ECONOMIA Le certezze degli italiani sono messe a dura prova dall'incedere della crisi. Prova ne è il fatto che anche il bene rifugio per eccellenza, la casa, viene sempre meno considerato tale. È quanto emerge da una ricerca Censis-Abi che rivela come solo il 17% degli italiani crede che i risparmi andrebbero investiti acquistando immobili, una percentuale praticamente dimezzata, era il 33,5%, rispetto a quella registrata appena un anno fa. Il perché di questa flessione è presto detto: il clima di assoluta incertezza economica convince all'attendismo una quota sempre maggiore di cittadini. Infatti, l'indagine attesta per oltre il 36% del campione (contro il 25,5 di un anno prima) «è meglio aspettare e rimanere liquidi». Una parte interessante dell'indagine Censis-Abi è quella che riguarda l'impatto della nuova imposta sugli immobili, la cui scadenza di pagamento della prima rata scade proprio domani. «La "mazzata" dell'Imu - si legge nella ricerca, alla fine è arrivata, pesante come previsto» e cambia radicalmente il modo di vivere l'abitazione: «non più seconde case ereditate e lasciate lì a deperire, piuttosto che usate, magari al mare, per pochi mesi l'anno». Con queste premesse la conseguenza è logica: «Si assiste ad una riduzione del numero delle case non occupate: dal 21% degli anni '90 oggi siamo al 17%, con una crescente tendenza a disfarsene, o comunque a trovarne un nuovo utilizzo». Proprio riguardo l'Imu va segnalato il risultato di un condotto da Unimpresa nella reta Caf dell'associazione: il 40% dei contribuenti non verserà la prima rata dell'imposta entro domani. Secondo la rilevazione, dunque, risulteranno in regola con il pagamento soltanto 3 proprietari di immobile su 5. A rischio - rileva l'associazione - è una fetta rilevante di gettito per Stato e Comuni: da 2 a 8 miliardi di euro. Parte dei contribuenti, afferma Unimpresa, potrebbe preferire quindi aspettare l'appuntamento di dicembre col saldo finale; e un'altra fetta potrebbe finire con il prendere ancora più tempo e pagare entro i prossimi 12 mesi. LOCALI PIÙ PICCOLI Tornando alla ricerca Censis-Abi, viene evidenziato come nel 1981 gli italiani che vivevano in una casa di proprietà erano il 64% mentre oggi tale percentuale è salita all'81%. Si tratta di «un dato enorme, basti pensare che oggi solo il 46% dei tedeschi e il 61% dei francesi vive in una casa di proprietà». Ed ancora, negli ultimi trent'anni il numero totale di abitazioni è aumentato del 32%, esattamente come il numero delle famiglie, malgrado la popolazione sia aumentata appena del 5%. Ciò è avvenuto a causa della drastica diminuzione del numero medio di componenti per famiglia, sceso da 3 a 2,4. Il sistema è quindi, rileva il rapporto, «in sostanziale equilibrio per quanto riguarda il numero totale delle abitazioni, ma rischia un certo disallineamento per ciò che riguarda la dimensione degli alloggi». Infatti, la grandezza delle case segue quella delle famiglie, con abitazione più piccole. L'attuale dimensione media degli alloggi è di 114 metri quadri, un dato che è andato costantemente riducendosi. Nel giro di vent'anni, dal 1991 ad oggi, si è passati da abitazioni composte in media da 4,2 stanze agli attuali appartamenti da 3,4 stanze. Doppiosalassosullacasa.Dopol'Imu, arrivalastangata sui rifiuti.Sedomani scade il termine per il primo versamento della nuova imposta sugli immobili, per la quale i possessori di una prima abitazione verseranno in media 142 euro, subito dopo l'agenda fiscale prevede il pagamento entro fine giugno della prima tranche della tassa/tariffa sui rifiuti solidi urbani che quest'anno costerà in media 220 euro a italiano. I dati, elaborati dalla Uil Servizio politiche territoriali, parlano chiaro: su un campione di 39 città che hanno già deliberato le tariffe 2012 in quasi il 60% dei casi è stato deciso un aumento. Quello maggiore spetta a Milano con un +20,1%,seguito da Novara (19,2%), Avellino (15%) e Mantova (8,5%). In valori assoluti, però, la tassa/tariffa più alta si registra ad Alessandria e Roma dove, una famiglia di quattro persone che vive in un appartamento di 80 metri quadrati, pagherà rispettivamente 337 euro e 311 euro. Proprio nella Capitale, dove nonostante si rischi una vera e propria emergenza rifiuti, la differenziata è ferma al palo e le tariffe continuano a crescere da quattro anni a questa parte, seguiamo la signora Antonella alle prese con i pagamenti dei tributi locali. «Di Imu ho pagato un acconto di 98 euro ora però, sullo stesso appartamento, mi aspetta la prima rata di 167 euro di Ta.ri (la Tariffa di igiene ambientale, ndr) in scadenza il 27 giugno». PEGGIODELL'IMU «Non c'è dubbio - commenta Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil che si è tanto discusso di Imu,che vamodificata per le sue tante incongruenze, ma nessuno ha puntato l'indice contro gli aumenti della tassa-tariffa rifiuti che mediamente graverà molto di più sui bilanci famigliari rispetto all'Imu sulla primacasa.Inoltre il serviziodi igieneurbana, con la nuova Tares dal 2013 sarà destinato ad rincarare ulteriormente». SecondounostudiodellaFederconsumatori, dal 2000 al 2010, a fronte di un tassodi inflazionemedio del24%,l'incremento complessivo sulla Tarsu o sulla Tariffa di igiene ambientale è stato del 54%. In questi anni i Comuni hanno fattoletteralmente cassaattraverso le tariffe del servizio di gestione dei rifiuti solidi urbani. Una pioggia di rincari che non ha risparmiato nessuno. Basti pensare chea Napoli,negli ultimianni, nonostanteilcaos-rifiuti, laTarsu èrincarataparadossalmente del 49%, arrivando a toccare nel 2010 la media record di 453 euro a famiglia. Delresto, inunperiododi taglidei trasferimenticentrali,conilbloccodelle addizionali localie dell'Ici, l'unicalevafiscale che le amministrazioni comunali in questi anni hanno potuto manovrare è stata proprio quella della tassa-tariffa sui rifiuti. «Se fino a quattro anni fa - aggiunge Loy - la tassa-tariffa copriva il 65% del costo del servizio di igiene ambientale complessivo (il resto era assicurato dalla fiscalità generale locale, ndr), oggiquella percentuale è salita all'80%». Ma non è finita qui. Perché dal primo gennaio 2013, la Tarsu e la Tia - due “tributi” che contengono al loro interno una “tassa sulla tassa”, rispettivamente l'addizionale ex Eca e l'Iva entrambe al 10% - sono destinate a essere sostituite dalla nuova Tares, la Tassa sui rifiuti e servizi, che dovrà coprire al 100% i costi del servizio di igiene ambientale. E dunque, dallo smaltimento dell'immondizia, privata e pubblica, all'illuminazione nellestradefinoaglialtri“servizi indivisibili”, sarà tutto a carico del cittadino in quanto la nuova tassa dovrà coprire il 100% del servizio per la quale verrà deliberata. «È chiaro - conclude Loy - che dal prossimo anno sono probabili nuovi aumenti. Tuttavia per abbassare i costi del ciclo dei rifiuti bisogna ridurre i costi dellesocietàdigestione,ridurlee metterle a sistema tra di loro». Molti comuni ancora non hanno deliberato gli aumenti per il 2012 e quindi, sulle bollette di ottobre-dicembre il costodel saldo sui rifiuti sarà, molto probabilmente, maggiore di quello che si pagheràin accontonelle prossime settimane. . . . Una ricerca Censis-Abi evidenzia gli effetti della crisi sul rapporto tra cittadini e abitazione Un taglio del 5% degli organici nel pubblico impiego e una riduzione delle retribuzioni. Sono questi alcuni degli interventi ai quali il ministero della Pubblica Amministrazione sta lavorando nell'ambito della così detta spending review. Ma ci sarebbe anche dell'altro, se è vero che è a l l o s t u d i o u n a s o r t a d i “prepensionamento” per i dirigenti e una sforbiciata ai buoni pasto. E soprattutto un taglio del 20% delle province e di tutti gli uffici collegati, a partire da prefetture e uffici scolastici, e la nascita di consorzi di comuni. L'ipotesi prevedrebbe di cancellare tutte le province sotto i 300mila abitanti. La riduzione della pianta organica del personale del pubblico impiego non toccherebbe probabilmente però tutte le amministrazioni: la percentuale del 5% costituirebbe solo dunque un'indicazione di media. Per quanto riguarda invece i dirigenti l'esonero dal servizio riguarderebbe coloro che hanno 40 anni di contributi e che manterrebbero l'80% dello stipendio (non del trattamento economico complessivo) fino al raggiungimento dei requisiti per la pensione. Possibile anche che venga rivisto il rapporto tra dirigenti e funzionari (stabilendo la proporzione di 1 a 40 ad esempio) così come quello tra dipendenti e metri quadrati, in modo da avere un uso razionale degli spazi evitando sprechi. Ragionamento che porterebbe in alcuni casi alla possibile chiusura di alcune sedi. Le misure dovrebbero essere varate entro fine giugno. Il ministro della Pubblica amministrazione e semplificazione, Filippo Patroni Griffi, ha definito queste misure come «necessarie per riorganizzare anche in modo strutturale gli apparati. Bisogna ottenere economie ma anche efficienza, è questo il principale obiettivo a cui stiamo lavorando per migliorare l'azione della pubblica amministrazione. Dobbiamo lavorare alla semplificazione dei livelli di governo per evitare duplicazioni e perché il cittadino sappia a chi deve rivolgersi per ottenere un determinato provvedimento senza essere costretto al giro delle sette chiese degli uffici pubblici». «Perché questo avvenga» ha continuato il ministro «stiamo operando per una generale riorganizzazione periferica dello Stato. Non solo province e prefetture, ma gli uffici di tutte le amministrazioni pubbliche dislocate sul territorio». Statali, tagli agli organici E per i dirigenti sforbiciata agli stipendi MARCOTEDESCHI MILANO . . . Rincari a pioggia: in venti anni l'inflazione è salita del 24%, la tassa-tariffa sull'immondizia del 54% Gli italiani non considerano più la casa come un bene rifugio MARCOVENTIMIGLIA MILANO Dopo l'Imu stangata sui rifiuti Milano guida la classifica del salasso sui rifiuti solidi urbani (+20%). Ma in termini assoluti la tassa più alta si registra a Roma e ad Alessandria FOTO ANSA Entro giugno il primo versamento del tributo per l'igiene ambientale Costerà in media 220 euro a fronte dei 142 della prima tranche Imu E a gennaio, con la Tares, sarà un nuovo salasso ENRICO CINOTTI ROMA domenica 17 giugno 2012 11
Montepremi 2.471.239,15 5+stella Nessun6-Jackpot 6.391.753,89 4+stella 29.162,00 All'unico5+1 - 3+stella 1.500,00 Vinconoconpunti5 23.167,87 2+stella 100,00 Vinconoconpunti4 291,62 1+stella 10,00 Vinconoconpunti3 15,00 0+stella 5,00 Nazionale 78 11 79 89 37 Bari 21 45 7 28 80 Cagliari 64 5 80 37 6 Firenze 44 10 27 2 34 Genova 90 30 52 12 74 Milano 7 51 86 10 68 Napoli 18 43 45 72 77 Palermo 49 30 40 27 59 Roma 46 67 1 56 9 Torino 42 58 37 57 44 Venezia 20 42 28 54 14 MATTEOMARCELLI ROMA InumeridelSuperenalotto Jolly SuperStar 1 9 37 69 71 83 48 40 10eLotto 5 7 10 18 20 21 27 30 42 4344 45 46 49 51 58 64 67 80 90 AVEVA24ANNIGARETHROBERTS,ILNAVIGATOREGALLESE MORTO IERI MATTINA NEL RALLY TARGA FLORIO. La 96esima edizione della storica gara automobilistica siciliana si è così bruscamente interrotta nel corso della prima prova speciale della seconda tappa, quando la Peugeot 207 del pilota irlandese Craig Breen, ha colpito un guard rail, finendo in una scarpata. L'incidente è avvenuto sulla strada provinciale 136, nei pressi di Cefalù, Breen è rimasto illeso ma per il giovane navigatore non c'è stato nulla da fare. Stando alle prime ricostruzioni, sembra che Breen sia uscito di strada mentre affrontava una veloce curva a sinistra. La Peugeot si è quindi scontrata con il guard rail e il violento impatto del giovane navigatore contro la protezione della carreggiata ne ha causato la morte. Sul posto sono accorsi i carabinieri e i vigili del fuoco, necessari per estrarre dall'auto il corpo senza vita di Roberts. Inutili i tentativi di rianimazione dello staff medico. Sconvolto Vincenzo Crescimanno, presidente del comitato organizzatore: «È una tragedia avvenuta per un incidente banale, in una curva non impegnativa - ha detto ieri ai cronisti - Non riusciamo a spiegarci come sia potuto accadere». L'organizzazione ha poi deciso di annullare le prove successive dell'evento «in segno di rispetto». Non è la prima tragedia alla Targa Florio, che nella sua lunga storia, iniziata nel 1906, annovera diversi incidenti. Tra questi quello di Gabriele Ciuti, la cui Osella motorizzata Bmw uscì di strada investendo alcuni spettatori, due morirono e altri tre restarono gravemente feriti. Era il 1977 e dall'anno successivo la gara divenne un rally proprio per motivi di sicurezza. Il tracciato è ora inserito nel campionato Italiano ed europeo di rally e attira milioni di appassionati ogni anno. La stessa passione che legava il giovane Roberts a questa disciplina, tanto affascinante quanto pericolosa. Un amore che regala al rally un gran numero di illustri outsiders, primo fra tutti Valentino Rossi, ma allo stesso tempo anche diverse tragedie. Solo due anni fa questo sport si è portato via il ct della nazionale italiana di ciclismo, Franco Ballerini. Anche lui navigatore e come Roberts si trovava sul lato dell'urto quando la Clio Renault (guidata dal pilota Alessandro Ciardi), uscì di strada nel Rally Ronde di Larciano. È dell'inverno scorso invece il terribile incidente di un altro famoso appassionato, il pilota di Formula 1, Robert Kubica. La sua Skoda Fabia andò a sbattere nel corso del Rally delle Ronde di Andora (nel Savonese). Il polacco riportò gravissime lesioni che lo costrinsero ad interrompere il suo mondiale con la Renault. FRA IL TRAP E “IL BISCOTTO”, L'ITALIA SEMBRA TORNATA INDIETRO DI OTTO ANNI, A PORTOGALLO 2004. Questa volta, però, Giovanni Trapattoni siede sulla panchina dell'Irlanda, prossima avversaria nell'ultimo turno del girone europeo, con le valigie già chiuse per il rientro in patria. Che poi è la condizione in cui l'Italia rischia di precipitare domani sera per demeriti propri prima ancora di qualsiasi ipotesi di “combine” fra Spagna e Croazia. «Non faremo sconti a nessuno», ha promesso in questi giorni il Trap. Ma più che l'atteggiamento in campo degli irlandesi, a preoccupare l'Italia è quello dei diretti avversari per la qualificazione ai quarti di finale. «Io ci credo, la Spagna vincerà - commentava ieri Claudio Marchisio - altrimenti è inutile scendere in campo». Discorso che non fa una piega e si accompagna al fastidio con cui tutti, sponda Spagna e Croazia, hanno bollato in questi giorni le dietrologie complottistiche dell'Italia pallonara. Vada come vada a Danzica, in ogni caso l'Italia sa per certo di dover vincere contro l'Irlanda per concedersi almeno il lusso di guardare al risultato altrui. Un compito che sulla carta certo non sembra proibitivo viste le due sconfitte e i sette gol subiti (uno solo fatto) nel cammino europeo degli uomini di Trapattoni. L'Italia, però, sin qua non ha mai vinto e, soprattutto, ha trovato il gol in due sole occasioni e mai con uno dei suoi attaccanti titolari. Più che la matematica impietosa, però, a costringere Prandelli a cambiare potrebbero mettercisi i guai fisici che ieri, nella partitella allo stadio Municipale di Danzica, hanno frenato Mario Balotelli. L'attaccante del Manchester Citu, infatti, ha lasciato i campo in anticipo rispetto ai compagni per un problema al ginocchio destro. Un leggero risentimento, stando alle indiscrezioni uscite dallo spogliatoio azzurro. Balotelli, però, già ieri era stato lasciato fuori dalla formazione dei “titolari” nella partitella in famiglia, dove invece hanno trovato posto in attacco Di Natale e Cassano. Novità, poi, sono previste anche sulla linea mediana, con il solo Andrea Pirlo intoccabile: il ct ieri ha rispolverato il rombo marchio di fabbrica della sua Nazionale. Diamanti dalla parte dei presunti titolari e Giovinco dall'altra gli uomini che Prandelli ha provato in quel ruolo, anche se Thiago Motta ha ancora diverse chance di partire titolare. Alte le percentuali di riconferma anche per Claudio Marchisio, l'azzurro più pericoloso nella gara con la Croazia. «Al di là dei cambi - spiegava ieri l'interno juventino - dobbiamo cercare di fare quello che abbiamo fatto nel primo tempo contro la Croazia, quella è la vera Italia. Dobbiamo pensare solo a noi, vincere per passare il turno e non pensare a cosa farà la Spagna con la Croazia». Più facile a dirsi che a farsi, in ogni caso. Ma in una spedizione che, apparenze a parte, ha l'umore pericolosamente al ribasso, la prima buona notizia l'ha regalata il recupero di Andrea Barzagli. «Io sto bene e sono pronto, deciderà Prandelli», sorrideva ieri il centrale bianconero. Possibile che il ct voglia rischiarlo anche se la difesa è il settore che fin qua ha funzionato meglio con un De Rossi improvvisato centrale di grandissima efficacia. Se Barzagli dovesse tornare in campo, il romanista potrebbe essere “dirottato” nel suo ruolo naturale a centrocampo. Settecolli, Pellegrini già in forma olimpica LOTTO SPORT Balotelli out, si cambia Infortunio per l'attaccante. Tocca a Di Natale? Unrisentimentoal ginocchiocostringerà MarioBalotelli a stare in tribuna nellapartita di domanicontro l'Irlanda FOTO DI MAURIZIO BRAMBATTI/ANSA EMILIANOBREMBILLALASCIA,MASSIMILIANO ROSOLINO NON STACCA IL TEMPO NECESSARIOPERLEOLIMPIADI. Il nuoto italiano andrà a Londra senza due delle bandiere che hanno fatto la storia della vasca azzurra negli ultimi quindici anni. Fallito anche l'ultimo tentativo al torneo Settecolli di Roma i Giochi olimpici restano soltanto un miraggio, rimbalzato indietro su un cronometro impietoso che ne chiude ogni speranza. Ma se Brembilla, bronzo nel 2004 ad Atene nella staffetta 4x200, ha già fatto capire di voler chiudere con la vasca, Rosolino ha confermato anche ieri l'intenzione di andare avanti. La quinta olimpiade è sfumata, per lui che vanta nel proprio palmares un oro un argento e due bronzi ai Giochi, ma il trentaquattrenne napoletano proprio non vuole saperne di uscire dall'acqua. Ieri, intanto, a Roma è stato il giorno di Federica Pellegrini che nella vasca dello Stadio del Nuoto di Roma, si è lasciata alle spalle sia le avversarie sia le scorie dell'Europeo di Debrecen. Dopo aver centrato giovedì il successo nei 400 stile libero, l'olimpionica azzurra si è ripetuta sui 200, fermando il cronometro su 1'56”32, personale stagionale inferiore di oltre 4 decimi al tempo con cui aveva vinto l'oro continentale. «Sono molto contenta di aver migliorato il tempo di Debrecen - ha spiegato Fede -. Sono molto soddisfatta di questa gara, ci ho messo tanta cattiveria». Una risposta alle tante pressioni che l'hanno circondata negli ultimi mesi. «Quest'anno l'attenzione su di me sta diventando morbosa ha commentato Fede - Sembra quasi che debba dare una risposta anche quando entro in doccia». VINCENZORICCIARELLI ROMA SABATO 16 GIUGNO FedericaPellegrini inacquaal trofeo Settecollidi Roma FOTO DI GIAN MATTIA D'ALBERTO/LAPRESSE Prandelliverso larivoluzione Contro l'Irlandaaccantoa Cassanofavorito ilbomber dell'Udinese. Ipotesi tridente conDiamanti inpoleposition NICOLALUCI CRACOVIA Tragedia al Rally Targa Florio Muoreuncopilotadi24anni LaPeugeot206dovecorreva ilgalleseGarethRobertssiè schiantatacontrounguardrail.Gara interrotta. Illeso ilpilota U: domenica 17 giugno 2012 27
COS'È UNA LINGUA, NEL PROFONDO, SE NON IL PIÙ STRUMENTO D'ANALISI, D'INTERPRETAZIONE, E DI DESCRIZIONEDELLAVITAUMANA,e perfino di affabulazione sul suo significato? Poco più che un sistema convenzionale di segni. Ecco perché è fondamentale che gli interpreti di ciascun idioma si adoperino per far sì che il loro più efficace passe-partout verso il possesso della realtà sia sempre vivo, florido, cangiante, e che le sfaccettature e le sfumature consentite da una lingua straordinariamente espressiva come l'italiano siano salvaguardate. In Cercasi Dante disperatamente (Carocci, 2012), Massimo Arcangeli, docente universitario e direttore dell'Osservatorio linguistico Zanichelli, oltre che responsabile scientifico del progetto Lingua Italiana Dante Alighieri, lancia un vero e proprio grido di dolore sulle condizioni in cui versa l'italiano agli albeggi del terzo millennio, e lo fa attraverso uno studio di grande respiro e precisione chirurgica. Nessun centro di elaborazione del linguaggio è tralasciato, nessun operatore che ha la lingua come focus, e che alla lingua, dunque, è legato dall'onere della responsabilità, resta impunito. Inevitabile soffermarsi allora sul costante lavoro di semplificazione e imbarbarimento del lessico rimaneggiato dai media; dalla televisione naturalmente, che ancora oggi, come ai tempi di Pasolini e anche più di allora, è la vera grande madre delle credenze, dell'immaginario e della lingua media degli italiani, ma anche sul ruolo di quotidiani e radio, che inevitabilmente seguono i dettami dello schermo e le «tendenze» modaiole come remore che ripuliscono il manto della balena. Forestierismi tratti soprattutto dall'inglese nel nome del forzoso adattarsi al linguaggio agile e comunicativo di Internet, parole totem che risuonano come invocazioni mistiche (chi non è arrivato a sentire i brividi, ormai, al solo orecchiare della parola spread), ma anche ibridismi, e intere locuzioni rimodellate secondo la tecnica del calembour tipica dei titolisti, sono violenze sulla lingua ormai perpetuate. Ma purtroppo non è solo il lessico a subire l'attacco delle esigenze morbose di velocità di consumo applicate come sovrastruttura della società dei consumi a qualsiasi testo: anche l'organismo logico del discorso, il periodare, è vittima di una costante destrutturazione e semplificazione: in questo senso, riduzione della lunghezza del periodo, annullamento dei legami sintattici attraverso la rinuncia alle subordinate e alle coordinate per favorire un criterio di giustapposizione, straripamento del parlato non solo in termini di scelte lessicali, ma soprattutto come riproduzione dei toni caustici tipici della pubblicità, della fiction e della commedia all'italiana più pecoreccia, sono solo alcuni dei vizi più diffusi. GLIESEMPITRATTIDATOTÒ E il burocratese mutuato dalla politica? Altra piaga da decubito di un mondo arrovellato sull'esigenza di non raccontare nulla, per reiterarsi all'infinito sul proprio gomitolo di potere, magistralmente rappresentata da Totò in molti dei suoi film «la metamorfosi del funzionamento muove la leva idraulica delle cellule che agendo sull'arteriosclerosi del soggetto patologico lo fa funzionare nell'esercizio delle proprie funzioni. Hai capito?». Burocratese da antologia insomma,al limite è superato da forme aberranti in contrapposizione come lo sfoggio del politicamente corretto e dall'ossessione per il gender, quasi che anche nella lingua fossero necessarie le quote rosa, o dall'escalation della trivialità più volgare spacciata per rustica autenticità. Allora come rispondere? Come osteggiare la prassi, la nube della non conoscenza che sembra avvolgere lentamente l'intera volta del cielo? Col presidio, con l'impegno, con una maggiore presa di responsabilità. Rivalutando l'italiano come fine, per dirla alla Moravia, perché è addirittura tautologico ricordare che dallo stato della lingua si può risalire allo stato del Paese. Impegno necessario anche e soprattutto da parte degli scrittori, a cui ormai è richiesto solo di intrattenere con opere di facile, facilissima fruizione, e che per mediocrità, nella maggior parte dei casi, o vanità più raramente, scordano che la bellezza «non è mai pura esemplice», come diceva Susan Sontag citata dallo stesso Arcangeli, e anzi, che ogni progetto che la riguarda è «di per sé un progetto morale». DIZIONARIODEVOTO-OLI CULTURE Titoli tossicie Imu Ancheil linguaggio delletassenelvocabolario CERCASIDANTE DISPERATAMENTE MassimoArcangeli pagine:221 euro 19.00 Carocci GIANCARLO LIVIANOD'ARCANGELO SCRITTORE Burocrateseeparole modaiole,povertàdel lessico eviolenzaverbale.L'idioma nazionalehabisognourgente di recuperare l'idea dibellezza, senzaaggettivi I «titoli tossici» che nel2008 fecerofallire la bancad'affari LehmanBrothers, sonouna espressionetipicadell'alta finanza, mentre andandosuineologismi più leggeri eccoche sono comparsi in tv i«docudrama» e i «docufilm», mentresui telefionini ci si scambiaun un tvb oun tvtb.Traquestiestremi si sviluppa, riccodi novità, l'edizione2013 deldizionario Devoto-Oli. I 350 neologismie lenuove accezioni introdotti nell'edizione2013 sonotrattidall'attualitàe dalla politica(beauty contest, leva fiscale, Imu, cioè impostamunicipaleunica),dall'economia e dalla finanza(creditcrunch, titoli tossici),dalla televisioneedai giornali (docudrama, docufilm, maschioalfa) e sonoentrati a pienotitoloa far partedella lingua italiana. Daigerghigiovanili arrivano inveceespressioni comeandare amille, o i sintetici tvb, tvtb propri degli sms. Cercasi italiano disperatamente Come parliamo oggi? Il grido di dolore del linguistaMassimoArcangeli DanteAlighieri, considerato ilpadre nobilissimo dellanostra lingua U: 24 domenica 17 giugno 2012
SEGUEDALLAPRIMA Oggi si vota ancora in Francia e in Grecia. Una parte del destino europeo, quindi anche del nostro, è affidato a quelle urne. Ma, se siamo arrivati a un punto così critico, non è colpa del destino cinico e baro, bensì di chi ha guidato l'Europa nell'ultimo decennio curando la grave crisi finanziaria con medicine sbagliate (anzi, aggravando gli squilibri tra i Paesi). Ora la vittoria di Hollande ha infranto l'ortodossia liberista. Ci auguriamo che le elezioni legislative daranno stasera al presidente socialista quella maggioranza necessaria a rafforzare la sua politica. E speriamo che i progressisti europei, a partire dal cruciale vertice di fine giugno, siano in grado di proporre insieme un programma di cambiamento, centrato sul rafforzamento dell'integrazione (è ora di dirlo con nettezza: se non si scommette sull'unità europea eurobond, governance comunitaria, politiche convergenti - non ci salveremo dalla speculazione, né avremo un nuovo sviluppo). Il governo Monti deve fare la sua parte per correggere la rotta. In Europa. Ma anche nel nostro Paese. Non esistono soluzioni tecniche, nel senso di «neutrali». Anche questa verità va ribadita a scanso di equivoci. Quando Monti ha cominciato ad operare, l'estrema esiguità dei margini di scelta derivava dalla pesante eredità berlusconiana e dalla ferrea dottrina imposta dalla Bce e dai governi del centrodestra europeo. Non è mai stata «tecnica», e dunque insindacabile, la sua politica, tuttavia era stretto il percorso per un recupero di credibilità dell'Italia. Ora qualcosa è cambiato. La partita è più aperta di ieri. Più aperta, anche se forse ancora più drammatica. Il baratro è sempre a un passo. E sarebbe meglio evitare di dire, come ha fatto ieri il premier, che il cratere si è allargato: troppo facile dare la colpa al cratere, il problema è che l'Europa non è stata ancora capace di una risposta adeguata. Benché una istituzione come il Parlamento europeo abbia indicato al Consiglio dei primi ministri soluzioni (come la goldenrule, come la tassa sulle transazioni finanziarie, come gli eurobond nella versione proposta da Vincenzo Visco) che potrebbero contrastare efficacemente la speculazione finanziaria, e dunque ridare respiro alle politiche economiche. Non c'è oggi altra ragione di continuità per il governo tecnico che rimettere l'Italia su un binario di crescita. Il che vuol dire collaborare attivamente con chi in Europa sta cercando di cambiare l'agenda e con chi a Washington sta spingendo per politiche di rilancio della domanda (sarebbe una catastrofe se l'Europa giocasse nei fatti a favore di una rivincita conservatrice negli Usa). Ma, accanto a questo, è necessario che il governo batta un colpo anche nelle politiche interne. Il decreto per lo sviluppo, varato venerdì, è un primo segnale. Un segnale, tuttavia, largamente insufficiente. I numeri del ministro Passera (80 miliardi «messi in movimento») appaiono più auspici che realtà. Ma, visto che il traguardo è stato indicato, si incalzi il governo affinché realizzi questi propositi. E il Parlamento rafforzi le misure in modo che i vuoti vengano colmati. Abbiamo bisogno di risorse destinate allo sviluppo. E di selezionare gli obiettivi del Paese, in modo che i pochi denari non si disperdano a pioggia, ma rafforzino i segmenti capaci di produrre più rapidamente qualità, innovazione, lavoro. Monti continua a chiedere rigore. La spesa corrente non è una variabile indipendente: anche questa è verità. Saremo chiamati ad altri sacrifici. Lo sappiamo. Ma ciò che non possiamo accettare sono la palese ingiustizia sociale e la rinuncia a costruire il futuro. Se si continua nella spirale tagli-austerità-depressione l'esito per l'Italia sarà quello greco. Nessuna giustificazione «tecnica» è valida per il declino. Ma c'è di più: sempre ieri il premier ha annunciato che la riforma del mercato del lavoro va approvata prima del vertice europeo di fine giugno. È un altro pegno, un altro compito a casa da svolgere con diligenza. La riforma è stata migliorata in Senato rispetto all'impianto iniziale, che cancellava di fatto le garanzie dell'articolo 18, anche se restano deficit molto gravi in tema di ammortizzatori sociali: per i cocopro la copertura è quasi inesistente e i propositi di lotta alla precarietà sono di fatto vanificati. Se non si troveranno ora le risorse necessarie, la battaglia riprenderà dal giorno dopo il varo del provvedimento. Un punto però è discriminante. Prima di formulare qualunque richiesta in Parlamento, il governo risolva lo scandalo degli esodati. Il balletto di cifre è stato vergognoso. La «dimenticanza» del ministro Fornero inaccettabile. Altro che governo tecnico: non c'è governo politico al mondo che consentirebbe a un suo ministro simili contorcimenti. Stiamo parlando della vita di migliaia e migliaia di persone, mica di argomenti da salotto. Il governo assicuri subito agli esodati (tutti, non i 65mila scontati da Fornero) una soluzione civile e rispettosa: altrimenti sarà una provocazione ipotizzare il varo della riforma del mercato del lavoro. Per completare la legislatura bisogna fare cose utili al Paese. Tra queste la riforma elettorale e la legge anticorruzione. Se il Pdl le boicottasse darebbe un colpo mortale allo stesso governo. Non avrebbe senso andare avanti senza concreti obiettivi riformatori. Il traguardo della transizione è infatti restituire agli italiani la possibilità di scegliere tra alternative politiche. Il governo tecnico è uno strumento, non certo la soluzione. Dobbiamo fare in modo che sia utile, innanzitutto a chi negli ultimi anni ha pagato il prezzo più caro del declino del Paese. Lapolemica Berlusconi e le ciabatte Massimo Adinolfi «CHE POI È PERSINO CHIARO, PERCHÉ LA CHIAMANO“MONETA UNICA”: CE NE SONO IN GIRO POCHISSIME, QUASI UNA SOLA». L'economista che è in zia Enza non smette di arrovellarsi sull'euro e la sua proiezione freudiana, l'Europa Unita. Nemmeno fosse un Draghi calabrese, femmina e fattucchiera (che poi sono alcune delle qualità che proprio mancano, a Draghi). Non che il condominio-centrosociale-centro di coltivazione diretta e indiretta di democrazie, tolleranze e utopie non sia dalla parte dell'euro, o somatizzi, come fanno altri, la nostalgia per la vecchia lira (anche se commare Mille-e-una-notte, che è la parte sentimental-proustiano-rotocalchica del movimento, conserva salvadanai pieni di poetiche monete da cinque, dieci e venti lire, e persino, in segreto, qualche Caravaggio da cui non è riuscita a separarsi: le cose morte, finite o estinte la attirano sempre, e forse per questo le piace persino la sinistra italiana). Certo, l'euro gliene ha giocati di scherzi al potere d'acquisto delle zie e di tanti altri euroentusiasti. Tanto che a un certo punto zio Remo, che di professione fa l'inventore incompreso (lui inventa preferibilmente cose che non esistono più o che non servono a nulla: l'indoeuropeo, il televisore a valvole, il rivelatore di fascismi, l'acqua in polvere), aveva persino inventato il ri-riconvertitore di euro. Una macchinetta intensamente etica che, nelle sue intenzioni, doveva proteggere dagli arbitrari raddoppiamenti di prezzi con l'alibi dell'euro. Insomma, se ti offrivano un filone di pane a due euro e cinquanta tu digitavi sulla macchinetta e lei, con la voce da baritono francese di zio Remo, cominciava a urlare: «Mettilo giù! Ma sei impazzito? Lo sai quello che ci facevi, con cinquemila lire? Ti facevi la messimpiega. Ti compravi una pizza margherita e una birra. Ti cambiavi le pantofole!». Poi, non contenta, ti chiedeva pure: «Ma tu lo avresti mai comprato, un pane per cinquemila lire?». No che non l'avresti comprato. Avresti chiamato i carabinieri. Per un poco l'usammo tutti, poi ci stancammo: l'eurozona non è un paese per ragionieri, ci dicemmo. E il filone di pane passò a tre euro e cinquanta. Ora ci dicono che i ragionieri ci volevano eccome, che ci sono contagi e speculatori e spread e altre cose pericolosissime da cui nessuno ha saputo guardarci e che, onestamente, nessuno sa spiegarci davvero neppure adesso. «Il punto è che non siamo noi a dovere qualcosa all'Europa, ma è l'Europa che deve a noi un sacco di risposte» ha concluso zia Enza. «E poi, non è la moneta il fondamento delle nazioni, ma i popoli che la usano e la scambiano. L'Europa non ha bisogno d'una moneta, ma d'un governo, in realtà». Proprio come l'Italia. Maramotti SEGUEDALLAPRIMA A furia di dire che non esistono i fatti ma solo le interpretazioni, che la verità è violenta, che il sapere in realtà è un potere e che bisogna liberare il desiderio, a furia di cantilenare tutto ciò con Nietzsche o con Foucault, con Heidegger o con Deleuze, ci si è arresi ai racconta frottole, agli imbonitori televisivi: a Berlusconi, insomma. Perché è chiaro che senza i fatti, privati del potenziale critico contenuto nell'idea minimale, di buon senso, che i fatti ci sono eccome e son essi che anzitutto vanno stabiliti o ristabiliti, diviene possibile far credere qualsiasi cosa, se solo si hanno i mezzi a disposizione. Se poi a disposizione c'è il principale gruppo editoriale del Paese, se i mezzi sono soprattutto televisivi, se la storia che i fatti non ci sono si infiltra non solo nei talk show ma pure nei telegiornali, allora avete l'esempio perfetto di populismo mediatico. E di nuovo, quindi, Berlusconi. Curioso argomento, quello con cui esordisce il nuovo realismo di Ferraris. Se i fatti ci sono, ci sono proprio perché non basterà ai filosofi antirealisti dire che non ci sono per farli scomparire: il nuovo realismo di Ferraris monta dunque una polemica inutile. E, d'altra parte, l'argomento che invita a valutare gli effetti nefasti dell'antirealismo postmoderno non è, esso stesso, un argomento realista, casomai pragmatista. Suona infatti così: siccome non ci piace Berlusconi come realizzazione del postmoderno (o addirittura del Sessantotto, che è la tesi di Mario Perniola e Valerio Magrelli, roba che uno vorrebbe ritornare ai mutandoni delle nonne, pur di non vedersi accusato di spalleggiare ideologicamente i bunga bunga del Cavaliere), siccome tutto questo non ci piace, allora lo respingiamo, lo rifiutiamo, e tanti saluti all'accertamento della realtà e allo stabilimento della verità. Un momento, però. Per Ferraris, i fatti che sono al riparo dalle interpretazioni non sono né il populismo mediatico né gli intrattenimenti di Arcore, non il Sessantotto e neppure le interpretazioni revisioniste che se ne danno, ma i fiumi, i cacciaviti, le ciabatte. Proprio così: si tratta di quegli oggetti di taglia media che popolano il nostro mondo, di cui abbiamo quotidiana esperienza, e la cui realtà sarebbe stata messa in discussione dalla furia interpretativa dei filosofi postmoderni. Sia pure. Ma il passo dalle ciabatte alla vittoria elettorale del '94 e alla seconda Repubblica è parecchio lungo, ed è difficile percorrerlo affilando le armi critiche solo su ciabatte e cacciaviti. Poniamo infatti per un momento che vi sia un accordo universale tra gli uomini (e soprattutto tra i filosofi), quanto al fatto che le ciabatte sono ciabatte e i cacciaviti cacciaviti: avremo fatto un passo avanti nella critica del berlusconismo? Ci saremo sbarazzati di colpo del populismo mediatico? Temo di no. Temo che mancheremo ancora di tutte le categorie sociali, storiche e politiche necessarie. Non basta: temo che avremo compiuto nuovamente l'errore di pensare che il berlusconismo si spiega con le televisioni (quando se mai è vero il contrario) e, ironia della sorte, temo anche che avremo travisato i fatti stessi. Ricordate infatti la signorina Ruby Rubacuori, la nipote di Mubarak secondo il Parlamento italiano? Quale miglior riprova, si dirà, della tesi di Ferraris (e di Travaglio) che una volta scomparsi i fatti si può decidere a maggioranza qualunque cosa? In realtà, la vicenda dimostra esattamente il contrario: Berlusconi non si è mai difeso dicendo che siccome non esistono i fatti ma solo le interpretazioni, allora lasciatemi dire che la ragazza marocchina secondo me - e secondo i miei zelanti parlamentari - è egiziana. Nulla di tutto ciò: Berlusconi ha proprio sostenuto, alla lettera, che Ruby è egiziana (e nipote del Raís). Il senso di cosa mai sia reale, e di come le interpretazioni lo modifichino, non c'entra proprio nulla. Proprio come Ferraris sostiene che la ciabatta è una ciabatta, così Berlusconi ha sostenuto che Ruby è egiziana - salvo che il primo dice il vero e il secondo no (a quanto risulta). Ma cosa c'entrano le interpretazioni? Berlusconi nega i fatti, non che i fatti siano fatti. Non credo si possa ricordare un solo caso in cui Berlusconi si sia accontentato di dire che dava la sua interpretazione di questo o di quello: no, lui dava numeri, macinava record, e soprattutto sosteneva che erano sempre gli altri a fraintendere e male interpretare. Scagionato così il postmodernismo dalla colpa di averci regalato il Cavaliere per aver negato che esistano i fatti, forse potremmo tornare a ragionare di ciabatte. Le quali restano tali, assicura Ferraris, indipendentemente dai nostri sguardi e dalle nostre interpretazioni. Sia pure: concederemo anche questo. Ma come sguardi e interpretazioni si aggancino ai fatti, questo casomai è il problema della filosofia: come la realtà ci appare, e non solo che le ciabatte sono ciabatte e la realtà è reale (qualunque cosa significhi una simile tautologia). E siccome la realtà non cessa di apparirci sempre nuovamente, abbiamo davvero bisogno di un'ontologia: ma per questa incessante manifestazione del reale, non solo per le ciabatte, il cui caso possiamo forse dare per risolto. Asuddelblog Le zie e l'Eurozona Una moneta non basta . . . Un filone di pane a 2,50 euro? Sei pazzo? . . . L'avresti mai comprato a 5mila lire? L'editoriale È arrivata l'ora della verità Claudio Sardo csardo@unita.it . . . A furia di dire che non esistono i fatti ma solo le interpretazioni ci si è arresi ai racconta frottole e agli imbonitori televisivi Manginobrioches . . . Ferraris sostiene che la ciabatta è una ciabatta, così Berlusconi ha sostenuto che Ruby è egiziana COMUNITÀ domenica 17 giugno 2012 17
Staino Anticorruzione perché dico sì LACERIMONIA San Suu Kyi a Oslo: 21 anni per ritirare il Nobel Tutti sappiamo che la credibilità della classe politica ha raggiunto negli ultimi anni la punta più bassa della storia della nostra Repubblica agli occhi degli elettori. Questo non è solo il risultato della crisi finanziaria che ha esasperato la sfiducia del cittadino nel proprio futuro. Ma che è soprattutto l'impatto della mai risolta “questione morale”, posta tanti anni fa da un dimenticato Enrico Berlinguer. Questione morale mai risolta a causa di ben precise scelte politiche, soprattutto dell'ultimo ventennio. SEGUE APAG.8 L'ANALISI ANTONIOINGROIA Berlusconi e le ciabatte CLAUDIOSARDO U:Omaggioall'anarchicoLeoFerrè Rosapag.22 ILRICORDO FABRIZIOGIFUNI EatalyRoma LunaPark deigolosi Amentapag.21 Monti, la crisi ci insegue Bersani: preparare la svolta Il segretario del Pd a l'Unità: al mio partito chiedo più coraggio. Dobbiamo ridurre la faglia tra politica e società civile Il premier a Bologna: approvare la riforma del mercato del lavoro prima di fine mese. Non possiamo tagliare le tasse, ma l'Italia ce la può fare da sola. ANDRIOLO,DIGIOVANNI ZEGARELLI APAG.2-3 Lingua italiana cercasi Livianopag24 DuecentomilaaRoma per il lavoro e per l'Italia Manifestazione unitaria Cgil-Cisl-Uil. Bonanni e Angeletti: basta annunci Camusso:prontia tornare in piazzaBUFALINI,GERINA A PAG. 4-5 Il rigore ad ogni costo ha portato a conflitti politici fra i vari Paesi, a un gioco di ripicche incrociate che ha condotto a incredibili errori I leader hanno perso la capacità di lavorare insieme NourielRoubini Manifesto del nuovo realismo, capitolo primo, paragrafo primo: «Dal postmoderno al populismo». Che non si dica dunque che il nuovo realismo di Maurizio Ferraris, su cui si discute accanitamente da un anno, non abbia un robusto coté politico. Difatti la tesi è: a furia di ripetere con Lyotard che i grandi racconti sono finiti, che l'oggettività è un mito, ci si è consegnati mani e piedi ai venditori di fumo. SEGUE APAG.17 LAPOLEMICA MASSIMOADINOLFI IGNAZIO MARINO APAG.9 L'ITALIADELLAVORO,CHEISINDACA-TI HANNO PORTATO IERI IN PIAZZA, CHIEDEUNASVOLTANELLEPOLITICHEECONOMICHE. Una svolta che rimetta al centro l'occupazione e l'equità sociale, che rilanci la manifattura italiana dopo anni di colpevole disimpegno nelle politiche industriali, che sostenga finalmente la crescita abbandonando quelle ricette restrittive che stanno distruggendo l'Europa. È il momento della verità per il nostro Paese e per le democrazie del vecchio Continente. È innanzitutto il momento di dire la verità ai cittadini. Perché di troppa demagogia, di troppo conformismo, di troppi opportunismi stiamo soffocando. Se la politica democratica, in tempi rapidi, non sarà capace di cambiare direzione di marcia, rischieremo di disperdere il patrimonio costruito dai nostri padri e di lasciare macerie ai nostri figli. È in gioco la nostra civiltà, non solo una quota di benessere. E questa transizione è terreno di battaglia, non è semplicemente una tregua politica. SEGUE APAG. 17 È arrivata l'ora della verità Consegnato alla leader birmana il premio per la Pace vinto nel 1992 «La strada per la libertà del mio popolo è ancora lunga» BERTINETTO APAG.13 APAG.20 Artista grande e sempre libero Troppo timidi su staminali e biotestamento ILDOCUMENTO PD VITTORIAFRANCO APAG.9 Una sintesi alta che unisce culture diverse Regista, intellettuale, scrittore raffinato, artista eclettico e curioso, galantuomo. La scomparsa dell'autore di «Berlinguer ti voglio bene» ci lascia un grande vuoto, un immenso dolore. Figlio di Attilio e fratello di Bernardo ha vissuto con serenità e grazia infinita il rapporto con due giganti che mai lo hanno schiacciato. Lo piangono in tanti, Benigni soprattutto, che scoprì nel 1975. Senza di lui l'Italia intera è più povera, più sola CRESPIA PAG.19 Ciao Giuseppe Bertolucci compagno di strada 1,20 Anno 89 n. 166Domenica 17 Giugno 2012
NEL NEGOZIO DEL QUARTIERE LA NOTIZIA È ARRIVATA DI SOPPIATTO, COME SE FOSSE UN PETTEGOLEZZO, UN MISTERO TUTTO DA VERIFICARE, PROBABILMENTE INFONDATO.«Un etto di quello, tagliato fino», ordina la signora indicando l'unico cosciotto di prosciutto esposto. Il titolare della bottega esegue, preciso e compito. Però corre voce anche qui, nella salsamenteria con i barattoli di latta impolverati e la pizza bianca scrocchiarella, dove tutti si conoscono. Lui, dietro al banco, non teme concorrenza. «Sto qui da una vita. C'ho la mia clientela, io - dice -. E poi se ho capito bene è una specie di supermercato grosso». Molto grosso, in verità. Gigantesco. Per l'esattezza 17mila metri quadrati, spalmati su quattro piani. Benvenuti a Eataly Roma, ex Air Terminal di Italia '90, cattedrale bizzarra tra i binari della ferrovia e lo skyline della città industriale. Quartiere Ostiense. Un pezzo mutante della Capitale. Ieri periferia, oggi quasi centro. Ieri palazzoni anonimi al lato della Cristoforo Colombo, tra Testaccio e Garbatella, oggi movida sconnessa, cresciuta tra Terza Università e uffici modernissimi, peripezie architettoniche e la miseria dura dei profughi afghani che qui, nel prato davanti alla stazione, cercano un rifugio per la notte. In 22 anni l'Air Terminal non ha mai funzionato e ha vestito spesso i panni del degrado, un luogo dimenticato. Nelle intenzioni di rilancio e di riscatto, agognate da governi, giunte e circoscrizioni, avrebbe dovuto essere uno spazio per concerti oppure l'anagrafe del terzo millennio, progetto cancellato definitivamente quando in Campidoglio si è insediato Alemanno, il sindaco della neve e dei camerati ai posti di comando. Poi, è arrivato lui, Oscar Farinetti. Si è invaghito della cittadella triste, coi graffiti osceni e la piscia di cane. L'ha comprata. Ci ha scommesso ottanta milioni di euro e ne ha cambiato il volto (forse la storia) per sempre. Farinetti ha una faccia tonda, da luna larga, di buona semina. Usa aggettivi importanti: galattico, mitico, leggendario, insuperabile, fantastico. Si è preso l'Air Terminal e l'ha trasformato nella summa delle parole ad effetto che intercala sorridendo. Eataly ha la sua impronta, il verbo di una catena di successo: 23 Luna Park dell'enogastronomia nel mondo, nove solo nel distretto di Tokyo. Un'unica struttura per contenere ristoranti e market, bar e didattica, banconi per uno snack e negozi di tendenza, vinerie e caffé, orti e panetterie. Tutto fresco, «di qualità eccelsa», dice. Tutto a vista per il cliente, cucine comprese, a portata di mano e portafoglio. Birre e piadine, bufale e pizze, fritti e grappe stellari, chef e rivenditori di cozze, centinaia di prosciutti che calano dal cielo e cioccolata che zampilla, miele e bistecche, forni a legna grandi come monumenti. Il girone infernale dei golosi e il paradiso in un solo viaggio. Uno spettacolo, insomma. «Qui puoi spendere dai 5 ai 5000 euro», spiega Farinetti. Il patron sembra il principe dei buoni sentimenti ma in realtà è uno che fa affari senza scomodare l'etica. Affari e soldi. Sia con quelli di Libera che con le multinazionali. Ha entusiasmo da vendere e lo vende a buon prezzo e con questa operazione ha ridato fiato a una città depressa, piegata su se stessa. Corre come una trottola lungo i 17mila metri quadri della cittadella gourmand e sostiene che la bellezza ci salverà. A supporto della teoria, al quarto piano di Eataly, ha piazzato opere di Modigliani. ADDIOUNIEURO D'altraparte, questo signore che ride spesso, ha un nome che è un progetto. Si chiama Oscar, è nato ad Alba nel 1954 ed è orgoglioso figlio di un partigiano. Un working class hero. «Un mercante di utopie», come recita la sua biografia . Soprattutto un appassionato di slogan. Uno di quelli che gli è riuscito meglio è «l'ottimismo è il profumo della vita». Lo fece recitare a Tonino Guerra per celebrare l'epopea elettrodomestica di Unieuro. «Gli misi un assegno di 100 milioni di lire nel taschino della camicia. Lui mi mandò al diavolo. Poi acconsentì», racconta. Unieuro è già passato in mano britannica. Venduto, archiviato. Ogni sei anni, secondo la leggenda, Farinetti Oscar cede l'attività e si reinventa. Chiusa la parentesi, fruttuosa, di tv e lavatrici, ora è catapultato nel business del cibo. «Perché siamo quel che mangiamo», commenta, e per sostenere l'uovo di Colombo e la sua frittata, si accompagna a Carlin Petrini di Slow Food e ai migliori cultori del patrimonio enogastronomico italiano. Eataly però è la sfida che sembra averlo davvero conquistato. Diciotto realtà in espansione da Londra a New York, per un giro d'affari di 300 milioni. Lavora come un matto, Farinetti, accompagnato da moglie e tre figli. Lavora e dà lavoro. Solo a Roma ha già assunto 550 persone, giovani per lo più, che sfornano pizze e vendono ogni possibile leccornia mostrando allegri magliette con un altro slogan: «Facciamo cose buone». Se tutto andrà bene ne prenderà altri trecento. E intanto per l'inaugurazione con la stampa e l'autorità ha servito solo acqua fresca. Quello che non ha speso nel buffet è stato devoluto ai terremotati dell'Emilia. Mica male. Manca poco. Il 21 giugno, col solstizio d'estate, Eataly aprirà i battenti. Orario continuato 10-24, tutti i giorni. L'ex Air Terminal dimenticato è pronto ad accendersi come una giostra. E Roma curiosa, al fascino di pane e circo, proprio non sa resistere. ILPREMIO LUOGHI LabattagliadiSegrè controgli sprechi È lui il«RobinFood»d'Italia Unaveduta dall'altodiEataly Roma.Adestra, nella fotoal centro,OscarFarinetti FOTO ANSA Luna park del cibo ApreaRomaEataly, tempiogourmand Quattropiani tra leccornieebusiness Il21giugnoanche laCaput Mundiavrà lasuaDisneyland pergolosi.Unacreatura volutadaOscarFarinetti, il «mercanted'utopie»chefa affari suaffarimaèconvinto checisalverà labellezza DANIELA AMENTA damenta@unita.it ... Sonostateassunte500 persone,soprattuttogiovani Hannolat-shirtcon lascritta «Facciamocosebuone» Èstatodefinito il «Robin Food»della lotta allo sprecoper averpromosso il «LastMinute Market»per il recupero dicibi a fine scadenza rimasti invenduti. Èstatoquesto impegno, insiemecon lacampagna «Un annocontro lo spreco»,cheha valsoadAndrea Segrè,preside dellaFacoltà diAgraria dell'Università di Bologna, laconquista delPremioArtusi2012, riconoscimentoassegnato dallacittà di Forlimpopoli acoloro chesi sonodistinti per l'originalecontributodato alla riflessione sui rapporti fra l'uomo e il cibo.L'annuncio è del comitatoper la 16/aFestaArtusiana,che si svolgenellacittà natale delpadredel rinascimentogastronomico italiano,Pellegrino Artusi, finoal 24giugno. Oggia Forlimpopoli sarannopremiati lascrittrice SimonettaAgnello Hornbye il comico StefanoBicocchi. L'INIZIATIVA Granaidellamemoria SuInternet levoci dicontadinieagricoltori Dopoanni diprogettazione e sperimentazione èdisponibile in rete ilprogetto«Granaidella memoria»,promosso erealizzato dall'Universitàdegli studidiScienze gastronomichediPollenzo-Bra e daSlowFood, che intenderaccogliere e comunicare in video lememoriedel mondoattraversoun complesso archiviomultimediale. Oltre200 interviste raccolte riportanotestimonianzedi contadini, artigiani, imprenditori,partigiani esono consultabili suwww.granaidellamemoria.it. «Conservare lamemoria localedovrebbe essereun compitoprioritario per ognicomunità -hacommentato ilpresidente di SlowFood, CarloPetrini -Questo nonper alimentare visioni nostalgiche,maper riempire i granaidella memoriae dei saperi contro la grandecarestia chestaarrivando:quelladelle idee. » U: domenica 17 giugno 2012 21
Chiude i battenti, per sempre, la Margherita, il partito nato come lista elettorale nel 2000, nei giorni della candidatura a premier di Francesco Rutelli e poi confluito nel Pd nel 2007. L'assemblea federale si è riunita a Roma a porte chiuse, ha votato lo scioglimento del partito e azzerato cariche ed organismi dirigenti, oltre a ratificare il bilancio finale e a devolvere i rimborsi elettorali rimasti in cassa allo Stato. In un'atmosfera decisamente plumbea («Sembrava una scena del Grande freddo», dice Roberto Giachetti), dovuta soprattutto allo scandalo dei milioni di euro prelevati illecitamente dall'ex tesoriere Luigi Lusi, i big della Margherita si sono riuniti per l'ultima volta: un centinaio i presenti, tra cui Rutelli, Marini, Bindi, Franceschini, Enrico Letta. Rutelli, nella sua relazione, si è scusato per la vicenda Lusi. «Il tesoriere infedele ha danneggiato tremendamente non solo il nostro partito, ma la nostra democrazia». Scuse, quindi, ma anche la sottolineatura che le responsabilità politiche non sono solo sue: «La gran parte della classe dirigente è stata troppo fiduciosa in una persona sola, che appariva scrupolosa e intransigente». Rutelli ha ribadito l'onestà sua e di un partito di «persone per bene. Non ho mai messo in tasca un centesimo per mio tornaconto personale». La relazione dell'ex leader è stata accompagnata da quella dei tecnici revisori della Kpmg che hanno illustrato le spese effettuate dal 2001 al 2010: di 228 milioni di euro incassati, circa 176,5 sono stati regolarmente spesi, gli altri, a parte quelli rimasti in cassa, sono finiti a Lusi o in spese non documentate. Nel dettaglio, dei 26,3 milioni circa di rettifiche al bilancio, 13,6 sono finiti nelle casse della società Ttt creata ad hoc dall'ex tesoriere e 12,7 in spese non rendicontate. Quel che resta, oltre a quello che verrà recuperato dai conti di Lusi, sarà devoluto allo Stato. La cifra complessiva, alla fine, dovrebbe superare i 20 milioni di euro, secondo Rutelli. Nel dettaglio, 5 milioni rientreranno subito nelle casse dell'erario, 2 milioni resteranno patrimonio del partito fino alla fine di ogni vertenza, al pari dei 5 milioni che costituiranno il fondo di garanzia. Tre milioni, infine, saranno destinati al quotidiano Europa. L'assemblea di ieri è stata contrassegnata da numerose polemiche. La prima riguarda le circa 100 pagine del libretto che illustra i conti, distribuite ai delegati solo ieri mattina. Un “ritardo” che ha spinto Castagnetti ad astenersi nel voto finale e che ha scatenato la dura protesta di Arturo Parisi, che ha lasciato la riunione sbattendo la porta insieme ad altri “dissidenti”: «È un'assemblea che ha una conclusione già prefissata, si punta a impedire qualunque forma di dibattito e di confronto», ha detto l'ex ministro della Difesa. «Se fossimo in Parlamento sarebbe un colpo di Stato. Sulle cause politiche del saccheggio perpetrato da Lusi serviva una discussione». L'ex ministro si è lamentato per la decisione di tenere l'assemblea a porte chiuse (votata a larga maggioranza) e sui criteri per gli inviti. «Sono stati fatti per garantire una maggioranza guidata e fedele ai vertici, mancavano molti aventi diritto (398 il totale dei componenti) e c'era invece chi non ha più titoli, come Rutelli, ormai definitivamente estraneo alle ragioni che della Margherita e dell'Ulivo furono all'origine». «Se questa è la politica», ha concluso Parisi, «allora viva l'antipolitica». «I bilanci erano depositati e chi voleva poteva guardarli», ha replicato a muso duro Rutelli. «Non ricordo un congresso da cui Parisi non sia allontanato protestando». La votazione finale ha registrato 86 voti a favore, 3 contrari e 1 astenuto. Tra i contrari anche l'ex parlamentare Laura Fincato: «È stata fatta poca chiarezza su come sono stati spesi i soldi e come verranno utilizzati quelli recuperati. Questo modo di agire getta pesanti ombre sulla dirigenza, così si alimenta l'antipolitica». Diversa l'opinione di Franco Marini: «Si è cercato di chiudere con dignità». Lusi, dal canto suo, ha chiesto di partecipare all'assemblea, ma gli è stata notificata in tempi record la sospensione da ogni incarico. Lui ha replicato chiedendo di essere audito pubblicamente dai probiviri prima del voto sul suo arresto in Senato, previsto per mercoledì. E Rutelli ha risposto: «Audizione? La Margherita da oggi non esiste più...». Ci sono state stagioni incui la nobile arte dei son-daggi era un eserciziotra i più noiosi: poco onulla si muoveva, l'opi-nione pubblica sembrava un vecchio lento orso dai riflessi appannati, gli scostamenti elettorali erano minimi, le stesse previsioni agevoli in considerazione della sedimentazione dei consensi e della forza organizzata dei partiti. Poi sono intervenuti alcuni fattori che hanno completamente trasformato lo scenario: sparizione dei partiti tradizionali, avvento del fattore personale (ove non di partiti personali), peso crescente del leader, piazze vuote e salotti tv pieni, arrivo di internet e moltiplicazione sia degli stimoli informativi che delle chiavi interpretative e infine - e siamo agli ultimi anni - piena percezione della crisi della politica intesa come strumento di trasformazione del Paese (e del mondo). Se a questa finale asimmetria tra forza dei mercati e forza della politica si aggiunge il particolare pasticcio italiano e il lungo inganno o, per meglio dire, il mancato racconto sullo stato reale del Paese da parte della sua classe dirigente, arriviamo agevolmente al nuovo profilo che le opinioni pubbliche italiane - ci piacerebbe poter parlare di una cifra unificante ma non ve ne sono - stanno assumendo. Gli italiani, dunque, da sempre abituati a mangiare politica a colazione, pranzo e cena - nelle varie sfaccettature e nell'articolarsi dei ceti, dei segmenti e delle modalità di vita - offrono oggi un mosaico di atteggiamenti, di visioni e di attese in cui è possibile rintracciare un unico stato d'animo di fondo: nutrono una forma di rancorosità crescente, oltre il 60% di loro si sente in credito con il Paese, ritiene cioè di aver dato più di quanto ha ricevuto. Giusto o sbagliato che sia, tutto ciò produce un'estrema reattività e un atteggiamento giudicante (non perdonano nulla) che a centro-destra si trasforma in una spinta ad annichilire l'offerta politica esistente - da cui l'utilizzo del Movimento 5 Stelle come clava - e a centro-sinistra in un atteggiamento estremamente esigente: non compro più parole, sono stufo di chiavi mediative, compro fatti. Solo un vissuto di questa natura può spiegare ad esempio l'immediato rimbalzo negativo del Pd all'indomani delle nomine all'Agcom, così come il rimbalzo positivo di questa settimana a nostro avviso legato alla decisione sulle primarie e al rifiuto di nominare i consiglieri Rai da parte di Bersani. Tutto semplice quindi? No, affatto, perché la politica non può vivere di no, non ha quotidianamente “fatti” a cui agganciarsi e soprattutto è legata anche al comportamento degli altri. Finora -ad esempio - la squisita sensibilità elitistica del ministro Fornero e il difficile rapporto che sembra avere con i numeri hanno danneggiato solo lei e l'immagine del governo. Potrebbe accadere in futuro che il danno abbia riflessi più estesi. Così come potrebbe accadere che il malessere anti-europeo si trasformi in autentica ostilità, soprattutto pensando alle inevitabili difficoltà e ai tempi lunghi che le politiche di crescita avviate dal governo incontreranno. Un percorso non facile anche per il Pd che, sebbene stia meglio di altre forze politiche, ha rapporti usurati in particolar modo con gli strati più popolari del paese. Recuperare una po' di ascolto in quelle periferie credo possa essere importante. Non è facile: servirebbe forse una sorta di territorializzazione del partito e del suo agire. Roma e il centro in questa fase sono più un impaccio che un vantaggio. Da quanto si riesce a vedere con gli strumenti demoscopici - sempre troppo poco - parrebbe che le culture politiche consolidate di centro-sinistra abbiano finora retto meglio del nuovismo di centro-destra. Probabilmente ciò avviene anche per la presenza di una diffusa e spesso virtuosa prassi amministrativa: penso alle migliaia di comuni, grandi, piccoli e medi gestiti dal centro-sinistra. La linfa residua sta là, forse è tempo di farla scorrere con maggior forza. Così come appare essenziale in questa fase non sbagliare: lo è sempre, intendiamoci, ma quando alcuni tradizionali elementi di raccolta del consenso - legati alla capacità di mantenere il reddito, di offrire una certa elasticità dal punto di vista fiscale, di garantire la sicurezza del posto di lavoro etc. etc. - vengono meno, sale in cattedra la dimensione etica e su quella non si può sbagliare. Quindi niente chiacchiere, un briciolo di radicalità e la maggior coerenza possibile. L'ANALISI ANTONIOINGROIA SEGUEDALLAPRIMA Un ventennio contrassegnato da una legislazione penale di privilegio, fino al paradosso emblematico delle leggi ad personam, che ha trasformato il volto del nostro sistema penale. Un sistema penale diventato sempre più ingiusto, con un processo rapidissimo nei confronti dei poveracci, e pachidermico nei confronti dei potenti, agevolati anche da una provvidenziale prescrizione brevissima. Tutto questo ha favorito il diffondersi della cultura della irresponsabilità. A monte e a valle. Impunità penale e irresponsabilità politica dei potenti, e questi modelli dall'alto della piramide sociale hanno incoraggiato ai livelli più bassi le forme più svariate di evasione ed elusione delle leggi statali . Questo stato di cose ha messo in fuga gli investitori stranieri, ed ha favorito appetiti mafiosi e interessi criminali di ogni sorta. L'etica della responsabilità si è definitivamente dissolto. Ecco perché la sfida del governo Monti ponendo la fiducia sul ddl anticorruzione, un governo sostenuto peraltro da una maggioranza parlamentare variabile e anomala, credo vada apprezzata. Nel testo di legge ci sono disposizioni che necessitano certamente di miglioramenti ed adeguamenti. Non tutto è ottimale. Ma non va trascurata la portata simbolica, di orientamento politico-culturale, che possono avere certe disposizioni in un dato momento storico. In tal senso, l'introduzione del principio della incandidabilità dei condannati per delitti di mafia e di corruzione è certamente scelta assai significativa, che offre al Parlamento un'occasione storica. L'occasione di iniziare un percorso inverso rispetto a quello finora tracciato. Un'inversione di senso di marcia verso la cultura della responsabilità. Se si considera che questo Parlamento è lo stesso che, sotto il passato governo, ha approvato tante leggi ad personam e di privilegio, e che ha messo ulteriori tasselli a supporto della cultura dell'impunità, la sfida va ancora più apprezzata. Certo, molta altra strada occorre fare. Sarebbe sbagliato pensare che l'etica della responsabilità possa fermarsi a questo livello basilare. Ci aspettiamo che, oltre a porre rimedio, allo scandalo dei condannati che siedono ancora in Parlamento, la politica si appropri, secondo le più moderne culture democratiche, del principio di responsabilità politica. Un livello di responsabilità, cioè, che non deve attendere i tempi lunghissimi del giudizio penale per prendere atto dell'indegnità politica di un parlamentare che risulti, per certo, macchiato da fatti compromettenti l'onorabilità pubblica dell'alto consesso di cui fa parte, e a prescindere dalla rilevanza penale di tali condotte. E ci aspettiamo pure che, sull'onda di questo nuovo corso, si possa porre rimedio allo scandalo della giustizia lunghissima e della prescrizione brevissima, introducendo correttivi che consentano ai cittadini di sapere in tempi ragionevoli l'esito finale di processi al centro dell'attenzione pubblica, e che impediscano che la mannaia della prescrizione troppo rapidamente determini la morte della giustizia, e cioè la dichiarazione di prescrizione del reato. Insomma, siamo tutti consapevoli che il principio della incandidabilità non è la panacea di tutti i mali. Ma è certamente un mattone, il primo mattone di una nuova costruzione, la costruzione di un nuovo itinerario, per fare crescere la cultura istituzionale della responsabilità, per far crescere la fiducia dei cittadini. Per recuperare la credibilità delle istituzioni repubblicane tutte, comprese quelle politiche e quelle giudiziarie. ILCENTROSINISTRA È l'epoca del rancore Per vincere bisogna «territorializzarsi» Anticorruzione, il ddl è un passo avanti. Giusto sostenerlo La Margherita chiude con polemiche Rutelli espone un cartellone con i bilanci del partito, dopo l'assemblea FOTO ANSA Rutelli si scusa per il caso Lusi: «Restituiremo allo Stato oltre 20 milioni di euro» Parisi sbatte la porta: «Hanno fatto un golpe» ANDREACARUGATI ROMA Perché leculturepolitiche consolidate dicentrosinistra hannofinorarettomeglio delnuovismo delcentrodestra L'ANALISI ROBERTOWEBER PRESIDENTESWG 8 domenica 17 giugno 2012
NEL 1975 IN ITALIA NON C'ERA NESSUNO COME LÉO FERRÉ.TRANNELÉOFERRÉMEDESIMO,CHEDAQUALCHE ANNO SI ERA TRASFERITO SULLE COLLINE TOSCANE,compiendo al contrario il viaggio di molti italiani di talento, delusi da un Paese che, allora come oggi, li umiliava e li affamava. I nostri cantautori non erano esattamente degli animali da palcoscenico: troppo recente la scoperta delle potenzialità espressive della canzone oltre i lamenti dei cuori infranti, per non limitarsi a una solennità sacerdotale e un po' presuntuosa, come si riteneva che convenisse a quelli impegnati, che snobbavano i festival e le Canzonissime. UNPROVOCATORE NATO Ferré, erede di una lunga tradizione di chansonniers, era completamente diverso. Intanto per la sfrontatezza dei modi, che non lasciavano indifferenti e non ammettevano nessuna cautela nei giudizi. «Non sorrideva mai e vomitava i suoi testi come se insultasse gli spettatori ad uno ad uno», ha scritto di lui Giangilberto Monti. Gesticolava, provocava, si spazientiva se aveva l'impressione che il pubblico non riuscisse a capirlo, o se non riceveva la stessa passione che riteneva di avere dato. Alternava la rabbia alla tenerezza, l'urlo al sussurro. E poi bisognava fare i conti con i testi, che spesso incappavano nelle rigide maglie della censura, «in questo mondo in cui le museruole / non sono fatte per i cani»: Ferré ringraziava Satana per i fiori del male che lasciava spuntare; cantava l'amore per una minorenne, che sarebbe svenuto quando lei sotto la gonna non avrebbe più avuto il Codice Penale; sbeffeggiava Pio XII, il Monsieur tout blanc che dai suoi castelli insegnava la carità; inneggiava alla rivoluzione, alla protesta, alle utopie degli anarchici, che più hanno gridato più hanno ancora fiato e hanno un sogno disperato al posto del cuore. Uno così o lo adoravi o lo rifiutavi, o ti conquistava o ti ripugnava: diretto come un boxeur anche nelle metafore, che in realtà preludevano a nuove sassate. Come avrebbe potuto accogliere, uno così, l'invito di un gruppetto di giovani a partecipare a una Festa Popolare a Bagnacavallo, in provincia di Ravenna, con spettacoli all'incredibile prezzo di cinquecento lire? Ferré non si concedeva molto: qualche esibizione al Tenco (una volta fu introdotto da un giovanissimo Benigni), una clamorosa apparizione a “Blitz”, il contenitore domenicale di Gianni Minà su Rai2, per interpretare la versione italiana di Avec le temps. Con quei ragazzi fu gentilissimo: li ricevette nella sua cascina nel Chianti, offrendo del vino e cantando per loro accompagnandosi al pianoforte, e ovviamente accettò. La sua esibizione fu il clou della serata finale della rassegna, che ebbe vasta eco sulle pagine dei quotidiani nazionali, grazie anche alla presenza di un cast per certi versi pazzesco, espressione di una scena musicale straordinariamente vitale e innovativa. Un semplice e parziale elenco dei nomi basta a richiamare paragoni maramaldi con la desolazione attuale: Venditti, Battiato, il Canzoniere del Lazio, Dalla, De Gregori, Napoli Centrale, Stormy Six, Claudo Lolli e il jazzista Giorgio Gaslini. QUEL CONCERTOA500LIRE In ricordo di quella serata, la Festa della Politica, che si tiene presso il Chiostro del Convento di Bagnacavallo, ospiterà stasera lo spettacolo Due o tre cose che so di Léo, un omaggio in musica, segni, letture e testimonianze di Andrea Satta dei Têtes de Bois, gruppo che dieci anni fa ha vinto il Premio Tenco per l'album “Ferré, l'amore e la rivolta”. Parteciperanno Marie-Christine Diaz, ultima moglie di Ferré, e Sergio Staino, con un contributo di Adriano Sofri, al termine di una giornata che avrà invitato la gente a tenere gli occhi bene aperti nella notte scura, tra precariato e favole per i bambini in ospedale, un dibattito sui valori e la disonestà e un incontro tra i lettori del nostro giornale e il direttore de l'Unità, Claudio Sardo. E il ghigno di Ferré, da qualche parte, a godersi lo spettacolo. STEFANOFERRIO stefanoferrio@yahoo.it Nel luogodove lo scrittoreambientò il rastrellamentodel ‘44 oggisi incontrano partigianie ragazzi INCONTRI CHE SIA IL SOPRANNOME DI UN RAGAZZO MORTOPERLALIBERTÀ,OLAVALIGIADIUN PRIGIONIERO DELLA GRANDE GUERRA, ogni restituzione ha valore inestimabile. Per il semplice motivo che ci riconsegna qualcosa di importante per la nostra stessa vita. Ci ridà Memoria, ritorno a un passato senza il quale non possiamo compiere il simmetrico movimento di guardare avanti. E di capire se una Speranza ancora vibra nell'aria. Questo fondamentale principio spiega l'imprevista e confortante risposta che suscitano restituzioni accomunate da un'emozionante carica rievocativa. È il caso di una particolare giornata in montagna, e della mostra organizzata in una scuola elementare. I due eventi hanno come teatro il Vicentino, ma possono valere per qualsiasi luogo abitato da una comunità civile sempre più caratterizzata dal diritto, prima ancora che dal bisogno, di parlare una stessa lingua, fatta di simboli e non solo di fonemi. È la lingua italiana de I piccoli maestri, romanzo che il vicentino di Malo Luigi Meneghello (1922 - 2007) dava alle stampe nel 1964. Si tratta di un'opera autobiografica, come gran parte della narrativa lasciataci dall'autore di Pomo pero e Libera nos a Malo, e dotata di un fascino che si irradia dall'intreccio fra i ricordi personali del partigiano Gigi e le pagine di una Resistenza antifascista entrata nei libri di Storia. Questa forza attrattiva è stata puntualmente recepita dalle centinaia di lettori iscrittisi all'escursione che l'Istrevi, l'Istituto storico della Resistenza di Vicenza, ha organizzato per questa domenica sulle montagne di Asiago. La passeggiata letteraria tocca luoghi dove si svolsero gli avvenimenti legati ai Piccoli Maestri, studenti universitari che dopo l'8 settembre del '43 si raccolsero attorno ad Antonio Giuriolo, meglio noto come Capitan Toni, successivamente caduto sull'Appennino emiliano. Chi scrive sa che non esiste “premio letterario” paragonabile a quanto un suo libro genera nelle coscienze. Nel caso de Ipiccolimaestriciò significa recarsi dove Meneghello ambienta quel rastrellamento del giugno 1944, in cui lo sguardo gettato da lontano ai tedeschi in avvicinamento gli farà poi scrivere «Pensavo a una processione di scarafaggi in fila per due, ciascuno col suo candelino infilzato sulla schiena». Così da consentire al lettore contemporaneo di confrontare i tratti del paesaggio rievocato dal romanzo con i colori e i suoni di una realtà fisica che prende i nomi di Malga Fossetta e di un famoso sentiero del Cai, dove oggi non mancherà la presenza di Piccoli Maestri ancora in vita come Giuseppe Zanella da Roana, Cesarino Slaviero detto Basetta, Dante Caneva, e Renzo Ghiotto detto Tempesta. E dove Carlo Presotto e Paola Rossi, della compagnia La Piccionaia, leggeranno, oltre a Meneghello, un racconto dell'asiaghese Mario Rigoni Stern (1921 - 2008), Un ragazzo delle nostrecontrade, che l'autore de Ilsergente nella neve dedica ad Armando Rigoni detto Il Moretto, ventenne mandriano dell'altopiano caduto nei pressi della Selletta Isidoro il 5 giugno del 1944. UNCOMUNE PASSATO Questi collettivi amarcord sono le migliori ricompense elargite a scrittori capaci di restituirci un comune passato. È il caso anche di Paola Valente, insegnante elementare, nonché autrice di libri per l'infanzia come È stato il silenzio, il cui tema è la Shoah subita dagli ebrei a opera dei nazifascisti. Nella famiglia di Martina Ranzato, IV A, è bastato leggerlo per riaprire la vecchissima valigia di cartone appartenuta al bisnonno Mario Borsato, classe 1895, prigioniero in Germania durante la Prima Guerra Mondiale. Con le sue croci, i suoi fogli e le sue medaglie, di gran lunga il pezzo più pregiato e visitato della mostra di fine anno allestita alla scuola 2 Giugno di Vicenza. Come per dare ragione al Piccolo Maestro Mario Mirri, che dalla Toscana dove oggi abita ha scritto al sindaco Achille Variati la lettera dalla quale trarre queste parole: «Molti, certo, vivono così, soltanto consumando. Con Toni Giuriolo noi imparammo che non è giusto, e probabilmente neppure vantaggioso, per una società che dovremo consegnare ai nostri figli». Ricordando LeoFerrè ABagnocavallo l'omaggio diAndreaSattaeStaino StaseraallaFestadella Politicanoteesegniper celebrare l'artista Eun incontrocoldirettore dell'UnitàClaudioSardo VALERIOROSA vlr.rosa@gmail.com LeoFerrè, amatissimopoeta emusicista Viaggio della memoria con i«Piccolimaestri» diLuigiMeneghello LuigiMeneghello FOTO ANDREA LOMAZZI U: 22 domenica 17 giugno 2012
GIUSEPPEBERTOLUCCI GIUSEPPEBERTOLUCCIÈUNODEGLIUOMINIEDEGLI ARTISTIPIÙLIBERI,GENEROSI,BUONIEINTELLIGENTICHE ABBIA MAI CONOSCIUTO. UN UOMO CHE, OLTRE AD IGNORARE COMPLETAMENTE IL SIGNIFICATO DI ALCUNE PAROLE COME CALCOLO O CONVENIENZA, È STATO in grado di esercitare la sua Arte, nei territori più svariati, senza farsi condizionare da nulla. Assumendosi, sempre e totalmente, oneri e onori (questi ultimi sempre troppo pochi) di questa sua personale ricerca di libertà. Come accade solo ai «grandi», non aveva nulla da dimostrare. Molto da esprimere. Quello che di Giuseppe ammiravo di più da attore, era il suo non avere mai in tasca una verità pronta da offrirti ma piuttosto dieci dubbi, creativi e stimolanti, da sparpagliare abilmente sul tuo cammino. COSTRETTIA RIFLETTERE Raramente Giuseppe ti offriva delle soluzioni pronte e preconfezionate ma sempre ti costringeva a riflettere su un ventaglio di possibilità che lentamente ti aiutavano a trovare il tuo sentiero. Un modo di lavorare sicuramente più vicino alle pratiche dell'inconscio - che del resto Giuseppe ben conosceva - che non a quelle di un'Io cosciente in cerca di affermazione. Perché Giuseppe si divertiva di più a nascondersi dietro alle cose che faceva (così bene), che non a stampare in bella mostra il suo marchio di Autore. Pur essendo un grandissimo Autore. Ho conosciuto e lavorato per la prima volta con Giuseppe, nel 1998, in un'edizione radiofonica de L'Arialda di Testori con Mariangela Melato. Un anno e mezzo dopo al cinema, in quello destinato purtroppo a restare il suo ultimo film di finzione e «sulla finzione» -L'amoreprobabilmente -che prese parte al Festival di Venezia nel 2001. Fu un viaggio bellissimo durante il quale abbiamo iniziato a conoscerci sempre meglio e ad instaurare un rapporto di amicizia che ha fatto più ricca la mia vita e di cui non finirò mai di essergli grato. Infine, negli ultimi dieci anni, abbiamo passato tanto tempo insieme, per il nostro progetto Gaddae Pasolini, antibiografia di una nazione, a parlare di teatro, di politica e del nostro Paese. L'uso del Tempo era uno dei suoi segreti. Giuseppe - e questa è una cosa che me lo rendeva così vicino e familiare - sapeva che il Tempo non va mai forzato e che bisogna avere il coraggio e la spudoratezza di prenderselo tutto, senza mai lasciarsi opprimere dall' ingannevole calendario del «dover essere». Anche in quest'ultimo difficile periodo ha continuato a farlo, sorridendo, senza mai smettere di tranquillizzare le persone che lo amavano, prima fra tutti la sua adorata Lucilla. Pubblichiamolaprefazioneallibroautobiografico«cosedadire», edito da Bompiani lo scorso anno (pagine 216, euro 17,00) A CONVINCERMI DEL TUTTO A SUPERARE LE MIE RESISTENZE INIZIALI È STATO L'AVER TROVATO un titolo. Cosedadire, tutto attaccato, come se fosse una parola unica, un vezzo che probabilmente mi è stato suggerito dalle pratiche della pubblicità o della titolazione giornalistica, ma che esprime con una certa precisione il carattere delle cose che ho scritto: scritte infatti, il più delle volte, per essere dette. E poi quel titolo esprime anche la rivendicazione di avere qualcosa da dire su un certo argomento. L'atto di scrivere quello che si andrà a dire (non cadendo quindi nella trappola accattivante e fasulla del discorso a braccio e dell'improvvisazione) io lo considero comunque un esercizio virtuoso e socialmente utile, nel senso che permette di limitare, con il filtro della scrittura, la produzione e la diffusione di troppe inutili sciocchezze. Così come trovare, attraverso la scrittura, “le parole per dirlo” è il modo migliore per capire se si hanno o non si hanno appunto delle cosedadire. Sugli argomenti più disparati: dal mio amico Roberto Benigni alle derive della riproducibilità, dal doppiaggio a Pasolini, da Soldati alla psicoanalisi… non cercate quindi nessuna sistematicità, né tematica, né metodologica. Solo, se mai, la mappa, molto approssimativa, di un percorso intellettuale e creativo, il backstage di un vagabondaggio dentro i temi e i problemi del mio tempo. Sono tracce e indizi di una soggettività inquieta e un po' scombinata che cerca, per fortuna senza trovarle, delle certezze e si convince, nel corso del tempo, che l'unica cosa che conta è continuare a porsi delle domande, tante domande. Sarà perché, tra tutti i segni grafici che quotidianamente usiamo nella pratica della scrittura, il punto interrogativo – quel ricciolo magico che rimane sospeso nell'aria in fondo a una frase – è il più elegante e l'unico che non chiude, ma spalanca le porte dell'ignoto e della sorpresa? LASCOMPARSA ANCHE LA CINETECA DI BOLOGNA PIANGE LAMORTEDIGIUSEPPEBERTOLUCCI.ESÌ,IL GRANDE REGISTA, INFATTI, ne è stato il presidente dal 1997 fino allo scorso anno riuscendo a trasformare quella che era una «giovane e fragile istituzione» in una solida realtà internazionale che ritrova e restaura fotogrammi perduti per resituirli al cinema mondiale. O, per dirla con le sue parole, «trasforma Chaplin in un Piero della Francesca», rendendolo «inviolabile». «Giuseppe era un uomo discreto, molto diverso dall'immagine della classe dirigente di questo Paese», lo ricorda Gian Luca Farinelli, direttore della Fondazione Cineteca, nel sottolineare che l'apporto del regista fu determinante nella realizzazione di ogni singolo progetto: dall'omaggio a Pasolini fino alla mostra su Benigni e Nicoletta Braschi, allestita un anno fa sotto le Due Torri. Anche Grazia Verasani, che ha seduto assieme a lui nel consiglio d'amministrazione della fondazione bolognese, si sofferma soprattutto sulla sua gentilezza: «davvero sobria, quasi d'altri tempi». «Quando Farinelli ci presentò - racconta l'autrice di Quo Vadis Baby? - lui disse subito che voleva leggere tutti i miei libri, che voleva tutto». Era curioso di sapere e di capire, sempre: «faceva parte di una generazione che se gli mandavi un libro da leggere, lo leggeva davvero». Gli interessava tutto ciò che si muoveva intorno a lui, il lavoro dei colleghi e quello dei più giovani, esercitava la sua autorità in maniera discreta ma anche con severità, quella di persone che credono in certi valori. «Dall'esterno pensi che è il fratello che ha fatto cose più impopolari, con la passione per il teatro». Eppure, spiega la Verasani, «non mi ha mai dato l'idea che sentisse di non aver ottenuto dalla propria arte tutto ciò che desiderasse». Che la sua non sia stata una vita «minore» ne è convinto anche Angelo Guglielmi, assessore alla Cultura all'epoca della Giunta Cofferati: «A volte succede che nelle famiglie, quando uno dei fratelli raggiunge un successo maggiore, l'altro sia portato a soffrire». A Giuseppe non è mai accaduto, perché «era defilato anche nell'avere successo, per via della sua eleganza e della sua dolcezza». La dolcezza che per Guglielmi era un tallone d'Achille: «Era forse anche il suo limite perché gli impediva quegli scatti improvvisi che sono necessari per essere qualcosa in più». GIULIANA SIAS BOLOGNA «L'unicacosacheconta èporsidomande, tante...» . . . Come accade solo ai «grandi» non aveva niente da dimostrare Molto da esprimere E mai una verità in tasca... Benigniperdueore nella camera ardente «Glidevotutto» Cosìportò anuovavita laCineteca diBologna Lui che sapeva essere libero IlricordodiFabrizioGifuni cheha lavoratoalsuofianco FABRIZIOGIFUNI ATTORE I fratelliGiuseppe eBernardo(a destra) Bertolucci rendonoomaggio alpadre Attilio alMantovaFestivaletteratura 2011 FOTO ANSA L'haconosciutonel '98 nell'edizioneradiofonica de«L'Arialda»,poiènata un'amiciziadecennalee il progettosuGaddaePasolini L'attore Fabrizio Gifuni . . . È stato in grado di esercitare la sua arte nei territori più svariati, senza farsi condizionare da nulla «DEVO TUTTO A GIUSEPPE BERTOLUCCI. HO PASSATO CON LUI GLI ANNI PIÙ BELLI DELLA MIA GIOVINEZZA. ERAILMIOAMICO.Il mio primo amico, il mio primo regista, il mio primo autore. Mi ha insegnato lui a leggere la poesia, a muovermi, a camminare nel mondo, a guardare il cielo a capire da che parte arriva la bellezza e a riconoscerla. E l'audacia, e il coraggio. Devo tutto a Giuseppe Bertolucci». È il ricordo commosso di Roberto Benigni, che il regista scomparso diresse in Berlinguer ti voglio bene e con cui ebbe un lungo sodalizio. - Roberto Benigni è arrivato ieri pomeriggio a Diso, accompagnato dalla moglie, Nicoletta Braschi, per rendere omaggio alla salma di Giuseppe Bertolucci composta nella Sala degli affreschi dell'ex convento dei cappuccini. A Diso era nel frattempo giunto il fratello dello scomparso, il regista Bernando. Benigni, cappello bianco in testa, occhiali scuri e giacca nera, si è soffermato quasi due ore nella camera ardente e poi è andato via. La salma rimarrà a Diso dove da cinque anni Giuseppe Bertolucci trascorreva lunghi periodi; lunedì mattina sarà trasferita a Bari dove sarà cremata. U: 20 domenica 17 giugno 2012
«Al mio partito chiedo di avere coraggio. Un partito di governo deve aprirsi, coinvolgere, ascoltare, ma poi deve decidere. Con nettezza». Chiede coraggio il segretario Pier Luigi Bersani, sulla collocazione europea, sui diritti, sul rinnovamento, sulle primarie. Al governo, invece, chiede cautela con gli annunci: «Mi sembra ci sia un eccesso di ottimismo sul decreto sviluppo». Segretario, Monti ha detto chesi è allargato il cratere della crisi. Siamo ancora sull'orlodel baratro? «Fin qui abbiamo evitato di essere l'epicentro della crisi, di esserne i protagonisti come poteva essere sei mesi fa. Ora il nostro sforzo di allontanarci dal punto critico mostra molti punti interrogativi perché non sono emerse decisioni europee davvero solide ed è a rischio l'euro. Mi auguro che il vertice di giugno segni discontinuità». Monti ha detto che, se il governo non ci arrivaconlariformadellavoroapprovata, l'Italia rischiapassi indietro. «Noi abbiamo dato la nostra piena disponibilità ad accelerare, anche se molte norme, com'è noto, non ci convincono. Le cose dette a gran voce oggi e unitariamente dai sindacati noi le condividiamo. Chiediamo che in queste settimane arrivi una risposta seria ed efficace sugli esodati». Alfano dice che nel dl Sviluppo c'è solo un miliardo e non ottanta. Anche lei ha espressoperplessità. Cosanon va? «Intanto parto dallo sforzo positivo che si è fatto. Ci sono delle novità, un insieme di iniziative giuste, credo però che ce ne sia qualcuna discutibile. Mi chiedo se la riorganizzazione del ministero del Tesoro, ad esempio, sia funzionale a una maggiore lotta all'evasione oppure no. E mi sembra poco credibile che gli incentivi alle ristrutturazioni edilizie vengano proposti riducendo la convenienza per interventi ambientali e con scadenza, troppo breve, a giugno prossimo. Ho sempre consigliato il governo sobrietà negli annunci perché i risultati si vedono soltanto in un secondo momento». Leihadettochediventasemprepiùfaticoso sostenere il governo. Pensa al rischio,interminielettorali,chesicorresostenendomisure impopolari? «Noi abbiamo detto “prima di tutto l'Italia perché l'Italia è in emergenza” e l'emergenza non è ancora finita. Ma è certo più difficile sostenere questo esecutivo, perché è la situazione a essere più difficile anche al netto degli errori e dei limiti dell'azione di governo. Malgrado questo noi siamo leali, siamo lì e in questo frangente così delicato, dovendo accettare anche cose che non condividiamo, siamo nella condizione di dire chiaramente che durante questa transizione lavoriamo per l'alternativa, per una prospettiva di legislatura che abbia una maggioranza politica coesa in grado di dare una piega univoca alle scelte da fare». Leihaannunciatoprimariedicoalizione. NontemepossanoesseredidifficilegestioneseilPdciarrivaconpiùcandidati? «Invito tutti a non guardare i particolari ma l'insieme. Il punto principale ora è quella faglia tra politica e opinione pubblica, i particolari li vedremo in seguito. Abbiamo o no il coraggio di concentrare la nostra forza e il nostro patrimonio per rinsaldare il rapporto tra la grande area dei progressisti e la politica? In questo contesto persino le primarie diventano un particolare perché prima di tutto dobbiamo renderci conto che non è più una questione solo di partiti o tra i partiti. Il punto ineludibile è garantire governabilità attraverso una partecipazione molto vasta». Pensa alle primarie perché c'è il rischio chesi tornial votocon il Porcellum? «In direzione ho messo la legge elettorale al primo punto di un percorso perché per noi questa è la priorità. Dobbiamo restituire ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti, quindi spero proprio che entro poche settimane si arrivi a un'intesa. Quanto alle primarie vedo che anche il Pdl ha scelto questa strada. Che facciamo, ci tiriamo indietro noi che le abbiamo inventate?». Alfano ha parlato di tre settimane per la leggeelettorale. Una èpassata. «Ci sono contatti costanti tra noi e mi pare ci sia l'intenzione di andare avanti. Purtroppo, e questo mi dispiace molto, il Pdl non vuole il doppio turno, che secondo noi resta la soluzione migliore. Ora anche il nostro mondo di riferimento deve capire che la priorità è cambiare il Porcellum, anche a costo di complicarsi la vita con le alleanze. In ogni caso la legge elettorale si discute con tutte le forze politiche, anche fuori dal Parlamento». Veniamo all'alleanza. Chi individua nell'areaprogressistadicuihaparlatoin direzione? «Penso a una perimetrazione del grande campo progressista con una dichiarazione d'intenti che mostri l'alternatività al populismo e alla destra. Mi riferisco a concetti basici: quale idea di democrazia abbiamo, quale Europa, come affrontiamo il grande tema dei diritti, del patto sociale e del lavoro. E questo punto di partenza deve coinvolgere non solo i partiti, ma singole personalità, associazioni, movimenti e amministratori. Alla fine di questo percorso apriamo la grande consultazione per avere un'indicazione chiara su chi dovrà guidare il governo del Paese riconnettendoci con la società. Il Pd a questo punto della storia italiana ha delle responsabilità, tocca a lui guidare la sfida e quindi avere coraggio». Coraggioper farecosa? «Per esempio nel dire senza incertezze che in Europa noi siamo, pur con la nostra individualità, nel campo dei progressisti. Ancora: il partito ha dei compiti che non esauriscono la politica. L'episodio della Rai non è un episodio: è la linea». Quandoparladicoraggiosiriferisceanche ai diritti civili? Il documento varato dallacommissione le sembranetto? «Mi riferisco anche ai diritti e quel documento, letto con attenzione, è una base di altissimo profilo che ci mette in grado di inquadrare le decisioni che dovremo prendere su una base molto solida. In quel documento c'è uno spazio enorme per decisioni anche più coraggiose che dovremo assumere con i nostri organismi prima e a livello istituzionale poi». Eppure secondo alcuni la lettera che lei hascritto algaypride erapiù avanzata. «Io sono stato più netto, alludevo già a una decisione ma la mia dichiarazione e questo documento non sono in contraddizione. Il documento è una base di partenza per una decisione che dovremo prendere. Stavolta si decide prima». Altro tema su cui i partiti si giocano la campagnaelettoraleè il rinnovamento. «Anche qui il Pd deve avere coraggio: dobbiamo mettere in campo forze nuove e credibili. Questo è un mio compito e non lo farò fare alla tv. Tocca al partito e all'area vasta dei progressisti selezionare una nuova classe dirigente, ce l'abbiamo e la manderemo avanti. E non ce l'abbiamo a caso, tutto è partito dal radicamento nelle amministrazioni locali e nei grandi settori di interesse sociale». Grillosostienecheipartitisistannosgretolandotroppoinfretta.Vichiedeinsommadidargli un po'piùdi tempo... «Di quali partiti stiamo parlando? Noi in questi anni abbiamo avuto troppi partiti personali e se il Pd mostra la tenuta che sta mostrando è perché, accettando la sfida della modernità, non rinunciamo all'idea che il partito è un fatto collettivo, che deve avere regole, trasparenza e meccanismi di partecipazione. A Grillo dico che ci misureremo sulla durata». A proposito di contraddizioni. L'Idv in Parlamentoviattaccaecontestualmentevichiede di stringere sull'alleanza. «A Napoli ieri De Magistris dal palco della nostra conferenza sul lavoro ha detto che bisogna andare ben oltre la foto di Vasto e credo che anche lui intendesse che si deve andare oltre i semplici rapporti tra i partiti. Con Di Pietro sono stato chiaro: non accetto da nessuno la pretesa del monopolio della morale. Spetta a lui sciogliere il dilemma di dove posizionarsi. Non abbiamo mai detto cose men che rispettose verso l'Idv. Se lui continua con questi attacchi, a volte piuttosto irritanti, di spazio non ce n'è». Come intende gestire il dopo elezioni con imovimenti e le associazioni? «So di essere considerato da alcuni “tradizionale” ma nei prossimi mesi, se toccherà a me guidare il percorso, vi stupirò. Credo molto nelle forze sociali, non solo i movimenti, penso anche agli amministratori. Il ruolo dei partiti è centrale, ma c'è uno spazio enorme per il civismo. Lascerò a tutti i soggetti esprimere la propria vocazione ma alla fine si decide. Solo così si governa». L'INTERVISTA C i sarà anche ForzaLiranel varie-gato arcipelago di liste civicheche Berlusconi immagina di mettere in campo per colmare il distacco che separa un Pdl dato al 15% da «un più spendibile 30-35%»? Di questo si ragiona ad Arcore in questi giorni. Di questo e di voto anticipato. E del «povero Alfano» che marcia in una direzione opposta a quella del Cavaliere ed è costretto a sostenere che «Berlusconi è con noi e noi siamo con lui», a dispetto dell'evidenza e del progetto di una federazione dei moderati realizzabile, però, solo a condizione che il Cavaliere lasci la presidenza del Pdl. «Silvio» teme la nascita di un nuovo centrodestra segnato, spiega l'ex sottosegretario Andrea Augello, da un «riflesso berlusconiano di ritorno». Da quel «complesso», cioè, che potrebbe indurre Angelino&C ad abbassare la guardia dando in pasto le «aziende di famiglia» alla congrega politico-economico-editorial-finanziaria da sempre nemica di Arcore. «Silvio» non si fida e si mostra riluttante «a compiere passi indietro che possano compromettere le sue imprese». Gli interessi sopra tutto, come sempre. Berlusconi rimane in campo, «piazza trabocchetti sulla strada di Alfano» e pensa alle contromosse. Con l'idea di rispondere «alla frantumazione della domanda politica con quella dell'offerta», spiega Giorgio Stracquadanio, ala liberal-liberista del Pdl. «Prima Silvio copriva il panorama televisivo con tre reti e quello politico con tre o quattro liste - scherza l'ex fedelissimo - Oggi è passato al digitale terrestre...». Immaginando una miriade di formazioni fiancheggiatrici del Pdl: gli animalisti della Brambilla; gli artisti libertari di Sgarbi; i reduci di Forza Italia. E i nostalgici della lira, appunto con Santanché, Sallusti e Feltri. Perché, come è evidente da mesi, Berlusconi medita di anticipare il voto all'autunno 2012 e di tentare l'azzardo di una campagna contro l'euro per «solleticare la pancia di un elettorato sedotto da Grillo». Tutto dipenderà da cosa accadrà in Grecia, spiegano dal Pdl. E raccontano le pressioni pro voto di una parte degli ex An (Mattioli e La Russa) che tra l'altro - avrebbero testato la consistenza di una lista della destra senza Fini ma con Storace (4.5%). E le posizioni di Alfano, Gelmini, Alemanno, Augello, Carfagna, ecc. che puntano «a una verifica con il Pd dell'agenda del governo per gli ultimi cento giorni, per provare a condurre la legislatura alla scadenza naturale». «ATTENTOSILVIO» Ieri sia Osvaldo Napoli che Fabrizio Cicchitto hanno spiegato che l'uscita dall'euro sarebbe una «tragedia di proporzioni inimmaginabili» e «una mezza catastrofe». Attento Silvio, niente colpi di testa o il partito si spacca: questo il senso del doppio avvertimento al Cavaliere. La linea dura di Alfano sulla giustizia? Il segretario Pdl cerca di non farsi spiazzare mentre punta a «stabilizzare il governo» (come chiede Monti) anche attraverso un'intesa sulla legge elettorale che Berlusconi, al contrario, non vorrebbe. Sarà la mozione anti Fornero di Lega e Idv (non a caso favorevoli al voto anticipato) l'occasione per tentare il colpaccio anti Monti benedetto da Arcore? Si vedrà. «Berlusconi è convinto che se la Grecia collassa l'Italia non reggerà e le elezioni, a quel punto, saranno inevitabili perché il governo risulterà debolissimo - spiegano dal Pdl - Ma Silvio, d'altra parte, è convinto che un centrodestra vincente ad Atene rappresenterebbe un laboratorio della responsabilità utile anche per l'Italia...». Al voto in ogni caso, quindi. Per vincere puntando sulle liste civiche. O per perdere con un «partito corsaro» del 15%, ma controllato dal Cavaliere. «Andremmo all'opposizione? Tanto dopo sei mesi la sinistra andrà in panne e potremo rifondare su basi solide il centrodestra», così Berlusconi rassicura i fedelissimi. Il baratro dove potrebbe precipitare l'Italia, nel frattempo? Il problema non riguarda Arcore e gli interessi di famiglia... «Al Pd chiedo di avere coraggio Ora apriamoci» MARIAZEGARELLI ROMA Unacampagnacontro l'euroe ilvotoanticipato: queste le ipotesidicuisi ragiona incasaBerlusconi perrestare incampoe recuperareterreno ILRETROSCENA NINNIANDRIOLO ROMA . . . Per affiancare il partito anche gli animalisti della Brambilla e gli artisti libertari di Sgarbi PierLuigiBersani «Algovernoabbiamodato lanostradisponibilità adaccelerareanchese moltenormenonci convincono,mavogliamo unarispostasugliesodati» Tra le liste civiche del Cavaliere ci sarà «Forza Lira» domenica 17 giugno 2012 3
16 domenica 17 giugno 2012
I greci sono chiamati nuovamente ad esprimersi, per la seconda volta in un mese e mezzo, oggi nelle urne. Syriza e Nuova Democrazia, la sinistra radicale e il centrodestra, sanno bene che comunque vada il compito sarà tra i più ardui della democrazia ellenica. Mantenere aperto il dialogo con l'Europa, uscire dal baratro, rimanere nella moneta unica ma senza esasperare ulteriormente chi, in due anni di tagli senza sosta, ha perso tutto: lavoro, la voglia di andare avanti, i sacrifici di una vita. I sondaggi ufficiosi continuano a rincorrersi e lo scenario rimane ancora confuso. A volte si parla di una prevalenza, di misura, della compagine conservatrice, mentre in altri casi, c'è un vero testa a testa. Come al solito, a risultare decisiva, sarà la scelta degli indecisi e il tasso d'affluenza, cioè le decisioni dell'ultimo minuto. In una Grecia stremata, tuttavia, è chiaro che chiunque vinca, il programma di tagli dovrà essere modificato, quasi totalmente o in parte. La conferma è arrivata anche dalla più grande associazione di banche mondiali -l'Ilf - la quale ha fatto sapere chiaramente che «davanti al perdurare di una fortissima recessione, gli obiettivi del piano di risanamento dell'economia greca devono essere ammorbiditi». Un messaggio forte che ha per destinatario, ovviamente, i leader del G20 che si riuniscono domani in Messico. Ma al contempo le banche di New York e Londra hanno attivato task force d'emergenza - racconta il New York Times - domenica notte, fin dall'apertura dei mercati asiatici, per fughe di capitali e particolari instabilità dei titoli sulla scia dei risultati elettorali in Grecia. Quanto ai greci, in queste ore, nel Paese di mescolano stati d'animo mai provati prima: dalla rabbia per quanto fatto sinora e che non hanno portato al risultato sperato, alla paura di dover abbandonare la moneta unica senza sapere cosa questo possa realmente significare, dall'impotenza alla frustrazione, per una situazione che sembra superare le possibilità di azione del singolo cittadino, alla voglia di mantenere la propria dignità, di guardare oltre. «O i memorandum o Syriza, scegliete», ha scandito nella sua ultima manifestazione preelettorale, nella piazza centrale di Salonicco, piazza Aristotelous, il leader della sinistra, Alexis Tsipras. «Non permetteremo che nessuno allontani la Grecia dall' Europa», ha ripetuto poco più in là in un'altra piazza il presidente di Nuova Democrazia, Andònis Samaràs. TENSIONE E SPERANZA In un clima molto teso, sarà possibile giungere a un governo di coalizione, unica soluzione praticabile, per provare a portare la Grecia fuori dalla crisi? Sono in tanti a sperare che il realismo politico prevarrà alla fine su posizioni predefinite ed immutabili. Quanto all' Europa, l'incontro Monti-Hollande di giovedì scorso, e quanto riportato dai commentatori riguardo all' «opposizione italo-francese alla linea di continua intransigenza adottata da Berlino», creano un certo, moderato ottimismo in molti elettori greci. Tutti sono convinti del fatto che, da lunedì in poi, a partire dal “vertice a quattro” di Roma in programma il 22 di giugno, l'Unione farà sapere su quanto e cosa è disposta a cedere per tenere la Grecia nell'euro senza che la sua economia collassi definitivamente. UE COLFIATO SOSPESO Non è un caso che per stasera, subito dopo l'annuncio del risultato del voto, sia in programma una riunione dell'Ecofin, in cui discutere dell'evolversi della crisi e che il presidente delle Commissione europea José Durao Barroso e del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy, appena i risultati elettorali si saranno stabilizzati, faranno una dichiarazione comune. L'ago della bilancia in questo caso dovrebbe trovarsi all'interno dell'area progressista: l'appoggio dei socialisti del Pasok, e del nuovo partito Sinistra Democratica (Dimar), viene ritenuto determinante per la formazione di una nuova compagine governativa. Sia nel caso che riesca a prevalere Syriza, che Nuova Democrazia.Fotis Kouvelis, a capo di Dimar, ha ripetuto sino all'ultimo che farà di tutto per incentivare l'occupazione attraverso il sostegno delle aziende private, il miglior utilizzo del fondi europei, riportando in vigore il contratti collettivi di lavoro e ripristinando una soglia minima dignitosa per gli stipendi. ESODIE DIGNITÀ È questa, nella Grecia di oggi, la sfida più urgente. Per riuscire a evitare che i nipoti delle centinaia di migliaia di persone che sono state costrette a cercare fortuna in America, in Australia e in Germania, negli anni 50 e 60 vedano nell'emigrazione l'unica possibilità rimasta per costruirsi un futuro. In poco più di un anno, la Grecia ha perso quasi un milione di abitanti. Forse può bastare. Si legge, in questi giorni, di un' Atene sporca, trasandata, abbandonata a se stessa. Camminando per le vie di Ambelokipi, uno dei quartieri medio borghesi della capitale greca, è facile vedere facce smarrite, l'attesa disegnata sui volti. Voula, una corpulenta signora del Peloponneso che gestisce una taverna da più di 30 anni spiega che a pranzo, ormai, i clienti si contano sulle dita di una mano. Tutti gli impiegati che scendevano dagli uffici per mangiare feta, polpette alla mentuccia o la crema di formaggio piccante, sono scomparsi. Voula, però, ha deciso di resistere sino a settembre: o si risale la china, o si chiude. Atene, e la Grecia, non si sono ancora arrese, hanno deciso di aspettare, di tenere duro. nella speranza di non rimanere sole. Martine Aubry, segretaria generale del Partito socialista francese con Ségolène Royal e la ministra Cécile Duflot FOTO AP LATELEFONATA Banche americane e londinesi resteranno aperte nella notte elettorale Nuovo vertice dei leader Ue con i primi dati utili Testa a testa Nuova Democrazia e Syriza MerkeleHollande «Colloquiofruttuoso suGreciaeUe» FrancoisHollande eAngelaMerkel hannodiscusso al telefonodei rapporti fraGreciaedEuropa. Loha resonoto l'Eliseocon uncomunicato incui siafferma che idue statisti «hannoavutouno scambiodi opinioni sulla situazione inGrecia, sullapreparazionedel summitdel G20,cosìcome sul prossimo Consiglioeuropeodel 28 e29 giugno.Questi temi hanno offerto l'occasionedi discussionicostruttive e fruttuose fra idue leader». Degli stessi temi haparlato ieri ancheMarioMonti. Ilpresidentedel Consiglio italianoha dettodi «aspettarsie di avere l'impressione chemoltialtri governi siaspettino, unvotofavorevolealla permanenza diAtenenell'Eurozona». Monti ha aggiuntodi essere contrarioauna «rinegoziazione»degli impegni assuntidallaGreciacon Bruxelles.La rinegoziazione«sembrerebbe piena dibuonsenso ma comprensibilmenteagiterebbeun po'gli spiritidi quegli altriPaesi comeil Portogallo e l'Irlanda, chesi trovanoanch'essi sottoprogramma Europae Fmi. I quali si chiederebbero:«Perché lorosì enoi no»? Voto al cardiopalma La Grecia stremata e divisa va alle urne TEODOROANDREADIS ATENE Il comizio finale di Antonis Samaras di Nea Democrazia ad Atene FOTO ANSA domenica 17 giugno 2012 7
LA CADUTA DEL TABÙ TEMPORALE CHE PERMETTE ANCHE A PERFORMANCE DELLA DURATA DI POCHI MINUTI DIESSERECONSIDERATISPETTACOLIVERIEPROPRIsenza dover sommare altri brani per arrivare a serata intera, è uno dei tanti segni che avvicina la danza contemporanea alle arti visive. Non per caso transitano in quel crocevia d'arte per dna della Biennale di Venezia - la cui sezione danza è diretta per l'ottava volta da Ismael Ivo - alcuni di questi esempi, come la danza-installazione creata da William Forsythe o la danza site-specific di Shobana Jeyasingh. Nata in India e formatasi lì come danzatrice di Bharata Natyam, Shobana è poi cresciuta artisticamente in Inghilterra, dove ha sviluppato originali attraversamenti di stile tra Oriente e Occidente. Oggi, a venticinque anni dalla fondazione della sua compagnia e in una società ormai multiculturale, non c'è più bisogno di decifrare nei suoi lavori l'appartenenza, semplicemente Shobana attinge da se stessa come cittadina del mondo e come artista. In Toomortal, creazione in mutamento per luoghi di culto che ha debuttato presso la Chiesa Anglicana di St.George, il focus è una danza-meditazione sulla mortalità. L'invito è a entrare in uno spazio sacro invaso dal fumo dell'incenso, in un'area di sosta fisica (in piedi, di spalle all'altare e di fronte alle panche vuote dei fedeli) e di sospensione del pensiero. All'improvviso, balzano fuori dalle panche le danzatrici, come corpi riversi, protagonisti di una sorta di resurrezione dai sepolcri. Animati poi in una sarabanda di membra e teste. Troppo mortali siamo, sembrano alludere queste giovani donne dallo sguardo lontano, sedute ad assistere a invisibili funzioni e subito dopo rigettate indietro o in avanti nel turbine della vita. Le si guarda e ci si rispecchia in loro con inquietudine, ritmata dal remix di Tenebrae Responsories di James MacMillan, per venti minuti circa. Durata non estensibile per una pièce che gioca sull'inaspettato e su un attacco abbagliante, dallo sviluppo prevedibile ma con una potenza che prosegue il suo effetto anche usciti dalla chiesa.Meno folgorante del solito è invece Forsythe con Nowhere and Everywhere at the Same Time, una distesa di pendoli appesi al soffitto delle Artiglierie dell'Arsenale che un performer (Brock Labrenz) sospinge interagendo con loro nello spazio. Il senso che Forsythe attribuisce al tutto è talmente complesso che annega nell'operazione stessa, suggestiva all'impatto (gran merito, però, è dello straordinario spazio dove si svolge) ma di scarsa attrattiva nel prosieguo. L'artista l'ha chiamata «oggetto coreografico» e dunque vi lascia liberi di uscire dopo cinque minuti. Non c'è che dire, quando non è geniale nella creazione lo sa essere nelle definizioni… INCUBOSONORO Va molto peggio entrando nell'incubo sonoro e visivo dell'islandese Erna Ómarsdóttir. In Shalala WeSawMonsters, effettivamente di mostruosità se ne vedono parecchie. Erna ha fatto indigestione di horror movie rigurgitando sul palcoscenico un campionario di personaggi degni di Zio Tibia. Le gemelline perverse e cresciute di Shining, tristi mietitori con la falce in mano, orfani psicopatici che vanno in giro ad affettare braccia e mani con le quali accarezzarsi. Un delirio organizzato per accumulo sanguinolento e sonorità heavy-metal peraltro oggi fuori tempo massimo. Erna non ha tutti i torti: persino in un serial tv per famiglie come Private Practice c'è l'episodio, qui citato, di una pazza che apre la pancia della sua dottoressa per estrarne il bimbo, ma se il suo intento è quello di ingenerare in noi consapevolezza di quel che ci circonda, no grazie, ci basta quel che leggiamo sulle cronache nere. E la splatter dance ricavata dallo zapping di b-movie resta quel che è: poltiglia. Dove, secondo noi, mancava peraltro una figura fondamentale, l'esorcista. GIUSEPPECRIMI Untempoterradeglidei,ora luogodacuisoffia il vento deldisfacimentocheminaccia idestinidell'Europa STORIAEANTISTORIA BRUNOBONGIOVANNI UNAVOLTAERALATERRADEGLIDÈI,ORASIÈTRASFORMATA NEL LUOGO DA CUI SOFFIA IL VENTO DEL DISFACIMENTO CHE MINACCIA I DESTINI DELL'EUROPA: la Grecia. Un tempo solare ma, oggi piazza della disperazione: così, ancor prima dell'esplosione evidente della catastrofe, l'aveva già fissata Massimiliano Damaggio, poeta che vive in Grecia, forse anche un inviato involontario, certo «transfuga del mondo letterario» e «fuggitivo dall'Italia», come scrive Carlo Bordini nel presentare la sua raccolta di versi, Poesia come pietra (Roma, Edizioni Ensemble, 2012). La Grecia, nelle poesie di Damaggio, è realtà in discesa vorticosa e metafora di una società allo sbando: uomini, anzi bipedi, abbandonati («Nello specchio delle pozze/uomini obliqui come pali arrugginiti/malati di fame/siedono da anni sul marciapiede») e svuotati («corpi con le bocche piene di carne/ieratiche masse di carne/salgono, immobili, le scale mobili/con le mani inutilmente appese alle braccia/deambulano maciullando tempo sotto le suole»). L'ETÀCONTEMPORANEA La città, scenario emblematico dell'età contemporanea, è ridotta a pezzi di arredo, come inutili semafori spenti, cassonetti, rifiuti, lavavetri spettrali: tutta archeologia del presente. E mentre la desolazione inghiotte i luoghi destinati alla vita, il surrogato della vita sboccia nei non-luoghi, i centri commerciali, templi del nulla («Sulla facciata del centro commerciale/una cascata di luci di natale:/lunghe colonne di consumatori/di droga o di beni/s'inginocchiano, pregano e offrono monete»). Quella di Damaggio è poesia, dura, di chi, per sopravvivere, si è guadagnato l'esclusione dai suoi simili, scegliendo di raccontare, con uno stile corrosivo e tagliente, da un'apparente distanza, la regressione di una società votata all'autocondanna, il mondo ultimo degli «idoli infranti». CULTURE Danzando lamortalità Forsythee l'indiana Jeyasingh allaBiennalediVenezia LucianaCastellina diDaniele Segre vinceBiografilmfest ALLEPORTEDIROMANOTTEDIMUSICA,NOTEJAZZCONTRO LA DISCARICA. SONO QUELLE CHE STASERA, dalle 20 in poi risuoneranno lungo la via Tiberina, all'altezza di Pian Dell'Olmo, la cava di tufo che da mesi i cittadini di Riano continuano a presidiare. Contro l'ipotesi (ormai tramontata) di trasferire lì la discarica di Malagrotta. Ma anche in solidarietà con gli altri abitanti del Lazio che rischiano di trovarsi la discarica sotto casa. Con loro stasera, ci sarà il quartetto jazz composto da Fabio Zeppetella, uno tra i migliori chitarristi e compositori italiani, Maurizio Giammarco al sax, Luca Fattorini al contrabasso ed Enrico Morello alla batteria. Di seguito un duo composto da Charley Anderson (fondatore della storica ska band The Selecter, con cui conquistò il disco di platino per l'album «Too Much Pressure») e Joe Casagrande, tecnico del suono e sound designer co-fondatore del gruppo Surya lab. Jazzsotto lestelle contro ladiscarica diPiandell'Olmo Performancedipochiminuti èunodeisegnicheavvicina ladanzacontemporaneaalle artivisive.Larassegnadiretta per8annida Ismael Ivo ROSSELLABATTISTI INVIATA AVENEZIA SIÈDISCUSSO TRESETTIMANEFADELPREFISSO«ANTI». MA NON È INGIOCO SOLOL‘ABUSO UGGIOSO DELL'ANTIPOLITICA.VEDIAMO L'ANTICOMUNISMO.Fu Etienne Cabet, l'autore nel 1840 del «comunista» Voyage en Icarie, a usare nel 1842 il termine «anticomunista» per connotare gli avversari teorico-culturali, ma non ancora «politici», dei sistemi egualitari. Croce utilizzò invece il termine «anticomunismo», con significato filosofico, nei suoi studi sul materialismo storico. Il termine si diffuse così soprattutto a partire dal 1918. Ma dovette dividere la propria area semantica con «antibolscevismo», termine che meglio specificava quale fosse il comunismo, non filosofico, ma concreto, che andava combattuto. Tanto che il sostantivo «anticomunismo» si assolutizzò in Italia solo intorno al 1946. L'anticomunismo assunse ad ogni buon conto diverse forme: fu fascista (irriducibile e insieme incline a subìre talora il fascino dell'Urss), fu liberaldemocratico (opposto ai sovietici come ai fascisti), fu liberalconservatore o clericomoderato (disponibile in svariate occasioni ad essere indulgente con i fascisti in funzione antisovietica), fu liberista (pronto a scorgere nell'Urss il capolinea del processo statalista contemporaneo) e fu infine socialdemocratico (antifascista, ma deciso a negare il carattere socialista dell'Urss). Quanto al termine «antifascista», comparve la prima volta dove non lo si aspetterebbe, ossia in un articolo mussoliniano del 16 settembre 1921 su Il Popolo d'Italia. Quanto all'antisemitsmo, pare sia stato nel 1860 lo studioso ebreo austriaco Moritz Steinschneider ad adoperare per primo l'aggettivo «antisemitico», riferendolo ai pregiudizi (antisemitische Vorurteile) espressi da Renan circa l'inferiorità delle «razze semitiche» rispetto alla «razza ariana». Gli «anti» sorprendono dunque spesso. Ad associarli ad un termine possono essere, in chiave polemica, coloro che intendono difendere i contenuti di quel termine. «Anti» la fortuna diun prefisso La Grecia dai semafori spenti neiversidiDamaggio IL PUBBLICO DEL BIOGRAFILMFEST DI BOLOGNA CHE SI È CONCLUSOIERIHAPREMIATOEX-EQUO«ALOVEANDPOLITICS»DI AZADYAFARIAN E «LUCIANACASTELLINA, COMUNISTA»DIDANIELESEGRE.Il primo è il racconto della storica compagnia del Living Theater attraverso il ritratto intimo, poetico e scarno della sua fondatrice, Judith Malina oggi 85enne. Il secondo è anch'esso un ritratto omaggio firmato da Daniele Segre ad una grande personalità legata alla recente storia politica, stavolta di casa nostra:Luciana Castellina. Il film, mostrato dal festival bolognese in anteprima mondiale, segue il filo della memoria, intrecciando storia personale e storia politica del nostro paese. Il racconto di sé diventa nelle sapienti parole di Luciana Castellina l'occasione per ripercorrere la storia dalla liberazione ad oggi. Intellettuale, giornalista, scrittrice, militante politica, la Castellina è tra i fondatori del quotidiano il Manifesto. Con il rigore solito di un grande autore del documentario italiano come Daniele Segre, il racconto si lascia andare attraverso tutta la generosa intelligenza di una vita felicissima. Luciana Castellina, oltre che giornalista e scrittrice, è stata anche deputata per tre legislature e deputata europea (1974-1994), ha inoltre ricoperto la carica di Presidente della Commissione Europea per la cultura, la gioventù, l'istruzione e i mezzi di informazione. Unmomentodi«TooMortal»diShobana Jeyasinghal Festivaldidanza contemporanea allaBiennalediVenezia . . . Lunghe colonne di consumatori di droga o di beni s'inginocchiano, pregano e offrono monete U: 26 domenica 17 giugno 2012
TUTTI I TG DI IERI HANNODATO FINTROPPO SPAZIO ALL'ACROBATA CHEHAATTRAVERSATOA45METRIDIALTEZZA LE CASCATE DEL NIAGARA, passando, tra l'altro, anche il confine tra Stati Uniti e Canada. E, in effetti, la notizia più curiosa era il fatto che, disceso dal suo percorso stellare, l'inutile saltimbanco ha dovuto presentare il passaporto. Neanche fosse un immigrato clandestino che ha trovato un modo clamoroso per fregare le guardie di frontiera. E questo proprio nel giorno in cui il presidente Obama ha deciso di regolarizzare 800.000 ispanici senza permesso, che, giustamente, si spera voteranno per lui. Comunque, la vista dell'uomo che cammina sul filo stavolta non ci è parsa tanto magica, quanto inutilmente spericolata, nel momento in cui tutti quanti abbiamo la sensazione di fare gli equilibristi tra politica ed economia, con continui ostacoli da saltare e abissi da sfidare. Ogni giorno ci viene posto un traguardo ultimativo, con l'ansia di doverlo superare a tutti i costi, pena il ritorno all'indietro, come nel gioco dell'oca, a decenni fa, alla lira, se non addirittura al Medio Evo di Bossi e Berlusconi. E questo non vale solo per la Grecia, dal cui voto di oggi, per la seconda volta nella storia occidentale, sembra dipenda il nostro futuro. Dalla Grecia, Paese ritenuto così marginale che, ci dicono, mesi fa poteva essere salvato a costi sopportabili, verrà il verdetto che spingerà la signora Merkel a essere più o meno cattiva anche con noi. Dall'alto del Partenone, come dall'Olimpo, scenderà l'Europa, oppure risalirà per non tornare più indietro. Per questo la Grecia, chiunque vinca oggi le elezioni, anziché accollarsi nuovi insopportabili sacrifici, dovrebbe chiedere il copyright all'Europa e farselo pagare carissimo. Oppure farle causa per danni morali e materiali presso il tribunale della Storia. TV 07.15 La casa delle 7 donne. Serie TV 08.00 TG 1. Informazione 08.20 Easy Driver. Reportage 09.00 TG 1. Informazione 09.05 La casa del guardaboschi. Serie TV 09.55 Linea Verde Orizzonti Estate. Informazione 10.30 A Sua immagine. Religione 10.55 Santa Messa. Religione 12.00 Recita dell'Angelus da Piazza San Pietro. Religione 12.20 Linea verde Estate. Attualita' 13.30 TG 1. Informazione 13.31 Tg1 Focus. Informazione 14.00 Non sparate sul pianista. Show. 16.30 TG 1. Informazione 16.35 Oltre l'oceano. Film Dramma romantico. (2006) Regia di Stefan Bartmann. 18.00 Il Commissario Rex. Serie TV 18.50 Reazione a catena. Show. 20.00 TG 1. Informazione 20.25 Campionati Europei di Calcio 2012: Danimarca - Germania. Sport 23.05 Notti Europee. Rubrica 23.15 Campionati Europei di Calcio 2012: Portogallo - Olanda. Sport 01.00 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.06 Che tempo fa. Informazione 01.25 Applausi. Rubrica 02.40 Sette note. Rubrica 07.00 Cartoon Flakes weekend. Cartoni Animati 08.55 Battle Dance 55. Show. 10.00 Mc Bride - Omicidio di classe. Film Giallo. (2005) Regia di Kevin Connort. Con John Larroquette 11.20 La nave dei sogni - Indonesia. Film Documentario. (2010) Con Heinz Weiss 13.00 Tg2 giorno. Informazione 13.30 TG 2 Motori. Informazione 13.45 Dribbling Europei. Rubrica 14.15 Il commissario Herzog. Serie TV 16.15 Il volto della morte. Film Giallo. (2009) Regia di Hans Werner. Con Fritz Wepper 18.05 Disegno di un omicidio. Film Thriller. (2007) Regia di Louis Boldoc. Con Jessica Capshaw 19.35 Il Clown. Serie TV 20.25 TG 2. Informazione 21.05 N.C.I.S. Los Angeles. Serie TV Con Linda Hunt, LL Cool J, Chris O'Donnell. 21.50 Ringer. Serie TV Con Sarah Michelle Gellar, Kristoer Polaha, Ioan Gruudd. 23.55 TG 2. Informazione 00.15 Sorgente di vita. Religione 00.45 Body Armour - In difesa del nemico. Film Thriller. (2007) Regia di Gerry Lively. Con Til Schweiger 08.05 Catene. Film Drammatico. (1950) Regia di R. Matarazzo. Con Amedeo Nazzari 09.35 I due compari. Film Commedia. (1955) Regia di Carlo Borghesio. Con Peppino De Filippo 10.25 Agente Pepper. Serie TV 11.15 TGR Mediterraneo. 11.40 TGR RegionEuropa. 12.00 TG3. / TG3 Persone. 12.25 TeleCamere. 12.55 Lezioni dalla crisi. Rubrica 13.25 Il Capitale di Philippe Daverio. Rubrica 14.00 Tg Regione. / TG3. 15.30 Poveri milionari. Film Commedia. (1958) Regia di Dino Risi. Con Maurizio Arena 17.00 K-Pax - Da un altro mondo. Film Avventura. (2001) Regia di Iain Softley. Con Kevin Spacey 19.00 TG3. / TG3 Regione. 20.00 Stadio Europa. Rubrica 20.25 Blob. Rubrica 20.45 Pane, amore e fantasia. Film Commedia. (1958) Regia di Luigi Comencini. Con Vittorio De Sica, Gina Lollobrigida. 22.35 Tg3. Informazione 22.45 Tg Regione. Informazione 22.50 Il matrimonio di Lorna. Film Drammatico. (2008) Regia di Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne. Con Arta Dobroshi, Jérémie Rénier. 00.00 Tg3. Informazione 07.30 Zorro. Serie TV 08.30 Ti racconto un libro. Rubrica 08.50 Slow tour. Show. 09.25 Correndo per il mondo. Reportage 10.00 S. Messa. Religione 11.00 Pianeta mare. Reportage 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Melaverde. Rubrica 13.20 Pianeta mare. Reportage 14.02 Donnavventura. Rubrica 14.27 Quello strano sentimento. Film Commedia. (1965) Regia di Richard Thorpe. Con Sandra Dee 16.20 Complotto di famiglia. Film Giallo (1976) Regia di Alfred Hitchcock. Con Karen Black 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Colombo. Serie TV 21.30 Il senso di Smilla per la neve. Film Thriller. (1997) Regia di Bille August. Con Julia Ormond, Gabriel Byrne, Richard Harris. 23.50 L'Italia che funziona. Rubrica 00.05 I Bellissimi di Rete 4. Show. 00.10 Bambola. Film Drammatico. (1996) Regia di Juan Jose' Bigas Luna. Con Valeria Marini, Stefano Dionisi, Jorge Perugorría. 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 09.10 Circle of life. Serie Tv 10.10 Guardo, ci penso e nasco. Film Commedia. (2000) Regia di Nick Castle. Con Albert Finney 12.21 Tg Bau&Miao. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.40 L'onore e il rispetto - Parte seconda. Serie TV 16.01 Lilly Schonauer - Amore appeso a un filo. Serie TV 18.00 I delitti del cuoco. Serie TV Con Bud Spencer, Enrico Silvestrin, Monica Scattini. 19.00 I delitti del cuoco. Serie TV Con Bud Spencer, Enrico Silvestrin, Monica Scattini. 20.00 Tg5. Informazione 20.39 Meteo 5. Informazione 20.40 Veline. Show 21.15 Caterina e le sue figlie 3. Serie TV Con Virna Lisi, Alessandra Martines 23.31 Il figlio più piccolo. Film Commedia. (2010) Regia di Pupi Avati. Con Christian De Sica, Laura Morante, Luca Zingaretti. 01.30 Tg5 - Notte. Informazione 02.01 Tg Bau&Miao. Rubrica 02.40 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio 07.40 Cartoni animati 10.00 Bailey - Il cane più ricco del mondo. Film Commedia. (2005) Regia di David Devine. Con Dean Cain 11.55 Studio aperto. Informazione 12.00 Campionato Mondiale Motociclismo - Gara G.P. U.K. Silverstone Moto2, MotoGP. Sport 14.50 Fuori Giri. Rubrica 15.30 Campionato Mondiale Motociclismo - Gara G.P. U.K. Silverstone Moto3. Sport 16.30 Superman IV. Film Fantascienza. (1987) Regia di Sidney J. Furie. Con Christopher Reeve 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Bau boys. Rubrica 19.40 Summertime - Sole, cuore...amore. Film. (2005) Regia di Randal Kleiser. Con Amanda Bynes 21.30 Archimede - La scienza secondo Italia 1. Rubrica 00.30 Confessione reporter. Informazione 02.00 Poker1mania. Sport 02.55 Studio aperto - La giornata. Informazione 03.10 Media shopping. Shopping Tv 03.25 Hav Plenty - Un vero successo. Film Commedia. (1997) Regia di C. Scott Cherot. Con Christopher Scott 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 10.00 Ti ci porto io (R). Rubrica 11.45 Totòtrua ‘62. Film Commedia. (1961) Regia di Camillo Mastrocinque. Con Totò, Nino Taranto, Geronimo Meynier. 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Missione Natura. Documentario 16.10 Movie Flash. Rubrica 16.15 The District. Serie TV 17.20 The District. Serie TV 18.05 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 In Onda. Talk Show. Conduce Nicola Porro, Luca Telese. 21.30 The Kennedys. Serie TV Con Greg Kinnear, Katie Holmes, Barry Pepper, Tom Wilkinson. 22.15 The Kennedys. Serie TV 23.10 The Kennedys. Serie TV 00.00 Tg La7. Informazione 00.05 Tg La7 Sport. Informazione 00.10 Turbulence – La paura è nell'aria. Film Azione. (1997) Regia di Robert Butler. Con Ray Liotta 21.10 Il Signore degli Anelli - La compagnia dell'anello. Film Fantasia. (2002) Regia di P. Jackson. Con V. Mortensen 00.10 Ondine - Il segreto del mare. Film Drammatico. (2009) Regia di N. Jordan. Con C. Farrell 02.00 Cyrus. Film Commedia. (2010) Regia di M. Duplass, J. Duplass. Con M. Tomei SKY CINEMA 1HD 21.00 Ramona e Beezus. Film Avventura. (2010) Regia di E. Allen. Con S. Gomez G. Goodwin. 22.50 La partita perfetta. Film Drammatico. (2009) Regia di W. Dear. Con C. Collins Jr. C. Marin. 00.55 Febbre da fieno. Film Commedia. (2011) Regia di L. Luchetti. Con A. Bosca D. Fleri. 21.00 Via dall'incubo. Film Drammatico. (2002) Regia di M. Apted. Con J. Lopez B. Campbell. 23.00 La casa di sabbia e nebbia. Film Drammatico. (2003) Regia di V. Perelman. Con J. Connelly B. Kingsley. 01.10 Un marito di troppo. Film Commedia. (2008) Regia di G. Dunne. Con U. Thurman C. Firth. 18.45 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 19.35 Young Justice. Serie TV 20.00 Takeshi's Castle. Show. 20.25 Lo straordinario mondo di Gumball. Cartoni Animati 20.50 Adventure Time. Cartoni Animati 21.15 The Regular Show. Cartoni Animati 21.40 Mucca e Pollo. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Top Gear USA. Documentario 20.00 Deadliest Catch. Documentario 21.00 La febbre dell'oro: Mare di Bering. Documentario 22.00 La febbre dell'oro. Documentario 23.00 Come è fatto. Documentario 23.30 Come è fatto. 18.55 Deejay TG. Informazione 19.00 The Middleman. Serie TV 20.00 Lincoln Heights. Serie TV 21.00 Lorem Ipsum - Best Of. Attualita' 21.30 DJ Stories - Labels. Reportage 22.30 Deejay chiama Italia - Remix. Rubrica 00.30 Deejay Night. Musica DEEJAY TV 20.20 Ragazzi in gabbia. Docu Reality 21.10 Il Testimone. Reportage 22.00 Il Testimone. Reportage 22.20 Il Testimone. 22.50 South Park. Serie TV 23.15 South Park. Serie TV 23.40 Speciale MTV News: Story Of The Week. Informazione MTV RAI 1 20.25: Danimarca - Germania Sport. La Danimarca deve assolutamente vincere per qualificarsi nel girone B. 21.05: N.C.I.S. Los Angeles Serie TV con C. O'Donnell. Quando la sua copertura salta, Callen rischia seriamente la vita. 20.45: Pane, amore e fantasia Film con V. De Sica. Il maresciallo divide le sue attenzioni galanti tra “Bersagliera” e Annarella. 21.30: Il senso di Smilla per la neve Film con J. Ormond. Smilla è un'esquimese traferitasi a Copenhagen. 21.15: Caterina e le sue figlie 3 Serie tv con V. Lisi. Caterina torna a casa con Attilio, ma dovrà subire le ritorsioni di Maria. 21.30: Archimede - La scienza secondo Italia 1 Rubrica con N. Torielli. La scienza a portata di tutti. 21.30: The Kennedys Serie TV con K. Holmes. Kennedy aronta un inasprimento delle tensioni internazionali. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY Macché spericolati delNiagara... Tuttodipende dallaGrecia FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO U: domenica 17 giugno 2012 25
CaraUnità IL PEGGIORARE DELLA SITUAZIONE IN SI-RIA CI IMPONE DI PENSARE A QUALI SOLUZIONISCEGLIEREper evitare un ulteriore massacro e che la guerra coinvolga anche altri Paesi mediorientali. Credo che noi dovremmo alzare il livello della scelta fatta dell'Onu, e quindi dire sì agli osservatori, inasprire al massimo le sanzioni, soprattutto quelle che hanno a che fare con le forniture di armi, e, se possibile, evitare il ricorso all'ultima opzione che è quella militare. Il rischio è che in Siria, oggi, avverrebbe ciò che è successo dopo la guerra in Libia, un Paese in cui la stabilità è ancora lontana. Insomma, dobbiamo fare di tutto per garantire la pace senza ricorrere alle armi. E poi ci sono i diritti umani, una questione che non deve essere tirata fuori solo quando avvengono massacri di bambini. Sono trent'anni che in Siria, come in altri Paesi mediorientali, vengono violati i diritti umani, e non è detto che un Paese arabo non possa essere democratico. Dunque, a livello internazionale, a livello di Palazzo di Vetro bisogna approntare un piano per garantire una vera transizione al multipartitismo in Siria. È questo un ragionamento che interpella in modo particolare l'Europa. Sono, difatti, molteplici le ragioni per le quali la Siria è oggi legata alla Russia, ma ci sono anche le responsabilità della Francia, Paese che, non a caso, è in prima fila nel ragionamento sull'opzione militare. È la fine di un ciclo, e l'inizio di un nuovo percorso verso la libertà, anche se dovremmo chiederci a che punto della notte è la rivoluzione araba negli altri Paesi. Dobbiamo, infatti, mestamente notare che la loro richiesta di democrazia non è ancora stata soddisfatta. Come non è stata soddisfatta la sete di libertà religiosa che viene dal Medio Oriente. I cristiani, in Siria, soffrono le conseguenze della guerra esattamente come i musulmani, ma far continuare i combattimenti porterebbe inevitabilmente a un ulteriore esodo dei cristiani, troppo deboli per reggere il peso dello scontro in atto. Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta L'ASSEMBLEA NAZIONALEDEI SEGRETARI DICIRCOLODEL23GIUGNONONSARÀUNFATTOBUROCRATICO,MAUNMOMENTO VERO DI PARTECIPAZIONE E DISCUSSIONE SULLO STATO DELPARTITONELTERRITORIO.Un appuntamento che coinvolgerà 6.123 segretari, che rappresentano poco meno di 610.000 iscritti. L'età media è di 44 anni, più di 2000 di loro ha meno di 30 anni. Il 42% è laureato. Il 73% ha un lavoro. È con loro che da alcuni giorni abbiamo avviato un forum di discussione sulla rete, il tema è: “Rapporto democrazia-partiti e costi della politica”. Per partecipare alla discussione bisogna accedere al sito del Pd nella sezione “Circoli in Rete”. Il tema proposto è complesso e di grande attualità. La riflessione ruota attorno all'art. 49 della Costituzione, che afferma che i partiti sono libere associazioni attraverso cui i cittadini organizzano la democrazia. Una funzione fondamentale, proprio perché a loro è affidata la ricomposizione del conflitto che i diversi e contrapposti interessi sociali producono. A loro viene demandato il compito di far prevalere l'interesse generale contro spinte e interessi corporativi. Con l'articolo 49 i costituenti hanno voluto ripudiare e scongiurare la possibilità del ritorno di un sistema dittatoriale come quello fascista, ma hanno voluto anche evitare che dopo il fascismo si tornasse al periodo pre-fascista, dove la politica ruotava tutta attorno alle singole personalità che oggi come allora possiamo definire “notabilato locale”. La sensazione è che l'indebolimento o la scomparsa dei partiti ci stia facendo scivolare di nuovo lì, ai primi anni del '900! Non più partiti ma comitati elettorali; la politica tutta concentrata attorno ai ruoli istituzionali delle singole persone (consiglieri regionali, parlamentari, incarichi amministrativi e di governo). Il “partito società”, che dovremmo essere noi, scomparso! Il prodotto di questo è stato un indebolimento della democrazia e il trasferimento del potere reale ad altri soggetti. Oggi la selezione della classe dirigente assomiglia sempre di più a un modello plutocratico e tecnocratico. Ecco perché dobbiamo sentire su di noi la responsabilità di riaffermare il ruolo e la funzione dei partiti. Questo obiettivo lo possiamo raggiungere solo se saremo capaci di mettere al centro il tema della partecipazione consapevole degli iscritti e degli elettori alla formazione delle decisioni. In questo senso acquista un valore decisivo la funzione dei circoli, che devono essere l'elemento centrale della vita del partito. È quello il luogo dove si comincia a formare la classe dirigente e dove si avvia la selezione della stessa. Questa responsabilità va accompagnata da una serie di iniziative concrete che mettano i circoli nelle condizioni di funzionare: le risorse del tesseramento devono rimanere nella disponibilità del circolo, al netto di una cifra non superiore a 5 euro da destinare alle strutture provinciali/territoriali; distribuire una parte del finanziamento pubblico dei partiti ai circoli e al territorio, per abbattere i loro costi di gestione e per agevolarne l'attività politica. Per quanto riguardo il Pd questo già avviene, si può discutere se possa farsi più e meglio ma è un principio da noi già adottato. Gli iscritti che ricoprono incarichi istituzionali devono contribuire all'attività del circolo anche attraverso il tesseramento: per loro la quota tessera non può essere inferiore al 25% della mensilità lorda che percepiscono come indennità di carica. E sappiamo che molti già lo fanno, anche in misura superiore. Acconto al tema circoli è necessario interrogarci sul ruolo degli iscritti. Su questo i segretari di circolo hanno una responsabilità in più. Sono loro, infatti, che devono garantire al singolo iscritto il diritto di partecipare e di essere coinvolto nella vita politica. Gli iscritti sono un patrimonio immenso di competenze, passione civica che dobbiamo utilizzare molto di più di come facciamo oggi. Vanno liberati dall'ingessatura correntizia. Iscriversi al partito deve essere una scelta individuale, deve essere semplice. Per questo penso siano maturi i tempi perché chiunque voglia iscriversi possa farlo anche online, senza filtri e barriere di nessun genere se non l'adesione allo statuto e al codice etico. Devono essere destinatari di diritti come ad esempio quello di consentire loro di poter convocare l'assemblea degli iscritti davanti all'immobilismo dei gruppi dirigenti. Il 23 discuteremo anche di queste cose, con un obiettivo: rendere più credibile la politica e i partiti, consapevoli che il Pd molto ha fatto in questa direzione, a cominciare dalla trasparenza e controllo dei propri bilanci che sono visionabili da chiunque, essendo da sempre pubblicati online, e certificati da società esterne al partito. Dioèmorto La bella lezione del Montpellier Andrea Satta Musicista e scrittore ViaOstiense,131/L 0154Roma lettere@unita.it Il commento Siria, un massacro che dura da trent'anni Dialoghi MONTPELLIERCAMPIONEDIFRANCIAÈDA-VIDECONTROGOLIA.Come quando in Italia vinsero Verona o Cagliari e ci sembra incredibile, oggi. Forse sarà l'ultima volta, però, perché gli arabi del Paris Saint Germain continuano a investire capitali... È come se in una gara di ciclismo uno corresse in bici da corsa e gli altri con un triciclo vinto alla fiera dello zucchero filato. Claude Frigara, qui a Montpellier, dirige una radio, è innamorato di Léo Ferré e di questa squadra che gioca in riva al Mediterraneo mi decanta lodi da tifoso innamorato: «La cosa più bella è che il Montpellier ha fatto delle radici la sua forza e dei suoi luoghi la sua lingua. I ragazzi crescono qui e poi entrano nella squadra titolare. Certo ci sono anche alcuni stranieri, come Hiton, un brasiliano che gioca in difesa e Utaka, un nigeriano che è pure nazionale del suo Paese. In attacco abbiamo Giroud che l'altro giorno ha giocato agli Europei. Il Montpellier non è mai stata una grande squadra, per questo la sua storia è più rara. Il presidente è sempre lo stesso da trent'anni, una conduzione familiare, Nicollin è un personaggio da teatro, grasso e grosso, unico. Qui abbiamo avuto anche nomi celebri però, Carlos Valderrama (il colombiano biondo, lo ricordate?), Roger Milla (quello del Camerun che a 40 anni faceva gol ai Mondiali) ed Eric Cantona, un altro irregolare». Il Montpellier come il Cagliari di Riva, Greatti e Scopigno? Come il Verona di Briegel, Garella e Bagnoli? Il calcio illude, ti fa credere che l'Italia-Paese sia quella che scende in campo, che il coraggio e l'eroismo in una partita appartengano a un popolo (perfino il nostro presidente della Repubblica c'è cascato elogiando i nostri giocatori alla fine del match con la Spagna, come simbolo dell'Italia che riparte… ). Le parole dei calciatori rischiano di confondersi con quelle di grandi pensatori (magari danno del frocio a un gay o da miliardari si abbandonano a offensive considerazioni sull'uso del proprio denaro «io con i miei milioni di euro faccio quello che mi pare…»). Eppure quando c'è l'Italia io mi metto davanti alla mia parete bianca, accendo il proiettore da 335 euro e aspetto la gioia e la disperazione. Cerco storie piccole da raccontare, m'innamoro del Pescara di Zeman, m'incanto a pensare che quelli del Barcellona siano tutti amici di Abidal e mi affascina il Montpellier. Come dire che tutto è possibile, che niente è scritto e che il futuro dipende da noi. M'illudo e sopravvivo. Poi mi sveglio e m'incazzo. Poi, per fortuna, ricomincia il Campionato e passa un altro inverno. Claude, chiudiamo così, metti un altro disco di Ferré? Avec le temps, per esempio... . . . Una parte del finanziamento pubblico deve andare ai circoli Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 16 giugno 2012 è stata di 98.227 copie A Lecce un detenuto è morto perché ha fatto lo sciopero della fame per un caso di malagiustizia. Non vorrei che questa notizia passasse inosservata dando sempre le priorità ad altri suicidi per la questione della crisi. Il sovraffollamento carcerario e la malagiustizia hanno portato questo povero uomo a privarsi del cibo perché voleva che un magistrato lo ascoltasse. VALENTINOCASTRIOTA Hunger, il bel film di Steve McQueen, è ancora nelle sale ed è davvero terribile l'idea del ripetersi, nell'Italia del 2012, di uno sciopero della fame come quello di Bobby Sands, il patriota irlandese che combatteva nelle carceri di Belfast, insieme ad altri 25 detenuti, una battaglia storica contro l'ottusità dell'Inghilterra “colonialista” di Margaret Thatcher. Durissimo nel realismo della sua descrizione, Hunger ci racconta con una violenza, disumana quanto quella subita dai patrioti dell'Ira nel carcere di Belfast, il decorso straziante del disfacimento cui il corpo di Bobby Sands andò incontro nel corso di quelle 5 settimane di digiuno ma dà conto anche, in modo estremamente efficace dell'importanza che quelle sofferenze hanno avuto nel riconoscimento dei diritti civili e politici degli irlandesi. Ora che qualcosa di così simile è accaduto a Lecce nel silenzio di stampa e tv, quello di cui ci sarebbe bisogno per dare senso al sacrificio del giovane detenuto di Lecce, sarebbe forse un film come Hunger che lo racconti perché le vicende umane esistono e hanno senso solo nella misura in cui vengono raccontate e ricordate e perché ricordare e dare senso a ciò che è accaduto è l'unico mondo che abbiamo di apprendere dall'esperienza. Nella speranza che non ci sia più necessità per nessuno di morire di inedia in carcere per protestare i propri diritti o la propria innocenza. A Lecce come nelle carceri speciali di Belfast L'intervento Territorio, circolo e partito: la democrazia in movimento Salvatore Corona Responsabile Nazionale Anagrafe e Tesseramento Partito Democratico COMUNITÀ Roberto DiGiovanPaolo Senatore Pd LaGrecia siamo noi perchésiamo tutti europei! Una settimana fa centinaia di cittadini europei in svariate città in Italia e in Europa (Bruxelles, Genova, Dusseldorf, Bratislava, Parigi, Firenze, Lione, Venezia, Tortona, Milano, La Spezia, Roma e altre) si sono incontrati per testimoniare sostegno e solidarietà al popolo greco organizzando flash mob e sit-in con le bandiere della Grecia e dell'Unione Europea. Lo scopo della mobilitazione era dimostrare che solo una Europa unita e federale può costituire una soluzione efficace e duratura all'attuale crisi! Inoltre si voleva mostrare al popolo greco che i cittadini europei sono al loro fianco a ridosso delle elezioni politiche di oggi, spingendo ciascuno i propri leader politici a fare un passo concreto e deciso verso un'unione federale durante il prossimo summit europeo del 28 e 29 giugno. A 33 anni di distanza dalla prima elezione a suffragio universale diretto del Parlamento europeo, i cittadini europei chiedono all'istituzione che più li rappresenta di riprendere l'iniziativa lanciando un urgente dibattito pubblico intorno a concrete proposte di nuove leggi per affrontare la crisi e avviando un nuovo processo costituente. NicolaVallinoti Il “Padre nostro” indialetto? No,grazie Il Cardinale Crescenzio Sepe ha chiesto a un poeta di tradurre in napoletano il “Padre nostro” per avvicinare a Dio e guagliune e tutti i partenopei “distratti” e anche per salvare la parlata napoletana. No! Ci avviciniamo diventando più buoni e meno volgari, più seri e meno bazzarioti (rozzi e inetti). Ci avviciniamo a Lui lavorando con coscienza e compiendo il nostro dovere, qualunque sia il compito che abbiamo in società. Saremo buoni cristiani se riusciremo a «non fare agli altri ciò che non vogliamo sia fatto a noi». RaffaelePisani 18 domenica 17 giugno 2012
Alle cinque è ora della merenda, anche al campo autogestito per gli sfollati di Sant'Antonio in Mercadello, frazione di 900 anime a una manciata di chilometri da Novi di Modena. È qui che, negli ultimi giorni, si sono spostate le scosse di terremoto. Ed è qui che ieri, a quasi un mese da quel drammatico 20 maggio in cui, alle 4.05 del mattino, la terra iniziò a tremare fra le province di Bologna, Ferrara e Modena, volontari arrivati da tutta la regione sollevano l'umore di centinaia di persone senza certezze con un “Nutella party” improvvisato. «SIAMOANCORA IN EMERGENZA» In questa zona della profonda “bassa” modenese, racconta il sindaco di Novi Luisa Turci, «il terremoto più violento è stato quello del 29 maggio: quindi siamo ancora in piena emergenza, anche se siamo in pari con le verifiche speditive per le case meno lesionate». E così fra chi ha paura di nuove scosse, e chi un tetto non l'ha più, mentre il sole inizia a picchiare forte sono ancora migliaia le persone che preferiscono dormire in un riparo provvisorio. Nel campo sportivo di Sant'Antonio ogni sera ci sono, fisse, «un centinaio di persone racconta Alessandro, volontario di Bologna -, ma gli ospiti salgono a 300 all'ora del pranzo e fino a 500 a cena». Attraverso una convenzione con il Comune, un giorno per l'altro Manuela, Rosetta e Sandra ordinano il cibo, riuscendo a garantire pasti ad hoc ai celiaci e nel rispetto delle differenze di culto. «E il magazzino degli alimentari farebbe invidia ai grandi supermercati sorride il giovane volontario -: qui la gente passa e chiede di cosa ci sia bisogno. Abbiamo scatolame e prodotti donati di altissima qualità, per uno dei 20 bambini c'è anche il latte ad alta digeribilità di cui ha bisogno. E ogni sera, attraverso Facebook, cerchiamo di far sapere se serve qualcosa». Nel paesino la Protezione civile è arrivata per la prima volta ieri, cercando di montare gazebo e tendoni più strutturati. Ma gli spazi dove si mangia e ci si riunisce sono aperti, quindi il problema condizionatori non c'è. Nei campi “ufficiali” di Rovereto e di Novi, invece, ventilatori e condizionatori sono arrivati nei giorni scorsi. «Ma entro l'estate vogliamo dare un tetto più stabile sulla testa a chi non l'ha più», auspica Turci. Intanto anche le attività cercano in qualche modo di rinascere, se non nelle vecchie sedi poco lontano. «Abbiamo individuato un capannone a Carpi - annuncia Gloria Trevisani, titolare della ditta di servizi per la moda di Rovereto Crea Sì -: entro luglio conto di ripartire almeno al 50%, per me e per i miei dipendenti». A una trentina di chilometri, a San Felice sul Panaro (Mo), l'assessore allo Sport e Comunicazione Massimo Bondioli cammina nel prato della piscina all'aperto del paese, fra i più colpiti dal sisma. «Stiamo verificando se potremo riaprire almeno questa parte - racconta -, stamattina intanto abbiamo “ingabbiato” il torrione della Rocca estense, che riusciremo a salvare. Ci vorrà tempo a ricostruire il paese. Ma forse sarà più difficile ricostruire i cittadini: la gente è stanca, chiede certezze e ha mille problemi. E purtroppo, al momento, tempi e certezze non siamo in grado di darne». INAGIBILE IL30% DELLECASE Perché se è vero che, dall'ultima scossa più violenta del 3 giugno, le verifiche sull'agibilità degli immobili sono proseguite senza sosta, «il Comune scopre solo ogni mattina quante squadre di professionisti volontari avrà per i controlli. Quindi tracciare un calendario è impossibile». Su 2400 richieste sono state controllate 580 abitazioni, il 20%. E di queste, almeno il 30 ha ferite che, se curabili, lo saranno solo con mesi di lavoro. Qui poi condizionatori e ombreggianti scarseggiano, tranne al campo delle scuole medie Pascoli, dove sono ospitati soprattutto i nonni della casa protetta. Mentre i commercianti si attrezzano con gazebo temporanei, in attesa che il Comune allestisca un mercato coperto. «È già stato steso un bel progetto ma ci vorrà tempo per portare luce e acqua - alza le braccia Rosa, fotografa del paese, che da qualche giorno si è rimessa in pista con un tavolino “volante” davanti all'unico supermercato aperto -: fino all'autunno temo dovremo arrangiarci». Non è la prima volta che il presidente del Consiglio Mario Monti si reca in Emilia a parlare di terremoto. Era accaduto subito dopo le prime scosse quando serviva più un appoggio morale che una presenza istituzionale. Allora si pensava che il terremoto fosse stata una sciagura ma passeggera. Che in breve tempo l'economia di questa terra sarebbe ripartita magari più forte di prima. Dopo quasi un mese di scosse continue quelle certezze si sono affievolite. Dal governo non serve solo un appoggio morale ma provvedimenti certi e in grado di orientare le migliaia di imprese che danno lavoro e producono, nel raggio di qualche chilometro, 26 miliardi di Pil. Per questo la presenza di Monti ieri era importante. Soprattutto per limare le piccole incrostazioni presenti sull'applicazione del decreto per gli interventi post terremoto. Per questo Mario Monti ha incontrato, in forma privata, il presidente della Regione Emilia-Romagna, Vasco Errani, quello della provincia di Bologna, Beatrice Draghetti, e al sindaco della città, Virginio Merola. «L'Italia - ha spiegato il premier - di fronte alla crisi economica deve raccogliere la stessa sfida che ha raccolto in questi giorni l'Emilia-Romagna» colpita dal terremoto. E cioè «conciliare l'emergenza con la ricostruzione». «In questa situazione la possibilità di fare politica orientata al futuro» manca, ammette Monti. «Questa regione ha avuto una ferita profondissima che ci ha fatto tornare alla mente il valore del suo passato, della sua cultura, e del suo tessuto produttivo». Vasco Errani, invece, ha preferito parlare di futuro. «Se non ce la facciamo qui la crescita di questo paese non ci sarà», ha ammonito Errani. «È un'emergenza dell'Italia», ha dichiarato il presidente. «Col governo abbiamo costruito una prima risposta, occorre fare dei passi in avanti. I danni sono rilevantissimi, dobbiamo ricostruire e ricostruire meglio e dobbiamo fare meglio di quello che è stato fatto in passato». E poi: «Non ci sono criticità, ma atti da fare». Il primo, per esempio, ha spiegato, è il decreto relativo al riparto fra le diverse Regioni in relazione all'utilizzo delle risorse stanziate per il 2012. «Su questo stiamo lavorando d'intesa con gli altri presidenti delle Regioni». Errani ha poi voluto ricordare che «abbiamo un decreto che ha copertura e per noi questo è un elemento fondamentale». E a chi gli ha chiesto dell' allentamento del patto di stabilità, Errani ha ricordato che si prevede un'ulteriore copertura di 40 milioni per Comuni e Regione, e che nel lavoro di conversione del decreto, «il Parlamento lavorerà anche su questo tema». Le scosse si sono spostate di qualche chilometro ma non sono mai finite La gente si organizza come può Sorgono campi fai da te Nessuno vuole perdere di vista la propria abitazione GIULIAGENTILE ggentile@unita.it Arriva il gran caldo e nelle tendopoli allestite per l'emergenza terremoto vengono accesi i climatizzatori. Lo rende noto la Protezione civile, che per far fronte al gran caldo dei prossimi giorni ha esaudito - si legge in una nota - «tutte le richieste di climatizzatori pervenute dai campi di accoglienza», mentre l'Enel «sta procedendo speditamente al potenziamento delle reti elettriche per la loro completa messa a regime, consentendo così di limitare al massimo i disagi per la popolazione assistita in vista della stagione estiva». Resta ancora alto, infatti, il numero degli sfollati, ben 15.846 persone tra Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, distribuiti in 46 campi di accoglienza e 62 strutture al coperto. La maggior parte degli sfollati si trova in Emilia-Romagna, la regione più colpita, dove i cittadini assistiti sono 14.763, a fronte dei 960 in Lombardia e delle 15 persone in Veneto. Imponente anche il numero delle persone messe in campo dal Sistema nazionale della Protezione civile, tra volontari, operatori ed esperti della protezione civile, vigili del fuoco, personale delle forze armate e dell'ordine, e delle altre strutture operative. Si tratta infatti di 5.595 persone. LEVERIFICHE IN EMILIA Proseguono intanto le verifiche degli edifici. In Emilia le strutture già controllate con scheda Aedes sono 8.679: di queste, 3.139 sono state classificate agibili, 1.469 temporaneamente inagibili, ma agibili con provvedimenti di pronto intervento, 478 parzialmente inagibili, 107 temporaneamente inagibili da rivedere con approfondimenti, 2.995 inagibili e 491 inagibili per rischio esterno, ossia a causa di elementi esterni pericolanti il cui crollo potrebbe interessare l'edificio. LASITUAZIONE IN LOMBARDIA In Lombardia, invece, sono 518 gli edifici sottoposti a sopralluoghi fino ad ora: di queste, 145 sono state classificate agibili, 100 temporaneamente inagibili ma agibili con provvedimenti di pronto intervento, 37 parzialmente inagibili, 19 temporaneamente inagibili da rivedere con approfondimenti, 188 inagibili e 29 inagibili per rischio esterno. Sui 9.197 sopralluoghi effettuati nelle due regioni, quindi, circa il 36% degli edifici è classificato agibile, il 24% temporaneamente o parzialmente inagibile, il 34% inagibili e il 6% inagibili per rischio esterno. ILSISMA SENZAFINE Monti incontra Errani: l'Emilia ce la deve fare VIRGINIALORI BOLOGNA Un mese di terremoto ma è sempre emergenza Concordia sulla Secchia, un ombrellone per ripararsi dal sole e dal caldo. FOTO SALVATORE CAVALLI/ TM NEWS - INFOPHOTO Arriva il caldo africano Nelle tendopoli accesi i climatizzatori PINOSTOPPON MIRANDOLA 10 domenica 17 giugno 2012
DIARIODA RIO+20 ROBERTOARDUINI rarduini@unita.it Dopo poco più di un mese e mezzo il Giappone torna al nucleare. In una sorta di seduta psicologica collettiva lo ha annunciato il premier nipponico Yoshihiko Noda. Serviva proprio questo nel Paese ancora sconvolto dal sisma e dallo tsunami dell'11 marzo 2011, dopo essersi portato via la vita di oltre 18mila persone, causò il grave incidente alla centrale di Fukushima Dai-ichi. Da quella tragedia, il Giappone ha scoperto che i reattori nucleari sicuri non esistono. La maggior parte delle centrali nipponiche si trova di fronte al mare, quindi a rischio tsunami, mentre alcune, come quella di Tsuruba, è costruita addirittura su una faglia tettonica attiva. Per questo, il 5 maggio scorso, con la chiusura del reattore nucleare numero 3 della centrale di Tomari, sull'isola di Hokkaido, nessuna delle 54 centrali era più in attività. Era la prima volta dal 1966, ufficialmente per manutenzione, ma in realtà per le questioni legate alla sicurezza e per l'ostilità della popolazione (oltre l'80% è contraria). Il Giappone sembrava aver detto addio all'atomo. Ma è stato più facile a dirsi che a farsi. Il premier Noda si è trovato di fronte a una scelta difficile: far capire alla popolazione l'inevitabilità di un ritorno all'energia nucleare, seppur solo nel breve periodo, per scongiurare pericoli maggiori. Con l'arrivo dell'estate, il Paese si troverà a fronteggiare una grave carenza d'energia, quando ci sarà il picco di consumi legati al caldo, all'uso di frigoriferi e impianti d'aria condizionata. LE FONTIRINNOVABILI A quasi 14 mesi dal disastro, il Paese si interroga così sui costi di un abbandono così drastico. A rischio sono il mantenimento della competitività a livello mondiale e gli obiettivi per la riduzione delle emissioni di gas serra. Prima di Fukushima, nel Sol Levante il 30% dell'elettricità era prodotto con il nucleare, di cui il Giappone era il terzo utilizzatore al mondo dopo Francia e Stati Uniti. A rimpiazzare la produzione d'energia sono stati per lo più impianti a petrolio e gas naturale. Ma per ora il Giappone ha solo contribuito al rialzo dei prezzi del barile e a maggiori emissioni di Co2. Lo scorso anno i consumi giapponesi di Lng (gas naturale liquefatto) sono cresciuti del 56%, quelli di greggio del 27% e quelli di olio combustibile del 20%. Il governo ha stimato inoltre per quest'anno fiscale una produzione compresa tra 180 e 210 milioni di tonnellate di emissioni in più rispetto al 1990. Sul fronte delle fonti rinnovabili, il Sol Levante è piuttosto indietro: attualmente producono solo il 9% dell'energia. Tokyo ha deciso di investire quasi 240 milioni di euro per dare vita a un impianto solare da 70 megawatt, il più grande mai realizzato in Giappone. Da luglio, inoltre, entreranno in vigore nuovi incentivi, che dovrebbero favorire soprattutto uno sviluppo del fotovoltaico. Ovviamente questi progetti non daranno frutti nell'immediato. Per questo il governo si è impegnato nel lungo processo legato alla riattivazione almeno delle centrali nucleari più sicure, partendo dal «cuore atomico» del Paese, la prefettura di Fukui con 14 reattori su una superficie simile a quella di Roma. La ricca e industrializzata area servita dall'impianto di Ohi include Osaka che quest'estate avrebbe una carenza elettrica del 18% sull'attuale potenziale produttivo. Per la riattivazione, i reattori hanno dovuto superare gli stresstestdell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) e ottenere le autorizzazione dalle autorità locali. Proprio i comuni erano l'ostacolo maggiore, governati da sindaci a loro volta eletti dai cittadini, che non vogliono il ritorno al nucleare. Noda ha così avuto la sua settimana di passione, ricevendo sindaci e governatori locali, lanciando appelli in tv e incontrando addirittura il premio Nobel per la Letteratura, Kenzaburo Oe, che gli ha consegnato le oltre 7,5 milioni di firme raccolte per la chiusura definitiva delle centrali nucleari. Infine, ieri, Noda ha disposto il riavvio dei reattori n. 3 e 4 della centrale di Ohi: «Un'elettricità economica e sicura è vitale. Se restano spenti tutti i reattori, la nostra società non potrà sopravvivere» e ha aggiunto che un ulteriore rischio è la fuga all'estero di molte aziende, che farebbe perdere molti posti di lavoro. Almeno sul breve periodo, l'energia nucleare è una fonte indispensabile per il Paese e «la sua economia non ne può fare a meno», ha concluso inchinandosi. Il governo di Tokyo decide di riattivare gli impianti 3 e 4 di Fukushima Un mese fa l'addio all'atomo, scelta ora rivista per far fronte all'estate e alle esigenze della ripresa economica La presidente brasiliana Dilma Rousseff si appella ai leader mondiali per superare la situazione di stallo alla conferenza di Rio+20. Le negoziazioni che precedono i giorni dell'arrivo dei capi di Stato sono bloccate da differenze incolmabili. Il G77, che raggruppa i Paesi più poveri ed i cosiddetti Paesi in via di sviluppo, non è disposto a cedere agli interessi delle grandi multinazionali e dei principali paesi inquinatori. I popoli ed i movimenti della società civile colpiti dalla crisi ecologica ed economica questa volta non glielo perdonerebbero. Ban Ki Moon sul Guardian dice apertamente che se non saranno intraprese azioni importanti «potremmo essere davanti alla fine del nostro futuro». Nonostante il diluvio di buone intenzioni, la società civile mondiale continua a constatare l'immutabilità della governance. Basta leggere i documenti che circolano per capire le vere intenzioni di chi ancora guida le sorti del pianeta. Il G77 proprio sulla green economy ha rotto con i Paesi più ricchi, denunciando il tentativo di speculazione e finanziarizzazione della crisi ecologica. Affidarsi esclusivamente al mercato è la strada che ha condotto alla crisi. Continuare significa andare incontro alla catastrofe. Nessun accordo anche su scambi di tecnologia, trasporti e finanza. Addirittura gli Usa hanno chiesto che venisse eliminata dal documento la parte relativa alla necessità di sradicare la povertà. Meglio accontentarsi di una dichiarazione generica che punti ad eliminare l'estrema povertà. Dall'altra parte della città, al Aterro do Flamenco, oltre 50mila attivisti animano invece lo spazio della Cupola dei popoli per la giustizia ambientale e sociale. Più di 1.200 assemblee ed iniziative, centinaia di intellettuali e scienziati da tutto il mondo sino al 23 giugno con l'obiettivo di fornire strumenti concreti per affrontare la crisi. Tra questi Leonardo Boff, il sacerdote fondatore della Teologia della Liberazione, tra i principali punti di riferimento dei movimenti. In un affilatissima assemblea ha lanciato la Carta della Madre Terra. Una sfida all'antropocentrismo radicale che accomuna modello di sviluppo e giurisprudenza. Un primo piccolo ma significativo risultato è arrivato dalle Nazioni Unite che il 22 aprile del 2009 hanno istituito la giornata mondiale della Madre Terra. La Terra dunque come un superorganismo di cui siamo tutti parte. Anche Mikail Gorbaciov è tra gli animatori della Carta, con la sua ong GreenCross. Durissimo il suo commento sul documento ufficiale «preoccupato di difendere i grandi interessi economici più che assicurare il futuro che vogliamo e di cui abbiamo bisogno». La Carta offre invece una visione integrale della sostenibilità. Quasi 2mila maestri di Rio la useranno per formare nelle scuole i ragazzi, educandoli ad un'etica della Terra. Leonardo Boff, che sarà ospite di A Sud in Italia nei prossimi mesi proprio per lanciare la Carta, attacca la costosa burocrazia dei meeting internazionali. «Salvare Madre Terra» dice l'altra Rio GIUSEPPEDEMARZO www.asud.net Il Giappone ci ripensa e riavvia il nucleare Veduta aerea della centrale elettrica Kepco nella prefettura di Fukui FOTO ANSA . . . Il premier Noda con un inchino: «Spenti i reattori, la nostra civiltà non potrà sopravvivere» MONDO 12 domenica 17 giugno 2012
Rivelerò solo alla Procura di Palermo il nome del personaggio che incontrò Pio La Torre pochi giorni prima di essere ucciso. Solo lui può raccontare ai magistrati di quei documenti riservatissimi in possesso di La Torre». Lo sguardo di Armando Sorrentino è mobile e vivacissimo. A volte dolente: come se la conoscenza di fatti, nomi, intrecci e inganni, in terra di mafia, nel Paese delle stragi, lo inchiodi a ragionamenti inesprimibili solo a parole. Dirigente politico, avvocato di parte civile per il Pci-Pds nel processo per l'omicidio di La Torre e il suo uomo ombra Rosario Di Salvo, studioso e libero battitore della sinistra siciliana, Sorrentino è balzato agli onori della cronaca per un libro-inchiesta sull'omicidio del segretario del Pci siciliano, avvenuto il 30 aprile 1981. Delitto eccellente, forse qualcosa di più. Sul quale la Procura di Palermo sta riaprendo le indagini proprio sulla base di nuovi elementi, alcuni dei quali forniti dal volume di Sorrentino, scritto con il giornalista Paolo Mondani. Uno su tutti: il segretario del Pci pochi giorni prima di morire aveva incontrato cinque professori universitari a cui voleva far visionare documenti riservatissimi relativi ai rapporti tra mafia, politica, anche estera, e imprenditoria, da Portella della Ginestra alla scalata dei corleonesi. Il secondo incontro non si tenne mai e quei professori sono rimasti figure senza volto. Quandoha incontrato uno di questi cinqueuomini chiamatidaPioLa Torre? «Nel 2007 e solo una volta». Perchénon neha parlato subito? «Comprendo la sua domanda. Ma l'esistenza di questo personaggio è pubblica. Lo intervista prima di me un giornalista nell'aprile 2007. Nessuno però dice nulla: né i magistrati né alcuno di quei dirigenti politici che si affrettano ad ogni anniversario a celebrare La Torre». Vuolefare adesso il suo nome? «Lo farò solo ai magistrati e poi, com'è giusto, saranno loro ad indagare». Cosa leha dettoquestopersonaggio? «Da quell'incontro con La Torre, e dai fatti che poi si sono succeduti, si è convinto che sia esistita una sorta di struttura riservata a copertura di una sistema di potere in Sicilia, come una trincea che spiega decenni di crimini di sangue ma anche politici ed economici. La parte visibile sono gli omicidi di mafia la cui spiegazione non si trova solo nelle dinamiche mafiose». Unaricostruzioneche lei ritienecredibile? «Convergente a quella di La Torre che parlava di “direzione strategica della mafia”, di un “tribunale internazionale” che decideva i delitti politici in Sicilia. La Torre è l'ultimo dirigente comunista ad essere ucciso ma prima di lui due generazioni di militanti vengono trucidati. La lotta antimafia non è nata dopo le stragi del '92, anzi». Iericomeoggisiparladitrattativa,dipattitraStatoeCosanostra.LaTorrefuuccisoperché intuì questi legami? «Nessuna banda politico-criminale è più longeva di Cosa nostra. L'ossessione di La Torre era chi permetteva il “successo” di questa banda. Le faccio notare che ad ogni cambiamento politico corrisponde un cambiamento di Cosa nostra: i padrini italo-americani del dopoguerra durante il monopolio democristiano, poi l'ascesa dei corleonesi parallela alle fortune andreottiane fino alla dittatura di Riina durante il decennio craxiano. Tante trattative per un unico lungo patto». SecondoquestotestimoneLaTorremette intorno ad un tavolo tutti professori universitaridiletteraturaeespertidellinguaggio. Nessuno storico, non le sembrastrano? «A loro La Torre chiede che leggano dei documenti per analizzarne il linguaggio: potevano essere di tipo militare e messaggi provenienti da uomini di Cosa nostra. I mafiosi e il loro modo di comunicare a volte sono molto raffinati e complessi. Pensi al killer di La Torre: diplomato al liceo classico, lontano dal prototipo del “viddano” e pur essendo un soldato semplice sedeva alla pari nelle riunioni della Cupola». Èsolo per paura che“il professore” non haparlato? «La paura non spiega tutto. Lui ci dice che La Torre gli impose il silenzio assoluto anche all'interno della federazione. La paura dell'isolamento è spesso più forte della paura di morire. La morte è un attimo, l'isolamento ti divora la vita poco a poco». Killeremandantimafiosisonostaticondannatiper ildelitto. Inquesti trent'anni si è sempre parlato di moventi esterni per l'omicidio: non solo l'impegno antimafia ma anche contro i missili nucleari diComiso,addirittura unapista interna. «La pista interna fu un depistaggio anche raffazzonato ma ha messo in allarme chi nel Pci siciliano non era privo di peccati, anzi accettava il sistema di potere dominante. La Torre fu un uomo di rottura dentro il Pci siciliano, contro quel meccanismo che aveva inglobato una parte del partito. Lo dice lo stesso ex-segretario Natta: in Sicilia non vi fu un compromesso storico ma solo un compromesso. E le dirò di più: Berlinguer si è “fermato” a Eboli, la sua spinta ideale non è mai arrivata in Sicilia. Ai funerali di La Torre fu permesso di parlare al presidente della Regione, l'andreottiano D'Acquisto, il cui governo La Torre definì il peggiore nella storia dell'isola». Manell'eradi internet,chesensohaparlare di una “vecchia” storia di mafia, di comunisti, di segreti legati alla guerra fredda. Sembra archeologia, non le pare? «La nostra è un'indagine sul potere, sul coraggio di sfidare il potere. E spesso il potere non ha colore politico. Oggi La Torre sarebbe un feroce critico da sinistra della classe dirigente italiana, un punto di riferimento per i giovani: aveva capito che la mafia e la politica, come le avevamo conosciute, stavano morendo, sostituite da altri soggetti non più definibili tout court con i vecchi schemi, destra-sinistra, criminale-illegale. Era un eretico, ce ne fossero di eretici come lui». Parliamo sempre del passato ma com'è lamafia oggi? «Da sempre è una delle manifestazioni, quella più brutale, del potere italiano. Cambia forma ma è sempre un esercito a disposizione di altre logiche. La Torre diceva pubblicamente che la sola azione della magistratura non basta a capire cosa è la mafia, il malaffare. Ci vuole la politica, una sua assunzione di responsabilità. Perché spesso la magistratura ha fatto da tappo alla verità, anche nel caso La Torre». Acosa si riferisce? «Come parte civile non abbiamo potuto interrogare uno dei killer, reo confesso. Non sono state svolte indagini precise nemmeno sulla dinamica dell'omicidio. Perché?» Falcone indagò a lungo sull'omicidio di LaTorrema non fumai soddisfatto. «“Non firmerò quell'inchiesta nemmeno se mi torturano”, ecco cosa disse. E pubblicamente diceva anche che la mafia non prende ordini. Ma sapeva che non era così, era un messaggio verso l'esterno, quasi a tranquillizzare i suoi avversari nelle istituzioni». Poi però arrivo l'attacco di Leoluca Orlandochedicevacheigiudicipalermitanitenevanolecarteneicassettisugliomicidieccellenti. «Un attacco irrituale ma i diari di Falcone confermarono che c'era qualcosa di vero. Al giudice – come lui stesso racconta – non fu permesso di indagare sul ruolo dei servizi segreti sui delitti La Torre e Mattarella. Sa quando vidi l'ultima volta il giudice?». Prego. «Aula Bunker, Processo La Torre, fine maggio 1992: improvvisamente Falcone entra nell'aula che stava interrogando Bruno Contrada (ex-numero tre del Sisde, condannato a dieci anni per mafia). Ero dietro Contrada, nei banchi riservati alle parti civili. Per pochi secondi il giudice lo osserva con un espressione profonda, dura. Poi prende posto ma la seduta venne sospesa. Pochissimi giorni dopo avvenne la strage di Capaci. Ancora una volta si decise di fare politica con il sangue». Lei crede che ci siano altre voci rimaste ancoranell'ombra? «Non ne ho le prove ma sono sicuro che ci siano». Stefania abbraccia forte forte Bernardo, Clare e Lucilla in questo giorno di grande dolore per la scomparsa di GIUSEPPE BERTOLUCCI A N N I V E R S A R I O PERI DANTE DENTONE MARIA (JA) 11.7.1910 - 18.6.2002 20.02.1911 - 20.05.2003 Nel 10˚ e 9˚ anniversario della scomparsa, le figlie Anna Maria e Graziella con i nipoti Luca e Susanna, il genero Gian Franco e i parenti tutti li ricordano con immutato affetto e profondo rimpianto. Reggio Emilia, 17 giugno 2012 La Presidenza e il Consiglio Nazionale di Arciragazzi annunciano l'improvvisa scomparsa di LUIGI TARTAGLIA già membro della Presidenza e storico Dirigente dell'Associazione. Insieme a tutti gli Arciragazzi d'Italia ricordiamo commossi la sua generosità e l'umanità che ci ha regalato, stringendoci con affetto a Carla e alla famiglia. L'INTERVISTA ArmandoSorrentino NICOLABIONDO PALERMO ITALIA Avvocatodipartecivile delPci-Pdsalprocesso per l'omicidiodelpolitico siciliano.Coautore del libro“Chihaucciso PioLaTorre” . . . «Vide cinque professori universitari. Mostrò loro documenti riservati sui rapporti mafia-politica» . . . «Pio parlava di una direzione strategica, di un tribunale internazionale che decideva chi uccidere» «Ai pm farò il nome di chi incontrò Pio La Torre prima dell'omicidio» I corpi di Pio La Torre e del suo collaboratore Rosario Di Salvo nella Fiat 131 dove vennero uccisi a Palermo il 30 aprile 1982 FOTO ANSA domenica 17 giugno 2012 15
Applausi calorosi, incessanti, risuonano nel Radhus di Oslo gremito di folla. L'omaggio è rivolto a colei che «nel suo isolamento -parole di Thorbjorn Jagland, presidente del Comitato del Premio Nobel- è diventata la portavoce morale del mondo intero, un dono prezioso per la comunità mondiale»: Aung San Suu Kyi. Con 21 anni di ritardo, la leader democratica birmana ritira l'onorificenza conferitale per il suo impegno e sacrifico a favore della pace. In quel lontano 1991 il premio fu consegnato nelle mani del marito e dei figli. Lei era prigioniera a Rangoon e lo sarebbe rimasta ancora quasi ininterrottamente sino alla fine del 2010. Molte cose sono cambiate da allora in Birmania, benché il cammino verso il traguardo della democrazia sia ancora lungo. Ma un bel pezzo di strada è stato percorso se Suu Kyi può oggi uscire dal Paese, colmare un vuoto storico di giustizia largo due decenni, e rientrare liberamente in patria, come farà al termine di un itinerario europeo che prevede altre tappe a Londra, Dublino, Parigi. Suu Kyi ricorda l'emozione provata ascoltando alla radio nella casa in cui era trattenuta agli arresti, la cronaca della cerimonia che si svolgeva ad Oslo. Era il 1991. Solo due anni prima la figlia dell'eroe nazionale Aung San, ucciso in un oscuro complotto nel 1947 sei mesi prima dell'indipendenza, era rientrata in Birmania diventando rapidamente il punto di riferimento per il nascente movimento democratico. Nel suo discorso risuonano accenti idealisti: «La pace assoluta è un obiettivo irraggiungibile, ma dobbiamo continuare a perseguirla allo stesso modo in cui un viaggiatore nel deserto tiene fissa una stella come punto di riferimento». Riferendosi ai milioni di connazionali profughi all'estero per sfuggire alla povertà o alla repressione, sogna «un mondo senza sfollati, e persone che hanno perso la casa e la speranza». Ma l'idealismo degli obiettivi è temperato dal realismo della strategia politica. Suu Kyi riconosce i progressi compiuti grazie alle riforme del presidente Thein Sein, «che mi hanno permesso di essere qui». Conferma il sì alla sospenzione delle sanzioni internazionali contro la Birmania, che un tempo incoraggiava come strumento per piegare la giunta militare. La situazione è diversa, oggi che nel Paese esiste un Parlamento semidemocratico di cui lei stessa fa parte da tre mesi. le restrizioni alla libertà di stampa sono diminuite, le libertà sindacali sono riconosciute. E tuttavia non tutti i detenuti politici hanno lasciato il carcere. «Anche un solo prigioniero di coscienza è un prigioniero di troppo», ammonisce la premio Nobel. E ricorda come in certe zone del Paese la violenza non sia cessata. A nord continua la ribellione delle milizie Kachin. A ovest, vicino al confine con il Bangladesh, gli scontri fra buddhisti e musulmani nelle ultime due settimane hanno fatto oltre 50 vittime. Più in generale Suu Kyi sa che al rientro in patria l'aspetta la battaglia per la riforma costituzionale, in cui riemergeranno inevitabilmente le distanze fra potere e opposizione. I democratici vogliono cancellare i privilegi di cui ancora godono i militari (ad esempio il 25% di seggi parlamentari loro riservati). Nella difesa di quelle prerogative potrebbe ricompattarsi lo schieramento governativo, oggi diviso fra gli innovatori che fanno capo a Thei Sein e i nostalgici della dittatura. Un voto blindato. Un Paese col fiato sospeso. L'Egitto sceglie il suo presidente, il primo dell'era post-Mubarak, tra paura e disincanto. È bassa l'affluenza alle urne per il ballottaggio delle elezioni presidenziali egiziane, «anche molto più bassa di quanto ci si aspettava», rileva nel tardo pomeriggio Hatem Begato, segretario della Commissione elettorale, spiegando che non sono ancora disponibili cifre precise. In mattinata la commissione elettorale aveva annunciato il prolungamento dell'orario di apertura di un'ora vista «l'eccezionale» affluenza alle urne. In mattinata in effetti si sono viste lunghe code snodarsi davanti ai seggi, ma nell'arco della giornata sono andate assottigliandosi. I movimenti pro-rivoluzione hanno dichiarato il boicottaggio del voto, mentre nei pressi di alcuni seggi sarebbero state vendute penne a inchiostro «invisibile», a rapida scomparsa. ALTATENSIONE Gli elettori chiamati alle urne sono 50 milioni. A vigilare sull'andamento del voto sono stati dispiegati circa 150mila militari, oltre a centinaia di agenti di polizia. Stando ai sondaggi, il candidato dei Fratelli Musulmani, Mohamed Morsi sarebbe in vantaggio di pochissimo: 24,8% contro il 23,7%. Al primo turno, lo scorso maggio, Morsi aveva ottenuto il 24,7% delle preferenze mentre Shafiq si era fermato al 23,6%. In serata il ministro dell'Interno egiziano Mohammed Ibrahim, dal quale dipende la polizia, ha riferito ai giornalisti che le agenzie di sicurezza sono venute a conoscenza di un piano per compiere attacchi contro «installazioni vitali» da parte di singoli travestiti da poliziotti o militari. L'annuncio ha contribuito ad aumentare il clima di incertezza e di tensione che si respira nel Paese. Al quartier generale dei Fratelli Musulmani si canta vittoria. Nel tardo pomeriggio, lo staff di Morsi afferma che finora ha incassato il 69% dei consensi nella prima giornata di ballottaggio. A scriverlo è al Ahram online. Quanto alla reazione dei Fratelli musulmani ad una eventuale vittoria dell'avversario di Morsi, Ahmad Shafik, Abdel Moneim Abdel Maksoud, che fa parte del bureau della guida suprema della Confraternita Mohamed Badie, è perentorio: «Sono sicuro che non vincerà se non con la frode elettorale. In quel preciso istante, tutti, Fratelli Musulmani e non, andremo a piazza Tahrir. Non accetteremo questo risultato». A seggi ancora aperti, a prendere la parola sono i vertici militari: Il Parlamento egiziano deve considerarsi sciolto dall'altro ieri in base alla pronuncia della Corte costituzionale. A comunicarlo formalmente con una lettera all'Assemblea il capo del Consiglio supremo delle forze armate Hussein Tantawi, riferisce l'agenzia Mena. «L'Assemblea del popolo è stata informata che il verdetto sul suo scioglimento è in vigore e che agli ex deputati è proibito entrarvi «salvo avere ottenuto uno specifico permesso», riferisce ancora la stessa agenzia. Immediata è la risposta dei Fratelli Musulmani: il partito Libertà e Giustizia (il braccio politico della Fratellanza) considera nulla la decisione di sciogliere il Parlamento egiziano dopo la sentenza della Corte costituzionale e chiede un referendum al riguardo, recita un comunicato trasmesso dalla Tv satellitare araba alJazira. Anche il presidente del Parlamento, Saad El Katatni, aderente ai Fratelli musulmani, citato dal sito web del partito ha affermato che lo scioglimento del Parlamento è illegittimo e deve passare per un referendum popolare. Il disincanto dei ragazzi di Piazza Tahrir è nelle parole di Hisham Zeini, attivista e artista: «La gente discute ancora ma ha capito che i militari vogliono Shafiq e non ha più forza per opporsi, specie se l'alternativa è un islamico che non dà garanzie di cambiamento in meglio. Moltissimi come me non voteranno». I seggi chiusi ieri alle 21:009 riapriranno stamane per chiudersi definitivamente alle 20:00. Ma c'è chi teme un colpo di mano militare o la sollevazione della piazza. In diverse province si registrano scontri tra attivisti dei due candidati. Lo spirito della rivoluzione sembra un ricordo del passato. ARABIASAUDITA La leader dell'opposizione birmana Aung San Suu Kyi ritira il Nobel FOTO ANSA UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannageli@unita.it Strappo alla giustizia ricucito Suu Kyi ritira il Nobel del 1991 GABRIELBERINETTO gbertinetto@unita.it File davanti alle cabine elettorali solo al mattino, poi il crollo Sostenitori dei due candidati si affrontano Ilprincipeereditario muore inSvizzera Nuovosaltodinastico VIRGINIALORI esteri@unita.it . . . «Se sono qui a Oslo oggi è perché la situazione in Birmania è cambiata» Egitto, scontri ai seggi Crolla l'affluenza I manifesti elettorali dei candidati alle presidenziali Shafiq e Morsi sui muri del Cairo FOTO AP Dopola dipartita del fratelloSultanbin Abdulazizal Saud -precedenteerede al trono -avvenuta il 21ottobre2011 in unaclinicastatunitense ora la stessa sorteètoccata anche alsuo successore in lineadiretta: Naifbin Abdulaziz,deceduto inunaclinica svizzeraall'età di78 anni. Lanotizia, anticipatadaalcune fonti d'informazionearabesui social network,èstata confermata ieri dalla tvdiStato di RyadEkhbaria. Il principeNaifera stato designato dare Abdullah, (87 anni), suofratellastro, solodopo la morte di suo fratello Sultan.NaifbinAbdulaziz ricopriva le carichedi ministrodell'Internoe vice primoministro.Naifera partito il 26 maggioper l'esterodove si sarebbe sottoposto- secondo i media del regnowahabita -aesami clinici per la secondavolta inmeno di tre mesi. Saràsepolto oggidopo unapreghiera per la sua animanellagrande moschea dellaMecca.Con la scomparsa diNaif nessunoè ufficialmentedesignato per lasuccessione al trono ma suofratello SalmanbinAbdulaziz,ministrodella Difesa, sembraessere il candidatopiù probabile. Tutte le attività sono sospese. Bloccate, paralizzate dal crescendo di ferocia. L'Onu stoppa i suoi osservatori in Siria, «troppi rischi» spiega il generale Robert Mood. Non è una resa, è una pausa. «Gli osservatori non condurranno le loro ricognizioni e resteranno nelle loro basi fino a nuovo avviso. Gli impegni con le parti saranno limitati», dice Mood, che non getta la spugna: «La sospensione sarà presa in esame quotidianamente. Le operazione riprenderanno quando vedremo che la situazione sarà idonea per portare avanti le attività di cui abbiamo mandato». «Negli ultimi dieci giorni c'è stata un'intensificazione delle violenze armate in tutta la Siria. Questa escalation limita la nostra capacità di osservare, verificare e riportare così come quella di fornire assistenza per dialogo e piani di stabilità. Sostanzialmente, ci impedisce di portare avanti il nostro mandato», rimarca il generale Mood. «La mancanza di volontà da parte di entrambe le parti a cercare una transizione pacifica e la spinta ad avanzare le posizioni militari sta causando perdite su entrambi i fronti», ha aggiunto Mood sottolineando come «ogni giorno, siano uccisi civili innocenti, donne, uomini e bambini». E l'atteggiamento delle parti in conflitto «pone rischi significativi anche ai nostri osservatori», ha concluso. L'annuncio dell'Onu arriva in una situazione di emergenza totale. Secondo gli attivisti, oltre un migliaio di famiglie, con un elevatissimo numero di donne e bambini, sono intrappolate a Homs, la città martire assediata dalle forze lealiste e sotto bombardamento ormai quotidiano. I quartieri dove i civili sono particolarmente in pericolo e allo stremo, caduta ormai da settimane l'ex roccaforte ribelle di Baba Amro, sono quelli al-Khalidiyeh, Jourat al-Shia, Qarabes, Qusour e la stessa Città Vecchia, comprendente i distretti storici di Baba Tadmur, Baba al-Dreib, Baba Hud e la Cittadella. Siria, si ritira la missione dell'Onu «Troppi rischi» domenica 17 giugno 2012 13
L'INTERVENTO ROBERTOGUALTIERI Obiettivo: maggioranza assoluta. La maggioranza del Presidente. Senza condizionamenti della sinistra radicale. I francesi si preparano a consegnare una larga maggioranza alla Camera al presidente Francois Hollande nel secondo turno delle elezioni parlamentari, che si terranno oggi, in un momento di forte crisi per l'Europa, minacciata da un ulteriore peggioramento della crisi del debito. I sondaggi sono praticamente unanimi. Il successo dei suoi candidati nella prima settimana apre la strada addirittura ad una possibile maggioranza assolta per il Partito socialista (Ps) nella nuova Assemblea nazionale. Nel peggiore dei casi, secondo le ultime indagini demoscopiche, potrebbe contare sugli ambientalisti, con il quale è vincolato da un accordo di governo. LUNADIMIELE Il partito di Francois Hollande dovrebbe poter contare su 300 seggi su 577 totali. I socialisti, che già detengono la maggioranza in Senato, hanno ottenuto insieme alle altre formazioni della sinistra il 46% dei voti al primo turno domenica scorsa, contro il 34% del centrodestra. Bassa l'affluenza alle urne, che al primo turno è stata di solo il 57%. Sarebbe così esaudito il desiderio di Hollande di avere una maggioranza «forte, solida e coerente», così da poter procedere speditamente con le riforme, anche costituzionali. In questa strana settimana fra il primo e secondo turno, completamente assorbita dal tormentone del tweet della premiere dame Valerie Trierweiler contro Ségolène Royal, che ha messo in agitazione i socialisti, il principale partito della gauche non sembra aver risentito della gaffe mediatica dell'Eliseo. L'orizzonte sereno prevede soltanto una nube, quella del confronto de La Rochelle, dove Ségolène Royal soccomberà molto probabilmente al dissidente socialista Olivier Falorni, che ha avuto tutti i dignitari del partito contro di lui - Hollande compreso - ed a suo favore soltanto la Trierweiler. Al quartier generale socialista l'atmosfera della vigilia è improntata a un «ragionevole ottimismo». «La sensazione è positiva - dice a l'Unità Harlem Dèsir, numero due del Ps -. Abbiamo chiesto ai francesi di dare nuovo impulso al cambiamento iniziato con la vittoria presidenziale di Francois Hollande. Poter contare su una maggioranza forte, coesa, anche all'Assemblea Nazionale permetterà di sviluppare il programma di riforme indicato da Hollande». RESADEICONTI A destra, l'Ump e i suoi alleati porterebbero a casa fra i 210 e i 277 seggi, in media un centinaio in meno di quello che ottennero nel 2007, sull'onda della vittoria di Nicolas Sarkozy. Nel partito, però, si è ormai concentrati sulla lotta per la conquista del vertice, che opporrà a settembre l'ex premier Francois Fillon all'attuale leader, Jean-Francois Copè, con interventi dall'esterno di Alain Juppè. In questi giorni, il dibattito è stato però assorbito dalla scelta della direzione di non favorire con desistenze di propri candidati né la sinistra né il Fronte nazionale. Una regola rispettata ovunque, con l'eccezione di una circoscrizione della regione di Marsiglia, dove l'uomo dell'Ump è stato messo all'indice dalla direzione. Accusato di preparare intese future con il Fronte nazionale, l'Ump continua a ripetere che sul piano elettorale non se ne parla ma Copè ha ripetuto di voler essere «all'ascolto» delle istanze del popolo dell'estrema destra. MARINE EMARIONLE PEN Quanto al Fronte nazionale, i sondaggi confermano che può puntare a uno, due o tre deputati. Per Marine Le Pen sarebbe un successo anche se non fosse lei ad entrare in Parlamento. Ma se vincesse dopo aver eliminato al primo turno l'alfiere dell'estrema sinistra Jean-Luc Melenchon, potrebbe parlare di trionfo. Se non sarà lei, i più accreditati ad un possibile successo sono il controverso avvocato Gilbert Collard, e la nipote 22enne Marion Le Pen, entrambi nel Sud. La loro presenza all'Assemblea avrebbe un impatto politico limitato, dato che non potrebbero formare un gruppo parlamentare, ma il significato simbolico sarebbe di indubbia importanza, e confermerebbe l'allineamento della Francia alla tendenza europea che vede un crescente successo delle formazioni nazionaliste e populiste. Un'avanzata - quella dell'estremismo di destra - che avviene a scapito della destra moderata, ma anche, e soprattutto, del centro, rappresentato da personalità come il leader del MoDem Francois Bayrou e i due ex ministri Jean-Louis Borloo, presidente del partito radicale, e Hervè Morin, numero uno del Nouveau centre, entrambi caduti in disgrazia dopo la rottura dell'alleanza con Sarkozy. Per tutti e tre, le speranze di riconquistare un posto in Parlamento sono ridotte al lumicino, segno evidente del tramonto delle formazioni centriste transalpine, ben lontane dal ruolo critico di ago della bilancia rivestito nelle presidenziali del 2007. ILPARLAMENTOEUROPEO SIPRESENTAALL'APPUNTAMENTO DECISIVODELCONSIGLIO EUROPEOCON PROPOSTEPRECISE.Una strategia per la crescita, la solidarietà e la stabilità dell'eurozona che sia all'altezza della crisi impone di intervenire in tre ambiti: la gestione dei debiti sovrani, il nesso sviluppo-disciplina di bilancio e la regolamentazione dei mercati finanziari (e delle banche). Il tutto, nel quadro di un rilancio del metodo comunitario e delle istituzioni dell'Unione volto a rafforzare la dimensione democratica del nascente “governo economico europeo”, che se affidato solo alla dimensione intergovernativa e alla supplenza della Bce porrebbe crescenti questioni di legittimità e di effettiva eguaglianza dei diritti tra i cittadini dell'Unione. Su ciascuno di questi piani il Parlamento europeo ha preso importanti iniziative il cui rilievo non è dato solo dal merito delle proposte avanzate, ma dal loro carattere legislativo. Non risoluzioni e ordini del giorno insomma, ma emendamenti a proposte di regolamenti della Commissione che, se confermati dal Consiglio, avranno immediata efficacia normativa. La proposta più rilevante è l'inserimento (in uno dei due regolamenti che costituiscono il cosiddetto “two pack) di un nuovo capitolo che contiene l'istituzione di un «Fondo di redenzione del debito». Si tratta di una rielaborazione di uno dei modelli di eurobond prospettato mesi fa dal Consiglio degli esperti economici tedeschi e che i negoziatori del Parlamento europeo avevano già proposto di inserire nel «fiscal compact». Nel Fondo di redenzione confluirebbero i debiti pubblici superiori al 60%, che verrebbero rifinanziati con obbligazioni del fondo garantite collettivamente, e che quindi avrebbero uno spread molto inferiore a quello dei titoli dei Paesi sotto attacco, alleggerendo di molto il peso della spesa per interessi. Nello stesso regolamento il Parlamento ha inserito l'istituzione di una «growth facility» con risorse pari all'1% del Pil dell'Unione, mentre l'opportunità della definizione di regole nuove per la sorveglianza e controllo delle politiche di bilancio ha consentito di rafforzare alcuni elementi di flessibilità presenti nel patto di stabilità e di crescita, imponendo ad esempio alla Commissione di valutare maggiormente l'impatto degli squilibri macroeconomici tra i Paesi dell'Unione sulla situazione di bilancio dei singoli Paesi. Per una manciata di voti non è stato possibile rafforzare questa parte del regolamento con l'introduzione di una vera e propria «golden rule», che avrebbe esplicitamente consentito alla Commissione di scorporare quella parte di investimenti pubblici collegati alla strategia della Ue per la crescita e l'occupazione. La fortissima pressione politica esercitata dalla Cdu tedesca sui deputati del Ppe di alcuni Paesi beneficiari di aiuti ha impedito l'approvazione dell'emendamento ma ormai, anche per lo stretto margine del voto, il tema è sul tavolo e il gruppo Sd lo riprenderà con forza nei prossimi mesi. Infine, il Parlamento europeo ha concesso il proprio parere positivo alla proposta legislativa che istituisce una tassa sulle transazioni finanziarie, che avrebbe una funzione decisiva non solo sul fronte delle risorse proprie dell'Unione ma anche su quella di un riorientamento dei mercati dalla speculazione allo sviluppo. Approvando in più un emendamento che dà il via libera ad una procedura di “cooperazione rafforzata” (limitata cioè all'eurozona o a un minimo di nove Paesi) nel caso in cui permanesse il veto del Regno Unito all'introduzione della tassa. Senza dimenticare le prospettive dell'unione politica, con un proprio rapporto di iniziativa sul futuro delle istituzioni europee che ha appena preso le mosse, il Parlamento europeo mette dunque sul tavolo dei capi di Stato e di governo un pacchetto di provvedimenti e proposte ambizioso e al tempo stesso realistico. Gli attuali rapporti di forza nel Consiglio europeo e il recente episodio relativo a Schengen inducono a scarso ottimismo sulla recettività dei governi e sulla portata delle decisioni che verranno prese il 28 e 29 giugno. Ma finito il vertice, gli emendamenti approvati dal Parlamento rimarranno in campo nel complicato percorso della procedura legislativa dell'Unione. Ed è probabile che gli sviluppi della crisi li riporteranno presto al centro della discussione. L'obiettivo dei 300 seggi, la maggioranza assoluta, per i socialisti Incerto il risultato della Royal a La Rochelle La destra lepenista punta ad avere 3 seggi in Parlamento La road map del Parlamento europeo per battere la crisi IL CASO Lavitada ex presidentepotrebbe complicarsiperNicolasSarkozy,che ha lasciato l'Eliseo a FrancoisHollande appenaunmese fa.Da mezzanotte dell'atro ieri infatti, come previstodalla costituzionefrancese, l'expresidente perderà l'immunità tornando adessere uncittadinoqualsiasi.Sarkò saràquindi adisposizionedella giustizia econ tre inchiesteaperteper finanziamenti sottobancodi campagneelettorali, i giudicipotrebbero decideredi convocarloalpiù presto.Volendo, fin daoggi.Stando all'articolo 67della Costituzione, l'immunitàpresidenziale scade infatti 30 giorniesattidopo la finedel mandato. I conti tornano. La minacciapiùgrave perSarkozy viene dal tentacolarescandalo politico-finanziario legato al nomedi LilianeBettencourt, l'anzianaerede L'Oreal.Un'intricata storiadi bustarelle che i giudicidi Bordeauxstanno ricostruendoe cheporterebbe diritto a Sarkozy.Damesi i magistrati lo tallonanoconvinti che l'anziana miliardariae il marito, Andrè,abbiano passatobustesottobanco all'Umpper finanziare lacampagna di Sarkozydel 2007.Siparladi almeno150 milaeuro, consegnatia mano in liquidi all'ex tesorieredel partito EricWoerth.Sulla stessacampagnapesaanche il fantasmadel colonnelloGheddafi. Esistonosospetti che nel 2007 il governodiTripoli abbiaappoggiato la candidaturadi Sarkozy con unasomma di50 milioni dieuro.La vicendaera emersa lo scorsoaprile in un documentopubblicato dalgiornale on lineMediapart, contro il qualepoi Sarkozyha sporto denunciaper falso. DEMOCRAZIA IN EUROPA Francia «solida» ultima prova oggi per Hollande UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it Finisce l'immunità, tremaNicolasSarkozy . . . Harlem Dèsir, n. 2 del Ps confessa di respirare un'atmosfera di «ragionevole ottimismo» . . . I neogollisti dovrebbero perdere 100 seggi. A Marsiglia esperimento con il Front National 6 domenica 17 giugno 2012
Torna il terrore negli uffici pubblici. Dopo la sequenza di attentati contro le sedi di Equitalia, una bomba artigianale è stata fatta esplodere la notte scorsa davanti all'ingresso della nuova sede dell'Agenzia delle entrate di Lamezia Terme. La deflagrazione dell'ordigno di medio potenziale costruito con polvere pirica, ha provocato danni alla vetrata d'ingresso rompendo anche la parte in alluminio della porta. Sull'episodio indaga la polizia. Al momento non c'è stata alcuna rivendicazione, nè sono state trovate scritte o segni di alcun genere sulle pareti. L'attentato tuttavia potrebbe avere una matrice politica, sulla cui natura gli investigatori non si sbilanciano, legata agli episodi avvenuti di recente contro strutture periferiche del fisco. Negli uffici dell'Agenzia a breve dovranno essere ubicati gli uffici di Equitalia. La polizia, che ha avviato le indagini, non esclude alcuna pista anche se quella della 'ndrangheta viene ritenuta, al momento, tra le meno percorribili. Gli investigatori stanno esaminando alcune immagini riprese da telecamere poste nella zona. L'edificio dell'Agenzia fiscale, inaugurato da pochi mesi, e ubicato in una zona centrale della città, ma non è dotato di sistema di videosorveglianza. «Condanno fermamente l'attentato ed esprimo viva preoccupazione per questi atti, che alimentano pericolosamente un clima di tensione in un momento in cui, invece, stiamo cercando di rafforzare i principi di legalità» ha dichiarato il presidente della Regione Calabria, Giuseppe Scopelliti. «Mi auguro - conclude - che venga fatta al più presto piena luce sull'accaduto». Tra le reazioni al gesto che poteva provocare una tragedia anche quelle del sindaco Gianni Speranza: «Nell'esprimere la mia più netta condanna per l'episodio non nascondo la mia preoccupazione: a Lamezia ed ai lametini viene inflitta un'inaccettabile dose quotidiana di intimidazioni ed atti violenti da parte della 'ndrangheta, del racket, di quanti coltivano l'illusione di risolvere con la violenza controversie private» così ha preso posizione il primo cittadino che si è messo immediatamente in contatto con gli investigatori della polizia che stanno indagando per fare luce sull'episodio. «Nel passato purtroppo - prosegue - non è mancata neanche la violenza di matrice politica. Lamezia e i suoi cittadini ne sono le prime vittime e da tempo si battono perché questi episodi abbiano fine. A loro ed a tutti occorre confermare una presenza forte, vigile ed autorevole dello Stato e delle sue istituzioni ai diversi livelli. Quest'ultimo episodio ancora di più testimonia che la battaglia che si sta conducendo in difesa del Tribunale cittadino non ha nulla di campanilistico ma si fonda su gravi e serie preoccupazioni. Mi auguro quindi che presto possa essere fatta piena luce anche su quest'ultimo episodio ed i loro responsabili consegnati alla giustizia» Presa di posizione anche da parte del Pdl nella persona di Lucio Malan: «La bomba contro l'Agenzia delle entrate di Catanzaro torna ad attirare l'attenzione sul problema dei rapporti del fisco con i cittadini. Va ribadito che la violenza è del tutto inaccettabile e indebolisce ogni ragionevole protesta contro gli abusi subiti dai contribuenti. Il fisco, e l'agenzia in particolare, deve però abbandonare atteggiamenti vessatori nei confronti dei contribuenti, come le richieste di documenti inutili in tempi illegali attraverso oltre 1 milione di lettere a contribuenti incolpevoli». «Il gravissimo attentato di questa notte che ha devastato l'Agenzia delle entrate di Lamezia Terme, è l'ennesimo atto che attribuisce simbolicamente all'Agenzia le gravi contraddizioni sociali di questo periodo e che pone, in termini drammatici, il rapporto tra cittadini e fisco»: così Luciano Vasta della Federazione regionale Usb Pi della Calabria. In Italia oltre 3 milioni di persone vivono in una condizione di povertà assoluta - ovvero non riescono ad accedere ai beni e servizi essenziali - e altri 8 milioni sono in una condizione di povertà relativa. E, forse anche per colpa della crisi, si registra un calo della tensione solidaristica. La società è più dura con tutti, soprattutto verso i più deboli. È lo spaccato che emerge dalla prima sessione dei lavori degli «Stati generali degli amici dei poveri», che si tiene - ieri e oggi - a Napoli. Tra i rappresentanti di 160 movimenti e associazioni di volontariato che operano in Italia. La povertà è diffusa, ha denunciato il presidente della Comunità di Sant'Egidio, Marco Impagliazzo e non risparmia nemmeno i minori. Ma soprattutto in questa fase di crisi bisogna evitare «l'eclissi della cultura della solidarietà» perché «se non si è solidali si finisce per avvertire i mondi dei poveri, come ingombranti, se non minacciosi». «Si ha la sensazione che l'esclusione si vada affermando quasi come un'attitudine corrente, mentre svanisce sempre di più il senso di debito sociale», ha detto ancora con forza Impagliazzo. Per il direttore della Caritas italiana, monsignor Francesco Soddu, «prima ancora di una risposta ai bisogni materiali il povero chiede il riconoscimento effettivo della propria dignità di persona, del diritto di persona, del diritto ad un vita normale e decorosa». E - avverte il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo del capoluogo campano - è possibile e necessaria una alternativa alle chiusure e all'egoismo. ITALIA Lamezia, una bomba all'Agenzia delle Entrate L'Agenzia delle Entrate a Lamezia (Catanzaro) bersaglio dell'attentato L'ordigno è esploso nella notte. Danni alla struttura, nessun ferito Scopelliti: «Tensione contro l'idea di legalità» VINCENZORICCIARELLI ROMA S. Egidio: «In Italia 3 milioni di poveri» . . . Il sindaco Speranza: «Inaccettabile dose quotidiana di intimidazioni e violenza» 14 domenica 17 giugno 2012
MEZZOGIORNONELCENTRODIBRISBANE.PASTIVELOCIDI IMPIEGATI INPAUSAPRANZO.SHOPPINGINTENSO. TURBINIO DI SGUARDI CONCENTRATI SUL TRAGUARDO DEL MOMENTO: METTERE MANO AL PORTAFOGLIO, RIMETTEREPIEDEINUFFICIO.Lungo l'isola pedonale di Queen Street l'australiano medio si moltiplica in migliaia di esemplari, così simili così diversi. Un bel quadretto di genere: quotidianità urbana nel Paese dei “down under”. In un angolo a terra, un corpo nudo, scuro e dipinto. Le labbra sono appoggiate a una lunga canna di bambù, da cui si diffonde nell'aria una nenia incessante. Monotono parto sonoro del didgeridoo, lo strumento tradizionale del popolo aborigeno. L'uomo accovacciato al suolo soffia indifferente al viavai, abituato all'esibizione ostentata della propria identità. Nel pieno dell'Australia bianca, moderna, borghese. Che è cresciuta come un fungo gigantesco sovrastando in un lampo l'Australia nera, antica, naturale del suonatore di didgeridoo. Due soli secoli per vanificare i trentamila anni di storia che separano gli abitanti originari dell'Oceania dal “Tempo dei sogni”, quando la vita scaturì dalle viscere della terra. Indigeni spodestati e nuovi padroni venuti da lontano. Conquistatori della prima ora e immigrati delle ondate successive. Ora siamo millecinquecento chilometri a nord di Brisbane. Lasci la Bruce Highway e da Innisfail ti sposti verso l'interno per raggiungere quello che le guide turistiche chiamano il “castello” di Paronella. Che merita una visita se non altro per capire come, stretti fra l'epopea marinara del capitano James Cook, scopritore del quinto continente, e la mitologia onirica delle genti aborigene, gli australiani del duemila dopo Cristo fatichino a trovare radici solide alle quali aggrapparsi. Il presunto castello è un villino diroccato, costruito negli anni trenta da un immigrato spagnolo. Che aveva fatto fortuna nei commerci e scelse di trascorrere qui agiatamente gli ultimi anni di vita. Concedendosi il lusso di un campo da tennis e una piccola sala da ballo illuminata con l'energia rubata a una cascata d'acqua adiacente alla casa. Paronella, acclamato pioniere della tecnologia idroelettrica nello Stato di Queensland, prototipo di australiano intraprendente. Uno venuto da fuori. Ma non uno della prima ondata. Non un discendente dei primi coloni o dei galeotti che a partire dal 1788 vennero trasferiti a migliaia in Oceania dalle prigioni inglesi. Un esempio vivente, o meglio vissuto, della varietà multiculturale che l'Australia insieme vanta, esige e teme. Perché l'afflusso di stranieri, per turismo, studio o lavoro, è ancora oggi soggetto a norme molto articolate e precise. Come se il Paese fosse costantemente alle prese con il rischio di perdere la propria fisionomia. Ma fosse anche consapevole di essere quello che è grazie ad un ininterrotto flusso immigratorio. Che garantisce riserve di manodopera per i lavori manuali ma anche un congruo numero di medici, ingegneri, architetti, di quei professionisti cioè che le università locali non sfornano in quantità sufficiente per restare al passo con l'impetuoso ritmo di sviluppo degli ultimi anni. Non a caso da alcuni mesi il ministero dell'immigrazione nel governo laburista di Julia Gillard ha istituito un Consiglio consultivo sulla multiculturalità. Cento chilometri ancora più a nord, eccoci a Cairns, sempre nel Queensland, lo Stato in cui vive la maggior parte dei 400mila australiani delle comunità autoctone. Rispetto ai quali l'albergatrice Sharon confessa di «non nutrire alcuna simpatia». «Il governo - dice - riversa fiumi di denaro in progetti e iniziative a loro vantaggio. Tutto a carico dei cittadini che pagano le tasse. Ma i risultati non si vedono. Quella è gente che non ha alcuna voglia di integrarsi nella società. Non tutti certo, ma molti di loro. Non c'è niente da fare. Sono due diverse mentalità, la loro e la nostra. Soldi buttati”. Sembra di sentire un italiano intento a lamentarsi dei rom. Sharon gestisce un motel in questa cittadina economicamente benedetta da un costante afflusso turistico stimolato dal caldo clima tropicale e dalla vicinanza alla grande barriera corallina. A sostegno delle sue critiche racconta la pessima esperienza subìta alloggiando, a spese dell'amministrazione pubblica, una coppia aborigena venuta in città per consentire alla figlia disabile di sottoporsi a speciali cure in un centro medico locale. “Dovevano essere tre, ma a poco a poco hanno convocato parenti ed affini. Dieci in una stanza. Tutto il giorno davanti alla televisione, bevendo birra. Della ragazzina non si occupava nessuno. Dopo un mese finalmente se ne sono andati. Lasciando rovine dietro di sé: mobilio distrutto, sporcizia. Mai più accetterò di ospitarne qualcuno”. Con loro l'albergatrice di Cairns ha chiuso. Nick invece, che a Cairns ha lavorato sino a qualche tempo fa in un'agenzia di scommesse, ha un'opinione molto diversa dei connazionali indigeni. “Gli investimenti in loro favore possono anche produrre degli sprechi, ma sono un risarcimento doveroso. Non dimentichiamoci a chi appartiene questa terra. Gli inglesi sono venuti dopo e hanno spodestato chi vi abitava da secoli. In Tasmania li hanno massacrati fino all'ultimo uomo”. Nick ha molti amici fra loro, persone colte e intelligenti, cui ama rivolgersi con l'amichevole “murray”. Un appellativo che a Sharon non salterebbe in testa di usare, anche se mai arriverebbe ad apostrofarli con lo spregiativo “boong”, caro ai razzisti locali. Alla fine del 2008 lo Stato ha destinato 4,6 miliardi di dollari australiani (circa 3,7 miliardi di euro) a una serie di programmi per ridurre il divario fra gli indigeni e il resto della popolazione. La durata dell'impegno varia a seconda del campo di intervento. Entro una generazione si vuole azzerare la differenza nelle aspettative di vita, partendo da un distacco inizialmente calcolato in 11 anni. Prima del 2018 si vuole dimezzare il gap fra i tassi di alfabetizzazione infantile di base, rispettivamente 37% e 8% registrati nel 2008 al quinto anno di istruzione elementare fra i bambini aborigeni e non. Il 2018 è anche la scadenza entro cui dovrebbe ridursi della metà il distacco fra i livelli occupazionali che nel 2008 era di oltre 21 punti percentuali a sfavore dei nativi. Sono queste le spese che Sharon ritiene sprecate e Nick necessarie. Lei non sopporta gli indigeni che nei giorni di festa lasciano gli insediamenti comunitari nelle foreste lungo il fiume Daintree e passano il tempo barcollando sull'Esplanade, il lungomare di Cairns, storditi dall'alcool. Lui sa che quegli ubriachi senza futuro sono il prodotto delle ingiustizie del passato. Sradicamento e assimilazione forzata. Ci sono voluti due secoli per arrivare alla storica sentenza del 1992, quando finalmente la Corte suprema annullò la definizione a lungo usata per definire lo stato giuridico delle terre un tempo appartenenti agli indigeni: terra nullius, cioè di nessuno. Una comoda finzione per mascherare l'esproprio dei conquistatori. ILREPORTAGE Sharon:sprecati i soldiche il governospende pergli indigeni Nick:doveroso risarcimento per le ingiustizie subite Australiani allo specchio Leinafferrabili radici del popolo «down-under» GABRIEL BERTINETTO gbertinetto@unita.it ViaggionelQueensland FraBrisbaneeCairnsscene divitaquotidianafra modernitàememoriedel passato. Inquestapartedel continentevive ilgrosso dellapopolazioneaborigena Mercoledì 20 giugno Giornata mondiale del rifugiato Con il contributo di Difficile il rapporto tra le radici aborigeneeuna societàmoderna che guardaal futuro U: domenica 17 giugno 2012 23
Scipionel'anticicloneafricanorischiadi incocciare sulle teste scoperte dei lavoratori giunti da tutta Italia, così parte puntuale, alle 10, il corteo da piazza della Repubblica a Piazza del Popolo nella Roma assolata: palloncini colorati di Cgil Cisl e Uil, striscioni delle categorie, pensionati e esodati, disabili disperati dalle strettezze che rendono più difficile una vita difficile. Il lungo corteo, 200.000 persone, ancora fluisce dentro la piazza, e ogni tanto si ferma per le foto ricordo, quando dal palco iniziano gli interventi. Fernando Mitrunio èunostudentedi Brindisi,racconta il traumadellabombachehauccisoMelissa,studentessa in una scuola che ha vinto il premiodellalegalità, chiedescuoleapertefuori dall'orario delle lezioni, centri di aggregazione - assenti dal territorio - negli spazi dibeniconfiscatiallamafia.VittorioBattaglia viene da Sant'Agostino, uno dei centri più colpiti dal terremoto emiliano. «C'è il giorno dopo - dice - Quando il problema è non morire sotto lo schianto di un capannone e non morire di fame, perché seisenza lavoro». E racconta: «Imprenditori che avrebbero potuto scegliere di andarsene sono rimasti e i lavorato rifanno quadrato intorno a quelle aziende». Placido Rizzotto, nipote del sindacalista socialista ucciso nel 1948: «Si dice che la mafia ha la memoria lunga. La famiglia Rizzotto e la Cgil hanno avuto la memoria più lunga, fino a ritrovare i resti, fino ai solenni funerali di Stato». Nell'area intorno al palco segretari delle categorie e esponenti politici. Ci sono Cesare Damiano, Guglielmo Epifani, Stefano Fassina, responsabile economico del Pd che apprezza l'impegno unitario dei sindacati: «I lavoratori non comprenderebbero divisioni in un momento così». Nel corteo c'è anche Maurizio Landini, reduce dal corteo Fiom dall'incontro con il ministroFornero. «Sacrosanto - diconoalla Cgil - per il contratto Finmeccanica». Meno l'aver tirato dentro il tema esodati, «dando spazio al ministro proprio quando è sotto botta» APASSODI GAMBERO Sul palco è il momento dei segretari generali alla manifestazione sul «valore del lavoro», slogan semplice e antico, che doveva tenersi il 2 giugno. È stata rinviata, dirà Susanna Camusso, «perché abbiamo scelto di stare accanto ai terremotati. Siamo conloro perché non si spenganoi riflettori ma si ricostruisca partendo da scuola e lavoro». E per farlo «con le regole che non sonounintralcioburocraticobisogna uscire dal patto di stabilità, non aumentare le accise». Il primo a intervenire è Luigi Angeletti: «Il tasso di disoccupazione è a due cifre, non avremmo mai pensato di tornare indietro di 15 anni». Una volta si diceva «l'America vota per tutti, ora sembra che siano i tedeschi a votare per tutti gli europei». Fisco, recessione e il problema degli esodati tengono banco. «Avevano detto manovra dura ma equa - dice il segretario della Cisl Raffaele Bonanni - ma non c'è stata equità e senza riforma fiscale, senza diminuire le tasse sul lavoro non c'è equità». La crisi c'è e «noi avevamo avvertito chestavamoentrando nel tunnel- dice Susanna Camusso - ma si sono persi quattro anni». Ora «L'Europa non deve diventare unalibi,sidevecambiarepoliticaeconomica, non ci si può accontentare di piccoli provvedimenti che non mettono in moto nulla». Il segretario della Cgil chiede alcune cose concrete: «Il ministro dello Sviluppochiamile impresealla lororesponsabilità sui tanti tavoli di trattativa aperti». E sul fisco: «Per colpire le grandi ricchezze e difendere il lavoro non c'è bisogno del permessodell'Europa». «L'Imu-continuaSusanna Camusso - non va bene, per la prima casa si paga di più che per i patrimoni immobiliari». E le partecipazioni pubbliche non devono servire a fare cassa «a cominciare da Finmeccanica». Sugli esodati Angeletti e Bonanni picchiano duro sulla politica della ministra delWelfare: «Fornerosmettadi fareinterviste e risolva il problema». Camusso chiama in causa il governo: «Non ci appassiona la guerra dei numeri, esodati e persone in mobilità hanno diritto alla trasparenza e a una norma di principio per tutti». Bonanni: «Le leggi non sono retroattive e gli accordi per gli esodi sono stati fatti da imprese e lavoratori sulla base delle leggi vigenti». DISOCCUPATI ENEET Uncartellorecita«Forneroècomeil terremoto, crea ansia sul futuro». E ora l'ansia è legata ai tagli di spesa pubblica. «Si tagli dove c'è spreco, comprando ciò che serve e non favorendo le imprese criminali», dice Camusso. In Italia, dice Angeletti, ci sono «1200 aziende di trasporto pubblico localeconrelativicda, negli altriPaesi nebastano 30». Quello che i sindacati non vogliono è che tutto si traduca in «tagli alle retribuzioni del pubblico». Sullo sfondo delcorteodi ieri ladiscussionesullosciopero generale, ma la scelta dei tre sindacati è la costruzione di un percorso, attraverso iniziative territoriali. Primo appuntamento il 20 con i pensionati, poi, a Napoli, il 2 luglio.E già ieri c'è stata lastaffetta con«la meglio gioventù», i precari che si sono dati appuntamentoapiazzaFarnesenelpomeriggio. Denunciano un paese «che marginalizza le risorse migliori con il 36% di disoccupazionegiovanile, 4milionidiprecari,2 milioniche non studianoe non lavorano». A conclusione, a piazza del Popolo esplodono potenti le note dell'Internazionale, non capita tutti i giorni. A lla manifestazione dei sindaca-ti confederali Giacomo, 33 an-ni, precario, ci è andato con un cartello fai-da-te appeso al collo: «Sciopero generale. Se non ora quando?». A riecheggiare la manifestazione delle donne contro il governo Berlusconi, 13 febbraio, più di un anno fa. «Questo governo ha fatto una riforma delle pensioni che lascia in mezzo alla strada centinaia di migliaia di esodati, abbiamo un ministro che mente sui numeri, l'articolo 18 così come era concepito l'hanno abolito, che cos'altro dobbiamo aspettare per scendere in piazza stavolta per lo sciopero generale?», si domanda. Quanto ai precari, aggiunge: «Vogliono fare qualcosa per i giovani? Perché, almeno nel pubblico, non provvedono a fare un po' di stabilizzazioni? Macché. L'unica cosa che vediamo cambiare noi giovani sono i dati sulla disoccupazione, che continuano ad aumentare». Accento palermitano, occhi azzurri, Giacomo Russo, precario della scuola dal 2001 quando aveva 23 anni e al momento tecnico di laboratorio in un istituto professionale per il turismo vicino Reggio Emilia, non è nuovo alla protesta. Due anni fa, all'epoca della riforma Gelmini, era diventato famoso, perché aveva iniziato uno sciopero della fame contro i tagli agli organici di Tremonti e Gelmini, che gli stavano costando il posto di lavoro nell'istituto Danilo Dolci di Palermo. Con gli altri precari della scuola della Sicilia erano partiti alla volta di Roma e avevano piantato le tende davanti a Montecitorio. Poi i riflettori si sono spenti, ma il lavoro non è arrivato. Un anno, due anni. Niente. Fino a pochi mesi fa, anche Giacomo, iscritto al coordinamento precari della Flc Cgil, ma critico anche con i sindacati, era uno di quei giovani in cerca di occupazione che fanno precipitare le statistiche nazionali. «Lavoravo ogni tanto in pizzeria o come cameriere, in nero, ovviamente. Vivevo a casa di mia madre e andavo avanti con il suo aiuto». Poi è arrivata di nuovo una chiamata dalla scuola. Non quella che ti fa svoltare la vita. Tre mesi di lavoro come tecnico di laboratorio in un istituto per il turismo. Mille chilometri più a Nord di casa sua, a Correggio, vicino Reggio Emilia. «Meglio di niente», dice Giacomo, che non ci ha pensato un attimo a fare i bagagli e a partire. «Guadagno mille e cento euro al mese e divido la casa con un collega. Non è molto, ma mi posso permettere anche il cinema ogni tanto». Fino al 30 giugno. Poi, scade il contratto e si ricomincia. «Il fatto è che qui invece di andare avanti si peggiora: dal 2004 al 2008 ho lavorato tutti gli anni, non mi facevo illusioni, però avevo un lavoro, anche se a tempo determinato». Poi è cominciata la discesa. E la rabbia. «Altro che pace sociale, qui siamo tutti arrabbiati, esodati e precari», dice. Mentre accanto a lui passa un signore con i capelli bianchi, pensionato. «Facevo il vetraio, un tempo». Gli sorride, gli scatta una foto. E poi gli fa: «Forza giovani, dovete muovervi, dare una scossa a questo Paese, dovete prendere il potere voi, altrimenti siamo perduti». MA.GE. mgerina@unita.it L'ITALIAELACRISI In 200mila in corteo per chiedere al governo di cambiare rotta Cgil Cisl e Uil: senza risposte saremo ancora in piazza Poi tocca alla “meglio gioventù”: in campo le generazioni precarie JOLANDABUFALINI ROMA «Basta con annunci e bugie: misure eque per uscire dalla crisi» . . . «Guadagno 1.100 euro al mese e divido la casa con un collega. Ogni tanto ci scappa anche il cinema» Dalla Sicilia a Reggio Emilia per 3 mesi di stipendio . . . Riforma fiscale, investimenti e politiche industriali al centro della manifestazione unitaria . . . Nel pomeriggio la staffetta con i giovani Mercoledì mobilitazione dei pensionati GiacomoRusso,33anni, palermitano, lavoranella scuoladal2001.Èstato disoccupatoperdueanni. Orahauncontratto chescade il30giugno ILPRECARIO 4 domenica 17 giugno 2012
Mario Monti è «più sereno» di qualche mese fa, ma certamente non del tutto tranquillo. Oggi arriverà al G20 del Messico, che per l'Italia si preannuncia meno preoccupante dell'ultimo di Silvio Berlusconi a Cannes, dove il Paese ha rischiato di finire «sotto il tallone della Troika, come la Grecia». Ma la crisi morde ancora, e l'Italia «è ancora nel sua grande cratere che si è allargato», spiega il presidente del consiglio. Il quale si dice convinto che «l'Italia ce la farà, anche se c'è un altro «compito a casa» che il mondo si aspetta nelle prossime due settimane, «cruciali» per l'Europa: la riforma del lavoro. «Devo arrivare al consiglio Ue di fine giugno con la riforma approvata - dichiara Monti dal palco della festa di Repubblica a Bologna - Altrimenti l'Italia perde punti, è la comunità internazionale che lo chiede». RICHIESTAAL PALRAMENTO Ancora «consigli» dall'esterno (come per le pensioni), per ricostruire la fiducia perduta dai titoli del nostro Paese. E ancora «messaggi» verso i partner della Mitteleuropa. «L'Italia non chiede i soldi della Germania», dice chiaro e tondo a chi gli domanda dei suoi rapporti con Angela Merkel. Sulla riforma del lavoro, tuttavia, il premier non ha più intenzione di aspettare. Già due giorni fa aveva fatto un appello in Parlamento ai partiti. Ma sul cammino del provvedimento, oltre alle critiche feroci di alcuni commentatori («sarà rivalutata», scommette il premier) pende come un macigno la questione esodati. Davanti a giornalisti e cittadini riuniti al teatro Arena di Bologna, il premier non prende un impegno formale nei confronti delle migliaia di lavoratori finiti nel nulla per l'innalzamento dell'età pensionabile. Si limita ad assicurare che l'impegno del governo è di «avere al più presto una ricognizione» il più precisa possibile e a «prendere i provvedimenti conseguenti, tenendo conto che non tutti e non subito si trovano in questa situazione». Tradotto: alcuni ancora lavorano, altri sono in cassa integrazione, altri invece potranno accedere presto alla pensione. Una platea multiforme, di cui tuttavia il governo continua a ignorare le dimensioni, almeno a parole. Il tutto dopo sei mesi dalla riforma. Quanto basta per mettere sul banco degli imputati la ministra Elsa Fornero. «Non mi ha mai detto di volersi dimettere - rivela il premier Né io avrei accettato le sue dimissioni». La difesa d'ufficio dei suoi ministri arriva anche per Corrado Passera. È vero, ammette il premier, quegli 80 miliardi indicati dal ministro non sono che un'ipotesi teorica. «Lo sviluppo è un percorso lento e faticoso - spiega - fatto di molti fattori, spesso impossibili da misurare». In ogni caso per Monti «la crescita non è figlia dei soldi - aggiunge - altrimenti con il 120% di debito quella italiana dovrebbe essere stratosferica». I punti decisivi del provvedimento per il premier riguardano le infrastrutture, i project bond «che indicano una precisa linea di politica finanziaria» (il riferimento è al trattamento fiscale agevolato) e lo sviluppo dell'azienda digitale. Dal palco di Bologna il premier preferisce ignorare l'infuocata polemica interna sull'ultimo decreto del governo. Nella sua agenda di questi giorni prevalgono i temi europei. Dalla questione greca, che in queste ore sta determinando il futuro dell'euro, ai rapporti con la Germania, Paese fondamentale per le sorti dell'Unione. «Se il voto greco non va male, se riusciamo ad avere qualcosa di concreto dal Consiglio Ue e una prospettiva, con delle date, per una politica mirante alla crescita - assicura il premier italiano - credo che questo già cambia abbastanza il piano psicologico». Da Atene si attende un voto a favore dell'Europa. Contemporaneamente «come privato cittadino», specifica, crede che l'Europa «potrebbe eventualmente considerare qualche dilazione» del piano di rientro della Grecia. Più complesso il rapporto con la sua omologa tedesca, che il premier conosce da tempo. «Faccio quello che posso per spiegare a lei ad altri governanti, che se un Paese ha un alto debito pubblico ed è a favore di maggiori politiche europee per la crescita non necessariamente aspira ai soldi della Germania», dichiara. Se aumenteranno le dotazioni dei «firewalls» non sarà solo la Germania a pagare, ma anche l'Italia. D'altro canto secondo il premier bisogna anche comprendere il punto di vista tedesco. «Per la Germania - spiega Monti - l'economia è ancora un ramo della filosofia morale, e la crescita non è il risultato della domanda aggregata, ma un premio per i buoni comportamenti dei cittadini. La Germania non crede al consumo fondato sul debito, così come è avvenuto nei Paesi anglosassoni, in Irlanda, in Spagna». Insomma, c'è una radicata mentalità che oppone resistenze a interventi diretti. A meno che non si scopra che quei «buoni comportamenti» magari sono mancati anche in Germania, specie nelle sue banche. Pdl contro l'esecutivo Maroni: «Nel testo tanti miliardi di balle» Delusione tra gli ecologisti BIANCADIGIOVANNI ROMA «Un miliardo reale e 79 virtuali». Così Angelino Alfano apre il fuoco di fila di tutto il Pdl sul decreto sviluppo appena varato dal governo. «Se noi avessimo fatto lo sviluppo con un solo miliardo, i giornali avrebbero detto di tutto e di più su di noi», aggiunge il segretario in assetto di guerra. A bruciare sono quei titoli di giornali, sono tutte le testate che hanno messo in prima pagina gli 80 miliardi annunciati da Corrado Passera, che in realtà si riferiscono agli effetti che il provvedimento può avere. Nella trincea tracciata dal segretario si schierano subito i big del partito, che allargano il campo di battaglia anche ad altri decreti e in definitiva all'intera azione di governo. «Come sempre toccherá al Parlamento cercare di migliorare gli evanescenti propositi del governo - attacca Maurizio Gasparri Il decreto sviluppo indica molti miraggi e contiene poche soluzioni reali con scarse risorse. Dopo la parziale resa di Monti sulla riforma del lavoro e la limitata portata delle misure sulla crescita, il bilancio del presidente del Consiglio è sempre più scarso. Noi facciamo la nostra parte ma il governo tecnico, nato per affrontare i problemi economici, sta facendo poco per risolverli e si infila in scontri che potrebbe evitare su materie estranee al suo programma». ATTACCO ALGOVERNO Una sventagliata che sembra voler indebolire la tenuta della «strana maggioranza». Ma ai suoi il segretario ribadisce la fedeltà a Monti. Sapendo bene però che le forze centrifughe sono molto forti nel partito. Tra gli scontenti in prima fila c'è Renato Brunetta, che subito fa eco alle uscite di Alfano sullo sviluppo. «Nel decreto c'è del nuovo e del buono. Peccato però che il nuovo non sia buono e il buono non sia nuovo - dichiara l'ex ministro - In realtà questo decreto rischia di essere solo uno specchietto per le allodole, un coup de théâtre dell'esecutivo per cercare di recupare i consensi persi, utilizzando il metodo dell'effetto-annuncio, di cui Monti e Passera sono veri maestri». Detto da Brunetta, che di annunci ha riempito i mass media quando era a Palazzo Vidoni, c'è davvero da ridere. «Sono molte, troppe le falle che a prima vista risaltano in questo testo - insiste l'ex ministro - a partire dai dubbi sulla costituzionalità a quelli legati all'unità di intenti della squadra di governo (la frase «salvo intese» con cui è stato approvato non lascia presagire nulla di buono). Per quanto riguarda la decisione di accorpare alcune agenzie statali, poi, sono addirittura d'accordo con il professor Vincenzo Visco, quando sostiene che sia un grave errore fondere enti profondamente diversi tra loro senza prima aver compiuto un serio e approfondito studio sul tema. Non parliamo poi della scelta di istituire un'Agenzia per l'Italia Digitale». A Brunetta non va giù neanche l'Italia digitale, e qui è d'accordo con Tito Boeri. Insomma, si procura parecchie pezze d'appoggio per sferrare il suo attacco frontale al ministro Passera. Alla stessa linea di scontro frontale si adegua anche Osvaldo Napoli, solitamente meno aggressivo nei toni. La rabbia del pidiellino si scarica però più sui giornali «accondiscendenti» e sui commentatori «scodinzolanti», che sullo stesso ministro. Dall'opposizione arriva il j'accuse di Maurizio Fugatti, vicecapogruppo della Lega alla Camera. «Il decreto Sviluppo osannato dalla maggioranza dei media, altro non è che uno slogan privo di contenuti per lanciare la campagna elettorale del ministro Corrado Passera», attacca il parlamentare del Carroccio, rivelando forse anche il retropensiero dello stesso Brunetta. Più sintetico Roberto Maroni, con lo slogan «80 miliardi di balle, altro che crescita». Mentre il Carroccio cavalca la rabbia anti-Imu, da sinistra anche i verdi e ecologisti non nascondono la loro delusione. Monti: «Entro giugno la riforma del lavoro» Il premier: «Devo arrivare al consiglio Ue col voto finale del Parlamento. Il baratro si è allargato» Sugli esodati: «Faremo presto una ricognizione» Il premier Mario Monti, ieri intervenuto nuovamente sulla crisi FOTO DI MICHELE NUCCI/ANSA LAPROTESTAExpo, Pisapia resta commissario ma potrà delegare i poteri . . . A destra avanza il dubbio che il ministro Passera abbia dato il via alla sua campagna elettorale L'affondo di Alfano: nel decreto sviluppo 79 miliardi virtuali B. DI G. ROMA L'ITALIAELACRISI Corteietafferugli Icentri sociali contro ilProfessore Ieri a Bolognaèstata ancheuna giornatadi contestazionedaparte di centri sociali emanifestanti scesi in corteocontroMonti, tra piazzadel Nettunoepiazza Indipendenza. «Contro la democraziadello spread Montidimettiti», recitavauno degli striscionidei collettivi, che hanno cercatodisfondare la«zona rossa» predispostadalla Questura.Nel bilancio,diverse carichedelle forze dell'ordineemanganellatesui manifestanti,mentredai collettivi universitari sono volatecontro gli agenti frutta, verduraebottiglie di vetro,ma anche petardiepentole. Durante il corteoc'è statoancheun blitzallaDeutscheBank di via Marconi, con lancio dipalloncini di vernicerossa e lescritte:«Noi la crisi non la paghiamo».Al terminedei tafferugli, contusi duecarabinieri e unadecinadipoliziotti. Giuliano Pisapia resta commissario straordinario di Expo 2015, ma potrà delegare i suoi poteri speciali. È questa la novità dell'incontro che ilsindaco di Milano ha avuto con il premier Mario Monti a cui poi si è aggiunto il presidente della Lombardia, Roberto Formigoni, che di Expo è commissario generale. Non si può certo dire che tutti i problemi siano risolti, tanto che il governatore ha parlato di «incontro molto positivo, ma non risolutivo» e il sindaco di un appuntamento «positivo, ma interlocutorio». Alcune questioni scottanti restano aperte, a partire dalla deroga al patto di stabilità che gli enti locali chiedono per gli investimenti sull'esposizione mondiale, e che il governo ha rifiutato. Il sindaco ha comunque rilanciato sperando in una deroga per il 2013. Quest'anno i limiti del patto, infatti, non creano grossi problemi ma l'anno prossimo gli investimenti saranno molto maggiori e la Provincia più volte ha detto che se deve scegliere fra fare manutenzione in una scuola o investire per Expo sceglie la scuola. Pisapia a Monti, nella riunione dopo l'inaugurazione del Vodafone Village, ha ripetuto che serve un rapporto più stretto con il governo «e il presidente si è dichiarato pronto a rafforzare ulteriormente la collaborazione». Il sindaco ha avuto l'assicurazione che alla figura del commissario straordinario saranno ridati tutti i poteri che erano stati tolti a gennaio, nel provvedimento che riforma la protezione civile. Pisapia - che ha rimesso nei giorni scorsi l'incarico di commissario straordinario nelle mani di Monti - avrebbe voluto che l'incarico fosse affidato ad altri. Quello che ha ottenuto è che «nell'incontro è stata presa in esame la possibilità che il commissario straordinario possa delegare ad una figura di sua fiducia alcuni poteri». I modi e i poteri restano da definire, bisogna vedere quanto ampia sarà la delega e se si arriverà addirittura a creare una sorta di commissario vero e proprio. 2 domenica 17 giugno 2012
Ex direttrice delle Poste: ora chi mi dà i soldi per vivere? Iprimi giorni è stato terribile, me nestavo seduta sul divano a guardare ilsoffitto. Non è giusto, pensavo. Ora va meglio: non sono più depressa, sono arrabbiata», scandisce Daniela Santelli, 59 anni, di Jesi, mentre, t-shirt bianca e jeans, lungo la discesa del Pincio, conquista un po' d'ombra, dove far riposare il suo striscione da «esodata». E raccontare la rabbia di una generazione che già si preparava con tranquillità alla pensione e invece si è ritrovata da un momento all'altro «davanti a un baratro». «Beffata, ecco come mi sento», stringe le labbra, Daniela, prima di mettere in fila la sua storia. Fino a pochi mesi fa, lavorava per Poste italiane. Era la direttrice dell'ufficio postale di Jesi, nelle Marche. L'azienda però aveva interesse a tagliare posti di lavoro, in tutta Italia. «A ottobre mi hanno proposto di anticipare di due anni la mia uscita dal lavoro. Con un incentivo che corrispondeva a due anni di stipendio, per accompagnarmi fino al giorno della pensione. A gennaio l'anno prossimo faccio sessant'anni: con le vecchie regole, calcolando un anno di finestra più gli altri tre mesi imposti dalla riforma Berlusconi per aggiornare l'aspettativa di vita, a maggio del 2014 avrei iniziato a ricevere la pensione. E nel frattempo il mio tenore di vita non sarebbe cambiato. Quindi ho detto: va bene, accetto, è una buona soluzione. Oltretutto con la buona uscita aiuto mia figlia a comprare casa». Nel frattempo, la riforma Fornero ha cambiato le carte in tavola: Daniela la pensione non la vedrà fino al 2020. Da un momento all'altro, si è trovata davanti altri sei anni e mezzo senza stipendio. «Sono nata a gennaio del ‘53, quindi non maturando la pensione entro due anni dal 31 dicembre del 2011, per quattro mesi non rientro nei 65mila esodati salvaguardati». Altro che beffa: «È un'ingiustizia», ripete Daniela. «Avevo immaginato dei progetti di vita, ora mi chiedo: di cosa vivrò?». I calcoli se li è fatti: quello che doveva bastarle per due anni, lo ha diviso per i 95 mesi che la separano dalla pensione. Fanno 670 euro al mese. In servizio, ne guadagnava 2.300. «Almeno altre colleghe, nella mia stessa situazione, hanno il marito e possono contare su uno stipendio in più che faccia da ammortizzatore: io sono vedova, me la devo cavare da sola». Cercare di non perdersi d'animo non è facile. Daniela ci sta provando. «Appena ho letto la riforma Fornero, mi sono iscritta all'ufficio di collocamento, subito, a gennaio». Perché le Poste l'hanno detto chiaro e tondo che non riprendono nessuno. «Mi vergogno un po' di andare a chiedere il lavoro, alla mia età, con tutti quei giovani che non lo trovano», spiega Daniela. Finora non l'ha chiamata nessuno: «Sono andata anche nelle agenzie di viaggio, a chiedere se avevano bisogno di accompagnatori per le gite domenicali. Proverò a fare la babysitter. Ma arrivare a versare 14mila euro di contributi l'anno sarà dura». Anche per questo nel frattempo ha ingranato la marcia della «decrescita». E anche per darsi un po' da fare si è trovata un piccolo orto da coltivare. «Faccio anche un po' di volontariato: nella biblioteca e poi da settembre vorrei insegnare l'italiano agli stranieri. Ho bisogno di sentirmi utile per la società, anche senza il lavoro. Il problema è che ora i soldi per vivere chi me li dà?». Chissà se Mario Monti,proprio oggi che rilan-cia la vendita del patri-monio pubblico, si ricor-da di quel famoso“Comitato per le privatizzazioni” che vent'anni fa accompagnò lo Stato padrone nel suo ultimo viaggio? Certo dovrebbe ricordarlo almeno perché c'è qualcosa di comune in quella crisi drammatica del 1992 e in questa che stiamo vivendo e che ci appare senza fine. E dovrebbe rammentare i componenti di quel Comitato, tutti personaggi di primissimo piano. C'era Mario Draghi, che come direttore generale del Tesoro sarà il regista di molte privatizzazioni, oggi presidente della Bce. C'era Natalino Irti, giurista, già presidente del Credito Italiano, la prima banca dell'Iri ad essere venduta. C'era Luigi Spaventa, economista, poi ministro e presidente della Consob fino al crac Parmalat. C'era Gianmario Roveraro, banchiere cattolico, molti anni dopo rapito e assassinato. C'era Vincenzo Desario, uomo di punta della Banca d'Italia. E naturalmente non poteva mancare Monti. BENEDUCEADDIO Il Comitato collaborava con il ministro del Tesoro, Piero Barucci, che doveva mettere mano alle partecipazioni pubbliche e avviarne la privatizzazione per fronteggiare una situazione difficilissima, al limite del collasso, dei conti pubblici e del debito. Un impegno enorme, significava interrompere il disegno storico di Alberto Beneduce, di farla finita con la mano pubblica in economia, di cambiare la natura giuridica e la funzione strategica di giganti come l'Iri, l'Enel, l'Eni, l'Ina, cioè di gruppi che avevano costruito l'Italia del dopoguerra. Proprio il 28 giugno 1992 si era insediato il governo di Giuliano Amato, in un momento di straordinaria emergenza non solo per la crisi finanziaria. Stava affondando il Caf, l'acronimo di Craxi, Andreotti, Forlani, il trio che aveva dominato la politica e il governo per troppi anni. Da quattro mesi la procura di Milano aveva iniziato a svelare il marcio, la corruzione, la commistione tra economia e politica, che aveva a lungo condizionato e deturpato il Paese. Il 23 maggio la mafia uccide il giudice Falcone, la moglie, la scorta nella strage di Capaci. Due giorni dopo viene eletto presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Il 2 giugno i cittadini danesi bocciano in un referedum l'adesione al trattato di Maastricht. Di contorno si può aggiungere che l'Efim, ente pubblico con svariate partecipazioni industriali e finanziarie, è in default, ci costerà più o meno come il terremoto in Irpinia. La svolta delle privatizzazioni avviene nel Consiglio dei ministri del 10 luglio 1992 che vara una manovra correttiva di 30 miliardi di lire (quella famosa di 90 miliardi arriverà a settembre con annessa svalutazione della lira), la legge delega per la previdenza, la sanità, il pubblico impiego, la finanza locale. Alla fine c'è ancora un punto all'ordine del giorno, un provvedimento storico, ma come a volte avviene, pochi ministri comprendono che stanno facendo la storia. Il governo deve approvare, infatti, una proposta per la trasformazione degli enti pubblici economici in società per azioni, passo propedeutico alla vendita delle imprese di Stato. Per la storia il decreto legge è il n.333 dell'11.7.92. I ministri, però, non si rendono conto della portata del provvedimento, Amato e Barucci hanno ben chiaro in testa cosa sta succedendo. Solo il ministro Sandro Fontana chiede chiarimenti, dice che bisogna discutere. Amato interviene bruscamente, chiude la seduta. Così, Iri, Eni, Enel e Ina, i colossi dell'economia di Stato, vengono trasformati in società per azioni e il capitale è detenuto interamente dal Tesoro. Appena il mondo politico, i partiti, i “boiardi” delle imprese pubbliche apprendono la novità si scatena un putiferio. Craxi, Andreotti e Forlani non sono stati avvertiti. Il presidente del Consiglio racconterà poi che «socialisti e democristiani mi cercavano per Roma» e Barucci immagina che il governo non ce la possa fare a sostenere un'onda d'urto così forte. Lo strappo può essere concluso solo con la convocazione delle assemblee straordinarie delle nuove società pubbliche e la nomina dei consigli di amministrazione. L'appuntamento viene fissato per venerdì 7 agosto. SCALFARO: «ANDATE AVANTI» Alla vigilia delle assemblee Amato e Barucci si recano al Quirinale, informano Scalfaro della delicata situazione e della possibilità che il governo possa cadere. Il presidente della Repubblica replica seccamente: «State scherzando? Qui bisogna governare il Paese. Andate avanti». Il blitz sugli enti pubblici è pronto. Due raffinati giuristi, i professori Berardino Libonati e Paolo Ferro Luzzi, mettono a punto la scaletta delle assemblee straordinarie, il Tesoro titolare del 100% delle azioni a colpi di voto può prendere tutte le decisioni che vuole. Se il governo resiste. Le nomine e i dettagli delle assemblee vengono stabiliti poco prima di mezzanotte, alla vigilia delle assemblee. I presidenti di Eni, il socialista Gabriele Cagliari, e Iri, l'andreottiano Franco Nobili, restano in carica, ma privi di poteri. Il giovane Franco Bernabè viene nominato amministratore delegato dell'Eni, Michele Tedeschi all'Iri. Draghi entra nei consigli di amministrazione in rappresentanza del Tesoro. Dopo qualche mese ci penserà l'inchiesta di Milano a decapitare i vertici dei due grandi gruppi. Comunque Amato riesce a rompere il vecchio mondo della Partecipazioni statali, riceve l'appoggio del cancelliere Helmut Kohl e del primo ministro inglese John Major. Si congratulano pure il banchiere Felix Rohatin e lo speculatore George Soros che, forse, già immaginano le ricche operazioni che si potranno realizzare in Italia. Il governo Amato crolla sotto i colpi di Mani pulite. Il panfilo Britannia, intanto, naviga nelle acque del Mediterraneo in cerca di affari. Alla fine del 1993 viene venduto il Credito Italiano. Inizia un'altra storia. . . . «Volevo aiutare mia figlia a comprare casa e invece, alla mia età, mi sono iscritta al collocamento» PAROLE POVERE Manifestazione unitaria di Cgil, Cisl, Uil per una nuova agenda di politica economica FOTO ROBERTO MONALDO / LAPRESSE E se Pizzarotti scegliesse Elsa Fornero? Tral'altro, non hanemmeno procedimentigiudiziaria carico.Stiamo facendodue calcoli, poiarriviamoal succo. Nonhaun passatoconsumatotra le filedi qualchepartito, hacompetenza, credibilità, difendeilmerito,quando deve dire dice, anchea costo direstare isolata,anche a costodi apparire antipatica.Più ci pensiamopiù cipareperfetta, sempre chelei siad'accordo– stiamo evidentemente parlandodi unasignora – echela proposta vadabene alnostro possibile cliente, il nuovosindacoCinque Stelledi Parma, Pizzarotti.Ènoto chestafaticosamente cercandodi chiudereilreclutamento perla suagiunta: le settimanepassano marestano vuotecasellenotevoli, laCultura,per esempio, l'Urbanisticae ilWelfare.Tanto che,mettendole mani avanti, ha chiesto comprensione:«Stiamo imparando»,ha detto.L'avesse pronunciataun sindacoPdo Selquesta frasetta,sarebbestato fiocinato daGrilloedai suoi supporter.Noi, invece, ricchidiumana comprensione,stiamo lavorandoper lui.Ecco: Pizzarotti,haimai pensatoallaFornero? Ottimareputazione, crismiaposto, èaddiritturaministra del Welfare,hadato dimostrazionedi essere lontanadall'odiata cultura di sinistra,cosa sivuoledi più? Lo sappiamo,una controindicazionec'è: passandola a Parma, si farebbedel bene algoverno Monti, non piùcostretto ainseguirla coni capellidritti alleconferenze stampa. Perquanto riguardale precauzioni, bastacancellarle il file«Esodati» - la parolapoveraèquesta-e dovrebbefilare comeolio. Cuntént, Pizzarotti? MARIAGRAZIAGERINA mgerina@unita.it TONIJOP LASTORIA DanielaSantelli,59anni, haaccettato laproposta dianticiparedidueanni lapensione.L'assegno sarebbearrivatonel2014 Dovràaspettare il2020 L'ESODATA Estate '92, quando Amato affondò lo Stato padrone RINALDOGIANOLA MILANO . . . Infuriava Mani Pulite, c'erano le stragi di mafia, era fallito l'Efim e l'Italia rischiava il default . . . L'ex ministro del Tesoro, Piero Barucci, ammise: «Privatizzare è un po' come andare in guerra» Giuliano Amato FOTO ANSA Ildebitosale, lacrisimorde eMonti ricorrealle dismissioni.Vent'anni fa, inun'altra fasedrammatica, iniziò ladiscussastagione dellevenditediStato Piero Barucci FOTO ANSA domenica 17 giugno 2012 5
È CON IMMENSO DOLORE CHE ABBIAMO APPRESO, IERI MATTINA, DELLA SCOMPARSA DI GIUSEPPE BERTOLUCCI.Lo stesso dolore che ha accomunato il cinema, il teatro e la cultura italiana tutta, e che ha coinvolto – in modo, crediamo, per una volta sincero – le istituzioni pubbliche con le quali Giuseppe aveva collaborato, a cominciare dalla prestigiosa Cineteca di Bologna che aveva diretto dal 1997 al 2011. Il cordoglio è trasversale, per un uomo che è stato un artista e un intellettuale. Lo piangono tutti. È tutta l'Italia ad essere, senza di lui, più povera. Giuseppe era nato a Parma il 27 febbraio 1947. Aveva solo 65 anni! La morte è stata annunciata dalla moglie Lucilla Albano e dal fratello Bernardo con il quale Giuseppe ha condiviso, oltre alla vita, tante bellissime avventure cinematografiche. Ci stringiamo a loro, tutti noi de l'Unità, che abbiamo sempre avuto – e continueremo ad avere – in Giuseppe e Bernardo due compagni di strada, critici quando serviva, solidali sempre. Del resto non si diventa per caso registi di un film intitolato Berlinguer ti voglio bene. La scoperta di Roberto Benigni, che gli deve la carriera, è uno dei tanti meriti di Giuseppe, ma non l'unico. È stato un artista eclettico e curioso, innamorato del cinema altrui come del proprio, capace di sperimentarsi come regista teatrale quando il «mercato» cinematografico ha cominciato ad escluderlo, affascinato dalle tecnologie digitali. E scrittore raffinato, come dimostra il recente libro Cosedadire pubblicato da Bompiani: una raccolta di saggi e di ricordi che spaziano dal padre, il grande poeta Attilio, a Pier Paolo Pasolini, da Cesare Zavattini a Edoardo Sanguineti. Passando per il fratello, naturalmente: non è facile fare cinema avendo un fratello maggiore come Bernardo (nato nel '41, 6 anni di più), che tra l'altro è stato un talento precocissimo (primo film a 21 anni!) ed era praticamente il regista più famoso del mondo nel '72, grazie a Ultimotango, quando Giuseppe appena si avvicinava al mestiere. Ma Giuseppe ha vissuto la fratellanza nel modo giusto: prima facendogli da aiuto in Strategia del ragno (nel 1970), poi collaborando alla sceneggiatura di Novecento e contemporaneamente seguendo percorsi propri, meno kolossal ma per certi versi addirittura più intriganti. L'anno chiave è il 1975: mentre nella Bassa emiliana si compie l'avventura di Novecento (e più tardi, nell'autunno dello stesso anno, viene ucciso Pasolini, che per entrambi i figli di Attilio Bertolucci era un amico di famiglia e un modello culturale), Giuseppe incontra in un teatrino off romano, uno sgangherato comico toscano che vomita sugli spettatori monologhi pieni di sesso, bestemmie e poesia. È il 23enne Roberto Benigni. Giuseppe Bertolucci ne intuisce il talento e scrive assieme a lui il monologo CioniMario diGasparefu Giulia al quale si ispirerà Berlinguer ti voglio bene, un film che esplode nel cinema italiano con la forza di una bomba al napalm, per di più in un anno – il 1977 – nel quale non si va per il sottile. Sono passati nove anni dal '68, il Pci sta facendo i conti con una pesante contestazione da sinistra e con la tragica stagione del terrorismo, dichiarare l'amore per Berlinguer è un gesto quasi eroico; tanto più quando il film è la full immersion in un proletariato primario, viscerale, coprolalico, verbalmente violentissimo. Sembra l'ultimo grido dalla savana del lumpenproletariat, la ribellione estrema all'omologazione che Pasolini aveva intuito già da anni. Rivedetelo: è un film quasi insostenibile per la sua potenza – ed è un'opera prima! Benigni ha successivamente firmato (anche da regista) film più rifiniti, ma non è mai più stato così vero se non nel primo, leggendario TuttoBenigni che sempre Bertolucci gli cuce addosso seguendolo nei suoi travolgente spettacoli teatrali. UNRICORDOPERSONALE Giuseppe Bertolucci ha solo 30 anni quando dirige Berlinguer. Gli dà un seguito tre anni dopo con Oggettismarriti, film su un'umanità vitale ed emarginata al quale siamo legati da un ricordo personale e toccante. È il 1980, collaboriamo con l'Unità di Milano da soli due anni e in redazione ci dicono semplicemente: Giuseppe Bertolucci gira un film alla Stazione Centrale, vai là e vedi che puoi fare. Andammo in Centrale a mezzanotte – si girava in esterni notturni – fra pendolari, tossici e barboni, individuammo il regista e approfittammo di una pausa per chiedergli se ci concedeva un'intervista. Non solo disse sì, ma ci fece parlare anche con Mariangela Melato che era già una leggenda; con Bruno Ganz no, era più riservato, lo osservammo da lontano durante i ciak. In contemporanea a Oggetti smarriti Giuseppe gira nei meandri della Stazione anche Panni sporchi, film-inchiesta commissionato dal Pci che fa molto discutere. Poi arriveranno Segreti segreti (1984) che assieme a Colpirealcuore di Gianni Amelio è il film più bello sul terrorismo; Stranala vita (1987), I cammelli (1988), Amori in corso (1989), Troppo sole (1994) con Sabina Guzzanti, Il dolce rumore della vita (1999) e l'esperimento in digitale di L'amore probabilmente (2001) che è, di fatto, l'ultimo vero film. Segue una lunga stagione di sperimentazione teatrale, in parallelo al lavoro per la Cineteca di Bologna che rende, assieme a Gianluca Farinelli, uno dei più importanti centri mondiali per la conservazione del cinema del passato. Penseremo a Giuseppe ogni volta che vedremo un restauro bolognese, a cominciare da tutti i capolavori di Chaplin: se la memoria cinematografica in Italia non è del tutto scomparsa, è anche merito suo. LASCOMPARSA Giuseppe tivogliobene Addio al regista e intellettuale autoredel filmsuBerlinguer LUOGHI : ApreaRomaEataly, laDisneylanddelcibodiqualità P. 21 APPUNTAMENTO : OggiAndreaSattaeStainorendonoomaggioaLeoFerrè P. 22 ILREPORTAGE : Ladoppiavitadell'Australia P. 23 ARGOMENTI : Cercasi linguaitaliana P. 24 U: Bertolucci, scopritorediBenigni,èstatouncompagno distradadellasinistra,criticoquandoserviva,solidale sempre. Il rapportocreativoconil fratelloBernardo ALBERTOCRESPI Unascenadel film di GiuseppeBertolucci «Berlinguer tivoglio bene» domenica 17 giugno 2012 19
Un esempio di buona politica per un Paese moderno Non è facile oggi legiferare suquestioni etiche. Non lo è per-ché una destra che ha dimostrato scarsa autonomia nel quasi ventennio in cui ha governato ha fatto aggravare ogni questione che in altri Paesi europei è già regolamentata da tempo, dalle unioni civili anche tra persone dello stesso sesso alla procreazione assistita, dal testamento biologico alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. Con le maggioranze che si sono susseguite non si sarebbe mai raggiunto quel livello di capacità riformatrice degli anni 70 che ha rivoluzionato la sfera dei diritti civili col divorzio, la legge 194, la riforma del diritto di famiglia. Ma non è facile affrontare questi temi neanche per il Pd, un partito giovane, ma che è nato con una grande ambizione: riunire le culture riformatrici che hanno segnato la storia della Repubblica, forze laiche e cattoliche, credenti e non credenti. Una scommessa difficile, che è entrata in crisi già in diversi momenti. Costruire un gruppo che ne discutesse in libertà, senza remore, per produrre una sintesi «alta» è stata una scelta coraggiosa. Se fosse fallita, sarebbe stato un boomerang che avrebbe compromesso la stessa vita del partito. Così non è stato. Abbiamo messo a disposizione degli iscritti e degli elettori, dell'opinione pubblica tutta, il frutto di una discussione lunga e approfondita, nella quale non sono mancati momenti di tensione, ma che costituisce un esempio di come sia possibile governare le differenze nelle scelte politiche. La nostra è l'epoca delle grandi rivoluzione tecnologiche e della ricerca genetica, che hanno modificato il concetto di «vita» e reso più labile il confine tra «naturale» e «artificiale». Viviamo sempre più intensamente in società multiculturali, nelle quali si moltiplicano le concezioni del bene a confronto. Come può la politica legiferare su temi cruciali che riguardano la coscienza e le credenze di ciascuno rispettandole tutte e senza assumerne nessuna in particolare? Certamente, la nostra Carta costituzionale è una stella polare; garantisce eguaglianza, libertà, diritti individuali, coesione sociale. Ma le novità sono tali che richiedono strumenti nuovi. La cultura liberale, con John Rawls, ci insegna che sui temi di maggior conflitto si può decidere solo fino al punto in cui si registra condivisione. Questo il gruppo, ciascuno e ciascuna con le sue competenze, ha cercato di fare, indicare direttrici possibili, momenti più elevati di sintesi fra culture diverse, a partire dalla condivisione di un valore fondamentale: la centralità dell'essere umano e della sua dignità. Troviamo allora riconosciuti cultura e diritti delle donne, rispetto delle differenze, diritto alla legalità, autodeterminazione nelle scelte che riguardano la propria vita e la propria salute, riconoscimento dei legami differenti da quelli matrimoniali, «ivi comprese le unioni omosessuali». Si poteva fare di più? Sicuramente. Su questioni specifiche ognuno avrebbe fatto scelte diverse. Io sicuramente sarei stata più esplicita sulla possibilità di ricerca su embrioni soprannumerari, che invece restano inutilizzati e inutilizzabili, che farebbe segnare progressi nella cura di molte malattie. Tuttavia, valorizzare il lavoro che il gruppo, col contributo di tutti, ha portato a termine è esempio di buona politica, un'apertura su un'Italia più moderna e inclusiva. IGNAZIOMARINO SENATOREPD Ildocumentoelaborato dalcomitatoPdèunpasso avanti,maoccorrono posizionipiùnette, apartiredatemicome leunioni traomosessuali L'INTERVENTO /1 VITTORIAFRANCO SENATRICEPD Idiritti civili non sono una con-cessione. Questa è la chiave,l'essenza su cui si fonda unoStato laico. Laicità significa ri-conoscere l'uguaglianza tra lepersone, difenderne la parità e la libertà di scelta. Questi principi nei giorni scorsi mi hanno spinto a non accettare il documento finale elaborato dal comitato diritti del Partito democratico, un organismo che era stato creato nel febbraio 2011, dopo una lunga discussione promossa da me e da molti altri nell'assemblea nazionale di Roma. Il documento rappresenta un passo avanti rispetto al passato poiché il partito ha finalmente dimostrato una volontà di confronto che prima era mancata. Come tutti i democratici, credo in una società proiettata verso il futuro e basata su principi come la libertà, il rispetto, l'uguaglianza, il diritto. Per il Pd, che ha nel suo carattere distintivo il sostegno di questi valori, è fondamentale non fermarsi mai e operare scelte sempre più chiare e innovatrici, altrimenti le sue esitazioni diverranno la sua più grande debolezza. Prendere una posizione netta su un tema specifico non significa negare le diversità o non ammettere il pluralismo e la libertà di coscienza. Significa solo non avere alcuna indecisione nel momento in cui c'è bisogno di schierarsi dalla parte della libertà e dei diritti civili. Viviamo un momento di grande difficoltà, in cui gli italiani stanno sopportando il carico di pesanti scelte economiche e fiscali; il lavoro e l'economia, dunque, sono due settori importantissimi, ma non dobbiamo cadere nell'errore di rimandare le decisioni sui diritti. Da che parte stiamo? Pensiamo che due persone che si amano, se sono dello stesso sesso abbiano il diritto di sposarsi? Io penso che dovremmo, come accade nel resto d'Europa, dove ben venti Paesi, dal Portogallo, alla Finlandia, dalla Francia alla Germania, alla cattolicissima Irlanda e alla Slovenia, hanno adottato normative che garantiscono e tutelano i diritti di tutte le coppie, comprese quelle omosessuali. Il Pd ritiene che si debba garantire anche ai single e alle coppie omosessuali il diritto ad adottare un bambino? A mio parere, la capacità di crescere un figlio non è una prerogativa esclusiva della coppia eterosessuale, ma in alcune circostanze può avvenire con l'amore e l'affetto di un single o di una coppia gay. Ciò che è veramente essenziale nel concedere l'adozione è soltanto l'esclusivo interesse del minore. Qual è davvero la nostra idea di famiglia? Io penso che la famiglia cosiddetta tradizionale sia una istituzione straordinariamente solida: non ha bisogno dunque di essere difesa con politiche restrittive o proibizioni, ma semmai da un welfare efficiente, da asili nido e fondi per l'infanzia. Le aggressioni contro le donne e gli omosessuali si sono intensificate in questi anni e rappresentano un esempio odioso, inaccettabile, di discriminazione e violenza: credo perciò che il Pd dovrebbe pretendere adesso, subito, una legge che punisca in maniera esemplare l'omofobia, oltre a pretendere un inasprimento delle pene nel caso di violenza sulle donne. Non sono temi meno importanti dello spread, semmai hanno maggiore rilevanza, perché non riguardano aspetti contingenti al tempo che viviamo ma valori essenziali per un democratico, in ogni tempo. Non comprendo, poi, le timidezze di alcuni settori del Partito democratico sul testamento biologico. La politica e i partiti eletti in Parlamento non devono scegliere se proseguire o interrompere le terapie, devono solo permettere a ognuno di noi di decidere con i nostri affetti, quali cure riteniamo appropriate per noi stessi e quali no. Io credo che una legge amica della vita debba rispettare le scelte delle persone: coloro che vogliono tutte le terapie che esistono oggi e quelle che esisteranno domani, dovranno essere protetti e dovranno averle, mentre coloro che non le vogliono dovranno poter accettare liberamente la fine naturale della vita. Infine, la scienza. L'umanità seguirà la propria evoluzione, anche senza l'endorsement della politica italiana. Se non riusciremo a comprendere e governare il cambiamento, lo subiremo. Come facciamo già con il turismo riproduttivo, nel caso della legge sulla fecondazione artificiale, e come avviene con la ricerca scientifica sulle cellule staminali. Negli Stati Uniti, una sperimentazione sull'uomo basata sull'utilizzo di cellule staminali di origine embrionale per curare alcune forme di cecità ha dato, poche settimane fa, i primi sorprendenti risultati positivi, permettendo ad una paziente colpita da degenerazione maculare della retina (la più importante causa di cecità nel mondo industrializzato) di ritornare parzialmente a vedere. Di fronte a prospettive di questa portata, chi potrà opporsi all'utilizzo delle cellule prelevate dagli embrioni congelati nelle cliniche per l'infertilità, non utilizzati a scopo riproduttivo e destinati alla distruzione? Sono davvero convinto che sia urgente trovare un equilibrio tra il mondo della scienza e le diverse sensibilità etiche e religiose. La via peggiore è quella di ignorare o negare ciò che sta avvenendo e non stimolare un dibattito libero da pregiudizi ideologici e che conduca alle scelte migliori per la nostra vita e la nostra salute. Sui diritti serve più coraggio Affrontarequestioni etichenonèfacile,ma abbiamotrovatouna sintesialta traculture diverse.Equesto èungranderisultato . . . Non capisco la timidezza dei democratici sul testamento biologico e la ricerca sulle staminali L'INTERVENTO /2 Nessun mistero al Quirinale. Nessuna interferenza o ingerenza. Nessuna pressione. Una nota della presidenza della Repubblica ha bollato come «risibile» il presunto mistero, oggetto di articoli pubblicati da alcuni giornali a proposito del contenuto di intercettazioni dei colloqui telefonici tra il senatore Nicola Mancino e il consigliere del presidente per gli affari dell'amministrazione della giustizia, Loris D'Ambrosio, sulle vicende della presunta trattativa tra lo Stato e la mafia nei primi anni Novanta. Dal Colle è stato ribadito «che ovvie ragioni di correttezza istituzionale rendono naturale il più rigoroso riserbo, da parte dei consiglieri, circa i loro rapporti con il Capo dello Stato», e non prevedono men che mai che vengano fornite informazione sul come e il quando il presidente sia stato informato di quelle comunicazioni telefoniche o di altri contatti. E proprio per non avvalorare la tesi del «mistero», per stroncare sul nascere «ogni irresponsabile illazione sul seguito dato dal Capo dello Stato a delle telefonate e ad una lettera del senatore Mancino in merito alle indagini che lo coinvolgono», il Quirinale ha reso noto il testo della lettera inviata dal Segretario generale della Presidenza, Donato Marra, in data 4 aprile 2012, al Procuratore generale presso la Corte di Cassazione, Vitaliano Esposito. È l'unico atto che è stato prodotto in materia dalla presidenza. In essa si legge: «Illustre Presidente, per incarico del Presidente della Repubblica trasmetto la lettera con la quale il Senatore Nicola Mancino si duole del fatto che non siano state fin qui adottate forme di coordinamento delle attività svolte da più uffici giudiziari sulla “c.d. trattativa” che si assume intervenuta fra soggetti istituzionali ed esponenti della criminalità organizzata a ridosso delle stragi degli anni 1992-1993. Conformemente a quanto da ultimo sostenuto nell'Adunanza plenaria del Csm del 15 febbraio scorso, il Capo dello Stato auspica possano essere prontamente adottate iniziative che assicurino la conformità di indirizzo delle procedure ai sensi degli strumenti che il nostro ordinamento prevede, e quindi anche ai sensi delle attribuzioni del procuratore generale della Cassazione fissate dagli artt. 6 D.Lgs. 106/2006 e 104 D.Lgs. 159/2011; e ciò specie al fine di dissipare le perplessità che derivano dalla percezione di gestioni non unitarie delle indagini collegate, i cui esiti possono anche incidere sulla coerenza dei successivi percorsi processuali. Il Presidente Napolitano le sarà grato di ogni consentita notizia e le invia i suoi più cordiali saluti, cui unisco i miei personali». Con la nota, sulla base del teso della lettera reso pubblico integralmente, «risulta dunque evidente che il Presidente Napolitano ha semplicemente – secondo le sue responsabilità e nei limiti delle sue prerogative – richiamato l'attenzione di un suo alto interlocutore istituzionale su esigenze di coordinamento di diverse iniziative in corso presso varie Procure: esigenze da lui stesso espresse nel tempo, anche in interventi pubblici svolti al Csm anche il 9 giugno del 2009 e l'11 aprile del 2012 per “evitare l'insorgere di contrasti ed assicurarne il sollecito superamento”, proprio ed esclusivamente al fine di pervenire tempestivamente all'accertamento della verità su questioni rilevanti, nel caso specifico ai fini della lotta contro la mafia e di un'obbiettiva ricostruzione della condotta effettivamente tenuta, in tale ambito, da qualsiasi rappresentante dello Stato». Il Quirinale sulla trattativa Stato-mafia: «No a illazioni» MARCELLACIARNELLI ROMA . . . Così si afferma il rispetto delle differenze e dell'autodeterminazione nelle scelte sulla salute domenica 17 giugno 2012 9
28 domenica 17 giugno 2012
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17/06/12

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