere messe in carico a un governo di emergenza e transizione, ma a un progetto strategico di alternativa politica. Pisapia al governo L'instabilità occupazionale può diventare un ghetto senza uscita CONTRO LA PRECARIETÀ NON BASTANO MISURE D'EMERGENZA «I Comuni non siano esattori dello Stato. Ora equità e sviluppo» Parte Italo ed è già polemica Èpartito da Napolidiretto a Milano ilprimo “Italo”, il treno della società privataNtv da ieri concorrente del Freccia Rossa di Trenitalia . «Una giornata importante» ha commentatol'addiNtv,GiuseppeSciarrone.PolemicoinveceilCodaconsperilqualesarebbeimpossibile transitare tra le diverse classi di “Italo”. La replica: «Smentiamo nel modo più assoluto». 9 DOMENICA 29 APRILE 2012
e la Margherita. Siamo di fronte ad un degrado etico, anche se non riguarda tutti i partiti, che i cittadini non tollerano più. Dico anche che il controllo del bilancio affidato a terzi, come ha fatto il Pd, è una strada che ci ha convinto così tanto che la adotteremo anche noi, ma non basta. Il tema è un altro». Il tema è l'eliminazione del finanziamento? «Il tema è un cambio di approccio. Attraverso il referendum vogliamo azzerare l'attuale sistema “farlocco” per andare ad un vero sistema di rimborsi con un tetto massimo molto limitato per le spese elettorali da sottoporre al controllo della Corte dei Conti». Secondo alcuni in questo modo i partiti si trasformerebbero in comitati elettorali all'americana. «Per la loro vita quotidiana i partiti, secondo noi, devono essere finanziati in maniera trasparente e pubblica con il contributo volontario del 5 per mille dei cittadini, anche attraverso incentivi fiscali. I partiti si devono riguadagnare la fiducia dei elettori e se vogliono i soldi li devono convincere di essere trasparenti, seri e affidabili. Si può anche monitorare per qualche anno l'afflusso del 5 per mille, prevedere una fase transitoria durante la quale il finanziamento pubblico può essere un po' più alto fino a quando non si raggiunge un equilibrio che garantisce un significativo afflusso di denaro attraverso il contributo dei cittadini. Mi chiedo perché questa nostra proposta non dovrebbe essere presa in considerazione. Non mi interessa fare polemica con il Pd, a me interessa trovare una soluzione ad un problema». Eppure da quando c'è Monti al governo le distanze tra Idv e Pd si sono accentuate. Che succede in vista del 2013? «Avremmo dovuto farlo molto tempo fa e abbiamo perso un treno. Ma se non ci si incontra al più presto per confrontarci su un programma di governo del Paese che concili rigore e crescita vuol dire che c'è qualcuno che questo treno non vuole prenderlo». D iciassette a quindici e5,81%. Ruota attorno aquesti numeri la divisio-ne che ha spaccato il Pddi Siena e che, come quelle falde che corrono lungo la crosta terrestre, potrebbe avere ripercussioni anche a livello nazionale. Del resto Siena non è solo il Comune del Palio, ma anche del Monte dei Paschi: la terza banca del Paese. 5,81% è il balzo in avanti che ha fatto registrare il titolo Mps venerdì subito dopo l'elezione di Alessandro Profumo a presidente della banca. 17 a 15 invece è il voto del consiglio comunale sul bilancio consuntivo 2011 che ha mandato “sotto” il sindaco Pd Franco Ceccuzzi. Tra quei 17 no infatti ben 7 sono di consiglieri del Pd. Uno legato alla Cgil e al vecchio sindaco Cenni e 6 di provenienza Margherita e “amici” del presidente del consiglio regionale Alberto Monaci (a suo volta “amico” a livello nazionale di Franco Marini e Beppe Fioroni). Ufficialmente il no è dovuto, come hanno spiegato ieri gli stessi “dissidenti”, alla assenza di «poste certe» nel bilancio. Insomma «nessuna congiura di Palazzo». Ma è lo stesso sindaco Ceccuzzi a spiegare che «non è simpatico sentirsi pugnalato alla spalle da sette consiglieri del proprio partito». E che quella pugnalata è arrivata non tanto per il bilancio (del resto fa notare il sindaco 5 di quei consiglieri c'erano già nella precedente amministrazione e quindi quei conti riguardano più loro che lui che è li da meno di un anno), ma per il Monte dei Paschi. Il nodo riguarda le nomine che il Comune ha fatto attraverso la Fondazione nel cda della banca. Ceccuzzi ha spinto per un profondo rinnovamento nei nomi e nei metodi aprendo la porta a Profumo e al nuovo direttore Fabrizio Viola. Ma ha scontentato le aspirazioni di alcuni come Alfredo Monaci, fratello di Alberto. «Abbiamo avviato un profondo cambiamento, credo irreversibile -annota Ceccuzzi - . Probabilmente in qualcuno ha prodotto qualche shock anafilattico». Il sindaco ha rotto cioè una consuetudine a far pesare di più nelle nomine l'appartenenza politica che non la competenza. Mps del resto aveva bisogno di una svolta. E a testimoniarlo non c'è solo il titolo che risale, ma anche i nuovi investitori che mettono soldi nella banca (come gli Aleotti) o quelli vecchi (come Unicoop Firenze) che confermano di credere di nuovo nelle prospettive di crescita dell'istituto. «Anche se dovessi rimettere il mandato sono orgoglioso e convinto di quello che ho fatto» spiega Ceccuzzi. Che sul proprio futuro non coltiva particolari preoccupazioni. Dopo essersi dimesso da deputato appena eletto sindaco (come aveva promesso ai senesi), ora è pronto a tornare a fare il funzionario del Pd «a 1500 euro al mese». Più problemi però potrebbero nascere dal punto di vista politico se davvero la giunta Ceccuzzi cadesse per mano di alcuni consiglieri del Pd. Non a caso sono state parecchie le voci di dirigenti nazionali dei democratici che si sono levate per stigmatizzare quei no. Dal responsabile della segreteria nazionale Maurizio Migliavacca («fatto inconcepibile e inaccettabile, serve subito una verifica politica»), alla presidente del partito Rosy Bindi («Si tratta di una decisione dall'evidente strumentalità») al vicepresidente del Senato Vannino Chiti («atto irresponsabile: Siena non merita una paralisi istituzionale»). Lo stesso Ceccuzzi non nasconde che questo strappo potrebbe avere «ripercussioni anche all'interno del Pd nazionale». Anche se c'è chi come il deputato Antonello Giacomelli (braccio destro del capogruppo Franceschini) invita a non leggere la frattura di Siena come uno scontro tra ex Ds e ex Margherita. VLADIMIRO FRULLETTI Foto Ansa Siena, Pd spaccato Il sindaco Ceccuzzi: pugnalato alle spalle La giunta va sotto sul bilancio consuntivo per i no di sette consiglieri democratici. Ma il nodo sono le nomine in Mps che hanno scontentato le aspirazioni di alcuni ex Margherita Il caso FIRENZE vfrulletti@unita.it Francesco Belsito e Umberto Bossi in una immagine del 19 marzo 2012 Bossi: non siamo come il Psi «La Lega non è il Partito socialista, il Psi che aveva rubato i soldi e ha preso tangenti. La Lega i soldi li avrà sprecati, ed ora è meglio che venga fuori tutto per ripartire», ha detto Umberto Bossi ieri a Conegliano (Treviso). «La Lega continuerà, non finirà. Le parti sbagliate si cambiano. Non posso ritirarmi, io ho fatto la Lega e la gente non lo dimentica». 13 DOMENICA 29 APRILE 2012
NORD Molte nubi su tutte le regioni con precipitazioni sparse, specie su Liguria e settore alpino. CENTRO Molte nubi su Sardegna e Toscana con locali piogge; nubi in aumento sulle restanti regioni. SUD Estese velature su Sicilia e Campania; soleggiato altrove. Il Tempo Oggi Domani Dopodomani STORIA E ANTISTORIA Pillole NORD Cielo molto nuvoloso con precipitazioni, anche a carattere di rovescio. CENTRO Nuvoloso su tutte le regioni con piogge sparse. SUD Nuvolosità irregolaresulle restanti regioni con maggiori spazi di sereno sulle aree joniche. NANEROTTOLO Tanti Caselli Toni Jop NORD Sereno con locali annuvolamenti sulle aree occidentali; tendenza ad aumento della nuvolosità. CENTRO Sereno su tutte le regioni con locali annuvolamenti poco significativi. SUD Condizioni pressochè stabili su tutte le regioni. FESTIVAL RESISTENZE A BOLZANO Si chiude il 30 aprile a Bolzano Il festival delle resistenze contemporanee. La rassegna si propone di trovare una ricetta per resistere alla crisi di oggi, recuperando i valori del passato. Stasera è la volta del regista teatrale Fausto Paravidino che parteciperà al dibattito dedicato alla «cultura bene comune» e che porterà l'esperienza del Valle occupato. «MEDAL OF FREEDOM» DI OBAMA È Bob Dylan tra i tredici nominati dal presidente Barack Obama per la «Presidential Medal of Freedom», la più alta onorificenza riconosciuta a chi negli anni ha contribuito alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, alla diffusione di ideali di fratellanza e di pace nel mondo o a significativi impegni a carattere culturale. D opo il 25 aprile italia-no arriva il 1 maggiointernazionalista,giorno che celebra illavoro a partire dal 1890 in memoria dei tragici eventi di Chicago (1886), allorché lavoratori, Knights of Labor e anarchici furono uccisi dalla polizia nel corso di moti operai. Altri operai furono impiccati l'11 novembre 1887, sempre a Chicago, per avere organizzato il 1 maggio del 1886 uno sciopero per conquistare le otto ore di lavoro. È giusto ricordare sempre queste origini che riguardano tutti i veri italiani (il 25 aprile) e tutti i cittadini del mondo (1 maggio). Il mese di maggio che ora si apre è però anche il mese dove si fondono giovinezza e primavera. Basti leggere l'incipit di un celeberrimo testo di Agnolo Poliziano (nato a Montepulciano, da cui il cognome, e morto a Firenze): «Ben venga maggio? /e 'l gonfalon selvaggio!? /Ben venga primavera,? /che vuol l'uom s'innamori». Poi i giorni passano e quando arriva l'Ascensione, al Parco delle Cascine, a Firenze, si ha la festa del grillo, momento di gioia per bimbi e adulti. Non è per fortuna la festa di Beppe Grillo, personalità dallo strillo insignificante e su cui Pier Luigi Battista, sul Corriere, ha scritto da poco un bell'articolo dove lo si inserisce nel qualunquismo (fondato nel 1944) di Guglielmo Giannini (1891-1960), immensamente superiore peraltro a Grillo, che, più che rappresentare i No Tav, rappresenta il personale No Mind (niente intelligenza). Ho qualche volta avuto civili battibecchi con Battista, ma adesso sono in pieno accordo con lui. Grillo non proviene però solo da Giannini, ma anche dal berlusconismo e dall'apologia esibizionistica dell'uomo qualunque che comporta. Che dire? Viva Firenze, viva la festa del grillo! Nella speranza che il 1 maggio ci tolga di torno il berluscogrillismo minor. MAGGIO... GIOVINEZZA E PRIMAVERA Bruno Bongiovanni bruno.bon@libero.it I ngrato Paese. Appeso al concet-to di eccellenza, al merito chenon c'è, e se c'è non viene premiato. Eppure, un eccellente magistrato come Giancarlo Caselli vive assediato. Dalle mafie e da quanti lo contestano per l'inchiesta sugli scontri tra forze dell'ordine e l'allegato violento del pur prezioso coro No Tav. Ascoltato l'altra sera davanti a Sabina Guzzanti che lo intervistava in tv: umano, intelligente, limpido e coraggioso mentre percorre la via di una lettura democratica e progressiva del diritto. Avercene tanti di Caselli, e invece. Daniele Luttazzi a dispetto delle contestazioni che gli sono state mosse sul suo modo di collezionare le gag, è un piccolo genio della sua arte e anche un interessante e raro poeta. Berlusconi e la Rai, in seguito anche La7, lo hanno sfrattato dal video nel silenzio di troppa parte politica. I tribunali gli hanno dato sempre ragione ma è ancora fuorigioco in una tv che gli deve scuse e giustizia. E invece. Culture ZOOM LA MOSTRA Si è aperta ieri al Museo di Roma in Trastevere la mostra delle immagini World Press Photo premiate nel 2012. Foto dell'anno è quella dello spagnolo Samuel Aranda, che ritrae una donna che tiene tra le braccia un parente ferito in una moschea di Sanaa, durante le proteste contro il regime yemenita. Il mondo negli scatti World press photo 45 DOMENICA 29 APRILE 2012
www.unita.it Zapping REPORT NELLA MORSA DEL RAGNO PIRATI DEI CARAIBI AI CONFINI DEL MONDO IN GOOD COMPANY RAITRE ORE:21:30 RUBRICA CON MILENA GABANELLI CON MORGAN FREEMAN CON JOHNNY DEPP CON DENNIS QUAID RETE 4 ORE:21:30 FILM ITALIA 1 ORE:21:30 FILM LA7 ORE:21:30 FILM Rai 1 Rai 2 Rai 3 RAI 1Canale 5 Rete 4 Italia 1 La 7 Sky Cinema 1 HD Sky Cinema family Sky Cinema Passion Cartoon Network Discovery Channel Deejay TV MTV 21.00 Sky Cine News. Rubrica 21.10 Ricordati di me. Film Drammatico. (2002) Regia di G. Muccino. Con F. Bentivoglio L. Morante. 23.20 Cyrus. Film Commedia. (2010) Regia di M. Duplass, J. Duplass. Con J. Reilly M. Tomei. 21.00 Shrek e vissero felici e contenti. Film Animazione. (2010) Regia di M. Mitchell. 22.40 The Librarian 2 - Ritorno alle miniere di Re Salomone. Film. (2006) Regia di J. Frakes. Con N. Wyle 00.20 Quel pazzo venerdì. Film Commedia. Regia di M. Waters. 21.00 La diciannovesima moglie. Film Drammatico. (2010) Regia di R. Holcomb. Con C. Leigh M. Czuchry. 22.35 Il mio grosso grasso matrimonio greco. Film Commedia. (2002) Regia di J. Zwick. Con N. Vardalos M. Costantine. 18.20 Leone il cane ifone. 18.45 Ben 10 Ultimate Alien. 19.35 Generator Rex. 20.05 Takeshi's Castle. 20.30 Lo straordinario mondo di Gumball. 20.55 Adventure Time. 21.20 The Regular Show. 21.45 Mucca e Pollo. 22.10 Hero: 108. 18.00 Non guardare giù. Documentario 19.00 Top Gear. Documentario 20.00 Marchio di fabbrica. Documentario 20.30 Marchio di fabbrica. Documentario 21.00 Terrore a bordo. Documentario 22.00 Terrore a bordo. 23.00 Come è fatto. Documentario 18.55 Deejay TG. Informazione 19.00 The Middleman. Serie TV 20.00 Lincoln Heights. Serie TV 21.00 Lorem Ipsum - Best Of. Attualita' 21.30 DJ Stories - Labels. Reportage 22.30 Deejay chiama Italia - Remix.Rubrica 20.20 I soliti Idioti. Serie TV 21.10 Il peggior allenatore del mondo. Film Comico. (2007) Regia di Tom Brady. Con David Koechner, Carl Weathers, Melora Hardin. 22.50 South Park. Serie TV 23.40 Speciale MTV News: Story Of The Week. Informazione 21.30 Titanic - Nascita di una leggenda. Fiction 23.25 Speciale Tg1. Informazione 00.20 TG 1 - NOTTE. Informazione 00.45 Testimoni e Protagonisti Ventunesimo secolo. Rubrica 02.00 Sette note. Rubrica 21.30 Report. Rubrica Conduce Milena Gabanelli 23.35 Tg3. Informazione 23.45 TG3 Regione. Informazione 23.50 Cosmo. Rubrica 00.45 Tg3. Informazione 00.50 Meteo 3. 00.55 TeleCamere. Informazione 21.00 N.C.I.S. Serie TV Con Mark Harmon, Micheal Weatherly, Pauley Perrette. 22.35 La Domenica Sportiva. Informazione 01.00 TG 2. Informazione 01.20 Protestantesimo. Rubrica 01.50 Meteo 2. Informazione 21.10 Come un delino. Film Tv Drammatico. (2011) Regia di Stefano Reali. Con Raoul Bova, Barbora Bobulova, Ricky Memphis. 01.01 Tg5 - Notte. Informazione 01.30 Meteo 5. Informazione 01.31 Paperissima sprint Show.Conduce Juliana Moreira con il Gabibbo. 21.30 Nella morsa del ragno. Film Azione. (2001) Regia di Lee Tamahori. Con Morgan Freeman, Monica Potter. 23.40 L'Italia che funziona. Rubrica 00.00Benvenuta in Paradiso. Film Commedia. (1998) Regia di K. Rodney Sullivan. Con Angela Bassett 21.30 Pirati dei Caraibi - Ai conini del mondo. Film Avventura. (2007) Regia di Gore Verbinski. Con Johnny Depp, Orlando Bloom. 00.25 Controcampo - Linea notte. Informazione 01.40 Poker1mania. Sport 02.30 The calling La chiamata. Film Horror. (2000) 21.30 In Good Company. Film Commedia. (2004) Regia di Paul Weitz. Con Dennis Quaid, Topher Grace, Scarlett Johansson. 23.45 Tg La7. Informazione 23.50 Tg La7 Sport. Informazione 23.55 Quella sera dorata. Film. (2009) Regia di James Ivory. Con A. Hopkins 06.30 Uno Mattina In Famiglia.Show. 09.35 Easy Driver. Reportage 10.00 Linea verde orizzonti.Attualita' 10.30 A Sua immagine. Religione 10.35 Santa Messa. Religione 12.00 Recita del Regina Coeli.Religione 12.20 Linea Verde. Rubrica 13.30 Telegiornale. Informazione 13.31 Tg1 Focus. Informazione 14.00 Domenica In....l'Arena. Talk Show. 16.25 Che tempo fa. Informazione 16.30 TG 1. Informazione 16.35 Domenica In - Così è la vita. Talk Show. 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz 20.00 TG 1. Informazione 20.35 Rai TG Sport. Informazione 20.40 Aari Tuoi. Show.Conduce Max Giusti. 07.00 Eva.Rubrica 08.25 Art Attack. 09.00 Battle Dance. Show. 09.55 Matt & Manson. Cartoni Animati 10.10 Ragazzi c'è Voyager. Documentario 10.50 A come Avventura. Documentario 11.30 Mezzogiorno in Famiglia.Show. 13.00 Tg2 giorno. Informazione 13.30 TG 2 Motori. Informazione 13.45 Quelli che aspettano.... Rubrica 15.40 Quelli che il calcio. Show. Conduce Victoria Cabello. 17.10 Rai Sport Stadio Sprint. Informazione 18.00 Rai Sport 90° Minuto. Informazione 19.35 Il Clown. Serie TV Con Sven Martiniek, Dana Frank, Volkmar Kleinert. 20.30 TG 2. Informazione 08.25 Il marito latino. Film Commedia. (1959) Regia di Jean Negulesco. Con Deborah Kerr 10.05 Agente Pepper. Serie TV 10.55 TGR Estovest. 11.15 TGR Mediterraneo. 11.40 TGR RegionEuropa. 12.00 TG3. / TG3 Persone. 12.25 TeleCamere. 12.55 Lezioni dalla crisi. Rubrica 13.25 Il Capitale di Philippe Daverio. Rubrica 14.00 Tg Regione. / TG3. 14.30 In 1/2 h.Rubrica 15.05 La carica dei 101. Film Commedia. (1966) Regia di Stephen Herek. Con Je Daniels 16.40 Ti lascio perchè ti amo troppo. Film Commedia. (2006) Regia di F. Ranieri Martinotti. Con Alessandro Siani. 18.05 I misteri di Murdoch. Serie TV 19.00 TG3. / TG3 Regione. 20.00 Blob.Rubrica 20.10 Che tempo che fa. Talk Show. 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.51 Le frontiere dello spirito.Rubrica 10.00 Finalmente arriva Kalle.Serie TV 11.01 Sbucato dal passato. Film Commedia. (1999) Regia di Hugo Wilson. Con Brendan Fraser 13.00 Tg5. Informazione 13.39 Meteo 5. Informazione 13.40 Belli dentro. Sit Com 14.11 Rosamunde Pilcher: Appuntamento al iume. Film Commedia. (2007) Con Sophie Schutt 16.05 Domenica Cinque. Show.Conduce Federica Panicucci. 18.50 The money drop. Gioco a quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.39 Meteo 5. Informazione 20.40 Paperissima Sprint. Show.Conduce Juliana Moreira con il Gabibbo. 07.00 Media shopping. Shopping Tv 07.30 Superpartes. Informazione 08.50 Slow tour. Show. 09.25 Magniica Italia. Documentario 10.00 S. Messa. Religione 11.00 Pianeta mare. Reportage 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Melaverde. Rubrica 13.20 Pianeta mare. Reportage 14.00 Donnavventura. Rubrica 14.57 Coma profondo. Film Thriller. (1978) Regia di Michael Crichton. Con Michael Douglas, Geneviève Bujold, Richard Widmark. 17.20 Colombo. Serie TV Con Peter Falk, Ruth Gordon, Mariette Hartley, G.D. Spradlin. 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 08.15 Cartoni animati 10.45 Campionato Mondiale Motociclismo - G.P. Spagna Moto3 - Gara.Sport 12.00 Studio aperto. 12.15 Campionato Mondiale Motociclismo - G.P. Spagna Moto2 - Gara.Sport 13.05 Guida al campionato. 14.00 Campionato Mondiale Motociclismo - G.P. Spagna MotoGP - Gara.Sport 15.00 Fuori Giri.Rubrica 16.00 Beethoven - La grande occasione. Film Commedia. (2008) Regia di Mike Elliott. Con Jonathan Silverman 18.00 La Vita secondo Jim. Serie TV 18.18 Bugs Bunny. Cartone animtao 18.30 Studio aperto. 19.00 Bau boys.Rubrica 19.25 Librarian: alla ricerca della lancia perduta. Film Avventura. (2004) Regia di Peter Winther. Con Noah Wyle 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 10.00 Ti ci porto io (R). Rubrica 11.30 In Plain Sight - Protezione testimoni. Serie TV 12.30 In Plain Sight - Protezione testimoni. Serie TV 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Bugsy. Film Drammatico. (1991) Regia di Barry Levinson. Con Annette Bening, Warren Beatty, Ben Kingsley. 17.00 Movie Flash. Rubrica 17.05 The District. Serie TV 18.00 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 In Onda. Talk Show.Conduce Nicola Porro, Luca Telese. SERA SERA SERA SERA SERA SERA SERA 44 DOMENICA 29 APRILE 2012
Intervista a Massimo D'Alema I l principale avversario non è ilcentrodestra ma la sfiducia deicittadini. È un avversario sicu-ramente più insidioso del cen-trodestra, ormai del tutto privo di credibilità, in profonda crisi, scosso da divisioni interne e non in grado di presentare una proposta politica al Paese. C'è la sensazione di fare una campagna nel vuoto. Ci siamo noi e poi c'è un pesante senso di sfiducia». Crispino, Torremaggiore, Rodi Garganico, Apricena. In queste ore Massimo D'Alema fa la spola lungo le strade di Puglia per sostenere i candidati del centrosinistra alle amministrative. Comuni grandi e piccoli dove si sfidano anche dieci o più aspiranti alla carica di sindaco. «Dicono tutti che la politica fa schifo e poi si candidano in centinaia», ironizza. Ma il discorso è serio, vista la fase che sta attraversando il Paese: «Il rischio di una frammentazione e di una profonda confusione è fortissimo. E in questo quadro si congiungono anche due fattori molto preoccupanti, che si alimentano a vicenda: un grande malessere sociale e la sfiducia nella politica. Noi ci troviamo a rappresentare l'unica proposta politica in campo, l'unica ipotesi di governo». Il Pd però è tutt'altro che immune da quel sentire e sostiene un governo che impone pesanti sacrifici: sicuri che stiate facendo ciò che va fatto? «L'Italia è un Paese dalla memoria corta. Le persone non possono dimenticare come siamo arrivati fin qui e perché si sono resi necessari questi sacrifici, di cui noi, volendo il governo Monti e appoggiandolo, giustamente ci siamo assunti la responsabilità. Quando dici che Berlusconi era al governo sei mesi fa le persone ti guardano come se stessi parlando di vicende del secolo scorso. No, va ricostruita la memoria. Anche insistendo sul fatto che se c'è un disprezzo per la politica giudicata come arraffa-potere, ciò non può riguardare il Pd, per il quale il discorso è esattamente l'opposto. Noi, in fondo, potevamo chiedere le elezioni, che avremmo ragionevolmente vinto. Invece, sostenendo il governo Monti, ci siamo assunti una grande responsabilità e nessun potere. È chiaro che questo ci pone in una posizione estremamente delicata, ci può rendere bersaglio del malessere sociale. Ed è grave che qualcuno pensi di aggredirci in questa fase, proprio nel momento in cui cerchiamo di salvare il Paese». Ciò potrebbe far cambiare la vostra posizione verso il governo? «No, questo ci spinge a sostenere il governo trasmettendogli la acutezza della crisi sociale e la necessità di costruire delle risposte adeguate, anche nell'immediato». Ad esempio? «Servono subito misure per la crescita, bisogna rendere flessibile il Patto di stabilità interno per consentire ai Comuni di realizzare opere, accelerare i pagamenti della Pubblica amministrazione alle imprese, premere sul sistema creditizio. Il rischio di un indebolimento della rete delle imprese, il susseguirsi di fallimenti, potrebbe portarci, nel momento della ripresa, a una debolezza della struttura economica del Paese. E poi il tema degli esodati, delle pensioni, non può essere lasciato irrisolto per troppo tempo. Così come il tema del lavoro e dell'articolo 18: in una situazione delicata come quella in cui ci troviamo non si possono fare passi indietro rispetto ai compromessi raggiunti». Dice Berlusconi che il Pd, con lei in testa, vuole far cadere Monti e votare ad ottobre. «Berlusconi cerca di attribuire ad altri l'obiettivo verso cui è incalzato dai suoi, che non reggono più. I problemi per il governo vengono dalle difficoltà in cui è il Pdl, che possono essere rese più acute da una sconfitta alle amministrative. Noi non abbiamo il disegno di far cadere il governo e votare ad ottobre. Nessuno ragionevolmente può prendersi la responsabilità di far cadere il governo. È un complotto che non esiste, anche se qualche velina è stata messa in giro. Ma ciò fa parte della disinformazione». Non vede il rischio che si possa fare a meno della politica, se l'esperienza dei tecnici avrà successo di fronte alla crisi, anche la prossima legislatura? «Si dice: la politica è responsabile della crisi, eliminiamo la politica così usciamo dalla crisi. Ma no, non è così. All'origine della crisi c'è la politica di destra, conservatrice, antisviluppo, subalterna ai mercati finanziari. E l'uscita dalla crisi è in un cambio di politica, quella che con espressione antica si definirebbe una svolta a sinistra. Il nostro compito è costruire una proposta per il Paese, che guardi non solo al piano nazionale. Infatti serve una correzione di indirizzo delle politiche Ue che vada in un senso più europeista, ma anche verso una netta svolta progressista sul terreno economico e sociale. Bisogna insistere su sviluppo, lavoro, contenimento della speculazione finanziaria e del predominio del capitalismo finanziario internazionale attraverso nuove regole e nuovi strumenti. Penso alla tassazione delle transazioni finanziarie, al ruolo attivo della Bce in chiave antispeculazione... Per far questo occorre una buona politica, non la sua rimozione. Come hanno dimostrato le elezioni francesi. La speranza di un nuovo scenario è arrivata dalla possibilità che la sinistra vada al governo, cioè da un cambiamento politico, non tecnico». L'elezione di Hollande come potrebbe incidere sulle vicende italiane? «Sicuramente sarebbe un'opportunità anche per Monti, che potrebbe sperare di realizzare misure per la crescita in un contesto più favorevole rispetto a quello caratterizzato dal patto Merkel-Sarkozy». La frase “i partiti a Monti” torna spesso: non c'è il rischio, per com'è oggi la situazione, che i partiti vengano percepiti come delle corporazioni? «I partiti a Monti è una frase che contiene una falsificazione. In realtà all'interno della maggioranza arrivano molto spesso verso Monti sollecitazioni opposte, com'è normale per una fase di responsabilità nazionale. Sulla riforma del lavoro noi e il Pdl abbiamo posizioni diametralmente opposte. E allora non c'è il fronte dei partiti da una parte e Monti dall'altra. C'è Monti e poi ci sono destra e sinistra, che pongono a Monti problemi contrapposti». E la crisi dei partiti, non sosterrà che si tratta di un'altra falsificazione? «Certamente c'è una grave crisi della politica e del rapporto tra politica e cittadini, ma non la definirei crisi dei partiti. Semmai è la crisi del sistema politico della seconda Repubblica, che non è fondato sui partiti ma sul personalismo e sul leaderismo. Dopo la crisi dei partiti, negli anni ‘90, c'è stato l'avvento di un ceto che ha occupato le istituzioni, molto spesso mosso dall'idea che la politica fosse un canale di promozione sociale. Ora che viene alla luce la fragilità di questo sistema bisogna stare attenti perché, se si fa un'analisi appropriata della situazione, si possono cercare i rimedi giusti. Altrimenti si rischia di arrivare a conclusioni che peggiorano il male. Quando si dice che la risposta consiste nel creare macchine elettorali al servizio del leader non ci si rende conto che è proprio quel che è stato fatto, Seconda Repubblica «Casini vuol creare il partito della nazione. Un partito della nazione c'è: siamo noi Nel Pd si impegnino tutti a superare dispute inutili» «Le responsabilità sono della destra liberista, ora misure per la crescita Il governo Monti? Lo sosterremo responsabilmente per tutta la legislatura» La transizione politica «Dalla crisi si esce a sinistra, il nostro vero avversario è la sfiducia» SIMONE COLLINI Primo Piano «Abbiamo fondato il partito a vocazione maggioritaria, il Pd, per suparare la crisi di sistema. Potevamo tenerci l'Ulivo se non ci credevamo» scollini@unita.it Il centrosinistra 6 DOMENICA 29 APRILE 2012
I l settore dei rifiuti è attraversa-to da un percorso di liberaliz-zazione incontrollabile, privodi garanzie per cittadini e operatori, di regole che tutelino ambiente e territorio. Nemmeno il referendum del 12 e 13 di giugno del 2011 è riuscito a fermarlo, nonostante il quesito contro la privatizzazione coatta dei servizi pubblici, approvato dalla maggioranza degli italiani, riguardasse anche il settore dell'igiene ambientale. I primi a pagare i costi di questo sistema sono i lavoratori. La difficoltà nel garantire un regime di sicurezza adeguato alla delicatezza del servizio offerto ha causato 10 morti sul lavoro nel solo 2010. L'ultima tragica storia è quella di Antonio Melfi, 41 anni, operaio precario morto in un incidente la settimana scorsa a Pisticci. Un Lsu mai stabilizzato dal Comune che da 15 anni lavorava nel settore rifiuti, 36 ore a settimana per 800 euro al mese. Sicurezza e salubrità dei luoghi di lavoro sono temi di rango costituzionale e previsti nei contratti di lavoro, attengono alla dimensione della dignità delle persone e a quella democratica nel suo complesso. In un sistema lasciato in pasto al mercato, salute e sicurezza sono subordinate alle logiche economiche. L'aumento delle aziende frammenta il ciclo e abbassa il presidio di sicurezza a causa della mancanza di continuità organizzativa. Le logiche del risparmio, ancor prima di quelle industriali, spingono verso l'affidamento dei servizi attraverso appalti al massimo ribasso, senza una vera gestione pubblica. Le richieste delle controparti datoriali, sempre argomentate con necessità di carattere economico, puntano alla compressione del costo del lavoro e ad aumentare le flessibilità operative. La situazione è poi aggravata dai tagli alle risorse e al personale, che colpiscono le amministrazioni deputate al controllo di legalità. La mancanza di controlli genera zone d'ombra nella tutela generale dei lavoratori e nell'applicazione dei contratti (mancato rispetto dei riposi tra i turni di lavoro, negligenza e noncuranza sui dispositivi di protezione, eccessivo ricorso agli straordinari). Un primo passo potrebbe essere l'elezione e la formazione continua delle rappresentanze per la sicurezza sul lavoro, utili a qualificare l'azione sindacale e a responsabilizzare le aziende. Ma è soprattutto necessario che il sistema dei controlli sia rafforzato e che le amministrazioni vengano responsabilizzate. Nessuna logica aziendale, nessun malinteso liberalismo, nessuna privatizzazione, più o meno strisciante, dovrebbe pregiudicare la vita di un singolo lavoratore. I n questi mesi il Parlamento halegiferato sul tema del costodel lavoro nel settore ferrovia-rio con il rischio di procedere lungo una spirale al ribasso una vera e propria Caporetto sociale. Ripercorrere le ultime vicende normative in materia può essere utile. La manovra dell'agosto 2011 aveva introdotto una norma che prevedeva come obbligo per le imprese ferroviarie di osservare «la normativa regolamentare ed i contratti collettivi nazionali di settore compatibili con la legislazione comunitaria ed applicati in modo non discriminatorio, con particolare riguardo agli standard definiti e alle prescrizioni in materia di condizioni di lavoro del personale». Le finalità della disposizioni erano evidenti. Regimi uniformi in materia di condizioni di lavoro, infatti, costituiscono uno strumento efficace di riequilibrio del mercato, tanto più in presenza di apertura dello stesso alla concorrenza. È proprio in simili circostanze che si accresce il rischio di atti di competizione sleale basata sul dumping sociale a danno dei lavoratori. D'altra parte per evitare tale rischio qualche mese prima era stata adottata una regola analoga per il settore postale. Per il settore ferroviario, per di più, le regole uniformi sono fondamentali per il rispetto dei requisiti minimi in materia di sicurezza. Naturalmente anche le parti sociali in questo quadro perseguono la definizione di un contratto unico della mobilità che le scorti fuori dalla giungla contrattuale che oggi caratterizza il comparto. Ciò non di meno, solo pochi mesi dopo l'adozione della norma in questione e prima ancora che fosse dato seguito all'individuazione di efficaci strumenti di attuazione, il d.l. sulle liberalizzazioni è non solo inopinatamente intervenuto a cancellare l'obbligo di applicare uno dei contratti nazionali di settore di riferimento, ma ha anche, tra le righe, depotenziato tout court il vitale appiglio alla contrattazione collettiva nazionale. Questo nonostante che la stessa antitrust nella circostanza si fosse espressa favorevolmente circa l'introduzione per legge di un obbligo di rispetto del contratto collettivo nazionale, ove siano in gioco profili di sicurezza. Per effetto della modifica da ultimo introdotta sarebbe consentito a tutte le imprese ferroviarie di contrattare a livello aziendale le regole del lavoro. Se prevalesse un certo orientamento interpretativo, all'impresa sarebbe consentito quindi di stabilire il “prezzo” della prestazione lavorativa senza vincoli e riferimenti, se non quelli di confronto di mercato. In cruda sintesi, il legislatore avrebbe autorizzato le imprese ferroviarie, ex-monopoliste pubbliche o nuove entranti private che siano, a far gravare il peso della serrata competizione in avvio del mercato sulle spalle dei lavoratori. Se il Paese aspira all'instaurazione di una competizione che verta su proposte imprenditoriali valide piuttosto che sul logoramento del valore dei fattori e della qualità delle prestazioni; su trattamenti adeguati che tutelino la professionalità degli occupati piuttosto che sull'aggiudicazione al ribasso del posto di lavoro; sull'offerta di servizi moderni ed efficienti piuttosto che al limite del decoroso, allora non c'è altra soluzione che ripensarci. Al Senato è in corso l'esame del ddl sul lavoro; potrebbe essere l'occasione per dare un esito positivo a questa vicenda. Maramotti INCIDENTI SUL LAVORO La tiratura del 28 aprile 2012 è stata di 97.666 DIRITTI E REGOLE UNIFORMI PER IL BENE DELLE FERROVIE SEGRETARIO NAZIONALE FP-CGIL DEPUTATA PD COMMISSIONE TRASPORTI RIFIUTI, MENO GARANZIE UGUALE PIÙ MORTI Silvia Velo Antonio Sgrò IL CONTRATTO NAZIONALE 25 DOMENICA 29 APRILE 2012
gigantesche, gente in cerca di notorietà e, udite udite, qualche politico venuto solo a partecipare e ad ascoltare, senza voler parlare o mettersi in mostra. Ben 56 di loro, assieme a tanti sindaci, hanno sottoscritto e presentato un disegno di legge che riporta le richieste di “Salvaiciclisti”. E poi ci sono tanti pedoni. Giovani, anziani, bimbi nei passeggini che con i ciclisti hanno in comune la richiesta del rispetto dei più deboli e dei più lenti, l'idea che se tutti andassimo più piano le nostre città sarebbero più belle e sicure. Tutti mettono da parte polemiche (l'unica è con la Gazzetta dello Sport che si è appropriata indebitamente, dicono, della campagna) e cercano di essere costruttivi. Il piccolo palco fatto con qualche mobile riciclato accoglie i racconti degli organizzatori, dei ciclisti arrivati da tutt'Italia (Torino, Milano, Puglia), le storie (messe in musica da tanti anni) dal “nostro” Andrea Satta, la lettura del decalogo. In otto punti “Salvaiciclisti” chiede sicurezza (autocarri con segnaletica sonora quando curvano, incroci sicuri, limite a 30 km/h nelle zone residenziali senza piste ciclabili), informazione (un'indagine nazionale sui ciclisti), formazione (test di guida in bici per la patente), investimenti (2% budget Anas per nuove piste ciclabili), politiche (nomina di un commissario alla ciclabilità in ogni città). Al centro dunque la richiesta di più piste ciclabili. Perché nel nostro Paese sono poche, corte e spesso abbandonate all'incuria e al degrado, come ha denunciato Legambiente. Solo otto città italiane infatti hanno percorsi adatti alle due ruote lunghi più di 100 km. «DIVENTIAMO OLANDESI» Si trattava di una manifestazione gemella rispetto a quella, originaria, di Londra (“Cities fit for cycling”) lanciata dal Times dopo la morte di una giornalista-ciclista schiacciata da un autocarro. Sulle rive del Tamigi si è pedalato da Park Lane fino a Blackfriars allo slogan “Love London go Dutch”, “Ama Londra, diventa olandese”, con riferimento alla patria («diventata grazie a scelte precise, non nata così», sottolineano gli organizzatori italiani) della bicicletta. Soddisfazione tra gli organizzatori, come spiega Rotafixa, al secolo Paolo Bellino, uno di loro. «È qualcosa di straordinario, mai accaduta in Italia una cosa simile. Ormai la strada è sempre più un posto feroce. Serve un'attenzione maggiore al non detto, basterebbero buon senso e interventi normativi per evitare le stragi stradali. Stiamo parlando di cittadini che vanno in bici, e non di ciclisti». L'appuntamento ora è per gli Stati generali della bici che si terranno a Reggio Emilia tra qualche mese. Gli organizzatori I gormiti dormono allineati sopra il termosifone. Gli italiani vanno in bici per salvare la pelle. Noi in piazza per salvare la pelle ai ciclisti. Continuano a smontare la tettoia di amianto e ho paura. Il vento soffia e non piove più. Non voglio respirare la morte. I mercati hanno deciso che Anna e Marco si devono lasciare, che la legna la possiamo mettere nel televisore, che i bambini non possono giocare senza casco, che una casa non la puoi comprare senza assicurazione, che un mio caro amico sta per morire. Io sono ancora giovane e ci vorrei provare. Io sono uno che vorrebbe essere un uomo che vale qualcosa, per questo sono sceso in strada con Salvaciclisti. Quelli della Lega hanno fatto sparire i soldi di tutti, ma anche quegli altri hanno fatto magheggi. Allora sono tutti uguali. Allora sei qualunquista (o realista). E noi siamo come loro. E tu parla per te. Chi ha ucciso Simonetta Cesaroni? Perché il Pescara non compra Messi? Perché ieri era inverno e ora è già estate? Quanto ho dormito? Dove sono i figli degli operai che fanno gli operai? Lavorano in TV solo i figli dei giornalisti famosi? I medici figli dei medici famosi? Perché i più ricchi in Italia sono i politici e i farmacisti? Ce lo dobbiamo ricordare? E' vero? E' uno scherzetto? Che motivo c'è di fare uno stadio nuovo per ogni squadra di calcio? Perché illuminare tutte le strade di campagna? Si rialza lo spread, compagni, i mercati dicono che Anna e Marco non si possono lasciare. Gli italiani dovranno abbandonare la bici e risalire in auto, c'è un paese da salvare. Non fa niente se qualcuno ci rimetterà la pelle. Al posto della tettoia di amianto sorgerà un bel palazzo e un cane pazzo ci andrà ad abitare. Il mio caro amico non può morire, prima deve pagare la sua pensione che non potrà godere. Lasciamo che la magistratura faccia il suo corso. Tutti sereni di fronte alla legge. La legge è uguale per tutti. Anche per i tunisini che spariscono nel Canale? Erano quattro barche e non sono più emerse. Le mamme li cercano. Affogati? Respinti? Respinti e affogati? A maggio sulle Dolomiti può nevicare. Tornerà l'inverno a primavera. Gormiti annoiati sulla mensola del termosifone, paralizzati e non possono reagire. Geo non ci gioca più, è finita una stagione. Ora sono solo dei brutti pezzetti di plastica eppure costavano un occhio della testa. Che stronzi sti gormiti! Però il terzino dell'Athletic Bilbao si chiama Amorebieta, un manifesto ecopacifista gioca nella ex Coppa Uefa. Questo può ruotare qualche umore. Maglie a strisce bianche e rosse e solo baschi sul prato verde, ostinazione e fierezza, antico valore. Nei giorni della Resistenza, mi viene in mente che si sono opposti a Franco. Amorebieta è in finale. Ora il muro è spento ed è tornato bianco, qualcuno sa qualcosa di quei tunisini? Intanto Geo vola sui pedali, anche la sua bici è a strisce rosse, mentre sui cinquantamila ai Fori scende la sera, ognuno si porterà a casa il suo sole. Gli occhi di Geo ingoiano gli ultimi raggi. Questa notte, almeno questa, sarà giorno. Andrea Satta È stato già depositato: otto punti per garantire a tutti più sicurezza Foto di Maurizio Brambatti/Ansa «Giorno straordinario mai in Italia una manifestazione simile» Il disegno di legge Andrea Satta DIO È MORTO LA NOSTRA CORSA COLLETTIVA PER SALVARCI LA PELLE Napoli travolto e ucciso È stato investito da un'autovettura mentre stava tornando a casa in sella alla sua bicicletta. Salvatore Della Torre, di 54 anni di Casandrino, in provincia di Napoli, è giunto in fin di vita in ospedale nella tarda serata di venerdì. L'uomo è morto poco dopo il ricovero a causa delle gravi ferite riportate nell'impatto. 23 DOMENICA 29 APRILE 2012
L a Siae ha sviluppatoun vero virtuosismodello scandalo constrascico di polemi-che, raggiungendouna sottile e raffinata tecnica polifonica: al momento gli scandali sono due, corrono paralleli come le voci di una fuga di Bach. Il primo, la creazione di fondi immobiliari per il patrimonio edilizio della società - operazione dai contorni opachi -, causa molto rumore e copre il secondo, ben più grave. È la stesura del nuovo statuto, per ora secretato nei meandri del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali (Mibac) e dove, secondo esclusive indiscrezioni raccolte da l'Unità, la realtà associativa vera della Siae, cioè gli autori, è ancora una volta sacrificata agli interessi più o meno trasparenti di lobby editoriali e politiche. Protagonisti sono i soliti noti, ma la commedia è divertente: potrebbe intitolarsi «Il colpo e il colpaccio». IL COLPO Il 28 dicembre 2011, la Siae trasferisce l'intero e cospicuo patrimonio immobiliare (valutato in circa 470 mln di euro) suo e di un Fondo pensioni in via di esaurimento dei suoi dipendenti presso due Fondi immobiliari dai nomi melodrammatici: Norma e Aida del valore di 260 mln di euro. La Cgil, insorge: i fondi immobiliari, per ormai consolidata prassi e giurisprudenza, sono un sistema per alienare un patrimonio edilizio e questa sembra una svendita, oltretutto decisa non dagli organi eletti dalla base associativa ma da una gestione straordinaria:la Siae è commissariata dal marzo 2011. Scende in campo con tutta la sua autorevolezza il direttore generale della Siae Gaetano Blandini, un protetto di Gianni Letta noto alle cronache poiché da direttore generale del settore cinema al Mibac intratteneva lunghe telefonate, intercettate, con Balducci per agevolare il finanziamento dei film prodotti dalla società delle signore Balducci e Anemone, un suggestivo e innocuo appetizer per l'incipiente scandalo della cricca e del sistema gelatinoso - laonde, sotto l'egida di zio Gianni, rapido amoveatur verso la Siae nell'ottobre 2009. La risposta di Blandini alla Cgil, un documento pubblicato sul sito della Siae e successive interviste, è un po' esagitata: descrive la Siae come la sentina di tutti i vizi, con i sindacati a farla da padrone, piena di assenteisti e raccomandati, e dove gli immobili per pagare le pensioni dei dipendenti iscritti al Fondo sarebbero affittati o venduti a cifre ridicole - vien da suppore a parenti e amici -, e dunque le pensioni le paga Siae stessa. Da uno che dice pane al pane ti aspetteresti le irrevocabili dimissioni: se le cose stessero così, lui in due anni da direttore generale non è riuscito a cambiarle. Sorpresa! Blandini non si dimette e rivendica la scelta dei Fondi che servirebbero a risanare il disastrato bilancio di Siae, regolarmente in perdita nel 2009-2010, quando lui stesso è direttore. C'è da chiedersi in generale se nelle società pubbliche o parapubbliche l'alienazione del patrimonio immobiliare serva a risanare i bilanci, oppure i passivi servano a giustificare l'alienazione dei patrimoni immobiliari? Blandini specifica anche che i fondi resteranno appannaggio di Siae: ma allora, a che servono? Secondo lui a ottenere liquidità, infatti un Fondo starebbe acquistando l'altro: insomma, Siae compra da Siae quello che è già di Siae. Altro che finanza creativa, questa sì che è vera avantgarde! E vai con esposti, articoli sui giornali, interrogazioni parlamentari, indagine informativa della Commissione Cultura della Camera. Se il governo tace e tutto va avanti come prima, l'alto clamore sulla vicenda oscura LUCA DEL FRA Nuovo scacco per gli autori che dovrebbero, invece, essere tutelati dalla stessasocietà.Mentreinfurianolepolemicheperlasvenditadelpatrimonio immobiliare ecco un nuovo statuto tutto rivolto agli interessi degli editori Così si chiamano i Fondi dove sono stati trasferiti 260mila euro ROMA DOPPIO SCANDALO ALLA SIAE www.unita.it Norma e Aida Il colpo e il colpacccio Un graffito a Milano Culture38 DOMENICA29 APRILE2012
Il libro S ono passati venti annidalla legge che lo ha mes-so al bando e sull'amian-to sappiamo quasi tutto.Sappiamo che è devastante per la salute, che ha un tempo di incubazione lungo, e che le sue fibre non lasciano scampo. Sappiamo che ha ucciso migliaia di persone (ieri era la giornata mondiale in memoria delle sue vittime), e che altre sono in attesa inconsapevole (il picco delle morti è atteso dal 2015 al 2020). Sappiamo anche che chi lo ha prodotto, come nel caso della Eternit, lo ha fatto conoscendo la sua devastante pericolosità. Eppure, venti anni dopo, nonostante tutte le nostre conoscenze, l'amianto è un killer sottovalutato. Ad oggi, ad esempio, non sappiamo in maniera certa quanti siano gli edifici da bonificare, le tonnellate da smaltire. Ci sono solo delle stime. Legambiente parla di circa 50mila edifici, 100 milioni di metri quadrati di strutture in cemento-amianto, 600mila metri cubi di amianto friabile. Il Cnr ha calcolato che ci sono oltre 32 milioni di tonnellate sul territorio. Tante, in ogni caso. Anche perché non sappiamo dove metterle. Non lo sanno, ad esempio, in Lombardia. In Italia è la regione che ha più amianto di tutti e il caso più significativo per descrivere un'impasse nazionale. Eppure la Lombardia era partita per tempo. Nei primi anni del nuovo secolo decise che entro il 2016 avrebbe dovuto smaltirlo tutto. Per questo venne creato il Pral, il Piano Regionale Amianto in Lombardia, che avrebbe dovuto tracciare una tabella di marcia. Che però non c'è mai stata. È stato fatto un censimento, non completo però. Frutto di rilevamenti aerei fotografici e alla denuncia spontanea di molti cittadini. Anche se in difetto, il risultato finale ha evidenziato di 45mila siti con amianto (di cui 1660 con quello friabile, il più pericoloso). Di questi 28mila sono da bonificare, 8500 in fase di bonifica, mentre oltre 7mila sono quasi completamente bonificati. Ma che fine fa l'amianto? In genere ci sono tre metodi per smaltirlo. Si può incenerire, inertizzare (ad esempio vetrificandolo) o mettere in discarica. Il primo procedimento è costoso e pericoloso (rilascia sostanze cancerogene), mentre il secondo è solo in fase progettuale. La discarica è il metodo più diffuso. L'amianto Foto Ansa Amianto, processo alle fabbriche della morte Giampiero Rossi Pagine 160 Euro 15,00 Melampo editore Sull'amianto venti anni di ritardo. Nessuno sa come smaltire il killer In Italia 32 milioni di tonnellate attendono di essere messe in sicurezza Manca un censimento. Tra proteste e indagini, il fallimento del modello lombardo affidato ai privati. Ieri la giornata mondiale per ricordare le vittime www.unita.it ROBERTO ROSSI L'ex operaio della Eternit Pietro Condello alla lettura della sentenza di condanna per i vertici della società. L'amianto continua a uccidere anche oggi Giampiero Rossi ripercorre le tappe del processo Eternit mettendo in evidenza tutte le prove d'accusa contro i padroni della fabbrica più discussa d'Italia. Italia Il dossier rrossi@unita.it 28 DOMENICA 29 APRILE 2012
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