Un milione di dollari in un'ora. Appena Obama ha pronunciato il suo atteso sì alle nozze gay, le casse della sua campagna elettorale hanno cominciato a tintinnare per la pioggia di donazioni, effetto diretto dell'outing presidenziale. La Casa Bianca ci sarà anche stata tirata dentro dalla candida loquacità del vice-presidente Joe Biden e forse pagherà un prezzo. Ma gay e stampa liberal hanno segnato la giornata sul calendario della storia. E Newsweek ha fatto di più. Ha sbattuto Obama in copertina, sotto l'aureola arcobaleno, simbolo delle battaglie omosessuali, e un titolo: «Il primo presidente gay», abbreviazione imprecisa ai limiti del politicamente scorretto del passo presidenziale. Non era mai successo. Né che lo studio ovale sdoganasse le nozze omosex, né tanto meno che la stampa si azzardasse a definire gay un presidente. E in campagna elettorale, per giunta. «LACOSAGIUSTA» La scelta di osare tanto sa di ragioni di mercato. L'editrice Tina Brown l'avrebbe spiegata come una sfida alla - discussa - copertina di Time con una mamma che allatta al seno un bimbo già grandicello: roba che ha fatto parlare, come verosimilmente si parlerà di Obama-gay. Ma non è tutto qui. Troppo «facile», secondo il settimanale, liquidare l'annuncio sulle nozze gay tra le mosse elettorali. La realtà è un'altra, quella che racconta il blogger Andrew Sullivan nelle pagine interne. E cioè che «una forma di segregazione maritale» come quella delle unioni civili fino a ieri sostenuta dal presidente Usa per le coppie omosessuali non si può spacciare per uguaglianza del diritto. Obama «ha fatto la cosa giusta» e il nuovo sondaggio del New York Times lo conferma: il 53% con meno di 44 anni dice sì alle nozze, il 62% del totale accetta comunque le unioni. E anche l'elegante NewYorkergli dedica la sua copertina: il retro della Casa Bianca, con il colonnato multicolor, una bandiera gay iscritta sul simbolo più alto del potere Usa. «Volevo celebrare il coraggio delle dichiarazioni del presidente», ha spiegato l'artista che l'ha creata, Bob Staake. Formalmente la svolta di Obama non cambia nulla, se non perché dà piena cittadinanza alla rivendicazione della comunità omosessuale. E non è poco. Due ore dopo il suo annuncio, la Casa Bianca era al telefono con i leader delle chiese afro-americane per limitare i danni del salto in avanti, cercando di convincerli a non ritirare il loro sostegno elettorale: ci sono altri punti in comune, i diritti della persona non sono un attentato alla fede, questa la linea di difesa. È andata forse peggio al candidato repubblicano. Mitt Romney ha ribadito il suo no «costituzionale» alle nozze gay, finendo per compiacere la destra teocon ma per diluire la sua immagine di moderato che punta a conquistare i voti degli indipendenti. Ha finito per sembrare in imbarazzo, pronto a cambiare discorso o ad annacquarlo con i distinguo: i repubblicani non vogliono che quello di novembre diventi un voto di principio, ma arrancano. Per amore o per forza, qualcosa è cambiato, e non solo nella copertina di Newsweek. Un tabù si è infranto. «Un giorno, tra non molto, sarà difficile ricordare perché la gente si preoccupasse tanto delle nozze gay», scrive il New Yorker. È stato lo stesso per i matrimoni misti, ricorda. E alla fine la Corte Suprema ha dovuto riconoscere il diritto di ognuno alla felicità. Oltre il colore della pelle, perché non del sesso? «Il primo presidente gay» è il titolo FOTO ANSA MONDO Casa Bianca con i colori arcobaleno degli attivisti gay FOTO ANSA «Obama gay», Newsweek lo fa santo Gli americani al 62% approvano il presidente MARINAMASTROLUCA mmastroluca@unita.it Accordo sui prigionieri nelle carceri israeliane I palestinesi hanno oggi una ragione per festeggiare nel solitamente luttuoso giorno della nakba, anniversario dell'inizio dell'esodo e dell'occupazione israeliana nel maggio 1948. Ieri infatti è stato firmato un accordo sulle condizioni di detenzione dei palestinesi nelle carceri israeliane. L'intesa, raggiunta grazie alla mediazione egiziana, ha interrotto un devastante sciopero della fame contro condizioni di detenzione considerate illegali in base alla Convenzione di Ginevra e giustificate attraverso decreti speciali antiterrorismo. Isolamento, nessuna visita accordata per i detenuti di Gaza e detenzioni amministrative reiterate senza processo anche per anni. Fra un terzo e la metà dei 4.700 prigionieri palestinesi in Israele (di cui 310 in detenzione amministrativa) si trovavano in sciopero della fame, 7 dei quali da oltre un mese e mezzo, 2 gravi. I servizi segreti interni dello Shin Bet hanno confermato l'accordo con poche righe sottolineando come i prigionieri si siano impegnati «a fermare assolutamente l'attività terroristica nelle carceri israeliane» e i comandanti di gruppi militanti fuori dalle carceri si siano impegnati «a prevenire attività terroristiche». «Tutte le fazioni hanno sottoscritto un accordo per porre fine al digiuno», ha dichiarato Qadura Fares, capo del Palestinian Prisoners Club dopo diverse ore di trattative con le autorità israeliane e i detenuti di spicco della prigione di Ashkelon. L'intesa è stata confermata anche dal dipartimento penitenziario israeliano. 14 martedì 15, maggio, 2012
«Proletari di tutti i paesi uniamoci!». Si chiude così la lettera che il brigatista Roberto Morandi, dal carcere, ha inviato al sito Internet di “Soccorso rosso internazionale” firmandosi “militante delle Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente”. Un testo agghiacciante in giorni di rinnovato allarme terroristico, righe nelle quali Morandi, condannato a due ergastoli per gli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi, rende «onore al compagno Mario Galesi dirigente rivoluzionario militante delle Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente, caduto nove anni fa combattendo per il comunismo». Il brigatista Galesi venne ucciso il 2 marzo 2003 in un conflitto a fuoco su un treno nei pressi di Arezzo. Nella sparatoria rimase ucciso, dallo stesso Galesi, anche il sovrintendente della Polfer Emanuele Petri e venne arrestata Nadia Desdemona Lioce, pure lei poi condannata per gli omicidi D'Antona e Biagi. «Cari compagni e compagne - scrive Morandi - Ho ricevuto da qualche giorno la vostra lettera e i vostri saluti. Saluti rivoluzionari che ora sono io a porgere alla Conferenza. Riguardo alle iniziative del SRI (Soccorso rosso internazionale, ndr) la mia valutazione politica non può che essere positiva. Nel senso che la solidarietà di classe, rivoluzionaria ed internazionale passa anche attraverso la solidarietà verso i prigionieri rivoluzionari». E ancora: «Con questo voglio esprimere la mia solidarietà verso i compagni colpiti dall'azione controrivoluzionaria della B.I. (Borghesia Imperialista) mentre lottando esprimono la loro solidarietà di classe ai prigionieri rivoluzionari. Così come esprimo la mia solidarietà a tutti i militanti rivoluzionari prigionieri». Per Morandi questo è il «momento di una fase storica in cui un nodo dell'alternativa tra barbarie imperialista da un lato e presa del potere politico da parte proletaria dall'altra si pone in termini sempre più pressanti, oggettivi e drammatici di fronte alla classe». Prima dell'arresto, avvenuto a Firenze nell'ottobre 2003, Roberto Morandi era un illustre sconosciuto agli archivi della Polizia italiana. Tecnico radiologo e impiegato all'ospedale Careggi di Firenze, Morandi (almeno in apparenza) conduceva una vita normalissima da lavoratore comune, marito e padre di una ragazza di sedici anni. Dietro l'apparenza, però, Morandi era a pieno titolo un membro della cosiddetta “colonna toscana” che si occupava di fornire logistico alle nuove Brigate Rosse. Morandi infatti, ma questo si scoprirà soltanto dopo l'arresto avvenuto nel corso del blitz che portò in carcere tra gli altri Paolo Broccatelli, Laura Proietti, Cinzia Banelli (poi pentita), Marco Mezzasalma e Alessandro Costa, aveva partecipato a due rapine di autofinanziamento per l'organizzazione e si era occupato di tenere i contatti con il resto dell'organizzazione. Una rete di telefonate, ricostruita dopo il sequestro di una scheda telefonica preziosissima per il prosieguo dell'indagine, che Morandi faceva da una cabina di Roma approfittando delle ore libere fra un turno di lavoro e l'altro in ospedale. Nel corso della perquisizione nella sua casa, inoltre, la polizia scoprì un lungo documento nel quale erano riportati i risultati dell'inchiesta condotta su Marco Biagi nei mesi precedenti all'omicidio. Secondo la magistratura, infatti, Morandi aveva partecipato ai pedinamenti del giuslavorista nelle fasi di preparazione dell'omicidio avvenuto il 19 marzo del 2002. Il governo: la Tav madre di tutte le preoccupazioni Poi la ministra Cancellieri precisa: mi riferivo all'ordine pubblico La protesta della Val Susa MARIAGRAZIAGERINA mgerina@unita.it Br, Morandi dal carcere inneggia a Mario Galesi L'ALLARMEIN ITALIA Per il Viminale e per il governo «è la madre di tutte le preoccupazioni», scandisce Annamaria Cancellieri, a chi le chiede della Tav. Una risposta che fa capire subito quanto sia alta l'allerta. E che immediatamente fa risuonare l'allarme rosso sulla Val di Susa. Tanto più che a pronunciarla è la responsabile dell'Interno, particolarmente attenta in queste ore, davanti ai rischi di escalation terroristiche, a misurare le parole. LE CRITICHE La polemica si infuoca in un attimo. «È sempre colpa dei No Tav!», replicano dalla Valle: «A furia di indicare il movimento come maggior responsabile di tutto quello che accade in Italia, finirà che qualcuno ci crederà», protestano contro quello che definiscono un «pericoloso gioco alla criminalizzazione». E avvertono, in una nota, rivolgendosi direttamente al ministro: «Anche per noi la Tav è la madre di tutte le preoccupazioni. Si metta il cuore in pace: questa è una lotta di popolo». Si inalbera il leader valligiano Alberto Perino: «In questi ultimi giorni si fanno pericolosi parallelismi tra il movimento No Tav e la lotta armata», avverte, «noi rimandiamo tutto al mittente perché queste cose non ci toccano e, anzi, ci fa pensare che dietro tutto questo ci sia la mano dei Servizi». E le proteste si allargano anche al fronte istituzionale. Le dichiarazioni del ministro «sono fuori luogo», replica il presidente della Comunità montana di Susa e Val Sangone, Sandro Plano, il Pd che parlò dal palco della Fiom, a Roma: «Il movimento No Tav, anche sotto la spinta degli amministratori, non ha mai assunto connotazioni terroristiche anche se, a volte, le manifestazioni sono un po' uscite dalle righe», rivendica. «I leader del movimento sono sempre stati a volto scoperto», aggiunge. E mentre in Val di Susa si rialzano le “barricate”, il Viminale corre ai ripari. Con qualche ora di ritardo, precisa che il ministro stava rispondendo alla domanda: «Che cosa farete per il Piemonte e per la Tav?». E le preoccupazioni a cui ha fatto riferimento non sono «legate in alcun modo al rischio terroristico» ma alle «opere da realizzare per l'alta velocità Torino-Lione, alle esigenze delle comunità locali e ai problemi di ordine pubblico». Lo aveva detto il ministro, sabato scorso, dal Salone del Libro di Torino: «Per ora non abbiamo alcuna notizia di collegamenti tra chi ha compiuto l'attentato all'ad dell'Ansaldo con il movimento No Tav». E però anche allora aveva aggiunto che trattandosi di «settori sensibili» i collegamenti «possono esserci o crearsi facilmente». Che il tema sia lì, sul tavolo, lo dice la reazione del presidente dell'Osservatorio sulla Torino-Lione Mario Virano. «Il movimento ha cambiato pelle e componenti e si è trasformato in un marchio dell'antagonismo nazionale e internazionale», spiega a chi gli chiede un commento alle parole del ministro. In attesa che il Viminale precisi, «prendo atto che c'è attenzione ai pericoli dell'estremismo», aggiunge. Il problema in Val di Susa «è diventato tutto simbolico. E quando tutto è simbolico è pericoloso», avverte. Come Adinolfi «che non è più una persona ma un simbolo». «È una vecchia storia che si ripropone», scuote la testa. Mentre al Viminale cercano un modo per togliere benzina alla polemica. ESERCITOINCAMPO Davanti, c'è il Comitato nazionale che si riunirà giovedì per mettere a punto un piano anti-terrorismo. I possibili bersagli da presidiare sono tantissimi. Ministeri, banche, le aziende controllate da Finmeccanica. Sul tavolo anche l'ipotesi di ricorrere all'impiego dell'Esercito. Tutta da valutare. Per ora, il ministro si preoccupa di difendere pubblicamente il comparto «sicurezza» da eventuali tagli dovuti a ragioni di bilancio e frena sull'uso dell'esercito: «Pensiamo di utilizzare gli uomini che abbiamo già con una razionalizzazione o un diversa utilizzo» e non «uomini in più». A meno che, aggiunge, poi, «non dovessero succedere fatti particolari come quelli che abbiamo visto». Intanto il Silp-Cgil, per bocca del suo segretario genovese, Roberto Traverso, mette le mani avanti: «L'impiego dell'Esercito nelle nostre città sa tanto di pezza mal cucita». www.partitodemocratico.it www.youdem.tv La distribuzione commerciale: risorsa per le città e la crescita economica Seminario di formazione San Benedetto del Tronto (AP), Palariviera 25 - 26 maggio 2012, ore 10,30 Le sessioni di approfondimento: VERSO LA SECOND A CONFERENZ A NAZIONALE PER IL LAVOR O NAPOLI 15-16 GIUGN O 2012 Dipartimento Economia e Lavoro PD Dipartimento Formazione politica PD PD Marche Sono aperte le iscrizioni on -line su www.partitodemocratico .it/formazionepolitica www.partitodemocratico.it/ economia Per ulteriori informazioni: economia.lavoro@partitodemoc ratico.it formazione@partitodemocratico .it Il profilo del commercio italiano I consumatori e il commercio nella crisi dei consumi: nuove gerarchie dei bisogni e andamento dei redditi delle famiglie Commercio, qualità urbana e funzioni integrate: buone prassi Nuove regole e politiche di governo Le proposte del PD Giovanni Gaspari, Andrea Sammarco, Albino Russo, Gianluca Gregori, Lorenzo Miozzi, Paolo Giaretta, Iginio Rossi Renato Cavalli, Patrizia Vernoni, Andrea Corsini, Paolo Brogioni Fabrizio Bracco, Palmiro Ucchielli, Mario Aspesi, Enzo Santucci Anna Rita Fioroni, Serenella Milia, Piero Cardile, Paola Castellini Silvana Panetta, Antonio Canzian, Mauro Bussoni, Franco Martini Sara Paladini, Selena Soleggiati, Camillo De Berardinis Luigi Taranto, Filippo Bubbico, Andea Lulli Annamaria Parente, Armando Cirillo Paolo Perazzoli Antonio Lirosi, Stefano Fassina MASSIMOSOLANI twitter@massimosolani 10 martedì 15, maggio, 2012
SI POSSONO RACCONTARE CINQUANT'ANNI DI STORIA CULTURALE, POLITICA E SOCIALE DA UNA LIBRERIA A DUE VETRINE, sul lato destro della Scala, in via Verdi, di fronte alla porticina del leggendario teatro dove molti anni fa entravamo noi giovani irregolari comparse del “Rosenkavalier” e del “Nabucco” tra i rimproveri assai paterni del geniale Paolo Grassi. La “Milano Libri” è una libreria indipendente, libera, piccola ma che in mezzo secolo di attività ha occupato un grande ruolo. Sta nel miglio quadrato del potere finanziario e politico, a pochi metri da Palazzo Marino, dal palazzo della Banca Commerciale, da Mediobanca, è vicina a Brera e alla Cà de Sass, dov'erano custoditi i tesori, i danè dei lombardi, destinati alla solidarietà e, ahimè, alla speculazione. Anna Maria Gandini è la fondatrice e ancora l'anima di quella che in origine era la libreria delle “tre signore”, perchè ispirata fin dal 1962 anche da Laura Lepetit e Vanna Vettori che poi la vita ha portato altrove, ad altre attività. Qui, in questo piccolo edificio, sono nate fior di idee, si sono consumate discussioni e polemiche da riempire un'enciclopedia. Giovanni Gandini, marito di Anna Maria, portò in Italia i Peanuts, fino a diventare l'editore tricolore di Linus, accompagnato dal caratteraccio di Oreste Del Buono, grandissimo milanista. Fu un successo strepitoso, l'America in Italia con fumetti e pensieri, prima che Marcuse ci invitasse filosoficamente alla rivolta e pure alla liberazione sessuale. QUELLACITTÀ STRAORDINARIA «All'inizio nessuna di noi sapeva bene come gestire una libreria, eravamo unite dalla passione e dalla voglia di creare qualche cosa di bello e di utile, volevamo guardare all'estero, cercare le novità» racconta Anna Maria Gandini, «ci riuscimmo perchè quella era una Milano straordinaria, con un forte tessuto culturale, dove anche la borghesia industriale illuminata dava una mano. Gli Zucchi e poi di più l'industriale Vittorio Solbiati ci aiutarono molto perchè i conti di una libreria libera non tornano mai». Erano altri anni, un'altra Milano e un'Italia diversa. Nel 1962 l'editoria milanese lancia il settimanale “Panorama”, esce il primo numero di Diabolik delle sorelle Giussani, arriva in libreria “La Vita agra” di Luciano Bianciardi, mentre viene nazionalizzata l'energia elettrica. L'anno dopo arriva l'enciclica “Pacem in terris” di Giovanni XXIII, Giulio Natta vince il Nobel per la chimica per aver inventato il Moplen, viene assassinato John Fitzgerald Kennedy. La libreria, come si conviene a un luogo di idee e di esperienze, «è diventata un posto per incontrarsi e per scegliere, noi abbiamo sempre fatto delle scelte, sui libri, gli autori, le presentazioni. Cercavamo di portare da noi gli architetti, i fotografi, gli intellettuali che avevano qualche cosa di importante da raccontare». Forse per questo in città si diceva che eravate un po' snob, la libreria dei fighetti e della bella borghesia? «Macchè, la verità è che se vuoi vivere devi trovare uno spazio culturale, devi essere riconoscibile e oggi è ancora più difficile perchè la concorrenza delle grandi catene è spietata. E poi lo sa qual è la vera differenza rispetto al passato, ai nostri anni eroici?» No, lo dica lei. «È scomparsa la borghesia, non si trova più quella classe dirigente colta e sensibile che aveva una funzione propositiva, di traino della società, che non si limitava a produrre frigoriferi. Forse Milano è stata fortunata, si è salvata dal peggio perchè ha sempre mantenuto un legame profondo con l'Europa, nelle professioni, negli affari, nella cultura, anche nell'editoria. E poi siamo riusciti pure a cambiare sindaco, finalmente». ECO, ARBASINO, LATERZA,ANDREATTA.... Adesso è il momento di clienti e pettegolezzi. «Umberto Eco ci è stato sempre vicino, fin dall'inizio perchè coltivava la passione per i fumetti. Alberto Arbasino fu uno dei primi ad acquistare i libri da noi, quando vendevamo poco e cercavamo di chiamare gli amici. Enrico Cuccia era un nostro cliente, eravamo comodi per lui sulla strada tra casa e lavoro: entrava, sceglieva in silenzio e comprava gialli. L'editore Laterza restò per qualche tempo nel nostro capitale». Politici? «Ricordo con grande affetto Beniamino Andreatta, un uomo gentile e colto. Veniva spesso Giorgio La Malfa, ma quando si mise con Berlusconi gli rimproverai la scelta e ogni volta che entrava diceva: “Va bene, ho capito, lasciamo stare, non parliamone più ...”. Ma i politici, gli assessori, i leader dei partiti si volatilizzarono nel 1992, quando scoppiò Mani Pulite. All'improvviso scomparvero e la libreria registrò un forte calo di fatturato. Compravano tanti libri, anche se probabilmente non li leggevano». La Milano Libri, che lunedì prossimo festeggia al Teatro Parenti con Andrée Ruth Shammah e Francesco Micheli, ha cambiato proprietà, per poter continuare a vivere. Anna Maria Gandini sta sempre in libreria a dirigere il traffico ma il 100% del capitale è stato rilevato dalla famiglia Lagiannella che come attività imprenditoriale ha scelto di investire sulle librerie indipendenti in un momento certo non facile per l'editoria. Ma che senso ha ancora oggi dedicare tempo, impegno, passione, anche denaro per quello che vale, per scegliere, suggerire, vendere libri? La signora Gandini che ha raggiunto l'età della saggezza offre, in conclusione, un pensiero sereno sul futuro: «Nonostante Amazon, il libro digitale, l'Ipad e l'editoria delle grandi dimensioni e dei supermercati sono convinta che ci sarà sempre bisogno di una buona libreria e di un bravo libraio». Per questo continua a sostenere la Scuola di Venezia che ogni anno forma i nuovi librai italiani. D'altra parte anche nei momenti difficili non bisogna arrendersi e va coltivato un pò di ottimismo perchè come diceva il buon Charlie Brown “Vale più una piccola speranza che una montagna di ricordi“. Letteraturagrafica Cinquant'annidiattivitàdi una libreria indipendente in unPaesechecambia,mentre avanza laconcorrenzadi Amazonedel librodigitale APRILE1966 EVENTI GLIANNI 70/80 LevocidiMilanoLibri traLinuseCuccia Mezzosecolodiculturaedisfide Gandini:«Nonc'èpiù laborghesia» RINALDOGIANOLA MILANO MilanoLibri: (da sinistra)Giovanni Gandini,Roland Topor,AnnaMaria GandinieLauraLepetit. Sotto: la primacopertina diLinus Peanutsenonsolo Fumetti, e che fumetti suLinus: Peanuts,Pogo, KrazyKat,Valentina,Li'l Abner e Fearless Fosdick,DickTracy, Doonesbury,BC e Wizard of Id, JulesFeiffer, Corto Maltese.Lestrisce americaneeranotradotteda RanieriCaranoe FrancoCavallone.PerLinus hannodisegnato e scrittopersonaggicomePazienzae Scozzari, Arbasinoe Fofi, Altan e Bertoncelli, Ginoe Michelee Staino,Serra e Tondelli,Benni ed ElleKappa,Baricco e Riondino(elenco sterminato,meglio fermarsiqui). Nel 1981, altra rivoluzione.Con la direzione diFulvia Serra il giornalevienegovernatoda una redazione completamente femminile. Aprile 1965: ilprimonumero di Linus (rivistadei fumettie dell'illustrazione) arriva inedicola. Il direttoreèGiovanni Gandiniche rimarrà al timonefinoal 1972, quandoarriverà alcomando OresteDelBuono.Come è scrittosul sitodi Linus:«L'editoriale esordisce: “Questa rivistaè dedicataper interoai fumetti“. Epoco importa sepoi precisa fumetti s'intende dibuona qualità, senzapregiudizi intellettualistici, mescolandofumetti moderni (i Peanuts) a classici, inediti equant'altro. L'unico criterio dellascelta èquello della qualitàdi questa “letteraturagrafica“, anticipando didue decennianche i pensieridi Art Spiegelman U: martedì 15, maggio, 2012 19
ILRETROSCENA PAOLOSOLDINI L'ANALISI GUGLIELMOEPIFANI U: Aperta latombadelboss IlmisteroOrlandi resta Nellachiesa diSant'Apollinare aRoma identificati i resti di DePedis unodei capidella banda dellaMagliana BUCCIANTINI CAMUSO P. 13 ILCOMMENTO EMILIOBARUCCI Non c'è solo la Grecia. Un segnale del clima in cui da ieri sera sono al lavoro a Bruxelles i ministri dell'Eurogruppo (per l'Italia Monti e Grilli) lo ha dato una nota della Bbva, una delle più grandi banche spagnole: la situazione è peggiore di quella che precedette il fallimento della Lehman Brothers. SEGUEAP.2 Sindrome spagnola Lastoria abita i romanzi DiPaoloP.18 Il sindacato in piazza contro il terrorismo Il vicecapogruppo al Bundestag: è la linea di Hollande DEGIOVANNANGELI AP. 2 Voto inquinato Buste con proiettili e minacce al prefetto e ai giornali COLLINI AP. 9 POLITICA Bossi cede: sarà Maroni il segretario della Lega MilanoLibri traLinus eCuccia GianolaP. 19 L'Europa del rigore è sull'orlo del baratro. Ieri tutte le Borse hanno subito pesanti perdite bruciando 120 miliardi. Milano a fine giornata registra un calo del 2,7%. È allarme in tutte le capitali. E mentre la Grecia è in stallo sulla formazione del nuovo governo (e tenta l'ultima carta della soluzione tecnica), il vertice dell'Eurogruppo si divide. Duro scontro sulle politiche di austerity e sull'eventuale rischio di uscita di Atene dall'euro. Temi che saranno al centro del primo incontro oggi tra Merkel e Hollande. Notizie negative anche sul fronte italiano: il debito pubblico raggiunge il livello record, calano le entrate e lo spread torna a quota 424. DI GIOVANNIMATTEUCCIP. 2-5 Il rigore strangola l'Europa Borse in picchiata, la Grecia in stallo Scontro all'Eurogruppo In Italia debito record, entrate in calo, spread a 424 Casaecrisi: ilboomdella nuda proprietà RossiP.17 PUÒ LA POLITICA SALVARCI DALLACRISI?SPERIAMODISÌANCHEPERCHÉ RAPPRESENTAL'ULTIMASPIAGGIA.La crisi dell'euro è giunta alla resa dei conti. Il momento è paragonabile a quello che l'Italia ha vissuto in dicembre, solo che la scena adesso è europea con Paesi come la Grecia (ma non solo) che vivono una profonda crisi finanziaria, economica, sociale e politica. SEGUEAP.16 Ultima chiamata DOMENICACADE ILTREDICESIMOANNIVERSARIO DELL'UCCISIONEDIMASSIMO D'ANTONACOLPITODALLE BRIGATE ROSSE. Come era stato per Ezio Tarantelli prima e con Marco Biagi dopo, il terrorismo tornava a colpire persone inermi, validi studiosi che nella loro attività pubblica svolgevano un ruolo di raccordo e di elaborazione attorno a delicati provvedimenti giuridici ed economici. Ogni anniversario di queste ed altre vittime del terrorismo non è mai stato soltanto un doveroso atto di memoria e di rispetto verso chi ha pagato con la vita il proprio spirito di servizio per il Paese e le sue istituzioni. SEGUEA P. 11 La sfida della democrazia Staino La politica di austerità è stata introdotta in Europa troppo presto. Prima bisogna stimolare la crescita, poi pensare all'equilibrio di bilancio EricMaskin premioNobel per l'Economia NOZZEGAY Newsweek, Obama con l'aureola in copertina Sondaggio il 62% degli americani appoggia il presidente MASTROLUCA AP. 14 Operai uniti contro la violenza. Oggi Fiom, Fim e Uilm annunceranno un'ora di sciopero per giovedì o venerdì. Presidi a Genova e in Toscana. VESPO P.11 L'INTERVISTA Schäfer (Spd): ha vinto l'alternativa all'austerity AMMINISTRATIVE Catanzaro, il Pd chiede l'intervento dell'Antimafia Per il senatur la carica di presidente: congresso previsto a giugno CARUGATI AP.8 1,20 Anno 89 n. 133Martedì 15 Maggio 2012
ANGELACAMUSO ROMA Cercavano una ragazzina, o qualcosa che riannodasse questa storia perduta il 22 giugno di ventinove anni fa, un brandello di un esistenza spezzata che servisse anche a un compito infame, scrivere una data che manca accanto a quella della nascita su una tomba che non esiste. Emanuela Orlandi, nata il 14 gennaio del 1968. Figlia di un commesso del Vaticano, appassionata di musica. E poi? Hanno trovato un uomo vestito bene e un ossario depositato in modo un po' confuso, duecento cassette affatto catalogate, come si converrebbe, ma precedenti all'editto napoleonico sui cimiteri, che nel 1804 impose sepolture in aree aperte, arieggiate, meglio se fuori dalle mura cittadine. Questa suggestiva catena di elementi misteriosi - la chiesa inaccessibile, la tomba, le ossa, la Banda della Magliana, la povera Emanuela - genera un equivoco, per la sveltezza con cui ormai circolano le notizie: la basilica di Sant'Apollinare aveva un inquilino di troppo, ma non è una fossa comune di chissà quale guerra. Comunque, «i prelievi e gli esami sui resti trovati nell'ossario della Basilica dagli esperti della polizia scientifica proseguiranno per tutta la settimana», assicurano dalla procura, ammettendo anche che i test su ossa così datate saranno comunque d'improbabile esattezza. L'uomo vestito bene è proprio quello che doveva essere, Enrico De Pedis. Era stato inumato come fosse l'ultima matrioska, la più piccola e segreta. Il corpo era infatti racchiuso in un feretro di zinco, a sua volta contenuto in un rivestimento in rame, entrambi custoditi da una terza bara di legno, di circa due metri, tumulata dietro un sarcofago di marmo. «Renatino» si è conservato bene, a parte l'odore e per questo è stato visitato nel cortile della basilica: aveva ancora abbastanza pelle nelle dita da poter imprimere impronte digitali raffrontabili con quelle archiviate in uno dei suoi molti arresti. Il riscontro è sicuro, il cadavere è De Pedis. Le condizioni ambientali ne hanno consentito una conservazione quasi perfetta. Completo blu, scarpe dello stesso colore, camicia bianca ingiallita dal tempo, cravatta chiara. Né orologi né altri gioielli addosso. Così fu sepolto 22 anni fa e così lo hanno trovato, preservato da quattro strati di protezione. Oltre alle impronte, è stato preso un frammento di dente e pelle da sotto le unghie, per ulteriori esami. L'ossario era vicino ma separato dalla cripta che accoglieva De Pedis, per rivelarlo si è dovuta abbattere la parete con un martello pneumatico, anche questo ripetono i magistrati, cercando di smerigliare questa vicenda da tutte le malie che la circondano. Ma non è questa la sete di giustizia che brucia nella gola della madre e del fratello di Emanuela. Non è questa irruzione doverosa e tardiva che sdebita uno Stato davanti ai cittadini. Ci sono voluti troppi anni per ricercare questa integrità. Per ricostruire una vicenda che chiedeva di guardare dietro a molte porte chiuse. UNASTANZA, UNCOLONNATO Affollato insieme ai cronisti, ai poliziotti, ai passanti c'è anche un seminarista che a Sant'Apollinare sta studiando teologia. John è un ragazzo alto, di 27 anni, australiano di Sidney. È felice. «Un criminale non può riposare dentro una Chiesa. È molto strano che ci stia da tanto tempo, è opportuno che se ne vada». Sono gli stessi concetti che ripete Jaime, più giovane, più basso e carnale, dal volto morbido, studente di «comunicazione religiosa», sempre dentro l'Università pontificia che nei palazzi antistanti la Basilica tiene cinque corsi. Viene dal Guatemala, centroamerica, e capita spesso, laggiù nel paese dei tropici, che i delinquenti dettino legge. I seminaristi e i preti italiani vanno via in bicicletta, o affrettano il passo quando intendono la nostra curiosità. Se ne va, Renatino. Non subito: servono autorizzazioni per portare la salma altrove. Non è certo se transiterà su un tavolo da lavoro dei medici autoptici, che forse si accontenteranno dei reperti prelevati ieri. Ma è sicuro che quelle carte per trasferire una bara così scomoda adesso si faranno in fretta. «Andrà al cimitero monumentale del Verano, nella cappella di famiglia» o a quello più modesto «di Prima Porta», anzi «verrà cremato»: le versioni cambiano se a parlare è la vedova o sono gli avvocati. Andrà dove andrà e la «mossa» della Procura spezza comunque un'inerzia irragionevole, e toglie un velo d'imbarazzo alla Santa Sede, già disponibile al trasferimento, «accolto con piacere» dal cardinale vicario Agostino Vallini, così come lo fu alla sepoltura del «grande benefattore», come attestò una lettera di monsignor Piero Vergari, avallata dal cardinale Ugo Poletti. Quella di Emanuela Orlandi è una storia senza vestiti buoni, lettere di attestato, impronte digitali. È una ragazza che non è stata donna, sparita un pomeriggio di giugno, sbranata da diversi pezzi d'Italia che lavoravano insieme, con le mani sporche. «Non mi aspettavo niente», ha detto il fratello Pietro, volto magro e teso di chi per anni si è addormentato male. Si sostiene con la speranza, come ha sempre fatto: «Forse è un inizio». Forse. Non è qui che poteva cominciare qualcosa. La verità non sta dentro una tomba da megalomane, in una cripta oscura e piccola, due metri per tre, fino a ieri inviolabile, dentro una basilica governata dall'Opus Dei e nascosta dalla pontificia Università della Santa Croce. Non è così segreta e rintanata, la verità: come coraggiosamente disse il procuratore, «è nella memoria di qualcuno ancora in vita», che sta invecchiando dietro uno splendido colonnato di pietra e marmo. Enrico De Pedis non beveva, non fumava, non sniffava. Morì di morte rapida un paio di minuti dopo le 13. Era il 2 febbraio del 1990. Un unico proiettile gli si infilò nella schiena e gli fuoriuscì dalla gola, trapassandogli l'aorta. Era a Roma in via del Pellegrino, dietro Campo De' Fiori, appena uscito dal negozio di un antiquario si era messo in sella al suo motorino ma il killer lo freddò. Aveva 36 anni. Gli avevano teso una trappola i suoi ex amici. E la talpa era stata Angelo Angelotti, il bandito uscito dopo quindici anni di galera e nemmeno un anno dopo, cioè due settimane fa, miseramente ucciso, sempre a Roma, da un gioielliere durante una rapina. Ieri, in quel cortile della basilica di Sant'Apollinare, è stato subito notato il vestito, blu scuro, elegante e la cravatta bianca, ormai ingiallita che Enrico De Pedis indossava quel giorno lontano dei suoi funerali, che si svolsero senza clamore per poi portare la salma, per una breve permanenza, al cimitero del Verano e dopo seppellirla in Sant'Apollinare. La vedova, che ieri non era nella cripta, aveva in mano la lettera che aveva scritto monsignor Pietro Vergari, allora reggente della basilica e che accreditava quel suo marito capo di una banda di spietati come «un benefattore dei poveri» e «una persona che aveva contribuito all'educazione dei giovani per la loro formazione cristiana e umana». Sta lì, in quella lettera, che servì all'allora capo della Cei, il cardinale Ugo Poletti, a dare il suo nulla osta a quella così onorata sepoltura e che fu firmata da Vergari, già in Vaticano considerato persona dedita a frequentare con troppa disinvoltura gente di malaffare, che sta il mistero su cosa si nasconda dietro quella tomba e di quale sia il legame concreto con la scomparsa di Emanuela Orlandi, di cui De Pedis, com'è noto, è ritenuto dagli investigatori essere stato quanto meno l'organizzatore, se non l'esecutore. Non fu De Pedis ma fu, secondo la procura, la vedova, Carla Di Giovanni, che di anni ne aveva 46 ed era figlia di buona famiglia a desiderare che il marito defunto fosse seppellito lì. De Pedis viveva all'epoca con lei in un appartamento al V piano dietro il Parlamento, in piazza della Torretta 26 ed era un indirizzo che conoscevano in pochi. E tra i fedelissimi del boss c'era Giuseppe De Tomasi, detto Sergione, o Er Ciccione, scoperto poi essere il telefonista che tentò il depistaggio nei primi giorni del sequestro Orlandi e il cui figlio è autore della famosa telefonata a «Chi l'ha Visto?» che ha insinuato una connessione tra il caso Orlandi e quella tomba. «De Pedis si sarebbe visto un giorno sottosegretario» dichiarò una volta a chi scrive Antonio Mancini, detto l'Accattone, uno dei capi della banda diventato pentito. Perché era bravo, Renatino, a intessere relazioni e ad avanzare, anche grazie alla sua capacità di far moltiplicare i soldi sporchi. Ma morì a 36 anni. Nella sua cartella clinica che presentava in carcere c'era scritto che era malato terminale di tumore ma l'autopsia registrò tutt'altro: pesava 98 chilogrammi ed era sano come un pesce. IL CASO La salma è di De Pedis Nessuna traccia di Emanuela ILMISTEROORLANDI Renatino, dalla Magliana all'onorata sepoltura Il fratello di Emanuela: «Solounprimopasso Sonoaltri imandanti» «Sonoqui peramoredi mia sorella». PietroOrlandi, fratellodi Emanuela, nonci sperava, sapevache dentro la tombadi De Pedisnon si sarebbe trovatonulla: «Noncredoche all'internoci fosse qualcosa legatoa miasorella» hadetto infattiai giornalisti.Quello chedavvero conta per lui è ciòchequest'ispezione rappresenta:«la volontàdi fare chiarezza».«Oggi è stato fattoun passo importante.Mi augurosia l'iniziodellacollaborazionetra magistraturaeVaticanoper arrivare allaverità».Di una cosa peròsembra certo:«Emanuela è stata rapita perchécittadina vaticana.Se la bandadellaMagliana haavutoun ruoloè stato dimanovalanza. I mandanti sono altri». La Polizia scientifica durante la riesumazione della salma di Enrico De Pedis all'interno della Basilica di Sant'Apolinare a Roma FOTO DI MASSIMO PERCOSSI/ANSA La polizia dentro la basilica di Sant'Apollinare, «Renatino era quasi intatto». Le impronte digitali corrispondono. Nella cripta, trovato un ossario con i resti di 200 persone, di almeno due secoli fa . . . Attese le autorizzazioni per spostare la bara al Verano. La famiglia Orlandi: «È un inizio» MARCOBUCCIANTINI mbucciantini@unita.it Il boss Enrico De Pedis fu ucciso nel '90 martedì 15, maggio, 2012 13
MARIAZEGARELLI ROMA Lavorare a un'alleanza con i moderati non solo quelli di Casini, ma tutti gli altri, gli orfani del Pdl andato in fumo, quelli che guardano a Luca Cordero di Montezemolo - e con Nichi Vendola. Beppe Fioroni pesca nel passato, cita Aldo Moro e quel primo governo di centrosinistra di mezzo secolo fa, per parlare dell'oggi. Fioroni, dopo queste elezioni amministrative il quadro politico è ancora più confuso.IcentristisonocontesidalPdle corteggiatidalPd.Comeandràafinire? «Credo che la storia resti maestra di vita. Cinquant'anni fa nasceva in Italia il primo governo di centrosinistra voluto fortemente da Moro e da Nenni. Moro rientrava da un lungo viaggio in Italia e fece questa analisi: il Paese ha bisogno di crescere, di lavoro, di giustizia sociale e di riforme. Noi dobbiamo evitare di passare per dei cinici pragmatici che fanno da cassa di ovattamento alle richieste e alle spinte del popolo e si accontentano della quotidianità del governo, anche buono, per sopravvivere. Così, disse, vince la rivoluzione. Oggi noi diremmo “così vince l'antipolitica”. Per questo ci vuole il coraggio del cambiamento, lo stesso che ebbero allora Moro e Nenni, anche se oggi lo scenario politico è totalmente diverso». Un'alleanzatra Pde moderati? «Da queste elezioni amministrative viene fuori che il Pd è l'unico grande partito nazionale popolare e dunque sovraccaricato di responsabilità verso il Paese. Dobbiamo fare scelte coraggiose che guardano non tanto alla convenienza dell'oggi quanto alla stabilità di un'azione di governo per il bene comune. Ora, è evidente che Casini e il suo centro sono usciti dalle elezioni senza intercettare il consenso dei moderati in fuga da Berlusconi, ma sono l'unico soggetto politico che non ha perso, anzi ha avuto un piccolo incremento. Per me restano interlocutori fondamentali». SifermaaCasini?Nonbastapervincere. «Dobbiamo lavorare perché altri moderati che non possono tornare ad allearsi con Berlusconi trovino in un rigenerato e rifondato centrosinistra la prospettiva per la crescita di questo Paese. Io mi rivolgo anche a Montezemolo e guardo con attenzione a quella ricchezza di liste civiche che esprimono dissenso da Berlusconi ma non hanno trovato riferimenti per la prospettiva». Ma il punto resta lo stesso: il Pdl pensa alla confederazione con Casini. Casini peroranonsisbilancia,masecondoalcuni osservatori alla fine sceglierà la destra.A lei non viene il dubbio? «Toniolo nel 1897 partecipò al primo congresso sulla condizione operaia come sindacalista bianco con i socialisti. A chi gli domandava scandalizzato cosa ci facesse lì, lui rispondeva che davanti a cose importanti si marcia separati per pugnare uniti. De Gasperi dirà poi “un partito di centro che guarda a sinistra”. Questa è la tradizione. A Palermo il tentativo dell'Udc di riabilitare il centrodestra è fallito miseramente. Credo che Casini sappia bene che spostarsi a destra vorrebbe dire mandare indietro le lancette dell'orologio e tornare a Berlusconi». Asinistranon guarda? «Il Pd deve puntare a un'alleanza di governo che segni un discrimine tra coloro che avvertono la responsabilità di governare un Paese, anche in momenti drammatici, e coloro che hanno fatto una scelta antagonista. Alla luce di questa distinzione è difficile non guardare per un'alleanza a chi sta guidando una grande regione, la Puglia. Nichi Vendola si è distinto e ha preso le distanze da una radicalità dell'essere contro per essere contro. La narrazione dei beni comuni, poi, ha comunque un fascino di riflessione e operatività che non ci può sfuggire». Anche lei sedotto dalla narrazione vendoliana? «Io conosco Nichi Vendola da molto tempo, siamo amici e la sua narrazione non la scopro oggi». CitaVendola ma nonDiPietro. «Per vincere la responsabilità ci impone che le cose che diciamo siano anche quelle che facciamo. Chiunque altro voglia partecipare all'alternativa di governo deve decidere da che parte stare. Non si può essere contemporaneamente partito di lotta e di governo. Attenzione, non metto in discussione la decisione di stare all'opposizione di questo governo, ma il modo in cui la si fa sì, compresi i toni che si usano verso Monti o il Capo dello Stato. Sa che cosa voglio aggiungere?» Cosa? «Con queste elezioni c'è stata una rivoluzione copernicana: è il Pd che assume la responsabilità di essere centro funzionale nella costruzione dell'alleanza e attorno a questa centralità non c'è più chi detta le condizioni. C'è chi ci deve dimostrare di essere all'altezza del compito che siamo chiamati a svolgere». C'è chi osserva che il Pd ha tenuto, non vinto.Condivide questaanalisi? «In queste elezioni c'è chi ha perso, un centrodestra che è evaporato al sole, e il Pd è l'unico partito a essere rimasto in piedi». L'INTERVISTA Fioroni: «Serve un'alleanza larga Con noi anche gli orfani del Pdl» Angelino Alfano e Pier Ferdinando Casini FOTO ANSA «Uncentrosinistrache vadadaVendolaaCasini perrilanciare lacrescita DiPietro?Nonsipuòstare al tempostessoalgoverno eall'opposizione» PAROLE POVERE TONIJOP La sconfitta della Merkel in Nord Reno-Westfalia, il conto alla rovescia per il secondo turno delle amministrative, la consapevolezza che su riforme e legge elettorale difficilmente si arriverà a un'intesa tra i partiti della maggioranza. In questo quadro poco incoraggiante il Pdl è chiamato a decidere le prossime mosse. Decisive per la sopravvivenza del partito (comunque si chiami in futuro) e del centrodestra. E dovrà farlo in fretta: prima che lo «spappolamento» (copyright Giuliano Ferrara) emerso sul territorio si saldi con il fronte d'opinione che punisce chi, di riffa o di raffa, sostiene i governi in questi tempi duri. Tempi in cui la non irrilevante distinzione tra il rigore merkeliano e quello montiano rischia di non far breccia nei cuori dell'elettorato. E dunque, torna in auge la confederazione dei moderati. Il rassemblement in stile Ppe. Più che una tentazione, l'estrema speranza. Ultima barriera contro astensionismo e antipolitica montante. «I numeri sono chiari - si sfoga un deputato - Da soli non si vince. Il voto tedesco è stato indicativo. A questo punto ragionare sulle alleanze è imprescindibile». Del resto Casini ha dato più di un segnale di disponibilità. Al punto da riflettere se abbandonare Fini al suo (gramo) destino. Anche perché molti pensano che, al di là delle dichiarazioni da via dell'Umiltà e delle sortite degli ex An, non ci sarà nessuna nuova legge elettorale. Salvo sorprese, si voterà con il Porcellum ritoccato, al massimo con le preferenze. Meglio, dunque, attrezzarsi per l'evenienza. Tocca a Cicchitto teorizzare la costruzione in funzione (anche) anti-grillini: «Bisogna andare oltre il Pdl, non per smantellarlo, ma per qualcosa di più vasto, cioè la confederazione dei moderati». Perché la «scelta limpidamente bipolare di Bersani aggrega tutta la sinistra, per cui i centristi si verrebbero a trovare in posizione subalterna in una coalizione molto spostata a sinistra». Mentre Beppe Pisanu lavora esplicitamente all'accordo con l'Udc in chiave allargata: «Nella partita devono entrare con pari dignità Fini, altri politici e diversi esponenti della vita economica, sociale, culturale e religiosa. È l'unica via per dare voce ai moderati oggi dispersi». Quanto alla leadership, se il nuovo soggetto nasce «dalla confluenza di esperienze diverse», deve essere «collegiale». Dove Alfano, Casini e Fini convivono «con facce nuove di altri esponenti laici e cattolici della società civile. Saranno loro poi a trovare un primus inter pares». Tutti insieme appassionatamente: Montezemolo, Riccardi, senza precludersi neppure Passera. È stato Berlusconi a rilanciare il cartello dei moderati nel vertice notturno a Palazzo Grazioli la settimana scorsa. Pensando di rivitalizzare il Pdl in crisi di identità con un occhio all'imprenditore della Ferrari che scalpita per «scendere in campo». La novità, stavolta, è che le strategie per raggiungere l'obiettivo sono diverse tra il Cavaliere e Alfano. Il primo ha avuto un lungo colloquio con Pisanu, storico sostenitore con Scajola della liaison da riallacciare con il disperso “Pier”. Ma alla deduzione che l'incarico di ambasciatore sia stato affidato proprio all'ex ministro dell'Interno non tutti credono: «La trattativa con Casini la sta facendo Alfano in proprio. Non ha bisogno di un badante - maligna un 40enne della corrente del segretario - Se non altro per motivi generazionali...». Ma anche perché la pregiudiziale del ritiro del Cavaliere non si può dire ad alta voce ma è già nei fatti: il Pdl versione 2013 avrà un assetto nuovo. Peccato che al momento nessuno dei protagonisti sappia quale. La grande sorpresa in serbo per dopo i ballottaggi - circolano diverse date ma nessuna confermata - potrà essere il famoso «Tutti per l'Italia» o similari. La decalcomania del «Polo della Nazione» che Casini ha annunciato da tempo. Due «cantieri aperti» affollati da leader attuali e potenziali. Ma ancora in cerca del primus inter pares che possa eventualmente governare l'Italia. BeppeFioroni L'alternativa di Barbato, moralizzatore inceppato «Vado avanti per la mia strada anche a costo di essere bruciato vivo come Giordano Bruno... le minacce dei miei compagni di partito non mi fermeranno»: era il 2009 e Francesco Barbato ci teneva a evidenziare la sua lotta per impedire che l'Italia dei valori si trasformasse in una dependance della camorra. Ora che il suo nome sembrerebbe finito in un fascicolo d'inchiesta perché accusato di aver chiesto soldi in cambio di un favore, ecco che ci manca la terra sotto i piedi. Il salto è spericolato: da animoso moralizzatore a odioso intrallazzatore. Sempre in prima scena, anche quando con una telecamera nascosta smascherò i privilegi nei mutui destinati ai parlamentari, oppure quando si candidò alla segreteria del partito sull''nda di uno slancio etico che rischiava di mettere in ombra il gran capo, Di Pietro. Certo, una sua assistente lamentò di essere stata pagata in nero e poi liquidata con una certa brutalità, ma fin qui siamo nel campo delle umane contraddizioni. Mentre annuncia che si auto-sospende dalle attività parlamentari e da quelle di partito, e ci chiediamo cosa voglia dire in concreto la promessa di questo austero galleggiamento, una domanda ci tormenta. Se è vero che è innocente e che quel che gli sta capitando è solo una «operazione pezzottata» per colpirlo, bisogna forse ammettere che non ha vinto la sua battaglia in difesa della pulizia dell'Idv campano. E non è che sia una grande alternativa. Francesco Barbato FotoAnsa Il Pdl teme lo sballottaggio Con lo spettro dell'effetto Merkel, e in attesa del secondo turno locale, nel centrodestra c'è chi rilancia la «confederazione dei moderati» Alfano invoca Casini per arrivare al 2013 FEDERICAFANTOZZI ffantozzi@unita.it martedì 15, maggio, 2012 7
«DICOSASIAMOFATTI,SENONDELLESTORIECHECIHANNO ATTRAVERSATO, ANCHE SE NON SONO LA GRANDE STORIA?».Verso la fine del suo nuovo romanzo Una storia chiusa (Rizzoli), Clara Sereni presta a un personaggio questa domanda. «Ho smesso da un pezzo di chiedermi se è andata proprio così, se le cose che mi raccontano sono vere o no. Probabilmente sono vere quando me le raccontano, sono vere per chi me le sta raccontando. E come tali le accolgo». Sembra un'involontaria difesa del margine d'invenzione che alla letteratura è concesso quando fa i conti con la Storia. Sereni ha dato vita a una piccola folla di uomini e donne che portano addosso, ciascuno a suo modo, i segni delle vicende pubbliche del secondo 900 italiano. Ma è un «pubblico» che fa cortocircuito con il privato; i conti si riaprono, il passato non è mai sepolto del tutto. Per questo il titolo del romanzo ha qualcosa di sibillino: è davvero una «storia chiusa», la Storia? È necessario che lo diventi, perché si possa avere un futuro meno inquinato? Clara Sereni se lo chiede attraverso i suoi personaggi: ne risulta una riflessione serrata e inquieta sulla «memoria condivisa». Si può davvero condividere la memoria? Non è forse ciò che di più personale esista? È dunque una pretesa sciocca e retorica? Romanzi come Una storia chiusa possono contribuire – accanto al lavoro storiografico – ad alimentare e a problematizzare il racconto della nostra storia recente. Negli ultimi mesi sono arrivati in libreria molti libri di narrativa sui nodi del nostro passato, da DovefinisceRomadi Paola Soriga, sulla Resistenza, a La legge dell'odio di Alberto Garlini, sulla violenza di matrice nera degli anni 70, passando per Nel tempo di mezzo di Marcello Fois, sul 1943. È forse arrivato il momento di chiedersi se, quanto e come possa entrare questa narrazione «a posteriori» in una ipotetica storia romanzesca del 900 italiano. Uno studioso originale e poco conosciuto come l'americano Hayden White, classe 1928, ci invita a non tralasciare – quando ragioniamo sulla costruzione della memoria storica – le fonti letterarie (e perfino cinematografiche). Se la storia – scrive White, scandalizzando molti colleghi – non è una disciplina scientifica, se è dunque una narrazione, perché non accettare che, accanto a quella prodotta dagli specialisti, abbia un suo posto quella prodotta da scrittori e cineasti? «In effetti sembra tanto difficile immaginare un trattamento della realtà storica che non usi le tecniche proprie dell'invenzione nella rappresentazione di eventi quanto è difficile concepire un serio racconto di fantasia che in qualche modo o a un certo livello non proponga un proprio punto di vista sulla natura e sul significato della storia». Se un evento storico è «esteriorità», chi può recuperargli «interiorità» se non una narrazione artistica? La questione è scivolosa e complessa, ma il rinnovato stupore che suscita ad esempio Il romanzodiFerrara di Giorgio Bassani, che Feltrinelli ha appena rimandato in libreria, spinge a parteggiare per White. Bassani ha scritto un molteplice libro di storia in forma di romanzo. Certo, è una storia in gran parte anche vissuta, si potrebbe dire testimoniata – ma tutto è affidato alla evocazione/reinvenzione narrativa e lirica. Il modo in cui racconta un ragazzino che si aggrega alla marcia su Roma, in quel bellissimo racconto che è Unanottedel '43, è così palpitante e carico di emozione da evitarci la domanda se sia o no «vero». ILNOVECENTO INLETTERATURA Bisognerà prima o poi organizzare una storia italiana novecentesca fatta di tessere letterarie. La I guerra mondiale, la disfatta di Caporetto rivivono nelle pagine di Gadda ma anche in quelle di Vassalli, Pennacchi e Baricco; gli anni del fascismo sono nei romanzi di Moravia o di Vittorini, ma anche in Camilleri e nel giovane Archetti. E ancora: la persecuzione antisemita nel racconto di Giacomo Debenedetti 16 ottobre 1943, ma anche nel commovente Efusettembre del figlio Antonio e in molte pagine di Rosetta Loy. L'Italia degli anni 60 la racconta Pasolini ma anche Aurelio Picca, che ora ha dedicato ai 70 il suo nuovo libro, Addio (Bompiani). La contestazione, il terrorismo, gli anni di piombo tornano in Lidia Ravera, in Silvia Ballestra, in Doninelli. E così via: fino agli anni 80 di Lagioia, Krauspenhaar e Francesco Carofiglio e ai 90 di Aldo Nove e di Ammaniti. E la Storia continua, per citare Elsa Morante. DaSereniaSoriga,daGarlini aFoisaffrontano inodi dell'Italiarecente.Perché questasceltadovrebbe crearedubbiepolemiche? ANDREALIPAROTO Donneeuomini, chehannocombattuto ilnazismoeil fascismo, passanoil testimone allegiovanigenerazioni MEMORIA LaStoria abita i romanzi Semprepiù libridinarrativa guardanoalpassato PAOLODIPAOLO dipaolo.paolo@gmail.com «GUAI A FAR NAUFRAGARE LA RESISTENZA NELLE PAROLE ENCOMIASTICHE. BASTERÀ DIRECHEUNTEMPOLONTANOC'ERANODEI GIOVANI.E poi iniziare a raccontarla da quel punto. Ritrovo con commozione i compagni persi nelle boscaglie, nei greti dei fiumi… Se potessero parlare direbbero: non vogliamo essere celebrati, ma amati» non usa mezze parole Nello Quartieri, 91 anni, ventenne comandante di Brigata durante la Guerra di Liberazione. Se la Resistenza deve continuare ad essere una risorsa per il futuro va fatta scendere dai palchi della retorica per circolare nelle coscienze e nei cuori in tutta la sua vitalità civile e umana. La Resistenza va amata. Una appassionata raccomandazione questa che attraversa tutte le 128 testimonianze contenute nel volume Iosonol'ultimo–letteredipartigiani italiani. LETESTIMONIANZE Un progetto nato nel 2010, quando Giacomo Papi, giornalista, innamoratosi delle parole di una partigiana, Anita Malavasi «Laila», venne a bussare alle porte dell'Anpi per chiederci di collaborare ad una raccolta di racconti degli ultimi protagonisti viventi della Resistenza: un messaggio corale alle ragazze e ai ragazzi di oggi. E i nostri partigiani hanno colto immediatamente l'importanza e la necessità di «darsi», ancora una volta, forse l'ultima. Un antico senso di responsabilità mai sopito. Ci sono pervenuti centinaia di racconti, scritti a mano in molti casi, con la forza e l'autenticità di una testimonianza di ciò che è stato fino in fondo vita, scelte, coraggio, dovere. Ne è uscito un volume che ha il profilo di una vera e propria «piazza delle radici» dove dare appuntamento ai giovani, per incoraggiarli, e offrire un sentiero. Emo Ghirelli, 88 anni, CXLIV Brigata Garibaldi Antonio Gramsci, si rivolge direttamente al nipote: «Con noi collaborava il popolo migliore. Tante donne hanno contribuito alla lotta di Liberazione e senza il loro contributo la lotta sarebbe stata molto più dura. È stata dura abbiamo dovuto combattere contro un nemico che la guerra la faceva di mestiere ed era armato di mezzi potenti, mentre noi avevamo in dotazione armi leggere. Spero che tu, Gabriele, non abbia mai più bisogno di fare i sacrifici che abbiamo dovuto sopportare noi. Che tu possa vivere sempre in pace, mai più guerre. Questo messaggio vorrei che potesse giungere nelle mani di tutti i pronipoti del mondo, perché capiscano che impegnandosi per costruire la pace si possono evitare le guerre». Storie dure, di sangue e dolore che non hanno minimamente scalfito la consapevolezza di un dovere che andava compiuto senza tentennamenti. Didala Ghilarducci era una ragazza di 23 anni. Nel settembre '43 aveva dovuto abbandonare la sua casa di Viareggio, pochi giorni dopo la nascita del figlio, perché i fascisti cercavano suo marito «Chittò», partigiano. Alla fine dell'agosto del 1944 lo troveranno e massacreranno. Didala è scomparsa qualche settimana fa, dopo aver tirato su un figlio da sola e speso tutti i suoi giorni nell'Anpi a far amare la Resistenza. Scrive nel suo racconto: «A volte mi viene da pensare che ho pagato, come tanti, un prezzo altissimo per questa Italia nuova. La sera rivedo i volti dei ragazzi di un tempo che oggi non ci sono più e penso che se fino a oggi ho continuato a impegnarmi per la libertà e i diritti è per rimanere fedele a loro e a quegli ideali che ci facevano sentire dalla parte giusta e ci facevano superare la paura. Allora mi sembra di sentire la mano di Chittò sulla spalla e mi viene da piangere di dolcezza». Le donne. Erano tante e avevano un ruolo difficile e decisivo. Spesso nemmeno i familiari sapevano dell'impegno delle loro figlie, mogli, sorelle. Le chiamavano staffette. Una figura non sempre adeguatamente valorizzata in sede storiografica. Ivonne Trebbi, 84 anni, IV Brigata Garibaldi Venturoli: «Mi portarono a Bologna, nella famosa caserma Magarotti, poi nel carcere di S. Giovanni in Monte dove incontrai altre partigiane che mi accolsero con molto affetto. Sempre più spesso ero interrogata e picchiata. Volevano informazioni e nomi per distruggere l'organizzazione clandestina. Mi portavano con loro durante i rastrellamenti nella speranza che io denunciassi qualche partigiano. Ma io sentivo che non avrei mai parlato. Mi aiutò a resistere l'odio per la guerra (…)». Ma ne valeva la pena, nessuno dei 128 ha dubbi. Lo ripetono continuamente. Perché ci credevano. Perché «le cose possono cambiare». (Giovanna Marturano, 100 anni). Parola di partigiana. Del futuro. «Amate la Resistenza» 128 lettere indirizzate aipartigianidel futuro Laila(AnitaMalavasi), adestranella fotocondue partigiani La scrittrice Elsa Morante in una immagine degli anni 60 IOSONO L'ULTIMO LETTEREDI PARTIGIANI ITALIANI CuratoriS.Faure; A.Liparoto;G. Papi pagine331 euro 18,00 Einaudi U: 18 martedì 15, maggio, 2012
24 martedì 15, maggio, 2012
VIDEOCON Protestadi 200lavoratori Circa200 lavoratoridella l “Vdc–Technologies” diAnagni (Frosinone)hanno marciatoper 5 kmraggiungendo la sededel Comune inattesadi una risposta: 1300lavoratori incig daquasi cinqueannicon il rischiodi chiusuradefinitiva. INBREVE EURO/DOLLARO 1,2847 PERILLAVORO DallaLombardia inParlamento OggiaMontecitorio presidio dei lavoratoridelle imprese lombarde.Lamobilitazione, con i segretaridi Cgil,Cisl e Uildella Lombardia,è stata organizzata persollecitare interventiper le aziende indifficoltà. Oggi si sveglieranno all'alba e si incontreranno per “marciare” su Palermo. Perché gli ex operai della Fiat di Termini Imerese vivono in «un vortice di desolata angoscia». Perciò stavolta tocca alla politica dopo aver occupato l'Agenzia delle entrate, lo scorso 9 maggio, e ieri le banche di Termini Imerese. In 400 si sono concentrati negli atri di Unicredit e Intesa San Paolo. IL GIORNODELL'AUTONOMIA Oggi entreranno in una città in festa: si celebra in tutta la Sicilia la conquista dell'autonomia. «Ma quando si sta male non si festeggia», avverte Gino Cosenza, ex operaio Fiat. Ha gli occhi in fiamme mentre parla: «Siamo a mare e stiamo affondando». Perciò annunciano proteste “eclatanti” da giorni, perché dopo la chiusura dello stabilimento della Fiat lo scorso novembre agli operai non è rimasto che pregare: «Sua Santità, in nome di Gesù e di Maria le scriviamo questa lettera nella speranza che la leggerà». Così si rivolgono al Papa, dopo aver già scritto al Presidente della Repubblica, chiedono che si unisca «alle nostre preghiere affinché in nome del Signore tocchi quei cuori cosi duri che al primo posto hanno il 'dio denarò». Sono 2.200 rimasti senza lavoro dallo scorso novembre, ora in cassa integrazione ma con una scadenza a breve termine: il prossimo 31 dicembre. Un anno solo di cig perché la riforma Fornero blocca i prepensionamenti. Eccolo il primo problema di Termini Imerese: gli esodati. Vale a dire 640 ex operai che pesano sul cuore della protesta: «All'indomani della chiusura il governo si impegnò per garantire il prepensionamento del 30 per cento degli operai – spiega Roberto Mastrosimone, segretario della Fiom di Palermo ma è stato a dicembre. Da quel momento non sappiamo più se il ministro manterrà gli impegni. Se non lo farà, la cassa integrazione per il secondo anno non potrà essere erogata». In realtà, la riforma c'entra poco: sarebbero nei 65mila coperti, a contare è l'accordo industriale. Il secondo anno di Cig è il pensiero impellente degli operai siciliano, eppure all'indomani della chiusura della storica fabbrica della Fiat la riconversione aveva riaperto le speranze. Massimo Di Risio con la sua Dr Motor rappresentava la speranza. Una nuova fabbrica per l'imprenditore molisano in cui produrre 4 macchine nei prossimi 5 anni, di cui un Suv. «Ci abbiamo creduto perché non avevamo altra scelta – spiega Cosenza – ma ci hanno preso in giro». Nonostante un accordo in cui s'è impegnato il governo per garantire la riconversione dell'azienda, gli operai vedono nero: «Quello che crediamo è che questo Di Risio si sia servito alla Fiat per andare via e prenderci in giro». E non è un caso se hanno perso la speranza. Le banche, infatti, non vogliono concedere il prestito di 95 milioni di euro necessari per avviare la conversione dell'azienda nonostante siano garantiti al 90 percento dalla Regione. Ma a chiudere l'orizzonte dei siciliani c'è di più: gli operai della Dr Motor. Sono 180, di cui 60 in cassa integrazione da febbraio, e i restanti 120 in attesa dello stipendio da novembre. Mentre gravano sull'azienda debiti per 35 milioni di euro. Sono numeri, tuttavia, che non impensieriscono Di Risio e la Dr Motor, secondo fonti de l'Unità l'azienda sarebbe vicina ad un accordo con gli istituti bancari per l'erogazione del finanziamento. Ma, anche se la società che aprirebbe in Sicilia sarebbe la Dr Industrial, azienda nuova di zecca, su di essa pesano i debiti della holding che rendono necessario un forte aumento di capitale. Insomma, le previsioni di Di Risio, dopo mesi di silenzio, non riescono a convincere i sindacati. Tanto che Mastrosimone si rivolge di nuovo a Marchionne: «Cosa farà a Dicembre, licenzierà tutti?». Intanto, il lungo viale che porta alla fabbrica una volta intitolato a Gianni Agnelli, ora è viale Primo Maggio. GialloaYahoo! IlCeoThompson “dimissionato” Yahoo!,portale Webun tempo leadernella raccolta pubblicitariasu Internet,attraversamomenti difficili. Maadesso isuoi problemisi tingono digiallodopo l'annuncio della nominaa titolo temporaneodi un nuovodirettoregenerale.Ross Levinsohndadomenica rimpiazza ScottThompson,cheera stato nominatosoltanto5mesi allaguida dellasocietà.Poche oreprima dell'annuncio,un articolosul sito specialistico“All ThingsDigital” specificavacheThompsonera «sul puntodidare ledimissioni» peruno scandalo legato alle inesattezze scopertenelsuo curriculumvitae. In particolare, ilmanagerviavrebbe inseritouna laurea maiconseguita. Senonché, ieri ilWall StreetJournal ha fornitoun'ulteriorechiavedi letturadell'accaduto, affermando cheprimadi dare ledimissioni, Thompsonavrebbeannunciato al cdadiYahoo!di esseremalatodi un tumorealla tiroide. «Non puoi dire a un bambino che le vitamine gliele dai tra 6 mesi. Noi le compriamo subito. Siamo kamikaze, abituati al rischio. Ma se prima dei fondi pubblici promessi e dovuti arrivano le tasse, le multe, le cartelle esattoriali, le more delle more, finirà che dovremo arrenderci alla burocrazia. E questo momento è vicino. Abbiamo parlato con Equitalia, abbiamo scritto a Monti: devono aiutarci». «Salvamamme» è una delle realtà sociali più forti nel Lazio: da vent'anni Grazia Passeri è la rocciosa anima di un centro per donne e bambini in difficoltà. Lavora in rete con la Caritas, le Asl, 300 enti pubblici e privati, 5mila contatti Facebook. Centinaia di comuni le inviano persone da aiutare. Da tutta Italia arrivano pacchi di solidarietà con abiti lavati e stirati. L'anno scorso ha «servito» più di 2mila famiglie con oltre 100mila «prodotti». È un ente trasversale che attraversa amministrazioni di tutti i colori. Ora ha piccoli finanziamenti dal Comune e un grosso progetto con la Regione: la «boutique dei bimbi» dove famiglie disagiate si rivolgono con richieste precise. «Ci chiedono le scarpette per il saggio di danza, il vestito della comunione, accessori che hanno visto addosso all'amica del cuore, la maglietta di Superman. Nei magazzini abbiamo cose bellissime». In questi ultimi tempi, hanno anche un problema: la carenza di liquidi, l'assenza di soldi in cassa si è acuita. «Con la crisi migliaia e migliaia di famiglie ci pressano. Vogliono conforto, e noi abbiamo psicologi e avvocati. Ma soprattutto hanno bisogno di sostegno concreto». I contributi pubblici arrivano, da prassi, in ritardo. Di un grosso progetto della presidenza del Consiglio che dovrebbe chiudersi a luglio «Salvamamme» non ha visto la prima tranche. Intanto però la macchina esattoriale si muove. «Ci chiedono i contributi Inps, le imposte - spiega Passeri - Arrivano “botte” da 25mila euro l'una. Se ritardiamo c'è la mora e la mora della mora... Non ce la facciamo più». L'associazione ha scritto al premier. Una lettera firmata dal socio fondatore nonché presidente onorario della corte dei Conti Silvio Pergameno: «Questa struttura è un paracadute per la salute e a volte la sopravvivenza dei più piccini. È esposta al rischio di sospensione della propria opera per pesanti quanto inconcepibili procedure di riscossione. Ci impongono per il versamento dei fondi il preliminare pagamento dei tributi. Ma associazioni no profit vere possono farlo solo con gli stessi soldi assegnati ma non ancora corrisposti. Di qui l'ulteriore onere di multe spropositate». I legali di «Salvamamme» hanno avuto un incontro con i dirigenti romani di Equitalia: «Sono stati comprensivi - racconta Passeri - Hanno promesso che non toccheranno il benessere dei bambini e che, nei limiti di legge, ci daranno tempo. Ma è il sistema a non essere giusto. Veniamo trattati come evasori fiscali quando non lo siamo. Lo Stato è il primo a non pagarci, e ci punisce anche». Termini Imerese al buio Fiat fuori, ma Dr non c'è - 2.73% 13.660 FTSE MIB «Salvamamme» a rischio: «Monti ci aiuti» ILCASO ECONOMIA FIAT Conversione azioni Fiatcomunicachenei prossimi giorniprocederàallaconversione delleazioni privilegiatee di risparmio inazioni ordinarie. Secondo lacasa torinesesi procede inquanto risultano verificate lecondizioni sospensive deliberatedall'Assemblea Straordinariadel 5aprile2012. - 2.63% 14.699 ALL SHARE La sede di Yahoo Italia Operai allo stremo. Ieri hanno occupato le filiali locali di Unicredit e Intesa Sanpaolo, oggi marceranno su Palermo Il problema degli esodati: sono 640 appesi all'accordo MANUELAMODICA PALERMO . . . Ma i crediti per il nuovo padrone dovrebbero essere sbloccati a breve 95 milioni per ripartire FEDERICAFANTOZZI ffantozzi@unita.it martedì 15, maggio, 2012 15
E POI C'È MARIO CHE HA FATTO PER TUTTA LA VITA IL MANOVALE. ABITA A ROMA, IN ZONA CASILINA, ED HA SUPERATOISETTANTADAQUALCHEANNO.Ha una famiglia che vive lontana dalla capitale, una pensione minima e, fino a qualche settimana fa, un'unica certezza: la propria casa. Mario non è il suo vero nome. Dopo essere stato contattato per pudore ci ha pregato di non rivelarlo. «Sono stato abituato a cavermela sempre da solo». Ma dopo la morte della moglie, un anno fa circa, e con il dimezzamento del reddito familiare, la sopravvivenza è diventata una montagna troppo alta da scalare. «Non sapevo che cosa fare. Allora un amico mi ha consigliato la nuda proprietà». Tecnicamente la nuda proprietà è una materia regolata dal Codice civile (articoli 978 al 1020) e altro non è se non la possibilità di vendere un immobile mantenendone l'usufrutto finché si è in vita. Negli ultimi tempi, di crisi profonda, per i pensionati è diventato un sistema alternativo al welfare. Chi ricorre a questa particolare modalità di vendita riceve tra il 20% e il 40% del valore dell'immobile. La vendita in nuda proprietà ha registrato nei primi mesi del 2012 un aumento di oltre il 10%, soprattutto nelle grandi città. E secondo gli ultimi dati, forniti dallo Spi-Cgil, sarebbero circa 80mila gli anziani che nel 2012 hanno scelto di ricorrervi. Mario è uno di questi. Ma non è il solo. Le ragioni di questa scelta sono molteplici. Di solito la principale è data dalla possibilità di avere una liquidità tale da garantire il mantenimento a fronte di un potere d'acquisto delle pensioni drasticamente in calo. Basta dare un occhio a dati Istat per capire il perché. Secondo l'Istituto dal 2003 al 2011 la spesa media mensile di un anziano che vive da solo è cresciuta di circa 284 euro. Quanto la metà di una pensione minima. Che, tra l'altro, nell'arco di tempo preso in considerazione ha visto ridurre la capacità del potere di acquisto di un terzo. Ma se si considerano i redditi percepiti sopra i sessantacinque anni di età, la situazione diventa ancora più pesante. Per l'Istat otto anziani su dieci non arrivano a 750 euro al mese e cinque su dieci stentano a superare la soglia dei 500 euro. In totale i pensionati considerati poveri, dunque, sono circa 2,3 milioni, ma la cifra è destinata ad aumentare. E allora la casa rimane l'unica barca alla quale aggrapparsi per non affondare. Una delle poche armi da giocare. Il mercato d'altronde è vastissimo. Il 79% dei proprietari di casa è over 65 mentre il 41% degli anziani che possiedono un immobile ha un reddito sotto i 20mila euro all'anno. LAZIOAL PRIMOPOSTO La classifica degli annunci di vendita in nuda proprietà vede al primo posto il Lazio con il 41% e la sola città di Roma con il 36% del totale. Nella capitale gli annunci di questa natura erano 2.300 nel 2008, 3.100 nel 2009, 5.100 nel 2010 fino ad arrivare agli 8.700 registrati nel 2011. Seguono poi la Lombardia con il 14%, la Toscana con il 12%, la Liguria con l'11%, il Piemonte con il 9% e l'Emilia-Romagna con il 5%. Anche Mario, dunque, fa parte di queste statistiche. Spinto verso questo passo anche da un altro fattore che riguarda gli affetti. «Mio figlio sta attraversando una fase di difficoltà economica. È stato licenziato e ora si arrangia con lavori part time». E deve mantenere anche una famiglia di tre persone. E poco importa a Mario, in fondo, se dal primo gennaio la nuda proprietà, ha perso di valore (circa il 6-7%, secondo lo Spi-Cgil). Se, cioè, con la manovra del governo Monti, la misura del tasso d'interesse legale è salita al 2,5% annuo aumentando il valore dell'usufrutto e diminuito il valore della nuda proprietà. E poco importa, inoltre, se nel calcolo dell'Imu, che inciderà sui nuclei familiari più piccoli, molti ultra 65enni che si trovano a vivere da soli (uno su tre) non potranno beneficiare delle detrazioni previste per le famiglie più numerose. Tutto questo, come detto, per Mario non conta. Perché nel frattempo un acquirente è già stato trovato. «È un avvocato» che potrebbe pagare 250mila euro per i suoi 65 metri quadri. «Non sono molti rispetto al valore di mercato della casa, ma sono ancora in buona salute». Pochi, maledetti, ma subito. A Mario non importa. L'immobilemessosulmercato inquestomodoperdequasi il7%delvalore.Mapermoltipensionatiè l'ultimaeunica chanceperaiutare i figli,opeggio,evitare lapovertà ILBOOMDELLANUDAPROPRIETÀ Finchémorte noncisepari Semprepiùanzianicostretti a vendere casa per sopravvivere Perl'Istat otto anziani sudiecinon arrivanoa 750euroal meseecinque sudieci faticanoapercepire 500euro ROBERTOROSSI rrossi@unita.it TEMI : LaStoriaabita i romanzi P. 18 LETTUREEMEMORIA : Leletteredeipartigianiai ragazzididomani P. 18 L'EVENTO : I cinquant'annidiMilanoLibri, culladeiPeanuts all'italiana P. 19 ARTE : I contemporaneie la finedelsistemaspeculativo P. 20 U: martedì 15, maggio, 2012 17
rkel che ha ripetuto ancora ieri che «la Grecia dev'essere aiutata a non uscire dall'euro» e il suo potente ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, il quale, in sintonia con la Bundesbank, la pensa in tutt'altro modo. STRATEGIA ANTI-CRISI Basterebbero queste considerazioni per capire come anche nell'Eurogruppo siano ormai di fatto in discussione i fondamenti stessi della strategia anti-crisi finora fondata tutta sulla disciplina di bilancio. I rigori della austerity policy hanno portato la Grecia al disastro e sono inapplicabili in Spagna, dove, per evitare una valanga di fallimenti, lo Stato ora dovrà sostenere le banche aumentando così la propria esposizione. Le miserie delle banche iberiche, in condizioni determinate dalla follia dei crediti facili della bolla immobiliare, dimostrano inoltre ad abundantiam la necessità e l'urgenza di meccanismi di regolamentazione dei mercati, largamente sottovalutate finora dagli stati e dalle istituzioni Ue. Basti pensare che le quotazioni della Bankia spagnola erano state autorizzate dal capo della Banca centrale Miguel Fernandez Ordonez, vicino al centro-destra, fino a poco tempo prima del crac impedito dal salvataggio. E che sta emergendo, in queste ore, lo scandalo delle partecipaciones preferentes, derivati tossici per 12 miliardi che le banche avrebbero piazzato con pratiche che rasentano la truffa. L'emergenza Spagna e Grecia rischia di pesare anche sull'incontro di oggi tra Francois Hollande e Angela Merkel. Non renderà più facile la comprensione tra il più prestigioso fautore della revisione delle politiche di austerità e la loro campionessa assoluta, ancorché malconcia dopo la batosta di domenica in Nord Renania-Westfalia. Ma la necessità di cambiare strada appare sempre più evidente. Un contributo può venire anche dal premier italiano Mario Monti, che con i colleghi ministri dovrebbe perorare la causa dello scomputo dal calcolo del debito delle spese per gli investimenti. La risposta che verrà dalla riunione di Bruxelles potrebbe essere un segnale importante. La cancelliera tedesca Angela Merkel: la sua linea del rigore è sotto osservazione a Bruxelles FOTO ANSA Nuova fumata nera dalla consultazioni del presidente della Repubblica ellenica, Karolos Papoulias. Dopo l'incontro di ieri sera con il leader del centrodestra Antonis Samaràs, il socialista Evangelos Venizèlos e il segretario della Sinistra Democratica, Fotis Kouvelis, il presidente greco ha deciso di convocare una nuova riunione per oggi. Una proposta avanzata dai socialisti per una riunione allargata a tutti i partiti che alle elezioni del 6 maggio hanno superato la soglia di sbarramento del 3%, con la sola eccezione dei razzisti di Alba Dorata, che non verranno convocati. La situazione rimane alquanto intricata: Papoulias ha proposto ai tre leader che ha incontrato ieri di fornire il loro appoggio a un governo di tecnici, che possa lavorare per mantenere la Grecia in Europa ed evitare il ricorso ad elezioni anticipate. Le reazioni, tuttavia, non sono state di unanime approvazione. L'assenso più convinto è arrivato dal Pasok. Ma i conservatori di Nuova Democrazia, per bocca di Samaràs, hanno fatto sapere che «prima di parlare di un governo di tecnici, bisogna capire ed avere chiaro in mente chi potrebbe voler collaborare, per appoggiarlo». E Kouvelis ha dichiarato senza esitazioni che «un governo di personalità, o di tecnici, significherebbe ovviamente una sconfitta della politica». Tutti accusano Syriza, la sinistra eurocomunista di Alexis Tsipras, di non voler collaborare, di non voler fornire neanche un assenso di massima alla formazione di un nuovo esecutivo. Ma il diretto interessato risponde che «se vogliono, i tre partiti che si sono presentati ieri alle consultazioni, dispongono della maggioranza necessaria per formare una nuova compagine governativa». «Non siamo contro l'Europa e neanche contro l'euro, ma non possiamo accettare che si continui sulla strada di una austerità che ci ha portato alla fame», ribadisce Tsipras. Nel frattempo, tra i partiti che si dicono disposti a cercare di lavorare per far nascere un nuovo governo, tutti cercano di imporre almeno qualche condizione di massima: Samaràs vuole riesaminare la possibilità di un appoggio da parte del nuovo partito di centrodestra “Greci Indipendenti”, che, tuttavia, chiede con insistenza l'abbandono dell'austerity. Venizelos insiste che anche Syriza deve far parte del governo, «perché, in caso contrario, non sapremo mai qual è la via migliore per uscire dalla crisi che questo partito sostiene di individuare». Fotis Kouvelis, da parte sua, che in passato è stato sconfitto da Tsipras nella corsa per l'elezione a presidente di Syriza, ha paura di scomparire politicamente e non vuole lasciare il monopolio dell'opposizione di sinistra al 37enne Alexis. Ufficialmente nessuno dei segretari di partito che da una settimana prendono parte alle consultazioni osa, ormai, dirsi ottimista. Ma non si vuole comunque gettare la spugna. La Germania continua a premere, e ieri è aggiunta anche la voce del governo austriaco sulla ben nota linea del «rigore e dei patti da rispettare». Tutti i politici greci, prima di dare la partita per persa, aspettano di vedere cosa succederà nell'incontro tra Angela Merkel e Francois Hollande. ILFALLIMENTONO Il ritorno alla dracma è visto da molti economisti come una possibile catastrofe, al punto che, temono in molti, «si dovrà spendere almeno il 30% del proprio reddito solo per poter mettere benzina». Altri però insistono sull'effetto positivo della svalutazione, almeno per le esportazioni. Oggi, quindi, dovrebbe arrivare un “sì” o un “no” definitivo per quel che riguarda il nuovo governo, per poter capire se le nuove elezioni, a giugno, sono la via obbligata. Nel frattempo la televisione Alpha, con una sua inchiesta rivela che da inizio maggio le spese dei greci per acquisti di ogni genere sono crollate di un ulteriore 50%. Messaggi che , ovviamente, non fanno ben sperare. Ma gente, in fondo, pensa ancora che potrà prevalere la solidarietà europea, e che, in un modo o nell'altro, si arriverà a un compromesso. sull'austerità Il giorno dopo, il trionfo è ancora più bello per Hannelore Kraft, la socialista del Nord Reno Westfalia che ha riportato, dopo anni di sofferenza, l'Spd ai valori elettorali che la sinistra aveva sempre avuto in quel Land, considerato non a caso il «bastione rosso» della Germania. Quella è un'area piena di fabbriche e di operai, comprende grandi centri urbani come Düsseldorf, Colonia, Dortmund, e tutto il bacino della Ruhr. Ma da un po' di tempo il voto operaio aveva tradito la socialdemocrazia - quella dell'era Schröder - per dirigersi verso il radicalismo di sinistra o nell'astensionismo. Adesso quei voti sono in gran parte ritornati a casa, ed il merito è certamente di Hannelore, capace di galvanizzare una base sfiduciata e scontenta. Grazie a lei l'Spd è tornata a sorridere e la possibilità si assumere tra un anno la guida del governo nazionale non è più una chimera. L'IDENTITÀRICOSTRUITA E pensare che quando nel 2005 Hannelore fu chiamata a rimettere in sesto l'Spd del Nord Reno-Westfalia, pesantemente sconfitta dalla Cdu dopo 40 anni di dominio incontrastato, molti pensavano che sarebbe stata poco più che un'amministratrice fallimentare. Invece è riuscita a rifondare un'identità riallacciando i legami con gli elettori delusi e con i ceti sociali tradizionalmente vicini alla sinistra. La biografia di Kraft ha tutti gli elementi per farne una figura simbolo della moderna sinistra tedesca ed europea. Originaria di Mülheim, nella Ruhr, di famiglia non ricca (padre tramviere, madre commessa), alle spalle una laurea in economia con soggiorni di studio a Londra, la 50enne Hannelore è arrivata relativamente tardi alla politica, dopo aver lavorato come impiegata di banca e come consulente d'azienda. Solo nel 1994 si è iscritta all'Spd con in testa un obiettivo prioritario: moltiplicare gli asili nido e migliorare il sistema scolastico. Su queste basi e con questi obiettivi in testa ha scalato le posizioni nel partito percorrendo una rapida carriera che l'ha portata a ricoprire prima la carica di ministro regionale per lo Sviluppo tecnologico, poi di capogruppo nel parlamento di Düsseldorf, infine nel 2010 di governatrice del Land alla guida di una coalizione di minoranza rosso-verde. Quella coalizione che lo scorso marzo si è dovuta arrendere dopo essere stata sconfitta dalle opposizioni nel voto sulla legge di bilancio. Eppure, nonostante l'accusa da parte di Cdu e Fdp di gestione poco oculata dei bilanci regionali e di spesa pubblica eccessiva (al punto di guadagnarsi l'epiteto di «regina dei debiti»), Hannelore domenica scorsa è stata trionfalmente riconfermata dagli elettori del Nord Reno Westfalia. Kraft in tedesco significa «forza», e il gioco di parole è stato usato sistematicamente negli slogan della campagna elettorale. Ma quella K del cognome potrebbe anche stare per Kandidatin («candidata») o addirittura per Kanzlerin («cancelliera»), se si pensa alle prossime elezioni politiche del 2013. La stampa tedesca, solitamente refrattaria verso l'eccessiva personalizzazione dell'agone politico, parla di Hannelore come della vera «anti-Merkel» ovvero della «Merkel di sinistra» sottolineando le analogie tra i due personaggi: pragmatismo, sobrietà, impegno. Ma rispetto all'attuale cancelliera, Hannelore dispone di un maggiore appeal e soprattutto di una certa esperienza da amministratrice locale (a livello comunale e regionale), mentre è noto che Angela fu lanciata da Kohl al vertice della Cdu senza praticamente nessuna esperienza pregressa. Soprattutto le due donne sembrano incarnare due ricette politico-economiche antitetiche. Da una parte il rigore merkeliano, tutto tagli e risparmi ad ogni costo; dall'altra un programma di spesa e di tasse per migliorare il sistema scolastico e per l'assistenza alle famiglie. «Risparmiare va bene, ma prima viene la giustizia sociale», ha ripetuto Hannelore in ogni comizio. ASILI& IMMIGRAZIONE Nei due anni scarsi del suo governo si è adoperata per abolire le tasse universitarie, favorire l'integrazione degli immigrati, creare nuovi asili nido, e combattere l'insuccesso scolastico. Tutte misure che sono costate care alle casse pubbliche e che hanno portato il deficit del Land nel 2011 a quota 3 miliardi. «Soldi spesi bene e necessari per garantire l'equità» ribatte la vincitrice delle elezioni. Chissà come risolverebbe Hannelore la crisi del debito sovrano in Europa, se fosse lei la cancelliera. Ipotesi questa niente affatto assurda, perché da domenica, accanto ai tre candidati uomini di cui si parla da tempo (Gabriel, Steinbrück, Steinmeier), l'Spd può contare anche su Frau Hannelore. Il welfare renano di Hannelore Kraft la pasionaria Spd . . . Istruzione, integrazione, asili: su queste basi ha ricostruito l'identità del suo partito nel Land Fumata nera ad Atene, si tenta un governo tecnico ILRITRATTO TEODOROANDREADIS teodoroandreadis@hotmail.com Il Capo dello Stato Papoulias propone un esecutivo «di personalità fuori dalla politica» Oggi nuovo vertice GHERARDO UGOLINI BERLINO . . . Syriza accusata di boicottare un accordo Ma oggi parteciperà all'incontro Latrionfatricedelvoto nelNordReno-Westfalia haallespalleun'esperienza digovernosolidissima: «Io i soldi li spendo pergarantire l'equità» martedì 15, maggio, 2012 3
Sarà la volta buona? I maroniani giurano di sì, ma nella Lega quando c'è di mezzo la successione a Umberto Bossi è difficile mettere la mano sul fuoco. Perché il vecchio Senatur ha già fatto ampiamente capire che rinunciare al ruolo di monarca della sua creatura gli costa parecchio. Indubbiamente però ieri, al Consiglio federale riunito in via Bellerio a Milano, Maroni ha fatto un sostanziale passo avanti. La decisione è stata presa: Bobo sarà candidato unico alla segreteria federale al congresso del 30 giugno, Bossi «presidente onorario» a vita, e saranno inseriti nello statuto 3 vicesegretari, di cui uno vicario, posto che toccherà, con tutta probabilità al governatore veneto Luca Zaia, che rappresenterà al vertice l'ala serenissima del movimento, quella più inquieta, dove il trapasso da Bossi a Maroni viene vissuto con più tormenti e maldipancia. Chiusa l'eterna faida leghista? Non è affatto scontato. E infatti anche tra i maroniani più puri la soddisfazione è sempre accompagnata dai dubbi. Accanto a un Flavio Tosi che saluta la vittoria di Bobo («Ci speravano tutti i militanti, lui può allargare il consenso»), altri si interrogano: «Ma Bossi cambierà di nuovo idea?». Non sarebbe la prima volta. Il 21 aprile, dietro il palco di un comizio a Besozzo (Varese), il Senatur aveva già incoronato il suo eterno secondo («È lui il bene della Lega») salvo fare marcia indietro meno di dieci giorni più tardi, alla festa della Lega unità del 1 maggio nel Bergamasco. Dove ripropose la sua candidatura: «Me lo chiede la gente...». Ora, dopo una bozza d'accordo sancita venerdì scorso con Bobo, e passato indenne dal weekend in famiglia a Gemonio, dove forti sarebbero state le pressioni per invitarlo a ripresentarsi, Bossi sembra essersi rassegnato al pressing di Maroni e dei suoi uomini. Ieri, al Federale, Calderoli ha letto il testo dell'intesa, due pagine e mezzo in cui il Senatur accetta il ruolo di padre nobile. Un testo rimasto però segreto, con delle clausole che i leghisti non hanno voluto rendere pubbliche. «Non dobbiamo mostrarci divisi, dobbiamo presentare al congresso un candidato unico, io sosterrò Maroni», ha detto l'ex leader. La triumvira vicentina Manuela Dal Lago l'ha messa giù così: «Bossi la candidatura al federale non l'ha mai posta. Quindi non poteva ritirare ciò che non ha mai posto». Un modo per dire che, ufficialmente, del ritorno del Senatur non si era mai parlato. Ma ufficiosamente sì, eccome. E molti si chiedono come mai, al termine della riunione, non sia stato diramato un comunicato ufficiale, come era successo qualche settimana fa per l'espulsione di Rosi Mauro. Arrivato il via libera di Bossi, ora per Maroni si apre la partita degli organigrammi, con cui dare corpo alla sua nuova Lega 2.0. Per gli altri due vice, oltre a Zaia, si fanno i nomi di Giancarlo Giorgetti, Matteo Salvini, dell'assessore regionale del Piemonte Massimo Giordano e di alcuni giovani in ascesa fuori dal perimetro del lombardo- veneto, come il bolognese Manes Bernardini e il romagnolo Gianluca Pini, riconfermato alla guida della Lega nella sua regione due giorni fa, con la benedizione di Maroni. IDERBYNELLEREGIONI CHIAVE Resta aperta la partita per la guida del Carroccio nelle due regioni chiave: in Lombardia il congresso di inizio giugno sarà un derby maroniano tra Salvini e Giacomo Stucchi, in Veneto il sindaco di Verona Flavio Tosi (fresco di riconferma), indicato da Maroni come l'esempio da seguire per la nuova Lega, rischia di avere qualche difficoltà. I bossiani hanno individuato un antagonista di peso, il sindaco di Vittorio Veneto Giantonio Da Re, molto legato al segretario uscente Giampaolo Gobbo, e per 15 anni segretario dei leghisti trevigiani. Una sfida vera, che rischia di far uscire dal voto dei delegati un Tosi sì vincente, ma con una maggioranza risicata. Resta aperto il tema del simbolo, di proprietà di Bossi, della moglie Manuela e del senatore Leoni. Durante le fasi più cruente della guerra interna, il Senatur aveva pensato di farsi forza di quella proprietà per impedire il ricambio al vertice. Maroni però smentisce e pensa a un restyling, magari togliendo il nome di Bossi sotto lo spadone: «Il simbolo appartiene al movimento. Negli anni lo abbiamo cambiato, il simbolo evolve...». Intanto il Bobo già si muove da segretario in pectore. Ha dato lui la linea sui ballottaggi, imponendo l'equidistanza leghista, e smentendo il governatore Formigoni che auspicava un sostegno ai candidati del Pdl. In più, il nuovo leader ha ventilato la possibilità di non correre più alle elezioni politiche per restare lontano da Roma, ma nello stesso tempo ha lanciato un amo al Pdl: «Se fate cadere Monti entro luglio per votare in autunno potremmo riflettere su una alleanza». I rumors di via Bellerio raccontano anche di un Maroni pronto a ritirare i 5 assessori leghisti della giunta Formigoni garantendo l'appoggio esterno. Della vicenda il Bobo avrebbe parlato alcuni giorni direttamente con il governatore. Al posto dei leghisti, tra cui anche il potente assessore alla Sanità Luciano Bresciani, medico personale di Bossi, andrebbero altrettanti tecnici. Sarà questa la prima mossa del nuovo leader? Scenografia post industriale, sfondo blu elettrico, Fabio Fazio cita Gianni Rodari e saluta Dori Ghezzi, Roberto Saviano in camicia blu e giacca chiara ricorda: «Quando dicemmo che la 'ndrangheta interloquiva con la Lega, Maroni si arrabbiò. Ma il loro tesoriere interloquiva eccome: ecco una parola che può non piacere ma è vera». È un festival della parola. La sua responsabilità, il potere evocativo del racconto, la necessaria credibilità dell'autore. Ma anche politica e antipolitica, etica e civismo. Si muove in questo perimetro la nuova trasmissione di Roberto Saviano e Fabio Fazio, di nuovo insieme dopo il successo di «Vieni via con me». Ieri alle 21,10 è andata in onda la prima delle tre puntate di «Quello che (non) ho». Su La7 anziché Rai Tre. Dove l'autore di Gomorra ha trasferito la sua squadra. Luciana Littizzetto e gli autori Francesco Piccolo e Michele Serra, Pietro Galeotti, Samanta Chiodini, Giacomo Papi e Federica Campana. I due conduttori non temono confronti con il successo di due anni fa: «La consapevolezza che il fenomeno 2010 è irripetibile - ha detto Fazio - ci dà molta tranquillità. Ma voglio riportare Roberto nel servizio pubblico, che ha una grande responsabilità se non se lo riprende». Il titolo è una canzone di De André. Il contenuto un lunghissimo reading. Interattivo: «C'è una parola per te importante? Raccontacela su Facebook». Saviano aveva preparato tre monologhi per le tre puntate: il primo ieri sulla crisi e sui suicidi nel Nord Est. Poi sulle donne di ‘ndrangheta che hanno denunciato i loro uomini pensando al futuro dei figli, e uno, durissimo, sulla strage di bambini nella scuola di Beslan nel 2004. A Littizzetto erano riservati i momenti di alleggerimento - «Sono la sua bomboletta d'ossigeno» - ma a modo suo. Ha scelto la parola «stronzo» per raccontare le donne uccise dai loro mariti, compagni, amanti. In studio Favino, Pupi Avati, Gad Lerner, Marco Travaglio, Erri De Luca, i Litfiba. Molto forte nella percezione dello scrittore il tema delle morti di imprenditori scoraggiati dalla crisi economica e sugli effetti collaterali di questo fenomeno: «Passa l'idea che l'antidoto alla crisi sia la criminalità organizzata: così le mafie di tutto il mondo si stanno mangiando la Grecia. E invece l'antidoto alla crisi è la capacità che le persone hanno di poter resistere. Per questo abbiamo deciso di raccontare la dignità delle piccole e medie imprese». Ieri Giuliano Ferrara («Basta con Saviano, scrive male e banale») sul Foglio ha stroncato lo scrittore. Difeso sul web. E da Ezio Mauro: «L'invidia è una brutta bestia». Infine Saviano: «Di Ferrara non ho stima, non gli rispondo» Bossi si ritira, largo a Maroni Ora a rischiare è Formigoni ANDREACARUGATI acarugati@unita.it L'ITALIAELACRISI Saviano e Fazio al via su La 7 «Sui leghisti avevamo ragione» Roberto Saviano l'altro giorno al Salone Internazionale del Libro FOTO ANSA VIRGINIALORI ROMA . . . Vicesegretario vicario sarà il governatore Zaia Si ipotizza il ritiro degli assessori lombardi Umberto Bossi con Roberto Maroni, fotografati insieme il primo maggio scorso al «Lega unita Day» FOTO LAPRESSE Al Consiglio federale il Senatur benedice il candidato unico e accetta il ruolo di presidente onorario Siglato un documento d'intesa ma tra i maroniani si temono nuove giravolte 8 martedì 15, maggio, 2012
Vogliono fare l'alternati-va liberista al Pd di Ber-sani-Hollande. E sta-volta, dopo i risultatidelle amministrativeche hanno visto spappolati Pdl e Terzo polo, sono convinti di potercela fare. Anche il Capo, Luca Cordero di Montezemolo, ha sciolto i dubbi che lo hanno frenato per mesi: Italia futura sarà in campo alle prossime politiche con una lista civica. Obiettivo: replicare l'exploit di Forza Italia nel 1994. E cioè catalizzare il consenso di milioni di italiani non di sinistra, promettendo una rivoluzione liberale fatta di merito e crescita. Con una serie di differenze non secondarie, però. Luca Cordero non dovrebbe candidarsi a premier, ma fare solo il padre nobile dell'operazione. Troppo sgradevole l'evocazione di un nuovo «uomo della Provvidenza». Troppo rischiosa, anche. L'obiettivo sarà mettere in campo una squadra, con un regista blasonato certo, ma pur sempre una squadra. Secondo: la lista non punterà a federare quel che resta di Pdl e Terzo Polo, ma sarà all'insegna di un radicale ricambio del personale politico. «Nessun candidato con esperienze di partito», assicurano, via libera a una nuova squadra di giovani, liberisti e occupati che vengono dalle università, dalle professioni, dal mondo dell'impresa. Una casta di vincenti, di uomini e donne del fare, che Montezemolo ha selezionato con cura nei due anni e mezzo di vita della sua Italia futura. Ma niente riciclati. Perché il sondaggio che attribuisce oltre il 20% alla lista Montezemolo è giudicato attendibile («Ma non l'abbiamo commissionato noi, spiegano a Italia futura), però lo stesso studio spiega chiaramente che l'elettorato potenziale non sopporterebbe innesti della vecchia nomenklatura. «Dobbiamo smarcarci da tutti», spiegano. Solo così potrà funzionare l'operazione di un grillismo stile Capital, in doppiopetto. «Coi 5 stelle dobbiamo dialogare, ma loro non possono essere una forza di governo», spiegano. Se la nascita del governo Monti aveva indubbiamente segnato una battuta d'arresto, ora la stagnazione dei professori, e soprattutto l'affermazione dei grillini sulle macerie del centrodestra ha aperto un'autostrada ai Luca boys. Dieci le Regioni in cui sono nate sedi locali, tra cui Veneto, Lombardia, Piemonte, Liguria, Friuli, Romagna, Toscana. Oltre 40mila gli iscritti. Il comitato direttivo del think tank pullula di bei nomi, dai giovani docenti “in fuga” Irene Tinagli e Marco Simoni, a professori di fama come Michele Ainis e Miguel Gotor, Sofia Ventura, il critico d'arte Francesco Bonami, il produttore cinematografico Riccardo Tozzi. E poi l'ex senatore Pd Nicola Rossi, vero ideologo economico del movimento, insieme con Andrea Romano. E poi pezzi del mondo dell'impresa come Maria Paola Merloni e Carlo Calenda, ex Ferrari, direttore generale dell'Interporto campano. Ma il braccio operativo di Montezemolo, quello che sta costruendo il “partito non-partito”, è Federico Vecchioni, 45 anni, per 7 presidente di Confagricoltura (vera spina dorsale del movimento). L'obiettivo dichiarato è pescare voti tra i delusi del centrodestra e tra i grillini, in particolare al nord: ceti produttivi, partite Iva, ex leghisti. Contatti in corso con Massimo Cacciari e la sua associazione «Verso Nord» per dare il segno di un nordismo non leghista. Pezzi di Pd o ex Pd di area liberal agganciati in varie regioni: i consiglieri regionali veneti Andrea Causin e Diego Bottacin, il piemontese Mariano Rabino e l'eurodeputato Gianluca Susta. E poi pezzi di ex Pdl molto attivi, come il gruppo che fa riferimento a Giustina Destro. Nel manifesto firmato da Rossi, Romano e Calenda è esplicita la volontà di fare il polo anti-Pd, accusato di aver scelto «una linea socialdemocratica ortodossa, una ipotesi difensivista». Montezemolo per ora resta un passo indietro. Pronto a far valere i suoi voti il giorno dopo le elezioni. Anche come premier di un eventuale governo di larghe intese. «Per noi il discorso non si chiude qui», aveva commentato a caldo Pier Luigi Bersani quando si era saputo che a Catanzaro non ci sarebbe stato ballottaggio perché il candidato del centrodestra, Sergio Abramo, era stato proclamato sindaco grazie ad appena 130 voti in più del necessario 50% dei consensi. Il fatto è che nel capoluogo calabrese sono state registrate pesanti irregolarità che hanno prima spinto il centrosinistra, che sostiene Salvatore Scalzo, a presentare un esposto al ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri per verificare la regolarità dell'«intera procedura elettorale». E poi ieri il Pd, mentre già la magistratura ha aperto un'inchiesta per voto di scambio e la Digos ha sequestrato tutte le schede elettorali, ha deciso di compiere un ulteriore passo, chiedendo l'intervento della commissione Anfimafia. «Il Pdl cerca di confondere le acque», dice la capogruppo del Pd nell'organismo parlamentare Laura Garavini quando le arriva tra le mani il documento approvato dal coordinamento regionale del Pdl sul voto di Catanzaro. «Chiarezza» è la parola che si legge nella nota approvata all'unanimità dai pidiellini calabresi. Ma a leggere il verbale redatto dall'Ufficio elettorale centrale la chiarezza è assai poca, visto che si parla di schede timbrate e non firmate, di elettori registrati più volte, di schede votate e scrutinate superiori al numero dei votanti e di schede «prima contestate, poi confermate» di cui «non v'è alcuna traccia a verbale». «A Catanzaro il voto è stato sporcato da chi ha truccato le schede, manipolato i certificati elettorali e ha cercato di comprare i voti», denuncia Garavini. Bene l'intervento della Procura di catanzaro, spiega la deputata del Pd, ma a questo punto della vicenda deve occuparsi anche la commissione parlamentare d'inchiesta sui fenomeni mafiosi. «Le giuste richieste di fare luce sullo svolgimento delle elezioni stanno seguendo le vie corrette ed è bene che qualcuno chieda di verificare il rispetto delle leggi. Piuttosto, il voto dei cittadini di Catanzaro rischia di essere inficiato da chi vorrebbe che si chiudessero gli occhi su vicende scandalose e delle quali noi vogliamo che se ne occupi subito la commissione Antimafia». E ora, a gettare una luce ancora più inquietante sul voto nel capoluogo calabrese c'è il fatto che ieri tre buste sono state bloccate al Centro meccanografico delle Poste di Lamezia Terme. Una lettera, contenente un proiettile per pistola calibro 7.65, era indirizzata al Prefetto di Catanzaro Antonio Reppucci, mentre le altre due, contenenti minacce allo stesso Prefetto, erano per la Gazzetta del Sud e il Quotidiano della Calabria. Sul fatto stanno indagando i carabinieri, ma intanto è lo stesso Reppucci a far sapere che nelle lettere si fa esplicito riferimento alle comunali di Catanzaro: «Nel messaggio mi viene contestato un mancato intervento in merito alle polemiche sul voto, ignorando che io in questa materia non ho alcun potere. Per quanto mi riguarda dunque, sono tranquillissimo». VERSOI BALLOTTAGGI La vicenda di Catanzaro ha tutta l'aria di non potersi dire conclusa con la proclamazione del candidato di centrodestra Abramo, mentre il centrosinistra, che ha conquistato al primo turno Pistoia, Brindisi e La Spezia, è convinto chi chiudere positivamente molte delle sfide che si continueranno a giocare domenica e lunedì. «Anche i ballottaggi ci premieranno», dice Bersani facendo tappa a Cuneo e Asti, prima di partire per Genova, dove oggi parteciperà a un'iniziativa elettorale al fianco di Marco Doria. «Il risultato che verrà lo interpreteremo non per la nostra gloria ma perché servirà ad accumulare energie buone per il Paese, ad evitare che tutto finisca in una confusione universale». Per il leader del Pd «già al primo turno si è capito che da questo lato ci può essere l'unico presidio per il futuro del Paese». E ora Bersani guarda sì al voto di domenica e lunedì ma già pensa anche alle prossime politiche: «Il nostro partito si mette al servizio, non al comando, perché c'è in gioco l'equilibrio sociale e un pezzo di democrazia: tra la crisi economica e quella democratica siamo all'incrocio più delicato». Il centrosinistra parte in vantaggio in molti comuni del nord, a cominciare da Genova, Alessandria, Asti, Como, Monza, Belluno, Parma, Piacenza, Lucca. È avanti anche a L'Aquila, dove il candidato sindaco Massimo Cialente ha ufficializzato l'apparentamento con l'Idv e la lista civica collegata “L'Aquila oggi”. Sfida tutta interna al centrosinistra a Palermo, dove il candidato del Pd Fabrizio Ferrandelli, che parte all'inseguimento di Loeoluca Orlando, ha presentato la sua squadra in caso di vittoria annunciando che il vicesindaco sarà una donna. ANDREACARUGATI ROMA Il patron della Ferrari, Luca Cordero Di Montezemolo FOTO ANSA Montezemolo lancia la lista civico-liberista Grillini stile «Capital» MrFerrariprepara lacorsaalvotocontro «Bersani-Hollande» Sognal'exploit forzista del '94,masenza candidarsi ILRETROSCENA La denuncia: «Voto sporcato, manipolati i certificati elettorali. C'è chi ha cercato di comprare preferenze» Non tornano i conti riportati nel verbale dell'Ufficio elettorale SIMONECOLLINI ROMA Catanzaro, il Pd chiede l'intervento dell'Antimafia Il Pdl della Calabria ha approvato all'unanimità un documento in cui si sottolinea la «chiarezza sul voto di Catanzaro». Ma a leggere il verbale per il completamento delle operazioni non ultimate dalla sezione 85 (una tra quelle incriminate) redatto dall'Ufficio centrale, di chiarezza ce n'è ben poca. Risulta infatti un «numero di schede votate e scrutinate (886) superiore al numero dei votanti (884)» e «un numero di voti validi di lista (823) inferiore al numero di voti validi attribuiti ai candidati al consiglio comunale (828) e anche al numero dei voti validi attribuiti ai candidati a sindaco (877)». Nel verbale si sottolinea anche la presenza di 37 schede «prima contestate, poi confermate» di cui «non v'è alcuna traccia a verbale», di tre schede «prive della prescritta firma da parte di uno dei componenti del seggio, ma timbrate» e di votanti registrati più volte. E ora la Procura di Catanzaro, che ha aperto un'indagine per voto di scambio in cui risultano indagati un consigliere eletto nel centrodestra e altre due persone, sta cercando di verificare se è stato utilizzato il meccanismo della cosiddetta “scheda ballerina”. Il sistema è semplice, se si riesce a far uscire da un seggio una scheda vidimata ma non votata: sulla scheda viene scritto il nome del candidato e viene consegnata all'elettore che entra nella sezione, ritira una scheda bianca ma deposita nell'urna quella che gli è stata consegnata all'esterno del seggio. La scheda bianca viene poi portata, a riprova del'avvenuto voto, ai supporter del candidato che ha pagato per la preferenza. Gli inquirenti stanno valutando se il 6 e 7 maggio sia potuto avvenire anche questo. La Procura, inoltre, intende anche verificare se è stato utilizzato un normografo per esprimere il voto di preferenza per il consigliere eletto indagato. Tutti i dubbi dei pm sulla sezione 85 I plichi delle schede sequestrate . . . Busta con proiettile spedita al Prefetto Nel messaggio si fa riferimento alle comunali . . . Bersani sui ballottaggi: «Ci premieranno Servirà ad avere energie buone per il Paese» martedì 15, maggio, 2012 9
B.DI.G. ROMA IL DOSSIER RapportodellaCorte deiContisullaspesa per idipendentipubblici Italia in lineacon lamedia Ue,moltomegliodi FranciaeRegnoUnito «Nel pubblico impiego più tagli, ma meno qualità» La Pubblica amministrazio-ne spende meno per il perso-nale, e riduce il numero deidipendenti. «Per la primavolta dalla privatizzazionedel comparto il conto annuale rileva una significativa riduzione del costo del personale, che nel 2010 si attesta su un valore di 152,2 miliardi, cioè l'1,5% in meno rispetto al 2009». È il verdetto della Corte dei Conti espresso nella relazione annuale sul costo del lavoro pubblico inviata ieri a Palazzo Chigi. I tagli lineari varati da Berlusconi-Tremonti, il congelamento degli aumenti contrattuali e il blocco del turn-over hanno tenuto sotto controllo le dinamiche di spesa, ma non hanno di certo fatto bene alla macchina pubblica. Nessun efficientamento, nessuna flessibilità organizzativa. POLEMICA Chi pretendeva di correlare il reddito al merito (vedi Renato Brunetta) ha dovuto rinunciare in nome del rigore. Oggi è in arrivo un nuovo quadro legislativo, sulla base di un'intesa siglata di recente tra governo, Regioni e organizzazioni sindacali. Alla Corte non piace il testo, anche se si prevede un sistema di performance della struttura e individuali, da gestire a livello sindacale. Oltretutto l'impianto premiale di Brunetta aveva una platea limitata a circa 200mila soggetti (non 3 milioni di pubblici), cioè i ministeriali escluse le agenzie fiscali, l'Economia, l'Università e la ricerca. Lo fa osservare il ministro Filippo Patroni Griffi, che replica alle critiche già esternate anche dal suo predecessore. «Il vecchio meccanismo - scrive il ministro - prevedeva una rigida predeterminazione per fasce, che ha comportato il mancato recepimento del sistema premiale». La Corte ha approfondito i costi delle prerogative sindacali, rilevando che la fruizione dei diversi tipi di permessi nel 2010 è stata equivalente all'assenza del servizio per un anno di 4.569 unità, pari a un dipendente ogni 550. Ma i dati diffusi dalla magistratura contabile smentiscono comunque la convinzione che l'Italia sia il Paese dei burocrati. «L'andamento della spesa per redditi - scrive la Corte posta a raffronto con altre variabili demografiche e macroeconomiche, evidenzia per l'Italia valori in linea con i maggiori Paesi dell'Unione europea». In particolare la crescita della spesa nel 2010 è stata dello 0,6%, a fronte di aumenti molto più consistenti in Francia, Regno Unito e Germania. «Il rapporto tra la spesa dei redditi e il Pil (11,1% nel 2011) - continua la relazione - appare superiore soltanto al parametro relativo alla Germania». L'equilibrio è virtuoso anche dal punto di vista di numero di dipendenti in rapporto al totale degli occupati. «Il peso della burocrazia sul mercato del lavoro è pari a circa la metà della Francia e di gran lunga inferiore anche al Regno Unito», si legge nella relazione. PALAZZOCHIGI Tutti hanno tagliato (ma ricerca, agenzie fiscali e ministeri hanno fatto di più), tutti hanno risparmiato. Con una inquietante eccezione a livello centrale: la Presidenza del consiglio. Nel 2010 a Palazzo Chigi c'è stato un aumento dei dipendenti e della spesa di personale. Infatti sono stati stabilizzati 142 precari (+9% del personale non dirigenziale). Nulla si dice dei dirigenti. Quanto alle retribuzioni, «nel 2010 si sono concretizzati gli effetti di trascinamento del contratto collettivo del quadriennio 2006-9. Un discorso a parte merita la scuola. «La riorganizzazione della rete scolastica - scrivono i magistrati - dovrebbe in prosieguo incidere ulteriormente sulla consistenza dei dirigenti, già in calo del 10% rispetto al 2009. Analogo andamento si rileva anche nell'ambito del eprsonale amministrativo 8-6%) e del personale docente (-2%)». A fronte di una diminuzione consistente di docenti e dirigenti rispetto al 2009, si segnala l'aumento degli insegnanti di sostegno, sia a termine che a tempo indeterminato. È l'effetto di una sentenza della Corte Costituzionale, che ha ritenuto non legittima la scelta di ridurre il sostegno prevedendo due docenti per alunno. In generale diminuiscono i dirigenti in tutte le amministrazioni, con l'eccezione degli enti pubblici economici dove aumentano quelli di seconda fascia. Consob: «Non conta solo lo spread» Cresce l'insofferenza «nei confronti della dittatura dello spread», perché «i cittadini non accettano di pagare per scelte su cui non sono chiamati a decidere». E le classi dirigenti europee hanno il dovere di «tutelare il sistema democratico dal continuo assalto della speculazione». Mentre le tensioni sui titolo di Stato dell'eurozona tornano a farsi sentire con forza sui mercati, nell'ennesimo giorno di profondo rosso per tutte le Borse, il presidente della Consob Giuseppe Vegas, nella sua relazione annuale al mercato di fronte al gotha della comunità finanziaria italiana (presenti il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, i presidenti di tutte le banche più importanti, i principali esponenti dell'imprenditoria, dalla famiglia Ligresti a Sergio Marchionne, solo per dirne alcuni), lancia l'allarme del continuo assalto della speculazione che compromette le stesse fondamenta delle democrazie europee ed evoca il rischio di una «dittatura» dello spread. Toccherà poi al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ospite d'onore a Palazzo Mezzanotte per la relazione Consob, ridimensionare l'affondo: «È un modo di dire», commenta all'uscita. E a Vegas che ha appena parlato di «annushorribilis», Napolitano risponde: «Ce ne sono stati altri, comunque è stato un anno abbastanza brutto. Ma ci sono le condizioni per venirne fuori. Serve fiducia». «Fiducia» e «Europa» sono anche le parole chiave della relazione di Vegas, che non può non passare al vaglio la questione delle regole da adottare sugli strumenti finanziari, a partire dal divieto dei Cds nudi (derivati particolarmente rischiosi) e dalla proposta di revisione della Mifid, la direttiva sui mercati degli strumenti finanziari. Vegas chiede norme più severe sulla trasparenza, ma intanto sul tema il monito più forte arriva da oltreoceano, dagli Stati Uniti scossi dai 2 miliardi di perdite legate ai derivati registrate dalla banca JP Morgan. Fatti che, dice il portavoce della Casa Bianca Jay Carney, dimostrano la necessità di «applicare pienamente» le riforme della finanza già approvate nel 2010. Washington torna così a premere per la riforma: «I lobbisti di Wall Street hanno speso milioni di dollari per annacquarla, ritardarla e rendere inefficaci le nuove regole - continua Carney - questo spiega quanto il presidente Obama avesse ragione nell'intraprendere questa battaglia». A Milano, Vegas ricorda che gli strumenti finanziari innovativi possono anche essere positivi, ma che «ma legislatori e autorità hanno il dovere di evitare che si trasformino in un meccanismo che brucia i risparmi delle famiglie». In Italia, tra crisi e timore dei rischi, nel 2011 le famiglie hanno investito di meno in strumenti finanziari a rischio, come azioni, obbligazioni, risparmio gestito e polizze vita (dal 20% al 17%). Poi Vegas torna a parlare di spread, che «dipende dalle scelte di un soggetto invisibile, il mercato» che «attribuisce ogni potere decisionale a chi detiene il potere economico, nei fatti vanificando il principio del suffragio universale». TESSUTOSOCIALE ARISCHIO A rischio c'è la tenuta del tessuto sociale: «Se si vuole evitare una ribellione con effetti autodistruttivi, bisogna guardare ai fondamentali economici e operare per renderli più solidi». Il presidente Consob passa poi ad attaccare le agenzie di rating, per le quali rileva «carenze organizzative», e a criticare «il modesto sviluppo del mercato domestico dei capitali. Il problema è tanto più serio nell'attuale contingenza - dice - in cui il sistema bancario può avere difficoltà a sostenere, con adeguati livelli di credito, la crescita delle imprese. La questione principale è quella di avvicinare ai mercati le imprese di media dimensione, che costituiscono l'ossatura del nostro tessuto imprenditoriale, come avviene negli altri Paesi europei. Al 30 marzo di quest'anno le società con capitalizzazione inferiore a 50 milioni di euro rappresentavano solo il 29% delle quotate in Italia, a fronte del 68% in Germania e del 53% in Francia e Regno Unito». Per Vegas è necessario vengano spinte al mercato anche «quelle imprese pubbliche che operano secondo logiche di profitto», come Poste e Fs («sarebbe una bella cosa»). Ma per agevolare la quotazione di nuove imprese, sarebbe necessario anche rivedere il Testo unico della Finanza e il codice civile, per semplificare l'intera materia del diritto delle società quotate. «Sono passati quasi 15 anni dall'entrata in vigore della legge quadro di riferimento dei mercati e quasi 10 anni dall'ultima riforma del diritto societario, nel frattempo il mondo è cambiato», dice Vegas. L'attività di Vigilanza, chiude, dovrebbe essere indirizzata verso i comportamenti maggiormente dannosi per l'intregrità dei mercati», concentrando l'azione repressiva sulle condotte illecite «più rilevanti». NONC'È STATOL'ATTACCO AL“MERCATISMO”, MAQUANDO IL PRESIDENTEDELLACONSOB,Giuseppe Vegas, ha denunciato “la dittatura dello spread, ostacolo alle aspirazioni dei popoli” a palazzo Mezzanotte, sede della Borsa, è parso materializzarsi lo spirito di Giulio Tremonti. In realtà l'ex ministro dell'Economia era seduto tranquillamente in platea ad ascoltare la relazione del suo ex collaboratore e deve aver apprezzato l'ispirazione del testo teso a denunciare l'invadenza delle agenzie di rating e l'ingiustizia di un‘economia ostaggio solo di qualche numero. Per la verità le parole di Vegas, ex viceministro e nominato presidente della Consob dall'ultimo governo Berlusconi, hanno suscitato tra i partecipanti anche una certa inquietudine perchè potevano essere interpretate come una critica indiretta all'esecutivo di Mario Monti, portato a palazzo Chigi da Giorgio Napolitano proprio dall'emergenza dello spread. Il dubbio è venuto a molti e nel pomeriggio il presidente della Repubblica ha chiarito di non aver colto la valenza “catastrofista” dell'intervento e ha ridimensionato come “un modo dire” il riferimento alla “dittatura dello spread”. Resta, però, lo stretto legame tra le osservazioni di Vegas e la filosofia di Tremonti. Proprio l'ex ministro dell'Economia nel suo ultimo libro “Uscita di sicurezza” argomenta a pagina 95 che «è inaccettabile che tutto, la dimensione e la struttura, non solo dell'economia, ma anche della nostra vita - il nostro passato, il nostro presente, il nostro futuro debba e possa essere concentrato, ridotto e misurato dallo spread o dal saggio di interesse pagato sui titoli di debito pubblico». Vegas ha certamente letto queste parole. Rimane un dubbio irrisolto: ma Vegas e Tremonti dove sono stati in questi ultimi dieci anni? . . . Scende il numero di dirigenti in tutte le amministrazioni tranne gli enti pubblici economici I partecipanti mentre seguono nella «Sala delle grida» la relazione annuale alla Consob. FOTO DI MATTEO BAZZI/ANSA L'assemblea della società di piazza Affari Vegas si scaglia contro la «dittatura» degli indici e dei mercati «Sarebbe bello vedere quotate Fs e Poste italiane» LAURAMATTEUCCI MILANO . . . Obama parla di finanza dopo il «buco» Jp Morgan: «Riformare subito Wall Street» Quelle parole di Vegas sono nel vocabolario di Tremonti Giuseppe Vegas FOTO DI MATTEO BAZZI/ANSA IL CORSIVO RINALDO GIANOLA martedì 15, maggio, 2012 5
La riforma della legge elettorale è un'integrazione «essenziale» a quelle già in discussione e «mi pare sia un impegno da tutti considerato assolutamente ineludibile». Il Presidente della Repubblica, a Milano per partecipare all'assemblea annuale della Consob e, nel pomeriggio, a un convegno all'Università Cattolica, è tornato sulla necessità che si porti positivamente avanti lo sforzo di condurre in porto, nel tempo che manca alla fine della legislatura, poco ma sufficiente, quel «pacchetto limitato ma significativo di riforme» che possono cambiare (in meglio) l'architettura dello Stato. Riuscirci potrebbe ridare credibilità a quella politica che sembra non riuscire a superare l'affanno che l'ha costretta a passare la mano ai tecnici. Una credibilità da riconquistare nei confini nazionali ma anche in Europa, ai cui eventi che stanno contribuendo, nel bene e nel male, a costruire il futuro di tutta la Ue, dalla Germania alla Francia fino alla Grecia, Napolitano presta l'attenzione di chi è consapevole che quella in atto sulla crisi, per essere vincente, è una partita di tutti e non solo di alcuni. MISSIONE POSSIBILE Il Capo dello Stato ha rinnovato la sua sollecitazione al Parlamento, quindi ai partiti, a procedere sulla via delle riforme indispensabili. E si è augurato in modo esplicito «un sollecito svolgimento parlamentare» condividendo appieno quanto scritto dal costituzionalista Michele Ainis sul Corriere della Sera che, in sintesi, ha spiegato che è meglio fare poche riforme ma farle. E presto. Impresa non impossibile, ha ricordato a chi fa i conti con la scadenza ormai prossima della legislatura, dato che «due Camere servono anche a questo, a smaltire il traffico. Sicché la Prima commissione del Senato può approvare alcune correzioni alla forma di governo; quella della Camera può cucinare almeno un paio di leggi ordinarie, sul sistema elettorale e sul finanziamento dei partiti. Le priorità sono queste. Anzi no, ce ne sarebbe pure un'altra: per i partiti è urgente decidere di decidere». Affermazioni che a Napolitano sono apparse «appropriate, decise, severe ma costruttive», poiché si riferivano «espressamente a quel pacchetto di riforme, limitato ma significativo, di proposte di modifiche costituzionali già presentato» di cui ha a lungo discusso anche sabato mattina con il presidente del Consiglio, Mario Monti, dato che, pur nel rispetto dell'autonomia del Parlamento, anche al governo toccherà fare la propria parte. C'è il pacchetto di proposte sulla modifica dell'architettura istituzionale dello Stato, che rappresentano una «iniziativa importante insieme all'altra, la legge sul finanziamento dei partiti» cui bisogna aggiungere la riforma elettorale che tutti dicono essere essenziale e quindi «è un impegno ineludibile» per tutti, ha ribadito il Presidente richiamando ognuno alle proprie responsabilità. Riforme ed economia. È trascorsa così la giornata milanese del Presidente, accolto alla Cattolica dall'applauso caloroso degli studenti e dei docenti. La relazione del presidente della Consob, Giuseppe Vegas, è stata una disamina accurata e puntuale delle situazione difficile con cui il Paese, e quindi l'economia, si stanno misurando ormai da anni, anche in quelli in cui lui era viceministro del governo Berlusconi. Ma il presidente della Repubblica non l'ha letta, quella relazione, in un'ottica «catastrofista». «Non mi è parso che fosse da intendere così», ha detto ai giornalisti rifiutando anche di accettare il condizionamento di una presunta «dittatura dello spread». «Quello è un modo di dire...» entrato nel lessico comune di questa epoca difficile in cui individuare le responsabilità già sembra consentire di allentare la tensione. D'altronde stiamo vivendo «un annus horribilis», anche se «di annus horribilis ce n'è stato più di uno nel corso della mia generazione, anche più orribili. Questo ultimo periodo è stato abbastanza brutto, ma ci sono le condizioni per venirne fuori». Tutti devono avere «fiducia». ILCOMMENTO CRISTOFOROBONI NONSIPUÒTORNAREA VOTARECONIL PORCELLUM. LA RIFORMA ELETTORALEÈ NECESSARIA. E il pressing sulle forze politiche e sul Parlamento è un'azione patriottica del presidente della Repubblica. I tempi sono drammaticamente stretti. E sulle spalle abbiamo tanti, troppi fallimenti: si può dire che l'intera Seconda Repubblica sia stata una transizione incompiuta. Anche oggi gli interessi divergenti dei partiti e la crescente frammentazione spingono verso il nulla di fatto. Ma non ci si può arrendere. Votare con il Porcellum vuol dire minare alle fondamenta anche la prossima legislatura. Vuol dire che la politica italiana continuerà a essere malata: e se la delegittimazione è già arrivata fino a questo punto, figuriamoci se anche le prossime elezioni non dovessero produrre un esito chiaro e un governo stabile! Purtroppo, al di là delle dichiarazioni di principio, molti puntano a far fallire le riforme. I sostenitori del Porcellum sono più di quelli che lo dichiarano apertamente. Tra loro ci sono quelli che gridano all'inciucio non appena qualcuno si mette a cercare un compromesso. E ci sono coloro che, pur di far saltare il modello del governo parlamentare (indicato dalla nostra Costituzione), riciclano i miti berlusconiani del premier eletto direttamente dal popolo e del maggioritario di coalizione. Per cambiare la legge elettorale in tempi rapidi è necessaria una larga intesa. Per tornare finalmente in Europa sono anche necessarie alcune riforme costituzionali, tali da stabilizzare i governi. Il sistema perfetto non esiste. Tuttavia, con la buona volontà il traguardo è raggiungibile. La bozza Violante è già una soluzione mille volte migliore della legge attuale. Si può ancora migliorare, ma non si prendano pretesti per far saltare il tavolo. È una buona notizia che Udc e Pdl stiano in queste ore esaminando la proposta iniziale del Pd sul cosiddetto «modello ungherese». Lo schema di base resta quello tedesco (con circa metà dei seggi attribuiti con riparto proporzionale e metà attraverso collegi uninominali maggioritari): la diversità sta nel fatto che i collegi uninominali verrebbero assegnati con il doppio turno, in modo da favorire e premiare le coalizioni preelettorali. Quel testo può ancora essere migliorato. Ma sarebbe un antidoto alla frammentazione della rappresentanza, senza tuttavia annullare l'autonomia delle forze intermedie. In ogni caso la riforma deve, senza forzature e senza coalizioni coatte, portare l'Italia alla condizione delle principali democrazie europee: dove i candidati nei collegi uninominali sono di partito e dove la sera del voto sono chiari il nome del futuro premier e la coalizione che formerà in Parlamento. Se la legislatura dovesse concludersi senza riforme (compresa la riforma del finanziamento dei partiti), anche il giudizio futuro sul governo Monti volgerà al negativo. Il successo del governo tecnico sta nella normalità che consegnerà all'Italia alla fine del mandato. Se ci fosse ancora bisogno di tecnici e di grandi coalizioni, vuol dire che il Paese sarà più malato. E più vicino alla Grecia. Il Colle: riforme ineludibili Il presidente Napolitano alla Borsa di Milano per l'assemblea annuale della Consob FOTO MATT CORNER - LAPRESSE Da Milano il presidente della Repubblica rinnova il suo appello a varare i «provvedimenti necessari» «Poche ma significative le iniziative da condurre in porto entro questa legislatura» L'ITALIAELACRISI Votare con il Porcellum sarebbe un suicidio nazionale MARCELLACIARNELLI mciarnelli@unita.it Ancora stallo sulle nomine Agcom Per la Privacy Zagrebelsky? NATALIA LOMBARDO ROMA Da oggi anche l'Authority per le Comunicazioni sarà in stato di proroga, in compagnia di quella per la Privacy e dell'intero Cda Rai. Della riforma di quest'ultima non se ne parla più, mentre il rumore di fondo è provocato dal vocio sulle nomine. Monti proporrà figure autorevoli e indipendenti, per convincere il Pd a non disertare il voto in Vigilanza. Eppure su tutto ciò, dal Parlamento a viale Mazzini, si respira un'aria di stallo, mentre è all'erta la Rete che reclama trasparenza nelle nomine (da Vogliamotrasparenza su Facebook); così Stefano Quintarelli ha mandato via Twitter il proprio curriculum per la presidenza Agcom, captato dal ministro Passera. Un esperto che ha spesso offerto consulenze tecniche alla politica. Scade oggi, dopo sette anni, il mandato del Garante Tlc, Corrado Calabrò e degli otto commissari Agcom. I nomi in pista sono sempre gli stessi: difficile che alla presidenza vada Antonio Catricalà, sottosegretario a Palazzo Chigi (vicino a Gianni Letta) o Roberto Viola, già segretario generale Agcom, considerato in area Pdl. Nello schema delle appartenenze, nell'area Pd si parla di Roberto Zaccaria, Giovanna Melandri, Stefano Passigli, dei professori Maurizio Decina e Antonio Sassano, e del giornalista Giovanni Valentini. Il Pdl può riproporre Antonio Martusciello, in corsa anche Deborah Bergamini; la Lega presende una poltrona per Davide Caparini, l'Udc ha in campo Raffaele De Laurentiis o il professor Vatalaro. Per la presidenza della Privacy, invece, si fa il nome del costituzionalista Gustavo Zagrebelsky. Il numero dei componenti delle Authority è stato ridotto a 4 (5 col presidente) con il decreto semplificazioni; Luigi Zanda, vicecapogruppo Pd in Senato, con un emendamento ha ristretto a un solo commissario il diritto di voto dei parlamentari (anziché due). Passato al Senato ora è alla Camera e dopo il 20 maggio si penserà alle nomine. «In questa materia rispunta sempre il conflitto d'interessi», commenta Zanda, «serve molto rigore nel designare delle persone, perché l'Agcom si occupa di un settore delicatissimo per il pluralismo come la tv, e della telefonia». E su La Stampa di ieri il professor Juan Carlos De Martin obietta come nel nominare i vertici Agcom (in carica fino al 2019) non cambi il punto di vista centrato su tv e stampa, mentre l'informazione corre sulla Rete. . . . «Stiamo vivendo un annus horribilis ma ci sono le condizioni per venirne fuori» 6 martedì 15, maggio, 2012
Forse non era innocente, ma aveva diritto di non morire così, dopo 50 giorni di sciopero della fame, strappandosi dal braccio l'unica cosa che lo teneva in vita. «Ha preso l'ago della flebo che gli era stata somministrata per tentare di dargli un po' di forze». È morto in solitudine e senza parole, sostenendo fino le sue ragioni: Pop Virgil Cristia, 38 anni, di Bucarest, è l'ultima di una lunga serie di pagine nere delle nostre carceri. Da quello di Lecce all'ospedale, provato e ormai senza speranza, come ricorda Sandro Rima, dirigente sanitario della casa circondariale del capoluogo salentino. Il rumeno era stato ricoverato quattro giorni fa per le conseguenze di uno sciopero della fame attuato perché si proclamava innocente. «Rifiutava il cibo in maniera categorica, voleva parlare con il magistrato - racconta il medico - “Il magistrato, diceva, mi deve ascoltare e lui mi deve liberare”, questa era la frase che ripeteva sempre». «Ogni giorno - aggiunge Rima - veniva visitato da un medico, da uno psicologo e da uno psichiatra. Abbiamo tentato tutti di dissuaderlo, ma inutilmente. E l'ultima volta si è anche sfilato l'ago della flebo. Era intenzionato a continuare nella sua protesta fino in fondo». Il 38enne era nel carcere di Lecce da circa un anno per reati contro il patrimonio e la persona: una cinquantina di giorni fa aveva deciso di non toccare più il cibo perché voleva essere liberato: «Sono innocente», continuava a ripetere. Qualche giorno fa i medici del carcere hanno rilevato la necessità di un trasferimento del detenuto in ospedale, dove poi è morto. UNIVERSODISPERATO «Sono tante qui dentro le storie come quella di Pop Virgil, in molti sono nelle sue stesse condizioni, in 30 o forse 40 sono in sciopero della fame: c'è chi protesta perché vuole essere trasferito, chi si dichiara innocente, quasi tutti sono stranieri». Lo racconta il vicedirettore del carcere di Lecce, Giuseppe Renna. La morte di Pop Virgil Cristria, 38 anni, romeno, è avvenuta nell'ospedale del capoluogo salentino nella notte tra sabato e domenica scorsi. Il 38enne - a quanto si apprende - doveva scontare un cumulo di pene per piccoli reati (furti e rapine) pari a 18 anni. Era in carcere dal 2000: negli anni passati era detenuto in altri carceri come quello di Avellino - dove, racconta Renna «non si era mai adattato», e da un anno era rinchiuso nell'istituto detentivo di Lecce (attualmente ci sono circa 1.400 detenuti). «Si proclamava innocente, non aveva grosse possibilità economiche - racconta poi Renna - e non aveva famiglia. Noi lo aiutavamo come potevamo e anche i volontari tentavano di aiutarlo. In verità il carcere finisce sui giornali quando succedono queste cose. Ma noi come tutti dobbiamo combattere ogni giorno, senza avere possibilità economiche, con mille e mille problemi». «Qui dentro, come accade in tutti gli istituti d'Italia - aggiunge il vicedirettore - ci sono numerosi detenuti anche di carattere psichiatrico che andrebbero seguiti da strutture idonee, invece...». Il 38enne - dice ancora Renna - «aveva un passato pesante a livello detentivo perchè non si è mai adattato in nessun istituto». L'uomo, tra l'altro, così come aveva chiesto, «aveva più volte avuto modo di parlare con il magistrato ma anche loro hanno mezzi limitati». Sul fatto è intervenuto Pierfelice Zazzera, parlamentare Idv: «Un fatto inqualificabile quello accaduto nel carcere di Lecce e che lascia un profondo senso di amarezza», un fatto che impone «al Ministro di fare luce e al Parlamento di aprire una inchiesta. Sulla vicenda la magistratura ha già avviato le indagini. Tuttavia noi dell'Idv chiediamo al Ministro di fare luce e al Parlamento di aprire una inchiesta. Questo fatto conferma come nelle carceri italiane si continuino a violare i diritti umani, una condizione inaccettabile. Basta con le carceri inferno». MARIAGRAZIAGERINA ROMA Il dossier: un ragazzo ogni 4 sotto la soglia di povertà I figli dei disoccupati i più a rischio Pop Virgil Cristria aveva 38 anni, era carcerato dal 2000 per piccoli reati Da marzo aveva deciso di non toccare più cibo. «Voleva parlare col magistrato, si è sempre proclamato innocente» Non è un paese per bambini quello in cui persino nascere da genitori giovani diventa un fattore di rischio. È l'Italia, che lascia scivolare un ragazzino ogni quattro (22,6%) al di sotto della soglia di povertà. E che lascia che l'asticella si abbassi ancora drammaticamente tra i nati della generazione «precaria». I figli dei trentenni, perennemente in cerca di vera occupazione, sono i più esposti alla crisi. La povertà ne colpisce uno ogni due. L'Italia non dà chance ai giovani. E quelli di loro che decidono di mettere su famiglia non riescono a dare sicurezze economiche ai loro figli. Risultato: il 47,8% dei minori nati da genitori under 35 sono inesorabilmente poveri. Va peggio solo a chi nasce in Calabria, dove la povertà infantile galoppa sulla soglia del 60%, o in Sicilia (59,6%). E a i figli degli immigrati che, a qualunque latitudine nazionale, devono fronteggiare un rischio di povertà pari al 58,6%. Mentre praticamente spacciati sono i figli dei disoccupati: il 79% non si salva dalla povertà. Che colpisce i minori italiani più degli adulti (con un 8,2% di spread). Percentuali che fanno paura. E che collocano l'Italia agli ultimi posti delle classifiche internazionali. «Il paese di Pollicino», lo definisce il Dossier curato da Save the Children per mettere davanti alla coscienza nazionale le cifre di un vero e proprio abbandono. La povertà si sta mangiando l'infanzia. E l'Italia fin qui ha fatto ben poco per salvarla, investendo in interventi per le famiglie appena l'1,4% del Pil rispetto al 2,3% che è la media europea. Un intervento pubblico che ha spostato di poco l'asticella, facendo avanzare l'indice di rischio dal 3% al 3,8%, mentre in Inghilterra schizzava al 14,5%, in Francia al 13,5%, in Germania all'11,1%. Più a rischio degli altri sono i minori che vivono con un solo genitore: poveri, uno ogni tre. E il fatto che quel genitore, di solito, sia donna, non è un caso. Famiglie indifese davanti alla crisi. Più esposte quelle più numerose: mentre per le altre l'incidenza di povertà dal 2006 è aumentata del 2,7% per le famiglie con tre o più minori è aumentata del 4%. E la povertà - come ricorda Save - non è solo economica. È anche mancanza di asili, di servizi, di opportunità. In Italia, il livello di istruzione dei genitori penalizza i figli in misura tre volte maggiore rispetto alla Germania. Insomma, le opportunità o te le dà la famiglia o non te le dà nessuno. Neppure la scuola. Tanto più che il 18,9% dei ragazzi tra i 16 e i 24 anni, raggiunta la terza media, la abbandona. «Subito un piano nazionale di lotta alla povertà minorile», chiede Save the Children, consegnando al paese il suo Dossier della “vergogna”. Guardare in faccia l'Orco è il viatico necessario della campagna che Save the Children rivolge a partire da oggi al governo e al paese. Titolo: «Ricordiamoci dell'Infanzia». L'Italia fin qui se ne è ricordata ben poco. Save the children: in Italia i figli dei 30enni i più esposti alla crisi Muore dopo un digiuno di 50 giorni Le spiagge più belle del 2012? Sono 246 o almeno così ha deciso la Fondazione per l'educazione ambientale, che ha assegnato il vessillo di qualità a 13 lidi in più rispetto all'anno passato. Le new entry sono quasi tutte al Sud. Ma il primato resta alla Liguria che vanta ben 18 bandierine. ITALIA GIUSEPPE GAVIOLI Presidente del CIDIEP ci ha lasciato. Ci mancheranno la tenacia del suo impegno culturale e civile e la sua capacità di analisi rigorosa dei temi della tutela ambientale e della coesione sociale proiettati nell'orizzonte di una radicale innovazione del nostro sistema formativo. Ci mancheranno il suo garbo e il suo sorriso. Un pensiero affettuoso al figlio Luca e alla sua famiglia. La Segreteria e il Comitato scientifico del CIDIEP Parma, 15/05/2012 funus Servizi Funebri e Cimiteriali 800.13.43.19 PINOSTOPPON LECCE Spiagge, aumentano le bandiere blu New entry al Sud 12 martedì 15, maggio, 2012
Giovedì o venerdì i lavoratori Finmeccanica si fermeranno Ieri presidi di Cgil, Cisl e Uil a Genova e in Toscana L'ANALISI GUGLIELMOEPIFANI Quarantamila lavoratori in sciopero per dire «no» al terrorismo. È la risposta che le tute blu di Cgil, Cisl e Uil, pensano di dare unitariamente e a livello nazionale all'aggressione subita una settimana fa da Roberto Adinolfi, amministratore delegato della Ansaldo Nucleare, azienda della galassia Finmeccanica. Giovedì, al più tardi venerdì nelle intenzioni dei sindacati, gli operai del gruppo guidato da Giuseppe Orsi potrebbero fermarsi per un'ora. In tutti gli stabilimenti del colosso industriale i lavoratori dovrebbero riunirsi in assemblea per ribadire, qualora ce ne fosse ancora bisogno, la loro contrarietà alla violenza. La mobilitazione dovrebbe essere annunciata nelle prossime ore con un comunicato firmato dai tre coordinatori Finmeccanica di Fiom, Fim e Uilm, Massimo Masat, Marco Bentivogli e Giovanni Contento. «L'idea è di organizzare delle assemblee in tutte le aziende del gruppo, perché l'obiettivo dichiarato di questa gente è colpire Finmeccanica», dice Masat, facendo riferimento alla rivendicazione dell'attentato a Adinolfi, nella quale si parla delle controllate della multinazionale, Ansaldo Breda, Selex Sistemi Integrati, Dirstechnical Service, Elsac Datamat, Avio Alenia e Galileo. «Non possiamo sottovalutare quello che è successo, bisogna chiarire inequivocabilmente che gli episodi di violenza sono lontani dal passato, dal presente e dal futuro del sindacato e del lavoro», continua Bentivogli. Già ieri a Genova e in Liguria gli operai della Ansaldo Energia, che controlla la Ansaldo Nucleare, si sono fermati per due ore di sciopero simbolico in segno di solidarietà col manager colpito lunedì alle gambe dai due aggressori. Assemblee e iniziative spontanee si sono tenute anche in alcuni stabilimenti della Toscana, come alla Selex Elsag e alla Selex Galileo di Firenze. Alla manifestazione, fuori dallo stabilimento genovese, ha preso parte lo stesso ad di Ansaldo Energia, Giuseppe Zampini, messo sotto scorta come tutti i manager del gruppo. Con gli operai anche la parlamentare Pd Sabina Rossa, figlia di Guido Rossa, sindacalista e operaio della Italsider di Genova ucciso dalle Br nel 1979. E ancora l'ex segretario della Cgil, Guglielmo Epifani. In questi giorni nel capoluogo ligure c'è anche la segretaria di Corso Italia, Susanna Camusso, che partecipa all'assemblea della Fillea-Cgil. Con l'attentato a Roberto Adinolfi, «ci troviamo di fronte ad un fenomeno terroristico nuovo che non ha le stesse caratteristiche degli anni di piombo - dice la numero uno della Cgil - Ma non deve esserci nessuna sottovalutazione: il movimento dei lavoratori deve alzare la guardia, non concedere nessuna attenuante». Anche Camusso ha rimarcato l'importanza di «un nuovo impegno dei sindacati per raccontare al mondo dei giovani lavoratori cosa sia stato il terrorismo in Italia, affinché alzino la guardia anche loro e non concedano nulla alla violenza». Cgil, Cisl e Uil, prenderanno parte alla manifestazione organizzata dalle istituzioni genovesi per giovedì alle 17 in piazza De Ferrari, la stessa in cui si sono riuniti operai e cittadini all'indomani dell'omicidio di Rossa. Un momento, quello, che il segretario della Fiom ligure, Franco Grondona, ricorda così: «Ero un giovane delegato Italsider, avevo 27 anni. Quel giorno Genova scese in piazza per una grande manifestazione. Oggi il clima politico generale è molto diverso, e nella stessa rivendicazione dell'attentato a Adinolfi non ci sono riferimenti alle lotte dei lavoratori. Ma è bene ribadire da che parte stiamo». Bisogna «reagire con forza e coesione contro ogni forma di nuovo terrorismo», scrivono nel comunicato che annuncia la manifestazione in piazza De Ferrari il governatore Claudio Burlando, la sindaca uscente Marta Vincenzi e il commissario straordinario della provincia, Piero Fossati. «Ritrovarsi tutti in piazza giovedì pomeriggio darà voce a un sentimento di forza e di fiducia: la ragione, la democrazia, il rispetto della vita sapranno certamente prevalere sui pochi che esaltano e praticano la violenza». SEGUEDALLAPRIMA Ha sempre rappresentato, insieme, anche l'espressione della volontà di continuare a vigilare per prevenire ogni possibile forma dell'uso della violenza e del terrorismo, nella coscienza dell'assurdità e inaccettabilità dei suoi metodi e delle sue finalità. Il ferimento del dirigente dell'Ansaldo a Genova ad opera della federazione anarchica internazionale, riporta tutto il Paese dentro quella cappa fatta di interrogativi, attese, preoccupazioni che si sperava messa definitivamente dietro le spalle. Ci si chiede giustamente di fare luce sulla natura e l'identità del nuovo terrorismo, dei suoi collegamenti internazionali, soprattutto con gli ambienti eversivi operanti in Grecia; si studiano le modalità, il linguaggio ed i contenuti della rivendicazione, mettendoli a raffronto con quelli vecchi. Si discute del clima sociale che la crisi provoca e del suo rapporto con il ricorso alla violenza. Da parte del governo si stanno studiando tutte le misure da prendere per prevenire altri atti e cercare di saperne di più degli ambienti e dei personaggi che gravitano attorno alle sigle che hanno rivendicato l'agguato. Proprio perché il quadro è questo occorre però da subito dire alcune cose, non dirne altre, e soprattutto fare. Innanzitutto è logico e anche necessario rendersi conto della portata relativamente nuova di questa forma di terrorismo, che per molti versi sembra molto diversa da quella conosciuta in Italia. Ma non si può discutere né la pericolosità né la gravità di quello che rappresenta. La novità semmai ne accentua la forza e la portata eversiva, e anche la difficoltà di riorientare indagini e prevenirne le azioni. I primi atti di questo tipo risalgono al 2003, in un contesto sociale ed economico molto diverso dalla drammaticità della crisi di oggi. Si sono poi susseguiti con regolarità costante e con modalità da violenza per così dire misurata. Eppure, forse proprio per questo, nulla o poco si è potuto scoprire e disvelare. Perché questo? Per sottovalutazione? O per superficialità? Per la portata ristretta delle azioni compiute? In ogni caso, da oggi non è più tollerabile alcuna forma di ritardo. E prima ancora che di mezzi eccezionali serve tornare all'investigazione efficace e coordinata sugli ambienti e le reti di collegamento. La stessa questione del rapporto tra la scelta della violenza e la crisi sociale in corso va usata con attenzione e senza approssimazioni. Non è la crisi all'origine di questa rete eversiva ma percorsi e ideologie che risalgono almeno a 10 anni fa. Ma la crisi può essere usata per intensificare le azioni o allargare le complicità. E questo pone a tutti il dovere della nettezza dei giudizi e l'assenza di qualsiasi forma di giustificazione. La decisione dello sciopero nelle aziende del gruppo di Finmeccanica e i presidi dei lavoratori di fronte ai propri luoghi di lavoro rappresentano la prima e importante risposta che andava data, a partire da Genova, città dove per giovedì prossimo è prevista una grande manifestazione contro la violenza ed il terrorismo. In un tempo segnato dalla difficoltà di tenuta di tanti corpi di rappresentanza e di fragilità di una parte del sistema politico ed istituzionale, e nel cuore di una crisi che sembra aver cancellato razionalità ed efficacia nel governo dei processi economici e monetari e indebolito la funzione decisionali della politica e delle responsabilità di governo, la sfida alla democrazia la si vince con la partecipazione e con l'impegno diretto di ognuno. Nel presidio di Genova la risposta alla violenza si univa alla preoccupazione per il futuro dell'azienda e della occupazione. Finmeccanica è un'azienda strategica per il Paese. Le decisioni che si stanno prendendo possono avere ricadute pesanti. Qui forse davvero è il caso che governo e Parlamento intervengano e si ascoltino le ragioni del sindacato. LIVORNO Il presidio di ieri all'Ansaldo Energia per dire no al terrorismo. Sotto il manager Adinolfi FOTO DI LUCA ZENNARO /ANSA Contro il terrorismo sciopero di un'ora GIUSEPPEVESPO MILANO Sullamolotovanche le improntedigitali Potrebberoavere leorecontate gli autoridell'attentato di sabato scorsoalla sedeEquitaliadi Livorno.Sembra infatti che icarabinieri del Rose laDigos abbiano acquisito preziosi indizidai filmati delle telecamereeda alcune deposizionidei testimoni e, soprattutto, ci sarebberodelle impronte digitali suuna dellemolotov e un petardo rimasti inesplosi cheavrebbero permessodi identficarealmeno due degliotto malviventi. Le indagini, coordinate dal Pm AntonellaTenerani, si stannoconcentrando soprattuttosugli ambienti anarchici-antagonisti toscani.L'aggressione contro la sede labronicadi Equitaliaè avvenuta intornoalle4,30 disabato mattina. Neipressidell'ingresso dell'edificio eranoancheapparse lescritte rosse “Equitaliaboia” e“Lotta continua”. Alcuni testimoni, svegliatidal botto,avrebbero vistoun gruppo di personeche stava scappando. I filmatidelle telecameredi sorveglianza sonostati confrontati con quelli relativi allemanifestazioni svoltesi negli ultimimesi inToscana. Nel mirino degli inquirenti soprattutto le iniziative incui sonoapparse lescritte controEquitalia. Ieri alle 12 siè intantoriunito ilComitatoprovinciale per l'ordine pubblico e la sicurezza.Al termine del summit èstato comunicato che verrà intensificata la vigilanzasu quelli che vengono ritenutiobiettivi sensibili. «Il livellodi vigilanzaverrà innalzato siaa livello quantitativoche qualitativo»spiegano dallaPrefettura. Nelpomeriggio invece il presidentedella ProvinciaGiorgioKutufà ha incontrato ildirettore e i dipendenti localidi Equitalia. DAVID EVANGELISTI Niente ritardi, la sfida democratica si vince con l'unità martedì 15, maggio, 2012 11
Nel quotidiano bombardamento statistico generato dalla crisi, ieri sono deflagrati due numeri molto pesanti, relativi all'andamento dell'inflazione ed al caro carburanti, che poi è il principale responsabile della crescita dei prezzi nonostante la dura recessione che sta colpendo l'economia nazionale. I dati dell'Istat dicono che nel mese di aprile l'indice nazionale dei prezzi al consumo ha registrato un aumento dello 0,5% rispetto al mese precedente e del 3,3% nei confronti di aprile 2011 (lo stesso scarto registrato a marzo). L'inflazione acquisita per il 2012 è adesso pari al 2,7%. Ma, come purtroppo spesso capita di questi tempi, dentro una cattiva notizia ce ne sono anche di peggiori. E così, sempre secondo le rilevazioni Istat, ad aumentare ben più dell'indice generale è il cosiddetto prezzo del carrello. Quest'ultimo indica il costo dei prodotti acquistati con maggiore frequenza che sono aumentati su base mensile dello 0,4% con il tasso tendenziale salito al 4,7% dal 4,6% di marzo. Questo ci porta direttamente al discorso sui carburanti poiché a rendere più salata la spesa di tutti i giorni sono innanzitutto i prezzi di benzina e gasolio. AZIONETRIPLICE L'andamento della “verde” negli ultimi mesi è impressionante. Infatti, rispetto ad aprile dell'anno scorso la benzina è salita addirittura del 20,9%, un valore tristemente da record se è vero che per trovare un rialzo maggiore bisogna tornare indietro di 29 anni, al maggio del 1983. Ma è tutto il comparto dei carburanti a segnare picchi di prezzo, con il diesel che è anch'esso cresciuto nell'anno del 20,5%. «Ormai le statistiche - dice Antonio Lirosi, responsabile Consumatori del Pd - ci raccontano una cosa inequivocabile: in tema di costo dei carburanti siamo arrivati al limite di sopportazione da parte dei cittadini e delle aziende. Urgono quindi degli interventi per ridurre il prezzo, che possono essere di triplice natura. Prima, però, è giusto interrogarsi sul ruolo dello Stato, che continua ad essere cointeressato all'aumento del prezzo industriale dei carburanti, procurandosi risorse sia dall'incasso delle accise che dell'Iva, senza dimenticare che beneficia di ulteriori profitti come azionista di maggioranza del principale rivenditore al dettaglio, le cui politiche di prezzo influiscono in modo rilevante sul mercato e sulla formazione del prezzo medio italiano». Una commistione di ruoli che complica inevitabilmente l'azione dell'esecutivo, anche di fronte all'attuale emergenza. «Da parte del governo occorre la volontà di agire - prosegue Lirosi -, perché in realtà l'intervento da attuare in prima battuta è abbastanza semplice e risaputo. Mi riferisco alla riduzione delle accise sfruttando l'extragettito che arriva dall'Iva sui carburanti. In pratica, il ripristino del meccanismo della cosiddetta accisa mobile, introdotto dal governo Prodi nel 2008 e poi soppresso dal ministro Tremonti». Azione, da parte di Palazzo Chigi, ma anche sorveglianza: «Esistono gli strumenti per controllare giornalmente il margine lordo determinato dalle compagnie petrolifere che operano in Italia. Questo purtroppo non è stato fatto, se è vero che di recente questo margine è arrivato ad essere superiore di diversi centesimi al litro rispetto alla media degli ultimi anni». La terza direttrice, verso l'obiettivo di una riduzione dei prezzi, è anche la più difficile da percorrere: «Restano molte cose da fare - spiega Lirosi - per ottimizzare la rete di distribuzione, anche perché l'80% è ancora in mano alle grandi compagnie petrolifere con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Non è un caso se le cosiddette “pompe bianche” applicano prezzi inferiori di dieci centesimi rispetto a quelli dei distributori con marchio. Certo, si sono fatti passi avanti con la diffusione delle pompe nei grandi centri commerciali ma, ad esempio, per vedere un gestore vendere carburanti di diverse marche nello stesso distributore, come previsto dal recente provvedimento del governo Monti, bisognerà attendere una revisione delle forme contrattuali». La benzina incendia l'inflazione. «Prezzo da ridurre» Borse in picchiata, debito pubblico italiano che s'impenna e spread che schizza ai livelli allarmanti di qualche mese fa, toccando anche i 450 punti base, poi tornato a 423. Ieri è stata una giornata da dimenticare, con i mercati travolti dall'incertezza politica europea (il combinato disposto dell'ingovernabilità greca e della debolezza di Angela Merkel ha il potere di uno tsunami in un mercato senza «bastioni difensivi» come quello europeo) e dagli ultimi dati diffusi da Bankitalia sui conti italiani. CONTI IN ROSSO Nonostante la cura Monti, nei primi tre mesi dell'anno il «rosso» italiano è cresciuto di 48,9 miliardi, mentre rispetto all'anno prima l'aumento è di 80 miliardi di euro, toccando quota 1.946 miliardi a marzo. Se il ritmo di crescita dovesse restare questo, si arriverebbe a 2000 miliardi a fine anno. Difficile un'inversione di tendenza, in presenza del deficit e in assenza di un avanzo primario, l'unica voce che riesce a calmierare lo stock di debito. Ma cattive notizie arrivano anche sul fronte delle entrate di cassa. Nonostante i blitz Bankitalia calcola che nel primo trimestre sono arrivati all'erario 83,168 miliardi di euro, mezzo punto percentuale in meno delle entrate del primo trimestre del 2011. Nel solo mese di marzo le entrate hanno lasciato sul terreno il 3,6% rispetto al corrispondente mese del 2011. Il dato segnala sicuramente anche la contrazione di ricchezza, visto che molti osservatori stimano il Pil a -0,7% nel primo trimestre di quest'anno. Oggi i principali paesi europei, tra i quali anche l'Italia, renderanno noto l'andamento della crescita nel primo trimestre dell'anno. Il debito pesa «per 32.435 euro sulle spalle di ogni abitante e per 88.458 euro sulle spalle di ogni famiglia», calcolano le associazioni dei consumatori Adusbef e Federconsumatori, sottolineando che le famiglie dovranno quest'anno farsi carico non solo delle «stangate tariffarie, calcolate per 2.201 euro, ma anche di ulteriori 1.873 euro di aumento del debito pubblico che il Governo Monti ha contratto in questi ultimi mesi». Adusbef e Federconsumatori tornano allora a chiedere, per far fronte a questa emergenza, la vendita delle riserve d'oro della Banca d'Italia. Intanto oggi il Tesoro ha collocato sul mercato Btp a tre anni con scadenza marzo 2015 per complessivi 3,5 miliardi, massimo ammontare prefissato. Il rendimento è stabile, al 3,91% dal 3,89% dell'analoga asta di aprile. La domanda è stata pari a 1,52 volte l'importo offerto contro 1,43 dell'ultima asta. In ogni caso l'impresa era difficile in un mercato tanto negativo. Le Borse europee hanno bruciato 120 miliardi di euro in seguito ai forti ribassi legati ai timori per la tenuta della moneta unica. Piazza Affari archivia la seduta con una flessione pari a -2,74%. Il listino ritorna così sui livelli minimi dallo scorso fine settembre. Nel baratro finiscono le banche (ma non Mps che sale) a partire da Mediolanum che perde quasi il 7%. Unicredito arretra del 4,77%, seguita da Intesasanpaolo che perde il 3,55. In rosso anche le altre Borse europee e l'apertura di Wall Street. La maglia nera va ad Atene, che lascia sul terreno più di 5 punti (-5,23%). Ribassi oltre il 2% per Amsterdam, Parigi e Madrid, appena meno del 2% le perdite di Londra e Francoforte mentre i venti della crisi dell'euro si abbattono anche sulla borsa di Mosca che chiude in calo del 3,60%. L'euro ha a sua volta perso pesantemente terreno, attestandosi al 1,2841 dollari nel pomeriggio. DIFFERENZIALI Anche il «caso Merkel» ha infiammato il clima finanziario, con il crollo della Cdu che mette un'ipoteca sulla tenuta del governo. Ma se i bond dei Paesi periferici dell'area euro sono stati bersagliati da vendite, all'opposto i Bund hanno ricevuto nuovi forti acquisti, venendo usati ancora una volta come porto sicuro nelle fasi di tensione. Questo ha schiacciato i rendimenti dei titoli tedeschi a nuovi minimi contribuendo a far riallargare gli spread. Insomma, il differenziale non è tanto dovuto a un aumento di rendimento dei titoli più «deboli», ma a un calo di quello più forte. Inoltre sui mercati potrebbe pesare anche il rallentamento della crescita in Cina che ha spinto la banca centrale ad assumere nuove misure espansive. Giù anche il petrolio ai minimi da inizio anno. A Londra il barile di Brent ha perso 1,34 dollari a quota 110,92. La debolezza non ha risparmiato le Borse di oltre Atlantico, dove continua a tenere banco il tema delle maxi perdite alla banca d'affari JPMorgan su alcune operazioni di trading andate male - il capo della divisione investimenti si è dimesso - così come i preparativi per lo sbarco in Borsa di Facebook. MARCOVENTIMIGLIA MILANO L'EUROPAELACRISI I primi smottamenti politici di Merkel fanno perdere 120 miliardi sui mercati Tensione forte da noi: lo spread sale fino a toccare quota 450, lontanissimo dai minimi BIANCADIGIOVANNI ROMA Borse in picchiata Debito record in Italia, entrate giù . . . Secondo i consumatori su ogni famiglia il debito grava per 88.458 euro Il Pil in calo pesa sul Fisco . . . Per il democratico Antonio Lirosi va ripristinato il meccanismo dell'accisa mobile introdotto da Prodi 4 martedì 15, maggio, 2012
L'INTERVISTA SEGUEDALLAPRIMA Le cifre fanno paura: gli istituti iberici per ordine del governo debbono rifinanziarsi per 30 miliardi di euro, e già questo non sarà facile. Ma si sa fin d'ora che non basteranno. Bankia, il quarto gruppo del Paese, nato due anni fa dalla fusione di sette casse di risparmio salvate dal crac, è a sua volta sull'orlo del fallimento e ha ricevuto aiuti indiretti che hanno portato lo Stato a controllarlo per il 45%. E si calcola che per mettere al sicuro, provvisoriamente, le cinque banche più grandi ci vorrebbero tra 70 e 100 miliardi. In queste condizioni, si capisce bene come non ci siano margini per le drastiche riduzioni del debito cui, secondo il Fiscal compact, il governo di Madrid dovrebbe impegnarsi e quindi attenersi. Proprio all'indomani della firma del patto, peraltro, il premier Mariano Rajoy aveva annunciato la propria «disobbedienza» rifiutando l'ipotesi di dimezzare il deficit 2012 come previsto dal patto. «Avrebbe effetti troppo recessivi», disse allora Rajoy e la stessa opinione è stata espressa ieri, mentre cominciavano i lavori a Bruxelles, dal suo ministro dell'Economia Luis de Guindos. «Noi - ha detto - abbiamo fatto tutto il possibile, ma ora abbiamo bisogno della collaborazione di tutta l'area euro. Ci vuole una risposta comune e spero che stanotte si decida in questo senso». Questo è il clima, dunque. Da un lato l'incubo della frana del sistema creditizio spagnolo, che innescherebbe una incontrollabile reazione a catena (in Spagna sono investiti almeno 6 o 700 miliardi di euro di banche Usa, tedesche, francesi e britanniche). Un evento di fronte al quale apparirebbe ridicolmente basso il firewallcostruito con i fondi europei e politicamente garantito dal Fiscal compact. Dall'altro lato la disperata mancanza di vie d'uscita in Grecia, che sta accendendo un duro confronto tra chi ritiene che la fuoriuscita del Paese dall'euro sarebbe «gestibile» e, a questo punto, auspicabile e chi è convinto che, oltre al disastro sociale che provocherebbe, al rischio di rafforzare le spinte reazionarie e populiste con una deriva verso l'isolamento proprio nel momento in cui l'Unione europea cerca di integrare l'area balcanica, gli effetti indiretti sul resto d'Europa sarebbero devastanti. ILCOSTO DELLADRACMA Secondo calcoli proposti da istituti di analisi tedeschi, il costo del fallimento greco graverebbe su tutta l'Eurozona per almeno mille miliardi. La linea di separazione tra queste due posizioni attraversa perfino il governo di Berlino, con la cancelliera Angela Me A Bruxelles i ministri dell'Eurogruppo litigano sull'uscita di Atene dall'euro Torna a fare paura anche la Spagna «A essere sconfitta non è stata una persona, ma una politica. A vincere non è stata una generica protesta anti-sistema, ma una proposta alternativa, che dimostra come sia possibile coniugare giustizia sociale, crescita e rigore. Questo è il “modello” del Nordreno-Westfalia». A sostenerlo è una delle figure più rappresentative della Spd: Axel Schäfer, vice capogruppo Spd al Bundestag, capogruppo nel Nordreno-Westfalia. «L'esperienza di governo del Land di Hannelore Kraft - rimarca Schäfer - è un laboratorio politico che offre preziose indicazioni, sia in termini di programma che di possibili alleanze, sul piano nazionale, in vista delle elezioni del 2013». «Catastrofe Cdu». Così la stampa tedesca inquadra il voto nel Nordreno-Westfalia.Ècorrettoparlaredirisultatocatastrofico per la Cd della cancelliera Merkel? «Forse “catastrofe” è troppo, di certo si è trattato di una sconfitta, la cui portata, va anche oltre il pur significativo dato numerico e di certo non può essere spiegata solo facendo riferimento alla specificità locale. A essere premiata è stata l'esperienza di governo di Hannelore Kraft...». Unaesperienza di«buon governo». «Sostanzierei questo concetto di “buon governo”. Buon governo significa dimostrare, con i fatti, che giustizia sociale, sviluppo e contenimento del deficit pubblico non solo non sono in conflitto tra loro, ma sono tra loro interdipendenti. Con l'accento sullo sviluppo, su investimenti mirati. Il buon governo di Hannelore Kraft è quello di una sinistra riformista che rifiuta il rigore ad oltranza perché esso porta con sé disoccupazione e povertà di massa». AvincereinNordreno-Westfaliaèungovernorosso-verde. Èun'indicazione per il futurodella Germania? «Occorre evitare qualsiasi trasposizione meccanica dal dato locale a quello nazionale. Certo è che questa alleanza dimostra che l'attenzione per l'ambiente, per le tematiche ecologiste, non confligge in alcun modo con una politica di crescita, ma anzi ne diviene parte integrante». C'è chi vede in Hannelore Kraft l'«anti-Merkel». «Capisco che la stampa ha bisogno di personificare lo scontro politico, ma personalmente vorrei rimarcare i contenuti dell'azione politica di Hannelore, essi sì in antitesi a quanto predicato e praticato da Angela Merkel: più investimenti nelle infrastrutture, nell'educazione e nell'assistenza familiare, oltre che un approccio più graduale alla riduzione dell'indebitamento. Questa gradualità non è un limite, non è sinonimo di attendismo, ma è una delle condizioni per poter abbattere il deficit pubblico senza provocare devastanti ricadute sociali». Qualèun'altraindicazioneche,asuoavviso, emersadal votodi domenica scorsa,chepuòrivestireunavalenzagenerale? «La protesta contro una politica del rigore assoluta può essere intercettata e rappresentata al meglio da una proposta alternativa. È quanto ha fatto nel Land la Spd e per questo è stata premiata dagli elettori. La signora Merkel ha sempre liquidato la politica di sostegno allo sviluppo come crescita attraverso i debiti. Così non è. E il voto di ieri (domenica, ndr) è innanzitutto la sconfessione di questo assunto. Ed è anche per questo che ciò che è avvenuto in Nordreno-Westfalia parla all'intera Germania e all'Europa». Daquestopuntodivista,esiste,asuoavviso,unfilorossochecollegaParigi,con la vittoria presidenziale di François Hollande, a Düsseldorf, con il successo Spd diHanneloreKraft? «Le specificità sono evidenti, tuttavia è indubbio che un vento nuovo sta spirando in Europa: è il vento del cambiamento. Un cambiamento possibile, pragmatico, che segnala la crisi del ciclo conservatore. In questo senso, l'elezione di François Hollande è un segnale di rottura che va ben oltre i confini francesi. Dimostra che vi è un'altra soluzione che non sia quella che si basa unicamente sull'austerità in Europa, cioè quella su cui si fondava il “Merkozy”, l'asse Merkel-Sarkozy. Per quanto ci riguarda, posso dire che la Spd ha gli stessi obiettivi di Hollande: vogliamo lavorare affinché l'Europa associ alla solidità finanziaria la crescita economica, maggiore occupazione e migliore qualità e giustizia sociale. È questa la nostra sfida a Angela Merkel. Vincere è possibile: è questo il messaggio di speranza che viene dal Nordreno-Vestfalia». L'Europa volta le spalle alla signora Merkel? «Il discorso è un altro: la Germania ha bisogno dell'Europa, e non è vero che il rafforzamento delle istituzioni politiche europee così come un Patto di crescita che integri il Fiscal compact indeboliscano il peso tedesco in Europa. La verità è che da soli non ci si tira fuori dalla crisi. E questa vale anche per la Germania. Gli interessi nazionali si difendono nel modo migliore a livello internazionale, nello sviluppo di una politica regionale che diventa europea. L'Europa è un investimento per il futuro». Il vice capogruppo Spd: «La lezione del Nord Reno-Westfalia? Coniugare giustizia sociale, crescita e rigore. Sono gli stessi obiettivi di Parigi» AxelSchäfer La squadra è già fatta. I ruoli più importanti sono già assegnati. La notte servirà a vincere le ultime resistenze di «Martine». Dal Quartier generale di François Hollande, avenue de Segur, non trapela nulla, ma secondo fonti ben informate la lista dei ministri del nuovo governo sarebbe già pronta. Si comincia da oggi i con l'annuncio del premier. Per la poltrona numero 1, quella di Palazzo Matignon, si fanno sempre tre nomi: Jean-Marc Ayrault, Martine Aubry, Manuel Valls. Emerge ogni tanto, però, anche quello di Pierre Moscovici. Ma, a quanto risulta a l'Unità, salvo clamorosi ripensamenti dell'ultimora, la scelta cadrà sul primo della lista. Ayrault può contare infatti sull'ottimo bilancio realizzato come sindaco di Nantes e sull'amicizia stretta anni fa con il neo presidente. Intanto il gioco dei pronostici continua. Se non dovessero andare a Matignon, Moscovici potrebbe essere nominato agli Esteri e Valls agli Interni. All'Economia sembra certo Michel Sapin, che da giorni parla ormai da ministro. Per il Quai d'Orsay torna il nome di Laurent Fabius, mentre ad Arnaud Montebourg si prospetta un futuro da ministro dell'Agricoltura o della Giustizia. Anche Andrè Vallini si immagina nella veste di Guardasigilli, Jean-Marie Le Guen spera nella Sanità, Jerome Cahuzac sogna Bercy. Nella costituzione del suo governo Hollande dovrà tenere conto anche di un altro impegno preso tempo fa. Durante la campagna aveva promesso che il suo sarebbe stato un esecutivo della parità, 50% di uomini, 50% da donne. Sui 15 ministri che stanno per essere nominati, sette o otto potrebbero dunque essere donne. Tra loro ci sarà senza dubbio Martine Aubry. Se in progetto per lei non ci fosse Matignon, la segretaria del Ps dovrebbe vedersi attribuire comunque un ministero prestigioso, forse l'Educazione, forse la Cultura. Nella lista delle favorite, Marisol Touraine avrebbe diverse chance per essere nominata alla Sanità o agli Affari sociali. Le Verdi Cecile Duflot e Eva Joly potrebbero entrare a loro volta nel governo socialista. Vi farebbero parte anche alcuni giovani volti emersi durante la campagna. Tornano in particolare i nomi di Aurelie Filippetti (in lizza per la Cultura) e di Najat Vallaud-Belkacem (portavoce della campagna di Hollande, alla quale potrebbe andare un sottosegretariato). PAOLOSOLDINI paolocarlosoldini@libero.it L'EUROPAELACRISI UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it VicecapogruppoSpd nelBundestag, presidentedelgruppo socialdemocratico nelLanddelNordReno Westfalia L'Europa si spacca Hollande lancia Ayrault «Abbiamo vinto con una proposta alternativa, che vale per l'intera Unione» U.D.G. ROMA Oggi l'annuncio del nuovo premier francese Nella squadra entreranno Aubry e Fabius (agli Esteri) 2 martedì 15, maggio, 2012
COSIMOCITO ROMA Lospagnolohavinto involata lanonatappadelGiro Goss,CavendishePozzatoaterranell'ultimacurva SPRINTACEFALOAFROSINONE,ARRIVODIFFICILE,MOSSO,CURVE,CADUTE,PERTUGIDAESPLORARE,ROBAPERFETTAPERUNBUCANIEREDELLEVOLATECOMEFRANCISCO VENTOSO. Vince lo spagnolo della Movistar su Felline, Nizzolo e Caruso, in un arrivo per ruote furbe più che veloci. Ma le ruote più veloci, mentre Ventoso sfreccia sulla linea e batte l'arrabbiatissimo Felline, sono tutte ko, ferme 400 metri più indietro, all'ultima, fatale curva di una tappa che ha detto poco per tanto e moltissimo negli ultimi 6 km. Cadono in due, Kristoff e Pozzato, messi bene all'ultima curva ma deviati dall'errore dell'uomo della GreenEdge Impey. Kristoff spinge Pozzato, il veneto cade e taglia la strada a tutta la parte destra del gruppo, lanciata a 60 orari. Asfalto per tanti, Goss, Cavendish, i fratelli Haedo, Bennati, tutti si rialzano quando ormai Ventoso ha già abbassato le braccia da un pezzo e già gusta la vittoria, la seconda in due anni al Giro, due volte in Ciociaria, Fiuggi e Frosinone, più o meno allo stesso modo. Lunga e noiosa come nelle previsioni, la tappa si ravviva a 6 km dall'arrivo. Joaquim Rodriguez fraintende uno strappetto all'ingresso in città e prova ad andarsene. Dovrebbe risparmiarsi, è uno dei favoriti per la vittoria finale Purito, ma lui ha la sparata facile. Se ne va da solo, col gruppo lanciato dalla Sky dietro a velocità sostenuta. Il suo scatto non fa danni, ma dietro ci provano anche altri, Pozzovivo ad esempio, ingolosito anche lui dalla strada e abbagliato dall'iniziativa scellerata di Rodriguez. La follia dello spagnolo - che, in realtà, ha fatto le prove per l'arrivo di Assisi, quello di oggi si chiude dopo appena un km, da allora è solo gruppo compatto, Sky, GreenEdge, Garmin a tutta per i capitani. Poi il disastro all'ultima curva, il gruppo si spezza, restano in quattro davanti e Ventoso, il più veloce, il più esperto e il più furbo, insacca di rapina. L'ha meritata, in fondo: «Col gruppo compatto per me non c'è nulla da fare, in arrivi del genere ho più speranze. Visconti l'aveva previsto, mi ha detto prima della partenza «oggi vinci tu». Percorso pericoloso? Il vincitore deve per forza mentire, o forse è sincero: «Era segnalata benissimo, in tanti qui non studiano la cartina». La curva era davvero brutta e troppo vicina al traguardo, ma è dura parlare di arrivo pericoloso. Piuttosto, era arrivo difficile, da bucanieri, da maestri dell'equilibrio, da Ventoso. Dietro di lui è spuntata per la prima volta in un arrivo del Giro la faccia del 22enne Fabio Felline, che è giovane, ma già competitivo e molto ambizioso. Hesjedal tiene la maglia con un buon piazzamento di tappa, settimo. Può succedere molto oggi ad Assisi, sulla breve salita verso il centro città. Tappa per gente sveglia, tagliata alla perfezione, questa sì, su Purito Rodriguez. ORACHEL'ITALIASEMBRAGUARITADALL'ESTEROFILIA INPANCHINA,CONILFUGGITIVOLUISENRIQUESENEVA ANCHE L'ULTIMO ESEMPLARE DI IMPORTAZIONE IN SERIE A, IL CALCIO AZZURRO SI RISCOPRE ESPORTATORE DI TECNICI. Allenatori giovani capaci di vincere all'estero, imporre gioco e personalità e riuscire anche quando sembrava impossibile e la sfida già persa. È il caso di Roberto Mancini, fresco trionfatore in Premier League in un finale al cardiopalma contro sua maestà sir Alex Fergusson, di Luciano Spalletti, al bis in terra di Russia con lo Zenit di San Pietroburgo, e di Paolo Di Canio che, lontano dai riflettori del calcio che conta, ha guidato lo Swindon Town alla promozione in League One, la terza divisione inglese. Alla lista, poi, si aggiungono anche i nomi di Roberto Di Matteo, che dopo aver vinto la Fa Cup sabato si giocherà con il Chelsea la finale di Champions League contro il Bayern, e quella di Carlo Ancelotti, che ha ancora 90' per sperare di agganciare il Montpellier e fare suo il titolo della Ligue 1 francese. Obbiettivo minimo per gli sceicchi francesi che hanno scaricato sul Paris Saint Germain una vagonata di petrol dollari e rischiano di restare con un pugno di mosche in mano dopo una campagna acquisti faraonica. La faccia più sorridente, quasi stravolta dall'altalena di emozioni nell'ultima gara vinta in rimonta durante il recupero contro il Queens Park Rangers, è quella di Roberto Mancini. A cui lo sceicco Mansour, cugino di quel Tamim Al Thani che ha invece investito a Parigi, ha messo in mano un Manchester City zeppo di stelle e campioni. Qualche tensione in campo e fuori, Tevez è rimasto fuori squadra per quasi sei mesi, Balotelli ne è entrato e uscito di bravata in bravata, un tonfo doloroso in Champions League eliminato da Napoli e Bayern, ma alla fine il Mancio ha fatto sino in fondo il suo lavoro andando a prendersi la Premier League nel derby di ritorno vinto grazie ad un gol del capitano Kompany. Sembrava tutto in discesa e invece l'altalena casalinga di domenica contro il Qpr ha rimesso in discussione tutto facendo fare quattro volte la spola al titolo da una parte all'altra di Manchester prima di consegnarlo, 44 anni dopo l'ultima volta, ai Citizens. «La vittoria più bella», ha commentato Mancini, che di campionati in Italia ne aveva già fatti suoi tre (compreso quello post Calciopoli) sulla panchina dell'Inter. È invece stato costretto ad emigrare oltrecortina per prendersi un titolo Luciano Spalletti, uno che da troppo tempo viene dato per sicuro emigrante di ritorno ma che invece continua ad allenare (e vincere) nella Prem'er-Liga russa dove ha fatto il bis dopo il campionato scorso battendo lo Spartak di Mosca, secondo classificato a 13 punti di distanza, e lasciando a debita distanza il multimiliardario Anzhi Makhachkala di Eto'o e Guus Hiddink battuto proprio domenica in trasferta per 2-0 nell'ultima giornata di campionato. Come Spalletti in Russia, anche Di Canio nella provincia inglese ha potuto festeggiare con largo anticipo la vittoria in campionato. Ma la Champions League dello Swindon Town la prossima stagione si chiamerà League One, la nostra Lega Pro. Da quelle parti, contea dello Wiltshire 130 chilometri ad ovest di Londra, i meno giovani si ricordano la vittoria del 1969 in finale di League Cup contro l'Arsenal a Wembley, ma certo l'impresa dei ragazzi di Paolo Di Canio animerà a lungo le discussioni nei pub. Anche perché l'inizio non era stato dei più facili, con le polemiche politiche sulle sue idee di estrema destra, le cinque sconfitte consecutive e la risse con l'attaccante Leon Clarke. «Sono già proiettato sul prossimo anno quando saremo nella categoria superiore», si era sbilanciato Di Canio il giorno della presentazione. Pur non potendo schierare Leo Messi, il cui acquisto aveva scherzosamente promesso ai tifosi, ma dovendo accontentarsi dei carneadi italiani Mattia Lanzano, Alessandro Cibocchi e Raffaele De Vita, Di Canio ha vinto il campionato con due gare di anticipo. «Abbiamo fatto qualcosa di speciale», ha commentato il tecnico. Che ha subito rilanciato con una nuova promessa. «Il prossimo anno sarà ancora più dura, questo lo sappiamo ma perché non provare a conquistare un'altra promozione?». Una settimana ancora di speranze e attese e poi, chissà, alla lista degli emigranti col sorriso si potranno aggiungere a pieno titolo i nomi di Carlo Ancelotti e Roberto Di Matteo. Ci sperano a Parigi, lo sognano a Londra. Italian stile oltre frontiera. Emigrantievincenti Mancini, Spalletti e Di Canio. Export fortunato Inalto Roberto Mancini, allenatore del ManchesterCity. Sotto LucianoSpalletti che esultadopo lavittoria delloZenit ePaoloDi Canioche haportato lo Swindon inLeagueOne SPORT 1 Ryder Hesjedal Canada-Garmin 36h02'40'' 2 Joaquim Rodriguez Oliver Spagna-Katusha Team a 9'' 3 Tiralongo Paolo Italia-Astana a 15'' 4 Roman Kreuziger Repubblica Ceca-Astana a 0'35'' 5 Benat Elorriaga Spagna-Movistar Team a 0'35'' 6 Ivan Basso Italia-Liquigas a 0'40'' 7 Damiano Caruso Italia-Liquigas a 0'45'' 8 Dario Cataldo Italia-Omega Pharma a 0'46'' 9 Framk Schleck Radio-Shack Nissan a 0'48” 10 Eros Capecchi Italia-Liquigas a 0'52'' 1 Francisco Ventoso Spagna-Movistar Team 3h39'15' 2 Fabio Felline Italia-Androni Giocattoli s.t. 3 Giacomo Nizzolo Italia-Radio Shack Nissan s. t. 4 Damiano Caruso Italia-Liquigas s.t. 5 Daniel Schorn Austra-NetApp s.t. 6 Alexander Kristoff Norvegia-Katusha Team s.t. 7 Ryder Hesjedal Canada-Garmin Barracuda s.t. 8 Matthias Brandle Austra-NetApp s.t. 9 Manuel Belletti Italia-AG2R La Mondiale s.t. 10 Daryl Impey Sudafrica-Orica Greenedge s.t. DallaRussiaall'Inghilterragli allenatori italiani trionfano in giroper l'Europa Aspettandol'ultimagiornata delcampionatofrancese... CLASSIFICA MENTRELA TEDESCAJULIAS'IMPEGNAVANELLA PIÙ SCONSIDERATA DELLE PARTITEQUELLACONTRO LATRAMONTANA-È PARSOCHIARO CHENELTURBINE DI TERRAROSSASAREBBEROSERVITI LA PAZIENZAEL'ORIENTAMENTO DI ALESSANDRA SENSINI, SUPERBA ATLETA,OLIMPIONICADI WINDSURF. Ma questo è tennis. Dato il fascino, la Goerges è sempre molto seguita, e così il campo circondato dalle statue, intitolato a Pietrangeli, era gremito di appassionati intimoriti di perdere una tennista assieme brava e graziosa. Sprecato un match point nel secondo set contro quella solida avversaria solida che è la Wozniak, Julia sembrava perduta, battuta dalle traiettorie bizzarre e svuotate dal vento, che i suoi colpi piatti e anticipati faticavano a incontrare. Se l'è cavata con il talento, variando, costringendo la canadese a correre dove è poco pratica, verso la rete, lì chiamata da smorzate assassine. Il talento, appunto, come bussola per ritrovare il filo del gioco, anche in una giornata governata da un vento inusuale per forza e asciuttezza. Di estro il menù di ieri ne offriva qualche morso. Il primo, il più saporito, ha finito per spaccare i denti di chi aveva spalancato la bocca: il torneo di Dolgopolov, tipo diverso e per questo impagabile, è durato un quarto d'ora. Si è arreso a un malanno sfortunato: un virus che gli ha impedito di nutrirsi per due giorni, e proprio qui a Roma, dov'è noto, si mangia bene. Verdasco ne ha raccolto i resti, 6-0, poi l'altro si è arreso all'inedia. Il secondo boccone di talento era David Nalbandian, uno che quando ha avuto momenti di splendore fisico è stato capace di battere Federer e Nadal. Forse non tornerà più a quei giorni, ma nel suo viale del tramonto c'è ancora stile e purezza di gesto, e qualche soluzione di autentica geometria. Il terzo ambasciatore era il nostro Fabio Fognini: il suo braccio e la sua benedetta mano sono pieni di tennis facile. La sua testa è però abitata da spettri, ma il vero fantasma - di se stesso - era il suo avversario, Baghdatis, che fu grande, pochi anni fa, ma che ama più la vita di questo mestiere. Quindi per Fognini è stato troppo semplice, ma è stato bello. Quanto talento MaFabio non losa INTERNAZIONALIAL FORO MARCOBUCCIANTINI ARRIVO ... DiMatteo,vinta laFACup,si gioca la finalediChampions conilChelsea.Ancelotti puòancorasperareaParigi Arrivoperequilibristi Ventosoall'ultimometro MASSIMOSOLANI twitter@massimosolani U: martedì 15, maggio, 2012 23
UNENORMEBUBBLE-GUMCHEODORADIFRAGOLACHIMICA VIENE MASTICATO DA STRANI ESSERI, E CRESCE, CRESCE,CRESCE,DIVENTANDOGRANDECOMEUNACITTÀ, poi la bolla si gonfia, si gonfia, si gonfia, finché, come in un post-fumetto, la bolla dal sapore dolciastro e svenevole di fragola chimica, gonfiata dalle bocche di critici, collezionisti e galleristi, scoppia: lasciando i suoi appiccicosi rifiuti sugli occhi annoiati del pubblico. Che cosa sarà mai questo immenso bubble-gum esploso? Potrebbe essere un'opera d'Arte Contemporanea intitolata Gnam Gnam World, o I Love Bubble, o Bubble-Bible, ma in realtà è solo un'immagine per dire come la mano invisibile del Mercato, oltre a far scoppiare le teste di donne e uomini in carne ed ossa, sta facendo scoppiare la bolla speculativa dell'arte contemporanea. I grandi nomi mediatizzati, come Damien Hirst, per ora sembrano resistere, anche perché gli investitori più spendono meno vogliono perderci, ma chiudono Musei e Gallerie e si abbassano i budget per le installazioni di massa che arrugginiscono nelle rotonde e nei giardinetti di mezzo mondo. CHILI SCEGLIE? Ma quanto vale l'arte contemporanea in termini di valore non monetario? La gran parte dell'arte contemporanea innalza da almeno quarant'anni la bandiera della sorpresa a tutti i costi, e di una presunta artisticità alla portata del «pubblico»: una versione aggiornata seconde le leggi della Società dello Spettacolo del lombrosiano genio e follia. Sembra di sentire i suoi guru: «Vogliamo artisti giovani! Ventenni? È tardi, ci servono di diciassette anni, di quattordici, di dieci! O saranno meglio i lattanti? E li vogliamo pazzissimi e supernormali! E le opere le vogliamo appariscenti, enormissime, mega-enormi!» Ma chi li sceglie, gli artisti che produrranno soldi? In una pubblicazione in lingua inglese edita da un'importante editore sulle opere fondamentali degli ultimi trent'anni, un gruppo di curatori di gallerie e musei sceglie una massa di opere dalle quali manca qualsiasi cosa di Kiefer, e abbondano «giovani» del tutto indistinguibili l'uno dall'altro. Verrebbe un sospetto: forse I sette palazzi celesti di Kiefer sono zero? E subito un altro sospetto: forse bisognava lanciare sul mercato un po' di roba in giacenza? La bolla è stata creata in gran parte dagli speculatori e dalla politica, che dai livelli alti al più piccolo assessore analfabeta allo sport&cultura hanno pagato con i soldi dei salariati opere di arredo, urbano e non, installazioni in stile «Fegati Sgozzati» o «Good Cacca», che avessero una funzione sola: la visibilità e l'apparire, mai la Visione. Il Mediatico ha partecipato alla festa, e presto la sola preoccupazione degli artisti è stata: Che cosa farò per attrarre i media? Così l'arte contemporanea è diventata arte neo-contemporanea, un fenomeno al rimorchio delle vere immagini del mondo, vale a dire la pubblicità, lo spettacolo e il mercato, chiudendosi in un circolo vizioso. Allora i Conigli argentati buoni per i tinelli e i Cuccioli di fiori «cariiiniiissimi» sono andati in scena, e l'arte è defunta in vita, alla maniera di un goffo zombie relegato nel reparto gusto, moda e vacanze. DAKIEFER AVIOLA Ma la grande arte della contemporaneità, da Luise Bourgeois a Anselm Kiefer a Bill Viola è rimasta a segnalare le ferite del presente, dicendo con chiarezza che dietro il trionfale suicidio del neo-contemporaneo c'è una sola cosa: il non aver saputo tener testa alla contemporaneità. La contemporaneità vera è atroce, grandiosa, multipla, ingannevole, affamata, sfruttata, splendida, l'arte neo-contemporanea è una parodia che ignora di essere tale: il dadaismo creava il brutto per evocare il bello smarrito, il brutto neo-contemporaneo è brutto come una merce scaduta che non sa di esserlo, e che, come ogni merce, chiede di essere rinnovata di continuo perché nessuno scopra che lo sfruttamento che genera le merci è sempre uguale. La bolla è scoppiata? Bene. Forse l'arte della contemporaneità può tentare di diventare ciò che da sempre ha promesso di essere. Staffetta dalle pellicole retrò alla lanternamagica RENATO BARILLI Nell'enormespazioespositivodell'HangarBicocca inmostra operediFeldmannedellacoppiaRicciLucchi-Gianikian CULTURA ARTE Il fallimento del«neo» Finedelsistema mediaticoespeculativo LO SPAZIO ESPOSITIVO MILANESE DETTO HANGARBICOCCAOCCUPA UNOSMISURATOEDIFICIOINDUSTRIALEDIMESSO, il più vasto contenitore per mostre di cui disponga il nostro Paese, tanto che vi ballano dentro perfino i Sette Palazzi Celesti eretti da Anselm Kiefer, come installazione permanente. Un problema assillante che si pone a Chiara Bertola, attuale curatrice, mi pare essere di articolare meglio tanta abbondanza, collocandovi dentro, risorse finanziarie permettendo, altre opere «site specific», e articolando in stanze e percorsi l'area rimanente, sottraendola in parte alle tenebre, suggestive ma anche alquanto opprimenti che la invadono. Certo è che le attuali presenze del tedesco Hans Peter Feldmann (1941) e della coppia italo-armena Angela Ricci Lucchi-Yervant Gianikian (entrambi 1942) risentono anch'esse del troppo vuoto circostante, un trattamento un po' più ristretto e condensato gli avrebbe giovato. Peccato, perché d'altra parte si tratta di artisti eccellenti, oltretutto posti tra loro in un rapporto di contiguità, quasi a staffetta, come chiamati a rievocare le tappe storiche delle proiezioni cinematografiche. Feldmann, già noto a noi per una vivace comparsa nella Biennale del 2009, risale addirittura alla primitiva tecnica della lanterna magica, ritrova la gioia dell'infanzia. In lui è il raccoglitore arguto di minime cose «di cattivo gusto», bambole, giocattoli, stoviglie, posti a ruotare su dischi mobili, con un fascio di luce che ne ingigantisce le ombre sulle pareti, creando un aereo castello di inganni, di fantasmi inafferrabili. La coppia nostrana sfrutta una tappa del progresso tecnologico appena posteriore, quando nei primi anni del secolo scorso si era giunti a produrre pellicole, procedenti a ritmo stentato, magari perché mosse a mano, e prive del suono. I Nostri non le fanno direttamente, bensì le trovano, in cineteche e archivi storici, le rimettono in sesto, ma ben attenti a lasciarvi tutte le tracce del tempo, e dunque le immagini sfilano sgranate, sempre sul punto di incepparsi, opponendo comunque un filtro tra noi spettatori odierni e i temi affrontati, che sono sempre molto duri, perfino crudeli. Riappaiono così le angherie che il colonialismo infliggeva alle tribù africane sottomesse, o gli orrori della Grande Guerra, o le varie possibili persecuzioni contro tutti i deboli ed emarginati della storia, ci aggredisce perfino una rozza trapanazione di cranio. Ma c'è dopotutto il filtro distanziante, per cui non si sa bene se quei monogrammi di tutte le miserie umane abbiano ancora una loro cruda realtà o emergano da un pozzo della memoria, col rischio di dileguarsi all'aria, come le scritture su un palinsesto ingiallito riportato a contatto con l'atmosfera. PELLICOLECOMEDECALCOMANIE Certo è suggestivo vedere dislocati nell'antro oscuro gli schermi in cui si accendono e lampeggiano queste visioni, come isole disperse in un mare di tenebre. E si potrebbe anche lamentare questa modalità d'intervento per vie indirette che fa dei film del passato degli «objets trouvés». Forse per reagire a questa procedura esteriore i nostri due hanno un sussulto d'orgoglio, e dunque le pellicole logorate dal tempo vengono da loro trattate come decalcomania, da fregarci sopra, anche in questo caso con procedure che ricordano i giochi dell'infanzia; e allora da quegli strati polverosi si sfarinano delle larve gioiose, ovvero i due ne traggono dei disegnini, delle sagome minute, che passano poi a tinteggiare con colori all'acquarello, freschi, splendenti come per un volo di farfalle. Labollaèscoppiata,anche se igrandinomiresistono Ilcontemporaneopuòora tentaredidiventare ciòchehasempre promessodiessere Haruki Murakami I famosi fiori dell'artista giapponese GIUSEPPE MONTESANO HANS-PETER FELDMANN, SHADOWPLAY; NONNONNON RETROSPETTIVADIYERVANT GIANIKIAN E ANGELARICCI LUCCHI Acura diChiaraBertola Milano,HangarBicocca. Finoal 10 giugno U: 20 martedì 15, maggio, 2012
UNACOSAABBIAMOIMPARATODAL-LA CRISI: A GUARDARE OLTRE I NOSTRI CONFINI. PERFINO LA TV, CHE HA POTENZA TEORICAMENTE PLANETARIA, PRIMADELLOSPREADERATALMENTEPROVINCIALE CHE BASTAVAANDARE A CHIASSO E LÌ,PERDIRE,PERFINOPAOLOBONOLISNON ERA PIÙ NESSUNO. Ora invece, Bonolis non è ancora nessuno, ma le telecamere sono sempre puntate su Chiasso e le sue banche, dove batte il cuore di un'Europa senza cuore. Per non parlare della Germania della signora Merkel, che, per l'occasione in giacchetta viola, ha spiegato davanti alle telecamere del pianeta che la sconfitta elettorale, sì, è stata dolorosa, ma locale. Una bugia di stampo berlusconiano, per giustificare il fatto che la politica tedesca non cambia e il rigore non si attenuerà. Soprattutto nei confronti della Grecia, contro la quale si dice e si fa tutto il peggio, nonostante che, senza la Grecia (e Roma) l'Europa non esisterebbe neanche. Ma Angela Merkel va avanti come un panzer perché, probabilmente, ha dovuto usare tutta la sua potenza di tiro per emergere in un mondo di uomini. Lei che, come ora anche Hillary Clinton, non perde tempo a truccarsi e si è trovata una divisa che le lascia solo la scelta del colore. Una donna simpatica, per quanto è diversa da Daniela Santanchè e soprattutto da Nicole Minetti. Una donna che, in tv, vediamo sempre schizzare da una parte all'altra, stringere mani e scappare via. Non senza aver lasciato sul terreno morti e feriti, come per esempio l'amico Sarkozy, di cui ha segnato la fine politica marchiandolo con baci e abbracci dal tipico calore germanico. E ora che anche Angela Merkel, come dicono i sondaggi, è in dirittura d'arrivo per prendere una batosta definitiva, tutta l'Europa, destra e sinistra, uomini e donne, tira un sospiro di sollievo. Senza che nessuna tv, almeno da noi, l'abbia intervistata, per farle spiegare quanta fatica costa essere la più cattiva in un continente perfido. TV Il continente perfido e la palma di «più cattiva di tutte» 06.45 Unomattina. Rubrica 11.00 TG1. Informazione 11.05 Occhio alla spesa. Rubrica 12.00 La prova del cuoco. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.00 TG1 - Economia. Informazione 14.01 Tg1 Focus. Rubrica 14.10 Verdetto Finale. Show. 15.15 La vita in diretta. Rubrica 16.50 TG - Parlamento. Informazione 17.00 TG1. Informazione 17.10 Che tempo fa. Informazione 18.50 L'Eredità. Gioco A Quiz 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Qui Radio Londra. Attualita' 20.35 Aari tuoi. Show. 21.10 Mia madre. Film Tv Dramma romantico. (2010) Regia di Ricky Tognazzi. Con Bianca Guaccero, Marco Cocci, Francesco Venditti, Primo Reggiani. 23.35 Porta a Porta. Talk Show. Conduce Bruno Vespa. 01.10 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.40 Che tempo fa. Informazione 01.45 Qui Radio Londra. Attualita' 06.30 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 09.30 Zorro. Serie TV 09.55 Braccio di Ferro. Cartoni Animati 10.00 Tg2 Insieme. Rubrica 11.00 I Fatti Vostri. Show. 13.00 Tg 2. Informazione 13.30 Tg2 - Costume e Società. Rubrica 13.50 Medicina 33. Rubrica 14.00 Italia sul Due. Talk Show. 16.15 La signora del West. Serie TV 17.00 Private Practice. Serie TV 17.45 Tg2 - Flash L.I.S. Informazione 17.50 Rai TG Sport. Informazione 18.15 Tg2. Informazione 18.45 Ghost Whisperer. Serie TV 19.35 Squadra Speciale Cobra 11. Serie TV 20.25 Estrazioni del Lotto. 20.30 Tg2. Informazione 21.05 Criminal Minds. Serie TV. 22.40 Dark Blue. Serie TV. 23.25 Tg2. Informazione 23.40 NUM3R1. Rubrica 00.25 Rai 150 anni. La Storia siamo noi. Documentario 01.20 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 01.30 A proposito di Brian. Serie TV Con Barry Watson 08.00 Agorà. Talk Show. 10.05 La Storia siamo noi. Documentario 11.00 Apprescindere. Talk Show. 11.10 TG3 Minuti. Informazione 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. Informazione 12.25 Le storie. Talk Show. 12.50 Geo & Geo. Rubrica 13.10 La strada per la felicita'. Soap Opera 14.00 TG Regione. Informazione 14.20 TG3. Informazione 15.10 Ciclismo: 95° Giro d'Italia - 10° tappa: Civitavecchia - Assisi. Sport 16.05 Cose dell'altro Geo. Rubrica 17.40 Geo & Geo. Rubrica 19.00 TG3. Informazione 19.30 TG Regione. Informazione 20.00 Blob. Rubrica 20.10 Le storie. Talk Show. 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 Ballarò. Attualita' 23.25 Volo in diretta. Rubrica 00.00 TG 3 Linea notte. Informazione 00.10 TG3 Regione. Informazione 01.05 Rai Educational Conversazioni di Teatro - Questa è la mia vita. Documentario 01.35 Prima della Prima. Evento 02.05 Fuori Orario. Cose (mai) viste. Rubrica 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.40 La telefonata di Belpietro. Rubrica 08.50 Mattino cinque. Show. 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.45 Uomini e Donne. Talk Show. Conduce Maria De Filippi. 16.05 Amici. Talent Show 16.45 Pomeriggio cinque. Talk Show. Conduce Barbara D'Urso. 18.45 Il Braccio e la Mente. Gioco a quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.31 Striscia la notizia - La Voce della contingenza. Show. Conduce Ficarra, Picone. 21.10 Dr House - Medical division. Serie TV Con Hugh Laurie, Lisa Edelstein, Robert Sean Leonard. 22.10 Dr House - Medical division. Serie TV Con Hugh Laurie 23.16 Signs - Segni. Film Fantascienza. (2002) Regia di M. Night Shyamalan. Con Mel Gibson, Joaquin Phoenix, Rory Culkin. 01.30 Tg5 - Notte. Informazione 07.22 Ieri e oggi in tv. Rubrica 07.25 Nash Bridges I. Serie TV 08.20 Hunter. Serie TV 09.40 Carabinieri. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Detective in corsia. Serie TV 13.00 La signora in giallo. Serie TV 14.05 Sessione pomeridiana : il tribunale di forum. Rubrica 15.10 Flikken coppia in giallo. Serie TV 16.15 My Life - Segreti e passioni. Soap Opera 16.40 Terra lontana. Film Western. (1954) Regia di Anthony Mann. Con James Stewart 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.30 Walker Texas ranger. Serie TV 21.10 Australia. Film Avventura. (2008) Regia di Baz Luhrmann. Con Hugh Jackman, Nicole Kidman, David Wenham. 00.20 I Bellissimi di Rete 4. Rubrica 00.25 Three Kings. Film Avventura. (1999) Regia di David O'Russell. Con George Clooney, Mark Wahlberg, Ice Cube. 02.50 Vivere Meglio - Anteprima. Show. Conduce Fabrizio Trecca. 06.50 Cartoni animati 08.40 Settimo cielo. Serie TV 10.35 Ugly Betty. Serie TV 12.25 Studio aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 Dragon ball. Cartoni Animati 14.55 Camera Cafè ristretto. Sit Com 15.05 Camera Cafè. Sit Com 15.55 Camera Cafè sport. Sit Com 16.00 Chuck. Serie TV 16.50 La Vita secondo Jim. Serie TV 17.45 Trasformat. Show. 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.25 C.S.I. Miami. Serie TV 21.10 Colorado presenta: Sto Classico! - L'Odissea. Show. Conduce Paolo Runi. 23.30 Californication. Serie TV Con David Duchovny 23.50 Californication. Serie TV Con David Duchovny 00.35 L'Italia che funziona. Rubrica 00.50 Nip/tuck. Serie TV 01.50 Saving Grace. Serie TV 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. 11.10 L'aria che tira. Talk Show. 12.30 I menù di Benedetta Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Movie Flash. Rubrica 14.10 Gli irriducibili. Film. (1988) Regia di Gary Sinise. Con Richard Gere, Kevin Anderson. 16.00 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 17.55 I menù di Benedetta. Rubrica 18.50 G' Day alle 7 su La7. Attualita' 19.25 G' Day. Attualita' 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Otto e mezzo. Rubrica 21.10 Quello che (non) ho. Show. Conduce Roberto Saviano e Fabio Fazio. 23.45 The Big C. Serie TV Con Laura Linney, Oliver Platt, John Benjamin Hickey. 00.15 Tg La7. Informazione 00.20 Tg La7 Sport. Informazione 00.25 The Big C. Serie TV Con Laura Linney, Oliver Platt, John Benjamin Hickey. 21.00 Sky Cine News - Anteprima Cannes 2012. Rubrica 21.10 Beastly. Film Fantasia. (2011) Regia di D. Barnz. Con V. Hudgens A. Pettyfer. 22.45 We Want Sex. Film Commedia. (2010) Regia di N. Cole. Con S. Hawkins A. Riseborough. SKY CINEMA 1HD 21.00 Z La formica. Film Animazione. (1998) Regia di E. Darnell, T. Johnson. 22.30 Detective a 2 ruote. Film Azione. (2005) Regia di M. Siega. Con N. Cannon R. Sanchez. 00.25 La banda Olsen al circo. Film Commedia. (2006) Regia di A. Lindtner Naess. Con O. Hogasen Maehlen R. Opsahl. 21.00 L'amore infedele - Unfaithful. Film Drammatico. (2002) Regia di A. Lyne. Con R. Gere D. Lane. 23.10 Il vecchio che leggeva romanzi d'amore. Film Drammatico. (2001) Regia di R. De Heer. Con R. Dreyfuss T. Spall. 01.10 Ti amerò sempre. Film Drammatico. (2008) Regia di P. Claudel. Con K. Scott Thomas 19.40 Bakugan Potenza Mechtanium. Cartoni Animati 20.05 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 20.30 Lo straordinario mondo di Gumball. Cartoni Animati 20.55 Adventure Time. Cartoni Animati 21.20 Takeshi's Castle. Show. 21.45 Young Justice. Serie TV 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Marchio di fabbrica. Documentario 19.30 Marchio di fabbrica. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Chi ore di più?. Documentario 21.30 Chi ore di più?. Documentario 22.00 Aare fatto!. Documentario 18.35 Platinissima presenta Good Evening. Show. 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Via Massena. Sit Com 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 Iconoclasts. Reportage 22.30 Deejay chiama Italia - Edizione Serale. Rubrica DEEJAY TV 19.30 I soliti Idioti. Serie TV 20.20 Il Testimone VIP. Reportage 20.45 Il Testimone. Reportage 21.10 Diario di una Nerd Superstar. Serie TV 21.35 Diario di una Nerd Superstar. Serie TV 22.00 Death Valley. Serie TV MTV RAI 1 21.10: Mia madre Film Tv con B. Guaccero. La giovane Nunzia si sposa e si trasferisce dal paese in Puglia a Torino. 21. 05: Criminal Minds Serie Tv con T. Gibson. La squadra speciale di profiler dell'FBI studia il comportamento dei criminali. 21.05: Ballarò Attualità con G. Floris. Il punto della situazione politica ed economica. 21.10: Dr House - Medical division Serie Tv con H. Laurie. House risolve il caso di un bambino morto in circostanze misteriose. 21.10: Australia Film con H. Jackman Un'aristocratica determinata si reinventa mandriana. 21.10: Colorado presenta: Sto Classico! - L'Odissea Show con P. Runi. I comici di Colorado nell'Odissea. 21.10: Quello che (non) ho Show con R. Saviano e F. Fazio. Secondo appuntamento con la cultura in prima serata. RAI 2 RAI 3 CANALE 5 RETE 4 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO U: martedì 15, maggio, 2012 21
L'INFINITA FORTUNA DEI JETHRO TULL, AMATISSIMA PROG-ROCKBANDBRITANNICA,ÈNELSORRISOSORNIONE DEL SUO LEADER E AMMINISTRATORE UNICO, LO SCOZZESEIANANDERSON, il romantico suonatore di flauto (e cantante) che da anni oltre all'eredità della band, esporta salmoni in tutto il mondo. Uomo di poesia e di concretezza assoluta, Ian gestisce leggenda e portafoglio con grande nonchalance, gira il mondo, riedita album, si inventa un sequel e viene di nuovo in concerto in Italia. E noi non possiamo dunque resistere ai ricordi di un disco storico che fu Thick as a brick, oggi ristampato in una nuova edizione in vinile (editata agli Abbey Road Studios) e affiancato dal suo sequel. E se lo storico concept del 1972 raccontava le gesta del bambino-poeta Gerald Bostock, questo Thick as a brick 2 narra ciò che è successo dopo, attraverso cinque ipotetiche vite: un banchiere avido, un gay senza fissa dimora, un soldato tornato dall'Afghanistan, un uomo comune, un predicatore ipocrita. Quaranta anni dopo: «Scopo del disco è esplorare i cambiamenti nella vita, le piccole e le grandi decisioni che ti fanno andare in una direzione piuttosto che in un'altra. Ho sempre detto che non sarei stato in grado di fare un sequel alla maniera di Rocky III, non mi interessa il lato nostalgico. Qui si trattava di saltare nel futuro. Mettere in evidenza le differenze della vita nel 1972 e nel 2012, i cambiamenti nella società, nella cultura, della religione, dell'etica, ma anche quello che è rimasto drammaticamente identico, come l'inutilità della guerra, la follia delle droghe». C'èanchepolitica inquesto«Thick asabrick2»:un soldatoche tornada Kabul, uncinicobanchiere... «In realtà non mi piace portare l'ossessione politica nelle canzoni. Quello che posso fare è parlare di come la politica o la guerra impattano sulle nostre vite. Pensiamo a quel 1972: anch'esso era un periodo di grande agitazione: manifestazioni continue, studenti arrestati. L'anno successivo gli Usa avrebbero richiamato le truppe dal Vietnam e oggi, tra un anno, le truppe se ne andranno dall'Afghanistan. Il sangue versato pare che non sia servito a niente». Eilpersonaggiodelbanchiere?Lasuacriticaèaragionvedutavistochelei,aldifuoridellamusica,èun imprenditore di successo con le sue aziende di salmonenel NewEngland... «I banchieri non sono tutti dei mostri, intendiamoci. Ma non posso perdonare a tutti quegli irresponsabili il fatto di aver messo nei guai molta gente solo per cupidigia. Ero molto arrabbiato quando in Inghilterra c'è stata la crisi bancaria e ho rimosso tutti i miei soldi. Sono stato colpito dal crollo della Aragon ed ero furioso ancor di più perché il manager responsabile si rifiutò di scusarsi». Insomma,lavedremoassiemeaBillyBraggallemanifestazionidelmovimento«Occupy London»? «Mai e poi mai! Non l'ho mai fatto neppure da giovane. Convincere i ragazzini ad andare in strada gridando di occupare questo o quest'altro! E a che pro? Non ha mai portato a nulla se non alla violenza gratuita. L'Italia è famosa per questo: manifestazioni di piazza con feriti e morti nel nome della sinistra estrema. Movimenti studenteschi? Non ho simpatia per loro. L'energia va sfruttata in altro modo, per prendere in mano gli strumenti della politica e cambiare le cose, soprattutto durante le recessioni». Leici piace più come musicistache comepolitico e imprenditorelosa?Allorapassiamoallamusica:cosac'èdi nuovo in«Thickas abrick2012»? «Ho cercato di mantenere alcuni colori di un tempo, quel mood jazz fatto di chitarre Gibson Les Paul, l'organo hammond. Come un pittore che nella sua tavolozza ha i suoi colori preferiti, le sue sfumature. Non significa che dipingerà la stessa cosa, ma che vuol dare una continuità al suo lavoro. Ci sono anche dei riferimenti precisi all'opera del 1972: parole, piccole linee musicali che ti riportano all'originale. Ma non volevo assolutamente fare un disco nostalgico». Perché ilprogressive ètornato cosìdi moda? «È un'evoluzione del gusto musicale. Molti dei miei giovanissimi fan di oggi non erano neppure nati nel 1972, e anche i loro genitori erano troppo piccoli per vivere i Genesis. Questo è il tempo in cui hai più mezzi per guardarti indietro. E poi molti giovani cercano qualcosa di più complesso, sostanzioso, fuori dagli scaffali del supermarket. L'importante è che non si fossilizzino su di noi vecchi. Oggi ce ne sono di ottime band che suonano progressive folk, o progressive jazz o metal. Elei cosaascolta? «Io non sono un ascoltatore di musica. Da adolescente lo ero: molta black music americana, jazz, blues, poi nei vent'anni ho iniziato con la classica e il folk. Ma non ho una collezione di dischi. La musica non la ascolto, la faccio, e se proprio devo la ascolto in Mp3 di buona qualità o wav, non mi date un vinile per carità!». InsommaAndersonnonèl'uomoold-styleanalogicochesidescrive? «Io adoro la tecnologia, la uso dai primi 80. Il digitale deve essere al tuo servizio, il tuo schiavo, questo è il segreto di ogni musicista. Se soccombi alla tecnologia diventi come tutti gli altri. Ma per tanti altri versi sono un uomo old-fashion. Nel senso che sono un uomo vero che suona vera musica oggi. E che dal vivo sbaglia anche». I Jethro Tull tornano in Italiaper presentare il sequeldel loro famosodisco«Thick asa brick» quarant'annidopo LEDATE ITALIANE Parla il cantantechepresenta il sequel«Thickasabrick2»: guerraedrogauccidono ancoramaoracantoanche l'aviditàdeibanchieri PAOLOODELLO pa.odello@alice.it CULTURA Laprimadata, quelladi Torino del31maggioal teatroColosseo, è praticamente soldout (i pochibiglietti rimastiverrannomessi in vendita lasera stessadelconcerto). Perché èun vero evento il nuovotourdel leggendario Ian Anderson incontratosull'esecuzione per intero delcapolavorodeiJethroTull del 1972 «Thick asabrick» e del sequel«Thickas abrick 2». Ancoradisponibili i bigliettiper ledatedi Milano venerdì 1 giugno al TeatroSmeraldo) eModena (sabato2 giugno al PalasportG. PaniniCasa Modena). JethroTull 40 anni dopo Ilmondo(e il rock)secondo IanAnderson, leaderpifferaio SILVIABOSCHERO ROMA Il31maggioaTorino poiMilanoeModena «SOLOALBUMVALUTATIACINQUESTELLE», LA POLL WINNERS SI PRESENTA COSÌ. Le «five stars» sono proprio loro, quelle con cui i critici della rivista Down Beat, vera e propria bibbia per appassionati e amanti del jazz, hanno valutato il disco al momento della sua uscita. Nata per iniziativa della direzione di Down Beat, che riprende in esame i tanti album che nel tempo hanno conseguito le ambite cinque stelle, Poll Winners si è presentata sul mercato italiano, fine 2009, con «soli» 18 titoli in catalogo. In tre anni il numero dei «vecchi padelloni» - e ormai introvabili nella loro originale versione di microsolco in vinile-, riproposti in versione cd è arrivato a quota 100. E quella che poteva apparire come una normalissima, per quanto oculata operazione commerciale – il marketing dell'autocelebrazione pronto a strizzare l'occhio al mercato del collezionismo – ha finito per rivelarsi una più che interessante operazione di recupero della memoria a costi contenuti. Con prezzi oscillano intorno ai 10 euro – nella versione on line il catalogo li propone tutti a 8 – si possono riascoltare «pietre miliari» del grande jazz internazionale. Di riscoprirne tutta la freschezza creativa, anche se ormai lontani nel tempo. E di affrontarne l'ascolto con tutta la consapevolezza necessaria. All'album originale nella sua versione integrale, con tanto di note di copertina e recensione dell'epoca, si aggiungono come bonus rarità e brani particolari a firma dello stesso artista. Kind of Blue ha una «coda» di tre brani registrati dalla stessa formazione in una sessione precedente e una rara versione in quintetto di So What registrata per uno show televisivo un mese dopo quella in studio. Legrand Jazz, Michel Legrand e Davis 1958, ritorna con l'allegato di un intero album: Ascenseur pourl'échafaud, colonna sonora del capolavoro di Louis Malle. Gli anni sono quelli a cavallo fra la fine dei 50 e 60 del secolo scorso. Una grande stagione che abbraccia il Coltrane di My Favorite Things e Giant Steps, Dave Brubeck e il suo quartetto in GonewiththeWind, Bill Evans di Portrait in Jazz con lo stupefacente contrabbasso di Scott LaFaro, Thelonious Monk, Lennie Tristano, Billie Holiday (Lady Sings the Blues), Sarah Vaughan, per arrivare al Max Roach di We Insist! Freedom Now Suite. Pollwinners centocd a5stelle malowcost ILLUTTO AddioaDunn bassista deiBluesBrothers Èmorto inun albergo di Tokyo,dove siera esibito lasera prima.Donald «Duck»Dunn, bassistachevantava collaborazioniconautentiche leggendecomeBobDylan, Elvis Presley,Muddy Waters e Eric Claptonedera diventato ancorpiù celebreperaver interpretatose stessonel filmculto «TheBlues Brothers»accantoaJohn Belushie DanAykroyd.Aveva 70 anni. «Ho perso ilmiomiglioreamicoe il mondohaperso ilmiglior bassista chesia maiesistito»,hascritto su FacebookSteve Cropper, chitarrista eda semprecollaboratore di Dunn, con ilquale hasuonatonella celebre bandBooker t& theMgs. U: 22 martedì 15, maggio, 2012
ALCUNISCIENZIATIAFFERMANOCHELEPIANTEPRODU-CONORUMORE.NONÈDIVERSOPERLAPOLITICA e non mi riferisco ai media, ma a quel rumore di fondo che si può cogliere in declinanti osterie e ancora rigogliosi bar e caffè. Prendiamo il Movimento 5 Stelle e il suo “vettore” Beppe Grillo: ad un ascoltatore attento, le chiacchiere colte standosene seduto in confortevoli caffè avrebbero segnalato l'emersione del fenomeno, mentre le battute sempre più frequenti acchiappate nei bar (meglio se periferici), ne avrebbero rivelato l'estensione potenziale. Ma ahimè chi si occupa professionalmente di politica, spesso non ha tempo, o non regge caffè corretti, “bianchi”, “martini cocktails” etc., così per capirci qualcosa, deve affidarsi al vecchio - ma sempre più fallace intuito, a schemi interpretativi spesso interessati di commentatori o a quella scienza “oscura” e precarissima rappresentata dai sondaggi di opinione. Accade che chi sta dentro la cittadella della politica, sembra aver dimenticato l'importante suggerimento di una delle massime autorità della propaganda politica, Goebbels: «Chi vuol parlare alle persone del popolo deve, come dice Lutero, guardare direttamente sulla bocca»; tradotto significa che per parlare il linguaggio del popolo, devi stargli addosso e ascoltare cosa dice. E così può capitare che il M5S arrivi quatto quatto alle elezioni amministrative cogliendo un risultato a doppia cifra in moltissime città del Nord, dimezzando il partito “personale” di Di Pietro (quasi fosse un affluente diretto), facendo incetta di una parte significativa dei leghisti in fuga, erodendo una parte, seppure limitata, dei consensi del Pd, ma soprattutto infilando un cuneo (che ancora deve rivelare tutto il suo potenziale) dentro il corpo vivo del Pdl. Un bel risultato che prima ancora di ridefinire il paesaggio della politica, ne riplasma i criteri estetici: ci stavamo appena abituando alla cifra stilistica introdotta da Monti, che arriva Beppe Grillo a introdurre una nuova corrosiva linfa che fa da contraltare alla sorvegliata sobrietà dell'ex-rettore della Bocconi. E arriviamo alla prima e forse irresolubile contraddizione del Movimento 5 Stelle: c'è uno scarto profondo fra struttura militante diffusa (inclusi piattaforma politica e prassi democratiche interne), un pezzo esteso di elettorato che risponde alla sua offerta e “discorso pubblico” di Grillo. Per vederci meglio basta andare sul sito e cliccare “programma” che include le voci Stato e cittadini, energia, informazione, economia, trasporti, salute e istruzione. Una rapida occhiata consente di capire che il M5S mostra elementi di forte radicalità mettendo molta attenzione sui cosiddetti “beni comuni”, una dimensione a cui non sembra indifferente la stessa dottrina sociale della Chiesa (vedi svariati interventi del Cardinale Bagnasco). Se ci soffermiamo sui profili degli esponenti, colpiscono tre aspetti: sono giovani, preparati, caratterizzati da una sorta di zelo etico, in fondo non del tutto disprezzabile dati i tempi in cui viviamo. La mia sensazione - ma potrei sbagliarmi - è che in una ormai lontana stagione avrebbero militato dentro quel grande partito che chiuse i battenti nel 1989. Ora vanno da soli. Veniamo a Grillo e ai suoi umori dissacranti: di cosa si fa portavoce? Temo di un sentire comune, che investe, giusto o sbagliato che sia, proprio il senso del “sacro” in politica: Grillo non riconosce “santuari”, “ruoli”, “profili istituzionali”, Grillo dà la sensazione (questa sì illusoria) a chi lo ascolta, che la palingenesi totale sia possibile, che attraverso una semplificante scorciatoia “il popolo” sia ad un passo da una nuova sovranità. Infine un ultimo sguardo al bacino elettorale attuale e potenziale: dal punto di vista politico - lo abbiamo visto è trasversale; sotto il profilo economico e sociale (ce lo dicono i sondaggi) raccoglie cospicui segmenti di popolazione in cui gli aspetti di precarizzazione sono piuttosto estesi; ancora, mentre una parte dell'elettorato si sposa all'offerta di democrazia “diretta” propugnata da 5 Stelle, la parte forse più rilevante (viene da Idv e Pdl) è più incline a meccanismi di delega e suggestioni carismatiche. Insomma, un bel “garbuglio o gnommero” come lo chiamerebbe Carlo Emilio Gadda, ma - beato il M5S - un “groviglio” legato a problemi di crescita. Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta Emilio Barucci Autorevoli commentatori si sono scagliati contro la «dittatura dei mercati» e in particolare dello spread che farebbe a cazzotti con la democrazia. C'è del vero, ma fino a quando non ricondurremo i mercati alla ragione (e non sarà facile, come il caso JP Morgan ci mostra) dovremo farci i conti. I problemi immediati non si risolvono del resto con la proposta di una Tobin tax, urge una risposta di politica economica a livello europeo. La strategia per il salvataggio dell'euro messa in campo dalle autorità europee nell'autunno e nell'inverno di questo anno non basta più. Si trattava di una strategia fondata su tre pilastri che ha permesso soltanto di guadagnare tempo: austerità fiscale (fiscal compact), immissione di liquidità nel sistema finanziario, riforme strutturali nei diversi paesi per rilanciare la competitività. Una strategia fatta su misura sulle esigenze della Germania. In poche parole, salviamo le banche immettendo un fiume di liquidità in modo tale che salvino gli Stati e poi ogni Stato deve fare i propri «compiti a casa»: tagli e riforme. In realtà le cose non sono andate secondo le attese. L'austerità ha avuto un effetto recessivo proprio quando avevamo bisogno di un'espansione, la liquidità della Bce ha salvato le banche e raffreddato lo spread (temporaneamente) ma non ha immesso liquidità nel sistema, le riforme strutturali si sono esaurite (almeno per il breve periodo) in una vana retorica. I mercati, che forse non sono razionali ma sono soprattutto miopi, lo hanno ben presto capito. Ecco perché siamo alla resa dei conti. C'è però una novità. A fronte della «dittatura dei mercati», c'è adesso un contropotere rappresentato dai risultati elettorali che in Francia, Germania, Grecia e Italia hanno mostrato come il tessuto sociale e democratico sia fortemente sotto pressione. Tutti i giornali hanno salutato il risultato tedesco come un voto contro l'austerità. Si sta aprendo uno spazio politico che deve essere sfruttato. Va bene attivare un discorso sulla crescita in Europa ma non deve essere ancora retorica. Occorre agire in tre passi. Mettere a punto un piano di salvataggio per la Grecia che sia digeribile per il Paese. Dotarsi degli strumenti adeguati per fronteggiare in modo tempestivo le eventuali difficoltà di altri Paesi dell'euro. Se occorre interpretare in maniera estensiva il trattato europeo che lo si faccia senza esitare ulteriormente. In secondo luogo occorre una politica espansiva da parte della Bce che miri a monetizzare il debito pubblico dei Paesi in difficoltà. La strada di passare tramite le banche per far fare a loro il lavoro sporco rischia di non essere efficace, occorre un intervento diretto almeno sul mercato secondario. Si indurranno gli Stati a ritenere il vincolo di bilancio non effettivo? Può essere che questo accada ma il problema passa in secondo piano di fronte ai rischi che corriamo ora. Questa strategia condurrà ad un'elevata inflazione (5% per 3-5 anni?) che permetterà un abbattimento del debito e una svalutazione dell'euro. Tutta benzina per rilanciare l'economia. L'inflazione è una tassa iniqua ma è l'unica arma efficace che ci rimane. Del resto, non inventiamo nulla: la Gran Bretagna ha fatto questo negli ultimi anni. In terzo luogo occorre agire sulla competitività. Bisogna spingere su una maggiore integrazione con politiche per la crescita che permettano di allentare il vincolo di bilancio con investimenti e opere pubbliche. Quindi, no a eurobonds per risolvere il problema debito, sì a project bonds per gli investimenti e un nuovo bilancio europeo per promuovere politiche per la crescita. Anche sul fronte delle liberalizzazioni occorre spingere sull'integrazione ricordando che le vere liberalizzazioni anche in Italia le abbiamo fatte grazie all'Europa. Certo, questa rappresenta una svolta ad U per quello che abbiamo visto sinora in Europa, ma non sembrano esserci alternative. Una svolta che solo governi forti si possono permettere di imprimere. Attenzione, però, è l'ultima chiamata: la campanella è suonata per la politica in Europa, speriamo che non si mostri ancora sorda. Dialoghi L'Europa, la nostra Europa, non può rimanere inerte davanti alla cancrena sociale di un'intera nazione, per poi giustificare l'amputazione. Dobbiamo salvare la Grecia, darle più opportunità di recupero. Ma soprattutto farle sentire il sostegno di una comunità che è più di una moneta. Se questo non avverrà, vorrà dire che l'Europa non ha resistito alla sua prima vera prova, perché non crediamo più a questo progetto come i nostri padri. Se questo avverrà, potremo dire di aver iniziato finalmente a costruire un'Europa vera - politica - perché abbiamo saputo superare uniti questa dura prova. MASSIMOMARNETTO Ha scritto Ernesto della Loggia sul Corsera che il vero problema dell'Europa di oggi non è legato tanto al “rigore” quanto alla mancanza di un respiro (di un sogno) politico in cui i sacrifici che esso richiede assumono un senso. Al tempo di Roosevelt, ricorda Della Loggia, il fatto che sua moglie, nel pieno della crisi, incontrasse i minatori e le loro famiglie nei loro luoghi di vita e di lavoro rendeva evidente che la guida politica del Paese e i lavoratori vivevano la stessa vicenda, conducevano la stessa battaglia. Uscivano in quei tempi, i film di Frank Capra e la società americana si sentiva unita dall'idea delle libertà e del benessere che sarebbero stati (e in gran parte sono stati) i risultati di quel grande sforzo collettivo. Nulla di tutto questo accade oggi, mi pare, perché il rigore, ingiustamente distribuito, viene spiegato solo come tentativo di evitare il peggio da parte di un aggregato incerto di Stati pronti a sacrificare i più deboli (la Grecia) per evitare che gli altri, domani, sacrifichino anche loro. Rigidamente chiusi all'interno di una visione arida della politica per cui saggio e virtuoso è l'uomo “volgare” di Nietzsche: quello capace di guardare solo al “proprio vantaggio”. CaraUnità Ilpiede (del Pdl) induescarpe In parlamento il Pdl sostiene il governo Monti, garantendo la maggioranza; sul territorio, tramite il giornale di proprietà del fratello di Berlusconi, vengono scritte aspre critiche verso il governo Monti. Siccome c'è evidente discontinuità tra il Pdl e il proprio quotidiano di riferimento, si potrebbe dedurre che nel Belpaese la stampa è libera ma in realtà credo che sia il solito gioco, tipicamente italiano, di tenere il piede in due scarpe: con una mano voto per garantire la sopravvivenza al governo e con l'altra scrivo per prenderne le distanze. RobertoColombo Casini,Alfanoe Grillo: il Cag Pier Ferdinando Casini, Angelino Alfano e Beppe Grillo: il Cag Per il ballottaggio al Comune di Parma di domenica prossima si configurerebbe dunque una convergenza di voti inedita: il Cag (Casini, Alfano, Grillo). A parte la spregiudicatezza della scelta dei cosiddetti moderati, che pessimo acronimo il Cag. VincenzoCassibba . . . Un sentire comune sul sacro in politica . . . Un elettorato trasversale spesso precarizzato Maramotti Roberto Weber Presidente di Swg L'analisi I risultati elettorali e la palingenesi di Grillo Il commento Ultima chiamata per il cambiamento COMUNITÀ ViaOstiense,131/L 00154Roma lettere@unita.it Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 SEGUEDALLAPRIMA La tiratura del 14 maggio 2012 è stata di 121.336 copie L'Europa e i sacrifici imposti alla Grecia 16 martedì 15, maggio, 2012
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