SONO VECCHIO E DISINCANTATO ABBA-STANZA DA SAPERE CHE L'EVANGELICO linguaggio del sì sì no no non si applica agevolmente alla politica. A giudicare dalle cronache, in verità, sembra che sia poco praticato anche dalla Chiesa, ma questo è un altro discorso. Tuttavia non si deve esagerare nel tatticismo e nel politicismo. Riflettevo su questo nell'apprendere che si moltiplicano in casa Pd le voci di una disponibilità a prendere sul serio e a discutere l'ultima levata d'ingegno di Berlusconi circa la Repubblica semipresidenziale da introdurre con un emendamento a conclusione di un lungo ed elaborato iter parlamentare delle riforme costituzionali che attengono a parlamento e governo e da varare nello scampolo finale della legislatura. Passi la circostanza che abbiamo a che fare con Berlusconi (certo un interlocutore non esattamente affidabile) ma modi e tempi di tale proposta dell'ultima ora, un vero e proprio carico da novanta, hanno tutto l'aspetto di una manovra diversiva, di un'arma di distrazione di massa, di un'escamotage furbesco per non concludere nulla, a cominciare dalla priorità delle priorità: la riscrittura della legge elettorale. Come si può prendere sul serio la cosa? Basterebbe una prima osservazione per chiudere il discorso: si prospetta il passaggio da una Repubblica parlamentare a una Repubblica presidenziale, cioè una svolta epocale per il nostro ordinamento costituzionale, operata attraverso un emendamento proposto in aula, neppure oggetto di esame in Commissione. Domando: come si può dare credito a un' operazione tanto irrituale, bislacca, azzardata, dal palese sapore tattico e strumentale? Conosco la tesi dei generosi trattativisti: andiamo a vedere, non sottraiamoci al confronto, essi asseriscono. Personalmente nutro riserve di merito sul semipresidenzialismo francese. Come ha rilevato Massimo Luciani, l'Italia non è la Francia. Napolitano, da sempre un riformatore, di sicuro non un feticista della Costituzione, ci ha confidato ciò di cui si è vieppiù convinto: sarebbe un errore rinunciare a un presidente della Repubblica quale figura neutra e imparziale, di moderazione, di arbitraggio, di garanzia. Non intestatario del potere esecutivo. Ma so bene che quella forma di governo è perfettamente democratica e discuterne è assolutamente legittimo. Pongo solo un problema pregiudiziale di principio e di metodo su due fronti. Il primo riguarda più generalmente l'approccio alle riforme costituzionali, il secondo il Pd come partito in rapporto ad esse. Circa le riforme costituzionali, da tempo è invalso un approccio leggero e superficiale. La Costituzione non è un totem, la si può cambiare. Ma è difficile negare che molto, troppo si è pasticciato con essa, che si sono addossati alla Costituzione problemi che semmai avrebbe dovuto risolvere la politica. Come non reagire all'idea che essa possa essere oggetto di scambio, che so, con la legge elettorale, con il conflitto di interessi o altro ancora? Tempi e modi della sua revisione devono essere all'altezza della posta in gioco. Non mi convince l'idea di un'assemblea costituente, in una temperie politico-culturale poco propizia a un'impresa costituente, e tuttavia un tale strumento sarebbe comunque meglio di un radicale mutamento dell'architettura dello Stato improvvisato con un emendamento in zona cesarini. In ogni caso, dovremmo dare tempo e modo anche agli italiani di informarsi, riflettere e discutere della cosa e, nel caso, immaginare un referendum confermativo obbligatorio. Su questo ci ammoniscono con accenti critici e severi alcuni eminenti costituzionalisti. C'è poi il problema del Pd. Ci sia dato tempo e modo di discuterne. E poi si assuma una posizione. Quel che non si può concedere è che un partito serio non maturi ed esprima una sua posizione circa un problemino del tipo del passaggio da una forma di governo parlamentare a una presidenziale. Di più: esso dovrebbe avere una sua visione e una sua politica costituzionale. Non può accedere all'idea che governo del premier e semipresidenzialismo francese siano indifferenti. Sono un raro prodiano che non vide di cattivo occhio la Bicamerale D'Alema del 1997, ciò che non mi piacque fu la circostanza che, dopo il blitz leghista a fini guastatori che sortì il semipresidenzialismo, ci si acconciò a procedere lungo quella strada decisamente diversa da quella del premierato in origine imboccata. Come se procedere con una riforma organica fosse più importante che non accertarsi che essa fosse una riforma convincente nel merito. Insomma non tutto si equivale, non tutto è negoziabile in materia di Costituzione. Come per la Chiesa su altro fronte, anche per un Pd si danno «principi non negoziabili». Vi sono cioè principi che chiamano in causa i fondamenti della propria concezione della democrazia. Vi soggiace quell'idea alta di Costituzione intesa al modo dei padri della Repubblica come patto di convivenza. Per stare al caso nostro, ne consegue che è necessario che l'imminente passaggio parlamentare al Senato sia preceduto da una discussione e da un deliberato di partito. Trattandosi di materia politica delle più alte e impegnative. Sul punto anticipo la mia opinione: se il Pdl non sgombera il tavolo dall'ipoteca dell'emendamento sul presidenzialismo noi dobbiamo rifiutarci di procedere nell'esame anche del testo concordato (che senso avrebbe parteciparvi nel mentre incombe la proposta di piegare la riforma in tutt'altra direzione sistemica)? Il Pd dovrebbe proporre di limitare la riforma alla riduzione dei parlamentari promessa e di procedere poi con la nuova legge elettorale, essa sì necessaria, urgente e fattibile sotto il profilo della tempistica trattandosi di legge ordinaria. “Caripetrolieri” Vi scriviamo per sollecitare una riduzione dei margini di guadagno dei petrolieri, in modo da compensare l'aumento delle accise deciso dal Governo, per reperire le risorse da destinare alle vittime del terremoto in Emilia. Dopo anni di polemiche che la vostra Associazione ha suscitato per la differenza di "tempi di reazione" tra aumento (velocissimo) e riduzione (lenta e parziale) dei prezzi del carburante, rispetto alle oscillazioni del costo del petrolio, vi chiediamo di aderire all'invito che viene da molti settori della pubblica opinione, affinché non vi sia un ennesimo e regressivo aumento del carburante alla pompa. I margini per questa compensazione ci sono. Ora serve il vostro impegno, che in molto ci aspettiamo. MassimoMarnetto Sonomorti tutti sul lavoro “Terremoto: strage di operai”, titolano oggi molti quotidiani ma non è il sisma il colpevole, lui è l'effetto non la causa; la colpa è nella negligenza e nella superficialità delle persone che spesso sacrificano volontariamente la vita di altri per interesse o peggio ancora per indifferenza. Delle 17 vittime, 11 sono operai, è successo lunedì in pochi secondi e la cosa ha fatto notizia, ci ha colpito, ha scosso le nostre coscienze, ma succede tutti i giorni, mille volte all'anno nell'indifferenza dei media, della politica, delle istituzioni e delle parti sociali; la penisola del lavoro è una lunga striscia di sangue ma nessuno ne parla. Speriamo che da oggi finisca l'ipocrisia e il muro di gomma che circondano il tragico ed inaccettabile fenomeno dei morti di lavoro e che tutti ci impegniamo, ognuno per la sua parte e per le sue responsabilità, perché la nostra diventi finalmente una “Repubblica democratica fondata sul lavoro” sicuro, legale e dignitoso. ClaudioGandolfi CaraUnità Ilcommento Semipresidenzialismo Il diversivo di Berlusconi Franco Monaco Deputato Pd Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense,131/L_0154_Roma lettere@unita.it ABBIAMO UN GRANDISSIMO DOVERE, COME SINISTRA ECOMEDEMOCRATICI:QUELLODIPRODURRESPERANZA. Il mondo occidentale, l'Europa e l'Italia in particolare sono entrati in un lungo periodo di difficoltà. La sfiducia e la depressione rischiano di prendere piede. Produrre speranza vuol dire prima di tutto chiarire le responsabilità della crisi. Il voto amministrativo ha detto che le destre non raccolgono più la fiducia di gran parte del proprio elettorato; che il Pd, pur flettendo, rimane un punto di riferimento per il cambiamento e che la protesta e la sfiducia sono un fenomeno radicato ed in cerca di nuova rappresentanza politica, come ci segnala il successo del movimento 5stelle. La sfiducia contro i partiti e la politica è allarmante. Il Paese, quindi, è in forte sofferenza economica e sociale, è in fermento e nello stesso tempo riesce a dare prova di grande solidarietà e partecipazione di fronte al dramma del terremoto delle terre emiliane. Il Paese è di fronte ad un bivio. Non si può aspettare il 2013 per agire sul terreno sociale e politico. Nelle condizioni degli ultimi mesi, il governo Monti ha esaurito la sua funzione. Vanno rivisti gli accordi europei, corrette le scelte più inique e vanno assunte celermente politiche per la ripresa perché il lavoro, i redditi, le crisi industriali, l'accessibilità al credito, la drastica riduzione del precariato giovanile, gli esodati, la tutela del territorio, la possibilità per gli enti locali di intervenire nell'economia locale, la crescita della domanda interna sono le prime e immediate misure da prendere contro la recessione. Si può pensare di far durare la legislatura solo se le condizioni politiche cambiano, e se si crea una nuova maggioranza senza le destre e il blocco elettorale che esse rappresentano, che oggi appare frammentato, smarrito e indeciso sul che fare. Solo se, nello scorcio finale della legislatura, si avviano politiche di crescita, di coesione sociale, di concertazione, di ripresa del dialogo con le parti sociali. Così fu per i governi tecnici degli anni '90, che prepararono le condizioni per l'aggancio dell' Italia all'Euro. Il governo Monti, invece, ha ricercato in questi mesi, a più riprese, la rottura col sindacato e con le parti sociali nel nome dei mercati e della religione della Banca Centrale Europea. Se queste condizioni di cambiamento invece non ci fossero, tenere il Partito Democratico in un limbo, nel quale paga i prezzi delle scelte del governo, senza poter indirizzarne l'azione verso obiettivi di giustizia sociale e di eguaglianza, sarebbe un errore esiziale un danno per l'Italia. Candidarsi ad aprire anche in Italia una fase nuova, con François Hollande presidente in Francia, è oggi più realistico di prima. Ma per farlo occorre che su un programma chiaro gli italiani siano allora chiamati a decidere, anche prima dell'inizio del periodo del semestre bianco. Occorre interpretare il malessere e le ansie degli italiani, per offrire loro una alternativa realistica e radicale. Il rapporto del Pd con la società va cambiato profondamente. Va marcata, con i fatti, la nostra diversità dagli altri partiti in quanto luogo trasparente e di persone oneste, partito della partecipazione attiva e che finalizza la sua azione alla definizione di un programma per la ricostruzione dell'Italia. Sui territori serve un partito unitario, gruppi dirigenti autorevoli in grado di interloquire e partecipare ai movimenti non violenti per il lavoro, i diritti. Pensare che si possa risolvere il problema di conquistare la fiducia e la rappresentanza politica di milioni di persone e di conquistare al cambiamento degli orientamenti dei gruppi intermedi e delle forze dirigenti della società civile aspettando il 2013 e nel frattempo discutere di alleanze in astratto, di liste civiche (magari selezionate da qualche grande editore: è un film già visto), di candidati, di primarie/plebiscitarie e senza regole, ci pare semplicemente assurdo e dannoso. La prossima riunione della Direzione del Pd dovrà dare risposte chiare e semplici sulla «road map» per uscire da questa situazione. La nostra proposta, quindi, è chiara: o si cambia, spostando a sinistra l'asse del governo, o è meglio votare. E il Pd deve nell'estate dar vita ad un evento -un Congresso tematico, una grande Assemblea partecipata- sulla questione morale, sull'apertura ai movimenti e alla società, sul rinnovamento della politica. Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 3 giugno 2012 è stata di 103.715 copie Non appena si è diffusa la notizia degli arresti a Coverciano, il pensiero dei tifosi è andato alla formazione della Nazionale, in vista degli Europei. Per quanto tempo ancora il tifoso italico medio vorrà farsi prendere in giro da questi personaggi, che dell'etica, della lealtà del sacrificio e di altri valori, parte integrante della disciplina sportiva, non hanno nemmeno un'idea? ANTONIODI FURIA Urlare con dei titoli in prima pagina che i giudici si sono vendicati di Buffon facendo trapelare la notizia delle sue scommesse milionarie è il segno evidente dei livelli di imbarbarimento cui l'informazione è arrivata in questo povero paese. La tecnica per cui un comportamento illecito dal punto di vista del senso comune e della giustizia (qui sportiva) viene presentato come normale mentre il sopruso è quello compiuto da chi di quel comportamento viene a conoscenza e si da da fare per bloccarlo è stata usata abbondantemente in questi anni. A favore di Berlusconi in particolare perché scandaloso non è stato mai, per Libero, Il tempo o Il giornale, il comportamento illecito o di cattivo gusto dell'ex premier ma solo quello di chi si permette di denunciarlo. Il reato che andrebbe ripristinato secondo questi sopravvissuti al Medio Evo dell'informazione è probabilmente il reato di "lesa maestà" dove per maestà si deve intendere il Kapo, il Vip, l'uomo importante e pieno di soldi che finanzia il giornale, ne promuove la pubblicità o ne facilita la vendita. Nelle vicende di Berlusconi ieri come in quelle di Buffon oggi cattivi per loro sono i giudici che dovrebbero sorridere e tacere quando le leggi non vengono rispettate. Dialoghi Ripristinare il reato di lesa Maestà? L'intervento Subito una road map per voltare pagina in Italia . . . Aprire una fase nuova come in Francia . . . Se non si cambia meglio votare PietroFolena SergioGentili CarloGhezzi Laboratorio Politico COMUNITÀ 16 lunedì 4 giugno 2012
tante, anche ai caselli autostradali. Mentre lo stabilimento principale ha resistito bene, il sisma ha reso inagibile il magazzino di 1000 metri quadrati, che sarà interamente da ricostruire. Intanto, due tensiostrutture sono state allestite all'esterno. «Noi siamo pronti - dice Razzaboni -. Venerdì sono riuscita ad ottenere l'ok delle istituzioni, e ho mandato un sms a tutti gli 85 dipendenti: se ve la sentite (non voglio forzare nessuno), possiamo riprendere a lavorare. E credo che non mancheranno, non è passato un giorno che qualcuno venisse a vedere la situazione». Il trasferimento di macchine e computer sotto i tendono verrà completato oggi (salvo intoppi tecnici) alla Cps di San Felice sul Panaro (Mo), ditta di una multinazionale finlandese che assembla macchine per miscelare vernici. «Una squadra porterà fuori macchinari e pc dal capannone – spiega Nicola Diazzi, legale rappresentante dell'azienda -, e lì continueremo a lavorare. Facendo solo ricerca e assemblaggio, le infrastrutture sono abbastanza leggere». Lo spazio attorno allo stabilimento non manca, l'azienda avrebbe dovuto allargarsi, ma non l'ha fatto. Ora il timore dei sindacati è che i finlandesi non spostino la “testa” altrove. I danni delle due scosse hanno colpito solo una parte del capannone, «ma di fianco abbiamo la Meta, dove sono morti tre operai – continua Diazzi -, e quindi per i nostri ragazzi (circa 150 dipendenti, ndr) è stato un forte shock». Tanto che alcuni «non li vedremo per un po'», altri «hanno perso la casa e l'azienda sta ragionando sul modo migliore per aiutarli, magari noleggiando un camper o una roulotte – fa sapere Diazzi -, altri ancora vedremo di farli lavorare da casa con dei portatili». Per la sicurezza notturna è stato assunto un guardiano in più, «anche se non abbiamo materiali di grande valore», chiude Diazzi. L'incognita delle verifiche sull'agibilità pesa. Per adattarsi alla più recente normativa antisismica, infatti, molti capannoni potrebbero aver bisogno di interventi di rinforzo anche pesante. Il che significa investimenti e tempi più lunghi. Alla Fiori di Finale Emilia (Mo) ha ceduto la parte più vecchia, risalente agli anni '60. «Lì ci sono le macchine per il taglio laser delle lamiere, ma noi possiamo continuare a produrre ugualmente – spiega Tiziano Guicciardi, delegato Fiom e Rls dell'azienda -. Finché però non ci viene data l'agibilità con un nuovo controllo, non si può riprendere a lavorare». La Fiori fa betoniere autocaricanti per l'edilizia, e le commesse non mancano. Martedì scorso i dipendenti – in tutto sono 80 – erano già tornati al lavoro, in quanto i locali erano stati messi in sicurezza. Ma poi è arrivato il nuovo terremoto: «L'impatto psicologico fra i ragazzi è stato pesante – osserva Guicciardi -. Domani (oggi per chi legge, ndr) e martedì non si lavora di sicuro, poi vedremo. Se non ci saranno grossi interventi da fare, contiamo di riprendere presto». IL CASO L'attesa di Giovanni Beri è finita. Oggi saprà se l'esame di maturità che sta già preparando con gli amici a Suzzara, su a Mantova, sarà solo orale o se invece ci sarà anche lo scritto. La decisione sarà presa dal ministro dell'Istruzione Francesco Profumo mediante decreto e con tutta probabilità ricalcherà quella già sostenuta dopo il terremoto de L'Aquila. E cioè solo esami orali per tutti. Giovanni Beri, che ha già compiuto diciotto anni e che frequenta brillantemente («la media è di 8.4») l'istituto scientifico Galileo Galilei, non è l'unico ad attendere. Con lui ci sono 600 esaminandi che vorrebbero sapere come affrontare le prove di fine anno. Con loro, inoltre, altri 5mila studenti che, invece, vorrebbero capire se e come finire l'anno scolastico in corso e come comportarsi di conseguenza. In quest'ultimo caso, ci spiega la professoressa Maria Cristina Marchi, non dovrebbero esserci problemi. «Formalmente l'anno scolastico avrebbe dovuto concludersi il nove di giugno, ma molti ragazzi, per forza di cose, si sono resi irreperibili. Magari sono sfollati e questi come fai a rintracciarli?». Chi può si tiene in contatto via mail. Invece Tommaso Salici, 13 anni, e un esame di terza media da sostenere, è venuto a prendere informazioni al campo operativo con la mamma. «Io sono bravo a matematica, francamente preferirei che le materie fossero scritte». Ma non è solo una questione di scritto e orale. Qui a Mirandola come nelle altre ottanta scuole lesionate e mai riaperte della zona, si sta ragionando su come poter recuperare i documenti rimasti all'interno delle scuole. Sembra una cosa semplice ma entrare negli istituti non è possibile senza essere accompagnato dai Vigili del Fuoco. E poi dove saranno fatti gli esami una volta stabilito il criterio? «Dovremo confidare nel bel tempo - spiega ancora la professoressa Marchi - perché saremo costretti a farli all'aperto». A Mirandola non ci sono scuole agibili. L'unica che è rimasta intatta, la “Montari”, è anche sede del centro operativo comunale che gestisce l'emergenza terremoto. E di sicuro non potrà essere spostato. SEDIEDA CASA A Calvi di Finale, addirittura, la preside dell'istituto “Calvi” per geometri, Annalisa Maini, ha invitato gli insegnanti in vista della seduta straordinaria del collegio docenti fissata per domani a portarsi la sedia da casa. «Si invitano le Signorie loro - è scritto nella lettera di convocazione inviata via mail - a portare una sedia perché la riunione sarà tenuta nel parco». Inoltre «considerando che non tutti possono avere l'accesso a Internet, si prega di fare un passa parola tra colleghi di questa comunicazione». Ma ad aspettare la decisione del ministro Profumo ci sono anche le imprese della zona. Che da queste parti interagiscono in maniera simbiotica con le scuole. Si prenda ad esempio il già citato istituto Galileo Galilei. I suoi indirizzi sono tarati per l'inserimento professionale dei ragazzi. E sono tre. Il primo è il «Liceo Scientifico con opzione scienze applicate; il secondo «l'Istituto tecnico industriale» che a sua volta è diviso in «meccanica ed energia» ed «elettronica e elettrotecnica»; mentre il terzo è «l'Istituto professionale» diviso in «elettronica», «meccanica», e «moda» (più su a Carpi c'è il distretto del tessile). Alla fine dell'anno scolastico, ci spiega un'insegnante, molte aziende vanno a sbirciare i curricula degli alunni e spesso se li prendono senza passare dall'Università. Anche se quest'anno ci sarà da aspettare. Molte aziende, in questo momento, devono pensare a come rimettersi in piedi. Ec'èchicerca rifugiotemporaneo neiLidi ferraresi La professoressa: «Speriamo ci sia bel tempo, perché gli esami dovremo farli all'aria aperta...« e istituzioni. Così ci rialzeremo» Èbastatovederli arrivare «stanchi, spaventati, con gliocchi fuoridalle orbite»,per far scattare un“tam tam” di telefonate,un “darsi la voce”per capirecome ospitare tuttaquella gente in fugadal terremoto,dove trovareunacamera, unposto per la tenda,un appartamento.Nella settimanaa cavallo tramaggio e giugnoPortoGaribaldi si èstretta attornoalle tante famigliedel Ferrareseedel Modenese arrivateal mareperdimenticare, almenounpò, la terra chetrema. «Dalloscorso martedì - spiega unagente immobiliarechechiede di restare anonimo-sono tante lepersone in arrivodallezone delsismavenute ad affittareunappartamentoai lidi, soprattuttodalModenese. Nonhanno chiestounasistemazioneper tutta la stagione- spiega -, chiedono 15giorni e il mesedi giugno.Qualcuno aggiungeanche il mese di luglio,ma nontutta la stagione: vogliono tornarenelle lorocase»al piùpresto. «Noi - sottolinea riferendosiall'intera categoria - abbiamo giusto chiesto le spesevivedei proprietari e niente più»perquelle sistemazioni chieste «tutte rigorosamenteal pian terreno». Perché la pauraèancora tanta... . . . Molti ragazzi sono irreperibili, sfollati, lontani Il «secchione» di «mate» vorrebbe la prova scritta Maturità solo orale: oggi la decisione Una frase a Mirandola che ricorda l'altra tragedia, della Costa Concordia FOTO ANSA RO.RO. INVIATO A MIRANDOLA(MO) . . . La scossa e la telefonata dei concorrenti: «Si offrivano di produrre l'acciaio per non farmi perdere i clienti» lunedì 4 giugno 2012 7
In Emilia torna la paura Forte scossa nel modenese U:Il doppio viaggioverso Istanbul CambriaP. 19 Air Show di Ostia Ora Alemanno dice sì alle Frecce L'ANALISI MICHELEPROSPERO ILRETROSCENA FEDERICAFANTOZZI Staino Memorie dinonni pernipoti ILCOMMENTO/1 CARLOSINI ILCOMMENTO/2 SERENANOCETI ILPUNTO VITTORIOEMILIANI L'Opa di Maroni minaccia Formigoni Firenze, assessore lascia Renzi: scontro sui conti Padoan: «Lotta contro il tempo» Nella mattinata autobomba contro una Chiesa: 15 vittime AP.13 Salvare l'euro e il lavoro Si apre una settimana decisiva per la sopravvivenza dell'Europa Ue e Bce: piano segreto per l'emergenza Passera: 28 milioni di italiani pagano il prezzo della crisi Ragioneria ferma il dl Sviluppo: mancano risorse AP.2-3 LA CRISIEUROPEAÈGIUNTAORMAIAUNPUNTODINONRITORNO.LEÉLITES DEL VECCHIO CONTINENTE SONO RIMASTE SENZA BUSSOLA E ARRANCANO ALLA CIECA, perse dentro uno di quei momenti cruciali, quando la storia pone di fronte ad alternative secche e purtroppo senza appello. O si compie uno straordinario balzo in avanti, e si assume l'integrazione politica come un grande obiettivo realistico, oppure si lascia che le asimmetrie di potenza nascoste dietro la moneta unica condannino un Paese debole dopo l'altro a marcire. Il suicidio dell'Europa è l'esito nefasto delle passate illusioni riposte sulla moneta quale primario e irresistibile collante dei Paesi diversi, cui si sarebbe ben presto aggiunta una automatica coesione politica e culturale. La logica per cui alla integrazione imposta dalle esigenze del ruvido denaro sarebbe prima o poi seguito anche il collante etico non è stata fortunata nei suoi risvolti effettuali. La moneta non soltanto non ha evocato il cuore ma ha assegnato ad alcuni Paesi degli enormi vantaggi competitivi e ad altri ha imposto dei carichi insopportabili. SEGUEAP.2 Il punto di non ritorno L'aria serena del Pdl: Berlusconi contro le «analisi distruttive» del Giornale. La Santanché contro gli estremismi grillini del partito. E Cicchitto e Gasparri contro il governo Monti A P.11 Il Pdl conteso da falchi e corvi L'Italia non può andare avanti così. Non potete reggere a lungo con l'economia ferma e la disoccupazione giovanile a questi livelli Jean-PaulFitoussi AP.8 Laicità e senso della Chiesa AP.9 La famiglia che cambia AP.15 Dimenticare le new-town Forte scossa ieri sera nel modenese avvertita anche a Milano e nel Veneto. La gente è scesa nelle strade a Bologna e a Padova. Ieri il commissario europeo Johannes Hahn, dopo aver visitato le zone colpite, ha promesso che la Ue stanzierà aiuti per 300 milioni. Intanto Errani ribadisce la proposta di assegnare le case sfitte agli sfollati. Continua la corsa contro il tempo delle imprese per riprendere la produzione. BONZI, ROSSIAP.6-7 LOMBARDO AP.10 FAMILY 2012 Il Papa: l'amore contro il profitto Latelevisione e losguardo degliuomini RosaP.17 BattistiP. 18 La Lombardia a Matteo Salvini, il Veneto al sindaco di Verona Flavio Tosi: i congressi della Lega si chiudono nel segno di Maroni che verrà incoronato segretario il 30 giugno a Milano durante il Congresso federale. E ora si aprono nuovi scenari, compreso un possibile voto di sfiducia della Lega al governatore della Lombardia Roberto Formigoni. CARUGATI A P.12 Tosi eletto segretario della Lega Veneta I congressi del Carroccio si chiudono tutti nel segno dell'ex numero due Possibile sfiducia al governatore lombardo AP.11-12 MONTEFORTE AP.8 SABATO AP.10 NIGERIA Aereo cade sulle case di Lagos: oltre 150 morti Disoccupati e vecchie ricette DIGIOVANNI AP.2 BUTTARONI AP.4 1,20 Anno 89 n. 153Lunedì 4 Giugno 2012
Un'altra domenica di sangue in Nigeria. Un'autobomba contro una chiesa ha provocato una strage nella cittadina di Bauchi, una quindicina le vittime. Bilancio ben più grave per il disastro che si è verificato qualche ora più tardi a Lagos. Un aereo passeggeri si è schiantato su un edificio nella capitale commerciale della Nigeria. A bordo vi erano 147 passeggeri e sei membri dell'equipaggio, si ignora se vi fossero italiani. «Non credo vi siano superstiti», ha riferito il capo dell'aeronautica civile Harold Demuren. Il volo, partito da Abuja e diretto a Lagos, era della compagnia nigeriana Dana Air, che usa bimotori McDonnel Douglas Md-83. Il jet si sarebbe incendiato subito dopo aver colpito un edificio di due piani nel quartiere Iju, vicino all' aeroporto, una delle aree più popolose della città. Difficile una stima delle possibili vittime a terra. I soccorritori si sono trovati davanti a scene di caos totale, corpi scaraventati tra i rottami dell'aereo in fiamme. Molti i cadaveri carbonizzati. Secondo i testimoni sul luogo, il velivolo non sembra essere precipitato di prua, piuttosto potrebbe aver iniziato una manovra di atterraggio scivolando sulla pancia prima di schiantarsi prima su un negozio e poi tra le abitazioni. Si ignorano al momento le cause del disastro. Il tempo era nuvoloso, ma senza quelle tempeste che spesso si verificano nella regione. L'11 maggio scorso, un volo della stessa compagnia - forse lo stesso vettore aveva segnalato un problema tecnico ed era stato costretto ad un atterraggio d'emergenza a Lagos. È stata aperta un'inchiesta per chiarire le circostanze della tragedia, ma sono molte le compagnie africane considerate al di sotto degli standard internazionali di sicurezza. STRAGE DI CRISTIANI Nella stessa giornata, un'autobomba guidata da un attentatore suicida, ha causato la morte di almeno 15 persone - tra cui lo stesso attentatore - e il ferimento di altre 40 nel nord-est del Paese. Lo hanno riferito le autorità locali, precisando che la zona, conosciuta come Yenwan Tudu, è abitata da una minoranza cristiana. Il kamikaze era a bordo di un'auto carica di esplosivo, ed ha tentato senza riuscirci di sfondare il cordone di sicurezza disposto intorno alla chiesa, dopo gli ultimi attacchi che si erano verificati nella zona. Si è schiantato invece contro un cancello posto a difesa dell'edificio, facendo così esplodere il veicolo. La violenza della deflagrazione è stata tale che parte della chiesa è crollata e decine di persone sono fuggite cercando di mettersi al riparo dalle macerie e dalle fiamme sprigionatesi dopo l'esplosione. Secondo un testimone, un uomo, ritenuto complice dell'attentatore ha tentato di scappare ma è stato bloccato e linciato dai residenti. La polizia, però, non ha confermato queste informazioni. Per il momento, l'attacco non è stato rivendicato, ma la regione, a maggioranza musulmana come tutto il nord della Nigeria, è in mano al gruppo islamista Boko Haram, responsabile di numerosi attentati che hanno provocato la morte di oltre un migliaio di persone dal luglio 2009, e in passato ha preso di mira i cristiani e le chiese del nord, in particolare nei giorni di celebrazioni religiose. Boko Haram aveva anche organizzato la fuga di prigionieri a Bauchi nel settembre del 2010, un'operazione che ha liberato centinaia di guerriglieri. Dopo l'elezione del presidente Goodluck Jonathan, un anno fa, il gruppo islamista ha intensificato gli attacchi mortali, ampliando il suo orizzonte di operazioni e diversificando i suoi obiettivi. Dopo aver moltiplicato gli omicidi di poliziotti e funzionari locali nella sua roccaforte del nord-est, il gruppo ha realizzato durante lo scorso anno una serie di attentati suicidi nella capitale Abuja, colpendo la sede delle Nazioni Unite e il quartier generale della polizia. Nega l'innegabile. E al mondo che gli chiede di fare un passo indietro, ribatte seccamente: sto combattendo una guerra portata dall'esterno. Nessun ripensamento, nessuna concessione. La Siria si trova di fronte ad un «piano di distruzione», scandisce il presidente Bashar al-Assad nel suo discorso al Parlamento chiamando in causa forze «straniere». Il regime ha utilizzato «tutti i mezzi politici» ma gli sforzi sono stati vani perché «ci troviamo di fronte ad una guerra condotta dall' esterno». Tredicimila morti dopo, Assad mantiene il punto. «Non ci saranno compromessi nella lotta contro il terrorismo e coloro che lo sostengono», avverte. «I terroristi non sono interessati al dialogo o alle riforme. Hanno una missione e non si fermeranno fino a che non l'avranno compiuto o fino a che noi non li fermeremo», aggiunge il presidente siriano nel suo primo discorso dopo il massacro di Hula di una settimana fa. NEGARESEMPRE A Hula sono stati massacrati 108 civili, tra cui 42 bambini e 39 donne. «Siamo stati noi», racconta un maggiore dell'esercito siriano passato con l'opposizione dopo quella strage di innocenti. Ma Bashar al-Assad nega. Nega tutto. Nel suo discorso al Parlamento, il presidente siriano afferma di aver provato «rabbia» alla vista delle immagini dei bambini morti a Hula, immagini che definisce «insopportabili». Gli autori di quella mattanza disumana sono dei «mostri», sostiene colui che diverse cancellerie europee e la Casa Bianca paventano come il mandante di quel massacro. «Ciò che è avvenuto a Hula e in altri luoghi sono massacri selvaggi che neanche mostri avrebbero perpetrato», insiste il presidente. Gli eventi sanguinosi che da oltre un anno marchiano la Siria, Bashar al-Assad li racchiude in due parole: complotto internazionale. Ordito dall'esterno. «Le nostre porte sono aperte – dice – e disposte al dialogo ma non con chi è guidato dall'esterno e non con i terroristi». «Le maschere sono cadute – insiste Assad - e il ruolo internazionale in quanto sta accadendo in Siria è ormai chiaro. Non siamo di fronte a un problema politico, ma a un progetto di distruggere il Paese». Concetto su cui il presidente siriano insiste più volte davanti ai plaudenti parlamentari. «I nemici della Siria ora sono all'interno del Paese, non ai confini», afferma ancora il leader siriano, sostenendo che «ormai è evidente il ruolo internazionale negli eventi in Siria». Anche se il dialogo politico procede, ha continuato Assad, anche il terrorismo lo fa in modo implacabile. E quindi la situazione richiede «più audacia, fermezza e senso di responsabiltà». Sottolineando che il «ruolo di mediazione regionale è fallito con la crisi siriana», Assad ha comunque ribadito di essere aperto al dialogo, «la nostra porta continua ad essere aperta». Ma ha poi aggiunto che «non vi sarà nessun cedimento o nessuna clemenza nella lotta al terrorismo». Nega ogni responsabilità, il presidente siriano, nel massacro di Hula e nei tanti che l'hanno preceduto. Ma a inchiodarlo sono anche le nuove immagini satellitari diffuse dagli Stati Uniti relative alle operazioni militari in Siria. Foto recenti che documentano l'assedio delle forze governative alle città, le postazioni d'artiglieria, i crateri delle cannonate. Quelle immagini dimostrano che il regime, nonostante gli appelli e quanto prevede il piano Annan, impiega tank e blindati nei centri abitati. Bocche da fuoco responsabili di decine di vittime. Visibili anche elicotteri d'attacco che partecipano a raid contro le formazioni dei ribelli. Un'immagine, poi, mostra la fossa comune scavata a Houla dopo il massacro di oltre un centinaio tra donne e bambini. Strage attribuita all'esercito e agli shabiha, mercenari che fiancheggiano le unità regolari. PARIGIRILANCIA Intanto da Singapore, dove sta partecipando all'Asia Security Summit, il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian non ha escluso un intervento armato in Siria, ma solo dietro mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Le Drian ha anche chiesto alla Russia di non assicurare più il sostegno al presidente Bashar al-Assad. «Il presidente francese François Hollande non ha escluso un intervento militare, ma solo dietro un mandato delle Nazioni Unite», ha detto il ministro. «I russi devono capire che non si può considerare un futuro in Siria con Assad ancora al potere», ha aggiunto. Ma Mosca mantiene la sua linea: anche se sempre più scomodo, Bashar al-Assad resta un alleato da sostenere. Contro tutto e tutti. Aereo si schianta tra le case a Lagos Oltre 150 morti Bashar Assad Il dittatore siriano nega ogni responsabilità sul massacro: «Dei mostri hanno causato la strage» Ma un ufficiale conferma: «Siamo stati noi» Gli Usa mostrano foto satellitari con gli attacchi dell'artiglieria Lo scontro s'infiamma. Dalla piazza alle urne. Ahmad Shafiq va all'attacco della «Fratellanza». A due settimane dal ballottaggio, è iniziata la resa dei conti tra i due candidati alla presidenza dell'Egitto. Shafiq, ultimo premier di Hosni Mubarak, ha accusato i Fratelli Musulmani di rappresentare «il caos». «Io sono la stabilità, io rappresento lo Stato civile e loro lo Stato confessionale», afferma l'avversario al ballottaggio dell' esponente dei Fratelli musulmani, Mohamed Morsi. «Io rappresento lo Stato civile contro quello confessionale e religioso», sostiene Shafiq in una conferenza stampa durante la quale ha bollato i fratelli musulmani come rappresentanti dell'ancienregime, accusandoli di avere «collaborato» col disciolto partito di Mubarak nel 2005 per ottenere seggi in Parlamento. Shafiq si è rivolto agli egiziani all'estero, che da ieri sono tornati alle urne per il ballottaggio alla presidenziali, previsto in Egitto per il 16 e 17 giugno, invitandoli a scegliere un presidente «con esperienza». Lo scontro è destinato a inasprirsi con l'avvicinarsi del voto. Ombre inquietanti si proiettano sul futuro dell'Egitto. Uno dei più autorevoli analisti politici egiziani, Nabil Abdel el-Fattah, già direttore del Centro di studi strategici di Al-Ahram del Cairo, dice a l'Unità che le macchine elettorali dei due candidati rimasti in corsa per le presidenziali tenteranno di sfruttare al massimo la sentenza dell'altro ieri. «In questo contesto - sottolinea l'analista - saranno i Fratelli musulmani i primi a cavalcare il verdetto. «Intensificheranno gli attacchi a Shafiq che appartiene all'ancien regime e Morsi cercherà di attirare più voti verso di sé, facendosi passare per colui che libererà il paese dal vecchio regime di Mubarak», spiega l'esperto. Shafiq, invece, avrà il pieno sostegno delle forze armate, che, secondo Fatah, faranno di tutto per farlo vincere al ballottaggio, anche attraverso la frode elettorale. «A quel punto nessuno può veramente fare pronostici su quello che succederà in questo Paese», chiude l'analista. «L'arma dell' esercito sono le elezioni e ci sarà la frode», si dice convinto Wahid Abdel Meguid, anche lui esperto del Centro Studi strategici di al Ahram. Meguid esclude che l'esercito possa fare un colpo di mano per impedire che passi il candidato della Fratellanza. «Perchè dovrebbe farlo, perdendo le sua immagine davanti al mondo intero?», osserva l'analista egiziano. «Tutto si svolgerà nell'ambito della legittimità, rappresentata dalle elezioni presidenziali che però saranno truccate». Nel frattempo sono stati rilasciati cinque dei sei assistenti dell'ex ministro dell'Interno egiziano Habib el Adl, assolti l'altro ieri nel processo a Hosni Mubarak. Un sesto imputato è rimasto in carcere perchè sospettato di avere distrutto documenti che erano custoditi alla sede della sicurezza di Stato. Per tutti e sei il Procuratore generale ha disposto il divieto di lasciare il Paese. La «piazza» intanto non smobilita, a cominciare da Piazza Tahrir, cuore della rivolta anti-Mubarak e di una rivoluzione che non crede nel «generale» (Shafiq) o nell'«islamico» (Morsi). I movimenti della rivoluzione hanno indetto marce di protesta per i prossimi giorni al Cairo e in altre città egiziane mentre in un comunicato 11 movimenti chiedono al Parlamento di adottare una legge per ricelebrare il processo contro l'ex rais. U.D.G. MONDO Massacro di Hula, sfida totale di Assad UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it L'immagine tratta da Twitter mostra il fumo provocato dall'aereo FOTO ANSA Sentenza Mubarak, Shafiq attacca gli islamisti: «Siete il caos» VIRGINIALORI lunedì 4 giugno 2012 13
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Passera: in Italia 28 milioni di persone colpite dalla crisi A caccia di coperture nella spending review L'INTERVISTA «Ogni giorno con ansia mi chiedo cos' altro aggiungere all'agenda per la crescita». Corrado Passera non ha nascosto la sua preoccupazione intervenendo al Festival dell'economia di Trento. Il ministro ha anche ricordato quello che aveva già detto davanti agli industriali riuniti a Milano nell'ultima assemblea della Confindustria guidata da Mercegaglia: in Italia sono 28 milioni le persone toccate dalla crisi. Tra inoccupati che non cercano lavoro, disoccupati, cassintegrati e sotto-occupati si contano 7 milioni di persone, a cui si possono collegare quattro famigliari a testa. ILDECRETODELLA DISCORDIA Che l'inquilino di Via Veneto si preoccupi della crescita è senz'altro vero, visto che ormai da settimane sta lavorando al decreto sviluppo più volte annunciato come imminente e poi mai sbarcato in consiglio dei ministri. La settimana scorsa lo stop è stato causato dall'emergenza terremoto, anche se il testo in realtà non aveva ancora superato il filtro della Ragioneria. Il nodo da sciogliere restano le risorse: un impasse che non sarà fare superare. Il caso sollevato dai tecnici di Via Venti Settembre riguarda il credito d'imposta automatico per le imprese che investono in ricerca e innovazione. Le coperture mancano ancora, così si è deciso di approvare le norme, forse già mercoledì prossimo (al massimo venerdì), e rinviarne l'applicazione a fine giugno, quando si reperiranno nuove risorse con la spendingreview. Il fatto è che la questione conti resta in primo piano per l'esecutivo. «La robustezza che il governo ha usato alla fine dell'anno scorso sui conti per non scivolare verso una situazione quasi greca non verrà meno», ha sottolineato Passera. «Per avere risorse - ha spiegato - abbiamo puntato alla riduzione dei costi dell'apparto pubblico, sia centrale che periferico, e alla lotta all'evasione. Abbiamo introdotto strumenti forti, punteremo anche a cercare di valorizzare, vendere, cedere attivi pubblici, per compensare azioni straordinarie. Le leve servono tutti insieme e sono importanti anche coesione sociale, dinamismo e competitività delle imprese». Il decreto sviluppo è un testo corposo: gli articoli superano la settantina. I temi affrontati non si limitano al riordino degli incentivi alle imprese (si prevede l'unificazione di tutte le forme di incentivi attuali in un unico fondo), ma spaziano dal diritto fallimentare alla finanza d'impresa, dalle infrastrutture alla giustizia. Il ministro ha ribadito l'importanza della green economy per la crescita economica e dell'occupazione. «L'Italia ha preso l'impegno 20-20-20 con l'Europa, e lo conferma» ha detto riferendosi alla strategia europea di riduzione del 20% entro il 2020 delle emissioni che alterano il clima. «Per la parte delle rinnovabili sulla produzione dell'energia elettrica - ha aggiunto - li abbiamo già raggiunti, quindi abbiamo deciso di proporci di superare questo 20% di produzione di energia elettrica per via di rinnovabili, per arrivare al 32-33%». Il ministro ha ricordato gli interventi fatti per rimodulare gli incentivi sulle rinnovabili, tema spinoso ma ineludibile per il Paese. «Negli scorsi anni il nostro Paese aveva già preso un impegno pazzesco facendo pesare sulle tasche di cittadini e imprese, con 170 miliardi di euro gli incentivi alle rinnovabili, in particolare sul fotovoltaico - ha detto Passera - Purtroppo in passato si sono concentrati gli investimenti nei momenti di massimo costo delle tecnologie, dei pannelli. Se avessimo ragionevolmente, come altri Paesi, suddiviso l'investimento, avremmo potuto farne il doppio o il triplo. Comunque abbiamo continuato e messo a disposizione del mondo delle energie rinnovabili circa 60 miliardi di euro, cifra molto importante». MASSIMOFRANCHI ROMA Il lavoro scarseggia e anche le politiche attive per promuoverlo Il flop di “Cliclavoro” e i rinvii della riforma che che in seguito saranno in grado di procedere sulle loro gambe, bisogna risolvere la crisi del debito sovrano per fermare il contagio, bisogna avviare un piano per la crescita nazionale e quella dell'intera area. Tutte queste azioni hanno bisogno di tempo, ma alcune sono più urgenti. Oggi c'è bisogno di dare un messaggio chiaro sulla volontà di intervenire sul sistema bancario. E bisogna farlo in fretta». PerchélaGermaniasiopponeall'interventosullebanche? «La Germania continua a pensare che il problema risieda nella disciplina fiscale, e in questo senso individua la soluzione nel Fiscal compact, che comunque è uno strumento importante. Berlino ha però ammesso che c'è un problema di crescita, e questo non è poco. In Germania gioca anche il fatto che l'opinione pubblica tedesca valuta negativamente l'utilizzo di risorse tedesche in favore di altri Paesi che non hanno rispettato i vincoli di bilancio». Sìmasullebanchenonpossonocertodire chesianoestranei allacrisi. «Le banche tedesche hanno contribuito ad alimentare la bolla immobiliare in Spagna e acquistando i titoli greci si sono esposte al rischio. Penso che ci sia un problema di comunicazione tra governo ed elettori. Questo vale anche per altri Paesi: nell'ultimo round elettorale in Francia, in Spagna e anche in Italia è emerso che c'è una crescente resistenza alle riforme». È più urgente intervenire sulle banche o suidebiti pubblici? «La cosa più urgente oggi è fare chiarezza sulle banche spagnole: capire quali sono quelle che possono continuare ad operare e quali no. Poi bisogna trovare le risorse per ricapiralizzarle . Allo stesso tempo la bce deve riattivare il programma Smp (Securities market programme), che prevede l'acquisto di titoli pubblici sul mercato secondario, per fermare la speculazione. È un passo importante, perché lo spread ha effetti concreti sulle finanze dei Paesi per via del costo del debito. Su questo il presidente Monti è stato molto chiaro: il governo ha fatto molti sforzi, ma questi potrebbero essere vanificati dal contagio sui mercati». Comesta l'Italia in questo momento? «L'Italia ha fatto sforzi importanti. Se si analizzano bene i bilanci si nota che è uno dei Paesi che sta messo meglio per la sostenibilità del debito tra i Paesi Ocse. Forse questo si ricorda troppo poco. L'Italia dovrà fare uno sforzo inferiore agli altri per raggiungere l'avanzo primario necessario a tenere sotto controllo il debito nel lungo periodo. Resta il problema della crescita, che si ottiene con le riforme, ma serve tempo perché si vedano gli effetti. Ora l'Italia deve porre attenzione all'implementazione delle riforme: agire sulla pubblica amministrazione, sulla trasparenza e sulla lotta alla corruzione». Mario Draghi, con altri leader Ue, lavora a un piano per portare l'Europa fuori dalla crisi FORO LAPRESSE PierCarloPadoan La disoccupazione è a due cifre, il lavoro che non c'è è ormai emergenza e per i giovani un dramma. Confessando la sua ansia, ieri il ministro Passera ha quantificato in 7 milioni le persone che, a vario titolo, non hanno un'occupazione. C'è ovviamente bisogno di crescere, ma anche di politiche attive per l'occupazione a cominciare dalla promozione dell'incontro tra domanda e offerta di lavoro e porre un argine all'esercito degli scoraggiati. La riforma di Elsa Fornero, nella versione non definitiva appena uscita dal Senato, affronta solo marginalmente il problema. Nel capitolo politiche attive per il lavoro chiede una delega per riformare i Centri per l'impiego e prevede un tavolo tra le Regioni (loro la competenza diretta) e l'Inps per migliorarne l'efficienza. «In pratica siamo ad una lettera di buoni intenti, ma senza un euro di spesa prevista - attacca il segretario generale aggiunto della Cisl Giorgio Santini - perché i pochi fondi stanziati sono stati dirottati anche nel 2013 per finanziare la cassa integrazione in deroga». Concorda Guglielmo Loy, segretario confederale Uil: «Nel testo ci sono solo promesse e auspici mentre il tavolo previsto con gli enti locali è molto lontano dall'essere concretizzato». LA DOMANDAE L'OFFERTA Eppure l'urgenza di un intervento è sotto gli occhi di tutti. Basti pensare al buco nell'acqua di “Cliclavoro”, il portale voluto dagli ex ministri Maurizio Sacconi e Renato Brunetta. In funzione dal 22 ottobre 2010 e “venduto” come una «rivoluzione per incastrare domanda e richiesta di lavoro», per ora ha solo portato ad una spesa di 600mila euro, senza trovare lavoro a (quasi) nessuno: su 900 curriculum inviati al mese, solo il 7% di aspiranti lavoratori riesce a stabilire un contatto con le aziende. Tornando alla riforma Fornero, ci si chiede se e come inciderà sui tassi di occupazione e disoccupazione e sull'altro grande problema evidenziato dall'Istat, quello della precarietà. Il testo della riforma approvato dal primo ramo del Parlamento non «porta a sostanziali passi in avanti». «Premesso che davanti ad una crisi di questo tipo la riforma rischia di avere effetti assolutamente ininfluenti - spiega Guglielmo Loy - perché le aziende licenziano o non assumono perché non hanno commesse e non perché le regole del mercato sono sbagliate. Detto questo, di certo la parte sugli ammortizzatori sociali peggiora la situazione. Al Sud dai 48 mesi odierni di mobilità si passa subito a 24 e a regime a 12-18 mesi di copertura con l'Aspi». Sul fronte della precarietà però Loy non vede «né peggioramenti né miglioramenti: ci sono provvedimenti che la riducono, ma non in modo sostanziale». Più articolato il giudizio di Claudio Treves, coordinatore Cgil dell'area Politiche attive del lavoro: «Concordo sul fatto che la riforma non determinerà spostamenti nei comportamenti delle imprese nell'assumere i giovani. Ma su quella che la ministra chiamava cattiva flessibilità si era promesso molto e invece, a parte l'aumento dell'1,4% del costo per le imprese sui contratti a tempo determinato, per il resto il passaggio al Senato ha annacquato molto i provvedimenti - attacca Treves - . Si è legittimato l'uso delle partite Iva fino a 18mila euro, pari a 750 euro, praticamente lo stipendio di un centralinista; sul lavoro a chiamata e sui voucher si è emendato largamente a favore delle aziende e della flessibilità». Proprio queste due ultime forme contrattuali, voucher e lavoro a chiamata, sono quelle che lo stesso servizio ispettivo del ministero del Lavoro, ha denunciato essere le forme di elusione principale ai contratti a tempo indeterminato. L'ARIA CHETIRA «In più - sottolinea Treves - i monitoraggi portati avanti dalle Regioni più avanzate in materia (Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna) sottolineano come negli ultimi tempi assistiamo ad un esplosione del lavoro a chiamata e dei voucher a scapito del tanto declamato apprendistato». Apprendistato che invece viene lodato da Giorgio Santini: «La riforma lo ha molto incentivato e molto semplificato - spiega - ora il problema della formazione è superato: sarà fatta in sede aziendale, sentite le parti». Per la Cisl però anche l'apprendistato non darà grandi effetti: «È una misura che, se ci fosse un minimo di aria di ripresa, riempirebbe le vele e spingerebbe alle assunzioni. Ma oggi di aria non ce n'è». L'incontro mancato tra domanda e offerta di lavoro Ilvicesegretarioecapo economistadell'Ocse: «Èurgentesalvare lebanchespagnole,e riattivare ilprogrammadi acquistidi titolidellaBce» . . . Il provvedimento atteso mercoledì in Consiglio Dubbi sul credito d'imposta per la ricerca Dl sviluppo: lo stop della Ragioneria Risorse a fine giugno B. DI G. ROMA lunedì 4 giugno 2012 3
Rossi7˚ increscita.L'australiano,dopo19podidi fila, chiude soloquarto.TerzoDovizioso. Iannonecapolavoro inMoto2 PARIGI NON LASCIA IL TEMPO DI RAGIONARE SULLA FINE DI UNA STORIA D'AMORE, QUELLA DI FRANCESCA SCHIAVONE CON IL ROLAND GARROS, CHE SUI CAMPI DELLAPORTED'AUTEUILNASCEUNNUOVOFLIRT.Una ragazza italiana, il suo debutto sul centrale – e il trionfo (dominio, fino al 6-0 2-0) su una (ex?) campionessa in cronica crisi di identità. Per toccare con mano il primo quarto di finale Slam, Sara Errani ha dovuto pestare i piedi sui resti di Svetlana Kuznetsova, un tempo nota come Nadalova, l'imbattibile sul rosso. Sarita confidava nel fato perché la russa le togliesse di mezzo maestrina Radwanska e il suo gioco indigesto; ha studiato la strategia di battaglia col fido coach Lozano, compagno di lavoro da un decennio alla Tennis Val di Valencia, e ha dato fondo alla sua brama di vittoria con lo stesso spirito dell'ammirato – di più, platealmente imitato - David Ferrer, numero uno dell'accademia che la Errani ha scelto come casa una volta imparato il mestiere in Florida, alle dipendenze del guru Bollettieri. Con il suo ritmo da fondocampo, le gambe nucleari, le smorzate nascoste fino all'ultimo la Errani è stata padrona del gioco fin dalle prime battute. Messa in difficoltà nel secondo set ha ritrovato lo spirito che quest'anno la resa una delle giocatrici più vincenti sulla terra battuta: quattro giochi consecutivi, con l'autorità di chi frequenta i piani alti da sempre. E così anche Sveta, la vecchia campionessa dello Slam rosso, è caduta. Uscita dal campo con l'impressione di non averci capito granché, peraltro. Questa è la nostra nuova numero uno, più brillante della regina Wta Victoria Azarenka, presa a sberle dalla picchiatrice Cibulkova dopo lo spavento contro Alberta Brianti del primo turno. Una professionista che ha riservato il suo spazio tra le prime venti al mondo, comunque andrà contro il corri-tira di Angelique Kerber nei quarti di finale. Solo sei mesi fa si era comprata tre racchette nuove in un centro commerciale perché le sue, quelle vecchie, non le piacevano più. Il nuovo attrezzo, più lungo, è uno dei segreti della sua scalata: del resto, come ha raccontato sogghignando in sala stampa, o allungava l'attrezzo o le toccava allungare il braccio. La Parigi di Sara così non lascia il tempo di rimpiangere una cosa enorme, costruita punto su punto, picconata nello stesso modo: punto su punto. Questa è la cifra della partita di Andreas Seppi contro Novak Djokovic, il numero uno al mondo, capace di vincere 4 degli ultimi 5 Slam, sconfitto solo da Federer - e come - lo scorso anno proprio al Roland Garros. Punto su punto: questa è stata la partita che non doveva essere equilibrata, non era possibile. E invece. L'altoatesino di Caldaro ha duellato dentro scambi robusti, spesso trovando il sopravvento nella diagonale di rovescio. È andato avanti di due set, toccando l'impresa con le mani, cominciando a pensare a un risveglio diverso, nei quarti al Roland Garros, fra i primi 20 del mondo, con lo scalpo del più forte in mano. Sono pensieri che si fanno e il merito di Seppi è di averli condivisi con gli spettatori del campo centrale, e i telespettatori di questa penisola che spera da anni in qualcosa di notevole. Djokovic era in difficoltà perché non riusciva a innescare il suo uno due, servizio-dritto: la risposta del nostro era sempre profonda. Una volta imbastito lo scambio, Seppi muoveva bene, variando spesso gli angoli e colpendo forte al centro, palla che il serbo fa più fatica a rendere definitiva, spingendo verso i lati con un angolo di minore efficacia. Tattica giusta, pratica sublime, specie - si è detto - con il rovescio, limpido, piatto, stretto e altre volte pesante. Seppi gioca con la personalità trovata in questo mese di vittorie importanti. L'altro si ritrova davanti una domenica non programmata: sceso in campo per sudare un paio d'ore, capisce che ce ne vorranno quasi cinque. E che ci vorrà il servizio, che pian piano Djoko mette a punto. Dal terzo set a Seppi mancheranno occasioni, non argomenti. Come testimonia il punteggio (4-6 6-7 6-3 7-5 6-3), resta aggrappato alla partita perché la sua solidità è cosa nuova e vera, ma non riesce più a mettersi davanti nel punteggio. Il finale del quarto set è faticoso, ma ineluttabile. La svolta sul 3-2 del quinto: Seppi - calato al servizio e dunque costretto a guadagnarsi tutto in campo aperto - sbaglia qualche dritto di troppo. L'altro si prende quello che c'è, poi difende una palla break che avrebbe riaperto tutto, daccapo, sarebbe stato bellissimo, lo è stato, ma fra vincere e perdere c'è tutta la differenza del mondo, anche a Parigi. Sara lo sa, e lo sa anche Andreas. MASSIMOSOLANI twitter@massimosolani DIFFICILE SENTIRSI GIÀ UN EX E PENSARSI PAPÀ A TEMPO PIENO FRA PESCA E PAPPINE E AL TEMPO STESSO CHIUDERELAVISIERASPALANCAREILGASECONTINUARE A VINCERE IN MOTOGP. Casey Stoner deve averlo scoperto ieri al Montmelò guardando dal basso il podio del Gp di Catalogna dove Jorge Lorenzo festeggiava la terza vittoria stagionale e l'allungo in classifica sul campione del mondo australiano. Quarto al traguardo dopo diciannove podi consecutivi (l'ultimo appuntamento fallito a Jerez la scorsa stagione dopo la carambola e le polemiche con Rossi) e mai davvero in gara, lontanissimo dalla coppia di testa Lorenzo-Pedrosa, incapace di agguantare in volata Andrea Dovizioso e costretto a battagliare con Cal Crutchlow. Ma più del chattering denunciato per tutto il fine settimana, l'impressione è che a frenare Stoner sia un calo di tensione per certi versi inevitabile dopo la decisione di mollare tutto per tornare da baby pensionato in Australia a fine stagione. Non può essere un caso infatti se dal momento dell'annuncio del ritiro, due settimane fa a Le Mans, il campione del mondo della Hrc abbia racimolato “soltanto” il terzo posto in Francia e il quarto di ieri in Spagna. Ad approfittarne, con una doppietta che lo porta a +20 in classifica iridata, è Jorge Lorenzo leader mondiale e prossimo oggetto del desiderio di un mercato che si annuncia come una rivoluzione e che potrebbe portarlo lontano dalla Yamaha per un approdo sulla sella Honda lasciata libera proprio da Stoner. Valentino permettendo, ovviamente. Perché nonostante le difficoltà delle due ultime stagioni il Dottore fa gola a molti, pronti ad accoglierlo in caso di (probabile) divorzio dalla Ducati. Valentino lo sa bene e, dopo il secondo posto bagnato a Le Mans, anche in Catalogna ha dimostrato di essere ancora in grado di fare la differenza. Non tanto per il 7˚ posto finale, quanto per la grinta dimostrata in quella che al momento è la sua miglior gara stagionale sull'asciutto. Prima di arrendersi all'usura degli pneumatici, infatti, Valentino ha girato a lungo con tempi non troppo lontani dai migliori e per alcuni giri ha accarezzato anche la pazza idea del podio. «C'è stata una parte della gara dove ero piuttosto veloce - ha commentato dopo la bandiera a scacchi - All'inizio ho avuto un problema con il freno davanti e ho perso un pelino, poi sono riuscito a tornare su Bautista, anche su Crutchlow e Dovizioso, poi la gomma ha cominciato a scivolare moltissimo e ho dovuto mollare. Ma non ci manca tanto». Un autentico capolavoro, invece, lo ha compiuto in Moto2 Andrea Iannone, con una vittoria che lo rilancia anche in classifica mondiale. L'abruzzese, pur con una moto lontana dalle migliori, ha saputo rintuzzare gli attacchi del leader del mondiale Luthi e di Marc Marquez (penalizzato per un contatto nel finale con Espargarò e poi amnistiato) chiudendo in volata. «Volevo vincere qui in Spagna e ce l'ho fatta», ha sorriso al termine Iannone che ha dedicato la vittoria «a tutte le persone terremotate che stanno vivendo momenti difficili». SO LUZIO N E 1.TD H 1!!,A :D 3;2.G 4,E IL M ATTO CO N 3. TH6È IM PA RA BILE. Mezzo miracolo a Parigi Erraniaiquarti.Seppisfiora l'impresaconDjokovic FEDERICOFERRERO PARIGI ChedomenicaSaraelimina Kusnetsova:orac'èKerber, puòfarcela.Andreasstupisce: vaduesetavanticontro ilnumero1.Poi l'altrorimonta SECONDOME ANDREAS CIHAPENSATO TROPPO. Due set a zero contro il numero 1 del mondo Nole Djokovic, sul centrale del Roland Garros, può darsi che Seppi abbia pensato al futuro prossimo, alle conseguenze di una vittoria storica. A volte i giocatori meno abituati al grande pubblico hanno la loro attenzione rivolta o al passato e i loro pensieri detti «parassiti» formulano frasi del tipo «ero due set avanti pensa che spreco se perdo», oppure al futuro: «Immagina se vinco questa partita...». E dimenticano così l'unica condizione utile per tenere il livello che li ha portati in vantaggio: l'attenzione al punto presente. Basta un attimo e si perde quel metro di campo che cambia il match che da quasi vinto, purtroppo, si perde. Una vittoria così in effetti sarebbe andata oltre i confini tennistici e avrebbe dato prestigio allo sport del nostro paese: un bicchiere d'acqua fresca nel deserto morale arato dal calcioscommesse. Prestigio che comunque Andreas ha dato in abbondanza al tricolore, lottando come un leone per 4 ore e 20 e tenendo il livello del suo tennis ai vertici mondiali, con una vicinanza vertiginosa alla vittoria. Sara Errani, Sarita per gli amici, è invece nei quarti e si è portata via in scioltezza una ex vincitrice di slam come Svetlana Kutnezova, senza negarsi un 6-0 al primo set che denota una superiorità della ragazza di Faenza, ora naturalizzata tennisticamente spagnola. Di Sara ammiro la mentalità da grande campionessa: ricorda David Ferrer, in versione femminile. Nulla le è precluso perché si è costruita con le rinunce e il lavoro: senza battere ciglio, ha recentemente rinunciato a 30 mila euro degli sponsor solo perché un'altra marca di racchetta le è più consona. Perché da ragazzina, a 12 anni, è andata in Florida da Bollettieri per imparare il mestiere, e a 14 anni ha scelto Valencia, perché lì c'è la fame e l'ambiente giusto per la sua crescita di professionista. Bravi i genitori, che l'hanno sostenuta. Lei può fare tutto, vincere uno Slam o una medaglia olimpica, che - per foruna nostra - visto il passapaorto di Sara, andrebbe all'Italia. Andreas e«Sarita»: il lavoroduro porta lontano ILCOMMENTO CLAUDIOPISTOLESI MotoGp,Stonerègiàunex? PerLorenzovittoriae fuga NovakDjokovicsicomplimenta conAndreas Seppidopo la battaglianegli ottavidi finaleagli Opendi Francia2012. FOTO ANSA . . . Duestoriesimili,duetennisti chehannolavoratosodoe cheadessopossonomisurarsi con ipiù forti, allapari SCACCHI ADOLIVIOCAPECE Ismagambetov–Wen Yang CampionatoAsiatico 2012. IlBianco muovee vince. ANAND VINCE AL TIE-BREAK! L'indiano Wyshy Anand si è confermato campione del mondo battendo lo sfidante Boris Gelfand (Israele) allo spareggio di gioco rapido, dopo che il match a tempo regolamentare era terminato 6 a 6, con dieci partite su 12 terminate in parità. Ora l'attenzione si sposta sul “Memorial Tal” di Mosca dove con il nostro Caruana sono in gara tutti i migliori, escluso il solo Anand. lunedì 4 giugno 2012 23
professione e la maternità, tra il lavoro e la festa. Il Papa ha voluto rassicurare i credenti divorziati e separati risposati. Ha assicurato l'impegno della Chiesa ad accoglierli, a sostenerli ed essere loro vicini anche se non possono essere ammessi ai sacramenti. La loro condizione è una ferita aperta e dolorosa per la Chiesa che Papa Ratzinger aveva già affrontato sabato sera, alla «festa delle testimonianze» tenutasi sempre a Bresso. TEMPIDICRISI Rispondendo alle domande dei fedeli aveva anche invitato le diocesi a una solidarietà concreta verso le realtà colpite dalla crisi. Perché i Paesi occidentali non costruiscono gemellaggi con le città greche e degli altri Paesi colpiti dalla crisi? Qualcosa di più di una semplice provocazione. Come lo è stato il duro richiamo ai politici «che avanzano promesse che sanno di non poter mantenere». Durante la veglia è stato toccante l'abbraccio del Papa con la famiglia di Cento, il paese in provincia di Ferrara colpito dal sisma. Il dolore, la vicinanza, l'impegno affettuoso del pontefice al sostegno alle comunità colpite dal terremoto è stato costante durante questi giorni. Ieri all'Angelus lo ha rinnovato chiedendo di essere sempre solidali con le famiglie che vivono maggiori difficoltà, in particolare verso quelle colpite dal terremoto in Emilia. Non è stato solo un invito. Il pontefice ha donato 500 mila euro in favore delle famiglie delle diocesi di Ferrara, Mantova, Bologna, Modena e Carpi in maggiori difficoltà. All'Angelus, oltre a ringraziare l'arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola e il presidente del Pontificio consiglio per la Famiglia, cardinale Ennio Antonelli organizzatori dell'Incontro mondiale delle famiglie, ha annunciato che il prossimo si terrà a Filadelfia negli Stati Uniti d'America nel 2015. È pienamente positivo il bilancio di questa visita. Non è stata offuscata dalle altre lettere «riservate» uscite da Oltretevere, apparse sui quotidiani e dalla minaccia che altre «usciranno» se il Papa non «caccerà i veri responsabili dal Vaticano» indicati nel segretario di Stato, cardinale Bertone e nel segretario particolare monsignor Georg Gaenswein. «Non sono stupito della pubblicazione di altri documenti, né sono ora più preoccupato, se non per la situazione generale dei tanti documenti usciti e sulla quale ci interroghiamo in merito al significato e alle finalità perseguite», è stato il commento di padre Federico Lombardi. «È chiaro che chi ha recepito la quantità di documenti - ha concluso il portavoce vaticano - poi se li gioca con le sue strategie e le sue finalità, non certo con l'intenzione di fare tutto in una volta e poi lasciarci tranquilli». «Un colpo d'occhio impressionante». Rosy Bindi è al Parco nord di Bresso per la giornata conclusiva dell'Incontro mondiale delle famiglie. Non è azzardato dire che si tratta dell'evento pubblico più partecipato che ci sia stato in Italia da molti mesi ad oggi. «Da qui parte un messaggio ecclesiale ma anche civile molto forte. Un messaggio di apertura, di universalità, non di chiusura di una cultura contrapposta ad altre, una visione della vita che è messa a disposizione di tutta la società». Poi alla presidente del Pd viene in mente un'altra cosa, e sorride: «Vedo anche molta serenità. Per esempio siamo stati accolti molto bene anche noi politici. È vero che noi che abbiamo partecipato all'appuntamento siamo parte di questo mondo, ma di questi tempi era tutt'altro che scontato». Di questi tempi, guardando al Vaticano, c'èdachiedersisei“corvi”nonrischinodi intaccare la credibilità dei vertici della Chiesa: lei che dice? «Ho colto un grandissimo affetto nei confronti del Papa, che avrà sicuramente fatto bene al suo cuore. Un milione di persone che lo applaude, in piedi, è la prova che la fede del popolo di Dio per il Santo Padre supera tutte le difficoltà e i problemi di cui siamo venuti a conoscenza in questi giorni. Non solo non ho visto intaccato l'affetto per Benedetto XVI, ma l'ho visto più forte». Cos'altro l'ha colpita di questo Incontro con le famiglie? «La serata della testimonianza, sabato. Al Papa famiglie vere hanno raccontato la loro vita reale, i loro problemi concreti e la fede non è apparsa un elemento di estraneità ma di condivisione con la realtà umana. Anche le risposte di Benedetto XVI sono state molto ferme nella dottrina ma anche molto accoglienti, pastorali. Basti pensare a quello che ha detto sul tema dei divorziati». Non è molto “accogliente” però dire che lafamigliaèsoloquellafondatasulmatrimonio trauomoe donna,non crede? «Il Papa ha soltanto ribadito la visione della famiglia così com'è nel Vangelo e nell'insegnamento della Chiesa. Non poteva e non può essere che così». Peròhaanche invitato loStatoasostenerequestotipodinucleo:nonèunmodello che esclude e che tra l'altro confligge anchecon l'ordinamentocivile? «No, intanto perché l'articolo 29 della Costituzione dice esattamente che la famiglia è titolare di diritti e doveri. E poi perché vale quello che anche Pisapia ha ricordato, e cioè che le istituzioni devono farsi carico di tutte le altre situazioni. Chiedere sostegno per le famiglie basate sul matrimonio non vuol dire non aiutare le altre, bensì insistere sulla necessità che parta una politica organica sulla famiglia». Seneparladaanni,senzachesisianovisti ifrutti.Perchéoggidovrebbeesserediverso? «Intanto col governo Prodi ci abbiamo provato. Poi, rispetto al passato cresce la consapevolezza che le politiche per la famiglia vanno collocate all'interno delle più generali problematiche sociali ed economiche. Va valutato l'impatto familiare di tutte le politiche, non solo quelle riguardanti specificatamente la famiglia. Per esempio l'organizzazione del lavoro deve rispettare i tempi della famiglia, riposo compreso. Per troppo tempo ci siamo dimenticati di questo. Quando abbiamo tifato che gli operai di Mirafiori votassero sì al referendum abbiamo pensato cosa vogliano dire per una famiglia 18 settimane consecutive di turno notturno?». Dice che la sinistra è in grado di opporsi alladerivaindividualistachedominalasocietà?Ononneèstatainpartecontagiata anch'essa? «Prima che questa crisi mostrasse il volto peggiore una parte della sinistra ha avuto qualche cedimento nei confronti dell'individualismo, o quanto meno non ha fatto abbastanza per contrastarlo. Oggi ci sono le condizioni perché ci riappropriamo di valori nostri e cerchiamo alleanze culturali giuste nella società di oggi». Colmondo cattolico,per fare nomi? «Io sono molto rispettosa e non mi sognerei mai di avere un rapporto strumentale, meramente elettorale, con quel mondo. So però che attorno al programma con cui il Pd si presenterà alle elezioni - basato sul superamento di un modello di sviluppo fondato sull'umiliazione del lavoro, sullo sfruttamento dell'ambiente, sul profitto fine a se stesso - si dovrà costruire un'alleanza culturale con chi ha un patrimonio etico come quello del mondo cattolico». IlPapahadettoaipolitici:nientepromesseche non sipossono mantenere. «Giustamente la politica va richiamata a parole di verità e responsabilità. È un imperativo assoluto in questo momento delicato, dal quale usciremo se non si nascondono le difficoltà attraverso cui bisogna passare». Da ministro delle Politiche per la famiglia lei ha tentato di introdurre i Dico per le coppie di fatto, e la reazione d'Oltreteverenonèstatamorbida:feritaancoraapertaosanata? «Su un tema come questo non si deve aspettare la benedizione della Chiesa. La nostra Costituzione dice che non possiamo equiparare anche solo giuridicamente la famiglia fondata sul matrimonio ad altre forme di convivenza. Però al tempo stesso non ci possono essere situazioni di fatto clandestine per l'ordinamento giuridico. Serve una regolamentazione dei diritti e doveri per quei milioni di persone che nel loro progetto di vita condividono affetti, solidarietà, in forma diversa dal matrimonio. Sia che si tratti di convivenza tra persone eterosessuali che tra persone omosessuali». La legislatura si avvia al termine e il tema nonsembratraleprioritàdiquestogoverno. «Vuol dire che lo affronteremo noi». IL COMMENTO/ 2 SERENANOCETI* Benedetto XVI saluta dalla papamobile al suo arrivo all'aeroporto di Bresso FOTO DI DANIEL DAL ZENNARO/ANSA Le famiglie cambiano. Guai a chiudersi nel «modello» L'INTERVISTA RosyBindi «Unmilionedipersone adapplaudire ilPapasono laprovache la fiducia delpopolodiDiosupera tutte ledifficoltàe iproblemidiquestigiorni» «Un messaggio di apertura che non comprime i diritti» SIMONECOLLINI scollini@unita.it «LAVORO EFESTA» SONOL'ANGOLOPROSPETTICOSOTTOIL QUALEÈSTATO AVVICINATO IL DELICATO TEMADELLAFAMIGLIA nell'Incontro mondiale appena conclusosi a Milano. La prospettiva adottata intercetta con intelligenza preoccupazioni vitali per ogni nucleo familiare, raccoglie nella fatica post-moderna di armonizzare i «tempi del vivere» i difficili equilibri tra la sfera del personale e le esigenze del sociale e ricolloca così - là dove si gioca chiaramente la relazione tra scelte individuali e struttura sociale la questione che il magistero cattolico da alcuni decenni considera centrale: il riconoscimento della famiglia quale struttura basilare della società. La preoccupazione per la tenuta del tessuto sociale in Occidente e il richiamo a ripartire da questa «cellula base» per vivere relazioni, appartenenza, dinamiche culturali sono emersi con chiarezza dalle parole del Papa, insieme all'appello a una politica che formuli criteri per ripensare welfare, sistema economico, mercato del lavoro in modo da salvaguardare l'istituto familiare che sperimenta fragilità sempre più evidenti e insieme rappresenta, in questo tempo di crisi, uno dei luoghi di «tenuta» sociale ed economica più rilevanti. Un tale richiamo al «fare famiglia» sotto questa prospettiva di lavoro e tempi di vita risuona indubbiamente utile proprio nello scenario italiano, segnato da una «cultura della famiglia» che rimane diffusa e radicata ma che è particolarmente debole sul piano legislativo proprio in ordine alle politiche per le famiglie. Allo stesso tempo non si può non rilevare che proprio il «dossier famiglia» fa percepire la difficoltà che la Chiesa cattolica e il suo magistero hanno nell'interpretare i cambiamenti sociali avvenuti nell'ultimo secolo. Le trasformazioni nella relazione di coppia e nei ruoli familiari, la priorità riconosciuta al codice affettivo rispetto alla regolazione oggettiva dell'impegno, il superamento di logiche di autorità e lo spazio dato alle dinamiche comunicative, il riconoscimento della soggettualità dei bambini e la crisi della maschilità, il pluralismo di modelli familiari presenti, hanno inciso profondamente sulla strutturazione delle famiglie: «fare famiglia» si dà secondo nuove forme e nuovi significati. Al di sotto della parziale recezione di queste prospettive da parte del magistero sono individuabili due questioni nodali non ancora adeguatamente tematizzate nell'immaginario cattolico: la soggettualità libera delle donne (non riducibile mai al solo «sponsale-materno») e l'autonomia di pensiero e di scelta dell'adulto. La parola della Chiesa appare oggi poco significativa proprio perché non capace di intercettare il ridefinirsi dell'umano intorno a queste due prospettive del moderno: stigmatizza così comportamenti individuali secondo un codice non più condiviso, perpetua stereotipi di genere, si arrocca nel ripetere un già esperito, perché non si fa interpellare fino in fondo dal cambiamento delle relazioni affettive e dalla ri-collocazione della famiglia nell'insieme delle dinamiche sociali. Proprio perché appaiono essenziali gli appelli al valore della persona, l'attenzione alle relazioni primarie davanti all'anonimato crescente, il richiamo al ruolo proprio della famiglia per l'educare e per il passaggio tra generazioni, la Chiesa in Italia non può pensare di imboccare la sola via di un'influenza politica della gerarchia per modifiche sul piano legislativo. Rischia di risultare inadeguata al futuro la posizione di chi sottovaluti la trasformazione avvenuta e lo sviluppo di una pluralità di modelli familiari e pretenda di pensare la famiglia intorno a una sola «forma» (per molti ormai anacronistica), in una società che in ogni caso non si sviluppa più per adeguamento a procedure standardizzate o a modelli predeterminati socialmente. Per la società italiana come per la Chiesa la sfida rimane quella di apprendere dalla famiglia di oggi la sua logica più rilevante: abitare il quotidiano creando di volta in volta, con laboriose negoziazioni comunicative e per via di mediazione, gli spazi e i tempi del «con-vivere». *Teologa . . . Padre Lombardi e le lettere trafugate: «Non mi stupirebbe se ne uscissero altre» . . . «Su un tema come i Dico non si deve aspettare la benedizione della Chiesa Basta la Costituzione» lunedì 4 giugno 2012 9
CULTURE ILCINEMAITALIANOPERDEUNO DEISUOIMIGLIORIDIRETTORI DELLA FOTOGRAFIA, QUEL MARCO ONORATO,uomo appartato e dolcissimo, che ha legato il suo nome alla straordinaria avventura cinematografica di Matteo Garrone, e questo sin dall'esordio ai tempi di Silhouette, film girato con uno scarto di pellicola regalata all'allora giovane pittore romano. Chi lo conosceva, chi lo ha incontrato, chi ha lavorato insieme con lui ha potuto stimare le sue grandi qualità umane oltre che professionali. Garrone se le ricorda bene, soprattutto quando la pazienza e i nervi saldi di Onorato lo hanno aiutato nei momenti difficili della vita sul set, quando il dubbio fiacca le gambe e annebbia la vista. Marco Onorato è arrivato a firmare la fotografia dopo un apprendistato tanto lungo quanto umile. In una rara intervista (era uomo di poche parole) rilasciata ai microfoni di HollywoodParty, che gli dedicò una trasmissione monografica il 13 gennaio del 2011 (la potete scaricare dal podcast di Radio 3), Onorato ha raccontato dei suoi esordi tumultuosi, quando liceale nel '68 fu cacciato dal liceo scientifico e decise di iscriversi alla Scuola di cinematografia e televisione a Roma, occupandone subito la sede per due mesi fino a quando non fu sgombrata. LALUNGA GAVETTA «Fu allora che a casa mia – racconta Marco – ci fu un consulto nel quale fu deciso che prima di perdermi del tutto sarebbe stato meglio che iniziassi a lavorare». Fu così che, grazie alla sorella che faceva la segretaria di edizione, Marco approda da assistente volontario su di un set. Il primo fu con Roberto Faenza per H2S, e subito dopo per Sorelle di Roberto Marinotti e ancora i Cannibali di Liliana Cavani. Da volontario ad assistente per dieci anni e poi operatore di macchina. Fu uno dei primi in Italia, insieme a Nicola Pecorini, ad usare la steadycam dopo un corso negli Stati Uniti. Tra i set che ha frequentato come operatore ci fu anche quello un po' burrascoso de I ragazzi di via Panisperna di Gianni Amelio per il quale fece anche qualche seconda unità, soprattutto quando, racconta Onorato, Nardi entrava in conflitto con il regista. E poi la fotografia di quasi tutti i film di Matteo Garrone (ad eccezione di Estateromana), al quale era legato da un particolare rapporto di affetto paterno, avendolo visto crescere. Basta pensare al tessuto fotografico di L'imbalsamatore o di Gomorra per capire di che tipo di artista parliamo, autore di altre importanti interpretazioni fotografiche come Fortapàsc di Risi e Dieci inverni di Mieli. Domani alle 11 gli amici lo ricorderanno agli Studios in via Tiburtina 521 a Roma. NON POTEVAMO NON RECENSIRE SU QUESTE COLONNE IL ROMANZO DI MARCO BIGI, Seibellissima (Lantana, pagine 192, euro 15,00). Perché l'Unitàè uno dei protagonisti del libro. Siamo nei primi anni 70 e Marco, il giovane io-narrante della vicenda, distribuisce il nostro quotidiano porta a porta, per aiutare il padre, la domenica mattina, quando l'Unità era il giornale di riferimento della classe proletaria. Ma non prima di essere stato in chiesa a servire messa. E quando il parroco chiede ai ragazzi della scuola dove insegna religione chi sia quel personaggio che ha portato nel mondo i valori della pace, della solidarietà, dell'uguaglianza, venendo a liberare gli uomini dall'antica schiavitù, Marco ha la risposta pronta: Che Guevara. Guadagnandosi così dal prete un sonoro ceffone. Il libro racconta quattro anni della vita del ragazzo, il periodo della scuola media, ricostruendo, sullo sfondo, un'epoca che sembra ormai molto lontana. È l'Italia che coglie i frutti del boom economico, con il trasferimento di molte famiglie dalle campagne alle città. E anche quella di Marco passerà dal paesino di Ponte agli Stolli alla più grande Figline Valdarno. L'autore è bravissimo nel restituire il colore e il sapore di quegli anni, focalizzando il proprio sguardo su una piccola collettività popolata di personaggi colorati, senza però scadere nel macchiettismo fine a se stesso. Nel 1972 Enrico Berlinguer viene eletto alla segreteria del Pci, nel '74 il Partito registra uno straordinario successo elettorale, lo stesso anno avviene il massacro del Circeo. Le notizie arrivano a casa di Marco proprio grazie all'Unità. E intanto lui cresce. A scuola si innamora platonicamente della professoressa di Lettere, quando lei legge l'episodio dantesco di Paolo e Francesca. Ma la vera passione sarà per Luana, una ragazza più grande, infelicemente sposata, con la quale scoprirà la sessualità. Seibellissimaè il romanzo d'esordio di un autore nato nel 1962. Ma è un libro già pienamente maturo. Dotato di un ritmo narrativo che molti scrittori di carriera gli dovrebbero invidiare. I dialoghi sono spesso condotti in un toscano parlato, che conferisce al testo, senza alcun manierismo, una notevole vivacità. A quanto ci è dato capire, è un romanzo autobiografico. E questo spiega la forza psicologica del racconto. Ma la materia personale – questo è il punto – è resa attraverso una notevole sensibilità stilistica. «l'Unità» protagonista del romanzo diBigi ROBERTOCARNERO robbicar@libero.it Si fabuio su «Gomorra» MuoreMarcoOnorato direttoredella fotografia Dopounlungoapprendistato suset famosiaveva accompagnato lacarriera del registaMatteoGarrone Domani i funerali DARIOZONTA ROMA Unascenada «Gomorra», il film diMatteo Garrone.Sotto MarcoOnoratopremiato nel2008per la fotografiadella stessapellicola U: 20 lunedì 4 giugno 2012
La parata la voleva personale, il sindaco di Roma Gianni Alemanno. Il quale con sdegno aveva disertato la sfilata militare del 2 giugno su via dei Fori Imperiali lamentando lo spreco di soldi che sarebbero potuti andare ai terremotati dell'Emilia, mentre ieri le roboanti e costose Frecce Tricolori, tenute a terra per la parata nazionale, hanno sorvolato i cieli di Ostia per esibirsi le acrobazie bianco rosse e verdi come momento clou della seconda edizione dell'Air Show. Una scelta contraddittoria che è costata al sindaco di Roma la definizione di «ipocrita» da parte di Enzo Foschi, consigliere regionale del Pd e aspre critiche dall'Italia dei Valori, da Sel e dai Verdi. Così ieri sul lungomare di Ostia, già prescelto dall'idea fuori stagione della giunta di Alemanno di costruire a un passo dal bagnasciuga una pista da sci, sono sfrecciati in aria cinquanta velivoli delle pattuglie acrobatiche di tutta Europa; presenti le nostre Forze armate con mezzi della Marina, della Forestale, della Guardia di Finanza, i Canadair della Protezione civile e il Reparto Sperimentale Volo di Pratica di Mare. Drappelli aerei che ignari bagnanti si sono visti sorvolare a pochi metri dalla testa, con gran finale delle Frecce Tricolori. Una tre giorni, da venerdì, organizzata dall'aeroclub «Volere e Volare» col patrocinio del Comune di Roma. IL TWEET INDIGNATO Dalle pale distribuite ai romani bloccati dalla neve nell'assenza di altro ai progetti di piste di Formula Uno all'Eur, mai come questa volta è stata roboante l'incoerenza del sindaco della Capitale, che nella polemica sulla parata del 2 giugno ha cambiato più volte posizione: dal primo sì all'insegna del «senso dello Stato» in linea con il presidente Napolitano, al distacco dei «punti di vista diversi», fino alla decisione comunicata con un tweet di non sedersi sulla tribuna in Via dei Fori Imperiali con le altre autorità (compresa la presidente di Regione, Polverini, e quello della Provincia, Zingaretti. L'indignazione di Alemanno per lo «sperpero» di fondi, inconcepibile per lui che ha raccontato commosso di aver toccato con mano il disastro in Emilia (annunciando il giorno prima la visita con una raffica di comunicati alle agenzie), è cresciuta a fine maggio via via che sui social network rimbalzava la protesta del popolo della Rete, ormai il più corteggiato dai politici in calo di consensi. «Alemanno è un ipocrita», è il commento di Enzo Foschi: «Sabato ha fatto la sua sceneggiata non andando alla cerimonia del 2 giugno perché - secondo il sindaco - si dovevano destinare i soldi della parata ai terremotati», ora, «ad appena 24 ore di distanza, scopriamo che il sindaco di Roma ha autorizzato una manifestazione a Ostia che vedrà la partecipazione della squadra acrobatica delle frecce tricolori». Non solo, Ostia è bloccata da transenne con pattuglie della polizia municipale: «Strutture e personale che il Campidoglio, ovviamente, paga». E Pedica, dell'Idv, condanna la «commedia degli equivoci» e le pessime performance del sindaco di Roma. «Nessuno spreco», l'evento si sarebbe ripagato con «la tassa di occupazione del suolo pubblico», spiega il presidente del 13esimo Municipio che ha promosso l'iniziativa, che se la prende con la sinistra e salva Alemanno. Non era neppure qui, in compenso i terremotati sono stati «ricordati». PAROLE POVERE Al cuore di Gianni neppure lui comanda 2011 2012 La moglie e i figli ricordano il loro caro MARCELLO MAZZANTI Accuse di personalismi e cattiva gestione dei conti del Comune. L'assessore a Bilancio, Casa e Patrimonio di Palazzo Vecchio, Claudio Fantoni (Pd), sbatte la porta e lascia il suo incarico accusando il sindaco Matteo Renzi di pensare più alla sua immagine, da giocare nelle primarie, che all'interesse di Firenze. «Ho sempre pensato che chi è chiamato a governare Firenze sia al servizio della città e non che la città sia al servizio di ambizioni personali». Parole dure quelle che Fantoni rivolge al sindaco rottamatore nella lettera con cui annuncia le sue dimissioni «dovute esclusivamente a motivi di carattere politico e amministrativo» e «in assenza di qualsiasi paracadute, ovvero trasferimento ad altro incarico compensativo». Come dire che l'ex assessore torna a fare il corista del Maggio musicale fiorentino, dove lavora dal 1996, dopo aver vinto un concorso pubblico. Impiego che per le difficoltà della Fondazione è «a rischio». Non a caso ricorda con una certa ironia di essere probabilmente «un lavoratore in cassa integrazione». Ma perché Fantoni ha deciso di lasciare il suo incarico? «Divergenze in ordine alle azioni da mettere in atto in merito alla gestione economica e finanziaria del Comune, quindi alla sicurezza dei conti», spiega. Queste divergenze avevano a che fare con le pressioni di Renzi sulla possibile violazione del patto di stabilità. Di parere opposto Fantoni, quinto assessore a lasciare Palazzo Vecchio, che invece ne chiedeva il rispetto. Insomma lo spartano ex assessore al Bilancio si oppone alla flessibilità di Renzi, che parla di eccessiva rigidità ragioneristica. Quanto all'allarme sui conti del Comune è lo stesso sindaco a precisare che «sono in ordine e nessun allarmismo è giustificato dalle cifre». CASO POLITICO Ma il caso ora è diventato politico. Tanto che Fantoni questa mattina sarà nella sede del suo partito per parlare di quanto è successo con il segretario regionale, Andrea Manciulli, quello metropolitano, Patrizio Mecacci, e cittadino, Lorenza Giani. Un faccia a faccia, che servirà anche a capire quali potranno essere le ricadute di questa vicenda sul futuro della città. «Il sindaco può nominare un nuovo assessore, ma sulle questioni politiche e amministrative sottolineate da Fantoni serve un approfondimento che interessi tutto il partito», spiega Mecacci. A questo punto è lampante come le dimissioni di Fantoni abbiano aperto uno squarcio sulle stesse difficoltà che aveva l'ex assessore a relazionarsi con il sindaco: pare che abbia chiesto da due mesi di incontrarlo per parlare dei problemi legati allo sforamento del patto di stabilità, ma Renzi non l'avrebbe mai accontentato. Evidentemente Fantoni non era d'accordo con la gestione del bilancio di Renzi: l'anticipo di investimenti con delibere fuori sacco, con il parere di regolarità contabile spostato nel 2014, quando, si sussurra nei corridoi di Palazzo Vecchio, il sindaco potrebbe essere già lontano da Firenze. Una corsa sfrenata dalla quale Fantoni ha voluto prendere le distanze, senza risparmiare al sindaco l'accusa di sfruttare la città per il «perseguimento di ambizioni personali». «Certo non interrompiamo i lavori in corso in omaggio a un principio ragionieristico e contabile», replica Renzi. Quanto all'accusa di una sua sovraesposizione nazionale ricorda che «se abbiamo chiuso partite storiche ferme da anni questo è dovuto prima di tutto al nostro impegno in sede nazionale». Oggi in Consiglio comunale il sindaco nominerà subito il nuovo assessore al Bilancio, con l'intenzione di chiudere subito questa vicenda. I nomi sono tutti top secret. Ma le ferite politiche per lo strappo di Fantoni restano tutte, proprio quando Renzi si appresta a giocare sullo scacchiere nazionale. Gianni Alemanno FOTO OMNIROMA «Colpisce l'incredibile perizia, la loro freddezza, il loro alto controllo, la grande empatia con il mezzo»: così parlava Alemanno, il 23 maggio, mentre con un vocabolario da Ventennio annunciava le Frecce Tricolori nei cieli di Roma, ma non per il Due Giugno, per il giorno dopo. Ce ne vuole per essere il sindaco di Roma, non farsi vedere alla Festa della Repubblica lungo i Fori Imperiali, giustificarsi sostenendo che è una vergogna spendere soldi pubblici mentre i terremotati soffrono, e poi dare il via libera ventiquattro ore dopo a una parata d'aerei costata anche denaro pubblico. Ma Alemanno è fatto così: lui osa, poi si vede. È il primo a sapere che i romani non lo voteranno mai più, e dove va? Il partito è tramontato, quindi... facciamo casino. Deve aver pensato: «No Frecce? No party». Mi prenderanno per un caratteriale, ma almeno mi diverto. Così, fingendosi ispirato da un vento morale fortissimo, censura il «malcostume» che avrebbe guidato lo Stato confermando, seppure senza Frecce Tricolori, la parata della Festa della Repubblica, quando l'amata pattuglia acrobatica si è esibita nel cielo di Ostia, nel corso di una manifestazione, l'Air Show, alla quale il Comune di Roma ha dato il patrocinio cercando di dimenticare il dolore dei terremotati. In Emilia Romagna ne aspettano il ritorno con la sua bella tenda sotto l'ascella. No, non è vero: lo conoscono anche lì, sanno che è un ragazzo con un cuore grande al quale nemmeno lui comanda. OSVALDOSABATO osabato@unita.it ITALIA Assessore a Renzi: «Firenze strumento per le tue ambizioni» Il titolare del Bilancio dimissionario oggi vedrà i vertici locali del Pd Il sindaco: «Conti a posto» Alemanno dice no al 2 giugno, poi benedice l'Air Show Il Campidoglio ha patrocinato l'evento a Ostia Acrobazie delle Frecce Tricolori e dei Canadair NATALIA LOMBARDO ROMA TONIJOP . . . Fantoni lascia il suo incarico per «divergenze in ordine alla sicurezza dei conti» . . . Il primo cittadino: «Allarme ingiustificato, frutto di una visione ragionieristica» Emergenza terremoto in Emilia Romagna Campagna raccolta fondi Fai una una donazione sul conto: IBAN IT02 N031 2702 4100 0000 000 1 494 presso UNIPOL BANCA intestato a EMERGENZA TERREMOTO EMILIA-ROMAGNA Partito Democratico Emilia-Romagna causale Emergenza Terremoto www.partitodemocratico.it www.pder.it 10 lunedì 4 giugno 2012
La crisi, vista dal mondo del volontariato non è una strada a senso unico. «Si può fare molto per ridurne gli effetti depressivi, ma dobbiamo rivedere insieme le priorità», spiega Franco Bagnariol, presidente del Movimento di Volontariato italiano reduce da una tre giorni di laboratorio con 350 partecipanti, volontari, per la gran parte giovanissimi. «Lo dicono anche i sondaggi che il volontariato ha un gradimento molto alto, contrariamente ai partiti». Tema della tre giorni: «Strade nuove per l'Italia: energie e proposte per attraversare la crisi». Comesi esce dalla crisi? Quali indicazioni di rottadal mondo delvolontariato? «Prima di tutto la crisi devi saperla leggere. Ci hanno detto, nel 2008, che sarebbe stata breve, transitoria. Poi ci hanno detto che era endemica rispetto al sistema. Infine siamo arrivati a capire che la crisi ci avrebbe impoverito tutti. E questa è una prospettiva tragica che fa paura. Che contiene per noi una domanda: come si fa ad essere felici nonostante la povertà? Perché mica si può vivere nella disperazione e nell'angoscia». Ela risposta ce l'avete? «La risposta è che va cambiato il modo di vivere, di spendere, di sciupare le risorse, di affrontare la realtà. Bisogna adottare degli stili di vita più sobri, penso al riutilizzo delle cose, al riciclo. Altrimenti, se la cifra di tutto è il consumo, chi non ha la possibilità di comprare al figlio che lo desidera l'ultimo modello di tablet, va in depressione». Una sorta di elaborazione attiva della crisi? «Occorre avviare relazioni di comunità nuove, creare luoghi di socializzazione, dove scatti una emulazione positiva di stili di vita sobri e non la gara a chi consuma di più. Luoghi in cui l'obiettivo primario sia stare insieme. Si mangia insieme, si condivide, si fanno feste. In molti comuni stanno nascendo centri per gli anziani e per i giovani che sono prima di tutto centri di socializzazione. E anche le nuove aggregazioni di volontariato vanno in questa direzione». Avetediscussoanchedipolitica.Qualche suggerimentoaipartiti? «I partiti quando parliamo di welfare e di benessere ci dicono sempre: non ci sono più soldi, siamo alla frutta. Noi diciamo: non è vero. Dobbiamo essere capaci di rileggere i bilanci, di ridiscutere le scelte. Non vogliamo più essere gabbati. Il nostro obiettivo è una cogestione dei bilanci e delle scelte politiche». Temicariancheaigrillini.Quantapresaha avutoilMovimentoaCinqueStellesulvostromondo? «A giudicare da questa tre giorni, poca. Non è uscito un grande entusiasmo per le grillate». Checos'è pervoi la politica? «Per noi la politica è attivare meccanismi nuovi di partecipazione. E soprattutto riconquista di spazi comuni. Riprendersi la scuola per esempio, tenerla aperta oltre l'orario scolastico, anche d'estate, trasformarla in un luogo in cui genitori e associazioni possano organizzare laboratori, doposcuola, attività che vanno oltre l'orario scolastico». Tra i vosti ospiti c'era anche Cristina Comencini, fondatrice di “Se non ora quando”.C'èunprotagonismodelledonnenel mondodel volontariato? «Il 50% dei presidenti delle associazioni di volontariato sono donne, democraticamente elette. Il protagonisimo delle donne è un elemento fondamentale del nostro tempo. Una esperienza bellissima ce l'ha raccontata una suora: con le consorelle, a Caserta, hanno deciso di affrontare di petto la tratta delle donne, africane soprattutto. E visto che sapevano fare vestiti, borse, oggetti bellissimi hanno creato una cooperativa. E quella è stata la loro uscita dalla produzione e la via per creare benessere, molte di loro si sono sposate, hanno fatto figli. È in questo modo che si crea non solo lavoro ma anche tessuto comunitario». Dure le critiche Pd: «Questa strada è sbagliata» Un garante degli studenti nella riforma contestata ANTONIOBANFI UNIVERSITÀ DIBERGAMO L'INTERVISTA «Una nuova partecipazione per sconfiggere la crisi» MARIAGRAZIAGERINA mgerina@unita.it Un garante della didattica universitaria. Una sorta di «difensore civico degli studenti». Ovvero: un «ombdusman», come nella migliore tradizione scandinava, a servizio dei giovani universitari, che a lui si potranno rivolgersi in ultima istanza per vedere rispettati i propri diritti. Tra i primi compiti: verificare che in tutti gli atenei vengano istituite le «commissioni paritetiche», formate da studenti e docenti, previste dai nuovi statuti. È una delle novità che il ministro Francesco Profumo ha introdotto in queste ore nel suo «pacchetto per il merito», nel tentativo di rendere più gradito il provvedimento, che l'Unità aveva anticipato due settimane fa. Per ora, le critiche, soprattutto dai sindacati della Scuola e dal Pd sono molto aspre. «Strada sbagliata», solleva il disco rosso l'ex ministro dell'Istruzione, all'epoca del governo Prodi, Giuseppe Fioroni. «Incentivare la competizione e garantire l'eccellenza per pochi» non è «la Scuola della Costituzione». Mentre Francesca Puglisi, responsabile Scuola del Pd, ripete che ben altre sono le priorità: scuola dell'infanzia, tempo pieno e lotta alla dispersione scolastica. «Il compito che la Costituzione affida alla Repubblica attraverso la scuola è quanto di più lontano possiamo immaginare dal decreto che il ministro Profumo vuole imporre per “coltivare” le eccellenze». Più articolate ma non meno forti sono le contrarietà rispetto alla seconda parte del «pacchetto», che riguarda l'università. L'unica che per ora sembra aver cambiato idea sul decreto che Profumo intende portare in Consiglio dei ministri è Maria Stella Gelmini. Confortata dalle ultime dichiarazioni del suo successore: «Osservo con piacere che il ministro smentisce ogni ipotesi di cambio della riforma universitaria - incassa -. Il fatto che rimanga l'abilitazione nazionale è a garanzia che vincono i migliori». Ecco, appunto, nella bozza discussa appena lo scorso 29 maggio a viale Trastevere durante una riunione di maggioranza piuttosto infuocata, l'abilitazione nazionale per accedere alla docenza universitaria, prevista dalla riforma Gelmini ma ferma al palo da un anno e mezzo, sembrava destinata a scomparire. E la novità non era piaciuta neppure al quotidiano della Confindustria. Ora sembra che anche su quel punto il ministro sia disposto ad apportare modifiche. Pur di centrare al più presto l'obiettivo. «La continua successione di diverse ipotesi», osserva il responsabile Università del Pd, Marco Meloni, non rende «agevole» esprimere un'opinione. La preoccupazione però «è che in questo provvedimento di interventi per il merito ce ne siano pochi», spiega Meloni, suggerendo di mettere mano piuttosto a un «programma nazionale per il merito e il diritto allo studio», visto che nell'ultimo anno le iscrizioni universitarie sono calate del 10%. Altro capitolo che sta a cuore il Pd è quello che riguarda i giovani ricercatori. Nell'ultima bozza preparata da Profumo ci sono diverse novità. Ma non vanno nella direzione auspicata dal Pd. A cominciare dall'obbligo di docenza anche per gli assegnisti di ricerca. Tra le nuove norme, ce ne è anche una che introduce per i ricercatori a tempo determinato contratti da un anno (fino a un massimo di tre anni) al posto dei tre anni più due previsti dalla riforma Gelmini. Il punto è che da quasi quattro anni l'università è bloccata. I contratti di ricerca a tempo determinato «di tipo b» che dovevano essere l'ultimo gradino prima dell'assunzione di fatto non sono stati attivati. E qualcosa bisognerà pur fare per sbloccare il sistema. Ma «quel che è certo - avverte Meloni - è che occorre evitare un nuovo caos normativo». HA CREATOSCOMPIGLIONELLEUNIVERSITÀLANOTIZIA DIUN DECRETOLEGGE CHE,FRA L'ALTRO, RIVEDE LEPROCEDUREDIRECLUTAMENTO PREVISTEDALLA LEGGE GELMINI.Da anni si discute del problema e si tentano nuovi sistemi. Risultato di questa disordinata ricerca: tutto si ferma sempre. Le ultime tornate concorsuali di prima e seconda fascia risalgono al 2008. Il reclutamento è da allora sostanzialmente bloccato: si vanno riducendo gli organici, mettendo a rischio interi corsi di laurea, mentre la totale incertezza scoraggia i giovani migliori dal tentare la carriera accademica. Nelle università italiane lavora un gran numero di precari, che premono non senza ragione per avere l'opportunità di concorrere a una posizione accademica stabile e di ricercatori a tempo indeterminato, messi a esaurimento dalla riforma, che sperano di ottenere il passaggio alla fascia superiore dei professori associati. Nel frattempo, l'accademia è governata da un numero sempre più esiguo di ordinari, un ruolo falcidiato dai pensionamenti. Il quadro è preoccupante: se, per effetto di politiche scriteriate, la possibilità dei giovani studiosi di entrare nei ruoli universitari dovesse essere ulteriormente compromessa, si creerebbe un irrimediabile danno al sistema della ricerca che, nonostante i tagli, tiene ancora la sua posizione nello scenario internazionale. D'altro canto il meccanismo disegnato dalla riforma stenta a decollare. La legge prevede abilitazioni nazionali a lista aperta. I candidati ritenuti meritevoli da una commissione nazionale composta da docenti selezionati in base a criteri fissati dal ministero e chiamata a sua volta a valutare secondo criteri stabiliti, potranno concorrere nelle diverse università per divenire professori associati o ordinari sulla base di ulteriori regole e procedure che la legge lascia definire alle singole sedi. Un meccanismo solo in apparenza capace di garantire il reclutamento dei più meritevoli. Le abilitazioni a lista aperta lasciano immaginare una platea di abilitati troppo vasta, che andrà a sommarsi agli idonei dei precedenti concorsi ancora in attesa di prendere servizio, e che il sistema non potrà assorbire. Infatti, altre disposizioni limitano drasticamente la possibilità degli Atenei di reclutare. Per quanto riguarda i criteri di abilitazione, si sa che per alcune discipline prevederebbero il ricorso a indicatori bibliometrici, per altre l'uso di classifiche di riviste compilate in modo opaco sulla base di criteri non accertabili oggettivamente. In entrambi i casi si suppone la disponibilità di banche dati che non esistono e si dovranno costruire in urgenza. Questi criteri, se irragionevoli o mal congegnati perché troppo macchinosi o basati su dati non adeguati, potranno produrre effetti distorsivi e condurre alla paralisi del sistema facendo incagliare la procedura nei ricorsi. Va ribadito che il sistema universitario necessita di un reclutamento, anche limitato, ma continuo, per evitare che si impoverisca totalmente. Proprio per questo sarebbe opportuno inserire un vincolo alle abilitazioni, rendendole a numero chiuso: si eviterebbe la concessione di abilitazioni a pioggia e si renderebbe il numero degli abilitati proporzionale alle disponibilità degli atenei. Occorre consentire ai precari della ricerca di concorrere a parità di condizioni con i ricercatori a esaurimento senza che per questi ultimi vengano costruiti percorsi preferenziali destinati a penalizzare i più giovani. Nessun tipo di promozione ope legis è accettabile, se davvero si vuole perseguire il merito. I criteri di selezione dei commissari e di valutazione dei candidati devono essere sufficientemente robusti nei confronti del contenzioso giuridico, pena il naufragio dell'intera operazione. Occorre fissare le regole in base alle quali le Università procederanno ai reclutamenti per garantire che il merito prevalga sul nepotismo e il localismo, anche, e soprattutto, nella fase cruciale: quella che porta gli abilitati a diventare professori. Da ultimo, è urgente porre rimedio a quanto previsto dalla riforma Gelmini che, modificando il sistema precedente, sottrae a regole chiare il reclutamento per chiamata diretta di soggetti che, nell'attuale situazione di stallo, possono beneficiare di avanzamenti di carriera fuori sacco aggirando le procedure concorsuali. Cosa che con il “merito” ha davvero poco a che fare. Reclutamento e ricerca Così tutto resta fermo Esami di maturità FOTO ANSA FrancoBagnariol Presidentedelmovimento divolontariato italiano «Dobbiamoriconquistare gli spazicomuni,apartire dallascuola.Serveunmodo nuovodistare insieme» MA.GE. ROMA lunedì 4 giugno 2012 5
TV CHIARI DI LUNEDÌ 06.45 Unomattina Estate. Attualita' 13.30 TG 1. Informazione 14.00 TG1 - Economia. Informazione 14.05 Tg1 Focus. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show. 15.15 La vita in diretta. Rubrica 16.50 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 17.00 TG 1. Informazione 18.50 La vita in diretta. Rubrica 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Cenerentola - Una favola in diretta. Musica 20.35 Aari Tuoi. Show. Conduce Max Giusti. 21.10 Porta a Porta. Talk Show. Conduce Bruno Vespa. 23.55 Testimoni e Protagonisti. Rubrica 01.10 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.40 Che tempo fa. Informazione 01.45 Sottovoce. Talk Show. 02.15 Rai Educational Rewind - Visioni Private. Rubrica 02.45 Mille e una notte - Cinema. Rubrica 06.30 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 09.55 Protestantesimo. Rubrica 10.25 Tg2 Insieme. Rubrica 11.30 La marcia dei pinguini. Documentario. (2005) Regia di Luc Jacquet. 13.00 Tg2. Informazione 13.30 Tg2 - Costume e Società. Rubrica 13.50 Medicina 33. Rubrica 14.00 Italia sul Due. Talk Show. 16.15 The Good Wife. Serie TV 17.00 Private Practice. Serie TV 17.50 Rai TG Sport. Informazione 18.15 Tg2. Informazione 18.45 Cold Case. Serie TV 19.35 Ghost Whisperer. Serie TV 20.25 Estrazioni del Lotto. 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 21.05 Fame - Saranno Famosi. Film Musical. (2009) Regia di K. Tancharoen. Con Naturi Naughton, Anna Maria Perez de Tagle, Kelsey Grammer, Kay Panabaker. 22.55 Tg2. Informazione 23.10 Frequency - Il futuro è in ascolto. Film (2000) Regia di Gregory Hoblit. 01.05 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 01.20 Sorgente di vita. Religione 08.00 Agorà. Talk Show. 09.00 Agorà - Brontolo. Rubrica 10.00 10 minuti di... Attualita' 10.10 La Storia siamo noi. Documentario 11.10 TG3 Minuti. Informazione 11.15 Agente Pepper. Serie TV 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. Informazione 12.25 Tg3 - Fuori TG. Rubrica 12.45 GEo Magazine. Rubrica 13.10 La strada per la felicita'. Soap Opera 14.00 TG3 Regione. / TG3. 15.00 La casa nella prateria. Serie TV 15.50 Calcio, Partita Amichevole Nazionale Under 21: Irlanda - Italia. Sport 18.00 Geo Magazine 2012. Documentario 19.00 TG3. / TG Regione. 20.00 Blob. Rubrica 20.10 Le storie. Talk Show. 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 Una giornata particolare. Film Drammatico. (1977) Regia di Ettore Scola. Con Sophia Loren, Marcello Mastroianni, John Vernon. 23.00 Fratelli e sorelle. Rubrica 00.00 TG 3 Linea notte. Informazione 00.10 TG3 Regione. Informazione 01.00 Meteo 3. Informazione 01.05 Fuori Orario. Cose (mai) viste. 07.55 Nash Bridges I. Serie TV 08.50 Sentinel. Serie TV 10.05 Monk. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.02 Il virginiano. Film Western. (2000) Regia di B. Pullman. Con Bill Pullman 14.05 Il tribunale di Forum. Rubrica 15.10 Wol un poliziotto a Berlino. Serie TV 16.40 My Life - Segreti e passioni. Soap Opera 16.57 Commissario Cordier. Serie TV 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.25 La signora in giallo. Serie TV Con Angela Lansbury 21.10 Giù la testa. Film Western. (1972) Regia di Sergio Leone. Con Rod Steiger, James Coburn, Romolo Valli. 00.18 Il grande Western italiano. Rubrica 00.25 I Bellissimi di Rete 4. Show. 00.30 Geronimo. Film Western. (1993) Regia di Walter Hill. Con Wes Studi, Jason Patric, Gene Hackman, Robert Duvall. 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.35 Finalmente soli. Sitcom 09.04 Mamma detective. Film Giallo. (2006) Regia di Brad Keller. Con Danica McKellar, Drew Waters. 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.45 Pomeriggio Cinque cronaca. Informazione 16.52 In cucina niente regole. Film Commedia. (2011) Regia di James Hacking. Con Dougray Scott, Sarah Sharman, Gordon Ramsay. 18.45 Il Braccio e la Mente. Gioco a quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.31 Striscia la notizia - La Voce della contingenza. Show. Conduce Ficarra, Picone. 21.10 The resident. Film Drammatico. (2011) Regia di Antti Jokinen. Con Hilary Swank, Jerey Dean Morgan 23.17 The Skeleton Key. Film Thriller. (2005) Regia di Iain Softley. Con Kate Hudson, Gena Rowlands, John Hurt. 01.30 Tg5 - Notte. Informazione 01.59 Meteo 5. Informazione 02.01 Media shopping. Shopping Tv 02.15 Trust Me. Serie TV 06.50 Cartoni animati 08.40 Settimo cielo. Serie TV 10.35 La tenera canaglia. Film Commedia. (1991) Regia di J. Hughes. Con Kelly Lynch. 12.25 Studio aperto. Informazione 13.00 Studio sport. Informazione 13.40 Due fratelli. Film Avventura. (2003) Regia di J.J. Annaud. Con Guy Pearce, J.C. Dreyfus. 15.30 Mowgli - Il libro della giungla. Film Avventura. (1994) Regia di S. Sommers. Con Jason Scott Lee 18.00 Bugs Bunny. Cartoni animati 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.25 C.S.I. Miami. Serie TV 20.20 C.S.I. Miami. Serie TV 21.10 Grey's anatomy. Serie TV Con Patrick Dempsey, Ellen Pompeo, Sandra Oh. 22.10 Grey's anatomy. Serie TV Con Patrick Dempsey, Ellen Pompeo, Sandra Oh. 23.00 Rookie Blue. Serie TV Con Missy Peregrym, Gregory Smith, Ben Bass. 00.50 Nip/tuck. Serie TV 01.45 Saving Grace. Serie TV Con Holly Hunter 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. 11.10 L'aria che tira. Talk Show. 12.30 I menù di Benedetta Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Movie Flash. Rubrica 14.10 Il Kentuckiano - Il vagabondo delle frontiere. Film Western. (1955) Regia di B. Lancaster. Con Burt Lancaster 16.00 Atlantide - Storie di uomini e di mondi. Rubrica 18.00 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Otto e mezzo. Rubrica 21.10 L'Infedele. Talk Show. Conduce Gad Lerner. 23.45 Tg La7. Informazione 23.50 Tg La7 Sport. Informazione 23.55 Madama Palazzo. Talk Show. Conduce Silvia Gernini. 00.30 (ah)iPiroso. Talk Show. Conduce Antonello Piroso. 01.25 Movie Flash. Rubrica 01.30 Otto e mezzo. Rubrica 21.00 Sky Cine News. Rubrica 21.10 Captain America: Il primo vendicatore. Film Azione. (2011) Regia di J. Johnston. Con C. Evans T. L. Jones. 23.20 The Tree of Life. Film Drammatico. (2011) Regia di T. Malick. Con B. Pitt S. Penn. 01.45 Il trono di spade 2. Serie TV SKY CINEMA 1HD 21.00 Milo su Marte. Film Animazione. (2011) Regia di S. Wells. 22.35 Mamma, ho preso il morbillo. Film Commedia. (1997) Regia di R. Gosnell. Con A. Linz S. Johansson. 00.25 Febbre da fieno. Film Commedia. (2011) Regia di L. Luchetti. Con A. Bosca D. Fleri. 21.00 Se sei così ti dico sì. Film Commedia. (2011) Regia di E. Cappuccio. Con E. Solfrizzi B. Rodriguez. 22.50 La fiera della vanità - Vanity Fair. Film Drammatico. (2004) Regia di M. Nair. Con R. Witherspoon E. Atkins. 01.15 Romance & Cigarettes. Film Commedia. (2005) Regia di J. Turturro. Con J. Gandolfini 19.15 Ninjago. Serie TV 19.40 Ben 10 Ultimate Challenge - Game Show. Show. 20.05 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 20.30 Lo straordinario mondo di Gumball. Cartoni Animati 20.55 Adventure Time. Cartoni Animati 21.20 Takeshi's Castle. Show. 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Marchio di fabbrica. Documentario 19.30 Marchio di fabbrica. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Marchio di fabbrica. Documentario 21.30 Marchio di fabbrica. Documentario 22.00 Traslochi pazzeschi. Documentario 18.35 Deejay Hits. Musica 19.00 Platinissima presenta Good Evening. Show. 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Via Massena. Sit Com 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 The Middleman. Serie TV 22.30 Deejay chiama Italia - Edizione Serale. Rubrica DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.20 Pranked. Serie TV 20.20 Il Testimone. Reportage 20.45 Il Testimone. Reportage 21.10 MTV Movie Awards 2012. Evento 22.50 Making The Movie: Project X Una Festa Che Spacca. Rubrica MTV RAI 1 21.10: Con il cuore Show con C. Conti. Da Assisi si esibiscono Pino Daniele, Emma, Tozzi e Venditti. 21. 05: Fame - Saranno famosi Film con N. Naughton. Le dicoltà per sfondare nel mondo dello spettacolo e dell'arte. 21.05: Una giornata particolare Film con S. Loren. 1938. La Roma fascista è in festa per l'arrivo del Führer in visita al duce... 21.10: Giù la testa Film con R. Steiger. Un bandito messicano in aari con un terrorista irlandese. 21.10: The resident Film con H. Swank. Juliet si rende conto di non essere sola in casa... 21.10: Grey's anatomy Serie TV con P. Dempsey. In ospedale arriva la sorella di Derek per eettuare un intervento. 21.10: L'Infedele Talk Show con G. Lerner. In studio si arontano gli argomenti della settimana. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY Gli annunci diAlfano e il popolo delpresidente on-line Enzo Costa Giornalista È UN ALTRO SEGNO DELLA DECA-DENZA. GIÀ QUANDO SGOVERNAVANO, PROCEDEVANO ad annunci col brand «Riforma epocale», buono per ogni telepromozione. Era il governo del fare credere. Ma ora che non sgovernano più, o meglio stanno col governo di malavoglia, in coabitazione forzata, secondo una rigida divisione del lavoro (fanno la faccia brutta e/o la voce grossa contro misure dovute e/o sgradite, e le carte false a favore dei soliti favori al Capo), e per interposti tecnici, sono in piena deriva comunicazionale. Non solo annunciano, ma controannnunciano. Sparano e poi risparano proclami uguali e contrari. Un'afasia logorroica compulsiva incarnata dall'eloquenza vaga e perentoria del segretario. Eccolo, il confusamente loquace Alfano, alla vigilia delle amministrative, prefigurare sicuro e oscuro il più grande spettacolo dopo il Big Bang: e l'annesso coro mediatico a tradurre in titoli, editoriali e talkshow quelle parole radiose e nebbiose: «Nascerà il partito digitale!», «La destra 2.0!», «Dal predellino ai social network!», e via delineando in premurosa esegesi le magnifiche sorti e progressive del Popolo della libertà.it. Poi (dopo la scoppola del voto) rieccolo, il loquacemente confuso Alfano, vaticinare fermo e malfermo l'Evo Presidenziale con relativo lapsus freudiano pro-limitrofo suo Presidente. L'annesso coro mediatico non solo divulga in servizi, commenti e Porta a Porta l'imminente, evanescente «novità», ma la spaccia più o meno esplicitamente come la versione dettagliata del precedente annuncio preelettorale: il partito del web equivaleva al Presidenzialismo, e magari - a breve - all'ultimissimo rilancio (con smentita incorporata): la pazza idea di stampare euro nostrani. Fanno finta di crederci. Ma in fondo è vero: invertendo gli annunci, la bufala non cambia. www.enzocosta.net enzo@enzocosta.net U: lunedì 4 giugno 2012 21
6SETTEMBRE 1983 Le cupole galleggiano leggere, ampie, d'un grigio inaspettato che sfuma nel celeste, costellando il profilo della città come una flotta di astronavi planate sul Bosforo da milioni di anni, e sono le cupole delle cinque-seicento moschee di Istanbul; più una, la madre, quella di Hagiya Sofya. 12SETTEMBRE 2011 Oggi le moschee sono circa 3000, ma oggi c'è internet e si possono contare… Sono tornata qui perché non l'avevo mai dimenticata, Istanbul…La prima volta non sapevo quasi niente della triplice città che allaccia Europa e Asia, ma la visione delle cupole islamiche aveva segnalato subito per me un contrasto persino «mistico» – un sovrappiù di spiritualità – istintivamente paragonato al profilo insieme autoritario e carnale della Chiesa di Roma. Il primo confronto «visivo» tra le due città era stato proprio quello delle cupole: muscolose, terrestri, sode, con capezzoli erti, come mammelle popolane, a Roma, e dilatate, veleggianti tra mare e cielo, a Istanbul. Quel viaggio del 1983 lo desideravo fuori dal tempo, fuori, soprattutto, dalla cronaca politica: negli ultimi tre anni era successo di tutto in Turchia, un terremoto, le prime elezioni indette dalla dittatura militare e, nell'isola di Cipro, la proclamazione di una Repubblica turca mai riconosciuta (fino a oggi) a livello internazionale… Intanto io uscivo da anni italiani politicizzati e burrascosi, ai quali avevo preso parte, e mi serviva una pausa. Di pura contemplazione. Meraviglia per tanta bellezza, tutta quell'acqua azzurra – il Bosforo, il Mar di Marmara, e al tramonto il Corno d'Oro, quando il sole arancione si immergeva, indorandole, nelle acque dell'Halic – mi evocava, come un rimorso, lo Stretto, a cui avevo rinunciato a vent'anni…E poi un'intuizione… La fermai sulla carta, al ritorno a casa, in quelle trenta paginette che non furono mai lette da nessuno perché non avevo più un giornale su cui scrivere, da quando nel 1981 mi ero dimessa dal «Giorno», dopo aver chiesto invano al direttore, Guglielmo Zucconi, di pubblicare i documenti delle Br in cambio della liberazione del magistrato Giovanni D'Urso, sequestrato il 12 dicembre 1980 da alcuni militanti. (…) «Una vita vale infinitamente più di qualsiasi pezzo di carta», aveva implorato l'adolescente Lorena, la figlia del magistrato prigioniero, approfittando di un blitz televisivo di fine anno che le aveva offerto Marco Pannella. Il direttore non pubblicò la mia lettera, né, tanto meno, i documenti arrivati dalle carceri di Trani e Palmi. Io mi dimisi. Altri direttori di quotidiani li pubblicarono (Vittorio Emiliani del «Messaggero») e D'Urso fu liberato (...) Nel 1983 non sapevo quasi niente della Turchia. Ma ero attratta dalla grande mostra, organizzata dal Consiglio d'Europa, e con quel titolo suggestivo: «Diecimila anni di civiltà in Anatolia». Fidavo, per il viaggio, nell'organizzazione degli Amici della Galleria nazionale d'Arte moderna di Roma; per la verità, eravamo quasi tutte donne. (...) Il fascino della mostra dipendeva, almeno per me, dall'onda alta del movimento femminista internazionale, che andava riscoprendo non tanto il matriarcato – mai esistito come potere strutturato – ma la Grande Madre e i suoi miti. E non ne sarei rimasta delusa (...) ISTANBUL, 1983 Nel 1958 l'archeologo inglese James Mellart ha scoperto un insediamento, Çatalhöyük, in cui le donne avevano un ruolo dominante, testimoniato dal culto della Dea Madre. E qui infatti sono le dee madri (ex voto per impetrare la fecondità) che dominano: grasse, rannicchiate nella loro esuberanza rassicurante di mammelle, ventre, fianchi, a volte con due piccoli neonati fasciati come mummie stretti tra le braccia, e tutte, ahimè, prive di testa. Non conoscevano gli specchi le donne che, impastando con mani sapienti l'argilla, imploravano la Dea? Ed erano così gelose l'una dell'altra da rifiutare di modellare il volto di un'amica, di una sorella, di una vicina? (...) Corriamo attraverso le limpide navate di Santa Irene, all'inseguimento del tempo: ecco la kore, la fanciulla del periodo arcaico greco con la sua veste elegantemente plissettata (…) Gli incontri successivi sono del resto tutti incontri d'amore e anche, in parte, abbaglianti conferme di intuizioni – troppe volte tacciate di scarsa scientificità – sulla primogenitura di una mitologia femminile: perciò Atena che sconfigge i Giganti (bassorilievo romano d'Afrodisia, del II secolo a.C.) o il combattimento tra i Greci e le Amazzoni (frammento del fregio del Mausoleo di Alicarnasso, IV sec a.C.). Allora, vien voglia di esclamare: è tutto vero ciò che le donne faticosamente hanno cercato di portare alla luce, negli ultimi quindici-vent'anni, sulla loro epopea sommersa, ed è qui, materializzato, tangibile, inscritto su questi marmorei, mutilati corpi di donna. Con l'Afrodite Anadiomene di Myrina, del I secolo a.C. giuro di concludere la carrellata «femminista» sulla mostra di Istanbul: è una terracotta deliziosa (alta 36 cm), la dea si guarda probabilmente allo specchio, sollevando le treccine in un gesto di eccitante civetteria, mentre la corazza che ne imprigiona il bel corpo fa pensare a un'ottocentesca guêpière, con stecche di balena e stringhe. (…) 12SETTEMBRE 2011 Approdiamo, dopo la visita a Chora, in una sorta di moderna borgata, irriconoscibile almeno per me, e questa sarebbe oggi Eyüp… Spariti i caicchi dai colori brillanti e le case di legno scuro coi bovindi, rifatta lussuosamente in marmo di Efeso e accecante nel sole la pavimentazione della piazza che introduce alla moschea, tutt'intorno si sono moltiplicati gli stand di souvenir, i banchetti dei paninari, le rivendite di francobolli, sigarette e cartoline illustrate. Non ci resta che affrettarci verso i luoghi santi: entriamo nel cortile antistante la moschea, la Eyüp Sultan Camii, dedicata da Mehmet II il Conquistatore all'eroe Eyüp, l'arabo che aveva ospitato a lungo Maometto nella sua casa ed era stato ucciso nel 669 d.C. con le armi in pugno, tentando, nel corso di una spedizione destinata al fallimento, la conquista della capitale bizantina. (...) L'approccio «miracoloso» alla tomba dell'eroe possiamo dire di averlo ricevuto con il dono delle zollette di zucchero bianco che, appena siamo entrati nel secondo cortile del complesso, ci hanno offerto due sorridenti ragazze (non velate). – Ma dimmi, Serkan – ho chiesto al nostro accompagnatore – perché ci offrono lo zucchero? Che cosa vuol dire? – Nella nostra religione, quando si riceve una grazia, si ha voglia di condividerne la gioia con chiunque ci sia vicino, anche se incontrato casualmente… (...) LETTURE Impressioni da Istanbul 1983-2011, trent'anni dopo l'incantesimosi ripete Anticipiamoildoppiodiario diviaggiocheuscirà mercoledì in libreria.Unacittà cambiatachemantiene lostessofascino ADELECAMBRIA L'anticausanza di regalarezollette dizuccheropergrazia ricevutadall'eroe chetentò laconquista diCostantinopoli ... Il ritrovamento diunquadernodiappunti suunavisita inTurchia haspinto lascrittrice atornaresulBosforo percercarequelleatmosfere ancheletterarie,ben lontane dallaconfusione del turismodimassa ISTANBUL IL DOPPIOVIAGGIO AdeleCambria pagine231 euro 17,00 Donzelli U: lunedì 4 giugno 2012 19
Risposte. Sono quelle che aspettano i 2.200 lavoratori dell'ex stabilimento Fiat di Termini Imerese e del suo indotto dal tavolo previsto per oggi a Roma, al ministero dello Sviluppo economico, per fare chiarezza sul loro destino. L'incontro è stato voluto dal ministro Corrado Passera: all'ordine del giono il progetto industriale di riconversione dell'ex stabilimento Fiat e la questione dei 640 esodati rimasti fuori dalla copertura del governo. PROGETTI Per quanto riguarda la possibilità di riconversione dello stabilimento, sembra ormai tramontata la candidatura di Massimo Di Risio e della sua Dr Motor. L'azienda automobilistica, fondata nel 2006 a Macchia d'Isernia in Molise e che importa componenti prodotti dalla casa automobilistica cinese Chery Automobile per poi assemblarli nelle sue sedi italiane, non sembra poter tenere fede agli impegni presi. La Dr Motor infatti ha già un buco di circa venti milioni di euro e le banche non sono disposte a concedere il credito necessario al rilancio dello stabilimento di Termini Imerese. Per sbloccare la situazione non è servito nemmeno l'incontro tra il patron Massimo Di Risio ed il governatore della regione Sicilia, Raffaele Lombardo. Oggi è l'ultima possibilità per Di Risio, visto che il ministro Passera gli ha comunicato che o sarà in grado di fornire garanzie patrimoniali per ricapitalizzare la società che dovrà rilevare lo stabilimento ex Fiat o l'intero accordo di programma, tanto faticosamente raggiunto, salterà. Il tutto mentre nei giorni precedenti all'incontro odierno i consigli comunali straordinari di 30 paesi dell'hinterland palermitano si sono tenuti nella piazza del Duomo di Termini Imerese per chiedere al governo Monti il salvataggio dello stabilimento siciliano. Ma l'opzione Di Risio sembra ormai superata. PROBLEMI «Di fatto, l'unica soluzione trovata non sta in piedi» spiega Enzo Masini, coordinatore nazionale auto della Fiom «ed il governo ha delle responsabilità per la situazione che si è venuta a creare. Il ministro dello Sviluppo economico non ha seguito molto la vicenda ed il tavolo di oggi sembra in ultima analisi dover soltanto ratificare l'impossibilità del progetto legato a Massimo Di Risio ed alla sua Dr Motor. Anche se già da sei mesi è noto a tutte le parti impegnate a trovare una soluzione che questa opzione non sarebbe stata percorribile. Ma non si è cercata alcuna alternativa». A maggio si era addirittura parlato di un interessamento della tedesca Bmw, ma è stata la stessa casa automobilistica a smentire l'ipotesi. Ancora più drammatica è la situazione che riguarda i 640 esodati dello stabilimento. Masini ricorda come «secondo gli accordi, il 30% dei lavoratori della Fiat deve essere messo in mobilità o ricollocato, in caso contrario non ci sarà cassa integrazione straordinaria per il 2013, nemmeno per i lavoratori dell'indotto collegati alla cassa straordinaria della Fiat di Termini Imerese. Una situazione molto complicata, che vede 2.200 persone e le loro famiglie in attesa del proprio destino, in una zona già molto provata dalla crisi economica in atto e che non vede alternative». Con l'elezione, ieri, del sindaco di Verona Flavio Tosi alla guida della Liga Veneta (con il 57%, sabato era toccato a Matteo Salvini in Lombardia), si è completata la maronizzazione della Lega Nord. Che si concluderà ufficialmente il 30 giugno a Milano, con l'incoronazione del «Bobo» al congresso federale. «E ora lanciamo ancora una volta la nostra sfida alle stelle», gongola l'ex ministro dell'Interno sulla sua pagina Facebook, ormai divenuta la vetrina della Lega 2.0, quella dei «Bobo boys». E tuttavia, anche ai più avveduti della nuova guardia, non sfugge un paradosso, che è anche un rischio mortale: e cioè che l'opa di Maroni sia tardiva, arrivata a maturazione quando ormai le azioni sono in picchiata, e il processo di perdita di credibilità (e di voti) ormai è irreversibile. Era partita un anno fa, l'opa di Maroni. In quella torrida giornata di fine luglio a Montecitorio quando, complice l'assenza di Bossi, il ministro dell'Interno in carica si era seduto tra i banchi dei suoi deputati e aveva votato sì (mostrando ai fotografi il movimento delle dita) all'arresto del berlusconiano Alfonso Papa. «Maroni si prende la Lega», avevano titolato molti giornali, e le analisi convergevano: la fase di Bossi capo indiscusso, e il patto di ferro Arcore-Gemonio, sono al tramonto. Si parlava molto di un patto con Alfano per prendersi in tandem palazzo Chigi. Ma Bossi e Berlusconi, quella successione morbida, la vedevano come un golpe. E infatti a palazzo Chigi il cavaliere è rimasto fino a consunzione, e Bossi idem in via Bellerio. La resistenza del Cerchio magico bossiano è stata all'ultimo sangue, tra congressi farsa e minacce di espulsione a Tosi e allo stesso Maroni. C'è voluto lo tsunami delle inchieste sull'ex tesoriere Belsito, le lauree in Albania, i soldi in Tanzania e i diamanti di Rosi Mauro per arrivare a indire un congresso federale dopo dieci anni, e spianare definitivamente la strada alle ramazze di Bobo «il temporeggiatore», come l'hanno soprannominato anche alcuni suoi pretoriani. Per mesi diviso tra furori e timori, tra la consapevolezza che la casa stava bruciando, l'angoscia del parricidio e il terrore di un passo falso. E ora la domanda dalle cento pistole è questa: l'opa tardiva di Maroni riuscirà a ribaltare un trend decisamente in discesa, a riabilitare una Lega travolta alle ultime amministrative da una emorragia di voti anche nelle sue roccaforti? Al di là della propaganda di rito, nessuno si fa troppe illusioni. E nessuno tra i quarantenni che compongono la nuova squadra ha ricette pronte in tasca, al di là della damnatio memoriae per i famigli del Senatur. Si oscilla pericolosamente tra tentativi di imitare la Csu bavarese, oppure la Svp dell'Alto Adige, o magari i baschi che, spiega un leghista di peso, «al Parlamento nazionale si fanno eleggere ma poi non ci vanno». Archiviate con Bossi le mire secessioniste e le relative ampolle, ora l'obiettivo è tornare a svolgere un ruolo di sindacato del territorio, anti tasse (soprattutto l'Imu) e anti-immigrati, di tornare a soffiare sulle paure del ceto medio settentrionale, delle piccole e medie imprese alle prese con la crisi, sull'odio per l'Europa rigorista e per il governo tecnico di Monti che ne esprime il «volto italiano». Col sogno di arrivare al governo della Lombardia, suffragato dalla popolarità di Maroni ma reso decisamente sfocato dalla penuria di voti, dalla fine dell'alleanza col Pdl e dal tramonto del sistema Formigoni di cui la Lega è stata un pilastro. Un Carroccio che, secondo gli ultimi sondaggi, galleggia poco sopra il 4% (prima degli scandali era al 10%), ma resta ancora una forza chiave nel Nord, con 2 governatori, 11 presidenti di Provincia e oltre 300 sindaci. I sostenitori di «Bobo» guardano al bicchiere mezzo pieno. «Siamo riusciti a fare una “de-stalinizzazione in vita”, con dei congressi democratici, e senza spargimenti di sangue. Per noi la strada è molto in salita, ma non è un risultato da poco», spiega un tosiano. «A nostro favore gioca la questione settentrionale, i sindaci tartassati, le piccole e medie imprese, le infrastrutture irrealizzate, la pressione fiscale insopportabile», spiega il sindaco Fontana. «Se questi problemi non sono stati risolti è anche colpa nostra, ma non vedo nessun altro pronto a farsene carico». I nuovi vertici leghisti sperano di «recuperare i tanti nostri elettori schifati che sono rimasti a casa». O che hanno scelto Grillo. «I nuovi protagonisti sono di una tale vacuità che noi, nonostante i tanti errori, possiamo restare competitivi», assicura Fontana. Stando però alla larga dal governo di Roma. «Lì non si combina niente...». La partita è tutta qui: una questione settentrionale intatta, la presenza o meno nel 2013 di nuovi interpreti credibili di quelle istanze, la credibilità ferita a morte di un partito nato agitando il cappio e poi affondato tra i diamanti. Il tutto, al netto dei possibili colpi di coda del Senatur e del suo clan, di scissioni o di altre tegole giudiziarie. «Maroni? Lo attende una salita più dura del Mortirolo», sorride Daniele Marantelli, deputato Pd. «Ma se i temi del Nord non li afferra nessun altro, potrebbe anche cavarsela...». ITALIA Oggi il round decisivo per Termini Imerese Il nuovo segretario della Lega Nord-Liga Veneta Flavio Tosi con Roberto Maroni FOTO ANSA Maroni si prende un partito in liquidazione La vittoria di Tosi in Veneto completa la scalata di Bobo Ma è un'Opa tardiva su una Lega a rischio default ANDREACARUGATI ROMA GIUSEPPECARUSO MILANO Borse di ricerca e per due giovani economiste/i Ezio Tarantelli Massimo D'Antona Le borse sono riservate a dottorati o dottorandi in economia con meno di 30 anni. Sono annuali, di 10.000 euro (netti), con inizio attività di ricerca dal 1 settembre 2012. La domanda di partecipazione può essere presentata entro mercoledì 4 luglio 2012. Il bando completo è consultabile sul sito www.partitodemocratico.it Ezio Tarantelli e Massimo D'Antona erano intellettuali di rango, innovatori nei rispettivi campi disciplinari, impegnati a prezzo della vita nei sindacati e nella politica come servizio al Paese e, in particolare, alle persone che lavorano. Abbiamo scelto loro per motivare l'impegno civile e politico delle giovani generazioni di intellettuali e per sollecitare l'irrobustimento culturale delle forze politiche e sindacali. Dipartimento Economia e Lavoro www.partitodemocratico.it www.youdem.tv 12 lunedì 4 giugno 2012
Una lezione sul valore della famiglia tradizionale. Sul suo essere portatrice di solidarietà e di apertura all'altro, di educazione al dialogo e di attenzione agli ultimi. Di impegno responsabile verso la società civile. Anche al perdono. A questo ha dedicato la sua omelia Benedetto XVI concludendo a Bresso il «VII Incontro mondiale delle famiglie» davanti a una grande folla di fedeli. Ad ascoltarlo anche il presidente del Consiglio, Mario Monti. Ha parlato di valori positivi. Del matrimonio e dei compiti dell'uomo e della donna. Dell'amore coniugale «donazione per la vita» e della procreazione «generosa e responsabile». Senza lanciare anatemi contro altre forme di coppia. Una critica però l'ha mossa e radicale alle «moderne teorie economiche» che fanno propria una «concezione utilitaristica del lavoro, della produzione e del mercato». «Il progetto di Dio e la stessa esperienza umana - ha affermato il pontefice - mostrano che non è la logica unilaterale dell'utile proprio e del massimo profitto quella che può concorrere ad uno sviluppo armonico, al bene della famiglia e ad edificare una società più giusta». Ne spiega le ragioni: «Perché porta con sé concorrenza esasperata, forti diseguaglianze, degrado dell'ambiente, corsa ai consumi, disagio nelle famiglie». Non è questo solo un danno economico. Gli effetti, osserva il pontefice, sono più profondi. Perché la «mentalità utilitaristica tende ad estendersi anche alle relazioni interpersonali e familiari, riducendole - conclude - a convergenze precarie di interessi individuali e minando la solidità del tessuto sociale». Una ragione in più per difendere la domenica come giorno della festa e come «giorno del Signore». È il giorno dell'uomo sottratto al lavoro, è il giorno della famiglia, della convivialità, dell'amicizia, della solidarietà, della cultura, del contatto con la natura, dello sport. «È il giorno insiste il pontefice - nel quale si vive assieme il senso della festa e della condivisione, anche della partecipazione alla celebrazione religiosa». Per costruire una società dal volto umano va trovato «un armonico equilibrio» tra famiglia, lavoro e festa. Vale a dire tra esigenze del lavoro e i tempi da dedicare alla famiglia, tra la Dopo i corvi in Vaticano: «La Chiesa è fatta di uomini» «Sono confusa» «Ci vuole più affetto» Festa delle famiglie, ma anche festa per il Papa ieri al Family 2012 di Bresso. Alla fine della messa Benedetto XVI è stato salutato con una vera ovazione. C'è chi per assicurarsi il posto tra le prime file ha trascorso la notte in sacco a pelo nella grande spianata del Parco Nord. Come per i grandi concerti rock. Questa volta per il Papa. Secondo gli organizzatori sono stati oltre un milione i fedeli giunti da tutti i continenti. I numeri ufficiali parlano di 85 conferenze episcopali presenti con le loro delegazioni e di 153 Paesi rappresentati. La realtà è di una moltitudine fatta di gruppi organizzati, famiglie, singoli spinti dal desiderio di non mancare questo appuntamento. «Un'assemblea composta e festosa», l'ha definita il portavoce della diocesi milanese, don David Milani. Malgrado la crisi, le difficoltà e le incertezze che vivono tante famiglie. Malgrado le difficoltà che vive la Chiesa. Diana ha 50 anni. È nata in Ecuador, ma da 12 anni vive a Milano. È qui con il gruppo della sua parrocchia. Sono un centinaio. «Sono qui per condividere il desiderio di cambiamento. Vorremmo più sensibilità sui temi della famiglia e più speranza. Lo vedo nella mia attività di catechista: bisogna credere di più nella famiglia. I genitori devono sforzarsi di essere più uniti e stare di più con i loro figli». «È il lavoro - osserva - che leva spazio alla famiglia che, invece, dovrebbe essere la cosa più importante». Laura Ubrizzi è qui con il marito Giorgio e i suoi tre figli. Fanno parte di un gruppo di Faenza. «Siamo in centoventi. Ci ha organizzato la parrocchia. Come potevamo mancare? Siamo qui per confermare l'unità della Chiesa e viverla». Oltre la transenna una parte della spianata è decisamente «spagnola». Sono in 600 venuti da Madrid con bandiere e striscioni. Un gruppo di loro, una trentina con 17 bambini, hanno trascorso la notte della veglia nella grande area dell'aeroporto di Bresso. Uno di loro non ha difficoltà a commentare così l'arresto del maggiordomo del Papa. «La Chiesa è fatta anche da uomini che commettono errori. Come stupirsene se anche chi è stato il primo pontefice, l'apostolo Pietro, ha rinnegato Gesù? Non ci possiamo scandalizzare. Forse se fossimo stati al posto del maggiordomo del Papa avremmo agito peggio di lui...». «Sono qui dalle quattro di mattina. Sono venuta con le mie amiche e sono felice di esserci», afferma Pina. Vive da tempo a Milano, ma viene dal Sud. Ha 53 anni e un figlio di 25. «Ho raccolto questa opportunità. È stata l'esperienza di un percorso di fede. Ho mille dubbi che affiorano in me. Mi sento come presa dal clima composto di questo grande incontro. Alla folla preferisco la solitudine. Qui mi sono sentita accolta. Mi resterà l'emozione di questa compostezza. Ne è valsa la pena». QUASIUNA PREGHIERA «Ci sia più unità e affetto nelle famiglie e nella Chiesa. Perché purtroppo non è così». Lo afferma Milena. La sua è quasi una preghiera. Viene da La Spezia, dove vive, anche se lei è milanese. È rimasta colpita dalla denuncia degli scandali d'Oltretevere. «La stampa deve averli ingranditi, ma qualcosa che non va ci deve essere», commenta preoccupata. «Dove c'è il bene, c'è anche il male», osserva con serenità Sandra. È boliviana e vive da 6 anni a Milano. «Sono contenta di essere qui. È il culmine della nostra fede quel sì dei cristiani alla famiglia». Un'altra sudamericana, Kadina, sottolinea il senso di armonia che si respira. «Il carisma di Papa Benedetto è molto concreto e reale». La preoccupano le notizie sui contrasti in Vaticano. «Sono molto confusa... Spero sia solo una piccola parte della verità. La Chiesa va vissuta come oggi per essere veramente capita». Si incontra una rappresentanza del Brasile. Sono in venticinque e vengono da San Paolo Paranà. «Dio era qui con noi. Il Papa ci ha dato una parola di coraggio», osserva Elisa Bucci Ercolin, di origini italiane. Non la preoccupano troppo scandali e corvi. «Tutto ciò che succede è per la nostra conversione». ILCOMMENTO/1 CARLOSINI* Grande folla di fedeli a Bresso «La famiglia è l'unione tra uomo e donna» Apertura ai divorziati e ai separati: «La Chiesa vi è vicina» CHELAVISITADEL PAPAA MILANOSIASTATO UNGRANDE SUCCESSO, DIPORTATANAZIONALE E INTERNAZIONALE, è un fatto. Che questo fatto si accompagni alle recenti vicissitudini interne della Chiesa costituisce un elemento di ulteriore proficua riflessione. Per esempio si tratta di comprendere la grande funzione delle istituzioni (e la Chiesa è tra le più diffuse e universali). Si ha voglia a criticare gli innumerevoli difetti che le istituzioni pubbliche e le grandi istituzioni storiche manifestano e hanno manifestato in ogni tempo: senza le istituzioni le idee e le fedi non si incarnano nella realtà e non ispirano grandi emozioni e il consenso partecipativo delle moltitudini. Questo fatto può piacere o non piacere alla coscienza singola, ma la questione è un'altra ed è che senza una funzione ufficiale di rappresentanza non è possibile né efficace un credo religioso o un ideale politico. Si tratta insomma di un monito rivolto alle anime belle che credono davvero che sia facile voltar pagina e fare a meno di qualsivoglia gerarchia e selezione di vertice nella programmazione e amministrazione della vita pubblica. Come dire: c'è del marcio in Danimarca, c'è sempre stato, così come presumibilmente sempre ci sarà, perché l'uomo, diceva Kant è un legno storto (e i legni storti, come le gambe dei cani, non si raddrizzano); ma non possiamo fare a meno della Danimarca, cioè di un simbolo realizzato di comunione pubblica; possiamo al più farci sempre di nuovo carico della parte di male inevitabile che si deve cercare di diminuire. Si può operare fuori dell'istituzione per stimolarla e non lasciarla cadere nell'inerzia delle sue gerarchie costituite, senza però dimenticare che è comunque all'interno di essa che lo stimolo deve trovare efficacia e modi di espressione. Una Chiesa senza Chiesa, uno Stato senza Stato è una pericolosa illusione, una visione infantile o, peggio, un discorso in mala fede per ingannare gli ingenui. Il successo del Papa a Milano fornisce, tra i molti, un ulteriore motivo di riflessione ed è che con la visione del mondo dei cattolici è indispensabile venire a un dialogo serio e sincero. I toni usati dal Papa nel ribadire le convinzioni della Chiesa relativamente alla vita civile di tutti sono stati moderati e rispettosi: è una cosa che va sottolineata e di cui essere, come laici, soddisfatti. Si tratta allora di cercare una demarcazione sempre più limpida e serena tra le funzioni della società civile e quelle della comunità religiosa. Ma bisogna aggiungere che entrambe le funzioni non devono limitarsi a demarcare il territorio di rispettiva competenza: c'è anche una funzione generosa che entrambe possono reciprocamente esercitare, per il bene reciproco e di tutti. Importante e anzi importantissimo è che, in un momento come questo, la più grande autorità spirituale del nostro Paese ricordi alla politica, a tutti i partiti e alle associazioni politiche, il dovere della dedizione, dell'altruismo, del dono di sé, della rinuncia all'egoismo tattico per la prevalente attenzione al bene comune. Non è meno importante che il libero pensiero dei laici ricordi, con comprensione generosa, alla Chiesa che anche la fede è un'esperienza di continuo rinnovamento e di continua avventura, che anche la Chiesa come istituzione continua a vivere perché alimentata nel profondo dalla libertà di pensiero dei suoi migliori credenti: essi recano in ogni tempo testimonianza dello spirito, certo, ma anche e soprattutto del fatto che lo spirito soffia dove vuole, segnando il destino degli umani di tutte le religioni, di tutte le culture e di tutte le fedi. C'è una verità ecumenica in cammino, che è forse il più tipico contrassegno del destino della modernità. Anche il pensiero laico può imparare dalla esperienza millenaria della Chiesa a pensare e a guardare in grande il presente e il futuro, così come può offrire alla Chiesa la testimonianza della sua fede: nel valore imprescindibile della libertà, che è condizione prima per ogni figura e avventura della verità. *Filofoso BENEDETTOXVIALFAMILY2012 L'appello del Papa: amore vs profitto ROBERTOMONTEFORTE INVIATO A BRESSO(MI) Il valore dell'istituzione: non c'è una Chiesa senza Chiesa I fedeli e lo scandalo «Dove c'è il bene c'è anche il male» R.M. INVIATO A BRESSO(MI) 8 lunedì 4 giugno 2012
Èl'ennesimo coniglio tira-to fuori dal cilindro o unacosa seria? La Welt amSonntag, edizione dome-nicale del quotidiano soli-tamente ben informato sulle vicende della cancelleria, riferisce di un «piano segreto» contro la crisi dell'euro al quale starebbero lavorando i massimi vertici delle istituzioni Ue su incarico dei capi di Stato e di governo dell'Eurozona. Il piano verrebbe reso pubblico al Consiglio europeo di fine mese, dove il presidente della Commissione Barroso e quello dell'Eurogruppo Juncker indicherebbero la “road map” per raggiungere «una soluzione duratura della crisi». Consisterebbe nella concessione di maggiori poteri di decisione delle istituzioni europee sui bilanci nazionali; nella costituzione di un organismo di controllo europeo sul mondo delle banche; nella creazione di strumenti che consentano il completamento del mercato interno e una «maggiore armonia» tra le politiche economiche e fiscali; in una riforma del mercato del lavoro basata su misure di liberalizzazione. Al di là dei termini ormai abusatissimi (di “piani segreti” e “road map” è piena la cronaca delle iniziative anticrisi), non pare, a prima vista, che le indiscrezioni della Welt segnalino clamorose novità. Il primo punto non è, in realtà, che l'applicazione del Fiscal compact così com'è adesso predisposto. L'unica sfumatura di qualche rilievo potrebbe essere il riferimento alle “istituzioni europee”, che pare avallare le tesi di chi sostiene che in caso di violazione degli obblighi di bilancio dovrebbe essere comunque la Commissione a decidere le sanzioni, che la Germania vorrebbe, invece, automatiche. Il contrasto sarà uno dei temi più delicati che il presidente della Commissione affronterà stasera nel suo incontro, annunciato a Bruxelles tra gli eventi importanti, con la cancelliera Merkel. Della costituzione di una agenzia continentale di controllo sulle banche (la Consob europea) ha già parlato Mario Draghi, che farebbe parte insieme con Van Rompuy, Juncker e Barroso, della “quadriglia” incaricata di elaborare la “road map”. Lo stesso presidente della Commissione ne ha fatto cenno giorni fa, pur sapendo che, almeno per ora, il governo tedesco non ha intenzione di cedere sui poteri di controllo nazionali, la Bundesbank e la BaFin, l'equivalente della nostra Consob. La “maggiore armonia” delle politiche fiscali ed economiche è la solita petizione di principio, mentre sul mercato del lavoro le indiscrezioni sul piano segnalano una quasi perfetta adesione alle tesi della cancelliera Merkel: maggiori libertà di licenziare e più mobilità. Non una parola su misure e investimenti per l'occupazione, né sulla necessità di contrastare la propensione alle scorrerie della finanza speculativa. Il “piano segreto”, se i contenuti son questi, sarebbe poco più che il solito esercizio nel segno del neoliberismo dei governi di centro-destra e degli attuali responsabili delle istituzioni Ue. Con in più un pericolo, che il quotidiano tedesco, onestamente, mette in rilievo: quello di approfondire il fossato tra i 17 Paesi dell'Eurozona e i 10, o quasi 11 considerando l'arrivo della Croazia, Paesi dell'Unione estranei all'area dell'euro. Tanto che andrebbe definito per tutta l'Unione un nuovo assetto istituzionale che sancirebbe in qualche modo l'esistenza di “due Europe”. Vedremo il 28 giugno in che cosa consisterà la “road map” di Barroso e Juncker. È certo, comunque, che stavolta i 27 leader non potranno lasciarsi senza aver preso qualche decisione. Oltre alla Grecia e alle banche spagnole, un altro fattore si è aggiunto a drammatizzare uno stallo europeo che sta diventando pericolosissimo. Non passa giorno che da Washington non arrivino recriminazioni e minacce di contromosse se le cancellerie europee e le istituzioni Ue non correggeranno gli errori fatti puntando tutto sull'austerity e non metteranno fine all'inerzia di cui stanno dando prova. L'euro sta calando sensibilmente sul dollaro e l'idea di una guerra monetaria transatlantica non rende particolarmente tranquille le notti a Bruxelles e a Berlino. Intanto c'è da gestire la crisi bancaria spagnola. Ieri Angela Merkel è tornata ad insistere perché Madrid utilizzi subito l'Efsf, il fondo salva-Stati ancora esistente. Il governo Rajoy non ci pensa affatto, perché accettare l'aiuto significherebbe dover accettare, poi, le dure indicazioni del Fiscal compact, compreso un taglio netto del bilancio che i dirigenti spagnoli hanno già rifiutato perché troppo recessivo. Rajoy, appoggiato da Monti e da Hollande, vorrebbe la soluzione indicata da Draghi: l'intervento diretto nel salvataggio delle banche del futuro fondo Esm. Anche Barroso, su questo punto, si smarca da Berlino e annuncia che «verrà presa in esame la diretta ricapitalizzazione delle banche tramite l'Esm». Ma Frau Merkel non accetterà mai il principio «salviamo le banche altrui con i soldi nostri». Neppure quella minima condivisione diun eventuale fondo di garanzia anti-fallimenti ha molte chance di passare a Berlino. IL COMMENTO MICHELEPROSPERO Ore cruciali per l'euro. Ormai lo ripetono tutti. La moneta unica rischia di frantumarsi a causa del rischio di solvibilità delle banche spagnole e quello di tenuta delle finanze greche. «Questo dev'essere chiaro a tutti: l'euro è a rischio perché le tensioni aumentano e non diminuiscono e una risposta sistemica non è stata ancora definita». È decisa la risposta di Pier Carlo Padoan, vicesegretario generale e capo economista dell'Ocse sul futuro dell'unione monetaria. La miopia dell'Europa ha dell'incredibile inquesti giorni. «Più che miopia direi che c'è stata una perdita di visione del fatto che l'euro è un sistema, non è una somma di economie nazionali. Il sistema richiede che tutti facciano la loro parte». Quali sarebbero le conseguenze di una crisi? «Una catastrofe dalle conseguenze molto più gravi di quelle di solito paventate. Se solo la Grecia esce dall'Unione, si entra in una dimensione imprevedibile e completamente diversa, perché si rende realistica l'opzione dell'uscita di altri Paesi. Questo scatenerebbe la speculazione, e a quel punto sarebbero coinvolte anche Spagna e Portogallo. Ad Atene lo sanno bene: c'è uno studio della Banca centrale ellenica che mostra le conseguenze gravissime che provocherebbe l'uscita dall'euro». I vertici dell'Unione e Draghi preparano unaroadmap, con lapropostadi integrazionebancaria.C'ètempoperrealizzareil pianoDraghi? «Premetto che non conosco i dettagli dei programmi a cui si sta lavorando. In ogni caso è chiaro che per fronteggiare la crisi c'è bisogno di azioni a più dimensioni. Bisogna ricapitalizzare quelle banSEGUEDALLAPRIMA La moneta ha costruito il volano a delle ineguaglianze clamorose per cui il finanziamento di Paesi come la Grecia, la Spagna, l'Italia costa almeno 5 punti in più della fortunata Germania che si chiude in una fortezza inespugnabile a lucrare il suo invidiabile plusvalore. Dietro i ricatti degli speculatori, che stringono al collo i Paesi deboli dell'Europa evocando gli incubi del fallimento, c'è proprio l'intollerabile differenza di potere (politico ed economico) che si riscontra tra i diversi Paesi che ricorrono alla stessa moneta. Per questo è vano cercare qualche magica alchimia di natura tecnica ed economica ad una crisi che è anzitutto politica e ha a che fare con delle classiche questioni di sovranità. L'ostruzionismo tedesco contro ogni risposta politica alla crisi è del tutto miope perché cerca solo di lucrare dei vantaggi di posizione ravvicinati e giocarli a favore nella contesa elettorale imminente. È raro però nella storia rintracciare una così vistosa meschinità nella condotta di una potenza regionale che è economicamente egemone ma politicamente strabica. Lo scarto competitivo favorevole non è mai eterno (a chi mai venderà le sue potenti macchine ad elevata tecnologia se l'Europa somiglierà sempre più ad uno sterminato deserto?). E anche il calcolo politico di censurare con un forte tono etico il debito altrui, per tenere così alla larga il contagio populista alle porte, è del tutto illusorio: non si può mai scacciare il populismo da un Paese solo, mentre ovunque la crisi diffonde disperazione e innalza i campioni dell'antipolitica come il solo dio vendicatore. Neanche la potente (per ora) Germania potrà alla lunga sopravvivere in un'Europa ridotta a cumuli di macerie e con una democrazia sepolta in un sistema dopo l'altro per l'impossibilità di resistere alla follia della speculazione. È una sciocchezza pretendere prove di maturità e di rigore ai Paesi caduti in trappola perché nessun governo ha in mano le chiavi per rispondere con efficacia alla sfida. Ogni Paese è vulnerabile e la sola risposta alla crisi del debito è nell'Europa che non dimentichi (è triste che tocchi ad Obama rammentarlo) la sua scoperta fondamentale, la grande politica. Nella condizione precaria in cui versa l'Europa, quella di essere un immenso territorio oltre lo Stato, si ripropongono i grandi temi della sovranità moderna, senza ricostruire i tasselli del potere (o centro di comando situato al di là dello Stato-nazione ma pur sempre evocabile in ultima istanza) la moneta unica si converte in un momento di fragilità e vulnerabilità. Accanto a questo progetto di prospettiva, che richiede tempo lungo, si impongono delle scelte politiche contingenti per evitare la catastrofe della vecchia Europa. Una potenza che esercita l'egemonia regionale, come la Germania, è condannata a ragionare in termini politici, non le è consentito di convivere solo con il meschino calcolo dei piccoli tornaconti immediati. La cultura tedesca, e la sinistra tedesca, sono ancora troppo timide in questa partita da cui dipende la democrazia europea. Eppure senza un mutamento visibile delle credenze, delle culture, degli orientamenti che coinvolga la Germania, il processo politico alternativo avviato già con il successo di Hollande potrebbe trovare degli ostacoli insuperabili. Siamo al punto di non ritorno. È in gioco la democrazia BIANCADIGIOVANNI ROMA L'EUROPA E LACRISI PAOLO SOLDINI Unione e Bce: piano d'emergenza per salvare l'Europa L'ANALISI . . . Mario Draghi e altri tre leader europei hanno ricevuto l'incarico di lavorare a un masterplan . . . Il rischio è che si tratti del solito esercizio a cui ci hanno abituato i governi di centrodestra MaggioripoteridellaUe suibilancinazionali, armonia fiscale, unaAutorityper lebanche eunariformadel lavoro basatasu liberalizzazioni . . . Illusorio pensare che la moneta fosse sufficiente a fare da collante tra Paesi L'euro è a rischio ma non c'è ancora la risposta di sistema . . . Senza la Germania l'alternativa avviata da Hollande si arenerà 2 lunedì 4 giugno 2012
PER PLACARE GLI SCANDALI CHE MINANO PRESSO IFEDELILAREPUTAZIONEDELVATICANO(DAL RICIclaggio allo Ior agli appalti del G8 pilotati dal Gentiluomo del Papa Balducci: in Vaticano sono emersi così tanti traffici di denaro che Dan Brown sta scrivendo il seguito del Codice da Vinci. Si intitolerà «Il Codice Iban»); per far dimenticare ai pellegrini i titoli di giornale sugli intrighi di palazzo: «Scandalo in Vaticano, uno dei corvi confessa» (Ha ammesso che Dio non esiste?), Papa Ratzinger è tornato su un argomento sempre utile a fare team-building: «La famiglia è solo quella fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna». Applausi da Formigoni, l'uomo che ha dato un milione di euro all'amico che vive con lui per comprare una villa in Costa Smeralda. Del resto, Comunione e Liberazione si è sempre schierata in difesa della famiglia tradizionale: quella formata da un uomo e da un coinquilino. Pretendere che un uomo che non vuole a farsi una famiglia per vivere circondato da uomini che non vogliono farsi una famiglia sappia definire meglio degli altri «la famiglia» è come pretendere che Renzo Bossi risolva la congettura algebrica di Hodge (cosa che peraltro, stando ai verbali d'esame dell'Università Kristal di Tirana, Renzo ha fatto nel 2010 con un lancio di dadi). Negli altri Paesi la contraddizione risulta evidente. Non a caso, decine di Paesi come Spagna, Canada, Argentina, Belgio, Sudafrica, Portogallo (per non citare le solite Svezia e Norvegia) permettono alle coppie gay di sposarsi o - Francia, Olanda, Uruguay - a single e coppie dello stesso sesso di adottare. L'Italia però è il Paese che ha dato i natali a Vanna Marchi e a Silvio Berlusconi, l'uomo che dopo aver fatto eleggere i suoi avvocati in Parlamento per cambiare le leggi che ha violato non si presenta al processo per lanciare il Presidenzialismo alla francese (perché è convinto che sia quello con la lingua in bocca). In Italia, il fatto che i politici si facciano dettare il diritto di famiglia dal Papa non desta alcuno scandalo. Il Papa non si discute, come non si discute l'altra autorità religiosa del Paese: il calcio. I tifosi non si sono scandalizzati per il calcio-scommesse (si speculava così tanto sulle partite truccate che erano i risultati di serie A a far schizzare lo spread) ma per la reazione del premier Monti: «Bisognerebbe smettere di giocare le partite per due anni». I giocatori del Siena: «Altri due?!». DAVANTIALLEIMMAGINIDELL'EMILIATER-REMOTATAEALLACIVILTÀDEICOMPORTAMENTIDITUTTI,ripenso fra i brividi al Cavaliere che va a visitare impettito l'Aquila diroccata, con trecento morti tutt'intorno, e proclama che lui la ricostruirà in pochi mesi, edificherà le “new towns” (senza sapere di cosa stia parlando) e tutto tornerà “più grande e più bello che pria”. Specie dopo la gran parata spettacolare del G8 scippato alla Maddalena e le solenni promesse di adozioni da parte straniera di questo o quel monumento. Un delirio allucinato che pure tanta parte dell'Italia applaudì al canto “meno male che Silvio c'è”. Un incubo fosco per noi che avevamo in vario modo partecipato alle tragedie di Tuscania, del Friuli, di Umbria e Marche, con centri storici colpiti a morte, chiese rase al suolo o comunque crollanti a partire dalla basilica-simbolo di San Francesco in Assisi riconsegnata invece in piena salute in un biennio, ricavando da quelle ricostruzioni una cura “italiana” apprezzata nel mondo. Non disperdere le comunità locali, far sentire subito il calore della solidarietà, creare condizioni di abitabilità in nuclei vicini a case, casolari, fabbriche e stalle, lavorare sulla coesione sociale, puntare, d'intesa con gli abitanti, sulla ricostruzione com'era dov'era. Anche in Irpinia - dove il “cratere” era stato enorme, tremila i morti, novemila i feriti nel gelo dell'autunno inoltrato - per i beni culturali l'intervento della Soprintendenza speciale di Napoli e di quelle regionali fu efficace e senza “code” giudiziarie, senza “cricche” di mezzo. Nella stessa Napoli - commissario alla casa, Maurizio Valenzi, responsabile degli uffici, Vezio De Lucia - furono risanati e redistribuiti circa 10 mila alloggi senza ombre di sorta. Perché tutto questo non è stato ricordato abbastanza nei giorni tragici dell'Aquila trasformata in un crudele set televisivo per un presidente che l'“Economist” chiamava “the jester”, il giocoliere, il buffone? Uno che si vantava di seguire un suo modello originale che avrebbe ridato all'Aquila e all'Abruzzo una rinascita pronta e radiosa. L'abbiamo veduta quella rinascita, e l'inquinamento sottoculturale è stato così profondo che anche adesso in loco si favoleggia di archistar, di smart-city, senza avvedersi di altri atroci inganni. Per quest'area vasta dell'Emilia-Romagna colpita a più riprese dal terremoto la rinascita ha da essere quella evocata dal presidente Napolitano per il Friuli, a cominciare dai beni culturali che sono segni forti di identità collettiva, fondamenta di una intensa storia comunitaria. Citerò un caso che ben conosco: Pieve di Cento, al di là del Reno, verso Bologna, uno dei centri storici che l'intesa fra Soprintendenze ed enti locali aveva restaurato e recuperato nel modo più generale e rigoroso. La sua chiesa maggiore è ora scoperchiata dal sisma, le tele di Guercino, Guido Reni, Albani, Lavinia Fontana sono coperte di polvere, il suo bel teatrino comunale è segnato da crepe profonde. Decenni di sforzi vanificati o sfregiati in una notte? Ho saputo che gli abitanti si mostrano riluttanti persino al necessario trasferimento in laboratorio di quelle grandi tele con l'argomento: «Non le abbiamo lasciate portar via nemmeno a Napoleone, neanche ai Tedeschi… ». Mi sono sentito rassicurato. Anche su questo, come sulle case, sulle fabbriche, sulle stalle del parmigiano-reggiano, la gente di qui non vuol mollare e non mollerà. E se qualcuno – come si dice – vorrà demolire più di quanto serve per scongiurare il pericolo di altre morti, scatterà, credo, con l'opposizione, la molla del recupero, del restauro, del ripristino fedele. L'ha già scritto qui Vezio De Lucia: per decenni l'Emilia-Romagna è stata all'avanguardia in Italia (e quindi in Europa) nella politica di restauro e di riuso dei centri storici, col piano Cervellati-Fanti, preceduto dai censimenti di un grande fotografo, Paolo Monti. Così come fu davanti nella pianificazione territoriale, poi più volte tradita. Sono pagine di ieri che bisogna far tornare in onore. Ora che l'Italia non ha più Arcore come capitale. Ora che essa guarda agli esempi migliori e mostra il dignitoso, paziente coraggio di tante altre occasioni. L'intervento Ricostruire ma senza new town Atipiciachi? I giovani perdenti della globalizzazione Bruno Ugolini Giornalista A FIRENZE SI DICE: ALLI ZOPPI GRUCCIATE!CHE, TRADOTTO NEL LINGUAGGIO DI QUESTI giorni, vuol dire: non bastava il fatto che siamo in affanno perché, per diminuire il debito pubblico, si chiedono sacrifici ai pensionati, ai lavoratori, si rivede l'articolo 18 (ma non si toccano i grandi patrimoni perché il Pdl non vuole). Ora arriva anche il terremoto a complicare le cose. In Emilia, paradossalmente una regione a basso rischio sismico. Una delle regioni più produttive del nostro Paese, in cui tante piccole imprese producono beni di qualità tra cui prodotti gastronomici famosi in tutto il mondo, viene messa in ginocchio anche dal punto di vista economico. Intanto il disamore per la politica si fa più forte. Ma come ci si può stupire e dispiacere per questo fenomeno quando si è visti comportamenti come quello del Pio Formigoni, tutto Gesù e Maria, che non sente nemmeno il dovere di dimettersi, di andare a nascondersi, di sparire dalla vita pubblica dopo gli scandali in cui è stato coinvolto? O come quello di Bossi che abbaiava contro Roma ladrona mentre la famiglia, moglie e figli compresi, pescava a man bassa dai soldi dei partiti, che (bisogna ricordarlo) non sono altro che soldi dei cittadini? Poi c'è il Vaticano. Anche lì come fare a fidarsi con il corvo che mette in piazza i segreti di quella che dovrebbe essere la casa di Gesù, ovvero “la casa di vetro” in cui tutto è trasparente, come diceva Giovanni Paolo II? Si capisce il fenomeno Grillo, allora: l'avanzata del suo movimento non è che il risultato dello sdegno della gente che fatica ad arrivare alla fine del mese. Eppure, senza politica, quella vera, quella che si occupa del benessere della “polis”, una Nazione può cadere facilmente nelle mani di un dittatore. È anche per questo che, nonostante le tante richieste di abolire la parata del 2 giugno e utilizzare i soldi risparmiati per i terremotati dell'Emilia, forse ha fatto bene il presidente Napolitano a mantenerla. Come affermazione di fiducia nella nostra Repubblica, in ricordo di quanti hanno lottato e sono morti per la democrazia. E per tenere sempre presente quello che ci ha insegnato la nostra storia: come un'Italia semidistrutta dalla guerra seppe reagire con forza. Quella stessa forza dovremo trovarla oggi per uscire da un sistema di corruzione che sta distruggendo l'Italia. E, a questo proposito, voglio sottolineare come anche se oggi la parola “ideologia” sembra diventata una parolaccia, è l'ideologia, ovvero la fede in un modo diverso di governare il Paese, che fa dei politici degli idealisti e non dei ladri. Duemiladodici Dopo il Codice da Vinci Dan Brown lancia il codice Iban FrancescaFornario COMUNITÀ Vittorio Emiliani Giornalista NONÈDAVVEROUNCASOISOLATOQUELLODELLACRESCENTE FLESSIBILITÀ DEL LAVORO ITALIANO. L'Europa è alle prese con problemi simili. Un'analisi accurata la troviamo in un volume della Franco Angeli. Porta come titolo un interrogativo: «Giovani, i perdenti della globalizzazione?». I curatori del volume (un'iniziativa di «Sociologia del lavoro») sono Hans-Peter Blossfeld, Dirk Hofacker, Roberto Rizza, Sonia Bertolini. Scaturisce dalle ricerche un panorama diversificato. Anche se si osserva come «Nel suo insieme la globalizzazione ha prodotto un livello di incertezza strutturale senza precedenti negli assetti sociali ed economici dei paesi europei». E ancora: «I giovani europei sono sempre più soggetti a forme di lavoro temporaneo, corrono un rischio di disoccupazione più alto e impiegano più tempo a raggiungere condizioni di lavoro stabili e continuative». Certo il modello danese della flexsecurity regge ancora. Anche in Danimarca però l'incertezza economica si fa sentire e la preoccupazione principale riguarda il futuro. «Il fragile equilibrio fra le dispendiose politiche del mercato del lavoro danesi e la breve durata dei periodi di disoccupazione individuale,in una dinamica di turnover elevato, potrebbe venire a mancare». Mentre in Inghilterra «l'incertezza lavorativa è meno concentrata sui giovani» e più distribuita lungo le diverse fasi della vita lavorativa. Merita attenzione il caso Germania. Qui «quasi tutti i giovani accedono al mercato del lavoro attraverso contratti instabili… Tuttavia i contratti a termine in posizioni che richiedono elevate qualifiche non sono sinonimo di precari». Possono essere compensati, ad esempio, da alti salari. E comunque ha molte più chance di stabilizzazione chi ha un elevato titolo di studio. Una bella differenza con l'Italia. Il nostro Paese è al centro del saggio di Nicola De Luigi e Roberto Rizza. Qui viene segnalato l'emergere dei «Neet». Un termine che deriva dall'acronimo inglese «Not in Education, Employment or Training», giovani che non lavorano, non studiano. Gli autori osservano poi come non è tanto rilevante il dato numerico dei rapporti di lavoro flessibile, nel confronto con quello europeo, quanto il fatto che è cresciuto negli ultimi anni «un sentimento di precarietà e insicurezza» giustificato dalla mancanza di protezioni e tutele per i lavoratori più a rischio di instabilità. L'ultima parte del volume si concentra su tre realtà territoriali: Trento, il Nord est, Napoli. E concludendo la ricerca sul capoluogo campano Giustina Orientale Caputo scrive: «… lo scenario in cui attualmente ci muoviamo è talmente cupo che non appare irrealistico pensare che intere generazioni di giovani rischiano di essere tagliate fuori». E c'è da dubitare che la cosiddetta riforma del mercato del lavoro, con le sue luci e le sue molte ombre, possa determinare davvero una svolta positiva. http://ugolini.blogspot.com Pandistelle Senza la buona politica c'è il rischio dittatura Margherita Hack Astrofisica . . . L'Emilia-Romagna è stata all'avanguardia in Europa nella politica di restauro e di riuso dei centri storici . . . Guai a ripetere l'errore dell'Aquila: un crudele set tv per chi si vantava di dare alla città una radiosa rinascita . . . Scommesse È il calcio a far muovere lo spread . . . Il Trota risolve enigma coi dadi Maramotti lunedì 4 giugno 2012 15
L'inedita sinergia Galli Della Loggia-Feltri che bombarda i vertici del Pdl fino a scuoterne le basi induce Berlusconi a reagire: «Non condivido queste analisi distruttive. Il Corriere ha attaccato il gruppo dirigente perché non sa staccarsi da me. Il Giornale attacca me perché non saprei liberarmi di loro - scrive il Cavaliere in una lunga nota Da versanti opposti stesso risultato: la disgregazione del Pdl e la crisi totale del centrodestra. Continuo invece ad avere fiducia in un gruppo dirigente con cui ho combattuto cento battaglie. Distruggendo non si costruisce nulla. È rafforzando il movimento che si può cambiare, innovare, aggregare forze giovani». Un corto circuito non indifferente, dato che uno dei giornali “incriminati” per diffusione di opinioni (da lui ritenute) false e tendenziose è, come noto, di proprietà familiare. E Cicchitto, che con il quotidiano di Via Negri ha già un conto aperto, rilancia il «tenere duro» di fronte agli «insulti» del «fuoco amico» perché l'implosione del partito (già in picchiata nei sondaggi, al 17%) «surrogato con liste civiche ed estremismi estemporanei di stampo grillino» sarebbe esiziale. Dove l'estremista sarebbe in primis la solita Daniela Santanché, la «Crudelia» del centrodestra, che invitando a non pagare l'Imu ha sfidato apertamente Alfano & company. La stessa che Cicchitto, in una telefonata definiva «la Ninfa Egeria» di Sallusti. La stessa a cui si riferiva in un tweet Nunzia De Girolamo: «Perché un dirigente del mio partito invece di dettare retroscena ai giornali non prova a capire cosa vuole il nostro elettorato?». E di nuovo lei, ieri, a via dell'Umiltà era la principale indiziata come ispiratrice del leggiadro pezzo in cui Feltri epiteta i berluscones quale «zavorra», «gente mediocre dall'inchino facile (salvo eccezioni) ma inabile ad altre attività oppure dotata di tette eccellenti ma di meningi deboli». Così come, al pari della sortita sull'Imu, molti si chiedono fino a che punto il rapporto tra «Danielina» e Silvio sia stretto, e se nasconda un perfido gioco delle parti. Peraltro, fu Giuliano Ferrara sul Foglio il primo ad archiviare come «spappolato e a rischio esistenzuiale» il Pdl dopo le amministrative. Il punto è che nel bestiario del Pdl, da mesi dominato dall'alternanza tra falchi e colombe, dopo i grilli (Feltri, scolpendo Berlusconi «coscienza critica della maggioranza» evoca in fondo il grillo parlante) sono comparsi i corvi. Quelli vagamente avvoltoieschi contro cui si scaglia l'ex premier, vedendoli volteggiare malintenzionati contro la sua creatura boccheggiante. E quelli propriamente detti: i molti dediti all'insider trading, che delano notizie e riversano veleni - facilmente anonimi - contribuendo all'immagine di un partito balcanizzato e sull'orlo di saltare per aria. Con Casini, Grillo e Montezemolo (corvi in senso lato) alla finestra in attesa di spartirsi le spoglie. In ogni modo, l'afflato costruttivo berlusconiano sbatte contro i primi scogli. La piccata risposta dei «formattatori», definiti «ragazzotti» dal leader, che insistono sulle primarie e sul rinnovo della classe dirigente invitando i «dirigenti a non chiudersi a riccio e fare barricate perché un partito dal 38 al 18% ha qualche problema». L'ennesima bega tra Stracquadanio che vede «agguerrite falangi An» pronte a conquistare il Pdl, e La Russa che lo liquida come privo di «10 votanti alle elezioni». Ma la tentazione grillino-estremista fa breccia nell'elettorato azzurro. Nessuno vuole appaltarla alla Santanché. E così tra i colonnelli si rialza il tasso di anti-montismo. Colpisce la previsione a medio periodo di Cicchitto. «O Monti segna una svolta e intanto si aggrega un vasto schieramento di moderati o riformisti, o il Pdl non può restare a metà del guado e deve passare all'opposizione». Più rapido il cambio di scenario disegnato da Gasparri: «Impensabile una frettolosa ratifica del fiscal compact in Parlamento. No a ridicola fissazione della sincronia con altri Parlamenti. Il Pdl creda in se stesso e sfidi il governo. Il fiscal compact aspetti. Parliamo di abbattimento del debito, ricostruzione delle zone terremotate, di famiglie. Nessuna delega in bianco». La poltrona di Roberto Formigoni al Pirellone inizia a traballare seriamente. Dopo le rivelazioni sulle vacanze ai Caraibi, gli yacht e ville in Sardegna gentilmente concesse da amici imprenditori poi finiti nei guai con la giustizia, ora i rischi si fanno tutti politici. Il nuovo corso leghista in Lombardia, con la leadership conclamata di Maroni e l'elezione di Matteo Salvini, sembra sempre più gelido verso il governatore. «Al posto di andare in vacanza ai Caraibi, vada sul Lago di Como e ci risparmi qualche figura di palta», sono state le prime parole del neo leader del Carroccio in Lombardia E Salvini ha aggiunto: «Ora lasci l'incarico di commissario per l'Expo». Parole così gelide da lasciar intravedere la tentazione di queste ore della nuova guardia leghista: votare sì alla mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni al Consiglio regionale lombardo e che sarà votata mercoledì. «La mozione? Ci stiamo ragionando seriamente, non è scontato che il nostro voto sarà contrario...», spiega a l'Unità il capogruppo leghista al Pirellone Stefano Galli. Parole molto diverse da quelle pronunciate dai vertici leghisti lombardi solo pochi giorni fa, quando la linea ufficiale, esposta dal vice-governatore Andrea Gibelli, era «andiamo avanti, perché non è stato rilevato alcunché di penalmente rilevante nei confronti di Formigoni». Lo stesso Galli aveva spiegato: «Non vediamo l'ora di bocciare quella mozione basata sul nulla». In queste ore, dopo l'elezione di Salvini e di Tosi in Veneto, e con Maroni saldamente alla guida del Carroccio, qualcosa si sta muovendo rapidamente in casa Lega. C'è chi spiega questi movimenti con i rumors su nuovi sviluppi delle indagini, o come una mossa da tempo covata dall'ex ministro dell'Interno, che ha preso corpo solo dopo aver conquistato il vertice della Lega in Lombardia e Veneto. Due giorni fa Maroni ha finto con i cronisti di non essere a conoscenza della mozione. Ma il 31 maggio era stato nettissimo: «Se si voterà prima del 2013 sarà della Lega il governatore della Lombardia. Io candidato? Non scherziamo, largo ai giovani...». E tuttavia è proprio Maroni il candidato in pectore, sia che si voti nel 2013, sia che si voti ad ottobre, in conseguenza di una sfiducia al Pirellone. A suo favore (e in contrapposizione alla candidatura di Gabriele Albertini) si starebbe spostando anche ìlarga parte del mondo ciellino che ha sempre sostenuto Formigoni. Su Formigoni leghisti tentati dalla sfiducia ANDREACARUGATI acarugati@unita.it Pdl, il Cavaliere contro i corvi Silvio Berlusconi FOTO ANSA Berlusconi denuncia le «analisi distruttive» del Giornale Sospetti sulla Santanchè «estremista grillina» Offensiva anti-Monti di Cicchitto e Gasparri: «Andiamo all'opposizione» FEDERICAFANTOZZI Twitter@Federicafan . . . Feltri: «Silvio è circondato da mediocri dall'inchino facile, si liberi dell'armata Brancaleone» RAMSCI onlus ISTITUTO FONDAZIONE Einaudi Editore ANNA FINOCCHIARO PIERLUIGI CASTAGNETTI ROBERTO GUALTIERI MASSIMO D'ALEMA PRESENTANO IL VOLUME DI GIUSEPPE VACCA VITA E PENSIERI DI ANTONIO GRAMSCI (1926-1937) EINAUDI 2012 CONDUCE CLAUDIO SARDO SARÀ PRESENTE L'AUTORE ROMA GIOVEDI 7 GIUGNO 2012 ore 16,30 BIBLIOTECA DEL SENATO «GIOVANNI SPADOLINI» SALA DEGLI ATTI PARLAMENTARI PIAZZA DELLA MINERVA 38 Si ricorda che per gli uomini è obbligatorio indossare giacca e cravatta e per tutti è necessario un documento di riconoscimento. Confermare la presenza a info@fondazionegramsci.org lunedì 4 giugno 2012 11
Da circa quindici giorniil domicilio di MainoBenatti è cambiato.Chi ci vuole parlare, ve-nendo dal centro, devepercorrere via Mazzone e svoltare a destra imboccando via Dorando Petri. Lui è lì, accanto al Campo Tenda Friuli 1, dove sorge il centro operativo comunale, luogo di informazione per i terremotati di Mirandola. Benatti ha 51 anni, capelli brizzolati, la camicia con le maniche tirate su, pizzetto e occhiali bianchi. È sposato, ha due figli, un maschio di 19 e una femmina di 11, una passione per calcio e «sport minori» e un'altra, ben più grande, per la politica. Da tre anni è il sindaco della città, 25mila abitanti un tessuto produttivo e sociale messo a dura prova. Se uno dovesse descrivere il “modello Emilia”, cioè quell'intreccio indissolubile e profondo di efficienza, lavoro, ricchezza e solidarietà, dovrebbe partire da qui, da via Dorando Petri e dalla faccia asciutta di Maino Benatti. Dal venti maggio il sindaco è diventato un punto di riferimento per i suoi concittadini. Chi vuole avere notizie viene al Coc e chi vuole avere una parola di conforto parla anche con lui. «Mi chiedono di tutto, ma la domanda più ricorrente è: “Quando finisce tutto questo?”». Il quesito, per ora, rimane insoluto. Il sindaco vive, con la sua famiglia, in un camper preso in affitto e piazzato davanti alla propria abitazione, nella periferia della città. «È stata un'idea di mia moglie. Si è talmente spaventata che non ha voluto più rimettere piede in casa». Che tra l'altro è una delle poche agibili. «Ha retto perché è stata costruita di recente. E già da oggi potrei tornare». Ma la paura è tanta e, forse, i primi giorni «ci dormiremo solo io e mio figlio». Il nuovo domicilio di Benatti è in piedi il giorno dopo la prima scossa. «Ricordo lo smarrimento. Quella notte, alle quattro del mattino, ci siamo ritrovati per strada ed eravamo in parecchi». Prima di lasciare la sua abitazione il sindaco si porta dietro il cellulare. Dopo dieci minuti «eravamo in piazza Costituente». Con lui il suo addetto stampa Fabio Montella: «Mi ha telefonato subito dopo. Io ero fuori in mutande. Mi ha chiesto di raggiungerlo e portargli le chiavi del municipio». Alle sei del mattino era già stato allestito il primo punto di informazione «utilizzando i gazebo di una sagra». Dopo due ore tutti i dipendenti comunali erano in piazza. «Chi a fare telefonate, chi a dare informazione ai propri concittadini». E alle due del pomeriggio «eravamo già nell'unica scuola agibile della città». In via Dorando Petri, appunto. Ed è questa capacità di reazione quello che più stupisce chi ha visitato questi luoghi, in parte coperti da macerie e che ancora stanno aspettando di seppellire i propri morti. «Dopo la seconda scossa siamo ripartiti con il morale sotto zero». Sono aumentati gli sfollati, i morti, la paura. «Si è cercato fin da subito di rimettere in piedi l'economia, trovare soluzioni per le aziende i lavoratori, di non lasciare soli gli ultimi». EFFICIENZA Come le persone anziane. In una settimana, a proposito di efficienza e solidarietà, il comune di Mirandola è riuscito a garantire servizi altrove impensabili. «In condizioni normali – ci spiega l'assessore ai Servizi Lara Cavicchioli, noi garantivamo due tipi di sostegno. Il primo è riservato a tutte quelle persone non auto sufficienti o relativamente sufficienti». Per il loro il comune aveva predisposto delle strutture chiamate «case protette». Erano cinque e collegate a una rete di altri istituti dislocati nei paesi vicini. «In questo modo davamo la tutti la possibilità di stare il più possibile vicino ai propri parenti». Il secondo tipo di sostegno erano i «centri diurni». E riguardava tutti gli anziani «che sono auto sufficienti», magari perché vivono con i propri familiari, «ma hanno difficoltà a rimanere soli durante il giorno». Per loro era garantito un servizio di trasporto in centri attrezzati con altri coetanei. «È un po' il concetto dell' asilo». In questo modo «mantenevano vive le relazioni». Questo in caso di normalità. Che a Mirandola è una parola da ripristinare. «Per gli anziani delle case protette, circa 160, abbiamo trovato altre strutture anche fuori regione» (il Veneto è a 50 chilometri), mentre per tutti gli altri «abbiamo fermato alberghi in montagna e in Riviera». In 500 ne hanno già approfittato. Senza contare che si è aggiunta una terza tipologia di disagiati: «E cioè tutti quegli anziani sparsi nelle campagne che non vogliono andare via dalla propria abitazione magari perché hanno degli animali da accudire». Ecco a Mirandola si è pensato anche a loro. Affidando il servizio a un gruppo di volontari che «girano per le cascine ogni giorno portando ciò che occorre». «Vede - dice il sindaco – “il modello Emilia” è questo: è una simbiosi tra istituzioni e comunità. I pilastri della nostra vita, assieme al lavoro e la scuola». Due materie che vanno di pari passo. «Abbiamo già detto che le nostre imprese hanno bisogno di riaprire i battenti, ma abbiamo bisogno anche che la scuola riprenda la normale attività. Gli istituti, tutti inagibili ad eccezione di questo, devono riaprire al più presto. Solo una buona scuola può dare opportunità di lavoro». E mentre lo dice ci congeda. Sono arrivate altre sei persone venute a trovarlo al suo nuovo domicilio. «Qui non c'è l'idea che ognuno fa per sé. E in questo siamo allenati». C'è l'impresa che è stata subito chiamata dai concorrenti, che si sono offerti di aiutarli con le lavorazioni bloccate dalle scosse. E quella che ha messo in piedi tende e maxi-gazebo vicino alla fabbrica sotto i quali portare macchinari e computer, per ripartire. La reazione al sisma che ha colpito l'Emilia è anche questa. CONCORRENZALEALE Tra le prime telefonate che Luigi Mai, titolare della Ptl di Mirandola e presidente della Cna di Modena, ha ricevuto all'indomani del terremoto, c'erano quelle dei suoi principali concorrenti. «Si sono offerti di lavorarmi il materiale che non potevo fare e proprio l'altro giorno, una prima parte mi è stata consegnata in azienda - racconta Mai -. La cosa mi ha fatto molto piacere, credo che il loro ragionamento sia stato questo: se la Ptl perde clienti, è un danno per tutto il settore». Di fatto, quindi, la fabbrica che produce moduli e strutture in acciaio inox ed è ancora bloccata dalle prime scosse del 20 maggio scorso (nonostante il capannone «non abbia fatto una piega neanche con la seconda scossa», precisa l'imprenditore), è riuscita a non interrompere del tutto la produzione. «Io di soldi dello Stato non ne voglio sapere, non li cerco - spiega Mai -. L'unica cosa che chiedo è che, per una volta, la burocrazia venga dopo la necessità di ripartire: se un'azienda come la mia, che dà lavoro a 60 persone, esce dalla filiera meccanica dopo 37 anni, non ne rientra più. E proprio adesso stavo facendo il passaggio generazionale con mio figlio...». Un'altra imprenditrice mirandolese che non ha smesso di crederci è Nicoletta Razzaboni, della Cima, che fabbrica le “bussole” di sicurezza all'entrata delle banche e i sistemi di conteggio del conANDREABONZI abonzi@unita.it «Solidarietà, lavoro ILCOLLOQUIO Gli imprenditori: «Noi siamo pronti» Una «catastrofe nazionale» che ha causato danni per cinque miliardi di euro. Johannes Hahn, commissario alla Politica regionale per il Fondo di solidarietà, tenta «con beneficio di inventario» un primo bilancio delle conseguenze del terremoto in Emilia. E promette che arriveranno dai 150 ai 200 milioni di euro per le amministrazioni locali (per la ripresa dei servizi e la messa in sicurezza degli edifici pubblici) e almeno altri 100 milioni di euro per le imprese dal Fondo per lo sviluppo rurale. Inoltre, l'Europa si impegnerà a non richiedere indietro le somme già erogate per progetti comunitari interrotti a causa del terremoto. Hahn parla al Centro unico di coordinamento della Protezione civile di Modena, a Marzaglia. Ha appena terminato la ricognizione in elicottero e ha accanto il presidente della Regione, Vasco Errani, il vicepresidente della Commissione europea, Antonio Tajani e il capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli. Tajani insiste su altre iniziative non prettamente monetizzabili che l'Europa ha intenzione di mettere in campo per sostenere l'economia emiliana. A partire dalla «difesa del comparto biomedicale di Mirandola, cuore della terza rivoluzione industriale» per passare dai settori delle infrastrutture, della green economy e del turismo. «Dobbiamo evitare che anche una sola impresa delocalizzi, perché questo territorio ha lavorato bene», conclude Hahn. «SALVAGUARDARELA COMUNITÀ» Ma è Errani a fare la lista delle priorità, sottolineando la volontà di ripartire della gente d'Emilia e delle sue istituzioni: «Il nostro principale obiettivo è quello di salvaguardare le comunità: scuole, ospedali, assistenza sanitaria, e le funzioni pubbliche e amministrative, laddove siano crollati o lesionati i municipi». Insomma, «continuiamo a gestire l'emergenza, ma al tempo stesso lavoriamo alla ricostruzione - continua Errani -: lavoro, imprese, beni culturali, edifici pubblici e case private. Nulla verrà calato dall'alto». Non è un caso, infatti, che proprio ieri Gabrielli abbia firmato un'ordinanza con cui il coordinamento degli enti nelle zone colpite dal terremoto passa all'Agenzia regionale di Protezione civile dell'Emilia-Romagna. Il coordinamento sarà localizzato a Bologna. Errani è poi tornato sull'idea di utilizzare «per la cosiddetta fase due» le case sfitte per ospitare gli sfollati, in modo da non affidarsi a container prefabbricati come fu fatto all'Aquila. «Sulla base delle verifiche vedremo i numeri e se ci sono le condizioni, stiamo già facendo un censimento su questo patrimonio, che è ampio», osserva il presidente della Regione, nominato commissario per la ricostruzione, «ma decideremo le strategie con in sindaci, non escludiamo nulla a priori». Sul fronte della ricostruzione, l'Emilia-Romagna potrebbe essere «protagonista di un progetto pilota per le costruzioni verdi che rispettano anche le indicazioni antisismiche suggerite dalla commissione Ue agli stati membri. Si potranno così utilizzare i fondi di garanzia della Banca europea degli investimenti», osserva il vicepresidente Ue Tajani. Che oggi scriverà una lettera ai ministri del Turismo dei principali Paesi esteri «per evitare che vengano commessi errori nella collocazione dei terremoti, a tutela dell'economia turistica dell'Emilia-Romagna». Nei giorni scorsi, infatti, erano arrivate disdette di prenotazioni in Riviera da parte di turisti stranieri spaventati. MALATERRA ANCORA TREMA Intanto, però, la paura sotto le tendopoli è tanta: anche ieri, infatti, la terra ha tremato diverse volte, la più forte ieri in serata, avverita anche a Bologna, a Milano e a Padova. Nella città veneta la gente è scappata in strada. La scossa di intensità 5.1 è durata lunghi secondi. L'epicentro fra i di Concordia, Novi di Modena e San Possidonio. Non si segnalano feriti, mentre a Novi di Modena è crollata la Torre dell'orologio. La struttura, già pesantemente danneggiata, era diventata una delle immagini simbolo del terremoto in Emilia. Crolli sono stati segnalati anche a Finale Emilia, nella zona rossa del paese preclusa all'accesso. L'ITALIAFERITA IL RACCONTO Lasfidadichisièsubito attrezzato,conmagazzini di fortuna,portando ilpc in tenda.«Laburocrazianon ci fermi, sennòpoi tornare competitivisaràdura...» Un vigile del fuoco passa davanti ad un edificio crollato per il terremoto a Rovereto, Modena, il 29 maggio 2012. FOTO ANSA Serviziperanziani,aiuti alle impresee identità Ecco il famoso“modello Emilia”spiegatodaun sindacoterremotatoche vive incamper La Torre dell'orologio di Novi di Modena prima del crollo di ieri sera . . . L'Europa promette aiuti anche su biomedicale, turismo e costruzioni . . . Ieri in serata la terra ha tremato ancora, magnitudo 5.1. Paura a anche a Milano e Padova Un'altra forte scossa Novi, crolla la torre simbolo del terremoto ANDREABONZI abonzi@unita.it La visita del commissario Ue Hahn: «subito 300 milioni» Errani: «case sfitte agli sfollati» ROBERTOROSSI INVIATO A MIRANDOLA(MO) 6 lunedì 4 giugno 2012
Doveva essere il congresso del rilancio, dopo i pessimi risultati delle ultime elezioni regionali (costati la fuoriuscita dai parlamenti dello Schleswig-Holstein e del Nord Reno-Westfalia), e invece è stato il congresso delle spaccature. Doveva esserci il clamoroso comeback di Oskar Lafontaine, l'unico leader di spessore in grado forse di riportare in auge il partito della Linke, ma Oskar il rosso, ormai ristabilitosi dopo la lunga malattia, alla fine ha rinunciato a candidarsi alla presidenza. Pretendeva di esercitare una leadership assoluta senza avere accanto dirigenti non di sua fiducia; una richiesta che molti nel partito hanno rigettato come «arrogante». Le parole d'ordine del congresso della Linke, svoltosi lo scorso weekend a Göttingen, sono state solidarietà, democrazia, giustizia e pace, scritte a caratteri cubitali su sfondo rosso dietro la tribuna degli oratori. Ma l'atmosfera è stata tutta all'insegna dei conflitti intestini. Gregor Gysi, l'altro leader carismatico, in un intervento assai accorato e applaudito, è arrivato al punto di evocare il rischio di una scissione. «Non se ne può più di questo clima d'odio reciproco. Piuttosto che trascinare un matrimonio completamente fallito, ricorrendo a inganni meschini, calci negli stinchi e accuse diffamatorie, è meglio una separazione senza rancori» ha detto senza ipocrisie colui che ha guidato i comunisti della ex Rdt negli anni post unificazione fino al 2007, quando la Pds si fuse con il movimento dei fuoriusciti dell'Spd guidati da Lafontaine dando vita al partito della Linke. Sono passati appena cinque anni dalla fondazione. L'apice del successo è stato nel 2009 con l'ingresso trionfale in molti parlamenti regionali dell'ovest e l'incredibile percentuale dell'11,9% conquistata alle politiche. Da allora in poi un susseguirsi di polemiche e di diatribe storico-ideologiche (sul significato del comunismo o sull'eredità della Rdt) ha logorato li vertici e stancato la base. A ciò va aggiunta la ripresa dell'Spd, che una volta passata all'opposizione è riuscita a riconquistare voti a sinistra, e la concorrenza di Verdi e Pirati. Ma la debolezza attuale della Linke (data al 7% a livello nazionale) è dovuta all'endemica divisione tra la fazione «orientale», gli eredi della Pds e della Ddr, e quella «occidentale», ovvero i dissidenti della socialdemocrazia dell'epoca Schröder. La verità è che la fusione tra le due anime non si è mai veramente compiuta. Gli orientali sono pragmatici e «governativi», disposti ad accettare compromessi per allearsi con le altre forze di sinistra; gli «occidentali» sono massimalisti, nutrono un'ostilità irriducibile verso i «traditori» dell'Spd e non ne vogliono sapere di partecipare ad alleanze di governo. Le spaccature interne hanno finito con l'offuscare il risultato più importante del congresso, ovvero il cambio della guardia al vertice del partito. Il duo formato da Klaus Ernst e Gesine Lötsch è stato sostituito dopo due anni di guida turbolenta e contestata da un'altra coppia, come da statuto, formata anche stavolta da un uomo (dell'ovest) e una donna (dell'est). I nuovi presidenti della Linke sono dunque Katja Kipping e Bern Riexinger. La prima è una 34enne della Sassonia, il secondo un sindacalista di Stoccarda, fedelissimo di Lafontaine. Sulle loro spalle grava ora la responsabilità di dare al partito una prospettiva strategica così da tenerlo unito almeno fino alle politiche del 2013. Israele installa missili nucleari sui sottomarini forniti dalla Germania. Apparentemente non è una notizia: è dalla fine degli anni ‘90 che - senza mai una vera e propria conferma ufficiale da parte di Tel Aviv - la storia circola sulle stampa internazionale. Ma l'inchiesta oggi in edicola sullo Spiegel è di quelle destinate a far montare la polemica. Perché Israele piazza missili nucleari sui sottomarini che Berlino ha costruito, in larga parte finanziato e per il resto venduto a condizioni agevolate. E il governo tedesco lo ha sempre saputo. «La Germania - anticipa lo Spiegel - sta aiutando Israele a sviluppare le sue capacità nucleari militari», a dispetto di quanto ha finora sostenuto. E i contribuenti tedeschi danno una mano a loro insaputa. Non stupisce che il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak dichiari al settimanale che «i tedeschi possono essere fieri di aver garantito per molti anni l'esistenza dello Stato di Israele». U-BOOTE INSEDIAMENTI «Operazione segreta Sansone», il titolo di copertina dello Spiegel mostra il volto di Angela Merkel e quello di Netanyahu, sullo sfondo azzurrino con la sagoma di un U-Boot. Il settimanale, che ha dedicato mesi all'inchiesta, ha raccolto le testimonianze dell'ex sottosegretario alla Difesa, Lothar Ruehl, e dell'ex responsabile dell'Ufficio di coordinamento, Hans Ruehle. Entrambi hanno spiegato al settimanale di Amburgo di aver dato per scontato che Israele avrebbe montato missili nucleari sui sommergibili costruiti nei cantieri di Kiel. Israele ha sempre mantenuto un assoluto riserbo sulle proprie capacità nucleari, lasciando tuttavia intendere di essere in possesso di un arsenale che non avrebbe difficoltà ad utilizzare. E secondo lo Spiegel, la Germania sapeva dei programmi nucleari israeliani sin dal 1961. L'ultima occasione documentata in cui la questione è stata sollevata tra i due governi risalirebbe al 1977, quando l'allora cancelliere Helmut Schmidt ne parlò con il ministro degli esteri israeliano Moshe Dayan. Eppure da quando, dopo la prima Guerra del Golfo, Berlino ha fornito a titolo gratuito i primi due sottomarini ad Israele, i governi tedeschi sono stati estremamente vaghi sul possibile impiego di armi nucleari a bordo. Quando la questione è stata sollevata al Bundestag, in particolare perché i sommergibili erano dotati di tubi lanciasiluri da 650 millimetri compatibili con l'impiego di testate nucleari - la risposta è stata che non se ne conosceva la ragione visto che la progettazione era su disegno israeliano. Finora dai cantieri «Howaldtswerke» sono usciti tre sommergibili già consegnati allo Stato ebraico e segnalati in passato tra il Mediterraneo e il Mar Rosso, da dove facilmente possono tenere sotto tiro l'Iran (che anche ieri ha proferito nuove minacce contro Israele). A bordo - secondo quanto rivelato già nel 2003 da ufficiali Usa e israeliani - avrebbero la possibilità di alloggiare missili da crociera a lungo raggio, i Popeye Turbo, capaci di colpire fino a 1500 chilometri. Altri tre sottomarini, più grandi e di nuova concezione, verranno forniti dalla Germania entro il 2017. La nuova serie, denominata U-212, è più veloce e silenziosa, più difficile da individuare e dotata di un finora segreto sistema di espulsione dei missili. Il primo sottomarino di questa seconda serie è già stato consegnato all'inizio dello scorso maggio: si tratta della nave Tanin, coccodrillo in ebraico. E dopo qualche difficoltà a chiudere l'accordo, il governo tedesco ha di recente firmato il contratto per la fornitura del sesto sommergibile - ma Israele sta considerando l'acquisto anche di altri tre. Secondo lo Spiegel, la cancelliera Angela Merkel ha fatto «concessioni sostanziali» ad Israele. «Non solo Berlino finanzia un terzo del costo del sottomarino, circa 135 milioni di euro» ma ha anche consentito a Tel Aviv pagamenti dilazionati fino al 2015. La cancelliera avrebbe anche subordinato la consegna del sesto sottomarino ad uno stop della politica degli insediamenti e all'autorizzazione a realizzare nella Striscia di Gaza un impianto di depurazione delle acque, in parte finanziato dal governo tedesco. Nessuna di queste condizioni, specifica lo Spiegel, è stata finora mantenuta. MONDO Caos totale nella Linke Gysi evoca la scissione Uno dei sottomarini venduti dalla Germania a Tel Aviv L'arsenale nucleare d'Israele? Parla tedesco Lo Spiegel: atomiche montate sui sottomarini forniti a Tel Aviv Un terzo della spesa a carico di Berlino all'insaputa dei cittadini MARINAMASTROLUCA mmastroluca@unita.it GHERARDOUGOLINI BERLINO 14 lunedì 4 giugno 2012
C'ERA UNA VOLTA UNA FONTANA MIRACOLOSA... POTREBBE COMINCIARE COSÌ LA STORIA BELLA DI SESTRI LEVANTE, DOVE in un giardino c'era davvero una vecchia fontana. Le pareti esagonali un po' screpolate dal tempo e dalle intemperie, i primi segni di ruggine nelle condutture, ma lo zampillo ancora chiacchierino e invitante. È qui, intorno a queste chiare, fresche e dolci acque che si sono raccolti «nonni» e «nipoti», per un'«adozione» reciproca fatta di racconti e disegni, memorie del passato e segni del futuro, di cui la fontana è diventata testimone perenne grazie a un progetto Andersen, cuore del Festival per l'infanzia che prenderà il via il prossimo giovedì. I nonni sono gli ospiti della Residenza per anziani «Le due Palme», i nipoti 220 bambini provenienti dalle classi della scuola primaria di Sestri Levante. Coordinati da Anna Vimercati i piccoli sono stati protagonisti del «Racconto che non finisce», l'Andersen Lab ideato e condotto dallo scultore Alfredo Gioventù con Daniela Mangini. Racconti raccolti dalla viva voce degli anziani della Residenza e trasformati dai bambini in disegni e poi piastrelle di ceramica. Un grande arazzo di grés porcellanato in sei pannelli che è andato a vestire di nuovo la vecchia fontana, suggellando così un patto d'affetto e memoria comune tra generazioni. Pesci guizzanti, foglie azzurre, casette tirate su con poche righe, un album nato da storie antiche. Molte di queste «pagine» di porcellana le ha ispirate nonna Ledera. Novant'anni portati con allegria e leggerezza, capaci di scrollarsi di dosso anche il fango dell'alluvione alle Cinque Terre che poco meno di un anno fa le ha portato via la casa di Monterosso. Nonna Ledera adesso vive qui, e racconta ai bambini storie buffe e malinconiche. Come quella del Merlo Baciccia, l'uccellino caduto dal nido che il babbo portò a casa e che crebbe in famiglia, volando sulle spalle dei commensali per ottenere qualche briciolina di pane. E c'è il sapore del mare nella storia della pesca miracolosa a Monterosso, che una fiaba non è ma gli assomiglia. Parla di un pescatore che non era rientrato con i suoi compagni. Lo si cerca chiamando aiuto ai monterossini: «Manca una lampara, manca una lampara!». Il paese si mobilita e lo cerca affannosamente. Quando la speranza si affievolisce, ecco che la barca viene avvistata. L'uomo è seduto, immobile, lo scafo a pelo d'acqua. Una volta trainato a riva da un gozzo, il mistero è svelato: ci sono talmente tante acciughe issate a bordo che un movimento brusco avrebbe potuto rovesciare la barca e il suo occupante! Il giorno dopo saranno i bambini di Monterosso a festeggiare girando per gli orti di famiglia a raccogliere ramoscelli di rosmarino, ulivo, vite, edera, erica e altre piante per gettarli in mare e farlo diventare racconta nonna Ledera - «un'aiuola fiorita» per la sua generosità. ILPOLPO CAMPANARO I bimbi ascoltano estasiati e «trascrivono» colori e paesaggi. Storie di polpi vagabondi e burloni che vanno in giro per il paese e si mettono nientemeno che a suonare la campana della chiesa, attaccandosi alla corda. Storie di mici distratti, come quello raccontato da nonna Ina, che finisce dentro un materasso. Sì, perché una volta - apprendono con stupore i ragazzi cresciuti sulle memory foam e sulle distese di lattice - i materassi erano fatti di lana, che andava cardata ogni anno per far soffici i giacigli. E così, nel mezzo del prato sotto il sole e tra i batuffoli vaporosi, il gattino si era addormentato. Per poi svegliarsi nella notte con gran trambusto e scompiglio degli occupanti umani... Dalle parole ai fatti, dal respiro che li ha comunicati al calore del fuoco che imprime per sempre disegni e colori degli smalti, i racconti dei nonni prendono forma attraverso le mani dei nipoti. Nella bottega artigiana, i piccoli hanno lavorato insieme, scambiandosi i soggetti, ciascuno lavorando sul disegno dell'altro, saldando la propria immaginazione a quella collettiva. Lasciandola in eredità alla fontana. ProgettoAndersenaSestri Levantedoveglianzianidi unospiziohannoraccontato storieaibimbiche lehanno usateperdecorare la fontana IL FESTIVALANDERSEN CULTURE Siaccendonodagiovedì a domenica 10giugno aSestri Levante i colori e i suoni dell'edizione 2012,promossadal Comunedi Sestri Levante e ideatae realizzata daArtificio 23per la direzioneartistica di LeonardoPischedda. 100e piùgli eventi aperti al pubblicoe gratuiti. Anche quest'anno lepiazze e lestradecheportano all'istmotra i duemari sianimeranno di narrazioni, spettacoli, una maratonadi racconti, conartistida 10paesie 4continenti.Tragli ospitiMax Gazzé conRita Marcotulli e Roberto Gatto,Carlo Lucarelli eMarco Bolognesi, il direttoredeLaStampa MarioCalabresi, autori cultcomeRoberto Piumini e PaoloRumiz. Ibambini diSestriLevanteaccanto alla fontanadicui hannocurato idecori SI CHIAMA ROSANNA SOTTO IL CAPPUCCETTO ROSSO CHEMEGLIOLAIDENTIFICACONLAFAMOSANOVELLA, RIVISITATADATININMANTEGAZZA (LastoriadiRosannadettaCappuccettoRosso, pagg.32, euro 13, Gallucci) per la gioia dei bambini di oggi, più sensibili alla (mala)sorte dei lupi oltre che a quella della bimba inviata dalla nonna nel bosco. Infatti, sebbene il lupone resti sempre famelico e ingordo, pappandosi nonna e nipote e cesto delle vivande, il finale scarta impercettibilmente. Arriva sì, il salvatore delle due malcapitate, con il fucile pronto a sparare al lupo. Ma il bestione non muore. Viene legato e trasportato a domicilio. Persino rifocillato per la tanta fame che continua ad avere. Già, perché la mamma di Cappuccetto è una cuoca provetta e di prelibati mangiarini ne ha pronti per tutti. Anche per gola profonda, che alla fine è persino contento di leccarsi i baffi sebbene agli arresti in carriola... Una versione capovolta, quasi dalla parte del lupo, che, poverino, ha colpa solo di avere una grande fame irrisolta e di rispondere a un istinto atavico. PAESE OSPITE: L'INDIA La fonte miracolosa Memorie dei nonni disegnate dai nipoti ROSSELLABATTISTI rbattisti@unita.it Centoeventieospiti daMaxGazzéaLucarelli Finale«ecologico» per Cappuccetto Rosso eun lupoaffamato IlCorteodeiBambini eMediciSenzaFrontiere Saràunfestoso Corteodi Bambini (quasimille!) a inaugurare l'AndersenFestival. Mentreall'arte comestrumento per losviluppoe la conoscenza socialesaràdedicata lasezione Realtà del mondo.Nel2012si punta losguardo sull'India, madredi tutte lestorie, unOriente esempio sia didinamismo chedi profondità senza tempo. Graziealla collaborazionecon MediciSenza Frontiereci siconcentrerà su crisiumanitarie spesso ignorate attraverso la testimonianza direttadi chi ha operato in quei contesti, come la scrittriceepoetessaanglo indianaTishaniDoshi, cheSalmanRushdie ha definito«la rivelazione» della letteraturadel suopaese. U: 18 lunedì 4 giugno 2012
MASSIMODEMARZI ROMA LerivalidelgruppoC Esordio il 10giugno controgli iberici campioni incarica AttentiallaCroazia SPORT Capello:«IlCalcioscommesse? Unavergogna,giusto indagare» ILPRONOSTICODIMICHELPLATINIÈDIQUELLISCONTATI: «L'EUROPEO HA DUE FAVORITE, GERMANIA E SPAGNA,EALTRESQUADRE,COMEFRANCIA, ITALIAEPORTOGALLO, DIFFICILI DA BATTERE». Dimentica, Platini, Olanda e Inghilterra. Più interessante la chiosa finale: «Non bisogna dimenticare che nel 2004 vinse la Grecia». L'Europeo, a differenza del Mondiale, è un torneo spesso sorprendente, ha una formula più agile, una partita in meno, tempi più stretti e maggiore equilibrio sin dalla prima fase. Prendere i quattro gironi: non ce n'è uno in cui sia facile indicare le due favorite per il passaggio del turno. Nel Mondiale ogni gruppo nella prima fase ha sempre almeno una o due squadre molto deboli. Qui è tutto diverso e davvero tutto può succedere. Anche, ad esempio, che una squadra messa piuttosto male come l'Italia possa rimettersi in carreggiata. Certo, i dubbi di Prandelli sono tantissimi. «Azzeriamo tutto» è un'affermazione pesantissima a 6 giorni dall'esordio. Mai Prandelli in carriera ha giocato con la difesa a tre. Barzagli-Bonucci-Chiellini garantiscono esperienza, affiatamento, qualità e ruvidezza. La squadra però ha finora giocato con equilibri diversi e un cambio così tardivo potrebbe trovarla impreparata. In più c'è la zavorra psicologica del calcioscommesse a complicare un quadro già piuttosto critico. Il match della verità per gli azzurri sarà il secondo, quello del 14 giugno contro la Croazia. Probabilmente decisivo anche l'ultimo, contro l'Irlanda del Trap, quattro giorni più tardi. Partiamo come secondi favoriti del girone. Davanti a noi, naturalmente, la Spagna del ct Del Bosque, la nazionale campione del mondo in carica, la squadra da battere. La Roja arriva all'Europeo senza Puyol, Villa e Thiago Alcantara, fermi per infortunio. L'ossatura è comunque solidissima, con molto del meglio di Barça e Real, in una sorta di dream team calcistico. Difesa forte, con Ramos, Arbeloa, Albiol, Piqué, centrocampo granitico con Xavi, Iniesta, Xabi Alonso, Fabregas e infinite varianti, attacco di sostanza con Mata, Torres, Llorente, Pedro. Troppa presunzione o troppa sicurezza sono i veri avversari di questa squadra. Sul piano del gioco, della qualità e dell'intensità la Spagna è inaffrontabile. Potrebbe però mancarle, come ha sottolineato anche Platini, «un po' di fame». Ecco quindi, a proposito di fame, la Germania, a corto di titoli dal lontanissimo 1996. Loew ha impiantato su una squadra già solida alcuni giovani di straordinario talento. Accanto a Neuer, Lahm, Mertesacker, Schweinsteiger, Klose, Özil, Gomez, lo zoccolo duro, l'inserimento dei giovani Schürrle, Kroos, Götze. Löw ha una scelta infinita, ma anche una pressione notevole, la Germania intera è stanca di semifinali e finali perse. Molto duro il girone dei bianchi, con Olanda, Portogallo e Danimarca. Germania-Portogallo del 9 giugno è già uno spareggio. I lusitani sono la grande incognita del torneo. Ci sono arrivati a stento, ma hanno il campione-manifesto di Polonia-Ucraina 2012, Cristiano Ronaldo, più altra gente già testata ad alto livello come Nani, Postiga, Coentrao, Raul Meireles, Pepe, Hugo Viana. Se passa il turno, il Portogallo diventa osso durissimo per tutte. Ma per passarlo la squadra di Paulo Bento deve battere una tra Germania e Olanda. Gli arancioni fanno paura a tutti, con un concentrato di classe, potenza, prolificità ed esperienza che può trascinarli molto in alto. Van Marwijk deve solo fare - e non sbagliare - alcune scelte dolorose, Sneijder o Van der Vaart, Van Persie o Huntelaar, e deve rigenerare Robben e Afellay. Questa Olanda, come testimonia lo splendente 6-0 all'Irlanda del Nord nell'ultima amichevole, può disporre agevolmente di moltissime squadre d'Europa. Ma parte in seconda fila. Dietro, a fari spenti, Francia e Inghilterra, finite nello stesso girone, assieme a Ucraina e Svezia (occhio a Ibra, comunque). I Bleus ci arrivano finalmente senza Domenech e le solite polemiche, con un condottiero, Laurent Blanc, esperto, razionale e misurato. Benzema, Ribery, Nasri, Malouda hanno possibilità illimitate. Falcidiata dagli infortuni l'Inghilterra del ct Roy Hodgson: in 24 ore out due pedine fondamentali, il difensore Cahill e il mediano Barry. Lampard è fuori, Terry è malconcio. Rooney dovrà saltare per squalifica le prime due partite. Obiettivo la sopravvivenza nel torneo. Ma gli inglesi rischiano di essere i primi dei favoriti a dover fare le valigie. ICAMPIONID'EUROPAEDELMONDOINCARICA,L'IRLANDADELTRAPELACROAZIADIBILIC. A sei giorni dal via del gruppo C di Euro 2012 fotografiamo la situazione delle tre avversarie dell'Italia. FURIEROSSE Ieri sera a Siviglia la Spagna ha disputato contro la Cina l'ultima amichevole. I test delle ultime settimane hanno confermato che gli uomini di Del Bosque hanno il gol facile e gran varietà di uominie moduli: 2-0 alla Serbia, 4-1 alla Corea del Sud. Le assenze di Villa e Puyol non sembrano aver tolto qualcosa al funzionamento di una macchina quasi perfetta. in dubbio Fabregas, alle prese con un infortunio muscolare, ma quando anche l'ex Arsenal non dovesse recuperare non mancano le alternative di qualità. La rivelazione potrebbe essere l'attaccante Negredo, inserito tra i 23 a spese del centravanti del Valencia Soldado. Se gli iberici avranno la stessa fame dell'ultimo quadriennio e la convivenza tra i giocatori di Barcellona e Real non altererà gli equilibri dello spogliatoio, dopo un anno in cui le sue squadre hanno rinfocolato la loro rivalità, la Spagna parte davanti a tutti. BESTIANERA La Croazia ha fornito segnali confortanti nell'avvicinamento all'Europeo. La nazionale allenata da Slaven Bilic ha sconfitto 3-1 l'Estonia a Pola nella penultima amichevole, mettendo in luce la verve del difensore del Bayer Leverkusen Corluka, del giovane attaccante Kalinic e del centrocampista Vukojevic. Sabato sera, contro la Norvegia, la Croazia invece ha pareggiato 1-1, sugli scudi l'attaccante di origine brasiliana Eduardo Da Silva. L'uomo in più, però, rimane Ivica Olic, centravanti del Bayer Monaco, a segno nel mondiale nippocoreano nella gara vinta contro l'Italia. Rispetto ad allora i biancorossi sembrano un passo indietro, ma i vari Modric, Rakitic, Srna e Perisic vanno comunque presi con le pinze. TRAP(POLE) D'IRLANDA Trapattoni sa bene che gli irlandesi non hanno grande qualità, soprattutto in mezzo al campo, ma in questi giorni di ritiro a Montecatini il ct di Cusano Milanino ha lavorato soprattutto sulla fase difensiva. Il portiere titolare Given soffre per un problema al ginocchio ma appare recuperabile per il debutto contro la Croazia. O'Shea, il talentuoso Duff e l'esperto attaccante (ex Inter) Keane sono le stelle del gruppo, ma il primattore è il Trap: «Siate sicuri che quando la incontreremo sarà tutta un'altra Italia», ha detto sabato dopo la sconfitta azzurra contro la Russia. «In questa settimana abbiamo lavorato come se fossero le qualifiche per un Gp, ora siamo pronti a partire». Sperando di sorpassare già alla prima curva. LaSpagna ha ancora fame? Lefavoritedell'Europeo: Italia smarrita, Francia credibile Rassegnaaridossodelvia: Germaniaprontadopo ipiazzamenti, Inghilterra logora,Olandapienadiarmi Furierossediunaltropianeta COSIMOCITO ROMA Lanazionale spagnola inallenamentoa Siviglia, mentreprepara l'Europeo: i ragazzidiDel Bosquesono campioni incarica FOTO ANSA «UNA VERGOGNA. SEMBRA IMPOSSIBILE CHE TRENT'ANNI DOPO QUELLO CHE SI È VISSUTOCONUNASITUAZIONESIMILELA GENTECONTINUIACERCAREDITRUCCAREIRISULTATIDELLEPARTITE». È duro il commento di Fabio Capello sui recenti sviluppi dello scandalo del calcioscommesse. Il tecnico di Pieris, in un'intervista al quotidiano spagnolo Marca, ammette che no italiani, «in termini di immagine, siamo i peggiori, ma siamo i migliori sotto il profilo della persecuzione dei reati». Secondo Capello: «In Italia non si difende lo sport o l'atleta a prescindere da tutto. La stampa, i giudici, le forze dell'ordine indagano su doping e combine. Dobbiamo promuovere lo sport come puro e onesto spirito competitivo». Parlando con i giornalisti spagnoli Fabio Capello ha poi concesso una battuta sul suo futuro, dopo l'addio alla Nazionale inglese: «se trovo qualcosa di interessante, un club con un buon progetto sportivo e buone prospettive, tornerò ad allenare - ha sorriso - Non è una questione economica altrimenti continuerò a fare il commentatore sportivo». LavecchiavolpeTrap elaCroazia: ilnostro gironepienodi insidie GiovanniTrapattoni, tecnico dell'Irlanda,checontenderà all'Italia laqualificazione aiquarti FOTO ANSA U: 22 lunedì 4 giugno 2012
Nei quarant'anni che hanno pre-ceduto la crisi, il Pil in Italia èpiù che raddoppiato ma il nume-ro degli occupati non è cresciu-to di pari passo; al contrario, èlievemente diminuito in proporzione alla popolazione residente. Un risultato che dipende, sostanzialmente, dalle innovazioni che hanno reso più efficienti i processi e hanno permesso alle aziende di produrre quantità sempre maggiori di merci con un numero sempre minore di lavoratori. Se, quindi, da un lato le imprese si sono fatte più competitive, il rovescio della medaglia è stato che il numero degli occupati è rimasto invariato. Col tempo, inoltre, all'aumento della produzione non è corrisposto un incremento corrispondente nella domanda che, quindi, a un certo punto, non è riuscita ad assorbire l'offerta e per smaltire la grande quantità di merci che rischiavano di rimanere invendute si è fatto ricorso all'indebitamento. Una dinamica che ha caratterizzato tutti i Paesi industrializzati e si stima che, oggi, a livello complessivo, l'indebitamento sia circa il doppio del prodotto interno lordo. È questa la spirale intorno alla quale si avvita la crisi, e tutti i tentativi di risolverla semplicemente rilanciando la crescita e incrementando la produttività, non solo non rappresentano una soluzione, ma rischiano addirittura di aggravarla. Una crisi globale di portata storica come non accadeva dal 1929 e che non appare più solo congiunturale, bensì sembra entrare n e l l e v i s c e r e d e l “sistema”, fino a sfiorare il punto di rottura del sistema stesso nel momento in cui coinvolge, oltre alla dimensione economica, le interazioni con l'ambiente, la dimensione sociale della convivenza solidale e dell'esercizio democratico e la dimensione culturale che si esprime attraverso diritti e valori condivisi. Un deterioramento complessivo, che gli strumenti tradizionali delle politiche economiche non sembrano in grado di governare, a cominciare dal punto di ricaduta più drammatico e sintomatico della crisi: l'occupazione. In Italia, secondo gli ultimi dati Istat il tasso di disoccupazione è salito al 10,2%, con un incremento del 2,2% su base annua. Ancora più preoccupante è la condizione che riguarda i giovani, tra i quali i disoccupati sono il 35,9% (+6,3% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, con un picco del 48,3% al sud e del 51,8% tra le giovani donne del Mezzogiorno). INATTIVIDISPONIBILI Ai disoccupati ufficiali si aggiungono gli «inattivi disponibili», coloro cioè che vorrebbero lavorare, ma hanno deciso di rinunciare alla ricerca di un impiego, perché sfiduciati e rassegnati: per l'Istat sono quasi 3 milioni. Una cifra estremamente elevata, che ci vede in testa tra tutti i partner europei. La riforma del mercato del lavoro, appena approvata al Senato, vuole rappresentare una soluzione a questa situazione, ma nei fatti appare rientrare nella categoria dei «vecchi strumenti». Un testo che si presenta come un corpo legislativo aggrovigliato, che riduce i diritti e le tutele dei lavoratori e che non sembra in grado di attivare una riduzione reale delle forme di precarietà e di stimolare la crescita di un'occupazione stabile. Sembra, piuttosto, avviare una certa fluidità in uscita, con il rischio concreto di accrescere la massa dei disoccupati, degli inattivi e dei sotto-occupati. Per uscire dalla crisi serve altro, a cominciare da un cambio di visione e dal coraggio di seguire strade nuove. Come quello che caratterizzò il new deal rooseveltiano, che cambiò radicalmente i paradigmi di governo dell'economia, assumendo, in un momento di grande crisi, il 60% dei disoccupati e dedicandoli ad attività di sviluppo del paese: creando 13 mila parchi, piantando 3 miliardi di alberi, costruendo o ristrutturando 2.500 ospedali e 45 mila istituti scolastici, realizzando 1 milione di km di strade e 7.800 ponti. Qualcosa in più, cioè, di una semplice riforma degli ammortizzatori sociali o di “stangate” che avrebbero compresso di più i consumi. IL NUOVO CORSO Anche l'Italia e l'Europa hanno bisogno di un “nuovo corso” per uscire dalla crisi, perché l'asprezza della crisi economica merita risposte forti e coraggiose, sia in termini di rilancio di politiche attive per il lavoro che di difesa e valorizzazione del patrimonio industriale e d'irrobustimento del sistema di welfare. Il che deve voler dire, però, mettere in campo ricette e visioni nuove, perché altrimenti la cura rischia soltanto di aggravare la malattia da cui sono affette le economie moderne. La crisi ha messo in evidenza come le politiche pubbliche che hanno indebolito i sistemi di welfare, offrendo in cambio forme finanziarie e di carattere risarcitorio, sono state incapaci di rispondere ai bisogni delle persone generati dalla crisi. Al contrario, c'è stato bisogno di consistenti iniezioni di valore per recuperare il terreno perduto delle tutele dismesse, con un inevitabile aggravio delle finanze a carico della collettività. Il fallimento del modello, le cui conseguenze stiamo vivendo sulla nostra pelle, è causato anche dall'incapacità di prevederne e di governarne gli sviluppi: nonostante l'imponente strumentazione, non c'è stata, infatti, la capacità di anticipare i segnali della crisi, mentre sono stati sopravvalutati tutti i parametri di una crescita che si è dimostrata avvelenata dalla speculazione, dal degrado dell'ambiente, dal consumo indiscriminato delle risorse naturali. LARICETTASBAGLIATA Il risanamento delle finanze pubbliche sembra, oggi, essere l'unica priorità, a dispetto del lavoro e dei suoi diritti, dello sviluppo dei saperi e della lotta al cambiamento climatico. Ma le ricette sinora diffuse, non solo non possono curare l'epidemia ormai innescata, ma sviluppano resistenze a ogni nuovo approccio che potrebbe veramente contribuire a un'uscita reale e duratura dalla crisi attuale. Ma veramente si pensa di uscirne producendo di più, quando i problemi nascono dall'eccesso di offerta e dall'indebitamento reso necessario per sostenere la domanda? Si possono fare tutte le riforme del mercato del lavoro, alzare o abbassare i tassi d'interesse, aumentare l'Iva, mettere nuove tasse, istituzionalizzare l'equilibrio di bilancio, ma fino a quando non si cambierà modo di intendere lo sviluppo, il sistema sarà sempre soggetto a crisi cicliche, a oscillazioni, alla pressione dei mercati e alle speculazioni finanziarie. Per superare la crisi occorre sviluppare un pensiero più evoluto di quello che ha accompagnato, e vuole continuare a proteggere, il modello economico attuale. È possibile reagire al deterioramento economico e sociale percorrendo un cammino di riforme, fondato sul riconoscimento del valore del lavoro e dell'impresa, del welfare e dell'ambiente, del sapere e della giustizia sociale. Bisogna superare la logica quantitativa della produzione, usando criteri di valutazione innovativi: non investire per produrre di più, ma per produrre meglio, riducendo gli sprechi e aumentando l'efficienza con cui si usano le materie prime, a cominciare dall'energia. C'è bisogno di «piani casa» che puntino a recuperare gli edifici già costruiti, anziché a costruirne di nuovi; c'è bisogno di più infrastrutture sociali, più scuole, più trasporti pubblici; di alimentare un'economia di prossimità e di filiere corte. La redistribuzione della ricchezza, dei diritti e dei poteri: questi i punti di forza su cui agire per costruire uno sviluppo diverso e più giusto. Bisogna spostare il peso degli equilibri sociali dal mondo della produzione a quello del lavoro. Occorre assumere la salvaguardia e la qualificazione del sistema di welfare come fattore di sviluppo e indicatore di qualità dello stesso, ridisegnando un ruolo attivo delle politiche pubbliche nel governo dell'economia. Occorre attribuire centralità alla crisi climatica e alle tematiche ambientali più generali, sempre più connesse al complesso delle questioni sociali. L'UNITÀ DIMISURA Ma per fare questo occorre cambiare i parametri che misurano lo stato di salute di un Paese, aprendosi a criteri come l'ampliamento delle opportunità e l'accessibilità, la sostenibilità ambientale e la salvaguardia del suolo e delle risorse, la partecipazione ai processi economici in maniera attiva. Non è più solo una questione di buona gestione del presente ma di capacità di anticipare il futuro: il nostro benessere e quello delle generazioni che verranno dipende dal modo nel quale riusciamo a uscire da questa crisi. Insomma un nuovo corso fondato sull'etica delle convinzioni e delle responsabilità: è questo ciò di cui abbiamo veramente bisogno. L'OSSERVATORIO UNANUOVASTRADA . . . Favorire uno sviluppo diverso e più equo Valorizzando l'impresa il welfare, l'ambiente e i saperi Il lavoro prima emergenza Serve un new deal TASSO DI DISOCCUPAZIONE, PIÙ 10 PER CENTO DI QUESTI 35% SONO GIOVANI, 52% DONNE DEL SUD CARLOBUTTARONI PRESIDENTETECNÈ . . . Roosevelt cambiò i paradigmi di governo dell'economia in crisi e assunse il 60% dei disoccupati per svolgere attività di sviluppo 4 lunedì 4 giugno 2012
«PENSATE:UNAVALLETTAFILOSOFA!».CONLASTUPITAAMMIRAZIONECONCUIAMASOTTOLINEAREILNOZIONISMO DEI CAMPIONI DEI TELEQUIZ, nella prima puntata del Rischiatutto Mike Bongiorno presenta ai telespettatori italiani un'imbarazzata Sabina Ciuffini, iscritta al primo anno di Filosofia. Qualche anno dopo, nella prima edizione di Scommettiamo?, Bongiorno sarà affiancato da Paola Manfrin, involontaria caricatura delle femministe dell'epoca, istinto ribelle, modi non esattamente oxfordiani, ma uguale disponibilità a consegnare le buste e a sorridere in favore di telecamera. Il meccanismo è amaramente spiegato da Daniela Brancati, la prima donna in Italia a dirigere un telegiornale a diffusione nazionale, in Occhi di maschio. Le donne e la televisione in Italia. Una storia dal 1954 a oggi (ed. Donzelli). «Televisione in Italia è solo apparentemente sostantivo femminile. In realtà è maschile. Maschile e non neutro. (…) È maschile perché il mezzo di cui parliamo non riesce per sua natura a essere né neutro né neutrale, ma si schiera quasi sempre dalla parte del vincitore. È maschile perché tale è il genere che ancora detiene saldamente il comando. È maschile perché tale è il punto di vista che esprime. Tutto ciò che si vede in tv filtra attraverso quello che comunemente si definisce male gaze, lo sguardo maschile. Anche quando la donna sembra protagonista della ripresa, dietro la telecamera c'è l'occhio di un uomo che offre di lei l'immagine che lui desidera». Con queste premesse, è inevitabile che ogni tentativo di affermare una personalità, un carattere, un modo di essere venga assorbito, omologato e quindi depotenziato dai meccanismi dell'entertainment, che di ogni cosa fa spettacolo, purché soddisfi le aspettative dello spettatore, ossia il maschio davanti al teleschermo. Ne è derivata una gigantesca apologia del conformismo, una cristallizzazione degli stereotipi che fondano e giustificano la disparità tra uomo e donna: «lui vestito, lei spogliata, lui assertivo, lei sentimentale, lui nel ruolo dell'esperto, lei come complemento della scenografia». Le logiche della televisione commerciale (con la disgustosa e diseducativa appendice, a metà tra il pecoreccio e la procedura penale, che ha imputridito la scena politica italiana fino a poco tempo fa), hanno definitivamente rotto i pochi argini rimasti, smascherando il desiderio maschile di sminuire la presenza sociale della donna, da restituire al ruolo di angelo del focolare e riposo del guerriero. Le donne che lottano per la propria dignità e che si indignano alla sola idea di consegnarsi alle fauci di qualsiasi drago, non servono gli interessi dominanti né l'ideologia che li sostiene, non ispirano disponibilità e non fanno vendere detersivi. Le poche eccezioni (citiamo qui, tra le meno ricordate, Mimma Nocelli ed Enza Sampò) non mutano il quadro generale e non aprono crepe nel muro, obiettivo a cui invece punta l'operazione militante di Lorella Zanardo, autrice del documentario Il corpo delle donne, cliccatissimo su youtube, e dell'omonimo saggio, edito da Feltrinelli. Le immagini, ricorda Zanardo, sono memoria, sapere, educazione, e sono anche uno specchio, che in alcuni mostra e in altri nasconde: mostra che, a fronte di un pubblico televisivo composto per il 60% da donne, nel sistema dei media il potere decisionale è maschile; nasconde la forza, l'inventiva e la capacità delle donne, le immiserisce con la coazione alla bellezza e alla giovinezza, nel tentativo di intimidirle. Con un corollario volgare, inevitabile conseguenza dell'esasperazione del fenomeno: il dissenso dalle idee di una donna non più bella e non più giovane deraglia facilmente nella denigrazione dell'aspetto fisico. Ed è l'argomento definitivo, che chiude la partita. Ci sarebbero (e ci sono), ad esempio, tanti validi motivi per contestare Angela Merkel, ma non è elegantissimo insistere sulle dimensioni del suo sedere, come invece va di moda, non solo in tv. Si verrà fuori da tutto questo, secondo la filosofa Luisa Muraro, se le donne sapranno rivolgersi a quegli uomini in grado di nutrire sentimenti civili. La prossima rivoluzione femminile potrebbe essere combattuta insieme da uomini e donne. APOLOGIADELCONFORMISMO Tv, lo sguardo maschile Eccoperché la televisionenon è un mezzo neutro. Né neutrale BAMBINI: : Lafontanameravigliosa,memoriedeinonnidisegnatedainipoti P. 18 LETTURE : AdeleCambria, impressionida Istanbul P. 19 ILLUTTO : AddioOnorato, fotografodiGomorra P. 20 SPORT : Tennis,mezzomiracolo italianoaParigi P. 23 U: Travalletteestereotipi, il ruolo femminileall'interno delsistematelevisivoresta irrimediabilmente ancoratoalpassato.Maforseesisteunaviad'uscita VALERIOROSA vlr.rosa@gmail.com lunedì 4 giugno 2012 17
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