ILCIONIMARIO,VELORICORDATE?ERA UNACREATURA SGANGHERATA CREATA DA ROBERTO BENIGNIEGIUSEPPEBERTOLUCCI, che insieme scrissero nel 1975 il monologo teatrale Cioni Mario di GasparefuGiulia. Finché era teatro, se ne accorsero in pochi; e il cinema era ancora di là da venire, Bertolucci & Benigni avrebbero conquistato lo schermo solo nel 1977 con Berlinguer ti voglio bene. Tra il '75 e il '77, però, c'è il '76 (lo dice la matematica, oltre che il calendario) e fu quello l'anno epocale. La sera del 19 dicembre, sul secondo canale della Rai (che dall'anno prima si chiamava Rete 2 ed era diretto da Massimo Fichera), successe una cosa indimenticabile per tutti coloro che erano davanti alla tv – incluso chi scrive. Una delle solite «signorine Buonasera» annunciò un programma che allora suonava ridicolo e che oggi sarebbe considerato quasi d'avanguardia: «Signore e signori, fra pochi minuti potrete assistere a Ifavolosiannidelpre-booma cura di Costanzo, Lerici, Terzoli, Vaime e Verde. La regia è di Antonello Falqui»... e sul nome di Falqui entrava una rumorosa pernacchia, l'immagine dell'annunciatrice veniva deformata da finte interferenze... e in video compariva, in una stalla, un giovanotto dai capelli sconvolti che maltrattando una chitarra sbraitava una canzone al cui paragone Anarchy in theU.K.dei Sex Pistols (uscita 23 giorni prima in 45 giri, quando si dicono le coincidenze!) sembrava uno stornello rinascimentale. Era la mitica Marciadegli incazzati, il programma si chiamava Onda libera e lui era Roberto Benigni, un'apparizione tosco-punk che cambiò la storia della televisione. L'idea era la stessa della Guerra dei mondi di Orson Welles: far partire un programma «normale», e poi fingere l'irruzione di un disturbo, di un commando terroristico dell'etere. Era, ripetiamolo, il 1976: le tv private cominciavano a invadere il territorio e la «finzione» di Ondalibera era appunto che una stazione pirata toscana, Tele Vacca, si impossessasse delle frequenze Rai trasmettendo da una stalla. Televacca doveva essere il titolo originale, ma fu censurato: così come gli sketch di Don Fascione, prete sessuofobo interpretato da Marco Messeri, registrati e mai andati in onda. Ce n'era comunque d'avanzo perché Onda libera suonasse, nella programmazione tv di quel tempo, come una bestemmia, anche se quella Rete 2 era davvero all'avanguardia: Fichera e il regista Beppe Recchia permisero a Benigni di scardinare ogni regola del linguaggio tv. Ironia volle che Recchia, subito dopo, andasse davvero a lavorare nelle tv «libere» (la prima fu Telebiella: ricordate Aiazzone?) per poi inventare, nel corso degli anni, programmi-cult della tv commerciale come Drive in e Striscia la notizia. Onda libera era una cosa diversissima e incredibilmente profetica: sfotteva l'estetica trash delle private prima ancora che questa si stabilizzasse, ad esempio esibendo «la valletta ignuda» (Donatella Valmaggia) che poi «ignuda» non diventava mai, perché sul più bello la Rai si riprendeva sempre l'onda. In più, spingeva forte il pedale del dadaismo che sulla Rai aveva avuto in Cochi & Renato i propri pionieri: con la differenza del set – una vera stalla con buoi, cavalli, galline – e della forza eversiva di Benigni, che in quel tempo era veramente uno tsunami. È strano e commovente rivedere le prime due puntate di Onda libera sui dvd Flamingo/ Melampo, che hanno pubblicato anche il monologo Vita da Cioni (le puntate furono 4 e presto usciranno anche le ultime due). È veramente tv di un altro millennio. La qualità visiva e sonora è volutamente sciatta e bisogna appizzare le orecchie per capire tutto quello che dicono Benigni e i suoi sodali. Alcuni interventi, come la canzone Ifichi di Francesco Guccini, sono di un demenziale talmente raffinato da poter sembrare semplicemente demente. Andrà detto a chiare lettere che il Benigni sommo è nei due TuttoBenigni (il primo, quello del 1986, diretto sempre da Bertolucci) e nel citato Berlinguer, mentre il più rifinito è quello dei film scritti con Vincenzo Cerami. Ma qui c'era un'energia popolana irrefrenabile, che a volte risulta più spiazzante, quasi inquietante, che banalmente divertente. Non aspettatevi una sfilza di battute: Onda libera è ancora, 36 anni dopo, un'esperienza. Avanguardiapura incui unastazionepirata,Tele Vacca,si impossessava delle frequenzeRai trasmettendodaunastalla PERSONAGGI Untosco-punk chiamato Benigni Esconosudvdlepuntatetv di«Onda libera»del 1976 ALBERTOCRESPI Luièvivoenoisiamo morti: tutti imondi possibilidiPhilipDick BEPPESEBASTE www.beppesebaste.com Neltrentennaledella scomparsa incontrie iniziativesulvisionario autore.Pubblichiamo stralcidiun intervento UnritrattodiPhilip K.Dick insiemealsuo gatto Il popolare comico che travolse gli assetti televisivi degli anni Settanta LA VITA DI PHILIP K. DICK FU UN FITTO PERCORSO DI DIS-ASTRI, SCONNESSIONI, TEMPI FUORILUOGOEFUORIASSE.Voi stessi non potete essere sicuri che questi stand farciti di libri e illuminati a giorno siano davvero reali, e non un'allucinazione creata dal malingénie di Cartesio, cui basta un black-out e hop, tutto scomparso, svelando un inquietante, silenzioso, polveroso nulla. O un Tutt'Altro... Quella ragazza alla cassa, l'uomo appena entrato col berretto da baseball, l'educato barbone fuori nel piazzale, il cane bastardo zoppicante intorno ai taxi: sono forse emissari di Dio, e incontrarli sarebbe cruciale per la vostra vita, ne dipende forse la sorte del Mondo, questo o uno degli innumerevoli altri. Forse anche Dio è in pericolo, forse Dio è schizofrenico, e tutto ciò che accade, i conflitti, le catastrofi, quelle strane slogature della realtà, quei dettagli vagamente fuori posto, quell'inquietante famigliarità, che ogni tanto salta agli occhi, non sono che indizi di un'immane battaglia la cui posta è riunire le due metà della psiche di Dio, della vita stessa, la vita del tutto. Pochissimi lo sanno, un bambino, un animale che parla, un topo che suona il flauto, un profeta dall'aria stupida, un focomelico, un tossico, una Cassandra qualsiasi. O uno qualsiasi di voi... Leggere oggi Philip Dick è un'esperienza duplice. Da una parte sembra un documentario, perché molti suoi incubi sono diventati realtà, dalla dittatura dei pubblicitari alla manipolazione delle menti. Dall'altra, come la migliore letteratura, continua a prestarci uno sguardo lucido e fraterno non solo per vedere il mondo e leggere la Storia, ma per resistere e trovare consolazione. La sua influenza è immensa. La trilogia di Matrix non sarebbe esistita senza di lui. Non solo per la rappresentazione della vita finta, il simulacro iperreale alla Truman Show o l'allucinazione collettiva, ma per cose più sottili, come la figura dell'Oracolo, sorta di divinità del Bene, incarnata nel film da una gentile signora grassa di colore che offre biscotti appena sfornati all'eroe che ne deve ricevere l'iniziazione: puro Philip Dick. Ho provato molte volte a definire lo speciale pathos che si prova nel leggerlo: credo che stia nel mostrare che la più alta trascendenza si trova nel massimo dell'immanente, e che le rivelazioni mistiche proliferano nella «banalità» quotidiana; così come la disperazione descritta nei suoi romanzi e racconti sprigiona in realtà un'immensa speranza. È nei suoi personaggi emarginati e santi. Come Stephen King dopo di lui, gli eroi di Dick sono sempre in qualche modo dei disadattati, oppure dei bambini, gli unici capaci di sconfiggere il Male. Quanto alla sua umanità, prima che diventasse un maestro della controcultura in California, si legga la folgorante rievocazione della sua vita scritta, per introdurre una raccolta di racconti, due anni prima della morte a 50 anni. Mentre di giorno si serviva di carne di cavallo alla macelleria Lucky Dog, spiega, la notte scriveva romanzi di fantascienza per articolare meglio i propri dubbi e paure. Naturalmente il macellaio era ignaro che quella carne di cavallo, «ad esclusivo consumo animale», la mangiassero Philip e la sua compagna, e mai lui l'avrebbe confessato, per paura di incorrere in una punizione. Scrive: «ridotto all'osso il problema è questo: ho paura dell'autorità, ma allo stesso tempo sono pieno di risentimento, per l'autorità e per la mia paura... Così mi ribello. Scrivere fantascienza è un modo per ribellarsi (...), la fantascienza è una forma d'arte ribelle, e ha bisogno di scrittori con cattive inclinazioni, come quella di chiedere sempre Perché?, o Come mai?, o Chil'hadetto? Questo atteggiamento è sublimato in alcuni temi tipici delle mie storie, come: L'universo è qualcosa di reale?, oppure: Siamo davvero uomini, o solo macchine?» Dick era anche un divoratore di libri, un coltissimo e onnivoro autodidatta. La sua immaginazione aveva a che fare con quel «moderno» immaginario scaturito dal sapere che il filosofo Michel Foucault, in un saggio su La tentazione di Sant'Antoniodi Gustave Flaubert, definisce «fantastico da biblioteca». Così come il libro di Flaubert era una fantasmagoria di personaggi deliranti, ognuno portatore di teorie ed eresie cristiane, paleo-cristiane o precristiane, i romanzi di Philip Dick attingono a un repertorio vastissimo che va dai Vangeli Gnostici di Nag Hammadi ai manoscritti di Qumran, dai Sufi al Tao, da Eraclito allo Zen, da Basilide all'I Ching. Vale per Dick quello che Foucault scrisse per Flaubert: «Per sognare, non si devono chiudere gli occhi, si deve leggere. La vera immagine è conoscenza». U: 20 giovedì 10, maggio, 2012
ILCOMMENTO BRUNO GRAVAGNUOLO Marcia indietro con autocritica. Il presidente del Consiglio innesta la retromarcia per rabbonire Berlusconi che minaccia fuoco e fiamme per quel richiamo alle «conseguenze umane della crisi» che considera una coltellata alla schiena. Le critiche di Monti a «chi» ha «portato» al collasso «l'economia» non avevano chiamato in causa esplicitamente chi aveva frequentato lungamente Palazzo Chigi dalla discesa in campo in poi. Ma il Cavaliere non ha gradito, ugualmente e il professore è stato costretto a correre ai ripari per due giorni di seguiro. Nel frattempo, sempre ieri, il ministro del Welfare ha ammesso «qualche» sua «responsabilità» per il «ritardo d'attenzione» del governo verso i «più sofferenti» e i «più deboli». Eloquente il «meglio tardi che mai» di Susanna Camusso che, tuttavia, mette il dito nella contraddizione di chi si batte il petto per l'emergenza sociale e dichiara poi, candidamente, che «il Paese deve affrontare con serenità e fiducia» il «rischio piccolo» del lavoro nero. Meglio un po' d'autocritica che zero, tuttavia. Il rosario di suicidi che si sgrana davanti al Paese e che il Presidente del Consiglio attribuisce a una crisi ereditata da altri fa riflettere il governo e lo spinge a non rivolgersi agli italiani con la fredda elencazione dei conti da risanare e dello spread da far calare. All'indomani di elezioni che hanno fotografato i rischi di un allarmante disagio sociale, mentre il segretario del Pd torna a pressare per misure urgenti sugli esodati, sull'Imu, sui pagamenti alle imprese, ecc. il governo accenna a toni diversi e a qualche sprazzo di ripensamento. E, in vena di pentimenti, anche il ministro Giarda (dopo la levata di scudi della maggioranza) rinuncia a riproporre l'emendamento sulle pensioni d'oro dei manager pubblici, soppressa dal Senato. Allarmato Corrado Passera. «Il disagio occupazionale sta fermando e intristendo il nostro Paese e la nostra società - sottolinea - Ai disoccupati statistici vanno aggiunti quelli che non cercano un lavoro, i cassaintegrati, quelli che hanno un lavoro al di sotto delle aspettative, quelli che lo stanno cercando e i disoccupati. Il disagio tocca 6-7 milioni di persone». Secondo il ministro «la politica deve misurarsi» con questa emergenza «e solo se saprà girare il segno di questi numeri potrà dirsi soddisfatta». ILGOVERNOCORRE AIRIPARI I sondaggi registrano un pericoloso calo di appeal e il governo dà cenni di voler correre ai ripari rincorrendo il consenso perduto. Bisognerà misurare le parole con i fatti, naturalmente. Perché, come sottolinea Camusso, «i mea culpa servono a poco se non si cambiano orientamenti». Nell'esecutivo, in realtà, è scattato l'allarme. Il pericoloso solco con il Paese - e con la maggioranza pur «strana» che appoggia l'esecutivo - va in qualche modo colmato, rifuggendo da qualche sufficienza di troppo. E se è vero che il premier intende andare avanti con le riforme sfidando tutti con il voto di fiducia, è anche vero che il tentativo di ricompattare ciò che è possibile non va gettato alle ortiche. E se Fornero prova a giocare «sulla sinistra», il Presidente del Consiglio cerca di recuperare «sulla destra» e blandisce Berlusconi. Placando l'ira dei giorni scorsi nei confronti di chi «vorrebbe usare come parafulmine il governo che sta cercando di fare uscire l'economia dallo stato in cui altri l'hanno ridotta», Monti ha dato atto, ieri, all'esecutivo del Cavaliere di aver fatto «molto in termini di riforme strutturali», anche se «ora l'Italia dovrà fare di più». Una marcia indietro rispetto all'attacco dell'altro ieri nei confronti di chi aveva governato prima ed era responsabile della crisi. Martedì - prima della precisazione confezionata apposta per schivare le ire di Berlusconi - Monti, in realtà, aveva reagito «con impulso calcolato», dando sfogo anche di una certa ipersensibilità tipica del professore. Ieri, al contrario, il premier ha cercato di spegnere l'incendio. Senza grandi risultati, per la verità, a leggere l'interpellanza parlamentare di 42 esponenti del Pdl che ricordano a Monti - con l'imprimatur del Cavaliere - il «dovere etico di dire quali sono le conseguenze umane della crisi e a chi si riferiva alludendo a chi l'ha causata». Eppure, da Firenze, il Presidente del Consiglio aveva compiuto ieri un'evidente passo indietro. Appena velato da una sottile e urticante ironia, però. La preoccupazione di Monti? Che le future generazioni paghino «il prezzo dei governi di tanti, tanti anni fa, decadi fa...». Cavaliere salvato e, assieme, leggermente canzonato. Hollande e gli «stalinisti liberali» di via Solferino QUESTAVOLTA PIERO OSTELLINOL'HADETTA GROSSA. Sul Corsera non solo accusa Hollande di bolscevismo e di «lingua di legno» dirigista come al tempo dell'Urss. Ma coinvolge nell'accusa, nientemeno che Frau Merkel con l'intero sistema tedesco di economia sociale di mercato. Mentre non sfugge alle sue accuse di subalternità al dirigismo persino il governo di Mario Monti, reo di pan-fiscalismo e di subalternità ai ricatti della Cgil. È stupefacente. Come si fa infatti a far passare Hollande per un politico da «socialismo reale», quando tutti, a destra e a sinistra, gli riconoscono competenza e serietà, oltre alla ragionevole aspirazione a voler correggere un rigore monetarista che rischia di strozzare la ripresa e lo stesso risanamento di bilancio, con effetti dirompenti in Europa? E poi la Germania. Possibile che Ostellino non veda che è stato proprio grazie alla concertazione, e agli alti salari, che i tedeschi competono nel mondo? La cosa buffa è che Ostellino, nel descrivere quel sistema ne parla come di un luogo dove ogni «tassello si incastra nell'altro». E dove i sindacati «collaborano col mondo della produzione alla stabilità sociale, e le banche operano in sintonia coi sindacati e il mondo della produzione». E però tutto questo per l'editorialista è «nazional-bismarkismo». Surrogato pacifico di un antico imperialismo militarista. Insomma l'inferno «organicista e totalitario», dove tutto funziona e però tutto è male. Ecco, il minimo che si possa dire è che c'è qualcosa che non va in quest'analisi, che mescola banali pregiudizi anti-tedeschi («la popolazione tiene disciplinatamente il passo») con inveterati pregiudizi liberisti. Di fatto che cosa insegna la Germania, senza sottacere i limiti delle sue ossessioni rigoristiche? Insegna che un ruolo virtuoso del pubblico è possibile, e anche incisivo. Sul piano della coesione sociale, dell'innovazione e dell'allargamento del mercato interno. Grazie al sostegno della domanda dall'alto e dal basso. Lì non c'è socialismo reale, ma un capitalismo a «modello renano», guidato e responsabile. Con il valore aggiunto del «privato-sociale», della cooperazione e delle banche partecipate da Länder e sindacati. Una trama partecipativa, che investe le stesse imprese private. A livello proprietario e di coodeterminazione. E che consente performances di alto profilo economico, grazie al coinvolgimento degli attori sociali e alla loro capacità di «fare sistema». Sicché, invece di sbraitare contro Bismarck e la Prussia, alimentando luoghi comuni, Ostellino farebbe bene a riflettere sui tratti morali e culturali dell'economia. Che non è affatto una landa fatata di «mano invisibili» e magiche allocazioni delle risorse, in base a interessi che si armonizzano, tramutando «vizi privati in pubbliche virtù». A tali favolette non credevano nemmeno Smith e Ricardo, che conoscevano il cinismo distruttivo insito nel puro utilitarismo di mercato. E ben per questo mettevano al centro la creatività e la realtà del lavoro umano, nel generare valore nonché i «sentimenti morali» in politica, per armonizzare gli squilibri originati dall'economia di mercato lasciata a se stessa. Altro che Keynes! Queste cose erano ben chiare fin dai primordi del capitalismo, anche se per rimetterle in vigore dopo i tempi eroici della prima rivoluzione industriale, ci sono volute crisi distruttive, guerre, rivolte, e rivoluzioni di vario segno. L'acme del progresso civile nel mondo sono stati non per caso i sistemi di welfare, avviati già negli anni trenta e ripresi nel secondo dopoguerra. Nel segno di un compromesso tra democrazia e capitalismo, poi infranto dagli anni Ottanta in poi. Dal ciclo liberista e finanziario che ci ha condotto fin qui: alla stagnazione e all'indebitamento. Ecco perché un nuovo ruolo del pubblico - plurale, sussidiario, non statalista - è essenziale. Per rilanciare domanda e offerta, con nuove scale di priorità nei consumi e nuove tecnologie, e reggere il passo delle sfide globali. Impossibile tutto questo, senza ridare dignità al lavoro. Quel lavoro che Ostellino invita a considerare brutalmente «merce» e basta. Rilanciando paradossalmente le idee di un pensatore da lui massimamente detestato: Karl Marx. Un rilancio da stalinista liberale... I PENTITIDELRIGORE Dopo le polemiche Monti fa retromarcia: «Berlusconi ha fatto tanto» E il ministro ammette: «Troppa sofferenza, ci siamo mossi tardi» NINNIANDRIOLO ROMA Fornero: abbiamo sottovalutato il disagio sociale L'appello di Sassoli all'Ue: una direttiva per la cittadinanza agli stranieri nati qui . . . Anche Passera dice che «il disagio occupazionale sta intristendo il nostro Paese» . . . La polemica di Ostellino sulla «lingua di legno» del presidente francese intrisa di pregiudizi . . . «Meglio tardi che mai»: è la risposta di Susanna Camusso al ministro del Welfare» Serve una direttiva europea che inviti tutti gli stati membri dell'Ue a varare una legge nazionale che accolga il principio dello ius soli, riconoscendo «la cittadinanza del Paese in cui nascono ai minori figli di genitori stranieri». È l'appello lanciato dal capo della delegazione degli eurodeputati del Pd David Sassoli e dal presidente dell' Anci Graziano del Rio, a cui hanno aderito, fra gli altri, Romano Prodi, Rita Levi Montalcini, Andrea Camilleri e Roberto saviano. «È il tempo di farsi carico in maniera concreta delle sfide che riguardano il nostro futuro e quella sul riconoscimento della cittadinanza è una di queste», afferma Sassoli. «Si tratta di una battaglia di civiltà che va intrapresa a tutti i livelli. In Italia sono diverse le proposte di legge che chiedono di estendere lo ius soli alle seconde generazioni di stranieri e lo stesso presidente Napolitano ha più volte rappresentato questa istanza» La direttiva Ue chiesta dai promotori dell'iniziativa dovrebbe garantire a tutti i bambini figli di migranti «l'uguaglianza nell'accesso all'istruzione e alla salute», estendendo loro «i diritti derivanti dalla cittadinanza europea». Per portare avanti queste richieste è stata indetta una manifestazione il 31 maggio in Piazza San Silvestro a Roma per dire che «Chi nasce qui, è di qui». «Abbiamo invitato conclude Sassoli - i rappresentanti delle comunità straniere, le associazioni laiche e cattoliche, rappresentanti sindacali e politici senza simboli né bandiere e i cittadini tutti». 2 giovedì 10, maggio, 2012
Fiat, Indesit, Magneti Ma-relli, De Tomaso, Alcoa,Irisbus. Esplode il mal-contento nelle fabbriche.Quelle che un tempo era-no le eccellenze italiane oggi sembrano i fiori appassiti dell'industria di casa nostra. Sullo sfondo c'è l'assenza di una politica di sviluppo del Paese, in linea con quanto (non) fatto dall'ultimo governo Berlusconi. Così in un giorno qualunque, mentre un ministro cerca di mettere delle toppe là dove ha aperto le falle e un altro parla di occupazione come fine ultimo della politica, ma l'unica fine che si intravede è quella delle nostre aziende, i lavoratori scioperano, scendono in piazza, occupano gli uffici dell'Agenzia delle Entrate - ormai bersaglio del malcontento legato alle difficoltà economiche - decidono di farsi sentire. Chiedono lavoro, rispetto per gli accordi presi dalle aziende ma troppo spesso disattesi, chiedono il rilancio di vertenze sindacali assopite da mesi sui tavoli dei ministeri. LE PROTESTE L'industria c'è e urla per farsi vedere. «Ora occupiamo un pezzo dello Stato», dicono gli operai di Termini Imerese, scaricati all'inizio dell'anno dalla Fiat e oggi in balia di progetti industriali divorati dal «credit crunch», che poi è un bel modo per dire che le banche non finanziano le imprese. Così Il futuro di quasi 2200 persone (e famiglie) appare di nuovo incerto, dopo che il passaggio dall'azienda del Lingotto all'imprenditore Di Risio, che aveva dato qualche speranza, sembra entrato in una situazione di empasse per via della debole situazione finanziaria del costruttore molisano. Dr Motor, che doveva assicurare il rilancio della produzione automobilistica termitana, deve fronteggiare una pesante situazione debitoria e ha già sulle spalle il mancato pagamento degli stipendi agli operai di Macchia d'Isernia. Per questo dopo un'assemblea con Fiom, Fim e Uilm, circa duecento lavoratori hanno fatto irruzione nella sede dell'Agenzia di Termini e si dicono decisi a restare ad oltranza. È un concentrato d'Italia questo pezzo di Sicilia: qui convive l'industria che non si mette in moto e lo Stato che non riesce a dare soluzioni ai problemi. Da queste parti manca il lavoro e manca la garanzia di una pensione sicura per i circa 640 esodati, usciti dalla fabbrica con un accordo aziendale e sprofondati nel limbo dei senza stipendio né pensione della riforma pensionistica Fornero. Per alcuni il rischio è che rimangano fino a cinque anni a mani vuote: «Hanno tradito i patti», gridano «e resteremo qui fino a oltranza». Duri anche a Torino i lavoratori dell'Indesit, tra i numero uno dell'elettrodomestico, contro la decisione del gruppo di chiudere lo stabilimento di None e portare la produzione delle lavastoviglie a incasso in Polonia. Ieri il tavolo di confronto tra i metalmeccanici e l'azienda è saltato per aria: di fronte all'intenzione di chiudere i cancelli, la risposta di sindacati e operai è stata la proclamazione di uno sciopero di otto ore e una manifestazione a Fabriano, Ancona, dove ha sede la testa del gruppo. E dove risiede anche la testa della A. Merloni, altro numero uno del cosiddetto «bianco» made in Italy, spacIL DOSSIER GIUSEPPE VESPO MILANO ATermini Imeresegli operaiexFiatoccupano l'AgenziadelleEntrate,a Torinomarciano icolleghi di Indesit.Ancora:Magneti Marelli,Alcoa,DeTomaso, Irisbus.Vertenzepesanti lasciategalleggiare L'ITALIAELACRISI Fiat, Indesit e le altre L'industria paga cara l'assenza di politiche Termini Imerese: gli operai occupano l'Agenzia delle Entrate FRANCO LANNINO/ANSA 12 giovedì 10, maggio, 2012
Il consigliere del Pd si è tolto la vita gettandosi dal tetto del parlamento regionale Era recordman di preferenze, ma la sua corsa a sindaco fu interrotta da un'ischemia GIULIAGENTILE BOLOGNA Una cravatta a righe rossoblù a proteggergli il collo senza vita per l'ultima volta, il corpo riverso a terra supino sul più basso tetto del parlamentino regionale. In una breve pausa d'esistenza fra i due grandi amori della sua vita, la politica e il Bologna calcio, qualcosa si è offuscato martedì sera nella mente di Maurizio Cevenini. Dopo una giornata di normale lavoro in aula il consigliere comunale e regionale Pd, “mister preferenze” che alle elezioni 2010 era stato eletto in viale Aldo Moro con oltre 19mila schede tutte per lui, una storia politica che sotto le due Torri si intreccia innanzitutto con le tante coppie sposate in Comune da presidente del consiglio e le altrettante iniziative di beneficenza cui era presenza fissa da anni, ha salito i pochi gradini che separavano dalla terrazza sul tetto il suo ufficio nella stanza numero 6 dell'Assemblea legislativa regionale, per gettarsi nel vuoto. Sulla scrivania dell'ufficio, un unico biglietto scritto a penna: «Pensate a mia moglie e a mia figlia». La seduta d'assemblea si era conclusa poco dopo le 18, per le 21 Cevenini era atteso ad una festa dei club di tifosi del Bologna, in un locale poco lontano dalla Regione. Ma la sua Smart bianca con lo scudetto e le strisce rossoblù sulle fiancate non si è mai mossa dal parcheggio nel sotterraneo. E quando, intorno alle 7.30 di ieri mattina, un'impiegata di viale Aldo Moro arrivata in ufficio ha scorto dalla finestra il suo povero corpo senza vita, il consigliere era già morto da ore. «Negli ultimi tempi sorrideva di un sorriso un po' spento – si commuove incredulo il sindaco Virginio Merola, che ieri ha incontrato la figlia, il fratello, e l'assistente storica Tamara) -. Tentavamo di spronarlo ma evidentemente la depressione lo aveva preso. Era una persona tanto popolare e tanto amata, eppure soffriva di una solitudine che nessuno aveva saputo cogliere». Cinquantotto anni, una carriera istituzionale iniziata in un Comune alle porte di Bologna, San Lazzaro, nel 1990, sui social network Cevenini aveva dovuto aprire diversi profili per “contenere” le migliaia di amici e fan. Ma in tanti, ieri, consiglieri regionali e comunali, e amici, ricordavano che il “Cev” non era più stato lo stesso da quando, due anni fa, aveva rinunciato alla corsa a sindaco dopo un'ischemia. «Questo palazzo, lui lo odiava – piange il collega di un altro partito, a viale Aldo Moro -, la sua vita era quella in mezzo alle persone, a celebrare matrimoni e stringere mani, come faceva da presidente del consiglio comunale». Invece dopo sei, lunghissimi giorni blindato nella stanza della clinica Villalba, il 25 ottobre 2010 Cevenini si era presentato alla stampa, il volto stanco ed emaciato, addosso la tuta del Bologna Calcio, per comunicare di aver deciso di rinunciare al “sogno di una vita”, la possibilità – quasi una certezza, vista la sua popolarità e il numero di preferenze sufficienti per un intero partito raccolto alle ultime elezioni - di diventare primo cittadino. «La mia corsa si ferma qui», disse. La rappresentazione della fragilità della politica, di un uomo che – dietro al sorriso e alla battuta – scelse di tenersi tutto dentro. Mai una parola contro i vertici del suo partito, che pure aveva espresso qualche dubbio sulla sua capacità amministrativa. Ma non poteva fare a meno dei suoi voti. Poi, il consigliere recuperò in salute. E la sua vita, a cavallo fra il parlamentino di viale Aldo Moro e il Comune di Bologna dove a giugno 2011 venne eletto con 13247 voti (più del candidato sindaco civico di centrodestra Alfredo Cazzola che si fermò sotto gli 11mila), riprese con apparente normalità. Fino al gesto di martedì sera, dopo una normale giornata fra battute e sorrisi con colleghi consiglieri e dipendenti amministrativi. Le ultime parole prima che la segretaria se ne andasse, per ricordarle che l'indomani sarebbe andato in Comune. Nei prossimi giorni, almeno fino alla celebrazione dei funerali, le attività istituzionali di Palazzo d'Accursio e Assemblea legislativa regionale si fermeranno, i gonfaloni istituzionali e delle sedi Pd listate a lutto. I funerali forse domenica come accadde un mese fa per Lucio Dalla, dopo che la Procura avrà dato il nulla osta. Bologna piange Cevenini Suicida il politico più popolare ÈDAVVERODOLOROSO DOVERCOMMEMORAREMAURIZIO CEVENINI, IL“CEV”,CHEHO CONOSCIUTOSEMPRE SORRIDENTE. I suoi auguri sotto l'Ulivo, poco prima di Natale, mi hanno accompagnato per anni. Puntuale e sorridente il “Cev” tagliava con me il panettone e brindava con i tantissimi sempre presenti e con l'entusiasmo di chi è soddisfatto di ciò che sta facendo. Era stato lui, nel marzo 1996, a piantare con me uno degli ulivi d'annata, quello del bar Ciccio, luogo caro al “Cev” che all'epoca era responsabile del collegio in cui ero stato candidato. E in quella veste mi ha spesso accompagnato con la sua auto qua e là per qualche incontro della campagna elettorale. Maurizio si è speso sempre, nelle cose piccole e in quelle grandi, per i suoi ideali. Amava la sua città e il suo partito. Era buono e generoso ma, soprattutto, la politica si fondava per lui sempre sul rapporto umano. Per questo ho detto che non era un caso che tutti gli volessero bene. Con i suoi modi sorridenti e amichevoli, il “Cev”, faceva politica e faceva bene alla politica. Lo dimostrano i consensi e le preferenze di cui è stato campione ma soprattutto il suo saper essere sempre nella posizione giusta nel dibattito sulla città e sul partito. I suoi modi cortesi e amichevoli non nascondevano la ricerca di accomodamenti a ogni costo. Al contrario era serenamente e coerentemente fedele alle sue idee e ai suoi valori. Nelle nostre conversazioni sulla politica, su Bologna e sul mondo faceva osservazioni pacate e profonde, senza retorica. Non ricordo di averlo sentito scagliarsi contro qualcuno né, mai, prendersi gioco di nessuno. La sua presenza e la sua cordiale disponibilità erano un punto di riferimento di ogni manifestazione popolare di Bologna, dagli appuntamenti politici ai raduni sportivi, non solo allo Stadio, dove non mancava mai di tifare per il suo Bologna. Era davvero un pezzo importante della nostra città. Penso che abbia saputo interpretare una politica aperta e serena anche in momenti duri e difficili. Lo ricorderemo così anche se oggi il pensiero della sua solitudine nel momento in cui ci ha lasciati, non può non provocarci un dolore grandissimo e lasciarci affranti. Non avremmo voluto perdere così il nostro Cev. Casini, Fini e Rutelli divorzio tra accuse e veleni Maurizio Cevenini consigliere comunale e regionale del Pd, suicidio in regione si è lanciato dalla terrazza, città in lutto. FOTO ROSSANA ROSSI/FOTOSTAR/ TM NEWS -INFOPHOTO Dopo che Pier Ferdinando Casini ha proclamato «superata» l'esperienza (senza concordarne modi e tempi con gli altri due leader), il Terzo polo sembra un formicaio impazzito. Rutelli è arrabbiato con Casini (ma dall'Api smentiscono: «Le sue dichiarazioni sono state accolte con serenità»), Casini non ne può più dei futuristi (e considera il leader dell'Api un «problema»), i vertici Fli paiono sempre più qualcosa di diverso da Fini (che continua a tacere, anche per prudenza) e ancor più da Casini, che considerano una perigliosa primadonna. Telefonate rilanciate via agenzia come se fossero notizie, incontri mezzi smentiti mezzi no, giudizi del tipo «ha le crisi d'ansia» (a proposito di Casini), o «non sa che vuol fare» (a proposito di Fini), diffidenza, insofferenza. ITIMORI Paura delle macerie, forse, paura che finiscano per inghiottire tutto e tutti. A quanto pare, a farsi largo tra i veleni sparsi per ogni dove, il leader centrista, che ieri ha incontrato Fini alla Camera, non avrebbe intenzione di «divorziare» dall'alleato («piena sintonia, siamo d'accordo anche quando fingiamo di no», ha fatto sapere poi) ma non ne può più dei futuristi. «È stufo di questi che sbraitano, dicono di volersi alleare con la sinistra, e continuano a ripetere di non voler morire democristiani», riferisce una fonte centrista di primo piano. Dopotutto, «il voto dice che il Terzo polo è l'Udc, quindi hai voglia a dire». Quindi, in sostanza, da Fini a questo punto Casini si aspetta una scelta, una stretta di briglie. «L'Udc l'abbiamo già sciolta, bisogna andare oltre, e ci andremo con chi è d'accordo». Basta, insomma, con lo schema adottato fin qui, basta con le semplici «alleanze». In soldoni, l'alternativa è questa: o il polo della Nazione, o Fli. IFALCHI E il bello è che, in sostanza, anche i “falchi” futuristi, che ieri si sono riuniti a pranzo, chiedono a Fini di sciogliere lo stesso nodo. «Vorremmo ridefinire la nostra identità, le nostre istanze, dire qualcosa di chiaro ai tanti che ce lo chiedono nelle varie realtà territoriali: poi ci possiamo anche alleare con Casini, ma a partire da noi e senza salire su un altro predellino. Fini ci ascolta, però non si capisce cosa vuol fare, non lo dice», è lo sfogo di uno di loro. Guardano con massima diffidenza, questi futuristi, ai progetti casiniani (all'interno dei quali sarebbero marginalizzati) e al pur sempre possibile riavvicinamento col Pdl (che dall'Udc smentiscono), ma nemmeno si sentono “coperti” dal loro leader. Fini, del resto, ha fatto chiaramente capire di non considerare Fli la sua coperta di Linus, ma semmai il traghetto per proseguire il suo percorso politico: più Polo della Nazione, insomma, che Futuro e libertà. E del resto lui è quello che, sul futuro, ha meno ansie di tutti. SUSANNATURCO ILRICORDO ROMANOPRODI . . . Incontri e telefonate per decidere che cosa fare Ma ormai i leader non si sopportano più Il sorriso di Cev La politica fondata sui rapporti umani giovedì 10, maggio, 2012 7
ORMAINEITALKSHOWSIPARLASO-LO DEI GRILLINI, CHE POI NON VOGLIONO ESSERE CHIAMATI COSÌ, ma allora devono fornirsi di un altro nome, perché francamente movimentocinquestellisti richiede uno sforzo esagerato. Non per dare ragione al presidente Napolitano, ma almeno dalla nostra postazione televisiva, il «boom» dei grillini non lo abbiamo sentito neanche noi. Abbiamo però conosciuto tre nuovi personaggi, giovani e simpatici, ma abbastanza deludenti dal punto di vista politico. Il primo dei tre è già sindaco di Sarego, paese noto per essere sede del parlamento padano, inesistente come la padania tutta. Si chiama Roberto Castiglion e ha l'aria gentile di quello che una volta si sarebbe detto un ragazzo dell'Azione cattolica. A precisa domanda di Andrea Vianello, conduttore di Agorà, non ha voluto dire per chi ha votato nelle elezioni precedenti, ma siccome lo aveva già dichiarato in una intervista, abbiamo saputo che in passato ha votato un po' per tutti, tranne che per la Lega. È già qualcosa. Altro grillino, altra storia: Paolo Putti, laureato in fisica, molto votato a Genova. Purtroppo, nell'entusiasmo delle prime ore di esposizione televisiva è incappato in un fantozziano «se andessimo» che non possiamo proprio perdonargli. Meglio un vaffanculo alla Grillo. Terzo grillino conosciuto in tv: Federico Pizzarotti di Parma, ancora in corsa nel ballottaggio. Anche lui, come gli altri, fa un gran parlare di «stare tra la gente» e ascoltare tutti, ma secondo noi della vecchia scuola, la politica deve anche saper dire la sua, perché se no rischia di fare la fine della Lega: si parte dal territorio e poi si comprano le lauree in Albania. In conclusione, ha ragione Beppe Grillo, che di spettacolo se ne intende: i grillini in tv farebbero meglio a non andarci, se non vogliono sembrare uguali agli altri. Magari anche un po' peggio. TV Grillo èuno Tutti gli altri son nessuno 06.45 Unomattina. Rubrica 11.00 TG 1. Informazione 11.05 Occhio alla spesa. Rubrica 12.00 La prova del cuoco. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.00 TG1 - Economia. Informazione 14.05 Tg1 Focus. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show. 15.15 La vita in diretta. Show. 16.50 TG Parlamento. Informazione 17.00 TG 1. Informazione 17.10 Che tempo fa. Informazione 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Qui Radio Londra. Attualita' 20.35 Aari Tuoi. Show. 21.10 Nero Wolfe. Fiction 23.15 Porta a Porta. Talk Show. Conduce Bruno Vespa. 00.50 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.01 Tg1 Focus. Informazione 01.20 Che tempo fa. Informazione 01.25 Qui Radio Londra. Attualita' 01.30 Sottovoce. Talk Show. 02.00 Rai Educational In Italia. Educazione 06.30 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 09.30 Zorro. Serie TV 09.55 Le nuove avventure di Braccio di Ferro. Cartoni Animati 10.00 Tg2 Insieme. Rubrica 11.00 I Fatti Vostri. Show. 13.00 Tg 2. Informazione 13.30 TG 2 Costume e Società. Rubrica 13.50 Medicina 33. Rubrica 14.00 Italia sul Due. Talk Show. 16.15 La signora del West. Serie TV 17.00 Private Practice. Serie TV 17.50 Rai TG Sport. Informazione 18.15 TG 2. Informazione 18.45 Ghost Whisperer. Serie TV 19.35 Squadra Speciale Cobra 11. Serie TV 20.25 Estrazioni del Lotto. 20.30 Tg2. Informazione 21.05 Italy Coast to Coast. Rubrica 23.10 Tg2. Informazione 23.25 Rai 150 anni. Fratelli d'Italia. Attualita' 00.20 A proposito di Brian. Serie TV Con Barry Watson, Matthew Davis 01.05 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 01.15 Meteo 2. Informazione 01.20 Appuntamento al cinema. Rubrica 08.00 Agorà. Talk Show. 10.00 La Storia siamo noi. Documentario 11.00 Apprescindere. Talk Show. 11.10 TG3 Minuti. Informazione 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. Informazione 12.25 Rai Sport Ciclismo: 95° Giro d'Italia Si Gira. Rubrica 12.45 Le storie. Talk Show. 13.10 La strada per la felicita'. Soap Opera 14.00 TG Regione. / TG3. 15.10 Ciclismo Fanu (PU): 95° Giro d'Italia 5° tappa: Modena - Fanu. Sport 15.55 Cose dell'altro Geo. Rubrica 17.40 Geo & Geo. Documentario 19.00 TG3. / Tg Regione. 20.00 Blob. Rubrica 20.10 Le storie. Talk Show. 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 Piedone l'africano. Film Avventura. (1978) Con Dagmar Lassander, Enzo Cannavale, Bud Spencer. 23.25 Volo in diretta. Rubrica 00.00 TG 3 Linea notte. Informazione 00.10 TG Regione. Informazione 01.05 Ciclismo: 95° Giro d'Italia Giro notte. Rubrica 01.35 Rai Educational - Cult Book. Reportage 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.40 La telefonata di Belpietro. Rubrica 08.50 Mattino cinque. Show. 10.10 Tg5. Informazione 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.45 Uomini e donne. Talk Show. 16.05 Amici. Talent Show 16.45 Pomeriggio cinque. Talk Show. 18.45 Il Braccio e la Mente. Gioco a quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.30 Meteo 5. Informazione 20.31 Striscia la notizia - La Voce della contingenza. Show. Conduce Ficarra, Picone. 21.10 Benvenuti a tavola - Nord vs Sud. Serie TV Con Giorgio Tirabassi, Fabrizio Bentivoglio, Lorenza Indoviana. 22.15 Benvenuti a tavola - Nord vs Sud. Serie TV Con Giorgio Tirabassi, Fabrizio Bentivoglio, Lorenza Indoviana. 23.30 Matrix. Talk Show. Conduce Alessio Vinci. 01.30 Tg5 - Notte. Informazione 07.22 Come eravamo. Show 07.25 Nash Bridges I. Serie TV 08.20 Hunter. Serie TV 09.40 Carabinieri. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Detective in corsia. Serie TV 13.00 La signora in giallo. Serie TV 14.05 Sessione pomeridiana: il tribunale di Forum. Rubrica 15.10 Flikken coppia in giallo. Serie TV 16.22 Ossessione di donna. Film Drammatico. (1959) Regia di Henry Hathaway. Con Susan Hayward. 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.30 Walker Texas Ranger. Serie TV 21.10 Rizzoli & Isle. Serie TV Con Angie Harmon, Sasha Alexander, Lee Thompson Young. 21.50 Rizzoli & Isle. Serie TV Con Angie Harmon, Sasha Alexander, Lee Thompson Young. 23.45 Sognando l'Italia. Rubrica 00.40 I Bellissimi di Rete 4. Show. 00.45 Il mattino ha l'oro in bocca. Film Commedia. (2008) 06.50 Cartoni animati 08.40 Settimo cielo. Serie TV 10.35 Ugly Betty. Serie TV 12.25 Studio aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 What's my destiny Dragon ball. Cartoni Animati 15.00 Camera Cafè ristretto. Sit Com 15.10 Camera Cafè. Sit Com 15.55 Camera Cafè sport. Sit Com 16.00 Chuck. Serie TV 16.50 La Vita secondo Jim. Serie TV 17.45 Trasformat. Show. 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.25 C.S.I. Miami. Serie TV 20.20 C.S.I. Miami. Serie TV 21.10 Mistero. Rubrica Con Paola Barale 00.30 MagicLand. Show. Conduce Antonio Casanova. 01.55 Saving Grace. Serie TV Con Holly Hunter, Leon Rippy, Kenny Johnson. 02.40 Studio aperto - La giornata. Informazione 02.55 Highlander. Serie TV Con Adrian Paul 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. 11.10 L'aria che tira. Talk Show. 12.30 I menù di Benedetta Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Gli scassinatori. Film Poliziesco. (1972) Regia di Henri Verneuil. Con Jean-Paul Belmondo, Omar Sharif, Robert Hossein. 15.55 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 17.55 I menù di Benedetta. Rubrica 18.50 G' Day alle 7 su La7. Attualita' 19.25 G' Day. Attualita' 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Otto e mezzo. Rubrica 21.10 Piazzapulita. Talk Show. Conduce Corrado Formigli. 00.00 Tg La7. Informazione 00.05 Tg La7 Sport. Informazione 00.10 (ah)iPiroso. Talk Show. Conduce Antonello Piroso. 01.05 Movie Flash. Rubrica 01.10 G' Day alle 7 su La7 (R). Attualita' 01.40 G' Day (R). Attualita' 02.15 Otto e mezzo (R). Rubrica 21.00 Sky Cine News. Rubrica 21.10 Rapunzel - L'intreccio della torre. Film Animazione. (2010) Regia di N. Greno, B. Howard. 23.00 Shelter - Identità paranormali. Film Horror. (2010) Regia di M. Marlind, B. Stein. Con J. Moore J. Rhys- Meyers. SKY CINEMA 1HD 21.00 La tenera canaglia. Film Commedia. (1991) Regia di J. Hughes. Con J. Belushi A. Porter. 22.50 Porco rosso. Film Animazione. (1992) Regia di H. Miyazaki. 00.30 Step Up 3. Film Musical. (2010) Regia di J. Chu. Con S. Vinson R. Malambri. 21.00 Matrimonio in famiglia. Film Commedia. (2010) Regia di R. Famuyiwa. Con F. Whitaker A. Ferrera. 22.50 Indovina chi sposa Sally. Film Commedia. (2009) Regia di S. Burke. Con S. Hawkins T. Riley. 00.35 Condannato a nozze. Film Commedia. (1993) Regia di G. Piccioni. Con S. Rubini M. Buy. 19.15 Hero Factory. Cartoni Animati 19.40 Bakugan Potenza Mechtanium. Cartoni Animati 20.05 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 20.30 Lo straordinario mondo di Gumball. Cartoni Animati 20.55 Adventure Time. Cartoni Animati 21.20 Takeshi's Castle. Show. 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Marchio di fabbrica. Documentario 19.30 Marchio di fabbrica. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Top Gear USA. Documentario 22.00 Top Gear. Documentario 23.30 Come è fatto. Documentario 18.35 Platinissima presenta Good Evening. Show. 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Via Massena. Sit Com 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 Lincoln Heights. Serie TV 22.30 Deejay chiama Italia - Edizione Serale. Rubrica DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.20 MTV News. Informazione 19.30 I soliti Idioti. Serie TV 20.20 Jersey Shore. Serie TV 21.10 I Soliti Idioti. Serie TV 22.00 I Soliti Idioti. Serie TV 22.50 Mike Judge's Beavis and ButtHead: Il Ritorno. Serie TV 23.15 Mike Judge's Beavis and ButtHead: Il Ritorno. Serie TV MTV RAI 1 21.10: Nero Wolfe Serie Tv con F. Pannofino. Il faccendiere Otto deve dimostrare che la moglie del figlio danneggia gli aari. 21. 05: Italy Coast to Coast Show con il Trio Medusa. Un percorso lungo la Penisola alla scoperta della comicità nostrana. 21.05: Piedone l'africano Film con B. Spencer. Piedone è in trasferta per indagare su un traco di diamanti. 21.10: Benvenuti a tavola - Nord vs Sud Serie Tv con G. Tirabassi. Il meneghino partecipa ad uno show. 21.10: Rizzoli & Isle Serie Tv con A. Harmon. In un incidente di vela muore un membro della famiglia Brahmin. 21.10: Mistero Show con P. Barale. In missione per indagare su fenomeni apparentemente inspiegabili. 21.10: Piazzapulita Attualità con C. Formigli. I fatti più importanti della settimana approfonditi in studio. RAI 2 RAI 3 CANALE 5 RETE 4 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO U: giovedì 10, maggio, 2012 25
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A chi si rivolgerà per vincere anche il secondoround? «Prima di tutto a coloro che mi hanno votato al primo turno affinché tornino perché nulla è scontato. Poi, a tutti i genovesi, a coloro che si sono astenuti e a quanti sono convinti che sia possibile coniugare rigore con crescita, lavoro e sviluppo con sostenibilità ambientale. Sono convinto che la buona amministrazione non sia disgiunta da un'idea di città e di società. Fra due settimane i genovesi saranno chiamati a scegliere tra due candidati e due programmi: uno di centrosinistra e uno di centrodestra». Musso ha detto di lei: «Il centrosinistra ha soltanto cambiato nome del candidato ma la formula è la stessa degli ultimi anni di amministrazione. Doria è un signore con21immobili,suononnocontribuivaad eleggere il Doge dellacittà». «Non mi piacciono gli attacchi personali. È vero ho la fortuna di essere un uomo benestante, ma non straricco, eppure sono fermamente convinto che la giustizia sociale sia il primo obiettivo da perseguire con tenacia a livello locale come a livello nazionale. Ho molti immobili ma ritengo giusto far pagare la patrimoniale e in questo non vedo contraddizione. Musso è un signore che si è candidato alle amministrative di 5 anni fa con Berlusconi, è stato eletto in Senato nelle liste del Pdl con il Porcellum. Adesso guida una lista civica i cui candidati sono consiglieri comunali uscenti dell'Udc e c'è anche un ex An. Di quale novità stiamo parlando?». La città calabrese ancora senza vincitore Gravi sospetti su diverse schede non vidimate esperienza, ma impareremo, quello che conta è la visione», dice il grillino. «Non mi sento affatto vecchio», replica Bernazzoli. «Non mi vergogno di avere dei riferimenti anche nel passato, come quel sindaco di Fontanellato, Pompeo Piazza, eletto ininterrottamente dal 1948 al 1983: alla fine aveva la sua età, ma ha sempre saputo stare in mezzo ai cittadini e ascoltarli». Nessuna demonizzazione dei 5 stelle, però. Il governatore Errani ha dato la linea: «Da quel voto emerge una domanda di cambiamento che il Pd deve intercettare». Intanto l'ex sindaco Ubaldi, arrivato terzo con il 16,3%, si schiera. «Potremmo votare per Pizzarotti, in fondo è lui la novità». Bernazzoli lo bacchetta: «Vuole che muoia Sansone con tutti i Filistei...». Ma al quartier generale Pd molti sorridono: l'endorsment del vecchio sindaco potrebbe essere un danno per i 5 stelle. E infatti il grillino si smarca: «Io non ho chiesto il sostegno di nessuno...». Il candidato del centrosinistra Vincenzo Bernazzoli e quello del Movimento 5 stelle Federico Pizzarotti FOTO ANSA Non si convalidi il voto al comune di Catanzaro. Troppe e gravi le irregolarità accertate. Lo chiede alla Commissione elettorale centrale la coalizione che sostiene il candidato di centrosinistra, Salvatore Scalzo a sindaco. «È una situazione di alta tensione. Stanno uscendo elementi molto preoccupanti. Da una sezione già sotto osservazione oltre a due schede in più rispetto ai votanti ci sono pure tre schede non vidimate - spiega lo stesso Scalzo -. È un classico segnale delle schede “prevotate”. Come se non bastasse oggi abbiamo anche i nomi dei primi indagati dalla procura per la compravendita dei voti». L'indignazione del candidato sindaco del centrosinistra ben esprime lo stato d'animo della Catanzaro che crede nel cambiamento ed è seriamente preoccupata per la tenuta democratica della città calabrese di fronte alle notizie di voti comprati, di voto inquinato. «Vi sono state denuncie circostanziate - spiega Scalzo - di cittadini che si sono viste con i loro nomi già indicati nel registro del seggio. Come se avessero già votato». «Abbiamo una situazione di emergenza - insiste Scalzo - che dimostra come il voto si sia svolto in circostanze di condizionamento, con un'azione organizzata che rischia di inficiare completamente il risultato elettorale a Catanzaro». Per il giovane candidato, che si è aggiudicato il 43% dei consensi forse non basta rivotare nelle tre sezioni elettorali sotto inchiesta. «La parte sana della città aveva già dato un grande segnale con il voto già espresso che, in condizioni di maggiore sicurezza e libertà di voto sarebbe andato ben oltre. Era il segnale di un risveglio in città. Ora si sentono defraudati sia per la volontà di cambiamento che avrebbero voluto esprimere, sia nel vedere la loro città così svelata. Stanno, infatti, venendo a galla tutti i fenomeni di condizionamento e di modo di agire di un pezzo della classe politica del centrodestra che avevamo denunciato più volte e che ora sta venendo a galla tutto assieme». La sua conclusione? «Hanno messo in campo ogni arma perché hanno capito che la città si era svegliata e si voleva evitare il ballottaggio». È proprio quella del ballottaggio, la richiesta avanzata dal Pd con il deputato Marco Minniti e il commissario regionale Alfredo D'Attorre. «È la via più limpida per scegliere il nuovo sindaco di Catanzaro» ha spiegato D'Attorre. «Di fronte alla conferma di evidenti anomalie nello svolgimento del procedimento elettorale in diversi seggi, è bene - ha affermato - che le diverse forze politiche si confrontino con la realtà dei fatti e si impegnino a favorire una via d`uscita da una situazione che, oltre a procurare una pesante danno all`immagine della città, rischia di far partire nel modo peggiore la nuova consiliatura comunale». Per il Pd calabrese, vista «la portata delle contestazioni e delle possibili irregolarità che hanno caratterizzato il primo turno» e «l`assoluta esiguità del margine con il quale comunque il candidato Abramo si collocherebbe sopra o sotto il 50%, la via più limpida per scegliere il futuro sindaco del capoluogo sarebbe il ballottaggio del 20 e 21 maggio». «Sarebbe questo - conclude D'Attorre - un grande momento di democrazia, partecipazione, trasparenza e per dissipare ogni ombra, al quale anzitutto chi ritiene di rappresentare la maggioranza dei cittadini di Catanzaro dovrebbe guardare con favore e fiducia». Il Pd calabrese ha chiesto che, viste le gravi irregolarità riscontrate in alcune sezioni elettorali, «almeno in queste sezioni i cittadini possano essere richiamati a votare». Lo stesso Scalzo chiede che «non vi sia neanche l'ombra del voto comprato nel nuovo consiglio». E lo fa appellandosi al Viminale. «Chiediamo al Ministero degli Interni la massima attenzione sulla situazione di Catanzaro e la garanzia di un voto libero da ogni condizionamento». Che la situazione sia «preoccupante» lo sottolineano in un documento unitario anche Cgil,Cisl e Uil. Intanto il Pdl, che sin qui ha dovuto frenare i festeggiamenti per il suo candidato Sergio Abramo che si è aggiudicato il 49,90% dei voti, accusa la sinistra di drammatizzare la situazione e già si muove come se fosse la proclamazione del sindaco di Catanzaro fosse soltanto una questione burocratica, dovrà ancora attendere. «Una volta chiusi i lavori della Commissione, Sergio Abramo dovrà essere immediatamente proclamato sindaco di Catanzaro»: lo ha detto la coordinatrice provinciale di Catanzaro del Pdl, Wanda Ferro. Gli esponenti del Pdl assicurano che il voto a Catanzaro è stato «libero da condizionamenti». Ma la Commissione elettorale centrale che ha riscontrato ulteriori anomalie, si è riconvocato per oggi. E poi vi è l'indagine della Procura della Repubblica che coinvolge esponenti del centrodestra. Per ora quello che è sicura è la mancanza di trasparenza in questo voto. La coalizione di centrosinista ha chiesto un incontro urgente per questa mattina al Prefetto. Addio Roggi il giornalista che spiegava la linea del Pci ROBERTOMONTEFORTE ROMA prepara la sfida più insidiosa IL RICORDO ROBERTOROSCANI ROMA Molti anni fa in Transatlantico Pasquale Cascella, all'epoca cronista parlamentare dell'Unità, presentò a Ciriaco De Mita Enzo Roggi, editorialista del nostro giornale. «Ma allora lei esiste davvero. Credevo fosse la firma dietro cui si nascondeva la segreteria del Pci». Era - non sembri strano - un gran complimento per Roggi, che ieri se n'è andato dopo una dura malattia. Aveva 83 anni e veniva da Foiano della Chiana, di quella terra si portava dietro un colorito accento toscano e un carattere terrigno e forse un po' litigioso. Roggi, per quelli che come me arrivavano all'Unità a metà dei 70, era una specie di oracolo. Spesso lo incontravi in archivio, nella vecchia sede di via dei Taurini, mentre sfogliava la Pravda. Perché prima di finire al servizio politico lui era stato corrispondente da Mosca. Da quell'esperienza era uscito con un grande amore per quel Paese e per quella cultura, ma anche avendo introiettato una percezione acuta dei meccanismi di potere e una gran fascinazione per il partito, anzi per il Partito. Quando De Mita confessava di leggere i suoi editoriali per capire quale fosse la linea del Pci diceva il vero. Roggi aveva una penna spessa e mordace, i ragionamenti dovevano essere compresi da tutti non solo nelle stanze della politica. Non rinunciava mai alla stoccata ma neanche alle finezze argomentative. Conosceva il Pci come pochi altri, il suo gruppo dirigente, aveva un legame speciale con Alessandro Natta che lo volle come resocontista negli anni complicati della sua segreteria. E fare il resocontista del segretario era un altro di quei mestieri che solo chi è stato all'Unità può capire. Era un misto di condivisione e di amicizia personale che portò Enzo ad avere parole dure col giornale che «faceva il tifo» per quel ricambio che culminò con l'arrivo alla segreteria di Occhetto. Enzo Roggi ha attraversato il giornale per tutto il percorso che va dagli anni 60 fino ai 90: dall'«organo del Pci» al «giornale fondato da Antonio Gramsci». Lui - che veniva da una esperienza in cui il partito era molto e il “mestiere” veniva dopo seppe capire e fare un percorso insieme alla redazione. Difficile dimenticare certe sue parole (verminaio, cenciata …) che colorivano le interminabili discussioni politiche. Ma è bello ricordare di lui anche un piccolo libro uscito da Sellerio. Era una lunghissima intervista con Viktor Sklovskij, il padre del formalismo russo, riemersa sotto forma di bobine da magnetofono dall'archivio del giornale. Ecco, Enzo (e l'Unità di allora) erano anche questo. Lacamera ardente resterà aperta finoastaseraalle18pressol'HospiceRegina Margherita di Roma, in via Morosini 29. . . . I sindacati uniti: «Situazione preoccupante senza eguali in nessun Comune» . . . Scalzo: «Il centrodestra è ricorso a ogni arma perché ha capito che la città si era svegliata» Caos a Catanzaro Il Pd: «Ballottaggio» giovedì 10, maggio, 2012 5
Hollande può diventare il catalizzatore per un cambio di passo necessario. L'Europa e la Francia hanno bisogno di un presidente riformista FinancialTimes 9maggio 2012 1,20 Anno 89 n. 128Giovedì 10Maggio 2012 Così l'«Onda libera» di Benigni travolse la tv CrespiP.20 ErriDeLuca: «Ierieromolti ora sono solo» RitondaleP.21 Finanza al Monte Paschi: inchiesta su Antonveneta GERINA AP.8 Gli stalinisti liberali Staino LAPOLEMICA EMANUELEMACALUSO LE INTERVISTE Caselli: «Troppe distrazioni sul terrorismo» È davvero doloroso dover commemorare Maurizio Cevenini, il «Cev», che ho conosciuto sempre sorridente. I suoi auguri sotto l'Ulivo, poco prima di Natale, mi hanno accompagnato per anni. A P.7 L'uomo della bella politica ILRICORDO ROMANOPRODI U: DEGIOVANNANGELIAP. 14 Consigliere Pd, rinunciò alla candidatura a sindaco dopo un'ischemia Governo, i pentiti del rigore Fornero ora ammette: è mancata l'attenzione dell'esecutivo ai sofferenti Ma sugli esodati scontenta i sindacati Lefabbrichecancellate DaTermini Imereseall'Alcoa, leaziende che pagano il prezzodella mancanzadiuna politica industriale. Ieri occupazionie cortei VESPO AP. 12 ÈFALSODIRECHEALLERECENTIELE-ZIONIAMMINISTRATIVE«HANNOPERSO TUTTI I PARTITI E HA VINTO GRILLO». È falso perché il Pd si conferma la prima forza nazionale e, pur con le sue serie difficoltà, il perno di un centrosinistra oggi nettamente prevalente. Mentre invece Pdl e Lega sono divisi e in rotta, e il Terzo polo non riesce a catalizzare il voto moderato. È falso perché Grillo, nonostante il grande balzo di consensi, soprattutto al Nord, è da tempo il capo di un nuovo partito (che intende crescere approfittando proprio del fatto che il Movimento 5 stelle non vince e che può presentarsi come l'alternativa più radicale a chi governa). La tesi è falsa, ma soprattutto è insopportabile il suo contenuto ideologico: i partiti sono tutti uguali, la politica è inutile o dannosa, il conflitto sociale è negato o comunque gli viene negata una legittima rappresentanza nelle istituzioni. Tutto è ridotto a politologia, come se non fosse la drammaticità della crisi il primo fattore di sfiducia e di apprensione nelle famiglie e nei ceti più deboli. SEGUE AP.6 Chi non vuole cambiare L'EDITORIALE CLAUDIOSARDO Questa volta Ostellino l'ha sparata grossa. Sul Corsera non solo accusa Hollande di bolscevismo e di «lingua di legno dirigista come al tempo dell'Urss». Ma coinvolge nell'accusa nientemeno che Frau Merkel. SEGUE AP.2 ILCOMMENTO BRUNOGRAVAGNUOLO LonelyPlanet inviaggio da40anni ManziniP.23 Il pasticcio di Palermo Abbiamo esaurito, in questi anni, i superlativi e i sinonimi di “cattiva” per qualificare la legge elettorale vigente, autentica spina nel fianco della nostra forma di governo. Questa spina va estirpata. SEGUEA P.3 Il voto oltre il Porcellum L'ANALISI MASSIMOLUCIANI AP. 17 Irruzione della Guardia di Finanza a Siena nella sede storica della banca del Monte dei Paschi nell'ambito dell'inchiesta sull'acquisizione di Antonveneta. L'accusa è di aggiotaggio. In Borsa il titolo, dopo la sospensione, è calato del 6,4%. Il sindaco Ceccuzzi: «Un colpo alla città: Mps è il nostro patrimonio. Spero che tutti collaborino per chiarire tutto al più presto». GIANOLA AP.10 El Baradei: «Ora l'Egitto chiede un partito laico» POLITICA Bologna piange Cevenini morto suicida
DAPOCHIGIORNIÈ INLIBRERIAILNUOVOROMANZODI ERRI DE LUCA IL TORTO DEL SOLDATO. Abbiamo chiesto all'autore di rispondere ad alcune curiosità che nascono dalla lettura del libro. Affiora così, a partire dall'ultima tappa letteraria, un percorso di suggestioni consolidate nella storia dello scrittore. La protagonista del romanzo definisce il rapporto con il proprio genitore come un contratto che non avrebbevolutosottoscrivere.Cosasiprovaavivere inuna trappola simile? «Ho letto diverse storie di figli di criminali di guerra e in parte ne ho tratto ispirazione. Con il caso Priebke sono venute alla luce le vicende di diversi assassini nascosti in giro per il mondo. Ho incontrato da poco un giornalista che aveva intervistato un nazista. L'uomo aveva fatto perdere le tracce della sua storia precedente ed era diventato un cittadino benemerito. Intervistato, aveva persino accettato di rispondere alle domande e il giornalista produsse il risultato di quella conversazione. All'uomo tolsero tutti i benefici legati alla condizione di “benemerito”, la moglie lo lasciò e il figlio non volle più avere nulla a che fare con lui. Morì di infarto. Ci sono tanti tipi di reazione di fronte a disvelamenti simili. La mia protagonista è una donna. Nell'età in cui sarebbe pronta ad avere figli, si ritrova un padre. E allora questo vecchio padre maledetto se lo tiene e lo accudisce, metà figlia e metà madre». Qualè il tortodel soldato? «Il protagonista dichiara: “Il mio torto è quello di essere stato sconfitto. Se avessi vinto io i criminali sarebbero stati gli altri”. In guerra avviene questo. Il vincitore è il criminale che ha vinto. Il fatturato delle guerre moderne deriva dal fare più vittime fra i civili che fra i soldati. Molti incriminati, durante i processi, si sono avvalsi nelle loro difese della “condizione di costrizione di seguito a un ordine”. Tecnicamente è un'argomentazione plausibile, materialmente no perché molti di quegli ordini erano approssimati e loro seppero eseguirli con zelo, partecipazione e dedizione. Quella costrizione era solo una formuletta da spendere in un'aula di tribunale. Il torto del soldato è l'obbedienza». Il liberoarbitriotrovaquiilsuocontraltarenellaCabala,altropersonaggiodispicco.Cosauccideveramente l'uomo? Il caso o unaltro uomo? «Il protagonista contrae una specie di malattia professionale. A forza di consegnare posta al Centro Wiesenthal, viene contagiato dalla tradizione ebraica. La va raschiando in giro dai libri, come faccio io, che mi fermo allo strato più elementare. Si tratta di una sua ossessione, di un volersi spiegare con la Cabala la sconfitta del nazismo, che gli appare incomprensibile. Si convince così che per lui esiste una sentenza già scritta. Intorno a noi ci sono tante sentenze che rimangono come sospese. Il fatto che diventino esecutive è dovuto a un mucchio di circostanze, talvolta irrisorie. Il libero arbitrio è teorico. In realtà si è continuamente dirottati dalle circostanze e uno crede di doversi comportare esattamente nel modo in cui si comporta. Lui non vuole essere portato in un tribunale, non riconosce a nessun giudice l'autorità di discutere il suo caso, che poi è un atteggiamento abbastanza diffuso fra i criminali di guerra». «Io non so pregare», scrive a un certo punto. Per cosa lo farebbe, se potesse? «Non prego perché non sono in confidenza con la divinità, non so darle il tu. In ogni caso non lo farei per chiedere ma per raccontare, per dire. Mi piacerebbe chiacchierarci, capire come è fatta quell'entità che ha lasciato traccia nella storia della nostra civiltà religiosa, il monoteismo. Gli chiederei conto di alcune scelte bizzarre. Una di queste, per esempio, è quella dell'albero della conoscenza del bene e del male, che invece di consistere in due diverse specie botaniche, un albero per ciascuna conoscenza, in modo che nessuno si possa sbagliare o confondere, ha scelto un ibrido che dà gli stessi frutti e affonda nelle stesse radici. Questa opzione dimostra una fiducia smisurata nella capacità di intendere e di volere della creatura umana». Un'altra frase rivelatrice è: «I libri mi ribadivano la mia taglia minuscola». Si ha spesso la sensazione che lei sipercepiscacome«piccolo». «È dovuto al fatto che non sono padre e quindi sono rimasto figlio, anche se di nessuno. Sì, sono abbastanza infantile. Soprattutto con i lutti. Per me è sempre come il primo giorno di un ergastolo. Più vivi e più ci resti. Penso che chi ha dei figli alla fine riesca a seppellire più tranquillamente i suoi cari. In ogni caso è vero, esiste un infantile che gioca con la scrittura, che per me è ancora un modo per tenermi compagnia, un gioco della rappresentazione di luoghi e persone, così come erano». Inunaltrolibro,«Alzaia»,silegge:«Perchéilibrisonolettereeavoltenonrestanochequelliperincontrarsi».La scritturaè unmezzo per stabilire ponti? «Non credo che la scrittura riduca le distanze o le superi. Le approfondisce, dichiara che sono inevitabili. Se potessi colmare le distanze in altro modo, non mi metterei a scrivere. Lo so anche come lettore, quando leggo un libro concepito da qualcuno in un altro posto, un altro tempo e non lo mischio con i miei odori, i miei spostamenti, le cose che mangio. L'idea però, a livello metaforico, è giusta, perché un ponte ha due sponde e non tre, quattro, cinque o sei. Si tratta perciò di un rapporto a due. Due, che non è un plurale rispettabile. È chiuso, da uno a un altro. Nel caso del rapporto di coppia diventa anche un'alleanza, ma è un numero “impolitico”. Il politico comincia dal tre in su». Rispettoaquesto,siintuiscespessoilsuopercepirsi come uno,come singolo.Eppure nellasua storia personaleemergeinmanieramoltoforteil legame conunacomunità.Mancaunanellofrailsingoloela moltitudine? «Sì, manca, ma a me è capitato di appartenere a una comunità fra gli anni sessanta e settanta perché c'era, non perché l'avessi cercata. L'ho fatto per incapacità di disertare. Non ho mai ben capito quando qualcosa finisce. Sono sempre l'ultimo a uscire dalla porta, quando una stanza si svuota. Sono appartenuto a quella comunità in lotta al punto che, dopo, non sono più riuscito a farlo con nient'altro. Già da ragazzino, più che l'appartenenza, coltivavo il desiderio opposto: quello di non essere di niente. Non volevo appartenere al luogo in cui stavo, agli studi che facevo, agli amici che frequentavo. Con alcuni ragazzi ho passato dalla prima elementare fino alla terza liceo, senza avere alcun rapporto serio, senza diventare amico, vedendoci solamente a scuola. Perché eravamo reciprocamente insignificanti. Sono passato da uno a molti, senza conoscere la via di mezzo». In Italia i giovani si trovano nel dilemma: «andare via» o «restare». Cosa farebbe lei, se avesse trent'anni? «Andare e restare hanno perso oggi parte della loro drammaticità. La scelta si è fatta meno aggressiva. Quando io ero giovane era diverso perché si aveva a che fare con il mondo. Eravamo contemporanei a tantissime rivoluzioni, dovevamo decidere da che parte stare. L'Italia era il retroterra per militanti argentini, cileni, angolani o vietnamiti. Oggi puoi andare e tornare in pochi giorni da qualunque luogo e puoi fare cose buone, anche solo preoccupandoti della tua vita, senza scomodare il resto del pianeta». «Oggipuoiandare etornare inungiorno Quandoioerogiovane eradiverso,eravamo contemporanei aqualsiasi rivoluzione» IL LIBRO L'INTERVISTA «Eromolti ora sono solo» Lacondizioneumana nellanostraepoca ELENA RITONDALE ROMA IntervistaaErriDeLuca Loscrittoreparladelsuo nuovoromanzo, lastoria diuncriminalenazista edisuafigliache loaccudisce Ilpassatodiungenitore IL TORTO DEL SOLDATO Erri DeLuca pp.88, euro 11 Feltrinelli «Il torto del soldato» racconta il rapporto fra unpadre, ex soldatonazistae la figlia, che scopretardi la veritàsu di lui.Pur provandoorroreper il passato delgenitore, la donnanon si sottraeall'obbligodellacuranei suoiconfronti. Gli restaaccanto finoall'ultimo.Èqui cheprende forma l'ossessione delvecchio padre,convintodi aver trovato nellaCabala la previsione della propria fine.La vendetta sembra aspettarlo, impressa acaratteri ebraici, sui foglidi unavventore a lui sconosciuto. RitrattodiErri DeLuca FOTO DI GIUSEPPE CHIANTERA U: giovedì 10, maggio, 2012 21
Pdl al contrattacco. Obiettivo: far vedere i sorci verdi a Mario Monti. Alfano tuona: «No alla controriforma della legge Brunetta sulla Pubblica Amministrazione». E 42 parlamentari chiedono con un'interrogazione al premier di spiegare «cosa intendesse con “conseguenze umane” della crisi» e a chi intendesse attribuirne le cause. Tra i firmatari Bianconi, Meloni, Beccalossi, Brunetta, Gelmini, De Angelis. La buona notizia per il Pdl è che, superato il «sostegno incondizionato» al governo, finalmente ci si muove «criticamente». La cattiva è che non si sono messi d'accordo tra di loro: sono in campo, ma non tutti sullo stesso. Per esempio sulla legge elettorale, dove la faccenda finisce in rissa. Complicata dalla querelle generazionale innescata dalla tentazione di Berlusconi di «rinverdire» i vertici del partito. Così gli ex An romani vogliono «rottamare» il capogruppo Cicchitto, reo di non volere le preferenze, e la vicenda spacca il partito. «ROTTAMARECICCHITTO» Ieri gli ex An (ma anche alcuni forzisti) hanno presentato la loro proposta: modificare il Porcellum, ripristinare le preferenze per il 70% dei seggi e lasciare le liste bloccate per il 30%, con primarie di partito per determinare l'ordine di questa quota, stop alle candidature multiple e premio di maggioranza nazionale anche al Senato. Un testo presentato da Giorgia Meloni, Guido Crosetto, Basilio Catanoso, Fabio Rampelli, Enrico Costa, Salvatore Cicu, e altri. «Per difendere il bipolarismo e garantire agli elettori la scelta dei candidati - flauta la Meloni - Meglio della bozza Violante-Quagliariello che porterebbe a un proporzionale alla greca». Insomma, i «giovani falchi» si infilano nello stop alla riforma elettorale tedesco-spagnola imposto dalla riflessione di Berlusconi sul voto amministrativo. A modo loro però: infilando un dito nell'occhio ai dirigenti di via dell'Umiltà. Cicchitto, difatti, mette per iscritto poche gelide righe: «Affinché siano chiare le posizioni, non condividiamo né il doppio turno né le preferenze. Vogliamo le modifiche proposte da Quagliariello e La Russa». L'ex ministro Brunetta, invece, si schiera con l'altro fronte: «Bene Meloni, non si può tornare al passato». A quel punto, la giovane consigliera regionale Chiara Colosimo, ex Azione Giovani, propone di «rottamare» Cicchitto, che viene difeso dai suoi sdegnati (ma anche da La Russa), e la lite si propaga via twitter. Il Pdl si spacca come una mela. Il punto è che, dietro il dibattito sulla legge elettorale, ormai si lotta per la sopravvivenza. Gli ex An invocano le preferenze perché sanno di avere assai maggiore radicamento sul territorio (ancorché già eroso da questo voto locale) e sperano che una riforma in questo senso rappresenti un paracadute nelle prossime liste per le candidature in Parlamento. Ma non c'è solo questa prospettiva. Anche per il rinnovo degli organi interni è battaglia all'ultimo sangue. In attesa di silurare Alfano (adesso non può) il Cavaliere riciccia il «largo ai giovani». Una squadra collegiale (parolina magica) che rivesta di nuovo il partito. Obiettivo: mantenerlo in vita e, possibilmente, renderlo più attraente in vista del congresso d'autunno che a questo punto non sarà certo unitario. E i vari La Russa, Gasparri (ma anche Verdini e Cicchitto e Matteoli, etc etc) sanno che se si arriva al fatidico rimpasto le loro teste saranno le prime a saltare. Dunque, si attrezzano di conseguenza. LASQUADRA«LARGO AIGIOVANI» Giovani e donne: sono i pallini del premier. Estetici quanto politici. C'è una girandola di nomi. Luigi Casero e Raffaele Fitto. Maurizio Lupi che a molti piacerebbe come capogruppo alla Camera. Tra le quote rosa senza dubbio Giorgia Meloni, ma molte papabili: Annagrazia Calabria, Nunzia De Girolamo (che a giugno avrà una bimba ma ancora frequenta le sedute parlamentari), Laura Ravetto, Barbara Saltamartini, Deborah Bergamini. Il Cavaliere pensa anche ai volti spendibili in tv. Affidare l'immagine del partito nei talk show a Cicchitto, La Russa e Gasparri da tempo non lo convince più. Vuole facce pulite, nuove. In grado di competere ad armi pari con i grillini che spesso, è stato notato, «si impongono per la serietà con cui affrontano gli argomenti». In ballo c'è anche la poltrona di portavoce. Capezzone, pur avendo sulla carta i requisiti richiesti, non ha funzionato. In lizza ci sono la sua vice Anna Maria Bernini e la pasionaria Daniela Santanché. Ma chissà che Berlusconi non coltivi ancora il vecchio sogno di promuovere Mara Carfagna. TONIJOP L'ANALISI MASSIMO LUCIANI Gli ex An e i falchi presentano un loro testo alternativo 42 deputati a Monti: si spieghi sui suicidi Occhiali bifocali per una nuova legge elettorale Quindi, Fornero ammette che si è in ritardo rispetto alle sofferenze dei più deboli. E come mai? Che cosa è successo al governo che doveva spremere il limone ma con accortezza, evitando di dar l'idea di prendersela, al solito, coi più piccoli? Interrogativo friabile; perché evitando di elaborare risposte, già dipinge una realtà abbondantemente denunciata, niente bella di fronte alla quale la spiegazione, il “movente”, finiscono nel cassetto degli optional perdibili. Ci interessa che dalla squadra di Monti venga l'ammissione che l'equità, effettivamente, doveva esserci ma poi nella confusione si deve essere perduta. Questa confessione aiuta la salute mentale del sistema italiano. Intanto, Fornero smentisce, e di questo le siamo grati, i suoi colleghi sistematicamente seduti nei salotti tv, benché il profilo tecno-blindato del governo sconsigliasse loro il cici-coco televisivo. Stanno sempre lì a dire che l'equità dei provvedimenti è garantita, adesso saranno un po' più cauti, non è così? Lo capisce anche un cretino che se togli duecento euro a chi ne guadagna mille, per essere equo ne devi prelevare ventimila a chi ne guadagna 100mila. Sennò, appari uno che mena i vecchietti per la strada e non puoi lamentarti se qualcuno ti ricorda che sembri uscito da un film di Kubrick. Forza Monti, la strada la sai. L'equità perduta nelle stanze del potere PAROLE POVERE Il presidente del Consiglio, Mario Monti, con il ministro del lavoro, Elsa Fornero FOTO DI GUIDO MONTANI/ANSA ABBIAMOESAURITO, IN QUESTIULTIMIANNI, ISUPERLATIVI E I SINONIMIDI“CATTIVA” PER QUALIFICARE LALEGGE ELETTORALEVIGENTE, autentica spina nel fianco della nostra forma di governo. Questa spina va estirpata. I risultati del primo turno delle amministrative hanno reso ancora più evidenti, se possibile, i vizi della legge, mettendo in luce le conseguenze paradossali dell'applicazione dell'assurdo premio-di-maggioranza-senza-soglia che essa prevede. Non occorre un grande sforzo di fantasia per immaginare che razza di caleidoscopio sarebbero le raffazzonate e affollate coalizioni che si sarebbe tentati di mettere insieme per conquistare il premio. Né occorre grande sensibilità giuridica e istituzionale per capire che, se le alleanze non si facessero e tutti andassero al voto da soli avremmo lo scandalo di una maggioranza assoluta del Parlamento conquistata da liste che a stento raggiungerebbero il 30% dei consensi. Se prima, insomma, sbarazzarsi della legge Calderoli era necessario per ragioni di decenza costituzionale, ora è diventato indispensabile per ragioni di sopravvivenza del nostro sistema politico e di credibilità della prossima legislatura. Si deve evitare in tutti i modi, dunque, di votare con la legge attuale. C'è però poco tempo a disposizione e l'impressione è che se ne sia perso già un bel po'. Quello che rimane, allora, deve essere impiegato nel modo più fruttuoso. Da questo punto di vista, è essenziale che i dati della condizione contingente del nostro sistema politico, a partire da quelli offerti dalle amministrative, siano vagliati con la massima attenzione. Sarebbe un grave errore, però, isolare quei dati da una prospettiva di più ampio respiro e cercare di inseguire la cronaca più della storia. Cronaca e storia, breve e lungo periodo, hanno raramente le stesse esigenze e raramente reclamano le stesse strategie di confronto. Proprio il caso della nostra legislazione elettorale è illuminante. La necessità - di più lungo periodo - di uscire dalla trappola delle coalizioni insincere, utili per vincere ma dannose per governare, potrebbe ragionevolmente indurre ad optare per soluzioni di tipo proporzionale, capaci di ricostruire il panorama partitico lungo linee “autentiche” di strutturazione. La necessità - di più corto raggio - di ostacolare il rischio di uno sfarinamento del sistema dei partiti (ampiamente certificato dalle amministrative) potrebbe altrettanto ragionevolmente indurre a rifuggire il proporzionalismo e ad abbracciare ipotesi maggioritarie, a partire dal cosiddetto doppio turno di collegio. Sennonché, la prima strada, se serve a impedire le coalizioni di facciata, non impedisce l'esplosione delle microdifferenze tra i partiti. E la seconda, se serve ad impedire lo sfarinamento, non impedisce il rischio degli accordi di comodo, stretti solo per conquistare questo o quel seggio. Morale: se intervenire è indispensabile, ma i fini da perseguire possono essere in reciproca contraddizione, non sembra esserci altra soluzione che uno sforzo di mediazione, capace di tenere conto delle varie esigenze e di bilanciarle. Servono occhiali bifocali: osserviamo le cose che ci stanno accanto, ma gettiamo lo sguardo anche lontano, verso i possibili approdi futuri del nostro sistema politico. FEDERICAFANTOZZI ROMA Pdl spaccato, a rischio la riforma elettorale Giorgia Meloni FOTO DI MAURIZIO BRAMBATTI/ANSA . . . Ma sulla legge elettorale il partito si spacca. Gli ex An contro Cicchitto sul ritorno delle preferenze . . . È urgente evitare lo sfarinamento dei partiti ma anche pensare ai possibili approdi futuri Rimborsi dimezzati Primo sì al testo Pd Il testo del Pd che punta a modificare le norme in materia di finanziamento dei partiti e controlli dei bilanci, con tanto di riduzione del 50% dei rimborsi elettorali (d'ora in poi non potranno superare i 91 milioni annui), ha ottenuto ieri il primo via libera in Commissione Affari Costituzionali della Camera (e andrà in Aula il 14 maggio). In più, vede la luce il testo base per l'attuazione dell'articolo 49 della Costituzione con cui conferire personalità giuridica ai partiti. I partiti avranno l'obbligo di redigere uno Statuto piuttosto particolareggiato e di non sforare un tetto per le spese elettorali. Saranno soggetti a maggiori controlli con tanto di bilanci certificati da una società di revisione. Avranno diritto, sia ai rimborsi per le spese elettorali sostenute (il 70%, cioè 63.700.000 euro), sia ai “cofinanziamenti” da parte di cittadini o enti volenterosi (che in cambio avranno una detrazione fiscale). Sanzioni più severe per i partiti “fuori legge”. I soldi non spesi potranno tornare nelle casse dello Stato. giovedì 10, maggio, 2012 3
«La partita non è finita, abbiamo bisogno di una conferma forte. Siamo in buona posizione ma ci sono insidie». E non sono poche, come Parma o Palermo. «Per questo dobbiamo far tornare la nostra gente a votare». Pier Luigi Bersani incontra i segretari regionali del suo partito al Nazareno, insieme al responsabile Enti locali Davide Zoggia e al tesoriere del partito, Antonio Misiani, per un'analisi del voto e per discutere del dimezzamento dei rimborsi ai partiti. La parola d'ordine è «ventre a terra», il monito a Palermo è sì di sostenere senza dubbi il candidato del partito, Fabrizio Ferrandelli, ma soprattutto di mantenere i nervi saldi in campagna elettorale, «che deve svolgersi in un clima civile» perché «c'è l'oggi e c'è il domani» e il domani è fatto di un centrosinistra unito se si vogliono vincere le politiche del 2013. Antonio Di Pietro manda segnali di pace, proprio in vista dei ballottaggi, e invita a lavorare «uniti», ma è chiaro che a Palermo è tutta un'altra storia. Si è parlato anche di Catanzaro, dove la magistratura ha aperto un'inchiesta per voto di scambio e in tre seggi sono state registrate anomalie che rendono ancora sospeso il risultato finale. Il commissario Pd Alfredo D'Attorre ieri ha chiesto che nelle tre sezioni oggetto di anomalie si torni al voto perché lo scarto tra il candidato di centrodestra e quello del centrosinistra Salvatore Scalzo è di una manciata di voti e il ballottaggio non è affatto escluso. L'ANALISIDELVOTO Ma quello che più da fastidio ai dirigenti del Nazareno è come «molti commentatori» stanno raccontando queste elezioni amministrative, «mettendo in relazione tra loro dati disomogenei» e cercando di sostenere che è andata di brutto a tutti, chi più chi meno, a parte il successo del Movimento a 5 Stelle che ancora sta festeggiando. A dirlo chiaro e tondo è Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria: «Il Pd esce vincitore da questa prima tornata amministrativa anche se si sta cercando di raccontare al paese una realtà diversa. Le macerie riguardano chi ha male amministrato in questi anni e ci ha condotto sull'orlo del baratro». Zoggia invita a guardare i dati delle amministrative del 2007:«Non è pensabile, come sta avvenendo in queste ore, fare strampalate associazioni tra i dati delle amministrative e quelli delle regionali o delle politiche. Mai come in questa tornata elettorale per l'elezione dei sindaci si è in presenza di un numero così elevato di liste civiche non immediatamente riconducibili ai simboli di partito ma legati ad essi o ai sindaci stessi. Si tratta di numeri che modificano profondamente gli scenari che qualche abile mano si sta divertendo a disegnare. Scenari mediatici ma di forte valenza politica». «Quello che emerge da queste elezioni è in primo luogo - insiste Bersani ribadendo con i segretari regionali quanto già detto durante il coordinamento convocato martedì sera - il crollo del centrodestra e della Lega, uno smottamento di proporzioni inedite». Eppure malgrado quello smottamento «non c'è stato un flusso verso posizioni moderate e illuministe», il voto si è disperso, concentrato sulle liste dei grillini, o è andato ad ingrossare le fila dell'astensionismo. Bersani non sottovaluta il Movimento 5 stelle, che definisce un vero e proprio partito cresciuto non soltanto sulla protesta ma anche sulla domanda di una politica in grado di rinnovarsi, riformarsi e ridurre i costi. Quindi meglio ascoltare con attenzione i motivi che spingono un numero sempre maggiore di cittadini a dare il loro voto al partito del comico genovese e attrezzarsi a dare quelle risposte e migliorare la propria proposta politica. ILRAPPORTOCON ILGOVERNO Una partita che si gioca su due fronti: a livello locale, per il rush finale di questa tornata amministrativa, e con il governo Monti che va «stimolato» rispetto ad alcune decisioni, a cominciare dai pagamenti della pubblica amministrazione, una situazione che «si è incagliata» in un momento in cui il Paese non può permettersi ulteriori ritardi. E se c'è chi inizia ad essere sedotto dall'idea di un voto anticipato sia nel centrodestra come anche nel centrosinistra, il segretario torna a ribadire lealtà al governo, ma annuncia un'azione di pressing affinché si avviino politiche più attente al sociale e al lavoro sia in chiave europea sia interna. Su un altro fronte caldo, l'Imu, il Pd tornerà a ribadire la necessità di alleggerirla affiancando un'imposta sui grandi patrimoni. Intanto Stefano Fassina, responsabile lavoro, apprezza la proposta di Monti «di escludere gli investimenti dal fiscal compact. La proposta va applicata da subito per allentare, già nella seconda metà del 2012, la morsa dell'austerità autodistruttiva dovuta agli obiettivi di bilancio pubblico irresponsabilmente fissati per l'Italia dal Governo Berlusconi e dall' ex Ministro Tremonti». VERSO IL IN MESSICO G20 LAVORO QUALI PROPOSTE GLOBALI CONTRO LA DISOCCUPAZIONE, PER DIGNITÀ E DIRITTI UNIVERSALI NEL LAVORO CONFRONTO CON LE PARTI SOCIALI E LE ONG IN VISTA DEL VERTICE G20 DEI MINISTRI DEL LAVORO Roma, Giovedì 10 Maggio 2012 ore 15.00-17.00 Sala delle Conferenze, Sede Nazionale PD Via S. Andrea delle Fratte 16 Coordina FEDERICA MOGHERINI Resp. PD Globalizzazione Introduce EMILIO GABAGLIO Presidente del Forum Lavoro PD Intervengono: GUGLIELMO LOY Segretario Confederale UIL CESARE DAMIANO Capogruppo PD Commissione Lavoro Camera FAUSTO DURANTE Segretariato Europeo CGIL CECILIA BRIGHI Dipartimento Politica Internazionale CISL STEFANIA ROSSI Relazioni Industriali e Affari Sociali Confindustria Conclusioni: STEFANO FASSINA Responsabile Economia e Lavoro PD LAPO PISTELLI Responsabile Esteri e Relazioni Internazionali PD Dipartimento Economia e Lavoro PD Il Pd si mobilita: «Serve la conferma al secondo turno» Piero Fassino Luigi Angeletti Giorgio Airaudo Giuseppe Berta Presentano il libro di Stefano Fassina Il lavoro prima di tutto coordina Carlo Chiama Venerdì 11 maggio 2012 ore 17,00 Salone Internazionale del Libro Torino Salone OFF Più spazio 4 via Saccarelli, 18 – TorinoSaggine Stefano Fassina IL LAVORO PRIMA DI TUTTO L'economia, la sinistra, i diritti DONZELLI EDITORE ww w .donzelli.i t Bersani riunisce i segretari regionali: «La partita non è finita, attenti alle insidie» Sui 5 stelle: «Sono un vero partito, non si fermano alla protesta, chiedono anche risposte» MARIAZEGARELLI ROMA L'EDITORIALE CLAUDIOSARDO LEELEZIONIAMMINISTRATIVE SEGUEDALLAPRIMA Non stupisce che questa teoria sia propagandata, con un coro perfettamente intonato, da Libero, dal Fatto quotidiano e dal Giornale: purtroppo, nel dibattito pubblico sono entrate così tante tossine di destra da erigere a maestri il Berlusconi e il Bossi dei primi anni 90 (proprio nel momento in cui vengono pensionati). Anche loro dileggiavano la politica e i partiti, anche loro si mostravano come non-politici e come non-partiti: sono poi diventati l'antipolitica di governo. E il disastro lo stiamo ancora pagando. Certo, la ribellione verso un sistema destrutturato e incapace di offrire progetti alternativi di fronte alla crisi ha valide ragioni. Così valide da convincere molti elettori: il voto va sempre capito e rispettato. Ma non è ripercorrendo la strada di Berlusconi con nuovi cavalieri che l'Italia potrà invertire la rotta e avviare una ricostruzione. Piuttosto bisognerebbe usare quest'ultimo scampolo di legislatura per cancellare il Porcellum e dare anche all'Italia un sistema europeo: non sarà la risposta finale alla domanda di rinnovamento, ma è la sola strada per raggiungerla. Tuttavia c'è una cosa ancora più insopportabile degli opportunismi di chi lucra sulla crisi senza neppure tentare di risolverla. È la schizonofrenia di certe élite nazionali. Finché pontifica contro i partiti chi cerca di salire sul carro di Grillo o chi, da destra, vuole usarlo per ridimensionare le proprie responsabilità nel declino italiano, si può capire. Ma l'assurdità è che da noi pezzi importanti delle classi dirigenti le stesse che fino a pochi mesi fa applaudivano Tremonti e facevano la fila per inchinarsi a Berlusconi - da un lato incoraggiano la lettura del «Grillo vincitore contro tutti i partiti» e dall'altro danno lezioni circa la necessità di continuare la Grande coalizione anche nella prossima legislatura, rigorosamente con governi tecnici. Ieri Alfredo Reichlin su l'Unità ha citato il «sovversivismo della classi dirigenti» di Gramsci. C'è una malattia antica nel capitalismo italiano e in certi salotti della borghesia. Ma oggi abbiamo uno spettro davanti a noi: è la Grecia. Come si può pretendere di delegittimare i partiti (indicandoli come una corporazione unica e negando le differenze sociali) e di chiedere loro, al tempo stesso, di sostenere un governo tecnico che li escluda a tempo indeterminato? C'è un limite all'indecenza. Seguendo questa strada si finisce esattamente in Grecia, come dimostrano le recenti elezioni in quel Paese. Se vuole salvarsi l'Italia deve imboccare invece un'altra strada: quella francese. Dove alle elezioni si sono misurate due alternative, esplicitamente antagoniste, ancorate a progetti europei, entrambe legittime. Lo sbocco della transizione italiana, dunque la linea di marcia del governo Monti, non può che essere questa: il rinnovamento dei partiti comincia da un progetto plausibile, strettamente connesso a un programma di dimensione europea. I partiti che possono governare, imprimendo una svolta dopo il fallimento delle attuali leadership europee, devono avere un forte legame sovranazionale. Questa è la sfida. E chi vuole bene all'Italia deve darsi da fare perché nel 2013 si confrontino due vere, serie alternative. Solo così gli elettori saranno messi nelle condizioni di contare. Quando il voto non vale o vale poco, tutto il peggio emerge: dall'occupazione del potere al ribellismo più sterile. Noi invece vogliamo il cambiamento. Chi non vuole cambiare 6 giovedì 10, maggio, 2012
28 giovedì 10, maggio, 2012
chettato in tante parti per meglio venderne stabilimenti e competenze. A Napoli in settecento tra gli operai del gruppo Magneti Marelli, ex Ergom, aspettano di capire che fine fare, dopo che la Fiat ha lanciato la produzione della Panda a Pomigliano D'Arco, che ha coinvolto solo duecento lavoratori. Ieri un corteo si è mosso da piazza Mancini al Centro direzionale e si fermato in presidio davanti alla sede dell'assessorato regionale al Lavoro. «Noi abbiamo la certezza con Fiat spiega Giovanni Sgambati, segretario generale Uilm Campania - che tutti i lavoratori nell'arco del piano troveranno una ricollocazione». Per non scendere dall'auto, anche alla De Tomaso, l'azienda della famiglia Rossignolo che doveva rilanciare lo stabilimento livornese ex Delphi e quello torinese della ex Pininfarina, si respira aria pesante. Il progetto d'automotive si è fermato all'ultimo per il mancato ingresso di un socio cinese che avrebbe dovuto apportare liquidità al gruppo. Così i sindacati si preparano a chiedere nuova cassa integrazione, mentre azienda e Regione Piemonte litigano su cinque milioni di euro che la Regione chiede indietro alla società. Oggi invece toccherà ai dipendenti Alcoa di Portovesme, in Sardegna, incrociare le braccia: 24 ore di sciopero per rilanciare l'eterna vertenza di questi operai della chimica, per ultimo messi in difficoltà - come si legge sul comunicato sindacale - dai «nuovi scenari sugli interinali, che potrebbero precludere la continuità produttiva dello stabilimento». Un fatto che, secondo i lavoratori «potrebbe disincentivare eventuali acquirenti». C'è un tavolo già fissato al ministero il 16 maggio. In questo quadro, con l'Europa stanca, la Spagna in difficoltà, la Grecia nel caos e l'Italia in panne, l'industria si piega alla crisi e i migliori marchi, quelli ancora in vita perdono il passaporto italiano: l'ultima è stata la Ducati, i cui lavoratori sembravano ben felici di passare sotto il controllo tedesco di Audi. Di fronte a tutto questo, come dargli torto. BIANCADIGIOVANNI ROMA Monti propone di escludere i crediti dell'aziende dal conteggio del debito Grilli a Confcooperative: presto i decreti per quantificarli Resta il nodo sui modi di pagamento: cassa o titoli . . . 100 miliardi mancano alle imprese per i ritardi dei pagamenti della p.a. I debiti della Pubblica amministrazione nei confronti delle imprese entrano nell'agenda europea del premier sulla crescita. Secondo Mario Monti quelle risorse andrebbero erogate quanto prima, escludendole dal conteggio del debito, analogamente a quelle per gli investimenti, specie sull'agenda digitale (la famosa golden rule). Da giorni il professore lo va ripetendo negli incontri internazionali, e ieri lo ha ribadito in un dibattito a Firenze. «I debiti della Pubblica amministrazione verso le imprese, che in Italia sono di proporzioni notevoli, come anche in altri Paesi - ha detto Monti - non c'è nessun allontanamento dall'ortodossia della finanza pubblica, perché non sono affatto debiti sommersi ma sono debiti che si conoscono ma che finiscono per penalizzare le imprese». RIGOREE CRESCITA Sta qui il paradosso: il rispetto del fiscal compact e del patto di stabilità in questo caso ha effetti recessivi. In Europa cominciano ad accorgersene almeno da quando Hollande si è avvicinato all'Eliseo. Ora che il presidente ci è entrato, l'agenda diventa più fitta. Ma le posizioni sono solo apparentemente univoche. Lo si capisce anche da quello che il viceministro Vittorio Grilli dichiara dal palco dell'assemblea di Confcooperative, aperta ieri dal vicepresidente vicario Carlo Mitra (assente per ragioni personali il presidente Luigi Marino). Per Grilli il growth compact, cioè il patto per la crescita evocato da Mario Draghi, non può «mettere in pregiudizio quanto fatto finora - dichiara il viceministro - nella nostra disciplina fiscale, ma deve essere complementare». Tradotto: nessuna modifica al fiscal compact (come chiede Hollande) ma semmai un'aggiunta. Resta tutta in piedi la domanda sulla percorribilità di questa strada, visto che proprio quel patto sull'austerità mette a rischio la crescita. Anche per Grilli la sfida del ripianamento dei debiti della Pubblica amministrazione può essere vinta. Il viceministro ha ricordato che uno dei problemi è legato proprio alla definizione della quantità di pregresso che può essere risolta solo se «abbiamo una emersione certificata. Ritengo - ha aggiunto Grilli - che nei prossimi giorni, e dico giorni e non mesi, i decreti attuativi saranno pronti». In effetti sulla quantità circolano cifre molto divergenti. Si va da stime attorno ai 50 miliardi, ai 70 denunciati dalla Confindustria, fino ai 100 miliardi dichiarati ieri da Confcooperative. «Ci sono poi ritardi nei rimborsi Iva - ha sottolineato Mitra - e iniziative per rimediare procedono con lentezza. Non ci sono parole che bastino per stigmatizzare l'insostenibilità morale ed economica di questa situazione». L'associazione ha messo sul tavolo delle sue richieste non solo il saldo dei crediti, ma anche il «maltolto» (così il vicepresidente) della leva fiscale. Si discute di sfoltimento delle agevolazioni da decenni. In genere se ne parla molto e non si fa niente. Sulle cooperative invece si è fatto troppo - ha detto È avvenuto senza una logica di politica fiscale, senza una logica di politica cooperativa, senza giustificazione giuridica, senza discussione con le cooperative e nel Paese». Sul fronte dei crediti, comunque, qualcosa si muove. I due decreti attuativi per la certificazione sono in dirittura d'arrivo: più tardi si scioglierà il nodo sul tipo di pagamento, ovvero la scelta tra cassa e titoli pubblici. «È una soluzione intermedia prima di quella europea», ha spiegato Corrado Passera intervenuto all'assemblea. Sia il ministro dello Sviluppo che il viceministro all'Economia hanno insistito comunque sull'ineluttabilità della strada del rigore. «Non ci sono scorciatoie», ha detto Passera. Quanto alla spending review Grilli ha specificato che lo Stato dovrà certamente spendere meno, ma senza diminuire i servizi offerti ai cittadini. Regole europee per i debiti dello Stato verso le imprese Oscilla fra i 25 e gli 82 miliardi il tesoro nascosto che lo Stato Italiano potrebbe recuperare dalle banche svizzere se arriverà a sottoscrivere un accordo fiscale con la Confederazione Elvetica simile a quelli sottoscritti da Germania, Austria e Regno Unito. Ieri è stato fatto il primo passo concreto dopo mesi di incertezze, storica ruggine con Berna e la chiusura della vicenda dei lavoratori frontalieri con un ordine di pagamento in favore dell'Italia. L'apertura dei negoziati è stata annunciata dal viceministro all'Economia Vittorio Grilli durante il Question Time dopo che via XX Settembre aveva diffuso in mattinata una nota: «Italia e Svizzera concordano un dialogo sulle questioni finanziarie e fiscali anche alla luce dei recenti sviluppi a livello di Unione Europea. Prossimamente il Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Monti avrà un incontro di lavoro con la Presidente della Confederazione Svizzera (nonché ministro delle finanze ndr) Eveline Widmer-Schlumpf». È il via libera dell'Italia ad un negoziato che da solo potrebbe valere quanto le due ultime manovre. Infatti se si tengono per buone le stime sui capitali italiani anonimi custoditi in Svizzera (da 120 a 200 miliardi di euro), e a questi si applica un prelievo forfait dal 21 al 41% (come previsto dall'accordo con la Germania). L'assegno finale può arrivare a 82 miliardi, al quale andrà ad aggiungersi l'aliquota sul «capital gain». Verso un accordo con la Svizzera per stanare gli evasori fiscali giovedì 10, maggio, 2012 13
eni station un mondo che si muove con te eni café è la catena di bar delle eni station eni café è un bar accogliente dove puoi fare colazione dalle 6:30 del mattino. Dalle 6:30 hai cornetto e cappuccino a solo € 1,50. Cornetto e cappuccino a solo € 1,50 sono alcuni dei prodotti che puoi trovare ogni giorno. Ogni giorno negli eni café con servizio wi-fi navighi gratis per due ore mentre ti gusti la tua pausa di qualità. Qualità è eni café. iniziativa valida fino al 30 giugno 2012 nei punti vendita aderenti eni café è colazione dalle 6:30 a solo € 1,50 16 giovedì 10, maggio, 2012
UNABOMBAINNESCATAEINATTESADIESPLODEREMETTEATUTTIPAURA,MAAVOLTEDALLOSCOPPIOPOTREBBEARRIVARESOLOQUALCHESCHEGGIA.Dopo che Palazzi ha calato “Quaranta”, con i suoi 61 deferimenti e le 22 società coinvolte di cui solo 12 di Serie B (le altre tra i Dilettanti), tra cui Atalanta, Novara e Siena di Serie A ma relative a gare del campionato cadetto dello scorso anno, e la Sampdoria fra le big di Serie B (per continuità dovuta all'impiego di Bertani, del Novara), la sensazione è che questo primo filone di processo sportivo per Scommessopoli sia solo la punta di un grande iceberg che emergerà per successivi filoni. E a fine campionato, con promozioni e retrocessioni da assegnare, non è certo il trionfo della discrezionalità. L'ATTESA Senza le carte della magistratura, il pm federale non va da nessuna parte. Finora, solo il pm di Cremona Di Martino, ha dimostrato di poter (voler) fornire gli atti alla Figc, ma dopo due tranche complete, ora Cremona si cautela e rimanda al mittente le richieste. Dunque, i deferimenti notificati ieri, altro non sono che le appendici dei due verbali di Carlo Gervasoni e quello di Filippo Carobbio a Cremona. Primi danni collaterali le reazioni dei club deferiti e i nomi rimandati a giudizio. Fanno notizia le esclusioni eccellenti di Torino e Verona (che la scampa per prescrizione), ma non sorprende il ritorno a processo dell'Atalanta, alla quale fanno compagnia Novara e Siena (anche questo ampiamente prevedibile per via del deferimento di un suo ex tesserato, Carobbio). C'è tanto fumo, con più di cento parti interessate (tra persone fisiche, club e terze parti) per questo sarà l'Olimpico la sede prenotata dalla Disciplinare per svolgere il processo. Ma l'arrosto? C'è chi sospetta (e non a torto) che a questo primo processo possa seguirne un altro sempre di B e poi un ultimo ad agosto solo di Serie A, mescolate le ordinanze di tutte le procure penali al momento ancora attive: Cremona, Bari e Napoli. È un'ipotesi, che tuttavia non contenterebbe la Lega di B, il cui presidente Andrea Abodi ieri ha di nuovo tuonato: «Questo quadro frammentario ci lascia perplessi. Sarebbe più corretto, invece che fare in fretta, fare bene». Lo slittamento comporterebbe quindi un finale di campionato (compresi play-off e play-out) con grande punto interrogativo sulla classifica finale. Il rischio? Penalizzazioni su questa classifica, con finale che rischia di essere rivisto d'ufficio. I casi “caldi” (il Torino per esempio) verrebbero stralciati a data postuma attraverso il punto III dell'ordinanza sportiva: «Riserva di ulteriori provvedimenti», con cui il pm federale si cautela di tenere aperta l'inchiesta. Il presidente della Figc, Giancarlo Abete è stato ora accontentato, voleva «celerità» e questo è stato. Un deferimento “monco” ma per chi ci è finito dentro durissimo: Gervasoni resta il pentito «altamente credibile», ma senza riscontri provati, si è evitato (al momento) di rinviare a giudizio. Pochi, pochissimi i pentiti, quasi tutti ex compagni di “Gerva” ai tempi dell'AlbinoLeffe (Conteh, Ruopolo). Appare poi certo che per evitare il deferimento non basta dire «sono estraneo». Vedi i casi di Bertani e Ventola, entrambi hanno negato su tutta la linea: il primo esce con l'accusa di associazione (articolo 9, il più duro), si rischia la radiazione. Stessa accusa per Sartor, Carobbio, Zamperini, Mario Cassano e Doni. Tempistica: si parte tra una decina di giorni con sentenza di primo grado prevista attorno al 28 maggio (appena finita la stagione regolare di B). Il secondo grado dovrebbe cadere poco prima dell'inizio degli Europei, per evitare l'accavallamento mediatico. Da quel momento, oltre a marchiare a fuoco tutta la B e la Lega Pro appena concluse, un altro mese Palazzi lo spenderà per avviare una seconda fase istruttoria tra nuove risultanze di Serie B e Serie A (mancano le audizioni di Mezzaroma e Conte), poi dovrebbe prendere tempo avviando il “Gervasoni-Bis” relativo alla cadetteria. In attesa degli atti grossi sulla massima serie. In procura più d'uno ripete: «Pronti i costumi? Sarà un'altra estate sul marciapiede». Già, perché restano in ballo tutte le squadre di Serie A tirate in ballo da Gervasoni (Genoa, Lazio e Chievo), più le cose di Napoli e Bari (Lecce). ARRIVO 1 Ramunas Navardauskas Lit-Garmin 10h01'53'' 2 Tyler Farra Usa-Garmin a 10'' 3 Robert Hunter Rsa-Garmin s.t. 4 Ryder Hesjedal Canada-Garmin a 0'11'' 5 TaylorPhinney Usa-BMC a 0'13'' 6 Manuele Boaro Italia-Saxo Bank a 0'19'' 7 Geraint Thomas Gbr-Sky a 0'21'' 8 Sebastien Rosseler Belgio-Garmin a 0'25'' 9 Joaquin Rodriguez Spagna-Katusha a 0'30'' COSIMOCITO I«navigatori satellitari» finisconoinRosaComanda il lituano Navardauskas,poiFarrar.Goffo incidenteper l'americano 1 Garmin Barracuda Usa 37'04'' 2 Katusha Russia a 5” 3 Astana Kazakistan a 22” 4 Saxo Bank Danimarca s. t. 5 Omega Pharma-Quickstep Belgio a 24” 6 Orica GreenEdge Australia a 25” 7 Liquigas Italia a 26” 8 RadioShack-Nissan Lussemburgo a 28” 9 Sky Gbr a 30” 10 BMC Usa a 31” Unpo'diSerieA,poi la Sampdoriaasorpresa fra quellediSerieB,moltaLega Pro.Maèsolounapiccola partedell'iceberg... IL COMMENTO Levittorie vere e il negazionismo OTTO ALL'ARRIVO DELLA CRONOSQUADRE DI VERONA, CURVAVERSODESTRA,AMPIA,C'ÈDELL'ERBASULLABANCHINAEINOVEUOMINIDELLABMCARRIVANOUNPO'APPALLATI. Uno scarto, tre uomini escono di strada, uno di loro fa qualche metro tra le spighe verdi, poi rientra portandosi dietro rametti, erba e rabbia, senza cadere. I compagni l'aspettano perché quel corridore è la maglia rosa, è Taylor Phinney. Ci mette qualche metro a riprendersi, stacca via l'erba e riparte. A quel punto però la rosa è andata. Dirà sul traguardo l'americano: «Giornata schifosa, non andavo proprio, ringrazio i compagni per avermi aspettato, potevano anche lasciarmi là e non l'hanno fatto». Li ringrazia a uno a uno Phinney, li abbraccia andandoli a cercare dentro la folla, dopo l'arrivo, li stringe, poi si ferma e viene giù qualche lacrima. La Bmc finisce decima, a 31'' dalla Garmin di Ramunas Navardauskas, la nuova maglia rosa del Giro, il primo lituano di sempre a vestire il simbolo del primato. Vince l'americana Garmin, la squadra più forte, ed è simbolico e fatale che accada a Verona, la città dello sgarbo tecnologico, lenticolare di Moser a Fignon al Giro '84. Tecnologia più evoluta e meno romantica produce invece lo sponsor della nuova maglia rosa, navigatori satellitari, e infatti la Garmin non sbaglia strada e non sbaglia una curva, è un treno perfetto, puntualissimo, lanciato ai 53 orari su un percorso velocissimo, con una breve salita nel mezzo e poi tanti rettilinei lungo l'Adige. Fatale, Verona, è a Phinney, ma anche al danese della Garmin Rasmussen, abbandonato dai compagni a metà percorso perché sfiatato dopo uno strappo. Fosse arrivato con gli altri, la rosa sarebbe stata sua. E invece è festa lituana nella città dell'Arena. Navardauskas, anche lui sofferente e sfiatato nel finale, ha 25 anni, una sola vittoria in carriera, il campionato nazionale in linea, parecchia Italia anche lui nel suo passato prima dell'ingaggio americano. Fa festa sapendo che durerà poco: «Felice, me la godrò finché l'avrò». La presenza del compagno Farrar, 10'' alle sue spalle in classifica generale, è una seria minaccia al primato, e poi oggi si arriva a Fano, volata probabile e possibile vittoria dell'americano, cui basterebbe anche il secondo posto per arpionare la maglia. Ma si vedrà. Il Giro degli uomini di classifica è ancora tutto un enigma. Il colpo l'ha fatto Rodriguez con la sua Katusha, secondo posto di tappa a 5'' dalla Garmin, con guadagno discreto su Liquigas (settima a 21" dai russi) e Lampre, dodicesima a 29''. Bene l'Astana, terza, ma in pochi secondi ci sono comunque tutti, da Kreuziger a Schleck, anche perché in 33 km è difficile fare troppa differenza. Perdono tantissimo solo gli scalatori puri Gadret e Nieve, affondati dalle loro modestissime squadre. Tutta pianura oggi fino a Fano, con un curioso Gpm di quarta categoria sopra Gabicce Mare nel finale. SPORT CLASSIFICA Il torneodiPalazzi Ideferimenti: classifichesconvolte? SIMONEDISTEFANO ROMA MARCOBUCCIANTINI ... Nonbastadire:«Ionon c'entroniente».Bertani loha fattoesièpreso l'accusa peggiore:associazione Daieri all'ingresso della tribunadelloJuventus Stadiume sulla bandieraaffacciata al balcone della sede dellasocietà è conclamatauna disobbedienzaalla legge: loscudetto numero30, con le trestelle.Non ècosì: la Juventusha vinto 28 scudetti. Idue che rivendicasono quelli revocatidalla Federazione inseguito allo scandalodi Calciopoli. «Sul campo, li abbiamovinti»: questo l'argomentodi AndreaAgnelli e di tutto l'ambientebianconero. Sulcampo- secondo ilprimo gradodi giustiziapenalee tutti i gradidi giustizia sportiva- succedeva che «un'associazionea delinquere»(reato attribuitoai duemassimidirigenti della Juventus)condizionava losvolgersi di tutte lepartite necessariea favorire il camminodella squadrabianconera. Un sistemache trovò complicitàneivertici dellacategoria degli arbitri, in unalcuni fischietti, eche prese nella rete anche altresocietà con i lorodirigenti, spesso costretti apagare unasorta dipizzo per nonessere bastonati. Unsistema che forseera inutile, tantaera la forzadi quella Juventuspienadi campioni,ma che MoggieGiraudo (radiati)misero in piedie reserooperativo, falsando campionati interi, a tutti i livelli.Questo fu Calciopoli, unapiaga socialeche dimostrò la fragilità e la permeabilità diuno spaccato così importanteemotivamenteed economicamenteper l'intero Paese. Bisognerebberivendicare leverità storichee nonsobillare quelle fanatiche e scismatiche.LaJuventus invecemarca con lesue leggi ilproprio territorio, come unosceriffo del far west. L'ultimocampionatogliavrebbeattribuito un compito più nobile: essere la più convincenteespressionediunacomunitàvasta,quelladelcalcio,chegià troppe voltesisente“mondoaparte”.Perseguito, e anche per capitalizzare quest'ultimo meritato, bellissimo scudetto, la Juventus - tutta - farebbe meglio a pubblicizzareilrispettodelleregole,nonlaloro dissociantenegazione. Phinneyfinisceneicampi Garminnonsbagliastrada U: 26 giovedì 10, maggio, 2012
La sua rinuncia alle presidenziali è l'inizio di una nuova sfida: quella di far vivere lo spirito di Piazza Tahrir in una forza politica che «sappia unire tutte quelle energie che hanno realizzato la primavera egiziana: quella primavera che da più parti si vorrebbe cancellare». A parlare, in questa intervista esclusiva a l'Unità, è l'ex Direttore dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) e premio Nobel per la pace egiziano, Mohamed El Baradei. A l'Unità, el Baradei spiega le ragioni che l'hanno spinto a fondato un nuovo partito politico, con l'intenzione, rimarca con forza, di «unire il popolo e salvare la rivoluzione e i suoi valori», che rischiano di essere travolti da una transizione democratica in corso segnata da profonde contraddizioni e da non meno inquietanti insidie. Il suo nuovo Partito della Costituzione segna il ritorno in politica del premio Nobel, che a gennaio aveva annunciato che non si sarebbe candidato alla presidenza del Paese. Aveva infatti dichiarato che era impossibile le elezioni fossero giuste e corrette, in un periodo di transizione così problematico. «Speriamo con questo partito di ricominciare da capo», ribadisce a due settimane dal voto presidenziale: «Chiunque sarà eletto – avverte El Baradei – sarà un presidente “dimezzato” nei suoi poteri effettivi, e condizionato dal patto di potere che, al di là delle dichiarazioni di facciata, unisce i vertici militari e i Fratelli musulmani». La nascita del partito sembra voler controbilanciare l'ascesa degli islamisti, che hanno prevalso su liberali e sinistra nelle prime elezioni parlamentari dalla caduta di Mubarak. Al suo fianco, in questa nuova sfida politica, el Baradei avrà il noto scrittore Alaa el Aswany. «Lo abbiamo creato (il Partito della Costituzione) per unificare i ranghi e realizzare gli obiettivi della rivoluzione e non per piangere sul latte versato». Partiamodallasuanuovaavventurapolitica.Qualèlamotivazionedifondochel'ha spintaadarvitaalPartitodellaCostituzione? «L'obiettivo di questo partito è salvare la rivoluzione del 25 gennaio, che viene svilita ed è quasi stata portata al fallimento, e ristabilire la nostra unità. Quando questa rivoluzione è iniziata non avremmo mai immaginato la situazione in cui ci troviamo oggi e la tragica transizione che stiamo vivendo. Speriamo attraverso questo partito di ricominciare e di costruire il Paese sulla base della democrazia e della giustizia. È giunto il momento di dare inizio a un processo politico globale per raggiungere gli obiettivi della rivoluzione: una rivoluzione su cui la maggioranza del popolo egiziano ha iniziato a lavorare, per vivere in libertà in questo Paese, in modo indipendente e con dignità». Tra due settimane, gli egiziani sono chiamatiaeleggere ilnuovopresidente, ilprimo dell'era post-Mubarak. A gennaio, quandoannunciòladecisionidinoncandidarsi, lei affermò che la sua coscienza gli impediva di partecipare alla corsa per le presidenziali,«perchérestalasensazione che l'ancien regime non sia finito e che la rivoluzionenoncisiamaistata».Èsempre diquesto avviso? «Sì, e gli avvenimenti di questi mesi rafforzano la mia convinzione. Il prossimo presidente, chiunque sarà, avrà prerogative monche. Prima di andare alle urne, era necessario riscrivere una nuova carta costituzionale. Così non è stato, e per una precisa volontà politica che accomuna i vertici militari e la dirigenza dei Fratelli musulmani. Vorrei ricordare che a carta del 1954 fu scritta dai padri della nazione in 18 mesi...». Oggi, invece? «A metà aprile, mentre ora la giunta militare ha chiesto che la scrittura della Costituzione della rivoluzione avvenisse in un mese. Era evidente a tutti che ciò era impossibile». Le scorse settimane sono state segnate dascontrisanguinosichehannoprovocatodecinedimorti.Leihaavutoparoledurissimenei confrontidellagiunta militare. «Ho sostenuto allora e lo confermo oggi che gli egiziani hanno sacrificato le loro vite per la libertà e la dignità, non per l'autoritarismo militare o religioso, non per la tirannia di una maggioranza. Quando questa rivoluzione è iniziata, non avremmo mai immaginato la situazione in cui ci troviamo oggi e la tragica transizione che stiamo vivendo. Quanto al massacro di piazza Abbasseya (negli scontri tra manifestanti salafiti e le forze di sicurezza schierate a presidio del ministero della Difesa i morti sono stati trenta, oltre cento i feriti, ndr), delle due, l'una: o governo e militari non sono capaci di proteggere i cittadini, o sono in combutta con i piccoli criminali che hanno attaccato i dimostranti. La giunta militare ha praticato una politica di sicurezza repressiva segnata da violenza, provocazione e assassinii, processi di rivoluzionari davanti ai tribunali militari invece di punire chi ha ucciso i loro compagni. Ai generali al potere dico: avete fallito. Andatevene. L'Egitto sta andando in frantumi nelle vostre mani». C'èchisostienechelasuadecisioneditornareincampoefondareilPartitodellaCostituzionesiavenuta troppotardi. «Non sono di questo avviso. Avrei voluto, e per questo mi sono battuto, una Costituzione ed elezioni autentiche ed oneste in un contesto ben preparato ma tutto questo non è avvenuto. La fondazione del partito è stata resa necessaria di fronte a una transizione assurda, alla la mancanza di sicurezza, a un Parlamento e un presidente che non conoscono il loro mandato, a processi militari che continuano e a una informazione ufficiale supina. Lavoreremo per salvare l'Egitto dalla bassezza culturale e sociale nella quale si trova e per avere una rinascita. Non aspettatevi risultati oggi o domani, ma fra uno o due anni quando il partito sarà maggioritario. Un partito laico che rispetterà tutte le religioni per uscire dall'oscurità verso la luce». Traicandidatiallapresidenza,c'èqualcunoche considerapiùaffidabile? «Ciò che non ritengo affidabile è il potere, monco, che la “dichiarazione costituzionale”, voluta dalla giunta militare consegna al presidente. Per il resto, non partecipo al gioco del male minore tra i candidati in lizza. Quel voto non rispecchierà comunque le speranze e le aspettative della rivoluzione». Mohamed El Baradei FOTO AP-LAPRESSE DIARIO DAALGERI Un momento della manifestazione in Piazza Tahrir al Cairo FOTO LAPRESSE «Ma génération fait son temps» (la mia generazione ha fatto il suo tempo). È la frase pronunciata l'altro ieri durante la visita nella città di Setif dal presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, in carica dal 1999. Un intervento inatteso, alla vigilia del voto, che può avere molteplici significati, non ultimo quello di sollecitare, seppur indirettamente, la partecipazione al voto stesso. In ogni caso è un pronunciamento che può rappresentare una rilevante novità per le prospettive future. Oggi, intanto, si aprono i seggi. L'Algeria vota per eleggere la nuova Assemblea nazionale: il Parlamento algerino. Saranno 44548 i seggi che potranno accogliere i 21 milioni di algerini iscritti nelle liste elettorali. Tra questi, 219 saranno itineranti, soprattutto nelle zone rurali e desertiche del sud del Paese. Negli incontri avuti alla vigilia di questo appuntamento elettorale con le diverse forze politiche e con le associazioni della società civile, il tema fondamentale è stato quello della partecipazione e della sfiducia che serpeggia tra i cittadini. Ho registrato sentimenti contrastanti: ottimismo e pessimismo si contendono la piazza. Il voto di oggi metterà in evidenza chi ha ragione. Anche i media algerini in queste settimane hanno un po' rispecchiato questi sentimenti e umori diversi. L'informazione pubblica ha dato una copertura equa ed ha continuamente invitato alla partecipazione al voto, mentre buona parte dell'informazione privata ha apertamente criticato il processo elettorale. In ogni caso è apparso troppo sullo sfondo, e dunque poco comprensibile all'opinione pubblica, il confronto sulla posta in gioco con queste elezioni. Il dibattito sulla «primavera araba» non sembra aver trovato udienza nella contesa elettorale. Anzi: ad una possibile domanda rivolta agli interlocutori sul tema, la risposta che si riceve, suona più o meno così: «La nostra primavera è l'Algeria». «Un partito laico per salvare l'Egitto» L'INTERVISTA MohamedElBaradei «Chiunquesaràelettotra duesettimanesaràun presidentedimezzato Imilitarivoglionoazzerare larivoluzione. Io invece ripartodallaCostituzione» Cercando la primavera nelle urne ANTONIOPANZERI Osservatoredell'Unione europea . . . Tra sfiducia e rinnovamento, quello di oggi è un voto cruciale UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it giovedì 10, maggio, 2012 15
Indagine sui fondi per Antonveneta Ipotesi aggiotaggio Perquisite Intesa, Mediobanca, Deutsche PINOSTOPPON ROMA Cinquanta finanzieri, un'irruzione da film, dentro la sede centrale, storica, di Piazza Salimbeni. L'accusa è di aggiotaggio, la banca è una delle più importanti d'Europa: il Monte dei Paschi di Siena. L'inchiesta riguarda l'acquisizione di Antonveneta avvenuta da parte del Monte dei Paschi fra il 2008 e l'inizio di quest'anno. È coordinata dalla Procura di Siena e sarebbe partita nell'autunno scorso. Per esteso, la procura parla di «manipolazione del mercato ed ostacolo alle funzioni delle autorità di vigilanza in relazione alle operazioni finanziarie di reperimento delle risorse necessarie alla acquisizione di Banca Antonveneta ed ai finanziamenti in essere a favore della Fondazione Monte dei Paschi». In particolare uomini del gruppo valutario della Guardia di Finanza di Roma vogliono capire come il Monte abbia acquisito l'Istituto veneto ad un prezzo di 9,3 miliardi di euro, poi salito a 10,3 dall'Istituto spagnolo Santander che solo due mesi prima aveva pagato la stessa Antonveneta 6,6 miliardi di euro. Fra gli indagati, almeno due, ci sono alcuni dirigenti del Mps e di altre società di credito, mentre non figurerebbe nell'elenco l'attuale presidente dell'Abi (Associazione bancaria italiana) Giuseppe Mussari, che, all'epoca dell'acquisizione, era presidente della banca Monte dei Paschi. LA NOTA Il tenore dell'inchiesta emerge anche da una nota ufficiale della Fondazione Mps (azionista di maggioranza della stessa banca senese), diffusa nel pomeriggio: «La procura sta indagando su un'ipotesi di manipolazione del mercato circa il valore delle azioni di Banca Mps, che tra l'altro nei primi giorni del gennaio 2012 subirono un anomalo ribasso». La Fondazione inoltre, assicurando «massima collaborazione» agli inquirenti ed esprimendo piena fiducia nella magistratura, ribadisce «di aver agito nel pieno rispetto delle norme e con la massima trasparenza in tutte le operazioni finanziarie compiute in questi mesi». LE PERQUISIZIONI Nella sede del Monte dei Paschi il primo lavoro delle fiamme gialle è stato quello di bloccare tutti i computer della Direzione generale. La Guardia di finanza ha infatti bloccato il server a cui fanno riferimento e chiesto ai dipendenti di non usare la rete internet, e non mandare mail. A comandare l'irruzione c'era il sostituto procuratore Antonino Nastasi perché sono stati acquisiti documenti all'ufficio legale del Monte. Fuori da piazza Salimbeni, altri 100 uomini della finanza hanno “rovistato” in varie sedi e abitazioni di dirigenti fra Firenze, Roma, Milano, Mantova e Padova. Fra le abitazioni visitate non c'è riscontro certo per quanto riguarda Mussari, che comunque ha ricevuto i finanzieri negli uffici, mentre sono certe le perquisizione alle abitazioni dell'ex dg della Fondazione Marco Parlangeli, quella del presidente della Fondazione, Gabriello Mancini, quella di Antonio Vigni, ex dg del Monte e quella dell'attuale direttore generale della Fondazione Claudio Pieri. Perquisita anche Mediobanca come istituzione informata dei fatti in relazione a operazioni poste in essere dal gruppo Mps, nelle quali Mediobanca ha ricoperto un ruolo tecnico connesso con la sua ordinaria operatività. Mentre dalle istituzioni politiche senesi - anch'esse coinvolte nelle perquisizioni, ma del tutto estranee alla vicenda - si chiede «chiarezza in tempi brevi», e si ribadisce «totale fiducia nel lavoro della magistratura», dalle isituzioni finanziarie si mantiene riserbo e calma. «Non parlo di cose specifiche» è stato il commento del direttore di Bankitalia, Fabrizio Saccomanni. «Ci vediamo domani (oggi, ndr)», ha invece risposto il neo presidente di Banca Monte dei Paschi, Alessandro Profumo, ai giornalisti uscendo da Rocca Salimbeni dove ha seguito le operazioni degli uomini della GdF impegnati nell'inchiesta sul Monte. Il riferimento è all'appuntamento già programmato insieme all'ad Fabrizio Viola ha fissato per mezzogiorno, per la sua presentazione. In borsa il titolo è andato giù, dopo l'iniziale sospensione: - 6,40%. «Quello strano crollo all'inizio del 2012...» L'INTERVISTA «La città è colpita duramente, non c'è dubbio. Il Monte dei Paschi è il nostro patrimonio, la nostra principale attività economica. Tutti sono legati alla banca. Oggi c'è dolore e rabbia tra i miei concittadini e mi sento di rappresentare questi sentimenti». Franco Ceccuzzi è da un anno il sindaco di Siena, il grande azionista insieme alla Provincia della Fondazione Monte Paschi che controlla da sempre la più antica banca italiana. Ieri la Guardia di Finanza ha fatto una gigantesca ispezione in tutta Italia, da Mediobanca a Padova nel palazzo di Antonveneta fino alla sede della Banca Monte Paschi a Siena, agli uffici e alle abitazioni di ex dirigenti e vertici dell'Istituto. Il Monte Paschi attraversa un momento delicatissimo per gli effetti della crisi e di errori strategici del recente passato. Per questo a fine aprile l'assemblea degli azionisti ha rinnovato il consiglio di amministrazione ed eletto Alessandro Profumo alla presidenza. Ora c'è l'inchiesta, i sospetti di aggiotaggio e magari di altri reati. Sotto la lente dei giudici, forse con un ritardo di qualche anno, è finita tra l'altro l'acquisizione di Antonveneta da parte del Monte Paschi pagata oltre 9 miliardi di euro. SindacoCeccuzzi,checosapensadell'inchiesta? «Ho piena fiducia nella magistratura, spero che tutti collaborino affinchè la vicenda si chiarisca al più presto. Naturalmente sono sorpreso e amareggiato, ma sono convinto che la città ne uscirà bene, con orgoglio, con le proprie forze». Vabene,mahacapitoqualisonoleipotesi di reato? Quali sono le colpe degli ex vertici? «Ho letto le notizie, niente di più. C'è l'aggiotaggio in merito al reperimento delle risorse per pagare l'acquisizione Con immenso dolore il Partito Democratico di Bologna piange la scomparsa di MAURIZIO CEVENINI e si stringe alla moglie Rossella e alla figlia Federica. Caro Maurizio, la tua gente, il tuo Partito, la tua Città, non ti dimenticheranno mai. Bologna, 10 maggio 2012 I Consiglieri del gruppo PD in comune e i presidenti PD dei Quartieri di Bologna si stringono in un caloroso abbraccio alla figlia Federica e alla moglie Rossella per la dolorosa perdita del caro MAURIZIO CEVENINI La nobiltà dei suoi modi e la testimonianza del suo agire politico rimarranno nei nostri cuori e nella nostra azione. Lo SPI CGIL di Bologna piange la scomparsa tragica di MAURIZIO CEVENINI Amico dei pensionati e delle pensionate, amico di tutti i cittadini, amico della sua città, Bologna. Maurizio ha rappresentato la buona politica, quella che sta tra la gente giorno per giorno e che sa ascoltare e confrontarsi. Il Cev lascia un grande vuoto e un grande esempio: Bologna perde uno dei suoi figli migliori. Il Presidente dell'Assemblea Legislativa dell'Emilia - Romagna Matteo Richetti a nome dell'intera Assemblea, di tutti i Consiglieri regionali, dei Collaboratori e dei dipendenti ricorda MAURIZIO CEVENINI collega, amico, persona generosa e di grande umanità e si stringe alla sua famiglia con cordoglio e sincero affetto. BOLOGNA La perdita di MAURIZIO ci priva di un amico, di un collega, di un uomo di profonda umanità, generosità, passione politica e civile. Il nostro affetto e il nostro dolore si uniscono a quello della moglie Rossella e della figlia Federica. Bologna, l'intera comunità regionale, tutti quelli che l'hanno conosciuto e gli hanno voluto bene oggi perdono un punto di riferimento importante. Alessandrini Tiziano, Barbieri marco, Bertelli Alfredo, Bianchi Patrizio, Bonaccini Stefano, Carini Marco, Casadei Thomas, Costi Palma, Errani Vasco, Ferrari Gabriele, Fiammenghi Miro, Garbi Roberto, Gazzolo Paola, Lusenti Carlo, Marani Paola, Marzocchi Teresa, Mazzotti Mario, Melucci Maurizio, Monari marco, Montanari Roberto, Mori Roberta, Moriconi Rita, Mumolo Antonio, Muzzarelli Gian Carlo, Pagani Giuseppe Eugenio, Pariani Anna, Peri Alfredo, Piva Roberto, Rabboni Tiberio, Richetti Matteo, Saliera Simonetta, Vecchi Luciano, Zoffoli Damiano Ciao MAURIZIO ti pensiamo tanto, ti abbracciamo tanto, non ti dimenticheremo. Andrea Carugati e Giulia Rossi Fabrizio Meli a nome del Consiglio di Amministrazione di Nuova Iniziativa Editoriale esprime profondo cordoglio per la scomparsa di ENZO ROGGI Claudio Sardo è vicino con grande affetto e fraternità al dolore dei familiari di ENZO ROGGI La Direzione de l'Unità, esprime cordoglio per la scomparsa di ENZO ROGGI E si unisce con affetto al dolore dei familiari in questo triste momento Pietro Spataro ricorda con affetto ENZO ROGGI prezioso compagno di viaggio al servizio politico in anni difficili. E' vicino alla sua famiglia in questo momento doloroso. Alfredo Reichlin saluta commosso ENZO ROGGI l'amico e combattente per una causa comune Il sindacodiSiena ammette:«Antonveneta nonhadato i frutti sperati L'exMargherita nonhacondiviso lavolontà dicambiare labanca» RINALDOGIANOLA rgianola@unita.it L'ITALIAE LACRISI Monte dei Paschi, la finanza in banca: inchiesta e ispezioni FrancoCeccuzzi . . . «Ci vediamo oggi, in conferenza stampa», l'invito di Profumo, neo presidente della banca 10 giovedì 10, maggio, 2012
MARIASERENA PALIERI spalieri@tin.it Daoggi lakermessetorinese Inagenda lacrisi checolpisce il settoree l'avventodell'ebook EDITORIA INSENSOSTRETTOILSALONEINTERNAZIONALEDELLIBRODITORINO–CHESTAMATTINA SPALANCA LE PORTE DELLA SUA XXV EDIZIONE- misura la crisi così: duecentomila euro in meno di finanziamento dal Comune, con conseguente rinuncia alla tensostruttura dell'Oval; nove Regioni presenti con il proprio stand a fronte delle 16 del 2011: e sì, gli stand istituzionali spesso totalizzano il massimo del lusso e il minimo dell'offerta di contenuti, ma meno stand regionali significano anche meno micro-editori locali, da quelli in genere ospitati; piccolo decremento di presenze, poi, nel settore appartato e curioso che porta il nome di «Incubatore»: di editori neonati e ospiti del Salone quest'anno ce ne sono 23 anziché i 28 del 2011. Ma c'è la crisi… In senso ampio, invece, il Salone misurerà il momento storico con altri parametri: qual è lo stato di salute della nostra industria editoriale? E le strategie che i nostri editori mettono in campo? Come si sopravvive in un momento in cui coincidono calo drastico dei consumi e necessità di essere all'altezza di una rivoluzione tecnologica, l'arrivo dell'ebook? Di seguito, alcuni «carotaggi» nel mare immenso del settore. Com'è tradizione l'Aie organizza domani il convegno con le ultime cifre fornite da Nielsen BookScan. Tra marzo 2011 e febbraio 2012 la produzione mensile di novità ha registrato un calo drastico, meno 28,8% e la lettura di libri è calata di un altro 2,7%. E qui siamo sul cartaceo. Il segno più, invece, contraddistingue il digitale: da maggio 2011 i titoli disponibili in ebook sono passati da 11.271 a 31.615 e, seppure ancora in percentuali micro il loro mercato però si allarga in modo esponenziale: era lo 0,1% del totale, adesso è lo 0,9%. Nell'ultimo anno, per l'editoria italiana, è stata la strepitosa avanzata in top ten di Newton Compton: la casa editrice romana vi ha stazionato anche con tre titoli in contemporanea, grazie a un'agguerrita politica delle novità in hardcover a prezzi da tascabile, nove euro e 90. Ma in un settore come quello del libro quanto si può rivaleggiare, nell'abbassare i prezzi? Marco Polillo, presidente Aie, spiega: «Il prezzo di copertina non è una variabile, dipende dai singoli costi di ogni fase di produzione, come dalle tirature. Ora, è evidente che il libro non rientra nel paniere dei consumi indispensabili. E dunque è tra i consumi che si tendono a tagliare. Ma abbassare i prezzi fino a renderli stracciati suggerisce l'idea che prima gli editori sfruttassero il lettore. E non è vero». Resta il fatto che il tentativo di superare all'ingiù quel muro del suono, i 10 euro, ha provocato la nascita di una sovrabbondanza di nuovi formati: dal ritorno del racconto venduto a pochi euro in allegato al quotidiano, al libro mignon (ultimi le Libellule Mondadori e i Microcosmidi Guanda), a quella pragmatica operazione che è Tre60, di Gems: come riutilizzare tutto ciò che è arrivato in casa editrice e lì è rimasto, per farne libri sotto i dieci euro. Gems, appunto. Il caso di questi primi quattro mesi 2012 è Massimo Gramellini: l'autofiction di un ex-bambino orfano al quale non è stata detta la verità sulla morte della madre vende 50.000 copie a settimana e più, è arrivata all'XI edizione, ha superato il muro del suono all'insù del milione di copie. Il che, in secondo piano, sancisce il potere assoluto sulle top ten ormai esercitato da Fabio Fazio, unico anchorman a far parlare i suoi ospiti di libri. Ora, il Gruppo Mauri Spagnol, spiega il presidente e Ad Stefano Mauri, perdeva nel primo trimestre un 15% rispetto al 12% del mercato. Però, sottolinea, perché il 2011 era andato alla grande, con due titoli Garzanti al milione di copie. E, obietta Mauri, nei dati Nielsen non compaiono né ebook né grande distribuzione (supermercati ecc…). Gems , con le acquisizioni degli ultimi anni, copre tutto l'arco dell'offerta: dalla fiction ipercommerciale alla saggistica raffinata. La crisi cosa penalizza di più? Sorpresa: è Bollati Boringhieri, saggi e romanzi per élites, che dà la performance più inaspettata, nel 2011 per la prima volta ha segnato un bilancio non in rosso. L' EDITORE«ALTO» Einaudi. Qui, è chiaro, la rincorsa al prezzo stracciato non è pensabile. Ernesto Franco, direttore editoriale, spiega che la crisi la fronteggiano così: «Triplichiamo l'attenzione: stiamo attenti al prezzo, ma senza svendere, manteniamo la qualità, esercitiamo il massimo controllo sulla programmazione. Cerchiamo di distribuire al meglio l'offerta, tenendo conto degli spazi in libreria ma anche dell'attenzione dei giornali». Per il 2013, comunque, è prevista una rivoluzione: «Nuova grafica, nuove collane, nuove linee…». E la digitalizzazione di tutto il catalogo. Rizzoli annuncia che, come Penguin, aprirà al fai-da-te. Ennesimo sommovimento anti-casta, stavolta quella degli editori? Polillo, presidente degli editori, ma anche piccolo editore in proprio e scrittore di libri gialli, cosa ne pensa? «Un libro non è un semplice dischetto consegnato all'editore e tale e quale pubblicato. È frutto di un lavoro collettivo. Farselo da sé è come dire: abbasso gli ingegneri, mi costruisco la casa da solo. E poi ti cade il tetto in testa». Il30giugno iRadioheadsbarcano inEuropa LA VOCE DEL PIANETA. Greenpeace esiste perché il nostro fragile Pianeta merita di avere una voce. Servono soluzioni, cambiamenti, azioni. Greenpeace è indipendente e non accetta fondi da enti pubblici, aziende o partiti politici. Sostienici con il tuo 5x1000. 5 97046630584 CODICE FISCALE www.greenpeace.it Libri,vistasulSalone ROCKINROMA Unvero festival di lunga durata: così sipresentaRockinRoma 2012, che,alla sua III edizione vantagià unostatus importante fra le manifestazionimusicali estive in Italia, tantoda venir scelto dai Radioheadperaprire, il 30giugno, il loro tour europeo. Nonostante la crisi,gli organizzatoripuntanosui grandinomi internazionali: CypressHill (26/6), Portishead (27/6),Cure (9/7), Garbage(12/7), BenHarper (23/7), Beach Npys (26/7),Placebo (2/8). Il cast italianoschieranomi di tutto rispetto,dagliAfterhours, all'aperturadel7giugno,aiNegrita (5/7)passando perNina Zilli (16/7),Elio e lestorie tese(18/7), Caparezza(20/7), Subsonica (25/7)e Litfiba(28/7).F.F. . . . Ilpresidentedell'Aie: «Nonèquestionesolo diprezzo,pesano qualitàetirature» U: 22 giovedì 10, maggio, 2012
Maramotti DIECICOSEDASAPEREPERINTERPRETAREILRISULTA-TOELETTORALE: 1) Il Pdl è andato sotto al 10% nei comuni più grandi. È una vittoria personale di Silvio Berlusconi su Walter Veltroni: Veltroni era riuscito a fare il partito liquido ma Berlusconi lo ha superato, ha fatto il partito gassoso, che è evaporato. Berlusconi non ha voluto assistere al crollo del centrodestra: ha preferito rifugiarsi in Russia e passare la serata alla festa di Putin: era la presa della pastiglia. 2) Il segretario del Pdl Angelino Alfano ha reagito alla batosta elettorale con fierezza: «Ora stop ai vertici ABC». A meno che anche il prossimo segretario non cominci con la «A». 3) Giuliano Ferrara ha spiegato che Berlusconi non sa che fare. E non era mai successo che Ferrara non sapesse cosa fargli fare. 4) Leggere Nitto Palma che commenta su Twitter: «Però dovremmo farcela a Mondragone» mi ripaga di tante cose andate storte nel corso della mia vita. 5) Anche la Lega - con l'eccezione di Tosi rieletto sindaco a Verona - precipita e perde migliaia di voti. Bossi è affranto: milioni di rimborsi elettorali andati in fumo. 6) Arrivano al ballottaggio i candati di Grillo, che D'Alema aveva paragonato al Gabibbo. Le solite analisi toppate di D'Alema: il Gabibbo avrebbe vinto al primo turno. 7) Il dato più clamoroso riguarda l'affluenza: in calo del 7%. Ai seggi c'era così poca coda che Leonardo DiCaprio pensava stessero proiettando Titanic in 3d. Il fatto è che per il 33% degli italiani non conta vincere o perdere, l'importante è non partecipare. 8) Per capire che cosa è successo in Italia bisogna analizzare quel che è successo Francia, in Grecia e in Germania, dove «il boom dei partiti contrari all'austerity ha fatto volare lo Spread». O dove «il boom dello Spread ha fatto volare i partiti contrari l'austerity»: dipende da quale giornale hai letto. 9) In Grecia hanno vinto i partiti contrari ai tagli imposti dal governo, ma anche lì il primo partito è quello che non parte: il 40% dei greci ha disertato le urne. Non sono entrati nella cabina elettorale perché lo sapevano già che cosa si prova a non avere un tetto sulla testa. 10) Le borse hanno reagito male alla vittoria delle sinistre. Stanno diventando sempre più vendicative: stamattina a Parigi una borsa ha scippato una vecchietta. CARO DIRETTORE, HO LETTO L'INTERVISTARILASCIATADAANNAFINOCCHIAROA«REPUBBLICA» IN CUI CHIEDE AL SUO PARTITO, IL PD, DIVOTAREORLANDONELBALLOTTAGGIOCHESI SVOLGERÀ A PALERMO. Non è la prima volta che in quella città c'è un partito che si scioglie nell'Orlandismo: lo fece il Pci nei primi anni novanta con esiti, a mio avviso, disastrosi. Non contesto il fatto positivo che Orlando, lasciando la Dc di Lima (grazie al quale era stato eletto sindaco di qual partito), rovesciò il tavolo e fu possibile costruire uno schieramento antimafioso che resse quel comune. Ma il Pci poteva farlo mantenendo una sua autonomia, anche sui temi centrali della lotta alla mafia e della giustizia. Non fu così e Orlando impose la sua linea e la sua egemonia liquidando la storia stessa del Pci. Acqua passata. Ma la domanda che dovremmo porci è questa: come mai a Palermo nel 1994, dopo i grandi successi di Orlando, sino al 1993 (70%), il Centrosinistra fu spazzato via da Forza Italia? Il transito elettorale fu impressionante, ma spiegabile dato che il partito personale di Orlando prendeva tutto, a sinistra e a destra. E come amministrava? Anche su questo si verificano amnesie impressionanti. Come mai i grandi giornalisti del Fatto quotidiano che fanno grandi campagne contro gli sprechi della politica, non hanno rivisitato i bilanci comunali di Palermo? Quanti sono stati i precari e non precari assunti da Orlando? Migliaia. Quanti consulenti pagava il Comune? Se non ricordo male (sono molto vecchio ma la memoria regge) ci fu un giornale che rivelò il fatto che Orlando aveva un consulente per la Corea. Comunque, Travaglio che lavora bene (lo dico senza ironia ma con invidia) con i moderni strumenti tecnologici per rintracciare il passato, non ci dice come stavano le cose. Orlando, tra l'altro, si presenta come campione dell'antipolitica, dopo essere stato tre volte sindaco, deputato regionale, nazionale ed europeo e sempre candidato nelle competizioni regionali? Non ho nulla di personale nei confronti di Orlando, fa il suo mestiere. Quel che mi irrita è il fatto che non c'è in Sicilia una sinistra che faccia il suo mestiere. E mi dispiace, anche perchè qualche anno della mia vita l'ho speso in condizioni difficili per costruire la sinistra. Vorrei parlare di un altro “caso” politico. Grandi giornalisti, anche il mio amico Paolo Mieli, hanno scoperto l'eroe antipartito, che fa un partito, il comico Grillo. Il direttore del Fatto, che è un giornalista di lungo corso, ieri ha scritto il consueto editoriale contro il Presidente della Repubblica. Il quale, aveva risposto a una giornalista che chiedeva un suo giudizio sul “boom” del partito di Grillo, dicendo che lui di boom conosceva solo quello che conobbe l'Italia negli anni sessanta. Apriti cielo! Un Presidente della Repubblica che interviene alla vigilia dei ballottaggi, non capisce quel che sta avvenendo nel Paese e così via discorrendo. Io, invece, ho capito che Napolitano faceva una sensata osservazione alla giornalista sull'uso delle parole: una cosa è un successo elettorale, altra cosa è il “boom”. A molti piace la schiuma anziché l'uso di parole appropriate. Si è fatto l'esempio della Lega, la quale nelle elezioni del 1992 fece eleggere 80 parlamentari. Quello forse poteva definirsi un “boom”. Paolo Mieli, sul Fatto ricorda l'Uomo qualunque e ricorda che De Gasperi e Togliatti non sottovalutarono quel movimento. Vero. Ma lo fecero quando l'Uomo qualunque aveva ottenuto il sindaco non in un piccolo comune del Veneto ma a Palermo, a Catania, a Siracusa e, se non ricordo male, trenta parlamentari. Può darsi, come sperano quelli del Fatto e anche altri autorevoli giornalisti della carta stampata e della Tv, che il movimento di Grillo abbia un avvenire tale da costituire una severa punizione per i partiti. Vedremo, questo dipende anche da chi quei partiti guida nel mostrare con i fatti capacita di rinnovamento reale e iniziativa politica rispetto ai problemi di oggi. Ma giornalisti navigati che conoscono, per averla vissuta, la storia politica di questo Paese non possono esaminare i fatti con più calma e senza schiuma? Per esaminare fenomeni politici nuovi e vecchi l'agitazione non serve. Servono analisi e ragionamenti. IN QUESTA RUBRICA PIUTTOSTO CHE TRATTAREDELLE APPLICAZIONI TECNOLOGICHE SI PREDILIGE COGLIERE LE SFUMATURE DI CHI LE UTILIZZA ESPRIMENDO QUEL VALORE D'USO CREATIVO CHE STA ALLA BASEDELLACULTURADELL'INNOVAZIONE.È qui l'epicentro della questione, compreso ciò che concerne i nuovi modelli economici possibili. E' nell'invenzione applicativa degli utenti che un prodotto o un servizio trova il suo valore aggiunto. Tutto questo è ancora più esplicito nell'ambito interattivo. Un buon esempio viene dato da un'applicazione web che sta circolando da circa un anno, Storyfy. È molto semplice da usare e sta dimostrando come si possano produrre storie senza neanche scriverle. È il mash-up, bellezza. Comporta il fatto di pescare dalla rete notizie che corrispondo a delle tag precise, pertinenti ciò che interessa. Si selezionano da twitter, da youtube, da facebook e appaiono su un frame laterale della piattaforma e da lì si trascinano al centro per poi pubblicarle, come nel post di un blog. Il diario si compone così dei frammenti (i tweet), delle citazioni da altri blog, foto e video. È di fatto un aggregatore di notizie, basato sui cosiddetti feed, i flussi delle informazioni, che piattaforme predisposte come Storify ricostruiscono in una forma compiuta che mette insieme per una lettura consequenziale e semplificata. La peculiarità dispetto ai consueti aggregatori di news è che non è automatico, si basa sul lavoro manuale di selezione delle notizie. E' in fondo un lavoro che rimanda ad una nuova competenza giornalistica che esplicita il rapporto con le fonti (piuttosto che copiarle-incollarne nei nuovi “pastoni”) come fa intendere Burt Herman, co-fondatore di Storify, già corrispondente dell'Associated Press e recente ospite del Festival del Giornalismo di Perugia. Ho usato ieri storify per ricostruire le tracce di un incontro al Gruppo Abele di Torino sul “web come nuovo spazio pubblico”. Ho così aggregato i diversi frammenti da twitter e in tutto il web, pertinenti le tracce di memoria rilasciate dai partecipanti come messaggi nella bottiglia. In particolare dai re-tweet ho potuto cogliere con più attenzione le tag che hanno lasciato il segno: economia alternativa (ovvero come come i nuovi media possono attivare nuovi modelli economici, altri paradigmi), open source ( concetto cardine della cooperazione creativa che determina conoscenza connettiva); diritti e doveri d'autore (per superare il totem del copyright e intendere che la nuova società dell'informazione si fa se si libera know how. Sì, al diritto degli autori di veder riconosciuta l'opera del loro ingegno ma che ci sia il dovere di rimettere in circolo i saperi da condividere). E poi un concetto cardine che, rilanciato da Davide Mattiello, s'è piantato come pietra angolare dell'incontro: «Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta» (Richard Buckminster Fuller). Energia Il governo non fermi il settore delle rinnovabili Stella Bianchi Responsabile per l'Ambiente del Partito Democratico Duemiladodici COMUNITÀ FrancescaFornario C'È UNA SFIDA ALLA QUALEOGNI PAESE È CHIA-MATODALLANECESSITÀEURGENZADIAFFRONTARE I CAMBIAMENTI CLIMATICI, ESSA È CERTAMENTE LATRANSIZIONEVERSOUNNUOVOSISTEMAPERPRODURRE ENERGIA CHE NEL TEMPO RIDUCA DRASTICAMENTEL'USODEICOMBUSTIBILIFOSSILIEPUNTISUEFFICIENZAENERGETICAEFONTIRINNOVABILI. Le nuove forme di energia sono una scelta obbligata e questo le rende un settore decisivo per il futuro, che ha continuato a creare posti di lavoro, oltre centomila nel nostro Paese, e deve essere al centro della sempre più necessaria strategia per la crescita. Al di là dei meritevoli obiettivi annunciati, i due decreti presentati dal governo e ora all'esame della conferenza «Stato regioni», V conto energia e rinnovabili elettriche, rischiano di fermare il settore delle rinnovabili. Certo, gli incentivi vanno ridotti ma in modo sostenibile nel tempo e nelle modalità. Il costo dell'energia è una nostra preoccupazione e per questo dobbiamo saper guardare ogni fattore di costo e puntare su una maggiore concorrenza nel settore del gas. Né possiamo dimenticare che le rinnovabili stanno già portando a riduzioni della tariffa nelle ore diurne, possono darci vera autonomia energetica, hanno una filiera industriale anche nel nostro paese da rafforzare con regole certe e stabili e con una politica industriale che punti su ricerca e nuove tecnologie. È il momento per il governo di ascoltare, finalmente, le associazioni degli operatori, le parti sociali, le regioni e di modificare i decreti presentati all'interno della conferenza stato regioni. Vanno garantiti gli investimenti in corso e quelli programmati e va rivisto il sistema dei registri, quanto meno alzando le soglie di applicazione. Va ripristinato l'incentivo a sostituire amianto con impianti fotovoltaici. Va prorogata l'entrata in vigore del nuovo sistema di incentivazione e va eliminato il differimento nel riacquisto dei certificati verdi. Siamo ad un passaggio cruciale nella transizione verso un modello di generazione distribuita. È il momento di aprire un grande dibattito pubblico sul nostro futuro energetico come già ha proposto il ministro Clini. Un futuro, siamo convinti, basato su efficienza energetica e rinnovabili con gli investimenti opportuni sulle reti di distribuzione e sui sistemi di accumulo. È una prospettiva concreta che la Germania ha già scelto e che l'Italia può perseguire con coerenza anche grazie alla forza che già ha, come dimostrano gli stati generali delle rinnovabili e dell'efficienza energetica promossi dal Kyoto club, riuniti anche presso la Solarexpo di Verona, che ascoltiamo sempre con grande attenzione. È il momento per il governo di fare passi concreti per non fermare un settore chiave nella necessaria strategia per la crescita. Salvaconnome Storify: assemblare storie con aggregatore di notizie . . . Nitto Palma rassicura: «A Mondragone ce la faremo» . . . Affluenza giù: l'importante è non partecipare Dopo il partito liquido ecco il gassoso: Pdl evaporato Lapolemica Vi ricordo chi è Orlando Emanuele Macaluso . . . Si fanno grandi campagne contro gli sprechi: perché nessuno guarda i bilanci comunali di quegli anni? . . . Si presenta come campione dell'antipolitica dopo essere stato tre volte sindaco e deputato anche europeo Carlo Infante Esperto di performing media giovedì 10, maggio, 2012 17
«OGNI TANTO VADO SU INTERNET E CERCO STATISTICHE SUL TUMORE DI MIO FIGLIO. Apro la pagina di Google, digito “fibrosarcoma infantile”, aspetto che mi compaiano davanti le stesse quattro pagine in croce che ho già letto decine di volte. Più che dati e numeri cerco risposte, le stesse che mancano alle 1400 famiglie i cui bambini, ogni anno, in Italia, scivolano senza un perché nel regno di Op». Il Regno di Op è un blog (http://ilregnodiop. blogspot.it/), a fine maggio diventerà un libro, che racconta le storie dei bambini invincibili di Oncologia Pediatrica. Un blog che trovate anche nella Comunità dell'Unità (ilregnodiop.comunita.unita.it/), sul nostro sito. Perché l'autrice, Paola Natalicchio, ha scritto e scrive ancora (quando può) sul nostro giornale. Paola ha 33 anni, viene dalla Puglia, fa la giornalista e tratta le notizie con un senso civico cristallino, un po' antico, tondo e desueto. Paola è una solare, una tosta. Lei e Marco hanno un bambino bellissimo, Angelo con le ciglia lunghe, scivolato a soli due mesi chissà come, chissà perché nel mondo di Op. Un mondo che, attraverso le parole del blog, si svela ingiusto e tragico, ma anche commovente, tenero. Un mondo dove la speranza entra all'improvviso e illumina parole e lettini. Un mondo che fa i conti tutti i giorni con la morte, l'insopportabile morte dei bambini. Op è un drago che dorme al decimo piano del Grande Ospedale di Roma, il Gemelli. Ci ha messo molto tempo, Paola, a elaborare «la scalata nell'inferno a mani nude». A Natale ha ripreso a scrivere, dando voce a un tabù segreto, indicibile. Ora la leggono al Gaslini di Genova, al Microcitemico di Cagliari. La leggono le madri e i padri scivolati dall'altro lato dello specchio con i loro figli fragili e indifesi, a cui l'infanzia viene negata. La legge una comunità che ha bisogno di un respiro, di una voce che dia aria, luce a pensieri difficili, pensieri trattenuti in gola. Una comunità senz'armi, costretta a scendere in guerra e che ha bisogno di trovare scudo nella condivisione. Scrive Paola: «La guerra si impara. Si impara a sparare, quando c'è da difendersi. A fare le giuste domande, a scegliere senza condizionamenti, a non perdere tempo né sprecare il fiato. A coprirsi il cuore e la testa da tutto quello che vola basso e non serve. Si studia la strategia, si costruisce con pazienza un angolo con i cuscini, le lenzuola, le coperte e un beauty case per i giorni in trincea. Si organizzano le truppe. Si nominano i generali e i tenenti. A ognuno il suo posto». Così, ognuno al suo posto, grazie al Regno di Op abbiamo conosciuto infermiere con i guanti dal colore dei Puffi e medici-generali che sono come pompieri e spengono incendi con sorrisi belli e gentili. Con Paola abbiamo imparato a conoscere bambini senza capelli uguali ai bambini con i capelli, con la stessa voglia di vivere, di giocare e di bere la cioccolata, di guardare la neve quando a Roma vengono giù i fiocchi. Guardarla e basta, però. Guardarla se si può. Se c'è la forza. Se non ci sono tubi, se la nausea non prende il sopravvento, se il dolore non pulsa nelle vene. Perché Op è una lastra di vetro, un drago con le zanne. E c'è un prima e un dopo ad oncologia pediatrica. Ci sono loro, i bambini ammalati e le loro famiglie, e ci siamo noi, spettatori timidi, quasi in colpa. VIAGGIONELMONDODEGLI AFFETTI Il pregio di Paola è non escludere, non mettere paletti. Condividere il peso e trasformarlo in energia. E parole e pensieri per tutti. Per i papà di Op, ad esempio, raccontati in un capitolo magistrale, a carne viva. «Se fossi padre - scrive nessuno parlerebbe del mio dolore. Verrebbe prima quello della mia donna, poi quello del sangue del mio sangue. E imparerei anch'io a pensare così: prima la mamma, poi il piccolo. Solo dopo, io: così impotente, così accessorio, così incapace di proteggerli, così obbligato a proteggermi». È un viaggio durissimo al centro del cose, il regno di Op. Un viaggio nelle relazioni, negli affetti, nel dolore e nel coraggio. E nella speranza. Perché ogni tanto i draghi cadono in letargo per sempre. Si addormentano al decimo piano di un Grande Ospedale e non si svegliano più. E a quel punto i bambini, anche quelli senza capelli, sanno che è venuto il momento della festa. IlblogdiPaolaNatalicchioaffronta il tabùamusoduro: pagineforti, toccanti, cheraccontano lamalattia ingiusta deibambini.Aserviziodiunacomunitàsenzavoce ILREGNODIOP C'èundrago inospedale Undiario inprimapersona sull'oncologiapediatrica Sipuò sostenere la ricerca dell'UniversitàCattolicavisitando il sitowww.oncologiapediatrica.it DANIELA AMENTA damenta@unita.it U: PERSONAGGI : L'onda liberadiRobertoBenignie imondivisionaridiPhilipDick P. 20 L'INTERVISTA : ErriDeLuca:«Eromolti,orasonosolo» P. 21 OGGETTIDICULTO : InviaggioconlaLonelyPlanet P. 23 CULTURE : Nuovocinema,vecchiacrisi P. 24 giovedì 10, maggio, 2012 19
«Quella è la strada dei perdenti» La commozione del presidente nel giorno della memoria MARCELLA CIARNELLI ROMA È all'Italia del dolore e della memoria coraggiosa, all'Italia lungimirante e propositiva che è stata capace di sconfiggere il terrorismo, ed è pronta ancora a farlo, e che chiari segnali lancia in tal senso «a quanti fossero tentati di mettersi su quella strada» dimenticando che «sono dei perdenti e non debbono illudersi di intimidire lo Stato e i cittadini» ha rivolto il suo sentito e, in più momenti, commosso omaggio il presidente della Repubblica chiudendo le celebrazioni del Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo, «un impegno» che è tra quelli che Napolitano ha detto di voler lasciare al suo successore tra quelli da portare avanti «con immutata convinzione e tenacia». LE TESTIMONIANZEE LASTORIA Al Quirinale si sono susseguite le storie di dolore privato che hanno scandito l'emergenza di una stagione che sembrava superata. Figli, sopravvissuti, l'approccio dei giovani desiderosi di conoscenza e quello dello storico Gotor alla vicenda Moro, che è già storia, attraverso le lettere dello statista. Silvia Giralucci, figlia di Graziano, Nicola Simone, sopravvissuto all'agguato, Paolo Galvaligi, figlio di Enrico Riziero, Giampaolo Zancan, collega dell'avvocato Fulvio Croce, Piergiorgio Vittorini, legale di parte civile al processo di Piazza della Loggia, Anna Brugnolli, a nome dei ragazzi di “note a margine” che hanno raccolto in un libro alcune testimonianze, compreso quella di Francesca Dendena, presidente dell'Associazione, scomparsa di recente ed a cui la giornata è stata dedicata. Tante storie personali che hanno contribuito ognuna per la propria parte ad una drammatica storia collettiva che «non è finita con una sconfitta rievocate» davanti ad una platea di persone colpite negli affetti più cari: Marina, la moglie del professor Marco Biagi, per la prima volta al Colle, Gemma Capra, la moglie del commissario Calabresi che proprio in questo salone tre anni fa incontrò la moglie di Giuseppe Pinelli. La forza di un Paese che «non brancola più nel buio dei misteri» anche se ci sono ancora tante «verità da svelare, limiti da rimuovere e problemi di giustizia» il presidente l'ha voluta rivendicare nei giorni dell'agguato al dirigente d'azienda genovese che richiama, «vedremo il seguito delle indagini», le modalità di un terrorismo che non troverà più spazi ma «risposte e vigilanza categoriche». «Quella tragedia non si ripeterà, nemmeno in forma di bieca e sempre micidiale farsa. Quel che ci preme è diffondere, anzi condividere, consapevolezza storica, sensibilità civica, volontà di partecipazione a tutela dei principi e dei diritti costituzionali, da qualunque parte vengano insidiati. È così che possiamo porre un argine insuperabile a ogni rigurgito di violenza e finanche di violenza armata. Non ci sono ragioni di dissenso politico e tensione sociale che possano giustificare ribellismi, illegalismi, forme di ricorso alla forza destinate a sfociare in atti di terrorismo». Ricordare le vittime per «consolidare nella società e soprattutto nelle nuove generazioni il senso della libertà e della democrazia conquistate sconfiggendo il fascismo, sancite dalla Costituzione, fatte oggetto di trame e di azioni distruttive, difese e riaffermate dalla grande maggioranza dei cittadini, “normali” cittadini che vi credevano ed hanno pagato prezzi durissimi». Massima attenzione, però. È quanto mai necessaria come l'approfondire la verità storica. E in questo campo molto resta da fare «con rigore di metodo, con giusto distacco da una condizionante vicinanza emotiva o da troppo facili schemi interpretativi e con maggiore accesso a tutte le fonti essenziali». A questo proposito «è in corso, secondo una dettagliata valutazione che mi ha fornito il Copasir un'evoluzione positiva in materia di accesso agli atti, compresi quelli degli organismi di intelligence e sul terreno della riorganizzazione dei loro archivi» per accelerare la possibilità di consultarli. Attraverso l'impegno del Copasir, e ad ascoltare c'era il presidente del Comitato, Massimo D'Alema «il Parlamento segue più in generale il rinnovato impegno del governo all'applicazione di regole stringenti in materia di ricorso al segreto di Stato che scongiurino il pericolo delle distorsioni che sono state spesso e in più sedi denunciate». «Sfruttano la tensione L'INTERVISTA «C'è un vizio congenito del nostro paese: quello delle facili amnesie, con tendenza alla rimozione di ciò che è accaduto, persino quando si tratta di fenomeni drammatici che hanno sconvolto l'Italia come il terrorismo storico». È da quell'ingranaggio storto nella memoria collettiva, che il procuratore capo di Torino, Giancarlo Caselli, vuole partire per ragionare di ciò che è accaduto a Genova. Le indagini in questo caso spettano ad altri, premette. E però non tace le sue riflessioni. E i suoi timori. Perché all'orecchio di chi il terrorismo rosso l'ha visto nascere e combattuto nella sua Torino quando era ancora un giovane magistrato, persino le parole usate oggi dai cronisti per raccontare questo nuovo attentato meritano attenzione: «Sottolineare, come leggo in alcune cronache, che è stato sparato un solo colpo, mirato con precisione alla gamba, senza intenzione di uccidere, mi dà da pensare». Credechecisiastataunasottovalutazionedelrischiocheilterrorismotornasse? «Credo che riflettere, ricordare, ragionare su come sono nate le br storiche sia importantissimo. Con le amnesie si rischia di facilitare il riproporsi di ciò che era già stato, senza mettere in campo gli anticorpi necessari. Negli anni Settanta, le prime violenze furono decisamente favorite da un clima di indifferenza, disattenzione, sottovalutazione, se non indulgenza. E a volte addirittura vera e propria contiguità. Mi riferisco alla stagione dei "compagni che sbagliano", delle teorizzazioni irresponsabili "né con lo Stato né con le br", che furono benzina sul fuoco della violenza politica. Perché se quelli che sbagliano continuano ad essere definiti compagni non si sentono ripudiati e perciò continuano a sbagliare». Vedequalcosadi simileoggi? «Senza nessuna pretesa di stabilire delle analogie, perché nessuno sa ancora cosa sta davvero succedendo, dico che sareb«Ilviziocongenito delnostroPaesesono leamnesie, la tendenza arimuovereciòcheè accaduto,anche il terrorismostorico» MARIAGRAZIAGERINA mgerina@unita.it LA MEMORIAE L'ATTUALITÀ L'alt di Napolitano: «Non torneranno gli anni di piombo» GiancarloCaselli . . . Il Quirinale riceve le vittime del terrorismo e fa un elogio dell'attività del Copasir . . . C'è un vizio congenito nel nostro Paese: quello delle facili amnesie con tendenza alla rimozione 8 giovedì 10, maggio, 2012
L'INTERVISTA Si concede una pausa caffè in un bar storico di Genova, “ci veniva sempre il presidente Pertini”, prima di raggiungere i suoi studenti alla Facoltà di Economia. Il professor Marco Doria, 55 anni, candidato di Pd, Sel e Idv, è arrivato al ballottaggio con il 48,31% dei consensi. A sfidarlo un suo collega di università, il professor Enrico Musso, ex Pdl, oggi in corsa per l'Udc, fermo al 15%. Parte da una confessione: una certa fatica ad abituarsi alle telecamere e ai tempi della televisione. Dovràrassegnarsiall'idea:lacomunicazione è importante per chi vuole vincere la campagnaelettoraleeparlareaicittadini. «Me ne rendo conto eppure mi chiedo se non sia necessario rivedere il modo di fare politica e dunque informazione. Forse si dovrebbe modificare anche il modo di parlare di politica, tornando ai temi concreti delle persone e alle soluzioni per cercare di risolverli». Primaperòunariflessionesul voto.Leiha presoil48%lasuacoalizionehasuperato il50%. Cosanon ha funzionato? «Non credo di aver rappresentato un fattore di debolezza per la mia coalizione. La lista Doria ha preso oltre l'11%, non mi sembra un cattivo risultato. Certo, avrei preferito vincere al primo turno, ma il ballottaggio era una possibilità concreta. Quello che noto è che qui a Genova il centrosinistra ha tenuto bene, è oltre il 50%, mentre il centrodestra si è sgretolato. Per loro è stata una deblace, come dimostrano i dati. Enrico Musso cinque anni fa prese il 46% dei voti, oggi neanche sommando i voti di tutti i partiti e i candidati che si sono presentati separati, il centrodestra riesce ad arrivare al 30». Invistadelballottaggiosirivolgeràanche aigrillinio,comehascrittounquotidiano, leinonchiederà ivoti “ad uncomico?” «Non ho mai pronunciato quella frase, non mi esprimo in quel modo. Il Movimento a 5 stelle è stata una delle grandi novità di queste elezioni, è un movimento composito che da un lato esprime un malessere diffuso nei confronti di un certo modo di fare politica, a volte con toni più o meno virulenti, dall'altro esprime una critica ad un modello di società e di economia. Su alcune questioni noi e loro ci poniamo gli stessi interrogativi ma diamo risposte molto diverse. È evidente che un confronto con loro è obbligato, ma non lo voglio ridurre in modo strumentale a queste due settimane che ci separano dal ballottaggio. In realtà io non intendo proporre apparentamenti con alcun partito». Ci vuole niente a passa-re dalle buone inten-zioni al surreale. Larichiesta di curri-culum per vagliare«assessori a 5 stelle», avanzata dal candidato sindaco grillino di Parma, è di quelle che non avrebbero sfigurato nella commedia all'italiana. Ma prima ancora bisogna soppesare questa storia degli «assessori a 5 stelle». Non solo partendo dal fatto che, come sosteneva il carosello di una marca di salumi (e un mirabile cantautore in una delle sue più belle canzoni), «le stelle sono tante, milioni di milioni» – tenuto conto dell'abbondanza, Parma potrebbe ritrovarsi con più assessori di quanti guerrieri di terracotta (circa ottomila) ebbe l'antico imperatore cinese. Non è questo, non è il rivangare in lode la società civile e il rimestare in letame quella politica: i ladri! i corrotti! i figli di mignotta! – di là; la gente! gli onesti! i poveri figli di mamma! – di qua! Sobrietà, soldi pochi, integrità – braccino corto sempre. Ottime intenzioni. Bene. E alla fine della fiera l'assessore deve essere a 5 stelle? Cos'è, un resort di lusso all'Urbanistica? L'Excelsior alle Attività produttive? L'Emirates Palace alla Cultura? Un «assessore a 5 stelle» – si sa: intese quali priorità grillesche, certo nobili, nobilissime anzi; ma non ignobile la suggestione filmica di una Greta Garbo /Madame Grusinskaya mollemente adagiata sui divani del Grand Hotel – in giorni di penuria e duro tozzo di pane non suona, mediaticamente parlando, molto bene. La molestia verbale (sia a torto, sia a ragione) può giocare brutti scherzi. Le parole, a cominciare dal richiamato e imprescindibile e generoso «vaffanculo!» del Gran Beppe, sono importanti – perciò con attenzione andrebbero usate. L'«assessore a 5 stelle» se lo potrebbero permettere, diciamo, al municipio di Dubai. A cena ad Arcore (una volta: assessora femmina, però). Alla corte di Putin, casomai. Ma con l'aria che tira – e l'aria che tira soffia voti dalla parte dei grillini come il polline agli allergici – sarebbe opportuno richiedere «assessore a mezzo servizio», oppure «assessore a 1 stella», crepi l'avarizia, «assessore a 2 stelle», ma con colazione e mezza pensione. L'«assessore a 5 stelle» ha un che di pretenzioso nella sua definizione giornalistica – lo immagini varcare la soglia municipale con un volpino al guinzaglio e un gessato di Cetto La Qualunque. Molto meglio – siamo a John Wayne, 1973 – «un assessore alla stella di latta»: amministratore coi controcazzi, lo sceriffo che la portava nel film. ILNUOVO TOTEM Poi, il curriculum. Ormai tutti vogliono il curriculum – dalla Rai ai primi cittadini. Il totem del nuovo che avanza, tra la rivoluzione e Alberto Sordi – ma ‘ndo vai / se il curriculum non ce l'hai? Vi immaginate se avessero chiesto, per dire, il curriculum a Luigi Petroselli? Funzionario di partito a Viterbo? Vade retro! Vagliare curriculum è noioso – oltre che, probabilmente, inutile. C'è da ipotizzare il trionfo di qualche personale, mesta megalomania. Sa di chiusa, faticosa burocrazia. Fidarsi del curriculum? Un curriculum (per 5 stelle o per un cielo di nuvole a pecorelle) sempre e comunque resta ciò che descriveva un'immensa poetessa, Wislawa Szymborska – ché niente del nostro essenziale un curriculum di micragna esistenziale può contenere, «conta di più chi ti conosce che chi conosci tu… l'appartenenza a un che, ma senza un perché. Onorificenze senza motivazione. Scrivi come se non parlassi mai con te stesso e ti evitassi…». Le stelle meglio cercarle nelle poesie (quelle grandi). Nel curriculum, a volte, a scrutare in controluce, s'intravedono stalle velate. Parma, il centrosinistra Parma, cuore dell'Emilia rossa, ma tutt'altro che rossa, visto che è stata amministrata da un centrodestra civico per quasi 15 anni. Eccola qui la sfida dalle cento pistole di questi ballottaggi 2012: da una parte un solido amministratore di centrosinistra, tradizione Ds ora Pd, il 56enne Vincenzo Bernazzoli (presidente uscente della Provincia) e dall'altra un 40enne grillino, Federico Pizzarotti, informatico in banca, e tra le sorprese del 6 e 7 maggio, insieme al suo “collega di partito” Paolo Putti a Genova. Si parte dal 39,2% contro il 19,4% del primo turno a favore di Bernazzoli, ma è inutile dire che per i grillini è tutto grasso che cola, con le tv nazionali da giorni in piazza Garibaldi a scrutare le mosse del giovane bancario, che per il ballottaggio si è deciso finalmente a prendere le ferie «perché stavolta la parta si fa seria, ci vuole un impegno a tempo pieno». Loro puntano tutto sulla sfida tra «vecchio» e «nuovo» e sul tentativo, in una città furiosa per gli scandali che hanno travolto la vecchia giunta Vignali, di far ricadere le colpe sui politici tout court. A domanda, Pizzarotti precisa che in effetti «Bernazzoli non ha alcuna responsabilità in quello che è successo nei conti del Comune», ma intanto il messaggio passa: tutti uguali, ora tocca a noi. Sull'altro fronte, il candidato Pd non nasconde la sorpresa per la sfida col grillino: si aspettava un ballottaggio con l'ex sindaco (per due mandati) Elvio Ubaldi, lo sponsor del sindaco dimissionario Vignali, e quella sarebbe stata una partita chiara, in cui chi fosse la novità non era in discussione. E invece è spuntato il grillino, e ora Bernazzoli deve giocare tutto sull'esperienza contro l'avventura, sulla sua volontà di «affrontare e risolvere i problemi concreti della città, mentre gli altri lanciano solo slogan». La sorpresa del candidato Pd si misura anche in alcune battute dopo il primo turno, quando ha definito il ballottaggio «una finale di Coppa contro una squadra di serie B». Poi ha rapidamente corretto il tiro: «Io non sottovaluto affatto gli avversari, anzi li rispetto. Però questo non è più il momento della protesta, ci vuole qualcuno che sappia risolvere i problemi». E in effetti le grane non mancano: Bernazzoli stima 600 milioni di debiti tra le casse del Comune e quelle delle partecipate, roba da far tremare le vene ai polsi. Ma assicura: «Il risanamento lo faremo, ma con razionalizzazioni della spesa, senza vessare i cittadini». Tra le altre proposte chiave del centrosinistra, 3 nuovi centri di ricerca di eccellenza sull'agroalimentare, e un accordo con Bologna, Milano e Torino sull'agenda digitale, «per rendere più trasparente l'attività della pubblica amministrazione». Più controverso il tema del nuovo termovalorizzatore, vera e propria bandiera dei grillini che hanno fatto della lotta al nuovo impianto uno dei loro cavalli di battaglia. «Ma non propongono alternative ragionevoli», dice Bernazzoli, mentre Pizzarotti insiste con la sua proposta di trasferire in Olanda i rifiuti e sui rischi delle ceneri che l'impianto produrrà. Il candidato Pd replica che «metteremo in reti i dati sulle emissioni 24 ore su 24». Non dovrebbero tornare a Parma big del Pd o degli altri partiti della coalizioni. Proprio per dare il senso di una campagna che si gioca tutta sui temi della città. Chi invece punta molto sulla sfida nazionale sono i grillini, e infatti il comico genovese arriverà in Emilia prima dei ballottaggi, a Parma ma anche a Budrio e Comacchio per dare la spinta ai suoi uomini. «Da qui vogliamo lanciare un segnale a tutta Italia», dice Pizzarotti. «Da una città strapazzata da debiti e scandali vogliamo dire a un Paese pieno debiti che i politici tradizionali non sanno risolvere i problemi». Il tema del «vecchio» e del «nuovo» continua a imperversare in questo infuocato ballottaggio parmigiano. «È vero, noi non abbiamo nessuna MARIAZEGARELLI GENOVA Vincenzo Bernazzoli contro il 5 stelle Pizzarotti: «Non lo sottovaluto, lo affronto sui temi concreti» LEELEZIONIAMMINISTRATIVE STEFANODIMICHELE Unarichiestachenon avrebbesfiguratonella commediaall'italiana, quelladiun«assessorea5 stelle».Ecos'è?Unresort di lusso? IL CASO MarcoDoria Ilcandidatosindaco:«Mi rivolgoachimihavotatoe achisièastenuto. Ingioco c'è il futurodellacittà I5stelle?Molti temici accomunano» . . . Vi immaginate se avessero chiesto il C.V. a Petroselli? Funzionario di partito a Viterbo... «Genova resterà a sinistra» Festa per i sostenitori del Movimento 5 Stelle FOTO ANSA Il grillino seleziona assessori attraverso il curriculum ANDREACARUGATI acarugati@unita.it 4 giovedì 10, maggio, 2012
CARO DIRETTORE, LUNEDÌ PRIMA PAGINADELTUO“NUOVO”GIORNALE, INALTOANTONIOGRAMSCI:«INDIFFERENZAÈABULIA,ÈPARASSITISMO, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti». Domenica la liturgia cattolica presentava il vangelo tratto dal capitolo 15 di san Giovanni, ove Gesù dice ai suoi: «Io sono la vite, voi i tralci». Mi vengono in mente un paio di pensieri. Il primo è che il rifiuto dell'indifferenza, a parte quel verbo «odio» che non può piacere a chi pensa che il senso della vita sia l'amore - la fede cristiana vi trova l'essenza di Dio stesso, rivelato in Gesù Cristo - ha un preciso precedente biblico. Nel libro dell'Apocalisse, che vuol dire “svelamento” pieno della realtà, leggo queste parole sulla bocca di Dio stesso, rivolte alla “Chiesa di Laodicea”: «Conosco le tue opere, e so che non sei né caldo né freddo: perciò sto per vomitarti dalla mia bocca!» Più forte anche di Gramsci, mi pare. Seconda provocazione. Ho sotto gli occhi uno scritto profondo sul brano del vangelo di San Giovanni della vite e dei tralci: proprio sul testo letto domenica in tutte le Chiese. Quando lo leggo e chiedo chi è l'autore la risposta più frequente è: Papa Giovanni. E invece l'Autore è Karl Marx, che lo scrisse per la sua maturità scolastica. Nessuna esagerazione, ovviamente, ma è un fatto, che tra l'altro si potrebbe collegare ad altri. Non è qui il luogo, ma approfitto per ricordare un fatto raccontatomi da mio padre, operaio falegname. Primi anni 60, ambiente di lavoro di una grande falegnameria, tra l'altro quella dove sono stati progettati e costruiti i banchi di legno per i vescovi del Concilio Vaticano II. Durante la pausa del pasto di mezzogiorno, nell'Osteria “Sora Eva”, Largo della Gancia, dove si apre il tunnel del Gianicolo, gli operai mangiano le loro povere cose, e uno di essi, Orlando, fervente attivista Pci, esclama energico: «Perché Lenin ha detto che chi non lavora non mangia!». Papà amichevolmente lo richiama: «ma sei sicuro, Orlando, che lo abbia detto per primo Lenin? Diciotto secoli prima lo ha scritto san Paolo!» Perplessità del buon Orlando, e papà tira fuori dalla tasca il libretto del Nuovo Testamento, che lo accompagnava sempre, e apre la Seconda lettera ai Tessalonicesi (2, 10): «Se qualcuno non vuole lavorare, non deve neppure mangiare!» E Orlando? Resta silenzioso un po', poi esclama serio: «Arnaldo, va bene, ma allora me lo devi riconoscere: io qualche volta i santi li smoccolo, e impreco, ma San Paolo no, mai! Me lo sentivo che era… un compagno!». Conclusione all'esempio dei greci antichi: «La favola insegna… ». Non è una favola, ma insegna qualcosa: se qualcuno pensa che si possa costruire qualcosa di serio, ovunque, ma soprattutto qui da noi, disprezzando e opponendosi per principio a tutto ciò che dice Cristianesimo e Chiesa sbaglia di grosso. Laicità è neutralità rispettosa di tutto, non contrapposizione di principio obbligato. Auguri per il “nuovo” giornale, antico, ma molto cambiato. Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta MOLTI DI NOI HANNO CONOSCIUTO DIRETTAMENTE ER-NESTOBALDUCCI,ALTRIHANNOTROVATONELSUOPENSIERO ASPETTI IMPORTANTI DI RIFLESSIONE. CON IL CONVEGNOCHESITERRÀOGGIALSENATOVOGLIAMOAPPROFONDIRE IL TEMA DELL'UOMO PLANETARIO, DEL MONDO COME VILLAGGIOPLANETARIO,DIUNNUOVOUMANESIMO: si tratta di elaborazioni lasciateci da Balducci oltre venti anni fa, che hanno attraversato il tempo, rese più attuali da un presente così complesso. È indispensabile ricostruire la cultura dei progressisti. L'avere assunto la non violenza, la centralità della persona e della sua dignità, i diritti umani, l'ecologia, lo sviluppo sostenibile non comporta un'operazione che aggiunga corollari ad un testo già predisposto. Liberismo, ideologia capitalistica, comunismo, al di là delle loro differenze, risultano inseriti in uno stesso paradigma di modernità, interni alle categorie dell'industrialismo, della «religione» del progresso tecnologico. Per Balducci il marxismo stesso si è risolto in economicismo ed è rimasto prigioniero dell'eurocentrismo. Dopo la caduta dei regimi autoritari del socialismo reale, le istanze di libertà, giustizia sociale e uguaglianza devono essere portate avanti in connessione con la drammatica questione ambientale, dando vita ad un progetto etico-politico di cambiamento della civiltà, che si fondi sulla responsabilità nei confronti dell'umanità. Si è in presenza di una crisi della modernità: quella di un Occidente portatore di una visione di dominio sulle persone e sulla natura, fautore del «pensiero unico», che considera subalterne le altre civiltà; che teme l'altro e sa considerarlo solo come suddito o come nemico. È la crisi della concezione di un progresso illimitato, mentre vi è il rischio di una distruzione del pianeta, senza averne consapevolezza. Per Balducci una possibile via d'uscita risiede nel promuovere un altro Occidente, capace di valorizzare il primato della coscienza di fronte alla legge, lo Stato di diritto, la democrazia, i diritti umani. In questo quadro sottolinea l'apporto essenziale della scienza e delle tecnologie. La questione è quella di liberare scienza e tecnologia dai paradigmi culturali del dominio e della competizione, facendo divenire valore primario la salvaguardia «della biosfera». Il ruolo dell'Uomo planetario consiste nel saper essere il soggetto maggiormente consapevole della reciprocità che esiste tra gli esseri viventi. Sta qui il fondamento del rifiuto della mercificazione totale della società: non tutto può essere ridotto a valore di scambio. Ne emergono nuovi spazi per la gratuità, la mutualità, un senso del limite e della sobrietà. Trovo da questo punto di vista significative assonanze nell'Enciclica «Caritas in Veritate» di Benedetto XVI, anch'essa fuori dalle culture del XX secolo e un riferimento davvero fondamentale per i progressisti. Sulla nuova consapevolezza di una correlazione tra tutti gli esseri si fonda la scelta della non violenza: non rassegnazione, ma una forma di lotta per costruire il cambiamento. L'Uomo planetario ha bisogno anche di nuove istituzioni della democrazia per governare un mondo reso ormai villaggio: si pongono da un lato il tema della riforma delle Nazioni Unite, così da farne una forma di governo mondiale per i diritti umani, la salvaguardia del nostro pianeta; dall'altro quello della costruzione dell'Unione Europea come grande democrazia federale e sovranazionale. Nel nostro tempo la democrazia, confinata nei vecchi Stati nazionali, ormai insufficienti di fronte alle sfide del mondo globale, sarebbe destinata ad impoverirsi, a diventare una forma senza capacità di intervenire sulla realtà e indirizzarla. Dialoghi CaraUnità Gianni Gennari Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 9 maggio 2012 è stata di 151.876 copie Suicidi di Stato? La gente è in preda alla disperazione, padri di famiglia restano senza lavoro, commercianti assaliti dai debiti, pensionati che non riescono nemmeno a mangiare, la gente si suicida, ma nessuno fa niente di concreto, i politici continuano a godere dei loro privilegi e stipendi altissimi e guai a parlare loro di tagli. Stiamo assistendo a veri e propri Suicidi di Stato? PIERPAOLONOCE Lettore L'espressione “sucidi di Stato” è forte ma il problema non può essere ignorato. L'idea che lo Stato si comporti, con i suoi debitori, con il cinismo e con la durezza dell'usuraio sembra a me del tutto inaccettabile. Le trattative basate sulla rateizzazione, sul rinvio delle scadenze o sulla compensazione con il credito vantato nei confronti della Pubblica Amministrazione dovrebbe essere la regola, non l'eccezione. L'organizzazione di un Fondo gestito dalle banche e garantito dal Governo per lo sconto delle fatture certe vantate dai privati nei confronti dello Stato è possibile e non dovrebbe essere difficile tenere conto della priorità da dare al debito nei confronti dello Stato da parte di chi vi accede. Qualcosa si deve fare, insomma, per dare una risposta alla disperazione di chi si toglie la vita. Nell'interesse di chi la vive prima di tutto ma anche dello Stato che rischia di perdere il suo credito nel momento in cui chi dovrebbe pagarlo fallisce o si suicida. Che Monti non abbia colpa dei disastri provocati da altri è evidente. Che sia chiamato ad occuparsi delle sue conseguenze, però, a me sembra ugualmente evidente. Provocazioni San Paolo diventa compagno di Lenin? Vannino Chiti Oggi il convegno La lezione di Balducci e dell'«Uomo planetario» . . . Necessario superare la crisi della modernità . . . La via è promuovere un altro Occidente COMUNITÀ ViaOstiense,131/L_0154_Roma lettere@unita.it Piùcoraggioso Mi sembra ovvio che Angelino Alfano si dichiari contrario a nuovi incontri del trio Abc: perché il trio si sta riducendo ad un assolo: B. Oltretutto se agli incontri Alfano si limita a fare il verso a Berlusconi,. essendo quest'ultimo il più perdente, vuol dire che non ha niente da dire di utile. Pierferdinando Casini deve leccarsi le ferite per una scelta cerchiobottista fatta a previsione certa della débâcle del Pdl. Alla faccia della sua capacità di analisi. E Pier Luigi Bersani si faccia più coraggioso sia con gli uomini nuovi (anche i cinquestellisti, perché no?, da misurare sul terreno delle proposte concrete), sia con una più stringente pressione sul governo. Siamo quasi all'immobilismo (tre)montiano. Cerchiamo di superarlo. VincenzoCassibba Ilnuovo formato Il vecchio e il nuovo formato Quando trovai il formato mignon dell'Unità alla mia edicola mi prese un attimo di panico. Porca miseria siamo, ridotti ai giornali della metro pensai. Mi ripresi subito ricordando i tanti anni trascorsi assieme a leggere cose che altri giornali non pubblicavano (e solo dopo molto tempo, superando la mia ingenuità giovanile, ho capito il perché) e come sarebbero state le giornate senza il «nostro giornale». In bocca al lupo. PasqualeGiglio Dadoveviene il neo liberismo Da dove viene il neoliberismo Il neoliberismo è cosa nata, ufficialmente, dalle ceneri della seconda guerra mondiale. Il ragionamento era questo: liberiamo i mercati, diamo la possibilità degli interscambi su base planetaria, così eviteremo i soliti conflitti per interessi economici e solleveremo le sorti di tutti attraverso una sana competitività. La concorrenza sleale (a partire dal dumping) verrà combattuta da un organismo apposito, l'Ito (International Trade Organization, mai ratificato). Come dire: prima giochiamo ad un nuovo tipo di gioco, poi faremo le regole. Pare incredibile, ma è così. Il Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade), nato prima dell'Ito (1947 contro 1948) come istituto preparatorio la globalizzazione, da consultivo divenne esecutivo ed anzi si rafforzò con l'affiancamento del Wto (World Trade Organization, 1995): parecchie le riunioni (alcune laboriosissime) per aprire i mercati, sino al “round” di Doha nel 2001, dove venne stabilita la liberalizzazione del commercio globale di prodotti agricoli, beni industriali e servizi, in Europa puntualmente inglobata nei trattati di Maastricht. La mancanza di regole pensate nella gestazione dell'Ito (che giace accantonato chissà dove) ha portato al disastro civile che ben conosciamo. Il risultato non è stato un beneficio per i popoli deboli e tanto meno per quelli forti: gli uni costretti ad un superlavoro malpagato, gli altri ad una mancanza di lavoro perché dislocato altrove dalla implacabile macchina finanziaria. Questa globalizzazione ha dimostrato che conta ancora il tribalismo becero. Gli antichi attori principali diventano pescecani DarioLodi Capannori,provincia diLucca C'è un comune, in provincia di Lucca, Capannori che negli ultimi mesi è stato oggetto di servizi tv all'interno di programmi d'inchiesta come “Report” e “Presadiretta”, per gli straordinari risultati ottenuti nel campo della raccolta differenziata porta a porta (90%), nella riduzione dei rifiuti (aderisce al progetto rifiuti zero nel 2020) e non solo, esperienze di bilancio partecipato, coinvolgimento delle famiglie e non solo, nella gestione dei servizi scolastici dopo gli sciagurati tagli di Tremonti, insomma un comune ricco di buone pratiche. Ecco per capire la crisi della politica e l'impasse nella gestione dei partiti e lo sbandamento nei gruppi dirigenti, al sindaco di questo comune, 46.000 abitanti, centrosinistra, è fin qui stata negata la tessera del Pd che lo ha candidato, per la banale questione della localizzazione di un impianto di compostaggio, sinistra di Sel ed un pezzo del Pd contrari a quella indicata dall'amministrazione, ed io ex segretario Pds Capannori che finora non ha aderito al Pd, amico ed elettore di Giorgio del Ghingaro, sono davvero sconcertato. GiovanSergio Benedetti 18 giovedì 10, maggio, 2012
Dopo la seconda rivendi-cazione farlocca, unadei Gap e l'altra delcompagno Tokarev vei-colate sul web, investi-gatori e analisti del Viminale imboccano una terza pista che non convince ma ha un suo fascino possibilistico. E se Adinolfi, dirigente dell'Ansaldo nucleare del gruppo Finmeccanica, fosse stato punito perché l'azienda ha rotto delicati equilibri di mercato nei paesi dell'est andando a vincere preziose commesse? Il ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri elenca questa ipotesi dopo le due che, a tre giorni dall'agguato, continuano a restare prevalenti: quella che rinvia a formazioni terroristiche vetero-brigatista di matrice marxista-leninista (che nulla hanno a che fare con il Pmli, il partito marxista leninista italiano che condanna fermamente l'agguato e definisce «reazionaria la gambizzazione») e l'altra che fa riferimento alla galassia anarco-insurrezionalista. La titolare del Viminale, che ieri ha informato i deputati sulI'attentato a Roberto Adinolfi, ha fatto riferimento a una pista «commerciale» perchè «intravede negli interessi commerciali un possibile movente dell'agguato visto che Ansaldo Nucleare ha recentemente sviluppato la propria attività nell'est europeo con particolare riferimento alla Romania, all'Ucraina e alla Russia attraverso la costruzione di nuove centrali nucleari e la gestione dei rifiuti radioattivi. In quest'ottica - ha continuato il ministro non si può escludere che l'espansione commerciale di Ansaldo su nuovi mercati possa aver prodotto reazioni violente contro l'amministratore delegato». Il ministro, sempre così suggerita dagli analisti del Viminale, vede nell'arma usata - una Tokarev calibro 7.62 di fabbricazione russa - un indizio a favore di questa ipotesi. Così come nel fatto che la gambizzazione è stata eseguita da gente pratica con le armi: un colpo solo che è andato a segno. ADINOLFI IN UNVOLANTINO DEL2009 In questa direzione, forse anche solo per escluderla, va letta l'attività di ieri dei pm genovesi Piacente e Franz che hanno sentito manager e dipendenti di Ansaldo proprio per ricostruire clima e contesto intorno a queste commesse nei paesi dell'est. Ma gli investigatori, Ros dei carabinieri e antiterrorismo del Viminale, restano scettici. E continuano a privilegiare le prime due piste e magari una doppia firma per un'azione così altamente simbolica. L'assenza di una rivendicazione a tre giorni dall'agguato sembra allontanare l'idea che sia in azione una nuova cellula brigatista. Quando nel 1999 e nel 2002 le Br-Pcc uccisero Massimo D'Antona e Marco Biagi la sera stessa la rivendicazione era già stata recapitata. È prassi dei gruppi infatti rivendicare subito, per due motivi: dimostrare l'organizzazione militare; impedire che altri si approprino dell'azione. Così, prima scrivevano le rivendicazioni - magari lasciando in bianco la data - e poi le azioni. Prende a questo punto quota l'ipotesi di un'azione a firma mista che certifica quella saldatura da tempo immaginata e temuta da analisti e investigatori che in queste ore ripetono come un mantra: «Dobbiamo smettere di ragionare secondo vecchi schemi. I contesti sono cambiati e potrebbero anche essere fuorvianti». A favore della “doppia firma” vanno tutti gli elementi finora raccolti: l'arma già usata da Prima linea e nota in ambienti Br; il modus operandi, il motorino rubato due mesi fa e usato con la targa originale segno che il commando ha avuto una base in città e ha impiegato due mesi per studiare le abitudini dell'obiettivo; la scelta di Genova dove per prime entrarono in azione le Br e proprio contro dirigenti Ansaldo. Altri elementi sono invece riconducibili ai gruppi anarco-insurrezionalisti: la tematica antinucleare (anche se oggi superata dal referendum; Ansaldo, poi, si occupa di smatellare residui di siti nucleari) e il fatto che nel 2009 è stato diffuso sul web un documento in cui erano stati indicati come obiettivi vari dirigenti di società impegnate nel settore dell'energia tra cui anche Adinolfi. La procura di Genova ieri sera ha sentito il ritrovamento di volantini Br nei locali di Ansaldo nel 2010. In ogni caso dirigenti e manager di azienda sono considerati possibili obiettivi. Dal Viminale è partita ieri una circolare diretta a tutte le prefetture per rivedere misure di vigilanza e protezione. Negli ultimi mesi i servizi di scorta sono già stati rivisti e rafforzati (anche se sono stati eliminati molti giudicati di bandiera) nei confronti di giuslavoristi esperti di mercato del lavoro. Circolarealleprefetture: «Rivedere lasorveglianza per idirigentiAnsaldo, imanagerdiaziende diStatoegià indicati inun volantinodel2009» Al Quirinale si ricordano le vittime del terrorismo Nella foto: Giorgio Napolitano a destra la commozione di Agnese Moro e Rosy Bindi FOTO MAURO SCROBOGNA /LAPRESSE non sottovalutiamoli» be di nuovo sbagliato sottovalutare o registrare con indifferenza ciò che sta accadendo. Quando leggo cronache preoccupate di sottolineare che è stato sparato un solo colpo, mirato con precisione alla gamba, senza intenzione di uccidere, senza che nulla faccia pensare a una qualche organizzazione alle spalle degli attentatori, mi sembra di cogliere una rappresentazione del fatto un po' sottodimensionata. Altro possibile errore è la sostanziale indulgenza verso la cosiddetta violenza diffusa». C'è un nesso tra quella che chiama “violenzadiffusa”e il terrorismo? «Attenzione può darsi che siano mondi completamente diversi, separati tra loro. Però viviamo nell'era della globalizzazione: tutto si tiene e tutto comunica. Per cui, da mondi anche diversi possono trasmigrare germi di infezione che si alimentano reciprocamente. Noi oggi viviamo un clima pesante, di intolleranza, di violenza verbale. Basta leggere i due comunicati pubblicato su Indymedia dopo l'attentato di Genova: in sostanza, si sostiene che sparare alle persone è giusto. E il fatto che un messaggio di condivisione e di compiacimento trovi ospitalità su un sito di larga diffusione mi sembra, per chiamare le cose con il loro nome, una forma di irresponsabile connivenza. Certo non è così che si prendono le distanze. Quantomeno si alimentano confusione e ambiguità». In quali ambienti può essere maturato il gruppocheha colpito aGenova? «A questo non posso rispondere, bisognerebbe sapere di che cosa sia precisamente si tratta. Prendo atto che c'è stata una gambizzazione. Quindi una azione tipicamente terroristica. Che la procura ha rubricato come tale. Il fattochenoncisiaancoraunarivendicazionecosa significa? «Può volere dire tutto e niente. Possono essere nuovi brigatisti che si comportano diversamente dai vecchi oppure nuovi soggetti disposti alla pratica della violenza armata. Mi preme però dire: attenzione con l'ambiguità. Dobbiamo isolare politicamente la violenza, comunque si manifesti. Registro invece una forte tendenza a giustificare i mezzi, se i fini sono di un certo tipo. Il rischio di un imbarbarimento progressivo e di una deriva democratica è davvero dietro l'angolo». Perchéhannocolpitoora? «Non lo so. Prima vorrei sapere chi sono quelli che hanno colpito e quali sono i loro obiettivi. Solo come riflessione, ricordo però che il terrorismo rosso storicamente ha colpito più pesantemente nei momenti di maggiore difficoltà e tensione del nostro paese, sfruttandoli strumentalmente a proprio uso e consumo. Al di là dei proclami, il terrorismo è incapace di elaborare una propria linea politica autonoma. Perciò è costretto a inserirsi nei movimenti di forte tensione e magari di cambiamento della società, spesso bloccando questo cambiamento e determinando una involuzione del sistema». «Non si tratta di rivendicazioni dell'attentato, ma non sono neanche messaggi neutri: dietro l'appoggio ideologico e politico all'aggressione potrebbe nascondersi un segnale, un'offerta di disponibilità all'azione». IPOST INQUIETANTI È una delle letture che un investigatore dà dei due post apparsi ieri sul sito di Indymedia. «Due comunicati anticapitalisti che sfruttano la circostanza dell'attentato ma soprattutto la approvano». ll primo, apparso nella sezione “Piemonte” con la data e l'orario di lunedì alle 18, è a firma «Gap: Gruppi armati proletari». Il secondo porta il nome del «Compagno Tokarev», ispirato al tipo di arma di origine sovietica che sarebbe stata usata per gambizzare Roberto Adinolfi, l'amministratore delegato di Ansaldo Nucleare aggredito lunedì mattina. Nel primo comunicato il riferimento all'attentato al manager è questo: «Oggi 7 maggio 2012, un altro infame rappresentante del capitalismo è stato gambizzato a Genova! La violenza che un pugno di parassiti perpetua contro la classe operaia e le masse popolari inizia a riversarsi contro chi di questa violenza ne ha fatto la sua arma di difesa e di controrivoluzione preventiva. Lavoriamo per l'organizzazione di un partito rivoluzionario che sappia orientare all'autodifesa del proletariato». Prima e dopo, diversi passaggi ricordano l'attentato al consigliere comunale dell'Udc torinese e avvocato, Alberto Musy, e inveiscono contro il governo Monti. Il secondo post sembra quasi una precisazione, ma è molto più duro del primo. Appare alle 23,55 di martedì nella sezione “Svizzera” dello stesso sito: «Non c'è bisogno di alcuna rivendicazione». «Non abbiamo lacrime per Adinolfi e come potremmo averle? Ansaldo è da tempo il braccio nucleare di Finmeccanica: imprese di guerra e di devastazione di territori, multinazionali dell'unico vero terrorismo». Parole che sembrano in qualche modo accreditare i timori che lo stesso Adinolfi aveva avanzato agli inquirenti appena dopo l'attentato: non riuscendo a spiegare il perché dell'aggressione, il manager ha ipotizzato di «essere un obiettivo facile per chi volesse colpire Ansaldo e Finmeccanica, al centro dell'attenzione anche per via delle vicende politiche e giudiziarie che l'hanno interessata negli ultimi tempi». Ipotesi, ripetono gli inquirenti senza sosta. Così come restano tracce da seguire quelle che portano alle commesse di Ansaldo Nucleare nell'Est europeo. Perché il «nucleare può essere un punto di contatto tra i gruppi anarco-ambientalisti e l'eversione politica», continua l'investigatore. Il procuratore capo Michele Di Lecce, l'aggiunto Nicola Piacente e il sostituto Silvio Franz, non si sbilanciano. Certo a Genova, e non solo, non dorme tranquillo chi è conosciuto come simpatizzante di ambienti considerati anarco-insurrezionalisti: «Sappiamo chi sono», dice la fonte. E da oggi i Ris cominceranno l'analisi dei dati venuti fuori dalla mappatura dei Dna trovati sulla moto usata dagli attentatori. Il messaggio del «compagno Tokarev» chiude così: «Esperti, opinionisti e scribacchini alla Tobagi possono dormire ancora notti insonni: il terrorismo non è tornato, non se n'è mai andato». Ieri a Genova sono scattati due allarmi bomba: alla Confindustria e nella sede di Equitalia, proprio nel giorno in cui nel capoluogo è arrivato per un convegno Attilio Befera, direttore dell'Agenzia delle Entrate. CLAUDIAFUSANI ROMA Il messaggio dei Gap su Indymedia: per gli inquirenti non è una rivendicazione, ma un'offerta di aiuto Viminale, tre piste: «Br, anarchici e appalti dell'Ansaldo» IL RETROSCENA E i Gruppi armati proletari si mettono «a disposizione» G.VES. MILANO giovedì 10, maggio, 2012 9
di Antonveneta, ma lo stesso reato verrebbe ipotizzato anche per il crollo del titolo Mps all'inizio del 2012. Quella fu una caduta verticale che avrebbe bisogno di un chiarimento». Cosavuol dire?Haqualche sospetto? «Dico solo che nel gennaio di quest'anno il titolo Mps precipitò fino al minimo record di 19 centesimi, con delle pressioni di vendita che non solo a me, che non sono esperto di vicende di Borsa, apparvero il risultato di qualche pesante manovra e non solo di una normale dinamica del mercato. Non le nascondo che il crollo del titolo ci procurò un grande allarme, perchè una caduta di quelle dimensioni poteva avere un effetto destabilizzante». Ceccuzzi, lei non aveva responsabilità politicheincittàquandovenneacquisita Antonveneta dal gruppo Santander. Puòesprimereungiudiziosuquellaoperazionecosìcostosa? «Posso solo affermare che Antonveneta non ha dato certamente i frutti sperati per il Monte Paschi. Probabilmente è stato fatto un errore di valutazione, ma non sono grado di dire di più perchè non partecipai a quella scelta». IlcasoMontePaschihaunavalenzapolitica.AttornoallaFondazioneeallaBanca ci sono interessi politici, la sinistra è semprestataattentaecisononuoviappetiti finanziari. Oggi c'è una divisione nella maggioranza che sostiene la sua giunta,perchè? «Alcuni esponenti dell'ex Margherita non hanno condiviso l'azione di discontinuità e di rinnovamento portato avanti dal comune al Monte Paschi. Così hanno deciso di non votare il consuntivo dei nostri conti. Sono fiducioso che un chiarimento politico e il giusto spirito di collaborazione di servizio per la città consentiranno di superare queste incomprensioni». «Report» ha dedicato un lungo servizio a Siena e alle vicende del Monte dei Paschi. Loha condiviso? «No, non è certo condivisibile perchè ha dato una rappresentazione alterata della città, delle vicende politiche e della banca, un quadro non veritiero della situazione difficile in cui viviamo e degli sforzi che facciamo per uscirne». Avrebbe potuto forse intervenire in trasmissione, spiegare lesueragioni ... «No, ho preferito non partecipare e ho avuto ragione perchè l'intera inchiesta si basava su un pregiudizio, quello di colpire Siena e la sua banca. Avevo già avuto una recente esperienza assai negativa. Non ho molta fortuna con le televisioni». Checosa è successo dicosìgrave? «In precedenza avevo concesso un'intervista di un quarto d'ora a “Piazza Pulita” su la7, sulla città, i nostri problemi, la politica, anche il Monte Paschi. Non è mai andata in onda. Hanno preferito, invece, usare una mia breve dichiarazione rilasciata mentre uscivo da un ascensore....». L'inchiesta ritarderà la svolta al Monte Paschi? «Spero proprio di no», Con sincera commozione ricordiamo ENZO ROGGI giornalista insigne, raffinato analista politico dei fatti italiani, compagno di tante battaglie. Ronaldo Pergolini, Vladimiro Settimelli, Carlo Ricchini, Giorgio Frasca Polara, Fausto Ibba, Eugenio Manca, Luisa Melograni, Enrico Pasquini, Lilli Bonucci, Antonio Zollo, Vincenzo Vasile, Sergio Sergi, Nuccio Ciconte, Stellina Ossola, Paolo Soldini, Laura Pellegrini, Giuseppe Mennella, Mariarosa Calderoni, Marcello Del Bosco, Cinzia Romano, Marcello Villari, Bruno Miserendino, Stefano Bocconetti, Bruno Ugolini La segreteria di Redazione ricorda con grande affetto gli anni passati insieme a ENZO ROGGI e si unisce alla famiglia in questo triste momento Il servizio politico ricorda ENZO ROGGI che è stato per tanti un maestro, un acuto osservatore della realtà, un compagno di lavoro indimenticabile. Daniela Amenta, Ninni Andriolo, Paolo Branca, Antonella Caiafa, Pasquale Cascella, Marcella Ciarnelli, Bianca Di Giovanni, Bruno Gravagnuolo, Toni Jop, Felicia Masocco, Roberto Monteforte, Aldo Quaglierini, Maddalena Tulanti dicono addio con dolore a ENZO ROGGI mai dimenticato compagno di lavoro e si stringono con affetto alla moglie Dina e ai figli. I poligrafici de l'Unità si stringono alla famiglia di ENZO ROGGI ed esprimono le più sentite condoglianze Rinaldo Gianola partecipa al dolore della famiglia per l'improvvisa scomparsa di GIAMPIERO CANTONI amico leale di una vecchia Milano MASSIMOFRANCHI ROMA La sede del Monte dei Paschi in piazza Salimbeni, a Siena FOTO DI ROBERTO MONALDO/LAPRESSE Fornero conferma: copertura per 65mila «Non va bene» replicano i sindacati Cambia il ddl lavoro Sugli esodati è quasi rottura. Dopo due ore e mezzo di confronto, a tratti teso, i sindacati contestano apertamente la decisione del governo di emanare un decreto interministeriale solo per i primi 65mila lavoratori. Alla fine dell'incontro Susanna Camusso e Raffaele Bonanni hanno incontrato i lavoratori che attendevano notizie davanti alla sede del ministero. «Siamo insoddisfatti», ha detto Bonanni. Più dura Camusso: «Il ministro ha presentato un decreto che non va bene e che deve cambiare perché non dà garanzie a tutti, crea disparità», ha detto sottolineando che l'esecutivo deve trovare i soldi. «Continueremo la mobilitazione», ha aggiunto. Per Camusso la soluzione deve essere «previdenziale» per tutti coloro che hanno fatto accordi entro la fine del 2011. Per queste, secondo il segretario della Cgil, non è pensabile un percorso di allungamento degli ammortizzatori sociali ma solo una funzione previdenziale: «Non abbiamo parlato di estensione degli ammortizzatori - ha detto - perché non é questa la strada, né è stato minimamente affrontato problema ricongiungimenti onerosi». Molto critico anche il segretario dell'Ugl Giovanni Centrella: «Il decreto è di una iniquità totale, bisogna continuare a discutere per trovare una soluzione per tutti i lavoratori, non solo i 65 mila», ha aggiunto. Il decreto sui primi 65mila esodati sarà emanato entro la fine di maggio. L'incontro ministero-sindacati si è concluso intorno alle 20 con una contrapposizione praticamente identica a quando era cominciato. Da una parte Elsa Fornero, inamovibile dalla sua posizione: i “salvaguardati” per il 2011 (addirittura fino al 2013, secondo quanto riferito al tavolo da un suo dirigente) sono 65mila e per far andare in pensione queste persone alle regole pre-riforma sarà emanato un decreto interministeriale con il benestare del dicastero dell'Economia. Per tutti gli altri (235mila secondo gli stessi dati dell'Inps, almeno 100mila nel 2012) al momento non ci sono né soluzione né alcuna risorsa prevista. La ministra è consapevole della sua situazione e al tavolo non l'ha nascosto: «Mi prendo tutta la impopolarità di un provvedimento impopolare, il vincolo sulle risorse non può essere messo in discussione, per quelli che sono fuori dal decreto si vedrà». La prossima settimana (ma Fornero inizialmente voleva emanare il decreto nel giro di due-tre giorni) ci sarà la convocazione di un tavolo tecnico per limare i criteri che, ad oggi, ribadiscono come siano coperti solo i lavoratori che hanno sottoscritto un accordo prima dell'entrata in vigore della riforma delle pensioni, il 4 dicembre, lasciando fuori, ad esempio, i lavoratori pre-pensionati dell'Irisbus di Valle Ufita (il cui accordo è stato sottoscritto il 14 dicembre), con i sindacalisti che nelle stesse ore del vertice si confrontavano senza novità a poche decine di metri nella sede del ministero dello Sviluppo economico. Dall'altra parte del tavolo Cgil-Cisl-Uil e Ugl hanno incalzato unitariamente la ministra, strappando almeno questa nuova convocazione, seppur di carattere tecnico. RIFORMALAVORO EMENDATA Ore di trattative e di bozze per gli emendamenti alla riforma del mercato del lavoro. I relatori Castro (Pdl) e Treu (Pd) stanno chiudendo l'accordo con governo e maggioranza per le modifiche da apportare al testo. La prima preoccupazione del Pd è quella di aumentare gli ammortizzatori sociali per i precari, in primis i co.co.pro. «La partita - spiega Cesare Damiano - è quella sull'innalzamento dell'aliquota previdenziale al 33% che è troppo alto per le vere partite Iva e che deve invece essere accompagnato da un ammortizzatore più corposo per le “finte” partite Iva, prevedendo l'estensione del mini-Aspi anche per i questi lavoratori assieme ai co.co.pro». Oggi è il giorno decisivo: «È in corso un lavoro serio e duro, ancora non concluso, ma è nostra intenzione arrivare domani (oggi, Ndr) con un prodotto», afferma Maurizio Castro (Pdl). Per quanto riguarda le proposte di modifica dell'esecutivo, la speranza è che «siano modulari» ai nostri. Una speranza rispettata fino ad un certo punto, visto che da parte sua il governo si appresta a presentare ben 27 emendamenti. Per quanto riguarda l'articolo 18 si punta a intervenire sui licenziamenti disciplinari: si elimina il riferimento alle previsioni di legge, contestato da Confindustria. Sempre per quanto riguarda i licenziamenti si interviene sulle modalità con cui la comunicazione al lavoratore deve essere effettuata. Si prevede la possibilità di una sospensione di 15 giorni della procedura conciliativa in caso di «legittimo e documentato impedimento» del lavoratore ad essere presente all'incontro. Arriva poi una conferma: il governo elimina la norma del Ddl (quella che il ministero del Lavoro aveva definito «un refuso») che avrebbe fatto saltare l'esenzione dai ticket sanitari per i disoccupati. E per il congedo di paternità si prevede che sarà obbligatorio un giorno, saranno facoltativi e in accordo con la madre gli altri 2 giorni. Tutta la partita riforma del lavoro però sta rischiando di vedersi dilatare i tempi a causa del calendario del Senato. L'iter verrà fortemente rallentato dalla riforma Costituzionale che assorbirà i lavori dell'aula. L'approvazione della riforma entro l'estate è dunque messa in forte dubbio e non è detto poi che la Camera non modifichi ulteriormente il testo, costringendo ad una terza lettura al Senato in pieno autunno. AGRICOLI,LA PROTESTA PAGA Ieri invece la protesta dei lavoratori agricoli ha prodotto buoni risultati. La manifestazione unitaria di Flai Cgil, Fai Cisl e Uila ha riempito piazza Santi Apostoli a Roma. La richiesta dei sindacati era quella di ridurre la presenza voucher, «il cui uso è aumentato del 400% mentre il lavoro nero non è diminuito», e di modificare la mini-Aspi, il nuovo ammortizzatore sociale che andrà a sostituire l'indennità di disoccupazione a requisiti ridotti (oggi usato da centinaia di migliaia di braccianti stagionali). Il mini-Aspi si ridurrebbe di un buon 25% e di alcuni mesi di durata. La protesta ha sortito un buon effetto visto che dopo l'audizione dei sindacati in commissione Lavoro al Senato, l'impegno è quello di modificare in senso positivo entrambe le norme: meno possibilità di ricorso ai voucher per gli imprenditori agrari (non si potranno usare per i lavoratori presenti nelle liste del lavoro stagionale) e aumento dell'assegno e della durata del mini-Aspi. In cambio lo strumento dei voucher (una sorta di “buono” in cui il lavoratore viene usato per una determinata prestazione) dovrebbe venire esteso ad altri settori che ora usano contratti stagionali, come il turismo e il commercio. Esodati, c'è il decreto I sindacati protestano . . . Riforma del lavoro: oggi dovrebbe andare in porto l'accordo all'interno della maggioranza . . . Meno rigidità su partite Iva in cambio di un aumento dell'Aspi per i precari DESTINA IL TUO 5XMILLE ALLA FONDAZIONE ISTITUTO GRAMSCI FIRMA alla sezione RICERCA SCIENTIFICA E UNIVERSITÀ indicando il CODICE FISCALE 9 7 0 2 4 6 4 0 5 8 9 w w w. f o n d a z i o n e g r a m s c i . o r g giovedì 10, maggio, 2012 11
CE N'È UN PO' PER TUTTI I GUSTI. PER RIDERNE, MAGARI UN PO' AMARAMENTE. PER INTERROGARSI PIÙ SERIAMENTESULSIGNIFICATODIDEMOCRAZIAOGGI,a fronte di una finanza che governa il pianeta. Per riflettere sul ruolo del «cittadino consumatore». Sì stiamo parlando di questa sorta di onda che dal prossimo venerdì riempirà le nostre sale con una manciata di film, italiani e stranieri, tutti legati al tema della crisi. Argomento trattato già da tempo al cinema, ma occasionalmente concentrato nelle uscite del fine settimana. Curioso è come da noi, nell'italica terra, sia soprattutto l'ironia, quando non addirittura la farsa, a fare da lente d'ingrandimento a certi argomenti. È il caso di Disoccupatoin affitto di Luca Merloni e Pietro Mereu - nei cinema da domani e online su Own Air - divertito e provocatorio viaggio nell'Italia messa a terra da crisi e precariato. Il protagonista, Pietro Mereu, si trasforma in uomo sandwich per proporre se stesso: «disoccupato in affitto» dice la scritta sul suo cartellone. Pronto ad accettare qualsiasi impiego il trentottenne sardo compie il suo on the road, da Lecce a Milano, chiedendo lavoro a passanti e negozianti. «Lavoro a te? anch'io sono disoccupato» è la risposta ricorrente. «Però complimenti per l'idea è una bella iniziativa». Da Nord a Sud il ritornello non cambia. A parte qualcuno nel Nord Est che si concede i luoghi comuni più stantii: «Il lavoro c'è ma nessuno vuol fare sacrifici». L'idea di Disoccupatoinaffittomagari non è originalissima ma offre comunque un affresco, a tratti piacevolmente ironico, di un paese al capolinea. Diversamente dal noioso e farsesco Workers, pronti a tutto di Lorenzo Vignolo (nei cinema da domani) di ben altro budget e pretese (c'è anche RaiCinema) che trasforma le vite precarie di un gruppo di ragazzi nell'ennesima commedia senza idee e senza sorprese. GLISTRANIERI È dall'estero, invece, che arrivano i titoli, diciamo così, più «strutturati». Dopo il più noto seguito di Wall Street, il denaro non dorme mai di Oliver Stone, è ancora dagli Usa, terra dove tutto cominciò, che arriva il prossimo 18 maggio nei cinema l'atteso Marginal Call, dell'esordiente J. C. Chandor. Sulla scia della tradizione del cinema americano di denuncia, il film racconta delle 24 ore che sconvolsero per sempre la finanza del pianeta. In pratica il crollo della Lehman Brothers nel 2008. Nel film assistiamo alla lunga notte di Wall Street in cui gli otto banchieri padroni del mondo si trovano a decidere di quel futuro di cui tutti noi stiamo ancora pagando le conseguenze. Nella finzione i segreti inconfessabili della finanza sono affidati ad un giovane analista a cui viene consegnata una pennetta elettronica: la speculazione dei titoli tossici è tutta lì dentro. Il cinema Usa, insomma, continua l'analisi di ciò che è stato. Proseguendo il percorso iniziato soprattutto da celebri documentari. Dal rigoroso e ricco InsideJob di Charles Ferguson al più naif Capitalism:aLoveStorydi Michael Moore, fino al più bello e toccante Clevelandversus WallStreet di Jean-Stéphane Bron, purtroppo mai distribuito in Italia. Ma pure l'Europa ha le sue responsabilità. A raccontarcele è Tutti inostridesideri del francese Philippe Lioret che intervistiamo accanto. Il racconto ruota intorno alla battaglia di due giudici di pace, un uomo e una donna, che tentano di fare giustizia nella giungla delle finanziare che prestano piccole somme a tassi da strozzini. La vicenda è a partire dal processo per insolvenza che coinvolge una ragazza disoccupata e con due figli, fatalmente «amica» della giovane giudice. Per la donna il «caso» diventa un simbolo, una lotta per la giustizia contro i giganti della finanza che affamano i più deboli. È per questo che cerca l'aiuto del collega più maturo, abituato a certi tipi di cause. Ma a lavorare contro i due non sarà solo la finanza: la scoperta di un tumore al cervello fulminante per la donna innescherà una corsa contro il tempo. Oltre che virare il film bruscamente nel territorio del melodramma. MarieGillain eVincentLindon protagonisti di «Tutti i nostridesideri» diPhilippe Lioret L'Italiapuntasull'ironiacon «Disoccupato inaffitto». DagliUsa«MarginalCall» racconta ilcracdel2008e poi«Tutti inostridesideri»... Festa di Roma Adispetto diTorino avanti tutta CULTURE DIFFICILEPARLAR MALEDI UNMAESTRO.E Frank Miller, maestro, per la storia del fumetto lo è davvero, avendo contribuito con Il ritorno del Cavaliere Oscuro (1986) alla rinascita di Batman. Dopo una lunga serie di successi (Sin City, Martha Washington, 300) e dopo essersi fatto ispiratore e regista di discussi film tratti dai suoi stessi fumetti, Miller è tornato a chine e pennelli con un cavaliere più oscuro che mai. A tal punto che il suo Sacro Terrore (Bao Publishing, pp. 120, euro 19), ha sollevato feroci polemiche e gli ha fatto guadagnare epiteti di antislamico, razzista e fascista. Al di là delle accuse un po' troppo «sorprese» - non è una novità la vena reazionaria e violenta di Miller - basta questo per parlarne male? E basta la polemica che l'ha opposto a un altro mostro sacro del fumetto, Alan Moore, dopo che Miller aveva definito i partecipanti a Occupy Wall Street «zoticoni, ladri e stupratori»? E ancora, basta che il libro sia dedicato «con rispetto» a Theo Van Gogh, il regista olandese assassinato da un estremista islamico? E basta, infine, che la Dc Comics, detentrice dei diritti di Batman, si sia tirata indietro di fronte a una sceneggiatura rischiosa, costringendo Miller a cambiare protagonisti (in origine Batman e Catwoman) ed editore? Sì, basta almeno per dire che Miller si è fatto prendere la mano da un «sacro» furore propagandistico. The Fixer, il goffo clone di Batman, che si oppone al «sacro terrore» dei kamikaze islamici, le irridenti caricature di Obama e della Clinton, le mattanze granguignolesche accompagnate da battute in stile Tarantino, del tipo: «e ora ci diamo alla diplomazia postmoderna», sono gli esiti di un brutto scivolone. E non bastano la consueta maestria e l'elegante delirio grafico di Miller a far rialzare il maestro. Checos'èquestacrisi Ilcinematornaaparlare diprecariatoe finanza GABRIELLAGALLOZZI ggallozzi@unita.it ALLA FINE HA PREVALSO LA LINEA DURA. O DELL'ARROGANZA, COME È STATO FIN DALL'INIZIO IN QUESTA VICENDA DEL ROMAFILMFEST. Ieri l'atteso Cda della kermesse capitolina, infatti, ha confermato le date già annunciate nei giorni scorsi. Il Festival si farà dal 9 al 17 novembre prossimi, all'Auditorium, con buona pace del Festival torinese che sarà dal 23 al primo dicembre. Una sovrapposizione inaccettabile, era stato commentato da più voci «torinesi» nei giorni scorsi. Tanto da essere arrivati, su richiesta del ministro Ornaghi, all'incontro tra Müller, direttore di Roma e Amelio, direttore di Torino per trovare un accordo. L'accordo, evidentemente non c'è stato. E Müller, che sulla questione delle date aveva posto il suo aut aut l'ha spuntata. Il Consiglio di amministrazione ha dato l'ok anche al bilancio 2012, per il quale Müller aveva richiesto un possibile aumento di budget di due milioni di euro. In questo caso sarà il Comune di Roma a garantire l'ulteriore spesa. Via libera, poi, anche al contratto per Marco Müller nei panni di direttore artistico. Dopo le polemiche si è arrivati all'accordo: Müller sarà in carica per i prossimi tre anni a 120mila euro l'anno. Anche Lamberto Mancini ha firmato il suo contratto come direttore generale. Hanno partecipato al Cda il rappresentante del Comune Michele Lo Foco, della Regione Salvatore Ronghi, per la Provincia Massimo Ghini, Andrea Mondello della Camera di Commercio di Roma, Carlo Fuortes della Fondazione Musica per Roma, Marco Müller e Paolo Ferrari presidente di Cinema per Roma. Miller, scivolone da«sacro furore» ILCALZINODI BART RENATO PALLAVICINI Philippe Lioret in Italia è per tutti il regista dell'acclamato Welcome, splendida fotografia della Francia xenofoba dell'era Sarko, raccontata attraverso il sogno di un giovane curdo pronto ad attraversare la Manica a nuoto per inseguire il suo amore. Questo per dire che Lioret - in realtà regista di lungo corso - ama legare il suo cinema ai temi sociali più scottanti, raccontandoli a partire da storie personali in cui l'amore fa sempre da motore al racconto. Dopo il dramma dell'immigrazione ecco infatti quello della crisi finanziaria. Delle famiglie «strozzate» dalle centinaia di piccole finanziare, fiorite a migliaia e senza regole grazie alla crisi. Quelle dei piccoli prestiti concessi all'istante ma a tassi da strozzinaggio. È Tutti i nostridesideri, nelle nostre sale da venerdì e ispirato al romanzo di Emmanuel Carrère, Vite che non sono la mia, in cui sono due giudici di pace, un uomo e una donna, a battersi contro l'usura legalizzata di queste finanziare. «Del romanzo, tra l'altro ispirato ad una storia vera - spiega il regista - mi è piaciuto subito il ruolo incarnato dai due magistrati. Due piccoli giudici che si ritrovano di fronte ai giganti della finanza in difesa della giustizia». Nel film la critica all'Europa delmercato è molto forte... «È la realtà e lo abbiamo visto. Queste finanziare sono uscite fuori dalle grandi banche per guadagnare senza controllo. A loro si rivolge la gente che non ha più chance, ma anche coloro che semplicemente vogliono il televisore nuovo, come tutti». Nonpiù cittadini maconsumatori... «Il consumismo è un sistema perverso. I cittadini non vengono più educati alla conoscenza e alle scienze ma a comprare. Manca ormai un progetto culturale». Magaricon la vittoria diHollande? «Beh lui l'ha sempre detto: il mio nemico non è Sarkozy ma la finanza». Il filmperò non raccontasoloquesto... «E no, ci tengo a dirlo: è soprattutto una storia d'amore. Del resto senza l'amore nulla è possibile». GA.G. Lioret:«Ilmiofilmchefavincere lagiustiziacontro la finanza» L'Auditorium di Roma FOTO ANSA U: 24 giovedì 10, maggio, 2012
Gli esami, per Angela Merkel, non finiscono mai. Dopo la domenica dei disastri, con la sconfitta del fido Sarkozy, la rivolta degli elettori greci contro l'austerità lacrime e sangue e la probabile perdita della maggioranza al Bundesrat se lo Schleswig-Holstein avrà un Ministerpräsident socialdemocratico, ne arriva un'altra carica di pessimi presentimenti. Si vota in Renania-Westfalia, il Land più popoloso con i suoi quasi 18 milioni di abitanti. Se i sondaggi dicono il vero, il governo rosso-verde guidato dalla socialdemocratica Hannelore Kraft verrà riconfermato. Bisognerà vedere però i risultati dei partiti. La Cdu potrebbe prendere una bella botta: allo stato sarebbe indietro di 8-9 punti sulla Spd. Ma tutti guarderanno ai liberali della Fdp: nel piccolo Land del nord, domenica scorsa, sono riusciti ad entrare in Parlamento, ma in Renania viaggiano sul filo del rasoio del fatidico 5% sotto il quale si resta a bocca asciutta. Se falliscono, la coalizione di centro destra diventerà ancora più debole, in un momento in cui invece avrebbe bisogno di essere ben salda per salvare la politica economica di Frau Merkel. La cancelliera si trova in una situazione vagamente schizofrenica: nei sondaggi è ancora molto popolare, ma sono mesi, ormai, che la sua coalizione sta franando. L'isolamento internazionale, dopo i ripensamenti di Madrid e l'Aia sul Fiscalcompact, la vittoria di François Hollande e quella che il Nobel Joseph Stiglitz ha chiamato «la rivolta degli economisti mondiali» contro la sua austerity policy, aggiunge sale sulla ferita. Pierre Moscovici, il braccio destro del neopresidente, ha detto chiaro e tondo, ieri, che Hollande «non vuole un direttorio franco-tedesco» e che la guida della politica fiscale deve tornare nelle mani delle istituzioni europee. Non si annuncia facile, insomma, il primo tête-à-tête tra il presidente e la cancelliera previsto per il 16 maggio. Il giorno prima ci sarà il vertice straordinario del Consiglio europeo e in quella sede l'isolamento tedesco potrebbe diventare evidente. Il governo di Berlino è in difficoltà. Tant'è che da ieri è diventato semiufficiale quello che da giorni veniva dato per probabile: il voto sul Fiskalpakt, previsto per il 25 maggio al Bundestag, slitterà, se va bene, a fine giugno, quando molte cose saranno cambiate. Dopo un giudizio della Corte di Karlsruhe (che corrisponde alla nostra Consulta) il governo per far approvare la modifica costituzionale che il patto porta con sé ha bisogno di una maggioranza dei due terzi. Merkel, perciò, deve negoziare con Spd e Verdi. I socialdemocratici hanno posto delle condizioni e dopo il successo di Hollande si fanno forti del suo programma per sostenerle. Così ieri il responsabile delle questioni di bilancio, Carsten Schneider, ha segnalato che la Spd sosterrà il patto solo se sarà chiaro «che cosa verrà fatto per la ripresa dell'economia e per la lotta alla disoccupazione», perché «con le sole orge di tagli» la crescita non ci sarà mai. Il presidente della Spd Sigmar Gabriel ha ricordato gli impegni presi in comune con i socialisti francesi e i democratici italiani il 17 marzo e ha ribadito l'identità di vedute con Hollande su tutta la strategia anticrisi. Una linea che non collima affatto con la volontà della cancelliera, la quale da giorni va ripetendo che il patto non si può più negoziare e ieri ha aggiunto che «con me vi potete scordare megaprogetti per la ripresa». Piuttosto, in fatto di crescita il governo tedesco punterebbe a misure per il completamento del mercato interno, liberalizzazioni e riforme del mercato del lavoro, ma niente investimenti e niente promozione diretta dell'occupazione. SALVATEILPARTENONE A rendere tutto più complicato per Berlino ci sono poi gli sviluppi della situazione greca, la cui gravità viene ormai messa da tutti in relazione con le imposizioni della trojka (Commissione Ue, Bce e Fmi) ispirate chiaramente dai diktat tedeschi. Nei giorni scorsi Peter Bofinger, capo dell'organismo ufficiale incaricato di consigliare il governo sull'economia, aveva parlato di Kaputtsparen, tagli che fanno tabula rasa. Martedì ha parlato di «naufragio» della politica sull'euro di Angela Merkel. Qualcuno comincia a rimproverare alla cancelliera e al suo amico Sarkozy di essersi opposti a suo tempo al referendum proposto da Papandreu, che sarebbe stato, in ogni caso, una soluzione migliore delle convulsioni attuali. Sempre Sigmar Gabriel ieri alla Zeit ha affermato che è colpa di Frau Merkel se l'estrema destra è entrata nel parlamento greco. Il centro-destra tedesco, invece, non segnala alcuna intenzione di autocritica: il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble ha richiamato per l'ennesima volta il governo greco (ma quale governo?) a rispettare gli impegni presi e non ha escluso nuovi aiuti ad Atene prima del 2020. Legati, ovviamente, a nuovi tagli. L'alternativa sarebbe, secondo Schäuble, una sola: «Se non ci stanno e vogliono uscire dall'euro, non possiamo impedirglielo». Il giorno prima la sua cancelliera aveva evocato questo scenario come un disastro inimmaginabile per tutta l'Europa. Almeno si mettessero d'accordo. Non sarà il fatalismo dell'austerità a scacciare gli spettri greci L'INTERVENTO GIANNIPITTELLA IIRISULTATI DELLE ELEZIONIFRANCESIEGRECHEINDICANODUE POSSIBILISBOCCHI POLITICI ALLACRISI CHEATTRAVERSA L'EUROPA. COME NEL FILMDELGRANDEREGISTA GRECOTHEO ANGELOPOULUS la Grecia di oggi è un «Paesaggio nella nebbia», un Paese privo di riferimenti politici, disorientato e sfibrato dagli accadimenti degli ultimi tre anni. La deriva greca è figlia di mali antichi, di un boom economico coltivato artificialmente, di un sistema dei partiti asfittico, di un rapporto distorto tra politica e società ma è anche il risultato delle scelte deliberate degli ultimi anni. La soluzione tecnocratica, al di là della qualità e del senso di responsabilità dei dirigenti coinvolti, appare debole. La cura di cavallo che il governo, su indicazione dei partner internazionali, sta somministrando ai greci non solo non consente ad Atene di uscire dal pantano della crisi ma addirittura ne peggiora le condizioni, alimentando un circolo vizioso tra indebitamento e recessione. L'austerità cieca, a senso unico sta infatti deprimendo il Paese, condannandolo ad una recessione infinita. La credibilità dei dirigenti, da sola, in assenza di una prospettiva di uscita dalla crisi, non basta nemmeno a rassicurare i mercati. La convergenza al centro del Pasok e di Nea Demokratia ha inoltre contribuito a delegittimare queste due correnti politiche. Il sostegno al governo tecnico, responsabilmente deciso dal Pasok, ha indebolito in profondità il socialismo ellenico, frammentato il sistema politico e nutrito le ali estreme. Alla luce di questa situazione, l'ombra di Weimar, il rischio cioè di un'implosione del sistema politico sull'onda della crisi incombe su Atene. Di fronte al declino greco, il voto di Parigi indica che un'altra strada è possibile e forse inevitabile se si vuole uscire dal declino. François Hollande ha valorizzato la miglior tradizione del socialismo transalpino, evitando di diluirne la specificità in una Union Sacrée con la destra come suggerito dai neo-centristi francesi. Con la crisi che pure incombeva, Hollande ha parlato di giustizia sociale e non solo di tagli e austerità. Con un discorso coraggioso, incentrato su un progetto di crescita economica e sociale, il neo Presidente francese ha saputo riannodare un contatto con quelle classi popolari che negli ultimi decenni avevano sistematicamente abbandonato la sinistra. Hollande ha incarnato un nuovo volontarismo di sinistra che di fronte al pensiero unico dell'austerità e dei tagli indiscriminati ha riaperto una possibilità di cambiamento. La lezione francese è proprio questa: di fronte alla durezza dei tempi attuali, l'amministrazione dell'esistente e il senso di responsabilità, per quanto lodevoli, da soli non bastano. Serve più coraggio ed è necessario proporre, con serietà, competenza e senza invettive, un progetto di trasformazione che valorizzi le energie positive della società e rifiuti il fatalismo dell'austerità. Come ogni progetto coraggioso che tenta di sparigliare le carte, la strada tracciata da Hollande non sarà agevole. Tocca a noi sostenerlo. *Vicepresidente Parlamento europeo Dopo mesi di pressioni su Kiev da parte della comunità internazionale, un intervento della corte di Strasburgo, un ricovero coatto (forse ottenuto con la violenza) e lunghe indecisioni da parte della diretta interessata, ieri mattina la leader dell'opposizione ucraina, Yulia Timoshenko, è entrata all'ospedale di Kharkiv per curare l'ernia al disco di cui soffre da tempo. L'ex premier ha anche interrotto lo sciopero della fame iniziato 19 giorni fa contro una presunta aggressione in carcere, e dal quale sarebbe uscita notevolmente indebolita. L'ex eroina della «rivoluzione arancione» è arrivata in ospedale stamattina presto scortata dalle forze speciali di polizia, mentre un gruppo di suoi sostenitori urlava «Libertà per Yulia!». Si è decisa per l'ospedale delle Ferrovie appena sei giorni fa, dopo che Kiev ha respinto le proposte di Berlino e Mosca di farla ricoverare all'estero, ma a patto che a seguirla ci fosse anche un medico tedesco di sua fiducia. Oltre che dai medici ucraini, quindi, la Timoshenko sarà seguita anche dal neuropatologo dell'ospedale Charité di Berlino, Lutz Harms, secondo cui la terapia durerà almeno un mese. È stato sempre Harms ad annunciare che Timoshenko ha interrotto lo sciopero della fame cominciato dopo aver denunciato di essere stata picchiata in carcere da tre guardie nella notte tra il 20 e il 21 aprile, quando fu trascinata con la forza in ospedale. Dieci chili in meno, una temperatura corporea scesa a 35,7 gradi e una pressione molto bassa: queste le conseguenze del lungo digiuno secondo i suoi avvocati. «YANUKOVICHCORROTTO» Condannata a 7 anni di reclusione in un processo che numerosi osservatori ritengono manovrato dal presidente Viktor Yanukovich, non appena ricoverata la Timoshenko sembra essere passata al contrattacco chiedendo al Gruppo di azione finanziaria contro il riciclaggio di capitali (Gafi) di indagare proprio sul presidente per corruzione e per delle transazioni economiche illegali. Il trattamento riservato all'ex «principessa del gas» sta creando notevoli grattacapi al governo ucraino. È a rischio un accordo di associazione e libero scambio tra Kiev e l'Ue, e alcuni personaggi di spicco della politica europea hanno annunciato che boicotteranno le partite di Euro 2012 che si giocheranno in Ucraina. Infine martedì Kiev è stata costretta a rimandare un vertice politico internazionale previsto questa settimana a Yalta perché molti dei presidenti invitati hanno deciso di non partecipare per solidarietà alla Timoshenko. Sostenitori della leader ucraina Yulia Timoshenko FOTO LAPRESSE L'EUROPACHECAMBIA GRECIA Venizelos:Syrizia hafallito,oratoccaame formareungoverno EvangelosVenizelos, leader del partitosocialista grecoPasok,ha annunciatoche verrà incaricatodal capodi Stato CarolosPapoulias del tentativodi formare un governodi coalizione,anticipando così la notizia del fallimentodelcolloqui condotti dal leader dellasinistra radicaledi Syriza,Alexis Tsipras.«Riceveròun mandatoper formare ilgoverno e perseguire l'interessenazionale» hadettoVenizelos al termine diun incontro con Tsipras. Paradosso Merkel Il rigore si sgretola, lei minaccia Atene . . . La lezione francese dice che l'amministrazione dell'esistente non basta: è necessario il coraggio Il voto sul Fiscal compact slitta, i sondaggi picchiano Eppure Schäuble insiste: la Grecia esca dall'euro PAOLO SOLDINI paolocarlosoldini@libero.itYulia Timoshenko esce dal carcere E va al contrattacco 14 giovedì 10, maggio, 2012
CISONOPERSONECHE,ENTRANDOPERLA PRIMAVOLTAINCASADIUNAMICO,SIFANNOUN'IDEAPIÙPRECISA DEL LORO OSPITE DAL COLORE DELLE PARETI. ALTRE DALL'ILLUMINAZIONE. Altre ancora, dalla libreria. Entrano e vagolano cercando la parete con i libri. Prima li soppesano da un punto di vista logistico (libri da anticamera, libri salottieri, libri da materasso…), poi quantitativo. Ma prima di passare all'analisi qualitativa, qualcuno di loro cerca un segno distintivo: la costa arancione e blu delle guide Lonely Planet. Se le trova è felice: segno che l'amico è anche lui un viaggiatore (non un turista, attenzione, o almeno così s'illudono di essere i lonelynomani). La conversazione prenderà la piega di una lunga intervista al novello «esploratore» e se ci sono terzi, totalmente disinteressati alle voci viaggi, avventure, zaini, ostelli, trekking, vaccini… state sicuri che rinomineranno in rubrica i due interlocutori con «Livingstone» e «Cook» ed eviteranno di rispondergli al telefono per almeno due anni. Se invece avete vissuto e viaggiato insieme a un o a una lonelynomane come voi, avete scoperto che quando, e se, ci si separa definitivamente, non solo ci si divide fotografie, cd, dvd, libri, ma con molta difficoltà si trova un compromesso su chi deve tenere la Lonely di Cuba e chi invece quella dell'India, o della Bolivia, o… dove chiaramente il discrimine sta nel viaggio e nelle emozioni che vi ha dato. E state sicuri, non esiste viaggio che sia stato bello per l'uno e brutto per l'altra. HIPPYTRIP Non credo ci siano guide che fanno lo stesso effetto. Sarebbe facile dire che la Lonely è un modo di viaggiare. Pur sapendo che tutto cominciò nel '74, quando i suoi fondatori Tony e Maureen Wheeler fecero un famoso hippy trip attraverso l'Europa, la Turchia, l'Iran, l'Afghanistan, l'India per poi arrivare in Australia, sarebbe fin troppo scontato sostenere che oggi, nonostante i suoi 40 anni (20 appena compiuti nell'edizione italiana), la Lonely abbia mantenuto intatto lo spirito ondivago e flaneuristico delle origini. Sì, sarebbe facile e neanche troppo veritiero. Al diavolo le nostalgie fricchettone: la vera verità è che la Lonely è come uno Xanax per un neofita che voglia affrontare un viaggio duro e puro. Prima di caricarmi in spalla dodici chili di zaino e partire alla volta di Nuova Delhi, ho speso un mese a studiare a memoria la mia LP (e se me la rubano?), a compulsarla anche nella penombra (e se non hanno l'energia elettrica?), a sapermi muovere all'interno dei capitoli come un acrobata, a saper elencare numeri e orari di autobus e treni, e soprattutto l'ubicazione esatta delle stazioni (e se poi devi chiedere? E se ti mandano da tutt'altra parte per fregarti pure l'anima? E se perdi la coincidenza e ti tocca dormire in stazione, ma soprattutto usare i bagni della stazione? Ah!). La Lonely è così perfetta, veritiera e precisa che diventa il viaggio prima del viaggio, il controllo che estendi sull'ignoto, la scuola di guida per chi non ha la patente da viaggiatore. Poi si trasforma in automatismo. E alla fine diventa un tic (che userete ovunque: posseggo la LP sia di Milano che di Roma). Tuttavia non sto certo dicendo che toglie il gusto dell'avventura, anzi, ma limita i danni. Evita di farvi partire un'extrasistole se trovate una formica nella soup che avete ordinato o se lo zaino cade in una pozzanghera di fango. Se la vostra Lonely è il viaggio prima del viaggio, estremizzando può anche essere il viaggio senza il viaggio. Ho passato intere pause pranzo leggendo in libreria la guida della Malesia: a sentirmi là, a vedermi in un contesto pieno di dettagli, di gente, di autobus da prendere e camere dove dormire (effetto Salgari?). E allora mi sono chiesta se forse esagerando la Lonely non fosse un genere letterario. Un genere fratto, d'accordo, pedante, freddino, però tendente alla sperimentazione… e lì l'ho fatto. Mi sono detta: to' voglio scriverne una pure io. Mi sfrizzolava qualche paese del Sud America e allora ho scritto. No, non la guida, ma agli Wheeler. Un lungo application form in cui esponevo le mie qualità di viaggiatrice e di scrittrice. Sono passati due anni, ma io aspetto ancora speranzosa una risposta. Il profilodell'Himalaya traTibeteNepal Tuttocominciònel lontano 1974...Daallora laLp hasempremantenuto intatto il suospirito ondivagodelleorigini Maxxi: seneva ancheBaldi ArrivaRecchia comecommissario VALERIATRIGO ROMA SOCIETÀ Perdersi con la Lonely Piùcheunasempliceguida un viaggio prima del viaggio GAIAMANZINI scrittrice NUOVO CHOC PER L'ARTE CONTEMPORANEA ITALIANA: ILMAXXIRIMANEORFANODIPIOBALDI,PRESIDENTEDELLAFONDAZIONECHEGESTISCEIL MUSEO. ll presidente e i consiglieri di amministrazione, Roberto Grossi e Stefano Zecchi, hanno infatti presentato al ministro per i Beni e le attività culturali, Lorenzo Ornaghi, le loro dimissioni dal Cda della fondazione. E prontamente, arriva la nomina con la quale il ministro manda avanti l'architetto Antonia Pasqua Recchia, segretario generale del ministero, come commissario straordinario per garantire alla struttura il proseguimento delle regolari attività per quattro mesi e la cui prima occupazione sarà - dichiara la medesima - «di studiare a fondo carte e bilancio». Proprio al culmine della «questione bilancio» scoppiata il mese scorso con un ventilato commissariamento da parte del ministro, arrivano ora le dimissioni di Baldi: una dolorosa partita aperta dal Mibac, che ha imputato ai quadri alti di via Guido Reni un buco da 11 milioni di euro. Accusa rispedita al mittente dal presidente dimissionario, che ha lamentato il taglio progressivo dei fondi destinati dal Ministero al museo, passati dai 7 milioni del 2010 ai 4 del 2011, fino a precipitare a 2 milioni per il 2012. La prima vittima è il Maxxi stesso, che a soli due anni di vita affronta già la sua prima crisi gestionale. Quella del taglio dei fondi pubblici è una croce comune a moltissimi musei d'arte contemporanea in Italia: risalgono all'anno scorso le dimissioni del direttore del Macro, Luca Massimo Barbero, mentre meno di due settimane fa il direttore del Cam di Casoria ha addirittura dato fuoco ad alcune opere della sua collezione, in un disperato e controverso gesto di protesta. Il problema è sempre lo stesso; stupisce, però, che ne sia rimasto travolto anche lo spazio espositivo del Flaminio, una macchina avviata nel 2010 con un budget da più di 10 milioni di euro totali (7 pubblici e circa 3 privati), senza dimenticare i 150 milioni spesi sull' edificio in sé, progettato dall'architetto Zaha Hadid. Le dimissioni di Baldi, intanto, con il conseguente «inserimento» del commissario sollevano anche le prime polemiche: «Siamo allo spoil system dei tecnici che sostituiscono, senza alcuna valida ragione, professionalità di grande qualità», commenta Matteo Orfini, responsabile Cultura e informazione del Pd. «Il Maxxi - conclude - non ha bisogno né di un commissario né di un nuovo direttore, semmai di un ministero che si impegni a sostenerne seriamente il lavoro». Di «spoil system arbitrario e immotivato» si tratta anche per Giulia Rodano dell'Idv, che spinge l'affondo. Soddisfatta, invece, per la nomina di Pasqua Recchia, la Uilbac che in una nota fa saperedi apprezzare anche «il breve tempo del commissariamento poiché significa che esistono opzioni su cui lavorare e trovare la soluzione più confacente». ANNIVERSARIO Quarant'anni fa un certoTonyWheelere lasua donna Maureen partirono da Londra verso Est senza un programma preciso: il loro viaggio si concluse dodici mesi dopoinAustralia.Gliappuntieiricordidiquelviaggio vennero pubblicati in un volumetto artigianale di un centinaio di pagine. Fu l'inizio del «viaggio» della LonelyPlanet, collana diguide per viaggiatoriche amano «perdersi». Quarant'anni fa iniziò l'avventura:unconcorso per festeggiare Per festeggiare il propriocompleanno, (quarant'annidal primoviaggio, vent'annidelle edizioni italiane Edt), LonelyPlanethadecisodi regalareai propri lettori deiviaggi, naturalmente. Attraversoun concorso,TueLonelyPlanet, che mette inpalio sei viaggiai quattro angoli del globo, tuttidiversi matutti in linea con la filosofia cheda vent'anni leguide seguonoediffondono a milionidiviaggiatori. Avventura, trekking, immersioni in paradisi acquatici, visite acittà d'arte...Perpartecipare è necessariocaricare su tuelonelyplanet.itunapropria foto con la guida LonelyPlanetdiun viaggio fatto o dafare, aggiungere 120 caratteridi augurial marchio editorialee farsi votare: tra ipiù cliccati, unagiuria diLonelyPlanet Italia sceglierà i diecivincitori. Perpartecipare ènecessario caricaresu tuelonelyplanet.itunapropria foto con la guida LonelyPlanetdiun viaggio fatto o dafare, aggiungere 120 caratteridi augurial marchio editorialee farsi votare: tra ipiù cliccati, unagiuria diLonelyPlanet Italia sceglierà i diecivincitori. ... L'architetto: resto4mesi Lepolemiche:OrfinidelPd eGiuliaRodanodell'Idv parlanodispoil system U: giovedì 10, maggio, 2012 23
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10/05/12

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