Il pressing di Bersani: Anche il Pdl sale sul carro del vincitore. Più cauto Casini: «Buona notizia per l'Europa, non so per i francesi» Di un quarto Paese, laSerbia, non sappiamoancora ma anche là sidecideva il rapportocon l'Europa. Un filorosso cuce la bella vittoria di Hollande, l'avanzata, in Grecia, delle forze contrarie alla brutale politica di austerity imposta al Paese e il preoccupante sfondamento dei neonazisti. Persino il risultato nello Schleswig-Holstein, un piccolo Land dell'estremo nord della Germania ha un suo valore decisivo perché potrebbe portare alla presidenza un socialdemocratico assicurando alla Spd e ai Verdi la maggioranza del Bundesrat, cui spetta dare il via libera alle leggi di spesa. L'elemento comune è chiaro: in modi diversi, e fra loro contraddittori, gli elettori dei Paesi europei bocciano la strategia adottata contro la crisi dell'euro dalla destra conservatrice e neoliberale. Il successo di Hollande e le scure nubi di incertezza che coprono ora il cielo della Grecia inducono a una grande speranza e a grandi preoccupazioni, ma sono figli della stessa madre: il fallimento del pensiero unico che da anni condiziona la politica europea, quello secondo il quale alla crisi del debito non c'è risposta se non la più dura disciplina di bilancio. Il candidato socialista ha rotto il giocattolo: ha vinto perché si è presentato con delle scelte chiare e di sinistra, ha convinto gli elettori su un programma che prevede quella regolamentazione dei mercati finanziari che né i governi né le istituzioni dell'Unione hanno saputo - o meglio: voluto - perseguire. Il programma di Hollande tiene in conto, ovviamente, la necessità del controllo sui bilanci ma va davvero in direzione di quella crescita di cui in altri Paesi si chiacchiera molto ma si fa poco. Pure sul piano delle risorse: sono interessanti i riferimenti che il socialista ha fatto a un ruolo nuovo per la Bce, all'utilizzo delle disponibilità della Banca europea degli investimenti e, anche, del bilancio comunitario, i cui trasferimenti agli Stati potrebbero essere razionalizzati e meglio utilizzati con una specie di “spending review” europea. Ieri sera il vincitore ha fatto la sua prima telefonata da presidente in pectore ad Angela Merkel. Il futuro dei rapporti franco-tedeschi appare teso, pur se da una parte e dall'altra ci si è curati, negli ultimi giorni, di sdrammatizzare. Una cosa è certa: la cancelliera da ieri sera è più sola e, con le sue rigidezze sul Fiskalpakt, vacilla tutta la sua politica. Hollande ha convinto la maggioranza dei cittadini del fatto che il modello sociale europeo non solo è più giusto e più umano delle spietate regole del mercato “first of all”, ma è anche più moderno e, di fronte alla crisi che stiamo vivendo, più efficace. E dalla Grecia viene la controprova, in negativo, di questa verità. I due partiti che hanno appoggiato i durissimi piani imposti a Papandreu prima e Papademos poi non raggiungono insieme una maggioranza per governare. Le durezze della troika (Commissione Ue, Bce e Fmi) hanno prodotto quello che tutti si aspettavano: un'ondata di risentimento anti-europeo. Sulla sinistra, con Syriza che supera il Pasok, e sull'estrema destra con Chrysi Avghi, con il suo simbolo che richiama la svastica. La Grecia è il paradigma delle conseguenze che le austerity policies esasperate portano nelle società europee: il montare di istanze demagogiche e populiste, su cui è facilissimo che politici spregiudicati mettano le mani. La questione non riguarda solo Atene: la gioia per la vittoria di Hollande non nasconde l'inquietudine per il 18% preso da Marine Le Pen al primo turno e la considerazione che se tutti i voti del Front National fossero andati a Sarkozy il risultato sarebbe stato diverso. Anche negli altri Paesi sono in crescita partiti populisti anti-tasse, anti-establishment e anti-Europa. Persino nel piccolo Schleswig Holstein i “Piraten”, formazione programmaticamente antipolitica nata solo qualche mese fa, hanno conquistato l'8% dei voti. Difficile prevedere che cosa accadrà, ora, ad Atene. Nuove elezioni? L'uscita dall'euro? La bancarotta statale? Tutto è possibile, ma una lezione politica è già chiara: sta lì, tra le teste rasate che ieri sera festeggiavano il loro successo. L'INTERVISTA MARIAZEGARELLI ROMA Ora può esserci la «svolta» di cui l'Europa ha bisogno. E ora anche Monti può cogliere l'«opportunità» offerta dal cambio della guardia all'Eliseo, lavorando con un «alleato prezioso» per «incalzare» la Germania sulla crescita. È questo il ragionamento che, appena annunciata la vittoria in Francia di François Hollande, si fa nei partiti italiani, di centrosinistra e non. Se l'entusiasmo del Pd era scontato (Pier Luigi Bersani tra l'altro a metà marzo è volato a Parigi per firmare insieme a Hollande e al segretario della Spd tedesca Sigmar Gabriel una piattaforma programmatica comune dei progressisti europei), il Pdl già dopo il primo turno delle presidenziali d'oltralpe si era segnalato per il repentino voltafaccia, scaricando il «ventennale amico» (Berlusconi dixit) Nicolas Sarkozy e lanciando apprezzamenti per il leader socialista. E ieri c'è stato un degno seguito, al punto che il primo commento in lingua italiana del voto francese, a urne aperte e sulla base degli exit-poll belgi, è stato quello del coordinatore del Pdl Sandro Bondi, per il quale «il successo di Hollande può aprire uno spiraglio per correggere quegli accordi che contribuiscono a peggiorare la recessione economica in cui è avvolta l'Europa» (e pazienza se quegli accordi sono stati firmati dal governo italiano quando era presidente del Consiglio Berlusconi). STOPA DESTRA E POPULISMI Il discorso è più serio per quel che riguarda il centrosinistra. La vittoria di Hollande apre per il Pd prospettive fino a non molto tempo fa tutt'altro che pacifiche. Sia nel senso che ora è possibile un'inversione di rotta delle politiche europee, finora centrate sul rigore e la disciplina di bilancio per iniziativa soprattutto dell'asse Merkel-Sarkozy, sia nel senso che ora c'è la dimostrazione che un'alleanza tra progressisti e moderati è non solo possibile (il centrista François Bayrou si è schierato al secondo turno con Hollande) ma anche vincente. Con tutto quel che può significare per le vicende nostrane, in vista delle politiche del 2013. «È una vittoria che attendevamo ed è un passo determinante per invertire il ciclo disastroso dei governi delle destre e anche per sconfiggere i venti populisti e regressivi che si fanno sentire in Europa», dice Bersani guardando al risultato francese. Ora l'Italia, per il leader del Pd, «deve cogliere tutte opportunità che verranno dalla nuova situazione politica». Un discorso che riguarda il governo ma non solo. «Vince un'aggregazione forte che va oltre la Francia» «Sembra proprio così, François Hollande ha vinto le elezioni, ma io preferisco aspettare i risultati definitivi per brindare». Franco Marini, già presidente del Senato, saluta la svolta che sta per arrivare in Francia come un segnale fortemente positivo anche per il resto d'Europa. Marini, Hollande all'Eliseo. È l'inizio di unanuova fase? «Preferisco aspettare il dato finale delle elezioni, ma è evidente che l'Europa, e dunque anche l'Italia, hanno colto il senso della profonda differenza che c'è tra Hollande e Sarkozy che, con la sua politica confusa ma di sostanziale sostegno alla linea unilaterale dell'austerità della Merkel, ha mostrato tutta la sua debolezza. Per questo con la vittoria di Hollande, che ne ha preso le distanze con grande nettezza, ci sarà uno scossone forte in tutta l'Europa». ConlasconfittadiSarkozyancheinEuropasipuòlavorareperunmaggioreequilibrio tra rigore e crescita come ormai chiedonoi singoliStati? «Questa crisi, che è la seconda in cinque anni, mette in discussione i fondamentali dell'azione di governo dei Paesi europei. Una vittoria di Hollande, auspicata non soltanto da noi ma anche da molti moderati illuminati europei, significherebbe dare più forza alla politica europea di cui si è sentita la mancanza in questi anni. Nell'ultimo decennio nelle economie sviluppate si è passati da una produzione industriale pari ai due terzi di quella mondiale ad un terzo. Vuol dire che c'è qualcosa che non funziona in Europa: abbiamo subìto una politica egoistica della Germania che non potrà durare in eterno. Hollande è il simbolo di un'aggregazione forte, che va oltre la Francia, che punta ad un cambiamento profondo. Non vanno sottovalutate, al riguardo, le parole di Mario Monti che ha definito “compatibili” i programmi di Hollande con quelli del governo italiano. Questa crisi va riportata alle sue dimensioni reali: non riguarda soltanto i singoli Stati ma l'Europa intera e Hollande ha impostato la sua campagna elettorale tenendo presente che la sfida è questa». InFranciaBayrouha votatoper il candidato socialista in aperto dissenso con la politicadiSarkozy. «Il consenso di Bayrou ha un profondo significato politico perché si basa sulla consapevolezza della necessità di una politica economica che vada nella direzione opposta a quella tracciata da Sarkozy e di una Europa più forte politicamente e più coesa economicamente . C'è anche un'altra considerazione da fare: questa critica alla socialdemocrazia ha tutto il sapore di un giudizio ideologico insopportabile. Ho letto la lettera scritta da alcuni economisti conservatori secondo i quali la parola “socialismo” non dovrebbe più essere usata. Ma le due crisi che hanno attraversato l'Europa in cinque anni sono la dimostrazione del fatto che le ricette neoliberiste non sono in grado di dare una nuova possibilità all'economia. Deve essere l'Europa, con i suoi valori democratici ancora forti, a trovare un L'ANALISI FrancoMarini SVOLTAINEUROPA PAOLOSOLDINI paolocarlosoldini@libero.it LaGreciaè ilparadigma delleconseguenze delleausteritypolicies esasperate: ilmontare di istanzedemagogiche epopuliste «Il successodiHollande daràunoscossoneforte atutta l'Europa Èunaprimarisposta ainodidellacrisi edellaglobalizzazione» SEGUEDALLAPRIMA L'Europa cambia Dal voto un calcio alla linea del rigore SIMONECOLLINI ROMA 4 lunedì 7, maggio, 2012
BIECHICENTRALISTIDELLALOGI-CA,QUANTISONORIMASTIINTERDETTIDALLARICANDIDATURADIBOSSI ALLA SEGRETERIA DELLA LEGA DOPO ILSUO PASSOINDIETRODALLA SEGRETERIA DELLA LEGA. Il secessionismo padano fra parole e fatti, fra discorsi e realtà, fra spiegazioni e notizie (di reato), fra soggetto e predicato verbale, espugna l'oppressiva consequenzialità cartesiana per librarsi, illuminato dal Sole delle Alpi, in una fantasmagoria di voli pindarici e (per la corrente maroniana) barbarici: Belsito e Rosi Mauro sono cattivi perché terroni; la Lega è indagata perché si oppone al governo Monti; Bossi non sapeva che Belsito gli pagava le spese di casa e di Family; Bossi si dimette; Bossi, per l'appunto, si ricandida. E magari dopodomani, previo infuocato comizio nel basso varesotto in cui si alzano le mani sui giornalisti romani, non si ricandida più. Fino a venerdì, quando, in un'alata prolusione alla libera Università di Gemonio, si candida a segretario, presidente e tesoriere, venendo eletto sparata stante per acclamazione, unitamente al Trota, che assume la carica statutaria di triplice vice (carica certificata via fax dall'ordine notarile di Tirana): dopo la fase “ramazze di saggina”, la svolta del “Fresh and clean”, da far impallidire quella di Salerno. Svolta che Maroni lì per lì, dal vivo, ingoia; ma che la sera, a casa, su Facebook, deplora. E se poi quella tiranna della logica insiste con i suoi diktat di Regime, un grido dadaista la annienta: “Padania…” e sotto il palco, il popolo fiero in coro: “…libera!”. Soluzione la cui vincente illogicità valica i confini politici del Carroccio. Io, per esempio, adesso non saprei bene come concludere questo articolo, ma mi gioco l'arma segreta: “Padania…” e voi lettori all'unisono: “…libera!” (vedete che funziona?). TV Scene divita padana nellaLibera università diGemonio 06.45 Unomattina. Rubrica 11.00 TG 1. Informazione 11.05 Occhio alla spesa. Rubrica 12.00 La prova del cuoco. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.00 TG1 - Economia. Informazione 14.05 Tg1 Focus. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show. 15.15 La vita in diretta. Rubrica 15.45 Speciale TG1 Elezioni Amministrative. Informazione 16.50 TG - Parlamento. Informazione 17.00 TG 1. Informazione 17.10 Che tempo fa. Informazione 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Qui Radio Londra. Attualita' 20.35 Aari Tuoi. Show. Conduce Max Giusti. 21.10 Una grande famiglia. Fiction 23.25 Porta a Porta. Talk Show. Conduce Bruno Vespa. 01.00 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.10 Tg1 Focus. Informazione 01.30 Che tempo fa. Informazione 01.35 Qui Radio Londra. Attualita' 01.40 Sottovoce. Talk Show. 02.10 Rai Educational Rewind - Visioni Private. Reportage 06.30 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 09.30 Protestantesimo. Rubrica 10.00 Tg2 Insieme. Rubrica 11.00 I Fatti Vostri. Show. 13.00 Tg2. Informazione 13.30 Tg2 - Costume e Società. Rubrica 13.50 Medicina 33. Rubrica 14.00 Italia sul Due. Talk Show. 15.05 Ciclismo - Giro d'italia 2012: Horsens - Horsens. Sport 17.00 Private Practice. Serie TV 17.50 Rai TG Sport. Informazione 18.15 Tg2. Informazione 18.45 Ghost Whisperer. Serie TV 19.35 Squadra Speciale Cobra 11. Serie TV 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 21.05 Eva. Show. Conduce Eva Riccobono. 23.10 Tg2. Informazione 23.25 Stracult. Show. 00.50 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 01.00 Sorgente di vita. Religione 01.25 A proposito di Brian. Serie TV Con Barry Watson, Matthew Davis, Rosanna Arquette. 08.00 Agorà. Talk Show. 09.00 Agorà - Brontolo. Rubrica 10.00 La Storia siamo noi. Documentario 11.00 Apprescindere. Talk Show. 11.10 TG3 Minuti. Informazione 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. Informazione 12.25 Ciclismo: 95* Giro d'Italia si gira. Sport 12.45 Le storie. Talk Show. 13.10 La strada per la felicita'. Soap Opera 14.00 TG3 Regione. / TG3. 14.50 TGR Leonardo. 15.05 TGR Piazza Aari. 15.10 TG3 Speciale Elezioni Amministrative 2012. Informazione 18.10 TGR Speciale Elezioni Amministrative 2012. Informazione 19.00 TG3. / TG Regione. 20.00 Blob. Rubrica 20.10 Le storie. Talk Show. 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 Lucarelli racconta. Rubrica 22.50 TG3 Regione. Informazione 22.55 TGR Speciale Elezioni Amministrative 2012. Informazione 23.30 TG3 Linea notte Speciale Elezioni Amministrative 2012. Informazione 00.00 TG 3 Linea notte. Informazione 00.10 TG3 Regione. Informazione 01.00 Meteo 3. Informazione 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.40 La telefonata di Belpietro. Rubrica 08.50 Mattino cinque. Show. 10.10 Tg5. Informazione 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.45 Uomini e Donne. Talk Show. 16.05 Amici. Talent Show 16.45 Pomeriggio cinque. Talk Show. 18.45 Il Braccio e la Mente. Gioco a quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.30 Meteo 5. Informazione 20.31 Striscia la notizia - La Voce della contingenza. Show. Conduce Ficarra, Picone. 21.10 Scherzi a Parte. Show. Conduce Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu. 00.30 Terra!. Attualita' 01.30 Tg5 - Notte. Informazione 01.55 Meteo 5. Informazione 01.57 Striscia la notizia - La Voce della contingenza. Show. Conduce Ficarra, Picone. 02.27 Media shopping. Shopping Tv 02.40 Uomini e Donne. Show. 07.22 Come eravamo. Show. 07.25 Nash Bridges I. Serie TV 08.20 Hunter. Serie TV 09.40 Carabinieri. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Detective in corsia. Serie TV 13.00 La signora in giallo. Serie TV 14.05 Sessione pomeridiana: il tribunale di Forum. Rubrica 15.10 Flikken coppia in giallo. Serie TV 16.15 Il mio nome è Sergio Leone. Show 16.37 Commissario Cordier. Serie TV 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.30 Walker Texas ranger. Serie TV Con Chuck Norris 21.10 Per un pugno di dollari. Film Western. (1964) Regia di Sergio Leone. Con Clint Eastwood, Gian Maria Volonté, Marianne Koch. 23.28 Il grande Western italiano. Rubrica 23.35 I Bellissimi di Rete 4. Show. 23.40 Gli spietati. Film Western. (1992) Regia di Clint Eastwood. Con Clint Eastwood, Gene Hackman, Morgan Freeman. 06.50 Cartoni animati 08.40 Settimo cielo. Serie TV 10.35 Ugly Betty. Serie TV 12.25 Studio aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 What's my destiny Dragon ball. Cartoni Animati 14.55 Camera Cafè ristretto. Sit Com 15.05 Camera Cafè. Sit Com 15.55 Camera Cafè sport. Sit Com 16.00 Chuck. Serie TV 16.50 La Vita secondo Jim. Serie TV 17.45 Trasformat. Show. 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.25 C.S.I. Miami. Serie TV 20.20 C.S.I. Miami. Serie TV 21.10 C.S.I. - Scena del crimine. Serie TV Con Laurence Fishburne, Marg Helgenberger, George Eads. 22.00 C.S.I. - Scena del crimine. Serie TV 23.00 Il segreto di Claire. Film Horror. (2006) Regia di Jordan Barker. Con Gabrielle Anwar, Louis Ferreira, Forest Whitaker. 00.55 The shield. Serie TV 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. Conduce Tiziana Panella Enrico Vaime, Paolo Sottocorona. 11.10 L'aria che tira. Talk Show. Conduce Myrta Merlino. 12.30 I menù di Benedetta Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 J.A.G. - Avvocati in divisa. Serie TV Con David James Elliott Catherine Bell, Patrick Labyorteaux 15.00 Speciale Tg La7 - Elezioni Amministrativ Informazione 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Otto e mezzo. Rubrica 21.10 L'Infedele. Talk Show. Conduce Gad Lerner. 23.45 Tg La7. Informazione 23.50 Tg La7 Sport. Informazione 23.55 Madama Palazzo. Talk Show. Conduce Silvia Gernini. 00.30 (ah)iPiroso. Talk Show. Conduce Antonello Piroso. 01.25 Movie Flash. Rubrica 01.30 Otto e mezzo (R). Rubrica 21.10 Hanna. Film Drammatico. (2011) Regia di J. Wright. Con C. Blanchett E. Bana. 23.10 Le ragazze del Coyote Ugly. Film Commedia. (2000) Regia di D. McNally. Con P. Perabo M. Bello. 00.55 Kick-Ass. Film Azione. (2010) Regia di M. Vaughn. Con N. Cage M. Strong. SKY CINEMA 1HD 21.00 Balla con noi. Film Musical. (2011) Regia di C. Bornoll. Con A. Bellagamba A. Montovoli. 22.40 La maledizione della Prima Luna. Film Avventura. (2003) Regia di G. Verbinski. Con J. Depp O. Bloom. 01.05 Holes - Buchi nel deserto. Film Commedia. (2003) Regia di A. Davis. Con S. Weaver J. Voight. 21.00 Vento di primavera. Film Drammatico. (2010) Regia di R. Bosch. Con J. Reno M. Laurent. 23.10 Risvegli. Film Drammatico. (1990) Regia di P. Marshall. Con R. De Niro R. Williams. 01.20 L'uomo delle stelle. Film Drammatico. (1995) Regia di G. Tornatore. Con S. Castellitto L. Gullotta. 19.40 Bakugan Potenza Mechtanium. Cartoni Animati 20.05 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 20.30 Lo straordinario mondo di Gumball. Cartoni Animati 20.55 Adventure Time. Cartoni Animati 21.20 Takeshi's Castle. Show. 21.45 Young Justice. Serie TV 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Marchio di fabbrica. Documentario 19.30 Marchio di fabbrica. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Marchio di fabbrica. Documentario 21.30 Marchio di fabbrica. Documentario 22.00 Come è fatto. Documentario 18.35 Platinissima presenta Good Evening. Show. 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Via Massena. Sit Com 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 The Middleman. Serie TV 22.30 Deejay chiama Italia - Edizione Serale. Rubrica DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallel Docu Reality 19.20 MTV News. Informazione 19.30 I Soliti idioti. Serie TV 20.20 Jersey Shore. Serie TV 21.10 Jersey Shore. Serie TV 22.00 Jersey Shore. Serie TV 22.50 Crash Canyon. Serie TV MTV RAI 1 21.10: Una grande famiglia Serie Tv con S. Sandrelli. Martina propone a Raul di adottare il piccolo Salvatore. 21. 05: Eva Rubrica con E. Riccobono. In studio il prototipo dell'auto intelligente e un test sull'adrenalina. 21.05: Lucarelli racconta Reportage con C. Lucarelli. “Nicola Calipari, in quel luogo, in quel momento”. 21.10: Scherzi a parte Show con Luca e Paolo Vedremo come hanno reagito le star ai crudelissimi scherzi della redazione. 21.10: Per un pugno di dollari Film con C. Eastwood. Un pistolero solitario si intromette nella faida tra due famiglie. 21.10: C.S.I. - Scena del crimine Serie Tv con L. Fishburne. Si indaga sulla morte di un'assistente sociale e di una vittima di bullismo. 21.10: L'Infedele Attualità con G. Lerner. Si aronteranno temi dicili di attualità con il contributo degli ospi RAI 2 RAI 3 CANALE 5 RETE 4 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY Enzo Costa Giornalista CHIARI DI LUNEDÌ 24 lunedì 7, maggio, 2012
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MARCZUCKERBERGHA27ANNI,ÈILFONDATOREEPROPRIETARIO DI FACEBOOK ED È DESTINATO A DIVENTARE IL PIÙ GIOVANE MILIARDARIO NELLA STORIA DELLA BORSAAMERICANA.Sembra una favola, la conferma che il «sogno americano» esiste. «L'amicizia» di Facebook, con il suo popolo stimato in 900 milioni di utenti attivi in giro per il mondo, passa dalla leggerezza dei sentimenti alla freddezza tecnologica del mercato automatizzato Nasdaq di New York che nell'ultimo quarto di secolo ha deciso il successo o il fallimento di migliaia di imprese che traggono la loro linfa vitale da Internet. Per Zuckerberg il futuro è rosa, così come lo stanno descrivendo con un certo diretto interesse le più grandi banche d'affari americane con il loro esercito di analisti, consulenti, intermediari, collocatori di titoli, a caccia di profitti miliardari e di un successo che alimenti la catena malata di stock options, incentivi, retribuzioni da primato. Fino alla prossima caduta, al prossimo inevitabile crack. Si parte oggi con il giovane ex studente di Harvard, affiancato dai suoi due amministratori per l'operatività e la finanza, che spiegherà al mondo quanto è bella e redditizia la società per azioni Facebook, che potrebbe raggiungere la capitalizzazione da primato di 100 miliardi di dollari. Una cifra mai vista prima per l'offerta iniziale di azioni al pubblico da parte di un'impresa. Una follia considerato che Facebook ha otto anni di vita e ricavi che a malapena toccano i 4 miliardi. Ma la «febbre» è altissima. Il 18 maggio è atteso l'esordio di «Fb» sul mercato. La quotazione di Facebook cade in un momento poco brillante per l'economia mondiale e anche negli Stati Uniti, dove in autunno si vota per le presidenziali e quindi l'economia deve andare bene «per forza», la congiuntura pur migliore rispetto a quella europea offre alti e bassi preoccupanti. Però anche nei momenti poco felici, l'America è capace di tirare fuori qualche campione, il caso che consente di voltar pagina, di offrire una speranza a tutti, di rappresentare il capitalismo statunitense come il migliore e l'unico capace di creare occasioni di progresso, ricchezza, sviluppo. Negli ultimi trent'anni i sogni sono stati alimentati dalla New Economy, da quella onda di novità economiche e culturali che rompe con il passato perchè impone un'economia basata sulla conoscenza, le nuove tecnologie in un contesto generale in cui il rischio, l'incertezza e la vocazione al cambiamento sono la regola e non l'eccezione. Questo cambiamento trova le sue origini nell'avvento delle tecnologie digitali, in Internet e nelle applicazioni web. Ma potremmo aggiungere come fattori scatenanti la cultura, la formazione di nuove generazioni, lo scambio intenso di collaborazione, saperi, esperienze e interessi economici tra l'università e l'impresa. UNACREATURAMUTANTE Facebook è un prodotto di questo mondo. Zuckerberg non era ancora nato quando Bill Gates e Steve Jobs avevano già fondato, sviluppato le loro creature. Ma alla pari di Microsoft, Apple e altri nomi prestigiosi usciti dalla Silicon Valley, anche Facebook sembra destinata, nel momento di maggior successo, a trasformarsi in una creatura diversa dalle sue origini, in un'impresa forse sociale ma con l'istinto, congenito nell'impresa capitalistica, alla prevalenza, forse alla prepotenza, certo al monopolio così comodo per battere i concorrenti e macinare profitti. Questa condizione sembra aver rotto e superato l'aspirazione democratica, aperta, per alcuni persino anarchica e libertaria, rappresentata da Tim Berners-Lee, l'inventore del World Wide Web, un genio paragonato al padre della lampadina Thomas Edison, ma così idealista da non brevettare la sua scoperta. Siamo in una fase diversa. Siamo alla seconda ondata del capitalismo della Rete, un'epoca di grandi innovazioni ma pure più cinica della precedente. Anche nella Silicon Valley, in California, considerata la culla dell'economia di Internet, è scomparsa la felice, disordinata creatività che negli anni Novanta aveva determinato la nascita, la proliferazione di migliaia di imprese, la corsa alla quotazione in Borsa, le scandalose stock options e poi la costruzione di una «bolla» finanziaria speculativa che, al momento dell'esplosione, fece morti e feriti tra le imprese e soprattutto tra i sottoscrittori di azioni. La crisi ha prodotto una selezione durissima, sono rimaste in piedi e hanno potuto nascere e svilupparsi quelle imprese dotate di un grande patrimonio di idee, di prodotti e anche di capitale. Si è esaurito, sotto i colpi dei fallimenti, il filone d'impresa che aveva come colonna sonora i Grateful Dead, che respirava l'aria geniale e un po' pazza di Haight-Ashbury e oggi trionfa il capitalismo dotcom in versione grisaglia e banche d'affari. Forse è un'evoluzione inevitabile. STORIEDIRETE Le imprese della Rete hanno ormai emulato il comportamento del capitalismo tradizionale, i più forti hanno cercato di comprare i concorrenti più deboli, hanno privilegiato la crescita tramite acquisizioni piuttosto che seguire la strada dello sviluppo per linee interne, e così si è creato un gruppo ristretto di grandi multinazionali che determinano il bello e il cattivo tempo. La selezione seguita all'esplosione della «bolla» del 1999-2000 ha consentito a un pool di giganti tecnologici e della conoscenza di consolidare un potere che già avevano e di creare le condizioni per evitare che altri concorrenti potessero affacciarsi. Gli esempi sono molteplici. Microsoft è diventata con Windows quel monopolista che l'Europa conosce bene per le indagini dell'ex commissario alla concorrenza Ue Mario Monti. Il successo di Apple abbina il design e l'efficacia di prodotti straordinari con lo sfruttamente indecente di centinaia di migliaia di operai cinesi. Il capo miliardario di Oracle, Larry Ellison, uno sempre ai primi posti nella classifica dei manager più pagati al mondo, ha approfittato della crisi e ha comprato qualche competitore come Sun Microsystems, Siebel e PeopleSoft. Il geniale Jeff Bezos, fondatore e proprietario della libreria on line Amazon (che da qualche mese ha aperto un centro logistico nei pressi di Piacenza), sta diventando il monopolista del mercato editoriale americano. Amazon controlla oggi il 20% della vendita dei libri negli Usa, quota che sfiora l'80% per l'e-book. Un grande successo, non c'è dubbio. Ma per alcuni anche una minaccia: all'inizio Bezos vendeva e basta, ora punta a produrre direttamente i libri e a distribuirli con tanti saluti ai vecchi editori. Persino Google, il motore di ricerca per eccellenza, il «bigliotecario del mondo», ha fatto un po' di shopping con You Tube e Double Click. Adesso vedremo cosa combinerà Mark Zuckerberg, con quell'aria pulita da bravo ragazzo alla vigilia della prima comunione. Poche settimane fa Facebook ha pagato un miliardo di dollari Instagram, una società creata nel 2010 che ha sviluppato un'applicazione per smartphone per scambiare e modificare fotografie. Una cifra folle, così come appare insensata la valutazione di 100 miliardi per Facebook, futuro monopolista dell'amicizia come marchio d'affari. Il vecchio capitalista Warren Buffett, «l'oracolo di Omaha», non investirà in Facebook, «se lo facessi il medico mi ricovererebbe» ha detto. Chissà se ha ragione o se è solo paura del nuovo che avanza? INUMERIDEL FENOMENO INCHIESTA NewEconomy vecchioprofilo «L'amicizia»diFacebookinBorsa Socialnetworktra«bolle»emiliardi RINALDOGIANOLA rgianola@unita.it Parteoggi loshowper quotare lasocietà,valutata ben100miliardididollari Unafolliaoharagione ilmercato?Zuckerbergtenta di rinnovare ilmitodiGates eJobs,compresi idifetti Anchelenovità piùaperte, libertariedel webdiventano ostaggiodi banched'affari easpirano almonopolio 100 miliardi di dollari è il valorestimato diFacebook allavigiliadelcollocamento delleazioni perentrare sulmercato Nasdaq diNewYork.È l'offerta iniziale di azioni più riccamai realizzata daun'impresa 57,3% È la quota di azionicon diritto divoto che resterànellamani del fondatoreMark Zuckerbergdopola diffusionedei titoli al pubblico 13,6 miliardi di dollariè l'introito stimato per Facebookderivantedal collocamentodelle azioni 900 milioni, è il numero di utentiattivi registrati in tutto ilmondo, dichiaratidal socialnetwork 250 milioni sono le fotografie scaricate mediamenteogni giornonel mondo attraverso Facebook 4 miliardi di dollari sono i ricavi realizzati nell'ultimobilancio dalla societàcaliforniana, conuna crescitadel90% sull'esercizio precedente 27 anni, è l ‘etàdi Mark Zuckerberg, fondatoredi Facebook, socialnetwork creato appenaotto anniall'UniversitàdiHarvard MarkZuckerberg, fondatore diFacebook,è il più giovanemiliardariodel capitalismoamericano lunedì 7, maggio, 2012 21
Hollande può infatti essere un grande alleato, per Monti, per «incalzare» (il verbo è stato usato dal presidente del Consiglio) Merkel verso politiche per la crescita: «E spero non sfugga a nessuno - dice Bersani - che l'Italia ha tutto da guadagnare da un avanzamento della piattaforma dei progressisti europei, che riesce anche a individuare obiettivi di crescita da affiancare a un rigore che se è cieco ci porta a una recessione indomabile». Un primo test, in questo senso, può venire dalla ratifica in Parlamento del “Fiscal compact”, fortemente voluto dall'asse Merkel-Sarkozy e che Hollande in campagna elettorale aveva annunciato di voler riformare. Il Pd non farà mancare il suo voto favorevole, ma Bersani è convinto che il governo debba sfruttare l'effetto del voto francese per integrare il trattato con misure a favore della crescita. «Sono certo che Monti vorrà cogliere tutti gli spazi per un cambiamento delle politiche europee», è il suo ragionamento. «Il Fiscal compact può essere emendato per diventare praticabile e sostenibile. E l'Italia ha tutto l'interesse a cogliere ogni spazio perché ciò sia possibile». PROGRESSISTIE MODERATI Ma la vittoria di Hollande, leader del partito socialista francese a capo di un'alleanza che va dall'esponente di sinistra Jean-Luc Mélenchon al centrista Bayrou, dice anche altro per Bersani: «È così impensabile quello che diciamo anche in Italia - chiede retoricamente il leader Pd - e cioè che la ricostruzione del Paese possa essere affidata a un incontro tra forze progressiste e anche moderate contro il populismo delle destre fallimentari?». UDCCAUTA,SELENTUSIASTA La vittoria di Hollande viene però commentata in modo diverso da Casini e Vendola, con il leader centrista che si limita a un conciso «la vittoria di Hollande può essere salutare per l'Europa, ho più dubbi che lo sia per i francesi», e con il leader di Sel che esulta: «La sinistra che difende l'Europa sociale, l'Europa dei diritti e del welfare, vince ovunque». Berlusconi, tanto più dopo la vittoria di Hollande, continua a spargere la voce che il Pd voglia andare al voto in ottobre. È una tattica, che dà fiato a chi come Vendola e Di Pietro chiede al Pd di staccare la spina al governo, e che punta ad inaugurare sotto il segno dell'instabilità la prossima legislatura. Una trappola in cui Bersani non cade. «Non attribuisca a noi intenzioni sue», è la replica all'ex premier. La vittoria socialista in Francia non fa cambiare i piani del Pd, dal punto di vista dei tempi: «Sosteniamo Monti fino al 2013». SARÀ NECESSARIOANCORAQUALCHE GIORNOPERCAPIRECOSA CAMBIERÀINEUROPA DOPOQUESTO CURIOSOELECTIONDAY. Per varie ragioni sono infatti andate al voto Italia, Francia, Germania e Grecia, a cui bisogna aggiungere il grande successo del Partito laburista inglese alle elezioni amministrative della scorsa settimana. Ma un dato sembra ormai certo: la sinistra europea, dopo una lunga fase di appannamento che l'ha condotta quasi ovunque all'opposizione, è tornata in campo. Lo sta facendo con una ritrovata capacità di proporre un'analisi autonoma non più presa a prestito dalla cultura neoliberale. Termini come uguaglianza, diritti e lavoro sono tornati prepotentemente di moda nel vocabolario dei progressisti, dopo essere stati ingiustamente marginalizzati - se non addirittura banditi - durante i ruggenti anni Novanta. Ma è soprattutto nel campo delle politiche europee che osserviamo le maggiori discontinuità rispetto al recente passato. La sinistra sembra essersi finalmente emancipata da quell'asfissiante visione tecnicistica che aveva ridotto l'europeismo alla mera esaltazione del mercato unico, della competitività e dei vincoli contabili, per proporsi come forza garante di un rilancio di quel progetto comunitario affogato nelle paludi dell'austerità e dell'egoismo nazionale in cui è stato condotto dai partiti conservatori nell'ultimo decennio. La prova elettorale di questi giorni - e soprattutto l'esito delle presidenziali francesi - misurerà la capacità di trasformare questa ritrovata autonomia culturale in un credibile progetto politico. Sarà innanzitutto necessaria una grande lucidità nell'individuare, nel quadro più generale di una riforma delle istituzioni comunitarie, politiche e azioni capaci di portare al più presto il vascello europeo fuori dalla tempesta. Se tutti ormai parlano di politiche per la crescita come panacea di tutti i mali, bisogna prendere sul serio l'ammonimento posto ieri da Leonardo Domenici su queste pagine, ovvero che ad una nuova fase di sviluppo bisogna arrivarci vivi e questo non è affatto scontato. Se è dato per acquisito - almeno fra i progressisti che la causa della crisi in cui ci troviamo non è l'eccesso di indebitamento pubblico, ma il gravissimo dissesto del sistema finanziario privato, è evidente che il suo risanamento è condizione necessaria e imprescindibile per arrestare la caduta della produzione e dell'occupazione. Il risanamento richiederà varie forme di intervento pubblico, dall'assorbimento dei debiti privati non più esigibili alla ricapitalizazione di alcune banche private. Ma affinché la riparazione tenga, è necessario che ai titoli pubblici dei Paesi dell'euro venga restituita affidabilità e qualità finanziaria per tutto il tempo necessario agli investitori privati per ricostruire la loro piena operatività sui mercati. Il portafoglio di qualsiasi investitore, infatti, richiede la presenza di una solida base di attività prive di rischio, senza le quali non è possibile nemmeno calcolare in modo credibile i prezzi e quindi i temibili spread. Nella vita economica, però, non c'è niente di assolutamente privo di rischio ed è necessario inventarlo attraverso quello che Paul Samuelson - riferendosi alla moneta - chiamava «espediente sociale». A questo scopo occorre creare quella base finanziaria pubblica priva di rischio, sottraendola dalle forze di mercato - a partire innanzitutto dalle agenzie di rating e sottoponendola a un regime di prezzi amministrati dalle istituzioni responsabili della stabilità monetaria e finanziaria. Gli strumenti tecnici ci sono e varie sono le proposte in campo, prima fra tutte la messa in comune di parte del debito pubblico europeo con meccanismi di compensazione capaci di non penalizzare i Paesi virtuosi. L'importante è scegliere in fretta, già nelle prossime settimane. Senza questo importante passo, sia le manovre fiscali di consolidamento dei conti pubblici che eventuali piani di rilancio della crescita saranno inutili. Mettere in cima all'agenda questo tema può essere il primo segnale che, con i progressisti al governo dell'Europa, l'uscita dalla crisi non sarà più soltanto uno slogan con cui aprire i resoconti ufficiali dei meeting europei. equilibrio tra lo spazio dell'iniziativa privata e gli spazi che gli Stati riescono a darsi». Dibattito, quello sulla socialdemocrazia che ha attraversato anche il suo partito, ilPd. Lei losostiene superato? «Io credo che la socialdemocrazia abbia fatto anche cose molto buone e non ritengo corretto escludere a priori alcune ricette che può offrire per uscire da questa crisi. L'intervento dello Stato sulle regole e sulla sua iniziativa per riequilibrare welfare e servizi esterni all'impresa è necessario. Hollande con il suo programma risponde a queste nuove esigenze che la crisi e la globalizzazione pongono. È fondamentale una ripresa di una visione più equilibrata anche per il ruolo che le istituzioni europee possono avere. Il senso politico della vittoria di Hollande è racchiuso qui: nel ruolo che la Francia, e l'Italia insieme alla Francia, può avere per imprimere in Europa un rafforzamento di politiche economiche comuni nei Paesi membri». AncheinItaliasivota.Laprimavoltadopo il governo Monti. Sarà un test anche per i partitinazionali? «Starei molto attento a dare un significato nazionale a elezioni amministrative. Certo, il Pdl e la Lega sono in grande difficoltà e queste elezioni probabilmente renderanno ancora più evidente la loro spaccatura e la disaffezione dei loro elettori, ma non legherei questi risultati alle elezioni politiche che dovranno tenersi nel 2013. Non dimentico che con Achille Occhetto il Pds andò molto bene alle amministrative del 1993 ma nel 1994 le politiche le vinse Berlusconi». Al Nazareno c'è ottimismo sui risultati checonosceremosoltanto domani (oggiper chi legge,ndr). «Anche secondo me il Pd andrà bene, soprattutto nel Nord Italia, dove Lega e Pdl si presentano divisi. Ma spero che dopo queste consultazioni si apra una riflessione interna sulle primarie. Quando ci sono quelle di coalizione il Pd deve arrivarci con un suo candidato e non come è accaduto in diverse città con due o tre aspiranti sindaci. Tuttavia devo dire che non mi dispiace affatto se a far vincere il centrosinistra è il candidato di uno dei partiti con i quali andremo a governare nel 2013». «Monti colga l'occasione» . . . Un'opportunità s'aggira nel Continente . . . Diritti e lavoro sono termini tornati di moda . . . Il leader Pd: «Anche in Italia serve un'alleanza tra forze progressiste e moderate» L'ANALISI RONNYMAZZOCCHI I sostenitori di Nicolas Sarkozy in lacrime FOTO ANSA Il presidente uscente Nicolas Sarkozy lascia il palco dopo il suo discorso «d'addio» FOTO DI CHRISTOPHE KARABA/ANSA Finalmente la sinistra ripudia il liberismo Ora una nuova agenda lunedì 7, maggio, 2012 5
CaraUnità Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense,131/L_0154_Roma lettere@unita.it Da15anni conme Auguri. Come sempre entrerete a casa mia. È dall'età di 15 anni che vi leggo. FerruccioGasparotto BOLOGNA Finalmente Bello, bello! Finalmente, dopo averla letta, torneremo a farci il cappello da muratore. MarioDallasta ROMA Eora compratelo Spero soltanto che serva a far vendere più copie, Dio come voglio che viva l'Unità! RomeoBertossi REGGIO EMILIA Buonviaggio Buon viaggio cara vecchia, nuova Unità! Staremo insieme anche stavolta, noi che ne abbiamo viste e..raccontate di tutti i colori. La mia amatissima Unità con il corsivo di Fortebraccio in prima pagina. L'Unità che mi ha accompagnato nella crescita. L'Unità che ogni domenica mattina, cascasse il mondo, portavamo nelle case dei compagni. Ed erano ottimi caffè, discussioni. L'Unità con dentro Tango, poi Cuore. L'Unità di Antonio Gramsci che amava la libertà e odiava gli indifferenti. L'Unità e gli ottimi film che mi ha regalato, l'Unità e i preziosi libri che conservo. L'Unità nelle bacheche delle mie mille sezioni lungo il Bel Paese. L'Unità e l'Italia che sarà. L'Italia che faremo. Buona strada. EnzoSciamè NEMBRO (BG) Stocon voi Ogni volta che un giornale “rilancia” e rinnova è una buona notizia. Se poi a farlo è l'Unità è una buona notizia che, per me, vale il doppio. Per questo vi auguro buon lavoro e di raggiungere, con la nuova Unità, tutti i traguardi che vi siete dati. È una bella sfida, in tempi non facili per la stampa, una sfida che riguarda tutto il mondo del centrosinistra e di quell'Italia che vuole un Paese migliore. Ci serve un'Unità sempre più vivace, intelligente, aperta, appassionata e combattiva. WalterVeltroni Inboccaal lupo Tantissimi in bocca al lupo. Mai come oggi è necessaria una voce libera e autorevole che parli di lavoro e di lavoratori FiomCgil BOLOGNA Ilmondodegli invisibili Mi ero molto affezionato all'Unità piccola perché era comoda da portare in tasca, da leggere sull'autobus. Comunque aspetto con ansia il nuovo giornale e spero di trovare lo stesso spirito battagliero di sempre, la stessa voglia di raccontare il mondo del lavoro e del non lavoro. Ciao, in bocca al lupo. Roberto CATANZARO Ilmiogiornale Ho imparato a leggere con l'Unità che mio nonno stendeva sul tavolo della cucina, alla domenica, dopo aver fatto la distribuzione straordinaria. È da quando sono piccola che è il mio giornale. Comunque sarà, anche grande come un lenzuolo o piccola come un francobollo, continuerò a leggerla perché è la mia voce di libertà in un Paese senza libertà. Tenete duro. Stefania FIRENZE Quelloche vorrei Vi dico che vorrei trovare nel nuovo giornale: più voci della gente, la gente che si ascolta solo quando accade qualche fatto grave, come nel caso del tipo che ha messo sotto sequestro un'agenzia di Equitalia. Ecco, siamo in molti ormai disperati e disillusi, con la speranza ridotta al lumicino. Venite a vedere almeno voi come si vive con 800 euro al mese. Venite a vederlo e raccontatelo ai nostri governanti che sembrano abitare sulla luna. RobertoMaltese PAVIA Lacomprerò Sono molto curioso, anche se ho l'abbonamento settimanale on line la comprerò!! FernandoFedele MODENA Bellanotizia Per me è una bella notizia... Chi è fan del piccolo ricorda (giustamente) che in treno non si deve sbracciare. Giusto. Ma è bello anche sbracciarsi e mostrare il giornale che si legge (voglio dire: lo fanno i lettori del Giornale... ). GiulioGiombetti BRESCIA Quandoil giocosi fa duro È un momento difficile per l'Italia: la crisi ci toglie il sonno, non si vede luce per il futuro dei nostri figli. L'impegno di un giornale scomodo come l'Unità deve essere ancora più pressante. Anche se vi cacciano dalle fabbriche dovete ritornarci, esserci, testimoniare. Quando il gioco si fa duro, i duri ricominciano a giocare. E io voglio giocare con voi. Forza Unità. LiviaTombretti PINEROLO Unanuovastagione Questa nuova stagione de l'Unità comincia in un giorno di speranza per l'Europa e per l'Italia. Un quotidiano rinnovato come strumento ancora più efficace per contribuire con le proprie cronache, analisi e proposte alla necessaria battaglia delle idee che ci attende. Auguro con tutto il mio affetto pieno successo alla direzione e alla redazione de l'Unità. MassimoD'Alema ROMA Bel formato Il «berliner» è un bellissimo formato, elegante, comodo: non vedo l'ora di sfogliarlo. Bravi EnricoRotelli MILANO Seisempre statagrande Per me l'Unità è sempre stata grande. Comunque, un grande in bocca al lupo! Di cuore. SerenaBersani PARMA L'auguriodi Sel Care compagne e cari compagni de l'Unità, il nostro più affettuoso «in bocca al lupo» per la nuova avventura che intraprendete. Per tanti di noi, le pagine del giornale hanno segnato in modo forte, momenti belli e meno belli della nostra vita, le vittorie e le conquiste civili della sinistra, le sconfitte subite, le tragedie che hanno segnato tanti momenti bui della Repubblica. E poi c'è davvero bisogno di «voltare pagina» dopo anni di distruzione da parte della destra, c'è davvero un rinnovato bisogno di parole, di analisi, di dialogo, di inchieste, di stimoli. Quello a cui ci ha abituato l'Unità nel corso della sua storia, quello che l'Unità rinnovata farà nei prossimi mesi che sono davvero decisivi per cambiare l'Italia, per cambiare la sinistra e tutti noi. NichiVendolacon Sel Dallapartedel torto Mi piace augurarvi le migliori soddisfazioni per il vecchio giornale fondato da Gramsci che cambia di nuovo veste grafica, citando una frase di Bertolt Brecht: «Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati». Siamo seduti con voi. Dalla vostra parte. Luana LIVORNO Aiuta lavoratricie lavoratori Notizia positiva, il pluralismo dell'informazione, soprattutto quello “sociale”, aiuta le lavoratrici e i lavoratori Marco BOLOGNA IN UNA RECENTE PUNTATA DI REPORT MILENA GA-BANELLI HA MOSTRATO ESEMPI NOTEVOLISSIMI DI COMEFRONTEGGIAREL'ATTUALECRISI,sia con interventi delle amministrazioni locali in collaborazione con i cittadini, sia con esperimenti più ambiziosi sorretti da una ricerca teorica e da qualche applicazione pratica. Si tratta di esperimenti che mirano a dar vita a forme di denaro che non consentano la speculazione. Sono esempi di piccoli centri, in Italia e altrove, che possono suggerire, oltre a qualche speranza di cambiamento futuro, delle utili riflessioni. Per esempio su quel tipo di partecipazione alla vita politica e democratica che sembra sfuggir di mano ai partiti. Non sono più tempi infatti di grandi contrapposizioni ideologiche delle quali i partiti si fanno banditori. Le scelte generali continuano a essere importanti per caratterizzare una politica di vertice; tuttavia la loro enunciazione non sembra sufficiente a ispirare partecipazione e consenso diffusi. Da un lato è evidente che la politica è fortemente determinata dalla situazione mondiale: non c'è molto spazio per una politica nazionale autonoma, il che contribuisce ad abbassare il livello di interesse della gente per il dibattito politico; da un altro lato, quali che siano le limitazioni imposte dalla nostra partecipazione al mondo globalizzato, i cittadini devono fare i conti con molto concreti e urgenti problemi locali di vita e di sopravvivenza. Questa situazione suggerisce di procedere a due livelli: ci sono problemi di natura generale che hanno la loro logica e i loro tempi; e ci sono problemi particolari rispetto ai quali l'idea, per fare un esempio, che “manchi il lavoro” è semplicemente assurda. Innumerevoli sono le cose che in ogni comunità locale abbisognano di intervento, innumerevoli le cose utili da fare e a cui provvedere, mettendo in campo capacità di invenzione e di innovazione collaborativa tra le istituzioni locali e i cittadini. Un'amministrazione politica che sappia inventare lavoro, che trovi modi efficaci per razionalizzare ed economizzare le risorse a vantaggio della comunità e dei più deboli, avrà risolto in un colpo solo i problemi della partecipazione e del consenso. Per dirla brutalmente: meno “filosofie” sullo sviluppo, e maggiori competenze amministrative e impegno in progetti da seguire passo passo, entrando nel vivo delle questioni quotidiane. Viviamo in un'epoca frenetica. Persino il riposo è invaso dalla spettacolarizzazione e dalla mercificazione del cosiddetto tempo libero, per non parlare del tempo “rubato” per gli spostamenti lavorativi e per i problemi del traffico nei grandi centri urbani e un po' dappertutto: non c'è dubbio che dedicarsi alla vita delle sezioni di partito è più difficile che in passato. È necessario invece che le persone avvertano la presenza della politica e delle sue utili scelte lì dove esse vivono i loro reali problemi: per questi il tempo dell'impegno non manca mai. Proprio nel misurarsi di persona con le esigenze di tutti, i cittadini, non più lasciati soli, impareranno a comprendere anche le grandi questioni generali, la fonte delle contraddizioni e delle ingiustizie nelle quali è ingabbiata la loro vita. Solo allora troveranno interessante interrogarsi sui problemi generali della finanza e potranno apprezzare magari la proposta di immaginare forme di denaro efficienti nello scambio locale, ma segnate, come il cibo dei supermercati, da una data di scadenza: se non le rimetti in circolo, ti scadono. Non è pensabile oggi convertire la finanza mondiale a simili idee ma, a livello locale, non è impossibile favorire, per esempio, la creazione di istituti di credito che riscoprano l'autentica vocazione della banca: che non è quella di farsi protagonista e promotrice di speculazioni finanziarie, ma quella di fornire ai cittadini l'aiuto necessario al lavoro e alla vita. Qualcosa sta cambiando Luigi Lusi con i fondi pubblici ci va a nozze, ma non è detto che venga arrestato. Mentre la Lega nord, che pensa che i nostri soldi per il suo finanziamento li possa buttare pure dalla finestra, li usa per comprare lauree extracomunitarie al figlio del proprio capo. Perché questi politici non si rendono conto che così stanno devastando il nostro sistema democratico? MASSIMOMARNETTO lettore Le previsioni per Luigi Lusi, tesoriere della Margherita, non sono buone. La Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato, probabilmente, voterà sì per la richiesta di arresto inoltrata nei suoi confronti dai pm di Roma. Pagherà solo lui? Difficile dimenticare che Nicola Cosentino e Alberto Tedesco se la sono cavata di fronte ad accuse anche più gravi di quelle rivolte oggi all'ex tesoriere di Francesco Rutelli e difficile non sentire, tuttavia, che la musica è cambiata, che il tempo della polizza casco per i politici eletti in Parlamento è scaduto e che portarne altri più o meno vistosamente compromessi alle prossime elezioni sarà più difficile che in passato. La stanchezza di un'opinione pubblica frastornata dal susseguirsi degli scandali potrebbe funzionare da deterrente per un'abitudine che si era orribilmente consolidata negli ultimi anni. Il tempo in cui si scherzava dicendo che i carichi pendenti o le accuse dei magistrati erano un titolo invece che un handicap per chi voleva fare carriera politica potrebbe essere davvero finito. Senza bisogno di una legge e per merito, credo, della stampa libera di un Paese ancora (incertamente) democratico.... Carlo Sini Filosofo L'intervento La grande crisi globale e le utili iniziative locali . . . La situazione mondiale sta assorbendo la politica . . . Ma è anche dal territorio che arrivano spunti e idee COMUNITÀ Dialoghi Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 22.45 La tiratura del 6 maggio 2012 è stata di 102.135 copie 18 lunedì 7, maggio, 2012
Il buio oltre la siepe, a Pescara, è venuto fuori tutto in una volta, in sette giorni. Da quando un ragazzone di 29 anni ha ammazzato a colpi di calibro 38 un altro giovane, cinque anni più giovane. Omicidio a sangue freddo, covato chissà quanto e innescato, pare, da una discussione a muso duro di pochi giorni prima. Rancori che covavano sotto alla cenere, nel crocevia di storie un po' oblique e in penombra, dove finisce il calcio, il tifo e cominciano altri affari non proprio pulitissimi. Da questa storia, però, rischia di non uscire nessuno pulito, e non solo perché la spedizione punitiva in via Polonia ha sbagliato l'obiettivo. Per terra doveva rimanerci Antonio Rigante, non suo fratello Domenico. I rom cercavano lui, e adesso tutti cercano i rom. Perché da lì, un primo maggio di rivoltellate e sangue, è cominciata una gigantesca caccia all'uomo, alimentata dall'odio e dalla paura. La caccia della polizia a Massimo Ciarelli, l'assassino, e insieme la caccia della gente, di tutta la città, all'Altro. Ieri erano in centinaia, qualcuno dice migliaia, a chiedere giustizia per Domenico che ha lasciato una donna, Angela, una bambina di pochi mesi e una città furibonda. Il sindaco, Luigi Albore Mascia, si è dovuto rifugiare sui gradini del municipio, davanti ad una folla che inneggiava la cacciata dei rom dalla città e il pugno duro per tanti, troppi episodi «impuniti», secondo la folla. Qualche capo degli ultras ha preso la parola, e poco dopo ha anche dato una calmata ai più esagitati: «Non ce l'abbiamo con chi lavora e si comporta bene, ma con chi si sveglia la mattina per fregare la povera gente e la umilia con la prepotenza. Questi fanno il comodo loro, hanno ville di 4 piani, macchine da 100mila euro e tutti sanno come se le pagano, voi sapete da 40 anni dove sono e non fate niente: questi si devono allineare. I magistrati, quando li prendono, devono dare pene esemplari». Ad un certo punto è dovuto intervenire il signor Pasquale, il papà di Domenico, a farli ragionare e a farli stare buoni: «Io vi ringrazio, ora torni la calma, scioglietevi perché quello che dovevate fare lo avete fatto». MARCIASULQUARTIERE Il sindaco Mascia, quello che aveva promesso di essere «inflessibile» per la morte di Piermario Morosini, ha difeso la sua comunità: «Pescara violenta? Da sindaco la cosa mi preoccupa. Bene le forze dell'ordine, ora bisogna arrestare gli altri del commando ma devo dire che questo fatto di sangue rappresenta un'anomalia nella storia di Pescara, proprio per il modo crudele e violento con cui Rigante è stato assassinato». Parole di buon senso, di molto buon senso in momenti in cui bastava un fiammifero in più per appiccare un incendio, le ha spese il questore, Paolo Passamonti: «I rom? Sono spariti... ma vorrei ricordare che sono cittadini italiani a tutti gli effetti, stanziali dagli anni ‘40, e che non tutti sono dei delinquenti». Non tutti però hanno scelto la calma e i nervi saldi. Qualcuno ha preferito cavalcare la tigre, sperando magari in qualche zampata a effetto. È il caso di Marco Forconi che è candidato sindaco a Montesilvano per Forza Nuova, ma ieri si è messo alla testa del corteo almeno racconta chi lo ha visto, sempre non fosse un sosia - che si è staccato dall'adunata di piazza per marciare, nel vero senso della parola, sul quartiere Rancitelli, dove vivono molti dei rom che risiedono a Pescara. Alcune centinaia di persone, molti di loro tifosi della squadra di calcio, ma anche molti esponenti di Forza Nuova locali. La tensione è arrivata allo zenith, solo un cordone delle forze dell'ordine predisposto fin dalla mattinata ha evitato che andasse in scena un'altra spedizione punitiva, genesi di una faida dai contorni etnici. La polizia intanto continua a cercare i sei uomini che erano con Ciarelli la sera del delitto. Anche per questo, il corteo che puntava sui rom si è sfarinato verso la città vecchia, facendo dietrofront. Almeno per questa volta. SALVATOREMARIARIGHI srighi@unita.it . . . Il sindaco difende la città: «Non è violenta» Il questore prudente: «Sono cittadini italiani» A Pescara migliaia di persone al corteo anti nomadi. Tentativo di assalto bloccato dalla polizia Il questore: «Molti stanno lasciando la città» La manifestazione dopo l'uccisione di un capotifoso Dovevano calare in massa a Jesolo per festeggiare i Carabinieri e invece, superando ogni attesa, sono giunti in 80 mila per rendere omaggio, però, ai loro amici di Aprilia morti in un incidente stradale. Il 22/a raduno nazionale dei Carabinieri - dopo che sabato il pullman che portava 22 persone è uscito di strada vicino a Padova provocando cinque morti e 18 feriti - è stato annullato e stamane l'appuntamento è stato, sotto una pioggia finissima ed insistente, in un silenzio attonito davanti ad un altare da campo in una piazza cittadina, una messa di suffragio. «Un evento di festa, di valori non negoziabili è diventato un momento di dolore, di lutto, di pianto». Così nell'omelia Mons. Corrado Borlenghi, cappellano militare del Comando generale dei Carabinieri, ha ricordato le due donne e i tre uomini vittime dell'incidente. Mons. Borlenghi, coadiuvato dal cappellano militare del Veneto Tombolan, ha sottolineato che è per la tragedia che si è abbattuta sulle cinque famiglie di Aprilia che si è svolta la «celebrazione di speranza, una celebrazione che ci fa essere certi che quelli che ci hanno preceduto sono nelle mani di Dio». Ricordando le vittime legate tutte all'Arma (uno di loro, Roberto Arioli, era il presidente dell'associazione carabinieri in congedo di Aprilia), il cappellano ha tenuto ad evidenziare che l'Arma dei Carabinieri «è una grande famiglia, che nel momento di prova fa stringere uno accanto all'altro come fanno i passeri quando fa freddo, sui rami, quando c'è neve. Come i passeri noi ci stringono e continuano a sperare». Parole che sono state ascoltate dagli 80mila presenti in un silenzio profondo e condivise, tra gli altri, dal comandante generale dell'Arma, Leonardo Galitelli, dal presidente del Consiglio regionale del Veneto Clodovaldo Ruffato, dal sindaco di Jesolo, Francesco Calzavara, attorniato dai cittadini e da altri vertici civili e militari giunti stamani da altre Regioni. Il picchetto d'onore dei Carabinieri e l'intonazione del silenzio hanno chiuso il rito religioso, accompagnato da un lungo, unico applauso. «È l'unico applauso che ci sarà in tutta la giornata» ha ricordato lo speaker prima che iniziasse la sfilata. ITALIA La manifestazione degli ultrà del Pescara contro la comunità rom alla quale appartiene l'omicida del tifoso biancoazzurro Domenico Rigante FOTO DI MASSIMILIANO SCHIAZZA/ANSA Rom in fuga dalla follia ultrà ILCOMMENTO LUIGI MANCONI SEALCUNE MIGLIAIADIPERSONE,NELLACIVILISSIMA CITTÀ DI PESCARA,TENTANODI FARSIGIUSTIZIA DASÉ,C'ÈDAPREOCCUPARSINON POCO.Se quelle stesse persone assumono come capro espiatorio un'intera comunità, allora il desiderio di giustizia già si è fatto voglia di vendetta. E se, infine, quella oscura pulsione a rivalersi su una collettività, viene raccolta, gestita e indirizzata da una forza politica - qualunque essa sia - la situazione rischia davvero di precipitare. Ma c'è, nella vicenda di Pescara, qualcosa di più inquietante ancora: bersaglio della mobilitazione popolare non è un gruppo di stranieri o un'improvvisata baraccopoli, bensì una comunità di cittadini italiani, lì insediati da una settantina d'anni, Rom per lontana origine etnica e, parzialmente, per cultura. Un'aggregazione interna, sotto il profilo giuridico, al sistema della cittadinanza nazionale, e considerata estranea quando non nemica per peculiarità di stili di vita e di valori di riferimento. E, infine, per condotte trasgressive e per comportamenti ai limiti della legalità, e oltre, pure se non maggiormente diffusi e frequenti di quelli registrati in numerose aree periferiche del nostro Paese. L'integrazione e la pacifica convivenza tra le comunità Rom e il resto della cittadinanza è tra i problemi di più ardua e faticosa soluzione per le politiche locali. A queste ultime, oltretutto, si destinano sempre meno risorse in mezzi economici e interventi sociali. E, tuttavia, il cuore del problema è altrove. Risiede nella necessità davvero inderogabile di non consentire che le condizioni di precarietà sociale e, in particolare abitativa, di quei gruppi si sovrappongano fino a identificarsi, con quelle che richiedono un'attività di prevenzione e repressione da parte delle forze di polizia. Detta sinteticamente, tanto più sarà efficace l'azione investigativa contro il traffico di sostanze stupefacenti, o la ricettazione o l'estorsione, quanto più sarà incrementata l'integrazione scolastica dei minori Rom. Infine, emerge una questione politica. Qui e altrove, Forza Nuova, ma anche la Lega, giocano un ruolo determinante in qualità di «imprenditori politici dell'intolleranza». Sono essi, e altri soggetti dotati di un certo insediamento territoriale (in questo caso una parte dei tifosi del Pescara), che raccolgono l'angoscia di strati popolari inquieti e traducono quell'ansia collettiva in volontà di rivalsa, da indirizzare contro nemici. La massima attenzione verso ciò che quella mobilitazione rivela - frustrazione e domanda di giustizia - va accompagnata dalla più severa critica e dalla lotta politica aperta nei confronti degli apprendisti stregoni che manovrano, oscenamente, i sentimenti e le paure di gruppi sociali che la crisi economica rende più vulnerabili. Gli imprenditori dell'intolleranza soffiano sul fuoco In 80mila ricordano gli amici morti nel bus A Jesolo il raduno dei carabinieri è stato trasformato in un omaggio FOTO ANSA PINOSTOPPON ROMA lunedì 7, maggio, 2012 15
Anche i ricchi piangono. Che la crisi stesse toccando molte categorie, era cosa nota, ma adesso l'Istat annuncia che lo tsunami economico inizia a travolgere anche chi veniva giudicato lontano dal pericolo: i manager. L'Istituto di ricerca ha evidenziato come nel triennio che va dal 2008 al 2011, i dirigenti sono calati del 20,8%, passando da circa 500mila a 396mila. La scure si è abbattuta su tutti, senza grandi differenze tra uomini (-21,5%) e donne (-19,7%). Un calo drastico, tanto da spingere Federmanager, l'associazione di categoria, a chiedere un tavolo con il governo per cercare di affrontare il problema. La richiesta è stata inoltrata già dallo scorso fine aprile dal presidente di Federmanager, Giorgio Ambrogioni, che ha scritto una lettera al viceministro del Lavoro, Michel Martone, per chiedere il «riavvio del confronto che era stato aperto dal precedente governo, vista la situazione di eccezionale gravità in cui versa la categoria che rappresento». CAUSE Secondo Ferdermanager è facile che a risentire della contrazione siano stati tutti i comparti, visto che i tagli hanno interessato sia il settore pubblico che quello privato. In modo particolare nel privato, spiega Giorgio Ambrogioni, hanno molto pesato «le ristrutturazioni e le delocalizzazioni, i due problemi che hanno generato questo tonfo epocale. I profondi processi di ristrutturazione hanno portato le piccole e medie imprese a diventare sempre più piccole e le grandi a snellire gli organici dirigenziali. Il processo di delocalizzazione, che sposta all'estero tante realtà produttive prima situate in Italia, ha inevitabilmente contribuito a questa situazione. E poi ci sono tutti gli altri recenti fenomeni, dalle privatizzazioni alle liberalizzazioni». «Con il rischio sempre più forte e concreto» continua Ambrogioni «che il dimagrimento dell'organico dirigenziale, per certi versi anche comprensibile, possa diventare una sorta di anoressia irreversibile e dalle conseguenze devastanti». PRECARI Secondo l'associazione di categoria ci sarebbe quasi una «minaccia di estinzione», almeno in Italia, per i manager. Ed in effetti la riduzione del personale dirigente è risultata vertiginosa, segnando una vera e propria rottura in un contesto di contrazione generale dell'occupazione (tra il 2008 e il 2011 il numero complessivo ci chi lavora è sceso del l'1,9%). Ma i numeri che riguardano i manager fanno impressione. Ambrogioni spiega poi come la categoria si ritrova oggi di fronte «al problema di migliaia di persone che a 45-50 anni sperimentano il dramma della disoccupazione ed è sempre più difficile ricollocarle a fronte di un mercato che è fermo. Secondo i numeri di cui disponiamo, soltanto una minima parte riottiene la stessa qualifica una volta rientrata nel mondo del lavoro». «Tanto che ormai» continua il presidente di Federmanager «spesso un ex dirigente è costretto a vedere il bicchiere mezzo pieno quando ottiene nuovamente un posto di lavoro ma si ritrova declassato a quadro. Oppure quando deve rinunciare alla posizione di lavoratore dipendente ed è costretto ad aprire una partita Iva di alto livello professionale, con prestazioni rivolte normalmente a uno o più piccoli imprenditori che non possono fare assunzioni ma si avvalgono della consulenza di un esperto per essere più competitive nel mercato». Ecco che in questo modo nascono i “manager precari”, una categoria fino a pochi anni fa non solo inesistente, ma addirittura impensabile. Manager precari che, ricorda Ambrogioni, sono oggi «scarsamente protetti, figure professionali che sono sole, prive di tutele previdenziali, assistenziali o assicurative ed in balia del mercato del lavoro, esattamente come capita a molti altri lavoratori in questo periodo». «Il decreto non salverà gli esodati», le vittime della riforma pensionistica rimaste senza stipendio né pensione. Sindacati e opposizione avvertono la ministra Fornero, tentata nei giorni scorsi dall'idea di chiudere prima del tavolo di mercoledì con le parti sociali la partita dei 65mila «esodati-salvaguardati»: quelli che in due anni matureranno i requisiti per la pensione previsti dalla vecchia normativa. Per loro c'è la copertura finanziaria del Milleproroghe e la ministra vorrebbe definire tutto con un decreto. Per tutti gli altri non c'è nulla. Ecco il primo scoglio della trattativa: dividere i lavoratori e allontanare i problemi, non piace a Cgil, Cisl e Uil, e non piace ai partiti. Per i primi il nodo esodati va sciolto tutto insieme; i secondi non vogliono trovarsi magari al governo con una bomba ad orologeria sul tavolo. Del resto, fa notare il segretario Cisl Giorgio Santini, «i risparmi ottenuti con la riforma delle pensioni sono già a bilancio e non possono essere utilizzati per gli esodati senza copertura». Piuttosto è meglio trovare una soluzione «strutturale», che metta delle pezze là dove la riforma Fornero ha creato le falle. In questo senso il Pd ha presentato una proposta che allarga la platea dei tutelati. La riforma stabilisce che i lavoratori che hanno lasciato l'azienda con un accordo e sono entrati in mobilità prima del 4 dicembre vadano in pensione con le vecchie regole. Il Pd vuole dare questa possibilità a tutti quelli che sono entrati in mobilità nel 2011. Un'idea che sembra non dispiacere né al Pdl né all'Udc. Mentre di fronte all'eventualità di un decreto che risolva solo la questione dei 65mila «salvaguardati», l'ex ministro Cesare Damiano, avverte: «Non dovremmo limitarci ai casi per i quali è già prevista una copertura finanziaria. Si dovrebbero prevedere clausole di adeguamento delle risorse economiche per coprire le necessità di tutti i lavoratori rimasti in questo limbo». Anche per Maurizio Zipponi, responsabile Welfare Idv, il decreto «deve riconoscere l'aggancio alla pensione a tutti i lavoratori che prima del dicembre 2011 hanno firmato un accordo» per l'uscita dal lavoro. Su un altro punto tutti concordano: la ministra non decida prima di incontrare i sindacati. «Vorrebbe dire che non fa tesoro dell'esperienza. Gli esodati li ha creati lei con la riforma delle pensioni», dice Carla Cantone segretaria Spi-Cgil. Una riforma lampo, senza confronti. «Per gli esodati non basterà il decreto» Le urne renderanno più difficili gli equilibri del governo GIUSEPPECARUSO MILANO . . . «Molti oggi sono “precari”, costretti ad accettare declassamenti o ad aprire partite Iva» La crisi colpisce anche la categoria dei manager La crisi non risparmia nemmeno loro Impietosi i dati Istat sul triennio 2008-2011 La Federazione di categoria: «Tutta colpa delle delocalizzazioni e delle ristrutturazioni» È un voto amministrativo, non «un test su Mario Monti». Ma al di là del responso delle urne, spiegano da Palazzo Chigi, «il rischio» è che «possa ridursi l'agibilità parlamentare dell'iniziativa di governo». Il timore è che, per motivi opposti «ma convergenti», ambienti diversi della maggioranza possano «stoppare l'azione di risanamento» avviata dall'esecutivo tecnico. Si capirà da domani se le «increspature» registrate in campagna elettorale si trasformeranno «in tempesta», in vista delle politiche che si avvicinano a grandi passi. La navigazione», in ogni caso, si preannuncia «difficile» perché le tensioni tra i partiti e al loro interno «in vista del 2013 potrebbero perfino acuirsi». La barra da tenere dritta, secondo Palazzo Chigi, è quella «di una crisi gravissima» dalla quali «non siamo ancora usciti, malgrado i passi avanti già fatti». E la preoccupazione, accentuata dalla propaganda elettorale di queste settimane, è che «i cittadini comprendano appieno la realtà con la quale fare i conti». Un certo «populismo diffuso a piene mani alla vigilia del voto», al contrario, rischia di «cambiare le carte in tavola con conseguenze gravissime per il Paese». Esplicito il malessere per «il tiro a bersaglio contro il governo delle tasse». Gioco con il quale si sono esercitati molti esponenti del Pdl ( segretario in testa), e i giornali d'area centrodestra. Monti, tuttavia - spiegano dal governo - sta alle assicurazioni di Berlusconi: sosterrò il governo fino alla conclusione naturale della legislatura. La tentazione del Cavaliere di passare «all'appoggio esterno»? «Propaganda preelettorale», sdrammatizzano. «Una crisi dietro l'angolo», al momento, non viene messa nel conto. L'esito delle amministrative, tuttavia, potrebbe accentuare «il rischio pantano» che minaccia l'azione di governo. Conseguenza della ventilata sconfitta del Pdl. E della possibile avanzata amministrativa del Pd che «incalzato da Sel e Idv, potrebbe risentire dei riflessi delle tensioni sociali di fronte alle quali la sua base elettorale non rimane indifferente». Analisi preoccupata, quindi. E per navigare tra i marosi Monti si affida, ancora una volta, ai buoni uffici del Colle. Ma a fronte della crisi economica che colpisce pensioni e salari, lasciando senza prospettive intere generazioni di italiani, la ricetta non cambia («qualunque sia il responso delle urne»): rigore da una parte e crescita «senza spendere di più» dall'altra. Per «tentare di dare una scossa al Pil» Monti punta prima di tutto «sul buon esito della richiesta di allentare la linea del rigore già avanzata all'Europa». La otterrà? La vittoria di Hollande «offre una sponda», spiegano dal governo, e Monti «potrebbe giocare adesso un ruolo da mediatore tra Parigi e Berlino». L'obiettivo? Non certo la riapertura della partita sul Fiscal compact, irrealistica viste le posizioni di Angela Merkel. Ma l'avvio di negoziati che portino in tempi rapidi ai Project bond, a potenziare la Banca europea per gli investimenti, al mercato unico, ecc. Nella «ragionevole speranza» che anche la Cancelliera, per evitare l'isolamento e fronteggiare al meglio il dopo Sarkozy, possa imboccare una strada diversa da quella - a senso unico del rigore. Anche se l'esito delle elezioni greche potrebbe sancire «un'istabilità destinata a riflettersi sull'intera Europa». L'ITALIAELACRISI Centomila manager fuori NINNIANDRIOLO ROMA GIUSEPPEVESPO MILANO Le forze politiche concordano: ci vuole un provvedimento che «sani» tutti coloro che hanno lasciato il lavoro entro il dicembre del 2011 Damiano, Pd: «Si trovino le risorse» 8 lunedì 7, maggio, 2012
François Hollande IL RITRATTO MICHELEPROSPERO Nicolas Sarkozy Il conto alla rovescia si ferma sui display di France2. In fondo al tappeto rosso che si srotola virtualmente fino all'ingresso dell'Eliseo, appare il volto del nuovo presidente. François Hollande ha vinto, 51,7 per cento contro il 48,3. La «più grande sorpresa della Quinta Repubblica» alla fine è solo un flop. Che ci avesse creduto davvero, o fosse stata la sua solo la determinazione del combattente, Sarkozy ha sbagliato le sue previsioni. A due ore alla chiusura dei seggi e il suo staff cancella i preparativi per la festa in place de la Concorde. È il primo presidente in carica, dopo Giscard d'Estaing nell'81, a non essere riconfermato al secondo mandato. Una disfatta, anche se i pronostici - mai una volta sono stati dalla sua parte e la rincorsa è partita da poco più del 30 per cento. Hollande ha vinto, con lui una visione diversa dell'Europa. Nel suo primo discorso da presidente, dalla sua roccaforte a Tulle, il nuovo presidente francese non può fare a meno di dirlo. «Il 6 maggio sarà un nuovo incipit per la Francia e per l'Europa». Si volta pagina, Sarkozy lo ammette senza perdere tempo. Le sue prime parole, con gli stretti collaboratori, sono quello di un uomo sconfitto che si aggrappa a quello che resta, sapendo che la destra di Le Pen e il centro di Bayrou sono pronti a spartirsi le sue spoglie. «Non vi dividete, restate uniti», dice ai suoi. Alle politiche di giugno non sarà lui, annuncia, a guidare l'Ump. Ma alla Mutualité, davanti ad una folla di fan, parla ancora da presidente, forse più che in altre occasioni. «La sconfitta è mia», dice Sarkò, la Francia ha scelto. Fa i suoi auguri ad Hollande, invitando i suoi sostenitori a mostrargli rispetto. Si chiude un capitolo, per sé si ritaglia un ruolo diverso: «Sarò un francese tra i francesi. Pensate alla Francia, pensate ai francesi, vi voglio bene, grazie». Un oceano di fischi lo saluta nella piazza socialista, elettrizzata dopo ore di attesa. Dal Belgio dove i quotidiani hanno ignorato l'embargo sugli exit poll arrivano notizie più che incoraggianti già dal pomeriggio. A place de la Bastille, dove Mitterrand celebrò la vittoria oltre venti'anni fa - l'ultima per i socialisti nell'88 - la festa comincia in anticipo, tra bandiere, rose rosse e champagne. «È come se entrassi nelle mie carte, in quello che scrivevo, come un telespettatore che entra nel film e diventa attore», twitta Valerie Trierweiler, giornalista, compagna di Hollande e neo-premiere dame di Francia senza un certificato di nozze. La commozione è grande in casa socialista. «È una grande emozione, dopo tanto tempo», dice Martine Aubry, segretaria del Ps. Tanto tempo, sì, lo ricorda anche il neo-eletto presidente. «In molti aspettavano questo momento da lunghi anni, i più giovani non lo avevano mai vissuto», dice. Ma alla Francia che lo ascolta ripete: «Sarò il presidente di tutti». E come Sarkozy, invita al rispetto per l'avversario. «Siamo un solo Paese». Il neo-presidente vuole unire, sanare fratture e divisioni. Nel suo primo discorso da vincitore Hollande spalanca le porte della speranza. Parla di giustizia e giovani come due pilastri della sua politica: pensare ogni atto politico secondo la bussola di quello che può garantire una maggiore equità e un avvenire migliore per i «figli della repubblica». «Nessuno sarà lasciato indietro», dice. «L'Europa ci guarda. In molti Paesi europei c'è stata una sensazione di sollievo. L'austerità non può essere più una fatalità». Sarà la sua missione, dice, riportare uguaglianza e benessere nel Paese, ma anche oltre confine. «Lo dirò a tutti i partner europei, a cominciare dalla Germania». MISSIONE INEUROPA Berlino, appunto. A seggi ancora aperti Marc Ayrault, consigliere di Hollande aveva fatto sapere che «se eletto» il candidato socialista avrebnbe avuto subito un colloquio con Angela Merkel. Già in serata, dopo la chiusura dei seggi. Perché la vittoria di Hollande travalica i confini nazionali ed è destinata a cambiare la bussola europea, le coordinate sulle quali dovrà muoversi l'Unione se non vuole annegare in una virtuosa recessione. La Cancelliera tedesca aveva puntato apertamente su Sarkozy, diventando protagonista della sua campagna elettorale - e rifiutando un colloquio al candidato socialista. La sconfitta di Sarkò è anche la sua, l'altra parte del binomio «Merkozy». Merkel ora può scommettere in una resa delle buone proposizioni del leader socialista al realismo dei mercati. Ma la sua linea rigidamente rigorista è più isolata che solo qualche settimana fa. Il miracolo tedesco non sembra più tale, se lo Spiegel denuncia che la ricchezza anche in Germania si ferma ai piani alti e il potere d'acquisto ha un percorso da gambero per una larga parte della società. «Lavoreranno insieme a un patto per la crescita» dell'Europa è il primo commento del ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle. Già da domani, da oggi, si cambia. MARINAMASTROLUCA mmastroluca@unita.it Hollande all'Eliseo «Francia, si cambia» Sarkozy: colpa mia Il politico di professione che distingue destra e sinistra ÈUN SOCIALISTA MODERATOQUELLOCHE CONQUISTAL'ELISEO TURBANDONON POCOIL SONNODELLA GRANDEBORGHESIA (non solo) francese con la sua proposta scioccante di una elevata tassazione delle grandi fortune finanziarie. Con un padre di estrema destra e una madre di sinistra, Hollande sin da studente maturò la scelta della militanza attiva, dapprima a fianco dei comunisti, e poi avvicinandosi ai socialisti. Dopo i primi passi nella scuola cristiana, la laurea in giurisprudenza e un periodo di studi in America, Hollande si diploma nella celebre scuola dell'alta amministrazione (l'Ena) e diventa anche docente di economia. Il suo percorso di “specialista più politico” mette insieme una severa formazione burocratica e una collaudata esperienza amministrativa. Con la sua prestigiosa carriera politica (per 11 anni è stato il segretario del Ps, deputato, vice presidente di Regione, sindaco) Hollande archivia la stagione dell'antipolitica che in Francia celebrò i suoi fasti soprattutto nelle presidenziali del 2007. Si fronteggiarono allora «Sarko l'Americain», che aveva accentuato la presidenzializzazione del partito e imposto la selezione del candidato all'Eliseo con le primarie, e Ségolène Royal. I due campioni del marketing che privilegiavano la leggerezza della comunicazione, in luogo di programmi pesanti ed esibivano lo strumentario dei sondaggi per farsi avanti, avevano imposto la prima campagna presidenziale dal frizzante segno post-politico. Con Hollande torna invece alla ribalta la figura del politico sperimentato, che sbaraglia un presidente uscente come Sarkozy, ritenuto un cavallo di razza della magica video-politica. L'anticarisma, il «capitano di pedalò» lo ha definito il leader tribunizio della sinistra radicale, è in realtà un politico misurato e prudente che non ama esibire i dubbi segni della fascinazione mitica e non recita a soggetto il copione del marketing ma inietta un principio di speranza con proposte semplici, capaci di rendere vivida la differenza, divenuta opaca, tra destra e sinistra. Non nascondendo la maschera di politico all'antica, Hollande apre strade nuove alla sinistra europea, chiamata ad andare oltre il rigore per salvare la democrazia. A un partito da sempre divorato da faide interne, che dopo la fine del ciclo luminoso di Mitterrand era mestamente precipitato allo status quo ante, restituisce una grande prospettiva di governo. Molte figure della gauche sono state divorate dalla cinica macchina dell'invenzione del candidato perfetto. Mauroy il rigorista, Fabius il delfino, Jospin l'austero, Rocard il riformista, Royal la leggerezza mediatica: tante ambizioni presidenziali cadute in repentina disgrazia. Un partito presidenziale non si consolida agevolmente. E deve convivere con veti incrociati, guerre infinite, agguati intestini, divisioni irriducibili. Un politico d'apparato come Hollande restituisce un futuro al Ps perché fa leva su una cosa antica, il radicamento territoriale comunque persistente in un partito di cariche elettive (il 25 per cento degli iscritti), e sul vantaggio strategico dell'effetto maggioritario che regala in ogni caso (e anche in anni in cui la tradizionale quadriglia bipolare è scassata) una preminenza competitiva al maggiore partito che deve costruire l'alternativa alla destra. Hollande copre un vuoto in un'età convulsa che ha visto declinare l'unità della sinistra prima maniera, la formula della sinistra plurale, l'accenno di Royal ad una apertura al centro moderato. Il Ps sconta l'antinomia che sempre lacera la coscienza interiore della sinistra: aderire alla scenografia del duello presidenziale e però sognare un'altra Repubblica, la sesta con partiti che non siano mere dipendenze dell'Eliseo e con rappresentanza. Per un singolare paradosso, tocca proprio a un politico di professione erigere il principale argine all'antipolitica oggi trionfante nella vecchia Europa dei tecnocrati, sorda dinanzi all'alienazione politica dei ceti marginali. 51,7% SVOLTAINEUROPA Il leader socialista eletto presidente della Francia: «L'austerità non sarà più una fatalità». Festa nella piazza della Bastiglia L'avversario: «François merita rispetto» IRISULTATI 48,3% . . . François copre un vuoto in un'età convulsa, e non recita a soggetto il copione del marketing 2 lunedì 7, maggio, 2012
28 lunedì 7, maggio, 2012
«Dico no ad ottiche semplificatorie del tipo “vendiamo i beni confiscati ai boss e se poi dobbiamo sequestrarli di nuovo, lo faremo così lo Stato guadagna due volte”. È urgente invece intervenire con nuove leggi e regole per evitare che i beni confiscati vadano in malora e marciscano strangolando attività e cancellando posti di lavoro perchè le mafie vincono anche così». Piergiorgio Morosini è giudice per le indagini preliminari a Palermo, conosce dall'interno il tormentato problema dei sequestri e delle confische dei beni ai clan e da tempo studia come uscire da uno stallo - i beni confiscati restano spesso senza destinazione e non vengono messi a reddito - che rischia a sua volta di far vincere le mafie. Morosini è anche segretario nazionale di Md, la corrente di sinistra delle toghe. Cominciamodaquello chenon lepiace nellapropostadelministrodell'Interno. Perchèdice noallavendita deibeni? «Deve essere l'extrema ratio. Dietro le confische ci sono storie dolorose di persone che hanno rischiato la vita denunciando e percorsi giuridicamente lunghi e tortuosi. Dico questo, e non sono certo ostaggio di paure e ideologie, perchè so, sulla base della mia esperienza, che i boss fanno di tutto per riacquistare il bene sequestrato dando così un messaggio di potenza e invincibilità». La proposta del ministro dell'Interno, che condivide quella lanciata da vicepresidente di Confindustria Antonello Montante,parte infattidalpresupposto che i controlli di legalità sulle vendite debbanoessererafforzati. «Occorre molta cautela nel vendere. I meccanismi di prestanomi e intermediari sono infiniti. Inoltre, in un momento di grave crisi economica come il nostro, non bisogna dimenticare che sono proprio le famiglie i soggetti che dispongono di maggiore capacità di acquisto. Se lo Stato vende e il bene torna nelle mani delle mafie, il rischio è diffondere e moltiplicare le logiche mafiose che permeano quelle imprese. Significa più evasione fiscale, meno diritti e sicurezza per i lavoratori». DettotuttoquestoloStatoitalianopossiede circa 20 miliardi beni che non riesceafar fruttare. Che facciamo? «Il ministro Cancellieri e Montante sollevano un problema vero. Occorre rendere funzionale il cantiere della confisca, a volte lungo anni, e soprattutto tra la sentenza di primo grado e quella di terzo grado che la rende definitiva. Occorre, per farla breve, evitare che l'azienda vada in malora, che si perdano posti di lavoro, che la zona possa per paradosso subire un danno nel momento in cui interviene lo Stato». Quello che succede, purtroppo. Come sene esce? «Sicuramente è opportuno mettere mano alla legge Rognoni-La Torre e ancora di più al funzionamento dell'Agenzia. Occorre chiarire ruoli e funzioni degli amministratori giudiziari, curare la loro professionalità e creare sezioni specializzate all'interno dei tribunali». Puòfare esempi? «Prendiamo l'azienda edile sequestrata e con confisca di primo grado, con debiti e una dozzina di dipendenti. Serve un amministratore giudiziario serio e competente che redige un piano di rientro, dalla vendita di un ramo aziendale a tutti gli altri interventi per salvare la società. Che trova il modo di saldare i debiti nei confronti dei cosiddetti “terzi in buona fede”, chi cioè vanta un credito e a sua volta rischia di chiudere se non viene saldato. Occorrono amministratori competenti e responsabili con gli strumenti idonei». A Bari l'amministratore giudiziario ha riaperto una gelateria due mesi dopo il sequestro,l'eserciziolavoraedàlavoro. ARomal'AnticoCaffèChigièchiusoda tredici mesi. Eppure le regole sono ugualiper tutti. «Non conosco lo specifico di questi casi. Lo posso immaginare. E non mi stupisce. L'Agenzia nazionale per i beni confiscati prevedeva la nascita di un albo con criteri e paletti specifici per la selezione degli amministratori giudiziari: quell'albo non esiste. Il codice antimafia approvato con le fanfare la scorsa estate contiene grosse lacune. Una è quella che introduce la confisca breve in 18, massimo 24 mesi. Se non riesci a confiscare in quell'arco di tempo, non si può più esercitare l'azione di confisca. Questo è pericoloso, servono soluzioni intermedie che prevedano il controllo giudiziario anche dopo i 24 mesi e la possibilità di confiscare di nuovo». L'idealesarebbetrovaresoluzioniabreveperiodo.Comesipossonodarerispostesubito? «Prima di tutto puntando sulla professionalità a cominciare da quella degli amministratori giudiziari. La gelateria di Bari dovrebbe essere la norma. Cominciamo subito dagli albi per gli amministratori con requisiti specifici e controllo di professionalità». E il progetto pilota di cui parla Montante? «Con tutte le cautele di cui abbiamo parlato. Altrimenti è qualcosa che può avere controindicazioni sociali e anche economiche». L'INTERVISTA ILCORSIVO EMinapicchiadalparadisofiscale «Vendere i beni dei boss? Solo con molta cautela» Piergiorgio Morosini, giudice per le indagini preliminari a Palermo FOTO DI CLAUDIO ONORATI/ANSA LASOCIETÀ PiergiorgioMorosini Magistratodal 1993,gipa Palermo,hafirmato sentenzesuicapistoricidi CosaNostraesièoccupato di infiltrazionimafiosenegli appaltienellapolitica Sorpresa: la grandissima Mina, «sposa» Grillo,neabbracciapresenzae ruolo sullascena politica italianamentre trasferisceagli inferi tutti ipartiti che nonabbianoalmeno Cinque stelle nel marchio. I primiascoprire che la più celebre,ebrava, interprete italianasi è propostacome testimonialdel movimentostellato sono stati i frequentatoridelblogdi Grillo.È lì che Minaha postatounasua lettera, fiammeggianteper tensionee contenuti; alpopolo dei«fedeli» ha offertounasua lettura inguinaledella nostraattuale fasepolitica. L'artistasi è infatti riferita all'intera piazzapartitica senzadistinzionealcuna citando «Volgarepromiscuità esfrenato onanismo»,«Capacità polisessuali», «Il prurito deigenitali riparati».Del resto, giànel titolodella sua missiva dichiarava l'intensitàdell'allegoria adottataper dire la sua: «I politicie l'imenoplastica».Si riferivaal tentativo deipartitidi rifarsiunaverginità impossibile invista della tornata elettoraleamministrativa dopoaver portato l'Italia in recessione. Esono tuttiuguali, tutti allostessomodo responsabili ecolpevolie su di loro cadeabbondante la pioggia acida di Mina,composta inun lungoscritto molto«rappato», vibrante.Così denuncia la «tipica ammucchiatache caratterizzaogni tornata elettorale»: nonci torna,ma può darsi chedalla Svizzera la visionenon sia impeccabile. «Imedia sonoun po' sbalestrati - scrive Mina -…ma confidanoche la loro presenzasaràsempiternamenteutile allapantomima»: il cerchiosi chiude, quindi, attornoad unfalso storico - la democrazia? -a lungoreplicatoai dannidi milionidi fessi. «Scalpitano - i media- per la ridiscesa incampo dei vecchi ringiovaniti compagni»: anche qui, solounarecita inazione,ecco la «foto»delgigantesco riciclaggio generazionaleapprontato, comeuna clinicaurologica,per riplasmare, appunto,verginitàciclicamente reinventate.Questo lo scenario,nel qualeMinacala«Il colpo finale, la mazzatacheammutolisce la sala della televisione,Beppe Grillo»,alla buonora.«Incontrollabile, sottovalutato,diverso», sempreGrillo, sull'altaredellanovità,dell'uscitadalla tediosarecita, eper questotemuto, taciuto.Dalla Svizzera,dove risiede la nostraamatissimaartista, lecose si vedonoaquesto modo,bastanon pagare le tasse in Italia, comefa lei, tantoper evitaredi finanziare involontariamente l'orrida messinscenamentre noisputiamo sangue.Dio li faepoi li unisce. Amen. TONIJOP CLAUDIAFUSANI cfusani@unita.it 12 lunedì 7, maggio, 2012
Illustrazioni diOliverJeffers dal libro «Neiguai» (Zoo libri) UNABAMBINAGUARDAILMAREDALLAFINESTRA,DALLESTRADE,LOSOLCAINSIEMEALPADRESUITRAGHETTI. Lo ascolta, Federica, quel mare cui la città si affaccia, risplende e qualche volta trema, si scuote. Paurosamente. Un'altra bambina, Gasp, ha solitudine e vuoto ficcati nel corpo e la sua bocca si riempie, si ingozza selvaggiamente di cibo. Marianna, invece, vorrebbe solo giocare con la casa delle bambole. Una vera casa delle bambole: antica, piccoli mobili con cassettini che si aprono, lampadari che si accendono, piattini, bicchierini, coppette con minuscole caramelle. Ma la mamma non lo permette; la casa è sua. Sua sua sua. In fondo si tratta solo di storie di ragazzine sulla soglia del diventare grandi, intente a cercare il proprio passo, spaesate e sperse nella fatica di trovarsi di fronte alle turbolenze, ai sovvertimenti, di un puzzle che pure aveva tenuto compostezza per tutta l'infanzia. Un jemesouviens, implicito, un appello alla memoria comune, collettiva, che intreccia, snoda, annoda tesse e ritesse fili che appartengono alle infanzie di tutti. Federica ha una bambola, Camilla, e con lei gioca, parla, racconta il totale disappunto per la nascita di «Cacca», il fratellino, condivide il terrore quando la terra trema, l'affascinazione del Vesuvio sullo sfondo e dei vicoli che vanno a ragnatela, in salita e in discesa, e Donnanna: lo studio del babbo architetto, il babbo più dolce del mondo. Leggeva, Federica, anche i libri colorati a Camilla, e con lei giocava a immaginare; il tutto sino all'arrivo di Roberta, la migliore amica, ovviamente più bella, più bionda, più sottile: come qualsiasi migliore-amica! È un libro (Lacittà èunanave, Topipittori, pp. 100, euro 10), questo di Federica Iacobelli, che lascia un nodo alla gola, che racconta, ora a bordo di una renolquattro ora di una molleggiata citroen modello squalo, una storia di pazienza e speranza dai sapori familiari: lo zio Gaetano, i comunisti, quelli di una volta - solidali sempre e sprezzanti del futile - i primi sguardi amorosi fra i banchi di scuola, un corpo che si muove continuamente, che cresce, cambia. Continuamente, a dispetto di tutto. E racconta, Iacobelli, con la leggerezza dell'iride e la compatezza della roccia, anche di una mamma bella, col naso piccolo piccolo, forse lontana dal suo guazzabuglio interiore, dalla sua fervida immaginazione, così lontana da non «meritare soddisfazioni»… Mamma alla sbarra anche nella straordinaria rivisitazione di Giusi Quarenghi del suo romazo Un corpo di donna (Gaja junior di Mondadori, 1997) che diventa Niente mi basta (Salani, pp. 144, euro 12), storia di una tredicenne dolce come il miele e acida come l'aceto. Melania Gaspara, Gasp - il sospiro di chi sta nei guai - incespica fra capelli ricci, indomabili, amori dispari, solitudine, pezzi di cibo ingurgitati e vomitati senza gemiti, perché i gemiti stanno tutti dentro: in un profumo di mamma che sa di coccole e di lettone e che mai impregna la sua pelle, una pelle rimasta così senza odore. Senza unione. Un corpo, dunque, che non lascia tracce e che non si può toccare, «you can't touch me now»… ne è la colonna sonora. Fragile e inerme nei primi affondi della vita, Gasp, con una disperazione che si trasforma in tenacia, si aggrappa; si aggrappa all'amica del cuore, carezza il pelo di Spuma e poi sente - galleggiando in un mare dove sembrava perdersi che la pelle, la pelle di Ghigo non aveva invece lasciato la sua… E diciamolo allora che le mamme non hanno sempre ragione! Prova ne sia anche Marianna (in Lacasadellebambolenon sitocca di Beatrice Masini, pp. 105, euro 7.50, Salani) anche lei sulla soglia di consegnare la sua bambola Linnea e Mo il suo capriccioso amico - forse immaginario… - al giusto tempo del tramonto. E anche lei alle prese con una mamma tipica: frettolosa, empatica non proprio, e anche lei, la «streghina», capace di trovare nello spazio del gioco un antidoto potente alla solitudine, ai vestiti lanciati in aria con allegria da una mamma lontana e bella. Storie, dunque, di madri e figlie, fratelli e sorelle, e padri chissà perché sempre teneri, dediti a rimboccare le coperte. Storie di incontri possibili, avvenuti o negati o rimasti in sospeso. Tanti passi ribelli che, chissà, un giorno potrebbero diventare una danza! Tre libridedicatiauna delle fasidellavitapiù complicate.Solitudine, il corpochecambia e laboccachesi ingozza TUTTOCOMINCIÒQUANDOLEOINCASTRÒILSUOAQUILONESUUNALBERO.PROVÒATIRAREEAFARLOOSCILLAREMAQUELLORIMANEVAINCASTRATO. I problemi iniziarono davvero quando lanciò la sua scarpa preferita per liberare l'aquilone... e anche quella rimase incastrata! Per tentare di recuperarla lanciò anche la seconda scarpa, ma incredibilmente rimase incastrata come la prima... Come farà Leo a tirare giù l'aquilone dall'albero? Neiguai, scritto e diretto da Oliver Jeffers (40 pagine a colori, euro 15,00, Zoolibri) è una storia deliziosa rivolta ai bambini dai 4 anni in su. Lo ha scritto e illustrato l'australiano Oliver Jeffers, che oggi vive negli Stati Uniti. È uno degli autori di albi illustrati più famosi, venduti e tradotti nel mondo. In Italia per Zoolibri sono usciti L'incredibile bimbo mangia libri in una nuova edizione pop up e Chi trova un pinguino... Guazzabuglio adolescenza Trovare lastrada perdiventaredonne DALEGGERE /1 Letreamiche inseparabili nellosguardodiPitzorno «Iosono il cielo chenevica azzurro»di Giusi Quarenghi,pp. 112,euro 10,00, Topipittori. Unracconto prezioso per i ragazzi e perquanti ritroverannodivertiti e nostalgici,un affresco dellapropria infanzia.Un racconto autobiografico dove le logichedi unabambina scatenatasi scontranocon un'educazionesevera.Eppure quelloche interessa non ègiudicare quanto raccontare leconquiste più importanti: la libertà, la fiducia nelle parole«giuste»e nel tempo, «riempiva icassetti,pendeva dai fili delbucato, teneva insieme i mattoni dellecase…Niente lo interrompeva…c'erasempre.È daallora chemi fidodel tempo…» DALEGGERE /2 CULTURA MANUELA TRINCI trinci.manuela@gmail.com LeconquistediGiusi col tempoalsuofianco L'aquiloneèrimasto incastratosull'albero eLeoèneiguai «Ascolta ilmiocuore»di Bianca Pitzorno,pp. 460,euro 13,00, Mondadori. Unclassico,arricchitodallaprefazione di MelaniaMazzucco,peruna nuova collana:«le storiediBianca Pitzorno»,con la copertina disegnatadaQuentin Blake. UnamaestraArpia, treamiche inseparabili e tremendamente«in crescita»delle quali una, Prisca, èuna sorta di Pinocchiascatenata oPippiCalzelunghe versione intellettuale.Dietro aquestabambina immaginariasi ammantaPitzorno, scrittrice straordinaria, cheracconta con grinta,malizia e irriverenza, la sua infanziae insieme l'infanzia di tutti. 20 lunedì 7, maggio, 2012
Bruno Ugolini Giornalista Atipiciachi? Il mercato del lavoro secondo Vittorio Foa C'ÈSTATOUNTEMPOINCUI(MOLTOPRIMADELLAPROFESSORESSAFORNERO)VITTORIOFOAANTICIPÒTANTIPARLANDODIUNNUOVOMERCATODELLAVORO.Ha lasciato scritto «Mi sono reso conto che il ciclo inclusione-esclusione non funzionava più e che bisognava pensare a una nuova modalità di lavoro e a una nuova idea dell'eguaglianza». E aveva ipotizzato un futuro con due possibili alternative «Lasciare che le cose vadano come vanno e prepararsi a due mercati del lavoro, uno con tutti i diritti salvi ma sempre più ristretto e con orari rigidi, accanto a un mercato del lavoro flessibile, in cui un piccolo grado di libertà operaia si lega al massimo di libertà padronale. Oppure un unico mercato del lavoro in cui tutti lavorino poco alle produzioni di massa e tutti siano liberi di svolgere altri lavori non alienati a titolo individuale o collettivo». Una prospettiva liberatrice assegnata al lavoro che potrebbe tornare di attualità e che non sembra proprio scaturire dai progetti governativi. È capitato di discutere di tali problemi alla inaugurazione di un circolo di «Sinistra e Libertà» nel quartiere Prati di Roma intitolato (per scelta della giovane coordinatrice Michela Bevere) proprio a Vittorio Foa. Un atto di coraggio quel «titolo» perché Foa è stato sempre un personaggio scomodo per la sinistra, per gli stessi comunisti che non apprezzavano molto la sua autonomia di giudizio, per lo stesso sindacato che è stata una ragione della sua vita. Nel dibattito (c'erano la figlia Anna e la vedova Sesa Tatò nonché Guglielmo Ragozzino) sono emersi i tratti principali del pensiero di Foa. E, tra questi, quelli relativi alle sue riflessioni sul lavoro. Certo non si limitava a denunciare le inadempienze di padroni e governi. Negli anni 60 quando girava per l'Italia come segretario confederale osservava (intervista a Rassegna sindacale del 18 novembre 1962): «Si sa che la linea è giusta, ma insufficiente è l'impegno nel realizzarla. Vi sono limiti soggettivi, di capacità e di direzione, limiti paternalistici, difetti di capacità nell'instaurare un rapporto democratico profondo fra lavoratori e sindacato. Ancora le rivendicazioni scendono troppo dall'alto e risulta che il sindacato rimane come esterno ai lavoratori». È costante l'appello al coraggio della proposta, soprattutto quando incombe la crisi: «Per uscirne non basta aspettare migliori condizioni congiunturali e neppure fare qualche correzione. Oggi si tratta di compiere un salto di qualità profondo… ». Con un costante appello all'unità. Come quando dichiara durante una manifestazione in piazza San Giovanni: «Oggi ho ricevuto molto da questa piazza perché ho ricevuto da ognuno di voi una grande lezione: la lezione dell'unità. L'unità non vuol dire pensare tutti nello stesso modo. L'unità che vale è proprio quella che parte dalle differenze». http://ugolini.blogspot.com «SALVE SONO QUI PER IL COLLOQUIO». «VEDIAMO ILSUOCURRICULUM.LAUREAINFILOSOFIA,MASTER...OTTIMO, LE PROPONGO uno stage di sei mesi nella nostra azienda». «La ringrazio, ma io sono qui per il posto vacante di facchino». «Quello è lo stage». «Uno stage per fare il facchino?!». «Lei è ancora troppo giovane per avere un lavoro». «Ma ho 30 anni!». «Appunto. In Italia si è ancora troppo giovani per avere un lavoro fino a 40 anni. Dopo, si è ancora troppo vecchi». «Allora non ho scampo». «Non è il solo. Visto i dati sulla disoccupazione degli under 30 qui nel Lazio? Il 46 per cento non ha un lavoro, uno su due. La media nazionale è uno su tre. Da noi i giovani hanno l'autostima così bassa che non si suicidano solo perché credono di essere già morti. Sicuro di non essere interessato allo stage?». «Sicuro». «Allora se le non le spiace lo faccio io». «Ma lei in questa azienda ci lavora!». «È il mio ultimo giorno, mi hanno licenziato. Sa com'è, c'è la crisi della domanda. E se è in crisi la domanda, figuriamoci la risposta. Monti dice che è colpa di Berlusconi che ha sempre negato la mancata crescita. Quando una aveva 17 anni sosteneva che ne avesse 18». «Però adesso dobbiamo fare qualcosa!». «È per questo che abbiamo chiamato i tecnici. Soltanto i tecnici potevano chiamare dei tecnici». «Tipo Giuliano Amato, che ha 75 anni». «I tecnici si sono accorti che era troppo giovane per andare in pensione». «A proposito, ma lei, invece che fare uno stage alla sua età, non dovrebbe andare in pensione?». «Ora dovrò aspettare altri tre anni. Sa qual è il problema? Che discendiamo dalle scimmie. Discendessimo dagli orsi avremmo risolto il problema degli esodati». «E come?». «Con il letargo. Io sto facendo un corso per corrispondenza. In due settimane ho già imparato a rallentare il metabilismo. A cena non mangio, così risparmio. Punto ad addormentarmi prima dell'estate e a farmi svegliare da mia moglie nel 2015 per andare a ritirare la pensione. Perché non prova anche lei?». «Io non avrò mai una pensione». «Sa qual è il problema? Che non discendiamo dalle farfalle. Vivono in media 15 giorni e non hanno il problema di finire i soldi prima della fine del mese». «Lei è troppo pessimista, l'Italia ha fatto tanti progressi, vedrà che usciremo anche da questa crisi». «Ha letto di quell'autobus che andava in giro per Roma con scritto sul display “Onore al Duce”? Sa come si sono giustificati quelli dell'Atac? Dicendo che l'autobus aveva accumulato 90 anni di ritardo». L'USO DELLA PAROLA POPULISMO HA OGGI,PER LO PIÙ, UN SIGNIFICATO NEGATIVO. CHI FAPOLITICAPOPULISTANONSIDEFINISCEPOPULISTA, viene piuttosto chiamato populista da chi lo combatte. Il populismo ha d'altra parte dei quarti di nobiltà storica. Pensiamo al populismo russo, una stagione che sta poi all'origine di una grande storia; al populismo nordamericano, tra l'altro molto legato a una prima formazione del partito politico; al populismo sudamericano, tutt'altro che defunto. C'è però da marcare una differenza di fondo tra populismi di ieri e di oggi. I populismi storici avevano sempre l'idea di riportare la storia all'indietro, cioè di ritorno a una tradizione, nazionale o popolare, polemici quindi contro tutti i meccanismi dello sviluppo. I populismi di oggi sono esattamente il contrario: nascono in polemica con i retaggi del passato, vogliono innovare, non conservare. Anche se poi servono più alla conservazione che all'innovazione. Sono ad esempio nemici del Novecento, perché vedono e denunciano lì una storia irripetibile e comunque da non ripetere, la storia dei grandi partiti, delle forme organizzate della politica, dello Stato, con le sue regole e procedure e mediazioni, parlamentari, istituzionali. È difficile dire se è il populismo a produrre antipolitica, o se è l'antipolitica a produrre populismo. Certo si tratta ormai di due pulsioni strettamente intrecciate, che si alimentano a vicenda e a vicenda si sostengono, contribuendo a una deriva degli attuali sistemi politici verso una sorta di autodistruzione. In questo senso, c'è l'opportunità e la necessità di ripercorrere il processo che, dagli anni 80 in poi, è venuto avanti sotto il segno di categorie contingenti agitate come valori assoluti, quali innovazione, modernizzazione, nuovi inizi vari, dovunque e comunque. Il problema è come salvare il concetto di popolo dalla deriva populista. Il rischio è che anche nei partiti, che una volta erano partiti di massa, che si chiamavano partiti popolari, vinca una involuzione di tipo elitistico, con slittamenti in alto verso la autoreferenzialità del ceto politico e in basso verso una cetomedizzazione del riferimento sociale. È chiaro che ci sono state trasformazioni profonde nella realtà di popolo, per le economie più sviluppate, dagli ultimi decenni del 900 in avanti. (...) Eppure tutte le trasformazioni non sono arrivate a distruggere il fondamento popolare anche delle più avanzate delle società contemporanee. Il lavoro diffuso e disperso sul territorio, il lavoro precarizzato, la mancanza di lavoro, la stessa immaterializzazione di molte attività e di molte figure di lavoro, la comune persistente condizione di sfruttamento e di alienazione, che si allarga dal lavoratore manuale al lavoratore della conoscenza, non fa, oggettivamente, da sola, già popolo, ma rende possibile la costituzione in popolo di praticamente tutte le persone che vivono di lavoro. Anche quello di popolo è in fondo un concetto politico secolarizzato, assieme agli altri concetti politici moderni: sovranità, Stato, diritto. Popolo nasce come ordine sacro. Nelle Scritture, il Signore dice ad Abramo: ti darò un popolo. Jacob Taubes ci ha ricordato come, tanto per Mosè come per Paolo, si sia trattato di fondare un popolo, il popolo ebraico, il popolo cristiano. Personalità profetiche ed entità collettive storiche. Marx, a nome del movimento operaio, non ha forse fondato un popolo, il popolo del lavoro, i lavoratori come soggetto politico, capace di grande storia? La mia tesi è che un popolo, o viene fondato, o, se si autoinveste di propri idoli, come il vitello d'oro, allora produce populismo. Il capo di oggi non è il Principe machiavelliano, portatore di una missione, è il punto in cui si rapprende e si esprime un senso comune di massa, pulsionale, emotivo, vittima passiva di un precedente trattamento molto spesso mediaticamente orientato. Nel momento in cui non si è stati più capaci di dare voce alla società, di fare società con la politica, cioè di organizzare masse attive in lotta per i propri bisogni e interessi, ecco, da quel momento è venuta avanti una deriva populista. Il populismo di oggi è legato molto più a condizioni esterne al popolo, che alla espressione di suoi intimi convincimenti. Non ci sarebbe spazio per il populismo senza il primato dei grandi mezzi di comunicazione, senza questa presa egemonica del virtuale sul reale, senza la dittatura del messaggio mediatico, che ha il compito di creare opinione e distruggere orientamenti. Il populismo di oggi è un populismo senza popolo. E mentre la categoria di popolo chiedeva e produceva pensiero, accade il contrario per la prassi del populismo, che nega in radice la riflessione, essendo pura e dura pulsione. Avete mai visto un capo populista che abbia bisogno di forze intellettuali di riferimento? Le «masse popolari» che diventano la «gente», esprime, lessicalmente, un passaggio, di fatto, dal tempo della politica come azione collettiva direttamente al suo opposto, all'agire cieco di individui massificati e subalterni. Unaversionepiùestesadiquestoarticolouscirà sul prossimo numero della Rivista delle politiche sociali SOLI,ASSEDIATI,DISPERATI.ILNUMEROCRESCEN-TEDIAZIONIESTREMECONDOTTEDASINGOLILAVORATORIEIMPRENDITORISTRETTINELLAMORSADELLACRISI,DESCRIVEUNFENOMENODRAMMATICOEPER MOLTIVERSI INEDITONELNOSTROPAESE.Una deriva che dà la misura di quanto sia profondo il senso di isolamento individuale. E che denuncia nella maniera più tragica quanto sia radicata la percezione di incolmabile distanza degli italiani dai sistemi di rappresentanza e di protezione sociale. Questa scollatura rappresenta il peggior frutto di una impostazione politico-culturale conflittuale, anticoesiva e antisolidale. Un paradigma che ha dominato la scena italiana negli ultimi decenni, innervando la società, le istituzioni, la politica. Questo modello si nutre di sterili urla, di nemici strumentali, di opposizioni e contrapposizioni fini a se stesse. E, amplificato dalla crisi, non produce che macerie, frammentando il tessuto sociale e moltiplicando le disuguaglianze. La sfida del nostro tempo consiste proprio nell'invertire questa impostazione, nel ricucire ciò che è stato frammentato. Vuol dire sostituire il principio del conflitto e di violenta contrapposizione con quello della partecipazione. Significa riconoscere a tutti i membri di una comunità, nessuno escluso, un ruolo importante nel necessario processo di cambiamento. Lavorare per far sentire tutti parte di un percorso comune, in cui si condividono vittorie e sacrifici e ci si assume assieme una parte degli oneri nel complessivo disegno di riforma. L'azione pubblica nazionale deve rispondere in modo forte a questa esigenza, che è una esigenza prettamente coesiva e redistributiva. Chi oggi celebra con soddisfazione la fine del metodo concertativo non si rende conto della stretta, strettissima relazione che ha sempre legato la fiducia individuale alla capacità del sistema di rappresentanza sociale e istituzionale di esprimersi in maniera unitaria e coesa. La crisi dei primi anni 90, pur diversa nelle dinamiche rispetto a oggi, fu superata da una politica concertativa. E da una serie di accordi che non fecero solo uscire dalle secche il Paese, ma determinarono la giusta percezione che una azione coordinata delle istituzioni, degli imprenditori e del sindacato potesse raddrizzare le storture che avevano portato il Paese fino a quel punto. Percezione collettiva che si tradusse subito in una diffusa fiducia individuale. Il Paese ha bisogno di un grande patto sociale. Per aprire una stagione di riforme realmente eque e partecipate è indispensabile che esecutivo, forze politiche e corpi intermedi tornino allo spirito del '92, rafforzando il dialogo e il confronto operoso. Nella consapevolezza che decisionismo e massimalismo sono i due più grandi nemici del vero riformismo, che esige un clima sociale coeso e responsabile. Governo, Parlamento e rappresentanze sociali hanno oggi la possibilità di raccogliere fino in fondo questa sfida. Nuovopattosociale Il metodo concertativo Uniti contro la deriva Sergio D'Antoni Deputato Pd FrancescaFornario Il commento Vent'anni di populismo senza popolo Mario Tronti Filosofo . . . «Uno stage per fare il facchino?!». «Lei è ancora troppo giovane per avere un lavoro». «Ma ho 30 anni!». Duemiladodici Se ora è in crisi la domanda figuriamoci la risposta COMUNITÀ Maramotti lunedì 7, maggio, 2012 17
LAMANIFESTAZIONECHESITIENEAFRASCATIDAOGGI ALL'11 MAGGIO SU LA FORZA DELLA POESIA, con conclusione a Roma il pomeriggio dell'11 (dedicata quest'anno a Dante, dopo che l'anno scorso la prima edizione è stata dedicata a Leopardi) si distingue per più ragioni dalle tante iniziative culturali e dalla miriade di convegni, festival e saloni che continuano a svolgersi pur nel tempo della crisi e dei tagli alla cultura. La base della manifestazione non è data dall'esibizione di particolari star mediatiche, né di scrittori o maîtres à penser che attraggano con la loro stessa presenza fisica, con la loro aura di imprescindibili modelli di cultura e di mercato, di cultura per il mercato, ma dal richiamo della grande poesia, affidato non soltanto alla riflessione di scrittori e critici, ma al solo luogo in cui, nonostante tutto, essa continua ad essere quotidianamente presente, cioè alla scuola, allo scambio tra docenti e studenti. La cosa interessa le numerose scuole presenti nel territorio di Frascati e le università della Sapienza e di Tor Vergata (con quel rapporto scuola- università spesso tanto invocato, ma non tanto spesso realizzato): e scuola vuol dire presenza nell'ambiente fisico che sta intorno alla scuola, nei luoghi della vita quotidiana, nelle strade della città (anche con un ruolo attivo degli studenti e con intrecci vari tra la poesia e codici e tecniche diverse da quella della scrittura, dalla vocalità alla musica, al cinema, ecc). PAROLAAIGIOVANI STUDIOSI Alla lezione «magistrale» di un universitario, tra i maggiori studiosi di Dante, come Marco Santagata (curatore del recente Meridiano delle Opere minori di Dante e autore del libro edito dal Mulino, L'ioeilmondo. Un'interpretazione di Dante) seguono interventi di giovani studiosi su alcune parole chiave del linguaggio dantesco (mostrando quanto fervidi siano l'impegno e la passione di giovani generazioni formate in un sistema universitario che riduce sempre più le possibilità di arruolamento e di carriera); altri momenti della manifestazione chiamano poi in causa sia una riflessione sullo stato attuale degli studi danteschi (con una tavola rotonda a cui partecipano alcuni tra i maggiori studiosi), sia le questioni scientifiche sollevate dal cosmo dantesco, che i molteplici modi in cui la suggestione di quella grande poesia ha agito su forme e codici diversi, dal cinema, alla fotografia, alla musica (fino ad un concerto di musiche inedite di Giovanna Marini). Al centro di tutto c'è poi una varietà di interventi nelle scuole e da parte delle scuole, anche con letture in movimento dei testi danteschi ad opera di studenti delle scuole e delle università per le vie, le piazze, i giardini della città. Ma altro e forse più essenziale dato che caratterizza la manifestazione è il fatto che essa è in gran parte affidata al volontariato culturale, ponendosi quasi come una sorta di modello per il tempo della crisi. OSPITALITÀDIFFUSA L'intelligenza e la sensibilità del sindaco Stefano Di Tommaso hanno dato immediata accoglienza al progetto della studiosa della Sapienza Novella Bellucci, integrato e arricchito dal contributo di un agguerrito gruppo di professoresse e professori delle scuole (e con che qualità si continua ad operare nelle nostre tanto bistrattate scuole!): ma il contributo del Comune (e della Provincia di Roma) è soprattutto di tipo logistico, mentre di gran parte dell'ospitalità e delle occasioni di incontro si fanno carico gli stessi docenti organizzatori, che ospitano nelle loro case chi viene da fuori e organizzano a proprie spese e col proprio lavoro casalingo cene collettive… Insomma un impegno a far circolare cultura e poesia nella concretezza dell'esperienza, a farle vivere entro tutto ciò che tocca i rapporti quotidiani: mostrando così che esse sono e restano essenziali anche in tempi di crisi e che solo puntando su di esse si creano per le giovani generazioni modelli di una vita che abbia un senso. Chissà se tutto ciò non possa suscitare un sorridente compiacimento per l'esule Dante, che continua a guardarci, beato corrucciato, dalla «candida rosa» del suo Paradiso, sospendendo per un po' la sua contemplazione del «sol che move il sole e l'altre stelle». QUANDOSIIMMAGINAUNAPERSONAOMOSESSUALE,NELLAFANTASIACOMUNESBUCAUNINDIVIDUOADULTO: infanzia e giovinezza di gay e lesbiche sono prive di cittadinanza nell'immaginario sociale influenzato dai pregiudizi. Diventa liberatorio allora raccontare le storie dal principio. Sorprende leggere di una Paola Concia coccinella dei boy-scout, innamorata del pattinaggio e del tennis, delle tende, dei campeggi, dei falò accesi senza accendino. Innamorata di una vita senza amore, priva cioè della cotta, e dei suoi batticuori. Una «coccinella» incapace ancora di intuire il proprio desiderio, che però con i maschi avverte la sensazione costante di dover fare finta. È un must che non la risparmia: bisogna fingere di essere ciò che non si è. Sono i primi sentori della dissimulazione che affligge prestissimo molte persone omosessuali: solo molto tempo dopo e spesso solo da «grandi» si trova il coraggio di vivere alla luce del sole emozioni e relazioni. La vita di Paola Concia, raccontata nel libro scritto con Teresa Meli La vera storia dei miei capelli bianchi (Mondadori), è anche un racconto per i ragazzi di oggi, perché evitino di cadere nelle trappole tese alle generazioni passate. Quando scopre l'amore, infatti, l'attuale deputata del Pd, conosce la grazia dell'accoglienza soltanto per una sera, la magica sera dei primi baci in spiaggia in compagnia di amici friendly. Ma dal giorno dopo non sarà più così. Seguono gli anni della confusione, dei rapporti nascosti, delle diminuzioni, del tentativo di confinare tutto entro i binari, non troppo comodi, del matrimonio. Nel frattempo la malattia della mamma funesta l'adolescenza e la giovinezza, gettando la famiglia nel dolore, temperato da una ritrovata solidarietà pur tra percorsi diversi. LOSVELAMENTOCONILPADRE Lo slalom tra dire e non dire di sé durerà a lungo, sino agli anni romani, alla vita adulta che non può fare a meno della politica. Poi il coming out «indiretto» nel 2001: «Tappezzo di manifesti del Gay Village la sede del partito». E, ancora, lo svelamento intimo e toccante con il padre. Da qui fino alla candidatura in parlamento e alle elezione segue il periodo della Concia «donna pubblica». Il libro ripercorre la cronaca di questi anni snocciolando le battaglie per conquistare i diritti civili, fino adesso franate, muove critiche alla classe politica, al proprio partito, al movimento gay, legge il senso degli attacchi subiti in seguito all'incontro a Casa Pound. Descrive con precisione gli atteggiamenti omofobici di parecchi deputati. La scrittura è giornalistica, il racconto è in prima persona, i destinatari sono i lettori che non hanno ancora compreso davvero quale può essere il percorso di chi si innamora delle persone del proprio sesso. L'auspicio è che i personaggi pubblici gay velati si dichiarino per aiutare questo paese a crescere in civiltà. Continui i riferimenti a Ricarda, la donna che Paola Concia ha sposato in Germania. «Io al posto suo non mi sopporterei - rivela. E aggiunge - sono in ansia, nel libro c'è la mia vita». Il librodiConcia, deputataPd, ripercorre dall'adolescenza lascoperta dell'omosessualità LIBERITUTTI CULTURA Omofobiae transfobianon si esprimonosolo conaggressioni palesi: spessosono atteggiamenti, derisioni, censurecheaffliggono il viverequotidiano. Ilprossimo sabato, in previsione dellagiornata mondialedel 17, figuredi spicco della scenagaypresenteranno leattività dicontrasto svolte finora graziea un incontropromosso daNuova Proposta.Appuntamento aRoma, palazzoValentini, via IV novembre 119/A,ore 16,per la conferenza «Omofobiae transfobia, osserviamoleda vicino». AILETTORI Il nostroDante quotidiano Ilpoetapercinquegiorni ritornastar fragli studenti Daoggiall'11maggio fraFrascatieRomainiziative ascuolaenelleuniversità Nonè il solitoFestival,esperti estudenti sono iprotagonisti Primacondanna perpropagandagay GIULIOFERRONI ROMA I capellibianchi diPaola, storia delsuo«comingout» RUSSIA delia.vaccarello@tiscali.it ROMA Lo spazio dedicato a «Liberi tutti» dalla prossima settimana uscirà il mercoledì invece del lunedì. Primacondannaperpropaganda gayaPietroburgo,mapotrebbe essereun boomerang.La legge da poco in vigore,pensataper contrastaremanifestazionicome il gaypride,nega la possibilitàdi parlare in pubblicodiomosessualità perchédanneggerebbe i minori.Ad esseremultatoAlekseevun attivista chedinanzial municipiohaesibito un cartellocon lascritta: «L'omosessualitànon èuna perversione.Perversione è l'hockey sull'erbao ilballettosul ghiaccio». Elaborazione graficadiDante eBeatrice delBotticelli DELIAVACCARELLO Sabatoconvegno sull'intolleranza 22 lunedì 7, maggio, 2012
2040,odissea nelcomputer intelligente GrecoP.23 Al voto per i sindaci Si può cambiare Affluenza in calo Urne aperte anche oggi fino alle 15. A Genova, Palermo, Verona, l'Aquila e Parma le sfide decisive Il centrosinistra può farcela Nostre interviste a Laurent Fabius e Franco Marini Staino Hollande conquista l'Eliseo. La Grecia si ribella all'austerity ma è ingovernabile L'ANALISI PAOLOSOLDINI COLLINI,GONNELLI, MASTROLUCA SEBASTIANI,UGOLINI P.2-6 DEGIOVANNANGELIZEGARELLIP.3E4 Un giornale nuovo per voltare pagina Un calcio al rigore Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. AntonioGramsci 11 febbraio 1917 Saviano: la politica èpartecipazione Intervistaalloscrittore-FantozziP. 19 Maggio francese È svolta in Europa ILCAMPIONATO Juventus, festa per lo scudetto L'Inter batte il Milan nel derby L'UNITÀFESTEGGIACONILNUOVOFORMATO E LA NUOVA GRAFICA LA VITTORIA DI HOLLANDE. Ci avevamo puntato. Per l'Europa si apre una nuova strada: percorrerla sarà l'impegno dei progressisti e di tutti coloro che credono nel destino comune dell'Unione. Le politiche di austerità del centrodestra hanno fallito. Non ci hanno difeso dalla crisi, impediscono la crescita, colpiscono duramente i ceti più deboli, le famiglie, il tessuto delle imprese. Dalla Francia arriva un vento nuovo. Bisognerà trasformarlo in politiche di investimenti e di innovazione. L'Italia è uno dei Paesi più grandi dell'Europa ed è chiamato a sostenere, da subito, il cambio di rotta. Se Hollande spingerà, nel rispetto del suo programma, verso un sostegno alla domanda, verso investimenti europei, verso l'istituzione della tassa sulle transazioni finanziarie, il governo Monti dovrà dargli sponda per modificare così gli equilibri nell'Unione. Ma in questa svolta sarà decisiva la forza del centrosinistra italiano. Anche per questo le elezioni amministrative avranno un peso rilevante. Il fallimento del centrodestra nostrano è ancora più rovinoso di quello europeo. Ma ciò rende il compito dei progressisti persino più arduo: bisognerà ricostruire con pazienza sulle macerie, perché queste rischiano di travolgere tutto, compresa la speranza del cambiamento. La speranza è un programma comune dei progressisti e un nuovo, coraggioso europeismo. Questa è la chiave a disposizione del centrosinistra per candidarsi alla guida del governo dopo Monti. Il Pd non può sottrarsi alla sfida. Se lo facesse produrrebbe altre macerie. Lo dimostra l'esito del voto in Grecia, dove hanno prevalso la frammentazione e i sentimenti antieuropei. La Grecia ha sbagliato molto, ma è stata poi abbandonata dall'Europa: queste sono le conseguenze. Guai a sterilizzate le alternative democratiche. Dopo la transizione di Monti, toccherà anzitutto al Pd offrire all'Italia una alternativa di governo nel segno della coesione, dell'equità, di un nuovo sviluppo. L'Unità è tornata grande per combattere meglio questa battaglia politica. Il nostro impegno è offrire più giornalismo, uno sguardo più aperto sulla società e i suoi affani, un'apertura ancora maggiore al confronto delle idee. L'EDITORIALE CLAUDIOSARDO I voti di ieri cambiano l'Europa. Non è un'espressione retorica: gli elettori in tre Paesi hanno liquidato con la legittimazione democratica delle urne la politica che ha dominato il continente negli ultimi anni. SEGUE A P.4 ILCOMMENTO FRANCESCOCUNDARI Vince Hollande, vince la Francia che vuole cambiare. Sarkozy grande sconfitto. E con lui l'asse del centrodestra europeo. In Grecia dura sconfitta per i partiti che sostenevano il governo. Bersani: ora Monti colga l'occasione. Spettacolo a Milano e grande gioia a Torino. L'Inter ferma il Milan e la squadra di Conte, con una domenica di anticipo, è campione d'Italia BUCCIANTINIP.25 A P.7 La posta in gioco Facebook neweconomy vecchi miliardi GianolaP.21 1,20 Anno 89 n. 125Lunedì 7 Maggio 2012
VUCINIC E MILITO CONSEGNANO LO SCUDETTO ALLAJUVE. Mentre i bianconeri si imponevano sul neutro di Trieste contro il Cagliari, grazie alla rete (in leggero fuorigioco) del montenegrino dopo 5 minuti e all'autogol di Canini nel finale, la tripletta del Principe (e un gol di Maicon) nel derby faceva scivolare via il triangolino tricolore dalle maglie del Milan, cui non bastava l'uno-due del grande ex Ibra (prima rete su rigore inesistente) per far rinviare i titoli di coda sul campionato. A novanta minuti dal termine la squadra di Conte vola a +4 sui rivali e si laurea campione con un turno di anticipo. A sei anni dal titolo conquistato sul neutro di Bari contro la Reggina, mentre già era esploso il bubbone calciopoli che avrebbe poi spedito in B la Signora, la Juventus torna dunque regina. E lo fa nell'anno zero quando era ripartita da un tecnico nuovo e giovane come Conte, al quale nessuno aveva chiesto di vincere al primo colpo. I bianconeri hanno meritato questo trionfo per essere stati in testa più giornate di chiunque altro, per non aver mai perso una volta, per aver prodotto il calcio più bello. Il famigerato gol fantasma di Muntari fa ancora schiumare di rabbia i cuori rossoneri, ma il Milan ha buttato via lo scudetto a fine marzo, quando aveva quattro punti di vantaggio e in sette giorni si è fatta imporre il pareggio dal Catania e poi battere in casa dalla Fiorentina. La Juve ha preso il comando e non l'ha più mollato, aumentando anche il vantaggio: lo sciagurato errore di Buffon col Lecce ha ridato pepe ad un finale che sembrava scritto, riportando il Milan a –1, ma i rossoneri si sono fermati di fronte all'ostacolo derby. Gli uomini di Conte, invece, hanno ripreso subito la piacevole abitudine di vincere, sbancando un Nereo Rocco di Trieste colorato quasi per intero di bianconero, involandosi verso lo scudetto grazie alla rete in apertura di Vucinic. Una rete che ha scacciato le paure e i fantasmi, ma anche una rete viziata da fuorigioco, vista la posizione di partenza del montenegrino sul lancio di Bonucci. La Juve, però, ha dominato dall'inizio alla fine, la sua gente ha celebrato la notizia del gol di Milito quasi più di quanto aveva festeggiato quella di Vucinic, mentre Marchisio e poi Pepe sfioravano il raddoppio già prima della mezz'ora. Paura solo per un brutto infortunio a Lichsteiner (dopo una testata con Pinilla), curato a bordo campo e poi trasportato in ospedale per accertamenti, per il resto i bianconeri hanno amministrato senza affanni, col Cagliari che per la prima volta ha provato a rendersi pericoloso solo al minuto 37. Nel frattempo da San Siro giungevano notizie di un Milan alle corde, che rischiava di subire il 2-0 (annullata per fuorigioco la rete di Lucio), con un gol fantasma di Cambiasso e un'occasionissima di Sneijder, mentre Julio Cesar negava l'1-1 a Ibra, che però trasformava il rigore del pari prima dell'intervallo (ma l'intervento del portiere su Boateng era chiaramente sul pallone), riaccendendo le speranze rossonere. Mentre su Trieste si scatenava un mezzo nubifragio, la ripresa si apriva con la doccia fredda della notizia del raddoppio di Ibrahimovic, ma il 2-2 di Milito dal dischetto faceva iniziare la festa dei tifosi bianconeri. Che esplodeva al 2-0 di Borriello-Canini e poi al terzo e al quarto gol interista. La Juve è di nuovo campione. Invincibili È festaJuve Loscudettoaibianconeri L'Interabbatte ilMilan NelderbydiSanSiro finisce treadueper inerazzurri. TriplettadiMilito.ATrieste ungoldiVuciniceunautogol stendonoilCagliari Lecce 0 1 Fiorentina Roma 2 2 Catania Siena 0 2 Parma Atalanta 0 2 Lazio Bologna 2 0 Napoli Novara 3 0 Cesena Palermo 4 4 Chievo Udinese 2 0 Genoa Cagliari 0 - 2 Juventus Inter 4 - 2 Milan SPORT MASSIMODEMARZI sport@unita.it Catania - Udinese Cesena - Roma Chievo - Lecce Fiorentina - Cagliari Genoa - Palermo Juventus - Atalanta Lazio - Inter Milan - Novara Napoli - Siena Parma - Bologna ILCOMMENTO MARCOBUCCIANTINI MARCATORI PUNTI PARTITE IN CASA FUORI CASA RETI G V N P G V N P G V N P F S 1 Juventus 81 37 22 15 0 18 12 6 0 19 10 9 0 65 19 2 Milan 77 37 23 8 6 18 11 5 2 19 12 3 4 72 32 3 Udinese 61 37 17 10 10 19 13 4 2 18 4 6 8 50 35 4 Lazio 59 37 17 8 12 18 9 6 3 19 8 2 9 53 46 5 Napoli 58 37 15 13 9 18 9 6 3 19 6 7 6 64 45 6 Inter 58 37 17 7 13 19 10 4 5 18 7 3 8 57 52 7 Roma 53 37 15 8 14 19 10 5 4 18 5 3 10 57 52 8 Parma 53 37 14 11 12 18 9 5 4 19 5 6 8 53 53 9 Bologna 51 37 13 12 12 19 8 4 7 18 5 8 5 41 42 10 Catania 48 37 11 15 11 18 9 5 4 19 2 10 7 47 50 11 Atalanta(-6) 46 37 13 13 11 19 9 6 4 18 4 7 7 40 40 12 Chievo 46 37 11 13 13 18 7 6 5 19 4 7 8 34 45 13 Fiorentina 45 37 11 12 14 18 7 6 5 19 4 6 9 37 43 14 Siena 44 37 11 11 15 19 8 4 7 18 3 7 8 44 43 15 Palermo 43 37 11 10 16 19 10 3 6 18 1 7 10 52 60 16 Cagliari 42 37 10 12 15 19 7 8 4 18 3 4 11 37 46 17 Genoa 39 37 10 9 18 18 8 6 4 19 2 3 14 48 69 18 Lecce 36 37 8 12 17 19 3 6 10 18 5 6 7 40 55 19 Novara 32 37 7 11 19 19 5 8 6 18 2 3 13 34 63 20 Cesena 22 37 4 10 23 18 2 7 9 19 2 3 14 22 57 L'esultanzadeigiocatoridella Juventusdopo ilgoldi Vicinic FOTO DI JONATHAN MOSCROP/LAPRESSE CLASSIFICASERIE A LA JUVENTUS È CAMPIONED'ITALIAPERLA28ESIMAVOLTA, ANCHE SEI SUOIDIRIGENTI SIOSTINANOA CONTARE TRENTASCUDETTIE PRETENDERE DI CONSEGUENZALATERZASTELLA DA CUCIRESULLAMAGLIA. Farebbero meglio a smerigliare il campionato dalle polemiche, e lasciare così brillare questo limpido gioiello costruito d'estate, quando fu scelto Antonio Conte e i giocatori più adatti a interpretare il suo calcio aggressivo, veloce, corale dove Pirlo è prezioso perché tutto quell'ardore viene trasformato in gioco. C'è tanto “presente” in questa Juventus, che merita di affrancarsi dal passato. Lo scudetto è meritato: una squadra senza sconfitte testimonia solidità ed efficacia tattica. Se il Milan è rimasto in corsa, trovando perfino una vetta che sembrava assicurata, è solo perché i vari Vucinic, Giaccherini, Pepe erano al tempo stesso punti di forza della squadra, con il loro muoversi perpetuo negli spazi, e anche la croce: arrivando sfiatati in zona gol, finivano per dilapidare molte occasioni. Così, l'andatura della Juventus era frenata dai troppi pareggi, che però lasciavano tutti la stessa impressione di forza. L'incognita maggiore era dunque l'affievolirsi della vivacità di questi corridori, ma Conte ha gestito benissimo un gruppo fortunatamente esente da infortuni importanti, e risparmiato dalle coppe internazionali, che hanno svilito le concorrenti. In questa bizzarra primavera, le gambe più veloci erano ancora quelle bianconere. E alla concretezza hanno badato i due cursori della squadra: Marchisio e Vidal, che si sono idealmente alternati: il torinese mattatore dell'andata, il cileno del ritorno. Così, dopo sei anni, Calciopoli può essere analizzato serenamente anche da Agnelli, che ieri ha perfino avuto l'aiuto dell'Inter, alter ego di questo revanscismo. Nerazzurri padroni di un derby dove il Milan, come troppe volte è successo, si è ridotto a Ibrahimovic, capace quest'anno di cose sublimi, pieno come mai in passato, abile a vedere il gioco suo e sviluppare quello dei compagni, che infatti chiama spesso all'affondo e più ancora al duetto: manca allo svedese solo il carisma per dare coraggio a compagni spaventati dall'occasione. La stagione dei rossoneri è stata troppo agitata per lasciare energie da spendere in questo derby. Allegri ha cavato poco dai giocatori messi attorno al faro: nell'azione di Boateng c'era volontà, non raziocinio, e in quella di Robinho mancava senso della porta. Va detto che l'Inter è stata bella nel primo tempo e valorosa nel secondo, quando l'arbitro l'ha espropriata della partita. Poteva abbattersi e replicare certe recite mosce di questa stagione invece si è armeggiata, mossa, battuta, con tiri originali (Sneijder) finché le è rimasto fiato. Per una squadra che vale meno di quanto sta scritto nei curricula dei suoi protagonisti, è stato un nobile addio agli obiettivi stagionali. Anche questa è classe: chi erediterà queste maglie invecchiate, ne sia all'altezza. E adesso dimenticate il passato 28 RETI: Ibrahimovic (Milan) 23 RETI: Cavani (Napoli); Milito (Inter) 22 RETI: Di Natale (Udinese) 19 RETI: Palacio (Genoa) 16 RETI: Denis (Atalanta); Miccoli (Palermo) 15 RETI: Giovinco (Parma) 14 RETI: Jovetic (Fiorentina) 12 RETI: Klose (Lazio) 11 RETI: Calaiò e Destro (Siena); Di Michele (Lecce); Osvaldo (Roma); Rigoni (Novara) 10 RETI: Di Vaio (Bologna); Matri (Juventus); Nocerino (Milan); Pinilla (Cagliari) 9 RETI: Borini (Roma); Hamsik e Lavezzi (Napoli); Lodi (Catania);Marchisio e Vucinic (Juventus) 8 RETI: Hernanes (Lazio); Floccari (Parma); Mutu (Cesena); Pellissier(Chievo); Ramirez(Bologna); Totti (Roma) PROSSIMOTURNO RISULTATI 37A lunedì 7, maggio, 2012 25
FEDERICA FANTOZZI ROMA Nel mondo la crisi economica ha creato nuove formediprotestesociali.RobertoSaviano, leièstatoa Zuccotti Park e ha detto ai ragazzi di «Occupy»: «Voi state ponendo le basi di un nuovo umanesimo» invitandoli a lottare per un mondo migliore. Questi movimenti di giovani che chiedono redistribuzionediricchezzeeopportunitàsonoingradodi cambiare il sistema? O sono solo sintomo di impotenzadelle istituzionidi fronteaimercati? «Questi movimenti sono una molteplicità. Vogliono partecipare, condividere le loro esperienze. Sanno individuare ed esprimere le difficoltà di funzionamento della democrazia durante la crisi economica. Sono così compositi che un'istanza non esclude l'altra. A Zuccotti Park ho incontrato democratici e repubblicani, atei, cattolici, islamici, ebrei, lavoratori e disoccupati, studenti e professori, giovani e anziani. Li unisce ritenersi il 99% rispetto all'1% che governa il pianeta. Insieme per affermare la loro presenza e proporre soluzioni. Potrebbero dare un forte contributo di innovazione ai meccanismi democratici. Soprattutto se si smettesse di etichettare le manifestazioni che nascono dal basso e si autogestiscono come populismi da temere. La democrazia è partecipazione o non è. Sempre: non solo nelle sedi istituzionali. Occupy Wall Street è un laboratorio: non ha leader né società perfette da edificare. Ma proposte di volta in volta. È qualcosa di radicalmente nuovo e incredibile. E sono fiero di avervi preso parte. Ma come può concretizzarsi il loro contributo? Sono possibili sinergie con la politica tradizionale? Se finoranonèavvenutoèperchéipartitihannopaura delnuovo?Operchéquesteformediprotestarestano individualiste, capaci di promuovere ribellione ma noncomunità? «Bisogna intendersi sul significato di “comunità politica”. Fa politica chi si organizza, ha un programma e dialoga. Non facciamo l'errore di considerare “comunità politica” la “partitocrazia”. Queste nuove forme di protesta non promuovono solo ribellione né vivono in una dimensione solipsista. Piuttosto, ci si concentra poco su come i media raccontino queste esperienze e in generale la democrazia. La politica e la relativa comunicazione sono improntate a un'analisi “personalistica” della realtà. È una scorciatoia descrivere un movimento di massa attraverso il suo leader, la sua “facciata”. Ma il prezzo, in termini di capacità di comprensione delle reali dinamiche, è altissimo. Io non temo i populismi e non demonizzerei i movimenti così etichettati. Proverei piuttosto a studiarne la genesi, a capire su chi e perché fanno presa. A riflettere sulle responsabilità e sulla chiusura della politica istituzionale che non li riconosce come cittadini ed elettori. In passato mi sono occupato della Lega. Il populismo è spesso all'interno del Parlamento, non fuori, e se consente il mantenimento di equilibri consolidati viene blandito e assecondato». Questimovimentirilancianoancheiltemadell'esseregiovaninellesocietàoccidentalicheinvecchiano. In Italia lo scarto tra le aspettative e le opportunità dei ragazzi è allarmante. Come può rinascere fiducia se le generazioni future vivranno peggio delle precedenti? «Dirò qualcosa di impopolare. Posto che la situazione per gli italiani è difficilissima, forse vivremmo questa fase in modo diverso analizzando con onestà gli anni pre-crisi. Non faccio sconti alla classe politica, ma non porta a nulla caricarla ora di ogni responsabilità, poiché i cittadini non hanno assolto alla funzione di controllori, fondamentale per il buon funzionamento di un Paese democratico. C'è una tendenza quasi da revisionismo storico - o meglio economico - ad azzerare responsabilità personali. Non possiamo più nasconderci dietro “le cose andavano così”: siamo stati testimoni di sistemi iniqui che sapevamo ci avrebbero portato allo sfascio. Da questa “omertà” nessuno è immune. Sento dire spesso che chi lavora è raccomandato. In una società corrotta come la nostra succede, ma chi si è sempre impegnato vive dignitosamente. Preferisco pensare che noi vivremo meglio dei genitori: la loro società era più conformista di quella che costruiremo mettendoci in gioco. Saranno le volontà degli individui a disegnare il volto del nostro Paese nei prossimi anni». Èpossibilecostruireretidisolidarietà umana in una società sempre più individualizzata?Lasinistranonpuò viveresenzaunadimensionesolidaristica, non può ridursi a puro linguaggio. «Io credo nell'individuo, ma non l'ho mai contrapposto alla comunità. Anche il ruolo dei partiti sarà cruciale. Ci penso quando rifletto sul concetto di “corpi intermedi”. Se non si fa corpo intermedio, un partito è condannato a essere oligarchia. E le oligarchie, nella storia, hanno sempre fatto una fine indegna. Ma i partiti non sono gli unici momenti di mediazione tra cittadino e governo. Ogni momento aggregante della partecipazione degli individui afferma un'idea solidaristica della società. E questo non riguarda solo la sinistra. Fare rete vuol dire farsi portatore del meglio, non difendere diritti di rendita. Invece le uniche reti che si ritiene necessario mantenere sono in difesa non di diritti ma di prassi consolidate se non privilegi, oggi fuori tempo massimo». Ipartitisonoalminimostoricodellapopolarità,indebolitida inchiestegiudiziariesull'usospregiudicato disoldipubbliciedall'incapacitàdiauto-riformarsi, maanchedaunsistemachepremiailpopulismo.Lei hascrittochelarivoluzionenonlefavenireinmente «uomini nuovi» né fucilazioni bensì Gobetti: tutti partecipidiununicoPaeseedestino.Cosavedenel futuroprossimodell'Italia? «La “partitocrazia”, abusi e sprechi, non sono frutto di accuse infondate. Non sono cause ma effetti di un sistema economico e democratico che non funzionava. Se non ce ne rendiamo conto, il futuro non sarà diverso dal passato. Se attribuiamo responsabilità solo alla politica continueremo a deresponsabilizzarci come cittadini e a ritenere inutile vigilare. Poi, i partiti hanno le loro responsabilità e molti non li ritengono in grado di autoriformarsi». Lei, con le parole, si è battuto contro i corollari del governoBerlusconi: lamacchinadelfango, lalegge bavaglio,lacontiguitàconzonegrigiediillegalità.E harivendicato ildirittodi«sognareun'Italiapulitae libera».ConilgovernoMontiquantosonocambiate lecose? «Sono cambiate moltissime cose. Ma è ancora il passato, nelle sue innumerevoli nefandezze, a restituirci la cifra del presente. Restano cose cruciali da fare. Ma sarebbe disonesto giudicare il governo colpevole di non aver portato a termine un cambiamento generale della società, dato che il Parlamento non è cambiato». Ilgovernotecnico:badanteperl'Italiaconvalescentedalberlusconismo o sconfittadellapolitica? «Entrambe le cose. Sarebbe interessante capire il ruolo dei cittadini in tutto ciò. A volte sembrano spettatori, forse telespettatori, tifosi. L'espressione “scendere in campo” ha proprio questo obiettivo. Il politico agisce, i cittadini tifano, per lo più fischiano. È la sconfitta della politica». Farebbemaipolitica inprima persona? «Mai. Non è il mio mestiere e l'Italia è un Paese complicato. Non è una strada che fa per me. Continuerò a studiare, ricercare, scrivere, comunicare, diffondere. Politica si può fare anche così, senza candidarsi, partecipando. Cercando di fare bene il proprio mestiere». Lavittoria francesediHollandepuòcambiarevolto all'Europa e dare una prospettiva diversa anche all' Italia? «Non so. È tempo che la politica italiana si dia una prospettiva diversa. Sono sincero: parlo soprattutto alla sinistra. Da anni, questa esterofilia di facciata, questa acritica adesione a modelli stranieri (che data la velocità con cui si rinnegano, sembra superficiale), ha sollevato la sinistra dalla ricerca di un'identità. Bisogna rendersi conto di cosa pensano gli italiani, di cosa sono - siamo - diventati. Con tutti gli scandali sui rimborsi elettorali, poi ci sono sedi periferiche di partito che non hanno i soldi per l'affitto. Altro che modello francese, tedesco, inglese. Studiare la realtà calabrese, campana, lucana. Studiare. Tanto più che in Francia chi ha vinto davvero è Marine Le Pen». Nel dibattito pubblico la cronaca giudiziaria e la competizione tra leader politici hanno più spazio dellequestioni sociali. Secondo leiè la viagiusta? «In un Paese con un premier plurinquisito era inevitabile. Ora sta ai media assumersi la responsabilità di scegliere le priorità». StapercominciaresuLa7lasuatrasmissione «Quello che (non) ho» con Fabio Fazio. Cosa in questo momentononha l'Italia? «L'elenco è lungo. Non ha più unità. Divisa, spezzata, disomogenea. Un Paese che invita risorse e talenti a fuggire. Poi l'Italia ha una capacità: un'immensa comunità di emigrati in ogni angolo del mondo. Bisogna tornare in relazione con loro». U: INTERVISTAAROBERTOSAVIANO Partecipare èpolitica «Imovimentidiprotesta sonounanuovaforma didemocrazia» INCHIESTEECULTURE : Adolescenti, com'èdifficilediventaregrandi P.20 : Lastrana «amicizia»traFacebooke laBorsa P.21 : IlnostroDantequotidiano P.22 : 2040: il computerbatte l'uomo P.23 SPORT: Girod'Italia,Cavendishchialtri? P.27 Nonfaccio scontiachi governama ancheicittadini nonsiano soltanto spettatori otifosi Loscrittoreracconta lasuaItalia«Nonhopaura deipopulismi. I corpi intermedisonocomunitàpolitica, nonlapartitocrazia. Iocandidato?Nonèilmiomestiere VogliocontinuareascrivereeastudiarequestoPaese» lunedì 7, maggio, 2012 19
LAVORIAMO PER UNA RETE PIÙ LEGGERA PER L'AMBIENTE LAVORARE PER UNO SVILUPPO SOSTENIBILE VUOL DIRE ANCHE TRASMETTERE ENERGIA RESPONSABILMENTE. QUESTO È L'IMPEGNO DI TERNA. IN TE R N O O TT O RO M A Te r n a S . p . A . • V i a l e E g i d i o G a l b a n i , 7 0 • 0 0 1 5 6 R o m a • i n f o @ t e r n a . i t • w w w . t e r n a . i t Proprietario della rete di trasmissione di energia elettrica ad alta tensione in Italia, Terna ha un ruolo unico e insostituibile per la sicurezza e la continuità del sistema elettrico italiano che svolge con un approccio sostenibile all'ambiente e al territorio. Il rispetto di Terna per l'ambiente ha portato alla firma di accordi di partnership strategica con WWF Italia per la definizione di linee guida per un maggiore livello di integrazione dei criteri ambientali nella pianificazione della rete e per la realizzazione di interventi di ripristino, mitigazione e compensazione ambientale nelle Oasi WWF toscane di Stagni di Focognano e Padule-Orti Bottagone e in quella siciliana di Torre Salsa. Con LIPU-Lega Italiana per la Protezione degli Uccelli, Terna ha invece realizzato un'innovativa ricerca scientifica sull'interazione tra linee elettriche ed avifauna. Con l'associazione Ornis italica installa cassette nido sui tralicci per favorire la riproduzione di alcune specie protette di uccelli e per consentire l'acquisizione di dati scientifici sul comportamento animale. Terna è inclusa nei principali indici borsistici internazionali di sostenibilità tra i quali il Dow Jones Sustainability Index World e Europe. 16 lunedì 7, maggio, 2012
Trasformare piazza Bolotnaja una tendopoli della protesta. L'intento dichiarato era quello di rovinare la festa di oggi, l'investitura dello zar Putin III accompagnata da parate militari e benedizioni sacre, tra gli invitati anche Berlusconi. L'opposizione russa è tornata a riempire le strade della capitale alla vigilia dell'insediamento dell'eterno presidente russo. Cinquemila i manifestanti autorizzati a scendere in piazza,100.000 quelli che ieri hanno realmente sfilato a secondo gli organizzatori. Tanti comunque, anche se non è stata come avrebbe voluto la «Marcia di un milione». La polizia ha tenuto ben lontana la folla dalle vicinanze del Cremlino. Ci sono stati scontri duri, gruppi di manifestanti hanno tenuto testa agli agenti gridando «Fascisti», «Russia senza Putin». Bilancio della giornata: 27 feriti ricoverati in ospedale, 400 arrestati, inclusi i leader dell'opposizione che ha denunciato brogli e trucchi delle elezioni politiche e presidenziali. Finiscono in cella, una volta ancora, il popolare blogger Alexei Navalny, il leader del fronte di sinistra Serghey Udaltsov e l'ex vice-premier Boris Nemtsov. Per loro una condanna a quindici giorni. Tende sequestrate, non ci saranno accampamenti a turbare la cerimonia di oggi, come era prevedibile. SIT-IN AOLTRANZA La marcia era stata tranquilla fino a quando in piazza Bolotnaja, Udaltsov ha lanciato la sfida del sit in ad oltranza. A nome della piazza dei nastri bianchi uno lungo cinquanta metri ha aperto ieri il corteo - ha chiesto l'annullamento della cerimonia di insediamento, nonché del voto e uno spazio televisivo di un ora su un canale nazionale per denunciare la truffa elettorale. «Resteremo in piazza fino a quando Putin non lascerà il suo posto». Qualche tenda è spuntata davvero, tra i lacrimogeni e le teste ammaccate. Alle 19,30 - ora ufficiale di chiusura della manifestazione - la gente è ancora lì: seduta per terra, a gridare «Putin ladro». Su piazza Bolotnaja è l'ora degli Omon, le forze speciali della polizia. I manifestanti vengono divisi a piccoli gruppi e dispersi, non si risparmia violenza. Su un altra piazza la musica e le bandiere dei pro-putiniani: 50.000 quelli autorizzati, per loro nessuna limitazione. Oggi la protesta continua, anche se con più cautela. L'opposizione ha dato indicazione di girare per le strade della capitale mostrando i nastri bianchi simbolo della protesta. Il gruppo di hacker Anonymous ha annunciato un attacco sui siti web governativi. Ma ieri ad essere messi in scacco sono stati il Kommersant on line e i siti di radio Echo e della tv Dozhd, più vicini all'opposizione. L'opposizione rovina la festa, scontri a Mosca C'è chi pensa che i greci, stremati dei continui sacrifici imposti dalla Trojka, abbiano votato per la dracma. Lo pensano soprattutto gli analisti economici che da oggi prevedono una settimana di Borse al calor bianco proprio per effetto del caos uscito dalle urne in Grecia. I cittadini ellenici in effetti hanno penalizzato duramente i due maggiori partiti, Nea Dimocratia e Pasok, che finora hanno sostenuto la linea della necessità dei tagli, delle privatizzazioni, della riduzione dei salari imposti dai Memorandum decisi da Fmi e Bruxelles. E hanno invece premiato, a destra e a sinistra, i partiti che questa linea rigorista hanno contestato. Ciò che inquieta di più è l'exploit della nuova formazione politica Chris Avghi (Alba Dorata) che si innesta dichiaratamente nella tradizione nazista. Gli estremisti razzisti e iper nazionalisti, clandestini fino a pochi anni fa, entrano in Parlamento addirittura ottenendo più del doppio della soglia minima del 3 per cento. Proprio i militanti di Alba Dorata hanno assaltato nel pomeriggio ieri alcuni seggi, minacciando e insultando scrutatori e elettori di sinistra, a Petroupolis, popoloso quartiere di Atene. Non ha tranquillizzato per niente neanche il loro capo Nikos Michaloliakos comparso in serata alla tv per pronunciare frasi del tipo: «State attenti, stiamo arrivando. Continueremo la nostra lotta dentro e fuori dal Parlamento». A sinistra sono diverse le formazioni politiche ad aver ottenuto un buon successo. In particolare Syriza, sigla della coalizione di sinistra, radicale e ambientalista guidata il trentottenne Alexis Tsipras, il più giovane leader politico greco, che è balzata al secondo posto nel firmamento parlamentare, sorpassando i socialisti del Pasok, penalizzati dal sostegno alla linea del ripiano del deficit per altro ereditato dal precedente governo di centrodestra e poi sostenitori del governo tecnico che ha preso il testimone lasciato da Gyorgy Papandreu. Se confermate dallo spoglio le proiezioni del ministero dell'Interno greco Syriza otterrebbe con il 16,3% dei voti cioè 50 deputati. Mentre il Pasok con il 13,6% si fermerebbe a 42 seggi. Sempre stando alle proiezioni però contando anche i resti Nea Dimokratia e Pasok sulla carta avrebbero i 151 seggi necessari per avere la maggioranza nel Parlamento. In particolare i conservatori di Antonio Samaras con il 19,2% dei voti avrebbe ottenuto 109 seggi ai quali vanno aggiunti i 42 seggi dei socialisti ora guidati dal ministro delle Finanze Evangelos Venizelos. E proprio Venizelos ieri sera a spoglio ancora da ultimare, prendendo atto dello scenario di estrema ingovernabilità che rischia di riportare alle urne tra un mese gli elettori senza per altro evitare un collasso economico e statuale, ha lanciato un appello per la formazione di un governo di grande coalizione. l leader socialista ha auspicato un governo di coalizione di tutti i partiti disposti a proseguire il mandato del Memorandum, cioè ad assolvere agli impegni presi per accedere al fondo Salvastati. Ma il leader di Nea Dimokratia Antonis Samaras, rimasta primo partito ma con quasi la metà dei consensi, si è detto pronto a guidare un governo di salvezza nazionale che imponga però la modifica del Memorandum. Mentre Panos Kammenos, a capo del nuovo partito liberal-nazionalista dei Greci Indipendenti che pure ha portato a casa un buon risultato, attorno al 10 per cento, sembra più propenso a un'alleanza con Syriza, in quanto - ha detto Kammenos- i due partiti «hanno una posizione comune circa il debito del Paese, anche se divergono su altre questioni di interesse nazionale». Un'alleanza che, virtualmente, potrebbe coinvolgere anche il raggruppamento di Sinistra democratica formato da transfughi del Pasok e eurocomunisti che entrerebbe in Parlamento con un 5-6 per cento. In tutta questa frantumazione, una scelta ancora più disperata è rappresentata dall'alto tasso di astensioni che sfiorerebbero il 40 per cento. Merkel perde lo Schleswig La Spd pronta a formare la coalizione GHERARDOUGOLINI BERLINO Chissà cosa pensavano ieri gli elettori dello Schleswig-Holstein, piccolo Land all'estremo nord della Germania, mentre deponevano la scheda nell'urna per rieleggere il parlamento ragionale. La simultaneità con ben più importanti elezioni politiche nazionali in Francia e Grecia ha finito col conferire a quel test amministrativo un valore politico superiore al previsto. E se la chiave è questa, il risultato è senz'altro poco confortante per Angela Merkel. La Cdu, da sette anni consecutivi alla guida della regione, perde infatti voti scendendo al 30,9%, il peggior risultato dal dopoguerra, pur riuscendo d'un soffio a confermarsi la forza politica più votata nel Land. I numeri per riproporre una maggioranza nero-gialla parallela al governo nazionale non ci sono, visto che anche i liberaldemocratici dell'Fdp perdono consensi (dal 14,9% all'8,1%). Ciononostante per l'Fdp si tratta di una boccata d'ossigeno: dopo i ripetuti fallimenti delle ultime regionali, questa volta riesce a stare al di sopra della soglia di sopravvivenza (5%). Il merito è soprattutto del leader locale, Wolfgang Kubicki, più apprezzato dello smunto Philipp Rösler, successore di Westerwelle alla presidenza del partito. L'Spd ottiene un soddisfacente risultato salendo al 30,3% e guadagnando cinque punti rispetto alla precedente consultazione. Il candidato governatore dei socialdemocratici, il combattivo Torsen Albig, borgomastro di Kiel, sarà probabilmente il nuovo governatore del Land alla guida di una maggioranza composta da Spd, Verdi (13,2%) e il Sww, partito che rappresenta la minoranza etnica danese. Questa formazione ha ottenuto il 4,5%, ma avrà ugualmente tre rappresentanti in parlamento, dal momento che il sistema elettorale tutela le comunità etniche esonerandole dall'obbligo di superare la soglia di sbarramento. Le elezioni dello Schleswig-Holstein registrano inoltre lo scivolone della Linke che si ferma al 2,3%, mentre i Piraten raggiungono l'8,2% celebrando l'ennesimo «arrembaggio» riuscito, il terzo consecutivo dopo Berlino e Saarland. Parlare di sconfitta per Angela Merkel sarebbe senz'altro esagerato, ma di sicuro il risultato dello Schleswig-Holstein non è stato quello che auspicava la cancelliera, visto che la Cdu sarà costretta a cedere la guida del Land ai socialdemocratici. Ora gli occhi sono tutti puntati sull'appuntamento del Nord-Reno Vestfalia, dove si vota tra una settimana. Trattandosi di un Land tra i più popolosi (18 milioni di abitanti) e ricchi della nazione, quel test consentirà di valutare meglio il grado di consenso elettorale di Angela e del suo governo. ELEZIONIANTICIPATE La cancelliera Angela Merkel FOTO ANSA SVOLTAINEUROPA . . . Oggi la cerimonia di insediamento di Putin Arriva anche l'amico Silvio Berlusconi Grecia, vince la rabbia Punita la linea dell'austerità Il leader del Pasok, Evangelos Venizelos (al centro) salutato dai suoi sostenitori a Thessaloniki FOTO LAPRESSE Crollano Pasok e Nea Dimokratia. Ma il Paese appare ingovernabile. Vince l'umore antieuropeo La sinistra radicale di Syriza al secondo posto Per la prima volta neonazisti in Parlamento RACHELEGONNELLI rgonnelli@unita.it . . . Difficile dare vita a un governo di coalizione L'appello di Venizelos alle «forze responsabili» «Israelealvoto traquattromesi» SceltadiNetanyahu Ilpremier israelianoBenjamin Netanyahuhaannunciato ieri sera checonvocherà elezionianticipate. «Nonvoglioun anno emezzodi instabilitàpolitica accompagnatada ricattie populismo. Èmegliouna campagnaelettoralebreve di quattromesi per garantire la stabilità politica»,hadettoNetanyahu aun radunodel suo partito, il Likud, a Tel-Aviv.Secondo imedia israeliani, leelezionidovrebbero tenersi il4 settembre,maNetanyahunon ha indicatodate. Già oggi la Knesset, il Parlamento israeliano,voterà la leggenecessaria per lo scioglimento della legislatura chesarebbe terminatanaturalmente nell'ottobre 2013.Netanyahu,da oggi in campagnaelettorale,dà percerta la sua rielezione.È datoal 62% delle intenzionidivoto nell'ultimo sondaggiodelquotidiano conservatoreMaariv, seconda la leader laburistaShellyYachimovich con il 22,8%. MARINAMASTROLUCA mmastroluca@unita.it 6 lunedì 7, maggio, 2012
COMEACOPENAGHEN,COMEALMONDIALE,SUUNRETTILINEOLUNGO,LARGO,PERFETTO,CONLAFREDDEZZAELACLASSEDELPIÙFORTEALMONDOEDISEMPRE NELLE VOLATE, MARK CAVENDISH METTE LA PRIMA TACCA AL SUO GIRO STRAVINCENDO A HERNING. Primo sprint, prima vittoria per Palla di Cannone, l'ottava della vita alla Corsa Rosa, non una delle più difficili. Tutti dietro di metri, Goss, il francese Soupe, l'americano Farrar, Ferrari, il migliore degli italiani, quinto, Bennati è ottavo, dispersi gli altri, mentre Phinney mantiene con parecchi brividi e con grande forza la rosa. Lunga traversata del freddo litorale danese, da Herning a Herning passando per quello che la Danimarca ha da mostrare, lunghe distese sabbiose, campi verdi, pascoli, ponti, nuvole basse da classiche del Nord, grandi silenzi. È una corsa lineare, una fuga a tre, Balloni, Rubiano, Kaisen, vantaggio intorno ai 10 minuti per un paio d'ore, poi lavoro della Sky, della Garmin, della Bmc di Phinney e vantaggio che crolla, si sminuzza, si annulla. Il vento suggerisce alla Saxo Bank di Manuele Boaro, il quarto della generale, un possibile colpo di mano per portare via un ventaglio e beffare la maglia rosa. Non accade, c'è un'attenzione maniacale della Bmc, abituata del resto a portare al traguardo uomini e maglie pesanti. Alcune cadute, un piccolo tentativo di Anders Lund, uno dei cinque danesi in gara, davanti alla sua gente. Ai meno 8, con i treni perfettamente in orario e lanciatissimi, cade Phinney, finisce in coda al gruppo, non riesce a rimettere in sesto la bici, passano tutti e lui resta a piedi, a imprecare. Una mano gliela dà un passante, si rimette in sella con 40" da recuperare, senza compagni di squadra pronti a riportarlo sotto. Deve fare tutto da solo, un'altra crono, «molto più dura, uno sforzo infinitamente superiore» racconterà sorridendo all'arrivo, stringendo la rosa che ha salvato con una galoppata fantastica, tre km ai 60 orari per riaccodarsi al gruppo, riportarsi dentro, in testa. Ha un'autorità che stride con la sua età e, sicuro, vincerà tantissimo, come e più di Cancellara, cui somiglia per potenza e caratteristiche. L'ALTROCRONO DELL'AMERICANO La volata inizia ai meno 2, tutta la Sky, tutta la Garmin, tutta la GreenEdge, tutta la Rabobank a macinare su corsie separate la strada che ha solo un'insidia nel finale, una curva nella quale precipitano le ambizioni dell'olandese Bos, finite dritte e dolorosamente contro le transenne ai 500 metri. Volata: Hushovd lungo, Renshaw medio, Cavendish perfetto, al momento esatto, o è lui che lo rende esatto, quel momento, con una resistenza alla velocità rara, disumana, impossibile. Goss gli è accanto per alcuni metri, poi si inchina, scarta, va verso il centro, gli prende la ruota, non può fare altro, è come un inchino, sei tu il più forte, come sempre. Braccia alzate, come a Copenaghen per l'uomo dell'Isola di Man, per la maglia iridata. «Bello, non avevo mai vinto la prima volata del Giro, sono contento», ma questa è diversa dalle sette precedenti e dalle 20 vinte al Tour, perché è con quella maglia e nella stagione che porta a Londra, all'Olimpiade davanti a Buckingham Palace, davanti alla Regina che ha promesso di esserci, quel giorno, a vederlo vincere. Classifica uguale, tappa di oggi uguale, da Horsens a Horsens, vento, campi, nuvole basse, altra volata, stessi protagonisti. Parla inglese il ciclismo e parla inglese come non mai il Giro, un americano in rosa, un gallese secondo, un inglese che vince, un australiano secondo di tappa, tutti ex o attuali pistard. La pista fa tendenza, in Italia ce ne sono meno che nella sola Isola di Man, e i risultati parlano, urlano, ci fanno piccoli. NICOLALUCI sport@unita.it MotoGpInPortogallovince l'australianodavantiaPedrosa MiglioraValentinoRossi,maperora ilmassimoè il7˚posto ORMAI È CHIARO A TUTTI: L'UOMO DA BATTERE RESTA LUI, CASEY STONER. Il motociclista australiano si è imposto ieri in Portogallo davanti a Lorenzo (Yamaha) e al compagno Pedrosa, portandosi anche in testa al mondiale con 1 punto sullo spagnolo. L'australiano della Honda sulla pista dell'Estoril (dall'anno prossimo non più in calendario) non ha fatto prigionieri: ha imposto il suo ritmo fin dalle prime battute e anche se non è riuscito a scavare un solco enorme con gli avversari, ha tenuto a bada un mai domo Lorenzo, che ha provato a restare attaccato al codone della Honda Hrc numero 27, ma non ha mai avuto lo spunto in più per passare. Terzo Pedrosa, quarto Dovizioso, il primo degli italiani, che ha preceduto il compagno Crutchlow, meno brillante che in qualifica e battuto dopo un bel duello. Settimo Valentino Rossi: il pesarese ha vinto il mini-GP di casa Ducati e si è messo alle spalle anche Spies, con un passo tutto sommato buono e un distacco di 26". L'avvio di Stoner dalla pole è ottimo, con Pedrosa che si infila bene alla prima curva, ma poi cede all'australiano e Lorenzo per una piccola sbandata, e inizia una gara di rincorsa. L'australiano in due giri prende già oltre 1” di margine, ma Lorenzo replica con il record della pista e tiene la contesa aperta, con un distacco “a elastico”, compreso fra il secondo e i 7 decimi. Il trio Stoner-Lorenzo-Pedrosa - i soliti noti - prende il largo, con un bel duello Crutchlow-Dovizioso per il 4˚ posto, e Valentino Rossi che passa Barbera e Spies, autore di un dritto fatale, e si piazza 7˚ con tempi decorosi. L'incognita – e sarà il tema di tutta la stagione – è la tenuta delle gomme alla distanza, con la Yamaha, che, diversamente da Ducati e Honda, adotta all'anteriore la gomma dura di nuova generazione prodotta dalla Bridgestone. Il maiorchino perde nel primo settore, ma recupera negli altri e a metà gara arriva a incalzare Stoner quasi in scia. L'australiano però non apre mai la porta, nemmeno a un tentativo di attacco, e conquista il suo secondo successo di fila - e 18˚ podio consecutivo - Casey Stoner ha vinto il Gp di Portogallo, terzo appuntamento del Motomondiale nella classe MotoGp. «È stata una vittoria fantastica ma dobbiamo ancora migliorare», ha detto un incontentabile Casey Stoner commentando la vittoria in Portogallo. «La moto ha funzionato bene ma ci sono alcuni problemi con il chattering», ha spiegato l'australiano. Soddisfatto ma non troppo anche Pedrosa. «È stata una gara dura perché, dall'inizio, la mia velocità in curva non era buona». Amara la considerazione di Valentino Rossi: «Una bella gara, rispetto ad altre, ma gli altri vanno più forte». Il britannicoMark Cavendishvincitore allo sprint dellasecondatappa del Girod'Italia, chesi è corsa in terra danese FOTO DI CLAUS FISKER/ANSA-EPA L'iridatodell'isoladiMannon harivali inquestiarrivi lunghi, larghi,perfetti.Oggipuò replicare.NumerodiPhinney pertenere lamaglia rosa GOLF FrancescoMolinari trionfa inSpagna FrancescoMolinare, il piùgiovane dei minoredeiduefratelli torinesi, havinto con280 colpi (70 717465, -8) il torneo dell'EuropeanTour, disputatoal “Real Club”di Siviglia. FrancescoMolinari, sestoallavigiliadell'ultimogiro, con un eccellentegiro finale in 65(-7), ha distanziatodi trecolpi gli spagnoli PabloLarrazabale Alejandro Cañizares e ildanese Soren Kjeldsen(283, -5). SettimoMatteo Manassero. ATLETICA Boltègiàunfulmine 9”82aKingston UsainBolt ègià in formaolimpica. Il 25ennesprinter giamaicano hacorso i 100metri in 9"82,miglior prestazione mondialestagionale, al Jamaica International Invitational diKingston. Il campioneolimpicodei 100 e200metri, detentoredel recorddel mondosu entrambe ledistanze,hamigliorato il precedentemiglior tempo dell'anno (9"90) fattosegnareda YohanBlake, anch'egligiamaicanoe suo grande avversarionei centro metridi Londra. SPORT Cavendish,chialtri? Primavolata,prima“tacca”delcampione COSIMOCITO citocosimo@hotmail.com TENNIS Seppisiaggiudica il torneodiBelgrado Andreas Seppi,numero 1 del tennis italiano,vince il torneo250 di Belgrado, battendo in finaleBenoit Paire, francese di talento ma incostante. Finalesenza storia:6-36-2, dopo lagrande vittoria controNalbandian in semifinale. Per l'altoatesinoè il secondo torneovinto in carrieradopo Eastburn, sull'erba inglese.Grazie al successo saràattorno aln˚30 dellaclassifica. BREVI 1 Taylor Phinney Usa-Bmc 5h03'38'' 2 Geraint Thomas Gbr-Sky a 0'09'' 3 Alex Rasmussen Danimarca-Garmin a 0'13'' 4 Manuele Boaro Italia-Team Saxo Bank a 0'15'' 5 Gustav Erik Larsson Svezia-Vacansoleil a 0'22'' 6 Ramunas Navardauskas Lituania-Garmin a 0'22'' 7 Brett Lancaster Australia-Orica a 0'23'' 8 Marco Pinotti Italia-Bmc a 0'24'' 9 Jesse Sergent Nuova Zelanda-Radioshack a 0'26'' BOXE Mayweather, mondiale e... tremesidicarcere Lo statunitenseFloyd Mayweather Jr. habattuto ai punti,decisione unanime, il portoricanoMiguelCotto egliha strappato la fasciadi campionedi superwelter sul ringdiLas Vagas. Mayweather,35anni, èconsiderato il più grandepugile vivente. Hapresouna borsa da32 milionididollari, recorddi sempre.E comunque,Mayweather dalprimo giugno sarà in carcere,per la condannaa tre mesi perviolenza domestica. ARRIVO CLASSIFICA Stoner imprendibile È lui l'uomodabattere CaseyStoner nelduellocon lospagnolo JorgeLorenzodurante la prova portoghese delmondialedi MotoGp FOTO DI MARIO CRUZ/ANSA-EPA 1 Mark Cavendish Gbr-Sky 4h5312'' 2 Matthew Harley Goss Australia-Orica s. t. 3 Geoffrey Soupe Francia-Fdj s. t. 4 Tyler Farrar Usa-Garmin s. t. 5 Roberto Ferrari Italia-Androni s. t. 6 Mark Renshaw Australia-Rabobank s. t. 7 Thor Hushovd Norvegia-Bmc s. t. 8 Daniele Bennati Italia-Radioshack s. t. 9 William Bonnet Francia-Fdj s. t. lunedì 7, maggio, 2012 27
A UN PUNTO DAL PARADISO. FRANCESCO GUIDOLIN SI GODE IL MOMENTO E A UN TURNO DALLA FINE, IN UNGIOCOALMASSACROPERQUESTACORSACHAMPIONS AL RALLENTATORE, LA SUA UDINESE RESTA L'UNICA SQUADRA PADRONA DEL SUO DESTINO. All' ultimo giro di lancette di questo campionato al ribasso, è ancora l'Udinese del generale Guidolin e del luogotenente Totò Di Natale a mettere tutti in fila. La Lazio che ha perso i pezzi per strada e tornata alla vittoria alla penultima giornata si pente di non aver investito sul mercato di gennaio, il Napoli logorato dalla partecipazione in Champions League e adesso incerto e nervoso, addirittura l'Inter della stagione maledetta, costretta a giocarsi le sue ultime chance di rincorsa nel derby scudetto. Tutti dietro all'Udinese rivelazione, ancora lassù nonostante le partenze di Sanchez e Inler della scorsa estate, l'Udinese dei giovani, delle nuove leve come Basta e Pereyra, e dei futuri pezzi da mercato pesanti: Asamoah, Armero e Inla. «Ci vogliono gambe, testa e cuore – dice Guidolin dopo il 2-0 di ieri sul Genoa -, siamo a un punto dal paradiso, dal traguardo che mai avrei immaginato. Spero di andare a fare questo punto a Catania». Contro Montella, che non ha da chieder più nulla ai suoi se non onorare una salvezza conquistata con largo anticipo, l'Udinese conta ben 20 possibilità su 27 di aggiudicarsi il biglietto per i preliminari della prossima Coppa dalle grandi orecchie. Una statistica che, visti i corsi e ricorsi storici, potrebbe proprio finire con un pareggio. BUONANOTTEALLE ALTRE E buonanotte alla Lazio, la cui vittoria di ieri in casa dell'Atalanta potrebbe rivelarsi inutile. E addio al Napoli, che fa harakiri contro un Bologna senza più obiettivi ma che onora l'ultima al Dall'Ara di Marco Di Vaio (andrà a Toronto), in un finale da far west con rissa di frustrazione che vedrà le espulsioni di Dzemaili e Morleo. E se al Friuli, la missione di Guidolin si mette subito in discesa con due rossi (Kucka e Palacio) nei primi 40', fino a sbloccare il risultato con una punizione magistrale di Di Natale (gara poi chiusa da Floro Flores nella ripresa), la Lazio torna alla vittoria sull'ostico campo “Atleti Azzurri d'Italia” con Lulic di nuovo titolare, Candreva che corre il doppio dei compagni e una difesa rimaneggiata causa le assenze di Biava, Dias e Radu. Si attendeva anche Klose dal 1', e invece il tedesco parte dalla panchina, e ironia della sorte il gol vittoria lo segna il suo vice Libor Kozak. La danza dei gregari si conclude con la bellissima rete di Cana dalla distanza. «Peccato aver vinto solo alla penultima – dice sconsolato Edy Reja -, però ora c'è l'Inter, siamo ancora in corsa e cercheremo di fare bene. Ce la giochiamo, di sorprese ce sono già state in questo campionato». Battendo Stramaccioni domenica, Reja dovrebbe sperare in una sconfitta dell'Udinese e Catania. Con un pari in Sicilia invece, finirebbe a 62 assieme a Guidolin, in una situazione identica allo scorso anno che premierebbe ancora l'Udinese per gli scontri diretti. Solo che balla ancora il ricorso contro il presunto triplice fischio dell'ultimo Udinese-Lazio che portò i laziali a fermarsi e Pereyra a segnare il raddoppio prima della rissa finale. L'esito del reclamo dovrebbe arrivare questa settimana e in teoria potrebbe anche assegnare lo 0-3 alla Lazio, il che cambierebbe tutto. Un'eventualità che lo stesso Reja vede col binocolo: «Tecnicamente sarebbe una gara da ripetere, ma serve che ci sia l'ammissione di qualcuno». Si tratta dell'arbitro Bergonzi, che se ne guarda bene dall'ammettere un errore così marchiano. Si morde le mani invece Mazzarri, la cui compagine sembrava la favorita nel pacchetto di pretendenti ai nastri di partenza: «Avremmo dovuto vincere 3-0 – dice il tecnico - ora dobbiamo pensare a battere il Siena. È stato un anno in cui abbiamo perso punti senza meritarlo». Ultime schermaglie, frasi a effetto e parabole bibliche tra i protagonisti. Comunque vada, il prossimo anno molti di loro potrebbero finire altrove. Per Edy Reja determinante sarà proprio il terzo posto, altrimenti largo al nuovo ciclo: si fanno i nomi di Zola, Sannino e Gasperini. Mazzarri vivrà la finale di Coppa Italia, poi si vedrà. Insomma, l'unico certo di restare è proprio Guidolin. Lavolataaquattrovedein testa lasquadramenoattesa GraziealsolitogoldiDiNatale ealle lacunedellealtre: ieri losprecoèstatodeicampani ADOLIVIO CAPECE SO LUZIO N E 1.A E5!!,E LA M IN A CCIA D IM ATTO CO N TH8 D ECID E LA PA RTITA . SPORT SIMONEDISTEFANO NICOLALUCI sport@unita.it NellaPremierLeague il ManchesterCityauna partitadal titolo.Non molla loUnited:manca unavittoriaalla festa LASORPRESA SCACCHI Stojanovic-Tsarouhas Australia2012. IlBianco muovee vince. PADOVA, OBIETTIVO CENTRATO. Ad Arvier in Valle d'Aosta il campionato Italiano a squadre (sito www.scacchivda.com) è terminato con la prevista vittoria dei padovani di “Obiettivo Risarcimento”. Secondo posto per la coriacea e compatta squadra di Pesaro “Scavolini-Datagest” e terzo per Chieti. Il femminile è stato vinto da Chieti davanti a Bologna “Scacchisti.it” e Vitinia (Roma). DiNatale esultadopo ilgol dell'Udinese:vale il terzo posto in solitaria FOTO DI VALTER PARISOTTO/LAPRESSE La banda di Totò vaal terzoposto Champions: né Inter, né Lazio néNapoli.PeroraèUdinese GLIMANCAUNAPARTITAPERENTRARENELLA LEGGENDA DELLA PARTE PERDENTE DI MANCHESTER. Un match, una gara, novanta minuti e Roberto Mancini potrebbe riportare il titolo di campione di Inghilterra nella bacheca del City dopo circa 44 anni di attesa. Ieri la squadra del tecnico di Jesi ha superato lo scoglio più difficile andando a vincere 2-0 in casa del Newcastle. L'eroe di giornata è stato ancora una volta Yaya Touré, autore di una doppietta nel secondo tempo. Il City sale a quota 86 punti in classifica, gli stessi dei cugini del Manchester United (che ieri hanno battuto lo Swansea) ma con i quali vantano una migliore differenza reti. La partita a Newcastle è stata tutt'altro che una passeggiata. La squadra di Mancini ha sbattuto a lungo contro il muro difensivo dei padroni di casa, capaci di vincere in casa del Chelsea nell'ultimo turno e ancora in corsa per il quarto posto. Nella ripresa l'ex allenatore dell'Inter azzecca la sostituzione che cambia la partita: il tecnico italiano inserisce De Jong a centrocampo e avanza Touré sulla trequarti. E l'ivoriano non tradisce: al 70' l'ex Barcellona porta avanti il City con una splendido destro a giro dal limite e, allo scadere, chiude i conti con un tocco ravvicinato che non dà scampo al portiere del Newcastle Krul. Il centrocampista ivoriano è uno specialista delle reti «pesanti»: dopo avere realizzato la rete che ha regalato la FA Cup al City nella finale dell'anno scorso con lo Stoke, l'ex giocatore del Barcellona potrebbe avere messo a segno i gol che consegnano alla squadra dello sceicco Mansour il suo primo titolo dal 1968. Una piccola soddisfazione per lo sceicco che in quattro anni di presidenza onoraria ha reso il club uno dei più prestigiosi d'Europa e, naturalmente, uno dei più ricchi. Da quando sono arrivati i nuovi dirigenti del Manchester City hanno messo in atto un'altra faraonica campagna acquisti. Nella parte perdente di Manchester, non più oramai, sono arrivati giocatori del calibro di David Silva dal Valencia, Aleksandar Kolarov dalla Lazio, Mario Balotelli dall'Inter, Yaya Touré dal Barcellona, Jerome Boateng dall'Amburgo e James Milner dall'Aston Villa. E poi dal Wolfsburg Edin Džeko, seguito dai maggiori club europei, comprato per una cifra vicina ai 35 milioni di euro. Non solo, della truppa fanno parte anche l'asso argentino Sergio Agüero prelevato dall'Atletico Madrid per una cifra vicina ai 45 milioni di euro, la più alta mai pagata per un giocatore nella storia del club, e il trequartista francese Samir Nasri (pagato circa 25 milioni di euro). La soddisfazione, in caso di titolo, non sarà solo per lo sceicco ma anche per Mancini, subentrato a fine del 2009 a Mark Hughes. In due anni Mancini è riuscito a portare a casa una FA Cup (la competizione di calcio più antica che si ricordi) e, facendo gli scongiuri del caso, la Premier League. Gli basterà vincere l'ultima gara in casa con il Queens Park Rangers per aggiudicarsi il titolo. Se dovesse vincere Mancini diventerebbe il secondo allenatore a conquistare un campionato in Inghilterra, il primo è stato Carletto Ancelotti, e sempre il secondo italiano, dopo Di Matteo, a vincere una competizione inglese in questo anno solare. Il calcio inglese parla sempre più italiano. DoppioYayaTouré Manciniaunpasso dal titolo inglese GiovincosembraBaggio IlParmavede l'Europa: sestavittoriaconsecutiva Unmesefa ilParma eraalquart'ultimo posto, la squadrache ilLecce avevamesso nel mirinoper la sua rimontasalvezza.Un mesedopo il Parmaè ottavo inclassifica, gli sonorimasti 90minuti da giocarecontro il Bologna epotrebbero valere un'incredibilequalificazione in EuropaLeagueo quantomento il ripiegonell'Intertoto. Unmeseeccezionale, ilmigliore di semprenella storiadei ducali: seivittoriedi filanon erano riuscitenemmeno allamiticasquadradi Tanzi, con Veron,Crespo e compagnia.Ce l'ha fatto DonadoniconGiovinco,anche ieri contro ilSiena fondamentale:unasassata da trenta metri, il solito destropotente,preciso, sotto la traversa.Poi nel finale il raddoppio diFloccari. Iquindicigol del fantasista, semprepiù confidente con larete, sono unabuona notiziaancheper Prandelli, che inattacco ha persogiocatori importanti,ma ha trovatoquestoragazzoche sembrapoterdiventare unfuoriclasse. .. . «Mancaunpunto,non loavrei maisperato»,diceGuidolin. Lasuasquadraè l'unica padronadelpropriodestino 26 lunedì 7, maggio, 2012
Imu, la guerra dei sindaci: «Paghi chi può pagare» In tempi di tagli e tasse, di tragi-che vicende legate ai debiti conil fisco, di supposti «buchi» di bi-lancio creati dalle Regioni, di co-siddetti «sprechi» annidati neigangli della pubblica amministrazione, vale la pena far emergere alcuni «percorsi speciali» seguiti dal governo Monti che stentano a farsi largo nel dibattito pubblico. Partiamo da un settore che innervosisce il premier, il quale ama ripetere: non siamo il governo delle banche. Ecco, i gruppi bancari: cosa è successo agli istituti italiani dal 13 novembre scorso (giorno di insediamento dell'esecutivo tecnico) ad oggi? In realtà è accaduto di tutto, tanto che per il «mal di credito» ha rischiato di morire persino l'euro. Tra la fine del 2011 e l'inizio del 2012 i gruppi finanziari europei, e in particolare italiani, hanno attraversato i mesi più difficili della loro storia. La tempesta perfetta è stata sventata grazie a diverse azioni, non sempre esplicite. Le banche italiane, che si erano fatte vanto di non aver ricevuto aiuti nella prima fase della crisi, oggi al contrario hanno avuto molti vantaggi «nascosti» tra le pieghe dei diversi provvedimenti. Misure che «possono valere anche un paio di punti di Pil», ha dichiarato il sottosegretario all'Economia Vieri Ceriani parlando delle norme sull' abuso del diritto, cioè di elusione fiscale, presenti nella delega fiscale. Ceriani parlava di vantaggi alle imprese: nei fatti il grosso dei «benefici» andranno in primo luogo alle banche. Così come è costruita sui bisogni dei banchieri la nuova Ace (aiuto alla crescita economica), che prevede uno sgravio sugli aumenti di capitale. IBENEFICI NASCOSTI Secondo alcuni esperti, grazie all'Ace le banche potrebbero effettuare gli aumenti di capitale necessari per rispettare i parametri Eba (l'autorità europea) sostanzialmente a costo zero. Il meccanismo consente di dedurre dall'imponibile un rendimento figurato del 3% degli apporti di capitale. Lo sgravio è consentito per sempre, e in termini aggregati renderà agli istituti l'intero valore apportato. In altre parole, il provvedimento potrebbe tradursi in uno sgravio di circa 14 miliardi, quanto l'Eba chiede ai maggiori gruppi italiani. Finora solo Unicredito ha annunciato l'operazione per 7,5 miliardi, mentre Montepaschi e Banco popolare sostengono di poter risolvere il problema con una gestione accorta del bilancio. Quanto a Banca Intesa, aveva già varato l'aumento e non sembra aver bisogno di altro. Sull'abuso di diritto (cioè i comportamenti elusivi che i gruppi multinazionali mettono in campo per ottenere vantaggi fiscali) il terreno si fa ancora più delicato. La norma contenuta nella delega rischia di provocare una sanatoria sui casi accertati dall'Agenzia delle Entrate, vanificandone il lavoro. Anche in questo campo sono le banche ad essere in prima fila: Unicredit, IntesaSanpaolo, Montepaschi, Bpm, Banco popolare di Novara, Credem, Banca Carige hanno contenziosi aperti con il fisco per 3 miliardi. Oggi la delega fiscale (varata dal governo ma rimasta finora negli uffici del Qurinale) allarga le maglie delle disposizioni e depenalizza il reato, di fatto introducendo una differenza tra i piccoli contribuenti che fanno false fatturazioni, e i grandi che riescono a fare sofisticate operazioni transnazionali. Così, mentre i vertici Abi minacciavano le dimissioni in segno di protesta per la cancellazione delle commissioni sui fidi (prontamente reintrodotte dopo uno spettacolare passaggio di cerino Parlamento-governo), i big del credito italiano incassavano sgravi e «vantaggi» (non proprio condivisibili, quelli sull'elusione) nell'inconsapevolezza dei cittadini. Chiariamo bene: le banche vanno aiutate. Se il settore del credito va in tilt, si rischia il crac di sistema. Evitarlo è un dovere primario di chi governa. Lo hanno fatto tutti: da barack Obama, a Gordon Brown e poi David Cameron, da Angela Merkel a Mariano Rajoy, per non parlare dei greci. In Italia il combinato disposto delle regole Eba (che hanno valutato rischiosi i titoli pubblici nei bilanci) e la speculazione finanziaria ha prodotto sicuramente un danno ingiusto agli istituti. Si poteva aiutarli diversamente? In America si è scelto il modo diretto e esplicito, cioè regalare soldi alle banche. Le quali poi hanno fatto tanti di quei profitti, che li hanno anche in parte restituiti. In alcuni casi si è deciso per la nazionalizzazione: lo Stato ha pagato ma è diventato padrone. In Europa gli strumenti di aiuto sono stati più opachi e diversificati. Il risultato in Italia è che gli aiuti vanno ad azionisti privati, in forma di sgravi fiscali o disposizioni di legge che varranno per sempre. Per di più senza che i cittadini che lottano per mantenere il loro potere d'acquisto - siano stati debitamente informati. MARCOTEDESCHI MILANO Aumenta labenzina calanogli incidenti Non le polizzeRc-auto Primal'Aceepoi l'abusodi diritto.Grazieaquestedue misuregli istitutidicredito potrannoaverebenefici fiscaliedevitaremulteper miliardidieuro.Sventata così la tempestaperfetta BIANCADIGIOVANNI ROMA ILCASO . . . De Magistris: «Non condivisibile la posizione della Lega. A questo punto per colpa loro» Lo dice Pisapia. Ma nessuno vuole rinunciare all'introito. «Così si finanzia il nostro welfare» L'ITALIAELACRISI L'ANALISI Il prezzodei carburantinon dà tregua emolti automobilisti hannogià procedutoauna personalissima spendigreview lasciando semprepiù spesso l'auto a casa.Unarinuncia, spessoun sacrificio, chenel 2011ha portatoa uncalodegli incidenti. Ci si sarebbecosìaspettatounqualche calodelle tariffeRc-autoche invece nonc'è stato. Èdunque unquadro contraddittorioquello che si ricava incrociando i dati forniti ieridall'Ania e daFederconsumatori eAdusbef. L'Ania, cheraggruppa le impresedi assicurazione, fa sapereche l'anno passatogli incidenti stradali sono crollatiattestandosi a -12%sul 2010. L'indicatoredella “sinistrosità” è scesosotto la sogliadel 7% (7 incidenti su 100auto in circolazione)e siè fermato a 6,68%contro il7,57% del2010 e il 7,94%del 2009. Oltreall'impennatadel prezzodella benzina(+15% nel 2011) , il calo degli incidenti (in questocasosolo nominale) si devea una lieve contrazionedei veicoli assicurati, più concentrata inaree geografiche ad alta incidentalità. In pratica, lì dove il pesodella polizzaè piùalto, quindi soprattuttoalSud, sono sempre dipiù gli automobilisti chenon si assicurano o lo fannocon compagnie fasulle. Assicurarsi, infatti èdiventato carissimoe, con i tempi che corrono, spessoproibitivo.Ed ecco la denuncia deiconsumatori che di fronte alla diminuzionedegli incidenti tornano all'attaccopuntando l'indicecontro le impennatedelle tariffeRc-auto: +104%in 11anni (dal 2001 adoggi). Un boomdel tutto «inaccettabilee ingiustificato»,affermano Adusbefe Federconsumatori, vistochenello stessoperiodo la frequenzadei sinistri èdiminuitadel 34%. Come Monti ha aiutato le banche È ormai una battaglia a tutto campo quella tra i sindaci e il governo per l'Imu, la tassa sulla casa che crea schieramenti trasversali. Anche quella di ieri è stata una giornata all'insegna delle critiche da parte dei primi cittadini, ma il governo non sembra intenzionato a cambiare strada. Il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, ha definito «inaccettabile» il fatto che il governo «faccia una tassa comunale e se ne appropri, lasciando ai comuni solo le briciole e il compito di raccoglierla. Questa che portiamo avanti è una battaglia istituzionale e politica contro uno specifico provvedimento del governo ingiusto e anche incostituzionale. Serve unità per modificare il provvedimento e per far sì che paghi solo chi ha la possibilità di pagare». Secondo il primo cittadino milanese poi «non esiste un partito dei sindaci contro l'Imu, ma piuttosto esiste un patto tra sindaci che pensano agli interessi e al bene del proprio territorio e dei propri cittadini, senza badare troppo alle divisioni politiche e partitiche. E questo mi sembra sicuramente un fatto positivo: prima i cittadini, poi i partiti». Sulla stessa lunghezza d'onda il primo cittadino napoletano, Luigi De Magistris, che riferendosi alle polemiche nate attorno all'Imu ha parlato di «una battaglia con una grandissima valenza politica, i sindaci stanno dimostrando senso di responsabilità. È intollerabile dal punto di vista morale che il governo e il Parlamento introducano una tassa che poi prende solo il governo». Il primo cittadino di Napoli ha quindi attaccato le posizioni anti-Imu espresse dalla Lega nelle ultime settimane: «La Lega finora ha governato nel Paese e se siamo in questa condizione è anche colpa di chi ha governato». Anche Gianni Alemanno, sindaco di Roma e presidente del consiglio nazionale dell'Anci, ieri è tornato a caricare a testa bassa contro il governo e l'Imu: «La nostra posizione, e parlo anche come presidente del consiglio nazionale dell'Anci, è istituzionale, non politica. I comuni italiani contestano questa manovra da dicembre, e da allora a oggi si sono riuniti molti tavoli ma non c'è stata nessuna soluzione. Se il governo continua a non risponderci, allora c'è un problema di interlocuzione, di disattenzione rispetto al ruolo delle autonomie locali». «I comuni finanziano anche gli asili nido e le case per anziani» ha detto ancora Alemanno «se salta questo sistema, salta il Welfare in Italia, ma questo sembra non essere percepito dal governo». Azzerare l'Imu sulla prima casa? L'ipotesi ventilata da qualcuno incontra molta cautela. Per il sindaco di Torino, Piero Fassino, l'idea di azzerare l'Imu «va valutata: un piccolo comune può farlo - ha detto - ma per le grandi città bisogna fare due conti e vedere. Se sarà praticabile si farà, ma se non viene sostituita da qualcos'altro i Comuni non ce la fanno». «Dire di abolire l'Imu - ha precisato a sorpresa il primo cittadini di Varese, il leghista Attilio Fontana - è fare propaganda. Noi faremo le detrazioni, soprattutto alle fasce più deboli. Ma l'obiezione fiscale non deve far ricadere le conseguenze sui Comuni». lunedì 7, maggio, 2012 9
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È di ben sei punti il calo di affuenza alle urne registrato alle 22 di ieri per le elezioni amministrative: ha votato il 49,6 per cento degli aventi diritto, rispetto al 55,86% delle precedenti consultazioni del 2007. Un calo molto forte, il 6,2% anche se alle 19 l'affluenza era sotto di un punto e quattro: 37,72% contro il 39,11 e alle 12 di due punti: 13,06 %, rispetto alla media del 15,48 del 2007. Sono le prime elezioni amministrative al tempo del governo tecnico, che comunque riguardano 9 milioni e 231mila elettori. Le sfide più significative sono a Genova, Palermo, Verona, Parma, Verona e Monza; si presentano più che mai come un test sul quadro politico in movimento, dal quale dipenderanno anche le future alleanze, tanto più a seconda di quanto si sposterà l'asse politico: attualmente infatti 18 Comuni capoluogo sono governati dal centrodestra (con la Lega) e 8 dal centrosinistra. I Comuni al voto sono 768, in totale 942, compresi quelli delle regioni a statuto speciale, la Sicilia e il Friuli Venezia Giulia; 26 sono i capoluoghi di provincia. I seggi saranno aperti anche oggi dalle 7 alle 15, gli eventuali ballottaggi si svolgeranno tra due settimane, il 20 e il 21 maggio. Tra le città con più abitanti dove si vota ci sono Piacenza, Catanzaro, Taranto, Rieti, Frosinone. ARIA DICAMBIAMENTO Consapevole della situazione non facile, ma comunque piuttosto ottimista, Pier Luigi Bersani, che, nella «sua» Piacenza, prima di recarsi al seggio nella scuola Pezzani con la moglie Daniela e la figlia Margherita, ha osservato come ci sia «rabbia in giro, la si può capire, c'è disagio. E questo lascerà un segno su questo appuntamento elettorale», ma proprio il voto sul territorio può portare «acqua fresca e pulita alla politica», quindi, ha proseguito il segretario del Pd, «mi aspetto che su queste elezioni ci sia un segno di disagio, ma insieme un segno molto forte di cambiamento e di fiducia». Fiducia che lui stesso ha sentito durante la campagna elettorale, «ho registrato anche una volontà positiva. C'è voglia di tornare ai fondamentali: il lavoro, l'onestà, la correttezza e una buona politica». A Parma, il cui Comune è commissariato dopo che le proteste dei cittadini con le pentole avevano costretto l'ex sindaco del Pdl, Vignali, alle dimissioni per le vicende giudiziarie e gli scandali: qui l'affluenza alle urne alle 12 ha avuto un calo clamoroso del 4% con il 14,92% rispetto al 19,2 del 2007 (sempre comunque di due punti superiore al dato nazionale), ma ha recuperato nel rilievo delle ore 19: 40,25% contro il 42,25%. Il centrosinistra punta alla ripresa della città emiliana, con il candidato Vincenzo Bernazzoli, che corre contro Elvio Ubaldi (lista civica ed ex sindaco di Parma), mentre il Pdl va da solo con il ciellino Paolo Buzzi e la Lega con Andrea Zorandi. In queste amministrative il Pdl e la Lega si presentano con liste separate alle urne e quest'ultima, in solitaria, è lacerata al suo interno dopo gli scandali. Il massimo del conflitto con il Senatur si catalizza a Verona, dove il maroniano Flavio Tosi, popolarissimo, è sostenuto da una sua lista civica. C'è poi l'irrompere del movimento di Beppe Grillo che cerca di assorbire, alimentandolo, il sentimento antipolitico, e dai sondaggi è dato al 7 per cento. LAGALASSIALISTECIVICHE Il Pd nei sondaggi risulta essere il primo partito (dato che ovviamente vorrebbe acquisire) e in prevalenza si presenta con l'alleanza della cosiddetta «foto di Vasto», ovvero la vendoliana Sinistra e Libertà e l'Italia dei Valori. Pier Luigi Bersani punta a una ripresa proprio da Genova, dove alle primarie del centrosinistra a sorpresa ha avuto la meglio Marco Doria, pur candidato di Sel, ma qui comunque il segretario Pd ha concluso la sua campagna elettorale, e ci si aspetta una vittoria al primo turno sui ben 13 candidati. A L'Aquila il sindaco uscente di centrosinistra, Massimo Cialente, spera a una riconferma. Esiste comunque una galassia di liste civiche sparse ovunque che potrebbe avere l'effetto, al primo turno, di disgregare i risultati dei partiti maggiori o di renderli difficilmente calcolabili. IL REBUS SICILIANO Complicato il quadro a Palermo, dove c'è stato un forte calo di affluenza registrato alle 19: ha votato il 36,46% contro il 40,16% del 2007 (un calo del 3,7); alle 12 era andato alle urne il 12,91% degli elettori (15,5% del 2007). Per il centrosinistra corre Fabrizio Ferrandelli, ex Idv (espulso dal partito di Di Pietro perché si è candidato autonomamente) e vincitore delle primarie; la sfida è con Leoluca Orlando, ex sindaco di Palermo e big dell'Italia dei Valori, che ha voluto comunque tornare in campo. Anche la Lega però ha i suoi guai, dopo lo scandalo sull'uso dei finanziamenti, i diplomi albanesi del Trota e la guerra interna tra Bossi e Maroni. A Verona Tosi punta alla riconferma, mentre è tutto da vedere il risultato a Cassano Magnago, dove vivono Bossi e figliolo e anche Rosi Mauro. Il Pdl è piuttosto disgregato e confida soprattutto nei comuni del Mezzogiorno. È la prima verifica elettorale del segretario Angelino Alfano, abbandonato da Silvio Berlusconi che, dopo l'unico comizio a Monza (dove per altro cura altre sue ambizioni urbanistiche) è volato a Mosca da Putin, che ieri ha fatto arrestare tre leader dell'opposizione. L'Udc potrà testare il suo sostegno totale al governo Monti, che potrebbe essere penalizzante, e l'alleanza con Fli e Api. Come Terzo Polo si misura solo in cinque città capoluogo Belluno, Genova, Pistoia, Rieti e Trapani. Qui correrà da solo con un proprio candidato, senza schierarsi né col centrosinistra, né con il centrodestra. . . . Bersani: «Mi aspetto un segno di disagio, ma anche di fiducia e di forte cambiamento» Un voto contro tutti i commissariamenti IL COMMENTO FRANCESCOCUNDARI LE ELEZIONIAMMINISTRATIVE NATALIA LOMBARDO ROMA SEGLI ITALIANI VOLEVANOUNABUONARAGIONEPER ANDAREA VOTARE, nelle città in cui si rinnovano sindaci e consigli comunali, la prima l'hanno fornita i risultati che arrivano dalla Grecia: dimostrazione matematica di come il sonno della politica - anche il sonno farmacologico indotto dalle autorità europee - non generi affatto una politica rinnovata, e nemmeno una sorta di arcadia tecnocratica, regno dell'efficienza e della meritocrazia libero dalle pastoie della mediazione parlamentare e partitica, ma una politica anni Trenta, con il ritorno dei peggiori fantasmi del passato. Nazisti compresi. Ci sarebbe molto da dire sul tracollo di entrambi i maggiori partiti che hanno sostenuto il governo dell'ex vicepresidente della Bce, schiacciati dal peso di «riforme» che hanno avuto l'unico effetto di sprofondare il Paese nella recessione, peggiorando in tal modo quegli stessi conti pubblici che avrebbero dovuto risanare. C'è da augurarsi che il nuovo presidente francese François Hollande si dimostri all'altezza delle aspettative suscitate e imprima alle politiche europee una svolta ormai non più rinviabile, se non vogliamo che tutto il Vecchio Continente, a cominciare dall'Italia, assomigli sempre di più alla Grecia uscita dalle elezioni, al termine di un lungo commissariamento tecnocratico. E questa è anche la seconda buona ragione per andare a votare, e per difendere il valore di questo voto da tutte le false equazioni, da quelli che accusano i partiti di essere tutti uguali e da quelli che li invitano invece a uniformarsi, a omologarsi, a mettersi in riga senza proferire nemmeno una parola in dissonanza dall'unico spartito scritto per tutti loro. Dopo il diluvio di sondaggi, analisi e commenti sulla disaffezione dei cittadini dalla politica basati sui dati virtuali delle inchieste demoscopiche, c'è da scommettere che il voto dei cittadini in carne e ossa sarà subito ridimensionato a dato locale, disomogeneo, non riconducibile ad alcuna possibile interpretazione. Ecco un'altra buona ragione per andare a votare. Perché è l'unico modo che hanno coloro che non possiedono televisioni e giornali, che non possono commissionare inchieste o sondaggi, per far sentire la propria voce. Anche con un semplice voto amministrativo. L'ultima volta, nel maggio del 2011, dalle città arrivò un messaggio chiaro e forte, che cambiò radicalmente il clima e i contenuti del dibattito. Anche allora, prima della clamorosa vittoria di Giuliano Pisapia a Milano, e poi dei referendum su nucleare, legittimo impedimento e beni comuni, il dibattito pubblico ci parlava di disaffezione dei cittadini dalla politica, diffidenza nei confronti dello Stato e di tutto ciò che è pubblico, chiusura individualista, astensionismo di massa e altri «spettri» consimili. Fu il voto dei cittadini a cambiare musica, spartito e suonatori. La caduta del governo Berlusconi cominciò lì, dal voto di Milano, in quella Lombardia che ora vede scricchiolare anche il lungo regno di Roberto Formigoni. Il grande smottamento, infatti, non si è ancora arrestato, nonostante tutti gli sforzi del Pdl per nascondere l'evidenza: ora con il tentativo di abbracciare il Pd, dichiarandosi più montiano di Monti, come un pugile suonato che abbracci l'avversario per non cadere a tappeto; ora tentando di presentarsi come estraneo alla maggioranza, al governo e alla politica stessa, cavalcando addirittura le campagne contro la «casta». Ma in entrambi i casi né i dirigenti del Pdl né i molti giornalisti fiancheggiatori riescono nell'impresa di cancellare negli italiani la memoria delle loro imprese, e del punto dove hanno lasciato il Paese. Sull'orlo della bancarotta: finanziaria, politica e civile. E questo è l'ultimo motivo, ma non in ordine di importanza, per andare a votare, ovunque e in qualunque momento se ne presenti l'occasione. Per dire chiaramente e semplicemente ai tanti interessati teorici dell'inutilità di ogni scelta, dell'impossibilità di ogni cambiamento, che abbiamo già dato. E ancora non abbiamo finito di pagarla. SARDEGNA La percentuale di votanti alle ore 22 di ieri è stata del 49,6% contro il 55,8 del 2007 A Genova, Palermo, Verona e Parma le sfide principali. Un test nazionale per le future alleanze Pochialleurneper i referendumanti-province Cavalcare il vento dell'«anti-politica» nonha funzionato.Nondecolla l'affluenzaalleurne per i dieci referendumregionali«contro la casta» promossidai «riformatori» sardi, che a serasi ritrovanoa inseguire il quorum del33,3% come unfantasma.Gli elettori,per la maggiorparte, non si sonofidati. Né deglieredidi Mario Segni,già travolti alle scorse amministrativedal ciclone Zedda,che a Cagliari sconfisse il loro leaderFantola. Eneppuredel governatore della SardegnaUgo Cappellacci, che, in corsa, si è unitoal frontereferendario. Fintroppo “popolari” i temial centro deidieci quesiti: abolizione delle province(quattro quesiti abrogativiper cancellarequelle “nuove”- Carbonia Iglesias,Ogliastra, Medio Campidano, OlbiaTempio- istituitecon legge regionale,unquinto consultivoper abolireanche lequattro “storiche”); riduzionedel numerodei consiglieri regionali (da 80 a 50)edelle indennità; cancellazionedicda eagenzie regionali. Temisu cui i «riformatori»(e con loroCappellacci) hanno provatoa riconquistare il consenso perduto. «Menocasta,menopolitici, più lavoro», sintetizzavanogli spot.Peccato che del lavoronon ci fosse traccianeiquesiti, moltopasticciati. Risultato: l'adesione deisardi èstata tutt'altroche entusiasta.Più forte degli sloganè stato il sospettoche si trattassedell'ultima mossamaldestra di chivuole a tutti i costi restare in sella.MA.GE. . . . Anche nel maggio 2011 si parlava di disaffezione E invece la risposta delle urne cambiò tutto Nelle città l'affluenza cala del 6% Elettrice in un seggio di Palermo: FOTO DI MIKE PALAZZOTTO/ANSA lunedì 7, maggio, 2012 7
L'APPUNTAMENTO È PER IL 2040, AL MASSIMO PER IL 2050. ALLORA, SOSTIENE L'AUSTRIACO HANS MORAVEC,ESPERTODIINTELLIGENZAARTIFICIALE,CELEBREREMO IL DEFINITIVO TRIONFO DEL LOGICO INGLESE, ALANTURING.Nel 2040, nel 2050 al massimo, prevede Maravec, computer abbastanza economici (10.000 dollari o giù di lì) e quindi molto diffusi saranno capaci di effettuare diecimila miliardi di operazioni al secondo e raggiungeranno, così, la potenza computazionale del cervello umano. Sarà quello il momento della «singolarità», l'evento che cambierà il nostro universo cognitivo. Perché da quel momento in poi il computer sarà più intelligente dell'uomo. E la rete di computer formerà una società più avanzata di quella umana. E se oltre a una mente acuta possiederanno anche un sentimento di riconoscenza, allora quelle macchine non più (semplici) macchine celebreranno un membro della specie perdente che, forse più di ogni altro, ha contribuito a farle nascere: Alan Turing, appunto. Uno dei grandi geni del XX secolo. Quello che, forse, ha modellato il futuro. FAMIGLIADIGIRAMONDO Alan Turing è venuto al mondo a Londra, dopo essere stato concepito in India da genitori giramondo, il 23 giugno 1912: cento anni fa. E, dunque, quest'anno ne celebriamo il centenario della nascita. È stato una persona eccezionale, con una vita eccezionale. Potrebbe essere ricordato per un'intera costellazione di motivi. Per la sua creatività applicata alla logica. Per le sue capacità sportive: correva la maratona come pochi altri al mondo e avrebbe partecipato alle Olimpiadi di Londra del 1948 se non avesse subito un incidente. Per il contributo dato allo sviluppo di Enigma, il sistema capace di decriptare i codici segreti dei tedeschi. Per la condanna inflittagli in quanto omosessuale (un reato in Gran Bretagna, fino al 1967). Per la dignità esibita fino alle estreme conseguenze: rivendicare pubblicamente il diritto ad avere le proprie preferenze sessuali. Per il suicidio conseguente alla umiliante pena in quello che è ritenuto e si ritiene il più libero Paese al mondo. Ma il modo migliore per celebrare Alan Turing, a cent'anni dalla nascita, è cercare di prevedere come il suo pensiero e la sua azione espressi in una breve vita continueranno a modellare, probabilmente per sempre, il futuro dell'umanità. Alan Turing è, a ragion veduta, considerato il padre sia del computer sia dell'intelligenza artificiale. Nel 1936, infatti, risolse in maniera inattesa l'Entscheidungsproblem, ovvero il «problema della decidibilità» sollevato nel 1928 dal grande matematico tedesco David Hilbert e «inventa» una macchina universale capace di manipolare simboli e quindi di calcolare con grande rigore e precisione. Una simile macchina – che sarà chiamata «macchina universale di Turing» – esiste solo nella mente del ventiquattrenne londinese. Ma entro nove anni, nel 1945, assumerà una consistenza reale e diventerà una macchina elettronica, grazie all'opera di un altro grande logico, John von Neumann. È nato il computer. A guerra finita, l'ancora giovane Turing inizia a immaginare non solo una macchina calcolante, ma anche pensante. Le sue idee sono la base si cui si fonderà la nuova scienza dell'intelligenza artificiale. I computer e le macchine intelligenti di Turing hanno rimodellato il mondo negli ultimi 60 anni. È per questo che la rivista Nature ha chiesto di celebrare il centenario di Turing battezzando il 2012 «anno dell'intelligenza». Ma è il futuro quello che ci interessa. Perché, grazie alle macchine di Turing, da qui a 30 anni vivremo in un nuovo universo cognitivo. Anche se, probabilmente, dovremo ringraziare Turing non per i motivi immaginati da Hans Moravec. Che i computer supereranno prima o poi le capacità computazionali del cervello umano è scontato. Mentre non è affatto scontato che queste macchine sempre più perfette diventeranno, per questo, più intelligenti dell'uomo. L'intelligenza computazionale è, infatti, solo una componente dell'intelligenza umana. Nulla vieta, tuttavia, che un giorno le macchine di Turing, magari dotato di un corpo sensibile, possano acquisire capacità che definiamo intelligenti in modo superiore a quella dell'uomo. Ma certo non basterà che superino per potenza computazionale il cervello umano. SCOLARIZZAZIONEELEVATA E allora perché diciamo che, da qui a 30 anni, vivremo in un diverso universo cognitivo? Beh, il motivo è molto semplice: lungi dall'essere separati, uomini e computer sono sempre più integrati. È da questo punto di vista che nel 2040 vivremo in una situazione originale. Recenti studi sull'attuale situazione relativa all'educazione terziaria mostrano che ci sono Paesi – come il Giappone, il Canada, la Russia – dove oltre il 55% dei giovani in età compresa tra i 25 e i 34 anni sono laureati. In Corea la percentuale sale addirittura al 63%. Fra trent'anni, questi giovani saranno adulti. Ed è probabile che tra i futuri giovani il tasso di laureati sarà ancora maggiore. Dunque, fra 30 anni, molti Paesi saranno in una situazione sconosciuta nella storia: la maggior parte della popolazione in età da lavoro sarà composta da persone con 20 anni di studi alle spalle. E queste persone avranno a disposizione reti di computer sempre più potenti. È questa ibridazione spinta di computer potenti e persone qualificate che creerà un nuovo universo cognitivo. Un «universo di Turing». Nell'attesa, i problemi aperti sono almeno due: quale sarà il destino di quei Paesi che, come l'Italia, rischiano di non entrare nel nuovo universo cognitivo ( i nostri laureati non arrivano al 20%)? L'«intelligenza ibrida» sarà un fattore di inclusione o di esclusione sociale? Saranno temi decisivi, nei prossimi decenni. Nel centenario della nascita di Alan Turing è il caso di iniziare a pensarci. Mailveroelemento cherivoluzionerà l'universocognitivo èlacrescitadelnumero di laureatichedisporranno disaperie tecnologia L'INVENZIONE AILETTORI CULTURA Laprofezia diTuring 2040: quando il computer saràpiù intelligentedinoi PIETROGRECO Scrittoreegiornalista Il sorpassoCon l'evoluzionedelle ideediunodeigeni delXXsecoloverràsuperata lapotenzadicalcolo delcervelloumano.E lasocietàdellemacchinepiùavanzata La«macchina universaledi Turing»ènata in maniera inattesa. 1936: uno studentedi24 anniè allepresecon unproblemaposto nel 1928,da unodei piùgrandi matematici, il tedescoDavid Hilbert.Ènoto comel'Entscheidungsproblem, il «problemadella decidibilità». In praticaHilbert si chiede:esiste unaprocedura rigorosa, automaticaeuniversale in grado di«decidere», seunqualsiasi enunciatomatematicoche le proponiamo, tipo2+2= 5, sia vero ofalso? DavidHilbert èconvintoche tuttigli enunciati, in matematica, sonoo veri o falsi. Eche,dunque, debbaesistere unalgoritmoperseparare il grano dal loglio. Nessuno lo hatrovato quell'algoritmo. Nessunoha risolto il «problema della decidibilità». Ilgiovane Turingsta lavorando alla suasoluzionequando, nel 1936,dopo unacorsa siassopisce suun prato.Nel dormiveglia intuisce lasoluzione: no, contrariamentea quanto si aspettavaHilbert, non puòesistere nessuna procedurauniversale in grado didecidere se ognie qualsiasi enunciatomatematicoèvero o falso.Occorrestabilire laveridicità degli enunciati casopercaso. È sognandocome si risolve il problemadiHilbert cheTuring pensa a una«macchina universale»capace dimanipolare simboli.E inventa il computer. Il sognosi trasforma in unarticoloscientifico. Il lunedì non uscirà più la pagina della Scienza ma i temi della ricerca, tecnologia, salute diventeranno temi portanti della nuova «U:». Nel 1936 il sogno del giovane Alandiventòunarealtà lunedì 7, maggio, 2012 23
Dalla A alla E dalle 15 alle 17 e dalle 17 in poi dalla effe alla zeta. In quest'ordine, dettato dal fatto che il teatro Superga in piazzetta Macario, non sarebbe riuscito a contenere tutti i partecipanti, i 450 ragazzi nati a Nichelino in questi ultimi dieci anni da genitori stranieri, sono diventati in un pomeriggio di festa cittadini italiani. Certo, solo onorari, dato che il nostro Paese non è riuscito ancora a darsi una legge che riconosca ai figli di immigrati nati nel nostro Paese il diritto alla cittadinanza, legato com'è ancora allo “jus sanguinis”, ciò l'origine dei genitori e non lo “jus soli”, ovvero la terra che li ha visti aprire gli occhi al mondo.. Un atto simbolico quello del Comune di Nichelino, alle porte di Torino, ma che lancia un segnale forte alle istituzioni nazionali affinché ormai giunti alla seconda generazione di immigrati, se non di più, a loro siano finalmente riconosciuti per legge i diritti dei loro coetanei chiedendo di rispondere agli stessi doveri. I 450 di Nichelino, nati dal 2000 in poi, sono la rappresentanza piemontese del quasi milione di ragazzi nella loro stessa condizione che vivono in ogni regione d'Italia. I ragazzi hanno ricevuto dal sindaco Giuseppe Catizone, nel corso della festa dell' integrazione, un attestato di cittadinanza onoraria, una copia della Costituzione e una spilletta tricolore con la sagoma dell'Italia. Ed hanno anche ascoltato le parole di apprezzamento che il presidente della Repubblica ha inviato al primo cittadino su un'iniziativa che «può rappresentare un prezioso contributo alla sensibilizzazione sul tema» al di là del solo valore simbolico e non giuridico, che può essere stimolo «ad una seria e approfondita riflessione in sede parlamentare». Un'iniziativa che coglie e comprende «il disagio di tutti quei giovani che, nati e cresciuti nel nostro Paese, rimangono troppo a lungo legalmente stranieri, nonostante siano, e si sentano, italiani nella vita quotidiana». Grande festa, allora. Con i ragazzi e le loro famiglie. Gli amici, i compagni di scuola. A Nichelino gli immigrati residenti sono 3740, il 63 per cento viene dalla Romania, l'11 per cento dal Marocco e poi da altre nazioni anche in piccoli numeri. In tutto venti. Alla festa hanno partecipato i consoli della Romania e del Marocco e padre Gherghe Vasilescu, prete ortodosso in una chiesa di Torino, da sempre al fianco degli immigrati. ACCOGLIENZAETRADIZIONE C'è una lunga tradizione di accoglienza da queste parti. Negli anni 60, con il miraggio della Fiat, arrivavano dal sud dell'Italia gli immigrati di allora e da paese che era, quattromila abitanti, Nichelino passò a quarantamila. Una città. Ora sono quasi in cinquantamila. È da allora che comincia la verifica sul campo di una capacità di accoglienza che è testimoniata dalla decisione dell'amministrazione comunale di dare un segno tangibile di appartenenza ai ragazzi che qui già non sono considerati stranieri. Il sindaco Catizone ci tiene a ricordare che «qui non si è mai registrato alcun episodio di violenza o intolleranza». Da queste parti l'esclusione non ha mai trovato terreno facile. Ed anche la crisi economica che morde e fa male, non è stato elemento di separazione. «La nostra comunità ci sta dimostrando che abbiamo fatto una scelta corretta e che l'integrazione è una realtà, proprio grazie al contributo di ognuno». Le differenze, dunque, vissute come un valore. E tali sono. «È stata una giornata bellissima per favorire ancor di più l'integrazione necessaria per abolire le diffidenze, le differenze e la solitudine» dice l'assessore alle pari opportunità e ai servizi demografici, Carmen Bonino, motore dell'iniziativa. «La nostra è una scelta di sinistra. Nel Nord la destra e la Lega, in particolare, hanno investito elettoralmente sulla paura ed invece la sinistra del terzo millennio deve, come abbiamo fatto nel nostro piccolo, investire sugli immigrati, sui nuovi italiani. Niente timidezze, niente paura di perdere voti. Bisogna recuperare una identità che troppe volte abbiamo nascosto, messo sotto il tappeto». L'INTERVISTA «Pensiamo ai più deboli La crisi si batte così» AndreaOlivero NANEROTTOLI TONIJOP ROBERTOMONTEFORTE rmonteforte@unita.it Occorre fare di più per contrastare gli effetti devastanti della crisi. Parla chiaro il presidente dei vescovi italiani, il cardinale Angelo Bagnasco che a Locri, in Calabria, è intervenuto alla conclusione della settimana diocesana dedicata alla famiglia. Crisi economica e crisi di valori si intrecciano nel ragionamento del porporato che presenta una Chiesa concretamente impegnata a fianco delle famiglie. Lo fa tornando a mettere in guardia dall'antipolitica. La definisce «aspetto negativo e diseducativo» che coinvolge in modo particolare i giovani che appaiono «particolarmente attaccati e dipendenti dalle cose materiali» e «allontanati sempre più dalle istituzioni». Il presidente dei vescovi italiani auspica, quindi, «una netta inversione di tendenza». Così, come nei giorni scorsi, torna a richiamare il diritto-dovere al voto e alla partecipazione popolare. Il punto forte del suo ragionamento è stato una difesa strenua dell'istituto della famiglia. «Se la famiglia è solida scandisce - il Paese sarà solido. Se la famiglia è sostenuta con politiche efficaci, il Paese crescerà». «Per questo - aggiunge - la società deve difenderla, sostenerla e promuoverla e non deve contribuire a renderla fragile in nessun modo, ivi compreso il cosiddetto divorzio breve». È questo l'oggetto principale della sua critica. Alla Chiesa italiana che si prepara all'incontro mondiale della famiglia che si aprirà a Milano il prossimo 30 maggio, indica l'obiettivo contro cui battersi. «C'è un legame inscindibile tra famiglia e società - spiega - e sottovalutare questo rapporto significa essere miopi, mettere a rischio l'oggi e il domani: veramente possiamo dire che senza famiglia non esiste futuro». «La famiglia - ha proseguito - non è un aggregato di individui, o un soggetto da ridefinire a seconda delle pressioni di costume; non può essere dichiarata cosa di altri tempi» perché «affonda le proprie radici nella natura stessa dell'umano e quindi nella storia universale». Nel suo ragionamento richiama anche il rischio che correrebbero i diritti dei bambini, presentati come possibili vittime dell'introduzione del «divorzio breve». Come parte di questo ragionamento sui valori e sulla tradizione insidiati dalla logica della precarietà, il cardinale Bagnasco pone pure la difesa della domenica, «giorno del Signore e della Chiesa, ma anche giorno dell'uomo, della famiglia e della società», che non può essere «sacrificato a ragioni economiche». «Per questa strada - afferma non si risolve nessun problema pratico, ma si ottiene solo una società più agitata. Si perde in coesione sociale». La Chiesa i suoi paletti li ha posti. LASOCIETÀ . . . I vescovi prendono posizione contro il divorzio breve: «Minaccia la famiglia» Nichelino e i nuovi italiani Cittadinanza a 450 ragazzi Un momento della festa di Nichelino per i 450 ragazzi che hanno ricevuto dal sindaco la cittadinanza onoraria Atto simbolico del Comune alle porte di Torino che lancia un segnale alle istituzioni nazionali Napolitano apprezza: «Può essere uno stimolo per una seria riflessione parlamentare» MARCELLA CIARNELLI ROMA IlpresidentedelleAcli: «Puntaresuriformismo socialeepartecipazione Subitounpiano per il lavorogiovanile» Il ministro Riccardi sogna la cittadinanza italiana per i figli di immigrati che nascono nel nostro paese. Ed è un sogno che coltiviamo in tanti da tempo. Non Gasparri al quale, perché nato qui, è stato concesso il passaporto italiano. Ora, il politico con la canotta nera non si limita a dire: non sono d'accordo. Sbraita come se qualcuno gli avesse detto che Ruby non è la nipotina di Mubarak. Eccovelo: «Riccardi eviti sproloqui...» a proposito di «una norma che non ci sarà mai». Indignazione, e la promessa di un corpo - il suo - messo di traverso sulla strada di quel «sogno» che lo terrorizza. Ha paura e bisogna rispettare le paure, capirle. Soprattutto se sfociano nell'aggressività più isterica: «Un ministro inutile - biascica Gasparri - che deve ancora giustificare la sua nomina. Ci dica cos'ha fatto finora, piuttosto». Semplice: ci ha raccontato un sogno che per la destra - e Grillo - è un incubo. Gasparri, per favore non morderci sul collo. Gli sproloqui di Gasparri Combattere l'antipolitica con la partecipazione popolare e con il riformismo sociale. È questa la ricetta anticrisi scaturita dal 24˚ Congresso nazionale delle Acli. Ne parliamo con Andrea Olivero, riconfermato presidente. Perchépuntatesullapartecipazione? «Per aiutare i cittadini a capire che di fronte alle difficoltà della crisi non bisogna cedere alla paura o pensare di affrontare da soli i problemi, ma mettersi insieme per risolverli politicamente. La solitudine e la disperazione costituiscono il vero nodo dell'antipolitica». Conchi intendete lavorare? «I nostri interlocutori sono le organizzazioni del mondo cattolico, ma anche tutto il Terzo settore e i sindacati. Ci siamo confrontati con Cisl e Cgil e dalla prossima settimana saremo pronti avanzando proposte precise a partire da un piano per l'occupazione giovanile. Vogliamo lavorare con quei soggetti sociali che più stanno pagando la crisi: con i giovani, le donne, le famiglie impoverite. La crisi della politica sta proprio nella difficoltà a ricercare un proprio radicamento tra le classi sociali più in difficoltà, che oggi spesso si sentono abbandonate dalla politica». A questo serviranno i “comitati per il benecomune”? « S a r a n n o c o m i t a t i d i “mobilitazione” dei cittadini per le riforme, a partire da quella della politica. Sul tavolo vi sono la legge elettorale, il finanziamento pubblico, la scelta di porsi come soggetto di diritto pubblico, assicurando trasparenza e democrazia interna. L'ottica non è quella dello smantellamento dei partiti. La società civile non deve prendere il loro posto, ma fare pressione perché si riformino». Latecnocraziaè unrischio? «Noi chiediamo il ritorno alla politica e che la tecnocrazia torni al suo ruolo di supporto della decisione politica, fornendo il suo apporto di serietà e rigore per rafforzare la politica. Non si può ragionare solo in funzione di una riduzione dei costi. Il welfare va riformato, ma i tagli non sono la sua riforma, serve equità. Ci si attende dalla politica un nuovo modello di sviluppo, senza il quale è difficile far digerire ai cittadini i sacrifici che stanno affrontando. Le Acli propongono un riformismo sociale attento agli ultimi». Bagnasco: «L'antipolitica è diseducativa» R. M. CITTÀDELVATICANO lunedì 7, maggio, 2012 11
Se un eccesso di senso dominava ilmondo della modernità, la postmo-dernità si caratterizza, al contrario,per il dissolvimento di quei significa-ti unificanti che, fino a pochi decen-ni fa, tracciavano una linea tra passato e futuro. Il mondo appare, oggi, disperso in una miriade di frammenti difficili da ricostruire e da collocare, caratterizzato dallo sfaldamento di certezze che erano in grado di indicare all'individuo sentieri certi, delimitati, definitivi. La nostra epoca è caratterizzata da una molteplicità irriducibile, da un mutamento veloce che non può essere in alcun modo ricondotto a una matrice univoca di senso e di significati. E pare affermarsi un nichilismo tenue, dove una ragione universale sembra non dominare più il tutto e dove la frammentazione è il sentimento dominante. Un'epoca in cui l'individuo appare come un soggetto debole, costretto a convivere con una libertà e un'autodeterminazione che non sa più utilizzare nel momento in cui guarda il futuro davanti a sé. ETERNOPRESENTE E, forse, la crisi del nostro tempo nasce proprio da qui, da un deficit di senso e di futuro, dalla difficoltà di cogliere una direzione e una motivazione univoca fondante. Ci siamo ritirati dal futuro e collocati in un eterno presente. Un presente che paradossalmente tende ad autodefinirsi come epoca del “post”, cioè del “dopo”: post-moderna, post-industriale, post-ideologica. Ma la “fine” sembra l'unica cosa certa di questo “dopo”, mentre del “nuovo inizio” non vi è traccia. Per l'individuo disorientato, figlio di un pensiero in fuga tra sentieri interrotti, senza valori universali ai quali ispirarsi, il futuro è una minaccia più che un'opportunità. E per potersi adattare a uno scenario che propone continue dissolvenze, ricorre a cambi d'identità che gli permettono di apparire sulla scena dell'immagine e della superficialità. Fotogrammi e parole che galleggiano in superficie, tra un tweet e un social network, mentre in profondità la coscienza vive un profondo senso di solitudine. All'interno di questo quadro non vi sono edificazioni né verità, ma solo un pensiero debole che deve rinunciare a stabilirsi su premesse salde, su quelli che un tempo erano descritti come i fondamenti del sapere. Perché se un sapere c'è, oggi è senza più nuclei forti. E, forse, senza verità. Una crisi dell'ideologia che pare segnare un punto di non ritorno. Al grande racconto del Novecento si sostituisce una pluralità di narrazioni, il cui senso e la cui logica non sono più garantiti da un'idea di fondo o da verità stabili e riconosciute. Nella prospettiva postmoderna si assiste all'eclissi di filosofie che offrivano risposte a ogni domanda, partendo da posizioni spesso dogmatiche e dottrinali ma comunque orientanti, e al venir meno di ogni progetto di emancipazione. Un'epoca che pare contraddistinta da una generalizzata caduta delle tensioni progettuali e ideali, non solo delle prospettive politico-ideologiche, ma anche etiche e religiose. Questo ha immediatamente riflessi sulla politica che, dovendo rinunciare a fondamenti ideologici, deve farsi sempre più mediatica e in un certo senso virtuale. È la politica che ha instaurato un regime videocratico, che insegue gli indici di ascolto, che teme i sondaggi (tranne quando sono favorevoli) e che diventa sempre più social (network) oriented. L'immagine tende a sostituire la realtà, per cui si assiste a una progressiva spettacolarizzazione della politica: la seduzione dell'immagine diviene preponderante sui contenuti. Il segno più evidente è il passaggio da un sistema composto da pochi, grandi e stabili attori sociali, che ormai sembrano incapaci di interpretare le tensioni attuali, a uno frammentato, in cui operano gruppi più piccoli e fluidi e un allargamento dei temi attorno a cui i gruppi stessi si formano e si mobilitano. Persino nell'arte assistiamo all'impossibilità di sopravvivenza di qualsiasi forma di “grande stile” e più probabilmente proprio alla morte di ogni stile. Ma il discorso è ancora più ampio: il partito, la chiesa, il paese, la cerchia di persone con le quali si condivideva la vita quotidiana, sono realtà comunitarie che si erodono ogni giorno di più di fronte al paradosso dell'omologazione che nasce dall'isolamento. Una frammentarietà sociale che vede lo sgretolarsi delle comunità di appartenenza di carattere geografico, sociale, religioso, politico, un tempo punti di riferimento. E i riflessi si trasferiscono non solo sulle grandi vicende economiche, politiche e sociali che fanno appunto la storia, ma anche sui piccoli accadimenti quotidiani che hanno a che fare con la vita individuale di ciascuno e con la percezione della propria identità. Nelle storie personali si riflette, infatti, l'interruzione della continuità del tempo, la sua progressione fatta di una miriade di fili che s'intrecciano e costituiscono appunto la storia. La crisi, cioè, dell'idea che il nostro presente sia orientato, abbia un senso in rapporto a una missione da compiere, a un progetto da portare avanti. Un presente che non ha più memoria del passato e che non progetta il futuro, perché appare impossibilitato a sistematizzare passato e futuro in un'esperienza coerente. Anche a livello politico, del resto, è proprio l'assunzione del presente come unico orizzonte storico - e dunque la scomparsa del futuro - che esclude quelle politiche di emancipazione che hanno caratterizzato le pulsioni del secolo scorso. E si sente l'assenza di un pensiero politico lungo, interprete di un'idea e un progetto che vada oltre il presente, proprio nel momento in cui la società ha bisogno di ripensare un modello di sviluppo intorno al quale definire i suoi percorsi. Anche le categorie “tradizione” e “progresso” risultano inservibili, poiché l'esistenza si dilata in una sequenza di momenti unici, senza che vi sia necessariamente coerenza tra quelli che li precedono e quelli che li anticipano, dove il tempo altro non è che il passaggio dal presente al presente, dove non c'è progresso, ma semplicemente transito. Ed è questo eterno presente che sembra aver sostituito la storia. Un appiattimento che si riscontra nelle coscienze sradicate e inquiete dell'oggi, e che è da mettersi in relazione proprio alla perdita della dimensione della memoria storica e della speranza. Anche il passato perde le sue coerenze e diventa un baule di possibilità, tutte ugualmente valide, in cui recuperare pezzi, frammenti, particolari sbiaditi, da utilizzare a seconda dei casi. Del passato non si ha più un'immagine omogenea, poiché nell'epoca dell'eterno presente non si ha più a che fare con un corpo di convinzioni coerenti. E la stessa importanza di “ciò che è stato” – al pari di “ciò che sarà” - cambia di segno passando da una fiducia smisurata nel futuro, com'è stato nel secolo scorso, alla paura angosciante che caratterizza l'oggi. Un pensiero che non colloca più il passato in un corso necessario, che spinge l'individuo al presente e che, con la stessa forza, lo porta verso il futuro. D'altra parte il programmare, il progettare grandi mete, inevitabilmente non si addice a un pensiero debole. Ma come spesso accade, dal caos può scaturire una tensione che porta a trovare nuovi equilibri. Perché il soggetto che si viene a trovare solo, di fronte a se stesso, se da una parte riconosce la propria condizione disorientata, dall'altra non rimane immobile nella disperazione o nell'angoscia generata dalle molteplici contraddizioni che faticano a trovare una sintesi unitaria. Bensì reclama un nuovo inizio che pare offrirsi con il ricorso all'etica, alla responsabilità verso gli altri, che significa anche tentativo di uscita da un paradigma egoistico di pensiero, tipico della nostra epoca. IL BISOGNO DIUN'ETICAPUBBLICA La crisi delle ideologie spinge nella direzione di una rivendicazione della concretezza dell'individuo e di un richiamo alle grandi questioni della vita, innanzitutto a quelle che concernono le scelte personali relative alla nascita, la morte, la sofferenza, la cura e le relazioni con gli altri. Sembrano, anzi, queste le domande più urgenti che pone il presente. E sono domande che sembrano riproporre non solo l'attualità dell'etica, ma anche della filosofia in generale, che fanno riemergere con forza le questioni sull'uomo, partendo dall'esperienza concreta della sofferenza, nutrita dal desiderio incancellabile dei singoli protagonisti e di intere masse umane, di dare senso e valore, qualità, dignità alla propria vita e alla storia comune. Il problema della fondazione e giustificazione dei valori - e forse delle scelte morali - costituisce uno dei problemi essenziali del nostro tempo. È proprio sul piano etico, perciò, che si prospetta l'esigenza di un superamento della visione frammentaria della realtà e della razionalità. Le nuove tematiche accusano i limiti di una morale costruita su una ragione autosufficiente, incapace di vedere le ragioni degli altri. Denunciano anche i confini di una ragione tecnico-funzionale basata sulla priorità dell'oggetto, incapace di riconoscere le singolarità delle coscienze e la dimensione che in esse riveste la capacità per l'individuo di essere soggetto responsabile delle proprie scelte. A queste sfide, un pensiero frammentato e disincantato stenta a trovare risposte, mentre emerge nella solitudine delle coscienze il bisogno di essere riconosciuti e di essere chiamati per nome. Non più, dunque, un'ideologia che intende omologare tutto e tutti, ma l'accoglimento delle diversità e delle molteplicità. La tolleranza come atteggiamento dominante, il rispetto delle differenze, la rinuncia agli assolutismi politici e religiosi: ecco la vera svolta che può venire dal “dopo” postmoderno. SI STRINGE LA CINGHIA E IL PAESE APPARE SEMPRE PIÙ IMPAURITO DALLA CRISI ECONOMICA CARLOBUTTARONI PRESIDENTEDI TECNÈ L'OSSERVATORIO LAVIAD'USCITA . . . La sfiducia contagia e rallenta la politica Proprio adesso che bisogna imboccare strade nuove Il futuro? Per gli italiani è un vampiro Laricerca èstata condottadal 23 al25aprile 2012sull'intero territorio nazionale,attraverso interviste telefoniche (metodo Cati), realizzate inbase all'estrazionecasuale dei numeridagli elenchi telefonici. Mille le interviste realizzate acampionesulla popolazione maggiorenne,con unerrorecampionario del 3,1 percento. lunedì 7, maggio, 2012 13
«La Francia ha voltato pagina e aperto un nuovo capitolo che ha un nome: changement (cambiamento)». A parlare è una delle personalità di primissimo piano del Ps: Laurent Fabius, 66 anni, già primo ministro. Un grande passato e un futuro politico non meno significativo: molti analisti e fonti vicine al neo presidente François Hollande, lo indicano come il più accreditato al dicastero delle Finanze o al Quai d'Orsay, ma c'è chi pensa a lui come un possibile primo ministro. LaFranciahasceltoilsuonuovopresidente:FrancoisHollande.Qualèilsegnopoliticodiquestavittoria? «Non c'è dubbio: è il segno del cambiamento. Un cambiamento che non ha nulla di ideologico, ma si fonda su un progetto chiaro, su programmi, su proposte concrete che non sono libri dei sogni. Quello indicato da Hollande è un cambiamento pragmatico, efficace, che dalla Francia può trasmettersi all'Europa. So che spesso il termine “storico” è usato a sproposito. Ma in questo caso, credo che sia ben speso: quello di oggi è stato un voto storico per la Francia». C'è chi sostiene che la forza di Hollande sia stata soprattutto la debolezza del suo avversario. «Non sono di questo avviso. Certo, la maggioranza dei francesi ha giudicato con severità i cinque anni di presidenza Sarkozy, soprattutto per la sua incapacità a far fronte alla crisi. Ma i francesi hanno votato “per” e non solo “contro”. E hanno premiato il candidato che si è dimostrato più serio, quello che ha prospettato un cambiamento possibile». Qualipotrebberoessereleprimemosse, i primi atti dei primi 100 giorni della presidenzaHollande? «Misure coerenti con i punti qualificanti del suo programma elettorale: investimenti sul piano-scuola, il blocco per tre mesi del prezzo della benzina, la riduzione del 30% delle retribuzioni del Presidente e dei ministri: un insieme di misure che danno conto di scelte strategiche, qual è l'investimento sull'istruzione, ed altre che danno conto di una volontà di far fronte nell'immediato a questioni, come il caro benzina, che pesano sulla quotidianità dei francesi. Un passaggio importante saranno poi le legislative di giugno. Davanti a noi c'è una estate di lavoro. Dovremo prendere decisioni importanti, soprattutto in campo finanziario, fiscale e sociale. “Il cambiamento è adesso” da oggi non è solo un felice slogan. È un impegno con i francesi che dobbiamo onorare. Da subito». C'è chi ha descritto Hollande come un'”ammazza ricchi”, facendo riferimentoallaprospettata riformacon loscaglioneal45%per i redditi superiori a150 mila euro e l'imposta marginale del 75% per i redditi superiori al milione dieuro. «Non è una misura “ammazza ricchi”, io la chiamo giustizia sociale ed equità fiscale». Guardandoa questa vittoria in chiave europea.C'èchitemechelapresidenzaHollande indebolisca l'azione di rigore. «È una preoccupazione che non ha ragione di essere. Hollande fa proposte che tendono al rafforzamento delle istituzioni politiche ed economiche europee. Mi riferisco, ad esempio, ad un ruolo attivo della Bce, ad una effettiva attuazione del Fondo europeo di stabilità, alla definizione di una tassa sulle transazioni finanziarie, finalizzate, come i project bond, al lancio di grandi progetti di sviluppo. Proposte fondate su una convinzione: la crescita favorisce, e non minaccia, la disciplina di bilancio». La presidenza Hollande segnerà la fine dell'assefranco-tedesco? «Niente affatto, semmai lo riequilibrerà rispetto a una dipendenza troppo marcata avuta da Sarkozy nei confronti delle posizioni della signora Merkel. Mi lasci aggiungere che il rapporto tra Parigi e Berlino ha radici storiche che non nascono e non si esauriscono con il cosiddetto “Merkozy”. Un primo risultato lo abbiamo già ottenuto, visto che il ministro degli Esteri tedesco Westerwelle ha espresso la volontà di Berlino a lavorare per un Patto di crescita. È un buon inizio». Un buon inizio, lei dice. Per quale politica europea,soprattuttosulterrenodecisivo: quelloeconomicoefinanziario? «La convergenza europea è ovviamente necessaria, ma se essa non si limita a premere il freno. Politiche che puntano tutto sull'austerità non solo avranno conseguenze pesantissime sul piano sociale ed economico, ma l'iper-austerità impedisce un risanamento strutturale dei conti pubblici. Le disuguaglianze bloccano la crescita». A suo tempo, lei fu il punto di riferimento diquantinelPssi schieraronoper ilnonel referendumsullaCostituzioneeuropea.E oggi? «La mia posizione era fondata sulla convinzione che per l'Europa le questioni centrali fossero allora quelle dell'occupazione e delle delocalizzazioni. In quel Trattato non c'erano, a mio avviso, indicazioni precise, misure concrete per un cambiamento su questi due punti cruciali. Ma in me non c'è mai stato un sentimento antieuropeo, un pregiudizio ideologico. E la riprova è che Hollande mi ha voluto al suo fianco in questa campagna. Resto convinto che non dobbiamo solo fissare gli obiettivi giusti, ma anche trovare mezzi e regole che non siano in contraddizione con questi obiettivi. Hollande li ha indicati chiaramente. La sua idea di Europa è anche la mia. Su questo non devono esserci dubbi: la sinistra francese sarà più europeista. Un europeismo progressista». Nel ballottaggio, a favore di Hollande si è pronunciato il leader centrista Bayrou. È nato il centro-sinistra francese? «È presto per dirlo. Di certo, e questa è una tradizione della Quinta repubblica, chiunque sostenga il progetto del presidente eletto è parte della maggioranza presidenziale. Ciò vale anche per Bayrou». L'INTERVISTA «Questo è un voto storico per il futuro dell'Europa» LaurentFabius Èstatopremier francese dal24 luglio1984 al20marzo1986. Qualcunolo indicacome ministrodelleFinanze nelprossimogoverno PATTOPER LACRESCITA RomanoProdi: Francia, Italiae Spagnacoalizzate «Il cambiamento in Francia e in Europaè indispensabile. LaFrancia deveriprendere il suo ruolo di cementocomunitariocon L'Italiae la Spagna.Unasse atreche nonsi opponealla Germaniama propone alla stessaGermania e all'Europaun progettodi rilancio credibile».L'ex presidentedella Commissione europeaRomano Prodi inuna intervistapubblicata ieri dalSole 24 ore ripresa anchedalsitodi Libération in Francia interviene sul significatodel votoper il secondo turno inFrancia adurneaperte. «Bisognaconsiderare che continuandocon questapolitica basatasull'austeritàandiamoafinire in malora.L'Europarischiadi avere problemigravissimi», continua l'ex premier italiano. Esostiene alcune ideechesono anchedel socialista Hollande.Comela propostadi una tassasulle transazioni finanziarie: «l'ideadiuna Tobin tax all'europeasta lentamenteentrando.Certo nonsi può andareavanti così.Nonè possibile che il capitalismofinanziariospeculi sull'economiareale, sul destinodelle aziende, sul futuro dimilioni di persone».Ma anchesul rafforzamento deipoteridellaBancacentrale europeae sull'emissionedi eurobond. «L'Europa- avverte ilProfessore, quellovero,ndr - rischiadavvero l'implosione.Bisognatrovaredei freni allestorturedeimercati, al capitalismo malato».Esull'euro, lui cheneè stato unodeimassimi propugnatori, dice: «Èstato un miracolo politico.Persette anni la monetaunica ci haprotetto. Bisognaandareavanti». François Hollande con la compagna Valerie dopo il discorso a Tulle FOTO DI GUILLAUME HORCAJUELO/ANSA UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it La sera del sei maggio di cinque anni fa tutto gli arrideva. L'ingresso trionfante all'Eliseo, portato dall'onda del voto e dell'entusiasmo popolare gli spalancava un futuro gravido di promesse. Nicolas Sarkozy era il nuovo avanza. Giovane, energico e pieno di talento, gli osservatori, quelli meno maliziosi, prevedevano giornate gloriose per il neopresidente e un sano elettrochoc per la Francia dopo l'atonia degli anni Chirac. Oggi Sarkozy lascia un Paese disorientato dietro di sé. Un Paese che al presidente turbolento ha preferito il candidato normale, e che scegliendo François Hollande ha voluto chiudere la parentesi del sarkozismo con la stessa perentorietà con cui l'aveva aperta. I segni erano evidenti. Nel 2010 il mediatore della Repubblica consegnava al presidente una diagnosi preoccupante della Francia, descritta nei termini di «una società in grande tensione nervosa e psicologicamente stanca». Certo le crisi successive di queste anni hanno una parte di responsabilità, ma è il metodo di governo sarkozista che ha stressato i francesi. La famosa rupture che avrebbe dovuto rendere dinamica la società d'oltralpe, alla fine si è infatti risolta in una girandola ansiogena di riforme e mezze riforme che non ha disegnato nessun profilo chiaro del paese. Oggi la Francia è un insieme di cantieri aperti, un Paese in costruzione ma senza un progetto finale e un'identità precisa. Del resto una delle maggiori mancanze del piccolo Napoleone di Neully è proprio di aver mancato di una filosofia politica, di una visione chiara cui ispirarsi. Il suo famoso pragmatismo, altre volte lodato dalla stampa internazionale, si è risolto in un passaggio continuo da una posizione all'altra, in una miscela contraddittoria di interventismo colbertista à la française e di liberismo à l'americaine. Il presidente d'artificio, in ossequio alla sua filosofia della presenza e dell'annuncio permanenti, ha rombato contro il capitalismo finanziario il giorno dopo aver concesso assegni fiscali ai patron del Cac40. Oppure ha dichiarato di voler rivedere il totem della laicità per aprire lo spazio pubblico alla religione prima di vietare il burqa. UMORIPOPOLARI Privo di un'opinione sua, ha seguito in questi cinque anni quella dei sondaggi e degli umori popolari, rispondendo ogni volta all'emotività con l'emotività, alla realtà con l'ideologia. Entrato all'Eliseo, per esempio, quando il suo primo ministro François Fillon dichiarava che lo Stato era sull'orlo del «fallimento», Sarkozy non ha voluto saperne e piuttosto che intraprendere la strada del rigore, il «presidente del potere d'acquisto» si è unilateralmente affrancato dai limiti europei per dissipare 13 miliardi nello scudo fiscale e la riduzione di imposte per i ricchi. Sarkò pensava di dare «uno choc di fiducia» all'economia, invece la crisi ha fatto esplodere deficit e debito e alla fine del suo mandato la disoccupazione è al 10%. La sua ideologia erratica si è accompagnata ad un metodo brutale. «Il livello di pressione di una società è lo stesso che voi facciate una o dieci riforme – ha spiegato una volta – Ma se ne fate solo una, tutta la pressione si focalizza su quella e si resta bloccati». Per questo, soprattutto nei primi anni ha aperto più cantieri contemporaneamente, annunciato ogni giorno una riforma «storica». Alcune saranno conservate e completate dai socialisti, come quella delle università, del collocamento o del reddito di solidarietà. Altre verranno riviste o abolite, come la riforma delle pensioni, della fiscalità, delle pene per i recidivi. Ma resta che innalzando il movimento a principio di governo, Sarkozy ha messo sotto stress la società e l'ha disorientata con le sue giravolte ideologiche. Molto riforme sono state prima annunciate in pompa magna e poi ritirate in un istante, come quella del contratto unico o dei licei. Ma il metodo era conforme allo stile presidenziale. La Presidenza della Repubblica serviva a garantire la continuità istituzionale della nazione costituendo un punto di riferimento per i francesi. Sarkozy ha invece voluto «desacralizzare» la funzione, ma abbassandola ha abolito un riparo e compromesso la sua capacità di parlare al popolo. Il principe petulante ha parlato talmente tanto in questi cinque anni che alla fine nessuno lo ascoltava più. La concentrazione dei poteri nelle mani «del presidente che governa» e la superesposizione mediatica alla fine lo hanno reso l'unico responsabile del fallimento degli ultimi cinque anni. I francesi se se ne sono accorti. . . . Una girandola di mezze riforme e l'asse con Merkel che ha segnato la politica europea Adieu Sarkò, i cinque anni di un presidente ansiogeno LUCASEBASTIANI PARIGI Ha occupato l'Eliseo in maniera emotiva e anche brutale. Oggi la Francia è tutta un cantiere, un Paese disorientato Dal burqa al fisco, il suo super-interventismo gli si è rivoltato contro lunedì 7, maggio, 2012 3
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07/05/12

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