Centrosinistra: subito L'INTERVISTA La tendenza si è invertita, an-che se il quadro definitivosi avrà con i ballottaggi del20 e 21 maggio. Se primasulla cartina dell'Italia era-no collocate ben 17 bandierine del centrodestra sui 26 Comuni capoluogo di provincia e 9 al centrosinistra, adesso il dato si sta ribaltando: 3 vinti dal centrosinistra al primo turno, 13 in testa al ballottaggio. Il Pdl ne vince 2 al primo turno, uno la Lega. La crescita dell'astensionismo, quasi un più 7% e soprattutto al Nord, ha penalizzato il centrodestra con il Pdl crollato e la Lega scomparsa se non a Verona, mente l'exploit del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo (che ha attinto da Pdl e Lega), come voto di protesta cresce soprattutto al Nord, mentre al Sud è irrilevante. E, secondo l'analisi dei flussi elettorali effettuata dall'Istituto Cattaneo di Bologna sugli elettori (compresa l'area del non voto), tutti i partiti, in particolare Pdl e Lega, hanno perso consensi rispetto alle elezioni regionali del 2010. LAMAPPA I candidati sostenuti dal Pd con una coalizione di centrosinistra (quasi sempre con Idv e Sel) hanno vinto al primo turno a Pistoia, Brindisi e La Spezia. E sono in testa ai ballottaggi in 13 capoluoghi: Genova, Parma, Como, Belluno, nel feudo leghista di Monza, ad Alessandria, Asti, Piacenza, a Lucca isola «bianca» nelle terre «rosse» di Toscana, a L'Aquila ferita dal terremoto, a Rieti, provincia nera, a Taranto e a Palermo, anche se la sfida al secondo turno è tra Orlando dell'Idv e il candidato Pd, Ferrandelli. I candidati sindaci del Pd sono 11, 3 sono di Sinistra e Libertà, uno dell'Idv. Ci sono poi realtà dove si corre sul filo di lana, come Catanzaro; incerti anche i risultati per Cuneo o in Sicilia dove il Grande Sud di Micciché crea alleanze alterne col Terzo Polo (a Trapani) o col Pdl, nella città dei templi. Il partito di Berlusconi è crollato in tutti i suoi territori consolidati, e conquista al primo turno due Comuni capoluogo, Gorizia e Lecce ma va ai ballottaggi in molti centri, mentre la Lega ha solo la vittoria (molto personale) di Flavio Tosi, dove comunque è seguito dai candidati del centrosinistra e dei grillini, con il Pdl rotolato al quarto posto con l'8,3%. E a Paternò, siciliana città natia di Ignazio La Russa, il Pdl non andrà neppure al ballottaggio (dal 70% è sceso al 20): se la vedrà un candidato del Pd contro uno dell'Mpa. Le sfide maggiori sono a Genova, a Parma e a Palermo. E nella città emiliana il candidato del Pd, Vincenzo Bernazzoli (39,2%) sfida per la prima volta un grillino, Federico Pizzarotti (19,47%). Secondo il Cattaneo, il Movimento 5 stelle ha confermato le aspettative (liste in 101 Comuni), conquistando un sindaco (a Sarego, nel vicentino) e arrivando a tre ballottaggi (Parma, Budrio e Comacchio) e diventando in alcuni Comuni la terza forza politica. IGRILLINI CANTANO ALNORD In totale 200mila voti, quasi il 9% dei voti validi. In alcune città, come Alessandria, i voti si sono quadruplicati, a Verona si sono triplicati; in percentuale per esempio a Parma i grillini sono cresciuti del 13%, mentre a Palermo solo dell'1,7%. Questo rivela come il movimento di Grillo, che fa leva sulla rabbia contro tutti i partiti, sia forte al Nord, dove ha sfiorato il 10,75%, è presente al Centro della cosiddetta «zona rossa» (Emilia, Toscana, Umbria) con un 12,7%, mentre al Sud si ferma al 3,6. Questo per la novità del fenomeno politico e del voto d'opinione, secondo il Cattaneo, ma si è anche «avvantaggiato «Qui continuiamo a vincere perché facciamo politica non di comunicazione, ma di sostanza. Come persone normali. Come Hollande». Il segretario del Pd toscano, Andrea Manciulli, è soddisfatto. I numeri dicono che la regione sta a sinistra nonostante astensioni e “grillini”. E allarga il suo raggio d'azione anche nelle roccaforti moderate. Toscanasempre“rossa”? «I risultati sono molto positivi, anche migliori rispetto a 5 anni fa. A Pistoia e Quarrata dove eravamo andati al ballottaggio vinciamo col 60% dei consensi, a Carrara la coalizione è al 65%. Ma soprattutto abbiamo la concreta possibilità di conquistare fra 15 giorni anche Lucca e Camaiore». Eranodel centrodestra. «A Lucca siamo al 47% e al ballottaggio ci confronteremo col candidato del Terzo Polo che sta al 16%: 30 punti sotto. E a Camaiore abbiamo sfiorato la vittoria fin dal primo turno. Se continuiamo con umiltà e determinazione possiamo farcela». Il centrodestra s'è liquefatto? «S'è dissolta quella che voleva essere un'alternativa al governo del centrosinistra. Una discesa iniziata alle regionali. Ora il Pdl ha subito una caduta verticale». Il primo partito anche in Toscana però è l'astensionismo:quasi il40%. «Anche alle regionali del 2010 c'era stata una riduzione dei votanti del 10%. Qui in Toscana siamo sempre stati fra il 70 e l'80% dei votanti». Questa riduzionenon lapreoccupa? «Certo che mi preoccupa e andrà studiata bene. Però è evidente che il calo della partecipazione è legato soprattutto al crollo del centrodestra». L'exploitdei“grillini” c'èanche qui. «La crescita del voto di protesta c'è in tutta Europa, noi ora abbiamo Grillo. È un fenomeno da ridimensionare col buon esempio di una politica seria, responsabile, che si occupa delle persone. Su questo la Toscana può dare un grande contributo al centrosinistra». Perché? «Perché se in Toscana il Pd e il centrosinistra continuano a vincere non è perché lo ordina il dottore. Ma perché sia nel modo di agire, sia nelle candidature abbiamo scelto una politica che più che comunicazione è sostanza. Ad esempio Bertinelli a Pistoia e Tambellini a Lucca hanno ottenuto tanti voti perché più che nei salotti delle tv, sono andati per strada a parlare alle persone. Certo si sono presi anche degli insulti, non han La città ancora senza sindaco. Si riconteggiano i voti in tre sezioni. La Procura sospetta imbrogli LEELEZIONIAMMINISTRATIVE VLADIMIROFRULLETTI FIRENZE «A Catanzaro a distanza di 24 ore dalla chiusura dei seggi, non si conoscono ancora i risultati di tre sezioni. I parlamentari calabresi del Pd presenteranno un'interrogazione per sapere cosa sta accadendo in queste ore nei seggi». Da Montecitorio, la denuncia arriva dalla deputata Doris Lo Moro. Il fatto è che non si conosce ancora il responso delle elezioni. La città calabrese è ancora senza sindaco. Tutto è bloccato dalla spoglio di tre sezioni: 84, 85 e 86. Si è fermi al dato di lunedì sera, con il candidato del centrodestra Sergio Abramo con il 49,9% dei voti e quello del centrosinistra, Salvatore Scalzo, al 43%. Per ora si è al ballottaggio, malgrado il tentativo del Pdl, con il presidente della Regione Calabria, Giuseppe Scopelliti, di avvalorare la tesi della vittoria ottenuta da Abramo già al primo turno. Ma il dato resta ancora provvisorio. All'appello mancano, infatti, i risultati delle tre sezioni in cui sono dovuti intervenire i Carabinieri che hanno prelevato i contenitori delle schede elettorali per trasferirli sotto scorta presso l'Ufficio centrale elettorale del Comune di Catanzaro dove ieri pomeriggio sotto la presidenza del giudice Domenico Commodaro, è iniziato il nuovo conteggio. Finalmente è stato ultimato il conteggio dei voti della sezione 84. E questa mattina riprenderà l'esame delle schede delle altre due sezioni. È sul seggio 85 che vi è particolare attenzione. Durate la spoglio le schede sono state contate e ricontate ben quattro volte, ma il risultato restava identico: sui 700 aventi diritto al voto, le schede nell'urna risultavano 701. Una in più. Un'anomalia fatta mettere a verbale dai rappresentanti delle liste di centrosinistra e denunciata dal presidente del seggio. Una circostanza, è stato riferito in ambienti del Tribunale, che se non sarà spiegata con un errore potrebbe portare anche alla ripetizione del voto in quella sola sezione. L'Ufficio valuterà poi le schede contestate, che sono un migliaio, e i verbali delle altre sezioni. Solo allora comunicherà il risultato finale all'ufficio elettorale comunale che renderà noti i dati. Come se non bastasse, oltre al controllo sui risultati delle tre sezioni elettorali ancora in sospeso, sulle elezioni pesa anche il rischio di brogli elettorali e di compravendita di voti. La Procura della Repubblica ha annunciato un'inchiesta affidata al sostituto procuratore Gerardo Dominijanni e apertasi a seguito alla trasmissione di un'informativa della Digos che avrebbe evidenziato, in particolare, episodi dubbi a carico di un candidato al consiglio comunale e di un suo sostenitore. Questa inchiesta non avrebbe alcun rapporto con le tre sezioni i cui risultati sono sotto l'esame dell'Ufficio elettorale centrale. TROPPA OPACITÀ Chiede trasparenza e rispetto del voto popolare, il Pd. «La partita è ancora aperta» commenta Scalzo. Il giovane candidato esprime soddisfazione per il risultato sin qui raggiunto. Già andare al ballottaggio è un buon risultato, ma «vincere è possibile». Il clima è pesante. In una conferenza stampa il Pd, con il commissario regionale Alfredo D'Attorre e lo stesso Scalzo, hanno preannunciato che, non appena sarà ultimata l'opera di verifica sulle tre sezioni ancora aperte da parte dell'Ufficio centrale elettorale, si chiederà il riconteggio totale dei voti. Si sta anche lavorando a un dossier che sarà presentato al prefetto ed eventualmente anche alla Procura su presunte irregolarità che si sarebbero verificate durante le operazioni di voto. «Seguiamo con compostezza, ma con grande attenzione - ha detto D'Attorre - ciò che sta avvenendo. La procedura di verifica dei voti in atto è decisiva per sapere se si andrà al ballottaggio. Al momento non c'è un dato definitivo per cui invito tutti alla compostezza. Trovo sconveniente - ha aggiunto polemico con Scopelliti - che massimi responsabili istituzionali della Regione si siano lasciati andare a festeggiamenti e dichiarazioni di vittoria». «Non è una parte - ha concluso che può arrogarsi il diritto di proclamare la vittoria di un candidato prima del risultato definitivo». E per questo si chiede al governo di vigilare. NATALIA LOMBARDO nlombardo@unita.it Pistoia,Brindisi,LaSpezia giàconquistate.Si ribaltanoi rapportidi forza rispettoa5anni fa. L'IstitutoCattaneo:Grillo esistesoprattuttoalNord IL DOSSIER AndreaManciulli Il segretariodelPdtoscano «DallaFranciaunesempio daseguire.Quialleelezioni amministrativeunottimo risultato:siamoandati megliorispettoa5anni fa» . . . Il Pd: «Il Pdl non può rivendicare la vittoria Intervenga il Viminale Chiederemo i riconteggi» «Hollande cambierà anche noi» Le schede sequestrate per presunti brogli a Catanzaro ANSA/SALVATORE MONTEVERDE Brogli a Catanzaro E una scheda in più blocca lo spoglio ROBERTOMONTEFORTE ROMA 6 mercoledì 9, maggio, 2012
Non tirava una bell'ariain quell'autunno del2010 sotto i capannonidi “Malpensafiere” aBusto Arsizio, profon-do nord leghista, dove il Pd aveva deciso di organizzare l'assemblea nazionale per riflettere sulla sconfitta enorme di pochi mesi prima. In primavera la destra aveva conquistato tutte le grandi regioni del Nord, Piemonte, Lombardia, Veneto, nonostante i segnali già evidenti che la crisi economica non si sarebbe fermata e che gli effetti sociali si sarebbero aggravati nel corso dei mesi successivi. Pier Luigi Bersani venne accolto dalla consueta volgarità di qualche leghista che si sentiva offeso dall'iniziativa della sinistra in quel territorio. Il leader democratico parlò in maniche di camicia. Disse che il Pd «non si sentiva straniero al Nord» e che Berlusconi e Bossi «avevano tradito le imprese e il lavoro». Fece le sue proposte per rilanciare l'occupazione, per delineare un fisco di sostegno allo sviluppo e alle piccole-medie imprese, riprese e valorizzò quel filone ideale di solidarietà e di volontariato che proprio in Lombardia ha storiche radici e un'ampia diffusione sociale. UNASCONFITTA DI TUTTALADESTRA Quell'assemblea faticosa ci è venuta subito in mente di fronte ai risultati del primo turno delle elezioni amministrative che dimostrano una caduta repentina, profonda di consensi, forse inaspettata per le dimensioni, della Lega e del Pdl in tutto il Nord e in particolare in Lombardia. Insomma se oggi siamo qui a raccontare con un certo piacere l'arretramento della destra forse un qualche merito va proprio a quella scelta del Pd a Busto Arsizio. Naturalmente non bisogna farsi illusioni. Il voto di domenica e lunedì non è definitivo e attende il secondo turno per chiarire il quadro dei sindaci. È vero che le elezioni sono amministrative, parziali e quindi i risultati non possono essere caricati di eccessivi significati politici generali. Però qualche cosa di importante è accaduto e va segnalato, si può già dire che c'è stata un'ondata fortissima che ha colpito e destrutturato il centro-destra al Nord salvo Verona dove viene confermato il leghista anomalo Tosi. C'è, in questo contesto elettorale frammentato e contradditorio, anche l'affermazione del pd, che forse fa meno notizia di Beppe Grillo, ma che si presenta oggi come il primo partito al Nord. LALEGADIMEZZA I VOTI Secondo le valutazioni dell'Istituto Cattaneo la Lega ha dimezzato i voti rispetto alle regionali del 2010 e alle politiche del 2008. In termini percentuali la caduta si attesta attorno al 50% in Lombardia e Veneto e arriva al 70% in Piemonte. Dati che rappresentano un forte ridimensionamento del partito di Bossi che perde comuni di grande valore simbolico, come quelli della provincia di Varese, e registra sconfitte pesanti in città come Monza, Como, in tutta la Brianza, le cui passate perfomance elettorali erano sempre state caricate di grande valore politico sulla vocazione leghista, federalista del Nord produttivo. Il sindaco leghista di Monza, Marco Mariani, è stato eliminato al turno ed è in vantaggio il candidato di centrosinistra Roberto Scanagatti. Il progressista Mario Lucini è nettamente in testa al primo turno (34,5%) a Como e questo risultato in questa città, qualunque sia l'esito del doppio turno, dà il segno del cambiamento dello scenario politico ed elettorale. La Lega e il Pdl hanno fatto poi una figuraccia anche a Sesto San Giovanni dove per mesi hanno suonato la grancassa della propaganda contro la sinistra da sempre al governo della città che avrebbe dovuto pagare le conseguenze delle inchieste della magistratura sui lavori dell'ex area Falck. Ma, in attesa che i giudici chiudano le indagini e decidano se rinviare a giudizio Filippo Penati, i cittadini dell'ex Stalingrado hanno dato un ampio consenso alla candidata del Pd, Angela Chittò, che passa al ballottaggio con un rotondo 46%. La sconfitta della destra al nord si misura anche nella sorpresa della flessione leghista nei piccoli comuni dell'area pedemontana, l'insediamento storico e più fedele dell'elettorato del movimento di Bossi. Questo è uno smottamento importante in prospettiva perchè, se confermato nei prossimi appuntamenti elettorali, priverebbe la lega del suo bacino più importante di consensi. Ci sono zone, inoltre, dove il Pdl non solo perde, ma addirittura rischia di scomparire o di essere ridotto a percentuali irrisorie. SCANDALIE CRISI Naturalmente la sconfitta del centrodestra suscita interrogativi sui motivi di questo cambiamento delle scelte elettorali dei cittadini e sulle prospettive future. In Lombardia, ad esempio, il segretario regionale del Pd Maurizio Martina ha detto che nella regione c'è ormai un'altra maggioranza rispetto a quella che sostiene la giunta Formigoni, già investita da una decina di inchieste giudiziarie che hanno coinvolto consiglieri e assessori, dalle vicende del figlio di Bossi il “Trota”, dai diamanti del cassiere Belsito, per non parlare delle vacanze inquietanti del governatore pagate dal faccendiere Daccò. Formigoni resiste nella sua torre, ma ormai in molti, anche nel centrodestra, ipotizzano che in Lombardia si possa votare in coincidenza con le prossime elezioni politiche previste per il 2013, salvo anticipo. Il problema, infatti, oggi non è limitato al comportamento degli esponenti della Lega o del Pdl, coinvolti a torto o ragione in qualche inchiesta della magistratura o in piccoli e grandi privilegi assolutamente ingiustificati. La questione più rilevante è la caduta di credibilità politica, la mancanza di proposte adeguate per fronteggiare i problemi Primavera in Lombardia Berlusconi e Lega a pezzi Nel2010ladestrasiprese Veneto,Piemontee Lombardia.Oggi il suo elettoratoè in fuga.Lacrisi e idrammisocialinon tolleranoscandaliebugie www.partitodemocratico.it www.youdem.tv dalle città riparte l Italia.' AMMINISTRATIVE 2012 BALLOTTAGGI 20/21 MAGGIO RINALDOGIANOLA MILANO LEELEZIONIAMMINISTRATIVE IL DOSSIER . . . Il segretario del Pd Maurizio Martina chiede un passo indietro al governatore Formigoni: «Nella regione ormai c'è un'altra maggioranza rispetto a quella che sostiene la sua giunta» 8 mercoledì 9, maggio, 2012
«Nonostante il tracollo del centrodestra, il centrosinistra non decolla. E lo vuol sapere perché? Tutti gioiamo per Hollande, io sono pronto a firmare subito un programma come quello, ma qui in Italia la politica “alla Hollande” non c'è, non si vede quella forza nel capovolgere gli idoli pagani del liberismo». Nichi Vendola, leader di Sel, non nasconde l'effetto dirompente del voto amministrativo. E le tante domande che le urne pongono al centrosinistra. InItaliaipiùstrettiparentidelPsfrancese sono ilPd e i suoialleati.Siete voi. «Sovrapporre Hollande al sostegno al governo Monti è impossibile, è un falso. Il premier è uno dei protagonisti del “club dell'austerity” che sta facendo sprofondare l'Europa nella recessione». Dopoilcambioall'Eliseoanchelapolitica del governo italiano potrebbe cambiare... «Ogni giorno che passa si aggrava la crisi sociale e democratica, e si acuisce la distanza tra società e politica. Temo che dopo l'estate arriveremo a una miscela micidiale. Diciamolo pure: il sostegno a Monti è stato piombo nelle ali per il centrosinistra nelle urne». Insisto, la politica del governo potrebbe puntaredipiùsullacrescita,comechiede ilPd. «Credo che il tentativo di risanamento finanziario sia fallito, e così anche il tentativo del Pd di provare a condizionare da sinistra il governo di un tecnocrate liberista. Il dibattito sulla crescita mi pare tanto vacuo quanto retorico. All'inizio sono stato più prudente, per evitare l'ennesima rottura a sinistra e per ossequio al Capo dello Stato. Ma ora bisogna dire parole chiare, perché ogni giorno che passa è un regalo a chi investe sul rancore sociale, all'antipolitica più torbida. Non possiamo sottovalutare i rischi di questo passaggio». Noncredechelalegislaturaarriveràaltermine? «Sono pochi mesi, ma a me pare un tempo eccessivo. Il binomio tra bulimia fiscale e anoressia delle politiche sociali può scatenare rabbia nel Paese. Se vogliamo costruire l'alternativa, non si può tenere in vita il governo Monti, che è in continuità con Berlusconi, a partire dalle politiche sul lavoro». VoidiSel,purseoppositoridiMonti,non sieteandati molto bene alleurne. «I nostri candidati erano dispersi in molte civiche, liste dei sindaci, è difficile fare una stima precisa. Ma se guardiamo il voto dei quartieri a Genova, dove c'era il simbolo di Sel, siamo al 10%. Complessivamente, a livello nazionale, siamo tra il 4 e il 5%, un dato incoraggiante, anche perché nei voti amministrativi noi siamo più deboli». Eppuremoltivotididelusidisinistrasono andatia Grillo enona voi... «Certo, ha intercettato anche voti di sinistra che volevano punire il centrosinistra. Il suo successo deriva anche dal fatto che è stato un protagonista costante della giostra mediatica. Noi di Sel abbiamo fatto una scelta unitaria nel centrosinistra e questo forse ha un po' appannato il senso della nostra autonomia e della nostra proposta, ha reso la nostra strada più in salita. Ma non mi pento, perché quella dell'unità è la strada giusta». Vuole dire che ha pagato l'alleanza col Pd? «Ho pagato a caro prezzo il rispetto delle regole, soprattutto a Palermo. Abbiamo scelto di rispettare il risultato delle primarie, ma gli elettori palermitani hanno mandato un segnale chiarissimo al Pd, contro il trasformismo e il gattopardismo. Non hanno bocciato tanto Ferrandelli, quanto i suoi sponsor e i loro rapporti col governatore Lombardo. Questa vicenda ci insegna molto». Cosa? «Che alzando una bandiera chiara si può vincere persino in terre considerate inespugnabili come la Sicilia. A Palermo la domanda degli elettori era chiara e conteneva un giudizio durissimo sul centrodestra. L'offerta è apparsa appannata, per non dire opaca. E abbiamo perso. A partire dal Pd che è schiantato al 6%». DiPietrosièconfermatocomeunpartner inaffidabile.Èd'accordo? «Hanno sempre ragione gli elettori che chiedono il cambiamento. Così è stato a Napoli e così a Palermo». DunquenientecriticheaDi Pietro? «L'Idv è una forza viva, capace di evocare quella buona politica di cui gli elettori si sentono orfani. Per me è un alleato prezioso, indispensabile. In fondo, tutti i nostri partiti sono pieni di difetti. E non capisco chi insiste con le radiografie verso i partner di centrosinistra, mentre verso le forze di centro si è molto più tolleranti...». Il TerzoPolo èandato piuttostomale... «Ha brillato per la sua irrilevanza elettorale». Unabuonanotizia, per lei. «C'è stata per anni una vera ossessione per l'incontro con un Polo che si è rivelato un bluff nelle urne. Ora abbiamo un'altra urgenza: ridefinire il profilo programmatico e ideale del centrosinistra. E per questo dobbiamo convocare urgentemente gli Stati generali del futuro per mettere a fuoco un percorso di costruzione di una proposta di salvezza del Paese e di rilancio della nostra idea di Europa. A partire da un programma che sappia evocare un cambiamento reale della qualità della vita. Prima ci muoviamo, prima potremo capire quali altri alleati possono camminare con noi». Comegiudica l'exploitdi Grillo? «Un conto è Grillo, un altro i candidati del Movimento 5 stelle: non sono aggressivi, mostrano cura per il territorio, impegno per battaglie civili degne di attenzione. Vorrei capire con rispetto questo movimento, senza snobismi. Dove possibile, anche aprire un'interlocuzione. Non sono alieni... ». L'INTERVISTA «Ma quale linea Hollande È il solito club del rigore» NichiVendola «Tuttigioiamoper ilnuovo presidentefrancese Iosonoprontoafirmare subitounprogramma comequello,maqui in ItaliaabbiamoMonti» Il segretario del Partito democratico Pier Luigi Bersani a Lecce, durante un incontro elettorale FOTO ANSA re sempre stato solo leghista, il 18 per cento indichi la Democrazia cristiana e ben il 12 il Movimento sociale; il Pci sta solo al 6 per cento. Dalla costola bianca alla costola un po' annerita, potremmo dire, come confermano soprattutto i dati sugli elettori. A inizio anni Novanta essi si collocavano per lo più al centro, come la Dc, e comunque più a sinistra anche di Forza Italia, viceversa dal 2001 gli elettori si spostano alla destra di Forza Italia e, per di più, essi collocano la Lega come partito ancora più a destra di loro. Mentre i dirigenti sono relativamente più pragmatici e centristi, la base va abbastanza chiaramente verso l'estrema destra, rappresentando per i primi un vincolo di non poco conto. La riprova sta anche nel peso diverso dell'elettorato cattolico praticante, dove sono sovrarappresentate le collocazioni centriste. Nel 1996 tra gli elettori leghisti c'erano quasi 2 punti in più di praticanti regolari rispetto all'insieme della popolazione, invece nel 2008 sono 4,5 punti in meno, nonostante la svolta “filo-cattolica”, in realtà anti-islamica, post-2001. Una sola lacuna nella ricostruzione è quella sul ritorno all'alleanza con Silvio Berlusconi dopo le deludenti europee del 1999, ma quel risultato più che essere una causa era in realtà un effetto della sconfitta dell'ipotesi secessionista grazie all'ingresso dell'Italia nell'euro. Difficile fare previsioni per il futuro anche perché la politica non è deterministica, le scelte del gruppo dirigente leghista hanno in più passaggi ridefinito l'offerta politica e gli autori tendono a dare credito a nuove potenzialità di ridefinizione. Tuttavia quelle scelte sono state possibili grazie, sin qui, a una sostanziale unità intorno a Umberto Bossi che, forse, non è adesso ripetibile. Se pertanto la crisi può oggi essere più profonda, anche rispetto a quanto pensano Passarelli e Tuorto, ciò tende a spingere a mantenere un profilo identitario più autonomo possibile, non tornando a un'alleanza col Popolo della libertà. Niente di meglio di una orgogliosa affermazione di identità per cercare di ricompattare. In ogni caso la Lega attuale non appare obiettivamente coalizzabile col centrosinistra, perché a differenza di altre forze regionaliste italiane ed europee che tendono a una certa equidistanza sull'asse destra-sinistra, essa rivela invece la sua duplice natura di partito territoriale ma anche chiaramente di destra. ANDREACARUGATI ROMA «Il Terzo polo è servito per far cadere Berlusconi ma non rappresenta la risposta» a ciò che chiedono gli elettori. Con queste parole, alle otto della sera, il leader centrista Pier Ferdinando Casini, colui che in questi mesi più di tutti ha messo la faccia sul progetto, archivia di fatto l'alleanza tra Udc, Fli e Api, almeno per come s'è vista sin qui. Un passo sostanzialmente condiviso con Gianfranco Fini, che del resto in questi mesi si è tenuto prudentemente nelle retrovie. «Addio Terzo polo», è infatti anche il titolo all'editoriale di Benedetto Della Vedova sul Futurista. PRESTOPER LEALLEANZE Quale sarà la pista battuta da centristi e futuristi, è presto per dire. E per parlare di alleanze, è prestissimo. Sotto la smania dell'archiviazione, che peraltro dilaga dopo il terremoto delle amministrative, di progettuale c'è poco. «È tutto fermo», dicono i piani alti. Ci sono per ora macerie, soprattutto. «I moderati sono sotto un cumulo di macerie», dice infatti Casini invocando la necessità (per lui, così attivo, invero inedita) di una pausa di riflessione: «La prima cosa da fare è pensare. Ogni tanto in politica bisogna fermarsi e riflettere. Lasciatemi in quarantena. Andrò a ritirarmi in un eremo e penserò». Del resto, a parte l'Api che in solitaria celebra i fasti del suo «3,45 di media nazionale», nessuno ha granché voglia di nascondersi dietro il dito della tenuta relativa, del successo qui o là. Musi lunghissimi, tentazioni di ritirarsi o comunque dedicarsi ad altro. Certo, si celebra il ballottaggio strappato a Genova come caso virtuoso («Ripartiamo da qui», propone Della Vedova). Certo si sottolineano i singoli buoni risultati, per Fli («a Palermo abbiamo avuto l'8 contro il 12 di Pdl e Udc messi insieme») ma soprattutto per l'Udc che complessivamente tiene e guadagna in media un punto sulle regionali 2010. Ma è diffusa e riconosciuta la delusione, per un Terzo polo che - per quanto presente sul territorio in forma arlecchinesca - da questa tornata elettorale si aspettava l'incoraggiamento a proseguire verso il “polo della Nazione” e che invece ora deve fare i conti con un fosso da saltare di non poco conto. «Il travaso di voti dal Pdl a noi non c'è stato», sintetizza infatti il vicepresidente Fli Italo Bocchino. La teoria della “bacinella”, quella della raccolta - stile acqua piovana - di tutti scontenti del centrodestra berlusconiano, si è rivelata debole, nei confronti di una realtà che richiede dalla politica cambiamenti più radicali, risposte più aggressive e innovative. A essere ottimisti, insomma, la ricetta va aggiornata. Ma di molto. «Abbiamo individuato prima degli altri che era necessaria un'offerta politica nuova, i dati lo confermano», spiega Casini rivendicando la bontà dell'analisi. Ma aggiunge: «Qui c'è da andare molto oltre l'Udc, molto oltre il Terzo polo, molto oltre». Ripete: «Non ci interessa aggiungerci alla foto di Vasto». Ma la confusione regna, nuove idee per ora latitano. Di certo c'è che il congresso straordinario dell'Udc non sarà a giugno: il segretario centrista Lorenzo Cesa ieri l'ha spostato a ottobre SUSANNATURCO Casini tra le macerie «Terzo Polo addio» mercoledì 9, maggio, 2012 5
ILCASO IL COMMENTO MICHELECILIBERTO Non avrà utilizzato il termine «suicidi» il professor Monti puntando il dito contro chi ha «portato l'economia in questo stato». Ma invitando chi lo ha preceduto «a riflettere» sulle «conseguenze umane della crisi» - più che a scaricarne la responsabilità sull'attuale governo - il presidente del Consiglio aveva ben chiaro l'obiettivo da colpire. Giornali di centrodestra, ex ministri dell'esecutivo Berlusconi e - assieme - esponenti dell'estrema sinistra e del centrosinistra. Gli stessi che, in questi giorni - da Ferrero a Di Pietro hanno chiamato in causa esplicitamente Palazzo Chigi come mandante morale del dramma di chi si è tolto la vita. Addebito che Monti ritiene «ingiusto e strumentale». «Le conseguenze umane» della crisi «dovrebbero far riflettere chi ha portato l'economia in questo stato e non chi da quello stato sta cercando di farla uscire», così ieri il capo del governo durante un convegno sull'Europa. E se agenzie e siti associavano quella replica agli attacchi dei giorni scorsi, Monti - immediatamente dopo - cercava di arginare, precisando, l'onda montante delle polemiche e i malumori che tracimavano da Palazzo Grazioli. «Ho parlato di conseguenze umane e sociali della crisi che sono molte correggeva il premier - Non mi permetterei di parlare di suicidi in un contesto come questo». Tutto ciò nelle stesse ore in cui nel milanese e nel salernitano un altro imprenditore e un disoccupato allungavano il triste elenco di chi si toglie la vita. Ieri, in realtà, il premier si è cavato dalla scarpa più di un sassolino. Contro i governi che lo hanno preceduto e contro i partiti. Particolarmente infastidito dalla reazione del Pdl alla sconfitta elettorale - «cercano di scaricare sull'esecutivo tecnico la loro crisi, che era evidente già prima», commentano dal governo - Monti alludeva anche a Berlusconi quando citava «chi ha portato l'economia in questo stato». E a Tremonti. Che due giorni fa, intervistato da La Stampa, addebitava al governo l'accusa di aver «prima aumentato le tasse e le tariffe» e di volere «mettere adesso anche i tagli» quando, cioè, «è difficile farli dopo aver aumentato le tasse e depresso l'economia». Anche all'ex super ministro il presidente del Consiglio rinfaccia indirettamente la responsabilità «di aver portato l'economia in questo stato». E agli esponenti berlusconiani che vorrebbero dissociare il Pdl dal «governo delle tasse», il premier ha ricordato lo ha fatto anche nei giorni scorsi - «le responsabilità del passato che causano l'attuale pressione fiscale». BACCHETTATEAIPARTITI Riferimenti senza nomi e cognomi ma altrettanto chiari come se venisse citato esplicitamente lo stesso governo Berlusconi. Nella precisazione, tuttavia, Monti è costretto a chiarire di non voler prendere di mira «nessun particolare» esecutivo. Il premier di queste ore non sembra particolarmente ben disposto nei confronti «dei partiti». Ieri è tornato a bacchettarli, esplicitamente. E durante il dibattito pubblico sull'Europa, con il commissario Ue, Olli Rehn, ha lanciato più di una frecciata. «Le forze italiane mi sembrano ora ancora più inclini a chiedere di più per la crescita e molte di loro sono pronte a dire che il governo italiano picchi di più il pugno sul tavolo di Bruxelles - ha affermato - Ma se il 16 novembre avessimo picchiato il pugno anziché dimostrare credibilità, il tavolo avrebbe sobbalzato e il grafico dello spread sarebbe salito ma non la possibilità di avere maggiore crescita in Italia». Replica piccata a chi lo critica, quella del professore. «La situazione in cui questo governo si è trovato ad esordire era di margine strettissimo, quasi pari a zero - ha ricordato - Lo sforzo era sottrarsi alle pressioni cui era sottoposto il governo Berlusconi perché l'Italia si sottomettesse alla tutela dell' Fmi o del Fondo salva stati come successo alla Grecia. E cessasse di essere un rischio». Orgogliosa, poi, la rivendicazione di un'azione di governo che, «senza chiedere denaro a nessuno», ha cercato di «aumentare la credibilità complessiva del sistema» e di favorire «la discesa dello spread». Cosa «che è avvenuta», ricorda Monti, «anche se non con la velocità che avremmo sperato». Il risultato? «Oggi esiste un'agenda italiana per l'Europa» e non c'è «solo uno sforzo italiano per adeguarsi all'agenda europea». È ora di agire, in ogni caso. Perché «non possiamo più solo studiare in vista di misure per la crescita» e «mi sento davvero di poter esortare» la Commissione europea ad avere un ruolo «molto attivo di trascinamento» in Europa. Crescita, ma senza allentare il risanamento, in ogni caso: questa la ricetta di Monti. Che non mostra in pubblico alcuna preoccupazione per l'esito delle amministrative e per le eventuali ricadute della sconfitta del Pdl. Il voto? «Ritengo fino a notizia contraria - taglia corto il premier - che non abbia conseguenze sulla vita del governo». LaCamera:sìallequoterosaperglienti locali Unapplausodai banchidi Pde Idv,e finalmente la Cameradice sì.Passa la leggesulle quote rosa,perpromuovere l'effettivaparitàdei sessi negliorgani elettividi Comuni,ProvinceeRegioni, maanche nellacomposizione delle commissionidiconcorso nelle pubblicheamministrazioni.372sì, 21 i noe48 astenuti (prevalentemente leghisti)per il testo cheora passaal Senato.Una«piccola rivoluzione» varata«grazieall'impegno del Pd», rivendica il capogruppopda Montecitorio,Franceschini. Enon sono inpochia parlare di unpassostorico. La leggeprevede che nei Comuni fino a 5.000abitanti sia assicuratanelle liste la rappresentanza di entrambi i sessi. In quellipiùgrandi èprevista unaquotadi lista, invirtùdella qualenessuno dei duesessi puòessere rappresentato in misurasuperiore aidue terzi del totale deicandidati, pena la nonvalidità della lista.Vienepoi introdotta la doppia preferenzadigenere: al momento del votosi potranno esprimere due preferenze,ma solosesi tratterà diun uomoe unadonna. I sindaci, infine, dovrannogarantirenellegiunte la presenzadi entrambi i sessi. Nelle commissionidiconcorso, alledonne dovràessere riservatoalmenounterzo deiposti. «Un passo inavanti vero e importante,voluto trasversalmente dal Parlamentoefrutto diun lavoro di squadradelledeputate», spiega dalPd BarbaraPollastrini. Lachicca,un sindacoAlemanno- inpassato costrettoal rimpastoperpenuriadi donnenella sua giunta- che commenta:«Leggediestrema rilevanza, la condividototalmente». NINNIANDRIOLO ROMA Monti: «I drammi della crisi? Colpa di chi c'era prima» La questione sociale conta più della politologia SEGUEDALLAPRIMA Come se in questi pesantissimi anni non ci fossero stati partiti al governo che si sono serviti del Parlamento come di un propria fortezza personale, mentre altre forze politiche sono state costrette una dura opposizione per cercare di fare sentire la propria voce in una situazione di eccezionale difficoltà. È una tecnica antica che, in quanto tale, non stupisce: nei momenti di maggiore difficoltà le classi dominanti - e i loro corifei, consapevoli e inconsapevoli - cercano di mettere in uno stesso fascio governanti e governati, indiscriminatamente. È la stessa tecnica che usano nel loro lavoro gli «storici» che a loro fanno capo: mettono nello stesso fascio persecutori e perseguitati, vittime e carnefici, sconfitti e vincitori. Bisogna reagire a questa impostazione e anzitutto bisogna reagire alla concezione dei partiti che queste posizioni presuppongono: come se si trattasse di «sabbia senza acqua», e non di organismi che nascono, vivono e muoiono nel vivo della vita, e della lotta sociale di cui, in vari modi e a diversi livelli, sono, e restano, espressione. Ma questa impostazione non è casuale, anzi: essa si inserisce in un quadro concettuale, e ideologico, che tende a cancellare dalla scena la dimensione sociale, la questione sociale, togliendosi in questo modo la possibilità di capire cosa è accaduto in Italia nell'ultimo decennio e cosa è necessario fare oggi. Forse è bene ricordarlo: il berlusconismo non è stato solamente il dominio delle fiction e il sistematico rovesciamento del rapporto tra immaginazione e realtà. È stato l'espressione di un potente, robusto, flessibile sistema sociale nel quale si sono riconosciute e organizzate le classi dominanti del nostro Paese. «Se perde perde lui, se vince vinciamo noi», disse nel 1994 il più autorevole rappresentante del potere capitalistico nel nostro Paese, delineando la strada che avrebbe percorso in quasi un ventennio. Oggi è quel sistema, per ragioni interne e internazionali, che si sta disgregando e scomponendo, ed è in questo quadro che vanno situati il disfacimento in atto del Pdl e anche la crisi della Lega. È un passaggio importante e delicatissimo: il berlusconismo ha generato un modello culturale e politico e sociale che ha inciso profondamente nella costituzione interiore del Paese, imponendo modelli antropologici imperniati su un individualismo selvaggio e la rottura delle reti di solidarietà che avevano caratterizzato a lungo la nostra società. È stato un processo duro che ha mutato, per molti aspetti il volto del Paese, e che ha avuto un altissimo costo sociale, come si è visto nel precipitare della crisi nell'ultimo anno. Essa si è abbattuta, creando solitudine e anche disperazione, sui più deboli, sui più esposti, su quelli che avevano già pagato il prezzo più alto: sui giovani, sulle donne, sul mondo del lavoro, mai così umiliato e tartassato come in questa lunga crisi in nome della modernizzazione, della delocalizzazione, della fine del conflitto tra capitale e lavoro. In Italia - conviene dirlo con forza oggi è aperta una dirompente questione sociale, ed è in questo quadro che va compreso anche il risultato di Grillo: fatti che esprimono un disagio sociale profondissimo, intriso di vecchie e nuove solitudini, di ansia, di paure, di angoscia da cui può scaturire un incancrenirsi della crisi della nostra stessa democrazia. È anche una nostra responsabilità delle forze democratiche e di sinistra se le cose sono arrivate a questo punto, e se la crisi sociale ha assunto i caratteri e la forma dell'antipolitica. Ma l'antipolitica non è un destino obbligato. Si può cercare di percorrere un'altra strada. E per questo la politica è, e resta indispensabile. Ma se si vuol ridare dignità, e legittimità, alla politica, è dalla questione sociale che bisogna partire, e non solo in Italia, anche in Europa. Bisogna riuscire a voltare pagina, con iniziative concrete se si vuole avviare a una soluzione la lunga crisi italiana: il tempo delle parole, e delle retoriche deprecazioni, è finito. LEELEZIONIAMMINISTRATIVE Il premier: «Le conseguenze umane della recessione devono far riflettere chi ha portato l'economia in questo stato, non chi cerca di farla risollevare» . . . Il primo compito delle forze democratiche è contrastare nella crisi il modello individualista 2 mercoledì 9, maggio, 2012
Pubblichiamoil testodi un'intervistatelevisivaa PietroScoppola, realizzata nell'edizionespecialedel Tg1 il 10maggio1978,a pocheoredall'assassiniodi AldoMoropermanodei brigatisti Affrontiamoalcuni luoghi comuniche sono circolati e che circolano ancora adesso sulla figura di Aldo Moro. Per esempio si è detto spesso: Aldo Moro era un inguaribile pessimista, e questo siricollegavaauncertosuosensodella storia e come tale veniva interpretato uncertosuomododiesserecristiano… «Innanzitutto bisogna dire dolorosamente che la storia gli ha dato ragione, ha dato ragione al suo pessimismo. La sua tragica fine ne è una conferma. Credo però che si debba andare al di là di questa immagine che, come lei diceva giustamente, è di maniera, quasi un luogo comune. In Moro è molto vivo il senso del limite, il senso del peccato. Quello che per un cristiano è il senso del male nella storia, e quindi la mancanza di illusioni illuministiche, l'idea che si possa costruire la storia senza difficoltà, senza ostacoli, solo intuendo gli obiettivi e dichiarandoli. In Moro c'è il senso che la costruzione è lenta, faticosa, che continuamente si misura con la debolezza degli uomini, con l'incoerenza, con la caduta. È un insieme di pessimismo e speranza». C'è anche il senso del distacco del cristiano,delrelativismorispettoall'impegnoumano? «Certo. Vi è quello che è caratteristico del cristiano nella politica: la volontà di non avere idoli, di non creare atteggiamenti idolatrici, né verso la politica, né verso lo Stato, né verso il potere. Quindi, questo relativizzare tutto…» L'altro giudizio su Moro è il seguente: Morograndemediatore,abilissimonellemediazioni,manonportatorediuna proposta politica autonoma. Questa sembraunariduzione,unasottovalutazionepragmaticisticadell'impegnopoliticodi Moro.Lei cosa dice? «Tutti gli uomini politici sono grandi mediatori. Non si fa politica senza mediazione. Ma quella di Aldo Moro, come la mediazione dei grandi uomini politici, non è la mediazione passiva dell'esistente così come è, ma la mediazione dell'esistente su una linea, con un orientamento rivolto al futuro. Quale linea? Io direi che la linea di Moro si ricollega alla migliore eredità degasperiana, la volontà in proposito di allargare le basi di consenso allo Stato democratico. In Moro c'è la sintesi tra l'eredità degasperiana e la migliore eredità del dossettismo: sono le due anime della Democrazia cristiana che in Moro si esprimono nell'equilibrio di una sintesi molto significativa». SièsempredettoanchecheMoro,proprio perché un uomo profondamente religioso, fosse anche il più geloso dell'autonomia politica rispetto alla suastessafedereligiosa,rispettoalcattolicesimoeallaChiesa.Eraquestauna suaereditàdegasperiana? «Certamente è un portato della tradizione degasperiana, ma anche un dato che affiora nei circoli cattolici degli anni '30, la lezione di Maritain - e Moro è sensibile a quella lezione - e direi che l'ha espressa nelle scelte operative, talvolta l'ha anche definita. Il famoso discorso di Napoli del '62 sull'autonomia della politica è da questo punto di vista esemplare. Già nel clima del Concilio Moro dà una bellissima lezione su quello che è il rapporto tra fede e politica, che non è un rapporto di indifferenza, non è che l'autonomia implichi l'indifferenza della politica fatta dal cristiano rispetto alla fede. È la distinzione, è l'ispirazione religiosa, ma poi la mediazione culturale e politica, cioè una lettura della storia che è quella in cui si esprime il momento della responsabilità e quindi dell'autonomia del politico». Che cosa si può dire che resti di Moro nella Dc oggi? Un altro luogo comune dicechelaDcinfondohasubitoilfascino, la grande influenza intellettuale e morale di Moro, ma in realtà non l'ha premiata con i pesi maggioritari all'internodelpartito. «Una politica che prepara qualcosa di nuovo nasce sempre da una posizione minoritaria, e una certa dimensione di solitudine caratterizza l'opera di qualunque uomo politico. Però su queste intuizioni Moro ha costruito il consenso e la Democrazia cristiana oggi si riconosce nella sua linea. Semmai oggi c'è il bisogno di andare avanti e portarla avanti». Che senso ha nella storia il martirio di uomini come Matteotti, Gramsci, Gandhi, Kennedy, Luther King? Che c'è di nuovo inquestocalvario inflitto all'uomo buono, serio, come ha detto il Papa,umano,chenoiabbiamoavutol'avventura di avere al vertice della nostra vitapolitica. «Questa è una domanda che tocca proprio il fondo della concezione della vita, della visione della vita, e non si può rispondere prescindendo da una visione di valori. Per il cristiano il martirio è l'atto più alto. Per una religione che ha per suo simbolo la croce, una fede che si esprime in questo simbolo della croce dà al martirio il massimo, il più alto dei significati. La croce è la via, la resurrezione. Civilmente la storia constata che il martirio dell'uomo giusto, il sacrificio dell'uomo giusto costruisce la coscienza morale dell'umanità. E senza questa costruzione di coscienza morale non c'è civiltà, non c'è umanità, non c'è convivenza». «Non c'è nessun elemento di continuità con quella stagione, nessun terreno fertile. Ma se anche fossero quattro ragazzotti esaltati o qualche vecchio brigatista che dà segnali, Genova, con in testa il sindacato, è pronta a dare una risposta ferma, come negli anni 70». Andrea Ranieri, assessore uscente alla Cultura, a quell'epoca era iscritto alla Cgil, in cui fece tutta la trafila fino a diventare segretario generale della Camera del lavoro. Ranieri,qualèstata la sua primareazione allanotiziadell'agguato? «Sconcerto ed incredulità. È vero che la dinamica è molto simile agli assalti delle Br, ma manca ogni presupposto storico, la situazione oggi è totalmente diversa. Per aver vissuto a Genova quegli anni posso dire che le Br vennero fuori in un clima di antagonismo molto forte in cui tra le tendenze più estremiste e l'uso delle armi c'era qualche presunta affinità. Oggi non ci sono assolutamente le condizioni». MaancheoggiGenovavivetensionisociali fortissime.Noncredeche cipossa essereunminimo di terrenofertile? «Nelle fabbriche no. Il ruolo che svolge un movimento forte come «Lotta comunista» è di elemento d'ordine. E la stessa Fiom, che è fatta di molti esponenti che vengono da lì. Io spesso non sono d'accordo con loro, ma devo riconoscere che stanno gestendo la conflittualità sociale: sono intransigenti e duri, ma poi firmano gli accordi. È stato così ad esempio per Fincantieri». Gli esperti del Viminale dicono: le Br hannosemprecolpitobersagli facili... «Può essere vero, però erano soprattutto significativi. Castellano, di cui sono grande amico, era iscritto al Pci, era un bersaglio evidente perché dialogava con il movimento operaio. Le Br colpivano chi aveva funzione di diaframma, quelli che potevano costruire ponti per evitare la lotta di classe. Adinolfi invece non ha queste caratteristiche e in più fa parte di un'azienda, Ansaldo Energia, di cui Finmeccanica vuole disfarsi per concentrarsi sul militare, con anche la Fiom che è contraria». Il sindacatoha sempreavuto unruolo importanteper rispondereallaviolenza. «Con l'unica, fatale, pecca di aver lasciato forse troppo solo Guido Rossa, a Genova il sindacato ha sempre risposto in modo puntuale. E se arriverà la conferma della matrice terrorista, lo farà ancora». I Carabinieri della scientifica al lavoro sul luogo dell'attentato ad Adinolfi FOTO DI LUCA ZENNARO/ANSA L'INTERVISTA MASSIMOFRANCHI ROMA Pietro Scoppola nel 2006 FOTO ANSA DESTINA IL TUO 5XMILLE ALLA FONDAZIONE ISTITUTO GRAMSCI FIRMA alla sezione RICERCA SCIENTIFICA E UNIVERSITÀ indicando il CODICE FISCALE 9 7 0 2 4 6 4 0 5 8 9 w w w. f o n d a z i o n e g r a m s c i . o r g «Non c'è nessun terreno fertile Sono fuori dalla storia» AndreaRanieri L'assessoreallaculturae sindacalistaneiperiodibui del terrorismo:«Genova, conintesta il sindacato,è prontaadareunarisposta ferma,comeneglianni70» Oggi ilpresidentedella RepubblicaGiorgio Napolitanocelebrerà ilgiornodellaMemoria, ricevendoalQuirinale leassociazionidei familiari dellevittimedel terrorismo edellestragi L'INTERVISTA Il 9 maggio 1978 le Br assassinarono Aldo Moro,dopo55giorniditerribileprigionia.Il 9 maggio l'Italia celebra il giorno della Memoria, dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi, e oggi il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ne riceverà al Quirinaleifamiliari.L'Unitàhadecisodipubblicare il testo di un'intervista a Pietro Scoppola, realizzata da Giuseppe Giacovazzo, durantel'edizionespecialedelTg1andatainonda la sera del 10 maggio, poche ore dopo la conclusione di quella drammatica pagina della storia della Repubblica. Il testo è stato recuperato e trascritto da David Sassoli, che nel Tg1 ha vissuto gran parte della sua esperienza professionale di giornalista, e che oggi è capo della delegazione del Pd al Parlamento europeo. Nei giorni delsequestoMorofurononumeroseleedizionistraordinariedei telegiornalieiprogrammi di approfondimento. La vicenda suscitò una fortissima emozione nel Paese e il susseguirsi delle minacce dei terroristi, delle loro richieste, delle polemiche sulla “trattativa” incise profondamente sul corso successivo della politica italiana. Le risposte di Scoppola, professore di storia, intellettuale di punta del cattolicesimo democratico,muovono dalla figura di Moro e dal rapporto tra fede e politica, ma conservano tutt'ora una grandissima attualità. «Moro, coscienza del Paese» mercoledì 9, maggio, 2012 13
IL TUO MUTUO, COSTRUIAMOLO INSIEME. Esempio al 01.05.2012. Mutuo Domus a tasso fi sso: importo mutuo 100.000 euro, durata 20 anni, fi nalità acquisto prima casa. TAEG 6,140%, TAN 5,70%. Spese istruttoria 600 euro, perizia 250 euro, imposta sostitutiva 0,25% dell'importo del mutuo, avviso/quietanza pagamento rata mensile 1,50 euro, costo comunicazioni di legge 0,70 euro percepiti ad ogni invio. Polizza incendio gratis per le domande di mutuo prima casa presentate dal 30/04 al 30/06/2012. Messaggio Pubblicitario con fi nalità promozionale. Fogli Informativi in Filiale e sul sito internet delle Banche italiane del Gruppo che commercializzano il prodotto. Concessione del mutuo subordinata all'approvazione della Banca. 16 mercoledì 9, maggio, 2012
«MALACRIANZA».QUESTAPAROLAESISTENELMIODIALETTOSICILIANO.LACRIANZAÈ,SECONDOILVOCABOLARIO DELL'OTTOCENTESCO MORTILLARO,«L'AMMAESTRAMENTO DEI COSTUMI CHE OGGIDÌ DICESI EDUCAZIONE» e quindi ne deriva che bonacrianza è la buona educazione, mentre la malacrianza è la cattiva educazione. Malocriato è chi risponde male, non rispetta i genitori e i superiori, non sta alle regole del vivere civile. Dal libro di Greco apprendo invece, e con un certo stupore, che nei linguaggi del sud del mondo la crianza assume sensi e significati diversi, può essere la minestra e la preghiera, il comportamento e l'adeguamento, può tutto sommato suonare come la creazione, la vita stessa potrebbe essere una malacrianza per moltissimi e una bonacreanza per un numero minimo. È la parola carillon, la parola staffetta che ci trascina per tutto il romanzo. Il romanzo consiste in uno sconvolgente e grandioso affresco che racconta dei bambini maltrattati, abusati, sfruttati, schiavizzati, venduti in ogni parte del mondo e dove ogni tassello, o capitolo breve, contiene una minima parte di una storia che viene presto interrotta da altrettante brevi storie contenute in altri tasselli, poi nuovamente ripresa e continuata ma sempre più intrecciata alle storie di altri tasselli. Sicchè via via i vari personaggi cominciano a stingere l'uno con altro, a confondersi tra loro, a sovrapporsi, a subire una sorta di mutazione, di modificazione reciproca. Materia difficile e ingrata che oltretutto può tirare brutti scherzi a chi non la sappia affrontare con il dovuto rigore. GIOCAREAFAR TEATRO L'autore ha dedicato questo suo libro principalmente alle bambine e ai bambini coi quali ha giocato a far teatro in diverse parti del mondo, tra le quali l'Argentina, il Messico, il Brasile e l'Etiopia. E questa è la controprova di ciò che il lettore attento avverte subito e cioè che queste terribili storie di bambini, alcune al limite della sopportabilità, hanno il sapore di storie che non nascono dal nulla, o meglio da una fantasia ambiziosa, ma hanno le loro radici in una verità di fondo, in una realtà in qualche modo direttamente o vissuta o percepita o trasmessa. Il romanzo accoglie e restituisce questa verità in modo quasi neutro, oggettivo, il narratore qui è totalmente extradiegetico, e questa oggettività la rende ancor più disumana e spietata. È una scelta volontaria dell'autore, quasi un segno di rispetto. Qualcuno l'ha scritto, ma occorre ripeterlo: Greco non è caduto nel tranello della partecipazione, della commozione, della compassione, della pietas. Ed è questo un suo grandissimo merito. A me personalmente i bambini poveri e infelici della letteratura, quelli per i quali gli autori invocano la lacrima catartica del lettore, non mi hanno mai fatto né caldo né freddo, anzi. Verso questi bambini di Greco ho provato invece un moto profondo di non richiesta partecipazione. Se il risultato è questo, vuol dire che al suo primo romanzo Giovanni Greco dimostra di possedere già una formata intelligenza narrativa e la capacità di dominare appieno la materia trattata. Ma più di tutto mi preme sottolineare la particolare, audace struttura del romanzo. Due sono gli elementi che risaltano maggiormente: il progressivo passaggio dei racconti dalla terza persona alla prima, per cui il discorso da indiretto si fa diretto, e la loro costruzione circolare. Un viaggio circolare, è detto infatti nel risvolto di copertina.Non sono poi tanto sicuro di questa circolarità. A lettura finita, e soprattutto per quanto riguarda la parte centrale del romanzo, ebbi l'impressione che Greco avesse riproposto in narrazione e coi suoi personaggi la celebre scena degli specchi del film La Signora di Shangai di Orson Welles, quella dove una miriade di specchi riflettenti disloca di continuo i tre personaggi nello spazio sicché ognuno di loro compare nel posto occupato un attimo prima da un altro e scompare per ricomparire in sostituzione di un terzo personaggio nello spazio che però era occupato dal secondo. Poi ho pensato che l'operazione strutturale messa in atto da Greco fosse più complessa e ardita. E credo sia per buona parte un'operazione più che cosciente. Cercherò di spiegarmi meglio che posso. Esiste un notissimo fenomeno fisico, osservato e studiato da Isac Newton, universalmente conosciuto come dispersione ottica. Un fascio di raggi paralleli di luce bianca, se attraversa un prisma di vetro, si scompone in tanti raggi ognuno dei quali ha un suo colore particolare. Il bianco scompare. Ma se a questi raggi multicolorati viene fatto attraversare un secondo prisma essi si ricompongono perdendo i rispettivi colori e tornando ad essere un unico fascio di luce bianca. Ora guardando l'indice del libro si ricava che il romanzo si compone di 40 brevi capitoli o tasselli, se volete, interrotti da un capitolo dal titolo, Qualche tempo dopo (o prima), cui fanno seguito altri 45 capitoletti a loro volta seguiti da un capitoletto in corsivo di una pagina e mezzo scarsa intitolato Qualche attimo dopo (o prima) che a sua volta conclude il romanzo. I primi quaranta capitoli non solo mettono in campo tutti i personaggi del romanzo ma ne iniziano e ne portano avanti contemporaneamente le singole storie che sono diverse tra di loro. Allora, questi primi quaranta capitoli sono i raggi colorati già scomposti perché hanno attraversato il primo prisma costituito dall'atto della scrittura, il punto cioè in cui il fascio di luce bianca, che è l'insieme unitario della materia da trattare, si scinde nei rivoli narrativi. Poi, sempre secondo il fenomeno osservato da Newton, questi raggi di luce colorata incontrano un secondo prisma, che qui è un prisma temporale, ed è rappresentato da quel titolo Qualchetempo dopo (o prima). Ebbene, qui il moto unificatorio fa sì che i lati esterni di ogni singolo raggio tendano a sovrapporsi, stingendo e fondendosi col colore più vicino. L'unità nel grande fascio di luce bianca ritorna solo all'incontro col terzo prisma anch'esso temporale, quello che ha per titolo Qualcheattimodopo(oprima) e che non può che segnare la fine del romanzo. Si tratta, a parere mio, di un fatto innovativo nell'uso del tempo narrativo. Che è stata la ricerca che in un certo modo ha impegnato i maggiori scrittori del secolo appena trascorso, da Proust (la memoria del tempo) a Joyce (il tempo dilatato), da Beckett (il tempo atemporale) a Faulkner (il passato e il futuro come presente). E non mi pare impegno da poco per un esordiente soprattutto in un momento nel quale la narrativa italiana sembra volersi negare ad ogni sperimentazione. L'autore sperimentaunnuovo temponarrativo per lestorie deipiccoli sfruttati di tutto ilmondo LETTERATURA Carillon dibambini Unprismaperraccontare l'infanzia«malacriata» ANDREACAMILLERI SCRITTORE Il libro IlpapàdiMontalbano battezzaGiovanniGreco, esordiente,cheèentrato conlasuaoperaprima nelladozzinadelloStrega IL LUTTO AddioaStefanoTassinari, intellettualedallemille facce Èmortoa56anni loscrittore e organizzatoreculturaleStefano Tassinari.Nato aFerrara il 24 dicembre1955 e residentea Bologna,dasempre impegnato in iniziativeculturali e sociali, Tassinariè deceduto lunedì seraall'hospiceSeragnolidi Bentivoglio«dopoaver combattutocon ostinata serenitàper ottoannicontro la malattia»,comericorda il sindacodi Bologna,Virginio Merola.StefanoTassinari ha pubblicatodiversi romanzi e suoi racconti sono presenti in varieantologie. Autoredi testi teatrali, letturesceniche e di programmiradiofonici per Radio3,ha ideatoe diretto varie rassegne letterarie, tra cui«La parola immaginata»e «Ritagli di tempo». Harealizzato documentari tvgirati in Italia e all'esteroecurato la messa in scenadidecine di opere letterariedi scrittori italianie stranieri, collaborandocon molti attori,musicisti e fotografi.Animatore dell'AssociazioneScrittori Bologna,hascrittodi letteraturasuquotidiani e riviste.Èstato direttoree fondatoredi«Letteraria» edirettore responsabilea BolognadiRadio CittàFujiko, che loharicordato conuno speciale. Un'illustrazionetratta dal libro «FridaeDiego. Unafavola messicana»diFabianNegrin (GallucciEditore) MALACRIANZA GiovanniGreco pagine267 euro 18 Nutrimenti U: mercoledì 9, maggio, 2012 21
Legacoop: «Paghiamo per l'Aspi, ma ci sia gradualità» LAURAMATTEUCCI MILANO «Due giugno, festa della Repubblica fondata sul lavoro». Per la prima volta i sindacati decidono di manifestare in una giornata di festività nazionale e di portare i lavoratori a Roma. Lo faranno al pomeriggio, dopo la tradizionale parata militare ai Fori imperiali, con un corteo e con comizio finale (Alemanno permettendo) a piazza del Popolo. L'obiettivo dell'ormai ricostruita triplice è quello di «far cambiar politica economica al governo». L'ultima manifestazione unitaria di questo tipo risale all'epoca Epifani. A giorni poi Cgil-Cisl-Uil presenteranno una piattaforma unitaria sui temi del fisco e della crescita, in cui metteranno nero su bianco le coperture possibili per abbassare, in primis, il cuneo fiscale sul lavoro dipendente. L'annuncio della manifestazione arriva dopo settimane di incontri e discussioni per mettere a punto la strategia comune e trovare la data («abbiamo tante mobilitazioni in corso, l'agenda è fitta»), ma non arriva per riposizionare i sindacati dopo lo tsunami elettorale («la data l'avevamo già decisa la settimana scorsa»). A fare gli onori di casa è stato Luigi Angeletti, che ha illustrato i motivi della scelta del 2 giugno: «Vogliamo far festeggiare la Repubblica dai lavoratori, da coloro che sono più sacrificati e la cui importanza economica e sociale è più sottovalutata». Il segretario generale della Uil vede nero: «La disoccupazione arriverà presto in doppia cifra, un livello che non toccavamo dal secolo scorso, con una riforma del mercato del lavoro che temiamo avrà un impatto tutt'altro che positivo». Un quadro a tinte fosche nel quale rientrano «anche i suicidi di imprenditori ed artigiani, persone che di lavoro vivono, allo stesso modo dei dipendenti che rappresentiamo», tanto da arrivare «ad invitarli a manifestare con noi e a condividere la nostra piattaforma». L'obiettivo della mobilitazione è quindi chiaro e diretto al governo, sebbene venga da «un sindacato responsabile che però non ridursi all'afasia»: «Convincere, e non essere costretti a costringere, il governo a invertire questa tendenza, questa politica fiscale che ha contribuito a distruggere lavoro aumentando il cuneo fiscale, l'iniquità del sistema e ha depresso il mercato interno». A fargli eco arriva subito dopo Raffaele Bonanni. Per il leader Cisl «bisogna garantire una sterzata alla vicenda fiscale, come diciamo da diverso tempo, perché esistono Paesi che usano la leva fiscale al contrario nostro, favorendo i più deboli e colpendo i ricchi. Noi come sindacato avevamo chiesto la patrimoniale e invece ci siamo trovati la patrimoniale per i poveri: l'Imu che colpisce le prime case». In questo senso Bonanni appoggia «convintamente i sindaci che stanno pensando di sostituirla perché la conseguenza sarà un controllo delle loro spese molto migliore rispetto a quello che farà Bondi con la spendingreview». Il governo è nel mirino di Bonanni soprattutto per «il tentativo di saltare il confronto con la falsa idea che in questo modo si eviti la consociazione, mentre è esattamente il contrario: in questi mesi le lobby hanno scorrazzato con il governo e invece il confronto con noi porta sempre discussioni trasparenti». A chiudere arriva una soddisfatta Susanna Camusso. Per il segretario generale della Cgil «nella storia recente di questo Paese non esiste una situazione analoga in cui si è manifestato nel giorno di una festività per chiedere al governo di cambiare politica economica». Tutto ciò è «indice che il punto di rottura per chi lavora è vicino ed è necessario che il governo cambi in fretta strada». Anche perché «la scusa che usa (“l'Europa non ce lo consente”) non tiene più: l'Europa non ci ha chiesto di non fare la patrimoniale, l'Europa non ci ha vietato di fare accordi con la Svizzera sui capitali portati là, come hanno fatto altri Paesi». Servono infatti «risorse per un cambiamento concreto fatto di investimenti in welfare e per i Comuni, di fisco come elemento di equità e non riforme strutturali che daranno frutti fra anni: tutte queste cose si possono fare rispettando i vincoli europei». Il fisco dunque come «strumento per introdurre due parole sempre usate dal governo, ma mai perseguite: equità e crescita». In chiusura arriva l'avvertimento al governo: «Questa grande manifestazione richiede risposte; se non ci saranno, continueremo a mobilitarsi». La parola “sciopero generale” viene solo evocata. Ma anche questo è un elemento di novità, specie se Bonanni e Angeletti non si dicono contrari a priori. ESODATI, DIRITTO SOGGETTIVO Oggi, alle 17, Camusso, Bonanni e Angeletti si ritroveranno ad un appuntamento «importante, anche se arrivato troppo in ritardo»: quello con la ministra Elsa Fornero per il tavolo sugli esodati. Contenti per aver costretto al dietrofront il governo, che ha atteso l'incontro prima di emanare il decreto interministeriale sui 65mila «salvaguardati del 2011», Cgil-Cisl-Uil (assieme all'Ugl) si presenteranno con una posizione unitaria: «Non è un problema di numeri e di copertura, ma di diritti soggettivi di persone che hanno firmato accordi con le aziende prima della riforma delle pensioni; persone a cui dare risposte previdenziali. Una risposta unica, non solo ai primi 65mila». Il presidente di Legacoop Giuliano Poletti si fa interprete di una richiesta sottoscritta dall'Alleanza delle cooperative e indirizzata al governo e alla commissione Lavoro del Senato, che sta esaminando il disegno di legge di riforma del mercato del lavoro: diluire su un arco temporale più lungo, almeno 5 anni, il contributo dell'1,31% per la nuova Aspi e dello 0,30% per la formazione continua alle retribuzioni dei soci lavoratori delle cooperative che operano nei settori della logistica, del facchinaggio e del multiservizi. Che finora non hanno mai dovuto versare per coprire le spese per gli ammortizzatori, perché il loro regolamento non lo prevedeva. Nel complesso, si tratta di un comparto che coinvolge circa 200mila persone. «Siamo pronti a pagare il dovuto per gli ammortizzatori, ma chiediamo di poterlo fare in modo graduale, spalmando l'aggravio dei costi su cinque anni». Perquale motivo? «Il rischio, altrimenti, è che le cooperative, in un settore già in difficoltà com'è questo, o finiscano nel nero o chiudano per fallimento». La proposta è oggetto di un emendamento,giusto? «Emendamento già presentato, che chiediamo venga approvato. La nostra richiesta non intende affatto mettere in discussione l'entrata in vigore dell'Aspi dal 1 gennaio 2013, che andrà a regime nel 2017, né sminuire il significato della formazione continua. Il nostro obiettivo è evitare che un ulteriore aumento dei costi della contribuzione metta in grave difficoltà le cooperative dei comparti che, oltre ad essere ad alta intensità di manodopera e a scarso valore aggiunto, devono far fronte ai pesanti effetti della crisi e dei ritardi di pagamento sia delle pubbliche amministrazioni sia delle committenze private. Le coop spurie in questi settori sono molto diffuse, così come gli incidenti sul lavoro. Il contesto in cui si opera è molto complicato: le coop, quelle vere intendo, sono un elemento di regolamentazione e legalizzazione, ma per loro il rischio concreto è che l'applicazione immediata dell'intero aumento contributivo possa determinare una riduzione significativa del numero degli occupati e, peggio, favorire le tante imprese irregolari». Comecooperative aveteavanzatoaltre richieste? «Un'altra relativa alla vecchia legge Marcora, con la quale era possibile per un lavoratore di una coop in crisi chiedere l'intera indennità di mobilità da investire - con l'aggiunta di altri soldi da parte di una società ad hoc - nella creazione di una nuova società. Un meccanismo virtuoso, insomma, che negli anni ha permesso la creazione di molte cooperative, e che vorremmo fosse salvaguardato. Adesso che la mobilità sparisce, chiediamo che sia possibile usare l'Aspi, che a conti fatti vale un po'meno della vecchia mobilità, ma che resta l'unica possibilità di finanziamento di nuove imprese». ILCASO «Per la prima volta il sindacato festeggia il 2 giugno, parlando di lavoro» Manifestazione in piazza del Popolo L'ITALIAELACRISI L'INTERVISTA Mille fallimentialmese,+4,2%inunanno Nonsi fermanei primi tremesidel 2012 lacorsa dei fallimenti: tra gennaio e marzosono stateaperteoltre 3mila procedurefallimentari, il 4,2% in più rispettoa quantoosservatonei primi tremesidel 2011. Lo rilevano i dati Cerved, illustrati nell'Osservatorio trimestralesullacrisi di impresa. La crescitadei defaultnon si arrestaormai daquasiquattro anni:per sedici trimestri consecutivi, a partire dell'apriledel2008, leprocedure hanno infatti sempre fatto registrare incrementi rispettoallostessoperiodo dell'annoprecedente.L'unicoe timido segnalepositivo - sottolinea l'indagine siosserva nei datidestagionalizzati: tra gliultimi tremesi del2011 e i primi tre delnuovo anno, ilnumerodi fallimenti correttoper i fenomeni di stagionalità e dicalendario risulta incalo dell'1,1%, tenendosicomunquea livelli benpiù elevati rispetto a quellipre-crisi. L'aumentodei fallimenti èsostenuto da quellodi societàdi capitali (+7,3% rispettoal primotrimestredel 2011), mentre leprocedure aperteda società dipersone oda altre formegiuridiche risultano incalo. Nell'ambito delle societàdicapitale, forma giuridica in cui si concentranoquasi i trequartidei fallimentiaperti, aumentano i default soprattutto tra le aziendenon ingrado didepositareun bilanciovalidotre anni primadella procedura(+13,2%) e tra le piccole imprese conun attivodi bilanciocompreso tra2e 10milioni di euro(+9,9%). Sindacati uniti in piazza per la festa della Repubblica Il 2 giugno Cgil, Cisl e Uil manifesteranno a Roma FOTO INFOPHOTO MASSIMO FRANCHI ROMA . . . 65mila Oggi vertice con Fornero sugli esodati. Cgil, Cisl e Uil: non sono numeri, i diritti vanno rispettati GiulianoPoletti «Cooperative indifficoltà, daqui la richiesta dispalmare il contributo supiùanni.C'ègià unemendamento, ilgoverno loapprovi» 14 mercoledì 9, maggio, 2012
A CONTI (ELETTORALI) FATTI, AC-CANIRSI SU QUEI POVERACCI DEL PDLÈCOMESPARARESULLACROCEROSSA. Berlusconi ha pensato bene di mettersi a distanza di sicurezza dal tracollo, mandando pure a dire che, in fondo, non è andata affatto male. Renitente alla verità come lui non c'è un altro al mondo. O forse sì, uno c'è, ed è Giuliano Ferrara, che ci dà sempre delle grandi soddisfazioni e lo ha fatto anche stavolta, commentando i dati in fieri dentro lo Speciale del Tg3 di Bianca Berlinguer. Ha sostenuto la tesi che quello di Grillo è stato sostanzialmente un flop, perché Parma non fa testo, visto lo sfascio dell'amministrazione precedente e quanto a Genova, poi, è la città di Grillo. Per il resto, niente sfracelli, anzi risultati inferiori all'attesa (di chi?). Comunque il paradosso di Ferrara è suggestivo e di sicuro meno squallido dei tentennamenti dei vari berluscloni in disarmo che vanno cincischiando da un talk show all'altro. Perfino Stracquadanio ha perso il suo smalto ed è andato a dire all'Infedele che purtroppo il Pdl non ha realizzato la meravigliosa rivoluzione liberale che prometteva. D'altra parte, ha spiegato, mica si può fare la rivoluzione liberale con Alemanno che fa assumere migliaia di amici nelle municipalizzate. Ben detto. Mentre Stracquadanio non ha detto niente di Bossi e della Lega, come alleati della rivoluzione liberale. E, quanto a dire e non dire, bisogna ammettere che gli ex sconosciuti grillini, finalmente approdati alla tv, non sembrano aver niente da dichiarare. O meglio, dicono tutti la stessa cosa e cioè che loro non hanno tolto voti a nessun partito, in quanto i voti non sono dei partiti ma degli elettori. In, più i partiti sono tutti uguali e quindi tanto vale farne a meno. A parte quello di Grillo. Basta chiamarlo movimento e il gioco è fatto. TV Stracquadanio euna meravigliosa rivoluzione liberale (fallita) 06.45 Unomattina. Show. 10.25 Palazzo del Quirinale, celebrazione della Giornata in ricordo delle vittime del terrorismo. Evento 11.30 Unomattina. Rubrica 12.00 La prova del cuoco. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.00 TG1 - Economia. Informazione 14.01 Tg1 Focus. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show. 15.15 La vita in diretta. Rubrica 16.50 TG Parlamento. Informazione 17.00 TG 1. Informazione 17.10 Che tempo fa. Informazione 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Qui Radio Londra. Attualita' 20.35 Aari Tuoi. Show. 21.10 Punto su di te. Show. Conduce Claudio Lippi 23.20 Porta a Porta. Talk Show. Conduce Bruno Vespa. 01.00 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.16 Tg1 Focus. Informazione 01.35 Qui Radio Londra. Attualita' 01.40 Sottovoce. Talk Show. 02.10 Rai Educational Magazzini Einstein. Documentario 06.30 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 09.30 Zorro. Serie TV 09.55 Le nuove avventure di Braccio di Ferro. Cartoni Animati 10.00 Tg2 Insieme. Rubrica 11.00 I Fatti Vostri. Show. 13.00 Tg2. Informazione 13.30 Tg2 - Costume e Società. Rubrica 13.50 Medicina 33. Rubrica 14.00 Italia sul Due. Talk Show. 15.00 Question Time. Rubrica. 15.45 Crazy Parade. Rubrica. 16.15 La signora del West. Serie TV 17.00 Private Practice. Serie TV 17.50 Rai TG Sport. Informazione 18.15 Tg 2. Informazione 18.45 Ghost Whisperer. Serie TV 19.35 Squadra Speciale Cobra 11. Serie TV 20.30 Tg2. Informazione 21.05 Criminal Minds. Serie TV Con Shemar Moore, Joe Mantegna, Thomas Gibson. 21.50 Criminal Minds. Serie TV 22.40 Criminal Minds - Suspect Behavior. Serie TV Con Forest Whitaker, Matt Ryan, Beau Garrett, Michael Kelly. 23.15 Tg2. Informazione 23.30 Superclub. Rubrica 08.00 Agorà. Talk Show. 10.00 La Storia siamo noi. Documentario 11.00 Apprescindere. Talk Show. 11.10 TG3 Minuti. Informazione 11.15 Agente Pepper. Serie TV 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. Informazione 12.25 Rai Sport Ciclismo: 95° Giro d'Italia si gira. Sport 12.45 Le storie. Talk Show. 13.10 La strada per la felicita'. Soap Opera 14.00 TG Regione. / TG3. 15.10 Ciclismo: 95° Giro d'Italia 4° tappa: Verona - Verona (Crono a squadre). Sport 18.05 Geo & Geo. Rubrica 19.00 TG3. / Tg Regione. 20.00 Blob. Rubrica 20.10 Le storie. Talk Show. 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 Chi l'ha visto?. Attualita' 23.15 Volo in diretta. Rubrica 00.00 TG 3 Linea notte. Informazione 00.10 TG Regione. Informazione 01.00 Meteo 3. Informazione 01.05 Rai Sport Ciclismo: 95° Giro d'Italia Giro notte. Rubrica 01.35 Rai Educational. Rubrica 02.35 Fuori Orario. Cose (mai) viste. Rubrica 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.40 La telefonata di Belpietro. Rubrica 08.50 Mattino cinque. Show. 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.45 Uomini e donne. Talk Show. 16.05 Amici. Talent Show 16.45 Pomeriggio cinque. Talk Show. Conduce Barbara D'Urso. 18.45 Il Braccio e la Mente. Gioco a quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.30 Meteo 5. Informazione 20.31 Striscia la notizia - La Voce della contingenza. Show. Conduce Ficarra, Picone. 21.10 Le tre rose di Eva. Serie TV Con Anna Safroncik, Roberto Farnesi 23.30 Matrix. Talk Show. Conduce Alessio Vinci. 01.30 Tg5 - Notte. Informazione 01.59 Meteo 5. Informazione 02.00 Striscia la notizia - La Voce della contingenza. Show. Conduce Ficarra, Picone. 02.31 Media shopping. Shopping Tv 07.22 Ieri e oggi in tv. Rubrica 07.25 Nash Bridges I. Serie TV 08.20 Hunter. Serie TV 09.40 Carabinieri. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Detective in corsia. Serie TV 13.00 La signora in giallo. Serie TV 14.05 Sessione pomeridiana: il tribunale di Forum. Rubrica 15.10 Flikken coppia in giallo. Serie TV 16.15 My Life - Segreti e passioni. Soap Opera 17.00 Final run - Corsa contro il tempo. Film Azione. (1999) Regia di Armand Mastroianni. Con Robert Urich 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.30 Europa League Finale: Atletico Madrid - Athletic Bilbao. Sport 23.05 I Bellissimi di Rete 4. Rubrica 23.10 Profumo - Storia di un assassino. Film Drammatico. (2006) Regia di Tom Tykwer. Con Dustin Homan, Ben Whishaw, Alan Rickman. 02.05 Tg4 - Night news. Informazione 02.28 Vintage parade. Musica 06.50 Cartoni animati 08.40 Settimo cielo. Serie TV 10.35 Ugly Betty. Serie TV 12.25 Studio aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 Dragon ball. Cartoni Animati 14.55 Camera cafe' ristretto. Sit Com 15.05 Camera Cafè. Sit Com 15.55 Camera Cafè sport. Sit Com 16.00 Chuck. Serie TV 16.50 La Vita secondo Jim. Serie TV 17.45 Trasformat. Show. 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.25 C.S.I. Miami. Serie TV 20.20 C.S.I. Miami. Serie TV 21.10 Questo pazzo pazzo matrimonio. Reality Show. 23.05 American pie 2. Film Commedia. (2001) Regia di James B. Rogers. Con Jason Biggs, Eddie Kaye Thomas, Alyson Hannigan. 01.05 The shield. Serie TV Con Michael Chiklis 02.35 Studio aperto - La giornata. Informazione 02.50 Highlander. Serie TV Con Adrian Paul 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. 11.10 L'aria che tira. Talk Show. 12.30 I menù di Benedetta Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Brevi amori a Palma di Maiorca. Film Commedia. (1959) Regia di Giorgio Bianchi. Con Alberto Sordi, Dorian Gray, Belinda Lee. 15.55 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 17.55 I menù di Benedetta. Rubrica 18.50 G' Day alle 7 su La7. Attualita' 19.25 G' Day. Attualita' 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Otto e mezzo. Rubrica 21.10 Hancock. Film Commedia. (2008) Regia di Peter Berg. Con Will Smith, Charlize Theron, Jason Bateman.. 22.55 10 cose di noi. Film Commedia. (2006) Regia di Brad Silberling. Con Morgan Freeman, Paz Vega, Jonah Hill. 00.40 Tg La7. Informazione 00.45 Tg La7 Sport. Informazione 00.50 (ah)iPiroso. Talk Show. 21.00 Sky Cine News. Rubrica 21.10 Habemus Papam. Film Commedia. (2011) Regia di N. Moretti. Con M. Piccoli N. Moretti. 23.00 The Next Three Days. Film Thriller. (2010) Regia di P. Haggis. Con R. Crowe E. Banks. 01.20 Source Code. Film Fantascienza. (2011) Regia di D. Jones. Con J. Gyllenhaal SKY CINEMA 1HD 21.00 Sognando Beckham. Film Commedia. (2002) Regia di G. Chadha. Con P. Nagra K. Knightley. 22.55 Le avventure di Sammy. Film Animazione. (2010) Regia di B. Stassen. 00.25 Adèle e l'enigma del faraone. Film Azione. (2010) Regia di L. Besson. Con L. Bourgoin M. Amalric. 21.00 Amore senza confini - Beyond Borders. Film Drammatico. (2003) Regia di M. Campbell. Con A. Jolie C. Owen. 23.10 La musica del cuore. Film Drammatico. (1999) Regia di W. Craven. Con M. Streep A. Quinn. 01.25 Il trono di spade 2. Rubrica 01.45 The Company Men. Film Drammatico. (2010) Regia di J. Wells. 19.40 Bakugan Potenza Mechtanium. Cartoni Animati 20.05 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 20.30 Lo straordinario mondo di Gumball. Cartoni Animati 20.55 Adventure Time. Cartoni Animati 21.20 Takeshi's Castle. Show. 21.45 Young Justice. Serie TV 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Marchio di fabbrica. Documentario 19.30 Marchio di fabbrica. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Sons of Guns. Documentario 22.00 American Chopper. Documentario 23.00 La febbre dell'oro. Documentario 18.35 Platinissima presenta Good Evening. Show. 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Via Massena. Sit Com 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 Switched at birth. Serie TV 22.30 Deejay chiama Italia - Edizione Serale. Rubrica DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.20 MTV News. Informazione 19.30 I Soliti Idioti. Serie TV 20.20 Jersey Shore. Serie TV 21.10 America's Best Dancer Crew. Talent Show 22.50 MTV Spit. Show. 23.40 Speciale MTV News. Informazione MTV RAI 1 21.10: Punto su di te Show con C. Lippi Un nuovo show che vuole essere l'evoluzione de “I raccomandati”. 21. 05: Criminal Minds Serie Tv con J. Mantegna. Un assassino colpisce ogni anno nella notte prim di Halloween. 21.05: Chi l'ha visto? Attualità con F. Sciarelli. Donatella Grosse è una giovane scomparsa dieci anni fa. 21.10: Le tre rose di Eva Serie Tv con R. Farnesi. Alessandro inizia a credere all'innocenza di Aurora. 20.30: Atletico Madrid - Athletic Bilbao A Bucarest va in scena la finale di Europa League. 21.10: Questo pazzo pazzo matrimonio Show. Il nuovo candid show che prende di mira le coppie di sposi. 21.10: Hancock Film con W. Smith. Un vero supereroe ha bisogno di un consulente per migliorare l'immagine. RAI 2 RAI 3 CANALE 5 RETE 4 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY FRONTEDELVIDEO MARIA NOVELLAOPPO U: mercoledì 9, maggio, 2012 25
«SONO SVILUPPATORE DI SISTEMI INFORMATICI, MA VADOA FARE UNCOLLOQUIO IN GERMANIA. ANZI, NE FACCIO PIÚ DI UNO, IN ITALIA NON CI RESTO DI CERTO».Il volo low cost delle otto e quaranta che va da Roma Ciampino a Francoforte decolla in orario ed è gremito. Trovare un posto vicino al finestrino è quasi impossibile, bisogna lottare con la sorte. Moltissimi i giovani, ma non tutti sono in vacanza per il ponte del Primo maggio. C'è più di uno che utilizza le feste per fare colloqui all'estero. Uno di questi è Michele B., consulente informatico. Ha ventinove anni, si è laureato in tempo, «a venticinque», precisa con un sorriso, lavora per una grande azienda che si occupa di sistemi per le comunicazioni, nel Lazio. La grande azienda, però, ha deciso di subappaltare parte della propria attività e Michele è finito a lavorare in una società dalle dimensioni limitate e per uno stipendio decisamente inferiore a quello medio della sua categoria, a diritti compressi. «Ho un contratto atipico a progetto», racconta. «E lavoro per una realtà piccola e che potrebbe chiudere da un momento all'altro, lasciandomi per la strada senza troppi complimenti. E poi c'è sempre la possibilità che ti licenzino, magari preferendo uno ancora più giovane e abbassando ulteriormente lo stipendio. Prendi un neolaureato, gli dai 700 euro e via» Allaccia la cintura e sfoglia il suo curriculum. «Più mi guardo attorno e più mi rendo conto che devo sbrigarmi», spiega. «Qui la situazione è ferma, bloccata. E se assumono i giovani è solo per pagarli di meno», prosegue. «Non c'è comunicazione interna, né trasparenza nelle aziende. A volte non sai nemmeno chi sono i tuoi colleghi. Insomma, l´idea di andare a lavorare fuori non mi fa impazzire, ma o la faccio ora o mai più. L'Italia è un Paese fermo. Rischi solo d'invecchiare con quattro soldi senza crescere professionalmente, e poi magari perdi il lavoro a quarant'anni, o subito dopo, perché non servi piú. Non mi pare ci sia modo per restare». E all'estero invece? «Un informatico del mio livello all'estero è pagato circa tre volte, qualche volta quattro volte di più. Non solo, Molte aziende hanno il “salary review” (una revisione semestrale o annuale in base ai risultati raggiunti, nda). Da noi non esiste. Nessuno ti aumenterà mai la paga se vali qualcosa. Ho già fatto alcuni colloqui telefonici in Germania e questa settimana ci saranno quelli risolutivi, per questo sono qua. Sono in ansia e in attesa, ma se va tutto bene io con l'Italia chiudo del tutto. Altrimenti continuo a cercare in altri paesi, per esempio in Inghilterra. Almeno finché le cose non cambieranno, nel mio, di Paese, non rimetteró piede, non ho chance». Intanto i giovani cervelli italiani fuggono all'estero a migliaia. L'impressione è che alcune rotte aeree europee si stiano trasformando in viaggi della speranza alla ricerca di un lavoro, di un futuro. «I miei amici più cari sono tutti fuori: Inghilterra, Germania, Svezia. Uno si è già comprato casa sua, di proprietà», racconta ancora Michele B., che ovunque andrá in Europa, sarà in buona compagnia Luana D.C., ventitré anni, una laurea in lingue ottenuta a pieni voti alla Statale di Milano non ha dubbi: «In Italia non si può proprio rimanere. Io sono dovuta andare via. Non volevo partire, volevo restare a casa mia. Ho cercato fino all'ultimo, ma non c'era niente». Luana è a Francoforte da pochi giorni. Presta servizio come addetta ai clienti e coordinatrice in una struttura alberghiera della capitale finanziaria dell'Europa continentale. «Sono appena arrivata e mi trovo bene - racconta - A Milano la situazione stava diventando allarmante. Negli ultimi tre mesi avrò inviato circa duecento email a compagnie e società per provare, dico solo provare, a trovare una specie di lavoro», prosegue. «E invece nulla. Le uniche cose che sono riuscita a trovare, con la mia laurea e il mio corso intensivo di specializzazione all'università di Newcastle, in Gran Bretagna, sono stati uno stage gratis e un posto di cameriera in un pub di Milano centro». «E allora - spiega - ho fatto la valigia. Ho preso un volo economico e sono venuta in Germania, visto che parlo la lingua bene e sto prendendo una seconda specializzazione in tedesco. Quando sono arrivata non avevo niente in mano, ero preoccupata. Ma mi sono messa a cercare e in pochi giorni mi sono sistemata». VITEDA STAGISTI In passato Luana aveva lavorato come stagista presso l'Istituto Culturale Italiano di Wolfsburg, in Bassa Sassonia. «Non era pagato, avevo solo un piccolissimo rimborso spese, e gli ultimi soldi sono arrivati a distanza di un anno dalla fine del periodo. E infatti i miei amici tedeschi mi prendevano in giro: “Ma che lavoro è senza paga? È un hobby”. Alla Volkswagen di Wolfsburg, dove facevano gli stage, loro venivano regolarmente retribuiti quasi come gli impiegati normali. Lì, nella fabbrica automobilistica, pagano anche gli studenti, quelli che fanno il mese di pratica durante il corso di studi. Incredibile, no?». Luana non si fermerà in Germania: l'obiettivo è terminare il suo corso e puntare al Sudafrica». Sorride. «Mi sto specializzando in diritti umani, ho già trovato un posto di un anno come ricercatrice in un centro studi di Città del Capo che si occupa di queste tematiche e forse in un remoto futuro, chissá, potrei provare a tornare in Italia. Non mi piace stare lontano ma non ho alternative». Elena C. è laureata in lingue, ha 23 anni ed è nata nella provincia di Campobasso. «Insegno italiano agli stranieri in una scuola privata e a breve frequenterò un master in scienze delle comunicazioni, in futuro vorrei lavorare all'Università», racconta mentre sorseggia un cappuccino in un bar del centro di Francoforte. «Mi sono spostata subito dopo la laurea, ho approfittato del fatto che un mio parente ha un ristorante in città e mi sono proposta per dare una mano. Poi mi sono organizzata di mio. Il tedesco l'ho perfezionato qui, e ancora lo sto studiando». E la nostalgia? «Ogni tanto torno a casa. I miei sono tranquilli, capiscono perfettamente che non c'è altro da fare, che in Italia non ci sono speranze. E poi sto bene, sento che sto andando avanti e che posso programmare. Una cosa impensabile in Italia dove tutto è fermo, immobile». Giovanissimi, laureaticolmassimodeivoti:usanoil fine settimanao levacanzeperspostarsiconpochieuroefare colloquiall'estero.Espessovengonoassunti INUOVIEMIGRANTI Fuga di cervelli su voli low cost Lerottedella«speranza» perchicercaun lavoro CLAUDIASTAMERRA ROMA U: RISCOPERTE : Finalmentesudvd«Allarmisiamfascisti!» P.20 RECENSIONED'AUTORE : La«Malacrianza»secondoCamilleri P.21 LASTORIA : Cosìsicostruiscono(con 10milaeuro) lescuole in India P. 23 ILLIBRO : LacamiciabrunadiHeidegger P.24 mercoledì 9, maggio, 2012 19
Camilleri: vi racconto l'infanzia«malacriata» P.21 CIARNELLIA P.3 Circolare alle Prefetture per valutare se estendere l'utilizzo delle scorte Il premier reagisce: i drammi umani colpa di chi ha provocato la crisi Bersani: il Pd è perno dell'alternativa «Il governo si muova su esodati e Imu» «Ho70anni ecostruisco scuole in India» FantozziP.23 L'ANALISI ALFREDOREICHLIN ILDOSSIER RINALDOGIANOLA La fuga lowcost deicervelli StamerraP.23 Votare Orlando? Il Pd si divide BUFALINIA P.7 Grillo insulta Napolitano CARUGATI AP.5 Perché l'asse Parigi-Berlino non sarà un «Merkollande» ILCOMMENTO MICHELECILIBERTO La Cancelliera rilancia l'intesa franco-tedesca ma l'Europa ormai viaggia lungo i binari della crescita. Lo hanno ribadito nei giorni scorsi all'Unità sia Jean-Marc Ayrault, possibile primo ministro, sia Laurent Fabius probabile ministro degli Esteri. A rendere impossibile un patto di ferro tra Hollande e Merkel è un altro fatto: il nuovo inquilino dell'Eliseo considera strategico il rapporto con Spd e Pd. DE GIOVANNANGELIA P.11 Viminale, terrorismo «Massimo allarme» Staino Il Pdl se la prende con Monti LaRepubblicadel lavoro Il2 giugnoCgil,Cisl eUil inpiazzaa Romaper chiedere algoverno dicambiare lapolitica economica:«Tutelare chigià èsacrificato» FRANCHIA P. 14 IL MIO VECCHIO CUORE DI SINI-STRA HA ESULTATO PER LA VITTORIADEI SOCIALISTI IN FRANCIA. La coccarda dei giacobini sventola sul pennone dell'Eliseo. Poi questo fatto, unito a molti altri sommovimenti che sono in atto nei Paesi europei, ha suscitato in me altri pensieri. Parlerò più avanti delle amministrative italiane ma dico subito che il dato più duraturo su cui riflettere è il fatto che il campo storico della lotta tra progresso e reazione è cambiato. È diventato europeo, ed è sempre più parte di una rete mondiale. Politica interna e politica estera sono ormai la stessa cosa. «Noi» siamo in loro e «loro» stanno in noi. E se guardiamo le cose oltre la piccola cronaca è questo che ha sfidato il vecchio sistema politico italiano. SEGUE A P. 17 Chi sono i sovversivi La Lega dimezzata, il Pdl ridotto al lumicino. Qualcosa di importante è accaduto al Nord e va segnalato: una fortissima ondata ha colpito e destrutturato il centrodestra ovunque, salvo che a Verona dove è confermato il leghista anomalo Tosi. Si aprono scenari nuovi per Pd e centrosinistra. AP.8 Il nuovo partito del Nord La vittoria di Hollande è una gioia perché è il ritorno della sinistra. E perché con la sua idea di una presidenza normale torna una concezione più sana della politica. MarcAugé Vendola: basta club del rigore Dopo l'attentato di Genova è allarme rosso sul rischio terrorismo. Il ministro informerà stamattina il Parlamento sull'agguato, sulla sua matrice e sulle indagini. Si alzerà il livello dell'allerta. Finora gli obiettivi più a rischio erano considerati politici e professionisti collegati alla riforma del mercato del lavoro e i dirigenti di Equitalia. Ora è stato chiesto alle prefetture di valutare se comprendere nei vari dispositivi di scorta anche i dirigenti delle aziende di Stato e i grandi manager. Intanto 48 ore dopo il ferimento del dirigente dell'Ansaldo ancora non è arrivata alcuna rivendicazione. FUSANI EVESPOA P. 12 C'È QUALCOSA CHE NON CONVINCENELLEANALISICHESISTANNOFACENDO IN QUESTE ORE DEL RISULTATO DELLE ELEZIONI AMMINISTRATIVE, una specie di miopia rispetto a quello che è accaduto, e continua ad accadere, nel fondo della società italiana. Il criterio che in genere si segue è di carattere essenzialmente politologico, con una conseguente critica - profonda e drastica nei confronti del sistema dei partiti, accomunati in una sorta di notte in cui tutte le vacche sono nere, senza alcuna distinzione di responsabilità fra l'uno e l'altro. SEGUEAP. 2 La crisi sociale non è politologia U: Grecia, la missione impossibile del giovane Tsipras ANDREADISAP.10 1,20 Anno 89 n. 127Mercoledì 9 Maggio 2012
18 mercoledì 9, maggio, 2012
DIARIODA ALGERI Ieri il quotidiano indipendente algerino El Watan intitolava a tutta pagina: «Les observateurs n'auront pas access au fichier electoral national» cioè gli osservatori non avranno accesso al registro elettorale nazionale. Questa questione sta animando la vigilia del voto in Algeria, perché è chiaro che la possibilità di visionare la lista nazionale degli elettori non è un dettaglio di poco conto. Del resto, due saranno gli elementi che determineranno o no il successo del processo elettorale algerino: da un lato la trasparenza delle procedure e dall'altro il livello di partecipazione al voto. Per avere solo un minimo di riferimento, è utile ricordare che alle elezioni del 2007 ha partecipato il 36,65 per cento degli elettori. Ad Algeri, solo il 17 per cento. Ragionando sulle previsioni, alcuni commentatori parlano «di ottimismo misurato» rispetto al tasso di partecipazione elettorale. Tuttavia, si percepisce una certa disillusione e parlando con i cittadini sembra di udire parole che si ascoltano anche da noi in questo periodo, come ad esempio «i giochi sono già stati fatti» oppure «inutile votare per deputati che non servono a niente: prendono soldi e basta!» o ancora «i deputati non li vediamo mai».Vedremo se questo «ottimismo misurato» troverà conferma domani, giorno nel quale gli algerini si recheranno alle urne. La campagna elettorale appena conclusa in realtà non è stata molto attiva, anzi a detta di molti giornalisti algerini è stata caratterizzata da un clima di quasi totale indifferenza che lascerebbe presagire un forte astensionismo tra i 21,6 milioni di aventi diritto. Ciononostante, girando per la capitale, si vedono gli spazi elettorali pieni di manifesti nei quali i diversi candidati si contendono il voto. La prossima Assemblea legislativa che si insedierà avrà un compito molto importante, quello di realizzare le riforme democratiche per l'Algeria, per questo la percentuale di partecipazione alle urne sarà un termometro che conferirà maggiore o minore solidità al percorso avviato. ANTONIOPANZERI Osservatoredell'Unione europea Il leader di Syriza Alexis Tsipras arriva al Palazzo presidenziale per ricevere l'incarico esplorativo FOTO ANSA ILRETROSCENA UMBERTODE GIOVANNANGELI La battaglia della trasparenza «HOLLANDEPUNTA ALRAFFORZAMENTODELLE RELAZIONI FRANCO-TEDESCHEma deve essere chiaro che non ha alcuna intenzione di sostituire al “Merkozy” una sorta di “Merkollande». A sostenerlo è l'uomo a cui il neopresidente francese aveva affidato, da candidato all'Eliseo, di curare il rapporto con Berlino: Jean-Marc Ayrault, presidente del gruppo del Ps all'Assemblea Nazionale, colui che tutti gli analisti indicano come il più accreditato alla poltrona di palazzo Matignon, l'ufficio del primo ministro. Nell'intervista a l'Unità, Ayrault ha insistito su un punto strategico: «L'Europa sarà il nostro faro», e Hollande non ha intenzione di sacrificare questa scelta strategica per una riedizione, riveduta e corretta, di patti di ferro a due. Concetto che, sempre in una intervista a l'Unità, aveva affermato con forza Laurent Fabius, già premier, colui che il totoministri dà per favorito per la guida del Quai D'Orsay. La cancelliera Merkel l'attende a Berlino; il premier britannico David Cameron lo vuole a Londra. L'agenda internazionale di François Hollande si arricchisce di giorno in giorno, ma, fonti vicine al neo presidente, ribadiscono con forza a l'Unità quanto già affermato da Ayrault e Fabius: le relazioni con la Germania non andranno a scapito della crescita di uno schieramento europeo favorevole all'idea di Europa che Hollande ha sostenuto nella sua campagna elettorale. Un'Europa che fa della crescita il perno per un suo rilancio in un mondo globalizzato. Non solo: Fabius, come Ayrault, avevano sostenuto che una vittoria socialista in Francia poteva avere un effetto domini positivo negli altri Paesi dell'Unione chiamati al voto nel 2013: l'Italia e la Germania. Nell'entourage di Hollande si ricorda lo stretto legame, politico e personale, stabilito dall'allora candidato socialista all'Eliseo con i leader del Pd, Pier Luigi Bersani, e con quello dela Spd, Sigmar Gabriel. Un patto d'azione per una Europa progressista sviluppato nel «manifesto di Parigi». Hollande non ha alcun intenzione, né interesse, a mettere tra parentesi questo patto d'azione nel nome di una realpolitik che finisca per sacrificare l'Europa progressista sull'altare di un riequilibro dell'asse preferenziale franco-tedesco. Collaborazione, sì, ma nessun «Merkollande». Anche perché i segnali elettorali che giungono dalla Germania raccontano di una cancelliera in difficoltà e di una Spd che vede nel suo futuro come ipotesi minimale quella di una «Grosse Koalition» con una Cdu ridimensionata. Quanto a Cameron, i più stretti collaboratori del neopresidente francese ricordano che Hollande non era stato ricevuto dal premier britannico nel corso di una sua tappa londinese in campagna elettorale e che Cameron aveva dato il suo appoggio alla rielezione di Nicolas Sarkozy. Un sostegno a «Sarkò» che Cameron aveva condiviso con Angela Merkel. «François ha una memoria lunga dice a l'Unità uno dei suoi consiglieri più fidati - ma il fatto più importante è che lui è profondamente convinto che in Europa si confronteranno sempre più due visioni diverse di come uscire dalla crisi: i contenuti determineranno le alleanze, e non viceversa». La visione di Hollande si fonda sulla crescita come volano del contenimento stesso del deficit pubblico; la crescita contrapposta ad una iperausterità che porta alla recessione o all'ingovernabilità, come testimonia la Grecia. E su questa idea di Europa, Hollande intende trovare un terreno d'intesa, un patto d'azione strategico, con il presidente Usa, Barack Obama: un mutuo sostegno che, nella visione hollandiana, può gettare le basi per una nuova partnership euroatlaintica, non meno significativa di quella da ricercare sul terreno della sicurezza: una partnership per lo sviluppo e la crescita. In altri termini, per una nuova governance mondiale. In questa chiave, il multilateralismo evocato da Hollande richiama quello che Obama ha delineato all'inizio della sua presidenza. Un multilateralismo che il nuovo capo dell'Eliseo intende praticare innanzitutto in Europa, rafforzandone le sue istituzioni politiche ed economiche. È il «manifesto di Parigi»: un investimento sul futuro. «Caro monsieur Hollande... è nostra responsabilità assumere le decisioni necessarie per l'Unione europea e la zona euro, per preparare le nostre società per l'avvenire e assicurare e rafforzare la loro prosperità». Le felicitazioni della cancelliera Merkel al neo-eletto presidente francese vanno oltre le frasi di circostanza. È il richiamo ad un dna comune, che va oltre il binomio con Sarkozy. «Sono certa che la nostra cooperazione si rafforzerà e renderà ancora più profonda la tradizionale amicizia dei nostri popoli», scrive Merkel. Nessun accenno al patto per la crescita menzionato dal suo ministro degli esteri, Guido Westerwelle, domenica sera dopo il voto francese. La cancelliera calibra con più cautela le sue parole, ha già detto che non intende rinegoziare il Fiscal compact e per il momento non concede altro che la convinzione che sarà possibile lavorare bene insieme, Berlino e Parigi. Il 16 maggio è in agenda il primo incontro con Hollande, il 23 è già stato fissato un vertice europeo sulla crescita. Si parlerà. Anche se le posizioni sono distanti, Merkel conta sul pragmatismo del nuovo presidente francese. E Parigi non la smentisce, almeno per ora. «Si troverà un compromesso. E sono convinto che le cose comincino bene», ha detto ieri Pierre Moscovici, che sta curando la transizione presidenziale di Hollande. Merkel non scopre ancora le sue carte e difficilmente lo farà prima delle legislative francesi di giugno: per non dare un vantaggio politico al presidente socialista e anche perché la geografia politica europea è cambiata con le elezioni di domenica - in Francia e Grecia - e c'è bisogno di ragionarci sopra. La cancelliera è più sola e meno solida anche in casa sua. Hollande lo sa bene e sa che Berlino non potrà continuare a dire solo no: no agli eurobond, no al finanziamento diretto dei Paesi in difficoltà da parte della Bce, come chiede il neo-presidente. Per ora trovano terreno più favorevole altre proposte di Hollande, come la ricollocazione di fondi strutturali non utilizzati nel budget della Commissione europea e l'incremento dei fondi disponibili della Banca europea per gli investimenti. Secondo la stampa tedesca Angela Merkel sarebbe disposta a fare qualche concessione su questo terreno: la Sueddeutsche Zeitung, citando fonti Cdu-Csu, parla della disponibilità a mettere a disposizione fondi Ue inutilizzati per 80 miliardi di euro e rifinanziare la Bei con 10 miliardi, di cui 2 a carico della Germania. Dieci miliardi è anche la cifra citata ieri dal presidente della Commissione europea Barroso, secondo il quale «accrescere i versamenti di capitale di almeno 10 miliardi di euro metterebbe a disposizione risorse necessarie a sostegno della creazione di posti di lavoro». APPUNTAMENTOA GIUGNO Ma non ci si aspetta l'annuncio di misure decisive prima di fine giugno, quando si riunirà il Consiglio europeo. In quella sede - ha annunciato ieri Barroso in una conferenza stampa non prevista, insieme al vicepresidente Olli Rehn - ci si attende soprattutto l'approvazione di project bond per rilanciare la crescita. «Nuovo vino in botti nuove», così Barroso ha definito lo strumento destinato a finanziare progetti transnazionali su energie rinnovabili, interconnessioni, trasporti e agenda digitale. Fermo restando, però, il patto di bilancio. Per Barroso sarebbe «completamente irresponsabile pensare che si possa finanziare la crescita aumentando il deficit. Non bisogna abbassare la guardia sulla stabilità». Ma anche il presidente della Commissione Ue ha riconosciuto che il dibattito elettorale in Grecia e Francia «ha messo in rilievo l'urgenza di combinare il risanamento dei conti pubblici con la necessità di rilanciare la crescita economica». Crescita non è più una parola tabù, come declinarla con l'austerità fin qui perseguita dall'Europa di «Merkozy» è una strada tutta da esplorare. Ma l'implosione politica della Grecia ha visualizzato nella carne viva di un Paese il rischio che incombe sull'Europa dell'austerità fondamentalista. La vittoria di Hollande al contrario potrebbe essere la risposta, se persino il Financial Times ne parla come di una chance per il cambiamento nella Ue. La Francia di François Hollande «potrebbe diventare il catalizzatore per un cambio di passo estremamente necessario», scrive il quotidiano della City. A due condizioni, però. La prima, è di «non fare confusione tra misure di crescita strutturali a lungo termine e un programma di tasse e spese a breve termine». La seconda riguarda principalmente le promesse elettorali di Hollande, ritenute «molto costose» e perciò a rischio. Ma insomma, nel mare mosso della crisi il timone del rigore sembra non bastare più a nessuno. Ma «Merkollande» non ci sarà mai. Ecco perché Merkel a Hollande: l'Ue siamo noi . . . Per il nuovo inquilino dell'Eliseo è strategica l'alleanza con la Spd tedesca e con il Pd La cancelliera cerca di rilanciare l'asse franco-tedesco. Ma l'Europa viaggia oramai sui binari della crescita Ora anche Barroso propone i project bond Vertice informale il 23 MARINAMASTROLUCA mmastroluca@unita.it . . . Il Financial Times scopre il neopresidente francese: «Rappresenta una chance per l'Europa» mercoledì 9, maggio, 2012 11
Syriza ha fatto incetta di voto operaio ad Atene, al Pireo, a Salonicco, a Corinto ma «ci siamo resi conto che potevamo avere un grande successo quando abbiamo visto che stavamo aggregando anche tanti impiegati, bancari, piccoli imprenditori e molte persone che avevano votato tradizionalmente per il Pasok e Nuova Democrazia e abbiamo capito che si era rotta la rete di protezione clientelare che garantiva il voto ai socialisti e al centrodestra». A parlare è Nadia Valavani, ateniese d'adozione, nata a Creta, studiosa di Bertolt Brecht, intellettuale di sinistra sempre indipendente che ha scelto di candidarsi con Syriza ed entra in Parlamento per la prima volta nella pattuglia dei 52 deputati. Un voto anti austerity, si è detto. E quali sono le vostre proposte concrete sull'economia? «Il nostro punto principale, senza il quale non si può procedere, è richiesta di superare i due Memorandum e quindi gli accordi sui prestiti. Sappiamo bene che le pressioni internazionali sono fortissime. Ma Alexis Tsipras, il nostro presidente, cercherà in tutti i modi, col suo mandato esplorativo, di lavorare per un governo dell'alternativa. La sua proposta è divisa in due parti: la prima, misure urgenti per aiutare l'economia e le famiglie, la seconda, una “road map” per ridiscutere i tagli imposti dall'Fmi e dall'Ue. Non siamo contro l'Europa, siamo contro un'idea sbagliata di Europa, che sta affamando, nel vero senso della parola, i cittadini greci». Quale è il vostro atteggiamento verso il Pasok? «Il Pasok e il centrodestra dicono che sono disposti a sostenere con un “voto di tolleranza”, un eventuale governo della sinistra. Noi, però, non vogliamo far rientrare dalla finestra chi è stato costretto, dal voto, a uscire dalla porta. Alla prima occasione ci farebbero cadere, non saremmo liberi di fare nessun passo decisivo. Quello a cui puntiamo è un accordo preliminare con le forze della sinistra. In questo caso, in seguito, potremmo chiedere l'appoggio dei deputati del Pasok e di Nuova Democrazia che vogliono credere nell'alternativa. E lo stesso vale anche per il nuovo partito conservatore “Greci indipendenti” di Panos Kammenos». Ese il Kke continuasse adire “no”? «Sfrutteremo ogni possibilità. Vogliamo far capire alle persone che è possibile percorrere un'altra strada. Siamo convinti che il processo di forte rinnovamento, di vera liberazione, che è iniziato con le elezioni di domenica, possa continuare ed anche moltiplicarsi. Se dovessimo andare a nuove elezioni a giugno, pensiamo che questa strada porterà a frutti ancora più preziosi, che i greci riprenderanno in mano il proprio destino». Quanto la preoccupa l'entrata in parlamentodei neonazistidi AlbaDorata? «C'è molta preoccupazione. Ma voglio dire che la maggioranza dei loro elettori non sono neonazi o fascisti. Si tratta, in moltissimi casi, di giovani che frequentano licei di quartieri periferici e vedono un mercato del lavoro completamente chiuso, senza speranza. Alba Dorata gli dice: sono tutti uguali, noi siamo contro il sistema. Ma non è assolutamente vero. Noi pensiamo che questi fascisti siano la parte più oscura del sistema. Molti iniziano a capirlo, e si è visto anche da come hanno trattato i giornalisti, greci e stranieri». L'INTERVISTA Come previsto, la palla è passata nel campo della sinistra a vocazione eurocomunista, quello di Syriza. Il Presidente della Repubblica, Karolos Paloulias, dopo la rinuncia del conservatore Andònis Samaràs ha conferito ieri mandato di verificare se ci sono le condizioni per formare un nuovo governo al partito di Alexis Tsipras. Ed è apparso subito chiaro che il trentasettenne leader della sinistra, ingegnere, ex comunista ortodosso, intende sfruttare tutto il tempo e le possibilità a sua disposizione. In questo momento per il nuovo aspirante primo ministro l'unica alleanza pressoché certa è quella con il nuovo partito Sinistra Democratica, che ha superato, di poco, il 6% dei voti e si pone, ideologicamente, tra i socialisti del Pasok e lo stesso Syriza. Ma Tsipras continua a chiedere anche ai comunisti del Kke di entrare in un nuovo «esecutivo delle sinistre». La risposta della segretaria del partito, Aleka Paparriga, rimane negativa, ma una parte della base comincia ad avere seri dubbi, se sia questo l'atteggiamento politicamente coretto da seguire in una situazione di estrema emergenza come questa. Anche nel Pasok c'è fermento: il suo presidente ed ex ministro delle Finanze, Evanghelos Venizelos, ha posto a Tsipras solo due condizioni: che la Grecia rimanga in Europa e non esca dall'euro. «Domani (oggi, cioè) avremo un incontro di sostanza e costruttivo con il leader di della sinistra radicale ed ecologista che ha ricevuto l'incarico», ha dichiarato Venizelos. Il Pasok ripropone la sua idea che la crisi possa essere superata solo con un governo di salvezza nazionale molto allargato (Nuova Democrazia, gli stessi socialisti, Syriza e Sinistra Democratica), ipotesi bocciata da Tsipras. Pare di capire, però, che i socialisti potrebbero spingersi anche a ulteriori concessioni. Anche se la situazione è molto complessa, il messaggio delle urne è arrivato ovunque: anche il centrodestra e il centrosinistra, che hanno votato due mesi fa il secondo Memorandum di tagli e austerità, capiscono ora che, per non subire altri duri colpi e non rischiare di sparire, devono spingere sul pedale della crescita e del sostegno ai redditi, facendo pressione sull'Europa. Le condizioni poste ieri dal giovane leader della sinistra, certo, non sono di poco conto: ha chiesto al conservatore Samaràs e a Venizelos di spedire, entro oggi, una missiva ai primi ministri europei, in cui mettano in chiaro che non si sentono obbligati ad applicare le misure contenute nei Memorandum e negli accordi sinora firmati con l'Unione e con il Fondo monetario internazionale. Tsipras aggiunge anche che si deve tornare indietro per quanto riguarda la restrizione dei diritti dei lavoratori, che è necessario cambiare la legge elettorale, e che il debito pubblico greco dovrà essere controllato da un comitato internazionale, imponendo, in ogni caso, una moratoria sul suo pagamento. Il gioco politico è molto duro, e nessuno vuole perdere la faccia. Samaràs ha subito risposto che «non intende apporre la sua firma allo sfaldamento del Paese, perché in questo momento non si può giocare col fuoco». Ieri, nel frattempo, la Borsa di Atene ha perso più del 3%, e alcuni osservatori, sono tornati a parlare di una possibile uscita della Grecia dall'Eurozona in tempi relativamente brevi. Una possibilità paventata, in passato, anche dallo stesso Syriza. In questo momento, tuttavia, il partito nato da chi ha visto con occhio critico l'esperienza comunista sovietica, sembra voler mandare un altro messaggio: «Noi vogliamo rimanere in Europa, ma in un Europa politica, sociale, che sappia mettere gli interessi dei cittadini al di sopra di quelli dell' economia». L'AIUTO FRANCESE Ad Atene, specie a sinistra, si spera anche in un aiuto da parte francese e in possibili segnali positivi che potrebbero arrivare dal vertice sulla crescita convocato per il 23 maggio. Un vecchio amico della Grecia, l'ex ministro della Cultura Jack Lang ha già dichiarato che «Hollande si muoverà concretamente per dare una mano ai greci, che sono ormai stremati». Bisogna però vedere il quando e il come tutto ciò potrà avvenire. I tempi sono stretti. Se si dovesse andare a nuove elezioni, il 10 o il 17 giugno, i partiti greci “anti sacrifici”, puntano ad aumentare ulteriormente i consensi, ad iniziare dalla sinistra. Il centrodestra, a partire da Nuova Democrazia, cerca di ricompattarsi, ma sembra un'impresa quasi impossibile. A luglio, ci si potrebbe trovare di nuovo senza i soldi necessari per poter pagare stipendi e pensioni e a quel punto, il default, e il ritorno alla dracma, sarebbero la via obbligata, a effetto immediato. Ma la gente, malgrado tutto, non ne può più di altri sacrifici, degli ulteriori undici miliardi di euro di tagli che sarebbero dovuti piombare sulle loro teste entro fine 2012. L'Europa politica, se ancora esiste, è ora che batta un colpo. Altrimenti, se la Germania resta sola al comando- dicono molti analisti ateniesi- potrebbe essere anche l'inizio della fine della costruzione comunitaria, andando ben oltre i confini del “problema greco”. NeoelettaperSyriza adAtene,economista escrittrice,a 19anni fuarrestatadaiColonnelli NadiaValavani T. A. teodoroandreadis@hotmail.com TEODOROANDREADIS teodoroandreadis@hotmail.com Grecia, la missione impossibile del giovane Tsipras «Non siamo contro l'Europa Ma il debito va ricontrattato» L'EUROPACHECAMBIA La sinistra radicale prova a mettere insieme un esecutivo I numeri sono risicati ma anche Pasok e Nea Demokratia vogliono evitare il ritorno alle urne. Il default incombe ISRAELE Netanyahuvara la «coalizione di guerra» insiemeaKadima Il primoministro israelianoBenjamin Netanyahuha stretto unaccordoa sorpresaalleprime ore di ieriper l'ingressoal governodel partito di opposizioneKadima,guidatoda ShaulMofaz. Il centrista -che aveva scalzatoTsipi Livnialleprimarie diventeràvicepremier esiederànel gabinettoristretto di sicurezza. L'intesa facadere l'ipotesi delle elezionianticipatetrapelata in questi giorni. La legislaturaproseguirà dunquefinoalla dataprestabilitadel novembre2013.Conquesta mossa l'esecutivodiTelAviv avrà l'appoggio di94dei 120 deputati inparlamento e aNetanyahu toccherà revisionare la leggeche esclude gliultraortodossi dal serviziomilitare obbligatorio senzasubire ricattipoliticidai partiti religiosi.Unamaggioranza schiacciantegiàdefinita dagli osservatoriuna«coalizionedi guerra»: il riferimentoè aipiani d'attacconei confronti dell'Iran. 10 mercoledì 9, maggio, 2012
IntervistaaBeboStortiprotagonistadellospettacolo «Maimorti»venerdì indirettastreamingsulsitodell'Unità QUANDO SI DICE L'ATTUALITÀ DELL'OPERA. SONO PASSATI CINQUANT'ANNI DA QUANDO «ALLARMI SIAM FASCISTI!» ESPLOSE COME UNA BOMBA nell'Italia che si affacciava sorridente al boom economico, ma non è invecchiato di una virgola, anzi di un solo fotogramma. Mai come ai nostri giorni - basta guardare alle cronache - la domanda cruciale che poneva lo splendido film di Lino Del Fra, Cecilia Mangini e Lino Micciché su testo di Franco Fortini sembra trovare una sua risposta affermativa: «esiste ancora il fascismo?». Trovarlo ora, finalmente in dvd (per RaroVideo), è quindi un regalo, un prezioso strumento di analisi critica al sistema-Italia, nonché un esempio di grande cinema che allora - siamo nel 1961 - rivoluzionò il documentario italiano, militante, ponendo nuove basi creative, da dove partì anche Pasolini per il suo Larabbia.La storia di Allarmisiamfascisti! è quella di una delle opere più censurate ed osteggiate del nostro paese. E il motivo è proprio in quella domanda: «esiste ancora il fascismo?» che accompagna le immagini di chiusura del film sui morti di Reggio Emilia, Genova 60, la repressione dei poliziotti di Scelba. Immagini alle quali, oggi - come suggerisce Bruno Di Marino nel libro allegato al dvd - viene naturale legare quelle delle tante stragi di stato, della P2, del patto stato-mafia fino al G8 di Genova, culminato nella mattanza della Diaz. Un filo nero che continua a legare la nostra storia. Ieri come oggi quella domanda è eversiva. Come eversivo è Allarmi siam fascisti! perché non si è limitata, com'è stato fin lì nei tanti documentari di ricostruzione storica - a raccontare il Ventennio attraverso uno straordinario repertorio. Ma ne dà una sua lettura politica mostrando come il fascismo sia stato ed è «l'organizzazione armata della violenza capitalistica», come spiega lo stesso Franco Fortini, autore dello splendido commento sonoro, pieno di graffiante ironia e sarcasmo. Accostato a un sapiente montaggio che lega, magari, le serene giornate di Eva Braun in montagna con i corpi massacrati delle vittime dei lager. Questo ci racconta il film, lo scontro tra capitale e lavoro. In Italia con Mussolini, dove la Chiesa fu tra i primi alleati («Pio XI si rifiutò di ricevere la vedova di Matteotti», ci rimanda il commento di Fortini, mentre le immagini ci mostrano alti prelati fare il saluto romano), in Germania con Hitler, in Spagna con Franco (bellissimo il repertorio sulla difesa di Madrid). Modalità diverse, certamente, ma nella sostanza lo stesso scontro tra capitale e lavoro a cui assistiamo sotto il governo globale delle banche. E in questo è la «superiorità di Allarmi siam fascisti! - scrive Alberto Moravia su l'Espresso nel ‘62 nell'applicazione di un metodo ideologico al caos della Storia. Questo metodo si può chiamare marxista soltanto per scrupolo di esattezza; in sostanza è il metodo del realismo e il realismo oggi vuol dire diagnosi marxista per i fatti sociali economici e storici, freudiana o junghiana per quelli individuali e psicologici, einsteiniana per quelli cosmici e via dicendo». Come poteva un film così non incappare nelle ire dei censori? Nato per volontà del Partito socialista che per realizzarlo creò una produzione ad hoc, come racconta Cecilia Mangini, Allarmi siamfascisti!incontrò ostacoli fin dall'inizio. L'Istituto Luce negò il suo repertorio sul fascismo, tanto che gli autori dovettero attingere agli archivi stranieri. Poi la lunga trattativa con la Mostra di Venezia che non voleva saperne... Finì con una proiezione «imposta» dagli autori in una sala defilata, presa in affitto a una lira, per dimostrare l'estraneità del Festival. Il risultato fu travolgente. Successo di critica e di pubblico. La bomba ormai era esplosa. Così che la censura tentò il tutto per tutto, bloccando il film per un anno. «Un caso da dover scendere in piazza», scrive Pasolini su Vie Nuove. E come lui furono tanti, tantissimi gli intellettuali che si mobilitarono per la «liberazione» del film. BOTTEALLAPROIEZIONE Allarmi siam fascisti! arrivò nelle sale nel '62, provocando le reazioni violentissime dei militanti del Msi. A Roma, dopo la proiezione al Quattro Fontane, i fascisti scaraventarono dalle finestre sedie e tavoli sopra al pubblico in uscita dal cinema, causando decine di feriti. E non fu un episodio isolato. «Questo film vuole dire soltanto che noi siamo i figli degli eventi riassunti da questo schermo - ci ricorda Franco Fortini nel finale - ma siamo anche i responsabili del presente. In ogni momento, in ogni scelta, in ogni silenzio come in ogni parola, ciascuno di noi decide il senso della vita propria e di quella altrui». Da non perdere. FRANCESCADESANCTIS fdesanctis@unita.it «L'ITALIA?ÈPIENADIFASCISMI».COSÌACCADECHEUN TESTOTEATRALESCRITTOPIÙDIDIECIANNIFADARENATOSARTIE INTERPRETATODABEBOSTORTI sia ancora drammaticamente attuale. «Ogni volta io e Renato ci diciamo: questo è l'ultimo anno di Mai morti - spiega l'attore - ma poi succede sempre qualcosa, per cui non può non andare in scena: l'ennesima uscita di Casa Pound, i nazi di Cuore nero, il movimento dei partigiani accusati di essere repubblichini...». Stavolta Mai morti, prodotto dal Teatro della Cooperativa di Milano, andrà in scena a Cassino (Aula pacis, venerdì ore 20.45), ospite della rassegna «CassinoOFF» organizzata dall'associazione CittàCultura in collaborazione con il quotidiano l'Unitàche trasmetterà lo spettacolo in diretta streaming sul proprio sito www.unita.it (prossimo e ultimo appuntamento venerdì 18 maggio con Assodimonnezza, uno spettacolo di e con Ulderico Pesce sul traffico illecito dei rifiuti urbani e industriali). Lo spettacolo è tosto ed emozionante nello stesso tempo. Un monologo duro da mandar giù che ci ricorda cosa significa essere antifascisti. A parlare è un nostalgico delle «belle imprese» che durante una notte milanese si abbandona a ricordi sacri, lontani, cari. Rivive così in scena Ettore Muti, la banda fascista tristemente nota per la ferocia delle torture praticate a centinaia di antifascisti; la strage di Debrà Libanos, a novanta chilometri da Addis Abeba, dove nel 1937 il viceré Rodolfo Graziani e il generale Maletti Pietro Senior furono protagonisti dell'eccidio di 2000 fedeli e diaconi; le orribili imprese della Decima Mas nel Canavese e in Friuli nel 1944... Ne parliamo con Bebo Storti. Diecianni fa andò in scena per la prima volta «Mai morti». Perché è necessario, ancora oggi, portare inscenaquesto spettacolo? «L'Italia è un Paese pieno di gente che non legge. Quando ero capogruppo del Pdci in Lombardia spesso giravo nelle scuole per presentare un documentario sul comandante Pesce. Le ragazze non sapevano che Mussolini impediva alle donne di votare e che secondo lui avrebbero dovuto solo sfornare figli. I ragazzi non sanno cosa è la Resistenza. Per esempio mio figlio un'idea se l'è fatta, ma la maggior parte dei giovani non lo sa. Bisogna insegnar loro la storia». Infondoèquellochetentadifarequestotesto,che nonècertoteneroneiconfrontidel fascismo.Tantodaaverdatofastidioaqualcunonegliannipassati... «Fino al 2005 lo spettacolo è stato spesso osteggiato: esponenti di An hanno tentato più volte di impedire la messinscena, al Teatro Vascello di Roma, per esempio, ma anche a Milano, Lecco, Genova. Io giravo con la scorta, davanti ai teatri in cui andava in scena Mai morti c'era i presidi della polizia. Era sempre la stessa logica a prevalere: meglio tacere e non rompere». Ma l'Italia è un Paese strano e su certe questioni nonsipuòtacere,peresempiosuitanti«fascismi» checonvivono. «L'Italia è piena di fascismi, dalle donne morte sul lavoro e di cui non si parla mai all'omofobia. E poi c'è il fascino del duce che ha sempre il suo appeal sui giovani... Purtroppo il nostro è un Paese molto particolare, dove la memoria è considerata uno sport che può anche non essere praticato. E la classe politica andrebbe rifondata. Dovrebbero andare tutti via e lasciare spazio ai giovani». Parliamo di progetti futuri: cosa ha in cantiere BeboStorti? «Per ora un grande bel progetto con Renato Sarti: l'Otello, che faremo a modo nostro naturalmente. Andrà in scena al Piccolo Teatro nel 2013. Sarà la prima volta della coppia Sarti-Storti al Piccolo». Sequenzadiun discorso diMussolini ripreso dalcinegiornale EsceperRaroVideoil documentario«sovversivo» diDelFra,Mangini,Micciché chesiscontròconlacensura, imissinie la finanza... MEMORIA Siamfascisti! 50annidopo Finalmente indvdilcelebre film che «allarmò» la nazione GABRIELLA GALLOZZI ggallozzi@unita.it «L'Italia?UnostranoPaese pienodinostalgici» Bebo Storti in «Mai morti» di Renato Sarti U: 20 mercoledì 9, maggio, 2012
CHE ADDIRITTURA HEIDEGGER ABBIA SCRITTO ALCUNI DISCORSI DI HITLER? L'ipotesi è sconvolgente, ma se pensiamo al 1933 e al tempo del discorso rettorale del filosofo a Friburgo non è inverosimile che il capo nazista, da poco al potere, si sia talvolta servito di qualche appunto heideggeriano. Roba da ghost-writer. Questa ed altre ipotesi, si ricavano dal libro di Emmanuel Faye del 2005, oggi in italiano: Heidegger, l'introduzione delnazismonellafilosofia (Asino d'oro, a cura di Livia Profeti, pp. 544, Euro 30). Le cose però sono un po'più complesse. Perché Heideger non fu un «banale» nazista. Fu un «rivoluzionario conservatore» e un «anticapitalista romantico». Nemico della civilizzazione borghese cosmopolita, ostile alla Repubblica di Weimer, cattolico conservatore, antisemita. Benché amico e maestro di tanti ebrei. Queste le idee in sottofondo nel filosofo mentre scrive Essereetempo,nel1927. E di esse v'è traccia nei concetti di Mit-Sein, Schicksal, Gemeinshaft: Con-essere, destino, comunità. Le nozioni rifluiscono in quelle di autenticità ed essere per la morte, nella luce dele quali il soggetto «si decide» e si apre a un destino superiore. Anticipa la decisione «per la morte», e si dispone all'irruzione dell'Essere. È un «Originario» che può essere eco di una memoria arcaica, o annuncio apocalittico del futuro. Insomma, siamo in bilico tra Kirkegaard e il romanticismo politico in Germania. Nel pieno di una crisi con milioni di disoccupati e culminata col nazismo. È in questo contesto che Heidegger assume ruolo chiave nel regime. Qual è la sua idea? Fare del nazismo, tramite l'Università tedesca, il punto più alto dell'autocoscienza occidentale: un'alleanza tra la Potenza della tecnica e la cognizione dell'Essere greco, pre-platonico e pre-aristotelico. Cioè, il nazismo come cura del nichilismo, e «custodia» dell'originario fondamento della natura greca. Heidegger «cavalca la tigre», vuole infondere un «suo» contenuto al regime, almeno fino al 1939-40, quando ancora parla dell'«intima verità e grandezza del movimento nazional-socialista». Sebbene il movimento lo avesse disarcionato, visto che lo studioso si rifiutava di eseguire epurazioni accademiche. Poi, 1940: la Metafisica di Nietzsche. Lì Heidegger parla di «razza» e «allevamento». È l'altra accusa di Faye: biologismo razzista. E qui i conti non tornano. Prima di tutto perché con il Nietzsche c'è una svolta politica, e il filosofo fa pendere la bilancia verso la condanna senza appello della tecnica. Di cui il nazismo diviene espressione pura, senza redenzione. Ma poi, anche nei passaggi sullo «Zuchtung» l'«allevamento razziale» come istituzione - Heidegger scrive che si tratta di un'operazione «tecnica» e «soggettivistica»: volontà di potenza nichilistica. Impianto (Gestell) metafisico, distruttivo e fallace, ancorché «destinale». In altri termini Heidegger sta «decostruendo» Nietzsche, e con lui il nazismo, in modo ambivalente. In due sensi. Uno più banale: è sorvegliato dalla polizia perché per il regime resta un tipo strano, privo di «qualità strategiche». E però viene reputato un buon nazional-socialista, in famiglia e all'Università. L'altro senso più profondo è il seguente: Heidegger rifiuta la verità di scienza naturale e biologia. E più che mai ne rifiuta l'ideologia positivista, socio-darwiniana e razziale. Dunque non poteva sottoscrivere il concetto di «razza». Nel 1940 fa però della «razza» un'artificio della potenza: operazione biopolitica, «tipo penicillina». Ma nel denunciare quell'operazione - nelle pagine su Nietzsche dal suo punto di vista - ne fa anche un destino planetario, tragico e ineluttabile. Tanto è vero che la stessa denuncia apocalittica di scienza, biologia e fisica la farà valere nel dopoguerra. Nella comparazione tra agricoltura chimica, camere a gas e bomba termonucleare. E in quella tra americanismo, comunismo e nazismo. Insomma, Heidegger fu un uomo ambiguo. Mai pentito dei suoi errori e svarioni e bravo filisteo tedesco, che con la moglie Elfride - lei sì vera nazi - malediva gli ebrei e organizzava campi di studi per giovani camicie brune filosofiche. Dove? Attorno alla sua capanna nella Foresta nera. Dove, prima dei quel 1933, si incontrava di nascosto con una sua giovane allieva ebrea: Hannah Arendt. Il filosofo tedescoMartinHeidegger alla suascrivania Compromissionigraviquelle dellostudiosocon il regime, esenzapentimenti.Ma inseguitoancheunambiguo evisibilecapovolgimento DIEGOPERUGINI MILANO Sichiamadeproducersedèil singolareprogettomusicale dalsuono intergalatticodiquattroproduttorieunastrofisico CULTURA TEMPOFA SU L'UNITÀ,NELTENTATIVO DISPIEGARE PERCHÉ INITALIA una destra seria non c'è, in replica a Ernesto Galli della Loggia, scrivevamo che i mali della destra italica stanno in certe costanti: nazional-populismo, lobbismo, classismo e «partito personale». Gran parte della destra poi è sempre stata autoritaria. Di qui il sovversivismo dall'alto, che condusse il Paese alla prima guerra. E poi lo consegnò al fascismo. C'è voluta la Dc, una forza non di destra - non priva di reazionari - per governare l'Italia, quando il «primo» Montanelli invocava la messa fuori legge del Pci, con l'ambasciatrice Usa Claire Both Luce! Però i «semi» di una destra seria ci sarebbero: destra storica, Giolitti, Nitti, Einaudi, Croce, Gioberti e Manzoni. Oggi il tema ridiviene attuale. Perché crisi italiana ed europea stanno distruggendo la destra attuale. Il Pdl è a pezzi, la Lega idem. I loro partiti personali sono falliti. E il loro liberismo d'accatto anti-operaio, da Bossi a Brunetta a Sacconi, pure. Morto è il cavallo di battaglia di questa destra. Cioè il «premierato», «monstrum» antiparlamentare mai visto. Ma una destra normale, archiviati i tecnici, ci vuole, per un bipolarismo civile. Sennò il populismo, magari in veste «tecno» risorgerà con altri sfascia-carrozze. L'ideale è: una destra di moderati, costituzionale alla tedesca. E una sinistra del lavoro e di massa, non subalterna al capitalismo. Che detti l'agenda, senza tirare per la giacca Casini o altri. Pronta a dialogare al centro e ad allearsi anche altrove, per perseguire i suoi obiettivi. A proposito: il socialismo europeo, dato per defunto, è vivo e vince. Da Parigi a Londra passando Berlino. E il Pd, plurale e progressista, passa di fattoanch'esso di lì. Camiciabruna per Heidegger Il librodiFayesui rapporti del filosofocon ilnazismo BRUNOGRAVAGNUOLO bgravagnuolo@unita.it L'IDEAÈCURIOSA.ANZISTUZZICANTE.QUATTROPRODUTTORIITALIANIDICHIARAFAMACHE,COLSUPPORTO DI UN ECLETTICO ASTROFISICO, SI UNISCONO PER UN PROGETTO MUSICAL-SCIENTIFICO. Questo, in estrema sintesi, è deproducers, ovvero la nuova avventura di Vittorio Cosma, Gianni Maroccolo, Max Casacci e Riccardo Sinigallia. «Un'amicizia, una sfida, un progetto adulto fra musicisti adulti - spiega Cosma -, dove ognuno ha fatto un passo indietro e messo in sordina il proprio ego». E continua, precisando il progetto: «Il punto di partenza è neo-illuminista. Trovare un punto di contatto fra musica e scienza. Perché i dati scientifici, a volte, sono evocativi come un testo di Dylan». La svolta viene dall'incontro con Fabio Peri, l'astrofisico che da 13 anni racconta le meraviglie del cosmo a grandi e piccini al Planetario di Milano. È sua la voce guida (neutra, un po' alla Hal 9000 della kubrickiana Odissea nello spazio) che introduce i brani di Planetario, disco di suggestioni spaziali che parte da The Dark Side Of The Moonper abbracciare un suono libero ed evocativo, con la supervisione di un produttore esterno come il grande Howie B. Tutto all'insegna della passione, di tante ore passate a improvvisare e del totale rifiuto delle logiche del marketing. Titoli come Travelling, Costellazioni, Neu. E Iss, ovvero la stazione spaziale a 400 chilometri sopra la Terra a cui la musica dei deproducers è stata da poco mandata. Per chiudere con una delicata cover di Figli delle Stelle, cantata da Sinigallia, singolo apripista e unica concessione alla forma-canzone. Il tutto avrà presto un'intrigante versione live con proiezioni e visioni ad hoc che interagiranno con le parole di Peri e il suono dei quattro producers per dare la sensazione di un viaggio intergalattico. Prima assoluta il 19 maggio al teatro Pavarotti di Modena, cui seguiranno altre date. UNPROGETTO PERTUTTI Detto questo, uno può sentire puzza di intellettualoidi che se la tirano. Niente di tutto ciò. Perché come le spiegazioni di Peri sono avvincenti e accessibili a tutti (lui stesso è uno scienziato simpatico e alla mano), così il progetto ha delle mire tutt'altro che elitarie. «Ci piacerebbe portarlo nei luoghi di divulgazione scientifica, ma anche nelle scuole e fra i bambini. E persino all'estero, tradotto. Tanto il professore, oltre all'italiano, parla altre tre lingue», aggiunge Maroccolo. E non è finita qui. I quattro pensano di proseguire il discorso creando una vera e propria «collana fra musica e scienza». Prossimi argomenti: botanica, robotica, energia, acqua. È sconfitta ladestra populista Non il virus TOCCO & RITOCCO BRUNOGRAVAGNUOLO Nasce l'«Astromusica» avventuradinoteediscienza GUERRADEI FESTIVAL Romafilmfest unasettimanaprima Èilcompromesso? Il «compromesso»potrebbeessere anticiparedi unasettimana il Romafilmfest.Ma l'ipotesi èancora da verificare in basealla disponibilità dell'Auditorium.Sièconclusacosì, ieri, la riunionetra Mueller edAmelio, rispettavimantedirettori dei festivaldi RomaeTorino,voluta dalministro Ornaghiper risolvere la spinosa questionedella «sovrapposizione» delleduekermesse.La risposta potrebbearrivare nelleprossimeore. L'urgenza, infatti, èd'obbligopoiché questamattinasi dovrà svolgere il Cdadel Festivaldi Romain cui tutti i nodidovranno esseresciolti perpoter procederealla firma dei contratti e dare, finalmente l'avvioai lavori. U: 24 mercoledì 9, maggio, 2012
Maramotti EHATRAVOLTOISUOIVECCHIAVANSPETTACO-LI DAPERIFERIA: BOSSI E IL TROTA,BERLUSCONIINFESTAALLADACIADIPUTIN.I vincoli e le contraddizioni che soffocano le potenzialità dell'Europa restano tenaci e profondi, non dimentichiamolo. Però finalmente si sta aprendo un varco. Possiamo cominciare a intravedere una via d'uscita per una crisi come quella italiana che sembra priva di sbocchi, avvitata, come è, in un circolo vizioso: austerità - tagli ai consumi - blocco dello sviluppo quindi nuovi debiti. Con la conseguenza che per sopravvivere stiamo bruciando la vita delle persone e i mobili di famiglia. Qui sta la novità della situazione. Non solo nei mutamenti dell'economia che saranno necessariamente lenti, ma nel fatto che con la rottura di quel varco si può tornare a pensare la politica. La politica coperta di fango ma che, dopotutto, è la sola cosa che può restituire un ruolo decisivo all'iniziativa umana, senza sottostare inesorabilmente alle decisioni dei cosiddetti «mercati». Adesso tutti citano Einaudi. Ma che c'entra? Una cosa erano i mercati di cui parlava il vecchio professore liberale, quella straordinaria invenzione di regole che consentono lo scambio tra uguali, cioè la convivenza tra le persone e i loro legittimi interessi. Altra cosa è la potenza inaudita di una ristretta oligarchia che governa la ricchezza del mondo in un modo non solo ingiusto ma insensato. E dico insensato non perché ignori le ragioni anche razionali dell'economia finanziaria, ma perché si tratta di un potere che ormai minaccia anche il futuro dell'Europa. L'Europa non è solo un mercato più o meno «efficiente». È un problema non pronunciabile con la sola lingua degli economisti. È potenzialmente una profonda contraddizione per l'oligarchia che domina il mondo. E lo è, appunto, per ragioni non economiche ma perché è una alternativa possibile di valori, di bellezza, di «vivere meglio», di futuri diversi per le nuove generazioni altrimenti ridotte a vite precarie. Occorre quindi davvero una svolta politica nel senso alto di questa parola, cioè di conoscenza della realtà, di pensiero, di fiducia nelle forze dell'uomo moderno. Di consapevolezza di questa grande novità, cioè del fatto che il luogo storico della politica è cambiato, nel senso che è veramente finito il Novecento ed è per questa ragione che l'attuale sistema politico italiano non regge più alla sfida delle cose. Sono evidenti i segni di una grave crisi di sfiducia nelle istituzioni e nella politica e i rischi di sbandamento. So bene che il Pd non è fuori dalle difficoltà in questa sfida. Ma è vergognoso l'atteggiamento dei media verso il partito che sta per conquistare il sindaco di quasi tutte le città italiane. E che è il primo partito, il solo degno di questo nome. È grave. Mi fa pensare che di fronte al disfacimento delle forze politiche di destra (questo è il dato più impressionante) qualcuno pensa di cavalcare la protesta alla maniera di Beppe Grillo. Gramsci parlava di «sovversivismo delle classi dirigenti». Io non credo che siamo a questo. È vero però che le classi dirigenti sono sfidate dalla necessità di assumersi nuove responsabilità di governo e, quindi, di creare una loro degna rappresentanza nel quadro democratico e parlamentare. Il Corriere della Sera non ha capito che questa è la lezione del voto? Certo, anche noi siamo sfidati. L'Italia non si sente governata e quindi spetta a noi rappresentare l'alternativa democratica. E a me sembra che la Francia ci indica il modello. È quello di una sinistra che governa sulla base di una alleanza larga che comprende anche forze moderate le quali non possono non essere coinvolte in una operazione che non può essere solo di risanamento ma di ricostruzione. È veramente finita la vecchia politica. Si ripropone in altri modi e a un livello più complesso il drammatico quesito che si pose alla civiltà europea dopo la grande crisi del ‘29. Il dilemma: uscire da sinistra dalla crisi grazie a un nuovo patto sociale (Roosevelt, il compromesso socialdemocratico, l'incontro tra sinistra e ceti laboriosi, (Hollande insomma) oppure uscire da destra con una svolta autoritaria. Allora le classi dirigenti italiane ci portarono al fascismo. Oggi qualcuno sta accarezzando l'idea di nuove forme di populismo? È tempo quindi che il Pd alzi il tiro. Noi non siamo affatto pentiti di aver salvato l'Italia dalla catastrofe sostenendo il governo Monti. Anche oggi una crisi sarebbe il caos. È chiaro però che il nostro obiettivo è creare le condizioni per una grande riforma anche morale sulla cui base la sinistra e il centro democratico possano convergere. Non è una piccola cosa. Mi chiedo se sia solo un auspicio oppure se si intravede qualcosa. Io penso che questo «qualcosa» è il fatto che il Pd si colloca là dove si raccolgono in Europa le forze che possono cambiare davvero le cose. Ma se devo essere sincero, io credo che il Pd non ha abbastanza fiducia in se stesso. Non è abbastanza convinto che c'è un solo modo per difendere la democrazia, e questo consiste nel costruire gli strumenti per mezzo dei quali si può organizzare la volontà e si possono difendere gli interessi della gente comune. Altro che partito «liquido». È molto positivo che il Pd comincia ad esser quel partito della nazione di cui abbiamo tanto parlato. Ma troppi di noi sono ancora lontani da una visione delle cose capace di dare certezza a questo ruolo. Abbiamo un bisogno assoluto di giovani perché questo ruolo non può essere dedotto dal ricordo di vecchie passioni ma solo dal sentirsi attori di questo straordinario passaggio storico. La gente non è stupida. Sente, sia pure confusamente, che sono in gioco gli equilibri più di fondo, compreso quel minimo di solidarietà tra ricchi e poveri che consente la tenuta delle società umana. Se non mostriamo questo che è il nostro vero volto, non lamentiamoci poi se si creano nuovi spazi al populismo. HO LETTO CON GRANDE INTERESSE L'ARTICO-LOPUBBLICATOSUL'UNITÀ«LAMIAETÀDIMEZZO» con il quale Clara Sereni ha affrontato il grande tema della condizione sociale ma anche esistenziale degli anziani. Sarebbe davvero utile - come ha scritto - che nel nostro Paese si cominciasse a parlare degli anziani senza più voltarsi dall'altra parte e senza tabù. Per cominciare dobbiamo accettare l'idea che siamo, nostro malgrado, la vera generazione emergente in questo strano e malandato Paese. Che è poi quello che dicono tutti gli studi demografici. Insieme al numero complessivo degli anziani crescono a vista d'occhio quelli che non sono autosufficienti, che si attestano ormai intorno ai tre milioni. C'è una domanda fortissima di welfare e di servizi socio-sanitari che il nostro Paese non riesce a sopperire per la miopia e il bieco calcolo di chi ha tolto, se non azzerato, le risorse. Il nostro è diventato un Paese poco civile dove l'anziano, che ha lavorato per una vita e tanto ha fatto e fa ancora per i propri figli e nipoti, rischia di essere considerato un peso per la società. Chi ci ha governato fino a poco fa ha propagandato al mondo l'immagine dell'uomo anziano potente, di successo, inebriato dall'elisir di lunga vita e circondato da belle fanciulle. Nel frattempo, però, anziani meno fortunati di lui hanno visto ridurre i propri diritti e la possibilità di poter accedere a un sistema socio-sanitario efficiente e di qualità. È ora di invertire la rotta e non secondo la ricetta offerta dal Fondo monetario internazionale secondo il quale l'aumento della popolazione anziana porterà i Paesi a un tracollo finanziario. Non può e non deve essere questa la risposta. Sarebbe aberrante. Bisogna partire dalla considerazione che ci sarà sempre più bisogno di welfare, di una sanità efficiente in grado di produrre salute e non solo la cura delle malattie e, quindi, di un sistema socio-sanitario in grado di rispondere alle esigenze delle persone, specie di quelle più fragili. Sentiamo molto spesso parlare di crescita. La crescita può essere realizzata in tanti modi ma non sempre porta con sé giustizia sociale, democrazia e diritti. Perché allora non investire sul welfare come motore di sviluppo che crea buona occupazione? Bisogna rompere quei tabù di cui ha parlato Clara Sereni e capire che solo così si possono dare risposte a una società che invecchia costruendo allo stesso tempo un'opportunità di lavoro per i giovani. È il modello di società che deve cambiare. Quel modello che oggi punta a escludere ed eliminare chi è rimasto indietro, chi è più debole e più fragile. Abbiamo bisogno di nuove comunità di cittadini dove l'anziano sia considerato un bene comune, includendolo e non lasciandolo ai margini e da solo a fare i conti con il proprio destino. È proprio per cambiare il modello di società che sentiamo l'esigenza di ricostruire quel patto intergenerazionale, quella solidarietà di “classe” di un tempo a sostegno dei diritti costituzionali e di cittadinanza. Oggi tutto sta cambiando. Il cambiamento non deve essere rincorso ma almeno accompagnato con scelte in grado di rispondere al nuovo quadro sociali avviato con il nuovo secolo. O la politica di oggi si accorge di questo e adegua la sua missione oppure diventerà lei vecchia e superata e saranno nuovi i giovani e i nuovi vecchi a rinnovarla e a sostituirla con un'altra politica. Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta Il vero antipolitico era lui La batosta che ha preso il centrodestra è sacrosanta e lo dice un berlusconiano della prima ora. Angelino Alfano dopo la “sentenza” del risultato ha detto “... paghiamo la coerenza”. Mi spiace, lui e tanti altri hanno pagato l'incoerenza verso gli elettori e i cittadini di ogni credo. GIOVANNI PIEROCLEMENTI ............... Il Pdl era il partito di Berlusconi. Dal punto di vista economico prima di tutto perché basava il suo funzionamento sui suoi soldi. Dal punto di vista mediatico in secondo luogo perché il giornale e le televisioni che lo sostenevano erano suoi e della sua famiglia. Dal punto di vista del carisma infine perché l'ottimismo del miliardario ridens era contagioso e non può essere sostituito dal cipiglio di Ignazio La Russa, dallo sguardo cattivo di Fabrizio Cicchitto o dall'eloquio enfatico e faticoso di Angelino Alfano. Il Pdl non c'è più, dunque, perché Berlusconi non può più permettersi di guidarlo dopo che anni di ricerca insistente del suo interesse (e del suo piacere) personale hanno dimostrato a tutti la falsità delle promesse che aveva fatto ai suoi elettori. Quello che mi viene da dire a chi si preoccupa dell'ascesa di Grillo, intanto, è che il vero antipolitico italiano alla fine è stato proprio lui: l'uomo che si gode un immeritato riposo nella dacia di Putin dopo aver gettato tonnellate di fango su quelli che erano con lui e, inevitabilmente, su quelli che non sono stati capaci di bloccarlo o di mandarlo via prima. Dialoghi Alfredo Reichlin . . . È il modello sociale che va rovesciato . . . E il welfare può produrre sviluppo Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 L'analisi Chi sono i sovversivi d'Italia La tiratura del 8 maggio 2012 è stata di 150.983 copie . . . Sono evidenti i segni di una grave crisi di sfiducia nelle istituzioni e nella politica e i rischi di sbandamento SEGUEDALLAPRIMA L'articolodiClaraSereni Il coraggio di diventare un «Paese per vecchi» Carla Cantone Segretario generale Spi-Cgil COMUNITÀ mercoledì 9, maggio, 2012 17
Il premier italiano Mario Monti a Villa Madama, Roma, 8 maggio 2012, al termine del vertice Italia-Turchia. FOTO ANSA Dicono: «È l'inizio del-la terza Repubblica».E contano: fin qui, ditrionfo in trionfo, unsindaco a CinqueStelle, poi si vedrà. Nelle file di quella che doveva essere la sorpresa annunciata di queste parziali amministrative c'è emozione: nel web che vortica attorno al dominio di Grillo riverberano gioia, soddisfazione, il senso di una scommessa vinta. E, alle spalle di tutti i pensieri, di quelle emozioni, il voto fondante per quel progetto-vendetta: spazzare i partiti, del tutto, liquidare la «casta», e cioè un fondale omogeneo, profondamente «corrotto», «falso», «ladro». Ci sono solo loro, i vendicatori a cinque stelle, un marchio di fabbrica che seleziona i super-eroi destinati a cambiare il paese, a battezzare la terza Repubblica. Un progetto politico, una sinfonia, che ora sembra a portata di mano di un movimento allergico alla categoria partitica e alle ingegnerie istituzionali classiche. Niente capi, niente leader, niente strutture di governo e direzione. Solo Grillo, la «fonte», il motore immobile: come se il Papa avesse deciso di abolire vescovi e cardinali e avesse detto ai fedeli «fate voi ma cosa fare e come ve lo dico io». E come il Papa se ne sta lontano dalle telecamere dei salotti tv, punta su questa assenza, comunica sottotraccia per brevi encicliche trasmesse on line. Ma ora? Con quale stile si affacceranno sulla piazza politica di governo che per anni hanno «bombardato»? Interessa tutti saperlo, soprattutto dopo che si è preso atto del precetto del comico genovese a proposito della dorata solitudine del Movimento come detonatore dei vecchi schemi di relazione tra le forze politiche; hanno ribadito il loro no all'apparentamento, non staranno con nessuno, belli e impossibili, soprattutto ora che contano, hanno un peso in diverse realtà. Tuttavia, un peso non enorme, non come alcuni resoconti giornalistici hanno generosamente lasciato intendere. Il candidato sindaco grillino a Genova, Paolo Putti, che ha incassato un significativo 13% dei consensi, ha detto ieri in televisione che i risultati elettorali non giustificano gli altri partiti, non li legittimano. Ellittico pensiero: perché quei risultati dovrebbero legittimare il «boom» dei grillini e la considerevole tenuta della sinistra, al contrario, no? Sembrano toni leghisti e forse in parte lo sono: alle spalle di questa singolare pretesa c'è il mito della autosufficienza, la proiezione di una maggioranza assoluta, altro mito non altrettanto esplicito che garantirebbe la doratura dello splendido isolamento predicato, e imposto, da Grillo. Eppure, molte parole d'ordine adottate dal movimento, molte sue iniziative suggeriscono relazioni con culture politiche fin qui tenute a prudente distanza. La lotta sui beni pubblici, per citare alcune linee, le posizioni sulla salvaguardia dell'ambiente, la difesa dello stato sociale: come non riconoscere che queste materie, e scelte, di governo appartengono alla sinistra? La realtà si incaricherà di rendere compatibile ciò che nelle premesse viene scongiurato. Ma c'è Grillo che, se ne stanno rendendo conto i fan del movimento, non è il Movimento, non ne identifica per intero pulsioni e cultura politica. Hanno fatto i salti mortali per smorzare, nei blog, la durezza di alcune posizioni del non-capo sull'immigrazione, sull'omosessualità, sulla natura del movimento e su chi ci può stare e chi no. D'ora in poi, faranno anche più fatica. Ma lo splendido isolamento dei 5 stelle non durerà Con una battuta velata di ironia il presidente della Repubblica ha commentato il successo dei “grillini” in alcune realtà ai giornalisti che lo hanno pressato all'uscita dalla mostra allestita in occasione dei 150 anni di fondazione delle Poste italiane. «Di boom io ricordo quello degli anni sessanta in Italia. Altri boom non ne vedo» ha detto Napolitano che ha però poi colta l'occasione per invitare le forze politiche ad un'attenta riflessione sui risultati di un voto pur parziale per numero «non grandissimo» di elettori coinvolti ma che alcune indicazioni le ha date «pur trattandosi di elezioni amministrative che una volta si diceva avevano un rilievo essenzialmente locale, ed era vero fino ad un certo punto». Quelle indicazioni, appunto, che pur venendo da «un test piuttosto circoscritto» possono fornire «motivi di riflessione per le forze politiche, per i cittadini, per tutti sul rapporto con la politica e sui problemi di governabilità che oggi possono essere affrontati a livello locale. Ma sono problemi di governabilità che, come abbiamo visto in Europa, si pongono anche a livello nazionale in diversi Paesi». ILPAESEE LACRISI L'invito alla riflessione del presidente della Repubblica, in costante continuità con altri rivolti in questi mesi ad una politica che rischia ogni giorno di più di perdere la sintonia con il Paese proprio mentre esso si misura con una crisi senza precedenti, non è stato ascoltato da Beppe Grillo che, lui prima, e poi i suoi sostenitori sul blog, sono andati a testa bassa contro il presidente che solo qualche giorno fa aveva invitato a «non dar fiato a qualche demagogo di turno. La campagna contro i partiti come tali, tutti in blocco, cominciò prestissimo dopo che essi rinacquero con la caduta del fascismo. E il demagogo di turno fu allora il fondatore del movimento dell"Uomo qualunque, un movimento che divenne naturalmente anch'esso un partito e poi in breve tempo sparì senza lasciare alcuna traccia positiva per la politica e per il Paese». «Ci si fermi a ricordare e a riflettere prima di scagliarsi contro la politica» invitò Napolitano. Ma Grillo da quest'orecchio non ci sente anche perché tutta la sua avventura e basata su un attacco costante alla politica. Ed ha reagito nel suo stile. «Il boom del Movimento 5 Stelle non si vede, ma si sente. Boom, boom, Napolitano! Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale (articolo 87 della Costituzione). Rappresenta anche il Movimento Stelle e anche, dopo queste elezioni, i suoi circa 250 consiglieri comunali e regionali scelti dai cittadini» ha replicato Grillo a Napolitano a cui ha augurato «meritato riposo» dal prossimo anno quando scadrà il suo settennato, ribadendo la sua convinzione che al Colle non andrà «un'altra emanazione dei partiti», includendo fra questi Emma Bonino e Mario Monti. «Sono rimasto a bocca aperta, spalancata, come un'otaria. Ho le mascelle - ha scritto Grillo sulle ironie del Capo dello Stato sull'affermazione grillina nelle urne- che mi fanno ancora male. Là dove non hanno osato neppure i Gasparri e i Bersani ha volato (basso) Napolitano» usando un linguaggio «giovane» arricchito da memorabilia storiche. E a proposito della citazione del boom degli anni ‘60 «è vero - ha ribattuto Grillo- il nostro movimento è solo terzo ed è nato solo due anni e mezzo fa e non ha fatto boom. Forse ha fatto bim bum bam? O Sim sala bin?...». Sull'argomento è sceso in campo lo scrittore Andrea Camilleri. «La politica italiana non deve fare i conti con Beppe Grillo. Bisogna che i politici risalgano a bordo, al contrario del comandante Schettino. Il movimento di Grillo è quello di un uomo qualunque» aggiungendo la sua impressione «che i grillini siano meglio di Grillo. Ben venga se questi uomini di Grillo saranno dei buoni amministratori, ma la politica è altra cosa. È la funzione più alta dell'uomo, spendersi per gli altri, organizzare la civiltà e il costume degli altri, organizzare il lavoro, organizzare il convivere». . . . Molte parole d'ordine del movimento, molte sue iniziative appartengono alla sinistra ILCASO GIUSEPPEVITTORI ROMA Francesco Castiglion, appena eletto a Sarego e primo sindaco in Italia del Movimento 5 Stelle FOTO ANSA Il risultatodelle amministrativepone igrillinidi frontea inedite responsabilità Una risposta del Capo dello Stato ai giornalisti scatena l'ira del comico: «Tra un anno si riposa» Napolitano: «L'unico boom negli anni 60» E Grillo lo attacca . . . Con che stile si affacceranno alla piazza politica di governo che per anni hanno bombardato MARCELLA CIARNELLI ROMA mercoledì 9, maggio, 2012 3
Montepremi 2.397.752,48 5+stella Nessun6-Jackpot 90.499.241,74 4+stella 32.988,00 Nessun5+1 3+stella 1.826,00 Vinconoconpunti5 44.957,86 2+stella 100,00 Vinconoconpunti4 329,88 1+stella 10,00 Vinconoconpunti3 18,26 0+stella 5,00 Nazionale 71 20 34 87 73 Bari 8 24 64 25 89 Cagliari 65 83 16 90 42 Firenze 65 36 59 7 75 Genova 22 68 10 48 9 Milano 11 49 79 72 51 Napoli 6 9 77 43 55 Palermo 29 10 21 36 26 Roma 9 14 17 50 51 Torino 58 12 27 82 75 Venezia 85 39 83 7 56 SCOMMESSOPOLI, SI ENTRA NELLA FASE PROCESSUALE. FIRMATI IERI DAL PROCURATORE FEDERALE STEFANOPALAZZIIDEFERIMENTIRIFERITIALLAPRIMAPARTE DELL'INCHIESTA GIUDIZIARIA DELLA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI CREMONA, PERALTRO ATTIVISSIMA, TANTOCHEGIÀPERLAPROSSIMASETTIMANAPOTREBBEROESSERCIIMPORTANTINOVITÀINVESTIGATIVE. Intanto ieri, stando al breve comunicato Figc, sono state «effettuate le notifiche alle parti e la Figc provvederà a rendere noto il contenuto del provvedimento frutto dell'attività inquirente del gruppo di lavoro della Procura Federale». I deferimenti riguarderanno in particolare: 33 partite così suddivise: 29 del Campionato di Serie B di varie stagioni sportive; 2 di due differenti edizioni di Tim Cup; 2 di Coppa Italia della Lega Pro nella stagione sportiva 2010/2011. Ventidue le società deferite, 61 tesserati tra cui «52 calciatori in attività al momento delle rispettive contestazioni; 2 calciatori non in attività al momento delle rispettive contestazioni; 4 dirigenti o collaboratori di Società; 3 iscritti all'Albo dei tecnici, di cui 2 in attività al momento delle rispettive contestazioni». Per la serie A, ci sarà da attendere che Palazzi ottenga gli atti da Bari, Napoli, più gli sviluppi di questi cinque mesi inchiesta penale a Cremona. Oggi sapremo con precisione i nomi dei 61 deferiti legati alle categorie minori, in due mesi di inchiesta il pool federale ha ascoltato 105 tesserati, alcuni più di una volta. Su tutti il primo pentito del calcio, Vittorio Micolucci, che già al primo processo fu protagonista di diverse rivelazioni. Ma deferiti dovranno essere anche i pentiti Carobbio e Gervasoni (su cui si basa l'intera inchiesta sportiva), oltre a Mario Cassano, Luigi Sartor, e diversi altri tra dirigenti e calciatori. Entro una decina di giorni dovrebbe iniziare il processo di primo grado, che comprenderà comunque alcuni club di serie A i cui illeciti contestati risalgono allo scorso campionato cadetto. Si tratta di Atalanta e Novara, e si sospetta possano essere chiamati in causa anche Siena e Chievo. Diversi i capi d'accusa: si va dal semplice illecito di omessa denuncia, o alla responsabilità presunta, ad illeciti più strutturati come responsabilità oggettiva o responsabilità diretta. In quest'ultimo caso, si rischia la retrocessione alla categoria inferiore. Cerchiamo di capire in profondità caso per caso. A partire dall'Atalanta, già sanzionata con 6 punti per Atalanta-Piacenza 3-0, le ammissioni di Doni dopo il suo arresto riportano il club orobico a processo per Ascoli-Atalanta 1-1 e Padova-Atalanta 1-1. Tre gare sotto la lente d'ingrandimento per il Novara, ombre sugli ex Ventola, Bertani e Shala, con il doriano che (stando a Gervasoni) era in costante contatto con gli “zingari” attraverso «una scheda dedicata». Si parte da Chievo-Novara 3-0 di Coppa Italia (con il Chievo che dovrebbe rispondere di responsabilità presunta) e si arriva a Novara-Ascoli 1-0 e Novara-Siena 2-2. L'altra gara di Tim Cup inserita nel deferimento dovrebbe essere Cesena-Gubbio di quest'anno (la denuncia di Farina contro Zamperini). Quanto al Siena, più che le tante gare all'attenzione (AlbinoLeffe-Siena 1-0, Siena-Ascoli 3-0, Siena-Piacenza 2-3, Siena-Torino 2-2, Siena-Varese 5-0 e Novara-Siena 2-2 per la quale Carobbio tira in ballo anche Antonio Conte), sono le parole di Gervasoni su Mezzaroma («Gegic mi riferì di aver appreso da un suo amico del Kazakistan che il presidente del Siena diede dei soldi ai giocatori del Modena, Tamburini e Perna, per vincere l'incontro Modena-Siena terminato 0-1») a proiettare i senesi nel limbo della responsabilità diretta. Ma al momento Mezzaroma non è stato ascoltato, e questo lascia presupporre che, semmai, il Siena potrebbe essere deferito oggi soltanto per le gare di serie B dello scorso anno, potendo comunque finire a processo anche nella tranche di serie A successiva. Le più coinvolte nella serie B sono le ex squadre dei due “pentiti” Gervasoni e Carobbio, rispettivamente AlbinoLeffe e Grosseto. Per i seriani le combine a loro carico sarebbero circa 15 e partono dal 2008. Per i toscani, i due «infedeli» coinvolgono Acerbis, Job, Joelson, Conteh e Turati per 8 match truccati. L'Ascoli (già penalizzato al primo processo) è di nuovo protagonista con almeno 5 nuove partite rivelate da Gervasoni. Scommessopoli potrebbe riguardare anche l'alta classifica. Il Torino trema per un Siena-Toro (coinvolto Pellicori), il Verona per un Verona-Bari 4-2 del 2007 (coinvolto l'ex ds Cannella), quanto al Pescara, pesano le telefonate con Sartor che l'ex dg Lucchesi tenne lo stesso giorno di AlbinoLeffe-Pescara 0-2. La Reggina trema per la posizione di Lillo Foti (mai ascoltato però in procura), citato da Gervasoni in merito a Reggina-AlbinoLeffe 3-1. Nel calderone dovrebbero finire anche Brescia, Crotone, Empoli, Livorno, Modena, Sassuolo e Varese. In Lega Pro rischiano Frosinone, Rimini e Cremonese. InumeridelSuperenalotto Jolly SuperStar 13 19 35 38 52 64 57 66 10eLotto 6 8 9 10 11 12 14 16 22 2429 36 39 49 58 64 65 68 83 85 Il ProcuratoreFederale,StefanoPalazzi, al suo arrivonegliuffici della ProcuraFigc inviaPo a Roma FOTO DI ROBERTO TEDESCHI/ANSA «ROSSI TOQUITMOTOGP». È ILTITOLO DEL QUOTIDIANOINGLESETHETELEGRAPHRIMBALZATO IERI SU TUTTE LE AGENZIE DI STAMPA INTERNAZIONALI. In un articolo a firma Tom Cary, il foglio inglese ha infatti annunciato l'addio di Valentino Rossi al motomondiale al termine della stagione. Notizia prontamente smentita dall'interessato. Secondo Cary però il pilota avrebbe espresso agli uomini a lui più vicini, il padre Graziano ed il manager Davide Brivio, il desiderio di lasciare a fine anno. A determinare la decisione sarebbero gli scoraggianti risultati ottenuti con la Ducati (nel 2011, per la prima volta in carriera, non è arrivata nemmeno una vittoria), e la volontà di fermarsi «prima di arrecare un danno permanente alla sua reputazione, o peggio, a se stesso». Sempre secondo il Telegraph avrebbe influito sulla volontà di Rossi anche l'addio, per motivi personali, del suo capo ingegnere e mentore, Jeremy Burgess, che segue Valentino dai tempi della Honda e che dovrebbe lasciare il team l'inverno prossimo. Nelle intenzioni del fenomeno di Tavullia ci sarebbe il passaggio alle quattro ruote. Niente di nuovo: ogni volta che Rossi è stato visto maneggiare un volante invece che un manubrio, la cosa ha destato la fantasia di cronisti e tifosi, oltre che l'insofferenza di qualche detrattore. Questa però potrebbe essere la volta buona e, visti i risultati ottenuti fino adesso in sella alla Ducati, non è temerario credere che Valentino ci stia realmente pensando. Anche Giacomo Agostini, 15 volte campione del mondo negli anni '60 e '70 e amico di Rossi, ha commento ai microfoni di Raisport 1: «Valentino è un grande campione, ma gli anni passano per tutti». E di anni ne sono passati tre da quando “il Dottore” ha vinto il suo ultimo titolo iridato con la Yamaha. Tra l'altro, come fa notare Tom Cary, a gennaio Rossi aveva espresso la volontà di prolungare il suo rapporto con il team di Borgo Panigale per due anni, oltre la scadenza dell'attuale contratto (fine 2012), la firma però non è ancora arrivata. La morte dell'amico Marco Simoncelli, a seguito di un incidente che ha coinvolto anche Rossi nella gara di Sepang del 2011, può aver avuto un'ulteriore influenza sulle sue decisioni. Per ora comunque si tratta solo di speculazioni. Il nove volte campione del mondo, almeno a parole, ha infatti già smentito il Telegraph tramite Twitter: «Buongiorno, non ho alcuna intenzione di ritirarmi alla fine dell'anno -si legge sul social network-, è solo una notizia inventata». Rossi smentisce, ma qualche dubbio resta. AtalantaeNovaraper iniziare.PoiChievoeSiena.Si rischiadi riscrivere laSerieA InSerieB29lepartitesotto inchiesta.C'èanche ilTorino MARTEDÌ 8 MAGGIO SPORT Calcio sotto accusa Ventidue società e 61 giocatori deferiti SIMONEDISTEFANO ROMA DaLondra: «Vale lascia» Lui:«Mai» Ildubbioc'è SPAGNA MATTEOMARCELLI ROMA LOTTO Puyolcrack, salteràgliEuropei LaSpagnaperde una delle sue colonne in vistadell'Europeo. Un infortunioal ginocchio destro mette fuorigioco Carles Puyola un mese dall'iniziodel torneo in Poloniae Ucraina: il difensore delBarcellona saràoperato in artroscopiasabato 12, poidovrà osservareun periododi riposodi almeno sei settimane.Puyol siè fattomalenel corso dell'ultima garadicampionatocontro l'Espanyol: gli esamiacuiè statosottoposto all'iniziodellasettimana hanno confermato i timoridelgiocatore, che oltreall'Europeosaràcostretto a saltareanche la finaledi CoppadelRe contro l'AthleticBilbao in programma il25maggio. Il centraledifensivo del Barcellonaavevadeciso di dare l'addioallanazionale dopo la vittoria dellaCoppadel Mondo in Sudafrica, ma il c.t.Del Bosque lo avevaconvinto aproseguirealmeno finoall'Europeo del2012,dove leFurie Rosse dovrannodifendere il titolo conquistatonel 2008. «È unproblema serio»hadetto DelBosque«una bruttabattuta d'arresto». Valentino Rossi FOTO DI MARIO CRUZ/ANSA-EPA ... Il lavorodegli ispettoridella Federcalcioèsoloall'inizio Inattesadisapere lenovità dallaprocuradiCremona U: 26 mercoledì 9, maggio, 2012
eni station un mondo che si muove con te eni café è la catena di bar delle eni station eni café è un bar accogliente dove puoi fare colazione dalle 6:30 del mattino. Dalle 6:30 hai cornetto e cappuccino a solo € 1,50. Cornetto e cappuccino a solo € 1,50 sono alcuni dei prodotti che puoi trovare ogni giorno. Ogni giorno negli eni café con servizio wi-fi navighi gratis per due ore mentre ti gusti la tua pausa di qualità. Qualità è eni café. iniziativa valida fino al 30 giugno 2012 nei punti vendita aderenti eni café è colazione dalle 6:30 a solo € 1,50 28 mercoledì 9, maggio, 2012
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Sette miliardi per la crescita. È quanto «promettono» i 13 Comuni metropolitani, che ieri sono tornati a chiedere al governo lo sblocco del patto di stabilità. Senza quelle «briglie» i sindaci potrebbero varare investimenti, che invece restano bloccati per via di una «regola cieca» come la chiama Piero Fassino, cioè che non distingue tra spesa buona e spreco. Il presidente Anci Graziano Delrio ha rivelato di essere stato contattato telefonicamente da Mario Monti. Il premier si sarebbe impegnato ad aprire presto un tavolo sulla questione. «Credo che possa essere messo in calendario un incontro con il governo - ha spiegato Delrio - nel quale potremmo parlare anche di Imu e federalismo demaniale». Un eventuale incontro con l'esecutivo, ha precisato «non comporterà però l' annullamento della manifestazione nazionale di protesta indetta dall'Anci per il 24 maggio a Venezia». Il caso Imu resta incandescente. Flavio Tosi, appena rieletto, lancia grida di guerra. «La situazione rischia di diventare drammatica perché decine di migliaia di italiani non riusciranno a pagare l`ultima rata dell`Imu - dichiara il primo cittadino di Verona - Il rischio di gesti estremi è davvero concreto. E per evitarlo noi sindaci siamo pronti alla guerra. Valuteremo tutti gli strumenti legittimi per mettere in difficoltà il governo. Lo costringeremo a togliere l`Imu sulla prima casa». A stretto giro la replica di Delrio. «Noi la guerra sull' Imu la stiamo già facendo da tempo - ha risposto - almeno se per “guerra” si intende l'impegno che come Anci stiamo profondendo ormai da tempo». Proprio sul «pianeta casa» arrivano le ultime novità dall'Agenzia del territorio. In un'audizione in Parlamento la direttrice Gabriella Alemanno ha riportato gli utlimi dati sulla ricchezza immobiliare degli italiani: un vero tesoro, che supera di gran lunga quella dei redditi. Il patrimonio infatti supera di 7,8 volte il livello dei redditi. Ma anche in fatto di abitazione l'Italia conferma una forte polarizzazione della ricchezza. Stando ai dati diffusi dall'Agenzia «a fronte di un valore complessivo del patrimonio residenziale - si legge nel documento stimato pari a 6.335 miliardi di euro, un quarto di tale valore è detenuto da solo il 5% dei proprietari». Insomma, il 5% dei proprietari detiene il 25% del patrimonio equivalente al 17,1% delle superfici. In fatto di rendite si tratta del 23,1% del totale. A fronte di questo, il 50% dei proprietari più poveri possiede solo il 18% del valore delle abitazioni, che in termini di rendita sale al 20% e al 26,6 in termini di superficie. «La presenza di una ampia diffusione della proprietà delle abitazioni - si legge in uno studio dell'Agenzia - e la caratteristica di essere un bene con un rilevante valore d'uso non comporta, quindi, in termini di ricchezza una distribuzione altrettanto equa e uniforme». LA MAPPA L'intervento dell'Agenzia del territorio peserà parecchio proprio sulla partita Imu. Attraverso una fitta rete di interscambi di informazioni con altre amministrazioni dello Stato, infatti, l'Agenzia è riuscita a completare la mappa degli immobili esistenti, recuperando una «fetta« consistente di basi imponibili. Solo nel 2011 sono emersi oltre un milione di fabbricati per una rendita definitiva o presunta (questa una novità) pari a 817 milioni di euro. L'azione di regolarizzazione ha un effetto significativo sul recupero dell'evasione. Il dipartimento delle Finanze stima che la maggiore rendita produrrà ai fini Imu un maggior gettito pari a 356 milioni, ai fini Irpef (anche attraverso la cedolare secca) circa 110 milioni, sei milioni per l'imposta sui canoni di locazione. Il recupero complessivo arriva così a 472 milioni di euro. Per quanto riguarda le abitazioni prive di planimetria e quelle mai dichiarate, grazie a una norma di un recente decreto, l'Agenzia può procedere all'attribuzione di una «superficie convenzionale» anche ai fini delle imposte sui rifiuti e sui servizi (la Tares). Quattro o cinque centesimi al litro. È la riduzione del costo della benzina che il governo si aspetta da parte di petrolieri e gestori, dopo il ribasso del greggio di questo ultimo periodo. A dichiararlo è stato ieri il sottosegretario allo Sviluppo economico, Claudio De Vincenti, alla fine dell'incontro con i rappresentanti della filiera dei carburanti. De Vincenti ha detto che «la riduzione che ci aspettiamo non tiene conto dell'abbassamento di due centesimi circa già registrato in questi giorni. Sappiamo che la rete di distribuzione soffre di inefficienze che determinano differenze di prezzo rispetto ai Paesi europei, ma riteniamo ingiustificato che la differenza si allarghi quando il prezzo internazionale cala». «Il governo sta anche valutando» ha continuato De Vincenti «la possibilità di sterilizzare gli effetti dell'aumento del prezzo sull'Iva, riducendo il carico fiscale quando aumenta il prezzo. Ma ancora non c'è niente di concreto a riguardo, si tratta soltanto di un'ipotesi al vaglio». Il presidente dell'Unione petrolifera, Pasquale De Vita, ha replicato al sottosegretario, spiegando che «In Italia c'è già la possibilità di comprare la benzina a prezzi uguali al resto d'Europa e anche inferiori. Il governo ha fatto un discorso chiaro ed ha chiesto prezzi più accessibili per l'utenza. C'è la nostra disponibilità, ma l'Italia sconta anche un problema strutturale di rete». L'Adoc però ieri ha diffuso uno studio in cui si dimostra come l'Italia, con un costo medio di 1,87 euro al litro, sia il Paese più caro d'Europa dove mettere benzina: per un pieno si spende in media il 13% in più. In particolare si spende il 12,6% in più che in Francia, l'8% in più che in Germania, il 18% in più della Svizzera e poco meno del 25% in più che in Spagna. Un pieno oggi costa 93,5 euro, in Europa mediamente si spendono 83 euro, in Svizzera si spendo circa 15 euro in meno ad ogni rifornimento. Per questo quanto prospettato dal governo potrebbe iniziare a far rientrare l'Italia dentro quelli che sono i canoni europei. L'appello del governo «Cali la benzina» La crisi sta colpendo duramente il Paese, ma c'è anche chi riesce a chiudere bilanci di tutto rispetto, specie se opera in un settore, quello degli idrocarburi, che continua a garantire ampi margini di guadagno per i colossi internazionali. Di questi fa parte a pieno titolo l'Eni che ieri ha archiviato con l'approvazione dell'assemblea un bilancio 2011 chiuso con utili in rialzo a 6,86 miliardi di euro. Via libera anche alla distribuzione del dividendo da 1,04 euro di cui 0,52 già distribuiti nel settembre 2011 mentre il saldo dello stesso ammontare sarà messo in pagamento a partire dal prossimo 24 maggio. Buone notizie per gli azionisti, dunque, a cominciare dallo Stato. Infatti Cassa Depositi e Prestiti, che detiene una quota del 26,37% del gruppo Eni, incassa circa 1,1 miliardi di euro. Il ministero del Tesoro, titolare di una partecipazione del 3,93%, riceverà invece 163 milioni di euro. E proprio il dicastero economico è stato protagonista di un'inusuale raccomandazione nel corso dell'assemblea. Nel suo intervento il rappresentante del Tesoro, Stefano Di Stefano, ha chiesto ai vertici dell'Eni «di adottare politiche di remunerazione improntate al massimo rigore e al contenimento delle retribuzioni dei componenti del cda, dei dirigenti generali e di quelli con responsabilità strategiche». Pronta la replica della società: «Ringraziamo il ministero per l'intervento e per le considerazioni espresse. Terremo conto di tali indicazioni, ma per i vertici Eni la struttura retributiva nella componente fissa si colloca al di sotto dei livelli medi del mercato di riferimento». Paolo Scaroni, amministratore delegato dell'Eni, ha sottolineato come il 2012 «presenta elementi di incertezza a causa delle difficoltà della ripresa economica, in particolare nell' area euro, in un quadro di forte volatilità dei mercati». Un anno complicato che però trarrà beneficio da quanto accaduto nel 2011 «nel quale Eni ha posto le basi per una nuova fase di sviluppo grazie soprattutto agli straordinari successi nell'esplorazione». Da qui una visione ottimistica nel medio periodo: «Nel corso del prossimo quadriennio - ha detto Scaroni - prevediamo che Eni, grazie al suo eccellente posizionamento strategico, continuerà a generare risultati al top dell'industria e a creare valore sostenibile per gli azionisti. Nel 2015 il gruppo sarà in condizioni di superare i 2 milioni di barili al giorno». Eni, 7 miliardi di utili nel 2011 Scaroni: «Poste le basi per nuova fase di sviluppo» . . . Grazie all'emersione degli immobili fantasma si potranno recuperare 472 milioni di imposte MARCOTEDESCHI MILANO MARCOVENTIMIGLIA MILANO Pianeta casa: il 5% dei proprietari possiede il 25% del valore complessivo I sindaci delle metropoli: con altre regole possiamo investire subito 7 miliardi Imu e patto, Comuni in guerra Case a Roma in una veduta aerea. Dall'Imu altri introiti per lo Stato FOTO DI VINCENZO CORAGGIO/LAPRESSE BIANCA DI GIOVANNI ROMA mercoledì 9, maggio, 2012 15
Quando la sorpresa delle urne era la Lega, costola della Dc Senza il Pd, oggi, l'Italia non può essere governata. E non può che essere costruita attorno al Pd, domani, una credibile proposta di governo. Pier Luigi Bersani riunisce al Nazareno il gruppo dirigente del partito ed è questo il ragionamento che viene fatto alla luce del risultato elettorale. La strategia pianificata nel corso dell'incontro a porte chiuse prevede ora un pressing su Monti per dare risposte ai temi sociali che, viene detto, sono alla base del disagio emerso dal voto amministrativo, una particolare attenzione ai ballottaggi nelle città del nord e, per il più lungo periodo, la costruzione di un'alleanza tra progressisti e forze moderate che avrà nel Pd il baricentro. O, come dice Bersani aprendo la riunione con gli altri dirigenti del partito, «il perno al servizio della riscossa del Paese». Il voto di domenica e lunedì induce all'ottimismo. Tanto che il segretario del Pd si dice convinto di una cosa: «Oggi nei Comuni, domani vinceremo in Italia». I dati definitivi arrivati da tutta Italia al Nazareno confermano quello che Bersani aveva detto a spoglio delle schede in corso, e cioè che di fronte al tracollo del Pdl, il calo di consensi per la Lega, Udc fermo al palo («l'alternativa non si fa nei salotti»), il Pd è l'unico partito a uscire rafforzato da questa tornata elettorale. Al punto, viene aggiunto ora a scrutinio concluso, da far registrare un successo anche in regioni tradizionalmente dominate da Pdl e Lega. Gli occhi sono puntati in particolare sulla Lombardia, su città simbolo come Como e Monza, dove la Lega è rimasta fuori dai ballottaggi. E il Pd parte in vantaggio anche ad Alessandria, Asti, Genova. Per questo Bersani è convinto che tra due domeniche il suo partito possa andare alla conquista di un nord che «dopo anni di malgoverno e tradimento di Pdl e Lega ora deve tornare ad essere, in reciprocità col sud, la locomotiva del Paese». I numeri portati alla riunione del gruppo dirigente dal responsabile Organizzazione Nico Stumpo dicono che il Pd, calcolando le liste civiche direttamente collegate al partito, ha incassato circa il 26% dei consensi (il Pdl dice il 30%, per poter dire che il Pd ha preso soltanto due punti percentuali in più del suo 28%, ma sono dati difficilmente verificabili). Dicono anche che dei 26 Comuni capoluogo tre (La Spezia, Pistoia e Brindisi) sono andati al primo turno al centrosinistra e 2 (Gorizia e Lecce) al Pdl. Nei 20 Comuni che andranno al ballottaggio, il centrosinistra parte in vantaggio in 13 sfide (si partiva da 18 a 8 a favore del centrodestra). PRESSINGSUMONTI Dati che spingono Bersani a incitare i suoi («Ora lavoriamo pancia a terra per i ballottaggi, domani vinceremo in Italia») ma che non rappresentano l'intero quadro uscito dal voto amministrativo. I consensi incassati da Beppe Grillo non vengono sottovalutati, soprattutto perché sono frutto di un «disagio» con cui il governo deve fare i conti. Bersani è convinto che serva «un po' di positività» perché «da troppi mesi non c'è qualcosa di positivo in Italia». Soprattutto, per il leader dei Democratici, Monti deve dare un segnale ascoltando le proposte avanzate in questi mesi dal Pd, dall'attivare subito i pagamenti alle imprese da parte della Pubblica amministrazione all'alleggerimento dell'Imu mettendo un'imposta sui grandi patrimoni, dalla revisione del patto di stabilità interno per consentire ai Comuni di fare investimenti alla necessità di trovare una rapida e certa soluzione alla questione degli esodati. Queste sono le «priorità» che il Pd mette sul tavolo, a cui vanno aggiunte poi misure da sostenere a livello europeo, come i project bond e la tassazione sulle transazioni finanziarie («ribadiamo lealtà al governo e parliamo anche con i progressisti europei», dice Bersani). Per rispondere al disagio emerso dal voto bisogna però anche realizzare le tante riforme da troppo tempo annunciate senza che sia stato raggiunto l'obiettivo. Per questo il Pd, al Senato, ha chiesto di accelerare l'approvazione della riforma del mercato del lavoro, trovandosi però di fronte a una frenata del Pdl. E per questo ora i deputati del Pd stanno provando a trovare una corsia preferenziale sulla riforma del finanziamento pubblico, per il quale ieri hanno presentato un emendamento che propone di dimezzare (e non di ridurre del 33% come è attualmente scritto nel testo depositato in commissione Affari costituzionali della Camera) la tranche di rimborsi elettorali prevista per la fine di luglio. Anche sulla legge elettorale a questo punto il Pd pensa di poter proseguire il confronto da una posizione di maggiore forza. Il voto amministrativo ha mostrato tutti i rischi insiti in un sistema elettorale proporzionale. Per questo ora il Pd tornerà ad insistere - per arginare la frammentazione e per facilitare l'operazione che punta ad aggregare «contro destra e populismi vari» i progressisti e i moderati - sulla necessità di andare verso un sistema di voto che preveda il doppio turno e collegi uninominali. UnsaggiodelMulino ripercorre l'interastoria delpartito,analizzandone ilprogressivospostamento adestra,anzituttodaparte dell'elettorato LARECENSIONE STEFANOCECCANTI Vertice notturno a Palazzo Grazioli Gli scontenti «Così finiamo male, bisogna votare a ottobre» SIMONECOLLINI ROMA Bersani: «L'Italia di domani sarà governata dal Pd» Le prime elezioni dopo lacaduta del Muro di Berli-no avvennero cinque me-si dopo, nell'aprile del1990. In quella tornatagli italiani non riconfermarono le appartenenze tradizionali con i consueti scarti di pochi decimali come in pressoché tutta la prima fase della Repubblica, ma fecero balzare improvvisamente la Lega Lombarda quasi al 20 per cento dei voti. Il volume di Gianluca Passarelli e Dario Tuorto Lega e Padania - storie e luoghi delle camicie verdi, edito dal Mulino, parte addirittura da prima, dagli albori delle leghe locali che si affacciano sulla scena dai primi anni Ottanta, ma non manca di rilevare quel salto di quantità e di qualità. La dimensione popolare del fenomeno non la configura però, secondo gli autori, come una «costola della sinistra», secondo una ben nota metafora. Nelle zone che votavano Pci lo sbarramento è pressoché totale almeno fino al 2006. Non è un caso perché lì il partito autonomista-territoriale era proprio il Pci, anche paradossalmente grazie all'esclusione dal governo nazionale. Specie intorno al 1994, come dimostrano gli autori, la Lega è invece una costola della subcultura bianca, che si è svincolata da una Democrazia cristiana meridionalizzata e non più necessaria come argine rispetto a un pericolo superato col crollo del Muro di Berlino. LA COSTOLA NERA Proseguendo nel tempo e, peraltro, non trovando più a destra un rivale com'era all'inizio il Movimento sociale italiano, la Lega è anche spinta più a destra del suo perimetro originario, fa il percorso opposto e complementare ad Alleanza nazionale. Questo ci fa capire perché tra i suoi consiglieri nel 2011, dopo un terzo del campione che dichiara di esseQuando a Berlusconi hanno portato l'agenzia con la dichiarazione di Monti sulle responsabilità delle «conseguenze umane» della crisi, lui non l'ha presa bene. «Ma come - la reazione a caldo è stata di questo tenore - Mi sono dimesso per il bene del Paese, il Pdl finisce in un bagno di sangue per sostenere questo governo, e loro mi gettano la croce addosso?». Per la verità nel Pdl nessuno ha apprezzato. È solo il prologo del vertice di ieri a Palazzo Grazioli. In serata il Cavaliere riunisce lo stato maggiore del partito per analizzare il voto e avviare la «fase due». Quella che Alfano chiama «il ricominciamento». È un processo al premier in carica: «Così svaniamo, ci porta alla rovina. Bisogna votare a ottobre». Non sono solo gli ex An che minacciano di sbattere la porta. La protesta si salda con i malpancisti postforzisti: «Con la linea del rigore tra sei mesi siamo al tracollo. Avete visto i mercati greci?». L'ex premier condivide l'analisi. Ma invita alla cautela: «Abbiamo una settimana per recuperare. Nervi saldi fino ai ballottaggi». Fuori dalla stanza è vietato parlare di sconfitta. Al punto che un'articolata nota del partito trabocca di ottimismo e fissa l'asticella: «Sommando anche le liste civiche noi siamo al 28,6%, il Pd è solo due punti avanti. Il Pdl ha pagato la mancata tradizionale alleanza con la Lega, sacrificata sull'altare della responsabilità al governo di emergenza». In realtà, numeri così cupi Berlusconi non se li aspettava: per il tracollo di Palermo ad Alfano arriverà un conto salato. Su Genova i nemici di Scajola affilano le armi. Il delfino sa che il momento è gramo: nemmeno lui, ormai, scommette sul suo futuro. Cicchitto, Verdini, La Russa, Matteoli, Gasparri: alla riunione ci sono tutti. Tira un'ariaccia. Anche se nel rutilante immaginario berlusconiano c'è di tutto: l'«appello ai moderati», perché Casini non ha sfondato, il suo Terzo Polo si è rivelato un risiko di Palazzo e dunque “Pier” tornerà a Canossa (ha già ricominciato a prendersela con la «foto di Vasto»). Mentre l'ala pisanian-scajoliana è priva di approdo. Ma anche la scossa «primarie aperte» per rivitalizzare gli elettori. Anche se Berlusconi, più che le provocazioni della Santanché, ha in mente i poderosi agganci di Montezemolo. Anche perché di tornare in campo, al di là delle “minacce”, non ha nessuna voglia. Di certo, il ritorno dai fasti moscoviti non poteva essere peggiore. Il partito è evaporato sul territorio e sull'orlo dell'implosione interna. Qualsiasi parlamentare di qualunque corrente ormai dice solo: «Così non va» e scuote la testa sconsolato. Sono in cima alla lista degli sconfitti del primo turno delle amministrative: assenti in 7 ballottaggi dei 26 capoluoghi. A Parma, Cuneo, L'Aquila e Verona ben sotto al 10%. Nella Palermo del fu 61 a zero il bottino è un umiliante 12% raccolto da Alfano (e Schifani) mentre Micciché finge di dispiacersi per il suoi ex amici. Così il Cavaliere riflette che, oltre a non avere il “quid”, Angelino manca anche di “quorum”. CONGRESSIE PREDELLINI Sul fronte interno è guerra aperta. Gli ex An sono incontenibili. Nel pre-vertice a via dell'Umiltà con Verdini, Lupi, Gasparri, Corsaro, Gelmini, La Russa e Crosetto, si è decisa la strategia dei “falchi”. Congelare il progetto di riforma elettorale. Nessuna sterzata proporzionalista. Massima distanza da Monti. Lavorare sul territorio per riconquistare i delusi. Staccarsi dall'immagine di «grande coalizione» che li sta affossando. Anche perché l'analisi dettagliata del voto è impietosa: i voti in fuga da Pdl e Lega sono finiti, al netto dell'astensionismo che è per la maggior parte targato centrodestra, nelle fauci - spalancate e non certo moderate - di Beppe Grillo. E quindi. Alemanno chiede un congresso «vero» a settembre. Niente strappi alla «predellino 2.0», tentazione che il Cav dileguato ancora accarezza. Maurizio Bianconi: «Il Pdl stacchi la spina al governo e la riattacchi al suo elettorato». Lapidaria Alessandra Mussolini: «Il Pdl è malato grave. Sta in terapia intensiva. Non è una sconfitta? Bé, peggio di come è andata mi sembra difficile. A Palermo abbiamo candidato un tronista». LEELEZIONIAMMINISTRATIVE Il segretario riunisce il gruppo dirigente e annuncia un pressing sul premier Dall'esecutivo servono risposte su esodati, taglio dell'Imu e sui grandi patrimoni . . . Mussolini: «Non è una sconfitta? Beh, peggio di così... a Palermo abbiamo candidato un tronista» L'ex premier Silvio Berlusconi FOTO ANSA Berlusconi s'infuria «Gli cedo il posto e Monti m'insulta...» FEDERICAFANTOZZI ROMA 4 mercoledì 9, maggio, 2012
Giallo sui conteggi rientrato in serata Finocchiaro apre all'ex sindaco, polemica tra i democratici del declino leghista», come a Parma. In generale tutti i partiti hanno perso consensi rispetto alle regionali del 2010: circa 40 mila voti in meno per il centrosinistra nelle città (7%), ma se perde al Nord e contiene le perdite nella «zona rossa», avanza al Centro-Sud con un più 20mila voti. Il Pd ha perso, rispetto al 2010, 91mila voti (il 29%), dei quali 60mila nelle città del Nord, 19mila nella «zona rossa» e 12mila al Sud. L'Italia dei Valori si è dimezzata: 55mila voti in meno, (58%). La sinistra, Sel, Fed, perde un sesto dei consensi (12mila voti), soprattutto al Centro Sud. Il centrodestra tracolla: nella «zona rossa» perde 46mila voti, al Nord ben 123mila, pari al meno 58 e meno 41%. Il Pdl ha 175mila voti in meno soprattutto al Nord (un 61%) al Sud 40%. La Lega «arretra più di tutti» con un meno 67%, al Nord e nella «zona rossa» che vantava di aver conquistato. L'INTERVISTA no promesso che faranno “volare i ciuchi”, hanno garantito il loro impegno. È questa l'unica chiave per riconquistare la fiducia delle persone. L'idea che il politico deve essere un bravo presentatore tv, bello e pettinato, è un'idea distorta. Lo dimostra anche la vittoria dei socialisti in Francia». Inche senso? «Quella di Hollande è la vittoria di una persona normale e anche di un professionista della politica. Sono amico della sua ex compagna e dei suoi figli da anni. Hollande è stato il segretario del Ps quando i socialisti hanno toccato il punto più basso della loro storia con Jospin che non arriva nemmeno al ballottaggio. In Italia l'avrebbero crocifisso. Invece ha continuato a lavorare, a sgobbare, perché la politica è anche fatica mica solo immagine, e qualche anno dopo è proprio lui che riporta i socialisti all'Eliseo. È la dimostrazione che l'idea distorta di leadership che ci ha lasciato Berlusconi è roba vecchia. La sua vittoria è importante anche per Bersani che come Hollande è un leader normale che non cerca fuochi di artificio, ma di costruire un progetto per il Paese». Magari cambiando anche le politiche recessivedell'Europa.Ono? «Sta lì la scommessa dei socialisti francesi e degli altri progressisti in Europa: rompere la supremazia dei mercati e degli egoismi nazionali e ridare un volto di umanità e crescita al nostro continente. Come dice Hollande il cambiamento è adesso». Il clangore di scimitarre e durlindane continuerà per 14 giorni, Ferrandelli non si arrende e mena colpi, vuole il faccia a faccia con Orlando e accusa: troppe corrispondenze fra i voti a Tantillo (consigliere dell'ex sindaco Cammarata) e Orlando, «vuol dire che c'è stato accordo». Il vecchio leone non vuole saperne di faccia a faccia, «perché dovrei confrontarmi con chi mi insulta? Io di voti ne ho avuti una valanga». Risponde il candidato scelto dalle primarie: «È un Berlusconi di sinistra. ma finalmente al ballottaggio non ci saranno i partiti, sarà referendum fra passato e futuro e io posso ancora vincere». E aggiunge: «La destra vota Orlando perché quelli sono voti in deposito, alle regionali se li potrà riprendere». Come nel 1993, 70% di voti al “sinnacollando”, seguiti, nel 1994, da 10 parlamentari su 10 per Forza Italia. Risponde l'attempato sindaco della Primavera: «Interpreto l'antipolitica in chiave di governo». CAOSPERCENTUALI Intanto è caos sulle percentuali dei risultati, la percentuale dei candidati sindaco, secondo la legge Regionale, deve essere calcolata sulla base dei voti validi e non dei voti di lista. A Palermo cambia poco, con il calcolo diverso Orlando sarebbe a 35, Ferrandelli a 12, Costa (il candidato del Pdl ha già detto che il 20 maggio non andrà a votare) all'8%. Semmai sono alcuni sindaci di piccoli comuni che hanno vinto al primo turno a tremare. Ma alla fine la Regione ha stabilito che erano valide le cifre già comunicate. Risultato: non andranno al ballottaggio i Comuni di Sciacca (Agrigento), Villabate (Palermo), Erice (Trapani) e Misterbianco (Catania). Secondo turno invece per Palermo, dove è confermata la percentuale del candidato sindaco Leoluca Orlando che, anche se lo spoglio delle schede deve ancora terminare, si assesterebbe intorno al 47-48%. Sul risultato palermitano arriva intanto la doccia fredda di Anna Finocchiaro. La presidente del gruppo al Senato ipotizza di sostenere Leoluca Orlando, «a Palermo sono stati fatti tanti errori, ragioniamoci, l'obiettivo è non dividere il centro sinistra». Ferrandelli glissa: «È un'opinone personale», anche se, aggiunge, «è vero che in questa campagna non tutto il Pd ha remato». In realtà sembra che l'ipotesi non sia percorribile dal punto di vista tecnico-legislativo, chi arriva al ballottaggio- spiega il segretario regionale Lupo - non può sostenere l'altro candidato. Però Lupo rivendica la strategia che ha cercato di portare avanti con la candidatura di Rita Borsellino per la quale «avevamo ottenuto il sostegno di Orlando». Replica a distanza Antonello Cracolici: «Il piccolo particolare è che Rita non ha vinto le primarie, non c'erano i carri armati ai seggi delle primarie». Il capogruppo del Pd all'Ars si dice sconcertato dell'uscita di Anna Finocchiaro: «Come si fa a dire a chi sta nel mezzo di una battaglia che deve andare con l'avversario?». Palermo, aggiunge, «è una città dove complessivamente, come sinistra, anche ora, che abbiamo due candidati al ballottaggio, raggiiunge nell'insieme il 35 per cento dei voti. Non dobbiamo demonizzare le alleanze con moderati e autonomisti. Se sono alla luce del sole. Perché non credo che Orlando, che a parole le nega, non abbia dato nulla in cambio dei voti». Ma, soprattutto, Cracolici vuole replicare a Rosi Bindi, la presidente del partito, sul Corriere della sera, attribuisce il risultato palermitano alla linea del capogruppo all'Ars, di allenza «con un governatore inquisito». «Io quella politica la rivendico, perché ha sconfitto il Pdl e il cuffarismo. Ma non è la mia politica, è la politica del Pd. La posizione di Bindi è legittimamente quella di una minoranza». PDLDISSOLTO A destra è un terremoto, il Pdl è crollato all'otto per cento, il voto moderato si frammenta in una miriade di liste. Ma Italia dei valori, grazie all'effetto Orlando, è il partito primo classificato del capoluogo siciliano, con il 10,27 per cento dei suffragi. Il più alto dei nani ma se Leoluca sarà sindaco Idv farà l'en plein del premio di maggioranza, con 30 consiglieri su 50, gli altri 20 saranno divisi fra le nove liste su 25 che si sono presentate. Il Pd non raggiunge un risultato felice, si ferma al 7,7 per cento, poco al di sopra dell'altra lista, “Ora Palermo”. È la lista di Ferrandelli, c'è scritto il suo nome, «forse è stato un errore», dice il candidato, perché gli elettori potrebbero aver fatto confusione e non barrato il rettangolo su cui si sceglieva il sindaco, nel seggio di Marinella, ad esempio, su 394 voti per “Ora Palermo” solo 40 elettori hanno espresso la preferenza anche per il candidato sindaco. Per il segretario regionale Giuseppe Lupo, «si deve guardare all'inseme dei risultati siciliani, dove vinciamo al primo turno a Cefalù, roccofarte del Pdl, a san Giuseppe Jato, riconquistata dopo 10 anni, a Raffadali, feudo di Cuffaro». MARIAGRAZIAGERINA mgerina@unita.it Con la legalità a Lampedusa ho sconfitto il berlusconismo JOLANDABUFALINI INVIATA APALERMO tre città, in testa in altre 13 GiusiNicolini «Hodifeso lenostre bellezzee i lampedusani perbenemihanno votato.Ora l'isola tornia essereportosicuro» Il “gigante” di lotta e di governo, Dino De Rubeis, quello che un anno fa cinguettava con il suo nuovo-vicino-di-casa Berlusconi e ringhiava come un leghista contro i tunisini accampati a cielo aperto, non è più sindaco di Lampedusa. La “bella” che lo ha battuto si chiama Giusi Nicolini. Pacifista, ambientalista, di sinistra. Slogan stile Hollande: «Il futuro comincia adesso». Sempre in prima linea, da presidente di Legambiente e da cittadina: per salvare le tartarughe, contro l'abusivismo edilizio, per difendere la bellissima Isola dei Conigli. E per ridare fiato all'altra Lampedusa. Mentre l'ex sindaco, vicino all'Mpa, in tandem con la leghista Maraventano, tuonava che avrebbe respinto a mani nude altre barche di profughi, lei portava coperte e pasti caldi ai tunisini. Un anno fa, strattonata dai pretoriani di “Dino for president”, non riuscì neppure a srotolare uno striscione di protesta all'arrivo di Berlusconi. Ora i suoi concittadini l'hanno eletta alla guida dell'isola. Lasua elezionesembrauna favola. «Nel cuore me lo sentivo, anche se sapevo che era difficile, però sapevo anche che la Lampedusa perbene esiste: c'è e ha votato per me, che ho fatto una campagna elettorale tutta centrata sulla legalità, cercando sempre di tenere insieme i diritti degli isolani con la questione dell'immigrazione». Che fine hanno fatto i lampedusani con lepietre inmano? «Erano quattro gatti. Quella è una storia tutta montata ad arte. Ora con il loro voto i lampedusani hanno detto chiaramente che si volta pagina: nuovo modello di sviluppo, l'ambiente come volano dell'economia». Lampedusa tornerà ad essere “porto sicuro”per imigranti? «Sì, i lavori per ripristinare i padiglioni del centro sono già cominciati. Solo la Lega poteva pensare di promettere la fine degli sbarchi. Ma il rispetto della legalità dovrà essere la chiave dell'accoglienza: gli immigrati non dovranno restare sull'isola per più di 96 ore e i rimpatri non dovranno essere fatti da qui». UnannofaBerlusconisbarcòaLampedusacontantepromesse,leicosachiedealnuovo esecutivo? «Impegni precisi e una attenzione particolare, anche per il prezzo che i lampedusani hanno pagato: quest'isola che finora è stata la periferia d'Europa deve tornare ad essere, con le sue bellezze, una risorsa del paese». . . . Ferrandelli all'attacco: Leoluca è un Berlusconi di sinistra, ma la partita è ancora aperta . . . Il segretario Lupo: abbiamo sbagliato ma ora è impossibile cambiare candidato Leoluca Orlando al ballottaggio contro Ferrandelli Orlando, si riapre lo scontro nel Pd mercoledì 9, maggio, 2012 7
QUESTAÈLASTORIADIUN'EXDIRETTRICEDIUFFICIPOSTALIDIARONACONUNDIPLOMAMAGISTRALE«APPESO AL CHIODO» CHE COSTRUISCE SCUOLE IN INDIA. In mezzo, come spesso accade, tante persone - da un professore di grafica a un'interprete di hindi - che hanno reso possibile l'impresa. La prima scuola, elementare e media, è finita: cinque locali, dormitorio, veranda e porticato, colazione a base di mango e samoosa, tre maestri per 85 bambini, lezioni di matematica, geografia e inglese. La seconda, per ora, è solo un terreno incolto. Ma le lezioni sono già cominciate. E altre due scuole seguiranno, nella poverissima regione del Madyah Pradesh, se la crisi economica globale non strozzerà la solidarietà. Giuliana Pedroli Piras ha 71 anni, un nipotino di 13 e una vita spesa ai bordi del Lago Maggiore. Undici anni fa, durante una vacanza si è innamorata dell'India: «Il colpo di fulmine non capita solo con le persone. Facevo yoga, era l'anno del Kunda Mela, vidi 70 milioni di persone bagnarsi nel Gange». Soprattutto, vide la povertà: «A Natale dissi: non fatemi regali, mandate soldi». ACACCIADI SOLDI:CALENDARIE DADOLATE Poi l'incontro con un bramino, Sharma Yogi, in Italia per un giro di conferenze: «Voleva andare sul lago, pioveva che dio la mandava, lo accompagnai. Mi raccontò di due coniugi italiani che avevano donato un terreno per costruire una scuola nel villaggio di Khajuraho. Lui aveva ottenuto i permessi, ma la coppia si era separata e la cosa era rimasta lì. Ora i documenti stavano per scadere». Servivano 10mila euro: «Ne avevo 500. Tutti facevano calendari, e provai anch'io. Presi le mie foto di sari colorati e visi sorpresi dall'obiettivo». E siccome questa storia è piena di casualità, la bozza del calendario finì a un esame di grafica e piacque all'insegnante: «Mi disse: “Quante copie volete? Mille? Ve le regalo”. Arrivò una macchina piena. Ma era fine novembre...». Eppure, in un mese, Giuliana li vendette tutti, tirò su 9mila euro e il cantiere partì. Il primo mattone della «primary school of Khajuraho» fu posto nel 2005: un lustro dopo, gli insegnanti consegnavano i diplomi. Ride Giuliana: «Mentre si scavavano canali ed erigevano muri, i bimbi facevano lezione. Prima viene l'istruzione e poi la struttura». L'età va dai 3 ai 14 anni «ma molti non conoscono la loro data di nascita e i fratelli maggiori ascoltano dalle finestre». Dopo la cerimonia di fine anno, lo Stato ha acquisito la scuola: «Sono subentrati. Ora pagano la manutenzione e gli stipendi dei maestri (circa 60 euro al mese a ognuno). Per noi è un capitolo chiuso». Subito si è aperto il successivo. Creare un'altra scuola che serva il gruppo di villaggi nel parco di Raneh Falls. Posto magnifico, natura selvaggia, infrastrutture zero. «Gli abitanti sono Adivasi, popoli tribali senza casta, considerati peggio degli Intoccabili. Vivono di pastorizia e agricoltura e hanno bisogno di tutto». Il Novarese si è dato da fare tra raccolte fondi e serate con salumi e dadolate d'anatra in osteria. Si è costituita un'associazione per spedire medicine, indumenti, vitamine. «Vede, senza un corollario di salute e nutrizione intorno, il sistema scolastico non funziona. Bambini malati e affamati non imparano. Un piccolo sembrava lo scemo del villaggio, irrecuperabile. Invece era denutrito. Un medico se ne è accorto: rifocillato, è alla pari degli altri. Lavoriamo anche sui genitori: alleggerire il carico di fatiche, offrire un minimo di benessere agli adulti, apre spiragli per tutta la famiglia». PANNELLIDI BAMBÙE MATERIALI ECOLOGICI La scuola numero 2 sorgerà a Kundarpura, 300 abitanti in capanne di sterco. I lavori sul terreno dovevano iniziare l'anno scorso ma i soldi non bastano. Intanto, 60 scolari fanno lezione nel locale dove due volte l'anno si riuniscono i capi-villaggio: «Lo abbiamo preso in gestione, pulito e riordinato. Quando serve, sgombriamo». In realtà, una scuola pubblica, a differenza di Khajuraho, lì esiste già. Ma, come molte amministrazioni statali che servono i meno abbienti, ha qualche pecca: «Su tre insegnanti, due non vengono perché abitano troppo lontano. Il terzo, con 260 ragazzini fa quel che può». L'associazione supplisce con il doposcuola, pasti gratis, un dormitorio quando l'afa tocca i 50 gradi. Intanto progetta l'edificio che verrà: non più mattoni bensì materiali ecologici, telai in legno di bambù che non marcisce ed erba secca impastata con argilla per creare pannelli mobili. Una sorta di prefabbricato leggero e smontabile. Sollevato da un paio di gradini per lasciar scorrere senza fare danni l'acqua dei monsoni. Accanto, una sorgente per lavare a fondo gli studenti. Questa nuova forma di edilizia, meno costosa e pesante, può rappresentare la svolta per il «franchising» delle scuole, modello che Giuliana vorrebbe diffondere nel Madyah Pradesh in modo capillare. Intanto, con l'aiuto della sua amica interprete Antonella Zurini, detta Ghita, lavora sul “corollario”. Raccoglie vestiti usati («In buono stato, niente stracci»), cancelleria, quaderni, shampoo e saponi. L'anno scorso ne ha mandati 6 quintali in 29 pacchi da 20 chili. «Conoscendo le Poste, li ho resi difficilissimi da aprire per i ladri. In India abbondano furti e corruzione. Ogni santo vuole la sua candela». Giacche a vento e pantaloni vanno bene per i maschi, ma le bambine restavano a bocca asciutta: «I loro abiti hanno pizzi e volant che noi non usiamo. Allora ho spedito stoffe e tessuti per far lavorare i sarti. Ma quando mi hanno mandato le foto ho visto delle porcherie. E ho capito che i sarti, più alti di casta, prendevano i soldi degli Adivasi ma non si impegnavano. Allora ho detto no: anche in mezzo alla foresta c'è l'eterno femminino». Si è comprata la macchina da cucire, ha raccolto cerchietti e fermagli e ci ha pensato da sé: nel 2010 ha confezionato e distribuito 85 vestitini, nel 2011 120, quest'anno è già a quota 50. «Mi sembra di essere tornata indietro nel tempo a giocare con le bambole». L'ultima impresa è la campagna oculistica contro l'alto tasso di cecità: «Pagando una quota spese di 90mila rupie (circa 1500 euro) il governo ha mandato nei villaggi una squadra di 12 medici per le visite. Noi abbiamo prelevato gli abitanti con i camion: in 65 sono stati portati in ospedale e operati. Ma i bambini, grazie all'alimentazione più ricca, stanno bene». La sfida in corso è l'adozione a distanza. «Cerchiamo di “venderla” a tutti i costi. Ci sono nuclei poverissimi dove sostenendo il bambino si dà una possibilità a tutti. È chiaro che la mamma non compra filetto a uno mentre gli altri stanno a guardare. Lì si giocano economie sui centesimi. Abbiamo 8 famiglie sulla soglia della sopravvivenza: 200 euro all'anno per loro dividono la vita dalla morte». È un punto cruciale: il vostro progetto spera di far sopravvivere questa gente con qualcosa nella pancia giorno per giorno, o credete che per loro esistano prospettive realistiche nel boom indiano così diseguale? Giuliana è incrollabile: «Hanno una voglia di imparare e di fare straordinaria. Non saltano una lezione. E noi stiamo lavorando su un sistema di microcredito per le colture locali. Un domani anche questi villaggi remoti potranno far parte del progresso del loro Paese. Devono stare nel mondo degli altri. Poter scegliere se continuare a fare i pastori o i contadini, oppure prendere altre strade professionali. Ci vorrà tempo, ma noi e loro sappiamo che succederà». LASTORIA Lamia India suibanchi «Cosìcostruiscoscuole nelle terredimenticate» FEDERICA FANTOZZI ROMA Giulianaèunaexdirettrice dellePoste,ha71anniesiè perdutamente innamorata diun'areadelmondotra lepiùdisperate.Unasfida travestitiniperbambine, occhialiemicrocredito Pagando90mila rupie(circa1500 euro) ilgoverno hamandato neivillaggi unasquadra di 12oculisti pervisitaretutti Nonbastano i libri egli insegnanti: i bambini devonoandareascuolanutriti ecurati Con la fame apprenderediventa troppo difficile U: mercoledì 9, maggio, 2012 23
Quarantotto ore dopola rivendicazione an-cora non c'è. «Tecni-camente questo vuoldire che l'agguato aRoberto Adinolfi è senza firma, senza una paternità “politica” certa ma resta un attentato di chiara matrice eversiva». Gli investigatori hanno atteso invano, per ora. Confidano che il documento sarà comunque annunciato e fatto ritrovare in queste ore e sanno che «ragionare secondo vecchi schemi in questi casi può essere fuorviante». I cosiddetti vecchi schemi dicono che mai nella storia del brigatismo rosso sia passato più di un giorno tra l'azione e la sua rivendicazione. «Questa è stata sempre la prassi che aveva un duplice obiettivo - spiegano - dimostrare la capacità militare dell'organizzazione in grado di pianificare ogni minimo dettaglio; impedire che chiunque altro potesse appropriarsi dell'azione». Ma la gambizzazione del dirigente dell'Ansaldo Roberto Adinolfi può rappresentare quella svolta temuta e per certi versi attesa che passa anche «dal rimescolamento di vecchi criteri e nuove prassi». Una prima volta che mette insieme vecchie formazioni marxiste-leniniste con cellule anarco-insurrezionaliste - una saldatura impossibile sulla carta - e ne mescola le prassi. «Se tra gli anarchici - si spiega - c'è dibattito sulla necessità o meno della rivendicazione e per questo la fanno ritrovare anche dopo una settimana, per le Br e nipotini sarebbe invece un obbligo». Al tempo stesso l'attentato di Genova chiama in causa molti simboli - luogo, obiettivo, modalità, arma usata- troppi per non collocarlo nell'area marxista leninista. Stamani il ministro Anna Maria Cancellieri informerà il Parlamento sull'attentato, sulla sua matrice e sulle indagini. Alzerà il livello dell'allarme cercando al tempo stesso di rassicurare. E se finora tra gli obiettivi più a rischio erano considerati politici e professionisti collegati alla riforma del mercato del lavoro e i dirigenti di Equitalia, le prefetture sono già state allertate per analizzare, rivedere e comprendere nei vari dispositivi di scorta anche i dirigenti delle aziende di Stato e i grandi manager che possono costituire un obiettivo secondo le vecchie logiche. Le informative sono arrivate sul tavolo del ministro ieri in tarda serata. Contengono, purtroppo rafforzate, analisi già fatte nei mesi scorsi. Anche dallo stesso ministro quando mise in guardia, si era da poco insediata, dal rischio di una nuova eversione di «cani sciolti» anziché di «vere e proprie organizzazioni terroristiche». Ancora più esplicito fu il prefetto Antonio Manganelli, capo della polizia, il 22 febbraio davanti alla Commissione Affari Costituzionali: «L'area anarco insurrezionalista è pronta a fare il salto di qualità - disse - è pronta all'assassinio. Dobbiamo solo capire se fino ad oggi non è accaduto perche abbiamo avuto la fortuna che non accadesse». E poi i report dei servizi segreti, le analisi, tutte relazioni che da mesi vanno nella stessa direzione: «La forte rabbia sociale diffusa nel Paese può diventare un terreno idoneo per reclutare e affascinare da parte di chi ancora non ha deposto del tutto progetti di lotta armata». Le analisi e gli allarmi si basano su materiale scritto intercettato in questi mesi nell'area anarco-insurrezionalista come in quel circuito del carcerario che fa capo ai pochi irriducibili delle Br ristretti nelle celle. È dal 2006 che gli anarchici ipotizzano l'uso delle armi. «Bisogna essere più efficaci, non lesinare con gli esplosivi non aver paura di rischiare di far male ad una segretaria se l'obiettivo è uccidere il padrone» scrivevano anarchici travestiti con i nomi di Walt Disney - Qui, Quo e Qua ma anche Archimede Pitagorico e Paperina (l'uso di termini dissacranti e divertenti e tipico della propaganda anarchica). Da allora è stato un crescendo registrato con costanza in quasi tutti i documenti. Allo stesso modo il carcerario lanciava sei mesi fa messaggi chiari ed espliciti. «Per il rilancio della strategia brigatista le condizioni non sono mai state così buone» ha scritto l'irriducibile Franco Galloni, arrestato alla fine degli anni ottanta e da allora e per sempre «militante delle Br per il partito comunista». Insomma si sta facendo largo tra investigatori ed analisti l'ipotesi di un agguato a firma mista. Perché se tanti aspetti ancora non tornano, altri sono invece chiarissimi. Chiunque sia stato e chiunque firmerà la rivendicazione, sfrutta comunque un bagaglio simbolico ad alta valenza brigatista. A cominciare dall'arma usata. L'ARMA La Tokarev è un'arma rara, ha fama di pistola molto affidabile, che difficilmente s'inceppa ed è stata protagonista di varie e vecchie vicende di terrorismo. Nell'aprile del 1981 la Digos di Milano arrestò il latitante di Prima Linea Pedrazzini, nome di battaglia «Pedro». La polizia lo bloccò in corso Buenos Aires e nei pantaloni aveva una Tokarev calibro 7,62. Non era una pistola ma un mitra il Tokarev trovato il 10 ottobre del 1990 nell'ex covo Br di via Monte Nevoso, sempre a Milano, dove fu rinvenuto il memoriale di Aldo Moro. La Tokarev è considerata la sorellina minore della Makarov che potrebbe aver ucciso nel 1999 e nel 2002 Massimo D'Antona e Marco Biagi. Si dice potrebbe perché anche sull'arma usata per quei delitti non c'è mai stata certezza visto che l'arsenale in dotazione a Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce non è mai stati ritrovato. È una firma la scelta dell'obiettivo, un dirigente Ansaldo così come lo furono i primi gambizzati degli anni settanta e proprio a Genova. Ed è una firma il modus operandi: due persone in motorino, travisate con il casco. Il motorino è stato rubato due mesi fa, ha conservato la targa originale segno che in questo periodo è stato tenuto nascosto. Due mesi che sono, secondo gli investigatori, anche il tempo che il commando avrebbe impiegato per fare un'inchiesta sull'obiettivo, studiarne abitudini e orari. Capire, soprattutto, che era un uomo solo. È questo oggi il primo problema del Viminale e del ministro. Quanti sono i possibili obiettivi? Sono ipotizzabili azioni a catena? La rivendicazione, quando arriverà, sarà un passaggio decisivo. Ros dei carabinieri e Digos della polizia intanto hanno iniziato a monitorare eventuali sospetti. Qualche indizio utile è atteso dal monitoraggio delle celle telefoniche delle zona nelle ore subito prima e subito dopo l'agguato. La svolta alle indagini di D'Antona e Biagi arrivò proprio da lì. Anche se le Br-pcc usarono cabine telefoniche e schede pirata. Alla fine STEFANO dobbiamo proprio salutarti. E ringraziarti per essere stato un compagno di strada dell'Unità sempre lucido, incisivo e comprensivo; una voce autorevole e attenta, uno sguardo lungimirante e profondo. Un forte abbraccio alla tua Stefania, che ti è stata vicina come pochi riescono a fare. La redazione de L'Unità Emilia-Romagna: Gigi, Adriana, Andrea, Chiara, Giulia, Onide, Claudio Il manager: «Hanno scelto me perché uomo di Finmeccanica» Un solo colpo Scorta all'ad di Ansaldo Energia . . . L'agguato ancora senza rivendicazione. Anomalo per i gruppi brigatisti Non è esclusa la saldatura «Vivo qui da trent'anni, tutti sanno dove abito. Se qualcuno voleva colpire un simbolo, magari del gruppo Finmeccanica, io sono un obiettivo facile». Non riesce a darsi altre spiegazioni Roberto Adinolfi, l'amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, gambizzato lunedì mattina a Genova sotto casa sua, in via Montello, zona Marassi. «Non ho scorta, giro sempre da solo, forse è per questo che hanno scelto me», racconta il manager ferito da una pallottola dietro al ginocchio destro. Ma chi voleva colpirlo? Adinolfi parla con gli inquirenti dell'attentato prima e dopo l'intervento che gli salverà il ginocchio. Esclude moventi di natura personale, e non riesce a fare ipotesi legate allo stato di salute della sua azienda. «Ansaldo Nucleare è un'azienda sana, non ha problemi di bilancio né di relazioni con i lavoratori. Non sono previste riduzioni di personale, non ci sono mai stati problemi», ripete l'uomo ancora scosso. E dunque? «Forse hanno colpito me perché sono un uomo di Finmeccanica, per via delle ultime vicende politiche o giudiziarie che hanno interessato il gruppo». O magari per i progetti sul nucleare della Ansaldo, che in Italia si occupa dello smantellamento delle centrali, mentre all'estero segue diversi progetti: dalla Francia all'Europa dell'Est. Ipotesi, certo. Fatte tra l'altro dal manager poche ore dopo l'attentato, ma comunque tenute in considerazione dagli inquirenti, che non escludono alcuna pista. Del resto, è vero che chi ha colpito lo ha fatto «in modo professionale e sfrontato – dice una fonte investigativa – Prima hanno fatto diversi sopralluoghi, lo hanno aspettato. Hanno avuto parecchio sangue freddo». È certo inoltre «che lo conoscessero bene, che avessero studiato i suoi movimenti». Quasi tutto, insomma, lascia pensare all'azione di una organizzazione di tipo terroristico, ed è questa l'aggravante alle lesioni iscritta nel registro degli indagati (contro ignoti) dal procuratore capo Michele Di Lecce, dall'aggiunto Nicola Piacente e dal sostituto Silvio Franz. E poi c'è la pistola. Una Tokarev, un vecchio modello sovietico. Dello stesso tipo ne hanno recentemente sequestrate alcune in un blitz in Puglia. E ancora: c'è «la volontà di renderlo zoppo, di fargli un danno permanente». Fortunatamente non è andata così. Ma per soli due centimetri. Tanto sarebbe bastato alla pallottola per spaccare la rotula del manager. «È stato sparato un solo colpo. Forse la larghezza dei pantaloni ha indotto l'attentatore all'errore». Resta solo un elemento fuori dal puzzle del filone terroristico: fino a ieri sera non c'è stata alcuna rivendicazione. «È vero, è insolito - riprende la fonte – Ma andiamo avanti con le indagini e aspettiamo». Potrebbe essere l'evoluzione dei tempi, magari il modus operandi di nuovi gruppi «che vogliono accreditarsi»? Gli inquirenti lasciano aperte tutte le porte, e non escludono neanche che la coppia di attentatori possa essere arrivata a Genova da fuori. Anche perché «qui erano anni che non c'era alcun sentore di riorganizzazioni di cellule di questo tipo». Certo, se fossero venuti da fuori avrebbero dovuto avere una base nella città. Ieri pomeriggio al nono piano del Tribunale di Genova, il procuratore Di Lecce e suoi due pm hanno fatto il punto con la stampa. Nessuno parla delle ipotesi fatte dal manager, servono ovviamente dei riscontri. Ma Adinolfi ha ribadito agli investigatori di non avere nemici e di non aver mai ricevuto minacce. Il procuratore ha smentito che ci sia un identikit del presunto assalitore, mentre circola un'indiscrezione sulla presenza di un super testimone, qualcuno che possa aver visto i due uomini a volto scoperto. «Può darsi», dicono i tre magistrati. Intanto si stanno raccogliendo tutti i filmati delle telecamere vicine a via Montello 14, dove abita Adinolfi con la famiglia, ma anche lungo il possibile percorso dello scooter, ritrovato nel pomeriggio di lunedì in via Sauli, in centro. Anche le celle telefoniche sono sotto controllo. Ma «non abbiamo tesi precostituite», ripetono i magistrati. Comunque è stato deciso di dare una scorta all'amministratore di Ansaldo Energia, Giuseppe Zampini. Adinolfi preme per tonare a casa. Per rientrare in azienda dovranno passare 45 giorni. Ansaldo Nucleare è controllata dall'Ansaldo Energia, a sua volta in mano a Finmeccanica, il colosso statale della difesa. Chissà che i timori del manager non siano fondati. L'ATTENTATO IL RETROSCENA CLAUDIAFUSANI ROMA «Massimo livello di allarme» Scorte rafforzate Roberto Adinolfi, l'amministratore delegato di Ansaldo Nucleare FOTO ANSA Oggi larelazionedel ministroCancellierialla Camera.Circolareai prefettipervalutarese mettere insicurezzaanche imanagerdiazienda «Io? Obiettivo facile, vivo qui da 30 anni» Spunta un testimone GIUSEPPEVESPO INVIATO A GENOVA 12 mercoledì 9, maggio, 2012
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delle famiglie e delle imprese, la carenza di leadership visto che i grandi capi sono ostaggio chi del bunga bunga, chi degli affari di famiglia, chi dei viaggi ai Caraibi. IMPRESE,LAVORO E PD La flessione del voto leghista e berlusconiano al Nord, tuttavia, ha ragioni più profonde, deve tener conto degli effetti di una crisi economica che ormai dura da quattro anni e del deterioramento del tessuto sociale ormai evidente e pericoloso. Alcuni commentatori, ieri, sui grandi giornali dell'industria e della finanza si sono chiesti sorpresi e preoccupati come mai imprese, artigiani, commercianti, lavoratori abbiano tolto il consenso alla Lega e a Berlusconi e da chi vorranno farsi rappresentare da oggi in poi. Le elezioni amministrative dello scorso anno, il trionfo del centrosinistra a Milano, Torino, Venezia, Bologna e altrove avrebbe già dovuto far capire che industria e lavoro non sono colpite da afasia perchè voltano le spalle a Bossi e Berlusconi. L'asse Gemonio-Arcore, magari con la benedizione cardinalizia di Gulio Tremonti, non c'è e nessuno ci crede più. Anche perchè le imprese, le famiglie, la gente che spera in un futuro più sereno hanno altro a cui pensare. Ci sono notizie e numeri che a volte danno spiegazioni ben più convincenti di mille analisi degli specialisti. Nella provincia di Varese da sempre leghista il tasso di disoccupazione tra il 2010 e il 2011 è salito dal 5,3 al 7,7%. In questa tranquilla provincia ci sono ben 22mila giovani tra i 15 e i 29 anni che non fanno nulla: non studiano, non lavorano, non hanno futuro. Stiamo parlando di una delle zone più ricche e ad alta intensità industriale del Paese, non delle aree disperate del Sud. Ecco, forse in questi numeri, che potrebbero essere accompagnati da statistiche ben più gravi per l'intero Nord, sta il segreto che spinge molti elettori ad abbandonare la Lega e il Pdl. Oggi scelgono un altro sindaco, domani probabilmente sceglieranno un altro governo. «Non si possono raccontare troppe balle alle imprese, agli artigiani, agli operai, ai giovani. I lombardi sono stanchi dell'asse Gemonio-Arcore e oggi, dopo le amministrative dello scorso anno, mandano l'avviso di sfratto alla Lega e a Berlusconi». Daniele Marantelli, parlamentare pd di Varese, analizza il voto al Nord con tranquillità e si sorprende «di quelli che si sorprendono della novità, i voti al Pd stanno arrivando». OnorevoleMarantelli,sel'aspettavaquestasconfittadellaLegaedelladestraanche inLombardia? «Da tempo il Pdl e la Lega stanno perdendo consensi elettorali, ma soprattutto hanno perso credibilità sul territorio, nei comuni, nelle fabbriche, nella società. Il declino si era avvertito alle amministrative dello scorso anno e la conquista di Milano con Giuliano Pisapia ha aperto un'autostrada. Si sono spostati voti e interessi. Ed è bene sapere che il Pd, nonostante i Grillo e tutto il resto, oggi sta raccogliendo un consenso ampio e crescente. Il Pd si propone adesso come il partito più forte del Nord. È un impegno che non possiamo mancare, possiamo prendere la Lombardia, il Pirellone e da qui proporci alla guida del Paese». Qualè il segnodel crollodelladestra? «Nella provincia di Varese dove è nata la Lega, dove vengono eletti da sempre i quattro moschettieri Bossi, Maroni, Reguzzoni e Giorgetti, bene proprio qui i leghisti hanno preso una legnata da far spavento. Su dieci sindaci ne hanno persi subito quattro al primo turno: Besozzo, Sumirago, Gerenzano e Cassano Magnago, il paese di Bossi. Ci sono segnali che indicano in molti luoghi il dimezzamento e più dei voti per la Lega, in alcuni comuni il Pdl è scomparso, non c'è più». PerchélaLegacade?ColpadelTrota,di Belsito,degli scandali? «Questi ultimi fatti hanno sconcertato l'elettorato della Lega, non c'è dubbio, ma la caduta era già segnata. La Lega aveva abbracciato Berlusconi per ottenere il federalismo e invece si è trovata costretta a salvare Cosentino, ad abbracciare Milanese. La crisi profonda, economica e sociale, e le balle raccontate dal centrodestra hanno preparato il terreno per la svolta». Ilpd èpronto alla sfidadelNord? «Spero proprio di sì. Dobbiamo metterci la faccia, ascoltare la gente, stare vicino a chi sta male. Questo è il nostro ruolo, altrimenti andiamo a casa». L'INTERVISTA «Arrivano i voti di imprese e operai, prendiamo il Nord» www.partitodemocratico.it www.youdem.tv Roma,9maggio2012,PiazzadelPantheon,ore18 PER UN'EUROPA SOCIALE, FEDERALE E PROGRESSISTA Introduce Giacomo Filibeck Coordinatore Dipartimento Esteri Lapo Pistelli Responsabile Esteri PD Daphna Poznanski Partito Socialista Francese Intervengono: Pier Luigi BERSANI Conclude DanieleMarantelli «I lombardisonostanchi dell'asseGemonio-Arcore, si sentonotraditida Berlusconi.LaLegavoleva il federalismoesiètrovata conCosentinoeMilanese» R.G. MILANO Il Presidente della regione Lombardia Roberto Formigoni FOTO: SICKI/TM NEWS - INFOPHOTO mercoledì 9, maggio, 2012 9
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09/05/12

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