Nulla sarà più come prima. «Si è definitivamente interrotto un ciclo economico e sociale e il nuovo sarà comunque diverso». Non usa perifrasi parlando all'assemblea generale dei vescovi il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco per descrivere la situazione che vive il Paese. Lo fa mettendo sotto accusa il consumismo e le sue logiche che hanno distorto e compomesso l'idea stessa di sviluppo del Paese. Lo spiega l'arcivescovo di Genova: quando si è finito per identificare la crescita con il consumismo» che «per definizione è “inesausto”», e che ha finito per identificarsi con il debito. «Un debito collettivo che diveniva nel frattempo sempre più straripante». È stato un errore pensare che fosse possibile «una crescita continua e illimitata», con ogni generazione che «avrebbe goduto in modo automatico e definitivo» dei benefici raggiunti dai padri. Ma alla fine «il momento della verità è arrivato», afferma Bagnasco. «C'è chi non ha vigilato», aggiunge, ricordando come chi denunciava rischi e incongruenze di quel modello, finisse per essere tacciato di «disfattismo». Ora si è visto quanto fosse fragile quell'equilibrio e quel benessere, che pure ha mosso popoli dei Paesi vicini più poveri a guardare con speranza all'Italia, ad affrontare difficoltà inaudite per tentare di condividere quell'ostentato benessere. La crisi ha colpito in modo particolare le fasce più deboli del Paese. Popoli interi sono rimasti esclusi dai processi di sviluppo. Il presidente dei vescovi lo sottolinea. Invita a prendere atto del fatto che la ripresa non è dietro l'angolo. «Gli indici economici generali non danno scampo». Anche se nascondono i segni di ripresa dei settori più innovativi. La certezza è che nulla sarà più come prima. È con una «crisi di sistema» ed «epocale» che bisogna fare i conti. Con la messa in crisi del mito della «crescita progressiva e inarrestabile». Per questo - insiste - occorrono cambiamenti che siano anch'essi epocali. Soprattutto «cambiamenti di mentalità». «È necessario - spiega- rompere il cerchio mortale dell'individualismo, che corrompe il tessuto sociale». Difende il ruolo sociale della famiglia che non deve essere minacciato. Il presidente della Cei riconosce al governo Monti il merito «di aver messo in salvo il Paese» e di «aver scongiurato il peggio». Lo fa ricordando il rischio per gli Stati di «nuove servitù» imposte dai vincoli internazionali e dalla finanza speculativa». Ora si starebbero creando le condizioni per «la ripresa di una crescita», che però non potrà che essere diversa da quella ipotizzata. «Vanno cambiati modelli e stili di vita» insiste, invocando «un gigantesco ripensamento culturale collettivo». IL RICHIAMOAI PARTITI Il presidente della Cei richiama alla coerenza i partiti che appoggiano il governo, ma che lanciano messaggi di possibili ripensamenti. Ricorda le loro responsabilità per aver portato il Paese nelle attuali condizioni. Condanna la corruzione e li invita ad essere credibili. «Non è più l'ora - afferma - di ricambi di facciata o di mediocri tatticismi spacciati per visioni politiche». Difende il sistema del Welfare. «Quando la forbice tra ricchezza e povertà si allarga - ricorda- la società è a rischio non solo sul piano della coesione, ma anche dell'economia». E se è vero che senza i consumi il sistema globale va in crisi, «per consumare nella giusta misura - insiste - bisogna che tutti abbiano i mezzi». Entra così nel cuore delle emergenze che portano alla disperazione e al fenomeno dei suicidi. Invita al rispetto della vita. Ma richiama anche la responsabilità e il senso civico che le banche devono avere «nei confronti delle piccole aziende e delle famiglie». Ma ce ne è anche per il governo. «È paradossale - osserva - dover chiudere un'azienda per la mancata corresponsione del dovuto da parte dell'ente pubblico, quando poi è l'ente pubblico che dovrà farsi carico degli ulteriori segmenti sociali di disperazione». Al sistema delle imprese chiede di «ripensare alla facile strategia delle delocalizzazioni». Conclude pensando ai giovani: «C'è bisogno di lavoro vero». ILCASO Potevano succedere poche cose in grado di rendere ancora più confusa e preoccupante la scomparsa di quella che un tempo non lontano veniva definita come la "galassia Ligresti". Ma ieri è accaduto durante l'assemblea di Premafin, la holding che controlla FonSai. Infatti, l'approvazione del bilancio 2011 e dell'aumento di capitale riservato a Unipol, operazione indispensabile a dare concreto seguito alle trattative per il cambio della guardia alla guida di FonSai, è stata rinviata. «Premafin - ha spiegato il presidente Giulia Maria Ligresti -, ritiene che possono avverarsi tutte le condizioni previste dal progetto di aggregazione con Unipol entro il 12 giugno, data nella quale è stata aggiornata l'assemblea della holding». Nell'assemblea di ieri Premafin ha dunque deliberato di trattare unicamente il secondo punto all'ordine del giorno di parte ordinaria, nominando quali amministratori Carlo Amisano, Riccardo Flora, Filippo Garbagnati Lo Iacono, Luigi Reale ed Ernesto Vitiello. Quanto alla seconda puntata del 12 giugno, una nota della holding precisa che verranno affrontati «tutti gli altri argomenti all'ordine del giorno, considerato il fattivo intensificarsi delle negoziazioni in corso con le controparti, che dovrebbero auspicabilmente condurre nei prossimi giorni ad un'intesa sui valori economici della prospettata fusione, nonché il possibile pronunciamento a breve della Consob in merito all'esenzione dall'obbligo di opa in capo a Unipol Gruppo Finanziario». INVOCATO BONDI Una decisione, quella del rinvio, che non ha certo soddisfatto gli azionisti di minoranza, e non a caso durante l'assemblea si sono ascoltati interventi molto critici, con esplicita richiesta di commissariamento della holding dei Ligresti, di Fonsai e Milano Assicurazioni. Un'atmosfera inusuale per i consessi di Premafin, dove generalmente è raro ascoltare la voce di soci dissenzienti, il che la dice lunga sulla gravità del momento. «Mi auguro che la società venga commissariata», ha detto un piccolo socio invocando l'arrivo dell'ex commissario della Parmalat, Enrico Bondi, ed esprimendo «dissenso» verso l'operato di tutti gli amministratori. «Mi auguro che Bondi possa essere utilizzato per le società del gruppo Ligresti dove era stato chiamato in passato anche se dopo pochi giorni, vista l'aria che si respirava, se ne andò sbattendo la porta». In un altro intervento, un azionista ha sottolineato come «nell'ultimo biennio le perdite di Premafin ammontano a 543 milioni, quelle di Fonsai a 1.962 milioni, quella di Milano a 1.296 milioni. Con questi dati mi pare giusto che la società venga commissariata: voterò contro qualsiasi iniziativa che permetta il proseguimento di questo consiglio». In Piazza Affari l'ex galassia si è mossa contrastata: Premafin è progredita dello 0,92%, mentre Fonsai ha accusato un vistoso calo, -2,82%. Decisamente meglio Milano Assicurazioni che ha guadagnato lo 0,49%. Riguardo quest'ultima c'è da aggiungere che il suo cda ha ritenuto ieri che il negoziato con Unipol potrà proseguire partendo da una soglia minima del 10,7% del capitale sociale, «quota di partecipazione minima che, sulla base delle condizioni attuali, risulterebbe non ostativa alla prosecuzione della negoziazione». Di fatto un via libera alla proposta Fonsai sui concambi azionari. PERDEFINIRE ESANZIONARE LERESPONSABILITÀDEI PRESUNTI REATI compiuti nel tentativo di scalata di Unipol alla Bnl nel 2005 sembra che siano necessari ben due processi, ma non si sa bene se questo sia un segno di efficienza, di ineluttabilità della Giustizia, oppure una grave stortura. A Milano è in corso il processo d'appello contro l'ex governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, gli ex vertici di Unipol Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti e un gruppo di noti imprenditori coinvolti nell'operazione. In primo grado, dopo che per tre volte è stato cambiato il capo d'imputazione e non sono stati considerati i giudizi di altre Corti d'appello che escludevano il “concerto” tra Unipol e i suoi alleati, il tribunale ha condannato i maggiori imputati per insider trading, aggiotaggio, ostacolo alla vigilanza. La sentenza di secondo grado di Milano è attesa tra pochi giorni, alla fine del mese. Può bastare il giudizio milanese? No. Il caso Unipol-Bnl interessa pure i giudici di Roma. Domani parte, infatti, un altro processo nella capitale per la stessa scalata: i reati contestati, gli imputati, le parti civili sono gli stessi di Milano. Tutto ruota attorno al «patto occulto» che la compagnia delle cooperative avrebbe stretto con altri investitori per conquistare la Bnl. Per Roma il patto sacrilego sarebbe stato concordato tra il 19 e il 21 maggio 2005. A Milano, dopo qualche aggiornamento, i giudici indicano il 21-23 maggio. Che senso ha duplicare il processo? Si vuole raddoppiare la condanna di Fazio, difensore dell'italianità? Oppure si cerca di farla pagare definitivamente a quei barboni di ex comunisti che volevano comprarsi una banca? Magari i giudici romani sono nelle condizioni di avanzare contestazioni più articolate di quelle presentate dai loro colleghi milanesi, alcuni dei quali si sono dovuti far spiegare in aula cos'è la raccolta premi per una compagnia di assicurazioni. Si vedrà. Sembra che il processo di Roma sia destinato alla prescrizione. Ma è possibile che nessuno abbia da dire su questa anomalia del doppio processo? Due processi per la scalata alla Bnl. Non ne bastava uno? Madein Italy:ancheMissSixtydiventaasiatica Unaltro pezzodellamoda italiana passa inmani straniere.Stavolta, dopo icasi Bulgarie Brioni, è lavolta di Sixty, il gruppofondato nel 1987 daWicky Hassane RenatoRossi enoto nel mondodel “fashion” soprattutto per i marchidi jeans comeMiss Sixty ed Energie.E acomprare è la società d'investimentopanasiaticacon sedia Singaporee Shangai, Crescent HydePark. I terminidell'operazione nonsono ancoranoti, così come il profilodeinuovi investitori.Quel chesi saè cheSixty sta risentendoda tempo dellacrisi: il fatturato è piombatoda 500a 300milioningli ultimi dueanni e ildebitoè salitoa circa300milioni.Dal bilancio2010 emergechecon l'aiuto diMediobanca ilgruppostamettendo apuntouna manovravolta alla ristrutturazionedell'indebitamento machenon è stataancora perfezionatacon ilpooldi banche creditrici. Laparolapassa ainuovi azionisti asiatici chedovranno studiare unpiano di rilancio delgruppo. ROBERTOMONTEFORTE CITTÀDELVATICANO . . . Dure critiche dei piccoli azionisti, auspicato il commissariamento di tutte le società del gruppo Premafin rinvia l'assemblea decisiva per Unipol-Fonsai MARCOTEDESCHI MILANO IL CORSIVO RINALDO GIANOLA «Sulla crisi c'è chi non ha vigilato» Il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco FOTO ANSA Il cardinal Bagnasco accusa il consumismo e le sue logiche Appello allo Stato: paradossale che un'azienda debba chiudere e non avere i crediti dovuti Sui partiti: «Si autoriformino» martedì 22, maggio, 2012 15
Diciassette pagine di nomi e date, un elenco fitto che racconta chi nel 1993 uscì dal 41bis. È il registro del carcere duro dal quale vennero “espulsi” centinaia di mafiosi su richiesta dell'allora ministro Giovanni Conso con l'avallo dei vertici delle carceri italiane. Dati che l'Unità pubblica in esclusiva - forniti nel 2011 dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria allora diretto da Franco Ionta ai magistrati di Palermo che indagano sulla trattativa Stato-mafia. E a scorrere l'elenco le sorprese non mancano. A partire proprio da uno dei principali protagonisti di quel dialogo tra pezzi dello Stato e la Cupola, Vito Ciancimino. Il primo ad uscire dai circuiti speciali fu proprio don Vito, l'ex sindaco di Palermo ritenuto il portavoce di Bernardo Provenzano. Per lui il 41bis, firmato dall'allora ministro Claudio Martelli, durò “solo” 58 giorni. Questo “diario di bordo” sul carcere duro è entrato nel gigantesco file di migliaia di pagine che compone l'inchiesta palermitana sulla trattativa. Inchiesta di cui si aspetta l'imminente chiusura e sui cui vige ancora il riserbo più totale circa l'esito: archiviazione, richiesta di rinvio o proroga delle indagini. «Che ci fu una trattativa è certo sostiene il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia - bisogna capire se fu gestita a fini eversivi da un sistema criminale a cui partecipavano anche le mafie italiane e quali erano gli scopi finali». Tra gli indagati ci sono i vertici della Cupola, Provenzano e Riina, gli ufficiali dei Carabinieri Mario Mori e Giuseppe De Donno, Massimo Ciancimino, il senatore Pdl Marcello Dell'Utri e l'ex-ministro democristiano Calogero Mannino. Il documento acquisito agli atti dell'inchiesta chiarisce chi beneficiò della decisione del ministro Conso: secondo le indagini quella la scelta - tutta politica - di togliere il 41bis a centinaia di uomini d'onore sarebbe stata una delle cambiali che lo Stato pagò ai boss in cambio della fine delle stragi. Una tranche di trattativa che insieme ad altre furono messe in campo in quei mesi tra le bombe di mafia, il deflagrare di Tangentopoli e una crisi economica simile a quella odierna. IBOSS FUORIDAL 41BIS L'anno più importante è il 1993: il carcere duro viene revocato a maggio per 127 detenuti. Solo tre di questi però successivamente rientreranno nei circuiti speciali: per tutti gli altri le indagini dimostreranno la loro estraneità alle organizzazioni mafiose o una bassa “pericolosità”. Furono 334 invece le mancate proroghe per altrettanti detenuti al 41bis decise da Conso nel 1993. Tra questi alcuni pezzi da novanta di Cosa nostra, Camorra e 'Ndrangheta. Boss del calibro di Giuseppe Farinella, tra i mandanti delle stragi di Capaci e via D'Amelio, che ritornerà al 41bis nell'agosto del 1994 dove si trova tutt'ora. E ancora Giovanni Prestifilippo, membro della Cupola palermitana, Vito Vitale capo mafia a Partinico e il giovane Francesco Spadaro “figlio d'arte” del narcotrafficante Masino. E ancora alcuni futuri boss casalesi come Antonio Letizia e Domenico Belforte e i vertici dei clan baresi Capriati e Diomede. E infine Robert Venetucci, il killer dell'avvocato Ambrosoli ucciso su mandato del finanziere mafioso Michele Sindona. Tra coloro che uscirono dai circuiti speciali ben 52 ci sono ritornati e 18 di questi sono ancora detenuti al 41bis. Chi predispose gli elenchi sui quali poi Conso fece la sua scelta, oggi sotto la luce dei riflettori delle inchieste? Mistero. Di certo quella decisione fu un segnale chiarissimo al popolo di Cosa nostra e ai boss che trattavano con pezzi delle istituzioni. LAMISSIONE DICIANCIMINO E anche in questo contesto fa capolino uno degli ambasciatori principali di Cosa nostra nel biennio delle bombe: Vito Ciancimino. È lui il primo politico accusato di mafia a finire al 41bis, ma è anche il primo detenuto ad uscirne. Per 58 giorni, dal 7 gennaio al 9 marzo '93, don Vito si trova in isolamento e dalla sua cella al 41bis racconta ai vertici della Procura palermitana dei suoi incontri con i carabinieri, Mori e De Donno, e gli emissari della Cupola. Sostiene che avvennero dopo le strage di Via D'Amelio del 19 luglio 1992. Una bugia, come ormai è accertato dalle indagini. Ma anche se la “collaborazione” di Ciancimino zoppica vistosamente, gli consente di uscire dal carcere duro. La sua “missione” di ambasciatore continua, questa volta dentro le carceri. A raccontarlo molti anni dopo sarà il pentito Salvatore Cancemi. «Provenzano mi disse che sui detenuti ci stavamo muovendo e che Ciancimino era in missione». Missione che coincide temporalmente con la sua detenzione. «In ciascuna di queste fasi - rilevano gli investigatori nisseni - è costante la presenza dell'allora colonnello Mori». Nei colloqui con Ciancimino del ‘92, nelle parziali ammissioni ai magistrati dell'ex-sindaco di Palermo a cui lo stesso ufficiale partecipa, nella gestione del pentito Cancemi, nei fitti colloqui intessuti con il vertice dell'amministrazione penitenziaria che si preparava alla grande fuga dal 41bis. Una trama a cui però - secondo gli inquirenti - mancano ancora gli attori principali, “i pupari” di quella trattativa. A partire da chi guidò la decisione del ministro Conso di smantellare il 41bis nel silenzio, ad un anno appena dalle stragi Falcone e Borsellino. Napoli, rom di 15 anni ucciso e lasciato davanti all'ospedale LASCHEDA Lo hanno raccolto che ancora respirava due operatori del Pronto soccorso. Un mucchietto di stracci insanguinati e poca carne martoriata. Due fori da arma da fuoco: uno al petto, l'altro ad una gamba. Così muore un giovane rom a Napoli: lasciato per strada, davanti ad un ospedale da un'auto che arriva, scarica il fardello e si riallontana a grande velocità. Nicola Sejdovic aveva appena 15 anni. Un ragazzino. I medici del “San Giuliano” di Giugliano, grosso paesone alla periferia nord di Napoli, hanno fatto di tutto per salvarlo. Ma la ferita al petto era troppo profonda e aveva leso organi vitali: è spirato mentre cercavano di intubarlo. Alle tre di notte, mentre tutt'intorno la città e l'hinterland impazzivano per il trionfo del Napoli nella finale di Coppa Italia all'Olimpico: vita e morte, possibilmente violenta, camminano sempre a braccetto, nella terra del degrado ambientale e morale, delle mille bande di piccoli gangster pronti a tutto, dei clan della camorra che macinano droga, estorsioni, rifiuti. Nella sarabanda che ha tenuto impegnati migliaia di tifosi fino all'alba, i clan del centro storico ne hanno approfittato per regolare qualche vecchio conto in sospeso. E un pregiudicato è rimasto sul selciato a Forcella, crivellato di proiettili da due sicari in motocicletta che lo hanno intercettato mentre festeggiava in piazza Calenda, e un altro, a poche centiniaia di metri di distanza dal luogo del primo agguato, è finito all'ospedale in prognosi riservata. Ma queste sono altre storie. Nicola Sejdovic - è questa l'ipotesi sulla quale stanno lavorando gli agenti del commissariato di polizia di Giugliano - sarebbe stato colpito durante un tentativo di furto nell'agro aversano. La terra dei Mazzoni, confinante col Giuglianese, dominata dalla presenza invisibile, ma pervasiva, dei Casalesi. CRESCIUTO INUNA BIDONVILLE Non era solo, Nicola, che era cresciuto nella piccola comunità rom di Ponte Riccio, dove nei pressi di una bidonville in cui centinaia di suoi connazionali vivono in baracche di lamiera il Comune di Giugliano ha allestito 22 alloggi destinandoli ad altrettante famiglie nomadi. Con lui c'era un cugino, Alex Sejdovic, di sei anni più grande. Più o meno nelle stesse ore in cui il povero quindicenne veniva scaricato agonizzante davanti al pronto soccorso dell'ospedale di Giugliano, Alex si faceva medicare dai sanitari del presidio “La Schiana” di Pozzuoli. Per lui, un solo proiettile, che lo ha colpito di striscio. Ma della banda di ladruncoli faceva sicuramente parte un terzo complice: quello che è scappato con l'auto utilizzata per il colpo, abbandonando Nicola per strada e accompagando Alex a Pozzuoli. Riuscire ad identificarlo potrebbe significare, per la polizia, cominciare a dipanare la matassa delle indagini. Non particolarmente ingarbugliata, a quanto pare: una delle piste porta nel cuore del regno dei Casalesi. I tre ladruncoli potrebbero aver individuato un obiettivo “sbagliato” per il loro raid notturno, suscitando la reazione armata di qualche affiliato alla Cosa Nostra di Campania. Trattativa, la grande fuga dal 41bis 1991, Vito Ciancimino dopo la sua scarcerazione dall'Ucciardone FOTO ANSA Stato-mafia Ecco l'elenco delle persone che, su decisione dell'allora Guardasigilli Conso lasciarono il carcere duro Dopo le bombe Per i magistrati fu la “cambiale” pagata per fermare il tritolo stragista NICOLABIONDO PALERMO Un provvedimento eccezionale, numeri mai visti All'indomanidella strage, luglio 1992, diVia D'Amelio finironoal 41bis 1041 mafiosi, affiliati a Cosanostra, ‘Ndrangheta,Camorrae Sacra CoronaUnita.Ma già l'anno dopo il numerosiera ridotto di oltre il50%, erano482 per scendere ancoranel 1994a 445. Dall'annodoponon si verificheràpiù untale esodo;saranno infatti solo9 i 41bis nonrinnovati alla scadenzae2nel 1995.Altri diciannove41bis vengonoannullati dalTribunale di sorveglianzaesolo perdue personeverrà successivamenteriapplicato il carcereduro, comenelcaso di GiovanniFarinacondannato per il sequestroSoffiantini.Dati che dimostrano il carattereunico e straordinariodelladecisionedi Conso chedimezzerà il numerodeidetenuti sottopostial 41bis. «Hopreso quella decisione in totale autonomia – ha detto l'ex-ministro l'11novembre 2010alla CommissioneAntimafia– per fermare la minaccia di altrestragi: nonci fu nessunatrattativa». Di segnoopposto le risultanze delle indaginicompiute dalla Procuradi Caltanissetta. . . . Il primo dei boss a uscire fu Vito Ciancimino. Per i pm che indagano era il portavoce di Provenzano . . . Raccolto da due operatori del Pronto soccorso che ancora respirava. Forse coinvolto in un furto MASSIMILIANO AMATO NAPOLI martedì 22, maggio, 2012 17
PER OSCURARE, DOPO TANTI MESI,LOSPREAD IN TV, DOVEVA ARRIVARE IL PEGGIO, LA STRAGE PIÙ CRUDELE E INCONCEPIBILE. E questo certo non spiega, ma accresce l'effetto della devastazione criminale, sulla quale è precipitato pure il terremoto, quasi a rendere ancora più percepibile lo scossone morale. Così, anche i ballottaggi, almeno fino alla apertura delle urne, sono passati in seconda linea e l'attesa per i risultati si è come raffreddata nell'angoscia di un Paese sotto attacco e sotto shock. Finché, ieri pomeriggio, sono andate in onda le normali dirette elettorali, ma continuamente interrotte dalle notizie sulle indagini di Brindisi, le devastazioni del terremoto e le immagini dei funerali di Melissa. Dopo la prima proiezione di Piepoli, che dava il grillino Pizzarotti vincente a Parma, Bianca Berlinguer ha mandato in onda la foto (poi smentita) del criminale che avrebbe azionato con le proprie mani la bomba. Una confusione di emozioni da ridurre in stato di grave stress noi telespettatori, già provati da giorni di notizie terribili. E bisogna riconoscere che in poche occasioni, come in questi giorni, abbiamo verificato la potenza evocatrice della tv e la sua capacità di determinare, nel bene e nel male, l'umore del Paese. Il tutto a reti quasi unificate, con la Rai per una volta puntuale e compatta sugli eventi e la strana assenza di Mediaset, riflesso forse dello stato di confusione mentale e politica dell'editore. Comunque, verso le quattro del pomeriggio, mentre Rete4, Canale 5 e Italia 1 mandavano ancora in onda i loro telefilm, Raidue dava notizia che lo stragista di Brindisi era stato identificato anche per la menomazione fisica alla mano, notata fin dalle prime immagini. Un altro elemento che, chissà, potrebbe essere smentito, a testimonianza del fatto che l'informazione non è un vortice in cui tutto si può mischiare e confondere. TV 06.45 Unomattina. Rubrica 11.00 TG1. Informazione 11.05 Occhio alla spesa. Rubrica 12.00 La prova del cuoco. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.00 TG1 - Economia. Informazione 14.01 Tg1 Focus. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show. 15.15 La vita in diretta. Rubrica 16.50 TG - Parlamento. Informazione 17.00 TG1. Informazione 17.10 Che tempo fa. Informazione 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Qui Radio Londra. Attualita' 20.35 Aari tuoi. Show. 21.10 Paolo Borsellino I 57 giorni. Fiction 23.15 Porta a Porta. Talk Show. Conduce Bruno Vespa. 00.50 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.25 Che tempo fa. Informazione 01.30 Cinematografo Speciale Cannes. Evento 02.00 Qui Radio Londra. Attualita' 02.05 Rai Educational Scrittori per un anno. Rubrica 06.30 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 09.30 Zorro. Serie TV 09.55 Braccio di Ferro. Cartoni Animati 10.00 Tg2 Insieme. Rubrica 11.00 I Fatti Vostri. Show. 13.00 Tg 2. Informazione 13.30 Tg2 - Costume e Società. Rubrica 13.50 Medicina 33. Rubrica 14.00 Italia sul Due. Talk Show. 16.15 La signora del West. Serie TV 17.00 Private Practice. Serie TV 17.50 Rai TG Sport. Informazione 18.15 Tg2. Informazione 18.45 Ghost Whisperer. Serie TV 19.35 Squadra Speciale Cobra 11. Serie TV 20.25 Estrazioni del Lotto. 20.30 Tg2. Informazione 21.05 Criminal Minds. Serie TV Con Shemar Moore, Joe Mantegna, Thomas Gibson. 21.50 Criminal Minds. Serie TV 22.40 Dark Blue. Serie TV Con Dylan McDermott, Logan Marshall-Green, Nicki Aycox. 23.15 TG 2 Punto di Vista. Attualita' 23.25 Tg2. Informazione 23.40 NUM3R1. Rubrica 08.00 Agorà. Talk Show. 09.50 10 minuti di.... Attualita' 10.00 La Storia siamo noi. Documentario 11.00 Apprescindere. Talk Show 11.10 TG3 Minuti. Informazione 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. Informazione 12.25 Ciclismo: 95° Giro d'italia 2012 Si gira. Informazione 12.45 Le storie. Talk Show. 13.10 La strada per la felicita'. Soap Opera 14.00 TG Regione. / TG3. 15.10 Ciclismo: 95° Giro d'Italia - 20° tappa: Val di Sole - Passo dello Stelvio Sport 16.05 Cose dell'altro Geo. Rubrica 17.40 Geo & Geo. Rubrica 19.00 TG3. / TG Regione. 20.00 Blob. Rubrica 20.10 Le storie. Talk Show. 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 Ballarò. Attualita' 23.25 Volo in diretta. Rubrica 00.00 TG 3 Linea notte. Informazione 00.10 TG3 Regione. Informazione 01.00 Meteo 3. Informazione 01.05 Ciclismo: 95° Giro d'Italia 2012 Si Gira. Rubrica 01.35 Rai Educational. Real School. Legalità - Un patriota siciliano. Rubrica 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.40 Mattino cinque. Show. 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.46 Inga Lindstrom - Luna d'estate. Film Drammatico. (2009) Regia di H. Jurgen Togel. Con Nina Bott 16.30 Pomeriggio cinque. Talk Show. Conduce Barbara D'Urso. 18.45 Il Braccio e la Mente. Gioco a quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.30 Meteo 5. Informazione 20.31 Striscia la notizia - La Voce della contingenza. Show. Conduce Ficarra, Picone. 21.10 Dr House - Medical division. Serie TV Con Hugh Laurie, Lisa Edelstein, Robert Sean Leonard. 22.10 Dr House - Medical division. Serie TV 23.15 Match point. Film Drammatico. (2005) Regia di Woody Allen. Con Scarlett Johansson, Jonathan Rhys-Meyers 01.30 Tg5 - Notte. Informazione 01.59 Meteo 5. Informazione 07.22 Come eravamo. Show 07.25 Nash Bridges I. Serie TV 08.20 Hunter. Serie TV 09.40 Carabinieri. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Detective in corsia. Serie TV 13.00 La signora in giallo. Serie TV 14.05 Il tribunale di forum. Rubrica 15.10 Flikken coppia in giallo. Serie TV 16.15 My Life - Segreti e passioni. Soap Opera 16.50 Lo sperone nudo. Film Western. (1953) Regia di Anthony Mann. Con James Stewart 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.30 Walker Texas ranger. Serie TV 21.10 Ocean's Eleven - Fate il vostro gioco. Film Azione. (2001) Regia di S. Soderbergh. Con George Clooney, Brad Pitt, Julia Roberts. 23.35 I Bellissimi di Rete 4. Show. 23.40 I nuovi eroi. Film Avventura. (1992) Regia di R. Emmerich. Con Jean-Claude Van Damme, Dolph Lundgren 01.45 Tg4 - Night news. Informazione 02.05 Vivere Meglio - Anteprima. Show. 06.50 Cartoni animati 08.40 Settimo cielo. Serie TV 10.35 Ugly Betty. Serie TV 12.25 Studio aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 Dragon ball. Cartoni Animati 15.00 Camera Cafè ristretto. Sit Com 15.10 Camera Cafè. Sit Com 15.55 Camera Cafè Wild. Sit Com 16.00 Chuck. Serie TV 16.50 La vita secondo Jim. Sit Com 17.15 La vita secondo Jim. Sit Com 17.45 Trasformat. Show. 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.25 C.S.I. Miami. Serie TV 20.20 C.S.I. Miami. Serie TV 21.10 Colorado presenta: Sto Classico!. Show. Conduce Paolo Runi. 23.30 Californication. Serie TV Con David Duchovny, Natascha McElhone, Madeleine Martin 23.50 Californication. Serie TV 00.35 L'Italia che funziona. Rubrica 00.50 Nip/tuck. Serie TV 01.45 Saving Grace. Serie TV 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. 11.10 L'aria che tira. Talk Show. 12.30 I menù di Benedetta Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Movie Flash. Rubrica 14.10 Trapezio. Film Drammatico. (1956) Regia di Carl Reed. Con Gina Lollobrigida, Burt Lancaster 16.00 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 17.55 I menù di Benedetta. Rubrica 18.50 G' Day alle 7 su La7. Attualita' 19.25 G' Day. Attualita' 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Otto e mezzo. Rubrica 21.10 S.O.S. Tata. Reality Show. 00.10 Tg La7. Informazione 00.15 Tg La7 Sport. Informazione 00.20 (ah)iPiroso. Talk Show. Conduce Antonello Piroso. 01.15 Movie Flash. Rubrica 01.20 G' Day alle 7 su La7 (R). Attualita' 01.50 G' Day (R). Attualita' 02.25 Otto e mezzo (R). Rubrica 21.10 Shining. Film Horror. (1980) Regia di S. Kubrick. Con J. Nicholson D. Lloyd. 23.20 Priest. Film Horror. (2011) Regia di S. Stewart. Con P. Bettany C. Gigandet. 00.55 Boris - Il film. Film Commedia. (2010) Regia di G. Ciarrapico, M. Torre, L. Vendruscolo. Con F. Pannofino SKY CINEMA 1HD 21.00 Holes - Buchi nel deserto. Film Commedia. (2003) Regia di A. Davis. Con S. Weaver J. Voight. 23.00 Il mio cane Skip. Film Drammatico. (2000) Regia di J. Russell. Con D. Lane K. Bacon. 00.55 Il tesoro dei templari - Ritorno al passato. Film Avventura. (2007) Regia di G. Campeotto. Con J. Grundtvig Wester C. Heldbo Wienberg. 21.00 Footloose. Film Commedia. (1984) Regia di H. Ross. Con K. Bacon L. Singer. 22.55 Cartoline dall'inferno. Film Commedia. (1990) Regia di M. Nichols. Con M. Streep S. MacLaine. 00.45 Fair Game - Caccia alla spia. Film Thriller. (2010) Regia di D. Liman. Con S. Penn N. Watts. 19.15 Ninjago. Serie TV 19.40 Bakugan Potenza Mechtanium. Cartoni Animati 20.05 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 20.30 Lo straordinario mondo di Gumball. Cartoni Animati 20.55 Adventure Time. Cartoni Animati 21.20 Takeshi's Castle. Show. 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Marchio di fabbrica. Documentario 19.30 Marchio di fabbrica. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Chi ore di più?. Documentario 21.30 Chi ore di più?. Documentario 22.00 Aare fatto!. Documentario 18.35 Platinissima presenta Good Evening. Show. 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Via Massena. Sit Com 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 Iconoclasts. Reportage 22.30 Deejay chiama Italia - Edizione Serale. Rubrica DEEJAY TV 19.20 America's Best Dancer Crew. Talent Show 19.30 I soliti Idioti. Serie TV 20.20 Il Testimone. Reportage 21.10 Diario di una Nerd Superstar. Serie TV 21.35 Diario di una Nerd Superstar. Serie TV 22.00 Death Valley. Serie TV MTV RAI 1 21.10: Paolo Borsellino - I 57 giorni Fiction con L. Zingaretti. Gli ultimi giorni del magistrato di Palermo. 21. 05: Criminal Minds Serie TV con J. Mantegna. “Dentro il bosco”: un serial killer prende di mira i bambini. 21.05: Ballarò Attualità con G. Floris. Appuntamento settimanale di informazione sull'attualità. 21.10: Dr House - Medical division Serie TV con H. Laurie. Foreman partecipa alle riunioni del team irritando House. 21.10: Ocean's Eleven - Fate il vostro gioco Film con B. Pitt. Una gruppo di ladri per un casinò. 21.10: Colorado presenta: Sto classico! Show con P. Runi. I grandi classici in versione Colorado. 21.10: S.O.S. Tata Reality show. Le tate di La7 sono pronte a correre in aiuto delle famiglie con figli ribelli. RAI 2 RAI 3 CANALE 5 RETE 4 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO Ballottaggi, indagini e terremoto L'informazione nel frullatore U: martedì 22, maggio, 2012 25
Mezz'ora dopo la chiusura dei seggi, la partita di Parma è già chiusa: 60 a 40, Federico Pizzarotti, il neosindaco grillino, 39 anni, project manager in una banca (ieri mattina è andato in ufficio), si affaccia in piazza Garibaldi, ancora semivuota, e va a bersi un bicchier d'acqua frizzante al Caffè Orientale con l'inseparabile moglie Cinzia. «Siamo estremistissimi», sorride beffardo. «In una settimana ci hanno detto che eravamo di estrema destra, e poi di estrema sinistra. Non siamo l'antipolitica, ma la politica delle persone normali». Al bancone si accalcano telecamere e fotografi, il barista, entusiasta, offre al neosindaco uno zabaione: «Prendilo che ne avrai bisogno...». Lui rifiuta: «Mi basta l'acqua». «Io ero già soddisfatto del primo turno, Grillo ha pesato, ma abbiamo vinto anche noi». La sua squadra, certo. Tutti giovani, appassionati, un po' talebani certo, e in una campagna quasi tutta giocata sul sì o no al termovalorizzatore questo ha pesato eccome. Ma dare tutta la colpa al “rudo”, la monnezza, sarebbe troppo facile. È un ingrediente di questa Stalingrado grillina, come ribadisce festante il guru genovese, che avverte: «Ora l'inceneritore non si farà più». Più cauto Pizzarotti, «cercheremo di bloccarlo», mentre Grillo si mette i panni di un generale dell'armata rossa: «Abbiamo preso Stalingrado, ora andiamo a Berlino: riprendiamoci questo disgraziato Paese». Nessuno l'aveva prevista, una vittoria così schiacciante. Ma poi, alle 16, quando Pizzarotti fa la sua cavalcata sotto il portico del Grano sotto il Municipio fino a pochi mesi fa gremito di indignados con le pentole contro l'ex sindaco Vignali, tutto appare chiaro: è crollato a spallate tutto un sistema politico, i “cattivi” e pure i “buoni”, il Pdl col vecchio Ubaldi e anche Bernazzoli, il candidato Pd, presidente della Provincia in carica, stimatissimo ma arrivato nel momento sbagliato. «Candidare un presidente della Provincia in questa fase di antipolitica è stato un azzardo», commenta amaro Nicola Dall'Olio, volto nuovo del Pd parmense, un civatiano con la passione per la rottamazione, arrivato secondo alle primarie. «Qui dei politici non ne vogliono più sentir parlare, neanche di quelli che hanno governato bene». Bernazzoli, che alle 17 di pomeriggio si affaccia sconsolato nel suo comitato, la vede così: «Nei mesi scorsi Parma ha vissuto un trauma così tremendo che l'ha spinta a un cambiamento radicale. il voto della destra che cercava una rivincita si è saldato con quello dei grillini». L'affluenza record, oltre il 60%, dice questo e il Cattaneo lo conferma: Pizzarotti ha preso tutti i voti di chi al primo turno aveva scelto altri candidati, mentre Bernazzoli si è tenuto i “suoi” voti. Poi non va dimenticata l'abilità del giovane Pizzarotti nel fare il poliziotto “buono”, mentre Grillo faceva quello “cattivo”. Se il comico sparava contro le banche, ecco il neo sindaco, sempre dal bancone del bar, che assicura: «Ora dobbiamo trattare con le banche per gestire il debito del Comune». i cronisti obiettano: «Ma come?». E lui: «Ma voi confondete le provocazioni di Grillo con le nostre proposte...Lui smuove le coscienza, fa l'aratro, poi tocca a noi seminare. Mica siamo come il Pd che Bersani dà la linea...». Una divisione dei ruoli che ha avuto fortuna, qui a Parma ma non solo. Ora gli toccherà governare: «Sento la responsabilità, ma non ho paura. Ora Parma sarà un laboratorio, anche per l'Italia. Ma non una cavia». Ora arriva la prova di maturità per i “nerd” grillini. «Siamo pronti per governare, la prima cosa sarà vedere bene i numeri del debito del Comune», dice Pizzarotti, mentre il portico del Grano scoppia in un boato, ci sono pure i grillini arrivati dal resto d'Italia con gli elmetti da minatore. «Ora tocca a noi ricostruire sulle macerie...». «Tagliarmi lo stipendio? Prima devo sapere a quanto ammonta», svicola il neosindaco, pronto a «parlare con tutti», compresi gli industriali. Conferma che sceglierà una parte degli assessori dai curricola, oltre 200, arrivati via Internet. Tra i bei nomi della squadra sventolati prima del voto, tra questi anche Loretta Napoleoni, dovrebbe entrare in giunta l'ingegner Paolo Berdini, uno dei teorici del “volumi zero”. Gli altri, tra cui Fabio Salviato di Banca Etica, dovrebbero dare una mano da fuori, consulenze, si spera a costo zero. Per il vice si parla di Marco Bosi, capolista grillino, 26 anni ancora da compiere, studente-lavoratore, che sorride: «Tra i due turni abbiamo speso solo 8mila euro, abbiamo dimostrato che si può fare...». In Comune Pizzarotti avrà un monocolore, 19 consiglieri tutti suoi, nuovi di zecca. Al suo fianco resterà anche Cinzia, che ha fatto da factotum in questi giorni: «Come cambierà la nostra vita? In meglio. Potremo finalmente aprire questo palazzo ai cittadini». Nel Pd va in scena lo psicodramma. «Nessuna autocritica», taglia corto Bernazzoli. Ma il segretario provinciale Roberto Garbi si dimette. Dall'Olio vede il lato positivo: «Speriamo che il partito nazionale capisca in tempo la lezione. Se non vogliamo sparire bisogna cambiare tutto». Sonotre su cinque lecittà in cui igrillini hannovintoalle sfidadeiballottaggi, tutti controcandidati di centrosinistra. InEmilia Romagna, oltrecheParma, il Movimento5stelle ha vintoanchea Comacchiocon MarcoFabbri, cheha prevalsocon il 69,2%su Alessandro Pierotti, rimastoal 30,8%. Èandatoal centrosinistra, invece,ma soloper un paiodipunti, il Comunedi Budrio, in provinciadiBologna, dove Giulio Pierini èsindacocon il51,4%,contro il grillinoAntonioGiacon, chesi è fermatoal 48,6%. AMira,nel veneziano, il candidato delPd Michele Carpinetti - conunacoalizione che comprendevaanche Idv,Sel eUdc -ha raccolto il47,5% edèstato battutoper unamanciatadivoti daAlvise Maniero, il secondo sindacogrillino in Veneto, dopoquello diSarego, in provinciadi Vicenza.Sfida alcardiopalma, infine, a GarbagnateMilanese,dove al primo turno ilgrillino MatteoAfker aveva ottenuto il 10,7%, contro il 43,6% del candidatodi centrosinistra PierMauro Pioli.Alballottaggio, Afker è rimontato finoal48,3%, ma hadovuto cedere il passoafronte del51,7% diPioli. Significativi idati sull'astensionismo, risultato inferiore allamedia nazionale, inquestecinquecittà. All'inizio degli anni No-vanta, la fine della Pri-ma Repubblica fu an-nunciata dalla morta-della divorata da Gian-franco Funari davanti alla telecamera, dalle classifiche di Cuore sulle ragioni per cui valeva la pena di vivere suggerite dai lettori alle pagine verdi del «settimanale di resistenza umana» (e per lo più irriferibili), dalle ruvide dichiarazioni di Umberto Bossi. La fine della Seconda Repubblica sembra avere ripreso ciascuno di questi ingredienti - il telepredicatore che si esprime in vernacolo perché parla in nome della «gente», la satira che si mescola alla politica nel voler dare voce ai cittadini senza mediazioni, un nuovo movimento che comincia a farsi partito - sintetizzandoli e confondendoli in un'unica, originale figura: Beppe Grillo, con i suoi «Vaffa» e con il suo personalissimo movimento-partito. Come la Lega, anche il Movimento 5 stelle, almeno fino a oggi, è stato un fenomeno sostanzialmente estraneo al Mezzogiorno. Qui, all'alba degli anni Novanta, la Prima Repubblica aveva cominciato a finire con Leoluca Orlando, sindaco democristiano di Palermo che dagli schermi di Samarcanda tuonava contro Giovanni Falcone, accusandolo di tenere nascoste le prove che inchiodavano i mandanti dei più importanti delitti di mafia. La Seconda Repubblica finisce con Leoluca Orlando, neo-rieletto sindaco di Palermo, questa volta per l'Italia dei Valori, che si scaglia contro la «casta» e il «sistema dei partiti» che non vogliono cambiare. Divisa nello sviluppo e nel benessere, l'Italia si conferma divisa anche nella crisi. Di certo il movimento di Grillo si è dimostrato il vascello più agile e più adatto a intercettare le correnti del cambiamento, navigando sapientemente tra i detriti del bipolarismo e i relitti del berlusconismo, trascinati a valle alla velocità del pensiero. Va detto che non mancavano i concorrenti, impegnati da mesi a spiegare le proprie vele al vento nuovo. La maggior parte, però, non si è ancora allontanata dalla riva, accumulando un ritardo che non sarà facile recuperare. La Lega, dopo avere cavalcato per due decenni la retorica della protesta anti-sistema e della grande riforma istituzionale (federale), più che gli scandali giudiziari, paga forse il ritardo con cui ha deciso di rompere l'alleanza con Silvio Berlusconi. Il parallelo con il Psi di Bettino Craxi negli anni Novanta, scalzato al Nord proprio dalla Lega, prima ancora che da Tangentopoli, appare sempre più convincente. Nella parte che allora fu dei leghisti, oggi, ci sono i grillini. Una tendenza che non sembra seriamente compromessa dalle molte contraddizioni del loro programma (come quella, per esempio, tra l'idea di prevedere «insegnamento della Costituzione ed esame obbligatorio per ogni rappresentante pubblico» e quasi tutti gli altri punti, a cominciare dalla proposta di «referendum sia abrogativi che propositivi senza quorum»). Del resto, come ha ricordato Marco Damilano nel suo recente libro dedicato proprio alla fine della Prima Repubblica («Eutanasia di un potere»), anche nelle tesi del primo congresso della Lega Nord, nel dicembre del 1989, abbondavano «idee bizzarre come quelle sull'urbanistica, il ritorno al villaggio “contro la città tentacolare”... e qualche tesi sorprendente: per esempio la critica alla nuova legge sulle tossico dipendenze, considerata troppo punitiva, con qualche apertura all'anti-proibizionismo». I programmi cambiano, si sa, come i dirigenti e gli slogan (ai tempi di quel primo congresso leghista, per esempio, ancora non si parlava di «Padania»). Ed è sempre difficile stabilire in che misura l'ingresso di nuovi attori riesca a cambiare il sistema politico, e in che misura sia invece il sistema politico, con i suoi mutevoli equilibri e rapporti di forza, a cambiare loro. Anche per questo una certa vaghezza e duttilità, nelle idee come nelle forme organizzative, è sicuramente un vantaggio, almeno nelle fasi di transizione. Probabilmente il vantaggio principale del Movimento 5 stelle, e del suo leader-proprietario, con la sua retorica anti-Equitalia e le sue sparate contro la cittadinanza ai figli degli immigrati da un lato, le sue intemerate contro le banche e la grande industria dall'altro. Il partito grillino è tanto più agile in quanto è un partito personale, proprietà privata del suo capo. Una caratteristica portata all'estremo in questi anni dal Cavaliere, con la sua Forza Italia prima e col Pdl poi, ma comune, in fondo, a quasi tutti i partiti di questi ultimi vent'anni. Vittoria oltre le previsioni nella città che fa registrare il minor astensionismo Il comico lancia nuovi proclami: «Andiamoci a prendere anche Berlino» ILCASO I5stellevinconotreballottaggisucinque LEELEZIONIAMMINISTRATIVE L'esultanza del grillino Federico Pizzarotti alla notizia della vittoria FOTO ANSA ANDREACARUGATI INVIATO A PARMA Parma a Pizzarotti Un «grillino» alla prova del governo . . . I grillini si sono dimostrati il vascello più agile e più adatto a intercettare le correnti del cambiamento Lacrisidel '92-93fu annunciatadallacomparsa di telepredicatori,nuove mescolanzedisatirae politica,enuovipartiti Tre ingredienti tutti presentinelM5S L'ANALISI FRANCESCOCUNDARI ROMA . . . Nel centrosinistra è aperta la discussione. Il segretario Pd si dimette «Qui va cambiato tutto» L'ultimo non-partito della Seconda Repubblica 2 martedì 22, maggio, 2012
59, 71% al candidato del centrosinistra preoccupato dal forte astensionismo «In giunta molte donne» È Marco Doria, il candidato del centrosinistra, il nuovo sindaco di Genova con il 59,71 delle preferenze contro il 40, 29 delle sfidante Enrico Musso, sostenuto dal Terzo Polo. Ma l'altro dato che balza agli occhi è il crollo dell'affluenza nei 653 seggi: il 39,4% degli aventi diritto rispetto al 55,8 del primo turno e al 61 di cinque anni fa. Il professor Doria, figlio del «marchese rosso» Giorgio, (vicesindaco del Pci nella giunta Cerofolini del 1975), nonché discendente di Andrea Doria principe e ammiraglio, è arrivato sulla poltrona di primo cittadino dopo aver vinto le primarie di coalizione e aver sconfitto le due candidate del Pd, il sindaco uscente Marta Vincenzi e la deputata Roberta Pinotti. La sua candidatura, promossa da sette intellettuali, è stata sostenuta anche da Don Gallo, il prete «di strada» che a Genova è una vera e propria istituzione. Ieri Doria ha aspettato di conoscere i risultati definitivi, come era già accaduto al primo turno, per commentare il voto, dopo una mattinata trascorsa come al solito con i suoi studenti alla Facoltà di Economia dell'Università di Genova: «Mi aspettavo il risultato, ora sento la responsabilità. Il risultato è estremamente positivo. L'astensionismo di Genova è preoccupante e non è un dato positivo per la democrazia». Poi, a chi gli chiedeva dove avrebbe festeggiato, ha risposto che no, «non è il caso di parlare di feste perché c'è stato un terremoto, ci sono episodi di violenza, ci sono crisi e disagio sociale forte. Questa sera parlerò con i miei collaboratori e progetteremo il lavoro, ma non parlerei di festeggiamenti». Eppure la festa c'è stata, quella spontanea organizzata dai suoi sostenitori arrivati sotto la sede del suo comitato, in salita Santa Caterina, poco distante dal municipio e dalla residenza del professore-sindaco. È passato anche il candidato sconfitto, Musso, a cavallo della sua bicicletta, «è il percorso che faccio sempre», ha spiegato prima di porgere la mano al nuovo sindaco. Doria, dal canto suo, ha fatto sapere che presto, molto presto, annuncerà i nomi della sua squadra, gli assessori, molti dei quali individuati già subito dopo il primo turno che saranno «tutti di Genova», come ha spiegato nelle settimane scorse. «La farò in piena autonomia, senza lottizzazioni dei partiti, garantendo una forte presenza femminile - ha aggiunto ieri parlando con i giornalisti - . Il primo problema che dovrò affrontare sarà il bilancio 2012 dove non voglio comprimere i servizi sociali». Poi ha ringraziato Musso che lo ha chiamato per complimentarsi e il sindaco uscente Marta Vincenzi che gli ha augurato buon lavoro. Un ringraziamento particolare, «di cuore», però è andato ai genovesi: «Ringrazio chi mi ha votato al primo turno e chi è tornato largamente a farlo al ballottaggio». E soddisfatto si dice anche Musso: «Quello che abbiamo ottenuto è un gran risultato. È stata una partita combattuta, in cui la mia lista civica, che ha raccolto 40.000 voti al primo turno e quasi il doppio al ballottaggio, ha ottenuto un risultato certamente perdente ma di misura. Questo ci rende soddisfatti». Ed esulta Sel, soprattutto per Genova, Rieti e Belluno ma non si nasconde il risultato dei grillini che nel capoluogo ligure si sono assestate al 12%, per questo il responsabile Enti locali, Paolo Cento, invita il centrosinistra ad accelerare «un processo di alternativa dal basso», perché «da solo il centrosinistra non basta più». Da qui la necessità di «dialogare e di interloquire con i grillini sul merito delle questioni e dei problemi». Marco Doria festeggiato dopo l'elezione a sindaco di Genova Ha sconfitto il centrista Musso FOTO DI LUCA ZENNARO/ANSA contenitori, perché il vero tema sono i contenuti. C'è l'assemblea di luglio e lì dovremo presentare il nostro progetto, un messaggio forte per il Paese in grado di restituire fiducia e speranza al Paese e dopo queste elezioni la responsabilità che abbiamo è ancora più grande». Renzi rilancia le primarie a ottobre. Alla lucedeirisultatidelleprimariesuqueste amministrative,chevalutazione fa? «Consiglierei di fermarci a commentare i risultati di queste amministrative: Bersani si conferma come l'unico candidato premier. Questo risultato elettorale, che è molto significativo, consolida la sua candidatura perché il prossimo governo ruoterà attorno all'unica grande forza politica che oggi esiste in Italia, il Pd. Non c'è nessuna altro partito che cresce in maniera considerevole, il Pdl non c'è più, la Lega ha perso lì dove aveva consolidato negli anni il suo consenso elettorale. Siamo noi il perno attorno al quale si dovrà costruire l'alternativa e il nostro segretario è il candidato migliore». Renzi non mollerà sul punto. Non crede cheprimaopoi il temavadaaffrontato? «Il Pd è un partito nel quale la discussione interna non è mai mancata. Ci sono le sedi e i momenti in cui farlo, lo faremo se questo è quello che verrà chiesto. Ma questo non mi sembra il momento di discutere della premiership». Sono quasi le cinque del pomeriggio quando, preceduto dagli applausi, al Grand Hotel della Borsa arriva «Luca», ovvero Leoluca Orlando, il Professore, come lo chiamano ancora i supporter, ma è già qualche ora che lo snocciolamento dei dati seggio per seggio è costante, la somma dà 72,4 per Orlando, 27,3 per Fabrizio Ferrandelli. La lotta fratricida del centrosinistra palermitano si è conclusa con la vittoria netta dell'uomo che Palermo già conosce e che sale a palazzo delle Aquile per la quarta volta ma che, fra gli slogan felici della sua campagna ha adottato una frase di Pablo Picasso: «Per essere veramente giovani vi vuole molto tempo». E da giovane consumato mescola politica e antipolitica, competenza e anima. Il risultato «è uno schiaffo in faccia a un inadeguato sistema dei partiti». Fa l'esempio di Parma, «Panzirotti ha l'anima e deve dimostrare di saper governare» mentre Mario Monti ha il «tecnicismo senza anima». Il tecnicismo con l'anima, invece, «si chiama politica» e la politica è lui, Luca. Che, rivolgendosi a Mario Monti chiede di mettere al centro «la questione sociale». Poi concede: «In democrazia non si può fare a meno dei partiti» ma se la prende con Bersani, Vendola, D'Alema: «A Palermo non decidono loro». «Bersani si dia una regolata sulla innaturale alleanza alla Regione». Le elezioni dell'Assemblea regionale si terranno in autunno. E lui solleva «la questione etica». Sparare su Raffaele Lombardo è come «sparare sulla croce rossa ma nell'ambulanza ci sono il Pd che è frantumato e il partito di Vendola». Per Orlando sindaco non è ancora il momento, se verrà, di ricucire. Non nomina mai il suo avversario Ferrandelli, che invece sottolinea: «Ho avuto 60.000 voti, sono il secondo cittadino di Palermo, è un risultato che impegna a lavorare per la città con gli eletti della mia lista, dove è cresciuta una nuova generazione che ha saputo sfidare i vecchi schieramenti». Il segretario del Pd Bersani invita alla collaborazione con Orlando, il segretario regionale Giuseppe Lupo prospetta un'alleanza che parte dalla foto di Vasto per ampliare: «Anche D'Alia (Udc) ha detto che non gli spiace il voto a Orlando, gli steccati sono caduti». Antonello Cracolici avverte: «In Sicilia si vince dove ci sono alleanze larghe». Sono ragionamenti che guardano anche alla partecipazione al voto, a Palermo ha votato il 39,9 % degli aventi diritto, la percentuale più bassa della Sicilia. Ma Orlando rovescia il ragionamento: «Se si guarda al voto espresso per i candidati sindaco, escludendo liste e consiglieri, si è passati da 220.000 voti a 222.000. Quindi, sia pur di poco, c'è stata una partecipazione maggiore». A Palermo l'Idv, con il premio di maggioranza, avrà 30 consiglieri su 50 e Orlando da un lato dice «che non mi avvarrò della maggioranza per imporre scelte», dall'altro non offre segnali di apertura ai più «vicini», ai partiti di centrosinistra con cui si è appena scontrato. In sala c'è Mario Azzolini, sindaco di San Mauro Castelverde, uno degli esponenti di Sel che non hanno condiviso la scelta del partito e si sono dichiarati per Orlando. «Sono stati fatti errori, le primarie andavano annullate. E il Pd non si è presentato con il proprio simbolo». Ma quando il Pd promosse, dopo le primarie, la ricerca di una soluzione politica, l'unico candidato che si rese disponibile fu Fabrizio Ferrandelli. C'è Salvatore Messana, che è stato sindaco di Caltanissetta come Margherita e Pd e ora è vicesegretario dell'Idv, ma guarda ancora a un centrosinistra unito. Non c'è Sonia Alfano, che ha sostenuto Ferrandelli. E Massimo Donadi, venuto a rappresentare Idv, non glielo perdona: «Chi non è qui è fuori dall'Idv». Però dice che quella della foto di Vasto «da Belluno a Palermo è l'alleanza credibile e questo ci dà una grande responsabilità». Guarda alle elezioni del 2013: «Non da oggi Di Pietro sostiene che il primo partito della coalizione ha responsabilità in più e Bersani è per noi un candidato affidabile». Quando sugli schermi appare il feretro di Melissa che esce dalla chiesa, Orlando si alza chiedendo un minuto di silenzio. La festa elettorale è rinviata a un giorno ancora da definire. JOLANDABUFALINI INVIATA APALERMO pi rapidi misure che diano un segnale chiaro al disagio sociale che c'è nel Paese. «Mi auguro che il governo capisca che viene un messaggio anche per lui da queste elezioni», dice non a caso Bersani commentando il risultato dei ballottaggi. Il leader del Pd tra oggi e domani vedrà Mario Monti e i leader dei partiti progressisti europei, discutendo in entrambi i casi di come far fronte alla crisi e di come favorire la crescita. «Il Paese vive una sofferenza acuta, alcuni problemi non si possono risolvere, altri sì, e bisogna porre un grande orecchio sui temi sociali». Bersani insisterà con il presidente del Consiglio sulla necessità di rivedere il patto di stabilità interno che impedisce ai Comuni di fare investimenti, di trovare una rapida soluzione al problema degli esodati, di accelerare i pagamenti della Pubblica amministrazione nei confronti delle imprese. «Il Paese ha bisogno di segnali concreti che riguardano la vita di ogni giorno». Ma la richiesta di «cambiamento» che è arrivata dagli elettori investe anche i partiti, che hanno pochi giorni di tempo per approvare riforme di cui da troppo tempo si discute senza arrivare a meta. Per questo Bersani sollecita le altre forze parlamentari a smetterla di rallentare l'iter del dimezzamento dei rimborsi elettorali (oggi comincia la discussione in aula) e delle altre riforme (a cominciare dalla legge elettorale) che a parole tutti dicono di volere ma che nei fatti rimangono ferme al palo. Il Pd è convinto che gli elettori abbiano «compreso» il sostegno a Monti e che non tutti i partiti sono uguali. Ma se entro i prossimi mesi non arriveranno risultati concreti, è il timore che circola al Nazareno, l'ondata di antipolitica non farà troppe distinzioni. E il lavoro, per Bersani, andrà condotto sia con le altre forze parlamentari che all'interno del Pd: «Siamo in una situazione in cui la destra non risponde più alle aspettative dell'elettorato, c'è disaffezione e protesta verso la politica e tocca a noi interpretare un cambiamento credibile in vista di un appuntamento storico che è il 2013». Il gruppo dirigente del Pd, che ora si riunirà per esaminare più approfonditamente il risultato elettorale e per decidere i prossimi passi (dopo il voto di Palermo c'è chi, come Bindi e Veltroni, chiede di rompere con Lombardo in Sicilia), sa che servirà il massimo della coesione per far fronte alle sfide che attendono il partito nei prossimi mesi, sul piano del rapporto col governo come nel confronto con le altre forze politiche. L'unica voce fuori dal coro, in queste ore, è quella di Matteo Renzi, per il quale «se Atene piange Sparta non ride», «l'usato sicuro va in pensione» e ora il Pd ha di fronte a sé due strade: «O si arrocca nella propria fortezza oppure prende atto dei risultati e indice per ottobre le primarie in modo da prepararsi per le prossime elezioni politiche». Bersani, a chi gli chiede un commento sulle parole del sindaco di Firenze, risponde con una sola battuta, che delinea la strategia per i prossimi mesi: «Se gli alleati vorranno faremo le primarie». Genova Doria subito al lavoro «Squadra fatta» M.ZE. ROMA senza se e senza ma . . . I complimenti dello sfidante Musso: «Ma la mia lista civica è andata oltre ogni previsione» Palermo Orlando IV a palazzo Normanni «Qui comando io...» martedì 22, maggio, 2012 5
Certo, oggi tutti hanno inmente Parma e la bellavittoria del grillino Piz-zarotti. Giusto. Ma, for-se, se vogliamo capirecosa è successo di rilevante in tutto il Nord, nei due turni delle amministrative, se vogliamo immaginare quali bandierine potrebbe piantare Bruno Vespa in uno speciale “Porta a porta” sul voto in Lombardia, nei santuari del Pdl e della Lega, allora dobbiamo partire dal comune di Tradate, nel varesotto. Qui inizia il ribaltone. Perchè il voto non si misura solo in percentuale, ma anche in valenza politica e simbolica. Ci sono vittorie, e sconfitte, che sono più vittorie e sconfitte di altre perchè anticipano il cambiamento, sono il segno della svolta, della novità attesa e finalmente manifesta. SI RICOMINCIADA TRADATE Tradate, dunque? Sicuro. In questo ricco comune, di capannoni e imprese, ha vinto Laura Cavallotti, impiegata comunale, che ha mandato a casa il sindaco leghista e ha messo ko il boss locale della Lega, Dario Galli, presidente della provincia di Varese e consigliere di amministrazione di Finmeccanica perchè anche la Lega di lotta e di governo sa benissimo che i consigli delle grandi imprese pubbliche sono la continuazione della politica con altri mezzi. Tradate era un bastione inattaccabile della destra, oggi crolla sotto i colpi degli scandali, della paghetta del “Trota”, ma soprattutto rappresenta la mutazione politica del territorio, la rottura del blocco sociale leghista e berlusconiano che porta imprenditori, artigiani, professionisti, lavoratori a spostarsi altrove, soprattutto verso il Pd che, piaccia o no ai commentatori del Corriere della Sera vince in 17 comuni su 20 in Lombardia ed è oggi il primo partito della regione. Certo nessuno nel Pd e nel centrosinistra deve farsi illusioni di poter riprendere la regione più importante, più ricca con un colpo di bacchetta, immaginando candidati improbabili che si autopromuovono con certe interviste che vien voglia di scappare... E non si può dimenticare, proprio nel momento di un successo importante, che la rotta della destra si accompagna con una crescita enorme dell'astensionismo, un segnale palese del distacco dei cittadini dai partiti che deve interessare e preoccupare la sinistra. Ma non c'è dubbio che oggi appare una grande occasione per le forze progressiste, c'è la strada aperta per riconquistare la Lombardia e da qui anche la guida del Paese. La Lombardia ha prodotto Craxi, Bossi, Berlusconi, Tremonti, oggi il tecnico Monti, è necessario creare le condizioni affinchè possa maturare un candidato progressista alla guida del Paese. L'anno scorso la conquista di Milano con Giuliano Pisapia ha segnato un percorso che merita di essere seguito. I ballottaggi, infatti, offrono uno scenario politico nuovo e in evoluzione, accentuano le difficoltà politiche della coalizione che sostiene Roberto Formigoni e lasciano la destra in piena crisi. Al netto della vittoria chiara, al primo turno, del sindaco di Verona il leghista anomalo Tosi, il movimento di Umberto Bossi registra una frana totale, in particolare nelle proprie roccaforti. Perde nei grandi centri e perde voti, consensi nei comuni della fascia pedemontana, quella dove i sociologi della politica individuano la base, la forza, lo zoccolo duro della Lega. Il terremoto del voto in Lombardia vede la Lega perdere tutti i ballottaggi in cui era impegnata. La sola consolazione è che a Cassano Magnago, la culla di Bossi, non passano i “rossi”, ma la spunta il candidato del Pdl appoggiato malvolentieri dai leghisti. Il resto è un disastro, per Bossi e per Berlusconi che, infatti, non si fa più vedere in giro perchè ha capito che per lui e i suoi sodali tira una brutta aria. LABRIANZA SALUTASILVIO La sinistra vince nettamente a Monza con Roberto Scanagatti, territorio considerato berlusconiano anche per la vicinanza con Arcore. La bella e produttiva Brianza dei mobilieri, delle fabbrichette, volta pagina e si affida al Pd, come era già emerso al primo turno. Un caso incredibile è quello di Meda, grande centro brianzolo, dove vince per un solo voto il candidato del centrosinistra Gianni Caimi e riprende il municipio che dal 1992 era in mano alla Lega. Una vittoria storica è quella di Mario Lucini che porta le forze progressiste al governo della città, dopo oltre vent'anni. I successi del Pd e dei suoi alleati sono rilevanti in Lombardia e altrove, hanno una valenza storica perchè mettono fine a un lungo dominio della destra. Poi ci sono anche delle belle conferme. A Sesto San Giovanni il Pd mantiene il sindaco, esce Giorgio Oldrini e il suo posto viene preso da Monica Chittò, che vince con largo distacco. Gli elettori sestesi, dunque, hanno preferito confermare la loro fiducia verso chi ha ben governato la città e le inchieste giudiziarie che hanno coinvolto anche Filippo Penati non hanno prodotto conseguenze sul voto. In Lombardia le elezioni amministrative 2012 dicono che il Pd si prende pure la guida di Abbiategrasso, Buccinasco, Castiglione delle Stiviere, Cernusco sul naviglio, Cesano Maderno, Crema, Desenzano sul Garda, Garbagnate milanese (dove il candidato grillino sostenuto dal pdl è arrivato al 48% ), Legnano, Lissone, Magenta, Meda, Palazzolo sull'Oglio, Pieve Emanuele, San Donato Milanese, Senago e Tradate. È un buon inizio. Alle urne con 35mila votanti L'Aquila ha confermato il sindaco uscente, Massimo Cialente del Pd che ha sfiorato il 60 dei voti arrivando al 59,19. Premiata, dunque, la ricandidatura del primo cittadino, Dall'altro lato, non è riuscito il miracolo a Giorgio De Matteis (Mpa), vice presidente del Consiglio regionale d'Abruzzo, che si è fermato a poco più del 40 per cento dei voti (40,80), un risultato inferiore alle aspettative: nei mesi scorsi il candidato del movimento «L'Aquila Città Aperta» ha spaccato il centrodestra, riducendo ai minimi termini il Pdl, che all'Aquila ha avuto una debacle peggiore di quella nazionale. Non ha pagato la campagna elettorale tutta all'attacco contro Cialente, nella consapevolezza di dover strappare qualche consenso all'avversario, ma soprattutto di dover convincere gli elettori di centrodestra ad andare a votarlo più di quanto non lo avessero fatto al primo turno. Ora l'agenda del rieletto si fa subito fitta: domani incontro con lo stesso commissario per la ricostruzione, Gianni Chiodi, e soprattutto con il ministro per la Coesione territoriale, Fabrizio Barca, il nuovo interlocutore governativo per il post terremoto. Quindi, la formazione della nuova Giunta e, infine, l'avvio del nuovo piano regolatore, quello che, nel corso della campagna, Cialente ha promesso sarà il primo provvedimento fondante del nuovo mandato. «Il mio primo pensiero va alle vittime dell'Emilia, di Brindisi e al ragazzo aquilano ucciso in Spagna. Non possiamo dimenticare quanto fatto dalla Regione Emilia-Romagna e soprattutto i Comuni nei confronti del nostro cratere». È la prima reazione del sindaco confermato, Massimo Cialente. «Questo è un risultato nettissimo, la candidatura di De Matteis, che aveva un solo punto programmatico - ha continuato Cialente -, nasce dalla voglia del presidente della Regione e commissario per la ricostruzione, Gianni Chiodi, di mantenere la governance che ci ha paralizzato fino ad oggi. Io, invece, ero all'opposto, dopo due anni di blocco totale. Domani sera porterò al governo questa precisa richiesta degli aquilani. Basta il superamento del commissario per risolvere i problemi. Vogliamo essere messi alla prova, nel giro di sei mesi daremo il via ai lavori per la ricostruzione pesante in periferia. Vogliamo partire anche con il centro storico». LEELEZIONIAMMINISTRATIVE Una valanga travolge la destra in Lombardia Il secondoturnodelvoto amministrativoconfermae accentua lacrisidellaLega edelberlusconismo.Mail Pdnondeve illudersi, la battagliaèsoloall'inizio IL DOSSIER RINALDOGIANOLA MILANO . . . Si rompe il blocco sociale e d'interessi della destra, milioni di voti in fuga Svanisce l'asse del Nord . . . Il risultato, piaccia o no, riconosce i Democratici come primo partito del territorio L'Aquila Sì a Cialente «Scelte premiate» 6 martedì 22, maggio, 2012
Federmeccanica ai sindacati: alle trattative venite uniti ILTEMPO CHEPASSA RENDEMENOACUTORISPETTO AD ALLORA ma ancor più profondo il dolore per la morte di Massimo D'Antona. Quando nelle stanze del ministero del Lavoro arrivò la notizia che il professore universitario ucciso dalle Br era Massimo la reazione immediata fu di sbigottimento. Il primo pensiero che è scattato nella mente è stato il contrasto tra la sua mitezza e la violenza dell'agguato e dell'esecuzione. Fu subito chiaro, ben prima delle rivendicazioni, che si trattava di terrorismo, di un ritorno del terrorismo dopo molti anni. Fu come una frustata alla società italiana e al mondo della politica, del sindacato, delle istituzioni. Il terrorismo sembrava appartenere al passato ed invece in un contesto nuovo si ripresentava, sia pure con caratteri diversi dagli anni 70. Dobbiamo saperlo che nelle viscere della società italiana il morbo non è mai estirpato una volta e per sempre. Ancora oggi. Massimo era un riformista autentico e un vero amico dei lavoratori. Anche e proprio per questo fu ucciso da nemici del mondo del lavoro. Era persona di particolare autorevolezza che gli derivava dalla serietà degli studi giuslavoristi e da una riconosciuta esperienza nel dialogo e nel confronto tra le parti sociali. Fu protagonista di primo piano nell'elaborazione del “Patto di Natale” per lo sviluppo tra tutte le organizzazioni sociali. Oggi si discute molto sulla concertazione e soprattutto su alcuni suoi aspetti eccessivi. Ma è indubbio che la concertazione sia stata determinante per la coesione sociale e per la tenuta democratica del Paese. Dentro quel patto una forte attenzione era dedicata alla formazione permanente delle lavoratrici e dei lavoratori. Un tema caro da sempre soprattutto a Bruno Trentin. Ricordo il suo sorriso dolce e timido e una straordinaria fiducia nelle forze migliori della società. . . . Sul contratto: «Davanti a una crisi economica come questa, i tatticismi diventano insostenibili» ILRICORDO ANTONIOBASSOLINO La congiuntura del settore resta negativa Le aziende sopra i 500 addetti perderanno posti MASSIMOFRANCHI ROMA In questi giorni difficili, in momenti come questi in cui il Paese si trova di nuovo ad affrontare i fantasmi di un passato che sembrava ormai superato, il ricordo di Massimo D'Antona, un uomo che ha dedicato la sua vita a studiare il mondo del lavoro per migliorarne le logiche, è stato molto di più di una commemorazione. A tredici anni dall'uccisione per mano di brigatisti in una mattina di maggio, a pochi passi dalla sua abitazione in via Salaria dove una targa lo ricorda per sempre, rievocare D'Antona e il suo impegno sono stata l'occasione per invitare istituzioni e società civile, partiti e sindacati, insomma tutti i soggetti sociali, a impegnarsi a «rinsaldare la coesione sociale» come lui fece. Lo ha scritto il presidente della Repubblica nel messaggio inviato alla moglie Olga e alla famiglia rinnovando «i sentimenti di solidariertà e gratitudine». Napolitano ha ricordato «l'autorevole figura di giuslavorista impegnato nelle istituzioni e con il sindacato per dare un valido sbocco normativo ai processi di innovazione delle attività produttive e di trasformazioni nel mondo del lavoro» pagando il prezzo più alto come prima di lui Ezio Tarantelli e poco dopo Marco Biagi. E i tanti che hanno sacrificato la loro vita nel nome di un impegno senza ripensamenti, anche davanti alle minacce più aperte. Rievocare quell'impegno, ha scritto il presidente che da domani sarà in Sicilia per ricordare altri uomini dello Stato vittime di un altro tipo di criminalità, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Placido Rizzotto, è ancor più «importante oggi che il Paese si trova a dover affrontare un altro sanguinoso attacco eversivo alla convivenza civile». GIOVANIE RIFORMISMO Molte le voci per un ricordo che guarda al futuro. «Nella lotta contro il terrorismo puntiamo in primo luogo sulla formazione della coscienza dei giovani, ai quali nulla è stato detto su quanto il nostro Paese ha pagato per la violenza», ha detto Pier Luigi Bersani. «Quanto sta accadendo - ha aggiunto il leader del Pd - fa intendere che troppo spesso ci siamo lasciati alle spalle il tema del terrorismo, problema che oggi si affaccia in forma nuove e contro cui bisogna mobilitare l'intelligence ma anche le coscienze civili». «La lotta al terrorismo sta nel tornare a difendere le istituzioni del Paese e le forze democratiche, fatte anche di partiti e dalla politica», ha detto la leader della Cgil, Susanna Camusso, altrimenti «si rischia il vuoto e si dà spazio a fenomeni eversivi. Ci sono forze che giocano a costruire paure». Di «un residuo di follia in alcuni che vogliono farci ripiombare nel passato» ha parlato il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, «Viviamo un tempo cupo in cui sembra prevalere l'istinto di morte. Ma dobbiamo vincere la sfida del cambiamento, anche contro la forza occulta del terrorismo e di un grumo di potere criminale», ha affermato Walter Veltroni invitando la politica e la società civile a non farsi intimidire. La «recessione grave» e la «transizione politica molto difficile» creano una «situazione molto pericolosa. Siamo in uno di quei momenti in cui la storia del Paese sembra andare in una direzione, e qualcuno cerca di farla andare in un'altra». L'uso della paura per «fermare il riformismo e il cambiamento» Per Nicola Zingaretti, presidente della Provincia di Roma «mai come oggi le idee di Massimo ci appaiono attuali e necessarie. Quei temi cui dedicò tutta la sua passione e le sue energie, sono, infatti, i capitoli di una possibile agenda riformista intorno alla quale ridefinire una proposta di cambiamento per costruire un Paese più equo». Ha detto il ministro Fornero: «Il suo ricordo deve spingere le istituzioni, il mondo del lavoro e i cittadini tutti a ritrovarsi intorno ai valori dell'unità, della responsabilità e della coesione». ECONOMIA Olga D'Antona, davanti alla lapide in ricordo del marito Massimo FOTO ANSA Un uomo mite e un riformista che stava con i lavoratori «Al Paese serve coesione sociale» Non si vede la luce in fondo al tunnel. Ma almeno «la fase recessiva non peggiorerà». La 122esima indagine trimestrale di Federmeccanica disegna un presente di stenti e un futuro in cui la speranza ha per nome Germania, «tornata locomotiva d'Europa, cosa che fa ben sperare, ma senza ancora effetto sui numeri». In Europa comunque dall'inizio della crisi solo la Spagna fa peggio di noi: fatto 100 il livello delle aziende metalmeccaniche al primo trimestre 2008, il nostro Paese ha perso il 25,6%, la Spagna il 35,6%, la Francia il 16,5%, l'Unione europea il 10,4%, la Germania solo lo 0,6%. La congiuntura dell'industria metalmeccanica ha «la palla al piede» del calo della domanda interna (-1,3% rispetto all'ultimo trimestre 2011, -3,3% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente)) e «il cuneo fiscale più pensante del continente». «Regge» l'export (+5,3%), anche se il dato va depurato dall'incredibile dato sull'esportazione di oro grezzo guarda caso verso la Svizzera (+51,5%), sottolineando invece il calo dell'export verso la Cina (-20,2%). Cala anche l'import (-16,7%) portando in positivo la bilancia commerciale. Accanto all'analisi quantitativa sui dati Inps, c'è più quella qualitativa sugli umori dei propri iscritti con oltre 100 dipendenti. E qui si esplicita il poco ottimismo sul futuro: il portafoglio ordini è in «leggero peggioramento», così come le prospettive occupazionali (calo 1,3% nelle aziende sopra 500 dipendenti). Per quanto riguarda l'utilizzo della Cassa integrazione, nel periodo gennaio-aprile si registra un calo delle ore del 14,7% rispetto allo stesso periodo del 2011 con un aumento della Cig ordinaria (+36,1%), un calo della straodinaria (-27,4%) e di quella in deroga (-33,1%). Un monte ore che comunque equivale a 185mila lavoratori a casa a tempo pieno, pari al 10% del totale della forza lavoro. CONTRATTO: INVITO AL DIALOGO Elaborato ormai il lutto dell'addio della Fiat, Federmeccanica rilancia una politica sindacale opposta a quella di Marchionne. Scaricato l'articolo 8 di sacconiana memoria che permette di derogare dai contratti nazionali con accordi aziendali («Pochissimi nostri associati l'hanno utilizzato, non è mai stata una nostra bandiera», spiega Santarelli). Dopo l'invito alla Fiom per discutere il nuovo contratto (invito poi bloccato dalla reazione negativa di Fim e Uilm), Federmeccanica torna ad invocare, se non l'unità, almeno una civile dialettica sindacale. «La situazione di divisione sindacale non è utile per nessuno, neanche per le imprese», spiega il direttore generale Roberto Santarelli. Ancora più esplicito il vicepresidente Roberto Maglione: «Davanti ad una situazione economica come questa, i tatticismi diventano poco sostenibili. Una possibile via d'uscita è quella di affrontare il tema della rappresentanza, facendo ripartire il tavolo dall'accordo del 28 giugno firmato dalla Cgil, ma lo scoglio è certamente il fatto che la Fiom non ha sottoscritto l'ultimo contratto». La chiusura pare un invito diretto a Fim e Uilm: «Un altro accordo separato sarebbe peggio per tutti, si vince tutti e si perde tutti». Il messaggio del Capo dello Stato nell'anniversario dell'uccisione di Massimo D'Antona La ministra Fornero: serve unità e responsabilità Camusso: difendere le istituzioni MARCELLACIARNELLI ROMA 14 martedì 22, maggio, 2012
CANNES GABRIELLAGALLOZZI INVIATA ACANNES PIOVE SU CANNES, GLI OMBRELLI MANEGGIATI DA PASSANTIE«CINÉPHILES»DIVENTANOARMIIMPROPRIE,LA COSTA AZZURRA SEMBRA UNA BRUGHIERA ed è forte in tutti, o almeno in noi, il sospetto di un gigantesco equivoco: fossimo in Scozia, al festival di Edimburgo? No, è sempre Cannes, ma è come si svolgesse in novembre come un festival di Roma qualsiasi. Potremmo essere sommersi dalla malinconia, e invece – non ci crederete! – ci salvano i film. O almeno «un» film, l'incredibile Non avete ancora visto nulla portato qui in concorso da Alain Resnais. Confessiamo di aver avuto un rapporto ondivago con questo regista, che è stato la leggenda di tutta una generazione di frequentatori di cineclub: l'impatto con Hiroshima mon amour e L'anno scorso a Marienbad può essere indelebile quando si è ragazzi intellettualoidi, poi si cresce e di fronte alla faccia di Albertazzi alle prese con le fumisterie di Robbe-Grillet ci si può arrabbiare. Ma arriva anche un momento in cui si supera il peso della cultura dei primi film e si apprezza la sublime leggerezza di gioielli come Stavisky, Smoking/NoSmokinge Paroleparoleparole, si coglie l'ironia sommersa di Mon Oncle d'Amerique, si ripensa alla densità politica di Laguerraèfinita… e alla fine ci si stupisce di fronte alla versatilità e alla curiosità di un uomo che il 3 maggio compirà 90 anni (auguri!). Per cui, quella di oggi non è una recensione, ma un divertito omaggio a un vecchietto terribile che continua, film dopo film, a stupire e che, in conferenza stampa, sorride bonario sentendo la parola «carriera». E giura di fare ancora film con lo spirito del bricoleur: raccoglie qua e là pezzi di poesia e li lavora come un falegname che, da un tronco, tira fuori una sedia sulla quale ci si accomoda con piacere. Non avete ancora visto nulla è un film sul teatro e sul mestiere d'attore. Resnais prende l'Euridice di Jean Anouilh e finge sia stata scritta da un personaggio di finzione, Antoine d'Anthac (lo interpreta un grande della Comédie Française, Denis Podalydès). Dopo questo primo salto mortale in cui un testo vero si immagina composto da un personaggio finto, il film ne fa subito un altro: la morte (presunta) di d'Anthac viene comunicata telefonicamente a una serie d'attori che hanno lavorato con lui. Ecco dunque entrare in scena, uno dopo l'altro, star del calibro di Lambert Wilson, Michel Piccoli, Sabine Azéma, Mathieu Amalric, Pierre Arditi, Anne Consigny, Anny Duperey, Hyppolite Girardot che, tutti nei panni di se stessi, si recano alla veglia funebre del misterioso d'Anthac. Qui, un simpatico maggiordomo che sembra creato da Lubitsch comunica l'ultima volontà del defunto: i grandi attori convocati dovrebbero assistere a una messinscena in stile Off-Off Broadway dell'Euridice. Parte il filmato (il nuovo allestimento, molto argutamente, è in realtà un film nel film) e parte la magia: gli attori di cui sopra «rispondono» a ciò che vedono, cominciano a ripetere le parti interpretate in passato. Il gioco diventa labirintico, ma non è finita: alla fine Antoine d'Anthac si rivela e la morte viene sconfitta… Forse, leggendo fra le righe, avete capito: Alain Resnais si sta preparando al grande momento. A quasi 90 anni, è legittimo. L'ipotesi di film-testamento è stata ironicamente respinta in conferenza stampa: «Se avessi pensato a Non aveteancora vistoniente come a un testamento non sarei stato in grado di girarlo». Ma quando un film finisce con Orfeo ed Euridice felicemente congiunti, in un panorama agreste che non assomiglia alla comune idea degli Inferi, secondo voi cosa significa? A noi sembra la risposta europea alla visione dell'aldilà proposta da Clint Eastwood in Hereafter, ed è bello che arrivi a Cannes il giorno dopo Amour di Haneke, altra riflessione altissima sulla morte. E non si può che ringraziare artisti che si pongono domande estreme e riescono a rispondere con ambigua leggerezza. Usiamo la parola «ambigua» in senso positivo, perché siamo molto spaventati da chi, sul tema in questione, esibisce certezze. Quelle lasciamole ai kamikaze convinti di trovare le vergini in paradiso, o ai preti che minacciano le fiamme dell'inferno. È di ieri la notizia che la regione Friuli Venezia Giulia vorrebbe negare i fondi già promessi al film Bella addormentata di Marco Bellocchio, che è una riflessione d'autore (non una ricostruzione di cronaca) sul caso di Eluana Englaro. La cosa terribile è che anche un consigliere del Pd si è schierato con la maggioranza di destra. Sembra non c'entri nulla, ma c'entra. Parlare della morte in modo laico e libero fa una paura terribile. Artisti come Eastwood, Haneke, Resnais e Bellocchio sono lì per aiutarci a ragionare su questa paura. Altra gente, invece, ha paura proprio di quei due aggettivi: «laico» e «libero». Ma il cinema, lo diceva Lenin, è l'arma più potente. Continuiamo ad usarla nel modo giusto. Ilgoverno francese premia Moretti G. G. INVIATA ACANNES U: SGUARDISULLEREALTÀPIÙDIFFICILI.PER CANNESÈUNAVOCAZIONE.EANCORAIERI SONO PASSATE DUE PELLICOLE che, dalla Bosnia all'Argentina, aggiungono un tassello in più a quello che sembra essere il vero filo rosso di questa edizione: la religione declinata in tutte le sue forme e a tutte le latitudini. Dopo gli integralismi cattolici e islamici denunciati dal rumeno Cristian Mungiu (Dupa dealuri), dal marocchino Nabil Ayouch (Lescheveuxdedieu) e dall'Algerino Merzak Allouache (El taaib) ecco arrivare nella sezione Un certain régard due film che, diciamo così, scoprono il «lato buono» della fede. Ai preti «militanti» delle bidonville di Buenos Aires, infatti, è dedicato Elefanteblanco, il nuovo lavoro dell'argentino Pablo Trapero. Omaggio dichiarato a padre Mugica, sacerdote che fu assassinato in questo quartiere dove, tra baracche a perdita d'occhio e miseria senza speranza, è costantemente in corso la guerra tra i cartelli dei narcotrafficanti e la polizia. È qui che troviamo i due protagonisti, due sacerdoti impegnati nel tentativo di aiutare la popolazione. L'uno, Julian (col volto di Ricardo Darin) è il parroco anziano impegnato da anni anche in un'altra battaglia, quella con le istituzioni per la costruzione di un ospedale. L'altro, Nicolas è più giovane e più istintivo, non conosce mediazioni, tanto meno con i politici. Entrambi fanno parte di quella «Chiesa della liberazione», i cui rappresentanti, in America latina, hanno spesso pagato con la vita i loro sostegno alle lotte sociali della popolazione. Così, come capiterà anche nel film di Trapero al sacerdote più anziano. Ma anche l'Islam può diventare un rifugio alle sofferenze dell'esistenza, senza sfociare nelle follie dell'integralismo. A raccontarlo è Djeca, opera seconda della regista bosniaca Aida Begic che affonda nuovamente la sua storia nelle ferite mai guarite del conflitto in ex-Jugoslavia. Siamo a Sarajevo dove vivono due fratelli, orfani di guerra. Rahima, 23 anni e Nadim, 14. Soli al mondo, in una città dove è morta ogni solidarietà e la crisi contribuisce a cancellare qualunque futuro, Rahina ha trovato nella religione una strada per uscire dal «disordine esistenziale» che la circonda. È lei ad occuparsi di tutto. Soprattutto del fratello, malato di diabete e completamente demotivato. A scuola fa continue assenze e le cose peggiorano quando arriva a scontrarsi frontalmente con un compagno, figlio di un potente ministro. Rahina vorrebbe risolvere tutto pacificamente ma si troverà coinvolta suo malgrando in un ingranaggio più grande di lei. Di fronte a un mondo senza alcuna giustizia. Trapero eBegic, il latobuono della fede Parliamo dimorte «Non avete ancora visto nulla»: il film-testamentodiResnais ALBERTOCRESPI CANNES Èunapellicolasul teatroesulmestieredell'attore Il registamette insiemepezzidipoesiae li lavora,come unfalegnamechetira fuoriunasediadauntronco Ilpresidentedella giuria, il regista italianoNanniMoretti Unascenadal film «Nonavete ancora visto nulla»di AlainResnais inconcorsoal Festival diCannes NANNI MORETTI COMMANDEUR DANS L'ORDREDES ARTS ETLETTRES.NONSOLO PALME D'ORO o premi al suo cinema, ma ora anche le più prestigiose onorificenze del governo francese. A consegnarla ieri al presidente della giuria del festival di Cannes è stata la neo ministra della cultura Aurelia Filippetti, del governo Hollande. Moretti, invece, sorridente ai cronisti ha concesso giusto qualche commento sull'andamento dei lavori di giuria («stiamo lavorando bene, siamo un bel gruppo»). Trentanove anni, origini italiane (per metà umbra e per metà friulana) madame Filippetti racconta volentieri della sua grande passione per il cinema. «Quello italiano lo conosco tutto e benissimo – ha raccontato nella nostra lingua -. Sin da ragazzina seguivo il festival di Villerupt, in Lorena, dove sono nata». Tra i suoi registi italiani preferiti cita Mimmo Calopresti e Nanni Moretti, ovviamente. La consegna dell'onorificenza, spiega «è di fatto il mio primo atto ufficiale, anche se deciso dal precedente governo, e mi fa particolarmente piacere che lo debba assegnare ad un italiano». Aurelie Filippetti è deputata socialista della Mosella e scrittrice. Il suo romanzo Lesderniersjoursdelaclasseouvriere racconta il suo ambiente d'origine, quello degli immigrati italiani impiegati nelle miniere francesi. Della politica culturale d'oltralpe, soprattutto nel cinema, dice che «è un modello. Siamo gli unici in Europa a resistere agli americani e ad avere chiaro che investire fondi pubblici nel cinema, come facciamo noi secondo un meccanismo collaudato e virtuoso, significa mettere in moto un'industria oltre che favorire la cultura». I risultati del resto sono sotto gli occhi di tutti. Mai come quest'anno, infatti, il cinema francese è riuscito a sbancare ai botteghini. «Abbiamo avuto due successi esemplari – prosegue la mministra -, The Artist con tutti quei premi e Intouchables, QuasiAmici, con tutti quegli incassi in Francia e anche in e anche in Italia. Sarebbe bello - conclude la Filippetti – che questo modello francese sia esportato anche all'estero, magari in Italia». Oggi qui a Cannes arriverà anche il nostro ministro della cultura, Ornaghi. Magari chissà , sarà un buon tema di riflessione. 24 martedì 22, maggio, 2012
Emilia senza pace, altre cento scosse GENTILE AP.8 Quella strana lettera inviataaGramsci FERRONIP.23 L'ANALISI MICHELEPROSPERO Ilperdono? Èl'ultima rivoluzione BOELLA P.21 ILCOMMENTO MARIAPIA GUERMANDI Quei capannoni troppo fragili I Vigili del Fuoco, i carabinieri, i volontari della Croce Rossa ma anche i cittadini, gli abitanti dei paesi colpiti che si aiutano tra loro formando una catena di solidarietà senza sosta. Sono 4914 le persone ospitate nelle tende e nelle strutture della Protezione Civile, dice il presidente della Regione Vasco Errani. Intanto la terra trema ancora: ieri sono state registrate cento scosse nel giro di 24 ore. E il giorno dopo si cominciano a contare i danni: duemila imprese ferme e quindicimila persone senza più lavoro. AP.8-9 La notte in tenda tra paura e pioggia ILRETROSCENA CLAUDIAFUSANI L'ANALISI GIOVANNIPELLEGRINO ILDOSSIER RINALDOGIANOLA Grillo vince Parma, il Pd il resto SergioStaino: io,Bobo eilcomputer GUERMANDIP.22 U: SONOBASTATISOLOPOCHIMESIPER-CHÉLAGEOGRAFIAPOLITICAdell'Italia cambiasse completamente. Il risultato dei ballottaggi non fa che confermare il processo di scomposizione del vecchio assetto, cominciato con la fine del governo Berlusconi e con la crisi lacerante della Lega. SEGUEAP. 19 Dopo la Seconda Repubblica L'EDITORIALE PIETROSPATARO Soprattutto quando un partito vince deve riflettere sulle incognite del cammino che resta da compiere. SEGUEA P.3 Nuova sfida per Bersani Un grillino alla prova di governo L'importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza. GiovanniFalcone Staino Non esiste Finale senza la torre dei Modenesi. E neppure San Felice senza la Rocca. AP 9 Un patrimonio trascurato TANCREDI AP.8 «Ciao angelo» L'addio straziante di Mesagne CARUGATI AP.2 A Palermo torna Orlando: «Comando io» Brindisi, ancora non c'è il killer di Melissa BUFALINI AP.5 Interrogati per ore due fratelli. Tensioni sotto la Questura dopo la falsa notizia di un arresto. Due ragazze: l'uomo del video era stato davanti alla scuola Letta: «Siamo l'alternativa alla crisi politica» Se le indagini fossero il disegno di un puzzle, possiamo dire che i pezzi ci sono tutti ma che il lavoro da fare per trovare gli incastri giusti è ancora molto lungo. Complesso. E la figura narrata ancora molto sbiadita. Almeno tanto quanto quella dell'uomo con il telecomando A P.11 Tra le ombre della verità Pizzarotti sindaco con il 60%. Disfatta del Pdl, la Lega perde tutti e sette i ballottaggi Il Pd e il centrosinistra conquistano 14 capoluoghi su 19. Doria a Genova, Orlando a Palermo Bersani: una vittoria senza se e senza ma P. 2-7 ZEGARELLI AP.4 CIMMARUSTI A P.11 Le stragi sono lo strumento più raffinato di terrore, quando colpiscono un obiettivo indiscriminato: la clientela di una banca, un'assemblea democratica riunita in una piazza, il microcosmo che si costituisce in un vagone ferroviario o nella carlinga di un aereo, la folla festosa, che in una stazione attende di partire per le ferie. SEGUE AP.10 L'orrore e gli errori Al Nord è la debacle della destra. Che ha un simbolo: Tradate, dove il candidato leghista è sbaragliato. AP.6 Benvenuti al Nord 1,20 Anno 89 n. 140Martedì 22 Maggio 2012
Sguardi attoniti, in un silen-zio irreale all'esterno dellamaestosa Chiesa Madre diMesagne. Un silenzio chesi rompe quando la piccolae bianca bara di Melissa entra nella gremita piazza IV novembre, accolta da applausi e urla. Massimo Bassi è lì, cammina davanti al corteo funebre stringendo tra le braccia una gigantografia della figlia uccisa sabato da una bomba mentre andava a scuola. Un dramma senza eguali nel panorama nazionale, al quale si cerca una risposta che non arriverà mai. «Di fronte a tanta malvagità non ci sono né domande né risposte», racconta il fratello di papà Massimo. Mamma Rita è assente, ricoverata all'ospedale Perrino di Brindisi. «Il dolore l'ha distrutta – racconta un'anziana – Una famiglia a pezzi, non c'è altro da dire». Gli uomini delle istituzioni sono giunti da ogni parte, per stringersi attorno al dolore della famiglia Bassi: il presidente del Consiglio Mario Monti, con i ministri Francesco Profumo, Annamaria Cancellieri e Paola Severino. Con loro il presidente della Camera Gianfranco Fini, il presidente della Giunta regionale Nichi Vendola e del Copasir, Massimo D'Alema. Ma sono le persone, i cittadini, a manifestare calore e comprensione: «Le migliaia di persone accorse ci dicono da che parte stare», dice don Luigi Ciotti in lacrime. All'esterno della chiesa ci sono le compagne di scuola di Melissa, le ragazze che con lei ogni giorno prendevano quel bus, che da Mesagne le accompagnava a scuola a Brindisi. Ragazzine di 15 anni in lacrime, con il trucco nero che cola sul viso. Giovani senza esperienza di vita, ma che hanno già visto la morte, il dolore, la violenza del massacro. «Adesso ti lascio fra gli angeli», ha scritto il fidanzatino di Melissa su un lenzuolo teso fuori dalla chiesa. Una 15enne compagna di scuola della ragazzina non vuole parlare con la stampa, ma le sue espressioni ci dicono molto di più, così come i lividi che l'esplosione di sabato mattina le ha lasciato sulle braccia. C'era anche lei al momento dello scoppio della bomba, in quell'angolo tra via Palmiro Togliatti e via Aldo Moro, dove da due mesi i ragazzi della Morvillo-Falcone si davano appuntamento, dopo che un fruttivendolo ambulante si era trasferito. I ragazzi sono tutti insieme, indossano magliette con slogan dedicati a Melissa e si sussurrano parole di conforto di fianco al muro con decine di messaggi lasciati dai cittadini. A centinaia le corone di fiori, giunte da amici, conoscenti, istituzioni ed anche dalla casa Circondariale di Brindisi, segno che anche una parte della criminalità ha un cuore. «Voi fratelli giovani – dice monsignor Talucci – mirate a quegli ideali che danno senso al presente e al futuro, guardate alla vostra speranza fidandovi di educatori che nella verità vogliono il vostro bene, senza strumentalizzazioni di comodo». E «voi», continua Talucci, «fratelli impegnati nella politica: mirate al bene comune, quello pieno che vi fa impegnare alla promozione dello sviluppo e della solidarietà, della sicurezza e della tutela della vita, molto prima della riparazione dei danni». Il presidente del Consiglio Monti è fermo, impassibile, durante l'omelia. Socchiude gli occhi e alle volte osserva il volto di papà Massimo. Le alte istituzioni sono presenti, ma difficilmente potranno capire la vita della famiglia Bassi e di Melissa, che con le amiche s'incontrava in via Torre Santa Susanna a Mesagne, prima di fare lo “struscio” di paese. «In questo momento avremmo tanti motivi per lasciarci andare – dice al microfono un'amica di Melissa nel corso della funzione – Ma noi siamo ancora qui, come ieri e anche domani per portare avanti con le nostre gambe i nostri obiettivi, contro le violenze». «Non ti conoscevo – dice una bimba – ma il solo pensiero di quello che è accaduto adesso mi avvicina a te. Spero che le mie parole siano così profonde da arrivare al cielo dove tu possa ascoltarle. Adesso vorrei abbracciarti forte, ma in questo giorno così colmo di dolore sei tu che abbracci me. Perché per adesso tu sei il vento che presto giungerà al cielo insieme a mille parole che accompagnano il tuo cammino. Mesagne piange e non dimentica il tuo sincero e dolce sorriso». Tanti appalusi a queste parole, che trovano l'apice quando il presidente del Consiglio comunale di Mesagne, Fernando Orsini, legge il messaggio dalla famiglia Bassi. Ringraziamenti, dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al sindaco di Mesagne Franco Scoditti e di Brindisi Domenico Consales. La bara esce dalla Chiesa Madre alle 18:30, accompagnato da un lungo applauso delle migliaia di cittadini presenti, lì per dare un ultimo saluto alla piccola martire della violenza umana. L'istant-book delle ragazze della Morvillo Falcone Un minuto di silenzio in tutti gli istituti del Paese La piazza dinanzi la chiesa Madre di Mesagne, ieri, al funerale di Melissa Bassi FOTO DI DARIO CARICATO/ANSA Se ne stanno abbracciate strette a singhiozzare davanti alla loro scuola: «Istituto professionale Francesca Laura Morvillo Falcone». Cancelli aperti, nonostante il lutto. E loro lì davanti a piangere Melissa. Tornare a scuola, dopo aver visto esplodere la morte nel luogo che più le faceva sentire al sicuro, e poi in una mattina che paralizzerebbe chiunque mettere tutti i ricordi e la rabbia in un libro da consegnare a tutti i coetanei d'Italia, è il loro atto di rivolta civile. In quel libro che il ministero dell'Istruzione mette subito in rete c'è tutto. La paura, la rabbia per quel «vigliacco» e il coraggio. Quello che le ha riportate davanti ai cancelli di scuola. Centinaia di studenti arrivati da tutta la città, si affollano alle loro spalle. Fermi, in silenzio. Con le ragazze della Falcone, c'è l'Italia intera con i suoi sedici anni. L'Italia dei ragazzi che si sono ritrovati in classe, con quella stessa stretta nel cuore, che si sono raccolti in silenzio, che hanno cercato parole, improvvisato cortei, steso striscioni. A Genova come a Napoli, a Roma, Torino, Palermo, Bologna, Padova. «È difficile ma ci stiamo provando a controllare quel senso di paura e di angoscia, ad affrontarlo a testa alta», dice Martina Carpani, che è brava a parlare, è la portavoce dell'Unione degli studenti di Brindisi, ma fa fatica a trovare le parole. «Ce la stiamo mettendo tutta perché le nostre scuole siano davvero in questo momento quel presidio di legalità e democrazia che la scuola deve essere», spiega, meglio di cento politici. «È il nostro modo di reagire - dice -, prenderci la responsabilità di rendere questo mondo migliore dello schifo che si è portato via Melissa». E con lei, l'innocenza di una intera generazione. Ad Andrea, che frequenta l'ultimo anno al liceo Virgilio di Roma, viene in mente Valerio Verbano. Fino a sabato, gli unici ragazzi italiani della sua età che sapeva morti ammazzati venivano dagli anni di piombo. Ora c'è Melissa, morta ammazzata mentre entrava a scuola, un sabato di maggio. Ci sono le sue amiche, che lottano per riprendersi la vita in un letto d'ospedale. Quella tentata strage - ragiona Andrea - forse è il primo fatto storico che tocca così da vicino la sua generazione. Per quello forse, ieri, nel cortile della sua scuola, durante l'assemblea improvvisata con due casse e un microfono, «anche quelli che in assemblea non parlano mai hanno preso la parola». «Potevo essere io, poteva toccare a me», hanno pensato milioni di studenti, ieri, mentre entravano a scuola. Qualcuno accompagnato dai genitori, altri tenendosi per mano. Con la paura nel cuore. Quell'idea che la scuola è il più grande presidio della democrazia, ieri, milioni di ragazzi, l'hanno sentita sulla pelle. «Eravamo tutti scossi», racconta Giacomo Zolezzi (dell'Uds anche lui) che frequenta il terzo anno nel linguistico Grazia Deledda di Genova, una scuola soprattutto femminile, come quella di Melissa, in una città scossa dal ritorno del terrorismo. «Non si può morire entrando a scuola», dice, ripetendo l'appello degli studenti di Brindisi che ieri è stato letto nella sua scuola, come in centinaia di altre in tutta Italia. In poche ore, è diventato lo slogan di una generazione che - rivendicano i ragazzi della Rete della conoscenza - «non si farà zittire». La guerra che qualcuno ha tentto di fare alla scuola «non è riuscita», replica da Assisi il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo, mentre, circondato da duemila studenti, prende la «fiaccola della pace» per portarla dalla città di San Francesco a Mesagne, al funerale di Melissa. «I ragazzi stanno reagendo, in tutta Italia», dice da Napoli il sottosegretario “di strada” Marco Rossi Doria. E però resta il fatto che «è stata messa una bomba davanti a una scuola» e la paura è ancora tanta. Per questo nei prossimi giorni la mobilitazione continuerà. Fiaccolate e cortei in tante città sono in programma per mercoledì. Vent'anni dalla strage di Capaci, quattro giorni da quella tentata a Brindisi. La nave della Legalità approderà a Palermo, l'Anpi a Roma ha organizzato un girotondo «per abbracciare simbolicamente tutti gli studenti d'Italia». E poi forse nei prossimi giorni ci sarà una grande manifestazione studentesca a Brindisi, da tutta Italia. Perché - come dice Martina - quel sentirsi «uniti» è l'unica vera difesa. ILRACCONTO I funeralidellasedicenne uccisadallabomba. In chiesaanche ilpresidente delConsiglioMarioMonti «Giovani,mirateagli ideali chedannosensoal futuro» In migliaia per l'ultimo saluto «Melissa, ora sei fra gli angeli» IVANCIMMARUSTI MESAGNE(BRINDISI) . . . «È il nostro modo di reagire alla paura e all'angoscia A testa alta» Amici e compagni espongono foto e uno striscione dedicato a Melissa FOTO ANSA Le scuole d'Italia sono tutte a Brindisi «Non restiamo zitti» MARIAGRAZIAGERINA mgerina@unita.it martedì 22, maggio, 2012 11
ILCASO L'ANALISI GIOVANNIPELLEGRINO SEGUEDALLAPRIMA Che è stata restituita dalla memoria delle due telecamere del chiosco “Il panino dei desideri”. Che ieri polizia scientifica e Ris dei carabinieri sono andati a cercare anche tra i volti delle migliaia che hanno affollato la chiesa e la piazza di Mesagne durante i funerali di Melissa. Microtelecamere hanno filmato decine e decine di volti di uomini di mezza età somiglianti all'immagine diffusa ieri da tv e giornali. L'attentatore potrebbe anche essere andato ai funerali. Ipotesi da non scartare. Compatibile con il profilo psicologico di uno che arma un ordigno come quello esploso davanti alla scuola “Morvillo Falcone” e si ferma quel tanto che basta per vederne gli effetti. In tre giorni i duecento investigatori specializzati di Ros dei carabinieri e Sco della polizia spediti a Brindisi da Roma hanno sentito a verbale 162 persone, numero fissato alle cinque di ieri pomeriggio e destinato a crescere ora dopo ora. Qualcuna di queste è stata, almeno per qualche ora, più sospettata di altre. Ma nessuna di queste risulta al momento indagata nonostante gli allarmi e le voci che si rincorrono da giorni. «Non abbiamo il fiato sul collo di nessuno» taglia corto un inquirente alla fine di un'altra giornata frenetica, piena di notizie farlocche. Che ha raffreddato gli entusiasmi e riporta le pedine di questa indagine alla casella di partenza. Anche nella forma visto che il fascicolo, sempre contro ignoti cioè senza nomi di indagati, torna sulla scrivania del procuratore antimadia di Lecce Cataldo Motta, lascia l'ufficio del procuratore di Brindisi Marco Dinapoli che però applica il sostituto antimafia Milto De Nozza. «Allo stato non è possibile escludere alcuna ipotesi» dice il ministro della Giustizia Paola Severino che racconta, dopo il vertice in prefettura, «di una magistratura unita che lavora di comune accordo». «Faremo il focus sulla criminalità nella tre province pugliesi più a rischio crimine organizzato, Brindisi, Lecce e Taranto» assicura il ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri. Tutto. E nulla. Schema classico quando le indagini non stringono sul risultato sperato. UN'IMMAGINESBIADITA L'elemento più forte al momento nelle mani degli investigatori è e resta l'immagine dell'attentatore ripresa dalle telecamere del Chiosco che dista venti metri dalla scuola. «Siamo stati fortunati a trovare quell'immagine» spiega un investigatore, «ma anche sfortunati perché quelle immagini, tre quelle utili, non sono di buona qualità. Dicono ma non a sufficienza per vedere in faccia chi ha premuto il telecomando che ha fatto esplodere le tre bombole del gas». La tecnologia è al lavoro. Ma anche lavorando di pixel e cercando di riempire i vuoti, «possiamo arrivare al 55 per cento dell'immagine». Adesso è al 50 per cento. Non c'è un volto. C'è una persona. Un uomo di circa 55 anni, alto più o meno un metro e 65, caratteri europei, giacca blu, camicia chiara, pantaloni chiari, scarpe sportive con suola chiara. Tiene la mano destra in tasca e usa solo la sinistra. Ha una menomazione? «Possibile, ma non ne siamo sicuri». Da ieri mattina quell'immagine è sulle locandine di tutti i giornali locali e sulle porte dei bar, la gente cammina lungo Corso Roma, si ferma, osserva, punta il dito e comincia a ricordare. «Ci arrivano decine di segnalazioni, chiamano il poliziotto o il carabiniere amico, stiamo valutando tutto». In questo «tutto» c'è anche l'ipotesi sempre più forte che l'attentatore non abbia agito da solo. E ci sono due casi più clamorosi degli altri. Il primo riguarda un sottufficiale dell'Aeronautica, espulso anni fa per un'indagine sull'immigrazione clandestina, esperto di circuiti elettrici ed esplosivi, parente di persone che hanno un commercio di bombole del gas. «Non solo – racconta un investigatore - quando siamo arrivati in casa sua aveva sul tavolo un ritaglio di giornale del 2004 relativo alla scuola “Morvillo Falcone”». L'uomo ha un alibi di ferro. Già verificato e riscontrato. Il secondo caso ha tenuto in scacco matto l'informazione per tutta la giornata di ieri. Riguarda due fratelli, uno dei quali leggermente claudicante dalla parte destra del corpo e residente a 200 metri dalla scuola, entrambi somiglianti con l'uomo del telecomando. Li hanno portati in questura dove un gruppo di giovani ha anche assalito un'auto civetta pensando ci fopsse dentro l'attentatore. Lungo interrogatorio. Rilasciati con tante scuse in serata. Quando si diffonde un altro allarme. Dalla questura la solita risposta: «Accertamenti di routine». Tra le persone sentite, due studentesse della scuola hanno riconosciuto nelle immagini «un uomo che in settimana ha sostato a lungo nei giardini davanti alla scuola». Ci sono immagini. Ci sono impronte e Dna ricavate dai mozziconi di sigaretta lasciati intorno al chiosco. Elementi utili per fare un confronto quando ci sarà un sospettato. Certo, riflette un inquirente, «più il tempo passa e più si concretizza l'ipotesi che possa non essere di Brindisi». Gli investigatori sono al lavoro. Con un ausilio inedito. Il boss della Sacra Corona Raffaele Brandi lunedì ha avvicinato il caposcorta di un pm e gli ha promesso: «Se li troviamo ce li mangiamo». Mostrare quelle immagini è stata un'imprudenza Unsolo fascicolo. Sulla scrivaniadel procuratoreantimafiadi Lecce CataldoMotta. Ipotesi di reato: strage con l'aggravante del terrorismo. Lavoracon la procuradi Lecce, sede diDda, anchequelladiBrindisi che ha applicato il sostituto antimafiaMilton DeNozza cheera d'urgenza sabato mattinaal momentodell'esplosione. L'arrivoaBrindisi di mezzogoverno e deiverticidelle forze dell'ordine produce l'effettodi sedare quellache domenicaavevaassunto la forma minacciosa,e affatto rassicurante, di una lite traprocure. Ea questo risultatoera finalizzato il vertice in Prefettura tra i ministri AnnaMaria Cancellieri (Interno),Paola Severino (Giustizia), il procuratoreantimafia PieroGrasso, ilprocuratore diBrindisi Dinapolie di LecceCataldo Motta, tutti scortatidai verticidelle forze dell'ordine, il capo dellapolizia AntonioManganelli, il generale comandantedeicarabinieri Leonardo Gallitelli, il generale Nino diPaolo comandantedellaFinanza. Ildissidiosi era creatodomenica mattinaquando ilprocuratoredi BrindisiMarco Dinapoli avevadetto in conferenzastampa che l'ufficio titolaredell'indagine era il suo, cioè Brindisi,e che l'ipotesidi reatoera la stragesemplice.Da ieri è stata previstaanche l'aggravante delle condottadel terrorismo cheradica automaticamente il fascicolo aLecce, sullascrivaniadel procuratoreCataldo Motta, sededella Ddacheassorbe tutti i reati chehanno ache farecon mafiae terrorismo. C.FUS. SEGUEDALLAPRIMA Ciascun membro della comunità si sente esposto al rischio di essere vittima di un prossimo attentato. Nell'esperienza italiana degli anni di piombo a ciò si aggiungeva la mancanza di rivendicazioni: le stragi restavano misteriose, perché tali si voleva che fossero, lasciandone inconoscibili i fini. L'evento brindisino ha avuto questi caratteri per la natura del suo obiettivo: un gruppo di studentesse, che scendeva da una autobus recandosi a scuola. Ciò ha determinato una ovvia reazione di dolore, sdegno ed angoscia, cui si aggiunge nell'immediatezza dell'evento la difficoltà di inquadrarlo in una sia pur generica matrice. L'essere la scuola intitolata ad uno dei magistrati uccisi a Capaci e il suo situarsi in un contesto cittadino interessato nello stesso giorno da una manifestazione in favore della legalità spingono a prospettare una origine mafiosa dell'attentato, ipotesi, con cui stridono però la natura dell'ordigno e la difficoltà di individuare una credibile strategia della cosca, in cui l'attentato possa logicamente inserirsi. È pur vero che nei primi anni novanta la mafia dei corleonesi si spinse a compiere stragi con obiettivi indiscriminati in una logica di innalzamento dello scontro militare con lo Stato. Ma i bersagli furono non a caso individuati in Roma, Milano e Firenze e cioè in luoghi lontani da quelli tradizionali dell'insediamento mafioso. Una cosca non può infatti avere credibile interesse ad attirare sul proprio territorio la pressione degli organi di polizia, per la banale ragione che ciò nuoce allo svolgimento dei suoi affari. D'altro lato il luogo in cui è stato collocato l'ordigno, spinge ad escludere anche che si sia in presenza del non voluto effetto collaterale di un attentato di tipo estorsivo. Difficile appare anche ipotizzare di essere in presenza di un atto attribuibile ad un terrorismo di matrice ideologica o politica. Si tratterebbe infatti di un atto di propaganda armata, che necessita di un target determinato come nel recente attentato genovese, che non a caso è stato credibilmente rivendicato. Attentati terroristici che colpiscono obiettivi indiscriminati, quale una scolaresca, hanno senso in fenomeni di terrorismo irredentista (Eta, Ira, Olp), che in Italia non hanno ragion d'essere. Più opportuno, almeno allo stato delle acquisizioni, risulta riflettere come nella contemporaneità scuole e scolaresche siano state spesso bersagli di azioni stragiste da parte di attentatori isolati o da gruppi estremamente esigui (ma non per questo meno pericolosi) di esaltati. I primi riscontri indagativi sembrerebbero confermare la validità della ipotesi, evidenziando come all'indubbia preparazione dimostrata nell'approntamento dell'ordigno si sia accompagnata la colossale imprudenza di un attentatore, che si espone all'occhio vigile di una pluralità di telecamere di sicurezza. È prevedibile e auspicabile che tutto ciò sia confermato da una rapida individuazione dell'autore dell'attentato e di un possibile numero ridottissimo di complici. Se ciò non avvenisse, l'aver reso noto che si era in possesso di immagini dell'attentatore in azione si rivelerebbe una clamorosa imprudenza indagativa. Certo è che il contrasto che si è acceso su questo punto tra Procura ordinaria e Procura distrettuale antimafia rende incomprensibili le ragioni, per cui ci si attardi nell'estendere la competenza della Procura nazionale antimafia e delle Dda ad una più ampia gamma di reati. Un'edicolante mostra un quotidiano che pubblica il viso del probabile killer FOTO ANSA LEBOMBEDI BRINDISI Controlli a tappeto e perquisizioni. «Ma non c'è nessun sospettato» Interrogati per ore due fratelli residenti nella zona vicino la scuola. Sono stati poi rilasciati in serata: non c'entrano con l'ordigno CLAUDIAFUSANI INVIATA ABRINDISI Fra tanti allarmi manca ancora una verità Finalità terroristiche L'inchiestapassa allaDdadiLecce . . . Il boss: «Se lo troviamo, lo mangiamo». Due ragazze: «Avevamo visto l'uomo del video vicino la scuola» 10 martedì 22, maggio, 2012
L'INTERVISTA Scricchiolii sinistri in casa Merkel. Günther Oettinger, commissario europeo all'Energia, ma soprattutto ex presidente del Baden-Württemberg ed esponente di primo rango nella Cdu, si è detto, ieri, favorevole agli eurobond. In verità non è la prima volta che il tedesco, mandato a Bruxelles dopo essere stato scalzato dal vertice del suo Land da una coalizione verde-rossa, si rivolta contro la sua cancelliera. A dicemb re era stato ancora più duro: aveva detto chiaro e tondo che Frau Merkel sbagliava a rifiutare la condivisione del debito e i titoli europei. Altri 11 esponenti cristiano-democratici, tra cui deputati e soprattutto eurodeputati, avevano sottoscritto un documento pubblico in cui sostenevano la stessa tesi. Ma allora Angela era fortissima e l'iniziativa di Oettinger ebbe più rilievo all'estero che in patria. Ora è diverso. Molto diverso. Gli eurobond saranno tra i protagonisti del vertice informale Ue di domani a Bruxelles. Resta da vedere se lo saranno direttamente o se faranno la parte del convitato di pietra: evocati solo indirettamente per non turbare più di tanto la cancelliera e la Bundesbank. Ma si sa già che Hollande e probabilmente anche Monti vogliono fortemente che se ne cominci a discutere apertamente. Ieri la cancelleria ha fatto fuoco di sbarramento facendo dire a un suo portavoce che la posizione di Berlino non è cambiata: no e poi no. Il presidente della BuBa Josef Weidmann fa filtrare da Francoforte che potrebbe addirittura dimettersi se il governo federale dovesse cedere ai «tifosi dell'inflazione». Né qualche avvicinamento sul tema c'è stato nell'incontro a Berlino tra il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble e il suo nuovo collega Pierre Moscovici. Noi - ha detto il francese - vogliamo che tutto sia sul tavolo del vertice: «Le misure per aumentare la competitività, gli investimenti, magari tramite la Bei, e gli eurobond». Appunto. Schäuble da quell'orecchio non ci sente, ha ammesso Moscovici, e per evitare che la tensione salisse troppo ha smentito le voci diffuse dallo Spiegel secondo le quali Hollande avrebbe opposto un veto alla successione dello stesso ministro tedesco al presidente dell'Eurogruppo Jean-Claude Juncker. Che il neopresidente francese possa avere delle perplessità sulla nomina alla guida dei 17 dell'euro del campione dell'austerità alla Merkel è in realtà più che probabile. Se ne parlerà, probabilmente in camera caritatis, e forse un compromesso si potrebbe trovare se Schäuble rinunciasse, almeno, al suo posto di ministro. Intanto sta venendo allo scoperto il vero dilemma sul quale i governi europei e le istituzioni comunitarie dovranno scegliere nel prossimo futuro: il destino del fiscal compact. Il problema è: deve essere rinegoziato o deve essere «affiancato» da un patto sulla crescita? Ieri il rappresentante tedesco nel board della Bce, Jörg Asmussen, ha ribadito che il patto «non può essere ridiscusso, ma solo integrato». E già questa apertura all'integrazione sembra inaccettabile alla Bundesbank. Ma gli economisti di mezzo mondo fanno notare che così com'è il fiscal compact è insostenibile, non foss'altro che per la Grecia, della quale ancora ieri i due ministri hanno ribadito la necessità che rimanga nell'euro. Si può pensare a un compromesso per cui il Fiskalpakt resta com'è ma viene varato un energico programma congiunturale fondato sulla Bei e sull'opportunità concessa alla Bce di intervenire direttamente sul mercato dei titoli facendo, eventualmente, stampare moneta alle banche centrali? Difficile, molto difficile perché, quanto meno, bisognerebbe modificare il meccanismo del fondo salva-stati Esm e questo trascinerebbe inevitabili modifiche del fiscal compact. Sta crescendo la sensazione che il patto sia stato un errore. Anche se ammetterlo, per Merkel, equivarrebbe a un suicidio. Ma l'opposizione cresce. E il 31 maggio il fiscal compact affronta una verifica delicatissima: un referendum in Irlanda dall'esito per niente scontato. Un lucido, possente j'accuse contro i guasti prodotti dall'Europa che usa il rigore e l'austerità come armi di punizione di massa. A vestire i panni del «pubblico ministero» è Daniel Cohn- Bendit, europarlamentare dei Verdi. «Quante volte vogliamo far votare i greci, una, due, tre, quattro volte, prima di vederli venire in ginocchio a pregarci di aiutarli?» afferma deciso il leader del «Maggio francese», rilanciando quanto sostenuto nei giorni scorsi nell'aula dell'Europarlamento. «Va riaperto il memorandum - sostiene Cohn-Bendit - perché il popolo greco sia in grado di applicare le politiche di austerità. Se li affamiamo, ne faremo dei fascisti e il fascismo si ritorcerà contro di noi». L'Europas'interrogasulla«tragediagreca» e su come farne fronte. Qual è il suo puntodi vista inmerito? «Non abbiamo dato alla Grecia il tempo necessario per cercare il giusto consenso. L'Europa dominata dall'asse Merkel-Sarkozy ha spinto sull'acceleratore dopo aver chiuso gli occhi per decenni sulla corruzione politica che devastava la Grecia. Ora non possiamo chiedere loro l'impossibile. L'Europa deve esercitare un senso di responsabilità». Èsolo unproblemaeconomico? «No. Oggi si parla soltanto di crisi economica, ma esiste un vero e proprio pericolo democratico per l'Unione europea: abbiamo un esecutivo che non contratta con i Paesi in base a quello che possono o non possono sopportare, ma in base a quello che interessa o non interessa alla Germania. Ora nel centro del mirino sono finite la Grecia e il suo enorme debito, ma fino a che Atene contraeva debiti per comprare armi dalla Germania il problema non c'era. Non si tratta solo di una questione economica. Alla base c'è un grave scollamento tra le azioni delle istituzioni europee e le reali esigenze dei cittadini. Bruxelles è sì equidistante da ogni angolo d'Europa, ma nel senso che è percepita come lontanissima da chiunque. È vero che in questo frangente dobbiamo occuparci di un problema di instabilità economica, ma stiamo seriamente rischiando di andare incontro ad una forte instabilità politica. Occorrono soluzioni che non cadano dall'alto, ma diano alle popolazioni almeno l'impressione di essere state ascoltate». Il neopresidente francese, François Hollande, ha ribadito anche al vertice G8 di CampDavidlasuadeterminazionearivedereilFiscalcompact.Comevalutaquestoproposito? «Hollande si sta muovendo nella giusta direzione. Ma occorre osare di più. Dobbiamo cambiare i trattati. L'Europa deve dotarsi di un Fondo di investimento e di solidarietà (Cohn-Bendit è stato, assieme a Guy Verhofstadt e all'italiano Roberto Gualtieri, tra i promotori all'Europarlamento della proposta di istituire a livello Ue il Fondo di redenzione del debito, ndr). Dobbiamo agire a tutti i livelli, perché ci sia finalmente un Fondo monetario europeo che possa contrastare e sconfiggere la speculazione. Quanto all'elezione di Hollande non v'è dubbio che rappresenta un chiaro segnale anche per Angela Merkel: l'austerità senza crescita non basta». Leihausatoparoledurissimeneiconfronti della politica portata avanti dalla Germania della cancelliera Merkel nei confrontidellaGrecia. «Ciò che colpisce e dovrebbe indignare è l'ipocrisia della Germania e della sua cancelliera. La Germania da un lato impone la linea iper rigorista, dall'altro, però, non si fa scrupolo a vendere 6 sottomarini alla Grecia: un altro miliardo di euro sottratto ai salari, alla spesa sociale, e destinati a compare armi tedesche. Ribadisco quanto ho già sostenuto da tempo: assicuriamo alla Grecia l'integrità territoriale, perché non abbia più bisogno di 100 mila soldati per 11 milioni di abitanti, quando la Germania ha solo 200 mila militari. Chiediamo questo alla Grecia, sarebbe certamente più efficace che tagliare i salari di chi guadagna mille euro al mese». Tornando alla Francia: lei si è schierato apertamenteperunvotoaFrançoisHollande.Alla lucediquanto èavvenuto nei primi quindici giorni della sua presidenza, e guardando all'Europa, qual è il segnopoliticodiquestoritornodiunsocialistaall'Eliseo? «È il segno della crisi del ciclo conservatore in Europa. La vittoria di Hollande, come per altri versi la disfatto della Cdu nelle recenti elezioni in Renania Westfalia, danno conto del tracollo di una politica che punta solo sui tagli. Occorre invece tenere insieme tagli e investimenti. È questa la strada da perseguire». «I greci? Se li affamiamo, vinceranno i fascisti» Un terremoto elettorale. In Serbia definiscono così la vittoria con il 49,5% delle preferenze del conservatore Tomislav Nikolic alle presidenziali di domenica scorsa. Battuto per un paio di punti di differenza il presidente uscente, il favorito Boris Tadic, che aveva centrato la campagna elettorale sull'accelerazione del cammino verso l'Europa e sullo sviluppo. Sulle promesse per il futuro incerte non solo per i tempi dell'avvicinamento di Belgrado alla Ue ma anche per la crisi che investe l'Europa - è prevalso il voto di protesta, che ha a che vedere soprattutto con le difficoltà economiche. Ed è stato lo stesso Nikolic a dare questa lettura. «La Serbia - ha detto il neo-presidente - manterrà il suo corso europeo. Questa elezione non era su chi porterà la Serbia nella Ue ma su chi regolerà i problemi economici creati dal partito democratico», di Tadic. ALGOVERNO CONMILOSEVIC Ex vicepremier ai tempi di Milosevic, al governo durante la guerra del ‘99, ex braccio destro del leader ultra-nazionalista Seselj oggi in carcere all'Aja, Nikolic ha rotto con il passato nel 2008 dopo due falliti tentativi di battere Tadic, uscendo dal partito radicale per creare una nuova formazione più moderata e tiepidamente europea: una svolta per un uomo politico che in passato sosteneva di preferire alla Ue l'ingresso nella federazione russa. La sua vittoria, però, più che un salto all'indietro viene interpretata come la testimonianza della transizione della Serbia verso una normale alternanza politica, dopo il trauma delle guerre e della fine dell'era Milosevic. Sul voto ha pesato la scarsa affluenza alle urne, ferma al 46,3%. Nikolic ha capitalizzato il malcontento diffuso nei confronti del governo, per la disoccupazione al 24% e salari medi intorno ai 300-350 euro mensili. Ha promesso aiuti all'agricoltura e tasse più alte per i ricchi, per finanziare le pensioni. Ha insistito sulla necessità di una svolta economica, lasciando del tutto in secondo piano i temi europei. Alla vigilia del ballottaggio ha ottenuto l'appoggio dell'ex premier Voijslav Kostunica, nazionalista moderato, apertamente contrario all'ingresso della Serbia nella Ue e per questo si è attirato le critiche di Tadic, che ha accusato Nikolic di non avere una chiara posizione sulla prospettiva europea. Tadic, nel riconoscere la sconfitta, ha auspicato che il Paese tenga la barra ferma verso la Ue, augurio condiviso anche da Bruxelles. «È in gioco la pace e lo sviluppo economico», ha detto il presidente uscente. La vittoria di Nikolic rischia ora di scombinare la maggioranza che si era già delineata, con il partito democratico alleato dei socialisti. Il neo-presidente vorrebbe spingere Tadic all'opposizione, ma si potrebbe invece prefigurare la necessità di una coabitazione. «Non c'è alcuna ragione di rinunciare al nostro accordo con i democratici» ha dichiarato il numero due dei socialisti, Dusan Bajatovic. «Una coabitazione non sarà dannosa per il processo democratico in Serbia». Il commissario Ue Oettinger e 11 big della Cdu contro la linea della cancelliera Ma Berlino insiste: «Non se ne parla» Al vertice europeo di domani si annuncia uno scontro aperto DanielCohn-Bendit «L'Europadevecambiare lineasullaGrecia.Quante voltevogliamofarlivotare? Tre,quattro?Dobbiamo assolutamenteriaprire ilmemorandum» . . . Smentiti i pronostici L'ex braccio destro di Seselj: «Restiamo sulla via dell'Europa» UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it Serbia, il voto di protesta fa vincere il nazionalista Nikolic MA.M. mmastroluca@unita.it La battaglia degli eurobond: Angela Merkel sempre più sola La cancelliera Angela Merkel e il presidente greco Karolos Papoulias FOTO ANSA PAOLOSOLDINI paolocarlosoldini@libero.it martedì 22, maggio, 2012 13
ZONACRITICA «ADDIO» DI AURELIO PICCA MOSTRA TRE ASPETTI SU CUI RIFLETTERE: LA SCRITTURA, LA TESTIMONIANZA, LA RIEVOCAZIONE. LA SCRITTURA: Picca si rivela sempre più a suo agio con le parole. Il suo vocabolario è ricco, il lessico ficcante e carico di forte sonorità che dà peso alle parole restituendole alla loro materialità d'origine. Vi è tuttavia un pericolo di dispersione in un forte abuso delle analogie che, utilizzate per confermare il senso, intromettano nelle parole una spinta alla volatilità. Non a caso (le analogie) sono abbondantemente presenti nei classi antichi, giacché il loro (nei loro autori) era urgente liberare le parole sollevandole verso la loro ineffabilità, mentre noi (i moderni) abbiamo l'esigenza opposta di richiamarle (le parole) dentro la densità smarrita. Comunque la scrittura di Picca procede con sufficiente autorità, intollerante di ogni prestito e attenta a una identificazione tutta propria e originale. La testimonianza: il romanzo si costruisce attraverso una serie di capitoli non ordinati cronologicamente (in modo che l'uno sia il seguito logico dell'altro) ma raccolti in gruppi sincronici. Così accade nei documentari di cui del tema indagato è necessario mettere a fuoco le varie facce per poi, relegati nell'ultima parte (dell'opera), tirare i fili seminati nelle sequenze precedenti. STILEDOCUMENTARIO L'intento dell'autore all'inizio non è chiaro ma via via che scorrono le foto diventa esplicito: ricostruire la vita sfrenatamente perduta dei giovani soprattutto delle classi popolari nell'intervallo tra fine anni 50 e metà anni 70 del secolo scorso. Adolescenti (e poi giovani) che per lo più, fatta malamente la prima scuola, affossano il loro rabbioso malessere nel Caffè dello sport del paese in cui abitano mischiandosi a vecchi pensionati, minorati e umanità (variamente infelice) che pure in quel Caffè ha trovato ricovero. I più passano il tempo giocando a biliardo, più raramente a carte, spesso impegnandosi nel pugilato. Ma appena più grandicelli la grande passione è correre in moto, sfidare in un folle fronte a fronte i tir e esaltarsi o morire. Pochi altri, più misteriosi e ammirati, dopo una breve (e rara) frequentazione del Caffè (di tutti), spariscono per poi riapparire molti anni dopo tra Marsiglia e Saint Tropez coinvolti in malaffare e sangue. Di ogni personaggio è scattata una fotografia ricca, che lo rivela dal di dentro e dal di fuori inquadrandolo fin nelle canzoni (tra musica beat e leggera) che canticchia. Ma poi l'autore esagera e semina il racconto di una congerie infinita di riferimenti artistici del tempo (da Pollock a Raushenberg a Herman Nitsch - quest'ultimo spero per l'autore che sia un nome inventato) che sembrano servire più che a connotare un'età a esibire la straordinaria! cultura (conoscenza) artistica dell'autore. Ma chi sono i giovani cui Picca si riferisce? Conosciamo il tempo in cui vivono ma non i luoghi. Sembrerebbero i malnati del basso Lazio - con epicentro Velletri? (la città dove l'autore vive). Ma la mira di Picca è molto più estesa comprendendo non dico i giovani dei 60 e 70 di tutto il mondo ma quasi. Comunque è compresa una trasferta a Roma con la strage dei fratelli Menegazzo, una a Los Angeles con la mattanza di Sharon Tate, quella francese si cui si è già detto, e l'ultima a Viareggio con l'uccisione di Ermanno Lavorini. Dunque qui più che di un documentario è questione della rievocazione di una gloriosamente disgraziata età passata ricostruita non con la neutralità della riflessione ma con la passione di chi vi apparteneva. È una storia nascostamente autobiografica quella che abbiamo letto? Comprensibile allora la nostalgia che riscalda le ultime pagine e proprio lì dove ci aspetteremmo pensiero critico e giudizio. Il capitoletto finale è certo intitolato Perdonatemi e certo vi si legge che con la fine di quegli anni vitalistici e azzardati (e inevitabilmente delittuosi) «L'Italia si gettò dietro le spalle l'innocenza» ma si aggiunge (a conclusione) «A quella perduta innocenza vorrei dire: Ciao, bellina, come stai? Ti voglio tanto bene». ANDREAGUERMANDI BOLOGNA CULTURA FORSE NON TUTTI SANNO CHE SERGIO STAINO, DAL2000,MESEPIÙMESEMENO,NONDISEGNA PIÙ. E ALLORA, CI SI CHIEDERÀ, CHI È CHE RACCONTAL'EPOPEADIBOBOEFAMIGLIA,chi fustiga i costumi, chi, poeticamente, ci trascina ancora nel suo mondo satirico? La risposta è una sola: il touch screen. Tanto è vero che la mostra che si apre il 25 maggio e fino al 17 giugno nel suggestivo convento di San Francesco a Bagnacavallo si intitola Segni esogni, lasatira al ritmo del touch screen. La mostra raccoglie le migliori opere dell'autore, dal 2000, appunto al 2012. Ma allora come la mettiamo? L'emozione della china, la carta che fruscia, il pennino che emoziona, l'acquarello irriproducibile? Staino che flirta con il computer: una novità sconvolgente come la pancetta di seitan … Ride Sergio, alla presentazione bolognese della mostra, che si tiene ovviamente alla Librerie Coop Ambasciatori, con un bel logo rosso senza annacquamenti. Con lui l'assessore alla cultura di Bagnacavallo, Nello Ferrieri e il «responsabile» del festival della politica, sempre bagnacavallese di location, Claudio Caprara. «Sai - dice con una sorta di pudore - non riesco più a disegnare con la china sul foglio perché sto inesorabilmente perdendo la vista. Mi devo far accompagnare, guidare, ed anche la lavagna luminosa è diventata inaccessibile. Allora piano piano ho cominciato a frequentare il computer. Disegno con quello e nonostante ciò che pensavo del digitale e del touch screen, beh, penso che ci siano gli stessi Bobo, Bibi, D'Alema… forse con qualcosa in più. Ora sono davvero convinto che uno strumento valga l'altro ed anche il computer ha una capacità reattiva nei confronti della mia mano». A Bagnacavallo saranno esposte 8 grandi opere 140 per 200 intitolate Sogniedincubi, le migliori a suo parere di quelle pagine intere che disegnava per l'Unità di Colombo, altre otto 70 per 100 intitolate Furti ed omaggi, dieci sempre 70 per 100 della serie Lasciami cantare una canzone e 50 attuali di cui dieci che lui definisce senza tempo. Poi ci saranno 12 videoclip delle canzoni soggetto delle tavole e un'intervista. Poi, la sera alle 21 del 25 maggio, Staino terrà una vera e propria lezione di giornalismo satirico o di arte satirica e spiegherà touch screen alla mano come è passato alla tecnologia digitale disegnando in diretta. LACARTAGIAPPONESE Staino racconta di stagioni trascorse a disegnare con quella carta meravigliosa fatta a mano o con quella preziosissima del Giappone, ma poi ti spiega che la sua scelta è come quella che avevano fatta due grandi come Manara e Pazienza. «Manara - dice - tutti l'hanno criticato perché usava feltrini indelebili. Eppure i suoi segni, i seni e le bocche delle sue donne sono frutto di una punta che vibra sensualità, emozione. Quelle sensazioni di chi si avvicina al disegno con quella urgenza di raccontare. Pazienza invece comprò una serie di nuovi pennarelli Unifosca, quelli che grondano colore denso e che si usano per scrivere sulle vetrine. Era felice. Lo era come penso fossero Giotto e Masaccio quando qualcuno portava loro terre nuove dall'Oriente, che se le tritavano fino ad arrivare al colore perfetto. La stessa emozione. Così è stato per me scoprire il computer. Con tanta diffidenza all'inizio, ma poi con amore». Alla faccia di Benjamin che teorizzava l'opera d'arte come irriproducibile. «Già dice Staino - qui non ci sono originali a mano che non li stampi e li autografi. Diciamo che ora sono opere, d'arte se le vuoi chiamare così, nell'epoca della mancanza dell'originale. Una cosa che ha a che fare con la filosofia: è la fine della materia, l'artista ha nuove responsabilità. L'acquarello non lo puoi correggere, con il computer non esiste questo limite». Ci ha messo un po' di tempo, ma ora la sua mano è il touch screen. «Il computer dà una possibilità inimmaginabile: è il mio cervello non i miei occhi a disegnare. Io vedo col cervello. Ho preso pezzi di Van Gogh o un Daumier che interloquisce con D'Alema e Fassino: ogni cosa la puoi rielaborare ed inserire. Il mio pennello touch screen è capace di sensibilità o meglio di riverberare la mia di sensibilità. A volte vola a volte fa cacate. Come prima la china». Staino ha preso un Goya immaginando Santoro davanti all'editto bulgaro e con lui Biagi e Santoro, oppure ha immaginato la canzone di Gaber Shampoo con una dedica a chi quell'attività non può permettersela: Silvio Berlusconi. Una battuta per la Fornero e per la Merkel: «Hanno fatto tanto le donne per le pari opportunità ma in questi casi mi hanno deluso molto…». E l'ultima vignetta che si è dimenticato di spedire all'Unità: «Ho disegnato una Bibi, mia moglie, con il casco, la mascherina, la giubbetta anti proiettile. E uno le chiede: ma che cosa fa di tanto pericoloso? Lei risponde: la donna». Il riferimento alla strage di Brindisi è sottile, ma pare molto centrata. ADDIO AurelioPicca pagine 174 euro 13.00 Bompiani Lamiamano èil touchscreen IlnostrovignettistaStainoracconta il suofelice incontrocon ilcomputer «Segniesogni»Si inauguravenerdì aBagnacavallouna mostradellesuemigliori opere indigitale Disegno di Staino per il manifesto di «Segni e sogni» Il romanzo esagerato di Aurelio Picca ANGELOGUGLIELMI U: 22 martedì 22, maggio, 2012
Quando normalmentele persone si prepara-no ad andare a dormi-re, dopo le gioie e lefatiche della giorna-ta, Said deve uscire di casa per andare a lavoro in fonderia. Nel gelo dell'inverno o nell'afa estiva, poco cambia per i lavoratori turnisti costretti a scambiare il giorno per la notte in cambio di pochi euro, con la beffa anche di essere considerati dallo stato lavoratori come tutti gli altri, non soggetti cioè a mansioni usuranti. E con il rischio, lo si è scoperto sgomenti nella spaventosa notte tra sabato e domenica scorsi, che il capannone in cui lavori ti si sbricioli addosso come pasta frolla. «Il lavoro in fonderia è molto duro – ci racconta Said Il Mouaddin, impiegato alla fonderia Atti di Bentivoglio provincia di Bologna, una delle zone più vicine all'epicentro del terremoto – fa molto caldo, c'è rumore e la stanchezza si fa subito sentire perché le nostre mansioni sono pesanti, però bisogna farsi forza ed andare avanti a lavorare fino all'alba», quando il primo sole nascente ricorda che si avvicina una nuova giornata durante la quale molto difficilmente Said riuscirà a riposare: «L'organismo non si adatta facilmente a cambiare il ritmo sonno veglia, o quello dei pasti, a giorni alterni per cui soffro di disturbi allo stomaco e spesso faccio fatica ad addormentarmi». Una fatica che non tutti sono fisicamente in grado di affrontare e che viene ripagata pochissimo in termini salariali, in base ai contratti di categoria. «Alla fine del mese prendo circa 1.300 euro, comprensivi della maggiorazioDa mattina a sera per 1.300 euro dentro i fragili prefabbricati Prima notte insonne fra le scosse continue di terremoto per gli abitanti della “bassa” emiliana, fra Bologna, Ferrara e Modena, nelle auto davanti a casa, nelle strutture e nelle tende attrezzate dalla Protezione civile, negli appartamenti di amici e parenti con addosso ancora pigiami e tute da ginnastica di quando alle 4.05 di sabato notte - si era scappati in strada terrorizzati dal sisma. E primo giorno di drammatici bilanci, ieri, in Emilia-Romagna, dove la scossa di magnitudo 6 ha causato sette morti, una cinquantina di feriti, quasi cinquemila sfollati e centinaia di migliaia di euro in danni all'agricoltura, al patrimonio artistico nazionale, ai privati. Danni che il governatore della Regione Vasco Errani non esita a definire «ingentissimi. Avvieremo un confronto col governo, stiamo studiando un meccanismo con i Consorzi fidi per anticipare i finanziamenti necessari a ripristinare l'attività produttiva, e prevediamo l'attivazione degli ammortizzatori in deroga dove necessario». SOLIDARIETÀFRA GLISFOLLATI Una prima stima delle persone che, da domenica notte, sono ospiti nelle tende e nelle strutture attrezzate dalla Protezione civile parla di «4.914 ospiti - dice Errani - di cui 1.288 nel Ferrarese, 266 nel Bolognese, 3.360 nel Modenese». E altre strutture sono state allestite in mattinata in vari centri, «per fornire assistenza a 1.310 persone». Ma oltre alla macchina dei soccorsi “istituzionale” messa subito in moto, e che vede impegnati anche volontari della croce rossa, vigili del fuoco, carabinieri ed associazioni provenienti da varie parti d'Italia, nei paesi più colpiti dal sisma i cittadini si sono autorganizzati per darsi aiuto a vicenda, e per offrire pasti caldi e un ricovero a chi è in attesa di rientrare nelle “zone rosse” del centro storico. Come a San Felice sul Panaro, nel Modenese, dove il violento terremoto di sabato notte e le scosse che si sono susseguite initerrottamente fino a ieri pomeriggio hanno fatto crollare parte della Rocca estense, le facciate di tre chiese, il tetto della torre dell'orologio. Qui la comunità di indiani Sikh, che in paese lavora principalmente nell'allevamento di mucche e nella produzione di parmigiano, da domenica notte ha allestito un banchetto nella piazza del mercato, offrendo a chiunque gratuitamente latte caldo, formaggi, e cibi orientali, accanto alla tendopoli da 250 posti allestita domenica pomeriggio dagli uomini di Demetrio Egidi. «Da oggi pomeriggio (ieri per chi legge,ndr) garantiremo soluzioni per 5mila persone, con pasti e posti letto - precisa il capo della Protezione civile emiliano-romagnola -. Altre 300-400 andranno negli alberghi». Una paura come quella presa alle 4 di sabato notte «l'ho avuta solo durante la prima guerra mondiale, quando ero un bimbo di 7 anni, e quando ero prigioniero dei tedeschi nella seconda guerra mondiale» racconta Rino, che tra meno di un mese compirà 99 anni. Abitava con la sua famiglia al confine tra Casumaro e San Carlo, nell'alto Ferrarese. Ora si trova al centro sfollati di Sant'Agostino (Fe) con la moglie Evelina, un anno meno di lui. Ma molte sono state le persone che hanno deciso di trascorrere la prima notte in auto, davanti alle case, per paura di altre scosse (che non hanno, fortunatamente, mai superato i 4 gradi della scala Richter) e di furti. Domenica sera, a San Felice i vigili urbani hanno fermato un gruppetto di sospetti topi d'appartamento. E sempre domenica la Questura di Ferrara ha smentito l'invito a uscire dalle proprie abitazioni circolato sui social network, come nuova strategia per depredare le abitazioni. LEVOCI DEL DRAMMA Per raccogliere vestiti e valori rimasti intrappolati fra i detriti, ieri gli abitanti di In Emilia la terra trema ancora La gente reagisce e si aiuta: il banchetto “per tutti” dei sikh a San Felice MASSIMOFRANCHI ROMA Davantiaicapannoni, caduticomefoglie alvento,Saideglialtri raccontanoladuravita dichi lavora in fonderia E lapauradel futuro Duemila imprese ferme e 15mila persone senza più lavoro. Il giorno dopo il terremoto in Emilia si comincia a fare di conto: non solo delle vittime e dei danni, ma delle pesanti ricadute sul mondo del lavoro. Ieri la Cgil è stata la prima a quantificare le conseguenze occupazionali del sisma: «Ci sono duemila imprese ferme - dichiara Antonio Mattioli della segreteria dell'Emilia Romagna - alcune hanno le sedi crollate, altre sono inagibili, altre ancora necessitano di ulteriori accertamenti. E i lavoratori coinvolti, che ieri non hanno lavorato, sono 15mila». Per Confindustria i danni diretti alle imprese non sono inferiori ad alcune centinaia di milioni di euro: il 70% delle imprese di Modena è fermo. Una situazione pesantissima che porta alla richiesta, già appoggiata dal presidente della Regione Vasco Errani, di prevedere ammortizzatori sociali in deroga («Ne ho già parlato con la Fornero», conferma Errani) e di allentare il patto di stabilità. Il tutto con la spada di Damocle e il punto interrogativo del decreto 59 che riforma la Protezione civile e i costi dell'emergenza e della ricostruzione, trasferendoli (dopo i primi 100 giorni) dallo Stato alla Regione, che potrà aumentare le accise sulla benzina. Una possibilità rispedita subito al mittente dalla Regione Emilia-Romagna: «Noi contestiamo questo decreto, i costi non li possiamo coprire con le accise. È il sistema-Paese che deve farsi carico del terremoto». Più nel concreto la Regione pensa di lavorare con il Consorzio Fidi per attivare finanziamenti e anticipare i fondi, di chiedere cassa integrazione in deroga per le aziende colpite assieme alla sospensione oneri fiscali, previdenziali e dell'Imu». Ieri qualche prima risposta è arrivata dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Antonio Catricalà. Parlando a margine dell'incontro con i sindaci delle zone terremotate a Marzaglia, ha spiegato: «Il decreto sulla riforma della Protezione civile avrà qui, purtroppo, un banco di prova, ma sono sicuro che sarà positivo. Le soluzioni normative che abbiamo approntato sono assolutamente idonee, il decreto sta dando buona prova», ha aggiunto. Sulle richieste di deroghe invece Catricalà è stato molto vago: «Valuteremo le richieste fatte dai sindaci sul possibile rinvio di pagamenti dei tributi e contributi e la deroga al patto di stabilità. La deroga alla stabilità - ha ricordato Catricalà - ha bisogno di coperture. Ma voglio ricordare che questa emergenza non è strettamente regionale ma nazionale». L'esecutivo, comunque, intende «accompagnare le amministrazioni nell'iter di ricostruzione», ha concluso. La dichiarazione dello stato di emergenza prevista oggi in Consiglio dei Ministri «prevede una copertura finanziaria per il soccorso e l'assistenza a soggetti, intendendo, per soggetti, persone e imprese». AGRICOLTURAINGINOCCHIO L'alto ferrarese e la bassa modenese oltre che di piccola industria vivono molto di agricoltura e allevamento. E ieri è arrivato il grido di dolore di Cia e Coldiretti. I primi conti parlano di danni di 150 milioni solo per la distruzione di più di 400 mila forme di Parmigiano Reggiano e di Grana Padano. Centinaia sono gli edifici rurali (case, stalle, magazzini, serre, fienili, rimessaggi) crollati e lesionati, mentre sono molti gli animali morti sotto le macerie. Per il Parmigiano Reggiano ad essere colpite sono soprattutto le forme fresche (sei mesi di stagionatura) ormai irrimediabilmente danneggiate ma il danno è aggravato anche dalla difficile individuazione di nuove strutture per la stagionatura delle forme rimaste integre. Pesanti danni alle strutture degli allevamenti di maiali e mucche come a Mirandola e a San Felice sul Panaro. Nella zona del Lambrusco sono diversi gli stabilimenti di produzione vinicola danneggiati, mentre sono andati persi molti litri di aceto balsamico fuoriuscito dalle botti. Anche la Confederazione degli agricoltori ha chiesto di sospendere i pagamenti Imu «vista la gravità della situazione in cui versano tantissimi agricoltori che hanno perso tutto». Campi distrutti Sono 15mila i posti di lavoro a rischio ILREPORTAGE GIULIAGENTILE ggentile@unita.it Il centro sfollati di Finale Emilia FOTO LAPRESSE ILTERREMOTO VALERIATANCREDI BOLOGNA La notte in tenda Fabbrica crollata a Sant'Agostino FOTO LAPRESSE La Regione assicura: non aumenteranno le accise Critiche sempre più forti al decreto governativo 8 martedì 22, maggio, 2012
BattutoDjokovic:7-56-3 Invertita la tendenza.Lospagnolo haappesantito la racchetta,ma il serbohapersocoraggio MARCOBUCCIANTINI ROMA NIENTE ATTACCANTI. O MEGLIO, NIENTE PRIMEPUNTE. QUELLEVECCHIAMANIERA,QUELLECHEPIAZZILASSÙ IN FONDO PER PROVARE A GONFIARE LA RETE O PER FARSALIRELASQUADRA.Quante ne abbiamo viste in questi anni. Invece, questa volta, tutti a casa. Da Matri a Pazzini, da Gilardino ad Osvaldo. Questa è la rivoluzione di Cesare Prandelli. Una rivoluzione in teoria silenziosa, ma che potrebbe far rumore se le cose non dovessero andare bene ai prossimi europei. Rischiare, per cambiare. Questa la filosofia del ct azzurro, un po' alla Luis Enrique, dal sapore molto spagnolo. E lui, nel giorno del via ufficiale alla nuova avventura europea ha un solo obiettivo in testa: «Essere generosi e creare un clima di entusiasmo attorno a noi. Voglio vedere positività, sorrisi sulle labbra, nessuna polemica e poche tensioni attorno alla nostra squadra e al nostro ambiente, pensando che possiamo scrivere una bella storia». Tutto chiaro e porte aperte a tutti, anche se tra circa una settimana il ct azzurro dovrà lasciare nove giocatori a casa. E non sarà certamente una scelta facile, anche se Prandelli deve ostentare sicurezza: «La lista dei ventitré ce l'ho già in testa, ma in questi giorni sono pronto a rivedere le mie idee. Questi giorni serviranno a capire molte situazioni». ILTALENTOÈPICCOLO E allora, nelle convocazioni allargate a trentadue giocatori, ci può stare uno come Diamanti nel gruppo dei centrocampisti e tanti piccoletti nella lista degli attaccanti, da Cassano a Giovinco, passando per Di Natale. Giovani e meno giovani, abili a non dare punti di riferimento, seconde punte che vanno sempre in doppia cifra. E chi l'ha detto che Cassano e Di Natale non possano giocare assieme? Nessuno, tantomeno Prandelli che sogna un'Italia con tre punte atipiche, tecniche e imprevedibili. La stessa imprevedibilità che Balotelli ha innata («Non so se gli parlerà - ha detto ieri il ct azzurro - o se sarà lui a volermi dire qualcosa. Io credo soltanto che per lui, e per la nazionale, questa sarà una occasione straordinaria»), uno che se sposa la causa azzurra può diventare davvero decisivo. Con la sua forza, con la sua classe, con quella sua voglia di normalità che magari Prandelli gli riuscirà a regalare. E se non ce la farà lui la soluzione sarà sempre giovane, perché ci sarà Mattia Destro. Uno che a poco più di vent'anni ha già segnato quindici gol in Serie A. Anche lui attaccante di movimento, veloce e delizioso nel toccare il pallone. Ha grandi chance di esserci in Ucraina e in Polonia. Giocatori che fanno parte della nuova generazione. Della nuova Italia, del nuovo calcio, del nuovo modello azzurro: un regista affidabile, come Pirlo, e il resto sarà corsa, movimento, velocità, tecnica. Così come giocano le squadre di club che riempiono gli occhi e le bacheche. Per qualcuno sarà un grande azzardo, per altri sarà invece la mossa vincente. Lui, Cesare, sorride e guarda avanti. Perché più passano gli anni e più riesce a ringiovanirsi. Nelle idee e non solo di un calcio italiano che, ultimamente, si sta avvicinando sempre di più al modello spagnolo. Pep Prandelli, magari un giorno sarà chiamato così. Anche l'Italia ha forse trovato il suo Guardiola. Un allenatore che pensa al campo, ma anche a quello che accade attorno al mondo del pallone. Anche per questo c'è spazio e tempo, perfino nel primo giorno di raduno, per lanciare messaggi importanti: «Sono rimasto ferito - e qui il ct azzurro diventa davvero serio - nel sentire fischiare l'inno di Mameli all'Olimpico. Qualsiasi inno nazionale va rispettato e occorrerebbe cominciare ad avere più rispetto anche del minuto di raccoglimento, con il silenzio». Piccole pillole di saggezza, in un calcio sempre più ostaggio di esempi non positivi. Anche questo fa parte di un nuovo ciclo, fatto di pallone ma anche di esempi da dare, in vista di un Europeo che avrà il suo triste contraltare in patria nei processi per il calcio scommesse. L'avventura azzurra per gli europei comincia così. Sotto il segno di Cesare e di tante facce giovani e pulite. Di Serie A e di Serie B. Perché da oggi si può essere bravi e importanti in qualsiasi categoria. Come insegnao le favole di Ogbonna e Verratti, due ragazzi che i più grandi club italiani sognano di avere il prossimo anno tra le proprie fila. SMARRITO L'UNDICESIMO E DECISIVO GIOCO DEL PRIMO,FATICOSOSET,NOVAKDJOKOVICHASFERRATOUN DRITTODIFORMIDABILEPROTERVIA.Non aveva la pallina come scopo, se mai possa esserci un piano dietro un gesto d'ira, ma il paletto di sostegno della rete. Ovvie le conseguenze: la racchetta sfasciata, i fischi del pubblico (che al Foro italico non è certo così fine ma detesta quando la rozzezza è altrui e non propria), l'ammonizione dell'arbitro di sedia. Avesse avuto un po' di masochismo Djokovic avrebbe dovuto rivolgere a sé quel gesto sconsiderato. Nadal è per la sesta volta il vincitore degli internazionali d'Italia, chiusi al lunedì per vari motivi e non tutti limpidi. Lo spagnolo non ha bisogno di complicità per ripetere la sua enorme forza sulla terra rossa, dove sta scrivendo record che resteranno a lui intestati finché si praticherà questo sport. Otto titoli a Montecarlo, sette a Barcellona, sei a Roma e altrettanti a Parigi. Questo nei primi 25 anni di una vita precoce, forse già un po' logora, ma che lascia il tempo per accrescere tutti questi primati. Non si è ripetuto l'elenco per gusto statistico. Lo si è fatto per cercare ragioni tattiche a una vittoria che il punteggio mostra più netta delle forze in campo, ma che è parsa a tratti ineluttabile. L'andazzo dei soliti, robusti, monotoni scambi confermava un'impressione raccolta nelle ultime settimane: Djokovic gioca contro un avversario imbattibile, l'edizione di se stesso che fu dominatore l'anno passato. Già contro l'ordinario Monaco trovammo il difetto della pazienza, tipico di chi non riesce a ripetere partite impresse nella memoria, e schemi che crede di avere innati. Gli stessi che cercava ieri contro Nadal, per il solo fatto di essere stati vincenti lo scorso anno, quando riusciva a pareggiare la partita di corsa, dietro la linea di fondo, emergendo anche negli scambi più lunghi e finendo per aprirsi il campo. Rubando l'epica all'altro, aveva finito per soggiogarlo. Ma il tempo passa e cambia le cose, sempre. Anche di poco, ma qui si ragiona per dettagli. Nadal ha messo una striscia di 3 grammi di piombo nella testa della racchetta, a «ore 12», per aggiungere potenza e profondità alla sua palla. In mente aveva proprio i match perduti contro Djokovic, capace di sbranare qualsiasi centimetro di campo perso dal maiorchino. Non è merito di 3 grammi se gli ultimi match fra i due - prima di Roma, Montecarlo - sono tornati a suo favore, ma la fiducia nel lavoro e nella preparazione fortificano le convinzioni di Nadal, e questo sport si decide nella testa quanto nel braccio. Così in campo s'incrociavano due vicende opposte: Djokovic era furioso per l'evidente frustrazione (e anche per tre errori sotto rete) mentre Nadal aveva la serenità di chi vedeva il fiume scorrere per il verso giusto. E aspettava, sulla riva, che l'altro dilapidasse quelle possibilità che la sua classe comunque riusciva a creare. Una di queste era addebitabile a un giudice di linea che chiamava «out» un dritto a sventaglio, uno dei pochi efficaci fra i molti intentati. Si era 5-4 per il serbo, e 30-30: una palla decisiva che Djokovic è stato costretto a rigiocare, perdendola, così come sei palle break che avrebbero confuso il tracciato del secondo set, quasi tutte evaporate con il copione che un Nole meno nostalgico della sua vecchia versione avrebbe dovuto evitare: lo scambio lungo, dentro il quale Nadal cresceva, palla dopo palla, in lunghezza e velocità. Per solito, i primi due-tre colpi dopo il servizio sono i più “corti” dello spagnolo: lì doveva “entrare” Djokovic e provare ad aprirsi il campo. L'ha capito tardi, nell'ultimo game, quando si è finalmente dato una racchettata in testa, con meno violenza dell'altra scagliata sul paletto, ma con più coscienza. SPORT «Con i giovani vi stupirò» Europei, Prandelli lancia l'avventura azzurra CesarePrandelli inconferenza stampaa Coverciano:comincia l'avventuraazzurra verso gliEuropei FOTO DI MAURIZIO DEGL'INNOCENTI/ANSA ILCOMMENTO MASSIMILIANOAMATO MARCODELL'OLIO FIRENZE Il ct spiega lasua Italia enonperdeoccasione perunmessaggio:«I fischi durante l'innoall'Olimpico nonmisonopiaciuti...» Nadal, sestotrionfoaRoma Merito di 3 grammi o di Nole? CAMPAGNAROGLIEL'HADATABELLALUNGA, OLTRETUTTI I DIFENSORI,COME PIACE A LUI.Che non s'è fatto pregare: l'abbrivo per lanciarsi sull'ultima palla, impossibile da raggiungere per chiunque, gliel'hanno fornito cinque anni pazzi e meravigliosi. Storari ha abboccato stendendolo e Cavani ha completato l'opera dal dischetto. Il Pocho Lavezzi, uno dei tanti napoletani nati per sbaglio in Argentina, non poteva dimenticare il regalo ai tifosi prima di trasferirsi sulla rive droite, destinazione Paris Saint Germain. E quando Cannavaro, nella notte umida e piovosa dell'Olimpico, ha alzato la Coppa, ha spalancato il rubinetto del rimpianto. Lacrime, tante lacrime una volta tanto, mentre i tifosi lo denudavano, i compagni lo abbracciavano, Mazzarri lo strapazzava d'affetto. Pioveva anche a Marassi, domenica sera, mentre la banda Zeman metteva in cassaforte la promozione in A. Fischiata la fine, il boemo che parla per sentenze si è sciolto come neve al sole. Lacrime, tante lacrime una volta tanto e per sempre: un nodo alla gola, il ricordo di Franco Mancini andatosene in un grigio pomeriggio di aprile mentre guardava il mare dalla finestra di una camera d'albergo, le istantanee di un campionato giocato, come di consuetudine, sempre sopra le righe: clamorosi rovesci e trionfali goleade. Pioveva pure a Torino, domenica, con il vecchio cuore granata che riprendeva a pompare vigoroso, la folla della vecchia Maratona in delirio, Ventura in paradiso, la collina degli Eroi avvolta in una nuvola nerastra, come quella che inghiottì la squadra più forte di tutti i tempi. Pioggia battente sui ruderi dell'antico Filadelfia. Angelo Ogbonna la roccia, il gigante d'ebano, uno dei protagonisti dell'inarrestabile cavalcata torinista, si scioglieva nel saluto alla tifoseria. Lacrime, tante lacrime una volta tanto e per sempre. Incontarsi, commuoversi, dirsi addio. Lavezzi, Zeman, Ogbonna. E ancora prima Inzaghi e Gattuso. E Del Piero. Oltre la giostra dei miliardi, il pallone conserva un cuore antico. O forse erano solo gocce di pioggia. La gioia di Nadal per il 6˚ successo a Roma FOTO/ANSA Le lacrime e l'addio: il cuore antico del calcio ... «Balotelli?Capiràchequesta èunagrandepossibilità» Senonlacapisce, spazioa Destro,Giovinco,DiNatale U: martedì 22, maggio, 2012 27
Lucca la bianca, si tinge di arancione. Per la prima volta la città delle Mura ha un sindaco di tradizione non democristiana. La svolta con la vittoria al ballottaggio di Alessandro Tambellini, che vince per distacco il secondo turno distanziando il candidato centrista, Pietro Fazzi. Ma a far notizia è anche l'astensionismo record che ha caratterizzato questa tornata elettorale. Tutto secondo le previsioni, del resto l'esponente del Pd, appoggiato anche da Sel, Idv e Federazione della Sinistra, si era presentato al ballottaggio con trenta punti di vantaggio sull'ex forzista Fazzi. Numeri alla mano Tambellini è stato eletto sindaco con il 69,72% (23.468 voti), mentre il suo sfidante non è andato oltre il 30;28% 810.190 voti). «È stata una vittoria faticosa, ma che premia il nostro lavoro» sono state le prime parole del neo sindaco, appena giunto a Palazzo Orsetti, sede del Comune, visibilmente commosso, con in mano una maglia del Giro d'Italia, simbolo della sua vittoria a tappe, prima con le primarie, poi con la campagna elettorale vera e propria «la maglia rosa? Sono un ciclista» scherza Tambellini. Ora si metterà subito a pedalare perché le partite aperte sono diverse «abbiamo poco tempo per mettere a fuoco le questioni principali e partire con i fatti. Tra le più importanti c'è la Clap, il trasporto pubblico, l'urbanistica e rimettere in moto l'attività lavorativa» spiega Tambellini «inizieremo a lavorare subito per la città, per quello che conta è Lucca». Ma a non passare inosservata è ancora una volta l'astensione record: undici punti in meno rispetto a quindici giorni fa, addirittura 17 punti percentuali in meno rispetto a cinque anni fa. «È un dato preoccupante che dobbiamo affrontare perché è indispensabile riconquistare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nella politica» sottolinea Tambellini. Il suo primo atto da sindaco? «Andrò a visitare una scuola in segno di solidarietà con quanto è successo a Brindisi» afferma il sindaco. Il ricordo dell'attentato davanti all'istituto professionale Morvillo-Falcone è una ferita anche per Lucca. «Il risultato di Tambellini è storico per noi» osserva il segretario cittadino del Pd, Fabrizio Pardini. «Finisce la repubblica di Lucca» aggiunge quello provinciale, Patrizio Andreuccetti. Sul fronte opposto Pietro Fazzi ammette di essere andato al di sotto delle sue aspettative e attacca il Pdl per non averlo appoggiato «questo risultato è stato causato anche da chi ha preferito far valere logiche interne dettate da sete di vendetta». Ce l'ha con il centro destra. Ma evidentemente i lucchesi non hanno dimenticato i suoi disastri negli anni in cui è stato sindaco di Lucca. TARANTO Piacenza sceglie la continuità. Ma anche qui si fa sentire il calo dell'affluenza rispetto alle ultime amministrative. Viene premiata la giunta uscente di Roberto Reggi, per dieci anni alla guida di questa città da sempre in bilico tra Lombardia ed Emilia: da domani infatti a palazzo Mercanti sederà Paolo Dosi, 57 anni, assessore alla Cultura con Reggi. Esponente Pd, alla guida di una coalizione di democratici, Idv, Sinistra per Piacenza e liste civiche, scelto attraverso le primarie, Dosi vince con il 57,8% contro il 42,2% del Pdl Andrea Paparo. Una buona affermazione, che mitiga la nota dolente sugli astenuti. Al ballottaggio vota il 54,3% dei piacentini, era il 65% solo due settimane prima, per strada si perde il 10% degli elettori, quasi il 24% se si guarda al 78% del 2007. «Abbiamo avuto il merito di restare tutti uniti, e ora sarò il sindaco di tutti - promette Dosi, il cui primo impegno è stato al monumento alla Resistenza -. Lavoreremo anche per tutti quelli che non sono andati a votare, l'astensionismo è uno dei dati più preoccupanti di queste elezioni». Il primo obiettivo da raggiungere per il neo sindaco è uno solo: far crescere l'occupazione, «grazie a interventi per la semplificazione normativa a favore delle imprese e al potenziamento del polo universitario, percorso quest'ultimo già avviato». Tempi rapidi per la giunta, «vorrei presentarla sabato, con una forte presenza femminile». «Siena non tornerà indietro, anzi, da oggi la città avrà ben chiaro i volti di quei politicanti, traditori e voltagabbana che, per i loro interessi di bottega, consegneranno la città a un commissario». Nello stesso momento in cui getta la spugna, Franco Ceccuzzi rilancia la sua sfida. Quella di una necessaria svolta («rivoluzione dolce» continua a chiamarla) che poco più di un anno fa l'aveva portato a diventare il sindaco di Siena e che oggi, dopo la lettera di dimissioni consegnata nella notte di domenica al segretario generale, e di fronte a un consiglio comunale quanto mai teso, ammette di non essere riuscito a portare fino in fondo. Però l'ha iniziata e questo gli è costato il posto. Otto suoi consiglieri comunali (7 del Pd e uno eletto nella lista Riformisti) gli hanno voltato le spalle facendo venire meno la maggioranza eletta dai senesi a maggio 2011. Una rottura certificata a fine aprile dal voto contrario sul bilancio consuntivo (riportato ieri in aula e bocciato di nuovo) che neppure i vertici regionali e nazionali del Pd sono riusciti a ricomporre. LA ROTTURA Perché? I motivi li elenca lo stesso Ceccuzzi con un discorso di una durezza inusuale. C'è la questione dell'ospedale cittadino (il Policlinico Le Scotte) che il Comune, dice il sindaco, ha tentato di far tornare a essere «ospedale pubblico» togliendolo «ai gruppi di potere che lo gestiscono». E ci sono soprattutto le nomine nel Monte dei Paschi e il rinnovamento totale operato dalla Fondazione su spinta del sindaco. Uno scarto rispetto al passato (e alla logica «da manuale Cencelli» dal sapore «clientelare e familistico» dice Ceccuzzi) che s'è impersonificato nella scelta di Fabrizio Viola alla direzione generale e di Alessandro Profumo alla presidenza. Nomi, soprattutto quello di Profumo, che hanno scontentato un pezzo di Pd. Fra i “dissidenti” c'è anche un consigliere legato alla Cgil (ma il sindacato smentisce: «La Cgil non ha armato né ha chiesto a nessun consigliere comunale di tenere atteggiamenti addirittura contrari agli interessi che rappresentiamo» dice il segretario di Siena Claudio Guggiari) e all'ex sindaco Cenni. Ma soprattutto c'è quella parte del Pd senese che fa capo al presidente del consiglio regionale Alberto Monaci (ex Dc, legato a Franco Marini e Beppe Fioroni). E qui la ragione va cercata, nella mancata conferma del fratello di Monaci, Alfredo, nel cda della banca. Come indicava un durissimo comunicato della direzione comunale del Pd di Siena domenica sera. Pd senese che ieri ha presentato anche un esposto ai garanti per chiedere l'espulsione di quei consiglieri comunali e chiesto al gruppo consiliare in Regione di prendere «le dovute decisioni» nei confronti di Monaci «regia politica di ciò che è successo». Ed è lo stesso Ceccuzzi, a margine del consiglio comunale, a spiegare che da parte di Monaci «c'è un'evidente ingerenza nella vita del Comune di Siena». Per Monaci però la questione è solo tecnica (il consuntivo sarebbe illegittimo) e si domanda perché invece di affrontarla e risolverla, si cerchi di «eluderla, affogandola nelle scomuniche, in documenti da ultimatum, in minacce di deferimenti, in colpi di teatro, in un contesto che più che politico sembra puzzare di processo staliniano». Però per il segretario del Pd toscano Andrea Manciulli, che puntualizza che «qui la questione Ds-Margherita non c'incastra nulla», è chi fa cadere il proprio sindaco in maniera così ingiustificata «a porsi da se' fuori dal partito». Manciulli, che fino all'ultimo secondo ha cercato di far prevalere «il senso di responsabilità» fra i “dissidenti”, sta con il sindaco: «Ceccuzzi ha avuto coraggio nel rinnovamento e va sostenuto» dice. ELEZIONIANTICIPATE? Intanto se entro 20 giorni le dimissioni del sindaco saranno operative, Siena sarà gestita da un commissario che la porterà al voto anticipato. Ieri Profumo pareva preoccupato per il rischio «instabilità». Mps sta attraversando il periodo più difficile della sua storia. I bilanci sono in perdita. E magistratura e Guardia di dinanza stanno indagando sull'acquisizione di Antonveneta, comprata a prezzi alti poco prima della grande crisi e del crollo di titoli bancari, che ha svenato la Fondazione. Per Ceccuzzi è proprio grazie a Viola e Profumo che Mps può nonostante tutto guardare avanti a se' con una certa fiducia. Con i vecchi metodi e le nomine fatte in base a equilibri politici e non alla competenza, Mps e la città avrebbero continuato a scendere lungo quel piano inclinato in cui l'avevano portata i suoi predecessori, fa capire il sindaco quando spiega che lui sta pagando soprattutto una parola: discontinuità. «Perché sono tredici lettere - dice - che mettono i brividi addosso a chi associa il cambiamento alla perdita del proprio potere e di quello del clan al quale appartiene». Piacenza Dosi è sindaco: «Giunta rosa entro sabato» Stefànostravince:«Oratuttiunitiper lacittà» Astensione cresciuta di 11 punti. Il neoeletto: riconquisteremo la fiducia nelle istituzioni Le nomine in Mps al centro dello scontro Il primo cittadino: «Ma la città non tornerà indietro» Siena, rottura nel Pd Ceccuzzi si dimette: pago la discontinuità SecondomandatoperEzio Stefàno. Il ballottaggiodiTaranto riconferma il sindacouscente, sostenutoda un'alleanzadi centrosinistracon nove liste (insiemeal Pd, Sinistra ecologia libertà,Udc, Partitosocialista, Italia dei valori,Alleanza per l'Italia e liste civiche), cheraccoglie il69,67% dei consensi, contro lo sfidantedi centrodestraMarioCito, fermoal 30,32%,cheaveva l'appoggio della Destra,FiammaTricolore,Lega d'azionemeridionalee listeciviche. Sono idati diun votoche se ha vistoun'affluenza piuttosto scarsa, parial 43%,è statoperò subitochiaro, giàdai primi risultatidelloscrutinio, conun netto divario tra idue sfidanti. Ed'altraparteStefànoal primoturno avevapreso il49,5 percento deivoti, contro il 18,93 di Cito.Niente festeggiamenti,però:gli amici e sostenitoriche sieranoradunati nel comitatoelettoraledel suo movimentoSinistrademocratica, sono stati subito bloccati. «Nonc'è nullada festeggiare in questo momentoe con la tragedia chehacolpito Brindisi» ha detto il sindaco, fermando chipoco prima,accogliendoloall'ingressodel comitato,avevasparatoun paio di mortaretti insegnodi gioia. Nel suo discorso, il ringraziamento agli elettori e l'invito al suo avversario «a lavorare insiemeper la città». «Ilmioprimoatto -haannunciato Stefàno- saràquello di scrivereal premier Monti perchiedere impegnisull'emergenza casae sulla prosecuzionedelTavolo Taranto insediatodal governo». ADRIANACOMASCHI BOLOGNA La scritta «Lega Ladrona» sul muro esterno della sezione della Lega Nord ai Navigli di Milano ANSA/PAOLO SALMOIRAGO Lucca Non è più l'isola del Pdl Tambellini sfiora il 70% . . . Tambellini ha in mano una maglia rosa: «Ho vinto una difficile corsa a tappe...» OSVALDOSABATO osabato@unita.it VLADIMIROFRULLETTI vfrulletti@unita.it Con il 57,8% dei consensi, si afferma l'ex assessore alla Cultura. «Priorità l'occupazione» martedì 22, maggio, 2012 7
«Gli afghani non saranno mai abbandonati». Lo dice il presidente Obama, nella seconda giornata del vertice Nato a Chicago, mentre il vertice fissa la data della fine della guerra iniziata dopo l'11 settembre. Data diluita nel tempo, ma non per questo meno definitiva, fissata sul calendario perché da Kabul bisognerà pur andarsene, anche se nessuno sente di poter dichiarare «missione compiuta». Entro un anno, alla metà del 2013, «ci aspettiamo che le forze di sicurezza afghane abbiano preso potere in tutto il territorio», dice il segretario generale della Nato Rasmussen. «Il passaggio irreversibile della piena responsabilità per la sicurezza dalla Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf) alle Forze afgane verrà completata, secondo i piani, entro la fine del 2014», si legge nella dichiarazione conclusiva. «Ora possiamo davvero porre fine a questa guerra», è la conclusione di Obama. Confermato il calendario della roadmap fissata nel 2010 a Lisbona. A metà del 2013 comincerà a cambiare il dna della missione Isaf. L'iniziativa militare passerà nelle mani delle forze afghane su tutto il territorio, anche se è previsto il supporto militare internazionale. Tempo un anno «l'Isaf non avrà più come suo principale obiettivo il combattimento, ma l'addestramento, la consulenza e l'assistenza alle truppe afgane scrive il documento di Chicago -. Noi ritireremo gradualmente e responsabilmente le nostre truppe in modo da mettere fine alla missione Isaf entro il 31 dicembre 2014». Per il dopo, i leader Nato si sono impegnati ad una missione di addestramento e assistenza, che va pianificata da subito. Sul piano militare ma anche e soprattutto su quello economico: il conto annuale supererà i 4 miliardi di dollari e gli Usa vogliono dividere la spesa. USCITAORDINATA Chiudere il capitolo afghano, questo è il punto. E la decisione francese di anticipare i tempi a fine 2012 in questo quadro cambia relativamente le cose. Hollande si sarebbe comunque impegnato a garantire la partecipazione finanziaria e comunque una presenza non combattente: Parigi non intende mettere in difficoltà Obama in quest'anno elettorale, un accordo si troverà nella sostanza se non nei termini. Il vertice di Chicago scandisce comunque i passaggi dell'exit strategy, perché anche con se con una data di scadenza, la guerra continuerà in questi due anni e mezzo di progressiva smobilitazione e tutto lascia presagire che sarà dura. Una guerra a scadenza, due anni fa sarebbe sembrata un assurdo, oggi decisamente meno. Molto per ragioni di budget e perché i governi impegnati nella regione si trovano a dover spiegare alle rispettive opinioni pubbliche le spese di una guerra infinita che non sembra arrivare da nessuna parte. Persino tra i repubblicani Usa cresce la stanchezza, tanto più dopo l'uccisione di Bin Laden. Lo sfidante repubblicano Mitt Romney evita di parlarne, non mostra di avere un'opinione se non per criticare Obama per aver calibrato l'uscita di scena da Kabul sui tempi elettorali - i primi rimpatri di truppe per questo settembre riconoscendo così implicitamente che la guerra è impopolare. Né Romney né i suoi che in altri tempi hanno usato la carta del disfattismo, si azzardano a sostenere la necessità di andare avanti, né si interrogano davvero su come sarà l'Afghanistan del dopo 2014. Obama ha concesso ai militari i rinforzi che chiedevano, ma ponendo un limite temporale per la chiusura delle operazioni di combattimento in cui non ha mai creduto. A dar credito alle ricostruzioni pubblicate dal New York Times già un anno dopo il suo arrivo alla Casa Bianca, il presidente era arrivato alla conclusione che rifondare l'Afghanistan era una pura fantasia della precedente amministrazione. Il fatto di aver dato tempo ai militari gli ha evitato di essere accusato di aver voluto perdere la guerra, per la quale si era impegnato in campagna elettorale. Ma se non si parla di sconfitta è solo perché la Casa Bianca ha ridimensionato i suoi obiettivi ad un accordo di coabitazione tra governo di Kabul e talebani. Al prossime vertice Nato l'Afghanistan non dominerà più l'agenda. Il focus passerà su altre questioni, dalla difesa intelligente allo scudo anti-missile, il cui primo step è stato approvato ieri a Chicago. Con un corollario importante. I leader della Nato hanno voluto sottolineare «l'importanza della collaborazione strategica con la Russia». Dopo le presidenziali americane, il dialogo tra Mosca e Washington è destinato a riaprirsi. ILMONDO ELACRISI Gli attivisti in marcia scortati dalla polizia durante il vertice Nato a Chicago FOTO ANSA Afghanistan, nel 2013 inizia il ritiro Al vertice Nato accordo sul calendario d'uscita «Entro l'anno prossimo le forze di sicurezza afghane avranno il controllo di tutto il territorio Concordata la road map della smobilitazione MARINAMASTROLUCA mmastroluca@unita.it 12 martedì 22, maggio, 2012
Un massacro mirato. Per marchiare col sangue la nuova trincea jihadista: lo Yemen. Quasi cento militari morti e molte decine feriti, alcuni dei quali con gli arti strappati o con lesioni cerebrali che li lasceranno paralizzati: con un attentato senza precedenti nella capitale Sanaa durante le prove di una parata, Al Qaeda ha dato ieri la sua risposta ad una offensiva del governo dello Yemen che da mesi sta cercando di riconquistare vaste aree nel sud del Paese sotto il controllo dell'organizzazione terroristica. «Tutte le vittime sono ufficiali e soldati», dice una fonte militare, mentre un testimone descrive la piazza come «cosparsa di resti umani». Decine di ambulanze e taxi hanno fatto per ore la spola con gli ospedali. L'ultimo bilancio, ancora provvisorio data la gravità delle condizioni di molti dei feriti, parla di almeno 96 morti e oltre 200 feriti. Secondo i primi accertamenti, la strage è stata provocata da un soldato al servizio di Al Qaeda che si è fatto saltare in aria azionando il corpetto imbottito di esplosivo che portava addosso in mezzo alla folla dei colleghi che avevano appena concluso, su una strada a dieci corsie non lontano dal palazzo presidenziale, le prove della parata organizzata per celebrare il 22mo anniversario della riunificazione tra Yemen del Nord e del Sud. Alle prove era presente anche il ministro della Difesa, Mohammed Nasser Ahmed, che è rimasto illeso. In serata, il presidente Abd Rabbo Mansour Hadi annuncia che il suo Paese resta determinato nel combattere il terrorismo. «Le nostre forze armate saranno più dure e determinate nella lotta ai terroristi», afferma il presidente, che ha anche inviato messaggi di cordoglio alle famiglie delle vittime, secondo quanto riferisce l'agenzia di Stato, Saba. L'azione terroristica è stata rivendicata da un'organizzazione denominata Ansar al Sharia, cioè «I partigiani della Sharia» (la legge islamica), affiliata ad Al Qaeda nella Penisola arabica, che a partire dal 2011 ha conquistato importanti porzioni di territorio nel Sud approfittando dell'indebolimento del governo centrale durante il movimento di protesta che ha portato all'uscita di scena dell'ex presidente Ali Abdullah Saleh. L'attacco di ieri è stato affermato nel messaggio di rivendicazione, è una risposta ai «crimini» imputati alle forze di sicurezza nella campagna avviata negli ultimi mesi contro Al Qaeda. Anche ieri mattina fonti militari hanno annunciato l'uccisione di undici militanti della rete terroristica nel corso dell'offensiva, che fino ad ora avrebbe provocato la morte di oltre 150 uomini di Al Qaeda. CONDANNAINTERNAZIONALE La guerra contro l'organizzazione terroristica è stata presentata come una delle priorità del governo del nuovo presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, insediatosi nel febbraio scorso, che ieri avrebbe dovuto tenere un discorso durante la parata militare. Ma l'attentato di ieri rappresenta un nuovo campanello d'allarme non solo per Sanaa ma anche per gli altri Paesi Arabi e l'Occidente, in particolare gli Usa, che sono impegnati in prima linea con i loro droni nell'offensiva del governo yemenita contro Al Qaeda. La rete terroristica ha detto di avere attaccato anche degli istruttori militari americani a Hodeida, nell'ovest del Paese, ferendone tre. L'attacco terroristico è stato condannato fermamente da Ban Ki-moon. «Questo atto criminale non può essere giustificato da nessuna causa», sottolinea il segretario generale delle Nazioni Unite in una nota. TEHERAN Al centro di Tripoli, la seconda città del Libano scossa da violenti scontri interconfessionali tra alawiti sostenitori di Bashar al-Assad e sunniti anti-regime, campeggia da giorni un'imponente scultura verde con il nome di Allah circondata dai vessilli neri dei salafiti e tende montate dai militanti dell'organizzazione islamista per protestare contro l'arresto di un loro compagno. «Faremo di Tripoli la nostra Tahrir, non ce ne andremo da qui fino a quando non libereranno i nostri fratelli arrestati», dicono al megafono. A poche centinaia di metri gli abitanti sunniti di Bab el-Tebbaneh e gli alawiti di Jabal Mohsen continuano a spararsi, dodici morti e più di cento feriti il bilancio degli scontri. Solo le ambulanze con le sirene spiegate e i carri armati dell'esercito vengono lasciati passare al posto di blocco delle forze armate libanesi sul viale che separa i due quartieri rivali, forte il rumore degli spari e dei colpi di mortaio. Ma le violenze non hanno risparmiato nemmeno la capitale Beirut, dove ieri notte militanti del partito sunnita dell'ex-presidente Hariri hanno attaccato la sede locale di un pro-siriano Partito del movimento arabo uccidendo due persone dopo che, in mattinata, l'esercito aveva aperto il fuoco sull'auto del leader anti-siriano Ahmad Abdel Wahed nella regione nord-orientale dell'Akkar causando la morte del religioso. SULVULCANO La crisi siriana rischia di contagiare il Libano e soprattutto il nord del Paese che ospita più di 14 mila profughi e dove i militanti del libero esercito siriano circolano liberamente e si riforniscono di armi. Una situazione che sta mettendo in difficoltà il governo libanese che aveva mantenuto una posizione neutrale davanti alla radicalizzazione del conflitto in Siria: «Siamo seduti su un vulcano, la situazione nella regione si evolve molto rapidamente e questo potrebbe influenzare anche il Libano» ha dichiarato il premier Nagib Mikati, a capo di una coalizione di partiti pro-siriani in cui gli islamisti di Hezbollah hanno un peso determinante. Il casus belli che ha trasformato le forti tensioni politiche tra i cittadini sunniti anti-regime e gli alawiti pro-Assad in un scontro armato è stato l'arresto sabato scorso di Shadi Mawlawi, militante salafita accusato di essere membro di un'organizzazione islamista vicina ad al-Qaeda. Secondo Abu Damar, tra gli organizzatori della protesta, l'arresto di Mawlawi ha, invece, ragioni politiche: «È stata la Siria a ordinare ai suoi amici del governo libanese guidato da Hezbollah di arrestare il nostro fratello Mawlawi. L'esercito ha sparato sulla nostra protesta pacifica. Vogliono mettere in carcere e reprimere chi in Libano sta dalla parte della rivolta contro il regime di Assad e aiuta i profughi e l'opposizione come stava facendo il nostro compagno». Dopo gli scontri tra esercito e militanti salafiti al termine della manifestazione a Tripoli per chiedere la liberazione di Mawlaoui, la crisi è degenerata in conflitto armato tra quartieri rivali. «Per noi è normale conviverci, è da dieci anni che la situazione è tesa - racconta Ahmad Ghanoumi, che a Bab el-Tabbaneh è cresciuto - ma questa volta il livello di violenza è molto più alto. La vita economica e sociale della città è completamente bloccata, le scuole e i negozi sono chiusi, molti dei miei vicini di casa stanno lasciando le loro case per paura dei cecchini». Secondo Scarlett Haddad, analista del quotidiano L'Orient-Le Jour l'arresto del militante islamista sarebbe un pretesto per mettere in atto un piano orchestrato dai salafiti libanesi per fare di Tripoli la base operativa della resistenza anti-Assad sul modello della no fly zone creata dalla Nato a Bengasi durante l'intervento in Libia: «L'obiettivo è costringere l'esercito a ritirarsi dal nord del Libano per lasciare quell'area alla mercé dei salafiti e dei loro alleati della resistenza siriana facendo di quella regione la zona tampone che i Paesi che sostengono l'opposizione siriana hanno tentato di creare in Turchia e Giordania». E ora c'è chi in Libano, soprattutto dopo le violenze a Beirut, inizia a temere che gli scontri tra fazioni alimentati dalla crisi siriana possano sfociare in una nuova guerra civile. MONDO Yemen, la nuova trincea del terrore Quasi 100 morti Gli agenti della polizia scientifica yemenita sul luogo dell'attentato suicida a Sanaa FOTO ANSA Strage di soldati a Sanaa: un miliziano qaedista si fa esplodere durante una parata. Oltre 200 feriti U.D.G. udegiovannangeli@unita.it Iran,«moltopositivi» inegoziaticon l'Aiea sulnucleare Il capo dell'Agenzia internazionale per l'energia atomicaYukiya Amanohadefinito i colloqui avuti ieri aTeheran con il capodei negoziatori iraniani«intensi» e «moltoutili», come riportato dall'emittente Irib. «Abbiamo avuto deibuoni colloqui conAmanoe, se diovuole, avremouna buona cooperazione in futuro», èstato il commentodel capodei negoziatori iraniani,Saeed Jalili. Al centro delle discussioni ildisarmo nucleare globale, lo stopalla proliferazione dellearmiatomichee l'usopacifico dell'energianucleare per tutti i fimataridel trattatodi non proliferazionenucleare. . . . Più di 14mila profughi nel nord del Paese: qui l'esercito ribelle si rifornisce di armi Morte a Beirut: si allarga al Libano la guerra siriana Gli scontri tra la fazione pro-Assad e i ribelli ora arrivano nella capitale «Sarà la nostra piazza Tahrir» ALBERTOTETTA BEIRUT 18 martedì 22, maggio, 2012
L'INTERVISTA Ha appena concluso la diretta negli studi del Tg1 e sta per entrare in quelli de La7. Enrico Letta, vicepresidente del partito, risponde al telefono e commenta: «Ha sentito? Adesso vogliono far passare il messaggio che queste elezioni sono andate male per tutti tranne che per Grillo». Al Tg3, ha appena finito di dire che è Pier Luigi Bersani il candidato premier naturale del centrosinistra alle politiche del 2013. Una risposta, questa, diretta soprattutto al primo cittadino di Firenze, Matteo Renzi, tornato a chiedere le primarie ad ottobre. Anche lei come Bersani ritiene che il Pd leabbiavintesenzaseesenzama,aparteParma e Palermo? «Non è che lo diciamo tanto per dire: ci sono i risultati, lì, sotto gli occhi di tutti e ha ragione Bersani a rivendicare questa vittoria. Su 177 Comuni il centrosinistra vince in 92. La Lega perde sette ballottaggi su sette e il Pdl si è spappolato, eppure è in corso un tentativo di raccontare una verità diversa. Vogliono accomunarci al Pdl nel crollo della politica: non è così, noi siamo l'alternativa come dimostrano i risultati in tantissimi Comuni». IlpuntoèchefanotizialavittoriadelcandidatodelMovimento 5stelle a Parma. «Non dobbiamo assolutamente sottovalutare quello che è successo a Parma ma quel dato non può cancellare il risultato generale. Parma è un brutto campanello di allarme sul quale dobbiamo riflettere tutti e non soltanto il Pd». Ma si può ancora affermare che quello ai grillini è solo un voto di protesta o è un fenomeno un po' più complesso di così? «Non sottovaluto il Movimento5stelle e resto convinto, non lo dico da oggi, che ci sono delle risposte che vanno date subito: cambiare la legge elettorale, restituendo la possibilità ai cittadini di scegliere i parlamentari; dimezzare i finanziamenti alla politica ed emanare quanto prima la legge sulla corruzione. Se non facciamo subito queste cose Parma rischia di diventare l'Italia. Non è un caso che da tempo Bersani chieda di intervenire in questo senso. Quanto all'analisi del voto su Parma va sottolineato che in quella città gli elettori di centrodestra hanno votato Grillo e non il nostro candidato e anche questo non è un bel segnale». Grillosulsuoblogricordacheisuoicandidati hanno vinto facendo campagna elettorale con 6mila euro. Non sarà anche questo un modo di fare politica che piacesemprepiùagli elettori' «In quanto a sobrietà il Pd non ha nulla da imparare da alcuno e meno che mai da Beppe Grillo. Tutti i nostri militanti che tengono in vita le feste del Pd sono la dimostrazione che siamo un partito che vive di partecipazione e del volontariato di tante persone per bene. Poi, non c'è dubbio che i cittadini in questo momento chiedono sobrietà e non a caso hanno punito il Pdl e la Lega ma anche in questo caso inviterei a non generalizzare e a fare delle distinzioni». PerdelaLegaeperdeilPdl.PerilPdqualisonoleindicazionichearrivanodaquesteelezioni?GrillodicechedopoStalingradopuntaa Berlino, cioè le politiche. «Il primo tema fondamentale, ripeto, è la legge elettorale anche se mi rendo conto che può sembrare un argomento “politichese”. Se non la cambiamo il rischio è che cresca l'antipolitica e non ce lo possiamo permettere. Quanto a noi del Pd dobbiamo subito mettere in campo il progetto dell'alternativa puntando sui grandi contenuti, penso ai temi dell'Europa, del lavoro, della cultura, della crescita e dei giovani. Abbiamo fatto un ottimo lavoro in questi mesi, adesso è il momento di tirare le fila e delineare il Paese che vogliamo». Il sindaco di Bari, Emiliano, in realtà è convintochequellocheservesia la lista civicanazionale. Che gli risponde? «Alleati e alleanze anche non tradizionali credo che possano essere utili e positive, non ci vedo niente di male, ma preferirei non affrontare il tema dei Per le forze dell'ex centro-destra i ballottaggi rap-presentano più che al-tro un sigillo. Per il Pdl,già escluso dai principa-li (Genova, Palermo, Parma, l'Aquila) certificano una (forse irreversibile) crisi d'identità, da quando Berlusconi si è allontanato dal centro della scena, e di strategia, da quando la maggioranza «anomala» li ammutolisce sui temi economico-sociali. Con un elemento inquietante, a Parma: i loro elettori, almeno in parte, li considerano «sostituibili» con il Movimento 5 Stelle. Per la Lega, che perde 7 ballottaggi su 7, è un risultato prevedibile che cristallizza la forte perdita di credibilità dopo gli scandali in cui è precipitata la «family» di Bossi. Anche loro hanno ceduto consensi ai grillini. Sconfitti a Cantù, Palazzolo, Meda, Tradate, Senago, Thiene, San Giovanni Lupatoto. E per quanto Maroni proclami che queste amministrative sono state «la fine della traversata nel deserto» e l'appuntamento di Pontida è solo rinviato, riponendo grandi speranze nel «ricambio generazionale» dei congressi che decideranno anche le alleanze, in realtà la partita deve ancora cominciare. E Bobo non ignora il rischio di ereditare, alla fine, un cumulo di macerie velenose. A via dell'Umiltà l'aria è pessima. Sede sprangata ai giornalisti: non è stata allestita la sala stampa, nessun big scende a commentare i dati. A fine giornata il Pdl - che su 26 capoluoghi prima ne aveva 17 - ne mantiene solo 6. Perde Alessandria, Asti, Como, Monza (sì, anche Monza dove il Cavaliere, causa interessi edilizi, aveva tenuto l'unico comizio), Belluno, Lucca, Rieti, Isernia, Brindisi. In Lombardia su 23 comuni al voto 20 avranno sindaco di centrosinistra, due del Pdl e zero della Lega. È un partito in «disfacimento». E salta il tappo delle recriminazioni, dilagano i malpancisti, parte l'assalto alla nomenklatura. Anche se solo Lehner chiede apertamente le dimissioni di Alfano. Gli ex An invocano «discontinuità». Alemanno chiede il cambio di nome e di classe dirigente. Giorgia Meloni, firmataria della proposta di legge elettorale con ritorno delle preferenze, è per un «profondo rinnovamento a tutti i livelli» senza «fare finta di nulla» dopo la sconfitta. Isabella Bertolini lancia l'allarme: «In Emilia Romagna il Pdl non c'è più. Su 4 comuni avevamo portato al secondo turno un solo candidato a Piacenza. Negli altri 3 ci ha sostituito un grillino contro il Pd. Abbiamo perso Parma e Comacchio.». Sotto accusa, ovviamente, il sostegno a Monti. Crosetto ma anche Bondi, in toni diversi, vorrebbero «rinegoziarlo». L'ex ministro si spinge a dire che o si trova una «collaborazione senza riserve» su crescita e temi europei oppure è meglio che ogni partito della maggioranza riprenda la sua strada. Elucubrazioni obbligate cui pochi credono. «Berlusconi non staccherà la spina - dicono nel Pdl - E comunque ormai mancano pochi mesi. Ma abbandonare il governo non risolverà i problemi finché non decidiamo cosa vogliamo fare da grandi...». Occhi puntati sulla «cosa più grande» con cui Alfano e il Cavaliere pensano di rilanciarsi. Il segretario Pdl ieri ha preferito un comunicato alla più interattiva conferenza stampa: «Riteniamo che gli elettori di centrodestra restino ampiamente maggioritari nel Paese. Non hanno scelto e non sceglieranno la sinistra bensì massicciamente l'astensione. Il loro messaggio e fortissimo: chiedono una nuova offerta politica. Siamo determinati a offrirla a loro e al Paese». Insomma la linea ufficiale, ribadita come soldatini da tutti, Bonaiuti fino alla Santanché, è: puniti dall'astensionismo, ci rinnoveremo. Su Twitter fioccano ironie. « N u o v o n o m e ? S u g g e r i s c o “Tuttiacasa”» «Da 45 comuni a 92: non è una vittoria?» Su Parma: «Il Pdl si è nascosto dietro Grillo» Renzi insiste: primarie EnricoLetta «Sivuolefarpassare ilmessaggiochehanno persotutti tranneGrillo. Maidati sonochiarissimi: vinciamoin92Comuni, LegaePdlsispappolano» MARIAZEGARELLI Bersani: una vittoria LEELEZIONIAMMINISTRATIVE «Abbiamo vinto senza se e senza ma. Capisco il simpatico tentativo di rubarci la vittoria ma non sarà consentito». Tre ore dopo la chiusura dei seggi elettorali Pier Luigi Bersani sale al terzo piano del quartier generale del Pd con sotto il braccio una cartellina. Ad attenderlo ci sono decine di giornalisti, telecamere, fotografi. Il leader dei Democratici si siede al tavolo di fronte a loro e mette in bella vista un grafico a colori. Schematizza il risultato elettorale complessivo, i Comuni andati al voto che da oggi saranno governati dal centrosinistra, quelli riconfermati e quelli strappati al centrodestra. «Abbiamo vinto le amministrative 2012: 177 Comuni al voto sopra i 15 mila abitanti, 92 vinti dal centrosinistra; l'altra volta erano 45. Questi sono i fatti». E Parma? «Abbiamo non vinto», sorride Bersani. «Lì governava da dieci anni il centrodestra, che è stato sconfitto e si è rimpannucciato dietro a Grillo. Non è che abbiamo perso». Anche questa seconda tornata elettorale viene commentata positivamente dal gruppo dirigente del Pd. Si partiva da una situazione, guardando ai Comuni capoluogo, di 18 a 8 a favore del centrodestra. Oggi il risultato è ribaltato, col centrosinistra che governa in 18 di essi, mentre al Pdl ne rimangono 5, uno alla Lega (Verona) e uno al Movimento 5 stelle (Parma). I riflettori sono tutti puntanti sull'exploit dei grillini, ma al Pd si guarda soprattutto al fatto che nel Nord sono state conquistate importanti città come Alessandria, Asti, Como, Monza, Belluno, e che l'asse Pdl-Lega che ha dominato la scena politica per gran parte dell'ultimo ventennio oggi è in frantumi. Al di là del buon risultato ottenuto, nella sede del Pd si guarda non tanto all'affermazione del movimento di Beppe Grillo, che per Bersani ora «dovrà dire cosa intende fare perché solo gli slogan servono a poco» (e la sfida che gli lancia il leader dei Democratici è per un confronto su un tema «inevaso» dal comico genovese, quello del lavoro), ma al dato dell'astensionismo. «È preoccupante ma non allarmante», dice Bersani, giustificando questa frase con la media che si registra in questa fase nelle elezioni a livello europeo e con il fisiologico calo che c'è sempre nel secondo turno. MESSAGGIOANCHE PER IL GOVERNO Ma quel 49% di elettori che ha scelto di non votare non lascia proprio sereni i dirigenti del Pd, che ora imposteranno la strategia delle prossime settimane incalzando gli altri partiti sulle riforme da approvare in Parlamento e l'esecutivo sulla necessità di approvare in tem. . . «Non sottovaluto Parma Vanno dati segnali subito ma il Pdl si oppone alle riforme necessarie» . . . «Da queste elezioni amministrative Bersani esce rafforzato È lui il candidato premier» «Siamo l'unica alternativa alla crisi della politica» FEDERICAFANTOZZI Twitter@Federicafan Neiballottaggi ilpartito diBerlusconiconserva6 comunisu17.Alfanoè sottoattaccoepromette «novità».Maroni temedi restarecon lemacerie IL CASO Il Pdl si squaglia «Meglio Grillo di noi» La Lega perde 7 su 7 Il segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani, durante la conferenza stampa sui risultati dei ballottaggi FOTO ANSA SIMONECOLLINI ROMA 4 martedì 22, maggio, 2012
28 martedì 22, maggio, 2012
«Se volevi spaventarmi ci sei riuscito, ma adesso dai metti giù la bambina». Sono le parole, colme d'angoscia, dette ieri mattina a Brescia da Elena Morè al marito. Ma Marco Turrini, agente pubblicitario di 41 anni, non le ha ascoltate e ha gettato dalla finestra i suoi due figli prima di tentare di uccidere anche la moglie e di gettarsi nel vuoto. Secondo la ricostruzione degli investigatori, durante una discussione peraltro non particolarmente accesa che aveva per oggetto i problemi lavorativi di lui, Turrini improvvisamente ha aperto la finestra del soggiorno, dove erano presenti anche i due bambini già vestiti. Senza proferire alcuna minaccia ha preso la bimba in braccio davanti alla finestra e di fronte alla moglie che neanche per un attimo ha pensato che potesse fare sul serio. Poi improvvisamente la follia: l'uomo ha gettato prima la figlia più piccola, Benedetta di 14 mesi, e in rapida successione ha preso anche il maschietto, Samuele di 4 anni, e lo ha gettato giù dal sesto piano. Elena Morè, impietrita, per alcuni secondi, è poi corsa fuori casa per chiedere soccorso, ma è stata inseguita dal marito che al piano di sotto, su un pianerottolo ha aperto un'altra finestra e ha cercato di gettarla nel vuoto. Infine quando ha visto giungere i primi vicini di casa ha lasciato andare la donna e si è buttato. Turrini è morto sul colpo, mentre per i due bambini c'è stato un inutile trasporto d'urgenza all'ospedale civile di Brescia, dove però sono morti poco dopo. RAPTUS IMPREVEDIBILE Una tragedia terribile. A detta degli investigatori che stanno ricostruendo il «raptus» dell'uomo non è possibile al momento parlare di cause certe che hanno scatenato la sua follia. Marco Turrini, 41 anni, era un ex agente pubblicitario. Aveva perso il lavoro già da tempo e in famiglia, comunque, entrava lo stipendio della moglie, e di conseguenza il disagio economico non era tale, secondo le prime indicazioni, da causare indigenza. Di certo però la donna, nonostante lo choc, ha riferito che l'uomo, da tempo, soffriva e si era molto chiuso in sé stesso. Secondo i primi accertamenti della Squadra mobile di Brescia che segue le indagini non risulterebbero altri gesti violenti o autolesionistici nel passato di Turrini. L'uomo, incensurato, nonostante una forma di depressione evidente che lo attanagliava da molti mesi, non aveva mai commesso gesti inconsulti né verso gli altri né verso se stesso. Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118 e le volanti della Mobile che si sono trovati di fronte ad una scena agghiacciante: i corpi dei bimbi sono stati trovati agonizzanti nel cortile. Quello del padre, ormai privo di vita, sulla capote di un'auto. Inutile l'immediato ricovero dei due piccoli all'ospedale Civile, sono morti alle 10, pochi minuti di distanza uno dall'altro, nonostante il disperato tentativo di tenerli in vita dei pediatri. La moglie è ricoverata al nosocomio cittadino in stato di grave choc. «Una famiglia felicissima. Li conoscevo da 5 anni. Ho visto nascere e crescere quei bambini» racconta Elisabetta, una vicina della famiglia Turrini. «Ho sentito le urla e sono scesa a vedere cose fosse successo - racconta - lui era ancora vivo, ho sentito che respirava ancora. Siamo sgomenti, una tragedia immane che ci lascia senza parole». Follia a Brescia L'uomo aveva perso il lavoro da oltre un anno ed era depresso Prima di gettarsi dal 6˚ piano ha tentato di spingere nel vuoto anche la moglie che aveva provato a salvare i piccoli ITALIA II cadavere dell'uomo che si è gettato dalla finestra con i due figli piccoli Ancora un altro dramma dettato dalla mancanza di lavoro, dalla crisi, dalla solitudine e dalla depressione che come un «male oscuro» morde l'anima e toglie le forze fino a rendere l'ipotesi del gesto estremo come l'unica chance possibile, una via di fuga per smettere di fare i conti con il proprio dolore. L'ultimo caso è accaduto ieri a Roma. La vittima aveva 60 anni, aveva lavorato per una vita come fabbro, poi da due anni, era stato cassaintegrato. Lo hanno trovato senza vita, impiccato con la corda della serranda attaccata ad una trave nella sua casa a Portonaccio, periferia della Capitale. Secondo quanto si è appreso, l'uomo ha lasciato un biglietto in cui chiede scusa ai due figli e spiega che ha deciso di farla finita a causa dei debiti per la mancanza di lavoro. Per lungo tempo l'uomo aveva lavorato come fabbro in una azienda che due anni fa era stata chiusa. Era finito in cassaintegrazione e negli ultimi mesi aveva svolto piccoli lavori saltuari trovati dai due figli. Separato, era - secondo i vicini - una persona piuttosto riservata. Il figlio con il quale abitava se n'era andato da casa da poco per andare a convivere con la fidanzata. «Sono sconvolta, l'ho visto ieri sera mentre fumava una sigaretta ed era tranquillo. Ho sentito le urla del fratello che l'ha trovato quando è andato a casa sua perché non aveva sue notizie». Un altro vicino scuote la testa e aggiunge: «La sua non era una situazione facile ma non mi sarei mai immaginato che volesse farla finita». Sessantenne cassintegrato si impicca a Roma Lancia i figlioletti dalla finestra e si toglie la vita RICCARDO VALDESI ROMA 16 martedì 22, maggio, 2012
FILOLOGIA E POLITICA SONO DUE COSE CHE NON SIAMOTANTOABITUATIAMETTEREINRAPPORTO:ma proprio a proposito della vicenda della pubblicazione delle lettere e dei Quaderni del carcere di Gramsci questo rapporto viene messo in nettissima evidenza da Luciano Canfora, la cui ottica di storico e filologo (e di studioso dell'antichità) giunge a districare nel modo più concreto questioni che troppo spesso vengono affrontate in modo esteriormente polemico. Il nuovo libro Gramsci in carcere e il fascismo (Salerno Editrice, pagine 304, euro 14,00) ha al suo centro la ricostruzione della travagliata storia di alcune lettere di Gramsci, escluse dalla prima edizione (1947) delle Lettere dal carcere: con un seguito di trascrizioni, copie fotografiche, esitazioni, reticenze, occultamenti, determinati dal fatto che, nel caso di un leader come Gramsci, la gestione stessa della sua eredità e quindi ogni scelta editoriale non poteva non essere sentita come un atto politico. Si tratta in primo luogo di tre lettere del '28, del '32 e del '33, in cui Gramsci si riferiva al danno causato alla sua situazione di prigioniero da una lettera inviatagli a San Vittore con data 2 febbraio 1928 da un dirigente del partito, Ruggiero Grieco, «con informazioni politiche un po' aberranti e un po' iattanti», che gli diedero l'impressione di una deliberata malevolenza del partito nei suoi confronti e di essere state causa del fallimento della trattativa con l'Urss per la sua liberazione. È una vicenda in cui sono in scena moltissimi attori e si esibiscono moltissime carte, con tanti passaggi, nella vita e nei rapporti del prigioniero, nella storia del partito in quegli anni e in quelli successivi, con le varie edizioni delle lettere fino a quella definitiva curata da Chiara Daniele e Aldo Natoli. Ma al centro di tutto è naturalmente Gramsci, con l'eroica tensione di un pensiero capace di resistere alle tremende difficoltà della situazione carceraria. Dopo aver notato che la grandezza dei Quaderni non sta tanto nell'indicazione di immediati modelli politici e programmatici, quanto nella sua tesa problematicità, Canfora insiste sull'interpretazione che vi viene data del fascismo come «rivoluzione passiva», reazione diventata maggioritaria nella società (interpretazione ben diversa da quella data allora dal movimento comunista internazionale). LALETTERA DIGRIECO Molti dubbi si affacciano su Grieco e sulla sua lettera: e si ricorda che, quando egli diresse il partito (tra il '35 e il '37), pubblicò dopo la guerra d'Etiopia un appello al popolo italiano per la conciliazione nazionale, in cui si rivolgeva anche «ai fratelli in camicia nera», affermando addirittura l'intenzione dei comunisti di fare proprio «il programma fascista del 1919», che sarebbe stato tradito dal fascismo al potere. Questo appello fu motivo di sbandamento per molti militanti: è un documento poco noto e quasi inquietante, che Canfora riporta in appendice, insieme ad altri documenti spesso sorprendenti (come quelli che riguardano Ezio Taddei, figura di anarchico autore di vari atti di provocazione e di denigrazione, anche nei confronti di Gramsci, ma riuscito nel dopoguerra ad approdare nel Pci). La linea indicata in quell'appello di Grieco era del tutto contraddittoria rispetto alla politica di adesione ai fronti popolari, allora sostenuta dal Komintern: ed è indice di un momento di grande confusione nel partito (in parte superata dalla rimozione di Grieco dalla segreteria). Ma tutto ciò (proprio a partire da quella famosa lettera del 2 febbraio 1928) trova radice nel difficile groviglio della lotta politica di quegli anni, tra attività del Centro Estero del partito in Urss e nei paesi democratici europei, clandestinità, comunicazioni reticenti o indirette, azioni poliziesche, presenze di infiltrati, provocatori, delatori, ecc.: un mondo con cui Gramsci prigioniero ha rapporti inevitabilmente indiretti (a parte le visite che può ricevere), mentre le sue lettere approdano in mani diverse. In questo difficile groviglio, che Canfora ripercorre approfondendo e illuminando in modo nuovo anche tanti dati già noti, sta forse una delle ragioni essenziali della sfasatura tra la posizione di Gramsci in carcere (anche dopo la sua tardiva liberazione prima della morte) e quella del partito, del senso di dissidio, di sospetto, di ostilità di cui egli sentì la traccia più pesante in quella lettera del '28: sfasatura che paradossalmente alimentò il suo originale pensiero, lo portò in un certo senso al di là della stessa situazione politica contingente da cui pure era scaturito e a cui cercava di rispondere. Per questo nella storia dell'edizione delle Letteredalcarcere (come in quella dei Quaderni) il nesso tra filologia e politica risulta determinante. Il tardo emergere di molte lettere (tra cui quelle tre che toccano il caso della lettera di Grieco) trova una sua giustificazione proprio nel carattere politico che il lascito di Gramsci assume nella storia del Pci del dopoguerra: Canfora mostra che il progressivo e faticoso disvelamento storiografico si legava a un impegno a mettere il pensiero di Gramsci «ogni volta in accordo con la trasformazione in atto», riconoscendo nel contempo in esso «la sola “forza intellettuale” capace di garantire continuità e unità nel corso della trasformazione». In questa operazione è stato centrale il ruolo di Togliatti, che, dopo aver tenute nascoste le lettere in questione, decise negli ultimi anni di fornirle a nuovi editori (sulle cui reticenze e incertezze Canfora dà molte pungenti indicazioni). A Togliatti, del resto, Canfora riconosce il merito di aver compiuto, già con la prima pubblicazione dei Quaderni, un atto di grande «autonomia intellettuale» dal modello sovietico, primo passo verso il contrastato distacco politico, che avrebbe ricondotto il Pci «nell'alveo principale del movimento operaio, cioè nella socialdemocrazia distaccandosi dalla quale il partito era nato». Anche questo, nel solco del pensiero di Gramsci: ma qui la discussione è aperta, con gli stimoli nuovi garantiti da questo libro ricco di tanti anche particolarissimi dati storici e testuali. Il sospetto e l'intrigo Gramsci, ilPci,Stalin negli scrittidelcarcere STORIA GIULIOFERRONI CRITICO Congli strumentidel filologo LucianoCanforaoffre unaricostruzioneoriginale dellagenesi,della pubblicazioneedelladelicata gestionepoliticadell'opera del leadercomunista Dalla lettera diGriecoal ruolo diTogliatti: tensioni, provocazioni etradimenti nella lunganotte deglianni30 RitrattodiGramsci realizzato daGianluca Costantini,autore insieme aElettraStamboulis delgraphicnovel«A cena con Gramsci» GRAMSCI IN CARCEREEIL FASCISMO LucianoCanfora pagine 160 euro 14,00 SalernoEditrice U: martedì 22, maggio, 2012 23
ne per il turno di notte che pesa il 25% lordi in più in busta paga – spiega l'operaio – adesso stiamo rinnovando l'integrativo aziendale a abbiamo chiesto al proprietario di alzare l'indennità per il lavoro notturno al 50%, ha detto che ci penserà, speriamo che accetti». SENZALAVORO Filippo Malagò lavora invece nella fabbrica di ceramiche di S. Agostino, nel ferrarese, dove hanno perso la vita sabato notte due suoi colleghi che facevano il turno di notte. «Stamattina (ieri mattina per chi legge, ndr) sono andato in fabbrica dove c'erano i dirigenti che stavano facendo una stima dei danni e cercando di capire cosa fare nei prossimi giorni – è la testimonianza di Malagò che è anche delegato della Filtcem Cgil – sono crollati diversi capannoni e i danni sono ingenti. A me è capitato di fare il turno di notte nel reparto cottura ceramiche dove i forni non si possono spegnere mai. È un lavoro in cui bisogna stare sempre attenti, non sono concesse distrazioni». È ancora presto per avere una valutazione precisa dei danni a fabbriche, aziende, case ed edifici pubblici, le ricognizioni sono in corso in queste ore, ma Mario Nardini, segretario della Fiom Cgil ferrarese avanza qualche ipotesi alla luce delle prime informazioni pervenute: «Sembra che le strutture prefabbricate, che dunque non hanno le fondamenta, siano quelle che hanno mostrato la maggiore vulnerabilità». Colpiva, nelle immagini dell'Emilia ferita, vedere in macerie palazzi vecchi di secoli e fabbriche invece costruite pochi anni fa, con nessuna considerazione verso il terremoto. La natura ha insegnato ciò che l'uomo ha evidentemente e colpevolmente trascurato. LAPIOGGIA Mauro Cavazzini segretario della Filtcem di Ferrara parla di «situazione molto grave a S. Agostino e dintorni, in queste ore – racconta Cavazzini - è in corso il tentativo di riallacciare le linee elettriche e informatiche almeno negli uffici delle fabbriche danneggiate». Secondo una stima temporanea e sommaria delle prime ore, i segretari dei tessili e dei metalmeccanici ferraresi ritengono che in tutti i lavoratori impiegati nelle aziende danneggiate dovrebbero essere circa 500 per settore, dunque in tutto un migliaio di lavoratori. Per decidere come fare a dare continuità di reddito a queste persone mentre le fabbriche resteranno chiuse per ristrutturazioni e lavori di rifacimento, per tutto il pomeriggio di ieri si sono susseguite riunioni tra i sindacati e le associazioni datoriali delle province interessate. Intanto ieri ha anche piovuto abbondantemente per tutta la giornata cosa che ha resto ancora più complicate le operazioni di monitoraggio e valutazione dei danni. Finale Emilia (Mo) si sono messi in fila davanti ad una struttura dei vigili del fuoco, in attesa di comunicare bisogni ed urgenze e di essere accompagnati per pochi minuti nelle case ancora non agibili. «Abbiamo cenato in compagnia e dormito in macchina - racconta Mario, 67 anni - e stasera faremo lo stesso». Domani «speriamo che il governo ci aiuti - aggiunge Alessandro, di 37 - siamo nella merda». In ginocchio l'agricoltura e l'allevamento nella “bassa”, dove Coldiretti fa una prima stima dei danni pari a 200 milioni di euro tra crolli e lesioni degli edifici rurali, danni ai macchinari, animali imprigionati sotto le macerie e le oltre 400mila forme di parmigiano reggiano e grana padano cadute a terra per il crollo delle «scalere», gli scaffali per la stagionatura. «La mia storia è purtroppo uguale a quella di tutti gli altri qui intorno - si commuove Giuseppe Goldoni, titolare dell'azienda agricola Morara che a Camurana (Mo) produce latte per il parmigiano -. La vecchia stalla è completamente crollata, danni imprevisti così ingenti ci mettono totalmente in ginocchio». E pesantissimi sono i danni anche agli allevamenti di maiali e mucche: come a Massa finalese (Mo), dove alla società agricola di Gaetano Veronesi una ventina di maiali sono morti, schiacciati nel crollo di due capannoni. «Gli altri si sono salvati perché erano all'interno di gabbie - racconta -, che hanno fermato la caduta dei calcinacci. Ma rimettere a posto tutto ci costerà alcune centinaia di migliaia di euro». E mentre migliaia di persone si preparano ad affrontare una precarietà che potrebbe non essere brevissima (secondo Egidi ci vorrà una ventina di giorni per verificare l'agibilità di tutti gli stabili, mentre ieri Errani garantiva che le verifiche sulle scuole si sarebbero concluse in 24 ore), per la Cgil ad essere a rischio sono anche migliaia impieghi nell'industria. Di almeno cinquemila posti a rischio il bilancio, provvisorio e approssimativo, fatto dai due segretari delle Camere del Lavoro di Modena e Ferrara, Donato Pivanti e Giuliano Guietti, in ditte che ieri non erano in condizione di far ripartire l'attività. CONTINUAADALLUNGARSI, DIORA IN ORA, L'ELENCODEIDANNI ALPATRIMONIOCULTURALE NELL'AREA TERREMOTATA: inatteso, per ampiezza, per chi non ha conoscenza di questi luoghi. È un tessuto di edifici e infrastrutture storiche diffuso capillarmente e per questo ne va respinta l'etichetta di «patrimonio minore»: proprio perché costitutivo del volto di intere cittadine e paesi, questo patrimonio ne rappresenta la stessa possibilità di esistenza. Non esiste Finale senza la sua torre dei Modenesi, Palazzo Veneziani, il Duomo, e neppure San Felice senza la Rocca, la parrocchiale eponima, la Canonica Vecchia, Villa Ferri (e la lista è solo esemplificativa, purtroppo). Non ci sono forse emergenze da lista Unesco, ma un vastissimo repertorio di strutture che, in particolare per quanto riguarda l'architettura militare o quella signorile, testimoniano, nel loro insieme, l'eccellenza monumentale complessiva di un territorio che, fino ad ora, aveva saputo conservarle con saggezza e competenza. Fino ad ora, appunto, perché l'intensità del sisma spiega solo parzialmente la gravità dei danni. Già Jean Jacques Rousseau, dopo il disastroso terremoto di Lisbona del 1755, additava la stoltezza degli uomini, rei di aver costruito troppo, e non la malevolenza della natura come maggiore colpevole della sciagura; così anche ora incuria e insipienza umana hanno aggravato quelli che potevano essere danni ben più sopportabili. Il fattore moltiplicatore che ha ingigantito l'effetto distruttivo del terremoto sul patrimonio culturale è la mancanza di un programma di manutenzione degno di questo nome. Da anni, per mancanza di risorse e di personale, non vengono più effettuati controlli sistematici, per non parlare dei restauri riservati ormai solo alle «eccellenze». Le verifiche anche statiche sono episodiche e legate a eventi particolari. In pratica questo significa l'abbandono ad un destino di inesorabile degrado, accelerato, in questo caso, dall'evento sismico. E bastano davvero pochi anni di mancata manutenzione per aggravare il rischio di vulnerabilità in maniera determinante. Come è successo per Pompei: non appena si cessa l'opera di ricognizione e manutenzione, i danni possono essere devastanti. Mancano i mezzi ed è sempre più evidente che il ministero, il Mibac, annichilito dai tagli lineari tremontiani mai più recuperati, non è più in grado di garantire una decorosa operazione di controllo e manutenzione generalizzata e continuativa del patrimonio. A questa condizione di impotenza oggettiva sarebbero chiamati a reagire, in prima istanza, coloro che la subiscono tutti i giorni in prima battuta, a partire dal ministro e dalla dirigenza del Mibac che, al contrario, sembrano di fatto rassegnati a una situazione di sfaldamento progressivo del sistema di tutela del patrimonio. E la cecità nei confronti dei rischi territoriali è ormai generalizzata se le amministrazioni locali hanno potuto dar credito a un incredibile progetto di stoccaggio di gas naturale in unità geologica profonda nel sottosuolo della Bassa modenese. Il progetto, contrastato a lungo dalla sezione di Italia Nostra e da comitati locali e non ancora abbandonato, prevedeva di immagazzinare tre miliardi di metri cubi di gas naturale nel sottosuolo a circa tre chilometri di profondità esattamente nella zona oggi interessata dal terremoto con palese sottovalutazione dei rischi geologici e sismici che oggi si sono puntualmente manifestati in tutta la loro evidenza. Contemporaneamente i media ci rimandano il mantra ossessivo di un'idea del nostro patrimonio culturale come strumento per generare ricchezza, petrolio a basso costo in grado di rilanciare la nostra economia perché capace di attirare masse di turisti pronti a spendere. E che fare allora nel caso dei monumenti colpiti da quest'ultimo sisma, turisticamente poco eclatanti e spendibili, «importanti» non per il turista di passaggio ma per il cittadino che quei luoghi quotidianamente vive? Eppure anche in questo caso la risposta sarebbe abbastanza semplice: un programma nazionale di riqualificazione urbana, conservazione e restauro dei centri storici, consolidamento e manutenzione del territorio avrebbe sicuramente costi elevati, ma del tutto allineati alle decine di miliardi che l'attuale governo e il ministro Passera, in specie, è intenzionato ad investire nelle così dette Grandi Opere. Ma in più garantirebbe un tasso di occupazione addirittura triplo, secondo alcune stime, rispetto a queste ultime. Insomma, più lavoro e la prospettiva di un territorio migliore e di un patrimonio tutelato. Ce l'aveva già spiegato Cederna oltre trent'anni fa: è tempo di cominciare ad ascoltarlo. * Istituto per i beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna ILCOMMENTO MARIAPIAGUERMANDI* INPAROLE POVERE . . . La straziante fila davanti ai vigili del fuoco per comunicare bisogni e urgenze . . . «Abbiamo dormito in macchina, e stanotte faremo lo stesso Lo Stato deve aiutarci» A Buonacompra i Vigili del fuoco portano in salvo il crocifisso della chiesa, crollato nel sisma della scorsa notte FOTO DI LUCA SCABBIA/ EMBLEMA Deliri e congiunzioni astrali TONIJOP Dice Red Ronnie che «i maya lo avevano previsto». Il terremoto, non la vittoria del candidato Cinque Stelle a Parma. È già qualcosa in questi giorni funesti potersi appendere all'albero più alto, quello offerto alle anime buone da questa antica e magnifica civiltà. Crollano i sistemi, le certezze sono in frantumi, il dubbio avvelena le esistenze, la scienza viene fortemente osteggiata e guardata con sospetto mentre si verifica una positiva ripresa – vedi le motivazioni dei nuovi terroristi – dell'irrazionalismo, la Lega è in rotta, il partito di Berlusconi si affloscia, accade che qualcuno faccia esplodere delle bombole di gas tra ragazzine che lasciano la scuola: è troppo, anche per la nostra fascinosa fragilità. C'è chi, spinto dalla durezza dell'esperienza, si rinchiude in una fede religiosa riluttante e ombrosa, c'è chi, come Red Ronnie – noto critico musicale – trova conforto nelle profezie dei Maya. E lo scrive da postazioni on line messe a disposizione, come antenne salvifiche, di quanti condividano questo sgomento esistenziale. Viva la leggerezza del pensiero, e viva anche i maya. Ma il vecchio Red è strano: questa storia dei poteri divinatori legati a cabale numeriche gli è venuta a galla solo dopo l'ultimo fallimento. Chi ricorderà e chi no, ma Ronnie aveva sponsorizzato caldamente la candidatura di Letizia Moratti a Milano dove invece vinse, questo lo sanno tutti, Pisapia. Una botta che nemmeno un leghista bossiano può raccontare di aver subito. Di qui, “la luce”, l'illuminazione: i maya sapevano, lo avevano previsto. Se Letizia avesse vinto, scommettiamo, non lo avrebbe mai detto. Un patrimonio trascurato fra scosse e pioggia martedì 22, maggio, 2012 9
DIEGOPERUGINI MILANO Èmortoa62anni ilprofetadella«Febbredelsabatosera» DopoDonnaSummer,unaltro luttonelmondodellamusica NEANCHEILTEMPODIRIMETTERCIDALLASCOMPARSA DI DONNA SUMMERED ECCO CHE CILASCIA UN'ALTRA COLONNADELL'EPOPEA«DISCO»,ROBINGIBB(62 anni). Dire Gibb, ovviamente, significa Bee Gees, il trio che spopolò negli anni Settanta con un'impressionante messe di hit tutte da ballare, legate indissolubilmente alla colonna sonora di La febbre del sabato sera. Titoli storici come la «mattonella» How Deep Is Your Love e le scatenate Stayin Alive e Night Fever per uno dei bestseller assoluti della storia del pop. Seguito da un altro successone come Spirits HavingFlown(1979) che conteneva un altro classico come Tragedy. Robin era una delle tre anime dei Bee Gees: scriveva ed era la voce principale. Con lui i fratelli Barry, mago del falsetto, e Maurice, cori e arrangiamenti. Un sodalizio, in realtà, iniziato ben prima dell'esplosione dance: negli anni Sessanta ebbero risonanza mondiale con romantici brani come Massachusetts, ToLoveSomebodye I'veGottaGetA Message To You. La svolta «disco», dopo un periodo di appannamento, li riportò sul tetto del mondo, consacrandoli per sempre. Ma, a fronte di cotanto successo, il rovescio della medaglia di una famiglia «maledetta». Nel 1988 muore a trent'anni per miocardite il più giovane dei Gibb, Andy, cantante solista dalla vita spericolata. Nel 2003 tocca a Maurice per una patologia intestinale. Destino simile quello di Robin, complicato da un tumore. Da tempo l'ex Bee Gees soffriva per problemi di salute ma, come Donna Summer, nonostante la malattia aveva lavorato con passione alla registrazione di un nuovo disco. Nelle ultime settimane, però, le sue condizioni s'erano aggravate. Tanto da dover annullare la partecipazione alla prima londinese del Titanic Requiem, composto assieme al figlio Robin-John. Ricoverato in ospedale, era entrato ed uscito dal coma, sino alla fine di ieri. Bee Gees a parte (ben noti anche i suoi litigi col fratello Barry), Robin aveva comunque intrapreso una buona carriera solista, sia pure senza raggiungere le cifre stratosferiche del gruppo. La sua prima hit, Saved By The Bell, una ballatona sentimentale, risale addirittura al 1969 e vendette oltre un milione di copie. In Italia ebbe un ottimo riscontro Juliet, orecchiabile singolo del 1983. Si parla, inoltre, di un disco inedito, 50St.Catherine's Drive, che potrebbe vedere la luce prossimamente. Su YouTube, intanto, impazzano in queste ore i video di Don't Cry Alone, una dolce ballata per voce e orchestra tratta dal già citato Titanic Requiem. Con un mare di commenti commossi da tutto il mondo. CULTURA DURATA, MEMORIA, SLANCIO VITALE: ECCO TRE CONCETTI CHE CI RIMANDANO IMMEDIATAMENTE A UNO DEIFILOSOFIPIÙCELEBRATIINVITAe più rapidamente eclissatosi dopo la sua morte nella Francia di Vichy. Bergson non fu soltanto il filosofo francese più influente della prima metà del Novecento, ma fu anche un personaggio pubblico, impegnato in attività politiche di grande rilievo: durante la Prima Guerra mondiale fu inviato in missione negli Stati uniti per incontrare il presidente Wilson, con il quale lavorerà poi per dar vita alla «Società delle nazioni». Per la sua notorietà, il governo di Vichy propose di esimerlo dalle leggi razziali, ma Bergson rifiutò, e si dice che la sua morte seguì a un raffreddore preso mentre faceva la fila nel freddo per registrarsi come ebreo. Le sue conferenze alla Columbia University nel 1913 provocarono il primo ingorgo stradale mai registrato su Broadway. Nel 1928 aveva ricevuto il premio Nobel per la Letteratura, grazie a L'evoluzione creatrice, pubblicata nel 1907. È proprio quest'opera che oggi viene riproposta nei «Classici del pensiero» della Bur (pagine, 387, euro 11,90) per l'ottima cura e traduzione di Marinella Acerra, curatrice, già vent'anni fa, del volume bergsoniano Ilcervelloeilpensiero. Oltre a un'introduzione puntuale e aggiornata, la curatrice fornisce in appendice una «Guida alla lettura» di grande utilità per destreggiarsi nei meandri di quest'opera ricca e complessa. Nonostante l'ampia fama, si diceva, Bergson conobbe nel secondo dopoguerra una sorta di eclissi, almeno fino a quando Deleuze non pubblicò nel 1966 un piccolo libro – Le bergsonisme – che riaccese un interesse filosofico e politico per Bergson, sottraendolo al destino riduttivo di essere ricordato dai più come la principale fonte della «memoria involontaria» della Recherche proustiana. Le ragioni del suo oblio nel dopoguerra sono forse legate all'interesse suscitato negli astri nascenti Sartre e Merleau-Ponty dalla fenomenologia e, per altro verso, dalla considerazione del linguaggio – da parte di Bergson – come qualcosa di riduttivo rispetto alla ricchezza della vita emotiva e temporale che ci abita: sono gli anni in cui il linguaggio è posto al centro sia della filosofia continentale (lo strutturalismo), sia di quella anglosassone (la «svolta linguistica»). Ma proprio l'affermarsi del pensiero strutturalista offre a Deleuze un primo aggancio per riprendere alcuni temi bergsoniani. Se lo strutturalismo era ostile alla dialettica hegeliana e alla sua «potenza del negativo», il pensiero di Bergson poteva funzionare da antidoto. L'idea della negazione, secondo Bergson, è un «falso problema» che nasce da un'illusione retrospettiva secondo cui noi prendiamo «il più per il meno»: quando ci domandiamo, per esempio, «perché l'essere e non il nulla», presupponiamo che il nulla preesista all'essere, come se fosse un vuoto che l'essere debba poi riempire, senza renderci conto che l'idea di non-essere presuppone già molte cose: l'idea dell'essere, un'operazione logica di negazione, e un'operazione psicologica grazie a cui trascuriamo ciò che non viene incontro alle nostre attese e ai nostri interessi. Ma questo è solo uno dei numerosi spunti offerti da Bergson: ancora più importante, per Deleuze, è riprendere il concetto centralissimo di «durata» per arrivare alla nozione di «molteplicità» e di «differenza», anche nelle loro implicazioni politiche (la «comunità che viene» dovrà essere plurale e irriducibile a un'unità omogenea e chiusa). Ma questi sono solo pochi esempi della fecondità che quest'opera – ricca di discussioni sull'evoluzione naturale, il finalismo e il meccanicismo, la creatività, l'istinto e l'intelligenza – può ancora elargire al pensiero contemporaneo. Venezia, Leone d'oro perRonconi (teatro) eBoulez(musica) Ilgiornale«Excelsior»annuncia ilpremio attribuitoal filosofo Bergson UNA SERATA IN RICORDO DI GIORGIO DE RIENZO, A QUASI UN ANNO DALLA SCOMPARSA(avvenuta a luglio dell'anno scorso), nella data in cui avrebbe compiuto 70 anni. La commemorazione si è tenuta sabato sera a Torino, presso il Circolo dei lettori, e ha visto la partecipazione di intellettuali, giornalisti, colleghi e amici di De Rienzo, come Erri De Luca, Alessandro Perissinotto, Mariarosa Masoero, Daniele Bresciani, Rosella Santoro. Ed è stata l'occasione per presentare al pubblico il libro postumo di De Rienzo, uscito proprio in questi giorni per i tipi di Dalai Editore, Raccontami nonno (pagine 288, euro 17,00). Italianista, critico letterario e scrittore, De Rienzo era nato a Torino nel 1943. Qualche anno fa, l'inizio della malattia, un cancro ai polmoni, tema del romanzo autobiografico che ora possiamo leggere, grazie all'iniziativa della moglie, Vittoria Haziel. Raccontaminonno è infatti un intenso diario dell'esperienza della malattia, il cancro, dalla diagnosi agli ultimi giorni di lucidità. Lo scrittore registra, con scrupolo e semplicità, giorno per giorno, le fasi delle terapie, le oscillazioni dell'umore, le riflessioni sulla vita e sul senso del proprio lavoro. Il cancro è un tunnel oscuro e De Rienzo non ama le facili consolazioni. A fronte degli effetti collaterali, avanzano i dubbi sull'efficacia dei trattamenti chemioterapici: «Le statistiche mi obbligano a una pausa di riflessione: parlano di sopravvivenza, ma nulla dicono della qualità della vita. Pare che oggi la società abbia un solo scopo: sopravvivere più a lungo». Tuttavia il protagonista è circondato dall'affetto e dal calore delle tante persone che gli vogliono bene: la moglie Vittoria, con il suo «gusto infantile di godersi ciò che le è dato dalla vita, giorno dopo giorno»; la figlia Lucia, che non accetta l'idea che il padre possa morire; la nipotina Teresa. Ed è proprio pensando a lei che l'autore si fa forza per andare avanti. A questa bambina, con la sua leggerezza e insieme con la sua pensosità, si rivolge De Rienzo. Il quale riesce a inventare per lei una bellissima favola, con la quale si conclude il libro. Quasi un testamento spirituale. «La lezione di De Rienzo critico e scrittore», ha detto commosso Erri De Luca, «è la testimonianza di un uomo di lettere sempre preoccupato della piena corrispondenza tra parole e cose. Da qui la pulizia, l'essenzialità, la brevità della sua scrittura». DeRienzo postumo racconta lamalattia ROBERTOCARNERO TORINO Henri Bergson Pensieri In libreria l'operachefece vincere ilNobelal filosofo STEFANOVELOTTI EsceperRizzoli «L'evoluzionecreatrice»un librofecondo:siparla di finalismoemeccanicismo, creatività, istinti, intelligenza LaDiscopiangeRobinGibb miticavocedeiBeeGees IL LEONE D'ORO ALLA CARRIERA È STATO ATTRIBUITO AL COMPOSITORE E DIRETTORE D'ORCHESTRA PIERRE BOULEZ, PER IL SETTORE MUSICA, E AL REGISTA LUCA RONCONI, PER IL TEATRO. Il riconoscimento della Biennale di Venezia è stato proposto dal direttore Ivan Fedele per la Musica e Alex Rigola per il Teatro, e accolto dal CdA presieduto da Paolo Baratta. La cerimonia di consegna del Leone per la Musica avrà luogo nel corso del 56esimo Festival Internazionale di Musica Contemporanea (6-13 ottobre); quella per il Teatro nel corso del Laboratorio Internazionale delle Arti (4-12 agosto). In passato, il riconoscimento per il Teatro era stato attribuito a Ferruccio Soleri , Ariane Mnouschkine, Roger Assaf, Irene Papas , Thomas Ostermeier, mentre quello per la Musica era stato attribuito a Goffredo Petrassi, Luciano Berio, Friedrich Cerha, Giacomo Manzoni, Helmut Lachenmann e Gyoergy Kurtag, Wolfgang Rihm e Peter Eoetvoes. U: 26 martedì 22, maggio, 2012
Una cosa è certa, la mappa dei Comuni italiani siglata 2012 ha il colore del centrosinistra, che ha conquistato la maggioranza dei Comuni capoluogo di provincia, 14 su 26, mentre il Pdl e la Lega sono praticamente residuali: il partito di Berlusconi ha perso l'en plain di 17 Comuni che aveva prima del voto, crollando a 5, Lega strappa (al Pdl) la sola Verona. E, in totale, come ha detto Bersani nella conferenza stampa, su 177 Comuni al di sotto dei 15mila abitanti il centrosinistra ha vinto in 92 centri, rispetto ai 45 precedenti. Un dato significativo comunque è anche il calo dell'11 per cento di affluenza alle urne ai ballottaggi, e nel complesso ha votato circa il 50% degli aventi diritto. I dati della partecipazione scendono al 39% a Genova e al 41% a Palermo. A parte l'exploit del movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, che ha vinto a Parma (anche con i voti di Pdl e Lega, a giudicare dalla più alta l'affluenza al voto), poi a Comacchio e Mira, i candidati sostenuti dal Pd con Sel e in molti posti con l'Italia dei Valori, hanno conquistato anche città del Nord, roccaforti del Pdl e della Lega, come Como, Monza o Asti, ma anche al centro, in cittadine da sempre governate dalla destra, come Rieti e Isernia, o a Lucca, isola bianca e poi berlusconiana nella Toscana «rossa». A Palermo l'altra sfida «anomala» che ha visto il quasi plebiscito per il ritorno di Leoluca Orlando, per la quarta volta, contro Fabrizio Ferrandelli che aveva vinto le primarie del centrosinistra. ILCROLLODEL PDL EDELLA LEGA Ricapitolando, dei 26 Comuni capoluogo di provincia, in 14 hanno vinto i candidati sostenuti dal Pd-centrosinistra, in 5 ha vinto il Pdl, in 2 il Terzo Polo, 1 va alla Lega, 1 al Movimento 5 Stelle di Grillo, 1 all'Idv, 1 alle liste civiche. Nei Comuni con oltre 15mila abitanti (168 nelle regioni a statuto ordinario), il rapporto si ribalta rispetto alle precedenti elezioni. Se finora 102 Comuni erano governati dal centrodestra, 54 dal centrosinistra e 12 da centristi o «altri», ora il dato è capovolto: il Pd con il centrosinistra ha vinto in 98 Comuni (100 con altri soggetti del centrosinistra), quindi con un più 46, che corrispondono a 4 milioni e 816mila abitanti; il centrodestra ne perde oltre la metà, (meno 58) e governa ora in 44 Comuni abitati da 1 milione e 280mila persone. Al Terzo Polo 8 Comuni, 3 alla Lega, 3 al Movimento 5 Stelle, 2 alle Liste civiche e 8 a altre forze. LAMAPPADEL CENTROSINISTRA Al primo turno il Pd con il centrosinistra ha vinto a Pistoia, Brindisi e a La Spezia; nei ballottaggi ad Alessandria Maria Rita Rossa è stata eletta con il 68%, strappando il governo al centrodestra; lo stesso ad Asti, dove ha vinto Fabrizio Brignolo; cambio di colore politico anche a Como, dove col centrosinistra Mario Lucini ha stravinto con il 74,9%; a Monza Roberto Scanagatti ha battuto con il 58,2% il centrodestra. A Genova era praticamente certa la vittoria di Marco Doria per il centrosinistra, che ha sconfitto Enrico Musso, ex Pdl passato al Terzo Polo; vittoria a Piacenza per Paolo Dosi sostenuto da un'alleanza ampia (Pd, moderati, Idv, Prc e Sel); importante la conquista di Lucca, città storicamente democristiana e poi pidiellina, con Alessandro Tambellini al 69,7%; va al centrosinistra Rieti, da sempre feudo della destra, con il 67,2% di Simone Petrangeli; a L'Aquila si conferma il sindaco uscente Massimo Cialente, il centrosinistra dopo dieci anni conquista Isernia con Ugo De Vivo; e a Taranto, dove Ippazio Stefàno ha stravinto con il 69,7% su Mario Cito della destra, figlio del patron della tv tarantina. Il Pdl, persa la maggioranza dei centri italiani, ha vinto o si è confermato in 5 Comuni: al primo turno Gorizia, Lecce, incerto Catanzaro, dove la magistratura ha disposto che siano ricontate le schede per sospetti brogli denunciati dai comitati, dal Pd e anche da Fli. Al secondo turno il candidato del Pdl ha vinto a Frosinone (governava il Pd), nella pugliese Trani e a Trapani. La Lega perde tutti e sette i ballottaggi, le resta solo Verona con il maroniano Flavio Tosi, mentre governava in sei città con il Pdl. Il Terzo Polo si aggiudica 2 Comuni, Cuneo e Agrigento, soprattutto grazie alla presenza dell'Udc, più che dei finiani di Fli. E nella città piemontese Federico Borgna ha avuto il sostegno anche dei Democratici per Cuneo, nel ballottaggio contro il candidato del centrosinistra e sindaco uscente. Ora la sfida di Bersani è costruire un «sistema europeo» L'ANALISI MICHELEPROSPERO MOLISE Soprattutto quando un partitovince deve riflettere con freddezza sulle incognite del cammino che resta ancora da compiere fino al voto. In ogni sua mossa, deve avere un quadro nitido circa le prospettive del sistema politico. Come scaltro partito cerniera, che mette insieme ovunque delle coalizioni altamente competitive, il Pd di sicuro incassa una grande affermazione. I giornali, che non lo amano troppo, faranno a gara per oscurare il successo o persino per negarlo con artifici retorici, ma il dato resta comunque, ed è inconfutabile. O direttamente con i suoi uomini, o cedendo ad altri alleati la guida dello schieramento (fanno ridere certi commentatori che presentano Genova come uno smacco), il Pd si conferma il pilastro di una aggregazione ampia della sinistra capace di sfondare nell'intero territorio nazionale. Il primo dato che il ballottaggio amplifica è che esiste un grande blocco del centrosinistra che il Pd, nonostante la difficile esperienza di un governo tecnico, riesce a coagulare e portare a vincere, secondo la specifica logica competitiva della elezione diretta del sindaco. Questa persistenza di una vasta sinistra (che rende meglio dove non ha attraversato il deserto rancoroso delle primarie di coalizione), capace spesso di accogliere movimenti e aree moderate, è un punto d'analisi inamovibile. Il secondo dato da evidenziare è che il Pd rimane il solo partito con un qualche profilo organizzato entro un sistema ormai franato e irriconoscibile nelle sue stabili linee di demarcazione. La mancanza di competitori temibili (la Lega perde in tutti i ballottaggi, il Pdl è solo un cumulo di rovine, il terzo polo è un'incompiuta) però non deve autorizzare una sensazione di onnipotenza, che si sa è sempre l'anticamera della sconfitta più rovinosa. Proprio quando un partito è solo, e il sistema attorno pare indecifrabile, deve aumentare la diffidenza su ciò che il Paese profondo potrebbe avere in gestazione e all'occasione decisiva potrebbe tirarlo fuori con un impeto distruttivo. Poiché la destra non è scomparsa (e come potrebbe in un avvelenato clima di antipolitica che nella storia è sempre l'alimento vitale per la conservazione?) e gli interessi prosaici sui quali essa poggiava non sono affatto in silenziosa ritirata, è presumibile che emergeranno altri investimenti politici per rinserrare le fila oggi disperse. Ancora esiste una destra sociale (e d'opinione) che però non ha più referenti politici credibili e leader efficaci (perciò si aggrappa in maniera gattopardesca persino ai seguaci locali di Grillo) e quindi naviga alla cieca, in attesa di nuove offerte simboliche nelle quali riconoscersi. Non è esclusa la ricomparsa in vesti magari inedite di devianti scorciatoie fiabesche capaci di farsi largo per la difficoltà di curare l'alienazione politica della vasta neoborghesia che non comprende la grammatica della rappresentanza e del generale. Fin quando permane una emergenza democratica, resta aperta la questione storica di impedire l'aggregazione del centro moderato con le manifestazioni di una inquietante destra che non riesce a resistere al richiamo perverso del dialetto del populismo e della farsa dell'antipolitica. Che fare? Non servono gocce di civetteria nuovista, di sicuro subalterna all'epoca decadente. Inefficaci sarebbero pure le trite metafore reticolari, destinate a perdersi nell'oceano dell'antipolitica perché del tutto incapaci di rifondare una democrazia rappresentativa matura. Al Pd tocca agire come un partito-sistema che progetta una repubblica finalmente affrancata dall'incantesimo di regressive avventure carismatiche. La sua funzione storica di argine al primitivismo di movimenti personalistici, risiede nella capacità di organizzare la rappresentazione credibile del mondo del lavoro minacciato da una crisi micidiale e di delineare, in antitesi allo strapaese incombente, la necessaria proiezione dei partiti rinnovati verso le grandi culture politiche europee. 14 a 5: il Pd ribalta la partita con Pdl e Lega Dopo10annia Iserniatorna ilcentrosinistra Lavittoriahasorpresopersino lui, UgoDeVivo, il nuovosindaco di Iserniadi centrosinistra. «Non melo aspettavo.Èstato unbellissimo successo.L'elettorato hapremiato la nostrapropostadi totale cambiamento,all'insegnadi programmitranquilli e sereni,per tutti enon perpochi. Insomma per il bene comunee nonper i soliti noti»,ha commentatoDe Vivo,checon i suoi 6.946votiha ottenuto oltre il 57% dellepreferenzecontro il 42% dell'avversariadel centrodestra, Rosa Iorio, sorelladel governatoredel Molise,Michele Iorio. ConDeVivo -presidente del locale Ordinedegli avvocatie alla sua prima esperienzapolitica - la sinistra riconquista Isernia dopodieci annidi amministrazionedi centrodestra, ribaltandoogni previsionee persino i risultatidel primo turno, cheavevano vistoprevalere il centrodestra. Le listeche sostenevanoRosa Iorio, infatti,hanno eletto21consiglieri sui 32dell'assembleacomunale. Ma la stessa Iorioadesso non esclude il passo indietro anchedalconsiglio: «Nonescludo le dimissioni, se necessarieper il benee la tranquillità di Isernia» ha rispostoachi le chiedevachetipodiopposizione avrebbeportato avanti. . . . Esiste un grande blocco del centrosinistra nonostante le difficoltà del governo dei tecnici Nelgrafico sono illustrati i risultatidei ballottaggididomenica e lunedì: il Pd con il centrosinistravince lesfide in 11 Comunicapoluogodi provincia:Asti, Alessandria,Como,Monza, Genova, Piacenza,Lucca,Rieti, L'Aquila, Isernia, Taranto.Si intende l'alleanzadelpartito Democraticocon Sinistrae Libertàe l'Italiadei Valori. Ilpartito diDi Pietro invecehacorso insolitaria aPalermo dovehavintocon LeolucaOrlando. IlPdl tracolla in tutta Italia e i candidatidelcentrodestravincono in 3 ballottaggi, aFrosinone, Tranie Trapani; laLega invece liperde 7su7. IlMovimento 5Stelle di BeppeGrillo havintoa Parma. I candidatidelTerzo Polo(prevalentemente dell'Udc), hannoconquistato dueComuni, a Cuneoe aAgrigento, mentreaBelluno havinto il candidato di una lista Civica sullasfidante delPd. NATALIA LOMBARDO ROMA Il centrosinistra conquista numerose roccaforti del centrodestra Ora governa in 100 Comuni con più di 15mila abitanti Il Pdl era in netto vantaggio ma ha vinto solo in 44 centri martedì 22, maggio, 2012 3
SEGUEDALLAPRIMA La tendenza è chiara: vince il Pd, è una disfatta per il Pdl e un ko per la Lega, il movimento «5 stelle» si afferma come «partito della protesta». Finisce un modello di governo, si sgretola il blocco sociale che il centrodestra aveva creato attorno a un'idea carismatica, proprietaria e liberista. Cambia tutto, ma come avviene in tutti i cambiamenti troppo veloci e disordinati, restano troppe incognite che impediscono di prevedere quale sarà l'esito di questo difficile passaggio. Il Paese è come sospeso tra ieri e domani, ma su un filo troppo sottile che può spezzarsi in qualunque momento se non si avrà la forza e l'ambizione di mettere al suo posto una corda robusta. Non c'è dubbio che il Pd ha oggi la responsabilità principale della transizione. Gira in rete un grafico che illustra bene il nuovo scenario: c'è una colonnina rossa molto alta, molto più alta delle altre, e rappresenta il numero dei Comuni che saranno governati dal centrosinistra. Sono 92, erano 45 nelle precedenti elezioni. Molto più giù una serie di tante basse colonnine tra le quali spicca quella del centrodestra con 34 sindaci e poi una piccolissimi numeri che riguardano tutti gli altri, liste civiche comprese. È l'immagine di un bipolarismo muscolare sconfitto. Ma anche di un Pd che, tra le macerie di una pericolosa polverizzazione, resta l'unica forza in grado di aggregare una alternativa alla crisi del sistema. Ma il risultato di ieri è una sfida per Bersani. Che richiede una risposta aperta e una capacità di correggere le debolezze di cui il Pd soffre e che infatti gli impediscono di intercettare l'elettorato che abbandona il centrodestra. Sin da oggi ci sarà bisogno di una «scossa civica» che sia in grado di far sentire ai cittadini, con maggiore convinzione, che il Pd c'è. E c'è sui loro problemi, sulla crisi del Paese, sul malessere che serpeggia nelle famiglie. C'è con un'idea chiara sul nuovo sistema politico. C'è nell'opera di rinnovamento e di ricambio generazionale indispensabile. Il Pd, insomma, dovrà evitare di coccolarsi con gli allori di questa vittoria e saperla usare, invece, per offrire una proposta credibile. Il successo di Grillo a Parma è sicuramente un fatto importante e una novità di rilievo. Il movimento «5 stelle» è riuscito (anche con un consistente aiutino del Pdl) a intercettare il malumore e la protesta che agitano l'Italia in crisi. Lo ha fatto, spesso, usando slogan populisti, affidandosi alla facile arma del «siamo contro tutti»: e tutti ladri, venduti e incapaci. Ora però anche per il movimento cambierà musica. Diciamo che da oggi il «5 stelle» diventa ufficialmente un partito, esce definitivamente dallo «stato nascente» dei vaffa-day ed entra nell'età adulta. Dovrà misurarsi con i bilanci, con i tagli di spesa, con le scelte urbanistiche, dovrà trattare e scendere a compromessi: dovrà sporcarsi le mani. Su questo verrà giudicato dagli elettori e non più sulla battuta meglio azzeccata. Ma il risultato di Grillo dimostra anche che nel Paese c'è un malumore diffuso nei confronti della politica che non è solo e tutta antipolitica. Tra gli elettori che a Parma hanno scelto Pizzarotti sono molti quelli che vogliono una politica diversa. Anche a questi, evitando pregiudizi a volte troppo politicisti, il centrosinistra deve saper parlare. Se un'indicazione di tendenza si può ricavare da questo voto locale è che il passaggio al post berlusconismo non è per niente un pranzo di gala. È invece un processo difficile, che comporta alti rischi e presenta spinte e controspinte incontrollabili che possono condurre anche a esiti imprevisti. La frammentazione è talmente forte e la tentazione per alcune forze di giocare al "tanto peggio tanto meglio" così accattivante, che serve un grande spirito di responsabilità nazionale. Ma servono anche grandi scelte strategiche che diano al Paese la certezza che un nuovo cammino è possibile. Il Pd alla fine resta l'unico «partito della nazione» e dovrà essere all'altezza di questa delicata dimensione rafforzando nello stesso tempo il suo rapporto con i progressisti europei e con le loro battaglie contro il «partito dell'austerità» che rischia di strangolare il Vecchio Continente. Riuscirà a fare tutto ciò se presenterà un programma di governo chiaro e alternativo: equità, uguaglianza, lavoro, diritti, welfare. Se sarà la forza centrale di un sistema di alleanze coerente e non conflittuale come fu la vecchia Unione. E se si batterà con determinazione per la cancellazione del Porcellum e per una riforma del sistema istituzionale che garantisca al tempo stesso la centralità dei partiti, che restano i capisaldi della rappresentanza politica, e la forza serena di un bipolarismo di tipo europeo dove l'elettore sceglie da chi essere governato e i parlamentari non siano più nominati. Al forte vento astensionista che soffia nelle nostre città bisogna rispondere con la forza della buona politica e non con le sue troppe debolezze. Dieci mesi ci separano ormai dal voto del 2013. Dieci mesi in politica sono un tempo breve, quasi un lampo. Ma occorre andare controvento per riuscire a valorizzare il messaggio positivo che viene da questi ballottaggi e per eliminare le troppe incognite che ancora pesano sul futuro. Nel Paese c'è una spinta - certo, spesso nascosta e a volte disordinata - per il cambiamento. Se il centrosinistra saprà sintonizzarsi con essa forse potrà cominciare finalmente il tempo nuovo. L'EPISODIODELLAPUBBLICAZIONE,INUNLIBROFORTE-MENTE PUBBLICIZZATO, DI DOCUMENTI RISERVATI DI FONTE VATICANA E DELLE CONSEGUENTI REAZIONI DELLA SANTASEDESIPRESTAACONSIDERAZIONIDIDIVERSAINDOLECHEVANNO, secondo il punto d'osservazione, dal piano deontologico a quello penale investendo persino, data la natura del maggior soggetto coinvolto, la Santa Sede, la dimensione internazionale. Inoltrarsi in una disputa tanto impegnativa può tuttavia risultare fuorviante e, malgrado ogni buona intenzione, alimentare una non desiderabile amplificazione del caso. Con in più il rischio di perdere di vista il nucleo del problema che resta quello del rapporto tra segreto (o riserbo) di Stato e circuito dell'informazione. Al segreto di Stato e non al riserbo ecclesiale ci si riferisce infatti quando si denuncia, come ha fatto anche il cardinale Bagnasco, il tentativo di «costruire colpi di scena con l'arma impropria di un'informazione “rubata” a sedi istituzionali altissime, che hanno status internazionale». Ora, una regola non scritta ma ben frequentata nel mondo della comunicazione è che quanto maggiore è la corazza del segreto che si pone a presidio di non importa quale entità o potere, tanto più appetibile diventa la notizia che la… perfora, non importa se con l'ausilio di «corvi» o «gole profonde». Di più: da quando la libera stampa ha preso consistenza, si può dire che il suo ambito privilegiato di ricerca è costituito, dovunque, dagli arcana imperii, intesi di volta in volta o come la faccia oscura del potere o come la descrizione, da Trimalcione in qua, delle abitudini e frequentazioni meno virtuose dei ceti dirigenti. Per la Santa Sede, come per ogni struttura statuale, presidiare le propria zona di rispetto era più facile in un regime limitato di circolazione dell'informazione, ma le difficoltà crescono nel tempo della comunicazione diffusa e della rete telematica. Grandi sono stati gli sforzi compiuti, specie dal Concilio in poi per realizzare un habitat di relativa trasparenza all'interno delle comunità cristiane e di conseguenza un sistema di relazioni meno ostiche col mondo contemporaneo. Era stato del resto Pio XII a dettare il tema fin dal 1955: «Occorre, aveva detto, formare un'opinione pubblica che, senza cercare lo scandalo, indichi con franchezza e coraggio le persone e le circostanze che non sono conformi alle giuste leggi ed istituzioni, o che nascondono slealmente ciò che è vero». Va anche aggiunto che anche prima del Concilio c'era l'abitudine - imitando più o meno degnamente santa Caterina da Siena - di rivolgersi direttamente al Papa per sottoporgli questioni ritenute presuntivamente importanti per il bene della chiesa. E non sempre su tale corrispondenza veniva mantenuto il segreto. Ho memoria di una lettera (anni 50) dell'allora presidente della Confindustria Angelo Costa che segnalava il caso di preti bergamaschi che celebravano la Messa alla fabbrica «Dalmine» occupata dagli operai in lotta. E si chiedeva come inculcare nei lavoratori il sano rispetto dell'autorità se i preti erano i primi a dare il cattivo esempio. Bisogna ammettere che il tema della trasparenza è stato svolto solo parzialmente e che più di una volta a richieste di chiarimento, ormai in sede storica, su vicende controverse, è stata opposta la consegna del silenzio anche quando il tempo trascorso avrebbe suggerito il contrario. Per cui l'auspicio non può che essere quello di una sempre maggiore apertura e disponibilità delle istanze ecclesiali verso l'opinione pubblica, al netto, beninteso dei comportamenti calunniosi e diffamatori che, come è noto, hanno già il loro giudice naturale. C'è invece un punto che rischia di essere sopraffatto dai rumori della polemica e che invece merita di essere messo a fuoco nella prospettiva di una chiesa di popolo. Come mai, ci si può chiedere, fanno notizia fino alla speculazione fatti e circostanze della realtà ecclesiale che normalmente non hanno rilievo se riguardano il costume sociale diffuso? Si può rispondere in vari modi, ma uno non può essere escluso. Per quella chiesa di cui pure si denunciano incongruenze e malefatte, si adotta una unità di misura più esigente proprio perché in essa si scorge, o si intuisce (anche se lo si nega) un grande deposito di valori, una riserva etica che non si ravvisa altrove; e dunque ci si scandalizza per fatti che se riscontrati altrove non fanno battere ciglio. La domanda è: perché non sostare, in positivo, su questa constatazione, partendo da essa per aiutare, nel dialogo, la società a guardare davvero più alto e più lontano? QUALE STRATEGIA ADOTTARE PER ILSUD? IL RECENTE E IMPORTANTE SBLOCCO OPERATO dal governo di 2,3 miliardi di fondi europei per il Mezzogiorno ha rinvigorito il dibattito tra due modi di intendere l'intervento meridionalista. Da una parte chi auspica una netta accelerazione del capitolo degli investimenti produttivi e delle politiche di coesione industriale. Dall'altra chi invoca l'estensione di un approccio teso ai servizi, nella convinzione che la strada maestra passi per una assistenza sociale auto-sostenuta. Si tratta, in verità, di una falsa dicotomia. Questi due approcci possono e devono unirsi nella stessa prospetiva di sviluppo nazionale. Per rendersene conto è sufficiente guardare Berlino. Il piano di coesione varato dal governo tedesco tra il 1991 al 2003 ha attivato investimenti per 1.500 miliardi di euro complessivi. Una media di 115 miliardi l'anno, il 5 per cento del Pil nazionale, che ha dato vita a un poderoso intervento sia nell'ambito degli investimenti sia in quello dell'assistenza e del sostegno sociale. Oggi le regioni orientali sono dotate di infrastrutture di livello equivalente a quello del resto del Paese, di una cornice di leggi che tutelano il buon funzionamento del mercato e di una dotazione di capitale umano superiore rispetto a quello del nostro Mezzogiorno. E in casa nostra? Dal dopoguerra a oggi l'Italia ha rivolto al Sud circa 360 miliardi, non più dello 0,7 per cento del Pil annuo. Spesa peraltro mai del tutto aggiuntiva e utilizzata in gran parte a copertura di spese correnti. Tendenza che ha subito una ulteriore accelerazione negli anni della crisi. I valori della spesa destinata a investimenti nel meridione, infatti, si è attestata nel 2012 al 23,1 per cento del totale nazionale. Siamo lontani anche solo dal peso naturale del Mezzogiorno, la cui estensione è pari al 38 per cento della superficie nazionale. E anni luce dal vincolo legislativo che prevede sia orientata al Sud una quota pari almeno al 45 per cento degli investimenti nazionali in conto capitale. Sono dati che dimostrano come il settore pubblico non riesca in realtà ad esprimere una adeguata politica di investimenti nel Mezzogiorno. Numeri che smentiscono, insieme all'esempio tedesco, lo stereotipo che associa ogni euro speso per le zone deboli ad uno spreco. È il pregiudizio che ha formato la sciagurata politica localistica e anticoesiva di Bossi e Tremonti. Che, negli ultimi tempi, ha pervaso a tutti i livelli il dibattito sociale, politico, culturale. E che ora rischia persino di trovare sponda in alcuni ambienti meridionalisti. Nessuna seria politica di sviluppo nazionale può prescindere da interventi addizionali e specifici per il meridione. La valorizzazione delle risorse locali e della politica di intervento ordinaria non può essere posta come pre-condizione dell'intervento aggiuntivo finalizzato a realizzare le infrastrutture e a stimolare il capitale privato. L'integrazione sociale e gli investimenti produttivi nelle zone deboli sono elementi complementari, binari paralleli, su cui dobbiamo incardinare l'obiettivo della crescita e dello sviluppo nazionale. Principio che il governo Monti ha ben recepito, dicendo sì alla mozione Sud che lo impegna, tra l'altro, a ripristinare il ripristino del credito d'imposta per gli investimenti produttivi. Questionemeridionale Investimenti produttivi Perché dire sì . . . Il Concilio ha spinto all'apertura . . . Il problema non è limitare la libertà di stampa Sergio D'Antoni Deputato Pd Il casodeidocumenti riservati Messaggio cristiano e trasparenza della Chiesa Domenico Rosati COMUNITÀ L'editoriale È finita la Seconda Repubblica Pietro Spataro . . . Nessuna seria politica di sviluppo nazionale può prescindere da interventi addizionali per il Sud Maramotti martedì 22, maggio, 2012 19
CaraUnità NELLE ULTIME SETTIMANE IL GOVERNO HAADOTTATO UNA SERIE DI MISURE PER l'equità e la crescita, rivolte in particolare riguardo al Mezzogiorno, ed è intenzionato a proseguire con altri interventi, in particolare rivolti alla promozione del merito. Per vincere la crisi, ne siamo tutti consapevoli, serve una nuova fase di sviluppo. Gli obiettivi ambiziosi dell'Ue per il 2020 (innalzamento al 75% del tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni, contrasto alla povertà, investimenti in ricerca e innovazione) stavolta non possono restare sulla carta. Alla base di questi, l'innalzamento del livello di istruzione: riduzione degli abbandoni scolastici sotto il 10%, aumento al 40% dei laureati. L'Italia è molto indietro, si pensi che il governo Berlusconi ha trasmesso all'Europa obiettivi per il 2020 sotto le medie europee del 2010. E peggioriamo: sempre meno giovani italiani si iscrivono all'università (-10% nell'ultimo anno). Le ragioni sono varie: un orientamento inefficiente, l'idea– sbagliata! – che studiare sia inutile. Ma soprattutto queste scelte segnano un'intollerabile decrescita culturale e sociale, per cui l'alta formazione tende a trasmettersi nuovamente per censo. Pochissimi ottengono borse di studio: il 7% degli studenti, con 258 milioni di euro di fondi pubblici, contro il 25,6% della Francia (1,6 miliardi), il 30% della Germania (2 miliardi) e il 18% della Spagna (943 milioni). In 5 anni il nostro dato è calato dell'11,2%, mentre aumenta negli altri paesi (Francia +25,9%, Germania +18,6%, Spagna + 39%). Si può ormai fare un bilancio della «Grande Riforma» Gelmini: l'università italiana è bloccata da procedure macchinose e interminabili, che non ci consegnano un sistema più efficiente, ma più asfittico e di minor qualità, oltre a una generazione perduta di ricercatori. Così, stiamo già scivolando fuori dal modello sociale europeo: un'Italia rassegnata all'inutilità della formazione vive il declino come destino. Nel Programma nazionale di riforma 2012, il governo ha mostrato attenzione a questi temi, marcando essenziali discontinuità, sostenendo il valore sociale dell'istruzione e il rafforzamento del diritto allo studio. Non basta: ora occorre passare dalle parole ai fatti. Servono misure strategiche e interventi urgenti, che a nostro avviso devono essere mirati su tre priorità. Primo, un programma nazionale per il merito e il diritto allo studio, che affianchi gli interventi regionali, finanziato con 500 milioni (250 di risorse già destinate all'università e 250 da prestiti d'onore) e potenziato nel Mezzogiorno dall'utilizzo delle risorse europee per sostenere percorsi Erasmus e “Master and back”. L'università torni a essere la culla, e non la tomba della mobilità sociale, garantendo davvero il diritto costituzionale a completare gli studi per i capaci e meritevoli “ancorché privi di mezzi”. Secondo, la circolazione dei talenti e l'apertura internazionale. Nel venticinquesimo compleanno dell'Erasmus, l'Italia ha poco da festeggiare, perché il programma coinvolge solo l'1% dei nostri studenti, metà della media europea, al Nord il doppio che al Sud. Puntiamo a far sì che in 5 anni si passi da 20mila a 100mila studenti Erasmus all'anno, intervenendo con sgravi fiscali per le famiglie, sul riconoscimento dei crediti, sugli scambi di ospitalità. Erasmus significa anche accoglienza degli studenti stranieri, e richiama l'apertura e la trasparenza del sistema: insegnamento in inglese e dell'inglese, equipollenza per il riconoscimento dei titoli accademici, “cattedre parziali” per gli studiosi che insegnano nelle università straniere. Terzo, l'accesso ai ruoli universitari. Anche qui, tutto è fermo, dalle procedure di abilitazione al piano per gli associati, ai contratti in tenure track: si deve invertire la marcia e investire sui giovani, con il contratto unico di ricerca (con diritti certi e compensi adeguati) per tutte le attività post-doc e una figura più “forte” di professore junior in percorso di ruolo. A poco più di 30 anni deve essere possibile fare di un talento – la ricerca e l'insegnamento – l'impegno della propria vita. È vero, il capitale umano si qualifica con una “veduta lunga” che richiede un'azione costante e pluriennale. E l'università italiana ha bisogno di una visione di coesione e apertura, che – come cerca di fare il Paese – la riporti al centro delle dinamiche dello spazio europeo dell'istruzione, che riprenda la strada di “autonomia e responsabilità” interrotta in questi anni. Sono cose che faremo. Ma è urgente, oltre che lanciare un grido d'allarme, trovare ora l'energia per ripartire: la nuova Italia deve tornare subito a scommettere nello studio, se non vuole continuare a disperdere le possibilità economiche e culturali dei suoi figli e nipoti. Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense,131/L_0154_Roma lettere@unita.it Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 21 maggio 2012 è stata di 100.955 copie INQUESTOPERIODOSISVOLGONONELLESCUOLEFRAN-CESIRILEVAZIONIPERVALUTAREILIVELLI DIPROFITTO degli allievi non troppo diverse da quelle in atto in Italia. Ed è significativo che proprio sulla valutazione si siano avute le prime, concrete indicazioni circa gli indirizzi di politica scolastica che caratterizzeranno l'attività di governo dopo l'elezione di François Hollande alla Presidenza della Repubblica. Per cominciare, è stata ridefinita la logica in cui si effettuano, e si effettueranno in futuro, rilevazioni volte a sostenere la valutazione del sistema educativo. Le prove già previste per questa fase finale dell'anno scolastico saranno svolte rispettando il calendario da tempo programmato, anche perché è già stata stampata una grande quantità di fascicoli ed sono stati concordati i compensi da corrispondere gli insegnanti che hanno accettato di collaborare alle rilevazioni, ma i dati che da esse saranno ottenuti non costituiranno più la base per inferenze valutative su scala nazionale. In seguito, da rilevazioni effettuate sull'intera popolazione si passerà a rilevazioni campionarie. Si tratta di un orientamento che ha importanti implicazioni sia sul piano tecnico, sia su quello politico e dal quale potranno derivare conseguenze importanti per ciò che riguarda l'atteggiamento degli insegnanti nei confronti dell'amministrazione scolastica e la loro disponibilità a impegnarsi in un disegno d'innovazione e di progresso. È evidente che il governo del sistema educativo, se vuole sfuggire alla logica degli interventi episodici e scoordinati, deve poter fare riferimento a dati che, da un lato, diano conto delle pratiche in atto e dei risultati che si ottengono, dall'altro consentano di capire quali cambiamenti siano in atto, quale sia la loro dinamica, quale la possibile estensione. Si tratta di rendersi conto di quali siano i punti di forza e quelli di debolezza, come stiano cambiando i profili degli insegnanti e quelli degli allievi, quale relazione si sia stabilita tra la cultura scolastica e quella che caratterizza la vita sociale. Come si trasformi il linguaggio, quali nuovi simboli integrino o sostituiscano quelli già disponibili nel profilo non solo di bambini e ragazzi, ma anche degli adulti. Quello proposto è un elenco molto parziale di questioni cui l'attività di valutazione del sistema educativo dovrebbe essere in grado di fornire risposte. Ma, per quanto incompleto, è un elenco dal quale emerge il carattere di ricerca che un'attività sensata di valutazione deve necessariamente assumere se vuol essere utile per il governo della scuola. Occorre definire modelli interpretativi e raccogliere elementi che siano utili per confermare determinate ipotesi e c'è bisogno di progettare e realizzare strumentari adeguati a soddisfare le esigenze conoscitive di quanti hanno, in un modo o nell'altro, responsabilità di indirizzo dell'attività educativa. Non si tratta quindi, come nelle rilevazioni che coinvolgono l'intera popolazione degli allievi, di utilizzare la valutazione riproponendone, a più livelli, fino a quello nazionale, la logica di sempre, quella del bastone da maresciallo. Le rilevazioni sulla generalità degli allievi rispondono più a intenti di condizionamento che di conoscenza della realtà a delle esigenze che l'educazione deve soddisfare per rispondere in modo adeguato alle esigenze della società contemporanea. I bersagli sono gli allievi, gli insegnanti, le scuole e, indirettamente, le famiglie, colpevoli di non aver ancora assimilato la logica mercantile della competizione e della corrispondenza tra costo sostenuto per l'educazione e qualità del servizio offerto. Le rilevazioni campionarie superano i limiti rilevati perché non danno adito al sospetto che i dati possano essere usati con riferimento a singole persone o istituzioni e consentono interventi mirati alla raccolta delle informazioni necessarie. In funzione di tale raccolta, ci si può impegnare per la messa a punto di procedure e strumenti innovativi. Apparentemente, i due modi per procedere alla raccolta delle informazioni sul funzionamento del sistema educativo è una questione tecnica; nei fatti, è una scelta che comporta interpretazioni molto diverse dell'educazione scolastica e del ruolo che al suo interno svolgono allievi, insegnanti, famiglie e forze sociali. Dalla Francia viene un invito a riflettere in termini politici, anche quando in discussione ci sono aspetti del funzionamento della scuola che potrebbero sembrare soprattutto tecnici. Dialoghi Capannoni crollati: ricordiamo i lavoratori morti nel terremoto Ha destato in me una notevole impressione il vedere capannoni industriali di evidente recente costruzione accartocciati su se stessi, come fossero castelli di carte privi di ogni intelaiatura antisismica, anche la vita di un solo uomo ben vale la spesa di una colonna o di un tirante in acciaio in più! Gli eventi della natura sono imprevedibili, gli egoismi degli uomini vengono inesorabilmente pagati da altri uomini più deboli. RENZO TASSARA Sono rimasto assai colpito anch'io dall'immagine agghiacciante dei capannoni crollati sulla vita degli operai che facevano il turno di notte in fabbrica. La cosa non detta in troppi commenti televisivi è che stiamo parlando ancora una volta, purtroppo, di morti legate alla mancanza di una protezione adeguata sui luoghi di lavoro. Quelli di Leonardo Ansaloni, Nicola Cavicchi, Tarik Naouch e Gerardo Cesarò sono nomi da aggiungere dunque al lungo elenco delle vittime della sottomissione dei più deboli alla logica del profitto. Anno dopo anno, giorno dopo giorno, con o senza terremoto. Il fatto che quegli operai fossero lì di notte a guadagnarsi il pane, per loro e per le loro famiglie, d'altra parte, mentre altri uomini, in giacca e cravatta, parlavano di crisi e di crescita a Camp David mi ha fatto pensare che a far crescere il nostri Pil e il nostro paese sono gli operai che lavorano di notte, quelli di cui si dice che sono fortunati perché hanno un lavoro, non solo quelli che parlano di loro. Mentre irresistibile mi si presentava nella mente l'idea bella e triste per cui fratelli nella morte e nella missione che svolgevano per tutti noi siano stati, all'alba del 20 maggio 2012 tre italiani e un magrebino. Superare lacrisi Tre interventi urgenti per l'università Benedetto Vertecchi Dir. dip.progettazione Educativa e Didattica Università Roma Tre Scuola Valutazioni sul profitto L'esempio viene dalla Francia . . . Importante procedere a rilevazioni campionarie . . . Non si tratta proprio di questioni tecniche COMUNITÀ Marco Meloni resp. Università e ricerca segreteria Pd MariaChiara Carrozza presidente forum Università, ricerca e saperi Pd Latrappola dellacontribuzione volontaria Ricordiamo che gli autorizzati alla contribuzione volontaria sono privi di reddito e di qualsiasi forma di indennità e sostegno: per di più essi pagano all'Inps ingenti somme, prelevate dai risparmi di tutta la vita o prese in prestito, che stanno gettando sul lastrico intere famiglie senza alcun risultato certo di poter accedere al pensionamento. La risposta del ministro Fornero alla Camera impedisce, di fatto, ai contributori volontari di ottenere una reale salvaguardia ai sensi dell'art. 24 comma 14 della Legge 214/2011, poiché prevede una limitatissima protezione ai casi di maturazione della decorrenza pensionistica entro 24 mesi dal 06/12/2011, e non già di maturazione dei requisiti dal 31/12/2011 fino al 2019, come pure la legge 214/2011 riporta chiaramente. La differenza è sostanziale poiché nella decorrenza è compresa la finestra che può variare dai 12 ai 19 mesi, in funzione della natura dei contributi versati. Si capisce benissimo che la presenza nel computo della finestra, impedisce a decine di migliaia di lavoratori di rientrare nelle previsioni in deroga previste dalla legge 214/2011. Vogliamo sapere cosa intendete fare e come intendete procedere per fare recedere il ministro Fornero dall'emanare un decreto attuativo che confligge, in fatto e in diritto, con la stessa legge alla quale dovrebbe dare attuazione. LuigiBrioschi Ilgoverno contro miofiglio Sono di Silvi Marina in provincia di Teramo. Il governo, dicono, vuole ritoccare l'assegno di accompagnamento, Stefano, ha 22 anni disabile grave (Tetraparesispastica, con grave distonia, più porta una pompa elettromedicale sottopelle collegata al midollo spinale per ridurre i forti dolori e la sua spasticità. La pompa va ricaricata presso l'ospedale di Chieti una volta al mese, per causa forza maggiore devo rispettare il rifornimento causa pericolo anche di morte del paziente. Io sono operaio. Ho altri due figli, uno di 26 anni in attesa di occupazione (sono più di cinque anni che lavora a contratto settimanale) e l'ultimo figlio di 17 anni studente (Andrea). Mia moglie è casalinga perché deve assistere Stefano (il Disabile), quindi non può lavorare. Come se non bastasse il governo pensa a ridurre l'assegno di accompagnamento? GiovanniSantoro 20 martedì 22, maggio, 2012
IL PERDONO RAPPRESENTA UNO DEI DILEMMI PIÙ LACERANTIDELL'ETICACONTEMPORANEA,MAÈANCHE UNA DELLE FIGURE MORALI CHE SVOLGONO UN RUOLO, A VOLTE CONTRADDITTORIO, MOLTO FORTE NELLASOCIETÀENELLAPOLITICA.Il perdono oggi non viene evocato solo in relazione a offese, torti, malvagità individuali e private, ma spesso in relazione al male commesso in nome di un'idea di civiltà, di un'ideologia totalitaria, di una fede religiosa, di un progetto politico, e anche in sede legale e processuale, ogni volta che la trasgressione della norma ha un effetto destabilizzante sulla convivenza. Sappiamo quanto le azioni umane e i loro “errori” mettano direttamente in questione la storia, la politica, la sopravvivenza e l'identità di individui e gruppi, la lacerazione e la ricomposizione del legame sociale. Non bisogna poi dimenticare che la questione del perdono si è posta con particolare forza dopo la Shoah, collegandosi strettamente all' imprescrittibilità del male. Dopo gli eventi che hanno segnato la storia del ‘900 non è pertanto più possibile pensare il perdono senza il concetto di imperdonabile. L'autentico significato del perdono deve in effetti districarsi dalle implicazioni molteplici e a tratti contraddittorie di una nozione drammaticamente intrappolata nelle maglie del rancore e dell'oblio, della brama di vendetta e della facile liquidazione o della rinuncia ai propri diritti. Una nozione che, oltretutto, appare difficilmente isolabile da altri nuclei tematici, legati a concetti di ordine spirituale e religioso, quali l'espiazione, la redenzione, la remissione dei peccati, l'assoluzione, la pietà, l'amore del prossimo. Per fare qualche esempio: si perdona l'incoscienza (non sapeva quello che faceva) o la malvagità? L'azione o l'agente? Per ricostruire, ricominciare, comprendere, convertire o semplicemente per dimenticare? Il perdono presuppone una relazione con un altro oppure è l'affermazione della propria superiorità? Chi viene perdonato può anche non sentirsi destinatario di un atto di amore, bensì oggetto di invadenza, di intrusione nella sua coscienza, nel suo mondo affettivo. Nell'idea di perdono può essere infatti contenuto un giudizio di valore: colui che perdona si colloca dalla parte del bene, quindi al di sopra di colui che viene perdonato. Da questo punto di vista, il perdono può apparire un atto unilaterale, una concessione che annulla ogni scambio e comunicazione tra due soggetti. A complicare le cose contribuisce l'urgenza dell'appello che il male morale continua a rivolgere all'azione: cosa fare per impedire altre sofferenze causate dalla malvagità? Qual è l'imperativo prioritario: la carità cristiana o la resistenza contro il male? Porgere l'altra guancia o ristabilire la giustizia violata? Il perdono è sicuramente un concetto spiazzante, una sfida per il pensiero, il cui autentico significato deve essere riappreso. Ciò significa riprendere l'eredità della tradizione ebraico-cristiana, che ne costituisce la fonte, e riscoprirlo in condizioni nuove, quelle del mondo attuale che ne ha un gran bisogno. Non è certo un caso che i (rari) pensatori che nel ‘900 si sono occupati del perdono siano quelli a cui tutti riconoscono una spiccata sensibilità per i problemi del nostro tempo, e insieme il coraggio di affrontare le zone più rischiose dell'etica, senza cedere a nessuna scorciatoia moralistica. Penso in particolare a Hannah Arendt, a Vladimir Jankélévitch , a Emanuel Lévinas, a Paul Ricoeur, a Jacques Derrida. La loro vitale inquietudine ha accompagnato la consapevolezza che il perdono sia un tessuto fittissimo di conflitti e di paradossi che chiama radicalmente in causa la coscienza di ognuno e ne sconvolge le convinzioni più solide. Fin dalla sua etimologia il perdono è attraversato dal contrasto tra la logica della pena e della riparazione propria della giustizia, e la logica della gratuità, dell'amore. Perdonare rimanda alla “rinuncia” (a un diritto o a un credito), allo scusare, e al tempo stesso si associa al dono - un dono in eccesso, il dono d'amore disinteressato delle chansons dei troubadours (ti amerò en perdos, in perdita, gratuitamente). L'autentico significato del perdono può essere oggi affermato considerandolo una potenzialità dell'azione: esso rappresenta infatti l'altra faccia del rischio dell'agire, che salva la libertà umana in nome di una nuova forma di responsabilità. È impossibile revocare la storia, fare in modo che le azioni non siano accadute, ma si può continuare ad agire andando in un'altra direzione. L'essenza del perdono consiste nel restituire la capacità di agire a un soggetto che resterebbe inchiodato all'azione compiuta, se non gli si offrisse la possibilità di diventare qualcosa di diverso da ciò che ha fatto. Il perdono è dunque un dono, un dono di libertà, il dono del potere di ricominciare e insieme il tentativo di ricostruzione di una relazione interrotta in seguito a un'offesa. Come se si richiamasse in vita la possibilità di una libertà autenticamente umana, anche per chi ha sbagliato. È innegabile che si tratti di passaggi difficili tra agire, sentire e pensare, ma dotati di una grande forza etica: quella di assumersi il rischio, o meglio, di immaginare un futuro diverso da quello imposto dal passato. Eticae libertà Ilperdonoè rivoluzionario Unconcettospiazzante, unasfidaper ilpensiero LAMOSTRA : EStaino incontrò(felicemente) il computer P. 22 STORIA : Gramsci, ilPcieStalinnegli scrittidelcarcere P. 23 CINEMA : Il film-testamentodiResnais inscena.ACannessiparlaanchedimorte P. 24 TV : Il frullatoremediatico P. 25 Questo intervento verràdiscusso venerdìaPistoia nell'ambito del Festival«Dialoghi sull'uomo» LAURABOELLA DOCENTEFILOSOFIA MORALE STATALE MILANO Èun«dono»difficileda interpretare: siperdona la malvagitào l'incoscienza?L'azioneol'agente?Per ricostruire, ricominciare,comprendereoperdimenticare? U: martedì 22, maggio, 2012 21
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22/05/12

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