PARTONOLAMENTANDOCHELABANCACHELISEGUE DA UNA VITA HA IMPROVVISAMENTE DIMEZZATO O TOLTOILFIDOALLALOROIMPRESA.Superano la vergogna del non aver potuto pagare le tasse, pur regolarmente denunciate, e riescono a dire con un filo di voce dell'ultima cartella di Equitalia vissuta come una condanna definitiva. Qualcuno aggiunge che la casa, l'attività, tutto è ipotecato, e che per mangiare si deve far aiutare dai vicini. Quasi tutti avanzano crediti da pezzi di amministrazione pubblica. Sono piccoli imprenditori, artigiani, commercianti: dei quasi cento suicidi legati alla crisi che si contano da inizio anno, una trentina riguardano proprio loro. Molti chiamano per un loro amico o familiare, che da solo non ce la fa nemmeno a chiedere aiuto. All'altro capo del filo rispondono esperti fiscalisti, funzionari e dirigenti pubblici, e anche, a seconda del numero che si compone, psicologi e psicoterapeuti. Nell'esplosione di fallimenti d'impresa e disoccupazione, si moltiplicano i numeri verdi anticrisi, una crescita direttamente proporzionale alla profondità della crisi e all'allarme sociale che la accompagna. Quattro sono nati solo tra marzo e maggio, per dire. «Siamo stati subito sommersi di telefonate, anche 50 al giorno, abbiamo già dovuto ampliare la struttura. È come se avessimo messo le mani nella piaga, adesso dobbiamo capire quant'è profonda e se sia curabile». Patrizia Del Giudice è la responsabile del numero verde attivato da Confindustria e Fidindustria Puglia (800193771): «Il 70% dei problemi che emergono sono legati alle difficoltà di accesso al credito bancario, nonostante molti degli imprenditori che chiamano siano a loro volta creditori nei confronti dell'amministrazione pubblica. Si sentono soli, sono convinti che nessuno li possa aiutare». I tecnici pugliesi si stanno facendo in quattro, ponendosi come intermediari e cercando di dialogare soprattutto con banche ed Equitalia, per sbloccare rateizzazioni di cartelle esattoriali, prestiti e ipoteche. E intanto immaginano un fondo protezione da predisporre in accordo con le istituzioni locali. Qualcosa di simile l'ha appena costituito la Regione Veneto insieme alla finanziaria a maggioranza pubblica Veneto Sviluppo: oltre al numero verde (800177750), un blocco di 700 milioni di euro, metà a disposizione delle imprese che investono, metà per aiutarne la liquidità. Un «bottino» con cui poter chiedere anticipi alle banche (che iniziano anch'esse a chiamare), o su rate di mutui accesi per investimenti, o ancora per l'acquisto delle materie prime. E, anche qui, in primo piano i contenziosi con Equitalia. «Non è il nostro primo provvedimento anticrisi - spiega l'assessore allo Sviluppo Maria Luisa Coppola Ma adesso alle difficoltà economico-finanziarie si aggiunge un preoccupante acuirsi delle tensioni sociali. Tanto che stiamo dando vita anche ad un altro numero verde, mirato ad un sostegno di tipo psicologico, collegato ad un'azienda Usl». INIZIATIVE INCRESCITA Sono soprattutto psicologi i volontari che rispondono all'800434661, il numero predisposto da pochi giorni dalla Provincia di Sondrio in collaborazione con l'Azienda ospedaliera cittadina e con l'Associazione psicologi per i popoli. Una provincia di 180mila abitanti dove la crisi ha già spazzato via 5mila posti di lavoro. L'obiettivo è, come altrove, tamponare le situazioni più critiche offrendo un primo punto d'appoggio, ed eventualmente smistare le richieste ad esperti di fisco e finanza. Accompagnando l'intervento con un fondo di rotazione che metterà a disposizione delle imprese 40 milioni di euro. Non solo i numeri verdi, ma proliferano più in generale le iniziative anticrisi. Dove non arrivano le istituzioni, si attivano gruppi, sindacati e pure i singoli per offrire un argine. E c'è Terraferma, l'associazione che già nel nome evoca un appiglio a chi si sente in un mare in tempesta, ed è una costola di «Imprese che resistono», aggregato nato nel 2009 dall'iniziativa di 30 piccoli imprenditori, ora diventati 2400. Terraferma (www.terraferma-icr.it) è una rete nazionale di soccorso composta da 29 psicologi e psicoterapeuti, operativa da marzo scorso e nata da un'idea di Massimo Mazzucchelli, imprenditore del Varesotto: telefonate gratuite ed eventuali percorsi di sostegno a tariffe agevolate già disponibili su dieci regioni. «Sono tanti - racconta Mazzucchelli - gli ex dipendenti licenziati che si improvvisano imprenditori, aprono partite Iva, lavanderie, bar, distributori di benzina. La maggior parte delle nuove imprese nasce così. E presto si finisce per avere problemi di fatturato, ordini, liquidità. Il mancato pagamento di mutui e leasing significa venire segnalati alla Centrale rischi, e a quel punto le difficoltà di accesso al credito bancario si moltiplicano. Le richieste di aiuto per difficoltà emotive alla fine nascondono sempre un problema molto concreto: la mancanza di lavoro». U: Setelefonando Quei volontari contro lacrisi Si moltiplicano i numeri verdi per i lavoratori indifficoltà AnselmKiefer, “ Humbaba”2009 LAURA MATTEUCCI lmatteucci@unita.it PERSONAGGI : I centimetri indispensabilinell'artediRothko P. 18 ROCK(ENONSOLO) : Echaurrenrendeomaggioalpunkprimitivoe irresistibiledeiRamones P. 19 CINEMA : Cronenbergsi ispiraaDeLillo P. 20 SPORT : AlGiroc'èancheSatta P. 23 Sindacati, industriali, singoli imprenditoriscendonoin campopersostenere,anchepsicologicamente,chinonha piùun'occupazioneoèoberatodaidediti.L'imperativo èfermaregestiestremieridareunachance sabato 26 maggio 2012 17
Aree speciali con incentivi economici e facilitazioni fiscali per attrarre investimenti nei Paesi del sud Europa inguaiati dal debito. Sarebbe questo, secondo l'edizione on line dello Spiegel, il piatto forte di un «piano in sei punti» con cui il governo federale intenderebbe rispondere alle pressioni dei partner e dell'opposizione perché si passi dalla austerity alla crescita. Le altre misure sarebbero l'istituzione di un ente fiduciario (sulla falsariga del Treuhandanstalt che privatizzò le industrie della ex Rdt) o di un fondo privatizzazioni per aiutare gli stati a vendere gli impianti di proprietà pubblica; l'estensione a tutti i Paesi del sistema duale (scolastico e aziendale) della formazione professionale; la conversione al modello tedesco dei mercati del lavoro dei Paesi ad alta disoccupazione, con una semplificazione dei licenziamenti; la riduzione dei carichi fiscali e di quelli contributivi nei rapporti di lavoro. Come si vede, a parte il primo punto, che non sarebbe facile da tradurre in pratica a causa dell'impianto attuale della legislazione comunitaria, e della proposizione del sistema duale nel piano c'è ben poco di nuovo. Esso risponde pienamente agli unici criteri con cui il governo di Berlino considera il problema della crescita: privatizzazioni, licenziamenti più facili (grazie, noi abbiamo già dato) e manovre fiscali. Investimenti, manco a parlarne. È ben difficile che queste indicazioni vengano apprezzate dalla Spd e dai Verdi il cui voto Angela Merkel deve ottenere per far passare in parlamento il Fiskalpakte con cui si preannuncia un duro negoziato sul filo del rasoio, perché il patto dovrebbe essere ratificato al più tardi il 15 giugno, insieme con gli stanziamenti per l'Ems, il nuovo Fondo salva-stati che entrerà in vigore a luglio. CONDIZIONI INELUDIBILI Proprio ieri il presidente Spd Sigmar Gabriel ha reclamato «programmi che abbiano effetto sulla congiuntura» perché «anche il nostro tasso di crescita sta calando». Il capo del gruppo parlamentare Frank-Walter Steinmeier ha ribadito che «più forti stimoli alla crescita» sono condizioni ineludibili per l'assenso dell'opposizione al patto. «Senza una regolazione dei mercati, un rafforzamento degli investimenti e un rifinanziamento della Bei», ha detto, il sì della Spd non ci sarà. Il capogruppo socialdemocratico ha rivendicato anche la creazione di un fondo europeo di ammortamento del debito e ha ribadito che Spd vuole anche gli eurobond, «legati a forti garanzie e nel quadro di una politica economica e finanziaria armonizzata». Contro l'ipotesi dei titoli europei, tra i socialdemocratici si sono pronunciati solo pochi esponenti della destra del partito, tra cui l'ex presidente Franz Müntefering, contrario a seguire a ruota François Hollande. Nei piani originali del governo federale la ratifica parlamentare del Fiscal compact avrebbe dovuto avvenire ieri, 25 maggio. Alla fine di aprile il presidente della commissione Esteri della Camera italiana, Lamberto Dini, aveva annunciato per il 25 maggio una solenne cerimonia che avrebbe accompagnato il voto contemporaneo dei parlamenti di Roma e Berlino, discorsi comuni dei ministri competenti, dichiarazioni congiunte dei capi di governo e lo scambio delegazioni di parlamentari. Poi tutto è andato a ramengo per le ragioni che sappiamo. Risulta però che ieri Dini fosse a Berlino insieme con una delegazione e che le autorità tedesche stessero preparando in tutta fretta un programma alternativo. Ps. Angela Merkel «aderisce volentieri» all'invito di Mario Monti per il vertice a quattro a Roma, con Hollande e il premier spagnolo Rajoy, che si terrà «dopo il 17 giugno». «Aree speciali»: il piano Merkel per l'Europa La cancelliera Angela Merkel con Mario Monti a Bruxelles FOTO ANSA Da Berlino un progetto in sei punti per i Paesi del sud Facilitazioni e incentivi, però in salsa tedesca PAOLOSOLDINI paolocarlosoldini@libero.it Ennesima seduta di Borsa nel segno della volatilità e del nervosismo con i listini europei in costante altalena per gran parte della giornata. Spread in volata a 430 punti ed euro in picchiata sotto 1,25 dollari, ai minimi da 22 mesi. Si conclude così una settimana sui mercati internazionali caratterizzata dalla crisi politica della Greci e dalle pessime notizie provenienti dalla Spagna: ultime in ordine di tempo, la richiesta di un aiuto finanziario della Catalogna al governo centrale di Madrid e il taglio da parte di Standard and Poor's del rating di cinque banche spagnole. In chiusura Piazza Affari riesce a mettere a segno un timido rialzo dello 0,36%, Francoforte dello 0,38%, Parigi dello 0,32%, Madrid dello 0,13%, mentre chiude piatta Londra con un +0,03%. Alla Borsa di Madrid è stato sospeso il titolo Bankia, dopo indiscrezioni secondo cui l'istituto si appresta a chiedere al governo spagnolo aiuti fino a 19 miliardi di euro. Il terzo gruppo bancario del Paese, parzialmente nazionalizzato circa due settimane fa, ha già ricevuto da Madrid 4,5 miliardi di euro. A Borsa chiusa poi si è abbattuta su Bankia la scure di Standard & Poor's, che l'ha ridotta a junk. E sempre in Spagna è scattato oggi anche l'allarme Catalogna. La regione autonoma più ricca del Paese iberico è a corto di liquidità e ha chiesto aiuto al governo centrale di Madrid per rifinanziare il debito. Lo spread spagnolo s'impennava fino ad avvicinarsi ai 500 punti per poi chiudere la seduta a 494. Di riflesso è salito anche il differenziale Roma-Berlino, 429,7 punti a fine giornata. S&P declassa cinque banche spagnole Borse nervose per un totale massimo rimborsabile di 6.450 euro/ann o massimali per ogni tipologia di intervento per singolo evento € 150 uscita/manodopera e € 150 materiali € 150 uscita/manodopera € 500 per famiglia con max € 150 per notte a persona massimali annui fi no a 3 interventi per ogni tipologia € 900 € 450 € 1.500 8 tipologie di intervento 1) fabbro 2) idraulico 3) elettricista 4) tecnico elettrodomestici 5) termoidraulico 6) vetraio 7) tapparellista 8) spese albergo scegli relax scacciapensieri entro il 15 luglio. 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CAPELLI A CASCHETTO. GIUBBOTTI DI PELLE. JEANS STRAPPATIALLEGINOCCHIA.ALLSTARSINTELA.SIGNORE E I SIGNORI, ECCO I RAMONES! QUATTRO RAGAZZI DEL QUEEN'S, LA PERIFERIA PIÙ ANONIMA DELLA NEW YORK ANNI '70, CHE SONO RIUSCITI A DIVENTARE UNA DELLEGRANDILEGGENDEDELPUNK.Anzi, a distanza di tre decenni e mezzo da quei tempi vorticosi, viene da dire che i Ramones siano forse oggi considerati il gruppo punk per eccellenza. Più dei molto vendibili Sex Pistols, che però compressero la carriera in una manciata di anni e dischi; più dei raffinati Clash, che infatti diventarono delle star grazie a un cocktail di rock, reggae e funk; e certamente più dei molti gruppi della prima generazione punk, dai Damned in giù. Molte le ragioni a sostegno di questa fama postuma: il suono abrasivo del punk ma ingentilito dalle filastrocche cantabili del surf e del rock'n'roll prima maniera, una carriera ventennale che si è lasciata alle spalle una ventina di dischi ufficiali, e infine, fattore probabilmente decisivo, l'immagine della band stampata sulla copertina dei dischi. Un look urbano ed essenziale, che faceva immediatamente percepire l'autenticità della band newyorkese. E non è quindi strano che grazie alla loro forza iconica i Ramones siano riusciti a rimanere a galla nel tempo come una leggenda trans-generazionale, ancora di più adesso, che tre dei quattro membri della formazione originale sono ahinoi già trapassati. E c'è forse questa intrinseca potenza dell'icona-Ramones anche alla base dell'incantamento provato per la band dall'artista visuale Pablo Echaurren. Nome noto del Movimento che fu, pittore, illustratore, fumettista, scrittore di alcuni noir, Echaurren ha già dedicato ai Ramones diversi lavori, tra le quali il film documentario The Holy family, la mostra di dipinti AlritmodeiRamones, con catalogo pubblicato da Skira, e un libro curioso. Chiamatemi Pablo Ramone, edito da Fernandel nel 2006, era una sorta di autobiografia-confessione dell'artista. Echaurren utilizzava la band newyorkese come punto di riferimento e confronto, più che come soggetto della narrazione, confidando al lettore la difficoltà di essersi ritrovato come padre il grande artista Sebastian Matta, famoso e, purtroppo per Echaurren, sfuggente. Il desiderio dell'autore era insomma entrare a far parte della famiglia Ramones. Oggi Echaurren torna ad occuparsi di Joey, Dee Dee, Johnny & company con Cretin hop, l'antologia dei testi commentati, pubblicata da Arcana (pagine 250, euro 16,50). Forte dei versi ironici, qualche volta demenziali, ma sempre sinceri dei Ramones, l'artista romano si lancia a rotta di collo nella ricostruzione delle vicende della band, partendo dall'esordio epico dell'album omonimo griffato 1976, all'ultimo disco Adios amigos del 1995. Ma più che ricostruire genesi e motivazioni di ogni pezzo, più che spiegare il mistero nascosto dietro ogni testo, così com'è nella tradizione di questo tipo di biografie «per canzoni», Echaurren utilizza le liriche anemiche e corrosive dei Ramones come rampa di lancio per raccontare la propria visione della band in modo molto personale. Un buon esempio potrebbe essere 53rd & 3rd: «All'angolo tra la 53esima e la Terza / Tu sei quello che non scelgono mai / Allora ho preso la mia lametta / E ho fatto quello che Dio proibisce». Commentando il testo Echaurren sembra quasi calarsi nei panni del protagonista, un reduce del Vietnam che si trasforma in vendicatore e uccide un prostituto tossico allo scopo di difendere i valori della stessa società che l'ha spietatamente messo ai margini. Stessa considerazione si può fare riguardo al racconto fatto da Echaurren del mondo sonoro legato alle canzoni, come la splendida Bad Brain, la struggente Questionengly (una delle ballate più belle di sempre) o This is rock'n'roll radiodi EndoftheCentury, molto controverso all'epoca per via della produzione affidata al mago delle classifiche Phil Spector, ma poi consegnato agli annali come ultimo disco dei Ramones veramente grande. «Parte la batteria che sembra riecheggiare il tambureggiare delle radiose giornate del maggio francese», scrive Echaurren a proposito dell'incipit del pezzo. Al netto di qualche giudizio opinabile, vedi quello sui Television, questo libro di Echaurren si specchia insomma nella stessa autenticità dei Ramones, e si propone al lettore come un omaggio singolare a un gruppo amatissimo. In fondo, Cretin Hop è l'opera di un artista che all'aurea noia della cultura convenzionale ha sempre preferito il ribellismo autoironico e liberatorio del punk rock. CULTURE Con leparole deiRamones Echaurrencommenta i testidellecanzoni IL DISCO ELA FESTA «RACCONTO SUMEZZOSECOLODICANZONI»È IL SOTTOTITOLO.E SI DEVESOTTOLINEAREIL TERMINE «RACCONTO».Perché La musica è leggera, il libro scritto da Luigi Manconi con Valentina Brinis (edito dal Saggiatore), è una grande narrazione corale, che passa attraverso il vissuto personale dell'autore. Se ne è già detto su queste pagine, ma mi piace tornarci sopra, perché in questo libro si schiudono mondi su mondi dove, con una scrittura che il ritmo della musica lo tiene e lo trasmette compiutamente, i fatti personali si intramano con rappresentazioni collettive e con notazioni acutissime sui sensi più propri delle musiche ascoltate e raccontate. Musica leggera, si badi, dove quel «leggera» è il proprium, e il suo bello. Come poi non dar ragione a Manconi quando rammenta che in canzoni epocali - come ad esempio Buonanotte fiorellino - il testo in sé suonerebbe imbarazzante, laddove invece intramato con la musica diventa qualcosa che ci rappresenta, che ci permette di dar corpo a una parte sentimentale di noi stessi, magari nostro malgrado. Questo «nostro malgrado» è quello che Manconi chiama il «sentimental-kitsch», quel cattivo gusto romantico che esprime la nostra dimensione «tenera e violenta» (come direbbe Jacques Prévert), infantile e impudica, intima e primitiva. In questo libro, Manconi sa raccontare perfettamente una dimensione che è di tutti. Infine: tra le mille cose, Manconi scrive: «Sono almeno tre le “canzoni più belle del mondo”. La prima è Non potho reposare. La seconda è Cade l'uliva. La terza è Ne me quitte pas». Grandeomaggiodell'artista allamiticaeamatissimapunk band.Lavitadell'autoresi specchianelpercorsoribelle e liberatoriodelgruppo SILVIOBERNELLI Unadelle operediPabloEchaurren realizzateper lamostra «Al ritmo deiRamones» RAMONES CRETINHOP TESTI COMMENTATI PabloEchaurren pagine251 euro 16,50 Arcana Esce«...YaKnow?»,secondodiscopostumodiJoey 11 annidopo lasua morteesce il 28 maggio in Italia «…YaKnow?», secondodiscopostumodi Joey Ramone. 15 ibrani checompongono l'album, realizzati partendo dademoe registrazioni ineditecheJoeyaveva inciso indiverse occasioni durante gli ultimiquindici annidellasua vita, raccoltidal fratello (Mickey Leigh)e riarrangiatidagli amicidelmusicista (tra i componentidelcast Joan Jette, LittleSteven VanZandt,Richie Ramone,Bun E.Carlos deiCheap Trick,Dennis Diken deiThe Smithereens,RichieStotts,Lenny Kaye). si riferisce alla frase concui Joeyamava terminare lesue conversazioni.«…Ya Know»era il consuetomodoin cuiJoeychiudeva lesueconversazioni. Acclamatoa furordipopolo Fb, l'uscitadeldisco sarà festeggiatadai fan oggi all'AlcatrazdiMilano in unaserata in cui sipotrà ascoltare ildisco in anteprimaeassistere al concerto della tributebandCavrones. Lamusica è leggera esentimental kitsch BUONEDALWEB MARCOROVELLI JOEY RAMONE ...,YaKnow? Bmg U: sabato 26 maggio 2012 19
CaraUnità MIPOSSOSBAGLIAREMALEREAZIONIDELU-SE E STIZZITE DI TANTI EDITORIALISTI, POLITOLOGIECAPITANID'INDUSTRIAal buon risultato del Partito Democratico nelle ultime amministrative confermano l'esistenza di un disegno politico che vuole scongiurare o ostacolare un futuro governo imperniato sui democratici. Non è tanto la disputa sull'effettiva entità del successo (o meno) del Pd che colpisce. Né il tormentone sul boom dei grillini, indiscutibile novità alla quale però pochi fanno il rigoroso esame programmatico e di affidabilità politica che si riserva ogni giorno al Pd. Fin qui siamo nell'ovvio dello show system, tanto banale quanto prevedibile. Il punto chiave è che molti commentatori sembrano sorpresi e rammaricati del fatto che lo tsunami dell'antipolitica, che ha travolto PdL e Lega e azzoppato il Terzo Polo, non sia riuscito ad affondare o almeno indebolire anche il Pd. Ma come, i partiti non erano tutti uguali? Non erano tutti ugualmente responsabili del tracollo della Seconda Repubblica? Non era sparita la differenza tra destra e sinistra? E allora perché tutti pagano dazio al clima anti-partiti ed il Pd no? Da questi pregiudizi parte la campagna: il Pd non ha vinto, ha anch'esso mille problemi, le sue contraddizioni scoppieranno da qui al 2013. Nel migliore dei casi vediamo inviti pressanti a cambiare ancora, ad essere più concreti, brillanti, competenti, freschi, responsabili, visionari, unitari, autosufficienti. Tutto ed il contrario di tutto. Questi consigli indiscutibili vengono spesso da persone, va detto, che fin qui ne hanno azzeccate poche. Hanno appoggiato Berlusconi, negato l'evidenza della crisi, stralodato Tremonti, sposato senza dubbi la linea della Bce, ed altro ancora. Ora, che il Pd debba lavorare molto ancora su programmi ed alleanze e sul come ridurre il fossato con i cittadini è indubbio. La Direzione di martedì sarà un'occasione preziosa per dire e fare cose nette e coerenti. Ma chi non deve farlo? Forse questo compito tocca solo a noi e non riguarda gli stessi campioni della società civile e mediatica che oggi danno le pagelle a tutti? Questo mondo di potenti che dopo infinite esitazioni ha detto no a Berlusconi non vuole neanche noi. E invece di guardare con interesse e rispetto ad un partito che resiste alla bufera e prova - tra tanti problemi - la via di una riscossa nazionale, preferisce continuare la litania dell'antipartitismo. Sogna una democrazia senza partiti, come ha scritto qualche tempo fa Gianni Cuperlo su questo giornale, dove conteranno i veri poteri forti. E vedere Grillo che ora lancia i suoi strali contro il Partito Democratico non li sgomenterà. QUANDO TRATTIAMO DELL'AVANZAMENTO TEC-NOLOGICO NON POSSIAMO RIMANERE ANCORATI alla mera funzionalità di strumenti che ci permettono di fare meglio le cose di sempre. Sarebbe bensì opportuno sondare quelle nuove opportunità che ci vengono offerte per cercare di fare, sperimentare, cose non previste. Forse è giunto il momento: la crisi di sistema è così radicale che diventa ragionevole tentare nuove strade per rompere schemi ormai obsoleti. Nel 1991 provai per la prima volta un sistema di realtà virtuale immersiva e mi resi conto che sarebbe cambiato qualcosa d'importante, non solo nel mio modo di concepire la rappresentazione ma nell'assetto generale del rapporto tra uomo e tecnologie. Non era più solo una questione di macchine da usare per ottimizzare alcune funzioni ma di ambienti in cui riconfigurare il nostro rapporto con l'idea di mondo possibile. Mi spiego: nella simulazione virtuale la mia percezione non era più quella su cui avevo fondato i criteri del punto di vista, la coscienza critica e analitica che valuta e misura. Non ero più lì a osservare. Ero dentro ciò che stavo vedendo. Agivo dentro quella simulazione visuale, facevo esperienza diretta. In quegli anni fu decisiva l'analisi teorica di Domenico Parisi del CNR con cui collaborai, curando il primo convegno sulle realtà virtuali. Questa sua frase fu illuminante: “simulare il possibile al di là del reale può servire a capire il reale, perché creando il possibile si allarga il campo di fenomeni con i quali mettere alla prova le nostre ipotesi e le nostre teorie sul reale". Il virtuale si prestava ad essere una straordinaria tecnologia per l'apprendimento, permetteva di fare della simulazione una esperienza assolutamente non astratta, com'è la lettura di un libro. Ma era troppo presto. Non ci fu un vero sviluppo, costava troppo. E mi dedicai alla ricerca degli ipertesti che alcuni maestri straordinari sviluppavano per armonizzare la navigazione interattiva con la narrazione di favole. Seguendo questa linea di ricerca pedagogica ho posto poi attenzione alle prime esperienze educative nel web e scrissi, nel 1997, “Educare on line”. C'è voluto qualche tempo perché l'ambito del virtuale riemergesse, grazie allo sviluppo della banda larga nel web e comparvero prima “Active Worlds” (sviluppato in Italia con Mondi Attivi) e dopo, qualche anno, Second Life. Gli ambienti tridimensionali permettevano di simulare ambienti di comunicazione ad alta densità emozionale, combinando chat e visualizzazioni sorprendenti per la ricostruzione di scenari urbanistici o archeologici o aule di formazione dove il multitasking era la buona regola del gioco. Ripesco questa tematica del virtuale, messa in disparte dalla rivoluzione del web 2.0 e dei social network, perché è una delle questioni di fondo per affrontare quei nuovi modelli educativi da rivolgere ai nativi digitali. Non a caso è il tema (“il digitale e il senso di realtà”) di uno degli incontri d'apertura, subito dopo l'intervento di Bersani, della conferenza nazionale del PD sulla scuola (www.natividigitali.eu) che si apre venerdì al Tempio di Adriano a Roma. Luigi Cancrini Psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense,131/L_0154_Roma lettere@unita.it Leelezioniamministrative Ecco la morale: i partiti non sono tutti uguali Carlo Infante Esperto di performing media Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 Moni Ovadia Musicista e scrittore La tiratura del 25 maggio 2012 è stata di 96.911 copie Salvaconnome Il virtuale come tecnologia per l'apprendimento Claudio Martini Presidente del Forum Politiche Locali del Pd I tornellidella metroaNapoli A proposito della mancanza di tornelli nella metropolitana di Napoli, segnalata in una precedente lettera, da turista e persona corretta, quale mi ritengo, ho acquistato diversi biglietti, per poter girare a Napoli e dintorni. Ho sempre timbrato ai tornelli, finché non mi sono imbattuto in una di quelle stazioni in cui non esistevano né tornelli, né indicazioni chiare su come e dove obliterare i biglietti. Quindi sia io che moltissimi altri turisti, ci siamo trovati sulle carrozze senza aver obliterato il biglietto. Alla stazione d'arrivo un controllore mi contesta la non obliterazione. Quando gli faccio presente che in tutte le città del mondo da me visitate, non è possibile accedere alla metropolitana senza passare dai tornelli, mi risponde che a Napoli ci sono stazioni non ancora “aggiornate”, ma che comunque le regole vanno rispettate. Quindi mi fa verbale e multa, che ho pagato subito. Sono assolutamente d'accordo sul fatto che le regole si debbano rispettare, ma bisognerebbe anche porre fine a questa “fantasiosa” ed unica situazione napoletana, per non far pagare poi agli inconsapevoli turisti le proprie arretratezze. PrimoScandolara La fecondazioneeterologa E così nel nostro Paese, tra i pochissimi rimasti al Medioevo in Europa, la fecondazione cosiddetta eterologa rimane vietata, con grande esultanza dei buoni parabolani tutori della “vita”. Sono ben strani questi cattolici. Da un lato sono pronti a lapidare le donne che decidono di interrompere una gravidanza. Dall'altro fanno di tutto affinché quelle che vogliono un figlio non riescano ad averlo. Mentre gli obiettori di "incoscienza", sparsi capillarmente su tutto il territorio, vigilano affinché gameti ed embrioni siano scortati fino al debutto in società, altre guardie svizzere controllano che nessuno possa imitare quegli antichi Maria e Giuseppe che, prima che la loro capannina di Betlemme fosse invasa da pastori e re Magi, aspettavano un sacrosanto figlio senza mai aver copulato insieme… Quella sì che fu una fecondazione eterologa, nel vero senso delle parole (unione tra specie diverse)! Altri tempi, altri costumi. Tornando al nostro presente, in fondo all'abisso teocratico brilla però un barlume: a furia di tornare indietro, potremmo finalmente arrivare all'epoca “avanti Cristo”. Speriamo. Paolo Izzo Pedofiliae obbligo didenuncia Il segretario generale della Chiesa Italiana (CEI) monsignor Crociata ha detto che i vescovi non sono obbligati a denunciare casi di pedofilia. Da credente, mi ritengo offeso da questa decisione. E denuncio una chiesa che non è la mia Chiesa, quella dove i “piccoli” sono i più amati e tutelati. MassimoMarnetto Se la foto che ritrae la scorta dell'onorevole Anna Finocchiaro portarle il carrello della spesa è autentica, la Finocchiaro deve essere dimissionata dal partito. Lei obietta che la scorta gli è stata imposta. Un conto è la scorta, un conto usarla alla stregua di una collaboratrice domestica. ENZO CUCCAGNA Doveva l'onorevole Finocchiaro rinunciare a fare la spesa nel supermercato o rifiutare l'aiuto che, gentilmente, un uomo della scorta le proponeva? Quello che io ricordo bene, al tempo in cui l'ho avuta anch'io per le minacce che avevo ricevuto dalle Brigate Rosse, è la difficoltà umana di questa consuetudine con la scorta: persone che non puoi trattare da estranei o, come forse a qualcuno riesce, da inferiori e con cui molto spesso si stabilisce invece un rapporto di confidenza, una forma naturale di familiarità che rende del tutto naturali situazioni come quella immortalata con tanta malignità da Libero. Qualche problema ce lo dovremmo porre forse, in politica, sul numero dei personaggi da scortare ma offendersi, da elettore del Pd, di fronte alla stupidità colossale e velenosa manifestata ancora una volta dal giornale di Belpietro (che utilizza anche lui la scorta e che trova naturale l'uso della scorta per le escort del Kapo) mi sembra davvero esagerato. Il giorno in cui, come in Norvegia o in Danimarca, incontreremo il re (o un ministro, o un premier) a spasso con il cane nel giardini vicino casa sarà un bel giorno per tutti noi. Arrivarci sarà possibile, tuttavia, solo in un Paese meno avvelenato di quello in cui il padrone dei giornali è un uomo spregiudicato che fonda le sue fortune politiche sull'attacco, con tutti i mezzi, ai suoi avversari. Dialoghi La scorta della Finocchiaro COMUNITÀ LACRISIECONOMICAMONDIALE,CHENONÈUNFLAGEL-LODELLANATURA, MAIL RISULTATO DIPRECISEAZIONI UMANE sta flagellando la vita delle persone più indifese e ha dei responsabili precisi. Nell'ordine: centri dei poteri bancario e finanziari, i cosiddetti mercati e i politici che, invece di essere al servizio dei cittadini, servono interessi privati dei potentati economici con leggi varate a misura dei loro desiderata. Le conseguenze colpiscono i ceti deboli di tutti i Paesi e si accaniscono contro gli anelli più deboli della catena come la Grecia. Ieri durante il servizio da Atene del Tg3, a proposito della speculazione che aggredisce le economie fragili, ho sentito queste parole: «Quando i mercati che speculano sulla catastrofe greca sentiranno l'odore del sangue non si accontenteranno della Grecia e aggrediranno altre economie rese deboli dalla crisi stessa». Dunque i mercati sono come un branco di lupi che puntano sulla preda più estenuata per azzannarla senza troppo sforzo e senza troppi pericoli. Ma che cosa sono oggi i mercati? Sono algoritmi di computer iper-performativi che spostano virtualmente iperboliche quantità di danaro in un nano secondo e realizzano magari minuscoli guadagni ripetuti all'ennesima potenza in ossequio al profitto senza limiti e senza scrupoli di sorta. I politici di tutti i Paesi del pianeta celebrano la loro impotenza facendo finta di essere seri e preoccupati, ma in realtà rappresentando come dei semiguitti l'impotenza della politica e la crepuscolare agonia dell'ideale democratico. Fra tutti i politici dell'occidente, i nostri, nella stragrande maggioranza brillano per il Guiness della mediocrità ma, soprattutto per la totale assenza di senso della vergogna. La gravissima crisi mondiale, in Italia, si sinergizza negativamente con la paurosa corruzione, con la paralisi della giustizia, con lo strapotere della malavita. Le ultime elezioni segnalano la dissoluzione della destra, l'implosione per cialtroneria della Lega che ha tenuto per i testicoli il sistema paese, la crisi endemica dei partiti, la fuga dell'elettorato con il contestuale trionfo della politica senza i “politici”. Ma nessuno dei politici mostra di volersi ritirare e in televisione continuano a pontificare come se niente fosse. Senza vergogna. Vocid'autore Le radici della crisi economica e il ruolo della politica 16 sabato 26 maggio 2012
Uno spiraglio di «semi libertà». L'incubo della prigione per delinquenti comuni è ormai un capitolo chiuso per i marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Ieri sono stati trasferiti da Trivandrum, dove da 80 giorni si trovavano nel carcere centrale, alla Borstal School di Kochi, 220 chilometri più a nord, nello Stato di Kerala. In un edificio, un futuro riformatorio, trasformato per l'occasione in «dependance» carceraria. Lo spostamento è stato possibile per l'insistenza del governo italiano e della Corte suprema indiana, e grazie ad un decreto firmato dalle autorità locali che hanno accolto la richiesta, hanno detto fonti indiane, «nello spirito di quanto dispone la Convenzione di Ginevra per i militari prigionieri». Commentando l'attesa svolta, il sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura ha rilevato che si tratta di «uno sviluppo positivo» che però è anche «un tardivo e tuttora insufficiente riconoscimento della loro dignità di ufficiali della Repubblica italiana». Ha valutato il provvedimento utile sotto il profilo psicologico sia per i marò sia per le famiglie, ma de Mistura lo ha definito «seriamente insufficiente perchè quello che a noi preme è l'aspetto delle accuse assurde contenute nei capi di imputazione e la possibilità di ottenere la libertà dietro cauzione». La giornata dei due fucilieri del San Marco è cominciata di buon ora quando, vestiti di tutto punto con una candida divisa da ufficiali di Marina, sono partiti per Kollam, dove li attendeva il giudice A.K. Gopakumar, che intanto aveva acquisito il chargesheet (dossier contenente i capi di accusa, fra cui quello di omicidio volontario) compilato dalla polizia keralese. Constatato che i 90 giorni della carcerazione preventiva si erano esauriti e che il team speciale del commissario Ajith Kumar aveva terminato il suo lavoro, il magistrato ha accettato il trasferimento dei marò a Kochi e disposto la trasmissione degli atti alla session court, il tribunale di primo grado di Kollam, che deve fissare, si presume in tempi brevi, la prima udienza. Come era prevedibile, all'arrivo nei pressi della Borstal School dove li attendevano membri della delegazione italiana fra cui il console generale a Mumbai Giampaolo Cutillo e l'addetto militare in India, Franco Favre, c'è stato un assalto di fotografi e giornalisti che hanno immortalato lo sguardo un pò provato dei marò che aprono a Kochi un nuovo capitolo della loro difficile prova indiana. Ma per loro non ci sarà neppure il tempo di ambientarsi perchè subito dopo il fine settimana, lunedì, si terrà presso l'Alta Corte di Kochi una delicatissima udienza sulla richiesta italiana di libertà dietro cauzione. Bocciata per due volte da giudici di livello inferiore per ragioni tecniche la richiesta sembra arrivata nella sede giusta. Il giudice che se ne occupa, N.K. Balakrishnan, pare voler andare a fondo ed ha chiesto al governo centrale di manifestare la sua opinione su una possibile residenza dei marò, in attesa di processo, nell'ambasciata italiana di New Delhi. India, i marò trasferiti nella «depandance» di Kochi MONDO ORACISARÀCHI PARLERÀ DIUNAPIAZZATRADITA.CHI EVOCHERÀ LOSPETTRODELLA «DITTATURA DELLA SHARIA»,CHI SIAVVENTURERÀ NEL VATICINARECHEDAQUI a qualche settimana il mondo libero rimpiangerà l'«ultimo faraone»(Hosni Mubarak). E chi dipingerà lo scenario estremo: un golpe militare. Così, c'è da scommetterci, in molti racconteranno l'esito del voto nel primo turno delle elezioni presidenziali in Egitto, le prime nell'era post-Mubarak. Un turno che proietta al ballottaggio, al primo posto, il candidato ufficiale di Libertà e Giustizia - braccio politico dei Fratelli Musulmani Mohammed Morsi. La realtà è altra, e non si presta a stereotipi. Al ballottaggio vanno i due candidati che hanno potuto contare su ben oliate macchine elettorali, sfruttando un radicamento nel territorio che non può essere surrogato dalla «cyber comunicazione». Queste elezioni non sono il compimento di un processo democratico. Ne sono un «nuovo inizio». Un nuovo inizio che fa i conti con un Islam politico chiamato alla prova della democrazia e, in un futuro ravvicinato, del governo. Questo è un bene, non una jattura. E bene ha fatto ieri Napolitano a rimarcare che con la Primavera araba «si è avviato un processo complesso e denso di incognite, ma anche di segnali positivi ed incoraggianti. Movimenti politici islamici, nel pieno rispetto dei principi democratici, si stanno affermando quali attori fondamentali del nuovo clima democratico». È accaduto in Tunisia, può avvenire nel più popolato Paese arabo: l'Egitto, dove, rimarca il Capo dello Stato, si stanno svolgendo «le prime elezioni presidenziali autenticamente democratiche». Autenticamente democratiche: è questo il vero punto di svolta tra il «prima» e il «dopo» regime. Certo, né Morsi né il suo sfidante, l'ex premier Ahmad Shafiq, rispecchiano lo «spirito di Piazza Tahrir», il luogo simbolo della rivolta anti-Mubarak. Non lo rispecchiano, ma non ne sono neanche la negazione. Perché nessuno può più permettersi di affossare il processo democratico. Indietro non si torna. E questo è già un grande risultato. Al ballottaggio vanno il «generale» e l'«islamico». Il primo presidente egiziano eletto davvero democraticamente sarà un militare o un leader islamico conservatore, i dubbi sono ormai pochissimi. Autocritica, sconcerto, delusione. Attivisti e intellettuali egiziani reagiscono con un misto di emozioni messi davanti alla realtà, se verranno confermati i dati ufficiosi: al ballottaggio andranno un generale, l'ex premier Ahmad Shafiq, e un islamico considerato conservatore, Mohamed Morsi. A chi, come il deputato indipendente Mustafa el Naggar, incita i movimenti e gli oppositori dell'ex rais a rimboccarsi le maniche dicendo che «la guerra non è finita», risponde Ayman Nour, che delle presidenziali è un veterano, essendosi presentato contro lo stesso Mubarak nel 2005 in elezioni decisamente meno aperte di quelle appena svolte. SPERANZAE SCONFORTO «La scelta ora è quella più difficile. Dò la colpa ai rivoluzionari perché sono stati messi in guardia contro questo scenario e non ci hanno dato la chance di unificare i nostri ranghi dietro un candidato unico». L'attivista Nawara Negm, che l'altro ieri ha lanciato un appello accorato al nasseriano Hamdin Sabbahi, dato finora come terzo e all'islamico moderato Abdel Moneim Abul Fotouh, al quarto posto, a rinserrare le fila per fare fronte comune contro l'ancien regime o lo Stato islamico, ieri era è sarcastica e amareggiata. «Se Shafiq vince non chiedete un'altra rivoluzione, perché il problema sta nel popolo. Chi ha scelto Morsi lo ha fatto per torturare i laici, chi ha scelto Shafiq lo ha fatto per torturare gli islamisti. È un popolo di folli. Morsi non merita di vincere e il popolo non si merita Shafiq», scrive dicendo che andrà al ballottaggio e sulla scheda elettorale scriverà i nomi di manifestanti morti durante la rivoluzione. Il blogger Alaa Abdel Fatah, detenuto per circa tre mesi alla fine all'anno scorso per le sue critiche alle forze armate, invece, al ballottaggio voterà e sceglierà il candidato dei Fratelli musulmani «Scelgo il cambiamento. in questo momento è meglio di Shafiq», scrive su Twitter. Lo stesso farà un'altra attivista, Asmaa Mahfouz. Tamer el Kadi, portavoce dell'Unione dei giovani, della rivoluzione sostiene che una vittoria di Shafiq sarebbe una vittoria della «controrivoluzione». Sono in corso contatti con gli altri movimenti per ritornare in piazza se l'ex premier uscirà vincitore dalle urne, spiega. Ma la chiamata alla piazza raccoglie pochi consensi. Wael Ghonim il cyberattivista, che aveva dato il suo sostegno a Abul Fotouh, non unisce la sua voce a coloro che attaccano chi ha scelto Shafiq. «Non dobbiamo incriminare i cittadini che hanno scelto chi non ci piace. Prendiamocela con noi stessi, che non siamo riusciti a convincerli. Dobbiamo rispettare il risultato delle elezioni qualsiasi esso sia, fintanto che le elezioni non siano truccate, perché questa è la volontà del popolo. Non abbiamo fatto la rivoluzione per mandare via Mubarak il dittatore e poi qualcuno ci viene a dire che è la piazza che governa l'Egitto. Dobbiamo rispettare quello che il popolo sceglie». «A partire da oggi lavoreremo per creare una intesa nazionale rivoluzionaria e ci schiereremo contro tutti i simboli della corruzione e dell'ingiustizia», scrive su Twitter il candidato filo islamico moderato Abdel Moneim Abul Fotouh, dato come quarto dai dati ufficiosi delle presidenziali egiziane. «Supereremo le nostre differenze di parte e faremo prevalere l'interesse della patria», afferma, lasciando intendere una intesa coi Fratelli musulmani. Positive le reazioni internazionali. Un voto storico»: così il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, commenta le elezioni in Egitto: «Questo voto rappresenta una pietra miliare nella transizione democratica del Paese». Il segretario generale si è quindi congratulato per l'atmosfera tranquilla e positiva in cui si sono svolte le elezioni, a cui hanno partecipato anche moltissime donne. Le elezioni in Egitto «rappresentano una pietra miliare» nella storia del Paese e finora sembra che il processo di voto si sia svolto in maniera democratica e pacifica», gli fa eco l'Alto rappresentante Ue per la politica estera, Catherine Ashton. Da Bruxelles a Washington: sono «storiche» elezioni le prime presidenziali egiziane del dopo Mmubarak. dichiara la segretaria di Stato Usa, Hillary Clinton. «Non vediamo l'ora - aggiunge - di lavorare con il governo eletto democraticamente». L'Egitto sceglie tra l'islamico e l'ex generale I sostenitori di Mohammed Morsi durante una manifestazione elettorale al Cairo FOTO ANSA Al ballottaggio il fratello musulmano Mohamed Morsi e Ahmed Shafiq, già premier con Mubarak Grande sconfitto l'ex segretario della Lega araba Amr Moussa. Clinton: «Elezioni storiche» UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it I marò detenuti in India FOTO LAPRESSE I primi passi della democrazia Indietro non si torna ILCOMMENTO U.D.G. . . . L'attivista Nawara Negm: «Non chiedete un'altra rivoluzione, il problema sta nel popolo» VIRGINIALORI esteri@unita.it 14 sabato 26 maggio 2012
U:Volontari al telefonoperbattere lacrisi MatteucciP. 17 IRamones secondo Echaurren BernelliP. 19 Il corvo del Vaticano? Era il maggiordomo IL RETROSCENA FILIPPODI GIACOMO L'ANALISI MICHELEPROSPERO Di fronte alla crisi le persone si sentono sole. La cosiddetta antipolitica reca ad alcuni un conforto psicologico: indicare i colpevoli, accusarli pubblicamente di corruzione e inefficienza offre uno sfogo all'ira e sembra suggerire vie d'uscita. Ma la tattica antica del capro espiatorio non è una soluzione. SEGUE AP.15 ILCOMMENTO DOMENICOROSATI CORCOLLE Discarica di Roma: si dimette il prefetto Le economie dell'Africa stanno crescendo ma i benefici non sono per tutti: povertà e fame colpiscono ancora milioni di africani Bisogna fare molto di più BanKi-Moon Giornatadell'Africa Fuga di documenti: arrestato l'aiutante di camera di Benedetto XVI Il Papa: «Addolorato e colpito» Il mistero delle lettere rubate MONTEFORTE AP.4-5 Lo scontro sullo Ior ELEZIONI Egitto: al ballottaggio i fratelli musulmani ILCOMMENTO FRANCESCOCUNDARI L'anarco-insurrezionalismo è al momento «l'unico terrorismo» in grado di colpire. Lo ha detto a Roma il capo della polizia prefetto Antonio Manganelli alla Festa della polizia. Ieri intanto due lettere firmate Brigate Rosse sono state recapitate ieri alla alla sede del Corriere della Sera e a quella del Giornale. Nella prima la strage di Brindisi veniva paragonata a quella di piazza Fontana nel '69. Molti dubbi sulla autenticità di entrambi i testi. FUSANI A P.11 Manganelli: attenti agli anarchici del Fai Il capo della Polizia lancia l'allarme su possibili attacchi Il Fronte anarchico insurrezionale è «l'unico che può offendere il Paese» Due ministri minacciano di abbandonare e Pecoraro lascia GERINA,RIGHI A P.12 Presidenzialismo disperato Berlusconi invoca una riforma alla francese ma per molti il vero obiettivo è salvare il Porcellum Neppure il Pdl crede al capo Violante: «Non si può cambiare lo Stato con un emedamento» L'artesolida eumana diRhotko AdinolfiP. 18 NON SI PUÒ PARLARE DI PRESIDEN-ZIALISMO, VALE A DIRE DI UNA ORGANIZZAZIONE DEL POTERE del tutto difforme da quella ora vigente in Italia e in gran parte delle democrazie europee, in una maniera solo propagandistica, e cioè senza alcun riguardo alla complessità anche tecnica di un problema che ha profonde implicazioni storiche e politiche. SEGUEA P.2 Non serve neanche alla governabilità Nella società la vera crisi IL COMMENTO CARLOSINI Forse - parliamo dello Ior - è stato un contrasto sui modi di realizzare la trasparenza bancaria, forse uno strascico del mancato salvataggio ecclesiastico del San Raffaele, forse un antagonismo portato fino al voto nel cda, forse una crisi bancaria, forse… SEGUEA P.5 La Chiesa dei poveri Il comunicato con il quale è stato dato il ben servito ad Ettore Gotti Tedeschi non è stato scritto da preti, e si vede, ma è stato certamente approvato nei piani alti del Vaticano, quelli frequentati da chierici di alto grado. AP.4 Presidenziali: sfida tra il candidato islamico e l'ex generale AP.14 L'idea di usare una proposta di ri-forma dell'intera architettura costituzionale come diversivo, al solo scopo di non parlare più della scomparsa del Pdl sancita dalle elezioni amministrative, la dice già abbastanza lunga sulla cultura istituzionale e sul senso dello Stato degli aspiranti padri costituenti (casomai non bastassero le testimonianze provenienti dal tribunale che si sta occupando della ex nipote di Mubarak). SEGUEA P.3 La malattia del ventennio L'arma segreta di Berlusconi, svelata ieri assieme ad Alfano, non è affatto segreta: è il sistema francese a doppio turno con tanto di elezione diretta del Presidente. Peccato che un simile cambiamento richieda modifiche costituzionali e tempi lunghi. L'ex premier parla di un possibile emendamento ma il bluff è chiaro: il Cavaliere punta a mantenere il Porcellum. AP.2-3 Inchiesta anche sulla trattativa per Provenzano rivelata da l'Unità e Left AP.10 PALERMO Rizzotto: la Procura riapre le indagini Staino 2,00 l'Unità+Left (non vendibili separatamente)Anno89 n. 144 Sabato 26 Maggio 2012
CoppadelRe o dei separatisti? AMadridcatalaniebaschisi sono contesi il trofeochedetestano... CATALANIDAUNAPARTE,BASCHIDALL'ALTRA.AMADRID. EPPURE NELLA CAPITALE SPAGNOLA NON SONO IN PROGRAMMA MANIFESTAZIONI INDIPENDENTISTE.SIPARLADICALCIO,STAVOLTA:ALLOSTADIOVICENTE CALDERON (QUELLO DEI COLCHONEROS DELL'ATLETICO),SISONOAFFRONTATEBARCELLONA EATHLETICBILBAO,NELLAFINALEDELLACOPPADEL RE.Ma, sebbene da più parti si tenda a minimizzare la portata politica della giornata, la realtà lascia intuire che il pallone lascerà spazio anche ad altro. L'organizzazione basca Esait, ad esempio, ha esortato i tifosi dell'Athletic ad una «rivendicazione sonora quanto più alta possibile durante l'intera partita, soprattutto mentre suona l'inno di chi ci nega l'ufficialità». Allo stesso modo, da parte dei più puri fra gli indipendentisti catalani - per i quali il Barcellona è un simbolo di identità - si sono levati inviti dello stesso tenore. E se il presidente del Barça, Sandro Rosell, ha spiegato che la squadra andrà a Madrid «per giocare a calcio e non per fare politica», nei giorni scorsi la presidente della Comunità di Madrid, Esperanza Aguirre, ha evocato il rischio di contestazioni al re Juan Carlos, che sarà sugli spalti e premierà i vincitori. A tutto questo bisognerebbe aggiungere che sempre per oggi, a Madrid, è stata convocata una manifestazione di alcuni gruppi di estrema destra e denominata “In difesa della bandiera”. Una manifestazione, questa sì politica, autorizzata dal Tribunale superiore di giustizia, dopo essere stata vietata dalla Prefettura. Ecco perché, questa finale è stat più di una partita, considerata dalle forze dell'ordine di Madrid «una giornata ad alto rischio sotto il profilo dell'ordine pubblico». BANDIERE, MAQUALI? Una bandiera, quella spagnola, che negli stadi di Barcellona e Athletic - che, notoriamente, schiera solamente giocatori di origine basca non sventola: lì sono i vessilli di Catalogna e Paesi Baschi a imperversare e a essere mostrati con orgoglio dai tifosi, da sempre fieri di un'identità propria e in perenne conflitto con Madrid e il suo centralismo capitale. Anche per questo è curioso, e in qualche modo significativo, che proprio Barça e Bilbao siano i due club ad avere vinto il trofeo il maggior numero di volte: 25 i catalani e 23 i baschi, sui primi due gradini dell'albo d'oro di una coppa che, dal 1939 al 1976, si chiamava “Copa del Generalissimo” ed era dedicata al dittatore Francisco Franco, conservatore nazionalista e acerrimo nemico di qualunque tipo di indipendentismo. In pieno franchismo, i due club si sono spartiti il trofeo per 19 volte, rendendo in ogni occasione il trionfo un'occasione di rivincita nei confronti delle imposizioni del regime. Come quella, mai sopportata dai tifosi baschi, di avere visto mutare il nome da Athletic ad Atletico. Meglio, sotto certi aspetti, andò al Barcellona: anche se a quei tempi la Catalogna «esisteva solo all'interno del Camp Nou - nelle parole del giornalista Simon Kuper in Calcio e Potere - il Barça fu l'unico simbolo catalano che Franco non osò mai toccare». La sfida di questa sera è la riedizione della finale di tre anni fa (ma allora si giocò a Valencia), la settima in assoluto fra i due club meno spagnoli dell'intera Spagna e che, peraltro, anche fra loro intrattengono una certa rivalità, anche se in questo più sportiva che, blandamente, di tipo politico-ideologico. E pazienza se poi, fra qualche settimana, catalani e baschi si troveranno insieme in nazionale per difendere il titolo europeo conquistato quattro anni fa dalla Spagna: ieri è stata la serata della Coppa del Re. Il giorno giusto per mostrare altre bandiere. GIANNIPAVESE ROMA Ilpiù forteschermidore di tutti i tempièmortoa Milano,a93anni.Duellò in5Olimpiadi, finoal '60 CordogliodaNapolitano TREDICI MEDAGLIE OLIMPICHE SE NE SONO ANDATE COSÌ, IN UNA NOTTE D'ANTICIPO ESTATE, A MILANO, A 93ANNI. Addio a Edoardo Mangiarotti, il mito, il più grande schermidore di tutti i tempi, di ogni nazione. L'Italia ha saputo onorarlo: due volte portabandiera alle Olimpiadi dove fu grande, con sei ori, cinque argenti e due bronzi. Era da tempo malato, non ha resistito all'ultima crisi cardiaca. La camera ardente a via Solferino, mentre i funerali si dovrebbero svolgere domani. Edoardo Mangiarotti è stato figlio d'arte ed è cresciuto grazie agli insegnamenti del padre Giuseppe Mangiarotti, già schermidore di prestigio internazionale che aveva indossato la divisa azzurra alle Olimpiadi di Londra nel 1908 e maestro d'arma che importò in Italia le varianti della scuola francese di scherma. Edoardo ha condiviso la passione per la scherma con i fratelli Mario e l'altro olimpionico Dario. Ha attraversato le Olimpiadi a cavallo delle seconda guerra mondiale: fra il 1936 e il 1960 ben 6 medaglie d'oro, 5 d'argento e 2 di bronzo ed è a tutt'oggi l'atleta più medagliato della storia dell'Italia ed il quarto in assoluto, a pari merito con altri due atleti, alle spalle della ginnasta russa (allora sovietica) Larissa Latynina a quota 18 medaglie, il nuotatore americano Michael Phelps con 16 e il ginnasta anche lui russo Nikolai Andrianov con 15. Il bottino di mangiarotti diventa però ineguagliabile se si allarga ai campionati del mondo, dove riuscì a guadagnare 26 le medaglie, delle quali la metà d'oro. Volle in tutti i modi duellare nell'Olimpiade romana, per questo rimase in pedana fino al 1960, all'età di 41 anni. Per tutti resterà l'uomo delle 39 medaglie (olimpiche e mondiali). Nessuno ha vinto quanto lui, nessuno si è messo in discussione quanto lui, con una longevità che ha pochi eguali nell'intera storia dello sport mondiale. Dopo la recente scomparsa di Renzo Nostini, Edoardo Mangiarotti era considerato l'ultimo dei grandi «moschettieri» d'Italia. Uno dei principali interpreti di una straordinaria stagione della scherma italiana, maestro insuperabile di tanti campioni di oggi, esempio per una tradizione che si è sempre rinnovata nel tempo facendo della scherma lo sport più medagliato. ILCORDOGLIO Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha espresso alla famiglia per il tramite del Segretario generale, Donato Marra, i sentimenti di partecipe cordoglio «per l'atleta memorabile» e «l'uomo elegante e sobrio». Il capo del Coni, Gianni Petrucci, ha commentato così la notizia della morte di Mangiarotti: «Ha rappresentato tutto. È la medaglia d'oro in paradiso. Era l'atleta più rappresentativo del nostro sport, non solo della scherma. È stato un apripista, uno inimitabile, un esempio per la storia dello sport italiano. Era conosciuto in tutto il mondo. Una figura mitica: se n'è andato il più grande». Un ricordo del «re» della scherma è arrivato anche da quella che oggi ne è la «regina», Valentina Vezzali, prossima portabandiera. «Se ne va un emblema e un modello. Mangiarotti è stato sempre presente ad ogni Olimpiade e ricordo sempre la passione con cui ci seguiva dalla tribuna ed i suoi abbracci finali». Alex se ne va: «In campo all'estero» SPORT NUOTO Alessandro Del Piero durante la conferenza stampa di presentazione della linea di occhiali ADP 10 all'hotel Principi di Piemonte, ieri a Torino: è stata l'occasione per dire addio al calcio italiano: «Giocherò ancora, ma solo all'estero, non potevo tradire la Juventus» ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO NellacittàsbagliataL'atto finaledellacoppache untempoeradetta del“generalissimo”havisto di fronteduepopolianti-Stato Europei,guardachi ètornatoavincere: Magnini redei 100 Ventimetri a razzo, con la fame dichi nonvinceda troppi anni. Ildigiuno è interrottoe la girandoladelle emozionipuò ripartire:Filippo Magnini si riprende il tronod'Europa nellagara regina, quei 100 metria stile libero incuiper duevolte luiè stato il numero unoal mondo.Lo fa nellavasca diDebrecen, a 30anni, davantiall'olimpionicoAlain Bernard: torna avincere con il talento diun tempo acui con la maturitàha dovutoaggiungere la cura del dettaglio«quasimaniacale».E così l'Italiadel nuotopuòapplaudire all'idealestaffetta tra innamorati, dopo l'oronella 4X200sl confezionatoda FedericaPellegrini. LORENZOLONGHI longhi@email.it Unprecedente incontro traBarcellonae Atletico Bilbaoche si sonoaffrontate ieri seraper la CoppadelRe AddioaMangiorotti il «più grande», l'uomo delle39medaglie U: sabato 26 maggio 2012 23
BASSO, SCARPONI, RODRIGUEZ? NO, SULL'ALPE DI PAMPEAGO IL CICLONE INATTESO, IMPREVISTO, IMPREVEDIBILESICHIAMARYDERHESJEDAL.Doveva solo difendersi il canadese. Ha attaccato, duro, nel punto più arcigno della terribile salita verso la montagna trentina che fu di Tonkov e Pantani, ha fatto la differenza, un piccolo, fondamentale vuoto, 13” a Purito, 16” a Scarponi, 36” a Basso, il grande battuto di giornata, il faro della corsa che improvvisamente, ai meno 4, si spegne. La tappa la vince Kreuziger con una grande azione sul Lavazè e una resistenza stoica mentre la strada verso Pampeago sale oltre il 10 per cento. Il ceco riscatta così il suo pessimo Giro d'Italia, corso nel novero dei favoriti fino a Cortina, fino alla crisi, agli 11 minuti incassati. Può essere davvero il Giro di Hesjedal, e poco importa che il canadese non indossi ancora la maglia rosa, 17” lontana, ancora sulle spalle di Rodriguez. A cinque montagne dal termine - le più terribili, comunque - la condizione del capitano della Garmin è perfetta, e poi ha la cronometro finale, a Milano, dalla sua. Una tappa corsa piano, prudente, piena di paure, la Liquigas lascia tutto il lavoro a Katusha e Garmin per un buon tratto, poi sul Lavazè e all'inizio dell'ultima salita Agnoli, Caruso e Capecchi iniziano a scavare l'asfalto per Basso. Lo portano ai meno 5. Kreuziger esce dal gruppo prima che il ritmo s'impenni, raggiunge Pirazzi e Casar, partiti in fuga al mattino, li stacca e si mette a sperare. Nel momento che conta, salendo verso l'Alpe, è Scarponi a provarci, tre volte, tre scatti partendo in testa, quindi prevedibili, telefonati, troppi, fa una differenza sempre minima, è sempre Hesjedal a rientrare, Basso invece fa fatica. Purito si aggancia a Pozzovivo e si fa portare su, confidando nel ritmo regolare dello scalatore lucano. Scarponi ed Hesjedal forzano, staccano gli altri ai meno 2,5, salgono insieme per un km, il marchigiano soffre, sbuffa, guarda spesso indietro, Hesjedal invece punta lo sguardo sulla strada davanti, fa il vuoto, non si volta mai, il pubblico si stringe, la strada sale crudele. Kreuziger salva 19” di vantaggio, alza le braccia e quasi cade per lo sforzo disumano. Hesjedal arriva sorridendo, Scarponi è devastato e superato da Rodriguez negli ultimi metri, si aggrappa alle transenne. Pensava di staccare piuttosto facilmente Hesjedal, e invece Hesjedal ha staccato tutti e rischia seriamente e sempre di più di portarsi a casa il Giro d'Italia, il suo primo Grande Giro, a 32 anni. Basso è il volto della delusione: «Stavo bene, la condizione c'è, però gli avversari oggi sono stati più bravi di me, più freschi». Lavoro colossale ma sostanzialmente vano quello della Liquigas, attento, accorto, misurato quello della Garmin, con Stetina e Vande Velde. Nessuno l'aspettava questo canadese, partito da Herning senza il bagaglio pesante del pronostico, senza aspettative, e adesso ai piedi dello Stelvio con una chance grandissima: «Ho fiducia, tranquillità, serenità, un ambiente positivo intorno a me. Le prossime salite? Durissime. Andiamo avanti alla giornata, stiamo dando davvero tutti il massimo, più di quello che abbiamo». Sono volti umani, sfregiati dalla fatica, devastati dalla salita. Guardini arriva ultimo e staccato da tutti gli altri, a 46' da Kreuziger, saluta il pubblico, ha dato l'anima per stare dentro il tempo massimo. Patirà anche oggi, più di ieri, più di sempre, Tonale, Aprica, Teglio, Mortirolo, Stelvio, 22 km verso l'arrivo di tappa più alto di sempre, a 2757 metri, è l'ultima battaglia, quella decisiva, l'ultima occasione per capire se Hesjedal è davvero attaccabile, se è diventato un campione o se è rimasto il corridore che era prima di Herning, un piazzato, un lungagnone di 190 cm capace finora di un sesto posto al Tour e di poco altro, uno che però va a benzina verde, uno pulito, limpido, un volto giusto per un Giro che sembra aver davvero svoltato, che sembra aver messo all'angolo e al bando la chimica, le scorciatoie, gli anni neri. Rodriguez, Scarponi e Basso possono solo attaccare, possibilmente sul Mortirolo, certo lo Stelvio fa paura, ma il canadese va attaccato da lontano e con una tattica comune. Il clima è quello di una finale di calcio, impronosticabile, incertissima, in quattro sotto i due minuti. Tutto è apertissimo, stasera sarà tutto scritto. Via le rotelle, bambini: la primavera vi aspetta GOODBIKE ANDREASATTA Fausto Bertoglio ha vinto il Giro d'italia nel 1975, una sfida memorabile e palpitante con lo spagnolo Francisco Galdos, conclusasi proprio sullo Stelvio. Il cannibale, Eddy Merckx, quell'anno al Giro non c'era e per gli italiani vincere era cosa rara. Bertoglio aveva un pugno di secondi di vantaggio all'attacco della salita finale, ma sapeva che Galdos era più forte. Erano rimasti solo in due, fra le muraglie di neve, solo loro due. Fausto agganciato alla ruota dello spagnolo, tornante dopo tornante. Sarebbe bastato un niente, una crisi di fame, un crampo, un salto di catena. Solo tenendo la ruota di Francisco avrebbe vinto il Giro d'Italia… Quando pensi a quel giorno, pensi a Galdos? «Penso a molte cose. Lo Stelvio è stato il sogno più grande». Ecosa fa oggi,Bertoglio? «Lavora. Ho 63 anni e vendo biciclette con mio figlio. Esco a pedalare due volte a settimana, il mercoledì e la domenica, la passione non si cancella e vado a litigare con le moto e le macchine che non rispettano chi va in bici». Quandohaivisto tuofiglio in bicicletta? «Paolo è tornato un giorno da scuola, che faceva ancora le medie e mi disse: papà, io voglio correre in bici. Mi colse di sorpresa, lo scoraggiai molto, però è diventato lo stesso un professionista. Nonostante tutto, credo che la bicicletta sia una grande scuola di vita». EdiAlfredo Martiniche mi dici? «Ho fatto due mondiali con lui, gli anni di Moser e Gimondi. Senti questa: una sera, il mio direttore sportivo, Fontana venne a dirmi che aveva appena parlato con Martini e che ero già in squadra per il Mondiale. La mattina della corsa, invece, mi si accostò Alfredo: “Fausto – mi sussurrò - ti voglio grande oggi, se non fai una bella gara sei fuori dalla Nazionale”. Staccai tutti, vinsi la corsa e finii diritto al Mondiale». VIALE ROTELLE! IBAMBINI VANNO APEDALI!LA BICICLETTAÈDEL POPOLO.LA BICICLETTAÈ PIÙFORTE DEL CICLISMO. Anche oggi che il Giro d'Italia brucia la sua liturgia più sacra, anche alla fine di questa settimana esaltante che ha riconciliato i mondi e ricomposto i cuori. Anche straziata dalle morti tragiche dei campioni, dagli ordini d'arrivo stravolti ad anni di distanza e anche disonesta di doping e troppa fatica, anche rilanciata da semplici gesti di umana fortuna e meravigliosa resa sportiva, la bicicletta infiamma i cuori, disperati e traditi, ubriaca di passione, la bicicletta è il futuro che resta. Pedalando rintraccia la dimensione quotidiana, ti porta fino al posto di lavoro, culla il futuro, ruba tempo al calendario, alla crisi e alla depressione, è il tempo del saluto che avevi perduto, l'agilità, il racconto, l'aria nei capelli, lo squarcio d'infanzia che ritorna, il profumo di campagna alle narici e alle labbra, il campanello e il brusio per le orecchie, i raggi scintillanti delle braccia alzate e delle ruote, le voci e le luci che riassoci, i capitomboli, la ghiaia e il mare, il primo e il penultimo amore, ristoro degli occhi, montagne azzurre un po' alla volta verdi, fiducia in se stessi. È meglio della psicanalisi, meglio del sindacato. La bicicletta mette insieme le generazioni e le culture, le tasche e le coppie, i nipotini e i nonni, spesso saltando i figli. L'altro giorno ero al Parco Lambro a Milano, pioveva. Col mio amico Gianni Cletta, strangozzavamo un panino e si discuteva della Cascinazza e dell'oceano di cemento che la potrebbe seppellire. Al parco non c'era nessuno, anzi niente, a un tratto, però, qualcosa si mosse, arrivarono un nonno e un nipotino. Mi sono gustato la loro felicità. Gesti semplici in sequenza: a) nonno e bambino arrivano in bici, b) piccolo col casco in testa e nonno lavato di acqua e slavato di pensieri, c) i due finalmente soli, d) nonno in camicia celeste inzuppata e abbottonata male, e) piccolo con gelato che proprio non resisteva: offerto, scartato afferrato. Biciclette appoggiate a un tronco, ruote anarchiche e scomposte e loro fuggiaschi a godersela da matti. Ho immaginato il rientro a casa, le urla della mamma (la figlia? la nuora?): «Piove a dirotto, papà ma non capisci? È tutto sudato! E tu c'hai il diabete e l'artrosi e la pressione! E gli hai pure comprato il gelato! Adesso gli viene la febbre!». Io da bambino, senza che nessuno mi portasse al parco a pedalare, giocavo coi ciclisti per conto mio, sul divano del salotto ancora incellophanato che un altro non si sarebbe mai potuto ricomprare. Era di velluto, aveva arabeschi di foglie verdi e gialle sui braccioli sui cuscini e le spalliere. Con loro facevo il mio Giro d'Italia, erano i miei soldatini. I nomi dei ciclisti li scrivevo su pezzettini di carta, ci disegnavo su la bandiera della nazione d'origine e ci appuntavo la squadra. Soffiavo sui gregari per farli andare in fuga e più forte sui campioni per farli arrivare primi e fra loro Bertoglio che avevo visto sullo Stelvio… Tutto per colpa di un foglio di quaderno a quadretti ritagliato e lanciato nel vuoto della stanza. In salotto la tappa di montagna, la cronometro era al bagno, la volata in corridoio, i percorso da “finisseur” in cucina, poi le tappe miste le inscenavo nella camera dei miei e sul balcone dove alcuni ciclisti finivano di sotto, verso la ferrovia come farfalline svolazzanti in vista dei binari, che abitavo verso la stazione e per le farfalle c'è il divieto di atterrare. C'era pure Galdos, fra quei corridori, c'erano Moser e Saronni, Osler e Perletto, il ligure piccoletto. Sul cavalcavia ferroviario, sotto la ringhiera in favore dei treni, c'era scritto e ancora c'è «via le rotelle, bambini!». Imparate ad andare in bicicletta, è la primavera che vi spetta, dove si capisce che la vita è un magnifico regalo. A un certo punto si va e si è soli e si può volare. La spinta si allenta, più leggera sulla sella la mano che sostiene. E' l'altro equilibrio che arriva dopo aver imparato a camminare. Ve lo dico da quassù, dal Latemar, dall'Alpe di Pampeago, in fondo a una giornata bellissima, lo penserò di più domani dal tetto d'Europa, dal Passo dello Stelvio. SPORT COSIMOCITO ALPEDI PAMPEAGO Bertoglio e loStelvio «È il sogno piùgrande» A.SAT. andrea.satta@fastwebnet.it 1 Joaquim Rodríguez Oliver Spa Katusha Team 84h06'13" 2 Ryder Hesjedal Can Garmin - Barracuda a 17" 3 Michele Scarponi Italia Lampre a 1'39" 4 Ivan Basso Italia Liquigas - Cannondale a 1'45" 5 Rigoberto Urán Col Sky ProCycling a 3'21" 6 Pozzovivo Domenico Italia COG a 3'30" 7 John Gadret Fra Alm a 5'36" 8 Thomas De Gendt Bel VCD a 5'40" 9 Sergio Henao Col Sky a 5'47" 10 Damiano Cunego Italia Lam a 6'09" 1 Roman Kreuzinger Cze/Ast in 6h18'03" 2 Ryder Hesjedal Can/Grm a 19" 3 Joaquim Rodriguez Esp/Kat a 32" 4 Michele Scarponi Ita/Lam a 35" 5 Domenico Pozzovivo Ita/Cog a 43" 6 Ivan Basso Ita/Liq a 55" 7 Rigoberto Uran Col/Sky a 57" 8 Mikel Nieve Spa/Eus a 1'18" 9 Stefano Pirazzi Ita/Cog a 1'22" 10 John Gadret Fra/Alm a 1'22" Hesjedal prende unpezzodiGiro APampeagovince Kreuziger Ilcanadesestacca i rivali Rodrigueztiene lamaglia rosa,ma l'altrocorreda padrone.Bassofa l'andatura insalita,manonladifferenza Scarponi: scattialvento CLASSIFICA IlcanadeseRyderHesjedal della Garminarriva sfinitosul traguardo diPampeago,dopo198 durissimichilometri. FOTO ANSA ARRIVO U: 22 sabato 26 maggio 2012
SEGUEDALLAPRIMA La nebbia del dubbio ostacola il discernimento dei fatti e dei ruoli. Ci sono anche snodi tecnici di ardua decifrazione. Ma l'incertezza sulle cause non attenua l'inquietudine per quanto accaduto e per come è accaduto. E ciò soprattutto per la peculiare natura di un'azienda di credito che non fa capo a una qualsiasi assemblea di azionisti ma direttamente al vertice della Chiesa, quella che i fedeli credono come «organismo visibile attraverso il quale Cristo diffonde su tutti la verità e la grazia». Chi guarda alla Chiesa solo come a una organizzazione umana, per quanto avvalorata da una nobile finalità, può anche assorbire la notizia della decapitazione dello Ior come un fatto rientrante nella normale dinamica finanziaria. Ma chi «crede la Chiesa», come si recita nell'atto di fede, e vive quindi l'appartenenza al popolo di Dio, non può immergersi nell'indifferenza o nell'attesa di fredde spiegazioni. Una certa quota di attività profane, comprese quelle connesse al sostentamento economico, è indispensabile anche alla comunità dei fedeli. E va gestita con le regole proprie. Ma l'origine e la finalità degli organismi a ciò dedicati non possono non reclamare sempre un comportamento esemplare, che va immediatamente ripristinato quando si verificano devianze, si tratti di corruzione o di uso distorto delle risorse o di altro. Situazioni non gradevoli si sono registrate in passato. L'avvicendamento dei responsabili è stato spesso il solo indizio pubblico di un malfunzionamento, talora alimentando il sospetto di guasti più gravi di quelli desumibili dai comunicati. È quello che può accadere, anzi è già accaduto, in presenza di una misura così rilevante come quella adottata nei confronti del presidente Gotti Tedeschi, il quale ha trattenuto per ora le «cattive parole» che forse dirà in seguito. Non deve quindi sorprendere se il disagio per la notizia si traduce immediatamente in uno stato d'animo profondamente turbato, corrispondente al dovere che i fedeli hanno di «far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della Chiesa», come il Concilio suggerisce. E qui si fa pertinente, proprio mentre si celebrano i cinquant'anni del Vaticano II, quell'invito a partecipare alla povertà di Cristo, il quale, come dice Paolo, «da ricco che era si fece povero per amore nostro, allo scopo di farci ricchi con la sua povertà». Se si considera il processo storico va riconosciuto che molti passi sono stati compiuti per ridurre l'ostentazione delle ricchezze e dei simboli di potere, a partire dal taglio delle «code» dei cardinali. Ma l'ideale evangelico è talmente impegnativo che la distanza da colmare è certamente maggiore di quella percorsa. Chiesa povera, Chiesa dei poveri fu una delle espressioni più frequentate e convincenti del Concilio, tradotta in mille documenti come vocazione al distacco dai beni terreni e anche dalle abitudini economicistiche che ad esse si connettono. La fine del potere temporale ha provvidenzialmente accorciato il fronte delle frequentazioni profane. Andreotti fece la tesi di laurea sulla… Marina vaticana, una flotta che non c'è più. Perché escludere che un domani qualcuno possa esercitarsi nella narrazione delle vicende… bancarie della Santa Sede, ricostruendone al passato questi passaggi come momenti di avvicinamento ad un assetto meno rischioso e compromettente? Forse è semplicistico chiedersi se per svolgere la missione di salvezza sia indispensabile gestire in proprio un istituto bancario o se non sia preferibile avvalersi con intelligenza dei servizi che il mercato offre. Ma dovrà continuare la ricerca nella direzione di un assetto di governo dell'organizzazione ecclesiastica diverso da quello nel quale si producono episodi che ora, come è innegabile, suscitano riprovazione e disorientamento. . . . Non è la prima volta che scoppia uno scandalo . . . Ma non va sottovalutata la reazione dei credenti Il Concilio parlava di Chiesa dei poveri: chissà fino a quando servirà una banca? ILCOMMENTO DOMENICOROSATI Nel Papato del Novecen-to una vicenda del ge-nere non si era mai vi-sta, nel senso che nonsi era mai vista nellepersone vicine al Papa una tale disponibilità a tradirlo». È quanto afferma lo storico della Chiesa, Alberto Melloni (intervistato dall'Ansa) realtivamente agli ultimi sviluppi del «Vatileaks», il caso delle fughe di documenti riservati ad opera dei cosiddetti «corvi». Ultimi sviluppi clamorosi. L'arresto del presunto «corvo» che sarebbe un aiutante di camera di Benedetto XVI, un componente della ristrettissima famiglia pontificia. E tutto questo il giorno dopo che il banchiere Gotti Tedeschi, al vertice dello Ior, è stato sfiduciato dal suo istituto per un possibile coinvolgimento nella vicenda. «Questa disponibilità a tradire il Pontefice - osserva Melloni - è molto singolare e altrettanto preoccupante perché qui non c'è tanto la fuga in sé di notizie, peraltro relative a fatti in tutto o in parte già noti. L'unica vera notizia - spiega - è la scoperta che possono uscire dall'appartamento i fax personali del Papa. Ciò crea nei vescovi e in chi deve avere relazioni con il Papa un'ombra gigantesca, scassa in maniera drammatica il meccanismo di comunicazione del Papa con i vescovi». Il contesto, insomma, è più importante del contenuto. Ad avere valore distruttivo non sono tanto le carte trafugate quanto la facilità ad avere accesso ai «segreti» vaticanensi al più alto livello. La prospettiva che diventino oggetto di gossip. «Non a caso - aggiunge lo storico - la prima cosa che la Santa sede chiede come materia concordataria è la libera corrispondenza con i vescovi. Qui si è creato un danno gigantesco che tende a mettere in dubbio non tanto la persona del Segretario di Stato, che viene usato come una specie di finto bersaglio, ma che punta a colpire direttamente l'autorevolezza della Santa Sede nel suo insieme e del Papa come persona». Una serie di veleni che può incidere sui rapporti della Chiesa con milioni di fedeli, che può modificare la percezione di questa istituzione agli occhi di milioni di credenti. Da queste vicende l'immagine del Papa e della sua capacità di governo esce indebolita? «Il problema - afferma ancora Melloni - è piuttosto che la macchina di governo è debolissima e questo non credo si possa semplicemente risolvere imputandolo in maniera accusatoria al Papa. Qui c'è una questione a monte: dove è nata questa idea che col pettegolezzo ci si può sbarazzare degli avversari e che così si fa il bene della Chiesa? Questa prassi - prosegue - non è nata con Ratzinger, dura da parecchio tempo. Nella Chiesa italiana, ad esempio nell'era Ruini, lo abbiamo visto tante volte. Ma come diceva Gesù “Chi prende la spada, nella spada perirá”». Un gioco pericoloso che, insomma, può portare a conseguenze imprevedibili. «Questo gioco della denigrazione fatalmente è sfuggito di mano, tutti denigrano tutti e tutti pensano che sia un' azione lodevole raccattare qualche carta nei cestini dei fax per potersi vendicare di qualcosa o qualcuno». Si aprono già le manovre per il Conclave? «È chiaro - osserva Melloni - che l'età avanzata del Papa da un lato e la regola per cui a 80 anni si esce dal Conclave dall'altro, creano una fascia di nervosismo fra i 70 e gli 80 anni tra i cardinali». Ma per lo storico c'è di più. Si tratta anche di un'offensiva politica: «È chiaro che c'è un gioco a delegittimare da destra il pontificato: certo si può leggere tutto il pontificato di Ratzinger come una specie di concessione al lefebvrismo, ma si può vedere anche il contrario perché il Papa ha parlato della continuità del soggetto ontologico». «C'è - è la conclusione - una specie di destino fatale che segue Ratzinger: quando era il teologo più stimato da Kueng non era mai abbastanza kunghiano per Kueng. Adesso che poteva apparire una specie di santo protettore del conservatorismo cattolico non è abbastanza conservatore». «Lettere rubate? Attacco da destra al Santo Padre» RISCHIA30ANNI L'accusa,attentato allasicurezza delloStato Rischia30 annidicarcere Paolo Gabriele, ilmaggiordomo infedeledi BenedettoXVI. I reatideiquali è accusatosono infatti molto gravi: la fattispecieè quelladi violazione della corrispondenzadiun Capo diStato cheequivaleadattentato alla sicurezzadelloStato. Inmerito, la legislazionevaticana recepisce quella italiana edè possibile che- se condannato- debbascontarli in Italia, in quanto loStato della Città delVaticanononhaun carcere. Si delinea in questeore peròun quadro chepotrebbefar pensare all'azione diun esaltatoe questo aprirebbe altri scenariprocessuali.Nel caso dell'attentatodi piazzaSan Pietro, Agcafu consegnatoallaGiustizia italianache loprocessò. LostoricodellaChiesa AlbertoMelloni:«L'idea èchecon ilpettegolezzo cisipossasbarazzare degliavversari» L'OPINIONE VIRGINIALORI ROMA . . . «Singolare la disponibilità a tradire il Pontefice» . . . «La notizia è che i fax escono da quelle stanze» sabato 26 maggio 2012 5
Milano, commozione per piazza Berlinguer Commozione a Milano per l'inaugurazione di una piazza dedicata a Enrico Berlinguer. «Vogliamo ricordarlo come amico e come compagno di lotta», ha detto il sindaco Giuliano Pisapia davanti a una piccola folla con numerosi politici e le figlie dell'ex leader comunista, Bianca e Laura. FOTO LUCA MATARAZZO /TAM TAM È come la storia del morto che afferra il vivo. In questo caso, la enorme e nauseabonda massa di rifiuti indifferenziati che, esaurita l'immensa discarica di Malagrotta, la capitale presto non saprà più dove mettere stava per scaricarsi, per intero, su Palazzo Chigi e sul governo tecnico. Sul cui tavolo, ieri, è finito il maleodorante rompicapo. Da una parte, le dimissioni del professor Andrea Carandini, illustre archeologo e presidente del consiglio superiore dei Beni Culturali. E pronte a seguire quelle di almeno due ministri-professori del governo Monti, il titolare della Cultura Lorenzo Ornaghi e quello dell'Ambiente, Corrado Clini. Contrarissimi ad aprire la nuova discarica di Roma, scaricare quei 3500 rifiuti non differenziati prodotti ogni giorno dalla capitale, a poco più 2 chilometri di Villa Adriana, a Tivoli, e a settecento metri dell'area che la circonda, dichiarata patrimonio dell'umanità dall'Unesco. Dall'altra, l'ostinazione del prefetto di Roma, Pecoraro, che, nominato commissario straordinario per l'emergenza rifiuti da Berlusconi nel luglio scorso, in tutti questi mesi e fino all'ultimo - nonostante le illustrissime proteste, gli esposti, le indagini della magistratura - ha difeso la scelta proprio di quella località denominata Corcolle. La via d'uscita sono state le dimissioni del prefetto. Respinte due giorni prima dallo stesso Monti. E accettate ieri. Nove mesi dopo aver ricevuto l'incarico, Pecoraro getta la spugna. E al suo posto il governo tecnico nomina un nuovo commissario. Goffredo Sottile, prefetto anche lui, ma ormai in pensione. Già commissario per l'emergenza rifiuti in Calabria dal 2008 e prima ancora in Campania. Che dovrebbe riuscire laddove il suo predecessore ha fallito. «Ma se il commissariamento in Calabria è stato un disastro; oltre un miliardo di euro spesi e non hanno risolto nulla», fa osservare Alessandro Bratti (Pd), membro della Commissione parlamentare di inchiesta sui rifiuti. «Le gestioni commissariali sono un danno peggiore del male», avverte. Mentre dal vasto fronte nato in difesa di Villa Adriana si levano sospiri di sollievo. Quella ipotesi «è archiviata», scandisce il ministro Clini, terminata la riunione del Consiglio dei ministri, in cui, carte alla mano, ha spiegato la portata di quella scelta dissennata. Ancora nero su bianco nell'ordinanza firmata dal commissario all'emergenza rifiuti del Lazio lo scorso 6 settembre. Ma le responsabilità «non possono essere scaricate solo sul prefetto Pecoraro, che è arrivato per ultimo», lo difende il ministro, puntando il dito contro le amministrazioni locali. «Roma e il Lazio avrebbero potuto attrezzarsi per tempo», denuncia. L'emergenza e la vicenda Corcolle, aggiunge, sono «il risultato di una gestione sbagliata, contraria alle leggi e alle direttive europee, da parte della amministrazioni locali». Non ha ancora finito di parlare che la presidente della Regione Renata Polverini e il sindaco di Roma Gianni Alemanno già fanno ripartire l'eterno scaricabarile sui rifiuti romani. «È arrivato il momento che Comune e Provincia si assumano le loro responsabilità», scandisce Polverini. E Alemanno scarica: è la Provincia che deve decidere dove fare la discarica, e comunque «non nel Comune di Roma». Niente affatto, replicano da Palazzo Valentini: alla Provincia spetta indicare una lista di aree mentre la localizzazione del sito tocca al Comune. E comunque la Regione non ha ancora definito i criteri di localizzazione di quelle aree. Fin qui spiega il capogruppo regionale del Pd Renata Polverini aveva preferito accorpare Comune e Provincia: «Ora ci ripensa, meglio tardi che mai». Si capisce, insomma, come si è arrivati fin qui. Per chiarirsi le idee basta leggere i dati sulla raccolta differenziata a Roma, ferma al 24-26% e fatta così male che la metà degli scarti finisce comunque in discarica. Con uno spreco di soldi che il Pd del Lazio quantifica in 20 milioni di euro l'anno. Mentre gli impianti per il trattamento dei rifiuti lavorano a poco più del 50% delle loro possibilità. Quanto al lavoro fatto fin qui dalla Regione basta dire che Corcolle era uno dei sette siti alternativi individuati nel piano rifiuti da lei redatto. Il prefetto Pecoraro non ha fatto altro che copiare e incollare. E infine, anche lui è stato costretto a gettare la spugna. Formattare la riforma Gelmini e i danni che ha provocato nella scuola italiana con un altro tipo di istruzione, con un cambiamento che parta «dal basso». È questo l'obiettivo che si pone il Pd che ha dato il via ieri a Roma alla prima «Conferenza Nazionale per la scuola dei Nativi digitali». Una due giorni di dibattiti, alla presenza del ministro dell'Istruzione Profumo e del segretario Bersani , con studiosi italiani e stranieri, insegnanti, rappresentanti del mondo dell'editoria e dei media. E con Marc Prensky, esperto di fama internazionale e creatore dei termini «nativo digitale» e «immigrato digitale». «Il nuovo ambiente educativo è così diverso dal passato – ha detto Prensky – che richiede a gran voce che tutti, insegnanti, studenti, genitori e politici, vi si adattino anche se ciò è difficile, doloroso o lontano dalle nostre preferenze. E non è solo per il bene dei giovani ma anche per il bene del Paese e, nel lungo periodo, della nostra civiltà». «Torneremo a governare», spiega Francesca Puglisi, responsabile scuola del Pd, e «a rimettere al centro i gioielli di famiglia del sistema scolastico italiano: scuola dell'infanzia, tempo pieno e modulo a 30 ore con le compresenze. Vogliamo innovare la scuola secondaria di primo e secondo grado, quella in cui si manifesta il calo degli apprendimenti e la dispersione degli studenti». Per fare questo gli studenti «non si legano ai banchi ma li si coinvolge attraverso lo scambio di buone pratiche, l'infrastrutturazione tecnologica delle scuole e la formazione degli insegnanti, che devono essere prima stabilizzati, abbiamo bisogno di risorse umane non precarie». Tra i punti previsti dal Pd, «condivisi con insegnanti, genitori e studenti perché una vera riforma parte dal basso»: usare le tecnologie non come semplice supporto al cartaceo ma come nuovo modo di conoscere e insegnare, «ridisegnano completamente i luoghi fisici dove finora la scuola ha vissuto», favorire lo sviluppo di contenuti digitali, sperimentare gli ambienti di apprendimento virtuali proposti dagli editori, garantire banda larga e copertura wifi delle scuole, un pc per ogni insegnante, Lavagne interattive multimediali e proiettori interattivi per ogni classe. Certo mancano i fondi «perché la Gelmini ha solo tagliato» quindi il Pd, ha aggiunto Puglisi, «ha chiesto al governo Monti di dare un segnale di discontinuità e di tornare a investire in istruzione». E in merito ai ritardi della scuola italiana rispetto all'uso delle nuove tecnologie (emerso anche dai dati di un'indagine commissionata dal Dipartimento Scuola del Pd all'Ipsos), il ministro Profumo ha sottolineato come «ci sono due questioni», prima di tutto «problemi di connettività che non può essere solo a banda ristretta, ma affinché la scuola possa diventare digitale è necessaria la banda larga», e in secondo luogo occorre «investire di più in formazione dei docenti», in questo, gli studenti che sono nativi digitali, possono essere «uno stimolo ad accelerare il processo». Nativi digitali, quando l'istruzione parte dal basso LUCIANACIMINO ROMA La Caporetto di Renata Polverini sulle dolci colline di Villa Adriana era cominciata con bel altre premesse. Soprattutto, con un gioco di prestigio, perché la Regione Lazio aveva pensato proprio a tutto, pur di innalzare da quelle parti una discarica da 2 milioni di metri cubi di rifiuti, degna erede di quella Malagrotta dove ci hanno buttato di tutto, con seri dubbi sui criteri di gestione, e per molto più tempo del previsto. Cinque anni di proroghe, dal 2007, l'ultima scade il prossimo 14 giugno, perché in Europa da un bel po' di anni le discariche non possono ricevere rifiuti non trattati e questi ritardi sono costati al nostro Paese la procedura europea di infrazione (2011/4021). La mancanza di una raccolta differenziata nella capitale, del resto, è causa ed effetto della situazione che ha portato il governo ad un dietrofront su Corcolle. Ricostruendo la vicenda che ha portato quasi ad una spaccatura nel governo, con due ministri contrari al prefetto Pecoraro, si arriva proprio all'inizio del mandato del governatore del Lazio. Nell'autunno del 2010, dopo il primo semestre Polverini, la Giunta prende in mano il tema rifiuti. Ma già nei primi atti ufficiali c'era qualcosa di strano. La delibera del 19 novembre 2010 e quella 20 maggio 2011, sottoposte a Valutazione ambientale (Vas), non parlavano né di Malagrotta né di futuri siti alternativi a quello attuale. La lista dei sette posti, tra cui Corcolle (ma anche Osteriaccia, Pizzo del Prete, Quadro Alto, Pian dell'Olmo, Monti dell'Ortaccio e Castel Romano-Quartaccio), salta fuori il 24 giugno 2011. L'elenco è stato compilato solo con un lavoro cartografico e planimetrico: nessun sopralluogo. Cosa ancora più strana, però, questa «Analisi preliminare di individuazione di aree idonee alla localizzazione di discariche» non è stata sottoposta alla Vas. Pare proprio che la giunta abbia fatto una specie di gioco delle tre carte. Il primo che riguardava tutto il Lazio, ma non Malagrotta e quindi il punto chiave, ha seguito l'iter previsto ed è stato inoltrato alla Ue. L'altro, invece, spunta come per miracolo e riguarda solo la «nuova Malagrotta», ma senza Vas. E senza Bruxelles, tanto che, anche per interrogazioni ed esposti di forze come i Verdi, la Ue ha aperto un'istruttoria che ci porterà altre sanzioni, Polverini e giunta hanno costruito col governo Berlusconi il piano rifiuti consegnato poi, con pieni poteri d'emergenza, a Pecoraro. Che quindi fa un po' la figura dell'agnello sacrificale, immolato per salvare i «mandanti» di un progetto che riguarda comunque un affare da 400 milioni all'anno. A tanto ammonta, infatti, il business dei rifiuti a Roma, dove l'Ama ha appena alzato bandiera bianca di fronte alla necessità di svolgere una differenziata degna di questo nome. E dove l'amministrazione di Alemanno, non a caso, avrebbe già acquistato 14mila cassonetti per “rifiuti indifferenziati” il cui contenuto non finirà a Corcolle solo perché, a questo punto, presi per i capelli dall'emergenza, quale alternativa resta a quella di allargare ancora di più la mostruosa Malagrotta? ITALIA Corcolle, il governo ci ripensa Il prefetto Pecoraro si dimette dopo che i ministri della Cultura e dell'Ambiente minacciano di uscire La discarica di Roma non più a Villa Adriana. Le responsabilità di Polverini e Alemanno MARIAGRAZIAGERINA mgerina@unita.it Ma l'alternativa non può essere Malagrotta SALVATOREMARIARIGHI ROMA 12 sabato 26 maggio 2012
Torneranno uniti il due giu-gno, festa della Repubbli-ca, in nome del primo arti-colo della Costituzione, diun fisco e di un welfarepiù giusti, ma puntano a ritrovare una strada comune anche nel prossimo futuro, in vista del rinnovo dei tanti contratti di categoria scaduti o in scadenza a fine anno. Si apre una nuova stagione per Cgil, Cisl e Uil: a dicembre di quest'anno saranno 197 i contratti nazionali da rivedere (su 262). Interessano 14milioni di lavoratori e vanno dalle tute blu ai Valdesi (perché anche i dipendenti della Chiesa Evangelica hanno un loro contratto nazionale). Nonostante le forti frizioni degli ultimi anni, nate dopo la riforma contrattuale non firmata nel 2009 dalla Cgil, le diverse categorie hanno già dato prova di poter superare le divergenze del passato di Camusso, Bonanni, Angeletti. Per rendersene conto basta dare un'occhiata ai contratti che a breve dovranno essere rinnovati. Tolti i metalmeccanici, che comunque rappresentano quasi due milioni di lavoratori, gli altri settori vengono tutti da accordi unitari. Così è stato per i quasi tre milioni di edili, i quasi due milioni di tessili e chimici, i due milioni dell'agroindustria (un milione gli agricoltori, altrettanti i lavoratori dell'industria agricola). Così è stato praticamente per tutti. Tra quelli da rinnovare a fine anno, si fa prima a parlare dei contratti non unitari: tute blu, personale di terra - catering dei trasporti aerei e dipendenti della presidenza del Consiglio (gli ultimi due sono scaduti nel 2009). Dal conteggio resta fuori il commercio, due milioni di lavoratori che dovrebbero avere un nuovo contratto nel 2013 (l'ultimo non è stato firmato dalla Filcams-Cgil), e il pubblico impiego, dove permane il blocco dei rinnovi imposto da Tremonti e confermato da questo governo. Per gli statali, comunque, sono in arrivo parecchie novità. L'11 maggio è stato siglato un protocollo che permetterà di superare l'accordo separato firmato con Brunetta, per rimettere al centro il contratto nazionale che ritorna strumento principe della contrattazione. Verrà smontato l'antipatico meccanismo dei premi pensato da Brunetta (ricordate? Al 25 per cento dei lavoratori più produttivi sarebbe andato il 50 per cento dei premi, il 50 per cento dei lavoratori con una produttività media avrebbe avuto il 25 per cento dei premi e il restante 25 per cento, i lavoratori dalla scarsa produttività, non avrebbe ricevuto alcun premio). RINNOVI INVISTA In questi giorni stanno cominciando a lavorare unitariamente i chimici, così come sperano di fare gli edili. «L'ultima volta abbiamo rinnovato il contratto partendo da piattaforme diverse - dice Alberto Morselli, segretario Filctem-Cgil (chimici-tessili) - Oggi siamo oltre quel risultato: stiamo riunendo gli esecutivi unitari per scrivere insieme le nuove proposte da presentare agli industriali». Scenari impossibili da immaginare nel mondo delle tute blu, una categoria che ormai da anni affronta in modo separato le questioni decisive: contratti, Fiat e regole sulla rappresentanza. Anche stavolta difficilmente Fiom, Fim e Uilm, troveranno un'intesa sul rinnovo: a dicembre scadrà sia l'intesa separata firmata nel 2009 dalle tute blu di Cisl e Uil e da Federmeccanica, sia l'ultimo contratto unitario, quello al quale si è attenuta finora la Fiom, firmato nel 2008 e disconosciuto dagli industriali nel 2010. Al momento la situazione è paradossale: dopo le tante cause aperte nelle fabbriche e finite in Tribunale, oggi alcune aziende sono costrette ad applicare contemporaneamente due contratti di lavoro ai propri dipendenti: agli operai iscritti alla Fiom quello del 2008, agli altri quello del 2009. È chiaro che così non si potrà andare avanti, e forse in questo senso va letta l'apertura fatta il tre maggio dal Consiglio Direttivo di Federmeccanica, che si è detto disponibile ad accogliere anche la Fiom al prossimo tavolo sul rinnovo, a patto che la trattativa parta dal contratto del 2009. Le tute blu Cgil però non ci stanno e l'impasse non si sbroglia. Per di più, ad aprile i metalmeccanici guidati da Maurizio Landini hanno chiesto agli industriali di aprire un confronto sull'applicazione dell'accordo del 28 giugno di un anno fa (accordo per altro contestato dalle tute blu Cgil, all'epoca della firma). Si tratta dell'intesa sui contratti e sulla rappresentanza dei sindacati, sottoscritta unitariamente da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria, a nome di tutte le categorie rappresentate. Certificazione della rappresentanza delle sigle (cioè il peso dei sindacati in base agli iscritti), elezioni delle rsu in modo proporzionale e modalità di validazione democratica dei contratti nazionali, i temi da definire categoria per categoria. Sembra però che i metalmeccanici di Cisl e Uil non vogliano sedersi al tavolo con la Fiom. Eppure l'accordo del 28 giugno potrebbe essere la base sulla quale fondare la prossima stagione sindacale: «L'obiettivo è di partire da quell'intesa per rinnovare unitariamente i contratti in scadenza», dice Elena Lattuata, neo segretaria confederale di Corso Italia. Un concetto condiviso anche da Paolo Pirani, segretario confederale della Uil di Luigi Angeletti: «Ci prepariamo a una stagione complessa – dice il sindacalista – ma già si sono aperte delle vertenze unitarie per le Tlc o i chimici. Nel pubblico impiego – aggiunge Pirani – è stato sottoscritto un accordo ampio, riguarda regioni, province, enti locali e statali. Spero che venga applicato nel ddl di riforma». Nel frattempo, in vista del due giugno, si confida sulle «parole comuni», come le chiama Lattuada: «Lavoro, crescita e fisco», porteranno a Roma i sindacati di nuovo uniti. «Anche se rimangono i giudizi non univoci per esempio sul ddl lavoro». «Il problema non sono tanto le nostre divisioni – replica Pirani – quanto il clima che si respira tra i lavoratori: nelle assemblee e nei luoghi di lavoro, la tensione è palpabile e cresce la domanda affinché il sindacato si faccia carico di sostenere le situazioni più difficili. Su questo però manca l'interlocuzione col governo. Sembra paradossale – conclude Pirani – che l'unità dei sindacati si realizzi quando il governo abbandona la concertazione». Due anziani in uno dei cortili di Laurentino 38, periferia di Roma FOTO DI GIULIO NAPOLITANO / LAPRESSE Metalmeccaniciaparte, inquasi tutte i settori si lavora insiemesulle piattaformeper i rinnovi contrattuali.Maeracosì ancheprimadellacrisi ILDOSSIER . . . Il 2 giugno, festa della Repubblica, manifestazione unitaria di Cgil, Cisl e Uil . . . Fisco e welfare i temi della mobilitazione, che si concluderà a Roma a piazza del Popolo GIUSEPPEVESPO MILANO Nei contratti di categoria l'unità sindacale esiste «Siamo in mezzo a un guado, che si fa, si procede o si torna indietro? I sacrifici ormai sono innescati, devono portare a dei frutti»». È la «fase due», quella dello sviluppo che invoca il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco. Presentando la conclusione dei lavori dell'assemblea generale dei vescovi richiama chi ha responsabilità nazionali, «non solo a livello politico ma anche economico e finanziario ed anche nella vita quotidiana» a fare la propria parte per superare «nel tempo più tempestivo possibile una situazione che pesa sulla gente». Avendo ben presente come è nato il governo Monti e il suo obiettivo: «il superamento delle presenti difficoltà». Ma questo non vuole dire fare sconti. Perché l'emergenza principale è quella di difendere e assicurare il lavoro, in particolare ai giovani. Proprio per sottolineare questa emergenza Bagnasco ripete l'appello già contenuto nella sua prolusione: «Lavoro, lavoro, lavoro». Per poi aggiungere l'altra emergenza. «Non bisogna guardare soltanto al debito. In Italia vi è un patrimonio industriale che non va perso, ma che semmai va valorizzato». Per questo è necessario puntare sull'innovazione. «Non c'è crescita e sviluppo senza tecnologia e ricerca. È pure illusorio pensare di mantenere il lavoro senza investire sull' innovazione». Per questo, aggiunge, l'arcivescovo di Genova che ben conosce la difficile situazione della sua diocesi, «serve un reciproco sostegno tra finanza e impresa». «La finanza, come insegna la dottrina sociale della Chiesa, ha concluso - è un elemento del vivere sociale, ma deve essere in rapporto equilibrato alla economia, alla industria. Ci deve essere armonia, altrimenti nascono i mostri». Ai giornalisti ha assicurato che il sistema dell'otto per mille «tiene bene» come sistema di libertà fiscale. «I cittadini - spiega - hanno tutta la libertà di deputare una parte delle loro risorse dovute a uno dei soggetti previsti». Sottolinea un aumento delle firme sia a favore della Chiesa cattolica che dello Stato e assicura un aumento considerevole degli stanziamenti a favore delle diocesi per garantire sui territori un'adeguata azione di contrasto alla crisi. Nella conferenza stampa a conclusione dei lavori della assemblea generale dei vescovi, il porporato ha ricordato la riflessione dell'episcopato italiano sul ruolo degli adulti nella Chiesa e nella comunità civile. Sulla partecipazione alla messa domenicale, ha precisato, non ci sono dati precisi, ma si calcola attorno al venti per cento dei battezzati, con differenze su base regionale. Rispondendo a una domanda sul pagamento dell'Imu da parte della Chiesa cattolica sugli edifici ad uso non di culto, il cardinale Bagnasco ha inoltre detto che si attiene a «quanto il premier Monti ha detto in televisione circa il criterio che il governo ha individuato «una dichiarazione puntuale ed equa». Il presidente della Cei ha confermato il sostegno a favore dei cattolici impegnati in politica «per il bene comune». «C'è bisogno - ha osservato - di una presenza sempre maggiore, convinta e argomentata, nell'ambito delle leggi democratiche, dei cattolici nella vita politica». Ha aggiunto una sottolineatura interessante. Bagnasco ha ricordato che è affidato ai laici il compito di valutare «nel merito delle circostanze storiche», come vivere questo impegno. Bagnasco: ora è il tempo della ripresa non siano vani i sacrifici ROBERTOMONTEFORTE CITTÀDELVATICANO sabato 26 maggio 2012 9
24 sabato 26 maggio 2012
SESITRATTADIUNPOLLOCK,OPEGGIODIUNROTHKO, «PERDITRENTACENTIMETRIDELDIPINTODIETROUNDIVANOELACOSAMALENONFA»,NONÈCOMECOPRIRE UNAPARTEDELLATELADIUNRUBENSODIUNVERONESE,CHEÈUN VERODELITTO. Ma è proprio così? A riferire questa irriverente opinione del pittore Peter Saul sui grandi maestri dell'espressionismo astratto è l'influente critico d'arte americano Robert Storr. Ma a confutarla basterebbe una qualsiasi delle riflessioni raccolte negli scritti sull'arte di Mark Rothko. Alcune di esse costituiscono il testo di Red, di John Logan, in scena in queste settimane al Teatro dell'Elfo di Milano (per la regia di Francesco Frongia e la traduzione di Matteo Colombo). Il pittore (impersonato da Ferdinando Bruni) è in scena con un assistente (Alejandro Bruni Ocaña), e con lui parla della sua arte mentre è alle prese con i Seagram Murals, le tele commissionate all'artista per decorare «l'ennesima sala da pranzo per ricchi sfondati», il Four Seasons Restaurant di New York. Rothko aveva però le idee chiare, in proposito: «Ho accettato questo incarico - si legge in una sua lettera - come una sfida, armato di intenzioni del tutto malevole. Spero tanto di riuscire a dipingere qualcosa che guasti l'appetito d'ogni figlio di puttana che entrerà in quella sala per mangiare». LAVISITAAL RISTORANTE Alla fine la cosa non riesce: Rothko non consegnerà mai quelle tele. Logan immagina che la decisione venga presa dopo una visita al ristorante: in mezzo a uomini elegantissimi e donne dai lunghi guanti, a gente che sembra incarnare perfettamente la parabola descritta da Jean Clair ne L'invernodellacultura: «dal culto alla cultura, dalla cultura al culturale, dal culturale al culto del denaro». E dal culto del denaro all'investimento: non per caso Clair descrive il funzionamento del mercato dell'arte a colpi di hedge funds e cartolarizzazioni finanziarie. Come? Semplice: ti impacchetto l'artista già affermato insieme con quello da promuovere, te li metto nella stessa galleria che funziona come le agenzie di rating, le quali dovrebbero valutare in maniera indipendente ma in realtà favoriscono la speculazione, e il gioco è fatto, il titolo tossico è pronto per entrare nel grande museo, moltiplicando così il suo valore. I riccastri del Four Season, ai quali Rothko non volle più dare in pasto i suoi quadri, sono a loro volta pronti a comprare: per questioni di status, per investire, o per altro, ma in ogni caso non per guardare a lungo il colore, non per lasciarsi dominare dai grandi rettangoli monocromi di Rothko, leggermente sfrangiati ai bordi, e incastrati l'uno nell'altro in un rapporto teso, dinamico, violento. Cosa voleva infatti Rothko? D'accordo: guastare l'appetito di quei figli di puttana. Ma poi: cos'altro? Due cose: creare un luogo, e trovare una misura veramente umana. Le due cose sono poi una e la stessa cosa. Rothko ricordava bene le impressioni del suo viaggio in Italia: i rossi e i neri degli affreschi pompeiani - probabilmente gli stessi che si ritrovano nel ciclo dei Seagram Murals - e le finestre cieche dell'atrio della Biblioteca Laurenziana di Firenze, capolavoro di Michelangelo. Per Rothko, procuravano al visitatore proprio l'effetto da lui ricercato: costruire uno spazio chiuso, claustrofobico, dal quale fosse impossibile uscire, nel quale le sue tele, di grande formato e in grado di occupare pareti intere, funzionassero non come aperture, ma al contrario come durissime murate, come muri di colore in grado di sopraffare l'uomo, di strapparlo dalla futilità e dalla volgarità della vita quotidiana, per costringerlo - per l'appunto - ad essere finalmente un uomo. Non è un paradosso che una tale preoccupazione animi tutta la pittura di Rothko. Se egli non ha mai descritto come astratta la sua pittura, è perché non ha mai inteso far altro che cercare il mezzo per procurare ancora un contenuto all'umanità dell'uomo: se ha abbandonato la figura, è perché non aveva più modo, con essa, di “arrivare”. E per questo la misura era importante per lui quasi quanto la proporzione per un artista rinascimentale: nei suoi scritti, si trovano meno osservazioni sui quadri che non sulle pareti alle quali dovevano essere appesi. I metri quadrati delle tele di Rothko ci vogliono perciò tutti, fino all'ultimo centimetro. E le tele devono essere esposte alla giusta altezza, e visti dalla giusta distanza. Cioè il più possibile vicino al pavimento, e a distanza ravvicinata: come in un'inquadratura di Orson Welles, in modo che il potere del quadro si abbatta sull'uomo e lo riconduca, un'altra volta, a se stesso.A Cannes ieri David Cronenberg ha presentato il suo ultimo film, Cosmopolis (dal romanzo di DeLillo). E di nuovo c'è Rothko, fin nei titoli di testa. E pure lì Rothko se la deve vedere con un figlio di puttana, il giovane miliardario Eric Packer, mago della finanza, che vorrebbe acquistare addirittura la Rothko Chapel. Dopo tutto, chiede alla mercante d'arte (una conturbante Juliette Binoche), non è questione di soldi? Eh no, non lo è. Non lo è almeno per Marc Rothko E per le sue tele, che resistono solide e inalterate alla liquidazione finanziaria del mondo. E chiedono all'uomo di fare altrettanto. PERSONAGGI ROBERTOCARNERO IncinquinaAbate, Melandri,Missiroli, Montanaro,Fois Operaprima aRobertoAndò Rothko, l'arte indispensabile Ogni centimetro delle sue tele restasolidoenecessario Dallaculturaalcultodel denaro... losapevabene l'artistachenonconcesse i suoimuralesaunristorantee lasuaanimaalconformismo MASSIMOADINOLFI massimo.adinolfi@gmail.com L'epopeadi MarkRothko è inquestogiorni in scenaalTeatrodell'Elfo diMilanocon unapièce intitolata«Red» DECISAIERIMATTINAAPADOVA,NELLASTORICA CORNICEDELL'AULA MAGNADELL'UNIVERSITÀ A PALAZZO DEL BO, la cinquina dei vincitori della cinquantesima edizione del premio Campiello. Entrano in prima votazione con 8 voti Lacollinadelvento di Carmine Abate (Mondadori), con 7 voti Piùaltodelmaredi Francesca Melandri (Rizzoli) e Il senso dell'elefante di Marco Missiroli (Guanda), con 6 voti Tutti i colori del mondo di Giovanni Montanaro (Feltrinelli). È invece servito un secondo turno di preferenze per arrivare al quinto titolo, Nel tempo di mezzo di Marcello Fois (Einaudi). Accontentati, dunque, un po' tutti i principali gruppi editoriali dalla giuria dei letterati (tra i nomi eccellenti, Gian Luigi Beccaria, Nicoletta Maraschio, Silvio Ramat), presieduta quest'anno da Massimo Cacciari. Libri vari per contenuti, temi e stili. C'è tutto Abate nel suo nuovo romanzo: il sud, il mare, la natura, la famiglia, le radici, la memoria. L'autore mette in scena una storia che si svolge lungo l'arco di un secolo, una storia privata, fatta di forza etica e resistenza ai soprusi, sullo sfondo della grande storia collettiva. Melandri racconta invece la storia di un incontro, alla fine degli anni Settanta, tra un uomo e una donna, accomunati da un legame con il carcere: lei ha il marito detenuto in quanto assassino, lui il figlio condannato per terrorismo. Un romanzo che aiuta a riflettere sugli anni di piombo, questa volta dal punto di vista dei familiari dei colpevoli. Il romanzo di Missiroli è una serrata meditazione sui temi dell'amore, della paternità, della sofferenza, della presenza o, meglio, dell'assenza del divino. Un romanzo di forte impegno etico e spirituale, incentrato sul motivo della disperazione che deriva dall'impotenza dei padri rispetto alla sorte dei figli: un padre, a distanza di anni, cerca di riavvicinarsi al figlio che non lo ha mai conosciuto. Mette in scena la figura di Vincent Van Gogh il romanzo di Montanaro, attraverso una lunga, dolcissima e appassionata lettera scritta da una ragazza di nome Teresa, che lo ha conosciuto prima della sua fama. Infine il romanzo di Fois, ambientato in una Sardegna sospesa tra modernità e tradizione, racconta un amore impossibile, dipingendo un mondo in cui i paesaggi sono vivi come i personaggi che li abitano. Ma se tutto è andato liscio per quanto riguarda la cinquina, è scoppiata una piccola polemica tra i giurati a proposito del premio Opera prima, attribuito a Il trono vuoto di Roberto Andò (Bompiani), storia tragicomica basata sullo scambio tra due gemelli, uno dei quali è un importante uomo politico. Attraverso questo artificio piuttosto classico, l'autore – palermitano, classe 1959, già noto come regista di teatro di prosa, lirica e cinema – offre un vivace affresco dell'Italia di oggi nelle sue contraddizioni politiche e sociali. Non tutti però sono sembrati concordi sull'assegnazione del riconoscimento ad Andò. È Ermanno Paccagnini, in particolare, a dare voce ai malumori: «Purtroppo non avevamo a disposizione esordi particolarmente significativi dal punto di vista della qualità. Perciò siamo rimasti a lungo incerti su cosa fare e alla fine abbiamo deciso di valorizzare ciò che di meno peggio abbiamo trovato. Ma forse poteva essere una buona idea fare come i giurati del Pulitzer, che quest'anno hanno deciso di non assegnare il premio per assenza di candidati meritevoli». Insomma, se l'anno scorso aveva visto un boom di esordi, gli ultimi mesi ne sono stati pressoché privi. Prima della votazione, i giurati hanno tracciato un quadro dell'annata letteraria, riassunta per tutti da Silvio Ramat, il quale esprime una preoccupazione condivisa: «Se i temi di molti libri sembrano forti, appare sempre meno centrale la preoccupazione sullo stile. Manca cioè un'adeguata elaborazione al livello della scrittura». Forse è per questo che la giuria ha deciso, in questo caso sì in maniera concorde, di escludere dalla cinquina, tra i libri in gara (che erano per la precisione 64), quelli più premiati dai lettori negli ultimi mesi. Libri, però, spesso scritti da giornalisti e non da scrittori di professione: ad esempio Fai bei sogni di Massimo Gramellini (Longanesi) o La mia anima è ovunque tu sia di Aldo Cazzullo (Mondadori). «Per fare un buon romanzo», rincara la dose Paccagnini, «non basta essere capaci di scrivere, riproducendo in un libro gli stessi stilemi adatti a un articolo di giornale». Quanto al vincitore del SuperCampiello, l'appuntamento è a Venezia per la serata di sabato 1˚ settembre, quando verranno spogliati i voti della giuria popolare dei 300 lettori. PremioCampiello Chefinehannofatto gliesordienti? RobertoAndò,vincitore delCampielloOpera prima FOTO DI VINCENZO TERSIGNI / EIDON U: 18 sabato 26 maggio 2012
L'INTERVISTA Intanto il fattore tempo, perché è a dir poco curioso che una proposta di tale portata, tesa a introdurre in Italia il semipresidenzialismo, arrivi non solo «nella fase finale della legislatura» ma anche «dopo che la commissione Affari costituzionali del Senato ha quasi terminato il lavoro di riforma». E poi, nel merito. Dice Luciano Violante: «Non c'è da parte mia un pregiudizio negativo. Ma nessun sistema serio cambia per emendamento la forma di governo da parlamentare in presidenziale». Al responsabile del Pd per le Riforme istituzionali, che sta discutendo con esponenti del Pdl e del Terzo polo su una riforma costituzionale e su una nuova legge elettorale, «non interessa fare polemiche»: «Ragioniamo su quel che serve al Paese». Servericominciaredacapoilconfronto sulle riforme istituzionali, come di fatto avverràoracheBerlusconiharilanciato il semipresidenzialismo? «Il fatto che la proposta arrivi ora può far pensare a un tentativo di dilazionamento. Ma benché tardiva, quest'uscita riguarda un problema serio, che va affrontato e discusso, per essere poi seriamente affrontato nella prossima legislatura». Berlusconi e Alfano propongono di affrontarlo inquesta. «L'elezione diretta del Capo dello Stato non consiste soltanto nell'elezione. Sono necessari molti interventi legislativi, costituzionali e ordinari, altrimenti diventerebbe una atroce burla a danno della democrazia. È necessario aprire una seria riflessione con la società italiana, con il mondo costituzionale. In Parlamento vengono consultati fior di costituzionalisti su ogni minima proposta di legge, come si può pensare che si proceda senza un dibattito pubblico su una questione che cambia radicalmente la forma di governo dell'Italia?». Quali sonogli aspettidaapprofondire? «Intanto il nuovo ruolo del Parlamento, del presidente del Consiglio dei ministri e delle istituzioni di garanzia, dalla Corte Costituzionale al Csm alle diverse magistrature. Poi il tipo di federalismo da condurre in porto e i suoi effetti sul modo in cui almeno una delle Camere deve essere costituita. Aggiungo le norme sulle candidature, sul sistema elettorale, sulla indipendenza dei mezzi di comunicazione, compresa la Rai, la necessità di una legge rigorosa sul conflitto di interessi». Lo dice perché Berlusconi ha già fatto capire di essere pronto a correre per il Colle? «No, lo dico per chiunque. In tutti i Paesi in cui vige un simile sistema ci sono norme severe sulla separazione dell'interesse pubblico dagli interessi privati del presidente e della sua famiglia. Negli Stati uniti la moglie di Bush - la moglie, non lui - è stata costretta a vendere una piccola partecipazione societaria in una televisione locale. Aggiungo le regole sul finanziamento della campagna elettorale. Sono argomenti di tipo ordinario e costituzionale molto delicati. Una cosa è fare la scelta, altra cosa è tradurla correttamente per irrobustire la democrazia, visto che questo è lo scopo, non per indebolirla». IlPdlsostienechesec'èlavolontàpoliticasipuòprocederespeditamenteeannuncia che presenterà un emendamentoadhocalpacchettodiriformechearrivainAulaalSenatolaprossimasettimana. «Abbiamo tutti abbastanza esperienza per sapere che non è possibile arrivare a una simile riforma con un emendamento. Né è possibile che sia frutto di un accordo solo tra Pdl e Pd. Vedo una certa improvvisazione nella proposta». Quindiva rispeditaalmittente? «No, riterrei sbagliato chiudere la porta in faccia. È importante aprire una discussione sulla forma di governo più capace di rispondere alle necessità dell'Italia. Apriamo la discussione, prendiamo degli impegni e poi il tema può essere deciso nella prossima legislatura». Esulla legge elettorale? «La proposta del presidenzialismo non può costituire un alibi per non cambiare la legge elettorale. Va cambiata subito ed è positivo il sì al doppio turno, che costituisce lo strumento adatto a riparare la frammentazione politica che si è vista anche alle ultime elezioni». Da settimane lei ed esponenti del Pdl e delTerzo polodiscutete di un possibile successore al Porcellum: cosa vi direte alprossimo appuntamento? «Il Pd ha proposto un modello che prevede il 70% dei deputati eletti col doppio turno, il 28% col proporzionale e il 2% per il diritto di tribuna. All'inizio ci hanno di no. Ora si apre una possibilità. Non pretendiamo che la proposta si accetti così com'è. E comunque vogliamo sentire anche cosa ne pensano le altre forze politiche, non solo il Pdl». rivoli - la lista ambientalista, quella di giovani donne, i movimenti spontanei sul territorio, il listone nazionale: «Non ci saranno preclusioni» ha detto infatti - e poi ricompattarlo al secondo turno. È il cuore della proposta fatta al Pd: «Offriamo a Bersani l'occasione di liberarsi della scomoda “foto di Vasto” - ragionano a via dell'Umiltà Conviene anche a lui». Nel Pdl sanno benissimo che il presidenzialismo è più che altro un ballon d'essai. I tempi per un'intesa non ci sono, quando Alfano dice che vuole portare il tema in aula per contare «conservatori contro innovatori» vuole alzare la tensione. La vera trattativa con «gli amici dell'opposizione», secondo il lapsus del Cavaliere, potrà essere sul doppio turno. Un'accelerazione che non lascia tranquille anzitutto molte anime del suo partito. Non bastano infatti le rassicurazioni sul «Pdl compatto che non si scioglie» per fugare i sospetti. E del resto Alfano “chiama” Casini e Montezemolo: «Non aspettiamo una risposta subito. Bisogna pensarci su». Da loro però, assicura, nessuna pregiudiziale contro la presenza in campo di Berlusconi. Affermazione ardita, dato che il leader centrista lo ha detto anche pubblicamente. Ma tant'è. Gli ex An non sprizzano gioia da tutti i pori. In generale ieri mattina al Senato c'erano parecchie defezioni: Tremonti la più scontata, ma non solo. Gli sms di convocazione non hanno fatto il loro dovere fino in fondo. Della pattuglia postfascista c'era solo Gasparri. Che poi si lascia andare a una frase velenosa. «Se Berlusconi dovesse dire che non vuole più andare avanti con il Pdl, o che il Pdl non c'è più, il partito andrebbe avanti lo stesso. È un problema suo se non ne vuole far parte». Difficile da sostenere ma questo è il clima tra “cugini” pidiellini. Berlusconi va avanti con la sua exit strategy dal pantano del sistema politico. Spera di annacquare, in questo cambio di passo, il fallimento del Pdl «liquefatto». Non a caso si dice disponibile a sciogliere il partito se altri, leggi Casini, faranno lo stesso. Il corteggiamento a Montezemolo continua. Si vedrà presto il peso delle forze in campo, chi annetterà chi. Di certo, nel Pdl c'è il panico. Colonnelli, dirigenti e parlamentari temono di essere lasciati nel Pdl prosciugato dall'interno, destinato «a schiantarsi come la Costa Concordia». Perchè altro che al 23,6% come sostiene il leader: gli ultimi sondaggi li inchiodano impietosi al 17%. Ne approfittano i “rottamatori”. Le nuove leve che questo fine settimana si sono date appuntamento in quattro città - Pavia, Bologna, Palermo e Roma al grido di «Fuori» (la vecchia guardia) e «formattiamo il Pdl». Nella capitale, la sorpresa è che la mobilitazione è guidata da Giorgia Meloni: «Azzeriamo le malformazioni». Titolo: «Riparto da zero». Tutti rifiutano l'etichetta di simil-grillini. Del resto Berlusconi era sobbalzato per primo: «Io come Beppe? Sono l'opposto». LucianoViolante L'ultimo bluff di Berlusconi IL SONDAGGIO SWG Oggi ilpartito diMontezemolo vale il3,5percento Dopol'annuncio piùo menoformale della«discesa in campo»,quanto vale il partitodi LucaCorderodi Montezemolo? Pochino,almenorispetto alle grandiambizionidelpresidente della Ferrari.Esattamente il 3, 5 percento secondoun sondaggio dell'Istituto Swg. Secondo ipotenziali elettori di Montezemolo, il suopartito «dovrebbeallearsi con il centrodestra»,per il 20 percento degli intervistati, con l'Udc secondo il 10diecipercento. Il 29per cento invecesostiene che Montezemolo«dovrebbe creare un nuovopolopolitico» evidentemente autonomoe autosufficiente.Ma con questinumeriè difficileandare lontano. «Unapropostadelgenere afine legislatura fapensareauntentativo didilazionamento Ragioniamosuquel cheservealPaese» «Un emendamento non può cambiare forma allo Stato» SIMONECOLLINI ROMA SEGUEDALLAPRIMA Non può stupire, pertanto, che le reazioni alla conferenza stampa di Silvio Berlusconi e Angelino Alfano si siano fermate a questo primo, superficiale aspetto della questione: il suo carattere apertamente strumentale. C'è tuttavia anche nel merito della proposta, presidenzialismo e doppio turno sul modello della Francia (che non è una repubblica presidenziale, bensì semipresidenziale, ma evidentemente non c'è stato tempo per studiare i dettagli), qualcosa che turba come un brutto ricordo tornato improvvisamente alla memoria, come il trauma di fondo di questo ventennio, rimosso negli ultimi mesi di governo tecnico e mai elaborato, e proprio per questo destinato a riemergere alle prime difficoltà. Parafrasando l'entusiastico commento di Maurizio Gasparri, si potrebbe dire che l'approvazione della proposta Berlusconi-Alfano sul presidenzialismo rappresenterebbe il coronamento di un incubo. Al fondo, infatti, il bersaglio è sempre lo stesso: la nostra Costituzione, i suoi principi cardine, il suo spirito, l'idea stessa di democrazia parlamentare che contiene. I tanti che in questi vent'anni hanno condotto l'offensiva, da destra e da sinistra, in forme ora esplicite ora camuffate, dovrebbero riflettere sulle loro stesse parole, sulle loro analisi e previsioni, sulle ricette che hanno consigliato, adottato e visto alla prova. Non è passato poi molto tempo dall'ultimo, assordante coro di elogi per la nuova stagione aperta dalle elezioni del 2008, che videro il trionfo del Cavaliere. Gli ingredienti, del resto, c'erano tutti: una legge elettorale dotata di un robustissimo premio di maggioranza, con parlamentari di fatto nominati dal leader; un premier dotato di risorse extra-politiche, economiche e mediatiche pressoché illimitate; un parlamento di fatto in suo totale controllo. E oggi, dopo che quello stesso leader ci ha portati sull'orlo della bancarotta, e c'è voluto proprio il rischio della bancarotta per mandarlo via, eccolo ripresentarsi sulla scena a invocare maggiori poteri e una più forte legittimazione per il capo dell'esecutivo (perché questo è il meccanismo che ha in mente il Pdl, al di là delle chiacchiere). E invece la lezione della crisi da cui ancora non siamo usciti ci dice proprio il contrario: che non è finendo di scassare il sistema con ulteriori torsioni presidenzialiste, più o meno improvvisate, che ci salveremo. Non è aumentando ogni volta le dosi del veleno che lo trasformeremo in medicina. Non è finendo di demolire quel poco che resta dell'equilibrio previsto dalla nostra Costituzione, quell'insieme di pesi e contrappesi che ci ha garantito cinquant'anni di crescita democratica, economica e civile, che ci risolleveremo, ma semmai riscoprendone il valore e restaurandone le fondamenta. Per uscire dal circolo vizioso di questi vent'anni di sempre maggiori torsioni leaderistiche e sempre maggiore impotenza politica non si vede altra strada. L'assalto alla Costituzione malattia del ventennio ILCOMMENTO FRANCESCOCUNDARI sabato 26 maggio 2012 3
Paolo Gabriele maggiordomo del Pontefice, è stato arrestato per aver sottratto carte riservate FOTO ANSA La colpa è del maggiordomo del Papa. Come nel più tradizionale romanzo giallo. La gendarmeria vaticana avrebbe individuato «il corvo», il responsabile dei «Vatileaks», quei documenti riservati e quelle lettere private indirizzate a Benedetto XVI finite sui giornali. È un laico. L'unico laico che ha accesso agli appartamenti papali, che è vicinissimo al pontefice. Il nome non è stato reso noto dalla Santa Sede, ma nemmeno smentito. Si tratta dell'«aiutante di camera» del pontefice, Paolo Gabriele. Un quarantenne sposato con tre figli, devotissimo al pontefice, se ne prende cura e lo accompagna in ogni occasione, insieme a monsignor George Ganswein. Giovedì pomeriggio il «cameriere» di sua Santità che lavora nell'appartamento pontificio già dal 2006, dopo anni di servizio presso il prefetto della Casa Pontificia, monsignor James Harwey, è stato prima fermato dagli agenti vaticani comandati dall'ispettore generale Domenico Giani. Poi, interrogato dal promotore di giustizia, Nicola Picardi, è stato dichiarato in arresto. Nella sua abitazione, all'interno delle Mura Leonine, sarebbero stati trovati molti documenti riservati. Gli è stato contestato il «possesso illecito». Ora si trova nelle camere di sicurezza in Vaticano. La gendarmeria ha operato secondo le istruzioni della Commissione cardinalizia composta dai cardinali Julian Herranz, Josef Tomko e Salvatore de Giorgi e istituita dal Papa proprio a seguito delle fughe di notizie dall'appartamento papale. IL DOLOREDEL PAPA Informato dell'arresto dell'aiutante di camera Benedetto XVI è «addolorato e colpito». Lo riferisce una fonte vicina al Papa, che sottolinea come «si tratti di vicende dolorose» e come il Pontefice, «consapevole della situazione» mostri «partecipazione». Molto conosciuto in Vaticano Paolo Gabriele, detto «Paolino», è descritto come persona semplice e buona, riservata e scrupolosa. Una vera sorpresa il suo arresto, per molti. Che pensano invece a un possibile «capro espiatorio». Il suo arresto, secondo gli increduli, potrebbe coprire altre responsabilità. Ci sono forse altri «corvi»? L'inchiesta è ancora aperta. C'è chi ricorda come le lettere di protesta inviate al cardinale Bertone da monsignor Viganò, segretario del Governatorato e ora nunzio a Washington, finite sui giornali, portavano visibile lo stampo del protocollo della Segreteria di Stato. Si ipotizzava un «corvo laico» ma in quegli uffici. Siamo all'arresto di Paolo Gabriele. Un atto che molto difficilmente può essere stato compiuto con leggerezza. Si tratta di un «familiare» del Papa. L'effetto mediatico potrebbe essere devastante. C'è però da capire perché e per conto di chi avrebbe agito Paolo Gabriele. Questo arresto sembra il secondo round di una partita dura, da resa dei conti. Con una tempistica già definita. Avviene dopo il siluramento del presidente dello Ior, il professor Ettore Gotti Tedeschi che ieri non ha nascosto la sua irritazione per come è stato costretto ad uscire di scena. Messo alla porta all'unanimità dal board dell'Istituto e sicuramente con il placet del segretario di Stato, cardinale Bertone. Un modo irrituale nelle forme e nei modi. Non gli è stato concesso di presentare le dimissioni. Gli è rimasta addosso l'accusa di «insoddisfacente gestione». «Sono dibattuto tra l'ansia di spiegare la verità e il non voler turbare il Santo Padre» ha dichiarato all'Ansa l'ex presidente. «Il mio amore per il Papa - aggiunge - prevale anche sulla difesa della mia reputazione vilmente messa in discussione». Minaccia querele il banchiere che di bocconi amari deve averne ingoiati parecchi per chi lo ha indicato come un possibile «corvo». Il suo rapporto diretto con l'Appartamento e in particolare con monsignor Ganswein deve aver creato irritazione in segretaria di Stato. Il cardinale Bertone non ha gradito l'opera di dissuasione svolta dal banchiere su papa Ratzinger per bloccare l'operazione «acquisto» dell'ospedale san Raffaele di Milano di don Verzè. Ma è sulla «trasparenza» dello Ior che si è giocato lo scontro decisivo. Una partita che ha creato forti tensioni in Vaticano, anche tra i cardinali e soprattutto nell'ultimo periodo anche all'interno dello Ior. Pare che fossero diventati inesistenti i rapporti tra il presidente e il direttore generale dell'istituto, Roberto Cipriani. È in nome dell'operazione «trasparenza» in Vaticano voluta da Benedetto XVI e dallo stesso cardinale Bertone che Gotti Tedeschi era stato posto alla guida dello Ior e che era stata costituita l'Autorità di informazione finanziaria, presieduta dal cardinale Nicora, di cui lo stesso Bertone ha voluto ridimensionare autonomia e poteri. L'obiettivo era adeguare alle normative internazionali contro il riciclaggio lo Ior e le altre istituzioni del Vaticano che gestiscono finanze. Ieri si è riunita la commissione cardinalizia di vigilanza presieduta dallo stesso Bertone per decidere il da farsi sullo Ior. Vi fa parte anche il cardinale Nicora. Ha confermato il vice presidente Ronaldo Hermann Schmitz alla guida dell'istituto. IDOCUMENTI RISERVATI IL RETROSCENA FILIPPODI GIACOMO Ildocumentodibenservito aGottinonèstatoscritto dapretimadicertoèstato approvatoneipiani superiori. Il nododelle normeanti-riciclaggio BUFERAOLTRETEVERE Arrestato l'uomo che avrebbe trafugato e rivelato documenti riservati È Paolo Gabriele aiutante di camera del Pontefice Benedetto XVI: «Addolorato e colpito da questa vicenda» ROBERTOMONTEFORTE CITTÀDELVATICANO Il «corvo» vaticano è il maggiordomo di Papa Ratzinger Tutto inizia con le accuse di Viganò a Gotti Tedeschi Loscandalo diVatileaks scoppiadopo lapubblicazione del libro, documentatissimo,diGianluigiNuzzi, «SuaSantità». Esplodecon il caso Viganò.È ilgennaio diquest'anno quandoalla trasmissione«Gli intoccabili»su La 7,vieneresa pubblicauna letterascritta alPapa da monsignorCarloMaria Viganò, all'epocasegretario generaledel Governatoratoper denunciare il malaffaree i costigonfiatinegli appalti inVaticano. Viganòstaper essere trasferitocomenunzioa Washington, (comepoièavvenuto) probabilmente proprioacausadelle sue accuseenella missivapunta il ditosuquattro illustri membridel Comitato finanzae gestione».Traquesti c'è ilpresidente dello Ior EttoreGottiTedeschi dimissionatogiovedì scorsodal Vaticano.Così scriveViganò: «BeatissimoPadre... unmio trasferimentodalGovernatorato in questomomento provocherebbe profondosmarrimentoescoramento inquanti hannocreduto fossepossibile risanaretantesituazioni di corruzionee prevaricazione...». Inparticolare Viganòaccusa ilComitato diaver mandato in fumo con unasola operazione finanziaria,neldicembre 2009,due milioni emezzo didollari. Più tardi sullecarte trafugate troviamo anche il caso Boffo, l'ex direttore dell'Avvenire, silurato per lettere anonimecontrodi luipubblicate da Libero.Scrive Boffo al SantoPadre: «Sonovenuto a conoscenzadi un fondamentale retroscena,ecioè chea trasmettereaFeltri ildocumentofalso sulmiocontoèstato ildirettore dell'OsservatoreRomano Giovanni MariaVian». Ci sonopoi anchecarte sulCasoOrlandi.E i colloqui tra Gotti TedeschieTremonti su tre ipotesi per scongiurare,come poièstato, di introdurre l'Ici su tuttibeni dellaChiesa. Tanto per non nascondersidietro un dito: chi ricordaancora i comunicati con iquali venivano posti a ri-poso Marcinkus e DonatoDe Bonis, i due uomini cardini dello Ior che fu, sono rimasti stupiti innanzitutto dal tenore del comunicato con il quale è stato dato il ben servito ad Ettore Gotti Tedeschi: secco, duro e senza fronzoli da sacrestia. Non è stato scritto da preti, e si vede, ma è stato certamente approvato nei piani alti del Vaticano, quelli frequentati da chierici di alto grado accusati, dall'orbe cattolico e catodico, di occuparsi di cose astratte e di non saper governare la macchina dell'organizzazione ecclesiastica. C'è stato un conflitto di competenze all'interno di un consiglio di amministrazione composto unicamente da banchieri non preti, anzi neanche cattolici particolarmente devoti. E questa dinamica, per così dire, profana, è stata lasciata libera di agire e di giungere a conclusioni che i corpi deliberanti di preti non conoscono e neanche praticano. Senza alcun rispetto della regola manzoniana del «sopire, tacere, smentire», la modernità è entrata dunque anche in Vaticano. Il quale, di suo, ci ha aggiunto solo la speranza che si giunga presto, anche per le cose di Chiesa, a una «governance» affidata a chi sappia realmente leggere le carte finanziarie e fare agire anche le finanze vaticane dentro «standard bancari internazionalmente accettati». I tecnici comandano anche in Vaticano, l'anarchia clerico-buonista che fu, da ieri, è stata riposta nell'armadio. Basterà solo questo per esorcizzare il fantasma di Marcinkus? Con la legge antiriclaggio by Gotti Tedeschi lo stile «manageriale» del vescovo di Cicero (Marcinkus era nato nella stessa cittadina da cui era uscito Al Capone) rischiava di rientrare dentro le mura leonine con la figura di un presidente dello Ior monocratico che, avendo come unico riferimento il Papa, anche in materia di antiriciclaggio agiva a sua discrezione, coadiuvato da una «commissione tecnica» (alla cui testa è stato posizionato il giovanissimo genero di Antonio Fazio) e riferiva ai «superiori» che, essendo tutti di rango inferiore al Papa, rischiavano solo di assistere in silenzio ai soliti, e ai nuovi, intrallazzi. La correzione della legge antiriciclaggio ha riportato l'azione di contrasto nella mani dell'autorità esecutiva vaticana (il Governatorato), sotto il controllo della magistratura del piccolo Stato, e l'azione della gendarmeria. In altre parole, ha riportato anche le finanze vaticane dentro il perimetro di un ordinamento giuridico moderno e coordinato con il resto del mondo. È un primo passo. Forse ci vorrà altro, come annunciato ieri da un comunicato di Padre Lombardi: «L'attività di indagine avviata dalla Gendarmeria secondo istruzioni ricevute dalla Commissione cardinalizia e sotto la direzione del Promotore di Giustizia (l'equivalente del nostro Procuratore della Repubblica nell'ordinamento canonico e vaticano, nda) ha permesso di individuare una persona in possesso illecito di documenti riservati. Questa persona si trova a disposizione della magistratura vaticana». Tra fughe di documenti, «papisti» interessati ai soldi e al potere e altre amenità del genere, Benedetto XVI e il cardinale Tarcisio Bertone hanno finalmente trovato il coraggio di far comprendere forte e chiaro che anche in Vaticano, a quanto sembra, in futuro chi delinque, anche per eccesso di buone intenzioni, andrà al gabbio. Sembra strano, ma è uno dei prezzi che anche le tonache in carriera e i sacrestani rampanti dovranno accettare di pagare alla legalità moderna. Lo scandalo Ior fa riapparire il fantasma di Marcinkus . . . Nella sua abitazione all'interno delle Mura Leonine trovati molti fascicoli top secret . . . L'inchiesta non è ancora conclusa. Altri corvi? Le carte diffuse con il timbro della Segreteria di Stato 4 sabato 26 maggio 2012
Trattativa e 41 bis, un binomio che si ripropone come 20 anni fa, quando Martelli era ministro della Giustizia. DopoiltentativodisuicidioveroofasullodiProvenzano,siamodinuovoadiscuteredi 41bis «Il 41 bis fa male ai mafiosi. Prima di allora non temevano il carcere, lo consideravano una medaglia con cui ci si guadagna rispetto. E continuavano a trafficare con l'esterno». Unostrumento decisivo? «Il 41 bis è lo strumento più importante che adottammo insieme alla legge sui pentiti. È una tenaglia che stringe il killer nell'alternativa fra il carcere duro e la possibilità di assicurarsi una vita con la protezione e l'aiuto economico dello Stato. Ma, per capire, bisogna tornare al clima del giugno 1992». C'erastata lastrage diCapaci. «Il magistrato più famoso del mondo era stato assassinato ma sul decreto dell'otto giugno, preparato con il ministro dell'Interno Scotti, ci furono molte contrarietà. Gargani, responsabile giustizia della Dc invitò Scotti a non insistere. Cesare Salvi e il Pds vedevano nel decreto aspetti di incostituzionalità, nella formazione della prova e nell'indebolimento dei diritti di difesa. Per il giurista socialista Mario Casali Nuovo eravamo piombati nel medioevo del diritto, Anm dava un giudizio complessivamente negativo». Eravate isolati. «C'era un contesto di cedimento.Ci sono molte contrarietà ad un'azione risoluta dello Stato: Dc, Pds, Psi e i garantisti di sempre. Il direttore del Dap, Nicolò Amato, temeva tensioni nelle carceri. Scotti era inviso a parte della Dc che vedeva con orrore lo scioglimento dei comuni per mafia. L'ho detto deponendo a Palermo, con la strage di via D'Amelio la mafia ha fatto il peggior affare della sua storia. Senza la morte di Borsellino, il decreto non avrebbe passato il vaglio del Parlamento». Ematura la trattativa. «Prende corpo l'idea che trattando con l'ala moderata, identificata (chissà perché) in Provenzano, si possa ristabilire la pax mafiosa. È la trattativa fra i Ros e Ciancimino. Ma bisogna fare fuori i rompiscatole: Totò Riina da una parte e, dall'altra, Scotti e Martelli». Scottiva agliEsteri. «A me Amato disse che Craxi avrebbe preferito che io lasciassi la giustizia. Risposi che o restavo o sarei tornato a fare battaglia nel partito. Poi Amato mi riferì che Craxi gli aveva risposto che avevo delle buone ragioni. E rimasi». Terzafase,conGiovanniConsoministro dellaGiustizia. «È la capitolazione. Conso sottrae al 41 bis, maggio 1993, un centinaio, poi, a ottobre, 350 mafiosi fra i quali molti pericolosi. Qui non c'è do ut des, c'è solo la speranza che la mafia abbandoni la strategia stragista. Ma le stragi vengono esportate a Milano, Firenze, Roma. E la politica si assume in prima persona la responsabilità. Conso è un fine giurista ma non sa nulla di mafia, eppure dice che la responsabilità è esclusivamente sua. Ma io sono convinto che non può essere farina del suo sacco. C'è un suggeritore. Ciampi è il capo del governo, Scalfaro autorizzò i provvedimenti, Mancino discute del 41 bis preoccupandosi dei detenuti di Avellino terrorizzati dal carcere duro, come se non fosse il ministro dell'Interno di uno Stato sotto attacco». Il segretario generale della Cgil Susanna Camusso, durante i funerali solenni celebrati alla presenza del Capo dello Stato, aveva chiesto alla magistratura di riaprire le indagini sul brutale omicidio del sindacalista Corleonese Placido Rizzotto, ucciso e gettato in una foiba il 10 marzo del 1948. Ma la Procura di Palermo aveva già deciso di riprendere in mano il caso: il procuratore aggiunto Ignazio De Francisci e il pm Francesca Mazzocco sono i titolari della nuova inchiesta sulla tragica fine dell'ex partigiano socialista, tra i maggiori esponenti del movimento contadino siciliano per l'assegnazione delle terre incolte. I nomi dei mandanti e dei killer sono conosciuti da tutti, ma per la giustizia il fascicolo è ancora a carico di ignoti. Rapito mentre raggiungeva alcuni compagni di partito su ordine del capomafia corleonese Michele Navarra, con il quale era entrato in contrasto, venne massacrato e buttato giù da un dirupo. All'omicidio assistette un pastorello di 12 anni, Giuseppe Letizia, testimone di un fatto che non avrebbe dovuto vedere. Venne poi eliminato anche lui con un'iniezione mortale fattagli dallo stesso Navarra. Il rapporto sul caso porta la firma di un giovanissimo capitano dei carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, anche lui, anni dopo, verrà assassinato dalla mafia. Per l'assassinio del sindacalista finirono in carcere Vincenzo Collura e Pasquale Criscione, che ammisero di avere preso parte al rapimento con Luciano Liggio, uomo di Navarra, poi capomafia al suo posto e suo assassino. Il corpo di Rizzotto non venne ritrovato, ma le sue scarpe sì anche se non furono giudicate prova sufficiente a dimostrare che i resti ritrovati fossero quelli del sindacalista. Durante il processo, a sorpresa Collura e Criscione ritrattarono dicendo di avere mentito perché interrogati sotto tortura «morale e fisica». Sia loro che Liggio vennero assolti per insufficienza di prove e Dalla Chiesa rischiò l'incriminazione per falsa testimonianza. Il 7 settembre del 2009 la svolta: in una foiba di Rocca Busambra, a Corleone, furono ritrovati resti umani. Solo due anni dopo, l'esame del dna ha accertato senza ombra di dubbio che si trattava di quelli di Rizzotto. Una prima risposta alla domanda di verita« sul destino del sindacalista. Molto più difficile sara» raggiungere una verita« processuale: i tre assassini noti sono morti, quindi non giudicabili una seconda volta. Ma l'inchiesta riparte. LATRATTATIVAPER PROVENZANO La procura di Palermo, inoltre, ha aperto un fascicolo sulla presunta trattativa per la consegna di Bernardo Provenzano. I magistrati dovranno valutare se esiste un nesso tra la cattura del boss e i colloqui investigativi con un “messaggero” del corleonese, condotti dalla Direzione nazionale antimafia. Secondo l'inchiesta di left, anticipata su l'Unità il 22 aprile, il capo dei capi era pronto a costituirsi in cambio di garanzie economiche: due milioni di euro che i Servizi segreti sarebbero stati disposti a pagare. I pm palermitani dovranno capire se quel negoziato fallì - come sostengono i magistrati della Dna - o proseguì per altri canali. Dubbi e trame oscure che circondano l'arresto di “zu Binnu” e che si allungano ancora oggi fino alle celle dove Provenzano e gli altri boss sono tutt'ora reclusi al carcere duro. Perché, come racconta un'inchiesta pubblicata oggi da left, negli ultimi mesi attorno alla detenzione dei boss di Cosa nostra c'è stato un gran lavorio di medici e periti nel tentativo di aprire le porte del carcere duro sia a Totò Riina che a Bernardo Provenzano. L'INTERVISTA ClaudioMartelli MILANO «Senza via D'Amelio il 41 bis non sarebbe passato» ITALIA Inchiesta sull'omicidio Rizzotto I funerali di Stato per Placido Rizzotto, il sindacalista ucciso dalla mafia nel marzo del 1948. La procura di Palermo ha riaperto un'inchiesta FOTO ANSA La procura di Palermo riapre il fascicolo sulla morte del sindacalista di Corleone ucciso dalla mafia Pm al lavoro anche sulla trattativa per la consegna di Provenzano rivelata da Unità e Left VIRGINIALORI PALERMO «QuandoFalcone saltò inaria, inParlamento nonc'era lamaggioranza per farloapprovare.Con Scotti fummoemarginati e loStatocapitolò» Expo,nelmirino dellaProcura ilprimo appaltoassegnato Laprocuradi Milanohaaperto un'inchiestaper turbativad'asta in relazionead unagarad'appalto per l'affidamentodei lavori inerenti alla rimozionedi materiale nel sitodi Expo2015. Ipm Paolo Filippinie AntonioD'Alessio coordinati dall'aggiuntoAlfredoRobledo hanno inviato laGdf presso lasededi Metropolitanamilanesespa con un decretodi esibizionedidocumenti relativi all'appalto.L'inchiesta aperta dalpool che indagasui reati nella pubblicaamministrazione, vede al centro la prima garadi lavoriper l'evento, l'unicaal momento assegnata,eche riguarda la «rimozionedelle interferenzedal sito espositivo»di Expo2015. Il 20 ottobre scorsoad aggiudicarsi la commessaè stata la società CmcdiRavenna. Nell'ambitodelle indagini ci sarebbero sospetti suun “cartello” di imprese chepotrebbe averne influenzato la regolarità.L'inchiesta, nellaquale sono indagatianche funzionari pubblici, è natadal filoneche haportato in carcere l'exassessore regionale lombardoFranco NicoliCristiani. Pino Masciari, testimone di giustizia, è scomparso da venerdì, da quando a Cosenza è stato lasciato, alle 8 di mattina senza scorta. Pino Masciari è un imprenditore edile calabrese, ha sfidato la malavita organizzata e per questo ha dovuto rinunciare alla propria vita e alla propria libertà, dopo aver denunciato e fatto condannare oltre quaranta persone, non solo uomini della ‘ndrangheta ma anche i massimi vertici dell'organizzazione e della cupola politica che spesso si lega alla delinquenza. L'ultima persona a sentire Pino è stata la moglie Marisa, in quel momento al nord Italia. Secondo il suo racconto l'uomo l'avrebbe chiamata dicendole «non mi piace quel che sta accadendo, c'è un vuoto. La scorta mi ha girato le spalle e se ne è andata». Ora si teme per la sua incolumità, se sia nascosto da qualche parte o se sia stato rapito. «So solo che la scorta che avrebbe dovuto riportarlo a casa, qui al Nord, è arrivata sotto l'albergo di Cosenza dove risiedeva da due notti, gli ha comunicato che non poteva accompagnarlo e se ne è andata», spiegava ieri la moglie Marisa. Masciari, a seguito delle sue testimonianze che hanno permesso alla magistratura di colpire alcuni fra i più potenti clan della ‘ndrangheta vibonese, era sotto scorta e viveva in una località segreta. Da Bologna, dove nei giorni scorsi aveva ricevuto la cittadinanza ordinaria, Masciari si era spostato con la sua scorta a Cosenza dove ha partecipato ad un dibattito in università, dopodiché avrebbe chiamato la moglie per dirle di essere stato lasciato in Calabria dalla sua protezione. «Da venerdì mattina - ha spiegato Marisa Masciari - non ho più avuto contatti telefonici con mio marito e ho pertanto segnalato la cosa alle autorità. L'ultima volta che gli ho parlato - ha aggiunto - mi è sembrato preoccupato». Preoccupazione per questo silenzio è stata espressa ieri anche dal deputato di Fli e vice presidente della commissione Antimafia, Fabio Granata. ««La sparizione di Pino Masciari è un fatto inquietante - ha dichiarato il deputato - ma ancor di più lo è l'averlo lasciato senza scorta in una terra dominata dalla ‘ndrangheta. Presenterò una interrogazione parlamentare al ministro degli Interni per chiedere spiegazioni». «Siamo profondamente preoccupati e stiamo seguendo con apprensione l'evolversi della situazione», ha spiegato l'assessore alla legalità del Comune di Bologna Nadia Monti. Scomparso il testimone Pino Masciari «Gli era stata tolta la scorta» PINOSTOPPON ROMA JOLANDABUFALINI jbufalini@unita.it 10 sabato 26 maggio 2012
Varato il decreto che definisce «le modalità e i termini della separazione proprietaria di Snam da Eni». È quanto si legge in un comunicato. La Presidenza del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministero dello Sviluppo Economico, di concerto con il Ministero dell'Economia e delle Finanze e sentita l'Autorità per l'energia elettrica e il gas, ha varato il Dpcm che definisce modalità e termini della separazione proprietaria di Snam spa da Eni spa, come previsto dal decreto legge sulle liberalizzazioni «Cresci Italia». In particolare, il Dpcm stabilisce che Eni riduca la propria partecipazione in Snam, «perdendone il controllo nei tempi più brevi, compatibilmente con le condizioni di mercato e comunque entro il termine di 18 mesi indicato dal Cresci Italia. Si stabilisce, inoltre, che Eni ceda a Cassa depositi e prestiti una quota non inferiore al 25,1%. Le modalità di cessione verranno definite dai consigli di amministrazione delle 2 società». «In linea con i principi comunitari, la separazione proprietaria favorisce la concorrenza nel mercato e quindi crea le condizioni per una maggiore concorrenza. La cessione a Cdp, tra le cui attività c'è l'assunzione di partecipazioni in società di rilevante interesse nazionale, ha lo scopo di assicurare il mantenimento di un nucleo stabile nel capitale di Snam tale da garantire lo sviluppo di attività strategiche e la tutela delle caratteristiche di servizio di pubblica utilità delle attività svolte dalla società», spiega Palazzo Chigi. Scorporo Snam, Eni cederà quota non inferiore a 25,1% Pensare positivo, circondarsi di ciò che si ama e sapersi accontentare. Per i ragazzi tra i 15 e i 29 anni, sono tre delle dieci regole d'oro, necessarie per essere felici. È quel che emerge dal sondaggio Ipsos, «I giovani e la felicità» presentato a Urbino - insieme a «Gli Italiani e la felicità»- nel corso della conferenza stampa di presentazione de «Il festival della felicità» di Pesaro e Urbino, ideato da Matteo Ricci, presidente della provincia con la piu alta qualità della vita in Italia. «Dai due sondaggi - spiega il direttore del dipartimento politico sociale dell'Ipsos - emerge che i giovani si stanno adattando per evitare il peggio. Hanno interiorizzato che le aspettative non possono essere enormi e gli sforzi per cambiare le cose si fanno partendo dal proprio contesto. La crisi morde e i giovani rinunciano alle illusorie prospettive di grandi sogni di trasformazione del mondo. In questo atteggiamento aggiunge Comodo - può essere rintracciato un pezzo del successo di Grillo». Questo emerge, in particolare, dalla risposta che i giovani tra i 18 e i 35 anni hanno dato alla domanda su dove sta andando il Paese, l'86 per cento sostiene «sul binario sbagliato». Se si chiede come immaginano la loro situazione economica tra sei mesi, il pessimismo prevale: per il 36 per cento sarà peggiore ma per un 24 per cento sara migliore. «Questo significa che i giovani italiani soffrono di strabismo? No, sono solo razionali. Si stanno adattando per evitare il peggio». «La società, per i giovani, non facilita la felicità. Essa è vista come un luogo malato, una giungla in cui e' difficile districarsi spiega Luisa Vassanelli dell'Ipsos -. Il mondo del lavoro è vissuto come "chiuso" ai giovani qualunque, presiedato e difeso da anziani che non cedono il passo, oppure è appannaggio di pochi raccomandati. Per i nostri ragazzi la crisi, poi, non è solo economica, è "morale", esistenziale, ma è anche vissuta come un'opportunità per un mondo nuovo, più giusto. Dal sondaggio Ipsos, i giovani emergono come smarriti ma decisi a riattivare il «motore della felicità». Hanno maturato un atteggiamento adattivo e difensivo verso il clima depressivo che li circonda. E, oggi, sono felici? Si sentono «moderatamente» felici. Sondaggio Ipsos: giovani disillusi «Ci è precluso il lavoro» VALERIORASPELLI ROMA Se la parola fisco non è mai stata particolarmente cara a molti italiani, adesso la situazione si è ulteriormente complicata considerato l'impatto della crisi economica. Fra tante questioni oggetto di recenti polemiche, dai comportamenti di Equitalia ai meccanismi poco chiari dell'Imu, l'Agenzia delle Entrate si sforza comunque di far pervenire dei messaggi positivi ai contribuenti su uno dei versanti più delicati, quello relativo alla complessità degli adempimenti tributari. In questo quadro va collocata l'entrata in scena, a partire dal prossimo 1 giugno, dell'F24 semplificato, definito come «un modello di pagamento più intuitivo e più snello ideato per agevolare i contribuenti che devono pagare e compensare le imposte erariali, regionali e degli enti locali, compresa l'Imu (Imposta municipale propria)». ISTRUZIONISULWEB Nel dettaglio, il nuovo modello è composto da un'unica pagina, con l'obiettivo aggiuntivo di ottenere un risparmio in termini di carta e di costi di archiviazione. Approvato con provvedimento del direttore dell'Agenzia delle Entrate del 25 maggio 2012, il rinnovato F24 si divide in due parti: quella superiore è la copia per chi effettua il versamento, quella inferiore è invece la copia riservata alla banca, all'ufficio postale o all'agente della riscossione. Insieme al modulo semplificato, sul sito Internet, all'indirizzo www.agenziaentrate.gov.it, sono disponibili per i contribuenti anche le istruzioni per la sua compilazione, con le indicazioni su cosa riportare nelle varie caselle, come procedere ad eventuali compensazioni, nonché uno specifico paragrafo dedicato all' Imu. Il nuovo modello, come detto, sarà utilizzabile dal primo giorno di giugno, e nella stessa data verrà soppresso il modello F24 predeterminato, utilizzato per l'esecuzione dei versamenti dell'Ici. Ma il provvedimento dell' Agenzia delle Entrate chiarisce che i modelli «F24 predeterminato» precompilati già distribuiti ai contribuenti possono essere utilizzati. Inoltre, il provvedimento estende la modalità di versamento «F24EP» per consentire agli enti pubblici il versamento dell'Imu. L'Agenzia delle Entrate ha emesso anche una circolare relativa all'utilizzo di un altro modello molto diffuso, il 730. Nel testo viene chiarito, a sostituti d'imposta, Caf e professionisti, come i contribuenti che si avvalgono dell'assistenza fiscale possono scegliere di utilizzare l'eventuale credito risultante dalla dichiarazione per versare l'Imu dovuta per l'anno 2012. In questo caso, il sostituto rimborserà l'eventuale differenza tra il credito risultante dalla liquidazione della dichiarazione e l'ammontare richiesto per effettuare il versamento dell' Imu. AGENZIADELLE ENTRATE Emergenza terremoto in Emilia Romagna Campagna raccolta fondi Fai una una donazione sul conto: IBAN IT02 N031 2702 4100 0000 000 1 494 presso UNIPOL BANCA intestato a EMERGENZA TERREMOTO EMILIA-ROMAGNA Partito Democratico Emilia-Romagna causale Emergenza Terremoto www.partitodemocratico.it www.pder.it Imu, si paga anche con l'F24 Dal primo giugno la versione semplificata in un'unica pagina del modello di pagamento Le istruzioni sono disponibili sul web, con una sezione apposita per l'imposta sulla casa MARCOVENTIMIGLIA MILANO SulWebla lista deibeneficiari delcinquepermille Le listedeibeneficiaridel 5permille sonopronte e consultabilionline. Lo hacomunicato ieri l'Agenziadelle Entratespiegandoche gli elenchi aggiornatidegli entidelvolontariato edelle associazioni sportive dilettantistiche, relativi all'anno2012, sonodisponibili sul sito Internet della stessaAgenzia.Aquesto punto,per i legali rappresentanti deglienti del volontariatopresenti in lista,non restachepresentareentro il 2 luglio, allaDirezioneregionaledell'Agenzia delleEntrate, una dichiarazioneche attesti i requisiti di ammissione all'elenco.Quest'annopossono partecipareal ripartodelle quote del 5permille anchegli enti che presentano la domanda d'iscrizione e la documentazione integrativa entro ilprossimo primoottobre, versandouna sanzionedi 258euro edutilizzando ilmodello F24. In ricordo di BRUNO PELUCCHI Sono passati tre anni da quando non ci sei più. La tua leggerezza e i tuoi buoni consigli mancano a tutti. Anche al tuo nuovo nipotino Mariangela, Sabrina con Ettore, Francesca e Stefano Hongyi. Sirone, 26 maggio 2012 ECONOMIA sabato 26 maggio 2012 13
TV 06.30 Uno Mattina In Famiglia. Show. 10.05 Settegiorni. Attualita' 10.55 ApriRai. Show. 11.05 Che tempo fa. Informazione 11.10 Unomattina Storie Vere. Rubrica 12.00 La prova del cuoco. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.00 Mixitalia. Rubrica 14.40 Le amiche del sabato. Talk Show. 17.00 TG 1. Informazione 17.01 Che tempo fa. Informazione 17.15 A Sua immagine. Religione 17.45 Passaggio a Nord Ovest. Documentario 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Rai Tg Sport. Informazione 20.35 Aari Tuoi Speciale anni ‘80. Show. Conduce Max Giusti. 22.45 S'è fatta notte. Rubrica 23.35 Una giornata particolare. Don Ciotti - Contromafia. Rubrica 00.25 TG 1 - NOTTE. Informazione 00.35 Che tempo fa. Informazione 00.40 Cinematografo Speciale Cannes. Evento 07.00 Cartoon Flakes weekend. Cartoni Animati 09.00 The Latest Buzz. Serie TV 09.25 Grachi. Serie TV 10.15 Sulla Via di Damasco. Rubrica 10.50 ApriRai. Show. 10.55 Rai Parlamento - Territori. Rubrica 11.35 Mezzogiorno in Famiglia. Show. 13.00 Tg2 - Giorno. Informazione 13.25 Dribbling. Rubrica 13.45 Automobilismo: Gran Premio di Monaco di F1. Sport 15.30 Squadra Speciale Lipsia. Serie TV 16.20 Squadra Speciale Stoccarda. Serie TV 18.05 Equitazione. Prova di potenza. Show. 18.55 Crazy Parade. Show. 19.30 Il Clown. Serie TV 20.25 Estrazioni del Lotto. 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 21.05 Eurovision Song Contest 2012. Show. Conduce Filippo Solibello, Marco Ardemagni. 00.15 TG 2. Informazione 00.30 TG 2 - Dossier. Informazione 01.15 TG 2 Storie - I racconti della settimana. Rubrica 01.55 TG 2 Mizar. Rubrica 02.20 TG 2 Si, Viaggiare. Rubrica 02.35 TG2 - Eat Parade. Rubrica 07.45 Rapsodia. Film Drammatico. (1954) Regia di Charles Vidor. Con Elizabeth Taylor 09.40 Agente Pepper. Serie TV 10.30 TGR BellItalia. 11.00 TGR Prodotto Italia. 11.30 Ciclismo: 95° Giro d'italia 2012 Si gira. Informazione 12.00 Tg3. Informazione 12.10 Rai Sport Notizie. 12.25 TGR Il Settimanale. 12.55 TGR Ambiente Italia. 14.00 Tg Regione. 14.20 Tg3. / Tg3 Pixel. 14.55 Calcio: Magazine Champions League. Rubrica 15.25 Ciclismo: 95° Giro d'Italia - 20° tappa: Val di Sole - Passo dello Stelvio. Sport 18.10 Tv Talk. Talk Show. 19.00 Tg3. / Tg Regione. 20.00 Blob the Bestial. Rubrica 20.15 Tutto Totò - Il tuttofare. Film Comico. (1967) Con Totò. 21.05 Agente 007 - Dalla Russia con amore. Film Spionaggio. (1963) Regia di Guy Hamilton. Con Sean Connery, Daniela Bianchi, Pedro Armendáriz. 23.10 Tg3. Informazione 23.25 TG Regione. Informazione 23.30 90° Minuti. Serie B. Rubrica 00.45 TG3. Informazione 00.55 Tg3 - Agenda del mondo. Attualita' 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.50 Loggione. Rubrica 09.45 Superpartes. Informazione 10.30 Stasera a casa di Alice. Film Commedia. (1990) Regia di Carlo Verdone. Con Carlo Verdone 13.00 Tg5. Informazione 13.40 Belli dentro. Sit Com 14.10 Ricordati di me. Film Commedia. (2002) Regia di G. Muccino. Con Fabrizio Bentivoglio 16.40 Dreamer - La strada per la vittoria. Film Drammatico. (2005) Regia di John Gatins. Con Kurt Russell, Dakota Fanning 18.40 Il Braccio e la Mente. Gioco a quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.31 Striscia la notizia - La Voce della contingenza. Show. Conduce Ficarra, Picone. 21.10 Billy Elliot. Film Drammatico. (2000) Regia di Stephen Daldry. Con Jamie Bell, Julie Walters, Gary Lewis. 23.40 Nonsolomoda. Attualita' 00.10 Tg5 - Notte. Informazione 00.40 Striscia la notizia - La Voce della contingenza. Show. Conduce Ficarra, Picone. 01.12 Il gioielli di Madame De. Film Drammatico. (2002) Regia di J. D. Verhaeghe. Con Carole Bouquet 07.30 Magnum P.I. Serie TV 08.20 Vivere Meglio - Anteprima. Show. 08.35 Vivere Meglio. Show. 09.50 Carabinieri. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Detective in corsia. Serie TV 12.50 La signora in giallo. Serie TV 14.05 Forum. Rubrica 14.58 Il grande western italiano - pillole. Show 15.05 Perry Mason. Serie TV 17.00 Monk. Serie TV 17.55 Cibus in città. Informazione 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.31 Meteo. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 21.15 The Mentalist. Serie TV Con Simon Baker, Robin Tunney, Amanda Righetti. 22.15 The Mentalist. Serie TV 23.15 The Mentalist. Serie TV 23.50 Il mostro di Firenze. Serie TV Con Ennio Fantastichini, Marit Nissen 01.17 Tg4 - Night news. Informazione 02.23 Ieri e oggi in tv special. Rubrica 07.25 Cartoni animati 10.55 Fievel conquista il West. Film Animazione. (1991) Regia di Phil Nibbelink, Simon Wells. 12.20 Maledetti scarafaggi. Cartoni Animati 12.25 Studio aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 Sydney white - Biancaneve al college. Film Commedia. (2007) Regia di Joe Nussbaum. Con Amanda Bynes, Sara Paxton, Matt Long. 16.45 Avalon High. Film Fantasia. (2010) Regia di Stuart Gillard. Con Brittany Robertson 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Bau boys. Rubrica 19.25 The mask - Da zero a mito. Film Commedia. (1994) Regia di Chuck Russell. Con Jim Carrey 21.10 The mask 2. Film Commedia. (2005) Regia di L. Guterman. Con Alan Cumming, Jamie Kennedy, Ryan Falconer. 23.05 Austin Powers - Il controspione. Film Commedia. (1997) Regia di M. Jay Roach. Con Mike Myers, Elizabeth Hurley, Mimi Rogers. 01.00 Poker1mania. Sport 02.10 Ciak speciale. Rubrica 02.20 Media Shopping. Shopping Tv 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 10.00 Bookstore. Rubrica 11.10 The show must go short. Show 11.25 La protesta del silenzio. Film Commedia. (1987) Regia di Mike Newell. Con Jamie Lee Curtis 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Atlantide - Storie di uomini e di mondi. Documentario 16.05 Movie Flash. Rubrica 16.10 J.A.G. - Avvocati in divisa. Serie TV 18.00 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 In Onda. Talk Show. Conduce Nicola Porro, Luca Telese. 21.30 Mondiali di calcio 1982. Sport 23.20 Tg La7. Informazione 23.25 Tg La7 Sport. Informazione 23.30 Millemiglia. Rubrica 24.00 M.o.d.a. Rubrica 00.45 L'incredibile aare Kopcenko. Film Commedia. (1968) Regia di Dick Clement. Con Alan Badel, Georey Bayldon. 02.45 Omnibus (R). Informazione 21.00 Sky Cine News. Rubrica 21.10 Che bella giornata. Film Commedia. (2010) Regia di G. Nunziante. Con C. Zalone N. Akkari. 22.55 Age of Heroes. Film Azione. (2011) Regia di A. Vitoria. Con S. Bean D. Dyer. 00.35 Don't Say a Word. Film Thriller. (2001) Regia di G. Fleder. Con M. Douglas S. Bean. SKY CINEMA 1HD 21.00 High School Musical 3. Film Musical. (2008) Regia di K. Ortega. Con Z. Efron V. Hudgens. 22.55 Hook - Capitan Uncino. Film Avventura. (1991) Regia di S. Spielberg. Con D. Homan 01.20 Captain America. Rubrica 01.40 Balla con noi. Film Musical. (2011) Regia di C. Bornoll. Con A. Bellagamba 21.00 Mangia, prega, ama. Film Commedia. (2010) Regia di R. Murphy. Con J. Roberts J. Bardem. 23.25 L'uomo sbagliato. Film Drammatico. (2010) Regia di T. McLoughlin. Con J. Ormond M. Ali. 01.00 Captain America. Rubrica 01.20 Amore & altri rimedi. Film Sentimentale. (2010) Regia di E. Zwick. Con J. Gyllenhaal 18.45 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 19.35 Young Justice. Serie TV 20.00 Takeshi's Castle. Show. 20.25 Lo straordinario mondo di Gumball. Cartoni Animati 20.50 Adventure Time. Cartoni Animati 21.15 The Regular Show. Cartoni Animati 21.40 Mucca e Pollo. Cartoni Animati 18.00 American Chopper. Documentario 19.00 Miti da sfatare. Documentario 20.00 Sons of Guns. Documentario 21.00 Carfellas: quei bravi ragazzi. Documentario 21.30 Carfellas: quei bravi ragazzi. Documentario 22.00 Miti da sfatare. Documentario 18.55 Deejay TG. Informazione 19.00 DJ Stories - Labels. Reportage 20.00 Fino alla fine del mondo. Reportage 21.00 Born to mix 100% Barman. Talent Show 22.00 Iconoclasts. Reportage 23.00 DVJ. Musica DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.20 Ragazzi in gabbia. Docu Reality 20.45 Pranked - 1a Tv. Serie TV 21.10 Il Testimone. Reportage 22.00 Il Testimone. Reportage 22.20 Il Testimone. Reportage 22.50 I Soliti Idioti. Serie TV MTV RAI 1 20.35: Aari Tuoi Speciale anni ‘80 Show con M. Giusti. Un appuntamento da non perdere per i fan dei paninari e della disco music. 21.05: Eurovision Song Contest 2012 Evento con F. Solibello, M. Ardemagni La più importante manifestazione musicale europea. 21.05: Agente 007 - Dalla Russia con amore Film con S. Connery. Il secondo film della serie. 21.10: Billy Elliot Film con J. Bell. 1984: il piccolo Billy sogna di diventare ballerino. 21.15: The Mentalist Serie Tv con S. Baker. Il consulente Patrick Jane continua ad aiutare il Cbi. 21.10: The mask 2 Film con A. Cumming. Il figlio di Tim Avery mostra poteri incredibili già in tenera età. 21.30: Mondiali di calcio 1982 Sport. In attesa degli Europei, potremo rivivere le grandi emozioni dei Mondiali di Spagna. RAI 2 RAI 3 CANALE 5 RETE 4 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY POVEROANGELINO.NELSUOPARTI-TOGIÀMOLTILAVORANOPERFARLOFUORIEORAanche il suo inconscio sembra aver deciso la resa. La gaffe che il Tg3 ci ha fatto ascoltare è avvenuta nel corso della presentazione della straordinaria nuova proposta che Berlusconi aveva annunciato tempo fa. Così nuova e così straordinaria che se ne parla da anni e comunque era già su tutti i giornali di ieri. Si tratta di un disegno di riforma alla francese, con l'elezione diretta del presidente della Repubblica e il doppio turno. Rivelando quello che sta dietro questo ennesimo progetto ad personam, il piccolo Alfano ha definito Berlusconi presidente della Repubblica. E tanto basterebbe, in un Paese normale, a segnare la sua definitiva uscita di scena per manifesta incapacità di tenuta politica. Qualcosa di peggio successe forse solo a Marcello Dell'Utri, quando, partecipando a un programma televisivo (condotto tra l'altro da Michele Santoro) concluse il suo intervento in diretta dicendo così: «I magistrati ce l'hanno con me perché sono mafioso… pardon, volevo dire siciliano». A gaffe del genere non c'è rimedio. In effetti Dell'Utri (uomo prudentissimo) smise di partecipare a talk show che potessero stuzzicare il suo involontario masochismo. Senza peraltro rinunciare alle sue cariche politiche e ai suoi molteplici interessi economici e culturali. E, chiaramente, nessuno mai ha osato fargli apertamente la guerra all'interno del suo partito, come succede invece al povero Alfano, solo perché non esiste più nemmeno il partito. Peccato, perché episodi come quello in cui è incorso ieri il cosiddetto segretario del Pdl (eletto all'unanimità dal solo Berlusconi) rivelano un inconscio sincero e spericolato che avrebbe fatto la gioia di Sigmund Freud. In fondo, dovrebbe essere questa la vera matrice dell'antipolitica. Freud e l'inconscio spericolato del fedelissimo Alfano FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO U: sabato 26 maggio 2012 21
Anche il sindaco di Mira si ribella a Grillo Tempi duri per i troppo buoni: le ultime ore del nuovo sindaco Cinque Stelle di Parma, Pizzarotti, sono state un calvario di tensione. Incomprensione grave e dolorosa con Grillo, un mezzo pasticcio al quale il primo cittadino ha cercato di rimediare come ha potuto. E tutto per colpa di quel ruolo, direttore generale del Comune, che i vincitori delle elezioni stanno cercando di affidare a mani esperte e sicure. ILPASSO FALSO È qui che Pizzarotti ha compiuto un passo falso rivolgendosi alla persona «sbagliata». Avete esperienza, sapete leggere un bilancio comunale? Se, accanto a questi requisiti, non siete iscritti ad alcun partito e non avete pendenze con la giustizia, fatevi avanti: grosso modo è la formula con cui Grillo nel suo blog annuncia l'inedita gara per titoli aperta ai cittadini di buona volontà. Il problema segue a mezzo passo: i candidati sono pregati di inviare il curriculum allo stesso blog invece che alla segreteria del sindaco. Non è male per un Movimento che fin qui ha massacrato – spesso giustamente – i partiti per la loro invadenza istituzionale: qual è il criterio secondo cui la gara viene posta direttamente nelle mani di un leader politico piuttosto che in quelle del nuovo sindaco della città? Non ci sono forse tracce di un vizio «barricato» nelle botti della vecchia politica? Son cose che capitano, soprattutto a chi, come Grillo, sta facendo i conti contemporaneamente su più fronti. A cominciare proprio da Parma, dove il giovane e simpatico nuovo sindaco a Cinque stelle ha irritato il capo, anzi il Titolare, e cioè Grillo in persona, proprio mentre cercava di dare risposte sensate ai suoi cittadini. Pensando alla persona giusta da collocare sulla poltrona di direttore generale, aveva telefonato alla persona più dotata, sperimentata, conosciuta, affidabile etc etc: Valentino Tavolazzi. A questo stimato ingegnere, nel Movimento da anni, si attribuisce, ad esempio un ruolo decisivo nella vittoria conseguita dai Cinque Stelle a Comacchio. Invece, Tavolazzi sta «sulle balle» a Grillo che mesi fa lo ha diffidato dall' usare il marchio del Movimento – roba privata del capo – solo perché si era permesso di aderire ad una iniziativa per riflettere su strategie e organizzazione. Lo aveva espulso, insomma, scatenando, sul blog dei blog, reazioni anche di disappunto e di critica all'autocratismo ancora una volta impiegato per correggere i deviazionismi. «Ho saputo soltanto ieri – scriveva ieri Grillo on line – di Valentino Tavolazzi... scelta impossibile, incompatibile e ingestibile politicamente»: neanche Lenin nei momenti più duri. LABASESOFFRE Quasi allo stesso tempo, girava nel web la registrazione di una intervista del capo a Euronews in cui, pure con toni smorzati da retropalco, invitava a fare piazza pulita dei partiti dal Parlamento, per far posto ai movimenti, «ciascuno specializzato nel suo campo». Una bella curva a gomito rispetto alla celebrazione del super-io descritta in quel «Ho saputo soltanto ieri...», seguito dalla replica della scomunica. Si comincia a comprendere lo stato d'animo del povero Pizzarotti? È già sindaco, per cui sarebbe stato poco bello costringerlo a battersi il petto in pubblico, così, il bersaglio è stato aggiustato quanto basta: «Molti media hanno cercato di metterci in bocca parole non nostre – ha scritto ieri Pizzarotti sul blog del Titolare - . Inoltre hanno cercato di minare il nostro rapporto con Beppe, che da sempre è buonissimo...»: giornalisti colpevoli, quindi, e anche perfidi, volevano avvelenare quel meraviglioso rapporto con Beppe. Poi, la «chiusa», non inedita per chi abbia memoria di fatti di governo precedenti l'era Monti: «Chiediamo a tutti di essere lasciati stare...». Che deve fare la razza dannata dei giornalisti? Sempre il sindaco risponde, in una intervista, alla bruciante domanda: dovranno accontentarsi di video messi in rete che inchiodano le dichiarazioni di Pizzarotti e impediscono che se ne facciano usi porcaccioni. L'idea di muoversi così gli è stata data proprio da Grillo e lui gli è riconoscente per questa brillante via d'uscita. Come quando Ceausescu andava in visita nelle fabbriche di regime, diceva qualche banalità e poi alla radio i dirigenti di quegli impianti esaltavano quelle miracolose parole. La base un po' soffre per questo stile poco fresco, e si lamenta, nel blog e altrove. Alvise Maniero è un ragazzo di 26 anni, molto sveglio, da pochissimo sindaco Cinque stelle di Mira, vicino a Venezia: «Grillo – spiega coraggioso – è stato fantastico, ma non c'entra nulla con le decisioni che prendiamo noi». Qualcosa si muove, mentre si irrigidisce un buon vecchio rapporto tra Grillo e Santoro, sbattuto dal Titolare nel mucchio degli anchorman semi-morti. Santoro gli ha ricordato che Grillo lo fa ridere meno di un tempo e che anche i comici, prima o poi, muoiono. Dopol'altatensionetra il leaderdeiCinqueStellee ilprimocittadinodiParma perunanomina,scoppia lapolemica conAlviseManiero Testimonianza choc della modella dominicana all'udienza del processo Ruby «Mettevo la toga, un paio di occhiali sul naso e poi muovevo il ciuffo...» Uno, il ragiunatt, omino esile ingentilito dalla “r” moscia, fa quasi tenerezza. «Ma io per carità, io non sapevo nulla di quelle feste, aiutavo gente che aveva bisogno, non sapete quanti ne ho aiutati in questi anni”. A quelle ragazze, ad esempio, quelle del burlesque, per dirla alla Berlusconi, ha portato venti milioni di euro in contanti in due anni, il 2009 e il 2010. E mentre parla quasi affonda sulla sedia del testimone incalzato senza pietà dalle domande dell'aggiunto Ilda Boccassini. L'INGRESSOIN TRIBUNALE L'altra è la sintesi perfetta del prototipo dell'olgettina: furba, scaltra, capace di monetizzare ogni parola. E di farne spettacolo. Si chiama Marysthelle Polanco, è domenicana. Entra in Tribunale con falcata da modella, capello cortissimo decolorato verso il bianco, tailleur pervinca scuro e unghie rubinio, sparge sapienti sorrisi alle telecamere e annuncia: «Ne sentirete delle belle». Ad esempio che «per far ridere Berlusconi mi sono travestita anche da Boccassini». Travestita da chi? trasalisce il pm Sangermano. L'aula scoppia in una risata. Il presidente Giulia Turri ripristina l'ordine minacciando la cacciata di chi disturba. Ma c'è molto poco da ridere nel sapere che anche l'istituzione magistratura, così come del resto polizia e suore, sono diventate maschere del burlesque, altrimenti detto bordello di Arcore. La Boccassini aveva lasciato il banco del pm da dieci minuti, fedele a una scelta che la vede in aula quando c'è da contestare soldi e conti correnti – che poi sono l'osso dell'accusa della prostituzione minorile – e che delega al pm Sangermano il capitolo ricostruzione delle serate con orge tentate o simulate. Farà piacere alla Casa Bianca e alla nostra diplomazia sapere che era diventato protagonista delle serate ad Arcore anche il presidente degli Stati Uniti Barak Obama. «È mulatto, come me - spiega Polanco - mettevo la sua maschera in faccia e poi facevo i balletti, lo spettacolo, come in discoteca». E dire che mentre tutto questo andava in scena ieri mattina nell'aula della IV sezione del Tribunale di Milano, qualche chilometro più a sud, a Roma, Berlusconi e il segretario del pdl Angelino Alfano annunciavano la road map delle riforme tentando il rilancio di un partito che non c'è più. L'udienza del processo Ruby 1 (quello dove Berlusconi è imputato per concussione e prostituzione minorile) prevedeva la testimonianza di un personaggio chiave in tutta questa storia: Giuseppe Spinelli, da quarant'anni il ragioniere di fiducia di Berlusconi e famiglia. Nel febbraio 2011 fu proprio negando la perquisizione nello studio di Spinelli a Milano 2 in quanto locali in uso alla presidenza del Consiglio che le carte dell'inchiesta, con tutti i suoi contenuti, furono messe a disposizione del Parlamento. E fu subito chiaro che “Spina” o “Spino” come lo chiamano le ragazze al telefono, era la prova del mercimonio soldi in cambio di sesso in quel di Arcore. «Tra il 2009 e il 2010 ho portato ad Arcore circa 20 milioni in contanti. Incassavo assegni firmati dal presidente Berlusconi che mi dava queste disposizioni» replica al pm Boccassini. «In settimana le ragazze mi telefonavano le loro richieste e al lunedì, quando avevo l'incontro ad Arcore, preparavo le buste in contanti in base alle sue disposizioni». Dai 2 ai 5 fino a 7 mila euro. E poi gli affitti, le macchine, le visite mediche, il dentista e anche i ritocchi del chirurgo estetico. «Non mi sono mai chiesto perchè - spiega - quelle per me tutte persone senza lavoro». Una volta solo ilragiunattha fatto di testa sua: «Detti tremila euro a Ruby, mi faceva pena, era stata picchiata». Berlusconi acconsentì subito dopo. Alla ragazza marocchina sono andati in tutto «circa 10 mila euro». Poi è la volta di Marysthelle Polanco. La descrizione di come imitava Ilda Boccassini non resta agli atti del processo. Il pm non indugia. I giornalisti, fuori dall'aula, sì. «Mettevo la toga - racconta Polanco sorridendo - un paio di occhiali sul naso come li porta lei, poi muovevo il ciuffo...». Pare che Berlusconi si divertisse. Neppure immaginava, l'impresario del burlesque, cosa sarebbe successo da lì a poco. CASOLUSI TONIJOP POLITICAEGIUSTIZIA GliexDl:«Isoldidati anoi?Usati solo perattivitàpolitica» Sono indiecie si ribellano alleaccuse diLusi. I soldi che lorohannogestito «4-5milionie non i214 dicui ha parlato l'ex tesoriere dellaMargherita» - sonostatiusati «esclusivamenteper svolgereattivitàpolitiche», «era nostrodiritto, anzinostro dovere svolgerequesteattività. E loabbiamo fattosenza alcunvantaggio o interessepersonale», diconoEnzo Bianco,Rosy Bindi,GiampieroBocci, GiuseppeFioroni, DarioFranceschini, PaoloGentiloni,Antonello Giacomelli, EnricoLetta,Ermete Realaccie FrancescoRutelli.Ovvero lostato maggioredeiDl, che ieri si è riunitoa casadiBianco, annunciandoquerele e facendoil puntosuiconti registrati nellapennetta Usbche la segretaria dell'extesoriere, Francesca Fiore,ha consegnatoai pm.Agli inquirenti la donnaharaccontato che lo stesso Lusi leavevadetto che «c'eraun accordo persuddividere lespese» con i capicorrente. Sulcaso ieriè intervenutoanche il leaderdelPd, Pier LuigiBersani: «Un contoèavere utilizzato risorseper l'attivitàpolitica, tutt'altro è averle distortea fini personali. Mettere tutto nelmucchio, come daqualche partesi sta facendo,è davvero inaccettabile». Inattesa che la giunta per le immunità sipronunci, ilRiesame intanto ha confermato il carcereper lo stesso Lusi, accusatodiaver distratto fondi per fini personali. IL CASO . . . Il giovane leader della cittadina vicina a Venezia: «Lui è fantastico ma qui decido io» CLAUDIAFUSANI cfusani@unita.it Polanco: «Mi travestivo da Boccassini e Obama E Silvio rideva...» Marysthell Polanco all'ingresso del tribunale per il processo Ruby FOTO ANSA 6 sabato 26 maggio 2012
CANNES A.C. CANNES NellavecchiaRussia il filmdiLoznitsasarebbestata unapotentepellicolarevisionistasulla lottapartigiana NONCAPITATUTTI IGIORNIDIVEDEREUNGRANDESCRITTORE A CANNES. ANNI FA CAPITÒ CON JAMES ELLROY, CHEVENNEAPRESENTARE L.A.Confidential. Ieri è stato bello incontrare, seduto accanto a David Cronenberg, il molisano Don De Lillo, nato nel Bronx nel 1936 da una famiglia proveniente dalla provincia di Campobasso. Cosmopolis è un suo romanzo del 2003 che Cronenberg ha sintetizzato in un film costruito attorno alla fama (indiscutibile) e al talento (diciamo in fieri) di Robert Pattinson, il vampiro di Twilight. In apertura dell'incontro, De Lillo precisa di non aver messo mano alla sceneggiatura, «ed è per questo che il film è così bello». Doppia bugia, che ovviamente gli perdoniamo: il film non è poi così bello e la sceneggiatura rispecchia pedissequamente i dialoghi del romanzo, tanto è vero che Cronenberg confessa candidamente di averla scritta in 6 giorni con un frenetico lavoro di «copia & incolla». L'idea di Cosmopolis è talmente singolare che è bello sentirla raccontare proprio da De Lillo: «Mi chiedono sempre se scrivendo Cosmopolis nel 2003 ho voluto riflettere sull'inizio del nuovo millennio, ma chi scrive romanzi non ragiona in questo modo. Io mi sono stupito vedendo che le strade di New York venivano improvvisamente invase da un esercito di limousine bianche. E Manhattan è l'ultimo posto al mondo nel quale queste auto possano muoversi comodamente (non ne ha mai vista una in via Condotti a Roma, ndr). Così ho deciso di piazzare un personaggio su una limousine e di vedere dove l'avrebbe portato. Tutto qui. Niente millenni, niente Apocalissi, niente profezie dei Maya». De Lillo si ferma qui, ma in realtà l'idea del romanzo (e del film) è ancora più folgorante: il personaggio che sale in limousine è Eric Packer, 28enne multimiliardario di Wall Street, che vuole a tutti i costi andare in auto dal barbiere proprio nel giorno in cui il presidente Usa è a New York e il traffico di Manhattan è impazzito. Parte così una versione yankee e yuppy dell'Ingorgo di Luigi Comencini (chissà se De Lillo e Cronenberg l'hanno visto?), con la limousine che diventa un microcosmo dove Packer riceve collaboratori e clientes, fa sesso, combina affari, mangia beve e va al bagno (c'è persino quello) e ad un certo punto accoglie addirittura un medico che gli fa un ecodoppler (sulla macchina c'è anche l'attrezzatura necessaria, e comunque il giovanotto fa analisi accuratissime tutti i giorni). Non tutto il film avviene dentro la limousine, ma la claustrofobia regna sovrana e i dialoghi occupano tutti i 108 minuti del film. Robert Pattinson, diciamolo anche a costo di offendere i fans di Twilight, non ce la fa: è in scena dall'inizio alla fine e ci si sente male per lui. È quasi ovvio che tutti gli attori che dovrebbero fargli da «spalla» (Juliette Binoche, Mathieu Amalric, Paul Giamatti…) gli rubino la scena. PAUREPROFETICHE Cosmopolisè noioso e stilisticamente fin troppo piatto per essere un film di Cronenberg. Ciò non di meno è interessante per come De Lillo, nel 2003, ha profeticamente descritto tutte le paure che ci attanagliano in questi giorni: la crisi economica, l'instabilità dei mercati, l'aggressività asiatica, eccetera eccetera. Dice Cronenberg: «Abbiamo girato delle scene di scontri nelle vie di New York per poi leggere sui giornali che i manifestanti del movimento “Occupy Wall Street” facevano più o meno le stesse cose. Molto bizzarro, ma casuale. Il romanzo racconta lo spettro del capitalismo, che terrorizza l'America esattamente come un altro spettro, quello del comunismo, si aggirava per l'Europa nel Manifesto di Marx ed Engels. Però non chiedeteci profezie: noi osserviamo, prendiamo appunti, ci chiediamo se tutto abbia un senso e non abbiamo risposte. Solo domande». VIAGGIO NEL TEMPO. SE AVESSIMO VISTO NELLA NEBBIAPRIMADEL1991,QUANDOANCORAESISTEVAL'UNIONESOVIETICA,avremmo potuto definirlo un potente film revisionista sulla guerra partigiana in Bielorussia. Ma un simile film, nella vecchia Urss, sarebbe rimasto chiuso in un frigorifero fino ai tempi della perestrojka. Ci spieghiamo: Nella nebbia, diretto dal bielorusso Sergej Loznitsa già in concorso a Cannes nel 2010 con La mia gioia, descrive l'occupazione nazista durante la seconda guerra mondiale ma fa comparire i tedeschi solo nella prima scena (uno straziante piano-sequenza alla fine del quale, fuori campo, tre partigiani vengono impiccati). Poi Wehrmacht e SS spariscono e il conflitto riguarda partigiani e collaborazionisti. Già ammettere che nelle zone di confine dell'Urss – Bielorussia e Ucraina – in parecchi si erano gioiosamente schierati a fianco dei nazisti era, un tempo, controverso. Figurarsi rileggere la Grande Guerra Patriottica come – almeno in certe zone, e in certi periodi – una «guerra civile», cosa che anche noi italiani abbiamo faticato ad ammettere (c'è voluto lo storico saggio Unaguerraciviledi Claudio Pavone, guarda caso uscito nello stesso 1991 in cui l'Urss collassò su se stessa…). Loznitsa, regista 48enne laureato in matematica a Kiev e poi studente di cinema alla mitica scuola moscovita del Vgik, sottolinea con forza questo aspetto: «Volevo girare questo film da dieci anni e volevo girarlo così, senza che fossero in scena i tedeschi se non nella prima sequenza. Gli uomini che si combattono sono tutti compatrioti. Storie simili possono accadere dovunque una guerra divide un paese». Non aspettatevi però da Loznitsa battaglie e scene d'azione. Ispirato a un racconto di Vasilij Bykov, Nella nebbia è la storia di due partigiani – uomini duri, silenziosi, senza scrupoli – che sequestrano un contadino sospettato di collaborazionismo per giustiziarlo. L'intervento dei poliziotti al soldo dei nazisti complica le cose, fino a uno scioglimento in cui la tragedia della guerra cancella ogni forma di umana solidarietà e lascia spazio solo al cupio dissolvi, al desiderio di morte. Il «compagno» Zdanov, negli anni '30, l'avrebbe accusato di «disfattismo». Oggi Nella nebbia ci sembra un'opera che riscrive il passato per lanciare un monito al presente. Da bravo documentarista, Loznitsa se la prende comoda, lavora sui silenzi e sulle pause, fa dire ai bravissimi attori (Vladimir Svirskij, Vladislav Abasin, Sergej Kolesov) pochissime battute. Il film è lentissimo, solenne, terribile. Improponibile per il pubblico dei multiplex, ma non ci stupiremmo se domenica la giuria facesse alla Bielorussia (e alla Germania che co-produce) un regalo inaspettato. U: PICCOLI WOODY ALLEN CRESCONO. E DEBUTTANO AL FESTIVAL DI CANNES. Certo non capita a tutti. Ieri sulla Croisette è stato il giorno di New York. Quella del golden boy della finanza di Cronenberg che, nella sua limousine-fortezza, assiste alla fine del capitalismo. E quella decisamente più solare e gioiosa di Adam Leon, giovane artista di strada newyorchese (SkinnySlim è la sua tag) in corsa per la Camera d'or, prestigioso premio per l'opera prima, col suo GimmetheLoot. Con un passato da assistente sui film di Woody Allen e di collaborazioni al festival Tribeca di De Niro – la rassegna fondata a New York all'indomani dell'11 settembre - il giovane e brillante street artist ha pensato bene di portare quell'esperienza al cinema. A partire, tra l'altro, da un fatto di cronaca: una sorta di guerra tra graffitari del Queens e del Bronx, i quartieri della Grande Mela diventati sinonimo di degrado e malavita. Non aspettatevi, però, né denuncia né violenza sociale. Né tanto meno il racconto del mondo dell'arte di strada attraverso una ricerca artistica del linguaggio, magari come nel Basquiat di Julian Schnabel. Gimme the Loot è una commedia semplice, piacevole, lineare e molto «verbosa», proprio come il cinema del vecchio Woody, nel quale il giovane Leon trova il riferimento principale. La storia è quella di Malcom e Sofia (lui è il musicista Ty Hickson, lei la modella Tashiana Washington), due ragazzi di colore nati e cresciuti nel Bronx. La loro passione sono i graffiti, ma presto finiscono a scontrarsi con i loro rivali del Queens che puntualmente «ricoprono» i loro lavori. Per «vendetta» allora i due ragazzi decidono di andare a «taggare» a loro volta un graffito-simbolo della street art newyorkese. Per realizzare l'impresa, però, servono 500 dollari. Decisamente troppi per due adolescenti come loro. Assistiamo così a due giorni di tentativi, tra i più vani, per mettere insieme la cifra. È un viaggio tra le strade della Grande Mela, dal Bronx a Manhattan. Tra spacciatori di fumo cialtroni e un po' stralunati e altri più risoluti. Tra ragazze della buona borghesia, appassionate di canne, che si prendono gioco di Malcom, attirandolo nel loro letto. Di tentativi di furti andati a monte ancor prima di cominciare. Di continui battibecchi tra Malcom e Sofia che fanno finta di essere solo amici. Perché alla fine GimmetheLoot è una storia d'amore tra due adolescenti. In un contesto che tenta la strada dell'origionalità. Ma davvero un po' poco per le aspettative di un festival come Cannes. AdamLeon NewYork e laguerra deigraffiti GABRIELLAGALLOZZI INVIATA ACANNES Unafotodi scenadal film «Nella nebbia»direttodalbielorussoSergej Loznitsa Manhattan in limousine Cronenberg si ispira a De Lillo per il suo«Cosmopolis» RobertPattinsonnel ruolo delmiliardariochepassa lagiornatanelmicrocosmo dell'auto inmezzoal traffico svolgendoisuoiaffari ALBERTOCRESPI CANNES Fotodi scenadel film «Cosmopolis» diDavidCronenberg conprotagonista Eric Packer. ANSA Ecco un film sull'occupazione nazistasenza inazisti 20 sabato 26 maggio 2012
Terremoto, indagati per le fabbriche crollate «Tra i costruttori una gara per risparmiare» Il presidente della Repubblica non aveva escluso, parlando tre giorni fa nell'aula bunker di Palermo nel ventennale dell'assassinio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il rischio che la criminalità organizzata possa «tentare feroci ritorni alla violenza di stampo stragista e terroristico». Ieri, parlando davanti agli uomini e alle donne della Polizia radunati a Piazza del Popolo, per i 160 anni del Corpo e rivolgendo ad essi il ringraziamento dell'intero Paese per l'impegno quotidiano ma anche per l' «altissimo contributo di sangue» versato per garantire la sicurezza di tutti, Napolitano ha ribadito che nel loro ricordo e nell'impegno dei loro colleghi, assieme ai rappresentanti delle istituzioni e della società civile «che hanno difeso la Repubblica da pericolose derive» bisogna avere sempre presente che «bisogna mantenere alto il livello di attenzione rispetto a pericolose forme di violenza destinate a sfociare in atti di terrorismo». La preoccupazione del Capo dello Stato è evidente e non potrebbe non essere tale in una situazione come quella che stiamo vivendo. Ci sono le tensioni sociali di questi mesi, anche in conseguenza di una crisi economica che non fa passi indietro, c'è stato il ferimento del manager dell'Ansaldo, Roberto Adinolfi a Genova e la strage di Brindisi i cui tratti sono ancora oscuri ma in cui una ragazza di sedici anni ha perso la vita. Ed altre sono rimaste ferite. Sono queste le testimonianze di un momento difficile che chiede massima vigilanza e i cui tratti sono stati tracciati anche nelle parole del ministro dell'Interno, Cancellieri e del Capo della Polizia, Manganelli. Ringraziemento convinto dunque alle forze dell'ordine «per il quotidiano impegno per garantire la sicurezza dei cittadini e il libero esercizio dei loro diritti». Il monito di Napolitano: «Manteniamo alto il livello di guardia» MARCELLACIARNELLI ROMA L'anarco-insurrezionalismo rappresenta «l'unico terrorismo che può offendere il nostro paese». Il capo della polizia prefetto Antonio Manganelli lo ripete alla Festa della polizia, «160 anni di coraggio e innovazione» recita il titolo di quest'anno, in piazza del Popolo davanti alla massime autorità del governo, della Repubblica e del Parlamento. «La nostra missione adesso - aggiunge - è prendere chi ha fatto l'attentato a Genova (l'8 maggio all'ad di Ansaldo Roberto Adinolfi, ndr) e chi ha azionato il telecomando a Brindisi». Mentre l'allarme terrorismo viene nuovamente ripetuto, emuli dell'anarchia e del brigatismo rosso continuano la spedizione quotidiana di documenti e volantini sulla cui attendibilità nessuno scommette mezzo centesimo. Una lettera è arrivata alla sede del Corriere della Sera, un'altra a quella del Giornale. La firma, di scarsa fantasia, è semplicemente Brigate Rosse. Nella prima i sedicenti paragonano la strage di Brindisi a quella di piazza Fontana nel ‘69. «Oggi come allora - è scritto - è stata un'ovvia provocazione dello stato fascista per placare la rabbia delle masse con la paura. Ma le masse non si faranno abbindolare». Qualche riga più sotto si fa riferimento al ferimento di Adinolfi a Genova, per bocciarlo. «Alle azioni di guerra si risponde con la guerra. L'azzoppamento del manager Adinolfi ha riaperto i giochi, vogliamo però sottolineare ancora una volta che lo spontaneismo armato è inutile e dannoso perchè disperde il potenziale delle avanguardie non organizzate ed ancora politicamente immature nella lotta di classe». Lotta armata, invece, è una cosa “seria” e deve colpire «i rappresentanti dei partiti di regime, Confindustria, il sistema bancario e i loro giornalisti servi». Altre missive analoghe sono arrivate due giorni fa alla redazione de Il Tempo (firmata da una sedicente cellula Fai Kommando Bestia) e a quelle dell'Ansa di Ancona siglate dalla Brigata Gino Liverani, un vecchio militante br marchigiano. Insomma, un fermento almeno a livello di propaganda scritta che si mischia agli allarmi dei responsabili della nostra sicurezza e a fatti veri e inquietanti come l'attentato di Genova e quello di Brindisi. Storie diverse, neppure paragonabili, eppure messe insieme e mescolate in un cortocircuito che può diventare pericoloso. Il problema è che le indagini sono ferme a Genova e a Brindisi. Non ci sono novità nè svolte imminenti. Due fatti per cui c'era attesa e speranza di poter identificare in fretta i colpevoli. re dei giorni. I giorni invece passano, l'allarme resta alto. E qualcuno si diverte a scrivere, minacciare e indicare obiettivi. Un pessimo clima. Che può essere interessante leggere dall'interno degli ambienti anarchici. Una lettura che riserva sorprese. Sia nei documenti postati su internet nei siti dedicati che nelle missive spedite ai giornali, nessuno sembra voler raccogliere la sfida di un cambio di strategia e di un salto di qualità verso il terrore. Non ci stanno le Br ad essere confuse con stragi contro giovani studenti. Lo hanno detto in aula a Milano (Davanzo). Lo scrivono le presunte Brigate Rosse: «Brindisi come piazza Fontana, una provocazione dello stato fascista». Nel documento “I puntini sulle I, riflessioni sulla rivendicazione Fai” , qualche anarchico “occasionalmente cittadinista” giudica «insopportabile l'essere preso tra due fuochi, da una parte giornalisti e politici e dall'altra lattarmatisti ridotti alla parodia di se stessi, su presunti brodi di coltura e su fantomatici passaggi che vedrebbero un salto di qualità tra la lotta sociale di strada e la scelta di impugnare le armi». Insurrezione, scrivono, «è alzarsi e ribaltare il tavolo dei vincoli e delle istituzioni sociali. Questo si fa con la partecipazione e la condivisione delle persone. L'equazione pistola- radicalità non sta in piedi». Il documento è lungo 9 pagine. Ed è un no secco all'uso delle armi. E' importante saperlo. Sarebbero una ventina gli indagati dalla Procura di Ferrara per la morte dei quattro operai seguita al crollo dei capannoni durante il sisma in Emilia Romagna. Notizie relative ai primi indagati circolano già nella mattinata di ieri. Voci che inducono il procuratore capo della Repubblica di Ferrara, Nicola Proto, a smentire, in un primo momento, l'emissione di avvisi di garanzia. «Non è una notizia corretta - sostiene davanti ai giornalisti - perché è ancora in corso l'identificazione delle responsabilità». Nel pomeriggio però scattano i primi nove avvisi legati all'ipotesi di reato di omicidio colposo. La prima notifica arriva ai tecnici e ai progettisti della Ursa di Bondeno, dove lavorava uno degli operai che ha perso la vita durante il crollo. Poi in Procura arrivano i fascicoli relativi ai rilevamenti del sito della fonderia Tecopress e della Ceramiche Sant'Agostino. Anche lì sono crollati alcuni capannoni industriali di recente costruzione ed è lì che altri tre operai sono morti schiacciati dalle macerie. Il numero di indagati aumenta e gli avvisi di garanzia diventano così una ventina. Due i filoni dell'inchiesta. Il primo è legato al rispetto delle norme antinfortunistiche, che non sarebbero state osservate. L'altro invece è relativo alla costruzione delle strutture, edificate, pare, al di fuori dei parametri antisismici. Probabilmente peserà sull'inchiesta anche il giudizio espresso ieri dall'Associazione di ingegneria sismica italiana (Isi): «Sicuramente qualcuno ha operato con leggerezza facendo economia - dice infatti, il presidente dell'Isi, Agostino Marioni, nel corso di un convegno tenuto ieri a Bologna - Si è progettato in maniera non intelligente». Sempre Marioni insiste nel denunciare l'incuria durante il processo di costruzione dei capannoni industriali, puntando il dito sui costruttori di prefabbricati, che a suo dire «fanno a gara a chi appoggia le travi per due centimetri senza sostegno». Il problema sarebbe nell'«esasperata tendenza al risparmio», quando provvedimenti più opportuni e dettati dal «buon senso», avrebbero probabilmente evitato la tragedia oltre che comportato un aumento delle spese definito «marginale». Interventi mancati dunque, sarebbe questa per l'Isi la causa dei crolli, in una zona, la pianura Padana storicamente estranea a fenomeni sismici. Ciononostante, precisa Gian Michele Calvi, presidente di Eucentre (Il centro di ricerca europeo per i terremoti) «basterebbero pochi interventi» per evitare il collasso di strutture «costruite come lego». Le zone industriali poste sotto sequestro saranno ancora oggetto di accertamenti da parte degli inquirenti. Non è ancora chiaro però se i rilevamenti seguiranno un incidente probatorio o la richiesta di una consulenza di parte della Procura. Ma c'è di più, da ieri infatti la parte centrale della Procura di Ferrara è dichiarata inagibile e lo sarà fino a martedì o mercoledì. Inagibilità dovuta alle operazioni, ancora in corso, di messa in sicurezza di una campanile sovrastante l'edificio. Nel frattempo aumenta il numero degli sfollati che dopo la giornata di ieri sale a circa settemila. Se è vero poi, come sostiene Antonio Piersanti dell'istituto nazionale di geofisica e vulcanologia che un sisma di quelle proporzioni può accadere tutti i giorni, il numero è destinato ad aumentare. CLAUDIAFUSANI ROMA . . . La denuncia del presidente dell'Isi: qualcuno ha operato con leggerezza . . . Manganelli: «La nostra missione è prendere chi ha fatto l'attentato a Genova e a Brindisi» MATTEOMARCELLI ROMA «Unico pericolo il terrorismo degli anarchici» Napolitano premia la campionessa olimpica Valentina Vezzali FOTO ANSA Il capo della Polizia lancia l'allarme su possibili attacchi della Federazione anarchica informale Ma i siti del movimento prendono le distanze dall'uso delle armi e dal cambio di strategia sabato 26 maggio 2012 11
L'ANALISI MICHELEPROSPERO LERIFORME «Al Colle? Perché no» Silvio Berlusconi con Angelino Alfano durante la conferenza stampa tenuta ieri al Senato FOTO ANSA Solo una scusa per mantenere il Porcellum e bloccare le riforme istituzionali che hanno registrato un primo sì al Senato. Al quartier generale del Pd viene interpretato così il rilancio di Berlusconi e Alfano sul semipresidenzialismo. E si ragiona sul fatto che soltanto due giorni prima di questa uscita dell'ex premier, Napolitano era intervenuto sul tema delle riforme, definendole «indispensabili per recuperare la fiducia dei cittadini, per ridare slancio e capacità innovativa al sistema politico e istituzionale». Bersani spiega che il suo partito non è contrario in linea di principio al semipresidenzialismo, che non si tratta di un «tabù»: «Il punto è che non vediamo le condizioni, né politiche né di tempi, per farlo adesso. E chiaramente viene da pensare che attraverso questa via non si voglia fare nulla di nulla. Al Senato abbiamo una riforma della Costituzione all'esame, evitiamo di lasciare questo “carro” per salire su un altro che non sappiamo se arriverà a destinazione». Per approvare una riforma costituzionale sono necessari quattro passaggi tra Camera e Senato. E tra una lettura e l'altra in ogni ramo del Parlamento devono passare, come previsto dal'articolo 138 della Costituzione, almeno tre mesi. Non solo. Se la riforma non viene approvata «a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione», è possibile il referendum. Si può fare tutto ciò in dieci mesi? Per il Pd no. E neanche per l'Idv («è un raggiro», dice Di Pietro), per la Lega («il tempo è ormai scaduto», dice Maroni) e per l'Udc (Buttiglione parla del rischio di una «dittatura presidenziale»). E visto che Berlusconi ha detto esplicitamente che prima si approvano le riforme istituzionali e «poi» la legge elettorale, a Bersani è fino troppo chiaro l'obiettivo dell'ex premier: «Si potrebbe pensare che il Pdl propone una riforma presidenziale perché non vuole cambiare il Porcellum». In queste condizioni l'apertura dal doppio turno di Berlusconi e Alfano rischia di apparire come una semplice esca, e non a caso Bersani affida al coordinatore della segreteria Maurizio Migliavacca il compito di mandare in rete una nota che faccia uscire allo scoperto il Pdl: «Basta distrazioni da prestigiatori. Invece di invocare riforme epocali che il Parlamento non avrebbe il tempo di approvare e che impedirebbero qualsiasi riforma elettorale, i dirigenti del Pdl devono dire se vogliono cambiare subito la legge elettorale che impedisce ai cittadini di scegliere i deputati o se vogliono tenersi il 'Porcellum'». VIAALLACAMPAGNAELETTORALE Ma soprattutto, per il Pd, con questa uscita che arriva dopo il primo via libera alla riduzione dei parlamentari e dopo una cocente sconfitta alle amministrative Berlusconi non solo «scaraventa la palla in tribuna per non giocare la partita», come dice Vannino Chiti, ma di fatto «ha aperto la campagna elettorale per le prossime elezioni politiche», come sostiene Anna Finocchiaro. Bersani si prepara quindi a muoversi già dai prossimi giorni in quest'ottica. Martedì, alla Direzione del Pd, lancerà un appello ai riformisti e ai moderati (Udc compresa), agli intellettuali, al mondo accademico e a quello dell'associazionismo, non solo per una scelta di campo perché «come si è visto Berlusconi c'è, e la sfida sarà tra una destra populista e uno schieramento che vuole ricostruire il tessuto economico, sociale, civico del Paese», ma anche a dare un «contributo» per la definizione dell'agenda con cui presentarsi alle prossime politiche. Un modo, tra l'altro, per rispondere ai segnali arrivati dall'elettorato al voto amministrativo e per caratterizzare il Pd come il partito maggiormente impegnato ad aprirsi alle istanze della società civile. SEGUEDALLAPRIMA Il passaggio da una forma di governo parlamentare flessibile a un regime di tipo presidenziale non solo non avviene mai a freddo, e senza scosse traumatiche nella vita di una nazione, ma contiene una tale potenza simbolica da mutare alla radice la mappa delle culture istituzionali e la geografia dei partiti. La carta che Berlusconi ha deciso di giocare è solo una trovata disperata di chi sa comunque di stendere cortine fumogene e poi ignora persino i termini istituzionali più essenziali della questione. In fondo la sua è una ennesima prova di carenza di ogni senso dello Stato. Dichiara infatti il Cavaliere che a indurlo sul carro della scelta presidenziale è stato lo spettacolo recente vissuto dalla Francia. In gran fretta Parigi ha sciolto l'enigma della governabilità e un capo di Stato, appena insediato, già gira per il mondo, con a supporto un nuovo esecutivo da lui gradito. Ma forse Berlusconi non sa che, dopo l'investitura dell'inquilino dell'Eliseo, per avere un governo di legislatura, che operi nelle sue piene funzioni, si deve ancora aspettare l'esito del voto a doppio turno previsto a giugno per esprimere la nuova Assemblea nazionale. Se anche alla Camera la gauche si aggiudicherà la maggioranza dei seggi, Hollande si troverà al comando di una repubblica iperpresidenziale, con un capo monocratico che si ritrova in mano vasti poteri discrezionali (e senza i limiti di efficaci bilanciamenti come quelli previsti a favore del Congresso americano) che il titolare della Casa Bianca neppure si sogna. Dalle urne potrebbe però anche scaturire, e in Francia è già accaduto altre volte, una maggioranza di destra, cioè con un colore diverso da quello che ha condotto alla presidenza il socialista Hollande. Una tale eventualità metterebbe in seri guai l'Eliseo. Gli ingranaggi dei poteri salterebbero e comunque verrebbero sfidati da una paralizzante coabitazione con un primo ministro di destra. Questo effetto perverso della condanna periodica alla coabitazione dei due presidenti che non si amano è peraltro solo uno dei tanti buchi neri della Quinta Repubblica (altri ne esistono, anche dopo le riforme costituzionali del 2008, in rapporto alle flebili attribuzioni del Parlamento, al potere di scioglimento dell'assemblea, alla facoltà di indire referendum e dichiarare l'emergenza). Per gli indubbi momenti di intrinseca debolezza contenuti nei dispositivi tecnici francesi, l'ubriacatura per il presidenzialismo, che senza alcuna approfondita analisi si getta nella mischia spacciandola come soluzione miracolosa, è solo un ulteriore indizio di una destra inaffidabile che gioca alla cieca anche con il congegno costituzionale. Il salto nel buio di ordine costituzionale proposto da Berlusconi non è un'efficace terapia al malessere della politica. Peraltro non può in alcun modo trovare un appiglio con un preteso presidenzialismo di fatto già imposto da Napolitano e che si tratterebbe solo di mettere in forma. Questa inferenza, che anche taluni storici a digiuno di costituzionalismo hanno con troppa fretta accreditato, è semplicemente falsa. Il Quirinale ha solo garantito la tenuta delle istituzioni parlamentari in momenti drammatici conservando la natura di potere neutro e senza in alcun modo aprire il cantiere che conduce al presidenzialismo. Oltre che improvvisata, la sortita di Berlusconi intende di nuovo cavalcare l'onda anomala della personalizzazione del potere, che purtroppo ancora non si è placata. Il disegno è sempre quello di passare dal partito personale alla repubblica personale. Una sciagura storica che potrebbe scatenare una grave involuzione sistemica. La crisi profonda della politica non ha per rimedi la vana ricerca di presunti uomini della provvidenza. La strada che il Pd ha indicato è per questo molto diversa da quella tardo carismatica e recupera il meglio della riflessione che su questi temi ha visto impegnata l'intelligenza giuridica di Leopoldo Elia. Occorre ricostruire una solida democrazia rappresentativa, con un Parlamento forte, con un ricco tessuto pluralistico, con sfere di società civile e con partiti di nuovo organizzati. Tutto il resto è solo confusione, alimentata a disegno da chi insegue la chimera di un nuovo potere personale assoluto. La «federazione per l'Italia» che riunisca «innovatori, liberali, riformisti e moderati». Il via libera «senza preclusioni» alle liste civiche di centrodestra. La modifica dell'architettura costituzionale con l'elezione diretta del presidente della Repubblica e legge elettorale con doppio turno alla francese. E primarie aperte per la leadership e il programma del nuovo polo. Prende forma e contesto la nuova creatura berlusconiana. Dopo il balletto di date, indiscrezioni, dichiarazioni, annunci di «comunicazioni», ipotesi di grandi convention, Berlusconi in una conferenza stampa al Senato è uscito allo scoperto. Insieme ad Alfano ha delineato a grandi linee la sua strategia verso il 2013. Ecco qui la «grande novità politica» che dovrebbe rassicurare gli elettori rimasti a casa alle amministrative. Non escludendo di essere in campo per il Quirinale: «Farò quello che mi chiederà il Pdl, io sono stato eletto fino a fine legislatura». Intanto il segretario già lo chiama presidente della Repubblica, ma è solo una gaffe. Il Cavaliere - va detto - ha previsto un sistema perfettamente calzante alla sua situazione: presidenzialismo (vecchio cavallo di battaglia, anche se chi gli ha parlato ieri pomeriggio sostiene che Silvio non ritenga davvero credibile la sua corsa a capo dello Stato) e modello francese con doppio turno. Un sistema elettorale coerente con l'idea di «spacchettare» il Pdl in molti Nessuno crede al rilancio dell'ex premier Il Quirinale appena tre giorni fa aveva sollecitato i partiti a concludere l'iter delle riforme Maroni: «Si sente un ventenne ma non fa bene al suo delfino» Presentata con Alfano la proposta «francese»: doppio turno e elezione diretta del Presidente Ma nel Pdl cresce l'agitazione Gasparri: il partito va avanti anche senza di lui FEDERICAFANTOZZI Twitter@Federicafan Bersani: «La verità è che vuole tenersi il Porcellum» S.C. ROMA Il presidenzialismo non assicura neanche la «governabilità» «Io penso che lo spirito di Berlusconi sia quello di un ventenne... o meglio, non esageriamo, quello di un quarantenne. Per questo non si sente fuori dal gioco», scherza Roberto Maroni. Che all'atteggiamento del Cavaliere dedica qualche battuta arrivando a una festa della Lega Nord a Stezzano, in provincia di Bergamo. «Certo questo tira e molla, questo “me ne vado ma poi ritorno” non credo faccia tanto bene al Pdl; soprattutto non fa bene alla leadership di Alfano», commenta il triumviro della Lega, alludendo al caos in cui è sprofondato il Pdl. Con Angelino Alfano, sottolinea, «ho avuto un'ottima collaborazione e sono pronto a dialogare. Però voglio capire chi comanda dentro il Pdl», e cioè se il suo interlocutore debba essere Alfano o Berlusconi. Le alleanze «le deciderà il congresso, per ora siamo all'1, X, 2», ripete comunque l'ex ministro, rimandando all'assemblea già fissata per il 30 giugno e 1 luglio prossimi, che lo vede in corsa come candidato a segretario federale: «Sarà un congresso federale molto interessante, nel quale si discuteranno le tesi, i nuovi contenuti della Lega, e la politica delle alleanze». 2 sabato 26 maggio 2012
Ddl lavoro, laCgil: l'ultimaversione peggiora lasituazione Studenti universitari, pensionati, non autosufficienti, famiglie con molti figli, anziani: la «popolazione Isee» è nei pensieri del governo, che sta preparando un decreto di riforma dell'Indicatore della Situazione Economica Equivalente, ovvero lo strumento che permette di accedere ai servizi e alle agevolazioni erogate per esempio dai Comuni o dalle Università, ma che interessa più in generale tutte le «prestazioni o servizi sociali o assistenziali non destinati alla generalità dei soggetti o comunque collegati a determinate situazioni economiche». Per avere un'idea della platea di italiani che ogni anno chiede di accedere a questi servizi, basti il dato fornito dall'ultimo «Rapporto Isee» del ministero del Lavoro, che conta di 7,5 milioni di auto-certificazioni (chiamate Dsu, ogni famiglia può utilizzarla per più domande) presentate per usufruire delle diverse prestazioni agevolate. Stando all'ultima bozza di decreto, l'unica finora messa nera su bianco e non ancora pubblica, sulla «popolazione Isee» si potrebbe abbattere una mannaia in grado di ridurre «drasticamente» il numero dei cosiddetti aventi diritto. Sono tre le principali novità, e riguardano tutte il modo di conteggiare i redditi e i patrimoni personali o familiari che determinano l'accesso o meno ai servizi e alle agevolazioni. Il nuovo Isee terrà conto di tutti i redditi di chi richiede prestazioni agevolate. Quindi, a differenza di quanto avviene oggi entreranno nel calcolo anche i redditi attualmente esenti ai fini Irpef: per esempio, le pensioni e gli assegni sociali, le indennità di accompagnamento o quelle agli invalidi civili. Al conto andranno aggiunti anche i redditi fondiari derivati da beni non locati e soggetti all'Imu, che verranno assunti rivalutando del cinque per cento la rendita catastale. Ma c'è di più: dalla casa, dalla prima casa soprattutto, potrebbe arrivare la vera stangata. Il governo ha intenzione infatti di rivedere drasticamente il «peso» dell'abitazione sull'Isee, sostituendo all'attuale meccanismo della «detrazione» quello della «franchigia». Per intenderci, un «tecnico» fa questo esempio: con l'Isee attuale, una casa del valore di centomila euro gode di una detrazione di 51mila euro; col nuovo sistema, secondo quanto previsto finora, la stessa casa potrebbe godere solo di una franchigia di tremila euro, alla quale si aggiungerebbe la rivalutazione catastale (al rialzo) applicata con l'Imu. In sostanza, insomma, il «peso» della prima casa potrebbe estromettere parecchie famiglie dalla platea che usufruisce dei servizi agevolati. L'altra grossa novità riguarda invece il «patrimonio mobiliare», ovvero ogni tipo di Bot, Cct, titoli di Stato, azioni o quote, assicurazioni sulla vita, e così via. Oggi su questi beni viene applicata una franchigia, ai fini del calcolo dei redditi, pari a 15mila euro. Col nuovo Isee la franchigia scende a cinquemila euro, rischiando di trasformare qualche risparmio «sicuro» in un investimento costoso. Del resto, l'indirizzo al decreto di riforma dell'Isee lo aveva dato l'articolo cinque del decreto Salva Italia, che recita: «Sono rivisti le modalità di determinazione e i campi di applicazione dell'indicatore della situazione economica equivalente (Isee) al fine di: adottare una definizione di reddito disponibile che includa la percezione di somme anche se esenti da imposizione fiscale e che tenga conto delle quote di patrimonio e di reddito dei diversi componenti della famiglia nonché dei pesi dei carichi familiari (...)». Ma non ci sono solo brutte notizie. Tra le buone nuove va registrata l'intenzione di rafforzare i controlli sulle auto-certificazioni, che storicamente penalizzano i redditi dipendenti e le pensioni da chi ha redditi da lavoro autonomo. Il governo poi intenderebbe uniformare il sistema di calcolo dell'Isee lasciando liberi gli Enti, i Comuni, le Università, di scegliere le soglie di reddito stabilite per fare richiesta dei servizi. Tutti quelli che perderanno il lavoro, i tempi determinati e - forse - gli atipici, potranno invece presentare un «Isee corrente», ovvero un documento che tenga conto della nuova situazione lavorativa che penalizza il reddito. Qualche giorno fa le prime indiscrezioni, seguite all'incontro preliminare tra governo e parti sociali, avevano indotto le associazioni dei diversamente abili a protestare e lanciare la mobilitazione. Il timore di quei giorni era proprio la possibilità che le indennità potessero rientrare nel calcolo Isee o che, addirittura, lo stesso nuovo Isee potesse essere utilizzato per accedere alle provvidenze. Il governo ha placato gli animi con un comunicato di smentita e prevede adesso di richiamare al tavolo ministeriale le parti interessate. Ancora non è stato fissato il giorno dell'incontro, che potrebbe essere già la prossima settimana. Si capirà solo allora se Monti & Co. intendano continuare sulla linea tracciata dalla bozza di decreto o se vogliano piuttosto restringere gli ambiti di applicazione del futuro decreto, che rischia di trasformarsi nell'ennesima stangata. Nonostante ci siano «novità positive»sono ancora «molti» ipunti delddl di riformadel mercato del lavoro che«non vannobene». E ci sonoperfino degli «arretramenti» su «temidelicati e centrali» come le disposizioni relative al superamento dell'obbligodigiustificazione per il primoricorso al contratto a termine odi somministrazione, raddoppiando il periodo senza bisognodi giustificazionea 12 mesi. È quantosi legge in documento della segreteriadella Cgil, cheanalizza l'ultimaversione del disegno di legge emendatodalla commissione Lavoro delSenato eche ora si apprestaad andare in aula. Corsod'Italia giudica «sbagliata» la norma sul lavoro intermittenteche ripristina,«pur con lievicorrettivi», l` unicabase giuridicache hapermesso alle imprese di ricorrere a questa forma di lavoro «drammaticamente precarizzante».Mentre sugli ammortizzatori, «il tema decisivo dellacopertura universale di tutti i soggettinel mercato del lavoro già elusodal testo governativonon risultamigliorato nella sostanza». LaCgil chiededi «rimuovere o comunquerestringere significativamente iperiodi che non necessitanodi causalegiustificativa nel ricorso ai rapportidi lavoro a termine; ripristinare le disposizioni restrittivesul lavoro intermittente; innalzaresignificativamente, finoa trevolte, il riferimento economico cheesenta il titolare di partita Iva dallapresunzionedi subordinazione (da18milaa42milaeuro lordiannui); universalizzareeffettivamente gli ammortizzatori socialiper tutti i settorie le tipologiedi impiego, mantenendo la funzione integrativa dellabilateralitàcontrattuale; rimuovere la retroattivitàdel licenziamento in casodi esito negativodellaprocedura di conciliazione». Licenziare i dipendenti pubblici, naturalmente fannulloni, era il sogno di Renato Brunetta. Passato Berlusconi, giovedì il fuoco alla miccia l'ha riacceso il ministro sbagliato, Elsa Fornero, colei che non ha competenze sui lavoratori della Pubblica amministrazione. Ma sia Brunetta che Fornero non sanno, o fanno finta di ignorare, che licenziare dipendenti pubblici assunti a tempo indeterminato in Italia è possibile. Di più. Accade a centinaia di persone. Stime precise sono quasi impossibili. I più esperti in materia parlano di circa duecento licenziamenti negli ultimi cinque anni. Persone che hanno perso cause giudiziarie, spesso come tali diventate eclatanti. L'unico dato preciso e certificato è fornito direttamente dalla Ragioneria generale dello Stato. E riguarda i cosiddetti “cessati”, lavoratori che hanno lasciato la Pubblica amministrazione, al netto di chi si è dimesso. Ebbene, il Conto annuale del 2010 alla voce “Altre cause” ne conta ben 39.458 nell'intero settore pubblico (scuola, università, forze armate ed enti di ricerca inclusi) di cui 16.811 nella Pubblica amministrazione strettamente intesa. Si tratta dunque della cosiddetta mobilità in uscita. Quella che smentisce la supposta inamovibilità dei dipendenti pubblici in Italia. Numeri che portano il segretario generale della Funzione pubblica Cgil Rossana Dettori ad attaccare pesantemente Elsa Fornero: «Le sue parole mi hanno lasciato senza parole, mi chiedo se sa di che cosa parla, stiamo discutendo di un qualcosa che non ha né capo né coda». E spiega: «Già nell'ultimo contratto nazionale firmato nel 2009 erano state fortemente inasprite le pene e le tipologie che danno ai dirigenti il potere di sanzionare i lavoratori con provvedimenti che vanno dal richiamo verbale, alla sospensione, che in caso di reiterazione portano al licenziamento». La fattispecie più citata è sempre quella: «Un lavoratore che timbra il cartellino e intanto va a fare la spesa commette una truffa nei confronti dello Stato e il licenziamento è previsto e sacrosanto». Naturalmente però «come avviene nel settore privato, sta alla Pubblica amministrazione l'onere di provare la fattispecie del comportamento». La bilancia rispetto ai dipendenti privati infatti non è sempre a favore dei pubblici: «Ad esempio per chi è stato licenziato ingiustamente non c'è il reintegro, ma il giudice stabilisce una ri-stabilizzazione nel posto precedente e non è nemmeno previsto alcun indennizzo». Il tutto senza dimenticare che spesso le fattispecie sono molto delicate: «Basta pensare ad un chirurgo che sbaglia ad operare, nel settore pubblico ci sono mansioni in cui sbagliare può avere conseguenze cruciali». PROTOCOLLOESTENDE LAMOBILITÀ Nelle ultime settimane però le cose sono ulteriormente cambiate. Il 3 maggio i sindacati confederali e il ministro Filippo Patroni Griffi hanno sottoscritto un Protocollo che «aumenta le pene in caso di licenziamento disciplinare con fattispecie molto più pesanti dei contratti privati» e di fatto estende la mobilità in uscita nella Pubblica amministrazione. «Nel protocollo - continua Rossana Dettori - si prevede che, vista la crisi economica fortissima, nel caso di difficoltà insormontabili per un'azienda sanitaria o un ente locale, si preveda un meccanismo di mobilità. I lavoratori sono considerati esuberi e per due anni percepiscono l'80 per cento dello stipendio. In questo periodo possono essere ricollocati in un'altra amministrazione. Se rifiutano o al termine dei 24 mesi non ci sono possibilità di ricollocarli verranno licenziati». Proprio su questo tema ieri è intervenuta direttamente Susanna Camusso. «Nonostante i ripetuti annunci, l'intesa raggiunta tra sindacati, governo ed enti locali - attacca il segretario generale della Cgil - non è ancora stata varata dal Consiglio dei ministri: sarebbe grave se il governo non procedesse rapidamente ad adempiere ai suoi compiti e magari subisse le pressioni di qualche politico contro quell'intesa, altrimenti «entrerebbe in gioco la credibilità dell'operato del governo». Chi invece contesta la firma del protocollo è l'Usb. «Noi - spiega Licia Pera, dell'esecutivo nazionale - continueremo ad opporci con determinazione a questo progetto e inoltre confermiamo la mobilitazione dei lavoratori pubblici prevista per l'8 giugno prossimo». L'ITALIAELACRISI Assistenza ridotta a giovani e anziani con il nuovo Isee Il calcolo del reddito per ottenere servizi in esenzione cambierà Entreranno voci ora escluse: bot e casa peseranno di più, si abbasseranno le franchigie Pronta la bozza del decreto GIUSEPPEVESPO g.vespo@gmail. com . . . 16811 i dipendenti della PA in “mobilità in uscita” nel 2010 ILCASO Gli statali vengono già licenziati: le norme ci sono Si stimano ben 200 casi negli ultimi cinque anni Sconcerto Cgil per Fornero. Dettori: «Mi chiedo se sa di cosa parla» Con il nuovo protocollo dopo due anni di mobilità si finisce fuori MASSIMOFRANCHI ROMA 8 sabato 26 maggio 2012
SEGUEDALLAPRIMA Non lo è perché un conto è organizzare e convogliare la protesta, un altro sconfiggere i problemi. Si dice che il successo dei grillini a Parma suggerisca imitazioni in altri soggetti politici. Se è così, sarebbe la continuazione dell'inganno che da decenni scambia in Italia il ragionamento politico con la semplice voglia di addormentare le coscienze, suggestionandole con messaggi e comportamenti atti a ridurre la politica al semplice mercato delle illusioni e del consenso. In effetti questa antipolitica che ha conquistato molta parte delle istituzioni e della vita politica italiana (e che compiacenti commentatori segnalarono come gran novità) si congiungerebbe con l'attuale antipolitica degli urlatori da piazza. Progetto truffaldino, mosso unicamente dalla volontà di accaparrarsi un potere da sempre scambiato con i propri interessi, ma anche palesemente un progetto inutile di fronte alla realtà della crisi. Nel regime neoliberistico dominante l'esaltazione della iniziativa individuale privata, insofferente di regole e di debiti sociali, ha di fatto ridotto via via l'efficacia dei corpi intermedi, cioè di quelle strutture di rappresentanza e di tutela che nelle società complesse proteggono i cittadini dalla rude legge del mercato. Spogliato di difese sociali e di forza politica, il singolo cittadino avverte sempre più la lontananza dei partiti: è anzitutto questa inefficienza la ragione politica del successo dell'antipolitica. Il problema nasce dalla difficoltà di rappresentare forze lavorative che hanno perso l'impiego locale, senza speranza di recuperarlo o di sostituirlo, e poi forze che neppure sono entrate nel mondo del lavoro e che perciò sono prive di identità sindacale. Agenzie e associazioni intermedie, laiche o religiose, possono svolgere e di fatto svolgono una funzione di soccorso, ma senza una reale o durevole programmazione progettuale, perché manca loro quella rappresentanza politica sostanziale che, in una democrazia, solo i partiti e i sindacati detengono. C'è bisogno di un mutamento di sguardo. Bisogna per esempio riconoscere che le vecchie aggregazioni sociali in base al lavoro non sono più sufficienti a descrivere la situazione. C'è una nuova categoria di cittadini che non è caratterizzata dal lavoro (che neppure riesce ad avere), dalle competenze (divenute inutilizzabili) o dai titoli di studio (sempre più astratti e inefficaci); si tratta di persone unite solo dalla loro appartenenza spaziale, geografica, e per certi versi anagrafica, e dalla loro disperazione. Di qui la necessità di immaginare, entro la vita democratica nazionale dei partiti, sottosettori di rappresentanza in grado di svolgere interventi locali specificamente mirati; interventi cioè che vogliono farsi carico della condizione dei gruppi di cittadini socialmente disgregati e dispersi dalle politiche economiche del neoliberismo; quelle politiche che gli stessi stati nazionali non sono in grado di controllare e di regolamentare come dovrebbero. Compito arduo, in certo modo tutto da inventare, che presenterebbe il vantaggio di incarnare un ponte tra l'azione locale delle sezioni e dei sottosettori dei partiti e l'azione legislativa e gestionale a livello centrale. Compito che ha dei limiti evidenti, ma che nasce da un'esigenza imprescindibile. Un segnale che indica in questa direzione è l'importanza crescente del ruolo politico e del prestigio dei sindaci. Mentre crescono il disinteresse e l'insofferenza nei confronti della dialettica partitica a livello nazionale, avvertita sempre più come astratta e indifferente, come esercizio retorico di formule vuote e di contrapposizioni solo apparenti, l'attenzione si indirizza ai poteri locali, nella speranza che essi siano in grado di non lasciare soli i cittadini, considerati nelle loro realtà municipali. E così proprio nel tempo della globalizzazione sembra tornare importante l'antico monito di Rousseau: che dove non c'è rappresentanza direttamente vissuta non c'è democrazia. AL NETTO DI TUTTE LE CONSIDERAZIONICONTINGENTI CHE HANNO RIEMPITO LE CRONACHE POLITICHE E FANTAPOLITICHE, va detto che il risultato elettorale è innanzitutto esito di un'enorme delusione. Sarebbe meglio smetterla con il refrain dell'antipolitica: piuttosto, quel che è avvenuto, così come il clima che si respira, nascono dall'illusione che sia la politica a salvarci, quella di chi ci ha governato fin qui o quella di chi pretende oggi di contestare tutto. Nelle ultime elezioni politiche del 2008 Silvio Berlusconi e la sua coalizione avevano ottenuto una maggioranza quasi mai raggiunta da altri schieramenti. Gli italiani non ne potevano più di anni grigi di statalismo soffocante e ci si aspettava (finalmente!) una svolta liberale, assente in Italia dai primi anni del Dopoguerra quando tutti, Stato e privato, maggioranza e opposizione, nonostante le divisioni ideologiche, avevano collaborato per la ricostruzione e il boom economico. Ci si aspettava un'inversione di tendenza dopo l'orgia collettiva degli anni Ottanta, in cui, con la responsabilità di tutti, si era pensato di poter risolvere definitivamente i problemi sociali degli italiani dilatando a dismisura la spesa pubblica (portando il debito pubblico dal 60% al 120% del Pil). Si sperava in un'inversione di rotta dopo governi che avevano sostenuto una burocrazia vecchia e stantia, un prelievo fiscale altissimo, una spesa pubblica clientelare e inefficiente, una scuola centralistica caratterizzata da abbandoni e scarsa qualità, una scarsa considerazione del mondo delle piccole e medie aziende (anche di quelle competitive), una giustizia spesso amante dei riflettori, ma oltremodo lenta e inadempiente nei confronti delle persone comuni. La gente ha sperato che Berlusconi e la sua coalizione mettessero fine a tutto questo. Ma perché non è avvenuto? Perché tutte le forze politiche hanno accettato in pieno l'assunto della Seconda Repubblica nata da Tangentopoli, quello di una politica non legata a partiti popolari, a realtà di base, a istanze popolari e economiche, ma la politica dell'one man show, dei talk show televisivi, dei congressi di partito inesistenti e delle scelte di candidati fatti dalle segreterie, spesso tra clientes o persone senza cursus honorum. Una politica che quando pensa al federalismo riesce al massimo a concepire gli enti locali come piccoli Stati decentrati, autoreferenziali e comunque non in funzione delle realtà di base che dovrebbero servire, e immagina di trovare consenso inventandosi fantomatici circoli di base creati però dall'alto. Cos'è invece una vera svolta liberale? È la scommessa sull'io, sulla persona, non funzionale ad alcun progetto sociale o politico, ma capace di generare novità, cambiamenti positivi nell'economia e nel sociale. È la convinzione che nessun cambiamento politico-sociale ci sarà se non c'è un cambiamento radicale nell'uomo, una presa di coscienza di chi siamo, di ciò che desideriamo e necessitiamo: un gusto e una soddisfazione più profondi, che implicano il bene degli altri, di fronte a cui il mero desiderio di esercitare un potere è poca cosa; la capacità umile di ammettere i propri errori; la disponibilità continua a cambiare di fronte a nuove situazioni; la voglia indomabile di costruire non solo per sé, ma per il popolo a cui si appartiene. Una persona così, dice don Giussani, non rimane isolata, ma si mette insieme ad altri in formazioni sociali che, se rimangono tese all'ideale che le ha costituite e non corporative, sono in grado di educare e spingono a costruire “opere” che rinnovano economia e società. La novità non verrà nemmeno da nuove realtà che appaiono vincenti se il loro credo è ancora nel potere salvifico della politica, e non mettono a tema il cambiamento dell'io e della società. A destra, a sinistra o al centro, chi crede in una svolta sussidiaria e liberale deve invece mettere a tema questa lunga marcia di cambiamento personale e collettivo, alla ricerca di una verità di se stessi. E chi voglia impegnarsi in politica deve farlo determinato dal desiderio di servire il popolo, e per questo esserne parte in un dialogo continuo, teso a valorizzare tutti i tentativi virtuosi di risposta ai bisogni della gente presenti nella società. Allora, si può avere il coraggio di riformare scuola e università, perché ci sia un'educazione all'altezza del suo scopo; incentivare e detassare le imprese che creano occupazione, investono, esportano; riformare la giustizia, non con leggi ad personam, ma evitando che gli innocenti vadano in galera e i più debbano aspettare anni per vedere celebrati i processi; attuare un federalismo fiscale dove chi spreca smetta di scialacquare e chi è virtuoso sia premiato. Il lavoro dell'Intergruppo per la Sussidiarietà è stato un esempio virtuoso di dialogo su questi temi, purtroppo reso marginale dalle stesse forze politiche e valorizzato dal solo presidente Napolitano (ad esempio in occasione del Meeting di Rimini dello scorso anno). In generale però occorre essere realisti: perché il cambiamento descritto avvenga bisognerà lavorare molto e avere molta pazienza. Ma chi si muove per un ideale e non per un'egemonia non ha fretta, perché vive già una soddisfazione in quel che è e fa. lILNOVANTESIMOANNIVERSARIODELLANASCITADIENRICOBERLINGUERÈL'OCCASIONE PERTORNARESULLA QUESTIONEMORALEEILRINNOVAMENTODELLAPOLITICA,CHEHOSEMPRE CONSIDERATO LA PIÙ IMPORTANTE EREDITÀ CHE CI HA LASCIATO QUESTO GRANDISSIMO LEADER DEL '900. Ne I ragazzi di Berlinguer (Dalai editore) ho cercato di ricostruire le ragioni per le quali un'intera generazione divenne comunista: perché Enrico Berlinguer era segretario, e incarnava, con la sua sobrietà, col suo stile di vita, con la sua accurata ricerca di parole sempre dense di significato, un'idea di politica alternativa rispetto a quella arrogante che trasmetteva il Potere, soprattutto quel Potere che agli inizi degli anni 80, col pentapartito, strinse una gabbia sulla società e sul suo bisogno di libertà e di protagonismo. Tutti ricordano la sua magistrale intervista a Eugenio Scalfari. Non si può avere una visione edulcorata o buonista di Enrico Berlinguer. Egli fu osteggiato - dalla stessa definizione di “questione morale” alla proposta di un radicale rinnovamento del Partito e della politica fino alla linea dell'alternativa democratica, com'è documentato negli archivi della Direzione del Partito Comunista Italiano - da una parte del Partito, custode (sulla destra, la componente migliorista, e sulla sinistra, quella filosovietica) di un'idea più tradizionale del Partito, più diffidente rispetto all'interlocuzione coi movimenti - a partire da quello femminista fino al nuovo ambientalismo che allora cominciava a prendere forma- e con le tematiche innovative di cui essi erano portatori. La FGCI (Federazione Giovanile Comunisti Italiani) degli anni 80 accompagnò prima queste scelte di Enrico Berlinguer e poi, dopo l'84, raccolse l'eredità di questo suo lascito. In realtà con questa parte del pensiero e dell'opera di Berlinguer non si sono fatti i conti. È passata l'idea, nella vulgata degli anni 90 e poi anche nel momento della fondazione del Partito Democratico, che l'unico Berlinguer da rivendicare fosse quello del compromesso storico e dell'incontro, mai compiuto, con Aldo Moro. Vorrei dire che si è un po' abusato del vezzo tipico della sinistra italiana di tirare la storia alle proprie contingenti convenienze. Intendiamoci. Vedo una relazione tra il compromesso storico e la questione morale: non chiedo che si faccia un'operazione speculare a quella compiuta nell'ultimo ventennio. La relazione, tuttavia, non sta nella proposta di alleanze politiche; sta nei contenuti della politica e nei caratteri della società nuova per cui Berlinguer intendeva operare: un diverso modo di consumare e produrre («perché, cosa, come produrre»), il rifiuto della violenza e della guerra come soluzione dei problemi, una nuova idea della libertà delle donne, un uso umano delle nuove tecnologie, un'idea diversa della politica. Su questi punti Berlinguer propose un riorientamento del programma fondamentale del PCI, che così faceva sue tante istanze provenienti dal pensiero religioso, soprattutto di quello cristiano sociale, e da una critica umanistica al capitalismo. Berlinguer, già nel corso del periodo in cui si venne logorando la stagione della solidarietà nazionale, cominciò a guardare con occhi nuovi a quello che si muoveva fuori dal Partito e dalla politica. Proprio oggi, quando il Partito democratico è impegnato in una transizione politica, ed esplode una nuova questione morale che, goccia dopo goccia, è stata scavata trasversalmente nel ventennio berlusconiano del conflitto di interessi e della privatizzazione della politica, si tratta di riflettere sulla lezione di Berlinguer. Riflettere attentamente sulla necessità di aprirsi alla società, al mondo del lavoro, e di connettere la transizione politica alla transizione sociale. Questa è l'epoca in cui un diverso modo di produrre e di consumare si impone come necessità non di un'élite, ma sentita a livello popolare, e soprattutto giovanile. Se in onestà si deve fare l'identikit di una parte dei militanti grillini, si trova soprattutto questa idea alternativa di organizzazione della società e della vita, e questo vale ancor più per i comitati e i movimenti che stanno ponendo all'ordine del giorno il tema dei beni comuni, a partire da quello dell'acqua. Occorre un Partito democratico meno arrogante quando esercita il Potere, meno schiacciato sul Palazzo e più aperto e ricettivo nella società. La lezione che ci lascia Enrico Berlinguer sulla questione morale e sul rinnovamento della politica può aiutarci davvero molto. L'analisi Così è finita la politica dell'one man show Il commento La vera crisi nei corpi intermedi Carlo Sini Filosofo Giorgio Vittadini Presidente Fondazione per la Sussidiarietà COMUNITÀ Maramotti Il ricordo Eravamo tutti comunisti perché c'era Berlinguer Pietro Folena www.pietrofolena.net . . . I suoi principi: no alla violenza e alla guerra come soluzione . . . Aveva una nuova idea di libertà e della politica sabato 26 maggio 2012 15
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