VERTICE A.B.C. C: «BISOGNA CHE FACCIAMO QUALCO-SACONTROL'ANTIPOLITICA».A:«BEH,CISIAMOAPPEna dimezzati i rimborsi elettorali». C: «Seh, ti piacerebbe: con i voti che avete perso voi è tanto se dei rimborsi ve ne resta un terzo». A: «Vabbé, tanto a noi i soldi pubblici non ci servono, abbiamo quelli privati». B: «Io una cosa l'ho fatta: ho detto che bisogna risolvere il problema degli esodati, questi poveretti che vengono licenziati in tronco ma sono ancora troppo giovani per andare in pensione». A: «Grazie Pier Luigi, sei un amico, ma vedrai che me la caverò con la buonuscita». C: «Ma no, dobbiamo dare un segnale di novità più forte, cambiare... cambiare... formula! Sì il bipolarismo non ha funzionato, bisogna sparigliare come a scopone». A: «Come sarebbe a dire che non ha funzionato? Ha garantito l'alternanza democratica!». B: «Sì, cinque anni a voi del centrodestra e cinque minuti a noi del centrosinistra». C: «Io sto parlando di un cambiamento vero, profondo, la gente è stufa! Domani vado e mi cambio la macchina». B: «Ma no, serve un cambiamento vero, bisogna cambiare... cambiare... ci sono: schema di gioco: cambiamo la legge elettorale, giochiamo tutti in attacco e poi, una volta in area, facciamo le alleanze. L'errore è stato fare le alleanze a centrocampo, giocare in difesa e mettere in porta Fini che le fa entrare tutte». C: «Ma no, bisogna cambiare più in profondità! Basta con questa frangettina che fa tanto new economy, il Paese ha bisogno di solidità: io mi tiro i capelli indietro all'Aldo Moro». B: «Vuoi cambiare pettinatura?». C: «La moglie l'ho cambiata che è poco». A: «Ma no! Non possiamo lasciare terreno libero a Grillo, non vi siete accorti che mentre noi tre eravamo qui a raderci ogni mattina lui si faceva crescere la barba?». C: «Non chiedetemi questo, a me la barba cresce bianca, è escluso». B: «Ma quale barba, serve un cambiamento più profondo! Lo avete sentito Maroni? Dice che la Lega potrebbe dire addio al Parlamento!». C: «Anche secondo il 95 per cento degli elettori italiani». A: «Guardate che gli elettori ci fanno a pezzi anche a noi se non diamo un segnale di profondo rinnovamento. È per questo che il Pdl è pronto a cambiare... cambiare... nome». B: «Tutto qui?». A: «Te di politica non capisci niente: il nome è tutto! I partiti se vogliono sopravvivere alla rabbia degli elettori devono fare quello fanno i latitanti: cambiare nome per non farsi riconoscere». SEGUEDALLAPRIMA Cambia qualcosa del volto dell'Italia. Vedo anche che questo Pd, così stupido, così antipatico, così inesistente, si colloca ormai al centro della situazione politica in quanto è il solo in grado di aggregare le forze democratiche e può portarle nella nuova corrente riformista che finalmente si sta formando in Europa e che ricomincia a vincere. Per cui cambiare diventa possibile. Vedo tutto questo. Ma il risultato elettorale suscita in me anche altri pensieri. Il principale è se noi siamo all'altezza della situazione. In altre parole, se siamo in grado di rispondere all'interrogativo cruciale, davvero drammatico che si è riaperto a questo punto della nostra storia repubblicana. Dove va l'Italia? Il mio - sia chiaro - non è il dubbio di uno scettico. Io credo nel Pd. La mia domanda nasce dalla consapevolezza che la sfida del governo non si giocherà solo sul terreno delle tradizionali dispute politiche. La partita che la grande crisi ha aperto è quella della ridefinizione del destino della nazione. Si tratta quindi del futuro delle nuove generazioni. A me sembra questo il problema centrale. Dove sta andando l'Italia? Fino a che punto la sua compagine statale e il tessuto dei valori civili che fino ad ora hanno garantito il nostro comune cammino sono in grado di reggere? Profondamente scossi - come sono - da qualcosa che è molto più grande della pochezza dei partiti (anche). È il fatto di cui le tv non parlano. È la grande questione della sopravvivenza della democrazia moderna e della civiltà del lavoro, del diritto delle persone e dei popoli di potersi realizzarsi e di decidere del proprio destino, che è minacciato dal potere inaudito e senza controllo di una oligarchia finanziaria che muove a suo piacere le ricchezze del mondo. Vogliamo chiederci chi sta muovendo la guerre alla costruzione europea, in quanto solo altro potere possibile? Così io guardo all'Italia. C'è Grillo, c'è il qualunquismo, ci sono proteste distruttive. Ma non c'è solo questo. Dietro l'inquietudine profonda dei giovani e il loro distacco dalla politica, dietro il loro disprezzo per i vecchi partiti c'è il fatto - come notava Ilvo Diamanti - che si stanno facendo strada domande di segno nuovo. Le quali esprimono istanze critiche verso i valori del neo-liberismo imposti dai «mercati» finanziari globale. Io credo che noi sottovalutiamo questa grande novità non soltanto economica. L'avvento della finanziarizzazione ha creato un diverso e più stretto rapporto tra la nuda vita e l'economia. Si parla (giustamente) della pochezza e delle malefatte dei partiti. Ma è evidente che la riduzione dello spazio della politica ha portato a un lento degrado morale e culturale, al declino delle protezioni sociali e alla crisi dei sistemi scolastici e formativi. Con l'indebolimento delle istituzioni e dello spazio pubblico, la cittadinanza è stata degradata al potere d'acquisto e la crescita degli esseri umani ridotta alla stimolazione degli istinti peggiori. In fondo, si riscopre una semplice verità. È vero che l'uguaglianza senza libertà dà luogo al dispotismo, ma la libertà senza uguaglianza crea sfruttamento, ingiustizia e regressione sociale, minacciando di spezzare la parabola della democrazia contemporanea. Se questi sono i problemi come pensiamo di parlare ai giovani che protestano se non diamo un significato alla loro vita e al loro bisogno di libertà? È evidente che la nostra proposta politica deve tradursi chiaramente nell'appello anche di Napolitano perché siano i giovani stessi a prendere in mano il governo del Paese. Ha ragione D'Alema quando dice che la vittoria di forze come quelle di Grillo ci butterebbero fuori dall'Europa e condannerebbero l'Italia alla miseria e al fallimento. Ma tanto più allora spetta a noi, nel momento in cui diciamo alla povera gente che è giusto affrontare seri sacrifici, senza indicare uno scopo. Un grande scopo. Qui sta il punto. Il riformismo non è solo la concretezza ma è la combinazione di questa con l'utopia. Abbiamo tanto citato Max Weber e la sua etica della responsabilità ma forse ci siamo un po' dimenticati dell'altro suo monito secondo cui nulla sarebbe possibile se non tentassimo l'impossibile. Senza cioè una visione nuova del mondo. La sfida che il Pd lancia a tutti gli altri soggetti politici (Grillo compreso) non è la foto di Vasto o quella con Casini: è la ricostruzione su nuove basi del Paese. Ma ciò che io voglio sottolineare è che questa sfida, per funzionare, deve essere anche concepita come una sfida che riguarda la ricostruzione di noi stessi in quanto partito. I partiti non possono più essere quelli di prima. È il loro rapporto con la società che è cambiata, nel senso che essi non sono più auto sufficienti ma devono misurarsi con il nuovo bisogno di protagonismo della società e quindi con le culture e i movimenti che la innervano. Il problema è come assolvere a questa funzione a fronte del cinismo della destra e del suo miserabile cotè giornalistico e intellettuale. Nella mia lunga vita (tranne l'8 settembre) non avevo mai visto un così grande sfascio, fino alla polverizzazione, di ciò che era stato per vent'anni ben più che l'alleanza tra 2 partiti (Lega Nord e Berlusconi). Era stato l'asse del Nord. Quasi un blocco storico, sorretto da una idea sia pure meschina dell'Italia. Dopotutto Bossi e Berlusconi fornivano le truppe ma le idee erano quelle della vecchia classe dirigente: una casta volta a volta craxiana, leghista, ciellina con dietro la grande banca milanese e il salotto buono del Corriere della Sera. Un'idea meschina ed economicistica incapace di una visione nazionale: il Mezzogiorno, popolo di ladri e di sfaticati, visto come un peso insostenibile per il Nord che lavora. Questa idea ha fatto fallimento e si è creato un vuoto. Io non so chi a destra occuperà questo vuoto. So che noi ci candidiamo a guidare il Paese in nome di un disegno di ricostruzione. Una unità d'Italia posta su nuove basi. Certo non potrà essere «un Paese per vecchi», né per soli uomini. Qui sta il mio assillo. Un «partito della nazione» è tale solo se interpreta ed esprime gli interessi delle nuove generazioni. Io sono vecchio. I miei nipoti parlano perfino un'altra lingua: quella del web. Mi si consenta però una analogia. Io ricordo come parlò il Pci a noi giovani di allora. Ci chiamò a dare una risposta al grande interrogativo di allora, che però era simile a quello di oggi. Dove va l'Italia? Il commento La scuola tartaruga e le gazzelle del web Luca Landò Vicedirettore llando@unita.it L'analisi La sfida del Pd riguarda i giovani SEGUEDALLAPRIMA Certo è difficile paragonare l'Italia alle Galapagos e gli studenti ai fringuelli, ma se vogliamo capire cosa stia avvenendo nel mondo dell'educazione è bene accettare una realtà spigolosa: i ragazzi cambiano, la scuola no. O meglio, i primi viaggiano alla velocità della luce, la stessa che illumina le fibre ottiche e anima i computer, la seconda cammina col passo della burocrazia e della politica. Eccolo il nuovo digital divide, il burrone tecnologico che spacca le società e separa le nazioni: perché la differenza non è più (soltanto) tra chi è connesso e chi no, ma (sempre più) tra chi corre e chi passeggia. Ed è in questa differenza di passo che si consuma il più grave delitto che la scuola possa commettere: costringere a camminare chi vorrebbe correre e saltare. Perché è questo che i ragazzi oggi fanno a casa, in strada, nei corridoi durante l'intervallo o di nascosto durante le lezioni: corrono e saltano nel mondo della rete collegandosi, scaricando applicazioni, scambiandosi mail e messaggi. In altre parole utilizzando, sfruttando, spremendo tutto quello che l'universo digitale offre loro. Qualcuno ha parlato di mutazioni antropologiche, di nuove capacità neuromuscolari che permetterebbero ai “nativi digitali” di scrivere camminando e comporre messaggi alla velocità di Usain Bolt. E se il cammino dell'homo sapiens è iniziato grazie a un dito opponibile, che accadrà ora che i suoi nipoti hanno imparato a tenere i cellulari con il palmo e a digitare con il pollice? Un'esagerazione certo. Ma è innegabile che i ragazzi rispondono alle sollecitazioni e alle possibilità che provengono dalla realtà digitale in modo totalmente diverso da quello di noi adulti. Un gap inquietante. Perché significa che genitori e figli, ma anche insegnanti e studenti, vivono e vedono due mondi differenti. Con il rischio, inevitabile, che a lungo andare si creino due diverse “specie culturali”: da una parte le gazzelle del web, rapide e instancabili nel comunicare e nel raccogliere informazioni, dall'altra tutti noi, tartarughedigitali che pur connettendoci e usando il computer lo facciamo con i tempi e le modalità del secolo scorso. Due umanità diverse che fanno cose diverse e parlano linguaggi diversi: eccolo lo scenario prefigurato da Marc Prensky undici anni fa quando coniò il termine di «nativi digitali» per indicare quei ragazzi che, nati nel ricco occidente dopo gli anni Ottanta, avevano e hanno accesso a un mondo fatto di computer, di rete, di telefonini. Ponendosi subito dopo una domanda preziosa: esiste un modo per dialogare con i nativi digitali, per farli crescere senza perderli di vista? Per restare in contatto con loro? La risposta che Prensky si diede è la stessa che ripete nei suoi libri e nei suoi interventi in giro per il mondo, come quello che terrà oggi a Roma alla Conferenza nazionale sui nativi digitali organizzata dal Pd. Per restare in contatto con i giovani internauti c'è solo un modo: parlare la stessa lingua. Che non vuol dire spingere una tartaruga a comportarsi da gazzella - cosa impossibile oltre che imbarazzante - ma una serie di altre cose. Ad esempio riconoscere che Internet non è un'invenzione del diavolo, ma uno strumento per apprendere e comunicare. Persino studiare, come ha dimostrato lo stesso Prensky che ha elaborato una serie di giochi multimediali per insegnare algebra, storia, scienza ma anche finanza e persino come riconoscere e combattere la depressione adolescenziale. Se questo è vero, se la rete non è una fonte di pericolo o distrazione, ma un mezzo utilissimo per crescere e imparare perché è così difficile portarla nelle scuole? E se l'Italia è una Paese segnato da un grande digital divide (quello classico, che separa i cittadini tra connessi e isolati) non sarebbe il caso di trasformare gli edifici scolastici in presidi digitali pubblici e aperti tutto il giorno? Se un ragazzo non ha la fortuna di avere un collegamento veloce a casa (quasi la metà delle famiglie italiane non ha ancora internet) non sarebbe giusto mettergli a disposizione la banda larga della sua scuola? E non è che l'inizio. Perché il nuovo alfabeto digitale non è fatto di sole lettere ma anche di nuovi metodi e nuovi comportamenti, anche a costo di mettere in discussione vecchi schemi e antichi modelli. Nella scuola digitale l'insegnante è sempre meno in cima alla piramide e sempre più accanto allo studente: aiutandolo, seguendolo, affiancandolo nell'utilizzo delle nuove tecnologie. Da professore ad allenatore, da docente severo a guida fidata e riconosciuta che aiuta il ragazzo a sviluppare le proprie passioni e il proprio talento. È troppo? Forse, ma è anche l'unico modo per consentire alle tartarughe di non perdere di vista le gazzelle. E aiutarle a correre. Twitter: @llando374 COMUNITÀ Maramotti Alfredo Reichlin . . . «Cambiamo la politica» «No, basta il nome» . . . «Facciamo come Grillo: un po' di barba lunga» . . . Dove va l'Italia? Fino a che punto la sua compagine statale e il tessuto dei valori civili possono reggere? . . . Se la rete non è una fonte di pericolo o distrazione, ma un mezzo utile per crescere perché è difficile farla materia di studio? Duemiladodici Il problema degli esodati Alfano: «Me la caverò... » FrancescaFornario venerdì 25 maggio 2012 17
Diecicanzoni 02ElliottSmith SonofSam 03The RollingStones MidnightRambler 04SonicYouth DeathValley '69 05BruceSpringsteen Nebraska 06TalkingHeads PsychoKiller 07TheBeatles Maxwell'sSilverHammer 08WarrenZevon ExcitableBoy 09NekoCase DeepRedBells 10Interpol Evil da seattleweekly.com: PAOLOPETAZZI MILANO L'operadiBrittentornaallaScaladopo12annicon laregia chiaraedessenzialediJonese l'eccellentedirezionediTicciati Sufjan Stevens WEEKEND DISCHI ANIME IN PENA CHE SI AFFACCIANO SOLO QUANDO IL CREPUSCOLO SFUMA I CONTORNI, QUESTO È IL DISCO PERVOI.MAANCHEILDISCODITUTTIGLIAMANTIDELLA VOCE BARITONALE DI DAVE GAHAN, transfugo dai suoi Depeche Mode (che in questo periodo sono in studio di registrazione) per una nuova avventura dai tratti mistici che lui stesso definisce «liberatoria». Uscire da sé e dalla propria leggenda per fare il quasi-gregario di una band assai singolare, ecco di cosa è stato capace l'inquieto cantante britannico sul disco The Light The Dead See. I Soulsavers sono un progetto come non ne esistono altrove. Due produttori britannici, Ian Glover e Rich Machin, che dalla fine degli anni Novanta ad oggi confezionano dischi da affidare ogni qual volta a una voce diverse. Voci sempre maschili, sempre cupe e profonde, sempre sul baratro dell'esistenzialismo. Già abbiamo avuto modo di farci contorcere le budella da Mark Lanegan, Mike Patton (Faith No More), Jason Pierce degli Spiritualized, ma anche Richard Hawley o Will Oldham, tutti autori-cantanti ad alto indice emozionale. Gahan, per suo conto, era fan di vecchia data dei Soulsavers e aveva chiesto alla band di aprire lo scorso tour del 2009 dei Depeche. Dall'amicizia, ecco il passo successivo: un paio di mesi di tempo liberi, uno studio di registrazione e i tre che si ritrovano senza un piano preciso. «Non mi sono mai sentito così libero come in questa occasione (ha detto Gahn), solo il fatto di non preoccuparsi di confezionare un singolo... Un'esperienza che mi ha permesso di spingermi con la voce in luoghi mai frequentati». E con risultati da brividi sulla pelle, soprattutto grazie all'interpretazione di questo eterno inquieto cinquantenne, ex ragazzino problematico della working class britannica. L'umore rimane quello dispensato nelle altre produzioni Soulsavers: rock-blues pastoso e notturno, testi introspettivi e atmosfere totalmente dark. The Light the Dead See è anche una gigantesca sezione di autoanalisi per Gahan che ci ha messo dentro sia alcuni demoni mai sopiti sia tante riflessioni sul senso della vita, Dio (la cupa ballad chitarristica Presence of God: sento la presenza di Dio / nella mia anima, nei miei pensieri /niente può distruggermi...), la fede, la morte. Insomma, come ha detto lui stesso, un disco che alla fine è diventato terapeutico, dove riversare un flusso di coscienza senza alcuna restrizione e porsi le grandi domande: «riesci a sentirmi? - canta disperato su Inthemorning travolto dagli archi - io sono completamente perduto, sono niente senza di te!». Un disco splendidamente prodotto, avvolgente, commuovente a tratti. Pezzi maestosi, ma anche momenti folk più puliti (come la bella Just try, un gospel moderno, o Gonetoofar, che da ballata acustica si inspessisce, si arrabbia, decolla con la voce fantasticamente drammatica di Dave), che ricordano per intensità e purezza certi AmericanRecordings del compianto Johnny Cash (dove, non a caso, veniva reinterpretata magistralmente proprio PersonalJesus dei Depeche Mode). Già, e i Depeche Mode? Tornano, tornano, con un rinnovato, o addirittura illuminato, Dave Gahan. IN UN AMBIENTE DI MESCHINO E GRETTO CONFORMISMO LAVITADIVENTAIMPOSSIBILEPERIL«DIVERSO»,L'EMARGINATO:è il tema che Benjamin Britten pone al centro di Peter Grimes (Londra 1945), l'opera che fu considerata l'inizio della rinascita di un teatro musicale inglese e che è tornata alla Scala dopo 12 anni in un nuovo allestimento di grande rilievo. C'era una felice convergenza di prospettive tra la sicurezza e la dura e tagliente violenza della direzione del giovanissimo e bravissimo Robin Ticciati e la regia di Richard Jones, inesorabile nel definire la angusta grettezza della comunità del borgo di pescatori, unita nella diffidenza e nel pregiudizio contro Peter Grimes. Alla dolorosa solitudine del suo protagonista il compositore conferisce accenti intensissimi di lirismo onirico-visionario, che ne riscattano l'ossessione di conquistare una reputazione inattaccabile guadagnando molto denaro, riconducendola a un nucleo di amara delusione e di disperazione. Questa ossessione conduce Grimes a comportamenti violenti, alla follia e al suicidio in mare, dopo la morte accidentale, uno dopo l'altro, di due orfani che lo servono come mozzi. La musica caratterizza con evidenza, ricorrendo a stili diversi, la bellissima parte di Grimes e quelle degli abitanti del borgo. Il coro è l'altro protagonista: nello spettacolo di Richard Jones si disponeva spesso rigidamente lungo le pareti delle anguste scatole rettangolari cui le scene di Stewart Laing riducevano gli interni. In una ambientazione che rimandava ai luoghi comuni del cattivo gusto inglese anni ‘50/'60, Jones ha creato una regia chiara ed essenziale, in cui ogni gesto era significativo, e, andando oltre il testo, ha immaginato una inesorabile chiusura del cerchio: l'opera inizia con il processo a Grimes per la morte del primo mozzo, e alla fine, dopo la scomparsa del protagonista, la scena si ripete identica con Ellen nei panni dell'accusata. Anche dal punto di vista musicale i contrasti e la eclettica varietà delle scelte stilistiche di Britten hanno sempre trovato forte evidenza, grazie alla direzione di Ticciati e a una eccellente compagnia di cantanti-attori. L'ammirevole protagonista era John Graham-Hill, che ieri ha ricevuto il premio della critica musicale italiana per la sua interpretazione di Morte a Venezia di Britten nella stagione scorsa: la sua voce è forse talvolta un poco leggera per la parte di Grimes; ma è stata usata in modo magistrale, da grande artista, definendo la solitudine del personaggio con rara intensità. Accanto a lui bisogna citare almeno Susan Gritton (Ellen) e Christopher Purves (Balstrode), e nella piccola parte di «zietta» Felicity Palmer. John Wayne Gacy, Jr. THE SOULSAVERS TheLight andtheDead See Mute E Gahan scese dal«trono» TransfugodaiDepecheMode perun'avventura quasimistica SILVIABOSCHERO PeterGrimes,vita impossibilediun«diverso» SERIALKILLER GLIALTRIDISCHI PIEROSANTI IL PIANISTA BRAD MEHLDAU È TORNATO AD INCIDERE UNDISCODEDICATOALL'ARTEDELTRIONELJAZZ.Non lo faceva dai tempi di Days is done del 2005 e perciò si era creata molta, legittima attesa (è con questa formazione che è riuscito sempre a dare il meglio) attorno all'annunciato, nuovo lavoro. In passato aveva abitualmente affiancato a composizioni originali la rilettura di classici del jazz e di celebri canzoni pop. Con questo Ode (Nonesuch) ha invece concentrato l'intero sforzo creativo su di se, riuscendo nell'impresa di scrivere undici brani tutti estremamente convincenti, dalla struttura complessa e allo stesso tempo immediatamente comunicativi. Rimandi alla cameristica classica, uno swing dal groove raffinatissimo, dissonanze proprie della contemporanea colta, ripetute ma lucidamente dosate accelerazioni hard-bop: tutto distillato attraverso l'inconfondibile alambicco del suo straordinario pianismo, che lo ha reso uno dei più noti e apprezzati jazzisti delle ultime generazioni. La collaudatissima e perfetta simbiosi con il contrabbassista Larry Grenadier e il batterista Jeff Ballard ha poi garantito un'esecuzione tecnicamente impeccabile e parecchio emozionante. DaveGahan BradMehldau «Ode»all'arte del trionel jazz Ilparecchio apprezzato trio torinese festeggia i dieciannidi attività. Pop psichedelicodallemelodie molto liquide, sostenute dalpulsare incessantedi bassoe batteria.Belle canzoni realizzatepreferendoalle chitarreelettriche un massicciouso di elettronica.Menzioneparticolare per l'ottimacura artistica dellaconfezione. P.S. DRINKTO ME S Unhip Nuovoalbumdel chitarrista Francesco Casagrande,puntodi riferimento del jazzcontemporaneosulla scena internazionale.Musica che si fa immagine,metaforadi epiche e intime battaglieumane:amoreeodio, razionalitàepassione.Edasfogo a tutta lasua fantasiacreativa, portando l'ascoltatoread immergersi in quel mondoinvisibile, pacificoe inquieto aun tempo.Nella suabattaglia con l'invisibile loaffiancanoJeff Davis (vibrafono), SimoneTailleu(contrabbasso), Guatier Garrigue(batteria). P.O. FEDERICO CASAGRANDE TheAncient Battleof the Invisible CamJazz LansinéKouyatévienedal Mali edè virtuosodelbalafon l'antenatodel vibrafonochequiè suonato, utilizzandomultieffetti eprocessori, dal franceseDavidNeerman. Il discoè costruitosull'affascinante dialogofra i duestrumenti, supportati con parsimoniada unasezione ritmica quasi rocke daBallaké Sissoko alla kora. P.S. KOUYATÉ-NEERMAN Skyscrapers& Deities NoFormat U: 22 venerdì 25 maggio 2012
Un giovane testimone accusa Silvio Berlusconi, nell'udienza del processo a carico dell'ex premier sul «caso Ruby» accusato di concussione e prostituzione minorile. È Natascia Teatino, una delle ragazze che partecipò a una serata a Arcore e che ieri nell'aula del Tribunale di Milano ha raccontato che il Cavaliere avrebbe avuto rapporti sessuali a pagamento «con più ragazze». La giovane ha raccontato ai giudici di essere andata a Villa San Martino il 6 gennaio 2011 e di non essere mai più tornata nella residenza dell'ex premier. Quella sera ci sarebebro state circa una ventina di ragazze». Solo tre gli uomini presenti: insieme al padrone di casa, c'erano Emilio Fede e Apicella che «cantava e suonava». Natascia Teatino ha dichiarato di essere rimasta seduta e di aver assistito a balletti erotici, con «le ragazze, mezze nude o in costume da bagno che si proponevano al padrone di casa pronte a farsi toccare». «Vidi lui e Fede toccare il seno e il sedere alle ragazze» ha proseguito la teste. E una volta terminata la serata, «alcune se se sono andate, ma circa la metà delle ragazze, più o meno una decina, si sono fermate». Non lei: «Io me ne sono andata, accompagnata da un autista. è stata una mia scelta, non mi è stato chiesto esplicitamente di avere rapporti sessuali con Silvio Berlusconi, ma quando ho accettato l'invito ad arcore sapevo a cosa sarei andata incontro, volendo avrei potuto decidere di restare». L'amica Ariel Espinosa è una delle ragazze che si è fermata per tutta la notte, e «mi ha detto di aver avuto rapporti sessuali con Berlusconi in cambio di denaro». CONTATI,AFFITTI E BABYDOLL Le regalie dell'ex premier non si limitavano al solo contante, secondo il racconto di Natascia Teatino: «Era Berlusconi che pagava l'affitto alla mia amica Ariel Espinosa». Nessun dono, invece, per lei, al punto che «ci sono rimasta male, non ho ricevuto nulla mentre le altre ragazze avevano avuto delle buste». Il problema, ha puntualizzato Teatino in aula, è forse che «facevo troppe domande». Nell'udienza di ieri è stato ascoltato anche Luigi Sorrentino, per tre anni uno degli uomini della scorta di Emilio Fede, che ha raccontato ai pm di aver accompagnato diverse volte l'ex direttore del tg4 ad Arcore, «sempre di sera» e, dal cortile dove aspettava la scorta, la sera del 14 febbraio 2010 (San Valentino) «dalle vetrate si vedevano due ragazze in baby doll rosso». Non solo, il testimone ha spiegato che una delle giovani che quella sera andarono a Villa San Martino in macchina con Fede era probabilmente Ruby. Sempre nell'udienza di ieri Luca Risso, l'attuale compagno di Karima El Mahroug, si è avvalso della facoltà di non rispondere. La Corte ha accolto le richieste dei difensori stabilendo che Risso è testimone-indagato in procedimento connesso dato che risulta indagato per pornografia minorile dalla Procura di Genova per uno spettacolo organizzato nel suo locale nella città ligure durante il quale l'allora minorenne marocchina mimava atti sessuali. Lasciando Palazzo di Giustizia, Risso ha spiegato ai cronisti che «Ruby sta bene e si occupa di Sofia, la nostra bambina di cinque mesi», presto si sposeranno, e secondo lui «è ansiosa di venire in Tribunale perché arrabbiata in quanto forse è stata manipolata». Assenti invece ieri i genitori di Karima El Mahroug (il padre ha inviato alla Corte un certificato medico). Oggi saranno ascoltati il ragioniere Giuseppe Spinelli (che, secondo l'accusa, per conto dell'ex premier avrebbe preparato il denaro per le ragazze ospiti delle feste ad Arcore) e di Marysthell Garcia Polanco, la soubrette dominicana, una delle «olgettine» più assidue in villa. La famiglia modello, quella più solida, stabile e felice, portatrice di valori positivi come la solidarietà e l'accoglienza e per questo «risorsa della società», è quella composta da un uomo e da una donna sposati con due o più figli. Questo è lo scenario che emerge dalla recentissima ricerca Famigliarisorsaperlasocietà (Ed. Il Mulino) curata dal professore Pierpaolo Donati dell'università di Bologna su richiesta del presidente del Pontificio consiglio per la Famiglia, cardinale Ennio Antonelli, in vista del prossimo Incontro mondiale delle famiglie che si terrà a Milano dal 30 maggio al 3 giugno. Ma l'esito della ricerca contiene anche una notizia politica: le famiglie che rappresentano il modello preferito dalla Chiesa votano prevalentemente centrosinistra. Lo sforzo della ricerca è quello di mostrare, dati alla mano, i «vantaggi comparativi» dei diversi tipi di famiglia. Sono realtà nuove, «più articolate», figlie della secolarizzazione che però, assicura Donati, «sono fragili, alla lunga bisognose di assistenza. Non migliorano la condizione esistenziale delle persone. Che anzi, peggiorano». Le conclusioni del sociologo sono a favore della famiglia «tradizionale», definita «normo-composta». «È quella che offre più capitale sociale e più aiuti anche a persone esterne alla famiglia». Spiega lo studioso: sono due i suoi punti di forza: matrimonio e figli. «Sposarsi offre stabilità e aumenta il valore aggiunto per la società. Non è equivalente al non sposarsi» e il numero dei figli è considerato «fattore di ricchezza di relazioni». Sono quattro le tipologie di «famiglia» indicate dallo studio. Vi sono quelle composte da un single con figli o da due adulti non sposati (single, separati, divorziati, vedovi/e). Sono persone con un livello di istruzione alto, anche superiore alla laurea, e con uno status economico medio-alto. Si dicono «poco religiose». In politica esprimono posizioni polarizzate: estrema sinistra ed estrema destra. Vi sono poi le coppie senza figli composte da separati o divorziati che vivono con il partner, conviventi o sposati. Anche in questo caso il livello d'istruzione è alto e decisamente buona la condizione economica. L'orientamento politico prevalente? L'estrema sinistra. Andrebbe, invece, al centrodestra la preferenza del terzo tipo di famiglie: quelle formate da una coppia (spesso di coniugati per la seconda volta) con un solo figlio. Età media 41-45 anni, livello di istruzione medio (diploma o media inferiore) e medio è anche il loro status socio-economico. Gli intervistati si considerano religiosi. Si arriva all'ultimo gruppo, quello composto da coniugi con due o più figli, l'età è 50-55 anni. Il livello di studi è più basso (licenzia medie inferiore) ed anche il reddito. Fanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese, eppure riescono ad esprimere valori forti. Meglio delle altre reggono la prova della «destrutturazione». Sono generalmente famiglie che si dichiarano «molto religiose» e che votano per il centrosinistra. Sono famiglie vere, l'ossatura del Paese, vero argine sociale alla crisi. Sono loro che sempre più con maggiore fatica, malgrado le politiche dello Stato e le penalizzanti logiche del mercato, assicurano un idea di futuro ai giovani. Rappresentano una realtà ben diversa dal tipo di famiglia, tutte meritevoli di rispetto, «più articolate» di chi - in particolare nel centro e nel centrodestra - non perde occasione per presentarsi come alfiere dei valori della famiglia tradizionale, issati contro chi invoca rispetto e diritti. Che le famiglie «normo-composte» scelgano il centrosinistra forse vuol dire qualcosa. Più che un semaforo verde, un “warm up”, quello di mercoledì per Luca di Montezemolo. La lettera al Corriere della Sera, con quel «potrebbe» esserci una lista di Italia Futura alle politiche 2013, è stato solo un giro di riscaldamento, per tastare la tenuta di strada. A Via Properzio, il quartier generale montezemoliano nella Capitale, ieri è stato il giorno delle analisi. Per capire l'impatto dell'uscita sull'opinione pubblica, più che sul mondo politico che, a dire il vero, ha reagito molto freddamente. «Ma i contatti sul nostro sito sono quintuplicati», festeggia Andrea Romano, il direttore dell'associazione. «In due giorni abbiamo avuto 900 nuovi iscritti, abbiamo superato quota 50mila». Anche sui territori (l'associazione è già presente in 18 regioni) si registra un «di più» di attenzione. Non solo della mitica gente comune, ma anche di tanti politici «che temono di ritrovarsi tra pochi mesi senza partito e bussano alla nostra porta», spiega Andrea Causin, uno dei coordinatori veneti. «Ma hanno sbagliato indirizzo». Le previsioni del professor Luca Ricolfi, che pronostica un risultato fino al 25%, hanno scaldato gli animi. Anche perché, spiegano, l'obiettivo non è quello di fare un partitino del 10%, costretto poi a vivacchiare a Montecitorio. «Certo che delle alleanze si dovranno fare, ma noi puntiamo a diventare il primo partito e a ricevere l'incarico di formare un governo di impronta liberale», racconta uno dei dirigenti. Che conferma i contatti in corso con Matteo Renzi. «Il suo impianto culturale è identico al nostro, ma non credo che lascerà il Pd». Diverso il discorso se il sindaco di Firenze, prima o poi, dovesse prendere la guida dei democratici. Ma il partito Ferrari guarda anche a Nord. Non solo all'associazione di Cacciari, Verso Nord, che sta confluendo dentro If, ma anche alla nuova Lega. «Con Maroni e Tosi potremmo ragionare». Infine, l'Udc: «Se la legge elettorale dovesse restare questa, con Casini si potrebbe discutere di un'alleanza, in fondo lui è il meno peggio, anche se è poco liberale». Gli unici di cui non vogliono sentir neppure parlare sono Berlusconi e Alfano. «Con Silvio sarebbe un suicidio», ha ribadito il coordinatore Federico Vecchioni. Resta il rebus della candidatura di Montezemolo, che nella sua lettera ha detto «no ai superuomini». «È prudente, prima vuole aspettare che si diradi la nebbia nel campo del centrodestra», ragiona il professor Roberto D'Alimonte. «Sa perfettamente, come tutti noi, che Berlusconi resta un personaggio capace di sorprese e di invenzioni spiazzanti...». ROBERTOMONTEFORTE CITTÀDELVATICANO VIRGINIALORI Italia Futura spera in Renzi e nella Lega Il day after dei montezemoliani dopo la lettera del presidente: «Con Maroni si può ragionare» Andrea Romano: «Abbiamo superato i 50mila iscritti. Quintuplicati i contatti sul nostro sito» Sposati con 2 figli, «la famiglia tipo» vota centrosinistra ILDOPO VOTO Ruby, teste accusa: «Berlusconi pagava più ragazze» ANDREACARUGATI ROMA Luca Cordero di Montezemolo ieri all'assemblea di Confindustria all'Auditorium di Roma FOTO DI ALESSANDRO DI MEO/ANSA 8 venerdì 25 maggio 2012
Èun'erosione senza ritor-no. Un dramma invisibi-le, impalpabile, noncruento, lì per lì, cometutte le cose che riguarda-no l'intelletto. È un dramma per chi lo subisce, non avvertito però come sociale. Stiamo parlando di professori, docenti, insegnanti, sostituti dei genitori, a volte, a cui si chiede senza riconoscere. Molti di loro a cinquant'anni si trovano punto e daccapo. La chirurgia del taglio di ore imposta dal precedente governo scava inesorabilmente ferite feroci. Quelle sugli alunni le scopriremo nel prossimo quinquennio: dare meno istruzione quando nel mondo si vince con più istruzione non li aiuterà, ad occhio e croce. TRE ANNIDIFFICILI Ma negli ultimi tre anni succede, come non accadeva da tempo, di vedere in fila, in quelli che una volta si chiamavano provveditorati agli studi, prof, per la maggior parte donne, oltre i cinquanta, a volte a pochi anni dalla pensione, a cercare smarriti ed in affanno la stanza giusta dove avere risposte sul loro destino. Dopo venti o trent'anni di onorato servizio improvvisamente non hanno più la loro cattedra. E non si tratta di docenti di ruolo grazie a sanatorie sindacali, doppi canali, etc. No. Hanno vinto il concorso regolarmente, si sono laureati spesso con lode, hanno svolto master all'estero o di aggiornamento in Italia, a spese loro e delle loro famiglie. La riduzione progressiva di ore sta creando un gruppo sempre più cospicuo di esodati, termine ormai troppo popolare, dal lavoro. Più crudamente, esuberi. NUMEROCRESCENTE Sono più di diecimila, in misura crescente di anno in anno. Si chiamano con un brutto termine, soprannumerari. Finire nel girone è facile: se sei ultimo o penultimo in graduatoria nella tua materia e la scuola in cui insegni subisce una drastica riduzione di iscrizioni oltre al progressivo taglio delle ore (e al rimodulamento del numero di alunni per classe: 22 minimo al biennio, 28 minimo al triennio), la tua cattedra sparisce. Diciotto ore non ci sono più, spesso anche meno di dodici, in alcuni casi zero. Il fenomeno sta colpendo in modo più massiccio le superiori, meno le medie. Per il prof perdente posto inizia un iter deprimente. Cercare le scuole dove si insegna la sua materia; verificare se ci sono colleghi che proprio quest'anno andranno in pensione; informarsi come un detective se ci sono altri docenti nella medesima situazione, dello stesso distretto scolastico che stanno cercando posto mettendo nel mirino le stesse scuole e capire se sono più avanti (o più indietro) nel punteggio; fare la domanda di trasferimento quando ci siano almeno dalle dodici alle quindici ore disponibili se non una cattedra integrale, anche se ciò non salva dall'eventuale presenza di un collega concorrente tutelato dalla 104 (nella precarietà di questi anni i prof sotto scorta 104 sono spuntati come funghi). E poi aspettare, prosciugando tra la fine di luglio e le prime settimane d'agosto le energie già finite sotto i tacchi. Aspettare l'assegnazione che ora compare sul web. Con ulteriori incertezze: senza le 18 ore si può avere la cattedra, ma spezzata su due o tre scuole, le quali, soprattutto in aree metropolitane grandi come Milano o Roma non sono affatto vicine (per cui a 1.500 euro al mese se ne spendono 150-200 euro di benzina per raggiungere le varie destinazioni e poi tornare a casa). Un iter che può ripetersi ogni anno uguale. E così la scuola che dovrebbe essere maestra di vita per i discenti è stata trasformata in un luogo di angoscia. I soprannumerari, i precari, i supplenti, i pensionandi bloccati come tanti dalla riforma Fornero. Certo, non siamo la Finlandia... Ogni anno da qualche anno ricomincia quindi così, frustrazione che si somma a frustrazione. Il Miur (acronimo del ministero dell'Istruzione, non c'è più pubblica da tempo) ha indicato una soluzione per i perdenti posto: 120 ore per trasformare docenti in esubero in insegnanti di sostegno (quelli effettivi hanno seguito corsi di due anni per complessive 800/1600 ore). Come se i ragazzi con handicap, gli stessi insegnanti di sostegno già in essere, quelli da riconvertire con i corsi fossero numeri. Sulla scuola, passano i governi ma il modo di agire è sempre lo stesso: quantità, somme e sottrazioni. Le vite di tutti, il sapere vengono dopo. La singolare soluzione ha suscitato le sentite proteste della Fish ( Federazione italiana per il superamento dell'handicap) nonché dei professori già di sostegno, peraltro ridotti anch'essi. Numeri, numeri, sempre numeri. Che cosa c'entri tutto questo con la cura sottesa ai concetti di educazione e istruzione... Tra le piccole novità a fin di bene si fa per dire, ce n'è anche un'altra. Il Miur sta razionalizzando le classi di concorso. Apparentemente, una cosa buona. A sentire i professori non sarebbe un gran segnale, un altro. Non ci sarebbe più distinzione tra chi si è laureato in Economia o in Matematica e Fisica: entrambi potranno insegnare matematica allo scientifico, indifferentemente al biennio o al triennio come se avessero la stessa preparazione. Si dovrà riconvertire totalmente una formazione consolidata o inappropriata. Il risultato, nel brevissimo, è ridurre i posti per precari, supplenti, incaricati annuali. Poi, ad ogni cambio di stagione, il ministero e il ministro invocano la necessità di fare un concorso a cattedre per dare più spazio ai giovani. Meno cattedre, meno ore, meno pensionati, più soprannumerari, nuove classi di concorso... Non c'è più posto. Non è un Paese per giovani, nemmeno per meno giovani. ECONOMIA FABIOLUPPINO ROMA Scuola, diventare esubero dopo trent'anni in cattedra Sichiamano soprannumerari.Diecimila professoricheacausa della riformaGelmini perdonoposto.Vogliono riconvertirlial sostegno ILDOSSIER . . . Un dramma sociale di cui si parla poco. Sono docenti in alcuni casi vicini alla pensione . . . Senza nuova cattedra e senza riconversione rischiano la disoccupazione per un totale massimo rimborsabile di 6.450 euro/ann o massimali per ogni tipologia di intervento per singolo evento € 150 uscita/manodopera e € 150 materiali € 150 uscita/manodopera € 500 per famiglia con max € 150 per notte a persona massimali annui fi no a 3 interventi per ogni tipologia € 900 € 450 € 1.500 8 tipologie di intervento 1) fabbro 2) idraulico 3) elettricista 4) tecnico elettrodomestici 5) termoidraulico 6) vetraio 7) tapparellista 8) spese albergo scegli relax scacciapensieri entro il 15 luglio. 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Una lista civica nazionale con cui allearsi alle politiche? «Sarebbe un errore», dice il responsabile Cultura e informazione del Pd Matteo Orfini. Ammetteràchec'èunproblemadiinnovazioneconcui fare i conti, o no? «Certamente, ma risolverlo all'esterno del partito, solo per poter mantenere nel Pd gli attuali equilibri di corrente, sarebbe un'ammissione di fallimento». Fallimento? «Il Pd è nato per riuscire a rappresentare anche le istanze civiche. Se accettiamo che la voglia di partecipazione, di fare politica da parte di lavoratori o intellettuali non trovi casa nel Pd, rinunciamo a una delle ragioni fondative». Dalle amministrative, tra astensione e exploitdiGrillo,sonoperòarrivatiprecisi segnali, ancheal Pd. «Vedo il problema: è chiaro che oggi il Pd non riesce a essere fino in fondo attrattivo. Il punto è come affrontarlo. La questione dell'innovazione non può essere risolta promuovendola fuori dal partito. Dobbiamo sovvertire l'equilibrio esistente, rimuovere le incrostazioni politiche, rinnovare categorie, idee, gruppo dirigente. E se Saviano o Zagrebelsky vogliono impegnarsi devono poter trovare nel Pd la loro casa». Magari, a prescindere da quel che farà il Pd, c'è chi reputa necessario dar vita a una lista civica “apparentata” con voi, comeha scrittoScalfari su Repubblica. «Una lista di Repubblica, un nuovo partito-azienda non sarebbe ciò che oggi serve al Paese. Abbiamo già visto quali danni può provocare un simile modello, un simile modo di fare politica. E non è sostituendo Zagrebelsky a Iva Zanicchi che si risolvono i problemi. La soluzione sta in partiti contendibili, non imbalsamati, con regole democratiche e che siano la casa di tutti». Qualecaratteristica vimanca? «Intanto diciamo che siamo di fronte a una crisi di sistema e che il Pd, che ha vinto le elezioni, è l'unico partito rimasto dopo questo tsunami. Dopodiché è chiaro che per essere più attrattivi dobbiamo smetterla di trasmettere la sensazione di avere un piede nella Seconda Repubblica e un piede nella Terza». Ilpiede nellaSeconda sarebbe? «Essere subalterni a un pensiero che sostiene un modello di sviluppo che si è dimostrato fallimentare, votare il pareggio di bilancio in Costituzione, dividersi in correnti, sbagliare candidature a sindaco perché non si può dire di no a questo o quel capocorrente, avere la stessa classe dirigente da una vita». SostenereMonti? «È necessario, ma finora le riforme hanno gravato sulla parte più debole della società e adesso dobbiamo chiedere al governo un riequilibrio, più attenzione a chi è stato penalizzato e meno pudori verso chi è stato tenuto al riparo. Una patrimoniale per alleggerire l'Imu è un fatto di giustizia sociale». Èun errore cercare l'alleanza con una listacivica nazionale:e con l'Udc? «Dopo queste elezioni c'è solo il Pd, non è questione di inseguire o no Casini. Anche perché non sapremmo dove andarlo a cercare, ha sciolto due partiti in una settimana via twitter. Il Pd ha un progetto per l'Italia. Sta agli altri dire se sono d'accordo con noi». E dopo il processo a Federico Pizzarotti, neoeletto sindaco di Parma reo di aver detto che «Beppe Grillo ha aperto una strada, ma qui hanno eletto noi», l'instancabile web a cinque stelle si scaglia contro Valentino Tavolazzi, consigliere comunale di Progetto per Ferrara cui mesi fa Grillo ha proibito l'uso del simbolo del MoVimento. La nuova querelle che agita le acque dei cinque stelle, a soli tre giorni dalla clamorosa vittoria al ballottaggio contro il candidato del Pd Vincenzo Bernazzoli, ruota tutta intorno all'assegnazione degli incarichi amministrativi di palazzo. Incarichi per distribuire i quali, già durante la campagna elettorale, il gruppo di Parma a 5 Stelle aveva richiesto curricula e disponibilità a nomi di fiducia. Fra questi, lo stesso Tavolazzi, fra i “vecchi” del MoVimento ed ex direttore generale al Comune di Ferrara ai tempi dell'ex sindaco Ds Gaetano Sateriale, dal 2000 al 2002. Proprio pensando a un suo aiuto per far funzionare la macchina, come direttore generale, i grillini di Parma avevano sondato il terreno con il consigliere ferrarese. ILDIKTATDI GRILLO Ma prima ancora che i “suoi”, dalla città ducale, potessero rendere nota una rosa di nomi, a porre il veto sulla nomina di Tavolazzi ieri mattina è stato lo stesso Grillo. O chi, per conto del “megafono” genovese dei grillini, aggiorna il blog: incarico per molti da attribuirsi allo staff di Roberto Casaleggio, patron della società di strategie di rete Casaleggio associati. «Ho saputo soltanto ieri sera della candidatura (appoggiata da un consigliere del M5S dell'Emilia Romagna) di Tavolazzi» all'incarico di Dg, scriveva ieri Grillo. Un riferimento nemmeno tanto velato a Giovanni Favia, che già ai tempi dell'espulsione di Tavolazzi dal MoVimento aveva sollevato dubbi sulla decisione del comico. «Ovviamente - sottolinea Grillo - è una scelta impossibile, incompatibile e ingestibile politicamente. Mi meraviglio che Tavolazzi si ripresenti per spaccare il MoVimento 5 Stelle, e che trovi pure il consenso di un consigliere». TAVOLAZZIE IL“NIET” DELLARETE Ma se, da una parte, ieri il consigliere di Progetto per Ferrara ribadiva di non essersi autocandidato, ma di aver ricevuto da Pizzarotti una richiesta di disponibilità, anche Favia tramite Facebook si smarcava sottolineando che il ruolo dei consiglieri regionali «non è quello di appoggiare o spingere candidature in perfetto stile partito, ma di vigilare che Parma non venga penalizzata nei trasferimenti di risorse regionali». Anche se non manca la stoccata: «Prego chi ha fornito questa falsa informazione allo staff del blog di dichiararsi e chiedere scusa. Ed allo staff di verificare prima le informazioni che pubblica». Per Tavolazzi, «Pizzarotti mi ha chiesto la disponibilità, e se diventassi Dg mi dimetterei da consigliere comunale. Il post di Grillo, o di chiunque l'abbia scritto, non ha nulla a che vedere con la trasparenza e la democrazia del Movimento 5 Stelle». Ma in pochi, ieri, fra gli oltre 500 commenti al post, facevano notare la non opportunità da parte del comico di intromettersi nella scelta di un incarico tecnico, non politico. «Avete mai visto un documentario sul comunismo o sul fascismo? O anche sul nazismo? - scrive Francesco - ci sono tantissime persone valide nel M5S, ma Grillo vuole decidere tutto». «Marx teorizzava una dittatura temporanea, necessaria all'instaurazione del comunismo - la replica di Bruno - credo sia questo ciò che sta accadendo, io stimo Grillo». Mentre in tanti si scagliavano contro Tavolazzi, colpevole di voler «rientrare dalla finestra» come i «professionisti della vecchia politica». Da parte sua, in serata il MoVimento 5 Stelle di Parma precisa: «Abbiamo contattato Tavolazzi per il ruolo tecnico, e non politico, di Dg. Riconosciamo a Grillo il merito di non aver mai interferito nella selezione dei candidati. Siamo certi quindi che avremo il suo pieno sostegno nell'autonomia di una decisione di carattere strettamente tecnico». GIULIAGENTILE BOLOGNA L'INTERVISTA MILANOA90ANNI DALLA NASCITADELLEADERPCI «Il Pd non può delegare il rinnovamento ad altri» SIMONECOLLINI ROMA MatteoOrfini «Guaiadallearsiconuna listacivicapernontoccare gliequilibridicorrente Una lista-Repubblica sarebbesolounaltro partito-azienda Manonèsostituendo Zagrebelskya IvaZanicchi chesi risolvono iproblemi» Pisapia inaugurapiazzaBerlinguer IlComunedi Milano con il sindaco GiulianoPisapia inaugura questa mattinauna nuovapiazza dedicataa EnricoBerlinguer, in occasionedei 90 annidalla suanascita. Lo storico leaderdelPci, cheguidòper dodici annidal 1972, nacque infatti aSassari il 25maggio 1922, e morì l'11giugno 1984.Si trattadi un angolodi città all'incrocio tra viaSavonae viaTolstoj, zonasemicentralea ovest dellacittà. Ancoraoggie domani saràpossibile visitareuna mostra fotografica allo spaziocomunale Seicentro, in via Savona99, intitolata «Enrico Berlinguer.La vita, lapolitica, l'etica». L'ingressoè libero. Pocotempo fa ilComuneaveva anche dedicatoun giardinoaFaustoTinelli e Lorenzo Iannucci (detto Iaio), i due 18enni freddati con 8 colpidi pistola nel 1978. Dopo 34 anni, ancora nonè stata fatta giustizia:perPisapia un «agguato fascista», l'omicidio deidue frequentatoridelcentrosociale Leoncavallo fu un segnalepolitico. Quellaa lorodedicataè una lapide altamentesimbolica per la città. Parma, Grillo pone il veto sul manager Beppe Grillo, leader politico del Movimento 5 Stelle FOTO ANSA Pizzarotti contatta l'ex grillino Tavolazzi (già epurato dal comico) per il ruolo di direttore generale Il diktat sul blog del leader: «È una scelta incompatibile e ingestibile politicamente» QUELCHECONTA ÈLA PAROLA, ILRESTOÈ CHIACCHIERA». Il celebre motto di Jonesco si attaglia a meraviglia all'opuscolo su Berlinguer che l'Unità offre oggi ai lettori: Parole di Enrico. Enrico Berlinguer. 25 Maggio 1925 - 11 giugno 1984. E vi si attaglia perché le parole di Berlinguer erano concetti e visioni. Parole serie e ponderate: ogni volta un concentrato di azione politica, che invitava a riflettere e con-dividere. Non a sbraitare o a fare propaganda. Era così Enrico Berlinguer, comparso come figura «media» e di transizione. Ma via via, proprio col suo carisma schivo e non carismatico, destinato a svolgere un ruolo decisivo sulla scena del secondo dopoguerra, dalla stagione di fine anni 60, alla metà degli anni 80. Anni di rottura generazionale e sociale di argini. E anche di contraccolpi reazionari e neoconservatori. In mezzo c'era il suo Pci, quello venuto dopo la transizione di Longo, e che portava con sé un'immensa responsabilità. Dare uno sbocco di governo in prima persona al movimento operaio, nella porta stretta dei blocchi geopolitici e battendo al contempo i riflessi d'ordine e autoritari che quella prospettiva poteva alimentare. Eccola la grandezza di Berlinguer e delle sue «parole» di allora: il tentativo di attraversare la «porta stretta» di quel mondo in movimento. Senza ripetere errori passati: massimalismo, subalternità corporativa, dottrinarismo. E il tutto spingendo l'identità comunista all'estremo limite, pur senza mai la forza di varcarla. Sì, ma le «parole»? Eccone alcune nell'opuscolo: austerità, questione morale, compromesso storico, democrazia come valore universale, terza via. Su di esse si è molto discusso e anche ironizzato. Ma in certo senso restano «parole-concetti» ancora penetranti, che indicano alleanze tra ceti sociali, oppure «chiavi» strategiche ed etico-politiche per nulla desuete. Come nel caso di «austerità». Una leva economica che il movimento operaio doveva far propria per «instaurare giustizia, efficienza, ordine e una moralità nuova». Era il 1979. Cambiereste una virgola oggi? Berlinguer ti vogliamo ancora bene L'INIZIATIVA BRUNOGRAVAGNUOLO venerdì 25 maggio 2012 9
CISONOQUASIPIÙSPETTACOLIINGIROPERLACAPITALE IN QUESTI SCAMPOLI DI STAGIONE CHE NEI CARTELLONI INTERI APPENA TRASCORSI. Difficile orientarsi nella messe di offerte di nuova drammaturgia che piovono dal Palladium, dove è in corso Teatri di Vetro, dalla rassegna Autogestito al Quirino, dall'«off» all'Orologio con gli indipendenti chiamati a raccolta sotto il tema di «Nuda Anima», mentre il 29 partono i giovani scelti dall'Argot Off. Ci vuole un po' di fortuna. Al Palladium siamo incappati in un visionario allestimento degli Erosanteros (Davide Sacco e Agata Tomsic), Nympha, mane!, folgorante per i primi cinque minuti (facciamo anche dieci) e deprimente per i restanti 40. È andata meglio al Quirino, dove andavano in scena gli Idoli di Gabriele Di Luca della Carrozzeria Orfeo, giovane compagnia venuta dal nord (tra Udine, dove alcuni di loro si sono diplomati, e Milano dove hanno costituito il gruppo nel 2007) che con questo testo è andata in finale al Premio Hystrio 2011. Idoli è uno spaccato acre di interni familiari, che supera a destra la desolazione esistenziale dei quadri di Hopper e precipita nel noir metropolitano. Un valzer triste che si chiude come si apre, nell'abbraccio straziante di due corpi. In mezzo, storie come schegge, una giovane coppia allo sbando - lui un ultrà rozzo e violento, lei una fuori di testa che pensa ad assurdi stratagemmi per rifarsi le tette nuove -; un ragazzo e una ragazza che si scambiano monologhi sfasati, con le interferenze di un nonno matto che si crede capitan uncino; un marito incarognito dalla vita e una moglie isterica che passa lo straccio per terra e adotta gatti drogati. Personaggi legati gli uni agli altri da vincoli familiari o para-affettivi, ma immersi ciascuno in bolle di incomunicabilità, trafitti da un senso di solitudine e di alienazione senza scampo. Generazione pulp alla Ammanniti, con un testo pieno di crudezze ben rilanciato dagli attori (Gabriele Di Luca, Giulia Maulucci, Valentina Picello, Massimiliano Setti, Alessandro Tedeschi) e un'occhieggiante regia che dissemina «indizi» teatrali, da beckettiane sedie a rotelle stile Cecchi a flash emmadanteschi di spose surreali, con una strizzatina d'occhio alle maschere di Latella e di Ricci/Forte (che però quanto a splatter sono irraggiungibili dai giovani Carrozzieri di Orfeo...). Esordio nella capitale molto interessante. Da richiamare in cartellone. Coppie sfatte anche in un altro spettacolo in scena ancora fino a domenica al defilato Teatro De' Servi: è Ilpiatto forte di Giulia Ricciardi per la regia di Patrizio Cigliano. Cigliano è rodato in allestimenti «generazionali», in cui rientra in parte anche questa cena di compleanno, dove si riuniscono amici che non si vedevano da due anni con «formazioni di coppia» totalmente riviste. Il primo tempo ce li aveva mostrati a letto, svelando dinamiche nell'intimità. C'è il Peter Pan ultraquarantenne con la prestazione d'asma in caso di sconfinamento su temi tabù (vuoti di memoria, compresi) che sta con la ventenne scafata. La donna matura che si accompagna con un toyboy, la coppia di lunga data che testa il materasso e la propria tenuta d'insieme, un'altra ancora separata a letto dalla figlia decenne dotata di una micidiale miscela di infantilismo e spocchia saputella. Il campionario di scadente umanità si ritrova attorno alla tavola nel secondo tempo in un'apparente atmosfera di gioiosa rentrée. Presto trasformata in una cena avvelenata da rivelazioni inaspettate. Arsenico e vecchi amori, in un carosello di ripicche e vendette di cattiveria, però, sempre contenuta. Cigliano non è regista splatter, la sua è semmai una grafia da cartoon alla famiglia Addams. Adeguata alla scrittura di Giulia Ricciardi che disegna macchiette più tenere che perfide. Ilpiattoforte è una soap-commedia che si limita a unghie dall'orlo nero. Adatta, anche per questo, a un pubblico allargato. Magari di famiglie, in platea come sul palco (la piccola e peperina Benedetta Cigliano è figlia di Patrizio e Giulia Ricciardi). WEEKEND TEATRO Famigliesfatte Inscenadue spettacoli sulladecadenza dei rapportiumani.«Idoli», acreenoir,«Ilpiatto forte», ironicoevelenoso Arsenico e vecchi amori Internidomesticidesolati e ildegradodellacoppia ROSSELLABATTISTI rbattisti@unita.it Unascenada «Ilpiatto forte» diGiulia Ricciardi al teatroDe' Servi FOTO DI RICCARDO DELL'ERA U: venerdì 25 maggio 2012 23
PAROLE POVERE Dopo 25 anni dalla prima elezione del Senatur, che risale al lontano 1987, la Lega Nord uscirà dal Parlamento italiano? Così pare, almeno stando a quanto dice il nuovo segretario in pectore Roberto Maroni che, un giorno sì e l'altro pure, butta lì questa proposta, o forse provocazione. Una decina di giorni fa l'aveva detto a Cesena, al congresso della Lega romagnola, ieri a margine dell'assemblea di Confindustria a Roma ha ribadito il concetto: «Ne discuteremo al congresso del 30 giugno». «I congressi che stanno arrivando saranno congressi veri, che dovranno eleggere i nuovi segretari nazionali e Federale e decidere su strategie, programmi e futuro del movimento», aggiunge poi su Facebook. «Io ho le idee chiare, la “questione settentrionale” aspetta risposte nuove, concrete e attuali». Che Maroni stia accarezzando l'idea, ormai è cosa nota. «Siamo una forza territoriale, diversa, geneticamente, dagli altri partiti, che hanno l'ossessione e l'unico fine di andare in Parlamento», ha spiegato. Che la sua exitstrategy dalle batoste elettorali sia puntare tutto sui sindaci (quelli rimasti, che comunque non sono pochi) e sui due governatori di Piemonte e Veneto, è un'altra certezza. Il progetto «via da Roma» però appare ancora nebuloso. Certo, nella testa di Maroni c'è il modello della Csu bavarese, il partito che ha avuto per quasi cinquant'anni la maggioranza assoluta nel popoloso Land meridionale della Germania. Ma i paragoni sono difficili da fare, visto che la Lega, con i risultati delle ultime amministrative, è ben lontana dalla maggioranza nel Nord. Senza contare l'assenza di un alleato pesante a livello centrale come è la Cdu di Angela Merkel (i due partiti sono federati) e il fatto, tutt'altro che secondario, che la Csu ha sempre avuto rappresentanti nel Bundestag tedesco. E che l'Italia non è uno stato federale. La sortita di Maroni fa dunque pensare alla favole della volpe e l'uva, a un voler mettere le mani avanti di fronte alla prospettiva concreta di ritrovarsi, fra meno di un anno, con una rappresentanza parlamentare decimata rispetto all'ottantina attuale: la metà, forse molto meno. Pesa poi, e non poco, il fallimento della stagione governista, nelle due esperienze al fianco di Berlusconi: quella dal 2001 al 2006, tutta dedicata a una devolution poi bocciata dagli elettori, e quella dal 2008 al 2011, con i risultati ben noti e un federalismo che è sparito dai radar. Il pasdaran di questa ipotesi “secessionista”, spiegano a Via Bellerio, è Matteo Salvini, candidato maroniano per la guida della Lega in Lombardia. Nella truppa del neoleader non tutti la pensano così. C'è chi non nasconde i dubbi per una scelta così radicale. «Una sparata», sospira un deputato sotto promessa di anonimato. «Maroni non ha voluto sconfessare l'uomo che ha scelto per la guida della Lombardia». Altri invece festeggiano all'idea di lasciare l'odiata Roma, e coltivano il sogno di conquistare il governo della Lombardia, l'obiettivo sempre mancato, magari proprio con una candidatura di Maroni a governatore. C'è anche chi pensa a una mossa tattica, per rinegoziare l'alleanza con un Pdl allo sbando su basi decisamente più leghiste. Intanto però le grane per il segretario in pectore sono altre. C'è un partito sull'orlo dell'implosione, dopo l'uscita di Tosi sull'espulsione di Bossi le truppe di Gemonio sono sul piede di guerra, con una decina di parlamentari che minacciano la scissione. Maroni, poi, si gioca una partita delicatissima già ai primi di giugno, con i congressi di Lombardia e Veneto. Se Salvini e Flavio Tosi dovessero mancare l'elezione, o ottenere consensi troppo risicati, la stessa candidatura del Bobo potrebbe saltare. E se per Salvini la corsa sembra in discesa (anche se ieri si è candidato l'antagonista bossiano, il senatore Cesarino Monti), per Tosi in Veneto è molto in salita. Non solo c'è in campo il bossiano Toni Da Re, sindaco di Vittorio Veneto, intenzionato a vendere cara la pelle. Ma potrebbe candidarsi anche il popolare deputato Massimo Bitonci, ex sindaco di Cittadella nel padovano, l'unico comune, oltre a Verona, dove la Lega ha confermato il controllo del municipio. «I tosiani si sono resi conto che non sarà una passeggiata», spiega baldanzoso Da Re. Mentre Maroni ironizza sul figlio del Senatur. Ieri, al dirigente di Confindustria Elio Schettino che si lamentava per il cognome, ha risposto: «Pensi come sarebbe chiamarsi Trota...». Maroni prevede il futuro: forse non entreremo in Parlamento Emergenza terremoto in Emilia Romagna Campagna raccolta fondi Fai una una donazione sul conto: IBAN IT02 N031 2702 4100 0000 000 1 494 presso UNIPOL BANCA intestato a EMERGENZA TERREMOTO EMILIA-ROMAGNA Partito Democratico Emilia-Romagna causale Emergenza Terremoto www.partitodemocratico.it www.pder.it Grilli padani Maroni: «Forse lasciamo il Parlamento»; Grillo: «Il Movimento Cinque Stelle rinuncerà ai rimborsi» elettorali. Sarà chiaro che viviamo in un clima politicamente estremo? Il Parlamento è cosa bellissima, di suo. Basta non aprirlo a personaggi in odor di crimine, oppure zelanti portaborse. Ma la Lega annuncia che forse lo diserterà. I rimborsi elettorali sono una cosa bellissima: salvano le forze politiche dal dominio delle lobby, dei finanziatori di turno. Basta sottrarre il meccanismo all'attuale dinamica dell'arraffo, del furto, affidarlo a giustizia e trasparenza. Ma Grillo dice che, beato lui, ne farà a meno. E ciò che molta gente - quella che ora detta l'etica vincente - vuole oggi sentirsi dire è esattamente questo: si chiude il Parlamento dei fannulloni mangiapane a tradimento, i partiti non intascheranno più un euro pubblico. Così, alzano l'asticella con cui il mondo politico e lo Stato devono misurarsi ad altezze distruttive per le istituzioni democratiche. Tutto ciò che sta al di qua di questi estremi, ogni parola non allineata lungo questa direttrice puzza di conventicola ingrassata, di corporativismo infame. Nessuno se ne lamenti: se queste parole d'ordine ora dettano legge, è responsabilità che appartiene a tutti i “vecchi” soggetti in gioco. Intanto, vince, o si fa sentire, chi la spara più grossa. Muoia Sansone, se serve un titolo d'apertura. Via libera dalla Camera alla riforma dei partiti che dimezza il finanziamento pubblico per il 2012 e lo riduce per gli anni a venire. 291 «si» (316 la maggioranza assoluta), 78 «no», 17 astenuti (tra cui l'Api). Votano contro Lega, Idv, Pli, Popolo e territorio e Radicali che si erano battuti per l'abolizione totale dei rimborsi. Salvatore Vassallo, il costituzionalista Pd, esce dall'Aula perché fortemente critico verso il testo votato, idem il collega Antonio La Forgia, Giorgio Stracquadanio e Mario Baccini per il Pdl. Tante le assenze: se ne contano 96 nei banchi del Pdl (si va da Silvio Berlusconi, Giulio Tremonti, Denis Verdini a Ignazio La Russa), 32 in quelli del Pd tra cui Walter Veltroni, Francesco Boccia, Marco Minniti. 14 gli assenti centristi, compresi Pier Ferdinando Casini e Lorenzo Cesa. Soddisfatto il segretario Pd, Pier Luigi Bersani: «Avevamo detto dimezzamento e dimezzamento è stato. Il resto sono tutte balle. Ora servono norme sui partiti e anche su questo spingeremo. Si potrà apprezzare - aggiunge a chi fa notare le polemiche interne- , credo, che il Pd c'era tutto con un paio di voti in dissenso per esprimere esigenze che possono essere riprese dalla legge sui partiti». Antonio Di Pietro annuncia il referendum non appena il testo supererà anche l'esame del Senato, mentre la Corte dei Conti in una lettera inviata al presidente della Camera Gianfranco Fini (come rivela il radicale Turco), solleva la questione di costituzionalità sulla Commissione ad hoc che controllerà i bilanci dei partiti. Il presidente Giampaolino ricorda che la prassi affida i controlli proprio alla Corte dei Conti. «Un' ipotesi suggestiva, una interpretazione creativa della Costituzione», la definisce il co-relatore della legge Gianclaudio Bressa. Bilancio positivo per Pier Luigi Mantini, Udc: «Questa legge prevede controlli rigorosi, affidati ad una commissione di magistrati, sui bilanci e sul rendiconto della gestione finanziaria. Introduce per la prima volta nella storia repubblicana l'obbligo per i partiti di dotarsi di statuti democratici». Tuona dal suo blog Beppe Grillo (una norma impedisce l'accesso ai fondi ai partiti senza statuto e il M5s non ne ha uno) che promette di non volere neanche un euro e sì che alla luce dei sondaggi, spiega, gli toccherebbero 100 milioni. COMECAMBIANO LE REGOLE La legge introduce un sistema misto di finanziamento, 70% erogazioni dirette dello Stato e 30% con co-finanziamento. Previsti i contributi dai privati (si introducono detrazioni armonizzate al 24% dal 2013, e al 26 dal 2014). 91 i milioni di euro che andranno ai partiti, il 70% come rimborso elettorale e contributo per l'attività politica, il 30% come cofinanziamento (50 centesimi per ogni euro ricevuto a titolo di quote associative ed erogazioni liberali da parte di persone fisiche o enti). Importante novità: i risparmi derivanti dal taglio dei fondi (150mln) andranno ai terremotati dell'Emilia Romagna. Non passa l'emendamento che prevede l'esclusione del finanziamento per i partiti che non hanno liste elettorali “pulite”, Di Pietro urla allo scandalo e alla fine la Camera approva un ordine del giorno che impegna il governo a decurtare i fondi ai partiti che vedano tra i loro eletti condannati durante la legislatura per reati contro la pubblica amministrazione, voto di scambio o reati di mafia. Passa invece, l'emendamento che prevede la pubblicazione on line dei redditi e della situazione patrimoniale dei tesorieri, onde evitare nuovi casi Lusi-Belsito. Vietato, quindi, anche investire in lingotti d'oro e diamanti: saranno ammessi soltanto investimenti in titoli «emessi da Stati membri dell'Ue». Bocciato l'emendamento presentato per l'Api da Linda Lanzillotta che vietava erogazioni in denaro da parte di enti pubblici e società controllate dallo Stato in favore di associazioni e fondazioni. Introdotto anche il tetto massimo di spesa per le campagne elettorali: 125mila euro per i sindaci nei Comuni da 100mila a 500mila abitanti che diventano 250 mila per quelli di sopra dei 500mila abitanti. I consiglieri non potranno spendere più di 25mila e 50mila euro. TONIJOP Partiti, la Camera taglia e devolverà ai terremotati Via libera a Montecitorio alla riforma che dimezza il finanziamento pubblico La Corte dei Conti rivendica il controllo sui bilanci MARIAZEGARELLI ROMA Pier Luigi Bersani e Dario Franceschini ieri nell'aula della Camera FOTO ANSA . . . Ai primi di giugno le assise in Lombardia e Veneto, ma per Tosi la strada è in salita Il segretario in pectore: «Deciderà il congresso se la Lega si presenterà alle elezioni». Anche tra i “barbari sognanti” affiorano grossi dubbi ANDREACARUGATI acarugati@unita.it venerdì 25 maggio 2012 7
Il tempo del galleggiamento è sca-duto. Rilanciare o perire. L'Euro-pa e la crisi: un problema politi-co, non di tecnicalità contabile.Parola di Jacques Attali, già con-sigliere economico di Francois Mitterrand nei suoi anni all'Eliseo. «La storia ci dice - afferma Attali - che se nei prossimi anni l'Europa non si dota di un vero governo europeo, tutta la costruzione europea è destinata a crollare. Perché se non si avanza si retrocede. E se non saremo capaci di darci un ministro europeo delle Finanze, una politica unitaria di bilancio, una politica fiscale comune, una politica sociale condivisa, l'euro non esisterà più. Perché non potrà reggere se ciascuno rimane con la propria concezione della politica di bilancio consentire alla Bce di fare il suo mestiere, ovvero creare moneta se necessario. Poi, realizzare strumenti di controllo reciproco in materia di deficit di bilancio. Infine creare uno Stato federale». Una tesi rilanciata da Daniel Cohen, presidente del Consiglio scientifico della Fondazione Jean-Jaurès, consigliere economico di François Hollande. «La crisi del debito sovrano che ha toccato l'Italia e la Spagna, dopo aver raggiunto la Grecia, l'Irlanda e il Portogallo, e che minaccia anche la Francia, è il risultato di una evidente incapacità delle istituzioni europee di fronteggiare una crisi sistemica come quella in corso - rileva Cohen - . Senza un approccio comune ai problemi, ogni Stato verrebbe lasciato a se stesso senza altro appiglio che il rigore, e senza alcuna prospettiva di crescita. Chiaramente ogni Stato deve creare un quadro che garantisca la sostenibilità del suo debito. Ma allo stesso tempo l'Unione Europea deve prendere iniziative volte a stimolare una crescita sostenuta e sostenibile. La Banca Europea per gli Investimenti deve rinforzare i suoi interventi in questo senso. Il budget che verrà stanziato dall'Unione per il periodo 2013-2020 deve contribuire alla realizzazione di tali interventi in modo più efficace e con trasparenza, attraverso una gestione economica dinamica e coerente dei fondi strutturali incentrati su crescita, impiego, competitività e giustizia sociale». In questo contesto, prosegue Cohen, «l'emissione dei projet b o n d p o t r e b b e c o n t r i b u i r e al finanziamento di nuovi progetti a sostegno di una crescita più rispettosa dell'ambiente. Anche la politica industriale attende una profonda ristrutturazione. I suoi utili dovranno essere riorientati per venire incontro alle nuove capacità e aspettative dei popoli, e messi al servizio dello sviluppo di grandi progetti industriali, tecnologici, infrastrutturali e a favore della conversione ecologica europea». L'Europa che scommette sul futuro è una Europa che contesta l'iper rigorismo targato Angela Merkel. «Con la sola austerità non se ne esce», sottolinea con forza il premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz: «Da sola inesorabilmente farà peggiorare il quadro economico spiega - perché si autoalimenta e fa scendere l'economia. Nessuna grande economia in Europa è mai emersa rapidamente dalla crisi con l'austerità e se non verrà adottata una politica della crescita non basteranno le misure di protezione europee». «È l'eccesso di diseguaglianza - prosegue Stiglitz - una delle cause della crisi e da lì si deve ripartire». Ripartire quindi da una politica redistributiva, che trovi il suo perno nel Welfare state o nel fisco, per attenuare i divari salariali e di reddito. A essere sollecitata è la volontà politica: «La crisi della Zona-euro non è iniziata con la crisi greca ma è esplosa molto prima, quando è stata creata un'unione monetaria senza unione economica e fiscale nel contesto di un settore finanziario drogato da debiti e speculazione». Questa è una considerazione che Jacques Attali condivide con Romano Prodi, Giuliano Amato, Emma Bonino, gli altri promotori del manifesto-appello “Per un federalismo europeo che può salvare l'Europa”. Quanto alla paventata uscita della Grecia dall'Eurozona, Attali delinea un quadro a tinte nerissime: «L'uscita della Grecia nell'area dell'euro produrrebbe reazioni a catena e conseguenze nefaste: corse agli sportelli bancari, in Spagna, Italia, Irlanda. Una massiccia fuga di capitali verso la Germania e paradisi fiscali europei; una recessione senza precedenti, peggiore rispetto al 2009, di circa il 5% del Pil». Uno scenario catastrofista non dissimile da quello ipotizzato da Paul Krugman, altro Nobel per l'economia e editorialista di punta sulle più importanti testate americane: per lui il proseguimento della linea Merkel può portare alla fine dell'euro e alla chiusura degli sportelli bancari in Italia e Spagna per evitare fughe di ingenti capitali all'estero. Unica via d'uscita per lui: Berlino accetti un aumento dell'inflazione, abbandoni il rigorismo e l'intervento massivo della Bce. La partita degli eurobond va collocata in questo contesto. Lo scontro è entrato nella sua fase cruciale. Per il neo ministro francese agli Affari europei, Bernand Cazeneuve, il problema degli eurobond «non e se li vogliamo o meno, ma se li vogliamo adottare adesso». «Ci sono due approcci - spiega - C'è quello del cancelliere tedesco (Angela Merkel) che sostiene che potremo usarli solo se avremo ottenuto sufficienti progressi nelle riforme e nelle politiche di integrazione dei bilanci. E c'è quello del presidente francese (Francois Hollande), secondo il quale gli eurobond possono diventare un modo cruciale per aiutare la crescita adesso e che aiuteranno in seguito l'integrazione». Una linea condivisa da Jacques Attali: «Una opzione possibile per gli eurobond è quella di mettere in comune il debito pubblico. Poi c'è un tipo di eurobond più limitato, per realizzare progetti specifici. Sia l'uno che l'altro saranno sempre più necessari». Il problema è convincere Frau Merkel. Draghi parla ai giovani, contestato Su e giù, speranza e disfattismo, fino a raggiungere (e tenere) qualche posizione interessante al momento delle chiusure. Le principali Borse europee ieri hanno visto altalenare i loro listini esattamente come la politica europea ha visto alternarsi stati di ottimismo a momenti di vero e proprio sconforto, nel tentativo di fornire qualche risposta concreta alla crisi. A risultare probabilmente decisiva per gli esiti della giornata è stata la dichiarazione del primo ministro italiano, Mario Monti, che da Bruxelles informava: «L'Italia vede molto favorevolmente la creazione, quando i tempi saranno più maturi, non fra moltissimo tempo, di eurobond. Ogni cosa che servirà a rafforzare la preparazione dei Paesi europei per il loro futuro attraverso un'intensa attività di investimenti proficui sarà incoraggiata dall'Italia». SPERANZE La notizia, visto il momento tragico dei mercati europei, veniva accolta come una speranza concreta di raggiungere la terra promessa, vale a dire quella sorta di paracadute continetale chiamato eurobond, titoli di debito comuni a tutta l'Eurozona in grado di rassicurare i mercati sul fatto che nel Vecchio continente ci siano i fondi per far fronte alla crisi attuale ed anche a quelle future. Un cambiamento voluto dall'asse italo-francese, che dovrebbe indurre a più miti consigli i falchi tedeschi e permettere all'euro ed a tutti i Paesi che ne fanno parte di riprendere a camminare. Ma la battaglia sarà lunga e molto complicato convincere (o costringere) i tedeschi ad accettare gli eurobond, perché comporterebbe per loro un aumento dei tassi. Al momento la Germania riesce a finanziarsi praticamente a costo zero e può sfruttare una moneta debole per il suo ricco export. Condizioni ideali. Con gli eurobond i tedeschi dovrebbero pagare di più di quello che spendono oggi (il bund a 10 anni rende meno dell'1,4% ai minimi storici), mentre il resto d'Europa pagherebbe meno. Una situazione ingarbugliata, con la Germania sempre più isolata e gli altri Paesi sempre più decisi. In mezzo i mercati, che attendono novità e cercano di interpretare i segnali della politica La prima a risentire dell'effetto benefico delle parole di Monti su una svolta europea è stata la Borsa di Milano, che è rimbalzata dai minimi storici toccati mercoledì fino a chiudere la giornata, dopo una flessione, con il Ftse Mib in rialzo dell'1,13% a 13.107 punti, in linea col le altri principali piazze continentali. ENERGIA A trascinare Piazza Affari sono stati soprattutto il settore dell'energia. Ieri infatti era la vigilia del Consiglio dei ministri dal quale è atteso il decreto per lo scorporo di Snam, la società che ha guadagna il 2,64% insieme alla controllante Eni (+2,48%), che oggi ha annunciato una significativa scoperta petrolifera in Egitto. La giornata è comunque positiva su tutti i listini per i titoli dell'energia e a Milano vengono premiate anche Enel (+2,58%) e Terna (+2,61%). Bene anche la Fiat, che ha confermato il buon momento e guadagnato la maglia rosa di giornata (+4,38%) anche grazie all'accordo con Mazda. Le dolenti note provengono invece ancora una volta dal fronte bancario, che ha visto la Bpm in maglia nera (-2,03%), seguito dal Banco Popolare (-1,56%). Tra gli assicurativi, perdono terreno le società di Antonio Ligresti Fonsai (-2,62%) e Premafin (-13,71%) dopo la corsa degli ultimi giorni. Soffre anche il gruppo L'Espresso (-5,43%), condannato a pagare circa 235 milioni di euro dalla Commissione Tributaria Regionale di Roma per fatti risalenti all'esercizio 1991. La società ha definito la sentenza illegittima e ha annunciato il ricorso in Cassazione. Buoni, come detto, anche i risultati delle altre più importanti piazze europee. Londra ha guadagnato l'1,59%, seguita da Madrid (1,46%), Parigi (1,16%) e Francoforte (0,48%). Il differenziale di rendimento tra Btp e Bund, lo spread, è calato a 418 punti base con i titoli italiani che rendono il 5,5%, mentre quelli tedeschi vanno sotto quota 1,4% spinti anche dal Pil che nel primo trimestre è cresciuto dello 0,5%. «Salvare l'euro e la Grecia Siamo ai calci di rigore» UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it Economisti importanti, tra cuipremiNobelcome StiglitzeKrugman insistonosull'urgenza dipolitichediversedal rigorismotargatoBerlino «Uno spreco che non possiamo permetterci». Non sta pensando ai «lussi» del welfare, alle spese da sforbiciare ancora e ancora. Quando parla all'Università La Sapienza di Roma, nella lezione per ricordare l'economista Federico Caffè, il presidente della Bce Mario Draghi si riferisce ai giovani sotto-utilizzati, infilati in un'eterna precarietà che non offre sbocchi e svilisce il loro potenziale e le loro risorse: uno spreco, appunto. Draghi cita le parole di Caffè: «Non si può accettare l'idea che un'intera generazione di giovani debba considerare di essere nata in anni sbagliati e debba subire come fatto ineluttabile il suo stato di precarietà occupazionale». Parole che non hanno però risparmiato al presidente della Bce la contestazione di gruppi di studenti: un nutrito lancio di uova ha accompagnato l'auto di Draghi, fuori dalla facoltà di Economia. «Nessuna lezione di austerità», uno degli slogan. I contestatori rimproveravano a Draghi di aver contribuito alle politiche di austerità che hanno favorito la recessione. La polizia ha disperso gli studenti, ci sono stati diversi contusi. Contestazioni che erano nell'aria. La crisi sta colpendo con più durezza proprio i giovani, come ha ricordato lo stesso presidente della Banca centrale europea. Negli ultimi anni il tasso di disoccupazione è aumentato in misura maggiore nella fascia più giovane della popolazione. In Italia, nel primo trimestre del 2008, la quota dei senza lavoro tra i 15-24 anni «era del 34,2%, in Spagna del 50,7% e nell'area dell'euro in media del 21,9%». Eppure malgrado la situazione di grave sofferenza nel nostro Paese la spesa a sostegno dei disoccupati e delle famiglie è «pari a meno della metà rispetto a quella degli altri Paesi europei», mentre la spesa sociale è sbilanciata maggiormente sulle pensioni che non sul sostegno alle politiche per i giovani. Ricette facili per uscire dal tunnel non ce ne sono. Draghi ha parlato della necessità di una maggiore equità e di un mix di bilancio e sviluppo: il fiscal compact, più un patto per la crescita. Equità e crescita, ha avvertito, «sono strettamente connesse». «Senza crescita, lo dicono anche gli eventi di questi mesi, prendono forza le tentazioni a rinchiudersi nel proprio particolare, la solidarietà scema». IL DIBATTITO . . . Anche lo spread di rendimento tra i nostri Btp e i Bund tedeschi cala a 418 punti . . . Jacques Attali: «Senza una Europa federale il destino dell'euro è segnato» Le Borse riprendono fiato dopo le parole di Monti Apertura in profondo rosso sulla scia dei timori per la tenuta della moneta unica e di Atene nell'Eurozona Poi il rimbalzo, per prima Milano dopo le dichiarazioni del nostro primo ministro GIUSEPPECARUSO MILANO Il presidente francese Francois Hollande accolto al summit di Bruxelles. Sotto, Mario Draghi FOTO ANSA venerdì 25 maggio 2012 5
FOODPOLITICS Vent'anni di vita, 27 Paesi coin-volti, 1096 prodotti registratiad oggi, circa 14 miliardi di euro di valore alla produzione stimata. Questi alcuni dei numeri che raccontano il sistema europeo delle Dop e Igp. I vent'anni dalla sua creazione sono stati celebrati ieri a Firenze, durante l'Assemblea generale di Aicig, nel corso della quale il Ministro delle Politiche Agricole, Mario Catania e il Presidente della commissione agricoltura del Parlamento europeo, Paolo De Castro hanno fatto un bilancio del sistema e parlato di prospettive future. La presenza di questi autorevoli esponenti, oltre a dare particolare rilievo all'incontro, testimonia l'importanza strategica che l'Italia ricopre all'interno del settore. Un momento particolare per l'intero comparto certificato anche perché le zone di produzione dei due principali prodotti simbolo, il Parmigiano Reggiano ed il Grana Padano, sono state colpite dal terremoto in Emilia dei giorni scorsi. Migliaia di forme di formaggio danneggiate cosi come migliaia di litri di aceto balsamico tradizionale fuoriusciti dalle botti, hanno di fatto messo in seria crisi moltissime aziende del comparto. Dal 1992, quando l'UE approvò i regolamenti 2081 e 2082, relativi alla protezione delle indicazioni geografiche ad oggi, il sistema ha acquisito una sempre maggiore autorevolezza. Grazie agli investimenti europei in informazione e promozione, l'impianto legislativo relativo alle Dop e Igp ha acquisito una certa notorietà, e non solo presso i consumatori, ma anche e soprattutto gli Stati stessi. Se infatti agli inizi alcuni di loro, soprattutto il gruppo capeggiato dagli anglosassoni e dalla Germania, erano scettici nei confronti di un sistema che dava centralità all'origine geografica dei prodotti anziché al brand, col tempo si sono anch'essi ricreduti. Nel corso degli anni, alle sole registrazioni di prodotti provenienti da Paesi quali Francia, Italia e Spagna, si sono aggiunte progressivamente anche produzioni inglesi, irlandesi, scozzesi, bulgare, romene, ecc. Con l'apertura ai Paesi terzi imposta dal WTO nel 2006, il sistema di riconoscimento delle IG europee acquisisce valore anche a livello internazionale; infatti Cina, Colombia ed India lo hanno utilizzato per proteggere i loro prodotti nazionali. Il sistema delle Dop e Igp ormai non è più un capitolo a sé stante ma fa parte a pieno titolo della politica agricola europea, come dimostrano i nuovi provvedimenti legislativi e le proposte di riforma della Pac post 2013, in cui la qualità occupa un posto centrale. Luigi Verrini, uno dei protagonisti di questo percorso, già direttore del Consorzio del Parmigiano Reggiano e membro del Comitato scientifico Dop e Igp della Commissione europea, ha commentato questi anni affermando che superando le divergenze tra i diversi Paesi, l'UE è riuscita, nel momento in cui la globalizzazione diveniva una realtà, a ridare valore alle zone geografiche e fare della cultura della qualità un motto per il settore agroalimentare europeo. L'apporto più importante è quello che viene dal Reg. 2081 con cui si affermano due concetti fondamentali, la tracciabilità e la trasparenza. Dopo aver ripercorso i venti anni, l'Assemblea ha affrontato temi importanti di grande attualità come la trasparenza delle etichette, la necessità di aumentare i valori di export, la regolamentazione dei volumi produttivi; in particolare Giuseppe Liberatore, presidente di Aicig ha ribattuto l'importanza di mantenere alta l'attenzione sull'evoluzione del pacchetto qualità che prevede importanti novità per la tutela e lo sviluppo delle produzioni Dop e Igp. Il governo con il ministro Mario Catania ha assicurato la massima attenzione possibile sia in Europa, ma anche in campo internazionale per la protezione del Made in Italy. La qualità alimentare è una partita sempre aperta che necessità di politiche dinamiche che siano in grado di cogliere tutte le evoluzioni sociali ed economiche. La crisi? I top manager bancari non la conoscono Uno studio della Uilca dimostra come i dirigenti delle banche si siano arricchiti nel 2011 Guadagni del 36%. È aumentata la distanza con i lavoratori: percepiscono 85 volte di più MARCOTEDESCHI MILANO L'assemblea di Aicig ha festeggiato a Firenze la ricorrenza. Il punto sul settore MARCOVENTIMIGLIA INVIATO A MONTECARLO ACURADI MAURO ROSATI maurorosati.it Alla faccia della crisi. Perché nel periodo più buio, dal punto di vista economico, degli ultimi trent'anni, c'è chi comunque sembra non risentirne. È il caso dei top manager delle principali banche italiane, che hanno visto aumentare i loro emolumenti rispetto all'anno precedente, malgrado i costanti richiami alle aziende a cui prestano soldi ad adottare politiche di moderazione ed equità. STUDIO A fornire questo dato francamente fastidioso per tutti quelli (tanti) che in questo periodo sono costretti a lottare per trovare o mantenere un lavoro, è uno studio dell'ufficio studi della Uilca (il settore della Uil che si occupa di credito, esattorie e assicurazioni ndr) che evidenzia un aumento delle retribuzioni degli amministratori delegati del 36,23% rispetto all'anno precedente, per un totale di 26,067 milioni di euro, rispetto ai 19,135 milioni inerenti al 2010. Il compenso medio degli amministratori delegati risulta quindi di 85 volte superiore a quello degli altri dipendenti. Il rapporto con il salario medio dei lavoratori è in aumento rispetto al biennio precedente, quando si era attestato a 62 (nel 2010) e a 61 (nel 2009). Il dato 2011 delle retribuzioni degli amministratori delegati, precisa la Uilca, è condizionato da un esborso di circa 9,7 milioni complessivi come indennità di fine carica o per cessazione di rapporto di lavoro a quattro top manager che hanno lasciato il loro incarico, ma questo importo, spiega l'associazione sindacale, alimenta comunque «un montante distribuito al top management che risulta essere perlomeno invariato nella sua enormità». I gruppi bancari analizzati dal sindacato sono Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Popolare, Ubi, Pop Milano, Pop Emilia Romagna, Pop Sondrio, Banco Desio , Carige, Pop Spoleto. Nello studio viene evidenziato che «i risultati economici per i gruppi bancari del campione analizzato sono risultati complessivamente negativi nell'anno 2011». APPELLI E pensare che pochi mesi fa la Banca d'Italia ha emanato un provvedimento per dare attuazione alla direttiva europea relativa alle previsioni in materia di politiche e prassi di remunerazione e incentivazione nelle banche e nei gruppi bancari. Un metodo che dovrebbe contenere gli emolumenti dei top manager, ma che evidentemente in Italia non è stato ancora messo in pratica nel modo corretto. I sindacati di settore, tra cui l'Uilca, avevano già avanzato richieste al presidente del consiglio, Mario Monti, al governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco e al presidente Abi Giuseppe Mussari, per contenere gli stipendi degli amministratori delegati ed aumentare quelli dei dipendenti. I sindacati avevano inoltrato la loro richiesta attraverso una lettera in cui si ricordavano che «è ormai arrivato il tempo di ridurre la forbice tra i compensi del top management e quelli dei lavoratori, difendere l'occupazione e sviluppare la solidarietà. Difendere e sviluppare l'occupazione è l'impegno che le parti sociali hanno assunto con il nuovo contratto di lavoro del credito, che è stato sottoposto alla consultazione delle lavoratrici e dei lavoratori per un passaggio assai difficile e doloroso». Un appello rimasto per il momento inascoltato. L' Europa dop Vent'anni di cultura della qualità La televisione è fra noi da circa tre quarti di secolo, ed è probabilmente l'apparecchio elettronico, insieme al più giovane computer, che ha influito maggiormente sulla storia recente dell'umanità. Un impatto evidente sotto l'aspetto sociale, meno per il peso industriale, che pure ha anch'esso grande importanza e ci viene adesso richiamato da Lg, il colosso coreano che mostra qui a Montecarlo un nuovo tipo di apparecchio basato su display “Oled”. Una tecnologia costruttiva, quest'ultima, che promette un ulteriore salto evolutivo in un settore caratterizzato da una grande innovazione e proprio per questo ad altissimo rischio. Ne sanno qualcosa giganti quali Sony e Philips, nei cui conti in rosso degli ultimi trimestri le perdite legate al mercato tv hanno un peso non indifferente. Difficoltà dovute soprattutto al costante calo dei prezzi, e quindi dei guadagni, che ha accompagnato la sarabanda di novità produttive dell'ultimo decennio, ovvero schermi piatti, Alta Definizione, 3D e integrazione con il Web. LUCEPROPRIA L'appuntamento dato da Lg ai giornalisti di tutta Europa non è casuale, poiché l'azienda è sponsor del mondiale di Formula 1 che in questi giorni celebra nel Principato di Monaco il più classico dei Gran premi. Occasione perfetta, quindi, per mostrare un'autentica fuoriserie come l'Oled Tv EM9600. Grande schermo da 55 pollici, riproduzione 3D, Smart Tv con una miriade di funzionalità che sfruttano la connessione al Web: tutto passa però in secondo piano rispetto, appunto, all'adozione del display Oled. La parola è in realtà l'acronimo di “Organic Light Emitting Diode” e senza addentrarci in dettagli, indica una tecnologia che permette di realizzare schermi a colori con la capacità di emettere luce propria. Una differenza sostanziale rispetto, ad esempio, ai display a cristalli liquidi (Lcd) che vanno attualmente per la maggiore. E il non dover ricorrere a componenti aggiuntivi, come lampade o Led posteriori, per illuminare lo schermo comporta vantaggi non indifferenti per gli apparecchi Oled, che sono molto più sottili e richiedono minori quantità di energia per funzionare. Altro punto di forza, la qualità delle immagini, come ci ha confermato l'accensione dell'EM9600. I colori, infatti, appaiono naturali come mai in precedenza, con una profondità dei neri anch'essa da record. Il tutto con un peso di soli 7,5 chili ed uno spessore di appena 4 millimetri (!). Del resto sono già centinaia di milioni le persone che, spesso senza saperlo, utilizzano un display Oled. Questi schermi vengono comunemente montati negli smartphone e anche nelle console portatili per i videogiochi. Prima di estenderne l'impiego su apparecchi di maggiori dimensioni, in primis i televisori, si sono dovuti risolvere rilevanti problemi tecnici, oltre che abbattere i costi della produzione industriale. ILMERCATOCHE VERRÀ Un'evoluzione che ha richiesto anni ma che adesso appare compiuta, come dimostra la sortita di Lg. Non inganni il prezzo ancora molto elevato dell'EM9600, 9.000 euro con la disponibilità in Italia a partire dal prossimo autunno, sia perché stiamo parlando di un televisore con ampio schermo, sia perché per avere le primizie tecnologiche occorre pagare sempre cifre maggiori. Piuttosto, nei prossimi due o tre anni il mercato dei televisori, decine di miliardi di euro ogni anno, dovrebbe cambiare nuovamente faccia: modelli con tecnologia Lcd (e plasma) disponibili in ogni dimensione ed ormai per tutte le tasche; le tv Oled, invece, che a fronte di un maggior costo offriranno una qualità allo stato dell'arte, oltre che minori ingombri e consumi, quest'ultimo un fattore che potrebbe renderle convenienti prima di quanto ci si immagini. Lg lancia «Oled» e rivoluziona lo schermo tv . . . Parmigiano Reggiano e aceto balsamico Aziende in crisi dopo il terremoto La sede dell'Associazione delle banche . . . Superati cristalli liquidi e led, il nuovo apparecchio pesa solo 7,5 chili ed è spesso 4 millimetri Parmigiano Reggiano, i danni del terremoto FOTO DI CARLO FERRARO/ANSA venerdì 25 maggio 2012 13
ABBIAMO FATTO TROPPO IN FRET-TA AD ABITUARCI ALLA SCOMPARSA DI BERLUSCONI. Eccolo tornare nei tg con la minaccia di un possibile ritorno, di un ri-unto del Signore, di un altro amaro calice che ci toccherebbe bere di nuovo. E già cola dai tg il trucco sfatto, la tinta dei capelli acquisiti rosseggia sulle tempie e i denti del caimano minacciano di divorare di nuovo tutto il Paese. Ma, a consolarci un po', sono le facce degli immarcescibili che lo circondano, i soliti noti del mai esistito popolo delle libertà, quelli che hanno fatto da palo alle storiche imprese ad personam che hanno ridotto l'Italia come è ridotta. Ecco Maria Stella Gelmini, che ha devastato la scuola pubblica licenziando più docenti di chiunque al mondo e togliendo agli studenti le borse di studio. E Paolo Romani, l'uomo delle invincibili tv e dei catastrofici affari monzesi. E Verdini, coi suoi lunghi capelli bianchi e le mani ancora più lunghe. Più Sandro Bondi, cantore sfiatato della corte dei miracoli mai fatti, peraltro l'unico capace di poetica vergogna. Senza dimenticare Cicchitto e Sacconi, due socialisti col coltello tra i denti, per punire i lavoratori di non averli mai appoggiati. Basta dire che, tra tutti i signori che i tg ci mostrano scambiarsi baci e abbracci prima di andare all'incontro con Berlusconi, la migliore è Mara Carfagna, che almeno è bella. Cosa che non si può dire di La Russa e di altri che fremono per far cadere Monti, ma intanto, con il loro stile da allegri gerarchi hanno già fatto cadere Letizia Moratti e tutti i sindaci della destra. Ve la ricordate la gentile Santanchè all'opera contro Pisapia? La voce che sia lei una delle possibili candidate alla successione di Berlusconi dice già tutto sulla disfatta (o la rifatta) del cavaliere. Un po' come se (che sia questo l'annuncio che il mondo aspetta?), si affidasse ancora una volta a Umberto Bossi. TV 06.45 Unomattina. Rubrica 10.55 160° Anniversario della Fondazione della Polizia di Stato. Evento 12.00 La prova del cuoco. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.00 Tg1 Economia. Informazione 14.01 Tg1 Focus. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show. 15.15 La vita in diretta. Rubrica 16.50 TG Parlamento. Informazione 16.51 Previsioni sulla viabilità. Informazione 17.00 Tg 1. Informazione 17.10 Che tempo fa. Informazione 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Qui Radio Londra. Attualita' 20.35 Aari tuoi. Show. 21.10 Mi gioco la nonna. Show. Conduce Giancarlo Magalli. 23.25 TV 7. Informazione 00.25 Cinematografo Speciale Cannes. Evento 00.55 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.15 Tg1 Focus. Informazione 01.25 Che tempo fa. Informazione 01.30 Cinematografo Speciale Cannes. Evento 06.30 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 09.30 TGR - Montagne. Informazione 10.00 Tg2 Insieme. Rubrica 11.00 I Fatti Vostri. Show. 12.00 Mezzogiorno in famiglia. Rubrica 13.00 Tg 2. Informazione 13.30 TG 2 Costume e Società. Rubrica 13.50 TG 2 Eat Parade. Rubrica 14.00 Italia sul Due. Rubrica 16.15 La signora del West. Serie TV 17.00 Private Practice. Serie TV 17.50 Rai TG Sport. Informazione 18.15 Tg 2. Informazione 18.45 Ghost Whisperer. Serie TV 19.35 Il Clown. Serie TV 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 21.05 N.C.I.S. Serie TV Con Mark Harmon, Micheal Weatherly, Pauley Perrette. 21.30 N.C.I.S. Serie TV 21.50 Blue Bloods. Serie TV Con Tom Selleck, Donnie Wahlberg 22.40 The Good Wife. Serie TV Con Julianna Margulies, Christine Baranski 23.25 TG2. Informazione 08.00 Agorà. Talk Show. 09.50 10 minuti di... Attualita' 10.00 La Storia siamo noi. Documentario 11.00 Apprescindere. Talk Show. 11.10 TG3 Minuti. Informazione 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. 12.30 Cerimonia Lezione di Costituzione. Evento 13.30 Le storie - Diario italiano. Talk Show. 14.00 Tg Regione. Informazione 14.20 TG3. Informazione 15.10 Ciclismo: 95° Giro d'Italia - 19° tappa: Treviso - Alpe di Pampeago. Sport 18.05 Geo & Geo. Rubrica 19.00 TG3. Informazione 19.30 TG Regione. Informazione 20.00 Blob. Rubrica 20.15 Le storie. Talk Show. 20.35 Un posto al sole. Soap Opera 21.05 Robinson. Rubrica 23.15 Law&Order. Serie TV Con Jeremy Sisto, Linus Roache 00.00 TG 3 Linea notte. Informazione 00.10 TG Regione. Informazione 01.00 Meteo 3. Informazione 01.05 Appuntamento al cinema. Rubrica 01.06 Ciclismo: 95° Giro d'Italia Giro notte. Rubrica 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.40 La telefonata di Belpietro. Informazione 08.50 Mattino cinque. Show. 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.46 L'isola dell'amore. Film Commedia. (2008) Regia di F. Dünnemann. Con Alissa Jung, Wanja Mues, Manuel Cortez. 16.15 Pomeriggio cinque. Talk Show. Conduce Barbara D'Urso. 18.45 Il Braccio e la Mente. Gioco a quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.30 Meteo 5. Informazione 20.31 Striscia la notizia - La Voce della contingenza. Show. Conduce Ficarra, Picone. 21.10 L'una e l'altra. Film Tv Commedia. (2012) Regia di G. Albano. Con Barbara De Rossi, Paola Perego 23.30 Supercinema. Rubrica 23.55 Tg5 - Notte. Informazione 00.24 Meteo 5. Informazione 00.25 Striscia la notizia - La Voce della contingenza. Show. Conduce Ficarra, Picone. 00.56 Media Shopping. Shopping Tv 07.22 Come eravamo. Show. 07.25 Nash Bridges I. Serie TV 08.20 Hunter. Serie TV 09.40 Carabinieri. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Detective in corsia. Serie TV 13.00 La signora in giallo. Serie TV 14.05 Forum. Rubrica 15.35 My Life - Segreti e passioni. Soap Opera 15.52 Il marchese del Grillo. Film Commedia. (1981) Regia di Mario Monicelli. Con Alberto Sordi, Paolo Stoppa, Flavio Bucci. 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.30 Walker Texas Ranger. Serie TV 21.10 Quarto grado. Reportage 23.55 I Bellissimi di Rete 4. Show. 00.00 Revenge - Vendetta. Film Drammatico. (1989) Regia di Tony Scott. Con Kevin Costner, Anthony Quinn, Madeleine Stowe. 02.35 La città gioca d'azzardo. Film Gangster. (1974) Regia di Sergio Martino. Con Luc Merenda, Dayle Haddon 04.10 Media Shopping. Shopping Tv 06.50 Cartoni animati 08.40 Settimo cielo. Serie TV 10.35 Ugly Betty. Serie TV 12.25 Studio aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 Dragon ball. Cartoni Animati 15.00 Camera Cafè ristretto. Serie TV 15.10 Camera Cafè. Sit Com 15.55 Camera Cafè sport. Sit Com 16.00 Chuck. Serie TV 16.50 La Vita secondo Jim. Serie TV 17.45 Trasformat. Show. 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.25 C.S.I. Miami. Serie TV 20.20 C.S.I. Miami. Serie TV 21.10 V - Visitors. Serie TV Con Elizabeth Mitchell, Morris Chestnut, Joel Gretsch. 22.10 V - Visitors. Serie TV 23.00 V - Visitors. Serie TV 23.50 Il pianeta rosso. Film Fantascienza. (2000) Regia di Antony Homan. Con Val Kilmer, Carrie-Anne Moss 01.55 Saving Grace. Serie TV 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. 11.10 L'aria che tira. Talk Show. 12.30 I menù di Benedetta Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Movie Flash. Rubrica 14.10 Ombre rosse. Film Western. (1939) Regia di John Ford. Con John Wayne 16.00 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 17.55 I menù di Benedetta Rubrica 18.50 G' Day alle 7 su La7. Attualita' 19.25 G' Day. Attualita' 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Otto e mezzo. Rubrica 21.10 Un due tre Special. Show. Conduce Sabina Guzzanti. 23.45 Sotto canestro. Rubrica 00.15 Tg La7. Informazione 00.20 Tg La7 Sport. Informazione 00.25 (ah)iPiroso. Talk Show. 01.20 Movie Flash. Rubrica 01.25 G' Day alle 7 su La7. Attualita' 01.55 G' Day. Attualita' 21.00 Sky Cine News. Rubrica 21.10 Il trono di spade 2. Serie TV 22.15 Il trono di spade 2. Serie TV 23.20 Piovuta dal cielo. Film Commedia. (1999) Regia di B. Hughes. Con S. Bullock B. Aeck. 01.15 Shelter - Identità paranormali. Film Horror. (2010) Regia di M. Marlind, B. Stein. Con J. Moore SKY CINEMA 1HD 21.00 Gnomeo e Giulietta. Film Animazione. (2011) Regia di K. Asbury. 22.30 Una moglie per papà. Film Commedia. (1994) Regia di J. Nelson. Con R. Liotta W. Goldberg. 00.35 The Tree of Life. Rubrica 00.50 Febbre da fieno. Film Commedia. (2011) Regia di L. Luchetti. Con A. Bosca D. Fleri. 21.00 Le ali dell'amore. Film Drammatico. (1997) Regia di I. Softley. Con H. Bonham Carter 22.45 Wall Street - Il denaro non dorme mai. Film Drammatico. (2010) Regia di O. Stone. Con M. Douglas 01.05 What Women Want - Quello che le donne vogliono. Film Commedia. (2000) Regia di N. Meyers. 19.15 Ninjago. Serie TV 19.40 Star Wars: The Clone Wars. Serie TV 20.05 Batman the Brave and the Bold. Cartoni Animati 20.30 Lo straordinario mondo di Gumball. Cartoni Animati 20.55 Adventure Time. Cartoni Animati 21.20 Takeshi's Castle. Show. 19.00 Marchio di fabbrica. 19.30 Marchio di fabbrica. Documentario 20.00 Top Gear USA. Documentario 21.00 Miti da sfatare. Documentario 22.00 Dynamo: Magie impossibili. Documentario 23.00 American Guns. Documentario 00.00 Marchio di fabbrica. Documentario 18.35 Platinissima presenta Good Evening. Show. 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Via Massena.a Sit Com 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 Fino alla fine del mondo. Reportage 22.30 Deejay chiama Italia - Edizione Serale. Rubrica DEEJAY TV 19.20 America's Best Dancer Crew. Talent Show 19.30 I soliti Idioti. Serie TV 20.20 Il Testimone. Reportage 20.45 Il Testimone. Reportage 21.10 Ginnaste: Vite parallele - 1a Tv. Show. 22.00 Ragazzi in gabbia. Docu Reality MTV RAI 1 21.10: Mi gioco la nonna Show con G. Magalli. Il nuovo game show che mette alla prova le famiglie italiane. 21.05: N.C.I.S. Serie TV con M. Harmon. Continuano le indagini della squadra guidata da Gibbs. 21.05: Robinson Rubrica con L. Costamagna. Torna l'attualità a ridosso del fine settimana. 21.10: L'una e l'altra Film Tv con P. Perego. Quando muore il marito, Perla scopre che aveva una doppia vita. 21.10: Quarto grado Reportage con S. Sottile. Nella prima serata del venerdì si parla sempre di cronaca nera. 21.10: V - Visitors Serie TV con E. Mitchell. 29 navicelle aliene invadono altrettante città terrestri. 21.10: Un due tre Special Show con S. Guzzanti. Rivediamo i momenti più memorabili del programma di imitazioni e satira. RAI 2 RAI 3 CANALE 5 RETE 4 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY Disfatta o rifatta? All'orizzonte unri-predellino delCavaliere FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO U: venerdì 25 maggio 2012 25
L'ANALISI P. SO. NONSONO SOLOGLI EUROBONDATURBAREI SONNIDI ANGELA MERKEL. ANCHELA SUACREATURA BENEDETTA, il patto di ferro sulla disciplina di bilancio, rischia grosso. Ieri, poche ore prima che sulla firma del Fiskalpakt cominciasse alla cancelleria una riunione d'urgenza con i partiti dell'opposizione, il copresidente del gruppo dei Verdi al Bundestag ha annunciato che il suo partito sarebbe orientato a votare contro la ratifica parlamentare che il governo deve incassare entro il 15 giugno. Il problema, per Frau Merkel, è che i Verdi sono indispensabili, insieme con la Spd, per raggiungere la maggioranza di due terzi del parlamento che una sentenza della Corte di Karlsruhe (equivalente alla nostra Consulta) impone sulle leggi che riguardano il bilancio. La Spd, che sarebbe in teoria disposta a votare per la ratifica, pone una serie di condizioni che, al momento, la cancelliera e il suo governo non hanno la minima intenzione di soddisfare. La prima è l'istituzione degli eurobond, ma ne seguono molte altre, che i socialdemocratici hanno messo nero su bianco in un programma per la crescita e l'occupazione che è stato presentato in pompa magna, giorni fa, dai tre esponenti di prestigio del partito: il presidente Sigmar Gabriel, l'ex ministro degli Esteri e vicecancelliere Frank-Walter Steinmeier, attualmente presidente del gruppo al Bundestag, e l'ex ministro delle Finanze Peer Steinbrück. Lo stallo per il governo è pericolosissimo. La seduta del 15 giugno è l'ultima utile perché il patto venga ratificato in tempo per l'entrata in vigore, a luglio, dell'European Security Mechanism (Esm), il fondo Salva-stati indispensabile far fronte alla crisi finanziaria. Se salta l'appuntamento, tutto viene rimesso in discussione. In realtà, nei piani originali sul Fiskalpakt e sull'Esm si sarebbe dovuto votare proprio oggi. Era previsto anche una specie di solenne gemellaggio italo-tedesco con sedute contemporanee e scambio di parlamentari che, alla luce delle delusioni sull'austerity policy della cancelliera, sembra ora una sceneggiata un poco grottesca. In realtà, il governo non ha nemmeno cominciato il negoziato sulle condizioni poste da Spd e Verdi e l'isolamento che sta crescendo in Europa intorno alla strategia anti-crisi tutta e solo fondata sul rigore di bilancio rende ora molto più deboli le chances di un'intesa in extremis. Ieri Steinmeier, considerato nelle file socialdemocratiche tutt'altro che un estremista, ha sostenuto che così com'è il Fiskalpakt è «materia esplosiva sia per la politica che per l'economia» e che occorre cambiarlo perché regole tanto severe sono «in chiara contraddizione con una ragionevole politica economica in Europa». Non è questione solo di condizioni: cresce, in Germania e fuori, l'opinione di quanti ritengono che il Fiscal compact, almeno nella versione attuale, non sarà mai gestibile. Prendiamo la Grecia: tutti, governi e istituzioni europee, continuano a dire che deve restare nell'euro. Ma, a parte tutte le altre considerazioni, possibile che nessuno si ponga il problema che il necessario sostegno ad Atene perché non dia forfait è assolutamente incompatibile con le regole fissate dal patto? E allora: o è una finta la determinazione a salvare la Grecia o il patto fiscale deve cambiare. Tertium non datur. Lo stesso discorso si potrebbe fare per la Spagna. E anche per l'Italia, giacché, che si sappia, il governo Monti non ha ricevuto alcuna garanzia che verranno riconosciute all'Italia le vaghissime “circostanze particolari” che il Fiscal compact prevede per eventuali deroghe e che Roma vorrebbe utilizzare per lo scomputo dal debito delle spese per investimenti o golden rule. Nelle grandi incertezze che gravano sul patto ce n'è anche una che ieri è stata evocata dal presidente del movimento federalista Virgilio Dastoli. Chi dovrebbe decidere se un Paese che non rispetta i parametri dev'essere punito? I tedeschi insistono sul carattere «automatico» delle sanzioni, ma il patto, pur se è un accordo tra Stati, riconosce comunque il potere che in materia i Trattati attribuiscono alla Commissione Ue, che dovrebbe proporre le sanzioni al Consiglio. Il quale a sua volta voterebbe a maggioranza. La posizione dura della Germania potrebbe essere messa in minoranza e Angela Merkel (se ci sarà ancora lei) avrà fatto tanto rumore per nulla. Mario Monti vede gli eurobond all'orizzonte. Arriveranno, ha detto ieri al termine dell'incontro con il premier cèco Petr Necas «quando i tempi saranno maturi», ma «non fra moltissimo tempo». Wishful thinking, cioè pia illusione, o manifestazione, un po' contorta, di ottimismo? Comunque il presidente del Consiglio italiano si è sbilanciato abbastanza, perché nulla di quanto è avvenuto al vertice informale dell'altra notte autorizzerebbe, in teoria, una così rosea previsione, la quale parrebbe quasi riguardare già il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno. Un mese e poco più per far cambiare idea alla cancelliera Merkel? Oppure un modo di prefigurare una forzatura, come un voto a maggioranza tutti-contro-Berlino, per metterla nell'angolo? Allo stato delle cose sembrano ipotesi da fantascienza. Monti avrà tanti difetti, però non quello di parlare a vanvera. Su un argomento così delicato, poi. Partiamo dai fatti. Nella cena brussellese e nel teso dibattito che l'ha seguita, la bomba eurobond è davvero esplosa, come aveva annunciato alla vigilia François Hollande notificando a Berlino e a Bruxelles che «tutti gli argomenti» sarebbero stati sul tavolo. Sull'argomento più difficile, la condivisione del debito e i titoli europei, il presidente e il leader italiano hanno esibito una concordanza plateale. Ma non si può certo dire che siano stati fatti passi avanti verso una qualche intesa. La discussione è servita, al massimo, a precisare gli schieramenti: Germania, Svezia, Paesi Bassi, Finlandia e, forse, qualche piccolo Paese slavo contro tutti gli altri, compresi i fedelissimi d'un tempo come l'Austria e il Lussemburgo e il peso massimo di una new entry un po' a sorpresa: la Gran Bretagna. Anche David Cameron, che può permettersi il lusso di guardare le cose da fuori, consiglia gli eurobond. Il che segnala quale sia il parere prevalente alla City. Di fronte a questo schieramento poderoso, però, Angela Merkel non si spaventa. Poche ore la fine della riunione di Bruxelles è tornata a sparare cannonate: «Non ha senso - ha tuonato riportare tutto alla questione degli eurobond o a strumenti che hanno l'apparenza della solidarietà» ma che non fanno altro che aggravare la crisi dell'eurozona. Questa non sarà risolta da «un rimedio miracoloso», ma con il rigore di bilancio e le riforme strutturali: se tutti i Paesi «faranno i compiti», nel suo linguaggio. Intanto nei commenti dei media tedeschi viene riconosciuto, sì, che per la prima volta da anni un vertice europeo è stato non è stato dominato dalla cancelliera perché Monsieur le Président le ha strappato il ruolo di vedette, ma si guarda con scetticismo all'idea che alla fine Hollande, Monti e gli altri la spuntino, magari «fra non moltissimo tempo». ILCREDO DELLA BUNDESBANK Nella loro discussione informale i 27 leader europei, comunque, hanno davvero fatto opera di chiarezza fissando il perimetro dei temi sui quali, nel vertice di fine giugno, qualche decisione dovranno pur prenderla, a meno di una clamorosa (e pericolosissima, dato il contesto) rottura. Messi tra parentesi gli eurobond, sul tavolo ci sono comunque i project bond, ovvero obbligazioni europee per finanziare investimenti privati, l'aumento del capitale della Banca europea degli investimenti, altro pallino di Hollande e, insieme con gli eurobond, dei socialdemocratici tedeschi, i quali fanno notare che un aumento di capitale di 10 miliardi permetterebbe alla Bei di mettere in moto prestiti per 15 miliardi l'anno nei prossimi quattro anni. Poi ci sono i capitoli della formazione dei giovani e dello stimolo all'occupazione, con piani nazionali per il lavoro da fare in tutti i Paesi. Infine, qualche movimento c'è anche sul ruolo della Bce. Anche qui la Germania è abbastanza isolata nel rifiutare persino la discussione su un'eventuale intervento diretto dell'Eurotower sul mercato dei titoli e su ulteriori iniezioni di liquidità alle banche. Ma il rischio che precipiti la crisi delle banche spagnole potrebbe costringere al realismo il governo di Berlino e persino la Bundesbank. E la Grecia? Ufficialmente siamo alla dichiarazione che in proposito ha diffuso il presidente del Consiglio Van Rompuy quasi alle due del mattino: «Siamo tutti d'accordo perché Atene resti nell'euro, ma dopo le elezioni dovrà adempiere agli impegni presi». Lodevole intenzione, che però confligge non solo con il probabile esito del voto di giugno in Grecia ma anche con la pretesa di far funzionare il Fiscal compact così com'è. GRECIA L'EUROPAELACRISI Si sfalda il patto per il sì al Fiscal Compact nel Bundestag Il presidente del Consiglio italiano sostiene la proposta del neo presidente francese Hollande Ma la cancelliera Merkel ribadisce il suo «nein» e ripete ancora: la Grecia deve fare i compiti a casa PAOLOSOLDINI paolocarlosoldini@libero.it Il premier italiano: «Gli eurobond sono all'orizzonte» Scontri a Patrasso, neonazi contro gli immigrati Alta tensionenellacittà portualedi Patrasso,dovemartedì sera e di nuovomercoledì gruppineonazisti si sonoscontrati con le forze di polizia. L'ultra-destrachiede l'allontanamento degli immigratidallacittà, prendendo apretesto l'uccisionedi un cittadino grecodi29anni permano di tre immigrati clandestini dinazionalità afghana.Gliultimi incidenti sono avvenuti intornoallo stabilimento abbandonatodi Piraikis-Patraikis, doveavevano trovatorifugiomolti immigrati. L'edificioera in realtà deserto,perchédopo i primidisordini, i clandestini eranostati trasferiti ad Atene.Ma l'area si è trasformata in un campodi battaglia.Ungruppo di personecon il visocopertoha lanciato bombemolotove altrioggetti contro i poliziotti, chea loro voltahanno rispostocon i lancio di lacrimogeni. Il sindaco di Patrasso,Giannis Dimaras,hadefinito la situazione esplosiva,mentre Lefteris Ikonomou, il ministroper la Protezionedel Cittadino,haavvertitochenon sarà permessoanessuno di sostituire la polizianelsuo compito, cheè quello di affrontare lacriminalità e proteggere i cittadini. Secondo lapolizia localeagli incidentihanno presopartecirca350 membridell'organizzazione neonazista«Chrisi Avghi»(Alba Dorata),chenelle elezioni di6 maggio haottenuto il6,97% dellepreferenze e 21parlamentari. . . . La Germania sempre più isolata riesce comunque a far slittare a giugno la decisione tanto attesa . . . Anche Londra, Vienna e il Lussemburgo ora schierati per lo strumento di condivisione del debito 4 venerdì 25 maggio 2012
Montepremi 2.167.001,47 5+stella All'unico6 25.800.137,57 4+stella 28.715,00 Nessun5+1 - 3+stella 1.494,00 Vinconoconpunti5 32.505,03 2+stella 100,00 Vinconoconpunti4 287,15 1+stella 10,00 Vinconoconpunti3 14,94 0+stella 5,00 Nazionale 39 71 64 69 33 Bari 67 2 46 30 51 Cagliari 73 22 12 67 9 Firenze 83 67 42 13 8 Genova 88 64 65 29 18 Milano 17 28 33 37 3 Napoli 25 33 46 19 49 Palermo 60 5 59 54 43 Roma 23 12 37 6 79 Torino 15 27 16 14 37 Venezia 31 88 90 89 61 InumeridelSuperenalotto Jolly SuperStar 10 29 32 43 56 90 71 84 10eLotto 2 5 12 15 17 22 23 25 27 2831 33 42 46 60 64 67 73 83 88 CO.CI. VEDELAGO(TREVISO) LOTTO SPORT POCA SALITA, TANTO EQUILIBRIO E TANTISSIME SORPRESE.ADESSOPERÒILGIRO,ATRETAPPEDALLAFINE, FADAVVEROSULSERIO.Pampeago oggi, domani lo Stelvio, con l'arrivo di tappa più alto di sempre, domenica la crono finale di Milano. È il weekend della verità. Joaquim Rodriguez ci arriva in maglia rosa, Hesjedal è molto vicino, Basso e Scarponi hanno le due squadre più forti. Quattro uomini per i posti del podio e un pronostico difficilissimo. Tre tappe, dieci salite. Si inizia oggi: 199 km da Treviso al Passo Pampeago, con Sella di Roa, Manghen, primo passaggio in cima al Passo Pampeago, quota 2006, passo Lavazè, arrivo in salita ancora a Passo Pampeago, posto più in alto rispetto all'Alpe di Pampeago, il mitico arrivo di tappa del Giro '98. Tappa durissima, probabilmente la più dura del Giro. Salite a ripetizione, con l'arrivo oltre il 10 per cento di media, ma anche discese pericolose, tecniche. Sabato altre cinque ascese, Tonale, Aprica, Teglio, il tremendo Mortirolo e l'infinito Stelvio, 22 km, fino ai 2757 metri, fino alla luna, su una montagna sacra ai cicloamatori che al Giro manca dal 2005, quando Basso, favoritissimo di quell'edizione della Corsa rosa, andò in crisi nera, fino a perdere quasi mezz'ora. Domenica 30 km a cronometro, piattissimi: potranno dire poco o tantissimo, dipenderà dalla classifica e, soprattutto, dalla presenza di Hesjedal nei quartieri alti. Dovesse sopravvivere alle montagne, il capitano della Garmin diventerebbe l'uomo da battere. SENZASQUADRA Se la giocano in quattro, sostanzialmente. Rodriguez non ha mai corso un Grande giro per vincerlo, ha ottenuto finora solo ottimi piazzamenti alla Vuelta (quarto, sesto e settimo) e un quarto posto al Giro dello scorso anno. Non ha mai avuto tenuta per tre settimane, ha sempre incontrato almeno una giornata no. La maglia rosa però potrebbe mettergli le ali. Il vantaggio finora l'ha costruito nella cronosquadre, con l'abbuono di Assisi e con lo scattino di Piani dei Resinelli. Ha vinto con incredibile autorevolezza la tappa di Cortina, è in uno stato di grazia, ma non è mai stato attaccato davvero. Non ha praticamente squadra, naviga da solo sulle montagne e finora è sempre andato al traino della Liquigas. Squadra impeccabile quella di Basso, abituata a comandare, a fare la corsa, a muoversi all'unisono, ricca di uomini adattissimi alla salita come Capecchi, Szmyd, Agnoli e l'incredibile Caruso. Basso però corre come se avesse la maglia rosa, non ha una tattica precisa, se non quella di andare su in progressione. Non ha finora avuto il coraggio di attaccare duro. Potrebbe, ha una condizione perfetta, pare nettamente il migliore in salita. Terreno ne ha tantissimo, tempo poco, deve inventarsi qualcosa di grandioso e in fretta se vuol vincere il suo terzo Giro d'Italia. Da Hinault in poi nessuno è riuscito a vincerne più di due, nemmeno Indurain, sarebbe comunque qualcosa di storico. ILPRIMO CANADESE Al traino della Liquigas c'è anche Scarponi, sofferente in cima al Giau, attanagliato dai crampi, bravissimo però a non scomporsi e ad andare giù fortissimo in discesa. È il campione uscente, non sembra il miglior Scarponi possibile però, lui è uno scattista, ma uno scatto non l'ha mai fatto, finora. Basso confidava in lui sul Giau («conosco Michele, mi sarebbe venuto dietro, evidentemente non ha la condizione per muoversi da solo»), Hesjedal l'ha punzecchiato, sottolineando un presunto aiuto ricevuto dal capitano della Lampre in discesa («è tornato dentro in scia a una macchina del seguito»). È il suo terreno adesso, la salita del Passo Pampeago, con punte al 16 per cento, è disegnata sulle sue caratteristiche. Può usare Cunego e Ulissi da lontano. 1'36" da Rodriguez può voler dire, però, attacco sul Lavazè, discesa a tutta, salita finale alla morte. Forse non ha la condizione per fare tutto questo. Il canadese Hesjedal è la grande incognita. Non ha mai perso un colpo, ha pure attaccato sulla salita per Cervinia, non ha squadra, ma a cronometro, in 8 km, a Horsens, ha dato 10" a Basso, 14" a Purito, 37" a Scarponi. Ha una condizione straordinaria, ma non l'abitudine all'alta classifica, al massimo un settimo posto finora, al Tour 2010. In teoria non deve muoversi, se arriva con questa classifica alla vigilia della crono, il Giro è suo. Complicato però immaginarlo. Mai un canadese era stato più vicino nel ciclismo a un traguardo tanto grande. Sarebbe una sorpresa grandissima, una delle più incredibili nella storia di questo sport. LAFACCIADICAVENDISH,L'URLO,LAMANOCHESIMUOVE DAL MANUBRIO, LE IMPRECAZIONI. NO, STAVOLTA NONC'ENTRANULLAFERRARI,CAVNONÈCADUTO,HA SOLO PERSO, NETTAMENTE, CLAMOROSAMENTE UNA VOLATA,L'ULTIMADIQUESTOGIRO.Ha perso perché ha trovato sulla sua strada il futuro dello sprint, un fenomeno, un ragazzo italiano, Andrea Guardini, 23 anni, un talento infinito, atteso, la cui epifania è arrivata all'ultima occasione possibile, nell'ultima volata del suo primo Giro d'Italia. Un nome da ricordare e da accostare, sin d'ora, a Cavendish, sarà un duello tante volte ancora nei prossimi anni. Guardini vince sulle strade di casa, a Vedelago. A Cortina era arrivato ultimo, lui soffre le salite, qualsiasi salita, un cavalcavia o il Giau, non fa differenza. Un Giro anonimo finora, mai nei primi tre in nessuna volata, 29˚ a Cervere, il suo miglior piazzamento, sennò oltre i cento, sempre. È il penultimo della generale, ogni tappa è un calvario per lui, ogni giorno, quando la strada sale leggermente, sa che deve pedalare in fondo, raschiare il barile, salvarsi. Ieri è entrato nello sprint e l'ha vinto. LAVACANZA Una tappa tutta in discesa, squadre in vacanza, tentativi vari e una volata inutile di Cavendish al traguardo volante, per la maglia rossa. Guardini si piazza in gruppo e aspetta il lunghissimo rettilineo finale che pare disegnato su di lui. La Sky fa il solito lavoro, Guardini sa che deve prendere la ruota di Cavendish, starci, al ds Scinto andrebbe pure bene un posto sul podio di giornata, lo pretende. Guardini è un talento assoluto, secondo anno da pro, già 17 vittorie, gran parte però ottenute al Giro della Malesia, cinque il primo anno, sei nel febbraio scorso. Volate di gruppo, naturalmente. Giro così, mai davanti, mai visto. La Sky estrae Cavendish dal mucchio, lo porta ai 100 metri, è l'unico ad avere una squadra capace di portarlo così avanti, vince tanto anche per questo, Guardini non ha la squadra ma ha Cav che gli apre la strada, lui è il suo mito, il suo modello, il suo avversario. Ai 50 Guardini esce dalla ruota dell'inglese e lo passa, lo anticipa, lo brucia, lo batte, sul suo terreno, in una volata pulita, lanciata, aperta. E Cavendish perde, impreca, alza la mano, sembra maledirlo. Il futuro è iniziato a Vedelago. «Ho vinto - racconta Guardini -, mi pare incredibile, è il mio primo Giro, non potevo chiedere di più». E Cavendish si arrende: «È stato fortissimo. Quanti anni ha? 23? Niente male». Una folla di brutti pensieri avvolge l'inglese. Qualcosa di grosso è accaduto a Vedelago, qualcosa è cambiato nel mondo dello sprint, e proprio alla vigilia dell'Olimpiade. GIOVEDÌ 24 MAGGIO UnGiroperquattro Levettedecisive:Pampeago,poi loStelvio TregiornidecisiviRodriguez partedavanti,Bassoconla Liquigaspuòfare ilvuoto Hesjedalha lacronoafavore, Scarponiha loscatto COSIMOCITO citocosimo@hotmail.com Iquatro favoritiper il Giro:Joaquin Rodriguez, in maglia rosa, Ivan Basso eMichele Scarponiai suoi lati, eRiryer Hesjedal, sulladestra FOTO ANSA Guardini,ungiornodaricordare DueruotedavantiaCavendish L'incredibilevolatadel23enne,promessadellosprint italiano «Brucia» ilcampionedelmondo,chedice:«Nientemale...» ... Se ilcanadesetiene, ilGiro èsuo,esarebbeunagrande sorpresa.Oggicinquesalite, eunarrivomassacrante U: venerdì 25 maggio 2012 27
L'obiettivo può essere il Quirinale o il mantenimento del Porcellum. Quel che è certo è che Berlusconi oggi manderà all'aria il lavoro fin qui fatto a Palazzo Madama sulle riforme costituzionali, mettendo una seria ipoteca sulla possibilità che entro la fine della legislatura si riesca ad approvare tanto una nuova legge elettorale quanto la riduzione del numero dei parlamentari e un più moderno assetto tra i poteri istituzionali. L'ex premier ieri sera ha riunito i vertici del Pdl, ha dettato la linea e oggi porterà Alfano in conferenza stampa per lanciare una proposta di riforma istituzionale centrata sul semipresidenzialismo alla francese. Con buona pace del testo, contenente la riduzione di deputati e senatori, che dopo mesi di discussioni era pronto a passare per martedì dalla commissione Affari costituzionali all'aula del Senato per il primo via libera. E con buona pace, anche, dell'avvio di un confronto più serrato sulla legge elettorale: oggi Berlusconi e Alfano diranno sì al doppio turno sostenuto dal Pd, ma non è un segreto che finora il Pdl abbia frenato sul nuovo sistema di voto con la scusa che prima debba essere definito il tipo di assetto istituzionale verso cui si andrà. PROPOSTEPER NON FARENULLA Le mosse di Berlusconi vengono seguite con attenzione dal Pd. Il sospetto non è tanto, come pure viene ipotizzato, che l'ex premier abbia rinunciato a ricandidarsi per Palazzo Chigi ma non a correre per il Quirinale. A preoccupare i Democratici è che la nuova uscita finisca per far saltare il tavolo delle riforme. Non a caso la capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro chiede un «chiarimento politico» («a che gioco gioca il Pdl?») e insieme a Giampiero D'Alia dell'Udc chiede di stralciare le norme sulla riduzione del numero dei parlamentari approvate in commissione Affari costituzionali per «metterle in sicurezza e approvarle più rapidamente». E non a caso Pier Luigi Bersani confessa tutto il suo scetticismo sul nuovo scenario che si apre, a neanche dieci mesi dalla fine della legislatura: «Non è che ad agosto rifacciamo la Repubblica. Attenzione che certe proposte non vengano fatte per non fare nulla. Io non ho remore a fare riflessioni anche sulle riforme istituzionali ma la legge elettorale deve rimanere una priorità e con il doppio turno. È interesse non del Pd ma del sistema». IPOTESINUOVA COSTITUENTE A sentire qualche senatore del Pdl i tempi per approvare le nuove norme ci sarebbero (anche se servono quattro letture tra Camera e Senato), il testo approvato in commissione andrebbe avanti e basterebbe approvare un emendamento ad hoc in aula per arrivare al semipresidenzialismo con l'elezione diretta del presidente della Repubblica. Ma Berlusconi è pronto a proporre al Pd anche la creazione di una costituente nella quale discutere separatamente la questione. L'ipotesi difficilmente potrebbe però essere accolta da Bersani, per il quale «c'è il Parlamento e lì si discute», senza bisogno di prevedere nuovi organismi. E poi c'è il problema dei tempi. Dice Luciano Violante, che da mesi discute con esponenti di Pdl e Terzo polo di legge elettorale: «Come si fa ad approvare in pochi mesi il semipresidenzialismo, che comporta modifiche molto profonde della Costituzione? Diverso è il discorso sul doppio turno, questo si può fare, è una legge ordinaria e non c'è bisogno di modifiche costituzionali». Legare le due cose, come fa Berlusconi, è quanto meno sospetto. SIMONECOLLINI ROMA Il Cavaliere riunisce i suoi e detta la nuova linea: doppio turno e semipresidenzialismo come a Parigi Bersani «Si tratta di proposte avanzate per non fare nulla» SICILIA Il Gruppo L'Espresso dovrà pagare 454,79 miliardi di lire (equivalenti a 234,88 milioni di euro) a seguito di una sentenza della Commissione Tributaria Regionale di Roma per fatti risalenti al 1991, al tempo dello scontro tra Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi per il controllo della Mondadori. Proprio l'accordo sulla divisione del gruppo editoriale e gli effetti successivi sono oggetto di questa valutazione. La notizia della sanzione è stata divulgata dallo stesso gruppo che fa capo alla Cir di De Benedetti. In un comunicato precisa che «la CTR ha dichiarato legittima la ripresa a tassazione di 440.824.125.000 lire per plusvalenze, ad avviso della Commissione, realizzat e e n o n d i c h i a r a t e e d i 13.972.000.000 lire per il recupero di costi assunti come indeducibili afferenti a dividendi e credito di imposta, con applicazione delle sanzioni ai minimi di legge e condanna alle spese di giudizio». Il gruppo «rileva che i propri ricorsi avverso i suddetti accertamenti erano stati accolti in due precedenti gradi di giudizio e che i fatti contestati erano stati dichiarati insussistenti in sede penale». Per questo «ritiene la sentenza manifestamente infondata oltrechè palesemente illegittima sotto numerosi aspetti di rito e di merito» e «confida che sarà annullata» in Cassazione. «La sentenza della Commissione Regionale appare già a prima vista illegittima sotto numerosi aspetti di rito e di merito, che il Gruppo intende far valere nelle opportune sedi giudiziarie» sostiene l'avvocato dell'Espresso, Livia Salvini. «A più di venti anni dai fatti contestati, che risalgono al 1991, dopo che già in due gradi di giudizio le Commissioni Tributarie avevano accolto i ricorsi del Gruppo, e dopo che in sede penale era stata dichiarata l'insussistenza del fatto, la Commissione Tributaria Regionale di Roma, in sede di rinvio dalla Cassazione, con la sent. n. 64/9/12 depositata il 18 maggio u.s. ha dichiarato la parziale legittimità di due accertamenti fiscali riguardanti tra l'altro le complesse vicende societarie che hanno portato alla suddivisione tra Cir e Fininvest del Gruppo Arnoldo Mondadori Editore e alla successiva quotazione in borsa di La Repubblica. I Giudici romani riconoscono, contro la tesi dell'Agenzia delle Entrate, la piena correttezza e legittimità dell'operato de L'Espresso nel trattamento contabile e fiscale delle operazioni relative alle azioni La Repubblica. Essi affermano, tuttavia, che le operazioni avvenute all'interno del Gruppo e funzionali alla quotazione in Borsa di La Repubblica siano di carattere elusivo, confermando quindi l'applicazione dell'imposta sul reddito alle plusvalenze realizzate nell'ambito di tali operazioni». Sanzione tributaria di 234 milioni per l'Espresso ILDOPO VOTO Riforme, Berlusconi fa saltare tutto alla francese Il centrosinistra«espugna» il feudodiLaRussa Unadellevittorie piùclamorosed'Italia il centrosinistra l'haottenutaa Paternò. Nellacittàdi 50mila abitanti che sorge aipiedi dell'Etna, famosaper learance rosse, il candidatosostenuto dal Pd eda 2 listeciviche,Mauro Mangano(41 anni, insegnantedi lettere),è riuscitoad espugnarequello chevieneconsiderato il feudodi Ignazio LaRussa (ènato qui). Negliultimi 10 anni hagovernatoun avvocato,PippoFailla, che persua stessaammissione adun dibattito pubblicoal Circolodeiprofessionisti ha dettodi essereorgogliosodiessere statoscelto daLaRussa. Dunque l'esultanzadellasenatrice siculaAnna Finocchiaroper la vittoriaaPaternò è fondata, tantopiù checome testimoniano le telecameredella tv locale«CiakTelesud»,diretta daMary Sottile,LaRussa è venutoa fare campagnaelettoralea sostegnodel candidatodelcentrodestra VittorioLo Presti (un atorevole penalista),una voltacon AngelinoAlfano, un'altracon l'exministraMeloni. Ma il centrodestra nonha raggiunto ilballottaggio,dove invecesonoarrivati Manganoe Nino Naso(Mpa), duepoliticidi opposizione. Alsecondo turnoManganohavinto nettamentecontroNaso,con il 55,94% deiconsensi, edha datoal centrosinistraunito laprima vittoriada quandoesiste laRepubblica italiana. Unicaparentesi 20anni fa, con un sindacodella Rete,GraziellaLigresti, per il restoaveva governato la Dc per decenniepoi ilPdl, il centrodestra vincevacon il60-70%.Per ilPdè una rivoluzioneepocale, ora, con ledue liste civiche,ci sono18 consiglieri. SALVOFALLICA Silvio Berlusconi e Angelino Alfano FOTO MAURO SCROBOGNA /LAPRESSE 6 venerdì 25 maggio 2012
28 venerdì 25 maggio 2012
«REALTÀ PSICHICA E REGOLE SOCIALI. DENARO, POTERE E LAVORO TRA ETICA E NARCISISMO» È L'INSEGNA SOTTO LA QUALE SI APRONO OGGI A ROMA - ALLA SAPIENZA-ILAVORIDELXVICONGRESSODELLASOCIETÀ PSICOANALITICA ITALIANA. E subito incuriosisce la singolarità del «passo» per cui un tema, di sicuro, accademicamente in gestazione da un bel pezzo, cade come un ordigno a orologeria nell'Italia di queste settimane, quando le parole collettivamente più gettonate - e le più ansiogene - sono «crisi», «default», «spread». Giovanni Foresti, segretario scientifico del convegno, spiega: «Ci lavoriamo da due anni. Questa è la terza tappa del nostro percorso dentro “I nuovi disagi della civiltà”. Espressione che vuol dire, semplicemente, che oggi la gente sta male per cose diverse dal passato». In questo 2012 i freudiani italiani sono evidentemente desiderosi di cimentarsi col «fuori». Al congresso che inizia questa mattina parteciperà un poeta, Valerio Magrelli. E fino qui la novità non è rivoluzionaria: ai lavori della Spi presenziò in altri anni anche Avraham B. Yehoshua. Ma alla Sapienza si confronteranno con la platea di psicoanalisti, stavolta, pure due personaggi che di quel nodo «denaro, potere, lavoro» incarnano facce diverse: la segretaria Cgil Susanna Camusso e il presidente di MontePaschi Alessandro Profumo. ProfessorForesti,qualèilmalepsichicodominante cheoggi fasoffriregli italiani? «Noi mettiamo l'accento sul narcisismo, questa epidemia di amore malsano verso se stessi che fa sì che la gente si ritiri dallo scambio sociale. In apparenza è in relazione, ma fa fatica a fidarsi». Trasocial network e salotti televisivi in effetti si direbbe,piuttosto,chelagentenondesiderialtroche condividere ogni istante di vita ed esibire i sentimenti più privati. Un'altra parola-chiave del congressoè «regole».Acosa allude? «Dilaga un'intolleranza capillare della società civile a farsi disciplinare. Siamo ancora nel mezzo di un ciclo che si è aperto alla fine degli anni Settanta, con Margaret Thatcher, Ronald Reagan e le loro politiche di de-regolamentazione. Il modello concettuale che i lacaniani usano da alcuni anni è semplice ma ha una sua ragion d'essere: se un tempo l'imperativo era lavorare e produrre oggi, dicono, è godere e consumare. Una volta gli adulti erano fieri della fabbrica in cui lavoravano, oggi gli adolescenti sono orgogliosi del logo della maglietta che indossano». A proposito di deregulation ricordate che essa si ispiravaalpensierodellaScuoladiChicagoeaveva l'obiettivodiliberaregli«animalspirits»dell'impresa.Ma alla lunga,nellapsicologia collettiva,nonha prodottopiuttostoun'infantilizzazione:dalcittadino adulto che lavora, appunto, a quello, eterno infante,checonsuma? «Si dice addirittura che abbia prodotto un deperimento del concetto di cittadinanza. C'è qualcosa di avido e distruttivo nel consumo. Mentre buona parte di quanto viviamo è disciplinato dalle politiche di marketing. Ingordo, avido e invidioso: è questo il tipo ideale di soggetto per la nostra società». Tra icontributi c'è quellodi Carol BeebeTarantelli, vedovadell'economistauccisodalleBr,psicoanalistaeperduelegislaturedeputata.Parladelterrorismo. E di nuovo eccovi in singolare sintonia con quello che sta avvenendo in queste settimane. Com'ènata l'idea diquesto tema? «Il suo è un lavoro, scritto due anni fa e circolato molto nella versione inglese, che a mio parere è un capolavoro per garbo e profondità. Una delle cose che costituiscono un problema per la sinistra, in Italia, è l'incapacità di essere “cattivi”. La piaga del terrorismo è stata combattuta, la sinistra storica ha vinto, ma è rimasto un indigesto non elaborato. La questione del terrorismo pone il problema centrale della colpa. Perché affrontare il problema delle regole significa confrontarsi con chi non le rispetta. Bisognerebbe trovare un equilibro flessibile tra giustizialismo e perdonismo». NeglianniOttanta eNovanta asinistraha prevalso piuttosto il perdonismo. Scontate le pene molti ex-terroristi hanno ritrovato un ruolo pubblico comeautobiografie scrittori, come«testimoni». «Questo verrà fuori al congresso. Valerio Magrelli ha pubblicato un libriccino straordinario, Il SessantottorealizzatodaMediaset: è un dialogo all'inferno tra Machiavelli e un leader della sinistra contemporanea, il Soave, il primo prototipo di una lucidità politica grintosa, l'altro simbolo di superficialità e inefficacia». Noi italianiveniamodaunventennioincuicisiamo fattisedurredaunGrandeIncantatore.Oggiinvece cisiuccideaccusandoloStatodiessereunGrande Persecutore.Èunrapportoequilibratotracittadini ecosa pubblica? «È appunto il problema delle regole. O si eludono, si negano, si trasgrediscono, oppure le si vive come l'arrivo di un castigamatti. Il nostro è il Paese dove si teorizza che le tasse non vanno pagate e chi ascolta sogghigna, poi arriva quello che dice che si pagano e succede l'iradiddio. Non solo i suicidi, ma il grido “La Guardia di Finanza va a Cortina a verificare che rilascino gli scontrini. Mio Dio!”. Magrelli, tra l'altro, dice una cosa giusta e complicata, che questa nostra malattia risale alla Controriforma. Noi siamo tutti colpevoli ma non responsabili. Anni fa ho pranzato con un alto prelato e, di fronte al cibo, commentai “Non mi faccia cadere in tentazione”. Sa come mi rispose? “Guardi che il miglior modo di affrontare il demonio è cedere subito”. Non è un capolavoro?». Professor Foresti, questo XVI Congresso si annuncia come il contrario che accademico e ingessato. Anzi,sembrariservarenonpochieffettispeciali.Lei nehacuratol'ideazione.Haottenutofacilmentevia liberao ha incontrato resistenze? «La scommessa è quella di costringere noi tutti a pensare insieme. Curiosamente i colleghi più disponibili sono stati quelli che si occupano di adolescenti. Perché, per definizione, hanno a che fare con la trasgressione: devono farla vivere, accoglierla e governarla. E l'adolescenza è, appunto, l'età emblema dell'epoca che viviamo. E della necessità di ri-fondare delle regole». Particolarediun graffito diBlua Brooklyn IL LIBROPOPOLARE, CHE VENDEMOLTO,È DI PERSÉ DEPRECABILE?Dal Salone di Torino sono arrivati gli echi della battaglia che piccoli e medi editori stanno ingaggiando per mantenere spazio vitale in libreria, in mezzo alle «pile» sempre più egemoni dei best-seller dei grandi gruppi. E allora, per ridare complessità a un quadro manicheo, raccomandiamo di leggere Alte tirature, nuovo saggio di Vittorio Spinazzola (pagine 191, euro 19,50, Il Saggiatore). E un viaggio nella «grande narrativa di intrattenimento italiana , recita il sottotitolo», compiuto con l'occhio di chi, come Spinazzola, ha da sempre un occhio di riguardo per tutto ciò che rompe con l'albagia e l'altezzosità (classiste) delle nostre lettere. In sostanza, la domanda di fondo cui il libro cerca (e dà) risposta, è questa: perché questo o quel libro piacciono, perché vendono? Ed ecco un viaggio a dir poco godibile, prezioso e spassoso, dentro dodici libri e/o opere complessive di autori che dagli anni Sessanta hanno avuto un vero successo di massa. Fantozzi e i «porci con le ali», le epopee di Sveva Casati Modignani e le formiche di Gino e Michele, il «tremendismo» di Faletti e i lucchetti di Moccia. Ma anche - ed eccoci in una lettura decisamente inedita - Un uomo, il librone che Oriana Fallaci dedicò alla propria storia d'amore con Alekos Panagulis. E poi Camilleri, Melissa P., Brizzi. E Saviano: sì, ecco la prima lettura di Gomorra in quanto romanzo popolare. Come molti studi che sanno darci una lettura colta di fenomeni di massa, Alte tirature è un libro incantevole: ecco i Buoni e i Cattivi che si annidano in queste pagine, ecco a quali leggi di narratologia vecchie come le fiabe esse ubbidiscono, ecco a quali nostre pulsioni - efferate o fanciullesche - fanno appello. Hanno avuto successo? C'è un motivo… IL CONGRESSO PremioFermi al nostroGreco CULTURE Daoggiadomenica glianalistidiscutono insieme a Profumo, Camusso, Magrelli LA DECIMA EDIZIONE DEL PREMIO LICEO «FERMI»CITTÀDICECINA è stato assegnato all'astrofisico Giovanni F. Bignami, autore di Cosa resta da scoprire (Mondadori) e al nostro giornalista scientifico Pietro Greco per il libro I nipoti di Galileo(Edizione Baldini Castoldi Dalai). Alle 21, presso il liceo «Enrico Fermi» di Cecina Telmo Pievani, filosofo della sceinza, terrà una lezione su «La vita inaspettata. Il fascino di una evoluzione che non ci aveva previsto». Poi la premiazione vera e propria si terrà il 25 maggio alle 17. I due vincitori presenteranno al pubblico le opere premiate. Infine il 31 maggio andrà in scena Copenaghen da un testo di Michale Frayn. Romanzi popolari: il segreto del successo LAFABBRICA DEI LIBRI MARIASERENA PALIERI Lasolitudine del consumista Glipsicoanalisti italiani affrontano lacrisi IntervistaaGiovanniForesti, segretarioscientificodella Spi, sudenaro,potere, lavoro e lascomparsadell'etica individualeecollettiva MARIASERENA PALIERI spalieri@tin.it «Realtàpsichicae regole sociali.Denaro, potere e lavoro fraetica e narcisismo» è il titolodel XVI CongressoNazionale della SocietàPsicoanalitica Italiana,da oggia domenicaallaSapienza. Gli psicoanalisti italiani dialoganoe siconfrontano conSilvanaBorutti, filosofa,Valerio Magrelli, poeta,Susanna Camusso, sindacalista,Alessandro Profumo,banchiere, Vittorio Lingiardi,psichiatra e FerruccioAndolfi, filosofo.Apronoe chiudono i lavoriStefanoBolognini,presidente Spi e Ipa e GiovanniForesti, segretarioscientifico Spi. Oggi si discutedeiconflitti etici che caratterizzano la vita psichica individuale; domani siparla dellescelte etiche implicite nel funzionamento istituzionale e domenicadeiproblemi clinici esociali prodotti dal ripiegamentonarcisistico. U: 26 venerdì 25 maggio 2012
ILRICORDO EMANUELEMACALUSO ILPRESIDENTE DELLAREPUBBLICANELSUO DISCORSO INOCCASIONE DELPRIMO MAGGIOSOTTOLINEÒIL FATTO CHEISINDACATI,NELCELEBRARE L'EVENTO,AVEVANOSCELTO QUESTE PAROLE:«LA SPERANZA,LAPASSIONE, IL FUTURO».Ebbene, posso testimoniare che quelle parole erano nella mente e nel cuore di Placido Rizzotto e, con lui, di tanti contadini che, come lui, avevano fatto la guerra, e, con i loro padri, avevano «fame di terra e sete di giustizia». Insieme a questi lavoratori si schierarono e si batterono giovani intellettuali che capirono una cosa essenziale: lottare in Sicilia con lo spirito unitario della Resistenza al Nord, con i valori le speranze di quella epopea, per abbattere, in questa terra, il sistema semifeudale, il baronaggio, la mafia e dare alla Sicilia autonomia e libertà. Rizzotto, che aveva combattuto con l'esercito di Liberazione, esprimeva questi due momenti e movimenti che al Nord e al Sud sancirono la riunificazione dell'Italia, con la Repubblica e la Costituzione. In quegli anni contro il movimento contadino si scatenò una reazione violenta, che si manifestò con l'uccisione di 36 dirigenti delle leghe e delle Camere del Lavoro, con la strage di Portella. Ma anche con arresti, carcere e processi. Tuttavia, il sindacato non si arrese. Un anno dopo l'uccisione di Rizzotto, la Cgil organizzò nel corleonese grandi occupazioni di terre, sfidando la mafia di Luciano Liggio e Michele Navarra. Io, in quella occasione, sono venuto a Corleone e La Torre andò a Bisacquino. La Torre, con accuse assurde e false, fu arrestato e tradotto all'Ucciardone insieme ai contadini che occupavano le terre dove stette un anno e mezzo. Grande, anche dopo quelle repressioni, fu la resistenza dei contadini del Corleonese. In questi anni, purtroppo, come «corleonesi» sono stati indicati mafiosi spietati nemici di Corleone, patria di Rizzotto e di Bernardino Verro, sindaco socialista ucciso dalla mafia nel novembre 1915. Nel 1893 Verro aveva fondato uno dei primi fasci siciliani. E a Corleone fu stipulato il primo contratto nazionale di mezzadria. Nella cerimonia, con i funerali di Stato alla memoria di Rizzotto, presente il Presidente della Repubblica, onoriamo e ricordiamo tutti i morti nella lotta alla mafia come eroi della patria. Infine, vorrei ricordare che dopo la guerra di Liberazione, l'Italia, dal Nord alla Sicilia, risorse grazie anche al sindacato unitario di Buozzi, Di Vittorio, Grandi, Rizzotto. Ricordiamolo tutti, oggi che il Paese è chiamato a uno sforzo comune, nell'interesse generale, che quegli anni ricorda. Il sindacato unito può essere ancora l'asse portante di una nuova rinascita: onoriamo con Rizzotto tutti i martiri del terrorismo mafioso. «Era giusto tornare al punto di partenza, a Corleone e a Portella. Così ho chiuso l'arco. Era mio dovere venire qui per portare la solidarietà e la vicinanza delle istituzioni repubblicane, e cioè di tutti gli italiani al di là di tutte le differenze politiche o sindacali, perché l'Italia deve essere unita per risolvere i gravi problemi». Il presidente della Repubblica parla sulla piana di Portella della ginestra, e ce ne sono tante, poco dopo aver lasciato Corleone dove ha partecipato ai funerali solenni di Placido Rizzotto, il sindacalista ucciso dalla mafia, il corpo gettato in una grotta, che ha quindi dovuto attendere 64 anni per avere una degna sepoltura. È questa l'ultima tappa di un viaggio in Sicilia nel solco del ricordo e dell'omaggio, della necessità di guardare avanti senza volgere lo sguardo al passato ma traendo dal passato gli insegnamenti che da esso vengono. Parla Napolitano dopo aver deposto una corona di fiori davanti alla stele che ricorda i martiri di quel primo di maggio del 1947, giovani braccianti, donne, sindacalisti, aggrediti da un potere dai tratti restano ancora indefiniti, gente che voleva far sentire la propria voce, le proprie richieste, che chiedevano un futuro ed ebbero morte. Sventolano le bandiere della Cgil, degli altri sindacati, delle associazioni che combattono ancora in questa terra. I tempi sono cambiati, le voci si sono fatte più forti, non c'è più da temere di vedere arrivare dai monti uomini a cavallo armati e pronti a tutto, ma le difficoltà ci sono e la crisi morde di più che altrove in questo Sud bello e sofferente dove ancora bisogna fare i conti con una criminalità più organizzata che altrove e in collegamento con tutte le altre. «CISONOANCORAPERICOLI» «Non abbiamo mai, nemmeno per un momento, pensato che la mafia fosse finita. Finirà, ma non è ancora finita e la vigilanza deve rimanere intatta» ha detto il presidente tra gli applausi. «Ci sono pericoli, vigileremo. Ma la situazione non è quella di tanti anni fa, del 1947 o del 1992. I sacrifici hanno dato i loro frutti, c'è molto di nuovo in Sicilia, c'è molto di nuovo nelle coscienze della gente siciliana e in particolare dei giovani siciliani. Questo è un elemento di forza per tutto il Paese, il segno di un cambiamento» che dimostra che nulla è destinato a restare uguale a se stesso, al di là di stereotipi e interpretazioni di comodo. «Filo conduttore di queste giornate è stato rendere onore a chi ha combattuto e pagato con la vita, perché i loro sacrifici hanno dato i loro frutti» ha detto Napolitano che l'altro giorno ha ricordato nell'aula bunker dell'Ucciadone il sacrificio di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo, di Paolo Borsellino e di quanti, le loro scorte, ne condivisero il tragico destino in quelle due tremende esplosioni distanti cinquantasette giorni. Erano da poco passate le dieci e, in una giornata finalmente di sole, Giorgio Napolitano accompagnato dalla moglie Clio, è arrivato a Corleone e prima di raggiungere la chiesa per la cerimonia funebre, ha deposto una corona fiori davanti al busto bronzeo del sindacalista assassinato ed ha consegnato alla sorella, Giuseppa Rizzotto, 81 anni, la medaglia d'oro al merito civile alla memoria. In chiesa la lunga cerimonia, officiata dall'arcivescovo di Monreale, alla presenza delle autorità, dei parlamentari che hanno sostenuto la richiesta che ai resti del sindacalista, ritrovati solo tre anni fa e solo da poco tempo riconsegnati alla famiglia dopo i necessari rilievi, venisse riconosciuto il massimo omaggio dei funerali a carico dello Stato. C'erano i vicepresidenti di Senato e Camera, Chiti e Bindi, il parlamentare europeo David Sassoli, Walter Veltroni componente dell'Antimafia. C'era anche Emanuele Macaluso che all'epoca era segretario regionale della Cgil ed ha portato il suo commosso ricordo. E la segretaria della Cgil, Susanna Camusso, nella sua orazione ha chiesto ancora giustizia, la riapertura del processo. «Lui aveva capito che la mafia si sconfigge reagendo al sopruso, garantendo la difesa dei diritti e del lavoro, perché il lavoro è la radice profonda della democrazia». «Siamo felici di essere qui oggi, Corleone è cambiata, ha reagito alla prepotenza della mafia» ha detto Don Luigi Ciotti, l'artefice di Libera, confuso in chiesa tra gli altri officianti ma in prima fila nel lungo corteo che ha accompagnato l'urna verso il cimitero. Tanti i giovani, gli studenti, la gente comune del paese, tra altre bandiere della Cgil, striscioni dell'Arci e di Libera. Una cerimonia laica dopo quella celebrata in chiesa per un socialista impegnato anche nel mondo cattolico. Alla cerimonia ha parlato Placido Rizzotto, nipote del sindacalista, che ha voluto ricordare i quarantadue sindacalisti uccisi da Cosa Nostra chiedendo di «riscrivere la storia di questi uomini, in nome di giustizia e verità per tutti loro. Zio Placido riposa in pace, ora tocca a noi vincere». LEESEQUIESOLENNI Rizzotto, l'ultimo saluto a Corleone «Un eroe civile» I funerali di Stato per il sindacalista ucciso 64 anni fa. Napolitano: «Quel filo rosso da Corleone a Capaci» Camusso, leader Cgil, chiede la riapertura del processo MARCELLACIARNELLI CORLEONE(PALERMO) «Placido Rizzotto è il simbolo di quella Sicilia che ha avuto il coraggio di lottare per conquistare un futuro migliore per i propri figli libero dai condizionamenti della mafia e dall'oppressione del sottosviluppo e della povertà. Il partigiano e sindacalista Rizzotto ha promosso tra la gente comune valori come la giustizia, l'equità e il riscatto sociale che attraverso le lotte sindacali non violente, hanno avuto la forza di trasformare la Sicilia di allora, ridando dignità al lavoro e pane e libertà agli uomini e alle donne». Lo ha detto Mimmo Milazzo, segretario della Cils di Palermo, nell'intervento ai funerali di Stato di Placido Rizzotto, pronunciato anche a nome di Cgil e Uil palermitane. «Unire come lui ha fatto la battaglia per la legalità a quella per i diritti e per il lavoro - ha aggiunto Milazzo - è ancora oggi un principio di grande attualità ed è una condizione necessaria per costruire una società più equa e giusta. I funerali di stato per Placido Rizzotto sanciscono la vittoria dello Stato sull'eversione mafiosa, della memoria sull'oblio, della giustizia sull'ingiustizia, della società civile sull'indifferenza e il cinismo, della Corleone onesta riabilitata dall'immagine negativa che un pugno di criminali ne hanno dato in tutto il mondo». «Le segreterie provinciali di Cgil Cisl e Uil Palermo - ha proseguito Milazzo- tributano a questo eroe contemporaneo non solo gli onori della memoria ma ne raccolgono il testimone, nell'impegno e nella pratica sindacale quotidiana, a seguirne i suoi principi, le sue idee, i suoi valori, le sue battaglie. A partire dalle lotte contro la mafia e per il lavoro che continuano ad essere ancora oggi, nonostante i progressi registrati, le priorità in una terra come la nostra ancora insidiata dalla barbarie criminale e dalla piaga della disoccupazione». All'incontro era presente anche il leader della Cgil Susanna Camusso. I sindacati uniti nel ricordo «Ha trasformato la Sicilia» Simbolo della riunificazione d'Italia La sorella di Placido Rizzotto, Giuseppina durante i funerali di Stato FOTO ANSA . . . Il presidente della Repubblica chiude il giro: «Era un dovere venire qui, dove tutto è cominciato» 10 venerdì 25 maggio 2012
Lo hanno sfiduciato. Il presidente dello Ior, l'Istituto per le opere di religione, professor Ettore Gotti Tedeschi è stato messo alla porta dai cinque laici che compongono il Consiglio di sovrintendenza dell'istituto finanziario vaticano. All'unanimità il vice presidente Ronaldo Hermann Schmitz e da Antonio Maria Marocco, Manuel Soto Serrano e Carl Albert Anderson, tutti ecomomisti di grande prestigio, hanno deciso di non rinnovargli la fiducia. Non è stato un fulmine a ciel sereno. Da tempo i rapporti all'interno dell'istituto si erano deteriorati, pare proprio per dissensi nell'applicazione della normativa per la trasparenza finanziaria che doveva portare la Santa Sede nella «white list» dei Paesi virtuosi in materia di antiriclaggio. In particolare sul ruolo dell'Aif, l'autorità di informazione finanziaria, alla cui testa è stato messo il cardinale Attilio Nicora. Sulla natura e sui poteri di questa autorità vi sono stati scontri che hanno coinvolto anche la segreteria di Stato e che sono arrivati anche sui giornali. Contrasti vi sarebbero stati pure sulla conduzione degli affari dell'ente gestiti dal direttore generale Paolo Cipriani che con Gotti Tedeschi nel 2010 è stato indagato dalla procura di Roma con l'accusa di riciclaggio. Non ha voluto neanche confermare la cosa il professore Ettore Gotti Tedeschi. «Preferisco non dire nulla - ha detto raggiunto telefonicamente dall'Ansa - altrimenti dovrei dire solo brutte parole. Abbiate pazienza». Ma alla fine nel tardo pomeriggio la conferma ufficiale è arrivata dal Vaticano con una nota del direttore della Sala Stampa, padre Federico Lombardi. LAGOVERNANCE «Il 24 maggio 2012 il Consiglio di Sovrintendenza dell'Istituto per le Opere di Religione si è riunito in sessione ordinaria. Fra i temi in agenda - spiega Lombardi -, c'era ancora una volta la governance dell'Istituto. Nel tempo questa ha destato progressiva preoccupazione nel Consiglio e, nonostante ripetute comunicazioni in tal senso al Prof. Gotti Tedeschi, presidente dello Ior, la situazione è ulteriormente deteriorata». Sta qui la spiegazione della decisione assunta. «Dopo una delibera - continua la nota -, il Board ha adottato all'unanimità un voto di sfiducia del Presidente, per non avere svolto varie funzioni di primaria importanza per il suo ufficio». Alla dichiarazione di padre Lombardi segue quella del Consiglio di Sovrintendenza dell'Istituto che dà conto della mozione di sfiducia adottata alle ore 14 nei confronti del presidente Gotti Tedeschi e ne «ha raccomandato la cessazione del suo mandato quale presidente e membro del Consiglio». «I membri del Consiglio - continua - sono rattristati». Si apre una nuova fase. «Il Consiglio adesso guarda avanti, al processo di ricerca di un nuovo ed eccellente Presidente, che aiuterà l'Istituto a ripristinare efficaci ed ampie relazioni fra l'Istituto e la comunità finanziaria, basate sul mutuo rispetto di standards bancari internazionalmente accettati». Oggi si riunirà la Commissione cardinalizia di vigilanza presieduta dal segretario di Stato, cardinale Tarciso Bertone per trarre le conseguenze della delibera del Consiglio. Quanto fosse di peso, ascoltato e influente il professore Gotti Tedeschi, già consigliere dell'allora ministro Giulio Tremonti e chiamato nel 2009 da Benedetto XVI a mettere ordine nelle finanze vaticane, lo testimonia anche il recente e contestato libro del giornalista Nuzzi «Sua Santità». Si oppose anche alla costituzione di un polo sanitario Vaticano in Italia al quale lavorava il cardinale Bertone come soluzione al complesso «San Raffaele» di don Verzé. MONDO Bufera sullo Ior Sfiduciato Gotti Tedeschi Ettore Gotti Tedeschi si è dimesso da presidente dello Ior FOTO ANSA Il presidente lascia. Dimissionato dai laici a capo dell'Istituto: «È venuto meno ai suoi doveri» ROBERTOMONTEFORTE CITTÀDELVATICANO L'affluenza alle urne per le prime presidenziali del dopo Mubarak in Egitto, stando agli indicatori, è stata superiore al 50%. Lo ha detto il capo della commissione elettorale Faruk Sultan, secondo il quale anche la seconda giornata di votazioni è andata complessivamente bene, registrando solo poche violazioni. Le urne si sono chiuse alle 21, un'ora dopo l'orario previsto inizialmente. Il candidato presidenziale dei Fratelli Musulmani Mohamed Morsi è stato il più eletto nel primo giorno di voto in Egitto. È quanto ha affermato il vicepresidente del partito della Confraternita, Giustizia e Libertà, Essam el Erian, il quale ha auspicato che Morsi ottenga lo stesso risultato anche oggi per poter passare senza avere bisogno del secondo turno. Durante una conferenza stampa l'esponente della Confraternita ha criticato le accuse rivolte al movimento dall' altro candidato, Ahmad Shafik, ultimo premier sotto Mubarak. Il responsabile del partito Giustizia e libertà per il Cairo Mohamed el Beltagui, ha osservato che la vittoria di un candidato dell'ancien regime è «impossibile, se le elezioni saranno libere e integre, perchè il popolo che si solleva contro la corruzione e l'ingiustizia non ne accetterà mai il ritorno». L'ex segretario della Lega araba, Amr Moussa, uno dei favorito per la poltrona presidenziale in Egitto, ha invitato Shafik, a ritirarsi dalla corsa alla massima carica dello Stato. Lo riporta l'emittente Al Arabiya su Twitter. Se nessuno dei 12 candidati otterrà la maggioranza assoluta ci sarà un turno di ballottaggio a metà giugno. Elezioni in Egitto Affluenza sopra il 50% 19a FESTA NAZIONALE REGGIO EMILIA ?????? ?????????? CON IL PATROCINIO DI NEI MOMENTI DIFFICILIUNITI E SOLIDALI IL CONCERTO DEI NOMAN DI E' STATO RINVIATO 16 venerdì 25 maggio 2012
Presidenzialismo, il coniglio di Berlusconi L'ANALISI ALFREDOREICHLIN IL COMMENTO LUCALANDÓ ZEGARELLI A P.7 Staino L'ESORDIODIGIORGIOSQUINZICO-MEPRESIDENTEDICONFINDUSTRIA ha colpito per la sobrietà non usuale in tempi di demagogia straripante e per la ragionevolezza con cui ha collegato il ruolo sociale delle imprese (e dei corpi intermedi) all'espansione del lavoro, e dunque alla qualità della vita e della democrazia. Al nostro Paese, travolto più degli altri dalla crisi, serve un patto per il lavoro. Il volto umano della crescita è esattamente il lavoro. Oggi è questa la priorità assoluta della buona politica. SEGUE A P.3 L'EDITORIALE CLAUDIOSARDO Ritorniamo al futuro Lafamiglia «finisce» ateatro BattistiP.23 Le gazzelle del web Ai terremotati i fondi tagliati ai partiti Addioa Nada ragazzadi Bube D'ArcangeloP. 19 Il presidente del Consiglio prima si sbilancia sugli eurobond («I tempi saranno presto maturi»), poi annuncia lo sblocco di fondi per il lavoro giovanile. La frase della ministra del Lavoro fa infuriare Patroni Griffi: «Materia di mia competenza» AP.2 Monti promette, Fornero licenzia Meninblack nella fabbrica diWarhol ZontaP.21 Arriva Squinzi: «Troppe zavorre per le imprese» Un patto per il lavoro Sbaglia chi sottovaluta l'importanza della nostra vittoria elettorale. Capisco tutti i «se» e tutti i «ma» ma certi fatti sono impressionanti. Per esempio il fatto che tutte (o quasi) le città del Nord, il famoso Nord delle partite Iva e del triangolo industriale nel quale si diceva che la sinistra (questa sinistra così stupida, così antipatica, così inesistente) non poteva più mettere piede, sono governate dal Pd. SEGUE AP.17 Il premier rassicura i giovani: «Otto miliardi per battere la disoccupazione» La ministra gela gli statali: licenziamenti anche nella Pa Bersani attacca sugli esodati: presenteremo una nostra proposta E se tornassimo a Darwin? Senza offesa per educatori e pedagogisti, ma la chiave per cambiare la scuola è nascosta tra le pagine del grande naturalista. Quelle che scrisse per spiegare come solo le specie che si adattano riescano a superare il maglio inflessibile della selezione naturale. SEGUE AP.17 L'ItaliasalutaRizzotto«eroecivile» ACorleone i funeralidiStato per il sindacalista uccisoda CosaNostra 64 anni fa.Applausi perNapolitano: «Lamafiaèancoraun pericolo.Dobbiamo vigilare».Camusso: riaprire le indagini BUFALINI, CIARNELLIP. 10-11 L'uscita della Grecia non sarebbe la conclusione di un'evoluzione negativa ma l'inizio di uno sviluppo ancor più negativo MartinSchulz presidenteEuroparlamento La crisi non frena gli stipendi dei manager AP.13 Parma, Grillo «commissaria» il nuovo sindaco Il Cavaliere rilancia sul modello francese: doppio turno ed elezione diretta del Capo dello Stato Ma i tempi non ci sono: è solo una trovata per tenersi il Porcellum Berlinguer fa 90 anni: noi gli vogliamo bene U: Bufera sullo Ior Dimissionato Gotti Tedeschi MONTEFORTE AP.16 Maroni prevede il futuro: Lega via dal Parlamento CARUGATI A P.7 GENTILE AP.9 GRAVAGNUOLO AP.9 Montezemolo lavora al suo partito e spera in Renzi e nel Carroccio post-Bossi Sì della Camera alla riforma che dimezza il finanziamento della politica AP. 6-8 1,20 l'Unità+Berlinguer in omaggioAnno89 n. 143 Venerdì 25 Maggio 2012
Io la pensione l'avevo Ho 59 anni, sono residente in provincia di Monza e nel 1985 dopo 18 anni di lavoro mi sono dimessa per poter accudire le mie due figlie e seguire genitori e suoceri con problemi di salute. All'epoca si maturava il diritto di pensione a 55 anni con 15 anni di contributi quindi avendone lavorati 18 mi dissero di stare tranquilla. Gli ex ministri avevano modificato l'età pensionabile ma avevano anche mantenuto valida la legge dei 15 anni per chi li aveva maturati entro il 1993. Questa tranquillità è stata spezzata dall'ultima riforma del Ministro Fornero che non ha considerato la legge dei 15 anni maturati entro il 1993 ma ha semplicemente generalizzato che servissero i venti anni. Data la crisi economica del nostro paese ero ben convinta di andare in pensione con qualche anno di ritardo ma non di certo di perdere il mio diritto di acquisirla con la nuova riforma di vecchiaia! Tutti i contributi versati dove andranno a finire? I decreti di aggiustamento per me e per le numerose altre persone non sono previsti? Nessuno pensa a questa grave ingiustizia che ha provocato la riforma Fornero? Non si fa nulla? Ma almeno siete al corrente di questa legge che avete annullato? IvanaBrambilla Salvare la leggeBasaglia Il Parlamento mette in discussione la “legge Basaglia”, cioè la legge 180/1978, la riforma delle politiche della Salute Mentale per cui l'Italia è diventata il consolidato punto di riferimento internazionale. Il risultato della votazione in commissione, porterebbe a raddoppiare il periodo di “trattamento sanitario obbligatorio” (Tso), cioè quel delicatissimo istituto in cui viene revocato il diritto di libera scelta di ogni persona, per sottoporla ad un trattamento sanitario in forme coattive. Non solo: si allungherebbe all'inverosimile la possibilità di trattenere una persona contro la sua volontà, fino ad un anno, con evidente soddisfazione di quel sistema di cliniche private che ambisce ad un ben pagato ritorno alla clausura istituzionale delle problematiche di salute mentale. L'azione antiriformatrice, condotta negli indimenticabili anni del governo berlusconiano attraverso una pluralità di progetti controriformatori, troverebbe in tal modo la sua sanzione, con l'accantonamento delle moderne politiche di Medicina Sociale, a favore degli autoritari modelli muccioliani di trattamento delle tossicodipendenze, secondo la lettura semplicistica dell'on. Ciccioli. In un tutto coerente, dall'estensione dei sistemi di comunità di grandi dimensioni, alla diffusione dei centri di reclusione amministrativa per immigrati, in una logica concentrazionaria contraria alle politiche della salute e - si parva licet dei Diritti Costituzionali. Stupisce che il colpo di mano avvenga a poche settimane dalla legge che impone finalmente la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, uno degli ultimi orrori della psichiatria ottocentesca. Ci auguriamo che il Parlamento corregga questa enormità, evitando al nostro Paese di passare da modello planetario di buone politiche della Salute Mentale al medioevo manicomiale. GianLuigiBettoli CaraUnità IL PROGETTO DI LEGGE APPROVATO IERIDALLACAMERADIMEZZAL'ENTITÀDEI contributi statali ai partiti rispetto al picco di 182 milioni di euro all'anno inopinatamente raggiunto nel 2010. Si tratta di un atto di serietà che in molti nel Pd abbiamo chiesto e che il segretario Bersani ha avuto il merito di assumere, anche superando preoccupazioni espresse al nostro interno e resistenze di altri partiti. Il progetto Calderisi-Bressa (Pdl-Pd), tuttavia, sancisce al tempo stesso il passaggio dal sistema dei falsi rimborsi elettorali attualmente in vigore ad un finanziamento pubblico ordinario apertamente dichiarato. Una decisione non ovvia per la stragrande maggioranza dei cittadini italiani che, se fossero chiamati a votare in un referendum simile a quello del 1993, direbbero esattamente la stessa cosa (“no a qualsiasi finanziamento pubblico”) con più forza di allora e con qualche buona ragione. Una scelta che sarebbe stata accettabile, se fosse stata accompagnata da condizioni rigorose, vagamente simili, ad esempio, a quelle poste dalla legge sui partiti tedesca, che si è detto a sproposito di avere imitato. Purtroppo non è andata così. Innanzitutto, il progetto non dice per quali specifiche finalità vengono finanziati i partiti, esattamente per evitare che possano essere effettuati controlli sulla destinazione dei soldi. Non è una mia congettura, è quanto hanno dichiarato apertamente più volte i relatori, secondo i quali non si può permettere a un giudice di sindacare se una certa spesa è in qualche modo riconducibile all'attività politica oppure se si riferisce a finalità che con la politica non c'entrano niente. I controlli continueranno a riguardare quindi la sola regolarità formale delle scritture contabili. In secondo luogo, i soldi vengono dati a partiti che devono soddisfare requisiti molto più generici, riguardo alle loro procedure democratiche interne, di quelli richiesti dalla legge 383 del 2000 alle associazioni di promozione sociale. Per la originaria proposta Bressa-Calderisi era sufficiente che “avessero uno statuto”. Siccome era una posizione palesemente insostenibile, dopo aver rifiutato emendamenti più puntali, è stato almeno approvato, in corner, un emendamento dell'Udc, vago al punto che o non verrà applicato o dovrà essere applicato con una grande discrezionalità dalla magistratura. In questo modo, i soldi pubblici, invece di essere messi a servizio della libera partecipazione dei cittadini, come vuole l'articolo 49 della Costituzione, rischiano di essere, come è accaduto in vari casi sino ad oggi, strumento di potere nelle mani di oligarchie che non devono dare conto a nessuno. Infine, la proposta Bressa-Calderisi stabilisce che il controllo (formale) sui bilanci dei partiti non venga esercitato dalla Corte dei Conti, l'organo che secondo l'articolo 100 della Costituzione ne avrebbe titolo. Viene istituita invece una commissione ad hoc, con sede presso la Camera dei deputati. E i funzionari della Camera sono bravissimi, ma non sono certo abilitati, per diversi motivi, ad assistere una penetrante attività istruttoria sui bilanci dei partiti, organizzazioni i cui leader governano l'istituzione di cui essi sono dipendenti. Si dà così l'idea che i partiti stabiliscano, come al solito, per se stessi, regole speciali, mettendosi al riparo dalle regole che pretendono di imporre ad altri. La proposta di legge C4973 a prima firma Bersani affida non a caso proprio alla Corte dei Conti il controllo. Una posizione che il segretario ha esposto in due conferenze stampa del 14 febbraio e del 26 aprile, quindi anche dopo aver sottoscritto il cosiddetto progetto ABC. Ma poi il gruppo Pd della Camera ha unanimemente bocciato, in Commissione e in Aula, tutti gli emendamenti che davano seguito a quella linea. Per spiegare un tale zig-zag si dice che “il meglio è contrario del bene”, e che il compromesso con il Pdl non avrebbe retto se il Pd non avesse ceduto su questi principi. Ma non è chiaro cosa avremmo ottenuto in cambio dal Pdl, dato che il dimezzamento dei contributi non è certo frutto di una concessione dell'on. Alfano, il quale aveva addirittura millantato l'intenzione di abolirli del tutto. Al netto del dimezzamento, rimane una legge monca, che reintroduce un finanziamento pubblico senza vincolo di destinazione, a partiti senza regole, sottratti al controllo della Corte dei Conti. Una legge che a me pare indifendibile e che dunque non ho votato. Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense,131/L_0154_Roma lettere@unita.it Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 24 maggio 2012 è stata di 97.026 copie Dialoghi Quel programma di Grillo che lascia il segno Finanziamentoaipartiti Perché non ho votato questa legge SI È CONCLUSO LA SCORSA SETTIMANA IL G20 LAVOROCHESIÈSVOLTOINMESSICO.ALCUNIDATISONOEMERSI CONCHIAREZZA:NEIPROSSIMIDIECIANNISARÀNECESSARIO creare, a livello mondiale, 600 milioni di nuovi posti di lavoro per assorbire i 200 milioni di attuali disoccupati ed i 40 milioni di nuove richieste di ingresso nel mercato del lavoro che si manifesteranno annualmente. Il 38% dei senza lavoro attualmente esistenti è rappresentato da giovani. Circa 75 milioni di persone, una cifra imponente. Questi pochi dati ci indicano quanto sia urgente prendere coscienza dei danni provocati dal liberismo, che ha finito con il plasmare il carattere fondamentale della globalizzazione che abbiamo fin qui conosciuto attraverso il dominio incontrastato del mercato a scapito del valore sociale e produttivo del lavoro, a scapito della fabbricazione di beni materiali di qualità e della competitività basata sugli investimenti nella innovazione dei prodotti. Si è scelta invece la strada del minor prezzo possibile della forza lavoro e del suo utilizzo esasperatamente flessibile. In sintesi, un modello sociale e produttivo distorto che ha enfatizzato al massimo il ruolo dei mercati finanziari e della speculazione consegnando loro una sorta di licenza di uccidere. Il risultato disastroso del trentennio egemonizzato dal pensiero unico del "dio mercato", che in alcune circostanze ha trovato anche ascolto nel campo del centrosinistra, è sotto i nostri occhi. Ad esso occorre porre riparo affrontando in primo luogo il tema del ruolo della politica e della sua rigenerazione. Per troppo tempo il tratto dominante dell'azione dei partiti è stato percepito come minato da eccessi di opportunismo, tatticismo, posizionamento ed interesse personale. Se vogliamo che la politica ritorni ai cittadini e i cittadini alla politica, occorre fare uno sforzo di progettazione, di strategia, di visione del mondo. Dobbiamo onestamente riconoscere che, nello sbarazzarci giustamente delle ideologie che hanno caratterizzato il Novecento, non ci siamo preoccupati di ricostruire una nuova e robusta tavola di valori condivisi, a partire da quello dell'uguaglianza. Dobbiamo individuare alcune priorità che costituiscano il profilo programmatico, chiaramente percepibile, della nostra azione. In primo luogo occorre attuare alcune e fondamentali riforme della politica, altrimenti non saremmo più compresi dai cittadini: mi riferisco ai temi della legge elettorale, del finanziamento ai partiti e alla legge costituzionale che prevede il dimezzamento del numero dei parlamentari. Sul piano economico e sociale la priorità va invece data allo sviluppo, sul quale si sta finalmente orientando anche la politica europea dopo il cambiamento di clima politico che si è registrato a seguito delle elezioni, nazionali e locali, in Gran Bretagna, Francia e Germania. Da lì si passa se si vuole dare una risposta convincente al tema della occupazione, soprattutto di quella giovanile. È sotto gli occhi di tutti il fatto che la situazione sociale sia sempre più tesa e che richieda anche risposte immediate su altri due argomenti: quelli del mercato del lavoro e delle pensioni. Sul primo punto è in corso la discussione al Senato che dovrebbe consentire di concludere rapidamente l'iter legislativo. Il continuo rilancio rispetto agli accordi, da parte di alcuni esponenti del centrodestra, ci preoccupa. Non vorremmo che si cercasse di riportare la situazione del mercato del lavoro a quell'eccesso di precarietà che ha fin qui caratterizzato l'occupazione giovanile. La bandiera del Pd deve essere quella dell'inserimento dei giovani nell'occupazione stabile, delle protezioni sociali estese anche al lavoro flessibile e della tutela del lavoro autenticamente autonomo (alzare i contributi previdenziali al 33% anche alle vere partite Iva, significa accollare loro gran parte del costo della riforma degli ammortizzatori sociali). Per quanto riguarda le pensioni esiste l'emergenza dei lavoratori che rimangono per anni senza stipendio e senza pensione a causa di una riforma previdenziale concepita senza alcuna gradualità. Vedremo il testo del decreto del ministro Fornero, appena uscito, che dovrebbe risolvere il problema di una prima tranche di 65.000 lavoratori. Non è sufficiente, perché la questione va affrontata e risolta in modo strutturale: nessuno di questi lavoratori deve essere lasciato solo. Grillo, piaccia o non piaccia, ha un programma chiaro: ecologia come tema centrale, anticapitalismo e critica radicale della finanza, denuncia degli sprechi della politica e del clientelismo. Evidentemente sinistra, destra e centro non sono neppure capaci di organizzare un programma credibile, se giustificano le sconfitte indicando la superiorità di Grillo come comunicatore barzellettiere. CRISTIANO MARTORELLA Parlare male dei politici è diventato tremendamente facile dopo anni di berlusconismo e di celodurismo. Quello che sarebbe sbagliato sottovalutare, però, è il vuoto di proposte che c'è dietro a chi, come Grillo, basa le sue campagne politiche solo sulla critica agli altri: evitando accuratamente di entrare nel merito delle questioni cruciali per la politica di oggi e, presumibilmente di domani. Parole come «ecologia, denuncia degli sprechi della politica e del clientelismo» trovano spazio, purtroppo, nelle dichiarazioni di tutti i leaders di partito oltre che nei comizi di Grillo. In quanto «all'anticapitalismo e alla critica radicale della finanza», non si tratta di temi nuovi se è vero che, dopo Marx, a parlarne sono da sempre tutti i partiti e i movimenti che si ispirano nel mondo alle idee della sinistra. Quello che Grillo dovrebbe dire e non dice è il pensiero che ha (se ce l'ha) sulla Grecia e sull'Europa o sul mercato del lavoro. Volare alto, si sa, piace alle aquile che sono, però, uccelli solitari e poco interessati, di solito, alle vicende degli uomini in carne ed ossa, che faticano lavorando e che sono stati educati da genitori tradizionali a non dirimere tutte le controversie con la perentorietà del vaffa: quella che Giannelli propone come la moneta (unica) dell'era Grillo. Lavoro Riforme, sviluppo, giovani Ripartire da qui . . . C'è bisogno di idee e di visione del mondo . . . Le priorità: occupazione tutele, esodati Cesare Damiano COMUNITÀ Salvatore Vassallo 18 venerdì 25 maggio 2012
Una mano a figli, una sberla ai padri (e ai nonni). Mentre il premier Monti promette miliardi ai giovani contro la disoccupazione, la ministra Fornero auspica il licenziamento degli statali. In mezzo, la riforma delle pensioni e quella del lavoro, entrambe al centro del fuoco incrociato di sindacati, partiti e adesso, con Giorgio Squinzi, anche degli imprenditori. Sembra schizofrenico, umorale, forse è soltanto «tecnico» l'atteggiamento del governo Monti, con il premier che bilancia con una buona notizia le pessime nuove annunciate dalla ministra del Lavoro. Dalla sua Torino, Elsa Fornero fa una piccola invasione di campo e annuncia ai ragazzi della facoltà di Economia la volontà dell'esecutivo di intervenire affinché i dipendenti del pubblico impiego possano essere licenziati. «Mi auguro che qualcosa di simile a quello che abbiamo fatto per i dipendenti privati sulla possibilità di licenziare sia inserito nella delega per i dipendenti pubblici». Sia chiaro: non c'è nessun accanimento sul pubblico, che tra l'altro sconta già il blocco del rinnovo dei contratti nazionali imposto da Tremonti a Brunetta. Rendere possibili i licenziamenti è solo una questione di giustizia o equità: «Non vogliamo difformità di trattamento», con i privati, spiega la ministra che precisa come al piano lavori in tandem col titolare della Funzione Pubblica, Filippo Patroni Griffi. Il quale, scoppiate le polemiche contro l'annuncio della collega, cerca di placare gli animi: «Il tema dei licenziamenti degli statali - dice in una nota - è già previsto nel testo predisposto per la legge delega. A questo punto ritengo sia opportuno approfondire alcuni aspetti tecnici in Consiglio dei ministri». Quindi il tema non sarebbe nuovo. E in effetti è così. Ma dal tono dei commenti sembra comunque che i sindacati non abbiano apprezzato l'uscita della ministra. Cgil, Cisl e Uil, hanno già incontrato Patroni Griffi per un primo confronto in vista del ddl di riforma del pubblico impiego. Al ministero della Funzione pubblica, qualche giorno fa sindacati, Regioni, enti locali e governo, hanno firmato un protocollo che dovrà poi tradursi nel ddl di riforma che Patroni Griffi presenterà al Parlamento. In effetti, in quel protocollo si parla della necessità di regolare i licenziamenti disciplinari, perché quelli di tipo economico, per gli statali li aveva già previsti l'ex ministro Brunetta. Al Parlamento dovrebbe poi spettare la decisione sulla possibilità di reintegrare o licenziare con un indennizzo i lavoratori. È probabile dunque che dietro «il furore ideologico» della ministra verso i licenziamenti del pubblico impiego, così come lamenta per esempio Raffaele Bonanni, si nasconda più il fastidio per l'entrata a gamba tesa sul tema, che il tema in sé. Più una questione di forma che di sostanza, insomma. I dipendenti pubblici, ricorda Michele Gentile, coordinatore settore pubblico per la Cgil, «sono sottoposti ad una chiara regolamentazione, con una disciplina rigida e con le previsione per i licenziamenti scritte nei contratti di lavoro stessi. Ma forse il ministro Fornero voleva riferirsi ai licenziamenti illegittimi? Il nostro di auspicio è che la ministra non si riferisca a questa possibilità che, in ogni caso, non permetteremo sia possibile». Mentre Paolo Pirani, segretario confederale della Uil, incalza la Fornero: «Non si può chiedere uniformità di regole sui licenziamenti tra pubblico e privato, se poi il pubblico viene penalizzato con il blocco del rinnovo dei contratti». ABBIATE FIDUCIA A rendere meno grigia la giornata è il premier, che dà un segno di speranza al forum nazionale dei giovani, ai quali comunque non nasconde lo scenario «catastrofico» dal punto di vista dell'occupazione. Abbiate fiducia, dice Monti ai ragazzi che lo ascoltano, nella riforma del mercato del lavoro che premierà il merito. Quindi annuncia: «In italia il 29 per cento dei fondi strutturali per il 2007-2013, più di 8 miliardi di euro, sono potenzialmente destinabili alla lotta alla disoccupazione giovanile. Sono 460mila i ragazzi che in Europa (128mila in Italia) potrebbero beneficiarne». Il Pd punta i piedi sugli esodati: il decreto del governo ne salva solo 65mila e a Largo del Nazareno la cosa viene giudicata «inaccettabile». È lo stesso Bersani ad annunciare lo studio di una nuova proposta di legge del suo partito alla quale sta lavorando l'ex ministro Cesare Damiano. L'obiettivo è risolvere in modo definitivo il problema dei senza stipendio né pensione creato dalla ministra Fornero. «C'è un buco strutturale nella riforma - sostiene il segretario Democratico - e questo è inaccettabile. Il problema degli esodati va assolutamente risolto, la questione non può essere liquidata dicendo che arriviamo fin qui perché le risorse sono queste, non è accettabile anche se dovesse rimanere fuori un solo lavoratore. Per noi è un elemento insuperabile e bisogna risolverlo». Del resto, era stato lo stesso Monti a dire che «il nodo sarebbe stato risolto, ma per un congruo numero di persone non è ancora così», lamenta Bersani. C'è chi calcola che gli esclusi siano addirittura oltre duecentomila. A tracciare il confine tra chi si salva e chi no è la ghigliottina del 4 dicembre. In sostanza, sono salvi i lavoratori che a quella data sono entrati in mobilità, a seguito di un accordo per l'uscita anticipata dal lavoro. Per tutti gli altri, al momento, non c'è soluzione. Tra questi, i 640 operai dello stabilimento ex Fiat di Termini Imerese e con loro altre migliaia di persone. Per avere un'idea precisa di quanti siano occorrerebbe censire il fenomeno. Un'operazione complessa, anche per l'Inps. Ad ogni modo Democratici e sindacati studieranno insieme qualche soluzione da proporre a Monti, Fornero e Co. «La partita è aperta», avvertono Cgil, Cisl e Uil, che promettono battaglia. I leader sindacali ieri sono intervenuti a margine dell'assemblea pubblica che ha salutato l'insediamento del nuovo presidente di Confinstria, Giorgio Squinzi. Raffaele Bonanni, numero uno della Cisl, chiede uno sforzo in più al governo: «Siamo d'accordo - dice il sindacalista - che i 65mila abbiano una soluzione, ma tanti altri devono averla. Il ministro lo sa, e qualche rassicurazione in più rispetto al passato l'ha data. Occorre rendere concreta la decisione di coprire tutti coloro che sono in difficoltà». Parole che si trasformeranno, qualche ora dopo, in un attacco molto più duro alla ministra, che avverte gli statali dell'intenzione del governo di rendere possibile il licenziamento nel pubblico impiego. Sugli esodati è intervenuto, sempre a margine dell'evento confindustriale, anche Luigi Angeletti. Il segretario della Uil più che nel governo sembra fare affidamento sui partiti: «l problema purtroppo è irrisolto - constata - dovremo trovare una soluzione in Parlamento. Non credo ci sia un'altra strada per trovare una proposta diversa che dia garanzie a tutti». Sulla stessa onda il numero uno dell'Ugl, Giovanni Centrella, che parla di «decreto discriminatorio» e si rivolge al Pd - e all'Idv - che con Bersani si è fatto promotore dell'iniziativa affidata a Damiano: «Ci aspettiamo che alle parole seguano i fatti - dice Centrella confidando nella sensibilità politica e sociale che almeno ai partiti non dovrebbe mancare». . . . «Non vogliamo difformità di trattamento tra lavoratori» Freddezza nell'esecutivo . . . Ma c'è già un protocollo d'intesa con Patroni Griffi che prevede il reintegro per i dipendenti pubblici L'ITALIAELACRISI Entrata a gamba tesa della ministra Patroni Griffi: la materia è di mia competenza Polemica nel giorno in cui il premier apre ai giovani: 8 miliardi di fondi strutturali per il vostro futuro GIUSEPPEVESPO MILANO Monti promette Furore Fornero: statali licenziabili Elsa Fornero FOTO DI ALESSANDRO DI MARCO/ANSA Bersani attacca: «Esodati, creato buco inaccettabile» Il segretario Pd: il governo non ha risolto il problema, presenteremo una nostra proposta G.VES. MILANO Questo grafico illustra la situazione di un lavoratore che ha accumulato un montante rivalutato di 300mila euro in quarant'anni di lavoro e ha versato in media 625 euro inclusa la rivalutazione. Prima va in pensione, più perderà complessivamente in un anno. Questo grafico illustra la posizione di un lavoratore che ha accumulato un montante rivalutato di 500mila euro e che ha lavorato quarant'anni e ha versato in media 1.042 euro rivalutazione inclusa. Se va in pensione a sessantacinque anni perde quasi mille euro all'anno Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani FOTO ANSA 2 venerdì 25 maggio 2012
CANNES JACQUESBIDET Unanuovatraduzioneper l'operadiMarxèoccasioneper affrontare l'oggi ripensando il sistemamercatoalla radice FRESCADISTAMPALANUOVATRADUZIONEDELVOLUME XXXIDELLEOPERECOMPLETEDIMARXEDENGELS,CONTENENTE, IN DUE TOMI, il libro I del Capitale, presentata qualche giorno fa all'Università degli Studi di Milano-Bicocca in una giornata internazionale di stud io sulla rilevanza attuale della critica marxiana Una nuova traduzione di Marx è un evento, e ci dà l'occasione di rivedere e correggere la lingua del marxismo e del socialismo. È un evento come lo sono nuove traduzioni di Freud o di Hegel, che rimettono in questione il nostro modo di pensare i rapporti di sesso o di argomentare in filosofia. Si tratta qui di sapere in quali termini orientarci nel mondo in cui viviamo. Se occorre tradurre di nuovo, questo avviene certamente perché oggi sappiamo meglio di cinquant'anni fa come Marx, attraverso una lunga serie di abbozzi e di correzioni, ha a poco a poco prodotto la sua grande opera e comprendiamo meglio ciò che egli vuol dire, la natura delle sue scoperte. Roberto Fineschi si appoggia a molti decenni di lavoro dei gruppi di lavoro internazionali di Mega2 secondo le norme scientifiche attuali, e ci fornisce una traduzione magistrale, accompagnata da un volume di varianti e di testi marxiani che stimoleranno di nuovo la riflessione; il tutto forma il volume XXXI dell'edizione italiana delle Opere complete di Marx ed Engels che studiosi di varie Università, coordinati da Mario Cingoli di Milano-Bicocca, stanno portando avanti con la piccola e valorosa casa editrice La Città del Sole di Napoli. Non si tratta solo di filologia, ma anche di teoria e di politica. Ad esempio, per tradurre il termine Arbeiter bisogna usare operaio, che rimanda al lavoratore di fabbrica, o è meglio lavoratore? Certo, gli operai sono più numerosi che mai nel mondo d'oggi, ma «lavoratore» include tutti quelli che lavorano sotto il dominio del capitale, che effettuano un lavoro sia tecnico che commerciale, sia fisico che intellettuale, ed è il termine che meglio risponde a quello che aveva in mente l'autore. Marx non è, come molti credono, «un pensatore del suo secolo»; egli analizza il capitalismo nelle sue forme fondamentali, che si esplicano oggi in forme nuove. È anche alle cassiere e alle telefoniste dei call center che si rivolge l'appello «Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!». Il Capitale manifestava la speranza che la logica del capitale sarebbe stata vinta dai colpi dei movimenti popolari che avrebbero imposto un ordine democraticamente concertato tra tutti. Sappiamo che questo esito non è vicino e che la soluzione è senza dubbio più complessa, ma Marx resta il grande ispiratore di ogni analisi critica del capitalismo. All'inizio del Capitale viene contestata subito la pretesa del capitalismo di spacciarsi come «l'economia di mercato», cioè l'ordine naturale al quale si è pregati di conformarsi. Il testo mostra poi che questo non è vero: nel capitalismo, il mercato serve ad un rapporto di sfruttamento, di cui viene smontato il meccanismo. Ma lo slogan liberale conserva la sua efficacia, e non è facile mostrare in quali modi muoversi verso un ordine alternativo. Non è per caso che, in questa giornata di studio, la discussione si sia concentrata sul famoso e difficile inizio dell'opera dove Marx tratta del mercato in generale prima di venire a ciò che è proprio del capitalismo, perché è importante giungere a chiarire cos'è «il mercato», in una situazione in cui il capitalismo si impadronisce di tutto per farne merce in vista di un profitto: di tutte le ricchezze della natura, di tutti i beni pubblici, delle nostre vite dalla A alla Z. E non si tratta solo di sfruttamento di salariati: questo meccanismo esclude una parte via via crescente della popolazione da ogni lavoro, da ogni base sociale di esistenza. Oppure si è pregati di farsi «imprenditori di se stessi», giocando ogni giorno la propria pelle sul mercato, costretti a provare che si è di profitto per il capitale che ci impiega. Non si può affrontare l'oggi se non riprendendo le cose alla radice: rifacendo l'esercizio «radicale» di Marx. È questo, prima di tutto, che si impara dal Capitale. Sette giorni nell'isola diFidel Unaimmagine di scenadel film "Thepaperboy" diLeeDaniels conMatthew McConaughey,Zac Efron,NicoleKidman eJohn Cusack.del Festival FOTO DI ANNE MARIE FOX/ANSA U: «IO FACCIO L'ATTRICE PERCHÉ HO AVUTO UNA VITA PARTICOLARE E VENGO DA UN POSTO PARTICOLARE (L'AUSTRALIA, NDR). Fin da quando avevo 5-6 anni mi inventavo qualunque cosa per sognare di andarmene. Quando ho scoperto che esisteva un lavoro che ti permetteva di diventare qualcun altro, girare il mondo… e ti pagavano pure, ho detto: è mio!». Poi, quando fai l'attrice e sei Nicole Kidman, diventi pure una diva. E questa è storia. Ieri Nicole è arrivata a Cannes per ThePaperboy, il nuovo film di Lee Daniels (in concorso). C'è da dire che nei momenti promozionali ha trovato pane per i suoi denti: accanto a lei c'era Macy Gray, l'immensa cantante soul che nel film recita (molto bene) in un ruolo importante e che è un fenomeno di simpatia. Nicole vestita di rosso, Macy fasciata in un tailleur verde: mancava una nota di bianco per fare il tricolore. Facevano corona a queste due star tre notevoli manzi, per la gioia del pubblico femminile: John Cusack, Matthew McConaughey e soprattutto l'ex pischello Zac Efron (quello di High-SchoolMusical), che mostra generosamente i muscoli e dimostra di essere cresciuto come uomo e come attore. SUDOREANNI SESSANTA The Paperboy è un torrido mélo sudista ambientato negli anni '60. Lee Daniels, il regista di Precious (uno dei film più sopravvalutati degli ultimi anni, ma è un'opinione personale), ha preso il romanzo di Pete Dexter e ne ha accentuato l'aspetto razziale: siamo infatti in Florida al tempo delle lotte per i diritti civili, e la storia è narrata dalla domestica nera (Macy Gray) della famiglia Jansen, editori del giornale locale di Lately, la cittadina dove si svolgono i fatti. Il vecchio Jansen (Scott Glenn) è separato dalla moglie e ha due figli: Jack (Efron), un ventenne sessualmente impacciato morbosamente legato alla madre assente, e Ward (McConaughey), divenuto giornalista del Miami Times. Ward torna al paesello con un collega per indagare su un uomo condannato a morte: Hillary Van Wetter (Cusack) è accusato di aver sventrato come un maiale lo sceriffo della contea, ma il processo è stato una farsa e i due giornalisti sognano lo scoop alla Truman Capote (il new journalism è citato in una battuta abbastanza perfida). Il tramite per arrivare a Van Wetter è Charlotte Bless (Kidman), una donna molto bella e altrettanto suonata che adora scrivere ai condannati a morte e si è innamorata del balordo per corrispondenza. Il primo incontro in carcere è strepitoso: i due cronisti vorrebbero parlare del caso, ma Van Wetter, che vede Charlotte per la prima volta, le ordina di aprire le cosce (citazione della famosa scena di BasicInstinct, ma a differenza di Sharon Stone la Kidman non si è dimenticata la biancheria intima) e si masturba davanti a tutti, prima che le guardie disgustate lo riportino in cella. L'indagine prosegue, e nel suo corso il giovane Jack si innamora disperatamente di Charlotte: «Tu vedi in me tua madre, la ragazza pon-pon del liceo e una Barbie zoccola, tutte insieme», gli dice Charlotte prima di liberarlo dal fardello della verginità. Le prove a carico di Van Wetter vengono smantellate e l'uomo, appena liberato, va a casa di Charlotte e si rifà del tempo passato in carcere. È una scena in cui la Kidman e Cusack sembrano veramente due zozzoni del Sud, una delle cose più «sporche» ed erotiche viste da tempo sullo schermo. Daniels ha girato una versione pulp, aggiornata al gusto di oggi, di celebri melodrammi hollywoodiani tipo La lunga estate calda, La gatta sul tetto che scotta o Piano piano dolce Carlotta. È un genere che funziona quando le atmosfere sudate del Sud sono rese da grandi attori, e bisogna dire che il cast di Paperboy è superbo. Il film è una produzione a basso costo, Nicole Kidman racconta – forse un po' vezzosamente – di essersi truccata da sola perché non c'erano soldi nemmeno per il make-up. Trovata promozionale? Probabile. Lei è Zac Efron si fanno complimenti a vicenda («Ero innamorato di lei dai tempi di MoulinRouge», dice lui: mettiti in coda ragazzo, dov'eri ai tempi di Eyes Wide Shut?) mentre Macy Gray, con quella voce-grattugia che fa di lei una cantante irripetibile, dispensa elogi a tutti: «Zac è senza pantaloni per metà film e quindi in molte scene ero un po' distratta, mentre Matthew è l'uomo più sexy del mondo anche se il suo personaggio è gay». Sissignori, era torrido quel set. Kidman nel torrido Sud Unmelòhollywoodiano inversionepulp ALBERTOCRESPI CANNES Paperboyèunastoriadi sesso, razzismoegiornali all'epocadeglianniSessanta. ConNicole ingrandeforma eunastrepitosaMacyGray Il«Capitale»oraèancora più vicino al nostro capitalismo UN FESTIVAL «MEDIO», SCRIVE LIBÉRATION ACCENNANDOADUNPRIMOBILANCIO.«Nessun capolavoro» dice il «popolo» della Croisette. Il timore di una kermesse minore - nonostante i soliti grandi nomi che a mo' di anatema circolava già al debutto si è dunque rivelato veritiero. Anche le sezioni collaterali, da sempre la vera linfa vitale del festival, quest'anno hanno riservato poche sorprese. Per non parlare delle «proiezioni speciali» a cui ormai sono abbonati i soliti noti. A loro un posto non si nega mai. Il nome di richiamo è più importante della qualità. Per cui la bufala è sempre in agguato. Un caso per tutti? Polluting Paradise del turco-tedesco Fatih Akin. Nonostante la sua più che rispettabile fama stavolta il regista di Soul Kitchen è tornato al documentario raccontando la lotta di un paesino turco contro una devastante discarica. Risultato: i servizi di Report della Gabanelli sono sicuramente più interessanti. Il caso più eclatante, però, è sicuramente quello che ha portato a schierare, proprio l'altra sera – a notte fonda – Benicio Del Toro, Pablo Trapero, Julio Medem, Elia Suleiman, Gaspar Noé, Juan Carlos Tabio e Laurent Cantet. Per loro la sala Debussy strapiena e un pubblico in delirio di fronte ad uno dei soliti film collettivi, più che cinema operazioni di marketing intorno a temi engagé. Stiamo parlando, infatti, di 7 giorni a l'Avana, sette episodi, uno per ciascun regista, da cui emerge un affresco a tratti anche molto ironico dell'isola di Fidel. Il più divertente quello del palestinese Suleiman che gioca, evidentemente sui presunti legami politici che legano i due paesi. Il resto sono soprattutto belle cubane e storie poco originali. Sempre tra i nomi di richiamo delle «proiezioni speciali» figura anche il documentarista americano Ken Burns. La sua passione per la storia lo porta stavolta (insieme a David McMahon e Sarah Burns) a raccontare il caso di uno di quegli errori giudiziari a danno dei neri che dicono del razzismo mai sconfitto degli americani. S'intitola The central Park Five e ricostruisce l'arresto e la condanna di cinque ragazzi neri e ispanici che nel 1989 furono accusati dello stupro di una donna bianca. Dopo aver scontato dai sei ai tredici anni di prigione fu trovato il vero colpevole. Il documentario ci rimanda il clima, le manifestazioni di protesta e le testimonianze degli stessi protagonisti. Attraverso il consueto e tradizionalissimo linguaggio dei documentari televisivi. Un po' poco, insomma, per un festival di cinema. GABRIELLAGALLOZZI INVIATA ACANNES 20 venerdì 25 maggio 2012
DueraccontidiErmannoRea elasperanzadiunrisveglioche sioppongaalla rassegnazione e lacombatta: la resurrezione diunapartedinoi PAOLODIPAOLO WEEKENDLIBRI SOTTOLAQUIETEDELLAFORMA-UNASCRITTURACOSÌLINEARE,TRASPARENTE - C'È QUALCOSA CHE BRUCIA. Nel primo dei racconti che compongono il dittico di Lacomunista, Ermanno Rea scommette tutto sulla sincerità: niente dovrà perciò inquinare e tradire questo presupposto. Tanto più che per Rea si tratta di un ritorno: a una stagione della sua vita e a una protagonista di quella stagione, Francesca - Francesca Spada - già al centro del romanzo del 1995 Mistero napoletano. È la «comunista», una presenza irrequieta, vivace e discussa - attivista politica, firma dell'Unità - nella Napoli di metà 900, morta suicida all'inizio degli anni 60. Rea immagina di incontrarla come si incontra un fantasma (come insomma si incontrano i «propri fantasmi» - nel senso anche del fare i conti con le proprie passioni e convinzioni di un tempo ormai alle spalle). Le parla, la ascolta, cammina con lei attraverso la Napoli di oggi. C'è un'aria confidenziale e allarmata, in questo incontro; una tensione non solo intellettuale ma emotiva, che rinvia a una complicità e a un affetto mai sopiti («Quel richiamo ai battiti del suo cuore mi colpì: c'era con tutta evidenza ancora carnalità in lei, sentimento»). Francesca costringe il suo interlocutore a svelarsi, a mostrarsi anche fragile, a mostrare le proprie incertezze, il pessimismo e la sfiducia che a volte gli chiudono l'orizzonte. La stessa Francesca appare stupita e smarrita di fronte alla coltre di disincanto che avvolge la città da cui si era assentata: «Ai miei tempi le cose non stavano così. Non che Napoli non avesse le sue piaghe, ma negli occhi della gente c'era la luce della speranza. Ora, non ho incrociato che occhi spenti, uomini e donne prigionieri del buio». Appaiono così tanto più luminose ed eroiche le mattine nella redazione napoletana dell'Unità, «convinti non dico di dover cambiare il mondo, ma Napoli sì». Rea ripercorre con Francesca le polemiche seguite alla pubblicazione di Mistero napoletano (la «difesa» di una comunista eccentrica, l'atto d'accusa contro la cecità degli stalinisti italiani), e torna con la memoria a una presentazione del libro. All'intervento di un anonimo lettore - «parlava con calma, lo sconosciuto, senza enfasi, con una precisione che definii là per là algebrica» - su un riscatto possibile del Sud: «un'autonomia amministrativa capace di dar vita a un sistema di soddisfacente sopravvivenza collettiva». Forse un'utopia, ma praticabile se venisse acceso l'entusiasmo dell'impossibile. A Rea sembra di riconoscere nelle parole dello sconosciuto la luce degli «eterni entusiasmi» di Francesca, l'ardore e la generosità dell'amica che non può dimenticare. In fondo questo strano e allucinatorio libro - racconto, lettera, pamphlet - spinge verso la metafora di una resurrezione laica, possibile. La resurrezione dell'entusiasmo, dunque la resurrezione di Francesca in Ermanno Rea - il risveglio di qualcosa che si oppone alla rassegnazione e la combatte; la resurrezione di sé, di una parte di noi. «Si può risorgere soltanto traducendo in parola il nostro disordine, facendone oggetto di accanito scandaglio». È ciò che fa Rea, cercando un antidoto al pessimismo che lo assale e ci assale, aspettando quel «gesto traumatico», quella rottura violenta che può segnare l'inizio di una fase nuova. Il secondo testo, L'occhio del Vesuvio, dialoga in modo un po' misterioso col primo. Sembra un racconto zen. C'è il sogno di un vecchio grecista di edificare un'enorme e strabiliante biblioteca domestica, e c'è il tentativo di un giovane polacco incontrato per caso, Tadeusz, di realizzarlo. Ma cosa accade a Tadeusz, armato di entusiasmo e di belle speranze? Cosa, a un certo punto, lo fa desistere? Qualcosa che blocca l'utopia, che non la difende dall'indolenza, dal fatalismo, dalla rassegnazione. È la vista dello «sterminator» Vesuvio, la presenza del suo occhio minaccioso la ragione di un sogno lasciato a metà? Rea sparge molta sottile ironia nelle pieghe di questo curioso racconto, e ne fa il perfetto controcanto - altrettanto visionario - a quello sulla «pasionaria» Francesca. Scuotendo il lettore intorpidito e perplesso, costringendolo - se non a risorgere - a tentare un risveglio. LIBRI Stripbook www.marcopetrella.it LA COMUNISTA. DUESTORIE NAPOLETANE ErmannoRea pagine 144 euro 12,00 GiuntiEditore ANapoli siaggira il fantasma della comunista IlVesuvio «trasfigurato» inuna foto diMimmoJodice UN LIBRO DEDICATO A EUGENIO MONTALE (1896-1981)DAPARTEDIUNODEISUOIPIÙIMPORTANTISTUDIOSI,ELIOGIOANOLA:Montale. L'arte è la forma di vita di chi propriamentenonvive (Jaca Book, pp. 388, euro 32). Gioanola, già docente di Letteratura italiana all'Università di Genova, firma una monografia pensata per un vasto pubblico, eppure ricca di novità interpretative. Il volume giunge infatti al culmine di un percorso di ricerca dettato dalla convinzione che, almeno per gli scrittori dei quali si dispone di materiale interpretativo adeguato, siano criticamente fecondi i rapporti tra il vissuto e l'opera. «Sono sufficientemente seguace di Jean Starobinski - spiega il critico - per ritenere che qualunque lavoro letterario, anche il più sublimato, non sia comunque frutto dell'immacolata concezione. In questo libro ho quindi scientemente contaminato dati di provenienza biografica e interpretazione critica vera e propria». In esso troviamo infatti la storia di una formazione, la visitazione degli ambienti culturali attraversati, la ricostruzione degli incontri decisivi vissuti e dei personaggi che ne sono protagonisti, la storia del concepimento e della costruzione delle diverse raccolte, l'interpretazione dei maggiori testi sul fondamento degli innumerevoli elementi chiarificatori, di diversa provenienza, venuti alla luce. Nell'interpretazione di Gioanola, a trent'anni dalla morte, Montale resta ancora tutto intero e la sua statura di gigante del firmamento letterario appare inequivocabile. «Con in più - aggiunge lo studioso - le cose venute alla luce nel frattempo: epistolari, interviste, testimonianze. Inoltre, dal momento della morte, la critica non ha mai cessato di interessarsi a questo poeta. Per lui la poesia non è mai stata una professione, ma un testimonianza del disagio dell'artista contemporaneo nell'epoca dell'imporsi delle grandi ideologie, oltre che dei miti derivati della scienza e della storia». Del resto Montale è stato un grande innovatore: ha avuto il coraggio di rifiutare le pseudo-novità che fiorivano attorno a lui nel primo Novecento. Spiega Gioanola: «Non gli interessavano le proposte delle diverse avanguardie nate col nuovo secolo (la poesia pura, il crepuscolarismo, il futurismo), a cui pure avevano dato il loro tributo poeti come Apollinaire, Ungaretti, Pound e tanti altri. In esse egli sentiva troppa deferenza al ribellismo di facciata, ansia di sperimentazione ad ogni costo, artificio. Fin dall'inizio c'è in lui volontà nuda di testimonianza della condizione interiore, da esprimere “torcendo il collo alla retorica” e quindi col massimo rigore espressivo». Da qui la sua devozione all'oggetto, e non certo per nostalgie realistiche. Alla base di tutto c'è la sofferenza profonda data da ciò che dopo di lui si chiamerà proverbialmente «male di vivere». Ilgigante Montale travita epagine ROBERTOCARNERO robbicar@libero.it Sapessicomeè stranoessere due micetti aPechino: protagonistidi questastoria inagrodolcesono infattipropri due felini: Soia, il rossoe baldanzoso, Tofu,piccola erandagia.Si ritrovano a condividereuno stessotettoe i medesimiumani,diventando presto inseparabili. QuandoSoia diventerà testimonialdi una campagnapubblicitaria, lastrana coppiasaràcoinvolta in un'avventuraspericolata fuori daglihutong del centro. L'INCREDIBILE STORIADI SOIAETOFU PallaviAiyar pagine 167 euro 14,00 Feltrinelli Cosametteun poetanei suoi taccuini?Sequesto poeta è Simic la risposta èsemplice: frammentiche transitanofra realtàe sogno,oggetti enigmatici, ricordidel presente e premonizionidel passato, appuntidi uno sguardosuo malgrado insonne.Simic, cui la formaoscillante tra l'aforismae la prosabrevesembra particolarmentecongeniale, siedea giudicaresestessoe il mondo.Ed èun giudice-poeta chiaroveggenteebizzoso. IL MOSTRO AMAIL SUO LABIRINTO CharlesSimic pagine 149 euro 12,00 traduz.ABottini Adelphi Unpiccolo tesoroper gli estimatoridiCelati: il suo libro d'esordio,diventatoormai introvabile,e ora ripubblicato con un'appendicedellostessoautore conalcunipassaggi audaci censuratidallaprima edizione. Il protagonistadel libroè un insegnanteperseguitato davoci interiorie incubid'infanzia.Una sarabandadi personaggie visioni irresistibile,dove lamissione finale è instaurare una dittaturadei maestri.Risate surreali. COMICHE GianniCelati pagine209 euro 15,00 Quodlibet U: 24 venerdì 25 maggio 2012
D.Z. SilentSoulsèunfilmsospesoeprofondocheracconta l'ereditàdiunpopoloanticoassorbitodagli slaviedai russi WEEKEND CINEMA COSA CIFA L'AGENTE JAY (ALIAS WILLSMITH) INVETTA ALCHRYSLERBUILDINGDINEWYORKINCOMPLETONERO CON IN MANO UNO STRANO AMULETO d'argento e di pietre forgiato e sugli occhi degli occhiali da moto per difendersi dal vento? Si sta per lanciare nel vuoto sottostante cercando di infilare - secondo le indicazioni di un improbabile negoziante di televisori - una porta temporale che lo conduca direttamente al luglio 1969, il giorno prima del primo lancio sulla luna. Nel suo presente, sopra la testa volteggia una tremenda minaccia aliena penetrata nella sfera terrestre non più difesa dalla maglia magica di uno scudo lanciato decenni prima dall'allora giovane agente K. Questo è l'attimo fuggente, se l'agente Jay sbaglia il lancio, se non riesce a tornare indietro nel tempo non solo il mondo perirà, ma il suo compagno d'avventura, l'agente K, morirà di morte certa e dolorosa. Non chiedeteci perché, è troppo complicato da spiegare, ma sappiate che K sta per essere ucciso proprio il 16 luglio 1969 da un alieno screanzato e orribile, davvero un mostro mostruoso, Boris detto «l'animale», un essere pieno di orifizi e fauci che svelano artigli letali. È incazzato nero perché ha passato 40 anni in una prigione di sicurezza sulla luna e perché da quel 16 luglio ha perso il braccio a causa di K. Ora libero, vuole tornare indietro nel tempo e sistemare le cose. Dunque, siamo ancora lì in cima al Chrysler Building con l'agente Jay che non ce la fa proprio a buttarsi giù e un attimo dopo è in caduta libera. Il volo è un passaggio misterioso e verticale nelle epoche e nei tempi, ma senza un criterio cronologico, come se la curva del tempo ripiegandosi avesse fatto coincidere il Giurassico con gli anni Sessanta (alla faccia di Terrence Malick). È mancato un pelo che si schiantasse, ma ce l'ha fatta, Jay è negli anni Sessanta. Ora, il suo problema non è tanto l'abbigliamento, giacché la divisa rigorosamente «in black» è perfettamente in stile anni Sessanta, quanto il colore della sua pelle, nera, che dà all'occhio più del vestito in quel frangente di tempo. Ma Jay non si offende, anche se ruba una macchina decappottabile di lusso, tiene a precisare che non tutti i neri sono ladri! INCONTRIOPTICAL È certo che incontrerà l'agente K nei suoi vent'anni (magnifico Josh Brolin), meno cupo del suo omonimo (Tommy Lee Jones), ma comunque determinato e tosto, e con lui proverà a salvare il mondo ex post in una girandola pazzesca di «incontri optical». Negli anni Sessanta, dovete sapere, che il mondo è infestato di animali alieni così come lo è quello presente dei Men in Black, agenti che devono pulire la terra dalla feccia aliena. Eppure non c'è stata epoca che meglio abbia ipotizzato un'estetica altra, aliena, extra in un «melting pot» oggi struggente ma all'epoca realmente trasgressivo. C'è una scena, forse memorabile, in cui Jay e K irrompono nella factory di Warhol (che è un agente travestito del man in black) muovendosi a loro agio nello zoo colorato dei prototipi warholiani in cui il più ingenuo sembra una giraffa strafatta atterrata da marte. Il terzo episodio di Men In Black, come si sarà capito, è una sorta di prequel dei precedenti con un'idea di sceneggiatura (abbozzata da Ethan Cohen) non certo originale, ma molto efficace per il suo immaginario, capace di immettere nuovi tasselli nella storia di amicizia tra Jay e K. D'altronde non si viaggia nel tempo per nulla, e oltre a salvare il mondo si cerca sapere qualcosa di più della propria storia, del dove veniamo e chi siamo. L'agente Jay, orfanello, vedrà in faccia la sua storia e il mistero di K. I fan della serie rimarranno affascinati perché, oltre alla forza della storia, c'è anche l'uso mirabolante degli effetti speciali. Il 3D è anche in questo caso inutile, costa solo più della metà del biglietto normale. UNUOMOINBICICORRESUDIUNASTRADACOSTEGGIATA DI ALBERI E, AL DI LÀ DI ESSI, DA SQUARCI DI CAMPI PERSIFINO ALL'ORIZZONTE. Due uccellini in gabbia sono ben ancorati alla bicicletta, e anch'essi corrono nei campi ma senza volare. La voce profonda di un uomo ci dice che gli zigoli, questo è il nome degli uccelli, sono molto diffusi in Russia, sono piccoli e di colore giallo-verdi, uccelli comuni e semplici, come le persone che abitano la comunità di quei villaggi russi. Poco dopo lo stesso uomo è in accappatoio e scrive parole sconosciute di un'antica lingua ugro-finnica su di un computer, unico mezzo moderno in una casa semplice e vecchia. La stessa voce narrante di prima, la sua, ci dice che quest'uomo ha quarant'anni, non ha famiglia e lavora in una cartiera locale, in una zona remota e sperduta della Russia. La macchina da presa ora si muove leggermente, indietreggiando, come ad aprirsi verso qualcosa di più grande che comprende la storia di quest'uomo e della sua gente, eredi lontani di un popolo scomparso, uno dei tanti affluenti confluiti nel grande Volga russo. Aist, questo è il suo nome, discende dal popolo dei Merja, ugro-finnico, vissuto nelle regioni dove ora sorgono le città di Rostov, Kostroma, Jaroslav e Vladimir. Scomparso 400 anni fa è stata assimilato dagli slavi e poi dai russi. Tra le poche tracce che attestano la sua sopravvivenza restano dei toponimi, in particolare i nomi dei fiumi. Ecco, non sappiamo niente di questo popolo, eppure ci troviamo di fronte a un loro rappresentante. Sembra un russo, a tutti gli effetti lo è, eppure condivide con altri membri di quella comunità una serie di tradizioni, costumi ma anche gesti, modi di dire, parole perse. È nell'ambito di una di queste tradizioni, la più potente, che Aist si trova a condividere con il suo capo i funerali della moglie di lui, non in un cimitero, ma in un on the road «finnico» fino alle rive di un lago dove il corpo avvolto da una coperta verrà bruciato. Durante il viaggio il marito farà il «fumo», come dicono i Merja, racconterà all'amico momenti intimi della sua storia d'amore e solo alla fine scoprirà del suo amico un segreto ancora più profondo. Presentato a Venezia, vincitore di diversi premi, Silent Souls è un film sospeso e profondo, un canto funebre magico e meravigliosamente fotografato. Andate in sala a vederlo, merita il grande schermo. ALBERTOCRESPI Nella fabbrica diWarhol Viaggio spericolato nel tempo per il terzo«MenInBlack» DARIOZONTA Cantofunebreperunamico StoriadiAist, erededeiMerja DALROMANZO Unadelle scenechiavi da«SilentSouls» diAlekseiFedorchenko incui il protagonista si ritrova al rogo funebre diunsuoamico Un'altracorsa nel tempoper iMen In Black III persventare l'attacco diun alienomolesto epersalvare lavita dell'agente K MEN INBLACK3 RegiadiBarry Sonnenfeld ConWillSmith, Tommy LeeJones, JoshBrolin, JemaineClement Usa2012 - SonyPictures SILENTSOULS RegiadiAleksei Fedorchenko Con IgorSergeyev, YuriyTsurilo, Yulia Aug, IvanTushin T Russia2010 -Microcinema VERREBBE DA DIRE: FINALMENTE! ANNUNCIATO ALMENO TRE O QUATTRO VOLTE, ARRIVAALCINEMA Moltoforteincredibilmente vicino, il film di Stephen Daldry ispirato al romanzo di Jonathan Safran Foer pubblicato in Italia da Guanda. Un film che sicuramente aspirava a una vita diversa fin dal momento del casting: un regista candidato tre volte all'Oscar (per Billy Elliott, The Hours e The Reader), uno sceneggiatore-star (Eric Roth, (Forrest Gump), tre divi come Tom Hanks, Sandra Bullock e Max Von Sydow, un tema forte - l'11 settembre - per di più coniugato in modo strappalacrime attraverso la storia di un bambino… C'erano tutte le condizioni per il colpaccio, ma non è andata così. Il film ha superato di poco quota 30 milioni di dollari negli incassi Usa (robetta) e ha avuto solo 2 candidature agli Oscar, senza vittorie. Visto a Berlino, mesi fa, Molto forte incredibilmente vicino è effettivamente una mezza delusione. La trama, a cavallo tra mélo e film enigmistico, è imperniata su Oskar Schell, un ragazzino il cui papà è morto nell'attentato alle Torri Gemelle. In una scatola nascosta in un armadio, Oskar trova una chiave in una busta, sulla quale il padre ha scritto la parola «black». Ossessionato dalla cabala e dalla cartografia, Oskar decide trattarsi di un messaggio, si convince che «black» sia un cognome e si mette a cercare tutti i signori e le signore Black di New York. Il suo diventa un viaggio in una metropoli segnata dal dolore, ma che lotta eroicamente per ritrovare la propria identità. Alla fine della ricerca Oskar non sarà forse riuscito a mettersi in contatto con la memoria del padre, ma avrà sicuramente imparato cose importanti sul mondo in cui vive. Il problema è che tale lezione è raccontata in modo piatto e didascalico, senza le sfumature del romanzo originale. Tom Hanks e Sandra Bullock sono i genitori di Oskar. Il bambino è Thomas Horn, oggi 15enne, famoso in America per essere un campione del popolarissimo quiz televisivo Jeopardy. Bravissimo, fin troppo: quasi impressionante. Oskar e lamemoria dell'11/9 MOLTOFORTE INCREDIBILMENTEVICINO regiadiStephen Daldry Usa,2011 - Distribuzione: WarnerBros U: venerdì 25 maggio 2012 21
Il volantino di un' improbabile sigla anarco-insurrezionalista diretta al quotidiano Il Tempo. Una lettera della sedicente brigata Gino Liverani, personaggio della colonna marchigiana delle br, recapitata alla sede dell'Ansa di Ancona. Un'altra missiva analoga stoppata prima di arrivare a destinazione. Vere o false che siano, la miccia è accesa. Il virus del terrore e dell' eversione sembra aver attecchito. E si verifica quello che analisti ed esperti, come ha fatto ieri il generale Giorgio Piccirillo direttore dell'Aisi, stanno dicendo in chiaro in dichiarazioni pubbliche: «Alcuni ambienti considerano le tensioni derivate dalla crisi una favorevole opportunità per rilanciare l'iniziativa combattente ed é ipotizzabile che in tali ristretti ambienti trovino slancio tentativi di aggregazione delle forze residue e di reclutamento delle nuove leve nel riavviare i programmi eversivi». Detto in due parole il clima sociale cosí teso per via delle crisi economica e il vuoto dei partiti percepiti come incapaci di intercettare la richiesta di buona politica, sono ottimi ingredienti per risvegliare i nostalgici della lotta armata nelle sue piú diverse forme. Gli allarmi dei massimi vertici delle forze di sicurezza e dello Stato raccontano, e certo non abbassano, questa pericolosa febbre. I fatti di ieri sarebbero stati, in altri tempi, di scarso rilievo. Poco piú di una breve un cronaca. La lettera alla redazione de Il Tempo è firmata da Kommando Bestia, una sedicente sigla anarco-insurrezionalista che in altri momenti non sarebbe stata neppure presa in considerazione. L'attendibilità del documento è al vaglio degli esperti. Il Kommando annuncia a breve «azioni per fare il massimo danno possibile soprattutto a livello economico». «Rivendichiamo - si legge - la pretesa di considerare il terrore che si scatenerà di qui a poco come un periodo costituito di azioni individuali. Ogni azione dovrà essere attribuita alle singole cellule che si coprono sotto la sigla della Federazione anarchica informale». E poi: «Questa rivendicazione è attendibile. Siamo informali, anonimi e sarà difficile trovarci». Se è vero, ha tutta l'aria di essere l'atto di nascita di una nuova cellula che critica «l'azione sconsiderata e improduttiva della cellula Olga che ha deciso la gambizzazione dell'ad Ansaldo» ma sembra condividere, almeno in prospettiva, l'uso delle armi. «La violenza - si legge - potrebbe risultare una valida e tragica necessità più avanti». Il Kommando critica («ci sminuiscono») «gli interventi ipocriti di sostegno da parte degli ex Br in carcere che si abbuffano di gloria cantando alle telecamere che è il momento giusto per la rivoluzione». E se la prende anche con i grillini («ci sminuisce il rapporto con la società circostante, a partire dai grillini che nel luglio 2011 ci glorificavano»), con «i precari e gli indignatos, soldataglia che prima si lamenta della crisi e poi si lamenta degli scontri di piazza». Un linguaggio improbabile, di cui sfugge la strategia, un tutti contro tutti che immagina «sogni di gloria terroristici di stampa dannunziano». Paccottiglia verbale, verrebbe da dire. Un po' più strutturato il linguaggio del volantino Br, in fotocopia segno che altri ne arriveranno a destinazione nei prossimi giorni, recapitato alla redazione dell'Ansa di Ancona. Che si dissocia dall'attentato alla scuola di Brindisi («non sono gli studenti il nostro obiettivo») e annuncia la ripresa «della lotta contro padroni, classi dirigenti, banchieri e prostitute di stato». L'unica cosa seria sembra la firma, «Brigata Bruno Liverani», personaggio minore della colonna delle Br marchigiane dove sono nati anche due padri fondatori, Patrizio Peci e Mario Moretti. Un nostalgico di quella stagione che prende in prestito un nome vero per dare una firma a parole in libertà? In ogni caso, come si vede, documenti che acquistano spessore - è il caso di dire - solo per il contesto in cui ne viene decisa la diffusione: gli allarmi dei vertici delle forze dell'ordine a febbraio («gli anarchici sono pronti ad uccidere»); l'attentato di Genova (8 maggio); la tensione dopo il tuttora misterioso attentato all'istituto femminile di Brindisi; gli anniversari per il ventennale degli attentati a Falcone e Borsellino con la carica di emozioni e di rabbia che si portano dietro; le inchieste che non finiscono mai e ricominciano sempre; l'allarme del capo dello Stato che avverte: «Lo stragismo può tornare». Quello delle mafie. E quello del terrorismo. Fatti veri, fatti solo annunciati, analisi e allarmi: difficile dire cosa venga prima e cosa dopo. Di certo non aiutano, anzi fanno da concime a questo clima, la disaffezione alla politica e il qualunquismo. «L'anarco-insurrezionalismo è un terrorismo annunciato e costituisce sicuramente il pericolo attuale in Italia» ha ribadito il prefetto e capo della polizia Antonio Manganelli. Brutto clima. Non erano solo «rumors». Anche se il condizionale, in realtà, è ancora d'obbligo: la commissione disciplinare presieduta dall'ambasciatore italiano presso la Santa Sede, Francesco Maria Greco, avrebbe effettivamente concluso la lunga istruttoria sul caso Vattani, il diplomatico salito a maggio scorso sulla ribalta fascio-rock di Casapound. Di tempo le feluche se ne sono preso parecchio per guardare il video che ritrae il futuro console Mario Vattani, allora consigliere diplomatico di Alemanno, mentre, davanti a un tripudio di braccia tese, a maggio scorso, intonava, dalla sua produzione musicale fino ad allora anonimamente attribuita a Katanga, che la Repubblica italiana è tutto «un vivere in mezzo alla merda dei cani». La vicenda fu sollevata il 29 dicembre dall'Unità. Cinque mesi dopo l'organo di disciplina interno alla Farnesina avrebbe preso la sua decisione. Sei mesi di sospensione dal servizio. Questa sarebbe la sanzione suggerita dalla commissione disciplinare, dopo mesi di braccio di ferro, pressioni, colpi di scena. Mancherebbe ora solo la firma del ministro Terzi. E la sua approvazione. Si capisce che nell'incertezza delle notizie i parlamentari che avevano presentato una prima interrogazione sul caso Vattani - Morassut, Giulietti e Porta - preparino una nuova interrogazione per chiedere al ministro se e quali siano effettivamente le conclusioni a cui è arrivata la commissione disciplinare. Da Terzi per ora arriva solo una risposta scritta all'interrogazione presentata dai parlamentari del Pdl, Gasparri in testa, contro la decisione della Farnesina di richiamare a Roma il console di Osaka, senza attendere appunto gli esiti della commissione disciplinare. Il riferimento alla passata militanza nel Fronte della Gioventù, che aveva suscitato l'ira dei parlamentari del Pdl formatisi come Vattani nella giovanile del Msi, c'entra ben poco. Come è costretto a chiarire il ministro. Se la Farnesina ha deciso di richiamare a Roma il console di Osaka è per il suo comportamento «incompatibile» con le alte funzioni di rappresentanza dell'Italia all'estero, che gli sono state attribuite. E ben documentato - viene da aggiungere - nel video pubblicato dagli stessi organizzatori della serata fascio-rock. Possibile che i parlamentari del Pdl non l'abbiano visto? Più che probabile se lamentano che Vattani, richiamato a Roma, non potrà tenere il previsto ricevimento per la festa della Repubblica presso il consolato di Osaka. Quel ricevimento - assicura Terzi - si terrà lo stesso. Anche senza Vattani. Sospensione di Vattani Manca ancora la firma del ministro Fascio-rock: il console generale a Osaka, Mario Vattani FOTO ANSA MARIAGRAZIA GERINA mgerina@unita.it Messaggi lasciati davanti all'istituto Morvillo-Falcone dove è esploso l'ordigno che ha ucciso Melissa Bassi e ferito altre cinque studentesse FOTO ANSA Ci sarebbero altre immagini riprese da telecamere di altri negozi del quartiere che potrebbero inchiodare il killer- attentatore della scuola di Brindisi. La rivelazione arriva, in quel modo curioso tipico di questa indagine, dal preside dell'istituto Morvillo Angelo Rampino che ieri mattina si è messo davanti alle telecamere raccontando dettagli («ho visto altri filmati dell'attentatore») poi smentiti. E ha dato annunci, («quell'uomo ha le ore contate») di nuovo smentiti dalla cronaca del giorno. Bisogna capire che l'emozione a Brindisi è tanta. E la voglia di verità e giustizia spunta fuori anche dalle secolari pietre bianche della città. Ma questi annunci possono solo danneggiare. «Io le immagini non le ho viste - chiarisce il preside - ma mi è stato riferito che si vedrebbe l'uomo girare nella zona, prima dell'attentato». Secondo il preside, ci sono anche immagini dell'attentatore riprese «forse nella via di fuga dopo l'esplosione». Dunque, è la conclusione, il killer «ha i giorni contati perché stanno elaborando le immagini, quindi si vedrà chi è stato e verrà preso». Alle parole del preside, gli investigatori replicano con secche smentite. Di questa come di altre presunte verità: il doppio comando all'ordigno; il detonatore di fabbricazione romena; la pista internazionale. «Non abbiamo ancora neppure la certezza dell'esplosivo utilizzato per fare l'innesco sul becco delle bombole, l'esplosione ha ripulito la scena del crimine». E via via che il laboratori analizzano le immagini dell'attentatore riprese dalla video sorveglianza del Chiosco, l'uomo non sembra più nemmeno “offeso” nel suo lato destro. Quello che è vero è che il pool di investigatori - sono in tutto una decina divisi per tematiche - dedicato all'esame delle immagini delle varie telecamere della zona, che essendo commerciale ne ha parecchie, non escludono l'ipotesi di trovare lo stesso uomo in altre immagini di altre telecamere. Una conferma all'ipotesi che l'uomo sia stato in zona «fin dalla notte». Ma ci vuole tempo. E pazienza. Questi casi o vengono subito risolti oppure richiedono tempi lunghi. E anche fortuna. Continuano le rilevazioni planimetrali per la posizione dei reperti nell'area davanti alla scuola. Vengono ascoltati studenti, docenti, collaboratori, chiunque abbia avuto contatti con l'istituto professionale. «Ma - è convinto il preside - l'attentato non è una vendetta nei confronti della scuola». Più passano i giorni e più diventa probabile l'ipotesi che angoscia gli investigatori: l'uomo del telecomando non è di Brindisi. E ha avuto qualche complice. Resta fredda l'ipotesi che la strage, un morto e cinque feriti gravi, tutti 15 e 16 anni, sia stata opera della mafia locale. Ieri davanti a scuola è comparso anche il cordoglio dei detenuti del carcere Borgo San Nicola di Lecce. I boss piangono Melissa. Brindisi, «altre immagini dell'attentatore» ITALIA . . . Davanti alla scuola il manifesto di cordoglio dei boss detenuti nel carcere di Lecce Un'altra lettera firmata Br Ora c'è il rischio emulazione Una missiva recapitata alla sede dell'agenzia Ansa di Ancona tiene alta la tensione. È firmata «Brigata Bruno Liverani» A Il Tempo un secondo volantino con una sigla improbabile CLAUDIAFUSANI ROMA . . . La firma ricorda un personaggio minore della colonna marchigiana delle Br C.FUS. ROMA venerdì 25 maggio 2012 15
ESSERE MATERIA LETTERARIA, EVIDENTEMENTE, ERA IL SUO DESTINO. NON SOLO PERCHÉ NADA GIORGI, MORTAIERIA85ANNI,era la donna che aveva donato i tratti somatici e caratteriali a Mara, protagonista femminile del più famoso romanzo di Carlo Cassola, La ragazza di Bube, pubblicato nel 1960 da Einaudi e premiato con il Premio Strega, ma anche perché la vita di Nada è stata un vero e proprio romanzo mai scritto. Eroina vitale, innocente, travolgente un po' ingenua e ricca di slanci nel personaggio che ne fa Cassola, Nada Giorgi ha dedicato l'intera vita reale a difendere e rivalutare la figura del marito, Renato Ciandri, ritenuto colpevole del duplice omicidio al centro della vicenda di Madonna del Sasso, una località nei pressi di Firenze dove nel 1945, con le tensioni ancora vive e gli animi devastati dalle atroci violenze di guerra, due carabinieri furono prima attorniati e poi disarmati e uccisi dalla folla. Una storia per cui Ciandri pagò con la latitanza e con il carcere, e che la stessa Nada ha raccontato in un libro-intervista pubblicato nel 2006 e intitolato Nada, la ragazza di Bube: «Ci sistemammo un po' lontano dalla chiesa. C'erano ragazzi che cantavano gli inni partigiani, eravamo felici. A un certo punto un gruppo di sei partigiani voleva entrare in chiesa e il prete non li faceva passare perché, diceva, con i pantaloni corti non si passa. E quelli a replicare “ma come, qui dalla mattina alla sera ci sono lavoratori con i pantaloni corti, perché noi si deve passare?” Il maresciallo, che era con i carabinieri, vide il prete in mezzo ai partigiani e scese cercando di accomodare le cose. Domandò cosa fosse successo e quelli risposero che il prete non li faceva entrare in chiesa. Il maresciallo di rivolse al prete e disse di ringraziare anche loro, perché erano ragazzi che avevano aiutato a salvarci dai tedeschi, e che si sentivano di andare in chiesa bisognava farli passare. Ma il figlio del maresciallo, che aveva 17 anni, nel vedere il babbo circondato dai partigiani forse ebbe paura, aveva una pistola, sparò e uccise un partigiano e successe quel che successe. Noi vedemmo arrivare un ragazzo che gridava “ci hanno ammazzato un compagno, ci hanno ammazzato un compagno!” Era morto un partigiano di Polcanto. Renato non uccise nessuno quel giorno, eppure fu costretto a pagare molto più dei responsabili». Una storia senza lieto fine come ne accadono solo nei romanzi più autentici, e che Cassola aveva mistificato per necessità drammaturgiche, o meno probabilmente, come sostenne la critica marxista ai tempi dell'uscita del libro, per comunicare attraverso la narrazione di partigiani fallaci, il proprio sentimento di delusione verso il comunismo. L'incontro con Cassola, Nada Giorgi, nel suo libro intervista lo descrive in modo piuttosto freddo, non lasciando trasparire alcun sospiro di risentimento: «Scendemmo dal camion per andare in un bar a prendere un caffè e incontrammo lo scrittore. Quando vide Renato abbracci e saluti: il padre di Cassola aveva fatto scuola a Renato a Volterra. Poi mi presentano Cassola, era la prima volta che mi vedeva. Renato raccontò quel che era successo alla Madonna del Sasso e concludemmo sperando nel 2 giugno, come al giorno della vera liberazione». Garbugli che oggi appaiono privi d'importanza. Perché, in qualsiasi modo siano andate le cose, verrebbe da dire, ciò che conta è che sia Nada che Mara si sono guadagnate un posto nella memoria collettiva. CANNES : NicoleKidmannelSuddegliUsa,storiadisessoerazzismo P.20 WEEKEND : «MenInBlack3»alcinema,«Lacomunista»diErmannoReada leggere, ildiscodagregariodiDaveGahan(senzaDepecheMode)daascoltare P.21-24 NADAGIORGI La ragazza diBube Èmortaa85anni ladonna che ispirò il romanzo di Cassola U: StoriepartigianePassòtutta lavitaadifendereerivalutare la figuradelmaritoRenatoCiandri, accusatodiunduplice omicidioalcentrodellavicendadiMadonnadelSasso GIANCARLOLIVIANO D'ARCANGELO Lalocandina di«La ragazzadiBube» conClaudia Cardinalenel personaggio ispiratoa Nada Giorgi Eroinavitale, innocente, travolgente Il librofu pubblicato nel 1960 evinse ilPremioStrega venerdì 25 maggio 2012 19
L'EDITORIALE CLAUDIOSARDO Costruire un patto per il lavoro Il neopresidente di Confindustria boccia la riforma del lavoro Ai sindacati: essenziale l'accordo di giugno SEGUEDALLAPRIMA Intorno a questo obiettivo si devono raccogliere le forze che intendono riportare l'Italia in seria A: speriamo che si riesca a trasferire su questo terreno la competizione politica, anziché sul teatro dei comici e dei cavalieri dove, a dispetto di tante parole, le sofferenze delle persone e delle imprese sono filtrate dalle lenti spesse della politologia e della propaganda. Non era affatto scontato il messaggio di Squinzi. Le classi dirigenti italiane, comprese quelle imprenditoriali, hanno non di rado manifestato sentimenti assai diversi. Tra chi ha conteso a Squinzi la presidenza era evidente l'intento di costituire un vero e proprio «partito dei padroni», capace di condizionare in modo diretto il gioco della politica. Non che la Confindustria in passato sia mai stata neutrale, neppure quella di Squinzi lo sarà, ma il tema è se rassegnarsi alla fine della contrattazione nazionale, e con essa all'eliminazione delle autonomie sociali. La spinta che viene dalla Fiat di Marchionne va esattamente nella direzione di una destrutturazione dei corpi intermedi. Erano il tesoro indicato dalla nostra Costituzione: sono diventati la zavorra di cui liberarci in nome della competitività. Il neo presidente di Confindustria invece ha detto ieri il contrario. Ha detto che occorre ripartire dall'accordo interconfederale del 28 giugno (accordo a cui Fiat si è sottratta). Ha detto giustamente che occorre ora «definire l'effettiva rappresentatività dei soggetti negoziali», rafforzando la democrazia sindacale. E soprattutto ha provato a stilare un'agenda per tutti coloro che, appunto, hanno a cuore l'espansione del lavoro: sgravi fiscali volti a favorire la capitalizzazione delle imprese, le assunzioni, l'export; riforma della Pubblica amministrazione; ricerca e sostegno all'innovazione; politiche industriali degne di questo nome. Squinzi di certo difenderà fino in fondo gli interessi che rappresenta. Lo hanno dimostrato le parole dure con cui ha bocciato la riforma del mercato del lavoro oppure l'emendamento, approvato dal Senato, per incentivare la partecipazione dei lavoratori all'azionariato delle aziende. Tuttavia Squinzi ha mostrato un'apertura a quel patto per il lavoro, che è indispensabile per il futuro del Paese e che sarebbe un errore non cogliere come una sfida positiva. Sarebbe un errore ancora più grave dal momento che nelle classi dirigenti molti sono tentati da fughe o scorciotoie e anche nel governo dei tecnici c'è chi straparla con preoccupante frequenza. Squinzi ha invece detto che il valore sociale dell'impresa sta nella capacità di andare oltre il guadagno dei singoli, e anche oltre il mercato. Non può dargli torto chi crede nel binomio sviluppo-solidarietà. Certo, resta forte la domanda di equità e di riduzione delle diseguaglianze che preme sull'auspicabile patto per il lavoro: le imprese non possono sottrarsi perché troppo a lungo hanno sostenuto la coincidenza tra la ricchezza individuale degli imprenditori e l'interesse generale del Paese. Oggi sarebbe un passo avanti indicare come obiettivo non l'arricchimento dei singoli, bensì quello delle aziende, che possono così investire di più in lavoro, ricerca, innovazione. Poteva ieri Squinzi raccogliere applausi facili dicendo anche lui qualche frase alla Grillo o alla Montezemolo sui politici incapaci e corrotti. Non lo ha fatto dando così una lezione di umiltà: chi vuole davvero ricostruire comincia sempre dai propri errori. Ora verrà la prova dei fatti. Il primo contratto da rinnovare è proprio quello dei chimici, settore dal quale Squinzi proviene. Poi ci sarà la fine della legislatura e l'inizio della prossima. Per riportare l'Italia in seria A bisogna uscire dalla Seconda Repubblica imboccando la giusta strada. Il mondo del lavoro può scoprire di avere in comune molti più interessi che in passato. Il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi FOTO DI SAMANTHA ZUCCHI/ANSA Da ieri sulla Gazzetta Ufficiale si trovano i cosiddetti coefficienti di trasformazione per il calcolo della pensione sulla base dei contributi versati. Si tratta di parametri calcolati su diverse variabili (dalle prospettive di crescita alle aspettative di vita) che determineranno l'entità dei futuri assegni pensionistici. I nuovi coefficienti saranno validi per tre anni e verranno applicati a partire da gennaio prossimo. Tra il 2013 e 2015, questi parametri incideranno (in media e rispetto ad oggi) negativamente del due o tre per cento sull'assegno degli under 65, mentre favoriranno (fino al 16 per cento) chi lascia il lavoro a settanta anni. Un meccanismo automatico «profondamente iniquo», e solo «apparentemente equo», perché «i lavori non sono tutti uguali», commenta la segretaria confederale della Cgil, Vera Lamonica, che sottolinea «la necessità di rivedere l'impostazione del sistema creato dalla riforma per restituire gradualità, solidarietà e la necessaria flessibilità. Mentre in Francia si corregge una riforma delle pensioni molto meno rigida di quella italiana - continua Lamonica - da noi si misura l'insostenibilità sociale di un sistema diventato punitivo ed ingiusto». L'obiettivo è tornare a crescere, e per farlo l'Italia deve puntare sull'impresa e liberarsi delle zavorre. Non con annunci e promesse, ma con interventi concreti, con una «nuova politica industriale per la crescita». Perché «la bassa crescita è determinata soprattutto dalla difficoltà di fare impresa». Il neopresidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, nel suo discorso d'insediamento all'Assemblea dell'associazione (che l'ha votato col 94% dei voti, il che archivia la spaccatura con i bombasseiani, almeno per il momento) usa il consueto tono pacato e all'insegna del dialogo con il governo, le banche e i sindacati, ma le sue parole non fanno sconti nel criticare soprattutto la riforma del lavoro e la revisione della spesa pubblica, giudicata inadeguata, oltre all'eccesso di pressione fiscale. Davanti ad una platea che conta politici, banchieri e sindacalisti insieme agli industriali, Squinzi mette in fila le priorità da affrontare e indica all'esecutivo la strada da prendere per invertire la rotta. Quattro le «urgenze assolute»: la riforma della Pubblica amministrazione, più volte chiamata «la madre di tutte le riforme», strettamente correlata all'accelerazione dei pagamenti della pubblica amministrazione, un problema che gli ultimi decreti di Monti non hanno risolto. Tanto che «alle banche e allo Stato - dice Squinzi - chiediamo uno sforzo aggiuntivo». Altri punti essenziali, tagli «veri» alla spesa pubblica per abbassare le tasse («non possiamo accontentarci di una spending review che sia solo una bella analisi dei tagli possibili»), perché «gli italiani stanno sopportando grandi sacrifici e non capiscono perché l'Azienda Stato non possa risparmiare come risparmia l'impresa nella quale lavorano», e la fine di un fisco diventato una «zavorra intollerabile», che arriva al 68,5% per le aziende, a fronte del 52,8% in Svezia, del 46,7% in Germania e del 37,3% nel Regno Unito. Infine, si fa per dire, la certezza del credito alle imprese che ormai sono a rischio «sopravvivenza». Priorità che il governo non è ancora riuscito a centrare, secondo Squinzi. Che infatti passa all'attacco: oltre che sulla spending review, sulla riforma del mercato del lavoro, che «appare meno utile alla competitività del Paese e delle imprese di quanto avremmo voluto. Modifica il sistema, ma non sempre in modo convincente». Tra i punti meno apprezzati, le «forme di cogestione e codecisione», cioè la partecipazione dei lavoratori alla gestione dell'impresa, tema affrontato con un emendamento in Senato. Il passaggio successivo non può che riferirsi ai sindacati, ed è qui soprattutto che si chiarisce la natura dialogante del neopresidente (che di se stesso dice «io personalmente mi ritengo un uomo del dialogo»). Squinzi non parla di licenziamenti, neppure cita l'articolo 18, e non punta il dito contro la Cgil. Chiede a tutti una «forte unità di azione», «buone relazioni industriali» e, soprattutto, «di dare attuazione» all'accordo interconfederale del 28 giugno 2011, considerato «essenziale». «Serve il doppio livello di contrattazione, nazionale e aziendale, moderno, flessibile e adattabile alla necessità delle imprese». L'IMPRESAALCENTRO Se un'altra parola chiave del discorso d'esordio di Squinzi è Europa (anzi, «Stati Uniti d'Europa»), mancano invece riferimenti diretti ai partiti, alla politica e alle riforme istituzionali. Con l'effetto di ricentrare l'attenzione sull'impresa, e l'invito ai colleghi a tornare ad occuparsi a tempo pieno di fabbriche, prodotti, marchi ed esportazioni. Il proposito immediato è arrestare «l'emorragia» di imprese che chiudono e di persone che perdono il lavoro e «restituire fiducia e speranza» al Paese. Ricordando che gli industriali hanno una precisa «responsabilità sociale» nei confronti dei lavoratori, della comunità, e una «responsabilità storica nei confronti dei giovani», ai quali Squinzi dedica una passaggio significativo. Chiamato direttamente in causa, il governo risponde. Corrado Passera (Sviluppo) immagina «una task force entro l'estate che elabori proposte operative perché l'Italia diventi un luogo più facile per le imprese», il collega Filippo Patroni Griffi (Semplificazione) invita Squinzi «per un confronto operativo sulla riforma della p.a. e le semplificazioni», cui «siamo disponibili da subito». Alla ministra del Lavoro, Elsa Fornero, non resta invece che difendere la sua riforma che, dice, «va considerata nella sua complessità». Apertura di credito al neoeletto leader di Confindustria da parte del mondo politico. «Semplice, sobrio e non demagogico. Ha segnalato problemi seri e ha messo la barra sulla p.a. Come dargli torto?», commenta lasciando l'assise il segretario Pd Pier Luigi Bersani. Che punta l'attenzione sulla crisi: «Di questi tempi, crescita è una parola grossa: dobbiamo almeno limitare la recessione con un po' di liquidità - dice - e, soprattutto, impedire l'uscita della Grecia dall'euro». Giudizi positivi su molti punti della relazione, anche se resta l'attesa della «prova dei fatti», arrivano dai sindacati. Cgil, Cisl, Uil e Ugl aprono al nuovo presidente dei confindustriali, il che è già di per sè significativo. «La relazione contiene una forte e positiva domanda di semplificazione. E insieme una forte domanda di governo - dice per la Cgil Fabrizio Solari, che all'assemblea fa le veci di Susanna Camusso, in Sicilia per i funerali in memoria di Placido Rizzotto - Se questo significa una presa d'atto che il mercato da solo non risolve i tanti problemi che dobbiamo affrontare è una buona notizia». Solari apprezza «il riferimento all'accordo del 28 giugno», e considera positivo il passaggio sul superamento del concetto di derogabilità dai contratti. Per il segretario Cisl Raffaele Bonanni, tra le molte note positive, una di delusione, rispetto alle critiche di Squinzi alla democrazia economica, «che è invece un veicolo importante per superare la crisi - dice Bonanni - Nessuno pensa alla codecisione, ma ad una forte partecipazione dei lavoratori al rischio ed agli utili dell'impresa, con le azioni in mano ai lavoratori. Pensiamo a forme avanzate di partecipazione, ma anche di indirizzo e controllo come in Germania». MARCOTEDESCHI MILANO . . . Il nuovo leader degli industriali elenca quattro priorità per tornare a crescere . . . Apertura di credito da parte di Cgil, Cisl, Uil Apprezzamenti anche nel mondo politico In pensione a 65 anni Si perdono molti soldi Squinzi: la burocrazia zavorra le imprese LAURAMATTEUCCI lmatteucci@unita.it venerdì 25 maggio 2012 3
Lascomparsadel sindacalistaattraverso i ricordideiparenti.Dal cimitero«fatto» incasaal silenzio:«Nonpotevamo direcheeranostrozio» IL RACCONTO JOLANDABUFALINI INVIATA ACORLEONE Il presidente Giorgio Napolitano ai funerali di stato per Placido Rizzotto FOTO ANSA Left, quella perizia sul boss Provenzano e la trattativa sul 41 bis Nella notte tra il 9 e il 10 maggio scorso, steso sulla sua branda nella cella di massima sicurezza del carcere di Parma, Bernardo Provenzano si è infilato in testa un sacchetto di plastica. Stando al verbale del Gom - il reparto della Polizia penitenziaria che si occupa dei detenuti al 41 bis - davanti alla telecamera di sorveglianza che lo monitora 24 ore su 24, il capo di Cosa nostra ha provato a tirare fino alla bocca la busta. La guardia penitenziaria, che aveva appena preso servizio dopo il cambio turno, si è subito precipitato nella cella e ha sfilato il sacchetto dalla testa di Provenzano. L'intenzione del superboss era davvero quella di soffocarsi o era un segnale? La perizia a cui è stato sottoposto a marzo dai medici nominati dalla Seconda corte di Assise di Palermo, traccia un profilo psicologico molto netto del boss. «Non ci sono alterazioni di forma e contenuto del pensiero». «Può partecipare coscientemente al processo e difendersi utilmente». Resta l'interrogativo: perché quel gesto? Alcuni non sono riusciti ad entrare, tanti altri affollavano i banchi in fondo della Chiesa madre di Corleone. Sono i giovani delle cooperative che gestiscono le imprese e i beni sottratti alle mafie. Oggi a Corleone, nella casa che fu di Provenzano, c'è il museo dell'antimafia e nella casa che è stata dei nipoti di Totò Riina c'è l'ostello che d'estate ospita i campi della legalità. Le cooperative sono tre, la più antica è «Non solo lavoro» il cui presidente è Calogero Parisi, poi ci sono le cooperative agricole «Pio La Torre» e «Placido Rizzotto». La Torre venne a fare il segretario della camera del lavoro subito dopo l'uccisione di Placido. Racconta Vito Lo Monaco, che presiede il centro studi sul parlamentare ucciso nel 1982, «si preparava l'occupazione delle terre e, per questo, con La Torre i contadini raccoglievano le semine». Quando poi il movimento partì, le sementi erano pronte per fecondare le terre occupate. Pio fu arrestato a 18 chilometri da Corleone, a Bisacquino. Per i ragazzi e le ragazze delle cooperative in Chiesa parla Valentina: «L'eredità di Placido è la dignità del lavoro». Quando nacque la prima cooperativa furono assegnati 10 ettari di terreno sequestrati ai nipoti di Luciano Liggio. Nessuno era disposto a prenderli perché confinavano con altre proprietà di mafiosi. Ora le cooperative del consorzio Libera terra coltivano nel corleonese 150 ettaria grano, legumi, uva, pomodori. «Lavoro e non solo» era nata in un'altra parte della Sicilia, a Canicattì. E quel «non solo» sta per il disagio mentale, su cui si è specializzata. Le persone con disagio mentale ora sono spesso anche soci della cooperativa e fanno parte dei consigli di amministrazione. L'arrivo a Corleone di questi ragazzi, con la presidente dell'Arci che è Anna Bucca, arrivata da Milazzo, appartiene a una stagione straordinaria, quella del 1993 e 1994, in quel risveglio della società siciliana che seguì alle stragi di capaci e via D'Amelio. Nacque allora la Carovana della legalità, con Rita Borsellino e Luigi Ciotti. Don Ciotti li ha chiamati in causa, ieri, parlando davanti al cimitero, nella cerimonia laica che ha seguito quella religiosa: «La riscossa è partita da Corleone». «Il lavoro è prima che un diritto un bisogno necessario per crescere come persone libere» e, rivolto ai giovani delle cooperative: «Voi siete gli orgogliosi figli dell'intuizione di Pio La Torre e del sogno di Placido Rizzotto, di cui le cooperative hanno raccolto l'eredità morale». L'intuizione di La Torre è stata quella di colpire la mafia negli interessi economici. Il sogno di Rizzotto si nutriva della lotta per la denuncia della violenza e – «diciamola questa parola», sottolinea Don Ciotti, «la denuncia della mafia». Parola che in Chiesa, dove ha parlato il vescovo di Monreale Di Cristina, non è stata pronunciata. L'indicazione che venne da La Torre sulla confisca dei beni, continua don Ciotti «è stata migliorata nel 1996, con l'iniziativa di Libera che portò all'indicazione dell'uso sociale». Ma questo non ha risolto tutti i problemi, «ci sono 3500 beni definitivamente confiscati che non si possono assegnare perché sono ipotecati. Bisogna riuscire a sbloccare tutto questo». Susanna Camusso rafforza il discorso del fondatore di Libera: «Le cooperative non soltanto danno lavoro ma restituiscono dignità a mestieri come quelli agricoli spesso abbandonati. E soprattutto lì non entra il caporalato». Dalla forza di questo movimento che, a Corleone ha visto impegnati anche i sindaci, a cominciare da Pippo Cipriani fino alla neoeletta Lea Savona, deriva il rifiuto deciso della segretaria nazionale della Cgil del ritorno dei beni confiscati al libero mercato. «Non si può correre il rischio che questa ricchezza torni nelle mani della mafia». Don Ciotti annuncia che i prodotti delle cooperative saranno, insieme a tanti altri prodotti, utilizzati dal Quirinale per il ricevimento della festa della Repubblica e «ci sarà anche il vino Placido Rizzotto». Carmelo quando videche Placido non eratornato a casa per lanotte, quel 10 marzo1948, uscì di casa e an-dò a chiedere notizie, lo avevano visto? Quando lo avevano visto l'ultima volta? Con chi? Si era allontanato? Come si era allontanato? Qualcosa seppe il povero Carmelo, il padre di Placido: seppe della passeggiata con Pasquale Criscione, gabelloto del feudo Drago e intuì. Giuseppa aveva 15 anni, allora, è l'unica sopravvissuta oggi che si ricorda di Placido vivo. Ieri era seduta in prima fila nella Cattedrale e ricorda: «Quando papà Carmelo tornò a casa e ci disse vestitevi di nero, perché Placido è morto». Rosa non era la mamma di Placido e Nino, era la seconda moglie di Carmelo, a cui aveva dato cinque figlie femmine. Quella notte mamma Rosa non aveva chiuso occhio, anche lei uscì, sfidando la consegna del silenzio. E continuò a chiedere facendosi accompagnare dalle figlie grandi, Biagia e Giovanna. Incontrò Criscione e quello fu evasivo, ma «la sua faccia di veleno, bianca e tremante» le fece capire tutto. Il nipote che porta il nome del sindacalista segretario della camera del lavoro di Corleone ha detto ieri, parlando nella cattedrale: «Io non ti ho mai conosciuto, ma ricordo nonna Rosa, vestita a lutto fino alla fine», mentre i mafiosi volevano «la tua cancellazione completa, buttando il tuo corpo dove nessuno lo troverà più». Il nipote Placido e la sorella Giuseppa ricordano il colonnello Luca e il capitano Carlo Alberto Dalla Chiesa che promise di trovare gli assassini. E mantenne la promessa, anche se Luciano Leggio e gli altri furono assolti. Ma ci sono altri, almeno altri 44 sindacalisti uccisi, che ancora chiedono verità e giustizia. ILBAMBINOUCCISO Un testimone c'era, lo ha ricordato, in chiesa Emanuele Macaluso: «Oggi dobbiamo piangere anche il pastorello». Era il pastorello Giuseppe Letizia, lui vide uccidere e fu ucciso. Aveva 13 anni e la mattina dell'11 marzo fu trovato dal padre febbricitante, nel delirio raccontò di aver visto fare un uomo a pezzi. Disse anche i nomi che i genitori non fecero. Il capo mafia della zona, quello da cui Luciano Liggio a quell'epoca prendeva gli ordini, era il medico Michele Navarra. Quando il ragazzino fu portato in ospedale gli fece una iniezione d'aria che probabilmente provocò un'embolia. In questi giorni, quando si è sentito affermare che la mafia non ammazza i bambini è bene ricordare che questo codice d'onore non esiste. La mafia ammazza chiunque si frapponga ai suoi piani. Antonio Rizzotto non aveva mai conosciuto i lontani cugini. Lui è nato a Messina e fa il medico a Viterbo. Ieri li ha abbracciati per la prima volta. Suo nonno, il cui padre era emigrato nella Sicilia Orientale, quando il discorso veniva sul sindacalista ucciso diceva al nipote. «Questo è un nostro parente ma non lo devi dire». Non lo doveva dire perché c'era la vergogna dei morti ammazzati per mano della mafia. «Noi non andavamo al cimitero», racconta Francesca Paola Di Palermo, figlia di Giovanna. «Andavamo a casa di nonno Carmelo e lì si faceva un altare con al centro l'ingrandimento». L'ingrandimento è una fotografia ingrandita di Placido Rizzotto, «mettevamo ceri e lumini davanti al tuo volto bello e serio». Questo quadro, l'ingrandimento, quando mamma Rosa è morta lo ha ereditato la figlia Giovanna e, dalle mani di Giovanna è passato in quelle di Francesca che ieri se ne è, «sia pure con grande difficoltà e dolore», separata. L'ingrandimento ora troverà posto nella cappella, insieme all'urna con i resti di Placido Rizzotto. La cappella sarà costruita con le pietre portate da tutta Italia, da tutte le camere del lavoro che ieri affollavano l'ingresso del cimitero di Corleone, dove sventolavano tante bandiere rosse della Cgil. L'ANTICIPAZIONE Le cooperative di lavoro l'eredità del sindacalista Sono tre e sono composte da giovani e amministrano i beni confiscati a Cosa nostra Oggi coltivano 150 ettari a grano, legumi e uva J.B. INVIATA ACORLEONE CIRCONVALLAZIONEDI PALERMO,POIBIVIOPER MARINEOEDOPO IL PAESESIENTRA IN UNADELLEZONE PIÙ AFFASCIANTIDELMEDITERRANEO,CON UNACAMPAGNACHEA PERDITA D'OCCHIOÈ UNSALISCENDI DIPRATI, ROCCEE BOSCHICHELA PRIMAVERA ESALTANEI MOVIMENTIE NEICOLORI. Venti minuti e, se si prende a destra, si va alla Portella, se si prosegue, si arriva a Corleone. Una lunga fila di auto ieri mattina è salita fin lassù. Non era mai successo in queste dimensioni. Altri presidenti ci erano già venuti ma Napolitano ci arriva in compagnia di tutte le istituzioni della Repubblica venute per partecipare ai funerali di Stato di quel sindacalista che la mafia voleva cancellare per sempre. Un sindacalista figlio di una terra di mafia e di antimafia. Nessuna zona della Sicilia esprime meglio di Corleone le due facce della Sicilia, ribadendo come scrive Holderlin che «là dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva». L'antimafia si è sviluppata nella resistenza al sopruso e all'ingiustizia. Per questo ammazzarono Placido Rizzotto. E per gli stessi motivi uccisero altri 42 sindacalisti. La prima volta che andai a Corleone intervistai un giovanissimo nipote di Rizzotto. Era prima delle stragi del '92 e il clima in questa cittadina era asfissiante. Riina e Provenzano erano ancora liberi e comandavano a casa loro. Ci voleva coraggio a parlare con chiarezza della presenza della mafia in questo borgo dove i palermitani non andavano volentieri e l'omertà era un atteggiamento di connivenza ma anche di sopravvivenza. Anni terribili, in cui riapparvero dalla latitanza le famiglie di Riina e Provenzano, in cui si celebrarono i funerali di Luciano Liggio, imponendo a questa piccola comunità una presenza fisica di clan diventati ormai protagonisti di grandi sistemi criminali. Placido Rizzotto jr. lo ritrovo in chiesa dopo tanti anni con qualche capello bianco e quella pacatezza di chi ha sempre saputo di stare dalla parte giusta. Quando è partita su twitter la campagna per chiedere i funerali di Stato ci siamo parlati al telefono e il suo pensiero è stato subito chiaro: «Devono essere funerali di Stato per zio Placido e per tutti i sindacalisti uccisi. Lo Stato deve dimostrare di avere la memoria più lunga della mafia, di non dimenticare anche a distanza di 64 anni». In Chiesa, lo Stato non ha dimenticato. Emanuele Macaluso ha voluto ricordare Giuseppe Letizia, il giovane pastore che assistette all'omicidio, vide in faccia gli assassini e da bravo ragazzo lo disse in paese. Non ci fu pietà per lui. Michele Navarra, il medico capomafia mandate del delitto Rizzotto, lo convocò in ospedale e lo uccise. Non dimenticare nessuno è stato il viatico del funerale. La giovane presidente della cooperativa agricola dedicata a Rizzotto, ha inventato un dialogo con il sindacalista ucciso. Ha fatto finta di parlare con lui del lavoro agricolo, delle ansie per il raccolto e ha immaginato una conversazione fra Rizzotto e la madre, preoccupata per l'attività di animatore delle lotte contadine, concludendo come tutte le mamme direbbero al proprio figlio: «Ma un altro lavoro, no?». Anche Rizzotto lo avrebbe voluto, ma per tutta quella povera gente a cui la mafia ha strappato la vita. Il dovere di ricordare gli uomini delle istituzioni ILCOMMENTO DAVID SASSOLI «E papà ci disse: vestitevi di nero, Placido è morto» venerdì 25 maggio 2012 11
Giornate come tante, altribunale di Modena. Ie-ri era fissata la requisi-toria dei magistrati del-la Direzione distrettua-le antimafia (Dda), al processo contro un gruppo di affiliati alla 'ndrangheta che, attraverso un gioco di società matrioska (se non inesistenti) riciclavano denaro sporco nel Modenese. A far partire l'indagine, nel 2006, era stato un attentato davanti all'Agenzia delle entrata di Sassuolo. Nei prossimi giorni, invece, in aula torneranno affiliati e fiancheggiatori del clan dei Casalesi arrestati nel 2010 nell'operazione “San Cipriano”. Spesso nullafacenti, a volte piccoli costruttori, gli arrestati facevano la bella vita taglieggiando commercianti e imprenditori corregionali o meridionali, che da anni vivono nel Modenese. E che venivano picchiati brutalmente, se si rifiutavano di pagare il pizzo, o se il contributo alla camorra arrivava in ritardo. Le infiltrazioni della criminalità organizzata sono pane quotidiano per i magistrati, nelle terre che continuano ad essere martoriate dalle scosse di terremoto dopo quella che - sabato notte - ha causato sette morti, decine di feriti, e migliaia di sfollati. Mercoledì, nel fare il punto in Assemblea legislativa sulla situazione dei soccorsi fra le province di Bologna, Ferrara e Modena, il presidente della Regione Vasco Errani ha affrontato di petto il tema della ricostruzione, senza nascondere i timori che anche al nord - come già accaduto in passato, dal disastro dell'Irpinia a L'Aquila 2009 gli appetiti delle mafie piombino su futuri appalti milionari, per abitazioni private ed immobili pubblici. «Non abbiamo mai nascosto la testa sotto la sabbia per le infiltrazioni mafiose» le sue parole, nel giorno in cui l'Associazione nazionale magistrati proprio a Bologna commemorava il sacrificio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ribadendo il rischio di un salto di qualità delle mafie in regione. E ora, con i tanti cantieri che apriranno, dice Errani, «servono forme ulteriormente specifiche per garantirci». APPELLODEIMAGISTRATI ANTIMAFIA Un'idea per Lucia Musti, procuratore aggiunto di Modena con anni di esperienza alla Dda di Bologna, potrebbe essere quella di riprodurre nella regione quel “modello Abruzzo” che, in occasione del drammatico sisma di tre anni fa, produsse una «rete di controlli» contro le infiltrazioni, sulla base di protocolli ad hoc fra i protagonisti della ricostruzione: imprese, e istituzioni prima di tutto. «Errani ha ragione - riflette Musti ogni volta che nel nostro Paese abbiamo affrontato un'emergenza terremoto, i magistrati si sono trovati anche a dover aprire inchieste sull'interesse delle mafie ai soldi stanziati dagli enti pubblici, per i soccorsi e la ricostruzione». Del resto, aggiunge la Pm che, con il collega di Dda Enrico Cieri, condusse l'inchiesta sull'operazione “San Cipriano”, «la presenza della 'ndrangheta e della camorra nella nostra regione, ed in particolare nel Modenese, è più che accertata. E questo non fa che rendere vieppiù vivo il pericolo che si riproduca, anche da noi, il problema degli appalti “infiltrati”» da soggetti collegati alla criminalità organizzata. Un esempio: lo scorso 30 aprile i finanzieri del Gico di Napoli hanno eseguito un sequestro preventivo a carico di Aldo Nobis, quarantaduenne fratello di Salvatore Nobis, detenuto al 41bis perché considerato elemento di spicco della cosca capeggiata dall'ex primula rossa Michele Zagaria, arrestato il 7 dicembre scorso. Aldo Nobis è ritenuto dalla procura di Napoli un fiancheggiatore del clan dei Casalesi. L'uomo viveva nella sua villa in via Brescia a Casapesenna, nel Casertano, con madre, moglie, e due figli. Ma risulta dipendente di una società di costruzioni di Modena. Fondamentale, allora, sarà innanzi tutto applicare con massimo scrupolo «il codice antimafia contenuto nel decreto legislativo 159/2011 - sottolinea ancora Musti -, che serve a ricostruire l'intera filiera di appalti e subappalti interessati ai lavori, e a tracciare» pagamenti e giri di denaro. Occorre insomma, dice Enzo Ciconte, consulente della Commissione parlamentare antimafia e docente di Storia della criminalità organizzata, «mandare un messaggio chiaro, allo Stato e al mondo dell'impresa», per evitare che mafia, camorra e 'ndrangheta abbiano mano libera nell'aggiudicarsi gli appalti. Anche perché, precisa Ciconte, che il 13 giugno presenterà l'ultimo report sulle mafie in Emilia-Romagna con il Procuratore capo di Bologna, Roberto Alfonso, e la vicepresidente della Regione, Simonetta Saliera, «assistiamo alla novità del coinvolgimento» nell'economia criminale «di imprenditori locali, entrati ormai a tutti gli effetti in affari con camorra e 'ndrangheta, da Modena a Reggio Emilia». «LA SOCIETÀCIVILE SISVEGLI» Del resto, l'appello ad una minore distrazione nei confronti delle infiltrazioni era stato fatto, a fine aprile, anche da Alfonso, in veste di coordinatore della Dda: «Spero che dopo quest'ondata di misure la collettività modenese e la società civile si sveglino», le dure parole del magistrato commentando otto arresti per estorsione ai danni di imprenditori del Modenese. Gli uomini finiti in manette convincevano le vittime a pagare il pizzo proclamandosi membri dei Casalesi. «Nella zona i Casalesi ci sono, ed estorcono in grande stile» riflette Alfonso. E questo a fronte di «non so se distrazione, o mancanza di preoccupazione» da parte dei Modenesi. L'invito, quindi, per gli imprenditori e le associazioni, è a «segnalare» il più possibile agli inquirenti soggetti o operazioni finanziarie sospette: «Occorre rendersi conto che la lotta alle mafie la si fa tutti insieme». MATTEOMARCELLI ROMA Seicento euro mensili: a tanto ammonta il contributo massimo previsto per la sistemazione delle famiglie sfollate dopo il sisma in Emilia Romagna. Mentre la terra continua a tremare (anche ieri tra Modena e Ferrara è stata avvertita una scossa di magnitudo 3,3 della scala Richter e altre venti nella notte precedente), il Consiglio dei Ministri ha esteso lo stato di emergenza in regione fino al 21 luglio, data in cui le competenze nella gestione dell'emergenza, ora nelle mani della Protezione civile guidata dal prefetto Franco Gabrielli, passeranno alla Regione. Nel frattempo un'ordinanza ha stabilito che le famiglie sfollate dalle loro case potranno usufruire di un contributo di autonoma sistemazione di 100 euro, cifra destinata ad ogni membro stabilmente residente nell'abitazione danneggiata dal sisma, fino a un massimo di 600euro a famiglia. Per quanto riguarda gli «interventi provvisionali urgenti» sulle strutture inagibili, saranno eseguiti solo nel caso in cui la loro mancata attuazione possa «compromettere la pubblica incolumità ovvero pregiudicare le operazioni di soccorso ed assistenza alla popolazione». L'emergenza terremoto ha prodotto anche una modifica alla riforma dei partiti attualmente in esame al parlamento. Ieri la Camera ha approvato all'unanimità un emendamento che prevede la destinazione di 160 milioni di euro alle popolazioni colpite dai terremoti e dalle calamità naturali a partire dal 2009. Soldi attinti dal tesoretto generato dai risparmi ottenuti con il taglio del finanziamento pubblico previsto per il 2012 e il 2013. Si muove anche la regione Emilia Romagna dove Marco Monari, capogruppo Pd in Consiglio, ha annunciato lo stanziamento di trentamila euro «a titolo personale» da parte dei consiglieri democratici. I soldi saranno versati su un conto corrente istituito ad hoc dal partito. Gli aiuti non sono arrivati solo da Stato e Regione, ma anche da privati e associazioni. Ad esempio, la Coldiretti ha messo a disposizione 1500 posti letto negli agriturismi iscritti all'associazione. L'Enel ha raggiunto, invece, un'intesa con la Regione con la quale sospenderà l'azione di recupero crediti nelle zone colpite dal sisma. Inoltre «si stanno anche individuando ulteriori azioni come la proroga dei termini di pagamento per le bollette già emesse o in via di emissione per i residenti nei comuni colpiti», ha spiegato Paola Gazzzolo, assessore alla Sicurezza Territoriale. Sostegno è venuto anche dalla Coop, che assieme al consorzio Parmigiano Reggiano andrà in aiuto dei suoi produttori che a causa del sisma hanno perso circa 150mila forme. Coop destinerà alla causa parte del ricavato delle vendite del Parmigiano nei suoi supermercati. Ancora, la diocesi di Milano ha già attivato un conto corrente destinato a una raccolta fondi per le popolazioni colpite. Infine la Croce Rossa, già impegnata in Emilia con 50 mezzi e 180 volontari, ha messo a disposizione altri psicologi per sostenere le popolazioni alle prese con «un bisogno sociale che - dice Francesco Rocca commissario straordinario Cri - è destinato ad aumentare». ITALIA Dopol'allarmediErrani sullepossibili infiltrazioni nella ricostruzione, ilpunto sulle inchieste.LaDda: «Icittadinidevono svegliarsievigilare» IL DOSSIER . . . L'ultimo report sulle mafie nella regione: «Da Modena a Reggio, coinvolti con camorra e 'ndrangheta» . . . Coop Italia e Consorzio del Parmigiano-Reggiano a sostegno dei caseifici danneggiati In Emilia nuove scosse. L'emergenza fino al 21 luglio Per l'autonoma sistemazione lo Stato garantirà 100 euro mensili per ogni persona Quelle imprese emiliane vicine alla criminalità Una chiesa danneggiata nel terremoto che ha colpito l'Emilia FOTO ANSA GIULIAGENTILE BOLOGNA 14 venerdì 25 maggio 2012
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25/05/12

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