L'ultimo tentativo di poter dare un governo alla Grecia è nelle mani del presidente della Repubblica, Karolos Papoulias. Il socialista Evanghelos Venizelos ha riconsegnato il mandato esplorativo e oggi il presidente greco si incontra con tutti i capi dei partiti eletti in Parlamento per verificare se, in extremis le possibilità di formare un governo di unità nazionale. L'ipotesi rimasta sul tavolo è quella di un esecutivo della durata di 24 mesi che si muova per far rimanere il Paese nell'euro, cercando di ottenere da Bruxelles e dal Fmi condizioni più morbide per quanto riguarda i tagli e l'insieme delle politiche di austerità. In teoria ci sarebbe l'assenso del centrodestra, dei socialisti e del partito della Sinistra Democratica, che insieme, disporrebbero di una maggioranza di 168 seggi su 300. Ma il leader di Sinistra Democratica, Fotis Kouvelis, per dare il via libera, richiede anche la partecipazione degli eurocomunisti di Syriza, i quali per parte loro non sembrano disposti a condividere l'onere del governo con le forze che hanno applicato sinora le politiche di austerity. ULTIMO APPELLO AIPARTITI Papoulias cerca di prendere tempo, in vista dell'Eurogruppo di domani e dell'incontro Merkel -Hollande di mercoledì prossimo. «Dobbiamo lavorare sodo nel fine settimana per cercare si trovare una soluzione» ha dichiarato. Nel frattempo, la Germania continua a lanciare avvertimenti che hanno un'unico contenuto di fondo: la politica di rigore non si discute, si applica o si esce dall'euro. IL DEBITO Le voci di un possibile ritorno alla dracma sono tornate a circolare con insistenza, anche in vista della difficoltà di Atene di far fronte al pagamento di obbligazioni in scadenza, che sono rimaste escluse dal recente haircut. Ma il presidente dell'Eurogruppo, Jean Claude Juncker, ha voluto assumere una posizione di maggiore apertura: «Si potrebbe concedere alla Grecia un orizzonte temporale più vasto, per quanto riguarda l'applicazione delle misure sinora decise. Lasciamo che il popolo ellenico decida da solo, senza puntargli contro l'indice», ha aggiunto l'ex primo ministro lussemburghese. Ed anche il presidente austriaco Heinz Fischer ha sottolineato che «anche se un'uscita dalla moneta unica non è da escludere, è necessario fare tutto il possibile per evitarla». Per quanto riguarda la “marcia indietro” verso la dracma, potrebbe significare una svalutazione pari a circa il 40%, e un enorme problema, per quel che riguarda il pagamento del debito estero. La Grecia potrebbe rifiutarsi di saldarlo, ma correrebbe il rischio di non avere più accesso, per un periodo abbastanza lungo, ai prestiti della comunità internazionale. Tutti i media ellenici insistono sul fatto che «bisogna trovare un compromesso e anche l'Europa deve comprendere che l'austerità va decisamente rivista, perché la maggior parte dei cittadini ha già dato tutto ciò che aveva». Gli analisti di molti paesi dell'Unione concordano sul fatto che ormai, molte banche europee si sino sbarazzate dei titoli greci, e sarebbe sicuramente più facile, quindi, per il resto dell'Eurozona, reggere il contraccolpo di un'uscita della Grecia. Anche se i trattati europei, al momento, non lo prevedono: un Paese può abbandonare l'euro solo se decide al contempo di uscire dall'Unione. «Se la Grecia non onorerà gli impegni assunti con l'Fmi, la Bce e l'Unione europea, si dovrà bloccare l'erogazione dei prestiti», ha dichiarato Jens Weidmann, presidente della banca centrale tedesca. E il il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble ha ribadito che «si può provare a parlare di nuove vie per lo sviluppo solo se le condizioni poste ad Atene continueranno ad essere rispettate». IPROBLEMIDICAMBIO L'agenzia Bloomberg ha cercato di calcolare quale sarebbe il costo di un possibile fallimento della Grecia: i creditori devono ricevere ancora circa 400 miliardi per i titoli pubblici ellenici in loro possesso. I governi degli altri 26 Paesi dell'Unione hanno prestato ad Atene circa 80 miliardi di euro, mentre la Bce ha acquistato titoli per un ammontare di 50 miliardi. Cifre che potrebbero di fatto azzerarsi in caso di default. «Forse vale la pena cercare di trattare» ragiona Bloomberg. Le maggiori banche mondiali sono già pronte ad aggiungere la dracma alla lista di valute extra euro ma ci sarebbe da risolvere una serie di problemi pratici: primo il valore del cambio della neo-dracma. Per l'euro si parla di un cambio a 340, 75 dracme. Gli analisti almeno ad Atene aspettano però di vedere come finirà l'ultimo tentativo del presidente Papoulias. e quali punti compromesso potrebbero iniziare a prefigurarsi, nel nuovo rapporto tra Berlino e Parigi, tra appena tre giorni. Le crisi, si sa, alle volte si risolvono all'ultimo minuto. Il capo dello Stato Karolos Papoulias si assume il compito dell'ultimo tentativo di formare un governo di salvezza nazionale Convocati oggi i leader dei partiti Studi sul ritorno alla dracma Grecia, ultimo tentativo del presidente Hannelore contro Norbert: chi vincerà il duello per la guida del Land Nord Reno-Vestfalia? Da una parte la combattiva socialdemocratica Hannelore Kraft, governatrice uscente, la donna che due anni fa riuscì nell'impresa di riconquistare alla sinistra una regione che nel dopoguerra era stata una roccaforte rossa, fino al disastro elettorale del 2005 quando era passata alla Cdu. Dall'altra parte lo sfidante Norbert Röttgen della Cdu, attuale ministro dell'Ambiente nel governo nazionale, promettente pupillo della cancelliera Angela Merkel. LA GOVERNATRICEE IL PUPILLO C'è molta attesa per i risultati del Nord Reno-Vestfalia, l'ultima consultazione regionale prima delle politiche del 2013. A rischiare è soprattutto Angela Merkel, visto che in ballo ci sono questioni che vanno al di là della politica regionale: si tratta di capire fino a che punto la linea della cancelliera in fatto di rigore finanziario sia condivisa dai suoi elettori e quanto sia ancora popolare l'attuale maggioranza di governo nero-gialla, dilaniata giorno dopo giorno dai dissidi interni. Dalle pensioni alle quote rosa, dalle tasse al salario minimo, le crepe che separano Cdu e Fdp a Berlino sono sempre più numerose e profonde. L'importanza del voto di oggi è determinata dal peso specifico del Land Nord Reno-Vestfalia: il più popoloso del Paese (18 milioni di abitanti), quello col maggior tasso di industrializzazione e con una delle peggiori situazioni finanziarie (deficit di 3 miliardi di euro). Due anni fa il testa a testa tra i due partiti maggiori si concluse con un sostanziale pareggio: 34,6% per la Cdu e 34,5% per la Spd. Grazie alla buona affermazione dei Grünen, Hannelore Kraft poté formare un governo di minoranza rosso-verde, sostenuto esternamente dalla Linke. Una formula assai fragile, arenatasi lo scorso marzo quando il governo regionale è andato sotto nel voto sulla legge finanziaria. Sulle ali del successo socialista in Francia, Hannelore chiede ora di essere riconfermata governatrice con un programma di risanamento dei bilanci centrato su nuove tasse per i più abbienti e investimenti pubblici. Una ricetta che è tutto il contrario di quella proposta dallo sfidante Cdu Röttgen, fedelissimo del rigore merkeliano. Se i sondaggi della vigilia saranno rispettati, l'Spd otterrà il 38% dei voti e potrà nuovamente governare insieme coi Verdi (11%), questa volta senza ricorrere al sostegno esterno della Linke, la quale è per altro prevista sotto la soglia di sbarramento del 5%. La Cdu è accreditata dai sondaggi di appena il 33%: un risultato che significherebbe la condanna all'opposizione e una pesante battuta d'arresto per la cancelliera Merkel. Tanto più pesante se gli alleati della Fdp non ce la faranno ad entrare nel parlamento, nonostante siano guidati dal leader locale Christian Lindner, ex segretario generale dei liberali, forse l'ultima chance per rilanciare il partito. Scontata appare, infine, l'affermazione dei Piraten, che con un previsto 9% registreranno il quarto ingresso in un parlamento locale. Nel tira-e-molla sulla politica dell'austerità made inGermanyora è il turno della Bundesbank. Il presidente della banca centrale tedesca, Jens Weidmann, è sceso in campo più combattivo che mai in difesa della politica restrittiva praticata dal governo di Berlino. La presa di posizione non ha stupito più di tanto, se non, forse, per la sua durezza: che il vertice dell'istituto sia il più convinto sostenitore della linea della disciplina di bilancio, anzi, in qualche modo il suo ispiratore, si sapeva abbondantemente. Ma l'uscita di Weidmann si colloca in un contesto politico particolare: a quattro giorni dalla visita a Berlino di François Hollande, che ha fatto la sua campagna elettorale promettendo ai francesi (e a molti europei) di rinegoziare il Fiscal compact; alla vigilia delle elezioni in Renania-Westfalia, un test molto importante per Angela Merkel e il suo centro-destra, e dopo che le notizie provenienti da Atene hanno acceso in Germania un aperto contrasto sull'opportunità o meno che la Grecia esca dall'euro. Proprio dalla Grecia è partito il presidente della Bundesbank rinnovando la minaccia che era stata evocata giorni fa dal ministro degli Esteri Guido Westerwelle: se Atene non mantiene gli impegni «vengono meno le premesse per ulteriori aiuti», perché i paesi che tirano fuori quei soldi «ne debbono dar conto ai loro cittadini». Weidmann ammette che «la fuoriuscita della Grecia dall'Eurozona avrebbe conseguenze anche per il resto d'Europa». Nonostante questo, però, si schiera con il fronte dei duri che non concepisce alcuno sconto e alcuna dilazione delle durissime misure imposte ai cittadini greci. IL FRONTE DEIDURI Un fronte del quale, dopo qualche esitazione, ha preso la testa il ministro delle Finanze Schäuble, sostenendo che comunque «non possiamo costringere nessun Paese a restare nell'euro». Proprio le conseguenze sul resto d'Europa, però, sono il retropensiero di quanti ritengono che si debba far di tutto, anche il prolungamento di un anno per gli obblighi di Atene, per evitare uno scenario disastroso. Il fallimento della Grecia, conseguenza del ritorno alla dracma, si rovescerebbe su tutti i Paesi. Solo alla Germania, secondo calcoli resi noti ieri, costerebbe 77 miliardi di euro. Da quanto si capisce, su questo secondo fronte è schierata anche la cancelliera, che non sarebbe affatto d'accordo con Schäuble e Westerwelle. Weidmann ha avuto due paroline anche per il neopresidente francese e la sua richiesta di modifiche degli statuti della Bce per metterla in grado di manovrare nella crisi. «Crescita e occupazione - ha detto - derivano solo dall'iniziativa degli imprenditori» e la Banca centrale può al massimo contribuire «nella misura in cui assicura la stabilità monetaria». Può continuare «per un tempo determinato» a fornire liquidità alle banche, ma deve tornare ad essere il cane da guardia dell'inflazione. Quanto al Fiscal compact, Weidmann rifiuta ogni ipotesi di modifica. A Berlino Hollande troverà interlocutori difficili. Si tratta di vedere quanto saranno anche forti. Hannelore contro Angela Merkel La sfida in Nord-Reno Vestfalia L'EUROPAELACRISI PAOLOSOLDINI paolocarlosoldini@libero.it GHERARDOUGOLINI BERLINO La Bundesbank all'attacco: «Il Fiscal compact non si cambia» . . . Dall'Eurogruppo Juncker: «Si può concedere ad Atene tempi più lunghi per applicare il piano deciso» Il presidente greco Karolos Papoulias nel suo ufficio FOTO DI ALKIS KONSTANTINIDIS/ANSA EPA TEODOROANDREADIS teodoroandreadis@hotmail.com 12 domenica 13, maggio, 2012
Non è la prima volta che accadeva a Livorno. Cioè che prendessero di mira la sede di Equitalia, in via Indipendenza. Era successo qualche mese fa. Ma la violenza si era fermata a una missiva con un proiettile inesploso e a qualche scritta offensiva sui muri. Ieri, invece, si è fatto un piccolo ma significativo passo avanti. Alle 4.30 di mattina due molotov sono state lanciate contro l'ingresso della filiale. Una è esplosa, l'altra invece no. Le fiamme hanno danneggiato l'esterno della sede che si trova al piano terra di un edificio nel pieno centro della città. Entrambe le molotov, secondo quanto appreso, sono state realizzate utilizzando bottiglie di birra e sono state lanciate attraverso la saracinesca a maglie dell'ingresso. A mettere a segno il raid notturno, con tutta probabilità, sarebbe stato un commando di 7-8 persone riprese dalle telecamere esterne. Una donna che abita in una via vicina all'agenzia ha visto gli attentatori: «Erano a volto scoperto, sono scappati a piedi e in diverse direzioni». Secondo gli investigatori, che parlano di «atto grave», hanno in effetti agito almeno tre persone. Tra l'altro avrebbero anche tentato di appiccare un incendio e lanciato un petardo, di quelli che si trovano regolarmente in commercio. Il gruppo, stando a quanto riferito dagli investigatori, sarebbe dell'area anarchica-antagonista. Non sarebbe, quindi, il gesto di un singolo magari esasperato da qualche cartella esattoriale. Tra l'altro non ci sono rivendicazioni e non si ritiene che vi siano legami con il ferimento di Roberto Adinolfi a Genova. La molotov e il petardo inesplosi, tra l'altro, lascerebbero supporre agli investigatori una «scarsa professionalità» degli autori, che potrebbero non essere arrivati da troppo lontano. Come detto a Livorno si era già verificato altri episodi contro la sede di Equitalia. Il 5 gennaio scorso, ad esempio, era stata recapitata una lettera con un proiettile calibro 7.65. Nella missiva che l'accompagnava l'autore specificava di non avere nulla a che fare con le ideologie anarchiche e allora si era pensato a un gesto isolato. È sempre ai primi di quest'anno, ma l'episodio emerse solo il 26 gennaio, era stata scoperta una busta con un meccanismo a orologeria a carica manuale indirizzata all'Agenzia delle entrate di Livorno. Al momento comunque non verrebbe ipotizzato alcun collegamento con quanto avvenuto stamani. Secondo la procura di Livorno, coadiuvata dai carabinieri del Ros e dalla Digos, neanche le scritte trovate di fronte alla sede («Lotta Continua», es quella vergata sulla saracinesca di Equitalia, «Equitalia Boia», con a fianco una falce e martello), non sono considerate rivendicazioni, ma solo una sorta di scenografia della protesta. Per lunedì intanto è stato fissato un vertice in procura tra magistratura e forze di polizia. REAZIONI L'attentato di ieri, pur non avendo provocato rossi danni, ha avuto una vasta eco. Scatenando, poi, reazioni politiche. Il ministro della Giustizia Paola Severino ha chiarito che «pagare le tasse è un dovere. Equitalia non è la causa del problema, c'è un disagio e un problema del'economia». Per il viceministro Grilli «è sbagliatissimo colpevolizzare e creare un nemico, Equitalia non è un antagonista, è lo Stato che cerca di tutelare tutti i cittadini che devono pagare ciò che è dovuto». Certo, «errori possono capitare e ci scusiamo». E lo stesso Monti, scegliendo di recarsi giovedì mattina nella sede dell'Agenzia delle Entrate per incontrare Befera intende lanciare un segnale al Paese che la lotta all'evasione è un dovere per lo Stato e non può essere messo in discussione, così come è un dovere per i cittadini rispettare la legge. E se la Lega, per bocca di Maurizio Fugatti, vicepresidente dei deputati, propone « una moratoria delle posizioni dei contribuenti più a rischio per instaurare una procedura conciliativa al fine di evitare le tragedie che stiamo vedendo in questi giorni», l'Idv, che per voce di Stefano Pedica chiede le dimissioni di Attilio Befera, direttore dell'Agenzia delle Entrate. A giorni, comunque, dovrebbe essere pronto il decreto per le compensazioni, che dovrebbe dare un po' di ossigeno alle imprese. E portare un po' di calma. «A mio figlio ho chiesto L'INTERVISTA «Concentrare le operazioni di riscossione sui grandi evasori» LAURAMATTEUCCI lmatteucci@unita.it La storia di Ivano lavoratore dell'Agenzia Le minacce ricevute «Noi come i carabinieri durante gli anni 70» «Si sta esasperando e strumentalizzando il ruolo di Equitalia. È vero che la crisi morde e crea seri problemi a tanti, ma molte delle persone che alimentano questo clima di tensione in realtà non sono abituate a pagare il dovuto, e infatti spesso le loro motivazioni ed argomentazioni sono inadeguate ai gesti eclatanti compiuti. Per dire: nel bergamasco l'uomo che si è improvvisamente armato di fucile semplicemente non aveva mai pagato il canone Rai...Il collegamento con i suicidi, poi, è davvero azzardato». In altri termini: «L'Italia ha bisogno di un organo di riscossione: è chiaro che abusi ed errori sono da evitare, ma io non credo affatto ad una degenerazione del sistema». Parla Villiam Rossi, una vita tra riscossioni e tributi: già assessore al Bilancio a Bologna, nonché direttore dell'Agenzia delle Entrate dell'Emilia-Romagna e per due volte direttore dell'Accertamento dell'Agenzia nazionale. Equitaliaperòpresentamoltecriticità,a partiredall'esseremoltopesanteperdimensioniecosti. «È vero, siamo gli unici al mondo ad avere una macchina così sovradimensionata, con 8mila dipendenti, e soprattutto rivolta ad una platea indifferenziata di soggetti in realtà molto diversi tra loro, da chi evade per migliaia o milioni di euro al singolo cittadino che non paga la Tarsu. I problemi, a ben vedere, esplodono non tanto in relazione alla riscossione per l'Erario, che rappresenta sì e no il 50% del totale annuo, ma a quella per gli Enti locali». Semprepiùsindaciintendonofareamenodi Equitalia. «Non hanno mai avuto l'obbligo di avvalersene. E un decreto Tremonti impone a tutti i Comuni di “abbandonare” Equitalia dal primo gennaio 2013. A meno di modifiche, dovranno attenersi alla nuova normativa. Anche in questo caso, quindi, parlare di “rivolta dei sindaci” contro Equitalia, come fanno molti, mi sembra fuorviante e strumentale». C'è anche il fatto che per l'attività di riscossione sia richiesto un contributo, chiamato aggio, del 9%: non è eccessivo? «È stato alzato, e non di poco, dall'ultimo governo Berlusconi, e ricade sul contribuente che non paga nei termini dovuti, oltre agli interessi. Un onere in più, che serve a retribuire l'attività della società». Alnetto di furbetti edevasori dimestiere,restaverochelacrisispessorendeinsostenibile il pagamento del dovuto, noncrede? «È certamente così, e non da oggi. Prendiamo i tributi erariali dell'anno scorso: Equitalia ha riscosso 4,5 miliardi, ben 3 dei quali sono relativi a somme che i contribuenti avevano inizialmente dichiarato, ma che non sono poi stati in grado di versare. Non si tratta di evasori, insomma, ma di persone che nei fatti non sono riuscite a onorare i debiti con lo Stato. Un fenomeno già significativo, che di certo si riscontra in modo molto diffuso anche in relazione alle tasse locali. Una gestione diretta dei Comuni della riscossione, attraverso una struttura più snella e meno burocratizzata, io credo potrà meglio selezionare e vagliare le situazione, consentendo ai contribuenti percorsi meno pesanti». Datalasuaesperienza,cheideas'èfatto delmodomiglioreper riscuotere? «Controlli approfonditi innanzitutto, che Equitalia ha i poteri di fare, per evitare che i capitali fuggano all'estero, vengano intestati ad altri o comunque nascosti. E capire così quali siano le situazioni più critiche. A quel punto, sarebbe importante concentrare l'attività su queste, e non indistintamente sulla massa dei cittadini». Arrivare a chiedere a tuo figlio di «non dire dove lavora papà». Perché «il papà fa un lavoro ormai pericoloso, come il carabiniere negli anni 70, e tuo figlio, anche se fa le medie, vede il telegiornale e chiede: “Ma è dove lavori tu che hanno messo la bomba?”. E allora anche lui capisce che è meglio non dire che il papà lavora a Equitalia che sennò ti trattano male o ti prendono in giro o al contrario ti capita qualche contribuente che ti dice “Stai attento ai tuoi figli”, “Ti vengo a cercare sotto casa”, come se i soldi che chiediamo ce li mettessimo in tasca noi». Degli 8mila lavoratori di Equitalia, Ivano (nome di fantasia) fa parte della «prima linea» in un ufficio di una grande città. «Ogni santa mattina allo sportello a trattare con i tanti disperati figli della crisi». «Lo stesso posto da 25 anni», attraversando «i vari cambi di nome della società» che «per lo Stato fa l'esattore delle tasse». Negli ultimi tempi però il lavoro di Ivano è diventato un altro: «oramai io e i miei colleghi facciamo gli psicologi perché vi assicuro che serve essere grandi psicologi per trattare con l'esaperazione, la disperazione di persone che ti considerano come la peste». Fare lo psicologo per «1.900 euro netti in busta, grazie all'anzianità». «Un lavoro normalissimo, fatto con passione e, voglio dirlo forte, professionalità, disponibilità, correttezza, come quasi tutti i miei colleghi». Un lavoro che da «sei-otto mesi è cambiato completamente» dopo i boati provocati «dai vari pacchi bomba» arrivati nelle varie sedi Equitalia sparse lungo la penisola. Ivano spiega con grande lucidità quanto sta accadendo «agli esattori delle tasse, agli strozzini, come veniamo chiamati»: «Il problema è legato al fatto che le persone in un momento di crisi in cui perdono il lavoro o chiudono il negozio non ce la fanno più a pagare, a rispondere alle nostre richieste: noi stiamo riscuotendo tasse del 2006, di sei anni fa, quando le cose ancora andavano bene. Ma sembra passato un secolo, tutto è cambiato. In peggio». E Ivano e i suoi colleghi sono «l'anello finale, quello contro cui tutti si sfogano». In questi mesi ha dovuto assistere «a scene pietose, litigi, botte, offese a non finire, soprattutto quando si affrontano casi di pignoramento della casa. Se non fossimo bravi psicologi si finirebbe sempre alle mani. E invece per fortuna capita di rado». Di rado, ma capita. E sempre più spesso. Tanto che la vigilanza è aumentata. «Hanno aumentato il numero di vigilantes negli uffici, nei più grandi ce ne sono anche quattro alla volta, poi la posta che ci arriva viene passata prima al metal deLACRISIELAVIOLENZA Molotov anti Equitalia Il governo: «Pagare le tasse è un obbligo» VilliamRossi L'economista,exdirigente dell'AgenziadelleEntrate: «Cisonocriticità,manon demonizziamoEquitalia Ilclimaèfruttodi troppe strumentalizzazioni» MASSIMOFRANCHI ROMA Due bombe a Livorno Una testimone: «Erano a volto scoperto» Severino: si colpisce lo Stato NICOLALUCI LIVORNO 6 domenica 13, maggio, 2012
CaraUnità Dialoghi Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense,131/L_0154_Roma lettere@unita.it In Germania si guadagna il doppio e i prezzi sono la metà, la Germania è come un padre di famiglia che, soffrendo di nervi (la paura dell'inflazione), costringe tutti i suoi familiari sani a prendere psicofarmaci. Bel modo di concepire lo Stato unico Europa: guerra fredda e sotterranea del più forte contro i più deboli e mal rappresentati. GIUSEPPE CASAGRANDE Si dice spesso che le scelte politiche dell'Europa e dei Paesi europei sono orientate dalla Germania, dai mercati, dalle speculazioni in borsa e dall'andamento dello spread. Quello che a un certo punto dobbiamo chiederci però è quale sarebbe (è o sarà) il senso politico di quelle scelte. Sempre più evidente pare a me, infatti, che si tratta di scelte, in linea con i movimenti (e l'ingordigia) del grande capitale finanziario internazionale, che non tengono in nessun conto i drammi che hanno determinato e continuano a determinare nella gente che ha poco e conta poco. A livello dapprima dei paesi del cosiddetto terzo mondo in cui la globalizzazione, guidata dalle multinazionali e dal Dio mercato, ha arricchito piccole élites e impoverito masse enormi di persone ed a livello oggi dei paesi più sviluppati in cui lo spirito dei mercati sta aumentando le differenze fra i ricchi, sempre più ricchi e i poveri: sempre più numerosi è sempre più poveri. È su questo punto, mi pare, che è importante oggi rivisitare criticamente le scelte della Merkel, di Sarkozy e del primo Monti ed è su questo punto che, Bersani ha ragione, al governo di Monti bisogna oggi chiedere di più. Forti di un risultato elettorale che indica con chiarezza la direzione da prendere. Mafia Confisca dei beni Aggiornare la legge SIÈCHIUSOL'11MAGGIOAROMA,CASASANBERNARDO,ILMASTER DEL PARTITO DEMOCRATICO «OFFICINA POLITICA».DALL'APRILEDEL2011,un fine settimana al mese, abbiamo vissuto con 40 giovani partecipanti e 52 relatori un anno di formazione politica. Ragazzi e ragazze, con un'età media di 27 anni, con precedenti esperienze politiche e amministrative, compresi due sindaci e molti consiglieri comunali, hanno costituito insieme a noi una comunità di apprendimento, scambio, studio, analisi e affetti. Come in un'officina o in una bottega artigiana si sono trasferite conoscenze e competenze e, nello stesso tempo, abbiamo elaborato idee e soluzioni per la produzione di «buona politica». Nella convinzione che saranno lo spirito collaborativo e l'«insieme» a rigenerare le nostre società, come sapientemente evidenzia il sociologo Richard Sennet, ci siamo esercitati per rafforzare questi due ingredienti dentro di noi e in un collettivo. In questo anno di Officina politica sono avvenute tante cose, a livello nazionale, europeo ed internazionale. Si è acuita la crisi economica, il governo Berlusconi ha finalmente «mollato la presa», l'avvento dell'esecutivo Monti, le difficoltà dell'Europa, la bancarotta di Paesi come la Grecia, i movimenti nell'area del Mediterraneo. Il Pd ha accresciuto notevolmente la sua iniziativa politica sia in Europa che nel nostro Paese. Ma la strada da percorrere è ancora lunga. In questo momento storico è necessario un impegno straordinario di energie e risorse. La formazione della classe dirigente diventa essenziale per ripartire, intercettare quel generale senso di sfiducia verso la politica e sciogliere un nodo, che sembra essere caratteristica del nostro tempo, tra voglia di partecipare dei cittadini e delle cittadine e crisi dei meccanismi democratici e di rappresentanza. Troppi anni passati per il nostro Paese senza percorsi di «cura» delle proprie classi dirigenti. Il Partito democratico inverte la rotta con «Officina politica», esperienza pilota, candidata a strutturarsi in maniera stabile con la partenza di una nuova annualità con un altro gruppo di giovani. Abbiamo sperimentato in questo anno, insieme, cosa serve alle persone soprattutto ai giovani che si impegnano oggi in politica. Intanto una grande iniezione di fiducia in grado di trasformarsi in un moto collettivo di impegno costruttivo. Esigenza che percepiamo anche con i 2000 giovani in formazione di «Finalmente sud» che coinvolge ragazzi e ragazze delle regioni del Mezzogiorno. Sono necessarie inoltre preparazione, capacità di analisi dei profondi cambiamenti sociali in atto, senso critico, visione lunga e larga dei fenomeni, competenze volte alla risoluzione pratica dei problemi. Un amministratore, anche di un piccolo comune, ha bisogno di indossare quotidianamente un «abito» europeo. Chiudersi nel localismo, come ci dimostra il calo elettorale della Lega, è ormai fuori dal tempo. Sostenere, come ha fatto qualche candidato del Movimento 5 stelle, di non avere opinioni sui temi internazionali perché per ora ci si occuperà delle città, è la dimostrazione della vera debolezza del sistema italiano troppo autoreferenziale e provinciale anche e soprattutto nelle sue espressioni politiche «nuove» che pure hanno il merito di intercettare bisogni di cambiamento reali. È fondamentale per un buon politico saper fare rete, da non confondere con l'abilità di essere sulla rete, che è spazio di partecipazione contemporanea molto importante, ma pur sempre luogo e strumento della politica, non il suo «cuore». O veramente pensiamo in questo nostro bel Paese che per rinnovare la politica bastano facebook o twitter? Interessante invece l'esperienza del partito dei Pirati, naturalmente per molti versi non condivisibile, quando segnala in maniera corale e realmente «dal basso» l'esigenza di costruire una cittadinanza competente. Una classe dirigente, all'altezza del suo compito storico, deve essere, infine, intrisa di una forte dimensione "soggettiva" dell'agire politico che é fatto di passione, di ideali, di voglia di cambiare, costantemente teso alla ricerca del bene comune. Mettiamo l'esperienza di «Officina »al servizio di un rinnovamento vero, profondo della politica. Il tempo ci darà ragione. Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 Vito LoMonaco Presidente centro Pio La Torre La tiratura del 12 maggio 2012 è stata di 119.418 copie La Germania e i mercati NELL'AGENDAPOLITICADELGOVERNOMON-TI E DEL PARLAMENTO C'È SPAZIO PER AFFRONTARE LE PRIORITÀ DELLA LEGISLAZIONE ANTIMAFIA? LE FANFARONATE sul Codice antimafia, annunciate dal precedente governo, sono state ridimensionate grazie a una repentina controffensiva nel luglio del 2011 di un vasto schieramento, rappresentativo delle associazioni antimafia, di impresa e sindacali, nel quale il centro studi La Torre ha giocato un qualche ruolo propulsore. Infatti, grazie a quell'azione, non è stata cancellata dalla memoria legislativa del Paese la storica legge Rognoni-La Torre. Il governo comunque ha rifiutato le articolate posizioni del movimento antimafia fatte proprie invece dalle commissioni Giustizia della Camera e del Senato. A meno di un anno tornano in evidenza i nodi grazie anche alle sollecitazioni della Confindustria e alle prese di posizione della ministra dell'Interno e del segretario nazionale di Magistratura democratica. Riepiloghiamo brevemente le nostre posizioni: le procedure di sequestro o di confisca non possono essere confuse con le ordinarie procedure fallimentari; il ruolo propulsivo dell'Agenzia dei beni confiscati non può essere burocratizzato né essere avulso dai rapporti col sindacato, le associazioni d'impresa e le associazioni antimafia sia per il riuso sociale dei beni che per il loro rilancio produttivo nella legalità. Tra le tanti questioni presenti c'è anche l'eventuale vendita dei beni confiscati. Fuori da ogni pregiudizio pseudoideologico il vero tabù deve essere il riuso sociale del bene confiscato e la sua restituzione alla società e a un mercato libero dalla mafia. In quest'ottica si può anche vendere se non c'è altra soluzione. Ma chi stabilisce se non c'è altra soluzione? Ci può essere un controllo sociale nella destinazione dei beni e nel rilancio aziendale? Chi elabora i piani industriali? Quali competenze economiche, amministrative, tecniche si rendono necessarie? E ancora, è possibile praticare tutto ciò senza alcuna interruzione per la vita del bene che giustamente va distinto se è un immobile (la villa con piscina o il magazzinetto di periferia) o un'azienda (di un settore obsoleto o tecnologicamente avanzato)? Abbiamo esempi di gestione di aziende confiscate molto alternativi. La Villa S. Teresa di Bagheria ha risanato i conti con tariffe pari a un quinto di quelle delle quali si avvantaggiava l'ex proprietà mafiosa e ha realizzato un polo d'eccellenza. La Riela group, azienda di trasporti di eccellenza, invece va a chiudere e mette nel lastrico 22 capifamiglia. Stesse procedure, stesse norme, probabilmente la qualità professionale degli amministratori giudiziari a cui è stata affidata la gestione è profondamente diversa. Inoltre tra le priorità da affrontare c'è quella di rendere compatibile i tempi brevi imposti per la confisca dei beni e i tempi lunghi del processo. Di quanto accennato se ne discuterà martedì 12 giugno a Roma in una conferenza dibattito nella quale interverrà la ministra Cancellieri e promosso dal Centro Studi La Torre e da Anm, Arci, Cgil, Confindustria, Libera, Legacoop, Cna, Osservatorio Legalità Unipa, Osservatori strutture Cgil, con l'adesione di varie personalità politiche e istituzionali. È stato annunciato un ddl di concerto tra le due ministre della Giustizia e dell'Interno, ne discuteremo con grande interesse proponendo le nostre articolate posizioni che prevedono il miglioramento del Codice Antimafia, la semplificazione della gestione dei beni confiscati, una buona legge contro i nuovi reati finanziari e anti corrotti, ai quali estendere le norme penali antimafia, compreso la confisca dei beni. Va adeguata la Rognoni-La Torre? Noi del centro Pio La Torre lo proponiamo da tempo perché vogliamo renderla ancora più penetrante nell'attuale fase di economia finanziarizzata e globalizzata. Oggi ci sono condizioni migliori del recente passato. Nell'Ue si è fatta strada l'idea che occorra una legislazione antimafia europea; all'Onu sulla questione della criminalità economica transazionale sono maturati orientamenti positivi di contrasto e infine al governo non ci sono uomini sospettati di compiacenza verso la mafia, e non è poca cosa. Recuperare efficienza nella legislazione antimafia significa recuperare capitali per la crescita del Paese. Annamaria Parente Responsabile nazionale formazione del Pd Formazione «Officina politica»: da qui nasce la speranza del futuro . . . Si è chiuso il master dedicato ai giovani . . . Conoscenze e competenze per i dirigenti che verranno COMUNITÀ I ricercatoridel Cnr L'8 maggio si è chiusa la fase di inserimento telematico dei dati per la valutazione scientifica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr). Ieri abbiamo deciso, e non certo con leggerezza, di rimuovere tutti i "prodotti" (sic) della nostra ricerca, che avevamo già provveduto a inserire. Siamo abituati a vedere valutato il nostro lavoro: quando spediamo un articolo scientifico a una rivista internazionale, quando vogliamo accedere ai fondi dei «Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale» o ai fondi europei, quando chiediamo un «grant» come professore invitato in un'università straniera. In tutti questi casi il nostro lavoro viene valutato da esperti internazionali. Se quindi, come segno di protesta, siamo arrivati a rimuovere i risultati della nostra ricerca dalla procedura di valutazione, è perché ci sono delle ragioni importanti. Ne elenchiamo solo una, la principale: i ricercatori del Cnr sono stati ormai espulsi da tutti gli organi decisionali. Non esistono strutture di una qualche importanza dove i membri siano eletti da chi al Cnr la ricerca la fa. Nonostante la farraginosità della piattaforma informatica per fornire i dati necessari alla valutazione, dati che sono già in possesso del Cnr o comunque derivabili da banche dati internazionali, nonostante tutto questo avevamo comunque svolto il nostro compito, nella speranza che arrivasse un segnale. Sì, un segnale che giustificasse l'ennesimo carico burocratico su chi fa ricerca, ma che non viene mai tenuto in considerazione per il governo dell'ente in cui lavora. Non è arrivato nessun segnale e allora il segnale abbiamo deciso di darlo noi. PaoloPoliti,Stefano Selci,Ruggero Vaia ISTITUTO DEI SISTEMI COMPLESSI - CNR L'Ataccontro gli invalidi Titolare, dal 2002, di un abbonamento agevolato categoria invalidi, mi vedo costretto, obtorto collo, a rinnovarlo su base annuale. Per usufruire di tale “agevolazione”, oltre a dover presentare una serie di documenti, foto, fotocopie, e tutto quello che vi viene in mente per essere di disturbo alle persone, sono costretto a recarmi presso lo sportello apposito che l'Atac ha istituito presso i singoli municipi entro il 22 Maggio. Dopo tale data, non potrò più avere l'abbonamento agevolato. Sono immobilizzato a casa per un intervento chirurgico seguito a un incidente stradale. Ho fatto presente la cosa al call center Atac (tel. 0657003),e, in maniera piuttosto sgarbata, mi è stato risposto «mandi qualcuno con una delega». Quando ho detto ma io non posso mandare nessuno, visto anche gli orari piuttosto ristretti imposto dall'Atac, e il fatto, puro e semplice, che non posso chiedere a qualcuno di fare una fila disumana per me (stamattina, alle0830, mi è stato detto da un conoscente che lavora in Comune, c'era già una fila di trenta persone…), sono stato mandato al diavolo con la simpatica frase «le regole le facciamo noi, non lei». Non ho la pretesa che qualcuno si vergogni, sarebbe pretendere di trovare dall'altra parte degli interlocutori onesti e intelligenti, solo vi informo di cosa costringete le persone. RobertoFederici 18 domenica 13, maggio, 2012
Da ABC (Alfano, Bersani, Casini) a CAG. Casini-Alfano-Grillo. Ve lo immaginate? Sarebbe una di quelle rocambolesche giravolte della politica italiana suggestionata, anzi no, terrorizzata, dalle urne. Non è fantascienza ma uno degli scenari che starebbe prendendo corpo a Parma, ex fortino Pdl, caduto in disgrazia per le vicende giudiziarie che hanno coinvolto l'ex sindaco Pietro Vignali. Al ballottaggio due candidati: Vincenzo Bernazzoli, Pd, e Federico Pizzarotti Movimento a 5 stelle. Evaporato il Pdl, inconsistente il centro, come ha dimostrato il posizionamento al terzo posto del suo candidato Elvio Ubaldi (lista civica e appoggio Udc), adesso sembra che l'obiettivo di quel che resta del centrodestra sia di non far arrivare primo il candidato Pd. LATENTAZIONEDEL CENTRODESTRA «Al ballottaggio potremmo votare Pizzarotti. In fondo è lui la novità», ha detto Ubaldi l'altro giorno cogliendo di sorpresa non pochi elettori parmigiani. Ieri a domanda diretta ha risposto che no, indicazioni non ne dà, «non ho una posizione, però nei prossimi giorni mi vedrò con i miei e decideremo che fare». Insomma, si potrebbe decidere di appoggiare apertamente proprio in candidato grillino «ma anche no». Il Pdl nicchia, ufficialmente «meglio fare una gita». Ufficiosamente - giurano dal quartier generale di Bernazzoli «le cose stanno diversamente. C'è chi sta dando indicazioni di voto per Pizzarotti perché sanno che se vinciamo noi per un po' possono dimenticarsi la guida di Parma». Filippo Berselli, coordinatore emiliano romagnolo del Pdl, se fosse un elettore di Parma andrebbe al mare, «non andrei a votare, tanto che non ho dato indicazioni». Certo, «non posso escludere che elettori Pdl preferiscano il candidato del Movimento 5 stelle, né posso lanciare un editto, ma a me come coordinatore l'unico ballottaggio che interessa è quello di Piacenza». Al punto che il coordinamento regionale l'ha fissato al sabato successivo al ballottaggio. Da Roma l'onorevole Giorgio Stracquadanio opterebbe per una gita, «astensionismo, mi creda, ma non posso escludere che elettori del centrodestra vadano alle urne per sostenere Pizzarotti». Aggiunge: «Tuttavia mi chiedo quanti siano gli elettori Pdl, ormai è un partito morto. Sepolto. Non esiste più, anzi io lavoro perché esploda definitivamente, senza più leader, programmi, idee. A Parma poi è a meno del 4%, ma si rende conto?». Vincenzo Bernazzoli guarda sì le macerie di quello che qui fino all'anno scorso era considerato un esercito invincibile, ma non nasconde le insidie: «Il loro tentativo - dice - è quello di far vincere il candidato del Movimento a 5 stelle sperando in una crisi di giunta al massimo fra un anno, il tempo che gli serve per cercare di riorganizzarsi». Riorganizzarsi e far dimenticare quella brutta storia di tangenti legate alla scuola, di assessori finiti sotto inchiesta, di cittadini arrivati sotto la sede del Comune a protestare con le pentole in mano. Tutto ancora troppo fresco nella memoria dei parmigiani, ma forse il tracollo di Pdl e Lega non si spiega solo così, forse è vero quello che dice Stracquadanio descrivendo senza troppi giri di parole quello che resta dei tempi andati. Un partito tenuto insieme dal suo leader indiscusso, Berlusconi, e sgretolatosi non appena il Capo si è fatto di lato, travolto dalla crisi - di governo ed economica - dalle olgettine, dalle Ruby di turno. Cerca di spazzare lontano i dubbi Federico Pizzarotti: «Io non chiedo voti né al Pdl né all'Udc. Io chiedo il voto dei cittadini sulla base del mio programma. Niente apparentamenti, niente accordi in vista del ballottaggio». E se poi arrivano i voti anche da lì ben vengano. Intanto l'altra sera è stato al centro di una brutta polemica: su Facebook un utente con «avatar» col simbolo del Movimento 5 Stelle ha scritto «Bernazzoli sparati». E come se non bastasse sulla pagina dell'Associazione Gestione Corretta Rifiuti ne è comparso un altro il 17 marzo - mai cancellato -non meno inquietante: «Chi appoggia Bernazzoli è peggio di un nazifascista». Bernazzoli ha denunciato la gravità di questi episodi e il candidato grillino ha preso le distanze e condannato le frasi contro il suo competitor. «Ho anche scritto al militante del Movimento 5 stelle - racconta - che peraltro non è di Parma, ma non mi ha risposto». A sostenere Bernazzoli «nella sua azione di cambiamento», ieri è arrivato il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, che ha annunciato un asse tra Parma e Milano, in vista dell'Expo 2015, «una collaborazione intensa che porterà occasioni e sviluppo al territorio parmense». . . . Il candidato del Pd: il Pdl cerca di far dimenticare i danni provocati dalla giunta Vignali ... Insulti e minacce sul web contro Bernazzoli Ieri manifestazione con Giuliano Pisapia ILCOMMENTO FRANCESCOCUNDARI SEGUEDALLAPRIMA Tanto più dopo le parole dello stesso segno pronunciate ufficialmente dal candidato centrista, l'ex sindaco Elvio Ubaldi, convinto che non andare a votare al secondo turno significherebbe fare un favore al candidato del Pd, Vincenzo Bernazzoli. E che la vera «novità» sia Pizzarotti, e per questo meriti una chance. Un quadro non confortante, dal punto di vista del partito nato sul predellino di un'automobile e schiantatosi al primo casello per Bruxelles: deluso dal cosiddetto «Abc» (la «strana maggioranza» Alfano-Bersani-Casini), orfano del Cav. (che il giorno del voto non era nemmeno in Italia, preferendo festeggiare la sicura vittoria dell'amico Putin) e già pronto a buttarsi sul «Cag», il nuovo asse Casini-Alfano-Grillo. Il passaggio dall'Abc al Cag, però, non appare infelice solo dal punto di vista fonetico. Se infatti la «strana maggioranza» a sostegno del governo Monti si poteva pur sempre spiegare con l'emergenza finanziaria e la necessità di evitare la bancarotta dell'Italia, la stranissima minoranza raccolta attorno al candidato grillino sembra spiegabile solo con il fallimento politico del centrodestra e del suo fu-maggiore partito. Se era questa «la più grande novità della politica italiana» pomposamente annunciata da Angelino Alfano alla vigilia del tracollo elettorale, nella vana speranza di spostare in avanti l'attenzione dell'opinione pubblica, non si può dire che abbia deluso le aspettative. L'immagine di Ignazio La Russa e Nicole Minetti che invitano a votare per il Movimento 5 stelle, o magari di un Silvio Berlusconi che dalla dacia di Putin lancia un appello al voto per i seguaci di Beppe Grillo, sarebbe davvero il più grande spettacolo dopo il Big Bang. Un numero di trasformismo quale non ci saremmo aspettati nemmeno dal re del burlesque. L'unico che appare davvero fuori posto, sul palcoscenico di un simile show, è Pier Ferdinando Casini. Il solo terreno di convergenza immaginabile tra elettori di centrodestra e sostenitori di Beppe Grillo è infatti l'ostilità per quello che Berlusconi chiama «il teatrino della politica» (e Grillo in modi irriferibili). Un sentimento che non è semplice avversione, per dirla ancora con le parole del Cavaliere, per i «professionisti della politica» (di cui Casini rappresenta comunque un esempio tra i più longevi), ma è prima di tutto rifiuto di ogni compromesso, negazione in radice di ogni cultura della mediazione. Qui sta la ragione profonda, quasi antropologica, dell'incompatibilità tra l'elettorato del partito di Casini e un'eventuale convergenza tra grillini e pidiellini, che difficilmente si celebrerebbe all'insegna della moderazione, del senso dello Stato e del rispetto per le istituzioni. Al contrario, la fascinazione che una parte del Pdl mostra qua e là per il Movimento 5 stelle evidentissima se si guardano ai giornali di area - testimonia innanzi tutto quanto fosse posticcio il lungo camuffamento liberale e moderato, il travestimento da «popolari europei», e quanto fossero invece radicate la vena vagamente anarchica e la carica anti-istituzionale della prima Forza Italia, nata all'insegna di un individualismo irresponsabile, insofferente di ogni legame e di ogni obbligo sociale. Un sentimento che è stato in questi anni il cuore autentico dell'identità berlusconiana. Beppe Grillo a uno show-manifestazione del movimento “Cinque stelle” FOTO NEWS - INFOPHOTO L'esordio del «CAG», coalizione della disperazione . . . La tentazione “grillina” dei berlusconiani mostra quanto fosse posticcio il travestimento liberale LEELEZIONIE IL GOVERNO Il centrista Ubaldi lo dice apertamente: «Pizzarotti è la novità» I dirigenti pidiellini non lo escludono: l'importante è che il centrosinistra esca sconfitto Bernazzoli: vogliono solo creare macerie MARIAZEGARELLI mzegarelli@unita.it Parma, Pdl e Udc aprono a Grillo per il ballottaggio 2 domenica 13, maggio, 2012
Ricostruiremo San Giuliano di Pu-glia con gli architetti di Milano 2:parchi, case moderne e verde pub-blico entro due anni». Era il 3 no-vembre 2002 quando Silvio Berlu-sconi, a favore di telecamere, piegava il dolore ad uso politico. Solo tre giorni prima, alle 11 e 31, una scossa di 5,9 gradi di magnitudo aveva investito 14 comuni del basso Molise. Le vittime erano state 28, una maestra e i suoi alunni intrappolati sotto le macerie della scuola Francesco Iovine, i feriti un centinaio, tremila gli sfollati. Da quel sisma sono passati dieci anni. Di Berlusconi rimane solo un ricordo. Del terremoto, invece, una ferita mai chiusa. Bonefro, cinquanta chilometri da Campobasso, è il punto più dolente. Per arrivarci ci si deve addentrare fra i colli Verzelli e Totaro. Il borgo è lì, sulla destra del torrente Toma. Bonefro è uno dei 14 comuni che fanno parte del cratere del sisma. La famiglia di Teresa Buscio ci vive da sempre, ma in paese non torna da anni. È alloggiata in uno dei cinquanta prefabbricati allestiti per gli sfollati. C'è entrata nove mesi dopo il sisma, il «22 giugno del 2003», e da lì non si è più mossa. Teresa ha sessantasette anni e un marito di 71. E fa parte delle trenta famiglie del comune che ancora stanno aspettando un alloggio definitivo. In Molise sono circa duemila nelle sue condizioni tra chi vive, come lei, in queste piccole baracche umide e chi ha scelto l'«autonoma sistemazione», e cioè una casa in affitto pagata dallo Stato. L'abitazione della famiglia Buscio, quaranta metri quadri di polistirolo, lamiera e una parte di legno, è marrone e sul lato d'ingresso è stata coibentata con un pannello bianco. Un regalo della Regione, fatto nel 2011, per far fronte agli inverni rigidi di queste latitudini e all'usura del tempo. D'altronde il prefabbricato è omologato per non più di cinque anni e ne sono passati dieci. Nella casa di Teresa, come in tutte, non c'è riscaldamento se non quello elettrico. Con l'elettricità ci si scalda e ci si cucina. Ogni bimestre arrivano bollette in media di 600-800 euro. Spesso vengono rimborsate dalla Regione, altre volte pagate dai terremotati. Ma questo è il problema minore. «Io sono nata e vissuta in questo paese - ci dice Teresa - e qui voglio morire. Ma vorrei farlo a casa mia. Non in questa baracca». La famiglia Buscio fa parte di quella fetta di terremotati inseriti nella cosiddetta fascia «A». Dopo il sisma la popolazione colpita venne suddivisa in categorie: dalla A alla F, a seconda della gravità del danno. I primi, come i Buscio, avrebbero dovuto avere una corsia preferenziale nella ricostruzione. Ma non fu così. Per qualche ragione i quattordici comuni interessati dal sisma divennero 84. E cioè tutti quelli della provincia. E tutti parteciparono alla ricostruzione. Anche senza titolo. Così, ad oggi, il 65% di prime abitazioni danneggiate (tra queste anche le scuole) attendono di essere sistemate. APIOGGIA Eppure i finanziamenti sono arrivati. In dieci anni, in forma diretta, circa 750 milioni. Altri 250 milioni di euro sono giunti, invece, con un finanziamento misto (europeo, statale, regionale) attraverso «il Programma pluriennale per la ripresa produttiva», ex articolo 15 varato dalla giunta di centrodestra nel giugno del 2004. I soldi dovevano permettere lo sviluppo delle aeree alluvionate (alla fine del 2003 il basso Molise fu investito da piogge torrenziali) e di quelle terremotate. In tutto, dunque, sono stati erogati circa un miliardo di euro. Chi li ha pilotati? Il presidente della Regione Michele Iorio utilizzando otto anni di regime di emergenza e due di criticità. Status che gli hanno permesso di gestire, in qualità di commissario, con poteri straordinari, una montagna di denaro. Ma finita dove? Carmela Barbieri ha due figli di 16 e ventidue anni, un marito e un cane. Abita a Colletorto. Siamo a un passo da San Giuliano di Puglia. Carmela vive in una casa che ha costruito da sola con il marito «mattone dopo mattone». I genitori, invece, sono ancora stipati in una delle 15-20 casette di legno arrampicate sopra il paese. Le chiamano gli «chalet» gentile dono della Valle D'Aosta. Il paese oggi conta poco più di duemila abitanti. Nel 2002 erano mille in più. Con Carmela visitiamo la scuola del paese. Anche questa si chiama «Francesco Iovine». È di legno, con le pareti di un friabile carton gesso e la foto di Bertolaso in bacheca. Pulita, ma provvisoria. Le scuole avrebbero dovuto avere la precedenza nella fase della ricostruzione. L'unica rimessa in piedi è quella crollata a San Giuliano. L'hanno fatta così grande che una metà è occupata da un call center. Ma l'hanno fatta solo lì. Poco sopra l'abitazione di Carmela si vede il Gargano e il mare. Siamo a un passo dalla Puglia. Qualche chilometro più su il Molise ha il suo sbocco sull'adriatico, a Termoli. «Lì è attraccata la Termoli Jet» dice Carmela. La Termoli Jet è una nave, ma è anche il simbolo dello spreco post terremoto. Michele Pietraroia ce lo spiega nel suo ufficio a Campobasso. Pietraroia è uno dei tre consiglieri regionali del Pd. Alla parete ha una foto di Berlinguer che sorride e poco più sotto quella di Giuseppe Di Vittorio, forse per ricordare i suoi trenta anni alla Cgil. «La costruzione della Termoli Jet fu voluta dal governatore Iorio per collegare il Molise ai porti croati di Spalato, Ploce e Dubrovnik». Un collegamento veloce passeggeri, con frequenza stagionale, per il tragitto Termoli - Croazia, sotto l'insegna Larivera Lines «società di trasporto su gomma». Si spese tra i sette e gli otto milioni di euro, soldi pescati nelle more della già citata legge ex articolo 15, quella destinata agli alluvionati e terremotati, con la scusa di incentivare il turismo. Oggi la Termoli Jet è ferma e il collegamento con la Croazia una chimera. Eppure (nonostante l'intervento dei magistrati) Iorio è rimasto sempre in sella. Perché? «Perché - spiega Pietraroria - con la gestione commissariale il presidente ha creato un solido sistema di potere». In che modo? Don Antonio Di Lalla è il parroco di Bonefro. Ha circa 50 anni. Dal 2003 ha creato un mensile dal costo di un euro. Lo ha chiamato «la fonte - periodico dei terremotati e di resistenza umana». Don Antonio ci spiega come funziona, in piccolo, il sistema Iorio. «Le faccio un esempio: prenda gli 84 comuni che partecipano alla ricostruzione. Con il sisma ognuno di questi ha assunto e stipendiato almeno 2 tecnici col compito di istruire, visionare e seguire, i progetti dei fabbricati danneggiati. A Bonefro ce se ne sono quattro retribuiti per 108 mesi. Ma in 10 anni sono stati istruiti solo 85 progetti» per nuove case. In pratica uno ogni tre mesi. «In tutto solo la struttura commissariale ha bruciato 8 milioni e duecentomila euro l'anno». Per un totale di 80 milioni. AGENZIA L'emergenza, dunque, dà potere perché garantisce la gestione di fondi in regime speciale «in assenza di democrazia e controllo» dice Pietraroia. Ma in Molise, per decreto governativo, l'emergenza è finita il 30 aprile scorso. Ma solo sulla carta. Nello stesso giorno la giunta regionale ha fatto approvare la legge numero 12, con la quale è stata istituita l'Agenzia regionale della Protezione civile. E che cos'è? È un'Agenzia, come si legge nel comma 10 dell'articolo 6, che «conforma la propria attività al rispetto della normativa post sisma recata da ordinanze, decreti, circolari e norme attuative» varate dalla precedente struttura commissariale. In pratica una fotocopia della struttura precedente, ma con un altro nome. Gestita dalla giunta, e cioè da Iorio, che ha potere di nomina sul direttore e di controllo sui finanziamenti comprese le loro modalità di assegnazione. In ballo ci sono i 346 milioni che lo scorso anno il Cipe ha destinato alla ricostruzione delle abitazioni di fascia «A». Tra l'altro una parte dei soldi (160 milioni circa) è già stata impegnata in altri progetti. L'Agenzia impiegherà poi altre duecento persone - la regione Molise (320mila abitanti) ha circa mille dipendenti, quasi come la Lombardia «assunte senza concorso» denuncia Petraroia. Quindi, nonostante sia dichiarata conclusa l'emergenza continua. «Sa perché restano in piedi i prefabbricati?» ci dice sorridendo don Antonio. «Per testimoniare a tutti che il sisma non è finito. E che per ricordare che servono altri soldi». Altro denaro per ricucire quella ferita ancora aperta. La famiglia Buscio (al centro) davanti al loro prefabbricato nel paese di Bonefro. A destra un anziano a Colletorto RICOSTRUZIONE . . . Il 65% delle abitazioni che hanno avuto seri danni non è stato ancora ricostruito. Il caso del Termoli Jet ILREPORTAGE Quel terremoto che non finisce mai IN MOLISE A 10 ANNI DAL SISMA. DOPO UN MILIARDO DI EURO SPESI, MOLTI VIVONO ANCORA IN BARACCA E PER LA GIUNTA IORIO L'EMERGENZA CONTINUA ROBERTOROSSI INVIATO A CAMPOBASSO . . . Tra prefabbricati e “autonoma sistemazione” duemila persone aspettano ancora un alloggio definitivo . . . La giunta vara una nuova Agenzia di protezione civile: dovrà gestire senza controllo altri 346 milioni domenica 13, maggio, 2012 15
Placido Rizzotto è figlio di Nino, fratello minore del sindacalista ucciso nel 1948. Lavora in banca a Palermo ed è il destinatario, insieme al segretario della Cgil Susanna Camusso, della lettera con cui Giorgio Napolitano annuncia che il 24 maggio sarà a Corleone per i funerali di Stato. Il sindacalista socialista e Nino erano i figli di primo letto di Carmelo che, dopo la morte della prima moglie, si risposò ed ebbe cinque figlie femmine. Per questo: «Sono l'unico a portare il nome dei Rizzotto e, forse proprio per questa ragione - racconta Placido Rizzotto junior - fin da piccolo sentivo questa responsabilità, raccoglievo testimonianze sulla storia di quell'assassinio. Mi aiutava anche lo zio Peppino, fratello di mia madre, comunista, che è stato vicesindaco di Corleone e impegnato nel sindacato. Nella mia famiglia da parte di padre erano tutti socialisti e da parte di madre comunisti». Cosa le diceva lo zio Peppino Di Palermo? «Una delle cose più belle era questa: “Noi non è che facevamo l'antimafia, non eravamo nemici di nessuno. Noi andavamo a chiedere diritti per i lavoratori e a fare rivendicazioni per avere terra migliore. Erano loro, i padroni e i mafiosi, che sparavano”. E lo Stato allora era diverso, proteggeva i mafiosi». Ora,però,haricevutolaletteradalQuirinale.VisidicecheilpresidenteNapolitano verrà a Corleone per i funerali di Stato,dopoesserestatoaPalermopercommemorareFalconeeBorsellino,in«continuità ideale» con il ricordo dei magistratiuccisi. «Sono molto contento e molto orgoglioso di questa risposta positiva, che è il frutto di una spinta cresciuta spontaneamente dalla società civile impegnata e non solo di una richiesta della famiglia». AnchelasocietàcivilediCorleonesièimpegnataper questo risultato? «A Corleone c'è stato l'impegno della gente che si riconosce nella Cgil e quello di alcuni sindaci come Cipriani e Iannazzo». 64 anni dopo c'è la certezza che i resti trovatinellafoibadiRoccaBusambrasono di suo zio. Perché è importante questacertezza? «Quel ritrovamento è il riconoscimento della verità che rende giustizia di quel periodo storico in Sicilia. Anche se i processi non si possono più fare per la morte di tutti i protagonisti, la verità sul caso di Placido Rizzotto rende giustizia a tutti i sindacalisti uccisi in quel periodo, molti dei quali dimenticati». I processi non si sono conclusi con delle condanne. «Anche se i processi non hanno fatto giustizia, perché si sono conclusi con delle assoluzioni, Placido Rizzotto è l'unico che per il quale si sono svolti e si è raggiunta la verità. Altre famiglie di vittime della mafia, invece, hanno dovuto vivere nella vergogna, perché i loro cari sono stati distrutti non solo fisicamente ma anche nella memoria». L'Istituto Gramsci siciliano ha appena pubblicato un volume sulla base della donazionedellecartedell'avvocatoSalvo Riela. Il giovane giudice Terranova, anche lui ucciso dalla mafianel 1979, respinse la richiesta di assoluzione di Liggioechiese,invece,l'archiviazioneacausadellesentenzeprecedenti.Liggionon eraprocessabilecomenonlofuronoFredaeVentura. «Sono molte le persone che si sono battute per la verità sulla morte di Placido Rizzotto. Pio La Torre ne parlava sempre, e certo deve essere stato influenzato dal fatto che gli toccò in sorte, giovanissimo, di averlo sostituito come segretario della Camera del lavoro; il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che scoprì gli assassini e che nel corso degli anni menzionava sempre quella sua prima esperienza a Corleone, per significare che sapeva cosa fosse la mafia; il procuratore Pietro Scaglione, che fu il primo a firmare un rinvio a giudizio; Gianni Bisio, che ha fatto un grande lavoro di documentazione. Tutto questo ha reso chiaro quale fosse il motivo per cui Rizzotto fu ucciso ed è stato sconfitto il disegno di coloro che, facendo sparire il corpo, volevano distruggerne anche il semplice ricordo. Fallendo quell'obiettivo hanno reso mio zio immortale». Anche nei confronti di Placido Rizzotto cifuronotentativididepistaggio,dispiegarel'omicidiocomevendetta.Futirato fuoriilfattocheCarmelo,ilpadre,erastatoarrestatopermafia.NellecartediRielac'èunappuntodiDallaChiesa,successivo al rapporto del 1949, in cui si dice chenonèprovatocheilmandantefosse MicheleNavarra. «Per quanto riguarda Dalla Chiesa è probabile che volesse dire esattamente ciò che è scritto: che non c'era la prova. È vero che nonno Carmelo fu arrestato nel 1925 ma poi rigò sempre dritto. Il primo depistatore fu proprio il ministro dell'Interno, Mario Scelba, che rispondendo in Parlamento a Gian Carlo Pajetta, disse: “Onorevole, quale mafia, se è chiaro che Rizzotto è stato ucciso dai suoi stessi compagni di partito, per una lite sulla spartizione delle terre?”. È per questo che non mi piacerebbe proprio, girando per l'Italia, imbattermi in una strada intitolata a Scelba». I sindacalisti uccisi dalla mafia in quegli anni sono soprattutto socialisti. Pio La Torre, nella relazionedi minoranza antimafia del 1976, si chiede se questo non sialegatoallascissionedipalazzoBarberini. «Socialisti e comunisti erano insieme nel blocco del popolo e nella Cgil. E i sindacalisti socialisti erano i più intransigenti e progressisti. Quell'attacco mafioso lavorava ai fianchi. Si spaccò il partito ed è interessante che la famiglia Rizzotto era difesa dall'avvocato socialista Francesco Taormina, mentre gli imputati erano difesi dall'avvocato socialdemocratico Gullo. Si spaccò la Cgil. La posta era alta, non si trattava di quattro pecorai. E non si può fare colpa ai siciliani di essere mafiosi, perché c'era chi combatteva la mafia e perché le istituzioni proteggevano i mafiosi. L'Italia si deve interrogare su quel periodo in cui è nata la Repubblica, che è nata male e le conseguenze ce le portiamo fino a oggi». Placido Rizzotto era stato anche partigiano. «Placido aveva undici anni quando il padre Carmelo fu arrestato, dovette lasciare la scuola, divenne il capofamiglia. Quando fu richiamato militare, nonostante avesse solo la quinta elementare, divenne sergente, perché era molto sveglio e intelligente. Poi fece la scelta partigiana, e questa fu la decisione grazie alla quale maturò la sua coscienza politica. Senza, tornato a Corleone, sarebbe stato un contadino sfruttato. Invece, quando tornò sapeva parlare, farsi capire, trascinare gli altri nella lotta». L'INTERVISTA GIUSEPPEF. MENNELLA «La verità su Rizzotto vale per tutti i sindacalisti uccisi» Placido Rizzotto, nipote omonimo del sindacalista ucciso dalla mafia, accanto a Don Ciotti FOTO DI LUCA ZENNARO/ANSA JOLANDABUFALINI Piùdeputatiesenatorial CentroealNord:èquanto emergedal rapportodel ServizioStudidelSenato Valutataanche l'ipotetica riduzionedeglieletti PlacidoRizzotto ILDOSSIER LALOTTAALLA MAFIA Èilnipotedel sindacalista uccisonel 1948.Neporta ilnome,eanchequesto hacontribuitoalsuo impegnoperraggiungere laverità Effetto censimento: meno parlamentari al Sud . . . «Il primo depistatore fu Scelba, per questo non vorrei incontrare una strada intitolata a lui» Il Sud e le Isole perdono; il Cen-tro e il Nord guadagnano: que-sto è l'effetto del censimentodella popolazione sui seggiparlamentari. L'Italia del 2011ha una popolazione che sfiora i 60 milioni di individui, rispetto ai 57 milioni di dieci anni fa: due milioni e mezzo di persone in più. Il punto è che le regioni del Centro-Nord sono cresciute di più di tutte le altre. Ecco perché quelle stesse regioni avranno più deputati e senatori quando si tornerà alle urne. Tutto ciò è raccontato in un semplice e puntuale rapporto dell'efficiente Servizio Studi del Senato, curato da Luca Borsi ed Emanuela Catalucci, sotto la direzione di Daniele Ravenna. Iniziamo dal Senato, precisando che lo studio traduce il censimento 2011 in seggi parlamentari sia a Costituzione vigente sia a Costituzione variata e dunque prevedendo la riduzione del numero dei senatori e dei deputati. A Palazzo Madama, se i senatori nazionali restassero gli attuali 309, il Sud e le Isole perderebbero quattro eletti a beneficio del Centro-Nord: due seggi in più alla Lombardia, uno all'Emilia Romagna e uno al Lazio. Quattro regioni perderebbero un eletto a testa: Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna. EFFETTIDIROMPENTI Se il Parlamento, cambiando gli articoli 56 e 57 della Costituzione, decidesse di ridurre il numero degli eletti, gli effetti del censimento sarebbero ben più dirompenti. L'ipotesi del Servizio Studi del Senato è che venga approvata la riforma della Costituzione secondo il testo base in discussione: 250 senatori (contro 309 attuali) e 500 deputati nazionali (contro 618). A queste condizioni, per quanto riguarda Palazzo Madama le regioni del Nord passerebbero da 140 a 96 seggi; quelle del Centro da 68 a 55; il Sud e le Isole da 101 a 82 senatori. AMONTECITORIO Trasferiamoci ora nelle Circoscrizioni elettorali per Montecitorio. Il passaggio di seggi a favore del Centro-Nord è pari a nove unità. Ma ci sono due regioni settentrionali che perderebbero un eletto dopo il nuovo censimento: il Piemonte 1 da 24 a 23 seggi e la Liguria che avrebbe 16 deputati contro gli attuali 17. Le Circoscrizioni con il segno più risulterebbero: Lombadia 3, Trentino Alto Adige e Lazio 2 con un eletto in più a testa. E Lombardia 2, Veneto 1, Emilia Romagna e Lazio 1 con due deputati in più a testa. A pagare dazio sarebbero, invece, le due Circoscrizioni della Campania, con due deputati in meno complessivamente; la Puglia e la Calabria con due seggi in meno a testa; Sicilia 1, Sicilia 2 e Sardegna con un eletto in meno a testa. Restano da considerare gli effetti del censimento 2011 su una Camera composta da 500 deputati. Il Nord passerebbe dagli attuali 277 deputati a 230; i seggi delle regioni centrali passerebbero da 132 a 108; infine gli eletti al Sud e nelle Isole passerebbero da 209 a 162. domenica 13, maggio, 2012 9
ILCOMMENTO FRANCESCOBENIGNO Ora il rischio è quello dell'escalation. Lo dice chiaramente il ministro dell'Interno, che consegna al Paese un allarme terrorismo, soppesato quanto drammatico. «Il rischio dell'escalation esiste», scandisce preoccupata Annamaria Cancellieri, al suo arrivo al Salone del Libro di Torino, dove è andata per partecipare alla presentazione di un volume sui vent'anni dalla strage di Capaci. E di fronte allo scenario che lei stessa profila, si appella poi «alla coesione sociale e politica». È quello l'antidoto più forte, la risposta che può contrastare i rischi di una possibile escalation terroristica. Dopo l'attentato al manager dell'Ansaldo, la situazione richiede «molta attenzione» e «molto rigore», avverte il ministro, che si sofferma sulla rivendicazione siglata dalla Federazione anarchica italiana. «Attendibile», scandisce la responsabile dell'Interno. «Almeno abbiamo individuato la matrice», riflette: «Adesso - rinnova lo sprone - bisogna lavorare». Il Dipartimento della pubblica sicurezza ha già inviato a tutti i questori e prefetti una circolare per «potenziare ad ampio raggio l'attività info-investigativa con particolare riferimento agli ambienti eversivi e incrementare la vigilanza sugli obiettivi sensibili», in particolare quelli legati ad ambienti di lavoro e sociali. E a breve, si terrà al Viminale un comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza. Qualcuno chiede al ministro se ci sono nessi tra gli autori dell'attentato al manager dell'Ansaldo e il movimento No Tav. Lei risponde con molta chiarezza: «Per ora non abbiamo alcuna notizia di collegamenti». E tuttavia, anche su questo, l'attenzione resta massima: «Sono tutti settori sensibili e in quanto tali i collegamenti possono esserci o crearsi facilmente», avverte la titolare del Viminale. Fiduciosa comunque sulla «tenuta» della società civile. «Non c'è aria di consenso intorno a questi atti e se c'è, è limitato a un'area molto circoscritta» ripete. «Non credo che nelle corde popolari ci sia consenso per queste cose». L'APPELLOALLASOCIETÀ CIVILE Quanto all'altro fronte, che vede nel mirino l'Agenzia delle entrate, il ministro dell'Interno scandisce sono di assoluta fermezza: «Chi colpisce Equitalia colpisce lo Stato, perché i suoi dipendenti sono dipendenti dello Stato che cercano di assicurarne il funzionamento». Sulle «modalità di funzionamento del servizio» si può discutere, ma «sui fondamentali non dobbiamo avere nessuna esitazione», ripete. Mentre gli investigatori, pur non associando direttamente la rivendicazione per l'attentato di Genova con il pacco bomba spedito alla direzione generale di Equitalia, sembrano convinti che il clima in cui sono maturati i due episodi e gli ambienti sono gli stessi. «Condivisione», «coesione», «unità di tutte le forze politiche» sono le parole che fanno eco all'appello del ministro Cancellieri. Le sue parole allarmano quanto più appaiono attentamente «soppesate», sottolinea il ministro della Giustizia Paola Severino, che rilancia l'allarme della collega di governo: «So quanto avrà pensato prima di rendere queste dichiarazioni e quindi sono preoccupata perché‚ considero questo suo timore estremamente serio», spiega davanti alle telecamere di Sky. Mentre il ministro dell'Integrazione ripete che: «Si deve stare attenti perché la violenza può pescare in un clima di tensione». Anche se l'Italia «non certo un paese in preda alla violenza». LARISPOSTA DEIPARTITI Il responsabile Sicurezza del Pd, Emanuele Fiano, invoca «grande attenzione e preoccupazione da tutte le forze politiche» per gli appelli lanciati ieri dai ministri dell'Interno e della Giustizia. «Nessuno di noi deve lasciare spazio a qualsivoglia forma di espressione violenta del dissenso», avverte Emanuele Fiano. Può darsi che i terroristi che hanno scelto di prendere le armi in queste settimane «facciano parte di una realtà esigua, ma l`azione di isolamento e di contrasto alla violenza deve riguardare anche tutto il contorno di azioni che sta colpendo per esempio in questi giorni le sedi e il personale di Equitalia», osserva il responsabile Sicurezza del Pd. Mentre dalle fila del Pdl, l'ex sottosegretario Alfredo Mantovano suggerisce l'istituzione di una cabina di regia composta dai rappresentati di tutti i partiti, sulla falsariga di quanto fatto alla Farnesina per la vicenda dei Marò. Il sindacato di polizia Coisp intanto protesta: «Tira decisamente una brutta aria, e per quanto siano mesi che invochiamo una forte presa di posizione contro episodi che abbiamo definito allarmanti - denuncia -, la situazione è stata ignorata, e dunque inspiegabilmente sottovalutata». Mentre i sindacati della carriera prefettizia, della Polizia di Stato dei Vigili del Fuoco, insieme, lanciano l'allerta sui rischi legati all'annunciata riduzione dei «presidi di sicurezza» sul territorio. Circa500personehanno sfilato ieri in corteoaPisa alla manifestazione organizzatadalla Federazione anarchica italianaper ricordare FrancoSerantini, lo studentesardo di 20annimortoquarant'anni fadopo unpestaggiosubito dalle forzedi poliziaduranteuna manifestazione antifascista.«Vogliamoringraziare i tanticittadini pisani checi hanno accolto- hadetto almegafono uno deipromotori della manifestazioneperchéci hannodimostratouna volta dipiù il calore chequestacittà aveva saputooffrire fin dasubito aFranco. Mavogliamoanchedire a tutti chegli anarchicinonsonoquelli raccontati dallapolizia,dai giornalisti edai padroni.Se volete conoscere lenostre ideevenite allenostre manifestazioni». Il corteo hasfilato pacificamentenelleprincipali viedel centro fino araggiungerepiazza San Silvestroche dadecenni tantipisani hannoribattezzato «piazza Serantini».Su unodei lungarni, proprionelpuntodove Serantini fu arrestato,è stato invece deposto un mazzodi fiori. Serantinimorì il 7maggio del 1972. Fupicchiatodaicelerinidel 2˚e 3˚ plotonedella Terzacompagniadel I˚ raggruppamentocelere di Roma duranteuna manifestazionepacifica. Caricatosuuna camionetta instato di arrestononostante lecondizioni fisiche in cui erastato ridottodal pestaggio.Vennetrattenutonel carcereDonBosco ed interrogato dal magistratoGiovanniSellaroli, alquale rivendicò la propriaappartenenza al movimentoanarchico.Abbandonato al suo destino, ritornònella sua cella nellacompleta indifferenzadi tutti. Di lì apoche oremorì. Il certificato medicodeldottor Alberto Mammoli parlògenericamente di «emorragia cerebrale».Ognianno la Federazione anarchica lo ricorda. «NON HASENSO.NONÈ LAMIASTORIA».COSÌSIÈ ESPRESSO RENATO CURCIO, uno dei fondatori delle Brigate Rosse, interrogato da la Repubblica sulla risorgente minaccia terroristica materializzatasi nell'agguato a Roberto Adinolfi, il dirigente dell'Ansaldo gambizzato a Genova, e sulla rivendicazione del gesto da parte della Fai/Fri (Federazione anarchica informale/Fronte rivoluzionario italiano). E ha continuato proponendo una distinzione fondamentale tra «gli anni di piombo», un'epoca in cui la violenza aveva una sua logica, se non una sua giustificazione, perché si inscriveva nella storia del Novecento, avendo alle spalle gli anni Sessanta ma anche le vicende della Resistenza e della guerra, e la realtà di un Paese che non è più quello di una volta: «Da ragazzini andavamo a sentire le storie che raccontavano i partigiani. Noi siamo cresciuti così. Quell'Italia non c'è più». Da una parte dunque ci sarebbe, a sentire Curcio, un mondo in cui la realtà e la sua rappresentazione, le condizioni materiali e quelle simboliche coincidevano. E dall'altra invece, oggi, una rappresentazione completamente svincolata dalla realtà che invece è quella della dura e sofferta materialità della crisi, che coinvolge molte persone e le mette di fronte a situazioni insostenibili: «Questa è la realtà molto concreta e molto poco simbolica». Sarebbe facile smontare questa ricostruzione e ricordare come tra la Resistenza partigiana evocata da Curcio e la lotta armata degli anni Settanta vi erano a sua volta enormi differenze. E come «l'insostenibilità economico-sociale» e la costruzione simbolica del mondo (che dà senso a quelle condizioni, le descrive, le orienta e dispone il soggetto alla loro comprensione) siano state e siano sempre processi inscindibili. Se è vero che il documento di rivendicazione dell'attentato ad Adinolfi mescola confusamente riferimenti dottrinari (la critica delle armi da congiungere alle armi della critica è citazione non criptica dall'Introduzione marxiana a “Per la critica della filosofia del diritto di Hegel”) a un'esaltazione romantica e di stampo irrazionalistico dell'uso della violenza, è vero anche che questa mescolanza, in forme diverse, esisteva in abbondanza nei discorsi del partito armato: chi dimentica l'esaltazione della «geometrica potenza» dell'azione di via Fani o i documenti teorici di Autonomia operaia del 1977-78, che di simili commistioni erano fantasticamente infarciti? Il punto tuttavia è un altro. La questione di fondo irrisolta relativamente agli «anni di piombo» è un mancato processo di elaborazione della memoria storica. Quello che si è realizzato in questo Paese è, più che un processo di pacificazione, una sorta di armistizio tra reduci. Come se si fosse trattato di una guerra tra opposti schieramenti, in cui i sopravvissuti alla lotta armata da una parte e i difensori della legalità repubblicana dall'altra vengono posti grosso modo sullo stesso piano, ciascuno con le proprie ragioni. Questo armistizio prevede una presa di distanze (dalla violenza terroristica da una parte e dalle «deviazioni» degli apparati dall'altra) e anche molta indulgenza. Indulgenza verso coloro che non stavano «né con lo Stato né con le Brigate rosse», con quell'universo di contiguità che ha alimentato da un lato la violenza terroristica e dall'altro la «strategia della tensione». Indulgenza verso un certo giornalismo affiliato ai servizi e alle logge così come verso una pubblicistica giustificazionista ispirata da una storiografia che non ha ancora preso le misure da un passato assai vicino, le cui ferite sanguinano ancora nei corpi dei parenti delle vittime. Sicché, in mancanza di una prospettiva storica adeguata, la parola rimane in mano a reduci, vittime, testimoni. Che rilasciano interviste e raccontano, descrivono, ricostruiscono (in libri pamphlets, film) una storia «sui generis» degli anni di piombo. Lo stesso Curcio, descrivendo la sua attività di editore, racconta di occuparsi di quei fatti soltanto per il fatto di pubblicare dei «testi di indagine su quegli anni», aggiungendo che si tratta di «indagini scientifiche, condotte da primarie università». Oggi, che i ragazzini non vanno più ad ascoltare i partigiani, occorrerebbe interrogarsi sul tipo di narrazione degli anni della lotta armata che prevale in questo Paese e sugli effetti che produce nell'immaginario collettivo. L'ALLARMETERRORISMO Dalla ministra dell'Interno un appello alla «coesione sociale e politica» La rivendicazione del Fai «è attendibile Abbiamo individuato la matrice dell'agguato» MARIAGRAZIAGERINA ROMA Cancellieri: «Esiste il rischio di un'escalation» I reduci ora condannano, ma in troppi hanno giustificato ILCORTEO 500anarchici inmarciaaPisa «Noisiamopacifici» . . . Le parole di Curcio non bastano ad archiviare gli Anni di piombo e l'indulgenza di certe élite 4 domenica 13, maggio, 2012
eni station un mondo che si muove con te eni café è la catena di bar delle eni station eni café è un bar accogliente dove puoi fare colazione dalle 6:30 del mattino. Dalle 6:30 hai cornetto e cappuccino a solo € 1,50. Cornetto e cappuccino a solo € 1,50 sono alcuni dei prodotti che puoi trovare ogni giorno. Ogni giorno negli eni café con servizio wi-fi navighi gratis per due ore mentre ti gusti la tua pausa di qualità. Qualità è eni café. iniziativa valida fino al 30 giugno 2012 nei punti vendita aderenti eni café è colazione dalle 6:30 a solo € 1,50 16 domenica 13, maggio, 2012
L'ITALIAELACRISI «C'è il rischio di un deserto industriale». Gli ultimi e sempre peggiori dati sui lavoratori in cassa integrazione portano la Cgil ad usare un'espressione nuova per il sindacato. “Deserto industriale”, figlio di una crisi che continua a colpire e non dà il ben che minimo segno di mollare la presa. Il 2012 sarà come il 2011, vaticina Corso Italia. Sono 470mila le persone coinvolte nella cassa integrazione da gennaio ad aprile, con un taglio del salario di 2.600 euro per ogni lavoratore. LANOVITÀDEL TERZIARIO Ci sono comunque novità importanti, segno di una crisi che sta mutando. Nei primi quattro mesi dell'anno è la cassa integrazione in deroga (la Cigd, quella introdotta nel 2008 per i settori non industriali) con 110,9 milioni di ore autorizzate (+3,79%) a risultare per la prima volta lo strumento più usato a conferma che tutti i settori sono investiti dalla crisi (con in testa il commercio che segna un aumento di ben il 31,16%), mentre il totale delle ore di Cig ordinaria è stato di 101 milioni di ore (+26,54%) e la richiesta di ore per la Cig straordinaria (110,8 milioni) segna un calo del 18,6% sullo stesso periodo dell'anno scorso. Anche per il 2012, sottolinea il segretario confederale Cgil Elena Lattuada, «la cassa integrazione si avvia ad attestarsi attorno al miliardo di ore autorizzate» e il trend del primo quadrimestre «è perfettamente in linea con l'anno scorso». Per la responsabile Industria della Cgil, continua a esserci un costante «stillicidio di dati negativi, che indicano uno stato di profondissima crisi e di inesorabile declino del settore industriale. Una deriva sempre più insostenibile aggiunge Lattuada - e senza ripresa questi dati peggioreranno, tirandosi dietro disoccupazione e desertificazione industriale». Ogni sindacato mette un tassello per ricostruire il mosaico della crisi. La Cisl ricorda che ad aprile le ore di Cig sono state ben 86,2 milioni di ore. ILMOSAICO DELLACRISI «Sembra essersi invertita la tendenza a una graduale riduzione osservata nella seconda metà del 2011 - sottolinea il segretario generale aggiunto Giorgio Santini - È quindi urgente che siano ripartite tra le Regioni le risorse per la cassa in deroga per il 2012 (vengono decise di anno in anno dal governo, ndr), in misura adeguata alle esigenze. Questo sarà tuttavia insufficiente senza interventi che possano compensare gli effetti negativi delle misure di austerità che stanno frenando la ripresa economica in un paese in recessione. Occorrono - conclude Santini - da una parte misure di rilancio della domanda interna, dall'altra un intervento sul fisco che alleggerisca le tasse su lavoro e impresa». La Uil, da parte sua, sottolinea la suddivisione territoriale dell'uso della Cassa integrazione. «Nel calo generale, in 10 regioni si registra, comunque, in controtendenza, un incremento. Tra esse, spicca un'area industriale importante come il Piemonte (+25,3%), ma vi sono picchi importanti in Molise, Valle d'Aosta e nel Sud, con un +87% in Calabria,+ 34% in Basilicata - osserva il segretario confederale e esperto della materia Guglielmo Loy - conferma che siamo nel pieno della crisi, che essa è generalizzata per settore, diffusa territorialmente e impatta su ogni tipologia d'impresa. La differenza con la situazione del 2011 è tutta riassunta in un dato «rilevante»: «al numero dei lavoratori mensilmente a rischio di cassa integrazione si devono aggiungere gli oltre 200mila posti di lavoro persi. A questo dato - attacca Loy - non può contrapporsi una politica economica che non vede nella crescita la vera ricetta da mettere in campo. Bisogna - conclude Loy - rimettere al centro il tema del consumo, vero punto debole della nostra economica, agendo innanzitutto sulla leva fiscale». Non intendono scendere dal tetto, né lasciare la fabbrica, dove si sono riuniti in assemblea permanente, i 230 lavoratori della Simmi, azienda di Acerra (Napoli), che produce, tra l'altro, cablaggi e schermi di aerazione per treni. I lavoratori, che hanno trascorso la notte nello stabilimento, da venerdì stanno protestando per riottenere commesse dall'AnsaldoBreda. Gli operai hanno costituito una srl con la quale intendono portare avanti la produzione, se saranno affidate loro commesse. Secondo quanto raccontano i rappresentanti sindacali di Fim e Fiom, i vertici Simmi hanno fatto richiesta di concordato preventivo, elemento, questo, che precluderebbe la richiesta di ulteriore cassa integrazione per gli operai. «Ma i lavoratori hanno costituito una srl, la Simmi service - spiegano i sindacalisti - e se l'AnsaldoBreda assegna anche una piccola commessa, visto che hanno pubblicamente elogiato la produzione degli operai, l'impiego per queste persone è salvo. La Regione può intervenire su questo, magari “spingendo” affinché AnsaldoBreda assegni le commesse destinate alla Campania stessa». «Non scenderemo di qua fino a quando non avremo rassicurazioni sul nostro futuro occupazionale - hanno spiegato i lavoratori, che si stanno alternando nella protesta sul tetto. Se non ci assegnano una commessa, ad agosto saremo tutti senza lavoro». . . . 2.600 sono gli euro persi da inizio 2012 dai lavoratori in cassa integrazione Sempre più cassintegrati Ora anche nel commercio L'allarme: entro l'anno le ore richieste saranno un miliardo FOTO DI CESARE ABBATE/ANSA Nei primi 4 mesi dell'anno chieste 320 milioni di ore di Cig I sindacati: il governo rinnovi quella in deroga MASSIMOFRANCHI ROMA Acerra, ancora sul tetto gli operai della Simmi 10 domenica 13, maggio, 2012
LA VITTORIA PIÙ BELLA DI PAOLO TIRALONGO È ANCHE LA SECONDA IN TREDICI ANNI DI PROFESSIONISMO.A 35 anni, cotto dal sole, nero come il carbone, sporco, finito, dopo il traguardo, il primo violato da un italiano in questo Giro così internazionale, Tiralongo ha un mancamento, crolla sul selciato, deposto come un Cristo dalla sua croce a due ruote. Poteva essere la sua tappa, quindi poteva essere la tappa di tantissimi, a Rocca di Cambio. Non è un campione, è un piccolo gregario dell'Astana Tiralongo, tredici anni e due vittorie, la seconda è questa, in una tappa bellissima di un Giro bellissimo che cambia ancora maglia rosa, da Malori a Hesjedal, un canadese, il primo di sempre. Caldo infernale e l'Appennino, per il secondo giorno consecutivo. Ancora una fuga da lontanissimo, dal km 0, prende il largo un quartetto di storie diverse, piuttosto disomogeneo, uno svizzero dal nome importante, Hollenstein, due italiani, Rabottini e Selvaggi, un curioso giapponese, Beppu. Vantaggio largo e Lampre costretta a muoversi per chiudere - la maglia rosa è un peso in tappe come questa -. Beppu fa di tutto per farsi notare, fa tirate velocissime, va in coda, si muove in modo strano sulla strada, disegnando zig zag, serpentine pericolosissime, e poi a L'Aquila, sul traguardo volante, è l'unico a fare lo sprint, vincendolo naturalmente, e attirandosi le ire degli altri. Dietro le squadre si studiano e si guardano, Basso corre da leader ma spreme un po' la sua Liquigas, e intanto la salita arriva, lunga, molle, blanda per tantissimi km. Malori lascia perdere presto, anche Rubiano si sfila, il gruppo è comunque foltissimo, mancano solo i velocisti e chi ha dato tutto nelle prime tappe. I grandi della classifica si controllano a vicenda, mentre dal gruppo escono Pirazzi ed Herrada, in due pedalate sono su Rabottini, l'ultimo reduce della fuga. Sale impercettibilmente la strada, Pirazzi è vivace, sfrutta bene l'asfalto a disposizione, si porta dietro Herrada e il loro vantaggio arriva al minuto ai meno 6. QUALCOSASIMUOVE Piccole iniziative di Cunego e Rujano dietro, tutta l'Androni va a manetta per ricucire, ma la fuga arriva ai piedi dell'ultimo km, nel silenzio della conca del Sirente, dopo una piccola discesa, con 30" di vantaggio. Pirazzi sbaglia l'ultima curva, prima del triangolo rosso, Herrada va finché può, poi il gruppo rientra e si scatena. Basso e Cunego fanno fatica, Scarponi ne approfitta subito, esce e macina metri in testa, lanciatissimo. Però ha Tiralongo sulla ruota posteriore, forse non se ne accorge, va a tutta, e Tiralongo, che ricorda per certi versi il Tiberio Murgia dei “Soliti ignoti”, nero, basso, severo e disperato, spalanca la bocca, si attacca con le unghie, i denti, ogni singolo muscolo al manubrio, tiene la ruota di Scarponi con sforzo infinito, ma la tiene, ed è l'unico a riuscirci. Corre nella Astana Tiralongo, lo scorso anno vinse una tappa a Macugnaga, simile a questa, ma quello fu un cadeau grande e ben organizzato dall'amico Alberto Contador, che se lo portò agli ultimi metri e gliela regalò. Scarponi invece non regala niente, lo vede uscire ai 25 metri, lo vede passargli davanti all'ultimo istante, per tutti i metri che contano, gli ultimi. Ci teneva il marchigiano, ci teneva ancora di più Tiralongo: onore al lavoro di una vita, onore al campione che è improvvisamente diventato, poco dentro il tempo massimo, a 35 anni. Finito l'affanno, ricomposto il fiato, scesa l'adrenalina, asciugatosi l'acido lattico, dice: «Ho fatto fatica a prendere la ruota di Scarponi, sono rimasto a 10 metri da lui aspettando che si girasse. Quando l'ha fatto mi sono detto "ora o mai più", e sono andato. Volevo la vittoria, sto bene, voglio sfruttare il mio momento». Oggi si torna al lavoro usato, si torna ad abbassare la testa, a tirare per Kreuziger, a fare le cose di sempre, in silenzio, umilmente. Meno banale probabilmente sarà la giornata, oggi, di Ryder Hesjedal, 32enne canadese approdato al rosa non per caso. La super-Garmin delle prime tappe ha già messo due uomini in testa alla classifica, ma se Navardauskas è durato poco, Hesjedal promette di fare un po' di più. Ex biker, ottimo piazzato, anche un 7˚ posto finale al Tour 2010, e due vittorie in carriera anche per lui, la crono del campionato canadese e soprattutto una tappa in salita alla Vuelta del 2009. Può rompere le scatole a qualcuno lassù Hesjedal, ieri ha chiuso quinto a 5" da Tiralongo, dietro Schleck e Rodriguez ma davanti a Basso, ottavo a 9" e Cunego, finito 22˚ a 11" insieme a Kreuziger, il capitano abbandonato da Tiralongo. Spiccioli, naturalmente, la classifica è corta e il Giro lunghissimo. TIRICORDI PANTANI? Oggi si sale ancora verso Lago Laceno, in Irpinia. Salita lunga fino al colle Molella, poi 4 km di pianura e discesa fino al traguardo. C'è un precedente su questa salita, Giro 1998, Alex Zülle se ne va e manda in crisi Marco Pantani, per dire della durezza che la cartina non rivela. Lotta tra i grandi ancora e possibile prima botta importante. È davvero arrivato il momento di farsi vedere. LODOVICOBASALÙ lodovico.basalu@alice.it Qualifiched'altri tempi: laMcLarendiHamiltonèprimama squalificata,poi la redidivaWilliamse larossa.Vettelnongira LAF1TORNANELLAVECCHIAEUROPAEVECCHIAÈLAPRIMA FILA, STILE ANNI NOVANTA: WILLIAMS E FERRARI IN PRIMAFILA,CONALONSOCHEONORAPUBBLICOEORGANIZZATORIDELGP DISPAGNA CONUNTERZO TEMPO che diventa il secondo, dopo la squalifica di Hamilton, che aveva fatto la pole con troppo poco carburante nel serbatoio: partirà ultimo. Così Pastor Maldonado si ritrova primo con la sorprendente Williams-Renault, un team, quest'ultimo, che sembra avere tutta l'intenzione di tornare ai fasti degli anni novanta, con una lunga sequela di titoli mondiali firmati Mansell, Prost, Hill o Villeneuve. Bene la Ferrari, dunque, che è riuscita a precedere, seppur di poco, le solite velocissime Lotus-Renault di Grosjen e Raikkonen, mentre la Sauber di Perez (da pochi giorni sponsorizzata dal Chelsea di Abramovich, fatto più unico che raro nella storia del circus) è ottima quinta. Insomma se da un lato si sono confermati certi valori consolidati (vedi McLaren, che però adesso dovrà rincorrere, anche con Button alle prese con mille problemi e indietro nello schieramento) dall'altro si è vista finalmente una Ferrari in grado di lottare con i migliori. Tanto che la seconda fila era probabilmente un sogno per gli uomini di Maranello, fino alla vigilia delle prove. Ma almeno tre fattori hanno consentito il risultato. Primo: la cattiveria di Fernando da Oviedo, emersa più che mai davanti alla sua gente. Secondo: le modifiche agli scarichi e dunque all'aerodinamica che hanno fatto traballare meno in curva la F2012. Terzo: la grande prudenza di alcuni team, Red Bull in testa, che non hanno girato nella sessione finale per risparmiare, per oggi, le gomme, particolarmente sollecitate viste le temperature e il tipo di asfalto. Lo testimonia la settima posizione di Sebastian Vettel sullo schieramento, non certo abituale per un piede pesante come quello del tedesco. Piede pesante che invece sembra, ancora una volta, aver perduto Massa, non qualificato per la decisiva sessione finale e solo 17˚ sulla griglia (poi 16˚), «a causa di grandi problemi dovuti al traffico in pista», si è giustificato il brasiliano. Prendiamo per buone le scuse di Felipe, ma i soli 2 punti che ha finora racimolato in campionato (contro i 43 di Alonso che per giunta è anche riuscito rocambolescamente a vincere una gara) non lasciano spazio a troppi discorsi. «Quel che conta – giura Alonso – è che questo, per noi, è un grande risultato, un deciso passo in avanti, anche perché siamo tutti più vicini, e pochi decimi fanno la differenza. Il giro è stato perfetto, ma l'importante è sfruttare la mia posizione sulla griglia per segnare punti importanti, visto che Button e Webber partono molto indietro». A Maldonado è arrivata persino una telefonata dal presidente del Venezuela, Hugo Chàvez, suo grande sostenitore. E non solo a parole. F1,Spagna: laFerrari torna in prima fila, Alonso secondo ARRIVO SPORT LoscorsoannofuContadora regalare il successo.Questa voltaètuttosuo: ilmarchigiano provaa lasciaresubito lasua firmasulgiro,maèbeffato SERIEB 1 Ryder Hesjedal Canada-Garmin 26h16'53'' 2 Tiralongo Paolo Italia-Astana a 15'' 3 Joaquim Rodriguez Oliver Spagna-Katusha Team a 0'17'' 4 Christian Vande Velde Usa-Garmin a 0'21'' 5 Peter Stetina Usa-Garmin a 0'26'' 6 Daniel Moreno Fernandez Spagna-Katusha Team a s.t. 7 Roman Kreuziger Repubblica Ceca-Astana a 0'35'' 8 Ivan Basso Italia-Liquigas a 0'40'' 9 Damiano Caruso Italia-Liquigas a 0'45'' 1 Paolo Tiralongo Italia-Astana 5h51'03'' 2 Michele Scarponi Italia-Lampre s.t. 3 Frank Schleck Lussemburgo-RadioShack a 3'' 4 Joaquin Oliver Rodriguez Spagna-Katusha Team s. t. 5 Ryder Hesjedal Canada-Garmin a 5'' 6 Domenico Pozzovivo Italia-Colnago a 9” 7 Daniel Fernandez Moreno Spagna-Katusha Team s. t. 8 Ivan Basso Italia-Liquigas s. t. 9 Mikel Ituralde Nieve Spagna-Euskaltel a 11'' Tiralongo, questa è tua IlsicilianobruciaScarponi.Hesjedalèrosa COSIMOCITO citocosimo@hotmail.com IlPescarabatte ilTorino: Zemanadessoèprimo, laSerieAèpiùvicina Il Pescaradomina il big-matchdell'Adriatico, battee scavalca il Toro in classificaevede la serie A.La formazione diZeman(che martedì porterà atermine lagara colLivorno interrottaper la tragediadiMorosini) hacolpitogli avversari in avvioepoco primadell'intervallo, grazie alle reti di Insigne e Immobile,ha controllato la generosa masterile reazionedegli uominidi Ventura, confermandodiessere la squadrapiù in forma. Il Pescaraha infilato la 5ªvittoria di fila e viaggia verso i 90gol stagionali, a conferma delcalcio spettacoloofferto dagli allievidel boemo. Il Torinoha commesso l'errore diaffrontare gli abruzzesia visoaperto, con un4-2-4super offensivo(ma senza il bomberBianchi).E martedì,nel recuperocontro il Sassuolo, i granatasi giocheranno la promozionediretta, dovendodifenderedue punti sugli uominidi Pea. CLASSIFICA MicheleScarponi ePaoloTiralongoall'arrivo dellasettimatappa a RoccadiCambio FOTO DI PAOLO FERRARI/LAPRESSE ... Basso,CunegoeKreuziger perdonopochisecondi BuonisegnalidaSchleck Oggi lasalitasaràpiùdura U: 26 domenica 13, maggio, 2012
GIÀ GLI ANTICHI CREDEVANO CHE ILOROPROGENITORI FOSSEROUOMINIPIÙGRANDIDILORO, sia come statura fisica che come tempra morale. E forse i neonati soffrono già di nostalgia, figurarsi noi, che siamo costretti a subire, attraverso la tv, il ridimensionamento minuto per minuto. Perfino gli spot, che sono il vero motore della tv, si sono imbruttiti. Soprattutto sono diventati criptici e necessiterebbero di istruzioni, che sarebbero ovviamente più lunghe (e costose) degli stessi spot. Ma, per tristi che siano, sono sempre meno noiosi di certi programmi pensati apposta per divertirci. E parliamo dei cosiddetti varietà, di cui non vale più la pena annunciare la morte, perché sarebbe come la profezia dei Maya: prima o poi si avvererà, ma è inutile fissare la data sul calendario. Secondo i liberisti, la concorrenza migliora il prodotto, ma da quando la Rai ha dovuto adeguarsi alla tv commerciale, abbiamo assistito a un suo continuo scadimento. Sarà che, anziché la logica della concorrenza, è stata seguita quella di non disturbare il manovratore Berlusconi, che si è scritto pure una legge apposita. Quella firmata da Maurizio Gasparri, il quale, secondo la tradizione satirica, non l'avrebbe neanche letta. Cosicché il risultato attuale è che autori e programmi migliori sono stati man mano espulsi dalle reti Rai, a opera di dirigenti imposti da Berlusconi (qualcuno perfino da Bossi!), che sapevano di tv (se è possibile) ancora meno di Maurizio Gasparri. Cosicché, il gruppo che aveva lavorato con Fabio Fazio e Roberto Saviano, la settimana prossima debutterà con la sua nuova trasmissione su La7. E speriamo che funzioni, perché, in questa stagione che va a concludersi, abbiamo potuto vedere come anche i più bravi (Serena Dandini e Sabina Guzzanti), da esuli non ottengano i risultati cui ci avevano abituati su Raitre. I trapianti non sempre riescono, soprattutto quelli di intelligenza. TV Cervelli in fuga versoLa7 Manonsempre l'intelligenza faaudience 06.30 Uno Mattina In Famiglia. Show. 09.35 Easy Driver. Reportage 09.55 Santa Messa in occasione della visita Pastorale di Sua Santità Benedetto XVI e Recita del Regina Coeli. Evento 12.20 Linea Verde. Rubrica 13.10 Gran Premio di Spagna di Formula 1. Sport 16.30 TG 1. Informazione 16.35 Domenica In... l'Arena. Talk Show. 17.45 Domenica In - Così è la vita. Talk Show. 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz 20.00 TG 1. Informazione 20.35 Rai TG Sport. Informazione 20.40 Aari Tuoi. Show. Conduce Max Giusti. 21.30 Titanic - Nascita di una leggenda. Fiction 23.30 Speciale Tg1. Informazione 00.35 TG 1 - NOTTE. Informazione 00.51 Che tempo fa. Informazione 01.00 Testimoni e Protagonisti Ventunesimosecolo. Rubrica 02.15 Sette note. Rubrica 02.35 Così è la mia vita... Sottovoce. Talk Show. 07.00 Cartoon Flakes weekend. Programmi Per Ragazzi 09.00 Battle Dance 55. Show. 09.50 Automobilismo: Numero 1. Rubrica 09.55 Automobilismo: GP2. Sport 10.50 RaiSport Numero 1 GP. Informazione 11.30 Mezzogiorno in Famiglia. Show. 13.00 Tg2 giorno. Informazione 13.30 TG 2 Motori. Informazione 13.45 Quelli che aspettano... Rubrica 15.40 Quelli che il calcio. Show. 17.10 Rai Sport Stadio Sprint. Rubrica 18.00 Rai Sport 90° Minuto. Rubrica 18.45 Il Clown. Serie TV 20.30 TG 2. Informazione 21.00 N.C.I.S. Serie TV Con Mark Harmon, Micheal Weatherly, Pauley Perrette. 21.45 Hawaii Five-0. Serie TV Con Alex O'Loughlin, Scott Caan 22.35 La Domenica Sportiva. Informazione 01.00 TG 2. Informazione 01.20 Protestantesimo. Rubrica 01.50 Meteo 2. Informazione 07.35 Tre ragazze di Broadway. Film Commedia. (1953) Regia di Stanley Donen. Con Marge Champion 09.00 Speciale TGR - 85° Adunata Nazionale Alpini. Rubrica 10.55 TGR Estovest. 11.15 TGR Mediterraneo. 11.40 TGR RegionEuropa. 12.00 TG3. Informazione 12.05 TG3 Persone. 12.25 TeleCamere. Informazione 12.55 Lezioni dalla crisi. Rubrica 13.25 Il Capitale di Philippe Daverio. Rubrica 14.00 Tg Regione. / TG3. 14.30 In 1/2 h. Rubrica 15.05 Ciclismo: 95° Giro d'Italia - 8° tappa: Sulmona - Lago Laceno. Sport 18.05 Per un pugno di libri. Informazione 19.00 TG3. / TG3 Regione. 20.00 Blob. Rubrica 20.10 Pronto Elisir. Rubrica 21.30 Report. Rubrica 23.35 Tg3. Informazione 23.45 TG3 Regione. Informazione 23.50 Cosmo. Rubrica 00.45 Tg3. Informazione 00.50 Meteo 3. Informazione 00.55 TeleCamere. Informazione 01.45 Rai Sport Ciclismo: 95° Giro d'Italia Giro notte. Rubrica 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.51 Le frontiere dello spirito. Rubrica 10.00 Ciak junior. Show. 10.40 Michael. Film Commedia. (1996) Regia di Nora Ephron. Con John Travolta, Andie MacDowell, William Hurt. 13.00 Tg5. Informazione 13.41 L'onore e il rispetto - Parte seconda. Serie TV 16.01 Semplicemente irresistibile. Film Commedia. (2000) Regia di Mark Tarlov. Con Sarah Michelle Gellar, Sean Patrick Flanery. 18.00 I delitti del cuoco. Serie TV Con Bud Spencer, Enrico Silvestrin 20.00 Tg5. Informazione 20.40 Paperissima sprint. Show. Conduce Juliana Moreira con il Gabibbo. 21.30 Caterina e le sue figlie 3. Serie TV Con Virna Lisi, Alessandra Martines, Valeria Milillo. 23.31 Miss Detective. Film Commedia. (2000) Regia di Donald Petrie. Con Sandra Bullock, William Shatner, Ernie Hudson. 01.30 Tg5 - Notte. Informazione 01.59 Meteo 5. Informazione 02.00 Paperissima sprint. Show. 07.30 Zorro. Serie TV 08.30 Ti racconto un libro. Rubrica 08.50 Slow tour. Show. 09.25 Magnifica Italia. Documentario 10.00 S. Messa. Evento 11.00 Pianeta mare. Reportage 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Melaverde. Rubrica 13.20 Pianeta mare. Reportage 14.00 Donnavventura. Rubrica 14.53 Il grande western italiano - pillole. Show 15.00 Scontro di titani. Film Avventura. (1981) Regia di Desmond Davis. Con Laurence Olivier 16.45 Colombo. Serie TV Con Peter Falk 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 21.30 Il momento di uccidere. Film Thriller. (1996) Regia di Joel Schumacher. Con Sandra Bullock, Matthew McConaughey, Samuel L. Jackson. 00.37 Il postino suona sempre due volte. Film Drammatico. (1981) Regia di Bob Rafelson. Con Jack Nicholson, Jessica Lange. 02.55 Harem Suare. Film Drammatico. (1999) Regia di Ferzan Özpetek. Con Marie Gillain, Alex Descas, Lucia Bosé. 07.40 Cartoni animati 10.00 Il piccolo panda. Film Avventura. (1995) Regia di Christopher Cain. Con Stephen Lang 11.50 Grand Prix. Informazione 12.25 Studio aperto. Informazione 13.00 Guida al campionato. Informazione 14.00 Dante's Peak - La furia della montagna. Film Catastrofico. (1997) Regia di R. Donaldson. Con Pierce Brosnan, Linda Hamilton 16.10 Twister. Film Catastrofico. (1996) Regia di Jan De Bont. Con Helen Hunt. 18.20 Bugs Bunny. Cartoni animati 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Bau boys. Rubrica 19.40 Librarian 3: La maledizione del calice di Giuda. Film Avventura. (2008) Regia di Jonathan Frakes. Con Noah Wyle. 21.30 Wild Shock. Show. Conduce Fiammetta Cicogna. 00.20 Controcampo - Linea notte. Informazione 01.40 Poker1mania. Sport 02.30 Spider. Film Thriller. (2002) Regia di D. Cronenberg. Con Ralph Fiennes, Miranda Richardson, Gabriel Byrne. 04.10 Media shopping. Shopping Tv 04.25 Journeyman. Serie TV 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 10.00 Ti ci porto io. Rubrica 11.20 In Plain Sight - Protezione testimoni. Serie TV 12.20 Donington, Gran Bretagna - Superbike: Gara 1 (diretta). Sport 13.50 Tg La7. Informazione 14.25 Medical Investigation. Serie TV 15.05 Medical Investigation. Serie TV 16.15 Donington, Gran Bretagna - Superbike: Gara 2 (diretta). Sport 17.55 Movie Flash. Rubrica 18.00 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 In Onda. Talk Show. Conduce Nicola Porro, Luca Telese. 21.30 Julie & Julia. Film Commedia. (2009) Regia di Nora Ephron. Con Amy Adams, Meryl Streep, Stanley Tucci. 23.30 Tg La7. Informazione 23.35 Tg La7 Sport. Informazione 23.40 Il segreto di Vera Drake. Film Dramma romantico. (2004) Regia di M. Leigh. Con Imelda Staunton, Philip Davis 01.50 Movie Flash. Rubrica 21.00 Sky Cine News. Rubrica 21.10 L'ultimo dei templari. Film Azione. (2011) Regia di D. Sena. Con N. Cage R. Perlman. 22.55 Scream 4. Film Horror. (2011) Regia di W. Craven. Con N. Campbell E. Roberts. 00.50 Priest. Film Horror. (2011) Regia di S. Stewart. Con P. Bettany SKY CINEMA 1HD 21.00 Una moglie per papà. Film Commedia. (1994) Regia di J. Nelson. Con R. Liotta W. Goldberg. 23.05 Rat Race. Film Commedia. (2001) Regia di J. Zucker. Con W. Goldberg. 01.00 Mamma, ho perso l'aereo. Film Commedia. (1990) Regia di C. Columbus. Con M. Culkin J. Pesci. 21.00 Il fidanzato della mia ragazza. Film Commedia. (2010) Regia di D. Tufts. Con A. Milano C. Gorham. 22.35 Un giorno per caso. Film Commedia. (1996) Regia di M. Homan. Con G. Clooney M. Pfeier. 00.30 Beauty Shop. Film Commedia. (2005) Regia di B. Woodru. Con Q. Latifah 18.45 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 19.35 Young Justice. Serie TV 20.00 Takeshi's Castle. Show. 20.25 Lo straordinario mondo di Gumball. Cartoni Animati 20.50 Adventure Time. Cartoni Animati 21.15 The Regular Show. Cartoni Animati 21.40 Mucca e Pollo. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Swords: pesca in alto mare. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Terrore a bordo. Documentario 22.00 Terrore a bordo. Documentario 23.00 Come è fatto. Documentario 23.30 Come è fatto. Documentario 18.55 Deejay TG. Informazione 19.00 The Middleman. Serie TV 20.00 Lincoln Heights. Serie TV 21.00 Lorem Ipsum - Best Of. Attualita' 21.30 DJ Stories - Labels. Reportage 22.30 Deejay chiama Italia - Remix. Rubrica 00.30 The Flow - Best of. Musica DEEJAY TV 20.50 I soliti Idioti. Serie TV 21.10 Crash Canyon. Serie TV 21.35 Crash Canyon. Serie TV 22.00 Mike Judge's Beavis and ButtHead: Il Ritorno. Serie TV 22.25 Mike Judge's Beavis and ButtHead: Il Ritorno. Serie TV 22.50 South Park. Serie TV MTV RAI 1 21.30: Titanic - Nascita di una leggenda Fiction con A. Mastronardi. Mark decide di rivelare il proprio passato. 21. 00: N.C.I.S. Serie TV con M. Harmon. Un capitano della Marina viene assassinato nella sua camera d'albergo. 21.30: Report Rubrica con M. Gabanelli. Questa sera si parlerà de “I professionisti”. Avvocati, notai, commercialisti... 21.30: Caterina e le sue figlie 3 Serie TV con V. Lisi. Liliana e Agostina riportano a casa Caterina da Cuba. 21.30: Il momento di uccidere Film con M. McConaughey. Due bianchi stuprano una bambina di colore. Il padre vuole giustizia. 21.30: Wild Shock Show con F. Cicogna. I filmati più sconcertanti sull'essere umano e sulle creature selvatiche. 21.30: Julie & Julia Film con M. Streep. Una blogger decide di provare tutte le ricette del libro di Julia Child. RAI 2 RAI 3 CANALE 5 RETE 4 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO U: domenica 13, maggio, 2012 25
28 domenica 13, maggio, 2012
Montepremi 2.923.590,09 5+stella Nessun6-Jackpot 91.926.048,19 4+stella 33.903,00 Nessun5+1 3+stella 1.840,00 Vinconoconpunti5 31.324,18 2+stella 100,00 Vinconoconpunti4 339,03 1+stella 10,00 Vinconoconpunti3 18,40 0+stella 5,00 Nazionale 38 27 43 65 57 Bari 77 11 23 3 29 Cagliari 77 27 80 84 67 Firenze 68 18 61 70 36 Genova 67 33 88 80 15 Milano 47 13 18 78 33 Napoli 77 64 90 37 2 Palermo 11 13 63 49 56 Roma 55 5 6 29 61 Torino 25 38 45 21 9 Venezia 42 11 70 32 89 InumeridelSuperenalotto Jolly SuperStar 10 45 58 66 83 85 51 20 10eLotto 5 11 13 18 23 25 27 33 38 4247 55 61 64 67 68 77 80 88 90 Allarme rosso. Allarme boat people. «Temiamo un peggioramento sul fronte dell'immigrazione clandestina. Ho riportato la questione al ministro Terzi perché vogliamo collaborare. È una questione che tocca tutta l'Unione europea». È questo l'allarme lanciato ieri da Ashour Bin Khayal, ministro degli Esteri libico, durante una conferenza alla Farnesina dopo un incontro con il ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi. «Abbiamo espresso la volontà di collaborare perché è una questione che tocca tutta l'Unione europea», ha aggiunto il ministro Bin Khayal, evidenziando che «per ora la situazione non è così grave ma abbiamo registrato indicatori che ci segnalano di evoluzione in peggio». «Ci sono immigrati africani arrivati fino al confine tra Egitto e Libia - ha proseguito - per ora non sono grandi numeri ma potrebbero aumentare, perciò abbiamo voluto dare un avvertimento, guardando all'Italia e all'Europa per affrontare questo fenomeno». Un appello al quale ha subito risposto il ministro degli Esteri Giulio Terzi, che ha sottolineato che «serve un piano urgente dell'Unione europea per affrontare il tema dell'immigrazione clandestina». Il titolare della Farnesina ha spiegato che il nostro Paese sta «collaborando con la Libia affinché le modalità tecniche» dei sistemi di monitoraggio delle frontiere «siano rese efficaci nei tempi e nei programmi» previsti. Terzi ha poi accolto positivamente il fatto che il ministro libico abbia «sollevato questo tema», a dimostrazione dell'azione di partenariato efficace e di cooperazione tra i due Paesi su tutta una serie di settori, tra cui appunto la sicurezza e l'immigrazione. Terzi ha inoltre ribadito l'appoggio del nostro Paese. «L'Italia - ha affermato - sostiene con grande convinzione il processo democratico in Libia. Ora, però, è necessario un vero cambio di passo anche da parte dell'Onu e dell'Ue». LA TRANSIZIONELIBICA Il titolare della Farnesina ha annunciato che di questa questione, ne parlerà al Consiglio Affari Esteri di domani a Bruxelles e poi negli Usa durante l'incontro con il segretario generale dell'Onu, Ban-Ki-moon. «L'Italia - ha continuato Terzi - è in prima linea per sostenere lo sviluppo democratico della Libia nel momento in cui si stanno per tenere delle libere elezioni per la prima volta in 40 anni». Anche il premier Mario Monti ha affrontato la questione e il 17 aprile scorso ha scritto una lettera al segretario generale dell'Onu Ban-Ki-moon in cui sollecita il Palazzo di Vetro a sostenere la transizione e il consolidamento delle istituzioni nel paese nordafricano chiamato alle elezioni. La lettera si sofferma sui temi dalla sicurezza, delle frontiere e del contrasto ai traffici illegali di merci e di persone. Terzi, prendendo la parola in apertura di conferenza, ha ricordato lo «spirito di amicizia» che unisce Italia e Libia e il fatto che Bin Khayal abbia scelto Roma come prima capitale dell'Unione europea da visitare. «Riteniamo che non si possa immaginare alcun rallentamento nel processo di stabilizzazione del Paese, il popolo libico ha sofferto e sarebbe inaccettabile qualsiasi arretramento nella stabilità», ha aggiunto il titolare della Farnesina. SABATO 12 MAGGIO DESTINA IL TUO 5XMILLE ALLA FONDAZIONE ISTITUTO GRAMSCI FIRMA alla sezione RICERCA SCIENTIFICA E UNIVERSITÀ indicando il CODICE FISCALE 9 7 0 2 4 6 4 0 5 8 9 w w w. f o n d a z i o n e g r a m s c i . o r g LOTTO MONDO Un anno dopo, ne sono successe di cose. Lo dice anche Roc in Plaça Catalunya di Barcellona: «Han pasasdo muchas cosas». Elezioni nazionali, vittoria del Paritito Popolare, tagli all'educazione, alla sanità, allo stato sociale. È stato approvato da pochi mesi il licenziamento facile: migliaia di persone hanno perso il lavoro e il diritto a essere risarciti in modo proporzionale al servizio offerto per tanti anni. Giornalisti (due giornali nazionali chiusi in pochi mesi), metalmeccanici, colletti bianchi, non si è salvato nessuno. Nemmeno i funzionari pubblici, che hanno visto ridotti i propri privilegi e anche il proprio stipendio. Così, dall'oggi al domani, decine di migliaia di licenziati, senza liquidazione, senza diritto al sussidio di disoccupazione. E questo mentre con fondi statali si continua a salvare istituti bancari che sono tra i principali responsabili della critica situazione in cui si trova la Spagna. Il caso Bankia su tutti: banca madrilena nazionalizzata nel giro di poche ore, passata dalla punta del diamante (roboante lancio in borsa compreso) a buco nero di tutti i mali del sistema bancario spagnolo, in meno di una settimana. Questa è la situazione, un anno dopo. E loro gli indignados non erano altrettanti. Non erano centinaia di migliaia, forse erano un po' meno di un anno fa. Eppure, ieri, in 80 piazze spagnole e in altrettante piazze di tutto il mondo, erano tantissimi a chiedere giustizia, equità, aiuto, ascolto. Non erano di più numericamente, ma erano di più statisticamente, maggiormente rappresentativi ed sensibilmente più indignati. «Perché quel che chiedevamo un anno fa non solo non ci è stato concesso, siamo addirittura tornati indietro», gridava Roc, con il suo megafono, non portavoce (il movimento non li concepisce), ma attivista di Democracia Real Ya fin dalla prima ora e coordinatore di una delle maggiori iniziative che il 15-M ha concepito in un anno di assemblee, riunioni di quartiere, azioni come quelle contro gli sfratti coatti che si moltiplicano contro chi non può pagare mutui contratti in tempi di vacche grasse. Roc è il responsabile delle marce per la giustizia sociale: decine di persone che da mesi si spostano a piedi per l'Europa con il solo aiuto di chi gli vuole dare un pezzo di pane o un letto e diffondono «l'indignazione». E le proposte perché, spiega, dopo la denuncia viene il momento dell'indicazione, dal «tutti uguali, non votiamo per nessuno», al «vogliamo cambiare la situazione, la nostra proposta è questa». IL BILANCIO Ma a cosa sono serviti questi dodici mesi di «indignazione»? Si è raccolto qualche risultato dall'occupazione delle piazze, dal clamore che dalla Puerta del Sol spagnola è arrivato alle pagine dei principali quotidiani del pianeta e ai gangli del potere economico mondiale, come Wall Street o la City? «Non credo, no, non è servito, non è servito nemmeno Occupy Wall Street», conclude, pessimista ma agguerrito, Roc. «Perché i responsabili di questa tragedia planetaria sono ancora lì, hanno ancora un immenso potere ma noi non abbiamo intenzione di mollare la presa: continuiamo a denunciarli, anche se ci ghettizzano, anche se ci trattano come delinquenti, anche se ci proibiscono di accamparci nelle piazze come abbiamo fatto, pacificamente, un anno fa». E infatti, 2mila poliziotti solo nella città di Madrid erano preposti ad evitare l'accampamento notturno. «È illegale il campeggio negli spazio pubblici», ripeteva da venerdì il ministro degli Interni spagnolo, Jorge Fernández Díaz. E allora, elicotteri, camionette, agenti in tenuta antisommossa al fine di dissuadere chiunque ne avesse idea. Lo stesso gli indignati sono tornati ieri, ad un anno dal 15 maggio 2011 che ha dato nome al movimento, nelle stesse piazze. Più che indignati, arrabbiati e disperati. Ogni giorno più di 200 famiglie vengono sfrattate dalla casa con un mutuo fin troppo facle allora. La disperazione ancora non si è tradotta in una ola de suicidios, un'ondata di sacrifici umani pieni di indignazione che commuovono la società italiana o la greca. No, in Spagna ancora non si è arrivati a questo. E gli indignati di meno ma sono ancora lì. ANNIVERSARIO 14/05/2000 14/05/2012 NADIA PINCHINI ANNIVERSARIO 15/07/2000 15/07/2012 GIUSEPPE PINCHINI Vi ricordo con dolore immenso. La vosta Nerina, amici, parenti. . . . Centinaia di migliaia sfilano per Occupy in tantissime realtà, da Londra a New York Spagna, indignados tornano in piazza Più «desperados» Tornano in piazza i manifestanti in 80 città A Madrid dove il movimento è partito c'è aria di sconfitta CLAUDIACUCCHIARATO BARCELLONA Tripoli avverte «Nuova ondata di boat people» Carretta del mare stracolma di migranti in arrivo a Lampedusa la primavera scorsa dalla Libia FOTO DI ETTORE FERRARI/ANSA L'allarme lanciato dal ministro degli Esteri libico in un incontro con il titolare della Farnesina Giulio Terzi L'Italia porrà la questione in un vertice Ue convocato per domani a Bruxelles UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it . . . In visita a Roma Khayal lancia la previsione di un afflusso di migranti dall'Egitto verso l'Europa 14 domenica 13, maggio, 2012
ROCKREYNOLDS rockreynolds@libero.it I fanC'èchigli regala undragodiplastica, chiunacaricatura a lui somigliante, chiuna lettera DI AUTORI DI GRANDE SUCCESSO NE HO INCONTRATITANTI.QUALCUNOMIHAPUREINDISPOSTONONPOCO,COMEILCOMPIANTO (FINO A UN CERTO PUNTO) MICHAEL CRICHTON, seguace del pensiero neocon che nega che il riscaldamento globale sia un problema per il pianeta, oppure James Patterson, lo scrittore forse più venduto al mondo e probabilmente anche il più presuntuoso. Quando mi è stato chiesto di accompagnare Christopher Paolini, il giovane autore italoamericano del fortunato ciclo fantasy di Inheritance, mi è stata prospettata una settimana di passione: l'autore è una figura difficile, è capriccioso come una rockstar, ha pretese assurde e ossessioni da psicotico. Tutto falso, o quasi. In occasione della pubblicazione su ebook dell'intero ciclo di Inheritance, conosciuto anche come saga di Eragon, per Rizzoli, Paolini è venuto a incontrare i suoi lettori italiani. Frotte di lettori, in larga parte adolescenti, che mostrano per lui un'adorazione assoluta, scambiandosi ammiccamenti da twitter che mi fanno sentire a dir poco ottuagenario. Le domande, come spesso succede, tendono a ripetersi: Quando hai concepito la saga? Come ti è venuto in mente di creare una storia di amicizia tra una dragonessa e un ragazzino? Scriverai ancora del mondo di Eragon? A chi ti sei ispirato? A chi gli chiede delle origini italiane della sua famiglia, risponde inorgoglito di avere ottenuto lo scorso anno il doppio passaporto, una bella comunità per muoversi in Europa. C'è addirittura chi gli chiede se è parente del Paolini campione dei molestatori televisivi. La sua disponibilità a rispondere alle domande dei fan è encomiabile. Genuina, direi, malgrado nei suoi comportamenti sul palco si noti un che di prefigurato, come se segua un copione dagli ingranaggi perfettamente oliati. Persino quando, al termine di una presentazione, si mette a fare «la ruota», tra i sorrisi impacciati della rappresentante della sua potente casa editrice americana, che non sa bene se compiacersi per lo slancio atletista del suo rampollo o se temere che si rompa qualche osso. CASA, FAMIGLIA, LIBRI Già, perché se le avventure di Eragon sono frutto del rinvenimento di un uovo di drago, Christopher Paolini invece è la gallina, pardon il drago, dalle uova d'oro per la casa editrice americana che lo ha messo sotto contratto e che lo tiene d'occhio, come si tiene d'occhio un ragazzino scapestrato. Paolini non ha certo l'aria del gianmburrasca. Semmai è l'incarnazione del bravo ragazzo, tutto casa, famiglia e libri e ha in mente una cosa sola: incontrare i suoi lettori e fare ottima promozione ai suoi libri. Ma l'occhio del grande fratello editoriale è sempre vigile: Christopher è stanco e si ritira in albergo. Ma come? Ha appena detto di averr voglia di un po' di baldoria, di andare a cena in compagnia e di bersi un bicchiere di vino... No, Christopher è stanco e si ritira. D'accordo. Allora, magari, domattina ha voglia di farsi una passeggiata sul lungomare o in centro storico? Dipende da come si sentirà domattina. Ma Christopher non è in grado di rispondere autonomamente? Pare di no. Potenza del denaro. Anzi, del dollaro. Tanti ne devono essere stati versati nelle tasche del giovane autore, naturalmente a detrimento della sua libertà. Niente risposte a domande imbarazzanti, dunque, anche se Christopher talvolta ha la tentazione, prontamente soffocata, di dire qualcosa di scomodo. Come quando qualcuno gli chiede cosa pensi di ciò che ha dichiarato il collega Jonathan Franzen, secondo cui l'unica narrativa degna di tal nome è quella realistica. Prima di mordersi la lingua, Paolini si lascia sfuggire un commento timidamente al vetriolo: Franzen ha sempre qualcosa da ridire su tutto. Dieci punti per Christopher: tra gli autori americani la grande linea divisoria tra gli scrittori che vendono e quelli che stravendono è proprio la scarsa disponibilità a prendere posizione. ADOLESCENTI Si diceva che l'arrivo di Christopher Paolini è stato anticipato da una nomea in gran parte immeritata. Immaginatevelo a quindici anni, con un libro scritto per gioco che lo proietta nelle alte sfere dei bestseller internazionali. Considerato che oggi Paolini ha ventotto anni, la sua maturità è sorprendente. Provate a immaginarvelo ragazzino, un ragazzino che i genitori decidono di non mandare a scuola, insegnandogli a casa ciò che avrebbe potuto e dovuto apprendere altrove, catapultato dai paesaaggi desolati del Montana alla ribalta delle cronache letterarie internazionali, per poi vendere una trentina di milioni di libri in una decina d'anni. Attorniatelo di fan scatenati e, talvolta, bizzarri quanto li possono essere dei ragazzini. Difficile mantenere la lucidità, l'entusiasmo e l'equilibrio che questo giovane autore sfoggia. Altri dieci punti a suo favore. Però, chi si attende personaggi strambi e leggermente fuori di testa tra il suo pubblico è destinato a restare deluso. Meno male, visto che a leggere Paolini pare siano solo gli adolescenti, quasi rigorosamente al di sotto dei sedici anni. Guai se a quell'età la vita fosse stata tanto dura da far uscire di senno. Ma non mancano le amenità: chi dona all'autore un draghetto di plastica, chi gli mette sul tavolo la sua somigliante caricatura, chi vuole che legga una lettera «privata» e chi, ancora, gli confessa che i suoi libri gli/le hanno fatto compagnia negli anni della crescita, aiutandolo/la a superare gravi momenti di diffcoltà. Ancora una volta, sono perplesso di fronte alla maturità di questi giovani fan e pure ammirato dalla loro conoscenza della lingua inglese. Qualcuno deve essersi fatto un'idea sbagliata del personaggio, se Christopher ha avvertito l'esigenza di rompere l'autoisolamento del Montana per entrare di diritto nella comunità degli autori americani, iniziando a frequentare convention e incontri che ne hanno svelato ai colleghi il vero lato garbato, migliorando notevolmente la sua immagine. Lo dice lui stesso: «Avevano iniziato a girare strane voci sul mio conto...». E ci credo. Considerato che le prime presentazioni le aveva fatte indossando un costume a metà strada tra un guerriero ninja e un templare e brandendo un inquietante spadone! Fa un po' tenerezza Christopher, ma lo dico con affetto, proprio perché mi pare sincero nel suo immedesimarsi intimamente nel ruolo dell'uomo di spettacolo. Così, non posso che accogliere col sorriso il suo teatrale lanciarsi in improponibili sproloqui in elfico e nanico. Già, perché pare che si sia pure inventato le loro diversissime lingue. Diversissime secondo lui. A me sembrano identiche accozzaglie di suoni gutturali. Ma il fantasy è pure questo, dice Paolini, «il genere più antico del mondo, preannunciato dall'epopea di Gilgamesh, dall'Iliade, dall'Odissea, dall'Eneide. Ecco spiegato il suo grande successo. I temi trattati sono le questioni universali con cui l'uomo si misura da sempre: la vita e la morte, il bene e il male, l'amore. Le incredibili potenzialità della grafica computerizzata del cinema fanno il resto». FANTASY INVIAGGIOCONCHRISTOPHERPAOLINI Nelmondo diEragon Loscrittore italo-americano difficileecapriccioso?Tuttofalso Una scena dal ciclo «Inheritance» U: 22 domenica 13, maggio, 2012
colpi di clacson o a gestacci. Un ‘altra rivoluzione cominciava, ma la bicicletta sopravvisse. Di questi tempi è tornata a risplendere, ringiovanita. Dapprima per ragioni ecologiste e salutiste, quindi per utilità economica: è risparmio allo stato puro, un sistema energetico dai vantaggi insuperabili. I costi sono altri, d'altro genere: si muore in bicicletta, straziati dal solito automobilista “disattento”, abbattuti dalla vettura che stringe in curva, che ti corre al fianco senza rispetto per la tua fragilità. La devastante incultura del nostro paese si legge nella maleducazione che affligge l'automobilista e condanna ad un'esistenza di paure il ciclista. Mancano le piste ciclabili e neppure le sanno realizzare. A Milano, in una via del centro, gli ultimi giorni della Moratti, la pista l'hanno semplicemente “disegnata” come se una striscia gialla sull'asfalto nero fosse un deterrente sufficiente. In provincia, dove si potrebbero allestire percorsi di chilometri e chilometri, utilizzando magari strade rurali semi abbandonate, ogni comune è una testa diversa: così se ne traccia un pezzo qui, un altro là, un altro ancora qualche chilometro dopo. Senza considerare che la “connessione” darebbe un senso ad ogni isolata ciclabile, trasformandola in un “romanzo”. Tornare alla bicicletta è un'utopia espressa da qualche movimento di ciclisti organizzati. Purtroppo la politica non ascolta e per giunta siamo un Paese in miseria e senza lungimiranza (una volta, ai tempi del primo centrosinistra, si diceva: senza programmazione): non ci sono soldi da investire, trascurando il valore di una pista ciclabile (un risparmio, ma potrebbe essere anche un richiamo per il turismo, come succede in tanti paesi d'Europa). Miseramente si è arrivati alla contesa tra pedoni e ciclisti per l'uso del marciapiede (già occupato dalle macchine in sosta). La novità è stata il cosiddetto bike-sharing: la bicicletta noleggiata dal Comune e collocata in apposite rastrelliere. Peccato che la periferia sia stata dimenticata, eppure è nel tratto tra periferia e centro che la bicicletta rimarrebbe più utile. Non ci sarà rimedio, se chi amministra non metterà da parte una certa sudditanza alle necessità dell'auto. Noi dicevamo, senza bisogno di Illich, che era la Fiat a obbligarci ad usare l'auto e l'autostrada. La Fiat, praticamente, non l'abbiamo più. Forse si potrebbe immaginare qualcosa di diverso, non caritatevole, non marginale, non hobbystico, ma strategico. Forse ci penserà il caro benzina a mostrarci la rotta. MARGHERITAANDÒINBICIDATRIESTEAGRADOEPOIA TRIESTEANCORA.Margherita è un'astrofisica di novant'anni. Margherita pensa che la bici sia l'energia buona. Alfredo correva con Coppi e Bartali. Una volta, ai Mondiali danesi del '49, in allenamento con la squadra, nei dintorni di Copenaghen, il giorno prima della gara vennero bloccati della Municipale: «Dove andate?» intimarono in tedesco. «Siamo i campioni del mondo! Quello è Coppi, quello è Bartali e io sono Martini» fece Alfredo. «E qui noi abbiamo le ciclabili - risposero i danesi - prego, allenatevi là sopra!». E noi, 63 anni dopo, in Italia, siamo scesi in strada con Salvaciclisti per chiedere percorsi protetti. Alfredo ha novant'anni e crede che la bici sia l'energia sicura. Alfonsina fece il Giro d'Italia coi maschi, era il '24, l' anno di Matteotti, la femmina era stretta tra giubbotti e calzerotti nel Paese dei pregiudizi, i giornali ironizzavano su un culo di donna che dondolava sulla sella. Concluse il suo Giro fra lo stupore delle malelingue. Alfonsina non era bella, Alfonsina ha 150 anni e corre ancora. È convinta che la bici sia l'energia che dura. Al Giro del Burkina Faso, tale Kulibali alzò le braccia al traguardo della polvere, un giro prima dell'arrivo vero, in una volata solitaria. Batté di schianto il suo sorriso, poi si mise a bere e stremato, allontanatosi un poco dall'arrivo, si sdraiò sotto una pianta a riposare. Attese così tanto che si addormentò e quando lo trovarono erano già tutti arrivati e finì fuori tempo massimo. Ai cronisti Kulibali rispose che la bicicletta è l'energia che illumina la fatica. Gavino portava Andrea sulla canna della sua bici nera. Andavano da Elia a prendere il latte ogni mattina, il contadino a mezzadria che aveva la casa rosa con la stalla e le mucche tra le querce in fondo alla grande via. Ormai Gavino non è più uomo di questa terra, ma Andrea ricorda il braccio grande che gli circondava il petto e lo proteggeva e le parole del buongiorno sussurrate piano sulla canna della bici nera. È così lontana quell'alba fresca e viva. Andrea crede che la bicicletta sia l'energia che dondola a memoria. Sul passo dello Stelvio due non campioni, uno spagnolo e uno italiano, Galdos e Bertoglio si sfidarono per il Giro d'Italia. In quel tempo sospeso che si chiama curva, un tornante dopo l'altro, la vita batte e la paura imprigiona l'ansia. Un salto di catena, una crisi di fame, una sbandata, una caduta, il giorno che non può tornare e dove tutto può finire. Bertoglio, che era molto più gregario, restò agganciato alla ruota posteriore dello spagnolo e vinse il Giro. Bertoglio crede che bicicletta sia la fiducia che dà forza. LEVARELEROTELLE Alla Martin Luther King, una scuola elementare alla periferia di Roma, nell'ultimo giorno prima delle vacanze, i bambini delle «quinte», insegneranno ai più piccini ad andare in bicicletta levando le rotelle. Succederà nel cortile, è previsto il sole. È tutto l'anno che le maestre raccontano di bici, del giro delle ruote, del raggio del manubrio, di catene e freni e ora ecco il saggio di fine anno. I bambini della Martin Luther King capiranno che la bicicletta è la libertà che ti fa grande. In tv, sempre più spesso, una bicicletta compare sullo sfondo, anche dove si parla solo di banche, di interessi, mutui e percentuali e soldi da lavare. La buona bici, in trasparenza, dietro il marchio da piazzare, è così utile, fa così bene alla vista che la sfruttano pure quelli che non gliene frega niente. La bicicletta è l'energia che supera se stessa. Un visionario credeva che pedalando si potesse accendere un palco di luci e di suoni e farci un concerto di canzoni, di disegni e di parole. Quel pazzo mise in croce i suoi amici, gli artigiani, gli ingegneri, gli impresari, i musicisti, i fonici e i facchini. Una sera il palco si accese veramente e a pedalare per produrre quella energia venne tanta gente. Ingrid andava felice in riva al mare, accaldata entrò in un bar a bere, «Cosa fai?» le chiesero al bancone. «Amo la bici, non lo vedi?» rispose lei sorridendo. Allora un vecchio alzò gli occhi dal tressette: «Ma come fai? Non vedi che è un mondo di drogati? E poi voi intasate le strade e poi siete pure comunisti o peggio anarchici e teppisti». Ingrid sciolse i capelli lunghi fino alle caviglie e pedalando entrò nel mare: la bicicletta sa nuotare. IN25CITTÀ La mia bicicletta ha dieci viti Otto sul cambio, due sul sellino La mia bicicletta ha dieci vite Fanno quattro più di un felino La prima vita è stata in giro Con una donna in pantaloni Alfonsina che corse il Giro D'Italia al fianco dei campioni La seconda è stata in montagna Portava il pane e le maglie di lana La seconda è stata compagna di una staffetta partigiana La terza vita è stata nell'orto Con l'aratro di un contadino Che faticava senza diporto Per far studiare il suo bambino La quarta vita è stata in cantiere Insieme a Carmine, pendolare Che da un ponteggio finì per cadere E finì di pendolare La quinta vita è stata in Bovisa fuori ai cancelli in attesa di Gino Che lasciata al paese la sposa baciava la foto sul comodino La sesta vita è scesa in piazza Mentre la celere suonava la tromba E la rivolta scoppiava in piazza Mentre in piazza scoppiava la bomba La settima vita è stata in questura Insieme a Mario che aveva pagato Due bistecche e della verdura Con lo stipendio da disoccupato L'ottava vita è stata in cantina Mentre una macchina andava più in fretta E non costava così la benzina Nel medioevo della bicletta La nona vita è stata di Abdul Che lavorava al nero di giorno Per mandare i soldi a Kabul Senza permesso di soggiorno La decima vita coi raggi rotti L'hanno portata in ciclofficina Lì torna nuova con due cerotti E ricomincia dalla prima. Ec'è ilGirettod'Italia doveconta solopartecipare Èpartita la secondaedizionedel «Girettod'Italia», il campionato nazionaledella ciclabilitàurbana organizzato in25 città italiane dai comunipartecipanti insiemea Legambiente,Fiab eCittà inBici. Oggi siconosceranno i risultatidella competizionedovenonconta andareveloci maessere in tantia scegliere la bicicletta comemezzo perspostarsi incittà. Scopo della garaèquello di contare quanti in cittàscelgono la bicicletta per i propri spostamenti (comead esempioquelli casa-scuolao casa-lavoro)per verificare quanto la bici sia un mezzodi trasportoa tutti gli effettinell'ambienteurbano. Laciclicaodedellabicicletta FRANCESCAFORNARIO LastoriadiAlfonsinache chilometrodopochilometro abbattérecordepregiudizi nel 1924.EquelladiGavino, diAlfredoediunasignoradi 90annichefa l'astrofisica ... . Perglialunnidiunascuola diperiferiachehanno studiatoruote,manubri eraggi, significa libertà Pedalandoenergia Abbiamoacceso le luci suunpalco,scalato montagneefattocrescere ibambini ANDREASATTA MUSICISTAESCRITTORE domenica 13, maggio, 2012 21
SERIEA- ULTIMO ATTO SPORT AndrejSchevchenko posa il suo palloned'oro sulmonumentoa Lobanovski,aKiev, nel2005 MARTEDÌVERRÀINAUGURATALAMOSTRA«LALEGGENDADELPARÒN»,OMAGGIODITRIESTEANEREOROCCO A CENT'ANNI DALLA NASCITA (IL 20 MAGGIO 1912): ALL'ANAGRAFE,NEREOFACEVAANCORAROCH,EREDITÀ DI UNA FAMIGLIA DI ORIGINE VIENNESE. Nel contesto del Magazzino 26, al Porto Vecchio, sarà un allestimento denso di sensazioni, dove riecheggeranno le frasi più celebri di Rocco. Un itinerario interattivo e coinvolgente. Il percorso espositivo sarà ospitato da martedì 15 maggio fino al 31 luglio 2012. Nereo Rocco è stato prima buon giocatore mezz'ala - di Triestina, Padova e Napoli, e poi superbo allenatore, ricordato per i miracoli sempre a Trieste e Padova e per i trionfi al Milan. Al suo nome si collega il “catenaccio”, termine che Gianni Brera coniò per un sistema difensivo assai serrato. Ma le squadre di Rocco segnavano, in contropiede, gol bellissimi. Per ricordarlo, qui sotto, la prima parte (la più “umana”) di un articolo-ricordo uscito il giorno della morte del giuliano, il 20 febbraio del 1979, scritto dal maggiore fra i giornalisti e scrittori sportivi italiani, Gianni Brera, appunto, che di Rocco fu amico. «È morto Nereo Rocco e io non debbo nemmen pensare di poter piangere. È un diritto, ahimè, che non mi appartiene da tempo. I miei sentimenti non contano. Tanto più sarò suo amico, quanto meglio riuscirò a ricordarmi di lui senza frapporre l'amicizia fra me e il mio lavoro insolente. “Prepara il coccodrillo”, mi era stato ordinato con presago cinismo. “Un'ostia!”, avevo ruggito, a sorpresa, con la sua stessa voce. Io so che è già morto ma voi non lo dovete sapere: voi dovete aspettare, maledetti, che lo sappiano tutti. Allora mi metterò al carrello, e garantito che saprò battere i polpastrelli senza il minimo groppo in gola. Così cerco di fare adesso che tutti lo sanno. E se volete capire meglio dirò che avevo già pianto e bestemmiato come voleva la nostra amicizia tutta particolare. Ho qui sott'occhio un cartoncino per auguri con su stampati I nomi di Nereo e Maria Rocco, Trieste, Via M. d'Angeli 28, telefono 791636. La data, Capodanno '78-'79: la calligrafia piccola e slegata di uno che è stato a scuola ma ci ha la mano troppo tozza per tenere la penna con un minimo di disinvoltura: Gioannincarissimo,grazieperituoifraternigraditiauguri… contracambio consincero affettoebrindoalle tuefortunepurtroppoconl'acquaFiuggi.Tipregoricordami alla tua famiglia ancora grazie. Nereo . Non so di grafologia e ancor meno di acqua Fiuggi. Ma questo suo biglietto era un testamento e io l'ho recepito con dolorosa rabbia. Improvvisamente mi s'è stretto qualcosa nelle viscere, me n'è venuto un disagio che era quasi paura. Allora ho capito che Nereo era morto, e che del suo stesso male potrei morire anch'io, e ho la sfacciata onestà di ammettere che non sapevo se fosse più il dolore o la paura a farmi piangere. “Dobbiamo andarlo a trovare”, m'ha detto un amico. “Ma neanche!”, ho subito reagito in un ringhio. Siamo stati anni senza vederci per rispetto della nostra stessa professione. E quando voleva il caso che ci incontrassimo, dopo il primo impulso al solito fraterno e divertito abbraccio, avvertivamo l'imbarazzo degli amici veri, che la vita ha ormai diviso, ma tradirsi non possono e non vogliono per nessun motivo al mondo. Però, immancabilmente, ci si metteva a bere con la meditata calma di chi a bere ha imparato non solo per gioia ma anche per condanna ereditaria. E fatalmente ci danneggiavamo l'un con l'altro non potendo mentire. Io raccontavo pari pari tutto quanto a sua volta raccontava. Al diavolo gli interessi, le convenienze, gli obblighi: qui siamo insieme e qui beviamo sentendoci fratelli. Poi, chi vivrà vedrà. Ma alla fine ci coglieva quasi il rimorso di tradirci e tradire. L'uno leggeva negli occhi dell'altro la sconvenienza, il rischio, il pentimento. Ciascuno rientrava berciando nel suo mondo. Brutto mona, co' se vedemo, finisse sempre mal! Ecco, dicevo: accetterei di andarlo a trovare se potessimo bere come sempre...» LORENZOLONGHI longhi@email.it Diecianni famoriva il tecnicopiùdogmatico: il suogiocodoveva esserescienzaesatta, il singolo«annullato» UdineseaCataniaperdifendere laChampions La leggenda diNereo Trieste,mostraperRocco acent'annidallanascita GIANNIBRERA* *Letterad'addioaRocco scrittadalgiornalista nel 1979 Il20maggio1902nasceva NereoRoch:questo ilcognome (austriaco)all'anagrafe. Damezz'ala trovò laNazionale, datecnicovinsetutto ILMURO,PERVALERILOBANOVSKI,ÈCADUTOINANTICIPO.EAMONACO,NONABERLINO. 25 giugno 1988, manca un quarto d'ora alle 5 del pomeriggio quando il calcio si vendica di uno dei suoi più strambi rivoluzionari. Il piccone è nel piede destro di Marco Van Basten, armato da un traversone orizzontale di Muhren: Olanda-Urss 2-0. Muro abbattuto, fine dell'utopia: il predicatore del collettivismo applicato al calcio si arrende a un passo dal traguardo per colpa del genio sublime di un singolo irripetibile. Lobanovski, il Colonnello con una laurea in idraulica, è morto dieci anni fa, il 13 maggio 2002; sei giorni prima, un'emorragia cerebrale lo aveva colpito mentre era in panchina, alla guida della sua amata Dynamo Kiev (in cui da poco aveva cresciuto Shevchenko e Rebrov), in una sfida contro il Metallurg Zaporozhye. Quattordici anni lo separavano dal quel giorno del 1988. A vederlo, pareva che ne fossero passati il doppio, sul suo viso e sul suo corpo. Ma nella testa le idee erano sempre le stesse, quelle di un visionario che a metà degli anni 70 ordinò un rudimentale computer a Kiev. Motivo? Con il fedele collaboratore Anatoliy Zelentsov, il Colonnello trattava il calcio come una scienza esatta, fatta di numeri e analisi quantitative, cura del fisico e allenamenti marziali. Nacque così il laboratorio della Dynamo Kiev. Nella sua visione, il singolo doveva annullarsi per la squadra in una sorta di kolchoz calcistico che, a tutti gli effetti, portò la sua Dynamo a rivelarsi in patria pressoché invincibile, squadra il cui valore assoluto era nettamente superiore alla somma delle qualità di ogni giocatore. Il calcio socialista, l'immagine dell'Urss. E pensare che, quando negli anni 50 il calciatore era lui, divenne famoso per il suo estro. Classe 1939, ala talentuosa e spesso in contrasto con l'allenatore di quella Dynamo, Viktor Maslov, Lobanovski aveva studiato la fisica apposta per affinare il suo talento sui calci d'angolo: allora, parlare di “effetto Magnus” applicato al calcio sembrava follia. Ma era solo anni avanti agli altri. «Per essere un buon allenatore, dimenticati del giocatore che eri», era uno dei suoi punti fermi. Cancellò il passato e, già a trent'anni, si concentrò sul futuro, come allenatore del Dnipro Dnipropetrovsk. Quattro anni dopo, era già alla Dynamo. Fu lui a portare, per la prima volta, un club sovietico ad alzare una coppa europea (la Coppa delle Coppe nel 1975, bissata poi undici anni dopo, in due finali eccellenti contro Ferencvaros e Atletico Madrid), fu lui a tentare di trasportare il laboratorio Dynamo in nazionale. Un autentico travaso - raramente i giocatori della Dynamo erano meno di sette - che spesso funzionò ma al quale, alla fine, mancò sempre qualcosa. Ai Mondiali messicani del 1986 furono sprazzi di grande Urss, mentre all'Europeo tedesco, due anni dopo, il Colonnello l'Olanda l'aveva già battuta nel girone. Pur in piena Perestrojka, sembrava venuto il momento della rivoluzione. Invece, arrivò Van Basten. Il calcioe ilkolchoz Dieciannisenza il colonnello Lobanovski In tre tranchesi chiudeoggi il campionatodiCalciodi Serie A.Alle 15 incampo ledueprotagoniste della lottascudetto: la Juventus festeggerà lavittoria ospitando l'Atalanta. Conte hauna solacosa dachiedere aquesta partita,maci tiene molto: «Concludiamoimbattuti». Per eguagliare ilprimato delMilan di Capello,che fece altrettanto 18anni fa. ASanSiro invece passarellad'addio permoltimilanisti storici di questo decennio:da Inzaghi aNesta a Gattuso.Di fronte ilNovara.Alla stessa oraFiorentina-Cagliari. Alle 18 la Roma deldimissionarioLuisEnrique chiude unastagione opaca sulcampo del Cesenagià retrocessomentre il derby emilianotra Parmae Bologna incoronerà la squadra rivelazionedel campionato. In seratasi decide il terzo posto(preliminaridi Champions League), l'Europa League e la salvezza negliultimi5 incontri:Chievo-Lecce, Genoa-Palermo,Catania-Udinese, Lazio-Intere Napoli-Siena, L'apice: l'allenatore NereoRocco ed il calciatore delMilan CesareMaldini con inmano laCoppa deiCampionid'Europa, vintadal Milan 1963 U: domenica 13, maggio, 2012 27
SIMONECOLLINI scollini@unita.it «Ho negli occhi ancora questa grandissima presenza popolare a Bologna». Pier Luigi Bersani rientra a casa dopo essere stato ai funerali di Cevenini, «che è anche il prodotto di quella città, civilissima, e anche una delle sue espressioni migliori». Il leader del Pd non è riuscito a trattenere le lacrime mentre prendeva parte al picchetto d'onore in Sala rossa. «Maurizio è stato la dimostrazione vivente di cosa intendo per partito popolare». Adessoc'èchicercadicreareunadistanzatra lui e ilPd. «Non dicano questo perché lo farebbero star male dov'è. Io non ho mai visto una persona così aperta e così legata al suo partito». La giornata è stata segnata anche dagli attacchi a Equitalia: cosa direbbe ai dipendentidella società di riscossione? «Che devono sentire da parte di tutti, a cominciare dal Pd, una solidarietà senza nessuna ambiguità». Perchénon sono loro i responsabili se si paganocosì tante tasse? «Non sono le tasse alte che stanno minacciando la vita dei dipendenti di Equitalia. È che nella tensione per le tasse alte, accanto ad episodi individuali, si può infilare la strategia di chi ha interesse a destabilizzare. Ricordo che Equitalia fu uno dei primi obiettivi del cosiddetto anarchismo insurrezionale, che a quanto pare sta molecolarmente cominciando a transitare verso l'azione armata. Ora bisogna tenere alta la guardia, il Paese ha già pagato troppo per questa deriva». Dice che tutte le forze politiche siano consapevolidel rischio? «Vedo rischi di sottovalutazione nel dare più o meno consapevoltemente copertura attraverso argomenti qualunquisti. Se paghiamo tasse troppo alte è perché c'è poca gente che paga, se tanta gente fa fatica a pagare è perché non c'è lavoro. I problemi devono essere affrontati con razionalità e non con qualunquismo». Ilgovernostaaffrontandoconrazionalità iproblemi? «Prima di tutto diamo uno sguardo all'Europa, perché la situazione resta delicata. La speculazione ha una forza tale che è in grado di togliere sovranità a decisioni prese dai singoli Paesi, a meno che non ci sia una sovranità condivisa in Europa. Il governo Monti, dopo la vittoria di Hollande, ha nuovi spazi di manovra, però bisogna sapere che non abbiamo molto tempo per agire. Già al vertice di giugno bisogna ottenere risultati, dovrà esserci la possibilità di non contabilizzare alcuni investimenti ai fini del deficit, ci dovrà essere una rilettura dell'approssimazione al pareggio di bilancio. Non è pensabile che l'Italia, che ha la recessione più alta d'Europa, si accosti al pareggio di bilancio più di quanto non facciano la gran parte dei Paesi comunitari». ChenepensadeiprovvedimentisulMezzogiornoapprovatidal governo? «È il classico esempio di come i miracoli non si possano fare ma che qualcosa di concreto sì. C'è un ministro che parla poco e fa dei fatti, si chiama Barca, che è riuscito a stoppare il rischio di perdere dei soldi e di investirli in un piano di spesa intelligente. Rispetto ai bisogni del Paese può sembrare una goccia nel mare, però è un fatto. E l'Italia ha bisogno di un certo numero di fatti, non risolutivi ma in grado di fronteggiare recessione in attesa di agganciare la crescita». IlPdèsoddisfattodiciòchefailgoverno per fronteggiare la recessione? «Il Pd, garantendo lealtà al governo, chiede altri fatti. Che la Pubblica amministrazione paghi le imprese, perché se lo Stato comincia a pagare anche il rapporto con le banche può migliorare e perché è meglio un po' subito che tutto chissà quando. Il Pd chiede investimenti, e non c'è niente di meglio di sbloccare qualcosa agli enti locali. Chiede che si risolva adesso il problema degli esodati e che si modifichi l'Imu affiancandole un'imposta personale sui grandi patrimoni immobiliari». BerlusconifasaperecheilPdlvoteràsoltantociòche lo convince:vede il rischio chestacchino la spinaal governo? «Non sono nelle condizioni di farlo ma vedo un atteggiamento rischioso. In Parlamento si sta discutendo una legge anticorruzione e una sulla Pubblica amministrazione, e sento dal centrodestra degli alt che non convincono. Non voglio accendere io una miccia ma non pensino che si possa imporre uno stop su questi temi. Non basta dire astrattamente sosteniamo il governo, bisogna fare in modo che non perda la faccia. E se si blocca la legge anticorruzione l'esito è questo». Sidiscuteanchedifinanziamentopubblico, di legge elettorale, di riforme istituzionali: in molti perderanno la faccia se nonsaranno approvate, non crede? «Noi incalziamo le altre forze politichee. A partire dal dimezzamento da subito del finanziamento pubblico, su cui abbiamo condotto un'iniziativa che non ha consentito divagazioni. Mi aspetto di vedere un passaggio dirimente entro i prossimi dieci giorni». E sulla legge elettorale? La discussione sembraarrivata aun punto morto... «Torneremo a discutere partendo dai nostri paletti. La proposta del Pd è il doppio turno, e il voto amministrativo ha dimostrato che questo sistema consente una governabilità incomparabilmente migliore rispetto alla legge attuale, che ci ha portato soltanto guai enormi». HaricevutorispostedaPdl e Udc? «Per ora ho ricevuto messaggi di diniego. Spero ci ripensino». Prodi ha criticato la bozza di accordo a cuilavoranoViolanteedesponentidelle altre forze chesostengono Monti. «Il presupposto a ogni ragionamento è che il Pd non ha la maggioranza in Parlamento, che l'attuale legge non va bene e che bisogna trovare una soluzione, anche di mediazione, che permetta ai cittadini di scegliere i parlamentari e garantisca al meglio la governabilità. Si lavora per individuare un meccanismo che non sia puramente proporzionale, ma che partendo da quel sistema possa introdurre elementi che garantiscano stabilità e un assetto bipolare». Nonsarebbe labozzaacui lavoranoPd, PdleTerzopolo,perProdi,cheanziparladel rischio diuna derivagreca... «Lo vediamo anche noi il rischio, tutti lo vedono, e sappiamo che bisogna evitarlo trovando soluzioni che mantengano un'impostazione bipolare». EilTerzopolo,checomediceilnomelavoraadunaltro progetto? «Si è visto alle amministrative che ci può essere una funzione per una posizione centrale ma che in Italia non può esserci un centro che condizioni il tema politico di fondo». Chesarebbe? «Si è visto in Francia e si vedrà ancora, è il tema di come i progressisti siano capaci di rivolgersi a tutta la sinistra e a tutte le aree moderate e costituzionali, contro una destra esposta a regressioni di tipo populista e ripiegamenti antieuropei». DopoMonti il temapotrebbeancoraessere la Grande coalizione,non crede? «No, il termine del confronto sarà quello visto anche in Francia. Sarà accesamente bipolare, forse anche più accesamente di quel che sarebbe giusto. Non sarà un pranzo di gala». Dopo il primo turno delle amministrativehadettochetoccherà alPdscegliere chi guiderà il centrosinisitra alle politiche e Renzi ha chiesto la convocazione delleprimarie: pentitodi quell'uscita? «No, perché ho sentito l'esigenza di dire con nettezza che non è vero che tutti hanno perso, che non c'è niente. Qualcosa c'è in questo sbandamento, e siamo noi, che quindi dobbiamo assumerci le nostre responsabilità». E leprimarie chiestedaRenzi? «Non si venga a parlare a me di primarie, sono l'unico segretario al mondo eletto con questo strumento, ma adesso dobbiamo pensare ad altro». Sifarannoprimariedicoalizioneperscegliereilcandidatopremierdelcentrosinistra? «Ne discuteremo, come Pd, e vedremo anche quello che pensano i nostri possibili compagni di viaggio». Cioègli altri partiti? «Non solo, perché come abbiamo visto anche dal voto amministrativo i rapporti politici sono un meno contenuto in un più. E il più è un Pd che in nome della ricostruzione siglerà un patto con la società. Ci rivolgeremo a intellettuali, economisti, organizzazioni civiche, per aprire un confronto». Sadi tentativo diarruolamento... «Nessun arruolamento, chiederemo di darci una mano sul tema della ricostruzione del Paese, perché dobbiamo sapere che questo compito toccherà a noi». Un'alleanza tra progressisti e moderati dovrebbe affrontare anche temi civili: Obamahaapertoaimatrimonigay,inItalianonsono passatineanche iDico... «Una regolazione moderna delle convivenze stabili tra omosessuali è un elemento di civismo, che un governo deve affrontare. È chiaro che se la questione non verrà risolta da questo governo toccherà a noi farlo». Come? «Terrei fuori dal dibattito la parola matrimonio, che da noi comporta una discussione di natura costituzionale, al contrario di altri Paesi. Tuttavia dobbiamo dare dignità e presidio giuridico alle convivenze stabili tra omosessuali perché il tema non può essere lasciato al far west». Pare che a Parma la destra tenti di convergere i suoivotisulcandidatogrillino. «È un gesto di grave irresponsabilità. È la stessa destra che ha portato il Comune ad essere commissariato, ad avere una montagna di debiti tale da mettere in discussione il pagamento degli stipendi. Sembra che l'idea sia “muoia Sansone con tutti i filistei”, ma stiamo parlando di una città. È un'ulteriore conferma del tipo di destra che abbiamo di fronte». «Dopo Monti saremo noi a governare» L'INTERVISTA PierLuigiBersani CATANZARO Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani FOTO TM NEWS/INFOPHOTO «Alleelezioni ilconfronto saràcomequellovisto inFrancia.Accesamente bipolare:nonsarà unpranzodigala» Leprimarie?«Decideremo coninostripossibili compagnidiviaggio» Brogliai seggi, laProcurasequestra leschede Laprocura dellaRepubblicadi Catanzaroha disposto il sequestrodi tutte le schedeelettorali per le elezioni comunalidel capoluogodiRegione, un'indagineche potrebberimettere in discussione la partita.Da giovedì è statoproclamato sindaco il candidato delcentrodestra, Sergio Abramo, risultatovincente con il50,22per centoe 130 voti in piùrispettoallo sfidantedicentrosinistra, il ventinovenneSalvatore Scalzo. Il sequestro èstato decisodal sostitutoGerardoDominijanni, titolare dell'inchiestasu unapresunta compravendita deivoti chevede indagatiunconsigliere comunale elettonel centrodestraeunsuo sostenitore.Secondo quantoè trapelato, ilpm avrebbedisposto il sequestrodelmateriale di tutte le novantasezionicittadine. La coalizione dicentrosinistra insieme al TerzoPolo, inoltre,hapresentato unesposto alla Procura, segnalando alcune irregolarità (inparticolare nella sezione 85)eper sospettacompravendita di voti. L'elezione diAbramo èstata ufficializzatadopo leverifiche dell'Ufficioelettoralecentrale su tre sezioni indubbio. IlPd, comunque, siprepara «a presentareunesposto al Tar», annunciaDomenicoPetrolo, coordinatoredel comitato Scalzo. «Il sequestro delleschedeconferma la fondatezza delle gravissime preoccupazionicheavevamo espresso inordinealla regolaritàe alla trasparenzadel voto a Catanzaro»,ha affermato il commissariodellaCalabria delPd,Alfredo D'Attorre,per una «questioneche dovrebbechiamare in causa tutte le forzepolitiche interessateallasalvaguardia politica e istituzionaledel capoluogodella Calabria». Fabuon visoanche Abramo,che dicedi augurarsi che «sianofugate le ombre»sulla suaelezione. N.L. . . . Sul Pdl: «Non basta dire astrattamente sosteniamo Monti, e poi imporre stop sull'anti-corruzione» ... «In nome della ricostruzione il Pd è pronto a siglare un patto con la società» domenica 13, maggio, 2012 3
LASTORIAINIZIALECIRACCONTERÀDIEYVERIN,ECUADORIANA MAMMA A 15 ANNI; POI, VEDREMO LE STORIE DI JOANNE, FILIPPINA MAMMA A 17 ANNI; CHARLY, IVORIANA MAMMA A 17 ANNI; GIOVANA, PERUVIANA MAMMAA17ANNI.Piccolemammecrescono andrà in onda ogni domenica, a partire da stasera, alle 21, su Babel (canale 141 di Sky), e in 10 puntate approfondirà il tema de «Le nuove italiane e l'esperienza della maternità in età adolescenziale». Il docu-reality è firmato da Beatrice Coletti che è anche direttore di Babel, il canale televisivo che dal novembre del 2010 offre a 5 milioni di immigrati (i «nuovi Italiani») «una finestra aperta sulle storie delle principali comunità di stranieri che vivono nel nostro Paese». SOTTOVALUTAZIONE «Abbiamo deciso di realizzare Piccolemammecrescono per raccontare una realtà poco conosciuta in Italia - commenta Beatrice Coletti -. In altri Paesi il fenomeno delle madri adolescenti è sicuramente più diffuso e riceve una maggiore attenzione dai media. In Italia, spesso, il fenomeno è sinonimo di una differenza socio-culturale e di “baby mamme” se ne parla poco. Durante le riprese del programma siamo rimasti stupiti perché, oltre alla questione della maternità, sono emersi temi che non immaginavamo, come il punto di vista sulla cittadinanza delle mamme teenager e sul futuro anche “giuridico” dei loro figli. Tutto ciò ci fa riflettere sul futuro che attende i bambini nati in questo periodo: la terza generazione di “nuovi italiani” ». Il programma (scritto da Elena Parati, per la regia di Gisella Bianchi e Monica Onore) è stato ispirato da «Piccole mamme», il rapporto di Save The Children sulle mamme adolescenti in Italia, secondo il quale, nel 2008, le «baby mamme» nel nostro Paese erano oltre 10.000, di cui il 18% di origine non italiana. «È un' incidenza quantitativamente circoscritta che merita però un'attenzione particolare per la rete di persone che coinvolge, figli, madri, padri, le famiglie dei genitori, e per le cause che ne stanno all'origine - aggiunge la direttrice di Babel -. Partendo dallo studio di questa statistica Piccole mammecrescono intende dare un volto e una voce ad alcune di queste giovani e raccontare il contesto in cui avvengono le loro scelte di maternità». Il docu-reality di Babel, realizzato interamente nell'area di Milano, si propone anche di verificare se l'incontro degli usi e costumi dei Paesi di origine con le abitudini di vita italiana può aver contribuito a trasformare delle adolescenti in «piccole mamme». «Ogni puntata ha inizio quando la gravidanza e la nascita del bambino sono già avvenute e le giovani mamme stanno vivendo l'esperienza dell'accudimento e della crescita del piccolo spiega la Coletti -. Conosceremo, inoltre, tutte le figure fondamentali nella vita delle “baby mamme”: il papà del bimbo e la sua famiglia, la famiglia della ragazza, gli amici, gli insegnanti, i datori di lavoro, gli operatori sociali e i medici». CONFRONTOFRA CULTURE Il programma vuole far riflettere su come l'impatto culturale che affrontano i giovani venuti in Italia per vari motivi, tra i quali il ricongiungimento familiare, possa influenzare le loro scelte, come conferma Arianna Saulini, responsabile Advocacy di Save the Children Italia-Europa: «La tendenza occidentale a protrarre l'età per diventare genitori, la rappresentazione culturalmente adeguata che una gravidanza va scelta in modo consapevole, il ruolo genitoriale e materno, sono impliciti nel nostro modo di operare scelte personali e professionali». «In altre culture, invece, - aggiunge Arianna Saulini - vi sono altre rappresentazioni della genitorialità e altre idee socialmente condivise sui tempi della gravidanza. Inoltre, gli eventi migratori che generano fratture nella continuità fra le generazioni e i ricongiungimenti in età adolescenziale sono spesso connotati da ambivalenze profonde e da conflittualità. Il programma di Babel Piccole mamme crescono rappresenta in maniera accurata uno scenario di maternità complesso con un taglio centrato sulla giovane mamma di origine non-italiana, che contestualmente ai problemi di essere una mamma “teen”, purtroppo, deve affrontare anche quelli dell'integrazione nel nostro Paese». Danza, Leone d'oro a Sylvie Guillem CULTURA È la ballerina Sylvie Guillem, una delle più grandi del nostro tempo, il Leone d'oro alla carriera dell'8˚ Festival Internazionale di Danza Contemporanea (Venezia, 8 /24 giugno 2012). Questa artista dalla carriera sfolgorante, che Nureyev volle étoile a soli 19 anni, trionfa in tutto il mondo, coniugando popolarità e qualità artistica. Elezioni. Ce ne sono statemolte nei giorni scorsi. In Francia, in Grecia, nello Schleswig-Holstein, in tanti Comuni italiani. Nelle discussioni quotidiane, e sui giornali, le elezioni, insieme ad altri modi di far funzionare la politica, sono comunque sempre viste in stretto rapporto con la democrazia. Sono infatti i cittadini che scelgono. La democrazia, tuttavia, da tempo non è più intesa come diretta (così la intendeva ancora Rousseau, che la riteneva praticabile solo dagli dei e non dagli uomini). La democrazia è rappresentativa. E deriva sempre dall'etimo latino eligere, adoperato, nel vocabolario religioso, per la designazione dei salvati-eletti: «Perché molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti». In francese, poi, vi è la forma sostantivata femminile di élit, antico participio passato di élire (scegliere, eleggere). L'élite, sinonimo di casta dominante, deriva dunque, e paradossalmente, proprio dal verbo eleggere. E Pareto, nell'introduzione ai Systèmes socialistes (1902), ha sostenuto che in ogni società si può individuare un'élite, ovvero un gruppo ristretto che detiene il potere politico ed economico. Una precedente formulazione di questa tesi risale agli Elementi di scienza politica di Mosca nella quale si rileva la presenza costante, in tutti gli organismi politici, di due «classi», quella dei «governanti», e quella, più numerosa, dei «governati». I primi sono organizzati, i secondi disorganizzati. Quanto alla democrazia, non è un fatto, è un'idea. Occorre sempre ragionare su tutto ciò. E i cittadini non devono solo scegliere, ma controllare coloro che vengono scelti. Solo così si emancipano le elezioni dagli esiti elitistici e si conferma che la sovranità è del popolo e non delle élites. Eleggere leélites, il gioco della democrazia STORIAEANTISTORIA BRUNO BONGIOVANNI Storiediadolescenti cherestano incinte PAOLOCALCAGNO MILANO SulcanaleBabeldiSky,dedicatoai«nuovi italiani» dastaseraundocu-reality in 10puntatesuunarealtà increscita ILMINISTROORNAGHISISCHIERACONILFESTIVALDELCINEMADITORINOCONTROROMANELLAPOLEMICASULLA SOVRAPPOSIZIONEDELLEDATE.«Ho sollecitato il Festival di Roma a un atteggiamento di consapevolezza nell'interesse generale del cinema italiano. Mi pare che Roma abbia privilegiato il proseguimento dei propri interessi personali» Lo ha detto il ministro dei Beni culturali, Lorenzo Ornaghi, in visita al Salone del libro di Torino. «Arrivati ad oggi, quando le date sono ormai stabilite, continuare con le polemiche non serve a nessuno, piuttosto lavoriamo per il futuro - dice Ferrari, presidente della kermesse romana - Alle date 9-17 non c'erano alternative sia per i tempi in cui si sono decise, sia perché contiamo di rafforzare molto il mercato cinematografico durante il Festival di Roma e anticipare le date significava sovrapporci con l'appuntamento mondiale importante dell'American Film Market». Lepiccole mamme L'idea delprogramma nascedaidati emersi inunrecente rapporto di«Save theclildren» Ornaghipolemico conilFestival del cinema di Roma U: 24 domenica 13, maggio, 2012
LE AGGHIACCIANTI CRONACHE DEGLI ULTIMI MESI E DEGLIULTIMIANNIRIGUARDOALL'UCCISIONEDIDONNE DI QUALSIASI ETÀ, PROVENIENZA, STRATO SOCIALEECC...NONLASCIASPAZIOADUBBI:più di 56 donne uccise in Italia dall'inizio del 2012 ad oggi, 137 uccise nel 2011 e 127 nel 2010 (per limitarci agli ultimi due anni e mezzo) mettono tutti noi davanti a un dato di fatto, ossia che il femminicidio rappresenta in Italia un'emergenza sociale che non può (e non deve) più essere ignorata. A questo proposito Se non ora quando, Loredana Lipperini e Lorella Zanardo il 27 aprile scorso hanno lanciato un appello dal titolo «Mai più complici» che in pochissimi giorni ha raccolto sul web una mole di firme che, per quantità (finora sono oltre 38mila) e qualità, ha innescato - ci auguriamo - un profondo cambiamento culturale. L'appello è stato firmato da rappresentanti del mondo politico, della cultura, dello spettacolo ecc. (da Rita Levi Montalcini a Suor Rita Giarretta, da Giuliano Amato a Ernesto Galli della Loggia, da Roberto Saviano a Luca Sofri, dalla FIGC a Josefa Idem, da Gianna Nannini al giovane rapper Mirko Kiave), ma soprattutto da donne e uomini mossi dall'intento di dire «basta» alla violenza contro le donne e a qualsiasi sistema culturale che preveda che le donne siano oggetti a disposizione degli uomini, senza alcuna possibilità di decidere liberamente della propria vita. Si è aperta insomma una discussione importante, che ha coinvolto figure autorevoli e la lingua è stata tirata in ballo in vario modo, innanzi tutto nell'uso del termine femminicidio. Ad alcuni questo termine non piace: Isabella Bossi Fedrigotti, ad esempio, sul Corriere della sera del 30 aprile 2012 dichiara espressamente di non gradire il termine femminicidio in quanto evoca una «vaga intenzione di svilimento se non di disprezzo». La ragione di ciò è probabilmente legata al fatto che femminicidio deriva direttamente da femmina, vocabolo a sua volta derivato dal latino femina a indicare l'«essere di sesso femminile» (in opposizione a quello di sesso maschile) per riferirsi sia agli esseri umani che agli animali, cosa che ha fatto sì che già in latino a femina fosse associata una connotazione negativa. Nella lingua italiana però, nonostante la connotazione negativa che si può associare alla parola femmina, il neologismo femminicidio - a seguito, purtroppo, di questa tragica escalation di omicidi rivolti contro le donne - sta prendendo sempre più piede al punto che, se lo si digita su Google (rilevazione del 12 maggio 2012), viene fuori un numero di occorrenze pari a circa 335.000. Questo accade perché - come diceva il poeta latino Orazio - si volet usus, ossia è l'uso a regolare le nuove acquisizioni e il venir meno di alcuni vocaboli. Le parole terminanti con l'elemento -cidio non lasciano spazio ad ambiguità: vogliono dire «uccisione», in particolare «uccisione di una persona», così che si va dal vocabolo più generico omicidio («uccisione di una o più persone») ai più specifici genocidio, parricidio, fratricidio, infanticidio ecc. Per quanto riguarda le donne, in particolare, abbiamo matricidio «uccisione della propria madre», sororicidio «uccisione della propria sorella» e uxoricidio «uccisione della propria moglie», che in uso estensivo vuol dire anche «uccisione del coniuge», manca però un vocabolo specifico per «uccisione del proprio marito» (sarà un caso?). La cronaca ci mostra che non vengono uccise solo madri, sorelle o mogli, ma anche figlie, fidanzate o ex fidanzate, conviventi o ex conviventi, ecc. e poi, fuori dall'ambito parentale, il ventaglio si allarga ancora. Spesso la colpa di queste donne è stata quella di aver trasgredito al ruolo imposto loro dalla cultura di appartenenza, in sostanza di essersi prese la libertà di decidere che cosa fare della propria vita, di aver detto qualche deciso «no» al proprio padre, marito, amante ecc... e per questo sono state punite con la morte. Ciò che accomuna tutte queste donne è che vengono uccise - come è riportato sotto la voce femminicidio in Wikipedia - in quanto appartenenti al genere femminile. Si tratta di delitti di genere dunque, con una loro specificità. Negli ultimi anni si è iniziato a parlare di femminicidio (in spagnolo femicidio) negli appelli internazionali lanciati dalle madri delle ragazze uccise a Ciudad Juárez (città al confine tra Messico e Stati Uniti), dove dal 1992 più di 4.500 giovani donne sono scomparse e più di 650 sono state stuprate, torturate e poi uccise ed abbandonate. In Italia il termine femminicidio ha iniziato a circolare in riferimento alle cronache di Ciudad Juárez e analogamente, in lingue a noi vicine, si sono diffusi termini simili (in inglese femicide, in francese fémicide, in tedesco feminizid) ad indicare - come si è detto - un delitto con una sua specificità di genere. Il problema non è tanto nella scelta del termine da usare - non sta a nessuno di noi, presi singolarmente, decidere la fortuna di un termine piuttosto che di un altro - ma nell'acquisire innanzi tutto la consapevolezza della specificità di genere di questi efferati delitti. Per quanto riguarda la lingua, è e sarà soprattutto l'uso di cui parlava Orazio a sancire o meno il triste ingresso del termine femminicidio nell'italiano, a condizione che si diffonda nella coscienza di tutti i cittadini e le cittadine italiane la consapevolezza che non siamo di fronte a omicidi generici, ma a omicidi contro le donne «in quanto donne», dunque a omicidi di genere. U: FEMMINICIDIODelitti digenere Ledonnevengonouccise proprio inquantodonne GRAZIABASILE LINGUISTA Aldi làdellapolemicasull'usodel termineche indica l'uccisionedelle«femmine»,madri, figlie,moglie fidanzate vengonoammazzateperchéhannodetto«no» IDEE : Elogiodellabicicletta P. 20-21 L'INCONTRO : ChristopherPaolini in Italia: leavventurediEragonegliadolescenti P. 22 STORIEITALIANE : IlmisterodiAngela Celentanoe icarrettideiDucato P. 23 TV : Piccolemammecrescono P. 24 FrancescaWoodman,«Senzatitolo» (1975-1978).Domani seraalTeatro QuirinodiRoma «Vday. I monologhi dellavagina» contro laviolenza sulle donne; l'incasso saràdevolutoal movimento«Se NonOra Quando?» domenica 13, maggio, 2012 19
Incontro di sabato mattina, in un giorno, per così dire, più tranquillo. Non condizionato da agende e incontri in sequenza, per effettuare «un giro d'orizzonte sulle questioni istituzionali all'esame del Parlamento» e per un'analisi a 360 gradi della situazione del Paese che sta pagando i prezzi di una crisi senza precedenti, e che attende che la cosiddetta fase due del governo riesca nell'intento di allentare una tensione che sta diventando sempre più drammatica. Si sono incontrati al Quirinale il presidente della Repubblica e il premier Mario Monti che è arrivato al Colle verso le dieci accompagnato dal sottosegretario Antonio Catricalà e dal ministro per la pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, che ha da gestire la delega a seguire in commissione Affari Costituzionali del Senato l'iter del testo unificato di riforma costituzionali. L'altro giorno al Quirinale era stato ricevuto il ministro Corrado Passera per le questioni più strettamente legate all'economia. L'APPUNTAMENTO Si erano sentiti, Napolitano e Monti, dopo che il premier, nel messaggio inviato in occasione del sesto anniversario dell'elezione del Capo dello Stato gli aveva confermato la sua intenzione di portare fino in fondo il mandato che lui gli era stato affidato nel novembre scorso, spazzando via le polemiche su una possibile fine anticipata della legislatura. Si erano incontrati l'altra sera in Vaticano per assistere al concerto di Riccardo Muti. E ieri hanno avuto il lungo colloquio per quello che dal Quirinale stesso viene definito «un giro d'orizzonte» sulle questioni istituzionali all'esame del Parlamento sulle quali il governo, quando arriverà il momento, dovrà anch'esso pronunciarsi. Sulla scacchiera le pedine da fare avanzare sono molteplici. Il relatore e presidente della commissione, Carlo Vizzini, ha elaborato un testo base che racchiude una serie di modifiche costituzionali a cominciare dalla forma di governo al rapporto tra il Governo e il Parlamento, dalla riforma del bicameralismo alla riduzione dei parlamentari. E c'è il finanziamento alle forze politiche, l'attuazione dell'articolo 49 della Costituzione cui Giuliano Amato è stato chiamato dall'esecutivo a dare il suo contributo e c'è anche la riduzione delle Province o il federalismo fiscale. C'è un intreccio di competenze e prerogative tra esecutivo e forze parlamentari che però, ognuno per la propria parte, li vede chiamati a dare il loro contributo ed il loro sostegno perché l'azione di risanamento in atto arrivi a realizzarsi assieme a quelle riforme istituzionali che da troppo tempo sono in attesa di concretizzarsi. Il Capo dello Stato ha voluto ribadire la sua sollecitazione a che si vada avanti sulla strada delle riforme che è strettamente connessa, una volta superata l'emergenza, alla possibilità di risanamento e quindi di crescita. Andare avanti, dunque. Andare avanti su un progetto complessivo di risanamento e di riforme che coinvolge il governo per quelle che sono le sue responsabilità assieme al le forze politiche. A tutti deve essere ben chiaro che i tempi sono stretti, lo ha ricordato Luciano Violante ancora nei giorni scorsi, e che recriminazioni e rimpallo di responsabilità non sono un atteggiamento auspicabile per chi vuole stare dalla parte del Paese. L'obbiettivo, per la credibilità complessiva passa per la capacità di arrivare alla fine della legislatura avendo concluso almeno la parte più necessaria del tragitto di riforme istituzionali assieme all'essere usciti dal tunnel della crisi. Un impegno che Napolitano a già in più occasioni sollecitato e mostrato di apprezzare, ad ogni cenno di progresso, auspicando il confronto tra le forze politiche e la convergenza verso soluzioni comuni. Risultati che per il premier contribuirebbero al raggiungimento di una rinnovata credibilità dell'Italia sul piano internazionale e a scongiurare il ricorso alle elezioni anticipate. In migliaia ieri hanno aderito alla manifestazione, contro il governo Monti e la politica europea, indetta dalla Fed di Oliviero Diliberto e Paolo Ferrero, partita da piazza della Repubblica e conclusasi al Colosseo. Presenti anche rappresentanti dell'Idv e di Sel, tante bandiere rosse, i No Tav, rappresentanti dei sindacati di base e dei movimenti per la difesa dei beni comuni. Slogan contro Monti ma anche contro il Pd. «Oggi è un fatto storico: nasce l'opposizione sociale al governo Monti. In sei mesi abbiamo visto che abbiamo un governo didestra senza opposizione, che è peggio di un governo di destra - ha detto Ferrero parlando dal palco -. Noi non cerchiamo uomini che fanno miracoli, il nostro miracolo è la gente che non piega la testa. Anche noi inquesti mesi abbiamo pensato che non ce l'avremmo fatta ma non è vero, le cose possono cambiare, bisogna crederci, è questo il messaggio di oggi: ce la si può fare. Da domani bisogna partire in tutti i Comuni a raccogliere la gente, dobbiamo costruire le lotte per mandare a casa il governo e cambiare la politica. Per farlo - ha concluso il segretario del Prc - proponiamo di costruire l'unità della sinistra, perché l'unità serve ad essere più forti. Bisogna smetterla di inseguire col cappello il Pd». La proposta: una lista civica con Sel e Idv per mandare «a casa il governo Monti, amico dei finanzieri». Secondo Ferrero la grande affluenza in piazza «è un segno tangibile di quanto sia impopolare il governo Monti». Poi, l'invito «a tutte le altre forze della sinistra e in particolare Di Pietro e Vendola ad affrontare l'alternativa al governo Monti, che risponde solo ai poteri e alle esigenze dei forti». Diliberto, leader del Pdci, ha ribadito il suo «no» al governo Monti perché - ha sostenuto - si tratta di un esecutivo «debole con i forti e forte con i deboli, con l'aggravante che a tanti muscoli si contrappone una totale inefficacia nel tentativo di risolvere i problemi del Paese, che sono anzi aggravati». Cesare Salvi, leader di Socialismo 2000, ha sottolineato che «il popolo unito della sinistra vuole superare il governo Monti, per intraprendere un'altra strada che tenga conto dei diritti dei lavoratori. Ci batteremo con forza per questo, anche grazie al successo di questa manifestazione». Nella desolazione di unPdl che ha perso la per-manenza del centro digravità, tra un segreta-rio senza il «quid» dellaspregiudicatezza e l'ombra di un leader disinteressato ma incombente, c'è chi è affetta dalla sindrome da premier-donna, che per la seconda volta si candida a una candidatura o per essere scelta come candidata alla candidatura. A Palazzo Chigi. In declino d'immagine televisiva, quella sì da primadonna, Daniela Santanchè, nell'ennesimo auto-spot ha sferrato un manrovescio all'Angelino Alfano e ha buttato là l'idea di potersi presentare alle primarie. Se mai ci saranno nel centrodestra più o meno rilanciato da un Predellino 2.0 o, bel coraggio, rigenerato nella federazione dei moderati alla quale starebbe pensando Berlusconi, confortato dal funerale del Terzo Polo celebrato da Casini. L'importante, per la «Sanguinaria» della destra, è essere in primo piano, marciare bisturi in resta proprio contro ogni moderatismo, tranne combattere i radicali quando sono liberi sulla sua pelle... Già nel febbraio 2008, uscita sbattendo la porta da Alleanza Nazionale contro i «colonnelli» e lo stesso Fini muniti di «palle di velluto» con fascismo atrofizzato, si lanciò tutta a «Destra» con Francesco Storace puntando dritta su Palazzo Chigi. Lui mirava al Campidoglio ma non è mai stato visivamente appetibile, lei invece mostrò sui muri delle città un innocuo volto da Madonna neorealista che fermissimamente recitava «Io credo». Nessuno le ha creduto, del resto all'epoca in uno slancio para femministra (lei che si è orgogliosamente detta «un uomo») proclamava che «Berlusconi le donne le vede solo orizzontali», salvo poi ricucire verticalmente i rapporti e farsi paladina televisiva del Cavaliere (anche ora ripete la formula magica dell'unico leader). In marcia su Roma dall'estate 2008 riesce a infilarsi nel governo Berlusconi quater nel pieno delle promozioni della sua Visibilia, portatrice d'acqua e di spot, per Libero e il Giornale, nella vendetta consumata calda contro Fini. Sembra però improbabile che Berlusconi, per quanto esausto (tranne quando gioca col Milan o con Putin) , possa accarezzare l'idea della candidata Santanché, anche solo per liberarsi del «delfino» declinato in Angelino. E già Frattini frena gli entusiasmi di chi, come la feroce Daniela vorrebbe votare subito: «Ringhiare è facile», dare risposte alla gente lo è meno. La penultima di Daniela Santanchè è stata quel paragone surreale tra Nilde Iotti e Nicol Minetti, tra la presidenza della Camera che la prima avrebbe raggiunto grazie al suo rapporto con Togliatti, e non per il suo valore politico e da costituente, e il posto di consigliere regionale che la seconda ha ottenuto come premio della gara di burlesque nel sottoscala di Villa San Martino a Arcore. Un piemontese burbero come Crosetto, però, confessa sotto la solleticante radio-tortura di Un giorno da pecora: «Sono disposto a dare parte del mio stipendio per fare a meno della Minetti. Perdiamo voti anche senza la Minetti, ma diciamo che lei aiuta. Paghiamola, facciamo una colletta per darle un vitalizio così ci toglie dall'imbarazzo». NATALIA LOMBARDO nlombardo@unita.it In astinenza dalla tv Santanchè vuole Palazzo Chigi L'ITALIAELACRISI . . . Nell'incontro anche i temi della crisi economica e sociale e le iniziative per la crescita Riforme, la spinta di Napolitano Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con il presidente del Consiglio, Mario Monti FOTO DI ETTORE FERRARI/ANSA Monti ieri al Quirinale: il Capo dello Stato gli ha chiesto di favorire l'iter della legge elettorale e delle modifiche costituzionali attualmente all'esame del Parlamento MARCELLA CIARNELLI ROMA Prc, migliaia in piazza contro il governo Adesioni anche da Sel e Idv IL CASO VIRGINIALORI ROMA Sempreincercadivisibilità giànel2008sipropose comepremier,macon laDestradiStorace Eora,per far fuori Alfano,siautocandida 8 domenica 13, maggio, 2012
IL GIRO D'ITALIA È COMINCIATO IN DANIMARCA. UNA SCELTA DI MARKETING, interessi molto concreti, commerci, turismo… Qualcuno spiegherà che si tratta di fratellanza continentale: si contribuirebbe a fare l'Europa, che la crisi pare stia smontando. Non credo invece che esista in corsa un campione danese in grado di vincere e a cui rendere così preventivamente omaggio. Conosco Rasmussen, che mi ricorda un esploratore polare più che un candidato alla maglia rosa. Spero che l'omaggio sia a tutti i danesi, pedalatori tra casa e ufficio, scuola e supermercato. Si sono contati i chilometri: ogni cittadino danese ne percorre ogni anno in media più di mille. Fanno il paio con gli olandesi. Il numero delle biciclette supererebbe quello degli abitanti. Una flotta che si muove lungo piste ciclabili, a Copenhagen o ad Amsterdam, tra viottoli e strade silenziose che si inoltrano in una campagna verde smeraldo, come le telecronache ci stanno mostrando. Sono Paesi che assomigliano a quell'ideale che Ivan Illich, in un saggio intitolato Elogio della bicicletta, contrappose al Paese che ben conosciamo e che mette assieme Roma e Milano e Napoli, code, ingorghi, autostrade, strade e rotonde e naturalmente appalti per queste e per quelle... Sosteneva Illich, ma ne siamo convinti anche noi, che l'industria avesse determinato il modo di muoversi dell'uomo, imponendo i suoi modelli di mobilità, trasporto individuale e motorizzato, infischiandose degli altissimi costi ambientali, energetici e quindi sociali, trasformando gli individui in «schiavi energetici», inasprendo i caratteri di classe della società, divisa secondo la «disponibilità energetica» di ciascuno. Illich lo scriveva nel 1973, quarant'anni fa, con una precisa idea del futuro. MODELLIDIMOBILITÀ L'auto aveva promesso velocità e libertà, ci ha regalato lentezza, sporcizia, il paesaggio deturpato, la feroce eterna lotta per il parcheggio. Scriveva Illich: «Per por+tare quarantamila persone al di là di un ponte in un'ora, ci vogliono tre corsie se si usano i treni, quattro se ci si serve di autobus, dodici se si ricorre alle automobili, solo due se le quarantamila persone vanno da un capo all'altro pedalando in bicicletta». Elogio della bicicletta, silenziosa, semplice, pulita. Mezzo meccanico tanto perfetto mai è stato creato: tubi una volta di ferro, poi di acciaio, poi di alluminio, ora di carbonio e titanio insieme in unica lega, per il telaio, due ruote, le gomme, la catena, le pedivelle, il manubrio, il movimento centrale. La si può arricchire di cambi, campanelli, luci, sacche con gli attrezzi per riparare la gomma bucata. («È nuova, una Wolsit: col fanalino elettrico, la borsetta dei ferri, la pompa…», come scriveva Giorgio Bassani nel GiardinodeiFinziContini, a Ferrara, la città più pedalata d'Italia). Per muoversi in bicicletta, basta spingere sui pedali con delicatezza e con regolarità e rotondità. Si può andare ovunque: la bicicletta è «la libertà di andare dove voglio», semplicemente vincendo l'“attrito volvente”, che pesa sulle ruote contro il muro dello spazio davanti a noi. Non c'è altro: nell'infinita gamma dei perfezionamenti tecnici, il disegno della bicicletta è rimasto immutato da decenni. Una bicicletta di mezzo secolo fa potrebbe ancora servire degnamente, senza chiedere nulla: un po' di attenzione per l'umidità, un attimo di pulizia, perché la polvere della strada non solidifichi nel grasso del lubrificante e non danneggi gli ingranaggi. La bicicletta è popolare, in senso politico, e aiuta nelle giuste cause. Alla fine dell'Ottocento, durante i moti operai di Milano, Bava Beccaris, il generale che faceva sparare sui manifestanti, ne vietò l'uso. I nazisti presero esempio: proibito andare in bicicletta, perché la bicicletta era un mezzo di trasporto comune tra i combattenti antifascisti. Ma la usavano anche gli operai delle fabbriche e ci si accorse che la proibizione avrebbe bloccato la produzione industriale. Così la bicicletta tornò a far da staffetta partigiana. Gino Bartali trasportava messaggi occultandoli nei tubi del telaio, come raccontano Franco Giannantoni e Ibio Paolucci in un libro che è l'esaltazione in chiave democratica del velocipede: La bicicletta nella Resistenza. Basterebbe questo per una medaglia d'oro all'esistenza. Nel dopoguerra divenne simbolo di rinascita: fu, ancora per molto, il tramite tra l'operaio e la fabbrica e al fischio della sirena le tute blu diventavano una marea semovente a velocità costante. C'era chi la bicicletta la conduceva con sé, una mano sul manubrio, l'altra a stringere quella della fidanzata, come si vede in una foto famosissima dolcissima e orgogliosa: sono tre attori, l'operaio, al donna, la bicicletta, di una stessa speranza, verso il “sol dell'avvenire”. Poi arriverà lo scooter, ancora qualche anno e si passerà alla Seicento, che cominciò a rinchiudere persone, parole e pensieri in una scatola che poteva comunicare con le altre “scatole” solo a BELL'ITALIA «Ma dove vai bellezza in bicicletta?». Con Brigitte Bardot e Marilyn Monroe ORESTEPIVETTA MILANO L'autociavevapromesso velocitàe libertà,ciha regalato lentezza, sporcizia, ilpaesaggiodeturpato, la feroceeterna lottaper il parcheggio.Eallora ritorniamoapedalare ... Appenauscitoè«Nobici» il librodiAlbertoFiorilloche critica iciclistidi tendenza egli snobdelledueruote ... «Amolabici.tv»è lawebtv dedicataagliappassionati conspeciali sututte legare chesidisputano in Italia Elogiodellabici macchinaperfetta Èetica,ecologica,anticrisi.Hastoria, stileegrinta. Enon passamai dimoda U: 20 domenica 13, maggio, 2012
Senza rulli di tamburo, senza salve di cannone, gli uomini che rappresentano il valore e il sacrificio della nuova Italia continuano a tenersi uniti, a vigilare, a operare per il bene. ItaloCalvino l'Unità,27 maggio 1954 U:Elogiodella bicilamacchinaperfetta FornarioPivettaeSattaAP.20-21 A Parma il Pdl e i centristi di Ubaldi aprono al candidato Cinquestelle per il ballottaggio Il pd Bernazzoli: vogliono lasciare macerie, serve una svolta vera Ilmistero dellapiccola Angela DiConsoliAP.23 L'EDITORIALE CLAUDIOSARDO ILCOMMENTO FRANCESCOCUNDARI L'ANALISI ANTONIOINGROIA ILCOMMENTO FRANCESCOBENIGNO Femminicidio è laparola giustaper dirlo BasileAP. 19 ILRETROSCENA RINALDOGIANOLA Molise, viaggio nel terremoto che non finisce Ticket, arriva un'altra tassa per i più poveri Rizzotto jr: mio nonno avrà giustizia Parma rischia di diventare il laboratorio di una inedita e incredibile alleanza. A una settimana dal ballottaggio il Pdl e il centrista Udc Elvio Ubaldi aprono al candidato di Grillo contro il pd Bernazzoli. Dicono: si può votare, è la vera novità. Il tam tam è già cominciato. Il candidato del centrosinistra accusa: vogliono lasciare macerie, Parma ha bisogno di una seria svolta di governo. ZEGARELLIAP. 2 La destra chiede asilo a Grillo Terrorismo,èallerta Equitalianelmirino Il ministro Cancellieri: c'è un alto rischio di escalation, massimo rigore ALivornoordigni contro l'agenziadi riscossione AP. 4-7 CISONOTROPPIPOLITOLOGIALCAPEZ-ZALE DELLA POLITICA MALATA. CHE PARLANO DELLA CRISI DELLA RAPPRESENTANZA, del mancato rinnovamento, del collasso del bipolarismo di coalizione, del fallimento dell'antipolitica berlusconiana, come se fossero questioni separate dalla depressione economica e dalle drammatiche conseguenze sociali. Invece la crisi della politica nasce innanzitutto nella società. O meglio, nell'incapacità di rispondere al disagio crescente delle famiglie, dei ceti medi, delle imprese, con un progetto in grado di rilanciare la crescita e redistribuire opportunità e risorse con criteri di equità. La politica appare impotente, nel migliore dei casi obbligata dal vincolo esterno. È per questo che viene contestata. È per questo che la corruzione di alcuni è considerata la colpa di molti. È per questo che ogni privilegio legato allo status di rappresentante suona come uno schiaffo a chi fatica ad arrivare alla fine del mese. SEGUE AP. 17 Dare all'Italia un'alternativa Il fatto che dentro il Pdl qualcuno abbia potuto anche solo ipotizzare di dare indicazione di voto per il candidato grillino Federico Pizzarotti, nel ballottaggio che domenica prossima deciderà il sindaco di Parma, la dice lunga sulle reali condizioni in cui versa la destra italiana. SEGUEAP. 2 L'esordio del «CAG» A P.7 Separare delitti e diritti AP.4 I reduci e gli indulgenti La casta di Wall Street ROSSIAP. 15 Berlino urla, Atene crolla E spunta l'asse «Oballande» CARUSO A P. 11 AP. 13 La Germania dice no alla richiesta di rinegoziare il «fiscal compact» avanzata da Hollande. Il capo della Bundesbank è stato chiaro: niente indulgenze con Atene, no secco alla ridefinizione del patto. Il governo greco è in alto mare, il presidente della Repubblica tenta l'ultima carta. Intanto i rapporti tra Obama e Hollande si consolidano. Sta nascendo il duo «Oballande»? DE GIOVANNANGELI SOLDINI A P. 12-13 BUFALINIAP. 9 L'INTERVISTA Bersani: Monti abbia coraggio il Paese non può più aspettare Il leader Pd: nel 2013 governeremo noi COLLINI A P.3 Staino 1,20 Anno 89 n. 131Domenica 13 Maggio 2012
Sono tornati, anzi per la ve-rità non se ne erano maiandati. I «barbari della fi-nanza» sono sempre quitra noi, vezzeggiati e pre-miati, pagati come rock star e ambiziosi come nessuno. Mentre in tutto il mondo industrializzato milioni di famiglie, di lavoratori, di giovani soffrono gli effetti drammatici di una crisi scatenata proprio dallo spirito predatorio di questa casta intoccabile. L'ultimo buco di 2 miliardi di dollari, oltre ad altri 10 miliardi di capitalizzazione evaporati per il crollo in Borsa, appartiene a un santuario del capitalismo mondiale come JP Morgan, una delle grandi banche d'affari americane, un'istituzione che seleziona i migliori cervelli e influenza la politica economica e finanziaria negli Stati Uniti. JP Morgan uscì indenne dalla bufera di quattro anni fa, quando il mercato venne investito dal crac di banche, assicurazioni e società finanziarie a causa del fallimento del sistema dei mutui subprime e della dinamica incontrollata dei prodotti derivati ormai diventata una patologia planetaria. Questa banca d'affari, che porta il nome di una delle storiche famiglie fondatrici del capitalismo americano, sopravvisse alla crisi e anzi riuscì ad apparire quasi un esempio da seguire, si presentò come una maestrina col ditino alzato di fronte ai concorrenti affondati da speculazioni enormi e insostenibili. Il 15 settembre 2008 mentre falliva Lehman Brothers, con i manager e gli impiegati che abbandonavano la sede con gli scatoloni in mano, i vertici di JP Morgan apparivano addirittura come i salvatori del sistema, la parte sana di Wall Street, ammesso che davvero esista. La banca d'affari rilevò il controllo della concorrente Bearn Sterns, giunta sull'orlo del fallimento, e del gruppo Washington Mutual, naturalmente con la benedizione della Casa Bianca che tra crisi finanziaria e crollo dell'industria, tra esplosione dei mutui e probabile fallimento della Detroit dell'auto, mise mano al denaro pubblico per salvare il salvabile. Oggi lo scandalo della maxi perdita di JP Morgan non deve sorprendere, non può stupire almeno tutte le persone di buon senso che non hanno mai creduto al pentimento, al cambio di rotta dei «padroni di Wall Street». Certo nel 2008 hanno abbassato la testa, hanno fatto atto di contrizione, hanno giurato di aver capito, ma in realtà non è cambiato nulla. Appena si è calmata la bufera, il sistema di Wall Street si è opposto con vigore alle nuove norme volute dal presidente Obama per controllare e sanzionare i comportamenti delinquenziali dei protagonisti della finanza e per attutire gli effetti, peraltro non rivoluzionari, della riforma finanziaria Dodd-Franck approvata dal congresso Usa in seguito ai disastri del 2008. L'amministratore delegato di JPMorgan, Jamie Dimon (retribuzione: 23 milioni di dollari) è stato uno dei maggiori combattenti del mondo bancario contro le restrizioni e i maggiori controlli imposti dalle autorità pubbliche. E oggi, come spesso avviene tra i giganti del capitalismo, l'arrogante Dimon si trova sul banco degli imputati per il clamoroso buco di 2 miliardi causato da un solo manager, Bruno Iksil, francese, operativo nella sede di Londra da dove ha condotto investimenti sui derivati scommettendo sull'imminente ripresa dell'economia mondiale. Questo Iksil, che si vantava di poter «camminare sulle acque come Gesù» e i suoi collaboratori lo definivano «Voldemort» come il cattivo della saga di Harry Potter, probabilmente è un megalomane, ma non ha agito da solo, non è uno di quei fanatici della finanza che perdono la testa e ti portano al fallimento. No, questo manager ha operato, ha fatto gli investimenti con il placet dei suoi superiori. Ora, come sempre avviene in questi casi, è iniziata la corsa alla caccia delle responsabilità, c'è la moltiplicazione delle dichiarazioni dei capi della banca che giurano sulle punizioni durissime per i colpevoli e assicurano che il caso non si ripeterà. Ma state sicuri che invece si ripeterà perché, nonostante il disastro del 2008 e prima ancora di altre crisi finanziarie e di altre «bolle» speculative, i prodotti di finanza derivata, che dovrebbe riparare dal rischio eccessivo di un investimento, rappresentano almeno 7-8 volte, forse di più, il valore reale dell'economia mondiale. In queste condizioni, con questo sistema, dove si vuole andare? Come si può pretendere rigore e sacrifici dalla Grecia quando una sola operazione di un manager ambizioso determina la perdita di cifre enormi che, almeno teoricamente, potrebbero pagare interessi, mutui, salari, pensioni di una piccola nazione? Forse il dna del capitalismo non può essere modificato, non c'è riforma che possa avere successo. Così non può cambiare JP Morgan e la sua voracità. Lo insegna la storia. In un libro del 1934, «The robber barons» (i baroni ladri) di Matthew Josephson c'è la descrizione del fondatore Morgan: «Era imperiosamente orgoglioso, rude e solitario, molto antidemocratico verso gli altri e pronto a gettare vestiti e cibo addosso ai suoi domestici quando questi annuivano col capo e poi dimenticavano ciò che voleva. Dotato di sfarzosi gusti rinascimentali (…) avrebbe comprato la Cappella Sistina se fosse stata in vendita». Sembra proprio non sia cambiato nulla. PERUNDUO CHETRAMONTA, IL«MERKOZY»,UNALTRO STAPRENDENDOFORMA: L'«OBALLANDE». La sua nascita ufficiale potrebbe avvenire già nei prossimi giorni, in occasione del vertice G8 in programma il 18 e 19 a Camp David. I temi che saranno al centro del summit, soprattutto quelli socioeconomici, sono quelli che avvicinano visioni e programmi dei due protagonisti del nuovo «duo». Barack Obama e Francois Hollande. A unire l'inquilino della Casa Bianca e il neo presidente della Francia è la ricetta per superare la crisi. A unirli è un «New Deal 2». Il G8 di Camp David sarà l'occasione per Hollande di illustrare le sue proposte per affrontare la crisi dell'Eurozona: investimenti infrastrutturali mediante prestiti europei; aumento della capacità di finanziamento della Banca europea degli investimenti; tassa europea sulle transazioni finanziarie; rafforzamento del ruolo della Banca centrale europea ed eurobond; investimenti in settori strategici, quale l'istruzione e la green economy. Il programma del neo presidente francese prevede inoltre un piano straordinario per il lavoro basato su incentivi pubblici per l'assunzione di giovani con contratto a tempo indeterminato e l'interruzione del blocco del turnover nella pubblica amministrazione (che prevede un ingresso ogni due dipendenti in uscita) che consentirà nuove assunzioni nella pubblica istruzione, nella polizia e nella giustizia. Il «New Deal» hollandiano ha più di un'assonanza con il programma riformatore di Obama, solo in parte praticati nei suo (primo) mandato presidenziale. «Il presidente Obama ha dichiarato di voler lavorare in stretta cooperazione con Hollande e il suo governo su un'insieme di difficili dossier in materia economica e di sicurezza»: così il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, nell'annunciare la telefonata di congratulazioni di Obama a Hollande per la sua elezione. Non sono parole di circostanza: perché il capo della Casa Bianca e quello dell'Eliseo non hanno solo la volontà, ma anche l'interesse comune a «lavorare in stretta cooperazione» su dossier caldissimi. A cominciare dal rilancio di una strategia di crescita fondata su una visione comune, che John Podesta, capo del Center for American Progress, il più autorevole think-tank democratico Usa, ha così sintetizzato in una intervista a l'Unità: «È possibile crescere senza far saltare i conti pubblici. Non solo: la crescita è la garanzia più forte per un rigoroso contenimento del deficit pubblico». È questa la sfida del «New Deal 2» evocato da «Oballande». «L'orizzonte evocato da Obama - spiega ancora John Podesta - è quello di un Patto di crescita tra Usa ed Europa. Un orizzonte che l'elezione alla presidenza della Francia di Francois Hollande rende più praticabile». È l'idea di una nuova governance mondiale che dall'economia si estende alla sicurezza. In questo scenario, alcune affermazioni d'impegno di Hollande, che hanno fatto scattare il campanello d'allarme a Berlino, trovano orecchie attente oltre Oceano. In particolare per ciò che concerne una rinegoziazione del Fiscal compact secondo Hollande l'attuale versione del patto è troppo sbilanciata a favore del rigore e rischia di creare una recessione generalizzata per l'Europa - trattato liquidato così dell'economista americano Martin Feldstein, sul Wall Street Journal: «Un gesto vuoto che non sortirà alcun effetto in futuro su deficit e debito». L'iper austerità del «Merkozy» non ha convinto l'America, o quanto meno l'attuale leadership politica, mentre Obama e i suoi più stretti collaboratori non hanno nascosto l'assonanza con la linea di Hollande. Negli interventi sulla crisi europea, Obama ha ostentato fiducia nelle capacità dei leader del Vecchio Continente di uscire dalle secche e rilanciare l'economia, ma i suoi frequenti riferimenti alla necessità di politiche per la crescita sembrano rivelare che le preoccupazioni di Hollande sono condivise dalla Casa Bianca, perché – sono parole di Obama – «alimentare la crescita europea è importante non solo per l'Europa, ma per il mondo intero e per noi negli Stati Uniti». L'«Oballande» si proietta anche su un altro terreno significativo: quello dei diritti civili. Nella sua campagna elettorale, Hollande si è espresso a favore del diritto alle nozze e all'adozione per le coppie omosessuali. Così come si è pronunciato per il diritto di voto agli stranieri non comunitari alle elezioni amministrative nel 2013 dopo una revisione della Costituzione. Un altro terreno d'incontro con Francois Hollande. Una visione espansiva dei diritti di cittadinanza. Anche questo è il «New Deal 2» targato «Oballande». I baroni di Wall Street la casta degli intoccabili IL RETROSCENA RINALDOGIANOLA rgianola@hotmail.com IlbucodiduemiliardidiJp Morganperoperazioni finanziariespericolate:è l'ultimocasodiunmondo degliaffarichescarica suiPaesi ilpropriorischio IL CASO La sede della banca statunitense Jp Morgan FOTO ANSA VisitaasorpresadiRocard in Iran «Nonè inmissioneper laFrancia» Ilpresidente eletto francese,FrancoisHollande, havoluto dissociarsidallavisita in Iran dell'expremier e influente dirigentedel partitosocialista MichelRocard,arrivato ieri l'altroseraa Teheran.«Nonè portatoredi alcun messaggio né investito di alcunamissione»hanno affermato dall'entouragedi Hollande, sottolineandoche «si trattadi unavisita privata, un'iniziativapersonale».«La posizionedi FrancoisHollandesulla questionedel nucleare iranianoè chiara -haaggiunto la stessa fonte - L'Irandeve conformarsiai propri obblighi internazionalie rispettare le risoluzionidelConsigliodi sicurezzadell'Onumettendo finealle proprieattività nucleari senza finecivile credibile». Rocard, secondo quantoriportato dal quotidiano Le Figarocitando fonti diplomatiche,è aTeheran peruna visitadi 3 giorni,durante la quale dovrebbe incontrare il ministrodegli Esteri iraniano,Ali AkhbarSaleh,e il negoziatoreper lequestioni nucleariSaidJalili, oltreche partecipareaun convegnoe incontrare dei ricercatori locali. . . . Al G8 l'incontro tra i due presidenti . . . A Camp David la verifica dell'accordo Tramonta il duo Merkozy Si affaccia «Oballande» tra Francia e Stati Uniti Presto un vertice L'ANALISI UMBERTODE GIOVANNANGELI domenica 13, maggio, 2012 13
Gli esami della scientifica sul luogo dell'agguato a Roberto Adinolfi FOTO DI LUCA ZENNARO/ANSA L'appello del ministro Can-cellieri alla «coesione so-ciale e politica» in un mo-mento così delicato per ilPaese nasconde ma neppu-re troppo tutta la tensione che si respira in queste ore negli uffici dove analisti e investigatori dell'antiterrorismo, sia del Ros dei carabinieri che delle Digos della polizia, stanno cercando di venire a capo di un'emergenza «che ha più cabine di regia, diverse braccia operative e può individuare nemici ovunque». Un nemico, per dirla più semplicemente, con più teste, più braccia e che può colpire in modo indistinto una gamma enorme di obiettivi. L'unico vantaggio di questa nuova “«emergenza terrorismo» perché, spiega una alta fonte del Viminale a l'Unità «nel momento in cui gli anarchici dichiarano che “vincere la paura” e “armare una pistola” è stato “più semplice di quello che ci eravamo immaginati” significa che la prospettiva d'ora in poi non è più solo quella della guerriglia a bassa intensità ma del terrore vero e proprio»; l'unico vantaggio, si diceva, è che il nemico «non è quello rigorosamente compartimento e clandestino come le formazioni brigatiste del passato ma più palese e per questo, forse, meno invincibile». INVESTIGATORIAL LAVORO Le indagini stanno monitorando a tappeto gli ambienti anarco-insurrezionalisti di almeno sei regioni: Lazio, Toscana, Emilia Romagna, Liguria, Lombardia e Trentino, realtà in cui le formazioni del Fai sono tradizionalmente più organizzate e radicate nel territorio. La lista degli osservati è lunga, sono le informative di dieci anni di indagini sulle cellule anarchiche, quelle del Fai (Federazione anarchica informale) nelle sue molteplici forme e nomi, da “Santa Klaus” alle “Cooperative Fuoco e Affini” che hanno firmato dieci anni di pacchi bomba e una guerriglia a bassa intensità che ha avuto momenti di alta tensione. Ma mai era arrivata «ad armare con una certa gradevolezza le nostre armi». È in questa area che gli investigatori stanno cercando. Vittime, gli stessi investigatori, di un paradosso: un codice penale e un articolo 270 bis (banda armata) che fa a cazzotti con la ragione stessa dell'anarchia che non ha avuto, almeno finora, nulla di strutturato e di organizzato e di cui, come si legge nel documento, si fanno scudo gli stessi anarchici: «L'unica bussola delle vostre azioni – scrive chi ha sparato a chi non ha ancora avuto il coraggio di farlo – è il codice penale». Anche il web è un luogo di osservazione utile in questo momento. E la rete, molto usata per comunicare dai gruppi ribelli 2.0, racconta di un mondo letteralmente in subbuglio, almeno da una settimana, per l'agguato all'ingegnere Adinolfi. «Il fronte dell'anarchia si è spaccato in più parti» dicono allarmati gli investigatori. «Il timore adesso è che le varie anime dell'anarchismo decidano di entrare in azione contemporaneamente anche per non perdere terreno rispetto alla temuta e presunta popolarità di chi ha deciso la svolta armata». Un nemico, appunto, con più teste e più braccia e diversi obiettivi. L'escalation di attacchi contro Equitalia e i suoi dipendenti avvenuta negli ultimi due giorni è solo in parte riferibile agli ambienti anarchici. La Digos legge la firma insurrezionalista nella lettera esplosiva recapitata venerdì alla Direzione generale di Equitalia a Roma (che non poteva comunque esplodere) e nelle molotov lanciate contro la sede di Livorno. «Si tratta – si spiega - di azioni studiate in breve tempo e che hanno tutte l'aria di essere la risposta all'azione di Genova di cui in quegli ambienti è stata subito chiara la paternità». L'area anarchica ha saputo fin dal primo momento chi ha sparato alle gambe dell'ingegnere Adinolfi. La rivendicazione è arrivata dopo una settimana ma solo per disguidi postali visto che è stata spedita il giorno stesso dell'agguato, il 7 maggio, da Genova. All'obiettivo Equitalia è dedicato uno dei passaggi chiave del documento firmato dalla cellula Olga Ikonomidou, “sorella” greca detenuta delle CCF-FAI dove «risiede il cuore delle FAI-FRI», babele di acronimi che sta Cospirazione delle cellula di fuoco (CCF) della Federazione anarchica informale (FAI) del Fronte rivoluzionario internazionale (FRI) che lega insieme da anni gruppi greci, italiani e spagnoli. «Potevamo colpire alla ricerca del consenso lì dove il dente duole – scrive la cellula Olga – per esempio qualche funzionario dell'Equitalia ma con questa azione non siamo alla ricerca di consenso. Quella che adesso cerchiamo è la complicità. In un passato recente un nucleo della FAI/FRI lo ha fatto ferendo gravemente un funzionario dell'Equitalia (9 dicembre 2011, il direttore generale Marco Cuccagna, ndr), lo ha fatto ricevendo una diffusa approvazione, cosa gli anarchici autodenominatosi sociali in questi anni hanno infinite volte tentato di raggiungere senza mai riuscirci». Ma noi, si legge qualche riga più sotto, «non consideriamo un referente i cittadini indignati per qualche malfunzionamento di un sistema di cui vogliono continuare ad essere parte». Ecco perché la cellula Olga ha superato «l'insurrezionalismo di facciata», quello che «si limita» a scrivere sui siti o a qualche azione di piazza e ha deciso di «far lavorare di pari passo le armi della critica e la critica delle armi» e di smentire «la mancanza di coraggio che finora ha legittimato il potere». Sono parole che segnano una spaccatura netta nel movimento. La domanda adesso è: quanto seguito riuscirà ad avere la cellula Olga? Quanto timore avranno gli altri anarchici trattati un po' come degli imbelli e anche vigliacchi di perdere consenso? E fino a che punto cercheranno di alzare il tiro per tentare di stare al passo di Olga? In una parola, quanto andrà a buon fine la ricerca di proseliti? Di sicuro può essere letta come una risposta, seppure di altra matrice, la diffusione di copie di volantini delle Br degli anni settanta. Una volta che c'è stata la condivisione della lotta armata, dell'«azzoppamento», termine brigatista riportato nella rivendicazione di Olga, potrebbe essere ancora più facile quella saldatura tra due mondi finora ideologicamente incompatibili. PAROLE POVERE TONIJOP «Fronte spaccato, ma diverse anime possono agire insieme» «CONPIACEREABBIAMORIEMPITOIL CARICATORE», «IMPUGNAREUNAPISTOLA,SCEGLIERE, SEGUIRE...UNCONFLUIREDI SENSAZIONIPIACEVOLI», «piombo nelle gambe», «imperituro ricordo»: qualcuno aveva scritto che la rivoluzione non è una passeggiata, nessuno aveva osato paragonarla ad un orgasmo. Men che meno l'aveva messa in pratica con la soddisfazione di chi “sente” di aver correttamente interpretato un manuale di piacere solitario. Ma loro l'hanno fatto, o almeno così scrivono, quelli del nucleo “Olga” (Fai-Fri), la sigla para-anarchica che si dichiara responsabile del ferimento di Roberto Adinolfi. Narcisismo e polvere da sparo: questa è la strada, annunciano gioiosi. Intanto, per chi come noi ha seguito le comunicazioni ufficiali del vecchio terrorismo “di sinistra”, più che un documento, il loro messaggio pare una cartolina dalle vacanze. Teorizza poco e niente, trasmette un'appassionante esperienza. Cara mamma, qui è tutto bello, ho trovato la mia dimensione, avevi ragione tu, Stefania è una stupidina ma verrà il giorno... Il senso della scrittura sta un po' qui. Solo che questo luminoso orizzonte di liberazione privato si attiva con grande esclusività se si delega l'iniziativa ad una risibile parte del corpo umano: l'indice, quello che, in genere, si incarica di premere il grilletto di una pistola. Quindi, con grande onestà, parte della cartolina viene impiegata per far sapere alla “mamma” quanto sia bello sparare. Lennon cantava «Happiness is a warm gun», la felicità è una pistola calda; ma non si riferiva all'attrezzo di morte che un giorno l'avrebbe bruscamente tolto dalla scena. Arrischiamo: neppure quelli dei Fai si limitano a rintracciare un freddo senso meccanico in una automatica madre di tutte le felicità. Molto lontani in questo dalla matrice anarchica che invocano e poi liquidano assieme agli anarchici di altre generazioni e componenti. Li accusano infatti di essere dei pavidi, li tacciano di «cittadinismo», di contribuire cioè «al rafforzamento della democrazia»: hanno scritto proprio così. Solenni, citano Bakunin, teorico dell'anarchia, come piace a loro, e cioè alla svelta, e lo battezzano “Michael”, lui che da buon russo non influenzato dalle anglicizzazioni on line, si chiamava Mikhail. Strafalcione o sgarbo? Che importa, se nella premessa epistolare si spingono a difendere «l'irrazionalità» dagli agguati del binomio «scienza-tecnologia»? Ma questa posizione che affida felicità e pistole calde al Caos, addolcito da un generico appello a «quant'è bell'a'natura», non appartiene forse al movimentismo anti-tecno dell'estrema destra? «Potevamo colpire alla ricerca del consenso», spiegano, ma non l'hanno fatto, sganciandosi così da un'economia dell'agire che considerano una maledizione. Confessano di aver scoperto che vincere la paura di impugnare una pistola - rieccoci non è stato difficile. Ma non serve coraggio per impugnare un'arma che dà la morte; serve per deporla, per rinunciare a quel «piacere». Narcisisti ma sbagliano pure il nome di Bakunin L'ANALISI CLAUDIAFUSANI cfusani@unita.it . . . Anche ciò che resta delle vecchie Br potrebbe cercare una saldatura con la Cellula Olga . . . Nella rivendicazione: non basta più colpire Equitalia «Non cerchiamo consenso ma complicità» GlianalistidelViminale: «Ora ilnemicohapiùteste epiùbraccia, la frattura neglianarchicicrea competizionetra l'aladura equellapiùmoderata» domenica 13, maggio, 2012 5
STORIE ITALIANE JOLANDABUFALINI PALERMO Committente ilPci del 1950.LaCgil diPalermoritrovò ipannelli neidepositi diBottegheOscure BIANCO, GIALLO CROMO, ROSSO VERMIGLIO, ROSSO LACCA, MARRONE, NERO, AZZURRO OLTREMAREEBLUDIPRUSSIA.La tavolozza del pittore di carretti non è come quella degli artisti, con un'infinità di viola e verdi. Usavano colori puri e, siccome costavano cari, li impastavano e macinavano loro con un macinino. Per il fondo del carretto giallo si importava dall'Inghilterra il pigmento - giallo spooner , poi sostituito dal cromo, che arrivava dall'inghilterra a pezzi. La storia di Michele Ducato e figli (Onofrio, Giovanni, Domenico detto Minico, Giuseppe) è proprio una storia italiana ma anche una storia internazionalista e siciliana, umana politica e artistica che inizia nel 1895 e arriva fino a noi, fino alla Baaria di Giuseppe Tornatore. Per me inizia qualche giorno fa, ad una conferenza stampa alla Camera del lavoro di Palermo, dove sono rimasta incantata di fronte ai sei pannelli che raccontano, alla maniera dei carretti siciliani, la storia del movimento contadino siciliano e l'avvento del Partito comunista di Gramsci, Togliatti e Li Causi. I sindacalisti uccisi dalla «maffia» assumono il ruolo di eroi al posto dei paladini o dei personaggi della storia d'Italia pubblicata a dispense dall'editore Nerbini di Firenze. Quella storia del movimento contadino a strisce comincia nel 1860, c'è padre Carmelo di Altofonte che spiega a Cesare Abba «non può esserci libertà senza terra», c'è Bixio «che reprime la rivolta contadina a Bronte», il movimento dei fasci siciliani, il 1915-18: «la borghesia italiana per portare i contadini alla guerra promise loro la terra». Quei pannelli sono pezzi unici, nei primi anni Cinquanta Ignazio Drago, di Bagheria, funzionario della federazione del Pci di Palermo, commissionò l'opera. Nicola Cipolla, che poi diventò senatore del Pci, organizzò il lavoro dei pittori. Michele era scomparso nel 1943, furono Onofrio e Minico a dipingere. Raccontò Minico, che è morto nel 2009, in una intervista del 2004: «Ci descriveva le scene e ci lasciava liberi con la nostra fantasia popolare», «ci pagavano 1200 lire al giorno: 100 per il viaggio in treno, 100 per la colazione e 1000 per il compenso». I Ducato avevano bottega sulla strada nazionale, dove passavano i contadini con i carretti e quindi i potenziali clienti. Michele l'aveva fondata nel 1895, quando aveva 14 anni. Minico: «Mio padre da piccolo, facendo il sagrestano nella chiesa Madre di Bagheria, avendo in sé l'indole e l'amore per la pittura, apprese i primi elementi ascoltando e vedendo il pittore De Simone che affrescava la chiesa Madre e la chiesa delle Anime Sante. Non avendo i mezzi finanziari per frequentare le scuole di pittura, a 13 anni andò a Palermo per tre settimane nella bottega del grande maestro pittore di carretti Nicola Carrozza». I pannelli politici furono consegnati alla federazione di Palermo, da lì andarono a Roma (alla scuola delle Frattocchie?). Quando fu venduta la sede di Botteghe Oscure, Luigi Martini e Patrizia Lazoi fecero, per la Cgil, una ricognizione nei depositi. È così che dal 2004 sono ricomparsi i pannelli e si è riscoperta la storia dei fratelli Ducato. UNDOCUMENTARIO DI TORNATORE Quello commissionato dal Pci di Palermo è uno degli ultimi lavori dei pittori di carretti di Bagheria. Il 1943 era stato un anno buono perché i soldati americani si innamorarono di quell'arte naif e portavano le fotografie delle mogli, i fratelli dipingevano piccole tavole che gli americani potevano portarsi a casa. Poi dipinsero le «lape», l'Ape Piaggio utilizzata dagli ambulanti venditori di bruscolini. Ma il lavoro andava scemando. Onofrio e Minico erano consapevoli del valore artistico del loro lavoro e speravano di organizzare una mostra sull'arte decorativa. Renato Guttuso, che con Onofrio erano coetanei e «si dividevano la sigaretta», cercò di aiutarli scrivendo un articolo su Vie Nuove nel 1955. Anche Tornatore li ha conosciuti e, negli anni Settanta, ha fatto un documentario, Il carretto. Nel 1955 la bottega chiude. Minico emigra negli Stati Uniti, farà l'imbianchino e poi, tornato in Sicilia, lo spazzino (anche in ciò questa è una storia italiana). Nel 1985 fu ingaggiato a Villa Cattolica, sede del museo Guttuso, che si trova esattamente di fronte a dove un tempo c'era la bottega, per lavori che nulla avevano a che vedere con la sua arte. Racconta Dora Favatella Lo Cascio: «Commisi abuso d'ufficio e gli chiesi perché, invece, non realizzava opere per il museo. Lui adocchiò nel deposito un grande pannello di faesite e rispose: “Domani le porto l'elenco del materiale che mi occorre”». IDucato«storici» delle lottesindacali con icarrettidipinti DOMENICA,10AGOSTODEL1996.UNGRUPPODIPARENTI EAMICIEVANGELICI-APPARTENENTICIOÈALLACOMUNITÀ EVANGELICA DI VICO EQUENSE, IN PROVINCIA DI NAPOLI - DECIDE DI FARE UNA SCAMPAGNATA SUL MONTE FAITO.Una volta arrivati sul monte, i grandi apparecchiano per il pranzo, mentre i piccoli giocano felici. Tutt'intorno sul monte Faito - come da tradizione - ci sono decine e decine di famiglie che cercano su quell'altura un po' di quella frescura che manca giù, al mare. È una splendida domenica di agosto. All'improvviso, però, dal gruppo degli evangelici scompare una bambina di tre anni. Si chiama Angela, ed è la figlia di Maria e Catello Celentano. Pochi attimi di distrazione e la bambina svanisce nel nulla. Tutti iniziano a cercarla nei dintorni. E la cercano fiduciosi, perché non può essersi allontanata troppo in pochi minuti. Ma della piccola Angela non c'è traccia. Com'è possibile? Arrivano i carabinieri, arrivano i volontari, arrivano i giornalisti. E intanto le ore passano. Maria e Catello sprofondano nella disperazione. I tg lanciano l'allarme, mentre a sera, nei dintorni di Vico Equense, iniziano a circolare manifesti di ricerca con la foto della piccola Angela. Scrive Catello Celentano ne Il regalo di Angela (Piemme, 217 pag., 15,00 euro), appena pubblicato, e scritto insieme alla moglie: «Sono passate ormai tante ore, e lei non si trova: la giornata è ancora lunga, certo, e c'è tanta gente all'opera quassù. Ma so io, e lo sa anche Maria, che la sera è più vicina, e la notte non è poi così lontana. E prima che faccia buio, dobbiamo trovarla». E, rivolto alla cognata Luisa, aggiunge: «Secondo me l'hanno portata via». Ma la cognata, severamente, gli risponde che «è una cosa che non esiste». Sono trascorsi sedici anni da quel giorno, e Angela non è mai più stata ritrovata. Il suo è uno dei casi più intricati e drammatici - insieme a quello di Denise Pipitone - di bambini scomparsi nel nulla. E il libro di Maria e Catello Celentano ripercorre tutte le tappe della ricerca di Angela. Le indagini. Le false piste. Le posizioni discordi di due ragazzini che forniscono versioni differenti sugli ultimi atti di Angela. Intanto passano i mesi, e non si cava un ragno dal buco. Si parla di pedofilia, di pedopornografia, di traffico internazionale di organi, di adozioni illegali. E ovviamente viene scandagliata ai raggi x la famiglia Celentano. Perché - ed è questa la tesi degli inquirenti - «in questi casi spesso il mostro è in famiglia». Ma il mostro non si trova, anche se sul conto della famiglia Celentano - e degli evangelici di Vico Equense, descritti da molti testimoni come una setta chiusa e omertosa - vengono messe a verbale dicerie di ogni tipo. COLPIDISCENA Poi, tre anni dopo, il colpo di scena: il fratello di Catello, Gennaro Celentano, viene iscritto nel registro degli indagati per concorso con ignoti in sequestro di persona (in seguito sarà prosciolto da ogni addebito). Secondo l'accusa avrebbe partecipato - a scopo di lucro - al sequestro, e dunque alla vendita della piccola Angela. La famiglia Celentano lo difende, e non crede alle accuse che gli vengono rivolte. Eppure qualcosa di strano emerge, perché - e lo si legge nei verbali d'indagine - il giorno prima della scomparsa di Angela una figlia di Gennaro, rivolgendosi a «zia Maria» (la madre di Angela), le dice: «Domani andiamo sul Faito e si prendono Angela». Sentito dai carabinieri su quest'aspetto, Gennaro afferma che la figlia ha doti da veggente. Ma non gli credono, e scatta immediatamente l'iscrizione nel registro degli indagati. Il libro di Maria e Catello Celentano è la cronaca di un incubo, di un inferno affrontato con la sola forza della fede. I genitori di Angela sono convinti che la figlia sia viva, e che prima o poi tornerà a casa, tant'è che si comportano, insieme alle altre figlie, come se questo ritorno dovesse avvenire da un momento all'altro. È un libro, dunque, di chiuso dolore e di potente speranza. Ma il loro libro, purtroppo, è reticente su almeno un aspetto. Infatti nel libro non c'è traccia di quel che avviene nel 2009, quando qualcuno, foto alla mano, dice di aver ritrovato Angela. Di cosa si tratta? Si tratta di questo. La presidentessa di un'associazione di volontariato, Vincenza Trentinella, dice di aver raccolto le confidenze di un alto prelato (in seguito defunto), che le avrebbe detto che Angela era stata fatta rapire nel 1996 da un mafioso turco con la complicità della malavita campana. La Trentinella, coraggiosamente, prende l'aereo e va in Turchia, in un piccolo paese, e s'improvvisa detective. E, dopo aver temerariamente parlato con il presunto rapitore, fotografa e filma una ragazza che somiglia in modo impressionante ad Angela. Ma la famiglia Celentano non le crede, e la querela. Perché la querela? Non si sa. Quando gli inquirenti vanno in Turchia a verificare questa nuova pista, loro, secondo la Trentinella, non sentono le persone giuste, ma vengono sviati dalle forze dell'ordine locali e dunque perquisiscono un'altra famiglia turca che nulla ha a che vedere con quella che lei ha segnalato. È certa di quel che dice, la Trentinella, e non si capacita di come la famiglia Celentano non abbia sentito la necessità di andare immediatamente in questo piccolo paese turco a verificare di persona. È l'inizio di un conflitto che dura tutt'oggi, e di cui nel libro non si parla. Perché? Perché ne Il regalodi Angela non c'è traccia di questa «pista turca» che, comunque la si pensi, ha aperto almeno una piccola speranza sul ritrovamento di Angela Celentano? Conun libro iCelentano ripercorronolatragedia Masonoreticenti sullapista turca:perchéhannopreferito liquidarlaconunaquerela? U: Un pannello dipinto dai fratelli Ducato sulla Liberazione Ilmistero diAngela La bimba scomparve 16 anni fa Igenitori rivivonoquell'incubo ANDREADI CONSOLI SCRITTORE Lamamma diAngela durante il lanciodimigliaia dipallonciniper ricordare il compleannodella figliascomparsa FOTO DI CESARE ABBATE/ANSA domenica 13, maggio, 2012 23
G. CA. Una franchigia al posto del ticket. È la proposta lanciata ieri dal ministro della Sanità, Renato Balduzzi, per trovare «una nuova equità» nel servizio sanitario nazionale. Ma l'idea, per quanto ancora appena abbozzata, non piace ai sindacati e lascia perplessa la politica. Balduzzi ieri ha detto che il governo sta lavorando su «una forma di franchigia che avrebbe tanti vantaggi per tutti, riducendo in maniera drastica gli svantaggi. Siamo prossimi a formalizzare una proposta compiuta per rimodulare il sistema dei ticket. L'introduzione della franchigia risolverebbe il problema delle esenzioni non legate al reddito e risponderebbe ai criteri di trasparenza, equità e tendenziale omogeneità». «L'ipotesi di cui stiamo discutendo» ha continuato il ministro «cambierebbe la compartecipazione alla spesa sanitaria attraverso i ticket, perché potenzierebbe l'equità. Il sistema delle franchigie prevede che ciascun cittadino paghi fino a una certa soglia, modulata sul reddito, e superata la quale il servizio sanitario si fa carico di tutto». CALCOLI La proposta su cui lavora il governo quindi prevede un sistema in cui tutti pagano, fino a quando non viene raggiunto un limite calcolato sul loro reddito. Uno studio dell'Agenas (l'Agenzia nazionale per i servizi sanitari ndr), che sarà presentato nei prossimi giorni, aveva ipotizzato di fissare la soglia al 3 per mille del reddito lordo, che si tradurrebbe ad esempio in 30 euro l'anno per un pensionato con 10mila euro di reddito, per arrivare a 300 euro l'anno per un reddito di 100mila euro. Ma nessuna categoria sarebbe esente dal pagamento, come avviene oggi con il ticket. Senza contare che in un Paese di evasori cronici come il nostro, questo ulteriore rimando al reddito dichiarato rischierebbe di favorire ancora di più la fascia di chi, pur guadagnando molto, usufruisce di servizi a basso costo. Vera Lamonica, segretario confederale della Cgil, ha definito le parole del ministro Balduzzi «una fuga in avanti che azzera la discussione su come rendere più equo l'attuale sistema di compartecipazione alla spesa sanitaria a carico dei cittadini. Avevamo dato la disponibilità a trovare un modo per rendere più equo il sistema, senza rinunciare all'obiettivo di arrivare, seppur gradualmente, al superamento dei ticket. Ma bisogna farlo all'interno di un confronto per dare respiro e risorse al servizio sanitario nazionale, strangolato da 17 miliardi di tagli lineari in tre anni, e ora nel mirino di una spending review che annuncia nuovi tagli invece che proporre come rendere appropriata la spesa, riqualificando i servizi e con una vera lotta agli sprechi». PARERINEGATIVI Anche dal fronte della politica arrivano pareri negativi sulla proposta del ministro Balduzzi. Il senatore del Partito Democratico, Ignazio Marino, si dice convinto che bisognerebbe recuperare «risorse dalle inefficienze invece di proporre tasse dirette o indirette per mantenere la sostenibilità economica del servizio sanitario nazionale. L'ipotesi di sostituire il sistema dei ticket con una franchigia basata sul reddito, è nei fatti un'altra tassa con cui si scaricano le inefficienze del sistema sui cittadini». Le fila degli scontenti rispetto alla proposta del ministro della Sanità possono contare anche sul Codacons: «Quanto prospettato da Renato Balduzzi è assolutamente assurdo e irricevibile, perché finirebbe per danneggiare enormemente i cittadini che pagano onestamente tutte le tasse». IL CASO L'INTERVISTA Il governo accelera sulla possibilità, da parte di chi ha crediti verso l'amministrazione pubblica, di certificarli e compensarli con eventuali debiti. L'emanazione del decreto per definire la partita è solo questione di giorni, almeno stando a sentire il viceministro dell'Economia Vittorio Grilli che dopo averlo promesso alla platea di Unindustria ieri lo ha ribadito. «Il decreto sulle compensazioni sarà pronto, definito e annunciato entro la prossima settimana», ha detto, aggiungendo dettagli sul meccanismo: «Sarà semplice, basato su due moduli elettronici approntati dalla Consip». In pratica le imprese che vantano crediti nei confronti della pubblica amministrazione possono certificarli in modo tale da compensarli con i debiti iscritti a ruolo che si hanno con lo Stato e le sue periferiche. È solo «questione di giorni - spiega Grilli, prima di specificare che il testo arriverà già la prossima settimana. «Faremo questo nuovo decreto di semplificazione del processo di certificazione e la certificazione si potrà usare sia ai fini dello sconto pro-solvendo alle banche in caso di ritardi di pagamenti, e come documento per effettuare queste compensazioni nel caso si abbiano debiti iscritti al ruolo con la nostra agenzia tributaria». Si cerca così di porre rimedio al grave problema dei ritardi - in assoluto i più alti d'Europa - dei pagamenti da parte degli uffici pubblici verso i fornitori di beni e servizi. Imprese spesso in gravissima crisi di liquidità, a volte dalle conseguenze drammatiche. IL TOTALEIMPRECISATO Una partita ancora difficile da quantificare con precisione, e che andrà gestita con prudenza per non mettere a rischio - come evidenziato dal ministro per lo Sviluppo economico Corrado Passera - gli impegni di finanza presi con l'Europa. Per Confindustria i crediti vantati dalle aziende oscillano tra 60 e 70 miliardi, anche se oggetto del provvedimento potrebbero essere soltanto determinati crediti, certificati e ritenuti più sicuri. Per il momento, la prossima settimana dovrebbe essere in dirittura la piattaforma normativa necessaria perché Abi e imprese firmino un'intesa che consenta alle banche di anticipare circa 20 miliardi di euro dovuti delle Pa attraverso più tranche. Oltre ai provvedimenti annunciati dall'Economia ce n'è un altro atteso dallo Sviluppo economico: riguarda la creazione di un'assicurazione per le imprese in modo che il credito da loro vantato possa essere garantito dal fondo centrale di garanzia creato per le piccole e medie imprese. Crediti verso la Pa: un decreto per compensarli . . . «Il cittadino paga fino a una certa soglia. Solo se la supera interviene il servizio nazionale» Ticket sanitari, si cambia: sostituiti dalle “franchigie” Una franchigia calcolata sul reddito al posto degli attuali ticket pagati per prestazioni sanitarie FOTO ANSA La proposta del ministro della Salute basata sul reddito dichiarato È polemica: «È un'altra tassa», commenta il Pd Il Codacons: «Un danno per i cittadini onesti a favore degli evasori» GIUSEPPECARUSO MILANO L'Inpsrisparmia sullesedierinuncia a78 immobili Oltre229.000metriquadri in meno entro il 2014, una superficie pari a tre volte il circo MassimoaRoma: l'Inps dàun taglionetto ai suoi immobili strumentali con una spendingreview chepuntaa ridurregli stabili utilizzati dall'Istitutodi oltre il 10%. Inpratica, si legge inun documento dell'Istituto,entro il 2014 l'Istituto di previdenzausciràda78 immobili sui 680utilizzati dando un taglio consistenteai 1,9milioni dimetri quadri cheoccupavanel 2008 (per unasuperficie pari aquattro volte la cittàdelVaticano).L'obiettivo di risparmioper ilpiano(che nontiene contoancoradell'arrivo di Inpdap e Enpalse chequindiandrà rivisto con ulteriori razionalizzazionidegli spazi usati)è paria32 milioniannui (24 milioniperminori spesedi funzionamentoe 8 milioniper nuove locazioni).L'Inpsprevede inoltre di incassare80milioniuna tantum per dismissioniper quantoriguarda gli immobilidiproprietà deiquali si è decisa la vendita. CarlaCantone «Lapropostadel ministroBalduzzi? Sospetto siapropaganda pernascondere altriobiettivi» «Non siamo scemi, abbiamo capito che è soltanto un altro modo di fare cassa». Carla Cantone, segretario generale dello Spi Cgil (l'organizzazione dei pensionati ndr) come al solito non si perde in troppi giri di parole per commentare la proposta di un sistema delle franchigie, al posto di quello attuale dei ticket, avanzata ieri a sorpresa dal ministro della Sanità, Renato Balduzzi. Adocchioecrocenonsembramolto soddisfatta... «Intendiamoci, voglio prima leggere l'eventuale testo su cui sarà contenuta la proposta e leggerlo con grande attenzione, perché purtroppo siamo abituati a scoprire verità di cui prima non ci siamo accorti. Ma diciamo che già quanto emerso basta ad intuire che non si tratta di buone novità» Acosa si riferisce inparticolare? «Per esempio al fatto che, stando a quanto dice il ministro, che tutti dovranno pagare, senza nessuna esenzione. Oggi, tanto per citare un caso, i pensionati al di sotto di un certo reddito non devono pagare i ticket. Con le franchigie, che peraltro poi andrebbero spiegate in modo preciso, questo non avviene. Insomma se come dice il ministro l'idea che sta dietro a questa presunta riforma sarebbe quella di aiutare le fasce più deboli della popolazione, non ci siamo proprio. Direi che invece in questo modo sono sempre i più disagiati dal punto di vista economico a dover fare dei sacrifici. E ovviamente non ci può star bene». Che cosa andrebbe fatto invece per migliorare ilServizio sanitario? «Prima di tutto bisogna affrontare i problemi dal verso giusto. Se si vuole discutere di riformare la Sanità, si convoca un tavolo e si prova a trovare la soluzione migliore. Se invece si vuole fare propaganda e cercare di fare delle cose facendole passare per altro, allora si può procedere come ha fatto il ministro Balduzzi. Comunque rimaniamo in attesa di comunicazioni». Non vi aspettavate questo progetto? «Assolutamente no. E quindi ci auguriamo, nel caso si tratti di un'idea concreta, che ci convochino al più presto per parlarne, spiegandoci nel dettaglio quali sono i veri obiettivi che vogliono raggiungere» «Vogliono solo fare cassa Così pagano i più deboli» MARCOTEDESCHI ROMA . . . «Se lo Stato è in ritardo a pagare e il contribuente è in ritardo a pagare possono accordarsi» domenica 13, maggio, 2012 11
L'INTERVISTA «Cerchiamo un modo per aiutare i piccoli imprenditori in difficoltà» MARIAGRAZIAGERINA mgerina@unita.it IRECENTIFATTI DICRONACARIVELANO,DAUNAPARTE, IL RIAPPARIREDI FENOMENIDI TERRORISMONOSTRANOche sembrano attingere a posizioni di antagonismo politico estremo. E, dall'altra, un clima di intolleranza violenta esplicitamente indirizzata contro Equitalia, individuata come punta avanzata dell'iniquità di un sistema di prelievo fiscale che colpisce le fasce economicamente più deboli. Perciò questi fatti ci impongono una seria riflessione e provvedimenti urgenti. In primo luogo, va sgombrato il campo da qualsiasi forma di sociologismo indulgenzialista che possa essere strumentalizzato come un comodo alibi per la violenza. Un conto è il sacrosanto diritto di critica, e di ogni altro diritto politico di manifestare il proprio dissenso contro un sistema fiscale ritenuto iniquo. Ben altra cosa è, invece, ogni forma violenta di contestazione politica. E non è un luogo comune ribadire che violenze e intemperanze non possono essere legittimate da nessuna rivendicazione di diritti che si presumono compressi. Pur fuori dall'analisi che tende a semplificare tutto, presentando certe proteste violente come brodo di coltura del terrorismo, resta il fatto che il clima di intolleranza che si respira nel Paese diventa sempre più pesante, sempre più preoccupante. Ed è bene tracciare delle linee nette di demarcazione fra diritti e delitti, fra ciò che è diritto sacrosanto di critica, di riunione e di manifestazione, e ciò che è soltanto delitto, che per di più rischia pesantemente di essere prodromico di inquietanti escalation criminali. In primo luogo, dunque, è bene non sottovalutare la portata delle manifestazioni violente che hanno scelto come facile obiettivo Equitalia. Avere le idee chiare, senza rischiose forme di perdonismo ed assumere i provvedimenti consequenziali, con la giusta severità. D'altra parte, però, per risolvere il problema non basta l'intransigenza nei confronti di ogni forma di intolleranza violenta. Occorre contribuire a dissipare le ragioni, pur non del tutto infondate, che stanno alla base di un così diffuso disagio sociale nel contesto della grave crisi economico-finanziaria che affligge il nostro Paese. E per dissipare le ragioni di questo disagio lo Stato deve riconquistare in toto la fiducia dei suoi cittadini. Ecco che viene in mente l'incoerenza di un sistema che affida ad una società incolpevole come Equitalia il compito di eseguire la riscossione tributaria coattiva, percepita come iniqua da molti cittadini. Che fare allora? Sicuramente dedicare tutte le proprie energie alla riforma dello Stato per renderlo meno indulgente nei confronti degli impuniti, e giusto nei confronti dei cittadini più deboli. Dimostrare di voler davvero colpire la grande evasione fiscale equivale a convincere i cittadini perbene a pagare le tasse. Abbassare il tasso di impunità dei potenti sanzionando, come merita il sistema criminale mafioso in tutte le sue articolazioni, soprattutto nei suoi gangli finanziari, garantito dai «colletti bianchi». Punire i corrotti e recuperare alla società perbene il maltolto, frutto della dilagante corruzione. Ecco perché abbiamo bisogno di una vera riforma della giustizia per renderla più rapida ed efficiente, di una nuova legge sulla corruzione per dare effettività al controllo di legalità esercitato dalla magistratura, di un'efficace legislazione antimafia che colpisca la mafia finanziaria di oggi. Di tutto questo abbiamo bisogno. Non solo per difenderci meglio dalle nuove e dalle vecchie mafie. Non solo per aggredire il processo in corso di compenetrazione ed integrazione fra i due sistemi criminali più fiorenti in Italia, quello delle mafie e quello della corruzione. Ne abbiamo bisogno ancor di più come Paese. Un Paese che ha bisogno di riconquistare credibilità nazionale ed autorevolezza internazionale. Uno Stato che ha bisogno di cittadini che rispettino le regole, tutte le regole, anche in un momento di così grave crisi. Ma per rispettare spontaneamente le regole i cittadini hanno anche bisogno di credere nello Stato che quelle regole impone. E quindi devono percepire che si tratta di regole eque, che lo Stato fa rispettare, in modo equo, da tutti, secondo il principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e impedendo che i ricchi e i potenti la facciano franca. tector; grazie all'impegno dei sindacati qualcosa si è fatto, hanno creato lo Sportello Amico a cui i contribuenti possono rivolgersi; cose importanti, per carità, ma che non cambiano la sostanza: non si riesce comunque a venire al lavoro tranquilli, si riesce solo a convivere con la paura». La paura ha la faccia di «quel delinquente che in provincia di Bergamo ha preso in ostaggio tanti colleghi con i politici della Lega che lo sono andati a trovare in carcere, gli stessi che hanno votato le leggi che noi applichiamo e che spesso con condividiamo». APPLICARELALEGGE L'obiezione di coscienza non si può fare, «la nostra professionalità ce lo impedisce e poi, dopo tutto, stiamo solo applicando la legge». Però si cerca «di avere misura, di allungare i tempi di riscossione al massimo nei casi più difficili, anche se di discrezionalità non ne abbiamo». E questo comporta di «sentirsi quotidianamente dire che “Fanno bene quelli che mettono le bombe!”, tanto da non farci più caso». Alla politica, «quella che ci ha messo in queste condizioni, a noi e ai contribuenti», al governo, quello che con Monti giovedì incontrerà i vertici della società, Ivano chiede «qualcosa più della solidarietà, qualche passo in più, lo starci più vicino richiamando il senso civico che noi dimostriamo tutti i giorni, per difendere chi opera a nome dello Stato». Al fianco di Ivano e degli altri 8mila lavoratori si schierano uniti tutti i sindacati. A partire dall'Ugl, a cui Ivano è iscritto. «Chiediamo alle istituzioni di prendere al più presto provvedimenti a tutela dei lavoratori di Equitalia, che stanno ingiustamente pagando il prezzo di una situazione di cui non sono affatto responsabili. È inaccettabile - affermano il coordinatore nazionale Equitalia dell'Ugl, Gianmauro Sette, e il segretario del Lazio, Daniela Ballico - che gli 8mila dipendenti di Equitalia da circa due anni debbano andare al lavoro con la paura di subire attentati e minacce personali. La crescente tensione che sta portando a compiere gesti inaccettabili nei confronti di una società dello Stato e dei suoi lavoratori, non è più ammissibile in un Paese civile. Questa situazione - concludono Sette e Ballico - deve finire al più presto, perché non è certamente prendendosela con dei cittadini onesti che fanno semplicemente il loro dovere che si risolvono i problemi di un Paese in piena recessione». Anche la Cgil è al fianco dei lavoratori di Equitalia, «veri e propri servitori dello Stato, difenderemo sempre il loro lavoro e la loro dignità contro un clima pericoloso, alimentato da una crisi drammatica, e da una inquietante demagogia sui temi del fisco», affermano il segretario generale Fisac Cgil, Agostino Megale, e il segretario confederale Cgil, Fabrizio Solari. La premessa, di fronte al nuovo attentato che vede nel mirino Equitalia, è obbligata. Ed è la «solidarietà nei confronti di chi è pagato dallo Stato per fare il suo lavoro». «Recuperare l'evasione fiscale è il presupposto per rimettere in sesto il Paese», ribadisce il presidente della Regione Liguria Claudio Burlando, del Pd. E però, proprio la sua giunta in questi giorni è impegnata a cercare un modo per andare incontro ai piccoli imprenditori che non ce la fanno più a pagare il fisco. «Un conto sono i grandi evasori, un conto le piccole imprese che vanno in sofferenza», spiega Burlando. L'esempio eclatante sono le imprese che l'alluvione ha messo in ginocchio. Sulla carta, nel Milleproroghe, era stata concessa loro una moratoria di sette mesi, fino a luglio. Ma poi l'atto amministrativo con cui il governo avrebbe dovuto dare comunicazione all'Agenzia delle Entrate della moratoria non è mai stato fatto. Risultato: in questo momento sono tutti evasori. Comeèpossibile? «Ho scritto al governo, ormai quasi un mese fa. Io non sono mica uno che si alza e insulta Monti. E però in quella lettera l'ho avvertito: queste sono le vicende su cui si costruisce o si spezza un filo di rapporto con il paese». Cherisposta ha avuto? «Nessuna. E intanto quelle imprese, che sono circa duemila tra artigiani, commercianti, piccole manifatture, che hanno avuto anche uno o due milioni di danni, risultano tutte come evasori e se vantano dei crediti nei confronti dello Stato non possono neppure essere pagate». Pochi giorni fa, il direttore dell'Agenzia delleEntrateeraaGenova,susuoinvito. Comepensadipoterallentare latensionesociale? «Daremo vita a quattro “sportelli amici” in cui saranno presenti anche Camera di Commercio, associazioni di categoria e di consumatori, per ricevere chiunque abbia un problema con Equitalia. Non è che possiamo applicare diversamente la legge, però si può discutere per esempio di rateizzazioni». Nonèciò chedovrebbefareEquitalia? «Sì però ormai si è creato un rapporto teso. Per questo abbiamo pensato che fosse utile creare per discutere di tutto questo un contesto che piccole e medie imprese possano sentire meno ostile». Spesso sono imprese a cui neppure le banchefanno piùcredito. «Sì infatti questa è la seconda cosa che stiamo facendo: un fondo di 3 milioni per aiutare le imprese ad accedere al credito anche per pagare le tasse. Alle spalle abbiamo una esperienza molto interessante. Quando nel 2008 ci siamo resi conto che davanti all'esplosione della crisi anche imprese solide non riuscivano più ad avere prestiti dalle banche abbiamo creato con Unioncamere un fondo di garanzia di 7,2 milioni. Quattro anni dopo, abbiamo salvato una valanga di aziende e a fronte di 180 milioni di prestiti attivati, la percentuale delle imprese insolventi è prossima allo zero. Ora con quei 3 milioni vogliamo attivare piccoli prestiti, con un tetto di 25mila euro. L'obiettivo è di aiutare circa mille imprese. Se se ne presenteranno di più, vedremo il da fare». Qualeè il nododel problema? «È che queste imprese non hanno soldi per pagare le tasse. Eppure molte vantano crediti nei confronti dello Stato. Alle banche chiediamo di scontare le fatture a chi vanto un credito nei confronti delle Asl o dello Stato o della Regione. La Banca centrale europea ha messo in circolo una valanga di soldi che però rimangono nelle banche e non vanno mai in basso. Bisogna fare qualcosa per sbloccare questo meccanismo. Ormai in questo paese nessuno più ha soldi per pagare nessuno». di non dire dove lavoro» Il netto discrimine tra diritti politici e delitti politici ClaudioBurlando IlpresidentedellaLiguria: «Per leaziendeinginocchio per l'alluvionenessuna moratoria.L'hoscritto aMonti, cosìsi infrange lafiduciadelPaese» La sede di Equitalia a Livorno danneggiata da due bombe molotov nella notte fra venerdì e sabato FOTO ANSA . . . «Grazie all'anzianità prendiamo 1.900 euro netti in busta. E ci tocca fare anche gli psicologi» L'ANALISI ANTONIOINGROIA domenica 13, maggio, 2012 7
La politica deve darsi subito regole di trasparenza, di sobrietà, di rigore. Non è solo una richiesta di popolo. È la misura minima di moralità per poter continuare a guardare in faccia la democrazia: attenzione, la Grecia non è lontana e non è neppure il solo Paese in cui gruppi xenofobi, violenti, neo-nazisti acquistano allarmanti quote di consenso elettorale. Ma sarebbe sbagliato pensare che questa medicina sia sufficiente. Così come è sbagliato rincorrere Beppe Grillo con argomenti che restano imprigionati nella sua demagogia. Il riscatto della politica democratica - quella che si fonda sulla partecipazione attiva dei cittadini e su partiti scalabili (non su partiti carismatici o personali, dove i capi si possono solo acclamare) - passa da un progetto per il Paese, da una volontà percepibile di cambiamento, da una scelta tra alternative legittime. Non basterà la pur necessaria riforma del sistema politico per evitare che la frammentazione produca altre macerie. La vera sfida è fuori dal Palazzo, dove le persone hanno timore per i loro figli, dove si sentono sole davanti a un mercato sempre più avaro e impietoso, dove in tanti tirano la cinghia e non sanno se basterà. I numeri con i quali la politica deve confrontarsi, ben più dei sondaggi, sono il calo dell'occupazione, soprattutto di quella femminile e giovanile, che raggiunge in Italia livelli record. I numeri sono il 25% delle famiglie a rischio di indigenza. Sono quelli denunciati ieri dai sindacati sull'ulteriore impennata della cassa integrazione. Sono quelli dei pasti assicurati dalla Caritas. Sono quelli degli imprenditori che non ce la fanno, anche perché da noi il lavoro è tassato troppo rispetto alla rendita. Un progetto politico è prima di tutto una risposta nazionale alla questione sociale. Il rinnovamento della rappresentanza ne è il corollario, non il surrogato. Per il centrosinistra italiano, e per il suo partito più rappresentativo, il Pd, è una sfida decisiva. Bisogna mettere in gioco tutto. Non c'è tatticismo che possa consentire rinvii. Le amministrative hanno mostrato l'immagine di un terremoto, con il crollo della destra, con l'affanno dei centristi, con un area progressista maggioritaria ma divisa sulle strategie, con una protesta crescente e sempre più radicale. Ma la vittoria di Hollande in Francia offre un'opportunità che fin qui era mancata. Per affrontare il disagio sociale ci vuole la crescita, dunque è necessario mutare la rotta delle politiche europee. E per fare questo il cambiamento non può che essere europeo. Occorre rompere la gabbia dell'austerità, che deprime l'economia e che, proponendosi di curare il debito pubblico, in realtà lo incrementa. Occorre lanciare una nuova stagione di investimenti, selettivi ovviamente, destinati a infrastrutture, reti, ricerca, conoscenza. Non è vero che la crisi si cura solo tagliando la spesa pubblica: la crisi si cura riducendo gli sprechi della spesa corrente ma destinando risorse per investimenti sul futuro. La Francia può cambiare gli equilibri dell'Unione. Si può anzi dire che qualcosa è già cambiato, tanto che è entrato in agenda un nuovo Patto per la crescita da affiancare al Fiscal compact nel prossimo consiglio europeo di giugno. Per i democratici italiani si tratta di legare il proprio progetto in modo sempre più stretto a quello dei progressisti europei. Il manifesto di Parigi, sottoscritto da Ps francese, Spd tedesca e Pd italiano, è stato un primo passo importante. Ora su queste basi è necessario lanciare una proposta nazionale per il dopo Monti. Alla crisi della destra e al disagio diffuso nell'elettorato non si deve rispondere aggravando le difficoltà del governo di transizione. Bisogna semmai, dove possibile, aiutarlo a procedere verso le riforme elettorali e istituzionali, verso una politica di intesa con la Francia di Hollande, verso maggiori investimenti sociali (come è accaduto nell'ultimo consiglio dei ministri, con il piano dei 2,3 miliardi per il Sud, per le fasce più deboli e per le imprese). Alla partita del voto, però, occorre prepararsi con una impostazione chiara: gli elettori dovranno scegliere tra due diversi percorsi in Europa. La via progressista o quella dei conservatori. Se non saremo capaci di offrire quell'alternativa, sarà l'Italia intera, non solo un partito, a rischiare il default. E il terremoto potrebbe investire lo stesso impianto democratico. Le leadership politiche si giocheranno nella capacità di legare progetto nazionale e alleanza europea. Speriamo che quanti giocano alla Grande coalizione permanente si rendano conto che stanno giocando con il fuoco: senza alternative si corre verso Atene. SPERO CHE LA SPASMODICA ATTENZIONESUL«BOOM»DIBEPPEGRILLOOSULNERVOSISMO DEL PDL DOPO LA DÉBACLE DEL 6 MAGGIO non faccia passare inosservata la lettera sul rilancio del federalismo europeo firmato da molti esponenti progressisti europei (tra i quali Prodi, Amato, Bonino, Attali, Cohn-Bendit, Meny, Baron Crespo) ed apparsa ieri su vari giornali. È un documento assai allarmato per i rischi che corre l'Unione, sul piano sociale ed economico ma anche su quello politico ed istituzionale. «Se lo scenario attuale si perpetuerà nel tempo - dicono i firmatari del documento l'Europa non potrà più disporre dei mezzi per resistere alle tendenze centrifughe ed alla crescita dei populismi. La fine dell'euro sarà allora solo questione di tempo». Ed aggiungono: «L'Unione europea non potrà uscire da questa crisi senza un cambio di paradigma». Segue poi l'indicazione di alcune piste di lavoro politico e culturale di grande rilievo. «Un' altra via d'uscita è possibile»: andare oltre le insufficienze del Trattato di Lisbona, rilanciare una politica per la crescita e per l'integrazione di tutti i territori, risolvere la crisi di fiducia tra l'Europa e i suoi cittadini. «L'euro non potrà sopravvivere senza un progresso democratico decisivo». Il documento chiede in sostanza di «denunciare, ridurre e progressivamente annullare i costi della non-Europa». Trovo stimolanti questa analisi e questi propositi. Sia nel merito, sul quale occorrerebbe trattenersi con uno spazio maggiore di quello consentito in questa rubrica. Sia dal punto di vista politico, perché rilancia un ragionamento alto sul nodo centrale della crisi che stiamo vivendo oggi, ossia le deficienze della costruzione europea e l'inadeguatezza delle politiche di austerità. Se a queste parole seguirà un'azione politica conseguente, collegata alle realtà territoriali, sarà allora un contributo vero ed utile. Anche per fronteggiare l'onda alta dell'antipolitica. Quest'ultima non si vince con gli anatemi, pur se una critica rigorosa va fatta alla demagogia ed al primitivismo che la sostanziano. Ma gli anticorpi giusti contro l'antipolitica sono l'onestà, la sobrietà, la sensibilità alle sofferenze popolari; il coraggio di decidere e fare, in modo aperto e partecipato; ed il respiro culturale, la visione lungimirante, l'altezza dell' ispirazione strategica. Le tre cose vanno insieme, non c'è scorciatoia possibile. Rilanciare il federalismo europeo ha anche un valore terapeutico per noi: quello di ridare senso ad un sostantivo, federalismo, che con la Lega al governo ha perso ogni significato e che in questi tempi difficili può invece esserci di grande aiuto. NELQUARTIEREA NESSUNOPIACCIONOLEBANCHE,FI-GURIAMOCILEESATTORIE. EPOINESSUNOSAPARLARE ILBANCHESEEL'ESATTORIALESE,ECOSÌQUANDOARRIVANO CARTELLE, RACCOMANDATE E PIZZINI VARI, STATALI REGIONALI E COMUNALI, IN TANTI SI RIVOLGONO ALL'APPOSITO SPORTELLO TRADUZIONE & ASCOLTO SEMPRE APERTO NEL CONDOMINIO-CENTROSOCIALE-CENTRODIRESISTENZEUMANEDELLEZIE(che poi, con un po' d'ascolto in più si eviterebbe forse qualche tragedia. Ma i tecnici, si sa, son fatti così: tu gli mostri la luna e loro ti tassano il dito). Perché il vero paradosso è che la gente, nella maggior parte dei casi, vorrebbe essere in regola e tranquilla, e sarebbe pure contenta di pagare, se il tributo imposto fosse uguale alla giustizia percepita. E se non esistessero, nel frattempo, errori marchiani, procedure bizantine e rovelli pirandelliano-burocratici che bastano, da soli, a erodere qualsiasi buona disposizione da cittadino contribuente. Così zia Mariella, cogli occhialini da combattimento e i guanti da lavori pesanti, agli orari convenuti riceve in giardino i vicini preoccupati o anche solo spaventosamente confusi, legge, controlla, traduce, consiglia e sostiene. «Zia, fai il lavoro dello Stato, però gratis» le ho detto io un giorno – mentre la fila s'allungava fino al cancello – visibilmente contrariata: il mio senso della retribuzione è meno nobile del suo, visto che appartengo alla generazione delle partite Iva. «Ti sbagli – m'ha risposto, dolce e tagliente, secondo la sua natura ossimorica e aspromontana – In effetti ne sono più che ben ripagata». Devo aver fatto la faccia di Rutelli, o di Gasparri, perché ha preso a parlami molto lentamente e con una certa condiscendenza, aiutandosi coi gesti delle sue mani sensibili, e m'ha spiegato: «Non vedi quante cose mi lasciano, quando vengono qui? Non immagini cosa c'è, a saper leggere, in tante di quelle carte piene di numeri e nelle facce di chi te le porta?». Guardavo, e non mi veniva in mente niente. Lei ha sorriso, con quella sua aria da tempesta sull'altopiano: «Ci trovi condivisione, ferite, sogni, idee di futuro, ricordi di famiglia, progetti, illusioni. Ma soprattutto fiducia. E sai come si chiamano questi? Beni immateriali. Ogni Stato dovrebbe capitalizzarli e conservali con cura: sono quelli che fruttano, e abbassano lo spread della disperazione. Anzi, alla lunga sono persino capaci di sollevare da soli il Pil della bellezza e dell'armonia sociale». Poi s'è rimessa al lavoro, perché erano tanti, tutti con le facce uguali eppure diverse. Quelle benedette differenze che, davanti a uno sportello, o nei totali anonimi delle statistiche, spariscono del tutto. Dovrebbero darle il ministero dei Beni immateriali e della Finanza emotiva, ho pensato. Diventeremmo ricchissimi. COMUNITÀ ............. Dare all'Italia un'alternativa Ueepoliticheterritoriali I progressisti rilanciano il federalismo europeo Claudio Martini Responsabile forum politiche locali del Pd Finanziamentodeipartiti Revisione dei bilanci? Così è inapplicabile Sergio Boccadutri Tesoriere di Sel Asuddelblog Maramotti Claudio Sardo Direttore csardo@unita.it NELLEPROPOSTESULLARIDUZIONEDELFINANZIA-MENTOPUBBLICORIMBORSIELETTORALIAIPARTITI,CHEILPARLAMENTO STA (finalmente) discutendo, si vincola l'erogazione di qualunque risorsa alla revisione dei bilanci. Quello che non capisco è il senso di questo incaponimento, tutto ideologico. C'è chi, più autorevole di me, ha sollevato seri dubbi sull'applicabilità di un modello privatistico ai partiti, che amministrano risorse in parte pubbliche e in parte private finalizzate all'attività politica. Proprio per questo, molto più efficacemente, gli stessi commentano che basterebbe la Corte dei Conti, anche per la natura «non commerciale» dei partiti. Le società di revisione, inoltre, non sono infallibili, basti pensare ai casi di Parmalat e Lehman Brothers, o quello attuale, e meno conosciuto della Sirti. Chi non ricorda quelle Panda bianche con il logo della società che scorrazzavano da una colonnina della rete telefonica all'altra? Adesso mille dei quasi quattromila dipendenti sono in cassa integrazione con poche speranze di rientrare nel posto di lavoro, con i sindacati che denunciano come da bilanci in attivo si sia passati inspiegabilmente a un deficit di centinaia di milioni di euro, e al rischio di una riduzione del personale del 40%. Giusta la riduzione, ma i partiti che sono in parlamento, nonostante gli annunci si son ben guardati dal rinunciare all'ultima rata delle politiche 2008, quando nel triennio 2008-2010 hanno percepito una rata doppia (!). Così decidono «transitoriamente» di spalmare la riduzione su tutti i partiti, anche su quelli che non hanno preso quella rata doppia e su chi – per una legge elettorale modificata a pochi mesi dal voto – pur raccogliendo quasi un milione di voti alle elezioni europee fu impedito di eleggere un rappresentante, e di conseguenza di prendere anche un solo euro di rimborso. L'istinto di autoconservazione dei partiti elefantiaci è spudorato. La fantasia allora spinge i relatori del testo licenziato dalla commissione Affari Costituzionali, a prevedere che il fondo di «cofinanziamento» sia distribuito per ciascun soggetto nel massimo dei tre settimi del suo rimborso elettorale. Insomma si finge di ridurre il fondo del rimborso legato al risultato elettorale, e invece di stabilire per il cofinanziamento una situazione di parità ai nastri di partenza si sceglie di penalizzare proprio le forze politiche nuove e più piccole, magari più virtuose nell'autofinanziamento.Ad esempio Sel ha raccolto nel 2011 da iscritti e sottoscrittori oltre 700mila euro, una cifra di poco inferiore al rimborso per le regionali 2010. Ma è davvero insopportabile che per ottenere poco più di 350mila euro di finanziamento pubblico voglia dire sborsarne 30mila (oltre iva) per revisionare – con controlli a campione, perché è così che fanno - il proprio bilancio. Senza comunque mai entrare nel merito della congruità delle spese. A questo punto passeremo dal finanziamento pubblico dei partiti a quello delle società di revisione. SEGUEDALLAPRIMA Manginobrioches Al centro «resistenze umane» condivisione, idee e sogni domenica 13, maggio, 2012 17
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13/05/12

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