Cresce l'astensionismo Penalizzata la destra «Noi l'antipolitica? Ma è la nostra la vera politica, sempre in mezzo ai cittadini. Beppe Grillo non l'ho sentito, non ho neanche il suo numero. Lui è il nostro megafono, ma poi veniamo noi con le proposte concrete, raccolte in mezzo ai cittadini». Il volto sorridente del 39enne Federico Pizzarotti, davanti alle telecamere che a metà pomeriggio cominciano a inseguirlo, è giocoforza la vera cifra del voto a Parma. Sarà lui, forte del 19,3% dei consensi, a sfidare a sorpresa al ballottaggio il candidato del centrosinistra Vincenzo Bernazzoli, vicino al 40%. Dopo nove mesi di commissariamento, seguito alle dimissioni della giunta civico-polista di Pietro Vignali per scandali e arresti, la città ducale aspetterà dunque il secondo turno per avere un nuovo primo cittadino. Di certo però ha voltato pagina, seppellendo il centodestra che qui ha regnato per tre lustri: a 103 sezioni scrutinate su 237, il Pdl Paolo Buzzi non arriva al 5%, l'ex sindaco civico Elvio Ubaldi (dato dai sondaggi al 28%) si ferma al 16%. Meglio dei berlusconiani fanno il civico Roberto Ghiretti (10,1%) e la candidata del Prc Roberta Roberti. La Lega (se non si contano le liste civiche che l'appoggiavano) non raccoglie più del 2,7%. «Oggi si è chiusa un'epoca», certifica Bernazzoli. Certo, la direzione del cambiamento è in buona parte imprevista. E se l'affermazione dell'ex presidente della Provincia è buona (56 anni, una laurea in pedagogia, sindacalista e prima ancora sindaco di un piccolo centro), lo sprint sembra in mano al Movimento 5 stelle. Al primo turno infatti ha pesato al frammentazione del voto - dieci i candidati sindaco - e come previsto una certa disaffezione verso la politica: le urne hanno raccolto il 64,5% dei voti, con un calo del 10% rispetto al 74,6 di cinque anni fa. Ma se l'obiettivo è il ballottaggio, Bernazzoli che conta su 7 liste ( tra cui Pd Idv Sel Comunisti italiani e una civica) dovrà ampliare i suoi consensi. La sfida è aperta, Bernazzoli punta ancora una volta sul profilo di amministratore esperto in una città gravata da milioni di debiti accumulati da Vignali: «Il tema ora è dare a Parma un governo autorevole, capace di risposte concrete. Il mio avversario? L'ho trovato vago su come garantire servizi sociali e infrastrutture». Ma non teme di non riuscire a intercettare il voto di protesta che ha premiato Pizzarotti? «Io guardo all'altro 80% della città, mi rivolgo a tutti quelli che chiedono un cambiamento - replica Bernazzoli - , sono un buon amministratore, capace e concreto». Più netto il numero uno dei democratici in regione, Stefano Bonaccini: al ballottaggio di Parma non ci saranno «apparentamenti pastrocchio». A Piacenza, invece, l'affermazione del candidato di centrosinistra al primo turno è sfiorata per un soffio, «sapevamo - sorride Paolo Dosi - che raggiungere questo obiettivo sarebbe stata un'autentica impresa». All'ora di cena e con la metà dei seggi scrutinati, nella città governata negli ultimi dieci anni da Roberto Reggi (Pd, ex Margherita), ma anche terra di frontiera in cui nel 2009 la Lega nord aveva raggiunto quota 17%, Democratici e alleati si fermavano intorno al 48%. «Considerato il 10% preso dai “grillini”, e le liste civiche di protesta è un risultato che non stento a definire staordinario» commenta Dosi, assessore alle Politiche giovanili e poi alla Cultura per due mandati nella giunta uscente, appoggiato da Pd, Idv, Sinistra per Piacenza e una lista civica. A mettersi in mezzo per la prima volta è il Movimento 5 Stelle di Mirta Quagliaroli. «Se si fossero fermati al 7% avremmo vinto subito ragiona Reggi -: i voti che abbiamo perso noi sono finiti in buona parte lì, oltre che nell'astensionismo». Al ballottaggio con Dosi andrà il candidato del centrodestra Andrea Paparo, di poco sotto al 30%, che bolla come «preoccupante» l'astensionismo dei piacentini, al voto al 65,6% contro il 77,5% di cinque anni fa, un crollo del 12%. Altro dato da sottolineare il crollo verticale della Lega, a metà scrutinio ferma al 6,1% (con un 1% da due liste civiche), quarta dopo Pdl e “grillini”. «Abbiamo fatto ovunque campagna elettorale con pochi soldi, tanta passione e incontri pubblici – esulta il consigliere regionale M5S Giovanni Favia -, la formula ha funzionato. Non siamo noi a distruggere la politica, sono i partiti tradizionali a far tutto da soli». L'astensionismo in crescita è un altro elemento che ha caratterizzato questa tornata di elezioni amministrative, oltre all'espressione di protesta e di disaffezione rispetto ai vecchi schieramenti che ha penalizzato i partiti. Escluso il Pd, che si consolida come forza politica diventando il primo partito. La media dell'affluenza alla chiusura dei seggi, nei 768 Comuni interessati al voto, è stata del 66,88 per cento, secondo i dati non definitivi del Viminale. Un calo di circa il 6% rispetto alle scorse comunali del 2007, alle quali l'affluenza è stata del 73,74%. INVERSALA TENDENZA Le urne sono state disertate soprattutto dal centrodestra, come rivelano i risultati nei vari Comuni, ed è particolarmente evidente il maggiore astensionismo in alcuni capoluoghi di provincia. Si è ribaltato, come ha constatato il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, il numero dei Comuni conquistati dal centrosinistra. Se dal 2007 la geografia politica vedeva 18 comuni capoluogo di provincia governati dal Pdl insieme alla Lega, la débacle del partito berlusconiano, e anche del Carroccio, ha capovolto il dato: al centrodestra 8 Comuni, il centrosinistra è in testa in 17 o 18 centri, nei quali in alcuni casi andrà al ballottaggio. Il record di astensionismo si è verificato in Emilia Romagna, dove il calo di affluenza alle urne è stato del 10,8 per cento, passando dal 75,4% del 2007 al 64,6%. Molto forte anche in Toscana, dove ha raggiunto il 10%, passando dal 70,58% al 60,80%. Sono le cosiddette regioni «rosse», nelle quali gli elettori di centrodestra hanno evidentemente rinunciato a partecipare alla competizione, oppure si è trasformato nel voto di protesta che ha premiato il movimento di Beppe Grillo. Un calo significativo della partecipazione si è registrato anche in Lombardia, circa del 9%, dal 72,52% al 63,61%. Il maggiore astensionismo si è avuto in alcuni capoluoghi di provincia. A Palermo si sono recati al seggio il 63,23% degli aventi diritto, nelle precedenti amministrative l'affluenza è stata del 71,77%; a Genova il 55,57% (61,75% nel 2007), a Verona il 69,62% (76,69%), all' Aquila il 74,92% (79,85%), a Parma il 64,55% (74,61%), a Piacenza il 65,41% (77,96%), a Lucca il 58,21% (68,64%), a Pistoia 59,04% (69,89%), a Lecce il 73,76% (80,28%). BAGNASCO: «BRUTTOSEGNO» Dal Piemonte (ad Alessandria ha votato il 61,41% contro il 74,96%), i segretari del Pd, Gianfranco Morgando e Paola Bragantini, osservano che «astensionismo e successo dei grillini sono anche per il Pd segnali che non si possono eludere né minimizzare». Il cardinale Angelo Bagnasco afferma come il dato che «rincresce maggiormente è la disaffezione alla politica, con quella forma di antipolitica di cui ho sempre parlato: la sfiducia verso la politica in genere non è un segno bello per tutti noi». LECURIOSITÀ VINCENZO BERNAZZOLI CENTROSINISTRA FEDERICO PIZZAROTTI MOVIMENTOCINQUE STELLE ELVIO UBALDI TERZO POLO 16.0% REFERENDUMSARDI «Abolite leprovince» E nel Sulcis si dimette ilpresidenteCherchi Laprima «vittima»dei referendum sardi sui costidella politicaè il presidentedella provincia di Carbonia-Iglesias.SalvatoreCherchi, Pd,non haneppure atteso i dati ufficiali sui referendumche cancellano lequattro“nuove” province, compresa la sua, istituitenei primi anniDuemilacon leggeregionale. «Mi dimetto»,haannunciato ieri. Alla fine, tutti edieci i quesiti hanno superato ilquorum,che, diversamentedai referendum nazionali, era fissato al 33,3%. Affluenzaoltre il35%. E «sì» schiaccianteper l'abolizionedelle provincedi recente istituzioneOlbia-Tempio,Ogliastra, Medio CampidanoeSulcis-Iglesiente. Decisamentemeno netto(67%di sì) il pronunciamentosulle province storiche -Cagliari, Sassari, Oristano, Nuoro.E mentre il frontereferendario festeggia, l'Unione delleProvince avverte:«Orasarà il caosassoluto». Leoluca Orlando festeggiato dai sostenitori palermitani davanti al comitato elettorale FOTO MICHELE NACCARI/ STUDIO CAMERA-TM NEWS Bersani riconquista lacittànatale Bossiperde lasua Soddisfazioneper il segretariodel Pd,Pierluigi Bersani: il paese del piacentino incuiè nato, Bettola,ha cambiatoamministrazione afavore delcentrosinistra. SandroBusca,sostenutodal Pd, èstato elettosindaco con il41,57%. Hasconfitto l'uscenteSimone Mazza, appoggiatodal Pdle dallaLega Prendeuna batostanel suo comune, invece,Umberto Bossi.A Cassano Magnago, ilpaese delvaresotto doveè nato, la Legahaperso dopo quattromandati. LacandidataStefania Federici è esclusadal ballottaggio, nel quale si sfideranno il candidato del centrosinistraMauro Zaffaronie quellodel PdlNicolaPoliseno. LaLegaè stata sconfittaanche a Mozzo,paesenatale di Roberto Calderoli, nel bergamasco. Ultimacuriosità: loscrittore FedericoMoccia, è statoeletto con l'89%sindaco di Rosello (Chieti). In testa il pd Vincenzo Bernazzoli. Il «5 stelle» Pizzarotti supera l'ex sindaco Ubaldi e va al ballottaggio A Piacenza arriva a un passo dall'elezione al primo turno il democratico Dosi ADRIANACOMASCHI GIULIAGENTILE Parma a sorpresa è Grillo che sfida il centrosinistra 39.6% 19.3% LEPROIEZIONI . . . Si ribalta la geografia delle elezioni: il centrosinistra passa da 8 a 18 Comuni martedì 8, maggio, 2012 7
Circolo P.D. Mapello partecipa al dolore per la scomparsa del compagno RAVASIO CARLO (CARLINO) Riposa nella casa dei giusti Circolo P.D. Mapello TASSISTA UCCISO A MILANO NAPOLI Per iduefratelli chiestiventianni Una traccia bancaria che porterebbe direttamente al club del Lecce, nella presunta combine dell'incontro col Bari del 15 maggio 2011, finito 2 a 0 per i salentini. Il sostituto procuratore Ciro Angelillis e i carabinieri del Nucleo investigativo seguono la traccia dei soldi, nell'inchiesta sul calcioscommesse. Movimentazioni bancarie da un conto corrente riconducibile ad una persona molto vicina al figlio del patron del Lecce, Pierandrea Semeraro. Da lì sarebbero usciti i 230mila euro che l'ex difensore del Bari, Andrea Masiello, avrebbe ricevuto per manipolare l'incontro. Un premio per il calciatore, oggi all'Atalanta, che il 28 marzo scorso affermò agli investigatori: «Voglio aggiungere… quando il risultato era sullo 0 a 1, ho sfruttato un'occasione che mi si è posta per poter cristallizzare definitivamente l'esito della sconfitta per il Bari e per poter ottenere il pagamento promessomi, realizzando così l'autogol con cui si è concluso l'incontro». SVOLTA Il filone d'indagine sul derby pugliese, dunque, è a un punto di svolta: gli investigatori dei carabinieri avrebbero rintracciato prelievi bancari nei giorni precedenti al 22 agosto scorso, quando l'ex difensore del Bari incontrò all'hotel Tiziano di Lecce due presunti «emissari» del club salentino: l'imprenditore Carlo Quarta e l'avvocato Andrea Starace, entrambi intimi amici del figlio del presidente della società giallorossa. Secondo le indagini, confermate negli interrogatori dallo stesso Masiello, i due avrebbero pagato i 230mila euro in più tranche. Una prima da 50mila euro nell'hotel, alle porte del capoluogo salentino, e altre 5-6 ad un benzinaio sulla statale che collega Bari con Lecce. Denaro che sarebbe giunto dalle «casse» di una persona molto vicina a Pierandrea Semeraro, il quale avrebbe avuto un interesse specifico alla vittoria della sua squadra. Il nome dell'uomo salta fuori per la prima volta nell'ordinanza di custodia cautelare a carico di Masiello e di quelle che il gip definisce «le sue braccia operative», Fabio Giacobbe e Giovanni Carella. Il 7 marzo scorso l'ex calciatore del Bari, Marco Rossi, compare davanti al procuratore Antonio Laudati e al sostituto Angelillis. Rivela di aver ricevuto richieste di combinare il derby col Lecce «alla presenza di Alessandro Parisi e Simone Bentivoglio», altri giocatori ex biancorossi. «Due persone», racconta, dissero di «essere vicine al figlio del presidente del Lecce calcio», Pierandrea, il quale avrebbe voluto «comprare il derby» per non retrocedere il serie B. Le due persone, in realtà, altre non erano che Giacobbe e Carella, inviati da Masiello per convincere i compagni di squadra a combinare l'incontro, cosa che però non sarebbe avvenuta. L'accordo infatti sarebbe stato “siglato” solo tra Masiello ed «emissari» del Lecce. Intanto saltano fuori nuove sospette pressioni compiute dagli ultras sulla squadra del Bari: in particolare a Bari-Sampdoria e Cesena-Bari, tutte del girone di ritorno del campionato 2010-2011, si è aggiunta Chievo-Bari. Nel registro degli indagati figurano i capi ultras Raffaele Lo Iacono, Roberto Sblendorio e Alberto Savarese, per i quali la Procura sta valutando il reato specifico da contestare. A far lumi sul ruolo dei tifosi, gli ex del calciatori biancorossi: Rossi e Jean François Gillet. «In occasione di Bari-Sampdoria e Cesena-Bari racconta Rossi - i senatori diciamo del Bari, ossia Masiello e Gillet, come primi, i più anziani (…) hanno avuto un incontro con i capi ultras, nel quale gli sarebbe stato detto di perdere queste due partite perché loro avrebbero scommesso». Conferma a queste parole è giunta dallo stesso Gillet, il quale lo avrebbe riferito anche al direttore sportivo Guido Angelozzi, che avrebbe detto: «Tappatevi le orecchie e giocatevi la partita». Un particolare, questo, che proverebbe quanto alcuni funzionari della società, fossero a conoscenza delle richieste di combine. Ma oltre alla giustizia ordinaria si sta muovendo anche quella sportiva. «Da martedì - ha detto il presidente della Figc, Giancarlo Abete - scatteranno i deferimenti». E allora la Serie A potrebbe cambiare. Donnamassacratadalcompagno ITALIA Ilpubblico ministero di Milano TizianaSicilianohachiesto la condannaa23 annidi reclusioneper PieroCitterioe21anni per Stefania Citterio, fratelloesorella imputati per l'uccisionedel tassistamilanese Luca Massari, aggreditonell'ottobredel 2010dopo aver involontariamente investitoun caneed essere scesodal suotaxiper scusarsi. Nelcorso della lungarequisitoria ilpm haparlatodi una«spedizione punitiva».Secondo ilmagistratoStefania Citterioera «unaspecie di erinni che nonsi limita a improperi». Nelcorsodella requisitoria ilpmhaanche parlato di «unafisicità»nei confronti di Luca Massari, «totalmente inertee molto dispiaciuto».Ladonna èstata descrittacome«furiosa» tantoda esserestata «trattenuta».Piero Citterio«è indotto da questo comportamentodellasorella -ha riferito in un passaggio ilpm- a continuareun'opera che la sorella nonpotevapiùcontinuare perché trattenuta».«Stefania -ha proseguito -non si informa nemmenodi comesono andati i fatti. L'informazionedel cagnolino (il suo investimento,ndr) èsufficiente a concretizzare l'offesa, il torto». Riguardoalla frase «ti ammazzo» che la ragazza, standoalle indagini, avrebbepronunciato, il pmha spiegatoche «in quel frangente era un innesco». «Sefosseuna bombaa mano-haproseguito - il ti ammazzo diStefania sarebbe la linguetta che vienestrappata». . . . Pierandrea Semeraro avrebbe pagato per non retrocedere. Quando i tifosi chiesero di perdere Bari-Lecce, c'è la prova della combine I tifosi del Bari chiesero di perdere a Verona con il Chievo FOTO DI ALESSANDRO FIOCCHI/LAPRESSE La traccia nei conti di una persona vicina al figlio del patron del Lecce Abete: I deferimenti martedì IVANCIMMARUSTI BARI Tra Vicenza e Bologna due suicidi per debiti Unadonnadi 36 anniè stata trovata morta inuna abitazione diVillaricca, nelNapoletano. Aducciderla sarebbe stato il compagno,di 59anni, cheè stato fermatodalla polizia,avvertita dal fratello dell'uomo.Quandosi sono recati invia Leonardoda Vinci, gli agentihannotrovato la donnaa terra senzavita, riversa in una pozza di sangue.Lavittima sichiamava AlessandraCubeddo,nata a Gragnanonel 1976. Secondoquantosi apprende, sarebbe stata uccisa amani nude. Il convivente, originariodi Maranodi Napoli, è Michele Perrotta, 59anni, agentedi polizia in pensione. Il litigiosarebbe avvenutonella camerada letto.QuandoPerrottasi è resocontodi averecommesso un gesto inconsultohacercatodi rianimare la compagnae poi ha chiamato i soccorsi,ma inutilmente. PINOSTOPPON ROMA Un operatore immobiliare 52enne di Vicenza che si impicca in un parco, un commerciante bolognese di 48 anni, padre di una figlia di un anno, e in difficoltà psicologiche da tempo, che si toglie la vita nel suo negozio: in entrambi i casi a contribuire alla decisione di farla finita ci sarebbero state pendenze economiche. Il primo aveva un debito di circa 7-8 mila euro con una banca; il secondo aveva riferito di aver ricevuto una cartella di Equitalia da 20.000 euro. Il tragico conto dei suicidi da attribuire alla crisi economica continua ad allungarsi di giorno in giorno. A Vicenza l'uomo, padre di due figli di 21 e 24 anni, ha voluto chiudere con la vita in una parco, in via Adenauer, non lontano da una scuola. Ha lanciato una corda da traino sulla struttura in ferro di una giostra per bambini e poi si è lasciato andare impiccandosi. Il corpo è stato scoperto da una mamma che, poco prima delle 8, stava accompagnando a scuola il figlio. Ha chiamato soccorso e sul posto sono arrivate le volanti e poi la polizia locale. Un esperto della polizia è stato mandato a scuola per tranquillizzare i ragazzi. Il 58enne nel 2005 aveva lasciato la gestione di un negozio di liquori e si era messo a lavorare come operatore immobiliare con alterne fortune. Nel frattempo si era separato dalla moglie, la quale, assieme ai figli ha aperto un locale sulla statale 11 che in questi ultimi tempi va per la maggiore fra i giovani. Lui invece aveva trovato forti difficoltà col suo nuovo lavoro, dovuto anche al crollo del mercato immobiliare per via della crisi. L'uomo aveva salutato il figlio l'altra mattina prima che partisse con la madre e il fratello per Sharm El Sheik per un periodo di vacanza. Ha scelto invece il suo negozio per farla finita il commerciante bolognese: lo hanno trovato impiccato nel pomeriggio nella sua rivendita di ricambi per elettrodomestici in via Duse, alla periferia di Bologna. Ieri mattina una volante era intervenuta per una lite condominiale di cui il commerciante era stato protagonista: all'origine del bisticcio il fatto che l'uomo non aveva pagato una rata del condominio. Durante la lite con i condomini ha spiegato che non poteva saldare il debito anche perchè gli era arrivata una cartella esattoriale di Equitalia da 20.000 euro. Ha lasciato un biglietto, indirizzato alla figlioletta e alla moglie. 14 martedì 8, maggio, 2012
ATTENDERE LA FINE DEL MONDO PER EVOCARLA. E SE QUESTA NON ARRIVA, CONSUMARLA SU SE STESSI PONENDOFINEALLAPROPRIAESISTENZA.Ecco la possibile spiegazione del suicidio del quarantunenne Peter Keller, assediato per 22 ore dalle squadre speciali della polizia americana nel bunker da lui stesso costruito con otto anni di lavoro fra i boschi di North Bend, vicino Seattle. Irruzione inutile. L'uomo si era già tolto la vita. Un colpo di arma da fuoco per eliminare se stesso mentre il mondo continua ad esserci. La settimana precedente, Keller aveva assassinato la moglie Lynette, 39 anni, e la figlia Kaylene, 18 anni, incendiando poi l'abitazione. Quale miglior scampo, per un paranoico invasato dall'idea dell'apocalisse, di una tana sotterranea ed inattaccabile, nel profondo della foresta, piena di armi e cibo, resistente anche ai gas lacrimogeni della polizia? Si chiamano survivalisti, da survival, sopravvivenza e se ne trova una certa concentrazione negli Stati Uniti. Territorio d'elezione per il mito della frontiera, che si accompagna quello della wilderness, la natura selvaggia. Da questo scaturiscono l'individualismo americano e l'anarchismo utopico di Henry David Thoreau, l'autore di Waldenolasopravvivenzaneiboschi. Cui si accompagna, dall'inizio dell'era atomica, la paura della Terza guerra mondiale. Fra l'altro, il 29 settembre 1961, quasi cinquantuno anni fa, nel pieno della guerra fredda, fu trasmesso uno degli episodi più rappresentativi di Aiconfinidellarealtà. Si intitolava Ilrifugioe lo aveva scritto proprio Rod Serling, l'ideatore della serie. A causa di un falso allarme da conflitto nucleare, dei buoni amici si scatenavano l'uno contro l'altro per la foga di accedere al bunker antiatomico allestito da uno di loro sotto l'abitazione. Quando il pericolo rientrava, i loro rapporti erano compromessi per sempre. Il tema del rifugio antiatomico appare esilarante in una puntata de I Griffin, e in L'uomo Homega, dove Homer Simpson sopravvive alla distruzione di Springfield perché sta ispezionando un bunker. Ancora più comico il film Sbucato dal passato, diretto da Hugh Wilson nel 1999, con un giovane Brendan Fraser costretto dal padre, Christopher Walken, a vivere con la madre, Sissy Spacek, per 35 anni nel sottosuolo di Los Angeles a causa di un'inesistente guerra atomica. Risalito in superficie, il poveraccio trova una situazione ben diversa, dagli effetti paradossali. Ad esempio, le sue figurine d'epoca dei giocatori di baseball valgono una fortuna. Tornando alla cronaca, alcuni survivalisti si facevano chiamare FaroSupremo ed avevano la loro base a Colorado Springs, nella stessa zona del Norad, la difesa antiaerea degli Stati Uniti. Oggi, la setta è nota come Cut, la sigla di Chiesa universale e trionfante. I suoi vertici hanno acquistato 30.000 acri nella Paradise Valley del Montana e vi hanno costruito strutture anti-bombadi cemento armato, nelle quali vengono ammassati viveri e soprattutto armi. Calibro 50, veicoli blindati e perfino carri armati leggeri. Inoltre, la guida Garry McCutcheon aveva trovato nel fiume Yellowstone un razzo di bazooka da 89 mm, con ogni probabilità appartenuto ai componenti della setta. In Russia, si registra la fine non certo pacifica riservata ai Fratelli del Bosco. La denominazione deriva da quella dei resistenti che nei Paesi baltici, durante la Seconda guerra mondiale, si opponevano a Mosca. Se l'era attribuita il gruppo che agiva nelle foreste della regione di Primorye, tra il fiume Ussuri e la costa del Pacifico. I Fratelli del Bosco si opponevano ai soprusi della polizia corrotta, con il plauso della gente. Introvabili ed imprendibili, tenevano in scacco i mastini del nuovo potere moscovita. Finché non si è giunti alla decisione di impiegare centinaia di uomini, elicotteri e perfino carri armati per annientarli. I Fratelli del Bosco hanno reagito asserragliandosi in un edificio della cittadina di Ussurijsk. Giovanissimi, in quattro si sono arresi, altri due si sarebbero suicidati per non subire le atrocità della cattura. Fra i prigionieri, il ventunenne Aleksandr Sladkikh, reduce delle Spetsnaz, le truppe speciali russe. IVETERANI DELVIETNAM Non si trincerano, ma vivono da survivalisti ed ai margini della civiltà certi veterani del Vietnam, ormai sui settant'anni, che dopo il ritorno in patria non sono più riusciti a condurre esistenze normali. Così hanno scelto zone boschive dalle quali compiere escursioni per rifornimento nelle discariche degli ipermercati. Cibi in scatola scaduti da poco, avanzi, bottiglie di acqua minerale ed altre bevande sfuggite al saccheggio delle compere. Questi Rambo di terza e quarta età non cercano altro. Intervistati, si limitano a chiedere di venire lasciati in pace. La foresta, infine, ha probabilmente riaccolto la ventinovenne cambogiana Rochom P'ngieng. Protagonista della cronaca nel 2007, era stata ritrovata nuda e priva della parola da alcuni contadini. A riconoscerla, il padre, Sal Lou, convinto si trattasse della figlia, sparita nella giungla dal 1989, quando lei aveva otto anni. Successivamente, però, Rochom ha fatto di nuovo perdere le tracce. Forse per tornare al suo habitat più consono. Non è riuscita a reintegrarsi nella civiltà. Poteva andare diversamente se di Rochom si fosse occupato qualcuno come il dottor Jean Marc Gaspard Itard, che agli inizi dell'Ottocento recuperò il «ragazzo selvaggio» trovato nell'Aveyron e rievocato da Truffaut nel suo film del 1970. Eppure, le premesse e le promesse dell'Illuminismo oggi sembrano sconfitte, dinanzi a tante fughe dal mondo che fanno sorgere un sospetto. La quotidianità confortevole, anziché attirare, respinge, ed alcuni preferiscono tornare allo stato brado. Allora, l'ipotesi o addirittura la tesi che la convivenza civile stia per terminare nei gorghi di un Armageddon, nucleare o ecologico, può divenire l'alibi per l'incapacità di accettare qualsiasi modello di integrazione sociale. Come è accaduto a Peter Keller, il cui survivalismo nascondeva il nichilismo. Dentro ilbunker per vivere o morire Dallapauraatomicaall'Apocalisse unamaniamoltodiffusanegliUsa CULTURA ENZO VERRENGIA enzoverrengia@tin.it Dallacronacaalla fiction Omicidio-suicidio inunrifugiodiSeattle e leparodiedei«Griffin» odei«Simpson». Il caso dei ribelli contro ilpoterecorrottodei russi ATEATRO Via l'Arca:Noè sceglie ilbunker per la sopravvivenzadegli animali Trentaspettatori chiusi inscatola complicidello«sterminio» Qualcheannofa, il Teatro India diRoma ospitò unospettacolo delTeatro delle Albeche«mise inscatola»gli spettatori. «Sterminio»diWerner Schwab(traduzionedi Sonia Antinori, regia di MarcoMartinelli) era un luogoabitatoda personaggidisperati, spiati daunatrentina di spettatorichiusi inun bunker. Unaspeciedi tana-psichicapiù cheun appartamento,un po' comequelladi Gregor Samsanella «Metamorfosi».E in effetti i personaggi di «Sterminio»nonsonocosì diversidaquei scarafaggikafkiani. Intuizione affidataaVincent Longuemare,che insieme a Enrico Isola l'ha trasformata in un bunker,completamente realizzatodalla squadra tecnicadelle Albe,una baracchettadacampodi concentramento, incui affondare l'incubo della signoraCazzafuoco, l'anacronisticaaristocratica nazi-Circe. Costruzioneper lampi, cinematografica. Lepile chegli attori impugnano nelprimoenel terzo attocostruiscono l'immagine comeuna sequenzadi fotogrammi.Nelbunkerdi «Sterminio» lospettatore èdentro lo spazio, in unqualche modocomplice. Se ilprimo e il terzo attosonoun montaggiodicontrasti luce-ombra, spettrigenerati dalmovimento edalla lotta, il secondoe il quarto sonocongelati inunastasi damuseo delle cere.Finale lieto, acido, obbedientealladefinizione che l'autoreha dato di«Sterminio»: una«commedia radicale». U: Dall'alto:L'ingressodel bunkerdiPeter Keller, l'uomochehasterminato la famiglia esi èucciso e la locandina del film «Sbucatodalpassato» martedì 8, maggio, 2012 21
Scarsa trasparenza dei co-sti «effettivamente e glo-balmente sostenuti e dei ri-sultati realmente conse-guiti». Così si esprime laCorte dei Conti in un'audizione sulle cartolarizzazioni di immobili varate dal governo Berlusconi all'inizio degli anni 2000. Sui risultati realmente conseguiti si è fatta piena luce subito dopo il ritorno al governo del duo Berlusconi-Tremonti nel 2008. A qualche mese dal ritorno in via Venti Settembre del ministro «creativo» la Ragioneria ha contabilizzato una perdita di un miliardo e 700 milioni che metteva la parola fine all'avventura sciagurata delle Scip, le società veicolo di quelle che furono annunciate come le più grandi operazioni di cartolarizzazioni mai viste in Europa. Un «buco» miliardario, rimasto per lo più nascosto nelle carte impolverate dei contabili, mentre le cronache cominciavano a parlare di rigore e sacrifici. Alla fine della fiera di sofisticate operazioni finanziarie, ha pagato Pantalone. Forse oggi, in tempi di spendingreview, varrebbe la pena inserire nella lista degli sprechi anche quei «buchi» nascosti lasciati in eredità dal centrodestra. FINANZAE SPECULAZIONE Con gli stessi toni altisonanti che annunciavano la vendita «virtuale» degli immobili, qualche anno più tardi il superministro dell'Economia si scagliava contro la speculazione e i rischi che le banche avevano scaricato sui consumatori. Tacendo che proprio con le Scip il rischio finale era rimasto in capo allo Stato, ovvero a tutti i contribuenti onesti. Quel miliardo e 700 milioni sono stati certamente una parte minuscola rispetto ai 100 miliardi di manovre fatte sulle spalle degli italiani dal 2008 a oggi. Ma pensare che quella somma equivale a circa la metà dell'Imu sulla prima casa (per l'appunto la casa che il Pdl considera «sacra), oggi fa tremare i polsi. Così come leggere i rilievi della Corte dei Conti. La scarsa trasparenza si riscontra anche negli immobili oggetto di cartolarizzazione, di cui compaiono ben quattro liste non completamente coincidenti. «Il secondo ordine di osservazioni conclusive - prosegue la Corte - attiene al completo affidamento della gestione dei contratti a fornitori esterni di servizi, con effetti di carenze nei monitoraggi dei costi e dei benefici pubblici e di limitato effetto di internalizzazione di buone pratiche in tema di pianificazione e gestione strategica degli attivi pubblici». Insomma, lo Stato ha abdicato al suo ruolo, consegnando «chiavi in mano» al privato asset importanti del suo patrimonio. Il risultato è stato disastroso. A proposito di chi chiede l'arretramento della cosa pubblica. I magistrati contabili bocciano senza appello anche la cartolarizzazione dei giochi, anche quella finita nel dimenticatoio della politica. «L'operazione è risultata chiaramente costosa ed inidonea scrivono - a dare un contributo positivo al miglioramento dei conti pubblici. Infatti non ha avuto nessun effetto positivo sull'indebitamento netto ed ha, per converso, fatto aumentare il debito per 3 miliardi di euro nel 2001». Se si sommano questi risultati a quelli delle Scip, si arriva a quasi 5 miliardi andati in fumo per via delle scelte «creative» di Giulio Tremonti. Ma soldi a parte (che pure pesano eccome), il limite maggiore dell'operazione è stato quello di aver mantenuto il rischio in capo al «cedente», ovvero lo Stato e gli enti di previdenza già proprietari degli immobili. «Un esempio estremo sotto questo profilo - continuano i giudici - è quello della cartolarizzazione dei proventi futuri del lotto e del superenalotto, per la quale si è registrata a consuntivo la cessione di un importo di future entrate (oltre 27 miliardi) superiore 9 volte il corrispettivo iniziale corrisposto dalla società veicolo allo Stato italiano (3 miliardi)». Insomma, lo Stato ha incassato subito 3, i privati 27. Così come lo Stato centrale si è accollato il rischio delle perdite sulle cartolarizzazioni, è toccato agli enti locali assumersi quello relativo agli strumenti derivati, l'altra partita giocata dall'ex ministro dell'Economia nella fase in cui credeva (ancora) nelle magie della finanza. Fu lui infatti ad aprire la strada all'acquisto di prodotti finanziari opachi e ad alto rischio da aperte delle amministrazioni locali, con una disposizione inserita nella Finanziaria relativa al 2002. Salvo poi inserire nella Finanziaria per il 2009 un divieto esplicito a sottoscrivere nuovi contratti: evidentemente in quell'anno il ministro si era già convertito a nemico dei mercatisti. LASCOMMESSA Quanto è costata al Paese quella scommessa ad alto rischio? Le cifre circolate l'anno scorso parlavano di perdite tra i 6 e gli 8 miliardi, a fronte di un'esposizione complessiva degli enti locali di circa 40 miliardi. Le operazioni sono state effettuate da 18 Regioni, 58 province, 54 capoluoghi e circa 700 Comuni. Molti amministratori hanno denunciato vere e proprie truffe da parte degli intermediari. Molti di loro erano stranieri, e grazie a questo sfuggivano ai controlli nazionali. Insomma la penisola è stata terra di conquista. E tra cartolarizzazioni e derivati, l'Italia governata dal centrodestra ha perso quasi un punto di Pil. Abusi edilizi, condanna perMontezemolo IL CASO MASSIMOFRANCHI ROMA BIANCA DIGIOVANNI ROMA Domani il consiglio di amministrazione di Telecom Italia esaminerà «le diverse opzioni strategiche riguardanti la partecipazione di controllo in Telecom Italia Media», società che detiene anche «La 7», la rete tv che da sempre aspira a diventare il terzo polo ma non riesce mai a decollare veramente. La precisazione di Telecom è stata sufficiente per spingere al rialzo il titolo Ti Media che ha guadagnato ben il 21,7% chiudendo la sessione di Borsa a 0,175 euro. Il livello della quotazione resta comunque su livelli assai modesti e dà il segno delle difficoltà in cui naviga la tv di Telecom Italia i cui risultati continuano a registrare perdite significative nonostante la campagna acquisti realizzata nei mesi scorsi. Qualche novità in questo momento si starebbe preparando per Ti Media, con possibili conseguenze anche per «La7». Gli azionisti di controllo di Telecom raccolti in Telco, cioè Mediobanca, Generali, Intesa e Telefonica, hanno appena svalutato la partecipazione nella compagnia di telecomunicazioni e deliberato un aumento di capitale di 600 milioni e un prestito per un miliardo di euro. Ma per fronteggiare il peso finanziario di una partecipazione che non offre molte soddisfazioni e necessita di continue trasfusioni di denaro fresco, Telco ha imposto ai vertici di Telecom di intervenire più decisamente per la riduzione dell'indebitamento. E, in questo ambito, si è aperta la possibilità di realizzare operazioni per deconsolidare parte dei debiti delle controllate. Il consiglio di Telecom dovrebbe intervenire proprio su Ti Media, il cui consiglio dovrebbe pure riunirsi domani, e anche sull'Olivetti, ex gloriosa impresa d'Ivrea rimasta nel portafoglio Telecom come retaggio della scalata del secolo. SEPARAZIONE Il consiglio di amministrazione di Telecom dovrebbe decidere la separazione di una parte delle attività della società, con lo scorporo di Telecom Italia Media Broacasting che diventerebbe una società autonoma e aperta alla partecipazione di altri azionisti. Ma la domanda che tutti si pongono e che inquieta le star della tv di Telecom è se emergerà un nuovo editore de «La 7». Per ora non ci dovrebbe essere una vendita della rete tv, né l'immediato ingresso di altri azionisti. Ma la questione del destino de «La 7», di cui si è parlato anche nei mesi scorsi, è ormai sul tavolo di Telecom e dei suoi grandi azionisti che forse hanno perso la speranza di valorizzare la tv e di poterla poi vendere a prezzi vantaggiosi. Ma c'è ancora qualcuno interessato alla rete tv e disposto a mettere mano al portafogli? Nei giorni scorsi sono circolate indiscrezioni, prive di conferma ufficiale, di possibili offerte che sarebbero state studiate da almeno quattro gruppi imprenditoriali. Tra questi è stato fatto il nome di Carlo De Benedetti, presidente e proprietario del gruppo Espresso, che lo scorso anno aveva chiesto «La 7», senza le altre attività di Ti Media, a Franco Bernabè, presidente di Telecom Italia, ricevendo però un rifiuto. Ieri l'Espresso ha precisato che «non c'è nessuna trattativa in corso ed il gruppo non commenta le notizie su La 7». Altri potenziali interessi sarebbero quelli di Urbano Cairo, la cui società raccoglie la pubblicità per la rete tv, che potrebbe rilevare una quota, il finanziere tunisino Tarak Ben Ammar noto anche per la sua amicizia con Silvio Berlusconi, e sono stati ventilati, tra gli altri, i nomi del gruppo tedesco Bertelsmann e del fondo di investimento dell'emirato del Qatar. Lo scorporo delle attività di broadcasting da Ti Media potrebbe essere un'operazione propedeutica alla cessione della tv, ma per ora, in queste deboli condizioni di mercato, l'obiettivo principale e più urgente di Telecom è quello di ridurre il debito. Unannodi reclusione conpena sospesa:questa la sentenzaemessa neiconfronti di LucaCorderodi Montezemoloe dell'amministratore dellaFisvi,Francesco Saverio Grazioli,per i lavorieseguiti nella villa diAnacapri, residenza estivadel presidentedella Ferrari.Entrambi sonostati assolti per l'accusa di falso ideologico.L'avvocato difensore AlfonsoFurgiuele haannunciato ricorso:«È una sentenzacheritengo eccessiva.Siamo dispiaciuti. Montezemoloè stato assolto dall'accusadi falso, cheè quellapiù grave,maritengo chedebba essere assoltoanchedell'accusa di violazioniurbanistiche». Cartolarizzazionidellecase deglientiedeigiochi: perditeperquasi5miliardi. Coniderivatiglienti locali hannoregistratoun«buco» tra i6egli8miliardi IL DOSSIER Tremonti ci è costato un punto di Pil L'ex ministro dell'Economia Giulio Tremonti FOTO DI RICCARDO DE LUCA/AP-LAPRESSE Trattenute sindacali A Torino condannata la Fiat Fiom batte Fiat a Torino. A poche settimane dalla sconfitta sulla rappresentanza sindacale (21 ricorsi unificati e rigettati), i metalmeccanici della Cgil si prendono una bella rivincita vincendo una causa sulle trattenute sindacali. Il Lingotto è stato infatti condannato per attività antisindacale in 11 stabilimenti di Torino (tra cui Mirafiori e Iveco) per non aver effettuato le trattenute sindacali in busta paga ai lavoratori iscritti alla Fiom Cgil. Il giudice ha ordinato all'azienda di pagare le quote. Altre cause di questo tipo sono in corso in giro per l'Italia, Sevel di Atessa in testa. «Viene ripristinato il diritto di ogni singolo lavoratore - commenta Giorgio Airaudo, responsabile auto della Fiom - a pagare mensilmente la tessera sindacale e a essere liberamente iscritto al sindacato anche all'interno della Fiat. È un'altra causa che afferma la libertà di associazione sindacale». Una piccola beffa però la Fiom l'ha dovuta subire: non ha voluto chiedere gli arretrati per non compromettere le buste paga dei lavoratori che sono in Cassa integrazione e lavorano poche ore al mese. «Nel ricorso abbiamo rinunciato a chiedere gli arretrati - spiega il segretario di Torino Federico Bellono - per evitare trattenute troppo significative in mesi in cui le buste sono molto basse». PONTEDERA, CORTEODIVISO Corteo spaccato in due intanto ieri a Pontedera (Pisa) nella manifestazione contro la riforma del mercato del lavoro. La volontà di alcuni esponenti della Fiom di aprire il corteo con lo striscione “L'articolo 18 non si tocca” non è stata appoggiata dalla Cgil. Una parte dei manifestanti assieme ad altri esponenti dei movimenti di sinistra ha quindi deciso di separarsi andando a concludere la manifestazione con un comizio sulla strada Tosco Romagnola. Ma il segretario Fiom di Pisa Marcello Franchi minimizza: «Alcuni delegati Fiom della Piaggio, insieme ad alcuni lavoratori della stessa azienda e altri soggetti estranei alla nostra organizzazione, hanno prima tentato di mettersi alla testa del corteo con un proprio striscione successivamente hanno fatto un corteo alternativo che, nella sostanza, ha diviso la manifestazione in due tronconi separati. Non si tratta conclude - di far tacere chi, legittimamente, ha posizioni più marcate su alcuni punti, come l'articolo 18, ma si tratta del rispetto per le regole». «La 7» vola in Borsa ma per ora niente ribaltoni MARCOTEDESCHI MILANO . . . I soci di Telecom vogliono deconsolidare i debiti di Ti Media. Per un nuovo editore ci vuole tempo martedì 8, maggio, 2012 13
Il docente, candidato dal centrosinistra, verso il ballottaggio con Enrico Musso, Udc Terzo il grillino Putti Sarà ballottaggio, anche a Genova. Marco Doria, candidato outsider del centrosinistra nel momento in cui questo giornale va in stampa è appena sotto il 50%, 49,11% quando le sezioni scrutinate sono 274 su 653. A sfidarlo è il centrista Enrico Musso, docente nella stessa facoltà di Doria (ex Pdl, oggi sostenuto da Udc e lista civica) fermo al 14,9%. In terza posizione – e questa è la vera sorpresa – il grillino Paolo Putti, 14,4%. Nello stesso momento la dodicesima proiezione dell'istituto Piepoli indica Doria al 47,4; Musso al 15,7%, seguito da Putti al 13,9% e il candidato Pdl PierLuigi Vinai al 12,2. Dati parziali, dunque, eppure già ricchi di indicazioni: crolla il Pdl all'8% dei consensi, lievita il Movimento 5 stelle, secondo partito con il 13,9% appena dietro al Pd, 23,3, eppure l'emorragia dei voti del centrodestra non fa crescere il centrosinistra. Doria prende meno consensi della coalizione, (quotata, secondo Piepoli al 51,4); cresce l'astensione: 45% di affluenza, con il 6% in meno dei genovesi andati al voto rispetto alle amministrative del 2007 quando il dato fu del 61%. E crolla Musso che nel 2007 sfidò l'attuale sindaco uscente, Marta Vincenzi, e arrivò al 46,5%. Un voto che racconta la crisi che attraversa la politica, lo sgretolamento del centrodestra, i tormenti di un Pd arrivato alle primarie con due candidate (Marta Vincenzi e Roberta Pinotti) sconfitte dal professore con le radici nella Fgci e nel Pci, con un cognome che si porta dentro un pezzo di storia di questa città. Un voto che a Genova sarà ricordato per quei colpi d'arma da fuoco sparati da due sicari proprio ieri mattina contro l'Ad di Ansaldo nucleare, Roberto Adinolfi e che ha riportato all'improvviso alla mente gli anni bui del terrorismo, gli attentati, i morti, proprio qui il primo operaio, il primo politico, il primo dirigente. «Esprimo la condanna più totale per questo episodio e la piena solidarietà all'ingegnere colpito, alla sua famiglia», dice Marco Doria arrivando nel suo quartier generale, nel cuore storico della città, Salita Santa Caterina. Anche ieri mattina, come sempre, Doria è andato all'Università, a seguire le ultime tesi. Poi, silenzio fino ai primi dati più certi. Alle 19.30 arriva sotto la sede del Comitato e sorride, lui così poco incline all'allegria, perché spiega, «qui c'è poco da ridere con la crisi che attanaglia l'Italia e l'Europa». È soddisfatto? Gli chiedono. «La soddisfazione, sobria, ci sarà quando vincerò le elezioni». Il secondo round, fra due settimane, con l'approccio dello sportivo (un passato nella box da ragazzo e poi pallanuoto) «ce la metterò tutta, non saranno altri 14 giorni di campagna elettorale a spaventarmi. Con determinazione affronteremo questo ballottaggio». Che in fondo era nell'aria, «una possibilità che avevo considerato sulla base di un ragionamento preventivo con quello che era accaduto cinque anni fa». Non c'era il Movimento 5 stelle allora, c'era l'Ulivo, c'era il 6% in più di elettori. «Era uno scenario molto diverso, il centrosinistra aveva raccolto quasi il 52%». Doria aggiunge che anche stavolta la coalizione ha tenuto, al 50%: «È di là che c'è stata la débâcle, nel centrodestra”. Quanto al risultato personale dice: «Dai voti visti finora la mia lista viaggia sopra il 10%. Questo mi fa dire una cosa: la mia candidatura presumo sia stata in grado di tenere dentro la coalizione di centrosinistra un buono numero di elettori». «HANNO LAVORATOTUTTI» Non cerca la polemica per i voti della coalizione maggiori di quelli del candidato, «non ho nulla da recriminare, hanno lavorato, si sono impegnati tutti». Del resto durante la campagna elettorale non ha fatto che ripetere che lui vuole essere «sempre corretto, sempre e comunque». E adesso si appella a tutti quegli elettori che stavolta sono rimasti a casa: «Venite a votare per me al ballottaggio». Quello che lo preoccupa di più, confessa, «è questa disaffezione verso la politica. Per questo ho voluto parlare con i genovesi del programma in modo serio, non demagogico». Se diventerà sindaco (i sondaggi confermano che sarà proprio lui il 40esimo sindaco della città) Doria sa che non sarà facile, «perché stiamo vivendo un profondo momento di crisi, perché c'è una grande disaffezione alla politica e perché c'è una situazione finanziaria degli enti locali resa difficile dalla politica centralista del governo che crea serie difficoltà ai sindaci». Il grillino Putti, dato come possibile sfidante al ballottaggio nel primo pomeriggio, si dice sereno: «Comunque vada sarà un successo». Mai avrebbe immaginato percentuali a due cifre. Cauto Musso, davanti alle percentuali ballerine: «Al ballottaggio chiederò i voti di tutti i genovesi di destra e di sinistra perché abbiamo un progetto di città che dà molto più di quanto abbia saputo dare la sinistra in questi anni». Il professore mostra nervi saldi: «Non importa chi sarà il mio sfidante, vincerò». di Sel Nichi Vendola, per il quale «il centrosinistra non viene percepito come alternativa», quello dell'Idv Antonio Di Pietro, pronto a sostenere che «il voto premia i partiti che hanno fatto veramente opposizione». Bersani scuote la testa, poi esce dalla sua stanza e va in sala stampa, dove ad attenderlo ci sono telecamere e giornalisti. «Si sentono in questi minuti dei commenti piuttosto singolari, ma se si guardano i dati si vede chiaramente il senso di queste elezioni. In una situazione molto difficile, emerge come primo elemento un nettissimo rafforzamento del Pd e del centrosinistra in tantissime città italiane. Secondo, uno tsunami del centrodestra e terzo un'avanzata di Grillo. Questi sono i dati della realtà, che non possono essere annegati in un indistinto in cui avrebbero perso tutti». A Bersani non sfugge che dal voto emergono «elementi di disperazione» e anche di «frammentazione», ma in questo quadro a tinte fosche «c'è anche un presidio», rappresentato dal buon risultato ottenuto dal Pd. «Non c'è materia per dire che tutti perdono perché se così fosse allora non c'è una strada in questo Paese. Non è vero che tutti perdono e una strada c'è. Noi, con una posizione scomoda, ci siamo caricati di responsabilità non nostre - dice riferendosi al sostegno garantito al governo ma dati alla mano sentiamo di essere stati compresi dagli elettori». LEALTÀA MONTI, ORAPIÙ ASCOLTO I dati dicono che il Pd è l'unico partito che appoggia Monti ad uscire rafforzato da questo voto, di contro a un tracollo del Pdl e a un Terzo polo al palo. E dicono che ad avvantaggiarsi di questa situazione sono soprattutto le liste di Beppe Grillo. Bersani non sottovaluta l'exploit del Movimento 5 stelle, anche se si dice convinto che ai ballottaggi, quando «servono risposte di governo affidabili», ci potrebbe essere un «ripensamento» da parte di molti elettori. Ma comunque vada tra due settimane, al «disagio» emerso dal voto e confluito soprattutto nel voto grillino va data una risposta. E se i consensi dati al Pd sono uno «stimolo» a proseguire nel sostegno a Monti, al governo Bersani ribadisce un sostegno «leale», ma lancia anche un chiaro segnale. «Se dall'Imu al Salva-Italia agli esodati si fosse ascoltato un po' di più il Pd, il disagio sarebbe stato minore». La preoccupazione per il quadro generale c'è. Una piccola soddisfazione è per il risultato di Bettola, il Comune di cui è originario Bersani, strappato al Pdl (e al Nazareno leggono anche col sorriso sulle labbra il risultato di Cassano Magnago, il paese d'origine di Umberto Bossi, dove la Lega non è arrivata al ballottaggio). ENRICO MUSSO TERZOPOLO Per un pugno di voti Lucca non passa subito al centrosinistra. È mancato poco per veder cambiare definitivamente governo fin da ieri sera anche nell'isola bianca della rossa Toscana, guidata dal centrodestra fin dal 1998. Il candidato del centrosinistra, Alessandro Tambellini, ha ballato fin dall'inizio dello spoglio attorno al 50%. Per poi stabilizzarsi, mentre andiamo in stampa, attorno al 47% dei consensi. Tanti voti se paragonati a quello che era successo 5 anni fa quando il centrosinistra arrivò al 41%, ma insufficienti a vincere subito. Per Tambellini quindi si annunciano altri 15 giorni di campagna elettorale. Il problema è stabilire contro chi. Mentre lo scrutinio va avanti (rallentato anche dalla quantità di candidati a sindaco, ben 11, e liste, 24) il secondo posto se lo stanno giocando l'ex sindaco uscente Mauro Favilla del Pdl e il suo predecessore Pietro Fazzi (già Forza Italia) appoggiato dall'Udc. Una corsa da gamberi: entrambi navigano attorno al 14-16%, a oltre trenta punti da Tambellini. Il Pdl che fino alle regionali del 2010 aveva più del 30% crolla all'8%. Percentuale toccata dalla candidata dei grillini. Non ci sono invece stati dubbi fin dalle prime schede scrutinate sulla vittoria del centrosinistra a Pistoia dove Samuele Bertinelli del Pd è al 60% con i democratici che superano il 37%. Malissimo l'avversaria del Pdl, l'ex consigliera regionale Anna Maria Celesti, al 15%. La terza forza della città sono i grillini che superano il 10% e ridimensionano le aspirazioni del Terzo Polo (Udc-Fli) fermo all'8%. Nel pistoiese il centrosinistra va forte anche a Quarrata dove Marco Mazzanti vince col 60%. Qui il Terzo Polo col 20% supera il Pdl fermo al 12%. Nessun problema neppure a Carrara per il sindaco uscente Angelo Zubbani del Psi (partito che lì arriva al 14%) che ha ottenuto la conferma senza patemi anche grazie all'allargamento del centrosinistra all'Udc. Non ha pesato la rottura con Idv e Verdi che correvano da soli e che arrivano al 10%, ma sono superati dal Movimento 5 Stelle col 13%. Ballottaggio a Camaiore (Lu) da decenni roccaforte del centrodestra che qui, a differenza che nel resto della Toscana, s'era presentato unito (Pdl-Udc e la Destra). Eppure non gli è bastato a vincere al primo turno come era successo 5 anni fa. Il giovane candidato del centrosinistra Alessandro Del Dotto (Pd) ha fatto salire la propria coalizione dal 36% del 2007 al 48% di ieri conquistando ora la possibilità di strappare il comune della Versilia alle destre. «Il centrodestra in questa regione è in caduta libera e non risponde alle attese dei cittadini- commenta il segretario regionale del Pd Andrea Manciulli - mentre il Pd si conferma forza solida e responsabile di governo confermandosi ovunque». Il primo partito in Toscana però è quello del non voto che tocca quasi il 40% degli elettori. Rispetto a 5 anni fa quando andò a votare il 70.6% ieri alle 15 erano il 60.8%: 10 punti in meno. Un dato negativo che accomuna tutte le città con il record assoluto toccato a Bagni di Lucca: 48,8%. «Sarebbe un errore imperdonabile sottovalutare il segnale che viene dal dato dell'astensione, preoccupante in generale, gravissimo in alcune città» suona l'allarme il vicepresidente del Senato Vannino Chiti. MARCO DORIA CENTROSINISTRA campagna elettorale per le politiche, indipendentemente dalla data del voto. Una campagna elettorale lunga e difficile, dunque, verosimilmente dominata dallo scontro sulla linea dell'austerità imposta dall'Europa e dallo spettro di una «prospettiva greca». È ragionevole pensare che di qui al voto del 2013 forze politiche vecchie e nuove, quale che sia la legge elettorale, saranno costrette a riposizionarsi (e a ridefinirsi) lungo questo confine: la stessa linea di frontiera su cui si è svolta la battaglia elettorale in Francia e su cui si svolgerà l'anno prossimo in Germania. Difficilmente l'Italia, esposta com'è nella tempesta della crisi, potrà estraniarsene. Per terzi, quarti e quinti poli, all'insegna di un'impossibile unità nazionale o di una pretesa estraneità all'intero spettro politico, resterà verosimilmente meno spazio di quanto ancora oggi si tenda a credere. PAOLO PUTTI MOVIMENTOCINQUE STELLE 15.7% VLADIMIROFRULLETTI FIRENZE Genova Doria vicino all'elezione MARIAZEGARELLI INVIATA AGENOVA Il segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani FOTO DI ALESSANDRO DI MEO/ANSA . . . Ma in Toscana cresce l'astensionismo che in questa tornata raggiunge il 40 per cento Lucca al ballottaggio Pistoia record Pd LEPROIEZIONI 13.9% 47.4% martedì 8, maggio, 2012 5
«Accoglierò Hollande a braccia aperte», ma «il Fiskalpakt non è rinegoziabile, perché non si può cambiare politica ad ogni elezione». E comunque «grossi programmi congiunturali con me non ci saranno», perché quello che si poteva fare a livello europeo «per dare impulso alla crescita» è stato già fatto: «Io non mi presterò ad accendere fuochi di paglia» (che è come dire: non metterò soldi tedeschi in progetti di sostegno all'economia a breve termine). Il Merkel-pensiero all'indomani della Grande Novità da Parigi marcia su un sentiero stretto (e scivoloso): da un lato bisogna salvare il salvabile del rapporto speciale franco-tedesco, dall'altro va ribadito il corso d'una austerity policy che ormai fa acqua da tutte le parti e che rischia, affondando, di trascinare giù anche la sua campionessa mondiale. Da domenica sera, alla cancelleria sulla Sprea si è lavorato sodo per consolidare il terreno su cui passa quel sentiero. Frau Merkel ha parlato al telefono con il vincitore per le congratulazioni e gli auguri d'obbligo e lui ha confermato quel che già si sapeva: il primo viaggio all'estero di Monsieur le Président sarà a Berlino. Buon segno, ovviamente, ma un po' scontato. In realtà, di contatti tra il team di Hollande e inviati della cancelleria ce sono stati da quando è diventato chiaro da che parte girava il vento. Sono stati – dicono i tedeschi – colloqui proficui, che hanno confermato come, al di là delle forzature della campagna elettorale, il nuovo presidente sia perfettamente consapevole della necessità di mantenere buoni rapporti e collaborazione. Certo, dopo Merkozy non ci sarà Merkolande, ma le relazioni tra le due capitali più importanti del continente hanno retto ad altre fasi in cui ai vertici c'erano personalità di schieramenti opposti (Kohl-Mitterrand; Schmidt-Chirac) e la buona volontà non dovrebbe mancare. UNACCORDOSULDESTINO Il problema, quindi, non è politico. O meglio: lo è, ma non riguarda la provenienza politica dei due leader. E però è grosso lo stesso. Nel giro di sei o sette settimane, entro il Consiglio europeo di giugno, bisognerà trovare un accordo sul destino del fiscal compact. Che è come dire sul proseguimento o no della strategia adottata finora di fronte alla crisi dell'euro. A Berlino si sdrammatizza sostenendo che Hollande ridurrebbe la sua pretesa di rinegoziare il patto alla richiesta di affiancargli un altro patto, o un progetto, un intento, una dichiarazione solenne, sulla crescita. A parte che questa volontà del neopresidente di ridimensionare è tutta da verificare, il problema, comunque, resta. Come si evince dalle ultime dichiarazioni, le idee della cancelliera su che cosa si debba intendere per «crescita» sono assai ristrette. In ogni caso non coincidono con il vaste programme(senza ironia, stavolta) illustrato da Hollande nella sua campagna. Un programma vòlto a salvaguardare il sistema di tutele sociali e le politiche di sviluppo che l'austerità di stampo merkeliano raccomanda di ridimensionare a suon di tagli e sacrifici. Almeno in casa degli altri, perché in Germania nessuno pensa di smantellare il welfare. Si va verso lo scontro, allora? Non è detto perché bisogna mettere nel quadro un altro dato: la debolezza di Angela Merkel. Certo, la cancelliera è ancora possente nei sondaggi di popolarità, ma la crisi della sua maggioranza, messa in evidenza anche dal voto nello Schleswig-Holstein e che sarà probabilmente confermata da quello, molto più importante, di domenica prossima in Renania-Westfalia, si sta sfaldando. Per ottenere la ratifica del Fiskalpakt al Bundestag, Merkel dovrà chiedere i voti dell'opposizione. E qui è la chiave di volta di tutta la vicenda: Spd e Verdi chiederanno contropartite e ieri il presidente socialdemocratico Sigmar Gabriel non ha lasciato dubbi (se ce n'erano stati) sul fatto che il suo partito si muove sulla stessa linea di Hollande sulla regolamentazione dei mercati, sul ruolo della Bce e sulla creazione se non proprio di eurobond almeno di project-bond legati a progetti precisi. Vieppiù che ieri ha fatto sentire la sua voce anche Napolitano: «Francia e Italia sono chiamate ad affrontare insieme, nell'Ue, «la complessa sfida del risanamento finanziario» e del «rilancio della crescita, come decisiva componente di una società basata sulla giustizia e sulla solidarietà». La austerity policy boccheggia, insomma. Anche la micidiale incertezza che grava sulla Grecia del dopo-voto, e che nelle ultime ore la cancelleria ha cercato di esorcizzare negando l'eventualità di un assenso tedesco all'uscita di Atene dall'euro («sarebbe un disastro ingovernabile»), rende evidente oggi quanto sia stata e sia ancora sbagliata. E però la cancelliera si ostina: «Il governo greco mantenga gli impegni». Quale governo? Come? Il miglior segno dei tempi nuovi che la vittoria di Hollande fa presagire in fatto di politica economica è, anche in Germania, la riscoperta del fatto che delle risorse, se sono scarsissime nei bilanci nazionali, ci sono però negli strumenti comunitari. La Banca europea degli investimenti (Bei) ha 60 miliardi che potrebbero essere un prezioso volano ad investimenti assai più consistenti. Anche dai 140 e più miliardi del bilancio Ue si potrebbe ricavare una quota ben più forte di quella attuale per finanziare investimenti. Basterebbe volerlo, e forse adesso qualcuno lo vorrà. La Grecia ha abbandonato lo schema del bipartitismo, la protesta contro l'austerità ha vinto le elezioni e nulla, ora più che mai, appare certo e realizzabile. Dati definitivi alla mano, il centrodestra di Nuova Democrazia si aggiudica appena il 18,87% dei voti e 108 seggi sui 300 in palio. I socialisti del Pasok pagano il prezzo dell'applicazione del rigore chiesto da Bruxelles e Fmi e arrivano appena al 13,19%, la percentuale più bassa della loro storia. I 40 deputati che si aggiudicano non sono sufficienti a formare con Nd un governo che continui ad applicare le politiche di austerità degli ultimi 30 mesi. E sarebbe comunque molto difficile farlo, anche nel caso esistesse una risicata maggioranza numerica: i greci non ce la fanno più, appare ormai chiaro a tutti. Lo testimonia il successo degli eurocomunisti di Syriza, che sono riusciti a diventare il secondo partito del Paese, con una percentuale del 16,7%. Un salto in avanti del 12% rispetto alle elezioni del 2009. E sempre sul fronte del «no» ai Memorandum «lacrime e sangue» della Trojka si pongono, anche se in ordine sparso, il nuovo partito di centrodestra Greci indipendenti, con il 10,6% dei voti, i comunisti «duri e puri» del Kke (8,4%), la Sinistra Democratica (Dimar), col suo 6,1%. Il partito nazista «Alba dorata» alla fine si attesta sul 6,9%. Il fenomeno dei razzisti- neonazisti, e delle loro «albe» che tutti speravano fossero definitivamente tramontate, è reale e pone la società greca davanti a un problema molto grave: hanno 21 seggi. Si pone, certo, anche il problema legato all'altissima astensione: ha toccato quasi quota 40%, in un Paese dove la politica, sino a qualche anno fa, era uno dei temi preferiti di discussione e confronto, dalle taverne agli uffici. Al contempo, la rappresentatività del parlamento mostra evidenti lacune: a causa della soglia di sbarramento al 3%, forze politiche che hanno raccolto, in tutto, il 20% dei voti (quasi tutte anti-austerità) non sono riuscite ad eleggere neanche un deputato. Realisticamente, due sono gli scenari. O nuove elezioni, probabilmente il 10 o il 17 giugno, o la formazione di un governo di salvezza o unità nazionale. Ieri, il presidente della Repubblica, Karolos Papoulias, ha conferito un mandato esplorativo al centrodestra di Andonis Samaràs per verificare le reali possibilità di formare un nuovo governo. Ha risposto in maniera parzialmente positiva solo il Pasok di Evanghelos Venizelos, lanciando «un appello a favore di un governo composto dalle forze politiche con orientamento filoeuropeo». Venizelos, che ha riconosciuto la sconfitta, addebitandola al fatto che «i socialisti hanno dovuto gestire la crisi da soli, pagando un prezzo enorme» guarda al partito Sinistra Democratica, di recente formazione e pieno di transfughi del Pasok, sperando che alla fine si decida a collaborare. Ma il suo leader, Fotis Kouvelis, non si mostra molto propenso: ieri ha rifiutato anche l'invito del centrodestra a entrare in un nuovo governo. A strettissimo giro, a tarda sera, Samaràs ha incontrato nuovamente Papoulias, per informarlo che il suo tentativo non ha margini di successo e rinunciare al mandato. Ora sarà il turno del presidente del Syriza, Alexis Tsipras. Il quale non nasconde la sua soddisfazione, per essere riuscito a diventare la prima forza della area progressista. «È arrivato un messaggio di rottura, dalla Grecia e dall'Europa, i popoli non possono soccombere sotto il peso di memorandum e tagli barbari e insensati», dichiara il giovane leader del partito dall'identità eurocomunista ed ecologista. Tsipras cercherà di portare avanti la sua proposta per un «governo delle sinistre» aprendo, probabilmente, anche a una parte di deputati del Pasok più vicina al socialismo di Andreas Papandreou. Ma è un progetto di difficilissima attuazione, anche perché sarebbe necessario l'appoggio esterno dei Greci indipendenti (avendo come unico punto in comune il No ai tagli) e la partecipazione dei comunisti ortodossi, votati all'eterna opposizione. Se anche Syriza non dovesse farcela, e in seguito, fallisse pure il mandato esplorativo al Pasok, l'unica soluzione sarebbe il ricorso a nuove elezioni. BELGRADO . . . Syriza al 16,7% è ormai la seconda forza del potere e ribadisce il suo no ai «memorandum Ue» . . . Ma anche per la sinistra radicale è una «mission impossible» mettere in piedi un esecutivo Sindrome Hollande Traballa l'austerità di Frau Merkel «Questaseranon si saancorachi è il nuovopresidenteserbo, masi sachi è il nuovopremier». Così il socialista IvicaDacic, exuomodi Slobodan Milosevic, sulla sciadel buonrisultato ottenutonelleurne domenica si proponeper la guidadel governo, in cambiodel sostegno alpresidente uscenteBoris Tadical secondo turno, lanciandoloverso unterzomandato. LaSerbia, al contrario dellavicina Grecia, frescadi candidaturaper l'ingressonell'Unione,ha premiato le forze filo-europee epenalizzatogli euroscettici, inparticolare i radicali dell'Srs,voce delnazionalismo più estremo,che questa voltanon riescononeanchea oltrepassare la sogliadel 5%,comeanche l'estrema destradiDveri. TomislavNikolic, ex radicaleora fondatoredel Partito progressistaserbo,non contrario all'adesioneall'Ue se la vedràal ballottaggio il20 maggiocon Tadic. In Parlamento il leaderdell'opposizione Nikolicpuò contare su una maggioranzarelativadi 78seggi su 250in totoMa la formazionechefa capoa Tadic,che puresi è fermataa 68 seggi, sulpianodelle alleanzeresta più forte.Tadicpotrà infatti contare, se rinnoverà ilpatto,anche sui48seggi delPartito socialistaserbo,giàpartner diTadic nella legislaturachesi è appenaconclusa. I socialisti sonoancor piùagodella bilanciadellapolitica di Belgradoavendoraddoppiato i consensi rispetto al2008. Havotato pocopiùdellametà dell'elettorato, in ognicaso l'election-day per presidenziali,politiche e amministrativeè statoregolare e tranquilloanche in Kosovoagiudizio del l'organizzazioneper la sicurezza e lacooperazione inEuropa (Osce). «In Serbia ilpopolo e l'élitepolitica hanno fattoprogressi versounademocrazia matura»,ha detto il coordinatoredella missionedell'Osce MatteoMecacci. TEODOROANDREADIS teodoroandreadis@hotmail.com Rischio ingovernabilità per Atene: il capo di Nuova democrazia rinuncia subito a formare il governo. L'incarico ad Alexis Tsipras Ma intanto spaventano, con 21 seggi, i neonazisti L'EUROPACHECAMBIA La cancelliera annuncia che «accoglierà a braccia aperte» il neopresidente. E ribadisce che il Fiscal compact è intoccabile. Ma dovrà scendere a patti. Come le ricorda anche Napolitano PAOLOSOLDINI paolocarlosoldini@libero.it I serbiprivilegiano ipartiti filo-europei E i socialisti raddoppiano Grecia, Samaras getta la spugna. Ora tocca alla sinistra 10 martedì 8, maggio, 2012
28 martedì 8, maggio, 2012
16 martedì 8, maggio, 2012
«Luglio suonabene» festeggia diecianni FEDERICOFIUME f.fiume@fastwebnet.it CULTURA LA RISPOSTA EUROPEA AI SERIAL «MEDICI» AMERICANI NON È SUL PICCOLO SCHERMO MA A TEATRO: PRECISAMENTESULPALCODELKATONAABUDAPEST, dove ha debuttato Anamnesis, commedia grottesca ambientata in un ospedale che ha inaugurato il tradizionale showcase del teatro più celebre d'Ungheria. Non c'è posto qui, però, per geniali dottor House in cerca di casi speciali, né per le avveniristiche operazioni che si praticano nelle fiction di Grey's Anatomy o PrivatePractice, siamo semmai dalle parti catastrofiche dei medici ai primi ferri di Scrubs, dove i pazienti vengono ammucchiati nei corridoi, i cadaveri spariscono, i medici sono pochi, malpagati e stressati. Il lato B della sanità nazionale, insomma, che rende tutto il mondo paese. Parlano ungherese, naturalmente, gli attori diretti da Viktor Bodó, ma ancor prima della sinossi in inglese, quel che succede in questa odissea tra camici e barelle lo si capisce per analogia con le avventure di casa (ospedaliera) nostra. Muri scrostati, portieri noncuranti, infermiere sfuggenti, dottori inafferrabili. Una baraonda infernale nella quale si aggira il protagonista in cerca di notizie della madre, che dovrebbe essere stata ricoverata non si sa dove. L'uomo si affanna, segue cartelli, incrocia ricoveri da codice rosso per via di un grave incidente stradale (nel quale - si scoprirà dopo - ha avuto anch'egli un ruolo esiziale), fino a giungere all'obitorio, dove però non c'è traccia della genitrice data per morta... Bodó, giovane attore e regista uscito dalla scuola del Katona, rientra nel suo teatro di origine con questo spettacolo creato in collaborazione con la sua Sputnik Shipping Company. La sua scrittura drammaturgica, fatta in collaborazione con Róbert Júlia, salta con leggerezza dai toni drammatici a quelli farseschi, mescola con disinvoltura generi (nel bel mezzo dell'azione c'è persino un coro). Versatilità che è nella tradizione di un teatro come il Katona dall'attività frenetica che alterna anche tre titoli al giorno e che vanta una compagnia tanto fitta da far venire le vertigini a noi italiani, abituati ormai a monologhi con la lampadina e duetti rarefatti. Da giovane trentenne, Bodó non può perdersi nemmeno la strizzatina d'occhio alla multimedialità, inserendo filmati con interviste a veri medici. Tanto per sottolineare che quello che si va (dis)facendo in scena non è tanto dissimile dalla realtà. Ride, e molto amaro - infatti - il pubblico, agli interventi dei luminari intervistati, come quando l'anatomopatologo spiega che i polmoni dei cittadini di Budapest sono neri. Fatto ben noto agli abitanti della capitale ungherese per via del forte inquinamento. Un modo anche questo per far rientrare dalla finestra quello che nella società dei sempregiovani e sempresani è stato fatto uscire dalla porta e diventato tabù: la morte. In Anamnesis, invece, si muore spesso e, a volte, col sorriso sulla bocca. A tu per tu con la signora in nero e la falce in mano che insegue le sue prede per i corridoi dell'ospedale, che aleggia sopra la macchina del caffè dove il primario comunica con frasi d'ufficio all'infermiera che il suo cancro è terminale. E se i toni scelti dalla regia di Bodó non sono quelli patinati e lustri delle serie tv americane, lo sono però i ritmi che girano pagina come in un tornello inesausto. Accompagnati con grande energia dal trascinante cast di attori. POLONIA, UNAPAGINA NERA Kafkiana la scena di Anamnesis, ma altrettanto claustrofobica risulta quella di Our Class, altra nuova produzione del Katona, diretta da Gábor Máté, che dal 2011 è alla testa del teatro. Ispirata a un episodio realmente accaduto in un villaggio polacco durante la Seconda guerra mondiale, ripercorre una pagina nera e una macchia indelebile sulla coscienza polacca: l'attribuzione ai nazisti di un eccidio di ebrei, ad opera invece degli stessi abitanti del villaggio. I veri autori del massacro sono stati scoperti solo nel 2000, quando un libro-inchiesta di due giornaliste ha riportato le testimonianze dei pochi scampati. Il testo di Tadeusz Slobodzianek attinge largamente al libro, fin quasi alla citazione, mentre Máté spinge sul pedale allegorico, racchiudendo in un'aula scolastica i personaggi. Una classe morta di kantoriana memoria che fa emergere segreti rimossi e le anime nere di una generazione dannata. Unascenada «Anamnesis» diViktorBodó FOTO DI KÉKES SZAFFI LABELLASTAGIONEAVANZAEIPROGRAMMI DEI FESTIVAL MUSICALI ITALIANI ALL'APERTO INIZIANO A SVELARSI. Fra quelli maggiormente attesi e tradizionalmente più ricchi di nomi importanti c'è «Luglio suona bene», la rassegna estiva dell'Auditorium Parco della Musica, che quest'anno celebra il decennale. Dal 25 Giugno al 2 Agosto tante offerte musicali che spaziano dal rock al jazz, dalla musica popolare al pop. Fra i nomi internazionali di maggior rilievo troviamo i rinati Cranberries (2/7), Joan Baez (6/7), Morissey (7/7), Bobby McFerrin (8/7), Pat Metheny con la sua Unity Band (14/7), Patti Smith (20/7), Alanis Morisette (21/7), Gilberto Gil (22/7),i Tindersticks (23/7), il super trio jazz di Keith Jarrett con Gary Peacock e Jack De Johnette (unico concerto che non sarà ospitato in cavea ma nella sala S. Cecilia con inizio alle 19,00 del 29 Luglio), ma anche l'inossidabile Tony Bennett (15/7), Damien Rice (30/7), etc. Per quanto concerne gli artisti italiani c'è il nuovo progetto di Vinicio Capossela, «Rebetiko Gymnastika», tutto impostato su quello che viene definito «blues dell'Egeo», che sarà in cavea il 26 Luglio, Giorgia, che aprirà la rassegna con due concerti consecutivi il 25 e 26 Giugno, Francesco Renga (28/6), Fiorella Mannoia (27/7), Noemi (1/6). Ci sono poi due serate orchestrali: la prima il 28 giugno con l'Orchestra della Notte della Taranta diretta da Ludovico Einaudi e arricchita da tanti ospiti internazionali e la seconda con l'Orchestra Popolare Italiana di Ambrogio Sparagna, che il 30 giugno presenta «Vola, vola ,vola» il nuovo progetto discografico pubblicato dalla Parco della Musica Records, con la partecipazione straordinaria di Francesco De Gregori. Di sicuro interesse poi l'accoppiata Alex Britti-Stefano di Battista sextet. Britti, da sempre virtuoso esecutore di blues, ed il grande jazz player romano mescolano le loro passioni creando un intrigante percorso strumentale fra standard e classici internazionali, arricchito da rivisitazioni di brani tratti dai rispettivi repertori. Una rassegna di qualità, che stavolta evita alcune ambizioni eccessive degli scorsi anni anche sotto il profilo dei prezzi, con biglietti che arriveranno a costare al massimo 60 euro. AUT AUT DI MARCO MÜLLER SULLE DATE DEL ROMAFILMFEST: DAL 9 AL 17 NOVEMBREOMENEVADO.SIÈCONCLUSACOSÌ,IERIMATTINA, L'ASSEMBLEA DEI SOCI DEL FESTIVAL DI ROMA nel corso della quale il direttore in pectore ha spuntato anche la richiesta di aumento di budget per l'edizione 2012. Ad «accollarsi» l'eventuale aggiunta dei due milioni in più rispetto ai circa 11 stabiliti - sarà il Comune di Roma. Mentre l'ok unanime dei soci è arrivato anche sul programma del Festival. Le richieste di Müller, insomma, sono state tutte esaudite. Ora la palla passa al Cda di domani che dovrà dare parere definitivo ed avviare i lavori con la firma dei contratti allo stesso direttore artistico e al direttore generale Lamberto Mancini. Oltre che esprimersi sulla questione più spinosa, quelle delle date in sovrapposizione col Festival di Torino. A questo proposito è intervenuto il ministro Lorenzo Ornaghi che ha chiesto al direttore generale cinema del Mibac, Nicola Borrelli di convocare al più presto un incontro con i responsabili del Torino Film Festival e del Festival di Roma, per «salvaguardare non solo gli interessi specifici delle due manifestazioni, ma anche l'interesse generale e l'armonico sviluppo dell'intero sistema dei festival cinematografici». L'intervento del ministro è seguito alle dichiarazioni del sindaco Alemanno rilasciate in mattinata. Nelle quali ha spiegato che per lui «non c'è sovrapposizione con il Festival di Torino perché nell' ipotesi peggiore Roma si conclude il 17 novembre ossia a una settimana dall' inizio della kermesse in Piemonte», al via il 23 novembre. Rassicurando che «si tratta di Festival sostanzialmente diversi». A non pensarla allo stesso modo sono i «torinesi». «Un atto di arroganza inspiegabile. Adesso valuteremo il da farsi, se vogliono fare i duri, faremo i duri anche noi», tuona il presidente del Museo del Cinema di Torino, Ugo Nespolo. Ma per Alemanno non c'è problema: «È tutto a posto, nel Cda di domani si faranno le contrattualizzazioni e si partirà. Le date sono quelle indicate da Müller ma sarà il Cda a ratificarle, anche confrontandosi con Torino e il ministero dei Beni culturali. L'importante è partire e fare una bella edizione di questo Festival». Dello stesso avviso, ovviamente anche Renata Polverini che conferma nuovamente la totale fiducia nell'operato di Marco Müller e del programma della kermesse che ha presentato ai soci. Certo riconosce: «Adesso c'è questa novità sulle date... Sappiamo che c'è qualche piccolo problema, in particolare con Torino. Speriamo di trovare una soluzione». Il Cda di domani, dunque, sarà sicuramente ad alta tensione. Romafilmfest contro Torino Interviene Ornaghi GABRIELLAGALLOZZI ggallozzi@unita.it Il lato«B» dellasanità ABudapestdivertentepièce sugliospedaliallosbando ROSSELLA BATTISTI INVIATA ABUDAPEST Il teatroKatona inaugura il suotradizionaleshowcase con«Anamnesis»diViktorBodó:satiricarispostaeuropea aipatinati serial tvamericaniambientati tramediciecorsie Morrissey U: 24 martedì 8, maggio, 2012
CISONOPERSONECHESENEVANNOESIPORTANOVIA IL TEMPO. IL LORO, IL NOSTRO. Gilles Villeneuve volò via, come altre volte: conosceva il pericolo, lo corteggiava. Un pilota accetta la morte prima ancora della sconfitta: questo è il patto sublime con se stesso, il sentimento senza ragione che tiene un uomo attaccato a un sedile, davanti a un motore che spinge a 300 km all'ora. Il pilota lo sa, anche Gilles, che provò a ingannarsi, a immaginare di precedere la realtà: «Se desideravo una curva, la curva si materializzava. Se sognavo un rettilineo, il rettilineo arrivava in mio soccorso». L'8 maggio di 30 anni fa, alle 13 e 52 minuti di un pomeriggio belga, appena virata la curva del Terlamenbocht, la realtà fu più veloce di lui. Villeneuve incontrò Jochem Mass: non lo voleva, non lo calcolò. Lo attraversò la stessa idea che ebbe l'altro: scartare a destra. La parte sinistra della pista rimase orfana. Le due macchine si trovarono dall'altra parte, in colonna, come se fosse un appuntamento, lì, adesso. La ruota anteriore sinistra della Ferrari più famosa di sempre - il 27 rosso - toccò la posteriore destra della March più stronza e lenta della storia, il 17 bianco con la striscia nera. Gilles volo vià e atterrò sulle recinzioni, il collo batté contro l'unico paletto che c'era, che fu causa della rottura dell'osso cervicale e complice della morte, assieme alla pressione delle cinture sullo sterno. Quello che un pilota non sa, fatalmente solo nella sua scommessa, è il sogno che incarna. L'emozione che imprime quando vince quella corsa proibita a molti, quella verso la condivisione. Di tutto, la velocità, il turbamento, la commozione, l'angoscia. Ci sono sportivi che vincono ma non toccano quei sentimenti. E altri che allignano in questo cantuccio: loro e solo loro saranno immortali come il ricordo più tenace. Gilles viveva (vive) in quel cantuccio. Insieme a quel sorpasso infinito, lui e René Arnoux, la Ferrari e la Renault, a Digione, nel 1979. Si contendevano il secondo posto, dietro Jabouille. Due giri fianco a fianco, la pista sembrava divisa in due, le ruote a sfiorarsi, offendersi. Villeneuve frenò appena dopo, e fui lui a prevalere. Mai un gran premio gli dette più gioia. Questo era il rapporto con la macchina: lui dava tutto, e tutto le chiedeva in cambio. Quel giorno furono una cosa sola e lui sorrise. IL CANTUCCIO, LAMOSTRA Abita questi posti, il canadese di Chambly, sul fiume Richelieu e vicino a Montréal, che da ragazzo guidava slitte sul ghiaccio, suonava il flauto e il pianoforte perché musicista - pianista - era il mestiere del padre, Seville, e questo aveva apparecchiato per il figlio, che invece ne ereditò il coraggio di battere strade non banali. Abita la memoria insieme alle sue macchine sfasciate - la prima fu quella di casa, una Pontiac Grand Parisienne rubata a suo padre e distrutta dopo quattro minuti di strada, i primi della vita, a quindici anni. Sono notizie che Andrea Scanzi ha raccolto e steso in un bel libro, poetico, Ilpiccolo aviatore, vita e voli di Gilles Villeneuve, già premiato quando uscì (nel 2002) e che Limina ristampa. C'è la bella storia d'amore con Joann, i figli, la lealtà, l'inquietudine, il rapporto plebeo con i soldi. Il libro comincia con una frase di Pessoa: «Non ho fatto altro che sognare. Questo, e questo soltanto, è sempre stato il senso della mia vita. Non ho mai voluto essere altro che un sognatore». Pezzi di questa storia sono da oggi e fino al 10 giugno una mostra, “Gilles Villeneuve, un uomo nella leggenda”, al Foro Boario di Modena, terra di motori e appassionati. Ci sono le Ferrari dei tempi, foto e immagini inedite, cimeli come il curioso casco arancio-messico. E a pochi chilometri il figlio di Gilles, Jacques (campione del mondo nel 1997, impresa mai riuscita al padre), girerà con la mitica Ferrari T4, monoposto che dominò il mondiale del 1979: 1˚ Jody Scheckter, 2˚ Villeneuve. Arrivò in Ferrari dopo un solo gran premio - deludente - con la McLaren, nel 1977. Enzo Ferrari convocò due piloti per il provino: l'altro era Mario Andretti, italo americano già vincente e stimato, che portava la macchina in fondo, faceva punti ed economizzava il lavoro di un'intera scuderia. I due girarono a Fiorano: Andretti non sbagliò nulla, Villeneuve tutto. Andretti si presentò con una Rolls Royce e un anello di diamanti al dito, Villeneuve con una Fiat 131 a nolo e un paio di jeans. Tutti avrebbero scelto Andretti. Ferrari scelse Villeneuve. Lo amò. Lo ammise, sfacciatamente: non fu mai una debolezza, fu una storia che per questo affetto possiamo adesso raccontare: quell'amore filiale protesse lo sfasciacarrozze nel primo anno, quando Gilles mostrò un suo pezzo forte: il testa coda per eccesso di pretese. Gli altri piloti non riuscivano a detestarlo, anche quando erano vittime della sua irruenza. La sua vittoria più bella fu a Jarama, in Spagna nel 1981. Disse Laffitte, che fu secondo: «So che nessun uomo può fare miracoli, ma Villeneuve li fa». L'amarezza che non fece tempo a superare fu quella di Imola, il duello con il compagno di squadra Didier Pironi, un sorpasso dopo l'altro, i box che mostrano a entrambi un cartello che invita a finirlà lì, «slow», Gilles primo, Didier secondo. Pironì invece passò. Erano amici, non lo furono più e non ci fu tempo per ritrovarsi: due settimane dopo Villeneuve morì. L'altro visse pochi anni ancora, guidando accanto al rimpianto: anche per lui fu un sabato pomeriggio, una macchina lenta, un volo, 31 operazioni, le gambe fracassate, il ritorno con la motonautica, per morire in corsa e non di vecchiaia. A casa, aveva i poster dell'altro, insieme, abbracciati, sorridenti. Quando morì la sua compagna Catherine era incinta di due gemelli, che partorì 5 mesi dopo. Uno lo chiamò Didier, l'altro Gilles. GillesVilleneuveai box Morìa32 anniaZolden: inFormulaUnoraccolse 6vittorie eun secondoposto nelMondiale 1979 Laparaboladiuncampione chesfidava lavelocità, il tempo,séstesso.Una mostra inauguratadal figlio loricordaaModena PAOLO CALCAGNO MILANO IncontroconCarlo VerdoneParladicrisi epresenta lasuaregia tvdella«Cenerentola» rossiniana PERSONAGGI Unacuriosa immagine diCarlo Verdone FOTO LAPRESSE Unacometa chiamata Gilles Trentaanni fa lamorte inpista di Villeneuve, pilota e leggenda MARCOBUCCIANTINI mbucciantini@unita.it «LASITUAZIONEINITALIA?DRAMMATICA. ANZI TRAGICA. OCCORRE TENERE A MENTE CHE SIAMO ARRIVATI ALLA MEDIA IMPRESSIONANTE DI DUE SUICIDI AL GIORNO.C'è chi se ne va a cena fuori, o a far casino in giro, ma c'è un'altra parte della popolazione che è disperata». Dopo il successo del suo nuovo film PostiinpiediinParadisoe prima di calarsi nel mondo delle favole con la regia della Cenerentolarossiniana, che guiderà in diretta su Rai1 e su circa 150 Televisioni di tutto il mondo, Carlo Verdone commenta, preoccupato, la realtà italiana. «Non so dare un giudizio netto perché la situazione è veramente complicata - osserva Verdone -. Si vuole difendere l'euro a tutti i costi, ma non basta curarsi della situazione italiana, spagnola o greca. Basta che vi sia uno scricchiolio in un altro Paese europeo per far crollare un mosaico che si tiene unito con il nastro adesivo. Quanto durerà? Il rischio è che duri tantissimo. In Italia, bisognerà attendere i risultati dettagliati delle elezioni amministrative per capirci di più. Il governo Monti è stato abbastanza bravo, ma è composto da tecnici, da esperti che sono amici del mondo bancario. Stanno dando una mano alle banche. Invece, bisognerebbe farlo con la popolazione. Mi fido di questo governo ma fino a un certo punto». Il 62nne regista romano coglie, inoltre, il vento di trasformazione che incomincia a soffiare: «La vittoria di Hollande, in Francia, è il risultato di una forte voglia di cambiamento. Anche da noi la sinistra deve intercettare questo desiderio popolare di trasformazione, come è accaduto in Francia con la conquista dell'Eliseo da parte di un uomo che pure non ha un gran carisma. Anche in Russia ci sono manifestazioni che vanno in questo senso. E altrettanto avviene in Grecia. Il mondo occidentale è insoddisfatto dei suoi leader». E mentre la politica europea cerca i suoi «principi azzurri», Verdone si dedica a quello di Cenerentola/Unafavola in diretta, l'evento lirico internazionale ideato e prodotto da Andrea Andermann (già artefice di straordinari, analoghi, precedenti, quali Tosca, Traviata e Rigoletto), che il regista ha presentato ieri, alla Biblioteca Nazionale Braidense, a Milano, assieme al sindaco di Torino, Piero Fassino e al presidente Rai, Paolo Garimberti. «Gireremo la versione tv dell'opera di Rossini a Torino, in diretta, su Rai1 e in Mondovisione, il 3 e 4 giugno - ha annunciato Verdone -. Andermann la vede come una commedia e ha pensato a me come regista. Ero riluttante, ma la sfida, benché tremenda, mi attraeva tantissimo e ho accettato. A farmi dire definitivamente di sì a questa eccezionale operazione culturale della Rai è stata la garanzia delle presenze di un'autorità come il musicologo Philip Gossett, del direttore della fotografia Ennio Guarnieri e del maestro Gianluigi Gelmetti, un vero “talebano” rossiniano, che dirigerà l'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai». LIRICA,UNAMORE ANTICO L'amore di Verdone per la lirica risale addirittura agli anni dell'infanzia. «Grazie ai miei genitori, fin da ragazzino, sono andato all'Opera - ha ricordato il regista - I miei compositori preferiti sono Mahler, Ravel Debussy, Stravinskij. Nel '92, all'Opera di Roma, firmai la regia del Barbiere di Siviglia, che nella ripresa estiva a Caracalla ebbe Ruggero Raimondi per protagonista (il celebre cantante è nel cast di Cenerentola, top-secret fino al 31 maggio). Rossini è un autore che stuzzica molto un regista cinematografico, Cenerentola in particolare offre tante situazioni buffe legate alle figure delle sorellastre, Don Ramiro, Dandini. Punterò su un dinamismo da commedia, sulle facce, sui gesti, pur rispettando lo spirito rossiniano. Terremo presente anche la Cenerentola disneyana con varie sequenze di animazione, firmate da Annalisa Corsi, come quella iniziale in cui per la prima volta verrà raccontata l'infanzia felice della protagonista. È una sinfonia che dura 7 minuti e le animazioni ci offriranno una bella alternativa alla ripresa monotona della faccia, pur simpatica, del direttore Gemetti». La Venaria Reale, il Parco La Mandria, la Villa dei Laghi, la Palazzina di Stupinigi (che ospiterà la scena del ballo), gli storici luoghi torinesi della diretta di Cenerentola, firmata Verdone. «Anche lasinistra italianadevecogliere lavogliadinuovo» U: 20 martedì 8, maggio, 2012
ILCOMMENTO GIOVANNIPELLEGRINO QUELLOCHEÈ ACCADUTOAGENOVAALLARMAMAPURTROPPO NONSORPRENDE. Forse finora abbiamo sottovalutato il rischio. Non stanno tornando gli anni di piombo, però ci stiamo avviando verso una stagione in cui assisteremo a fiammate terroristiche soprattutto nelle grandi città. Un terrorismo che tornerà in modo endemico anche se non deflagrerà in una nuova pandemia, come avvenne negli anni Settanta. Colpirà di tanto in tanto, per effetto di piccoli gruppi che tenderanno a organizzarsi su basi ideologiche recuperando in parte l'armamentario delle formazione storiche del terrorismo di sinistra. Allora, l'obiettivo da colpire era lo Stato imperialista delle multinazionali, oggi, come ci dice anche l'attentato di Genova, sono le multinazionali in sé, quale simbolo di una economia globalizzata. Ogni società dà frutti avvelenati che in qualche modo le somigliano. Non c'è dubbio, per esempio, che anche una componente di rabbia ambientalista entrerà a far parte della ideologia dei nuovi gruppi terroristici. L'analisi della società attuale e in particolare dei grandi aggregati urbani ci porta ad individuare vaste sacche di emarginazione, che la crisi acuisce. Vere e proprie enclave di disagio sociale estremo che tendono autonomamente a caricarsi di violenza e ogni tanto esplodono. Penso a quello che è accaduto nelle banlieue parigine. Fenomeni che in sé non sono terroristici, ma possono costituire il terreno di coltura in cui il seme del terrorismo può attecchire. Specie in giovani che non sentono di poter avere una prospettiva politica e non credono che la dialettica democratica possa portare a un miglioramento delle cose. Alcuni di loro, in condizioni di estremo disagio, possono arrivare a rincorrere la violenza sanguinaria delle armi nel tentativo di ribaltare la situazione. Dopo le uccisioni di Massimo D'Antona e di Marco Biagi, fu subito chiaro che ci trovavamo davanti a ciò che restava delle brigate storiche. L'omicidio è sempre un punto d'arrivo. Non si comincia mai uccidendo. Nel caso dell'attentato compiuto ieri a Genova, direi che siamo davanti a un gruppo di nuova formazione, che è venuto organizzandosi negli ultimi tempi. Dall'omicidio di Massimo D'Antona in poi ci sono state diverse recreduscenze terroristiche. Gruppi in via di riorganizzazione che, salvo nel caso di Galesi, non sono però riusciti a colpire. Perché sono stati scoperti prima. Quelli che sono entrati in azione a Genova si erano già riorganizzati e sono arrivati a colpire con un attentato. Speriamo che le indagini portino al più presto al disvelamento di questo gruppo terroristico. Altrimenti, la prossima volta uccideranno. Genova si sveglia con l'incubo del terrorismo. Il giorno dopo le elezioni che mandano al ballottaggio il candidato di centrosinistra Marco Doria e quello indipendente sostenuto dal Terzo Polo, Enrico Musso (quasi pari col grillino Paolo Putti), il capoluogo ligure rivive scene da fine anni Settanta. Sono da poco passate le otto del mattino quando Roberto Adinolfi, amministratore delegato della Ansaldo Nucleare, entra nel mirino dei suoi attentatori. Il manager è uscito di casa preceduto da Pietro, uno dei suoi tre figli. Il ventenne sta raggiungendo la macchina parcheggiata poco più avanti del civico 14 di via Montello, sulla collina Manin in zona Marassi, dove vive tutta la famiglia. Roberto Adinolfi riesce a fare pochi passi prima di essere avvicinato alle spalle da uno dei due attentatori, arrivati a bordo di uno scooter e nascosti dietro i caschi integrali. Lo stavano aspettando, è certo che conoscessero i suoi movimenti. Partono tre colpi di pistola, due vanno a vuoto uno centra il dirigente d'azienda dietro il ginocchio destro. L'uomo cade a terra, i due assalitori ripartono a bordo della moto che, ritrovata nel pomeriggio in viale Sauri, risulterà rubata da alcuni mesi. Il tutto si svolge in pochi attimi. Adinolfi chiede aiuto, grida: «La gamba, la gamba, mi hanno sparato», viene subito raggiunto dal figlio e con lui si precipita pure Salvatore Sannino, custode del palazzo al civico 13. Dopo poco arrivano i soccorsi, che portano il manager all'ospedale San Martino, dove viene operato. La prognosi è di almeno 45 giorni. PISTE La dinamica e le modalità dell'attentato lasciano pensare ad un agguato terrorista, ma gli investigatori non escludono nessuna pista. I moventi potrebbero essere diversi: da quello «ecologista», legato alla vocazione dell'Ansaldo Nucleare, a quello più strettamente politico. Del resto, fino a ieri sera non è arrivata alcuna rivendicazione. La matrice eversiva resta una delle ipotesi al vaglio dei pm Nicola Piacente e Silvio Franz, che coordinati dal procuratore capo Michele Di Lecce, si occupano del caso. Sembra però perdere valore l'ipotesi dell'attentato di stampo anarchico, per via del fatto che solitamente i gruppi di questo tipo alle pistole preferiscono le bombe. Mentre dall'analisi dei bossoli dei proiettili, pare che l'arma sia un vecchio modello di pistola sovietica, lo stesso tipo di pistola nascosta nel covo della Br di via Montenevoso a Milano, dove vennero ritrovate le carte di Moro. Franz ieri ha ascoltato a lungo Adinolfi, prima e dopo l'intervento (è stato colpito a un polpaccio e il proiettile ha rotto l'osso della tibia), ma pare che l'uomo non sia riuscito a vedere nulla di significativo. Anche il figlio Pietro è stato sentito da carabinieri e investigatori, così come il custode del civico 14 di via Montello, ma anche i loro contributi al momento paiono modesti. Si cerca di capire anche se recentemente Ansaldo Nucleare abbia preso qualche commessa estera legata alla costruzione o allo sviluppo di una centrale nucleare. Anche perché di problemi interni alla azienda non ce ne sono. «Ansaldo nucleare è un'isola felice - racconta il segretario genovese della Fiom-Cgil, Francesco Grondona - Non c'è mai stato nessun problema, né di relazioni tra l'azienda e i sindacati né di rivendicazioni da parte dei lavoratori, che sono circa 140 e quasi tutti ingegneri. Qui si fa ricerca, si sviluppano progetti, e le cose vanno bene». Tanto bene che «non c'è mai stato bisogno del mio intervento neanche durante le assemblee sindacali. Certo è che se dovesse essere confermata la pista terroristica, siamo pronti a scioperare», assicura Grondona. «Nessuno vuole rivivere gli anni Settanta». IPOTESI Su questa lettura dei fatti però c'è la massima cautela. Lo stesso procuratore capo Di Lecce parla di una possibilità «tutta da verificare. Qualunque ipotesi ha lo stesso fondamento». E la ministra della Giustizia Paola Severino, ieri a Torino, aggiunge: «Non possiamo dare giudizi e fare ipotesi sulla base delle sole modalità dell'agguato - dice Severino - Bisogna aspettare di avere qualche elemento in più». Anche se, come ha sostenuto il ministro degli Interni Anna Maria Cancellieri, «è esclusa la pista personale». Comunque è innegabile che a Genova la mente torna all'ultimo agguato terroristico di matrice brigatista, quello che nel '77, il 17 novembre, vedeva a terra, colpito alle gambe, Carlo Castellano, anche lui all'epoca dirigente dell'Ansaldo e oggi presidente della Esaote, azienda genovese di ricerche farmaceutiche. Ad Adinolfi è arrivata la solidarietà di tutto il mondo politico, quello locale impegnato nella tornata amministrativa e quello nazionale. In ospedale, a trovare il manager anche la parlamentare Sabina Rossa, figlia di Guido Rossa, operaio della Italsider ammazzato dalle Br a Genova alla fine del '79, e l'ad di Finmeccanica Giuseppe Orsi, che controlla il 55 per cento di Ansaldo Energia, a sua volta controllante di Ansaldo Nucleare. DanteNotaristefano èun avvocato di Torinononché presidente dell'associazionedelle vittimedel terrorismo.Domani sarà ricevuto al Quirinaledal presidente Napolitano nelgiorno dedicatoal ricordo. «Quello diGenova- ci diceNotaristefano - è un fattogravecheci deve preoccupare. Però lemodalitàmi rendono perplesso. Inparticolare nonmi ricordonessuno attentato chesia stato fattocon unoscooter. I terroristi eranosemprepresenti sul luogo dell'attentato».Genovanon è una città qualunquequandosi parladi terrorismo.È la città diGuido Rossa, l'operaioammazzatodalle Brper aver denunciato il volantinaggio in fabbrica,ma anche«lacittà che sperimentò lapratica della gambizzazione».Tra l'altroproprio all'Ansaldodovedal 1975al 1979 tre dirigenti furono feriti. «Noi - dice Notaristefano - come associazionecontinuiamoad insistere per la curae la custodia dellamemoria storica.Anche comemonitoper il futuroperché nonsi debbanoripetere certe tragedie. Nonbisogna abbassare la guardia,e anchequesto casova analizzato in maniera attenta. Aspettiamodi vederese l'attentato vengarivendicato.Allora avremo una visionepiù chiaradiquello che sta accadendo.Lasituazione- prosegue l'avvocato -è molto diversada quella degli anni70. Peròèanche chiaroche noi stiamo vivendouna situazione economicagenerale di sofferenza, che puòessere concausadi certi atteggiamentie dicerte reazioni». L'ATTENTATO Oggi. I rilievi sul luogo dove è stato gambizzato Roberto Adinolfi FOTO DI LUCA ZENNARO/ANSA . . . Grondona, Fiom: «Qui le cose andavano bene... Certo è che se dovesse essere confermata la pista terroristica, siamo pronti a scioperare. Nessuno vuole rivivere gli anni Settanta» Genova Roberto Adinolfi è stato colpito al ginocchio: operato, sta bene. Gli attentatori con caschi e scooter, poi ritrovato 59 anni è a capo della divisione Nucleare. Cancellieri: «Esclusa la vendetta personale» GIUSEPPEVESPO INVIATO A GENOVA Gambizzato un dirigente dell'Ansaldo C'è il rischio che la lotta armata torni in modo endemico IFAMILIARI DELLE VITTIME «40anni fa sicominciò asparareproprioqui» DomanidaNapolitano 8 martedì 8, maggio, 2012
«Cambiamento e responsabilità nazionale. Sono le basi su cui François Hollande ha costruito il suo successo alle presidenziali. Un successo che dovrà ora trovare conferma nelle elezioni legislative di giugno: la battaglia per il cambiamento non è finito». A parlare è l'uomo che molti analisti danno come favorito nella corsa alla poltrona di primo ministro nell'«era Hollande»: Jean-Marc Ayrault, 62 anni, presidente del Gruppo parlamentare socialista all'Assemblea Nazionale, da 23 anni sindaco di Nantes, uno dei fedelissimi del neo presidente francese. Il giorno dopo la vittoria al ballottaggio, Ayrault lancia anche un messaggio «tranquillizzante» ai mercati e alle cancellerie europee, in particolare a quella tedesca: «Hollande - dice a l'Unità - sa bene l'importanza di una politica di contenimento del deficit pubblico e su questo terreno non ci sarà alcun arretramento. Il suo obiettivo non è quello di azzerare i trattati europei, ma di svilupparli per ciò che concerne le misure atte a favorire la crescita: un obiettivo, questo, su cui ricercare la massima unità in ambito Ue». Allafine,lavittoriaèarrivata.Hollande è il nuovo presidente della Francia. Qualè il segno diquesta vittoria? «È il segno di un Paese che investe sul proprio futuro. È la vittoria della serietà, della speranza, del cambiamento possibile. È la vittoria di un leader che ha cercato di unire laddove il suo avversario parlava e praticava il linguaggio della contrapposizione. Oltre a changement (cambiamento, ndr), l'altra parola chiave della campagna di Hollande è stata rassemblement: coesione, unione, determinazione a realizzare lo schieramento più ampio a favore delle riforme. Rassemblement è anche quel “patto generazionale” che offre ai giovani un'opportunità di realizzazione senza che questo voglia dire mortificare chi giovane non lo è più ma non per questo è da mettere da parte. Unire è anche estendere e qualificare i diritti di cittadinanza. Quella di François Hollande è la vittoria di un progetto che guarda agli interessi nazionali in una chiave europea. E tutto questo anche in nome di quei valori di eguaglianza, di libertà, di legalità, di giustizia, che sono a fondamento di una identità socialista che non va smarrita». Neanche il tempo di festeggiare che giàilneopresidenteèchiamatoadefinire la sua squadra di governo. Un temachelariguardadirettamente,visto chemoltianalistilaindicanocomeuno dei “papabili” alla poltrona di primo ministro... «Lasciamo perdere le vicende personali, sarà quel che sarà... L'importante è lavorare per rafforzare il successo del 6 maggio, e ciò vuol dire proiettare da subito il partito, il suo gruppo dirigente, i suoi militanti nella campagna per le elezioni legislative di giugno: la battaglia per il cambiamento non è finita». Guardando alla vittoria di Hollande in una ottica europea. C'è chi sostiene che questo successo non ha fatto felice lacancelliera Merkel. «In qualità di consigliere speciale di Hollande, ho prestato molta attenzione, su sua indicazione, alla questione delle relazioni franco-tedesche. Relazioni che saranno rafforzate perché siamo convinti che un più forte legame tra Francia e Germania possa favorire quel Patto di crescita che sarà una delle priorità della presidenza Hollande in Europa. E le prime reazioni all'elezione di Hollande che sono giunte dal governo tedesco, a cominciare dal cancelliere Merkel, confortano queste aspettative. Su questo terreno – quello di un Patto di crescita - sappiamo di poter contare sulla vicinanza di altri governi europei, come quello italiano guidato da Mario Monti. Per essere ancora più chiari: non è nostra intenzione stravolgere il Fiscal compact (il trattato fiscale, ndr), vogliamo invece accompagnarlo, e integrarlo, con un Patto per la crescita e gli investimenti. Hollande ha affermato una cosa che ormai si sta facendo largo in Europa: la crescita favorisce il contenimento del deficit, lo sviluppo non confligge con il rigore. Crescita non significa espansione smodata della spesa pubblica, ma investimenti mirati in settori strategici, come l'istruzione, per esempio. Senza crescita, l'austerità forzata porta alla recessione e alla marginalità dell'Europa sul mercato globale, oltre che provocare reazioni di rigetto a livello popolare: in questo senso, il voto greco deve far riflettere e suonare come un campanello d'allarme per tutti: se il controllo del deficit pubblico non è supportato da adeguate politiche solidali e di crescita, l'ingovernabilità più che un rischio è una certezza. Anche su questo fronte cruciale, Hollande non si è limitato ad affermare dei principi, ha indicato soluzioni. Questa è stata la sua carta vincente». Ha vinto anche il profilo di un uomo «normale»,un po'grigio… «Se essere “normale” e “grigio” significa rifuggere dal sensazionalismo mediatico, dal protagonismo esasperato, allora sì, all'Eliseo salirà un presidente “normale”. Ma questo è un bene, non un limite. La politica ha bisogno di serietà, di credibilità se non vuole subire il rigetto da parte dei cittadini. Hollande è stato premiato anche per questo». Alballottaggio,Hollandeharicevutoil sostegno sia del leader del Front de Gauche, Jean-Luc Mèlenchon, che del centristaFrancoisBayrou.Ènatoilcentrosinistra francese? «Quel sostegno non è frutto di accordi di vertice né di patti di potere, ma del riconoscimento che per il futuro della Francia la proposta di François Hollande è la più convincente. Parlare di una nuova alleanza sinistra-centro sarebbe una forzatura, di certo, però, un confronto si è aperto, senza preclusioni o steccati ideologici. Hollande ha lavorato per unire e continuerà a farlo da presidente». L'INTERVISTA SindacodiNantese presidentedelgruppoPs all'Assembleanazionale èconsiderato inpole positioncomenuovo primoministro francese Il neo presidente francese Francois Hollande, saluta i suoi sostenitori dal balcone FOTO DI YOAN VALAT/ANSA-EPA «Ecco il patto per la crescita che proponiamo all'Europa» Jean-MarcAyrault . . . «La Francia che ha vinto ieri è un Paese che investe sul proprio futuro: da noi soluzioni concrete» . . . «Il Fiscal compact? Non intendiamo affatto stravolgerlo: vogliamo integrarlo» Il totogoverno di François: metà donne E Sarkò: esco dalla politica LUCASEBASTIANI PARIGI La notte del neopresidente è stata piuttosto corta. Dopo i festeggiamenti alla Bastiglia e i primi approcci telefonici con Barack Obama, Mario Monti, Angela Merkel e altri dirigenti del mondo, François Hollande si è presentato di buona mattina al suo quartier generale di campagna, trasformato in questa fase di transizione dei poteri in una specie di struttura amministrativa provvisoria. Contrariamente all'ostentazione del suo predecessore, il primo presidente socialista dopo l'altro François, Mitterrand, ha voluto subito dare alla sua presidenza un registro simbolico virato alla modestia e al lavoro. Il tempo stringe, la crisi perdura. E mentre Nicolas Sarkozy annuncia, come scrive Le Figaro, la definitiva uscita dalla politica, François II sin dalle prime ore ha cominciato invece a prendere le misure delle incombenze che pesano sui suoi primi cento giorni. Insieme ai direttori della sua campagna e agli stretti collaboratori, in particolare Manuel Valls e Pierre Moscovici, ha da subito fatto il punto sulle priorità. Dopo la proclamazione ufficiale della sua vittoria, l'11, il 15 maggio Hollande riceverà i pieni poteri e s'istallerà all'Eliseo al posto di Sarkozy. Ma non avrà molto tempo per abituarsi alla nuova abitazione perché farà la sua entrata ufficiale sulla scena internazionale partecipando al G8 prima, il 18 e 19, e poi al summit Nato, il 20 e 21, sempre negli stati Uniti. Da qui al 15 però è un compito politico che Hollande dovrà sbrigare con la più grande cura, perché la sua futura agibilità politica dipende dalla maggioranza presidenziale che uscirà dalle urne il 17 giugno. Il 6 maggio Hollande non ha ottenuto quello sfondamento che in molti speravano. Il voto piuttosto serrato delle presidenziali ha infatti avuto come conseguenza una tenuta del partito di Sarkozy, che nella prospettiva di una difficile campagna per le legislative ha rimandato a più tardi i regolamenti di conti. La disciplina imposta dalla scadenza elettorale ha per ora evitato l'esplosione dell'Ump che si sta organizzando per il «terzo turno» di giugno. Non è da escludere neanche che Sarkozy, nonostante abbia annunciato il suo ritiro dalla vita politica diretta, possa ripensarci e giocare un ruolo. Per questo per ora Hollande non ha intenzione di sbilanciarsi sul governo, che annuncerà probabilmente il 15. La composizione della squadra esecutiva deve infatti incarnare il rinnovamento e portare sulla scena la nuova la «Generazione H» che condurrà la battaglia legislativa in modo da consegnare ad Hollande un inedito organigramma politico con i socialisti al governo di quasi tutte le regioni, le grandi città, il Senato e l'Assemblea. Il totoministri è già cominciato e mentre sembrano perdere terreno le quotazioni di Martine Aubry alla testa dell'esecutivo, si fanno i nomi di Valls e Moscovici, ma soprattutto di Jean-Marc Ayrault, sindaco di Nantes e capogruppo socialista all'Assemblea. Mentre per gli Esteri si fa il nome di Laurent Fabius, quello che si sa fin d'ora è che il governo sarà per la metà al femminile e che quindi molto probabilmente vi troveranno posto i visi nuovi dell'hollandismo, in particolare Aurelie Filippetti, e le porta parola Nadja Belkacem e Delphine Batho. Nell'esecutivo dovrebbero entrare anche i Verdi, i Radicali e forse anche i comunisti, ma il baricentro verrà scelto in base alle esigenze strategiche della campagna. UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it martedì 8, maggio, 2012 11
IL MAXXI, MUSEO DELLE ARTI DELXXI SECOLO, QUESTA SETTIMANASIAVVIAAESSERECOMMISSARIATO:LAMERAVIGLIOSASTRUTTURAPROGETTATADAZAHAHADID E INAUGURATA APPENA 2 ANNI FA diventa così il tetro simbolo del crepuscolo della stagione dell'arte contemporanea e della sua agonia in Italia. Lo strumento del commissariamento in generale risulta utile solo per trovare uno sgabello all'ultimo dei trombati, e invece proprio dal Maxxi potrebbe nascere una nuova iniziativa, finalmente di ampio respiro, per riuscire a superare i logori schemi che hanno portato a questa crisi –non solo economica, ma di idee. La Fondazione Maxxi dunque non andrebbe commissariata, ma semplicemente sciolta poiché è una struttura profondamente anomala. Il peccato originale risale all'aver scelto per il Maxxi lo strumento amministrativo della Fondazione, con l'intento di attrarre fondi strutturali privati che non sono mai arrivati. Il Museo dunque si presenta come un soggetto privato con un unico socio, lo Stato –e non si parli di autonomia perché le nomine del Cda sono politiche–, e strutturalmente finanziato sempre dallo Stato o con denaro pubblico (500 mila euro dalla Regione). Ciliegina sulla torta, la legge istitutiva (L. 69/2009) prevede che attraverso il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali (Mibac), lo Stato vigili solo «sul conseguimento di livelli adeguati di pubblica fruizione» e non sui suoi investimenti. In sostanza paga Pantalone, i soldi possono essere impiegati come meglio si crede, senza neppure le regole e i controlli, pur laschi, di Pantalone –e questo vale anche per l'assunzione del personale senza concorsi, per le forniture ad affidamento diretto senza bandi e così via. Ecco un classico capolavoro dell'era di Sandro Bondi ministro, con i Letta boys a farla da padroni al Mibac. È parzialmente consolante che la gestione del Maxxi finora non abbia dato adito a polemiche e che Pio Baldi, il suo presidente, percepisca 60 mila euro lordi l'anno –più benefit–, poco rispetto ad altre Fondazioni. Ma i direttori dei musei di Stato prendono 1800 euro al mese: ciò vale per gli Uffizi come per la Galleria Borghese, luoghi che hanno ben altra importanza. MALUMORI La funzione culturale del Maxxi, al di là della ineleganza dell'enunciazione, già nello statuto appare modesta e volutamente vaga nei contenuti: la conduzione, che per lo più ha circuitato mostre invece di produrne, ha causato vari malumori per una presunta sudditanza a galleristi e collezionisti e per legami all'ambiente romano a dir poco provinciale, in un settore come quello contemporaneo dove esporre in un Museo un'opera, magari di un privato, porta immancabilmente a una crescita del valore di mercato, cosa che non avviene con un Caravaggio. È l'invidia che parla? Forse. Finora però il Maxxi non si è imposto per una attività di altissimo profilo internazionale, che avrebbe tagliato la testa al toro. A discolpa del Maxxi ci sarebbe la risibile dotazione erogata dallo Stato a partire dal 2009 –una media di 1,5 milioni di euro l'anno. Francamente appare un'aggravante, al Mibac e al Maxxi assicuravano l'arrivo dei privati in soccorso, ma visto che di solo funzionamento la struttura costa almeno 4 milioni l'anno –dati forniti dalla Fondazione– davvero si credeva che gli imprenditori volessero pagare luce e stipendi? Così, mentre a tutti i musei erano tagliati i fondi, al Maxxi è arrivato di nuovo Pantalone: altri 800 mila euro annui strutturali del Piano Arte Contemporanea (cioè la metà dell'investimento annuo dello Stato nel settore) e 6 milioni straordinari di Arcus, spalmati su 2010-11 per l'avviamento. In entrambi i casi si tratterebbe di fondi destinati all'attività, ma viene il dubbio siano finiti anche nel funzionamento. Parlare poi di tagli per il Maxxi è davvero improprio: in quanto straordinario e non ripetibile il finanziamento di Arcus si è esaurito nel 2011, e come c'era da attendersi, la struttura non sta in piedi. «ASTRONAVI» FUORICONTROLLO «Ground control to major Tom, your circuit's dead there's something wrong. Can you ear me major Tom…»: vengono alla mente le parole di Space Oddity di David Bowie, perché nei cieli dell'arte contemporanea italiana oltre al Maxxi sfrecciano parecchie astronavi fuori controllo. Dai cantieri della Zisa di Palermo –ristrutturati e mai aperti– al Mart di Rovereto in amministrazione provvisoria, l'intero settore è al collasso. Si tratta di decine di realtà, spesso nate negli ultimi 10 anni su impulso, talvolta un po' incontrollato, delle amministrazioni locali e con notevoli costi ma che, come nel caso del Maxxi, una volta tagliato il nastro inaugurale e cambiata l'amministrazione ora languono per mancanza di danari. Ecco allora che, sciolta «l'inutil fondazione» e ritornato allo Stato a tutti gli effetti, il Maxxi non va certo chiuso, ma anzi dovrebbe diventare uno strumento per affrontare questa crisi, essere una agenzia di coordinamento per l'arte contemporanea in Italia, di cui da tempo c'è bisogno e attualmente anche l'urgenza. Sul modello britannico Tate Gallery e Modern Tate, si potrebbe ipotizzare un accorpamento alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna –struttura assai virtuosa–, dando vita a una massa critica che consenta maggiore autonomia, senza farla diventare una inutile, dispendiosa e burocratica sovrintendenza. Né vale il ragionamento che le Fondazioni attrarrebbero maggiori finanziamenti privati, poiché le più grandi donazioni e sponsorizzazioni in questi anni sono andate a strutture dello Stato, –Ercolano e Colosseo–, a fronte però di precisi progetti culturali. Quindi, please no manager, no brand, no benchmark. BollettinodellaCaporetto dell'arte contemporanea in Italia, isolecomprese: ultima vittima ilMuseo VillaCroce di Genova,chiuso persospensione attività.Ci sonopoi imutilati, come ilMadre diNapoli ridotto aun solopiano dei tre adisposizione, con amputazionedella chiesaadiacente dedicataalle installazionie rientratanei benidellacuria. Infinito l'elencodei feritigravi,dalla GalleriaCivica di Trentoal Man diNuoroa rischio chiusura,al Risodi Palermo, al MambodiBologna, al Macro e la GnamdiRoma: ladiagnosi èanoressia da tagliodelle risorsesia pubbliche–dello Statoedelleamministrazioni locali–, che private. I sintomi, riduzione di attività scientificaeorario d'apertura. Fa impressioneconstatarecome questi spazi espositivi, alpari delCastello diRivoli, dellaGam diTorino odel Martdi Rovereto,considerate realtàdi riferimento, vadano avanticon bilanci provvisori, redatti dimese inmese alla faccia della tantodecantata programmazione. L'AssociazioneAmici Museid'Arte Contemporanea,che riunisce lemaggiori realtà, hachiesto unaaudizione al presidente del consiglioeaiministri competenti, che hanno risposto…rettifica,non hannorisposto affatto: «chiedetee(non) vi saràdato»,neppure ascolto. GLIALTRI SPAZIESPOSITIVI Daicantieri dellaZisa diPalermo alMart diRovereto l'interosettore dell'arte èalcollasso INCHIESTA IlMaxxi commissariato Le anomalie del Museo di Zaha Hadid: soldi senzaregolenécontrolli LUCADELFRA arfled@tiscali.it LaFondazionehaununico socio, loStato,cheèanche l'unicoenteafinanziare lastrutturaprivata, lacui funzioneculturale, tra l'altro, apparemodestaevaga neicontenuti DaNapoliaGenova «tagli»per tutti U: Un'ala interna delMaxxi il nuovo museo diarte contemporanea diRoma 22 martedì 8, maggio, 2012
Ma conta di più Parigi o Atene? La prospettiva dell'instabilità pesa più della possibile crescita? Ed ancora, i risultati elettorali erano stati già messi nel conto o c'è stato un fattore sorpresa? Queste ed altre domande hanno volteggiato ieri sopra i mercati mentre gli indici azionari hanno trascorso una seduta sulle montagne russe. Ed ogni volta che le Borse, e gli spread dei titoli di Stato, hanno cambiato direzione, la risposta ai quesiti di partenza si è fatta più complicata. Del resto, quel che si presta ad un'interpretazione politica tutto sommato lineare, con il voto francese e greco che ha espresso chiaramente la stanchezza ed il malcontento per i governi del solo rigore economico, è assai più difficile da decifrare in chiave finanziaria. Infatti, paure e speranze si sono intrecciati più volte nel lunedì dei mercati, e c'è da aspettarsi che la stessa situazione si ripeterà nelle prossime sedute. E non è un certo un caso se da Washington è giunta una dichiarazione che fotografa "il pendolo" che oscilla sul Vecchio Continente. Barack Obama, infatti, ritiene che l'Europa debba contrastare la crisi con un approccio bilanciato fatto sia di consolidamento fiscale che di «continui sforzi per stimolare la crescita». Lo ha reso noto la Casa Bianca, che ha definito espressamente la crisi dell'area euro come «uno dei venti contrari che spirano contro l'economia Usa», e ha assicurato che gli Stati Uniti «continueranno a lavorare con il leader europei su come affrontare la crisi dell'Eurozona». Le parole del presidente americano sono arrivate quando le piazze europee avevano ormai archiviato la seduta in modo positivo, molto positivo nel caso di Piazza Affari che ha guadagnato il 2,56%, con la sola e vistosa eccezione di Atene in caduta libera, -7,96%. Ma l'apertura mattutina aveva fatto temere un epilogo di tutt'altro tenore. Le prime contrattazioni hanno portato gli indici ad accumulare perdite fino ai due punti percentuali, senza apparente distinzione di giudizio sugli esiti elettorali a Parigi ed Atene. A deprimere i mercati la prospettiva di un continente spaccato fra la linea rigorista tedesca e quella insofferente, orientata piuttosto a dare la priorità alla crescita, portata avanti da un gruppo di altri Paesi adesso capeggiato dalla Francia del neoeletto Hollande. Specchio dei timori per l'immediato futuro ancora una volta l'andamento degli spread dei titoli di Stato. In particolare, il differenziale fra Btp decennali e gli omologhi Bund tedeschi è tornato a superare quota quattrocento punti base. Un allargarsi della forbice che, dettaglio non trascurabile, è stato provocato non tanto dalla crescita dell'interesse pagato dai nostri bond quanto dal tasso molto basso dei titoli tedeschi, frutto di un' accresciuta domanda a sua volta causata dalla maggior percezione di rischio intorno all'area dell'euro. VALUTAZIONIDIVERSE Senonché, col passare delle ore la situazione è cambiata, ed a propiziare l'inversione di rotta degli indici azionari c'è stato soprattutto l'emergere di una differente valutazione dei fatti francesi rispetto a quelli greci. Le congratulazioni della Merkel ad Hollande, con il pronto invito a Berlino, hanno simboleggiato un futuro meno cupo, con l'enfasi sulla crescita dei socialisti transalpini che potrebbe veramente tradursi in un'occasione di dialogo su altre basi fra i leader europei. Una prospettiva positiva che si è rafforzata nel pomeriggio, complice la tenuta di Wall Street. Risultato finale, il Cac 40 parigino è progredito dell'1,65% ed ancor meglio ha fatto l'Ibex che è avanzato del 2,72%, mentre il Dax di Francoforte si è mosso molto meno con un +0,12%. In ripiegamento anche gli spread, con il Btp/Bund tornato sotto i 400 punti. Pessima, come detto, la chiusura di Atene, e questo ci rimanda al diverso ragionamento sulla Grecia. L'esito a dir poco frammentato delle elezioni elleniche ha palesato nuovamente il vaso di Pandora che spaventa ormai da mesi l'intera comunità finanziaria. Una possibile, se non probabile, ingovernabilità greca potrebbe arrestare il drammatico cammino di normalizzazione dei fondamentali economici intrapreso dal Paese insieme alle autorità europee ed al Fondo monetario internazionale. Il rischio è sempre lo stesso: un'insolvenza generalizzata che trasformerebbe in carta inesigibile i miliardi di bond ellenici sparsi per l'Europa, molti dei quali detenuti nelle casseforti delle grandi banche. Insomma, il risultato del voto greco, con l'assenza di una chiara maggioranza, avvicina il «caos politico in cui la recessione diventa una depressione», ha profetizzato l'economista Nouriel Roubini che vede aumentare le probabilità di una uscita di Atene dall'Eurozona entro il 2013. Una tesi condivisa da Citigroup che fa salire al 75% le probabilità di un abbandono della Grecia. Tornando al centro del continente, c'è da dire che il neo presidente francese ha potuto subito incassare il risultato positivo della prima asta di titoli di Stato a breve termine post-voto. Parigi ha infatti venduto circa 8 miliardi di obbligazioni, con rendimenti in calo su due scadenze su tre. I mercati hanno poi reagito bene anche al balzo del 2,2% degli ordinativi tedeschi, crescita dovuta alla forte domanda dei Paesi emergenti. LAGIORNATA Qualcosa si muove. Dopo giorni di polemiche, la benzina fa segnare una lieve discesa del prezzo, anche se le associazioni dei consumatori non si dicono ancora soddisfatte. Intanto il governo convoca un tavolo per oggi con tutta la filiera dei carburanti, vale a dire petrolieri e gestori. Ma il problema per il nostro Paese non è soltanto la benzina, ma anche il diesel, che in Italia ha raggiunto prezzi molto più alti che nel resto dell'Unione Europea. Ieri è stato il ministro dello Sviluppo Corrado Passera, all'inaugurazione del cantiere di Travagliato per l'alta velocità fra Treviglio e Brescia, a far capire che anche per il governo è giunto il tempo di muoversi, dopo che la riduzione del costo del greggio non ha portato a miglioramenti sensibili sul prezzo della benzina. IMPEGNO «Stiamo lavorando» ha detto Passera «per arrivare ad un abbassamento dei prezzi del carburante. Abbiamo come leve i controlli e gli interventi diretti: otterremo sicuramente dei risultati». Il primo passo in questo senso è stata la convocazione per oggi, al Ministero dello sviluppo economico, dei petrolieri e dei gestori degli impianti di erogazione. Una convocazione che al ministero dicono fosse già prevista dal Garante dei prezzi, ma che ad ogni modo sembra quantomai opportuna. Anche tenendo conto del fatto che secondo fonti dello stesso ministero dello Sviluppo, la differenza con il resto dell'Unione europea, misurata al netto della componente fiscale, è arrivata la scorsa settimana a 5,3 centesimi per la benzina e a 5 centesimi per il gasolio, cifre che non si vedevano da anni. Per il diesel si tratta del massimo dal 2008. Ieri ci sono state nuove piccole diminuzioni sulla rete carburanti con Eni che insiste e accelera, costringendo inevitabilmente tutti gli altri a seguire. Il market leader ha messo mano di nuovo ai prezzi raccomandati della benzina (giù di 2,5 cent), del diesel (con 1 cent in meno) e del Gpl (con 2 cent in meno). Ecco che così sono scese anche Shell (-1 cent sulla benzina e -0,5 sul diesel) assieme a TotalErg (-0,8 cent sulla benzina) e pure IP (-1,5 cent sulla verde), Q8 (-1,2) e Tamoil (-0,5). Questi lievi cambiamenti non accontentano le associazioni dei consumatori. Carlo Rienzi, presidente del Codacons, definisce «assolutamente insufficienti i ribassi dei carburanti registrati in queste ore presso i distributori italiani». MARCOVENTIMIGLIA MILANO L'EUROPACHECAMBIA DESTINA IL TUO 5XMILLE ALLA FONDAZIONE ISTITUTO GRAMSCI FIRMA alla sezione RICERCA SCIENTIFICA E UNIVERSITÀ indicando il CODICE FISCALE 9 7 0 2 4 6 4 0 5 8 9 w w w. f o n d a z i o n e g r a m s c i . o r g 386 Spread Lachiusura deldifferenziale traBtpe Bund tedesco,dopo un iniziodi giornata sopra400. 2.56% La chiusura diPiazza Affari.Ma cometutti i mercati europei la mattinataerastata difficile,dopo il rossodelle Borse asiatiche. 75% Le possibilità secondo Citigroupche laGrecia esca dallazona euro.A marzo la troikaha elargito 130 miliardidi euroadAtene in cambio del risanamento. 1.65% La chiusura diParigi. Effetto Hollande. . . . La maggior percezione di rischio accresce la domanda di Bund tedeschi e fa calare il loro interesse Caro-benzina, alla fine si muove il governo GIUSEPPECARUSO MILANO Mercati europei in altalena Atene in profondo rosso Operatori della Borsa di Francoforte FOTO DI FRANK RUMPENHORST/ANSA-EPA Aperture negative ovunque, poi Milano e Madrid recuperano fino a chiudere sopra il 2% Obama interviene sulla crisi europea: vanno bilanciati rigore e sforzi per la crescita 12 martedì 8, maggio, 2012
LO SPI-CGIL CONDUCE DA TEMPO UNA CAMPAGNA CHEHA COME SLOGAN «APRITE QUELLE PORTE», volta garantire condizioni decenti di vita e di assistenza a chi si trova in un ricovero per anziani, insomma in un ospizio. Situazioni di abbandono e di separatezza che suscitano periodicamente il nostro sdegno per gli orrori di cui veniamo a conoscenza, e la pietà che con bontà d'animo esercitiamo fortifica l'autonarrazione che ci vede adulti e ancora adulti, senza cedimenti. Lo sdegno, insomma, ci aiuta a costruire un tabù, una distanza invalicabile fra “noi” e “loro”. È lo stesso meccanismo di ogni separazione ed esclusione: vale per i matti, i detenuti, gli immigrati, e anche per chi è più vicino alla fine della propria vita il sottotesto che nella nostra testa dice “a me non capiterà mai”. Come se non ci fosse dentro ciascuno di noi, tenuta a bada talvolta a fatica, una quota di follia, una fetta di bisogno di essere altrove, una cattiveria socialmente insostenibile, e un'enorme quantità di cellule che invecchiano, muoiono, e non sempre trovano nelle nuove un pezzo di ricambio. I tabù si costruiscono così, sommando separatezze a rimozioni. IL TEMPOE LA CONSAPEVOLEZZA Fra l'essere attivi a tempo strapieno e l'essere vecchi-vecchi c'è un grande spazio, difficile da raccontare proprio per il muro di tabù che c'è intorno: lo spazio del tempo in cui ad energie e opportunità che via via diminuiscono può affiancarsi la fuoriuscita da schemi che ci hanno imprigionato, la conquista di un equilibrio nuovo. Anche fra un ospizio e una casa di riposo o un residence c'è una differenza abissale, e non coglierla impoverisce e umilia. Ospizi e tabù mi riguardano, perciò scusate se ora parlerò di me. Tre anni fa, a un'età ritenuta dai più ancora sufficientemente verde, sono andata a vivere in un residence per anziani. Due stanze, una terrazza che ho riempito di fiori. Spazi limitati, come in qualsiasi residence, un buon numero di servizi garantiti, qualcuno in più rispetto al residence “normale”: se suono un campanello, qualcuno arriva e si prende cura di me. Vittima di uno storico deficit di accudimento, il poter disporre di attenzioni e aiuti è componente non secondaria di una serenità che mai prima ho conosciuto. Quando diedi il ferale annuncio, amici e parenti traballarono, e si opposero strenuamente. Obiettavano che ero troppo giovane, era troppo presto; rispondevo che era solo per organizzarmi l'invecchiamento, ma proprio questo era il guaio: così dichiarando costringevo ciascuno a prendere atto che gli anni passano per tutti, ed era questo a farmeli avversari fino a ferirmi. Qualcuno si dileguò, decidendo che il nuovo domicilio mi faceva vecchia, fuori mercato: e anche questa fu una ferita, agli affetti e all'immagine che avevo di me. Soltanto due o tre persone molto care vennero a “vedere il piatto” e mi furono vicine: nutrendo qualche perplessità, ma attente più ai miei bisogni che alle loro paure. Avevo avuto case grandi, riempite di molte cose. Cercai destinazioni sensate a oggetti e libri, tenni per me l'essenziale, i segni più importanti della mia vita, e arredai la nuova casa: sentendomi non più povera ma più leggera, più fedele a me stessa. Dopo, amici e parenti vennero, guardarono, verificarono che non ero diversa da prima se non per il microscopico decadimento che ogni giorno, ogni ora impongono a ciascuno. Le ferite si cicatrizzavano, ma la parola ospizio fece capolino in titoli di giornale che parlavano di me: un paio e distanziati nel tempo, così mi è sembrato di poterci scherzare su. Dev'essere colpa dell'ambizione luciferina di continuare a scrivere, e di ambientare la vicenda che ho utilizzato per raccontare l'Italia in un residence per anziani: la parola ospizio ora mi perseguita nei titoli della stampa (anche questo giornale c'è cascato) e spesso anche nei testi. Le ferite hanno ripreso a sanguinare. Dire ospizio schiaccia me, schiaccia la narrazione, traccia un'insensata linea di demarcazione secondo la quale o si è giovani o si è decrepiti, ribadendo come dell'invecchiamento non sia dato di parlare, se non a costo di fraintendimenti dolorosi. Il punto di vista più malevolo mi arriva da un'intervista che reca il titolo «Cari sessantottini, vi aspetto all'ospizio»: forse un auspicio, da parte di un giornalista non poi così imberbe, straordinariamente capace di leggere a rovescio qualsiasi cosa mi riguardi. Ma quella frase mi fa immaginare che altre e altri prendano la parola. Siamo la generazione (o le generazioni, più d'una) che sta invecchiando in maniera completamente diversa dalle precedenti. Nel bene, perché la vita dura molto più a lungo; nel male, perché non ci è dato di acquietarci confidando in un futuro migliore del nostro per i nostri figli. Abbiamo imparato a guardare in faccia i tabù e, qualche volta ad abbatterli. Sappiamo delle rivoluzioni fatte e di quelle fallite. Possiamo contribuire con la nostra esperienza a narrazioni nuove ma non raccontarci ancora la favola bella che saremo noi, a cambiare il mondo. Dobbiamo fare uno o più passi indietro, altrimenti altri mai conquisteranno la ribalta. Dobbiamo attraversare il tempo lungo fra l'essere sulla scena in primo piano, e l'ospizio e la fine: che può essere ricco, se accettiamo di esserne consapevoli. Vogliamo parlarne, o continuare a far finta di niente e trincerarci dietro i tabù? INPRIMAPERSONA Lamiaetà dimezzo NonèunPaeseperchi sipreparaa invecchiare Sonoandataavivere inunresidenceperanziani.Unascelta incomprensibilepermolti.Untabùperaltri.Eppureesiste unospazio fra l'esseresuperattivievecchidecrepiti CLARASERENI SCRITTRICE U: TRENT'ANNIDOPO : LacometaVilleneuve P.20 ILCOLLOQUIO : Verdone:«Italia incrisi, disperataerabbiosa» P.20 MANIEURBANE : Quasiquasimi facciounbunker P.21 L'INCHIESTA : Maxxisprechialmuseo P.22 CULTURE : IlgraffiodiMastronardi P.23 martedì 8, maggio, 2012 19
Mentre Angelino Alfano respingere «il catastrofismo» e annuncia un vago quanto improbabile «ricominciamento, il tanto temuto profundis lo intona l'amico Giuliano Ferrara: «Il Pdl è a rischio esistenziale. Si è spappolato molto prima delle elezioni che ne hanno certificato lo sfilacciamento». È metà pomeriggio, Berlusconi è a Mosca con Vladimir e gli amici vip. In Italia mancano ancora i dati definitivi ma la tendenza delle amministrative è chiara quanto drammatica. A via dell'Umiltà ne hanno parlato, in un vertice tesissimo, tutti i big. Il Cavaliere, informato dal segretario, è incredulo e furibondo: «Non mi aspettavo questi numeri nelle grande città. Dobbiamo resistere, aspettiamo i ballottaggi. Paghiamo il prezzo del sostegno al governo, che d'ora in poi sarà critico». Quasi dovunque il Pdl è sotto il 20%. In moltissimi comuni il suo candidato arriva quarto, superato dallo sfidante terzopolista e dall'outsider del Movimento 5 Stelle. A Genova e Palermo è fuori dal ballottaggio. E nel capoluogo ligure scende dal 26 al 10%. A Parma è fermo al 5%contro il 20% dei grillini. In un quadro molto frammentato che sancisce l'evaporazione del centrodestra ante-Monti, consegnando la Lega solitaria a un bagno di sangue lungo l'asse nordista, quella del partito berlusconiano è più di una débacle: è una liquefazione. Una frana. Il Pdl, semplicemente, non c'è più. È un “dead party walking”: un involucro che (a questo punto non è più un'opinione) non scalda i cuori. Oggi si analizzano i risultati a bocce ferme. E di certo, da oggi il futuro è all'ordine del giorno: si lotta per la sopravvivenza. Nel gruppo dirigente lo sanno. Ieri, con una decisione senza precedenti, la sala stampa di via dell'Umiltà era chiusa: niente giornalisti e microfoni, nessuno a commentare i dati. Al piano di sopra stanno asserragliati Alfano, Cicchitto, Verdini, Lupi, Crosetto, Bernini, con gli ex An La Russa, Matteoli e Gasparri. Questi ultimi insistono molto sui costi della linea filo-montiana. Matteoli e Crosetto si infervorano. Dopo aver parlato al telefono con Silvio, Alfano improvvisa una conferenza stampa: «Paghiamo il sostegno a Monti, lo abbiamo fatto per il bene dell'Italia. Non sorrido ma non toglieremo l'appoggio». Respinge eroicamente «letture catastrofiste: registriamo una difficoltà, una sconfitta ma non una catastrofe». Persino Belpietro lo irride: «Poteva piovere». Quanto alle dimissioni: «Nessuno me le ha chieste». Evidentemente non legge Spazio Azzurro, la pagina del sito Pdl con i messaggi degli elettori. Intanto, i numeri scottano. A Genova Luigi Vinai, scajoliano e cattolico, esponente della società civile individuato dopo cinque “no grazie”, è inchiodato al 12%: quarto dopo Doria, Putti e schiaffo finale - sotto Musso, l'ex senatore pidiellino che dopo aver rotto col partito si è fatto la sua lista civica. A Palermo, nella regione di Alfano e Schifani e nella città teatro dell'epico 61 a zero, Costa è fuori dai giochi. Ed è tardi per ironizzare, come fa La Russa, sul cognome da crociera sfortunata del «candidato sbagliato». All'Aquila, Properzi è al 10%, terzo dopo Cialente e il terzopolista de Matteis. Pdl non pervenuto a Taranto, Cuneo, Lecce. In compenso stravince a Tarvisio, in Friuli. E ora? Ponti bruciati alle spalle e il vuoto davanti. Su alleanze, strategia, leadership. L'unica certezza è l'allentamento del sostegno al governo: il sentiero stretto dell'«appoggio condizionato» o «sostegno critico». Alfano ha già detto: «Nessun incontro sulla legge elettorale. Basta vertici con Bersani e Casini che non servono a niente». E penalizzano lui. Parte l'attacco all'esecutivo. Gelmini: «Lo incalzeremo». Carfagna: «Deve invertire la tendenza». Rompere adesso però è difficile. Non ci sarà nessun passaggio formale all'opposizione. Alla fine, la sconfitta indebolisce più Alfano di Monti. Il Pdl ha due strade. La prima, invocata dai più: essere rivoltato come un calzino dal Cavaliere disilluso che insieme a nome e simbolo dovrà rottamare Angelino & company. La seconda, laddove fallisca il «predellino 2.0», sciogliersi in mille rivoli, dalla mini-scissione di ex An alle (molto ridotte) sirene terzopoliste, fino all'orticello in campagna. Oggi si farà il punto dei danni. Berlusconi già parlare di primarie aperte. Ma a chi? Formigoni ha altri guai e popolarità non all'apice. È spuntata la Santanché ma sembra un'azione di disturbo. Gli ex An sono sempre più lontani. Montezemolo vola troppo alto. E il delfino agrigentino sembra giunto al (breve) capolinea. Berlusconi intende lanciare la «rivoluzione digitale», il Pdl 2.0 comunque-si-chiami subito dopo i ballottaggi. Voci parlano di un'iniziativa il 24 maggio. Non si capisce però chi potrebbe guidarlo. Nelle ore in cui il suo partito prendeva mazzate sui denti, Berlusconi, con l'ex cancelliere tedesco Schroeder, tifava per Putin giocatore di hockey allo stadio del ghiaccio Mosca Megasport: «Ho il posto in prima fila». Un segnale eloquente. Silvio Berlusconi con il segretario del Pdl Angelino Alfano in una immagine di repertorio FOTO MAURO SCROBOGNA/LAPRESSE ILCASO Perse leroccaforti lombarde.Calderolie Bossisconfitti incasa.Solo aVerona il sindaco riconfermatocon il57%. Il partitoovunque inrotta TONIJOP ROMA LEELEZIONIAMMINISTRATIVE Il Cavaliere da Mosca dice: «Meglio del previsto» ma è furibondo per i risultati Vertice tesissimo con gli ex An schierati sulla linea anti-Monti Alfano vara la linea del «sostegno critico»: «Basta vertici a tre» FEDERICAFANTOZZI ROMA Il Pdl dimezzato Berlusconi pronto a liquidare Alfano Il «mare» verde si è ritirato e orail Sole delle Alpi sventola ormaisolo sull'Arena di Verona. Il re-sto, come dopo uno tsunami, èuna tragedia: l'esercito dei «sin-daci guerrieri» è in rotta, posizioni tenute a lungo e con enorme disinvoltura dalle alabarde di Bossi sono perdute, maggioranze assolute fracassate, giunte monocolore verde pisello sbrecciate. Un tracollo epico per dimensioni che colpisce una forza politica fino a qualche mese fa in fase di crescita, tanto forte, nelle premesse, da poter sventolare lo stendardo della solitudine: avevano detto stavolta «corriamo da soli». Fatto, ma dopo aver attraversato l'inferno delle inchieste giudiziarie, degli errori dinastici, dei diamanti e degli investimenti di partito nelle zone più oscure dei “paradisi” finanziari. Dopo lo scontro, ancora non sedato, tra l'anima bossiana e quella maroniana. Eppure, la Lega sulla carta era l'«identità», non l'affare, il business e i suoi consensi li mieteva proprio lì, nei territori di una identità fasulla ma dotata di charme, non in quelli del mercato degli affari. Il crollo del Carroccio, allora, appare come un corale voto di sfiducia nei confronti di quel sogno che Bossi chiamava identità. E, ironia della sorte, ciò che resta di quel “mare” battezzato “Padania” è Verona dove Flavio Tosi, il sindaco uscente che si era meritato l'ira greve di Bossi per la sua scelta di presentarsi senza il simbolo “patrio”, interpreta una particolare versione del leghismo, niente mistica e molto concreta: buon governo, parole pacate e al diavolo l'identità. Tosi si conferma con il 57,1% dei consensi, perdendo più di tre punti rispetto al voto che lo spinse per la prima volta sulla poltrona di sindaco della città, ma miete favori soprattutto fuori dai confini della Lega che, di suo, raggranella un modesto dieci per cento; poca roba, e cioè: il leone leghista vince fuori casa. Che smacco, doversi aggrappare a questo successo «laico» per un partito che ha sempre invocato per sé una sacrale autosufficienza. Ma non hanno scelta, la grandinata elettorale ha lasciato quasi solo macerie e soprattutto dove si sentivano più sicuri, nelle roccaforti brianzole, ad esempio. LA DISFATTA DICASSANO MAGNAGO A «casa» del leader, Umberto Bossi, per esempio: a Cassano Magnago la Lega è fuorigioco, non arriva neppure al ballottaggio. Sono persi municipi storicamente «verdi», lo zoccolo duro si è sciolto soprattutto in Lombardia, a Como e a Monza dove, anche qui, non possono nemmeno sognare di giocarsela al ballottaggio. Lissone, Cesano Maderno, Lesmo: erano l'orto di casa Bossi, ora la Lega qui non governerà, dopo decenni di dominio, Bossi e Maroni hanno perso l'orto. L'ha perso anche Calderoli, a Mozzo guidata dalla Lega per un decennio. E adesso che l'astronave si è sfracellata al suolo di un pianeta che non era la Padania? Le prime dichiarazioni sono effervescenti: «Alla nostra gente non interessa niente della Padania e della secessione. Flavio Tosi vince per questo», parole pronunciate da Paolo Paternoster segretario leghista di Verona, in odor di sacrilegio, che fino a qualche settimana fa sarebbe stato certamente espulso dal Carroccio e con ignominia per una battuta simile. Oggi, invece, farà testo, e su questo si divideranno, ancora. Maroni dice quel che può: è contento per il successo «di un candidato modello leghista» a Verona, «può rappresentare una fase nuova», aggiunge, ovviamente per il fatto di aver trovato conforto in un elettorato non leghista. Fine del voto per cooptazione iniziatica? Ed è stato giusto e positivo correre da soli? I resti della invincibile armada avranno motivi di riflessione nelle prossime settimane. La Padania cancella la Lega. Vince soltanto Tosi . . . Il segretario si consola: «Una sconfitta non una catastrofe. Ci sarà un ricominciamento» . . . «Paghiamo il prezzo del sostegno al governo ma non lo toglieremo per il bene del Paese» 2 martedì 8, maggio, 2012
26 martedì 8, maggio, 2012
Anticipato dai sondaggiil crollo del Pdl nonrappresenta una sor-presa per Mario Montiche, tuttavia, non po-trà trincerarsi dietro la parola d'ordine fatta filtrare da Palazzo Chigi - «le amministrative non costituiscono un test per il governo» - senza mettere nel conto le ricadute dei risultati conseguiti dai partiti che lo sostengono. Lo staff del premier oppone un eloquente «no comment» di fronte al dato elettorale, ma altri ambienti governativi non nascondono preoccupazione per «le fibrillazioni dei partiti e tra i partiti» che potrebbero «ostacolare il percorso parlamentare dei provvedimenti e, in definitiva, l'azione del governo». Il fuoco di fila degli avvertimenti che giungono dal Pdl, primo tra tutti quello di Berlusconi («sosteniamo Monti, ma gli chiediamo di non costringerci a votare misure che non siano condivise»), dà la misura della «febbre» che agita il partito azzurro. Palazzo Chigi sdrammatizza gli appelli a staccare la spina che giungono al Cavaliere da molti settori del suo partito. La convinzione è che l'ex premier non abbia alcun interesse a determinare la crisi. Ed è per non farsi scavalcare dai «giochi interni al Pdl» - spiegano che Alfano avrebbe ribadito anche ieri quel «basta vertici» con Monti, Bersani e Casini pronunciato già in campagna elettorale. Un alt al premier, in realtà. Nel governo, infatti, c'era già chi preparava un incontro con Pd-Pdl-Udc in tempi rapidi «per provare a stringere i bulloni della maggioranza dopo le tensioni elettorali». Nel partito del Cavaliere prevarrà la logica «delle mani libere»? («Da ora in poi valuteremo dove votare e dove non appoggiare», minaccia Gasparri). Monti «non intende farsi condizionare» più di tanto - replicano dal governo - Il tempo stringe e le difficoltà del Paese non si allentano. Il premier, quindi, andrà avanti con le riforme. Anche a colpi di fiducia, se necessario. Ognuno, poi, si assumerà in Parlamento le responsabilità che gli competono - aggiungono anche quella, eventualmente, di portare il Paese alle elezioni riproponendo lo spettro della Grecia». Una «sfida» a tutta la maggioranza e non solo al Pdl, quella del premier. Perché non è lontana da Palazzo Chigi la preoccupazione che anche nel Pd possa crescere la richiesta di «attenuare la linea del rigore» sotto la spinta «della base elettorale e sindacale». Monti, in sostanza, intende replicare al «rischio immobilismo» del dopo amministrative accorciando i tempi. E chiedendo alle forze politiche, fra l'altro, «di fare per intero la propria parte». Perché l'avanzata dei grillinie, soprattutto, l'astensionismo «in preoccupante ascesa», dimostrano che «ancora di più del rigore ha pesato sul voto lo scarso coraggio della politica a rinnovare se stessa». «Che ci sia disaffezione verso i partiti e le istituzioni è sotto gli occhi di tutti - commentava ieri il ministro Cancellieri - Bisogna farsi le domande e rivedere i collegamenti che ci sono tra la società civile e le istituzioni». Rilanciare le riforme istituzionali, quindi; approvare una nuova legge elettorale; modificare i meccanismi di finanziamento. Questi «i compiti che i partiti dovranno fare presto a casa» Un modo per sfuggire al nodo vero della crisi sociale per affrontare il quale l'azione del governo è apparsa del tutto inadeguata? Dall'esecutivo non escludono «interventi ad hoc» per fronteggiare l'emergenza. Oggi, tra l'altro, Monti incontrerà il commissario Ue, Olli Rehn, per discutere l'attuazione della direttiva europea sui pagamenti della PA alle imprese. Ma è il tasto della «crescita» quello su cui intende «battere» maggiormente il premier.L'obiettivo con una possibile mediazione tra Hollande e Merkel - è quello di proporre al Consiglio europeo di giugno la ratifica di un'intesa sulla crescita da «far camminare parallelamente al Fiscal compact nei paesi che dovranno ratificarlo». Contatti sono già in corso per fare avanzare questa prospettiva. Che, tra l'altro, potrebbe subire un'accelerazione nel vertice informale a 27 (con Merkel, Hollande, Monti, Cameron, ecc) che Van Rompuy vorrebbe mettere in calendario per la metà di maggio. Con «il forte interesse» del premier italiano. Bersani: «Compreso dagli elettori il nostro sostegno all'esecutivo Noi siamo leali ma ora ci ascolti di più» Soddisfatti per il risultato ottenuto, infastiditi per le reazioni degli alleati, preoccupati per altri dati registrati in queste elezioni. Al quartier generale del partito i dirigenti Democratici seguono lo scrutinio del voto amministrativo con un misto di stati d'animo. Il Pd si conferma prima forza politica nella maggior parte delle sfide elettorali, e se nei 26 comuni capoluogo si partiva da una situazione di 18 a 8 per il centrodestra, adesso si va ai ballottaggi con una situazione ribaltata. Tutt'altro che rassicurante è però il calo dell'affluenza, l'aumento del voto di protesta, il livello di frammentazione registrato e, benché la cosa possa sembrare al limite del paradossale, anche il tracollo del Pdl. «È un voto a metà strada tra la disperazione greca e la speranza francese», sintetizza non a caso Massimo D'Alema sottolineando che il centrosinistra emerge quasi ovunque «come unico polo politico di governo». Tutto bene? Sì, a patto di sapere che il Pd «si troverà ad essere l'unico partito nazionale, con responsabilità di governo molto accresciute e in una situazione molto difficile». E che, come dice Pier Luigi Bersani ragionando sulla «riflessione» annunciata da Angelino Alfano e sul rischio ripercussioni sulla tenuta del governo Monti, bisogna augurarsi che dal risultato negativo del Pdl «non derivi un danno per il Paese». RAFFORZAMENTOPD, TSUNAMIPDL Il segretario del Pd segue lo spoglio delle schede nel suo studio al Nazareno, tra telefonate dai rappresentanti di lista dalle sezioni sparse in tutte Italia e un occhio alla televisione. Dallo schermo parla il leader del Pdl Alfano, che dice «nessuno può festeggiare», quello L'ANALISI FRANCESCOCUNDARI «Noi rafforzati e destra sconfitta» DOVESIANO ANDATI IVOTI INUSCITADAL CENTRODESTRA PROVERANNOA DIRLO,nei prossimi giorni, gli studiosi di flussi elettorali e gli esperti di sondaggi. Un fatto però colpisce immediatamente, guardando complessivamente ai risultati di queste elezioni amministrative: della frana del centrodestra, e prima di tutto del Pdl, non sembra avere particolarmente beneficiato il Terzo Polo. Quanti di quei voti siano finiti ai grillini, quanti nell'astensione e quanti altrove è da vedere; sappiamo però che in gran parte non sono andati alla formazione che più di tutte aveva investito nel sostegno incondizionato al governo Monti, fino a proporne sin d'ora il prolungamento anche dopo le politiche del 2013. E sappiamo che la principale sorpresa di questo voto è stato il Movimento 5 Stelle, cioè la formazione che al governo Monti e alla maggioranza che lo sostiene si è più ruvidamente contrapposta. Il risultato, a colpo d'occhio, è dunque l'improvviso restringimento di quella Grande Coalizione che Pier Ferdinando Casini immaginava come soluzione ottimale anche per il 2013. Uno schema di cui sembrano venire a mancare i presupposti numerici, prima ancora che politici, tanto più all'indomani delle presidenziali francesi, con la scarsa rilevanza del centrista François Bayrou nello scontro tra destra e sinistra, e delle elezioni greche, con il tracollo di entrambi i maggiori partiti impegnati nella Grande Coalizione dei tagli e del rigore di bilancio. D'altronde, se Mario Monti era a giudizio di tutti l'uomo giusto per trattare in Europa con l'asse franco-tedesco di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, sostenitori delle politiche di austerità e di rigore senza concessioni, l'arrivo all'Eliseo del leader socialista che ha dichiarato di voler rivedere il Fiscal Compact cambia parecchio il quadro. Tutto lascia pensare, insomma, che anche per Casini e per i suoi alleati si avvicini il tempo delle scelte. La linea seguita sin qui rischia infatti di farlo apparire come l'ultimo difensore di uno status quo che le urne (e non solo) mostrano essere sempre meno popolare tra gli italiani. E forse ancor meno popolare tra le stesse forze politiche chiamate a tenerlo in piedi, stringendosi dietro un rinnovato sostegno ai tecnici, anche oltre le prossime elezioni politiche. Nel centrodestra le voci che chiedono di ritirare l'appoggio al governo Monti si fanno sentire ogni giorno, e ieri, già dopo i primi exit-poll, si sono naturalmente moltiplicate. I grillini esultano proclamandosi sarcasticamente, e con una buona dose di esagerazione propagandistica, il vero «terzo polo» del sistema politico. Le estreme di entrambi i poli maggiori (o di quel che ne resta) radicalizzano ulteriormente le loro posizioni e le loro parole. E se il Partito democratico assicura che il risultato delle amministrative non è una buona ragione per ritirare il sostegno al governo, Pier Luigi Bersani non può tuttavia non fare i conti con i minacciosi segnali che arrivano dal Pdl. Ma soprattutto non può rinunciare alla stessa ragion d'essere del suo partito, che resta l'organizzazione di un'alternativa politica da presentare agli italiani per il voto del 2013. La conferma del sostegno al governo da parte del Pd, del resto mai messo in discussione, non cancella quindi il fatto che appena chiuse le urne delle elezioni amministrative si aprirà di fatto la LEELEZIONIAMMINISTRATIVE Si è ristretta la Grande Coalizione NINNIANDRIOLO ROMA PalazzoChiginonvuole farsicondizionareedè decisoadandareavanti con leriformeanchea colpidi fiducia ILRETROSCENA «Non è un test per il governo» Monti sfida il Pdl SIMONECOLLINI ROMA 4 martedì 8, maggio, 2012
ADATENEE PARIGILAPOLITICASI PRESENTACONUNDOPPIO VOLTO.SCONVOLTADA ANNI DI PESANTIRESTRIZIONI, e tormentata per gli altri inverni ancora da vivere nel segno della triste emergenza, Atene vede saltare antichi equilibri politici. E si risveglia dopo il voto con il demoniaco fenomeno delle maggioranze negative che tormentò Weimar condannandola al crepuscolo. Ad Atene la politica muore, a Parigi invece risorge. In una Francia che si ritrova in recessione, la politica afferra le inquietudini, che anche lì appaiono profonde (e tali da rigonfiare i voti della destra radicale), e alimenta un grande principio di speranza, affidato alla salutare pratica dell'alternanza. Quante amare lezioni per l'Europa che ha dimenticato in fretta secoli di pensiero politico! Impedendo il referendum sui sacrifici terribili, e quindi trattando Papandreu come un pivello da rimuovere in fretta per la sua amletica inquietudine a operare come un castigatore inflessibile, le sentinelle dell'Europa dell'austerità pensavano di sospendere il bene superfluo delle elezioni. La soluzione tecnica veniva rispolverata con il mandato di rimettere i conti a posto. Spenta la politica però sono saltate le capacità di governo e sono comparse scene quotidiane di saccheggi, violenza. Quando i governi a sovranità limitata operano come una passiva succursale della finanza mondiale, nella società rimasta senza rappresentanza divampano fuochi inarrestabili. Ad Atene affiorano i colossali danni storici che incombono su una nazione che dimentica la funzione civilizzatrice svolta dall'invenzione moderna della politica. Allorché la rappresentazione pubblica dei conflitti è stordita, e sospese sono le alternative esplicite su finalità e su interessi in antitesi, non esiste più neppure una società civile. Si incrocia solo un bellicoso scenario hobbesiano di stato di natura. In Italia i quotidiani più influenti hanno sposato in toto proprio il modello di una de-democratizzazione soffice, che assegna ai tecnici il compito della salvezza e alla politica chiede solo di stare alla larga il più a lungo possibile. Per la Repubblica come per il Corriere della Sera la politica è solo l'arcaica età del bianco e nero mentre i tecnici indicano il luminoso avvenire, così affascinante da rendere eterno. Incredibile. Ammessa pure l'utilità di una fase di decantazione per affrontare una emergenza, che precipita nell'usura definitiva delle antiche maggioranze, bisogna sempre tener presente che l'età del tecnico ha dei limiti congeniti che alla lunga, nel vuoto della politica, approfondiscono il malessere. La grande crisi evoca sempre la politica chiamata a sciogliere i nodi di fondo. Soprattutto le situazioni di emergenza si incancreniscono se i governi non trovano il bandolo della matassa, che è squisitamente politico e mai tecnico. Il consenso sociale è poi una variabile che i tecnici, proprio perché protetti da una corazza di neo-illuminismo non considerano mai in maniera adeguata. E invece la fiducia è rilevante soprattutto nei periodi caldi: questa è la lezione greca, da non dimenticare. Anche nella crisi, la politica rimane la possibilità di mantenere aperta una alternativa. Questo è il senso del voto francese. Pure l'Italia era incamminata verso la grande riscossa etico-politica. Le amministrative e i referendum avevano ben impressi i segnali della svolta. Il senso della responsabilità ha però suggerito di stipulare un opportuno momento di armistizio, che ha anche dato i suoi frutti nell'immediato. La pretesa che la tregua, da occasionale diventi sistemica, è però cieca e propedeutica ad una spettrale parabola di tipo greco. Emergono sempre più dei problemi strutturali che non rinviano a faccende tecniche ma richiedono grandi decisioni in Italia e in Europa. Il ritorno della politica non può essere vissuto come una selvaggia anomalia. Del resto, è il messaggio forte che arriva anche da queste elezioni amministrative: la politica deve ristabilire le condizioni dell'alternanza tra destra e sinistra. Altrimenti il letargo della politica produce solo mostri. Oltre le previsioni i risultati dei 5 stelle che conquistano il loro primo sindaco a Sarego Il candidato di Parma: «Ormai guardano a noi non solo i giovani che stanno su Internet» ANDREACARUGATI Ballottaggio sicuro a Parma, appeso a una manciata di voti a Genova. Il primo sindaco eletto, Roberto Castiglion, un 32enne informatico a Sarego (Vicenza), guarda caso la sede del parlamento della Padania. Percentuali intorno al 15% in un'area vasta che parte dall'epicentro dell'Emilia e si estende in tutto il Nord, dal Veneto alla Lombardia al Piemonte. E poi Toscana e Marche, dove sfiorano un altro ballottaggio a Jesi. «Ci vediamo in Parlamento», gongola Beppe Grillo su Twitter, dopo aver postato una vignetta di Vauro «La metamorfosi», in cui un italiano si risveglia kafkianamente trasformato in un insetto: un grillo, appunto. Eccoli qui i vincitori di queste amministrative 2012, i grillini, e ora sul web, il loro primo e più importante terreno di coltura, gridano: «Non siamo l'antipolitica, siamo una nuova forza politica». Difficile dare loro torto. Un sondaggio Swg li dava come terzo partito, grazie alla prevista debacle della Lega, ma con percentuali sotto il 10. E invece l'onda dei “nerd” grillini ha travolto tutte le aspettative. Nomi sconosciuti fino a poche ore fa, come quello di Federico Pizzarotti, il 39 enne che a Parma sfiora il 20% e va al ballottaggio con il candidato del Pd Vincenzo Bernazzoli. Guarda caso un altro informatico, uno «smanettone», come si dice in Emilia dei ragazzi (anche un po' cresciutelli) che passano la vita al computer e sui social network. Che cosa avete combinato? «Il punto è che i nostri consiglieri regionali qui in Emilia e in Piemonte hanno rinunciato ai rimborsi e si sono tagliati lo stipendio. La gente ha capito che le nostre non sono parole, e questo ci ha dato credibilità». Spiega Pizzarotti: «Qui a Parma la chiave del successo è stato il no all'inceneritore, ci ha aiutato a prendere voti da tutti, non solo dalla sinistra. E non più solo dai giovani che stanno su Internet. Cominciano a guardare a noi anche le persone più grandi...». I numeri lo confermano. Così come anche i dati del Veneto e della Lombardia, dove a macchia di leopardo i grillini drenano voti ai leghisti nelle loro roccaforti, o li sfidano al ballottaggio, come a San Giovanni Lupatoto in provincia di Verona. . A Thiene, sempre nel Vicentino, arrivano al 19%, a Vigonza al 21%, 10,5% a Feltre. A Legnano si prendono il gusto di superare i leghisti con un 14%, a Sesto San Giovanni addirittura li doppiano, a Monza arrivano al 9%, appena due punti sotto il sindaco uscente Lega Marco Mariani, punito oltre ogni aspettativa. Spuntano consiglieri come funghi anche in Piemonte, dai piccoli Comuni ai capoluoghi come Cuneo e Alessandria (11,7%) e in Toscana, con il 13,5% di Carrara. Al sud niente da fare, non si va oltre il 5% scarso di Palermo e Lecce. Ma la piovra grillina succhia anche a sinistra. In Emilia ballottaggi a Comacchio, nel Ferrarese, e a Budrio, paesone a una manciata di chilometri da Bologna che è la vera culla del grillismo, location del primo «Vaffa day» alcuni anni orsono e prima città ad avere un candidato 5 stelle in doppia cifra, il fotografo trentenne Massimo Bugani, lo scorso maggio. A Comacchio, nonostante una recente storiaccia di espulsioni che aveva fatto emergere Grillo come un piccolo despota informatico, i 5 stelle sono il primo partito, con il 22% (il Pd è al 16,5%). Protagonista un ragazzo nato nel 1983, Marco Fabbri, Pdl e Lega praticamente spazzati via. Boom anche a Budrio, dove i grillini soffiano al giovane Pd Giulio Pierini la gioia della vittoria al primo turno, e lo costringono al ballottaggio con Antonio Giacon, che arriva al 20%. I temi sono sempre gli stessi: lotta anticasta, ambiente, programmi che si costruiscono via Internet. «Non abbiamo distrutto noi i partiti: hanno fatto tutto da soli», sorride Giovanni Favia, 31 anni, ma ormai uno dei vecchi del partito-non partito, visto che da ben 2 anni è consigliere regionale in Emilia. «È una giornata storica, non pensavamo che il sogno si avverasse così presto...». Il suo coetaneo, Castiglion, prima fascia tricolore, sciorina il menù del grillismo di governo: «Sarò un dipendente al servizio dei cittadini, tutto sarà trasparente». E aggiunge il mantra qualunquista appreso dal fondatore: «Tutti i candidati della nostra lista non hanno precedenti penali, e non sono mai stati iscritti a nessun partito, quelli dividono solo la gente...». Il guru Grillo riserva a sé le sparate più sgangherate, come quella sulla mafia che «non strangola la gente», a differenza dello Stato. I suoi nerd se li coccola su Twitter, «Grandi grandi, vi ringrazio, godetevi questa felicità». Lascia che loro si presentino come i bravi ragazzi immuni dalla Casta. «Io di Grillo non ho neppure il telefono», sorride Pizzarotti. Poi c'è Paolo Putti, 43 anni, che a Genova, la città del comico, con il suo 14% contende il ballottaggio all'ex Pdl Enrico Musso. Fisico mancato all'università, lunga battaglia contro la bretella autostradale della Gronda, ora sorride: «Comunque vada sarà un successo». Il “collega” di Parma neppure lo conosce: «Ma sono contento per lui, è uno qualunque, come me,..». Una giovane elettrice si reca nella cabina per votare alle amministrative delle comunali di Palermo FOTO DI MIKE PALAZZOTTO/ANSA Grillo esulta: «I partiti si sono dissolti» Seguire la via francese Ma certe élite continuano a spingerci verso la Grecia . . . I temi sono sempre gli stessi: lotta anticasta, ambiente, programmi 2.0 che si costruiscono via Internet IL COMMENTO MICHELEPROSPERO martedì 8, maggio, 2012 3
Maramotti IL PESO PRINCIPALE DI QUESTO COMPITO È SUL-LE SPALLE DEL PD E DEL CENTROSINISTRA PERCHÉSONOLOROCHEMANTENGONO, davanti al disastro dell'altro campo, il credito di fiducia necessario per indicare una via d'uscita. La sconfitta del centrodestra era prevista, ma nessuno avrebbe mai immaginato che sarebbe stata così pesante. Il Pdl paga il fallimento del governo Berlusconi e la responsabilità di aver portato l'Italia sul baratro di una crisi drammatica. Lo smottamento dell'insediamento sociale del berlusconismo è vasto: dalle città del Nord al cuore della Sicilia, gli elettori hanno trasformato quello che era il primo partito italiano quasi in una forza minore, che manca moltissimi ballottaggi. Il principale imputato di questo disastro politico, in queste ore rifugiato a Mosca, non riuscirà a riattaccare i cocci di un partito costruito attorno alle sue fortune e alla sua persona e che già si prepara alla resa dei conti. Finisce ingloriosamente la politica personale e proprietaria, il leaderismo esasperato e selvaggio e un bipolarismo muscolare, con cui si è costruita la Seconda Repubblica. E cade, con questo castello di illusioni demagogiche, anche il partito del Nord che alla stella di Berlusconi aveva affidato completamente il suo cammino. Si salva il sindaco di Verona Tosi, ma Bossi esce di scena trascinandosi dietro tutta la retorica padana e il celodurismo con cui aveva costruito i miti per gli "spiriti animali" della rivolta contro Roma ladrona. Si chiude un ventennio, insomma. E si chiude tra le macerie. Il contraltare di questo sgretolamento politico ha il volto barbuto di Beppe Grillo che riesce a raccogliere la furia della «protesta anticasta»: un fiume carsico dentro il quale galleggiano, in modo contraddittorio, istinti diversi con i quali si dovrà fare i conti. Perché oltre al populismo e alla feroce antipolitica (tutti sono uguali, tutti rubano alla stessa maniera), all'odio antieuropeo e alla spinta distruttiva del sistema democratico, tra gli elettori del comico c'è anche chi, pur in modo sgangherato e primitivo, esprime una voglia di rinnovamento politico. Una domanda che finora ha trovato sponda in un'offerta politica sbagliata e pericolosa. Per questo il voto clamoroso dei «grillini» non va sottovalutato. Perché può diventare da qui al 2013 un ulteriore elemento destabilizzante e corrosivo. Che unito all'area dell'astensionismo, oggi più larga, aumenta le incognite sul futuro del Paese. Dal voto esce, quindi, un'Italia che è davanti al bivio: perdersi nella confusione dell'instabilità o riuscire a costruire le condizioni della «normalità democratica» e a scrivere un'altra storia. Il centrosinistra, come abbiamo detto, resta in piedi come l'unica alternativa. Il Pd è il robusto perno centrale e ha ora tutta la responsabilità nazionale di portare il Paese fuori da questa insidiosa palude. Deve saperlo fare con coraggio e apertura lavorando su due fronti: il rapporto con il governo Monti e la costruzione del «dopo». Non c'è dubbio che le tensioni del Pdl si scaricheranno sull'esecutivo, Alfano ha già dato i primi segnali. Nella fase movimentata che si aprirà i democratici devono saper imporre una svolta di equità nelle politiche economiche. È il momento che Monti faccia squadra con Parigi e sappia cogliere la novità che la vittoria di Hollande porterà in Europa: l'opportunità della crescita e delle politiche sociali piuttosto che l'obbligo del rigore. Il sostegno al premier ha, quindi, bisogno di un'iniezione di cambiamento che rafforzi in modo visibile la natura politica del governo tecnico. Non ci sono altre strade. Ma l'Italia può farcela solo se apre il cantiere del dopo, se oltre la fase di emergenza si offre una credibile opzione alternativa. C'è bisogno di voltare pagina, c'è bisogno che siano chiare le differenze tra destra e sinistra. E che la sinistra, i progressisti, prendano in mano un Paese scosso e gli indichino le coordinate del nuovo viaggio: ricostruzione democratica, uguaglianza, centralità del lavoro e dello sviluppo. È un tempo difficile, che rischia di peggiorare. L'agguato compiuto contro l'amministratore dell'Ansaldo ieri a Genova apre inquietanti scenari che ricordano i giorni bui degli anni di piombo. Nella tempesta, per salvarsi serve un appiglio solido. Chi ha ricevuto con il voto questo ruolo deve prepararsi a svolgerlo con grande senso nazionale. Perché attorno, per ora, ci sono solo macerie. Paolo Guerrieri SEGUEDALLAPRIMA L'editoriale L'unica via d'uscita dopo il terremoto PRIMA DI PERDERE SCUDETTO E AMMINI-STRATIVE, HA RIVELATO, IN ESCLUSIVA PER GENTE, DI NON PENSARE AL QUIRINALE. NONSOPERVOI,MAPERMELANOTIZIAÈSTATA PARECCHIO SORPRENDENTE. E NON UNA, MADUEVOLTE:LAPRIMA,PERLASCELTADIUN ROTOCALCO(COMESIERASOLITIDIREAITEMPI IN CUI GENTE FUROREGGIAVA) PER FAMIGLIE, MA NON DI FAMIGLIA, PER IL SUDDETTO ANNUNCIOEPOCALE . Come si spiega, tale anomala opzione editoriale? Forse Chi era troppo preso dal proprio restyling ideologico, all'insegna di una sobrietà così irresistibilmente trendy, per allestire un set d'epoca rituffandosi nel vecchio glamour arcoriano, così irrimediabilmente (?) out. O magari il direttore Signorini che - come si è potuto ampiamente constatare in un'illuminante intercettazione telefonica fra lui e la mancata nipotina di Mubarak unisce ad una riconosciuta professionalità pubblica di intervistatore lieve e spudorato un'insospettata maestria privata di suggeritore grave e timorato, invece che formulare domande spensierate al fu Premier, ha preferito confezionargli risposte ispirate da fornire alla concorrenza. Nello specifico, formato rivista patinata specializzata in regnanti più o meno decaduti. La seconda occasione, più che di pura sorpresa, di sconcertato stupore, di meravigliato sgomento, per lo scoop realizzato da Gente, si deve proprio alle parole solennemente pronunciate dal già Unto: Lui, ha comunicato alle genti tramite Gente, non pensa al Quirinale. Dove l'incredulità atterrita prende le forme espressive di una domanda deduttiva: quindi chi Lo ha intervistato, o qualche sottoposto di partito, o qualche fan accanito, o addirittura un'ampia quota di elettorato, riteneva ancora possibile, comprensibile, lecito che Lui aspirasse al Quirinale? Al Cavaliere, prima del viaggio schiva-amministrative dall'amico Vladimir, è toccato smentirlo (come fosse una nobile rinuncia) su un settimanale per famiglie, a causa del fatto che molte famiglie, diversi politici, alcuni quirinalisti, svariati futurologi, e non solo Emilio Fede, davano per probabili, se non auspicabili, la prospettiva del Colle scalato dal cultore del bunga bunga nel sotterraneo della Villa di Arcore, lo scenario del beniamino delle olgettine che – invece delle “cene eleganti” cucinate da Lele Mora – presiede il Csm, il quadretto istituzionale del Papi della Patria Silvio scortato dai Corazzieri, dopo i Padri della Patria Napolitano, Ciampi e Scalfaro? Facciamo mente locale: Lui, il potenziale Presidente, lo abbiamo ammirato non molti giorni fa, nello scarso splendore di una ripresa via cellulare nel Palazzo di Giustizia di Milano: trucco pesante, lifting cascante, distingueva con indiscutibile autorevolezza fra costumi da poliziotta, da infermiera, da Babbo Natale e tuniche arabe (non da suore, per carità!) ricevute in dono dall'amico Gheddafi. Lo abbiamo ascoltato, poi, nel nitore audio di un concitato dialogo telefonico con la Sua igienista dentale preferita: adoperava l'espressione “fuori dalle grinfie dei pm”, da malavitoso di basso rango. Ecco: se risulta tuttora concepibile che uno così possa diventare la prima carica dello Stato, giacché di norma si smentiscono notizie almeno attendibili, ce ne vuole ancora, prima che l'Italia ritorni un paese normale. www.enzocosta.net enzo@enzocosta.net È TUTTAVIA EVIDENTE CHE SI È CHIUSA UNAFASE, QUELLA DELL'AUSTERITÀ FISCALE FINEASESTESSA,CHEERASTATAISPIRATAEGESTITADALDUOMERKOZY.Un'esperienza fallimentare, non vi sono dubbi. La situazione economica dell'Europa, in effetti, resta grave perché la crisi dell'euro, ad oltre due anni dal suo inizio, è ben lontana dall'essere sotto controllo. I Paesi periferici dell'euro, tra cui il nostro, continuano a soffrire per uno stock eccessivo di debiti da smaltire e per squilibri competitivi persistenti che comportano seri rischi di solvibilità per gli stessi Paesi e per i loro titoli sovrani. Nel mentre le politiche di austerità adottate fin qui ci stanno conducendo in un vicolo cieco, contribuendo ad approfondire la recessione dei paesi più indebitati e sempre più insostenibile il peso dei loro debiti. La storia, raccontata per qualche tempo, sulle virtù espansive delle politiche di austerità ha trovato una secca smentita nella prolungata fase recessiva che sta interessando molti paesi della zona euro. Una recessione che in assenza di interventi è destinata a prolungarsi anche nel prossimo anno. È soprattutto la Spagna a rappresentare oggi l'epicentro di questo fallimento delle politiche economiche europee. Il suo sistema bancario è vicino al collasso e unitamente all'intensa fase recessiva in corso renderà prima o poi indispensabile un intervento di salvataggio europeo, con tutti i rischi di contagio che potranno derivarne per gli altri paesi periferici più indebitati, tra cui il nostro. In questa prospettiva, davvero poco rassicurante, l'elezione di Francois Hollande alla Presidenza della Repubblica francese è destinata a riaprire il menù di scelte della politica economica europea. Già sulla base dei risultati del primo turno delle elezioni presidenziali, si era ricominciato in queste ultime due settimane a parlare in Europa della necessità di misure di rilancio della crescita, per ripristinare quel binomio fatto di rigore e espansione del tutto dimenticato in questi ultimi due anni. I progetti presentati sono stati molti, della specie più varia (investimenti infrastrutturali, stability bond, golden rule, bilancio Ue), non certo nuovi a dire la verità, ma alcuni in grado di offrire delle vie di uscita al vicolo cieco in cui si dibatte nella fase attuale l'area euro. Il problema è che su tali proposte non c'è accordo tra i Paesi europei. E le maggiori resistenze provengono proprio dal governo tedesco. Ora, il voto francese potrebbe aiutare a sbloccare proprio questo confronto e trovare un valido compromesso tra le alternative oggi sul tavolo. Non vi è dubbio pertanto che l'appuntamento più importante per Francois Hollande riguarderà il confronto con Angela Merkel. Anche perché dal suo esito dipenderanno anche molte delle possibilità per il Presidente francese di introdurre all'interno della economia francese le misure e i cambiamenti promessi. Si pensi alla riforma fiscale in chiave di maggiore progressività, all'aumento dei minimi salari, agli investimenti nella educazione, alle nuove regole dell'intermediazione finanziaria, Gli scenari possibili di un confronto franco-tedesco sono naturalmente più d'uno. Da un lato, in positivo si può pensare al raggiungimento di un compromesso reale tra le posizioni dei due Paesi, con la ratifica anche da parte della Francia del Fiscal Compact (le nuove regole europee di bilancio) e l'ottenimento in cambio di iniziative importanti per il rilancio della crescita. Quali un pacchetto di consistenti investimenti infrastrutturali a livello europeo finanziati dai project bond, l'utilizzo di fondi struttturali e del bilancio Ue. Prime misure realistiche che avrebbero il merito di stimolare, ad un tempo, la stagnante domanda europea e ristrutturare l'offerta in chiave di maggiore efficienza. Un primo passo, certo, ma in grado di riaprire una finestra di opportunità per la politica economica europea. Per contro, non si può affatto escludere un secondo scenario, assai più negativo, una sorta di stallo del negoziato, che vedrebbe salire rapidamente le tensioni tra i due Paesi: animate ad un tempo da richieste al rialzo di Hollande (rimessa in discussione del trattato fiscale prima della ratifica dei parlamenti) e netta chiusura della Merkel in difesa di un rilancio sostanziale della linea dell'austerità. Sono timori tutt'altro che infondati, se si pensa alle dichiarazioni di qualche giorno fa del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble che si è detto disposto ad offrire al nuovo Presidente solo concessioni marginali, tali da consentirgli di “salvare la faccia” nei confronti del suo elettorato. C'è da scommettere che ad approfittare di un tale esito negativo sarebbero in primo luogo i mercati finanziari e la speculazione dando vita a nuove turbolenze e rialzi dei tassi di interesse. Il cambiamento in Francia e in Europa è dunque difficile ma in qualche modo indispensabile. Anche e soprattutto per la nostra economia che vive una fase irta di difficoltà e dominata dalla recessione. Un situazione pericolosa che potrebbe degenerare rapidamente verso una vera e propria depressione. Anche l'inizio di un cambiamento nel contesto europeo potrebbe aiutarci a evitare una deriva di questo genere. Di qui l'interesse per il nostro governo e il nostro Paese a lavorare nelle prossime settimane e mesi perché dal confronto franco-tedesco possa derivare un progetto di rilancio credibile per l'intera area economica europea. Eppureerapremier Silvio, la rinuncia dopo le sconfitte Enzo Costa Giornalista COMUNITÀ L'analisi La nuova partita dell'Unione europea . . . Molti davano per probabile la prospettiva del Colle scalato dal cultore del bunga bunga SEGUEDALLAPRIMA Pietro Spataro martedì 8, maggio, 2012 17
CaraUnità ViaOstiense,131/L_0154_Romalettere@unita.it Da vecchio cronista de “l'Unità” edizione piemontese (sono entrato a lavorare al giornale, il 24 giugno 1950, quando era direttore Mario Montagnara) ho apprezzato molto la nuova veste del nostro mitico quotidiano. Complimenti. DIEGONOVELLI ............... Quello che a me è sempre piaciuto di più de l'Unità è il nome perché la mancanza di unità è stato sempre il grande problema della sinistra, in Italia e nel mondo, e perché l'intuizione gramsciana sul valore fondante dell'unità (L'unità) dovrebbe essere la base di ogni ragionamento politico capace di guardare, da uomini e donne di sinistra, al futuro. Sapendo che l'unità (l'Unità) è importante se viene trovata da persone che possono permettersi di partire da principi diversi: come accadde al tempo della Resistenza e come è appena accaduto forse, in Francia, di fronte alla violenza di una crisi governata male dal liberismo dominante in Europa. Lavorare insieme non chiede di appartenere ad una setta, quelli di cui c'è bisogno sono dei punti di programma condivisi da persone accomunate soprattutto dal desiderio di costruire qualcosa di buono e di giusto. Alleandosi con le persone di cui si ha rispetto e stima e trovando con loro l'unità di intenti necessaria per agire. Nella direzione, oggi, della solidarietà e dell'equità. Su linee che sono quelle su cui l'Unità, questo nostro giornale, si è impegnata da sempre. Dialoghi Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta Ungiornale per tutti La nuova Unità è molto bella e facilmente leggibile e... sfogliabile. Un giornale che mi fa compagnia da quasi sessant'anni e che si distingue sempre da tutti gli altri, specialmente in questo momento, per non aderire acriticamente a luoghi comuni come "casta", "partiti", "politici", tutti accomunati in un unico calderone di escrementi, corruzione, ignoranza ecc., senza distinzione tra persone squallide e persone pulite e intelligenti. Ora la mia speranza sarebbe che almeno gli iscritti e gli elettori del Pd, ma anche di Sel e i vari amici e compagni si sentissero impegnati a sostenerlo come giornale progressista, di sinistra aperta, che non casca nelle mode e nei luoghi comuni che ci affliggono anche a sinistra. Auguri, auguri, auguri. AlbertoCampagnano LanuovaUnità Ho notato la nuova veste grafica. Mi piace, molto! Compriamolo questo bel giornale, chi scrive è stato un dirigente Democristiano per lunghissimi anni in Campania da anni non faccio più politica perché ho sempre inteso la politica come servizio, e non come arricchimento proprio quindi mi dedico solo al mio lavoro! Continuate sempre a raccontare la verità. auguri di lunga vita editoriale! GuidoStompanato Lacomproda sempre Da quando avevo 14 anni ed ero allievo della Scuola centrale allievi Fiat compro l'Unità tutti i giorni in edicola. Ho visto con piacere che si è tornati al formato normale (il giornaletto proprio non mi piaceva). Ma al di fuori dell'aspetto formale l'Unità deve essere un giornale senza boutades e cuna voce autorevole e libera che parli di lavoro e di lavoratori però con un occhio alla cultura e alle sue espressioni. Meno leggerezza nella comunicazione politica ed economica, meno luoghi comuni e frasi fatte. Prendere esempio da Hollande. Da un punto di vista organizzativo l'Unità dovrebbe rivolgere un appello alle migliaia di amministratori locali del Pd perché si abbonino in modo permanente e sostengano il giornale. Dalle loro tasche deve spuntare non la fascetta del «24 ore» ma quella del giornale dei lavoratori fondato da Antonio Gramsci nel 1924 che oggi ha aggiunto nel titolo, come migliaia di torinesi hanno fatto esponendo alla finestra nel 150˚ anniversario dell'Unità d'Italia, il tricolore della Nazione. AlessandroNovellini (ANNI 80, TORINO) Bentornati Bentornati (... ora sì ogni giorno sarete il mio giornale... ). CarloRidolfi (VIGODARZERE, PD) Veramentebenfatto Sinceri complimenti per il nuovo giornale. È veramente ben fatto. Un grande in bocca al lupo, VincenzoVita Misura,eleganza, allegria Ho molto apprezzato la nuova "Unità" che oggi ci avete regalato. E l'ho apprezzata fin dalla prima pagina, ariosa e beneaugurante. Finalmente una buona notizia, e data nel modo giusto: misura, eleganza, e anche un po' di allegria. E quindi, complimenti, auguri e buon lavoro a voi tutti. FernandoLiuzzi Arrivate in ungiorno simbolo Caro direttore, cara Unità tutta, Auguri affettuosi per il nuovo battesimo. L'abito è bello e dà lustro a un giornale dal "cuore intelligente", che scruta i diritti, l'etica pubblica e alimenta cultura e spirito critico. La nuova veste arriva in una giornata con un voto che vale il futuro, simbolica per immaginare un'Europa più giusta e un'alternativa per il Paese. Quindi in bocca a lupo e grazie a l'Unità e a tutti coloro che la costruiscono ogni giorno. BarbaraPollastrini Laprendo Se non leggo l'Unità la mattina mi prende la crisi d'astinenza, quindi non c'è pericolo che smetta di comprarla... MarcoDeRossi Complimenti Complimenti, la nuova Unità è davvero impaginata bene. AlbertoDini Dinamicaebella Ma com'è bella!! Con questo nuovo stile dinamico e semplice. JacopoRizzi E con la vittoria inFrancia... Bellissima l'Unità nuovo formato e con la prima pagina della vittoria dei socialisti d'oltralpe, si inizia davvero bene! NiccolòBattistini Mi piace Finalmente sono tornato a comprare il giornale grande. Mi piace. AntoninoSurace Sonocontento Sono proprio contento. L'Unità è sempre stato il mio giornale. Adesso, non so perché, mi sembra più mio. Bene la scelta di tornare al formato grande, bene anche la scelta di dividere il giornale in due parti. Ottima la seconda parte, belle le foto e soprattutto, i contenuti. Sicuramente il quotidiano fondato da Antonio Gramsci avrà successo anche in edicola. La forma non è tutto, ma conta. E certe volte anche tanto. Complimenti ancora. AlessandraOrlandi Siamoal vostro fianco Eccoci qui. L'Unità si rilancia con una nuova veste grafica e noi lettori le siamo a fianco. Forza, forza, forza, che noi siamo dalla vostra parte. Il nuovo giornale piace, ho sentito giudizi positivi dappertutto. Complimenti e tanti auguri. AlfredoMorini Portaanchefortuna La grande Unità torna grande? Ci troverà in edicola. Il giornale mi piace, l'Unità sarà la compagna delle nostre lotte come sempre è stato nel corso degli anni. Anche di quelli difficili. E poi, porta fortuna, come dimostra il rilancio del quotidiano fondato da Antonio Gramsci in coincidenza con la vittoria di Hollande in Francia. Tanti, tanti auguri MariaZucchi Chefelicità Ho visto i manifesti alla stazione, mi è arrivato un sms... Che felicità. Non siamo soli. La notizia che l'Unità si fa grande è stata un'iniezione di fiducia e di ottimismo. Bravi, continuate così. RenataD'Ambrosio Presenzaquotidiana Leggo l'Unità da quando ero bambino (la portava mio padre operaio). L'Unità è sempre stata di famiglia in casa mia. la nuova veste grafica, il nuovo formato sono incentivi all'acquisto. Io la comprerò sempre. Per noi l'Unità continuerà ad essere una presenza quotidiana. MarioTedeschi Dallapartedei lavoratori Dalla clandestinità, alle lotte operaie degli anni cinquanta l'Unità è sempre stata dalla parte dei lavoratori. Adesso si sta rilanciando? Non le faremo mancare il sostegno necessario. FrancescaFilippi Ladiffonderò Bella, bella. Il formato mi piace, belle le foto e i contenuti. Continuate così, sono convinto che l'Unità avrà un grande successo anche in edicola. Io tornerò a diffonderlo come i vecchi tempi. la domenica ne comprerò due. Una per me, l'altra la regalerò. NinoCausi Inedicola Arrivano finalmente buone notizie. Hollande vince in Francia, il centrosinistra si rafforza in Italia. E poi c'è l'Unità. Torna grande, noi ci faremo sentire. Anche in edicola. FrancescoRocchi PARTIAMODAUNDATODINATURACRIMINALE:NELLAMO-BILITAZIONE ANTI-ROM DI DUE GIORNI FA A PESCARA HA SVOLTO UN RUOLO DETERMINANTE UN SETTORE DEL TIFO ORGANIZZATO DELLA LOCALE SQUADRA DI CALCIO. Esattamente quanto era accaduto cinque mesi fa a Torino, in occasione di una manifestazione simile. È un elemento di cui tener conto se si vuole cominciare ad analizzare ciò che possiamo definire “il football come patologia”. Il presidente di una squadra di buon livello (zona Europa League, per intenderci) mi ha raccontato quanto può accade negli spogliatoi, tra un tempo e l'altro della partita. Condizioni parossistiche e stati semi-patologici; e, poi, crisi di pianto irrefrenabile e diffuse pulsioni aggressive. Va da sé: è possibile che il quadro venga intenzionalmente drammatizzato e che tutto ciò si riferisca a rarissime circostanze. E tuttavia troppi segnali ci dicono che il sistema del calcio non solo è sull'orlo di una crisi di nervi, ma appare come una sorta di ambiente borderliner. Ovvero una istituzione altamente nevrotizzata, vittima di uno stato clinico persistente. In questa situazione, ovviamente, la gran parte dell'opinione pubblica si è schierata con Delio Rossi, persona seria e matura. Ma il suo gesto, proprio perché l'autore è uomo saggio, risulta essere la manifestazione ultima di quel processo di impazzimento che sembra covare nelle viscere del calcio. Come spiegarsi altrimenti mille episodi non spiegabili? E come interpretare, per esempio, quei subitanei rovesciamenti di risultato tra il primo e secondo tempo? Certo, se escludiamo per un attimo le operazioni illecite, resta la definizione suprema coniata da Gianni Brera: se il calcio è «mistero senza fine bello» esso si accompagna sempre alla sorpresa e al ribaltamento delle attese. Ma questo non basta a spiegare il comportamento ciclotimico di singoli giocatori e di intere squadre, la loro spaventosa fragilità, la loro incondizionata dipendenza da eventi minimi così come da pressioni insostenibili. La subalternità psicologica dei giocatori del Genoa all'intimidazione di un gruppo di manigoldi è l'espressione più evidente, addirittura plastica, di un carattere se si può dire collettivo (sommatoria, cioè, di molti caratteri) decisamente infantile. Solo una condizione protratta di immaturità psicologica può spiegare quella codardia condivisa: e può spiegare le cadute verticali di tensione, l'improvviso abbattimento dopo l'esaltazione, la prostrazione del secondo tempo dopo l'euforia del primo. Insomma, è legittimo ipotizzare che circa un 20% dei quattrocento/cinquecento giocatori di serie A sia costituito da psicolabili. Sia chiaro: qui come per qualunque altra categoria, ogni generalizzazione è sbagliata, ma le principali tendenze del fenomeno sembrano chiare. Si consideri un'altra situazione: tutti conosciamo quei giocatori, spesso geniali, ritenuti caratterialmente difficili. Ebbene, queste persone, inserite da anni (e dall'adolescenza) in comunità integrate, come sono le squadre di calcio, non hanno modificato sostanzialmente il proprio atteggiamento, riproducendo all'infinito una carica di violenza che sembra incontenibile. Ma, in qualunque altro ambiente o sistema, sarebbero scattati meccanismi di controllo e di mediazione capaci di contenere e disciplinare quella predisposizione all'aggressività. Così non avviene nel calcio. Non c'è spazio, qui, per analizzare tutte le cause di ciò. Basti dire che emerge nitidamente un profondo scarto tra la funzione pubblica e il ruolo sociale dei giocatori e la loro personalità: quest'ultima risulta, in genere, inadeguata alla responsabilità che funzione e ruolo pretendono. In altre parole, è come se si registrasse una sorta di “insufficienza toracica” (psicologica) dei calciatori rispetto allo spazio occupato nella società e alle risorse (economiche e simboliche, di relazione e di immagine) di cui dispongono. Insomma, prima del crack finanziario, per altro minacciato, è possibile che si registri qualcosa di simile a uno stress collettivo. Uno stato depressivo acuto, di cui questo loffio campionato è solo la spia più vistosa. (Il campionato appena conclusosi resta loffio anche se a vincerlo è stata, meritatamente, la Juventus. Ah, a proposito, indovinate per chi fa il tifo l'autore di questo articolo). COMUNITÀ Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 22.45 La tiratura del 7 maggio 2012 è stata di 156.177 copie L'importanza di chiamarsi l'Unità Luigi Manconi Sociologo L'analisi La patologia del football di casa nostra . . . La Serie A appare come un'istituzione altamente nevrotizzata, vittima di uno stato clinico persistente 18 martedì 8, maggio, 2012
IN ITALIA ANCORA NON SAPPIAMO,MA IN FRANCIA E IN GRECIA I SONDAGGI SONO STATI RISPETTATI. Tanto che, viste dal punto di vista della tv, in quei Paesi le elezioni vere e proprie sembra quasi che siano state inutili; un semplice inverarsi delle previsioni fatte dai soliti noti della compagnia dei talk show. Soprattutto per quanto riguarda l'amata infelicissima Grecia, dove, oltre che inutili, le elezioni sono state anche una sorta di prova generale che probabilmente sarà necessario ripetere. In Francia no, in Francia il risultato è definitivo e grandioso come nelle nostre speranze e forse, in parte, anche nelle speranze dei greci. Erano ancora aperte le urne e già Sarkozy rinunciava ai festeggiamenti, mentre il socialista Hollande già parlava da presidente all'intera Europa, dal palco del comune di cui era stato sindaco, tra un tripudio di bandiere rosse che da noi neanche una manifestazione della Fiom. E va riconosciuto che pure il discorso di Sarkozy, stavolta, ci è sembrato abbastanza nobile. Sarà che quelli come lui ci piacciono solo come perdenti, oppure che la destra nostrana non è brava neanche a perdere. Basta pensare a quanto ha dichiarato ieri mattina ad Agorà Sallusti, annunciando al mondo attonito che in Francia ha vinto la destra, in quanto Sarko, con i voti di Marie Le Pen avrebbe vinto. Giusto. Peccato che la politica e la matematica non siano proprio la stessa cosa e, del resto, neanche nella matematica si possono sommare le mele con le pere. A meno che i conti non si facciano alla cassa, comprando questo e quello, come ha fatto in Italia Berlusconi con politici e giornalisti di tutte le provenienze. Tra i quali molti cosiddetti socialisti, che si sono concessi di tifare Hollande un po' per stare dalla parte del vincitore e un po' per vendetta nei confronti di Sarkozy, cui non possono proprio perdonare di aver ridacchiato del loro leader minimo. TV Cosaci insegna il voto francese? Chenonvanno sommate meleepere 06.45 Unomattina. Rubrica 11.00 TG1. Informazione 11.05 Occhio alla spesa. Rubrica 12.00 La prova del cuoco. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.00 TG1 - Economia. Informazione 14.01 Tg1 Focus. Rubrica 14.10 Verdetto Finale. Show. 15.15 La vita in diretta. Rubrica 16.50 TG Parlamento. Informazione 17.00 TG1. Informazione 17.10 Che tempo fa. Informazione 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Qui Radio Londra. Attualita' 20.35 Aari tuoi. Show. Conduce Max Giusti. 21.10 Atelier Fontana Le sorelle della moda. Fiction 23.30 Porta a Porta. Talk Show. Conduce Bruno Vespa. 01.05 TG 1 - NOTTE. Informazione Tg1 Focus. Informazione 01.35 Che tempo fa. Informazione 01.40 Qui Radio Londra. Attualita' 01.45 Sottovoce. Talk Show. Conduce Gigi Marzullo. 06.30 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 09.30 Zorro. Serie TV 09.55 Le nuove avventure di Braccio di Ferro. Cartoni Animati 10.00 Tg2 Insieme - Speciale Elezioni Amministrative 2012. Rubrica 11.00 I Fatti Vostri. Show. 13.00 Tg 2. Informazione 13.30 Tg2 - Costume e Società. Rubrica 13.50 Medicina 33. Rubrica 14.00 Italia sul Due. Talk Show. 16.15 La signora del West. Serie TV 17.00 Private Practice. Serie TV 17.50 Rai TG Sport. Informazione 18.15 Tg2. Informazione 18.45 Ghost Whisperer. Serie TV 19.35 Squadra Speciale Cobra 11. Serie TV 20.25 Estrazioni del Lotto. 20.30 Tg2. Informazione 21.05 Ritratti Musicali - Ligabue. Rubrica 23.10 Tg2. Informazione 23.15 TG 2 Punto di Vista. Attualita' 23.25 Numeri. Rubrica 00.10 Rai 150 anni. La Storia siamo noi. Documentario 01.05 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 01.20 A proposito di Brian. Serie TV 08.00 Agorà. Talk Show. 10.05 Rai 150 anni. La Storia siamo noi. Documentario 11.00 Apprescindere. Talk Show. 11.10 TG3 Minuti. Informazione 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. Informazione 12.25 Le storie. Talk Show. 12.50 Geo & Geo. Rubrica 13.10 La strada per la felicita'. Soap Opera 14.00 TG Regione. Informazione 14.20 TG3. Informazione 14.50 TGR Leonardo. Informazione 15.05 TGR Piazza Aari. Informazione 15.10 Ciclismo: 95° Giro d'Italia Speciale Processo. Sport 16.05 Cose dell'altro Geo. Rubrica 17.40 Geo & Geo. Rubrica 19.00 TG3. Informazione 19.30 TG Regione. Informazione 20.00 Blob. Rubrica 20.10 Le storie. Talk Show. 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 Ballarò. Attualita' 23.15 Volo in diretta. Rubrica 00.00 TG 3 Linea notte. Informazione 00.10 TG3 Regione. Informazione 01.05 Rai Educational Conversazioni di Teatro - Questa è la mia vita. Documentario 01.35 Prima della Prima. Evento 02.05 Fuori Orario. Cose (mai) viste. Rubrica 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.40 La telefonata di Belpietro. Rubrica 08.50 Mattino cinque. Show. 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.39 Meteo 5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.45 Uomini e Donne. Talk Show. 16.05 Amici. Talent Show 16.45 Pomeriggio cinque. Talk Show. Conduce Barbara D'Urso. 18.45 Il Braccio e la Mente. Gioco a quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.31 Striscia la notizia - La Voce della contingenza. Show. Conduce Ficarra, Picone. 21.10 Dr House - Medical division. Serie TV Con Hugh Laurie, Lisa Edelstein, Robert Sean Leonard. 22.10 Dr House - Medical division. Serie TV Con Hugh Laurie, Lisa Edelstein, Robert Sean Leonard. 23.15 Matrix. Talk Show. Conduce Alessio Vinci. 01.30 Tg5 - Notte. Informazione 01.59 Meteo 5. Informazione 07.22 Come eravamo. Show 07.25 Nash Bridges I. Serie TV 08.20 Hunter. Serie TV 09.40 Carabinieri. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Detective in corsia. Serie TV 13.00 La signora in giallo. Serie TV 14.05 Sessione pomeridiana : il tribunale di forum. Rubrica 15.10 Flikken coppia in giallo. Serie TV 16.15 My Life - Segreti e passioni. Soap Opera 17.00 Rancho notorius. Film Western. (1952) Regia di Fritz Lang. Con Marlene Dietrich 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.30 Walker Texas ranger. Serie TV 21.10 L'eliminatore. Film Azione. (1996) Regia di Chuck Russell. Con A. Schwarzenegger, James Caan, James Coburn. 23.40 I Bellissimi di Rete 4. Show. 23.45 Insider - Dietro la verità. Film Drammatico. (1999) Regia di Micheal Mann. Con Al Pacino, Russel Crowe, Christopher Plummer, Diane Venora. 01.29 Tg4 - Night news. Informazione 06.50 Cartoni animati 08.40 Settimo cielo. Serie TV 10.35 Ugly Betty. Serie TV 12.25 Studio aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 I Simpson. Cartoni Animati 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 Dragon ball. Cartoni Animati 15.00 Camera Cafè ristretto. Sit Com 15.10 Camera Cafè. Sit Com 15.45 Chuck. Serie TV 16.30 Chuck. Serie TV 17.20 La Vita secondo Jim. Serie TV 17.45 Trasformat. Show. 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.25 C.S.I. Miami. Serie TV 20.20 C.S.I. Miami. Serie TV 21.10 Colorado presenta: Sto Classico! Show. Conduce Paolo Runi. 23.30 Californication. Serie TV Con David Duchovny, Natascha McElhone, Madeleine Martin, Madeline Zima. 00.00 Californication. Serie TV 00.50 Paura e delirio a Las Vegas. Film Grottesco. (1999) Regia di Terry Gilliam. Con Johnny Depp 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. 11.10 L'aria che tira. Talk Show. 12.30 I menù di Benedetta Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Niente in comune. Film Commedia. (1986) Regia di Garry Marshall. Con Tom Hanks, Jackie Gleason, Eva Marie Saint. 15.55 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 17.55 I menù di Benedetta. Rubrica 18.50 G' Day alle 7 su La7. Attualita' 19.25 G' Day. Attualita' 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Otto e mezzo. Rubrica 21.10 S.O.S. Tata. Reality Show. 00.05 The Big C. Serie TV Con Laura Linney, Oliver Platt, John Benjamin Hickey. 00.35 Tg La7. Informazione 00.40 Tg La7 Sport. Informazione 00.45 The Big C. Serie TV Con Laura Linney 01.15 (ah)iPiroso. Talk Show. Conduce Antonello Piroso. 21.10 Philadelphia. Film Drammatico. (1993) Regia di J. Demme. Con T. Hanks D. Washington. 23.20 Nowhere Boy. Film Drammatico. (2009) Regia di S. Taylor-Wood. Con K. Scott Thomas A. Johnson. 01.05 Splice. Film Fantascienza. (2009) Regia di V. Natali. Con A. Brody S. Polley. SKY CINEMA 1HD 21.00 Genitori in trappola. Film Commedia. (1998) Regia di N. Meyers. Con L. Lohan D. Quaid. 23.10 Tre scapoli e un bebè. Film Commedia. (1987) Regia di L. Nimoy. Con T. Selleck S. Guttenberg. 01.00 Get Over It. Film Commedia. (2001) Regia di T. O'Haver. Con K. Dunst B. Foster. 21.00 Vite parallele. Film Commedia. (2010) Regia di N. Fearnley. Con D. Zuniga K. Clements. 22.35 The Hours. Film Drammatico. (2002) Regia di S. Daldry. Con N. Kidman M. Streep. 00.35 L'uomo sbagliato. Film Drammatico. (2010) Regia di T. McLoughlin. Con J. Ormond M. Ali. 19.15 Hero Factory. Cartoni Animati 19.40 Bakugan Potenza Mechtanium. Cartoni Animati 20.05 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 20.30 Lo straordinario mondo di Gumball. Cartoni Animati 20.55 Adventure Time. Cartoni Animati 21.20 Takeshi's Castle. Show. 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Marchio di fabbrica. Documentario 19.30 Marchio di fabbrica. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Chi ore di più?. Documentario 21.30 Chi ore di più?. Documentario 22.00 Aare fatto!. Documentario 18.35 Platinissima presenta Good Evening. Show. 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Via Massena. Sit Com 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 Iconoclasts. Reportage 22.30 Deejay chiama Italia - Edizione Serale. Rubrica DEEJAY TV 19.20 MTV News. Informazione 19.30 I Soliti Idioti. Serie TV 20.20 Jersey Shore. Serie TV 21.10 Diario di una Nerd Superstar. Serie TV 21.35 Diario di una Nerd Superstar. Serie TV 22.00 Death Valley. Serie TV MTV RAI 1 21.10: Atelier Fontana - Le sorelle della moda Serie Tv con A. Mastronardi La storia delle tre sorelle di Parma. 21. 05: Ritratti musicali - Ligabue Rubrica con L. Ligabue. Appuntamento in prima serata con uno dei rocker più amati d'Italia. 21.05: Ballarò Attualità con G. Floris. Analisi dell'evolversi della condizione politica ed economica italiana. 21.10: Dr House - Medical division Serie Tv con H. Laurie. Un uomo rispettato viene ricoverato ma vengono alla luce i suoi segreti. 21.10: L'eliminatore Film con A. Schwarzenegger. John Kruger procura nuove identità ai testimoni sotto protezione. 21.10: Colorado presenta: Sto Classico! Show con P. Runi. I classici della cultura in versione ironica. 21.10: S.O.S. Tata Real Tv. Le provvidenziali tate sono pronte a correre in aiuto delle famiglie in difficoltà. RAI 2 RAI 3 CANALE 5 RETE 4 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY FRONTE DELVIDEO MARIANOVELLAOPPO martedì 8, maggio, 2012 25
IL TRIONFO DEL COLLETTIVO. DOPO LO SCUDETTO DEL MILAN SOTTO IL SEGNO DI IBRA E I TRIONFI IN SERIE DELL'INTER, ORCHESTRA CON TANTI SPLENDIDI SOLISTI, ILSUCCESSODELLAJUVERAPPRESENTAUNRITORNO ALPASSATO.Forse non ha torto Conte, quando cita il Verona dei miracoli del 1985: questa Juventus che era reduce da due settimi posti, è risalita dall'inferno al paradiso senza avere in squadra grandissimi campioni, ad eccezione di Buffon e Pirlo (oltre ad un super ormai al capolinea come Del Piero). Il Verona di Bagnoli aveva rilanciato gente come Fanna, Di Gennaro, Galderisi, scartata dalle big, aveva due grandi stranieri come Elkjaer e Briegel, ma sulla carta era inferiore ad almeno tre-quattro squadre. DIFESADI FERRO La Juve dell'anno zero, affidata ad un giovane allenatore dal dna bianconero come Antonio Conte, inseguiva il terzo posto e la qualificazione in Champions, ma a Natale aveva intuito di poter andare oltre. Il tutto pur non avendo un attaccante capace di segnare con continuità, concretizzando la gran mole di gioco prodotta dalla squadra, pur avendo in difesa gli stessi uomini che nella scorsa stagione avevano subito più di 50 reti, venendo additati come inadatti per una grande Juve. Invece la bravura di Conte è stata quella di rivitalizzare Bonucci, di far conoscere una seconda giovinezza a Barzagli e di far diventare finalmente Chiellini un elemento di stazza internazionale, dopo che per anni era stato un'eterna promessa. Buffon, dimenticati problemi (fisici e non solo) accusati nella stagione post Mondiale, è tornato su livelli assoluti, col solo errore contro il Lecce a macchiare un campionato altrimenti perfetto. CENTROCAMPOD'ACCIAIO La Juve può chiudere con il campionato con meno di 20 reti al passivo, cosa che non succedeva dall'epoca del Milan di Capello, che in difesa poteva contare su fenomeni come Maldini, Tassotti e Baresi. Questo grazie anche ad un trio di centrocampo di valore mondiale, anche se a settembre in pochi ci credevano. Pirlo è stato l'uomo in più, scartato dal Milan e arrivato a costo zero, con la sua classe e un'intelligenza tattica sovrumana ha fatto salire di livello i compagni, non a caso Marchisio è finalmente esploso, dopo anni in cui il nuovo Tardelli aveva sempre fallito il salto di qualità, mentre il cileno Vidal, smussati gli angoli relativi ad una eccessiva rudezza, ha saputo abbinare quantità e qualità, oltre a segnare con continuità. Proprio i gol dei centrocampisti hanno fatto la differenza. Ai tre citati in precedenza va aggiunto il ritrovato Simone Pepe, che un anno fa sembrava giocatore inadeguato per una grande squadra. CONTECOMELIPPI Questa Juve che domenica, non perdendo contro l'Atalanta, può diventare la prima squadra in un torneo a venti squadre a chiudere imbattuta, ha avuto nel suo giovane tecnico l'elemento capace di fare la differenza. Lui che era stato il capitano della prima Juve di Lippi, sa come si fa a vincere. Da allenatore, le volte che aveva iniziato e finito un campionato alla guida della stessa squadra, aveva sempre centrato l'obiettivo, prima a Bari e poi a Siena. Serie B, si diceva, ma Conte ha dimostrato di saper vincere anche al piano di sopra, creando una squadra a sua immagine e somiglianza: tosta, dura, ma capace anche di regalare sprazzi di spettacolo. L'integralista del 4-2-4, che i soloni dicevano conoscesse un solo modulo, ha plasmato una Juve diversa ma sempre vincente a seconda dei momenti e delle avversarie. Con il 4-3-3 ha preso la testa del campionato, quando Matri segnava per un breve periodo ha utilizzato anche il 4-4-2 classico, mentre il prodigioso finale e la rimonta sul Milan è avvenuta con il 3-5-2. ILFUTURO Un grande giocatore per reparto, oltre a un top player per l'attacco (in lizza Suarez, Van Persie e Higuain), ecco i consigli per gli acquisti che Conte ha dato all'ad Marotta per costruire una squadra competitiva anche in Champions. Il nuovo Juventus Stadium è stata l'arma in più e in futuro lo sarà in anche finanziariamente, per i ricavi che saprà garantire, al resto ci penserà la proprietà. Forse non è un caso che la Signora sia ridiventata la fidanzata d'Italia quando a guidarla è tornato un Agnelli: il giovane Andrea, sulle orme del nonno Edoardo, di Gianni e di Umberto. Con la speranza di aprire un ciclo vincente. E al diavolo sei gli scudetti sono 28 o 30. COSIMOCITO ROMA Arrivo involataper l'ultimatappadanesedelGiro.L'inglese cadea50metridall'arrivo.Dadomanisi torna in Italia ARRIVO AVREBBE VINTO ANCORA PROBABILMENTE, E INVECE MARK CAVENDISH IL TRAGUARDO DI HORSENS L'HA TAGLIATO A PIEDI, CON LA BICI IN SPALLA E LA MAGLIA A BRANDELLI. Guardando da lontano, steso a pelle di leone ai 50 metri, il suo ex compagno Matthew Goss buttarsi sulla linea davanti a Haedo, Farrar e Demare. Lui, Cav, la volata l'ha iniziata tardi e finita prima degli altri, spazzato via da una follia di Roberto Ferrari. Un taglio assurdo, da sinistra a destra, una deviazione finita dritta sulla ruota anteriore del campione del mondo, una carambola pazzesca e una caduta tremenda e senza conseguenze. Vittoria australiana, rosa ancora, ma con brivido, a Taylor Phinney. Il senso della tappa, l'ultima danese del Giro, è tutto nel finale. Fughe e vento, ma il gruppo è determinato a chiuderla subito la corsa, prima dei trasferimenti va più o meno sempre così. La volata la lancia la Sky ma Cavendish la prende troppo indietro. È un tutti contro tutti, con Renshaw nei panni della lepre. Goss approccia bene gli ultimi cento metri, in testa e nettamente. Cavendish esplode un attimo troppo tardi ma è in fortissima rimonta quando Ferrari, velocista dell'Androni, lascia la transenna di sinistra e si butta al centro, prendendo tutto quello che trova sulla sua strada, compreso il campione del mondo che improvvisamente si accascia sull'asfalto ed è calpestato e travolto da altri corridori. Cadono in venti, tra loro c'è anche Phinney, che stenta a rialzarsi, è dolorante a un piede ma lo stesso si rimette in sesto, taglia il traguardo e poi va sul podio a vestirsi ancora di rosa. Cavendish insolitamente non sbraita, sarà la felicità di non sentire dolore, di sentirsi tutto intero, arriva sul traguardo lacero ma sorridente, non va a cercare Ferrari, non è più il Cavendish litigioso e velenoso di un tempo. La spiegazione dell'italiano: «Quando è partito Farrar sono partito anch'io, ero sulla mia traiettoria, Cavendish forse mi si è agganciato dietro, ma quando uno parte non pensa a cosa può succedergli alle spalle». Deviazione nettissima, invece e retrocessione all'ultimo posto del gruppo. Prima vittoria stagionale per Goss, seconda in carriera al Giro per il 25enne australiano, vincitore a sorpresa della Sanremo 2011 e argento al Mondiale di Copenaghen dietro Cavendish, di cui è stato compagno di squadra fino allo scorso anno. Prima vittoria di sempre nella Corsa rosa per una squadra australiana, la GreenEdge. Ci teneva tantissimo ieri Tyler Farrar, l'americano della Garmin, miglior amico in corsa di Wouter Weylandt, il belga morto un anno fa nella discesa del Bracco. Tappa dedicata a lui, con la Radioshack raccolta in preghiera a inizio corsa, musiche e grande commozione. Oggi riposo, si riparte da Verona con la cronosquadre. 1 Matthew Goss Aus-Green Edge 4h30'53'' 2 J. Josè Haedo Arg-Saxo Bank s. t. 3 Tyler Farrar Usa-Garmin s. t. 4 Arnaud Demare Fra-FDJ Bigmat s. t. 5 Mark Renshaw Australia-Rabobank s. t. 6 Thor Hushovd Norvegia-Bmc s. t. 7 Alexander Kristoff Fra-FDJ Bigmat s. t. 8 Romain Feillu Fra-Vacansoleil s. t. 9 Fumiyuki Beppu Gia-Green Edge s. t. 10 Andrea Guardini Ita-Farnese s. t. LoscudettoèmeritatoConte è ilvero leader,capacedi cambiaresenzasmarrire il filo Incampo, ibianconeri sonosemprestatipadroni 1 Taylor Phinney Usa-Bmc 9h24'31'' 2 Geraint Thomas Gbr-Sky a 0'09'' 3 Alex Rasmussen Danimarca-Garmin a 0'13'' 4 Manuele Boaro Italia-Team Saxo Bank a 0'15'' 5 Gustav Erik Larsson Svezia-Vacansoleil a 0'22'' 6 Ramunas Navardauskas Lituania-Garmin a 0'22'' 7 Brett Lancaster Australia-Orica a 0'23'' 8 Matthew Gross Aus-Green Edge a 0'24'' 9 Marco Pinotti Italia-Bmc a 0'24'' LeparolediAndrea Agnelli sul tecnico: «AntonioConte è ilnostrocapitano, ilnostrovero condottiero» SPORT CLASSIFICA Juventus Lasquadra Belgioco e identità: è il trionfo diungruppo MASSIMODEMARZI TORINO U: Bagnatodigioia edi spumante, Conte festeggia il suo1˚ scudettoda allenatore C'è l'australianoGoss machepauraperCavendish 26 martedì 8, maggio, 2012
L'ANALISI PAOLO GUERRIERI ILRETROSCENA NINNIANDRIOLO Il Pd solo tra le macerie Intervista a Ayrault: «Cambieremo l'Europa» Anticipato dai sondaggi il crollo del Pdl non rappresenta una sorpresa per Monti che, tuttavia, non potrà trincerarsi dietro le parole fatte filtrare da Palazzo Chigi: «Le amministrative non costituiscono un test per il governo». AP.4 L'EDITORIALE PIETROSPATARO Non sono affatto scontati tempi e modalità con cui il voto francese e nel resto d'Europa arriverà a modificare la politica economica seguita fin qui dall'area euro. SEGUE AP. 17 La nuova partita della Ue Monti resiste «Vado avanti» ILCOMMENTO MICHELEPROSPERO Il Pdl affonda, Alfano rischia Nella Lega si salva solo Tosi SOLDINIP.10 Staino Quasiquasi mi faccio unbunker Verdone:che voglia di nuovo c'è in Italia Trent'anni fa lamorte OggimostraaModena BucciantiniP.20 Inpista unacometa chiamata Villeneuve Lamiavita inunacasa peranziani Amministrative Centrosinistra avanti nella frammentazione. Clamoroso exploit di Grillo A Palermo in testa Orlando, a Genova Doria. Bersani: noi unici rafforzati U: ÈUNTERREMOTO. ILVECCHIOASSET-TO POLITICO DEL PAESE VIENE STRAVOLTO DA UN VOTO CHE DIMEZZA IL PDL, punisce la Lega, apre varchi al populismo di Grillo e lascia in piedi uno solo dei precedenti pilastri: il Pd, che resta l'unico partito ancora in grado di svolgere una funzione nazionale di aggregazione. Ma non c'è da brindare, perché la frantumazione politica del vecchio centrodestra e la spinta protestataria che ne ha quasi preso il posto consegnano alla democrazia un problema enorme: come ricostruire un sistema funzionante ed evitare il rischio di un collasso che può avere esiti incontrollabili in una fase di lacerante crisi economica. SEGUE AP. 17 L'unica via d'uscita Ad Atene e Parigi la politica si presenta con un doppio volto. Sconvolta da anni di pesanti restrizioni, e tormentata per gli altri inverni ancora da vivere, Atene vede saltare antichi equilibri politici. A P.3 Chi vuole la Grecia I valori della solidarietà e dell'uguaglianza sono scritti nella Costituzione europea. Se quei valori vengono meno, di che Europa stiamo parlando? MarioSoares 7maggio2012 Traballa l'austerity di Frau Merkel L'addio di Sarkò: «Lascio la politica» SEBASTIANI P.11 Intervista esclusiva al sindaco di Nantes, consigliere speciale di Hollande e in pole position per l'incarico di primo ministro. «Non intendiamo stravolgere il Fiscal compact ma riteniamo indispensabile integrarlo». E sul tema della crescita: «Sappiamo di poter contare sull'appoggio di molti Paesi a cominciare dall'Italia di Monti». L'austerità? «Porta l'Europa alla marginalità globale, alla recessione e provoca rigetto a livello popolare: su questo punto, il voto della Grecia deve suonare come un campanello d'allarme che nessuno può ignorare». DEGIOVANNANGELI P. 11 Berlusconi è pronto a liquidare il segretario. Ex An schierati sulla linea anti-governo Genova,dirigenteferitoallegambe Nelgiorno delleelezioni torna l'incubo del terrorismo. RobertoAdinolfi, addiAnsaldo Nucleare, colpito dadue personefuggitesu unoscooter. Intervistaa SabinaRossa: «Ho pensato amio padre» P. 8-9 Il voto per i sindaci è una tempesta. Il Pdl è quasi dissolto, manca persino i ballottaggi. Lega dimezzata, si salva solo Tosi che vince a Verona. Grillo incassa un successo record al Nord e sfiderà il candidato del Pd al secondo turno a Parma. In mezzo a queste macerie restano il Pd e il centrosinistra che sono favoriti ai ballottaggi: a Palermo Orlando fa il pieno, a Genova bene Doria. Bersani: il Pd è il solo partito che si rafforza. Monti avverte Alfano: non è un test sul governo. P.2-7 Lamaniadei rifugiper salvarsidall'Apocalisse VerrengiaP.21 Acolloquiocol regista CalcagnoP.20 «Èarrivato ilmomento di rompereuntabù» SereniP. 19 1,20 Anno 89 n. 126Martedì 8 Maggio 2012
32 martedì 8, maggio, 2012
IL TRIONFO DEL COLLETTIVO. DOPO LO SCUDETTO DEL MILAN SOTTO IL SEGNO DI IBRA E I TRIONFI IN SERIE DELL'INTER, ORCHESTRA CON TANTI SPLENDIDI SOLISTI, ILSUCCESSODELLAJUVERAPPRESENTAUNRITORNO ALPASSATO.Forse non ha torto Conte, quando cita il Verona dei miracoli del 1985: questa Juventus che era reduce da due settimi posti, è risalita dall'inferno al paradiso senza avere in squadra grandissimi campioni, ad eccezione di Buffon e Pirlo (oltre ad un super ormai al capolinea come Del Piero). Il Verona di Bagnoli aveva rilanciato gente come Fanna, Di Gennaro, Galderisi, scartata dalle big, aveva due grandi stranieri come Elkjaer e Briegel, ma sulla carta era inferiore ad almeno tre-quattro squadre. DIFESADI FERRO La Juve dell'anno zero, affidata ad un giovane allenatore dal dna bianconero come Antonio Conte, inseguiva il terzo posto e la qualificazione in Champions, ma a Natale aveva intuito di poter andare oltre. Il tutto pur non avendo un attaccante capace di segnare con continuità, concretizzando la gran mole di gioco prodotta dalla squadra, pur avendo in difesa gli stessi uomini che nella scorsa stagione avevano subito più di 50 reti, venendo additati come inadatti per una grande Juve. Invece la bravura di Conte è stata quella di rivitalizzare Bonucci, di far conoscere una seconda giovinezza a Barzagli e di far diventare finalmente Chiellini un elemento di stazza internazionale, dopo che per anni era stato un'eterna promessa. Buffon, dimenticati problemi (fisici e non solo) accusati nella stagione post Mondiale, è tornato su livelli assoluti, col solo errore contro il Lecce a macchiare un campionato altrimenti perfetto. CENTROCAMPOD'ACCIAIO La Juve può chiudere con il campionato con meno di 20 reti al passivo, cosa che non succedeva dall'epoca del Milan di Capello, che in difesa poteva contare su fenomeni come Maldini, Tassotti e Baresi. Questo grazie anche ad un trio di centrocampo di valore mondiale, anche se a settembre in pochi ci credevano. Pirlo è stato l'uomo in più, scartato dal Milan e arrivato a costo zero, con la sua classe e un'intelligenza tattica sovrumana ha fatto salire di livello i compagni, non a caso Marchisio è finalmente esploso, dopo anni in cui il nuovo Tardelli aveva sempre fallito il salto di qualità, mentre il cileno Vidal, smussati gli angoli relativi ad una eccessiva rudezza, ha saputo abbinare quantità e qualità, oltre a segnare con continuità. Proprio i gol dei centrocampisti hanno fatto la differenza. Ai tre citati in precedenza va aggiunto il ritrovato Simone Pepe, che un anno fa sembrava giocatore inadeguato per una grande squadra. CONTECOMELIPPI Questa Juve che domenica, non perdendo contro l'Atalanta, può diventare la prima squadra in un torneo a venti squadre a chiudere imbattuta, ha avuto nel suo giovane tecnico l'elemento capace di fare la differenza. Lui che era stato il capitano della prima Juve di Lippi, sa come si fa a vincere. Da allenatore, le volte che aveva iniziato e finito un campionato alla guida della stessa squadra, aveva sempre centrato l'obiettivo, prima a Bari e poi a Siena. Serie B, si diceva, ma Conte ha dimostrato di saper vincere anche al piano di sopra, creando una squadra a sua immagine e somiglianza: tosta, dura, ma capace anche di regalare sprazzi di spettacolo. L'integralista del 4-2-4, che i soloni dicevano conoscesse un solo modulo, ha plasmato una Juve diversa ma sempre vincente a seconda dei momenti e delle avversarie. Con il 4-3-3 ha preso la testa del campionato, quando Matri segnava per un breve periodo ha utilizzato anche il 4-4-2 classico, mentre il prodigioso finale e la rimonta sul Milan è avvenuta con il 3-5-2. ILFUTURO Un grande giocatore per reparto, oltre a un top player per l'attacco (in lizza Suarez, Van Persie e Higuain), ecco i consigli per gli acquisti che Conte ha dato all'ad Marotta per costruire una squadra competitiva anche in Champions. Il nuovo Juventus Stadium è stata l'arma in più e in futuro lo sarà in anche finanziariamente, per i ricavi che saprà garantire, al resto ci penserà la proprietà. Forse non è un caso che la Signora sia ridiventata la fidanzata d'Italia quando a guidarla è tornato un Agnelli: il giovane Andrea, sulle orme del nonno Edoardo, di Gianni e di Umberto. Con la speranza di aprire un ciclo vincente. E al diavolo sei gli scudetti sono 28 o 30. COSIMOCITO ROMA Arrivo involataper l'ultimatappadanesedelGiro.L'inglese cadea50metridall'arrivo.Dadomanisi torna in Italia ARRIVO AVREBBE VINTO ANCORA PROBABILMENTE, E INVECE MARK CAVENDISH IL TRAGUARDO DI HORSENS L'HA TAGLIATO A PIEDI, CON LA BICI IN SPALLA E LA MAGLIA A BRANDELLI. Guardando da lontano, steso a pelle di leone ai 50 metri, il suo ex compagno Matthew Goss buttarsi sulla linea davanti a Haedo, Farrar e Demare. Lui, Cav, la volata l'ha iniziata tardi e finita prima degli altri, spazzato via da una follia di Roberto Ferrari. Un taglio assurdo, da sinistra a destra, una deviazione finita dritta sulla ruota anteriore del campione del mondo, una carambola pazzesca e una caduta tremenda e senza conseguenze. Vittoria australiana, rosa ancora, ma con brivido, a Taylor Phinney. Il senso della tappa, l'ultima danese del Giro, è tutto nel finale. Fughe e vento, ma il gruppo è determinato a chiuderla subito la corsa, prima dei trasferimenti va più o meno sempre così. La volata la lancia la Sky ma Cavendish la prende troppo indietro. È un tutti contro tutti, con Renshaw nei panni della lepre. Goss approccia bene gli ultimi cento metri, in testa e nettamente. Cavendish esplode un attimo troppo tardi ma è in fortissima rimonta quando Ferrari, velocista dell'Androni, lascia la transenna di sinistra e si butta al centro, prendendo tutto quello che trova sulla sua strada, compreso il campione del mondo che improvvisamente si accascia sull'asfalto ed è calpestato e travolto da altri corridori. Cadono in venti, tra loro c'è anche Phinney, che stenta a rialzarsi, è dolorante a un piede ma lo stesso si rimette in sesto, taglia il traguardo e poi va sul podio a vestirsi ancora di rosa. Cavendish insolitamente non sbraita, sarà la felicità di non sentire dolore, di sentirsi tutto intero, arriva sul traguardo lacero ma sorridente, non va a cercare Ferrari, non è più il Cavendish litigioso e velenoso di un tempo. La spiegazione dell'italiano: «Quando è partito Farrar sono partito anch'io, ero sulla mia traiettoria, Cavendish forse mi si è agganciato dietro, ma quando uno parte non pensa a cosa può succedergli alle spalle». Deviazione nettissima, invece e retrocessione all'ultimo posto del gruppo. Prima vittoria stagionale per Goss, seconda in carriera al Giro per il 25enne australiano, vincitore a sorpresa della Sanremo 2011 e argento al Mondiale di Copenaghen dietro Cavendish, di cui è stato compagno di squadra fino allo scorso anno. Prima vittoria di sempre nella Corsa rosa per una squadra australiana, la GreenEdge. Ci teneva tantissimo ieri Tyler Farrar, l'americano della Garmin, miglior amico in corsa di Wouter Weylandt, il belga morto un anno fa nella discesa del Bracco. Tappa dedicata a lui, con la Radioshack raccolta in preghiera a inizio corsa, musiche e grande commozione. Oggi riposo, si riparte da Verona con la cronosquadre. 1 Matthew Goss Aus-Green Edge 4h30'53'' 2 J. Josè Haedo Arg-Saxo Bank s. t. 3 Tyler Farrar Usa-Garmin s. t. 4 Arnaud Demare Fra-FDJ Bigmat s. t. 5 Mark Renshaw Australia-Rabobank s. t. 6 Thor Hushovd Norvegia-Bmc s. t. 7 Alexander Kristoff Fra-FDJ Bigmat s. t. 8 Romain Feillu Fra-Vacansoleil s. t. 9 Fumiyuki Beppu Gia-Green Edge s. t. 10 Andrea Guardini Ita-Farnese s. t. LoscudettoèmeritatoConte è ilvero leader,capacedi cambiaresenzasmarrire il filo Incampo, ibianconeri sonosemprestatipadroni 1 Taylor Phinney Usa-Bmc 9h24'31'' 2 Geraint Thomas Gbr-Sky a 0'09'' 3 Alex Rasmussen Danimarca-Garmin a 0'13'' 4 Manuele Boaro Italia-Team Saxo Bank a 0'15'' 5 Gustav Erik Larsson Svezia-Vacansoleil a 0'22'' 6 Ramunas Navardauskas Lituania-Garmin a 0'22'' 7 Brett Lancaster Australia-Orica a 0'23'' 8 Matthew Gross Aus-Green Edge a 0'24'' 9 Marco Pinotti Italia-Bmc a 0'24'' LeparolediAndrea Agnelli sul tecnico: «AntonioConte è ilnostrocapitano, ilnostrovero condottiero» SPORT CLASSIFICA Juventus Lasquadra Belgioco e identità: è il trionfo diungruppo MASSIMODEMARZI TORINO U: Bagnatodigioia edi spumante, Conte festeggia il suo1˚ scudettoda allenatore C'è l'australianoGoss machepauraperCavendish martedì 8, maggio, 2012 27
Come uno zar, attraversa le sale del Cremlino camminando rigido e quasi accigliato su un lungo tappeto rosso, tra due ali di folla che l'attende in piedi. Tremila invitati, soprattutto alti dignitari di tutte le Russie, pochi ospiti stranieri, un Berlusconi impettito che si farà tradurre da una bella interprete al suo fianco i cinque minuti del discorso d'investitura, applaudendo poi con convinzione. Putin torna al Cremlino per il suo terzo mandato e il suo non è davvero un ritorno. Semplicemente non è mai andato via e non intende farlo per i prossimi dodici anni, quanti gliene concede ancora la Costituzione. Lascia fuori dalla porta l'opposizione che ha cercato di rovinargli la festa protestando alla vigilia del suo insediamento e un numero sufficiente di agenti per sgomberare le strade da chi ancora avesse avuto la voglia di farsi vedere in giro con un nastro bianco, il simbolo della protesta anti-brogli di questi ultimi mesi - anche ieri 120 arresti, dopo i 450 di domenica scorsa. Le strade della capitale sono stranamente deserte, la ventina di Mercedes del corteo presidenziale che scorta Putin al Cremlino attraversa una città quasi spettrale. Non è una festa popolare, il ritorno ufficiale dell'ex colonnello del Kgb alla guida del Paese è una cerimonia per notabili, chiusi nel Palazzo. «Vogliamo vivere e vivremo in un Paese democratico», dice Putin dalla sala del trono. Parla di nuove sfide per il futuro, del suo impegno per garantire benessere e sicurezza. «Inizia oggi una nuova tappa dello sviluppo della Russia - dice -. La vita delle future generazioni dipende da noi». Putin parla di «un reale progresso nella creazione di una nuova economia e moderni standard di vita», dal Baltico all'Oceano Pacifico. Della necessità per la Russia di «diventare leader e centro di gravità di tutta l'Eurasia». Ad ascoltarlo c'è il patriarca Kirill che gli impartirà una benedizione con una messa nella cattedrale dell'Annunciazione - l'ex presidente Gorbaciov, la moglie di Eltsin che prima di uscire di scena gli consegnò il Paese. Ci sono i candidati sconfitti alle presidenziali e c'è l'ex cancelliere tedesco Schroeder, passato a Gazprom a fine mandato. C'è anche la moglie di Putin, Ludmila, la first lady tenuta nel cassetto e rispolverata di rado anche nelle occasioni ufficiali. Vladimir la bacia su una guancia, mentre le foto della sua presunta amante - l'ex ginnasta Alina Kabaeva, oggi deputata di Russia Unita - ripresa tra la folla alla cerimonia fanno il giro su Twitter. Medvedev rimane quello che è, una figura di contorno. Sarà il nuovo premier, almeno per il momento. Il doppio scambio di poltrone con Putin ha bruciato la sua residua credibilità, il cambio della guardia ha un sapore dinastico. Oggi la Duma confermerà la scelta fatta dal neo-presidente. Tutto come da copione, eppure il malessere esploso in piazza in questi ultimi mesi ha lasciato un segno. L'opposizione è divisa, non ha un vero leader né un programma. Ma ha avuto il merito di mostrare che la presunta unanimità intorno al leader russo non è più tale. Gli ha voltato le spalle la parte più colta e dinamica della società, nelle grandi città, a Mosca. «La storia russa insegna che quando lo zar perde il sostegno della popolazione di Mosca, ha perso la Russia», dice Liliya Shevtsova del Canergie Moscow Centre. QUINTA POTENZA Al malessere sociale si sommano le difficoltà di un'economia imperniata sull'export di idrocarburi e minata dalla corruzione diffusa, in una società che invecchia drammaticamente e che in 8 anni ha perso l'1,6 per cento della popolazione grazie alla denatalità: tutti ingredienti per una deriva. Nel suo terzo mandato Putin si è dato l'obiettivo di fare di quella russa la quinta economia mondiale di qui al 2020, diversificandola, costruendo infrastrutture e ripopolando le aree del Paese abbandonate. Il suo primo atto da presidente è stato la firma di un decreto per un bonus una-tantum destinato ai reduci della seconda guerra mondiale e l'ordine scritto per il prossimo governo di redigere un piano per lo sviluppo che dovrà produrre 25 milioni di posti di lavoro entro il 2020. Poi tutti al banchetto d'onore. Il conto della giornata, circa un milione di dollari. MONDO Il neo presidente russo Vladimir Putin durante la cerimonia di insediamento al Cremlino, sfila davanti al suo «amico» Silvio FOTO LAPRESSE Passaggio di consegne al Cremlino, in una Mosca deserta: cerimonia solo di Palazzo per 3000 notabili, tra cui l'amico Silvio Medvedev confermato premier. Arrestati 120 oppositori DIARIODA ALGERI Putin III, Berlusconi applaude MARINAMASTROLUCA mmastroluca@unita.it Paese al bivio tra carovita e boicottaggi ANTONIOPANZERI Osservatoredell'Unione europea La città è avvolta dal tepore del sole che splende alto nel cielo africano. Si apre una settimana importante per il futuro dell'Algeria: è la settimana delle elezioni. Un segnale incoraggiante, la decisione da parte del regime algerino di accogliere la missione Ue per la preparazione del monitoraggio alle elezioni che si terranno il 10 maggio. Non siamo i soli presenti nel Paese. Osservatori stranieri sono giunti dalla Lega Araba, dall'Unione africana, dall'Onu e dall'Organizzazione della cooperazione islamica. Lo scenario politico vede la presenza di 44 partiti e 25.800 candidati per i 462 posti al Parlamento. Difficile fare previsioni anche se nella percezione comune rimangono diverse incognite sull'esito del voto, sia rispetto a quella che sarà la partecipazione, sia relativamente ai risultati, che per molti non segneranno particolari cambi di rotta rispetto al passato. La presenza del Fronte delle Forze Socialiste (Fss) nella competizione elettorale, il principale partito dell'opposizione che tradizionalmente ha sempre boicottato le elezioni, fa ben sperare, e potrebbe essere significativa del fatto che le intenzioni del governo algerino questa volta siano diverse. Del resto in tutta l'area africana la primavera araba dell'anno scorso ha lasciato un segno indelebile di cui tutti i regimi hanno dovuto e devono tener conto. Questa fase per l'Algeria è molto delicata. Il Paese deve fare i conti con il rincaro dei prodotti di prima necessità e con una situazione economica estremamente difficile. È importante che la gente riacquisti fiducia nella possibilità di partecipare al cambiamento delle cose e, purtroppo, la moltiplicazione sui social network di appelli al boicottaggio rischia di non essere un segnale positivo. Ma questa tornata elettorale può rappresentare un primo passo per la creazione di un percorso democratico che veda anche l'Algeria impegnata in un processo di progressiva emancipazione e di modernizzazione. La nostra presenza qui fa già parte e vedremo se nei prossimi giorni, potremo confermare se si è sulla strada giusta. . . . «Vogliamo vivere in un Paese democratico» Scambio di poltrone con il presidente uscente martedì 8, maggio, 2012 15
La rivendicazione ancoranon c'è. Manca quindi la fir-ma, fondamentale per capi-re chi vuole riportare sullascena la lotta armata. Mac'è tutto il resto per far dire agli investigatori dell'antiterrorismo che «una nuova formazione terroristica a matrice prevalente marxista leninista è entrata in azione per lanciare un nuovo progetto eversivo». Tutto il resto è l'arma, molto probabilmente «un'arma da fianco dell'esercito russo» o addirittura un residuo della ex Jugoslavia (Tokarev). Il calibro del bossolo, 7.62 abbastanza raro. La dinamica e il modus operandi perché «il commando ha seguito l'obiettivo oggetto da tempo di un'inchiesta specifica» per cui chi ha gambizzato l'ingegner Roberto Adinolfi sapeva che era un uomo solo, senza scorta, mite e metodico. La scelta stessa dell'obiettivo, il manager di una ex grande azienda di Stato, la Ansaldo Nucleare, una di quelle che nei volantini delle Br erano indicate come soggetti del «Sim», lo «Stato imperialista delle multinazionali». E, infine, la scelta del luogo, Genova dove negli anni settanta le Br sequestrarono il primo giudice (Sossi), uccisero il primo operaio che si era ribellato al virus del terrorismo in fabbrica (Guido Rossa) e gambizzarono ben tre dirigenti dell'Ansaldo: Carlo Castellano, direttore pianificazione (17 novembre 1977), Giuseppe Bonzani, direttore stabilimento GT (30 aprile 1979), Sergio Prandi, vicecaporeparto (10 luglio 1977). «È una tipica azione brigatista» dice a metà giornata uno dei massimi esperti dell'antiterrorismo del Viminale dove da mesi è monitorato giorno dopo giorno il rischio di nuove formazioni eversive in grado di fare un salto di qualità. «Hanno colpito a Genova, una scelta altamente simbolica - riflette la fonte perché è come se ci volessero dire che vogliono ricominciare da lì, da dove hanno iniziato 40 anni fa». Dieci anni fa esatti le Br-pcc di Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi hanno sparato l'ultima volta e ucciso il professor Marco Biagi, il giuslavorista che voleva riformare il mercato del lavoro. Quella formazione, in pochi anni, è stata smantellata da indagini e processi. Ma non del tutto: Massimo D'Antona e Marco Biagi furono uccisi entrambi da una calibro 9 corto marca Makarov o Franchi Llama, un'arma che non è mai stata ritrovata così come buona parte di quell'arsenale di cui furono poi ritrovate piantine e nascondigli tra la Toscana e l'alto Lazio ma sempre vuoti. Ripuliti prima dell'arrivo delle forze dell'ordine. Questo volta il calibro è diverso, è un 7.62, lo dice chiaramente il bossolo ritrovato ieri mattina in via Martello 14, zona Marassi. Ma quei tre colpi sparati da due uomini su uno scooter coperti dal casco riportano indietro le lancette dell'orologio in un momento della nostra storia di cui non riusciamo a liberarci. In attesa della rivendicazione, l'unico fatto che può far prendere alle indagini la direzione giusta, Ros dei carabinieri e Digos della polizia hanno squadernato sulle scrivanie i report, le analisi e i volantini intercettati negli ultimi mesi. «Cercando - confessa uno di loro - di evitare di ragionare secondo i vecchi schemi che possono essere stati superati da forme di eversione sempre più collegate grazie ai nuovi media e ormai distanti dai vecchi schemi della lotta allo stato imperialista». È dall'autunno scorso che gli analisti del terrorismo mettono in guardia da un ritorno alla lotta armata. Era febbraio quando il capo della polizia Antonio Manganelli prese tutti in contro piede in Commissione Affari costituzionali parlando in modo così chiaro da lasciare i deputati a bocca aperta. «Reduci della lotta armata e frange dell'anarco-insurrezionalismo hanno trovato una saldatura. Lo sappiamo, lo leggiamo. Sono pronti a un salto di qualità. Sono pronti ad uccidere». In quei giorni usarono le stesse parole anche il generale Gallitelli, comandante dei carabinieri. E gli analisti dell'intelligence che sottolinearono come gli irriducibili della vecchia lotta armata ancora in carcere (sono una trentina) stessero cercando di trovare punti di contatto con le nuove sacche della rabbia e del disagio sociale in cui sguazzano gli anarco-insurrezionalisti. Una saldatura tra due mondi così antitetici, le formazioni marxiste-leniniste e quelle anarchiche, può sembrare qualcosa di illogico e impossibile. Uno di quei vecchi schemi da cui però ora gli analisti suggeriscono di tenersi alla larga. In effetti una saldatura in questo senso è già stata intercettata in Val di Susa nei gruppi che hanno dato l'assalto ai cantieri no Tav. Oltre che con le indagini, il Viminale adesso deve fare i conti con la sicurezza delle decine di possibili obiettivi di questa nuova formazione eversiva. Il ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri ha già riunito i prefetti e i responsabili del sevizio scorte per tracciare un'eventuale mappa dei possibili obiettivi. Ma se il criterio è quello che ieri mattina ha sparato a freddo sotto casa alle gambe di Roberto Adinolfi, gli obiettivi possono essere troppi. Impossibile proteggerli tutti. Negli ultimi mesi il Viminale ha già rafforzato la scorta a decine di professori e giuslavoristi che con la riforma del mercato del lavoro e dell'articolo 18 sono ritenuti a rischio. Si attende la rivendicazione. Se si tratta si formazioni brigatiste l'hanno scritta prima di agire. Si tratta solo di aspettare. La pistola dell'Est e la tecnica «È un chiaro atto terroristico» L'INTERVISTA «Il messaggio è evidente Cercano proseliti» «Mi è arrivato un sms sul telefonino, diceva “dirigente Ansaldo gambizzato”. Ho sentito il gelo nel cuore. Ho messo in fila Genova e tutti i suoi record, il primo rapimento delle Br, il giudice Sossi, il primo operaio ucciso, mio padre Guido, il dirigente gambizzato, Castellano, iscritto al Pci. Mi si sono affollate tutte quelle immagini nelle testa e ho sentito il bisogno di correre in ospedale dalla famiglia Adinolfi». Sabina Rossa, deputata del Pd, figlia di Guido, parla con la lucidità che a volte deriva da uno choc. Onorevole,lasceltadicolpireaGenova,aprescinderedachisiastato,nonè casuale? «È una scelta simbolica ma la Genova di oggi assomiglia assai poco a quella di allora che era la capitale delle aziende di Stato con un contesto operaio forte e unito. Oggi i numeri sono molto ridimensionati e il contesto dei lavoratori, che comprende anche gli operai, è variegato, né compatto né unito. E questo è il dato che mi preoccupa». Hannocolpitol'ultimogiornodelleelezioni.Un caso? «Direi di sì. Qui c'è stata un'inchiesta, lo hanno seguito, sapevano tutto di lui. Hanno deciso di non uccidere ma potevano farlo. Il messaggio è chiaro. La svolta è avvenuta. Cercano proseliti». Dove? Nella rabbia sociale, tra chi sta perdendocertezzee lavoro? «Questo è un discorso che non voglio neppure sentire. La storia ci insegna che il terrorismo è stato un fenomeno piccolo borghese che ha trovato manovalanza ieri nel disagio oggi può trovarla nell'antipolitica. Ma lasciamo stare, ieri come oggi, le fabbriche che anzi sono sempre state un presidio di democrazia». TemechedissensoedisagiocosìdiffusinelPaesepossanodiventarel'alibio ilcollantepercoagulare forze intorno aunnuovoprogettoeversivo? «Non accetto, e nessuno dovrebbe farlo, l'equazione dissenso anticamera della lotta armata. E al tempo stesso il disagio che viviamo non deve in alcun modo legittimare a dare giustificazioni. Qualcuno negli anni settanta diceva, “e va bè, se la sono cercata...”. Credo anche, però, che in questi anni ci sia stata una sorta di buco nero per cui chi ha gli anticorpi del terrorismo non è riuscito a trasmetterli ai più giovani. Bisogna alzare nuova barriere. A cominciare da chi soffia sull'antipolitica». Lei ha incontrato gli uomini della colonnaBr che ha ucciso suo padre. Cosavi siete detti? «Con alcuni di loro sono ancora in contatto. Riconoscono che da un punto di vista politico quella del terrorismo è una storia finita. Si dichiarano responsabili di quegli anni ma non li rinnegano e giudicano sbagliato l'uso delle armi. Negano che ci possa un nuovo pericolo». Ilterrorismo,queglianni,hannoanche bloccatounprocessodemocratico. «Il dissenso deve restare all'interno delle regole democratiche. Il terrorismo può solo bloccare i processi democratici». CLAUDIAFUSANI cfusani@unita.it C.FUS. ROMA CLAUDIAFUSANI ROMA . . . «C'è una saldatura tra i reduci della lotta armata e frange anarco-insurrezionaliste» IL RETROSCENA SabinaRossa L'armaèunaTokarev, calibro7.62.Glianalisti: «Unanuovaformazione amatriceprevalente marxista leninista èentrata inazione» «Hopensatoamio padre,hosentito ilgelo nelsangue. Ildisagio nonpuòessere l'alibi per laviolenza» Ieri. Carlo Castellano ex dirigente Ansaldo ferito nel novembre 1977 FOTO ANSA Roberto Adinolfi, l'ad di Ansaldo Nucleare ferito ieri FOTO DI LUCA ZENNARO/ANSA martedì 8, maggio, 2012 9
«Professore... », lo chiamano facendo ressa i cameraman, “fatemi fare il sindaco” risponde il vecchio leone pieno di soddisfazione. La tendenza è chiara sin dal primo exit poll, sin dalla prima proiezione, Leoluca Orlando, il «sinnacollando», come lo chiamano al Capo, ha sbaragliato al punto che verso le 5 del pomeriggio ha sperato nell'elezione al primo turno. Con l'astensione che sfiora il 40 per cento un traguardo non impossibile. Mentre scriviamo Orlando si attesta attorno al 47,4 per cento contro il 17 per cento di Fabrizio Ferrandelli (secondo le proiezioni di Piepoli, su Rai1). Mentre i sondaggi trasmessi da La Sette, alle 20 e 15, danno Orlando al 49 per cento. Al di là delle oscillazioni, sembra essersi avverato il paradosso del ballottaggio fra i candidati del centro sinistra. Insieme, avrebbe vinto al primo turno. E, invece, l'alleanza si è spaccata, quella larga e quella della foto di Vasto: one man show da una parte, insieme a Idv e alla Federazione della sinistra. Un giovane radicato nella città, di sinistra e combattivo dall'altra, con il sostegno di Pd e Sel. Arriva terzo il candidato del Pdl Massimo Costa con il 14,2 , sfiora il 5 per cento (la soglia per entrare in consiglio comunale) il candidato del Movimento di Grillo, Riccardo Nuti. Il candidato dell'Mpa e Fli è sotto l'8 per cento, intorno al 7% si attesta Marianna Caronia, candidata del Pid di Saverio Romano. Una piccola folla si raccoglie sotto il comitato di via Mazzini, al primo piano i manifesti con il ritratto a grandezza naturale e lo slogan a cui tutti hanno riconosciuto grande efficacia che punta sulla nostalgia e sul ricordo di una stagione felice: «Il sindaco lo sa fare». RICORDODELLA PRIMAVERA Lui spara forte: «Palermo non è morta, è morta la politica». «La metà dei palermitani ha votato per me a prescindere dai partiti». Attacca «le devastanti politiche sociali del governo Monti» e la «perversione etica del governo Lombardo». La «malapolitica», dice, «l'abbiamo buttata a Bellolampo» (che è la famigerata discarica di Palermo). Ha fatto il pieno lucrando contro il rigore e su un Pd siciliano diviso. Ma, soprattutto, sul ricordo della Primavera. Ha appeso sui muri del suo comitato una frase di Pablo Picasso: «Per diventare giovani ci vuole tempo». Per quanto sia ancora impossibile un'analisi dei flussi elettorali, un dato è lampante: gli elettori del centrodestra, i delusi di Cammarata hanno votato per Leoluca Orlando. Lui dice: «La metà degli elettori Pd ha votato per me». Accanto, un gruppo di volontari della sua campagna elettorale, Alessandra, Elena, Marcello. Erano giovanissimi quando Orlando fu eletto sindaco la prima volta, racconta Alessandra: «Mia madre mi mandava a distribuire volantini ma io non votavo ancora. Adesso che posso votarlo mi sono presentata volontaria». Al ballottaggio? Risponde Orlando: «Io voto per me, niente apparentamenti». Poi l'omaggio allo spirito del tempo: «Non vedo l'ora di licenziare chi non lavora». Al teatro Zappalà, dove ha traslocato il comitato di Fabrizio Ferrandelli, c'è molta folla e non c'è aria di smobilitazione. Delusione sì ma “se si va al ballottaggio si va per vincere”. Ferrandelli riepiloga: «Ha rotto sulle primarie, lui era quello che non faceva accordi a destra e invece è stato lui a fare l'inciucio con Cammarata». Più prudente Antonello Cracolici, capogruppo Pd all'Ars: «Orlando raccoglie il voto del centrodestra, è l'uomo del voto trasversale ma al ballottaggio si ricomincia da zero». Apparentamenti: «Una cosa per volta, prima vediamo se si va al ballottaggio». Fabrizio Ferrandelli incita ad andare avanti cercando la rivincita: «Lui che accusa gli altri ha tradito il centro sinistra, ha ricevuto il voto strutturato di centrodestra. Ha fatto l'inciucio. Ma al secondo turno i consiglieri di Cammarata non andranno a votare». Una tesi condivisa da Giuseppe Lumia: «Orlando ha fatto il pieno. Il Pdl e Grande Sud preferiscono avere lui perché è un personaggio che non costruisce nulla. Ma ora si ricomincia». Ma c'è un'altra siciliana, Anna Finocchiaro, che riconosce «il risultato straordinario di Leoluca Orlando». Lo spoglio procede a rilento: alle 20 e 30 sono scrutinati 145 seggi su 600. Orlando è dato al 47,8, Ferrandelli al 18,5. Segue Costa, con l'11,9 per cento. Aricò (Mpa-Fli) con l'8,4. Catanzaro sul filo di lana Ballottaggio possibile L'Aquila Cialente in testa Si va al secondo turno LEOLUCA ORLANDO ITALIADEIVALORI Risultato al cardiopalma a Catanzaro, l'unico capoluogo della Calabria dove si è votato per il rinnovo dell'amministrazione comunale. Vi è stato infatti un conteggio sino all'ultimo voto, sul filo di lana per il ballottaggio tra il candidato del centrodestra, Sergio Abramo, già sindaco della città per otto anni e Salvatore Scalzo, il candidato del centrosinistra che con i suoi ventotto anni è il più giovane candidato a sindaco di questa consultazione elettorale. Sono andate a rilento le operazione di spoglio. Ma per buona parte della giornata, sino allo spoglio del 76 per cento dei voti, ben 32 sezioni su 90 per oltre 45mila voti, i due si sono fronteggiati con Abramo attestatosi attorno al 49 per cento dei consensi e Scalzo, che si aggiudicava un significativo 43 per cento dei voti. Già questo è da considerarsi un successo per Scalzo che lo scorso anno era stato battuto da Michele Traversa, il candidato del centrodestra dimessosi dalla carica di sindaco lo scorso mese di dicembre, dopo solo otto mesi di mandato, per un seggio a Montecitorio. Lo schieramento di centrosinistra è tornato a puntare sul giovane consigliere comunale del Pd. Una scelta premiata dagli elettori. «Credo che stiamo tenendo bene, abbiamo guadagnato circa il 10% in confronto alla scorsa tornata elettorale, ma ancora è troppo presto per fare altre valutazioni» è stata la sua dichiarazione quando lo spoglio delle 90 sezioni era già a buon punto e la situazione si presentava stabile. Al terzo posto ieri si è collocato il candidato del Terzo Polo (dell'Udc e del Fli, ma non dell'Api di Francesco Rutelli che a Catanzaro ha appoggiato il candidato del centrodestra Abramo) Giuseppe Celi che si è aggiudicata una percentuale di circa il 5 per cento. «Nell'elettorato - ha commentato il candidato del centrodestra Abramo sicuramente ha influito la scelta di Michele Traversa di dimettersi dopo soli 8 mesi. Secondo i nostri calcoli avremmo raggiunto il 51-52%, credo che siamo lì e stiamo tenendo bene come Pdl, nonostante in Italia ci sia un calo evidente». Una divisione che indubbiamente ha nuociuto al centrodestra. Da parte sua il candidato «centrista» Giuseppe Celi, ha chiarito che la scelta del partito di Casini «di andare da soli è stata determinata dal fatto che il Pdl aveva scelta autonomamente il candidato a sindaco. Per quanto rigurada un eventuale ballottaggio, ci penseremo da domani», si è limitato a dire. Un dato significativo di questa consultazione è stato il calo dell'affluenza al voto. A Catanzaro, secondo i dati forniti dal Viminale si sono recati alla urne il 76,4 per cento degli aventi diritto contro il 79,9% delle precedenti amministrative. 47.4% Alle amministrative dell'Aquila, il candidato del centrosinistra, Massimo Cialente, va al ballottaggio con il 36,68 dei voti dei voti, con il candidato dell'Udc, Giorgio de Matteis, con il 34,9 dei voti. I dati del Viminale, ancora provvisori, si riferiscono alle prime sezioni scrutinate: 11 su 81. A seguire i due candidati che si disputeranno tra due settimana la poltrona di primo cittadino della città del terremoto, c'è il candidato del centrodestra, Pierluigi Properzi, con il 9,68 per cento e quello dell'Idv, Angelo Mancini, al 5,52 per cento. Non hanno sfondato i grillini dato che la loro candidata. Rosetta Blundo, non ha superato l'uno per cento. L'affluenza alle urne è stata del 72,41 per cento, secondo i dati definitivi diffusi dal Viminale, in calo di quasi 7 punti rispetto al 79,03 delle precedenti consultazioni. I commenti dei due candidati al ballottaggio sono stati soddisfatti e di impegno per il lavoro che li attende nei prossimi giorni per riuscire a raggiungere una vittoria che appare ad entrambi possibile. De Matteis, a caldo, ha espresso soddisfazione per un risultato non preventivato: «Cialente doveva sfondare e così non è stato; ci giocheremo tutto al prossimo turno e noi siamo in grado di batterlo» ha detto annunciando un allargamento delle liste che lo sostengono. Cialente, il «sindaco del terremoto», pur giudicando il responso delle urne estremamente positivo, ha ricordato che l'esito rispecchia il sondaggio commissionato giorni fa proprio dal Pd. FABRIZIO FERRANDELLI CENTROSINISTRA MASSIMO COSTA CENTRODESTRA SergioAbramo Centrodestra 49% LEELEZIONIAMMINISTRATIVE 14.2% ICANDIDATI MassimoCialente Centrosinistra 36.6% GiorgioDeMatteis Mpa,Verdi, civiche,Udc 34.9% L'ex sindaco in testa fa il pieno di voti anche a destra. E dice: «Non è morta Palermo, è morta la politica» Fabrizio Ferrandelli va al ballottaggio distanziato ma darà battaglia: «Da Leoluca inciuci con Cammarata» JOLANDABUFALINI INVIATA APALERMO Palermo Orlando superstar, scontro e veleni a sinistra LEPROIEZIONI 17.0% ICANDIDATI SalvatoreScalzo Centrosinistra 43% 6 martedì 8, maggio, 2012
Il librodiVascoRialzoècontraddistinto daun linguaggiospezzettatoeaggressivo ZONACRITICA CULTURA LA PRIMA TIRATURA DEL «MAESTRO DI VIGEVANO» È DI DIECIMILACOPIE,l'anticipo per Mastronardi, versatogli in febbraio con un assegno circolare del Banco di Roma, è di centomila lire. La «carriera» letteraria di Mastronardi ha inizio. Per la prima volta Lucio prova una sensazione di libertà. Per un attimo, lo spazio di un mattino, non di più, è convinto che la sua vita abbia segnato una svolta decisiva. Niente più rabbia, niente più umiliazioni. «Sai che ho addirittura delle ammiratrici? Le donne di Vigevano si sono accorte che esisto», confida a Calvino. «Certe vogliono addirittura la mia mazza. Ma ogni volta che la uso sento in me una patologica risata». La medaglia, tuttavia, come tutte le medaglie, ha un suo rovescio. I colleghi e le colleghe di Vigevano insorgono. Una maestra - che ha letto il romanzo e ha creduto di riconoscere nell'ispettore Pereghi suo marito - entra nella classe di Lucio brandendo un bastone, per fortuna trova un supplente; un maestro, Mario Pagliano, 44 anni, democristiano (nel romanzo è il maestro Pagliani, quello che fa cantare Volacolomba ai suoi alunni in occasione della Pasqua per ricevere il dolce in regalo) vuole quererarlo. Alla fine ci ripensa, fermato dal timore che la querela possa aumentare le vendite del romanzo. Mastronardi affonda i colpi: «A Pasqua ti manderò delle colombe». Vigevano comincia a guardarlo storto: Lucio dice quello che pensa e più lo considerano matto, più gioca a fare il matto. È la sua stagione migliore: «Mi sono fatto un mucchio di amici famosi scrive in una lettera a Calvino - Proprio ieri m'ha scritto Antonioni, che fra breve verrà a Vigevano; e mi avvertirà del suo arrivo. Domenica scorsa in Piazza ho incontrato Giorgio Bassani, Mario Soldati e Cesare Garboli. Gl'industrialotti se la sono presa perché non li ho condotti alla Mostra delle scarpe. Volevano regalargli un para a testa, con le spese di viaggio a carico della ditta». Ha preferito accompagnare in farmacia Soldati, che cercava una pomata per lenire il bruciore provocatogli da un foruncolo sul sedere. «In questi tempi mi sono disperso, fra viaggi e inviti. Ho imparato a dire seriamente: io subisco l'immagine! Quando esco dal cinema mi sento violentato nell'intimo! E a fare entrare nel discorso parole come: tautologico, escatologico; frasi come: costrizione esterna di sentimenti...», dirà a Calvino. Forse comincia a oscuramente sospettare che anche lo scrittore, come i calzolai, come i maestri, è un alienato. (…) Mastronardi ha 32 anni. «È magrolino, bruno, né alto né basso, con gli occhi lustri e il passo rapido», lo descrive una cronista. Un'altra giornalista, Marta Schiavi, su Amica, dice che è «dignitoso» nel vestire e che ha «occhi spiritati e mani da pianista». È facile immaginare che mentre balla un vorticoso twist con le figlie di Natalino Sapegno al termine della serata conclusiva del Premio Viareggio abbia pensato, come durante un Capodanno, di fare piazza pulita di pagelle e gessetti, registri e quaderni, coefficienti e scatti di anzianità. Basta con la vecchia vita, d'ora in avanti si cambia, pensa. L'Espresso del 16 settembre, che lo intervista all'uscita dalla festa, riporta queste sue parole: «Sono state le giornate più perfette dell'estate». Come ammetterà egli stesso, il boom - inaspettatamente - lo travolge. ILPREMIOPRATO La sua vita viene rivoluzionata dall'assegno del Premio Prato e dalla riscossione dei diritti d'autore, che nel periodo di massimo successo - il triennio 1962-64 - ammontano a 300mila lire al mese (quota decisa dalla casa editrice Einaudi, pari a tremila euro di oggi) più un conguaglio a fine anno. Ma Lucio ha le mani bucate, anche perché a Vigevano, con tutti quegli industrialotti, bisogna «platare», ostentare, darsi delle arie. Non si dà pace sino a quando non ha fatto fuori tutto il milione di lire del Prato. (...) È un peso la celebrità. Ai cronisti un giorno racconta una cosa, la volta dopo il contrario. La povera madre gli fa da segretaria, ma lui ama prendersi gioco dei giornalisti, dei critici letterari, degli scrittori di professione. Bo, Porzio, Del Buono, «tre industrialotti della critica della ragion pratica» e Bo «ha il talento più corto del cognome, l'ultimo libro deve averlo letto vent'anni fa, ci metteri le palle sul fuoco», dice in una lettera a Guido Davico Bonino, che ogni tanto subentra a Calvino. (...) La verità è che continua a considerarsi un esordiente («non mi sono mai sentito un vero scrittore», dirà poco prima della fine), i libri che legge, un po' troppo disordinatamente (da Il ponte sulla Drina a Capriccioitaliano, da Robbe Grillet a IlgiovaneHolden, da Barilli a Guglielmi ), spesso non arriva a concluderli. Si annoia. Perché scrive? «Per non annoiarmi», dice. Il che, nell'ambito della sua depressione, significa per non morire. «È l'unica avventura della mia vita», dirà ancora a Giorgio De Rienzo, dopo il primo tentativo di suicidio. «Ecco, quando immagino lo spazio di un romanzo precisa - quando penso ai personaggi che farò vivere, è una tensione piacevole. Un gioco che ti ammazza la noia di vivere: in quei momenti lì sono felice. Poi viene lo scrivere, che è tormento, fatica, raramente abbandono. Ma è sempre tempo che passa, comunque». Undeejaytechno fraerosemorte «ADÉU» DI VASCO RIALZO È UN ROMANZO CHESISVOLGETRADUELETTERE: la prima immagino della ex fidanzata del protagonista, che lo accusa di essere un vuoto maschilista, di considerare le donne solo un oggetto di piacere; l'altra, dello stesso protagonista, che le risponde che quel piacere non è altro che la forma che assume per lui l'idea della bellezza in una donna, «che è bellezza fisica e mentale, è una dote profonda, magica, che va ben oltre l'aspetto esteriore». Poiché il romanzo non può dare ragione né all'uno né altro, sceglie di comprendere le ragioni dell'uno e dell'altra e dà vita a una storia che, fortunatamente contraddicendosi, assolve entrambi. Il protagonista è un deejay bolognese di musica techno che, grazie al gran daffare dell'agente amico-nemico, viene invitato a Barcellona a animare le notti della città catalana portandovi un tipo di musica che la città ancora ignora. A questo punto, all'annuncio di notti in cerca di brividi nuovi, i lettore intuisce che tutto può accadere. E tutto (e tanto) in realtà accade. I comportamenti del protagonista sono sempre fuori misura (come vuole la convenzione del deejay di musica techno). A cominciare dal linguaggio che usa, spezzettato, più «vociato» che parlato, aggressivo e rumoroso e insieme non privo di pretese (invero non più che innocue bizzarrie). Come per esempio il vezzo dimettere in dubbio la logicità dei proverbi e detti («Si è espressa in modo rude, senza peli sulla lingua. Posto, naturalmente, che a qualche malcapitato, in questo mondo,siano mai cresciuti peli sulla lingua».) o di giocare con le assonanze («Un bronzo di Riace. Una bronza d'uomo. Un uomo sbronzo»). Lui di fatto è sempre su di giri anzi ubriaco. Ingurgita quantità di cibo che nessuna creatura umana sosterrebbe e tracanna ettolitri di vino e vari altri liquori. Non c'è donna bella che non si offra e diventi sua. E a letto è un demonio (e ancora più demoniache sono le donne con cui giace). Diventa il re delle notti catalane trascinando al delirio con le sue proposte techno folle osannanti. Raggiunto tuttavia il colmo delle trasgressioni possibili e degli abusi il nostro imbattibile eroe cede e una profonda sofferenza e consapevolezza di inutilità si impossessa di lui. «Penso alla morte, alla mancanza di senso di tutto. Alla disperazione che vive, e sempre vivrà, dentro di me». Che tuttavia non dura più di tanto. E subito è di nuovo in piedi, e via a tracannarsi e ingozzarsi di vita. Che dire di questo piccolo pantagruelino alla rovescia (dove nel modello originale il disordine è allegria in lui è sofferenza e distruzione) se non che è l'immagine di un campione alla moda, affascinato e succube - innescato furbescamente il salvavita dell'ironia - di tutte le più ridicole tentazioni e smancerie che l'attualità raccomanda? Tutte, in cui convivono gomito a gomito finte perdizioni e bugiardi riscatti. Ma ci sono almeno due punti del romanzo che val la pena di segnalare (e che autorizzano Vasco Rialzo a proclamarsi con diritto scrittore). Il primo riguarda una sequenza di amore di gruppo fortemente misurata nei tempi e priva di mascheramenti di convenienza e immagini distraesti. Niente infingimenti e parole travestite cui in altre occasioni l'autore ricorre (per esempio nettare di uva al posto di vino o veleno enterico al posto di scoreggia). Qui grande pulizia e esattezza di tratto. Il secondo si riferisce a una scena di paura (che poi si rivelerà una beffa artatamente costruita) in cui il protagonista, sdraiato a letto in preda ai dolori (terribili) del colpo della strega,sente alcuni passi salire le scale, passi felpati come quelli dell'assassino, cerca di alzarsi per affrontarlo (anzi per sincerarsi della temuta presenza) e nello sforzo anzi nella paura non trattiene più l'urina e allaga il letto e la stanza; poi scende lui stesso (e non si sa come faccia) le scale e all'altezza del bagno vede il pavimento invaso da un liquido spesso del colore del sangue e qui e lì sparsi pezzi e membra del corpo dell'amata Miriam fino a poco prima a letto con lui. Non è una scena macabra da film horror. È un altro l'impulso stilistico che muove il set: tra allucinazione demente e spavento cosmico, tra pietà e paralisi del sentire. Il resto lo scoprirà il lettore. Laprimabiografiadi LucioMastronardi esce oggi nei50 annianniversariodel suoromanzo più importante:«Ilmaestro diVigevano». Cantore (conLuciano Bianciardie pochi altri) dell'inganno delboomeconomico, è l'autoredella travagliatissima«Trilogiadi Vigevano»composta neimigliori anni dell'Einaudi. LARIVOLTA IMPOSSIBILE Vitadi Lucio Mastronardi RiccardoDe Gennaro pagine200 euro 10,00 Ediesse Gioieedolori di un «maestro» VitadiLucioMastronardi fustigatorediVigevano RICCARDO DEGENNARO riccardodegennaro@yahoo.it L'anticipazioneEsce laprima biografia,agrae liricadello scrittore, il cantore insieme aBianciardidell'inganno delboomeconomico BianciardieSordi, protagonista del filmtratto dal«Maestro diVigevano» ANGELOGUGLIELMI U: ADÉU ROMANZO TECHNO VascoRialzo pagine214 euro15.00 Pendragon martedì 8, maggio, 2012 23
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08/05/12

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