SILVIOBERLUSCONIVAGLIALEIPOTESIPERCORRIBILIPER RILANCIARELASUAIMMAGINE.DELLETREOPZIONIVIENE SCELTAQUELLACHE,SEPUREPIÙINVEROSIMILEDELLEALTRE,HAPIÙPOSSIBILITÀDICONVINCEREQUALCHEESPONENTEDELPDCHEVALGALAPENARIAPRIREILDIALOGO CONILCAVALIERE. 1) Piano Lapo. Berlusconi svela che la grande novità politica preannunciata negli ultimi mesi dal segretario Alfano e fin qui coperta dal massimo riserbo è il lancio sul mercato di un paio di occhiali a raggi x con montatura al carbonio che permettono di vedere la vicina di casa quando si spoglia. Costano appena 6mila euro a paio e hanno un design avveniristico che farà dimenticare gli scandali sessuali nel quale l'ex premier è rimasto coinvolto durante il processo creativo. Berlusconi racconta la genesi del prodotto in una lunga intervista a Panorama che lo ritrae in copertina con il suo nuovo look di tendenza: piedi scalzi, pantaloni di lino arrotolati al ginocchio, cintura di pitone (un vero pitone ammaestrato che si infila nei passanti dei pantaloni e si stringe intorno alla vita), camicia di carta carbone aperta fino all'ombelico e bandiera del Terzo Reich con la svastica rivisitata in colori fluo simpaticamente annodata a bandana intorno alla testa. 2) Piano Elvis. L'avvocato Paniz ha spiegato a Berlusconi che da un cobinato disposto tra il codice penale e le leggi della fisica emerge che l'unica scappatoia ancora a disposizione di Berlusconi per far cadere in prescrizione tutti i processi che lo riguardano è fingersi morto. Alfano provvederà ogni anno ad organizzare un raduno dei fedelissimi di Berlusconi convinti che il cavaliere sia ancora vivo. Del Piano Elvis esiste anche la Variante Mina: dopo aver raggiunto un accordo con Casini e Maroni che si impegnano a rilanciare il centrodestra e salvare le aziende dell'ex premier, Berlusconi raggiunge i suoi soldi in Svizzera, rifiuta tutte le interviste e si rinchiude in una villa a mangiare merendine e giocare a burraco con Buonaiuti. 3) Piano Giolitti. Il piano, elaborato da Marysthell Polanco e da Nicole Minetti, consiste nell'accompagnare Berlusconi nel loro negozio di costumi di fiducia e travestire l'ex premier da statista, cosa che fa molto ridere la cassiera. Con il suo nuovo travestimento, Berlusconi si presenterà a Bruxelles per lanciare il semipresidenzialismo alla francese. SEGUEDALLAPRIMA Una frase che, comunque la si voglia leggere, connetteva analisi politica e sentimento etico, invitando perciò a riflettere sul fondamentale nesso tra critica razionale e impulso emotivo nella formazione del giudizio sulle vicende pubbliche. Questo è uno degli aspetti scarsamente approfonditi nelle analisi del recente voto amministrativo e in particolare nei commenti sul travolgente successo delle liste di Beppe Grillo. Si è infatti molto discusso delle radici italiane delle tematiche proposte dal Movimento cinque stelle, sul grado di antipolitica o viceversa sul bisogno di partecipazione civile che esse esprimono, sull'itinerario personale e politico del comico genovese, anche in relazione alla «scuola» televisiva di Antonio Ricci e di «Striscia la notizia», perfino sulla tradizione italica dello sberleffo. Ma non si è forse abbastanza riflettuto su come, tanto sul piano contenutistico quanto su quello della comunicazione politica, il «grillismo» sia comprensibile solo entro la marea montante della ideologia dell'indignazione che accompagna questi anni di crisi. A partire dal pamphlet-manifesto, apparso sul finire del 2010, di Stephane Hessel, indignez-vous! Il tema etico-politico dell'indignazione pubblica è stato al centro del dibattito politico europeo ed ha anche caratterizzato, a partire dai primi mesi del 2011, quella stagione della cosiddetta primavera araba che Lina Ben Mhenni, la blogger promotrice del movimento tunisino contro il dittatore Ben Alì, ha chiamato «la rivoluzione della dignità». Sul piano contenutistico le ragioni di questa rivolta politico-morale sono le più varie e spaziano dalla richiesta di democrazia alle proteste contro gli effetti perversi della globalizzazione, dalla battaglia ecologica in difesa dell'ambiente alla resistenza ai processi di manipolazione dall'alto, da parte di soggetti sottratti in parte o in toto al controllo democratico (siano essi l'Fmi o la Bce, la Ue o le agenzie di rating o infine le imprese multinazionali). Sono temi che sono stati variamente agitati sul piano planetario e le immagini dei manifestanti di Zuccotti Park e del movimento Occupy Wall Street si sono sovrapposte a quelle delle grandi manifestazioni di Atene, Tokio, Berlino, Buenos Aires e di mille altri luoghi in tutto il mondo. Dietro questa sorta di «internazionale dell'indignazione» sta naturalmente l'universo della rete, con la sua strabiliante e inedita capacità di moltiplicare (con blogs, twits, sms, video e quant'altro) l'informazione e di far conoscere in tempo reale sia i battiti delle farfalle in Brasile sia i tornado in Texas: sicché poi questa imponente realtà comunicativa, che vorrebbe contrastare alcuni aspetti della spinta alla globalizzazione, risulta forse la più potente delle forze di connettività del mondo unificato. Se i movimenti degli «indignati» italiani hanno potuto far leva su questo retroterra mondiale, sono tuttavia specifiche le modalità con cui si è venuta impiantando in questi mesi nel nostro Paese quella che potremmo chiamare una retorica dell'indignazione, vale a dire l'uso pubblico (e politico) di un sentimento etico di protesta. Che non si tratti della mera registrazione di un afflato morale esistente di per sé lo indica già il punto esclamativo del libro di Hessel, che ne fa meno un'analisi e più un invito, un incoraggiamento, una denuncia. Si è parlato, a questo proposito di una dittatura del punto esclamativo; ma si tratta, con tutta evidenza, dell'emergere della dimensione performativa, più che critica, del discorso pubblico. Ci ritroviamo sempre più spesso davanti a discorsi che non sono diretti principalmente a convincere razionalmente ma a suscitare invece una reazione emotiva in grado di mobilitare le energie dei soggetti in ascolto. Discorsi che cercano di convincere emozionando e ad emozionare convincendo. Perché questo possa accadere occorre tuttavia che la rabbia e la frustrazione esistenti vengano incanalate contro un nemico astratto, tanto più efficiente quanto vago, lontano e minaccioso. Al posto della diversità delle posizioni e dell'eventuale conflitto di interessi egualmente legittimi, diversità e conflitto che costituiscono l'essenza della dialettica democratica, si delineano così scenari polarizzati, dominati da eroi e vittime e soprattutto da un noi (che aspira a divenire un «tutti noi») contro un loro che si tenta di ridurre a classi di soggetti stigmatizzati: i politici, i banchieri, i mafiosi, gli euroburocrati, gli agenti delle tasse. Colui che ha più lucidamente tematizzato questo modo di intervenire nell'arena pubblica è Roberto Saviano, che sia nei suoi scritti, sia nelle trasmissioni televisive di successo ideate insieme a Fabio Fazio ha teorizzato la forza di una narrazione civica, insieme etica e politica, in grado di mobilitare gli spettatori. A prima vista il setting di spettacoli televisivi come Vieni via con me o, più recentemente, Quello che (non) ho sono tutto il contrario dei comizi di Beppe Grillo. Tanto questi sono seri e, secondo Paolo Bonolis, segnati perfino da un filo di malinconia, quanto quelli sono scoppiettanti e graffianti, roboanti e ridanciani. E tuttavia, a ben vedere, si tratta di due diverse modalità (una che si vorrebbe epica e l'altra comica) di uno stesso inedito genere comunicativo, quello della mescolanza dello show di intrattenimento e della politica dell'indignazione. Lo si potrebbe chiamare indignaiment (indignation + entertainment): un genere nuovo destinato, a quanto pare, a dominare la politica italiana nell'età della crisi. L'analisi Quando l'indignazione diventa show Il casogreco Europa attenta, con la crisi rischi per la democrazia Augusto D'Angelo Docente storia contemporanea La Sapienza di Roma È LA STORIA DI UN OPERAIO METALMECCANICO DI-VENTATO AMICO DI LULA. E' ALBERTO TRIDENte, già segretario nazionale della Fim-Cisl. Ha scritto un libro-romanzo: “Dalla parte dei diritti, settanta anni di lotta”. È una lunga “corsa” come la definisce, per cambiare la sorte dei salariati, non solo in Italia, ma nel mondo. Tridente, infatti, racconta la sua instancabile attività anche a livello internazionale, specie in America Latina, come dirigente sindacale e poi come parlamentare europeo. Quel che colpisce nel documentato racconto è il ritratto di un cattolico che non rinuncia alle sue idee di sinistra, spesso di sinistra estrema (Democrazia Proletaria) ma nemmeno a quelle della propria amata organizzazione, la Cisl e del primo partito di appartenenza, ovvero la Dc. Ed eccolo rammentare, ad esempio la stima e l'amicizia con uomini come Giulio Pastore (fondatore del sindacato), Carlo Donat Cattin, Bruno Storti. Ed è proprio quest'ultimo che gli aveva detto, rammenta, “Un dirigente sindacale non può che essere di sinistra”. Una frase, osserva con amarezza, “quasi proibita nella Cisl di oggi”. I fatti gli daranno torto? Certo Tridente, come altri, cresciuti attorno a Pierre Carniti, hanno vissuto l'epoca dell'unità sindacale come una liberazione e una speranza. Era l'epoca, ricorda nella prefazione al libro Gian Giacomo Migone, di Pugno e Del Piano, Tridente e Aventino Pace, Pierre Carniti e Bruno Trentin, Pippo Morelli e Renato Lattes... Erano i tempi di un sindacalismo d'assalto. Lui, l'autore, uscito da un'infanzia tra i fumi delle acciaierie, approda a quello che non considera un mestiere. “Eravamo stremati dall'immenso e continuo lavoro organizzativo...Si dormivano poche ore per notte, ci si nutriva a panini e quasi ci si addormentava in piedi, spesso in auto, durante le attese dell'uscita dei turni operai per distribuire i volantini”. Una febbre militante d'altri tempi che forse potrebbe (dovrebbe?) ritornare col precipitare di una crisi che costringe tutti a ripensare il proprio ruolo. Non ci sono però nostalgie o rampogne nel libro di Tridente. Nel finale si limita a osservare la fine della Flm: “A Roma la Fim e la Flm sono rimaste in corso Trieste. Seppure nuovamente separate, le organizzazioni dei metalmeccanici coabitano nello stesso edificio di sempre”. E trova, comunque, parole di fiducia: “Non sento stanchezza né vivo delusioni di sorta, nonostante difficoltà non facili da superare. Il mio inesauribile ottimismo mi sorregge sempre, affidato non solo al mio carattere naturale, ma basato su quanto di nobile esiste nell'essere umano, che al meglio si esprime nella solidarietà e nel dono”. Un libro da leggere. Potrebbe servire anche a coloro (Franco, Marchetto, Cosi, Pessa) che hanno deciso di aprire un sito dedicato a Mirafiori su un nodo centrale “Perchè abbiamo vinto e perché abbiamo perso”. http://ugolini.blogspot.com COMUNITÀ Francesco Benigno Prof. Storia moderna Università di Teramo LA GRECIA IN EUROPA O FUORI NON È SOLO UNPROBLEMA ECONOMICO-FINANZIARIO. La crisi accresce il senso di fragilità, e quindi la ricerca di risposte certe e a effetti rapidi. E i rischi per la democrazia si innalzano come lo spread. Qualche giorno fa il «Camilleri greco», Petros Markaris, ha raccontato di un suo amico che aveva una casa vuota ad Atene, e che ha trovato occupata da un trentina di immigrati. Questi, rivoltosi alla polizia locale, ha registrato l'impossibilità di intervenire. L'amico del padre letterario del celebre commissario Charitos si è rivolto a Crisi Avgi (Alba Dorata), il movimento di estrema destra che nelle elezioni di 6 maggio ha ottenuto il 6,97% delle preferenze e 21 parlamentari: i militanti neonazisti gli hanno sgombrato la casa in tre giorni. Giungono le notizie degli scontri nella città portuale di Patrasso degli scontri tra polizia e manifestanti che chiedono l'allontanamento degli stranieri da stabilimenti abbandonati che avevano occupato. Aggressori col viso coperto hanno assalito le forze dell'ordine con lancio di oggetti e bombe molotov. Le autorità sostengono che agli incidenti hanno partecipato oltre 350 militanti di Alba Dorata. Questi segnali sono estremamente preoccupanti e devono ricordarci che l'Europa negli anni '80 ha aperto le porte alla Grecia, alla Spagna e al Portogallo perché erano Paesi usciti dalle ultime dittature fasciste del continente, e che andavano ancorate alla democrazia. La Grecia si era liberata nel 1974 del regime dei colonnelli, la Spagna, dopo la morte di Franco si era incamminata sul sentiero della democratizzazione guidata da Juan Carlos, il Portogallo, con la «Rivoluzione dei garofani» abbandonava l'eredità del regime di Salazar e dava l'indipendenza alle sue ultime colonie africane. L'Europa era l'approdo che garantiva il radicamento della dialettica democratica contro i rischi delle svolte autoritarie. E in quel processo l'Italia fu generosa: favorì l'ingresso di partner che avevano produzioni agricole e ittiche che facevano concorrenza a quelle di casa nostra. Ma la difesa della democrazia, per le classi dirigenti dell'epoca, italiane ed europee, era la priorità. L'integrazione europea è nata per superare le rivalità franco-tedesche, che dalla metà del XIX secolo avevano a più riprese insanguinato il continente e provocato due conflitti mondiali. Il sogno europeo si è allargato perché rappresentava un approdo democratico capace di sostenere i Paesi che aderivano, e di contribuire a risolverne i problemi. Se l'Europa smarrisce quello spirito si trasforma in altro, e mette a repentaglio la sua ragione sociale, che fu, per l'appunto, la difesa della pace e della democrazia. Se i greci non troveranno in Europa le soluzioni ai loro problemi ne cercheranno altre: come Alba Dorata. E la crisi economico finanziaria diventerà una crisi della democrazia europea. Atipiciachi? L'operaio metalmeccanico amico del presidente Lula Bruno Ugolini Giornalista Duemiladodici Silvio si traveste da Giolitti e lancia il presidenzialismo . . . Berlusconi prova una nuova immagine . . . Il piano ideato dalla Minetti FrancescaFornario Maramotti lunedì 28 maggio 2012 15
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Non pare poi così sorpreso il vaticanista e scrittore Gian Franco Svidercoschi dagli scandali vaticani. Ma amareggiato sicuramente. L'ex vicedirettore dell'Osservatore Romano è autore di un libro - «Mal di Chiesa. Dubbi e speranze di un cristiano in crisi» - che ha suscitato molte discussioni. Ildoloreeildegradocheleihadenunciatohannoachefareconlevicendedioggi? «Con quello che sta accadendo il mio libro sembra scritto da educande. La crisi che attraversa la Chiesa è molto più grave anche di quella forse ipotizzata dallo stesso pontefice che ha indetto per il prossimo settembre l'Anno della fede. È vero che siamo in presenza di una crisi della fede. Ma è lo sbocco finale di tante cose. Non solo di crisi individuali. Nella Chiesa vi è sicuramente anche una crisi di strutture, una crisi di progetti, e soprattutto di leadership. Troppe cose sono successe negli ultimi anni per non pensare che chi doveva supplire a un Papa anziano, che preferiva dedicarsi alla predicazione e alla scrittura, dovesse invece far funzionare la macchina della Curia. Così non è stato. Negli ultimi tempi la segreteria di Stato pare abbia assunto un'autonomia e una predominanza eccessiva...». Sispieghimeglio.. «Guardiamo gli ultimi due Concistori, entrambi tenuti con il cardinale Bertone segretario di Stato. Il suo parere ha indubbiamente pesato nella scelta dei cardinali. Oltre il 40% dei nominati sono italiani e il 50% della Curia romana. È stato lo stravolgimento del volto del collegio cardinalizio che ha eletto Papa il cardinale Joseph Ratzinger dove gli europei non avevano la maggioranza. Ora, invece, sono tornati ad averla. Nell'ultima tornata di nomine non vi è stato neanche un nuovo cardinale africano. E poi le lotte per bande...» Acosa si riferisce? «Non credo che il maggiordomo del Papa sia stato solo a prendersi la responsabilità di tirar fuori i documenti. Intanto perché non poteva arrivare da solo a tutti i documenti usciti. Poi perché mi sembra eccessivo pensare che Paolino avesse un amore infinito per il Papa e con queste uscite di documenti pensasse di attaccare i presunti nemici del Papa. Ci deve essere qualcuno dietro. Questa è la dimostrazione della caduta di leardeship nella Chiesa, un tempo conosciuta come il centro di una grande diplomazia e di governo. Ora sono questi gli uomini giunti al potere. E non per niente gli ultimi due pontefici hanno più volte condannato esplicitamente il carrierismo. È il segno che tra le gerarchie il carrierismo esasperato è presente, con un sottogoverno che, magari per ingraziarsi un “capo” o l'altro, arriva alla guerra per bande di cui vediamo gli esiti». Conqualiobiettiviagirebbero?Glieffetti sono comunque devastanti per la credibilitàper la Chiesa. «Vi è la pochezza della visuale di queste persone. Le gaffe in cui, suo malgrado, è incorso Benedetto XVI, chiamano in causa la segreteria di Stato. C'è chi pensa di creare in Curia “territori privati” riservati agli italiani. Così è stato con le ultime nomine. È evidente l'influenza del segretario di Stato su scelte specifiche. Questo può aver causato una reazione da parte di chi tende a resistere a quella che possono ritenere una prepotenza, un'arroganza della segreteria di Stato. Vi sono cardinali che hanno già chiesto a papa Ratzinger le dimissioni di Bertone. A capo della Curia sarebbe servito un politico di livello internazionale: in questo modo, invece, lo stesso Papa è stato alla fine appiattito in una dimensione italiana». Giustifica i corvi? «Nella nota vaticana di condanna alla pubblicazione delle lettere trafugate in Vaticano pubblicate dal libro di Nuzzi, e lo dico da credente, mancava un minimo di spiegazione sui contenuti critici presenti in quelle lettere. Sono lettere vere. Vi sono accuse precise. Qualcuno le ha smentite? No. Penso a Viganò o a quanto è scritto nella lettera di Boffo. È incredibile quello che sta succedendo. Occorre più trasparenza. E poi si va attaccare chi tira fuori le notizie senza spiegarle?» La responsabilità è solo della gestione dellaCuria romana? «In questi ultimi anni vi è stato un impoverimento del vertice vaticano con un'immissione di persone molto vicine al segretario di Stato. Sono amici del cardinale Bertone i tre cardinali collocati nei posti chiave dell'organizzazione in Vaticano. Oltretevere è entrata la fragilità umana. Sia Wojtyla che Ratiznger, con le loro sensibilità, si sono resi conto dell'impossibilità di cambiare la Curia romana». Cosapropone? «Una premessa. Il vero problema è la clericalizzazione della Chiesa. È il ritorno di un male antico: il dominio dei chierici. C'è un ritorno di individualismo e clericalismo anche tra i giovani preti. È la Chiesa gerarchica che si sente padrona della verità e non al servizio degli altri. Quello che nella Chiesa doveva essere servizio, si è fatto potere. L'uso del potere sacro da parte dei chierici. Questo è il tarlo. Determinando così una reazione uguale e contraria da parte di chi deteneva il potere e ora si sente emarginato. La segreteria di Stato non è al servizio del Papa, è diventato un potere. La risposta è tornare veramente al Concilio Vaticano II e alla collegialità». R.M. ILMOVENTE Quello che però pare plausibile è il movente. Non sono ragioni economiche a spingere i «corvi» a trafugare e diffondere documenti riservati, ma la convinzione di poter favorire l'azione moralizzatrice perseguita con convinzione da Benedetto XVI. Ci sarebbe chi, giocando su questa convinzione, avrebbe utilizzato e strumentalizzato la devozione verso papa Ratzinger di persone ingenue, convincendo dipendenti della Santa Sede a commettere atti gravi di slealtà verso l'istituzione come la diffusione di materiali riservati, proprio in nome della trasparenza e della lotta alla corruzione. Una tassello della guerra aperta tra gruppi di potere della Curia romana e il segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone.Il clima non è certo bello. Vi è sconcerto tra i fedeli. «Ci sono situazioni che colpiscono e addolorano» riconosce il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco. «Dopo lo scandalo e la fuga di notizie - ha ammonito in un corsivo per il Corriere della Sera il cardinale Carlo Maria Martini,- perda i denari ma non perda se stessa. Deve con urgenza recuperare la fiducia dei fedeli. Quanto è accaduto può riavvicinarci al Vangelo: può insegnarle a non puntare ai tesori della terra». L'INTERVISTA Paolo Gabriele mentre aiuta Benedetto XVI, in una immagine di repertorio FOTO DI GIUSEPPE GIGLIA/ANSA «Forse sì... è un peccato. Bastava una parola di preghiera per Emanuela ...». Ma quella parola non è arrivata e sull'ultimo saluto dell'Angelus da piazza San Pietro si sono levati cori e fischi: «Vergogna, vergognatevi...». Una reazione istintiva che non ha precedenti. La Marcia per la verità voluta dal fratello di Emanuela, Pietro Orlandi, si è conclusa così, tra tafferugli e grida, tra le proteste dei manifestanti perché per la seconda volta Benedetto XVI non ha neppure accennato alla cittadina vaticana scomparsa trent'anni fa. Silenzio assoluto dalla finestra del suo appartamento. Come già accaduto il 18 dicembre del 2011 quando la famiglia Orlandi chiese un intervento del Papa all'Angelus. Ma, come sappiamo adesso dalle lettere trafugate, il Papa fu consigliato così, perché «il solo fatto di nominare il caso, avrebbe potuto dare appoggio all'ipotesi che il Vaticano sa, ma tace». Grande ieri la delusione di Pietro Orlandi: «Il Papa è sempre più solo. Gli stanno facendo terra bruciata intorno e anche oggi gli avranno impedito di parlare». La «Marcia per chiedere verità e giustizia» su Emanuela era partita da piazza del Campidoglio dove da ieri è esposta una gigantografia della ragazza. Presenti il sindaco Gianni Alemanno, il presidente della Provincia Nicola Zingaretti, l'ex sindaco Walter Veltroni. Poi il corteo si è mosso con cartelli e striscioni fino ad arrivare quasi ai piedi del colonnato di San Pietro dove i gendarmi hanno sbarrato la strada. La manifestazione non era autorizzata e non è possibile entrare in territorio vaticano dietro i cordoni di un corteo. Decine di manifestanti sono allora entrati alla spicciolata, ricompattandosi dopo, vicino alla basilica. Ma non è bastata la foto in bianco e nero di Emanuela Orlandi volata in cielo, appesa a dei palloncini bianchi, ad attirare l'attenzione di Benedetto XVI. E nemmeno le ripetute urla dal colonnato che hanno più volte invocato «verità». Il Papa non l'ha nominata. Ed è esplosa la rabbia. «Siamo arrivati qui da tutta Italia - ha commentato una signora - per sentire dalla bocca del Papa il nome di Emanuela. Ma anche questa volta ci ha delusi e intanto qui c'è una famiglia che soffre e un mistero che ancora non trova pace». «Benedetto XVI ha salutato di tutto e di più ha gridato una ragazza - Addirittura gli sportivi che praticano il tiro con l'arco. Questo è uno schiaffo». Pietro Orlandi però lo difende il pontefice: «Non accuso il Papa, la mia è stata solo una richiesta d'aiuto. Mi sento molto legato, è la mia seconda famiglia. È come un padre che volta le spalle al figlio». «Non ce l'ho con il Papa - ha poi aggiunto - Emanuela è una cittadina vaticana, quindi mi sembrava normale fare riferimento a un Capo di Stato, dove Emanuela era ed è cittadina. Non accuso il Papa, la mia è stata solo una richiesta d'aiuto. La mia non è una battaglia nei confronti di nessuno, tanto meno nei confronti del Papa, ma atto d'amore nei confronti di mia sorella. Sono passati quasi 30 anni, ma un'ingiustizia ha la stessa intensità anche dopo tanti anni. «L'Italia è un Paese che amiamo ma non ci devono essere omissioni», ha osservato Nicola Zingaretti. «Chiederò nuovamente in sede di Copasir che si attivino le migliori risorse per arrivare finalmente alla verità», ha fatto sapere più tardi il leader dell'Api Francesco Rutelli. Oggi, dopo una settimana di stop, dovrebbero riprendere a S. Apollinare gli esami sulle ossa trovate nella cripta della chiesa romana dove era sepolto il boss della banda della Magliana Enrico De Pedis, il sindaco Alemanno ha annunciato che la salma tra pochi giorni sarà traslata al cimitero del Verano. GianFranco Svidercoschi Ilvaticanista:«Questaè ladimostrazionedella cadutadella leadership nellaChiesa,cheun tempoeracentrodiuna grandediplomazia» ILCASO IOR GottiTedeschi:«Nonchiedeteminulla» «Nonchiedeteminulla,per favore». Replicacosì l' expresidente dello Ior, EttoreGotti Tedeschi rispondealla pubblicazionedelmemorandum- un veroeproprio j'accusecon una lunga listadi addebiti - concui il boarddella bancavaticana loha sfiduciato giovedìscorso. Personea lui vicine descrivono l'economista cattolico come«moltoamareggiato» per l'ulterioresviluppo avvenutocon la pubblicazionedelmemorandum firmatodaCarl Anderson. Eancora combattuto interiormente tra l'ansia di spiegare la suaveritàe il non voler turbare ilPapa.Tuttavia, «prevale il suoamore per la Chiesa», spiegano, «soprattuttoperchésa chese parlasse pubblicamentealimenterebbe ulteriormenteuna vicendachefa il dannodella Chiesae delPapa». Smentite le indiscrezioni suuna presuntaspaccatura all'interno della Commissionecardinalizia di vigilanza dello Ior almomento della ratifica dellasfiducia.«Sologossip». «Troppi poteri alla Curia Si ritorni al Concilio» . . . Le contestazioni di chi ha partecipato al corteo In Campidoglio la gigantografia della ragazza . . . Con gli ultimi Concistori sono cambiati gli equilibri nella Chiesa. Diffuso è il malcontento Marcia per Emanuela, la protesta arriva a San Pietro Pietro, fratello di Emanuela Orlandi, durante l'Angelus a Piazza San Pietro Benedetto XVI non ricorda il caso Orlandi durante l'Angelus La rabbia dei familiari: «È sempre più solo» VIRGINIALORI lunedì 28 maggio 2012 9
Ammonta a 100 miliardi la spesa pubblica «potenzialmente aggredibile nel breve periodo», addirittura a 300 miliardi quella che richiede invece interventi sul lungo periodo. È il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, a parlare della massa di spesa sulla quale si può intervenire, divisa tra Stato, Enti previdenziali, Regioni ed Enti locali. La ricerca di «risparmi e tagli agli sprechi riguarda l'intero settore pubblico dallo Stato al più piccolo dei Comuni», poiché «l'intero Paese non si è ancora adattato alle nuove condizioni economiche», quelle di un Paese che sono dieci anni che non cresce più. Non ci sono posti o sezioni in cui si annidino sprechi maggiori, è l'intero comparto che va rivisto e analizzato». Se 100 miliardi è la «spesa aggredibile», i possibili tagli effettivi ammonterebbero ovviamente a molto meno, qualcosa come 3-4 miliardi. Ne è convinto il responsabile economico del Pd Stefano Fassina, e lo conferma anche l'economista Laura Pennacchi che, da sottosegretaria di Stato al Tesoro, negli anni ‘96-‘97 ha messo a punto la prima spending review della storia italiana: «I risparmi ammontarono allora all'equivalente di 2,5 miliardi di oggi - dice - Penso che qualcosa del genere sia ancora possibile, mentre non credo affatto si possano operare tagli di grossa entità. A meno che non si voglia spostare il perimetro dell'iniziativa pubblica a vantaggio di quella privata: mi preoccupa molto l'idea di ulteriori interventi su istruzione, sanità, previdenza. Settori sui quali bisognerebbe semmai investire». CHIRURGIA Pennacchi punta il dito soprattutto sugli ultimi, «selvaggi tagli» alla previdenza, e sollecita investimenti: «Per chi ha un lavoro discontinuo - dice - bisognerebbe pensare a contributi figurativi. Altro che tagli». Solo operazioni di precisione chirurgica, dunque. La centralizzazione degli acquisti di beni e servizi, innanzitutto: perché alla società del ministero dell'Economia che se ne dovrebbe far carico, la Consip, in realtà si rivolgono in pochi. Le spese delle aziende sanitarie, ad esempio, non sono centralizzate, il che comporta costi molto differenti anche per una semplice siringa. «Si dovrebbe pensare alla razionalizzazione degli uffici - continua Pennacchi - così come anche ad una migliore gestione del patrimonio pubblico, pur evitando la privatizzazione. E alla riduzione delle auto blu, che con gli anni di governo del centrodestra si sono moltiplicate». Possibili i risparmi anche sulle voci relative agli appalti. E quelli che si potrebbero ottenere dalla ristrutturazione della macchina pubblica (ad esempio nel comparto sicurezza, accorpando le forze di polizia), che però evidentemente necessitano di un periodo di organizzazione più lungo. Per il capogruppo Pd in commissione Bilancio del Senato, Enrico Morando, «l'obiettivo immediato» della spending review (oggi scadono i termini per gli emendamenti a palazzo Madama) è trovare i 4,2 miliardi che evitino l'aumento dell'Iva ad ottobre. Anche se sottolinea che il decreto «ha un ambito di intervento limitato» dato che serve solo a «realizzare le condizioni giuridiche per la nomina di Enrico Bondi», il tecnico nominato da Monti. «Ora - riprende Morando - dopo il rapporto di Giarda, deve partire un'operazione puntuale di ristrutturazione in ogni ministero, con la piena collaborazione di ogni ministro». Giarda nel frattempo ricorda che «i ministri stanno progressivamente proponendo, sollecitati dalla direttiva del presidente del Consiglio degli inizi di maggio, progetti di ristrutturazione della loro attività». E parla anche dei tagli ai costi della politica, ricordando gli interventi del governo sugli Enti locali, le auto blu e i voli di Stato e quelli, in parte ancora in discussione in Parlamento, sul finanziamento ai partiti, sulla spesa complessiva di Camera e Senato, sui vitalizi. «Un insieme di tante piccole decisioni - conclude - che lasceranno le tracce per chi si troverà a governare nei prossimi anni». ILCOMMENTO MASSIMOD'ANTONI SEGUEDALLAPRIMA Non si fraintenda: nessuno chiede ai tedeschi di accollarsi direttamente il debito italiano; in ogni variante della proposta, ciascun Paese resterebbe infatti responsabile di servire e redimere la propria quota di debito. Tuttavia, ai tedeschi si chiederebbe di garantire per gli italiani, cioè di assumersi parte del rischio che gli italiani ad un certo punto non possano (o non vogliano) ripagare. Il trasferimento è dunque solo eventuale, ma non per questo meno reale, visto che è possibile che la Germania possa subire un peggioramento del proprio rating, e quindi un aumento del proprio costo di indebitamento. Va tuttavia chiarito che non si tratterebbe di un mero trasferimento, di un gioco a somma zero tra Paesi. Il tasso di interesse che tutti i partecipanti dovrebbero pagare, dovendo incorporare il rischio di default dei Paesi più in crisi, sarebbe certo più alto di quello (vicino a zero) che attualmente si applica ai Bund tedeschi. Esso consentirebbe tuttavia di escludere definitivamente quella componente di rischio che dipende dal timore di una rottura dell'euro e da un eccesso di pessimismo degli investitori. Vi sarebbe cioè un guadagno netto a livello europeo. Purtroppo, è uno di quei casi in cui il fatto che un'azione sia vantaggiosa nel complesso non è sufficiente: è necessario che ciascun Paese accetti che essa è anche nel suo proprio interesse. Per la Germania ciò è particolarmente difficile, vista l'ottima salute di cui gode la sua economia; di fronte ad un'opinione pubblica che considera che i problemi siano altrove, anche le differenze tra Cdu e Spd rischiano di essere relative. L'economia tedesca ha finora attraversato piuttosto bene la crisi, forte delle azioni di riforma della propria struttura produttiva del decennio precedente, ma anche traendo qualche vantaggio dalla crisi stessa e dal modo in cui sono state affrontate le situazioni più critiche. La Germania sta infatti beneficiando della debolezza altrui. Se i capitali fuggono dai Paesi periferici determinando una generale situazione di sofferenza per banche e imprese, è per riversarsi in Germania, dove il costo del credito è ai più bassi livelli di sempre. I capitali tedeschi che avevano alimentato la bolla immobiliare spagnola e gli eccessi di finanza pubblica greca sono tornati indenni alle banche tedesche (le passività private tedesche verso la Grecia sono state progressivamente trasformate in passività delle banche centrali dell'intera Ue). Si dovrebbe riconoscere che trasferimenti sono già in atto, in questo caso a vantaggio dei Paesi virtuosi, e il fatto che si realizzino non per via fiscale bensì attraverso il mercato dei capitali, non li rende meno reali o più accettabili. Ma c'è un ulteriore aspetto. La cancelliera Merkel avrebbe affermato che gli eurobond, determinando bassi tassi di interesse, spingerebbero i Paesi indisciplinati a ricadere negli errori del passato. Se è così, il disaccordo non sarebbe tanto sui costi di questa soluzione, ma sull'obiettivo stesso di riduzione dei costi di accesso al credito. È l'idea che solo tenendo i Paesi in difficoltà al limite del fallimento si potrà spingerli a realizzare le riforme necessarie (quali siano queste riforme e quanto funzionino ormai lo sappiamo). Una versione riveduta del gioco del pollo, ma abbiamo visto tutti come è andata a finire nel film «Gioventù bruciata». Insomma, il vertice del 28 giugno sarà cruciale, e non certo in discesa. Ma ormai sappiamo che o si va avanti sulla strada dell'integrazione, passando anche per una «unione dei trasferimenti», oppure siamo destinati a tornare indietro, e quanto indietro è difficile prevedere. Il Ministro per i Rapporti col Parlamento Piero Giarda FOTO DI SAMANTHA ZUCCHI/ANSA «Stiamo lavorando ad un programma straordinario per l'occupazione giovanile nei settori delle tecnologie sostenibili». Queste le parole del Ministro dell'Ambiente Corrado Clini, a Sky Tg24-L'Intervista intervistato da Maria Latella. «Il nostro obiettivo - ha aggiunto - è quello di avere, a partire dal 2013, 60 mila nuovi occupati tra i giovani laureati, al di sotto dei 30 anni, che possano portare un contributo attivo allo sviluppo di settori di punta presenti nel nostro sistema industriale e in grado di competere nell'economia globale». «Negli ultimi due anni - ha aggiunto - i nuovi occupati soltanto nel settore delle fonti rinnovabili sono 120 mila. Questo è un settore che è ancora in grado assorbire nuova occupazione e soprattutto nella produzione e sviluppo di nuove tecnologie avanzate. In questi settori abbiamo delle eccellenze nel nostro paese in particolare nel solare e nel geotermico. Un altro settore potrebbe essere quello dell'ingegneria per la protezione e conservazione delle acque. In questa area abbiamo una forte richiesta perché in almeno dieci regioni dell'Italia le perdite di acqua dagli acquedotti superano il 60% e dunque è necessario intervenire subito». Clini si è soffermato anche su altri argomenti di attualità di governo. «Credo che la Fornero abbia colto un punto essenziale per lo sviluppo dell'Italia - ha detto- La nostra pubblica amministrazione è costruita su un modello concepito negli anni ‘60 e ‘70». «Oggi - ha aggiunto - le sfide dell'economia richiedono all' amministrazione pubblica una funzione diversa rispetto a quella che era richiesta in passato». MARCOTEDESCHI MILANO . . . Servono gli eurobond Non è utile a nessuno tenere i Paesi in difficoltà al limite del fallimento Perché Merkel non riconosce gli interessi tedeschi Puntare su cento miliardi per tagliarne almeno quattro Il ministro Giarda annuncia: questa la cifra sotto osservazione nella spending review Laura Pennacchi, razionalizzatrice di spesa ai tempi di Ciampi: «Partano dalle auto blu» LAURAMATTEUCCI lmatteucci@unita.it . . . A meno che non si tocchino servizi, da ridurre è rimasto ben poco Clini: 60mila nuovi posti dalle rinnovabili Un pannello solare lunedì 28 maggio 2012 7
SVENTOLA LA BANDIERA CON LA FOGLIA D'ACERO IN PIAZZA DUOMO, RYDER HESJEDAL HA VINTO IL GIRO D'ITALIA STRAPPANDO LA ROSA SUL TRAGUARDO DELL'ULTIMACRONOAPURITORODRIGUEZINUNFINALEINCERTOSOLONEIPRIMIKM,SOSTANZIALMENTEGIÀ SCRITTO IN CIMA ALLO STELVIO. Il Giro dell'equilibrio va al canadese per 16”, il quarto scarto più magro della storia della corsa rosa. Ha vinto un ragazzone di 190 cm che aveva alzato le braccia su un traguardo solo tre volte in passato, al campionato nazionale, in una tappa alla Vuelta 2009, in una del Giro di California 2010, un mai-vincente, un uomo-squadra in un team americano nato quattro anni fa per dare un nuovo corso al ciclismo con pulizia, chiarezza, allenamento e la rinuncia assoluta alla chimica. Appena nata quella squadra, la Slipstream, vinse la crono iniziale del Giro 2008, a Palermo, e si corse allora a scrivere che il ciclismo era cambiato, che i buoni e gli onesti potevano tornare a combattere, a sperare e a vincere. Ryder Hesjedal ha vinto a 32 anni, e con lui ha vinto quel messaggio, e ha vinto l'intero movimento, che in quattro anni si è allargato a dismisura, inglobando mondi sconosciuti, soprattutto di lingua e tradizioni anglosassioni. Hesjedal è parte di una storia minima, quella del ciclismo canadese, che finora aveva proposto un solo uomo di grande livello, Steve Bauer, rimasto famoso, più che per i suoi ottimi risultati, per la caduta nel finale del Mondiale di Renaix, nel 1988, che diede il la al trionfo di Maurizio Fondriest. Due donne, anche, Clara Hughes e Allyson Sydor, campionesse olimpiche nel ciclismo e nella mountain bike. Basta, tutto qua, in un paese immenso che produce campioni negli sport invernali, nell'hockey, nello sci alpino, nel pattinaggio di velocità. Non nel ciclismo. Hesjedal è il primo canadese e il secondo nordamericano - dopo Andy Hampsten - a chiudere il Giro con la maglia rosa. Ha vinto senza vincere tappe individuali e al buio di ogni pronostico. Non ha vinto il più forte ma, stavolta, il più duro, il più sereno, il più allegro, e le lacrime finali, sul podio, sono commozione pura, non c'è retorica, non c'è festa, non c'è nemmeno un briciolo di spacconeria - non è Armstrong -, ma un orgoglio grande, immenso: «Ho scritto una pagina di storia, non posso crederci, non ero partito dalla Danimarca con la presunzione di poter vincere il Giro, ma ogni giorno le gambe giravano meglio, e poi la squadra ha fatto un lavoro incredibile, sempre più incredibile man mano che trascorrevano i giorni, le tappe». Si commuove, non urla, ha una misura estrema nel trionfo, gioisce esattamente come ha corso in queste tre, infinite settimane, scalando in silenzio, sorridendo, come a Pampeago - là ha capito di averla fatta grossa, là ha capito tutto. Vince senza vincere nemmeno l'ultima crono, quella è dell'ingegnere bergamasco Marco Pinotti, che ha un rapporto speciale con l'orologio. Hesjedal è il sesto della tappa e rifila 47” a Rodriguez, a metà dei 30 km tutti milanesi i 31” erano già recuperati, la festa già iniziata in bici. Qualche rischio, qua e là, nelle curve infide, tra i binari del tram che tre anni fa fecero perdere le staffe ad Armstrong, che fu suo capitano nel 2005 alla Discovery Channel. De Gendt gli finisce davanti e, come previsto, aggancia con merito il terzo posto finale davanti a Scarponi, Basso e Cunego, ai piedi di un podio che non parla italiano per la prima volta da 17 anni. È un segnale, il ciclismo ha confini più grandi rispetto a un tempo e va molto più piano, ha medie più umane e differenze minime. In rosa ci sono stati anche un americano (Phinney) e un lituano (Navardauskas, compagno di squadra di Hesjedal), oltre a Malori e Rodriguez. Lo spagnolo l'ha persa male ma non ieri, sulle montagne non ha fatto la differenza che aveva nei polpacci. Il suo avversario non ha compiuto imprese. Hesjedal si è visto solo tre volte, nella cronosquadre, a Cervinia, sull'Alpe di Pampeago. Rodriguez ad Assisi, Piani dei Resinelli e sullo Stelvio. Scarponi e Basso mai. La Liquigas ha corso come se avesse la maglia rosa sin da Herning, la Lampre ha usato molto e male Cunego, nei momenti veri Scarponi è mancato. Quattro giorni in rosa per Hesjedal, dieci per Purito, hanno vinto tappe un gran numero di paesi, Stati Uniti, Spagna, Costarica, Colombia, Australia, Gran Bretagna, Cechia, Belgio. Sei le vittorie italiane, la più bella e pesante quella del velocista Andrea Guardini su Cavendish, che, delusissimo, perde per un punto da Rodriguez la maglia rossa della classifica a punti. Maglia bianca al colombiano Uran sul connazionale Henao, gli uomini che hanno più futuro sono loro. Bravi Rabottini, Pirazzi, Brambilla, scalatori giovani che si faranno, bravi i 157 che hanno superato tutte le montagne e guadagnato Piazza Duomo e l'apoteosi di Milano. SPORT 1. Ryder Hesjedal (Can/Grm) 91h39:02 2. Joaquim Rodriguez (Esp/Kat) a 16 3. Thomas De Gendt (Bel/Vac) a 1:39 4. Michele Scarponi (Ita/Lam) a 2:05 5. Ivan Basso (Ita/Liq) a 3:44 6. Damiano Cunego (Ita/Lam) a 4:40 7. Rigoberto Uran (Col/Sky) a 5:57 8. Domenico Pozzovivo (Ita/Cog) a 6:28 9. Sergio Henao (Col/Sky) a 7:50 10. Mikel Nieve (Esp/Eus) a 8:08. Hesjedal, il canadese Giro, sventola la bandiera con la fogliad'acero Nonhavintonemmenouna tappamahameritato ilGiro HasorpassatoRodriguez nellacrono,mahacostruito lavittoriasulloStelvio COSIMOCITO MILANO Il corridoredella Garmin-BarracudaRyder Hesjedal, canadese, festeggia la vittorianel 95esimoGiro d'Italia. FOTO DI PIER MAULINI/ANSA LACLASSIFICA QUINDI UNCANADESEETUTTIFARCICASO. È la prima volta, come con Lemond per gli “Americani”, ma Alfredo Martini me lo paragona allo svedese Gosta Petterson, che nel '70 vinse il Giro della regolarità. In effetti, il lungagnone del paese degli aceri è stato bravo in salita e pure a cronometro, ma ha chiuso senza vincere una tappa, non ha inscenato una fuga solitaria e non ha vinto rischiando di perdere. Diciamocelo, non è stato un bel Giro. C'è stata la fatica dei corridori (su tutte quella di Rabottini e mi viene in mente un Pirazzi preso in vista di traguardo di Pampeago), c'è stata la passione dei tifosi, ma già nelle premesse qualcosa mancava: i quattro migliori al mondo, per esempio, Andy Schleck, Alberto Contador, Cadel Evans e Vincenzo Nibali. Alla fine, un podio di neofiti, eppure, un podio senza italiani. Basso, a parte qualche lampo, non ne aveva tanto in salita e a cronometro molti sono andati meglio. Scarponi ha dimostrato che il suo livello è questo, è un ottimo scalatore che nei giorni migliori può fare l'impresa, ma una corsa a tappe si vince con altri mezzi. Rodriguez il Giro l'ha corso male. Se sullo Stelvio è scattato così forte da recuperare nell'ultimo chilometro molto a tutti e oggi ha perso per un pugno di secondi il primo posto, vuol dire che ha avuto le gambe, ma forse non abbastanza la testa. Resta l'interrogativo De Gendt. Intanto il belga ha solo 25 anni e quindi c'è ancora la possibilità di scoprirne le doti (nel ciclismo si può cominciare a vincere anche un po' più tardi), ma poi ha fatto un'impresa bellissima sullo Stelvio ed è molto forte contro il tempo. Uno che scatta e vince da solo su una delle salite più dure del mondo e nella cronometro del giorno dopo è fra i primi, qualcosa di speciale ce l'ha. Mi piacerebbe vederlo al Tour e magari con un squadra tutta per lui. Una considerazione sul percorso. È bello avere lo Stelvio fra gli arrivi del Giro, ma non come ultima tappa in linea, intanto perché si tratta di un traguardo posto a 2750 metri che rischia sempre di saltare per via delle condizioni atmosferiche e poi perché, collocato all'ultimo, condiziona troppo le tattiche di corsa. È un po' un alibi per chi vuole attendere all'infinito e una colossale fregatura per chi ci punta davvero, se dovesse, all'ultimo, essere sostituito per neve. Va detto poi che dal versante di Bormio (quello di quest'anno) lo Stelvio è comunque meno impegnativo che salendo da Trafoi… Messo così è una roulette russa. Sarebbe meglio affrontarlo a cinque o sei tappe dall'epilogo finale, con la possibilità per molti di recuperare e rilanciare. Per me, la migliore del Giro è stata Alessandra De Stefano, la regina del processo. Lei scrive con amore le sue parole alla tv, dà un'immagine anticonformista e non retorica del ciclismo, eppure lo fa vivere con un piede nella memoria e uno sul traguardo di domani. Ma la mia maglia rosa la indossa Alessandra GOODBIKE ANDREASATTA ... Italiani fuoridalpodio Vince ilpiù“duro”, sereno, allegro.Chepiange:«Ho scrittounapaginadistoria» L'ARRIVO 1. Marco Pinotti (Ita/Bmc) 28,2 km in 33:06 2. Geraint Thomas (Gbr/Sky) a 39 3. Jesse Sergent (Nzl/Rsh) a 53 4. Alex Rasmussen (Den/Grm) a 1:00 5. Thomas De Gendt (Bel/Vac) a 1:01 6. Ryder Hesjedal (Can/Grm) a 1:09 7. Gustav Larsson (Swe/Vac) a 1:14 8. Maciej Bodnar (Pol/Liq) a 1:15 22. Michele Scarponi (Ita/Lam) a 1:54 26. Joaquim Rodriguez (Esp/Kat) a 1:56 U: 22 lunedì 28 maggio 2012
La Federazione anarchica informale, gruppo che ha rivendicato la responsabilità dell'attentato all'amministratore delegato dell'Ansaldo Nucleare Roberto Adinolfi, torna a far parlare di sé. Ma non in Italia. I membri della Fai (sigla da non confondere con a Federazione anarchica italiana) sarebbero pronti a una «guerra di bassa intensità» per disturbare le Olimpiadi di Londra 2012. Secondo il Mail on Sunday, che ha riportato ieri la notizia, il gruppo avrebbe effettuato la scorsa settimana un'azione di sabotaggio che avrebbe gravemente danneggiato i servizi ferroviari da e per Bristol, mentre già in aprile la stessa Fai sarebbe stata responsabile di un'azione di sabotaggio a un'antenna di una stazione di comunicazioni radio della polizia a Dundry Hill, alla periferia di quella città. La minaccia alle Olimpiadi è contenuta in un comunicato diffuso sul sito «325.nostate» e per la polizia appare credibile. «Nel Regno Unito del controllo e l'addomesticamento da orologio - si legge nel comunicato - noi siamo alcuni dei “non patrioti” che trovano le Olimpiadi 2012, con la relativa esibizione di ricchezza, francamente offensivo. Non abbiamo inibizioni all'uso della guerriglia per danneggiare l'immagine nazionale e paralizzare l'economia in tutti i modi possibili. Perché, per dirla semplicemente: non vogliamo ricchi turisti, vogliamo la guerra civile». L'attentato alle ferrovie di Bristol una settimana fa è stato la «prima salve» nella già citata presunta guerra di «bassa intensità» dichiarata alle «infrastrutture giudiziarie, militari, dei trasporti e delle comunicazioni e i suoi dipendenti». Le ferrovie dell'area di Bristol stando a quanto rivelato dal Mail on Sunday, sono state scelte perché sono usate da dipendenti del ministero della difesa di aziende del settore militare come Raytheon, Thales, HP e QinetiQ localizzate nei dintorni della città. ALTRIPENSIERI Anche se la minaccia di cui il Mail ha dato conto appare credibile, a Londra la massima attenzione non è per gli anarchici italiani quanto per il pericolo di un attentato (che sarebbe di tutt'altra dimensione) da parte del terrorismo islamico. La città ha già pagato un tributo di sangue molto elevato. Il sette luglio del 2005 tre bombe esplosero a distanza di 50 secondi l'una dall'altra in vari punti della metropolitana di Londra e in un autobus. I morti furono 52 i feriti quattro volte di più. Dopo sette anni da quel giorno, l'Europol rilancia l'allarme: Al Qaeda potrebbe pianificare un attentato nei giorni delle Olimpiadi per «massimizzare il proprio impatto» nel 2012. I giochi Olimpici - sostengono gli esperti europei - rappresentano un'importante ribalta internazionale e mediatica per i terroristi del gruppo di Osama bin Laden che puntano a «ringiovanire» la loro immagine dopo la morte del loro leader. Gli esperti dicono che anche se negli ultimi anni l'organizzazione terroristica ha perpetrato una strategia di «Jihad individuale», terroristi solitari fai da te, adesso punterebbero ad una vera e propria strage che avrebbe un impatto negativo a lunga durata sulla società. Nei giorni scorsi il capo dell'MI5 Jonathan Evans, ha messo in guardia contro gli eventi sportivi fuori Londra come quelli considerati a maggior rischio. Il controspionaggio britannico sta organizzando la sua più vasta operazione dai tempi della seconda guerra mondiale, mobilitando 3.800 agenti per la sicurezza dei giochi. Sarà anche per questo che le minacce della Fai anche se credibili assumo un altro sapore. Oggi il tribunale di Tivoli emetterà una sentenza che è destinata a fare discutere, perché il caso di Rignano Flaminio ha diviso l'opinione pubblica tra innocentisti e colpevolisti. Dopo sei anni di indagini, polemiche e un processo pieno di ostacoli, arriverà la decisione per la vicenda dei presunti abusi sui bambini della scuola materna “Olga Rovere”, un paese alle porte di Roma. Sei anni fa, appunto, la vicenda che ha scosso tutti: alcuni genitori presentano denunce per segnalare che i loro figli hanno subito abusi sessuali a scuola. Dalla camera di consiglio di oggi è atteso quindi il verdetto nel processo che vede accusate cinque persone - tre maestre, una bidella e un autore tv - per reati gravissimi: violenza sessuale di gruppo, maltrattamenti, corruzione di minore, sequestro di persona, atti osceni, sottrazione di persona incapace, turpiloquio e atti contrari alla pubblica decenza; tutti, commessi con sevizie e crudeltà. Tutti e cinque rischiano 12 anni di carcere. Una “storia” lunga, con tanti colpi di scena. Pochi mesi dopo quel luglio 2006, il gip Elvira Tamburelli ordina il carcere per l'autore tv Gianfranco Scancarello, per la moglie Patrizia Del Meglio, per le colleghe di quest'ultima Marisa Pucci e Silvana Magalotti, per la bidella Cristina Lunerti, e per un benzinaio cingalese, Kelum De Silva Weramuni. Secondo la ricostruzione dell' accusa i piccoli sarebbero stati sottoposti «ad atti di sevizia e crudeltà», nonché ad assistere o partecipare ad atti a sfondo sessuale, dopo averli portati fuori dalla "Olga Rovere" in orario scolastico. «Credibile» per il giudice il quadro di violenze raccontate dai bambini e riportato dai genitori. I giochi descritti diventano grotteschi e orridi eufemismi, coniati dagli indagati per descrivere e catalogare pratiche sessuali irripetibili. Nessun dubbio per il giudice: carcere. Tra il 10 e il 15 maggio successivi, però, il tribunale del riesame di Roma annulla tutto, rimettendo tutti in libertà. Accuse bocciate, insufficienti e contraddittorie; ma anche forte pressione dei genitori sui bimbi, vizi metodologici nell' attività del consulente del pm, e un interrogativo: possibile che nessuno abbia visto e che i genitori non si siano accorti di nulla quando andavano a prendere i loro piccoli a scuola? Il pm non si dà per vinto e pochi giorni dopo chiede al gip un incidente probatorio per fissare le dichiarazioni di 19 bambini e per saggiarne anche l'attendibilità. A fine maggio 2007 l'atto istruttorio comincia: i bambini vengono sottoposti a perizia psicologica, e viene affidata al Ris di Messina un'indagine tossicologica. Intanto, il pm impugna anche la scarcerazione di cinque indagati. Nulla di fatto: anche la Cassazione ne conferma la libertà. A fine del 2007, il Ris dà una buona notizia agli indagati: le tracce biologiche esaminate su circa 130 peluche e su un pelo trovato nell'auto di una maestra non sono dei 19 bambini. INTOPPIE CAVILLI L'inchiesta va avanti, l'incidente probatorio continua, fino a quando, nel luglio 2009, il pm chiede che siano processate le tre maestre, l'autore tv e la bidella (non il benzinaio cingalese, nel frattempo uscito dall'indagine). L'udienza preliminare, le verità a confronto, il rinvio a giudizio, e l'inizio del processo, il 27 maggio 2010, i passi successivi. Niente si appalesa facile. S'inizia con un rinvio: uno dei giudici è in procinto di trasferirsi. Si dovrà attendere settembre per risolvere la questione: arrivano i giudici «definitivi». Il processo inizia, ma, all' orizzonte c'è un altro inghippo. Quindici giugno 2011: uno dei giudici è collocata fuori ruolo dal Csm per diventare membro esaminatore al concorso in magistratura; il rischio è che sia tutto da rifare. Il Csm ci mette una pezza richiamando in ruolo il giudice (che tenta la strada della giustizia amministrativa, ma il Tar salva il processo). TRAACCUSA E DIFESA Tra accuse e strenue difese, tra consulenze e testimonianze, si arriva al 2 aprile scorso. Per il pm tutti gli imputati sono colpevoli e meritano una condanna a 12 anni di carcere. La parte civile (i genitori dei 19 bambini che si sono costituiti parte civile) si associa e chiede risarcimenti milionari; le difese chiedono l'assoluzione, convinte della non colpevolezza dei rispettivi assistiti. La fine della storia è prevista per oggi. Ma potrebbero comunque esserci colpi di scena in vista, perché resta in sospeso la tranche dell'inchiesta che vede sotto l'occhio della procura una cittadina bosniaca. Una storia, questa, ancora tutta da raccontare. ITALIA . . . Il processo per i presunti abusi nell'asilo arriva alla fine tra polemiche e perplessità Le minacce Fai arrivano a Londra I cerchi olimpici sul fiume Tamigi FOTO LAPRESSE Secondo il Mail on Sunday gli anarchici sono pronti a una «guerra di bassa intensità» per disturbare le Olimpiadi Rivendicazione attendibile. Ma la vera minaccia è Al Qaeda PINOSTOPPON ROMA ACAGLIARI Oberatodaidebiti si sparaalla testa Un imprenditoreschiacciatodalle tassee daidebiti si è ucciso sabato seraa Cagliari sparandosi un colpo di pistolaalla testa.ErmannoGravellino, di74anni,di Selargius,molto noto in città,poco primahaanchecercato di uccidersi con ilgasdellabombola dellacucina maè statosalvato dal fratello, rincasato in quel momento, chehasentito l'odorediffuso nell'appartamento.Mentre il fratello apriva le finestreper purificare l'aria si èspostato in un'altra stanzadovesi è sparato.Nelle ultimesettimane era depressoa causadella tasseda pagaree per i crediti di forniture non saldatealla sua società, la Edilforniture,da partedialcune aziendedelSulcis, inparticolaredi Portovesme. Imancati incassi lo hanno messosul lastrico ed i debiti si sono accumulati. Si chiama «Perché ognuno scelga da che parte stare» ed è una giornata dedicata alla legalità che l'ammministrazione comunale di Mesagne ha organizzato con l'associazione «Libera» per il 29 maggio. Era una manifestazione già prevista, ed era stata organizzata per illustrare i progetti di ristrutturazione di due immobili confiscati alla criminalità organizzata, ma dopo l'attentato alla scuola di Brindisi con l'uccisione di Melissa Blasi, di 16 anni, originaria proprio di Mesagne, e il ferimento di 5 sue compagne di scuola, ha assunto un significato ulteriore. Intanto vanno avanti le ricerche del killer. Secondo quanto si apprende è cambiato anche il profilo dell'uomo ripreso dalle telecamere e presunto autore della morte di Melissa Bassi. Quarantacinque anni, capelli rasati, occhiali da vista dalla montatura leggera. Questo l'identikit del killer che emerge dalle immagini del video ripreso dalle telecamere piazzate sul chioschetto di fronte alla scuola finita nel mirino degli attentatori sabato scorso. Un paziente lavoro affidato agli uomini della Scientifica, ha ripulito uno per uno i fotogrammi che ritraggono. Non è anziano, non ha alcuna menomazione, si muove su passi sicuri. Ed ha agito con la collaborazione di un complice. Ma nonostante questi nuovi «connotati» si è ancora lontani dalla sua cattura. Rimangono valide le ipotesi emerse in questi ultimi giorni: e cioè che l'attentatore non sia di Brindisi ma venga da fuori. Chi era lì quella mattina e che ha premuto il telecomando ha un volto ma non ancora un nome. Tra l'altro nessuno lo ha riconosciuto. Non è nemmeno l'uomo identificato e portato sabato pomeriggio in questura alle 14,30. Si trovava al ciglio della strada prima della partenza del corteo in ricordo di Melissa, colpevole soltanto di una vaga somiglianza con l'attentatore. Dopo una settimana dall'esplosione, dunque, siamo ancora al capitolo iniziale di questa storia. La parola fine è ancora molto lontana. Brindisi, l'assassino di Melissa ha un altro volto . . . Secondo il domenicale sarebbero già state compiute azioni presso la ferrovia di Bristol Rignano, oggi il verdetto dopo sei anni di dubbi La scuola «Olga Rovere» di Rignano Flaminio FOTO DI EMILIO ORLANDO/LAPRESSE VINCENZORICCIARELLI ROMA 14 lunedì 28 maggio 2012
I COMPUTER DI OGGI LAVORANO A VELOCITÀ IMPRESSIONANTI: ALCUNI DI ESSI SONO CAPACI DI ESEGUIRE 10MILAMILIARDIDIISTRUZIONIINUNSECONDO.TUTTAVIA, POSSONO ESEGUIRLE SOLO IN SEQUENZA, OVVEROUNAALLA VOLTA. Le cellule del nostro cervello invece sono lente: «scaricano», cioè trasmettono impulsi elettrici, solo alcune centinaia di volte al secondo. Ma sono una squadra: milioni di neuroni lavorano in parallelo simultaneamente e questo fa sì che tutti insieme siano enormemente più efficienti di qualsiasi computer superveloce. Ma non è finita qui. Le connessioni tra i neuroni si modificano, evolvono, rafforzandosi o indebolendosi a seconda dell'uso. In altri termini, la rete che formano, ovvero il cervello, impara. Infine, il cervello è in grado, almeno in parte, di autoripararsi: se un neurone muore, un altro prende il suo posto. Allora, perché non prendere esempio da quella macchina biologica perfetta per progettare il computer del futuro? È questa la domanda che si è posto Anirban Bandyopadhyay, fisico indiano di 37 anni che ha al suo attivo una carriera scientifica di tutto rispetto, tanto che si vocifera già di una sua candidatura al Nobel. Bandyopadhyay oggi lavora al National Institute for Materials Science in Giappone. Da lì ha creato, insieme a un gruppo di colleghi statunitensi, un nanocervello, ovvero un minuscolo computer costituito di poche molecole che mima le caratteristiche del cervello umano. Ogni molecola di questa macchina biologica interagisce contemporaneamente con le vicine facendole cambiare di stato e quindi funzionando come un interruttore di un computer che lavora in parallelo. Inoltre, anche il nanocervello evolve e si autoripara. Per testare la sua potenza, i ricercatori lo hanno usato per simulare due fenomeni naturali: come il calore si diffonde in un materiale e come un cancro cresce nell'organismo. Ed è l'applicazione medica che ad Anirban Bandyopadhyay sta più a cuore da quando, nel 2010, ha perso suo padre per un ictus, come ha raccontato nel corso di un suo intervento al festival «Poiesis» di Fabriano. Ilvostrostudioaprelastradaallosviluppodelcomputer molecolare che secondo alcuni sarebbe la nuovarivoluzione in informatica? «Noi crediamo di sì. Solo che non è chiaro se si potrà chiamarlo computer perché i computer esistenti risolvono problemi in cui l'algoritmo è ben definito, ad esempio l'addizione tra due numeri. Tuttavia, nel caso in cui non si possa definire bene il problema, questo nuovo apparecchio molecolare ci potrebbe accompagnare nel difficile compito di cercare e trovare le informazioni che ci sono necessarie tirandole fuori da una rete di informazioni astronomicamente grande e complessa. Si tratta del tentativo di sfruttare le tecnologie biologiche e il modo in cui funzionano. Finora noi sapevamo che i sistemi biologici erano molto superiori alla tecnologia inventata da noi, ma non sapevamo perché. Ora capiamo i motivi di questa superiorità». Qualè ilvantaggio delvostronanocervello rispettoai normalicomputer? «I computer biologici sono più lenti dei normali computer, questo vale anche per il nano cervello. Ma, in effetti, non siamo tanto interessati alla velocità del computer, quanto piuttosto alla sua capacità di imparare che lo metterebbe in grado di risolvere problemi mai incontrati prima. D'altra parte, si è sempre sostenuto che solo il computer quantistico potrebbe generare una velocizzazione esponenziale dell'informatica classica. Tuttavia, è possibile velocizzare i computer anche usando oscillatori e sincronia, proprietà che troviamo in natura, ad esempio in uno stormo di uccelli o in un branco di pesci. L'uccello che migra è guidato da un orologio interiore, un oscillatore potremmo dire, che si sincronizza con quello di tutti gli altri uccelli. Usando questo meccanismo, invece di scrivere fantastiliardi di algoritmi sotto forma di proposizioni “se allora”, noi possiamo scrivere le istruzioni direttamente nell'hardware della macchina fissando particolari parametri di sincronia tra le molecole. Possiamo pensare agli oscillatori come a diapason, ma in questo caso sono progettati in modo che invece di un unico canale di risonanza o di comunicazione ne hanno molti. Questo favorisce l'elaborazione simultanea di molti livelli di informazione, o una logica di livello superiore. È un automa cellulare dotato di intelligenza». Cosasarebbeingradodifareuncomputercostruitosu questiprincipi? «In teoria, potrebbe risolvere problemi che un computer classico non sarebbe in grado di affrontare neppure lavorando per tutti gli anni di vita dell'universo. Inoltre, mentre le future generazioni di computer “exascale” (ovvero computer mille volte più potenti degli attuali, n.d.r.) avranno bisogno di un'energia pari a 800-1000 mega watt, il nostro automa ha bisogno di pochi watt perché usa una comunicazione non radiativa, ovvero che avviene senza emissione di energia. Infine, l'hardware e i circuiti di questa macchina cambiano con il tempo, cosicché evolve». Quali sono le applicazioni pratiche delle macchinemolecolari chestate studiando? «Queste macchine potrebbero funzionare come un cervello robotico e quindi essere utilizzate nelle operazioni da svolgere nello spazio. Oppure per la chirurgia medica a distanza, anche se per fare questo dobbiamo prima raggiungere l'obiettivo di rendere la nostra macchina operativa in una cellula e non solo in laboratorio. Inoltre potrebbe essere utile per il risparmio energetico trasformando ogni singola macchina che vediamo intorno a noi e che opera utilizzando enormi quantità di energia». CHIÈ CULTURE AnirbanBandyopadhyay, 37 anni, ricercatoredel Nimsdi Tsukuba(Giappone), ha inventato i «nanobrain», molecoleartificiali chemimano il comportamentodeineuroni cerebrali esi occupa di organizzareuna piattaformaper creareun computersuper intelligente.A«Poiesis»ha affrontato il temadelle decisioni, sottolineandocomeogni scelta avvieneselezionando tra un numeroastronomico di alternative.La fisica quantistica potrebbeessere la soluzione, poicéci consentedi trattarevasti insiemidi stati possibili ad enormivelocità,grazie aprocessi come lasovrapposizione e la correlazione. IL FESTIVAL Unaeditamisceladi pensieri e visioni,di parolee di passioni: musicaeteatro, cinemae poesia, artee scienza. Inconcreto parliamodi incontri,dibattiti, concerti,proiezioni, mostre, letturee performanceartistiche. Questoè «Poiesis», il Festival di Fabriano ideato e direttoda FrancescaMerloni, che quest'annohachiamatoospiti illustrie di respiro internazionale come l'archistarolandeseRem Koolhaas, il filosofo Giulio Giorello, il teologoVito Mancuso, gli scienziatiMassimo Piattelli Palmarini,GiuseppeVitiello, AnirbanBandyopadhyay, lo scrittoreRaffaeleLaCapria che hanno illustrato l'ideadi Grande Opera(temadi questaedizione) dalpuntodi vista logico, architettonico, filosofico, fisico-quantistico, letterario. Il lavoro, inteso comeGrande Operadell'uomo,è stato invece discusso, tra gli altri, da GuglielmoEpifani, ilMinistro CorradoClini e GiovanniMinoli. Tra inumerosi altri testimoni, sonosaliti sul palcodel festival PierfrancescoFavino, Elisa, PaoloFresu,Petra Magoni, Marracash,Alessandro Bergonzoni, i fratelli Taviani e CarolynCarlson,cheha proposto unaperformance tra danza e poesia; i poetiStefanoMassari, AntonioRiccardi,Gian Mario Villalta; i fotografiGabriele Basilico,MonikaBulaj,Giorgio Barrera,Andrea Jemolo. !!!"#$!%!!!$!!!! & ''()(*+,-.(/)0-11(23(4-+,(40 !" #!$#%&%'( ! ) *+$$ &#,,%,! - *+$$ &#.+/+! 01 %%*)223) ))) &,/4032,-3(-11(23(4-.(/)00)++)+")4 %.56&**. 7 & 110++/ 3055-66-5+/ 47 2 - 8 49 9! 7 7:;5# &-+-3(-11(23(4-.(/)03055-66-5+/&.)*%)&*%& #&,(+0,(3(-11(23(4-.(/)0 2277 <44 $&2'0,/30550/770,+0,(4082+0 &/'0-11(23(4-+-,(/00 )" )))=7 #7'8( &'6/,+/4/)+,-++2-50%).%$)5&.!#+'( %&2995(4-.(/)0-88(*/0*(+/3(1-,-)055- )+/&5)*+)&*%& "7) )224 ") Checervello quel computer Lamacchinasuper intelligente funzioneràcome inostrineuroni «Brain Killer» 2011-2012, un'opera di Jan Fabre della serie «Chimères» A sinistra lo scienziato Anirban Bandyopadhyay IntervistaaBandyopadhyay, loscienziatocheha inventato lemolecoleartificiali che mimanoilcomportamento dellecellulecerebrali CRISTIANAPULCINELLI Lostudiosodella tecnologia«organica» «Poiesis», laculturaaFabriano U: lunedì 28 maggio 2012 19
ILCOMMENTO RINALDO GIANOLA SEGUEDALLAPRIMA Questa è solo l'ultima evoluzione della strategia difensiva del governatore, una mutazione progredita man mano che le inchieste sulle deviazioni della sanità lombarda, sulla fondazione Maugeri, sul San Raffaele, portavano in carcere vecchi amici ciellini come l'ex assessore alla sanità Antonio Simone o, appunto, il faccendiere Daccò. Formigoni infatti è passato dalla difesa totale e arrogante - «In vacanza vado con chi voglio e le spese alla fine si dividono» - alle mezze bugie come quelle sui viaggi pagati, ma purtroppo non si trovano più le ricevute, fino all'ammissione ormai piena di imbarazzo che, sì è vero, Daccò pagava, offriva, regalava al governatore, ai suoi amici, omaggi assai costosi, di ogni tipo. Davvero l'intermediario non ha ottenuto nulla dall'amicizia, dalla frequentazione assidua di Formigoni e dei suoi amici? Le inchieste che hanno portato Daccò in carcere, la prima quella sul San Raffaele sull'orlo del crac, parlano di fondi neri, fatture false, di soldi deviati altrove rispetto alla loro destinazione iniziale. Il generoso faccendiere ha ricevuto poi 56 milioni, o forse 70 milioni di euro, dalla fondazione Maugeri di Pavia per oliare le porte della Regione, per ottenere più facilmente fondi e rimborsi pubblici. E mentre il San Raffaele affondava in un miliardo e mezzo di debiti, mentre Daccò e Simone incassavano milioni per le loro mediazioni, Formigoni andava in barca, pasteggiava con aragosta e champagne. Beato, ma non trova le ricevute. Avendo visto in azione, in azione politica, Formigoni e anche Simone a Milano, in tanti anni di battaglia dalle università alle istituzioni, avendo ascoltato spesso con fastidio ma anche con invidia e ammirazione le loro prediche sulla moralità dei comportamenti, sullo stile di vita rigoroso al limite del sacrificio tutt'uno con l'integrità della missione ideale «più alta», costruttiva, solidale, infine religiosa del loro movimento, viene da sorridere, quasi non ci si crede, a leggere che Formigoni affrontava i mari aperti con lo yacht «Ojala» alternandolo con un altro dal nome evocativo di «Ad maiora». Come si può conciliare ciò che Formigoni ha sempre detto di sè con uno stile di vita che lo porta dalla Costa Azzurra alla Costa Smeralda, in luoghi esotici, resort da miliardari e a consumare il pranzo di Natale nell'esclusivo Hotel Bulgari di Milano dove nelle ultime settimane un giovane magistrato del Tribunale milanese, raccomandato, si faceva vedere con Nicole Minetti, consigliere regionale e imputata al processo del burlesque di Arcore? Ecco i reati contestati nelle inchieste della Procura di Milano, da cui per ora è immune Formigoni, sono di una gravità tale che rendono indifendibile sul fronte politico, delle scelte personali, proprio il governatore che ormai ha battuto ogni record di permanenza alla guida di una potenza economica europea come la Lombardia. Proprio perché la formazione, il passato, la cultura, gli ideali del presidente sono così carichi di impegni forti e trasparenti, proprio perché il suo governo regionale ha macinato tanti successi confermati da valanghe di voti, proprio perché è sempre stata la politica con la P maiuscola a dominare la sua azione, come può oggi Formigoni resistere al suo posto, in cima al «suo» grattacielo, come se nulla fosse, mentre la sua giunta, la sua funzione, la sua credibilità si smarriscono nelle inchieste giudiziarie, nelle confessioni di Daccò, tra una crociera nel mar dei Caraibi e le cenette esclusive al Sadler? Non c'entra nulla che Formigoni sia indagato o meno. Il fatto rilevante, decisivo, tutto politico è che il comportamento del presidente, oltre alle deviazioni di assessori e consiglieri del centrodestra, immobilizzano la Regione Lombardia, immiseriscono la sua immagine, frenano la sua forza proprio mentre i cittadini attendono risposte credibili alla crisi. Formigoni è un uomo politico di esperienza e responsabilità. Se qualcosa del suo passato è ancora vivo deve lasciare la guida della Regione, non per salvare se stesso ma per salvare la Lombardia. Si stringe sempre di più il cerchio intorno al governatore lombardo Roberto Formigoni. Nelle 17 pagine di verbali dell'interrogatorio al faccendiere e consulente per la sanità Pierangelo Daccò, il suo nome torna 34 volte. Non gli viene contestato alcun reato, ma la storia che racconta è molto diversa da quella di cui parla Daccò, fatta di intrecci tra chi avrebbe contribuito a svuotare le casse del gruppo ospedaliero San Raffaele e a drenare dai conti della Fondazione Maugeri di Pavia circa 70 milioni con il mondo politico e il sottobosco che lavora nei gangli della Regione. Il quadro descritto ai magistrati da Daccò, in carcere dal 15 novembre scorso per il crac del San Raffaele, poi raggiunto da una nuova ordinanza di custodia cautelare per la vicenda Maugeri, è quello di forti benefit a favore del presidente della Lombardia, che conosce da «circa 20 anni» e con cui ha un rapporto di «grande amicizia», tra cene in ristoranti a cinque stelle e vacanze extralusso ai Caraibi. Avrebbe anche stipulato contratti fittizi di noleggio di un suo yacht per consentire al governatore e al suo stretto entouragedi navigare senza problemi in caso di controlli. Daccò, che risulta pure proprietario di immobili ai Caraibi per circa 40 milioni, ha ammesso di aver «sfruttato» questa conoscenza «per accreditarmi di fronte ai miei clienti», ai quali mostrava anche, con cene in ristoranti alla moda, le sue «conoscenze importanti con politici, esponenti delle forze dell'ordine, professori universitari nelle facoltà di medicina». Una «verità» decisamente diversa da quella che continua a sostenere Formigoni, affidata nel fine settimana a una lettera aperta. Lettera nella quale, comunque, ammette di essere stato ospite sulla barca Ad Maiora di Antonio Simone, uno degli ultimi uomini della Dc in giunta al Pirellone, assessore alla Sanità nei primi anni Novanta, esponente di spicco di Cl e suo amico di lunga data, arrestato anche lui nell'ambito dell'inchiesta Maugeri. Ma solo «qualche weekend di giugno o luglio, alcuni giorni durante le vacanze di agosto», minimizza Formigoni, «altro che barche a disposizione per mesi e mesi». «Questi attacchi falliranno come sono falliti finora: non cederò al ricatto», perché, continua a sostenere, «è impossibile dimostrare» che Daccò abbia avuto «vantaggi grazie a me». Ma intanto anche l'appoggio politico di Pdl e Lega inizia a scricchiolare vistosamente. Tanto che da parte di Roberto Maroni arriva un avvertimento: stavolta, dice al Corriere, «se vuole andare a Roma, si dimetta, e si voti in Lombardia insieme con le politiche». SMENTITEECORREZIONI Tra quanto intende «smentire o correggere» dopo la pubblicazione dei verbali, ci sono anche le spese sostenute per il Meeting di Rimini, tradizionale appuntamento di Comunione e Liberazione. «Ho partecipato a tutte le 31 edizioni del Meeting - scrive il governatore nella lettera aperta - e sono stato a colazioni o a cene con centinaia di ospiti; con Daccò soltanto 2 o 3 volte in tutto». Poi poche righe su altre vicende. Primo: «Mai stato a Rio de Janeiro con Piero Daccò». Secondo: «Le spese attribuite a Daccò nei resoconti giornalistici non riguardano certo me o solo me. Daccò è stato in tutti questi anni un imprenditore in campo sanitario soprattutto all'estero (Cile, Argentina, Israele...) con migliaia di rapporti in tutto il mondo». Terzo: «51mila euro per un volo da Milano a Nizza??? È una di quelle cifre inverosimili che tolgono ulteriore credibilità al tutto». L'annosa attività di lobbing, così come la descrive Daccò, è stata costosissima, orientata a farsi spalancare le porte dell'amministrazione e ottenere il «disincaglio di fondi regionali» (lui chiedeva il 25% della somma sbloccata) o la «risoluzione» di problemi per le «grandi realtà ospedaliere in Lombardia» che rappresentava. Oltre ai tre Capodanni consecutivi alle Antille, dove Formigoni avrebbe alloggiato in ville da sogno «senza corrispondere alcuna quota», al capitolo yacht spunta un altro dettaglio: accanto all'uso esclusivo per varie estati dell'Ad Maiora, ci sarebbero anche contratti fittizi di noleggio con una società austriaca del faccendiere, per l'utilizzo, nel 2007, di un'altra barca, l'Ojala. E questo per consentire a Formigoni e al suo stretto collaboratore Alberto Perego di solcare senza problemi il Mediterraneo pur senza l'armatore a bordo. Un cadeau che, da solo, varrebbe 144 mila euro. Daccò ha anche risposto su una villa in Sardegna da lui venduta la scorsa estate a Perego per tre milioni. Un'operazione che rientra nel «sistema» architettato dal faccendiere in cella a Opera da più di sei mesi, sul quale la Procura intende continuare a indagare. I fatti che condannano il governatore LOSCANDALO LOMBARDIA . . . In un'intervista il monito di Maroni: «Se vuole andare a Roma si dimetta e si voti con le politiche» . . . Lui respinge gli addebiti: «Contro di me un attacco politico che falllirà Io non cedo al ricatto» «La resistenza di Formigoni non ha più nessun rapporto con la situazione politica, è unicamente attaccamento alla poltrona mentre tutto il resto intorno crolla», attacca Emanuele Fiano, deputato milanese del Pd. «Le ultime elezioni amministrative hanno dimostrato che il primo partito della Lombardia è il Pd, che la maggioranza consiliare che sorregge la giunta non è più maggioranza elettorale tra i lombardi, essendo franata in quasi tutti i Comuni al voto». «Intorno a Formigoni, in questi anni, molti dei suoi assessori siano stati colpiti da provvedimenti d'indagine giudiziaria o addirittura d'arresto. E in più in questi giorni la cronaca continua ad aggiungere sospetti sempre più pesanti sui rapporti tra lui e Pierluigi Daccò», prosegue Fiano. «Il leader in pectore della Lega Roberto Maroni, seppur annunciando di non voler far cadere la giunta lombarda, indica con chiarezza a Formigoni la strada di votare in Lombardia insieme alle elezioni politiche nel 2013. Infine anche gli esponenti del rinnovamento interno al Pdl, come quelle del sindaco di Pavia Cattaneo, invocano per la Lombardia e per Formigoni il tempo del ricambio. La resistenza del governatore sta creando un blocco politico dannoso per la Lombardia e i suoi cittadini. Se ne renda conto e ceda il passo». Fiano (Pd): «Se ne vada crea danni ai cittadini» Il presidente della Lombardia Roberto Formigoni in vacanza FOTO LAPRESSE . . . La sua credibilità smarrita tra le confessioni dell'amico e le crociere ai Caraibi . . . Come può difendersi sul piano politico dalle inchieste che hanno investito il Pirellone? Formigoni assediato, Daccò lo inchioda Dai verbali dell'interrogatorio del faccendiere nuovi dettagli: contratti fittizi per mettere a disposizione del presidente della Regione un altro yacht Lettera aperta: «Qualche weekend sull'Ad Maiora l'ho fatto...» LAURAMATTEUCCI MILANO 4 lunedì 28 maggio 2012
La crescita deve ripartire dalle città. Paolo Buzzetti è il presidente dell'Associazione dei costruttori edili. Un rapporto Ance-Censis mette in luce l'arretratezza del patrimonio immobiliare italiano, che appare ancora più evidente di fronte alle emergenze terremoti, ultima quella della pianura padana. Serve un grande piano per mettere in sicurezza il territorio sia dal punto di vista idrogeologico che da quello edilizio - spiega Buzzetti. Un piano che dia soluzione anche al problema dell'efficienza energetica. Presidente, il 37% di abitazioni realizzatoprimadel1971,percentualechesaleal 50% nelle grandi città. Il sisma di questi giorniriproponel'urgenzadellaprevenzione... Servono interventi concreti sia sotto il profilo dell'assetto del territorio che della manutenzione dei fabbricati. Il nostro è un Paese a forte rischio sismico. Il terremoto di questi giorni dimostra che non esistono zone immuni. C'è il grande tema del patrimonio storico-artistico, non facile da affrontare. E c'è quello del patrimonio edilizio, che risale in larga parte al dopoguerra, da sottoporre a manutenzione. Non si può discutere di questi temi soltanto di fronte a drammatiche emergenze... Permettereinsicurezzaunacittà,unterritorio, un intero Paese servono risorse chenonèfacilereperireinunafasedicrisi acuta... Il concetto della efficienza degli edifici non viene ancora considerato prioritario. Gli acquisti di nuovi appartamenti, ad esempio, vengono decisi sulla base di fattori come la vicinanza ad una metropolitana o ad altri mezzi di trasporto e non in funzione di priorità considerate decisive in altri paesi. Serve un check up approfondito e questo rimanda a costi che non vanno sottovalutati. Il tema, tuttavia, non può essere rinviato. Se vogliamo riqualificare l'esistente e ammodernare le città bisogna partire anche dalla verifica del singolo edificio. Ci sono già procedure che si possono applicare. Qualipresidente? Si possono percorrere diverse strade, ma il centro di questa azione va costruito puntando sul fisco. Altri paesi ricorrono alla fiscalità intelligente. Se si vuole ammodernare un fabbricato, ad esempio, si può consentire all' impresa di pagare ciò che deve solo alla fine dei lavori, quando l'immobile ha già acquistato valore. Questa procedura, tra l'altro, produrrebbe anche in Italia gettiti più consistenti a favore dello Stato. Gli esempi della Francia o della Germania sono illuminanti. Si possono definire, tra l'altro, agevolazioni fiscali per gli acquirenti della prima casa se questa viene ristrutturata sulla base di criteri di efficienza energetica e statica; o favorire interventi sui mutui bancari che consentano sconti e agevolazioni... Il piano casa varato dal precedente governoèrimasto sullacarta... I piani casa che si sono succeduti nel tempo hanno introdotto norme che consentono facilitazioni anche in termini di aumento della cubatura degli edifici. Questi potrebbero tornare utili non tanto per nuove campagne di cementificazione, ma per servizi utili alla collettività. All'interno della pianificazione pubblica di un'area o di una periferia, ad esempio, un condominio potrebbe rivendere a soggetti diversi - anche pubblici - il surplus di cubatura di cui può disporre e che potrebbe essere conteggiato nell'ambito più complessivo di una zona o di un quartiere. Da questi introiti, poi, sarebbe possibile ricavare fondi utili per la riqualificazione dell'immobile dal punto di vista statico ed energetico. Un percorso fattibile se si ricostruisce un circuito virtuoso tra Stato ed enti locali. Penso anche alle risorse che possono essere mobilitate attraverso un uso intelligente dell'Imu con detrazioni per interventi di manutenzione e di efficienza energetica. L'Ance ha elaborato un «piano città» che insiste sull'efficienza energetica. L'assunto è che un patrimonio edilizio vecchiodioltremezzosecolononèsicuroe sprecaenergia... Oggi un'abitazione con 30 anni di età consuma in media 180/200 kwh/mq/ anno, mentre un edificio realizzato in classe C (standard minimo delle nuove costruzioni) consuma tra i 30 e i 50 Kwh per metro quadro. Recuperare in qualità e funzionalità il patrimonio esistente, con particolare attenzione al risparmio energetico, significa utilizzare una grande risorsa indispensabile in momenti di crisi economica. Ne abbiamo già parlato con il governo. Eaveteriscontratovolontàdiaffrontare ilproblema? Riteniamo di sì. La nostra valutazione è che una politica perseguita dentro i binari rigidi imposti dall'Unione europea è profondamente sbagliata... Ilrigoreesasperatochedeprimel'economia... Esatto, e questo lo misuriamo in modo particolare nell'edilizia che può rappresentare un volano per far ripartire la crescita. Molti osservatori ed economisti a livello internazionale spiegano che è dalle città che può ripartire lo sviluppo. Guardiamo alle megalopoli cinesi o a Londra e New York che cercano di modernizzarsi continuamente per offrire opportunità di lavoro e di crescita civile e culturale. La scuola, ad esempio, all'estero diventa centrale anche dal punto di vista delle scelte abitative: compro casa lì dove c'è una struttura scolastica che ritengo adatta per i miei figli. Da noi invece ciò non avviene a sufficienza. C'è da fare manutenzione e trasformazione anche nelle zone periferiche. Come? Ritorna il tema di una fiscalità moderna che favorisca interventi a livello di singoli fabbricati o di quartiere. Il governo ha promesso interventi concreti? Ci sono scelte da compiere che non richiedono nuovi stanziamenti pubblici. Ci sono già procedure utili. Attivandole si può determinare un volano efficace per mobilitare anche capitali privati. Riteniamo essenziale coinvolgere i cittadini e abbiamo proposto una procedura ad hoc per ottenere questo risultato. Serve, però, una iniziativa che riduca tempi biblici: oggi i piani di intervento si realizzano mediamente nell'arco dei 10-15 anni. E non vorrei che vengano ancora dimenticate le abitazioni per i ceti più deboli. Serve, anche da questo punto di vista, un coordinamento tra centro e comuni. Tutto questo è materia del nostro piano città che ha riscontrato il forte interesse del governo? Auspicate un intervento legislativo ad hoc? I ministri Caccia, Passera e Profumo hanno promesso impegni concreti. Il governo sta studiando un provvedimento che potrà assumere la forma di un disegno di legge o di un decreto. Attendiamo entro giugno novità positive. L'Ance ha promosso il d-day delle costruzioni per chiedere che la Pubblica amministrazione saldi i debiti contratti conle imprese. Ilgovernohadefinitoun intervenutoentrol'anno,sietesoddisfatti? La risposta del Governo c'è stata e l'emanazione dei recenti decreti legge in materia ne è la dimostrazione. Si tratta di un primo importante passo che però deve immediatamente diventare operativo sul piano della reale liquidità, quella che interessa alle imprese e che nei prossimi mesi può salvare il lavoro di migliaia di addetti in un settore che ha perso in 3 anni quasi 400 mila occupati. I ministri Passera e Grilli si sono impegnati in tal senso e con l'Abi stiamo lavorando per adeguare le norme emanate al nostro settore. Siamo fiduciosi, ma dobbiamo fare in fretta. Controlli su una vecchia fabbrica colpita dal terremoto FOTO DI MICHELE NUCCI/ANSA L'INTERVISTA IlPresidente dell'Associazione costruttoriedili:«Usare l'Imuper interventi dimanutenzione ediefficienzaenergetica» L'ITALIAELACRISI Mentre Sergio Marchionne guarda sempre più lontano per il futuro del gruppo Fiat-Chrysler (produrrà anche in Giappone), torna di attualità la situazione di Pomigliano, lo stabilimento italiano da cui è partita, ormai nel lontano giugno 2010, la “rivoluzione” del manager canado-abruzzese. Il ritorno della Panda in Italia fu “venduto” dal Lingotto come una scelta fatta in nome del legame di sangue del gruppo con il nostro Paese e del piano, ormai ammuffito, Fabbrica Italia. Ad oggi nello stabilimento Giambattista Vico gli assunti sono 2.187 rispetto ai 5.010 che votarono per il referendum che aprì la strada alla Newco Fabbrica Italia Pomigliano. Da quel numero però bisogna sottrarre i circa 500 lavoratori nel frattempo finiti in mobilità, per un totale 4.500 lavoratori. Siamo ben al di sotto della metà, sebbene i sindacati firmatari facciano notare come «negli assunti vanno conteggiati anche i 400 lavoratori (300 agli stampaggi e 100 fra reparto Qualità e Test drive) che non sono mai stati cassintegrati in quanto lavorano per più stabilimenti», spiega Giovanni Sgambati, segretario della Uilm Campania. Come denunciato da mesi da Fiom e Slai Cobas, però, nessuno dei ri-assunti ha in tasca la tessera di questi due sindacati. E per questo sono molte le cause intentate contro la Fiat in vari tribunali. Questa mattina a Torino parte il ricorso “pilota” presentato da quattro operai iscritti allo Slai Cobas che chiedono di essere assunti nella Newco, mentre altri 150 hanno presentato altre cause in altri tribunali. A Torino a decidere sarà lo stesso giudice del lavoro, Vincenzo Ciocchetti, che lo scorso luglio ha dato ragione alla Fiom sul comportamento antisindacale del Lingotto, giudicando però legittimo l'uso della Newco e rimandando alle cause individuali questo tema. «Noi - spiega Vittorio Granillo, dell'esecutivo nazionale Slai-Cobas - abbiamo impostato la strategia non sulla rivendicazione dei diritti per l'organizzazione, ma su quello dei lavoratori all'assunzione». Venerdì invece si è tenuta a Roma la prima udienza del ricorso presentato dalla Fiom nazionale e da 20 lavoratori iscritti ai metalmeccanici della Cgil contro le discriminazioni nelle ri-assunzioni. La giudice di Roma ha annunciato alle parti che il verdetto sarà emesso molto presto, entro il 15 giugno. La Fiom ha presentato i suoi dati: al 31 dicembre 2011 i suoi iscritti a Pomigliano erano 380 («in calo rispetto agli 800 del 2010 proprio a causa delle ritorsioni contro di noi», spiega Andrea Amendola, segretario Fiom Campania) e nessun assunto. La Fiat ha sostenuto di aver ricevuto parecchie disdette di ex iscritti Fiom, ma la giudice ha chiesto all'azienda l'elenco dei neo-assunti e le relative rappresentanze sindacali. Ma quanti saranno alla fine gli assunti in Fip? A dicembre Sergio Marchionne disse che «saranno assunti i lavoratori necessari a produrre a pieno regime 1.100 Panda al giorno», mentre oggi non se ne producono più di 700 al giorno. A sei mesi di distanza Amendola e Sgambati fanno previsioni opposte: «Se mai arriveremo a 1.100 macchine al giorno non andremo oltre i 3mila assunti», spiega il segretario campano della Fiom. «Con tutti i modelli in produzione (Gpl, 4X4 e metano) e se il mercato si riprenderà tutti i 4.200 ex dipendenti di Pomigliano saranno riassunti», prevede invece Sgambati. Nonostante l'accelerazione sui nuovi prodotti e il calo del prezzo di vendita (da 10mila a meno di 9mila euro) finora non sono state prodotte più di 70mila Nuova Panda, lontanissimi dall'obiettivo di 250mila per il 2012. PaoloBuzzetti «L'edilizia può trainare la crescita» . . . «Molti economisti spiegano che è dalle città che può ripartire lo sviluppo» . . . «Ci sono scelte da compiere che non richiedono nuovi stanziamenti pubblici» Fiat, la produzione arranca e si moltiplicano le cause MASSIMOFRANCHI ROMA . . . A Pomigliano dopo la Fiom fa ricorso al giudice anche la Slai: contro le assunzioni per tessera NINNIANDRIOLO ROMA 6 lunedì 28 maggio 2012
C'è chi la chiama Prima-vera messicana o chi, co-me la scrittrice ElenaPoniatowska, già intra-vede un nuovo '68 inMessico. Quel che è certo è che da tre settimane la monotonia della campagna elettorale per le presidenziali del 1 luglio è stata rotta da un nuovo movimento giovanile e universitario. È nato su internet, Twitter e Facebook, poi cresciuto nelle aule e nelle piazze. Si chiama #YoSoy132, IoSono132, ed è la reazione spontanea degli universitari alle imposizioni dei politici e delle televisioni private, TeleVisa e Tv Azteca. L'11 maggio in un incontro all'università privata IberoAmericana (Uia) Enrique Peña, candidato del Pri (Partito rivoluzionario istituzionale) favorito nei sondaggi e da sempre coccolato dalle Tv nazionali, è stato fischiato dagli studenti. Gli alunni della Uia hanno contestato il candidato per i gravi abusi della polizia - 2 morti, centinaia di feriti, violenze sessuali e torture - nel 2006 a Atenco nell'Estado de México, regione di cui era governatore. Peña è stato costretto a uscire al grido di «fuori assassino!». In quel venerdì nero la presenza di infiltrati del suo partito, giunti solo per applaudirlo e bloccare l'ingresso al pubblico, e le dichiarazioni del presidente del partito, Pedro Coldwell, che ha accusato gli studenti di essere «cooptati e manipolati», hanno scatenato ancor più gli universitari. Il suo Pri, al potere durante 71 anni, perse la presidenza solo nel 2000 e nel 2006 quando vinse il Pan (Partito azione nazionale, ancor più decisamente conservatore), ma quest'anno dà già per scontata la sua vittoria. Così il conduttore di TeleVisa Loret de Mola ha definito gli studenti una «minoranza intollerante, portatrice d'odio e strumentalizzata dalle sinistre». Senza accorgersi che, invece, «le elezioni stanno diventando un referendum contro l'anacronistica videocrazia messicana che impone presidenti, demonizza i movimenti, rimbecillisce la società», spiega Clara Ferri, attivista italo-messicana partecipante alla protesta giovanile. Gli eventi incalzano rapidamente. Il 14 maggio 131 studenti della Uia rispondono alle accuse del Pri e a TeleVisa con un video mostrando il loro libretto corredato di foto e matricola per ribadire che «sono studenti veri e non si fanno manipolare dai partiti e dalle Tv». Il video supera il milione di visualizzazioni su YouTube e migliaia di universitari si uniscono a loro proclamando: «Siamo tutti il 132esimo, difendiamo la libertà d'espressione e il diritto di replica». INTERCONNESSI «Sono i primi a usare i social network contro i resti della mentalità autoritaria del vecchio regime e i monopoli informativi per favorire l'accesso libero alla conoscenza» sostiene l'opinionista Genaro Villamil. Rapidamente si dipana la matassa della Rete, un messaggio fa il giro del mondo in 80 secondi e scarica in banda larga la voglia di farsi sentire delle nuove generazioni. Per tutta la settimana si susseguono i flash mob studenteschi e le catene umane di fronte alle sedi di TeleVisa nella capitale. «L'attivismo passivo fatto di e-mail e Sms poco concreti si trasforma in mobilitazione reale, internet e le reti sociali non sono più solo un fine ma un mezzo per convocare, discutere e agire», dice Sabina Salazar, iscritta a architettura all'università Unam. Sabato 19 una manifestazione "Anti-Peña" riempie le vie di oltre 20 città, sono in 46mila a Mexico City ed è la prima protesta realizzata in Messico a partire dalle reti sociali e il web contro un candidato alla presidenza e in favore della libertà d'informazione. I giovani sono la maggioranza e la festa civica si colora di slogan: «Vogliamo scuole, non telenovele», «Educazione, vaccino contro la manipolazione». Sfilano insieme gli studenti delle università pubbliche e delle private che dicono «no all' imposizione di un presidente da parte delle televisioni» e «sì a mass media democratici». Il 23 maggio 10mila ragazzi di YoSoy132 si trovano sotto la Estela de luz della capitale, un monumento carissimo che oggi è il simbolo dello spreco e della corruzione, e in tante altre città gli studenti scendono in piazza. Presentano un manifesto, si dichiarano apartitici e chiedono il diritto a internet in Costituzione, un codice etico e un'autority per i mass media, la trasmissione a reti unificate dei dibattiti per le presidenziali e garanzie di sicurezza per i giornalisti, essendo più di 80 i reporter assassinati in 10 anni. Sul sito www.yosoy132.mx annunciano che «il movimento non è più solo degli studenti ma di tutti i messicani che senza colori politici né violenza, esigono la democratizzazione dei media». Sul loro sito gli indignati di Occupy Wall Street hanno espresso solidarietà ai giovani messicani per il loro «risveglio civile contro la manipolazione informativa».La cineasta messicana Yulene Olaizola e la sua équipe, a Cannes con il film Fogo, si sono fermati sul tappeto rosso per mostrare un cartello di Yo Soy 132. «Il prossimo passo è organizzarci», sostiene l'alunna della Uia Sandra Patargo, quindi il 30 maggio è fissato l'incontro della prima assemblea interuniversitaria che definirà l'evoluzione dell' incipiente primavera messicana. Una coppia di bosniaci è stata arrestata nella regione di Tuzla per aver tenuto in schiavitù per otto anni una ragazza tedesca, oggi 19enne, mentre sia alcuni vicini che la stessa madre della vittima ne erano al corrente. Una vicenda che ha ancora molte zone d'ombra e che la polizia non ha ancora dissipato. La ragazza, la cui identità non è stata rivelata, è stata liberata il 17 maggio scorso, nella borgata di Karavalsi, nella Bosnia-Erzegovina, ha riferito ieri la tv nazionale Ftv, citando la polizia e la procura. I coniugi Milenko e Slavojka Marinkovic, lui 52 e lei 45 anni, sono ora in carcere. Sono accusati di aver tenuto per anni la ragazza «rinchiusa, impedendole di entrare in contatto con altre persone e di andare a scuola. Le hanno fatto subire trattamenti disumani e l'hanno torturata», ha detto un portavoce della polizia, Admir Arnautovic, alla tv. La polizia era stata allertata da un vicino, Sead Makalic, che ha raccontato all'Afp scene di sevizie che la coppia e «loro amici» hanno fatto subire alla ragazza, come costringerla «a tirare un carretto sul quale erano seduti, mettendola al posto del cavallo». Secondo la tv, la ragazza quando è stata liberata pesava appena 40 chili e presentava segni evidenti di sofferenze fisiche e psicologiche ed è ora in una «casa sicura» dove viene curata da medici. I sanitari non hanno ancora stabilito se nel corso degli anni la giovane sia stata violentata, come alcuni residenti della vicina borgata di Gojcin hanno raccontato al quotidiano locale Dnevni Avaz, anche da parte di «amici» della coppia. Non è ancora chiaro come la ragazzina tedesca sia arrivata in Bosnia a 11 anni con la madre. La donna, secondo la stampa locale, avrebbe concluso un matrimonio bianco con Milenko Marinkovic per permettere all'uomo di ottenere un permesso di soggiorno in Germania. La madre della vittima, identificata solo con il nome Kristina, avrebbe vissuto tra la Bosnia, la Germania e l'Austria durante questi anni, ma al momento dell'operazione di polizia si trovava nel sobborgo di Karavalsi vicino Tuzla dove la figlia veniva tenuta in cattività. Il vicino di casa che ha denunciato la sua schiavitù ha detto ai giornali locali: «Non ce la facevo più a vederla mentre la picchiavano e moriva di fame». FABRIZIOLORUSSO CITTÀDElMESSICO MALI Decinedimigliaia digiovani inpiazzacontro la«teledittatura», intreccio tra leprincipali tve ilPri, partitoalcomando. Il suo candidatopresidente, EnriquePeña,è il favorito IL REPORTAGE MONDO Uno striscione degli studenti messicani di Yo Soy 132 FotodiParikaBenítez Liberata in Bosnia ragazzina schiava VIRGINIALORI esteri@unita.it Ribelli tuareg eAlQaidafondano loStatodell'Azawad I ribelli tuaregdel Movimento nazionaleper la liberazione dell'Azawad(Mnla), tradizionalmente laici,e imiliziani diAnsar Dine, legati adAl Qaida,hannodeciso di fondersi edicreare unostato islamico indipendentenel norddelMali cioè neldesertoattorno allecittà diKidal, GaoeTimbuctù conquistatead aprile approfittando delcolpodi stato militarea Bamakodel 22marzo. E dallacapitaleBamako, ilportavoce delgovernoHamadoun Tourè, , «respingecategoricamente l'idea di unoStatodell'Azawad , ancoradi più diuno Stato islamico». Anchese, precisa, si tratta della«creazionedi unoStatosulla cartaenon nei fatti». Tv e potere, in Messico la rivolta degli studenti 12 lunedì 28 maggio 2012
Alle 4.04 di otto giorni fa, una scossa di magnitudo 5.9 ha sconvolto l'Emilia tra Modena e Ferrara. Case crollate, quattro morti, per la prima volta anche la Pianura Padana si è dovuta misurare con la paura di un terremoto. Che continua. Le scosse non danno pace. Sono di bassa intensità ma ci sono. Presenti, continue, sono entrate a far parte della quotidianità di questa gente. Molte le abitazioni lesionate, circa settemila gli sfollati. Pur tra mille difficoltà, gli abitanti vogliono andare avanti. Ma hanno paura di essere abbandonati. Il sindaco di Finale Emilia, Fernando Ferioli, lo dice senza mezze parole: «Non dalla nazione, che ci sta dando grande prova d'affetto. Il problema è il Governo centrale». Con la G maiuscola come a segnare una sorta di distanza. Il problema più sentito nelle zone sconvolte dal sisma, spiega, è il lavoro: «Non ci abbandonate da questo punto di vista». Perché ben vengano le sospensioni di tributi come l'Imu «ma se poi non hai il lavoro...». Tanto varrebbe consentire di utilizzare quel che si risparmia con la sospensione dei pagamenti per «far ripartire l'azienda, la fabbrica, riparare il capannone. Abbiamo bisogno di questo, e ne abbiamo bisogno in fretta». Non teme invece il sindaco di essere lasciato solo dalla Regione Emilia-Romagna. «Con Errani c'è un contatto diretto. So come raggiungerlo. Con lui ho un buon rapporto, si è detto disponibile 24 ore su 24, e gli credo. Ma è arrivare a livello superiore che mi preoccupa». In attesa senza sosta va avanti la messa in sicurezza degli edifici. Nella zona di Bondeno (Ferrara) hanno demolito in modo «controllato» la cima della ciminiera alta 45 metri. Risaliva al 1916 ed era parte di una fabbrica per la trasformazione del pomodoro, oggi in disuso e pericolante. Il sisma aveva provocato fratture e torsioni dell'ultimo pezzo delle torre, che ad ogni nuova scossa rischiava di cadere sulla provinciale 69, la 'Virgiliana che va da Ferrara a Mantova. Sono in tanti a lavorare per rimettere in piedi questo fazzoletto d'Emilia. I tecnici cartografici della Provincia di Modena, per esempio, hanno fatto una mappatura dei beni culturali a rischio, informatizzata e «georeferenziata». Servirà a guidare gli interventi per la salvaguardia. Ma per aiutare la gente ferita dal terremoto sono scesi in campo anche gli psicologi della associazione Rivivere, specializzati nel supporto in momenti traumatici, guidati da Francesco Campione, docente di psicologia delle situazioni di crisi della Scuola di specializzazione dell'Università di Bologna. Ieri sera hanno incontrato le vittime a Crevalcore, uno dei paesi del Bolognese più colpiti, e a San Felice Sul Panaro per offrire il loro aiuto gratuito. Si guarda avanti, tenendo però bene in mente quello che è successo. Oggi, in tutti i luoghi di lavoro di Modena alle 15 ci sarà una fermata simbolica per i funerali di Nicola Cavicchi, uno dei quattro operai morti a causa del sisma. Così Cgil della città emiliana ha deciso di accogliere l'invito delle segretarie nazionali Cgil Cisl e Uil ad organizzare stop simbolici. SENZACASA Nel frattempo nascono nuovi campi di accoglienza. Uno è stato creato a San Carlo (Ferrara), un altro a Medolla (Modena). A San Carlo, frazione di Sant'Agostino, particolarmente colpito dal fenomeno della liquefazione delle sabbie, è stato allestito tra ieri e oggi un campo per il centinaio di famiglie evacuate per motivi di sicurezza due giorni fa. Il campo può ospitare fino a 250 persone. Ora ne assiste circa cento. Il secondo campo è in corso di allestimento a Medolla, nel Modenese. Dotato di circa 250 posti, accoglierà cittadini di Medolla, di Cavezzo e di San Prospero ed è realizzato dalla Protezione civile della Regione Molise. Per adesso sono 89 i luoghi, tra edifici coperti e campi attrezzati dalla Protezione civile, attrezzati per l'accoglienza,, 53 le strutture al coperto e 17 gli alberghi. La capienza complessiva disponibile è di 9mila posti. I volontari di Protezione civile impegnati nelle zone colpite dal terremoto sono circa 1.400, di cui 500 provenienti da altre Regioni: dal Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Umbria, Molise, Piemonte, Toscana, Val D'Aosta e dalle Province autonome di Trento e Bolzano. Al lavoro circa 700 vigili del fuoco. Sono state fatte 2mila verifiche sugli edifici per definirne l'agibilità. In definitiva lo Stato ha risposto. Ma dopo l'emergenza che accadrà? ILSISMA «Non abbandonateci». In Emilia nuove scosse Cittadini immigrati in una tendopoli allestita dopo il terremoto FOTO DI MARCO NEGRI/LAPRESSE Il sindaco di Finale Emilia: «Ora il vero problema è il lavoro». Nascono altri due campi accoglienza Oggi i funerali del quarto operaio Dai lavoratori della zona stop simbolici NICOLALUCI FERRARA 10 lunedì 28 maggio 2012
E DUE: SECONDA PALMA SFIORATA PER MATTEO GARRONE,SECONDOGRANDPRIXDELLAGIURIA–ILSECONDOPREMIODELPALMARÈS,COMUNQUEIMPORTANTISSIMO – DOPO QUELLO OTTENUTO PER GOMORRA NEL 2008. Il premio vero, la Palma d'oro, va per la seconda volta in tre anni all'austriaco Michael Haneke, per Amour. È l'ennesima riprova che le giurie cannensi non hanno memoria storica: anche i fratelli Dardenne e il danese Bille August (incredibile a dirsi!) vinsero a distanza di pochi anni, e forse è giusto che le giurie ragionino all'interno di una «bolla» temporale valutando solo i film che hanno davanti a sé, e non la filmografia dei loro registi. E poi, vogliamo dirlo chiaramente? Questa Palma, per Haneke, è meritata. Amour è un film bellissimo, mentre non era così travolgente Il nastro bianco premiato nel 2009. Ma allora Haneke vinse anche per un conflitto d'interessi evidente e poco simpatico (la sua attrice-feticcio Isabelle Huppert, presente anche in Amour, era presidente della giuria), mentre stavolta ha superato anche i gusti del presidente di turno, Nanni Moretti. Abbiamo ancora nelle orecchie quello che ci disse 15 anni fa, quando lo intervistammo dopo l'esperienza in giuria del 1997: Haneke era in concorso con Funny Games, film che non ci era dispiaciuto, ma Nanni lo distrusse con argomenti che a posteriori ci sembrano giustissimi. Quell'anno si battè per far vincere Kiarostami, ma il Kiarostami di quest'anno, Like Someone in Love, era indifendibile. Amour è per Haneke un film quasi tenero, anche se non mancano momenti dolorosi. Racconta l'amore estremo fra due persone anziane, un marito che uccide la moglie per risparmiarle l'umiliazione di una malattia senza ritorno. Preparatevi, perché quando uscirà in Italia i bigotti si scateneranno: questo è un paese che non sa fare i conti con la storia di Eluana Englaro, figurarsi se saprà accettare l'immagine di Jean-Louis Trintignant che soffoca per amore Emmanuelle Riva! Il Grand Prix a Reality, il nuovo film di Matteo Garrone, è una bellissima sorpresa. Il film italiano non sembrava tra i favoriti. È il curioso destino dei titoli che passano a inizio festival: il prosieguo del concorso li sospinge in una zona grigia della memoria. Non abbiamo alcuna difficoltà a scrivere che la «nostra» Palma, per quello che conta, era Al di là delle colline di Cristian Mungiu (che comunque ha avuto due premi: bellissimo quello alle due giovanissime attrici, Cosmina Stratan e Cristina Flutur). Ma Reality, pur non avendoci convinto al 100 per 100, restava uno dei titoli di spicco di un concorso mediamente buono. Anche il premio all'attore danese Mads Mikkelsen per La caccia è azzeccato, soprattutto nel momento in cui la Palma ad Amour toglieva dai giochi l'immenso Jean-Louis Trintignant. Alla luce dei premi assegnati, dove va il cinema secondo Cannes 2012? Va in luoghi molto dolorosi, dove si è costretti ad osservare i propri fantasmi, a fare i conti con gli aspetti meno pacificati delle nostre vite. Al di là delle colline e Amour sono storie di morti che non dovrebbero accadere: non dovrebbe essere umanamente necessario uccidere una persona amata per impedirle di soffrire, non dovrebbe essere eticamente pensabile uccidere per sbaglio una ragazza per liberarla, con la pratica dell'esorcismo, da un dolore insopportabile. Haneke e Mungiu ci spingono a guardare nell'abisso, a individuare il dolore, e a porci domande senza ritorno sui modi anche estremi di sconfiggerlo. Al confronto Reality potrebbe sembrare un film «leggero», ma nel cinema di Garrone non bisogna mai fermarsi all'apparenza delle trame, delle storie, delle facce dei personaggi. Nei suoi film, già ai tempi dell'Imbalsamatore, i personaggi varcano una linea d'ombra, si perdono in luoghi dove le pulsioni primarie, il sesso e la violenza possono portare ad azioni indicibili. Era questo, alla fin fine, che lo interessava in Gomorra, non certo l'inchiesta sociologica o la «denuncia» del crimine organizzato. Garrone è un cinesta ancora in qualche misura misterioso, e Reality è l'esatto opposto del suo titolo, è un viaggio nei sogni scombinati e ridicoli di un'Italia che ha perso ogni legame con la propria realtà. Non conta che il Grande fratello non sia più di stretta attualità: Reality è lo specchio deformante che, riflettendo le nostre facce grottesche, le fa ridiventare autentiche. CANNES Viva l'«amour» LaPalmad'oroal regista austriacoMichalHaneke SCIENZA : Il computerdel futurocopierà inostrineuroni P.19 CULTURE : Intervista alPremioAndersen, l'illustratoreescrittoreStianHole P.20 GIROD'ITALIA : Ryder Hesjedalè ilprimocanadese inmaglia rosaaMilano. Italiani fuoridalpodio P.22 U: Unavittoriameritatachepremiaunapellicolaquasi tenera anchesedolorosa: lastoriastraziantediunuomocheuccide lamogliemalata.Al filmdiMatteoGarrone ilGrandPrix ALBERTOCRESPI CANNES Il registaaustriacoMichael Haneke vincitoredella Palmad'Oro FOTO ANSA lunedì 28 maggio 2012 17
CaraUnità Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense,131/L_0154_Roma lettere@unita.it Dialoghi La continuità degli equilibri fra Stato e mafia DOPO IL VOTO AMMINISTRATIVO C'È UNDIBATTITO RICORRENTE ALL'INTERNO DELPD.E,STRANAMENTE,UNDIBATTITOCHEINVESTE PREVALENTEMENTE IL PD ANCHE TRA GLI OSSERVATORI PIÙ DISINTERESSATI. E CIOÈ, quale sarà la futura classe dirigente del partito e, di conseguenza, la sua rappresentanza parlamentare. Tra l'altro, è curioso che questo tema investa solo il Pd e non intacchi sostanzialmente gli altri partiti. Soprattutto quelli che urlano di giorno e di notte per il ricambio della classe dirigente, per restituire ai cittadini la scelta degli eletti e per evitare che gli apparati dei partiti interferiscano nella scelta dei candidati. Eppure sono proprio questi professionisti del nuovismo che praticano senza pudore la vecchia strada della designazione centralistica dei parlamentari. E questo per un motivo molto semplice: perché hanno una concezione padronale e proprietaria del partito. Nessuno escluso, tanto a destra quanto a sinistra. Tanto tra i narratori quanto tra i comici. Ora, per non aggirare l'ostacolo e senza enfatizzare gli strumenti tecnici – dal sistema elettorale alle primarie – è verosimile che la “qualità” della classe dirigente non può rispondere a soli criteri astratti. Nella vituperata e contestata prima Repubblica – in particolare nei grandi partiti popolari e democratici – le caratteristiche di fondo della classe dirigente rispondevano a 4 criteri dirimenti: la militanza, uno spiccato radicamento territoriale, una visibile espressività sociale e, non ultimo, una eventuale capacità di elaborazione politica e culturale. Che cos'è rimasto, o meglio, che cosa ha sostituito a tutto ciò l'esperienza concreta della seconda Repubblica in attesa della futura terza Repubblica? Al momento, seguendo la nota vulgata della cosiddetta opinione pubblica – guidata e telecomandata come sempre dai grandi organi di informazione – sono altri i criteri più gettonati: la carta d'identità, ovvero l'età; l'inesperienza politica; il disprezzo dei partiti e la cavalcata di tutto ciò che risponde ad invocazioni demagogiche e qualunquistiche. Questi, pare, sono gli elementi che oggi qualificano e sorreggono una classe dirigente degna di questo nome. E chi osa recuperare l'esperienza del passato viene facilmente bollato come nostalgico e datato. Una sorta di richiamo preistorico da neanche prendere in considerazione. Eppure la “qualità” della classe dirigente da sempre è un caposaldo della buona politica e non può più essere rubricata ad un fatto legato agli umori passeggeri della pubblica opinione. E quindi, fuor di metafora, può il Pd rinunciare categoricamente ai requisiti che rappresentano, da sempre, i fondamenti di una politica competente, efficiente e radicata sul territorio? Certo, la domanda di fondo è sempre la stessa. E cioè, chi seleziona chi? Ovvero, chi seleziona la futura classe dirigente. Normalmente nei partiti democratici – e non padronali guidati o dal guru, o dal proprietario o dal comico di turno – la selezione è quasi naturale e sono i gruppi dirigenti a farsi carico di una selezione che non può essere affidata al solo criterio della fedeltà al capo. Se, infatti, la selezione della classe dirigente di un partito avviene radicalmente al di fuori del partito, è persino ovvio che si deresponsabilizzano definitivamente e radicalmente i gruppi dirigenti del partito stesso. A qualsiasi livello. Certo, molto – se non tutto – dipende dal sistema elettorale che regola e disciplina la composizione del Parlamento. Ma è indubbio che, al di là degli strumenti tecnici che ogni partito individua, una seria e credibile classe dirigente non può essere il frutto di un massiccio investimento finanziario, di un inquinante voto di scambio o del condizionamento di lobby e cordate di interessi. Perché se così fosse, si correrebbe il rischio di lasciare alla sola casualità la futura classe dirigente del paese. Il problema, quindi, non è la sola carta di identità. Elemento importante ma del tutto marginale per misurare la “qualità” e la consistenza della classe dirigente. E un partito come il Pd, soprattutto un partito come il Pd, ha il dovere di affrontare la questione. Senza complessi di inferiorità e senza limitarsi a rincorrere i boatos della piazza. LE RECENTI INIZIATIVE PARLAMENTARI SUL DIVORZIO,TENDENTI AD RIDURNE I TEMPI PROCESSUALI, APRONO una più approfondita indagine sul concetto di famiglie. Famiglia e diritto sembrano evocare due mondi inconciliabili. L'una rimanda ai sentimenti primitivi degli esseri umani, in grado di condizionarne l'esistenza; l'altro rappresenta lo spazio delle regole del vivere comune e dunque, a differenza della prima, ispirato ai principi di generalità ed astrattezza. Queste due realtà devono trovare punti di convergenza nell'universo giuridico che regolamenta e determina il modo attraverso il quale gli affetti devono svolgersi. Ed è per tale ragione che su questo terreno si riversano le più nette contrapposizioni tra chi sbandiera l'introduzione di un modello di famiglia completamente de-regolato, che ammette tutto e il contrario di tutto e chi, invece, ritiene legittima e lecita la sola famiglia fondata sul matrimonio, come recita l'art. 29 Costituzione. Entrambe le visioni sono da temperare perché maneggiano con superficialità l'una e con ottusità l'altra, le fondamenta dell'identità umana e i diritti fondamentali. Sarebbe, ed è sbagliato oggi collocare, il dibattito nel solco delle divergenze tra il mondo cattolico e non. La famiglia, oggi più che mai, è quell'aggregato di persone che, al di là dei vincoli di sangue, per loro natura indissolubili, fa unire soggetti in nome di un sentimento supremo che è l'amore per l'altro o l'altra. La legge sul divorzio del 1970 dovrebbe affermare, in maniera piena, il diritto individuale a compiere scelte, in tempi diversi della vita, anche opposte a quelle precedentemente espresse. In virtù dell'affermazione di questi diritti fondamentali non può esserci legittimazione giuridica nel pensiero che ritenga tale unione inscindibile o eccessivamente gravosa. Nel rendere esercitabile il diritto individuale a sciogliere un vincolo non più rispondente alla sfera intima del sentimento umano, non c'è l'intento demolitorio dell'istituto familiare, ma semmai una sublimazione. È chiaro che serve discutere su nuovi modelli di famiglia che non siano un'astrazione, ma che rispondano a concrete esigenze delle persone. Certo nessuno ha il diritto di poter indagare sulle ragioni per cui qualcuno si sposa, come pure alcuno può arrogarsi l'autorità di sindacare le ragioni per le quali qualcuno divorzia. Ma nell'uno come nell'altro caso ci vogliono delle regole. La legislazione italiana sul divorzio ha dei fondamenti errati perché da un lato ammette il divorzio, ma dall'altro lo rende lungo, costoso e, sul profilo emotivo, psicologico, molto impegnativo. Si discute adesso della possibilità di introdurre il divorzio breve, riducendo gli attuali tre anni dalla separazione, a due anni se c'è prole minorenne e ad uno se senza. Un piccolo e minuscolo passo in avanti rispetto alla catastrofe dei giorni nostri, ma una volta che si metteva mano alla legge forse valeva la pena renderla più giusta. Ritengo che vincolare il tempo della separazione alla presenza della prole non sempre risponda al supremo interesse della stessa che, maggiormente risente delle tensioni esistenti tra i coniugi e che, purtroppo diventa l'oggetto di vendette trasversali. Bisognerebbe fare un passo in avanti e comprendere che il rapporto tra i coniugi non può essere confuso con quello tra genitori e figli. Che mentre i primi possono decidere di interrompere i loro legami quelli tra genitori e figli non si interrompono mai. E dunque una legge che non facesse questa distinzione consentirebbe di sottrarre dal terreno della negoziazione tra coniugi il rapporto con i figli e di non confondere gli aspetti patrimoniali, pur importanti, con i doveri genitoriali, ma soprattutto con i diritti dei minori ad avere un rapporto con entrambi i genitori in egual misura. Ciò permetterebbe, anche, di assottigliare quella sgradevole concezione proprietaria dei figli che taluni genitori esercitano, affermando il supremo indiscutibile e talvolta sacro interesse del minore a vivere con serenità i propri rapporti familiari. Allora sarebbe bene che questa presa di coraggio nel mettere le mani sul divorzio andasse fino in fondo alle pesanti problematiche che lo investono e ragionasse sull'opportunità di eliminare tutto quanto renda ancora più faticosa e costosa una scelta di per sé complicata. Sperando sempre in una generale e completa riforma della legislazione sulla famiglia negli aspetti sostanziali e processuali. Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 22.45 InGiappone la ripresa c'è Il prodotto interno lordo giapponese nel primo trimestre del 2012, ossia nel periodo gennaio-marzo, ha registrato una crescita dell'1%, che fissa a 4,1% la crescita su base annua. Il dato conferma le previsioni che indicavano una sensibile ripresa dell'economia giapponese. Ciò è in netta controtendenza se si confronta la situazione giapponese con quella europea. Molti analisti e specialisti hanno indicato questo risultato come una sentenza inequivocabile di condanna nei confronti della politica europea di rigore e rigidità che sta impedendo la crescita e trascinando il continente nella depressione. Purtroppo sono ancora in molti coloro che negano la realtà, e cercando giustificazioni sempre più incongruenti tentano di confutare le critiche all'attuale politica economica. Ma fino a quando ciò potrà avvenire? L'economia non è un'entità metafisica che si può correggere con le teorie e le disquisizioni. C'è bisogno di un forte ritorno alla realtà e alla concretezza che purtroppo manca ancora. CristianoMartorella CaroministroOrnaghi La nostra lunga esperienza di lotta per salvare la Valle dei Templi di Agrigento contro l'aggressione dei “veri barbari” (l'espressione è di Marcel Proust) ci aveva indotto nel più profondo pessimismo sul fatto che qualche istituzione pubblica (soprattutto di quelle preposte alla tutela del patrimonio culturale) potesse intervenire in difesa del parco archeologico di Agrigento, sito Unesco dal 1997, oggi minacciato dalla costruzione al suo confine di un rigassificatore da 8 miliardi di mc.La Sua dura presa di posizione su la Repubblica del 24 maggio, con la minaccia di dimissioni da ministro ai BB.CC, per scongiurare la costruzione di una discarica a poche centinaia di metri da Villa Adriana, anch'essa sito Unesco, ci incoraggia. GaetanoGaziano PresidenteAssociazione«Salviamo laValle deiTemplidiAgrigento» I treniaMilano In data odierna il mio treno ha fatto l'ennesimo ritardo. Ora chiedo! Come farete a risolvere il problema dei treni veloci passanti per Milano? Attualmente sta diventando difficile viaggiare sugli stessi binari dei treni regionali. C'è una grossa interferenza. Potete intervenire? Potete introdurre le linee mancanti (Porta Romana, Lambrate, Bivio Musocco, Futuro Passante Ovest e Greco nel passante?Bisogna risolvere interferenze di viaggio nel nodo di Milano è sempre peggio!! Eleonora Memoriacorta Il governo Monti non è un governo di sinistra, bisogna essere consapevoli di questo. Ma è la necessità indotta da anni e anni di disastro berlusconiano. Ricordate? Tremonti, Brunetta, Gelmini... Hanno lasciato solo macerie. Macerie dappertutto. Ce ne siamo forse scordati? Molti in Italia hanno la memoria corta. RobertoMartini La tiratura del 27 maggio 2012 è stata di 102.248 copie Come siamo, noi siciliani, 20 dopo la strage di Capaci? Sono spariti i privilegi dei politici e dei loro cortigiani e le zone d'ombra tra politica e criminalità? Abbiamo un ex presidente della Regione in carcere per contiguità alla mafia e il suo successore si è dimesso perché pure su di lui pende un'accusa di voto di scambio e di frequentazioni mafiose. PAOLO FAI La continuità degli equilibri storici e in qualche modo “necessitati” fra Stato e Mafia è stata descritta con una certa chiarezza da Leoluca Orlando (cui vorrei rivolgere auguri particolarmente affettuosi per il suo lavoro di sindaco a Palermo) in “Servizio Pubblico” di giovedì 24. L'idea per cui la DC di Andreotti ha mantenuto per anni un rapporto organico con le cosche criminali e che il maxi processo voluto da Falcone (concluso il 31/1/1992) ne ha reso impossibile la prosecuzione è confermata dall'esecuzione di Salvo Lima (il potente rappresentante degli andreottiani in Sicilia) nel marzo del 1992 e dall'attentato di Capaci a maggio. Che la mafia abbia cercato e trovato a questo punto nuovi rapporti con nuove forze politiche (con Dell'Utri, in particolare, e con la Forza Italia del primo Berlusconi) è scritto ormai in numerose sentenze e non deve neppure stupire più di tanto. La vera battaglia, hanno insistito anche Scarpinato e Sansonetti, non è quella fra i Totò Riina e i Giovanni Falcone, la vera battaglia è quella che si combatte, politicamente, all'interno dello Stato dove il superamento del berlusconismo potrebbe corrispondere oggi al superamento di ogni tipo di rapporto con la prepotenza delle organizzazioni criminali. Classedirigente Non conti l'età ma la qualità politica Famiglia Divorzio breve, legge giusta ma si può fare di più . . . Si discute di ridurre i tempi della separazione . . . Famiglie con figli: un anno è sufficiente Andrea Catizone Eurispes, direttrice osservatorio permanente sulle famiglie COMUNITÀ Giorgio Merlo Deputato Pd 16 lunedì 28 maggio 2012
Vendola precisa: niente ultimatum ma è ora di partire La parola d'ordine sarà aprirsi. Ai movimenti, alla società civile, alle associazioni, a chi ha voglia di rinnovamento ma non vuole chiudersi nella formula di un partito, a chi ha votato Movimento 5 Stelle perché disamorato da tutto il resto, a chi prima votava Pdl perché moderato e poi ha smesso perché ci ha visto solo il populismo. Ecco perché il tema delle alleanze non è la priorità in questo momento per Pier Luigi Bersani, che non ha gradito né l'ultimatum di Sel e Idv né la sua sagoma di cartone piazzata tra Nichi Vendola e Antonio Di Pietro. Se qualcuno dalla direzione di martedì si aspetta la definizione della mappa delle alleanze rimarrà a bocca asciutta, perché «non può esserci una soluzione politicista, di formule e sigle. Non è questo di cui c'è bisogno ora. Noi dobbiamo aprirci a una platea vasta, mettendo in atto una politica davvero partecipata». E pensare che proprio ieri il governatore pugliese durante la direzione nazionale di Sel, riferendosi a Bersani, ha detto di aspettarsi «molto» dalla direzione nazionale del Pd proprio sul tema delle alleanze. Ma per il segretario Pd in questo momento la priorità è riallacciare i fili tra cittadini e democrazia e non c'è che una strada per riuscirci: rimettere il tema sociale al centro della politica. Solo in questo modo, è la convinzione, si può accorciare la distanza tra la società civile e la politica, riconciliando i cittadini con la democrazia per respingere le spinte populiste che arrivano dal profondo del Paese. «Noi parleremo al Paese con un programma di governo alternativo, parleremo di crescita, solidarietà, impegno comune, una politica che rimette al centro il lavoro, le riforme e un nuovo assetto democratico. Di questo parleremo e chi condividerà questo progetto sarà con noi», ha spiegato in questi giorni il segretario. Non gli va di essere tirato per la giacca, né gli piacciono i tentativi di chi cerca di mettere il Pd nell'angolo dove sono finiti tutti gli altri partiti: «Non siamo tutti uguali e non ci sto a finire nel mucchio». Sa bene che le liste civiche - da più parti ipotizzate e in qualche caso anche abbozzate possono essere un'insidia o un'opportunità. Bersani non sottovaluta la portata di una tale novità sulla scena politica, né il potenziale di elettori che potrebbero attirare pescando nomi e volti nuovi dalla società civile. Proprio per questo il segnale che il segretario vuole mandare ai dirigenti del Pd è quello di un partito che non si chiude in formule politiciste, né intende lasciare praterie a disposizione di altri, Grillo compreso. Bersani non esclude intese politiche: anzi, vuole fare dell'apertura alle esperienze civiche un tratto importante della direzione di martedì. La questione delle alleanze comunque non può che venire dopo. Intanto ci sarà un richiamo all'unità interna e alla condivisione di un progetto ambizioso che parli ai progressisti, ai moderati e, appunto, al civismo. Significative le parole della presidente Pd Rosy Bindi a Repubblica: «Il Pd ha un progetto che Bersani ha chiamato il nuovo Ulivo: un'alleanza dai confini molto larghi. Per tenere insieme il centrosinistra, con tutte le sue forze, ma che punti anche a coinvolgere i moderati, le forze di centro, quelle che dopo aver staccato la spina a Berlusconi appoggiano il governo Monti per portare in sicurezza i conti dello Stato disastrati dalla stagione del centrodestra». LEPROPOSTE Bersani rilancerà anche le proposte a cui il suo partito lavora da tempo, «non le cambiamo sulla scia dei sondaggi, noi siamo un partito serio» e allora le proposte sono quelle di cui il numero uno del Nazareno ha più volte parlato anche con il premier Mario Monti: investimenti per far ripartire l'economia, alleggerimento dell'Imu attraverso la patrimoniale, misure per i giovani; un piano di politiche industriali; piano energetico, razionalizzazione e efficienza della pubblica amministrazione e, nell'immediato, risposte certe per gli esodati, «e quello che non si riuscirà a fare adesso con questo governo lo faremo noi, quando vinceremo le elezioni». Ma dato che non puoi dire gatto se non l'hai nel sacco, le elezioni si vincono se gli elettori ti votano e se tornano a fidarsi della politica tutti quelli che fino ad ora se ne sono tenuti a distanza e hanno disertato le urne. «Per questo spetta a noi del Pd - è convinto il segretario portare avanti la battaglia per le riforme, a cominciare da quella della legge elettorale». Il Pd ha una sua proposta, il doppio turno di collegio con quota proporzionale, che metterà di nuovo sul tavolo attorno a cui dopo il 2 giugno torneranno a sedersi gli sherpa incaricati di trovare un accordo sulla riforma che deve superare il Porcellum. «Ma per cambiare la legge da soli non bastiamo, serve la maggioranza», e quanto sia vera l'apertura di Silvio Berlusconi al sistema francese si vedrà presto. Di margini per accordicchi non ce ne sono. Per ora la sensazione condivisa tra i democratici è che l'ex premier abbia messo sul piatto la proposta di riforma costituzionale del semipresidenzialismo soltanto per prendere tempo sulla riforma elettorale e arrivare alle elezioni del 2013 con il Porcellum. Mettere ora in discussione l'intero assetto della Repubblica, come vorrebbe l'ex premier, di fatto potrebbe tradursi nell'immobilismo. Da qui la convinzione che sia soltanto l'ennesimo bluff di un Pdl alla disperazione. Ma stavolta gli elettori, soprattutto di centrosinistra, non perdonerebbero ingenuità. E Beppe Grillo non aspetta altro che un passo falso. Il segretario vuole raccogliere le istanze delle associazioni, dei movimenti e degli elettori delusi Alla direzione rilancio sui temi della crescita e delle riforme Il leader di Sinistra Ecologia e Libertà, Nichi Vendola FOTO DI GUIDO MONTANI/ANSA «Nessun ultimatum o minaccia da parte nostra verso il Pd. Nel mio stile non c'è mai stato il tono minatorio. Penso invece che sia stato il popolo italiano ad aver lanciato un ultimatum alla politica, in particolare al centrosinistra». Nichi Vendola, all'assemblea nazionale di Sel a Roma, smentisce di aver lanciato, insieme a Di Pietro, un ultimatum a Bersani sulla costruzione del nuovo centrosinistra. «Se lui dice no io e Di Pietro apriamo il cantiere, cominciamo lo stesso da soli», aveva detto insieme al leader Idv sabato sera a «In Onda» su La7. Ieri ha corretto il tiro: «Il centrosinistra deve battere un colpo. Deve presentarsi di fronte alla società italiana. Deve saper indicare qual è la strada per portare l'Italia fuori dal pantano. Abbiamo bisogno di convocare gli Stati generali del futuro, il luogo in cui costruiamo le idee forza, l'agenda dell'alternativa e del cambiamento anche insieme a soggetti esterni ai partiti». Dice il leader di Sel: «So che Bersani parlerà martedì, mi aspetto molto... noi abbiamo dedicato comizi d'amore al Pd, ma senza nessun istinto al suicidio, a noi interessa costruire una prospettiva di radicale alternativa, siamo pronti a ricostruire l'Italia». Ai compagni di Sel, che rivendicano più autonomia dal Pd, Vendola ha chiesto di uscire dalla trappola dell'autoreferenzialità: «La boria di partito, diceva Gramsci, è nemico del cambiamento. Non vogliamo che Sel viva nell'ossessione dello zero virgola qualcosa in più, ma avere un ruolo nazionale, la nostra ossessione è costruire con il centrosinistra una speranza per questo Paese». L'invito è quello a non restare intrappolati «in quelli che sono due vicoli ugualmente ciechi: il minoritarismo e la subalternità». «Dobbiamo combattere perché il centrosinistra cambi fisionomia e concorrere a costruire un'alternativa». La via tracciata è quella che porta agli Stati generali del centrosinistra, la cui convocazione immediata è l'aut aut posto al Pd di Bersani. «La nostra autonomia dal Pd non deve aumentare in modo petulante la nostra vis polemica, ma determinare l'offerta politica del centrosinistra, senza rifugiarci in un minoritarismo che è il richiamo della foresta e che ci appaga. Sel si può usurare se è una promessa non mantenuta, perciò altro che moderati... agli Stati generali del futuro dobbiamo ragionare con terzo settore, associazionismo e volontariato su reddito minimo garantito, precarietà, welfare ambientale, diritti civili e di libertà». Non sarà una sfida facile, avverte Vendola, perché «la borghesia italiana ha scommesso sull'antipolitica, ha fatto un investimento potente non per volontà critica verso la politica ma perché vuole bloccare il centrosinistra come probabile vincente alle prossime politiche, per bloccare l'uscita a sinistra dalla crisi». «Non è la prima volta che un pezzo delle classi dirigenti - ha spiegato - investe sui peggiori sentimenti, sulla critica della democrazia come spreco e corruzione». Per Di Pietro «la coalizione che può vincere le elezioni, dar vita a un nuovo governo e ridare speranza al Paese, deve partire dalla foto di Vasto. Insieme a Vendola e alle migliori professionalità del Paese, aprendoci anche alla società civile». Casini, invece, dall'Argentina invita Bersani a stare alla larga dagli alleati di sinistra: «Se chi si propone come candidato alla presidenza del consiglio per il Pd, cioè Pier Luigi Bersani, partisse accettando gli ultimatum da Di Pietro e Vendola, non andrebbe lontano». ILCENTROSINISTRA M.ZE. mzegarelli@unita.it Bersani e la sfida di un Pd aperto «Le alleanze dopo» . . . Il leader non sottovaluta la «novità» delle liste civiche ma non intende lasciare praterie ad altri Il leader di Sel: «Dobbiamo costruire l'alternativa, non fare la guerra ai Democratici» Casini avverte il Pd: se accetta i diktat non andrà molto lontano A.C. ROMA 2 lunedì 28 maggio 2012
Come è possibile chiudere gli occhi di fronte a quei corpi martoriate di bambini. Come è possibile non provare sdegno, rabbia, dolore di fronte a stragi come quella consumata a Hula? La real politik non può calpestare i sentimenti, non può violentare il diritto-dovere all'indignazione che deve riguardare l'opinione pubblica come coloro che esercitano il potere. Chi si è reso responsabile di questo massacro come dei tanti che hanno segnato la Siria, deve essere considerato un criminale di guerra e come tale trattato». A parlare così è una donna coraggiosa, impegnata in prima fila in battaglie di civiltà, come quella per la messa al bando delle mine anti-uomo: Jody Williams, premio Nobel per la pace 1997, presidente del Nobel Women's Iniziative. La Nobel americana è stata tra le 50 personalità internazionali firmatarie di un appello in cui definiscono la brutale repressione ordinata dal presidente siriano Bashar al-Assad contro il suo popolo come «il peggior caso possibile di violenza deliberata contro la popolazione civile cui abbiamo assistito negli ultimi anni» e parlano di «dovere morale» del mondo di trovare una via d'uscita, perché «ne va anche dell'immagine internazionale delle Nazioni Unite e di ogni nazione che resta indifferente a guardare davanti a una tragedia». Ilmondoèinorriditodifronteallastrage diHula, incuisonostatiuccisi32bambini. «L'indignazione non basta. Essa deve essere la leva per agire affinché sia posta fine a questi crimini e giudicati autori e mandanti. Non esistono giustificazioni di fronte a uno scempio di vite umane come quello perpetrato a Hula. L'indignazione non può durare un giorno, e poi finire nel dimenticatoio. Perché quella di Hula non è la prima strage di civili in Siria: esistono rapporti documentati delle Nazioni Unite, delle più accreditate associazioni per i diritti umani, che danno conto di bombardamenti contro popolazioni civili in diverse città siriane, dell'uso sistematico della tortura contro civili, in molti casi donne e bambini. Per questo occorre dare forza e voce a quanto ribadito recentemente dall'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani: in Siria sono stati commessi crimini contro l'umanità e i responsabili devono renderne conto». Conquali strumentiagireperporrefine a questa mattanza? C'è chi invoca una ingerenzaumanitariaarmata. «La forza del regime siriano è innanzitutto nella divisione della comunità internazionale. Penso agli scontri nel Consiglio di Sicurezza anche solo per convergere su una risoluzione di condanna. Assad deve sentire su di sé una pressione totale, condivisa. Altrimenti, penserà sempre di poter avere una chance per continuare a governare con la forza più brutale». Lei è stata una delle firmatarie dell'appellodi 50personalità internazionali rivolto ai leader mondiali. Cosa chiedete eachi? «La nostra richiesta è rivolta al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: togliete ad Assad la licenza di uccidere. La divisione della comunità internazionale ha finora garantito l'impunità al governo di Bashar al-Assad. È tempo che questa licenza di uccidere sia revocata. Un appello che è rivolto soprattutto a quei Paesi, Russia e Cina, che continuano a sostenere o comunque a fare scudo al regime di Bashar al-Assad». Leihasostenutogli sforzidell'exsegretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan.MailpianoAnnansembradestinatoal fallimento. «Sarebbe una sciagura, un danno irreparabile. Il fallimento di Kofi Annan sarebbe il fallimento dell'intera Comunità internazionale e aprirebbe la strada a una nuova, devastante escalation di guerra che dalla Siria potrebbe estendersi all'intero Medio Oriente. Annan non va lasciato solo. Occorre far tacere le armi, esigere il ritiro dell'esercito dai centri abitati, predisponendo un meccanismo di controllo sul territorio che per essere efficace non può essere affidato solo a un centinaio di osservatori Onu. Non sta a me indicare gli strumenti per raggiungere questo obiettivo, ma nel vicino Libano le Nazioni Unite hanno schierato caschi blu (la missione Unifil nel Sud Libano ndr) per garantire sicurezza e stabilità. Di certo, la situazione in Siria non è meno grave». L'opposizione siriana chiede un sostegnomilitare. «Non credo che esista una via militare alla democrazia. Chi ha pensato di poterla imporre dall'esterno, ha determinato solo nuove sciagure, come è accaduto in Iraq con la guerra voluta da George W. Bush. Continuo a ritenere che esistano altri strumenti di pressione che per essere esercitati con efficacia hanno bisogno di una piena condivisione internazionale. È questa volontà politica che continua a essere monca. E di questo traggono vantaggio solo i signori della guerra. Una cosa è certa: non bastano gli appelli per fermare le armi. Non è con le parole che si renderà giustizia ai bambini di Hula». L'INTERVISTA Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, proporrà una soluzione alla yemenita, cioè con una transizione morbida, per risolvere la crisi in Siria, premendo per la partenza del presidente Bashar al-Assad, ma lasciando parte del governo al potere. Lo scrive con ampio rilievo il New YorkTimesonline, secondo cui la proposta verrà illustrata dallo stesso Obama al presidente russo Vladimir Putin quando si incontreranno il mese prossimo. La Russia si oppone fimo ad ora a qualsiasi cambiamento di regime ed auspica una soluzione negoziata tra governo e ribelli. Il piano Obama prevede una soluzione politica negoziata che possa soddisfare l'opposizione, lasciando però al potere parte del governo di Assad. L'obiettivo della Casa Bianca è di mettere in piedi una transizione simile a quello in corso nello Yemen. Dopo mesi di violenze il presidente Ali Abdullah Saleh ha accettato di lasciare il potere cedendo il controllo del paese al suo vice Agbdu Rabbu Mansour Hadi, attraverso un accordo negoziato con i paesi arabi vicini. Hadi, pur essendo in seguito stato eletto, viene percepito come un leader di transizione. Diplomazia in movimento. L'incaricato d'affari Siriano a Londra è stato convocato dal Foreign Office oggi su richiesta del ministro degli Esteri britannico William Hague in seguito al «massacro spaventoso di civili innocenti a Hula», ha annunciato lo stesso Foreign Office. La Siria non ha più al momento un suo ambasciatore a Londra e l'incaricato d'affari è il più alto rappresentante di Damasco nel Paese. L'incontro è fissato con il direttore per gli affari politici del ministero britannico, Geoffrey Adams, «che lo informerà della nostra condanna per le azioni del regime siriano», secondo il comunicato del ministero. Ieri i Hague ha sollecitato «una risposta internazionale forte» e ha comunicato l'intenzione di chiedere una riunione d'urgenza del Consiglio di Sicurezza dell'Onu «nei prossimi giorni» (richiesta caldeggiata anche dal Kuwait, presidente di turno della Lega Araba). Hague, inoltre si recherà oggi a Mosca dove incontrerà il ministro degli Esteri russo per chiedere anche da parte della Russia «il sostegno a pressioni rapide e e inequivocabili sul regime siriano». Una linea condivisa anche dal neo ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, e dai suoi omologhi italiano, Giulio Terzi, e tedesco, Guido Westerwelle. I corpi dei civili uccisi nel villaggio di Hula pronti per la sepoltura FOTO ANSA/EPA Orrore e impotenza. E una guerra che non conosce limiti. Il governo siriano nega di avere alcuna responsabilità nell'orrenda strage di 92 civili, tra i quali 32 bambini al di sotto dei dieci anni, perpetrata venerdì a Hula, una enclave sunnita in un territorio denso di villaggi alawiti pro-Assad, a circa 20 km da Homs, luogo simbolo della rivolta contro il regime. I ribelli dell'Esercito siriano libero la pensano diversamente, e considerando il piano di pace mediato da Kofi Annan «oramai morto» annunciano la fine della tregua e invitano i propri membri a colpire le brigate del rais. Quello di Hula è un «massacro terrorista contro la popolazione», denuncia il portavoce del ministero degli Affari esteri di Damasco, Jihad Makdissi: «Donne, bambini e adulti sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco. Questo non è lo stile dell'eroico esercito siriano». I «terroristi erano armati con mortai e razzi anticarro, si tratta di un salto qualitativo». Per fare luce sulla strage il governo ha creato una commissione di inchiesta che renderà note le sue conclusioni «tra tre giorni». Sulla stampa filo-governativa fioccano le accuse, e torna in campo la teoria del complotto straniero. «Il massacro è parte integrante della cosiddetta guerra di intelligence contro la Siria», assicura Jamal al-Mahmoud, del Dipartimento di Scienze politiche dell'Università di Damasco. «È una politica fomentata dai nemici del Paese, come gli Usa, il Qatar, la Turchia, l'Arabia Saudita e la Francia, per creare il caos invece di favorire il ripristino dell'ordine e della stabilità di cui hanno bisogno i siriani». Sul fronte opposto dei ribelli, la strage ha avuto un effetto detonatore: «Dopo questa lunga attesa, una prova di pazienza e costanza, il comando congiunto dell'Esercito siriano libero (Esl) in Siria annuncia che non è più possibile rispettare il piano di pace mediato da Kofi Annan (che oggi sarà a Damasco, ndr), che il regime utilizza a proprio vantaggio per perpetrare altri massacri contro i civili disarmati», afferma il portavoce dell' Esl, colonnello Qasim Saad Eddine. «È chiaro che il piano Annan è morto, e Bashar al-Assad e la sua gang criminale non capiscono altro che il linguaggio della forza e della violenza», aggiunge. «Esortiamo i nostri combattenti, i soldati e i rivoluzionari a condurre attacchi organizzati e pianificati contro i battaglioni di Assad e i membri del regime», tuona un altro leader dell'opposizione armata, il generale Mustafa Al-Sheikh. «L'unico linguaggio che il regime capirà è quello delle armi: aspettate e vedrete, faremo pagare loro ogni singola goccia di sangue che e stata versata», assicura Bassim al-Khaled, portavoce di un altro gruppo armato. In questo scenario di guerra aperta, si è riunito in nottata il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La strage di Hula è «il vile testamento di un regime illegittimo», fa sapere la Casa Bianca che s'è detta «inorridita» dall'uccisione di tanti civili. Il governo siriano deve «immediatamente ritirare le truppe e l'artiglieria dislocatte attorno alle città e alla popolazione civile e riportarle dentro le caserme»: è quanto si legge nella bozza di dichiarazione che sarà sul tavolo del Consiglio di Sicurezza. Nel testo si sottolinea come tutte le parti debbano cessare il fuoco e come la priorirà sia andare avanti col piano Annan. I responsabili del massacro di Hula ne dovranno rendere conto», si legge nella bozza. Nel testo si parla di «uso indiscriminato e sproporzionato della forza contro la popolazione, in flagrante violazione della legge internazionale, della risoluzione Onu sulla Siria e degli impegni presi dal governo siriano per il cessate il fuoco». Frasi forti che non convincono Mosca, tornata a minacciare il veto. Come sempre. Annan vola a Damasco, Mosca minaccia il veto all'Onu JodyWilliams Nobelper lapace1997, presidentedelNobel Women's Iniziative, americana,ètra i50 firmataridiunappello sullarepressione inSiria «Criminali di guerra i killer di Hula» . . . «Non c'è una via militare alla democrazia. Russia e Cina tolgano la licenza di uccidere al regime» Obama pensa a una soluzione «yemenita»: Assad lasci e vada in esilio U.D.G. U.D.G. . . . Il regime siriano si difende dalle accuse per il nuovo massacro di civili dando la colpa ad Al Qaeda UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it lunedì 28 maggio 2012 13
ÈPROPRIOUNANNOSPECIALEPERLAF1.NONERAINFATTIMAICAPITATOPRIMADIVEDEREUNCAMPIONATO COSÌ INCERTO. Dalla roulette di Montecarlo, stavolta è saltato fuori il nome di Mark Webber, di fatto seconda guida della Red Bull-Renault. Il 36enne australiano (che sul toboga dei Ranieri vinse anche nel 2010) è stato capace di tenere a bada un gruppetto scatenato di sei piloti, che per tutta la gara si sono rincorsi, ma senza la benché minima traccia di un sorpasso. Se non fosse stato per la pioggerellina finale, che ha esasperato i rischi e la contesa, ci saremmo tutti addormentati (ma qualcuno lo avrà fatto) davanti al televisore o al monitor della sala stampa. Ma il risveglio è stato immediato leggendo l'ordine di arrivo, con Rosberg magnifico secondo con la Mercedes e Alonso, soprattutto, terzo con la Ferrari, cosa che lo riporta, seppur di poco, in vetta alla classifica provvisoria del mondiale. Infatti sia Vettel, quarto con l'altra Red Bull ed Hamilton, quinto con la McLaren, sono stati messi dietro dallo spagnolo, un obiettivo che Fernando si era posto sin dalla vigilia. In più, il team di Maranello ritrova Massa, onorevolmente sesto (finalmente!) con l'altra rossa F2012, dopo una lunga sequela di prestazioni a dir poco opache. Tutti racchiusi in poco più di sei secondi sul traguardo del Principato, un altro piccolo record, ma ben lontano dal mitico arrivo in volata del Gp d'Italia del 1971, quando tra il primo e il quinto ci furono soli 61 centesimi di secondo. Ecclestone, storico e stagionato padrino del circus, aveva auspicato prima della partenza un risultato ancora a sorpresa, appunto il sesto vincitore diverso su 6 Gran premi. Pronostico azzeccato, che fa felice il vecchio Bernie in termini di futura audience. Per il resto la gara non è certo partita in maniera rilassante, con il francese Grosjean (Lotus) che ha toccato la Ferrari di Alonso, finendo con il carambolare sulle ruote anteriori della Mercedes di Schumacher, autore della pole position ma retrocesso in sesta posizione sulla griglia per una penalità subita nel Gp di Spagna di quindici giorni fa. Tutto bene per Fernando da Oviedo, per fortuna, anche se tutti hanno dovuto stare due giri dietro la Safety Car. Non altrettanto per Schumi, a lungo tra i primi dieci ma poi ritiratosi per noie meccaniche alla sua Mercedes. «Tutto sommato abbiamo raccolto un ottimo risultato – le parole di Alonso – dato che è anche la prima volta che arriviamo con due macchine tra le prime sei. Lo avevo detto alla vigilia che chi va piano va sano e va lontano. Intendo dire che occorre, più che mai in questa stagione, correre con la testa. Un grazie va ai box, visto che con il solito perfetto pit stop mi sono ritrovato davanti ad Hamilton». Compassato ma suggestivo il direttore del reparto corse, Stefano Domenicali: «Ci tengo a dedicare questa buona prestazione della Ferrari a tutti coloro che in Emilia-Romagna stanno soffrendo, a causa del terremoto. Per noi l'importante, come ho sempre detto, è crederci, continuare a lavorare». A credere nella sua monoposto anche Nico Rosberg, che coglie un altro ottimo piazzamento dopo la vittoria ottenuta nel Gp di Cina: «Ero consapevole di avere anche qui una Mercedes velocissima, ma a Montecarlo è quasi impossibile superare. Non importa, perché le prossime gare saranno diverse, a cominciare dal Gp del Canada, in programma tra due settimane a Montreal». Intanto il mercato dei tecnici comincia ad essere in fermento. È ufficiale, ad esempio, che Loic Bigois, 52enne francese, passerà definitivamente dalla Mercedes alla Ferrari, da metà settembre, per occuparsi della galleria del vento di Maranello. Quello dell'aerodinamica è un settore da tempo carente per le rosse. E solo un anno fa, Nikolas Tombazis, ingegnere greco da anni in forze al Cavallino, era tornato ad assumere la responsabilità del reparto. Infine il mercato piloti. Tutta la stampa inglese dà per sicura la firma di un precontratto tra Vettel e la Ferrari, in prospettiva 2014, mentre nel 2013 arriverebbe per un solo anno Webber a sostituire Massa. Fantascienza? Certo sembra strano che alla Red Bull non muovano un dito per evitare il “travaso”. In compenso lo hanno fatto gli avvocati del team, già mobilitati per arginare una possibile squalifica da parte della Fia per una fessura - sembra non proprio regolamentare - piazzata nel sottoscocca della monoposto. Sulle prime si era parlato addirittura di una possibile annullamento del primo posto di Webber e del quarto di Vettel, ma poi tutto è rientrato. In attesa di ulteriori polemiche, che da sempre vivacizzano il circus. MASSIMODEMARZI ROMA ILVALZERDELLEPANCHINE.Da giovedì Antonio Conte, firmando il rinnovo di contratto con la Juve fino al 2015, è diventato l'allenatore italiano più pagato, con 3 milioni di euro a stagione. Ma se i bianconeri, come il Milan con Allegri, l'Udinese con Guidolin (malgrado il ritiro paventato dal tecnico veneto) e l'Inter con la conferma del giovane Stramaccioni, hanno sistemato la questione, più di mezza serie A è alla ricerca dell'uomo giusto. Dopo aver riportato il Pescara nel grande calcio a suon di gol, Zeman ha riscoperto a 65 anni una seconda giovinezza e per riuscire a convincerlo a rifirmare il Pescara dovrà battere in primis la concorrenza della Roma che oggi lo incontrerà e ha argomenti lusinghieri, tredici anni dopo l'esperienza del boemo alla guida dei giallorossi. Potrebbe essere perfetto per allenare i giovani Pianic, Bojan, Borini e Lamela, tanto più che capitan Totti ha già dato la sua benedizione per questa scelta. Anche se resta sempre in piedi l'ipotesi Villas Boas, visto che il portoghese piace molto al ds Sabatini. Ma, a sorpresa, potrebbe profilarsi un derby per avere in panchina Zeman: pensa a lui anche la Lazio, che dopo aver concluso il rapporto con Reja, ha corteggiato Gasperini, ha pensato anche a Zola (contattato già nei mesi scorsi), ma adesso sta virando sul boemo, anche se il nome più caldo nelle ultime ore è quello di Carlos Dunga. L'ex ct della nazionale brasiliana da tempo ha espresso il desiderio di misurarsi con la serie A. Il ds Tare pare avere già avviato un contatto ma se non dovesse andare a buon fine in tempi brevi, Lotito non disdegnerebbe l'idea Zeman, anche se il sogno si chiama Mazzarri, tecnico che non sbaglia una stagione, ma che pare troppo irrequieto. Lascerebbe Napoli per una piazza importante, ma può finire che se ne vada comunque. Per lui farebbe carte false la Fiorentina, che ha dato la parola a Ranieri per poi pentirsene (la piazza avversa il ritorno del tecnico romano). Ai Della Valle piace anche Montelli, ai tifosi piace Zeman, tanto per cambiare. Il record: aciascuno il suoGp SPORT Roma,Lazio,Fiorentina, forseNapoli:piazzeche devonoscegliere.Seascoltassero leCurve... LO.BA. PRINCIPATO DI MONACO Emergenza terremoto in Emilia Romagna Campagna raccolta fondi Fai una una donazione sul conto: IBAN IT02 N031 2702 4100 0000 000 1 494 presso UNIPOL BANCA intestato a EMERGENZA TERREMOTO EMILIA-ROMAGNA Partito Democratico Emilia-Romagna causale Emergenza Terremoto www.partitodemocratico.it www.pder.it Alonso il prestigiatore Montecarloè diWebber,Ferrariprimanelmondiale Tutti in filanelPrincipato, soloAlonsoriescea recuperaredueposizionieva sulpodio,distanziandoVettel nellaclassifica.Massasesto LODOVICOBASALÙ lodovico.basalu@alice.it Il pilotaaustralianoMarkWebberdella Red Bull celebra la vittorianelGrand PremiodiMonaco FOTO TM NEWS/INFOPHOTO MezzaAsenzatecnico I tifosivoglionoZeman INCREDIBILE MA VERO: SONO 6 I PILOTI CHE HANNOVINTONEISEIGRANPREMIFINORADISPUTATI. È UN RECORD ASSOLUTO. Perché se è vero che fino al Gran premio di Spagna c'era un precedente, altrettanto non si può dire dopo il Gp di Monaco. Dopo Barcellona il parallelo con la stagione del 1983, l'unica in cui si verificò qualcosa di simile, si poteva fare. In quell'anno vinsero infatti le prime cinque gare Nelson Piquet, John Watson, Alain Prost, Patrick Tambay e Keke Rosberg (padre di Nico, attuale pilota Mercedes). Ora, con la vittoria di Mark Webber, siamo al sesto pilota diverso, dopo Jenson Button, Fernando Alonso, Nico Rosberg, Sebastian Vettel e Pastor Maldonado. Non esistono, insomma, precedenti. L'incredibile sequenza potrebbe andare avanti, visto che anche la Lotus – da tutti considerata una seria outsider – potrebbe finalmente poter tagliare per prima il traguardo o con Raikkonen o con Grosjean. Per non parlare di Hamilton, che ancora non è riuscito a vincere un gran premio con la sua McLaren. E a proposito di squadre, i numeri sono invece diversi rispetto ai piloti. Infatti con 2 vittorie davanti a tutti gli altri si pone la Red Bull, che ha vinto sia con Vettel sia con Webber. ... Nessunsorpasso,masei piloti in fila indiana: lo spagnoloperòapprofittadel pit stopesuperaHamilton U: lunedì 28 maggio 2012 23
«Amour» vince Cannes aGarrone il Gran Prix CrespieGallozziP. 17-18 Presidente incompatibile ILCOMMENTO RINALDOGIANOLA L'ANALISI MASSIMO D'ANTONI U: Formigoni non può più restare Reazione dopo le accuse di Daccò: non cedo ai ricatti Ammissioni «Qualche viaggio l'ho fatto» MATTEUCCI P.4 EMILIAROMAGNA I sindaci del sisma: Monti non ci abbandoni Appello «Il problema vero è il lavoro». Le scosse continuano P. 10 ROBERTOFORMIGONINONÈINDAGA-TO,È VERO. Lo ripete pure il capo della Procura di Milano ogni volta che le inchieste aperte e le dichiarazioni degli indagati coinvolgono personalmente il presidente della Regione Lombardia. Bene, Formigoni non deve difendersi da accuse esplicite della magistratura e può, invece, denunciare «la campagna mediatica e la strumentalizzazione della sinistra». Ma quello di cui oggi si deve discutere è se i comportamenti e le sue scelte di amministratore, se la frequentazione con certi personaggi indagati per aver rubato soldi pubblici e che sono sempre stati generosi con Formigoni e i suoi amici, sono compatibili con il prestigio e la trasparenza dell'istituzione che egli presiede da circa 17 anni. Formigoni assicura che non si dimetterà fino a quando non sarà dimostrato che l'intermediario Piero Daccò, l'uomo che elargisce i viaggi ai Caraibi, le barche, le cene, gli alberghi extralusso, ha ottenuto vantaggi dai suoi rapporti con il presidente della Lombardia.. SEGUE AP.4 Il Corriere, con un gran titolo, ci informa che il presidente del Senato Renato Schifani «ritiene ammissibile presentare in aula il semipresidenzialismo alla francese proposto dal Pdl attraverso un emendamento alla riforma Costituzionale già all'esame di Palazzo Madama». SEGUE A P. 3 La Costituzione secondo Schifani L'INTERVENTO EMANUELEMACALUSO Staino Ibambini egliocchi diGarmann LacondannadiAssad divide ilmondo Dopola strage l'Onu discute lemisure mala Russiaminaccia il veto Intervista al Nobel Williams: crimine di guerra DE GIOVANNANGELI P. 13 La Chiesa, dopo le notizie che parlano del «corvo» in Vaticano, deve con urgenza recuperare la fiducia dei fedeli. La Chiesa perda i denari ma non perda se stessa. CarloMariaMartini Confronto su coalizioni e programmi. I democratici rilanciano: crescita e equità Vendola: da me nessun ultimatum ZEGARELLIP.2-3 Uno degli effetti dei mutati rapporti di forza nell'Ue dopo l'elezione di Françoise Hollande è la scelta di mettere sul tavolo l'ipotesi degli eurobond. Al fine di rassicurare i mercati sulla solvibilità dei debiti sovrani europei, le soluzioni ipotizzate dagli economisti negli ultimi anni vanno dall'azione diretta della Banca centrale europea all'emissione di titoli a garanzia congiunta che assorbano i debiti dei singoli stati, appunto gli eurobond. L'obiezione opposta a tutte queste proposte è che esse comporterebbero sempre, in un modo o nell'altro, forme di trasferimento fiscale tra Paesi. SEGUEAP. 7 I veri interessi tedeschi Su un muro dell'università di Barcellona, sul finire dell'anno passato, campeggiava una scritta emblematica: «Pienso, luego me indigno» che vorrebbe dire «penso, quindi mi indigno» ma anche «penso, e dopo mi indigno». SEGUEAP. 15 L'indignazione diventa show L'ANALISI FRANCESCOBENIGNO La sfida di Bersani: un Pd più aperto Inchiesta Forse coinvolti alti prelati, voci sul ruolo di una donna: altri venti corvi oltre al maggiordomo? Intervista a Svidercoschi: troppo potere alla Curia MONTEFORTE P. 8-9 TRAMEVATICANE Il Papa parla di «Babele» È caccia ai complici Il computer cheha uncervello PulcinelliP. 19 DeSanctisP.20 Liste civiche: parlano Fassina e Emiliano CARUGATI P.3 Buzzetti (Ance): l'edilizia aiuta la crescita ANDRIOLOP. 6 1,20 Anno 89 n. 146Lunedì 28 Maggio 2012
Siamo al regno di Babele, al tempo dell'«incomprensione» e dell'umanità divisa, dove l'uomo fa a meno dell'amore e pensa di poter fare a meno anche di Dio. Non è solo un rischio. Nella domenica di Pentecoste, «la festa dell'unione, della comprensione e della comunione umana», è netta la denuncia di Papa Benedetto XVI. Nella sua omelia pronunciata nella basilica di San Pietro richiama l'attualità di quel pericolo. Parla dell'uomo contemporaneo, ma anche del dramma che vive la Chiesa. «Assistiamo a fatti quotidiani in cui ci sembra che gli uomini stiano diventando più aggressivi e più scontrosi; comprendersi sembra troppo impegnativo e si preferisce rimanere nel proprio io, nei propri interessi» scandisce il pontefice. Si è persa la rotta. Il suo è un richiamo amaro e severo. «Stiamo rivivendo la stessa esperienza di Babele» riconosce, laddove «gli uomini hanno concentrato tanto potere da pensare di potersi mettere al posto di Dio». Ricorda cosa accade a Babele: «Mentre gli uomini stavano lavorando insieme per costruire la torre, improvvisamente si resero conto che stavano costruendo l'uno contro l'altro. Mentre tentavano di essere come Dio, correvano il pericolo di non essere più neppure uomini, perché avevano perduto un elemento fondamentale dell'essere persone umane: la capacità di accordarsi, di capirsi e di operare insieme». Non è quanto ci racconta la cronaca di questi giorni? Non sono forse logiche di potere, conflitti di interesse, se non l'idea di perseguire la «vera giustizia» che ha portato alla guerra tra bande che ha scosso i Sacri Palazzi e la credibilità della Chiesa universale? Il Papa insiste. Invoca unità e concordia nella Chiesa. Nel tempo della comunicazione paradossalmente cresce l'incomprensione e con essa i conflitti. «Tra gli uomini non sembra forse serpeggiare un senso di diffidenza, di sospetto, di timore reciproco, fino a diventare perfino pericolosi l'uno per l'altro? Ritorniamo allora alla domanda iniziale: può esserci veramente unità, concordia? E come?». L'INVITOALLA CONVERSIONE Torna l'invito alla «conversione» e a cercare la verità vera, «superando il fascino di seguire le nostre verità». Quindi ad agire senza superbia. Ad avere «un cuore nuovo e un lingua nuova, una nuova capacità di comunicare». Invoca la trasformazione che libera e dà coraggio, che aiuta a parlare con franchezza e ad essere capiti», come ai discepoli di Gesù con la Pentecoste. Benedetto XVI invoca una Chiesa, che grazie allo Spirito, diventa «il luogo dell'unità e della comunione nella Verità». Non sono possibili compromessi. Occorre decidere da che parte stare, dalla parte dello Spirito o da quello della «carne», vale a dire dell'egoismo e della violenza, dove prevalgono «inimicizia, discordia, gelosia, dissensi». Sono richiami che portano al grande scandalo che ha sconvolto i Sacri Palazzi: la caccia ai «corvi», a chi ha trafugato e diffuso documenti riservati di Benedetto XVI e della Segreteria di Stato. È evidente che l'inchiesta non si ferma all'arresto di Paolo Gabriele, l'ex maggiordomo del pontefice. Continua il lavoro degli inquirenti. Va scoperta la «rete» dei corvi e gli eventuali mandanti, perché è evidente che si è di fronte ad una strategia precisa e sofisticata. Lo stesso Gianluca Nuzzi giornalista di Libero, autore del libro «Sua Santità» che pubblica molti di questi documenti, in un'intervista ad «corvo» parlava di circa venti persone, presenti nei vari uffici, che hanno inviato documenti riservati. Nuovi sviluppi sono nell'aria. Ed è pressochè sicuro che il cerchio si stia stringendo intorno ad altre persone operanti negli uffici vaticani e che si stia esaminando il possibile coinvolgimento anche di alti prelati. Alcuni organi di stampa hanno parlato anche di una «giovane donna residente in Italia» che «ha un lavoro anche fuori dal Vaticano» e che sarebbe alla base della fuga di notizie da lei deliberatemente orchestrata nella convinzione che ciò servirà a far pulizia del «marcio che c'è nella Chiesa». Una notizia che, però, ieri non ha trovato conferma in Vaticano. BUFERAOLTRETEVERE Nell'inchiesta spunta una donna, ma nuovi sviluppi indicano il possibile coinvolgimento di alti prelati. I corvi? Sono una ventina, secondo l'autore delle inchieste giornalistiche ROBERTOMONTEFORTE CITTÀDELVATICANO Il richiamo del Papa «Stiamo vivendo nella nuova Babele» per un totale massimo rimborsabile di 6.450 euro/ann o massimali per ogni tipologia di intervento per singolo evento € 150 uscita/manodopera e € 150 materiali € 150 uscita/manodopera € 500 per famiglia con max € 150 per notte a persona massimali annui fi no a 3 interventi per ogni tipologia € 900 € 450 € 1.500 8 tipologie di intervento 1) fabbro 2) idraulico 3) elettricista 4) tecnico elettrodomestici 5) termoidraulico 6) vetraio 7) tapparellista 8) spese albergo scegli relax scacciapensieri entro il 15 luglio. I prezzi gas e luce, comprensivi di tutte le voci di costo, sono bloccati per due anni a esclusione delle imposte e il prezzo della luce è lo stesso di giorno e di notte. L'assicurazione è inclusa nel pacchetto, valida per 2 anni a partire dal 1/12/12 e si estinguerà il 30/11/14. 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CANNES GA.G. CANNES Havinto laQuinzaine il«filmcaso»diquestaedizione cheracconta il referendumsotto ladittaturadiPinochet PALMA D'ORO DI NUOVO A MICHAEL HANEKE PER IL SUO STRAORDINARIOAMOUR.ECOMPLETAMENTEASORPRESAGRANPREMIODELLAGIURIADINUOVOAMATTEOGARRONEPERREALITY. Con un palmarès da «abbonati» si è chiusa ieri sera l'edizione numero 65 del Festival di Cannes. Per il grande regista austriaco si tratta infatti della seconda Palma, dopo quella del 2009 per Ilnastrobianco. Così come per Garrone, il Gran Prix conquistato nel 2008 con Gomorra. «Alcuni giurati sono stati colpiti dalla miscela di humour e dramma, che ha ricordato il rinnovamento della tradizione della commedia all'italiana», ha spiegato Moretti alla stampa italiana, subito dopo la cerimonia. Mentre Garrone, emozionato, ha ringraziato tutti gli artefici del film. Un doppio riconoscimento va poi al super favorito e super drammatico Au-delàdescollines del rumeno Cristian Mungiu, già vincitore della Palma d'oro nel 2007 con «4 mesi, tre settimane, due giorni». Premio per la sceneggiatura e per l'interpretazione femminile alle due giovani attrici: Cosmina Stratan e Cristina Flutur. La Palma all'attore va al danese Mads Mikkelsen, protagonista dell thriller psicologico di Thomas Vinterberg LaCaccia. La miglior regia è attribuita invece al «discusso» «Post Tenebras Lux», del messicano Carlos Reygadas che, dal palco, ringrazia anche i giornalisti per i fischi ottenuti alla proiezione per la stampa. Come da previsioni festivaliere non resta fuori dal palmarès neanche il grande Ken Loach col suo incantevole The Angels' Share, delicata commedia sul dramma della disoccupazione giovanile. A lui va il Premio della giuria che riceve offrendolo idealmente «a tutti coloro che resistono ai tagli dell'austerity». Durante la cerimonia, un pubblico emozionatissimo e commosso ha regalato la sua standing ovation ad Haneke e soprattutto ai suoi due giganteschi interpreti: Emmannuelle Riva e Jean-Louis Trintignant. Annunciando il premio, infatti, Nanni Moretti presidente di giuria, esprimendosi in francese, sottolinea il «contributo speciale dei due attori». In questo nuovo, assoluto capolavoro, così «sovversivo» da infrangere uno degli ultimi tabù del nostro consunto occidente consumistico: la vecchiaia. E splendidi, anche sul palco della premiazione, carichi dei loro anni sono Emmannuelle e Jean-Louis. Lei, il volto di Hiroshima mon amour, pronta a ringraziare tutti perché nulla vale la pena «se non si condivide». Lui citando un verso di Prévert: «Bisognerebbe provare ad essere felici, non fosse altro per dare l'esempio». E al loro di esempio, va uno scroscio di applausi commossi. Emozionatissimo, va da se, è anche Matteo Garrone che ringrazia tutti in francese. Il suo di premio è infatti la vera sorpresa di questo palmarès. Anche se la voce era iniziata a circolare già sabato quando il regista era stato «avvistato» di nuovo sulla Croisette, dopo la partenza all'indomani della proiezione del suo Reality lo scorso 18 maggio. Dopo le critiche non molto positive della stampa francese, però, si è era persa la speranza: stavolta sarebbe stato difficile replicare il successo di Gomorra. Qualcuno ipotizzava un riconoscimento per la straordinaria interpretazione di Aniello Arena, attore detenuto della compagnia teatrale La fortezza del carcere di Volterra. La sorpresa dunque è stata grande. Tanto che sono in molti a pensare che sia stato determinante l'intervento del presidente di giuria Nanni Moretti. Proprio a lui, infatti, Matteo Garrone deve in qualche modo il suo battesimo cinematografico: è nel ‘96 che vince la Sacher d'oro – il premio istituito da Nanni – col suo cortometraggio d'esordio Silhouette. Ma oltre al palmarès l'altro grande riconoscimento ottenuto da Reality è sicuramente la vendita negli Stati Uniti. A distibuirlo, infatti, sarà la società indipendente Oscilloscope. NONÈSOLOILVINCITOREDELLAQUINZAINEDESRÉALISATEURS, LA STORICA SEZIONE INDIPENDENTE DEL FESTIVALNATANEL'68,ma è anche il «film caso» di questa di Cannes che, a poco a poco - ne abbiamo parlato per primi - ha catturato il pubblico, la critica e i distributori di tutto il mondo, risultando l'opera più venduta. Stiamo parlando di No del cileno Pablo Larraín col divo messicano Gael Garcia Bernal che, dopo le glorie hollywoodiane, torna ad una storia di «casa». Se in passato ha prestato il suo volto al giovane Che Guevara nei Diaridellamotocicletta di Walter Salles (il cui Ontheroad era qui in concorso), stavolta Bernal si immerge nel clima drammatico della dittatura di Pinochet. A raccontarlo del resto è un esperto del «genere». Il regista Pablo Larraín coi precedenti Tony Manero, ma soprattutto l'ultimo, Post mortem, ha regalato due tra i migliori esempi di cinema capace di unire originalità e denuncia nel ricostruire la violenza del regime cileno che seppellì il grande sogno di Allende. Anche in questo caso la storia corre agli anni della dittatura. In particolare a quel 1988 quando sotto la pressione internazionale il dittatore cileno indice un referendum per dimostrare al mondo il «gradimento» del suo popolo. Nessuna speranza di vittoria, ovviamente, per l'opposizione messa in ginocchio da anni di torture, desaparecidos e violenze. Eppure l'idea almeno di provarci si fa avanti tra i leader storici della sinistra. In che modo? Commissionando la campagna per il No a uno dei creativi pubblicitari più gettonati del Paese. A dargli il volto è Gael Garcia Bernal. Eccoci dunque gettati nel mondo della grande fabbrica della propaganda politica. Tra filmati di repertorio, finzione ed ironia, assistiamo così allo scontro tra la fazione del No e quella del Sì al regime a colpi di spot. Il giovane Rene, abituato a pubblicizzare bibite e prodotti commerciali, è sicuro che la chiave vincente sia quella di abbandonare lo stile della denuncia e del «vittimismo», per presentare, invece, un popolo cileno che ritrova la gioia di vivere nella democrazia. Utilizzando simboli ed oggetti propri del neo liberismo imposto dal regime. Persone che ballano, masse che si riuniscono, momenti di felicità collettiva. I filmati sono quelli realizzati allora per la campagna del No. Immagini di oltre 30 anni fa ma incredibilmente uguali a quelle che la nostra sinistra ha speso per le politiche degli ultimi anni. Come pure gli spot per il Sì a Pinochet, identici a quelli di Forza Italia in cui le masse felici circondano il Presidente, la gente si commuove e tutti cantano insieme. Come suggerisce lo stesso Larraín, quella campagna fu il primo esempio di «pubblicità applicata alla politica». Qualcosa che conosciamo bene, ormai. A vincere inaspettatamente, fu il No. E fu il primo vero colpo al regime. U: GaelGarcia Bernal,protagonista di«No», il film diPablo Larraín vincitoredella Quinzaine Garrone, festa asorpresa Moretti:«Premiata lagiusta miscela di humor e dramma» Glialtrivincitori«Au-delàdes collines»del rumenoCristian Mungiu(sceneggiaturae attrice).Migliorattore ildaneseMadsMikkelsen GABRIELLAGALLOZZI INVIATA ACANNES Unafotodi scenadal film «TheHunt»di Thomas Vinterberg.Migliorattore:Mads Mikkelsen MatteoGarrone, il regista italiano vincitore delGrandPrix con il film «Reality» Il«No»diPabloLorraín chehaconquistatoCannes ILPALMARES PALMA D'ORO Amour regiadi Michal Haneke PREMIO SPECIALEDELLA GIURIA Theangelshare regiadi KenLoach(Gran Bretagna) MIGLIOR ATTRICE CristinaFlutur eCosminaStratan «BeyondtheHills» regia diCristian Mungiu (Romania) MIGLIORATTORE MadsMikkelsen «TheHunt»regia di ThomasVinterberg (Danimarca) MIGLIOR REGIA Post tenebras lux regiadi Carlos Reygadas(Messico) MIGLIORESCENEGGIATURA BeyondtheHills regiadi Cristian Mungiu (Romania) PREMIOGRAND PRIX Reality regiadi Matteo Garrone(Italia) 18 lunedì 28 maggio 2012
Un forte calo dei consensi ai gran-di partiti, la crescita dell'asten-sionismo e l'affermazione di unvoto di protesta, che esprime unbisogno di discontinuità rispettoal passato: questo, a livello macro, le intenzioni di voto per le prossime elezioni politiche. Più o meno, la stessa fotografia restituita dalle urne amministrative il 6 e 7 maggio scorso. D'altronde, i segnali che le elezioni amministrative sarebbero state elezioni-terremoto c'erano già stati nei mesi precedenti, sia perché i sondaggi lo avevano ampiamente anticipato, sia per il clima politico generale, con la crescita della temperatura sociale e le concatenazioni tra scosse, più o meno forti, determinate dal succedersi degli eventi. Le dimensioni e l'ampiezza non erano però preventivabili. Ed è sui grandi partiti che il terremoto ha scaricato la sua forza disgregativa. Un impatto che risulterebbe altrettanto forte anche nel caso di elezioni politiche, come registra l'indagine realizzata da Tecné. Pdl e Pd, rispetto alle politiche 2008, se si votasse oggi, perderebbero rispettivamente il 68% e il 52% dei propri consensi (analogamente a quello che è accaduto alle elezioni amministrative) mentre la Lega perderebbe tre quarti dei suoi voti. Il dato interessante è che la grande maggioranza degli elettori in uscita, però, non sceglierebbe un'opzione politica diversa, ma tenderebbe a collocarsi prevalentemente nell'area del non voto e dell'indecisione (+27,3% rispetto al 2008 e +1,6% rispetto a un mese fa). In termini relativi, considerando cioè tutti gli elettori, il terzo polo farebbe timidi passi avanti, intercettando solo in minima parte i flussi di voti in uscita dai grandi partiti. Lo stesso Movimento 5 Stelle, in occasione di un appuntamento politico nazionale, risulterebbe con un bagaglio elettorale decisamente minore rispetto a quello che è stata, invece, la sua ribalta mediatica alle amministrative, amplificata dalla vittoria a Parma. L'indagine restituisce una fotografia della crisi politica del Paese, un quadro quanto mai mutevole, dove un assestamento dello scenario appare lontano da venire. Tanto è vero che, pochi giorni dopo il voto amministrativo, e pochi mesi prima di quello che rinnoverà Camera e Senato, altre scosse di rilievo – però di natura politica - si stanno susseguendo, interessando leader, alleanze, assetti interni dei partiti e riforme istituzionali. Voci insistenti, ad esempio, indicano il Pdl come un partito destinato a cambiare profondamente, per volontà dello stesso Berlusconi, e a trasformarsi in un movimento “leggero”. Una corrente senza una dirigenza politica vera e propria, pronto a chiamare a raccolta esponenti della società civile, per una soluzione fluida e “all'americana” alla crisi politica e di consensi che l'ha travolto. Al contrario, i dirigenti della Lega Nord, discutono su come ridare forza alla struttura organizzativa, in deficit di fiducia e di motivazioni, cercando una soluzione che rimotivi i militanti e riabiliti i suoi leader. E per fare questo, secondo indiscrezioni, potrebbero anche decidere di non presentarsi alle prossime elezioni politiche. Quasi un'espiazione dai peccati “romani”, per concentrarsi invece sui territori e sulla questione settentrionale. Nel frattempo, nel centrosinistra il dibattito ruota, invece, prevalentemente sulle alleanze: l'Idv e Sel spingono per una coalizione di “sinistra”, mentre il Pd si divide tra chi sposa questa ipotesi e chi è orientato a soluzioni che coinvolgano l'Udc e il terzo polo. Sul fronte istituzionale il fermento è analogo: si discute di cambiare la legge elettorale, di riformare il profilo giuridico dei partiti e persino di cambiare la Costituzione riducendo il numero dei parlamentari o trasformando la Repubblica da parlamentare a presidenziale (o semi-presidenziale), come ha proposto recentemente il Pdl con Alfano e Berlusconi. A fronte di tanto fermento dialettico, riforme vere che riguardano il sistema politico non sono state fatte e, mentre il conto alla rovescia verso le elezioni politiche è iniziato il giorno stesso dei ballottaggi, a livello parlamentare tutto è ancora fermo ai nastri di partenza, con l'aggravante che il tempo passa e i nodi, anziché sciogliersi, si fanno più stretti. Nel momento in cui il sistema dei partiti è attraversato da una crisi profonda, varrebbe la pena rileggere Tocqueville e il suo studio sulla rivoluzione francese, quando spiega che a causare il crollo del regime aristocratico fu la debolezza politica che la caratterizzava più che i privilegi di cui godeva. Una debolezza che sembra caratterizzare anche il sistema italiano dei partiti, dove la rigidità e l'incapacità di interpretare i nuovi bisogni e i nuovi scenari si sposa con l'eccessiva estensione delle responsabilità e con il deficit di legittimità che l'accompagna. È da qui che nasce la crisi di rappresentanza che il Paese sta attraversando, in uno squilibrio tra ciò che porta in dote il mandato elettorale e il suo ritorno in termini di legittimità. La crisi di legittimità si riflette nel calo della partecipazione che non è, però, rifiuto della politica, come troppo frettolosamente è stato titolato, quanto piuttosto un cambiamento di prospettiva e di modalità espressive. Un cambio che si è espresso in una direzione esterna ai circuiti politici tradizionali, orientandosi verso nuove forme d'impegno, perché se la politica tradizionale perde importanza e la militanza cambia, questo non fa venire meno la voglia di partecipare. Una partecipazione che oscilla da forme più impegnate a forme più leggere, con modalità di mobilitazione più discrete, dove manca un carattere ideologico strutturato, tanto che i cittadini faticano persino a definirsi «politicamente attivi». Un attivismo che corrisponde a un'articolazione multi-dimensionale della società, dove le attività sono ispirate da motivazioni differenti e persino divergenti all'interno dello stesso ambito. Se si assiste a un progressivo indebolimento della fedeltà di partito è perché il focus dell'impegno si è spostato progressivamente da azioni partecipative dentro i partiti, ad azioni auto-dirette all'interno dei nuovi ambiti in cui si articola la società. Mentre in passato i partiti garantivano l'inclusione di larghe fasce di popolazione, anche socialmente periferiche, attraverso la mobilitazione ideologica e una capillare presenza sul territorio, oggi i cittadini vivono le condizioni di una partecipazione atomizzata, che da un lato si alimenta di maggiori opportunità e canali per esprimersi, ma dall'altro si presenta più irregolare, episodica, meno vincolante, quasi completamente protesa fuori dai tradizionali luoghi della politica. Per ricucire il legame con i nuovi cittadini, meno sensibili al richiamo ideologico, occorre rovesciare i paradigmi che hanno ispirato le scelte dei partiti negli ultimi anni, puntando sulla realizzazione di reti orizzontali piuttosto che su intelaiature verticali, portando la politica nei luoghi, anziché i luoghi alla politica. Lo scenario politico attuale testimonia che non basta un grande leader se non si attivano legami associativi “forti” in grado di avviare un contatto diffuso e un dialogo attivo con i soggetti che sono portatori delle principali domande sociali. E non servono, o comunque non bastano, i migliori sondaggi a colmare questo vuoto. I sondaggi funzionano benissimo per quei partiti cui è sufficiente cogliere l'espressione spontanea delle domande, ma non per quelli che, ai fini stessi dell'acquisizione del consenso, hanno bisogno di aggregare le richieste e trasformare le istanze che nascono dalla società, partendo dal basso, dai territori e dalle città. Può sembrare del tutto fuori tempo, oggi, prospettare modelli alternativi di partito rispetto a quello che appare ampiamente egemone. Si può ritenere oramai irreversibile una visione elitaria di democrazia, diffidente e scettica sul grado di competenza dei cittadini. Ci si può sentire rassegnati all'idea che i partiti - usando le parole di Schumpeter – altro non sono che gruppi di persone tese alla conquista di cariche pubbliche, oppure all'interpretazione di Downs, secondo il quale i partiti formulano proposte politiche per vincere le elezioni ma non cercano di vincere le elezioni per realizzare proposte politiche. Ci si può arrendere a tutto questo. Oppure si può cambiare, perché non è ancora troppo tardi. Ma occorre avere coraggio. E bisogna fare in fretta. IL SONDAGGIO CONFERMA LE TENDENZE REGISTRATE ALLE AMMINISTRATIVE DI MAGGIO L'OSSERVATORIO . . . Non bastano grandi leader per frenare il non voto. Occorre ricucire il rapporto con la società E fare in fretta CARLOBUTTARONI PRESIDENTEDI TECNÈ La ricerca è stata realizzata per l'Unità attraverso 1.000 interviste telefoniche (metodo Cati) effettuate tra il 25 e 26 maggio 2012 su un campione rappresentativo dell'universo di riferimento per sesso, classi di età e area geografica, sull'intero territorio nazionale, con estrazione casuale dei numeri telefonici dagli elenchi. Errore campionario del 3,1%. INVERSIONEDIROTTA La sfiducia azzera il centrodestra ma minaccia tutti lunedì 28 maggio 2012 11
«Io penso ai “meet up”, se li ricorda? Li inventò Howard Dean nel 2004 per utilizzare le possibilità connettive della rete e organizzare sedi discussione reale su tutto il territorio partecipate da milioni di persone lontane dalla politica». Risponde così Stefano Fassina, responsabile Lavoro Pd, alla domanda sulle alleanze dei partito democratico. Fassina, Vendola e Di Pietro vi chiedono distringeree lei evoca i “meetup”? «Se non si inquadra bene il problema che abbiamo davanti ogni discussione è inutile. Qui siamo di fronte ad una crisi della democrazia di cui quella dei partiti è solo la punta dell'iceberg. Il circuito virtuoso previsto dall'articolo 1 della Costituzione è oggi è un circuito vizioso in tutta Europa. Sono il lavoro e la democrazia a regredire insieme mentre la politica si vuole ridurre a tecnica neutra, l'ambito in cui si traducono le lettere dalle tecnostrutture scritte a Bruxelles o Francoforte». Polemicocon ilgoverno tecnico? «No, dico semplicemente come stanno le cose. Altro problema: gli strumenti della democrazia costruiti nello Stato nazionale sono inefficaci. Allora, di fronte a questi due fattori, la crisi della democrazia e l'inefficacia degli strumenti, la prima domanda da porsi è come restituire alla politica la dimensione della scelta tra opzioni alternative e come permetterle di intervenire sulla dimensione economia. Per questo credo che il Pd debba affrontare questo passaggio storico in cui in Europa è in gioco la civiltà del lavoro costruita dopo la Seconda guerra mondiale e della conseguente civiltà della democrazia». Ei “meetup” sarebbero unmodo? «Sarebbero uno strumento fondamentale per rimettere in connessione i cittadini, anche quelli che non fanno politica, con la politica e quindi partecipare alla costruzione di una fase innovativa. Aprire una fase di ascolto e di dialogo attorno alla nostra proposta programmatica per il futuro del Paese è fondamentale. Noi abbiamo una nostra piattaforma, progressista e europeista, che va aperta al confronto con i cittadini non in maniera passiva ma con la voglia di ascoltare quello che arriva dal basso, da quanti finora si sono tenuti alla larga dalla politica per renderli partecipi di un cambiamento che come partito intendiamo guidare. Abbiamo bisogno di energie fresche». Èproprioalleenergiefreschechepensanoquantipropongonolelistecivichenazionali. Leichene pensa? «Io penso a quello che serve al Pd e al Pd in questo momento serve una rigenerazione morale e culturale e questo coinvolgimento di cui parlo deve essere in grado di attrarre le forze della società civile, dei movimenti e della cultura che intendono partecipare alla ricostruzione dell'Italia e dell'Europa. Attrarlo nel Pd non al di fuori». Ma neanche lei vuole rispondere a Sel a Idv. «Non mi è piaciuto il format utilizzato da Vendola e Di Pietro, questo stile “Bagaglino” a cui si presta anche il governatore pugliese. La politica deve recuperare sobrietà e autorevolezza e prestarsi a operazioni di quel tipo non aiuta. Il nostro compito non è soltanto quello di mettere insieme dei partiti, dobbiamo avviare un processo di apertura e confronto che deve vedere protagonisti sia Sel sia l'Idv ma non soltanto loro. Non abbiamo tentennamenti, il segretario in direzione sarà chiaro, ma il percorso va misurato rispetto alla sfida che abbiamo di fronte e non possiamo permetterci chiusure». Bersani lanceràunpattotraprogressisti, moderatieforzeciviche.Macomesiconcretizzerà? «Il Pd dovrà avviare questa nuova fase di dialogo, confronto e coinvolgimento di tutte le forze di cui abbiamo parlato ponendosi come punto di riferimento, un partito in grado di raccogliere le istanze che arrivano dalla società». Montezemolo si pone grosso modo lo stessoobiettivo... «Noi non offriamo un format neutro: siamo il partito democratico che si muove per affermare un modello progressista, come quello contenuto nella dichiarazione di Parigi. Noi ci misureremo su questo progetto: ci sarà una proposta di centrosinistra e una di centrodestra. Non sarà la stessa cosa scegliere noi o altri». NicolaLatorreproponeunalistachepartadalbassochetengadentroancheVendola.Emilianoinsisteconlasuaidea,una lista civica nazionale con i sindaci che non si candidano ma che danno il loro contributo. «Noi dobbiamo costruire un sistema politico normale dove ci sono grandi partiti che fanno funzionare la democrazia, non servono continue deviazioni». Quindi non condivide Giuliano Pisapia quando sostiene che i partiti da soli non bastano? «Se stiamo parlando di questi partiti non ho dubbi, ha ragione Pisapia. Per questo insisto sulla necessità per il Pd di avviare una fase di coinvolgimento delle forze che oggi nei partiti non ci sono per rafforzare “la connessione sentimentale con il Paese”, come sosteneva Gramsci nei suoi quaderni dal carcere. Spetta al Pd farlo senza delegare ad altri questo compito. Ci dobbiamo presentare alle elezioni con il nostro simbolo, un partito profondamente rinnovato nella sua classe dirigente e con un programma definito, netto». «Che rabbia, se fossimo partiti con la lista civica a febbraio, quando ne parlai con Bersani, oggi non dovremmo rincorrere nessuno, saremmo noi a dettare l'agenda e avremmo già la quarta gamba del centrosinistra, accanto a Pd, Sel e Idv...». Michele Emiliano, sindaco di Bari, rilancia l'ipotesi lanciata qualche mese fa con altri colleghi sindaci, un listone civico nazionale. «Ma nessuno di noi vuole fare carriera. Io resto a Bari fino al 2014, poi si vedrà. Non sto cercando un posto in Parlamento». Perché la listanon è decollataallora? «Fu interpretata come un atto eversivo e personalistico, pensavano che io volessi fare le scarpe a qualcuno, e sono stato sottoposto a un “codice rosso” come quello di Jack Nicholson per quella storia delle cozze, che si è poi rivelata inesistente. La sola idea della lista ha scatenato il terrore nei poteri costituiti. Ora quella fase è superata, tutti ne parlano...». Sembracheil“partitodiRepubblica”voglia farlapropria... «Nessuno deve avere il copyright. Io giudico molto positiva la scelta di quel giornale. All'inizio non erano molto convinti, poi hanno cambiato idea...». Liha convinti lei? «Per carità, non voglio dire questo. Ma dopo i risultati delle amministrative mi hanno cercato in tanti. A tutti ho detto che sono disponibile a sostenere questo progetto solo s e me lo chiede Bersani. Non lo farei mai contro il Pd...e questa cosa può partire solo se il partito la sostiene organizzativamente e anche finanziariamente. Un po' come le mie liste civiche qui in Puglia, che si incontrano nelle sedi del Pd». Eppureper ilPd èun rischio... «Capisco che per il Pd è difficile accettare l'idea di una lista della società civile da una parte e quelle dei politici di professione dall'altra. Ma il nostro obiettivo non è distruggere i partiti, bensì dare loro nuova linfa vitale. Nicola Latorre ha parlato di un unico listone gigante, con Pd, Sel e movimenti, ma a me pare un'ipotesi molto complicata da realizzare, sembrerebbe un sistema per mascherare i limiti dei partiti introducendo facce nuove». E lei comela vorrebbecostruire? «Noi sindaci dovremmo mettere in piedi un comitato di 20-30 saggi, fatto da ex presidenti della Repubblica, accademici, ex giudici della Corte costituzionale, intellettuali, rappresentanti dei movimenti ambientalisti e antimafia. A loro toccherebbe il compito di selezionare le candidature dai curriculum che arriveranno. L'obiettivo degli eletti sarebbe quello di dar vita a un gruppo parlamentare unico del centrosinistra con un patto di governo disegnato nei dettagli». Nonsarebbe unnuovopartito? «Bisogna selezionare le candidature fuori dai partiti, cerchiamo personalità di eccellenza del tutto nuove all'impegno politico che si prendano un periodo sabbatico da dedicare al Paese. Anche facendo un sacrificio personale. L'obiettivo della lista è dare forza alla coalizione, al nuovo Ulivo, non fare un nuovo partito». Pensache la listaavrebbe successo? «Mai fatti sondaggi, ma l'istinto mi dice che andrebbe molto bene». Cisarebbeunabellaconcorrenzatravoi e ipartiti dellacoalizione... «Nei Comuni le abbiamo fatte tante volte le liste dei sindaci, la mia a Bari nel 2004 ha preso più voti di Ds e Margherita ma poi abbiamo vinto. Il problema è che qualcuno dei partiti potrebbe non essere eletto. Sarebbe una straordinaria occasione di ricambio della classe dirigente con metodo democratico». Andreste incerca deivoti diGrillo? «Al contrario, io al movimento 5 stelle farei un discorso chiaro: “Vi va di sedervi al tavolo con noi, per fare un patto d'onore su un programma per cambiare l'Italia?”. Bisogna includere, mostrarci disponibili a discutere insieme il programma. Io nel gruppo vorrei anche il nuovo sindaco di Parma. Se poi loro non ci stanno pazienza. Ma se continuiamo a demonizzarli facciamo triplicare i loro voti. Grillo dal palco alza un po' i toni, ma chi di noi non lo fa? Poi quando ci parli al telefono è uno ragionevole...». Vuol mettere allo stesso tavolo Grillo e EnricoLetta? «Io sono sempre per cercare un minino comune denominatore. Nei Comuni si governa così...». E Montezemolo sarebbe un alleatoo un avversario? «Potrebbe essere un partner. Stavolta serve una larga maggioranza per aprire una stagione costituente, per questo dico a Vendola e Di Pietro che non s'illudano: la foto di Vasto non ci basta». Italia Futura ha un programma decisamente liberista... «Anche nel Pd convivono molte anime. Se riusciamo a trovare la quadra dentro il partito possiamo farlo anche all'esterno. Guardi Vendola: come governatore è molto più realista che come leader». Pisapia dice: sì al progetto, no ai sindaci leader. «Ha ragione, noi dobbiamo tirare la volata al velocista e poi sparire pochi minuti prima della premiazione». Echi lodeve fare il leader? «Il capo del partito che prende più voti. Le primarie si possono fare, ma rischiano di aprire un conflitto interno senza avere poi il tempo necessario per metabolizzarlo. La gente non ne può più delle nostre discussioni da alchimisti...». Il segretario del Pd Pierluigi Bersani in una immagine di archivio FOTO DI MAURO SCROBOGNA/LAPRESSE L'INTERVISTA MicheleEmiliano MARIAZEGARELLI ROMA L'INTERVISTA ANDREACARUGATI ROMA L'INTERVENTO EMANUELEMACALUSO StefanoFassina Il responsabileeconomico deiDemocratici:«Non possiamorinunciarealle ragionidelPd.Maserve unanuovaconessione sentimentalecoicittadini» «Non serve un'altra lista ma un partito rinnovato» «Sièpersoanchetroppo tempo:noncimuoveremo contro ilPddiBersani Positivo l'interessamento di“Repubblica”.E parliamoancheconGrillo» «Dovevamo farla a febbraio Montezemolo? Un partner» SEGUEDALLAPRIMA Quindi, secondo Schifani, basta un emendamento per cambiare la Repubblica parlamentare in Repubblica semipresidenziale . I costituenti che discussero il tema lavorarono mesi. Fra loro c'erano Costantino Mortati, Giorgio La Pira, Palmiro Togliatti, Aldo Moro, Vezio Crisafulli, Bozzi, Petrassi, Dossetti, Calamandrei, Gaspare Ambrosini, Vittorio Emanuele Orlando, Nitti, Paolo Rossi, Meuccio Ruini. Potrei continuare ad elencare i grandi costituzionalisti e uomini politici che affrontarono con competenza e rigore l'assetto politico-costituzionale da dare allo Stato. E lo fecero con coerenza, per cui ciò che segue alla scelta del sistema parlamentare ha una logica spiegazione. Se bisogna cambiare, occorre cambiare tutto l'assetto dato dai costituenti. E chi può assolvere a questo compito se non un'assemblea eletta dal popolo con il mandato di rifare la Costituzione? Invece, dopo una penosa conferenza stampa di Berlusconi e Alfano, i quali affannati da un tracollo elettorale fanno proposte che serviranno solo per la prossima campagna elettorale, c'è chi, senza sapere di cosa si parla (penso a Montezemolo e soci), si mettono in pista per correre dietro il Cavaliere disarcionato. Ormai non mi stupisco di nulla: l'attuale scena politica ci offre spettacoli e spettacolini di ogni genere. Ma che il presidente del Senato comunichi agli italiani che con un emendamento a una legge in discussione, in una assemblea di nominati, alla scadenza della legislatura, si possa cambiare la forma della Stato, è enorme. Incredibile, ma è avvenuto. La Costituzione secondo Schifani lunedì 28 maggio 2012 3
Sedici correnti in cerca di identità, ruolo e leader. Sarà anche vero, come dice il senior Cicchitto, che «i partiti non si smontano come il meccano». Ma se il partito in questione viene attraversato da uno tsunami, perde 175 mila voti rispetto alle regionali del 2010 e percentuali che vanno dal 41 al 58 per cento, il problema non è avere a che fare o meno con un meccano ma con macerie a cui solo un miracolo può ridare una forma più o meno partito. Le cronache politiche analizzano da mesi la frantumazione del pdl avendo esaurito da un pezzo i sinonimi per descrivere l'implosione di un soggetto politico che mai è stato sorretto da un progetto e da un'ideologia ma solo dal carisma del suo leader. La partita, finale, adesso, è proprio questa: può esistere qualcosa, ed eventualmente cosa, oltre Berlusconi? Più che un meccano, inteso come gioco di costruzioni, davanti si apre il tabellone di un risiko con schieramenti e alleanze e trattative che procedono a volte anche su tre tavoli nello stesso tempo. Incertezze dovute a due variabili ancora lungi da definizione. La prima riguarda l'ex premier: cosa vuol fare veramente, uscire dalla scena operativa e ritagliarsi il ruolo di padre nobile? Oppure ha in mente un colpo di scena, un “predellino 3”, che mette in campo un listone nazionale con la sua faccia e lascia ad Alfano il Pdl in versione però bad company da rottamare? La seconda variabile riguarda le regole del gioco, ovverosia con quale legge elettorale si andrà a votare nel 2013. La geografia del risiko. Frastagliata, si diceva. Confusa. In continuo aggiornamento. Parziale e incompleto ogni tentativo di schematizzare. La vecchia e tranquillizante divisione ex Fi e ex An è superata nei fatti. Le new entry, spuntate fuori sabato dopo il flop della conferenza stampa dell'atteso rilancio, sono il gruppo seniores coordinato da uno storico di Forza Italia come Enrico Pianetta e dotato di sito web (www.pdlseniores.it). Legatissimi a Berlusconi e allo spirito del ‘94, a loro l'ex premier sabato ha rivolto il discorso della montagna: «Guidati dalla vostra saggezza, non dividete ma unite...». Peccato che il delfino Alfano abbia scelto di andare, sempre sabato, a Pavia dai formattatori del giovane sindaco rivelazione Alessandro Cattaneo (32 anni). Alter ego di Renzi e dei suoi rottamatori, il pdl 2.0 ha fischiato il segretario quando ha promesso «primarie», «basta listini», «cambio della dirigenza». Perchè non l'hai detto venerdì in conferenza stampa, gli hanno rinfacciato per poi concedere qualche applauso. Se dovessero scegliere da che parte stare nel Risiko, non c'è dubbio che i formattatori starebbero con quelli di Liberamente, la corrente dei quarantenni come Alfano, Gelmini, Frattini, Carfagna e Prestigiacomo con qualche innesto illustre come l'ex ministro Antonio Martino e Paolo Romani. La divisione giovani e vecchi è considerata strumentale e fasulla in casa pdl, al pari delle altre. Cicchitto in prima fila: «Qui non è un problema di giovani e vecchi, qui il punto è che se i moderati non saranno uniti vincerà la lista Pd-Idv-Sel». Sempre sabato si sono visti in campo i giovani di Ripartiamo da zero, i ragazzi di Giorgia Meloni e che sono la faccia nuova della corrente I Gabbiani (Meloni, Rampelli) a loro volta gruppo che si muove accanto ad un'altra aggregazione di ex An, Italia protagonista di Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri che sono altro rispetto a Nuova Italia di Alfredo Mantovano e Gianni Alemanno. IL MAGMACATTOLICO In un'altra parte del tabellone del Risiko-pdl si muove il magma dei cattolici che guardano a Casini ma anche a Montezemolo e sono in sofferenza per le vacanze pagate al governatore Formigoni da parte dell'imprenditore Daccò. C'è Pisanu con la sua fondazione Medidea che ha fatto outing, tre settimane fa, con una quarantina tra deputati senatori, e ha detto chiaro «guardiamo al centro con Casini, tagliamo le estreme come Lega e ex An». E ci sono Claudio Scajola, con la Fondazione Cristoforo Colombo, i Cristiano popolari di Mario Baccini, Magna Carta del vicecapogruppo al Senato Gaetano Quagliariello, i Dca-PsI di Carlo Giovanardi, Stefano Caldoro e Gianfranco Rotondi. Nel magma cattolico una partita a parte la sta giocando in queste settimane Comunionee liberazione. Cosa resterà di Cl quando si saranno posate le accuse della sanitopoli lombarda? E' un'altra variabile fondamentale. Maurizio Lupi in ogni caso punta su Alfano. Poi ci sono i guastastori alla Santanché che ha fatto nascere Movimento per l'Italia, quelli che dicono basta con Monti senza se e senza ma, è lui che ci ha portato alla rovina. E i volonterosi alla Maria Vittoria Brambilla con i suoi Promotoridella libertà, artefici del profluvio di liste civiche alla Forza Lecco alle amministrative. Chi proprio sembra fuori dai giochi, come seguito e simpatie, simboli di una stagione sbagliata oltre che dannosa, sono i colonnelli alla Verdini e alla La Russa. Questo è un blocco di potere che unisce maggioranze tutte contro e trasversali nel tabellone del Risiko. «Cambiare aria e squadra di vertice, sono loro che paralizzano, la loro non-idea di politica» è il mantra che si alza da ogni dove. Giovani e vecchi, cattolici e liberali. È nuovamente al centro del dibattito politico l'eventualità di trasporre in Italia il sistema istituzionale francese, quello della Quinta Repubblica con il semipresidenzialismo e il doppio turno. Il modello francese piace a sinistra per quel che riguarda il sistema elettorale, ma non entusiasma certo la prospettiva dell'elezione a suffragio universale del presidente della Repubblica, che evoca rischi autoritari. «La Quinta Repubblica fu adottata in Francia del 1958 nella speranza di un “riequilibrio” fra i poteri, poiché la Quarta sembrava aver condotto a una sorta di immobilismo. De Gaulle volle un sistema che sbloccasse la supremazia dell'Assemblea, ma tuttora il sistema francese rimane parlamentare: il primo ministro è responsabile dinanzi all'Assemblea nazionale come un primo ministro italiano, o britannico, o come il cancelliere tedesco. La decisione di sciogliere l'Assemblea spetta tuttavia al Capo dello Stato, per via dei suoi poteri eccezionali, che possono dar luogo a un'interpretazione in un senso presidenziale» spiega a l'Unità Jean Garrigues, docente di Storia contemporanea all'università di Orléans, e presidente del Comitato di storia parlamentare e politica, nonché direttore della rivista Parlement(s).Revued'histoirepolitique. Negli ultimi decenni il sistema francese nonhaimpeditol'interruzionedellalegislatura e complicate coabitazioni: François Mitterrand, eletto dalla sinistra per due settennati, si è trovato costretto,nel1986enel1993,anominareunprimoministrodidestra,chehagovernato con l'appoggio di una propria maggioranza parlamentare; viceversa Jacques Chiracha dovuto governare fra il 1997 e il2002conlasinistra,primadirecuperare, dopo la sua rielezione nel 2002, una maggioranzadidestra alParlamento. «Nel 2000 tuttavia, su iniziativa di Chirac, si è instaurato il quinquennato del presidente al posto del settennato, e ciò ha fatto sì che automaticamente la maggioranza parlamentare diventasse una maggioranza presidenziale. Le elezioni legislative, che equivalgono alle vostre politiche e che si svolgono subito dopo le presidenziali, ha favorito un assetto politico più omogeneo, essendo quasi automatico il fatto che il consenso al Presidente “trascinasse” gli elettori verso la maggioranza. Così è stato nel 2002 e nel 2007, oltre che sotto Mitterrand. Sarà interessante vedere se le legislative del 10 e 17 giugno confermeranno questa regola non scritta». Quindiilpresidenteelettoè,oltrecheCapodelloStato,anchelaguidadellamaggioranzaparlamentare? «Il primo ministro viene nominato dal presidente, sulla base di una maggioranza parlamentare costruita intorno a lui ed eletta sei settimane dopo di lui. Il fatto nuovo è che, mentre Chirac aveva lasciato al primo ministro nominato da lui un'ampia autonomia, Nicolas Sarkozy ha fatto la scelta opposta, quella dell'iperpresidente, intervenendo su tutte le questioni importanti e limitando fortemente l'autonomia del primo ministro François Fillon, che definiva un suo “collaboratore”. Eletto a suffragio universale, il presidente godeva di una legittimità superiore a quella del Parlamento, dinanzi al quale non è responsabile, e il paradosso si è fatto evidente: limitando a cinque anni il mandato presidenziale senza modificare ulteriormente la Costituzione, si intendeva evitare la coabitazione fra il Capo dello Stato e una maggioranza parlamentare contraria, che avrebbe portato a una paralisi del sistema. Ci siamo ritrovati in un sistema ambiguo, nel quale molti hanno visto una transizione verso una Sesta Repubblica, di tipo presidenziale secondo il modello americano. Ora François Hollande ha annunciato di voler tornare a un sistema più tradizionale di funzionamento delle istituzioni della Quinta Repubblica. Vedremo se sarà in grado di mantenere quest'impegno». Ciòsarebbepossibileconunritornoalsistemaproporzionale? «Non ne sono convinto, poiché il proporzionale favorisce una maggiore rappresentanza democratica, ma al contempo sbriciola le maggioranze, e quindi di fatto fa tornare a un sistema strettamente parlamentare». Conlariformachesiprospettadatempo in Italia - prima a un solo turno e ora a doppio turno - il Parlamento perderebbe,secondolei,isuoipoteri?Leivedeun rischiodideriva“sudamericana”? «Una presidenzializzazione può portare anche a sistemi di potere personale di tipo “sudamericano”: andrebbero pertanto attribuiti contropoteri molto forti al Parlamento, per giungere a un regime presidenziale equilibrato. Ma in Italia si diffida del rafforzamento del potere esecutivo. Inoltre un sistema, anche il più democratico, in una società inquadrata sul piano mediatico, simbolico, culturale, da una forza onnipresente qual è stato Berlusconi presidente del Consiglio - proprietario di radio, televisioni, giornali - e che ora sembra anche candidarsi alla presidenza della Repubblica, inevitabilmente ‘snatura' le istituzioni, il che comporta non pochi pericoli». Il risiko del Pdl alla partita finale CLAUDIAFUSANI ROMA L'INTERVISTA . . . «Il rapporto col primo ministro non è chiaro: Chirac gli lasciava autonomia, Sarkozy no» Formattatori, seniores, Ripartiamo da zero, Nuova Italia... Tra le macerie dell'ex partito di maggioranza si contano ormai 16 correnti. Travolta la vecchia divisione ex Fi ed ex An Il segretario del Pdl, Angelino Alfano, durante il suo intervento a «Formattiamo il Pdl» FOTO ANSA JeanGarrigues IldocentediStoria all'universitàdiOrleans: «Molti temonouno scivolamentoverso il modelloamericanosenza però igiusticontrappesi» «Semi-presidenzialismo ambiguo. Anche in Francia» ANNATITO PARIGI lunedì 28 maggio 2012 5
BAMBINI GARMANNÈTIMIDO,MAGLIPIACEOSSERVAREICOMPAGNI.La cosa che lo attira di più è scoprire le differenze tra Hanne e Johanne. Un giorno lei lo invita, di nascosto, a seguirla nel bosco e, in mezzo agli alberi, gli svela il suo misterioso segreto: una ferraglia arrugginita che a loro pare subito una navicella caduta dallo spazio. Johanne confesserà persino di non riuscire a dormire la notte senza la luce accesa. E mentre Johanne gli parla, Garmann sente «la pelle d'oca drizzarsi dalla punta delle dita fino ai graffi sulle ginocchia». Dopo la scoperta della paura, durante L'estate diGarmann, il piccolo è ora alle prese con l'universo dei segreti e con il suo primo amore. Questo secondo volume della trilogia di Garmann, IlsegretodiGarmann (Donzelli 2012), esce contemporaneamente all'assegnazione del Premio Andersen a Stian Hole per L'estate di Garmann (Donzelli 2011) come miglior album illustrato nella categoria 6/9 anni. ARRIVA DALLA NORVEGIA L'ALBUM PIÙ «PAZZO» PER I PICCINI. E NON HA NIENTE A CHE VEDERE CON I TRATTI SOGNANTI E DELICATI CHE IN GENERE CARATTERIZZANOLEILLUSTRAZIONIPERBAMBINI,PURESSENDOMOLTO TENERO E POETICO. È soprattutto pieno di humor, tanto da riuscire a parlare e ridere dei problemi che affliggono tutti noi: la paura della morte, il tempo che passa, il buio... Lui si chiama Stian Hole e in Italia lo abbiamo scoperto grazie alla casa editrice Donzelli, che ha pubblicato due dei suoi volumi: L'estate di Garmann e Il Segreto di Garmann. In questi giorni Hole è in Italia per ritirare il prestigioso premio Andersen. La prima cosa che salta all'occhio sfogliando i suoi librièlaparticolarissimatecnicacheleiusa:fotografia, collage,disegni.Come realizza lesuetavole? «Sì, le illustrazioni sono messe insieme a strati, come montaggi digitali in Photoshop. Raccolgo struttura, foto digitali, scansioni, note e schizzi, e poi in Photoshop, le riordino, le bilancio (ingrandendole o rimpicciolendole) e le capovolgo fino quando non accade qualcosa di interessante - si spera. Gli strumenti digitali sono eccezionali per lavorare in questo modo. Il processo porta via molto tempo, ma per me tutte quelle ore di lavoro sono piene di gioia e luminosità. Mi piace giocare ed esplorare come organizzare e riorganizzare gli elementi, e quando lavoro sulle immagini dimentico il tempo e cosa succede intorno a me». Ilsecondoaspettochemihacolpitoècheglianzianihannolerughee identideibambinisonostorti... unmondodovenonbisognaaverpauradidipingere la realtàcosìcom'è? «Sì, ha ragione. Eppure, nei miei occhi, le tre zie anziane sono belle. Ho anche notato che si incontrano e comunicano molto bene con questa inquieto e magro ragazzino di sei anni. Quindi mi piacciono. Inoltre, mi ricordano la mia vecchia nonna bellissima e le sue due sorelle. Alcuni bambini mi hanno detto di trovare le zie un po' paurose e strane. Ma anche io la prima volta che ho visto la mia vecchia zia tir fuori i denti e metterli in un bicchiere d'acqua l'ho trovata strana e bizzarra. Non sono sicuro di voler immaginare la realtà così com'è. Ma voglio vedere come appare attraverso gli occhi di Garmann». E a proposito di paure nei suoi libri si parla perfino dimorte,divecchiaia,delbuio:qualèilsegretoper affrontarecerti argomenticon ipiùpiccoli? «La mia esperienza è che i bambini non hanno paura di parlare dei misteri della vita. Perché la letteratura per l'infanzia non dovrebbe avere una vasta gamma di argomenti, come le storie per adulti? Inoltre, il mio approccio è che tutto ciò che fa paura o è difficile nella vita diventa meno spaventoso e difficile quando se ne parla. Gli albi illustratti (pictures-book) vengono spesso letti da bambini e adulti insieme, e offrono uno spazio sicuro per avvicinarsi anche temi difficili. Ma, non mi fraintenda, non ho alcuna missione di rendere i libri per i bambini cupi! Cerco solo di raccontare una storia che mi piace. E spero che i lettori trovino in questi libri scene illuminanti, ma anche divertenti e buffe». ParliamodiGarmann:cosahaispiratoquestopersonaggio? «Mi ricordo il punto di partenza molto bene. È stato nel nostro giardino una sera d'estate quando ho visto uno sguardo negli occhi di mio figlio che mi ha ricordato la mia infanzia. Ho visto che era spaventato di dover cominciare la scuola. Così ho tentato di ricordare come appare il mondo agli occhi di un bambino di sei anni. Quello fu l'inizio del progetto. Non sapevo dove sarebbe andato a finire, ma era qualcosa che volevo esplorare». Dopo «L'estate di Garmann» e «Il segreto di Garmann»quale sarà la prossimaavventura? «Sto lavorando su un nuovo album che sarà pubblicato all'inizio del prossimo anno. Non dovrei dire troppo, perché non è ancora finito. Una delle cose più belle nel leggere e nello scrivere storie, è che posso vivere varie vite parallele. Una nuova storia è un viaggio emozionante. Mi sento come un esploratore, cerco di aprire i miei sensi e seguire i personaggi, per scoprire cosa succede. Siamo come due uccelli che si rincorrono in aria, io sono quello dietro, che cerca di seguire e raggiungere i giri rapidi e le evoluzioni sorprendenti di quello davanti». AROMA Nelmondo diGarmann ParlaStianHolevincitore delpremioAndersen FRANCESCADESANCTIS fdesanctis@unita.it Album«Quandoscrivo possovivereviteparallele Ogninuovastoriaperme èunviaggioemozionante Misentounesploratore» CHI È Unostile inconfondibile tracollageefotografia StianHole (1969) vive e lavora inNorvegia. Abitaa Oslo insieme allamoglieAnna-Birgittee ai figliOdd-Olav e Osmund.Lasua originalissimatecnica ingrafica digitale, capace dimescolare la fotografia, il collage e ildisegno, dàvitaauno stile inconfondibile, e particolarmente familiareai bambini dioggi, grandimanipolatori dicomputere videogiochi. I suoi libri, in particolarequellidella trilogiadi Garmann,sono apprezzati in tutto ilmondo. Ha vinto i piùprestigiosi premi internazionali tanto cheoggiè consideratouno degli autoridi maggiorsuccesso nel mondo della letteratura per l'infanzia. Dall'album «Il segreto diGarmann» diStianHole Dopolascoperta dellapaura isegretie l'amore... Tornadaoggi laTribùdei lettori Oltre40autori italianie stranieri con piùdi 800 titolida leggere e sfogliare.Torna da oggiper la sua terzaedizione«La tribùdei lettori», una verae propria festadell'editoriaaperta atutti ma inparticolareai ragazzi, che riempiràgli spazidelMaxxi, ilMuseonazionale delle artidel XXIsecolo divia GuidoRenial Flaminio, finoal 2 giugno.Le giornatediapertura e chiusura sarannodedicate allo strettoconnubio tra libri e cinema.StianHole saràospitea Romadella «Tribùdei lettori» domani, in un duplice incontrocon la giuriadelPremio Sceltedi Classee con ibambini delle scuoledella Provinciadi Roma. U: 20 lunedì 28 maggio 2012
TV 06.45 Unomattina. Rubrica 11.00 TG 1. Informazione 11.05 Occhio alla spesa. Rubrica 12.00 La prova del cuoco. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.00 TG1 - Economia. Informazione 14.05 Tg1 Focus. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show. 15.15 La vita in diretta. Rubrica 16.50 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 17.00 TG 1. Informazione 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Qui Radio Londra. Attualita' 20.35 Aari Tuoi. Show. 21.10 L'olimpiade nascosta. Fiction 23.20 Porta a Porta. Talk Show. 00.55 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.20 Che tempo fa. Informazione 01.25 Qui Radio Londra. Attualita' 01.30 Sottovoce. Talk Show. 02.00 Rai Educational Rewind - Visioni Private. Rubrica 02.30 Mille e una notte - Cinema. Rubrica 06.30 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 09.30 Sorgente di vita. Religione 10.00 Tg2 Insieme. Rubrica 11.00 I Fatti Vostri. Show. 13.00 Tg2. Informazione 13.30 Tg2 - Costume e Società. Rubrica 13.50 Medicina 33. Rubrica 14.00 Italia sul Due. Talk Show. 16.15 La signora del West. Serie TV 17.00 Private Practice. Serie TV 17.45 Tg2 - Flash L.I.S.. Informazione 17.50 Rai TG Sport. Informazione 18.15 Tg2. Informazione 18.45 Cold Case. Serie TV 19.35 Ghost Whisperer. Serie TV 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 21.05 La fontana dell'amore. Film Commedia. (2010) Regia di Mark Steven Johnson. Con Alexis Dziena, Kristen Bell, Josh Duhamel, Will Arnett. 22.40 Supernatural. Serie TV Con Jensen Ackles, Jared Padalecki, Jerey Dean Morgan 23.30 Tg2. Informazione 23.45 I mitici - Colpo gobbo a Milano. Film Commedia. (1994) 08.00 Agorà. Talk Show. 09.00 Agorà - Brontolo. Rubrica 10.00 10 minuti di... Attualita' 10.10 La Storia siamo noi. Documentario 11.00 Agente Pepper. Serie TV 11.10 TG3 Minuti. Informazione 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. Informazione 12.45 Sabrina vita da strega. Serie TV 13.10 La strada per la felicita'. Soap Opera 14.00 TG3 Regione. / TG3. 15.00 La casa nella prateria. Serie TV 15.50 The Red Baron. Film Guerra. (2008) Regia di N. Müllerschön. Con M. Schweighöfer 17.35 Geo Magazine 2012. Documentario 19.00 TG3. / TG Regione. 20.00 Blob. Rubrica 20.10 Le storie. Talk Show. 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 Lucarelli racconta. Rubrica 23.00 Fratelli e sorelle. Rubrica 00.00 TG 3 Linea notte. Informazione 00.10 TG3 Regione. Informazione 01.00 Meteo 3. Informazione 01.05 Fuori Orario. Cose (mai) viste. Rubrica 01.15 Siamo donne. Film Commedia. (1953) Regia di Alfredo Guarini. Con Anna Amendola 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.40 La telefonata di Belpietro. Rubrica 08.50 Mattino cinque. Show. 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.46 La forza del perdono. Film Drammatico. (2010) Regia di Gregg Champion. Con K. Williams-Paisley 16.30 Pomeriggio cinque. Talk Show. 18.40 Il Braccio e la Mente. Gioco a quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.30 Meteo 5. Informazione 20.31 Striscia la notizia - La Voce della contingenza. Show. Conduce Ficarra, Picone. 21.10 Scherzi a Parte - Ventanni. Show. Conduce Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu. 00.10 Matrix. Talk Show. Conduce Alessio Vinci. 01.30 Tg5 - Notte. Informazione 01.59 Meteo 5. Informazione 02.00 Striscia la notizia - La Voce della contingenza. Show. Conduce Ficarra, Picone. 02.31 Media shopping. Shopping Tv 07.22 Come eravamo. Show. 07.25 Nash Bridges I. Serie TV 08.20 Hunter. Serie TV 09.40 Carabinieri. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Detective in corsia. Serie TV 13.00 La signora in giallo. Serie TV 14.05 Il tribunale di Forum. Rubrica 15.10 Wol un poliziotto a Berlino. Serie TV 16.15 My Life - Segreti e passioni. Soap Opera 16.32 Commissario Cordier. Serie TV 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.30 Walker Texas ranger. Serie TV 21.10 C'era una volta il west. Film Western. (1969) Regia di Sergio Leone. Con Claudia Cardinale, Charles Bronson, Henry Fonda. 00.43 Il grande Western italiano. Rubrica 00.50 I Bellissimi di Rete 4. Show. 00.55 Pat Garret e Billy Kid. Film Western. (1973) Regia di Sam Peckinpah. Con James Coburn, Kris Kristoerson, Bob Dylan. 06.50 Cartoni animati 08.40 Settimo cielo. Serie TV 10.35 Ugly Betty. Serie TV 12.25 Studio aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 Dragon ball. Cartoni Animati 14.55 Camera Cafè ristretto. Sit Com 15.05 Camera Cafè. Sit Com 15.55 Camera Cafè sport. Sit Com 16.00 Chuck. Serie TV 16.50 La Vita secondo Jim. Serie TV 17.15 La vita secondo Jim. Serie TV 17.45 Trasformat. Show. 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.25 C.S.I. Miami. Serie TV 20.20 C.S.I. Miami. Serie TV 21.10 Grey's anatomy. Serie TV Con Patrick Dempsey, Ellen Pompeo, Sandra Oh. 22.10 Grey's anatomy. Serie TV Con Patrick Dempsey, Ellen Pompeo, Sandra Oh. 23.00 Rookie Blue. Serie TV Con Missy Peregrym, Gregory Smith, Ben Bass. 23.55 Rookie Blue. Serie TV Con Missy Peregrym 00.50 Nip/tuck. Serie TV 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. 11.10 L'aria che tira. Talk Show. Conduce Myrta Merlino. 12.30 I menù di Benedetta Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Movie Flash. Rubrica 14.10 Il dito più veloce del West. Film Western. (1969) Regia di Burt Kennedy. Con James Garner, Joan Hackett, Walter Brennan. 16.00 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 17.55 I menù di Benedetta Rubrica 18.50 G' Day alle 7 su La7. Attualita' 19.25 G' Day. Attualita' 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Otto e mezzo. Rubrica 21.10 L'Infedele. Talk Show. Conduce Gad Lerner. 23.20 Usa, Miller Motor Park - Superbike: Gara 2 (diretta). Sport 00.30 Tg La7. Informazione 00.40 Tg La7 Sport. Informazione 00.40 Usa, Miller Motor Park - Superbike: Gara 1 (dierita). Sport 01.40 Madama Palazzo. Talk Show. 21.00 Sky Cine News. Rubrica 21.10 Come l'acqua per gli elefanti. Film Drammatico. (2011) Regia di F. Lawrence. Con R. Witherspoon R. Pattinson. 23.15 Beastly. Film Fantasia. (2011) Regia di D. Barnz. Con V. Hudgens 00.50 Il trono di spade 2. Serie TV SKY CINEMA 1HD 21.00 Megamind. Film Animazione. (2010) Regia di T. McGrath. 22.40 I fratelli Grimm e l'incantevole strega. Film Fantasia. (2005) Regia di T. Gilliam. Con H. Ledger M. Damon. 00.45 Rat Race. Film Commedia. (2001) Regia di J. Zucker. Con W. Goldberg 02.40 Captain America. Rubrica 21.00 Due cuori e una provetta. Film Commedia. (2010) Regia di J. Gordon, W. Speck. Con J. Aniston J. Bateman. 22.45 La diciannovesima moglie. Film Drammatico. (2010) Regia di R. Holcomb. Con C. Leigh M. Czuchry. 00.20 La lista dei clienti. Film Drammatico. (2010) Regia di E. Laneuville. Con J. Hewitt C. Shepherd. 19.40 Bakugan Potenza Mechtanium. Cartoni Animati 20.05 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 20.30 Lo straordinario mondo di Gumball. Cartoni Animati 20.55 Adventure Time. Cartoni Animati 21.20 Takeshi's Castle. Show. 21.45 Young Justice. Serie TV 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Marchio di fabbrica. Documentario 19.30 Marchio di fabbrica. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Marchio di fabbrica. Documentario 21.30 Marchio di fabbrica. Documentario 22.00 Come è fatto. Documentario 18.35 Platinissima presenta Good Evening. Show. 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Via Massena. Sit Com 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 The Middleman. Serie TV 22.30 Deejay chiama Italia - Edizione Serale. Rubrica DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.20 America's Best Dancer Crew. Talent Show 20.20 Il Testimone. Reportage 20.45 Il Testimone. Reportage 21.10 Jersey Shore. Serie TV 22.00 Jersey Shore. Serie TV 22.50 Crash Canyon. Serie TV MTV RAI 1 21.10: L'olimpiade nascosta Fiction con C. Capotondi. I nazisti scoprono i Giochi Olimpici e si vendicano. 21.05: La fontana dell'amore Film con A. Dziena. Con alcune monete magiche in una fontana, Beth conosce l'amore. 21.05: Lucarelli racconta Rubrica con C. Lucarelli. “Uomini dello Stato”: uomini leali che hanno lottato contro la criminalità. 21.10: Scherzi a parte - Ventanni Show con Luca e Paolo. Rivediamo gli scherzi più crudeli e divertenti della redazione. 21.10: C'era una volta il west Film con C. Bronson. Per impossessarsi del territorio dei McBain, Morton compie una strage. 21.10: Grey's anatomy Serie TV con P. Dempsey. I medici del Seattle Grace si stanno riprendendo dalla sparatoria. 21.10: L'infedele Talk Show con G. Lerner. Si approfondiscono gli argomenti della settimana. RAI 2 RAI 3 CANALE 5 RETE 4 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY CHIARI DI LUNEDÌ IL PD HA VINTO LE AMMINISTRATI-VE, MA NON COME POTEVA. IL PD HA VINTO LE AMMINISTRATIVE, ma non come doveva. Il Pd ha vinto le amministrative, ma non doveva. Il Pd lo fa apposta, per farci sudare a trovare un motivo per dire che non ha vinto. Il Pd, a proposito, non ha vinto perché ha vinto Grillo. Il Pd nega l'evidenza: le uniche elezioni vere erano a Parma, le altre erano simulazioni. Il Pd ha avuto più sindaci ma meno voti, la solita doppiezza togliattiana, molto più trasparenti gli altri partiti che hanno perso sia voti che sindaci. Il Pd anche se vince non coglie il disagio di molti elettori. Il Pd anche se vince non coglie il disagio di molti commentatori: io al primo exit-poll di Monza ho avuto una crisi di panico. Il Pd, ditemi che non è vero che ha vinto a Monza! Il Pd, ditemi che non è vero che ha vinto a Como! Il Pd, ditemi che non è vero che ha vinto in Piemonte! Il Pd, ditemi che posso continuare a dire che non interpreta il Nord, come ho detto per decenni! Il Pd continua a non interpretare il Nord, lo interpretava la Lega, che ora è in tournée in Tanzania, ma torna subito. Il Pd, al limite, ha vinto per abbandono dell'avversario. Il Pd è così cattivo che abbandona gli avversari in autostrada. Il Pd a Genova ha vinto con un candidato non suo, che aveva sconfitto le candidate del Pd alle primarie. Il Pd a Palermo ha perso contro un candidato dell'Idv, che non aveva riconosciuto il risultato delle primarie. Il Pd quando vince le primarie non fa notizia, perché le vince per puntiglio. Il Pd con le primarie comunque sbaglia, è un mio riflesso primario. Il Pd quando perdeva dalla destra festeggiavamo la destra, ora che batte la destra diciamo che non ha nulla da festeggiare. Il Pd, subito dopo l'insediamento dei suoi sindaci, si arrenda. www.enzocosta.net enzo@enzocosta.net Amministrative IlPd havinto ma nonci diamo pervinti Enzo Costa Giornalista U: lunedì 28 maggio 2012 21
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