Passera ai giovani industriali: «Faremo il decreto, ci metto la faccia» FOTO DI LUCA ZENNARO/ANSA invece, sarà di 1.468 euro, mentre per ogni piccolo commerciante-esercente l'imposta si attesterà su un valore di 729 euro. I meno tassati saranno i piccolissimi artigiani, con un prelievo medio di 574 euro. «Auspico - commenta Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia - che il governo diminuisca le aliquote per le attività produttive, altrimenti il pericolo è che molte piccole aziende chiudano i battenti e finiscano a lavorare in nero». Il versamento comunque è dovuto da tutti i proprietari di immobile, e anche dai possessori di diritti reali (ad esempio titolari per uso o usufrutto, nel caso di separati paga chi abita l'ex casa coniugale). Le aliquote ordinarie, valide in tutta Italia, sono state fissate dalla manovra Monti: 0,4% (4 per mille) sulla prima casa e 0,76% (7,6 per mille) sulle altre. I Comuni possono aumentare o diminuire l'aliquota dello 0,2% ma non bisogna tenerne conto per la prima rata: a seconda degli incassi raggiunti a giugno, si correggerà il versamento di dicembre. La vera stangata, con le modifiche comunali, arriverà quindi con il saldo. ILMODULOF24:COMESICOMPILA Per la prima casa il contribuente potrà scegliere se pagare in due o tre rate. Nel primo caso le scadenze reali sono quelle del 18 giugno e il 17 dicembre, nel secondo caso si aggiunge anche la data del 17 settembre. Ma attenzione, a fine settembre i proprietari avranno pagato il 66% del dovuto (mentre le seconde case avranno pagato solo il 50%, anche se tutto a giugno). Per le seconde case, come per la vecchia Ici rimangono due scadenze: l'acconto del 18 giugno e il saldo del 17 dicembre. Nel modello va compilata la «Sezione Imu e altri tributi locali». Per la prima casa bisognerà indicare il codice tributo 3912. E indicare nella casella rateazione se è la prima di due rate (codice 0101), o la prima di tre rate (0102). L'importo delle seconde case, invece, va diviso a metà tra Comune e Stato: per i primi il codice è 3918, per la quota statale è 3919. Se la scadenza è il 18, sono comunque irrisorie le sanzioni per chi non riuscirà a rispettarla. È sempre la Cgia a fare i calcoli, sull'ipotesi che il contribuente decida per il pagamento sulla prima casa di 150 euro in 3 rate. Se non verserà la prima rata di 50 euro entro il 18, pagherà, tra interessi e sanzioni, 1,60 euro aggiuntivi nel caso il pagamento avvenga entro il trentesimo giorno dalla scadenza. Fino ad un anno dal termine iniziale, la maggiorazione sarà di 3,13 euro. Dopo un anno, invece, sanzioni piene. innovazione delle imprese: nella chimica verde, nella conversione energetica e ambientale del costruito, nella mobilità sostenibile, nello sviluppo intelligente delle comunità e delle città. Nella ricostruzione innovativa e internazionalizzata delle filiere del made in Italy. Bisogna fare anche scelte innovative e forti: superando la strozzatura del credito trasformandone parte in capitale di rischio, incentivando ulteriormente la crescita dimensionale e l'aggregazione delle imprese. Certo ci vogliono anche risorse, l'industria e il lavoro industriale non possono aspettare, il pareggio di bilancio invece, se non si farà nel 2013 si farà nel 2014. Certamente non si farà mai se le entrate fiscali continueranno a scendere. Il nostro è un Paese manifatturiero, sappiamo produrre con capacità tecnologica, lavoro qualificato e creatività, è quello che sappiamo fare e fare bene; è la nostra storia e il nostro futuro, non possiamo né vogliamo rinunciarvi. l . . . Chi ha un hotel pagherà il conto più salato: mediamente sborserà 8.405 euro LASCORSASETTIMANA ILTITOLOTELECOMITALIA È SCESOAILIVELLIPIÙBASSI DAL1997 e si muove attorno ai 70 centesimi di euro. La capitalizzazione di Borsa di una delle più importanti imprese nazionali è inferiore ai 10 miliardi di euro, cioè un terzo, un quarto del valore che il mercato indicava fino a pochi anni fa. Questa caduta può essere imputata a fattori diversi. Le Telecom sono tutte in difficoltà, anche in Francia e in Spagna hanno subito forti flessioni a causa di un quadro competivitivo più agguerrito e di una crisi economica e sociale che colpisce i consumi, compresi quelli telefonici e tecnologici. Inoltre si può aggiungere che Telecom Italia, gravata da 35 miliardi di euro di debiti, è stata estromessa dall'indice dei principali 50 titoli europei, proprio in un momento delicato per la stabilità, le scelte, il futuro dell'impresa guidata da Franco Bernabè. Il presidente del gruppo, alla luce della deludente dinamica delle quotazioni, ha avvertito che «Telecom potrebbe essere una preda» assieme ad altre aziende italiane, e «tutti quanti dovrebbero preoccuparsi di questo». Dobbiamo temere, dunque, che l'indipendenza di Telecom possa essere a rischio? Il controllo di Telecom appartiene per il 24% a Telco, il cui capitale è diviso tra Telefonica, Mediobanca, Generali e Intesa San Paolo. Telco ha nuovamente svalutato la partecipazione e i soci hanno garantito un aumento di capitale di 600 milioni e un prestito obbligazionario di 1750 milioni di euro. Un impegno pesante che, prima o poi, potrebbe diventare insostenibile. Le borse europee sono così deboli, e le telecomunicazioni sono talmente sottovalutate, che stanno richiamando l'interesse di investitori e multinazionali in cerca di occasioni. Il messicano Carlos Slim, uno degli uomini più ricchi del mondo, ha puntato gli occhi sull'olandese Kpn e su Telekom Austria. Non ci sarebbe da sorprendersi se volgesse di nuovo il suo sguardo su Telecom Italia dopo averci provato, senza successo, qualche anno fa. Forse Telecom non diventerà preda, la mole dei debiti e la sua rilevanza strategica, pubblica, anche politica, possono scoraggiare eventuali aggressori. Però, in questa congiuntura tremenda che deprime il paese, sarebbe opportuno coinvolgere di più Telecom negli sforzi per ridare slancio al tessuto industriale ed economico. Per esempio sarebbe utile chiarire subito, e dovrebbe farlo il governo, qual è la disponibilità della Cassa depositi e prestiti a contribuire agli investimenti che Telecom intende realizzare nelle reti di nuova generazione. L'eventuale intervento della Cdp sarebbe importante in un progetto di grande interesse per il Paese, anche se quando si parla di reti è bene non dimenticare che la “vecchia” rete Telecom in rame può giocare un ruolo sempre rilevante, a costi convenienti, nel prossimo futuro. Ma quello che può interessare oggi non è solo il contributo della Cassa depositi e prestiti al finanziamento di nuovi progetti, ma soprattutto se si può ipotizzare un suo intervento diretto nel controllo di Telecom, per dare stabilità e sicurezza all'impresa. Questa ipotesi dovrebbe essere valutata dal ministero dell'Economia qualora ritenesse che il patrimonio tecnologico, industriale, di conoscenza di Telecom ha bisogno di essere tutelato e sviluppato in un momento così rischioso. Proprio la drammatica fase che attraversiamo dovrebbe sollecitare i cervelli più aperti, dell'impresa e della politica, a trovare strade nuove per aiutare l'Italia. In un paese normale, in un paese dove Silvio Berlusconi non fa l'editore tv e il leader politico, si sarebbe potuta immaginare persino un'alleanza tra Telecom e Mediaset, o con la Rai. Ma quello che si può realizzare sul mercato mondiale della comunicazione non si può ipotizzare da noi, dove trionfano il conflitto di interessi e la commistione indebita tra affari e politica. Per ora Telecom se la deve cavare da sola. Riorganizza Ti Media per rendere vendibile «la7» (nemmeno un'offerta, al momento) che ha confermato Gad Lerner e Lilli Gruber, e forse prenderà Michele Santoro. Vedremo cosa si inventerà Bernabè che non ha un compito facile e si vede. Qualche giorno fa ha detto al Financial Times che la colpa dei debiti del gruppo è del governo che non si presentò alla famosa assemblea di Telecom a Torino, dando così via libera alla scalata dell'Olivetti. La memoria non è più quella di un tempo neanche per Bernabè che, dodici anni dopo, non si è ancora reso conto di aver perso perchè il mercato gli aveva voltato le spalle. Ma è una polemica ormai passata. Interessa solo dare un futuro sicuro a Telecom Italia. Ma il suo futuro interessa a qualcuno? Emergenza terremoto in Emilia Romagna Campagna raccolta fondi Fai una una donazione sul conto: IBAN IT02 N031 2702 4100 0000 000 1 494 presso UNIPOL BANCA intestato a EMERGENZA TERREMOTO EMILIA-ROMAGNA Partito Democratico Emilia-Romagna causale Emergenza Terremoto www.partitodemocratico.it www.pder.it . . . Crollo in Borsa, il rischio di diventare una “preda”. La rete e il ruolo della Cdp la sanzione è minima A qualcuno interessa Telecom Italia? L'ANALISI RINALDOGIANOLA domenica 10 giugno 2012 13
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Un popolo che ha conosciuto l'or-rore della deportazione forzata,un popolo che sa cosa significhi guardare il mondo da dietro il filo spinato, questo popolo non può, non deve smarrire la sua memoria collettiva e fondare la propria sicurezza sui Muri e i campi di detenzione». Le parole di Shulamit Aloni - figura storica del pacifismo israeliano, più volte ministra nei governi guidati da Yitzhak Rabin e Shimon Peres - danno conto di una vicenda drammatica che va oltre la dimensione politica e tocca le corde, sensibili, della memoria e dei sentimenti. Decine di migliaia di immigrati irregolari presenti oggi a Tel Aviv e in altre città israeliane saranno trasferiti presto in campi di detenzione in costruzione e in «città di tende». Ad annunciarlo, nei giorni scorsi, è stato il ministro dell'Interno israeliano, all'indomani della sentenza del Tribunale distrettuale di Gerusalemme che ha autorizzato l'espulsione di circa 1.500 sud-sudanesi. Interpellato dalla radio pubblica, il ministro Eli Yishai ha dichiarato che «ci sono ancora circa 15 mila persone provenienti dal Sudan del nord e circa 35 mila dall'Eritrea». «Sono prossimi all'espulsione, che avvenga con il loro consenso o meno - ha aggiunto - questo numero rappresenta una minaccia per l'identità ebraica». Il governo ha quindi deciso di trasferire gli immigrati privi di permesso di soggiorno in centri di detenzione in costruzione nel sud del Paese, mentre nel frattempo, «abbiamo intenzione di creare città di tende». Stando ai dati del ministero, sono circa 60 mila gli africani irregolari presenti nel Paese, per lo più provenienti da Sudan ed Eritrea. «Spero che nei prossimi mesi riusciremo a trasferire tutti gli infiltrati nei centri di detenzione e consentire ai cittadini israeliani nel sud di Tel Aviv e altrove di vivere in modo appropriato... in tranquillità e sicurezza», ha concluso. Yishai, denuncia il leader di Peace Now (la storica organizzazione pacifista israeliana) Yaariv Oppenheimer, alimenta la xenofobia, strumentalizzando il malessere della gente di quartieri periferici nei quali il governo «ha ammassato e abbandonato» il grosso degli irregolari o evocando singoli episodi criminali per additare un'intera comunità. Israele sta anche costruendo un muro di sicurezza lungo i 240 chilometri di frontiera con l'Egitto; il progetto dovrebbe essere completato entro la fine dell'anno. La pronuncia del tribunale israeliano allarma i tanti sudsudanesi presenti nel territorio. «Io davvero non so cosa fare», dice Khaled, uno di loro, che vive con i suoi due figli in Israele dal 2007. «Ci vogliono far tornare in luogo pericoloso. Ho paura di tornare nel mio Paese con i bambini: come faccio a garantire loro un futuro lì?». Anche le Ong che avevano presentato ricorso opponendosi al provvedimento si sono dette «rammaricate per la sentenza» e «preoccupate per la sicurezza di coloro – soprattutto i bambini – che sono costretti a rientrare in luoghi pericolosissimi». Secondo fonti governative ogni mese entrerebbero illegalmente in Israele circa 1200 migranti africani, quasi sempre con l'aiuto prima di beduini egiziani e poi di quelli israeliani. Gli africani che riescono a penetrare peraltro sono quelli che sopravvivono al fuoco della guardia di frontiera egiziana. Solo nel 2007-08 sul lato egiziano del confine sono stati uccisi una quarantina di africani. Lo scorso anno una trentina. «Il numero delle vittime è molto più alto - dice SigalRosen, portavoce della Ong Hotline for Migrant Workers sono convinta che tanti altri migranti siano stati colpiti a morte ma non riusciamo a saperlo perché le autorità egiziane non lo dicono. E non dimentichiamo quelli che vengono feriti o arrestati». I migranti catturati poi in Israele tranne un numero limitato di quelli provenienti dal Darfur - vengono rispediti in Egitto dove, dopo un processo sommario e una detenzione durissima sono obbligati a tornare nei loro Paesi d'origine, nella migliore delle ipotesi. «Campi di detenzione, espulsioni di massa, aggressioni agli immigrati: tutto ciò è indice di un imbarbarimento sociale e culturale che non può essere in alcun modo giustificato adducendo la crescente insicurezza nei sobborghi di Tel Aviv o laddove più si concentrano le comunità di immigrati», dice a l'Unità Yael Dayan, scrittrice, paladina dei diritti delle minoranze, figlia dell'eroe della Guerra dei Sei giorni, il generale Moshe Dayan. Le preoccupate considerazioni dell'ex parlamentare laburista trovano concorde Zeev Sternhell, uno dei più autorevoli storici israeliani: «È come se per trovare una coesione interna Israele debba individuare una minaccia esterna, contro cui fare fronte: lo sono i palestinesi, ed ora anche i sudanesi. Ma questo viversi in una sorta di trincea permanente, una trincea mentale oltre che materiale, finisce per alimentare un'aggressività collettiva che rischia di minare i principi stessi della nostra democrazia». «Israele, il popolo dei lager non può costruire dei lager» Quei morti al fronte portano il presidente ad accelerare l'annunciata exit strategy. Il ritiro delle truppe francesi dall'Afghanistan inizierà il prossimo luglio per concludersi entro fine anno. Così il presidente francese, François Hollande, parlando oggi a Tulle, dopo l'attentato suicida che ha ucciso quattro soldati francesi nella provincia di Kapisa, in Afghanistan. Il ritiro «inizierà a luglio e sarà realizzato e completato entro fine 2012», annuncia il capo dell'Eliseo in una breve dichiarazione a margine di una cerimonia di commemorazione del massacro nazista di civili nel giugno del '44. «Il ritiro delle truppe inizierà nel mese di luglio per essere completato entro la fine del 2012. Nel frattempo tutto sarà fatto per garantire ai nostri soldati il massimo della sicurezza. Mi faccio garante dell'operazione». Il presidente francese ha quindi espresso la sua «gratitudine e quella di tutta la nazione ai propri soldati. Saluto la loro dedizione e il loro coraggio», porgendo il suo cordoglio «per le vittime di questa mattina (ieri, ndr)». In Afghanistan la Francia ha 3500 truppe dislocate principalmente a Kabul e nella provincia di Kapisa. Hollande ha quindi annunciato la partenza oggi per Kabul del ministro della Difesa Jean-Yves Le Drian e del titolare del Quai d'Orsay, Laurent Fabius. Nel primo pomeriggio, un aereo dell'aeronautica militare è decollato per l'Afghanistan per riportare in patria i corpi dei quattro soldati. Con l'attentato di ieri, sottolinea ancora Hollande, i terroristi hanno «colpito tutta la Francia». L'annuncio del capo dell'Eliseo avviene a poche ore dall'apertura dei seggi per il primo turno delle elezioni legislative. KAMIKAZEINBURQA L'attacco, immediatamente rivendicato dal portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid è stato frutto di un piano che, purtroppo, ha funzionato alla perfezione. L'Isaf aveva infatti ricevuto in mattinata una segnalazione, considerata attendibile, riguardante la presenza di un ordigno esplosivo sotto un ponte vicino ad un bazar di un villaggio del distretto di Nijrab. Questo ha fatto scattare un'operazione coordinata dagli artificieri francesi che si sono diretti verso l'area indicata. È stato a questo punto che l'attentatore suicida, mimetizzatosi sotto un burqa carta da zucchero, uno stratagemma più volte usato in passato dai talebani, si è avvicinato ai militari attivando la carica che portava indosso. Lo scoppio ravvicinato, ha detto il portavoce della polizia provinciale Asadullah Hamidi, «ha investito in pieno i francesi, quattro dei quali sono morti sul colpo, mentre cinque sono rimasti feriti, insieme ad altri tre civili». Con quelle di ieri, le vittime militari francesi nell'ambito dell'Operazione Enduring Freedom dell'Isaf cominciata nel 2001 sono salite a 87. Inoltre i quattro militari deceduti sono anche i primi che la Francia piange da quando Hollande è entrato all'Eliseo. Lo stesso Hollande aveva compiuto giorni fa un viaggio lampo in Afghanistan per confermare, proprio in un discorso alle truppe francesi concentrate nel distretto di Nijrab dove è avvenuto l'attentato, il ritiro entro l'anno delle forze da combattimento (2000 uomini su un totale di 3550). Il ritiro anticipato dall'Afghanistan è una degli impegni assunti da Hollande in campagna elettorale. Impegno mantenuto ed ora accelerato. Quella di ritirare le truppe combattenti francesi entro al fine del 2012 è «una decisione sovrana» che anche il presidente degli Stati Uniti «ha capito»: aveva riaffermato Hollande nel corso del suo viaggio-lampo in Afghanistan, lo scorso 25 maggio. «Solo la Francia può impegnare la Francia. Il ritiro sarà messo in pratica d'intesa con i nostri alleati, in particolare il presidente Obama, e in concertazione con le autorità afghane», aveva spiegato Hollande parlando alla truppa a Kapisa. Ad ascoltarlo, quel giorno, c'erano anche i quattro soldati uccisi ieri da un kamikaze talebano. MONDO Hollande accelera sull'Afghanistan: «Il ritiro da luglio» Soldati in azione in Afghanistan FOTO ANSA La «dichiarazione solenne» dopo la morte di quattro militari francesi Il presidente «Io sarò il garante di questa operazione» Il rientro del contingente francese sarà completato entro il 2012 U.D.G. udegiovannangeli@unita.it TelAvivdà ilvia liberaai centrididetenzioneper stranieri irregolari.Parlano ShulamitAloni,Yael Dayan,ZeevSternhell, YaarivOppenheimer... ILDOSSIER UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it È un bilancio peggiore di quello della guerra in Afghanistan, uno dei fronti più impegnativi per le truppe Usa. Uccisi sul campo, ma non dal nemico. Dal primo gennaio 2012, ogni giorno, un militare americano si è tolto la vita: tra le truppe in servizio attivo, si sono registrati 154 suicidi in 155 giorni, almeno fino al 3 giugno scorso. Una strage silenziosa, senza funerali d'onore, con mille ragioni e nessuna tale da arrivare alla ribalta della cronaca. Se non il numero da brivido: i suicidi sono stati quest'anno il 50 per cento in più dei militari uccisi nello stesso periodo in combattimento in Afghanistan. E la cosa preoccupa in particolare perchè la tendenza è in aumento. Anzi, si è impennata: più 18% rispetto al 2011, più 25% in riferimento al 2010, e del 16% nel confronto con il 2009, sinora considerato l'«annus horribilis» per il numero di suicidi tra le truppe. «PROBLEMAURGENTE» Il tragico fenomeno è preso molto sul serio dal Pentagono e dai servizi per i veterani, che stanno tentando una serie di interventi di aiuto psicologico e medico per i militari che tornano dai luoghi di combattimento. Lo stesso segretario alla Difesa Usa, Leon Panetta, ha di recente inviato un memorandum ai dirigenti militari e civili del ministero in cui definisce i suicidi «uno dei problemi più urgenti e complessi», e sottolinea la necessità di «continuare a lavorare per l'eliminazione di qualsiasi giudizio o discriminazione nei confronti di chi soffre di stress post-traumatico e altri problemi mentali». Tra i più colpiti dai suicidi sono i soldati dell'esercito, seguiti da quelli dell'Air Force e della Marina, mentre una diminuzione dei casi - seppure parziale - si è registrata tra i marines. Gli stessi esperti faticano a capire il perchè dell'incremento generale della tendenza. Tra le varie motivazioni, lo stress prolungato a causa di più di un dislocamento al fronte, problemi post-traumatici, uso errato di farmaci, problemi economici al ritorno in patria. Eppure le cifre riflettono solo i suicidi tra i militari in servizio attivo e non riguardano i reduci, tra cui pure si rilevano elevatissimi tassi di suicidio. Truppe Usa Più suicidi che morti sul campo VIRGINIALORI esteri@unita.it 16 domenica 10 giugno 2012
L'INTERVISTA Ci mancava anche lo studio della Commissione grandi rischi su un possibile spostamento di nuovi forti scosse a est, tra Finale Emilia e Ferrara. Mentre la terra ancora trema e spaventa nel Modenese, una scossa di 3,4 gradi poco prima delle 15.30, la “sveglia” alle 7.47 con un movimento di magnitudo 3 che da queste parti non puoi non avvertire, «per noi è stato come un botto», spiegano da Finale. «Diciamo che delle parole della Commissione non si sentiva il bisogno», riassume diplomatico il primo cittadino estense Tiziano Tagliani. Che la mattina l'ha passata a contare decine e decine di telefonate di cittadini preoccupati dalle novità, il pomeriggio a scorrere i dati delle prenotazioni cancellate negli alberghi della città, che grazie a grandi mostre e concerti può contare su flussi turistici di tutto rispetto. LECIFRE I numeri parlano da soli. Azzerate le nuove prenotazioni negli hotel, dimezzate le precedenti. Certo, spiega l'assessore alla Cultura Massimo Maisto, disdette erano arrivate «già dopo il 20, e sono aumentate dopo quella del 29», ma non c'è dubbio, «la comunicazione della Commissione grandi rischi ha fatto il resto». E allora non basta, come ha fatto il comune, dare un segnale riaprendo il Castello Estense, o per il sindaco annunciare «nel fine settimana sarò al lavoro, come sempre». Ventiquattr'ore hanno fatto la differenza, «di fronte alla bomba mediatica - scuote la testa Maisto -si può far poco». Non a caso dopo le reazioni a caldo dei sindaci (quello di Finale Emilia non escludeva denunce a carico degli scienziati della Commissione per procurato allarme), ieri ad aprile il fuoco di fila di contestazioni alle “previsioni” di un nuovo sisma era il numero uno degli industriali ferraresi, Roberto Bonora. «Arrabbiato? Ovvio. Si fa solo allarmismo, il messaggio è vago, lanciato senza assumersi responsabilità». Dice quello che tutti pensano, «mi sembra solo una mossa per lavarsi la coscienza dopo le polemiche per il mancato allarme a L'Aquila». L'irritazione traspare perfino in Regione, «la Commissione ha voluto mette«Non vogliamo spaventare nessuno. Il rischio esiste» Magnitudo 4.5 Epicentro fra Belluno e Pordenone: qui, dopo il sisma del '76, gli edifici sono fatti a norma Le comunicazioni della Commissione Grandi Rischi sembrano destinate a suscitare comunque polemiche, a L'Aquila si scelse di tranquillizzare e c'è un processo in corso. In Emilia, al contrario, qualcuno minaccia la denuncia per procurato allarme per quella frase che non è piaciuta ai sindaci: «Se l'attività dovesse riacutizzarsi è significativa la probabilità che riguardi il segmento tra Finale Emilia e Ferrara con eventi maggiori paragonabili ai maggiori eventi registrati». SalvatoreBarbaèsismologopressol'Istituto di geofisica e vulcanologia. Come valutailcomunicatodellaGrandiRischi? «C'è un cambiamento positivo dell'atteggiamento della Commissione, perché ha dato alla Protezione civile un indirizzo in base al quale organizzarsi. Quella frase contestatissima è in realtà importante dal punto di vista tecnico, ci dice che l'emergenza non è finita, che bisogna continuare a monitorare, che il personale non deve essere ritirato dalla zona». È stata rafforzata la presenza dei vigili del fuoco,prolungata l'emergenza. «È una risposta a richieste che ho fatto anche io quando ero nel comitato operativo, dal nostro punto di vista la sequenza non si può dichiarare finita». Però i sindaci si sonoarrabbiati «Questo fatto che i sindaci si arrabbiano se dici le cose come stanno indica che esiste un problema di cultura, loro non sanno come spiegare alla popolazione la situazione». Saràunproblema diculturamai sindaci devonofronteggiareduequestionimolto serie: gli sfollati che non sono solo quelli con le case lesionate ma anche quelli che dormono in strada per paura; e gli impianti produttivi da rimettere in funzione. «Quello lanciato dalla Grandi Rischi non è un allarme assoluto ma un allarme condizionale: la faglia purtroppo esiste, i segnali di sismicità ci sono. Il punto non è sema quandoci sarà il terremoto. L'atteggiamento dovrebbe essere come quello di una persona che è stata curata per un tumore. Non si denuncia il medico per procurato allarme se ti dice che c'è una percentuale di probabilità che il tumore si ripresenti. E così con il rischio sismico: non ci si deve dimenticare della faglia, si devono assumere precauzioni ulteriori». PeròselacomunicazionedellaGrandiRischi suscita panico e arrabbiature, non vuoldire che un problema dicomunicazioneesiste? «Se si fa pubblicità a un prodotto sappiamo come convincere i consumatori, se si deve comunicare sul terremoto non si sa come farlo. Ingv con la Sapienza e Sapienza Innovazione, insieme a partner internazionali, ha presentato un progetto che coinvolge i sociologi sulla comunicazione del rischio. Sarebbe importante realizzarlo in Italia perché ogni paese ha la sua cultura e c'è la necessità di adattare la comunicazione del rischio a come viene percepita. Il progetto è stato approvato dall'Unione Europea ma poi non è stato finanziato per esaurimento dei fondi del capitolo ambientale. Ora, il decreto semplificazione del 9 febbraio consente di attuare progetti già approvati in sede europea, stiamo aspettando un decreto attuativo del Miur». IlcomunicatodellaGrandiRischi ribadiscechelemappesismicheeranocorrette, visto che indicavano un massimo di 6.2 per quella zona ma, si dice, “la gran parte del patrimonio edilizio è stato costruito prima del 2003”, prima della entrata invigoredeinuovi parametri. «Dal punto di vista sismo-tettonico la mappa è corretta, però sono crollati anche edifici costruiti dopo il 2003. Evidentemente c'è qualcosa che non va sul piano ingegneristico. Come cittadino io voglio sapere se la casa che sto acquistando o l'albergo che sto prenotando reggerà. Una volta, a San Francisco, ho alloggiato in un albergo in cui una targhetta spiegava che l'edificio era costruito per reggere a un sisma di 8 gradi. Il cittadino ha bisogno di un numero semplice, se qualcosa non va, saprà con chi prendersela, con il sismologo o con l'ingegnere». Qui il terremoto non li “frega”: sanno tutto quel che serve, ne hanno già viste di tutti i colori, ma dispiace e procura loro ansia che il “ballo” ricominci anche da questo lato del paese, tra il confine della provincia di Belluno e l'inizio di quella di Pordenone. Montagne a un passo, ricordi anche. Erto, per esempio, uno dei comuni toccati dal fremito: non è stato il sisma che tanto tempo fa ha marchiato terra e vite, ma una diga, il Vajont, e una valanga di interessi economici legati alla stupidità più criminale. Il fatto è che ora gli emiliani non sono i soli a dormire con un occhio solo, da ieri ci sono anche le popolazioni del boscosissimo Alpago, svegliate verso l'alba da una scossa di discreta magnitudo: 4,5. Nessuno, pare, si è fatto male, non ci sono stati crolli, tutto tiene. Anche il morale, nonostante la paura per una frustata che ha avvelenato il risveglio di molta gente, da Venezia a Belluno, passando per Gemona, Friuli. Pochi lo ricorderanno, ma proprio Gemona trentasei anni fa, fu rasa al suolo, al centro di un immenso catino di rovine: un'area grande della regione fu costretta a seppellire i suoi quasi mille morti e a reinventarsi edifici, case, fabbriche soprattutto, municipi, ospedali, case coloniche, allevamenti, laboratori artigiani. I friulani lavorarono bene e per decenni hanno fatto volare economia e confortevolezza, restituendo armonia e bellezza agli antichi centri abitati rimessi in piedi come il terremoto comanda. Da queste parti, non c'è un mattone che non sia stato messo nelle condizioni di resistere ad un forte assalto sismico, è il Giappone d'Italia e ora la gente è orgogliosa della pazienza con cui ha provveduto a garantire cucine, stalle e camere da letto. Telefonate ai vigili del fuoco, tanti per la strada ma meno accidenti di quelli procurati, per restare nel Nord-Est, l'anno scorso tra Verona, Trento e Rovigo, quando qualche cornicione crollò. Ma adesso, dopo la tragedia emiliana, anche il fremito di ieri acquista un altro sapore, un valore strategico, e la gente, davanti al caffé bevuto al bar, si chiede se sia tutto collegato, se i problemi siano solo all'inizio, se davvero la placca africana vuole chiudere i conti con quella eurasiatica spingendo l'Italia sotto le Alpi e, ad Est, fino a strizzare l'Adriatico in un lungo lago. VENTREMOLLE Ma da quando la terra si è messa a correre? Le prospettive sono terrorizzanti, per fortuna tutto si gioca nel tempo e, a quanto pare, serviranno millenni per vedere la fine del film. Intanto, la terra trema: tutta l'area nord orientale, dal Po alle Alpi è in sofferenza. «I terremoti in Emilia e nelle Alpi venete non sono in stretta relazione tra loro, anche se rispondono alla stessa dinamica generale»: così spiega la sismologa Lucia Margheriti dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia; vuol dire che la terra ora si muove seguendo una dinamica compressiva e da qualche parte, ma sotto sotto, si sta accumulando una enorme quantità di energia. Speriamo bene. Intanto, paura: il presidente della Regione, Luca Zaia, abita a Treviso e confessa di essersi svegliato con i capelli dritti, paura anche a Venezia dove si confida, da sempre, nell'elasticità del fango in cui sono piantate le fondazioni in legno della città. Ma non è elastica la struttura del Mose, quella che dovrà impedire alle grandi maree di entrare in laguna con paratie mobili incernierate. E sulle cerniere c'è polemica anche senza pensare al terremoto. Mentre, per tornare alle valli prealpine, c'è chi si scambia nel web pareri e consigli su come affrontare comunque una scossa molto forte. «Tenere sempre un paio di scarpe senza lacci accanto al letto – suggerisce Chiara, una mamma – e poi uno zaino con abbondante acqua, una torcia elettrica, scarpe robuste e una coperta... terrei a portata di mano anche dei caschetti, tipo quelli da montagna... Oggi comincerò a far fare ai bimbi il gioco del corriamo tutti sotto il tavolo», perché qui hanno mangiato la foglia: serve a niente correre fuori all'ultimo momento, non c'è il tempo, meglio piazzarsi, con uno zaino, il telefonino, i bimbi e la nonna, sotto un tavolo, oppure accanto a un muro maestro in cemento armato. La crisi ha svuotato le vacanze di progetti, il terremoto sta colmando quel vuoto. ILTERREMOTOINEMILIA Dopo l'allarme fioccano le disdette A Ferrara azzerate le nuove prenotazioni negli hotel, dimezzate le precedenti La rabbia dei sindaci emiliani: perché quelle parole? A. COM. FERRARA Vigili del fuoco impegnati nel recupero del lampadario dal comune di Sant'Agostino FOTO DI SERGIO PESCI/ANSA SalvatoreBarba Ilsismologo: l'emergenza nonèfinita.Larabbia deisindaci?Esisteun problemadicultura Nonsidenunciaunmedico perprocuratoallarme JOLANDABUFALINI ROMA Tremano anche Veneto e Friuli «Scossa isolata» TONIJOP blutarski@virgilio.it 6 domenica 10 giugno 2012
Montepremi 2.513.789,49 5+stella Nessun6Jackpot 4.425.431,21 4+stella 37.535,00 Nessun5+1 3+stella 2.147,00 Vinconoconpunti5 25.137,90 2+stella 100,00 Vinconoconpunti4 375,35 1+stella 10,00 Vinconoconpunti3 21,47 0+stella 5,00 Nazionale 63 6 49 13 84 Bari 37 20 51 50 79 Cagliari 86 9 41 62 51 Firenze 84 54 18 71 85 Genova 86 32 19 51 14 Milano 47 23 30 82 2 Napoli 28 25 80 90 9 Palermo 23 68 3 45 22 Roma 76 53 39 62 90 Torino 37 42 19 56 10 Venezia 41 19 16 72 18 ILCOMMENTO CLAUDIAFUSANI LODOVICOBASALÙ lodovico.basalu@alice.it InCanadabuonaqualificadelcapoclassificanelMondiale: davantia luiVetteledHamilton. Incognitapioggiasullagara InumeridelSuperenalotto Jolly SuperStar 31 34 52 54 78 82 74 81 10eLotto 9 18 19 20 23 25 28 30 32 3741 42 47 51 53 54 68 76 84 86 NONCEL'HAFATTA,ÈVERO,MAUNASCONFITTA COSÌTI INCUPISCE FINO ASERA PERRINASCEREREINTRIONFOALMATTINO.Sara Errani si sveglia da top ten: non ci vorrebbe credere, sa meglio di chiunque altro che il suo tennis dovrebbe sgretolarsi sotto i colpi di vanga di due campionesse del Roland Garros come Ivanovic e Kuznetsova. È nell'ordine delle cose. Secondo regola, il braccio nadaliano dell'australiana Stosur la dovrebbe spezzare. Ma conosce le debolezze di Ana, Sveta e Samantha, le loro giornate no; è nata piccolina e ha saputo infilarsi nel sistema nervoso di tre pesi massimi. Ed è toccato a lei, sotto il cielo dispettoso di Parigi, il clamoroso privilegio di lanciare la sfida a Maria Sharapova. Un duello impari per peso, classe, esperienza come il punteggio ha fissato - 6-3, 6-2 sullo schermo sotto cui una Monica Seles in gran spolvero ha premiato la decima donna della storia a vincere almeno una volta tutti e quattro i grandi eventi del tennis. «Likeacowonice», cammino sulla terra rossa come una mucca lanciata su una lastra di ghiaccio. Questo lo Sharapova-pensiero fino al giorno in cui fece a meno della compagnia di un padre ineducato e aggressivo come mister Yuri e si diede una seconda possibilità: tornare grande dopo un intervento alla spalla destra su cui il chirurgo aveva mantenuto serie riserve. Una surgery ordinaria per una studentessa sedentaria, un probabile termine della carriera per una tennista. Con un servizio ricostruito da zero, lo spettro dei doppi falli e la consulenza di un raro esempio di coach di alto profilo nel tennis rosa, Thomas Hogstedt, Masha si è scoperta donna capace di scegliere da sé e vincere anche sulla dannata terra. Una vera numero uno, la nona in cinque anni di turbolenta decadenza, torna in cima al mondo dopo una raffica di traversie che avrebbe fiaccato chiunque non fornito dell'ambizione incandescente degli eletti. Per il tennis è una buona notizia. COSÌDIVERSA Sara Errani, così diversa e così testarda nel voler credere di far parte della stessa famiglia, è riuscita a dimostrare che i sogni vanno inseguiti con la stessa perseveranza di un grande amore non corrisposto. Fin dai tempi in cui prese la sacca per lasciare Massa Lombarda e bussare alla corte di Bollettieri, che poi erano i mesi in cui Yuri Sharapov da Nyagan, Siberia, viveva di stenti per permettere alla sua Maria di giocare a tennis su quegli stessi campi con l'apparecchio ai denti e le scarpe consumate. E poi di nuovo via, dalla Florida a Valencia, perché la Spagna ha trovato una delle preziose ricette per creare tennisti vincenti negli ultimi vent'anni, e pazienza se non è vicina a casa. Per Sarita non si è mai posto il problema, anche senza ottenere nulla in cambio è valsa la pena tutta la fatica del mondo. Pur di continuare a sognare. Sara, col suo racchettone e i «vamos!» agguerriti, ha perso perché ad armi pari non poteva spuntarla, nonostante il suo tennis non sia, come contrabbandano gli esperti da osteria, un gioco di pura volontà. Per eccellere il lavoro non basta, servono qualità rare. Ma in questo tennis in gonnella che ha scioccamente dimenticato il cervello e la varietà c'è posto per quelle ragazze che sanno fare altro e di più che schiaffeggiare la palla. La Errani reginetta di Parigi ha fortissimamente amato il tennis, anche quando le raccontavano che quello delle corazziere era un altro sport. E da oggi, grazie a lei, tutti noi lo amiamo un po' di più. Il suo tennis èun esempio euna speranza per l'Italia BUONE NUOVE DALLA PISTA DI MONTREAL, NEL PIENO CUOREDELQUEBEC.La Ferrari sembra aver infatti ritrovato quello stato di forma necessario per difendere al leadership provvisoria nella classifica del campionato del mondo piloti, firmata e tutta meritata da Fernando Alonso. Il “nostro” partirà oggi terzo nel 7˚ Gran premio della stagione. In pole quella che rimane una bestia nera per tutti, ovvero, Sebastian Vettel, con l'immarcescibile Red Bull-Renault. Per il tedesco, due volte campione del mondo nelle due ultime stagioni, si tratta della pole numero 32 della carriera, le stesse conquistate da Nigel Mansell, uno dei piloti più forti che la F1 abbia mai avuto, a prescindere dall'unico titolo conquistato dall'inglese con la Williams nel 1992. Al fianco di Vettel la McLaren di Hamilton, che dall'inizio del campionato è alla rincorsa di quella vittoria che gli manca, a dispetto di 6 vincitori diversi registrati nelle prime 6 gare. «Quel che conta è che abbiamo subito capito quella che era la messa a punto necessaria su questa pista - il commento di Vettel -. La feritoia nel fondo del telaio che la Fia ci ha fatto togliere dopo l'ultima gara? La nostra prestazione sta a dimostrare che non era influente per la prestazione complessiva». Determinato Alonso: «Stiamo lavorando molto e lo avete visto tutti. Ora siamo davvero a un passo dai migliori, anche se nessuno, in questo ambiente, sta fermo». Dietro a Vettel, Hamilton e Alonso l'altra Red Bull, quella di Mark Webber, vincitore quindici giorni fa del Gp di Montecarlo. Poi la Mercedes di Rosberg, la Ferrari di Massa, la Lotus di Grosjean e la Force India di Paul di Resta. Al nono e decimo posto Schumacher (Mercedes) e Button (McLaren), con l'inglese che, dopo un buon avvio di stagione, attraversa un momento per niente positivo. Insomma un'alternanza dei valori in campo che continua ad avvantaggiare un pilota intelligente come Alonso. «Su di lui possiamo sempre contare in ogni situazione - ha ammesso dal muretto Ferrari Pat Fry - e per la gara, qualsiasi saranno le condizioni del tempo, possiamo lottare per le prime posizioni». Su tutti incombe, appunto, la solita incognita del meteo, da sempre variabile in Canada. Le previsioni parlano di pioggia per una buona metà della gara, ma tutto potrebbe cambiere all'ultimo momento. Intanto nel circus cominciamo a circolare le voci più disparate in merito alla prossima stagione. Da definire, soprattutto, la posizione di Felipe Massa, per nulla certo del rinnovo con il Cavallino. Stessa cosa per quel che concerne Schumacher e il suo sontuoso contratto con la Mercedes, soldi che in pista non si traducono nei risultati sperati. LOTTO SPORT QUELLA DISARA ÈUNA STORIACHEFA BENE ALL'ITALIA. PERCHÉÈ UNA FACCENDADISACRIFICI,SPERANZE E MERITATE RICOMPENSE.Di una che ha sudato tanto, tra solitudini e indifferenze. E alla fine vince perché lo merita. È una storia di sport, nostra epopea quotidiana dove è piú facile che altrove trovare quella dose di eroi e eroine di cui siamo curiosi. Quasi ne avessimo bisogno. È una storia di costanza e impegno. Dice Pablo Lozano, da otto anni il suo coach. «Da quando la conosco ha sempre superato le mie aspettative. In questi anni è stata più bella la strada fatta per raggiungere gli obiettivi che averli raggiunti. Sara merita questo e anche di più. È un esempio per me e per tutti quelli che amano questo sport». Una storia di sacrifici e volontà. Perché il tennis è sempre la sua passione (con il calcio, per inseguire il fratello Davide, ora suo manager) pur non avendo avuto in dote né un particolare talento né il fisico imponente, l'unica cosa che ieri alla fine l'ha dominata. Sara, 25 anni compiuti il 29 maggio, dimostra che talento e fisico sono categorie accessorie rispetto a volontà, sacrifico, cuore, intelligenza tattica. A 13 anni va in Florida all'accademia di Bradenton, da Bollettieri. È una prova, un assaggio. Funziona. Le piacciono quelle giornate scandite da orari, moduli di allenamento, metodo. Quando torna a casa non trova nulla di simile. A 16 anni emigra in Spagna, a Barcellona poi a Valencia, da Pablo Lozano e David Andres dove, dice, «ho trovato il lavoro fisico e tattico di cui avevo bisogno». Da allora è la sua casa. Quella di Sara è una storia di umiltà. Negli anni d'oro di Flavia e Francesca, due vincenti di carattere, era dura fare breccia là in mezzo. Eppure nel febbraio 2008 esordisce in Fed Cup contro la Spagna. Nel 2007 entra nelle prime cento. Nel febbraio 2009 è 31 del mondo. In Fed Cup è l'eterna riserva. Capitan Barazzutti la convoca, lei arriva, indossa la maglia, fa la sparring e gioca il doppio con Robertina, l'altra cicki-cicki. Cosí per anni. L'onore di indossare la maglia azzurra. E quando qualche giornalista si ricordava di quella ragazzina con gli occhi grandi e azzurri sempre di lato e silenziosa, lei sorridente: «Per me è un onore e un privilegio essere qua. Imparo tanto da Flavia e Francesca». Mai una recriminazione. Una storia di orgoglio. Agli Internazionali di Roma i giornalisti le fecero notare che nei cinque tornei Wta vinti in carriera e il best ranking (24), non aveva mai battuto una top ten. Sara ci pensò un attimo. E poi: «Vero, si vede che non sono ancora pronta». A parte l'elegante risposta, a Parigi ha travolto due top ten. Ed è lei la n.10. «Spero di non cambiare» ha detto ieri. Lei resta sempre cicki-cicki. Consapevole che il percorso verso la vittoria é fatto di sconfitte che possono diventare preziose compagne. E che se è arrivata fin qua, lo deve solo al cuore, al coraggio e quella attitudine molto particolare a non mollare mai. Quella di Sara è una bella storia. Perché dà speranza. SABATO 9 GIUGNO Grazielostesso,Sara RolandGarros,Sharapovatroppoforte:6-36-2 FEDERICOFERRERO PARIGI ErranisiarrendePunteggio tropposevero:c'èstata lotta L'italianaentranelleprime10 colsuogiocovario,chenonè solovolontà,maanchequalità LaFerrariècosavera Alonsoparte3˚aMontreal MariaSharapova e la nostraSaraErrani (dopo la finaledegliOpen di francia,vinti dalla russa FOTO DI CHRISTOPHE KARABA/ANSA EPA ... La finalepersa, la reputazionevinta:daoggi per l'emilianasaràtutta un'altracarriera U: domenica 10 giugno 2012 27
SEGUEDALLA PRIMA Infatti nessun governo politico e nessuna maggioranza parlamentare, di centrodestra o di centrosinistra, ha trovato la forza o il coraggio di avviare una riforma che prendesse di petto la «questione morale». Che affrontasse direttamente il punto dolente, la vera colpa che agli occhi dei suoi cittadini, ha lo Stato italiano, e cioè di non riuscire a debellare i due autentici «sistemi criminali» che hanno afflitto il nostro Paese, la nostra cosa pubblica e la nostra economia: la mafia e la corruzione. Questa incapacità della nostra classe dirigente in tutte le sue articolazioni, interne ed esterne alla politica nessuna esclusa perché anche la magistratura ha le sue responsabilità specialmente in alcune sue espressioni, in alcune sue disorganizzazioni ed in alcune sue incoerenze - questa impotenza delle nostre elites di fare i conti al proprio interno, in base al principio di responsabilità, è la principale causa della «pulsione protestataria». Quella pulsione che è alla radice di quei fenomeni genericamente liquidati come «antipolitica», ma che altro non sono che la estrema manifestazione di una disaffezione verso la politica che inevitabilmente cresce via via che cresce la diffusa sensazione di impunità dei potenti e di una giustizia di fatto diseguale, implacabile coi deboli e indulgente coi forti. Gli anni del berlusconismo, in particolare, sono stati gli anni delle leggi ad personam, delle campagne di delegittimazione della magistratura più esposta, della legislazione di differenziazione degli imputati a seconda del censo, dei privilegi, dell'impunità dei ricchi e potenti e della legalizzazione dell'illegale, con una sfrenata deriva del Paese verso l'illegalità di massa che ha condizionato il modo di pensare della gente. Finendo per influenzare settori politici e della pubblica opinione al di sopra di ogni sospetto. Le macerie sulle quali oggi marcia la nascente Terza Repubblica rende l'attuale situazione come una vera emergenza nazionale, alla quale occorre porre riparo con urgenza. La sfiducia nei confronti delle istituzioni, tutte e di quelle politiche innanzitutto, rende allora necessario uno sforzo nuovo, non conosciuto nel nostro Paese degli ultimi anni, molto simile invece a quello che si seppe mettere in piedi negli anni della ricostruzione, nell'ultimo dopoguerra, grazie all'impegno dei padri costituenti. E la prima cosa che va ricostruita è la fiducia dei cittadini nelle proprie istituzioni. Reintrodurre il principio di responsabilità, principio così desueto negli ultimi anni da far temere che sia stato abrogato. E occorre iniziare dal primo grado di responsabilità, quello più elementare ed imprescindibile, la responsabilità penale. Affrontando il sistema criminale delle mafie e della corruzione. Una nuova legislazione antimafia, che si occupi dei temi dimenticati, della faccia nascosta della luna: la mafia finanziaria, introducendo nuovi reati come l'autoriciclaggio e garantendo uomini, mezzi e strumenti agli inquirenti; nesso mafia-politica, sanzionando efficacemente l'accordo pre-elettorale politico-mafioso, così da scoraggiare osceni patti alla vigilia delle prossime, decisive, consultazioni elettorali. Una nuova legislazione anticorruzione, che dimostri intransigenza verso ogni forma di corruzione e concussione, e sanzioni l'ineleggibilità di chi venga condannato, anche solo in primo grado, per gravi reati di mafia o corruzione. Bene sta facendo il ministro Severino ad assumere una posizione rigorosa, e non senza rischi politici, su questo terreno. Perché è proprio su questo terreno che si misurano le chances che la politica ha di essere, se non grande Politica, quanto meno una politica meritevole di considerazione da parte dei cittadini. Una politica che possa far appassionare ogni cittadino, che possa restituire fiducia. In un momento in cui la sfiducia nel futuro è il sentimento più diffuso nel Paese. Ed anche e soprattutto di fiducia dei cittadini e degli operatori ha bisogno la nostra economia per crescere. Se siamo consapevoli che incrementare il tasso di legalità nel nostro Paese significa ricostruire un'immagine positiva, interna ed internazionale, delle nostre istituzioni tutte, si potranno creare le condizioni per un vero salto di qualità. Se vogliamo riscattare la nostra immagine, che negli ultimi anni si è offuscata, non esiste altra strada che quella di dimostrare una seria volontà, con risultati effettivi, di liberarci del peso delle mafie e della corruzione. E per fare questo occorre un'efficace riforma della giustizia, e della legislazione antimafia e anticorruzione. Riuscirà questo governo di tecnici a salvare la politica? Sinceramente non lo so. Ma credo che sia una sfida inevitabile da attuare perché serve soprattutto a salvare il Paese. L'intervento La primavera delle donne arabe Silvia Costa Europarlamentare Pd Maramotti Antonio Ingroia LE DONNE IN TUNISIA, EGITTO, LIBIA E MA-ROCCOSONOSTATEPROTAGONISTE ATTIVE DELLA PRIMAVERA ARABA. UN PROCESSO A CUI GUARDARE CON SPERANZA ma anche con preoccupazione, alla luce delle drammatiche notizie dalla Siria. Per questo a Bruxelles, con un incontro della commissione Donne del Parlamento europeo con le rappresentanti delle donne maghrebine abbiamo avviato un percorso che da qui al prossimo autunno ci darà un quadro chiaro sull'andamento dei processi democratici a partire dalla condizione delle donne, in una fase promettente ma anche delicata. A questo primo confronto, avvenuto con rappresentanti di Ong come la libica Souad Wheidi, impegnata nell'assistenza e denuncia della violenza sessuale usata come arma impropria contro donne e giovani dissidenti, e di giornaliste come la tunisina Sondès Ben Khalifa, seguirà a ottobre un incontro a Tunisi. Sulla base di queste audizioni, in qualità di relatrice, costruirò la relazione che sarà portata in Aula a Strasburgo. L'Ue ha assunto l'impegno a rafforzare i partenariati e i processi democratici e di sviluppo, ma senza l'attiva partecipazione delle donne non ci saranno né democrazia né sviluppo durevoli. È quindi indispensabile capire come e dove le donne saranno coinvolte in questa nuova fase politica. Sono varie le misure di cui l'Ue si sta dotando, tra cui nuovi strumenti di vicinato e una serie di specifici protocolli e task force bilaterali. È in questo orizzonte che vogliamo aprire una nuova stagione della cooperazione politica e istituzionale tra le donne al di qua e al di là dal Mediterraneo, a partire dal rispetto dell'autonomia delle scelte istituzionali e politiche nonché del pluralismo religioso e culturale. Il 2011e i primi mesi di quest'anno hanno segnato alcune importanti tappe: la grande partecipazione delle donne alle prime elezioni libere, l'avvio di processi di riforma costituzionali, il crescente ruolo delle Ong. Vi sono però anche punti d'ombra: la scarsa presenza di donne nei parlamenti e nei governi, il riferimento alla sharia nelle costituzioni di alcuni paesi, la differenza tra la condizione delle donne in aree urbane e rurali sotto il profilo dell'accesso all'istruzione, ai servizi sanitari e sociali, al lavoro e al credito. Iniziative come l'appello delle donne arabe dello scorso 8 marzo segnalano una forte volontà di partecipazione per ottenere parità di diritti, segnalare i tentativi di esclusione, denunciare le forme di violenza pubblica e privata, nonché di chiedere un cambiamento delle leggi discriminatorie soprattutto in ambito civile e familiare. Nei prossimi mesi dal Parlamento europeo ascolteremo, ci confronteremo, tenteremo di capire come rafforzare queste aspirazioni. Dal sostegno ai processi democratici in Nord Africa può venire nuova linfa anche per le nostre democrazie in crisi di leadership e di consenso, ma non c'è democrazia senza un pieno ed equo coinvolgimento delle donne. Per questo, in un mondo sempre più globalizzato, sostenere i processi in atto in Nord Africa equivale in parte a sostenere noi stessi. DIFFICILENONESSERED'ACCORDOCONILGOVERNATO-REIGNAZIOVISCOCHE,SUL'UNITÀ,HASOSTENUTOCHE TASSI PIÙ ELEVATI di occupazione anche femminili sono decisivi per mantenere ed accrescere il tenore di vita acquisito dal nostro Paese, anche se ora piuttosto malmesso visto che il reddito è tornato indietro di 20 anni. Il corollario che ne deriva è che la crescita dell'occupazione dovrebbe essere la priorità delle priorità. Mentre oggi è una derivata di altre scelte, a partire dal risanamento delle finanze pubbliche che domina su tutte le altre. C'è chi pensa che dal risanamento deriveranno automaticamente ripresa economica e sviluppo. Purtroppo per queste convinzioni - spesso un'autentica ideologia - l'esperienza concreta ci dice che non è così e che per la crescita dell'occupazione e della sua qualità occorrono politiche mirate. L'Italia ha una disoccupazione ufficiale che ha superato il 10% ma in realtà è maggiore visto che la cassa integrazione è a livelli record e con gli altri ammortizzatori sociali contribuisce a rallentarne la crescita nominale, come è stato chiarito da uno studio della Banca d'Italia. La discussione sulla quantità e qualità del lavoro non può essere astratta dalla realtà. In questa fase e per un periodo di anni l'occupazione in Italia è destinata ad essere in sofferenza. Anche la ripresa, se e quando arriverà, ai ritmi che vengono preventivati oggi non sarà in grado di creare nuovi posti di lavoro, al massimo si può sperare nel mantenimento di quelli che ci sono. L'area più sofferente è quella giovanile e quella femminile sta perdendo posizioni guadagnate di recente. Le misure che hanno elevato drasticamente l'età di pensionamento hanno creato non solo l'iniquità dei 300.000 esodati ma coinvolgerà, nei prossimi 5/6 anni, alcuni milioni di persone. Se l'occupazione diminuisce e chi è al lavoro deve restarci più a lungo è inevitabile che per i giovani diminuisca ulteriormente. Affermare che queste misure sono state adottate per fare spazio ai giovani non sta in piedi. Comunque resta la questione principale: per ottenere risultati occupazionali occorre adottare politiche labour intensive. Non tutte le politiche di sviluppo danno gli stessi risultati occupazionali e anche all'interno la qualità dell'occupazione non è sempre la stessa. La precarietà è fonte di minore produttività. L'esperienza dei governi di centrosinistra ha dimostrato che adottando misure sperimentate in altri Paesi oppure adottandone di nuove si possono ottenere risultati importanti. A condizione che al centro ci siano la quantità e la qualità del lavoro. Un esempio: il “piccolo” settore delle energie rinnovabili, che ha più occupati della Fiat, è oggi martoriato dalle incertezze del governo che potrebbero metterlo a tappeto. Questo è coerente con politiche di sviluppo e di occupazione di qualità ? Colpisce che, pur essendo evidente che politiche pubbliche sono determinanti per la qualità dello sviluppo e dell'occupazione, non si discute delle scelte che l'Italia intende fare nell'attuale divisione internazionale del lavoro, certo nel quadro europeo. Intervenire sui fattori, infatti, non risolve il problema dello sviluppo e dell'occupazione, occorre costruire un quadro di proposte. Occorre guardare a un “tutto” che occorre il più possibile suddividere tra i lavoratori e gli aspiranti tali. In sostanza è la questione dell'orario di lavoro. Se si aumenta l'età di pensionamento, se si incentivano gli straordinari, se si aumenta l'orario di lavoro il risultato è che il numero degli occupati diminuisce e cresce il numero dei senza lavoro. Sarebbe una banalità immaginare che tutto il lavoro sia divisibile, ma entro certi limiti si potrebbe realizzare una diffusione del lavoro che c'è su un numero maggiore di soggetti, ovviamente con il sostegno di una forte incentivazione, ottenendo un risultato di estensione dell'occupazione. La prima conseguenza sarebbe l'aumento della produttività. Fior di studi lo dimostrano e la Volkswagen è lì a confermare che avere scelto di affrontare la crisi riducendo l'orario ha consentito di cogliere al meglio la ripresa produttiva successiva. Inutile fare paragoni con la Fiat, parlano i fatti. Lavorare di più per alcuni vorrebbe dire condannare alla disoccupazione tanti altri. Questo schema va esattamente capovolto e i risultati potrebbero essere di grande interesse economico (produttività) e sociale (solidarietà). Naturalmente senza interrompere le iniziative per una ripresa economica ambientalmente sostenibile con al centro l'occupazione. Qualche soldo è necessario, sono pronto a dimostrare che è reperibile, basta attuare richieste europee che anche questo governo ignora. L'analisi Per ricostruire la fiducia La letteradi IgnazioVisco Se si lavora di più aumentano i disoccupati Alfiero Grandi . . . La discussione sulla quantità e qualità del lavoro non può essere astratta dalla realtà . . . Gli anni del berlusconismo sono stati quelli delle leggi ad personam e delle campagne di delegittimazione . . . Ora occorrono una efficace riforma della giustizia e serie norme antimafia e anticorruzione . . . A Bruxelles abbiamo avviato un percorso sulle condizioni delle maghrebine . . . In autunno avremo un quadro chiaro sull'andamento dei processi democratici COMUNITÀ domenica 10 giugno 2012 17
SPORT L'INGRESSO DEGLIAZZURRINELFRULLATOREROSSO È PREVISTO PER LE ORE 18, UN PAIO D'ORE PIÙ TARDI PRANDELLI SAPRÀ, CON SUFFICIENTE PRECISIONE, QUANTOQUESTASQUADRAÈDESTINATAAFARESTRADAINQUESTOEUROPEO.Italia-Spagna è la matrigna di tutti gli esordi, velenoso, difficile, spietato per noi, complicato e pericoloso per loro, le Furie Rosse, la squadra più forte e bella del mondo, quella con più talento, la favorita dell'Europeo, i campioni del mondo in carica. Partita agra, serata dura a Danzica. «Battiamo il pessimismo» è l'auspicio di Prandelli in conferenza stampa, ed è un modo per dire “i favoriti sono loro, e faranno la partita”. La faranno nell'unico modo che sanno, sequestrando il pallone. Noi abbiamo, si fa per dire, qualche variante in più, il contropiede, la velocità, concetti leggibili al negativo, sul retro della foto che Vicente Del Bosque scatterà agli azzurri stasera. Resistenza, come sempre di fronte a una squadra più forte. Resistenza, parola di moda nel calcio del 2012, principio scatenante del miracolo Chelsea, scandalosa e mirabile realizzazione della regola numero uno del calcio, primo non prenderle, formula magica che gli italiani sanno insegnare come nessuno. Il catenaccio è tornato e, come sempre quando accade, torniamo di moda noi. Pareggiare stasera contro la Spagna sarebbe una meraviglia, uno stralusso che ci metterebbe le ali ai piedi per il resto dell'Europeo. Dopo questa sfida all'Ok Corralci sono Croazia e Irlanda. E, Trap docet, «il turno si passa con 4 punti», bellissimo sarebbe iniziare almeno da 1 nel match più difficile possibile, il più duro degli ultimi quattro anni. Li abbiamo battuti in amichevole il 10 agosto scorso nel Cassano-day a Bari, in una festa dai valori tecnici esigui vista la data e la marea di entusiasmo sugli spalti. Oggi si gioca in campo neutro e, oggi, i veri valori possono venire fuori o essere nascosti da un capolavoro italiano. Cosa, quest'ultima, meno probabile ma assolutamente possibile, largamente possibile in uno sport che, seguendo il ragionamento di Buffon, premia «quasi sempre i più forti, ma a volte anche i più bravi», cioè i più scaltri, i più concreti, i più solidi. E fra tre giorni ricorrono i 30 anni dall'inizio di Spagna '82, il nostro massimo, eterno capolavoro. Il modello per noi non potrà che essere per sempre quello. Di altro calcio non siamo e non possiamo essere capaci. Prandelli sceglie il 3-5-2, arretra De Rossi al centro della difesa, sceglie Maggio e Balzaretti, tra i peggiori con la Russia, sulle fasce, Thiago Motta e Marchisio ai fianchi di Pirlo, Cassano e Balotelli negli spazi verdi oltre il centrocampo della Roja, a cavarsela. Del Bosque oppone altrettanti centrocampisti e Torres di punta. Difesa a quattro, Busquets diga, Xavi, Iniesta, Silva a inventare e infinitamente dribblare. La nostra trequarti sarà la linea Maginot di un sogno comunque possibile, difenderci e contrattaccare, dare fastidio col pressing, serrare, giocare duro e magari sporco. È ciò che soffrono di più: una squadra che sappia lottare unita, compatta. Quattro anni dopo le cose tra Italia e Spagna non sono cambiate. Erano più forti allora, sono più forti adesso, in mezzo ci sono state un po' di conferme, il Mondiale vinto dalla Spagna e bucato dagli azzurri, una qualificazione europea facilissima per loro e un avvicinamento immacolato a Danzica, tre amichevoli su tre vinte, tre su tre invece perse per noi, sparse lungo sette mesi di nuovi, crescenti dubbi. A Vienna, nei quarti dell'Europeo alpino, finì ai rigori dopo lo 0-0 strappato con una gara di contenimento, massimo e miglior risultato possibile tra quella Spagna e quell'Italia. Eravamo, nel 2008, nel pieno della ricostruzione post-Berlino, la squadra era vecchia, poco affamata ma molto esperta, la Spagna era giovane, molto affamata e iniziava a essere esperta di battaglie di livello, prima del Barcellona di Guardiola ma già candidata a diventare la patria del bel calcio, della perfezione, dell'organizzazione. Obodo sequestrato daibanditi nigeriani Italia, fatticoraggio Ore18,esordiocontro la favoritissimaSpagna Europei, toccaanoiPrandelli: «Battiamoilpessimismo». CiproveràconCassanoe Balotelli.Di là, ilmeglioche c'è incircolazione COSIMOCITO DANZICA Gliazzurri sipreparano all'esordiocontro laSpagna, questasera, ore 18aDanzica FOTO TM NEWS/INFOPHOTO CHRISTIAN È IL NOME DI OBODO, GIOVANE CALCIATORENIGERIANOCHEL'ITALIAIMPARÒACONOSCEREGRAZIEALSORPRENDENTEPERUGIADICOSMIEGAUCCI. In quel nome, probabilmente, c'è il motivo del suo rapimento, avvenuto ieri nella sua città natale, Warri, capoluogo dello stato federale del Delta (Nigeria meridionale). A cinque giorni dall'ultimo attacco della faida interreligiosa, che insanguina la Nigeria da anni, il centrocampista è stato rapito mentre si stava recando in chiesa. Obodo, 28 anni, sarebbe stato bloccato da quattro rapinatori quando si trovava alla guida della sua auto. Proprio l'autovettura, riconoscibile grazie alla targa Obodo5, avrebbe permesso ai rapitori di individuarlo dopo averlo seguito la sera precedente. Minacciato con armi da fuoco è stato poi costretto a entrare nella loro auto. Obidike Okechukwu, marito della sorella di Obodo, ha fatto sapere che «i rapitori hanno telefonato questa mattina a casa della mamma di Christian chiedendo un riscatto di circa 150 mila euro». Immediati i messaggi di solidarietà del mondo calcistico italiano «Sono sconvolto. Per me è come un figlio» è stato il primo commento di Serse Cosmi, l'allenatore che ha creduto in lui schierandolo titolare in quel Perugia che centrò la prima storica qualificazione in Coppa Uefa. «Veramente una brutta notizia. Speriamo si risolva tutto per il meglio» ha poi aggiunto il tecnico del Lecce, società in cui milita il centrocampista. Obodo deve le sue fortune al campionato italiano dove ha trascorso tutta la sua carriera calcistica. Arriva in Italia nel 2001 all'età di 17 anni, ed è proprio Serse Cosmi a notarlo per primo. Dopo il club umbro passa alla Fiorentina, nell'anno in cui i viola spediscono il Perugia in serie B nello spareggio retrocessione. A Firenze colleziona 33 presenze e due gol prima di tornare alla società di Gaucci. Poi è l'Udinese ad ingaggiarlo e in bianconero esordisce nei gironi di qualificazione di Champions. Nel 2007 il primo infortunio (lesione al crociato del ginocchio destro), da allora la sua carriera non è più la stessa. Appena un anno dopo infatti è costretto a subire un altro intervento per ricostruire il legamento. Nel 2010 è a Torino, dove non gioca quasi mai. L'anno successivo infine torna ad Udine per essere girato subito al Lecce. Con i salentini ritrova Cosmi ma arriva la retrocessione in serie B. MATTEOMARCELLI ROMA U: 26 domenica 10 giugno 2012
ROSSELLABATTISTI INVIATA ANAPOLI Teatro-veritàalNapoliFestivalcon laperformancecheIodice traedaun laboratorio,mentrePagni troneggia incarrozzella Quarto appuntamento di «QOS Quasar Outer Space / / / Oltre Spazio Quasar 2012», il ciclo di eventi culturali dell'Istituto Quasar con tanti protagonisti culturali, da Andrew Quinn a Lucamaleonte. Domani protagonista Giorgio de Finis (libreria Assaggi, Roma). UNO SGUARDO RABBIOSO E AMARO SULLE MACERIE DELL'ITALIA, DEVASTATA DALLA VIOLENZA DEI TERREMOTI,UMILIATA EOFFESADALLA POCHEZZA DELLACLASSEPOLITICA,ostinatamente tenuta a galla da una minoranza coraggiosa, che la ama davvero: è Italia sveglia!, il nuovo disco degli Altera, che sin dalla copertina (un'immagine satellitare dell'Europa con l'Italia «spenta») avverte l'ascoltatore su ciò che lo aspetta. La più riuscita delle cinque tracce, Mi hanno rubato il prete, racconta un episodio della vita di don Andrea Gallo, che da giovane viceparroco fu osteggiato dalla Curia genovese per la sua eterodossia militante, scatenando la protesta spontanea di un intero quartiere. Nonostante la notorietà e la sovraesposizione mediatica del personaggio, il brano non deraglia nell'agiografia, mantenendosi nei binari del racconto per terminare con la testimonianza dello stesso sacerdote: «Il mio dissenso dalle gerarchie ecclesiastiche, come allora, è rimasto, ma per me è un atto di fedeltà ai principi fondamentali della Chiesa». Per gli Altera il Paese va ricostruito partendo da esempi del genere, da un'indignazione che diventi voglia di darsi da fare, disponibilità a sporcarsi le mani, a metterci la faccia, a rischiare. Non è casuale, ne La bandiera, la presenza della voce di Sandro Pertini, che da comandante partigiano invita allo sciopero generale contro l'occupazione tedesca e la guerra fascista, o di quella di Pasolini, che individua nella società dei consumi una forma devastante ma meno visibile di totalitarismo, in contrapposizione all'oratoria cialtrona e clownesca di Mussolini. LARABBIAE L'ORGOGLIO Né è casuale l'intervento di una blogger aquilana, Anna Pacifica Colasacco, che nell'ultimo brano racconta il degrado della sua città, bloccata dall'inefficienza delle istituzioni e dalla demenza della burocrazia. C'è un filo rosso a legare la rabbia e l'orgoglio di un disco politico come pochissimi altri negli ultimi anni, talmente politico da auspicare, nel booklet allegato, la nascita di un nuovo partito progressista, con un embrione di programma da attuare, l'auspicio di una nuova Assemblea Costituente e di un Nuovo Risorgimento, rimandando a un successivo episodio il delineamento di questa rinascita. Meglio concentrarsi sulla musica, viscerale, potente, ben suonata e ben arrangiata, non sempre in armonia con le buone intenzioni e la sincerità dei testi, che a volte sconfinano nella retorica e nel comizio: la lezione dei narratori nordamericani, che invitano a raccontare e a mostrare più che a spiegare, vale anche per l'arte minore della canzone. Ma gli Altera, a differenza degli stucchevoli e lagnosi virgulti che sfilano, tutti uguali l'uno all'altro, al festival dei fiori, tengono gli occhi bene aperti sulla realtà, e mostrano mezzi e potenzialità che, se ben utilizzate, li porteranno ad occupare un ruolo di rilievo nel rock militante italiano. L'ITALIA VISTA DAL TINELLO, DALLO STUDIO. O DALLA STANZADEIGIOCHI,COMEDAVIDEIODICECHIAMALASCENADOVESISONOINCONTRATI padri e figli, madri e figlie. Scambiandosi gli uni frammenti di memorie del passato, gli altri schegge di intimità che forse non avrebbero confidato ai genitori se non in questa specialissima esperienza che si chiama Un giorno tutto questo sarà tuo, in prima al Napoli Teatro Festival. Uno spettacolo, ma anche e soprattutto un modo per indagare insieme un'eredità generazionale e trarne un primo consuntivo sul paesaggio che ci circonda e che ci apprestiamo a tramandare. Le coppie non sono casuali: si passa dalla mamma insegnante e pittrice che regala alla figlia in attesa di una bimba la valigia piena di sagome di donne con le quali le ha raccontato il ‘68 e il femminismo. E c'è il papà che lavorava alla Banca dell'Agricoltura quando scoppiò la bomba a Piazza Fontana e l'altro babbo che era operaio in fabbrica, ai tempi in cui di lavoro si moriva. Il dialogo alla macchina da scrivere tra la figlia emigrata in cerca di lavoro e gli anziani genitori rimasti a casa che volevano per lei una sistemazione meno precaria. Snodi cruciali di una storia d'Italia vissuta nel quotidiano, a cui manca un tassello perché a tre giorni dal debutto uno dei protagonisti ha avuto un malore. Ma non è questa sfortunata «smagliatura» a rendere discontinua la trama: semmai è una drammaturgia che si fa troppo coinvolgente in quel che racconta, scivolando ora nel didascalico ora nel sentimentale. Iodice ha chiara la mappa dei punti dolenti, la connessione delle ferite non sanate, ma la sua intelligenza emotiva trattiene tutto per paura di perdere qualche verità preziosa e lascia allo spettacolo una veste da laboratorio. Tornerà in stagione d' inverno e forse le «foglie» in più saranno cadute... Dal teatro-verità di Iodice al teatro-teatro di Eros Pagni, il medium è il romanzo di Amélie Nothomb. Con Igiene dell'assassino si torna alla meta-realtà, dove anche la sindrome di Elzenveiverplaz di cui soffre il protagonista è inventata. Quasi una malattia metaforica o perlomeno psicosomatica per l'anziano e inrancidito scrittore a cui restano due mesi di vita. Premio Nobel per la letteratura, Prétextat Tach è assediato dai giornalisti per un'ultima intervista, ma riesce a depistarli con cattiverie bene assestate e un cinismo respingente. Finché si trova davanti una giovane reporter che sa il fatto suo e anche quelli privatissimi dello scrittore. Trasposizione piana in scena di Alessandro Maggi (facilitata da un romanzo concepito interamente a dialogo), dove Eros Pagni si trasforma in uno strepitoso vecchiaccio a metà tra Scrooge e Sweeney Todd, con un interloquire dove anche le virgole hanno un accento. Tallonato compitamente dalla giovane Federica Di Martino. CULTURE VALERIOROSA STORIAEANTISTORIA BRUNOBONGIOVANNI Unostrepitoso ErosPagni conFederica Di Martinonell'«Igiene dell'assassino» inscena alTeatroNuovoper ilNapoliTeatroFestival Lemacerie d'Italia NelnuovodiscodegliAltera terremoti, Pertini e Don Gallo Undiscopoliticotanto daauspicare lanascita diunnuovopartito progressistaeunanuova AssembleaCostituente Paesaggio italianoconpapà eilNobelassassinodiPagni SENEÈ PARLATO A LUNGO DOPOLAFINE DELL'URSS. IL MONDO PRIVODI DUE SUPERPOTENZE,E NON ORDINATO, NESENTIVAIL BISOGNO. Ci si sarebbe però aspettati di veder lessicalmente comparire la geopolitica nel periodo della pax armata sovietico-americana (1946-1991). E invece no. L'avventura espansionstica del Reich, con i suoi orrori geopolitici (e non solo) era troppo vicina. Si preferirono allora termini paraideologici come imperialismo (Urss contro Usa) e totalitarismo (Usa contro Urss). Il conio del termine geopolitica, avutosi nel 1904, fu del geografo e uomo politico svedese Kjellen, sotto l'influenza del geografo tedesco Ratzel. La geopolitca divenne la disciplina che studiava le potenze nell'ambiente geografico. E lo Stato venne analizzato nel suo rapporto con lo spazio, con il territorio, con il limes (la frontiera sovente mobile), con il concetto di sicurezza e con l'interdipendenza fisica. Emerse del resto una geopolitica delle potenze di mare e una geopolitica delle potenze di terra. Nel 1904, inoltre, il britannico Mackinder scrisse un articolo fondamentale, intitolato The Geographical Pivot of History, dove espose la teoria del cuore della terra. Alle spalle di tutto ciò vi era il great game, ossia la lotta per la supremazia in Asia centrale tra britannici e russi. Dove si situava questo cuore? Tra l'Artico e i deserti dell'Asia centrale. Chi presidiava il cuore della terra, inattaccabile, poteva diventare padrone del mondo. Si fece strada, in Mackinder, il timore britannico per una saldatura bicontinentale tedesco-russa. Dopo il 1991 la geopolitica è servita per affrontare un mondo multipolare e polispaziale. Non c'era però più un cuore della terra. Scomparso Bush, europeizzatasi l'Europa, rivelatosi mediocre Putin, potenziatasi la Cina, della geopolitica non si discorre oggi quasi più. Eppure sarebbe necessario. Vi ricordate la teoria delcuore dellaTerra? La rivoluzione «antropologica» in città U: 24 domenica 10 giugno 2012
TORNANO, UN PO' ALLA VOLTA, I PROFUGHI BOSNIACI DI SREBRENICA. ANCHE SE LA FERITA È SEMPRE APERTA,LAPAURANONÈSVANITADELTUTTO:ECONILTIMOREDIRICOMINCIAREASOFFRIRE,NELRICORDODEIPROPRIMORTI,TUTTIMASCHI, FIGLI,MARITI,PARENTI, 4,5,6 MORTI PER OGNI CASA, raccolti in questo mausoleo-ossario… 8372 vittime nel più sanguinoso genocidio in Europa dai tempi della seconda guerra mondiale, qui, dietro casa nostra, a due ore d'aereo... Ed in questo cimitero ci sono solo i resti di chi è stato identificato, altre fosse comuni sono da scoprire, altre persone mancano all'appello. Scomparsi tra il 9 luglio e l'11 luglio 1995, quando entrarono a Srebrenica i carri armati del generale Mladic, con le milizie criminali di Arkan, il comando politico di Radovan Karadzi: divisero le donne ed i bambini dai maschi tra i 14 ed i 65 anni, che furono brutalmente assassinati, sepolti nelle fosse comuni,i resti poi scavati e nuovamente sepolti a brandelli per renderli irriconoscibili. Il tutto nell'inerzia colpevole delle truppe dell'Onu che dovevano proteggere questa enclave musulmana in zona serba bosniaca. Non lo fecero, l'Occidente stette a guardare il massacro. (...) «Qui è saltata una intera generazione, forse due», dice Gianni Rigoni Stern, figlio di Mario, scrittore che di guerra ha patito ed ha scritto. E che di montagna è vissuto. E Gianni, ex direttore in pensione della Comunità Montana di Asiago, in Bosnia è arrivato per induzione e c'è restato per amore: di Srebrenica e dei montanari del vicino altopiano di Suçeska. «Era la generazione di mezzo, dei contadini giovani che coltivavano la montagna, gestivano i pascoli, pulivano i boschi. Chi non è morto è cresciuto nella guerra con grandi problemi, i più attivi sono scappati o rimasti all'estero dove si sono rifatti una vita; qui sono tornati quelli che hanno più bisogno: le donne, gli anziani, i giovani più difficili e con meno propensione all'imprenditorialità. Hanno bisogno di tutto». LATRASMISSIONE DELSAPERE Perché in montagna, dove l'85% dei maschi è stata ucciso, con quella generazione è saltata anche la trasmissione del sapere, della cultura contadina, l'altopiano, le colline, i boschi sono rinselvatichiti; le stalle vuote, di animali, di idee, di progetti, di soldi, nonostante i milioni di dollari di aiuti internazionali che la coscienza sporca dell'Occidente ha mandato come atto riparatore di un genocidio che tutto il mondo porta sulla coscienza. Ma quei soldi si fermavano sempre prima di arrivare a chi ne aveva bisogno. Ed i figli dei profughi tornavano a Srebrenica per crescere sino all'età giusta per emigrare di nuovo. (...). «Qui, fino a pochi anni fa era tutto, ma dico tutto, invaso da felci e boschi che avevano coperto i pascoli», continua Gianni Rigoni Stern, «e loro, prima della guerra avevano pochissimi mezzi, qualche motozappa e molti aratri trainati dai cavalli. Dopo la guerra non avevano neanche quelli. Hanno dovuto cominciare a rassodare questi terreni riportandoli a seminativo e pascolo, letteralmente con le mani, le zappe … parliamo del 2001-2002, mica di un secolo fa». Nel 2009 nasce così quella che sembrava una favola, poi diventata una impresa, un progetto, infine una realtà. Donare ad ogni famiglia che voglia restare qui a Srebrenica, nell'altopiano di Suceska ,una mucca, poi un trattore, per metter in moto l'economia di queste montagne. Ma non una mucca qualunque, una manzetta della razza Rendéna; mucca di montagna, resistente, generosa, mucca del Trentino, della Val Rendena e dell'altopiano di Asiago. Le mucche della pace, una transumanza da Asiago a Srebrenica: un'idea semplice, contadina, nata nelle nevi che uniscono le montagne di tutto il mondo. (...) Ma bisogna insegnare tutto a chi è tornato dai campi profughi, a partire dalla costruzione delle stalle, che devono avere luce, mangiatoie e spazi adeguati. E Gianni Rigoni Stern gira le montagne di Srebrenica, entra nelle case, parla, si capiscono. «Quando son salito a Suceska è come se fossi stato a casa mia», ricorda Gianni. «Stesse montagne, valli dolci, nevi e boschi. (...) Mancava tutto, tranne la semplicità e la voglia di restare qui. Allora sono entrato in tutte le case, in tutte le stalle che stavano ricostruendo. Ho parlato con loro, ho cercato di capire cosa volevano per il futuro; ma anche di vedere come accoglievano le bestie, le mucche, i cavalli. Quando ho visto che erano allevatori veri in grado di amare gli animali e, soprattutto, vedevo la casa a posto, gli attrezzi curati, le recinzioni in ordine ed i campi puliti, allora decidevo di metterli in lista per avere la mucca. Perché sapevo che sarebbe stata in buone mani». E poi patti chiari: solo chi segue i corsi di Gianni Rigoni Stern per imparare a tenere la stalla ed i campi avrà la mucca. I contadini di Srebrenica arrivano alle lezioni anche a piedi dopo ore di cammino da tutto l'altopiano. Chi segue il corso, firma un contratto: la mucca Rendena arriverà se sarà trattata bene, se avrà il foraggio giusto, se sarà pulita e tenuta per almeno 5 anni, se la montagna sarà coltivata per farle stare all'aperto nelle buona stagione. E se sarà inseminata con il seme selezionato da Gianni Rigoni Stern che se lo porta dal Trentino, con la macchina e decine di controlli burocratici. Sembrano banalità, ma sono la base per ricostruire da zero l'economia della montagna, dopo la guerra. (...). NOVECENTOCHILOMETRI Con la neve del dicembre 2010 le mucche partono da Asiago. L'acquisto è finanziato, a prezzo di costo, dalla Provincia di Trento che crede nel progetto. Trilli, Trudi, Sissi, tutte le 48 manze prescelte, lasciano sotto la neve le loro stalle di montagna della Val Rendena. Dopo 900 kilometri, tre frontiere e una quarantena nella bassa Bosnia, alla vigilia di Natale 2010 arrivano a Suceska; ed è festa. Le donne arrivano con le cavezze nuove, intrecciate a mano per la nuova arrivata, la mucca che tutti vogliono. C'è più gente in regola delle 48 manze. E allora si è fatto il sorteggio. Sissi, la mucca che non voleva lasciare la signora Angela di Caderzone cui era affezionata, per puro caso va da Ramiza Hasanovic, una donna sola con due figli cresciuti nel campo profughi, il marito mai ritrovato. Ma con Sissi c'è subito un affetto speciale. «E certo, perché è buona, vivace, capisce l'affetto», dice Ramira. «E poi lei fa 20 litri di latte al giorno, mentre l'altra mucca che avevamo ne fa 11 litri. E mangiano la stessa quantità di erba. Ora Sissi ha fatto una vitellina, così possiamo tenere la Rendena con la figliola e vendere l'altra mucca che avevamo», dice con il sorriso Ramira. E come lei sorridono soddisfatti anche gli altri 47 allevatori che hanno avuto la Rendena e che oggi sono soddisfatti. (...) Ora però le vogliono anche gli altri allevatori che fanno la fila per parlare con Gianni Rigoni Stern e per iscriversi ai prossimi corsi, mentre la montagna lentamente cambia aspetto. Migliaia di ettari sono ancora invasi da felci e piante selvatiche, molte migliaia di ettari devono essere bonificati dalle mine antiuomo e dai proiettili inesplosi, ma centinaia di ettari sono tornati a pascolo e a mais. Si vede anche ad occhio nudo. Da Asiago, intanto, la notizia di questo successo si sparge. La regista teatrale Roberta Biagiarelli, vera musa ispiratrice del progetto con il suo sito www.babelia.org (capace di convicere Gianni Rigoni Stern ad andare in Bosnia con lei), descrive questa transumanza della pace in un video che mette in moto altra solidarietà. E così a Natale del 2011, la favola delle mucche della pace continua: invece dei regali sotto l'albero un gruppo di avvocati trevigiani raccoglie il denaro per acquistare i primi due trattori per pulire i campi di montagna di Sucescka. Sono stati assegnati da Gianni a chi sa guidarli, agli allevatori più giovani ma con l'impegno preciso di usarli anche per gli altri contadini dell'altopiano che ne hanno bisogno, in attesa di altri fondi. A marzo di quest'anno, i trattori sono arrivati con la neve (6 metri..!), un'altra festa di montagna. Trattori particolari: oltre ad avere un prezzo accettabile, devono avere una potenza tale da esser usati in pendii di montagna, ma anche da non consumare molto gasolio, qui raro e caro: quindi trattori da 55 a 70 cavalli di potenza massima. E la storia di Srebrenica continua: oggi ogni stalla rende 20 euro al giorno di latte, che viene usato per l'alimentazione domestica, il restante è portato a valle: è pura sopravvivenza, ma è quel poco che serve a tenere la gente quassù, a coltivare il fieno e l'erba medica, il mais, le patate e le prugne. E poi? Ora si pensa al futuro: quasi tutte le mucche Rendena stanno bene, hanno stupito i veterinari che avevano dato loro due anni al massimo di vita. La favola è diventata realtà. Ma bisogna continuare. Quest'anno arriveranno altre mucche per altri allevatori che aspettano. E se ci saranno soldi dai privati, saranno comprati altri trattori. Poi la scommessa finale: avviare una piccola fabbrica di formaggio per vendere i prodotti del latte. Sperando in un po' di benessere, oltre la sopravvivenza. È il futuro di queste montagne: ed è il futuro della pace. Ma tutto avviene con il solo sostegno della Provincia di Trento e dei privati che fanno le donazioni. Qui la cooperazione internazionale non c'entra. E mettere in piedi un fabbrica di formaggio è una scommessa che ha bisogno di tanti scommettitori della solidarietà. «Ma qui il futuro è solo nella costruzione di vere aziende agricole, con un accumulo, giorno dopo giorno, di risparmi e produzione. Bisogna recuperare altri spazi, ci sono migliaia di ettari da coltivare e dove far pascolare migliaia di capi. Capire se c'è uno sbocco di vendita dei prodotti di queste montagne». «Io - continua Gianni Rigoni Stern - avevo fissato due livelli del progetto. Il primo era risolvere il problema della sopravvivenza, e questo mi sembra raggiunto. Il secondo dare inizio alla vita di alcune aziende, mi basterebbe vederne nascere una ventina con tanti giovani e tanti capi di bestiame. Che diventino imprese e imprenditori agricoli. Solo così si potrà dimenticare un po' di passato di guerra e costruire un futuro di pace» IMPEGNO INFINITO Gianni Rigoni Stern ,continuerà a tornare qui in montagna, ogni mese, con entusiasmo e pazienza; superando burocrazie e ministeri, l'odio ancora incrociato che non fa salire il veterinario serbo nelle stalle bosniache e viceversa. La favola che è diventata realtà si deve ancora consolidare. Il sentiero della montagna non è ancora in discesa ma i semi della rinascita hanno già fruttato qualcosa a Srebrenica. La solidarietà è vissuta, non è assistenza: la signora Ramiza, nuova padrona di Sissi, manda alla signora Alberta che Sissi aveva visto nascere, un paio di calze intrecciate con la sua lana grezza. Un regalo da montanari contro il gelo che unisce d'inverno, come la neve. Un gruppo di cacciatori, poi, ha messo insieme contadini bosniaci e serbi, proprio qui a Dzile, nel cuore dell'altopiano di Suceska. Qui dove su 115 uomini, il genocidio serbo di 20 anni fa ne ha uccisi ben 92. Una nuova alba di speranza sembra nascere tra questi monti di Srebrenica, dove nonna Zeina, a 96 anni, è voluta tornare a vivere, a vedere l'alba vera, ogni mattina. Perché, racconta, è sempre diversa e sempre uguale, bella. L'aveva detto anche Mario Rigoni Stern, nella stessa lingua, ricordando il “fremito” che si sente prima dell'alba, tra la natura dei boschi. Stessa lingua. «Mio papà - si lascia andare Gianni - ha vissuto la guerra e io voglio portare un po' di pace e di benessere in questi posti di sofferenza e di guerra». Tornare a Srebenica, vent'anni dopo. Oltre ai gessi delle tombe, c'è ancora la possibilità di sentire il fremito della natura. Il fremito «della creazione». ILREPORTAGE Mucchedipace aSrebrenica LatransumanzadalTrentino.Enella terradel massacro si ripensaal futuro Un'ideadiGianniRigoni SternediRobertaBiagiarelli Unviaggiodisperanzaper attivareun'economiarurale Sembraunafiabamaèla realtà.Nasconostalle, forse domanipiccoleaziende SANTODELLAVOLPE Ilviaggiodelle 48mucchedalle stalledel Trentinoverso lacomunitàmontana diSucéska, inBosnia ... Sissi,di razzaRendena,è stataassegnataaRamiza, unadonnasolaconduefigli Cheora, finalmente, sorride U: domenica 10 giugno 2012 21
Iperbolico il romanzo d'esordiodiKevin Wilsondovel'arte vienedispensatacon la guerrigliaperformativa LA STRATEGIA DEL BANNER. È L'ULTIMA FRONTIERA TOCCATA DAL MERCATO DEL LIBRO. CONSISTE NEL GIOCARSI LACOMPETITIVITÀd'un prodotto editoriale grazie alla «potenza di strillo», alla capacità d'esaltare ogni elemento di contorno rispetto a cui il contenuto del libro è l'ultima cosa sulla quale richiamare l'attenzione. Come si trattasse d'un qualsiasi prodotto da scaffale al supermercato, dove il packaging domina e tutto il resto va a ruota perché vendere la scatola è ciò che conta. Da questi pensieri si viene assaliti guardando gli espositori delle librerie, ma anche gli assortimenti delle edicole invase da libri a basso prezzo. E ovunque si registra il dominio della fascetta, o il torreggiare del cartonato, a magnificare i record del prodotto anziché le sue qualità letterarie. Siamo scivolati nel pieno dell'Era Fascettista, una dittatura strisciante che scala l'ex Repubblica delle Lettere. Che le cose stessero prendendo questa china avremmo dovuto capirlo nel gennaio del 2009, quando con l'inizio del nuovo anno le vetrine delle librerie vennero invase dai cartonati che reclamizzavano «Il suggeritore». Era il primo, estenuante e pedantissimo romanzo di Donato Carrisi, edito da Longanesi. E venne subito etichettato come «il romanzo dell'anno». Il passante, considerando gli 11 mesi e mezzo ancora da trascorrere di quel 2009, veniva colto dal dubbio che ci si riferisse all'anno precedente. E invece no, si parlava proprio del 2009 iniziato da due settimane. Carrisi e la Longanesi lanciavano l'Opa sulle 51 settimane restanti. Romanzo dell'anno, sulla fiducia. Lì si è aperta una strada, e a quel punto si è scatenata la gara. Abbiamo visto pubblicare almeno un romanzo dell'anno alla settimana. Ciascuno con tanto di strillo fascettista, pensato per sbaragliare la concorrenza delle copertine nude e ormai fragilizzate dal confronto. E quelle fascette sono già letteratura, un genere a sé che fonde il trompe-l'œil con la virulenza comunicativa «Roberto da Crema Style». Inevitabile che in questa generalizzata corsa al fascettismo venisse coinvolto ancora una volta Carrisi. Il suo terzo romanzo, in versione low cost, è guarnito di una striscia in giallo che cerca d'invogliare l'acquirente col seguente argomento: «Un autore da 350.000 copie». Soltanto? Ma non aveva scritto il Romanzo dell'Anno 2009? C'è invece chi fa la lista dei Paesi esteri in cui è stato venduto un libro. È il caso di «Così in terra», il romanzo di Davide Enia per il quale l'editore Dalai ha fatto realizzare un cartonato il cui solo argomento è proprio il numero di edizioni straniere. Come se questo fosse automatica garanzia di qualità. Ma chi su questo versante batte tutti è la Newton Compton. Che in queste settimane invade edicole e librerie con una linea di libri a basso prezzo, un segmento di mercato di sicuro successo. Per esempio, prendiamo il romanzo di Francesca Bertuzzi, «Il carnefice». La trovata fascettista recita genericamente «Un caso letterario in vetta alle classifiche». Aprendo a casaccio il libro a pagina 65 - e a quel punto si è già al capitolo 18 -, abbiamo letto al secondo rigo che: «La pioggia cadeva liturgica». E chissà se l'apertura degli ombrelli sarà stata penitenziale. C'è da giurare che un giorno le fascette della Newton Compton finiranno in un volume da collezione, come le copertine della Domenica del Corriere. Alcune denotano una straordinaria vena situazionista. Per esempio, quella di «Il profanatore di biblioteche proibite», l'ennesimo B-novel del genere thriller filologico accompagnato da uno strillo memorabile: «Dan Brown incontra Ken Follett». Altre fascette della stessa casa editrice si basano sul principio: «Se devi spararla, sparala vaga». Così è per «Amore, zucchero e cannella» di Amy Bradley; accompagnato da una striscia che in modo generico dice: «Ai primi posti delle classifiche europee». Una formula che significa tutto e niente, così come quella scelta per la fascetta di «Un regalo da Tiffany» di Melissa Hill: «Tra i dieci libri più letti degli ultimi anni». Quali «ultimi anni». Ma il vero picco è stato toccato con un romanzo appena tradotto in Italia da Garzanti. Si tratta di «La luce sugli oceani» di M. L. Stedman. La fascetta recita: «Un fenomeno editoriale ancora prima della pubblicazione. Venduto in 25 Paesi alla Fiera di Francoforte. «Il libro più desiderato da tutti gli editori del mondo» - The Bookseller. Eccoci al punto. Se un libro è un fenomeno editoriale «prima ancora della pubblicazione», significa che siamo già nell'epoca della post-lettura. Un tempo in cui i volumi sono oggetti che per assumere il rango di fenomeni editoriali possono anche fare a meno dei lettori. Perché leggerli? E perché comprarli? Basta una sbirciata alla fascetta, e poi ci si può anche dedicare a passatempi che consentano maggiore autonomia. SARAANTONELLI LETTURE SEPENSAVATECHESHOOTFOSSEUN'OPERARADICALE,ASPETTATEALEGGEREDELLE PERFORMANCE CONCETTUALI DE LA FAMIGLIA FANG (se ne parlerà a Fahrenheit, Radio3, martedì, mentre mercoledì verrà presentato alla Casa delle Letterature a Roma). Mentre nel 1971 l'artista californiano Chris Burden si faceva sparare con una calibro 22, nel primo romanzo di Kevin Wilson Caleb e Camille Fang camminano nel fuoco, si lanciano da motociclette in corsa o peggio. Tutto per colpa del loro mentore, Hobart Waxman, un artista che predica l'abolizione dei confini del corpo e ancor più quelli tra arte e vita. Perché farsi sparare per appuntamento, nello spazio protetto e artificiale di una galleria, ragiona Waxman? Perché non scendere in strada e propinare a gente ignara e innocente un atto di guerriglia performativa, creare un caos rigenerante e infine scappare come meteore dispensatrici di bellezza, prima che tutto si ridisponga in modo nuovo? È così che fanno i Fang, i suoi più talentuosi discepoli, i quali, come è ovvio, finiscono presto per superare il maestro: arrivano in affollati centri commerciali, creano scompiglio e panico, filmano tutto e poi si danno alla macchia. Geniali! Provocatori! Imprevedibili! Che artisti! Che radicalità! E quanti premi prestigiosi, quanti finanziamenti milionari! E che reputazione invidiabile negli ambienti d'avanguardia - tra i punk ed ex punk, la generazione cui grosso modo appartengono! Il più pavido Waxman aveva pure dichiarato che «i bambini uccidono l'arte». Ma i Fang, ormai l'avrete capito, fanno di testa loro e sempre tutto a rovescio. Decidono per esempio di avere dei figli, Annie e Buster, grazie ai quali, seppure inconsapevolmente, dimostreranno il contrario: l'arte uccide i figli. Metaforicamente, s'intende, ma sempre di crudeltà si tratta. Come altro definire l'esistenza di chi vive fin dalla nascita alla mercé di due pazzoidi alla ricerca della catastrofe? Di genitori che ti costringono a diventare una comparsa, un cameraman, un attrezzo di scena, a prendere parte fin da neonato ai loro happening? Aboliti i confini del corpo e quelli tra arte e vita, nelle pagine del romanzo di Wilson vedremo i Fang abolire anche quelli tra genitori e figli. Nessuna tortura fisica, intendiamoci. Basta una vita familiare che è costruita come un continuum di performance scioccanti. Sembra divertente e invece è un incubo. Caleb e Camille sono devoti al loro credo spiazzante al punto di comunicare solo instabilità; sono talmente presi dalla loro missione da non vedere altro che la loro arte. Non si accorgono, per esempio, che Annie e Buster non sono «Bambino A» e «Bambino B», due elementi di scena creati per essere incorporati nelle loro performance, ma esseri dotati del sano istinto di crescere e di diventare individui, e che per farlo dovranno allontanarsi, metterli da parte, «ammazzarli di persona». Capita a tutti i genitori e capita anche a due artisti punk. Il lavoro sporco, e dunque la trama di questo romanzo, spetta ovviamente, ad Annie e Buster, eroi della resistenza, i veri protagonisti del libro. IMMAGINARIOROMANZESCO Leggere invece spetta solo a noi ed è un'esperienza gratificante. Perché come nel precedente TunnellingtotheCenteroftheEarth(2009), una raccolta meritatamente insignita dello Shirley Jackson Award, il giovane Wilson supera d'un balzo la lingua inerte delle scuole di scrittura per costruire quella più adatta a dipanare il proprio immaginario romanzesco. Un immaginario che non ha bisogno di effetti speciali poiché, kafkianamente, pensa l'assurdo come già incastonato nel mondo. Deve solo scegliersi le parole giuste per raccontarlo. Le frasi cesellate e destinate a diventare prodotti di largo consumo qui non bastano più. Per certi versi un romanzo di formazione, La famiglia Fang (Fazi editore) , è spassoso ma anche tragico e profondo. Come non amare un libro in cui si legge di una madre, Camille, che la sera mette a letto i figli cantandogli Six Pack dei Black Flag, uno degli inni nel più sporco punk statunitense. E come non amare Buster che, ancora adolescente e vestito da donna vince un concorso di bellezza per ragazzine e pretende di tenersi la corona? Ecco, magari a raccontarlo così, a sprazzi, LafamigliaFangsembrerebbe costruito per accumulo, come un catalogo di stranezze. E invece no. Il romanzo si dipana incastrando epoche, scene, opere d'arte e vite vissute in modi complessi e tali da fare la gioia del narratologo in erba come di chi voglia semplicemente e finalmente tornare a godersi un romanzo. Il libronell'era «Fascettista» Ivolumireclamizzaticome prodottidasupermarket Nelmercatoeditorialedomina la«potenzadellostrillo» chemarchia il testo invendita in libreria.Ascapito delcontenutoedellaqualità PIPPO RUSSO Etichettee cartonatiusati semprepiùper aumentare levendite La famigliaFang: chefaticaessere figli didueartistipunk UndisegnodiNicolettaCeccoli U: 20 domenica 10 giugno 2012
In palestra, sotto una tenda, nelgiardino dei pazienti, in un asilo.Si visita dove si può. Ma si visita.Dove non arrivano i mezzi - medi-ci e pediatri nella maggior partedei casi non hanno più uffici, database, medicinali - arriva la buona volontà. «Ci stiamo adattando, e possiamo dire con orgoglio che l'assistenza medica qui non si è mai interrotta», rivendica da Cavezzo Giovanni Razzaboni. Ma si lotta contro la fatica («sono saltati tutti i turni, lavoriamo dalle 8 alle 20 sette giorni su sette»), l'assenza di privacy e a volte di igiene (nei campi mancano vaschette e fasciatoi per i bimbi), il crollo delle proprie sedi. Sognando un container come studio, il nuovo volto di «una parvenza di normalità». Un traguardo che però, salvo sorprese, non taglieranno prima del 21 del mese, a tre settimane dalla seconda grande scossa. I primi container hanno permesso di riaprire alcune farmacie in comuni dove, ti ricordano tutti, «non c'è quasi nulla di aperto», vedi Cavezzo. Ora si punta al passaggio successivo. Armandosi di pazienza. Perché anche chi si è mobilitato dalla mattina del 20 maggio adesso chiede una tregua. Nunzio Borelli lavora da trent'anni in zona, a Medolla. Presidente della cooperativa Medibase area nord, è anche sindacalista e consigliere comunale. Le ultime tre settimane le ha vissute tutte “in prima linea”. «Già tre ore dopo la prima scossa - ricorda - abbiamo aperto la sede della cooperativa, che riunisce medici di base disponibili nel week-end, dalle 8 alle 19 invece delle solite tre ore. Chi non era lì si è autoconvocato al Pronto soccorso. Poi abbiamo fatto base nella palestra, dopo il 29 è arrivato il campo della Protezione civile». Da allora è qui che incontra i pazienti - non i suoi, ma tutti quelli che ne facciano richiesta, distribuendo gocce contro gli attacchi di panico e consigli. Passa nei campi ogni giorno, lui come ma maggior parte dei colleghi del distretto 2 dell'Ausl di Modena, quello che fa capo a Mirandola e che dopo i diversi terremoti conta 51 studi medici inagibili su 79, tra cui tutti quelli dei pediatri, 12 su 12. Borelli, 57 anni, sprizza energia e prova a essere ottimista. Ma proprio perché guarda avanti avverte, «uscire dalle tendopoli sarebbe un grande segnale, ricostruire il rapporto con i pazienti è fondamentale, e infatti io vado lì anche solo per sapere come si sentono, mi dicono “una sua parola vale più degli psicofarmaci”. Ho solo un ricettario e un misuratore di pressione. Ma ci sono, questo è il messaggio che voglio dare». Questo oggi. Ma sul domani è bene fare chiarezza: «Intanto c'è un problema di privacy, per visitare qui ci vogliono tatto e delicatezza. In ogni caso, i campi non possono rimanere per altri 5-6 mesi, altrimenti va a finire che anche noi medici avremo bisogno degli psicologi». Scherza, ma fino a un certo punto, «siamo anche noi terremotati, ho dormito anch'io qui due notti e poi nel giardino di mio suocero con i miei quattro figli, non è facile per nessuno». INSOMMA C'ÈCHI SOGNA di tornare ad avere una casa, loro di tornare ad avere uno studio. «Uno dei miei due ambulatori è crollato, l'altro deve avere ancora l'agibilità. Ma so che per parecchio tempo i genitori comunque non vorranno entrare sotto un tetto e li capisco. Ecco perché aspetto un container», spiega Maria Maranò, pediatra a Concordia. Anche lei sfollata, «dormo nella casetta degli attrezzi in giardino». Anche lei costretta a reinventare la sua professione. «Ora faccio base al campo della Pc, al punto medico avanzato. Ma a parte il defribillatore qui di avanzato c'è poco - racconta la pediatra -, appena un piccolo frigo per gli antibiotici per i bimbi, conservare i farmaci sta diventando un problema». Non è l'unico neo dei campi, dal punto di vista sanitario. Ci sono «già ora svenimenti e collassi per il caldo, specie di donne velate capo a piedi, temiamo l'inizio del Ramadan, tra un mese», non ci sono invece servizi igienici per i bimbi di pochi mesi, «solo docce e nessun fasciatoio»; le vaccinazioni sono sospese. «Basterebbe un camper, se non un container - conclude sconsolata Maranò -, ma servono condizioni più favorevoli per le visite». A Cavezzo la riflessione è la stessa. «Qui per un bel pezzo nessuno entrerà negli edifici, a meno che come nel caso dell'asilo a cui ci appoggiamo non siano recentissimi e antisismici - decreta Razzaboni -. Di certo i container sarebbero un passo avanti, così i pazienti sapranno dove trovare i propri medici». E i medici potranno connettersi in rete per trovare loro, «c'è anche da capire chi è finito dove», non tutti hanno potuto appoggiarsi agli studi di colleghi rimasti in piedi e c'è un'intera fascia di malati spostata per decine di chilometri, «gli ospedali di Carpi e Mirandola hanno chiuso». E chi aveva patologie croniche non può farsi assistere nè lì né ovviamente a domicilio. «Ma per il momento il sistema ha tenuto». Aspettando i container. . . . Nei campi tante difficoltà: «Conservare gli antibiotici per i bimbi sta diventando un problema» . . . Non ci sono i servizi igienici per i più piccoli e con questo caldo aumentano gli svenimenti re le mani avanti - taglia corto l'assessore all'Edilizia Giancarlo Muzzarelli ma tutto questo come ci aiuta? Se si tratta di indicazioni su come ricostruire grazie, avevamo già ben chiara la strada da seguire. Gli strumenti ci sono, le leggi pure: le nuove costruzioni, quelle danneggiate del tutto o in parte, anche gli edifici non lesionati, tutto dovrà essere adeguato alle norme 2009. L'abbiamo già detto». E allora perché insistere, come hanno fatto gli esperti a margine del Consiglio dei ministri che venerdì ha licenziato gli aiuti per le aree terremotate in Emilia? Perché dare l'impressione di poter prevedere addirittura dove si abbatteranno «eventuali» altri scosse di magnitudo pari a quelle più violente già patite? «In effetti non aggiungono nulla a quello che già sapevamo - sottolinea Taviani -, subito dopo l'annuncio eravamo tutti furibondi. Anche la comunicazione fa parte della strategia per contrastare l'emergenza, questa è stata improvvida e non mediata. Serve più controllo, che non significa minore trasparenza: ma si deve essere in grado di spiegare a tutti, anche a chi non ha conoscenze scientifiche, quello che si vuole dire. È uno dei tanti elementi da mettere a punto quando si affrontano le calamità nel nostro Paese». Ha avuto un bel daffare, ieri mattina, il presidente della Regione e commissario straordinario per l'emergenza sisma Vasco Errani, a cercare di calmare gli animi di sindaci divisi tra rabbia pura, stupore, sconforto. «Il presidente della Commissione ha spiegato che i loro erano solo dati statistici - è il mantra di Errani -, nessuno spazio ad allarmismi». Quanto alla Regione e ai territori «qui«nessuno abbassa la guardia - rivendica -, al contrario intensifichiamo l'impegno per assistere, fare le necessarie verifiche, rafforzare la sicurezza». Ma la preoccupazione tra i diretti interessati rimane. Che si debba procedere con la massima prudenza sia nella ricostruzione sia nelle riapertura delle attività il sisma lo ha fatto capire fin troppo bene, sulla pelle di tutti, non servivano altre indicazioni. Così invece «psicologicamente siamo tornati indietro di parecchi giorni - si sfoga il primo cittadino di Finale, Ferdinando Ferioli, Pd -,per i nostri cittadini si blocca ogni ipotesi di rientro nelle proprie case. Non solo: tutti i colleghi da Cento a S.Agostino temono gli effetti di queste informazioni su chi cerca o vorrebbe investire nella ricostruzione di queste zone. Magari ora sceglieranno di andare altrove....». «Potevano consultarci per capire come comunicarlo alla nostra gente - punta il dito anche il sindaco di Bondeno, il leghista Alan Fabbri -, a maggior ragione visto che la responsabilità è tutta sulle nostre spalle». ILCOMMENTO GRAZIAVERASANI* Le nostre fragilità con l'incubo infinito ILCASO . . . I confindustriali: «Arrabbiati? Ovvio Il messaggio è vago e senza responsabilità» Una campana tra le macerie del crollo della settecentesca torre dell'orologio a Novi di Modena FOTO DI ELISABETTA BARACCHI /ANSA «Noi più psicologi che medici Il sogno? Avere un camper» HOSEMPREDETESTATOL'ARROGANZAE LASTUPIDITÀ DI CHI CREDECHE L'UOMOPOSSA CONTROLLARE TUTTO.La nostra è un'epoca fortemente segnata da forme maniacali di controllo assoluto su cose e persone. Poi, un brutto giorno, arriva la natura a ricordarci quanto siano ridicole le nostre pretese. Purtroppo i brutti giorni si sono assommati, le scosse non ci hanno dato tregua, piccoli o grandi le abbiamo sentite anche qui a Bologna. Molti di noi sono stati in ansia per amici che abitano nelle regioni vicine, le più colpite dal terremoto. Alcuni di noi hanno visto coi loro occhi, durante una rassegna letteraria o una gita di piacere, i centri storici e le bellezze di quei paesini rigogliosi. I nativi di quei luoghi, legati ai loro pezzi di valore, chiese, rocche, torri, si sono visti spazzare via le loro radici più antiche, la testimonianza più longeva del passato, l'origine della propria storia, le tracce di altri passaggi. Ma l'emergenza più forte è stata quella di salvarsi la vita, di crederla più sacra di tutto ciò che andava alla malora: case, mobili, oggetti, tutto ciò che solitamente si protegge a due o tre mandate e che adesso è polvere e macerie. Chi l'ha scampata, ha guardato piovere sulle tendopoli, ha cercato cibo e coperte per sé e per gli altri, ha lottato contro il pianto grazie all'amicizia spontanea della condivisione, riscoprendo quel senso di comunità abbracciata in un dolore imparziale. E' l'unico risarcimento possibile, adesso, prima che lo Stato aiuti a riparare le ferite materiali, rendendo praticabile la ricostruzione e la sopravvivenza. Per ora si resiste. Si aspettano i rinforzi dei centri di raccolta, si raccontano favole ai più piccoli, si dorme in macchina, si improvvisa una nuova esistenza. Con quella predisposizione innata al lavoro e all'ottimismo più testardo, così tipicamente emiliani, si è abbozzato un sorriso nelle pause, si è guardata la terra molto più che il cielo, anzi, la si è sentita muoversi e spaccare, tuonare sotto i piedi. E se hai guardato in alto è stato solo per difenderti dalle cose che ti cadevano sulla testa, molto più pesanti delle nuvole. No, un terremoto non ha nessuna poesia. Ti sovrasta, ti ammutolisce. L'unica cosa che sai è che a niente valgono le previsioni degli esperti: perché niente si può prevedere in questi casi, se non il vago annuncio di altre scosse a venire. Sei sul chi va là, sempre, in una tenda o fuori a dare una mano, e racconti dov'eri e cosa hai fatto mentre veniva giù tutto. La corsa in strada, la ricerca dei parenti, degli amici, degli animali scappati. Sei lì coi cinque sensi in allerta, e se sei fortunato non è morto nessuno che conoscevi; aspetti la calma dopo la tempesta, ascolti i Tg che danno un'altra mazzata alla tua paura: che ne sa chi non c'era? Io, in preda ai capogiri, fissavo il lampadario. Poi, dal giorno dopo, al bar, ovunque, la gente si chiedeva: Verrà anche qui? Dove si sposta? Tutti a fare il punto della situazione. E si può farlo solo a posteriori, senza l'ausilio delle chiromanzie, o con le battute sdrammatizzanti sulla fortuna di abitare nel cemento armato, o nella caccia dei muri maestri, evitando magari gli ascensori. Come se l'ironia fosse l'unico antidoto contro la paura… * Scrittrice Boomdi richieste per lepolizze contro il sisma Dalloscorso 20 maggio,giorno della primascossa chehacolpito l'Emilia, AlessandroPansini, assicuratore plurimandatariodi Ferrara, ha registratoun «aumento esponenzialedi richiestedi estensione, rinnovo onuova coperturaper il terremoto». Ma alla finenon neha stipulatadinuova neppureuna: «quando informoi clientidei vincoliperottenere il risarcimento, lasciano perdere».Da alcunesettimane«su diecipersone che incontro, 6-7michiedono ragguagli sulla copertura terremoto, percasamaancheper aziendee capannoni».SolochePansini, cotitolaredella PansiniA.&Venturoli G.Sas, ai clienti devespiegare che il «mercato italianonon è ingrado di supportarequeste richieste con garanzieadeguate».Solo 3-4 compagnieaccettanoquesto rischio. Viaggiotra idottori cheassistonogli sfollati «Lavoriamosenzasosta dalle8alle20settegiorni susette».«Ciservono condizionipiùfavorevoli perpotervisitare inostri pazienti» ILRACCONTO ADRIANACOMASCHI INVIATA ACAVEZZO(MO) La tendopoli di Novi di Modena FOTO ANSA domenica 10 giugno 2012 7
I sindaci: basta allarmismi Dopo l'annuncio della commissione grandi rischi cancellato il 50% delle prenotazioniaFerrara. Scosse anche in Friulie Veneto AP. 6-7 Staino ILCOMMENTO PAOLOBONARETTI Mucche dipace inBosnia DellaVolpe P. 21 A P. 12 U: L'EDITORIALE CLAUDIOSARDO Ilmercatogrigio dei farmaci PulcinelliP. 19 È un paradosso, ma forse non tanto. Tocca a un governo di tecnici, in una stagione contrassegnata da maggioranze parlamentari variabili e anomale, salvare la politica. Ma la considerazione è tutt'altro che paradossale, se si pensa a come sono andate le cose negli ultimi venti anni. SEGUE AP. 17 L'ANALISI ANTONIOINGROIA L'ANALISI RINALDOGIANOLA CASORAI Nomine, veti del Pdl Sì del Pd: ma noi fuori dal Cda L'11 giugno di 28 anni fa moriva a Padova Enrico Berlinguer. Il suo tratto umano, la sua passione politica, il suo impegno rigoroso sono ancora nel cuore di tanti italiani. Anche di giovani che lo hanno conosciuto solo attraverso letture e racconti. Anche di cittadini delusi che oggi guardano alla politica con distacco e sfiducia. Il mondo, l'Italia sono profondamente cambiati da allora. Ma le idee di Berlinguer e la sua eredità conservano un grande valore. Politico, non solo etico. È vero che Berlinguer era comunista e che, entro quell'orizzonte ideale ha combattuto la battaglia della vita prima della caduta del Muro, ma era un comunista italiano. E di questa storia originale, di questa cultura fondativa della nostra vicenda costituzionale, di questo affluente che ha innervato e contribuito ad ampliare il circuito democratico del Paese, Berlinguer ha espresso le punte più avanzate. Ne è stato un traino. Ha raccolto un testimone e lo ha portato avanti, molto avanti. SEGUE APAGINA3 Il testimone di Berlinguer Madrid cede: presenterà una richiesta di aiuti a conclusione dell'Eurogruppo. Con una precisazione: non si tratta di un salvataggio, è solo un intervento a favore delle banche. Ci sono già pronti 100 miliardi per evitare il crollo. Intanto il governatore di Bankitalia Visco avverte il governo: l'emergenza continua, servono misure per la crescita. MASTROLUCA SOLDINIAP.4-5 Madrid chiede aiuti Pronti 100 miliardi STRAGEDI BRINDISI Il killer dice: l'ho fatto perché sono stato truffato Industria anno zero Il corteo: siamo senza diritti. Il leader Pd: stop al «Far west» GERINA AP. 14 Primarie con Vendola e Renzi Intervista. Il leader di Sel accetta la sfida di Bersani: mi candido e dopo il voto lavoriamo a una forza unitaria dei progressisti Il sindaco di Firenze: ci sarò. E se perdo resto a fare il primo cittadino Di Pietro contro Pd: non è un obbligo stare insieme COLLINIGRAVAGNUOLO P.2-3 I sempiterni anni Novanta SonciniP.23 Per ricostruire la fiducia Io penso che sia fondato chiedere all'Europa di muoversi: tutta questa austerità è la negazione della crescita. Serve invece un programma di stimolo. RobertSolow Nobelper l'economia AP. 13 Chi si occupa di Telecom? Alfano difende la Lei: perché cacciarla? Frequenze i nuovi vertici alla prova del «grande puzzle» LOMBARDOP. 8-9 Eurogruppo: le banche saranno ricapitalizzate in cambio di una riforma del sistema finanziario Bankitalia avverte il governo: emergenza non finita, rilanciare la crescita UNIONICIVILI Il gay pride a Bologna Bersani: legge urgente Vantaggiato: non avevo complici. «Scriverò ai genitori di Melissa»AP. 14 1,20 Anno 89 n. 159Domenica 10 Giugno 2012
Non solo è intenzionato a lavorare col Pd per un «centrosinistra di governo» che rispetti anche determinati vincoli e preveda una cessione di sovranità da parte delle forze politiche che ne fanno parte. Non solo è pronto a candidarsi alle primarie annunciate da Pier Luigi Bersani, che andranno concepite «come uno straordinario processo di ripoliticizzazione della società». Ma Nichi Vendola dice anche che dopo le prossime elezioni «si potrà affrontare con scelte coraggiose, fuori e dentro le istituzioni, il tema del soggetto politico del futuro». Partiamodalconvegnoorganizzatodalla Fiom,acuiavetepartecipatolei,DiPietro eBersani:loscontrotrailleaderIdvequellodelPdfacompiereunpasso indietrorispettoa Vasto? «No, anzi io considero questo appuntamento un passo in avanti, perché dopo tanto tempo le sinistre sono tornate a parlarsi. Sono così disabituate a farlo che sono ricorse ai toni incandescenti, e vorrei invitare tutti a non rimanere prigionieri della diffidenza, della propaganda di partito, delle bandierine personali. Ora dobbiamo lavorare insieme per mettere in campo un'alternativa vincente che rompa il muro dell'antipolitica, dobbiamo unire le nostre passioni e idee su come rilanciare l'Italia in un'Europa che ha un drammatico bisogno di sinistra». LeiparladisinistramaDiPietrodicechein Parlamentononc'èuncentrosinistracontrouncentrodestra,cheperluinonèquestionedi ideologiema dicoerenza. «Lo stile di Di Pietro è rude e talvolta propagandistico, tuttavia continuo a pensare che il mondo che rappresenta sia un valore aggiunto per il centrosinistra. Gli elementi che ha sottolineato con un certo grido di indignazione vanno tenuti in considerazione». ComelenomineAgcom? «Ad esempio, scandalose. Per non parlare del degrado culturale rappresentato dal fatto, come abbiamo visto da ultimo sulla Rai, che l'unico deposito di competenze a cui attingere si chiami banca. A cosa allude il fatto che si ricorra a simili figure per ruoli dirigenziali nelle reti pubbliche? Monti ha detto di non sapere neanche se le persone nominate abbiano la tv in casa. E allora qual è l'unica chiave razionale di una scelta così dissennata? La prospettiva è quella di privatizzare la Rai?». Lesipotrebbeobiettarecheèunretropensieropregiudizialedapartedichiècontrarioalgoverno Monti,non crede? «No, è un retropensiero lecito vedendo come si sta muovendo questo governo, che costituisce un problema per il Paese. E mi dispiace che Bersani appaia ancora prigioniero di troppe contraddizioni. Una sopra tutte: non si può evocare una nuova civiltà del lavoro e restare inerti mentre i tecnocrati smantellano i diritti sociali e l'idea stessa del lavoro come diritto. Per rendere credibile lo sforzo di costruire l'alleanza per il futuro, per poter fare appello al mondo del lavoro, bisogna evitare oscillazioni ed ambiguità. Altrimenti si rischia soltanto di alimentare l'onda nera dell'antipolitica». Sta dicendo che per lavorare a un'alleanza di centrosinistra è necessario che il Pd rompacon Monti? «Sto dicendo che se vogliamo ricostruire la credibilità e la forza del centrosinistra di governo bisogna dare una risposta credibile e immediata al maturarsi della crisi sociale e democratica. Bisogna prendere atto del fatto che il tentativo, generosissimo, del Pd di condizionare un governo di tipo tecnocratico con scelte più marcatamente orientate nella direzione della crescita e della tutela del welfare è fallito». Bersanihaannunciatoentrolafinedell'anno primarie aperte per la premiership: lei si candiderà? «Io sono a disposizione. Non sono nato candidato delle primarie a vita. Né sono roso da ambizioni personali. Qualora per rendere credibili le primarie, per dar vita a una contesa vera, e qualora servisse per mettere in relazione una piattaforma programmatica con le istanze della sinistra, io non mi sottrarrò. Le primarie possono essere l'occasione per un ascolto, per una contaminazione, per una forte messa in relazione tra politica e società». Bersani,parlandodelcentrosinistradigoverno,hapropostounacessionedisovranitàedecisioniamaggioranza deigruppi parlamentari: la suaopinione? «Concordo con Bersani sull'idea che non bisogna replicare gli spettacoli molto tristi del passato governo, di un centrosinistra permanentemente rissoso e incapace di esprimersi come classe dirigente con un progetto forte. Il primo vincolo, allora, è rappresentato dal responso delle primarie, con la piattaforma legata al candidato premier. La prima cessione di sovranità è nei confronti degli elettori delle primarie, che non sono un concorso di bellezza. Poi dovremmo avere il coraggio di uscire dalla logica autoconservativa dei partiti così come sono, e all'indomani delle elezioni dovremo affrontare il tema del soggetto politico del futuro, di quale sarà il luogo dell'agire collettivo legato alla cultura progressista. E potremo affrontarlo con scelte coraggiose, dentro e fuori le istituzioni». Acosa pensa,concretamente? «Se le cose andranno bene, nessuno ci impedisce di sperimentare in Parlamento un'unità più compiuta, delle forti sinergie tra gruppi parlamentari». Efuoridalleistituzioni?Pensainprospettivaauna fusionetra PdeSel? «Il problema non è la fusione di Pd e Sel. Il punto è la sinistra del futuro. Dovremo lavorare a una grande ricostruzione dei luoghi della sinistra». L'EDITORIALE CLAUDIOSARDO L'INTERVISTA Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani durante l'intervento al convegno Fiom FOTO DI ROBERTO MONALDO/LAPRESSE I democratici e il testimone di Berlinguer non si dimetterebbe da sindaco, perché non intende «lasciare Firenze per fare il parlamentare schiacciatasti o il ministro». E se poi diventasse addirittura premier nel 2013 la cosa non stravolgerebbe più di tanto l'amministrazione cittadina, visto che a Firenze si tornerebbe a votare nel 2014 e anche quando il sindaco decade può sempre subentrare il vicesindaco per un tempo previsto di un anno al massimo. «E poi, pensate che sarebbe un male per Firenze se vincessi?», chiede con una domanda retorica. INCASODISCONFITTA Insomma, la partita è aperta e ancora tutta da giocare, ma se per l'annuncio ufficiale bisognerà attendere, le notizie ufficiose sono eloquenti e alla fine di tutti questi «se» raccontano anche un bel po' di certezze, compresa la convinzione di «avere qualcosa da dire a questi politici romani che stanno chiusi nei loro palazzi e non hanno il rapporto con il territorio e con la gente che abbiamo noi amministratori». Quanto, poi, al segretario metropolitano del Pd di Firenze Patrizio Mecacci, che proprio a l'Unità aveva espresso perplessità sull'opportunità di rimanere alla guida della città in caso di sconfitta alle primarie, Renzi risponde secco: «La decisione su chi farà il sindaco la prendono i cittadini con le primarie e le elezioni, non il segretario del partito, in ogni caso se dovesse trattarsi di una sconfitta netta penserò da solo a farmi delle domande e a darmi delle risposte». Ma ecco che siamo nel futuribile e Renzi prova a riavvolgere il nastro. «Per ora abbiamo da lavorare, si frulla, come si dice a Firenze, non si sta a ragionare dei discorsi», dice. Non a caso racconta di avere appena celebrato quattro matrimoni, prima di inforcare la bicicletta e schizzare da un'altra parte della città. In attesa delle primarie, certo. Intanto, il segretario del Pd toscano Andrea Manciulli e il presidente della Regione Enrico Rossi si schierano dalla parte del segretario Bersani. «Le primarie non devono essere né una resa dei conti, né una competizione estetico-anagrafica», dice Rossi. NichiVendola «Mi candido alle primarie Dopo il voto, partito unico» SEGUEDALLAPRIMA La memoria, la storia sono parti costitutive della politica. Non sono mai separate dalla battaglia dell'oggi. Le stesse idee di rinnovamento, proprio perché propongono e preparano un cambiamento, non possono non contenere una lettura della storia. Altrimenti cosa vorrebbe dire innovare? Cancellare il passato e far finta che il mondo possa ricominciare da zero? Questa semplificazione «nuovista», purtroppo, è stata più volte riproposta nella cosiddetta seconda Repubblica. L'oblio della storia, il taglio delle radici costituzionali, la condanna implicita dei partiti popolari sono stati indicati come la catarsi necessaria per approdare nella modernità. Il nuovismo è diventato parte dell'ideologia di questi anni. E in questo penoso epilogo di seconda Repubblica si torna alla carica. Non a caso la polemica tra gli storici si sta facendo più intensa. Non a caso tanta attenzione viene oggi riservata ad Antonio Gramsci (l'autore italiano più letto nel mondo dopo Dante Alighieri): si vuole separare Gramsci dal nucleo originario e vitale del comunismo italiano e far apparire Palmiro Togliatti come un passivo esecutore dei diktat staliniani, in questo modo togliendo al Pci la caratura e la dignità di soggetto promotore della ricostruzione democratica, e soprattutto tagliando ogni radice che possa arrivare fino a noi. Per fortuna Giuseppe Vacca ha da poco dato alle stampe un bellissimo libro su Gramsci, che contiene importanti risposte con le quali l'intera comunità scientifica dovrà confrontarsi. Ma a ben guardare anche la memoria di Aldo Moro continua ad essere sottoposta a un trattamento spietato: la polemica sulla prigionia e sulla trattativa ha quasi oscurato agli occhi dei contemporanei la lezione politica e civile dello statista, che più di ogni altro ha guidato l'allargamento delle basi democratiche e incarnato la peculiarità del cattolicesimo politico italiano. In questo caso le mode nuoviste si sono mescolate con un'indulgenza culturale delle nostre élite verso i terroristi, come ha coraggiosamente scritto Miguel Gotor. Berlinguer, è vero, è stato in parte risparmiato da tanto aggressivo revisionismo. Era comunista, tuttavia era troppo dentro la modernità per poter subire un trattamento come quello di Togliatti o di Moro. Si è cercato però di depotenziare il suo messaggio, estraendo solo la «questione morale» e cercando di piegarla ad una invettiva contro i partiti. Quasi che lui, comunista, fosse un precursore dell'antipolitica. Berlinguer invece va riletto per intero. È un segno di rispetto, ma è anche il modo per ricevere di più dalla sua testimonianza. Il Berlinguer dell'austerità come leva di un nuovo sviluppo. Il Berlinguer della democrazia come valore universale (discorso pronunciato a Mosca, nel 60esimo della Rivoluzione d'ottobre). Il Berlinguer della laicità e del dialogo con i cattolici nella lettera a monsignor Bettazzi. Il Berlinguer del compromesso storico. Il Berlinguer del movimento di liberazione delle donne. Il Berlinguer dei nuovi bisogni e dell'emergenza ecologica. Il Berlinguer della diversità. La questione morale fu la grande intuizione e il grande assillo degli ultimi anni della sua vita. Il blocco del sistema politico, seguito alla fine tragica della solidarietà nazionale, aveva iniziato a produrre quei fenomeni corrosivi che avrebbero poi portato al collasso della prima Repubblica. Berlinguer li comprese in anticipo. Ma la sua fu sempre, innanzitutto, una denuncia politica finalizzata a produrre un cambiamento reale. Del resto, il blocco del sistema era stato la risposta al progetto nel quale lui e Moro, muovendo da sponde diverse, avevano creduto. Ricordare Berlinguer oggi non è, dunque, solo un atto di omaggio che ci consente di alzare la testa dall'affanno quotidiano. È parte della battaglia politica per il centrosinistra di domani. Perché la polemica sulla storia riguarda anzitutto il Pd, la sua natura, la sua identità. Il Pd è davanti a un bivio: cedere ad un nuovismo senza radici oppure progettare il futuro sentendosi parte viva della migliore storia nazionale. Rassegnarsi ad una società di individui, senza autonomia dei corpi intermedi e senza vere battaglie sociali, oppure essere ancora il «partito della Costituzione» e del cambiamento. «Dovremoaffrontare il temadelsoggetto politicodel futuro,diquale sarà il luogodell'agire collettivo legatoalla culturaprogressista» . . . «Niente personalismi Il punto è la sinistra del futuro, dobbiamo unire passioni e idee» SIMONECOLLINI ROMA domenica 10 giugno 2012 3
Nella trincea di viadell'Umiltà Alfano met-te a punto il regolamen-to per le primarie, latask force della macchi-na elettorale e l'offensiva digitale per avviare di fatto il «Pdl 2.0». Ben sapendo che, al di là del vincitore, il consenso si misurerà sul numero dei partecipanti. Intorno a lui si muove un contesto magmatico la cui evoluzione, da qui all'autunno, nessuno è in grado di prevedere. «Come dimostra l'esperienza Pd, il giocattolo delle primarie può rivelarsi difficile da gestire» dicono in molti. E il segretario, erede del fronte moderato ma non del carisma berlusconiano, rischia brutte sorprese. Preoccupazioni condivise da tutti i big - vengono dall'incertezza sul sistema elettorale. Che, nonostante l'accelerazione impressa dal Pdl, non lascia escludere l'ingresso in gara di esterni come Montezemolo, Casini, (meno probabile) Fini. Ma i timori più forti arrivano dal fronte interno. Al di là delle pubbliche dichiarazioni di sostegno, Alfano sa che il Cavaliere non esiterebbe a sparigliare le carte. «Angelino, se ci saranno le primarie, è un bene che ci siano tanti candidati “civetta” - gli diceva tempo fa - Ma al momento giusto io sosterrò te». Ebbene, Angelino non ne è più così sicuro. Teme che il cuore di Silvio sia virato su «Daniela». Del resto, chi è con lui da tempo sa che Berlusconi è saldo in sella anche grazie al «divide et impera». E dunque, il partito si è schierato compatto con Alfano: per difendere lui e se stesso dal capriccioso padre politico. È un coro: Fitto, Gelmini, Cicchitto, La Russa, Rotondi, Gasparri. A oggi però il dato significativo riguarda la «svolta rosa» dentro il Pdl. Con Alemanno fuori gioco («Non mi candido al 100%» ha detto, proiettandosi sulla spericolata sfida bis per il Campidoglio) e Formigoni impegnato a non lasciare il Pirellone a Maroni o alla sinistra, Alfano si ritrova «assediato» da potenziali competitrici. Saranno nomi-“civetta” ma del calibro di Daniela Santanché, Gorgia Meloni, Renata Polverini, Mara Carfagna, Michela Vittoria Brambilla. Personalità ingombranti. Cinque “valchirie” contro un povero segretario. MOVIMENTI IN AREA AN Le interessate tacciono o smentiscono, più o meno convintamente. La “popolana” (ex) del Billionaire, già candidata premier della Destra storiaciana, dice sibillina che «non andrà in vacanza». Ma la sua corsa è benedetta dal Cavaliere. Obiettivo: intercettare i fieramente anti-montiani, i rivoltosi dell'Imu, i grillini d'area. Ieri i suoi militanti hanno distribuito nei mercati i volantini che invitano a non pagare la prima rata della tassa sulla casa. La governatrice del Lazio Polverini chiude le porte: «Non ho voluto partecipare alla gara per la premiership: è un patto d'onore con gli elettori del Lazio, resto fino al 2015». Ma della «presidentissima» (così la chiamano nel Pdl romano), che ha appena festeggiato in grande spolvero il compleanno, gli uomini di Alfano ricordano le sue liste «Città Nuove» che nel 2011 hanno sfidato il partito ai ballottaggi di Sora e Terracina. Liste che ieri lei ha rimesso in campo con un'iniziativa di sapore pre-elettorale. Più complicata la posizione della Meloni. L'ex ministro della Gioventù è attivissima in tutta Italia con la sua mobilitazione popolare «ripartiamo da zero» e dialoga con i rottamatori dell'Emilia. Un modo per rivitalizzare la rete ex An sul territorio. Ma i “colonnelli” sono schierati al fianco di Alfano, e dunque sulla corsa in proprio la trattativa sarà al centimetro. Michela Vittoria Brambilla, a sua volta, in questi mesi di post-governo si è buttata sulla (sacrosanta) battaglia conro l'allevamento di cani cavie Green Hill. Mentre tiene un profilo bassissimo Mara Carfagna: «nuova lady Diana dei diritti» secondo Stracquadanio, senpre cara al Cavaliere. Il neo-Dc Gianfranco Rotondi spera che Alfano possa guidare «una nuova stagione di unità dei cattolici» e non teme sgambetti: «La primarie sono una modalità. Sarebbe come prendersela con il termometro se si ha la febbre. Il partito è tutto con il segretario. Vedremo i numeri della partecipazione». Il suo pronostico: «Scommetto su Alfano nel Pdl e Bersani nel Pd. Poi magari vincono Santanchè e Renzi». Magari perché Berlusconi punta su Daniela? «Non credo. Lei è donna di grandissime capacità di mobilitazione, non ha bisogno di Silvio per parlare al Paese». ILCOMMENTO MICHELEPROSPERO LE CRONACHERIFERISCONO DI UNBERLUSCONICHE TRASCORRE LE GIORNATEA STUDIARE CONATTENZIONE I COMIZIDIGRILLO. O insomma quelle eccentriche esibizioni in pubblico (che sia Grillo che Berlusconi rifiutano con sdegno di chiamare comizio) dove un attore solo occupa la scena. E lo fa come meglio crede, camminando scomposto su un palco tra la folla plaudente, sfornando parole in libertà senza seguire un filo o svelare un nesso consequenziale. Per entrambi, i comizi sono robaccia da vecchia politica, meglio allora lo scherzo, l'invettiva, la battuta che scalda un uditorio passivo, rapito al cospetto di una famosa pop star. Quando ha vinto l'ultima volta, lo statista che non disdegnava di paragonarsi a Giustiniano e a Napoleone, recitava barzellette sempre identiche (come fa il comico genovese) e si rivolgeva gesticolando al suo pubblico con queste argute domande: «Quante dita ha una mano? Quante due mani? E dieci mani? Cento? Ma no: 50! Ragazzi, spero che almeno la croce non la sbagliate». Il comizio (che Berlusconi si vantava di aver tramutato in una «conversazione piena di humor») sfilava senza alcun motivo conduttore e le immagini si svuotavano ben presto di ogni significato politico. Sul piano dei contenuti espliciti, Berlusconi era una metafisico ambulante che penetrava il nulla. Le sue costruzioni verbali erano svuotate di senso e le narrazioni viaggiavano indifferenti al solido principio di realtà. Quando il nulla metafisico è andato al governo ha prodotto però il tragico con un disarmante scenario di non governo. Sono in tanti gli orfani di quel mondo incantato dove la politica smarriva ogni diagnosi culturale e scorreva con leggerezza nella chiacchiera insignificante che copriva un pullulare di affari e di cricche. Il Cavaliere vede ora proprio in Grillo l'assicurazione che quel mondo antico di metafore vuote e di tasche piene sopravvivrà ancora a lungo. Come lui la pensano anche al «Fatto quotidiano». Venerdì Paolo Flores d'Arcais annotava: «Le prossime elezioni le vince chi conquista la piazzaforte strategica dell'antipolitica». Questa brutta eredità del ventennio dominato da Berlusconi non accenna a sparire. Neppure la percezione di una catastrofe imminente, prodotta dalla lunga seduzione antipolitica, è servita per restituire un ancoraggio realistico alla società. Continua anzi indisturbato quello smarrimento del principio di realtà che rende l'Italia una perenne malata d'Europa. L'antipolitica in Italia non è infatti una credenza marginale di segmenti esclusi ma costituisce l'ideologia dominante coltivata con cura dalle élite economiche e mediatiche. In tante trasmissioni della tv, nelle pagine dei grandi giornali (che fanno a gara nello sbattere il comico in copertina), nei settimanali più diffusi, si compie un investimento politico preciso: fornire munizioni al comico dell'anticasta per ostacolare così la ricostruzione faticosa dell'odiata democrazia dei partiti. Per ora il fenomeno Grillo appare come una bomba esplosa in mano a chi la maneggiava. Doveva essere, nelle intenzioni dei persuasori palesi, un ordigno per creare disordine a sinistra e imporre un rimescolamento delle carte a favore di un capo carismatico (designato dai media). E invece Grillo sconfina a destra, pesca tra i leghisti, cattura rapimenti mistici tra gli orfani del Cavaliere. Urgono per questo adattamenti nella strategia di utilizzo del comico genovese che prima o poi verrà scaricato dai suoi stessi gran manovratori condannati a trovare un nuovo cavallo. Mentre studia le movenze del comico che scorazza nel suo antico popolo di fedeli mietendo un inopinato successo, a Berlusconi non sarà certo sfuggito l'articolo 5 del «non statuto» del Movimento 5 Stelle: «Beppe Grillo, è l'unico titolare dei diritti d'uso del contrassegno registrato». Niente più di questo passaggio (non) statutario offre la radiografia del fenomeno: un nuovo partito personale, come Forza Italia delle origini, che assale la «casta» in nome della iperdemocrazia ma conferisce al movimento un inviolabile marchio proprietario. Niente di nuovo sotto il sole o meglio sotto i flash della video (anti)politica che «il Fatto» e Berlusconi vorrebbero infinita. CLAUDIAFUSANI ROMA Primarie Pdl Alfano assediato dalle donne Il segretario del Pdl Angelino Alfano FOTO DI GUIDO MONTANI/ANSA FEDERICAFANTOZZI Twitter@Federicafan La politica delle barzellette da Berlusconi a Grillo Il segretarioal lavoro: cruciale ilnumerodei partecipanti.Svoltarosa: tuttedonne lepossibili sfidanti. Il timorecheSilvio sostengaSantanchè IL RETROSCENA Le primarie del Pdl in autunno si annunciano già come un film pieno di effetti speciali. Il tacco dodici della Santanchè contro l'eloquio tutto pane e politica di Alfano, il ci-penso-io di Bertolaso contro i cani e i gatti della Brambilla. Non farà mancare la sua presenza il partito della Rivoluzione di Vittorio Sgarbi. «Dal mio temperamento» precisa il professore. Il quale ha una sua idea molto particolare sulle primarie del Pdl. «Mi pare che questo tema sia determinato da una simmetria pericolosa rispetto al Pd. E che tutto riposi su una singolare soggezione di Berlusconi nei confronti di Veltroni». Il volo sgarbiano tocca gli ultimi anni e plana sul verbo «copiare». «Il Cavaliere ha copiato da Veltroni l'idea del Pd, ha fuso a freddo Forza Italia e An così come Ds e Margherita. Il risultato s'è visto, tutto sbagliato, di qua e di là. Ora, non contento, copia anche le primarie». Da giorni è tutto un rumoreggiare di nomi, nomignoli e idee. «Io l'ho detto a Berlusconi, che è ancora un ragazzo sveglio - spiega Sgarbi - e infatti lui ha capito che scomporre e far correre tante liste aggiunge e non leva. Mentre le primarie, invito sempre a guardare cosa succede in casa Pd, levano e non aggiungono nulla. Più liste servono a dare spazio a tutti, ai più giovani, ai meno giovani, agli ex An, alla società civile, a quelli che non c'hanno mai provato e chi ci riprova per l'ennesima volta». Sarà stato anche un momento di chiarezza l'ufficio di presidenza del Pdl di venerdì. Ma la nebbia è ancora tanta. Sgarbi la risolve così. «Quello di Alfano è un bel giochino ma inutile. Servono 7/8 liste di ambito centrodestra con un capolista ma senza il nome del candidato premier. Alla fine la lista che vince, che prende più voti, è quella che esprime il leader della coalizione». Detto tutto questo, lui, il professor Sgarbi ci sarà. Anche alle primarie. «Sono contrario al meccanismo ma partecipo». Perché quello che conta è contrastare Grillo con cui accetta paragoni purché sia chiaro che «io ho una pars construens, lui no». Grillo e Sgarbi. Vecchia conoscenza perché «lui da ragazzo corteggiava mia sorella e veniva a prenderla col Porche». Un tempo hanno anche duellato insieme. «Era il 1991, un confronto a Lido di Volano, a Ferrara. È finita che l'ho mortificato: iconoclasti sì, ma lui è ignorante come una capra». E siccome Grillo prende voti anche a destra, ecco che la lista Sgarbi si candida a essere la lista del professore contro quella del comico. Berlusconi approva. Sgarbi: «La corsa ai gazebo frutto della soggezione del Cavaliere verso Veltroni» domenica 10 giugno 2012 11
ILCOLLOQUIO Renzi è già in corsa «Ma se perdo la sfida resto a fare il sindaco» Bersani incrocia Vendola prima di entrare in sala. Parlano amabilmente del tour in Sardegna del leader di Sel (oggi e domani ci sono le elezioni comunali) e anche d'altro. Poi vanno a sedersi accanto, in prima fila, mentre Di Pietro rimane al suo posto a diverse poltrone di distanza. I fotografi scattano, e già si ironizza sulla “foto di Vasto” che ha perso un pezzo. Ventiquattr'ore prima Bersani ha lanciato un aut aut al leader Idv: «Veda un po' se vuole insultarci o fare l'accordo, le due cose insieme non stanno». La Fiom ha organizzato questo convegno per mettere attorno a un tavolo tutti i partiti del centrosinistra, movimenti, associazioni, anche se Landini smentisce di puntare alla politica: «Sono un sindacalista e non voglio fare altro - dice il segretario della Fiom - ma è ora di mettersi tutti in gioco e di aprire una fase costituente rimettendo al centro il tema del lavoro». Ma invece di nuove intese, va in scena la spaccatura tra Idv e Pd. Di Pietro va al microfono e spara a zero sul governo e su chi lo sostiene in Parlamento. «Monti lo preferisco a Berlusconi ma non lo posso votare se con sobrietà mi fa morire di fame». Nel mirino ci sono le modifiche all'articolo 18, le nomine Rai, il pareggio di bilancio in Costituzione, la legge sull'anticorruzione: «L'Idv ha presentato emendamenti specifici, Pd, Pdl e Udc li hanno bocciati». La platea applaude quando attacca sulle «spartizioni per l'Agcom», sulla riforma del lavoro, quella delle pensioni. «In Parlamento non c'è una maggioranza di centrosinistra contro una di centrodestra. C'è una maggioranza che ci è stata imposta dal capitale, dalla Ue e dai mercati». E ancora applausi quando attacca il comportamento «ipocrita» di chi, con chiaro riferimento al Pd, «manda i propri rappresentanti alle manifestazioni e agli scioperi e poi vota i provvedimenti di Monti contro cui scioperate». LARISPOSTAALL'AUT AUT Bersani scuote a volte scuote la testa, altre sospira sorridendo, altre parlotta con Vendola. Intanto Di Pietro va avanti, in maniche di camicia, parlando di comunismo e Gesù, di coerenza e elezioni anticipate, si rivolge direttamente al leader del Pd, e risponde così al suo aut aut del giorno precedente: «Non è più tempo di lamentarsi per lesa maestà e di essere i primi della classe. Non ce l'ha detto il medico di stare insieme. Noi non vogliamo fare nessuna scelta suicida per le prossime elezioni e chiederemo di darci la forza di portare avanti le nostre idee. Se altri non ci stanno, senza essere offesi, facciano un'altra strada». Bersani aspetta il suo turno, poi va al microfono e non fa neanche un accenno alla questione. Il leader del Pd risponde invece alle sollecitazioni lanciate da Landini aprendo i lavori. Il segretario della Fiom, che ha seguito gli interventi seduto accanto a Bersani e Vendola, aveva parlato della necessità di una legge sulla rappresentanza e di cancellare l'articolo 8 (prevede che i contratti aziendali possano operare in deroga ai contratti nazionali), del fatto che il lavoro è stato poco rappresentato dalla politica, che è stato un errore votare la riforma delle pensioni, il pareggio di bilancio e anche aprire alle modifiche all'articolo 18: «È finito il tempo delle deleghe in bianco - dice Landini - la crisi che stiamo vivendo non è solo colpa di Berlusconi, la sinistra ha le sue responsabilità. Ci rivolgiamo a queste forze e ci aspettiamo di essere ascoltati». Il leader del Pd comincia a parlare sapendo di avere una platea non amica e comunque difende la decisione di sostenere Monti e le scelte fatte dal suo partito in Parlamento. Partono i fischi quando dice che sull'articolo 18 il Pd ha fatto da «argine» in una situazione molto difficile, gli applausi quando critica il piano di Finmeccanica e la Fiat («non è accettabile che si sia fatta di nebbia») e soprattutto quando dice che il suo partito riproporrà una legge sulla rappresentanza e la cancellazione dell'articolo 8. Alla fine dell'intervento partono contestazioni e applausi, mentre Landini va ad abbracciare Bersani. Neanche un commento per le parole di Di Pietro? Bersani lascia il convegno ribadendo a chi lo avvicina che il Pd «non accetta parole diffamatorie». Uno dei passaggi dell'ex pm che più lo ha irritato è quello sul voto congiunto Pd-Pdl per affossare un emendamento Idv al decreto anticorruzione: «Lasciare credere che ci sia un inciucio su questo è diffamatorio, chiedo a Di Pietro di riflettere. Con Di Pietro un problema c'è e non è nelle mie mani risolverlo. Io non ho mai detto una parola meno che rispettosa sull'Idv e su Di Pietro e mai mi sentirei di dirla. Il Pd è un partito che va rispettato da chiunque, sia chiaro». Il leader dell'Idv, che definisce le primarie «una bottiglia vuota» se non c'è il programma, replica a distanza: «Come al solito Bersani sfugge al confronto e si rifugia nella lesa maestà». Vendola prova a giocare il ruolo del mediatore, ma lo strappo tra Pd e Idv ha tutta l'aria di essere difficilmente ricucibile. «I gazebo, una scossa salutare per il centrosinistra» Il leader dell'Idv: «Pd e Pdl hanno bocciato un nostro emendamento sull'anticorruzione» Il segretario Pd: «È diffamatorio far credere che ci sia un inciucio Esigiamo rispetto» I «se» sono una montagna, ma è chiaro che Renzi non starà a guardare. È vero che il giorno dopo la direzione nazionale del Pd e l'annuncio di primarie aperte fatto dal segretario Bersani il sindaco di Firenze Matteo Renzi decide comunque di non sciogliere il nodo sulla sua candidatura. «Verificheremo se mi candido o no», dice. Un'affermazione che arriva solo alla fine di una sequenza lunghissima di frasi ipotetiche. Ma è altrettanto vero che quando, subito dopo, Renzi prova, spronato dai giornalisti, a delineare un ipotetico scenario politico che riguarda il prossimo futuro, sa fin troppo bene di cosa parla. Prima la cautela. «Se ci saranno le primarie, se saranno libere e aperte, se saranno convocate e formalizzate, se stiamo alle parole di Bersani e non a quelle di D'Alema e Marini - premette Renzi a Firenze, a margine dell'inaugurazione del Chiostrino dei morti nel complesso di Santa Maria Novella - allora verificheremo, ma il punto oggi non si pone perché ricordo che le primarie non sono state ancora formalizzate, non si sa quando saranno e non abbiamo ancora sciolto il nodo delle candidature». Poi, l'azzardo. Se dovesse presentarsi alle primarie e vincerle Fa bene Bersani a lanciarsi nelleprimarie. Anche se non mi na-scondo le contro-indicazioni dello strumento, per come è fatto nel Pd. Importante era sparigliare, per rilanciare la forza mobilitante del partito». È d'accordo col segretario Pd, Giovanni De Luna, storico contemporaneista a Torino, attento a media e storiografia, studioso di azionismo, Lega e antifascismo. Insomma professore, tutto bene? La sfida di Bersani non è in contrasto con la critica dei partiti personali e le sue stesse idee anti-carismatiche? «No, è un'opzione coraggiosa. Non coltivo il mito delle primarie, né ignoro i loro limiti. Ma ora c'è un grande vantaggio da cogliere: rompere la stasi e moltiplicare la mobilitazione rispetto al fatalismo prevalente. Anche in passato le primarie qualcosa lo hanno dato. Hanno accresciuto il potenziale di partecipazione, prolungando l'onda oltre l'occasione elettorale per la quale erano state indette». Già, ma non sempre sono state un affare per il Pd, anzi... «È l'energia che sprigionano a contare. E non vanno intese in maniera narcisistica e “personalistica”, ma come occasione di confronto. Il che spesso è accaduto, malgrado gli incidenti...». Dunque, nessun contrasto tra partito strutturato, come quello che propugna Bersani, e primarie? «Le primarie non sono alternative al partito, né sinonimo di partito liquido. Anzi possono rinvigorirlo. Fidelizzare militanti ed elettori. Smuovere la passività. Semmai ora il problema è un altro: quale programma e quale legge elettorale?». Giusto, però con il Porcellum che impone premio e coalizione, le primarie hanno un senso. Con un sistema a doppio turno forse no, non le pare? «Il Porcellum va cambiato, ma hanno comunque un senso, tonificante. Nonché politico, nel senso “machiavelliano” della decisione. Purché non siano un tappabuchi, un espediente per dominare la marea antipolitica. Attenzione, Grillo passa. I partiti, quale che sia la forma partito, no. E non si batte Grillo copiandolo, ma con un'idea strategica. Non puramente localistica e leaderistica, come è stato nel caso della Lega, sul cui radicamento ci si è riempita la bocca, per poi vedere come è andata a finire. Quello era un partito personale, arroccato attorno alla segreteria nazionale. È quello che il Pd non deve assolutamente fare». D'accordo e però quelle di Bersani saranno primarie aperte e di coalizione. Ma che succede in caso di polverizzazione, con tanti «secondi» votati, e un segretario-premier indebolito? Non sarebbe un autogol? «Guardi, i vantaggi superano gli svantaggi. Prima di tutto perché si è trattato di una iniziativa coraggiosa da parte di Bersani. E poi perché è una scossa salutare al corpo del partito, che può prolungarsi ben oltre il momento attuale. Ovviamente, e lo ripeto, non mi nascondo gli aspetti anche “folli” delle primarie, per come sono concepite nello statuto del Pd. Sono aspetti che vanno modificati. Ma ora l'importante è capitalizzare la rottura, e fare il pieno degli aspetti positivi già sperimentati». Bene, visto che siamo in tema americano, faccia il «political consultant». Se lei se fosse il gosth-writer di Bersani, che cosa gli suggerirebbe? «Se la cava bene da solo. Ma gli direi di insistere su un punto: basta con la passività e il fatalismo. Con l'essere spettatori. L'Italia può tornare a essere protagonista, dopo venti anni di berlusconismo e nel pieno di una crisi devastante. Ecco quel che va trasmesso agli elettori: la concretezza di un obiettivo praticabile. Ma a tal fine è necessario riprendere la mobilitazione. Con orgoglio, proposte e dignità. In Italia e in Europa. Contro inefficienze e iniquità. E - tecnici o non tecnici - contro l'assurdità del mercato come il migliore dei mondi possibili». ILCENTROSINISTRA S.C. ROMA Governo e alleanze Scontro aperto Di Pietro-Bersani GiovanniDeLuna Per lostorico «leprimariesono unasceltacoraggiosa manonvannointese inmanieranarcisistica.Non sibatteGrillocopiandolo» SONIARENZINI FIRENZE . . . Landini al convegno organizzato dalla Fiom: «È finito il tempo delle deleghe in bianco» BRUNOGRAVAGNUOLO ROMA 2 domenica 10 giugno 2012
«Ho messo la bomba alla Morvillo perché era il luogo più vicino alla statale per tornare a Lecce e anche perché più buio». «L'ho fatto per tutte le truffe che ho ricevuto, tra le quali una da Cosimo Parato di 300mila euro e una da un cliente di Avetrana per 120mila euro», oltre ad «appalto interrotto con la Provincia di Brindisi per la fornitura di gasolio alle scuole». Ha fornito un movente più concreto ma ugualmente da approfondire, Giovanni Vantaggiato, 68 anni, l'imprenditore nel settore carburanti di Copertino (Lecce), che il 19 maggio scorso ha piazzato un ordigno all'esterno dell'istituto professionale Morvillo-Falcone di Brindisi. Un attentato costato la vita a Melissa Bassi, 16 anni, oltre al ferimento di altre cinque compagne di scuola, coetanee della vittima. Una ricostruzione di lucida follia, nelle parole di quello che ormai è definito il «mostro di Copertino», il quale, davanti al gip di Lecce che ha convalidato l'arresto, ha pianto e chiesto perdono, manifestando anche la volontà di scrivere una lettera ai genitori della sedicenne. Discorsi che in apparenza hanno un filo logico, legato a motivazione economiche che potrebbero trovare un collegamento con l'attuale crisi del lavoro e finanziaria. Non convincenti, però, per gli investigatori del Servizio centrale operativo (Sco) della polizia e del Reparto operativo speciale (Ros) dei carabinieri. Gli stessi magistrati titolari delle indagini, il procuratore Dda Cataldo Motta e i sostituti Milto De Nozza (Brindisi) e Guglielmo Cataldi (Lecce), ritengono che si tratti esclusivamente di un tassello in più, rispetto al lungo interrogatorio di nove ore, in cui ha ammesso la sua responsabilità in ordine all'organizzazione e alla messa in atto del piano terroristico. Da esplorare, dunque, non c'è solo il movente, ma anche l'ammissione di colpevolezza, con l'esclusione di eventuali complici nell'attentato. Ma andiamo per gradi. Ieri ha abbandonato la cella di isolamento nella sezione femminile del carcere di Lecce, per comparire davanti al gip. Quattro ore per affermare che «ho subìto diverse truffe e furti», uno «da Parlato (vittima di un attentato con una bomba piazzata sulla sua bicicletta, ndr) per 300mila euro, un altro da clienti di Avetrana (Taranto) per 120mila e altre piccole truffe, sempre legate alle forniture di carburanti». Inoltre ha detto di aver «subìto un furto in appartamento per 50mila euro» e di «due automobili, una mi è stata restituita dopo che ho pagato il “cavallo di ritorno” (specie di tangente, ndr)» mentre non avendo pagato per l'altro veicolo, ha affermato che «mi hanno incendiato due automezzi». Fin qui il movente, arricchito di altri elementi per provare che non c'erano altre motivazioni dietro la follia di massacrare ragazzi della Morvillo. Solo questioni di natura economica che per gli investigatori sono da approfondire. Ma perché proprio quella scuola? Anche su questo punto, la versione sembra essere di comodo, spiegando che «è la più vicina alla strada che poi porta a Lecce» e che dunque la «più veloce per scappare». Per far ciò ha fatto un disegno preciso della strada che ha compiuto, cercando di dimostrare il suo ragionamento, sostenendo così che l'obiettivo è stato per un puro caso la Morvillo. Stessa cosa per quanto riguarda l'eventuale presenza di un complice, che Vantaggiato nega ci sia stato. Accertamenti sono in corso sui tabulati telefonici dell'uomo. In parte sono già presenti negli atti, ma riguardano un arco temporale che va dal primo al 19 maggio scorso, e che hanno permesso di appurare che il 5 di quel mese aveva compiuto un sopralluogo alla scuola. Ora lo screening riguarda le telefonate fatte nel corso del 19 e nei giorni seguenti, per individuare contatti che potrebbero risultare sospetti. Secondo la ricostruzione di due diversi testimoni, tra le 23 del 18 maggio e l'1:40 del 19, un'altra persona con caratteristiche fisiche diverse da Vantaggio avrebbe spinto il bidone per la carta da riciclo con all'interno l'ordigno davanti all'istituto scolastico. L'ipotesi, tutta da verificare, è che questa seconda persona sia giunta nella notte con un veicolo di proprietà del reo confesso per piazzare l'ordigno e, il mattino seguente, Vantaggiato sarebbe tornato con una seconda macchina di sua proprietà. Sembra plausibile, dunque, che dopo aver azionato il telecomando per far esplodere l'ordigno, Vantaggiato possa aver interloquito con un eventuale complice. Ed è proprio questa la traccia che gli investigatori dello Sco stanno cercando nei tabulati telefonici. L'obiettivo è di incrociare i contatti dubbi del 19 maggio mattina, con i risultati della cella telefonica di quella zona, così da scoprire chi e se c'era una seconda persona vicino al Morvillo la notte tra il 18 e 19 maggio. Infine ha parlato della fabbricazione dell'ordigno, rudimentale ma estremamente ingegnoso. Secondo il suo racconto, la polvere pirica contenuta all'interno delle tre bombole, collegate ad un circuito elettronico, non l'aveva presa da fuochi d'artificio, come detto in un primo momento. Ha spiegato di aver comprato diversi componenti chimici in tre negozi della provincia di Lecce e assemblati seguendo le indicazioni apprese in una enciclopedia. Poi ha compiuto diverse prove, facendo esplodere bombe artigianali in campagna, fino a quando ha creato l'ordigno utilizzato per massacrare la giovane Melissa. È il giorno del Gay Pride. E Pier Luigi Bersani cerca parole chiare per parlare a un popolo meno variopinto del solito, che, senza carri per solidarietà con le popolazioni terremotate, sfilava ieri sotto le Due Torri. «Non è accettabile che in Italia non si sia ancora introdotta una legge che faccia uscire dal farwest le convivenze stabili tra omosessuali, conferendo loro dignità sociale e presidio giuridico», scandisce il messaggio di adesione del segretario Democratico alla manifestazione nazionale del movimento Lgbt. Un messaggio programmatico, che mette in fila i nodi irrisolti in tema di diritti civili che tengono l'Italia fuori dal novero dei «principali paesi occidentali»: unioni omosessuali, appunto, legge contro l'omofobia e la transofobia («è intollerabile che questo parlamento non sia riuscito a vararne una») e poi diritto di cittadinanza per i figli degli immigrati nati in Italia, divorzio breve, testamento biologico. «Anche su questi temi, nei mesi che verranno da qui alle prossime elezioni politiche, si giocherà la nostra capacità di parlare al Paese», scandisce Bersani, schierando in modo deciso il Pd con le «forze progressiste che in tutto il mondo, da Obama al neo-eletto Hollande, sono impegnate a costruire un nuovo civismo», fatto di «pari diritti e pari opportunità, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale e identità di genere». «Una lettera bellissima», lo ringrazia la deputata Paola Concia, firmataria di varie proposte di legge che vanno sotto la rubrica “diritti civili” e giacciono da tempo in parlamento. «Era ora», chiosa il leader di SeL Nichi Vendola. E mentre il portavoce dell'Arcigay, Paolo Patané, avverte: «Passo interessante ma non sufficiente, ci vuole il matrimonio civile», il vicepresidente del Pd Scalfarotto indica «le unioni civili sperimentate in Nord Europa» come un modello non ideale ma possibile su cui lavorare «insieme» e in calza i Democratici: «Adesso dobbiamo giungere a una proposta chiara con il Comitato diritti, presieduto da Rosy Bindi». Intanto dal Pdl, parte il coro dei censori. Gasparri grida già a «Bersani come Zapatero». Qualgliariello mette in guardia Casini, sconsigliando al leader centrista «innaturali cartelli elettorali». Eugenia Roccella corre a tracciare attorno a Bersani il «perimetro delle alleanze possibili», che ovviamente, a suo avviso, esclude i cattolici. Mentre l'Udc Buttiglione scandisce il suo adagio: «Se Bersani intende parlare al Paese delle unioni omosessuali, noi continueremo a parlare in difesa della famiglia». «Le bombe perché sono stato truffato» Bersani: «Contro il far west, una legge per unioni stabili» Il “Pride nazionale 2012” di Bologna FOTO DI MICHELE NUCCI/ANSA Messaggio del segretario al Gay Pride Scalfarotto (Pd): Lavoriamoci. Arcigay: i Dico? Non bastano MARIAGRAZIAGERINA mgerina@unita.it ITALIA Vantaggiato piange e chiede perdono «Scriverò una lettera ai genitori di Melissa» Gli investigatori cercano un complice analizzando i tabulati L'ordigno preparato consultando una enciclopedia IVANCIMMARUSTI BRINDISI Giovanni Vantaggiato, l'attentatore di Brindisi FOTO DI DARIO CARICATO/ANSA . . . «La Morvillo-Falcone l'ho scelta perché più vicina alla strada che porta a Lecce» . . . «Nel 2003 la Provincia mi ha interrotto l'appalto per la fornitura di gasolio alle scuole» 14 domenica 10 giugno 2012
Il parallelo immediato va a ventianni fa, quando il disastro di RaiUno aveva affondato la Rai e,nel bel mezzo di Tangentopoli(il grillismo del tempo che fu)Napolitano (toh!) Presidente della Camera, scelse (congiuntamente a quello del Senato, Giovanni Spadolini) di spedire in Rai cinque Professori - capeggiati dal bocconiano (toh!) De Mattè - a fare i consiglieri e il direttore del giornale della Confindustria (toh!) Gianni Locatelli - a fare il direttore generale. Non fu una esperienza felice, perché mancavano dentro il Consiglio le visioni strategiche (peraltro ancora più assenti nel mondo esterno, dove impazzavano le chiacchiere sul «vero servizio pubblico», gli appelli agli abbonati perché alzassero la voce, le campagne sugli sprechi e via cantilenando) visioni che comunque non fecero in tempo a maturare a causa del repentino e vittorioso contropiede elettorale di Berlusconi. Da allora, tranne i primi mesi del cda Zaccaria-Celli, la Rai più che un soggetto è stata un oggetto, una semplice pre-condizione strutturale della posizione dominante di Mediaset nel fatturato della pubblicità televisiva. Dopo venti anni arrivano al pettine i vecchi nodi (circa il perché e il percome dell'azienda pubblica radiotelevisiva); ma nel frattempo è successo dell'altro. Mediaset più che dominante è divenuta ingombrante, stretta fra la contrazione di lungo periodo della spesa pubblicitaria e i (del resto inevitabili) cattivi risultati della sua tv a pagamento (che è affare da creatori di prodotti come Newscorp e altri - e non da rivenditori locali, quale Mediaset è sostanzialmente sempre stata). E allora cosa farà Tarantola, al vertice del corno pubblico di un Duopolio estenuato? La risposta sembra semplice: sarà il Monti della situazione, il garante super (o extra) partes in un momento in cui serviranno soluzioni che comunque romperanno alcuni equilibri e abitudini. Che abbia o non abbia il televisore a casa, con buona pace di Carlo Freccero, non conta nulla. Cosa farà invece Gubitosi, il nuovo dg? C'è da essere quasi certi che staccherà dalla Rai l'Alta Frequenza (le torri di trasmissione etc.), e cioè il settore dove si possono fare i soldi (è la stessa cosa, del resto, che sta facendo Ti Media). Fra l'altro, a giudicare dal profilo professionale, sembra il terreno sul quale è probabile che abbia qualche idea. E cosa si inventerà per i programmi, che bene o male procurano i soldi del canone e della pubblicità? Gli spazi di manovra non sono molti: 1) nell'immediato, tenterà un tacito accordo di cartello con Mediaset per abbattere i costi dei palinsesti (e c'è da giurare che a Cologno Monzese siano prontissimi), un accordo che nessuno avrà interesse a rompere fintanto che la torta della pubblicità resterà così misera; 2) nel medio periodo, se ci arriverà, potrebbe avventurarsi nella revisione della struttura informativa decentrata, non tanto, diremmo, per comprimere i costi, essendoci poco da spremere, quanto per aumentare le sinergie e creare condizioni di offerta più incisive. Ah, dimenticavamo. Sul piano delle chiacchiere avremo una superproduzione di visioni multimediali, web 2.0 e cose del genere. Ma di concreto nulla che possa incidere sugli equilibri dei bilanci. Al lungo periodo, e cioè alla redistribuzione delle frequenze della free tv (dove le tre reti oggi in possesso di Mediaset bloccano in radice ogni possibile concorrenza e ogni dinamica di sviluppo industriale) ci penserà invece la prossima legislatura, anche se qualche movimento carsico già si avverte. Non riusciamo a credere che il rude Passera abbia sottratto a Mediaset, in zona Cesarini, le frequenze del Beauty contest (ricordate?) senza elaborare, d'intesa con la stessa Mediaset, una qualche soluzione B. Quale? Boh... Ma forse la voce della diluizione di Mediaset e dei suoi guai strategici in Telecom non nasce dal nulla. E forse c'è un nesso con l'annuncio di Telecom di aver deliberato la “messa in vendita” di La7. Ci sarà comunque modo nel prossimo futuro di saziare la voglia di dietrologie e di esercitarsi a comporre i pezzi del puzzle. C'è anche chi ha pensato a lui come possibile presidente della Rai. E in effetti, quanto a esperienza dentro l'azienda - a cominciare dalle tredici volte sulla plancia di comando di Sanremo - Pippo Baudo non è secondo a nessuno: è «uno dei padri della televisione italiana», come scrive Wikipedia. Difficile non essere d'accordo. Probabile che abbia idee precise su quello che dovrebbero fare la signora Anna Maria Tarantola, indicata dal premier Monti come presidente della Rai, e il signor Luigi Gubitosi, futuro direttore generale, nonostante la prima sia l'attuale vicedirettore generale di Bankitalia e il secondo un ex manager di Bank of America - Merryl Lynch. SignorBaudo, comevedequeste nomine?C'èchitrovabizzarroil fattocheper rimettere in sesto la Rai si chiamino due professionalità così distanti dal mondo della televisione... «Io sinceramente queste persone non le conosco. Però non faccio come tanti, non emetto giudizi negativi a priori. Molti lo fanno perché sono invidiosi, perché avrebbero voluto loro essere chiamati a dirigere l'azienda». Vabene,perònonsarebbestatopiùlogico chiamare qualcuno che mastichi di tv?Infondoènecessariaunavisioneeditoriale per la prima azienda culturale d'Italia,no? «Vede, le crisi della Rai sono due. Una di natura economica, ed è quella più grave. Non bisogna mai dimenticare la quantità enorme di lavoratori dello spettacolo che ruotano intorno alla Rai, direttamente e indirettamente. È tra le più grandi aziende del Paese. È qui la situazione è estremamente seria, e necessita un intervento molto incisivo: sono quei casi in cui bisogna chiamare gente del mestiere, così come quando c'è una malattia importante si cerca lo specialista più importante. Poi c'è il problema editoriale, dove la Rai ha smarrito la sua ragion d'essere. Si tratta di attingere a forze interne, e ce ne sono tante. Se lei gira per i corridoi di Viale Mazzini, vedrà che la Rai dispone ancora di tante professionalità di altissimo livello. Non ci sono più quelli di una volta, ma tanti giovani che possono benissimo sopperire alla mancanza di specializzazione dei nominati, aiutando a innovare il prodotto». MettiamochelasignoraTarantolae ilsignorGubitosilachiaminoeledicano:caro Baudo, dall'altodella sua esperienza, qualisonoleprimedueotrecosedafare persalvare laRai? «Lei lo sa che io non sono mai stato disponibile ad assumere ruoli di gestione, ho solo fatto una volta il direttore artistico con Letizia Morratti: per fortuna feci bene, ma mi basta quell'esperienza... a parte questo, l'importante è ricordarsi che siamo un servizio pubblico, parliamo a milioni e milioni di italiani. Lei lo sa che la tv generalista raccoglie ancora nel prime time quasi 28 milioni di persone? Un numero enorme, e anche una responsabilità immensa. È necessaria una produzione adeguata. E invece oggi programmi Rai e tv commerciali sono indistinguibili, e questo è un grave difetto». Leinontemechelanuovadirigenzapossa invece commettere, per così dire, l'«errore greco»: ossia tagliare e basta, finendocon lostroncare il malato? «No, io penso che prima vada superato il problema economico. Non credo che Tarantola e Gubitosi siano stupidi, non faranno l'errore di tagliare e basta. Faranno uno screening artistico dell'azienda, senza il quale la Rai entrerà in fibrillazione: ha bisogno, invece, di una nuova direzione di marcia, decisa e chiara. Le risorse umane e culturali ci sono». Ora però c'è anche chi profetizza la fine dellatelevisionegeneralista,conl'affermazionedellemultipiattaforme,diinternet,del satellitare,della tv on demand... Sono lecosiddette sfide del futuro. «È in atto una trasformazione molto forte, questo sì. Pensi che in America non si dice più primetime, ma minetime: ognuno può crearsi il proprio palinsesto, i cittadini possono scegliere il proprio programma secondo le proprie inclinazioni e preferenze. Detto questo, l'unica cosa veramente bella è la tv generalista: perché è enciclopedica, è quella che più si adatta a un Paese stretto e lungo come il nostro. Prima arriva il sapere generale, poi la specializzazione. La tv generalista deve essere compresa a Belluno come a Lampedusa, questa è la sua forza. Negli altri Paesi, che noi citiamo spesso a sproposito, la fanno eccome, la tv generalista: il primo canale francese è generalistissimo, se mi concede il termine. E così in Germania, per non parlare della Bbc: non hanno perduto loro vocazione, nonostante il satellite, Twitter, Facebook e via cantando. Chi dice il contrario, dice una follia». Scusi,Baudo,unabattuta:maleisicandiderebbealle primariedel Pd? «Io da 50 anni ricevo proposte di candidature, con collegi anche sicuri. La mia connotazione è di centrosinistra, e non la rinnego. Detto questo, non parteciperei assolutamente alle primarie, ma mi complimento con Bersani che ha deciso di farle. Mi complimento perché sono un momento molto bello in cui tocchi con le mani la volontà dell'elettorato che designa il leader sul quale puntare. È una forma di democrazia molto bella. Ricordo con piacere le famose primarie di Prodi, quando contro ogni previsione mezz'Italia si mobilitò spontaneamente per dare il suffragio alla sua candidatura. Le cose belle non perdiamole». Anna Maria Tarantola in una immagine di repertorio FOTO DI ALESSANDRO DI MEO/ANSA L'INTERVISTA ROBERTOBRUNELLI ROMA . . . «Prioritari i problemi economici. La crisi editoriale si può affrontare con le risorse interne» Il Grande Puzzle delle frequenze davanti ai nuovi capi Ddl Fornero, quell'obbligo ad assumere che spegne lo spettacolo Il disegno di legge sulla «riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita» (ddl 3294/12), meglio conosciuto come riforma Fornero, ora all'analisi delle Camere, contiene alcune novità per le attività culturali, non tutte egualmente positive. È certo un successo che gli attori possano finalmente usufruire anche in Italia del sussidio di disoccupazione a requisiti ridotti (mini Aspi). Il divieto risaliva al regio decreto 1827 del 1935, e per trovare una vergogna di analoga portata nel settore dello spettacolo bisogna risalire ai tempi in cui era vietato seppellire gli attori in terra consacrata. Si aggiunga che una disposizione così iniqua aveva inevitabilmente portato a interpretazioni difformi con esiti perfino grotteschi. Mentre la maggioranza si atteneva al divieto, alcune sedi dell'Inps accordavano la disoccupazione anche agli attori, con conseguenti migrazioni di questi verso le sedi favorevoli, fino a quando una sentenza della Cassazione due anni fa aveva ribadito il vetusto regio decreto. Abrogando quell'iniqua disposizione il governo ha fatto sua una battaglia portata avanti dal Pd, da movimenti, sindacati e anche associazioni datoriali come l'Agis, cui perfino la Pdl non si è opposta. Il riconoscimento della disoccupazione agli attori è in linea con lo Statuto degli artisti varato oramai 5 anni fa dal Parlamento europeo che chiarisce, senza possibilità di fraintendimenti, come nelle attività culturali il lavoro sia per sua natura intermittente. Perciò si resta perplessi e sgradevolmente sorpresi scoprendo che sempre il ddl 3294/12 non contempla la specificità dello spettacolo in materia di contratti a termine. In generale il provvedimento in questa materia allarga le maglie della durata del primo e dei due successivi contratti a tempo determinato, irrigidendo però la normativa dopo il terzo, con sanzioni per il datore di lavoro, e una possibile interpretazione che porterebbe a sentenze con l'obbligo dell'assunzione. Con la disoccupazione ai massimi storici, è evidente il tentativo di creare più lavoro a tempo indeterminato, ma naturalmente sono previste delle eccezioni, come gli stagionali nell'agricoltura e nel turismo. Il settore delle attività culturali non è però ricompreso in queste eccezioni: il risultato del ddl 3294/12 sarà nello spettacolo inverso a quanto sperato, comportando una maggiore precarizzazione dei lavoratori, con le imprese costrette a rinunciare ai loro collaboratori abituali, dovendo continuamente cambiarli per non incappare nelle sanzioni. Sulla peculiarità del lavoro nello spettacolo vale la pena di ricordare l'accordo che dai sindacati arriva alle associazioni datoriali, cosicché in sede di analisi del provvedimento in commissione lavoro, il senatore del Pd Vincenzo Vita ha presentato un emendamento che sanava questa situazione. Malgrado la favorevole unanimità della commissione, l'emendamento è stato rifiutato dal governo e dai relatori del ddl Fornero, e quindi trasformato in ordine del giorno, su cui l'esecutivo si è impegnato «a un approfondimento». Vedremo. Certo è che su un argomento così urgente come il lavoro, il governo è ancora una volta lontano e sordo rispetto al Paese reale. La mancata comprensione dell'atipicità del lavoratore dello spettacolo è in Italia un male antico, come dimostra il fatto che solo oggi gli attori sono ammessi agli ammortizzatori sociali. E dunque viene il dubbio che invece di inseguire proposte di leggi-quadro sullo spettacolo finora dimostratesi velleitarie, sarebbe stato forse meglio affrontare lo statuto del lavoro e del lavoratore in un settore critico come la cultura. LUCADELFRA ROMA PippoBaudo «Nientepregiudizi, l'aziendaè in fortecrisi eservegentedelmestiere Masonocerto chenonsioccuperanno solodi tagliare» Lapresidentesarà ilgarante«extrapartes» inunafasedi rottura divecchiequilibri Ildgdovrà fare iconti con ipianidiPassera L'ANALISI STEFANOBALASSONE «Con quei conti era giusto chiamare degli specialisti» Pippo Baudo FOTO DI COSIMA SCAVOLINI/LAPRESSE domenica 10 giugno 2012 9
ROMANO PRODI, QUANDO GOVER-NAVA DISSE CHE, IN CONFRONTO ALLA RAI, IL CONFLITTO in Libano era uno scherzo. Una battuta, ma nessuno rise. Perché da sempre la tv pubblica è il fronte sul quale si sono combattute le lotte più dure. Perciò ha lasciato basiti molti commentatori la decisione con cui Mario Monti ha affrontato la questione, spiazzando i partiti. E anche i giornalisti, cui le decisioni sono state comunicate senza alcun rispetto per gli orari di messa in onda dei tg e di chiusura dei quotidiani. Una noncuranza vendicativa nei confronti di chi negli ultimi tempi lo ha criticato? Chissà. Fatto sta che il premier ha messo in atto quello che l'orrenda legge Gasparri prevede. Ma con l'attenuante, per lui, di non essere il padrone della tv concorrente. Perché la legge Gasparri è stata fatta con Berlusconi al governo, per consentire proprio al capo del governo di fare il bello e il cattivo tempo nella Rai. Anche se, ovviamente Berlusconi non si accontentò dei poteri che la legge gli dava, ma travalicò ampiamente, servendosi dei posti nella tv di Stato per accontentare le sue fidanzate e perfino per acchiappare il voto di qualche senatore per interposta fidanzata, come rivelarono le indecenti intercettazioni Perciò, ora, la cosa più incredibile è che Alfano abbia la faccia tosta di apparire nei tg per criticare la decisione di mandare a casa la signora Lei che, secondo lui, avrebbe ottenuto ottimi risultati aziendali. E quali sarebbero questi risultati? L'aver regalato alla concorrenza i migliori talenti Rai? Oppure i conti in rosso, la pubblicità in calo e i palinsesti in disarmo? Comunque, stavolta ci è mancata la dichiarazione di Gasparri, molto più preoccupato, al momento, per il suo futuro dentro un partito che si squaglia. Sembra che abbia detto: «Sono di destra, ho un cane e ho più di 45 anni. Dove vado?». Abbiamo in mente una risposta, ma non possiamo scriverla. TV 07.15 La casa delle 7 donne. Serie TV 08.00 TG 1. Informazione 08.20 Easy Driver. Reportage 09.00 TG 1. Informazione 09.05 La casa del guardaboschi. Serie TV 09.55 Linea Verde Orizzonti Estate. Informazione 10.00 A Sua immagine. Religione 10.55 Santa Messa. Religione 12.00 Recita dell'Angelus da Piazza San Pietro. Religione 12.20 Linea verde Estate. Attualita' 13.30 TG 1. Informazione 13.31 Tg1 Focus. Informazione 14.00 Con il cuore. Show. 16.10 TG 1. Informazione 16.15 RaiSport Stadio Europa. Rubrica 17.45 Calcio: Spagna - Italia. Sport 20.00 TG 1. Informazione 20.25 Automobilismo: Gran Premio del Canada di F1. Sport 21.30 Pole Position. Rubrica 22.00 Dieci inverni. Film Commedia. (2009) Regia di Valerio Mieli. Con Isabella Ragonese, Michele Riondino, Liuba Zaizeva, Glen Blackhall. 23.55 TG 1 - NOTTE. Informazione 23.56 Che tempo fa. Informazione 00.20 Applausi. Rubrica 07.00 Cartoon Flakes weekend. Programmi Per Ragazzi 08.50 Battle Dance 55. Show. 09.45 Matt & Manson. Cartoni Animati 10.00 Mc Bride - Omicidio dopo mezzanotte. Film Giallo. (2005) Regia di Kevin Connort. Con John Larroquette 11.25 La nave dei sogni - Namibia. Film Documentario. (1998) Con Heinz Weiss 13.00 Tg2 giorno. 13.30 TG 2 Motori. 13.45 Dribbling Europei. Rubrica 14.15 Il commissario Herzog. Serie TV 16.20 Il dolce profumo del male. Film Giallo. (2009) Regia di Peter Sämann. Con Fritz Wepper, Sophie Wepper, Hans Schuler. 17.55 Il Clown. Serie TV 18.40 Due uomini e mezzo. Serie TV 19.10 Automobilismo: Gran Premio del Canada di F1. Sport 20.25 Campionati Europei 2012: Rep. Irlanda - Croazia. Sport 21.30 TG 2. Informazione 23.00 TG 2. Informazione 23.15 Notti Europee. Rubrica 00.45 Protestantesimo. Rubrica 01.15 Hawaii Five-0. Serie TV Con Alex O'Loughlin, Scott Caan 01.55 Meteo 2. Informazione 07.30 Wind at my back. Serie TV 08.40 I sequestrati di Altona. Film Drammatico. (1962) Regia di Vittorio De Sica. Con Françoise Prévost 10.25 Agente Pepper. Serie TV 11.15 TGR Mediterraneo. 11.40 TGR RegionEuropa. 12.00 TG3. Informazione 12.05 TG3 Persone. Reportage 12.25 TeleCamere. 12.55 Lezioni dalla crisi. Rubrica 13.25 Il Capitale di Philippe Daverio. Rubrica 14.00 Tg Regione. / TG3. 15.30 Poveri ma belli. Film Commedia. (1957) Regia di Dino Risi. Con Marisa Allasio 17.05 Splash - Una sirena a Manhattan. Film Commedia. (1984) Regia di Ron Howard. Con Tom Hanks 19.00 TG3. / TG3 Regione. 20.00 RaiSport Stadio Europa. Rubrica 20.25 Blob. Rubrica 20.55 Pane, amore e fantasia. Film Commedia. (1958) Regia di Luigi Comencini. Con Vittorio De Sica, Gina Lollobrigida. 22.45 Tg3. Informazione 22.50 Tg Regione. Informazione 22.55 Onna, questo mio povero paese. Documentario 00.00 Tg3. Informazione 00.05 Meteo 3. Informazione 00.10 TeleCamere. Informazione 07.30 Zorro. Serie TV 08.30 Ti racconto un libro. Rubrica 08.50 Slow tour. Show. 09.25 Correndo per il mondo. Reportage 10.00 S. Messa. Religione 11.00 Pianeta mare. Reportage 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Melaverde. Rubrica 13.20 Pianeta mare. Reportage 14.00 Donnavventura. Rubrica 14.32 Papà è un fantasma. Film Fantasia. (1990) Regia di Sidney Poitier. Con Bill Cosby 16.30 La donna che visse due volte. Film Drammatico. (1958) Regia di Alfred Hitchcock. Con James Stewart 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Colombo. Serie TV 21.30 High Crimes - Crimini di stato. Film Thriller. (2002) Regia di Carl Franklin. Con Ashley Judd, Morgan Freeman, Jim Caviezel. 23.40 L'Italia che funziona. Rubrica 23.55 I Bellissimi di Rete 4. Show. 00.00 Commedia sexy. Film Commedia. (2000) Regia di Claudio Bigagli. Con Alessandro Benvenuti, Ricky Tognazzi 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.51 Le frontiere dello spirito. Rubrica 10.00 Miracoli degli animali. Documentario 10.11 A Beverly Hills... Signori si diventa. Film Commedia. (1993) Regia di P. Spheeris. Con Diedrich Bader 13.00 Tg5. Informazione 13.40 L'onore e il rispetto - Parte seconda. Serie TV 16.01 Lilly Schonauer - Amore appeso a un filo. Serie TV Con Elisabeth Lanz, Daniela Ziegler 18.00 I delitti del cuoco. Serie TV Con Bud Spencer, Enrico Silvestrin 20.00 Tg5. Informazione 20.39 Meteo 5. Informazione 20.40 Striscia la notizia. Show 21.15 Caterina e le sue figlie 3. Serie TV Con Virna Lisi, Alessandra Martines, Valeria Milillo. 23.31 Ragazze interrotte. Film Commedia. (1999) Regia di James Mangold. Con Winona Ryder, Angelina Jolie, Clea Duvall, Brittany Murphy. 01.30 Tg5 - Notte. Informazione 02.00 Tg Bau&Miao. Rubrica 02.40 Striscia la notizia. Show 07.40 Cartoni animati 10.00 Free Willy 3 - Il salvataggio. Film Avventura. (1997) Regia di Sam Pillsbury. Con Jason James Richter 11.50 Grand Prix. Rubrica 12.25 Studio aperto. Informazione 13.00 I Simpson. Cartoni Animati 13.55 Superman. Film Azione. (1978) Regia di Richard Donner. Con Christopher Reeve 16.40 Barbie e la magia della moda. Film Animazione. (2010) Regia di William Lau. 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Bau boys. Rubrica 19.26 Matrimonio a quattro mani. Film Commedia. (1995) Regia di Andy Tennant. Con Kirstie Alley, Steve Guttenberg, Ashley Olsen. 21.25 Archimede - La scienza secondo Italia 1. Show. Conduce Niccolò Torielli. 00.30 Confessione reporter. Informazione 02.00 Poker1mania. Sport 03.00 Studio aperto - La giornata Informazione 03.15 Media shopping. Shopping Tv 03.30 Blackout. Film Drammatico. (1997) Regia di Abel Ferrara. Con Matthew Modine 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 10.00 Ti ci porto io. Rubrica 11.20 Misano, Italia - Superbike: Gara 1 (diretta). Sport 13.00 Paddock Show. Informazione 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Medical Investigation. Serie TV 15.00 Misano, Italia - Superbike: Gara 2 (diretta). Sport 16.30 Paddock Show. Informazione 17.00 The District. Serie TV 17.55 Movie Flash. Rubrica 18.00 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 In Onda. Talk Show. Conduce Nicola Porro, Luca Telese. 21.30 The Kennedys. Telefilm 24.00 Tg La7. Informazione 00.05 Tg La7 Sport. Informazione 00.10 Tortured. Film Thriller. (2008) Regia di Nolan Lebovits. Con Laurence Fishburne 02.15 Movie Flash. Rubrica 02.20 Bookstore (R). Rubrica 03.30 Omnibus (R). Informazione 04.50 In Onda (R). Talk Show. 21.10 Il grande Lebowski. Film Commedia. (1998) Regia di J. Coen. Con J. Bridges S. Buscemi. 23.15 Viaggi di nozze. Film Commedia. (1995) Regia di C. Verdone. Con C. Verdone C. Gerini. 01.10 Nowhere Boy. Film Drammatico. (2009) Regia di S. Taylor-Wood. Con K. Scott Thomas A. Johnson. SKY CINEMA 1HD 21.00 Sky High - Scuola di superpoteri. Film Fantasia. (2005) Regia di M. Mitchell. Con K. Russell K. Preston. 22.45 Adèle e l'enigma del faraone. Film Azione. (2010) Regia di L. Besson. Con L. Bourgoin 00.40 Vitus. Film Drammatico. (2006) Regia di F. Murer. Con B. Ganz F. Borsani. 21.00 Il fiume delle verità. Film Sentimentale. (2010) Regia di M. Leutwyler. Con Z. Gilford A. Heard. 22.50 Un calendario molto speciale. Film Commedia. (2009) Regia di A. Sanford. Con K. Chenoweth J. Hopkins. 00.25 Sylvia. Film Drammatico. (2003) Regia di C. Jes. Con D. Craig G. Paltrow. 18.45 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 19.35 Young Justice. Serie TV 20.00 Takeshi's Castle. Show. 20.25 Lo straordinario mondo di Gumball. Cartoni Animati 20.50 Adventure Time. Cartoni Animati 21.15 The Regular Show. Cartoni Animati 21.40 Mucca e Pollo. Cartoni Animati 19.00 Top Gear USA. Documentario 20.00 Deadliest Catch. Documentario 21.00 La febbre dell'oro: Mare di Bering. Documentario 22.00 La febbre dell'oro. Documentario 23.00 Come è fatto. 23.30 Come è fatto. Documentario 00.00 American Guns. Documentario 18.55 Deejay TG. Informazione 19.00 The Middleman. Serie TV 20.00 Lincoln Heights. Serie TV 21.00 The Flow speciale Club Dogo. Musica 21.30 DJ Stories - Labels. Reportage 22.30 Deejay chiama Italia - Remix. Rubrica DEEJAY TV 20.20 Ragazzi in gabbia. Docu Reality 21.10 Il Testimone. Reportage 22.20 Il Testimone. Reportage 22.50 South Park. Serie TV 23.15 South Park. Serie TV 23.40 Speciale MTV News: Story Of The Week. Informazione 00.30 I Soliti Idioti. Serie TV MTV RAI 1 20.25: Gran Premio del Canada di F1 Sport. Il circuito di Montreal, alla memoria di Gilles Villeneuve, fa da cornice alla settimana prova del Mondiale. 20.25: Rep. Irlanda - Croazia Sport. A Poznan l'Irlanda di Trapattoni, inserita nel Girone C con Italia e Spagna, fa il suo esordio contro la Croazia. 20.55: Pane, amore e fantasia Film con V. De Sica. Il maresciallo Carotenuto conosce al paesello la bella Mariella. 21.30: High Crimes - Crimini di stato Film con A. Judd. Dovrà difendere il marito davanti al tribunale militare. 21.15: Caterina e le sue figlie 3 Serie tv con V. Lisi. Caterina viene rinchiusa e Marimberti sembra avere la vittoria in pugno. 21.25: Archimede - La scienza secondo Italia 1 Show con N. Torielli. La scienza a portata di tutti. 21.30: The Kennedys Serie Tv con K. Holmes. La vita della famiglia Kennedy e le tragedie che questa ha subito. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY Gli effetti della legge Gasparri e il futuro diGasparri FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO U: domenica 10 giugno 2012 25
CaraUnità Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense,131/L_0154_Roma lettere@unita.it «IOVEDO IL MODOCOME QUALCOSA DI INCREDI-BILEEL'INCREDIBILEÈCIÒCHENONSIPUÒVEDERE,FIORINELLEMATITE,DEBUSSYSULLASABBIAINUNA SCONOSCIUTA LOCALITÀ DI MARE… Ma tu non dici mai niente, tu non dici mai niente… Io vedo tranvai blu e marciapiedi di pianto, paraventi cinesi sotto il vento del Nord, oggetti senza oggetto e finestre da artisti da cui escono il sole, il genio e la morte… E nel mio letto d'asfalto dentro a questa città, sopra di me lo scorrere di ragazze e di spugne che trasudano il succo di questa folle età… Aspetta, vedo ancora una stella smarrita che mi viene a cercare e mi parla di te, la conosco da tempo vive alla porta accanto, ma la sua luce è illusoria come me…». Io navigo e mi perdo, non è antico, non è moderno, è Ferré eterno. È l'uomo che lotta, respira, suda, ama, piscia, eiacula. È l'uomo di Preface che s'incazza (era il '57) per la cultura usata come sapone, schiavizzata dal mondo dell'industria e della comunicazione. È l'uomo che nell'anarchia trova la più lucente e selvaggia delle stelle, la voce più fiera e ribelle, l'uomo che non dimentica i giorni crudeli di Franco e della guerra di Spagna e brinda all'euforia adolescente di una birra profumata d'assenzio, all'ombra di tigli verde intenso. C'è un corpo che aspetta in riva al mare, seduto sul molo, con gli occhi disegna parole all'orizzonte e da solo gonfia vele con guance stanche e polmoni di fumo. Ubriaco di passioni e di destino, vede le vele diventare striscioni e i coloni del '68 uscire dall'acqua e urlare di rabbia ai padroni. C'è un uomo che conosce ogni ruga del suo viso eppure insegue la carne nel piacere e nell'amore. «Non son l'uno per cento, ma credetemi, esistono», sono figli di troppo poco, sono figli di origine oscura… se dai calci in culo ci sarà da incominciare a scendere per strada, vedrai, saranno gli anarchici…«Poeti! I vostri Documenti!» allora... «Né Dio né legge!” ancora… Resteranno sempre in piedi, gli anarchici, resteranno in piedi. Non si può parlare di Ferré se non ascoltandolo, se non leggendolo, lo puoi sbattere in terra, ma torna sempre fuori, in silenzio, in auto, a piedi, a pedali, fra la folla sul tram. Uscirà allo scoperto, a San Benedetto del Tronto questa forza la vedrete camminare, al Teatro Concordia, alle nove di sera il prossimo fine settimana, dove l'incredibile professor Giuseppe Gennari, aiutato dal meraviglioso Maurizio Silvestri, inscenerà ancora una pagina moderna per Léo. Tre serate con Peppe Voltarelli e Gulio Casale, artisti rari e l'ospite francese Yves Rousseau. Vi assicuro non c'è mare migliore nella notte che viviamo ogni giorno. Ascoltate LesetrangerseLamemoireelamer ed entrerete nella “dimensione X”... Così io respiro sott'acqua. Ecco due o tre cose che so di Léo. UN PAIO DISETTIMANE FAUMBERTO DE GIOVAN-NANGELI DAVA CONTO SU QUESTO GIORNALE DI ATTACCHIRAZZISTISCATENATIINISRAELECONTROIMMIGRANTI AFRICANI. Gli attacchi ai limiti del pogrom hanno avuto luogo, incredibile a udirsi, nei sobborghi di Tel Aviv, la laicissima città della Israele più colta e moderna, città della movida, del buon vivere all'occidentale. La teppaglia che ha scatenato i raid contro esseri umani, colpevoli solo di essere quello che sono, era composta da oltranzisti della destra israeliana, laica e religiosa. Anche i leader della odiosa campagna xenofoba sono israeliani, non arabi, quindi ebrei. La domanda che si impone con urgenza è: «Si può essere israeliani, ebrei e razzisti?» La risposta è: «Ma certo! Eccome!». Qualche lustro fa una simile domanda e una simile risposta sarebbero state scandalose in quanto tali, si sarebbero trovati esponenti autorevoli delle comunità ebraiche della diaspora (e si trovano ancora) pronti a lanciare anatemi contro chi avesse osato porre simili domande e dare simili risposte. Il malcapitato sarebbe stato immediatamente marchiato con l'infamante epiteto di antisemita, magari con un surplus di infamia: «Schifoso antisemita!». In tempi più recenti qualche anima bella, di fronte a manifestazioni di razzismo da parte di ebrei, con accenti addolorati e incredulo stupore diceva (e ancora dice ): «Ma come??? Proprio loro??? Con quello che hanno passato???». Ebbene sì proprio noi, con quello che abbiamo passato, abbiamo i nostri razzisti, i nostri xenofobi, i nostri fascisti e se andiamo avanti di questo passo avremo anche di peggio, ( mi astengo dalla definizione per il rispetto che devo a quelli fra i nostri che furono annientati e ridotti in cenere). Come è potuto accadere? È facile capirlo. Gli ebrei sono solo esseri umani come tutti gli altri, con le loro miserie e le loro glorie. Pertanto è bastato lasciarsi andare con cupidigia all'idolatria della terra perché sorgessero fra gli ebrei i nazionalisti fanatici e religiosi e dunque razzisti, e xenofobi. L'eccellenza ebraica nel corso di 30 secoli non è mai stata dovuta ad un supposto ed equivocato talento dell'ebreo in quanto tale, ma è nata da condizioni socio esistenziali, da scelte culturali e dal fatto di essere un popolo di meticci avventizi che seppero colonizzare il cielo con il Dio universale che a sua volta li elesse perché erano schiavi e stranieri, sbandati e «poco raccomandabili». Gli ebrei ebbero la folgorante intuizione di aggregarsi intorno ad una patria mobile, la Torah. E tutte le volte che hanno tradito questa vocazione sono cominciati i guai. Non quelli che vengono dall'esterno, ma dall'interno. E quelli sono i più insidiosi. Matteononera raccomandato Mi chiamo Matteo, ho 23 anni, e per tutto il mese di Maggio 2012, ho lavorato come impiegato contabile in una azienda del settore adibito al commercio di pelli, situata nella periferia sud di Firenze. Ero stato assunto con contratto a tempo determinato della durata di 5 mesi (dal 4/05 al 05/10). Per la verità avevo iniziato 2 giorni prima, ma per motivi “burocratici”, il mio ex datore di lavoro non era riuscito a preparare il contratto, che in teoria sarebbe dovuto partire il 2/05. Quest'ultimo aspetto, oggi, viene considerato normale, quando invece tutti sappiamo benissimo che un lavoratore, fino a quando non sia stata comunicata all'Inps la sua assunzione, non potrebbe svolgere la sua attività verso una qualunque impresa. Il pomeriggio del 31 maggio scorso sono stato convocato nell'ufficio dell'amministrazione. Ci sono due impiegati, mi sembrano molto imbarazzati: «Non sappiamo come dirtelo…». Ancora silenzi... «Guarda, ci dispiace tantissimo, non dipende da noi, ma dobbiamo dirti che il tuo posto sarà dato ad un altro ragazzo al quale il proprietario doveva un favore in quanto conosce il padre e sono amici di vecchia data». A quel punto, cercando di restare tranquillo, provo a spiegare le mie ragioni, ma la decisione ormai era stata presa. Cosi mi sono trovato a dover firmare il foglio che attestava il «mancato superamento del periodo di prova» e che, essendo ancora nei 45 giorni previsti dal contratto per recedere in qualsiasi momento dal rapporto di lavoro, ha avuto decorrenza immediata. Dopo qualche minuto vado a parlare nell'ufficio del proprietario e lui, dicendomi che era “sincero”, per giustificarsi del licenziamento, mi rimproverava il fatto che fossi andato a fare la prova preselettiva del concorso di Vigile Urbano bandito dal comune di Firenze (dove tra l'altro mi ero iscritto 3 settimane prima di essere chiamato per fare il colloquio in azienda), quindi secondo lui io non avevo le giuste motivazioni per rimanere. A quel punto cerco di fargli capire che essendo precario, avevo tutto il diritto a tenermi aperte più possibilità, visto come va oggi il mondo del lavoro. Ma non c'è stato nulla da fare. MatteoBaroncini Chideveperdere la pazienza? Leggo nella rubrica dei Dialoghi, di mercoledì 6 giugno che: «Anche la pazienza del Pd ha un limite». Ascolto e leggo quanto è successo in Parlamento e/o Senato nei giorni scorsi: franchi tiratori per salvare Di Gregorio; spartizioni di nomine come ai vecchi tempi, una presidenza a me un consigliere a te. Meccanismi che poco hanno da fare con un cambiamento etico, morale e culturale, che speravamo fosse entrato nella vita e nell'impegno dei parlamentare e dei responsabili del Pd. Non pensi, cara Unità, che con questi esempi, prossimamente saranno gli iscritti e gli elettori del Pd a perdere la pazienza? ElvioBeraldin Idetenuti nellezone del terremoto Trovo ottima, l'idea di usare i detenuti per la ricostruzione nelle zone terremotate. Credo altresì che chi è in prigione, dovrebbe sempre (e dico sempre) essere utilizzato per degli scopi lavorativi e ciò, per il bene suo e della collettività: meglio mantenersi attivi ed utili e così rieducarsi, in vista di una futura riuscita dal carcere, anziché essere lasciati a marcire nell'ozio, che porta solo ad affinare la capacità di delinquere! MauroMaiali Dialoghi Fornero e il tic sui licenziamenti degli statali «RAGAZZE,QUICIRESTAUNASOLACOSADAFARE»,HAANNUNCIATO ZIA MARIELLA, IERATICA COME UNA SACERDOTESSA DI RITO ASPROMONTANO. «La rivoluzione?» ha chiesto, speranzosa, commare Franca-di-sopra, la pasionaria del condominio, coltivatrice diretta di utopie indispensabili e smaltitrice di delusioni storiche, geografiche e pure aritmetiche. A noi, che siamo la sua famiglia allargata ed elettiva (che a volte vale molto di più della famiglia di sangue), ha detto sempre una cosa: «Non fatemi morire democristiana, o peggio». E non siamo decisamente allo scampato pericolo. «Le primarie?» ha interloquito commare Mille-e-una-notte, che farebbe le primarie pure per i turni di pulizia al condominio, e ovviamente le perderebbe tutte, secondo la buona tradizione della sinistra. «La primavera calabro-italiana?» s'è intromessa zia Enza, che c'ha l'empatia mediterranea e la globalizzazione dalla parte giusta, la parte dei popoli. «No, non ancora - ha risposto zia Mariella - . Ora fondiamo un partito». «Un altro? ». «Come un altro?». «Non ce ne sono già abbastanza?». «Non ne vedo nessuno». «Stai scherzando? Siamo infestati dai partiti. Anzi dagli spartiti. Progettano alleanze, coalizioni, persino primarie di coalizione, qualunque cosa siano. Si spartiscono le nomine, si dividono qualsiasi divisibile. E poi lo moltiplicano, ovviamente. Pensa che c'è pure chi sostiene che gli astensionisti sono suoi, e se li conteggia. E poi dice: siamo il primo partito, dateci tutto il piatto». «Ecco, appunto. Vi sembrano partiti, questi? L'avete letta la Costituzione?». Quando si dice la parola “Costituzione” nel condominio cala un reverente silenzio, come nelle stanze dei moribondi illustri. Ma poi si ricomincia a discutere, secondo Costituzione. «Quindi facciamocelo noi, in casa. Tanto, i partiti dovremmo essere noi: gli utilizzatori finali della democrazia» ha concluso, ferma e serena, la zia. «E il programma?». «Facile. Mettiamo nel programma quello di cui nessuno parla, tranne noi: il porcellum da macellare subito, una patrimoniale vera e irriverente, uno scudo ma non fiscale, semmai allo strapotere della finanza. E il lavoro. E i precari. E i diritti civili, il biotestamento, le coppie di fatto e d'affetto. E la sanità, e la scuola: l'Italia che viviamo noi tutti i giorni, ed è in rovina. E poi la protezione civile che deve funzionare prima, e non dopo le catastrofi: lo sanno che qui aspettiamo da cent'anni il “Big One”, e nessuno si sogna nemmeno di fare controlli e addestrare la gente all'emergenza. Ne sta parlando qualcuno, che vi risulti?». «No» abbiamo ammesso. «E c'abbiamo pure il nome - ha concluso - Cara Democrazia». «La zia di tutti» le ho detto. Vocid'autore Israeliani, ebrei, razzisti e i raid anti-immigrati Dioèmorto Week end a San Benedetto Ricordando Leo Ferré Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 9 giugno 2012 è stata di 98.276 copie Non essendo in grado di creare occupazione il governo non fa che parlare di licenziamenti e a farlo è addirittura la ministra del lavoro. Al saggio motto «Lavorare meno, lavorare tutti», sembra aver sostituito il suo «Licenziare di più, licenziare tutti». Perché questa fissazione, perché tanto accanimento, non solo economico ma, sembrerebbe, anche ideologico, contro i lavoratori? GIUSEPPE CASAGRANDE L'insistenza di Fornero sull'equiparazione verso il basso dei diritti dei lavoratori è oggettivamente fastidiosa. La ministra dimentica che il lavoro nel pubblico impiego viene raggiunto attraverso dei pubblici concorsi e che, oggi, il numero dei posti di ruolo non ricoperti è molto elevato mentre ogni giorno più frequenti sono quelle esternalizzazioni, non sempre corrette, di cui un ministro del lavoro serio dovrebbe occuparsi più che dei licenziamenti. Fermo restando che l'assenteismo e i comportamenti comunque indegni comportano già da ora il licenziamento, dunque, quello che è davvero difficile immaginare è che la cessazione del rapporto di lavoro possa essere decisa, senza utilizzare la mobilità, per motivi di ordine economico o funzionale. Da qualsiasi parte la si guardi l'insistenza di Fornero sulla flessibilità del mercato del lavoro e sul licenziamento degli statali ha sempre più l'aspetto di un tic nervoso e dovrebbe destare qualche preoccupazione in chi si occupa del modo in cui il governo comunica con il Paese. Al di là delle accuse ai «poteri forti», la difficoltà di Monti dipende forse anche dalla paura e dall'incertezza diffuse, dalle parole avventate di un ministro che parla troppo, fra i pochi che pensano (pensavano) di avere un lavoro sicuro. ASuddelblog Il partito degli «utilizzatori finali» della democrazia COMUNITÀ Moni Ovadia Musicista e scrittore Andrea Satta Manginobrioches 18 domenica 10 giugno 2012
MARCOTEDESCHI MILANO La sede spagnola della banca Bankia a Madrid FOTO DI DANIEL OCHOA DE OLZA/AP SEFOSSE POSSIBILERACCONTARECON POCHEPAROLECOSAÈSTATA LALUNGAFASE DI EGEMONIACULTURALE LIBERISTANELMONDOOCCIDENTALE,si potrebbe dire che la politica fu costretta a spogliarsi progressivamente delle proprie competenze e dei propri strumenti regolamentativi delegandoli interamente al mercato, da tutti identificato come unica istituzione capace di garantire allocazioni efficienti e massimizzare il benessere sociale. Questo processo di spoliazione è stato attuato obbligando le autorità pubbliche a scrivere delle regole del gioco che tutelassero «i mercati» da ogni infiltrazione esterna - soprattutto quelle dello Stato - e che impedissero di alterarne il libero funzionamento. Si tratta di una ideologia che, nonostante la recente crisi, trova ancora pienamente corso in quasi tutti i maggiori consessi internazionali. Non c'è infatti documento ufficiale della Bce, dell'Ocse o della Commissione europea che non contenga fra le principali raccomandazioni un solenne richiamo alla necessità di una sempre maggiore liberalizzazione dei mercati – non solo quelli dei beni e dei servizi, ma anche quello del lavoro - per rilanciare la crescita e l'occupazione. Si tratta di un equivoco che trova purtroppo terreno fertile soprattutto nel nostro Paese. Basti pensare che le misure per la sviluppo varate negli ultimi mesi dal governo sono state identificate quasi unicamente con il cosiddetto «pacchetto liberalizzazioni», quasi che un nuovo miracolo italiano potesse arrivare dallo sconto di pochi euro sul prezzo dell'aspirina o dalla possibilità di trovare un taxi libero con maggiore facilità. Il paradosso è che, mentre il nostro Paese è ancora bloccato a parlare delle sorti progressive del libero mercato, nella patria dell'ultraliberista Margaret Thatcher ci si inizia a muovere in direzione diametralmente opposta. E lo si fa in un mercato – quello dell'energia elettrica – dove la furia liberalizzatrice della Lady di Ferro conseguì forse i maggiori successi per la rapidità con cui venne demolito il monopolio pubblico. Il 22 maggio scorso, sulla scorta delle indicazioni fornite da un Libro Bianco pubblicato alcuni mesi fa, il ministero per l'energia e il cambiamento climatico del governo guidato dal conservatore David Cameron ha mandato in pensione la storica liberalizzazione del sistema elettrico inglese avviata alla fine degli anni Ottanta. Gli ambiziosi obiettivi fissati dall'agenda Europa-2020 per il contenimento delle emissioni climalteranti e per l'adozione di fonti di energie rinovabili, uniti alla consapevolezza che da qui a fine decennio oltre un quarto della potenza energetica installata nel Regno Unito dovrà essere sostituita per obsolescenza, ha fatto compiere al primo ministro inglese scelte assai poco scontate per un partito conservatore. A preoccupare il governo di Sua Maestà non sarebbero soltanto i futuri investimenti, ma anche una sempre più probabile distorsione dell'offerta di energia verso una sola fonte primaria. L'intervento pubblico viene quindi descritto come necessario per correggere gli errati incentivi altrimenti forniti dal mercato. Come ha spiegato con invidiabile chiarezza il Segretario di Stato per l'energia Chris Huhne presentando il progetto di legge, «così come è oggi il mercato non è in grado di rispondere adeguatamente alle sfide della modernità». Per questo a partire dal 2013 saranno introdotte avanzate forme di programmazione, prezzi minimi garantiti, contratti differenziali e decisioni fortemente centralizzate. In pratica sarà il governo di Londra a decidere quali fonti andranno scelte, in quali quantità, dove dovranno essere localizzati gli impianti e quali saranno i costi massimi consentiti, i prezzi e la durata dei contratti. Anche volendo trascurare le motivazioni profonde che sorreggono il brusco cambiamento di rotta del governo britannico, che nella patria delle liberalizzazioni si riscopra l'esigenza di accompagnare il mercato con solidi interventi di politica economica e programmazione di lungo periodo dovrebbe quantomeno sollecitare qualche ripensamento anche nel nostro paese. L'avversione ideologica a questo tipo di politiche – si parli di industria o di servizi - rischia di danneggiare sul nascere le possibilità di ripresa del nostro sistema economico nei prossimi anni. Ogni tanto bisognerebbe ricordare che il mercato raramente guarda lontano e che, per i lunghi orizzonti, c'è sempre bisogno della politica. Mentre l'Europa guarda alla Spagna, il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, invita il governo Monti ad andare avanti con le riforme, perché anche per l'Italia «l'emergenza non è finita». L'inquilino di palazzo Koch lancia l'allarme dal palco dell'isola di San Clemente, Venezia, dove è intervenuto al Consiglio per le relazioni Italia-Usa, ma lascia aperto uno spiraglio: l'Italia «ha le potenzialità per crescere di più». È necessaria però la volontà politica di andare avanti sulla strada delle riforme. Una formula che vale per il nostro Paese così come per il resto del Continente. Appena due giorni fa era stato il presidente Obama a dirsi preoccupato per lo stallo europeo, che potrebbe mettere a rischio l'economia del resto del mondo. Visco ribadisce il concetto alla platea affollata da manager, banchieri ed esperti di finanza, tra i quali anche Sergio Marchionne, numero uno di Fiat e Chrysler. Il governatore non nasconde le difficoltà del momento, parla di «previsioni e condizioni dei mercati scoraggianti», avverte del possibile rischio di «un ulteriore rallentamento dell'economia» e sottolinea che alla politica e all'economia europea servono «riforme coraggiose orientate verso l'unione fiscale e finanziaria». In questo senso «deve essere accelerata la riforma della governance economica per rompere il legame tra rischio sovrano e rischio bancario», mentre «un rapido progresso nella creazione di un fondo europeo per la risoluzione delle crisi bancarie aiuterebbe a dissipare l'incertezza». E ancora, per Visco bisogna velocizzare «la transizione verso un sistema uniforme di regole e di controllo del settore finanziario: questo dovrebbe essere accompagnato da un meccanismo di garanzie che possano rassicurare i risparmiatori e gli investitori e prevenire fughe di capitali». Ricette che forse andavano applicate all'indomani della crisi finanziaria mondiale scoppiata nell'estate del 2007. C'è ancora tempo, ma bisogna intervenire subito. «Senza il disegno e l'implementazione di appropriate misure di governance - chiarisce il governatore - l'unione monetaria è difficile da sostenere». STRATEGIA COMPLESSIVA In casa nostra, in attesa del decreto Sviluppo promesso dal ministro Passera, Visco invita il governo a proseguire con decisione sulla strada delle riforme strutturali e ad andare avanti nella lotta alla evasione fiscale: «Preservare e sostenere la responsabilità fiscale - spiega il numero uno di via XX Settembre - è essenziale anche a costo di difficoltà nel breve termine. Le riforme strutturali, se viste in un quadro di strategia complessiva, possono fornire le basi per rafforzare la fiducia nel nostro potenziale per sostenere la crescita economica». La stima del governatore è che il debito pubblico, oggi pari al 120 per cento del Pil, inizi a ridursi nel 2013, nel frattempo bisogna andare avanti e rafforzare il processo di rimozione degli ostacoli all'attività economica eliminando «eccessive restrizioni alla competizione di mercato». Il settore pubblico richiede «radicali modernizzazioni basate sulla valutazione delle performance delle singole unità e sulla loro riorganizzazione» e «in cima all'agenda» deve esserci anche la lotta alla corruzione e al crimine. «Pronti 100 miliardi» Energia, il dietrofrontsulle liberalizzazioni comincia da Londra . . . Il discorso di fronte a manager e banchieri: «L'economia può rallentare ancora» . . . I mali italiani: tra le priorità indicate la lotta all'evasione e al crimine organizzato . . . La svolta di Cameron nell'elettricità «Il mercato da solo non basta ad affrontare la modernità» Il monito di Visco a Monti: «L'emergenza non è finita» L'ANALISI RONNYMAZZOCCHI Il governatore lancia l'allarme: «Subito le riforme» «Previsioni dei mercati scoraggianti» . . . «Veloci sulla via della creazione del fondo europeo per la risoluzione delle crisi bancarie» domenica 10 giugno 2012 5
ÈIL2012,EL'ALTRASERAINUNTALK-SHOWNONCISIMETTEVA D'ACCORDO SULLA SUPERIORITÀ DEL GOVERNO PRODI RISPETTO A QUELLO BERLUSCONI. È il 2012, e ogni servizio di tg che abbia per tema le frivolezze ha la musichetta di quel telefilm del '98, Sex andthe city. È il 2012, e nella sit-com americana di stagione, Don'ttrustthebitchinapartment23, c'è James Van Der Beek nel ruolo di se stesso: il biondino che nel '98 faceva furore in Dawson'sCreek e da lì non s'è più mosso. È il 2012, e nel telefilm Bbc di stagione, Episodes, c'è Matt LeBlanc nel ruolo di se stesso: l'attore che divenne famosissimo nel '94 facendo Friends, e il tempo si è fermato lì. È il 2012, e la più recente tornata elettorale ha visto la sorprendente affermazione di un demagogo di fronte al quale le più ragionevoli menti della mia generazione, non avendo imparato evidentemente niente negli ultimi diciotto anni, si sono chieste che Paese sia mai questo, che vota tali figuri. È il 2012, e sono gli anni Novanta. Sarebbe sciocco scambiarlo per un revival di stagione, per il classico recupero da ventennale, come lo furono gli anni Sessanta di Sapore di mare negli Ottanta, come lo erano stati i Cinquanta di Happy Days negli anni Settanta. Gli anni Novanta non sono tornati: non se ne sono mai andati. Sono un decennio che sta durando da ventidue anni. E che adesso, con un gesto così ovvio da sembrare azzardato, la Rai sta cercando di chiudere. Ci aveva già provato nel 1999, quando il decennio avrebbe dovuto morire di morte naturale. È storicamente troppo presto per capire se in realtà quella mossa contribuì a far incistare un decennio che avrebbe avuto l'impegnativo compito di chiudere un secolo e un millennio, e che invece non riuscì a chiudere neanche se stesso. Fatto sta che ora ci riprovano. Con le stesse modalità del '99 (e del 2000, perché c'è sempre quel dubbio: i decenni finiscono per 9 o per 0?). Coi rituali scaramantici si sa come funziona: vanno ripetuti identici. E nell'identico teatro Ariston, con le identiche polemiche, l'identica sala stampa e l'identico eccesso di fervore per nulla, per una settimana che sembrerà durare un secolo, nel febbraio del 2013 Fabio Fazio condurrà Sanremo. Come nel '99, l'anno in cui Laetitia Casta, al terzo «dirige l'orchestra il maestro Peppe Vessicchio», arrotò un delizioso «Ma è sempre lui!» che potrebbe identicamente ripetere, giacché nulla è cambiato in quattordici anni e figuriamoci se è cambiato Vessicchio a Sanremo. E come nel 2000, l'anno in cui al posto di Gorbaciov c'era Pavarotti: d'altra parte Ines Sastre non era tipo da scendere la scala con uno spacco a filo di (non) mutanda, e ai giornali bisognava pur dare qualcosa da scrivere, praticamente Sanremo lo fanno apposta per loro, per noi. ICICLID'EPOCA Sarà il 2013 e forse gli anni Novanta finiranno, si concluderanno tutti i cicli d'epoca: quello del nuovo che avanza e quello di Hillary Clinton che ruba la scena al Presidente; quello del matrimonio della biondina di Friends con Brad Pitt e quello per cui, quali che siano le doti d'intrattenitore che sfoggia, Robbie Williams resta sempre il cicciobombo dei Take That, anche quando apre il concerto per il Jubilee di Elisabetta II e tutti riusciamo solo a notare quant'è ingrassato. Sarà il 2013 e magari Santoro smetterà di lagnarsi perché non lo stimano quanto dovrebbero, a Chiambretti verrà meno l'urgenza di dimostrarsi trasgressivo, Ricci troverà un hobby alternativo al mandare comunicati stampa ribadendo la propria indipendenza. Da qualche parte bisogna pur iniziare, e si sa che la realtà imita i palinsesti: se gli anni Novanta cominciassero a terminare almeno in tv, sarebbe già qualcosa. Se finiranno come tutte le cose che fa bruciare Fazio, portandole a un picco di gloria che mai più conosceranno, allora che finiscano col botto. Inutile cercarla sexy come Casta o elegante come Sastre. Che la valletta del 2013 sia l'unico nome adatto a chiudere un'epoca: Vulvia. Se convince Corrado Guzzanti a mettersi la parrucca bionda e salire sul palco dell'Ariston, promettiamo a Fazio di perdonargli tutto il resto. Anche la giuria di qualità. Tanto, il vincitore di Sanremo era irrilevante prima degli anni Novanta, e lo resterà dopo. ASCOLTI/VISIONI GUIASONCINI LaetitiaCastaeFabioFazioai tempi diSanremo, annodigrazia 1999 FOTO ANSA Acasanostra lacollezione invinile diJohnPeel DANIELAAMENTA JohnPeel con lasua straordinaria collezionedidischi invinile QUANDO IL “PHONE” DIVENNE “I” CAMBIÒ LE ABITUDINI DI MILIONI DI NOI, CONSEGNANDO ALLA APPLE IL SUCCESSO PLANETARIO DI CUI GODE ANCORA OGGI. Fu così per altri oggetti che già conoscevamo ma che Jobs, reinventò in maniera diversa (anzi different) rendendoli capaci di cambiare il modello comunicativo fino ad allora dominante. C'è però un altro oggetto che tutti conosciamo e che in sostanza, contenuti a parte, non è mai cambiato: anche la tv sta per diventare “i”. Basterà un prefisso a trasformare anche la più abitudinaria tra le abitudini multimediali? Lo scopriremo presto. Domani parte la Worldwide Developers Conference (Wwdc), la conferenza degli sviluppatori della Apple, la prima senza Steve Jobs. E l'amministratore delegato Tim Cook ha già annunciato l'arrivo di «nuovi incredibili prodotti». Molte le indiscrezioni che hanno anticipato i contenuti dell'evento tecnologico più atteso dell'anno: dalla rimozione dell'applicazione Google Maps dai prodotti Apple, che sarà sostituita probabilmente da una tecnologia made in Cupertino, permettendo a Cook e ai suoi di guadagnare gli introiti pubblicitari legati alla geolocalizzazione. Dovrebbe essere presentato anche il nuovo iPhone 5 assieme, forse, ad un mini iPad. Ma è la sfida tv ad intrigare maggiormente, «un'area - come spiega lo stesso Tim Cook - che ci interessa molto. Vedremo dove ci porterà». La domanda è immediata: basterà una mela morsicata appoggiata su un televisore a generare quel cambiamento già riuscito con il telefonino? Fino a qualche tempo fa nessuno avrebbe pensato che telefonare con un iPhone potesse essere così diverso rispetto a una chiamata fatta con qualsiasi altro apparecchio. Ma per chi ha provato l'iPhone, sembra impossibile tornare indietro. E dunque cosa renderà la nuova Tv di Apple così diversa dopo i tentativi, non riuscitissimi, portati avanti negli anni da Jobs in persona? Pare che importanti produttori di contenuti via cavo abbiano già raggiunto degli accordi con l'azienda per la fornitura dei loro prodotti in esclusiva. Se così fosse è lecito pensare ad un approccio alla televisione vicino a quello che Apple fornisce a tutti gli altri prodotti. Ci sarà un iTunes per la tv? Un'idea affascinante. Il video è uno spazio di mercato che ancora resiste allo strapotere del web e della comunicazione informatica. Riuscire ad inglobarlo, come è avvenuto per il telefono o per la musica, sarebbe per Apple la consacrazione definitiva. Forse nasceranno i nostalgici del tubo catodico e forse li osserveremo con stupefatta meraviglia. Come adesso guardiamo gli amanti del vinile. Eccola i- tv senzaJobs macol logo dellamela MATTEOMARCELLI ROMA I sempiterni anniNovanta Duranodaunventennio Achiuderlicipenserà laRai? Nonèunrevival: ilproblemaèchequelperiodononsièmai concluso.ProvanesiachevialeMazzinivorrebberiaffidare SanremoaFazio.Unpo'coazionearipetere,unpo' rituale ÈLASTANZACHEAVREMMOVOLUTOTUTTI AVERE. TUTTI GLI APPASSIONATI DI BUONA MUSICA, ALMENO. La stanza di John Peel, il leggendario conduttore di Bbc radio 1, il re dei dj morto a 65 anni, nel 2004, dopo un ventennio di onoratissima carriera. Un mago del rock: quello che si portava in studio Billy Bragg e gli Smiths, i Pink Floyd e i Clash, i Joy Division e i Nirvana, solo per citarne alcuni. La stanza di John Peel è on line ora, grazie agli investimenti importanti (migliaia di sterline) del network britannico e dell'Arts Council England. Un sito interattivo che permette di rivedere le apparizioni di Peel in Top of The Pops, riascoltare le stupefacenti radio session, scartabellare tra foto e curiosità e, soprattutto, entrare nell'archivio dei 26mila dischi del giornalista e produttore musicale più amato. Si clicca su thespace.org e il miracolo è lì. È sufficiente sfiorare con il mouse uno degli album che per magia si apre (con tanto di copertina, note e informazioni sulla line-up). Poi si alza il volume delle casse, ci si collega a Spotify grazie a Facebook, et voilà, la musica di John Peel diventa anche vostra. Cosa vorreste ascoltare? John Baez o magari i Cabaret Voltaire? Gli Eagles o i Fairport Convention? Basta accomodarsi davanti al computer per riprodurre vinile d'epoca perfettamente conservato. Ad oggi sono in Rete i dischi compresi tra la lettera «A» e la lettera «F», ma di settimana in settimana il progetto viene aggiornato. Uno spettacolo per le orecchie, gli occhi e il cuore. Alla lettera «Q» troveremo fra breve anche un disco dei Queen con messaggio autografo di Freddy Mercury: «Ehi John, fallo girare in radio, per favore». Così, tanto per gradire, tanto per capire anche il ruolo di «opinion music leader» che John ricopriva senza alcun sussiego. Uomo curioso, attento, in grado di mescolare suoni del passato con le novità. Mai fermo sulle proprie passioni sonore, amatissimo dai Cure come dagli Oasis, dai White Stripes e dai Fall, il gruppo del quale possedeva il maggior numero di dischi. E poiché l'Inghilterra sa omaggiare i propri eroi, a ottobre a Norwich si terrà un mega festival in memoria di Peel con almeno una cinquantina di band. C'è chi è immortale davvero. Altro che Highlander. U: domenica 10 giugno 2012 23
Quarantasette faldoni di documenti, la memoria di un pc che non potrà essere aperta se non nel corso di un «contraddittorio tra le parti», come impone il Codice di rito, ma soprattutto un memoriale nel quale Ettore Gotti Tedeschi, ex presidente dello Ior, non esita a fare nomi e cognomi dei suoi «nemici». Il materiale a disposizione di due procure, Roma e Napoli, sulle attività dell'istituto di credito del Vaticano è tanto. E minaccia di rendere infuocata l'estate all'interno delle mura leonine, già scosse dal caso del «corvo». Tutto è partito da una serie di intercettazioni telefoniche disposte dai pm napoletani Henry John Woodcock, Francesco Curcio e Vincenzo Piscitelli nell'ambito delle indagini sugli appalti Finmeccanica. I tre magistrati napoletani, che hanno «spremuto» nel corso di tre interrogatori il faccendiere Valter Lavitola sui presunti casi di corruzione internazionale sull'asse Italia - Panama, si sono imbattuti quasi per caso nel superbanchiere di Dio giubilato meno di un mese fa. La casa e lo studio privato di Gotti Tedeschi, che allo stato non è indagato, sono stati oggetto di una lunga perquisizione martedì mattina. Nel pomeriggio, il banchiere si è presentato in Procura, a Napoli, per sostenere un lungo interrogatorio, interrotto solo a tarda sera, quando Gotti Tedeschi, stremato, ha chiesto un'interruzione. I pm e il banchiere si sono dati appuntamento la prossima settimana, quando l'audizione, come persona informata dei fatti, proseguirà, e dagli appalti Finmeccanica si passerà alle attività della banca del Vaticano. Ma, al di là della deposizione di Gotti Tedeschi, la procura di Napoli punta sul contenuto dei 47 faldoni, ancora sigillati, e sull'hard disk del pc dell'ex presidente dello Ior. I tre pm, e lo stesso procuratore reggente Sandro Pennasilico, non hanno commentato la nota con cui la Santa Sede, nella serata di venerdì, ha richiamato la magistratura italiana al rispetto delle prerogative dello Stato Vaticano. Ma gli inquirenti fanno filtrare la determinazione ad andare fino in fondo nelle indagini. Allo stato l'unica insidia che si profila all'orizzonte è quella dell'incompetenza territoriale, ma è ancora presto - si fa notare - per determinare l'autorità giudiziaria competente a proseguire le indagini, soprattutto perché le rivelazioni di Gotti Tedeschi rientrerebbero a pieno titolo nell'indagine sugli appalti Finmeccanica, la cui titolarità finora non è mai stata messa in discussione. Ieri, intanto, è stata la giornata delle smentite: il legale di Gotti Tedeschi, l'avvocato Fabio Palazzo, ha fatto sapere che il suo assistito «non è a conoscenza dei conti Ior e dei suoi intestatari e come tale non è neppure informato di personaggi politici eventualmente intestatari dei conti Ior». E la procura di Roma ha smentito di aver acquisito i faldoni di documenti in possesso di Gotti Tedeschi: una precisazione doverosa e scontata, dal momento che quei faldoni sono in possesso della procura di Napoli. La nota del legale di Gotti Tedeschi, però, entra con decisione in quello che è considerato un punto rovente delle due inchieste in corso. Vale a dire il racconto, riportato nel memoriale in possesso della procura della Capitale, delle resistenze che il banchiere avrebbe incontrato nella sua opera di trasparenza, soprattutto in materia di normativa antiriciclaggio, che tante inimicizie gli avrebbe procurato all'interno delle alte gerarchie vaticane. Il memoriale, che fa accenno a conti cifrati eventualmente riconducibili perfino alla criminalità organizzata, doveva essere recapitato al Pontefice, per il tramite di monsignor Georg Gaenswein. Sullo sfondo, la guerra che sarebbe divampata all'interno del Vaticano tra chi, come lo stesso Gotti Tedeschi, premeva affinché anche lo Ior si adeguasse alle normative Ue in materia di antiriclaggio, e chi invece avrebbe opposto resistenze fortissime, sottolineando la «specificità» dell'istituto di credito vaticano. Anche il nome di Nicola Mancino è scivolato nell'inchiesta della Procura di Palermo sulla trattativa Stato-mafia. L'ex-ministro dell'Interno è stato iscritto nel registro degli indagati della Procura siciliana per il reato di falsa testimonianza. «Proverò la mia lealtà nei confronti delle istituzioni e della stessa magistratura», ha dichiarato Mancino. «Non confermiamo né smentiamo: né l'iscrizione di Mancino né la condotta di reato», è il commento dei magistrati palermitani che non nascondono l'irritazione per la fuga di notizie a pochi giorni dalla chiusura dell'inchiesta che vede indagate altre otto persone. L'inchiesta su queste persone ruota attorno a reati pesantissimi che vanno dal favoreggiamento aggravato, al concorso nella violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo e giudiziario fino al concorso in associazione mafiosa. Risultano indagati gli ufficiali dei carabinieri, Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni e con loro Marcello Dell'Utri, Calogero Mannino e i vertici della cupola Riina, Provenzano e Nino Cinà. Mancino è stato ministro dell'Interno sia con il governo Amato che con il governo Ciampi, il periodo delle stragi del '92-‘93: quando venne presa la decisione di cancellare il carcere duro per centinaia di mafiosi, quando venne catturato Riina, quando Paolo Borsellino ebbe contatti tra i carabinieri e Vito Ciancimino. Tutti tasselli che compongono - secondo l'inchiesta palermitana - la lunga trattativa con Cosa nostra. L'INCONTRO CONBORSELLINO Le indagini puntano ad accertare se l'ex-titolare del Viminale sia stato a conoscenza di canali di comunicazione tra pezzi delle istituzioni e boss per fermare la deriva stragista che dopo l'attentato contro Falcone mirava ai piani alti della politica. Di quella trattativa, che fu un ricatto allo Stato - secondo i pm - Mancino potrebbe conoscere aspetti ancora non pienamente disvelati: l'indomani dell'ultimo interrogatorio dell'ex ministro, il 24 febbraio scorso a Palermo, i magistrati Nino Di Matteo e Antonio Ingroia dissero che «qualcuno all'interno delle istituzioni mente». In aula Mancino, sentito come teste, si difese strenuamente: «Mai avuto conoscenza di una trattativa dello Stato con la mafia». Ma le differenze con il verbale reso alla Procura di Palermo il primo aprile 2011 misura la distanza tra indagini e versioni rese, anche fra Mancino e l'ex-guardasigilli Claudio Martelli. Nell'ultima udienza Mancino ha ammesso di essere stato, seppur superficialmente, informato della trattativa, aggiungendo: non so «della decisione di non prorogare i 41bis né mi risulta che il capo della Polizia Parisi era favorevole a questa ipotesi». Mancino ha anche ripetuto: «il mio nome è stato speso per vendicarsi delle scelte di grande rigore che ho fatto». Ieri, dopo le notizie sull'avviso di garanzia, l'ex ministro ha attaccato frontalmente quel nodo che costituisce il sospetto di partenza dei giudici: «Il teorema che lo Stato, e non pezzi o uomini dello Stato, abbia trattato con la mafia è vecchio di almeno venti anni ma non c'è ancora straccio di prova che possa confortarlo di solidi argomenti». UNA VOLTA IN CURIA ROMANASIDICEVA DEI CATTOLICIDELLECHIESEMEDIORIENTALI CHEERANO«POCHI, COSTOSIELITIGIOSI». La stessa cosa sta dicendo oggi il cattolicesimo mondiale a proposito della Curia romana e dei collaboratori del Papa. La guerra per bande che si svolge in Vaticano da qualche mese a questa parte viene seguita stancamente nel resto dell'orbe cattolico, eccettuata l'Europa, che nel pontificato del Papa tedesco ha il ruolo di un modello storico-culturale non suscettibile di aggiornamenti rispetto all'epoca premoderna. Ma in tutti i continenti le vicende vaticane hanno l'effetto di ridimensionare se non la potestas, certamente la auctoritas della Santa Sede tanto sulle questioni ecclesiali quanto su quelle politiche. Dall'elezione di Benedetto XVI in poi era chiaro che il pontificato non era né interessato né in grado a mantenere l'alto profilo politico dei Papi del secolo XX. Ma la promessa di un basso profilo si è trasformata in una serie di disastri grandi e piccoli (il discorso di Regensburg sull'Islam del 2006, il Papa che proclama “God Bless America” sul prato della Casa Bianca a fianco di George W. Bush nel 2008, il vescovo negazionista lefebvriano nel 2009, etc.) per i quali il Segretario di Stato, cardinale Bertone, è responsabile almeno dal punto di vista funzionale. Questa lunga serie di incidenti prima e il caos interno alla Curia poi hanno indebolito drammaticamente la credibilità dell'istituzione, con degli effetti di prima grandezza sulla chiesa mondiale, e specialmente nella chiesa cattolica politicamente più importante al mondo oggi, quella statunitense. I vescovi americani, sempre più allineati al Partito repubblicano, non hanno dimenticato la calda accoglienza riservata dalla Curia romana al neoeletto presidente Obama nel luglio 2009. Non stupisce che l'arcivescovo Viganò, che nel 2011 aveva denunciato lo stato di caos della Curia e per questo fu «rimosso-promosso» a nunzio apostolico a Washington, sia oggi tenuto in alta stima dalla gerarchia americana, a cominciare dal leader della chiesa americana oggi, il cardinale di New York Timothy Dolan. La mancanza di leadership del Vaticano sulla politica globale del cattolicesimo, ma ancor prima sullo “stile politico” proprio della chiesa cattolica, ha lasciato liberi i vescovi americani di lanciare la più aggressiva iniziativa politica contro la Casa Bianca che si ricordi: una serie di marce, referendum locali, proteste e veglie contro l'amministrazione Obama tra luglio e ottobre 2012, cioè nei mesi centrali della campagna elettorale per le presidenziali di novembre. Tutto questo ha provocato non solo profonde spaccature ecclesiali a livello locale, ma anche un indebolimento dell'autorità del magistero della chiesa su questioni cruciali (lavoro, finanza, diritti sindacali, giustizia sociale e internazionale) per il contributo dei cattolici alla crisi sociale in corso. La crisi di VatiLeaks dà conferma che il pontificato di Benedetto XVI ha sommato gli elementi di debolezza tipici di un Papa non italiano (tra cui l'incapacità di tenere a distanza politicanti speculatori dell'autorità papale) a quelli di una Curia ancora profondamente legata al peggio del sottobosco politico italiano. Sono mancati gli elementi di forza che potevano venire da un Papa non italiano (la percezione della globalità del cattolicesimo non solo dal punto di vista sociologico ma anche teologico) e da una Curia romana ancora molto italiana ma fornita di quelle qualità di alta amministrazione che la caratterizzava fino a non molto tempo fa (tra cui l'orgoglio, tipico degli ecclesiastici di scuola diplomatica, di servire l'istituzione e la comunità dei fedeli in modo nascosto e silenzioso). La chiesa cattolica globale si può comprendere molto meglio da Roma che da New York o da Berlino: a patto che si accetti la responsabilità di concepire la Curia romana non come una reliquia del passato, o peggio, un parco a tema, la Disneyworld del cattolicesimo, ma come uno di quegli elementi tipici del genio istituzionale del cattolicesimo che oggi deve rinnovarsi e riformarsi alla luce della nuova geografia culturale e spirituale della chiesa. Trattativa, l'ex ministro Mancino indagato per falsa testimonianza Gotti Tedeschi a Napoli Il memoriale mette paura Ettore Gotti Tedeschi in un'imamgine di repertorio FOTO DI MASSIMO PERCOSSI/ANSA L'ex presidente Ior dai pm che indagano su Finmeccanica Si attendono novità dai 47 faldoni sigillati MASSIMILIANO AMATO NAPOLI La chiesa americana approfitta del caos della Curia romana e si butta a destra IL COMMENTO MASSIMO FAGGIOLI . . . Dopo la elezioni del 2008 Obama venne ricevuto con tutti gli onori in Vaticano . . . Ora i vescovi Usa sono tutti schierati con il candidato repubblicano NICOLABIONDO PALERMO domenica 10 giugno 2012 15
LAPOLEMICA All'indomani della spiazzante mossa di Mario Monti con le nomine di altri super tecnici alla guida della Rai, è incerto l'esito di tutta la partita, che potrebbe essere ostacolata dai meccanismi della stessa legge Gasparri che il premier ha rinunciato a cambiare per i veti del Pdl. Un match si aprirà in commissione di Vigilanza tra il 12 e il 20 giugno, considerato il fatto che il Pd, con Pier Luigi Bersani, è rimasto sul punto: davanti a nomine «credibili», come quella di Anna Maria Tarantola, «non faremo mancare il voto, ma i partiti non devono partecipare alle nomine e quindi, per quanto riguarda i nostri, non li nominiamo». Il Pd, quindi, si tiene fuori dal Cda, ma permetterà che la presidente designata raggiunga i due terzi dei voti, 27 su 40. Ammesso che nasca un nuovo Cda, il Pdl potrebbe però fare le barricate sul nuovo direttore generale indicato da Monti. Lorenza Lei, la dg che fino all'ultimo era convinta di vivacchiare in proroga fino alle elezioni, da venerdì sera ha fatto fuoco e fiamme, raccontano da viale Mazzini, telefonando furiosa a Silvio Berlusconi e agli altri referenti, da Paolo Romani a Gasparri, fino a Oltretevere. Prova ne sia la raffica di dichiarazioni del Pdl, in testa il segretario Alfano: bene il nome della presidente ma «perché togliere Lorenza Lei?». Il bocconiano Monti una gaffe l'ha fatta, quella di dire che Luigi Gubitosi è «direttore generale», saltando le procedure formali, come hanno fatto notare Gentiloni, Merlo, Vita del Pd e, con toni più bellicosi, il Pdl. Palazzo Chigi ha poi recuperato: solo una «intenzione di presentare» la candidatura. Perché il dg viene nominato con un voto dal Cda, «d'intesa» con l'azionista che deve ratificarlo nell'assemblea, poi viene rivotato in consiglio. Un Cda che ancora non c'è, e qui si nascondono gli «agguati» della legge Gasparri sui quali mette in guardia in un tweet l'ex consigliere Rai, Nino Rizzo Nervo. Quindi i berlusconiani nel Cda potrebbero bocciare il montiano Gubitosi. E anche la riforma dello Statuto Rai (per dare più poteri al presidente, come varare con il dg contratti fino a 10mila euro) deve essere votato da una maggioranza nel Cda e con gli azionisti. Ora i passaggi sono questi: il 13 l'assemblea degli azionisti formalizzerà le nomine di Marco Pinto consigliere fiduciario del Tesoro (al posto del forzista Petroni) e la presidente Tarantola. Poi martedì il presidente della Vigilanza, Sergio Zavoli, convocherà l'ufficio di presidenza per aprire i seggi verso il 20. Se il Pd non voterà i suoi, Pdl, Lega e Terzo Polo potrebbero votare da soli i sette consiglieri se avranno il numero legale. Nel Pd non tutti sono d'accordo, ma la segreteria è convinta che l'unica via sia cambiare la Gasparri. L'Udc apprezza a gran voce Tarantola (vicina al cardinale Bertone) e ripropone Raffaele De Laurentiis come consigliere; per l'Italia dei Valori i nomi sono «indigeribili» e non dà per scontato il sì alla presidente (al Senato ci sono da tempo quattro interrogazioni sulla numero due di Bankitalia). Di Pietro parla di «commissariamento mascherato in Rai» e oggi in una lettera a Zavoli chiederà un'audizione di Tarantola e l'esame dei curricula dei consiglieri, dopo «la vergognosa spartizione» sulle Authority. La Lega potrebbe chiedere al Pdl il voto su Caparini. I berlusconiani non rinunciano alle nomine, (sperando nell'en plain, di sicuro confermando Verro e Rositani), a meno che non vogliano fare un bel gesto e puntare su candidature neutre, ma sembra difficile. Nulla è scontato, e in Rai c'è molta preoccupazione. Lucia Annunziata non mette in discussione la scelta di due «persone rispettabilissime» fatta con la logica della «solidità di gestione», come ha detto Monti, ma, avverte l'ex presidente, «la crisi di gestione dalla Rai dipende dalla crisi del prodotto, e non viceversa». Perché è un'azienda «culturale» che «ha perso smalto» e ascolti e che potrebbe indebolirsi ancora se i tagli colpiranno il prodotto, dall'informazione alla fiction, ai nuovi canali. A giugno si fermano i talk show Rai, per la gioia di Sky e La7: «Con la guerra del Golfo rivoltammo tutti i palinsesti», ricorda Annunziata, «ma l'attuale crisi europea è meno grave?». Preoccupato Carlo Verna, segretario Usigrai: «Perché il Consiglio dei ministri ha deciso le nomine? Non era un decreto per cambiare la governance, Monti avrà voluto dare un segnale ai partiti, ma così ha reso la Rai dipendente dal governo di turno, un precedente pericoloso». Montihasottolineatoche néTarantolanéGubitosi provengonodalmondo dellacultura,dello spettacolo,delgiornalismo Possibilechenellecase editrici,neinuovi territori della rete,nelle imprese editorialinonci fosse nessunochevantasse unprofiloapprezzabile? IL COMMENTO Se prestigio e indipendenza sono sinonimi di «banchiere» MASSIMO ADINOLFI POLITICAE INFORMAZIONE Rai, le nomine alla prova dei veti del Pdl in Vigilanza Alfano: «Perché fatta fuori Lorenza Lei?» Martedì la convocazione di Zavoli Il voto in commissione intorno al 20 giugno Il Pd: «Diremo sì, ma restiamo fuori dal Cda» NATALIA LOMBARDO ROMA Profumoloda lenomine.Merlo:«Cinico» Lenuove nomine ai verticidella Rai puntanoa valorizzare «competenze, capacitàe impegno».Loha detto il ministroall'istruzione, Francesco Profumo,a Torino perparteciparea un'iniziativadelRotary. «Piùche mai haspiegato - oggi ènecessarioavviare ilPaeseverso la valorizzazionedella competenza,della capacitàe dell'impegno.Credo che lenomine vadanoversoquesta direzione».Parole chehannosuscitato subito forti reazioni.«Forse Profumosi è adeguato in frettaal realismo eal cinismo della politica»,diceper esempioGiorgio Merlo,deputato del Pde vicepresidentedella commissione parlamentaredi vigilanzasullaRai. «Ammessoche duebanchieri alla guidadella Rai possanofarbene alla Rai - dichiara ArturoParisi - potrebbero faremolto maleall'Italia. Forsesarebbe utileche ilministro Profumo spiegasse algoverno che il modo miglioreper spiegareai ragazzicos'è la competenzae ilmerito è l'esempio». . . . I democratici: i partiti non devono entrare nelle scelte, noi non indicheremo consiglieri . . . Pdl, Lega e Terzo Polo potrebbero votare da soli i sette componenti se avranno il numero legale Una prova di buon gover-no, non una prova diforza: così secondo ilpremier andrebbe salu-tata la decisione di no-minare Anna Maria Tarantola e Luigi Gubitosi alla guida della Rai, la principale azienda culturale del paese. Ed effettivamente, dal momento che il governo, a quanto si dice, avrebbe perso l'appoggio dei poteri forti, sicché non è più chiaro cosa è forte al giorno d'oggi e cosa no, è il caso di apprezzare soprattutto il buon governo di cui si sarebbe dato prova con le scelte dell'altrieri. Infatti, per prima cosa, si sono assicurate professionalità e indipendenza. In secondo luogo, competenza e neutralità politica. Infine, senso delle istituzioni, equilibrio, managerialità. I due designati hanno tutte queste qualità. A cui lo stesso Monti ne ha aggiunta una, che forse gli sarà apparsa ancora più preziosa di tutte queste pur notevoli caratteristiche, tanto da dedicarle una precisa sottolineatura: né Tarantola né Gubitosi provengono dal mondo della cultura, del giornalismo, dello spettacolo. Infatti: vengono dal rarefatto mondo delle banche, da dove sennò? Dove si possono trovare tutte quelle preziose qualità, quel distillato purissimo di prestigio e affidabilità? In quale altro ambiente si possono reperire figure professionali in grado di assicurare altrettanta obiettività, pari autorevolezza? Dove, infine, se non tra le solide mura di una Banca centrale, ai piani alti di un istituto finanziario (eccezion fatta per lo Ior), è possibile esercitare neutralmente le proprie capacità senza compromissioni con le arbitrarie passioni e le parzialità della politica? Poiché questo deve esser parso chiaro al premier: se devo dare prova di buon governo, non devo dare ascolto ai politici; se non devo dare ascolto ai politici, devo chiamare persone che siano agli antipodi rispetto al teatrino della politica; ma se devono trovarsi agli antipodi, devono provenire da sedi le più distanti e le più indipendenti dai poteri politici. Cioè, di nuovo, le banche. La cosa ovviamente colpisce, trattandosi di una prova di buon governo. Perché ormai è chiaro che agli occhi del premier, esattamente come agli occhi di un'opinione pubblica di cui si continuano ad assecondare gli umori antipolitici, dire buon governo significa dire qualcosa che con la politica non deve avere nulla a che fare, nemmeno per sbaglio. Pazienza, ci siamo abituati (anzi: non vogliamo affatto abituarci, perché è una pessima abitudine). Ma, ammesso e non concesso che la politica è sporca e cattiva, tutti gli altri? Possibile che gli unici davvero disinteressati siano i banchieri? Possibile che nelle case editrici, nei nuovi territori della rete, nelle imprese editoriali, non ci fosse nessuno che vantasse un profilo apprezzabile, un curriculum all'altezza? Forse che se hanno scritto libri, oppure condotto programmi, o anche diretto televisioni, università, teatri, non sono spendibili per la guida della Rai? Dove c'è sicuramente un problema di conti, ma cosa debba contare è davvero un particolare così trascurabile? Che si tratti di prodotti culturali, di linee editoriali, è a tal punto irrilevante, che il presidente del Consiglio può dire in conferenza stampa che assai poco gli importa se Tarantola e Gubitosi abbiano o non abbiano un televisore a casa, vedano o non vedano un tg, un varietà, un film? Non è un po' come dire che non ha importanza quel che andrà sugli schermi, l'unica cosa che importa è il conto economico? E quale idea di cultura – e della sua funzione per la crescita civile del Paese – discende da questo principio? Ma siccome si tratta di una prova di buon governo, e buon governo significa di questi tempi azzeramento della politica, mettiamola così: governare bene significa pensare che anche i libri finiscono troppo spesso con l'essere di destra o di sinistra, quindi niente autori di libri; anche i giornali suscitano indebite passioni, anche gli uomini di spettacolo, di teatro o di cinema hanno malauguratamente il vizio di fare politica, perciò pure tutti costoro siano tenuti fuori dalla governance della Rai. Non ci restano che banchieri illuminati. E noi, ingenui, che pensavamo che buon governo significasse fare leggi di riforma della Rai, non semplicemente chiamare ancora una volta qualche banchiere (degnissimo, per carità) a fare opera di supplenza. 8 domenica 10 giugno 2012
NE HA VISTE TANTE JOHNNY CASH, «THE MAN IN BLACK»,L'UOMOVESTITODINERO, UNARTISTA DALLA COSCIENZA TRAVAGLIATA, SEMPRE A RISCHIO DI CALPESTARE IL CONFINE SFUMATO TRA DEMONIO E SANTITÀ,DABUONCRISTIANORINATO. La sua è stata una vita straordinaria che oggi, finalmente, possiamo analizzare attraverso le parole da lui stesso tramandate ai posteri. L'autobiografiadiJohnnyCash (Baldini & Castoldi, pagg. 344, euro 20,00), la seconda per la verità, è il modo in cui l'uomo in nero, prossimo alla fine, ha scelto di mettere i puntini sulle «I». E lo ha fatto da buon eroe americano, con la giusta dose di saggezza, ironia del Sud e teatralità da imbonitore e da rockstar. Perché Johnny Cash, malgrado sui libri di storia musicale figuri alla voce country & western, è stato un rocker, un'icona della trasgressione incardinata nel corpo e nell'anima di un conservatore. Nato da una famiglia umilissima nell'Arkansas, uno stato del profondo Sud, nel Delta del Mississippi, che non è la foce bensì una zona alluvionale poverissima che deve la sua celebrità a sterminati campi di cotone e al merito di aver dato i natali al blues, Cash dovette fare i conti con un padre violento e soprattutto con la morte del fratello Jack in un terribile incidente di lavoro. Jack era il suo punto di riferimento, la saggezza maschile in una famiglia in cui il padre si sbronzava, non conosceva la parola affetto e faceva della cinghia il suo unico strumento educativo. Fortuna che Cash aveva una madre tutta d'un pezzo, una di quelle figure femminili che furono la sua ancora di salvezza. Come la fede. Ci sono passi di questa autobiografia che possono far sorridere o, magari, irritare gli scettici. Ma la Bibbia ha sempre fatto compagnia a Johnny Cash, tanto quanto la musica. Per chi volesse capirlo meglio, è da poco disponibile TheSoulofTruth, un cd doppio della serie «Bootleg», che testimonia l'importanza della vena religiosa nel country di Johnny Cash. Lo stesso John Carter Cash, l'unico figlio maschio, avuto da June Carter, lo dice a chiare lettere nelle note di copertina: «In tutte queste incisioni si può sentire la testimonianza di fede di mio padre e trovare il fuoco che lo alimentò… Al cuore stesso di questa fede c'era la musica gospel… Non ascoltò altro che gospel dopo la morte di mia madre». E dire che parecchi discografici si opposero alla sua inclinazione gospel, temendo che Cash deviasse dalla strada di predestinato di quel rock'n'roll che non fu mai del tutto suo. Leggete le pagine in cui parla con affetto di Roy Orbison e Carl Perkins (gli amici più cari) o di Jerry Lee Lewis ed Elvis (loro, sì, icone senza pari del rock'n'roll, come riconosceva lo stesso Cash). Insomma, quando si ricordava di essere un buon cristiano e non solo un tossicomane, Cash preferiva cantare inni come Never grow old. In questo fu davvero un buon maestro: oltre a una nutrita schiera di figlie, figliastre e nipoti, Cash fece da patriarca a illustri epigoni. Uno su tutti: l'ex-genero Marty Stuart, uno dei grandi innovatori del country, chitarrista, mandolinista e cantante country e gospel, figlio elettivo di Bill Monroe, Lester Flatt, Hank Williams, Pops Staples e di Johnny Cash stesso. Il suo recentissimo Nashville, Volume 1 è un compendio del meglio del country moderno: niente miele e tanta umanità e allegria, con qualche momento di riflessione religiosa. In una parola, gospel. Ci risiamo. FEDEESALVEZZA Ma ad aver subito il fascino dell'uomo in nero c'è pure qualche scrittore, per giunta italiano. Claudio Gavioli ha da poco pubblicato L'uomo solitario (Incontri Editrice, pp. 142, euro 12,00), la storia di un calciatore famoso finito in malora che cerca una sorta di rinascita attraverso la scoperta della musica di Johnny Cash e dell'inaspettata capacità di imitarlo, su una Via Emilia che fa molto highway americana. Insomma, si parla e si canta sempre di fede, salvezza, redenzione, anche quando l'amore terreno è protagonista. La comparsa di June Carter nella vita di Johnny Cash, una donna che aveva la storia della musica americana nel dna, il cantante dell'Arkansas ce la descrive come una sorta di redenzione divina fatta donna. June era la figlia di Maybelle ed Ezra Carter, i fondatori della Carter Family, appunto, la prima vera formazione di country moderno, che seppe coniugare la tradizione gospel con gli elementi più popolari e secolari della musica americana. Insomma, sembra quasi che Johnny Cash abbia messo un annuncio per trovare la compagna ideale: moglie, amica, amante, collega e, a tratti, terapeuta. Nell'autobiografia di Cash abbondano le indicazioni di una intima anima di scrittore, come se avesse introiettato l'intero immaginario dei grandi narratori americani, soprattutto del Sud. Non sorprendiamoci a scoprirlo, dunque, avido collezionista di libri, al punto che Cash ci fornisce pure qualche buon suggerimento di lettura. Inoltre, ci sono interessanti riflessioni sullo star system. Ecco cosa dice del suo ruolo di idolo delle folle: «Mi sento un impostore che fa finta di essere un re che riceve i suoi cortigiani, ma allo stesso tempo anche un semplice uomo che incontra suoi pari». C'è tanto della saggezza fatalista e dell'umorismo tagliente dell'uomo del Sud. D'altro canto, oltre che a Johnny Cash, l'Arkansas ha dato i natali a figure illustri come Bill Clinton e Levon Helm (il batterista di The Band, recentemente scomparso). ONTHEROAD Non mancano i ricordi della vita on the road, ma dall'uomo in nero non ci si può certo aspettare un autoritratto a tinte troppo accese. «Mi piace la vita sulla strada, sono zingaro per natura… Se non potessi più girare il mondo per cantare… penso che mi siederei di fronte alla televisione… ad aspettare la morte». La morte. Violenta. L'omicidio e Dio. Dio e l'amore. L'amore e l'omicidio. Non è una filastrocca. È esattamente tutto quello di cui, secondo Cash, parlano le canzoni: Love, God, Murder. Tre titoli per una triplice, bellissima antologia che mi sento di consigliare a tutti. Dell'amore si sapeva. Di Dio chiunque abbia mai sentito parlare di gospel non avrebbe potuto dubitare. Ma l'omicidio? Tante canzoni folk trattano il tema della morte violenta in cui l'amore (quello tradito e ingelosito) e Dio (nelle vesti del vendicatore o del redentore) giocano un ruolo. E con la morte violenta Cash ha più volte flirtato, ingurgitando ogni genere di sostanza chimica e distruggendo innumerevoli automobili, spesso senza riportare nemmeno un graffio, rafforzando la convinzione che dall'alto ci fosse qualcuno che lo aveva in grande stima. Già, proprio il Johnny Cash che ha duettato con Elvis, con Bob Dylan (chi non ricorda la meravigliosa Lay, lady, lay in Nashville Skyline), con Ray Charles, U2, solo per citarne alcuni. MUSICA Unartista chehapiùvolte flirtato conlamorte emandatogiù ognigenere disostanza chimica Theman inblack JohnnyCash,unavita frademonioesantità ROCK REYNOLDS rockreynolds@libero.it «L'uomovestitodinero» Un'iconadella trasgressione incarnatanelcorpo enell'anima diunconservatore. In libreria l'autobiografia del rockeramericano JohnnyCash inuna fotod'archivio JOHNNYCASH. L'AUTOBIOGRAFIA JohnnyCash pagine344 euro20,00 DalaiEditore U: 22 domenica 10 giugno 2012
ANNATITO PARIGI «Le elezioni legislative francesi del 10 e 17 giugno prossimi saranno vinte dal partito dell'astensionismo, e la sinistra conquisterà, a fatica, il secondo posto: su questo non ha dubbi Eric Dupin, editorialista politico di LeMondenonché autore nel 2011 di Voyages en France (ed. Seuil), frutto di due anni di incontri con «persone normali» della Francia «profonda», abitanti delle campagne e delle piccole città. E all'Unità spiega che «sempre di più agricoltori, artigiani, od operai lavorano in città con molte difficoltà: in maggioranza indebitati, hanno votato – alle elezioni presidenziali di maggio - per il Front National guidato da Marine Le Pen, che andrà a confrontarsi con Jean-Luc Mélenchon, candidato dell'estrema sinistra. Per via della riforma voluta da Lionel Jospin nel 2000, le elezioni legislative in Franciasisvolgonoalcunesettimanedopolepresidenziali.Quantoquest'iniziativamodifica lageografiaelettorale? «Direi che non esiste più una vera campagna per le elezioni legislative, poiché gli elettori, dopo le Presidenziali, non hanno più interesse al voto. Prevedo inoltre che il tasso di astensionismo supererà quello del 2007: prima, con il settennato, le legislative si svolgevano anche nel mezzo di un mandato presidenziale, o subito dopo. Ora non abbiamo più una vera e propria campagna per le legislative, in quanto tutto il dibattito si svolge nel corso delle presidenziali, e pertanto dopo gli elettori non sono interessati; ritengo pertanto che il tasso di astensionismo sarà molto elevato, e che batteremo il record storico della V repubblica». Lasinistrarimanecomunquefavorita,anche se si prevede non con una grande maggioranza:sembra47%,contro il32o 35% per la destra. Potrebbero ribaltarsi questipronostici? «Escluderei l'ipotesi che si voti per un'Assemblea di destra. La vera posta in gioco di questo scrutinio sembra essere l'ampiezza della vittoria della sinistra, poiché molto dipende del Partito socialista, se ottiene o meno la maggioranza da solo. A mio avviso giungerà a una maggioranza relativa all'Assemblea, il che significa che dovrà tener conto dei piccoli partiti alleati, come il Partito radicale di sinistra, il che implica non pochi problemi. Ma questioni ancora più difficili da affrontare saranno quelle poste dagli ecologisti di Eva Joly: potrebbero ottenere fra i 15 e i 20 deputati. Quindi i socialisti necessiteranno dell'appoggio dei verdi, e ancora di più dei radicali. Comegiudicail fattocheiltassodiastensionerischia diarrivare intorno al41%? «Rischiamo di superare il 39,5% del 2007. Ciò fa sì che si tratti di un'elezione importante, perché gli equilibri politici in seno all'Assemblea nazionale sono determinanti per il prossimo voto delle riforme, ma l'elezione si svolge senza interessamento alcuno da parte dei francesi, e senza nuovi argomenti di campagna elettorale. I francesi non si sono interessati perché si ha la sensazione di un semplice scrutinio di conferma. Il nuovo governo ha rilanciato il decreto per le donne sessantenni, per quante hanno iniziato a lavorare a 18 o a 19 anni, ma già l'aveva annunciato annunciato Hollande in campagna presidenziale, quindi non vedo novità alcuna. Ed è vero che la circoscrizione di cui si parla molto, la XI del Pas de Calais, è una circoscrizione in cui si ritrova l'aria della campagna presidenziale, con Jean-Luc Mélenchon vuole prendere la rivincita su Marine Le Pen, come se le legislative non fossero che un seguito, una «coda di cometa» delle elezioni presidenziali. Ecco come cambiano i tem-pi. Una volta quando si di-ceva cessione di sovranitàsi intendeva una cosa buo-na, almeno per chi crede-va nell'integrazione dell'Europa: meno sovranità agli stati nazionali significava più potere alle istituzioni comuni, un progresso verso una vera Unione. Oggi l'espressione ha un sapore sinistro. Cedere sovranità è quello che ha dovuto fare la Grecia. Non solo verso la trojka che maramaldeggiava sui conti in dissesto e stabiliva quanto, come e dove tagliare, ma anche verso chi impedì a George Papandreou di indire un referendum, che pure forse avrebbe evitato i disastri a venire. Ora tocca alla Spagna. Alle dure pressioni perché accetti di rifinanziare le sue banche ricorrendo al fondo salva-stati (l'Efsf ora e da luglio l'Esm) il premier Mariano Rajoy finora aveva risposto che ciò, comportando controlli esterni, sarebbe stata una cessione di sovranità «inaccettabile». Ieri, a quanto pare, Madrid ha ceduto, ma ha chiesto garanzie per non diventare come Atene, né come Lisbona e Dublino, che all'Efsf hanno fatto ricorso con le conseguenze note. Vedremo se il compromesso di ieri permetterà a Rajoy di ottenere i 40 miliardi (minimi) e i 100 (massimi) che servono per Bankia e compagnia bella senza ritrovarsi trojke per casa. Ma non è questo che interessa davvero: in un modo o nell'altro le banche spagnole verranno salvate perché nessuno in Europa può permettersi scenari dell'orrore come le file davanti agli istituti per ritirare i depositi prima del crac. Una crisi senza controllo metterebbe a rischio tutte le banche – in prevalenza tedesche, francesi, britanniche e americane – che sono esposte verso le sorelle spagnole per almeno 700 miliardi di dollari. Quel che è più importante è capire come si sia arrivati al paradosso per cui quello che era una buona cosa si è trasformato in un incubo. La risposta è la politica di austerità passata nei mesi scorsi nelle istituzioni comunitarie e nei governi e culminata nel Fiscal compact. Si dice «austerità alla Merkel», ma attenzione: la cancelliera e il suo governo hanno avuto certo un ruolo decisivo per imporre quella politica. Ma, almeno fino a qualche settimana fa (fino all'elezione di Hollande), istituzioni e governi agivano nello stesso senso motu proprio. Il Fiscal compact è stato licenziato da un Consiglio europeo che, salvo le eccezioni di Londra e di Praga, ha deliberato all'unanimità. Quella vera assurdità che è la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio è stata recepita da molti parlamenti, compreso (ahinoi) quello italiano. Nessuno, tra i dirigenti europei, ha speso una parola sulla disperazione cui le imposizione esterne hanno portato la Grecia. Neppure per rilevare l'enorme incongruenza di dettare condizioni impossibili e poi lamentarsi perché i greci non le rispettano. E tremare, adesso, per come andranno le elezioni. Se si leggono con attenzione le dichiarazioni di Angela Merkel, anche le ultime, quelle che qualcuno ha creduto di interpretare come una svolta, si vedrà che ogni suo richiamo alla necessità dell'«Europa politica» è sostenuto da inequivoche richieste di applicazione «rigorosa e senza deroghe» del suo amatissimo Fiskalpakt. Più un'Europa dei conti in ordine che un'Europa politica. Nessuno, in Germania, si sognerebbe di farsi dettare la politica economica da Bruxelles, ma i Paesi con il debito più forte non hanno alternative. LOSCENARIO MUTATO L'avvento di Hollande, i mutamenti di orientamento che l'hanno accompagnato anche in altri Paesi, l'iniziativa del governo spagnolo e anche di quello italiano sulla necessità di condivisione del debito e della riforma della Bce, ma soprattutto la formidabile campagna scatenata da Obama contro la «politica sbagliata» dell'austerity hanno cambiato le carte al punto che oggi tutti si esercitano sul tema dell'isolamento di Frau Merkel. Ma il problema non è cambiato. Se non si rimette in discussione il Fiscal compact ha ragione lei. E avrà ragione fino al momento in cui la recessione, sorella dell'austerità quanto la morte del sonno, si affaccerà anche dalle parti di Berlino. Momento che potrebbe essere per niente lontano a giudicare dai dati sulla produzione e l'export di aprile e maggio. È vero che intanto la cancelliera deve negoziare il Fiskalpakt con Spd e Verdi, i quali sono già riusciti ad ottenere il sì alla tassa sulle transazioni anche senza britannici e hanno un catalogo di condizioni molto orientato sugli investimenti. Non è onnipotente, Angela Merkel. Ma le forze di sinistra e progressiste europee lo sono ancor meno: non riescono ancora a recuperare il senso vero, positivo, delle cessioni di sovranità in un contesto di integrazione politica e di rispetto della democrazia. Eppure è urgente, prima che l'Europa si sfasci davvero. Come cedere sovranità e salvare l'euro Madrid chiede aiuto PAOLOSOLDINI paolocarlosoldini@libero.it L'INTERVISTA «Rescate», salvataggio. È la parola che Mariano Rajoy evita di pronunciare, per non sconfessare se stesso e il suo governo. Meno di due settimane fa il premier spagnolo aveva assicurato che non ci sarebbe stato nessun salvataggio delle banche. Ieri, nella conference call dell'Eurogruppo, convocato in tutta fretta sulla scia del rapporto del Fondo monetario internazionale, i partner europei hanno messo sul tavolo la disponibilità a concedere aiuti fino a 100 miliardi di euro, chiedendo a garanzia la riforma del sistema finanziario spagnolo. È l'unica condizione posta davvero, malgrado si sia discusso anche di misure di austerità. E così, vincendo le sue reticenze, Madrid ha finalmenteannunciato che presenterà una richiesta di intervento solo a conclusione dell'Eurogruppo. Con una precisazione: la Spagna ha chiesto aiuti per le banche, non un salvataggio. «La quantità di fondi sollecitata sarà quella necessaria per coprire le necessità di capitale delle banche più un cuscinetto», ha spiegato il ministro dell' Economia spagnolo, Luis de Guindos. «Dal momento che gli aiuti saranno diretti nello specifico al settore finanziario, verranno versati al Frob (il Fondo spagnolo per la ristrutturazione del sistema bancario)». Nei prossimi giorni si deciderà se gli aiuti verranno prelevati dal fondo salva Stati provvisorio, l'Efsf, o dal meccanismo permanente che ne prenderà il posto, l'Esm. Fino alla fine Madrid ha insistito di non aver bisogno di salvataggi: l'economia è solida, «ne usciremo». Il rapporto del Fmi, atteso ufficialmente solo domani ma già all'esame di Bruxelles - ieri alla conference call ha partecipato anche Christine Lagarde - non le lasciava in realtà molto margine. Il sistema bancario spagnolo è in sofferenza, servono almeno 40 miliardi di euro come primo intervento, fondi destinati a una prima ricapitalizzazione. A questi però potrebbero aggiungersene altrettanti per rafforzamenti prudenziali. E il Fondo monetario non ritiene che la Spagna abbia da sola le forze per tirarsi fuori dalla stretta. Tre giorni fa l'agenzia Fitch ha declassato il rating spagnolo di tre gradi, a «BBB». Il barometro non sta girando verso il bello. Madrid fino a ieri ha cercato di prendere tempo. Rajoy voleva evitare di dover subire le condizioni imposte a Grecia, Portogallo e Irlanda, con il controllo diretto della troika, Ue-Bce-Fmi, sul bilancio dello Stato. L'ipotesi di lavoro, un meccanismo inedito di assistenza finanziaria da parte del Fondo salva-stati Esfs, mai applicato finora, con un programma di aiuti applicato direttamente al sistema bancario. E la Spagna sembra averla spuntata. La differenza non è da poco. Madrid eviterà di trovarsi sotto tutela - lo sarebbero semmai le banche Rajoy eletto sulla presunzione che sapesse governare l'economia meglio di Zapatero avrà un maggior margine di manovra. Ma certo non è semplice riuscire a incassare gli aiuti europei e la certezza che il conto non debba tornare sul tavolo dei contribuenti spagnoli. Perché anche senza avviarsi sul sentiero scosceso della Grecia, il rifinanziamento delle banche spagnole dovrebbe comunque essere garantito dallo Stato. Bruxelles ha fatto pressioni su Madrid perché avanzasse la sua richiesta di aiuto. L'urgenza è dettata più che dalla crisi in Spagna, dalla necessità di circoscriverne la portata prima del voto in Grecia domenica prossima, quando Atene prostrata dalle misure rigoriste potrebbe scegliere il fronte anti-austerità avviandosi verso l'uscita dall'euro. Scenari da incubo difficili da valutare, non certo il momento migliore per l'Eurozona per trovarsi esposta su più fronti. Moody's ha già messo in guardia sui rischi di declassamento legati all'uscita della Grecia e stavolta il pericolo riguarda anche i Paesi a tripla A, Germania compresa - per l'Italia l'agenzia segnala un rischio specifico legato alle vicende spagnole. IL SILENZIODIRAJOY Il ritardo di Madrid nel chiedere aiuto ha anche questa spiegazione: trattare condizioni migliori, sapendo che da Bruxelles a Washington l'allarme è alle stelle. Rajoy inizialmente sembrava orientato a rinviare la decisione all'esito di due analisi commissionate ad auditor indipendenti: due settimane. Tempi troppo lunghi per Bruxelles. «La soluzione deve arrivare in fretta», ha ripetuto il presidente dell'Eurogruppo, Jean-Claude Juncker. L'annuncio di Madrid ieri sera ha allentato le tensioni: le analisi serviranno solo a quantificare l'ammontare della richiesta. Anche il ministro delle Finanze tedesco Schaeuble ha elogiato la Spagna: «Ha compiuto grandi passi per riportare sotto controllo i suoi problemi economici». LACRISIMONDIALE AncheMadrid teme di finirecomelaGrecia: maèsolorecuperando il sensoprofondo dell'integrazioneche eviteremoilcrac L'ANALISI La cancelliera Angela Merkel FOTO DI THIERRY ROGE/ANSA-EPA . . . Il ministro dell'Economia de Guindos esclude che si tratti di un piano di salvataggio . . . La Spagna primo big europeo ad aver bisogno di un intervento esterno per fronteggiare la crisi «Francia, attenti alle legislative: sarà un test per il cambiamento» EricDupin L'editorialistapolitico diLeMonde:«I francesi sembranodistanti,main giococ'èunamaggioranza chepossasostenere la lineadelpresidente» Sì dell'Eurogruppo a ricapitalizzare le banche spagnole Chiesta la riforma del sistema finanziario MARINAMASTROLUCA mmastroluca@unita.it La sfida del Ps: «Campagna troppo a ridosso delle presidenziali, alto il rischio di astensionismo» 4 domenica 10 giugno 2012
La ministra è sicura, lo dice, lo ripete e lo mette per iscritto: «Nessun inciucio per salvare Berlusconi. La mia è una buona legge per combattere la corruzione». Punto. Così sicura che si mette in testa di sfidare i malumori dei partiti che sostengono il governo e di mettere la fiducia sul provvedimento. Rischiando di far saldare insieme le ragioni del giustizialismo dipiestrista con quelle del Berlusconi-prima-di-tutto del Pdl. E magari qualche altra necessità giudiziaria sparsa qua e là tra i partiti che hanno notabili di casa propria indagati o imputati in qualche processo per concussione. I no al disegno di legge Severino hanno ragioni opposte. Federico Palomba, capogruppo Idv in commissione Giustizia nonché relatore del provvedimento sul falso in bilancio, smonta le granitiche affermazioni del ministro nell'intervista rilasciata a Repubblica. «Berlusconi, e non solo lui - dice Palomba - avrà vantaggi certi grazie alle modifiche introdotte dal ministro». I vantaggi hanno tutti la stessa origine: il reato di concussione è stato spacchettato e da un solo articolo (il 317 cp che punisce il pubblico ufficiale che abusando della sua qualità o dei suoi poteri costringe o induce taluno a dare o promettere denaro o altra utilità) ne sono venuti fuori due. Il 317 resta uguale nella prima parte e diventa 319 quater nella seconda, punendo «chi induce indebitamente a dare o promettere utilità». «Il fatto certo - dice Palomba - è che un reato che prima si estingueva in 15 anni adesso si estingue in 10. Ho chiesto al ministro quanti processi per concussione che ora diventano per induzione indebita, primo fra tutti quello Ruby dove è imputato l'ex premier, moriranno in conseguenza della norma. Non sono arrivate risposte. Ricordo solo che ai tempi del processo lungo, corto e di tutte le altre norme potenzialmente ad personam, la parte sana del Parlamento ha alzato le barricate. Ora alziamo la voce solo noi». Ma l'insidia, meno palese e per questo più velenosa, è proprio nella riscrittura del reato e nella nascita del nuovo 319 quater. Severino è convinta che in nome della continuità giuridica tra le due norme il processo Ruby non subirà conseguenze. «Allora - azzarda Palomba adesso faccio l'avvocato Ghedini e appena la norma diventa legge mi alzo in aula a Milano e chiedo l'estinzione del processo perché il reato non c'è più (a Berlusconi è contestata quella parte della concussione assorbita dal nuovo 319 quater, ndr). Cioè, ne è previsto un altro e il dibattimento dovrà come minimo ricominciare». È un'ipotesi possibile, non si può escluderla. Per la Procura di Milano è una certezza. Il Pd voterà la fiducia se il testo del maxiemendamento ricalcherà quello uscito dalle commissioni. Con buona pace, però, degli emendamenti che aumentavano le pene del 319 quater cacciando così indietro le allusioni di chi, come l'Idv, sostiene che in questo modo l'ex sindaco di Sesto S. Giovanni Filippo Penati, indagato per l'area Falk, non andrà neppure a giudizio per intervenuta prescrizione. Il Pdl dice che la voterà, pur sacrificando un'altra norma salva Ruby, ma le incognite sono molte. La ministra chiede la fiducia anche perché non accetta che la giustizia diventi «merce di scambio». Ma tra i 7 provvedimenti in aula prima dell'estate - corruzione, responsabilità civile, intercettazioni, falso in bilancio, riforme professionali, divorzio breve, ratifica delle convenzioni di Strasburgo - qualche scambio è più che probabile. Per i dipietristi è a rischio il procedimento milanese ma la ministra nega Mercoledì il voto in Parlamento DomanialcinemaFarnese per l'anniversariodella morte lamanifestazione volutadalCespe. Inmostra operededicateaBerlinguer daGuarientiaCalabria ILCASO GRAZIELLA FALCONI POLITICA Caro amico ti scrivo cosìmi distraggo un po' e sic-come sei molto lontanopiù forte ti scriverò».Quasi un leit motiv allaLucio Dalla, la manifestazione «Caro Enrico» organizzata dalla Fondazione Cespe al Cinema Farnese di Roma (domani dalle 17,30 alle 19,30) per l'anniversario della scomparsa del segretario più amato nella lunga storia del Pci, un caduto sul lavoro, i cui funerali registrarono una eccezionale partecipazione, che secondo Vittorio Foa poteva essere spiegata soltanto perché Berlinguer era considerato dal popolo «un modello umano e politico». Per dirla alla Bertholt Brecht un italiano imprescindibile, che portava nel proprio dna la necessità di un secondo Risorgimento, l'aspirazione a una riforma morale e intellettuale, e che in un periodo particolarmente travagliato si è dedicato alla salvezza dell'Italia e della sua democrazia. Mentre veniva eletto segretario del Pci, nel 1972, l'editore Gian Giacomo Feltrinelli saltava in aria collocando esplosivo su un traliccio a Segrate; l'economia mondiale era entrata in una crisi che portò alla convertibilità dell'oro in dollaro (1973 a Bretton Woods). Secondo alcuni storici nel 1975 la crisi era così acuta che le autorità avevano quasi perso il controllo della situazione: il terrorismo procurava quotidianamente morti e feriti, la bilancia italiana dei pagamenti era sempre più in rosso, con le principali aziende tutte indebitate, una crisi produttiva enorme, l'inflazione quasi al 20%. Pur in un quadro così drammatico, il Paese conosce una stabilizzazione democratica e finanziaria e riesce a impiantare lo stato sociale. Alcuni dati lo testimoniano. Insieme al compromesso storico, al programma economico a medio termine, si lavorava all'approvazione da parte del Parlamento di riforme importanti: divorzio, aborto, diritto di famiglia, voto a 18 anni, statuto dei lavoratori, riforma delle pensioni, equo canone e legge dei suoli, riforma dei manicomi, occupazione giovanile, riconversione industriale, riforma sanitaria. Riforme di struttura ed elementi di socialismo, leggi relative all'ordine pubblico, alla finanza e al fisco, al decentramento degli enti locali. Leggi che incontrarono ostacoli e difficoltà di vario genere e che contenevano esse stesse incongruenze ed errori, ma testimoniano di una volontà di modernizzazione del Paese, tenendo insieme rinnovamento e risanamento, austerità e sviluppo. «Da quando sei partito c'è una grossa novità, l'anno vecchio è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va». Crisi organica e permanente, con immancabile presenza di terremoto. Berlinguer in tutto questo rappresentava, pur con tutti i suoi limiti - tra cui l'illusione sulla riformabilità del sistema sovietico e la sottovalutazione della capacità di riorganizzarsi del capitalismo - la speranza e la ricerca, la capacità di cogliere il senso dei grandi processi e dei mutamenti della struttura del mondo. Ha denunciato il mutamento antropologico derivante dal consumismo, ma soprattutto si poneva il problema delle grandi questioni planetarie come le innovazioni tecnologiche, la fame, il divario tra nord e sud del mondo, l'ambiente, i limiti dello sviluppo, le nuove responsabilità dell'uomo verso le generazioni future. Egli fu in tutto un intellettuale e un politico, secondo la lezione di Antonio Gramsci, dal quale aveva mutuato i concetti di consenso e di forza declinati accanto e dentro a quelli della democrazia progressiva. Sono molte le suggestioni che egli ci ha consegnato e che l'iniziativa della Fondazione Cespe intende rievocare nel pomeriggio di lunedì. Una iniziativa politico culturale in cui domina la voce di Enrico, le sue parole, la sua immagine. Verranno presentate, come omaggio, rievocazione, commento o riflessione, le opere dei pittori Goberti, Guarienti, de Luca, Pupillo Falconi, Galli, Alexander, Calabria, e altri ancora, che daranno vita a una mostra itinerante nelle fondazioni ex Ds. La Fondazione Cespe ha inteso ricordarlo anche alla luce di una preziosa eredità del Pci per la parte che ha fatto tesoro dell'insegnamento di Gramsci quando ammonisce: «Una generazione può essere giudicata sulla base dello stesso giudizio che essa dà della precedente, un periodo storico dal suo stesso modo di considerare il periodo da cui è stato preceduto. Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa… Una generazione vitale e forte che si propone di lavorare e affermarsi, tende invece a sopravvalutare la generazione precedente perché la propria energia le dà la sicurezza che andrà anche più oltre». Caro Enrico, questa è una lettera di ringraziamento per gli stimoli che possiamo trarre dalla storia e dall'esperienza. Caro Enrico, tra parole e pittura parte da Roma l'omaggio itinerante alla storia del Pci Corruzione, fiducia vicina. L'ultimo scontro è sul processo Ruby Enrico Berlinguer durante un comizio del Pci FOTO LAPRESSE A S S E M B L E A N A Z I O N A L E ROMA, GIOVEDÌ 14 GIUGNO 2012, ORE 10 SEDE NAZIONALE PD, SALA CONFERENZE VIA SANT'ANDREA DELLE FRATTE 16 AGRICOLTURA ITALIA COLTIVIAMO IL FUTURO DIPARTIMENTO ECONOMIA E LAVORO FORUM AGRICOLTURA ALIMENTAZIONE E PESCA www.partitodemocratico.it www.youdem.tv Ore 10.30 Introduzione Enzo Ore 11 Interventi Ore 12.30 Conclusioni Stefano Ore 13.30 - 14.30 Lunch break LAVARRA FASSINA Responsabile PD Dipartimento Economia e Lavoro Presidente Forum Nazionale PD Agricoltura Alimentazione e Pesca Ore 14.30 Interventi Ore 15.30 Mario Ore 16.30 Pier Luigi CATANIA BERSANI Ministro delle Politiche Agricole e Forestali Segretario Nazionale PD Partecipano: Parlamentari nazionali ed europei Organizzazioni agricole professionali e sindacali Esperti del settore CLAUDIAFUSANI ROMA 10 domenica 10 giugno 2012
ALCUNIFARMACISTANNOSPARENDODALMERCATO. SONOFARMACIIMPORTANTI,COSIDDETTISALVAVITA: antibiotici, anestetici, antiipertensivi, antitumorali, ma anche soluzioni elettrolitiche per fleboclisi e vitamine. Sembra che nessuno voglia produrli, eppure la loro unica colpa è di essere «vecch»i. Non che non funzionino più, al contrario spesso sono ancora gli unici efficaci contro alcune malattie. Il problema è che, in quanto vecchi, costano poco. Il loro brevetto è scaduto e possono essere prodotti come farmaci generici, ma chi se la sente di accollarsi una produzione complessa per un guadagno minimo? Negli Stati Uniti il problema esiste già da un po' di tempo. Un sondaggio condotto nel 2011 su 820 ospedali ha mostrato che quasi tutte le strutture avevano dovuto gestire la carenza di almeno un farmaco nei sei mesi precedenti l'inchiesta e il 24% lamentava la carenza addirittura di 21 o più farmaci. E la Fda, l'ente americano che si occupa della regolamentazione dei farmaci, riporta che nel 2011 i prodotti carenti sono stati 220. Un problema tanto più grave, dicono i medici, perché spesso si tratta di farmaci che non sono sostituibili con degli equivalenti. Un esempio di quello che sta accadendo è stato fornito dal presidente della Società americana di oncologia clinica (Asco), Michael Link, durante il congresso che si è svolto da poco a Chicago: «Il metotrexate – ha detto - è al momento l'unica terapia per la leucemia linfoblastica acuta. Gli oncologi Usa hanno lanciato l'allarme di recente affermando di avere una scorta di tale farmaco sufficiente solo per due settimane, e ciò ha portato all'intervento della Fda per una soluzione almeno temporanea». Il metotrexate è un farmaco che viene usato da cinquant'anni: ormai è passato tra i generici e costa pochi centesimi a pillola. Ma all'appello mancano anche altri antitumorali di vecchia generazione: bleomicina, cisplatino, citarubicina, daunorubicina, liposomiale, doxorubicina leucovorin, vincristina.... Le case farmaceutiche dicono che manca la materia prima, ma secondo un articolo uscito recentemente sul New England JournalofMedicine, l'origine del problema risiede nel fatto che la produzione dei generici si sta concentrando nelle mani di poche fabbriche che si trovano a dover affrontare contemporaneamente problemi di produzione e un aumento della domanda. I problemi di produzione nascono perché i generici, che garantiscono un margine di profitto basso, sono fatti nel modo più economico possibile, usando macchinari vecchi e poco efficienti (che fanno aumentare il rischio di incidenti) e lasciando meno scorte possibile. D'altro canto, la domanda di antitumorali cresce perché in Asia, Sud America e Africa si espande l'accesso al trattamento. C'è chi dice che più che di questioni tecniche, si tratti di un problema economico: le industrie farmaceutiche non producono farmaci vecchi e a basso costo per favorire la vendita dei nuovi farmaci i cui costi sono invece astronomici, dell'ordine delle centinaia di migliaia di euro a paziente. Un esempio? Il leucovorin è un farmaco antitumorale disponibile dal 1952, nel 2008 è stato approvato il levoleucovorin, un farmaco simile al primo, efficace come il primo, ma 58 volte più costoso. Otto mesi dopo il leucovorin cominciava a scarseggiare. E in Italia? Anche da noi il problema comincia a farsi sentire. Un articolo pubblicato dal gruppo di Umberto Tirelli dell'Istituto nazionale tumori di Aviano riporta come a maggio dell'anno scorso un ordine di 100 fiale di carmustina, un farmaco richiesto nel trapianto di cellule staminali, non è arrivato lasciando 9 pazienti affetti da linfoma senza la possibilità di completare il trapianto nei tempi stabiliti. «La situazione non è drammatica come quella degli Usa, ma il trend è lo stesso», spiega Tirelli. Moltissimi pazienti si trovano a dover affrontare la mancanza del farmaco di cui hanno bisogno. Quali sono le conseguenze? Se il paziente non può aspettare che il medicinale torni ad essere disponibile, i medici dovranno utilizzare nuove combinazioni di farmaci con sostanze simili a quelle mancanti. Ma spesso queste nuove combinazioni non sono state sperimentate e quindi possono risultare poco efficaci o addirittura tossiche. Secondo un altro sondaggio condotto dall'Istituto per la pratica medica sicura degli Stati Uniti, il 25% dei clinici dichiara che nel luogo in cui lavora è stato commesso un errore a causa della mancanza di esperienza nella gestione di farmaci alternativi a quelli normalmente utilizzati ma che non si trovano più. Non manca chi approfitta della situazione: ecco dunque svilupparsi un “mercato grigio”, non del tutto illegale (ma quasi) in cui alcuni produttori immettono sul mercato i farmaci mancanti a costi più alti di 20, 30 volte. «Piccole aziende private fanno incetta di farmaci carenti – spiega Tirelli - e poi li rivendono agli ospedali a un prezzo molto più alto. In questo modo accelerano il fenomeno, presentandosi nello stesso tempo come benefattori dell'umanità». Anche Roberto Labianca, presidente del Collegio italiano primari oncologi medici ospedalieri, è preoccupato: «Quando un farmaco sparisce ci sono pazienti che non sanno cosa fare. Tutti si devono prendere le proprie responsabilità: i medici ma anche le autorità. In Italia poi il problema è aggravato dalla frammentazione del sistema sanitario: ogni regione ha il suo sistema». . Cosa rimediare? La Fda dice esplicitamente di non poter «chiedere a un'azienda di continuare a produrre un farmaco se questa vuole sospenderlo». Si potrebbe pensare, allora, a degli incentivi fiscali per le aziende che producano questi farmaci, oppure, propone Tirelli, «mettere sotto pressione le case farmaceutiche che non vogliono produrre i vecchi farmaci non approvando le loro nuove, costosissime terapie». L'INCHIESTA Ilmercato grigio deifarmaci Medicinali introvabili? C'èunaragione CRISTIANAPULCINELLI cristiana.pulcinelli@gmail.com L'ULTIMO CASO MARKETING : Chebusiness la fascettasul libro P. 20 ILREPORTAGE : Lemucchedella paceaSrebrenica P. 21 ILPERSONAGGIO : L'animaneradiJohnnyCash, il rocker trademonioesantità P.22 ASCOLTI/VISIONI : QueisempiternianniNovanta P. 23 U: Sostanzesalvavitachesmettonodiessere prodotteall'improvvisoecheritornanosul mercatoconnuovinomieaprezzialtissimi Manca ilPurinethol, inallarmele famiglie deibambini leucemici in Italia IlPurinethol nonsi trova.Purinethol è il nomecommercialedella mercaptopurina,un farmaco oncologico incommercio dapiù di diecianni,machecontinua adavere risultatipositiviper il trattamento delle leucemie acute. Ad usarlosono moltissimibambini. Attualmente, però, il Purinethol«non èreperibile sul territorio nazionale»,comerecita unanota informativadell'Agenzia italianadel farmaco(Aifa). Il problemanascedal fattoche l'aziendaLaboratoiresGenopharmes hasospeso la suaattività.L'autorità francesechesi occupadi regolare il mercatodei farmaci, infatti, ha riscontratodelle irregolarità nell'operatodi questaazienda sembrachevendesse lotti scaduti di unaltro chemioterapico e chesi sia rifiutatadi ritirare ilprodotto dal mercatouna volta scoperto l'inghippo- e nehadeciso la chiusura.L'Aifa ha fattosapere di non poteral momentoprevedere quanto dureràquestacarenza. Il farmaco potràesseredistribuito soloda centri ospedalierioda Asl,mentre l'Aifa ha decisodi «procedere all'importazionestraordinariadel medicinaledaaltri Paesi europei». Ma la macchinaè lenta e le famigliee ipazienti ingravissimoaffanno. domenica 10 giugno 2012 19
Chi sfora di un mese paga come multa solo alcuni euro Cgia: sarà un vero salasso per gli albergatori ILCOMMENTO PAOLOBONARETTI Sviluppo, Passera ci mette la faccia «Tempi brevi» Sul decreto sviluppo Corrado Passera ci mette la faccia, e incassa l'appoggio della platea degli industriali riuniti a Santa Margherita Ligure. Ospite attesissimo del convegno degli under quaranta, il ministro dello Sviluppo parla dopo due giorni di indiscrezioni su tensioni interne all'esecutivo, e soprattutto dopo l'intervento di Vittorio Grilli, che il giorno prima aveva lasciato pochi margini d'azione ai colleghi “di spesa”. VOLTOTESO Il volto di Passera, teso e preoccupato, mostra i segni del momento ancora drammatico che il Paese sta attraversando. Gli industriali chiedono di agire, di passare «dalla potenza all'azione», dirà poco dopo il presidente Giorgio Squinzi citando Aristotele. «Va recuperata quella crescita che il capitalismo finanziario ha minacciato - aggiunge il leader di Confindustria - ridando centralità al manifatturiero». Insomma, Passera sa che le imprese si aspettano il cambio di passo promesso dal governo: dal rigore alla crescita. Se lo aspettano anche i partiti di maggioranza (che lui definisce azionisti del governo), che all'unisono dichiarano con Angelino Alfano, Gianni letta e Pier Ferdinando Casini: tra Grilli e Passera siamo con Passera. Insomma, il ministro ha i riflettori puntati addosso, e reagisce assicurando che si farà tutto quello che si è promesso. E che si farà “a breve”. Meglio non dare una data, visti i ripetuti slittamenti. «Non c'è contrapposizione personale tra nessuno dei ministri, c'è grandissimo sforzo e determinazione a trovare le risorse necessarie - esordisce - la faccia sul fare fino in fondo l'agenda per la crescita che ci siamo posti ce la mettiamo, ce la metto, e vi assicuro che la portiamo a casa. Tutti i provvedimenti di cui sono responsabile arriveranno fino in fondo». Il testo abortito più volte (peraltro preparato a più mani con altri ministeri) punta a facilitare l'accesso ai finanziamenti per le piccole imprese, riordina gli incentivi, premia la ricerca, concede ai project bond lo stesso trattamento fiscale dei titoli di Stato (12,5), con un sostanzioso sgravio fiscale. Inoltre prevede «una piccola cosa, ma con effetti potenziali forti - continua Passera - Tutte le pubbliche amministrazioni dovranno mettere sul sito tutte le cifre che escono e a che titolo. In questo modo avremo “open data” che automaticamente ridurrà gli abusi». D'altro canto il governo «non mancherà mai all'impegno sul bilancio pubblico», aggiunge Passera. Alla linea del rigore non si rinuncia. «Non chiederò mai ai miei colleghi di venir meno a quella regola», insiste. È proprio con il rigore che l'Italia si è riconquistata credibilità nel mondo, e che oggi Mario Monti può permettersi di dare le carte al tavolo con i Grandi, da Obama a Merkel. Ma a questo punto il ministro sa bene che il suo margine di manovra si restringe notevolmente. La domanda resta la stessa: dove prendere i soldi? Passera annuncia «cose grandi», come ridurre le migliaia di enti partecipati o controllati da Comuni o Regioni, oppure l'unificazione di tutte le banche dati della pubblica amministrazione, e ancora il recupero dell'evasione, «un'area in cui c'è ancora molto da recuperare». C'è chi ha ipotizzato l'arrivo di nuove tasse su compagnie straniere. NONUOVETASSE Solo l'idea fa aggrottare gli occhi al ministro. «Guai a nuove tasse su investimenti esteri - spiega - Altro è verificare se tali investimenti comportano una minore imposizione». In altre parole, si cerca di combattere tutte quelle forme elusive delle multinazionali (salvo poi allentare l'abuso di diritto nella delega fiscale, “corretta” dal Quirinale proprio su questo punto). Infine, altra «grande cosa», la messa a reddito di quasi un trilione di patrimonio pubblico, per utilizzarlo a sostegno del reddito. Il ministro non si spinge oltre: non parla di dismissioni di aziende, né di operazioni immobiliari. Il vero nodo sta nei tempi: ciascuna di queste operazioni ha scadenze molto più lunghe di quei «tempi brevi» annunciati. Dunque, cosa ci si può attendere tra qualche giorno? Un decreto in cui il credito di imposta sulla ricerca è stato derubricato (per mano della Ragioneria) a bonus per chi assume personale superspecializzato, addirittura con il conseguimento del Phd (paletto che Confindustria vorrebbe eliminare). Dove la compensazione dei crediti Iva (altra richiesta degli imprenditori) è saltata, dove sull'aumento degli sgravi per le ristrutturazioni si è assistito all'ultimo duello con il Ragioniere generale per un “buco” di 100 milioni a partire dal 2015. Così Passera rischia di mettere la faccia su una scatola vuota. Certo, può rivendicare di aver già dato alle imprese circa 14 miliardi a regime con la nuova Ace, 20 miliardi di garanzie per i crediti, un meccanismo per incassare i crediti con la pubblica amministrazione, le liberalizzazioni con l'apertura del mercato del gas. Ma tutto questo non basta ancora: Confindustria chiede di più perché la crescita non si vede, e l'occupazione diminuisce. E lo chiedono anche i partiti della maggioranza. Ultima settimana per fare i conti, compilare i moduli e pagare la prima rata dell'Imu. La scadenza infatti è lunedì 18. Rispetto alla vecchia Ici, i cambiamenti sono sostanziali e formali: le rendite base dovranno essere rivalutate del 60%, si torna a pagare sulla prima casa e le aliquote sulla seconda saranno decisamente più onerose. Perdipiù, non si potrà più pagare con il bollettino postale, ma è necessario compilare il più complicato modulo F24 (si richiede negli uffici postali, in banca o si scarica dal sito dell'Agenzia delle Entrate, sempre non ci si voglia affidare ad un commercialista o a un Caaf): un aiuto arriva dal sito dei Comuni (www.amministrazionicomunali.it) sul quale è possibile compilare automaticamente e stampare il modulo. Nel 2012 tra tasse locali e imposte comunali, dice uno studio della Uil, si prospetta una stangata da 1.400 euro medi a famiglia con un picco di oltre 3mila euro a Roma. La Cgia di Mestre ha fatto qualche calcolo sugli effetti dell'applicazione dell'imposta sulle principali categorie economiche: saranno gli albergatori, dice, a pagare il conto più salato, con una media di 8.405 euro a testa. La grande distribuzione è chiamata a versare un importo medio annuo di 5.930 euro. Quanto agli industriali, su ogni capannone graverà una imposta pari a 4.725 euro. Per gli artigiani e i piccoli industriali il versamento medio sarà di 2.756 euro. Per i liberi professionisti, SIAMOALL'ALLARMEROSSO.LACRISICHELA MANIFATTURASTA ATTRAVERSANDORISCHIADI METTEREIN DISCUSSIONEL'IDENTITÀ EDIL RUOLO che il nostro Paese ha nell'economia mondiale, lasciando di fronte a noi una prospettiva di vuoto. La crisi dell'industria sta compromettendo gravemente la competitività del lavoro e delle imprese italiane, dell'insieme della nostra economia, i livelli occupazionali, di consumo e di reddito delle famiglie, del sistema di welfare ed in generale della coesione sociale del Paese. L'indice della produzione industriale scende di quasi 2 punti in un mese e del 9,2% su base annua, il peggior risultato degli ultimi anni. Ma il dato più preoccupante, ormai drammatico è che l'indice, sta scendendo ormai ininterrottamente da 12 mesi senza alcun segno di rallentamento, anzi. Insomma, ci siamo ormai dimenticati della timida ripresa della produzione del secondo semestre del 2011 e ci ritroviamo ancora sotto di 16 punti (!) percentuali rispetto al livello del 2005: un disastro. Un ruolo esiziale lo ha giocato e lo gioca la colpevole assenza di un quadro di riferimento per le politiche industriali. Il dossier della politica industriale italiana rimane ormai inesorabilmente chiuso da oltre 10 anni (fatta salva l'apprezzabilissima ma breve eccezione del secondo governo Prodi con Industria 2015, poi boicottata e affossata). Gli altri Paesi europei in questi anni hanno investito tra i 12 (la Francia ) e i 15 miliardi all'anno (la Germania) per stimoli di politica industriale, prevalentemente dedicati alla innovazione e allo sviluppo della ricerca e del lavoro della conoscenza. Questa settimana la Cina ha annunciato un programma di stimoli per 300 miliardi. L'Italia da almeno 5 anni zero; sia per la dimensione finanziaria sia per la definizione di un quadro strategico di priorità, traiettorie e strumenti. Encefalogramma piatto. La discussione degli ultimi 8 mesi sulla crescita è paradossale, mentre ogni giorno le imprese e i lavoratori cadono sul campo, si intavolano interminabili minuetti tra ministeri, su regole contabili e conflitti di competenze, giochi delle tre carte sulle risorse e sui fondi. E quando qualche voce dissonante, viene anche dal mondo delle imprese, allora il premier si impermalosisce e lamenta la mancanza di appoggio dei poteri forti. Se voleva essere ironico non gli è riuscita bene: nessuno oggi ha voglia di ridere. Il problema non è se Passera ha i soldi e Grilli non glieli vuole dare. Il problema è che Passera non ha offerto alcun concreto quadro di riferimento prioritario e strategico che possa supportare il «rinascimento dell' industria» e che il Tesoro è contrario a qualsiasi misura di politica industriale attiva. La discussione sul credito di imposta per la ricerca ne è un esempio. La proposta del Ministero dell'Economia diffusa a mezzo stampa (plafond di 25 milioni!) è offensiva per l'intelligenza degli italiani e per le imprese che seriamente stanno investendo in innovazione ed internazionalizzazione. Il credito di imposta per la ricerca è una misura per sua natura strutturale. Le “coperture” non possono dunque essere ricercate se non negli effetti stessi che la misura genera, non possono essere definiti tetti di spesa. Il Presidente Monti dovrebbe tenere la catena molto più corta ai nostrani cani da guardia del rigore e dell'austerità, altrimenti saranno lui e il suo governo a subire un crollo irreversibile di una credibilità (peraltro già compromessa non poco) presso il mondo dell'impresa e del lavoro. È l'ora di fare immediatamente delle scelte di politica industriale. Il credito di imposta sulla ricerca senza vincoli assurdi. Una politica industriale ecologica per diventare il Paese più competitivo sui prodotti a basso uso di energia e materie prime. La scelta di settori e programmi strategici e l'investimento sulla crescita la ricerca e ECONOMIA Politica industriale, un dossier chiuso da oltre dieci anni Il ministro prende un impegno Lo sostengono Letta, Alfano e Casini «Ma il rigore non si tocca» BIANCADIGIOVANNI INVIATA AS. MARGHERITALIGURE Imu con ritardo, . . . Smorza le polemiche: «Non c'è contrapposizione personale tra nessuno dei ministri» . . . Ma molte delle misure da lui proposte sono state depotenziate dalla Ragioneria LAURAMATTEUCCI lmatteucci@unita.it 12 domenica 10 giugno 2012
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10/06/12

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