VENERDÌ SERA SU LA7, PER LA SE-RIEFILM-EVENTO,ÈANDATAINONDALARICOSTRUZIONEdell'attentato di Capaci dalla parte dei familiari degli uomini della scorta di Falcone uccisi dalla mafia. E si rivedeva, nelle ore immediatamente successive alla strage, il cinico scorrere della normale programmazione tv, con i suoi ricchi premi e le sue scempiaggini. Una prova di cinismo da parte della Rai che fu molto criticata, ma evidentemente non ha insegnato niente. Purtroppo, la stessa sensazione di crudele insensibilità si provava infatti ieri mattina, passando da una rete all'altra in cerca di notizie sulla bomba di Brindisi e trovando invece giochini e ricette di sempre. A parte ovviamente Rainews 24, Sky e poi anche Raitre, con uno speciale del Tg3 condotto da Bianca Berlinguer, sorpresa in un gesto di sconforto in un momento in cui credeva di non essere inquadrata. Sconforto che sicuramente coglieva anche molti degli spettatori, messi di fronte a un orrore mai visto, neppure da chi ha vissuto la stagione delle stragi aperta dalla bomba fascista di Piazza Fontana. E tutto questo piomba ora su un Paese in crisi, che discute ormai solo di numeri, e che vede la politica, da cui dovrà venire la risposta decisiva ai nuovi attacchi della criminalità, screditata da voci più o meno irresponsabili. E mentre in video si susseguivano le prime dichiarazioni di dolore e i primi confusi tentativi di analisi, passavano e ripassavano le immagini di quella scuola che, forse solo per essere intitolata a Giovanni Falcone e a sua moglie Francesca Morvillo, è diventata obiettivo di una guerra feroce contro l'innocenza. Perché, se qualcuno ha detto che è la scuola il primo e decisivo presidio nella lotta contro la criminalità, ora la criminalità ha deciso di sferrare il suo attacco proprio su quel fronte. TV 06.30 Uno Mattina In Famiglia. Show. 09.35 Easy Driver. Reportage 10.00 Linea Verde Orizzonti. Reportage 10.30 A Sua immagine. Religione 10.55 Santa Messa. Evento 12.00 Recita del Regina Coeli da Piazza San Pietro. Evento 12.20 Linea Verde. Informazione 13.30 TG 1. Informazione 13.31 Tg1 Focus. Informazione 14.00 Domenica In... l'Arena. Talk Show. 16.25 Che tempo fa. Informazione 16.30 TG 1. Informazione 16.35 Domenica In - Così è la vita. Talk Show. 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz 20.00 TG 1. Informazione 20.35 Calcio - Tim Cup: Juventus - Napoli. Sport 23.35 Speciale Tg1. Informazione 00.40 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.00 Cinematografo Speciale Cannes. Evento 02.20 Sette note. Rubrica 02.40 Così è la mia vita... Sottovoce. Talk Show. 03.06 Il Commissario De Luca. Serie TV Con A. Preziosi 07.00 Cartoon Flakes weekend. Cartoni Animati 09.00 Battle Dance 55. Show. 09.55 Matt & Manson. Cartoni Animati 10.10 Ragazzi c'è Voyager. Documentario 10.50 A come Avventura. Documentario 11.30 Mezzogiorno in Famiglia. Show. 13.00 Tg2 giorno. Informazione 13.30 TG 2 Motori. Informazione 13.45 Il commissario Herzog. Serie TV 14.45 Il commissario Herzog. Serie TV 15.50 La casa sulla collina. Film Giallo. (2008) Regia di Peter Samann. Con Fritz Wepper 17.20 Due uomini e mezzo. Serie TV 18.05 Disegno di un omicidio. Film Thriller. (2007) Regia di Louis Boldoc. Con Jessica Capshaw 19.35 Il Clown. Serie TV 20.30 TG 2. Informazione 21.05 N.C.I.S. Los Angeles. Serie TV Con Linda Hunt, LL Cool J, Chris O'Donnell. 21.55 N.C.I.S. Los Angeles. Serie TV Con Linda Hunt, LL Cool J, Chris O'Donnell. 22.40 Dark Blue. Serie TV Con Dylan McDermott, Logan Marshall-Green, Nicki Aycox. 23.20 TG 2. Informazione 23.35 La Domenica Sportiva Estate. Informazione 07.15 Verdi dimore. Film Drammatico. (1958) Regia di Mel Ferrer. Con Lee J. Cobb 09.00 Speciale TGR - Italia Oasi WWF. Rubrica 10.55 TGR Estovest. 11.15 TGR Mediterraneo. 11.40 TGR RegionEuropa. 12.00 TG3. Informazione 12.05 TG3 Persone. Reportage 12.25 TeleCamere. Informazione 12.55 Lezioni dalla crisi. Rubrica 13.25 Il Capitale di Philippe Daverio. Rubrica 14.00 Tg Regione. / TG3. 14.30 In 1/2 h. Rubrica 15.05 Ciclismo: 95° Giro d'Italia - 15° tappa: Busto Arsizio - Lecco / Pian dei Resinelli. Sport 18.05 90° Minuto - Serie B. Informazione 19.00 TG3. Informazione 19.30 TG3 Regione. 20.00 Blob. Rubrica 20.20 Pronto Elisir. Rubrica 21.00 Scent of a Woman- Profumo di donna. Film Drammatico. (1992) Regia di Martin Brest. Con Al Pacino, Chris O'Donnell, Gabrielle Anwar. 23.35 Tg3. Informazione 23.45 TG3 Regione. Informazione 23.50 Cosmo. Rubrica 00.45 Tg3. Informazione 00.50 Meteo 3. Informazione 08.00 Tg5 - Mattina. aInformazione 08.51 Le frontiere dello spirito. Rubrica 10.00 Ciak junior. Show. 10.45 Mela e tequila una storia d'amore con sorpresa. Film Commedia. (1997) Regia di Andy Tennant. Con Matthew Perry, Salma Hayek, Jon Tenney. 13.00 Tg5. Informazione 13.40 L'onore e il rispetto - Parte seconda. Serie TV Con Gabriel Garko, Cosima Coppola, Serena Autieri. 16.07 Al cuore si comanda. Film Commedia. (2003) Regia di G. Morricone. Con Claudia Gerini, Pierfrancesco Favino, Pierre Cosso. 18.00 I delitti del cuoco. Serie TV 20.00 Tg5. Informazione 20.40 Paperissima sprint. Show. Conduce Juliana Moreira con il Gabibbo. 21.30 Caterina e le sue figlie 3. Serie TV Con Virna Lisi, Alessandra Martines, Valeria Milillo. 23.30 Miss FBI - Infiltrata speciale. Film Commedia. (2005) Regia di John Pasquin. Con Sandra Bullock, Regina King, Enrique Murciano. 01.30 Tg5 - Notte. Informazione 01.59 Meteo 5. Informazione 02.00 Paperissima sprint. Show. 07.30 Zorro. Serie TV 08.30 Ti racconto un libro. Rubrica 08.50 Slow tour. Show. 09.25 Magnifica Italia. Documentario 10.00 S. Messa. Evento 11.00 Pianeta mare. Reportage 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Melaverde. Rubrica 13.20 Pianeta mare. Reportage 14.02 Donnavventura. Rubrica 14.58 Il grande Western Italiano - Pillole. Rubrica 15.05 Sciarada. Film Giallo. (1963) Regia di Stanley Donen. Con Audrey Hepburn 17.20 Colombo. Serie TV 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 21.30 Lo straniero che venne dal mare. Film Drammatico. (1997) Regia di Beeban Kidron. Con Vincent Perez, Rachel Weisz, Ian McKellen. 23.45 I Bellissimi di Rete 4. Show. 23.50 Original Sin. Film Thriller. (2001) Regia di Micheal Cristofer. Con Antonio Banderas, Angelina Jolie, Thomas Jane. 02.05 Tg4 - Night news. Informazione 07.40 Cartoni animati 10.45 Campionato Mondiale Motociclismo - Gara G.P. Francia Moto3. Sport 12.00 Studio aperto. Informazione 12.15 Campionato Mondiale Motociclismo - Gara G.P. Francia Moto2. Sport 14.00 Campionato Mondiale Motociclismo - Gara G.P. Francia MotoGP. Sport 15.00 Fuori Giri. Rubrica 16.00 Internazionali BNL d'Italia - Foro Italico. Sport 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Bau boys. Rubrica 19.30 Vulcano - Los Angeles 1997. Film Catastrofico. (1997) Regia di Mick Jackson. Con Tommy Lee Jones, Anne Heche, Don Cheadle. 21.30 Wild Shock. Show. Conduce Fiammetta Cicogna. 00.30 America's Cup World series. Sport 02.25 Poker1mania. Sport 03.15 Media shopping. Shopping Tv 03.30 Existenz. Film Fantascienza. (1998) Regia di David Cronenberg. Con Jennifer Jason Leigh, Ian Holm, Jude Law. 05.10 Media Shopping. Shopping Tv 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 10.00 Ti ci porto io. Rubrica 11.25 Totò trua ‘62. Film Comico. (1967) Regia di Daniele D'Anza. Con Totò, Luisella Boni. 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Movie Flash. Rubrica 14.10 Angeli con la pistola. Film Commedia. (1961) Regia di Frank Capra. Con Bette Davis, Glenn Ford, Hope Lange. 17.00 The District. Serie TV 18.00 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 In Onda. Talk Show. Conduce Nicola Porro, Luca Telese. 21.30 Gli inesorabili. Film Western. (1960) Regia di John Huston. Con Burt Lancaster, Audrey Hepburn, Audie Murphy. 23.45 Tg La7. Informazione 23.50 Tg La7 Sport. Informazione 23.55 Giordano Bruno. Film Biografia. (1973) Regia di G. Montaldo. Con Gian Maria Volonté, Hans Christian Belch, Mathieu Carrière, Charlotte Rampling. 21.10 Lo stravagante mondo di Greenberg. Film Commedia. (2010) Regia di N. Baumbach. Con B. Stiller G. Gerwig. 23.05 Alien. Film Fantascienza. (1979) Regia di R. Scott. Con S. Weaver T. Skerritt. 01.10 Shelter - Identità paranormali. Film Horror. (2010) Regia di M. Marlind, B. Stein. Con J. Moore SKY CINEMA 1HD 21.00 I fratelli Grimm e l'incantevole strega. Film Fantasia. (2005) Regia di T. Gilliam. Con H. Ledger M. Damon. 23.05 La marcia dei pinguini. Film Informazione. (2005) Regia di L. Jaquet. 00.35 Un cane alla Casa Bianca. Film Avventura. (2010) Regia di Bryan M. Stoller. Con E. Roberts E. Roberts. 21.00 Domeniche da Tiany. Film Sentimentale. (2010) Regia di M. Piznarski. Con A. Milano E. Winter. 22.35 Le regole dell'attrazione. Film Drammatico. (2002) Regia di R. Avary. Con J. Van Der Beek J. Biel. 00.35 Laguna blu. Film Drammatico. (1980) Regia di R. Kleiser. Con B. Shields C. Atkins. 18.45 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 19.35 Young Justice. Serie TV 20.00 Takeshi's Castle. Show. 20.25 Lo straordinario mondo di Gumball. Cartoni Animati 20.50 Adventure Time. Cartoni Animati 21.15 The Regular Show. Cartoni Animati 21.40 Mucca e Pollo. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Deadliest Catch. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Terrore a bordo. Documentario 22.00 Terrore a bordo. Documentario 23.00 Come è fatto. Documentario 23.30 Come è fatto. Documentario 18.55 Deejay TG. Informazione 19.00 The Middleman. Serie TV 20.00 Lincoln Heights. Serie TV 21.00 Lorem Ipsum - Best Of. Attualita' 21.30 DJ Stories - Labels. Reportage 22.30 Deejay chiama Italia - Remix. Rubrica 00.30 Deejay Night. Musica DEEJAY TV 19.50 MTV @ The Movies. Show. 20.15 I soliti Idioti. Serie TV 21.10 Crash Canyon. Serie TV 21.35 Crash Canyon. Serie TV 22.00 Mike Judge's Beavis and ButtHead: Il Ritorno. Serie TV 22.25 Mike Judge's Beavis and ButtHead: Il Ritorno. Serie TV MTV RAI 1 20.35: Juventus - Napoli Sport.Allo stadio Olimpico di Roma si gioca la finale di Tim Cup. La Juventus ancora imbattuta in stagione. 21. 05: N.C.I.S. Los Angeles Serie Tv con C. O'Donnell. Continuano le indagini della squadra investigativa della California. 21.00: Scent of a Woman - Profumo di donna Film con A. Pacino. Charlie finisce per fare da “badante”. 21.30: Caterina e le sue figlie 3 Serie TV con V. Lisi. Caterina continua a fingere di aver perso la memoria. 21.30: Lo straniero che venne dal mare Film con V. Perez. Una favola malinconica di un amore. 21.30: Wild Shock Show con F. Cicogna. Scopriremo i lati più selvaggi della natura attraverso filmati. 21.30: Gli inesorabili Film con B. Lancaster. La giovane Rachel è un'indiana tolta da bambina alla sua tribù. RAI 2 RAI 3 CANALE 5 RETE 4 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO Sedichiarano guerra alla scuola eall'innocenza U: domenica 20, maggio, 2012 25
CHI NON HA PROVATO UN VERO SGOMENTO RIVEDENDO LE DRAMMATICHE SEQUENZE DEL DOCUMENTARIO PRESA DIRETTASUGLIOSPEDALIPSICHIATRICIGIUDIZIARI», realizzato per conto della Commissione Marino? I volti segnati dalla sofferenza. Le vite spezzate, i letti di contenzione. Il degrado. Scene da girone infernale, ma drammaticamente vere, vissute ancora oggi da un migliaio di «pazienti». Per molti di loro la colpa sta tutta in un paradosso: l'essere stati considerati «non imputabili» dalla giustizia perché «incapaci di intendere e volere» al momento in cui hanno compiuto qualche reato. È stato così quasi vent'anni fa per un allora giovane che a Catania ha rapinato un bar con una mano in tasca, simulando di avere una pistola. Bottino magro: seimila lire. Pene lievissime per i complici. Lui sta ancora scontando la sua pena nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, prorogata di sei mesi in sei mesi per «pericolosità sociale». Né cure, né recupero sociale per lui. Quanti articoli della Costituzione sono stati stracciati in nome di un'astratta sicurezza sociale? «Non mi merito questo» urlava alle telecamere. È grazie al lavoro di denuncia della Commissione parlamentare d'inchiesta sul sistema sanitario, presieduta dal senatore Ignazio Marino e a quel filmato se l'opinione pubblica ha iniziato a capire, che la tenace battaglia civile, culturale e politica condotta da Psichiatria Democratica e da tante altre realtà ha trovato maggiore ascolto. Si è convinto anche il premier Mario Monti. Ha voluto incontrare il senatore Marino. Oltre due ore per approfondire. Più di ogni parola lo deve aver colpito quel filmato. Nel febbraio 2012 è arrivata la legge che sancisce che entro il 31 marzo 2013 gli Opg vanno chiusi. In tempi di magra il governo ha trovato anche il finanziamento: 273 milioni di euro. «Meglio convincere che vincere» diceva Franco Basaglia, padre della «legge 180», quella della chiusura dei manicomi. Memori di quell'ammonimento Luigi Attenasio, Emilio Lupo e Cesare Bondioli con gli altri dirigenti di Psichiatria Democratica hanno organizzato seminari, tavole rotonde con esperti, giuristi, politici, operatori sanitari, esponenti della cultura, rappresentanti delle istituzioni per costruire il «dopo Opg». Le parole chiave? Quei percorsi individuali di reinserimento dei pazienti da che spetta alle strutture sanitarie territoriali presentare. «È questa la sfida per le Asl e per i Dipartimento di salute mentale per vedere se gli Opg verranno superati» afferma il segretario di Pd, Emilio Lupo. Denuncia un pericoloso spread tra le necessità delle persone ancora rinchiuse negli Opg e l'azione di Stato e Regioni. Dove andranno i pazienti «dimessi»? Andrebbero ospitati in adeguate «strutture residenziali» (per un massimo di 20 ospiti) realizzate sul territorio in base a progetti delle autorità sanitarie. Il rischio è che, invece, si vadano a ricostruire altre «strutture chiuse». Altre forme di reclusione, gestite da privati. ILREPARTOFEMMINILE È di questo che si è discusso lunedì scorso a Roma, nell'incontro organizzato al Nuovo cinema Aquila. Vi ha partecipato anche il senatore Marino. Era il 14 maggio. Una data significativa: il 13 maggio del 1978 il Parlamento ha approvazione la «legge Basaglia». Un anniversario. Non a caso l'incontro ha avuto per titolo «La stanza rosa». Era l'ex reparto per «Le donne inquiete» del manicomio di Arezzo che in quegli anni, grazie all'azione di Agostino Pirella e della sua équipe, divenne il luogo dove si costruì la riforma che portò alla chiusura di quel manicomio. Si discusso dell'oggi e del futuro. Vi ha partecipato anche Vittorio Borraccetti, già presidente di Magistratura Democratica e ora membro del Consiglio Superiore della Magistratura. È sul paradosso della «non imputabilità» che il magistrato ha invitato a riflettere: invece che tutelare la dignità della persona più debole, incapace di intendere e volere, ha finito per determinare quel terribile «fine della pena: mai». «La condizione dell'”internato” è peggiore di quella del “condannato” per uno stesso reato. Il primo sarà prosciolto, ma la sua “pena” non avrà una fine certa. Solo riconoscendogli una responsabilità sarà possibile assicurargli delle garanzie. Per lui non valgono le regole sulla pena che deve puntare al recupero della persona e rispettarne la dignità. È per questo - conclude - che va riformato il Codice Penale, rivedendo anche il concetto di «pericolosità sociale». Oggi è un surrogato della sanzione penale, utilizzata per giustificare la privazione della libertà personale di chi è rinchiuso». C'è ancora molto da fare. Lapaternitàsecondo Stalin,Franco,Castro, HimmlereMladic Esitidiversima lontani daogninormalità STORIE Per ledonne«inquiete»c'era addiritturaunreparto apposito.Manonèsolostoria Lastradaèancora lungaper chiudere ilcapitolodei lager Svetlana,Carmen Alina: figliedi tiranni tradevozioneeodio PIPPO RUSSO «MarcoCavallo», il fantastico cavallo azzurro simbolodella liberazioneedei riconquistati dirittidei«matti» SvetlanaStalin inbraccioal padrenel 1967.Si rifugiònegliUsadove è mortaa85 anniANSA Lestanzebuie degliOpg La doppia pena degli internati neivecchimanicomicriminali ROBERTOMONTEFORTE ROMA SULLEGINOCCHIADELTIRANNO.ÈUNCUPO LESSICO FAMILIARE QUELLO TRACCIATO NELL'ULTIMO NUMERO di El Pais Semanal da Clara Uson, scrittrice catalana che ha abbandonato la carriera legale per dedicarsi a tempo pieno alla letteratura. Nel lungo articolo apparso sul domenicale del principale quotidiano spagnolo Uson ha passato in rassegna una piccola e densa galleria, dedicata al lato privato di cinque dittatori che hanno attraversato il 900. In particolare, a essere indagato è il più complesso dei rapporti inter-familiari: quello fra padre e figlia. Una dinamica che, nella sua complessità e nella diversità dei casi specifici, viene confermata dai cinque profili biografici passati in rassegna da Uson: quelli di Svetlana Stalina, Carmen Franco, Alina Fernandez, Gudrun Himmler e Ana Mladic. Figlie di dittatori e/o spietati carnefici, protagoniste di parabole esistenziali molto diverse sia rispetto al rapporto coi padri che ai destini personali. Con un denominatore comune: l'impossibilità di vivere una vita normale. Cinque figlie diversamente devote ai padri, cinque padri diversamente attenti alla sfera familiare e all'esercizio del ruolo genitoriale come estensione dell'esercizio d'un potere totalitario. Messa in questi termini, è proprio quello che fra i cinque risulta essere il rapporto meno traumatico a farsi paradigmatico. Esso dimostra infatti quanto senso dell'irrealtà sia necessario per condurre lungo un binario d'equilibrio emotivo-affettivo le relazioni fra una figlia e un padre capace di esercitare un potere tirannico non soltanto sulla propria famiglia, ma anche su un popolo intero. Il rapporto in questione è quello fra il caudillo spagnolo Francisco Franco e la figlia Carmen. Cresciuta, quest'ultima, come una principessina in un contesto familiare ultra-protettivo. Una sorta di bolla entro la quale la realtà di un Paese che vedeva soffocata ogni libertà giungeva filtrata e manipolata, come se appartenesse all'ordine delle cose necessarie per affermare un'idea di Bene. Agli occhi della figlia del dittatore, l'esercizio paternalistico dell'autorità non poteva avere una soluzione di continuità lungo il confine che separava la soglia di casa e il mondo. Di segno opposto il rapporto fra Svetlana e il padre Iosip Stalin. Un rapporto segnato dalla continua oscillazione fra attaccamento morboso e scontro frontale, e fra l'adesione cieca della figlia al sistema di terrore politico edificato dal padre e il suo spettacolare rinnegamento. Delle cinque figure di tiranni, Stalin è quella che più delle altre ha esteso anche alla vita familiare un uso terroristico del potere personale. Lo testimonia il suicidio per disperazione della moglie Nadya, e il tentato suicidio del figlio Yakov che in seguito sarebbe stato giustiziato in guerra dai tedeschi dopo un tentativo di scambio di prigionieri rifiutato dallo stesso Stalin. Svetlana dovette subire la pesante intromissione del padre nelle relazioni sentimentali, e anche dopo la morte del genitore il suo equilibrio personale rimase profondamente segnato. Fughe all'estero e inattesi ritorni in patria si susseguirono, a raccontare una personalità che aveva ormai perso definitivamente il proprio centro. La morte l'ha colta lo scorso 22 novembre in Wisconsin. Di Svetlana non rimaneva più nemmeno il nome. Per chi l'ha conosciuta negli ultimi anni, il suo nome era Lana Peters. Rapporto non meno tumultuoso è quello tra Fidel Castro e la figlia illegittima Alina Fernández, sempre tenuta a distanza dal padre. Fra le cinque figure tiranniche selezionate Castro è quella più anaffettiva dal punto di vista del ruolo paterno. Ciò che certo ha avuto conseguenze nello spingere Alina tra i ranghi della roccaforte dei dissidenti anti-castristi a Miami. DALLAGERMANIAAI BALCANI La galleria delle personalità tiranniche è completata da due personaggi che non sono stati a capo di regimi politici dei relativi Paesi, ma che piuttosto sono stati architetti di genocidi: il capo delle Ss, Heinrich Himmler, e il capo dell'esercito serbo-bosniaco negli anni della guerra civile dell'ex Jugoslavia, Ratko Mladic (a carico del quale si è aperto proprio in questi giorni il processo presso il Tribunale penale internazionale dell'Aja). Diversi i destini delle due figlie. Gudrun Himmler ha speso tutta la propria vita in una campagna per la tutela dell'immagine del padre, vittima a suo dire di una gigantesca campagna propagandistica. Ana Mladic, invece, si tolse la vita a 23 anni nel 1994, in piena guerra civile. Sul fatto che si sia trattato davvero di suicidio circolano versioni contrastanti. Ma ciò nulla toglie alla dimensione di tragedia personale. U: 22 domenica 20, maggio, 2012
Pronto il decreto che rivisita gli incentivi alle imprese. Il testo, proposto dal ministero dello Sviluppo economico, è ora all'attenzione del ministero dell'Economia, ultima supervisione prima di arrivare sul tavolo del Consiglio dei ministri venerdì prossimo. Si tratta di un fascicolo abbastanza corposo, una novantina di articoli, che affrontano anche temi diversi dagli aiuti alle imprese: si mettono a punto alcune norme sul diritto fallimentare e altre sul sistema delle infrastrutture. Sul fronte incentivi si crea un architrave composta da due misure fondamentali. Si prevede la creazione di un fondo unico, che sarà destinato a tre settori: ricerca, aree di crisi e internazionalizzazione. La seconda misura è il credito d'imposta automatico per la ricerca. Quest'ultima norma rimette in moto il meccanismo che era stato studiato da Pier Luigi Bersani. Si differenzia da quella Tremonti, che finanziava i programmi di ricerca cosiddetti «extra muros», cioè affidati dalle imprese alle Università. Di fatto la legge Tremonti sovvenzionava più gli atenei che le imprese e per di più aveva una platea molto ristretta. In Italia, infatti, su 10 miliardi di risorse spese dalle aziende per la ricerca «intra muros», cioè in sede, solo 1 viene destinato ai progetti affidati all'esterno. Il nuovo credito d'imposta reintroduce il finanziamento diretto e automatico, pensato principalmente per le piccole e medie imprese più innovative. Il fondo unico destinato alle tre aree riordina una miriade di leggi già esistenti, che vengono soppresse. Tra le altre, scompare la 488 che già da tempo era destinata all'esaurimento. Per quanto riguarda la ricerca, in questo caso non si tratta di un meccanismo automatico a valere sui costi, ma di un finanziamento a programmi sottoposti all'esame del ministero. Questo strumento è costruito soprattutto per le grandi imprese. Sulle aree di crisi si recuperano le risorse già stanziate e rimaste inutilizzate e si destinano alle aziende che rilevano imprese che chiudono. Gli esempi non mancano in una Penisola punteggiata dalla crisi. Da Termini Imerese a tutta l'area degli elettrodomestici nelle Marche, sono moltissimi gli accordi di programma finanziati, che non sono poi stati realizzati. Si calcola che circa 200 milioni sono rimasti bloccati soprattutto a causa della crisi. A fronte del finanziamento pubblico, infatti, per sbloccare gli aiuti servono anche risorse private. Ma con i tempi che corrono le imprese difficilmente mettono sul tavolo piani espansivi. Con il nuovo fondo, oltre al recupero di risorse inutilizzate, si punta a creare meccanismi più flessibili e più agili per l'accesso alle risorse. Quanto all'internazionalizzazione, si rifinanziano i programmi già avviati. CREDITIDELLE AZIENDE Questo il perimetro dell'intervento di Passera, che per la verità ha molto poco di innovativo. Non si va oltre la riorganizzazione delle risorse, non si fanno scelte di politica economica. Nel frattempo le aziende aspettano ancora un altro decreto: quello sui crediti con la pubblica amministrazione e sulla compensazione dei crediti fiscali. Il viceministro Vittorio Grilli ha convocato per domani alle 12 i rappresentanti delle imprese e quelli delle banche. La matassa dei prestiti anticipati dalle banche non sarebbe ancora stata dipanata: resta sul tavolo il nodo su chi si accollerà il rischio nel caso di un mancato pagamento. Nella situazione attuale gli istituti di credito sono restii ad accollarsi oneri privi delle dovute garanzie. Vista la dimensione della partita, pari a circa 70 miliardi, si capisce perché. Molto delicata anche l'altra partita, quella delle compensazioni dei crediti e dei debiti fiscali. Negli ultimi giorni si è parlato di una somma consistente di rimborsi Iva che verranno compensati con gli importi da versare. Ma finora non si è visto ancora nulla. L'associazione dei costruttori, particolarmente colpiti dalla crisi, ha annunciato l'avvio di ingiunzioni di pagamento. Il settore è in credito con lo Stato per circa 19 miliardi. Aumentano gli sfratti, e tra questi i casi di morosità sono sempre più numerosi. Lo denuncia la Cgil sulla base dei dati diffusi dal ministero dell'Interno relativi al 2010. Le famiglie arrancano, la casa pesa sempre di più sul bilancio dei meno abbienti che vivono in affitto. Metà di loro dichiara eccessivamente gravoso il carico della locazione, quasi un terzo di queste hanno arretrati tra canone e bollette. Tra il 2009 e il 2010 gli sfratti emessi sono aumentati di oltre il 6% segnando il record degli ultimi 15 anni. Uno scenario da allarme rosso, se è vero che nel 2010 c'è stato uno sfratto ogni 380 famiglie a fronte di uno sfratto ogni 539 famiglie nel 2001 e uno ogni 401 nel 2009. Ma il dramma silenzioso che vivono i nuclei familiari in affitto con reddito sotto i 20mila euro netti - ben 1 milione e 700mila famiglie - sembra non entrare nell'agenda politica. Anzi, le scelte fatte negli ultimi anni penalizzano sistematicamente le scelte in favore del canone concordato, lasciando il pianeta affitti nelle mani di un libero mercato fuori dalla portata di gran parte delle famiglie. E oggi, con la stangata Imu sulle seconde case, i canoni sono a forte rischio rincari. Secondo il Sunia le locazioni potrebbero aumentare in media del 20%, senza considerare le addizionali comunali che potranno pesare sulle tasche dei proprietari. Secondo l'agenzia «solo affitti» l'11% dei locatori ha deciso di aumentare il canone. Ma la cifra media dice poco. L'effetto è peantissimo nelle grandi città. A Milano centro il 90% degli alloggi ha subìto rincari di 100 euro. In tutta Italia il 66% di chi ha aumentato ha chiesto 50 euro mensili in più e il 33 una somma tra 50 e 100 euro. COMBINATO DISPOSTO Già con l'introduzione della cedolare secca sugli affitti (il 19% se concordato, il 20% se libero) di fatto la distanza tra le due opzioni si è ridotta di molto. Senza contare che i proprietari meno abbienti non hanno alcun vantaggio dalla cedolare, che invece assicura un risparmio corposo ai più ricchi. Questo riguarda certamente i locatori, che comunque si rifanno sugli inquilini in caso di aumenti fiscali. E in questo capitolo, purtroppo, sono stati scritti parecchi paragrafi. Con il combinato disposto dell'Imu, che non fa distinzioni tra abitazioni concesse a canone concordato (con l'Ici erano equiparate alle prime case) e quelle gestite sul mercato libero, e della disposizione del ddl lavoro che riduce i vantaggi sull'Irpef per chi concede la casa ad affitto concordato, si stringe sempre più la tenaglia attorno agli inquilini in difficoltà. Secondo dati diffusi dal Sunia il milione e 700mila affittuari che guadagna meno di 20mila euro netti l'anno denuncia un'incidenza dell'affitto sul reddito che si attesta sul 50% nei grandi centri. Cosa accadrà con l'Imu e con la nuova norma Irpef? I proprietari che si vedranno ridurre la detrazione del 10%, pagheranno in media 450 euro in più l'anno (dato Sunia). Sull'Imu gli aumenti dipendono dalle decisioni dei Comuni, ma già si stimano valori superiori al 100%. A tutto questo si aggiunge il taglio pesantissimo dei trasferimenti a Regioni e Comuni sul fronte dell'emergenza casa. «Da 361 milioni di euro nel 2000 - denuncia il Sunia - si è passati a 143 milioni nel 201o e oggi a uno stanziamento simbolico di soli 14 milioni per l'anno prossimo». Lascomparsadegli imprenditori: in setteanni se n'è persaquasi lametà. Dal2004 al 2011 il numerodelle personecheguidano un'aziendasenzaprendere parteal processo produttivo- è passatoda 402milaa 232mila(-42%). dati sono dell'Istate traccianoun trend iniziato prima delloscoppio dellacrisi (2008)ma proseguitocon l'aggravarsidella congiunturaeconomica. Basti pensareche il calodelnumero di imprenditorinegliultimiquattro anni èstato parial 18,6%e solo nel 2011ha toccatoquota 9,7%.Alcrollo ha contribuitoanche ilprocesso di aggregazionedelle imprese. Sfratti per morosità in aumento Con l'Imu torna l'allarme affitti Nel nel 2010 c'è stato uno sfratto ogni 380 famiglie FOTO DI ALESSANDRO DI MEO/ANSA La rete Snam e il controllo del metano Inpicchiata ilnumerodegli imprenditori ÈORMAIPARTITO IL CONTO ALLAROVESCIA per il decreto che fisserà le modalità della separazione di Snam da Eni. Pare infatti che il Consiglio dei ministri approverà il provvedimento venerdì. Secondo indiscrezioni la bozza del decreto non esclude il ricorso al contante per il pagamento della quota di controllo, dispone una cessione completa del 52% di Snam ora in mano ad Eni e prevede un tetto al possesso azionario del 5%. Ad acquisire il controllo di Snam dovrebbe essere la Cassa Depositi e Prestiti che rileverebbe circa il 30%, non prima però che Eni abbia annullato il 9,6% di azioni proprie in portafoglio, in modo da far salire la partecipazione della Cassa e ridurre così l'esborso richiesto. Sembra essere così tramontata l'ipotesi di fondere Snam e Terna in una società unica delle reti. Pare per voler evitare lo stesso conflitto di interessi che l'Antitrust denunciò nel 2005, quando la Cdp acquistò da Enel il 29,99% di Terna ma fu poi costretta a cedere il suo 10,2% di azioni per evitare un corto circuito sulla concorrenza. La separazione di Eni e Snam avviene al termine di un braccio di ferro fra società e governo, e molti sono i dubbi che permangono. La decisione di passare a una separazione proprietaria, dopo che l'esecutivo precedente aveva optato per una separazione funzionale, è stata giustificata sia sostenendo che in tal modo sarà possibile offrire a tutti gli operatori eguali possibilità di accesso, sia alludendo a ipotetici vantaggi per i consumatori, che però sono stati negati dalle istituzioni Ue. La realtà sembra invece tirare in ballo una serie di questioni, non ultima la difficile situazione che il nostro Paese sta affrontando. Da un lato sono in corso pesanti pressioni da parte delle compagnie petrolifere estere – statunitensi, olandesi e francesi- che sperano di trarre vantaggio dal parziale indebolimento del potere contrattuale che Eni, privata di Snam, subirebbe nello scacchiere energetico internazionale. Dall'altro sono in corso da tempo crescenti manifestazioni di interesse allo smembramento da parte di fondi di investimento sia Usa sia dei Paesi ancora ricchi di liquidità. Non è un caso che nei giorni scorsi si fosse diffusa la notizia –poi smentita – dell'interesse all'acquisto di Snam da parte di un fondo del Qatar. Campione di attivismo in tal senso è la Knight Vinke, hedge fund statunitense, che possiede una piccola quota azionaria in Eni e che da anni non perde occasione per caldeggiare lo scorporo di Snam e la sua cessione. Dopotutto il controllo di una infrastruttura strategica come i metanodotti costituisce un affare troppo grosso per non creare legittimi appetiti fra gli investitori privati. Sebbene la prospettiva di una cessione ai privati sembra essere scongiurata con la decisione del governo di mantenere in mano pubblica Snam, sono molti quelli che temono sviluppi diversi. Lo smembramento potrebbe costituire solo un passaggio per sottrarre il controllo del metano dalle mani dell'assai poco malleabile management di Eni, per poter procedere poi alla privatizzazione del settore. Una cosa di cui saranno felici gli investitori privati stranieri, ma che avverrà a discapito di un sempre più dimenticato interesse nazionale. . . . Le locazioni saliranno del 20%. Cgil: quelle scelte che hanno penalizzato il canone concordato Incentivi alle imprese in un unico maxi-fondo Ricerca, aree di crisi e internazionalizzazione sono i terreni su cui il governo interverrà con nuovi incentivi Pronto il decreto che riordina gli aiuti dello Stato all'industria Scompare la 488, tre le aree di intervento BIANCADIGIOVANNI ROMA IL CASO ILCOMMENTO RONNYMAZZOCCHI B.DI G. ROMA domenica 20, maggio, 2012 13
Il crescere dell'usura in tempi di crisi è purtroppo un classico della letteratura sociale ed economica. Quel che però si sottolinea da più parti è l'espandersi ancor più preoccupante del fenomeno in questi mesi drammatici, peraltro senza particolari distinzioni geografiche. L'ultimo campanello d'allarme è suonato ieri a Napoli nel corso del convegno «Il sovraindebitamento delle famiglie e la riscossione dei tributi in Italia» organizzato da contribuenti.it, magazine dell'Associazione contribuenti italiani. «Nel 2012 sta dilagando l'usura in tutta Italia, con un incremento medio del 155,2% ed una punta in Campania del 183,2% - si legge nello studio effettuato da Krls network of Business ethics -. A seguito della grave situazione di difficoltà economica in cui versano le famiglie e le piccole imprese, nel mese di aprile il sovraindebitamento delle famiglie in Italia è cresciuto del 227,4% rispetto allo stesso mese del 2011». PICCONELMESE PROSSIMO Dalle percentuali alle persone per scoprire, come ha dichiarato Vittorio Carlomagno, che «in Italia nel 2012 sono a rischio d'usura 3.110.000 famiglie e 2.530.000 piccoli imprenditori. Ad aprile 2012 il debito medio delle famiglie italiane ha raggiunto la cifra di 43.400 euro, mentre quello dei piccoli imprenditori ha raggiunto il tetto dei 64.200 euro». Un altro elemento impressionante, come detto, è la sostanziale uniformità geografica legata al boom dell'usura. E così dietro la Campania troviamo Calabria (+179,3%), Liguria (+175,3%), Valle d'Aosta (+169,4%), Toscana (+167,6%), Sicilia (+167,1%) e Lombardia (+164,2%). Nelle ultime tre posizioni, ma sempre con incrementi ragguardevoli, sono posizionate Basilicata (+150,4%), Marche (+149,7%) e Molise (+148,2%). «I dati - ha spiegato Carlomagno confermano che il fenomeno sta aumentando e l'apice potrebbe essere raggiunto nel mese di giugno in coincidenza con il pagamento dell'Imu e delle tasse annuali. In passato, ogni qual volta l'economia ha segnato brusche frenate, l'usura ha subito delle forti crescite, ma ora c'è un ulteriore problema: oltre la poca propensione alla elargizione del credito associata a commissioni insopportabili applicate dalle banche e dalle esattorie, si sta registrando l'azione sul patrimonio familiare da parte del fisco, sia direttamente mediante la riscossione coattiva, che indirettamente attraverso l'uso spregiudicato dei giochi d'azzardo legalizzati, costringendo numerose famiglie monoreddito a richiedere prestiti a spregiudicati usurai o a vendere a prezzi stracciati il proprio patrimonio ai compra oro». I dati diffusi da contribuenti.it sono purtroppo in perfetta sintonia con quelli, precedenti, rilevati da “Sos Impresa”. In particolare, l'indagine condotta sul quadriennio 2008-2011 rivela che ben 190mila imprese hanno chiuso i battenti per debiti o usura. «L'indebitamento delle imprese – secondo lo studio – ha raggiunto i 180mila euro, quasi raddoppiatosi nell'ultimo decennio, ed anche i fallimenti sono cresciuti vorticosamente». Il rapporto mette quindi in evidenza come con la crisi sia aumentato, appunto, il numero degli usurai, che sono adesso oltre 40mila contro i 25mila di 12 anni fa. A rischio sono soprattutto i settori della sanità privata, oltre che dell'agroalimentare e del trasporto, in cui, grazie al controllo dell'intera filiera, la mafia è riuscita perfino «a fare il prezzo», con tassi usurai superiori del 30% rispetto alla media. «Lanotizia èdestituitadi ogni fondamento».Così, attraverso il portavocedella propria filiale italiana,Hyundai hasmentito ieri ogni interesse a rilevare lo stabilimentoFiat di Termini Imerese. «Propriogiovedì scorso -ha sottolineato inun comunicato stampa il colosso automobilistico conbase nellaCorea del Sud-èstato annunciato l'ampliamento del sito produttivoturco di Izmit. Lacapacità produttivadi questo stabilimento passeràcosì, entro la fine del 2013,da 100.000a 200.000 automobili nel corsodi un anno». Inoltre, la stessa Hyundaidisponesul territorio europeodi un altro stabilimento operanteaNosovice, nella RepubblicaCeca,che hauna notevolecapacitàproduttiva, paria 300.000unitàannue. Famiglie e imprese ricorrono sempre più spesso agli usurai FOTO DI FRANCO SILVI/ANSA Hyundaismentisce interesseperTermini ECONOMIA Nell'Italia della crisi cresce soltanto l'usura Numeri drammatici nell'indagine diffusa da contribuenti.it Nel 2012 si registra un incremento medio del 155,2% Il picco in Campania ma il fenomeno dilaga su tutto il territorio nazionale MARCOVENTIMIGLIA MILANO AUTO 12 domenica 20, maggio, 2012
LE ELEZIONI DI OGGI SONO AMMINISTRATI-VE E VANNO CONSIDERATE ANZITUTTO SU QUESTO PIANO. SAREBBE PERÒ SCIOCCO NON COGLIEREILLOROVALOREPOLITICOGENERALE e non valutare in maniera adeguata il contributo che esse possono dare all'apertura di una nuova stagione della vita politica nazionale dopo il lungo predominio del berlusconismo. Ce ne sono tutte le condizioni: i pilastri della vita politica italiana nell'ultimo decennio - il Pdl e la Lega - sono stati già fortemente colpiti, e ridimensionati, nella prima tornata elettorale: il primo è fuori dal ballottaggio in alcune delle principali città italiane (Genova, Palermo, Parma... ); la seconda è ormai ai margini della vita politica, ed è assai difficile che possa mai più riconquistare il ruolo, e la funzione, che ha avuto con la leadership di Umberto Bossi. Non è un caso se le cose sono arrivate a questo punto: a differenza di quanto in genere si pensi, la politica è una “scienza” profondamente razionale perché è basata sugli “interessi” nell'accezione più ampia del termine: economici, sociali, culturali... Pdl e Lega sono stati colpiti, frontalmente, dalla crisi sociale che ha avvolto la società italiana e che essi non sono stati in grado né di prevedere né di governare. Alla fine, i fatti sono più forti delle parole, la realtà finisce sempre con il prevalere sulla immaginazione, anche su quella più cinica e più spregiudicata. Ma se questa è la situazione reale, è necessaria una forte, vigorosa, lungimirante iniziativa politica per riuscire a girare definitivamente pagina ed aprire una nuova prospettiva a tutta la società italiana. E per questo è necessaria in queste elezioni una forte affermazione delle forze riformatrici e, in primo luogo, del Partito democratico, cioè della forza che oggi ha la responsabilità nazionale di proporre una nuova visione del destino e del futuro “risvegliando” e riportando in prima linea tutte le energie che si sono chiuse in questi anni in un cerchio di disincanto, di delusione, di solitudine e, uso volutamente il termine, di visione. Oggi, ci sono le condizioni anche per questo: il Pd è impegnato nella gran parte dei ballottaggi, specie in quelli che riguardano le grandi città, ed è in grado di realizzare un risultato assai utile per favorire una svolta profonda nella vita politica nazionale. Ma se questa analisi è giusta - e ci sono le condizioni effettive per battere la destra - si può capire che il Pdl sia pronto a giocare ogni carta per cercare di contenere, se non di evitare, la sconfitta al punto di sostenere i candidati di Grillo, come pare voglia fare a Parma. Può apparire un paradosso, ma e non lo è: al di là delle tante chiacchiere, il trasformismo è una struttura costitutiva, fin dalle origini, del movimento berlusconiano specie nei momenti di crisi e di difficoltà. Con il culto del leader, è stato l'altra faccia del bipolarismo di coalizione tipico dell'avventura politica di Berlusconi. Nel Pdl oggi ci sono forze pronte a tutto: anche a travolgere nella propria crisi l'intero sistema politico nazionale. Neppure questo sorprende: fin dall'inizio nella ideologia e nella politica berlusconiane c'è stata una componente eversiva (elemento tipico, del resto, delle classi dirigenti italiane, fin dalla costituzione dello Stato unitario). Proprio su questo punto delicato, le elezioni di oggi possono essere un momento di svolta e di chiarimento assai importante. Esse possono contribuire in modo efficace ad avviare una nuova organizzazione dell'intero sistema politico indispensabile per la nostra democrazia dopo la crisi e la fine del berlusconismo. E possono cominciare a porre le basi, in Italia, per una democrazia competitiva basata sul confronto fra forze e schieramenti politici e sociali alternativi. Possono, in altre parole, contribuire ad avviare la costituzione e lo sviluppo di un serio bipolarismo, in grado di portare l'Italia fuori dalla palude trasformistica in cui è stata immersa nell'ultimo decennio, situandola in un orizzonte limpidamente e autonomamente - lo sottolineo - europeo È sperabile che chi oggi può farlo, eserciti il proprio diritto al voto non lasciandosi incantare dalle sirene dell'astensionismo, del quale le forze riformatrici devono tuttavia riuscire a intercettare le profonde motivazioni sociali ed anche la consistenza culturale e ideologica con iniziative politiche concrete - a livello sia locale che nazionale in grado di contenere la profondissima crisi che sta investendo soprattutto i ceti e gli strati più deboli ed esposti è (così come è necessario, qualunque sia il risultato, che si intendano i motivi ideologici e culturali, e la sofferenza sociale, che sta al fondo del crescere del movimento di Grillo). È s e m p r e b e n e e v i t a r e i l “bonapartismo” delle parole e usare toni sobri, ma bisogna che tutti lo sappiano, specialmente quelli che sono attratti dall'astensione: oggi è decisivo battere la destra, se si vuole riaprire un destino per quel grande Paese che nonostante tutto è, e resta, l'Italia. Oggi si può cominciare a farlo. SIPUÒESSEREPROTAGONISTIATTIVI DIUNALUNGASTAGIO-NEPOLITICAEAMMINISTRATIVA,PARTECIPAREASCELTEDECISIVE, PRENDERE DECISIONI IMPORTANTI e poi, a distanza di qualche tempo, raccontare quella stessa stagione e valutare gli effetti di quelle scelte e decisioni con occhi obiettivi e spirito libero? È un tentativo ambizioso, un esercizio difficile, non c'è dubbio. Se c'è però un primo merito del libro di Roberto Morassut, “Malaroma” – titolo che mette l'accento sulla situazione attuale della città – è proprio questo. Il viaggio, perché di questo si tratta, attraverso luoghi e personaggi che in un modo o nell'altro hanno contraddistinto la vicenda di Roma negli ultimi vent'anni o quasi, viene compiuto con leggerezza e senza pregiudizi, oltre che con un amore e una passione per questa città che Roberto ha in quantità pressoché inesauribile, come ho avuto modo di verificare ogni giorno dei sette anni in cui io sono stato sindaco e lui mio assessore all'Urbanistica. In queste pagine c'è, in tal senso, una qualità che in lui ho sempre apprezzato: la curiosità, la voglia di capire, di comprendere. Comprendere i problemi reali di una città che ha voluto, nel periodo in cui l'abbiamo amministrata, “farsi metropoli”. Comprendere le ricadute che ogni cambiamento avviato avrebbe avuto sugli equilibri di un territorio e soprattutto sulla vita vera delle persone. Comprendere le prospettive di crescita che avrebbero potuto dischiudersi ad ogni passo compiuto nella direzione della modernizzazione di Roma. «Ogni domanda alla quale darete risposta farà nascere immediatamente altre domande». Così diceva, e aveva ragione, Luigi Petroselli. In fondo è con questo spirito che Roberto guarda ai risultati raggiunti nei quindici anni di cosiddetto “modello romano”: soddisfazione per quanto raggiunto, spiegazione dei fattori essenziali che hanno condotto al successo di questo modello e al tempo stesso consapevolezza del fatto che di questioni aperte, di domande insoddisfatte, ne sono comunque rimaste. Cosa inevitabile, per la verità contenuta nelle parole di Petroselli e se non altro anche per una questione di tempo. Una cosa però non ci mancò mai, nemmeno quando giornali autorevoli come “Le Monde” e “Financial Times” usavano l'espressione “nuovo Rinascimento di Roma” e avremmo potuto pensare che tutto andasse alla perfezione: la convinzione che non esiste vero sviluppo se ad esso non si accompagna, sempre, qualità sociale, equilibrio tra le diverse parti della città e in particolare attenzione ai più deboli, a chi ha bisogno, a chi si trova ai margini e rischia di essere escluso. È una convinzione, questa, che ho ritrovato intera anche nel modo in cui Roberto esamina le vicende che nel corso degli anni hanno portato, come recita il sottotitolo del suo libro, “dal modello Roma al fallimento di Alemanno”. È così quando tratteggia, con la “serietà” del saggio unità alla capacità di “farsi leggere” del racconto, “fatti, mondi e persone” attraverso i quali si dipanano i mutamenti di un quindicennio, siano essi imprenditori o semplici cittadini di quel ceto medio alle prese con un declino che appare irreversibile, siano i banchieri o gli abitanti delle periferie alle prese prima degli altri con i problemi di una metropoli in cui «le identità sociali e urbane si sperdono, crescono l'atomismo sociale e la solitudine parallelamente a nuove forme e domande di libertà, a nuovi gusti e stili di vita». Ed è ancora così, ritrovo quelle stesse convinzioni che ci animavano, quando invece sono i luoghi a disegnare il percorso della narrazione: da piazza di Spagna a Casal Monastero, da Tor Vergata al quadrante Ostiense, dalla valle del Tevere a Pietralata, peraltro con una conoscenza del territorio e di Roma che non è comune e che arriva davvero ai minimi dettagli. Un aspetto, questo, che ricordo mi colpì già all'inizio del lavoro svolto insieme, quando si trattò di mettere sui giusti binari il Piano regolatore urbanistico, che Roma aspettava dal lontano 1962, per portarlo al traguardo dell'approvazione finale, arrivata nel 2008, proprio al termine della nostra esperienza. È un campo, quello urbanistico, ampio e complesso, che in “Malaroma” è però affrontato in modo comprensibile perché “vero”, con l'attenzione posta, cioè, ancora una volta ai problemi reali e alla vita dei cittadini piuttosto che alle analisi e alle disquisizioni tipiche degli addetti ai lavori. Ha in questo senso ragione Giovanni Minoli, quando nella prefazione scrive che «l'urbanistica cessa così di essere materia per specialisti e diventa oggetto di un confronto collettivo sul futuro di Roma». Già, il futuro. Perché questo non è solo un libro sul passato, rappresentato appunto dal “modello di Roma”, e su un presente, quello del “fallimento di Alemanno”, che è sotto gli occhi di tutti e che queste pagine descrivono comunque molto bene. È un libro anche e in un certo senso soprattutto sul futuro, sull'esigenza di puntare a una nuova stagione civica, sulle idee che dovranno portare i riformisti e un Partito democratico aperto e vivo a guardare dentro se stesso, superando certi aspetti esasperatamente correntizi, e ad archiviare cinque anni di malgoverno della destra capitolina, per aprire una nuova pagina nella vita della città. Anzi, della “metropoli Roma”. Perché è questo che la capitale d'Italia deve tornare ad essere. I funeralidiStato Così Placido Rizzotto è di nuovo tra noi Vito LoMonaco Presidente centro “Pio La Torre” COMUNITÀ Il commento Un voto per battere le destre QUANDOGIOVEDÌ24MAGGIOMATTINOSA-RANNOCELEBRATIACORLEONE i funerali di Stato per Placido Rizzotto, socialista, ucciso dalla mafia di Michele Navarra, medico democristiano, poco prima delle elezioni politiche del 1948, e, successivamente, il Presidente della Repubblica sosterrà a Portella della Ginestra, lo Stato democratico sancirà, speriamo definitivamente, una memoria condivisa sulla costruzione della Repubblica. In quell'epoca furono uccisi, solo in Sicilia, ben quarantasette capi del movimento contadino. Assieme ad essi si renderà merito e onore a tutti quei giovani costruttori della democrazia come Pio La Torre, Emanuele Macaluso, Paolo Bufalini, Nicola Cipolla, Pancrazio De Pasquale, Francesco Renda, Totò La Marca, Totò Di Benedetto e tante altre migliaia di giovani i quali sotto la guida di carismatici uomini come Girolamo Li Causi, seppero dare attuazione ai contenuti sociali e politici della neo Costituzione repubblicana. La lotta per la Riforma agraria, quelle per il lavoro e i diritti, per il riconoscimento del ruolo delle masse popolari e lavoratrici nella società del dopoguerra furono il frutto di una visione democratica che seppe unire la sinistra socialista, comunista, cattolica. Contro quest'unità fu indirizzato il piombo mafioso da parte di quella parte della classe dirigente che non accettava, e non lo farà mai sino a oggi, l'ipotesi di una democrazia compiuta. Rizzotto fu trucidato poco dopo Epifanio Li Puma di Petralia Soprana e poco prima di Calogero Cangialosi di Camporeale, ambedue socialisti nel tentativo di dividere la sinistra che unita aveva vinto le elezioni regionali del 1947, alle quali fu contrapposta la strage di Portella della Ginestra. Il comunista La Torre andò a sostituire il socialista Rizzotto, subito dopo la sua scomparsa, alla direzione della Camera del Lavoro di Corleone. Il democristiano Pasquale Almerico, ucciso dalla mafia di Camporeale, fu difeso dalla sinistra, mentre il suo segretario provinciale, il potente Gioia, lo aveva abbandonato nelle grinfie del capomafia Vanni Sacco che chiese e ottenne di entrare nella Democrazia cristiana. L'attuale peso politico ed economico delle mafie si può comprendere interpretando correttamente le stragi e i delitti politicomafiosi del dopoguerra, da Portella a oggi. L'uso storicamente accertato della mafia come strumento d'intimidazione e di dominio da parte di una minoranza della classe dirigente, la pedissequa osservanza del Codice Rocco, inadatto a colpire la mafia, hanno servito gli interessi, ieri, dei baroni della terra, oggi della finanza, ma non della democrazia e dello sviluppo del Paese. Oggi nessuno deve dimenticare che il sacrificio di quei giovani costruttori di democrazia ha determinato il mutamento radicale della cultura giuridica dello Stato democratico contro la mafia con l'introduzione nel codice penale del reato di associazione mafiosa e la confisca dei beni. Ciò ha fatto maturare nella cultura e nella coscienza di una nuova generazione di magistrati e servitori dello Stato, anch'essi vittime della mafia, un nuovo impegno etico. Mattarella come La Torre, Terranova, come Chinnici, Falcone, Borsellino, Giuliano, Cassarà, Basile erano uniti, pur in ruoli politici e culturali diversi, dalla stessa convinzione di dover spezzare, per servire lo Stato e la società, il trinomio affari, mafia, politica. Lo Stato democratico non si è arreso, la coscienza civile antimafiosa si è estesa. Oggi si tratta di vincere definitivamente sui poteri occulti. A Corleone assieme al Capo dello Stato, il movimento sindacale unito, l'intero schieramento democratico, laico, di sinistra, cattolico. Ci sarà don Luigi Ciotti che in nome di una Chiesa conciliare, diversamente dal passato, testimonierà l'impegno militante di condanna della mafia, come ha recentemente ribadito a Palermo Papa Benedetto sedicesimo. Ci sarà pure il governo Monti al quale ci rivolgiamo affinché usi tutta la forza della sua autonomia dal recente passato per migliorare la legislazione antimafia e anticorruzione, non solo per recuperare risorse finanziarie contro la crisi ma per una ri-crescita economica ed etica del Paese e liberarlo da ogni mafia e da ogni colluso con essa. MalaromadiRobertoMorassut Quel viaggio nella città che volle farsi metropoli Walter Veltroni Michele Ciliberto Maramotti domenica 20, maggio, 2012 17
Igiovani e le tentazioni pericolose diAlQaeda GABRIELLAGALLOZZI INVIATA ACANNES CANNES2012 ÈUFFICIALE:CRISTIANMUNGIU,ROMENODELLACITTÀDI IASI,CLASSE 1968, ÈUN GRANDE REGISTA.LOSOSPETTAVAMO DAL 2007, QUANDO VINSE LA PALMA D'ORO di Cannes con lo splendido, straziante 4mesi3settimane 2 giorni. Era un'opera seconda, dopo l'esordio con Occidente che nel 2002 sempre Cannes aveva ospitato alla Quinzaine. Al terzo lungometraggio, la conferma: Al di là delle colline (in romeno Dupa dealuri) è un capolavoro. È un film di 2 ore e mezza, girato in un convento, che ti acchiappa alla gola come un film di Hitchcock. La bravura di Mungiu consiste nel trasformare il quotidiano in romanzesco, creando tensione e coinvolgimento emotivo là dove molti altri registi si perderebbero nel bozzetto o nella noia. Al di là delle colline è prima di tutto una mirabile lezione di regia: Mungiu racconta con lunghi piani-sequenza, spesso con molti attori in campo, come trasportandoci di peso «dentro» la storia, dentro la drammaturgia. Lo stile può ricordare classici come Dreyer, o come Bresson, ma la suspence è degna di un film d'azione hollywoodiano. È un mix formidabile, quando riesce: il massimo che il cinema moderno può dare. La trama: in un villaggio romeno ai confini con la Moldova torna dalla Germania Alina, una ragazza orfana che è stata a lavorare all'estero. L'attende Voichita, la sua amica del cuore: sono cresciute in orfanotrofio, poi la vita le ha separate. Voichita ora è novizia in un convento ai margini della città dove regna sovrano, unico maschio, un «padre» senza nome in odore di miracoli e santità. Alina sperava di riavere Voichita tutta per sé: si capisce, da accenni sottili, che la loro era più di un'amicizia. Ma Voichita ha trovato Dio, e quando Alina le chiede «non mi ami più?», le risponde «non allo stesso modo». Alina aveva anche un progetto: portare l'amica con sé in Germania. Voichita vorrebbe invece rimanere, e tenere Alina con sé nel convento. Il contrasto psicologico e la gelosia spingono Alina, già malata, a violente crisi che sembrano di epilessia, ma che il «padre» e le altre monache interpretano come possessione. L'ospedale della città confessa la propria impotenza: «Ha bisogno di riposo», dicono i medici. Ma al ritorno in convento Alina sta sempre peggio e si passa direttamente all'esorcismo… Non vi sveleremo il finale, sperando in una distribuzione nel nostro paese. A molti italiani farebbe bene vederlo: come dice Mungiu, il film è – fra mille altre cose – «una riflessione sulle azioni che si compiono nel nome di Dio, e che spesso portano a conseguenze catastrofiche». A noi è sembrato una parabola laica su ciò che è avvenuto in Romania, e in genere nell'Europa dell'Est, dopo che la caduta del comunismo è stata seguita solo da crisi economiche e mancate promesse di sviluppo: la gente si rifugia nel sacro come fosse un'assicurazione sulla vita, e le istituzioni religiose si rinchiudono in se stesse per congenita incapacità di capire il mondo moderno. Aldi làdelle colline suscita questioni enormi con una narrazione intensa, focalizzata sui personaggi e sulle loro domande senza risposta. Le due protagoniste – Cosmina Stratan e Cristina Flutur – sono esordienti al cinema e sembrano veterane. Vedendo il film, viene da pensare che in Romania si faccia il miglior cinema d'Europa: non è proprio così, è che Mungiu è un talento sopraffino anche nell'esaltare i talenti altrui. IDISTILLATORI ILLEGALI L'altro film in concorso è l'americano Lawless («senza legge»), tratto da un romanzo di Matt Bondurant che Baldini & Castoldi ha pubblicato in Italia con il titolo Laconteapiùfradiciadelmondo, fedele all'inglese TheWettestCountyintheWorld. È una storia vera, come quella a cui si è ispirato Mungiu, ma qui termina ogni analogia. In Lawlesssiamo all'epoca del proibizionismo e la storia è l'ambigua epopea di una famiglia di bootleggers, di distillatori di whisky illegale. Tre fratelli sanguinari e violenti, tanto quanto sono brutali gli uomini della legge. Regia di John Hillcoat, quello del terrificante The Road. Questo film è un po' meglio, è un discreto lavoro sul genere, ma lo dimenticheremo presto. Al di là delle colline, invece, starà con noi a lungo. Unascenada «Al di làdelle colline» del regista romeno CristianMungiu inconcorso alFestival diCannes LA FOLLIA DELL'INTEGRALISMO RELIGIOSO È ILFILOROSSOCHEHASEGNATOIERI ILFESTIVAL. Dall'esorcismo praticato in Al di là dellecolline di Cristian Mungiu, agli attentati di Casablanca nel 2003, raccontati dallo straordinario Leschevauxdedieu del regista marocchino Nabil Ayouch. A lui il pubblico di Un certain régard ha tributato l'applauso più lungo e commosso della giornata. Facendo vivere ai due protagonisti il sogno del «riscatto». Abdelhakim e Abdelilah Rachid, fratelli nella realtà e sullo schermo, sono infatti due ragazzi nati e cresciuti nella bidonville di Casablanca dove, tra miseria e sottocultura, Al Qaeda ha gioco facile nel fare proseliti. È da qui che sono partiti i giovanissimi kamikaze di quei cinque attentati che nel 2003 provocarono la morte di una cinquantina di persone nella città marocchina. E questo con straordinario realismo e attenta analisi psicologica racconta il film. Partendo da lontano. Dagli anni Novanta quando assistiamo all'infanzia dei due fratelli, insieme al loro gruppo di amici, in questa terra di nessuno, discarica a cielo aperto dei rifiuti della grande città, così lontana che nessuno di loro l'ha mai vista. È un mondo a parte, dove l'unica legge è quella del più forte. Un mondo di soli maschi, dove pure l'omossessualità è vissuta con violenza, nel corso di una festa con troppo alcol o nelle avance di un padrone laido. Qui crescono i due fratelli, tra furti, spaccio e i raid periodici della polizia. Unico appiglio la madre anziana, presa però da un altro figlio demente e un marito che non ci sta più con la testa. È il più grande dei due a proteggere la famiglia. Soprattutto il fratello minore, più timido e riservato, che per pochi soldi vende limoni per le strade. Gli anni passano fino al giorno che il maggiore finisce in galera, all'indomani dell'attentato alle Torri gemelle. E qui avverrà la conversione. Quando tornerà alla bidonville sarà diventato un perfetto «fratello mussulmano». Niente più alcol, né droghe, né furti. Ma solo la fede cieca in Allah, unico strumento di riscatto sociale. In un attimo è «un'epidemia». Quei ragazzini ora sono tutti «fratelli», come ripetono i loro maestri «spirituali», un'unica grande comunità. Essere scelti come martiri per servire Allah, è il «grande privilegio» a cui andranno incontro. Questo nella finzione. Fortunatamente nella realtà per Abdelhakim e Abdelilah il riscatto è arrivato col cinema. «JAMES WOODS HA PIANTO PER METÀ FILM (E METÀ FILM SONO PIÙ DI 2 ORE, NDR) E SUI TITOLI DI CODA HA GRIDATO «Viva Sergio Leone!». Robert De Niro è rimasto a rivederselo tutto quando io pensavo che dopo un minuto se ne sarebbe andato. Serata emozionante, non c'è che dire». Chi parla è Gianluca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna che ha portato qui a Cannes uno dei due film più belli del festival: C'eraunavoltainAmerica, restaurato in collaborazione con la Film Foundation di Martin Scorsese e con la decisiva sponsorizzazione di Gucci. Gli attori del film, assieme ai figli di Sergio Leone che gestiscono l'eredità paterna, hanno sfilato sulla scalinata del Palais assieme ai più giovani divi che prestano le voci al cartoon Madagascar3: è stata una montéedes marches congiunta, aiutata dal fatto che De Niro e il protagonista vocale della saga di Madagascar, Ben Stiller, sono colleghi di bisbocce in un'altra saga, quella di Ti presento i miei. Poi le due bande si sono divise e C'era una volta in America è tornato sul luogo dell'evento: proprio qui a Cannes lo vedemmo la prima volta, nel 1984. Stavolta è la versione restaurata: oltre a sistemare il negativo, la Cineteca di Bologna ha reintegrato una ventina di minuti che Leone aveva tagliato e che si erano già visti – non però reinseriti nel corpus del film – in varie occasioni. LAVERSIONECOMPLETA Ora il film dura 4 ore e 13 minuti e sarebbe fantastico se potesse, in questa versione, uscire in America: a suo tempo i produttori fecero uno scempio, distribuendo negli Usa una copia lunga poco più di 2 ore e rimontata in ordine cronologico, sconfessata sia da Leone che da Ennio Morricone. Anche il nostro grande musicista era in sala, visibilmente soddisfatto. Mancava solo Sergio, che se n'è andato troppo presto: nel 1989, a 60 anni. Oggi ne avrebbe 83 e si sarebbe preso una bella rivincita. Dicevamo: uno dei due film più belli di Cannes 2012. Anche l'altro sarà italiano: nei prossimi giorni la sezione Cannes Classic presenterà anche il restauro di Viaggio in Italia di Roberto Rossellini, realizzato in partnership tra la Cineteca di Bologna e la Cineteca Nazionale nell'ambito del progetto Rossellini. Un capolavoro oggi riconosciuto – all'epoca, non tanto – con una straziante, meravigliosa Ingrid Bergman. Intanto ieri notte è passato il Draculain3Ddi Argento e martedì tocca a Io e te di Bertolucci: i due ragazzi che nel '68 scrissero per Leone il soggetto di C'era una volta il West. Tutto si tiene. L'America restaurata diSergio Leone AL. C. CANNES Memoriale dalconvento Mungiuconfermatalento davendereconquestofilm ALBERTOCRESPI CANNES Èlastoriadidueamichecresciute inorfanotrofio chesi ritrovano inunmonastero.Unaparabola laicasuciò cheèavvenutonell'Estdopolacadutadelcomunismo Unascenada «LeschevauxdeDieu» U: 20 domenica 20, maggio, 2012
ANCHE IL FISCO SEGUIRÀ CON ATTENZIONE I GIOCHI OLIMPICI DI LONDRA 2012. L'ITALIA, INFATTI, È UNODEIPOCHIPAESICHETASSANOANCHEIPREMI CONCESSIAGLIATLETIche conquistano il podio. Sul tema già quattro anni fa si scatenò una polemica a suon di richieste di esenzione: l'alfiere fu Valentina Vezzali che con colpi di fioretto (è il caso di dirlo) infilzò l'esosità dell'erario della Penisola. Naturalmente con il plauso di Silvio Berlusconi e dei suoi seguaci, sempre pronti a invocare il mantra «meno tasse per tutti». Tanto che una squadra di parlamentari pidiellini presentò anche una proposta di legge per esentare i premi olimpici e parolimpici, cioè i Giochi dei portatori di handicap. VARIAZIONI SOSTANZIALI Ma si può davvero dire che i campionissimi del Belpaese vengono tartassati rispetto ai loro colleghi di altre nazionalità? A leggere bene cifre e disposizioni non pare proprio. Un articolo della rivista online Fiscooggi (testata dell' Agenzia delle entrate) a firma di Boris Bivona aiuta a fare chiarezza. Il testo rivela, ad esempio, che la Gran Bretagna – Paese ospite – ha deciso di non erogare alcun premio, né per la medaglia d'oro, né per l'argento, né per il bronzo. Ai fuoriclasse britannici, stavolta, dovrà bastare la gloria e il versamento di 12mila euro come riconoscimento del diritto d'immagine concesso alla Royal Mail, che stamperà un francobollo entro le 24 ore successive alla vittoria. Sono le Olimpiadi dell'austerity varate da David Cameron. In Italia le cose vanno molto diversamente. «Il nostro Paese ha confermato le somme delle Olimpiadi di Pechino – spiega Bivona – Nessun aumento, quindi, ma quattro anni fa i compensi furono più alti della volta precedente». Per il podio più alto il comitato olimpico italiano (l'ente pubblico che stabilisce le regole e che di fatto finanzia i premi, ndr) ha deciso di erogare 140mila euro (nel 2004 erano 10mila in meno), 75mila euro per l'argento e 50mila per il bronzo. «Sul piano fiscale tale premio va incontro all'ordinaria tassazione – continua Bivona – In altre parole, cumulandosi alla retribuzione base potrebbe anche far scattare l'aliquota più alta». Insomma, in Italia il premio netto alla fine può arrivare anche alla metà. Ma c'è da aggiungere che nei Paesi dove il compenso è “tax free” le somme sono di gran lunga inferiori. Un caso su tutti è l'Australia, che non chiede tasse ma agli atleti d'oro ha erogato appena 11.750 euro nei Giochi di Pechino, aumentati a 15mila quest'anno, mentre restano a bocca asciutta gli argenti e i bronzi. Ma anche gli australiani (come oggi i britannici) nella scorsa edizione hanno avuto un francobollo e i relativi diritti sull'immagine. Anche la Germania concede appena 15mila euro, la Cina 42.400, la Francia 50.200. Persino gli Stati Uniti restano sotto i 20mila euro, fermandosi a 19mila. Sempre a Pechino gli atleti ungheresi hanno vinto 60mila euro esenti da imposte per la medaglia d'oro. «In Polonia il primo classificato si è assicurato un premio di 55mila euro e un'automobile di media cilindrata - scrive Bivona - valutabile in almeno 15mila euro, mentre al secondo e al terzo classificati sono stati riconosciuti premi per 41.700 e 27.800 euro. In Croazia i premi sono stati di 30mila euro per l'oro e 23mila euro per ogni componente delle singole squadre». Tra i Paesi che tassano i premi compare la Slovacchia, che ha concesso 30mila euro alla medaglia d'oro, 18mila all'argento e 12mila al bronzo, con una tassazione al 19%. Anche se i riconoscimenti sono stati attribuiti sino all'ottavo posto classificato. «In Serbia, la tassazione sui premi è stata nell'ordine del 15% - conclude Bivona - e per le gare a squadre i premi sono stati di 400mila (cumulativi) per il primo posto, 350mila per il secondo e 300mila per il terzo classificato» ESTONI SUPERGENEROSI Nell'ultima Olimpiade c'è stato anche chi ha escogitato metodi “innovativi”, come la Bielorussia che ha ricompensato i campioni con gigantesche provviste di salsicce. Alla squadra di basket femminile la scorta di wurstel è stata concessa anche senza medaglie. In ogni caso ci hanno pensato gli sponsor a venire in soccorso di quegli atleti rimasti senza la provvista di “cibo”: riconoscendo un premio di 100mila dollari per la medaglia d'oro, 50mila per quella d'argento e 30mila per quella di bronzo. Questo il bilancio fiscale dei Giochi. Ma a questo punto vale la pena forse segnalare i più fortunati: gli estoni. Il piccolo Stato baltico ha riconosciuto 102mila euro ai vincitori dell'oro (51.000 al tecnico), 70mila all'argento e 22mila ai terzi classificati. Tutto esentasse. NONSOLOSPORT Unatassa Olimpica Eccoquantocosta ilpodio più alto agli atleti nel mondo CANNES2012 : L'artepotentediMungiu inunmemorialedalconvento P. 20 L'INEDITO : I segretidell'IstitutoLuce P. 21 STORIE : Chetirannoeramiopadre P. 22 LUOGHI : L'animaverticalediMilano P. 23 ROCK : UnBoss indignato P. 24 BIANCA DIGIOVANNI bdigiovanni@unita.it Paesechevaierariochetrovi.Peralcuni lemedagliesono taxfree, inaltri sidevonofare iconticon il fisco.Solo in Bielorussiahannorisolto ilproblema: ilpremioè insalsicce U: domenica 20, maggio, 2012 19
Ballottaggi, il voto locale che può cambiare l'Italia ILREPORTAGE MARCOBUCCIANTINI ILCOMMENTO VALERIAVIGANÒ Londra 2012 Così il fisco tassa lemedaglie olimpiche L'usoscientifico delkolossaldi regime EMILIANIP.21 NuovaMilano metropoli inverticale Bomba alla fermata del bus da Mesagne che portava i giovani a scuola Muore Melissa, sedici anni, grave l'amica, feriti altri quattro Un attentato terroristico-mafioso Manifestazioni in tutto il Paese U: L'ANALISI MICHELECILIBERTO Ciò che l'attentato davanti alla scuola Morvillo a Brindisi porta alla luce e segnala in modo aberrante è lo spaventoso stato della nostra nazione civile. Quale che sia la matrice, individuale o mafiosa, si è colpito un luogo di giovane crescita delle coscienze, intitolata alla moglie uccisa di un grande magistrato ucciso. Per farlo si è ucciso. C'è qualcosa di fortemente simbolico in questa bomba costruita con bombole quotidiane, davanti alla quotidianità delle mattine scolastiche. SEGUEA P.7 La scuola violata Don Ciotti: «Hanno ferito l'intero Paese» G8, Merkel resta sola Monti: ora gli eurobond Nessuno tocchi i ragazzi, ripete Piero Grasso, procuratore capo dell'antimafia. Ma Melissa è morta, violentata da una bomba che qualcuno ha piazzato dove si andava a studiare. Nessuno tocchi i ragazzi ma Veronica ha il torace squassato, i polmoni sbranati, l'hanno operata ma non ancora salvata. AP.2 Oggi e domani quattro milioni e mezzo di italiani si recheranno alle urne in 118 Comuni per l'elezione secondo turno del proprio sindaco. Tra le sfide più attese quelle di Genova, Palermo e l'Aquila. A Parma la sfida tra il candidato democratico Bernazzoli e il grillino Pizzarotti. E su Grillo l'Osservatorio del Pd denuncia l'eccessivo spazio dei Tg al Movimento Cinque Stelle. CIARNELLI A P.8 Staino COLPITI AL CUORE AP.17 Battere la destra BOMBE ALL'INGRESSO DI UNA SCUO-LA.NONERAMAIACCADUTONELNOSTRO PUR TORMENTATO PAESE. Melissa, sedici anni, è morta. Veronica lotta disperatamente per la vita. La città di Brindisi per un giorno è diventata casa nostra, offrendoci il turbine di sentimenti strazianti e la leva di una insopprimibile ribellione civile. Brindisi, non resterai sola. La nostra coscienza di donne e uomini, prima ancora che di popolo, non può accettare che un simile attentato venga lasciato impunito, né che generi paure o consenta ricatti. Uccidere ragazzi indifesi è l'atto più vile, la ferita più profonda al senso di umanità, la minaccia più esplicita alla coesione sociale. Sotto attacco è l'Italia, il nostro essere nazione, certamente non meno di quando si parla di euro o di debito pubblico. SEGUEA P.3 Attacco all'Italia Bisogna reagire L'EDITORIALE CLAUDIOSARDO GIANOLA AP.5 GERINAA P.3 Gli inquirenti: l'obiettivo era il pullman La mafia teme più la scuola della giustizia L'istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa AntoninoCaponnetto 1994 FUSANI AP.4 Il sangue dei ragazzi Aiutare la Grecia a restare nell'euro: è il messaggio che esce dal G8 di Camp David. E nel documento finale si punta su lavoro e crescita per uscire dalla crisi, smentendo la linea tedesca dell'austerity. AP.10-11 Paesechevai,erario chetrovi DIGIOVANNIP. 19 IstitutoLuce ilcinema targatoDuce L'animadellacittà cambieràpersempre PIVETTAP. 23 Camusso: «No alla strategia della paura» 1,20 Anno 89 n. 138Domenica 20 Maggio 2012
Proprio nelle ore in cui il Paese si è trovato, un'altra volta nella sua storia, a fronteggiare un'emergenza drammatica e dolorosa come quella di Brindisi, sono stati insediati regolarmente i seggi nei Comuni dove quest'oggi e domani si svolgeranno i ballottaggi per eleggere i primi cittadini e quindi formare i consigli comunali. Nelle Regioni a statuto ordinario sono cento i Comuni chiamati alle urne, 98 con popolazione superiore ai quindicimila abitanti mentre negli altri due al primo turno c'era stata parità tra due candidati. Le sezioni elettorali sono 4.150 per 3 milioni 463.826 elettori. In Sicilia sono 18, per 1.219 sezioni, i Comuni che vanno al ballottaggio, in cui sono chiamati ad esprimersi 1 milione 120.195 votanti. Questo turno elettorale, per quanto limitato nei numeri dato che riguarda in tutto 118 Comuni, sarà utile per avere eventuali conferme di quanto uscito dalle urne due settimane fa. Importante sarà verificare quanto peserà la disaffezione nei confronti della politica e, quindi, quali saranno i dati dell'assenteismo, anche se il secondo turno non ha mai brillato per partecipazione. Sarà interessante constatare se la caduta libera del Pdl e anche della Lega, che rischiano il cappotto, continuerà condizionata dagli eventi di questi giorni e se il Pd cavalcherà ancora l'onda positiva. E allo stesso tempo servirà a capire quanto il fenomeno dei “grillini” riuscirà, anche a costo di apparentamenti mai ipotizzati prima, a passare nelle fila di chi governa e non solo di chi protesta. Cogliendo appieno il vantaggio della sovraesposizione mediatica di questi giorni. L'Osservatorio dei tg ha registrato una netta crescita di Grillo sia nei tempi di notizia che di parola con un incremento di ben cinque punti percentuali. Dati alla mano, lo sottolinea il Pd Roberto Zaccaria che parla di una visibilità nel complesso sopra le righe e sproporzionata rispetto alle notizie. Il confronto con la scarsa presenza di Vendola e Sel è impressionante. LE SFIDE I Comuni capoluogo interessati dal turno di ballottaggio sono: Alessandria, Asti, Cuneo, Como, Monza, Belluno, Genova, Parma, Piacenza, Lucca, Frosinone, Rieti, L'Aquila, Isernia, Taranto, Trani, Palermo, Trapani e Agrigento. Tra le sfide più attese quella di Genova dove Marco Doria (sostenuto da Pd, Sel, Idv, Pdci, Prc, Psi e alcune liste civiche) al primo turno ha sfiorato l'elezione ma si è fermato al 48,3 per cento e dovrà vedersela con Enrico Musso (15 per cento al primo turno) sostenuto dal Terzo Polo. Altro voto importante a Palermo: Leoluca Orlando, che ha raccolto al primo turno il 47,7 per cento dei consensi, se la vedrà con Fabrizio Ferrandelli, che al primo turno ha avuto il 17,3 per cento dei voti e che è sostenuto, oltre che da Pd e vendoliani, da una lista civica e una socialista. L'altra grande attesa è per Parma dove Federico Pizzarotti, bancario di 39 anni, candidato del Movimento 5 Stelle, punta a battere il grande favorito della vigilia, Vincenzo Bernazzoli, Pd, sostenuto da tutto il centrosinistra. Infine a L'Aquila il ballottaggio è tra due medici: il sindaco uscente, Massimo Cialente (Pd, liste civiche, Sinistra, Sel, Api) e Giorgio De Matteis (Mpa, civiche, Udeur, Udc). Acquisiti i risultati, le settimane prossime saranno «decisive» per affrontare appuntamenti ineludibili per superare l'emergenza: riforme, nomine, politiche anticrisi. Punti su cui il premier Monti ha chiesto ai partiti sostegno pieno. Le nomine riguardano Agcom e Authority e sono, come il rinnovo del Cda Rai, al primo posto nell'agenda degli atti dovuti da parte di Palazzo Chigi e Montecitorio. Ridurre il finanziamento pubblico ai partiti sarà il primo tema che la Camera affronterà all'indomani del secondo turno. Martedì 22 maggio, infatti, l'Aula di Montecitorio inizierà l'esame del provvedimento che riduce i rimborsi elettorali e lo licenzierà in un paio di giorni: lo ostacolano soltanto Idv e Lega secondo cui i rimborsi vanno aboliti del tutto. Quindi sarà trasmesso al Senato dove dovrà farsi strada tra altri provvedimenti “caldi” in calendario, a partire dalla riforma del lavoro. Per arrivare alle riforme costituzionali che il presidente della commissione Affari Costituzionali del Senato, Carlo Vizzini, ha promesso pronte per l'Aula entro il 25. Alla riduzione del numero dei parlamentari, è strettamente legata la riforma elettorale per archiviare il “Porcellum”. Le elezioni amministrative hanno congelato il tavolo dei tecnici di maggioranza che torneranno a riunirsi subito dopo i ballottaggi. In Emilia-Romagna porteremo a ca-sa almeno un sindaco, sono certo».Così scommette un veterano del Movimento 5 stelle in regione, Giovanni Favia, alla vigilia dei quattro ballottaggi che - comunque vada - da martedì vedranno i grillini entrare per la prima volta in altrettanti consigli comunali. Certo, quello che conta è potersi fregiare della fascia tricolore. Anche a costo di incassare, con un sapiente silenzio-assenso, l'appoggio di una serie di dirigenti Pdl, partito al tracollo escluso perfino dai ballottaggi e pronto a tutto per non veder vincere il Pd. Anche a dare indicazioni per i grillini, come è successo su Parma e Budrio, in una rincorsa a un improbabile connubio che negli ultimi giorni ha diviso gli stessi berlusconiani. Il M5S arriva infatti al secondo turno con un proprio candidato a Parma, Budrio, nell'hinterland di Bologna, e Comacchio, terra di anguille nel ferrarese. Discorso a parte Piacenza: qui a sfidare il candidato del centrosinistra Paolo Dosi, assessore alla cultura uscente, è il giovane consigliere provinciale Pdl Andrea Paparo. Il distacco a favore del primo è di 17 punti, i giochi vengono considerati già chiusi. E allora si torna a guardare alla città ducale e agli altri due centri, su cui per la seconda volta è calato Grillo in persona a chiudere la campagna elettorale, a testimoniare dell'investimento del leader. LE SCOMMESSE Parma sarebbe il bottino più ghiotto, «è la nostra Stalingrado» detta Grillo. Sarebbe certo un'impresa per il 39enne Federico Pizzarotti azzerare i 20 punti che lo separano dal presidente della Provincia, il 56enne Vincenzo Bernazzoli. E scippare così al centrosinistra un traguardo che sembrava a portata di mano, visto il terremoto della caduta di Pietro Vignali e della sua giunta civico-polista per tangenti e corruzione, con conseguente commissariamento. La campagna elettorale avrebbe potuto concentrarsi tutta sul nodo del debito che strangola le casse del Comune, si parla di 600 milioni. Pizzarotti ha giocato la carta del «nuovo» contrapposto ai vecchi partiti, Bernazzoli quella di una «guida competente per fare uscire la città dalle secche in cui l'hanno portata» 15 anni di amministrazione civico-polista. Sullo sfondo un convitato di pietra: il 36% di astenuti al primo turno. Il numero uno del Pd regionale Stefano Bonaccini scommette sulla vittoria «dove già amministravano». Ovvero Piacenza e Budrio, insomma sulla continuità «del buongoverno» dopo dieci anni di amministrazione targata Pd e centrosinistra, con Roberto Reggi a Piacenza, argine al dilagare del Carroccio che qui ancora nel 2009 aveva toccato il 17%, e Carlo Castelli. Parma e Comacchio, entrambe commissariate, sono più un'incognita, «qui corriamo contro M5S, Pdl e civici, diventa un voto contro di noi più che per la proprio comunità. Ma ho visto una grande assenza di proposte su temi veri come lavoro e welfare. Per questo auspica Bonaccini - possiamo farcela». LEELEZIONIAMMINISTRATIVE Grillo (col Pdl) all'assalto di Parma e dell'Emilia IlPdpuntaacapitalizzare i successiottenutialprimo turnoancheaPiacenza, BudrioeComacchio Dalladestraappoggio aicandidatigrillini IL CASO 4 milioni e mezzo al voto La destra rischia il cappotto Il ballottaggio per l'elezione dei sindaci in 118 Comuni Tra le sfide più attese quelle di Genova, Palermo e L'Aquila . . . L'Osservatorio del Pd sui tg segnala una sovraesposizione del Movimento 5 stelle . . . Occhi puntati sull'affluenza e sulla conferma del tracollo di Pdl e Lega MARCELLACIARNELLI ROMA ADRIANACOMASCHI BOLOGNA 8 domenica 20, maggio, 2012
Montepremi 2.975.913,60 5+stella 743.978,50 All'unico6 94.836.378,29 4+stella 32.697,00 Nessun5+1 - 3+stella 1.667,00 Vinconoconpunti5 29.759,14 2+stella 100,00 Vinconoconpunti4 326,97 1+stella 10,00 Vinconoconpunti3 16,67 0+stella 5,00 Nazionale 88 40 42 46 69 Bari 57 67 56 10 8 Cagliari 27 85 44 63 14 Firenze 76 44 11 6 63 Genova 25 72 68 36 1 Milano 8 19 50 62 28 Napoli 6 60 9 20 62 Palermo 67 15 87 4 79 Roma 48 12 1 22 24 Torino 27 29 45 89 84 Venezia 82 21 11 59 88 InumeridelSuperenalotto Jolly SuperStar 1 23 27 33 37 85 56 16 10eLotto 6 8 11 12 15 19 21 25 27 2944 48 56 57 60 67 72 76 82 85 MASSIMILIANOAMATO NAPOLI Staseraall'Olimpico la finalediCoppia Italia Duegliaddii:quello diDelPieroe, forse, quellodiMazzarri LOTTO SPORT È UN GIRO PER MOLTI E ANCORA UN GIRO DI NESSUNO. ANCHE CERVINIA DÀ SEGNALI EVASIVI, PREMIA UNCOSTARICANO,AMADOR,ERIDÀLAROSAPERPOCHI SECONDI A HESJEDAL, IL CANADESE. Il marcamento tra i big è estremo, il percorso tenerissimo non aiuta, le salite mancano, la classifica è cortissima e aperta ancora a tanti, in dodici sono sotto i due minuti, tutti coperti, prudenti, con una sola squadra capace di comandare, la Liquigas, ma priva di un leader capace di ammazzare la corsa. Pioggia, freddo, 4 gradi sotto un Cervino che non spunta mai da una spessa coltre di nuvole e nebbia. Due salite lunghe e facili nel menu dei corridori, la giornata non invita, le iniziative arrivano da uomini lontani in classifica, e presto, al km 50. Fuga a 8 scombinata sul Joux dal ceco Barta, col gruppo che veleggia oltre i 10 minuti. La discesa è tecnica nei primi chilometri, è umida, Barta sbaglia quasi tutte le curve e si fa raggiungere e superare dal costaricano Amador, uno dei migliori di questo Giro, uomo di fatica, di fughe, terzo a Sestri Levante, dal palmares finora intonso, zero vittorie da professionista in quattro anni, ultimo nella classifica finale del Tour 2011. Va giù bene Amador, viene però raggiunto nel falsopiano prima dell'ultima salita dal friulano Alessandro De Marchi, iniziano insieme la scalata verso Cervinia, poi rientra Barta, possente passista della Netapp, bravo nell'amministrarsi dopo aver sbagliato tutto sul Joux. Il sonno dietro viene svegliato intanto, sulle ultime rampe della prima salita, da Rujano e Cunego, che se ne vanno soli, in discesa poi il veronese resta solo, lasciato a macerare dal gruppo a un minuto prima di essere riagganciato e staccato tristemente. La salita non si fa mai arcigna, la Liquigas è in netta superiorità numerica e dà quello che ha per impedire gli scatti davanti, con Basso che vigila, apparentemente sicuro, ma anche attento a non spendere una stilla di energia di troppo. Consumatosi anche Szmyd inizia la battaglia vera. Basso comanda per qualche metro, poi è una ridda di scatti, ci provano Pozzovivo, Scarponi, Hesjedal. Il canadese, mentre davanti i tre fuggitivi consumano quasi tutto il loro vantaggio, riesce a guadagnare una manciata di secondi ai meno 2,5. Rodriguez a quel punto non può più aspettare, Hesjedal è il secondo della generale. Va Purito, immaginando di agganciare il capitano della Garmin in quattro pedalate. Alla quinta però, con lo svantaggio intatto, si rialza e si riaccomoda nel gruppetto. Davanti è sprint a tre, Barta parte in testa, De Marchi, ex pistard, anche lui a digiuno di successi tra i pro, molla subito, Amador, più furbo e più forte, si infila e vince. Prima vittoria, prima festa «dedicata alla fidanzata, alla famiglia, alla squadra». Una famiglia particolare quella di Andrey Amador Bikkazakova, padre costaricano, madre ucraina, squadra spagnola, tanto anonimato finora, ma anche tanta buona volontà e un po' di talento. È l'unico professionista del suo paese ed è, naturalmente, il primo costaricano ad alzare le braccia nella storia della Corsa Rosa. È una gara di prime volte e di firme poco conosciute questo Giro ancora orfano di una guida, ancora pieno di punti interrogativi. Intanto Hesjedal guadagna 26" al gruppo di Rodriguez e torna in maglia rosa, nemmeno una settimana dopo averla perduta. Ad Assisi non seppe tenere le ruote di Purito, ieri Purito l'ha lasciato andare. In mancanza di azioni vere e di attacchi, Hesjedal è il padrone perfetto della rosa, forte con la sua Garmin nella cronosquadre, bravo in salita, sempre presente nei momenti topici, mai davvero in difficoltà. C'è parecchia confusione in casa Astana: Tiralongo ha forze impreviste, vuole fare la corsa, ha grandi ambizioni, Kreuziger, il capitano, ha chiuso invece col fiatone. Si aiutano poco i due. Poco stanno combinando i Lampre, anche perché Cunego - fallimentare il suo attacco sul Joux - le becca regolarmente in salita e Scarponi non ha altri compagni capaci di stargli accanto. Tutti aspettano Basso, l'impressione è che Basso aspetti a sua volta qualcosa. Si ragiona sui secondi, sugli sguardi, più che il coraggio però manca il terreno adatto, qualcosa di simile a una salita vera. Oggi ce ne sono quattro semivere, valico di Valcava, Forcella di Bura, Culmine di San Pietro, Pian dei Resinelli 8 km, non difficili, sopra Lecco -, salite da Lombardia più che da Giro, ravvicinate, con discese tecniche, difficili per Basso più che per gli altri. Più che la forza oggi potrà l'astuzia. IN REALTÀ CI SAREBBE IN PALIO LA COPPA ITALIA, MA CHISSÀ SE NAPOLI E JUVE SONO RIUSCITE AD ACCORGERSENE, IN UNA SETTIMANA IN CUI SI È PARLATO DI TUTT'ALTRO. È l'amaro destino della coppetta di ripiego, riabilitata quest'anno dai numerosi quarti di nobiltà presenti in finale, ma ben presto oscurata dall'attualità di un calcio soffocato dalla sindrome dell'eterno presente. Da un lato, i contorcimenti del Pocho, smarritosi nel labirinto del suo futuro prossimo (Inter, Psg o Anzhi?), e di Mazzarri, che già stasera potrebbe comunicare a De Laurentiis l'intenzione di prendersi un anno sabbatico lontano dalle tensioni del campo, come Guardiola e Luis Enrique. Dall'altra, la surreale polemica sulle tre stelle bianconere e gli schizzi di fango che hanno investito in pieno Antonio Conte. In mezzo, le preoccupazioni per l'ordine pubblico, con 1500 poliziotti impegnati a tenere a bada non due, ma quattro tifoserie, che per giunta si odiano tra di loro. Eppure, al di là del reale livello di consapevolezza dei protagonisti, stasera (ore 21, stadio Olimpico gremito in ogni ordine di posti) si scende in campo. La Juve per trasformare la sua stagione da strepitosa in trionfale, il Napoli per puntellare una reputazione che ha ripreso pericolosamente a vacillare negli ultimi due mesi: soltanto un quinto posto, dopo i botti dell'anno passato e le stelle filanti delle notti Champions. Un vincitore, Alex Del Piero, c'è già, prim'ancora che la palla cominci a rotolare stabilendo l'inerzia di una partita che vede i campioni d'Italia, proprietari di una straordinaria condizione psicofisica, nettamente favoriti sugli eterni rivali, arrivati all'appuntamento finale con i muscoli un po' appesantiti e sull'orlo del logorio nervoso. Ma perfino il prolungato addio, quasi l'eutanasia di un amore, del capitano sembra testimoniare la schizofrenia di un calcio con le idee perennemente in disordine. Dopo la standing ovation di domenica scorsa, l'ultimo omaggio sarà una maglia patchwork, con le date di inizio (12 settembre '93) e fine della storia, e una scritta: “One love”. E viene da chiedersi se tutta questa enfasi celebrativa non serva a mascherare, con una vagonata di inutile retorica, la cattiva coscienza della dirigenza bianconera, unica responsabile di cotanto prepensionamento. Juve senza Chiellini e con Caceres reinventato centrale di difesa. In avanti, spazio a Vucinic e Alex. Napoli privo di Gargano (squalificato) e con il dubbio Lavezzi – Pandev. Il Pocho ha già salutato tifosi e compagni, il macedone, asso di Coppa (ne ha vinte tre: una con la Lazio, proprio contro Mazzarri all'Olimpico, e due con l'Inter), scalpita per conquistarsi la riconferma in maglia azzurra. Squadre disposte a specchio come vuole la migliore tradizione italiana: 3-5-2 da una parte e dall'altra. Facile prevedere grandi ingorghi al centro: prevarrà chi riuscirà ad impadronirsi delle fasce (Lichtsteiner e Pepe da una parte, Maggio e Zuniga, o Dossena, dall'altra). Arbitrerà Brighi, internazionale di lungo corso pure lui alla cerimonia degli addii. La speranza è che anche il suo congedo dalla Can sia all'altezza di una carriera più che onorata. 1 Ryder Hesjedal Canada-Garmin-Barracuda 59h55'28'' 2 Joaquim Rodriguez Oliver Spagna-Katusha Team a 9'' 3 Paolo Tiralongo Italia-Astana a 41'' 4 Sandy Casar Francia-FDJ a 1'05'' 5 Ivan Basso Italia-Liquigas a 1'06'' 6 Roman Kreuziger Cze-Astana a 1'07'' 7 Benat Intxausti Spagna-Movistar a 1'07'' 8 Rigoberto Uran Uran Colombia-Sky a 1'19'' 9 Michele Scarponi Italia-Lam a 1'20” 10 Domenico Pozzovivo Italia-Cog a 1'21'' 1 Andrey Amador Bikkazakova Cos-Movistar Team 5h33'36' 2 Jan Barta Rep.Ceca-Team NetApp s.t. 3 Alessandro De Marchi Italia-Androni Gioc-Venez 2'' 4 Ryder Hesjedal Canada-Garmin Barracuda a 20'' 5 Paolo Tiralongo Italia-Astana Pro Team a 46'' 6 Rigoberto Uran Colombia-Sky ProCycling a 46'' 7 Joaquim Rodrìguez Oilver Spagna-Katusha Team a 46'' 8 Thomas De Gendt Belgio-Vacansoleil P.C.T. a 46'' 9 Michele Scarponi Italia-Lampre a 46'' 10 John Gadret Francia-AG2R La Mondiale a 46'' SABATO 19 MAGGIO Il canadeseHesjedal cheveste la maglia rosadopo la tappa delCervino FOTO DI FABIO FERRARI/LAPRESSE VinceAmador trionfa Hesjedal ArrivoaCervinia,asorpresa lamaglia rosaalcanadese COSIMOCITO ROMA Primavoltasulpodioper ilcostaricano.Cunegonon tiene,Bassosì.Nellagenerale Tiralongoèterzo «Purito»Rodriguezsecondo LaJuveper lagloria ilNapoliperdare sensoallastagione CLASSIFICA ... Oggi inLombardiacon quattrosalitevere,ma pervincerepiùche la forza serve l'astuzia ARRIVO U: domenica 20, maggio, 2012 27
CEMENTO ULTIMA SPES. A MILANO SEMBRA CI CREDANO ANCORA, NONOSTANTE LA LEZIONE AMERICANA, TANTO LONTANA ORMAI, E QUELLA SPAGNOLA, TANTO VICINA INVECE. Il mattone è una delle eredità delle amministrazioni nel segno della continuità affaristica del sindaco Albertini e del sindaco Moratti, entrambi suggestionati dal luminoso e progressivo modello dei Grattacieli. S'è costruito in modo appariscente, clamoroso, ma anche in angoli oscuri, quasi inaccessibili. S'è costruito sulle cosiddette aree dismesse, s'è costruito nei cortili, una facciata a ridosso dell'altra, s'è costruito invadendo i giardini. Formigoni ha costruito il suo grattacielo, là dove si stendeva un orto botanico, offrendo alla popolazione in transito il simbolo concreto della sua bulimia burocratica. Hanno costruito le cosiddette star dell'architettura contemporanea, che hanno imposto ad una città con la sua storia importante, anche dal punto di vista dell'architettura, i loro disegni redatti altrove secondo idee stravaganti, che dovrebbero alludere a un glorioso futuro. Una volta si diceva che la buona architettura avrebbe dovuto tenere rispettosamente conto del “contesto”. Qui se ne sono fregati del contesto e di qualsiasi riferimento al corpo e all'anima della città. Speriamo almeno che l'edilizia “tiri” come capitò, negli anni cinquanta e nel decennio dopo, in tutta Italia, devastando città, coste, valli, rivestendole di palazzoni o di villette abusive di infima edilizia, arricchendo “palazzinari” e garantendo però un salario a migliaia di edili. La speranza non è una certezza. Il tracollo o le crisi pesantissime dei nuovi immobiliaristi è un segnale: dai furbetti del quartierino a Salvatore Ligresti, al cavaliere del lavoro (il più giovane in Italia), ex viticoltore, Luigi Zunino, una vicenda esemplare, da azionista di Mediobanca alle dimissioni dal vertice di Risanamento, per agevolare il solito piano di salvataggio (da mezzo miliardo di euro) delle banche, tutte le grandi banche, Banca Intesa, Unicredit, Montepaschi, Banca popolare di Milano… Non solo Zunino: è un sistema che si aggrappa alle banche (cioè a noi risparmiatori), un sistema che usa i cosiddetti grandi nomi dell'architettura per valorizzare se stesso e i propri investimenti, con la semplice moltiplicazione di valore degli interventi appena un spettacolare progetto, condito dai nomi di Zaha Hadid, Daniel Libeskind, Cesar Pelli, Arata Isozaki, Norman Foster, viene presentato e approvato. ACACCIADELL'ETÀ DELL'ORO A Milano non si costruisce per chi vive la crisi. Si costruisce per una presunta età dell'oro. Oro (dipende dai punti di vista, ovviamente), valgono le dimore di City Life (una società partecipata da Generali Properties, Gruppo Allianz e Immobiliare Milano Assicurazioni S.p.A, cioè Fondiaria-Sai). I palazzi residenziali salgono rapidamente, blocchi (di Lebeskind e di Zaha Hadid), che si affacciano sul semicerchio di piazzale Giulio Cesare. Una volta c'era la Fiera campionaria. Poi la Fiera si è estesa verso l'area del Portello (ricordando l'Alfa Romeo del Portello, dove una volta si costruivano automobili prestigiose e dove transitavano migliaia di operai: memorabile una sequenza di Rocco e i suoi fratelli, il riposo in strada durante la pausa-pranzo) e si è sdoppiata a Rho. In piedi è rimasto il padiglione tre, che verrà restaurato. Ai palazzi residenziali seguiranno i grattacieli, il “dritto”, lo “storto” e il “curvo”, all'inizio pensati per uffici, adesso il “dritto” (di Isozaki) potrebbe ospitare abitazioni, forse più commerciabili quando anche potenti gruppi internazionali vanno a farsi benedire. Girando attorno al quartiere, nella parte almeno i cui più si è avanti con la costruzione (si dovrebbe chiudere tutto nel 2015) , la vista è di architetture “disegnate” da gigantesche terrazze a dominare la città (e non è quella di certo la città più brutta). La festa comincia quando si entra, in cerca dell'Ufficio vendite. L'accoglienza è da tappeti rossi. Un appartamento è ricostruito in dimensione naturale, perché non basta il rendering (cioè quei disegni al computer iperrealistici, che movimentano qualsiasi superficie di ombre e di piante e persino di esseri umani che nella realtà non esistono) per dar conto di tanto ben di Dio al potenziale acquirente. Il quale potrà compiere la sua ispezione al cantiere e agli stabili in costruzione indossando caschetto da muratore e pedule antinfortunistiche, all'inizio in macchina, poi scala dopo scala, salutati in modo assai ossequioso da operai bene educati. Non si vede molto. Siamo a lavori in corso. I prezzi invece sono chiari: da ottomila a dodicimila euro al metro quadro. Dipende dal piano: dal primo all'attico. La divisione e il conflitto di classe si manifestano in verticale. Chi più ha, più sale. Lo aveva raccontato in un memorabile reportage sui Granili napoletani nel dopoguerra Anna Maria Ortese (lo si può leggere ne Il mare non bagna Napoli): i più potenti tra i diseredati, sfollati, disastrati napoletani potevano conquistarsi la luce dei piani superiori. Le conseguenze le ha descritte invece James Ballard in un altro memorabile racconto: Condominio. Anche nel condominio londinese di Ballard, costruito secondo le più avanzate tecnologie, i piani bassi sono destinati alle classi inferiori: salendo in altezza si sale anche nella gerarchia sociale. Viene a mancare l'elettricità ed è il tramonto della civiltà, la metamorfosi da paradiso a inferno, la lotta tra i clan, il via libera alla violenza. Non sarà così. Ballard scrive preferibilmente di fantascienza. LECASE RACCONTANO Gli appartamenti si vendono, raccontano. Si sono venduti anche gli attici e l'interesse della guardia di finanza sarebbe plausibile. Ma la verità è bene non dichiararla. Il mercato immobiliare milanese soffre da anni di immobilità: l'anno passato è stato pesantemente negativo, malgrado una lieve ripresa nel terzo e quarto trimestre, quest'anno peseranno la stretta sui mutui, le nuove tasse, la perdita del lavoro o la precarizzazione del lavoro. La fascia più colpita dalla crisi è quella costituita da giovani coppie e stranieri, che sarebbero i più interessati all'acquisto della “prima casa”, una domanda potenziale che si sta spostando inevitabilmente verso la locazione. Sarebbe interessante fra qualche mese verificare la marcia dei pignoramenti: negli Usa fu il primo “colpo” alla sicurezza sociale. Alcune cifre: dall'ultimo rapporto annuale dell'Istat, risulta che il 13 per cento delle famiglie italiane ha un mutuo e paga una rata di 559 euro al mese in media e a rischio, secondo le associazioni dei consumatori, sarebbero almeno tre milioni di famiglie, numero ipotetico ma attendibile. La questione non dovrebbe riguardare City Life, ma il mercato immobiliare è uno solo e poi la crisi non risparmia nessuno e niente: tra grattacieli e residenze di lusso sarebbe dovuto sorgere anche un museo d'arte moderna, un altro progetto di Libeskind, una torta di cinque piani, una ciliegina sul gelato dei condomini, un dono prezioso alla città e alla collettività, tra tanta proprietà privata. Potrebbe fare la fine della Beic, la grande biblioteca europea che si sarebbe dovuta alzare (modello Parigi) a Santa Giulia, l'impresa di Zunino, biblioteca collocata, progettata (con un concorso internazionale), affidata a una fondazione, alla fine dimenticata. Qualche mese fa, a governo Monti insediato, il nuovo ministro dei beni culturali, Lorenzo Ornaghi, ex rettore della Cattolica, annunciò un investimento di ventitrè milioni e la fine dei lavori per il 2015. Il solito 2015: dovrebbe succedere tutto nel 2015, metropolitane, City Life, Grande Brera, Beic e chissà che altro. ADDIO CULTURA Peccato che della Grande Brera, che potrebbe essere tra le raccolte d'arte più importanti e visitate al mondo, si parli da quattro decenni, esattamente da quando nel 1974 l'allora sovrintendente Franco Russoli chiuse Brera per mancanza di soldi (anche per pagare i custodi) e propose appunto, in modo provocatorio, il “progetto” della Grande Brera. Fra due anni si celebrerà l'anniversario tondo. Un anno prima dell'Expo, al quale ci si prepara con scarsi mezzi e disattenzione del governo: evidentemente non lo si considera un'occasione di crescita economica. Culliamoci alla luce della nostra bolla immobiliare. Il progettodiCitylifecon le tre torri chiamate ironicamente“dritto”, “storto”e“curvo” LUOGHI L'animaverticale dellanuovaMilano Archistar, palazzinari e giunte di destra: cosìsimassacra loskylinediunacittà ORESTEPIVETTA MILANO Lagrandebolla immobiliare, con ilplacetdiAlbertinie Moratti, aspettandol'Expo del2015.Viaggioneicantieri extra lussodiCityLifedove chipiùha,piùsale.Adispetto diquanti subiscono lacrisi U: domenica 20, maggio, 2012 23
«GOEBBELS MI HA DETTO CHE EGLI RITIENE IL CINEMATOGRAFO COME L'OTTAVO POTERE: BISOGNA POTENZIAREALMASSIMOL'ISTITUTOLUCE.ÈUN'ARMAPOTENTISSIMACHEHOAFFIDATONELLESUEMANI»,così Benito Mussolini nel 1933. Le mani fidate sono quelle di un diplomatico di carriera, Giacomo Barone Russo, colto e abile, siciliano ma entrato per via matrimoniale in una antica famiglia nobiliare della Romagna come Giacomo Paulucci dei Calboli Barone. L'Istituto Luce – che rientra nel più vasto piano di Cinecittà ormai vicina all'inaugurazione – versa in cattive acque, sforna cinegiornali che il duce spinge sempre più quale strumento di propaganda di massa, e però si è dissanguato per produrre, per il decennale della Rivoluzione, il film Camicia nera di Giovacchino Forzano, un polpettone di regime. Il racconto minuzioso e ben documentato delle vicende del Luce e del suo neo-presidente è solo una parte dell'ampio volume, ricco di documenti, di Giovanni Tassani, già assessore del centrosinistra a Forlì, autore di studi importanti: Diplomaticofradueguerre, pag. 515, Le Lettere, Firenze. Più tardi il protagonista infatti sarà ambasciatore in Belgio e poi in Spagna presso Franco che Mussolini cerca invano di coinvolgere nella guerra. Dopo l'8 settembre, sarà leale verso la monarchia, sottolinea Tassani, collegando il governo Badoglio alle comunità italiane dei Paesi rimasti neutrali. Ciò non lo salverà dall'epurazione anche se poi quella sentenza verrà rivista. ILCOMPITO DIRISANARE Uomo di stretta fiducia del duce, deve risanare e rilanciare il Luce, l'Enic e la cinematografia nazionale trovando l'opposizione tenace di Luigi Freddi, legionario fiumano, fascista della prima ora, poi direttore di Cinecittà e del Centro sperimentale. Uno dei compiti più difficili di Paulucci dei Calboli è la produzione del kolossal di regime Scipione l'Africano destinato a celebrare i fasti del mussolinismo in patria e sulla Quarta Sponda, affidato ad un regista esperto quale Carmine Gallone e con l'insolito bilancio preventivo (ma non basteranno) di 10,5 milioni di lire. CRITICHEA SCENEGGIATURAE ATTORI L'esordio della lavorazione non è felice. Il fido Armando Roncaglia, direttore dell'Enic e amministratore delegato del «Consorzio Scipione» riferisce che la sceneggiatura è misera, spesso addirittura puerile, la recitazione errata, soprattutto quella «leziosa e quasi femminea» di Annibale Nichi (Scipione), per non parlare di Camillo Pilotto, un Annibale ridicolmente obeso, non gli piace neppure Isa Miranda. «Brutti i cavalli», persino. Le scene di massa impegnano, fra Littoria e Sabaudia, seimila uomini a piedi e duemila a cavallo, più cinquanta elefanti. Il duce stesso assiste alle riprese della battaglia di Zama. Non saprà mai che i militari impiegati nella pugna, sottratti alla disciplina dell'esercito, hanno fatto scempio dei costosi costumi storici disegnati dal'ottimo Pietro Aschieri (uno degli architetti della Garbatella) «con non lieve danno per la produzione». Dato curioso, il kolossal vede esordire fra le comparse il diciassettenne Alberto Sordi. Tanta cura e tanti soldi non risparmiano alcune gaffe come quella famosa del romano antico con l'orologio al polso. Scipionel'Africano, introdotto e accompagnato dalle musiche stentoree di un compositore importante quale Ildebrando Pizzetti, viene proiettato a Mussolini nella sede del Minculpop il 4 agosto 1937 e il duce, soddisfatto (le scene di massa, per la verità, sono belle anche a rivederle oggi), si congratula per «il grande film storico attuato con mezzi esclusivamente italiani». Gli fanno addirittura vincere la Coppa Mussolini per il miglior film italiano alla V Mostra di Venezia nell'anno in cui fra le pellicole estere viene prescelto Carnet du bal di Julien Duvivier, mentre, caso che suscita polemiche, la giuria internazionale premia lo struggente e pacifista La grande illusion di Jean Renoir con Jean Gabin. Contro il quale Luigi Freddi polemizza aspramente: decadente, cerebrale, antieroico. Paulucci dei Calboli Barone ha corso un'altra avventura producendo Condottieri di Luis Trenker, storia apologetica dei capitani di ventura, in particolare di Giovanni dalle Bande Nere, nato (guarda caso) a Forlì, figlio di un Medici, Giovanni detto il Popolano, e della spavalda guerriera Caterina Sforza e naturalmente girato soprattutto in Romagna (aiuto regista Alberto Mondadori). Anch'esso premiato alla Biennale. Il film, co-prodotto coi tedeschi, viene accusato in Germania di contenere scene di «propaganda cattolica» e quindi tagliato. Così, all'opposto, nella cattolicissima Austria sarà dichiarato anti-cattolico e filo-nazista… RICORDODIUN ANTIFASCISTA Alla presentazione romana del volume di Tassani, bello e oltremodo utile, il direttore dell'archivio storico, Edoardo Ceccuti, ha spiegato come, alla fine degli anni Trenta, i «film Luce» fossero ritenuti non abbastanza fascisti e venissero loro contrapposti quelli della Incom, appena sorta. Ha anche rivelato che all'Istituto mancava tutta la documentazione cartacea di quegli anni cruciali, per fortuna conservata dal suo presidente e messa con generosità a disposizione dalla famiglia dei Calboli. Poi, in un presentatore universitario, sono affiorate note «nostalgiche». Stonate: un Paulucci dei Calboli (ramo Ginnasi), il letterato Gian Raniero, antifascista, fu torturato e fucilato dai repubblichini il 14 agosto ‘44 davanti al cimitero di Castrocaro. Di lui ci restano due bellissime lettere, una alla moglie Pellegrina, che non la ricevette mai: arrestata per aver soccorso alcuni ebrei, fu trucidata, poco prima della Liberazione, con una quarantina di persone all'aeroporto di Forlì. Come dimenticarlo? MEMORIE ... GiovanniTassani,nelvolume «Diplomaticofra ledue guerre», faunracconto minuziosoedocumentato Unlibroripercorre lastoria del rilanciodell'Istituto edelsuopresidentePaulucci deiCalbolicui fuaffidata la realizzazionedelkolossal di regimechevenneanche premiatoaVenezia VITTORIOEMILIANI ROMA UnafotodiMussolini a cavallo sotto l'Arco dell'imperatoreTitonelForodiRoma «Luce», il cinema targatoMussolini Con«Scipione l'Africano» ilduce tentòdiandareoltre lapropaganda ... Alla ripresadellescene dimassaper labattaglia diZamapresenziò lostessodittatore U: domenica 20, maggio, 2012 21
GLI AVIDI E I LADRI HANNO DISTRUTTO LA TUA CITTÀ, CANTAUNBRUCESPRINGSTEENGIÀINFURIATOin Death to my Hometown nell'ultimo album Wrecking Ball. Ma quando il Boss la E Street Band intonano quella rabbia degli esclusi allo Stadio Olimpico di Barcellona, allora è un'altra faccenda, allora l'incedere stile marcia irlandese diventa ancora più determinato, l'ira si fa carne viva, è sudore, chitarre e batteria, è respiro, è rivolta contro l'ingiustizia sociale degli uomini che toglie lavoro, che divora e prosegue. Bruce con il suo gruppo in tour nella prima delle due tappe catalane, giovedì 17, conferma una volta di più un magnetismo e una carica che nessuno studio di registrazione può restituire. Però cova altro, molto altro, quando sale sul palcoscenico in tempi di crisi economica, di prospettive negate: in concerto il suo diventa un rock molto più arrabbiato nella potenza di suono, nei timbri più scuri e cangianti, nei colori di una voce graffiata, roca, partecipe. E quando, sempre dal nuovo album, dedica Jack of All Trades agli indignados del 15 maggio 2011 raccoglie un'ovazione da un pubblico di varia età evidentemente vicino alla protesta. Poi i fiati accentuano il tono vagamente tex-mex, nel finale Bruce imbraccia la grancassa e la sintonia con quanti si sentono fuori posto in un mondo di furbi, piegati dal liberismo, si fa impressionante, è palpabile nei volti rapiti e commossi e felici di ragazze e ragazzi, di donne e uomini immersi in una cerimonia rock che vive davvero nella condivisione collettiva. E quella rabbia, la rabbia degli sfruttati, Springsteen la esalta rendendo ancora più toccante, elettrico, commovente, urlato, il furore alla Steinbek della ballata Youngstown dal capolavoro che è The Ghost of Tom Joad: un arrangiamento tosto e azzeccato per un nuovo no alla rassegnazione. ILRICORDO DI UNAMICO Il Wrecking Ball tour porta il Boss e la E Street Band il 7 giugno allo stadio Meazza di Milano, il 10 allo stadio di Firenze, l'11 a Trieste. Il gruppo si muove agilmente, Steve van Zandt tiene il passo, il batterista Max Weinberg è più in forma dell'ultima tournée, per quanto gli anni si vedano, ad esempio in Nils Lofgren o nell'atletismo più contenuto del Boss. Tuttavia aleggia una presenza ineludibile durante il concerto: dopo la morte di qualche anno fa di Danny Federici, manca il sax di Clarence Clemons, il compianto «big man», colui che era più un fratello che un amico per Bruce. Nelle lunghe ore di coda prima dello show un interrogativo serpeggia tra i fan, spagnoli, italiani, tedeschi, scandinavi, scozzesi: come sarà, dal vivo, senza Clemons? Lo sostituisce una batteria di cinque ottoni tra cui il nipote del musicista Jake Clemons al quale Springsteen affida più di un generoso assolo. Il giovane sax si fa valere, ha potenza di suono, dovrà comunque lavorare, approfondire, ciononostante lo sa lui come lo sanno tutti qui, nessuno potrà mai rimpiazzare il carisma, il tono caldo e l'umanitá di Clarence. E Springsteen non vuole rimpiazzare nulla e nessuno: all'una di notte, durante l'ultimo bis con Tenth Avenue Freeze-Out, le foto dell'amico fraterno scorrono sul fondale del palcoscenico, Bruce chiude il canto trattenendosi serio, misurato, senza una parola per non trasformare il dolore in uno show strappalacrime. A coronare un concerto strabordante di brani storici, trascinanti, quali Hungry Heart, Thunder Road, Born to Run, Bobby Jean, Dancing in the Dark... Vitalità allo stato puro in un set di hit che Springsteen cambia sempre perché ogni concerto è una cerimonia del rock'n'roll che si rinnova. APalermo «Il reCandaule» diZemlinsky odiatodaHitler PAOLOPETAZZI PALERMO LEDATE ITALIANE CULTURA TALORA RIGORISTAE TALORAINCLINEA QUEICONSUMI EMANCIPANTIche soli possono battere il consumismo, non sufficientemente sorretta dal mai scomparso «splendido isolamento» britannico, l'Europa, dialogando con gli Usa di Obama, sta con fatica procedendo verso se stessa, verso cioè quel solidarismo confederale che può essere la soluzione positiva della negativa, e non solo economica, crisi attuale. Nessuno pretende più di essere un impero, termine derivato dal latino imperium, la cui base di partenza è la radice di pario, ossia «partorisco» e «produco». Ma che cosa è un impero ? È nel contempo un dominio e il territorio disomogeneo su cui tale dominio è esercitato. Sono stati definiti «imperi» le entità storiche «burocratiche» (antica Cina, India, Mesopotamia), le entità conquistate dalle popolazioni nomadi (gli arabi, l'Orda d'Oro, i turchi selgiucidi e ottomani, i Moghul in India, i Safawidi in Persia, i Manciù in Cina), cangianti forme di potere del Medio Oriente e dell'Oriente (sultanati, vari khanati, Giappone), i pretesi successori dell'Impero romano (Bisanzio, l'impero carolingio, il Sacro Romano Impero Germanico, la Terza Roma moscovita, i due imperi bonapartistici, l'Austria-Ungheria, il Secondo Reich, il Terzo Reich, l'impero monarco-fascista 1936-41), e, tra pseudomorfosi e metamorfosi, gli imperi coloniali (il britannico e il francese, il quale ultimo si autodefinì un impero nonostante la Francia fosse una repubblica). Vi sono poi stati anche gli imperi «metaforici», vale a dire il sovietico e l'americano. L'ora non imperiale Europa, che la crisi costringe ad essere politica e non ideologico-burocratica, può scavalcare ciò che resta - non è poco - della sua natura di mera espressione geografica. Dal male può sorgere il bene. Dalla pseudounità l'unità. LACENSURANAZISTAINPRIMOLUOGO,MAANCHELEPUDIBONDEPRECLUSIONIDELPUBBLICODINEWYORKTOLSEROAALEXANDERZEMLINSKY(1871-1942)ogni speranza di veder rappresentata la sua ultima, bellissima opera, Il re Candaule, che lasciò incompiuta nella strumentazione, pur avendola composta per intero nel 1935-36. Giunse sulle scene solo nel 1996, nell'attendibile completamento di Antony Beaumont, e si deve al Teatro Massimo di Palermo la prima rappresentazione in Italia. I nazisti non potevano tollerare Zemlinsky, compositore di origine ebraica amico di Schönberg, e a New York (dove era fuggito nel 1938) il soggetto de Il Re Candaule parve troppo audace. Nel dramma di Gide (1899), da cui Zemlinsky trasse il libretto, Candaule, re di Lidia, è un personaggio tormentato, narcisista, incapace di vivere, generoso fino all'autodistruzione, innamorato della bellezza della moglie Nyssia, che tratta però come un oggetto: vuole che la sua ammirazione sia condivisa e, secondo la leggenda narrata da Erodoto provoca un «adulterio visivo» mostrando a Gige, nascosto, Nyssia mentre si spoglia in camera da letto; ma in Gide va oltre, e gli dona anche una notte d'amore con lei. Gige, sconvolto, svela la verità a Nyssia, che vendica la propria intimità violata, costringendolo a uccidere Candaule e a prenderne il posto nel talamo e sul trono. La musica di Zemlinsky ha radici nel clima dell'inizio del 900 non si spinge mai oltre i confini della tonalità, pur usandola in modo libero e complesso, e conserva costanti alcuni caratteri, prosciugando tuttavia la scrittura nella avanzata maturità: nel Candaule crea una tensione senza cedimenti, tocca vertici di lirismo nel dialogo amoroso tra Nyssia e Candaule del II atto e di serrata stringatezza drammatica nel terzo. A Palermo la pregevole direzione di Asher Fisch ne rivelava tutta la bellezza. Nella adeguata compagnia di canto si imponeva il baritono Kay Stiefermann, autorevolissimo Gige. Il tenore Peter Svensson si difendeva con onore nella micidiale parte di Kandaules, Nicola Beller Carbone era una discreta Nyssia. Efficace la regia di Manfred Schweigkofler, che insieme con Angelo Canu firmava anche la disadorna, ma funzionale struttura scenica su due piani. C'èancheuna lotteria pervincereunposto accantoalpalcoscenico BruceSpringsteene la EStreet Bandsuonano il 7giugno allo stadioMeazzadi Milano, il 10a Firenzeallo stadioArtemio Franchi (che nonsi chiama«Francesco»come indicato nel sito ufficialedelBoss), l'11 allo stadioNereo Roccodi Trieste. I bigliettinon sonoesauriti, li vende la BarleyArts (www.barleyarts.com). Per i fanche voglionoaccedere al pit, cioè lo spazioaridosso delpalcoscenico, quest'anno vigeun nuovosistema: una lotteria fisserà l'ordinedi ingressoal pratotra coloro che arrivanoallo stadio la mattinastessa del concertotra le8 e le 12. Trovateuna buona spiegazionesu www.loose-ends.it.Tra i fan italianic'è chi condividee chi invece temefavoritismi perché siamoin Italia. Una foto di scena dell'allestimento palermitano de «Il re Candaule» IlBosscanta la rabbia ABarcellonaunconcerto condedicaagli Indignati STEFANOMILIANI BARCELLONA BruceSpringsteenritrovacon isuoibrani lavenapiùpolitica esi ribellaall'ingiustiziasociale, resapiùacutadallacrisi Cerimoniarockcheconquistaunpubblicovicinoallaprotesta Europa dalla pseudo unità all'unità? STORIAEANTISTORIA BRUNO BONGIOVANNI BruceSpringsteen andtheE StreetBand suona duranteunatappa del tour che loporteràanche in Italia FOTO LAPRESSE U: 24 domenica 20, maggio, 2012
Tricolore e bandiera dell'Europa sventolano a mezz'asta, da ieri, all'ingresso del Quirinale, del Senato, della Camera, di Palazzo Chigi. E il governo ha disposto che analoga misura venga osservata per tre giorni, in segno di lutto, da tutti gli uffici pubblici. Il terrore provocato davanti alla scuola Morvillo Falcone di Brindisi riceve una risposta unanime dal mondo della politica e delle istituzioni. C'è la condanna per l'atto vile, la vicinanza alle famiglie colpite, il cordoglio per Melissa e i suoi cari. Ma soprattutto c'è un'assicurazione: lo Stato farà il suo dovere e i responsabili dell'attentato non rimarranno impuniti. L'unica voce fuori dal coro, in questa giornata segnata dal cordoglio e da partiti di entrambi gli schieramenti che invocano il massimo dell'unità, è quella di Beppe Grillo, che domanda «cui prodest questo attentato?» e dice: «Ancora una volta non siamo stati in grado di proteggere i nostri ragazzi. Gli italiani lo pensano e io lo dico: da tempo ci si aspettava una bomba come questa, era nell'aria elettrica come prima di un temporale». Parole contro cui si scaglia il Pdl, ma che anche secondo le altre forze politiche potevano essere risparmiate. VIGILANZAE COESIONE La notizia dell'esplosione, della morte di una ragazza di 16 anni e del ferimento di altre dieci persone viene comunicata a Giorgio Napolitano dal ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri. Il Capo dello Stato esprime profondo dolore e solidarietà per le vittime, ma nella nota che viene diffusa dal Quirinale soprattutto si sollecita «il più rapido ed efficace svolgimento delle indagini volte a individuare la matrice e i responsabili di questo sanguinoso attacco alla convivenza civile» e si rinnova un appello «alla vigilanza e al fermo e concorde contrasto nei confronti di ogni focolaio di violenza eversiva». La telefonata di Mario Monti, da Camp David dove si trova per il G8, gli arriva poco dopo. E il presidente del Consiglio gli assicura che il governo «intende operare con fermezza e determinazione nel contrasto ad ogni tipo di criminalità e favorire la massima coesione di tutte le forze politiche e sociali per prevenire il ritorno nel nostro Paese di tentazioni eversive». Quale che sia la matrice dell'attentato, a nessuno nel centrodestra come nel centrosinistra sfuggono i rischi che corre a questo punto il Paese. Queste bombe arrivano nel pieno di una crisi economica e finanziaria che non accenna a placarsi, pochi giorni dopo la gambizzazione del dirigente dell'Ansaldo nucleare Roberto Adinolfi, dopo un voto da cui il sistema politico italiano è uscito stravolto e alla vigilia di un secondo turno amministrativo da cui si capirà, a seconda della percentuale di astensione, quanta fiducia abbiano ancora gli elettori nelle istituzioni e nella politica. PRESIDIODELLA DEMOCRAZIA L'ampia mobilitazione che si è vista nelle piazze viene giudicata un buon segnale da tutti, a cominciare da Napolitano, che ha chiamato il sindaco di Brindisi Cosimo Consales per fargli sapere che ha considerato «significativa la forte e spontanea mobilitazione della città più colpita e la reazione combattiva e determinata manifestatasi prontamente in tante realtà del Paese alla violenza e alla minaccia di qualsiasi matrice». Ma le forze politiche sanno anche che il momento richiede una risposta quanto più possibile unitaria. Pier Luigi Bersani sollecita a «reagire prontamente» e fa diffondere una nota della segreteria Pd in cui si auspica «ad ogni livello una risposta unitaria delle forze civiche, politiche e sociali a presidio della democrazia, della libertà di ciascuno, della serenità nella vita comune dei cittadini». Pier Ferdinando Casini invita tutti ad «ammainare le bandiere di parte» e anche Silvio Berlusconi dice che «come in altri momenti drammatici, la risposta che dobbiamo dare a simili atti di terrorismo e di destabilizzazione, è nell'unità e nella concordia di tutte le forze politiche, sociali, e culturali del nostro Paese». L'attentato, per Walter Veltroni, «deve suscitare una risposta forte e unanime, da parte dello Stato come da parte dei cittadini e di tutte le forze politiche e sociali» perché, dice il rappresentante del Pd in commissione Antimafia, «l'impegno contro la mafia e la criminalità organizzata come quello contro i segnali di un ritorno terroristico deve essere massimo». Martedì pomeriggio il ministro Cancellieri riferirà nell'aula del Senato su quanto avvenuto, ma dell'attentato si parlerà anche giovedì al Copasir, durante l'audizione del prefetto Gianni De Gennaro. Il presidente del Comitato per la sicurezza della Repubblica Massimo D'Alema dice che lo Stato ora dovrà mobilitarsi «con tutte le sue energie per individuare e punire i responsabili di questo orrore». ILCOMMENTO VALERIAVIGANÒ L'ANPI L'attentatodi Brindisi èper Carlo Smuraglia,presidente dell'Anpi, «un fatto tremendo,che suscita anche preoccupazionivivissimeper lesue caratteristiche,oltrechèper la gravità; unfatto cheesigeuna netta condanna, qualeche nesia la matrice, anchese molti elementi fanno pensarea un atto mafioso;maspetta alle Autorità competentiaccertare ilmovente e le responsabilità, comunquegravissime per la convivenzacivilee per la stessa democrazia».«Un fatto - prosegue Smuraglia - contro ilquale bisogna reagireconforza, conun nuovo impegnodelle coscienzecivili e democratichee con una tangibilee concretamanifestazione,dapartedi tutte lecittadinee i cittadini,della volontàdi usciredal baratro incui troppivorrebbero spingere il nostro Paese.Basta con la violenza, basta con i tentativi di destabilizzazione».«Il Paese- conclude Smuraglia - già tanto provatodalla crisi, hadiritto di uscire dauna faseoltremodo difficilee dura, nel solcodella solidarietà, del rispetto dellavitae delladignità delle persone, sullavia dellasperanzadi un futuro migliore». Erano le 8, all'ingresso dell'istituto frequentato per lo più da ragazze, adolescenti che tentano di trovare un futuro. Che erano scese dagli autobus o dalle macchine dei genitori, con zaini o borse, e entravano nelle aule ognuna portandosi un piccolo bagaglio di esistenza fatta di libri, materie, fidanzatini, amiche, orari. La normalità con la quale i ritmi si ripetono per tutto l'anno scolastico è socialmente rassicurante. Da un qualsiasi nucleo famigliare i figli si consegnano alla scuola con una certa speranza, si affidano i tesori più preziosi a insegnanti, presidi, a una vita collettiva dove si impara e dove si sta insieme. Pur minato dallo stato attuale della scuola, esiste un legame strettissimo di obbligata fiducia reciproca tra istituzione pubblica e istituzione privata, non privo di conflitti ma carico anche di aspettative. La morte di una ragazza di sedici anni e i segni di questa strage porteranno dolore, sgomento e paura in chi l'ha vissuto in prima persona. Ma se ci pensiamo bene, il significato riguarda uno scontro terribile tra disvalori e valori che ha valicato la linea rossa di qualsiasi moralità. È un intreccio inverosimile che unisce impotenza, disagio e disprezzo della vita. Chiunque abbia preso le bombole a gas, abbia creato l'innesto, abbia piazzato proprio lì un esplosivo che voleva ammazzare, sapeva che le vittime sarebbero state ragazzine ignare e innocenti nel vero senso delle parole, voleva dare un fortissimo e spiazzante segno che si inscrive in una società malata: siamo tutti sul ciglio di un burrone personale e sociale dove al posto di una catena solidale, non ci sono remore a scavalcare, farsi largo per vie sempre più tortuose e avere potere uccidendo. Sia a livello individuale e sia nei gruppi di potere. C'è una criminalità dilagante in Italia, ma non nel senso di una frase fatta. I criminali non sono altro da noi. La criminalità è nello stile di vita, nei modelli che impregnano ogni aspetto esistenziale, nella volontà di imporre la propria legge persino a costo della vita altrui. Il gesto omicida ha assunto le modalità di una prassi per risolvere contenziosi, che siano affettivi (le donne falcidiate dagli uomini) o economici (lo sfruttamento allo stremo e senza regole del lavoro) o di conquista e controllo del territorio ( tutte le associazioni di stampo mafioso che sono le più pericolose per la possibilità eversiva che contengono e il rapporto con la politica). Ma il gesto omicida diffuso come epicentro della violenza nasce e cresce e prospera dove gli è concesso di farlo e talvolta addirittura ne viene invogliato. La bomba di Brindisi, la fine straziata di una ragazzina senza colpe è frutto della schiacciante superiorità di chi si fa forte di fronte a qualcuno che, solo perché si attiene al rispetto e alle regole civili, è già matematicamente debole. Il dolore autentico che dobbiamo tutti provare davanti a questa intollerabile morte obbliga a un enorme ripensamento dei modi in cui siamo immersi e stiamo vivendo. Il presidio al Pantheon contro la violenza organizzato dall'associazione Libera FOTO ROBERTO MONALDO / LAPRESSE «Appelloallecoscienzeciviliedemocratiche» SEGUEDALLAPRIMA Violata la scuola, il «tempio» della sicurezza Il Presidente Napolitano FOTO ANSA Napolitano e Monti: «Massima fermezza» . . . Colpito il luogo al quale le famiglie affidano i ragazzi, i loro tesori più preziosi, con fiducia . . . La scelta di uccidere per dare un segnale fortissimo e spiazzante Il Pd: «Ora risposta unitaria a presidio della democrazia» Grillo: «Era nell'aria» Critiche dal Pdl Cancellieri riferisce martedì al Senato. Poi De Gennaro al Copasir SIMONECOLLINI ROMA La manifestazione di Roma FOTO OMNIROMA domenica 20, maggio, 2012 7
Tre bombole di gas esplose davanti alla Morvillo-Falcone Veronica gravissima Tre ragazze in prognosi Bombe a scuola: C'era un modo di dire, nella notte della repubblica: colpire al cuore. Lo Stato, la convivenza civile. Il cuore, la vita. L'Italia è stata ancora una volta colpita al centro, è stata offesa nel modo più oltraggioso e vile, dov'era più fragile e promettente. Dove sorrideva e sperava, e dove era impossible da difendere. Una scuola di ragazze. Un Paese intero mastica il sangue delle sue vittime, delle ferite che non riesce a suturare, dei debiti che è chiamato a pagare, e si avvita attorno alla domanda: chi è stato. È mafia, è terrorismo, è follia: è tutto, è troppo. «La mafia teme più la scuola della giustizia», diceva Antonino Caponnetto, perché i criminali fronteggiano la reazione, duellano con tutti, ma soccombono alla cultura, spariscono dall'orizzonte se la cittadinanza «guarda la legalità in faccia», e questa frase invece è idealmente di Melissa Bassi, delle sue coetanee, delle ragazzine di Brindisi e di Mesagne che popolano l'istituto Francesca Morvillo-Falcone: con questo slogan la scuola aveva vinto la prima edizione del concorso sulla legalità dell'osservatorio permanente dei giovani editori. La frase era la didascalia di una foto struggente, con gli occhi di queste sedicenni che incorniciano una foto in bianco e nero di Falcone e Borsellino. Occhi aperti e attenti. «Nessuno tocchi i ragazzi», ripete Piero Grasso, procuratore capo dell'antimafia. Ma Melissa è morta, violentata da una bomba che qualcuno ha piazzato dove si andava a studiare, su un viale lunghissimo che dalla campagna arriva al mare, al porto: ai lati, i licei, gli istituti professionali, le scuole medie. Nessuno tocchi i ragazzi ma Veronica ha il torace squartato, i polmoni sbranati, l'hanno operata ma non ancora salvata. È stabile e respira in quella terra di nessuno fra la vita e la morte. Sua sorella Vanessa ha le gambe ustionate e il volto piagato, non morirà ma sarà lunga e dura, come per Azzurra, Sabrina e anche Selena, la migliore amica di Melissa: urlava il suo nome, mentre vagava in cerca di aiuto, con i capelli bruciati, «e gridava sempre più forte, sembrava posseduta», ricordano le professoresse, ed era il nome di Melissa, che non poteva rispondere. DATE, NOMI,COGNOMI I pezzi di plastica del bidone che conteneva le tre bombole del gas (forse solo due) sono volati lontano, a 150 metri. I quaderni delle sudentesse sono invece un bottino di guerra che resta lì, davanti al cancello d'ingresso, il vento li sfoglia, piano piano, una pagina alla volta. È la prima volta che l'Italia si misura con le bombe a scuola, un terrore imprevedibile, imparabile. Gli inquirenti non scartano niente e niente hanno in mano, se non pezzi che fra loro non tornano: è come risalire corde Avrei dovuto darle i ri-sultati del compitoin classe d'inglese.Ha preso 9. Questaera Melissa, una ra-gazza splendida e studiosa». I professori dell'istituto professionale Francesca Morvillo Falcone di Brindisi hanno indetto un consiglio scolastico straordinario alla chiesa Spirito Santo, a poche centinaia di metri dalla scuola. «Siamo qui – spiega il preside vicario Alberto Rosato – per discutere cosa fare e come affrontare questo atto barbarico». C'è la professoressa d'italiano, quella di educazione fisica, di diritto e d'inglese pronte ad entrare nella chiesetta. Tra lacrime e domande retoriche, cercano una risposta che sanno non esserci. Ripetono «perché è successo», abbracciandosi l'una all'altra. «Come faremo a ricominciare le lezioni, cosa dovremo dire ai nostri studenti – racconta l'insegnante d'italiano – Questa è una tragedia senza precedenti. Non so chi sia stato, ma so che se anche avessero voluto colpire l'istituzione della scuola, non avrebbero dovuto uccidere gli studenti. I ragazzi non hanno responsabilità, non possono pagare colpe che non hanno». Ma è su Melissa che i pensieri dei docenti si concentrano: sedici anni, figlia di un piastrellista e di una casalinga, entrambi di Mesagne, a pochi chilometri da Brindisi, «era candida – continua l'insegnante di italiano non aveva nessuna malizia, mai fuori le righe. Melissa era educatissima, si metteva in competizione con la sua compagna di banco per chi era più brava. Melissa era così…Melissa era così». Dello stesso avviso il professore di Matematica Rosato, secondo cui «era un punto di riferimento per noi insegnati, sempre pronta a collaborare». «La prima che voleva essere interrogata – continua - una ragazza impegnata, diligente, che stava costruendo il suo futuro con impegno e dura fatica. Era figlia unica, molto curata dalla famiglia, gente onesta. Non è possibile che abbiano voluto colpire lei. È stato un orrore casuale, volevano fare una strage. Questo è certo». Dello stesso avviso l'insegnate d'italiano, la prima del corpo docenti dell'istituto professionale dedicato alla moglie del pm antimafia Giovanni Falcone. «Questa mattina sono stata all'ospedale Perrino, dove sono stati ricoverati anche altri compagni di scuola rimasti feriti. C'era il fidanzatino di Melissa, che continuava a ripetere ‘dove sta, fatemela vedere' e le amiche che urlavano e piangevano. Uno strazio inaudito. Volevano uccidere, massacrare chiunque si trovasse in quel luogo, e sapevano che c'erano ragazzi. Ne sono convinta». Secondo l'insegnante, infatti, «il bidone dell'immondizia dove hanno nascosto le bombole di gpl era posizionato là dove si incontrano e si riuniscono tutti gli studenti. Sapevano che avrebbero fatto una strage. È stata una fatalità che a quell'ora del mattino non c'erano anche altri studenti». Inoltre, assicura, «il bidone dell'immondizia in quel punto non c'è mai stato. Lo hanno messo volontariamente, conoscendo le abitudini dei ragazzi». Anche quelle Melissa che aveva scelto il Morvillo-Falcone di Brindisi, scuola alla periferia sella città, con allieve che vengono per lo più da fuori anche per una sua passione: quella per la moda. Tanto che ieri, in quella giornata maledetta Melissa, e la sua amica Veronica, si erano volute svegliare prima per prendere la corriera che le portava al loro istituto. In questo maledetto sabato mattina dovevano organizzare una sfilata di moda per la sera. La città si mobilita tra lacrime e rabbia IVANCIMMARUSTI BRINDISI ILRITRATTO Descrittadatutticome unaragazzamodello ieri sieraalzataprima perpoterorganizzare unasfilataconunasua amica È stata una reazione spontanea. Un moto. Brindisi ha raccolto le proprie energie dopo l'attentato e si è ritrovata in piazza con una grossa manifestazione. Ma la tensione, la paura dovuta all'esplosione della mattina, per quella giovane vita stroncata, per il timore che gli ordigni potessero causare un danno ben più pesante, ha portato una folla sotto un palco improvvisato. Dal quale i politici e rappresentanti locali hanno preso la parola. Ma non è stata una manifestazione tranquilla. La tensione è stata forte. Fischi, urla, contestazioni, soprattutto all'indirizzo dei politici che si alternavano al microfono: «Fuori i politici dal palco, non vogliamo collusi, non vogliamo ascoltarvi. Le scuole non si toccano». Una porzione di insulti e fischi l'ha ricevuta anche l'arcivescovo Rocco Talucci, che cercava di invitare la folla alla calma e al raccoglimento per levare una preghiera alla memoria di Melissa e in sostegno delle ragazze ferite. È dovuto intervenire il sindaco pd Cosimo Consales per difenderlo: «Non è il momento delle contestazioni e dell'intolleranza ha detto il primo cittadino raccogliendo applausi - ma dobbiamo dimostrarci uniti contro l'offesa e la minaccia che abbiamo ricevuto». Accanto ai cittadini di Brindisi numerosi i gonfaloni delle città della provincia sono venuti a portare la solidarietà di un intero territorio colpito nel profondo. C'erano anche alcune bandiere delle organizzazioni sindacali e striscioni che stigmatizzano la violenza nei confronti degli studenti. «Oggi ho ricevuto una telefonata da Camp David, dal premier Mario Monti - ha raccontato dal palco il sindaco Consales - di cordoglio per le vittime ma di solidarietà per la nostra città, che è stata colpita per colpire l'Italia». Per il primo cittadino «è stata uccisa l'Italia, non facciamoci separare dalle polemiche». In piazza a Brindisi c'erano anche Susanna Camusso, segretario nazionale della Cgil, il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo, e il governatore Nichi Vendola: «Avevo visto già in un'altra circostanza il triste spettacolo di zainetti, quaderni, libri sparpagliati sul selciato di una strada. Era a San Giuliano di Puglia, dopo il terremoto, nella scuola in cui morirono decine di bambini». Anche il presidente della Repubblica si è unito al dolore della città e dei familiari di Melissa. Il Capo dello Stato, si legge in un nota, ha avuto - tra i tanti contatti della giornata - una telefonata con il sindaco di Brindisi, Cosimo Consales, per esprimergli direttamente i sentimenti di solidale partecipazione al dolore per il tragico bilancio del barbaro attentato di stamane davanti alla scuola Morvillo Falcone. Il presidente ha considerato significativa la forte e spontanea mobilitazione della città più colpita e la reazione combattiva e determinata manifestatasi prontamente in tante realtà del Paese alla violenza e alla minaccia di qualsiasi matrice. Melissa, 16 anni con in tasca il sogno della moda Melissa Bassi con i genitori. La sedicenne era figlia unica FOTO DI CLAUDIO LONGO/ANSA COLPITIAL CUORE NICOLALUCI BRINDISI MARCOBUCCIATINI INVIATO A BRINDISI 2 domenica 20, maggio, 2012
«Penso a quella ragazza, ai gesti semplici, all'allegria, al sorriso, alla voglia di vivere di Melissa. Penso al dolore insopportabile della sua famiglia. Penso a quelle ragazze a scuola al sabato che organizzano il pomeriggio, gli amici, la sera a ballare. E adesso alla morte, alle lacrime. Ecco... non si può accettare questa violenza, non si può tollerare questa strategia della paura che si vuole imporre al Paese. Dobbiamo reagire e dobbiamo farlo subito». Susanna Camusso è a Brindisi, oggi la nostra capitale del dolore, a testimoniare la solidarietà e l'impegno del mondo del lavoro, del sindacato, della Cgil di fronte a un attentato terribile, a una violenza crudele, inspiegabile. E di fronte a questi fatti la mente corre subito ad altre stagioni tragiche del Paese, alle stragi impunite di tanti anni fa, al terrorismo, alla mafia. Possibilechestiamotornanoindietro,segretario Camusso? Siamo dentro a un filmgià visto? «Per tanti aspetti è un orrore che abbiamo già vissuto. Ci sono troppi segnali, troppe coincidenze che ci preoccupano, che ci confermano nei nostri timori. Avevamo già lanciato l'allarme. Ci sono poteri violenti, interessi nascosti che vogliono occupare lo spazio della politica, restringere gli spazi di democrazia, occuparli con l'arroganza, le armi, la violenza. E' un progetto che non casualmente emerge in un Paese in gravi difficoltà economiche, che vive una lunga crisi, dove proliferano tensioni sociali, con la classe politica divisa, indebolita, non più credibile agli occhi dei cittadini». Qualisegnali,qualicoincidenzelapreoccupano? «Chi ha messo la bomba a Brindisi voleva uccidere, fare una strage. Aggiungo: voleva uccidere proprio delle ragazze, questo è un segno, si vuole colpire chi offre speranza ma appare debole, indifesa. I responsabili di questi atti sono proprio “belve infami”, abbiamo usato queste parole nel nostro comunicato unitario. Difficile non pensare a un atto della criminalità organizzata, magari con collegamenti con l'eversione, mentre ci sono le elezioni, c'è la carovana della legalità in città, alla vigilia del ventesimo anniversario dell'uccisione di Giovanni Falcone e del funerale di Stato di Placido Rizzotto, il sindacalista ammazzato dalla mafia. La magistratura e la polizia ci diranno cosa c'è dietro, chi sono i registi, i responsabili, ma questo attentato e i suoi effetti sono un attacco esplicito alla convivenza civile, alla nostra vita democratica. Questo orrore va fermato con la mobilitazione, con la partecipazione, con forti azioni di governo». Achecosa pensa? «Il Paese vive una deriva pericolosa, c'è un senso diffuso di scoramento, di fallimento, che non ce la possiamo fare a vivere, a lavorare dignitosamente. Voglio dire con forza che la classe dirigente e i partiti hanno grandi responsabilità. Bisogna stare attenti anche alle parole. Non si possono giustificare gli atti di violenza contro Equitalia perchè questi sarebbero la reazione, per alcuni comprensibile, al peso del pagamento delle tasse. Non si può far finta di nulla quando i fascisti di Casa Pound impiccano dei manichini in pubblico. Non si possono sottovalutare certi appelli di terroristi irriducibili a raccogliere le frange disperse o gli attentati di non ben individuate federazioni anarchiche contro i manager di aziende pubbliche». Dove comincia la risposta democratica allaviolenza? «Inizia dalla partecipazione, dalla mobilitazione dei cittadini, dalla tutela degli spazi di democrazia. Non dobbiamo aver paura. Il sindacato confederale non abbasserà la guardia e farà, come in passato, la sua parte. Staremo vicino a chi soffre, a chi ha bisogno di essere difeso, continueremo a batterci per i diritti dei lavoratori e di chi il lavoro non ce l'ha. Questo è il nostro ruolo democratico, per questo faremo la grande manifestazione unitaria il 2 giugno per il fisco e l'occupazione. Poi c'è il governo, ci sono le forze politiche...» Quali provvedimenti si attende dal governo? «C'è bisogno di uno sforzo straordina rio per rafforzare con uomini e mezzi adeguati le forze dell'ordine. Rilanciamo con serietà e competenza i servizi di intelligence. Non bisogna trascurare nulla, dobbiamo dare un giudizio netto, inequivocabile, di condanna della violenza e del terrorismo. Il governo deve agire subito, deve comprendere che Brindisi, con tutta la sua emergenza economica e sociale, non è stata una scelta casuale da parte degli attentatori. Le mafie pugliesi, ritenute sempre così silenti, reagiscono ai colpi subiti, ai beni confiscati, tentano di occupare spazi, di infiltrarsi in nuovi interessi, nella vita civile ed economica». E ipartiti, lapolitica? «L'Italia ha uno straordinario bisogno di politica proprio in questo momento difficile, soprattutto oggi che ritorna la minaccia della violenza e del terrorismo. La presenza di un governo tecnico è la rappresentazione della mancanza dei partiti, dell'assenza di credibilità della politica. Ma oggi ne abbiamo bisogno, ci serve una politica “alta”, ci vogliono leader affidabili e trasparenti per difendere la legalità come condizione essenziale per lo sviluppo del Paese. Da qui non si scappa, non ci sono scorciatoie». Checosa devono fare i partiti? «I partiti devono procedere velocemente a un ricambio, a un'autoriforma, va ripristinata e valorizzata la normale dialettica democratica. Non si può continuare con la proliferazione di partiti personali o padronali, con la politica ridotta alla diffusione di fango a tutto spiano contro tutti, come se tutti fossero uguali, tutti colpevoli». Segretario Camusso, un attentato a una scuola forse non l'avevamo ancora visto... «È un segno grave, un affronto al nostro Paese, alla nostra democrazia. Questo attentato ha una valenza simbolica enorme. Si colpisce una scuola, i giovani, la speranza di un futuro migliore. Chi ha ucciso Melissa ha un obiettivo chiaro in testa: vuole imporre la paura e il silenzio ai giovani, alle loro famiglie, al Paese. Dobbiamo impedirlo, tutti insieme». Tutto il mondo è sgomento Hollande: attacco odioso La notizia dell'attentato a Brindisi costato la vita a una studentessa 16enne, con diverse compagne ferite di cui una molto grave, fa il giro del mondo. Molte le reazioni di cordoglio e vicinanza: il neuovo inquilino dell'Eliseo Hollande, il presidente dell'Europarlamento Schulz e il portavoce del Vaticano Padre Lombardi. E la storia della ragazza uccisa da una bomba di matrice ancora sconosciuta appare sulle edizioni online dei principali quotidiani esteri. Da Camp David, al G8, il neo-presidente francese Francois Hollande ha espresso la «profonda solidarietà» della Francia: «È con grande tristezza che ho appreso dell'odioso attacco perpetrato contro una scuola professionale di Brindisi, durante il quale è morta una studentessa. A nome di tutti i francesi desidero esprimere al popolo italiano la nostra profonda solidarietà». Cordoglio anche da parte della Commissione Europea. La commissaria agli Affari interni, Cecilia Malmstroem, su Twitter si dice «scioccata dall'orribile attentato alla scuola Falcone di Brindisi». Sempre su Twitter anche il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz si dice «scioccato dalla violenza contro la scuola Morvillo-Falcone. Strasburgo è «vicino a familiari delle ragazze e a tutta Brindisi». Anche per il Vaticano si tratta di «un fatto assolutamente orribile e vile, tanto più degno di esecrazione in quanto avvenuto nei pressi di una scuola contro giovani del tutto innocenti». «Siamo sgomenti - ha detto il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi - e mentre preghiamo per le vittime e siamo vicini alle loro famiglie ci dobbiamo augurare che non solo la città colpita, ma tutto il Paese riesca a reagire con decisione alle tentazioni di violenza e alle provocazioni terroristiche».». Intanto la notizia è su tutti i siti dei media esteri. Su Le Figaro: «Liceale uccisa da un ordigno esplosivo in Italia. Per il momento nessuna rivendicazione». Titolo più o meno analogo sull'edizione online di LeMonde. Che descrive un «attentato inedito per l'Italia a livello di bersaglio e non ancora fatto oggetto di alcuna rivendicazione». Il giornale riporta poi i commenti del ministro Cancellieri e degli inquirenti sulle numerose piste aperte e aggiunge: «Alcuni media hanno anche evocato la pista del crimine passionale». Vengono però sottolineati le «suggestioni e gli indizi» che chiamano in causa la Sacra Corona Unita o comunque la criminalità organizzata di stampo mafioso. Anche «Libération» dedica un articolo alla drammatica cronaca pugliese: «Bomba davanti a un liceo italiano, uccisa una studentessa». Dettagliata la cronaca. Dell'attentato si occupa il quotidiano belga De Standaard, la tedesca DieBild. In Spagna se ne occupano sia el Pais che El Mundo. In Germania scrivono della strage anche le edizioni web dello Spiegel e della Die Presse. «Scuola italiana colpita dall'attacco con ordigni esplosivi» titola il britannico Guardian sottolineando che la scuola era «intitolata a Giovanni Falcone e a sua mogli uccisi da una bomba vent'anni fa in Sicilia proprio durante questo fine settimana. «Studentessa uccisa in un'esplosione» per l'Evening Standard. VIRGINIALORI ROMA L'INTERVISTA SusannaCamusso «PensoaMelissa,al suo sorriso,aquelle ragazze chepreparanoil sabato sera...hannocolpito i giovani, lascuola peruccidere lasperanza» Zaino e libri per terra davanti alla scuola dopo l'attentato in cui è morta una ragazza FOTO DI CLAUDIO LONGO/ANSA «Questa strategia della paura va fermata e sconfitta subito» . . . Troppi segnali, troppe coincidenze hanno preparato questa violenza . . . Il sindacato non si farà intimidire da queste belve infami e difenderà gli spazi democratici RINALDOGIANOLA rgianola@unita.it domenica 20, maggio, 2012 5
«Il voto greco rafforzerà i partiti che credono nell'euro» Professore di diritto costituzionale all'università Panteion di Atene, a 56 anni Andreas Loverdos è considerato uno degli esponenti di spicco del Pasok. Ministro del lavoro e sanità nel governo Papandreou, dal 2009 al 2011, è rimasto in carica con l'esecutivo tecnico di Papadimos. Oggi è tra i più stretti collaboratori di Evànghelos Venizèlos. Qualisonogliobiettivielospiritoconcui ilPasokva alvoto del 17giugno? «È importante sottolineare che siamo la forza principale del centrosinistra. E questo si vede sia dal nostro programma, sia dalle lotte degli ultimi due anni e mezzo, in cui abbiamo cercato di fare in modo che la Grecia non si trovasse in ginocchio. Questa è la nostra collocazione da quando il partito è stato fondato, nel 1974. Ci batteremo per incrementare la nostra forza elettorale. La distanza massima tra i primi tre partiti, alle elezioni del 6 maggio, non ha superato i 6 punti percentuali. Nutriamo grandi speranze, quindi, grazie a questo nuovo inizio, a questo vero rinnovamento, di riuscire a fare un forte balzo in avanti. La partita è totalmente aperta». In tutta Europa si parla della «tragedia greca».Comepensachesipossaevitare ilbaratro? «Noi lotteremo per l'applicazione del programma che è stato firmato, un programma che porta soldi alla Grecia, riduce di 106 miliardi il debito pubblico e presuppone una seria di riforme strutturali. Puntiamo anche, però, all'approvazione di una politica di sviluppo molto forte: quando inizieremo a vincere la guerra contro la recessione e avremo sotto gli occhi i primi risultati dello sviluppo, arriverà anche la risposta di cui il Paese ha bisogno. La prima cosa di cui abbiamo necessità, è una politica di sviluppo molto intensa, molto aggressiva. Queste nuove elezioni, purtroppo, ritardano l'avvio di tutto il processo». Credeche laGrecia possauscire dall'euro? «Tutto dipende dal suo popolo e dalle decisioni che prenderanno i cittadini greci. Noi siamo convinti che verranno rafforzati i partiti che vogliono che la Grecia rimanga nell'euro ed esprimono un orientamento europeo. Se la nostra previsione troverà conferma, non ci sarà alcun problema. Abbiamo la possibilità di andare avanti, rimanendo all'interno dell'Europa». Esiste,quindi,ancoralaprospettivadiun governodicoalizione deisocialisti con il centro-destra? «Sentiamo l'obbligo di collaborare con ogni forza politica che sia caratterizzata da un reale profilo europeo: con ogni forza che dica sì all'euro, all'Eurozona, alla Ue, con ciò che questa scelta comporta. Cosa intendo? Fare le riforme strutturali su cui ci siamo impegnati e far partire politiche di sviluppo assai dinamiche. Sono convinto che per il mio paese ci sia un futuro». Il vostro nuovo leader, Venizelos, ha dichiarato che il partito ha compreso gli sbaglidel passato.Cosa significa? «Ci prepariamo alle elezioni, ma contemporaneamente, all'interno del partito, stiamo portando avanti un rinnovamento radicale. La nostra più grande mancanza, nei due anni passati, è stato il ritardo registrato nel far partire le politiche di sviluppo. È il principale obiettivo che dobbiamo perseguire, perché il futuro dell'Europa, dipende, appunto, da queste politiche. Il fatto che non siano state attuate, non riguarda solo colpe interne, della Grecia, ma anche mancanze fondamentali della Ue. E si può dimostrare con quanto è avvenuto nel Sud Europa, in Portogallo ed anche nei Paesi Baltici». AnchelaGermania,quindi,deveriesaminare le proprieposizioni? «Tutti, in Europa, devono riesaminare la questione e la Francia penso sia il capofila di questo processo. Le nostre speranze, tuttavia, non possono basarsi solo su un paese membro, ci vuole una presa di posizione e un cammino europeo. Quanto alla Germania, sì, deve rivedere le sue posizioni in merito». Molticommentatorinonriesconoacomprendere come due partiti relativamentevicini,PasokeeurocomunistidiSyriza, nonriescano atrovareunaccordo. «Syriza si è spostato dall'area della sinistra. Molte sue posizioni non corrispondono più allo spirito, al contenuto ed alla prospettiva delle forze della sinistra. Si muove in base a un forte populismo, e solo nel futuro, in base a quello che succederà capiremo dove Syriza si vorrà collocare». ACamp David si è gioca-to solo il primo tempodi una partita cheavrà la sua conclusio-ne la settimana en-trante a Bruxelles. Ma in terra americana già sono stati messi a segno due punti. Punti di svolta. Il primo: «Oballande» non è solo una suggestione. È un asse destinato a influenzare il corso delle relazioni euroatlantiche, a cominciare dalla condivisione della centralità del tema della crescita nel «matrimonio d'interessi» tra Usa ed Europa. Secondo punto di svolta che emerge dal G8 di Camp David: l'elezione all'Eliseo di Francois Hollande ha impresso un'accelerazione fortissima alla ridefinizione delle alleanze tra le cancellerie europee. Il «patto a due» (Obama-Hollande) conquista nuovi partner: a cominciare dal primo ministro italiano, Mario Monti. «C'è una convergenza molto forte tra Francois Hollande e Mario Monti su come promuovere la crescita per uscire dalla crisi», si affrettano a rivelare fonti dell'Eliseo, al termine dell'incontro bilaterale tra il presidente francese e il premier italiano: «Ci sono ottimi punti di contatto», rilanciano dall'entourage di Hollande. Al di là delle strette di mano e dei sorrisi di circostanza, l'elemento politico di novità che emerge da Camp David è nei mutati equilibri interni al G8. «La crescita deve essere una priorità», aveva ribadito Hollande nell'incontro con Obama. Non solo: se qualcuno, a Bruxelles o a Berlino o a Londra, immagina, spera o lavora per un'Eurozona senza Atene, costui, o costei, dovrà fare i conti con Washington e Parigi. È il messaggio, forte e chiaro, che Obama e Hollande hanno inviato al fronte «iper rigorista». Alla Casa Bianca, nel faccia a faccia tra il presidente Usa e il suo omologo francese, si era delineato il «patto atlantico» per la crescita. A Camp David, questo patto non solo si è allargato ad altri protagonisti del summit, ma ha individuato anche gli strumenti, le politiche che devono dare spessore, e concretezza, alla parola «crescita»: strumenti come gli Eurobond», i «Projectbond», politiche che puntano ad un ruolo più attivo della Bce nel contrastare la speculazione finanziaria e al rifinanziamento della Bei (la Banca europea per gli investimenti). Obama sa bene che una crisi dell'euro potrebbe avere ricadute devastanti sulle elezioni presidenziali Usa e sulla sua corsa al secondo mandato: per questo ha scelto di sostenere il «fronte dello sviluppo». Per convinzione, e per interesse. Una priorità assoluta per Obama, tanto da mettere in secondo piano i disaccordi con l'«amico Francois» sul ritiro anticipato del contingente francese dall'Afghanistan. L'Eurozona deve assicurare di prendere «tutte le misure necessarie per minimizzare i rischi di contagio» della crisi del debito, insiste Mike Froman, viceconsigliere agli affari economici internazionali del presidente americano, sottolineando la necessità di «un'agenda orientata alla crescita». «L' arrivo di Hollande e di Monti, i cambiamenti in atto in Europa sono un'opportunità di avere e condividere un approccio comune per affrontare la crisi e i problemi dell'Eurozona», afferma la Casa Bianca. Il sostegno Usa rafforza Hollande e il «fronte dello sviluppo» nello scontro inter-Ue. Uno scontro destinato a farsi incandescente. A testimoniarlo è il teso faccia a faccia tra Hollande e David Cameron. Il premier britannico ha di nuovo bocciato la proposta del neo presidente francese di introdurre una tassa sulle transazioni finanziare per sostenere un pacchetto di stimoli economici a favore dei 27 Paesi dell'Unione europea. Il no inglese non è di poco conto perché affossa uno dei cavalli di battaglia della vittoriosa campagna elettorale che ha portato Hollande all'Eliseo. Ora l'appuntamento si sposta al prossimo vertice europeo del 23 maggio, dove sulla crescita si dovrà passare dalle parole ai fatti e tenere insieme Unione europea ed Eurozona. Il momento della verità tra i due «fronti» è scoccato. cina, vincendo il braccio di ferro con Berlino. «L'entrata in gioco di Hollande» (definizione di Monti), l'intesa tra il presidente francese e quello degli Stati Uniti e la convergenza tra Washington, Parigi e Roma possono favorire «un cambiamento della politica europea» condizionata dal primato del rigore. MONTIE LE CHIUSUREDIMERKEL Di fronte alle chiusure di Angela Merkel, che non accetta deroghe al fiscal compact, il premier attenua la fiducia nei buoni uffici dell'offensiva della persuasione del «più tedesco degli italiani». Con il Paese in recessione Monti considera vitale lo scorporo della spesa pubblica per investimenti dai vincoli del trattato voluto da Merkel e Sarkozy, pena nuove manovre e nuovi sacrifici da imporre all'Italia. E tra la sordità della cancelliera e l'iniziativa di Hollande che punta a ridiscutere il fiscal compact, il Presidente del Consiglio non rimane a metà strada: punta sulla leva francese per superare le rigidità che continuano a manifestarsi a Berlino. Mettendo da parte le cautele e il gradualismo degli ultimi mesi, così, Monti rigetta sul tavolo perfino gli eurobond, messi da parte in questi mesi - in attesa di tempi migliori - per non entrare in rotta di collisione con la cancellliera. «Non basta aspettare che le virtuosità derivanti da riforme strutturali e la riduzione dei disavanzi generino per spontanea virtù la crescita», ha spiegato il premier ai giornalisti, presentandosi in conferenza stampa con lo stesso golf celeste indossato durante la seduta del G8 per rispettare il dress code informale richiesto da Obama. Costernato per «l'atto senza precedenti» di Brindisi - che lo ha impegnato ieri in contatti continui con l'Italia - il Presidente del Consiglio ha parlato poi del G8 per chiedere, senza mezzi termini, che «il vertice dell'Unione europea del prossimo 23 maggio» identifichi «piste concrete come il rafforzamento del capitale della Bei (la banca europea per gli investimenti, ndr), i project bond e l'evoluzione verso gli eurobond». Certo al G8 è stato raggiunto «un consenso» molto ampio su «crescita e occupazione», ma Monti per primo sa che le intese sui principi vanno tradotte in misure concrete. E perché questo possa avvenire, in vista del Consiglio europeo, il premier ha invitato a Roma Hollande e Merkel per un trilaterale. TRILATERALE AROMA A metà giugno, «in tempo utile» cioè «per poter conciliare le posizioni di questi tre Paesi». Monti è «fiducioso». L'Italia è ormai «in regola» ed è «rispettata in Europa e negli Stati Uniti» spiega. Lo ha dimostrato - d'altra parte - l'invito ad aprire la prima sessione del summit del G8 rivoltogli da Obama. Un intervento, quello di ieri, durante il quale il premier italiano ha ribadito che rigore e crescita devono procedere assieme. Ma senza una coraggiosa iniziativa a favore della crescita, ha spiegato, rischia di franare anche il rigore. ANALISI L'INTERVISTA Tramonta Merkozy E Oballande è più di un patto a due UMBERTODE GIOVANNANGELI u.degiovannangeli@unita.it TEODOROANDREADIS teodoroandreadis@hotmail.com AndreasLoverdos ExministroPasok «Noiabbiamocommesso deglierrori.Troppi ritardi nel farpartirepolitiche disviluppo.Maanche laUehasbagliato» Intorno al tavolo in maniche di camicia o pullover. Anche Monti in versione sportiva, più formale solo la Cancellieri FOTO DI GUIDO BERGMANN/EPA Lanuovasintonia traParigieWashington cambia lealleanzetra lecancellerieeuropee Ilpuntodicontatto: l'alleanzaper lacrescita domenica 20, maggio, 2012 11
Roma-New Delhi: lo scontro continua. L'idea che il principale capo d'accusa individuato dalla polizia per i marò in carcere a Trivandrum sia l'omicidio volontario ha avuto l'effetto di uno tsunami nelle relazioni fra Italia e India. E in questo ambito la Farnesina, che considera «inaccettabile» anche solo la semplice ipotesi di tale reato, ha deciso di mostrare concretamente la propria irritazione e quella del governo italiano richiamando prima a Roma per consultazioni l'ambasciatore a New Delhi Giacomo Sanfelice, e poi ieri convocando il capo missione indiano, Debabrata Saha. Sanfelice partirà per la capitale oggi dopo la fine del viaggio in India del sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura, il quale ieri ha nuovamente incontrato Massimiliano Latorre e Salvatore Girone nel carcere di Pujapoora, spiegando loro che «l'Italia non se ne è stata con le mani in mano in questa vicenda, e non lo sarà mai». Saha invece è stato ricevuto al ministero degli Esteri italiano dove il Direttore Generale per l'Asia Giandomenico Magliano gli ha trasmesso con fermezza, su istruzione del ministro Giulio Terzi, «l'inaccettabilità degli sviluppi giudiziari relativi ai marò italiani, con particolare riferimento ai capi d'imputazione». Durante il colloquio «è stato nuovamente ribadito che si tratta di organi dello Stato italiano impegnati in operazioni antipirateria i quali godono quindi di immunità, e che la normativa internazionale attribuisce chiaramente all'Italia la competenza giurisdizionale in quanto la nave italiana Enrica Lexie si trovava in acque internazionali». Un'opinione che non coincide però con quella sostenuta dall'India, e soprattutto dalle autorità del Kerala, secondo cui l'offesa contro una unità battente bandiera indiana e la presenza di due vittime indiane, fosse anche in acque internazionali, «dà diritto ad un processo in base alle leggi indiane». In mattinata, il portavoce del ministero degli Esteri indiano, Syed Akbaruddin, aveva cercato di contenere il livello dello scontro dichiarando che «non è una prassi inusuale richiamare gli ambasciatori per consultazioni». Ma certamente, notano fonti diplomatiche italiane, «questa strategia di non voler affrontare la sostanza della questione dovrà ora essere abbandonata». Il braccio di ferro continua. Il nervosismo cresce. Il tribunale indiano ha respinto nuovamente a Kollam la richiesta di libertà dietro cauzione presentata dai legali dei due marò. Dopo il primo no l'11 maggio «per motivi tecnici» del «chief magistrate» di Kollam è stato ieri un giudice della «Session Court» dello stesso tribunale a firmare una seconda sentenza negativa per la richiesta di libertà dietro cauzione presentata dai legali di Latorre e Girone. La libertà dietro cauzione dei due marò italiani è stata respinta con l'argomentazione che se essi «fossero rimessi in libertà e dovessero lasciare l'India, sarebbe difficile assicurare la loro presenza al momento del processo». È quanto riferiscono fonti giornalistiche indiane. Nella sentenza, sempre secondo queste fonti, il giudice della «Session Court» P.D. Rajan ha osservato che «non sono sufficienti» al riguardo le assicurazioni fornite dal governo italiano, ed ha concluso che «quindi non è uno scenario appropriato per concedere in questa fase la libertà dietro cauzione». Infine il magistrato ha concluso che comunque, «data l'importanza del caso e il grande interesse dell'opinione pubblica, il processo dovrebbe cominciare in tempi brevi». I legali dei marò hanno spiegato che «questo rifiuto era previsto perchè il giudice coinvolto non era in grado di ricevere e ratificare le garanzie che poteva offrire il governo italiano». Per questo, si è infine appreso, all'inizio della prossima settimana partirà una nuova richiesta di libertà provvisoria, questa volta all'Alta Corte di Kochi, che nel frattempo ha concluso il suo periodo di vacanze. La tensione è destinata a crescere. Fuori dall'ufficialità, fonti diplomatiche italiane non nascondono a l'Unità il forte disappunto per «un irrigidimento delle autorità indiane che sfiora la provocazione». In tutte le sedi ed in tutti gli incontri avuti nei quattro giorni della sua terza visita in India da febbraio, de Mistura ha manifestato «l'insoddisfazione» e anche «l'irritazione» per una strategia del rinvio diventata palese con la decisione da parte delle autorità di polizia e carcerarie del Kerala di rinviare di 20 giorni il trasferimento dei marò in un luogo diverso dalla prigione centrale di Trivandrum. «Non siamo sorpresi, ma proviamo un ulteriore disappunto», rimarca il numero due della Farnesina «Non sorpresi - spiega - perchè era un atto dovuto, vista anche la presentazione da parte della polizia del Kerala del dossier con le accuse contro Latorre e Girone. Dopo tale rapporto appariva davvero improbabile una risposta positiva a questo stadio». Nei più recenti colloqui, compreso quello di ieri con i membri della delegazione italiana, Latorre e Girone hanno confermato di considerare, a prescindere dall'iter giudiziario della vicenda, «davvero fondamentale per ragioni materiali e psicologiche» il loro trasferimento nella Borstal School di Kochi. Un'aspettativa che si scontra con l'intransigenza indiana. Appena qualche ora per fare i bagagli e andarsene, dalla porta principale stavolta. Il dissidente cinese Chen Guangcheng, al centro di un imbarazzante partita diplomatica tra Washington e Pechino, è partito ieri alla volta degli Stati Uniti insieme alla moglie e i due figli su un volo della United Airlines. Una partenza in tutta fretta, senza fanfare, cercando di fare il minor rumore possibile. «Sono arrivati verso le 11 questa mattina nel mio reparto - ha raccontato l'attivista cieco in una rapida chiamata al Washington Post -. È stata una sorpresa». Biglietti e passaporti gli sono stati consegnati solo in aeroporto, dove è arrivato tre ore dopo direttamente dall'ospedale Chaoyang, in cui era ricoverato. In una sala d'attesa dello scalo le autorità consolari Usa hanno apposto il visto per la partenza: per motivi di studio, un escamotage per permettere a Pechino di salvare la faccia. Le autorità cinesi hanno censurato la notizia sul web, rilasciando solo un vago dispaccio dell'agenzia Nuova Cina, quando Chen era ormai fuori dallo spazio aereo cinese. «Chen ha fatto domanda di un visto di studio secondo la legge», si è limitata a scrivere l'agenzia di stampa. PARTENZAPRECIPITOSA Il Dipartimento di Stato Usa ha confermato la notizia, esprimendo «apprezzamento per il modo in cui siamo stati in grado di risolvere la questione e di sostenere il desiderio del signor Chen di studiare negli Stati Uniti». La partenza del dissidente chiude una crisi diplomatica con la Cina, divampata il mese scorso quando Chen è sfuggito agli arresti domiciliari nel suo villaggio di Dongshigu, nella provincia nord orientale dello Shangdong, rifugiandosi fortunosamente nell'ambasciata Usa a Pechino pochi giorni prima della visita di Hillary Clinton. Le autorità cinesi pretendevano le scuse di Washington per l'ospitalità accordata a Chen, considerata un'indebita ingerenza Usa. I diplomatici americani sono riusciti a concordare una soluzione di compromesso. Chen ha lasciato la sede diplomatica per essere ricoverato in ospedale, per curare una frattura subita durante la fuga. Inizialmente Chen intendeva restare in Cina per continuare la sua battaglia per i diritti umani. Ma le notizie delle violenze subite dalla moglie e dai suoi familiari dopo la sua fuga da villaggio gli hanno fatto cambiare idea. Ieri la svolta, con il via libera di Pechino. «Sento ogni sorta di emozione e sentimento», ha detto Chen poco prima della partenza, dispiaciuto per non aver avuto il tempo di salutare nemmeno la madre e preoccupato per la sorte dei parenti lasciati al villaggio. Suo fratello Cheng Guangfu ha raccontato al sito web SunAffairs.com di essere stato aggredito da agenti in borghese che lo hanno picchiato selvaggiamente. Ma preoccupa soprattutto la situazione del nipote, Chen Kegui, che ha tentato di resistere al pestaggio con un coltello ed è stato arrestato con l'accusa di tentato omicidio. Non gli è stato consentito di rivolgersi ad un avvocato di fiducia, gli sono stati assegnati due legali d'ufficio e si teme che possano costringerlo a dichiararsi colpevole. Chen Guangcheng, un avvocato autodidatta, era finito nei guai per aver intentato una causa collettiva a favore delle donne dello Shangdong, costrette dalla politica del figlio unico ad aborti forzati o alla sterilizzazione. La sua sfida alle autorità gli è costata prima un lungo soggiorno nelle prigioni di Stato. Scarcerato nel 2010, è stato costretto agli arresti domiciliari per 19 mesi, prima della sua fuga. Negli Usa ora lo attende una borsa di studio in legge presso la New York University e una nuova vita. Giorni più cupi per i suoi familiari rimasti in patria. Bob Fu, presidente di ChinaAid, una Ong americana che si batte per i diritti civili in Cina e che è stato molto vicino a Chen (è stato lui il primo ieri a dare la notizia), ha chiesto di non abbassare l'attenzione sulle sorti dei familiari del dissidente. Autobombafastrage,mortiaAleppoeHoms Èdi 19 morti il bilanciodelle violenze avvenute ieri inSiria.Lo riferisce l'Osservatoriosirianoper i diritti umani.Almenonovepersonesono rimasteuccisie altre 100ferite per l'esplosionedi un'autobombaaDeir Ezzor,una città dell'estdelPaese. L'opposizioneha immediatamente attribuitoal regime delpresidente BasharalAssad«la totale responsabilità»diquesto attacco. Altrevittimenellazona di Aleppo,nel norddella Siria, a Idlib, Jisral-Shughur, Homs.Leviolenze continuano malgrado lapresenza dicirca260 osservatoriOnu incaricatidi sorvegliare la tregua in vigoredal 12 aprile, invirtù delpianodi pace dell'inviato internazionale Kofi Annan, chepresto si recherà in Siria, secondoquanto ha indicato il suoportavoce.La protesta intantosi allarga. Ieri Aleppo, rimasta aimargini neiprimi mesi della rivolta, è stata teatrodi «importanti manifestazioni», secondofonti dell'opposizione. Il dissidente cieco partito con la famiglia alla volta di New York Pechino censura la notizia sul web MONDO Il dissidente cinese Chen Guangcheng Caso marò, guerra degli ambasciatori Cresce il nervosismo dopo la decisione della Corte indiana di respingere la richiesta di libertà su cauzione per i due marò La Farnesina replica: «Inaccettabili gli sviluppi giudiziari relativi ai militari italiani» UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it SIRIA Caro Gigi ti siamo affettuosamente vicini in questo doloroso momento per la perdita del tuo papà ANTONIO MARCUCCI Stefania, Antonella, Francesca, Rossella, Gabriella, Maria Serena e Bruno È con vivo dolore che gli amici e compagni informano tutti coloro lo abbiano conosciuto che nei giorni scorsi, dopo lunghe sofferenze, è deceduto RAFFAELE ZACCHIROLI Esempio di una intera vita dedita al volontariato e ai valori della sinistra. Potremo salutarlo per l'ultima volta martedì 22 dalle ore 14 alle ore 16 presso la Camera Mortuaria di Villa Erbosa in via dell'Arcoveggio, 50/2. . . . Chiusa la crisi con Pechino. L'attivista: «Temo per i miei familiari rimasti a casa» . . . Staffan de Mistura incontra Latorre e Girone: «Sanno che non li lasceremo soli» Chen via dalla Cina Una borsa di studio lo aspetta negli Usa MARINAMASTROLUCA mmastroluca@unita.it domenica 20, maggio, 2012 15
GovernatoreNichiVendola,leiierimattina è stato davanti alla scuola colpita. Che impressione ha riportato? «La scena mi ha ricordato il terremoto di San Giuliano di Puglia. Sparpagliati c'erano libri, zainetti, matite, le povere cose della vita scolastica. È la prima immagine che dà la proporzione di un evento finora inedito. Brindisi è diventata la capitale del dolore. Hanno provato a fare una mattanza di ragazzine, una strage di adolescenti. Si è spostata in avanti la soglia della barbarie. Siamo entrati in un cono d'ombra in cui non c'è più il sentimento di umanità». Bombe piazzate davanti a una scuola nell'ora di ingresso degli studenti. È una nuovafrontieradelcrimine?Perottenerequale risultato? «È una forma di violenza mai registrata prima nel nostro Paese. Un capitolo non ancora scritto nel libro dell'inciviltà. Conosciamo i massacri di bambini, da Beslan a Tolosa, ma nella vicenda criminale italiana ieri è stato un giorno speciale. Mentre nel calendario della vita civile e democratica è stato un giorno triste. Per la mia terra, un lutto senza consolazione possibile». Leièandatoancheall'ospedaledovesono ricoverate le studentesse ferite nell'esplosione. Ha parlato con i loro familiari? «Mi hanno chiesto: “Ma perché è successo? Che nemici può avere mia figlia?”. Ho parlato con loro, ho visto rabbia e incredulità. Il fatto è che le famiglie non mandano i figli a scuola, li affidano alla scuola, affidano a questa istituzione la loro educazione. C'è l'idea che sia il più sicuro dei ripari: dalla volgarità, dall'ignoranza, dalla violenza». C'èunafortemobilitazionedelleassociazioni e delle voci antimafia. Ma negli inquirentic'ègrandecautela. IlprocuratorediLecceMottahadettochedietropotrebbenonessercilacriminalitàorganizzata.Lei che idea siè fatto? «Non possiamo sostituirci agli investigatori. In una vicenda del genere è cruciale la messa a fuoco dei dettagli, la capacità di costruire connessioni tra i fatti, l'abilità nel leggere in chiave interpretativa gli indizi. L'importante è tracciare degli identikit e non inseguire fantasmi». Leiperòhanotatounaseriedisuggestioni mafiose. Propende per questa matrice? «Abbiamo alcuni paradigmi indiziari che danno l'idea di un contesto mafioso. La forza delle suggestioni è trascinante: la giornata dell'attentato, il nome della scuola, il passaggio nel Brindisino della carovana della legalità, il fatto che le ragazze colpite fossero scese dal pullman proveniente da Mesagne, città epicentro di vicende di malavita. Poi, certo, ci chiediamo perché la mafia usi bombole di gas e che interesse abbia. E allora si immagina la strategia della tensione o una vendetta contro persone o famiglie. La verità la appureranno gli investigatori. Detto questo, spezzare giovani vite in un luogo inviolabile è cultura mafiosa». Confida che ci saranno risultati in tempi rapidi? «Su questo fronte sono fiducioso. Conosco il fiuto investigativo di chi è al lavoro. La Dda coordinata da Motta ha sempre capito e colpito rapidamente i fenomeni criminali». Monti lehatelefonatodalG8statunitense.Cosa vi siete detti? «Mi ha chiesto di portare alla comunità pugliese la vicinanza e il dolore del governo. Ha meditato di tornare in Italia, ma non poteva lasciare il vertice, e mi ha assicurato che la presenza dell'esecutivo non sarebbe mancata. Ho apprezzato l'arrivo di Profumo e della Cancellieri». Oggisivotaperiballottaggiamministrativi. Solouna coincidenza? «Non so davvero dirlo. Il nostro mestiere non è indagare le cause ma organizzare la reazione appropriata. Con il sindaco di Brindisi ci siamo decisi in una frazione di secondo a convocare la Puglia in piazza, e la risposta è stata eccezionale. Ora politica, Chiesa e società accendano i riflettori sul nostro territorio: i clan non sono folklore». Sonostateunbelsegnaleanchelemanifestazionispontaneesorteintutta Italia. «Mi ha confortato la reazione di un Paese intero. Ho pensato al “Mondo salvato dai ragazzini” di Elsa Morante. È una bellissima verità che i nemici dell'umanità tentano di rovesciare. Le nuove generazioni redimono i peccati di quelle precedenti. Melissa, così allegra e vitale, è l'icona del futuro strappato». Qualcuno, prima di uscire di casa, ha scritto su un pezzo di carta la frase di Antonino Caponnetto: «La mafia ha paura della scuola più che della giustizia». Altri provano ad accennare lo slogan che fu dei ragazzi di Locri: «E adesso ammazzateci tutti». I ragazzi di Locri, erano loro l'ultima generazione anti-mafia, prima che ieri mattina i quindicenni che adesso siedono dietro ai banchi delle superiori si ritrovassero di fronte all'impensabile. Le bombe davanti ai cancelli della scuola. Zainetti gettati in aria dalla forza dell'esplosione, appunti squadernati in terra. Una ragazza portata via in barella. Le prime immagini che arrivano da Brindisi, girate subito dopo la assurda mattanza, fanno il giro della rete, mentre l'Italia che non ha ancora vent'anni sta a scuola. Ed è un tam tam che si propaga da un tweet all'altro, via facebook, via rete e in poche ore diventa inarrestabile. A Roma, alcuni studenti del liceo Socrate, decidono di incrociare le braccia, nel cortile della scuola. In memoria di Melissa. Aveva sedici anni. Come loro che quando la mafia faceva saltare in aria l'auto di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo non erano neppure nati. E che adesso, vent'anni dopo, si chiedono ora come reagire alla morte lanciata nel cuore della loro generazione. Come dire al mondo e a se stessi che c'è un'altra Italia, la loro. Quella che a sera attraversa come un fiume la penisola da Brindisi a Torino, da Roma a Milano. E poi Bologna, Napoli, Palermo, Genova, Capaci. In tutte le piazze d'Italia, all'unisono con Brindisi, la gente si ritrova spontaneamente nel nome di una ragazzina ammazzata dalle bombe mentre scendeva dall'autobus per entrare a scuola. Uomini, donne, genitori, anziani. E anche tanti ragazzi, adolescenti. Secondo il copione che era stato loro assegnato dalla tv, stasera dovevano restarsene a casa a vedere la finale di «Amici». E invece, eccoli in piazza, a rispondere alle bombe. Anche a Verona, a piazza dei Signori. E poi a Brescia, a piazza della Loggia. A Capaci, presso la casetta “no mafia”. A l'Aquila, con il fazzoletto bianco, tra gli edifici puntellati di piazza Palazzo. A Milano, anche sotto la pioggia. Perché: «Non si può morire entrando a scuola». «NONCIFERMERETE» «Qualunque cosa farete non ci fermerete mai», gridano da Palermo gli studenti che si sono dati appuntamento sotto l'albero di Falcone. Molti di loro non erano neppure nati il giorno della strage di Capaci. Si preparavano a difendere la memoria, vent'anni fa il 23 maggio 1992, e invece ieri si sono ritrovati a scendere in piazza, all'improvviso, per difendere il futuro, che il 19 maggio 2012, è quella scuola, a Brindisi, intitolata a Francesca Morvillo Falcone, morta ammazzata con Giovanni e la sua scorta. È pensando alle vittime di ieri e di oggi, che i plaermitani di tutte le età si sono ritrovati spontaneamente in quel luogo simbolo della lotta alla mafia, sotto l'albero piantato per non dimenticare. E poi, a sera, la fiaccolata davanti alla scuola «Falcone», allo Zen, più volte obiettivo di raid vandalici. «Come studenti ci sentiamo particolarmente toccati, scossi, amareggiati. E molto arrabbiati», grida un ragazzo, degli studenti medi di Palermo. «È un colpo vigliacco, bisogna andare avanti, è in gioco la democrazia», li sprona Maria Falcone. Scendere in piazza, rispondere con la mobilitazione civile alle bombe. Il ministro Profumo ha chiesto che lunedì in tutte le scuole si parli di quello che è accaduto a Brindisi. «Crediamo che sia importante dare una grande risposta nelle piazze», scandiscono gli studenti che già ieri si sono mobilitati. Non cala ancora la sera che piazza del Pantheon a Roma è già piena. C'è chi non riesce a trattenere le lacrime, chi ha portato dei fiori, chi grida «vigliacchi». Sono centinaia le persone, di tutte le età, anche qualche turista. «La mafia uccide il silenzio pure», scandiscono le scritte e gli striscioni, «di nuovo la stessa storia, strategia della tensione». E poi: «non si può morire entrando a scuola». «Io sono un padre di famiglia - dice un signore - non riesco neanche ad immaginare se mia figlia non tornasse più da scuola». Alcuni studenti hanno portato un vaso con delle rose bianche: «Un messaggio di lotta e di speranza per tutto il paese», spiegano. A Torino, ieri, si inaugurava la Biennale «Democrazia per la legalità». Lì è partito il tam tam, che a sera diventa una fiaccolata e attraversa il centro di Torino. Centinaia e centinaia di persone si ritrovano, così, in modo spontaneo, in piazza San Carlo. E lì dal cuore della città avanzano in silenzio. Portano candele, torce e fiori. Qualcuno intona un sottofondo musicale, dei ragazzi cominciano a leggere dei brani. Lettere che gli studenti piemontesi hanno scritto a caldo. Parlano di Melissa, di Veronica, delle ragazze che ora lottano per il loro futuro in un letto d'ospedale. Della morte portata nel cuore della loro generazione. «Qualunquesia lamatrice, spezzaregiovanivite inunluogoinviolabile èculturamafiosa» ISINDACATI «C'èbisogno di una reazioneforte del Paesecontro questa infamia». Una reazioneche dovràpartireprima di tutto«dalle scuole, dai lavoratori e dagli studenti» e perquesto «i sindacati saranno in primafila in questabattagliaper la legalità e la democrazia»,assicurano laFlc Cgil, la Cisle UilScuolae Uil, subito dopo che dallesegreterienazionali è partito l'appelloallamobilitazione, con fiaccolateesit-in già annunciati davantia tutte lePrefetture italiane nellagiornatadi mercoledì 23maggio, anniversariodell'attentatoa Falcone. «Nonci sono parole -affermano i segretarigenerali diFlcCgil, Cisl Scuola,UilScuola,Domenico Pantaleo,Francesco Scrimae MassimoDi Menna- di fronteaduna logicacheprevede l'uccisione di ragazzichevannoa scuola»e ora più chemai«c'èbisogno della scuola, per riconosceree ricordare la vittima, per esserevicini ai ragazzi feriti, agli studenti, ai lorocompagni, amicie alle famiglie.Persostenere una città intera chedovràtrovare la forzadi una rispostadi civiltàe di riscatto democratico». COLPITIAL CUORE Da Torino a Cagliari, da Milano a Palermo: una mobilitazione fulminea, spontanea, nata in Rete A Roma striscioni e fiori bianchi: «Non abbiamo paura» MARIAGRAZIA GERINA mgerina@unita.it «Melissa siamo noi» L'Italia va in piazza e dice no all'orrore «Con quelle vittime adolescenti la barbarie non ha più limiti» L'INTERVISTA NichiVendola «ServeunareazionefortedelPaese» FEDERICAFANTOZZI Twitter@Federicafan 6 domenica 20, maggio, 2012
senza nodo. I mezzi dozzinali, quasi artigianali, come le bombole del gas, ma l'innesco raffinato, guidato a distanza, probabilmente con un telecomando e forse con un timer che lascia impresso un'intenzione angosciante: 7.55, quando ai cancelli c'è il traffico maggiore di studenti e professori, perché la scuola comincia alle 8. I tre distinti scoppi sono invece di almeno dieci minuti prima. Obiettivi e matrice non sembrerebbero mafiosi, e una battuta della gente del quartiere Sant'Angelo muove anche il ragionamento delle varie procure locali e nazionali che si sono affollate quaggiù: la criminalità organizzata cerca consenso e non colpisce dove lo ha. Ma la mafia è nell'aria, nelle date, negli occhi, nei nomi e nei cognomi, circostanze che tutte in fila hanno per forza un significato, magari perfino depistante: oggi arrivava a Brindisi la carovana della legalità di don Ciotti, con tutta la sua forza, la sua giustizia. L'istituto premiato per l'impegno anti-mafia è intitolato alla moglie del giudice Falcone, anche lei magistrato e anche lei uccisa dal tritolo piazzato a Capaci: mercoledì, fanno vent'anni. E la mafia, quella locale, la Sacra corona unita, è in fondo al viale, verso la campagna, a Mesagne, la culla della criminalità organizzata pugliese dove dieci giorni fa furono arrestate 16 persone, ritenute affiliate. Era la reazione dello Stato all'ordigno che aveva distrutto l'auto del presidente dell'antiracket 2 Fabio Marini. «Ma la mafia non è stata», insistono i 200 inquirenti spediti dal Viminale, che preferiscono guardare lontano: cani sciolti magari venuti dall'estero, dalla Grecia arrabbiata. Ma perché?. NONSARÀ Mesagne, allora. Una strada ordinaria, una palazzina anonima, la cassetta della posta di latta, il cognome, Bassi, il piccolo pulsante per farsi aprire la porta. Ieri mattina per l'ennesima volta nella nostra Storia, un poliziotto ha dovuto - con tutta la pena nel cuore - andare a suonare il campanello e raccontare a un padre operario piastrellista e a una madre casalinga che la loro figlia non farà la stilista, non ci sarà un diploma né una laurea da festeggiare - la prima dell'intera famiglia. Non ci sarà un nipote da coccolare perché Melissa era figlia unica e non sarà mai una madre. Questo è successo alle 7.45 circa di un sabato mattina assolato e senza vento, questo non succederà più. Verso sera accade una cosa bella, come nella canzone di De Gregori: la gente, con gli occhi aperti (come le ragazze, nella foto con Falcone e Borsellino) che non resta chiusa dentro casa, che sa benissimo dove andare. Questa gente che può fare diversa la Storia esce e cammina sul quel viale verso il mare, verso la piazza, dove i furgoni usurati della carovana di don Ciotti sono arrivati e diventano il centro di una città che oggi è grande quanto un Paese intero. Le istituzioni si prendono fischi rabbiosi ed emotivi, e forse ingiusti, e una ragazza che non sarà madre viene salutata da un applausoche s'impasta con il pianto. Lei, nella foto che è ormai memoria condivisa, sorride. Con semplicità e dolcezza. Così resterà per chi l'ha conosciuta e perduta. Aveva idee e voglia. La professoressa d'inglese ieri avrebbe riportato i compiti corretti: Melissa aveva preso nove, ma non lo saprà. muore studentessa L'INTERVISTAMARIAGRAZIAGERINA«Forza ragazzi, non smarritevi: reagi-te, dire da che parte si sta è il modo migliore per abbracciare Melissa», ripete don Ciotti, mentre ha ancora negli occhi i «quaderni, gli zainetti, i fogli di carta, sparsi a terra da quell'esplosione di una violenza criminale inaudita». Insieme al ministro Profumo e al procuratore antimafia Piero Grasso è appena stato nella scuola dedicata a Francesca Morvillo Falcone. Con loro ha attraversato la scena dell'esplosione, passando attraverso le cose lasciate sull'asfalto dalla bomba. «Alcuni di quei quaderni che ho visto a terra parlano di legalità e di impegno», racconta, mentre lascia l'istituto di Melissa per andare alla manifestazione. E ripensa a quella frase di Antonino Caponnetto: «La mafia ha più paura della scuola che della giustizia». Nessunomaieraarrivatoatanto.Tentare di portare la strage davanti a una scuola. «No, non era mai successo. E però mi viene da pensare che aveva ragione Nino Caponnetto quando diceva che la mafia teme più la scuola che la giustizia. L'istruzione toglie il terreno sotto i piedi alla cultura mafiosa». Il pensiero va alle stragi di mafia di vent'anni fa... «Non sappiamo se sia stata la mafia o il terrorismo, se ci sono dei giochi internazionali o se sia stato un folle. Sono tanti gli interrogativi aperti. Ancora ci chiediamo: cosa c'è dietro tutto questo? Quali sono le piste da seguire? Sappiamo però che abbiamo perso la vita di una ragazzi di sedici anni. Sappiamo che altri ragazzi come lei sono stati feriti, anche gravemente. E che tutti i loro compagni di scuola sono sconvolti. Chi ha messo quelle tre bombole davanti all'istituto di Melissa aveva la volontà precisa di uccidere. Chiunque sia stato, voleva uccidere dei ragazzi e insieme alle vite voleva spezzare la speranza di questi studenti che frequentano la scuola intitolata a Francesca Morvillo Falcone. E che vivono in questa terra dove ci sono tanti beni confiscati alla Sacra Corona Unita, gestiti da altrettante cooperative. Di quei oggi (ieri per chi legge ndr) passava la Carovana anti-mafia che attraversa tutta l'Italia per scuotere le coscienze e stimolare le persone ad assumersi la propria responsabilità. Sono coincidenze?». Secondo lei? «Nessuno lo sa. Ma non dimentichiamo che i tre ragazzi della scorta di Falcone era pugliesi: Rocco Di Cillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro, erano tre ragazzi di questa terra generosa, dove anche oggi tanti giovani scelgono di impegnarsi contro la mafia. È per loro, per i giovani di oggi che dobbiamo reagire: forza ragazzi, non smarriamoci. Troviamo la forza, del morso del più. In questo momento è necessario tirare fuori le unghie, la passione, l'impegno, la volontà». Cosa pensa che stia passando nella mente dei coetanei di Melissa? «Quello che passa per la nostra: come si fa a morire in questo modo? Come si fa a pensare che la tua compagna ha perso la vita davanti al cancello della scuola? Con il procuratore Grasso, prima di lasciarci, ci siamo fermati a dire una preghiera a Dio per chiedergli che ci dia una bella pedata per andare avanti. Insieme. Dobbiamo reagire tutti, non dimenticarci che il cambiamento ha bisogno di ciascuno di noi». Come? «Attraversando la scena dell'esplosione, insieme al procuratore antimafia Grasso e al ministro Profumo, ho visto i quaderni sparsi a terra nella zona che è stata recintata. Alcuni di quei quaderni parlano di legalità, di Costituzione. È il lavoro che questi ragazzi stanno facendo. Ed è quello che dobbiamo continuare a fare: andare nelle scuole, coinvolgerle in percorsi di educazione alla legalità, alla cittadinanza, come stiamo facendo da anni in migliaia di scuole. Questo è un momento di grande smarrimento, di grande fragilità: la crisi economica, quella sociale. Soprattutto c'è bisogno di una politica, che sia nelle strade, vicina alle persone. Attenta a tutto ciò che avviene nel paese». L'EDITORIALE CLAUDIOSARDO SEGUEDALLAPRIMA La matrice dell'attentato non è ancora chiara. Ma non si va molto lontani dal vero parlando di un atto terroristico-mafioso. Ciò non vuol dire che siamo necessariamente di fronte alla riedizione delle stragi del '93, quando la cupola mafiosa si inserì nella crisi della Prima Repubblica, attuando la sua strategia di destabilizzazione e portando la sfida direttamente allo Stato. Tuttavia la nostra storia è così piena di ombre, di oscurità, di contiguità da consigliare la massima allerta e la massima vigilanza. Del resto, tra le piste investigative quella più credibile conduce proprio alla criminalità organizzata, legata alla Sacra corona unita. Di recente ci sono stati arresti, lo Stato ha inflitto colpi pesanti ai mafiosi pugliesi. E tra Mesagne e Brindisi il movimento per la legalità si stava rafforzando, proprio tra i giovani delle scuole. Può darsi che gli attentatori non avessero l'ambizione di un attacco al cuore dello Stato, ma «soltanto» un regolamento di conti, per quanto spietato e sanguinario. Quelle bombe però hanno varcato la soglia simbolica, oltre la quale viene colpito un popolo intero. Melissa siamo tutti noi. Melissa è nostra figlia. Sarebbe finita l'Italia se consentisse di archiviare, o anche solo di sottovalutare, una bomba in una scuola che si chiama Morvillo Falcone, in una scuola che ha vinto il concorso della legalità, in un giorno in cui passava da Brindisi la carovana di Libera. Ma l'Italia è viva. Lo hanno dimostrato le migliaia e migliaia di cittadini, che in cento città ieri sono scese spontaneamente in piazza. Lo dimostreranno lunedì gli studenti, i loro genitori, i professori in tutte le scuole del Paese. La mafia, la criminalità, il terrorismo non passeranno. Non piegheremo la testa alla strategia della paura. Magari scopriremo nei prossimi giorni altri lati oscuri di questa vicenda: ma il terrore «puro» di queste bombe in una scuola si può sconfiggere solo tenendosi da subito per mano, uscendo per strada, costruendo solidarietà, rompendo il guscio della solitudine. Il cittadino solo davanti al marcato e alle proprie paure: è purtroppo il paradigma di questo tempo. La strategia della paura può trasformarsi con forme nuove in una strategia della tensione. Ma dobbiamo batterla. Ricostruendo le reti di solidarietà di cui furono capaci i nostri padri. I violenti, i mafiosi, i terroristi possono essere sconfitti. Come diceva il procuratore Antonino Caponnetto: temono più le scuole che le aule di giustizia. È un dovere che abbiamo davanti ai nostri figli, insieme ai nostri figli. La scuola Morvillo Falcone subito dopo l'esplosione che ha causato la morte di una ragazza FOTO LAPRESSE DonLuigiCiotti «Questoèunmomento digrandesmarrimento, digrandefragilità HopregatoDioperché cidiaunapedata perandareavanti» «Volevano colpire proprio i giovani Studiare fa paura» . . . Ai ragazzi dico: non smarritevi, reagite, è il modo migliore per abbracciare Melissa . . . Chi ha fatto questo voleva spezzare la speranza di questi studenti Attacco all'Italia. Bisogna reagire Il dolore di Don Luigi Ciotti dopo l'attentato FOTO ANSA domenica 20, maggio, 2012 3
IVANCIMMARUSTI BRINDISI Davanti il mare e la Grecia con le sue paure e contraddizioni La città ha il più alto tasso di disoccupazione Ci sono più brandelli di abiti, di corpi e di pagine di quaderni che indizi in questi cento metri quadrati di terrore dove ieri mattina alle 7 e 45 è stato perduto per sempre quello che restava dell'innocenza. C'è il sangue, la pelle bruciata, il nero del fumo, il silenzio, il pianto e le lacrime e l'odore acre delle tragedie che spesso fa il paio con il rumore delle pale degli elicotteri in alto. A sorvegliare qualcosa quando ormai è troppo tardi. C'è un paese intero che s'interroga qui tra via Togliatti e viale Aldo Moro, davanti all'Istituto professionale Morvillo-Falcone, la scuola «femminile» come la chiamano qui, a Brindisi. E almeno quattro piste sul tavolo degli investigatori che sono stati inviati da Roma dal capo della polizia Antonio Manganelli perché «si faccia presto e in fretta a dare un nome e cognome a chi ha osato colpire una scuola. Non ci fermeremo finché non li avremo presi e condannati all'ergastolo». Le certezze sono poche, si diceva. Quando è sera nei locali della questura di Brindisi e in quella della procura di Lecce, sede della Dda coordinata dal procuratore Cataldo Motta e dove sono arrivati il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso e gli investigatori del Servizio centrale di polizia coordinato da Gilberto Caldarozzi, si cerca di mettere in fila quello che c'è. E si allungano sul tavolo almeno quattro ipotesi che incrociano il movente mafioso, quello del racket e del regolamento di conti. «In ogni caso - come dice il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso - è terrorismo puro perché da domani ogni genitore e ogni studente avrà paura ad andare a scuola». Ma potrebbe non essere la scuola l'obiettivo della tentata strage. Bensì il pullman in arrivo da Mesagne, comune a circa 15 chilometri da Brindisi, culla della Sacra Corona Unita, quella stroncata negli anni e quella che si è riorganizzata. Un pullman, quindi, con il suo carico di vite e di storie, una per ognuno dei ragazzi che tutte le mattine ci salivano sopra per andare a scuola. Tra questi la figlia di un pentito, il figlio di un funzionario addetto alla confisca dei beni dei mafiosi. Il babbo della stessa Melissa, la ragazza morta, è un piccolo imprenditore, fa il piastrellista, che si è ribellato al racket. La ricostruzione dei fatti, prima di tutto. Tre bombole con gas Gpl sono state legate insieme, sistemate sotto il muretto di confine della scuola e poi coperte con un cassonetto. Di questo sono certi gli uomini della raccolta dei rifiuti: «Fino a mezzanotte di venerdì il cassonetto era al suo posto dall'altra parte della strada». Il sopralluogo della scena del delitto sta dando pochi risultati. L'esplosione s'è mangiata quasi tutto. «Abbiamo trovato - spiega un investigatore della polizia - un pezzetto di un meccanismo elettronico che potrebbe essere compatibile con un telecomando. Ma non abbiamo trovato l'innesco aggiunge la stessa fonte - passaggio fondamentale per ricostruire quello che è successo». Lo stesso investigatore, lunga esperienza nell'antimafia, ammette di «non ricordare che le mafie abbiano mai usato le bombole del gas». Ma anche ai tempi della strage di Capaci, vent'anni tra tre giorni, lì per lì si rimase tutti spiazzati dalla violenza dell'attentato. «La mafia non uccide i ragazzi» borbottano in piazza a Brindisi i più anziani. Le mafie però hanno cambiato tante volte strategia. Di certo, aggiunge l'investigatore, «ha agito più di una persona e con mani esperte». Fissati, con fatica, questi pochi punti fermi, si possono esaminare le piste investigative. E quindi ipotizzare la matrice dell'attentato. «Senza escluderne alcuna» precisa l'investigatore. S'è detto che potrebbe essere proprio il pullman l'obiettivo dell'esplosione. E chi ci viaggiava sopra. Ad esempio la figlia di un collaboratore di giustizia, un uomo che da qualche giorno starebbe raccontando agli investigatori come si stanno riorganizzando, e secondo quali logiche, i boss emergenti della Sacra Corona Unita. Ad esempio la stessa Melissa, il cui padre è un piccolo imprenditore che ha detto no al racket. O un ragazzo, allievo dello Scientifico ospitato in parte nella struttura del professionale femminile, il cui padre è responsabile delle confische dei beni dei boss. L'ANNIVERSARIO DIFALCONE Dunque, la pista mafiosa, che non esclude anche inserimenti balcanici, sembra restare quella più attenzionata. Al di là delle suggestioni e degli anniversari che in ogni caso fanno gelare il sangue. Mercoledì sarà l'anniversario della morte di Giovanni Falcone e di Francesca Morvllo a cui era intestata la scuola. Scuola che, in nome della legalità, aveva da poco vinto un premio. E in questo fine settimana proprio qui a Brindisi si ferma la “Carovana della legalità” di Libera e di don Ciotti, il primo ieri a tuonare: «Non ci fate paura, vigliacchi». E a citare Antonino Caponnetto, il vecchio giudice istruttore di Palermo che ha visto trucidati tutti i suoi ragazzi e che diceva: «Le mafie temono più la scuola che la giustizia». Risale a una settimana fa l'arresto di 16 boss locali (Operazione Die hard) per l'attentato del 4 maggio all'auto di Fabio Marini, il presidente dell'associazione antiracket. «C'è un risveglio di insofferenza, in tutte la Regioni del sud, nei confronti delle associazioni antimafia e antiracket» avverte l'investigatore. Ma ci potrebbe essere anche dell'altro per spiegare l'attentato di Brindisi. Nel punto dell'esplosione, ad esempio, il giorno prima c'era stata una furibonda lite tra due ambulanti, venditori di bibite e panini, per l'occupazione di quello spazio di territorio. Una lite durissima, tra due personaggi legati a loro volta a gruppi emergenti della nuova Scu. A sera nessuna rivendicazione. Ma è un'altra conferma: la mafia non ha mai rivendicato nulla. QuandoaBrindisi esplode l'ordigno chestronca la vitadellagiovane Melissa, ilministro dell'Istruzione, FrancescoProfumoè in partenza. Devepresiedere un convegno organizzatodalPda Torino, in occasionedell'inaugurazione della Biennaledella Democrazia,«Lascuola checambia». Acambiareperòè il programmadelministro, cheriprende subito l'aereoalla voltadi Brindisi. Il convegno,quello acuiavrebbe dovutopartecipare, siaprirà, senzadi lui, con un minutodi silenzio. «Lascuolaè il centro incui si formano icittadinie la democrazia.È unattacco molto pesante»,queste le primeparole all'arrivo in Puglia.Sulle indaginipreferisce però usarecautela: «Nonè il caso di fare commenti,gli inquirenti stanno lavorando». Laprimatappa è alla riunionedel Comitatoper l'ordinee la sicurezza pubblica,nellaPrefetturadel capoluogopugliese. Il ministro sottolineacomeadessere in pericolo sia la culla dellademocrazia: «Ci hanno colpitonella cosa checi stapiù a cuore: la scuola, i nostrigiovani». Poi, subitouna rassicurazione sull'operato dell'esecutivo:«Il governosta lavorandoper avereal piùpresto gli elementiper valutare leorigini dell'attentato». Fuori intanto,nelle piazze pugliesi prima,e poi in tutta Italia, gli studenti comincianoadorganizzarsi. Non ci stanno,nonaccetterannomai di essereun bersaglio di logiche a loro totalmenteestranee. Il ministro lo sa edè a lorochescrive:«Faremodi tuttoperché una cosadel generenon succedamai più,affinché, entrando nellavostrascuola, voipensiate soloai compitie allo studio, alleamicizie e allosport»,Profumo è consapevole, nonè agli studenti chespetta portare unfardello delgeneree questo è uno diquei casi incui la presenza delle Istituzioniè un imperativocategorico. «Noisapremounirci: voipotete contaresudi noi». Bisogna lottare con unaconsapevolezza in più:« La culturaè l'antidotoallacriminalità mafiosa».Profumo loribadisce prima di recarsi inospedaledai feriti dell'esplosione. Lunedìpoibisognatornare a scuola,perché è necessario lanciare un segnale forte:«Lo Statodeve vincere». Davanti c'è il mare, un confine naturale, ma anche un legame. Con l'altra Europa, la più povera, spesso anche la meno controllata. C'è l'Albania, ma anche la Grecia dove in questi tempi difficili si stanno condensando tutti i rancori irrisolti di una generazione e di un paese che paga una crisi non sua. Dietro invece c'è il Salento. Una terra dura, attraversata dalla mafia locale che qui si chiama Sacra corona unita. Una mafia più piccola ma non per questo meno insidiosa. Brindisi è qui. Stretta e soggetta a due forti pressioni. Una città con una delle più alte concentrazioni di disoccupati, che si è trovata improvvisamente chiusa da i due lati: il mare e la terra, il terrorismo e la mafia. «Ma la mafia non colpisce nel suo cuore», assicura un anziano signore all'esterno di una palazzina adiacente all'istituto professionale Francesca Morvillo Falcone di Brindisi. «Fino a 20 anni fa, questo quartiere, Sant'Angelo, era sotto il controllo della Sacra corona unità. Oggi è un luogo tranquillo, mai ci saremmo aspettati una cosa del genere. Qui siamo in molti ad aver lavorato per la mafia, facevamo il contrabbando. Ora siamo in pensione. Non ci avrebbero mai attaccato, non avrebbero mai attaccato i nostri figli». C'è sgomento e incredulità dietro al violento attentato di ieri mattina. Melissa, 16 anni, è rimasta dilaniata dall'esplosione di un ordigno rudimentale, ma con particolari che lasciano intendere che dietro possa esserci la mano di qualcuno esperto. Due bombole di gpl, l'una collegata ad un timer l'altra con un telecomando a distanza. L'obiettivo era fare una strage di giovani studenti. Un massacro senza rivendicazioni a cui i brindisini non sanno dare una spiegazione. «La mafia – spiegano alcuni signori tra le case popolari adiacenti l'istituto professionale – non ha mai operato in questa maniera. Se vogliono uccidere qualcuno fanno un'operazione chirurgica, mirata. Uccidere i ragazzini va fuori il codice d'onore». Certo è che ci sono alcuni particolari che potrebbero portare gli inquirenti sulla pista mafiosa. Oltre al nome dell'istituto e alla «Carovana della legalità», prevista per ieri a Brindisi, venerdì c'è stato un altro incontro antimafia nel capoluogo di provincia. «Ieri (venerdì, ndr) ho incontrato 600 ragazzi degli istituti professionali di Brindisi, nella scuola Flacco – racconta Antonio Maruccia, ex componente della Commissione antimafia e attuale magistrato di Cassazione – Sono agghiacciato da quanto accaduto. Abbiamo parlato di criminalità organizzata e di beni confiscati. Un ragazzo mi ha chiesto: “Lei ha paura?”, ho risposto che ci vuole coraggio. Brindisi è una città con un storico impegno contro la mafia. Io personalmente ho tenuto seminari 6-7 volte con studenti delle scuole». La pista mafiosa, però, non è l'unica. Ci sono alcuni particolari che fanno riflettere: uno è l'uso di bombole gpl. Alla Sacra corona unità, infatti, non mancano gli esplosivi, soprattutto se si pensa che in questa zona della Puglia sono utilizzati i candelotti di dinamite per la pesca. Un altro, invece, è rappresentato dalla posizione geografica di Brindisi: città di frontiera anche con la Grecia. Secondo fonti investigative, ci sarebbe uno stretto collegamento tra Brindisi e lo stato ellenico, legato soprattutto ai gruppi di anarchici insurrezionalisti. Un indizio che però, in città, sono pochi a ritenerlo plausibile. Ma alcune ricostruzioni investigative, inquadrano il porto Brindisi come luogo di imbarco preferito per giovani italiani diretti in Grecia per imparare «l'arte della rivolta». Insomma, gli indizi sono tanti, ma mancano le certezze. COLPITIAL CUORE Gli inquirenti: roba da professionisti. Le bombole piazzate dopo la mezzanotte Quattro le piste, a partire dal «no» al racket del padre di Melissa. Probabile l'innesco con un telecomando CLAUDIAFUSANI INVIATA ABRINDISI Forse il pullman da Mesagne il vero obiettivo LALETTERA DI PROFUMOAGLI STUDENTI Ilministro:«LoStato devevincere.Lunedì tuttiascuola» Brindisi terra di confine, tra contrabbando e terrorismo . . . Le testimonianze: «La mafia non colpisce dove vuole fare affari Questo è il suo cuore » 4 domenica 20, maggio, 2012
28 domenica 20, maggio, 2012
IL COMMENTO MASSIMO D'ANTONI Nell'idillio montano del Maryland Angela Merkel ha assaggiato il sapore amaro della sconfitta. O, quanto meno, dell'isolamento. Da quando è la cancelliera della Germania non le era mai accaduto di ritrovarsi a difendere posizioni che nessuno dei suoi partner condivide. È successo al G8 che ieri si è concluso a Camp David con un documento che, pur nella vaghezza dei buoni propositi sulla necessità «imperativa» di «creare crescita e lavoro», rappresenta una chiara smentita della austerity policy che Berlino ha imposto all'Europa e che ha il suo nocciolo duro nel fiscal compact. Del quale, a questo punto, è perfino in dubbio la ratifica da parte di una maggioranza di 12 dei 17 stati dell'Eurogruppo che è necessaria perché entri effettivamente in vigore. Il documento finale indica la necessità di un giusto mix tra gli obblighi alla disciplina di bilancio e misure (soprattutto investimenti) che rilancino la crescita e l'occupazione. Barack Obama lo ha sintetizzato sottolineando come serva un programma di misure equilibrate, in cui «crescita e riduzione del deficit vadano insieme». A volerlo sintetizzare in una formuletta, il risultato dell'appuntamento dei Grandi a Camp David dice che le politiche di tagli al wellfare e di risparmi selvaggi producono solo recessione. Un effetto che è di drammaticissima evidenza in Grecia, sulla quale dal G8 è venuto «un impegno forte» ad aiuti che le permettano di non uscire dall'euro, ma che non risparmia gli altri stati europei. Germania compresa, almeno in prospettiva. E se la crisi precipitasse contagerebbe anche il resto del mondo. Obama ha un motivo particolare per temere questo scenario, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali che si giocheranno tutte sui dati dell'economia Usa. È anche il nostro interesse nazionale - ha detto Hillary Clinton - che ci spinge a batterci perché ci sia «un ridimensionamento della politica dei risparmi tale che stimoli la crescita». E i grandi paesi non-europei del G8, Giappone, Russia e Canada, si sono schierati, nelle discussioni, dalla parte di Obama e di Hollande. Non ci sono quindi solo il nuovo presidente francese e l'altrettanto nuovo asse Parigi-Washington, reso plasticamente dalle cordialità e dalle convergenze nell'incontro alla Casa Bianca. Ormai è evidente che c'è un largo fronte mondiale che fa pressione su Frau Merkel e che esso si fonde con una opposizione interna che si fa sentire con scelte e programmi alternativi, come quello contenuto nel documento dal titolo «L'uscita dalla crisi» presentato giorni fa. Quanto tempo ci vorrà perché la cancelliera ceda qualcosa delle sue posizioni da campionessa mondiale del rigore? A Camp David non ha dato la benché minima indicazione di resipiscenza. Anzi, se possibile si è percepito un suo irrigidimento sulla necessità che tutti i paesi applichino alla lettera e «senza deroghe» i dettati del Fiskalpakt, compresi quelli che stabiliscono rigidamente i criteri dell'abbattimento dei debiti sovrani. Uno schiaffo a Mario Monti, il quale chiede che dal calcolo del debito non siano computate le spese per gli investimenti e le emergenze. Il nostro presidente del Consiglio, invece, ha incassato la «forte convergenza» che in materia di crescita è stata registrata con Hollande nell'incontro bilaterale di ieri. LONDRACON BERLINO Se all'isolamento la cancelliera reagisce in modo aggressivo, va detto che ha in mano due carte preziose: la prima è che il fiscal compact, la cui ratifica corre pericoli, è comunque un trattato internazionale stipulato tra 25 governi e ha già prodotto risultati, come l'adozione in Costituzione da parte di diversi stati (compresa l'Italia) di quell'obbligo al pareggio di bilancio che gli economisti considerano una insostenibile e sciocca autolimitazione politica. La seconda carta del governo tedesco è la convergenza con Londra. Anche David Cameron ha giocato, a Camp David, nel ruolo di interdizione alle spinte di Obama e di Hollande. Il premier britannico ha bloccato, per l'ennesima volta, il discorso su una tassa sulle transazioni finanziarie che avrebbe un duplice effetto positivo: quello di frenare le frenesie dei mercati e quello di mettere a disposizione dell'Unione un bel gruzzoletto di non meno di 60 miliardi di euro. Si tratta di vedere se questi aut aut permetteranno a Frau Merkel di sfuggire alla morsa. Prima verifica, mercoledì prossimo al Consiglio europeo. Non basta dire crescita, bisogna cambiare politica ILSENSODELCAMBIAMENTO INATTONEGLIORIENTAMENTI DIPOLITICA ECONOMICAÈ BENRESO DALL'ISOLAMENTO DELLAPOSIZIONETEDESCA NELL'AMBITO DELLARIUNIONE DELG8, INCORSO A CAMP DAVID.Stando a quanto viene riportato, sul tema delle politiche di austerità Angela Merkel subisce un vero e proprio accerchiamento: da una parte l'asse emergente tra i due presidenti Françoise Hollande e Barack Obama, dall'altra l'appoggio di David Cameron e dello stesso Mario Monti. Ciascuno con le proprie ragioni e il proprio domestico cruccio, ma tutto sommato uniti nel chiedere che le politiche di rigore siano temperate da azioni più incisive per la crescita e l'occupazione. Certo, da parte tedesca non sarebbe difficile rispondere che quelle politiche, ora oggetto di critica, sono state a lungo condivise anche dagli altri paesi. Sono gli stessi giornali britannici a mettere in luce come il Cameron che dà lezioni ai partner europei su come risolvere i problemi della moneta unica è lo stesso che ha accentuato l'isolamento del suo paese e che tuttora rifiuta ogni dialogo sull'ipotesi di un'imposta sulle transazioni finanziarie. Per parte nostra, ci piacerebbe vedere l'Italia più nettamente allineata sulle posizioni franco-americane, ma è anche vero che la nostra condizione di vulnerabilità ci impone un profilo più defilato. Per oggi accontentiamoci dunque di questo barlume di realismo, che alimenta un minimo di ottimismo e speranza. Vale la pena semmai di attrezzarci per declinare correttamente questa nuova attenzione alla crescita. Il rischio è altrimenti quello di cambiare il titolo (da “austerità” a “crescita”) lasciando però invariato il contenuto. Intendiamoci: nessuno ha la ricetta sicura per la crescita. Quali siano le condizioni che garantiscono la ricchezza delle nazioni è il problema economico per eccellenza, con il quale economisti di ogni orientamento si cimentano da secoli. I fautori dell'austerità e delle riforme strutturali partono dall'idea che la crescita passi per un minore coinvolgimento dello Stato nell'economia, per mercati più flessibili che consentano una deflazione di prezzi e salari e per l'abbandono di un sistema di protezione sociale che vedono costoso e fiaccante l'iniziativa individuale. Fortunatamente, il consenso che faticosamente si sta facendo strada sembra prendere una direzione diversa. Si mette finalmente al centro la questione degli investimenti e dell'occupazione, e viene chiesto un approccio meno aggressivo alla questione dei deficit pubblici: ormai dovrebbe essere chiaro che politiche di rientro dal deficit troppo rapide risultano inconcludenti nel momento in cui precipitano le economie in una spirale recessiva. Va chiarito che una politica di investimenti realmente efficace non dovrebbe risolversi in una riproposizione di stimoli “tradizionali” alla domanda, magari attraverso un rilancio delle grandi opere pubbliche, ma dovrebbe semmai coordinarsi con un programma di modernizzazione della nostra struttura produttiva. C'è l'urgenza che chi governa, e ancor più chi aspira a governare, abbia una chiara visione della collocazione del paese nella divisione internazionale della produzione e orienti di conseguenza le (comunque poche) risorse disponibili. Insomma, occorre dotarsi di una politica industriale e un piano di ristrutturazione della pubblica amministrazione, senza trascurare formazione e ricerca. A queste condizioni, l'adozione di un'eccezione per gli investimenti nell'attuazione del fiscal compact (la “golden rule”) e un aumento degli strumenti di investimento comunitari potrebbe fare la differenza. Due parole infine su un secondo tema europeo che tiene banco al vertice del G8: il destino della Grecia. È importante che si sia affermato chiaramente che l'Unione deve fare tutto quanto necessario a mantenere la Grecia nell'euro, smentendo le irresponsabili affermazioni di quanti, nei giorni scorsi, hanno ipotizzato il contrario. Dovrebbe infatti essere chiaro che, se anche l'euro sopravvivesse nell'immediato al contraccolpo dell'uscita di uno dei suoi membri, esso perderebbe, nella percezione degli investitori, il suo carattere essenziale di patto irreversibile. Non ci vuole molta fantasia a capire che in questo modo verrebbe incoraggiato chi scommette contro la sua tenuta. L'unione monetaria diventerebbe allora poco più di un sistema di cambi fissi, destinato a non sopravvivere al primo serio attacco. . . . Occorre un programma di modernizzazione della nostra struttura produttiva VALERIEEHOLLANDE «Ottimi punti di contatto» tra Hollande e Monti, fa sapere l'Eliseo dopo il primo faccia a faccia tra il neo presidente francese e il premier italiano, che si è svolto a margine del G8. Parigi mette in risalto «la convergenza molto forte» con Roma per inviare messaggi chiari a Berlino. Come la Casa Bianca, d'altra parte. Che attribuisce esplicitamente all'«arrivo di Hollande e di Monti, i cambiamenti in atto in Europa». Ripetuti avvisi alla Merkel, ieri, da Camp David. Perché se è vero che il comunicato finale del G8 impegna i grandi a favorire «crescita e lavoro», è anche vero che successi o insuccessi del summit dipenderanno anche da ciò che accadrà in Europa. Nel vertice del 23 maggio prima e nel successivo Consiglio Ue di fine giugno dopo. È l'Europa, infatti, il grande malato che impensierisce Obama e non solo. Per curarlo bisogna cambiare mediACampDavid c'è laprima «firstgirlfriend» ILMONDO ELACRISI «Impegno forte» per aiutare Atene a restare nell'Eurozona Il documento finale punta alla ripresa e al lavoro con un mix tra disciplina di bilancio e investimenti PAOLOSOLDINI paolocarlosoldini@libero.it Merkel resta sola Il G8 smentisce l'austerity tedesca Monti: «Non si può aspettare lo sviluppo Via agli eurobond» Nessunproblema di protocolloalla CasaBianca perValerieTrierweiler, compagnadi Hollandealla suaprima uscita internazionale. Lagiornalista franceseè stata invitata atutti gli eventiorganizzati daMichelle Obamaper le first lady,nonostante Valerienonsia sposata. LaCnn l'ha prontamente ribattezzata«first girlfriend»:primafidanzata. NINNIANDRIOLO nandriolo@unita.it 10 domenica 20, maggio, 2012
26 domenica 20, maggio, 2012
«Una settimana di merda, ma non ci uccideranno». Prima uscita pubblica dopo l'avviso di garanzia dalla procura di Milano per l'uso dei soldi del partito per Umberto Bossi. Che ieri sera è tornato a parlare coi militanti in un ristorante di Lesa, sul Lago Maggiore. Ha ribadito il suo via libera a Maroni per la segreteria, e anche la sua disponibilità a fare il presidente del partito. «Se mi eleggono...». «I figli sono i figli, l'errore è stato fare entrare nella Lega dei ragazzi troppo giovani, facilmente raggirabili», ha detto a proposito di Renzo e Riccardo, anch'essi indagati. «Ma la storia della paghetta non è vera...». Venerdì, in un summit con Maroni e gli altri triumviri Calderoli e Dal Lago, aveva ammesso: «Ho autorizzato io alcune spese dei miei figli e chiesto che venissero pagate...». Parole che hanno spinto il Bobo fino a ipotizzare l'espulsione del Trota. Si era parlato anche di un Bossi pronto a lasciare il partito. «Non lo so, non mi occupo di questo», è stata la replica gelida di Maroni. «Non è assolutamente vero che ho intenzione di lasciare», ha fatto sapere già ieri in mattinata il Senatur. «È la prova provata che piacerebbe al sistema e ai suoi uomini. Lascerò soltanto quando la Padania trionferà». Ma che le cose nel Carroccio vadano sempre peggio non è certo un mistero. Il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, considerato tra gli uomini in ascesa della Lega lo dice con toni assai netti: «Se qualcuno continua ad azionare la macchina del fango solo per abbattere nemici interni, nel 2013 non verremo solo puniti ma saremo destinati a scomparire». Sul Senatùr parole critiche: «Ha sbagliato e l'ho ripetuto in tempi non sospetti. Ma vedo gente che ora dice di lui cose che prima non aveva il coraggio di affermare...». Per Zaia nessun complotto: «Cospargiamoci invece il capo di cenere e pensiamo alle nostre colpe. La magistratura fa solo il suo dovere». Interviene anche Francesco Speroni, europarlamentare da sempre assai vicino al capo, con una proposta: «Per riavere i soldi la Lega può costituirsi parte civile contro i figli di Bossi». Intanto, Maroni piazza il fidatissimo Matteo Salvini alla guida della lega lombarda: sarà il candidato unico al congresso di inizio giugno. Per Giacomo Stucchi, l'altro candidato maroniano che si è ritirato, è pronto un posto da vicesegretario federale. Insieme a Gianluca Pini e a Flavio Tosi. I contatti con Berlusconi e Gianni Letta? «Tutto falso, è la prova del nervosismo che Italia Futura sta provocando in quel che resta del Pdl...». Riunione a porte chiuse, nella sede della fondazione di Montezemolo, venerdì sera. Si discute delle prossime mosse, della road map per la discesa in campo che si sta facendo serrata, con la grande kermesse romana del 14 e 15 luglio (l'anniversario della presa della Bastiglia) che segnerà il battesimo ufficiale della lista civica dei “grillini in cachemire”. Il Giornale continua sparare titoli sulle «prove di intesa» tra il Cav e Montezemolo. Si parla anche di una mediazione di Diego Della Valle. Alcuni soci chiedono spiegazioni ai big, e cioè al coordinatore nazionale Federico Vecchioni, ex leader di Confagricoltura, e a Carlo Calenda, direttore generale dell'Interporto campano, l'altro braccio operativo del presidente Ferrari. «Non esiste nulla di tutto questo, noi andremo da soli. Dobbiamo reagire a questo tentativo continuo di acquisire la paternità sull'unica novità concreta che si sta affacciando sulla scena politica», è la risposta lapidaria. Nonostante i tormenti di Montezemolo, la linea non cambia. Italia futura dovrà rappresentare il nuovo affidabile, la risposta pragmatica al grillismo. Altro che costola del 5-6% della nuova federazione centrodestra, come spera Berlusconi. L'obiettivo sono, effettivamente, i milioni di voti in libera uscita dal Pdl, la «componente più smarrita dell'elettorato italiano», spiega Vecchioni a l'Unità. «Ma non vogliamo fare alcuna alchimia con chi ha perso completamente il consenso degli italiani. I nostri militanti (li chiama proprio così, ndr) di queste cose non vogliono neppure sentir parlare...». «Non abbiamo alcun interesse a fare l'ingrediente nuovo di qualcosa di vecchio, per noi sarebbe un cocktail letale», ribadisce il braccio destro di Montezemolo. Neppure il Terzo polo interessa più. «È sparito...». Il lavoro intanto va avanti: ormai sono 18 le regioni dove If ha messo radici, è in corso un costante lavorio con le centinaia di liste civiche che si sono presentate alle amministrative, contatti capillari per insediare la “cosa” anche nei Comuni più piccoli. Così come sono in corso contatti con l'arcipelago cattolico di Todi, con il gruppo di “Verso nord” guidato da Massimo Cacciari. E poi Matteo Renzi e Graziano Delrio, presidente Anci, che Montezemolo ha incontrato un paio di giorni fa. L'obiettivo è sempre lo stesso: mettere in campo una squadra di professionisti, intellettuali, possibilmente under 40, con cui fare il botto alle politiche del 2013, in contrapposizione al Pd di Bersani. LADATACHIAVE Il 14 luglio sarà la data chiave per il lancio del movimento, il presidente Ferrari ci sarà, naturalmente, ma non dovrebbe parlare del suo personale futuro in politica. Nello staff ribadiscono che «Italia Futura non sarà un replay di Forza Italia, non sarà uno one-man-show». Montezemolo farà la sua parte, come non è ancora chiaro. Da regista- padre nobile, o da candidato premier? Alcuni dei consiglieri frenano: «Non è per questo che ci siamo impegnati, ma per mettere in campo una squadra». E anche tra i militanti, spiegano, «non c'è nessuna ansia di trovare un capopopolo. Sarà Luca a decidere cosa fare...». Poi c'è il tema dei sempre più numerosi politici che si stanno avvicinando alla zattera di Italia Futura. Dal gruppo di ex Pdl guidati da Giustina Destro, ai democratici (o ex Pd) come l'europarlamentare Gianluca Susta e Andrea Causin. Si parla di una marcia di avvicinamento anche per Marco Follini e Pietro Ichino. Per tutti loro, non ci dovrebbe essere posto nelle liste. Le porte dell'associazione sono aperte ai politici che «hanno lavorato bene», ma «non si parla di ricandidature». «Ricambio della classe dirigente» è uno degli imperativi. L'altro è «accelerazione», in perfetto stile Ferrari. Anche il Corriere, che certo non è antipatizzante, ieri ha chiesto a Montezemolo di scoprire rapidamente le sue carte. Un appello cui gli uomini di If intendono rispondere. Luca Cordero di Montezemolo FOTO MORINI GIACOMO/ TM NEWS - INFOPHOTO C'erano tutti, gli uomini e le donne del clan prodiano. Da Arturo Parisi a Sandra Zampa, Antonio La Forgia, Giulio Santagata, Filippo Andreatta, Andrea Papini. E poi la moglie Flavia, la sorella Fosca, le signore che hanno fatto in casa la pasta fredda coi pomodorini e il prosciutto, le stesse che in quell'ormai lontano 1995 animavano i primi «Comitati per l'Italia che vogliamo» nel centro di Bologna. Più alcuni innesti, come Pippo Civati, Claudio Petruccioli e Mario Baldassarri di Fli. Hanno scelto un cinema fuori porta, il Nosadella, per celebrare il gran ritorno del Professore. Che con questa iniziativa, ha voluto ribadire che lui c'è, che si parli di Europa, di crisi greca, dello strapotere della Merkel, cui dedica battute al vetriolo («Con quei toni moralisti e punitivi mi ricorda i “Tea party” americani»), e anche, lastbutnonleast, della legge elettorale in Italia, del referendum tradito per il quale era tornato in campo persino il simbolo dell'Asinello, della volontà di riportare il Pd sulla retta via, quella del bipolarismo, del maggioritario, dei governi scelti dai cittadini. «L'unica strada per restituire sovranità a un Paese». Prodi, come anche Parisi, arriva a un millimetro dalla contestazione della decisione della Consulta sul referendum contro il Porcellum, dopo che era stato raccolto oltre un milione di firme: «Ci inchiniamo, ma sappiamo tutti in che atmosfera è avvenuta...». E ancora: «In Grecia e Francia le elezioni hanno avuto esiti simili, con la crescita delle estreme. Solo che a Parigi la sera c'era un presidente, mentre ad Atene devono tornare a votare. Ecco cosa fa un sistema elettorale...», ricorda il Prof, che esorta: «Cosa si aspetta per tener conto della volontà popolare? Non è sufficiente la dissoluzione di questi tempi?». «La legge elettorale non deve fotografare il Paese», insiste Prodi. E non rinuncia a ricordare come in Italia ci sia «una storia di referendum ripetutamente vinti e di una volontà dei cittadini massacrata dal sistema dei partiti, una delle cose più tragiche del nostro paese». «E il Pd è alla testa di questo sistema», picchia duro Parisi. «In questi giorni si sarebbe potuto tenere il referendum, e sarebbe stata una festa della democrazia», spiega l'ex ministro della Difesa. «E invece mancano 10 mesi alle elezioni e siamo all'immobilismo, non sappiamo ancora con quale sistema si voterà, mentre la bozza Violante rischia di offrirci una risposta in greco, o peggio: dei governi fatti alle spalle dei cittadini». Sullo sfondo, come un convitato di pietra, c'è il presidenzialismo alla francese: nessuno dei big lo nomina, ma è lì che i prodiani vogliono andare a parare. Anche perché, come ha sintetizzato nella sua relazione Angelo Panebianco, «la svolta maggioritaria del 1993 ha fallito. Abbiamo sottovalutato il peso delle oligarchie nella società italiana, hanno vinto i sabotatori». Filippo Andreatta dà un giudizio negativo della performance elettorale del Pd. «Ha prevalso il continuismo, le innovazioni come le primarie sono state subite obtorto collo», rincara Laforgia. «Il Pd è troppo antico, così è chiaro che arrivano i barbari di Grillo», gli fa eco l'ex sottosegretario Letizia De Torre. Se è vero che Prodi aveva sostenuto Bersani alle primarie del 2009, e che solo un anno fa erano saliti sul palco insieme per festeggiare le vittorie alle amministrative, è evidente che oggi col vertice del Pd è calato il gelo. E le parole di Matteo Orfini ieri al Foglio, in cui Prodi viene liquidato come un reperto della Seconda repubblica («Ha già avuto tanto dal Paese, non credo che andrà al Quirinale») hanno allargato il solco. I prodiani non nascondono anche un certo scetticismo sulle chances di «Pier Luigi» di correre come premier. Ma lo strappo non c'è. E neppure l'assalto al fortino. «Siamo troppo pochi», ammette uno di loro. Non mancano i rimpianti: «Perché Bersani non ha cercato la sponda del Prof per frenare le correnti?». E Albertina Soliani sembra quasi tracciare un amaro amarcord di vent'anni di battaglie: «Vi ricordate l'Asinello? E la Margherita? E oggi siamo costretti a sperare ancora nel Pd...». SASSARI Italia Futura sceglie la data della Bastiglia per la discesa in campo dell'a.d. della Ferrari No alle offerte di Berlusconi: «Siamo il nuovo ci interessano solo i suoi voti» Montezemolo: «Noi e Silvio? Un suicidio» ANDREACARUGATI acarugati@unita.it A.C. BOLOGNA Severino: nuovo carcere contro sovraffollamento Bancalipronto forsealla fine dell'estate.E l'aperturadel nuovo carceredi Sassari sarà la soluzioneai problemistrutturali e di sovraffollamentodi SanSebastiano. È il messaggio lanciatodalministro diGrazie e Giustizia, PaolaSeverino, al termine dellavisitanello storico penitenziariocittadino,da anni al centrodellepolemiche perchè ritenuto inadeguato aospitare i detenuti. «Sovraffollamento?Sì, ma horiscontratoanche tanta buona volontànelcercarecon pochi mezzi dimandare avanti il carcere - ha risposto ilGuardasigilli alle domande deigiornalisti - Siamoqui proprio perchè il Governo, inquestosettore, vuole lanciare forti segnali». E il cambiamento èproprio a Bancali,doveè aperto il cantiereper ilnuovo carcere.«Lastruttura è pressochècompleta - ha sottolineatoSeverino -devono esseresistemati gli arredie completatigli allacci fognari. Speriamodi poterloapriredopo l'estate». Legge elettorale, Prodi rilancia: «Maggioritario» Bossi: non me ne vado Zaia: la Lega rischia di scomparire GIUSEPPEVITTORI ROMA domenica 20, maggio, 2012 9
ULTIMOFANGOAZAGAROLO,MAPUREAGALLICA-NONELLAZIO,TIVOLI,ESOPRATTUTTOa San Vittorino, bellissimi paesi costruiti sul tufo. È in arrivo, nei paraggi, in località Corcolle, la nuova discarica di Roma. Ancora un po' di mal di pancia ed è fatta. Centinaia di migliaia di metri quadri zeppi e poi zuppi, di immondizia, percolato che percola, devastazione del territorio, alterazione permanente dell'ecosistema, deprezzamento ambientale definitivo (e certo anche economico), soppressione di attività agricole e di allevamento, agriturismi e iniziative a basso impatto ambientale da cancellare. La zona la conosco bene, ci vado in bicicletta. È quel che resta della meravigliosa campagna romana che turbò il cuore dei romantici tedeschi, li fece dipingere, scrivere versi, storditi e innamorati dal verde e dal sole. Una coltellata che puzza. Dopo aver ucciso la cintura prossima alla città, cementando tutto con i mostruosi quartieri di Tor di Nona e Roma Est, si passa all'attacco dell'ultimo lembo ancora intatto di Agro Romano. A pochi passi da Villa Adriana, Patrimonio dell'Umanità per l'Unesco (a rischio la denominazione), quasi sulle rive dell'Aniene, nei pressi del castello di Corcolle e soprattutto ai margini della meravigliosa tenuta di Passerano, mille ettari di verde, un polmone straordinario, l'area a più basso inquinamento luminoso di tutta la provincia romana. Ci sto proprio male. Con un po' di intelligenza non verrebbe in mente di imbrattare così un territorio disseminato di reperti storici di importanza pazzesca: il basolato romano della via Prenestina, le strade di accesso per l'antica Praeneste, il sito archeologico di Gabi e la fuga verso meravigliosi borghi a pianta medioevale. Dove si dovrebbe imporre un vincolo e una tutela integrale paesaggistica e archeologico-culturale si organizza una megadiscarica. Bene così. E ora aspettiamoci mesi e mesi di sbancamenti, lavori senza sosta, sensi unici alternati, camion a centinaia giorno e notte, puzze di ogni genere. Il resto lo sappiamo già, non siamo nati ieri. Al degrado seguirà il degrado e, squarciata l'integrità verde dell'area, tanto varrà offrire concessioni edilizie, sanare, “andare a completamento”, cementare. Magari qualche nuova area di servizio per carburanti? Magari qualche deposito di materiali edili? E perché no una bella zona industriale con tanto di capannoni bianchi prefabbricati? Come al solito è il modello di sviluppo che non va. Se serve una nuova discarica (non dicano che è provvisoria perché niente e più definitivo di ciò che si annuncia provvisorio), la si faccia in territori già degradati. Roma se ne può fare facile vanto e ringraziare i suoi amministratori di destra e di sinistra. Firmato un uomo di sinistra. Dioèmorto Preparatevi al peggio: la discarica a Corcolle LAPAROLADIOGGIÈ«PAURA».MOLTOPRIMADIFAZIOESAVIANO,NELCENTROSOCIALE-CENTRO di resistenze umane- nucleo utopico-resurrezionale delle zie ogni giorno è dedicato a una parola: la trovi scritta sulla lavagna della spesa, e puoi scriverci qualcosa sotto, ripetertela in testa, percorrerla fino ai confini, mentre annaffi il prato, lavori o te ne vai in giro per la primavera calabra. L'ha scritta zia Enza, prima di uscire, con la cappottina leggera e la borsetta da guerra. Lei che la chiamano «reparto maternità», perché sta sempre in vestaglia e pantofole, al suo posto di comando del pianeta, in cucina. Ma in questi giorni no: «Vado a sentire lo spirito dei tempi, per strada», ci dice febbrile prima di uscire. E dai suoi reportage ha tirato fuori un sacco di parole: «disperazione», «fatica», «isolamento», «rabbia». Parole che solo con grande sforzo si possono contrastare con parole uguali e contrarie, nell'Europa che va a catafascio, e per giunta l'Europa vista da qui, dalla periferia d'una periferia, dove si scontano errori secolari e millenari, nessuno dei quali commesso da noi. E non basta l'officina dell'anima delle zie. Stamane – giorno di lutto, giorno di dolore – sulla lavagna delle verità la zia ha aggiunto una parola enorme: «paura». «Sono troppe le paure che ci mordono – ha detto con quegli occhi veggenti pittati di nero, alzando la mano – e da oggi ce n'è pure una in più: ascoltate». E a noi pure è sembrato di sentirne l'eco per le strade e le case, come un rimbombo. Un rumore di fondo che spesso ha attraversato questo Paese, sorgendo da punti imprecisati, senza origini comprensibili. Lasciandoci in preda allo sgomento, alla sensazione di poteri oscuri e trame segrete che ci sovrastano. Commare Mille-e-una-notte, ch'è impressionabile ed è più straziata che mai da questo nuovo, atroce lutto nazionale, s'è tirata lo scialle sulla testa e s'è fatta piccola per nascondersi e sparire. «È quello che non dovete fare, commare – le ha detto, ieratica, la zia – o la paura vi mangerà tutta. È quel che vuole: tenervi qui, a tremare col capo coperto». «Che dobbiamo fare, allora?» abbiamo chiesto noi con lei, trepidando. «C'è un tempo per la pietà e uno per la paura – ha risposto quella donna biblica – Piangiamoci i morti, e poi dimostriamo che non ci spaventano, quelli che sono Capaci di tutto. Rompiamogli in faccia la paura. Diciamolo chiaro: io non ho paura». Con un tratto deciso ha sbarrato la parola «paura» sulla lavagna, e ha scritto: «Noi non abbiamo paura». E la parte più bella brillava in quel «noi». ILLASCITODIBERLUSCONIÈIMPRESSONELLECIFRESU DISOCCUPAZIONE, DISEGUAGLIANZE, deindustrializzazione, smantellamento del welfare, che si traducono nella durezza del vissuto quotidiano. Il fallimento della destra sta in questa voragine sociale, che rischia di inghiottire la nostra democrazia. Siamo un Paese a rischio, perché la speculazione attacca soprattutto dove la politica è miope e incapace. Imbelle alle pretese di mercati finanziari senza regole e controlli. A ben vedere, pur su piani diversi, nel voto di milioni di europei in Francia, Italia, Grecia, Germania emerge la richiesta di una politica incisiva, capace di dare indirizzo ed imprimere una svolta. Volontà di contare ed essere ascoltati, che si manifesta nel voto di protesta antisistema, ma indirizzata innanzitutto alle forze del riformismo democratico. Oggi sono per prime le nuove generazioni a reclamare il cambiamento. Chiedono il futuro che gli spetta. Sta alla sinistra raccogliere queste istanze. In Francia è accaduto. Potrà avvenire nel resto d'Europa, se il Manifesto siglato in marzo a Parigi vivrà in una concreta iniziativa. È tempo per i riformisti di costruire un vero partito europeo, che ampli e innovi il Pse, capace di osmosi con forme non convenzionali di partecipazione che si manifestano in piazze, aule, fabbriche, web, a dimostrazione di quanto sia forte e diffuso il bisogno di buona politica. Il vulnus tra cittadini e ‘palazzo' si colma con partiti rigenerati, che mostrino autonomia da lobby e potentati. Nella combinazione incendiaria di recessione e disoccupazione, malessere democratico e malessere sociale sono facce della stessa medaglia. Questo è il nodo dirimente. Ma il governo Monti non pare averne piena consapevolezza. Mostra l'inadeguatezza di fondo di un'azione calata nei parametri che i vincoli dell'austerity e della Bce impongono. Della responsabilità verso il Paese il Pd ha fatto invece la propria ragion d'essere: caricandosi il compito di presidiare il passaggio attuale e di indicare nel contempo l'alternativa politica che chiuda davvero il ciclo berlusconiano. Sanando il vuoto di rappresentanza con un inclusivo patto di cittadinanza imperniato su lavoro, produzione, conoscenza. Investendo su crescita e capitale umano, abbattimento delle diseguaglianze e reti sociali. Ma la crisi del sistema politico riguarda anche il Pd. Tocca ai democratici lanciare una mobilitazione che riconquisti alla politica il terreno perduto, che poggi su inedite forme organizzative e parole adeguate in cui riconoscersi. Per dare al Paese un nuovo inizio. Perché - anche qui - “il cambiamento è adesso”. Ilventofrancese È ora per i riformisti di fare un vero partito europeo Asuddelblog Andrea Satta Musicista e scrittore Sulla lavagna della verità la zia scrive: «Non ho paura» Manginobrioches CaraUnità Chissàperché Chissà perché, quando vengono scoperti, i grossi camorristi si sentono sempre male. Chissà perché, quando vengono scoperti, i Segretari di partiti preferiscono sempre passare per deficienti, come nel caso di Rutelli e Bossi, i quali dicono non saper nulla dei Segretari affaristi e ladri, da loro scelti per fiducia ed amicizia, come Buti, Belsito e Stiffoni. Cercano affannosamente di farsi credere, millantando o facendo millantare la loro onestà, come nel caso Bossi, che – padrone di tutto – parla di congiura. I cittadini, quando sbagliano, si dimettono o vengono subito cacciati. La casta dei parlamentari, invece, perde tempo e non si dimette, pur denunciati. I parlamentari non concedono le autorizzazioni a procedere, spesso attaccano la Magistratura senza che i semplici interventi dei presidenti Napolitano, Schifani e Fini siano ascoltati. Basta parlare di complotto ogni volta che qualche politico ladro viene scoperto. La rabbia dei cittadini si scarica contro la Polizia ed Equitalia, solo perché non vengono ascoltati. Nemmeno quando hanno ragione e con documenti alla mano per far correggere errori commessi da Enti e da Equitalia. MarioDe Florio Quellastoriadegli anarchici Ho letto con piacere e interesse l'articolo, apparso sull'Unità di ieri, nel quale Vittorio Emiliani esprimeva la propria visione dell'anarchismo e del movimento anarchico italiano. Da vecchio aderente alla Federazione Anarchica Italiana ho apprezzato particolarmente le belle parole dedicate alla figura dell'anarchico romagnolo Nello Garavini. Ebbi infatti il piacere di conoscerlo e frequentarlo a lungo negli ultimi anni della sua vita e non voglio nascondere che il breve ritratto apparso sull'Unità mi ha un po' emozionato. Nello fu davvero un personaggio straordinario, con una esperienza di vita altrettanto straordinaria; come quella, del resto, dei tanti altri anarchici, di ieri e di oggi, che hanno basato la propria esistenza sui valori della solidarietà, dell'emancipazione e della libertà. Lottando per opporsi ad ogni forma di autoritarismo e per costruire un mondo migliore. Così come continuano a fare, ancora oggi, tutti gli anarchici della Federazione Anarchica Italiana. Ringrazio Emiliani per avermi dato l'occasione di portare anche il mio ricordo, sulle vostre pagine, di Nello Garavini. MassimoOrtalli Servono i fatti Bisogna portare avanti le riforme, cioè la riforma elettorale, eliminare le province, alleggerire l'amministrazione e la burocrazia, diminuire le tasse, diminuire i prezzi dei carburanti, dimunire il numero dei parlamentari e senatori, eliminare i privilegi, diminuire le spese militari e le missioni inutili, potenziare le infrastrutture le comunicazioni, potenziare treni accessibili a pendolari e lavoratori. Potenziare il traffico di merci su rotaia in modo da diminuire progressivamente quello su gomma. Potenziare la ricerca scientifica e lo studio di energie alternative. Sarebbe giunto quindi il momento di fare cose concrete e smetterla con i tatticismi, se qualcuno si mette di traverso e impedisce le riforme, allora crisi di governo, elezioni, va al governo la sinistra e fa queste cose punto. È finito il tempo delle parole, ora servono fatti Giovanni Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense,131/L_0154_Roma lettere@unita.it Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 19 maggio 2012 è stata di 98.782 copie Dialoghi Una proposta importante per l'Europa La situazione greca è stata lasciata incancrenire, perdendo tempo e risorse preziose, cullandosi tra incertezze e indecisioni. Senza con ciò ottenere risultato alcuno. Anzi ottenendo l'effetto esattamente opposto. GIORGIO PULIMANTI «La vicenda greca, dice Passera, è stata gestita malissimo, l'Europa ancora adesso pretende cose impossibili». Lo dice tardi? A me pare di sì perché, preoccupato di dover recuperare le gaffes di Berlusconi, Monti si è mosso in Europa seguendo, con grande prudenza, le linee indicate dalla Merkel e perché adesso potrebbe essere troppo tardi se la crisi in cui la Grecia e l'Europa si stanno avvitando dovesse essere più forte delle decisioni “last minute” proposte da Hollande e ancora non accettate dagli altri partners europei. I cambiamenti economici, come in termodinamica, possono essere lenti inizialmente e possono precipitare poi, all'improvviso, in modo catastrofico: da cui non si torna indietro. Quella di cui c'è bisogno ora, Bersani ha ragione, è la capacità di stringere i tempi, di evitare che il vincolo del pareggio di bilancio per il 2013 diventi un capestro per l'economia italiana. Portando avanti la proposta di Visco, già approvata dal Parlamento Europeo, sugli Eurobond che garantiscono le quote di disavanzo di ogni paese dell'Ue superiore al massimo consentito del patto di stabilità. Quello di cui potrebbe esserci bisogno domani, altrimenti, è di restituire la parola agli elettori formulando loro una proposta chiara sulla necessità di cambiare rotta. Il Paese potrebbe non tollerare, infatti, un'altra gragnuola di sacrifici senza crescita e senza equità. COMUNITÀ Francesco Verducci Dipartimento Pd cultura e informazione 18 domenica 20, maggio, 2012
Caso Orlandi, trovate ossa recenti L'AQUILACASA DELLO STUDENTE Censurato ilgiudice,arischio ilprocesso Milano, ora Macao occupa Brera Non si cercano solo le tracce di Emanuela Orlandi. Tra i vari frammenti di ossa ritrovati nella cripta della basilica di Sant'Apollinare, dove era sepolto Renatino De Pedis, il boss della Magliana, gli inquirenti stanno anche verificando l'esistenza di un altro dna: quello di Mirella Gregori, un'altra giovane scomparsa sempre nel 1983. Gli investigatori sono convinti, infatti, che alcune ossa prelevate accanto al corpo di De Pedis siano piuttosto recenti. Negli ambienti sottostanti la chiesa sarebbero state ritrovate, infatti, oltre 400 le cassette contenenti ossa riposte per lo più risalenti all'epoca pre-napoleonica. Le ossa furono raccolte e ordinate in cassette di zinco con i lavori di risanamento della chiesa. Ma non tutte. Ce ne sarebbero altre. E appartenenti a chi? Forse una risposta potrebbe darla don Piero Vergari ex rettore della basilica e indagato due giorni fa dalla Procura di Roma per concorso nel sequestro della Orlandi. «Sono assolutamente tranquillo, non ho nulla da nascondere» ha detto ieri Vergari. Che però sembra avere un passato burrascoso. «Vergari era un soggetto di malaffare. In Vaticano circolavano notizie non positive su di lui, e infatti è stato silurato. Lui è umbro. È ritornato nella sua terra, è stato rispedito al mittente». L'INTERVISTA A parlare, nel corso di un'intervista registrata, è un anziano monsignore, di cui per sua richiesta si mantiene l'anonimato, che occupa un importante ruolo ai vertici del Vaticano e che è stato, in passato, membro dell'Apsa, l'organo che amministra il patrimonio della Santa Sede. L'intervistato s non vuole aggiungere altro, ma quelle esternazioni su colui che fu, fino al 1991, il reggente della basilica di Sant'Apollinare a Roma dove il boss Enrico de Pedis fu sepolto, un anno prima che Vergari cambiasse incarico, assumono oggi un particolare significato. In Vaticano non circolavano opinioni positive su quel sacerdote. Circostanza questa che amplifica il mistero sui reali motivi che spinsero l'allora cardinale Ugo Poletti, capo della Cei, a dare il suo nulla osta per la sepoltura di De Pedis nella basilica, visto che Poletti firmò l'autorizzazione sulla base di una lettera di referenze a favore del bandito che fu scritta proprio da Piero Vergari. C'è di più. Si sa bene che Vergari aveva conosciuto il bandito in carcere e che i due erano diventati amici, tant'è che De Pedis frequentava spesso la basilica, dove si era pure sposato con la moglie, Carla di Giovanni, e molto spesso lo andava a trovare. Vergari, oltre che amministratore di Sant'Apollinare, dal ‘78 prestava infatti la sua opera come volontario a Regina Coeli, lavorava a fianco del cappellano titolare, padre Gianfranco Girotti, quest'ultimo poi diventato monsignore, peraltro su incarico di Poletti e destinato a una brillante carriera, tanto da diventare capo della Penitenzieria Apostolica, cioè la massima autorità morale della Chiesa dopo il Papa. Quel che si sa poco è che Girotti fu inquisito, anche se poi prosciolto, in quanto accusato dai pentiti della banda di essere il postino clandestino dei detenuti, quello che faceva arrivare nelle celle droga e altri oggetti proibiti in cambio di offerte per la Chiesa. Ufficialmente, monsignor Vergari è stato iscritto dagli inquirenti nel registro degli indagati solo di recente, come atto dovuto, a seguito dell'apertura della tomba del boss avvenuta lo scorso lunedì su richiesta di chi indaga sul sequestro Orlandi, quando è stato accertato senza ombra di dubbio che nella bara c'era il corpo, piuttosto ben conservato, del bandito ucciso in un agguato il 2 febbraio del 1990, in via del Pellegrino, dietro Campo dè Fiori. La moglie di De Pedis, Carla di Giovanni, di dieci anni più grande del marito e figlia dell'allora presidente dell'ex Iacp (Istituto Case Popolari) dichiarò ai giornalisti che era stato De Pedis, il giorno delle loro nozze che si celebrarono proprio in Sant'Apollinare, a chiederle di essere seppellito nella basilica, quando un giorno sarebbe morto. Ma la donna mentì, come ha scoperto la procura. Gli indagati per la scomparsa della ragazza sono, oltre a Vergari, Sabrina Minardi, l'ex amante di De Pedis; l'autista di quest'ultimo, Servio Virtù, Angelo Cassani, detto «Ciletto», Gianfranco Cerboni, detto «Gigetto», entrambi pregiudicati. Secondo la procura il movente del rapimento fu quello di assecondare un capriccio sessuale di qualche alto prelato e forse non a caso Emanuela Orlandi fu rapita all'uscita del conservatorio che frequentava e che sta proprio su piazza di Sant'Apollinare. La ragazza, secondo gli inquirenti, poi sarebbe morta, forse a causa di un incidente o per farla tacere per sempre. Il collettivo Macao ha lasciato via Galvani e ha occupato ieri pomeriggio Palazzo Citterio, a Brera, nel pieno centro di Milano. Il Palazzo è destinato a diventare una costola della nuovo grande museo di Brera, ma i lavori non sono iniziati. Gli artisti di Macao hanno rifiutato l'offerta del comune di usare lo spazio ex Ansaldo ITALIA Gli inquirenti faranno il test del dna anche per Mirella Gregori, scomparsa nel 1983 come Emanuela Indagato don Piero Vergari ex rettore di S. Apollinare, dove era sepolto De Pedis ANGELACAMUSO ROMA Rimosso l'arcivescovo di Trapani «Calunniato» Rischiadi dover ripartireda zero il processosimbolo del sismadel6 aprile2009, quelloper il crollodella Casadello studente,dove morirono8 studenti. Ieri mattina, il giudice GiuseppeGriecoha comunicatodi averavutouna censura dalCsm per le modalitàdi raccolta deiquesiti formulatial superperitodel Politecnicodi Milano, MariaGabriella Mulas,e quindi la decisionedi astenersi,bloccando l'udienza . Il processoè iniziato il 28maggio2010, ci sono state 15udienze, con decine di avvocatidelle parti civili e degli imputati. «Nessuno di loro - dice un comunicatodei familiaridelle vittime hamaidenunciato ilGiudiceGrieco percomportamenti di rilevanza disciplinare».Di qui lostupore il sospetto«che si voglia insabbiare il processoe negare giustizia». Da una parte le indagini della magistratura che lo ritengono parte lesa, vittima di una macchinazione, dall'altra la decisione inappellabile del Vaticano che lo ha rimosso dal suo incarico. Succede a Trapani, patria dell'ultimo boss latitante Matteo Messina Denaro e terra di troppi intrighi. Protagonista è il Vescovo, da ieri ex, Francesco Micciché che verrà sostituito da monsignor Alessandro Plotti, già arcivescovo di Pisa. «Pago le mie scelte contro la mafia e la massoneria» – denuncia il prelato. La decisione del Vaticano, che nell'estate scorsa aveva inviato un visitatore apostolico, batte in volata l'imminente chiusura di un'indagine condotta dalla Procura di Trapani: 13 le persone indagate per furto, ricettazione, frode informatica e calunnia, nella quale il Vescovo rimosso è testimone e parte lesa. Il motivo della rimozione non è stato reso noto, ma fonti vicine al Vaticano riferiscono di una recente rogatoria della Procura trapanese che avrebbe accelerato la decisione della rimozione di Micciché a cui viene imputata «un'eccessiva» collaborazione alle indagini. Indagini – si sostiene dalla Procura – giunte in dirittura finale e che raccontano anche di una campagna stampa denigratoria, tracimata fino ai social network, in cui si accusava il Vescovo di conti all'estero, bilanci falsificati, parentele mafiose come quella con il boia di Capaci, Giovanni Brusca. Accuse a cui la Procura non crede: «Per noi è parte lesa» –conferma all'Unità il Procuratore Viola. L'inchiesta avrebbe svelato sottrazioni per centinaia di migliaia di euro di beni immobili e opere d'arte della Chiesa a carico di un prete, e della sua cerchia familiare, allontanato dallo stesso Vescovo e poi sospeso a divinis. L'ex-religioso, vicino al Pdl locale, secondo le indagini godrebbe di forti relazioni massoniche ed è anche indagato per calunnia insieme a due cronisti locali. «In Curia ha tenuto lezioni di legalità il capo della Mobile Giuseppe Linares, abbiamo combattuto la cappa della massoneria. Pago per questo? - dice Micciché. È un provvedimento estremo che non condivido e non comprendo ma al quale, per la mia fedeltà al Papa e alla Chiesa, mi rimetto e che vi chiedo di accettare in spirito di obbedienza». E in attesa delle decisioni della Procura, ecco servito l'ennesimo mistero siciliano. NICOLABIONDO . . . La difesa del parroco: nulla da nascondere Ma in Vaticano la sua condotta creava disagio 14 domenica 20, maggio, 2012
parole di Enrico Enrico Berlinguer 25maggio 1925 -11giugno1984 Venerdì 25maggio Enrico Berlinguer con “l'Unità” un supplemento gratuito con le immagini e le idee di Richiediloalla tuaedicola 16 domenica 20, maggio, 2012
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