L'INTERVENTO /2 ILCOMMENTO LUCALANDÓ Aboliamola. Prima di archiviarequesto due giugno amaro, vor-rei riproporre la domanda più scomoda: perché non aboliamo la parata militare? Che bisogno abbiamo di mantenere in vita un rito del genere? Davvero non c'è un altro modo per festeggiare la Repubblica? Dopo le (giuste) polemiche e le (più incredibili) strumentalizzazioni politiciste vale la pena di riflettere. Il due giugno non è la festa delle Forze armate: è la Festa della Repubblica. Le Forze armate hanno già la loro festa il 4 novembre. Cancellare la parata non fa dunque torto a nessuno. Tranne a quelli che pretendono di far coincidere la Repubblica con il suo strumento militare. Gli amanti della Costituzione sanno che la nostra Repubblica ripudia la guerra e fonda la sua esistenza sul lavoro (che deve essere rimesso al centro). Non ho bisogno di invocare qui le ragioni alte e nobili (ma sempre più censurate) della pace per contestare i fanatici delle parate militari. Mi basta ricordare che la parata è già stata abolita negli anni '70 e poi ancora negli anni '90 senza troppi problemi e lacerazioni. Il suo svolgimento o la sua cancellazione è sempre stato frutto di una semplice decisione politica. Perché gridare allora allo scandalo? Quest'anno si sono messi di traverso prima la crisi economica e poi il terremoto. Ed è naturale che la gente punti il dito su tutto ciò che appare come uno spreco o un vuoto rito anacronistico. Ma il problema non è questo. La domanda che dobbiamo porci guardando al futuro è un'altra: qual è il modo più giusto per celebrare oggi la Festa della Repubblica? Provo ad avanzare alcune modeste proposte. Prima proposta. La Festa della Repubblica è e deve essere la festa di tutti gli italiani. Va celebrata insieme, senza primi della classe. Anzi, deve essere un'occasione per riconoscere anche gli ultimi, quelli che continuano ad essere esclusi, tenuti ai margini della vita delle nostre comunità. Una Repubblica che si occupa dell'ultimo dei suoi cittadini è una Repubblica sana, viva, coesa. Seconda proposta. Deve essere una festa all'insegna della Costituzione e della riscoperta del significato autentico dei valori che vi sono iscritti. Quel giorno, i sindaci di tutti i Comuni d'Italia, cuore pulsante e bistrattato del Paese reale, consegnano personalmente la Costituzione a tutti i giovani diciottenni e a tutti i nuovi italiani a cui riconosciamo finalmente i diritti di cittadinanza. La consegnano e la discutono per fare in modo che i valori non siamo solo belle parole ma diventino obiettivi concreti della politica e della comunità. Insomma, una Festa dei diritti e delle responsabilità. Terza proposta. La Festa della Repubblica sia aperta all'Europa e al mondo. Cominciamo con i nostri vicini, quelli con cui condividiamo la nuova cittadinanza europea e quelli con cui condividiamo il futuro nel Mediterraneo. Chiamiamoli a festeggiare con noi la bellezza del nostro Paese e della nostra Costituzione ma anche la nostra volontà di fronteggiare insieme le grandi sfide del nostro tempo. Senza esibizioni muscolari, con l'umiltà, la dignità e il coraggio di chi sa pensare in grande. Il prossimo 2 giugno, perché non cambiare? Il sindaco Ecce Bombo La sfilata dei bersaglieri durante la parata della Festa della Repubblica FOTO MAURO SCROBOGNA /LAPRESSE FlavioLotti Basta parate, celebriamo la data in altro modo sa che lo ha visto unico protagonista fra i rappresentanti delle istituzioni, ma in compagnia di Di Pietro, del Carroccio, e della sinistra di Sel, Prc e Rifondazione, a gurdare tra le forze politiche. E come se in qualità di primo cittadino fosse sua facoltà decidere di partecipare o meno alle celebrazioni per la Festa della Repubblica, dal suo staff hanno fatto sapere che quella di non esserci è stata una decisione presa in nome della coerenza, dopo la richiesta ripetuta nei giorni scorsi di annullare la parata «per destinare quei soldi ai terremotati». In realtà all'inizio delle polemiche sulla celebrazione del 2 giugno, il sindaco aveva difeso la sfilata. Poi aveva repentinamente cambiato posizione, sintonizzandosi con l'indignazione esplosa sui social network. «Solo il Presidente della Repubblica può decidere», aveva infine detto. Ma tant'è. E la sua assenza ieri si è notata ancora di più, essendo presenti i presidenti della Regione Lazio, Renata Polverini, e della Provincia, Nicola Zingaretti, entrambi convinti che fosse «giusto garantire la presenza di chi rappresenta le istituzioni». «Personalmente avevo delle perplessità, ma se il Presidente della Repubblica decide di mantenere la parata è nostro dovere esserci, non è nostra la fascia che portiamo», ci ha tenuto a dire Zingaretti. Mentre il Pd di Roma, con gli stessi argomenti, contestava: «Alemanno non è degno di essere il sindaco della Capitale d'Italia. Nel momento in cui il Capo dello Stato decide che la parata per la Festa della Repubblica va fatta anche se in maniera sobria, è davvero inaccettabile che il sindaco di Roma non vi partecipi». Non è stata un'assenza «silenziosa», invece, quella dellla Lega. Con Roberto Maroni che pure a distanza ha bollato l'evento, utile solo a «buttare soldi nel cesso», mentre in contemporanea, una trentina di sindaci leghisti protestava davanti alla Prefettura di Treviso contro il governo e raccoglieva fondi per l'Emilia Romagna. Lo stesso tono di Maroni lo ha usato il leader dell'Idv, parlando di «una sagra dello spreco» e di una «costosa parata che è una mancanza di rispetto delle popolazioni colpite dal sisma e dei principi della Repubblica». Un Di Pietro che in serata, alla relica di Napolitano, ha alzato i toni: «Criticando me, il presidente della Repubblica ha offeso milioni di italiani che non la pensano come lui e che si stanno ribellando in Rete e nelle piazze denunciando questo inutile e costoso sfarzo della casta». Al termine della sfilata, ore prima, era stato Casini invece a contestare gli assenti: «C'è da mettersi le mani nei capelli. C'è chi pensa di guadagnare popolarità non venendo qui. Una cosa veramente ridicola». SEGUEDALLAPRIMA È il caso del sindaco Alemanno che dopo aver ripescato il famoso dilemma di Ecce Bombo («Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo affatto?») ha optato per la diserzione. Fatto singolare per un politico che su Patria e orgoglio militare ha sempre mostrato una granitica coerenza. Fulminato sulla via dei Fori, il sindaco di Roma ha improvvisamente cambiato idea decidendo che lui, a quella parata, non ci sarebbe mai andato. E dire che solo due anni fa aveva definito «un brutto segnale» le sedie vuote dei ministri leghisti nel palco dove lui sedeva con onore. Intendiamoci, sulla manifestazione del 2 giugno ci sono sempre state, e sempre ci saranno, opinioni diverse. Ne trovate un paio nella pagina accanto e altre ne sentirete nei prossimi giorni. Qualcuno sostiene che celebrare con carri e fucili la vittoria repubblicana al referendum del 1946 sia un ambiguo controsenso: se le forze armate si celebrano il 4 novembre, perché farne un doppione tardo primaverile? E se l'articolo 11 della Costituzione recita che l'Italia cerca la pace e non la guerra, perché mostrare i simboli della seconda e non quelli della prima? La risposta, dicono altri, è che gli eserciti a questo servono, a mantenere la pace. E a permettere che tutti i cittadini, anche i più deboli e disarmati, possano essere protetti dalle violenze e difesi nei loro diritti. Si può optare per un versione o per l'altra. Si può persino cambiare idea passando da una posizione a quella opposta. Quello che non si può fare è utilizzare un dibattito nobile e alto per meri scopi di visibilità. Lo sappiamo, la tragedia del terremoto ha spinto molti a chiedere di annullare la parata e destinare i fondi alle popolazioni colpite. Ragionevole richiesta, non fosse che annullare in zona Cesarini una manifestazione ormai avviata e organizzata non avrebbe comportato alcun risparmio. E bene ha fatto il capo dello Stato, visti i tempi, a chiedere di dedicarla alle popolazioni colpite e a celebrarla in maniera sobria. Proprio quello che il sindaco di Roma non ha voluto fare: perché la sua assenza - cercata, annunciata e praticata - è suonata come un fragoroso insulto. Comprendiamo l'ansia del sindaco di recuperare consensi e rianimare i sondaggi, ma utilizzare il dramma dell'Emilia per cogliere l'attimo mediatico è stata una scelta inaccettabile. Perché a compierla non è stato il libero cittadino Alemanno Gianni, ma la carica più alta della Capitale. Al punto che nelle vie della città gira con insistenza un dubbio: come interpretare la decisione di mandare un sostituto a portare tra le autorità la fascia tricolore? Una gaffe nella gaffe? O il segnale che a Roma non c'è più un sindaco? Nondobbiamoonorare le forzearmate mal'unitàdelnostroPaese eladeterminazione adaffrontare insieme leemergenze . . . In questa giornata, in tutta Italia si potrebbe consegnare la Costituzione ai neo-diciottenni . . . Tra le autorità, al posto del primo cittadino di Roma c'era il presidente dell'assemblea capitolina . . . Due anni fa aveva definito «un brutto segnale» le sedie vuote dei ministri leghisti domenica 3 giugno 2012 3
28 domenica 3 giugno 2012
Uno dopo l'altro i dipen-denti si fermano davan-ti al cancello. È come vi-sitare un parente chesta male all'ospedale.Lo stesso tono di voce di non vuole disturbare, la stessa cortesia di chi sa che in quel posto c'è qualcuno che soffre. E poi quella domanda, la stessa per tutti: «Ma se ne va?». Lo stabilimento Gambro, il grande malato, è lì, dopo quel cancello super sorvegliato, dietro a uno stuolo di vigili del fuoco e di ingegneri. Imbragato e ferito. Ma ancora in piedi. Nel raggio di trenta chilometri attorno a Mirandola, nel modenese, se nomini la parola Gambro tutti sanno di che cosa stai parlando. Se questa zona martoriata dal terremoto è diventata ricca, lo deve proprio a questa azienda di ottocento dipendenti, diventata nel tempo una multinazionale oggi controllata da fondi svedesi, con fabbriche in Messico, Francia, Germania, Repubblica Ceca. Produce macchine per la emodialisi che esporta in tutto il mondo. ILLABORATORIO E dire che quando nacque, esattamente cinquanta anni fa grazie all'intuizione del suo fondatore Mario Veronesi, oggi ottantenne, era poco più di un laboratorio. Si chiamava Dalco. Nome che gli è rimasto appiccicato e che tutti ricordano. Anche perché in questa azienda sono stati allevati molti dei futuri imprenditori che poi hanno dato vita al distretto bio medicale della zona. Ma no solo. È conosciuto da tutti perché sono in molti a dipendere economicamente dalla società. Lo stabilimento di Medolle fattura 250 milioni di euro. E, tra indotto primario e secondario, ne lascia 50 sul territorio. «Nel suo campo è come se parlassimo della Ferrari» ci dicono fuori dai cancelli. Fabbrica due segmenti di macchinari per la dialisi. Uno altamente professionale, destinato a Italia, Francia e Giappone, che in questo campo sono all'avanguardia, un altro agli Stati Uniti che, come ci spiega il dirigente Biagio Oppi, «badano più alla quantità che alla qualità». Lo stabilimento Gambro è, quindi, come un parente. Ricco e prospero, piegato però da un male inaspettato. E che mette a repentaglio la sua esistenza. PARTIREÈUNPO'MORIRE Per questo i dipendenti sono davanti ai cancelli. Per dare conforto e sapere se il grande malato resterà o sarà trasportato da un'altra parte. Il che vorrebbe dire distruggere un'intera economia e parecchie vite. L'ipotesi era circolata questi giorni. Fino a ieri, quando la proprietà svedese ha deciso alla fine di rimanere. Venerdì l'amministratore tedesco Guido Oelkers è volato qui proprio per formalizzare questo passaggio. La Gambro resterà. Il paziente sarà trasportato altrove ma in un raggio di trenta chilometri per fare in modo che sia facilmente raggiungibile da tutti i lavoratori. Finora, fanno sapere dell'azienda, sono stati visti una decina di capannoni tra Modena e la zona della bassa bolognese (tra Crevalcore e San Giovanni Persiceto). Non tutti hanno i requisiti necessari. Serve uno spazio antisismico da 10mila metri quadri o due da cinquemila. Dove infilare la produzione da una parte (seicento dipendenti) e la ricerca e sviluppo dall'altra (200 circa). E sembra che un sito tra quelli visti abbia già avuto un primo via libera. La scelta avverrà a breve. Entro un mese, assicurano, la sezione ricerca e sviluppo riprenderà a lavorare, in due mesi sarà il turno della produzione. In azienda hanno già ridisegnato tutto il “layout", in sostanza tutto l'apparato produttivo. Che poi è basato su una concezione giapponese del lavoro, quella utilizzata dalla Toyota tanto per capirci. «Da noi non esiste una catena di montaggio fordista ? dice il manager ? ma isolotti di li lavoro». Il che consente una maggiore flessibilità nel lavoro ma anche una maggiore facilità nel caso si debba spostare fisicamente la produzione in un altro luogo. «Le ‘isole' si montano molto prima e più in fretta». Quindi tutto è pronto. O, meglio, sarebbe. LATERRA LIAIUTI «Sempre che il terremoto ci dia un attimo di tregua» spiega ancora Oppi. Perché dall'interno della fabbrica ci sono da recuperare i macchinari destinati proprio alla produzione. «Sono macchine molto pesanti ma anche delicate, costruite appositamente per noi. Rifarle nuove ci vorrebbe una anno circa». Troppo tempo. Anche perché, in questo momento, le commesse già prese saranno smaltite grazie al sostegno della fabbrica del Messico, costretta a lavorare di più. In questo modo, mentre il paziente si riprenderà, non si perderanno clienti. Ma questo non potrà durare in eterno. I dipendenti lo sanno benissimo. Ma sperano e pregano fuori dai cancelli. D'altronde se 50 anni fa tutto ebbe inizio da questa azienda, perché la storia non dovrebbe ripetersi? Il segretario della Cgil Susanna Camusso a pranzo nella tendopoli a Mirandola FOTO DI ELISABETTA BARACCHI /ANSA Le forme di Parmigiano Reggiano cadute dopo le scosse FOTO DI ELISABETTA BARACCHI /ANSA Gambro, la madre di tutte le fabbriche: noi restiamo SEGUEDALLAPRIMA Anzi, dobbiamo lavorare rapidamente per consolidarlo, perché alla sospensione delle attività non si aggiunga il rischio di destrutturazione dell'intero distretto. Per questo la Regione ha già provveduto a definire con il governo azioni rivolte a permettere ai nostri imprenditori di affrontare, innanzitutto l'emergenza, ma anche il rilancio delle loro attività. Fin dal primo momento il metodo scelto è stato quello della massima condivisione con le parti sociali: abbiamo condiviso tutte le azioni per l'emergenza e per la ricostruzione, compreso il riavvio delle attività produttive, a partire dalle verifiche - oggi ancor più necessarie - per garantire la sicurezza delle condizioni di lavoro. Oltre ai prestiti a lungo termine per la ricostruzione degli impianti, sono fondamentali interventi sulla ricerca industriale, perché le nostre imprese - “nostre” anche le multinazionali del biomedicale devono sapere che sul loro futuro ci siamo tutti noi, le persone e le loro istituzioni democratiche. Per questo stiamo lavorando intensamente per recuperare le nostre strutture scolastiche e fra queste le scuole professionali e tecniche, più legate alla produzione locale. Stiamo lavorando ora per permettere di concludere regolarmente le attività didattiche, svolgendo al meglio scrutini ed esami, poi per riaprire regolarmente a settembre. Ricordo che negli ultimi due anni abbiamo realizzato una intensa riforma, in particolare proprio per rafforzare le attività di istruzione e formazione professionale e per avviare la rete politecnica regionale, che unisce i nuovi istituti tecnici superiori. Per i lavoratori abbiamo disposto tutta la cassa integrazione in deroga, necessaria per affrontare questa straordinaria condizione di crisi, ma stiamo rendendo disponibili anche le attività di formazione professionale per sostenere i processi di riorganizzazione, che si renderanno necessari. Avevamo già presentato un Piano Giovani per il rilancio della nostra economia. Ora queste condizioni per facilitare l'assunzione di giovani, utilizzando al meglio le diverse forme di apprendistato, saranno ancor più facilitate per permettere a queste nostre imprese di consolidarsi assumendo questi giovani, che devono sapere che stiamo tutti lavorando per rialzarci. Tutto questo non vuol dire che crediamo di potercela fare da soli, abbiamo bisogno di aiuto da parte di tutti, ma abbiamo bisogno anche che le nostre imprese rimangano qui, dove sono le loro radici. Abbiamo soprattutto bisogno di sentire che tutto il Paese ha voglia di farcela, che tutto il Paese vuole investire in educazione e ricerca, ha voglia di occupare e stabilizzare i giovani, ha chiaro che la nostra crescita sta nella capacità di essere competitivi a livello mondiale, ma questa competitività non è figlia di un solo imprenditore, di una singola impresa, ma è risultato dell'azione collettiva di tutto un territorio, che può ritrovarsi sotto le tende, ma che per questo non intende considerarsi chiuso nell'angolo. LASTORIA Vigili del Fuoco alla ricerca di superstiti sotto le macerie di un capannone FOTO ANSA ROBERTOROSSI INVIATO A MEDOLLE(MODENA) Unamammellachesfama unterritorio, fraaddettie indotto.Laproprietàoraè svedese:«Siamoincercadi uncapannonequi, 10mila metriquadri,per ripartire» Assumere i giovani: un'idea per sperare ancora nel futuro ILCOMMENTO PAOLOBIANCHI domenica 3 giugno 2012 7
QUALCHE ANNO FA C'ERA UN UOMO ANZIANO ALLO STADIO COMUNALE DI MARTINA FRANCA, (allora sbarazzina compagine impegnata a lottare per i primi posti in serie C), che ogni due settimane, il giorno della partita casalinga della sua squadra del cuore, comprava il biglietto e raggiungeva il suo posto una o due ore prima del calcio d'inizio. Si fermava da mezzo secolo dietro le recinzioni che dividono i «distinti» dalla linea laterale del campo, e al momento dell'ingresso in campo dei suoi eroi, festeggiava con incontrollabile emozione l'avvicinarsi a portata d'olfatto del mister locale e dei panchinari. E, dopo il fischio d'inizio, cominciava la sua partita, in parallelo con quella vera:1) tampinare, protetto dalla rete, ogni movimento del guardalinee a scopo intimidatorio,2) richiamare la sua attenzione urlandogli «segnalineo» nelle orecchie per l'intera durata dei 90 minuti, 3) arricchire l'opera insultandolo in tutti i modi e infine, 4) a intermittenza con le parolacce, completare l'impresa sputandogli addosso. Quanti punti in più, o in meno, questo stravagante tifoso abbia portato alla sua squadra, nessuno lo sa. Un personaggio così non sembrerebbe l'esempio edificante da contrapporre ai molti calciatori professionisti che nelle ultime settimane, in molti casi per loro stessa ammissione, hanno deciso di trasformare in una vita infettata dal gioco più squallido che c'è, la scommessa a fini economici, la propria esistenza consacrata al calcio, cioè il gioco che più di ogni altro è in grado di rendere l'infanzia una dimensione pressoché sempiterna per chiunque abbia segnato almeno un gol o parato un calcio di rigore. Non c'è alcun dubbio che il fustigatore di guardalinee mai e poi mai avrebbe scommesso contro la propria squadra, né avrebbe mai travestito da combine una partita di calcio. La verità è che uno come lui avrebbe trovato posto in un racconto di Soriano, in un'analisi storico-calcistica di Gianni Brera, in un saggio sulla differenza tra calcio in prosa e in poesia di Pasolini, o in una pagina dello splendido saggio Latribùdelcalciodi Desmond Morris (etologo inglese interessato alle attitudini ferine che deflagrano al semplice contatto tra certe psicologie e il roteare magico del pallone di cuoio), molto più degli odierni professionisti della pedata, antieroi che per sensibilità alla moda e agli status symbol, sono così simili tra loro che sembrano usciti da una fabbrica di manichini per outlet. LAFASCINAZIONE DEI90MINUTI Per esprimere la propria delusione, allora, non c'è alcun bisogno di far ricorso alla retorica dello sport pulito. E a nulla serve l'ingenuità di chi vuole puro un mondo che di ludico ha conservato solo l'apparenza, la fascinazione mitica e il tempo ristrettissimo dei 90 minuti racchiusi tra i fischi arbitrali, ossia l'unica e sola patria indiscussa del gesto tecnico che fa sognare o delle altalene di risultati che rendono il calcio pressoché non rappresentabile in cinema e letteratura. Né occorre disseppellire il messaggio decoubertiniano dello sport in cui è importante solo partecipare. Perché l'etica dello sport può esistere come dimensione interiore dello sportivo, o come pedagogia per talenti agli albori. Lo sport è uno spettacolo, non è un'istituzione da cui pretendere sanità assoluta. Quando si arriva a livelli di eccellenza e in modo assolutamente immediato si suscita la passione di milioni di fratelli umani, quello che conta è vincere. E se non fosse così nessuno si appassionerebbe agli spettacoli sportivi, e lo sport basterebbe praticarlo. Invece è lo spettacolo della vittoria e della sconfitta che ipnotizza. Ecco perché, persino i loschi tentativi di ottenere scorciatoie verso la vittoria che caratterizzarono quella noiosa intromissione giudiziaria al consueto giocherellare tra impostori che è stata calciopoli (dice acutamente Baudrillard che quando il fine del gioco è vincere l'unico giocatore sensato è il baro), erano più umani e accettabili di quest'ultima manipolazione. In qualsiasi pagina della StoriacriticadelCalcioItaliano di Gianni Brera è presente, quasi come essenza metafisica, l'idea della mistificazione del risultato sportivo da parte di chi vive il pallone fuori dal campo. In questo senso il calcio internazionale non si discosta molto dal Palio di Siena, competizione in cui il fine ultimo e profondo dei partecipanti trascende la vittoria stessa, e risiede nel tentativo dell'uomo di mettere sotto controllo le bizzarrie del fato attraverso qualsiasi mossa sottobanco che precede la corsa. Ma la corsa, almeno quella, è autentica. Allo stesso modo, chi agisce fuori dal campo di calcio, per quanto possa spendersi, non potrà mai essere certo di ottenere il risultato per il quale ha escogitato l'imbroglio. Il calcio è lo sport con il più alto coefficiente di free-roaming del protagonista assoluto, cioè il pallone:sia per grandezza del campo da gioco e l'ingerenza delle condizioni ambientali, sia per l'alto numero degli interpreti, per l'incredibile mutevolezza, in gara, delle loro condizioni psicofisiche, e in ultima istanza per l'importanza della casualità. Ciò lo rende del tutto imprevedibile. Anche nell'universo calcistico di Soriano esistono i corrotti. Ma al limite possono essere gli arbitri, cioè elementi fisicamente in campo, ma in realtà alieni al sostanziale svolgersi della battaglia, e soprattutto, nemmeno loro sufficienti, da soli, a garantire il lineare concretizzarsi della mistificazione. Nemmeno il doping è minima garanzia di risultato. C'è solo in un caso, nel calcio, in cui l'imbroglio è assoluto: quando vi è l'accordo tra i calciatori. Niente è quindi più deprecabile. Ma se ai tempi del primo scandalo del calcio scommesse, quello di Paolo Rossi, ancora c'erano motivazioni umane dietro la distruzione del sogno individuale e collettivo (stipendi relativamente bassi, necessità di assicurarsi un futuro), oggi dietro la scelta di violare anche l'ultima zona autentica della propria vita, il campo, sembra esserci solo un grande, incolmabile vuoto. Lo stesso vuoto, insomma, che sembra caratterizzare tutte le altre diramazioni della vita pubblica in questi tempi, e che rende desueto e cadaverico qualsiasi concetto di patto sociale. Lo stesso vuoto che non si sa bene perché avrebbe dovuto risparmiare solo il mondo del calcio. GIANCARLO LIVIANOD'ARCANGELO SCRITTORE SOCIETÀ ... Laprimacalciopoli mantenevaancora dellemotivazioniumane Quest'ultimano ... Anchenell'universocalcistico diSorianoesistono icorrotti cosìcomenellapagine della«Storia»scrittadaBrera Ilpallone sgonfiato L'accordofracalciatori è ilpeccato imperdonabile Lavittoria rappresenta ilvero sensodellospettacoloquindi sonoammessi ibarima nonquelli chedistruggono l'essenzastessadelgioco Ilpallone,protagonista assoluto incampofinoa cheappare lacombine tra i calciatori U: 22 domenica 3 giugno 2012
domenica 3 giugno 2012 23
Qualcuno, alla vigilia del cda di Generali, ha parlato di redde rationem. Probabilmente lo ha fatto dall'estero, perché chi conosce le italiche abitudini della finanza sa bene che certe faccende si regolano nelle segrete stanze, non certo nel consesso naturale. E così è stato: in una Milano dal clima surreale per il binomio Festa della Repubblica e visita del Pontefice, sono bastate tre ore di riunione per far passare la linea della sfiducia a Giovanni Perissinotto, che lascia dopo 11 anni la carica di amministratore delegato di Generali ma, altro elemento singolare, resta in consiglio. Al posto di Perissinotto arriverà da Zurich, come ampiamente preannunciato, Mario Greco. Da incorniciare la motivazione del ribaltone. L'impatto della crisi?; il crollo del titolo in Borsa?; le difficoltà operative? Per carità, nulla di così pericolosamente esplicito. Il board del Leone ha “condannato” il manager «in ragione dell'esigenza di operare un'iniziativa di discontinuità gestionale». Frase della quale sarebbe interessante vedere la traduzione in inglese da sottoporre alla comunità finanziaria internazionale... ASTENUTOIL COLLEGABALBINOT Dieci voti a favore della mozione di sfiducia, cinque contrari e un astenuto, l'altro amministratore delegato Sergio Balbinot, che pure ha guidato la compagnia a braccetto con il collega giubilato per diversi anni. Assente il consigliere Reinfried Pohl. Contro Perissinotto avrebbero votato i due rappresentanti di Mediobanca (De Conto e Clemente Rebecchini), i vicepresidenti Vincent Bollorè (critico verso l'amministratore delegato già ai tempi della defenestrazione di Cesare Geronzi) e Francesco Gaetano Caltagirone, nonché Lorenzo Pellicioli, Leonardo Del Vecchio (“mente” della sfiducia), Paolo Scaroni, Angelo Miglietta, lo stesso presidente di Generali, Gabriele Galateri, e due dei tre indipendenti espressione dei fondi. Pro Perissinotto, invece, Diego Della Valle, il socio ceco Petr Kellner (che peraltro non è stato visto a Milano), Alessandro Pedersoli, uno degli indipendenti e naturalmente lui stesso. L'unico che nella giornata milanese ha alzato la voce, almeno davanti ai giornalisti, è stato Diego Della Valle, che si è detto contrario alla sfiducia «nella forma e nella sostanza». Ed uscendo a piedi dalla sede milanese del Leone, ha annunciato che domani il presidente Galateri troverà sul tavolo la sua lettera di dimissioni dal consiglio. Vetri oscurati e nessuna dichiarazione, invece, per quanto riguarda lo sconfitto Perissinotto. Paolo Scaroni, allontanatosi per primo a bordo di uno scooter, non ha invece voluto rilasciare dichiarazioni. Altri consiglieri, usciti alla spicciolata, hanno invece dato vita ad una surreale gara di minimalismo verbale. De Conto ha parlato di un consiglio in cui «non c'è stato nulla di particolare se non un confronto», mentre Pellicioli si è detto soddisfatto per un «ottimo consiglio dove non si è parlato del passato, ma si è dibattuto del futuro della società prendendo una decisione difficile, ma che apre grandi prospettive per Generali in linea con le sfide dei mercati». Adesso, come detto, tocca a Mario Greco: 53 anni come Perissinotto, scuola McKinsey e forte curriculum internazionale, è il manager cui i soci chiederanno un miglioramento dei conti e, soprattutto, di far rialzare la testa al titolo in Borsa. Già ieri il cda del Leone ha deliberato di proporgli la nomina a direttore generale e amministratore delegato del gruppo, anche se Greco sarà cooptato in consiglio «successivamente alla risoluzione del suo rapporto di lavoro con Zurich». Perissinottodovrebbe ricordareoggi i suoi “tradimenti”consumati negliultimidiecianni Mainquestavicenda cisonomoltestranezze IL COMMENTO RINALDOGIANOLA MILANO La situazione è questa: l'Italia è dinuovo in piena recessione, il Pae-se vive una crisi politica e sociale di enorme gravità, il terremoto in Emilia Romagna è una tragedia immane che impone reazioni immediate e una grande responsabilità da parte delle classi dirigenti. E in questo momento così difficile, così delicato per milioni di famiglie che cosa combinano i grandi signori del capitalismo nazionale, quelli che dovrebbero dare l'esempio? Litigano e si dividono su Giovanni Perissinotto, amministratore delegato delle Assicurazioni Generali, la più importante e ricca società italiana. Ieri il manager è stato licenziato dal consiglio di amministrazione convocato d'urgenza per adottare questa clamorosa decisione. Il siluramento è stato motivato con la necessità di procedere con discontinuità nella gestione rispetto al passato e di risollevare le quotazioni del titolo della compagnia che nell'ultimo periodo ha perso un quarto del suo valore. Ora se fosse decisiva la dinamica dei prezzi di Borsa per stabilire la salute di un'impresa o la capacità di un capo-azienda bisognerebbe decapitare quasi tutto il listino italiano, ormai ridisceso sotto i livelli pre-crisi del 2008. Se Perissinotto, da trent'annni alle Generali e da dieci responsabile della gestione, è colpevole, cosa bisognerebbe dire, solo per fare qualche esempio, di Franco Bernabè che è riuscito a portare Telecom Italia attorno ai 60 centesimi, o dei vertici di Mediaset, del Monte Paschi, di Unicredit, di Intesa SanPaolo, dell'Enel e di tante altre prestigiose imprese penalizzate fortemente in Borsa? Nessuno, comunque, può davvero pensare di sacrificarsi o di piangere per Perissinotto che se ne andrà con maxi-liquidazione e benefit milionari e che, se vorrà, troverà un altro posto adeguato alla sua esperienza. Non sorprende nemmeno che un grande manager possa essere cacciato senza tante storie dalla sera alla mattina. E se proprio bisogna raccontare la storia per intero si potrebbe scrivere un libro dal titolo “Il traditore tradito”. Qualche data aiuta a ricordare che Perissinotto non è mai stato Biancaneve. Nel 2002 il manager abbandonò all'improvviso il suo capo Gianfranco Gutty per prenderne il posto di amministratore delegato della compagnia. Nel 2004 tradì l'Unipol di Giovanni Consorte al quale aveva promesso di vendere le azioni delle Generali in Bnl, ma si ritirò all'improvviso. Nel 2011, infine, partecipò alla trama di potere per cacciare Cesare Geronzi dal vertice del Leone alato. Però in questa vicenda delle Generali ci sono delle stranezze, delle trame che spiegano, almeno in parte, la caduta di credibilità della nostra classe dirigente. Lo spettacolo messo in scena da lorsignori in queste settimane è stato indecente, compreso l'atto finale. Tra i promotori del licenziamento ci sono Leonardo Del Vecchio, il padrone di Luxottica probabilmente la miglior impresa italiana, e Lorenzo Pellicioli che rappresenta la De Agostini, passato alla storia per la più clamorosa stock option incassata ai tempi in cui stava alla Seat Pagine Gialle. I due, dopo aver votato a favore del bilancio nell'assemblea dei soci di un mese fa, hanno contestato Perissinotto, il suo eccessivo potere, i suoi investimenti in settori poco adatti alle assicurazioni, la caduta della capitalizzazione. Si sono lamentati con Alberto Nagel, l'amministratore delegato di Mediobanca, azionista principale delle Generali, che alla fine ha deciso il nuovo ribaltone a Trieste, un evento però che potrebbe avere conseguenze anche in piazzetta Cuccia. La riduzione dei ricchi dividendi prodotti a Trieste priva Mediobanca di una decisiva risorsa in un momento in cui le partecipazioni strategiche in molte imprese, a partire da Telecom e dal Corriere della Sera, risultano indebolite. Ma non è solo una questione di soldi, di investimenti, di strategie e di Borsa. La cacciata dell'amministratore delegato conferma e fa deflagrare il problema dei rapporti tra Mediobanca e Generali e gli assetti molto deboli e frammentati del capitalismo dei salotti, che si basa su relazioni e conflitti di interesse. Negli ultimi due anni sono stati allontanati due presidenti (Antoine Bernheim e Geronzi) e un amministratore delegato. È chiaro che esiste una questione di governo dell'impresa, di corretti rapporti, soprattutto sui vincoli dell'autonomia gestionale, tra azionisti di comando e il management. La crisi ha alterato gli equilibri e rotto antiche alleanze, anche se quelle nuove non si manifestano chiaramente. Vedremo se la new entry Mario Greco, un secchione della McKinsey, già alla Ras, e vicino a Carlo De Benedetti, porterà un po' di serenità. Per una volta forse ha ragione Diego della Valle, dimissionario a Trieste dopo aver lasciato Mediobanca e Rcs: «Non sono d'accordo, si poteva fare meglio preservando l'immagine della società e del nostro Paese che deve attrarre gli investitori». ECONOMIA Generali, sfiduciato Perissinotto Arriva Greco Dopo 11 anni Giovanni Perissinotto lascia la carica di amministratore delegato di Generali FOTO ANSA L'amministratore delegato silurato in una riunione di sole tre ore. Dieci favorevoli e 5 contrari Della Valle si dimette dal cda del Leone: «Sfiducia sbagliata nella forma e nella sostanza» MARCOVENTIMIGLIA MILANO L'indecente spettacolo del capitalismo degli oligarchi . . . In due anni cambiati due presidenti e un capo azienda a Trieste I rischi per Mediobanca 16 domenica 3 giugno 2012
L'antipolitica? È un sentimento che non lo sfiora: un sondaggio lo piazza ai primi posti tra i sindaci più amati dagli italiani. Il bilancio dopo un anno di guida del Comune di Cagliari racconta di un drastico taglio delle auto blu - da 16 a 4 - «e non ho potuto fare di più perché eravamo legati da un contratto» e della riduzione del 50% delle consulenze per un risparmio di oltre due milioni di euro solo per queste due voci. Massimo Zedda, 36 anni, cresciuto nella Fgci, approdato in Sel, è corteggiatissimo da chi pensa alle liste civiche nazionali. Volto nuovo della politica, giovane e bravo come amministratore. Un profilo perfetto per le elezioni politiche. Sindaco,sonoinmoltiafare ilsuonome, da Michele Emiliano ad Alba, il nuovo soggetto politico dei professori. Tentato? «Leggo sui giornali dell'interesse che ci sarebbe ma nessuno ha avanzato proposte di candidatura. E in ogni caso non ci penso, milito in un partito politico, non mi interessa la lista civica. Inoltre in questa fase delicata e difficile per gli enti locali voglio dedicarmi alla mia città. Non voglio altre distrazioni». IdveSelpremonoperleprimariedicoalizione,alcunidirigentiPdperquelleinterne.Lei? «Nelle questioni interne del Pd non entro per rispetto. Hanno uno Statuto che prevede che il segretario sia anche il candidato premier, scelte diverse spettano a quel partito». Esuquelledi coalizione? «Credo che dovrebbero essere fatte. Il centrosinistra, però, dovrebbe trovare prima di tutto unità su un progetto di governo per il Paese e poi sottoporre questo progetto a tutti coloro che vogliono farlo proprio. Le primarie per scegliere il candidato premier vengono dopo il programma». Sul fatto che il centrosinistra non basta sono tutti d'accordo, il problema nasce quando si tratta di capire a chi allargarlo e in quali forme. Secondo lei a chi deve guardare? «Alla società civile, ai cittadini, al Paese, non ho mai pensato che la somma algebrica dei partiti dia il 51% dei consensi». E lei ne è la dimostrazione, in una città cheeratradizionalmentedi destra. «Io sono soltanto un sindaco, non si può fare un paragone con il Paese. Sono sicuro però che se riesci a trasmettere passione, voglia di cambiare davvero le cose e di crederci realmente, la gente lo capisce ed è lì che saltano i calcoli e le sommatorie delle percentuali dei partiti». Secondo lei Beppe Grillo si sta facendo spazionelvuotocreatodaipartitiparlandoal cuore ourlando contro ipolitici? «Sicuramente Grillo coglie degli aspetti della società italiana, tanto è vero che con il crollo del centrodestra lui cresce. Non so se siano giusti o sbagliati i sentimenti che coglie, non condivido il tentativo di chi vuole fare di tutta l'erba un fascio ma per quello che conosco del M5S sento di poter dire che preferisco Grillo a Le Pen e a tutti i movimenti neonazisti che stanno emergendo in Europa». AncheGrillomicascherza,seppurnonha nullaachevedereconlepulsionidiestremadestraeuropee.Invocaiprocessipubblici, l'uscita dall'Euro... «È evidente che forza la mano e cavalca i sentimenti di odio verso i politici che si sono caratterizzati per aver distrutto la politica. Ma il problema non è Grillo, il problema è la demonizzazione che se ne fa. Spetta ai partiti conquistare di nuovo la fiducia dei cittadini e delle cittadine e devono farlo in fretta». Quindicondividel'ultimatumdiDiPietro eVendolaaBersaniperl'alleanzainvista delleelezioni? «Non mi piacciono gli ultimatum e non credo si sia trattato di questo, ma il tempo stringe, bisogna fare presto. È necessario che ci si trovi insieme per discutere del programma di governo, delle misure che vanno prese per rilanciare l'economia, l'istruzione, l'università, la ricerca, investimenti sui giovani. Le alleanze vengono dopo, prima c'è il messaggio che si vuole lanciare al Paese e ce n'è un bisogno urgente. E mi lasci anche dire che quello di cui non avevamo proprio bisogno era la riforma dell'articolo 18. Non servono nuove strade per licenziare, servono autostrade per creare nuovi posti di lavoro, questa è la vera emergenza dell'Italia». SecondoleisiandràalvotoconilPorcellum? «Spero che riescano a cambiare la legge elettorale per dare ai cittadini la possibilità di scegliere gli eletti. Vede, in un Paese dove la politica sa fare scelte coraggiose, anche con una legge come il Porcellum i partiti potrebbero dare segnali di cambiamento, scegliendo le candidature migliori per il Paese, in grado di rappresentare davvero la società, ma fino ad ora hanno dimostrato di non riuscirci. È per questo che abbiamo bisogno di una riforma, uno strumento per guidare il rinnovamento e per restituire nuova fiducia agli elettori». ILCOMMENTO WALTERVERINI L'INTERVISTA Il Pd torni a fare il Pd e parli a tutta l'Itallia Oggi lecandidature per leprimariePd Il24 laconsultazione «No alla lista civica credo nei partiti» . . . «Le alleanze vengono dopo, prima ci sono i contenuti che dobbiamo presentare agli elettori» ILDIBATTITO SULLE COSIDDETTELISTE«CIVICHE» ÈDOMINATO DA UNACURIOSACONCEZIONE “TOLEMAICA” DELLAPOLITICA e del ruolo dei partiti (segnatamente del Pd). Come se fosse nella assoluta disponibilità degli stessi decidere o non decidere di «far nascere» movimenti e raggruppamenti di ispirazione «civica». Non è così. Dal 2008 al 2012 il Pd è stato abbandonato da alcuni milioni di elettori. Ben prima dell'appoggio che, giustamente, abbiamo dato alla nascita e all'azione del Governo Monti. A questo proposito sarebbe meglio, evitare atteggiamenti «giustificazionisti»: perseguire l'interesse del Paese come, con la sua autonomia, ha fatto e fa il Pd sostenendo Monti è cosa da rivendicare, non da nascondere. Sono stati atteggiamenti antagonisti di altre forze di centrosinistra e di sinistra, semmai, a essere stati e ad essere poco responsabili. Anche perché cercare consensi alle prossime politiche chiedendo quasi scusa di quanto da noi fatto dopo la caduta di Berlusconi (ci siamo dimenticati cos'erano, a novembre scorso, l'Italia e quel Governo?) sarebbe sbagliato e autolesionista. Tornando ai voti persi dal Pd, tanti di questi cittadini non se la sono sentita di votare altri partiti scegliendo l'astensione. Altri hanno votato 5 Stelle. Ci sono poi elettori «in cerca di autore», come ha detto Bersani: avevano creduto al berlusconismo e alla Lega, ora sono delusi dai fallimenti di governo e dallo sfascio etico del loro sistema. C'è poi la discesa ai minimi termini della fiducia dei cittadini nei confronti della politica e dei partiti. Non siamo tutti uguali, è vero ed è giusto dirlo. Ma non basta. Il Pd ha davanti a sé una opportunità: provare a fare il Pd. Cercare di recuperare i voti persi, consolidare i propri, provare a convincere ex-elettori Pdl e Lega (anche loro operai, precari, partite Iva, pensionati, imprenditori, professionisti) che una ricostruzione economica, sociale, culturale ed etica dell'Italia è possibile. Dalle amministrative il Pd è uscito come l'unico dei «vecchi» edifici dei partiti rimasto in piedi. Ma con crepe e qualche lesione, come ci dicono quegli elettori che hanno gettato altrove lo sguardo. Fare il Pd, innanzitutto. Costruire un programma riformista e di cambiamento, individuare dieci idee-forza convincenti e su queste costruire un dialogo con tutta l'Italia. Tutta. Pensiamo ad uno stadio: dobbiamo volere e sapere parlare ad ogni settore, non solo alle curve dei tuoi tifosi e tantomeno a quelle dei soli ultras. E poi il Pd deve decidere di essere davvero, con gesti, esempi e testimonianze la locomotiva di un radicale rinnovamento della politica. Qualcuno riduce tutto al tema primarie che sono solo uno degli elementi. E che sono un po' come un bambino, da tutelare e da far crescere. Spesso però, in questi anni, sono state inquinate da acqua sporca, usate come regolamento di conti e qua e là perfino taroccate. Le primarie sono un bene prezioso, un'occasione per aprire la politica alla società e non può essere consentito di «sporcarle». Non a caso in diverse realtà i partecipanti sono crollati rispetto a cinque anni fa o allo stesso 2009. C'è qualcosa da fare subito. Mettere al bando ogni forma di correntismo (che non è pluralismo) che toglie ossigeno alla vita democratica. Decidere, unilateralmente, di far compiere alla politica passi indietro rispetto all'occupazione di spazi impropri. Per esempio: perché non uscire da tutti i CdA delle partecipate, da tutti gli enti di gestione quando i rappresentanti sono stati nominati con criteri politici? Il giorno dopo, avanti con i soli criteri di capacità e competenza. Sarebbe un segnale di rinnovamento praticato, non predicato, mentre si continua la battaglia per portare a casa, anche «incatenandoci» in Parlamento se necessario, la riduzione del numero dei parlamentari e la nuova legge elettorale. Ho citato solo tre cose. Se il Pd le facesse proprie, tanti di quei milioni che ci avevano scelto nel 2007 (primarie) e nel 2008 (politiche) potrebbero tornare a guardarci con rispetto, simpatia, condivisione. E magari cittadini, associazioni, personalità, mondi sociali sentirebbero meno il bisogno di luoghi “civici”. Tra la terra e il cielo, però, ci sono molte cose. È possibile che un bisogno del genere si manifesti lo stesso. Ma lo deciderebbero loro, non un partito. Oppure è possibile che – mi auguro di no – il nostro partito non riesca a convincere questi mondi di essere davvero aperto, accogliente, riformista. Credo che si debba guardare a quello che si muove nella società con sincero spirito di apertura. Spinte e pulsioni positive che riguardano disagi e speranze sociali, legalità, regole della democrazia possono aiutare la politica, stimolarla verso l'innovazione e una nuova credibilità. Purché disponibili ad un cammino comune di ricostruzione riformista dell'Italia. Perché chiudersi? Sarebbe un innaturale segno di debolezza, non di forza. Meglio meno atteggiamenti da «veniamo da lontano e andiamo lontano», meglio un po' più di umiltà e un po' più di coraggio. MassimoZedda CALABRIA «Questopartito farà il suocongresso eritengo faràpure il suosegretario. Poici saràmodo divalorizzare il resto».A dirloèstata la presidentedel PdRosyBindi, ieri a Monasterace per parteciparealla cerimonia per il2 giugno. IlPdcalabrese è commissariatodal giugno2010edè rettodal febbraioscorsoda Alfredo D'Attorre,nominatocommissario al postodi Adriano Musicheaveva lasciato l'incarico nell'ottobre precedente.Per il24 giugnoprossimo sono in programma leprimarie per l'elezionedelnuovo segretario regionale:oggi scadono i terminiper lapresentazionedellecandidature. MARIAZEGARELLI mzegarelli@unita.it Emergenza terremoto in Emilia Romagna Campagna raccolta fondi Fai una una donazione sul conto: IBAN IT02 N031 2702 4100 0000 000 1 494 presso UNIPOL BANCA intestato a EMERGENZA TERREMOTO EMILIA-ROMAGNA Partito Democratico Emilia-Romagna causale Emergenza Terremoto www.partitodemocratico.it www.pder.it Il sindacodiCagliari: «Nessunomihaofferto candidatureecomunque nonsono interessato Vogliodedicarmi allamiacittà» Il sindaco di Cagliari, Massimo Zedda, in un incontro con le scolaresche FOTO DI GIUSEPPE UNGARI /ANSA domenica 3 giugno 2012 11
MARCOBUTTAFUOCO PARMA Migliorbattitoredellastoriaemanagerdisuccessofuradiato eallontanatodalbaseballdopo lascopertadellesuepuntate NEL 1919 LE WORLD SERIES, OSSIA LE FINALI FRA LE SQUADREVINCITRICIDELLEDUEGRANDILEGHEAMERICANE DEL BASEBALL, FURONO INQUINATE DA UN GRAVE SCANDALO, LEGATO ALLE SCOMMESSE CLANDESTINE. Ben otto giocatori della squadra perdente, i White Sox di Chicago, avevano venduto la gara agli scommettitori. Fu uno shock per la società statunitense. «Se ci avessi mai riflettuto sopra l'avrei giudicato un caso, la conseguenza finale di un susseguirsi di circostanze. Non mi era mai venuto in mente che qualcuno potesse scherzare con la buona fede di cinquanta milioni di tifosi con la freddezza di un ladro che fa saltare una cassaforte», scrisse Francis Scott Fitzgerald ne Il grande Gatsby. Gli otto giocatori infedeli furono immediatamente squalificati a vita e le leghe imposero rapidamente clausole severissime per qualsiasi tesserato che avesse scommesso su una qualsiasi gara di baseball. Niente accadde più fino al 1989, quando indagini delle autorità federali, svelarono che Pete Rose, manager dei Cincinnati Reds, aveva ripetutamente puntato denaro sui match del suo sport. Non era, Pete Rose, un personaggio qualsiasi. Era anzi stato, da giocatore, il miglior battitore della storia, con quasi 4300 battute valide. Una leggenda. Con lui i Reds (The Big Red Machine fu chiamato il team) vinsero a cavallo degli anni 60 e 70 ben due World series. Rose tentò di dimostrare che la sua attività di scommettitore si orientava su sport diversi dal suo. Ma fu costretto ad arrendersi davanti all'evidenza delle prove. Fu radiato dai ranghi delle leagues, anche se non c'erano prove che alterasse i risultati delle partite della sua squadra. Negli anni seguenti tentò la riammissione. Ma ogni suo tentativo peggiorava la sua situazione. Dapprima ammise le se responsabilità, ma negò d aver mai scommesso sul proprio team. Poi ammise puntate frequenti sui Reds, dati però sempre per vincenti. La sua credibilità scemò inesorabilmente. Eppure all'inizio parte dell'opinione pubblica americana e del mondo del baseball si schierarono con lui. Più che un disonesto Rose era giudicato infatti un uomo da aiutare, dipendente come era dal vizio del gioco. Già alla fine degli anni 80 era stato, infatti, costretto a vendere alcuni fra i più preziosi cimeli di una gloriosa carriera (uno degli anelli con cui si premiano i vincitori delle alle World Series e la mazza con cui aveva battuto uno dei suoi tanti prestigiosi record). Su di lui Hollywood girò un film, lui stesso scrisse una sua autobiografia (Unaprigionesenzasbarre) in cui tentò di giustificare la sua condotta. Ebbe altri guai e fu accusato di frode fiscale. Notizie d'un paio di anni dicono di sue comparsate ai combattimenti di wrestling Se colleghi e tifosi tentarono di capirlo, il sistema non perdonò mai uno dei più grandi giocatori della storia del baseball. Uno sport animato, come ha scritto qualcuno, da un forte spirito capitalistico (le squadre sono vere e proprie aziende), ma basato su regole quasi “socialiste, che valgono per tutti e soprattutto per i più forti, per i migliori, per quelli che possono, per il loro talento, essere di esempio. «PARADOSSALMENTE È MEGLIO AVER PERSO COSÌ, ORA».L'analisi a caldo di Prandelli dopo la penosa esibizione azzurra contro la Russia esonda dal campo tecnico per infilarsi, come troppo spesso accade a un ct italiano, in ragionamenti paracalcistici sullo stellone, sulla tradizione, su quell'idea raramente realizzatasi, e sempre in circostanze piuttosto fortunate, degli italiani «che si compattano nelle difficoltà». A una settimana dal calcio d'inizio di Italia-Spagna l'eventualità di un improvviso, perentorio miglioramento della Nazionale azzurra pare lontana come la luna. La Russia non ci ha schiacciato a Zurigo, ha solo mantenuto la sua porta inviolata e affondato il suo coltello in una difesa italiana messa malissimo. Tanto male da indurre il ct a pensare al 3-5-2 di stampo juventino per ridare alla squadra le certezze smarrite. Inquietante che questo cambio di modulo e il nuovo assetto difensivo debbano diventare realtà in una settimana e non essere sottoposti a ulteriori crash-test prima del durissimo esordio europeo contro i campioni del mondo. Si riparte da Barzagli, Bonucci e dal recupero di Chiellini. ATTACCO ASECCO L'Italia di Prandelli però non segna da 270 minuti e ha perso le ultime tre amichevoli disputate contro Uruguay, Usa e Russia. Soprattutto, ha attaccanti che fanno fatica. Cassano è abulico e forse a corto di fiato, Balotelli va a fiammate, piuttosto sganciato dalla manovra, Di Natale non giocava una partita in nazionale dal Mondiale sudafricano. Le tre punte potenzialmente titolari con la Russia l'hanno vista poco. E nemmeno nei momenti migliori, all'inizio del secondo tempo ad esempio, l'Italia è riuscita a creare con logica e attraverso il gioco problemi ai russi, squadra solida, ben messa in campo ma non trascendentale. OMBREEPOLEMICHE Fin qui il discorso tecnico-tattico. I problemi azzurri in realtà sono diversi e molto più profondi. L'ha riassunti bene Buffon a fine partita: «Siamo in trincea». Il calcioscommesse sta entrando nella carne di questa squadra assai più di Calciopoli nel 2006. Allora era tutto, per così dire, esterno, c'erano una società indagata e una dirigenza smantellata. Oggi alcuni uomini di questa nazionale sono tirati in ballo direttamente, personalmente, a vario titolo. Buffon e Bonucci soprattutto, ossia il capitano e uno dei sicuri titolari della difesa, il simbolo della squadra e uno dei perni imprescindibili. “In trincea” le guerre si combattono e volte si vincono. Stavolta però sembra tutto davvero disposto su un piano inclinato. Né questa squadra può vantare appoggi “istituzionali”. Potente è lo sconcerto in seno al governo, destabilizzanti le dichiarazioni del presidente del consiglio Monti, pericolose infine quelle dello stesso Prandelli, «se servisse, potremmo anche non andare all'Europeo». Ovviamente non servirebbe a nulla, i sospetti e le accuse resterebbero, in più l'Italia perderebbe l'occasione, sul campo, di rendere concreta l'idea che il calcio di casa nostra è fatto di gente seria, che si impegna, lotta, suda e se la gioca. Non è grave intanto l'infortunio alla spalla di Buffon, «un leggero stiramento» secondo il medico della Nazionale Castellacci, il portiere ci sarà il 10 giugno a Danzica. Paradossalmente il numero 1 della Juventus è una delle poche sicurezze di questa squadra, e lo si è visto contro la Russia. Perdere con la Spagna ci starebbe, sarebbe il come eventualmente a fare la differenza. Croazia e Irlanda però, le altre due avversarie del tosto girone azzurro, non sono agnellini teneri, sono squadre solide, concrete, molto simili alla Russia come impostazione, modulo, possibilità. Quattro anni fa Donadoni arrivò all'Europeo alpino con una squadra stanca, piena di gente sazia e perse subito per infortunio in allenamento Fabio Cannavaro. L'esordio fu terrificante, un 3-0 dall'Olanda. Il turno, pur con qualche patema, lo passammo lo stesso. Ma quella squadra veniva da amichevoli ben giocate, segnava, aveva vivacità di gioco. Prandelli sembra invece aver smarrito completamente punti di riferimento, la squadra gioca come può e paga la rarefazione delle amichevoli, appena tre in sette mesi - grande, in questo senso, la responsabilità dei club -. C'è poco tempo per rimettere a posto tutti i pezzi, per dare credibilità a questa squadra, per impermeabilizzare il gruppo e renderlo competitivo su un palcoscenico estremamente complesso come quello europeo. Luogo nel quale, storicamente, abbiamo raccolto più figuracce che soddisfazioni. SPORT Anni80,Usaescommesse Discesa agli inferi di Pete Rose «SONOCONTENTO».SONOLEUNICHEDICHIARAZIONI PUBBLICHE DI VLADIMIR PETKOVIC, PRONUNCIATE VENERDÌ POMERIGGIO, PRIMA DELL'UFFICIALIZZAZIONE DEL SUO INGAGGIOBIENNALE COMENUOVOTECNICODELLA LAZIO. Quarantanove anni, il bosniaco originario di Sarajevo, ma in possesso anche della cittadinanza croata e svizzera, parla correttamente il serbo-croato, l'inglese, il tedesco, il francese e l'italiano. Vive a Locarno e proprio in Svizzera, dove è giunto da Sarajevo nel 1987 e dove si è poi stabilito definitivamente in seguito alla Guerra dei Balcani, ha costruito la sua carriera calcistica vestendo le maglie di Chur 97, Sion, Martigny, Bellinzona, Locarno e Buochs. Da tecnico invece si è seduto sulle panchine di Bellinzona (in due periodi differenti), Malcantone Agno, Lugano e Young Boys, da cui fu esonerato nel 2011 per aver perso il campionato all'ultima giornata. Poi la breve e sfortunata esperienza alla guida dei turchi del Samsunspor conclusasi lo scorso gennaio. Quindi il ritorno in Svizzera dove a maggio è stato ingaggiato dal Sion, penultimo in classifica per la penalizzazione di 36 punti inflitta dalla Uefa in seguito ad alcuni illeciti commessi dal club elvetico in Europa League. “Vlado” è riuscito comunque ad ottenere la difficile salvezza aggiudicandosi il doppio confronto dei play-out contro l'Arau. Alla Lazio ritroverà Senad Lulic, da lui allenato sia al Bellinzona che allo Young Boys e sarebbe stato proprio il centrocampista bosniaco a sponsorizzarlo al presidente Claudio Lotito assieme al ds Igli Tare. Da magazziniere alla Caritas di Giubiasco, incarico che ha ricoperto per cinque anni, all'approdo alla Lazio. Con lui a Formello sbarca anche il suo vice ai tempi dello Young Boys Arno Rossini. Curiosa la storia dell'ex allenatore del Locarno che, dismessi gli scarpini, alla panchina ha alternato trenta anni di lavoro come bidello nella Scuola cantonale di Commercio. Ma ieri è stato anche il giorno dell'annuncio di Zeman, che ha salutato i tifosi del Pescara, dopo aver riportato il delfino in A dopo 20 anni, confermando il segreto che tutta Italia conosceva già. Il boemo, infatti, è il nuovo allenatore della Roma. «Non ho fatto quello che volevo fare e ora ho la possibilità di guidare una squadra importante, con una storia importante - le parole del boemo - Non sono più un ragazzino e questa è l'ultima possibilità per me di guidare una squadra di livello e dalle ambizioni importanti». Ai dirigenti giallorossi Zeman ha chiesto un contratto annuale. Lazio,ecco Petkovic DaZeman sìallaRoma ... Mancanoigol,unadifesa reinventatae ilnervosismo delgruppo.Fraunasettinana l'esordioconlaSpagna Una Nazionale nel caos Lasconfittacon laRussia, lepolemichee idubbi COSIMOCITO Il3-0subitoaZurigospia d'allarmeperunasquadra turbatadalcasoscommesse ealla ricercadellapropria dimensione.Buffonrecupera Pete Rose (ora 61enne) in una foto d'archivio con la maglia dei Cincinnati Reds PINOSTOPPON ROMA GianluigiBuffon durante il riscaldamento primadella partita della nazionale contro laRussia divenerdì WALTER BIERI/ANSA U: domenica 3 giugno 2012 27
LICHIAMA«SCARABOCCHI»,«GHIRIGORIMENTALIDESTINATI PIÙAL CESTINO CHE AL CASSETTO». «GIOCHI DI PAROLE VISIVI TRACCIATI PER DISTRAZIONE RIFLETTENDO AD ALTRO O A NIENTE». E guai ad usare definizioni più «alte», tipo arte, pittura. Ti guarda ironico da dietro gli occhiali, con la sua bella faccia incorniciata dal bianco dei capelli, e capisci subito il tono della conversazione che seguirà. Né glorie, né medaglie (che il suo cinema ha avuto in abbondanza, del resto), ma il piacere di raccontare un «piacere», appunto, per lui «naturale come mangiare». È infatti un Ettore Scola più «inedito» quello che si racconta. Lo Scola «disegnatore» a cui la Galerie Catherine Houard di Parigi dedica «Une exposition particulière», dal prossimo 8 giugno al 28 luglio. Una raccolta eccezionale di «scarabocchi», come li chiama lui, lunga sessant'anni. Disegni a china con cui ha riempito tovaglioli, margini bianchi di libri e giornali, fogli. A cominciare da quel ritratto di Fellini, il più celebre, scelto per la locandina della mostra, che Scola realizzò nel ‘93, all'indomani della scomparsa dell'amico, proprio per illustrare un libro (Leparoledi unsognatore, a cura di Matilde Passa) pubblicato con l'Unità. «Disegno da quando avevo quattro anni - racconta - il primo ritratto che mi ricordo è quello fatto ad un amico di mio padre che mi disse: “perché mi vedi così brutto?”. Tutti risero perché in realtà era ancora più brutto». Da ragazzino riempiva oltre ai quaderni pure gli angoli bianchi dei libri. Poi da ragazzo il piacere è diventato per un po' anche una professione. «A 15 anni, nel ‘47, ho iniziato a fare vignette per il giornale satirico il Marc'Aurelio. Ed è lì che ho conosciuto tutti. Pure Fellini. Metz e Marchesi mi presero come “negro” per scrivere le battutte a Totò, Tino Scotti, Macario. E mi pagavano brevi manu». L'incontro fondamentale resta però quello col grande Saul Steinberg, anche lui collaboratore del Marc'Aurelio, prosegue, «che per me è il modello assoluto». A parte questo periodo, preludio al cinema che verrà, Ettore Scola la «grafica» - la chiama anche così - la pratica quotidianamente. Al telefono, per esempio. Disegnando mentre segue il filo della conversazione. Così che negli ultimi tempi anche Berlusconi è uscito più volte in caricatura dalla sua penna. «Spesso con la bandana, racconta, e più spesso ancora circondato da escort. Si dice così oggi, no?! al posto di “mignotte”». «Quando parlo con qualcuno prosegue - disegno sempre. Ora, poi, che non mi ricordo nulla - sorride - mi scrivo pure il nome di chi è dall'altra parte così evito di chiamarlo Antonio al posto di Vittorio...». I suoi amici hanno tutti un suo «scarabocchio» nel cassetto. Se mentre ti parla gli metti in mano una penna - occhio però deve essere a china o stilo perché detesta le biro - lui parte. Un tratto e un ricordo. Un ricordo e un tratto (e anche noi abbiamo approfittato!). Ma non sono i ritratti la sua passione. «I miei soggetti sono figurine anonime, passanti e astanti irreali. Personcine dall'esistenza abbreviata in una sola dimensione. Ometti di periferia, donnine di casa modeste, nudi o vestiti ma sempre alla ricerca di un contegno che sperano di trovare magari mettendo una mano in tasca e avendo un bicchiere nell'altra». Quasi dei «fermi immagine» sulla realtà. Colta con l'humour e quel gusto per il tragicomico che tanto hanno reso grande il suo cinema. Lo spiega così Ettore Scola raccontando del piacere di «accostare» i suoi «personaggetti» per «contrasto, figli giganti e padri nani, mariti minimi e mogli debordanti che tentano di farsi notare con una occhiatina allusiva, un passo elegante, un atteggiamento allegro che ci faccia dimenticare la loro mostruoisità». Vengono fuori così i suoi disegni. Tanti ogni giorno. Molti dei quali sono conservati a Cinecittà, grazie alla cura di Ezio Di Monte, arredatore di tanti suoi film. Qualche «scarabocchio» poi, confessa Scola, l'ha buttato giù anche durante la preparazione dei film per «chiarire a me stesso e ai miei collaboratori lo spunto iniziale di un carattere, di una scena o di un costume». Niente a che vedere con gli storyboard - i disegni delle inquadrature -, «cose da americani», dice, «che non ti lasciano libertà». Necessaria, invece, per raccontare. Come Scola ha sempre fatto con questa «umanità piccola e malinconica che, se proprio le si vuole trovare uno scopo è lì per affermare il lato buffo dell'esistente. Che poi è quello che ci aiuta a trovare il coraggio di vivere». CULTURE GABRIELLAGALLOZZI ggallozzi@unita.it Scarabocchi diumanità EttoreScolaaParigi conunamostradidisegni Fellini disegnato da Scola per un libro de «l'Unità» In basso Marcello Mastroianni Un'espozioneparticolare dellaraccoltadi schizzi che ilgranderegista fa daquandoerabambino Isuoibuffi«personaggetti» U: 24 domenica 3 giugno 2012
PERL'ENNESIMAVOLTAIERIÈTOC-CATOAITGFARCISAPERECHEBERLUSCONI SMENTIVA LA SUA «PAZZA IDEA» DI BATTERE MONETA, STAMPARE EUROCONTROL'EURO. Si sarebbe trattato, come tante altre volte, di una barzelletta, una provocazione, una metafora, una cena elegante, un tentativo di burlesque, o quanto altro si può dire di minimizzante. La novità è che stavolta non si è neppure disturbato a smentire di persona: sono state mandate in onda immagini di repertorio, di quelle in cui il cavaliere disarcionato appare circondato da guardie del corpo, mentre entra o esce dalle sue residenze gesticolando come se dovesse sempre accontentare folle plaudenti. Insomma, la solita pantomima replicata infinite volte e interrotta soltanto da quella notte di gioia e insulti in cui Berlusconi dovette dare le dimissioni. Da quel trauma non si è ancora ripreso, nonostante qualche recente sortita in cui si è presentato come salvatore del popolo della sua libertà e di La Russa e Gasparri (gli altri un pochino si vergognano). La straordinaria novità annunciata prima delle elezioni si è rivelata un flop, l'idea pazza uno scherzo; ora non gli resta che proporsi come allenatore, sempre che anche questa non sia stata una barzelletta con smentita a stretto giro di tg. Anche se, a dire la verità, le cose peggiori dette da Berlusconi non sono quelle che si è affrettato a smentire, ma quelle che non si è neppure mai curato di allontanare da sé. Infatti non ha mai rinunciato all'orrendo toupet che, al suo solo apparire, fa perdere un punto di Pil al Made in Italy. Come non ha mai smentito gli insulti ai giudici o quelli rivolti agli elettori di sinistra (tutti coglioni). E non ha mai rettificato la tremenda accusa contro i comunisti, che, pensate!, vorrebbero far prendere la laurea anche ai figli degli operai. Senza neppure comprarla in Albania. TV 06.30 Uno Mattina In Famiglia. Show. Conduce Tiberio Timperi, Miriam Leone. 09.35 A Sua immagine. Religione 09.55 Santa Messa presieduta da Sua Santità Benedetto XVI e Recita dell'Angelus in occasione del VII Incontro Mondiale con le Famiglie. Evento 12.20 Linea Verde. Informazione 13.30 TG 1. Informazione 13.31 Tg1 Focus. Informazione 14.00 Domenica In... l'Arena. Talk Show. 16.30 TG 1. Informazione 16.35 Domenica In - Così è la vita. Talk Show. 18.50 L'Eredità. Gioco a quiz 20.00 TG 1. Informazione 20.25 Rai TG Sport. Informazione 20.30 Cenerentola - Una favola in diretta. Musica 21.30 Lezioni di sogni. Film Drammatico. (2011) Regia di S. Grobler. Con Daniel Bruhl, Burghart Klaubner, Thomas Thieme. 23.30 Cenerentola - Una favola in diretta. Musica 00.15 TG 1 - Notte. Informazione 00.16 Che tempo fa. Informazione 00.40 Applausi. Rubrica 01.55 Sette note. Rubrica 07.00 Cartoon Flakes weekend. Cartoni Animati 09.00 Battle Dance 55. Show. 09.55 Matt & Manson. Cartoni Animati 10.10 Il nostro amico Charly. Serie TV 10.50 A come Avventura. Documentario 11.30 Mezzogiorno in Famiglia. Show. 13.00 Tg2 giorno. Informazione 13.30 TG 2 Motori. 13.45 Il commissario Herzog. Serie TV 14.45 Il commissario Herzog. Serie TV 15.45 Concerto per un delitto. Film Giallo. (2007) Regia di Hans Werner. Con Fritz Wepper 17.20 Due uomini e mezzo. Serie TV 18.05 Crazy Parade. Show. 19.35 Il Clown. Serie TV 20.30 TG 2. Informazione 21.05 N.C.I.S. Los Angeles. Serie TV Con Linda Hunt, LL Cool J, Chris O'Donnell. 21.50 Ringer. Serie TV Con Sarah Michelle Gellar, Kristoer Polaha 23.25 La Domenica Sportiva Estate. Informazione 00.30 TG 2. Informazione 00.50 Sorgente di vita. Religione 01.15 Six Degrees. Serie TV 07.30 Wind at my back. Serie TV 08.15 Un giorno da leoni. Film Guerra. (1961) Regia di Nanni Loy. Con Renato Salvatori 10.15 TGR - Palio di Legnano. Sport 11.15 TGR Mediterraneo. Informazione 11.40 TGR RegionEuropa. Reportage 12.00 TG3. Informazione 12.05 TG3 Persone. 12.25 TeleCamere. 12.55 Lezioni dalla crisi. Rubrica 13.25 Il Capitale di Philippe Daverio. Rubrica 14.00 Tg Regione. / TG3. 14.30 Poveri ma belli. Film Commedia. (1957) Regia di Dino Risi. Con Marisa Allasio 16.15 Occhio al testimone. Rubrica 18.05 I misteri di Murdoch. Serie TV 19.00 TG3. / TG3 Regione. 20.00 Blob. Rubrica 20.20 Pronto Elisir. Rubrica 21.00 O the Report. Rubrica 22.45 Tg3. Informazione 22.55 TG3 Regione. Informazione 23.00 L'agenda di Cosmo. Speciale terremoto Rubrica 00.00 Tg3. Informazione 00.05 Meteo 3. Informazione 00.10 TeleCamere. Informazione 01.00 Fuori Orario. Cose (mai) viste. 07.30 Superpartes. Informazione 08.00 Zorro. Serie TV 08.30 Ti racconto un libro. Rubrica 08.50 Slow tour. Show. 09.25 Magnifica Italia. Documentario 10.00 S. Messa. Religione 11.00 Pianeta mare. Reportage 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Melaverde. Rubrica 13.20 Pianeta mare. Reportage 14.00 Donnavventura. Rubrica 15.10 Il gigante. Film Drammatico. (1956) Regia di George Stevens. Con Rock Hudson 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Colombo. Serie TV Con Peter Falk 21.30 Debito di sangue. Film Thriller. (2002) Regia di Clint Eastwood. Con Clint Eastwood, Wanda De Jesus, Je Daniels. 23.50 Boogie nights. Film Commedia. (1997) Regia di Paul Thomas Anderson. Con Burt Reynolds, Mark Wahlberg 02.43 Concerto per amore. Show 03.50 Don Luca c'è. Sitcom 04.15 Don Luca c'è. Sitcom 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.51 Le frontiere dello spirito. Rubrica 10.00 Ciak junior. Show. 10.31 Sua maestà viene da Las Vegas. Film Commedia. (1991) Regia di David S. Ward. Con John Goodman, Peter O'Toole, John Hurt. 13.00 Tg5. Informazione 13.40 L'onore e il rispetto - Parte seconda. Serie TV 16.01 Lilly Schonauer - Come una favola. Film Tv Drammatico. (2008) Regia di H. Barthel. Con Muriel Baumeister, Bernhard Schir, Krista Stadler. 18.00 I delitti del cuoco. Serie TV 20.00 Tg5. Informazione 20.40 Striscia la notizia - La voce della contingenza. Show 21.20 Caterina e le sue figlie 3. Serie TV Con Virna Lisi, Alessandra Martines, Valeria Milillo. 23.31 Le fate ignoranti. Film Drammatico. (2001) Regia di Ferzan Ozpetek. Con Margherita Buy, Stefano Accorsi. 01.30 Tg5 - Notte. Informazione 02.00 Striscia la notizia - La voce della contingenza. Show 02.40 A.A.A. Achille. Film Commedia. (2001) Regia di G. Albanese. 07.40 Cartoni animati 10.45 Campionato Mondiale Motociclismo - Gara G.P. Catalunya Moto3. Sport 12.00 Studio aperto. Informazione 12.15 Campionato Mondiale Motociclismo - Gara G.P. Catalunya Moto2. Sport 14.00 Campionato Mondiale Motociclismo - Gara G.P. Catalunya MotoGP. Sport 15.00 Fuori Giri. Rubrica 16.00 Jimmy Grimble. Film Commedia. (2000) Regia di John Hay. Con Robert Carlyle, Ray Winstone, Lewis McKenzie. 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Bau boys. Rubrica 19.35 Spia per caso. Film Azione. (2001) Regia di Teddy Chan. Con Jackie Chan, Eric Tsang 21.30 Archimede - La scienza secondo Italia 1. Show. Conduce Niccolò Torielli. 00.30 Confessione reporter. Informazione 01.50 Poker1mania. Sport 02.40 Media shopping. Shopping Tv 03.10 The game of their life. Film Drammatico. (2005) Regia di David Anspaugh. Con Gerard Butler, Wes Bentley, Jay Rodan 04.45 Media Shopping. Shopping Tv 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 10.00 Ti ci porto io. Rubrica 11.45 Piccola posta. Film Commedia. (1955) Con Alberto Sordi, Franca Valeri 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Movie Flash. Rubrica 14.10 Due figli di... Film Commedia. (1988) Regia di Frank Oz. Con Steve Martin, Michael Caine, Glenne Headly. 16.20 The District. Serie TV 18.00 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Quello che (non) ho - Il meglio di. Show. Conduce Roberto Saviano e Fabio Fazio. 21.30 Missione Natura Album. Rubrica 23.45 Tg La7. Informazione 23.50 Tg La7 Sport. Informazione 23.55 Tangos - L'Exil de Gardel. Film Musica. (1985) Regia di Fernando Ezequiel Solanas. Con Marie Laforet, Phillippe Léotard. 02.15 Movie Flash. Rubrica 02.20 Bookstore (R). Rubrica 21.00 Sky Cine News - Vaporidis e Chiatti. Rubrica 21.10 Ancora tu!. Film Commedia. (2010) Regia di A. Fickman. Con K. Bell S. Weaver. 23.00 L'ultimo dei templari. Film Azione. (2011) Regia di D. Sena. Con N. Cage R. Perlman. 00.45 Beastly. Film Fantasia. (2011) Regia di D. Barnz. SKY CINEMA 1HD 21.00 Neverland - La vera storia di Peter Pan. 1 parte Film Fantasia. (2011) Regia di N. Willing. Con R. Ifans C. Rowe. 22.30 Neverland - La vera storia di Peter Pan. 2 parte Film Fantasia. (2011) Regia di N. Willing. Con R. Ifans C. Rowe. 00.00 Una moglie per papà. Film Commedia. (1994) 21.00 Bond of Silence. Film Drammatico. (2010) Regia di P. Werner. Con K. Raver G. Grunberg. 22.35 Amore senza confini - Beyond Borders. Film Drammatico. (2003) Regia di M. Campbell. Con A. Jolie C. Owen. 00.45 Lost in Love. Film Commedia. (2005) Regia di U. Prasad. Con M. Modine 18.45 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 19.35 Young Justice. Serie TV 20.00 Takeshi's Castle. Show. 20.25 Lo straordinario mondo di Gumball. Cartoni Animati 20.50 Adventure Time. Cartoni Animati 21.15 The Regular Show. Cartoni Animati 21.40 Mucca e Pollo. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Americaan Chopper. Documentario 20.00 Top Gear USA. Documentario 21.00 La febbre dell'oro: Mare di Bering. Documentario 22.00 La febbre dell'oro. Documentario 23.00 Come è fatto. 23.30 Come è fatto. Documentario 18.55 Deejay TG. Informazione 19.00 The Middleman. Serie TV 20.00 Lincoln Heights. Serie TV 21.00 Lorem Ipsum - Best Of. Attualita' 21.30 DJ Stories - Labels. Reportage 22.30 Deejay chiama Italia - Remix. Rubrica 00.30 Deejay Night. Musica DEEJAY TV 20.20 Ragazzi in gabbia. Docu Reality 21.10 Il Testimone. Reportage 22.00 Il Testimone. Reportage 22.50 South Park. Serie TV 23.15 South Park. Serie TV 23.40 Speciale MTV News: Story Of The Week. Informazione 00.30 I Soliti Idioti. Serie TV MTV RAI 1 21.30: Lezioni di sogni Film con D. Bruhl. 1874. Un insegnante di inglese per coinvolgere gli studenti usa il football. 21. 05: N.C.I.S. Los Angeles Serie TV con LL Cool J. La squadra di G. Cullen deve salvare l'agente Vail, rapito da mesi. 21.00: O the Report Rubrica con M. Gabanelli. Nell'ultima puntata: la setta Damanhur, neuropsichiatria infantile, autostrada A12... 21.30: Debito di sangue Film con C. Eastwood. Un agente si trova a investigare sulla morte di una donatrice d'organi. 21.30: Caterina e le sue figlie 3 Serie TV con V. Lisi. Malimberti è alle strette e tenta di boicottare l'azienda. 21.30: Archimede - La scienza secondo Italia 1 Show con N. Torielli. Continua la scienza a portata di tutti. 21.30: Missione Natura Album Rubrica con V. Venuto. Alla scoperta di habitat poco conosciuti e animali curiosi. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY L'immancabile smentita arriva astretto giro di telegiornale FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO U: domenica 3 giugno 2012 25
Le età Elisabettiane della regina Pop PalandriP.21 Lasfidadel lavoronell'Emiliacheresiste Camusso,Bonanni eAngeletti tra lepopolazionicolpitedal terremoto. Il caso Gambro,aziendasvedese chedecidedi nondelocalizzare:noi restiamo.Nelle tende la «cittadinanzadi fatto»degli immigrati P.6-9 LAPOLITICA Massimo Zedda: Liste civiche? Io non ci sarò credo nei partiti U: L'EDITORIALE CLAUDIOSARDO IL COMMENTO LUCALANDÒ Staino Scola:ecco perchéamo disegnare GallozziP.24 L'ANALISI RINALDOGIANOLA LAVISITA Papa Ratzinger a San Siro: la famiglia solo nel matrimonio LAPROTESTA Acqua pubblica In migliaia tornano a manifestare 2 giugno, Maroni e Di Pietro insulti al Colle Benedetto XVI parla di aborto, eutanasia e laicità dello Stato MONTEFORTE P.15 Euro, un weekend di paura Crescono i timori per la Spagna. Soros dice: la crisi può arrivare a Berlino In Italia perduti 73 miliardi di investimenti esteri L'Europa mette a rischio Obama AP.4-5 LaSpoonriver delledonne uccise dai clan FusaniP. 19 Credo si debba rivolgere un ringraziamento a quanti hanno offerto alle nostre imprese opportunità per de localizzare gli impianti colpiti dal sisma, ma noi riteniamo che le imprese debbano rimanere il più vicino possibile alle loro originali localizzazioni. Il nostro sistema produttivo è un meccano robusto ma delicatissimo, che non può essere semplicemente smontato e ricomposto. SEGUEA P.7 Ricostruzione, prima l'impresa IL COMMENTO PATRIZIOBIANCHI La drammaticità della crisi sta esasperando i paradossi italiani. Il terremoto dell'Emilia rischia di spezzare il Paese in due, di colpire al cuore una delle comunità più laboriose e solidali, e il nostro dibattito pubblico cosa ci offre? Una furiosa polemica sulla parata del 2 giugno. SEGUE AP.17 Il necessario rinnovamento Tacciono le fanfare, rombano i tiggì. Così mentre la parata del 2 giugno accoglie la sobria richiesta di Napolitano (niente ottoni, niente Frecce, niente carri armati) qualcuno sgomita per salire sul gradino più alto della foto di gruppo. SEGUEA P.3 Il sindaco Ecce Bombo Io vengo dalla scuola di Chicago e sono un sostenitore della responsabilità fiscale ma a questo punto è chiaro che la ripresa non può venire con i tagli. La crescita va messa prima dell'austerità GaryBecker,premio NobelEconomia AP.16 Traditori e traditi DEGIOVANNANGELIAP.14 Il caso: Pizzarotti si piega al diktat di Grillo a Parma ZEGARELLI,CARUGATIP.11-12 RIGHI AP.13 Napolitano: strumentalizzazioni sul terremoto L'ex ministro leghista: soldi buttati nel cesso Il leader Idv: il Capo dello Stato offende gli italiani CIARNELLI, RUBENNI AP.2-3 EGITTO Ergastolo a Mubarak Malore dopo la sentenza Bastano tre ore di riunione per interrompere un incarico durato undici anni. Giovanni Perissinotto non è più amministratore delegato di Generali ma resta nel consiglio. La sfiducia è stata approvata con undici voti a favore e cinque contrari. Polemico Della Valle che si dimette dal cda del Leone: «Sfiducia sbagliata nella forma e nella sostanza». Al posto di Perissinotto arriverà Mario Greco che lascia il colosso svizzero Zurich. VENTIMIGLIAAP.16 La battaglia delle Generali sfiduciato Perissinotto Lo Stato è fatto anche di simboli Ma celebriamo in altro modo LOTTI A P.3 CILIBERTO AP.2 1,20 Anno 89 n. 152Domenica 3 Giugno 2012
MENTRE FRANCIA E ITALIA SNOCCIOLANO REPUBBLICHEUNADIETRO L'ALTRA (PER LA FRANCIA PARLIAMO DI POCO PIÙ DI DUE SECOLI DALLA PRIMA, MENTRE PER L'ITALIA DI NEMMENO 70 ANNI), l'Inghilterra ha goduto di una continuità istituzionale straordinaria. Fatta eccezione per il Commonwealth di Cromwell, è dal 1066 che vive sotto una monarchia in cui si sono succedute solo quattro dinastie (i normanni, i Tudor, i giacobiti e gli attuali Windsor) legate tra loro ovviamente da legami dinastici anche se espressione di epoche diverse. Non che la storia non si sia svolta anche in Gran Bretagna, ma la dinamica politica ha quasi sempre avuto luogo su un piano che investiva solo parte della società (solo le guerre la investono tutta), ed essendo conflitto tra partiti è sempre restata distinta da un legame identitario più profondo, interpretato appunto dai sovrani. GLIANNI60E 70 Questo doppio piano è indicato con grande eloquenza dal ciclo dei plantageneti di Shakespeare che è il più grande dono all'umanità della prima epoca elisabettiana, mentre probabilmente il più grande dono della seconda epoca elisabettiana, che come la prima epoca è stata fondamentalmente illuminata, aperta, innovatrice, sono stati i due decenni degli anni 60 e 70, con i Beatles e R.D. Laing e la nuova cultura che si è imperniata sui movimenti e la cultura giovanile di quegli anni, diffondendosi in tutto il mondo e attraversando ideologie e generazioni tanto che ne è ancora oggi il simbolo. ILCONFRONTO In occasione del giubileo della regina Elisabetta II è difficile resistere il paragone con il regno della prima. Anche la prima Elisabetta prese il potere in un momento difficile per la Gran Bretagna che dopo lo scisma faticava a costruire una propria fisionomia. Nel film Elizabeth di qualche anno fa interpretato da Cate Blanchett la verosimiglianza storica lasciava un po' a desiderare, ma il discorso di Elisabetta I di fronte al tentativo di invasione spagnola riassumeva bene lo spirito della sua eredità. Così Elisabetta II è salita al trono in un epoca che, nonostante la vittoria nella Seconda guerra mondiale, era molto difficile: perse rapidamente quasi tutte le colonie e i protettorati, la statura internazionale del Regno Unito pareva condannata ad essere profondamente ridimensionata nell'epoca della guerra fredda. A questo si è aggiunta la profonda conflittualità sociale a cui hanno fatto fronte dapprima i laburisti, con illuminate riforme soprattutto nell'assistenza sanitaria e nel sistema scolastico, quindi Margaret Thatcher, che si è invece ispirata al capitalismo americano di Reagan provocando profondissime ferite al sistema di assistenza sociale. La prima Elisabetta era una donna molto colta, che scriveva in italiano e aveva un'influenza nelle faccende di stato molto più diretta della seconda. Basti pensare alla decapitazione di Maria Stuarda o al lunghissimo lavoro diplomatico e militare nel duello con l'allora potentissima Spagna. L'attuale regina Eisabetta non è celebre per aver protetto le arti, la sua grande passione sono piuttosto i cavalli, i cani e gli altri passatempi dell'aristocrazia di campagna. Ma forse in questo suo aspetto un po' fuori dalla moda ha avuto qualcosa di grazioso, gentile, che ha permesso alla società, attraversata da conflitti spesso molto profondi e violenti, di non sentirsi mai alienata da lei. A mettere alla prova la coesione britannica sono state dapprima il «winter of discontent» (l'inverno dello scontento», con scioperi diffusissimi, poi la ferocia per alcuni aspetti vendicativa della Thatcher, che proprio interpretando le aspirazioni di un nuovo ceto sociale, in fondo arricchitosi e emancipatosi da una condizione minoritaria proprio nel decennio precedente, aveva ridisegnato nuovi sanguinosi confini sociali. Quindi con il Blairismo di cui forse il simbolo fu Lady Diana, con il suo tentativo di flirtare con la cultura Pop che era ormai diventata il simbolo della cultura pop della Cool Britannia. Di fronte a tutto questo la Regina è sempre stata in qualche modo distante, come una vecchia zia che abita in campagna e riceve notizie dai nipoti. POTERESOVRAPOLITICO Molti di fronte a questa distanza dalla vita concreta si irritano: come può il capo di uno stato apparire così distante dai problemi pressanti dei suoi sudditi? Resta un problema assai complicato, esaminato con molto acume in passato da grandi pensatori come Galileo e Erasmo. In fondo i governi, che sono sempre ovviamente anche in Inghilterra, espressione degli equilibri tra le classi, le regioni, i poteri internazionali, tendono per loro natura a travolgere nel proprio corso tutta la società. Sono per questo spesso i principi e i sovrani a garantire la libertà dalle fazioni politiche. A proteggere artisti e polemisti, ma in fondo tutti i cittadini, non legati a nessun carrozzone. Di questo potere sovrapolitico a volte in Italia si sente francamente la mancanza, nonostante il Presidente della Repubblica ne dovrebbe, proprio per il suo ruolo non esecutivo, in qualche modo fare le veci. Ma dovrebbe davvero amare cani e cavalli, o la letteratura e il teatro, perché appena si occupa della cosa pubblica fatica ovviamente a districarsi tra le pressioni che si oppongono nella società. Sono proprio gli anni 70 a mostrarne fino in fondo la differenza: in Inghilterra, la separazione tra la generazione che aveva fatto la guerra e quella successiva fu sancita dai Beatles, dagli hippy, ed è diventata parte, con valori libertari, di tutta la società inglese di oggi ed è inimmaginabile che persino Cameron non riconosca in quelle canzoni e quelle aperture l'eredità dell'epoca. In Italia la stessa epoca, emersa con gli indiani metropolitani, fatta della stessa musica, lo stesso femminismo e la stessa antipsichiatria, è stata infinitamente manipolata ed invece di divenire memoria condivisa, storia, ha costretto tutti a una damnatiomemoriaesenza fine, con il risultato che né scrittori né musicisti né registi sono stati capaci di respirare tutta l'epoca, ma sono al contrario sempre nati ieri, anzi domani. Chissà se sarebbe bastata una vecchia zia che ama cani e cavalli a farci sentire figli dello stesso tempo, certo quel senso di storia condivisa ancora non c'è stato. E quindi buon giubileo Regina Elisabetta, anche dai repubblicani italiani che guardano con ammirazione a come tutto è rimasto coerente ed insieme nella tua epoca tutto sommato felice per la Gran Bretagna. Si sonoaperti ierinel RegnoUnito i quattro giornidi festeggiamenti in onore delGiubileo della regina, cioè i 60anni sul tronodi Elisabetta II. I Lamonarca86enne si è poi recata con il marito, il principe Filippo, all'EpsomDerby, famosacorsa di cavalli algaloppo.Ad accoglierlac'era una folladi 130milapersone.La popolaritàdella regina nonè mai statacosì alta. Unaverae propria star,amatissima dai suoi sudditi. Tantoche ilBigBen, la famosa torre dell'orologiodel parlamentobritannico potrebbeessere ribattezzata«Elizabeth tower».DavidCameronè tra 331 parlamentari chehannofirmato questaproposta. CHITARRE ECARROZZE SOCIETÀ Il concertonepop conEltonJohneMacca aBuckinghamPalace GODSAVE THE QUEEN Lunedì i festeggiamenti proseguiranno conun concertopopdavanti a BuckinghamPalace in cui siesibiranno ancheElton Johne Paul McCartney.Martedì, infine, lecelebrazionidi concluderannonella cattedraledi St.Paule con unaprocessione incarrozza : la regina si affacceràdal balconedelpalazzoreale configli, nipotiepronipoti. Lamonarcasalì sul trononel 1952allamorte delpadre, reGiorgio VI.Londra, per l'occasioneè stata vestitadamigliaia e migliaiadi Union Jack.Migliaia anche i souvenir con l'effigedella sovranamentre lecommesse deipiù importantinegozi servono i clienti con le coroncine in testa. I60annidi regnodell'attuale reginatraparagoniebilanci Anchelei salitaal trono inunafasedifficile per laGranBretagna nehasaputogarantire l'identitànazionale Lasua distanza daisudditi assomiglia aquella diunavecchia ziachevive incampagna Quattrogiornidi feste per lasovranaal top: è lapiùamatadagli inglesi Ledueepoche Elisabettiane Laprimas'identifica inShakespeare lasecondanellecanzonideiBeatles ENRICOPALANDRI SCRITTORE U: domenica 3 giugno 2012 21
Il segretario del Pd nelle zone colpite dal sisma: «Non deve ripetersi ciò che è successo a L'Aquila» «L'ho detto più volte a Monti: “o si arriva a uno slargo europeo o dobbiamo porre un problema italiano». Pier Luigi Bersani parla dai luoghi del terremoto dove ha trascorso la festa della Repubblica insieme a Dario Franceschini, il segretario regionale Stefano Bonaccini e il presidente della Regione Vasco Errani. Un viaggio tra le macerie, le fabbriche ferme, gli sfollati, i volontari che lavorano per cercare di rimettere in piedi una regione dove la terra continua a tremare giorno e notte. Il segretario ha incontrato gli amministratori locali e i dirigenti Pd prima nel ferrarese, a Poggio Renatico, e poi nel modenese, a Camposanto, per fare il punto della situazione: cosa può fare il partito, attraverso le sue strutture e la sua organizzazione per coordinare i volontari, raccogliere i fondi, mettere a disposizione le proprie sedi e cosa può fare il partito nazionale, a Roma, in Parlamento e con il governo «per dare un proprio contributo al decreto che il premier ha varato». ILTERREMOTOE LACRISI Un terremoto che è arrivato in quella regione dove le imprese stavano reggendo meglio che altrove alla morsa della crisi e che ora è come sospesa malgrado la voglia di ripartire e ripartire subito. Una crisi nella crisi, di una regione, di un Paese e dell'Europa. «C'è troppa recessione - dice Bersani - dobbiamo avere dei margini per fronteggiarla». E il tempo che resta per agire non è molto, secondo il segretario Pd. «Nei prossimi 15-20 giorni o un mese devono venire fuori a livello europeo due o tre cose: evitare l'uscita dall'euro della Grecia; evitare il contagio delle banche spagnole; allestire quel che chiediamo da tempo, e pare se ne stiano accorgendo anche altri, cioè un fondo di garanzia comune europeo per una quota del debito». Una misura, quest'ultima, ritenuta fondamentale per far abbassare i tassi e quindi caricare meno sulla finanza pubblica, cioè su welfare e lavoro. Al Nazareno guardano con grande allarme i dati sulla disoccupazione e il crescente disagio sociale che ormai investe una fetta sempre maggiore della società. E se il Pd ha appoggiato le misure del governo per il rigore e il risanamento, chiedendo che fossero affiancate da quelle per la crescita, adesso inizia a sentire il peso di questo sostegno se non si avvia in maniera concreta la fase due dell'azione dell'esecutivo tecnico. Lo esplicita senza giri di parole Matteo Orfini in un intervista al Manifesto: «Il cambio di passo che Monti chiede nella Ue vogliamo vederlo anche in Italia. C'è bisogno di politiche per i ceti più deboli del Paese. E se non dovessero arrivare, il Pd si dovrebbe porre il problema della prosecuzione del governo Monti». Non si spingono a tanto i più convinti supporter del premier, come Enrico Letta, ma è chiaro che tra i dirigenti democratici si inizia ad avvertire una certa fatica a difendere il governo da una parte e a dare risposte al loro bacino elettorale dall'altro. Perché se è vero che gli elettori Pd sembrano aver capito la necessità delle misure di rigore adottate dall'esecutivo è pur vero che ora non vedono in prospettiva i risultati degli enormi sacrifici a cui sono stati chiamati i contribuenti. E l'immagine che il segretario Pd rimanda dai luoghi del sisma potrebbe sovrapporsi a quella della crisi: «L'estensione del cratere è enorme». Enorme il cratere e «la popolazione investita numerosissima, però abbiamo in campo degli amministratori e, lasciatemi dire, anche un partito che in queste zone è riuscito a essere in campo fin dal primo momento». «Io credo che qui si stia facendo di tutto e di più. Sono stato - aggiunge - in un capannone del Pd allestito per una festa: ora sta ospitando un matrimonio, ieri ha ospitato una cresima e, insomma, è diventato il luogo della comunità». Se «i provvedimenti del governo danno il segno di una volontà di intervenire», Bersani sottolinea che in Emilia non dovrà ripetersi quanto avvenuto in Abruzzo: «Vogliamo collegare il tema dell'emergenza e quello della ricostruzione, a differenza di quello che è successo a L'Aquila. Siamo impegnati a trovare le normative per far ripartire al più presto le attività produttive e anche a mettere in moto un meccanismo di ripristino delle abitazioni che sia efficiente». Bersani: ricostruzione assieme all'emergenza M.ZE. ROMA Il segretario del Pd è tornato ieri nelle zone devastate dal sisma Comincia bene, per il leader in pectore Roberto Maroni, il delicatissimo week-end dei congressi regionali della Lega. Ieri i lombardi hanno eletto segretario a larga maggioranza il suo pupillo Matteo Salvini (403 voti contro i 129 andati al senatore bossiani Cesarino Monti). Se oggi dovesse passare senza troppi problemi anche Flavio Tosi alla guida della Liga veneta, per “Bobo” la strada si metterebbe davvero in discesa. Ieri a Bergamo Salvini ha vinto in un clima burrascoso, con Bossi che è intervenuto a ricordare che «non vado in pensione» e che «Maroni è una mia creatura». Ad infiammare gli animi, e a dividere la platea dei delegati, ci ha pensato il candidato sconfitto Monti, che ha denunciato un «boicottaggio» ai danni della sua candidatura, ha strapazzato Salvini per le sue frequenti comparsate tv e anche Maroni: «La Lega non è più una famiglia, è inutile che ci illudiamo. Noi avevamo un fazzoletto verde per distinguerci: e poi ho visto qualcuno che ha cominciato a mettere un braccialetto bianco e occhiali rossi. Ma che cosa è questa roba qua?». Maroni ha avvertito: «O la Lega è unita oppure è finita, io sono a disposizione a questa condizione, ma chiedo a tutti di fare un passo avanti e mettere da parte divisioni e rancori personali. Il nemico è fuori, ci ha colpiti il terremoto ma ora basta piangerci addosso». La tensione più alta è a Padova, dove oggi si chiuderà il congresso veneto. Contro Tosi i bossiani hanno schierato un parlamentare molto popolare tra le camicie verdi, l'ex sindaco di Cittadella Massimo Bitonci. Sulla carta il sindaco di Verona può contare su 236 delegati su 416, mentre il rivale solo 120 oltre a una sessantina di incerti. Ma Bitonci non si dà per vinto. E ad arroventare il clima ci pensa anche il consigliere regionale Santino Bozza, un bossiano ultrà, che minaccia scissioni in caso di vittoria di Tosi. «Con Bossi è finita un'era, non accetteremo più ordini da Milano!». Il governatore Luca Zaia si tiene abilmente fuori dalla rissa: «Ci sono delle spaccature, è inutile dire il contrario. È lapalissiano che se non c'è unità il partito finisce. Fatti i congressi varrebbe la pena che tutti facessero un passo indietro per pensare ai problemi della gente». E avverte Maroni: «Il nuovo segretario dovrà rimettere insieme tutti i pezzi. Siamo terremotati, ma a differenza degli emiliani, noi il terremoto ce lo siamo andati a cercare...». ILCASO . . . Allarme per il disagio sociale: «C'è troppa recessione servono più margini per fronteggiarla» Maroni vince in Lombardia ma è tensione su Tosi ANDREACARUGATI acarugati@unita.it Morando, Tonini, Ranieri: sì semipresidenzialismo IlPddovrebbe«raccogliere lasfida del semipresidenzialismo accettando uncostruttivoconfrontoparlamentare epredisponendosi amettere incampo unagrande iniziativapolitica»che prevedauna riforma costituzionale in sensopresidenziale, leggeelettoralea doppio turno, piùaltre riforme«di contorno»tra cuiuna normativa sul conflittodi interessi. Laproposta arrivadaiDemocratici Giorgio Tonini, EnricoMorando eUmberto Ranieri chesulpuntoscrivono una letteraa «Il Foglio».E l'aperturaalconfrontosul temadelpresidenzialismopiace al Pdl che,attraverso il coordinatoreSandro Bondi, speradi poter utilizzare il tempoche restadella legislatura «per vararequelle riformeche solepossono consentireun rinnovamento della politica,un rafforzamentodella democraziaeun efficiente poteredi governo». I tempinecessari per una riformacosì radicalesarebberoassai lunghi.Ma i treesponentipdchiedono al loro partitodi «non limitarsi aopporre obiezionidi metodo odi calendario», madientrare nelmerito e«raccogliere lasfida»di Berlusconie Alfano, per rispondere«a tutti i grillismi e atutte le antipolitiche» L'ITALIAELACRISI 10 domenica 3 giugno 2012
L'INTERVISTA Un viaggio discreto nei luoghi della distruzione. Nell'Emilia orgogliosa che vuole ripartire, ma in sicurezza. Cgil, Cisl e Uil dovevano essere a Roma a manifestare contro il governo. Hanno invece deciso di festeggiare la Repubblica venendo qua dove i lavoratori sono finiti sotto i capannoni e il lavoro rischia di scappare lontano. Hanno pranzato con gli sfollati e i volontari, hanno ascoltato e incitato i lavoratori e i sindacalisti locali, improvvisato comizi con il megafono di fianco ai camper e alle tende. Se il terremoto è stato quel «brutto lavoro che è stato», qui si vuole tornare al «buon lavoro che si è sempre fatto». L'orgoglio e il carattere delle genti di queste parti ha già fatto reagire l'intera popolazione: «Siamo tutti mobilitati». L'Emilia produttiva non è già più ginocchio. Si sta rialzando da sola. Ma farla ripartire «al più presto, ma solo in sicurezza» è l'imperativo. Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti partono da Bologna su un pullmino. Con le delegazioni ridotte all'osso scelgono di muoversi senza lampeggianti e con le scorte ridotte al minimo con la richiesta ai giornalisti di evitare di seguirli in tutti gli spostamenti. Arrivano a Marzaglia, il campo base della Protezione civile. Incontrano Franco Gabrielli e il governatore Vasco Errani e con loro fissano quel «patto sociale fra imprese e sindacati» che chiede subito «al governo di far partire gli ammortizzatori sociali» e di conciliare «rapidità e legalità», come sottolinea Camusso. Da ex muratore Raffaele Bonanni spinge sul tasto «della necessità di una cooperazione fortissima per trovare accordi per garantire che il lavoro rimanga qui» e «perché la ricostruzione venga fatta nella legalità dalle aziende migliori». Luigi Angeletti invece sottolinea «la funzione essenziale del Commissario Errani che deve garantire i criteri di sicurezza nel far riaprire nel modo più veloce possibile». È una lotta contro il tempo, perché il rischio è quello di vedersi portare via il lavoro e non rivederlo più. «Il messaggio è che si può continuare a lavorare qui, non c'è da de localizzare, si può riaprire in tempi ragionevoli», ripete Susanna Camusso. Per farlo Errani ricorda che «c'è già un fondo di rotazione a tasso zero per tutte le imprese per interventi immediati per riavviare o ricostruire gli impianti - spiega un accordo che sarà operativo nei prossimi giorni e che avverrà prima del riconoscimento dei danni, da fare in un secondo momento». Mentre per il settore bio-medicale, l'80% del quale è nel distretto di Mirandola, promette che «entro dieci giorni lo Stato pagherà tutte le fatture arretrate». Poi il pranzo al campo Friuli Venezia Giulia di Mirandola di fianco alla piscina. Qui il Cicerone è Alberto Morselli, segretario generale Filctem Cgil, ma soprattutto ex sindaco e «sfollato a Nonantola» che racconta fiero come la sua città «sta reagendo». Si vedono gru gigantesche già al lavoro sui capannoni industriali e qualcuno che ha già intonacato le crepe della casa o del negozio. Poi si passa nell'alto ferrarese, in quella Cento che indenne alla prima scossa è stata colpita duramente dalla seconda e ora ha 1.400 sfollati. Nell'arrivarci si passa davanti alla Wm, grande azienda metalmeccanica in cui, anche nel giorno di festa, si stanno facendo controlli per capire se e quando potrà ripartire l'attività produttiva. L'ultima tappa è a Crevalcore, comune della bassa bolognese più colpito della provincia dove il centro storico è tutta zona rossa e dove 3mila persone dormono fuori casa. Qua c'è la Magneti Marelli, la fabbrica Fiat che di punto in bianco, senza nessun preavviso e senza avvertire nessuno qualche giorno fa aveva deciso di caricare i macchinari e di portarli nell'altra sede di Bari. L'allarme lanciato via Facebook dalla Fiom ha bloccato il piano con il presidio degli operai a non far uscire i camion già caricati. E qui è successo un altro miracolo sindacale. Quando la proprietà ha convocato solo Fim Cisl e Uilm per discutere il da farsi, i sindacati che hanno sempre firmato tutto con Marchionne, hanno chiesto che questa volta la Fiom-Cgil non fosse esclusa. E così tutti i sindacati hanno bloccato unitariamente la fuga del lavoro e trovato un accordo verbale per mantenere la produzione a Crevalcore. «La paura l'abbiamo ancora - spiega Francesco Di Napoli, delegato Fiom - perché l'azienda continua a dire che se non riusciremo a soddisfare la commessa di pezzi di motore per la Fiat di Termoli, il trenta per cento della produzione sarà comunque spostata a Bari. Ma è un pretesto». Se ne riparlerà martedì, quando sindacati e imprese di Bologna si siederanno al tavolo per mettere a punto gli accordi del caso. Una conferma ulteriore: il modello emiliano è già ripartito. Larispostaal rischiodelocalizzazione sichiamari-locazione concordata. Si trattadiun accordofra impresee sindacatiperspostare la produzione in stabilimentivicini, dietro l'impegno scrittoche,appenapossibile, si tornerànelle fabbricheoriginarie. Il primoesempio, si spera diuna lunga serie,dovrebbeesserealla Titan, aziendache produceruote tendi-cingoloper la movimentazione terrae fra i suoiclienti ha il colosso Caterpillar. InEmiliaci sonodue stabilimenti,uno aFinaleEmila, nel modenese,gravemente lesionato,e unoa Crespellano,nel bolognese, perfettamente intatto. In entrambivi lavorano300 dipendentiche fanno produzioni simili ocompatibili. L'idea, appoggiatadai sindacati, è di spostare laproduzione e i lavoratoridi Finalea Crespellano.Per farlo i sindacati sono disponibili aprodurre anche il sabato e ladomenica.«Sarebbe una soluzione logica– spiega il segretarioCgil di BolognaDaniloGruppi -. Inquesto modotutti tornerebbero a lavoraree nonavrebberobisogno di ammortizzatori,mentre l'aziendanon perderebbecommesse.Naturalmente appenasaràpossibili riportare la produzionea Finale, questosarà fatto e l'accordo deve prevederlo».«L'idea diun accordodi programmache discuteremocon la Regionee Confindustria regionale– gli faeco il segretario regionaleCgil Vincenzo Colla–prevede queste pratiche assiemeallapartedelle procedure per il rispettodella legalitàe degli appalti per la ricostruzione». In Italia un terremoto del 5-6˚ grado sulla scala Richter fa una catastrofe quando in Giappone non muore nessuno, neanche d'infarto. Sarà per questo che dopo l'edilizia così poco antisismica i primi a essere messi sott'accusa sono gli esperti di terremoti, dai blog e voci più o meno autorevoli, che accusano l'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia di aver sottostimato il rischio. «A volte mi sembra la storia della Luna e del dito», dice Carlo Meletti sismologo dell'Ingv. Avetesottostimatoipericolidellefaglie sotto lapianurapadana? «No, le faglie della pianura padana sono state considerate nelle nostre stime, essendo note da tempo. Certo, le nostre mappe di pericolosità sismica sono aggiornabili, però in primo luogo devono essere recepite». Invecerestano neicassetti? «Era successo in passato. La mappa attuale è un documento ufficiale dello Stato. Ma è anche vero che tra il 2003 e il 2009 una lunga fase di transizione si è sovrapposta ad un intreccio di legislazioni regionali e nazionali in cui è difficile districarsi. Di fronte ad aggiornamenti della normativa tecnica ci sono sempre fasi transitorie per consentire ai tecnici di aggiornarsi mentre le Regioni hanno la competenza di aggiornare le zone sismiche a cui era vincolata la progettazione; dal 2009 invece i parametri sismici per la progettazione derivano dalla nostra mappa, possono cambiare punto per punto a seconda di un dettaglio che può variare anche all'interno del territorio di un singolo comune. Le Regioni possono introdurre la microzonazione, si chiama così lo studio dettagliato del territorio per individuare le zone che in caso di terremoto diventano ancora più pericolose». E lo fanno? «Non c'è un obbligo a livello nazionale anche se abbiamo delle linee di indirizzo. Un obbligo potrebbe essere introdotto nella normativa regionale, che cambia da Regione a Regione». Alloraècolpa del troppofederalismo? «Deriva dal decreto Bassanini del '98 che demandava alle Regioni queste competenze fino ad allora statali. Così non c'è un'unica legge antisismica nazionale come altrove, bensì un ventaglio di normative. Poi ci sono state diverse politiche di prevenzione a livello regionale. Se tutto ciò sia giusto o no, è una problema politico, è ciò che è successo. Certo, i presidenti di Regione essendo più vicini al territorio hanno interesse a tutelare i loro concittadini. Oltre ai tagli ci sono sensibilità maggiori o minori sulla prevenzione». Comedireche nelSudcen'è dimeno? «Non è questione di Sud e Nord. La Sicilia nel 2003 è stata la prima Regione italiana a darsi regole più dure per ospedali, caserme e altri edifici considerati strategici. C'era, ricordo, un dirigente della Protezione civile molto attento e competente. Nel Lazio, sempre nel 2009, si è scelto alzare il livello di sicurezza prendendo in considerazione tutti parametri più elevati nel range di rischio fissato nelle stime dell'Ingv». Ipalazzinonvengonogiùpertroppaburocrazia.C'èchidicecisonotroppigeometri e pochi ingegneri e che si usano materiali scadenti. Cosa nepensa? «Abbiamo una casistica. La maggior parte degli edifici crollati in tutti i terremoti studiati presenta lo stesso problema: errori progettuali o di costruzione, come l'insufficiente legame tra pilastro e travi portanti. Ho fatto un conto, sulla base dei dati Istat, e l'80% delle abitazioni in Italia sono state costruite prima del 1981, anno in cui entrò in vigore la prima moderna normativa antisismica, dopo l'Irpinia. Si tratta di 26 milioni di case, molte delle quali costruite nel periodo del dopoguerra o nel boom economico. Nessuno sa se siano state fatte verifiche di resistenza». Eppureparechetendanoacrollarelecostruzionipiù recenti. «No, si vede anche all'Aquila, crollano sia quelle vecchie che quelle nuove che sono state costruite male» La crescita non potremmo, scusi, farla mettendoin sicurezzaqueste case? «Le farò solo un esempio, in Toscana nel ‘98 fu varato un progetto pilota con pochissimi soldi: la Regione dava 10-20 milioni a famiglia, a fondo perduto, per incatenare le case più a rischio. Le ditte, anche piccole, hanno comprato microcarotieri e si sono costruite un know how. Lo stesso in grande ha fatto l'Umbria. E l'Italia, dopo Grecia e Turchia, nella mappa europea alla quale stiamo lavorando, è il Paese in Europa a maggior rischio sismico». L'ITALIA FERITA Il 2 giugno dei sindacati Camusso, Angeletti e Bonanni in visita nei territori colpiti dal terremoto Tutele per il lavoro e la vita perché si ricominci senza rischi e si eviti che le aziende delocalizzino MASSIMOFRANCHI INVIATO A MIRANDOLA(MODENA) «Lavoro e sicurezza il modello emiliano è già ripartito» CarloMeletti Espertodell'Istituto nazionalediGeologiae Vulcanologia,primo tecnologodellasezionedi Pisadedicataasismologia applicataall'ingegneria LAPROPOSTA Ri-locazione concordata perevitare la fugadelle imprese . . . «Difficile districarsi nell'intreccio legislativo, le norme variano anche fra Comune e Comune» . . . «Cambiano anche le politiche preventive. Questione di sensibilità non di Nord e Sud» «Bisogna armonizzare le normative antisismiche regionali» RACHELEGONNELLI rgonnelli@unita.it 6 domenica 3 giugno 2012
La crisi dell'Eurozona, vista da Washington, è un film al rallentatore, la moviola accesa su un fallo clamoroso: nella lentezza dei fotogrammi si intravede l'esito devastante, senza poter compiere un gesto che potrebbe evitare la catastrofe. «La crisi dell'economia europea ha gettato ombre anche sulla nostra», ha detto ieri il presidente Obama nel tradizionale discorso radiofonico del sabato. È la seconda volta in due giorni che la Casa Bianca punta il dito Oltreoceano, per spiegare la frenata dell'economia in America. «La nostra economia sta affrontando forti venti contrari». Venti che soffiano malignamente dall'Europa, la bora che brucia i germogli della ripresa made in Usa. E con questa anche molte delle chance di Obama di restare alla Casa Bianca. È stata una settimana nera per il presidente democratico. Dopo mesi di segno positivo, i numeri hanno mostrato la faccia cattiva della crisi. A maggio solo 69mila nuovi posti di lavoro, rivisto in negativo anche il mese di aprile: da 115mila le stime hanno riportato i nuovi impieghi a 77mila. Nell'Europa che nello stesso mese ha bruciato 110mila posti di lavoro sarebbero una manna. In America sono invece il segno che quella ripresa cautamente iniziata nell'estate scorsa e cresciuta fino al record di febbraio (più 227mila) si sta esaurendo rapidamente. «L'economia sta crescendo di nuovo ma non abbastanza. Non stiamo creando nuovi posti di lavoro abbastanza velocemente», dice Obama, facendo attenzione a non pronunciare la parola che già riaffiora sulla stampa Usa: recessione. Il presidente punta il dito contro il deficit lasciato da Bush, contro il Congresso che rifiuta di approvare un pacchetto di misure per 450 miliardi di dollari per sostenere l'occupazione. ConB.DI G. ROMA Le aziende in Borsa versano in media 18,8% contro il 19,9% di un lavoratore Per le Pmi la pressione è al 34,6% Sul fronte fiscale, già surriscaldato dall'introduzione dell'Imu prima casa e dalle proteste contro Equitalia, arriva una notizia che non aiuterà certo a rasserenare il clima. Secondo uno studio curato dall'economista Giuseppe Vitaletti su dati Mediobanca, il fisco chiede alle società quotate meno tasse che ai loro dipendenti. Tra Ires e Irap le aziende presenti in Borsa pagano in media il 18,8% contro il 19,9% dell'Irpef di un lavoratore medio. Ancora più netta è la differenza tra Piazza Affari e le imprese di medie dimensioni, sulle quali la pressione tributaria raggiunge il 34,6%, oltre 16 punti percentuali in più. «L'operazione verità» portata avanti da Vitaletti, già consigliere di Tremonti e presidente dell'Alta commissione per il federalismo fiscale, mostra come nello scorso decennio la tassazione si è ridotta per tutte le categorie. Ma mentre il calo è stato di 0,3 punti per i lavoratori dipendenti, ha raggiunto 10,1 punti per le medie imprese e 12,5 punti per le società quotate. Un discorso a parte meritano le imprese a controllo estero, che sono penalizzate fiscalmente con una pressione del 30,6% (-9,2 dal 2000). Così nella classifica dei più tartassati dall' Agenzia delle entrate troviamo al primo posto le medie imprese, che Vitaletti definisce «la spina dorsale del Paese, che esporta e crea lavoro». Seguono le aziende con proprietà straniera e le imprese medio-grandi (28,7%). Va meglio, invece, ai gruppi di maggiori dimensioni e ai lavoratori autonomi che versano (tra Irpef e Irap) il 22,3%. La tendenza a favorire le imprese, e in particolare quelle grandi e quotate è stata rafforzata, secondo l'analisi di Vitaletti, dalla manovra Salva Italia di dicembre, che ha portato sgravi per le aziende per circa 30 miliardi di euro e aggravi per le famiglie che, tra accise, maggiori aliquote Iva e minori agevolazioni, si possono stimare in circa 40 miliardi. Un'operazione del genere incentiva le importazioni e scoraggia ulteriormente i consumi, già in forte flessione, con l'obiettivo di far diminuire le importazioni. «Avviene cosìosserva Vitaletti - la stessa politica delle svalutazioni competitive degli anni Trenta, che aggravò la crisi e portò al dissesto delle relazioni internazionali. Il probabile aggravarsi della crisi, a causa soprattutto delle politiche liberiste messe in atto rischia di tirare troppo la corda sollevando rivolte popolari che necessariamente dovranno trovare risposte politiche, prima ancora che culturali». FAMIGLIE Sul fisco a due velocità si abbatte anche la recente decisione di aumentare l'accise sulla benzina per fronteggiare l'emergenza terremoto. Insomma, la leva fiscale resta l'unico strumento del governo per recuperare risorse. E le famiglie dei lavoratori dipendenti e dei pensionati restano tra i più tartassati nel paese. Anche la proposta di passare «dalle persone alle cose» come molti politici ripetono, si è rivelata un bluff: le cose (Iva) sono state tassate, ma le persone non hanno avuto sgravi. Come dire: tasse su tasse. Anche il governatore di Bankitalia, nelle ultime considerazioni finali, ha ricordato come la pressione fiscale sia arrivata ormai a livelli «ormai non compatibili con una crescita sostenuta». Nel 2011 le entrate sono rimaste sostanzialmente stabili sul Pil, anche se alcune voci sono aumentate in modo considerevole. Per esempio il gettito Iva è cresciuto considerevolmente, prelevata sulle importazioni da paesi extra Ue (19,3 per cento; 2,7 miliardi), in larga parte riconducibile all'aumento del prezzo del petrolio. Al contrario, l'Iva versata sugli scambi interni è lievemente diminuita (-0,6 per cento; -0,6 miliardi), nonostante l'incremento di un punto percentuale dell'aliquota ordinaria, in vigore dalla metà dello scorso settembre. Ad aumentare in modo rilevante, poi, sono state le entrate degli enti locali, cresciute del 4,9 per cento (a 100,7 miliardi). L'incremento delle imposte indirette e di quelle dirette è stato analogo (il gettito si è attestato a 68,0 e 32,7 miliardi rispettivamente). Le risorse tributarie delle Regioni sono cresciute del 4,6 per cento (a 76,9 miliardi), principalmente per effetto dell'incremento dell'Irap (3,2 per cento, a 33,0 miliardi), dell'addizionale all' Irpef (3,9 per cento, a 8,5 miliardi) e delle tasse automobilistiche (14,9 per cento, a 6,4 miliardi). BIANCA DIGIOVANNI ROMA L'economia Usa rallenta per il terzo anno consecutivo, dopo cenni di ripresa Il presidente rischia la rielezione, la Ue di trovarsi più sola Nel 2011 73 miliardi in meno di investimenti esteri Il Tesoro: non è una fuga Economia a picco se i tassi volano L'EUROPAELACRISI Italia stretta tra il terremoto in Emilia e quello finanziario che rischia di far saltare l'euro. Un sisma che il Paese sta già pagando carissimo. La paura del contagio da Grecia e Spagna sta allontanando dalla Penisola gli investitori stranieri, che a quanto pare preferiscono «regalare» denaro alle casse pubbliche tedesche (anzi, di fatto pagano per dare denaro a Berlino, visto che i tassi sul Bund sono inferiori all'inflazione), piuttosto che prestare risorse all'Italia. Nel 2011 gli investitori esteri hanno abbandonato Bot e Btp per un importo pari a 73 miliardi di euro, facendo calare la quota di titoli pubblici detenuti all'estero di circa 7 punti (dati Bankitalia). Certo, sono stati sostituiti in parte da famiglie, assicurazioni e banche italiane rispettivamente per 39, 28 e 20 miliardi in Btp e da 14 miliardi di Bot acquistati dalle famiglie e 7 dalle banche. Quanto ai fondi comuni di investimento, anche loro hanno preferito cedere quote di titoli pubblici. Soltanto nel secondo semestre 2011, quello in cui le tensioni si sono acutizzate, l'esposizione delle banche straniere in Italia è scesa di 65 miliardi di euro. Sono state prevalentemente le «sorelle» europee a tirarsi indietro: in particolar modo gli istituti francesi e inglesi. La situazione non è cambiata di molto nei primi due mesi del 2012: gli stranieri sono in ritirata. Anche se in quel periodo si sono registrati forti investimenti delle banche italiane, pari a circa 70 miliardi. MENOSCAMBIDIBOT ECCT La fuga di capitali si è anche tradotta in una brusca riduzione delle transazioni e della liquidità sul mercato secondario dei titoli italiani. Quello che da sempre era stato un vanto per la finanza pubblica del nostro Paese, cioè un forte attivismo sul secondario (cioè non soltanto acquisti alle aste, ma anche scambi tra investitori), ha avuto una contrazione di circa il 70%. Cosa significa tutto questo per il Moloch del debito italiano? Dal piano nobile del Tesoro arrivano segnali rassicuranti. L'Italia ha già collocato metà del debito che le serve per quest'anno, a tassi ancora sostenibili per le finanze pubbliche, nonostante gli aumenti degli ultimi mesi. La responsabile del debito pubblico, Maria Cannata, si è detta «fiduciosa» sulla seconda emissione del Btp Italia, uno strumento rivolto alle famiglie che garantisce anche l'inflazione. Il Tesoro non registra una vera e propria fuga di investitori, ma solo un rallentamento degli investimenti. Va da sé che l'aumento dei tassi e la minore esposizione all'estero costituiscono rischi fatali per l'economia italiana. Se il livello di spesa per interessi dovesse superare le soglie considerate sostenibili (il 7% sui Btp per Bankitalia) e la raccolta si limitasse solo a famiglie e banche italiane, sarebbero guai. Fino a quanto un Paese può ragionevolmente pagare per il suo debito? E fino a quando potrà garantire l'autosufficienza, senza apporti esterni? Queste le domande dei più pessimisti. Senza contare il fatto che i problemi di finanza pubblica si trasferiscono immediatamente su un'economia già in sofferenza. Finora si è visto solo il primo atto: fiducia in calo per via dell'alto debito e di una crescita asfittica. Se questa situazione dovesse perdurare, le casse pubbliche avrebbero sempre maggiori difficoltà a sostenere l'economia. Non andrebbe meglio per l'altro canale di finanziamento, cioè le banche. Gli istituti italiani hanno già passato una fase di allarme rosso, quando a fine 2011 hanno perso circa 100 miliardi di raccolta sul mercato interbancario. Da lì sono scattate le iniezioni di liquidità della Bce. Ma le pedine non sono tornate al loro posto: il costo del credito è aumentato, i flussi si sono assottigliati, mentre le capitalizzazioni di Borsa sono crollate. Per questo oggi si aspetta con il fiato sospeso la riapertura di Piazza Affari. Crisi: gli stranieri mollano Bot e Btp E Berlino brinda Se l'euro affonda il sogno di Obama MARINAMASTROLUCA mmastroluca@unita.it Le società quotate pagano meno tasse delle famiglie . . . Il Salva-Italia dell'estate scorsa ha assicurato sconti per 30 miliardi alle società . . . Invece per i cittadini sono arrivati 40 miliardi di aggravi tra accise e minori agevolazioni 4 domenica 3 giugno 2012
È PRIMAVERA, TEMPO DI SAGGI E DI CHIMERE.ALLA SCUOLA ELEMENTARE MARTIN LUTHER KING, ALLA BORGATA GIARDINETTI, ALLA PERIFERIAESTDI Roma, le maestre e i bambini hanno dedicato l'ultimo giorno di scuola alla bicicletta. Per farlo meglio hanno invitato, insieme al poeta dei pedali Marco Pastonesi, Alfredo Martini, il pluridecorato ciclista su strada, sette volte campione del mondo e compagno-rivale di Bartali e di Coppi. Quelli delle “quinte”, all'ultimo volo prima delle Medie, nel cortile davanti scuola, aiuteranno i più piccoli a levare le rotelle e ad andare in bici da soli. Un giorno magico. Mi dovrò dividere e non so come potrò fare perché, a un po' di chilometri di distanza, anche Geo avrà il suo saggio tutto sui greci antichi e sarà anche il suo ultimo giorno di grembiule blu. All'uscita di scuola mi è corso incontro come sempre, col solito abbraccio, il sorriso, i capelli neri, tanti e mossi, sempre più sfrontato e autonomo e negli occhi la luce e l'entusiasmo per il domani. Vorrei trovare il modo per farlo rimanere così e farlo crescere coltivando sogni. «Papà verrà alla cena di classe, venerdì e poi sarà estate per tre mesi!» E ora che faranno i nostri bambini? Molti finiranno nei centri estivi, altri dai nonni, troppi a casa ad aspettare tra computer e Nintendo che qualcuno si occupi di loro. La scuola distrutta dai governi, la scuola elementare, dove ormai sono i genitori a mettere i soldini per comprare libri e cancelleria, a riverniciare muri, aggiustare bagni e acquistare lavagne e gessi, è all'ultimo atto. Io, il saggio con Geo l'ho anticipato a questa settimana, è un saggio d'amore per tutti e due. In bici stiamo andando da Roma a Pescara per scoprire, alla velocità dei pedali, questo nostro Paese, per capire se quello che in televisione rantola, dal vivo, almeno, respira. Tagliamo l'Italia in due, dall'Agro Romano all'Appennino e all'Adriatico, da Ovest a Est, 234 chilometri di Tiburtina Valeria, i Colli di Montebove e Forca Caruso a più di mille metri e in mezzo le terre fiere degli Equi e dei Marsi e la piana del Fucino che era un lago ed ora è una campagna per patate e barbabietole, gelida d'inverno e torrida d'estate. Geo mi dà ancora la mano quando attraversiamo la strada. Forse con la “prima media” non succederà più, ma è successo alla stazione di Celano ed è ancora più struggente. Dopo i borghi senza tempo di Collarmele, Castel di Ieri, Castelvecchio Subequo e le Gole si San Venanzio, Popoli e sarà una lunga volata verso Pescara e il mare. Quando mi leggerete, saremo sulla spiaggia o seduti sulla banchina del porto a vedere le navi partire e se non ci saranno navi faremo finta di aspettarne una che va via, col tramonto alle spalle, per evitare la malinconia. E DIRE CHE NOI, QUAGGIÙ, CI SENTIVAMO LA REPUBBLI-CA DEL TERREMOTO. Che abbiamo ancora le baracche del Belice e persino quelle di Messina, ma soprattutto abbiamo una memoria inestinguibile, e parliamo del 1908 come se fosse ieri mattina presto. Non c'è famiglia che non abbia la sua leggenda centenaria, il suo mito s-fondativo e catastrofico che mai si cancella, e si sovrappone e si mescola a ogni Friuli, ogni L'Aquila, ogni Emilia. Nel condominio-centro sociale-centro raccolta di resistenze & narrazioni le storie del terremoto (perché il terremoto è, tra l'altro, una specie di deflagrazione di storie, di destini, di vite che ricadono anche molti anni dopo, come semi) si raccontano sempre, e non saziano mai. L'unica cosa di cui non parliamo è della faglia affamata che giace sul fondo dello Stretto: la nostra vera Scilla e Cariddi che più o meno ogni cent'anni s'ingoia le terre e risputa fuori i mari. Non solo non ne parliamo, ma le costruiamo accanto e attorno, e qualcuno voleva pure metterle sopra un bel ponte di cemento e calcestruzzi (conoscete i calcestruzzi, quegli animali che mettono la testa sotto la sabbia, e quando possono costruiscono pure muri e pilastri, con la sabbia?), dicendo che è tutto calcolato. Le zie ogni tanto misurano il condominio con occhi ansiosi, toccano i muri, ci poggiano l'orecchio come se potessero sentire la vibrazione nascosta dell'acciaio, la radiazione di fondo della presunta sicurezza: le nostre case antisismiche, qui nella zona rossa d'Italia, dovrebbero essere sicure. Se tutti avessero pianificato e costruito - e poi controllato i costruttori, e controllato i controllori dei costruttori - a regola d'arte. Ma la politica ha memoria corta e occhio miope: non vede che il presente, e rimuove tutto il resto. Così il territorio si progetta da sé, cresce selvaggio come una pianta di quelle che soffocano le altre e finiscono col morire pure loro, di cannibalismo e di spreco: quelle erbacce che zia Enza, giardiniera di orti e cuori, chiama «edera maligna», e s'affretta a strappare. Ma nessun politico strappa mai le edere maligne, anzi spesso ci fanno pure affari. «Cosa possiamo fare, noi, commare?» si preoccupava Mille-e-una-notte, che c'ha l'empatia fin da piccola, e si sente gemellata - sorella di sisma - con la gente emiliana che vive sotto le tende e trema tutte le notti. «Noi dovremmo pretendere subito tutti i controlli: di case, scuole, uffici, monumenti, vie di fuga - ha risposto zia Mariella, che è alto ufficiale della Protezione civile spontanea e autogestita -. Perché siamo tutti sismici sempre e comunque, commare mia». LODICONO PER PRIMI I 5STELLE: UNCONTO ÈILMOVIMENTO,COMEATTESTAANCHEANTROPOLOGICAMENTE IL NUOVO SINDACO DI PARMA PIZZAROTTI,GIÀ TACCIATODA ALCUNI (EX?) SIMPATIZZANTI DI AVERE GRILLI PER LA TESTA; UN ALTRO È IL suo Primo Motore Immobile. Del quale traccerò la fenomenologia partendo da una parola: «Italiani!!!». Talvolta grida così, Beppe Grillo, a sigillo di questa o quella sua prolusione. E assume pose smaccatamente ducesche a corredo mimico del suo spiritoso remake dell'invocazione nazionalistica già risuonante da Palazzo Venezia. Ogni tanto rimarca l'intento parodistico mediante apposizione di naso rosso clownesco: il senso di parola e posture è «Vedete? Le sparo grosse come un dittatorello, ma me ne rendo conto, e stempero con ironia alla Totò». Il sottotesto recita «Denuncio una situazione drammatica, ma so di essere un giullare». Il sottotesto del sottotesto fa «Che sciagurato Paese, quello in cui tocca ad un comico dire la Verità». Sottotesto al quadrato minato - in realtà - da parziale inesattezza: non è un comico, il tipo che bercia dal palco. Lo è stato, ma non lo è più, come conferma peraltro l'episodicità di quello stesso siparietto. Troppo modesto, Grillo, e dicevo inesattezza parziale, giacché il sottotesto elevato a potenza contiene un termine esatto: «Verità». L'oratore è un ex comico che, folgorato sulla via della politica, ha visto e vede la Luce. Osservatelo senza farvi depistare dall'eventuale protuberanza nasale: come mi è già capitato di scrivere, pare vittima di una congestione. È schiacciato, soffocato, sopraffatto da un peso. Il peso della Verità, per l'appunto, che lui, solo lui, percepisce, subisce, ingerisce in tutta la sua devastante interezza. Guardatelo: non dice come stanno le cose. Lo urla con dolore, illuminato e sfinito, gravato nel corpo e nello spirito dalla sconvolgente evidenza di ciò che a lui, solo a lui, è evidente, e dall'onere eroico di annunciarlo alle genti. La voce è lo specchio del fisico e dell'anima: qualche settimana fa, a Genova, quasi rantolava lancinante e sofferente l'estinzione dei container portuali, approdanti semivuoti sulle banchine. L'anno scorso, in quel di Milano, come un Rasputin rivierasco in trasferta avvertiva stridulo e sudato la vittoria di Letizia Moratti contro l'imbelle «Pisapippa». Giorni fa, nell'orazione di Budrio, grondando affaticata ineluttabilità captava l'acquisto di voti democratici da parte delle locali Coop. Direte: ma il porto di Genova ha aumentato i traffici; ma la Moratti ha perso e Pisapia ha vinto; ma nessuna Coop ha comprato voti. Miscredenti e fuori dal tempo, voi e la realtà: verrà il giorno in cui entrambi dovrete adeguarvi. Italiani!!! www.enzocosta.net enzo@enzocosta.net Luigi Cancrini Psichiatra e psicoterapeuta Controcorrente Fenomenologia di Grillo: predicare stanca Enzo Costa Giornalista Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 2 giugno 2012 è stata di 99.415 copie Contestualmente ai blitz della Finanza nei luoghi del lusso, i principali detrattori del così (da loro) detto «stato di polizia tributaria», ostentano la tesi che lo scontrino fiscale sia una inutile e costosa duplicazione. Il reddito medio dichiarato nell'anno 2011 da tassisti, gioiellieri, baristi e albergatori attraverso gli studi di settore, però, non supererebbe i 17mila euro ed è su questo valore che sarà calcolata l'Iva da versare allo Stato. MARCO LOMBARDI Le persone che parlano male del Fisco si dividono in due categorie. Quelle costrette a pagare tasse eccessive sulle loro pensioni, sulle loro borse di studio o sui loro stipendi deboli che lo fanno, abitualmente, in modo ragionevole: chiedendo, com'è giusto, che le tasse siano pagate in proporzione alla ricchezza di cui si dispone. Quelli che guadagnano molto e sono abituati a nascondere i loro soldi, in secondo luogo, che lo fanno in modo abitualmente livido, arrogante, attaccando chi, da posizioni di governo, «ruba» o vorrebbe «rubare» i loro soldi. L'aggressività cieca di questa seconda posizione è stata ben illustrata in questi anni da Berlusconi e dai suoi amici e compari. Sul piano politico essa corrisponde alla mancanza di un senso dello Stato inteso come redistributore di risorse a tutela dei diritti essenziali di tutti. Dal punto di vista economico, alle posizioni neoliberiste che sono le responsabili principali della crisi in cui i Paesi occidentali si trovano immersi oggi. Non sempre è semplice rendersene conto ma la divisione odierna fra destra e sinistra sta tutta qui, nel fatto che si creda o no nella funzione e nel senso del patto sociale che si incarna nello Stato. Fondato sulla Costituzione. Dioèmorto Fine scuola: saggio in bici Così pedalo fino a Pescara Andrea Satta Musicista e scrittore ASuddelBlog La preoccupata riunione delle sorelle di sisma COMUNITÀ Dialoghi Lo Stato, le tasse la destra, la sinistra CaraUnità ViaOstiense,131/L_0154_Romalettere@unita.it Manginibrioches Cameriereomaggiordomo In seguito all'arresto di Paolo Gabriele, accusato di aver sottratto e divulgato documenti riservati del Vaticano, qualcuno si è chiesto perché il Papa ha un maggiordomo. Il termine maggiordomo è stato coniato dai media, in realtà le mansioni della suddetta persona erano quelle di cameriere e di altri servizi. Il Papa riceve continuamente personalità civili e religiose da tutto il mondo e ovviamente non può svolgere certi servizi da solo. Ci si è scandalizzati anche per un conto bancario personale di Benedetto XVI, menzionato in un documento trafugato, che in realtà non era un segreto. È stato precisato che in quel conto venivano depositati i diritti d'autore dei suoi libri e che quel danaro viene utilizzato per opere umanitarie e religiose. Perché si vuol malignare su tutto? LorisBianchi Unadomandaper Mineo Volete chiedere a Corradino Mineo, direttore di Rai News, perché tutti i giorni propone una rassegna stampa, in cui si cita con innumerevoli particolari - oltre agli obbligatori Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa, Libero e Il Giornale («Vedete come siamo democratici») e Il Fatto Quotidiano («Vedete come siamo scanzonati»), e de l'Unità si fa invece vedere in due secondi due solo la vignetta di Staino («Come vedete, siamo anche spiritosi»)? LuigiAllori Lacarrieranell'Università Non voglio parlare assolutamente della mia posizione universitaria della quale mi ritengo soddisfatto. Ma fare carriera nell'Università di oggi è diventato veramente quasi impossibile. Questo vale sia per ottenere un posto da ricercatore se si è nella situazione di dottorando sia se da ricercatore si pensi di poter diventare professore associato. I nostri governi si riempiono la bocca del ritorno alla meritocrazia ma nella realtà dei fatti nulla cambia. Ci sono ricercatori con una produzione scientifica enorme che forse mai, se non tardissimo, riusciranno a diventare professori associati. Lo stesso vale per gli ancora più giovani dottori di ricerca con splendidi curriculum corredati anche di esperienze all'estero che, quando va bene, diventano ricercatori superati i 40-45 anni. I tre unici parametri che muovono tutto sono il nepotismo, l'appartenenza politica e l'anzianità ma non la meritocrazia. Sarebbe il caso almeno in questo di operare una svolta e, non dico diventare un esempio, ma almeno adeguarsi agli altri paesi europei seri. AlessandroBovicelli Nonsi sospenderànulla Il Calcio andrebbe sospeso per 2 anni. Dopo quanto affermato da Lutero nel '500 (vendita di indulgenze, corruzione e prostituzione tuttora frequenti) il papato andrebbe spostato a Heidelberg per 20 anni, la Lega, il PdL ed il Pd andrebbero commissariati. Purtroppo il campionato di calcio non verrà sospeso, il Papa rimarrà a Roma insistendo su una Chiesa decorata all'eccesso dal gusto della ricchezza non utile e Berlusconi creerà la Confederazione Con Amore per l'Italia, un partito in Franchising, e continuerà ad usare i Rossella e i Fede per attirare Vergini da conoscere in senso biblico! BenedettoAltieri 18 domenica 3 giugno 2012
Scoppia la polemica e i grillini tro-vano il cavillo. Succede a Parma,dove da giorni la nuova giunta a 5 stelle guidata dal sindaco Federico Pizzarotti è alle prese con l'affaire Tavolazzi: parliamo del consigliere comunale di Ferrara, già tra i pionieri grillini in Emilia Romagna e poi scomunicato dal guru Beppe, che gli ha proibito l'uso del simbolo. Appena Grillo e il suo sodale Gianroberto Casaleggio hanno saputo che Pizzarotti aveva contattato l'eretico di Ferrara per un posto da direttore generale del Comune, lo scorso 24 maggio sul blog del comico è apparso un secco niet: «Una scelta incompatibile e politicamente ingestibile». Lo staff di Pizzarotti ha cercato di barcamenarsi, confermando l'ingaggio e sottolineando che «Beppe non ha mai interferito». Nei giorni successivi, in numerose interviste, Tavolazzi ha tuonato contro le interferenze di Casaleggio che, tre giorni fa, ha fatto “coming out” sul Corriere, rivelando di essere cofondatore del movimento 5 stelle ed estensore dello statuto insieme a Grillo, non un semplice consulente di comunicazione. A Parma hanno capito l'antifona, e Tavolazzi è scomparso dai radar nel complicatissimo rebus della squadra. Dai cassetti del Comune è spuntato un regolamento, che prevede per il ruolo di direttore generale una laurea in Giurisprudenza o materie economiche. Tavolazzi, però, è un ingegnere e dunque non può neppure “correre” per quell'incarico. Anche se a contattarlo è stato proprio Pizzarotti, che ha subito ottenuto la sua disponibilità. «Abbiamo commesso un errore, non ci eravamo accorti di quel regolamento», spiega un consigliere grillino di Parma. «Valentino non può venire. Non possiamo presentarci alla città modificando un regolamento per favorire una persona...». Partita chiusa, dunque, per l'eretico di Ferrara. Che, contattato da l'Unità, spiega: «Sì, è vero, quel regolamento c'è, ma ci vorrebbe un attimo per cambiarlo. La legge nazionale non prevede una laurea specifica per svolgere quel ruolo». Tavolazzi, però, conferma che i contatti con Pizzarotti, con cui i rapporti restano molto buoni, si sono interrotti. «Non c'è stato nessun passo avanti...». E pensare che già tre giorni prima del ballottaggio, Tavolazzi, ripreso in un video delle Officine Tolau di Modena, al telefono con il futuro sindaco gli dava delle dritte sul bilancio del Comune. E spiegava ai cronisti: «Sto lavorando sul bilancio, lui non ne sa, dobbiamo metterlo in condizione...». Intanto, a due settimane dal voto, sulla nuova squadra che governerà Parma è ancora nebbia fitta. Mentre in altre città più grandi come Genova è già stata presentata. Venerdì scorso doveva essere il d-day per svelare i primi nomi, ma anche quella data è saltata, ed è tutto rinviato a domani. Pizzarotti ormai dribbla sistematicamente i cronisti, «lasciateci lavorare», lamenta la «pressione mediatica», che da giorni però è svanita, visto che tutte le tv e i giornali nazionali hanno smobilitato. Lunedì, dunque, dovrebbe essere svelato almeno il nome del primo assessore, quello al Bilancio, la delega più delegata, visto che i conti del Comune sono decisamente in rosso. Gira il nome del commercialista Gino Capelli, noto curatore fallimentare. Per il resto scarseggiano pure i rumors. I grillini non hanno trovato la quadra neppure sul nome del vicesindaco, l'unico che dovrebbe provenire dalle file del M5S. Già si parla di rivalità in seno alla squadra, e di inviti a «non litigare» che sono circolati nell'ultima riunione del gruppo. Mentre i bei nomi sventolati prima del voto, a partire dall'economista Loretta Napoleoni, dovrebbero limitarsi a fare i «consulenti del sindaco a titolo gratuito». Lui, Pizzarotti, appare sempre più sulla difensiva: «Ragazzi è presto, stiamo cercando di capire da dove partire, quando avremo cose precise da dire comunicheremo tutto alla città. Le promesse di trasparenza le manterremo, ma non abbiamo la bacchetta magica...». Pizzarotti trova il cavillo per obbedire al diktat di Grillo Il Pdl passa da ambizioso conteni-tore dei moderati a «zattera del-la Medusa» in un batter di ciglia.Quelle di Berlusconi, come sem-pre. Nell'arco di 24 ore la «paz-za idea» dell'euro stampato nei patrii confini è stata smentita con una nota: «Grave che una battuta detta intra moenia con ironia, venga scambiata per proposta, preoccupante che divenga pretesto per costruirci sopra teorie stravaganti, per inventare una nuova linea politica mia o del PdL». Ma è troppo tardi. I filo-terzopolisti, da Scajola all'«avvilito» Pisanu a Saro, hanno ormai chiaro che finché Berlusconi resta a fare «l'allenatore» non esiste un futuro diverso dal passato. Anche perché la “discesa in campo” di Daniela Santanché che invita a non pagare l'Imu - iniziativa che pochi dubitano essere concordata con il Cavaliere - rinverdisce le «stravaganti teorie» di tentazioni grilliste o movimentiste. IMUULTIMOFRONTE E il fronte sulle tasse spacca il partito per l'ennesima volta tra falchi e colombe. «Il Pdl è un grande partito, candidato a governare l'Italia e non impegnato ad aizzare le piazze - stoppa la proposta della pasionaria milanese Osvaldo Napoli - Sull'Imu daremo battaglia in Parlamento». Mentre Sandro Bondi, considera l'imposta «iniqua e mal congegnata, ma la serietà ci impone di non invitare a procrastinarne il pagamento». Lo scontro sull'Imu chiama in causa direttamente Alfano, che della battaglia contro la nuova imposta sulla casa aveva fatto un cavallo di battaglia sì, ma parlamentare. Fiero di aver ottenuto la rateizzazione, impegnato a renderla una tantum e dunque «ad abolirla se nel 2013 vincerà il fronte dei moderati». Una prospettiva che aveva appena ripetuto ai gruppi riuniti, e si è ritrovato la Santanché che lo scavalca e lo sfida apertamente. In vista delle primarie? O dello «spacchettamento» dell'offerta politica berlusconiana in tante liste? E perché Silvio ha pubblicamente scomunicato i «formattatori» definendoli «ragazzotti» dopo che Alfano all'ultimo era andato alla loro convention e regalando quindi al delfino un altro ceffone? L'IRADIALFANO Sono gli spauracchi che agitano il Pdl. Soprattutto le sempre più sparute colombe. Molte di loro, peraltro, nella convocazione del gruppo parlamentare (voluta, questo i deputati se lo dicono tra loro, per potersi avvalere di un legittimo impedimento ai fini del processo Ruby) avevano riposto scarse speranze. Su 365 invitati i presenti erano poco più di 150. Assente Frattini, in ritardo Carfagna, in ultima fila Gelmini e di umor nero Alfano: ecco la fotografia della «corrente dei 40enni» che dovrebbe potenziare il segretario attraverso una controversa cabina di regia. Ma chissà se entrerà mai in funzione. Le cose sembrano di nuovo cambiate. Sotto botta il rassemblement modello Ppe italiano, con Montezemolo durissimo nel bocciare ipotesi di gruppi parlamentari “transfughi” dal Pdl e diretti verso Italia Futura: «Non imbarchiamo naufraghi» tanto meno da questo Parlamento «screditato». Sul sito, per fugare dubbi, il celebre quadro di Géricault, icona delle navi che affondano senza lieto fine. Mentre Daniela Santanché non molla l'osso. Dopo la conferenza stampa contro l'Imu, l'imprenditrice si compra due paginoni su Libero e Giornale per spiegare meglio la sua proposta: «Sospendiamo il pagamento della prima rata di questa tassa iniqua e depressiva, nella speranza che Monti rifletta e il governo si ravveda». Raccontano che Angelino Alfano sia fuori dalla grazia di Dio. Ma che stia cominciando a capire che tra tutti quelli che lo tirano per la giacca («Alfano è il nostro leader, noi intorno a lui») Berlusconi non c'è più. E che se resta fermo mentre crolla lo status quo neppure per lui ci sarà futuro. Come lui la pensano Lupi, Frattini, Fitto, Scajola, Crosetto. Ma anche, su sponde diverse, Bertolini, Stracquadanio, Bergamini. Il problema sarà se andranno via prima loro (e dove?) o se li abbandonerà prima il Fondatore inquieto. PAROLE POVERE L'ITALIA E LACRISI AParmaTavolazzinonsarà direttoregenerale: la laurea in ingegnerianon vabeneper il regolamento Cosìvince ilvetodel comicoediCasaleggio ILCASO ANDREACARUGATI acarugati@unita.it Fuoridalcorodegli strani«indignati» «Soldinelcesso»: così diceMaroni sulla contestataparata del2Giugno. Lo stavamoaspettando, cosìcome stavamoaspettando unabellaquantità divoci indignate confusenelcoroche, dalweb alla cartastampata,ha bollato l'ennesimareplicadiquel ritosimbolico. Edè interessanteannotare come gli acutieticamente più impervi sianostati lanciati inquesti giorni dapersone comeMaronie simili e dissimili.A quanti diquesti indignati è venuto inmente di sostenereche ogni festa identitaria, per quantoappesaa eventinobilissimi, non puòaver luogo fintantoche ancheun solodisoccupato potràpensareche il suicidioè lamigliore via d'uscita, finoa cheun solo carcerato potrà lamentare, impiccandosi, che ildiritto nellecelle è morto, finoache ancheun solo operaio potràaccettaredi lavorareacondizioni infami; finoache un solo immigrato sarà rinchiusosenza colpenei lagerchiamati Cie.Ci torna inmente che non abbiamo maiamato leparate, non cipiacciono i cannoni,diffidiamo dei leader carismaticie deigiochidi Borsa, degli intrighivaticanie diqualunque potere non impegnato adislocarsi sempre più inbasso. Perquesto piacciamo,da sempre,poco oniente al mercato dell'attenzione,perquesto siamo guardaticon diffidenza, perché il senso dipatria lo rintracciamoaltrove, lontano dalleparate, nell'uguaglianza,nella mitezzadi uno Statoche cerca la sua primaragione d'esserenello sguardo rivoltoagliultimi. Questaè la civiltà che amiamo,da sempre.Eccoperchénon stiamo inquelcoro. TONIJOP SantanchésfidaAlfano sullatassaper lacasa Tensioneeproteste mentreBerlusconi si smentiscesull'Euro: «Scherzavo...» ILRETROSCENA . . . Tavolazzi a l'Unità: «Bastava un attimo per cambiare quella vecchia norma...»Il neo sindaco di Parma, Federico Pizzarotti FOTO DI PIER PAOLO FERRERI/ANSA Evadere l'Imu: nel Pdl scoppia l'ultima grana Silvio Berlusconi al termine dell'assemblea dei gruppi del Pdl di venerdì scorso FOTO ANSA FEDERICAFANTOZZI Twitter@Federicafan 12 domenica 3 giugno 2012
ILCOMMENTO CLAUDIAMANCINA Cita l'esempio di sant'Ambrogio per riaffermare la «sana laicità» del buon politico, papa Benedetto XVI, in visita a Milano. Ricorda l'Ambrogio «capace guida politica e amministrativa« della città, «governatore equilibrato e illuminato» che seppe affrontare «con saggezza, buon senso e autorevolezza le questioni, sapendo superare contrasti e ricomporre divisioni». Ieri è stata la giornata “politica” della sua visita apostolica a Milano. Nel pomeriggio ha incontrato le autorità politiche, militari e civili della città. Ha richiamato l'insegnamento “laico” del santo patrono per proporlo a chi è chiamato a “reggere” la cosa pubblica. «Nessun potere dell'uomo può considerarsi divino. Quindi nessun uomo è padrone di un altro uomo». NEL NOMEDI AMBROGIO Del santo caro ai milanesi il Papa ripercorre gli insegnamenti sulla giustizia: «prima qualità di chi governa» a cui va aggiunto «l'amore per la libertà» che fa la differenza «tra il governante buono e quello cattivo». Per delineare la buona laicità. Dove la libertà «non è un privilegio, ma un diritto per tutti che il potere civile deve garantire». Che però non va confuso con «l'arbitrio del singolo». Così Papa Ratzinger arriva alla definizione di laicità dello Stato: assicurare la libertà affinché tutti possano proporre la loro visione della vita comune, ma sempre nel rispetto dell'altro e nel contesto delle leggi che mirano al bene di tutti. Se questa è la premessa, l'approdo è l'affermazione della supremazia della legge naturale a garanzia della vera dignità della persona. Così anche a Milano Benedetto XVI torna a mettere in guardia dai «rischi del positivismo». Lo fa ribadendo la difesa del diritto alla vita e la richiesta di una legislazione che tuteli la famiglia fondata sul matrimonio e aperta alla vita, il diritto dei genitori alla libera educazione dei figli. Dati questi paletti, auspica pur nella distinzione dei ruoli e delle finalità una costruttiva collaborazione dello Stato con la Chiesa. Chiede che le sia riconosciuta l'azione di servizio alla società, in particolare verso gli infermi, gli emarginati e gli ultimi, molto forte nella tradizione dei cristiani lombardi e anche nell'azione presente. Con una puntualizzazione. L'impegno gratuito di solidarietà e carità non è supplenza all'azione dello Stato, ma un di più di amore cui attingere perché, in questi tempi di crisi, oltre alle «coraggiose scelte tecnico-politiche», sono necessarie scelte di gratuità. È una ricetta antica. Ricorda ancora una volta sant'Ambrogio che chiedeva a chi aveva compiti di governo della cosa pubblica di «farsi amare». «Quello che fa l'amore, non potrà mai farlo la paura». È così che si nobilita la politica. TEMPI DICRISI ETERREMOTI Sono i temi del servizio, dell'attenzione a chi è in difficoltà in questi tempi di crisi, e ancora più la vicinanza e il sostegno alle comunità colpite dal sisma in Emilia e Lombardia che hanno segnato il VII Incontro mondiale delle famiglia in corso a Milano. Il Family 2012 ha come titolo “Famiglia: lavoro e festa”. Ma anche ieri, con la “Festa delle testimonianze” tenutasi al Parco di Bresso, nella veglia per la messa conclusiva di oggi presieduta da Benedetto XVI sono state le famiglie delle zone terremotate e la solidarietà verso di loro, i veri protagonisti. Il giorno precendente, alle veglia di preghiera in Duomo, sono intervenuti i quattro vescovi delle diocesi colpite: Modena, Ferrara, Mantova e Carpi. Tante famiglie- si è sottolineato - senza una casa, senza lavoro, senza una chiesa. Ma festa c'è stata ieri all'incontro del Papa con i giovani cresimandi che in 80 mila hanno riempito lo Stadio Meazza di San Siro. Lo hanno accolto con gioia in una manifestazione suggestiva e curatissima nella coreografia. Oggi a Milano sono attesi oltre un milione di fedeli. L'ATTENZIONE ALLAFAMIGLIA NONÈCERTOUNA NOVITÀNELLA DOTTRINA ENELL'IMPEGNO SOCIALEDELLA CHIESA CATTOLICA. Tanto meglio se quest'attenzione si smarca da ipoteche più direttamente politiche, come ha scritto Domenico Rosati su l'Unità, per rivolgersi ai valori religiosi che emergono dalla concreta esperienza delle famiglie cattoliche e che possono essere indicati anche al mondo laico come degni di essere perseguiti. Nell'incontro di Milano, Benedetto XVI si è rivolto al mondo laico chiamandolo a concorrere al bene comune. Da parte sua il sindaco Pisapia ha affermato che nelle differenze si può realizzare l'unità a sostegno delle diverse realtà familiari. A di là delle parole di circostanza, una mediazione politica tra laici e cattolici sul tema della famiglia appare insieme possibile e lontana. È certamente legittimo proporre il matrimonio cristiano come modello morale alla società; è legittimo sottolinearne la specifica natura e indicarlo come un punto di riferimento utile a difendere non solo la famiglia, ma anche i singoli individui che ne fanno parte, dalle insicurezze e dai pericoli di una società largamente in crisi. Più discutibile però è cercare il sostegno della legge per imporre quel modello come unica forma riconosciuta della famiglia. La battaglia sul divorzio è oggi lontana, e da allora ci sono state anche, importanti convergenze come nel varo del diritto di famiglia del 1975. Tuttavia tracce di quell'atteggiamento sono ancora presenti quando si mette in campo un'opposizione intransigente a qualunque forma di regolazione delle unioni civili, senza riguardo alla richiesta di eguali diritti, e senza riguardo al valore sociale positivo che il fare famiglia, costituendo nuclei stabili di affettività e solidarietà, può avere anche nel caso di coppie omosessuali. Se la famiglia è una risorsa per il vivere comune, se le famiglie sono una ricchezza per la società, perché non vale lo stesso anche per le famiglie formate da coppie omosessuali? È difficile non vedere qui un sacrificio del bene comune alla rigidità dei principi. Ed è difficile non riflettere che la concezione cattolica della famiglia sarebbe più efficacemente difesa restando su un piano morale ed educativo, e lasciando agli altri la libertà di seguire concezioni diverse. Ciò che è in discussione, prima delle politiche per le famiglie, è la concezione della famiglia. Per la Chiesa la famiglia è un istituto definito dal diritto naturale; i suoi mutamenti, le sue trasformazioni non possono intaccarne la struttura fondamentale. Questo è però un assunto dogmatico. Di fatto la famiglia è sempre cambiata nella storia e nelle diverse società; se possono essere identificate delle funzioni universali della famiglia (convivenza, sessualità, riproduzione, cura della vita fisica), tuttavia il modo in cui queste funzioni vengono assolte e si legano tra loro può variare moltissimo. Non c'era bisogno della richiesta di riconoscimento delle coppie omosessuali per dirci che la famiglia è cambiata: ce lo dicono ormai da molto tempo la ricerca storica e l'indagine sociologica. Possiamo anzi concludere che il segreto della durata della famiglia, della sua vitalità nonostante le sue tante difficoltà, sta proprio nella sua plasticità ai mutamenti della società. La famiglia, che era uno dei pilastri dell'ordine gerarchico proprio della società premoderna, è diventata protagonista della modernità introiettando - come notava già Tocqueville ragionando sulla democrazia in America - il principio dell'eguale dignità degli individui: principio che ha consentito un nuovo rapporto tra i coniugi e soprattutto tra genitori e figli. E la famiglia che nell'Ottocento era il santuario domestico, fondato su una nettissima separazione di ruoli tra l'uomo protagonista della vita sociale e la donna angelo del focolare, ha superato perfino la rottura radicale provocata dall'emancipazione femminile e quindi dalla fine di quei ruoli. È chiaro che la famiglia di oggi è lontanissima da quella dell'Ottocento o del Seicento. Eppure è ancora famiglia, svolge ancora le sue funzioni, è ancora un elemento essenziale della vita sociale e della formazione spirituale e morale degli individui. Lo è proprio perché ha saputo cambiare. E cambierà ancora, seguendo le trasformazioni della società. Sarebbe importante che laici e cattolici si incontrassero per mettere in atto politiche di sostegno alle famiglie, sulle quali, com'è noto, l'Italia è in grave ritardo. Ma per incontrarsi sulle politiche bisogna partire dal riconoscimento che c'è una pluralità di esperienze che tutte devono essere legittimate, valorizzate e sostenute. Il Pontefice parla a 80mila giovani nello stadio Meazza Oggi al Parco Nord atteso un milione di persone Nessuna divisione tra i cardinali della commissione di vigilanza sullo Ior presieduta dal segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone,smentisce da Milano il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi. Non ci sarebbe stata una contrapposizione tra il più stretto collaboratore del Papa e gli altri due autorevoli porporati di curia membri della Commissione, il cardinale Attilio Nicora che è a capo dell'Autorità d'Informazione finanziaria (Aif) e il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso. Non corrisponderebbe al vero che i due si sarebbero opposti alla ratifica della decisione assunta dal board di Sovrintendenza, i cinque esperti “laici” chiamati a controllare l'attività dell'istituto. Non tutto deve essere andato liscio. Quando lo scorso 24 maggio in modo particolarmente ruvido il board aveva comunicato il “dimissionamento” di Gotti Tedeschi, aveva anche preannunciato per il giorno seguente una riunione della Commissione cardinalizia che avrebbe tratto «le conseguenze della delibera del Consiglio» e deciso «i passi più opportuni per il futuro» dello Ior. È sembrato l'annuncio, praticamente scontato, di un comunicato da parte della commissione dei cardinali di ratifica della decisione assunta. Quella presa di posizione pubblica non c'è stata. Nelle ricostruzioni giornalistiche per la divisione dei porporati sul da farsi. Vi sarebbe stata irritazione per la ruvidezza usata contro Gotti Tedeschi, collaboratore di Benedetto XVI nella stesura dell'enciclica “Caritas in veritate”. Ma avrebbero pesato anche diversità di valutazione sull'operato del banchiere piacentino e sul percorso di trasparenza che lo Ior avrebbe dovuto percorrere per adeguarsi alle normative internazionali sull'antiriciclaggio già avviato con il motu proprio di Benedetto XVI del dicembre 2010 con il quale è stata istituita l'Autorità autonoma di controllo, presieduta da Nicora. Resta comunque aperta la partita del successore di Gotti Tedeschi, su cui circolano nomi ed anche smentite. Oltre alla fiducia del Papa, dovrebbe avere anche quella del segretario di Stato. C'è chi assicura che ci vorrà tempo. Politiche di sostegno più forti. Ma non c'è un solo modello Il Papa: «La vera famiglia solo dal matrimonio» Papa Benedict XVI tra la folla di fedeli allo stadio Meazza di Milano FOTO ANSA ROBERTOMONTEFORTE INVIATO A MILANO Ior, scontro aperto per la successione a Gotti Tedeschi R. M. rmonteforte@unita.it . . . Difende il «diritto alla vita» e ai cardinali ricorda il valore del voto di castità domenica 3 giugno 2012 15
UNPROGETTOAMBIZIOSO.UNASFIDAEPOCALE.UNFUTURO CHE DEVE FARSI PRESENTE. L'economia verde come ricetta anti-crisi, non solo finanziaria, ma delle risorse naturali. È questo il filo rosso dell'edizione 2012 della Giornata mondiale dell'ambiente, che si festeggia il prossimo 5 giugno con lo slogan «Economia verde: ti include?». L'obiettivo è quello di coinvolgere gli abitanti del Pianeta a fare la loro parte nel passaggio ad un'economia più «amica dell'ambiente». Puntare, dunque, i riflettori sulla crescente domanda di risorse in tutti i settori, dall'agricoltura all'industria, al commercio. Un caso emblematico per tutti è quello delle riserve di acqua dolce: sono il 2,5% del volume totale delle acque del Pianeta, ma in realtà solo 200mila km cubi di oro blu sono accessibili. Secondo la Fao, entro il 2025 ci saranno 1,8 miliardi di persone che abiteranno in Paesi o regioni alle prese con problemi di scarsità d'acqua. Nel frattempo, circa 13 milioni di ettari di foreste vengono eliminati ogni anno, inclusi 6 milioni di foreste primarie, gioielli di natura incontaminata. Le cause della deforestazione sono diverse: industria del legname, conversione delle foreste in terreni agricoli, raccolta di legna da ardere e incendi. Per l'Onu la minaccia planetaria è quella di un «uso insostenibile delle risorse naturali» e l'unica via d'uscita è diventato il mantra di ogni riunione internazionale, incluso il G8: l'economia verde. La crescita della popolazione mondiale infatti non si arresta e dai 7 miliardi di persone attuali si prevede un aumento fino a 9 miliardi di persone entro il 2050. «Questo significa una maggiore pressione su città già affollate - afferma il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon - dove vive oltre la metà dell'intera popolazione, e su risorse naturali, dal momento che cresce la domanda di cibo, acqua ed energia». Quest'anno la Giornata Mondiale dell'Ambient e v e d r à c o m e p a l c o s c e n i c o l o straordinario Brasile, da cui verrà inviato il messaggio: anche le azioni dei singoli contano e possono avere un impatto esponenziale sul pianeta, aiutando a ridurre l'inquinamento. La scelta del Brasile non è casuale. Il Paese sudamericano ha preso negli ultimi anni decisioni importanti per affrontare finalmente il problema della deforestazione in Amazzonia ed è anche in prima linea sul fronte dello sviluppo di un'economia che includa il riciclo, l‘energia rinnovabile e la generazione di posti di lavoro «verdi». Inoltre, la manifestazione arriverà poco prima del vertice sullo Sviluppo Sostenibile di Rio de Janeiro («Rio + 20»), vent'anni dopo lo storico Summit della Terra del 1992.La Giornata Mondiale dell'Ambiente celebra il nuovo Brasile del 2012 come paradigma di un possibile sviluppo sostenibile contemporaneo, riflettendo le realtà e le opportunità che il nuovo secolo offre in tema di sostenibilità ambientale. La capacità sorprendente rivelata da questo Paese fino a poco tempo fa tra i più poveri e problematici della terra, di trovare nuovi e diversi modi per rispondere alle sfide ambientali future vuole essere l'elemento centrale della Giornata. Così da trasmettere a tutti i Paesi un messaggio di speranza e di forza. In effetti il Brasile, dopo 15 anni di discutibili politiche economiche in nome del progresso industriale, negli ultimi anni si sta impegnando fortemente per una svolta ecologica. Sta finalmente combattendo la deforestazione dell'Amazzonia, e riducendo le emissioni di gas serra (stimate in 10 tonnellate) e stimola le pratiche di riciclo che ha dato impiego a migliaia di persone, creando un giro d'affari di 2 miliardi di dollari. Recentemente, inoltre, è iniziata la costruzione di 500.000 nuovi edifici dotati di impianti solari termici che ha permesso di creare 300.000 posti di lavoro. Insomma, l'economia verde non è un'utopia. È un progetto realizzabile. Da subito. APPUNTAMENTI/RICORRENZE MASSIMOADINOLFI massimo.adinolfi@gmail.com L'intuizionedello scrittore:possono legiovanigenerazioni Immobilizzarsi inattesadel futuro? Economia verde contro lacrisi 5giugno,giornatadell'ambiente Il«manifesto»arrivadalBrasile Alcentrodellaedizione2012 ilproblemadell'acquae la deforestazione.Maanche isingoliatti individualiper tutelare ilPianetae laterra UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it Deforestazione, siccitàe depauperamento delle risorsedel maresono alcentro dellagiornata mondialedell'ambiente NEL CALENDARIO ACCADEMICO, TRA FINE MAGGIO E INIZIO GIUGNO - IN QUESTI GIORNI,DUNQUE-FINISCONOICORSIEINIZIALA SESSIONE ESTIVA DI ESAMI. Ma può accadere che uno studente universitario di venticinque anni e ventinove denti, invece di recarsi in facoltà il giorno della prima prova scritta dell'esame di sociologia generale, rimanga a letto: la testa pesante, le gambe intorpidite. Che senta suonare la sveglia, ma non si alzi. Che, senza alcuna premeditazione, lasci il proprio posto deserto in aula, e rinunci alla laurea, e alla specializzazione, e a proseguire gli studi. Può accadere che quel bravo ragazzo solitamente diligente, di norma coscienzioso, scopra però quella mattina, e sempre più nelle mattine seguenti tutte uguali, tutte sfocate e sudaticce, che qualcosa s'è ormai rotto, e l'impressione di aderire al mondo che lo aveva sorretto fin lì sia venuta, d'improvviso, meno. Quello studente è esistito davvero, nella fantasia di un grande romanziere, Georges Perec, morto di tumore ai polmoni giusto trent'anni fa, dopo avere scritto capolavori come Lavita.Istruzioni per l'uso e, per l'appunto, Un uomo chedorme, minima storia di una vita scivolata senza motivo apparente in folle, «sacco di gesso in mezzo a sacchi di gesso», mucchio di ingranaggi disapplicato, corpo in sosta, privato della quotidiana marcia in avanti che a tutti insegna di volere un futuro. Un'esistenza che, senza clamore né gesti eclatanti, taglia i ponti tra sé e il mondo, e lascia che si sfilaccino uno ad uno, senza volerlo né non volerlo, tutti i fili che legano la propria vicenda a quella di tutti gli altri e dell'umanità intera. Una storia esemplare, una parabola dei nostri tempi? Chissà. Certo è singolare il fatto che fu scritta non in un momento qualunque, ma proprio un attimo prima che un'intera generazione, invece di ritirarsi nel privato di qualche disadorna camera in affitto, si mettesse fragorosamente in moto: scendesse in strada, e cercasse di impadronirsi della Storia. Fu pubblicata infatti da Perec nel maggio del '67, sicché viene fatto di pensare che la bonaccia calata improvvisamente sul giovane studente parigino profetizzasse proprio, per antifrasi, un impetuoso soffiare di venti: come l'aria bassa, dolciastra e pesante che sembra a volte precedere i più intimi scotimenti della terra, così l'afa che opprime lo studente parigino e lo consegna a giornate e settimane e mesi di totale inerzia, di pigra indifferenza, doveva forse essere considerata, in quell'estate del '67, l'avvisaglia della tempesta sociale e politica che si sarebbe abbattuta sul Paese. Se è così, cosa dobbiamo fiutare oggi nell'aria? Ci sono forse segnali di qualche tipo? Detto fuor di metafora: si può confidare nella pazienza e nella rassegnazione? Può un'intera generazione essere tagliata via dal mondo del lavoro senza che nulla veramente accada? Può la disoccupazione giovanile, quella meridionale in particolare e quella femminile ancor di più, crescere fino a livelli allarmanti senza che nulla veramente accada? Si può accettare di rimanere ai margini del mondo, disertare i luoghi della politica, evitare le strettoie della storia, lasciare che tutto scivoli sulle proprie teste senza venir fuori dalle aule, senza prendere la parola per le strade, nelle piazze? Si può vivere da parte? Forse no. Forse la bonaccia è solo apparente. Forse oggi si potrebbe tessere la stessa trama narrata da Perec: uno studente potrebbe anche oggi, come nel '67, perdere d'improvviso l'aderenza alle cose, sentire d'un colpo tutta l'inutilità del proprio impegno, dei propri studi, della propria inutile ma affannosa ricerca di lavoro e rimanere per giorni nella propria stanzetta senza rispondere alla porta, con lo sguardo vuoto, dinanzi a una bacinella di plastica rosa in cui ha lasciato tre paia di calzini in ammollo. Potrebbe. Ma potrebbe anche trovare un varco, aprirsi una strada, afferrare da un'altra parte il bandolo della propria vita e prendere una decisione. C'è molto poco, infatti, da imparare dall'improvviso precipitare dell'esistenza in acque morte e ristagnanti. La vita, quanto a lei, si continua, «il tempo, che conosce la risposta, ha continuato a scorrere», scrive Perec, senza che niente, nel frattempo, sia accaduto. «Nessun miracolo, nessuna esplosione», niente che valga come la rivelazione del segreto di tutta la realtà, del cuore intimo di tutte le cose. La vita sospesa non ha cambiato nulla. Ma è così che, per contraccolpo, forse si prepara a qualche cambiamento. Ed è bene saperlo, è saggio aspettarselo. Perectrent'annidopo elametafora del ragazzochedorme GeorgePerec,nato aParigi nel 1936, mortoa marzo nel 1982:autore ecletticoegeniale U: 20 domenica 3 giugno 2012
EMANUELA,LAPRIMA,APALERMO,1896,PIÙDIUNSECOLO FA. POI VINCENZINA, MARINA, LUCIANA, FORTUNATA, ANGELA CHE AVEVA SOLO UN ANNO, MARIA CONCETTA CACCIOLA, TITA BOCCAFUSCA E LEA GAROFOLO,donne-boss e donne di boss che dicono basta, si ribellano, denunciano e finiscono sciolte nell'acido. O suicidate. C'è una Spoon River che parla solo al femminile. È in un non-luogo mai nato, una collina gentile dove 150 donne si chiamano per nome e ricordano, almeno tra di loro, chi sono state: uccise, sparate, suicidate per motivi di mafia da uomini dei clan. Parole e storie da ascoltare sfogliando un documento importante e prezioso che per la prima volta le raccoglie insieme (Sdisonorate) grazie al lavoro delle volontarie della onlus Associazione daSud. Emanuela aveva solo 17 anni, Palermo, 1896, clan e famiglie sono già una realtà con cui fare i conti: «Mia mamma era la bettoliera del quartiere e aveva denunciato dei mafiosi perché fabbricavano banconote false. Il 27 dicembre mi sparano sotto casa. Mia madre Emanuela ha continuato a collaborare con la giustizia…». Angela Talluto aveva un anno quando gli uomini di Salvatore Giuliano le sparano: «Era il 7 settembre 1945, io non c'entravo nulla, i banditi di Salvatore Giuliano volevano uccidere il militante socialista Giovanni Spiga. Lo aspettano sotto la porta di casa a Montelepre. Lui viene ferito a una gamba Io invece muoio subito». A proposito di mafie e clan e di loro presunti codici d'onore che, secondo recente vulgata, non uccidono per ritorsione bambini e innocenti: Emanuela, appunto, poi Angela, fino a oggi con il piccolo Di Matteo, figlio di un pentito, sciolto nell'acido da Brusca. In mezzo tanti altri, troppi. A Portella della Ginestra, il primo maggio 1947, tra le vittime ci sono Margherita Clesceri, mamma di sei figli e incinta del settimo, Vincenza Spina, Eleonora Moschetto e Vincenzina La Fata che ha solo 8 anni. È una collina affollata questa Spoon River di donne vittime della mafie. Si cammina in fretta inseguendo voci e memorie di poveri e amabili resti. Si sfogliano a fatica le pagine di un elenco che non è statistica ma dolore e ricordo, che vuol dire riportare al cuore. Rossella Casini è molti posti più in là, 22 febbraio 1981. Fiorentina, 21 anni, bionda, occhi azzurri e di antico casato, scompare in provincia di Palmi, in Calabria, vittima di una faida a cui lei con il suo innamorato calabrese avevano cercato di ribellarsi. «Vivevo a Firenze nel quartiere Santa Croce, avevo 21 anni e studiavo psicologia. Nel 1977 conosco Francesco Frisina, calabrese di Palmi, studente di Economia e Commercio. Un grande amore, ben visto anche dalle nostre famiglie. Ma nel 1978 a Palmi scoppia la faida tra i Gallico e i Carrello-Condello. Il 4 luglio 1979 ammazzano il padre di Francesco, a dicembre feriscono alla testa Francesco che però sopravvive. I miei genitori vorrebbero che chiudessi la storia. Ma io scendo a Palmi e convinco Francesco a parlare». Il giovane racconta, scattano arresti. Ma qualcosa, qualcuno, ferma Francesco. Per i clan è il massimo dell'affronto, e del pericolo: «Una straniera, come me, che fa leva sull'amore per spingere il suo uomo a tradire. Un precedente pericolosissimo che non può passare». Rossella è a Palmi nel febbraio 1981, mancano pochi giorni all'avvio del processo. Anche lei, per disperazione, prova a ritrattare ma non le credono. La mattina del 22 febbraio telefona al padre per annunciare il suo rientro. Ma scompare. Tredici anni dopo un pentito Vincenzo Lo Vecchio racconterà che «la straniera» (Rossella, ndr) è stata uccisa e fatta a pezzi dai Frisina». Il suo corpo è da qualche parte nel tratto di mare della tonnara di Palmi. Poco più in là si alza la voce di Palmina Martinelli, uccisa nel 1981. «Avevo 14 anni, sono cresciuta in una quartiere povero di Fasano, provincia di Brindisi, sesta di undici figli. Il fratellastro di Giovanni, ragazzo di cui ero innamorata, voleva farmi prostituire. Mi ribello, non ci sto. Mi danno fuoco. Nei 22 giorni di agonia riesco a raccontare tutto ai magistrati». Ma gli accusati furono tutti assolti per insufficienza di prove. Mirella Sblocchi, Grazie Scimè, Antonella Oronza Maggio, Anna Forcignano, tante voci, altrettante storie. Agata Azzolina s'impicca il 22 marzo 1997: «Perdonami» lascia scritto alla figlia Chiara. Cinque mesi prima il racket le aveva ucciso il marito e il figlio che, titolari di una gioielleria, si erano rifiutati di consegnare «a credito» due anelli ai fratelli Infuso. Per cinque mesi Agata sarà inseguita a casa e in negozio. Intimidazioni continue, anche fisiche. Ma nessuno, neppure polizia e carabinieri a cui tutto viene puntualmente denunciato, riescono a fare qualcosa. In questa Spoon River colpisce l'assenza, spesso, di colpevoli. E l'incapacità di declinare la parola suicidio in costrizione. Per disperazione. Per solitudine. L'archiviodellamemoria SpoonRiver delledonne Uccisedaiclan,dai familiari peressersi ribellateallemafie SOCIETÀ : Lagiornatadell'ambientequest'annosicelebra inBrasile P. 20 ANNIVERSARIO : Diosalvi laReginae i fedelissimisudditi P. 21 LETTURE : Palloni sgonfiati.Quandolacorruzioneentra incampo P. 22 L'INTERVISTA : ParlaScola P. 24 U: Unlibrodell'associazioneDasudracconta lavita terribile delle«Sdisonorate»:ammazzatedabambine,“suicidate” inetàadulta.Unastoria iniziataalla finedell'800emai finita CLAUDIAFUSANI cfusani@unita.it domenica 3 giugno 2012 19
L'INTERVENTO LAUROLUGLI* FIN DALLAPRIMA SCOSSA DEL20MAGGIONOI DILEGACOOPMODENA (ASSIEMEALLEALTRESTRUTTURE PROVINCIALI,A LEGACOOPEMILIA ROMAGNAEA LEGACOOPNAZIONALE) ci siamo attivati per soccorrere e sostenere la popolazione e le imprese delle province colpite dal sisma. In Emilia Romagna Legacoop conta 1.450 cooperative aderenti, con 2.600.000 soci e 156.000 occupati. Le nostre cooperative hanno subito danni ingenti. In particolare quelle della filiera agro-alimentare: il settore lattiero-caseario è stato colpito in modo gravissimo. Come associazione abbiamo costituito fin dalla mattina del 20 maggio un'unità di crisi sia per identificare le principali criticità, sia per coordinare gli interventi di soccorso e assistenza per i quali si sono immediatamente rese disponibili tutte le nostre imprese. Fin da subito si è attivata una rete di solidarietà da parte delle cooperative, che hanno messo a disposizione persone, attrezzature, e merci di ogni genere. Gli aiuti sono stati, e sono tuttora, di natura assistenziale, in quanto dopo la scossa del 29 la situazione si è ulteriormente aggravata. Alcune strutture per anziani e disabili hanno riportato danni pesanti e per questo si sta predisponendo una sistemazione adeguata attraverso la collaborazione delle cooperative sociali dei territori limitrofi. Alla soluzione del problema delle persone rimaste senza alloggio stanno collaborando anche le cooperative di abitanti, che hanno attivato una ricerca di alloggi ammobiliati disponibili per sei mesi, e le cooperative turistiche. Sul fronte dell'assistenza tecnica, si sono attivate le nostre cooperative di costruzioni, di ingegneri, di facchini, logistica e trasporti, per effettuare sopralluoghi e sgomberare aree invase dalle macerie. Dal punto di vista della raccolta fondi, Coop Estense, Coop Consumatori Nordest, e Coop Adriatica hanno lanciato una campagna di raccolta presso tutti i punti vendita, mentre Nordiconad Conad Centro Nord e Cia-Commercianti Indipendenti Associati, hanno deciso di devolvere l'1% dell'intero incasso della giornata di venerdì scorso al conto corrente attivato dalla Regione Emilia-Romagna. L'Aci Emilia Romagna, poi, d'intesa con Cgil, Cisl e Uil, ha poi promosso una sottoscrizione fra soci e dipendenti, che sarà attivata nelle prossime ore: sarà aperto un conto corrente sul quale destinare l'equivalente di un'ora di lavoro di ogni singolo dipendente, in forma volontaria, al quale la cooperativa aggiungerà un contributo raddoppiato. Infine, Unipol Banca si è impegnata stanziando un plafond rinnovabile di 15 milioni di euro a tasso particolarmente agevolato, per finanziamenti a breve o medio termine destinati al ripristino degli immobili danneggiati, sia ad uso abitativo che produttivo e agricolo. * presidente Legacoop Modena Un ragazzino gira fra le tende del campo allestito a Finale Emilia, uno dei paesi colpiti dal terremoto FOTO DI MATTEO BAZZI/ANSA Romina e Nello sposi ieri a Casalgrande FOTO DI GIAMPAOLO GRASSI/ANSA Per le migliaia di studenti delle scuole emiliane danneggiate dal sisma, l'anno scolastico finisce qui. La data del 9 giugno, fissata per il termine delle lezioni, è stata cancellata con un colpo di spugna dal terremoto. Dai nidi alle superiori, la serrata è unica nelle province maggiormente colpite del Modenese, del Ferrarese e in qualcuna del Bolognese. Comuni come Cavezzo, Carpi, Medolla, Mirandola, Finale Emilia, San Felice sul Panaro, Sant'Agostino, Cento e Crevalcore. Verrà garantito solo lo svolgimento degli scrutini e degli esami di Stato (delle medie e delle superiori) e i ragazzi si troveranno a sostenerli all'interno di tendopoli o delle poche strutture scolastiche agibili, mentre diventa sempre più concreta l'ipotesi di ridurre l'esame alla sola prova orale, sull'esempio di quanto venne deciso all'Aquila dopo il terremoto. Niente esame scritto, dunque, già fissato dal Ministero per il 20 e 21 giugno. A confermare che il governo sta lavorando a questa soluzione, il sottosegretario all'Istruzione Elena Ugolini e il governatore dell'Emilia Romagna Vasco Errani, che è tornato a dare rassicurazioni su un inizio di anno scolastico regolare, a settembre. A Mirandola, nel modenese, la decisione di far svolgere solo la prova orale dell'esame di Stato sembra ormai presa. «La situazione è talmente drammatica che è impensabile far affrontare la prova scritta ai ragazzi - ha spiegato Carla Farina, responsabile comunale dell'Istruzione -. Dobbiamo essere pronti a gestire situazioni di panico e non abbiamo aule. Occorre anche valutare la componente psicologica: da me vengono ragazzi che piangono». A Mirandola, gli studenti che devono sostenere la prova di fine anno sono circa 600: 400 delle superiori e 200 delle medie. Sono almeno un'ottantina, in tutto, i plessi scolastici inagibili nella regione. Sul fronte del recupero degli edifici, il governo sta valutando la possibilità di dirottare in Emilia le risorse destinate alla ristrutturazione delle scuole con il decreto ministeriale del luglio 2010. A Bologna e Modena, invece, si ritorna alla normalità. Nel capoluogo emiliano-romagnolo, dopo uno stop di quattro giorni, domani riaprono tutte le scuole, tranne due materne dichiarate inagibili: le «Molino Tamburi» e le «Tambroni», ma il Comune ha già trovato delle aule alternative in cui trasferire i bambini. Ha anche deciso di spostare 4 milioni dal piano degli investimenti per destinarli all'edilizia scolastica. Il sindaco Virginio Merola rinnova poi la richiesta fatta al governo - che risponderà entro l'11 giugno - di derogare il Patto di stabilità per l'edilizia scolastica, «in modo da poter provvedere all'ammodernamento e alla realizzazione di nuove strutture, alla manutenzione, alla messa a norma e alla riduzione del rischio». Anche a Modena, domani si torna in classe, con l'unica eccezione dell'Istituto d'arte Venturi, totalmente inagibile in entrambe le sedi, a causa delle lesioni gravi. Per i bimbi che frequentano dal nido alle elementari e per i ragazzi delle medie, la fine delle lezioni anticipata non porterà grandi cambiamenti. Più problematica la situazione degli studenti delle scuole superiori, soprattutto di quelli che hanno una media scolastica traballante. A loro non rimane che affidarsi alla comprensione dei docenti. Ugolini, ieri, ha cercato di rassicurarli: «Devono stare tranquilli, la validità dell'anno è garantita e negli scrutini si terrà conto del fatto che ci sono stati tanti giorni in meno». Non si tratterà, però, di una «sanatoria, ma di criteri che tengano conto della situazione». Il sottosegretario ieri ha indicato quattro priorità per le scuole colpite dal terremoto: garantire scrutini ed esami; ricostruire o rendere agibili gli edifici per assicurare il regolare inizio del prossimo anno scolastico e, nel frattempo, sostenere, tutte quelle attività messe in campo per non far sprofondare bambini e ragazzi nella paura e nella noia. Quando cooperazione non è soltanto una parola Circa un'ottantina gli istituti lesionati gravemente Ragazzi sotto choc: «Evitiamo gli scritti» . . . A Bologna e Modena si ritorna invece alla normalità: domani riaprono le scuole . . . A Mirandola circa seicento ragazzi devono sostenere le prove per la maturità e le medieValentino Rossi, con l'adesivo che invita alla solidarietà Scuole inagibili Solo prove orali per l'esame di Stato PAOLA BENEDETTAMANCA BOLOGNA domenica 3 giugno 2012 9
Sala Conferenze del Partito Democratico, Via Sant'Andrea delle Fratte 16 Roma, mercoledì 6 giugno 2012 ore 10/14 IL FUTURO CHE VOGLIAMO Seminario sulla Conferenza delle Nazioni Unite Rio+20 Interverranno DIBATTITOConsiderazioni e proposte SERGIO GENTILI RAFFAELLA MARIANI FEDERICA MOGHERINI PAOLO SOPRANO C D D oordinatore Forum Ambiente eputato - Capogruppo Ambiente eputato, Resp. Globalizzazione rappresentante UE nel board delle Nazioni Unite Considerazioni finali CLAUDIO MARTINI LAPO PISTELLI LAURA PUPPATO P D residente Forum Enti Locali Presidente Forum Ambiente eputato-resp. Esteri e Relazioni Internazionali Stella Bianchi, Roberto Della Seta, Roberto Morassut Ermete Realacci, Fabrizio Vigni associazioni ambientaliste e del volontariato, organizzazioni sindacali e dell'impresa, parlamentari e amministratori locali Forum Politiche Locali «La Repubblica siamo noi», c'è scritto sui quindici metri di tir che porta a San Giovanni un pezzo di Italia che si ribella. Sfilano poche ore dopo e a poca distanza dalla parata del 2 giugno. Sfilano sotto al sole con gli striscioni e i bambini per mano, o in bicicletta. Sono una rappresentanza di quegli italiani che un anno fa hanno detto no alla privatizzazione dell'acqua. Il corteo del Forum italiano dei Movimenti per l'acqua è diventato un'altra occasione per dirsi di non mollare, e non solo su due atomi di idrogeno e uno di ossigeno che fanno la molecola più preziosa che c'è. «Si scrive H2O si legge democrazia». «L'H2O non si vende». «Noi siamo H2O». «H2O cielo terra: riprendiamoci il futuro». La sequenza degli striscioni ricorda a tutti, anche ai turisti che sfilano verso la basilica e si fermano incuriositi, quale sia la posta in gioco. VOCILONTANE Il titolo del pomeriggio in piazza, secondo i movimenti organizzatori, chiede l'«attuazione del risultato referendario e la riappropriazione sociale dell'acqua, dei beni comuni, della democrazia, per un'alternativa alle politiche d'austerità del governo e dell'Europa». In realtà, si fa presto a capire che con voci diverse, da Regioni anche lontane e con l'acqua come denominatore, sono venuti tutti a dare una testimonianza contro ciò che si ritiene speculazione, profitto sfrenato e violenza sul territorio. Come il Comitato Amiata che racconta cosa stiano combinando nel sud della Toscana, alle pendici dell'antico monte sacro agli Etruschi, con l'ecosistema della zona già a rischio per i piani di una multinazionale. Ci va ancora più pesante il collega di Bologna che si porta dall'Emilia il dolore nel cuore per una terra ferita: «Una disgrazia, il terremoto, che dimostra una volta di più il saccheggio del territorio con quei capannoni costruiti con lo sputo e i lego, tirati su in cinque minuti e pronti all'occorrenza per essere smontati e trasferiti altrettanto velocemente. Una logica da rapina che a Bologna come dappertutto vale per l'acqua ma anche per i trasporti o l'istruzione». Poi la ricetta che tutto il prato davanti a lui, e sotto alle statue che tante ne hanno viste e chissà quante ne dovranno ancora vedere, applaude e condivide: «L'unica soluzione possibile per il futuro è l'autorganizzazione, perché nessuna mediazione politica è possibile per portare i beni comuni al di fuori della logica di mercato». CHILOMETRIDI GAS Molto applaudito anche Renato, dal forum dell'Abruzzo che ha invitato tutti a partecipare alla pars costruens, mentre la battaglia è ancora in corso: «Dopo la protesta ci vogliono le proposte, perché la classe dirigente non è più in grado di fare assolutamente niente in questo paese. E perché o la cambiamo noi la realtà del nostro territorio, o non lo farà nessuno». Sono venuti in nome di un'acqua per tutti che, lo dicono tutti, tra poco sarà il vero petrolio di questo sciagurato mondo, ma si finisce a parlare, e a farsi increspare la voce per la rabbia, di sindaci che vogliono privatizzare tutta una città, come ricorda Fulvio Pesce a nome di una capitale che non si sente di Alemanno, «Roma non si vende». Sul nodo Acea è intervenuto con una nota anche Umberto Marroni, capogruppo Pd in Campidoglio: «Il 12 e 13 giugno 2011 un milione e duecentomila romani si sono recati alle urne per ribadire il no della Capitale alla privatizzazione dell'acqua. Un dato di affluenza superiore alla ben già alta media nazionale che pone paletti chiari all'amministrazione capitolina, socio di maggioranza in Acea che con la cessione del 21% andrebbe di fatto incontro al rischio di perdita del controllo pubblico dell'azienda, facendo peraltro venir meno la caratteristica di società a prevalente capitale pubblico di Acea Ato2 Spa. L'infausto progetto di svendita di Acea targato Alemanno è quindi in palese contrasto con il referendum popolare, anche anche alla luce di ciò ribadiamo al Sindaco la richiesta di accantonare l'illegittima delibera 32». «La lotta continua e non si torna indietro», saluta tutti la coordinatrice dal palco, quando il sabato pomeriggio è ancora tutto da vivere. L'INTERVISTA Non poteva mancare padre Alex, che gira con un cappello a forma di rubinetto, stringe mani e si prende anche qualche sfottò da un amico con una parrucca blu, per dire che si può essere impegnati con un sorriso sulle labbra. «Perché qui oggi? Almeno per tre motivi» spiega Alessandro Zanotelli, in prima fila nel corteo. «Prima di tutto per un principio teologico, perché se uno è credente in Dio sa che l'acqua è sua madre, quindi pensare di privatizzarla non può essere che una bestemmia, sia dal punto di vista etico che morale». Qualialtre istanze volete sostenere? «Sicuramente c'è sul tavolo la questione grande, enorme delle comunità locali che devono riappropriarsi dei temi fondamentali del nostro ambiente e della vita, oltre all'acqua anche l'energia e la terra. Per riappropriarsi intendo che devono riprendere il controllo di queste risorse a livello territoriale, di base, perché è l'unica forma di democrazia rimasta e che si può ancora praticare, si deve». Sta passando velocemente dal referendumdelloscorsogiugnoallaglobalizzazioneche“spreme” il pianeta. «La logica del profitto e della mercificazione ormai è diffusa ovunque. Sono le multinazionali a dettare le regole del gioco e proprio per questo - a maggior ragione se attualmente sono 50 milioni le persone che soffrono la sete e la siccità - diventeranno almeno il doppio se permetteremo che l'acqua diventi un bene privato. Sarà l'acqua il bene più prezioso del pianeta nel futuro, il nuovo petrolio sul quale si scateneranno le lotte di potere tra i potenti». La gente di questa piazza e gli altri che hannovotatoperilreferendumcosapossonofare? «L'unica possibilità di avere ancora una democrazia con reali poteri dei cittadini è una forma che parte dal basso e che non si può fare con la violenza, perché quella non porta da nessuna parte. Bisogna riappropriarsi dei beni comuni e delle risorse che l'uomo ha ancora a disposizione in questo pianeta, oltre all'acqua anche l'aria, la terra, cercando di salvare dalla logica che trasforma tutto in business, come quella dei rifiuti che pur se dannosi per la salute, con la diossina, continuano ad essere raccolti e smaltiti per arricchire chi li gestisce. L'acqua è solo l'esempio più grande, ma mi viene in mente anche l'energia solare su cui ogni comunità locale deve raggiungere presto l'autosufficienza, con forte determinazione». «Ambiente e sviluppo Ripartire dal basso per salvare il pianeta» Un momento della manifestazione organizzata dal «Forum italiano dei movimenti per l'acqua» FOTO ANSA «Acqua pubblica, rispettate i referendum» Migliaia di persone in corteo a Roma in difesa dei beni comuni Per i comitati è stato violato il risultato della consultazione SALVATOREMARIARIGHI ROMA PadreAlexZanotelli «L'acquaè il temapiù grandedi tutti.Ma dobbiamoriappropriarcidi tutti ibenicomuni:èuna formadidemocraziache vapraticataognigiorno» S.M.R. ROMA domenica 3 giugno 2012 13
C'è un cartello appeso da-vanti all'inferriata delCampo Tenda 1 nel co-mune di Mirandola. È inarabo. «Più o meno – cidice Adil – c'è scritto che non si può entrare se non si è residenti». Adil è alto, moro, magro e ha «18 anni e sei mesi». È del Marocco e lavorava alla Bbg di San Giacomo Roncole, «quella che è crollata», ci spiega mostrando i segni delle escoriazioni sulle mani che si è procurato fuggendo. «Io ce l'ho fatta altri tre miei compagni no». Adil è in compagnia del cugino, Kalì, che di anni ne ha ventiquattro e fa il pasticcere. Dormono entrambi in tenda ospiti del campo dalla Protezione civile del Friuli Venezia Giulia. A Mirandola sono in tutto cinque e questo è il più difficile. «La convivenza in tenda non è mai facile - ci spiega il responsabile della struttura Mario Pugnetti –, anche a L'Aquila è stato così. Qui, rispetto alla precedente esperienza, è più dura perché il 60% della popolazione che vive in questa tendopoli è composta da stranieri di sei etnie diverse». Marocchini, senegalesi, indiani, rumeni, moldavi, albanesi senza contare gli italiani. Una babele. DENTROTUTTI Numerosa, tra l'altro. In tutto gli ospiti dovrebbero essere 512 ma in realtà la cifra è molto più alta. «Dopo la seconda scossa, quella che ha distrutto tutto – dice Pugnetti - il comune ci ha detto di accogliere più gente possibile». I pasti sono passati da circa 500 a 1200 in un batter baleno. «I venti volontari in cucina hanno dovuto fare gli straordinari spesso lavorando senza sosta per dodici ore». Ma il sovrannumero ha generato parecchie incomprensioni. «Si litiga – ci dice Maria, volontaria del campo – per uno sguardo, perché passando si è sfiorato una donna. Per nulla, insomma. E ad essere i più focosi sono i più giovani». Giovani come Adil. Lui è uno degli abusivi, entrato grazie al cugino. «La vita nel campo è difficile ma non è così brutta». Tra l'altro i volontari si sono fatti in quattro per andare incontro a tutte le esigenze. Pasti a base di pollo, poco uso del ragù, molto pomodoro in modo da consentire a tutti di sfamarsi. E poi fra poco la situazione cambierà. «La tendopoli si sta sfollando» spiega ancora Pugnetti. Molti stanno tornando in patria in attesa della ricostruzione. Il consolato rumeno ha attivato, ad esempio, dei pullman per un rimpatrio veloce. Anche Adil presto se ne andrà. Ritornerà in Marocco, a Marrakech, «in vacanza premio». Con la speranza di tornare presto: «Il proprietario dell'azienda mi ha promesso di chiamarmi quando l'attività riprenderà». Amara, invece, resterà. Ha 26 anni ed è di origine tunisine. Occupa una delle tende del Campo Tenda 6 di Finale Emilia, venti chilometri più a est. È in Italia dal 2003 e fino a martedì scorso occupava il suo appartamento al terzo piano di via Francesco Bellezanti. «Ogni tanto ci torno a cucinare, ma la notte la passo in tenda». Amara fa il camionista e lavora presso Eurotir. Mentre ci parla tiene in braccio il suo bimbo di otto mesi Saged dagli occhi tondi nerissimi. Se Amara rimarrà il piccolo e la moglie di venti anni hanno un biglietto di ritorno già prenotato. «Se ne vanno lunedì». Partiranno in nave da Genova. «Sono diciotto ore di viaggio, ma è meglio che far vivere mio figlio sotto la tenda». Torneranno fra sei mesi «quando tutto sarà a posto, spero». NUTELLAPARTY Fino a lunedì Saged dovrà accontentarsi degli omogeneizzati passati dalla Protezione civile dell'Emilia Romagna e dell'Umbria. «In questa tendopoli ci sono 320 posti letto – spiega il responsabile Marco Pazzi – il 30% sono extracomunitari ma vanno d'amore e d'accordo. I problemi li abbiamo tutti risolti». Con metodi piuttosto semplici. «La scorsa domenica abbiamo organizzato per i 56 bambini del campo un Nutella party. Abbiamo fatto venire cento chili di cioccolata spalmabile. Alla fine la mangiavano tutti». Ma non è sempre così facile. Nella piccola tendopoli di Cavezzo, in direzione Modena, Simone Morselli, 18 anni, sta servendo la pasta. È un volontario del paese, settemila anime una buona parte in strada. «Qui ci sono soprattutto maghrebini e lo stare assieme è difficile. Tendono a fregarti e hanno usanze molto distanti dalle nostre. Con le donne non puoi parlare e di solito protestano perché vogliono mangiare di più». Mentre lo dice un bambino extracomunitario si avvicina col vassoio. «Va la te, che è la seconda volta che passi. Ti ho riconosciuto. Vede? Ha visto?». Eppure Simone è lì, nonostante il sole che gli scende proprio in testa, a servire pasti caldi anche per loro. Thaddeus, invece, sta all'ombra di un pioppo a Massa Finalese. 54 anni originario della Nigeria dall'89 vive in Italia. Fa lo smaltatore presso la Opera Ceramiche. Chiusa come tutto quello che sta qua attorno in attesa di verifiche. Anche per Thaddeus la vita è quella sotto una tenda con la sua famiglia e i suoi amici. A Massa il Campo numero 5 è sotto il controllo della Protezione civile delle Marche. Ospita 500 persone. Oltre la metà straniera. «La convivenza? C si adatta. Ma il problema non è vivere qui. È pagare il mutuo, le bollette. Il problema sarà il poi. Serve lavorare e rimettere tutto in piedi. Per dare un futuro a mio figlio». «La ricostruzione dei territori colpiti dal sisma sarà il simbolo della ripresa dell'Italia» ha detto dal ministro dell'Integrazione e della Coesione sociale Andrea Riccardi ieri tra i terremotati. Ma la ricostruzione passa anche tra le mani di questa nuova generazione di italiani che affolla i campi tenda, metafora e simbolo di una convivenza difficile ma non impossibile. La terra trema ancora: magnitudo 3.5˚ Il lavoro di vigili del fuoco e veterinari, la disponibilità di Guccini Nonc'èsoltantomorte edistruzione tra lemaceriedel terremotoche ha colpito l'Emilia. Nel tardo pomeriggio di ieri, alpunto medicoavanzato di Mirandola, il cuoredella zonacolpita dal sisma,unadonna diorigini cinesiha messoal mondounabambina. La nascitaèavvenuta a seguitodi un partonaturale. Dopoun travaglio di circa40 minuti, la neonataera tra le bracciadeigenitori, unacoppia residentea SanFelice, altrocomune modenesecolpito dal terremoto. Effettuati iprimicontrolli, econstatato che la neomamma e la bimbastavano bene, si èprocedutoal loro trasferimentoalPoliclinico di Modena. Ilpunto medicoavanzato di Mirandola èstatoallestito dopo l'evacuazione dell'ospedale, inagibile a causadel sisma. Nelle tendopoli la vitava avanti esi scrivonostorieche fannodimenticare perun momento la tragedia.Sempre a Mirandola,assiemeaduna famigliacon quattrobambini, nella tendanumero 63sottoallostadiovivono seicuccioli, messialmondo dalla cagnettaMaya il 20maggionel palazzettodello sport, mentre fuori tutto tremava.Sono un incrocio fra unvolpino eunyorkshiree sichiamano, non acaso: Terre,Moto, Venti,Maggio,SismaeScossa. Ormai, sono lemascotte della tendopoli. «Quellanotte siamo uscitidi casa portandovia ibambini - racconta Alessandra -Solodopoun po'ci siamo accorti cheMaya era ancora incasa. Allora,miomarito siè fattocoraggio edètornatoa prenderla, fraunascossa e l'altra».Poche oredopo, il parto. Domani sarà giorno di lutto nazionale per le vittime del sisma che ha colpito le province emiliane, e la Regione Emilia-Romagna esporrà le bandiere a mezz'asta in segno di cordoglio. La decisione è stata presa dal presidente della giunta, Vasco Errani, e dal presidente dell'Assemblea legislativa, Matteo Richetti. Intanto, la terra trema ancora, e non poco, con una magnitudo di 3.5. Questo sisma quotidiano ha avuto come epicentro Concordia sulla Secchia, Novi di Modena (Mo) e Moglia (Mn). È stata la più violente delle 27 scosse della giornata di ieri, quasi tutte nottorne, intorno ai 3 gradi: tanto, qui nessuno dorme. Il capo dipartimento dei vigili del fuoco, il prefetto Francesco Paolo Tronca, i due campi base realizzati dal corpo dei vigili del fuoco a San Felice sul Panaro e a San Prospero, nel modenese, ha aggiornato i dati sui suoi uomini: sono circa 1200 i vigili del fuoco in servizio nell'area di cratere del sisma, con sezioni operative provenienti da tutto il Nord Italia; 300 i mezzi di soccorso con cui stanno lavorando; oltre 20.000 gli interventi finora effettuati, dal soccorso alla popolazione, alle verifiche e messa in sicurezza degli edifici pubblici e privati. NONSOLO UOMINI Ieri è stata una giornata particolare in tenda, come vedrete anche nelle foto e nelle notizie della pagina: un matrimonio, una nascita. Si è animata di fatti umani, questa comunità strappata alla sua quotidianità, ma riunita in queste tende. Ma non ci sono solo le persone da badare: dalla gestione degli allevamenti al controllo della filiera alimentare, dalla riattivazione degli impianti di mungitura e macellazione alla salvaguardia degli animali da compagnia, dalla sicurezza igienica delle mense allestite nei campi per migliaia di sfollati alla gestione dei canili dove mantenere in condizioni dignitose gli animali randagi. Anche i circa 200 veterinari pubblici delle asl di Ferrara, Modena e Reggio Emilia hanno il loro carico di lavoro in queste ore in cui l'emergenza continua. «Tra le priorità che vengono affrontate - spiega Gabriele Squintani, responsabile del servizio veterinario e igiene della Regione - la salvaguardia degli allevamenti per rimediare ai crolli: gli animali vanno messi in sicurezza, alimentati, va salvaguardata la mungitura, il latte prodotto custodito in altri luoghi, va assicurata l'igiene dell'acqua, rimessi in piedi i silos. Così anche operiamo per il salvataggio e il controllo della filiera degli alimenti come i formaggi stagionati, visto che sono crollate le stadere di numerosi capannoni per centinaia di migliaia di forme; ma ci sono alimenti che potrebbero aver subito danni per l'interruzione della catena di conservazione. Inoltre ci sono più di 20 stabilimenti per la produzione di alimenti oltre ai caseifici che sono stati danneggiati. Nel Ferrarese Squintani segnala anche il fenomeno della moria di pesci nei canali e nel Po che si sta spostando verso l'Adriatico. «E come accade in questi momenti di emergenza anche per i veterinari è scattata la rete della solidarietà», afferma Aldo Grasselli, segretario nazionale dell'associazione che riunisce i 5500 veterinari pubblici che operano nella penisola. «Appena dopo la prima scossa del 20 maggio è stato attivato il gruppo di esperti che operano durante le emergenze. Una rete di allerta che è nata - spiega - dopo il terremoto dell'Iripinia del 1980, proprio ad opera dei veterinari emiliani che per primi arrivarono a sostenere le esigenze della popolazione campana». PER TUTTI Si muove ancora la macchina della solidarietà: ci sarà anche Francesco Guccini al concerto benefico per le popolazioni colpite dal sisma, in programma il 25 giugno a Bologna. L'iniziativa, promossa dai Nomadi che stanno mobilitando i big emiliani della musica, da Vasco Rossi a Ligabue a Laura Pausini, sarà presentata ufficialmente il 6 giugno nel capoluogo emiliano. Tra lunedì e martedì prossimi Beppe Carletti avrà gli ultimi contatti per definire il cast di questo 'live aid', che probabilmente vedrà sul palco artisti come Gianni Morandi, Zucchero, Nek, Modena City Ramblers e Rio. L'ITALIAFERITA ROBERTOROSSI INVIATO A MEDOLLE(MODENA) Adil, cittadino di fatto dopo la fabbrica il posto nelle tende MIRANDOLA Bimba nasce nel campo In tenda anche i cuccioli Terre,MotoeSisma ILREPORTAGE . . . Ventimila gli interventi finora dei circa 1.200 Vigili del fuoco. Il pool per salvare gli alimenti . . . Molti sono «abusivi», entrati qui grazie ad amici e parenti, anche se dopo la seconda scossa i controlli sono stati meno pignoli. . . . Molti rimpatriano: meglio tornare a casa che crescere un figlio in tenda Viaggioneicampidella protezionecivile,dove insiemeagliemilianici sonoalmenoseietnie: «Nonèsempresemplice staretutti insieme...» Mondo terremoto: scosse, nascite, nozze e concerti per aiutare La rimozione dei quadri del Museo Civico di Mirandola FOTO DI ELISABETTA BARACCHI/ANSA GIANNIPAVESE BOLOGNA 8 domenica 3 giugno 2012
L'INTERVISTA Carcere a vita per il Faraone. Ma la «piazza» grida alla farsa e torna a infiammarsi convinta che la condanna di Hosni Mubarak copra l'assoluzione del regime. Un verdetto meno pesante del previsto: l'ex rais egiziano è stato condannato all'ergastolo per aver ordinato l'uccisione di 850 manifestanti durante la rivoluzione. Occhiali scuri, tuta beige e aria apparentemente tranquilla, il primo leader destituito dalla «Primavera araba» a comparire di persona, se pur in barella e dentro una gabbia, davanti ai giudici, ha evitato la pena di morte. In seguito alla lettura della sentenza, il Procuratore Generale ha ordinato il trasferimento immediato dell'ottantaquattrenne ex raìs dall'Ospedale militare, dove è stato detenuto fino ad ora, al carcere di Tora al Cairo. Fonti giudiziarie riferiscono che quando l'elicottero è arrivato alla prigione, l'ex presidente egiziano ha fatto resistenza, rifiutandosi, tra le lacrime, di scendere dal velivolo. E poco dopo è stato colpito da una crisi cardiaca. Gli è stato quindi concesso di essere portato nell'ospedale del penitenziario. Ergastolo anche per l'ex ministro dell'Interno di Mubarak, Haimb El Adly, assolti, invece, i suoi sei assistenti al ministero. Mubarak farà ricorso in Cassazione contro la sentenza, riferisce l'avvocato Yasser Bahr, portavoce del collegio difensivo. «Il verdetto è zeppo di vizi legali da ogni parte», sottolinea. Anche gli avvocati delle famiglie delle vittime della rivoluzione hanno annunciato che ricorreranno. LACRIMEE PROTESTE Ma la sentenza che ha suscitato le reazioni più forti è il non luogo a procedere per i due figli di Mubarak, Gamal e Alaa, accusati di corruzione e abuso di potere, perchè i reati risalgono a oltre dieci anni fa. Reati prescritti anche all'ex rais. Al momento della sentenza i due figli sono rimasti in piedi davanti alla barella del padre che è rimasto immobile. Gli avvocati dell'accusa sono saliti sui tavoli del tribunale scandendo gli slogan «fuori, fuori» e «il popolo vuole che la magistratura sia ripulita». «La sentenza del popolo è la morte» recita invece uno dei cartelli alzati dai familiari delle vittime della rivoluzione davanti al Tribunale penale del Cairo e che hanno contestato la sentenza.Fuori dall'aula, la polizia in tenuta antisommossa ha caricato i sostenitori di Mubarak che dopo la sentenza hanno cominciato a lanciare sassi e ad aggredire anche i giornalisti e fotografi presenti sul posto. Il primo bilancio parla di 20 feriti e almeno quattro arresti. LAPIAZZA S'INFIAMMA La sentenza scatena la rabbia dei familiari delle vittime e fa esplodere la «piazza». Oltre 10mila persone riempiono Piazza Tahrir, cuore della rivoluzione anti-regime. Il «popolo vuole cacciare l'ancien regime» scandiscono i manifestanti. Fra loro anche i Fratelli Musulmani, prima forza politica in Egitto: si sono detti «scioccati» dall'esito del processo che viene definito dal loro candidato alle presidenziali, Mohammed Morsi, una «farsa» e hanno sospeso la campagna elettorale per il ballottaggio delle presidenziali per unirsi a quanti contestano la sentenza. Se eletto presidente, Morsi rifarà celebrare i processi per le uccisioni dei manifestanti e per gli accusati di corruzione. Ad affermarlo è lo stesso candidato dei Fratelli Musulmani durante una conferenza stampa in serata. «I rivoluzionari devono restare nelle piazze e confermo il mio appello a continuare le manifestazioni fino a quando gli obiettivi della rivoluzione non saranno raggiunti», scandisce. La condanna all'ergastolo di Hosni Mubarak dimostra che «nessuno in Egitto è al di sopra del giudizio e della legge», ribatte il candidato alla presidenza e ultimo premier dell'ex rais, Ahmed Shafik, in un comunicato diffuso on-line. In una ressa impressionante è accolto a Piazza Tahrir il candidato di sinistra alla presidenza egiziana, Hamdin Sabbahi, giunto al terzo posto ed escluso dal ballottaggio che si terrà fra due settimane. I manifestanti lo portano a spalla e per un breve momento Sabbahi si è ritrovato accanto ad un altro candidato presidenziale, l'attivista Khaled Ali: entrambi inneggiati dalla folla. La tensione è altissima. Le forze di sicurezza presidiano in massa gli edifici pubblici al Cairo. Centinaia di giovani si apprestano a passare la notte in Piazza Tahrir. Una notte di dolore e di rabbia. La verità storica non si ricerca in un'aula di tribunale. Tanto meno quando questa verità riguarda un regime trentennale che ha preso in ostaggio un intero popolo e i suoi diritti. Da questa sentenza esce rafforzata una preoccupazione che è crescita in questi mesi di transizione: c'è chi ha puntato a un “mubarakismo senza Mubarak”. I protagonisti della Primavera egiziana si sono battuti perché trionfassero verità e giustizia. Di certo quella che esce da quell'aula di tribunale non è la giustizia che ci attendevamo, ma ciò non vuol dire, però, che sia tutto da buttare». A parlare è uno dei protagonisti della rivoluzione di Piazza Tahrir, uno dei simboli dei ragazzi che hanno cambiato il corso della storia dell'Egitto: Wael Ghonim, 32 anni, il blogger egiziano che Time ha incoronato persona più influente del 2011. HosniMubarakcondannatoalcarcereavita. I suoi figli assolti dai reati di corruzione.La piazza torna a infiammarsi. «C'era da aspettarselo. I giudici hanno tentato una impossibile quadratura del cerchio: ma la condanna di Mubarak con l'assoluzione degli altri imputati rischia di fare dell'ex raìs un capro espiatorio. Ma la “quadratura” non è riuscita, tant'è che questa sentenza ha scontentato tutti, e questo non è la riprova di un equilibrio dei giudicanti. Diciamo che hanno condannato Mubarak e “assolto” il regime». Unodeicandidatiallapresidenzaalballottaggio di metà giugno, Ahmed Shafik ha affermatochelesentenzedellamagistraturavanno rispettate. «Rispettarle è un conto, non discuterne è altro, tanto più quando queste sentenze, come quella di oggi (ieri, ndr), hanno una valenza storica. E la sentenza emessa raccoglie solo una parte di una verità storica, cancellandone l'altra, e questa è un'operazione che va ben oltre la sorte dei singoli imputati». Acosasi riferisce? «All'assoluzione dei due figli del raìs. Con loro è stato assolto un pezzo del regime, si è cancellato un aspetto fondamentale del regime, uno dei suoi pilastri». Qualesarebbequestopilastro? «La corruzione. Sistemica. Che non ha certo riguardato il solo Mubarak. Così come non è credibile ritenerlo il solo responsabile del bagno di sangue perpetrato nei giorni della rivoluzione. Mubarak ha risposto delle sue responsabilità, ma altri non sono stati chiamati a farlo, e molti di costoro hanno ancora oggi un ruolo di primissimo piano nell'Egitto della transizione. Non si tratta di contestare un verdetto troppo clemente, ma di mettere in evidenza le sue inaccettabili lacune». IFratelliMusulmanihannogiudicatoquesta sentenza una farsa, sospendendo la campagnaelettoraleechiamandolagenteallaprotestadipiazza. «Qui entriamo nella strumentalizzazione politica di chi prova a capitalizzare il malcontento per ragioni che con la ricerca di verità e giustizia non hanno nulla a che fare. Oggi i Fratelli Musulmani mettono sotto accusa quel potere militare con cui in un passato anche recentissimo hanno stabilito accordi sotto banco». Questa sentenza s'iscrive nel quadro di unarivoluzionetradita? «No, questo mi pare francamente troppo. Anche perché ritengo comunque significativo che un dittatore sia stato sottoposto a processo e non “giustiziato” come Gheddafi. Sono il primo a evidenziare i limiti e le contraddizioni di questa sentenza, ma questo non può oscurare il fatto che per la prima volta nel mondo arabo, un raìs sia stato processato da un regolare tribunale. Parlare di una giustizia monca non significa negare il fatto che la condanna di Hosni Mubarak sia un atto di giustizia e non di vendetta». Traduesettimane l'Egitto torna alleurne per eleggere il primo presidente dell'era post-Mubarak.Alballottaggiosonoandati il candidato ufficiale dei Fratelli Musulmani,MohammedMorsi,eAhmedShafik, l'ultimo primo ministro nominato da Mubarak prima di lasciare il potere. Chiunque vinca è il tradimento della rivoluzione? «Non dobbiamo incriminare i cittadini che hanno scelto chi non ci piace. Prendiamocela con noi stessi, che non siamo riusciti a convincerli. Dobbiamo rispettare il risultato delle elezioni, se non truccate, qualsiasi esso sia. Non abbiamo fatto la rivoluzione per mandare via Mubarak il dittatore e poi qualcuno ci viene a dire che è la piazza che governa l'Egitto. Dobbiamo rispettare quello che il popolo sceglie. E riflettere sulle nostre divisioni che hanno favorito questo risultato». Monti festeggia a Kochi i marò liberi su cauzione Era quello che più desideravano ed il fatto che la ritrovata libertà in India di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sia coincisa con la Festa della Repubblica ha avuto certamente per loro un sapore ancora più forte e beneaugurante. A salutare così la scarcerazione dei due fucilieri di Marina, ieri sera a Kochi, è stato il presidente del Consiglio Mario Monti. «Un obiettivo importante della nostra azione è stato raggiunto - ha detto Monti -. Ma la conclusione finale che vogliamo, per la quale abbiamo lavorato fin dal primo giorno con determinazione nei confronti delle autorità indiane di ogni livello è il ritorno in Italia dei nostri militari». Dopo aver atteso per l'intero giorno, il beneficio è scattato in serata ed in un attimo i due marò, salendo sull'auto scura che li attendeva, hanno messo tra parentesi i 104 giorni trascorsi in varie forme di carcerazione ed anche l'udienza in cui ieri mattina la session court di Kollam ha fissato per il 18 giugno il primo capitolo del processo che li coinvolge per la morte di due pescatori indiani. Per la prima volta, i due hanno abbandonato le uniformi adottando una tenuta semplice di jeans e t-shirt con cui hanno varcato la soglia dell'Hotel Trident di Kochi. Serviranno ancora alcuni giorni per tirare il fiato e riordinare le idee in vista del futuro processuale che per ora, come dice l'avvocato Rajendran Nair, si basa su un chargesheet (dossier accusatorio). L'avvocato Rajendran Nair ha provato a convincere il giudice P.D. Rajan a non fissare subito la prima udienza del processo di primo grado, visto che la Corte Suprema a New Delhi si accinge a discutere (il 26 luglio) una petizione italiana che sostiene l'incostituzionalità di tutto l'operato della polizia e della magistratura del Kerala. «Sbagliato ucciderlo ma manca ancora giustizia» WaelGhonim Hosni Mubarak al suo arrivo in lettiga per l'udienza finale del suo processo FOTO ANSA Egitto, la folla davanti al tribunale protesta sulle assoluzioni dei collaboratori di Mubarak FOTO LAPRESSE Ergastolo a Mubarak, la piazza insorge L'ex faraone-presidente condannato alla prigione a vita, diretto in prigione accusa malore Esplode la rabbia dei parenti delle 800 vittime di Piazza Tahrir, Migliaia di egiziani manifestano UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it Ingegnere informatico eblogger,attivistadella primaoradella Rivoluzioneegiziana, tra le500personalitàpiù influentidelmondoarabo Marò italiani liberi su cauzione U. D. G. MONDO 14 domenica 3 giugno 2012
L'INTERVENTO/1 Quando i giardini del Quirinale, verso il tramonto di un 2 giugno particolare, si sono cominciati a svuotare delle migliaia di persone, circa quindicimila, che li hanno riempiti nell'arco delle ore di apertura al pubblico, peraltro anticipata, perché già in tarda mattinata alla porta del Palazzo si è cominciata a formare una lunga fila, il presidente Napolitano ha avuto la conferma di avere preso una decisione giusta. Tale da rispondere al comune sentire di tutti gli italiani, solidali con quella parte del Paese alle prese con l'emergenza terremoto, ma anche desiderosi di ribadire, nel giorno del compleanno della Repubblica, «lo spirito di solidarietà e unità nazionale che costituisce la miglior garanzia in tempi così difficili e anche dolorosi» più volte, in questi giorni, evocato dal Capo dello Stato che lui stesso testimonierà di persona giovedì prossimo. «La partecipazione popolare è stata tale da dimostrare che c'era un consenso larghissimo sulla necessità di manifestare tutta la nostra vicinanza alla popolazione dei terremotati», è stato il commento del presidente Napolitano, lasciando la parata ai Fori Imperiali, svolta in forma sobria ma, anche per questo, ancora più sentita e partecipata. E, nel pomeriggio, lasciando i giardini dopo aver incontrato le migliaia di romani e turisti ricevuti nella “casa” degli italiani per la loro festa, il presidente ha liquidato drasticamente le polemiche che sono continuare anche ieri con un «non sa di cosa parla» destinato sia ad Antonio Di Pietro, che aveva criticato - lo hanno ricordato esplicitamente i giornalisti - con «la sagra dello spreco» ma anche a tutti gli altri che in questi giorni hanno fatto sfoggio di una sospettabile generosità. «Ci sono state molte polemiche, in parte vecchie posizioni negatrici del ruolo delle Forze armate e delle parate militari, che hanno usato strumentalmente l'emergenza terremoto». E invece la gente ha compreso che «c'era la necessità di manifestare in tutti i modi la solidarietà ai terremotati senza rinunciare a riaffermare la presenza della Repubblica, delle sue tradizioni e dei suoi simboli». La replica del leader dell'Idv non si è fatta attendere ed è stata nel suo stile: «Criticando me, il presidente della Repubblica ha offeso milioni di italiani che non la pensano come lui e che si stanno ribellando in rete e nelle piazze denunciando questo inutile e costoso sfarzo della casta». Napolitano «non solo non sa quel che fa, ma addirittura non se ne rende proprio conto». Ma negli ambienti del Quirinale si fa rilevare che, di fronte a scelte di sobrietà e di rigoroso risparmio di cui tutti hanno potuto rendersi conto e valutare obiettivamente il significato, parlare di ricevimenti «a base di pasticcini, torte e champagne», di parate «di cattivo gusto» e di «inutile e costoso sfarzo della casta» significa non sapere, appunto, di cosa si parla. O, se lo si sa, è evidente che si tratta solo di polemiche strumentali. UNA LUNGAGIORNATA Di prima mattina con le alte cariche dello Stato a Piazza Venezia per rendere omaggio al milite ignoto. È cominciata così la giornata del presidente della Repubblica che poi, dopo aver passato in rassegna i corpi militari e volontari, ha raggiunto il palco da cui ha assistito alla parata. Politica e istituzioni al gran completo con qualche defezione polemica che il presidente ha preferito ignorare privilegiando l'incontro «con tantissime presenze molto e ampiamente rappresentative». Nessuna contestazione al passaggio dell'auto del presidente tra due ali di folla a bordo della storica Flaminia scoperta. Anzi, se qualcuno ha protestato, è stato quando per il gran sole, nel tragitto di ritorno verso il Quirinale, si è colto l'accenno a tirare su la capote. Volevano vedere e applaudire il presidente. Decisione subito rientrata e Napolitano ha fatto ricorso ad un berrettino bianco militare per proteggersi. La cerimonia è cominciata con un minuto di silenzio in memoria delle vittime del sisma. Ai piedi del palco d'onore c'erano i gonfaloni delle regioni e delle province segnate dalla tragedia, giunte a Roma in rappresentanza di una popolazione che non si vuole arrendere, che chiede di essere aiutata a rialzarsi mentre la terra continua tremare. Reparti ridotti per contenere la spesa e dimezzare i costi rispetto a quelli dello scorso anno. Al passaggio dei militari sotto le tribune le fanfare hanno interrotto l'esecuzione delle musiche marciando con il solo rullare dei tamburi. Nessun reparto a cavallo, nessun mezzo, le frecce tricolore sono rimaste negli hangar. A chiudere lo sfilamento, ancora nel nome della solidarietà per gli emiliani, una rappresentanza simbolica - in un unico blocco per non distrarre forze dai soccorsi - di tutte le componenti, militari e civili, impegnate nelle operazioni di assistenza nei territori colpiti dal sisma. Al termine di una giornata sicuramente faticosa e difficile Napolitano ha confermato che andrà in Polonia per assistere a una partita dell'Italia. «È previsto che ci vada. Al momento. Poi se non ci va la squadra ripenserò la decisione». Ma si deve giocare, gli è stato chiesto. «Non è una decisione che per fortuna deve prendere il presidente della Repubblica». Almeno una. Almeno questa. Alemanno diserta Maroni e Di Pietro insultano il Colle ALESSANDRARUBENNI ROMA Le polemiche di questi giorni sullaFesta della Repubblica hanno avu-to toni spesso volgari e stucchevoli e sono sfociate anche in prese di posizioni grottesche, come quella del sindaco di Roma. Ma pur nella loro miseria alludono ad alcuni problemi importanti, perché riguardano il tema ancora aperto della nostra identità nazionale, del significato dei valori della Repubblica, dei rapporti tra dimensione nazionale ed ethos repubblicano. La Festa della Repubblica ricorda e celebra questo elemento fondamentale: il patto fra i cittadini italiani che si riconoscono nella Repubblica e nella Costituzione. È il momento - grave e solenne - nel quale la «religione civile» degli italiani, rappresentata dalla Carta Costituzionale - celebra il suo rito più alto e coinvolgente, mettendo al centro della riflessione i valori essenziali della Repubblica, come sono espressi fin dai primi articoli della Costituzione, a cominciate dall'articolo 3: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Il 2 giugno è, in altre parole, una grande festa della memoria repubblicana, di valore fortemente simbolico, una sorta di “plebiscito” al quale sono chiamati tutti i cittadini della Repubblica. Così intesa, quella della Repubblica è la Festa dei valori democratici, laici, di solidarietà e di unità della Nazione; è la Festa di tutti i valori repubblicani e costituzionali; è il momento in cui gli italiani si identificano come un popolo, una Nazione. Non celebrare in questo momento il 2 giugno sarebbe stato perciò singolare e incomprensibile da ogni punto di vista. Proprio perché importanti zone del Paese attraversano gravissime difficoltà era necessario ricordare, e riaffermare, i valori repubblicani; ed era necessario farlo - con le opportune innovazioni - anche sul piano simbolico, perché le comunità vivono, e si identificano, anche attraverso i simboli con cui esprimono sia ciò che sono sia quello che intendono essere. Ha fatto dunque assai bene il Presidente della Repubblica a non cedere alle varie spinte demagogiche e retoriche di questi giorni, facendo svolgere le celebrazioni in un clima di raccoglimento e di generale consapevolezza delle attuali, profonde difficoltà che il nostro Paese attraversa. Ma proprio quelle spinte demagogiche e retoriche fanno comprendere, quanto l'ethos repubblicano sia poco condiviso da larghi strati delle attuali classi dirigenti nazionali; e quanto sia perciò necessario lavorare per trasformare i valori repubblicani e costituzionali in senso comune diffuso. Sarebbe tuttavia sbagliato dipingere un quadro a tinte fosche del nostro Paese, anche in questo momento. La lezione che viene quotidianamente dalle popolazioni dell'Emilia fa capire quanto i valori repubblicani della solidarietà e della unità nazionale abbiano attecchito in Italia saldandosi alle nostre migliori tradizioni civili e religiose. Sarebbe bene che qualche sindaco alla ricerca di pubblicità a buon mercato - e molti esponenti delle attuali classi dirigenti - ci riflettessero per una volta, e iniziassero imparare qualcosa, se vogliono cercare di rimettersi in sintonie con quanto sta avvenendo nel fondo della società Italia. Ma, temo, ci sia poco da sperare. Come dicevano gli antichi: dio fa impazzire quelli che vuol perdere... Il Pd: inaccettabile l'assenza del sindaco di Roma L'esponente leghista: soldi buttati nel cesso Migliaia alla parata all'insegna della sobrietà e dell'unità nazionale Il Capo dello Stato reagisce agli attacchi, in particolare del leader Idv: «Sagra dello spreco? Non sa di cosa parla» MicheleCiliberto Alla fine la polemica imbastita nei giorni scorsi, Gianni Alemanno, l'ha coronata col gesto più plateale. L'assenza dalla tribuna d'onore allestita per la sfilata. Al suo posto, con la fascia tricolore, c'era il presidente dell'assemblea capitolina Marco Pomarici. Forse per dispetto e molto - di certo - per cavalcare il pressing contro la parata del 2 giugno, Alemanno ha apertamente ignorato l'appello di Napolitano e la posizione del suo stesso partito, il Pdl. Proprio lui, che da sindaco di Roma si sarebbe detto il padrone di casa, ha guidato la gara a disertare la manifestazione. Una cor. . . L'incontro con i cittadini ai giardini del Quirinale: «Polemiche strumentali, ma la gente ha compreso» . . . «Occorreva manifestare la solidarietà ai terremotati assieme ai simboli della Repubblica» 2GIUGNO MARCELLACIARNELLI ROMA Festa di solidarietà Napolitano: ma quali sprechi? Il2giugnoèunagrande festadellamemoria repubblicana,divalore fortementesimbolico, unasortadi“plebiscito” alqualesonochiamati tutti Ci sono segni che identificano una nazione Il sindaco di Roma, Alemanno FOTO OMNIROMA 2 domenica 3 giugno 2012
La prossima sarà “una setti-mana selvaggia”, prevedel'edizione tedesca del Fi-nancial Times. Le Borsecontinueranno a scenderee gli spread italiani e spagnoli a salire. Ma quello che fa veramente paura è il cul-de-sac in cui si sono cacciati i governi e le istituzioni europee. A tre settimane da un Consiglio europeo che tutti giudicano decisivo perché senza accordi concreti davvero non si potrà andare avanti; mentre, nonostante la buona volontà degli elettori irlandesi (pochi), si addensano le nubi sulle ratifiche del Fiscal compact in forse persino in Germania; quando Berlino respinge al mittente le proposte di condivisione europea del debito e cadono una dopo l'altra tutte le ipotesi di regolamentazione dei mercati così che la finanza speculativa continua a strapazzare gli stati in difficoltà, l'economia europea si trova nella condizione di un aereo che rischia lo stallo: se non va avanti, cade. È quel che prevede il re degli hedge funds George Soros: l'Europa – ha detto – ha ancora tre mesi di tempo. Se si continuerà a non far nulla, in autunno la crisi investirà anche la Germania, e allora sarà davvero la fine. La Commissione Ue pare, finalmente, voler riprendere l'iniziativa e ieri ha annunciato per mercoledì una direttiva che punterebbe a una maggiore integrazione del sistema bancario continentale. Il progetto indicherebbe il principio della condivisione, per cui tutti gli Stati sarebbero chiamati a farsi carico delle difficoltà del sistema in ogni singolo Paese. È dubbio però che i tedeschi recedano dal rifiuto della “solidarizzazione” dei problemi finanziari. Tanto per non perdere l'abitudine, ieri Angela Merkel ha ribadito che Berlino «non accetterà mai gli eurobond». Il progetto della Commissione prevedrebbe che ai salvataggi partecipino prima gli azionisti, poi i creditori e solo in ultima istanza il fondo salva-Stati. LOSPAURACCHIODELLA SPAGNA Nelle ultime ore, messa (provvisoriamente) tra parentesi la Grecia, lo spauracchio è diventato la Spagna, con il suo sistema bancario massacrato dagli effetti della bolla immobiliare. Il premier Mariano Rajoy ha detto che il Paese «non si trova sull'orlo di alcun baratro», ma poco prima era arrivata la notizia che per salvare dal fallimento Bankia, uno dei gruppi più grossi che da settimane fa da cartina di tornasole del disastro in cui versa l'intero sistema del credito, non ci vorranno «solo» 19 miliardi, come si era detto, ma «almeno 23». E programmare una nuova manovra di tagli e aumenti fiscali recessivi nel Paese che detiene il record della disoccupazione europea per salvare una banca che gli spagnoli considerano figlia degenerata degli errori della destra, è improponibile persino per un governo che non ha dimostrato finora grande sensibilità sociale. Ecco allora l'impazienza con cui lo stesso Rajoy e i suoi ministri insistono perché si faccia almeno qualche passo avanti sulla proposta che Draghi ha illustrato al Parlamento europeo e alla quale la proposta della Commissione fa, in qualche modo, da sponda: far sì che si possa utilizzare il fondo salva-Stati European Security Mechanism che dovrebbe entrare in vigore a luglio per sostenere direttamente gli istituti in difficoltà senza passare per gli Stati, gravare sul loro debito e quindi far scattare tutte le clausole capestro previste dal Fiscal compact. E però non è così semplice. Intanto l'entrata in forza dell'Esm è legata alle ratifiche del Fiscal compact, che sono molto in ritardo anche a non considerare la ridiscussione di alcuni punti che a moltissimi pare, ormai, inevitabile. Molti economisti tedeschi, secondo lo Spiegel, condividono l'opinione del prof. Jan Hagen della prestigiosa Scuola europea di management e tecnologia, secondo cui il trattato sull'Ems dovrebbe essere modificato, almeno nel caso che in Spagna parta una corsa al ritiro dai depositi cui Madrid non possa far fronte aiutando le banche con soldi suoi: «L'Unione europea ha già violato diversi Trattati, li ha ripensati e adattati. Con un po' di creatività si troverebbe il modo di aprire il fondo ad aiuti diretti alle banche». E diversi giuristi si sono messi al lavoro per verificare se e come andrebbero modificati gli accordi. Secondo l'esperta di diritto Bettina Brück, già ora l'art. 19 del Trattato sull'Ems prevede che i governatori delle banche centrali possano decidere di modificare le clausole del patto. L'INCOGNITA MERKEL E poi su tutto grava l'incognita Merkel. Fin dai tempi di Merkozy, la cancelliera è fieramente contraria all'ipotesi, sostenuta da Parigi, che i fondi salva-Stati funzionino come banche. Continua ad essere tetragona pure se la Commissione Ue, quasi tutti i governi europei, a cominciare da quelli francese e italiano, e a questo punto anche il Fmi, consiglino le immissioni dirette di liquidità, modificando, se necessario, anche gli statuti della Bce. L'attuale governo di Berlino non ci sta e ha in mano l'ottimo argomento d'essere di gran lunga il contributore più forte. Può darsi che in queste ore nella cancelleria sulla Sprea si stia meditando qualche ammorbidimento, anche per favorire il duro negoziato con la Spd e i Verdi dei cui voti il governo ha bisogno per far passare il Fiskalpakt. Ma per ora non ce n'è traccia: Frau Merkel e Wolfgang Schäuble sarebbero perplessi persino sulla creazione di un fondo di garanzia europeo per i depositi bancari ed è più che probabile che difenderebbero come mastini le prerogative della Bundesbank contro le timide proposte per la creazione di un ente di controllo comunitario, una Consob europea. Dallo stallo, per ora, non si esce. E il rischio di precipitare si fa d'ora in ora più grosso. tro l'Europa, che resta a guardare il disastro, mentre le multinazionali fanno i bagagli e cercano di salvare il salvabile. Ma il dato che è sotto agli occhi degli americani è molto più semplice di così. Per la prima volta da mesi il tasso di disoccupazione Usa torna a crescere: dall'8,1 di aprile a 8,2 attuale. Frazioni, certo. Eppure sufficienti a dar fiato alle trombe del repubblicano Mitt Romney, con la nomination ormai in tasca e pronto a ribaltare lo slogan democratico: da «forward», avanti, a «backward», indietro. Più facile ora mettere sotto accusa la politica economica della Casa Bianca, che non quando le statistiche opponevano ai postulati conservatori l'inappuntabile solidità dei fatti, di nuovi posti di lavoro, di un maggior benessere. SONDAGGINEGATIVI La battaglia per la presidenza Usa si vince o si perde sull'economia. Le politiche di genere, i matrimoni gay, persino la riforma sanitaria sono articoli buoni per tempi di pace, non quando ci si sente in trincea a difendere con i denti i confini della propria esistenza, il lavoro, la casa. E non è un caso che nell'ultima settimana Obama abbia collezionato due sondaggi negativi su tre, cedendo il primo posto a Romney. Anche se la media dell'ultimo mese vede ancora in testa il presidente, nei 12 Stati in bilico i due candidati corrono appaiati. Non è un buon segno. Tagli alla spesa e sgravi fiscali ai redditi alti, la ricetta repubblicana per la ripresa si basa sulle presunte qualità di manager di Romney e su una formula tanto vecchia che persino il Wall Street Journal non la ritiene più sufficiente per risolvere quella che chiama una «crisi artificiale»: creata dal mix base conservatore sommato ai progetti della Casa Bianca sulla Buffet rule, ossia dalla pretesa di far pagare tasse ai ricchi almeno quanto i poveri. Ne è conseguita troppa incertezza sui mercati, troppa paura, a sentire il quotidiano economico Usa, che propone una tregua fiscale di due anni per riavviare i motori. Come se fuori la crisi fosse un problema locale e non quel domino che sta affondando l'Europa un pezzo alla volta, allungandosi verso la Cina e i paesi emergenti. Gli strateghi democratici stanno riaggiustando il tiro della campagna elettorale, come ha suggerito lo stesso Bill Clinton: non basta più mettere in cattiva luce Romney, bisogna spiegare quel che si è fatto e che si farà. Ma senza una svolta europea le speranze di Obama si assottigliano. E non sarà un bene. Oltre al naufragio economico e d'identità, l'Europa rischia di trovarsi davanti un presidente repubblicano che un tempo faceva a pezzi le aziende in crisi, tenendosi la parte migliore. E non esiterebbe a fare lo stesso con quello che resta della Ue. La Ue punta a rafforzare l'integrazione tra banche FOTO LAPRESSE EMILIOBARUCCI ROMA L'ANALISI PAOLO SOLDINI Siamo alla resa dei conti e la politica italiana parla d'altro L'Europa non decide e riaffiora la paura LA CRISI DELL'EURONON PUÒFUNGERESOLTANTO DASFONDO PERIL TEATRINO della politica nostrana, deve richiamare tutte le forze politiche al senso di responsabilità del dicembre 2011. Altro che antipolitica, alleanze, primarie o riforma elettorale, la crisi dell'euro dovrebbe essere il tema numero uno. È oramai convinzione di molti che siamo arrivati alla resa dei conti. Le elezioni in Grecia e la crisi del sistema bancario spagnolo stanno facendo precipitare la situazione. Il summit europeo di fine giugno assomiglia sempre di più alla pistola dello starter che potrebbe segnare l'inizio di una corsa alla disintegrazione dell'euro. Occorre agire presto, le istituzioni europee sembrano aver finito le cartucce a loro disposizione, come ha osservato Draghi le risposte ortodosse non bastano più, la risposta deve essere politica e l'Italia deve fare la sua parte. Il summit europeo non sembra nascere sotto i migliori auspici. Le novità di questa settimana sono almeno due. In primo luogo il problema di Bankia in Spagna è molto serio: occorrono subito venti miliardi di euro e probabilmente molti di più per le altre banche piene di mutui oramai deteriorati, il governo spagnolo non sembra in grado di reperirli sui mercati. Le responsabilità dei governi spagnoli sono serie ma impallidiscono di fronte a quelle del governo tedesco che si ostina a dire no a qualunque risposta collettiva europea nei confronti della crisi. Dopo i no agli Eurobond, agli interventi della Bce a sostegno dei Paesi in difficoltà, adesso è arrivato il no nei confronti della proposta di Draghi di costruire un sistema di tutela dei depositi a livello europeo in cambio di una centralizzazione della vigilanza. Per ora l'Italia non è nell'occhio del ciclone, ha subìto soltanto un innalzamento del livello dei tassi di interesse e una fuga degli investitori esteri dai titoli di Stato, ma è difficile pensare che ne rimarrà fuori a lungo: gli elevati tassi e la recessione rischiano di mettere in dubbio l'obiettivo del pareggio di bilancio, se la Grecia uscisse dall'euro o la Spagna dovesse accettare un piano di aiuti internazionali il giorno dopo toccherebbe a noi. Il tutto potrebbe concretizzarsi entro la fine dell'anno, arriveremmo al commissariamento in piena campagna elettorale. Quello che sorprende è che non ce ne è affatto la consapevolezza nelle parole dei nostri leader politici. Al governo Monti va dato atto di fare il possibile per portare la Merkel su posizioni più ragionevoli ma i risultati sembrano deludenti. Non c'è da meravigliarsi, del resto anche le aspettative riposte nella novità Hollande sono state seguite da ben pochi risultati. Forse si sopravvalutava la rilevanza del direttorio franco-tedesco, la Germania è sì rimasta sola ma può sempre contare sul sostegno più o meno silenzioso di molti paesi del centro e del nord Europa. Esaurite le risposte predisposte dai tecnici occorre che la politica batta un colpo. L'Italia deve fare ancora una volta i compiti a casa. A dicembre non siamo andati a votare perché i mercati non ce lo avrebbero permesso. A sei mesi di distanza lo scenario appare immutato: lo spirito di responsabilità richiamato dal Presidente della Repubblica a fine anno si è perso per strada, il governo appare avere esaurito la spinta propulsiva, gli schieramenti sembrano ben lontani dall'assumere i contorni definiti che potrebbero portare ad una sana competizione. Rischiamo di dover affrontare la crisi dell'euro con un governo debole e partiti alla ricerca di una strada per loro stessi senza una ricetta per affrontare la situazione. Rischiamo di aver perso sei mesi fatali. I partiti mostrano di non aver neppure imparato la lezione delle elezioni amministrative. I cittadini italiani sono in attesa di risposte chiare e di fatti dai loro rappresentanti. In un momento così grave il senso di responsabilità non si può soltanto evocare, occorre coltivarlo giorno per giorno. Soltanto così la politica recupererà credibilità. In poche parole, piuttosto che occuparsi di tatticismi, sarebbe bene che un leader politico dicesse cosa vuol fare per affrontare la crisi dell'euro e che agisse davvero per scongiurare lo scenario greco. Attesacaricadi tensione per l'eurodinuovoalla provadeimercati Mentre istituzionieuropee egovernisi sono cacciati inuncul-de-sac domenica 3 giugno 2012 5
ÈUNA BUONANOTIZIA LA CALENDARIZZAZIONE IN AULA SUPROPOSTADELPDPERLAFINEDIGIUGNODELLALEGGESULla cittadinanza. «Chi nasce e cresce in Italia è italiano» è una battaglia che il Pd ha condotto con grande determinazione e che intende perseguire fino al traguardo della modifica legislativa. La nostra è una battaglia che viene da lontano, il primo testo di legge di modifica (Turco, Violante, Montecchi) lo depositai personalmente nell'agosto del 2000 e raccoglieva l'elaborazione della Commissione per le politiche d'integrazione della Presidenza del consiglio dei ministri che il governo Prodi aveva insediato sulla base della Legge 40/98. Tale Commissione, presieduta dalla professoressa Giovanna Zincone, aveva promosso un'accurata ricerca e svolto un importante convegno (Febbraio 1999) che aveva riunito esperti, personalità politiche e religiose per discutere del tema della cittadinanza, concentrandosi in particolare sulla condizione dei minori. Negli anni successivi, prima l'Ulivo poi il Pd, hanno sempre rinvenuto in questo tema una priorità. In questa legislatura, fin dai primi mesi, l'iniziativa di Claudio Bressa, Roberto Zaccaria, Sesa Amici, Jean-Leonard Touadì e Andrea Sarubbi nella Commissione affari costituzionali è stata incalzante. Si è arrivati al testo unificato elaborato dalla relatrice Isabella Bertolini, che noi abbiamo criticato perché non comporta nessun miglioramento significativo rispetto alla situazione attuale. Quest'iniziativa legislativa, è stata accompagnata da una mobilitazione dei «nuovi italiani» del Forum del Pd. La novità di cui il Parlamento nel suo insieme, e dunque anche i colleghi del centrodestra, devono tenere in considerazione, è il clima culturale nuovo che si è determinato nel Paese. La campagna «L'Italia sono anch'io», promossa da un cartello di sindaci ed associazioni, che prese le mosse due anni fa a Reggio Emilia, ha coinvolto numerosissime persone raccogliendo migliaia di firme. Un fatto importante e non scontato in momento difficile nella vita del nostro Paese che ha avuto il merito di sollecitare ciascuno di noi a guardare oltre se stesso, accorgersi per la prima volta che questi ragazzi e ragazze, nonostante siano come noi, non possono declinare la loro identità, non possono dirsi italiani e sono al contempo vittime di discriminazioni. Stranieri nel Paese dove sono nati e cresciuti. Insomma, quella raccolta di firme, è stata un'occasione di crescita culturale e civile del nostro Paese, sostenuta dalle parole importanti del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e dalle iniziative di tanti sindaci che hanno conferito la cittadinanza onoraria ai giovani nuovi italiani. Dunque occorre stringere. Il Parlamento e tutte le forze politiche possono rapidamente trovare un accordo e compiere un gesto di saggezza verso il Paese, un gesto di speranza e di umanità che guarda al futuro dell'Italia e dell'Europa. Perché questo concetto è in gioco quando ci si pone la domanda «Chi è il cittadino italiano in questo terzo millennio?». Non è un omaggio agli immigrati o ai figli degli immigrati. È un tratto di identità culturale del nostro Paese. Noi legislatori, dobbiamo guardare all'Italia e al suo bene comune. Ciò richiede che ciascuno deponga le armi, rinunci al suo progetto originario e si metta a disposizione per la costruzione di una soluzione condivisa, si individui un punto di incontro. Non è difficile. Bisogna innanzitutto rimuovere quel «risiedere ininterrottamente per 18 anni in Italia» come condizione per rivolgere domanda di cittadinanza. È l'aspetto più odioso della nostra legge che non ha eguali in Europa. Nella proposta del Pd si prevedono due ipotesi. Quando il figlio nasce in Italia da genitori stranieri che sono in Italia da 5 anni e dunque hanno un progetto d'integrazione, i genitori stessi possono chiedere la cittadinanza per il figlio che sarà poi confermata dal diretto interessato al compimento del 18esimo anno. Per i ragazzi/ragazze che arrivano in età scolare in Italia, la domanda di cittadinanza può essere presentata al termine del ciclo di studi. Credo che una buona mediazione possa essere costruita valorizzando i percorsi di formazione e inclusione per fare sì che l'acquisizione della cittadinanza italiana ne sia espressione oltre che motore. L'ipotesi potrebbe essere quella di prevedere, anche per chi nasce in Italia, il legame tra frequenza scolastica e domanda al riconoscimento della cittadinanza per esempio prevedendo che i genitori stranieri, che vivono in Italia da cinque anni, possono rivolgere domanda di cittadinanza al momento del compimento del quinto anno di età, cioè al momento di inizio della scuola primaria. La scuola, come sappiamo, è il laboratorio di una nuova cittadinanza culturale attraverso l'esperienza quotidiana della convivenza tra ragazzi e ragazze provenienti da diverse origini e attraverso l'educazione interculturale. Quest'ultima dovrebbe diventare parte integrante nella programmazione e nello sviluppo dell'attività didattica di tutte le scuole italiane. Per chi arriva in Italia in età scolare la domanda di acquisizione della cittadinanza dovrebbe avvenire al compimento del primo ciclo scolastico. La scuola di oggi è lo specchio della società di domani, per ciò occorre rendere stringente il legame tra scuola e cittadinanza. Crediamo sia questa la chiave per una soluzione equilibrata. È importante che questa battaglia ricominci a vivere nel nostro Parlamento, così come in Europa, anche grazie alla mobilitazione promossa dal capogruppo Pd nel Parlamento europeo David Sassoli insieme a tutto il gruppo dei Socialisti e Democratici europei. SEGUEDALLAPRIMA La crisi finanziaria torna a far tremare borse, banche e Stati, l'Europa continua a mostrarsi incapace di reagire con efficacia, e da noi che succede? Berlusconi strizza l'occhio a Montezemolo ritirando fuori l'elezione diretta del Capo dello Stato, in Parlamento le riforme istituzionali drammaticamente languono e a sinistra purtroppo il tema più alla moda è la lista civica (ovviamente, ognuno la intende a modo suo e con protagonisti diversi). Intanto la crisi sociale si fa più profonda. La paura del futuro sta persino cambiando alcuni tratti antropologici. Il disorientamento produce malessere, logora le relazioni comunitarie, spinge ancor più all'individualismo. Soli nella moltitudine. In fondo, soli anche nella ribellione. Forse è un altro paradosso che oggi i sondaggi esaltino Grillo, con tutto il suo carico anti-sistema e anti-euro, quando solo poche settimane fa ci spiegavano che gli italiani stavano tutti con Monti, con i tecnici, con la politica «competente» (intendendo con ciò l'esecuzione di un mandato esterno). Ma può anche darsi che non sia un paradosso, che sia solo incapacità di comprendere quella connessione vitale tra l'impoverimento, l'invecchiamento, lo spaesamento e una politica che conta poco o nulla, che non è più capace di esprimere sovranità democratica. Sostiene acutamente Giuseppe De Rita che la crisi della politica nasce anzitutto dalla nostra crescente condizione di sudditi. Da cittadini a sudditi di poteri finanziari che dettano le condizioni agli Stati senza passare dal voto. Non ci sarà riscatto della politica, e dunque delle comunità, se non spezzeremo queste catene. L'ideologia iper-democratica di Grillo - che pianifica la distruzione dei corpi intermedi - è tragicamente speculare al populismo di chi ha alimentato, per anni, il mito dell'unto del Signore. I corpi intermedi, tutti, compresi gli Stati nazionali di fronte alla globalizzazione, sono in affanno. Ma l'impresa è esattamente quella di ricostruire un nuovo tessuto di persone e comunità. Un ordinamento civile che abbia nell'Europa, finalmente, una solida pietra angolare, e che rilanci le dimensioni locali, associative, le autonomie sociali secondo principi di sussidiarietà. Questa è la sfida. Questa è la ragione della politica oggi. Questo è l'orizzonte di ogni partito che intende assumere una dimensione nazionale, e perciò costruisce i necessari legami europei. Per meno di questo, è meglio rinunciare. Senza l'ambizione di cambiare le cose, la politica regredirà inesorabilmente nel piccolo cabotaggio, nell'autoreferenzialità, nel clientelismo, nella corruzione. Cambiare richiede coraggio. E selezione degli obiettivi. La ricostruzione in Emilia, ad esempio, non può non partire dal tessuto produttivo e sociale, scongiurando la delocalizzazione delle imprese, sostenendo da subito il lavoro: per fare questo, se necessario, vanno modificate le regole dei Patti di stabilità. È una necessità vitale. La politica deve imporsi. O subirà una sconfitta storica. Ciò non vuol dire che bisogna tornare alla spesa pubblica fuori controllo. La politica non è spesa pubblica, come sostengono i liberisti. La politica però è inseparabile da un'idea di pubblico. Che richiami una sovranità più forte di quella del mercato. Le persone valgono di più. È proprio per questo che abbiamo bisogno di più Europa: stiamo vivendo un altro week-end di paura per l'euro e, ad ogni tornante, aumenta la percezione che è in gioco un pezzo della nostra stessa civiltà. Le elezioni italiane sono all'orizzonte. Le amministrative hanno fatto salire la febbre. Nel centrosinistra cresce la paura di un nuovo '93. Speriamo che nel confronto si riesca a dare priorità agli obiettivi del programma di governo piuttosto che alle modalità per configurare la rappresentanza politica. Il Pd è nato per questo. Per chiudere quella competizione politologica che negli anni Novanta ha tormentato l'Ulivo e poi spianato la strada alla vittoria berlusconiana. Ma c'è sempre qualcuno che vuole ricominciare daccapo. L'auspicio è che si fermi di fronte alla forza delle cose, alle sofferenze reali di tanti italiani, alla necessità vitale di cambiare il ricettario liberista con nuove politiche del lavoro e della crescita. Peraltro è più facile che venga da qui, e non da tatticismi, la spinta al necessario rinnovamento degli uomini. L'analisi La politica generazionale Eugenio Mazzarella Deputato Pd L'editoriale Il necessario rinnovamento BENEDETTO CROCE, INTERROGATO SUCOSADOVESSEROFAREIGIOVANI,RISPOSE: «INVECCHIARE PRESTO», intendendo che maturassero in fretta, politicamente, perché cessasse la diffusa infatuazione per l'“attivismo”, come lo chiamava lui, che poi era il fascino dei “tempi nuovi”, contro il “vecchio”, del primo fascismo. La battuta mi è tornata in mente seguendo le risposte “generazionali” in casa Pd al terremotato quadro politico emerso dalle amministrative. Come se bastassero una primaria e un quarantenne, magari in carriera da venti, a fermare l'ondata di populismo, che minaccia di travolgere quel che resta dei partiti e le malconce istituzioni del Paese. Mesi fa, in occasione di un analogo sommovimento generazionale, De Bortoli ebbe a notare che «il maggior partito dell'opposizione» (allora) gli appariva più preoccupato «delle idee di Renzi e della forma bizantina delle primarie», che di «dimostrare con proposte concrete di avere una cultura di governo», in una situazione che tutt'altro consigliava. Magari De Bortoli era un filo prevenuto sul Pd, epperò un punto politico-mediatico lo coglieva della politica “generazionale” e del suo possibile contributo a un problema serissimo dell'attuale crisi della rappresentanza democratica: il nevralgico snodo della selezione della classi dirigenti. Il punto è davvero tale da richiedere la precoce canizie di una maturità che si interroghi con serietà se la crisi della democrazia oggi non sia anche e fortemente imputabile, ben al di là della questione anagrafica, alla crisi rovinosa dei meccanismi di selezione del ceto politico legata al collasso dei partiti tradizionali e al corto circuito mediatico in cui si è avvitata la selezione di élite politiche, che registra un generale scadimento anche in tutte le democrazie occidentali. Qualche tempo fa Galli della Loggia in questo senso ha argomentato il deterioramento qualitativo delle classi politiche dei Paesi del welfare, acconciatesi per decenni a essere democrazie della spesa, selezionanti spesso al rovescio dei bisogni le classi politiche. Al venir meno delle condizioni strutturali che hanno ciò reso possibile per decenni hanno corrisposto le scadenti performance della selezione dei leader affidata alla personalizzazione mediatica, specie televisiva ormai centrale in tutta l'area euro-americana. Non che la personalità in politica non conti, anzi ha sempre contato e giustamente, ma quando la valutazione di essa è fatta in gran parte attraverso le apparizioni tv allora è ovvio che a contare siano specialmente l'aspetto, la simpatia, l'abilità nello scansare gli argomenti scomodi. Non certo le caratteristiche più significative per la selezione di leader capaci. Il ricorso ai “tecnici” viene da lì. Oggi avremmo bisogno di un Kohl che, messo in allarme che la sua politica per la riunificazione tedesca gli avrebbe fatto perdere le elezioni, rispose che il suo problema non era vincere nelle urne ma sui libri di storia. Davvero si può credere che da una crisi epocale di tali dimensioni - aggravata dalla purtroppo realistica percezione che alla fine a decidere tutto è Finanza internazionale (da qui l'astensione o il voto di protesta contro il ceto politico tradizionale) - si esca con un meeting alla Leopolda o con i meetup, che magari i Casaleggio usano già meglio per Grillo? Sarebbe interessante nel che wiki-pd si ascoltasse un'idea su questi temi, su come dare alle domande lunghe che la società oggi pone alla politica - anche in tema di selezione delle classi dirigenti - non le risposte brevi dell'enunciazione gridata, di pancia dei bisogni, ma la risposta articolata e meditata, lunga, delle soluzioni. Che il tutto non si risolva nella denuncia della liturgie dei partiti mentre se ne inaugurano di nuove, costruite su format mediatici. Mi è stato spiegato che su Fb, dove ci si può intrattenere a lungo sulla tastiera bisogna essere simpatici, su Twitter intelligenti, in 140 caratteri. Ci sono risposte ai problemi di oggi, a cominciare da quelli dei giovani, risolvibili in 140 caratteri? Non si rischia di scambiare uno strumento di comunicazione e di mobilitazione con i contenuti di una leadership? Dalle amministrative il «maggior partito dell'opposizione» di cui parlava De Bortoli è emerso come l'ultimo presidio politico-partitico (già una bestemmia per la manomissione delle parole) attorno a cui aggregare una risposta capace di governo alla delegittimazione crescente, tra sfiducia partecipativa e populismo montante; un presidio per altro da mettere urgentemente in sicurezza nell'interesse del Paese innanzi tutto, concentrandosi sui suoi bisogni, e non distratti da continue preoccupazioni di coesione interna, generate da ansie di carriere ora da difendere ora da costruire. Un gioco in cui perderebbero tutti, per restringimento degli “organici” atti alla bisogna: e in cui anche chi ha quarant'anni rischia di essere già scaduto prima di cominciare ad invecchia. L'intervento Cittadinanza, una legge possibile . . . Si favorisca una soluzione condivisa . . . Valorizzare la formazione Il ruolo chiave della scuola COMUNITÀ Maramotti Claudio Sardo Direttore csardo@unita.it Livia Turco Presidente forum immigrazione del Pd domenica 3 giugno 2012 17
CON UN NUOVO ROMANZO IN USCITA DA GUANDA IL PROSSIMO AUTUNNO, CATHERINE DUNNE È STATA UNA DELLEPRESENZEPIÙAPPLAUDITEACREMONAALFESTIVAL«LECORDEDELL'ANIMA»,CHESICHIUDEOGGI.L'incontro con i lettori italiani è stata l'occasione per anticipare qualcosa del nuovo lavoro, che affronta il tema del lutto di due genitori i quali vedono morire il proprio figlio quattordicenne. Del resto l'attenzione alla psicologia dei personaggi è una costante dell'opera di Catherine Dunne, e anzi ne è forse la cifra più peculiare. Il nome di questa scrittrice era rimbalzato su tutti i giornali italiani (e non solo) quando nel 2007 Veronica Lario, moglie di Silvio Berlusconi, scrisse la sua famosa lettera al quotidiano «La Repubblica». La moglie del Cavaliere concludeva infatti dicendo di non volersi sentire «la metà di niente». E La metàdiniente si intitolava, appunto, il primo romanzo della Dunne. Checosacipuòrivelaredelnuovoromanzocheverràpubblicato in Italiaanovembre? «Il titolo inglese è The things we know now, cioè Le cosecheorasappiamo, ma non è stato ancora definito il titolo dell'edizione italiana. Al centro della vicenda ci sono due genitori che devono elaborare la perdita di un figlio, il loro unico figlio, che muore appena quattordicenne. Mi interessava entrare nella loro vita per capire che cosa succede dopo questa tragedia, come le cose cambiano in seguito a un avvenimento inatteso di tale portata, quali sensi di colpa scattano, se il lutto li unisce o li divide». Suqualiconseguenzesièfocalizzatalasuaattenzionedi narratrice? «Il lutto è una sfida terribile, perché può determinare la perdita della speranza nel futuro. Può avere risvolti molto diversi da una persona all'altra. Nel caso di queste due persone, poi, non c'è neanche il conforto di una fede religiosa, che forse può attenuarne il peso insopportabile. Non credendo in Dio, non hanno nessuno con cui prendersela». Spessoisuoipersonaggisonoinfelici.Lafelicitànon le interessacome argomentonarrativo? «Dal punto di vista del romanziere è senz'altro più stimolante l'infelicità rispetto alla felicità. Quello che è veramente interessante per un narratore credo sia una condizione di crisi e in che modo i personaggi riescono a reagire a tale situazione. O quale sia la strada che il singolo traccia nell'infelicità, magari per provare a uscirne». C'èqualcosa di lei nel romanzo? «Per me è molto più stimolante immaginare una storia, piuttosto che attingere alla mia autobiografia. Altri autori non la pensano così». In Irlandac'è interesseper la narrativa? «Sì, gli irlandesi continuano a essere buoni lettori». EaDublinoesisteancoraunavivacesocietà letterariacome all'iniziodel 900? «Non è più la città di Joyce, ma ci sono molti bravi scrittori. È venuta meno la dimensione collettiva e salottiera; gli autori tendono a muoversi ciascuno per conto suo». I suoi libri sonomolto radicatinellasuanazione. Comeècambiata l'Irlandanegliultimi anni? «Ha conosciuto una grande prosperità economica in un tempo troppo rapido. I mutamenti in sé sono stati positivi: nelle campagne non c'è più la povertà di un tempo; è finita l'arcaica impostazione patriarcale dei rapporti familiari; la Chiesa cattolica ha meno potere sulla società. Tuttavia, quando cambiamenti come questi avvengono troppo velocemente, gli individui rischiano di perdesi per strada. I valori di un tempo non sono stati sostituiti adeguatamente da valori alternativi. Perciò è rimasto il vuoto; o, se si vuole, un generico materialismo». ApropositodelruolodellaChiesacattolicanellasocietàirlandese,qualèlasituazionedopogliscandali legatiallapedofilia dei religiosi? «Gli scandali hanno determinato un crollo verticale della credibilità di questa istituzione, oggi molto meno presente di pochi anni fa in campo politico, educativo, sociale. Del resto sembra che non stia facendo molto per recuperare terreno. A giugno si terrà un congresso eucaristico, i cui costi organizzativi sono stimati in più di 9 milioni di euro. Questo mentre molte famiglie sono state piegate dalla crisi economica. E nell'aiuto ai bisognosi la Chiesa cattolica irlandese sembra fare davvero poco. Lì si misura la sua credibilità». GA.G. Appuntamento il7giugnopresso lascuoladeldocumentario «CesareZavattini»diRoma.Losguardosuchinonhapotere «Diaz»diVicari sbarca negliStatiUniti MISSIONE USA. DANIELE VICARI E IL SUO «DIAZ - DON'T CLEAN UP THIS BLOOD» SBARCANO NEGLI STATI UNITI. La pellicola del regista reatino, infatti, parteciperà a due prestigiose rassegne cinematografiche a stelle e strisce. Il film sarà presentato in anteprima al pubblico americano durante il Seattle International Film Festival. Inoltre, sarà proiettato il prossimo 8 giugno al Lincoln Centre di New York nell' ambito dell'Open Roads - New Italian Cinema. «Diaz», prodotto da Domenico Procacci per Fandango, racconta da più punti di vista i crimini perpetrati durante il G8 di Genova, in particolar modo gli abusi di potere delle forze dell'ordine nelle aule della scuola Diaz e all'interno della caserma di Bolzaneto. Black block, giornalisti, vecchi sindacalisti, anarchici, pacifisti, poliziotti: il regista prova a raccontare i terribili fatti con sguardi diversi. In Italia tanti elogi e qualche critica, adesso il confronto con gli States. Un motivo d'orgoglio per Vicari, che presenzierà ad entrambe le proiezioni. CULTURE SENEÈ PARLATO A LUNGODOPOLAFINE DELL'URSS. Il mondo privo di due superpotenze, e non ordinato, ne sentiva il bisogno. Ci si sarebbe però aspettati di veder lessicalmente comparire la geopolitica nel periodo della pax armata sovietico-americana (1946-1991). E invece no. L'avventura espansionistica del Reich, con i suoi orrori geopolitici (e non solo), era troppo vicina. Si preferirono allora termini paraideologici, sempre della stagione passata, come imperialismo (Urss contro Usa) e totalitarismo (Usa contro Urss). Il conio del termine geopolitica, avutosi nel 1904, fu del geografo e politico svedese Kjellen, sotto l'influenza del geografo tedesco Ratzel. La geopolitica divenne la disciplina che studiava le potenze nell'ambiente geografico. E lo Stato venne analizzato nel suo rapporto con lo spazio, con il territorio, con i confini, con il concetto di sicurezza (correlabile all'espansione) e con l'interdipendenza fisica, generatrice ora di equilibrio e ora di conflitto. Nel 1904, inoltre, il britannico Mackinder scrisse un articolo fondamentale, intitolato The Geographical Pivot of History, dove espose la teoria del cuore della terra. Alle spalle di tutto ciò vi era la lotta per la supremazia in Asia centrale tra britannici e russi. Dove si situava questo cuore? Tra l'Artico e i deserti dell'Asia centrale. Chi presidiava il cuore della terra, inattaccabile (ancora oggi l'Afghanistan è inconquistabile), poteva diventare padrone del mondo. Dopo il 1991 la geopolitica è servita per affrontare un mondo multipolare e polispaziale. Non c'era però più un cuore della terra. Scomparso Bush, europeizzatasi l'Europa, rivelatosi mediocre Putin, potenziatasi la Cina, della geopolitica non si discorre oggi quasi più. Eppure sarebbe necessario. Parla l'autricedi«Lametà diniente»epresenta il suo nuovoromanzo.«Affronto latragediadiduegenitoriche perdonoil figliodi 14anni» «NONÈUNAFOTOGRAFIACHEPUÒFARELAVERITÀ.LA VERITÀNONÈUNAPALLINADATENNISCHES'INTERCETTA.Non è un rigore che si para con prontezza. Non è una farfalla, anche se bellissima, che si può catturare con una retina. Non è un episodio di cronaca che si riprende con una macchina fotografica. Può essere frammento di verità il modo di guardarlo, quell'episodio di cronaca». Parole di Tano D'Amico, «fotografo di strada» che con i suoi scatti ha raccontato la storia del nostro Paese. Anzi, le storie, pure quelle più «scomode» e invisibili. Sarà proprio lui il docente d'eccezione della speciale lezione organizzata dalla scuola del documentario Cesare Zavattini, presso la sede romana dell'Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico (Aamod). L'appuntamento è per giovedì 7 giugno alle ore 17.30, ingresso libero. Per l'occasione Tano D'Amico racconterà la sua esperienza di fotografo militante. Storie di strada in cui protagonisti diventano i volti dei «senza potere», catturati nel loro spazio e nel loro tempo. Quella di Tano è una vita fatta di sguardi. «Sguardi carichi di umanità che hanno impresso sui fotogrammi il dissenso e l'utopia nell'intimità del reale restituendo dignità e bellezza a carcerati, zingari, disoccupati, senza casa, pazzi, donne e uomini da vendere o comprare». Una lezione sul «fotografare», dunque, come atto di ribellione. http://www.scuolazavattini.it/ Geopolitica unascienza dinuovo indisuso STORIAEANTISTORIA BRUNO BONGIOVANNI «Lamia Irlanda persa nel vuoto» Dunne:cambiata in fretta èdiventatamaterialista ROBERTOCARNERO CREMONA Fotografare la realtà a lezioneconTanoD'Amico Tano D'Amico Lascrittrice irlandese CatherineDunne, diventata famosa in tutto ilmondo con il suoromanzo «Lametàdiniente» FOTO DIVIRGINIA FARNETI/LAPRESSE U: 26 domenica 3 giugno 2012
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03/06/12

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