UNIVERSITÀDELLA TUSCIA Oggi l'esame di Maturità per 500mila studenti. Con una novità: le tracce arriveranno in maniera telematica. E per questo c'è una certa apprensione. «Il sistema funzionerà e l'esame si svolgerà regolarmente, come gli altri che negli anni lo hanno preceduto» ha fatto sapere il ministero dell'Istruzione rassicurando i tecno-scettici che guardano con diffidenza la novità del «plico telematico» e considerano il problema tecnico registrato ieri nella gestione delle commissioni una avvisaglia di quel che potrebbe accadere. «Non esiste un collegamento né un nesso tecnologico - spiegano fonti ministeriali - tra i problemi incontrati da alcune scuole nell'uso “dell'app” «Commissione Web» e la funzionalità del plico telematico, cioè delle tracce inviate via mail dal Miur e protette fino a stamattina alle 8,30 da un doppio codice di accesso. Viale Trastevere ammette che in tempi di crisi il nuovo faccia paura e ingeneri ansia, ma - assicura - «siamo in grado di rassicurare tutti gli utenti e il pubblico dei lettori di giornale che domani il sistema funzionerà. Certo, in tutte le cose nuove esiste una certa dose di rischio, e la sicurezza non è mai al 100%. Ma la maturità 2012 si svolgerà regolarmente come le altre che l'hanno preceduta negli anni». E dal ministero si fa pure notare che forse chi ha il coraggio di cambiare meriterebbe più fiducia. «Questa troppo spesso vilipesa amministrazione pubblica italiana dovrebbe essere sostenuta quando decide di innovare, con un risparmio anche economico, peraltro, come in questo caso, invece di essere sottoposta a una paradossale (proprio perché di solito viene criticata proprio perché immobile) censura per aver troppo osato. Eppure oggi è biasimata - si fa notare - per aver lasciato i rassicuranti lidi della polverosa e ottocentesca maturità cartacea in favore di un moderno uso del mezzo telematico. A questi misoneisti e tecnofobi (usiamo parole greche forse comprese meglio da questi difensori della tradizione a ogni costo) allora non possiamo che rispondere con il vecchio e popolare adagio della nonna, che “solo chi non mangia non fa briciole”». Ma come funziona il sistema? Le scuole hanno già ricevuto una prima chiave di accesso al sistema. La seconda chiave informatica, quella che consentirà alle commissioni d'esame di accedere alle tracce dei temi, sarà distribuita soltanto in mattinata. Da da giorni la polizia postale sta monitorando il sito del ministero dell'Istruzione per evitare che gli hacker possano entrare in possesso del codice prima che questo venga reso pubblico. Nel caso non dovesse funzionare le scuole possono sempre richiederlo via telefono e o guardando, alle 8,30 del mattino, Rai Uno. In caso di estremo black out informatico e elettrico i plichi saranno consegnati dai Carabinieri. In attesa di capire se il sistema telematico funzionerà è già iniziato in Rete il toto traccia. Il più citato è D'Annunzio, perché «non è mai uscito». Pascoli, perché «quest'anno ricorre il centenario della morte». Ma poi nel calderone finiscono anche Montale, Calvino, Pirandello, Carducci. Insomma «diciamoli tutti», commenta qualcuno. E così alla lista si aggiunge anche Federico Moccia. «Rete» calda, quanto la temperatura all'esterno, nel giorno prima degli esami. Elenchi lunghissimi di post e cinguettii che raccolgono gli sfoghi degli studenti in questa vigilia di maturità. Questa mattina il nodo sarà come sempre sciolto. Sempre ammesso che tutto fili liscio e che il plico telematico faccia il suo lavoro. Rischio caos per la nuova maturità Cinquecentomila studenti alla prova con gli esami di maturità FOTO ANSA Nuovicorsiper l'ateneo Dalprossimo settembre l'Università degliStudidella Tusciadi Viterbo avvierà il corsodi laurea triennale in Scienzegiuridiche.Le lezioni si svolgerannonel suggestivo complessomonumentaledel San Carlo(VT). «Il nostroobiettivo - ha dichiarato ilprof. Marco Mancini, rettoredell'Ateneo- è quello di fornire agli studentiuna preparazione dibase checonsentadi acquisire conoscenze giuridichecompiute e metodologicamenteorganizzate, direttamente impiegabili inmolteplici attivitàdel settore, in ambito pubblico eprivato».Per ottenere la massima diffusionedelcorsodi laurea, l'Universitàstagià realizzando un'intensaattività di orientamento in diverseRegioni italianeattraverso la partecipazionedei suoi rappresentanti allemanifestazionidel settore. È possibile monetizzare la libera espressione del pensiero degli studenti all'interno degli atenei? Secondo l'Università di Catania sì. Tanto che ha applicato un «tariffario» alle iniziative nelle facoltà della città siciliana. Lo scorso 25 maggio il Consiglio d'Amministrazione dell'Università ha approvato la «Disciplina relativa alla procedura relativa alla concessione degli spazi e dei locali dell' Ateneo, nonché il tariffario delle suddette concessioni». Sulla carta lo scopo è tutelare l'ingente patrimonio immobiliare di valore artistico sede delle facoltà. Nella realtà la necessità è quella di fare cassa. E così si va dai 250 euro per «l'affitto» dell'aula più piccola in orario diurno (di sera si sale a 500 euro) ai 2000 euro per ottenere le prestigiose sedi del Chiostro dei Benedettini o dell'Orto Botanico. A farne le spese ovviamente sono gli studenti. Impossibile pensare che un'associazione no profit, le sezioni studentesche dei partiti, i movimenti auto organizzati, i collettivi abbiano a disposizione quelle cifre. E difatti ad accorgersi della delibera, che non era stata comunicata, è stata «Ingegneria Fuori campo». Il 29 maggio gli studenti della facoltà avevano inoltrato, come di prassi, una richiesta all'amministrazione per l'organizzazione nel cortile della facoltà di un banchetto informativo sull'aumento delle tasse da tenersi il successivo 5 giungo per due ore. Il 4 giugno l'Università di Catania ha così risposto: «Considerato il carattere dell'attività, nonché il tempo di svolgimento della stessa, è necessario un contributo di 300 euro per l'uso del suddetto spazio, il nulla osta dei direttori dei dipartimenti in indirizzo, del dirigente dell'area della prevenzione e della sicurezza e la stipula di un'apposita convenzione». Alla mail si allegava un modulo standard, con cifra e Iban per il versamento. Immediata la reazione del movimento studentesco che la scorsa settimana ha occupato simbolicamente il Chiostro dei Benedettini. «Abbiamo convocato un'assemblea, che adesso ci costerebbe 2000 euro, con tutta la società civile- spiega Andrea, di Lettere – dall'Arci, alle associazioni anti mafia, c'erano anche professori e ricercatori: chiunque ha sempre usufruito degli spazi universitari liberamente. Presentazioni di libri, dibattiti, incontri pubblici, concerti … l'Ateneo era il catalizzatore culturale principale della città». Alle proteste l'Università ha dapprima ha risposto che la delibera era stata emanata «nel pieno rispetto delle nuove norme sulla gestione degli spazi introdotte dalla riforma Gelmini». Poi il Rettore Antonio Recco il 14 giugno è tornato parzialmente sui suoi passi. Ha scritto infatti una lettera agli studenti di «Ingegneria fuori campo» nella quale comunicava: «Considerato che l'evento organizzato da codesta associazione è di interesse per la comunità studentesca, si revoca la richiesta di contributo». Solo quell'evento però. Solo per quegli studenti. Non per tutti. La delibera resta. E la toppa messa dal rettore secondo gli studenti è peggiore del buco, «il rettore adesso avoca a sé la possibilità di concedere gli spazi gratuitamente? Stabilisce lui cosa è “meritevole di attenzione per la comunità studentesca”? - si chiede Alessandro Di Stefano, coordinatore dell'associazione di Ingegneria – ma è una cosa dittatoriale,darà mai il consenso per un banchetto contro le riforme universitarie? La discrezionalità nel consentire o annullare una manifestazione è sbagliata e pericolosa». Per questo la protesta non si ferma. Gli studenti chiedono all'ateneo un nuovo regolamento, intanto programmano altre iniziative e fanno girare un appello (già firmato, tra gli altri, dal cantautore Daniele Silvestri e da Domenico Pantaleo, segretario nazionale della Flc-Cgil). Nell'appello si evidenzia come «le disposizioni approvate dall'Ateneo costituiscono il più cruento attacco al carattere pubblico dell'Università, al suo carattere democratico ed al suo ruolo di libero polo culturale. Chiedere di pagare per organizzare attività culturali nei locali dell'Università non solo è liberticida ma rischia di svilire ancora di più il ruolo sociale dell'Istituzione accademica. Sancire che a pagare debbano essere anche gli studenti sancisce un attacco mortale alla democrazia. Si dovrà pagare per un banchetto informativo, per un'assemblea e per qualsiasi momento di discussione promosso dal basso dagli studenti che già finanziano abbondantemente l'Ateneo attraverso le loro tasse. L'Università dovrebbe essere il luogo della libera condivisione dei saperi, della libera discussione e della libera iniziativa, istituire un “tariffario” significa non solo distruggere tutto ciò, ma eliminare anche il principale motivo d'esistere dell'Università stessa». Ma i catanesi non sono ottimisti «tutto il peggio della riforma Gelmini è stato prima sperimentato qui». I tagli dell'università siciliana saranno l'esempio? Catania, all'Università gli studenti pagano gli spazi pubblici Studenti davanti all'Università FOTO ANSA ITALIA . . . Si va dai 250 euro per «l'affitto» dell'aula più piccola ai 2000 euro per le più grandi Cinquecentomila studenti per l'esame più temuto. Le prove arriveranno per via telematica Il Miur assicura: nessun problema In Rete impazza il toto traccia: in pole D'Annunzio PINOSTOPPON ROMA Clara Apicella, 5˚ anno al liceo scientifico-tecnologico Galilei di Mirandola, provincia di Modena, il suo esame di maturità l'aveva immaginato tante volte. Prevedeva ansie, certo, preoccupazione. La realtà purtroppo è andata ben oltre, il terremoto del 20 e poi del 29 maggio ne ha fatto una sfollata. Oggi nessuno scritto per lei, come per altri 17mila maturandi di quattro province dell'Emilia-Romagna. Come già a L'Aquila, il ministero ha previsto per loro prove solo orali, nella maggior parte dei casi dal 25 in avanti. Le certezze si fermano qui, Clara ancora non sa dove, fisicamente, verrà interrogata. Ma almeno si è tenuto conto delle condizioni difficili quando non impossibili in cui si sono trovati a studiare. Clara l'ha fatto, come tanti altri, a chilometri di distanza da casa, in cerca di una sicurezza che non riesce a trovare. Centinaia di chilometri, visto che ha trovato rifugio dalla zia, in provincia di Salerno. Chi più chi meno tanti maturandi hanno battuto questa strada, così chi è rimasto ha patito la vita in tenda, chi si è allontanato di più la fatica degli spostamenti. Con una paura addosso che non ti passa mai. E allora si prova a studiare insieme, a fare gruppo, «ho ospitato un'amica, abbiamo cercato di concentrarci. Ma pur sapendo di essere in una zona tranquilla la prima settimana è stata un incubo, ho dormito poco. E lei ancora si sveglia ogni notte intorno alle 4, l'ora della prima grande scossa. Appena c'è un rumore improvviso poi quasi saltiamo per aria, basta un camion che passi per strada». La normalità però si insegue con determinazione, mattina e pomeriggio sui libri, si punta tutto sulla tesina, «c'è la possibilità di partire da lì, la mia è su Dna e progresso scientifico, conto di “agganciarci” cinque materie». Come e quando verrà valutata, è un'altra incognita. Ma poco importa ormai, «voglio solo chiudere con quest'anno, che per noi è finito così male. E poi magari una vacanza. Ma poi si ricomincia, devo studiare per entrare a medicina». Da sfollata. ADRIANACOMASCHI E per studiare si va lontano In Emilia ci si prepara così . . . Il sito del ministero monitorato dalla polizia postale per evitare l'attacco di hacker LUCIANACIMINO CATANIA 10 mercoledì 20 giugno 2012
Oggi pomeriggio l'aula del Senato vota sulla richiesta di arresto per Luigi Lusi, l'ex tesoriere della Margherita accusato di appropriazione indebita di oltre 20 milioni di euro del partito. E il livello di tensione a Palazzo Madama è altissimo. Con il memorandum di 500 pagine inviato dal senatore agli «illustri colleghi» per invitarli a votare contro un'«ingiustificabile misura dal sapore discriminatorio». Con il Pd consapevole del prezzo, in termini di immagine, che pagherebbe in caso di veto dell'emiciclo ai magistrati. E con il Pdl spaccato tra garantisti e votati alla realpolitik. Dentro il partito azzurro e il gruppone satellite di Coesione Nazionale si registrano manovre dell'ultim'ora. Obiettivo: raccogliere le 20 firme necessarie per ottenere da Schifani il voto segreto. Un blitz destinato a restare “coperto” fino a un minuto prima del deposito alla presidenza. È chiaro che poi, nel segreto dell'urna, la situazione sarebbe difficilmente controllabile dalla disciplina di gruppo: via libera ai sospetti sui leghisti bramosi di allontanare l'attenzione dagli scandali padani, ecco i rumors su baratti tra la salvezza di De Gregorio e quella di Lusi, potenziale “gola profonda” del centrosinistra. Senza contare che nella Camera alta l'astensione vale un bel no. Beppe Grillo pronostica ed esulta: «Meglio tirare a campare che tirare le cuoia. Lo disse Andreotti, lo faranno in Senato se non vogliono rischiare l'estinzione. Ma comunque vada sarà un successo». È uno scenario che il Pd vuole evitare a tutti i costi. Bersani e Anna Finocchiaro ancora ieri hanno serrato le file e giurano che non ci saranno defezioni. Sanna, capogruppo in giunta Elezioni e Immunità, vede il pericolo: «C'è un lavorio sul voto segreto, ma si decida alla luce del sole. L'anonimato getterebbe nuovo fango sulle istituzioni». Emma Bonino e Zanda: «Non c'è ombra di fumus persecutionis». Lega, Idv, Api e Udc sulla carta sono per l'arresto. «Impedire l'inciucio trasversale» strilla già il dipietrista Belisario. Casini avverete: «Chi traffica col voto segreto prepara la santificazione di Grillo». Il Pdl ha lasciato libertà di coscienza. Ma anche per i berluscones non è rose e fiori. Il rischio di apparire i “difensori della casta” a otto mesi dalle elezioni e già scavalcati dal M5S c'è tutto. Spiega Quagliariello: «Siamo contro il voto segreto. Garantisti nel Dna ma a viso scoperto. Abbiamo dato libertà di voto, ora evitare che qualcuno mesti nel torbido». Gasparri la pensa come lui, altri no: c'è chi ricorda per De Gregorio una posizione diversa. Ieri sera un'infuocata riunione del gruppo alla presenza di Alfano ha cercato di trovare la quadra. Di sicuro la pressione sui “carbonari” è enorme. Lauro, uno dei pochissimi senatori usciti allo scoperto, fa sapere che prima di ritirare la firma sulla mozione vuole sentire Lusi in aula. Paolo Amato l'ha già ritirata. Bocche cucite sugli altri, anche se nei corridoi di Palazzo Madama si parla di 14-15 fime già apposte. In serata la ventina si allontana. Alfano sembra aver frenato la fronda. Crosetto netto: «Se non prendiamo a calci Lusi, i calci li prendiamo noi». Girano nomi Pdl: Sanciu, Ladu, l'avvocato Longo, l'ex ministro Sacconi, Ciarrapico, Cinzia Bonfrisco. Giovanardi smentisce. Tra gli ex Responsabili si parla di Villari. Si vocifera che il promotore dell'iniziativa sia l'ex democratico Tedesco. Ci si interroga sulle scelte di Rosy Mauro. Dubbi su Matteoli. SARO:«NOAGIUSTIZIA POLITICA» Alfano e Quagliariello fanno pressing: «È un suicidio, così Grillo finisce al 30%». Balboni, vicepresidente della Giunta che lì non partecipò al voto, deve scoprirsi: «Voterò per l'arresto, ho maturato la convinzione che non c'è fumus persecutionis ma le esigenze cautelari sussistono». Ferruccio Saro, friulano ex socialista, che guidò la fronda pro De Gregorio, invece non recede: «Io sono garantista, i processi si fanno in tribunale». Ma c'è bisogno del voto segreto per dire no? «Il voto palese sarebbe condizionato dagli ordini di partito: il Pdl ha lasciato libertà di coscienza, ma il Pd no. Caccerebbero chi dissente. In Italia non c'è mai stato voto palese sulla libertà delle persone. Dico no alla giustizia sommaria politica. Non mi pongo il problema della mia immagine di fronte all'opinione pubblica: non voglio che sia sancito un principio devastante. Rutelli vuole Lusi in galera? Faceva meglio a vigilare di più». Intanto l'ex tesoriere dielle si difende: «C'era un patto fiduciario: le assegnazioni del denaro si decidevano a voce, non c`erano verbali. In parte era prassi e in parte per non lasciare traccia; di scritto c`erano solo i bilanci». La Margherita replica in una nota: «Inquina le acque minuto per minuto». DiPietrocorteggia l'ex comicoeattacca ilColle epersino l'excollegapm Colombo.Donadi lancia l'allarme:«Cosìdove andiamoafinire?» IL RETROSCENA Oggi il Senato vota sull'arresto dell'ex tesoriere Dl A destra si raccolgono le 20 firme per il voto segreto Alfano tenta di stoppare la fronda ANDREACARUGATI ROMA Il «grillismo» di Tonino fa litigare l'Idv POLITICAEGIUSTIZIA Manovre Pdl per salvare Lusi Grillo già esulta FEDERICAFANTOZZI Twitter@Federicafan Grillo fa litigare i dipietristi. O me-glio, fa emergere la faglia che agitae scuote l'Italia dei valori. Da una parte Tonino il leader, sempre più grillino, lancia in resta contro il Quirinale sulla trattativa Stato-mafia, pronto a definire «figlia di una logica spartitoria» persino l'indicazione del suo ex collega pm Gherardo Colombo come membro del cda Rai, fatta dal Pd su suggerimento di Libera di Don Ciotti e da Libertà e giustizia. Un Di Pietro che al “Fatto” di ieri arriva a dichiarare sconsolato che l'alleanza alle urne con Grillo non si può fare, ma solo perché Beppe «ha detto chiaro e tondo che loro andranno da soli alle urne». Poco male, assicura Tonino, «il giorno dopo le elezioni le nostre battaglie in Parlamento saranno comuni». Una deriva grillina che preoccupa, e molto, l'ala moderata del partito. Quella che fa riferimento al capogruppo alla Camera Massimo Donadi, uno che si è fatto politicamente le ossa con l'Ulivo di Prodi e ha deciso di «mettere le mani avanti» per evitare che l'Idv finisca in un «sentiero sdrucciolevole». Letta l'intervista di Tonino, ieri mattina Donadi ha posto la questione sul suo blog. «Sarebbe grave pensare di essere noi a sottrarci alla responsabilità di costruire un centrosinistra di governo. Cedere alle lusinghe di una sorta di grillismo di ritorno sarebbe per noi una mossa sbagliata ed ingiustificabile. Un'apparente via indiscesa,mainrealtà unamossa rinunciataria e perdente». E ancora: «In Parlamento saremo fianco a fianco con Grillo? Su temi di legalità e moralizzazione della politica certo che sì. Ma sulle scelte economiche delPaesenoncredoproprio.Conchipropone il default dell'Italia e la nostra uscita dall'euro non voglio avere nulla a che fare!». Parole nette, che in queste ore, in attesa del prossimo esecutivo dell'Idv che dovrà discutere di strategie e alleanze, stanno facendoproselitidentroi gruppiparlamentari. Rumors di Montecitorio dicono che la maggioranza dei deputati sarebbe sulla linea Donadi. Anche sull'attacco al Colle a proposito delle telefonate di Nicola Mancino, Donadi fa un distinguo: «Io credo che ci siano stati dei comportamenti poco corretti da parte dello staff del presidente Napolitano». Parole ben diverse da quelle del leader che ha parlato di una «lettera di pressioni» sul pg della Cassazione «scritta da Napolitano». E il capogruppo insiste: «La scelta del governo l'abbiamo fatta già nel 1996. Ora il nostro compito è continuare a essere un pilastro insostituibile del centrosinistra». Luigi Lusi al Senato FOTO ANSA 8 mercoledì 20 giugno 2012
ILRITORNODEIBLUESBROTHERS La bilingua di Belushi Dinuovoalcinemail filmcultdiLandis trabattuteoriginaliedoppiate EHNO,CAROJOHN.ICUOCHIROMENICISONO!INORIGINALE SONO «THE BEST ROMANIAN CATERERS IN THE STATE», MENTRE NEL DOPPIAGGIO ITALIANO DIVENTANO «I MIGLIORI CUOCHI ROMENI DELL'ILLINOIS»,CHEFAANCORAPIÙRIDEREERENDELA«LAND OFLINCOLN»(QUESTOILNOMIGNOLOUFFICIALECHE COMPARE SULLE TARGHE DELLO STATO) UN POSTO SINGOLARE,POPOLATOAPPUNTODICUOCHIROMENI E DI NAZISTI PIÙ O MENO IMPROBABILI. Almeno nei Blues Brothers, il capolavoro di John Landis che ritorna nei cinema in occasione dei 100 anni della Universal, la major hollywoodiana che lo produsse nel 1980 e che, in questo suo compleanno, ci sta facendo - a casa e al cinema - bellissimi regali. Ma torniamo ai cuochi. Qualche mese fa, in occasione delle edizioni in Blu-ray di AnimalHouse e The Blues Brothers, abbiamo avuto l'opportunità di chiacchierare telefonicamente con Landis, uno dei registi americani più simpatici e intelligenti. L'intervista uscì proprio sull'Unità ma la domanda sui cuochi non c'era. Avevamo chiesto a Landis chi, fra lui e Dan Aykroyd che firmava la sceneggiatura, li avesse infilati nel dialogo - forse il più divertente del film - fra Carrie Fisher e John Belushi, quando la «mystery woman», la donna misteriosa che segue i fratelli Blues lungo tutto il film, li intercetta finalmente (armata di mitra) nel tunnel dal quale sono appena fuggiti dal concerto. Landis non la ricordava. Abbiamo glissato pensando fosse una trovata del doppiaggio, qua e là molto inventivo rispetto all'originale. Non c'era il tempo di verificare. Stavolta, la verifica c'è stata. Ecco il dialogo in inglese. Carrie Fisher blocca Belushi e Aykroyd a mitragliate, poi spiega che li deve uccidere perché il primo l'ha abbandonata sull'altare il giorno delle nozze: «…My uncle hired the best Romanian caterers in the state. To obtain the seven limousines for the wedding party, my father used up his last favor with Mad Pete Trullo. So for me, for my mother, my grandmother, my father, my uncle, and for the common good, I must now kill you, and your brother». In italiano Micaela Esdra, la doppiatrice di Carrie Fisher, dice (traduciamo parzialmente): «Mio zio aveva ingaggiato i migliori cuochi romeni dell'Illinois, per procurarsi le sette limousine per il corteo nuziale mio padre ha versato una tangente al racket delle pompe funebri…». Fermo restando che, come spesso succede, il testo italiano è più spiritoso di quello inglese, la grande domanda ora diventa: chi diavolo è Mad Pete Trullo, che doveva al padre della ragazza «un ultimo favore»? Non googlatelo, non cercatelo su wikipedia. Non esiste! È un nome immaginario che probabilmente, in Illinois, evoca i fantasiosi nomignoli dei mafiosi italo-americani (è pur sempre lo Stato che ha visto le gesta di Al Capone!). Per un pubblico americano rimanda immediatamente alla mafia, ma ammetterete che il «racket delle pompe funebri» è migliore! PALLOTTOLENAZISTE Sono numerosi i momenti in cui il traduttore Alberto Piferi e la direttrice del doppiaggio Rita Savagnone (che doppia anche Aretha Franklyn nelle parti dialogate: non quando canta!) «tradiscono» creativamente l'originale. La più clamorosa è nell'inseguimento, quando la Blues Mobile viene colpita dalle pallottole dei nazisti dell'Illinois. Aykroyd annuncia mesto che «è partito un pistone», e Belushi chiede: «Ma poi torna?». Battuta epocale, che in originale non c'è. Belushi chiede semplicemente «is that serious?», è una cosa grave? La genialità dell'adattamento entra in palese contraddizione con la decisione, presa a suo tempo, di tagliare il film di circa 20 minuti per il mercato italiano. Per cui The Blues Brothers è, per noi italiani, un curioso ibrido, divertentissimo e mutilato. Vale quindi la pena di rivederlo al cinema, anche per i suoi valori spettacolari: non solo nel parossistico inseguimento finale ma anche nella magnificenza sonora dei numeri musicali. Ricordiamoci sempre che è anche un film profondamente politico: il risarcimento ai grandi artisti afroamericani, allora quasi tutti dimenticati (tranne Ray Charles, ma solo perché suonava country!), è un passo importante di un cammino verso l'orgoglio nero che oggi si traduce in un afroamericano alla Casa Bianca. Varrà la pena di ricordare che allora, nel 1980, a quell'indirizzo stava per trasferirsi Ronald Reagan. ARCHEOLOGIA : Così l'imperatoreAugustoparlavadipoliticacon i fiori P.18 LETTERATURA : DedicatoaTondelli ilFestivalMixdiMilano P.18 CULTURAPOLITICA : La democraziaprivatizzata P.19 PROVOCAZIONI : InRete ilkitper l'arte«faidate» P.20 U: Il latopolitico Fuunrisarcimento aigrandiartisti afroamericani, quasi tutti dimenticati in un'epoca incui RonaldReagan stavaperentrare allaCasaBianca ALBERTOCRESPI Elaborazionegraficadiuna foto del film diJohn Landis «TheBlues Brothers» mercoledì 20 giugno 2012 17
La piazza si mobilita contro il «golpe militare». L'Egitto trema. In attesa dei risultati ufficiali che si conosceranno solo domani, decine di migliaia di manifestanti al grido di «abbasso il regime» «rivoluzione rivoluzione» si sono fronteggiati davanti alla sede del Parlamento egiziano al Cairo con centinaia di poliziotti in assetto antisommossa, che presidiano la strada di accesso. «Aprite la porta», scandiscono i manifestanti che gridano anche: «Scioglimento nullo, scioglimento nullo». La marcia con alla testa cinque deputati salafiti è stata accolta da un boato davanti all'Assemblea del popolo. A guidarla Mamdouh Ismail, uno dei leader del Partito della Luce e deputato che, parlando con i giornalisti, ha paragonato lo scioglimento del Parlamento deciso dalla Corte costituzionale al golpe militare di Gamal El Nasser del 1952. «Questo Parlamento e noi abbiamo lavorato bene, ma sono stati i militari e i servizi segreti che hanno deciso di farlo fuori», ha affermato il deputato. In molti sono affluiti anche verso piazza Tahrir per protestare contro la dissoluzione del Parlamento e le modifiche introdotte dalla Giunta militare alla Costituzione transitoria e che riservano ai generali una serie di prerogative. A guidare la marcia cinque deputati. «Aprite la porta», scandiscono i manifestanti. CONTROLAGIUNTA Uno dei gruppi che ha convocato la manifestazione, il Movimento 6 Aprile, che fu tra i protagonisti della rivoluzione che mise in ginocchio il regime di Mubarak, ha chiesto a tutti gli egiziani di «rifiutare l'atto costituzionale nella sua totalità». E anche il braccio politico dei Fratelli Musulmani, il Partito Libertà e Giustizia, ha sostenuto che il Parlamento ha ancora il potere di legiferare e fatto sapere che «parteciperà a tutte le manifestazioni popolari contro il golpe costituzionale». La giunta militare ha approvato una serie di emendamenti alla Costituzione in vigore dal marzo 2011, per blindarsi di fronte all'imminente trasferimento di poteri al presidente uscito dalle urne: una mossa definita da molti un golpe costituzionale che introduce di fatti la legge marziale e che assegna al consiglio supremo delle Forze Armate il potere legislativo (assunto dopo la dissoluzione del Parlamento), il controllo sulle leggi di bilancio, la difesa, la sicurezza interna, e persino il potere di veto sulla nuova Costituzione. TUTTIVINCITORI Nel frattempo il portavoce dello staff elettorale di Ahmad Shafiq lo ha proclamato vincitore delle elezioni presidenziali in Egitto. Shafiq è stato primo ministro in Egitto sotto la presidenza di Hosni Mubarak. Il tutto mentre lunedì i Fratelli musulmani avevano dichiarato la vittoria del loro candidato, Mohammed Morsi, ribadendo che, a scrutinio ultimato e secondo i dati forniti dalla commissione elettorale (che però non ha ancora ufficializzato i risultati definitivi) ha vinto con il 52% dei voti. Shafiq, invece, si sarebbe fermato al 48% dei suffragi. A dominare è l'incertezza, gravida di oscuri presagi. Nel frattempo, l'attivista egiziano Wael Ghonim, uno dei promotori, con il suo blog, della rivoluzione popolare che nel febbraio 2011 ha portato alla caduta del regime di Hosni Mubarak, ha detto di aver votato, nel ballottaggio per le presidenziali, per il candidato dei Fratelli Musulmani, Mohammed Morsi, nonostante avesse diverse riserve nei suoi confronti. Lo riporta il sito web dell'emittente araba Al Arabiya. «Ho votato per Morsi, ma non sono veramente contento che abbia vinto, farò parte dell'opposizione e lo criticherò quando salirà al potere», ha scritto Ghonim in un messaggio su Twitter. Il blogger, che amministra la pagina Facebook «Siamo tutti Khaled Said», che lanciò il movimento di protesta il 25 gennaio 2011, ha negato l'accusa secondo cui avrebbe votato per Morsi perchè appartiene ai Fratelli Musulmani. «Molta gente - spiega- ha votato per Morsi non perché è un esponente dei Fratelli Musulmani, ma perchè non volevano votare per un membro del passato regime». WIKILEAKS MONDO Egitto, paura del golpe militare Torna il popolo di piazza Tahrir I portavoce di Ahmed Shafiq durante una conferenza stampa FOTO ANSA Folla davanti al Parlamento: «Rivoluzione, rivoluzione» I generali varano emendamenti alla Costituzione per blindare il potere Cresce la tensione in attesa dei risultati delle presidenziali UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it Assangesi rifiugianell'ambasciatadell'Ecuador JulianAssange siè rifugiato nell'ambasciatadell'Ecuador aLondra e hachiestoasilopolitico. Lo hareso noto ieri in unaconferenzastampa ilministro degliesteri dell'Ecuador Ricardo Patino, precisandoche la richiesta dell'ideatore diWikileaks èallo studio. Patinoha anchereso notoche Assangeha inviato una letteraal presidenteRafael Correa, incui, tra le altrecose, assicurache è in atto«unapersecuzione»nei suoi confronti,per cui si vede appunto costrettoachiedere l'asilopolitico. La notiziaseguedipochi giorni la bocciatura,dapartedella Corte SupremadelRegno Unito,dell'istanza di revisione delprocedimento presentatadagli avvocatidel fondatore diWikileaks contro l'estradizione in Sveziaper risponderedi presunti reati dinatura sessuale. Sull'accountdi Wikileakssu Twitter l'esortazioneai sostenitori:«Fate donazionial fondo per la sua difesa». . . . Il blogger Wael Ghonim: «Ho votato l'islamista perché non voglio gli uomini del regime» 12 mercoledì 20 giugno 2012
L'INTERVISTA «Da noi nessun nome Un confronto vero vuole regole diverse» D iolianova, hinterland cagliarita-no, poco più di novemila anime,giunta di centrosinistra. Iscritti al circolo Pd: cinquanta. Non tantissimi, diciamo la verità, eppure per Emanuele Cabboi, che ne è il segretario, nonché consigliere comunale, è comunque un buon risultato. Racconta: «Non è facile cercare di coinvolgere le persone in un'esperienza che sia anche servizio. Ma quasi tre anni fa gli iscritti erano venticinque». Il cinquanta per cento in più, bicchiere mezzo pieno, anche se non nasconde che un problema c'è. Ed è enorme. Non riguarda certo soltanto il comune sardo, riguarda il Paese, pulsioni antiche eppure sempre attuali. Si chiama «antipolitica», ossia, una crescente diffidenza degli elettori verso i partiti. Cabboi, impiegato di banca, 37 anni, radici nei Ds, dice che l'antipolitica si alimenta nella misura in cui la politica si allontana dalle persone e non riesce a raggiungerle neanche quando prende decisioni e fa battaglie per il territorio. Comunicazione, questo è l'altro problema. «A volte capita che quando parli con le persone esordiscono con “siete tutti uguali, pensate soltanto a voi stessi”, un po' sull'onda del populismo ormai imperante, ma poi quando gli dici cosa stai facendo sul territorio, per la comunità sociale di cui sono parte, quando gli chiedi di partecipare a qualche iniziativa, il giudizio diventa meno sferzante, si rendono conto che non sempre la politica è come viene raccontata dai quotidiani nazionali. Il nostro, il Pd, è un partito che accoglie tutti e sul territorio facciamo una grande azione di ascolto, prima di tutto. L'obiettivo che ci poniamo è di rendere partecipi le persone, farle entrare nel nostro circolo, dare il proprio contributo di idee e questa è la parte più difficile». QUELLODICUIHABISOGNO IL PD Emanuele Cabboi sabato sarà a Roma per l'Assemblea nazionale dei segretari di circolo convocata dal segretario Pier Luigi Bersani. «Ci andrò per ascoltare, certo, ma anche per dire cosa secondo me dovrebbe cambiare e di cosa noi, che stiamo in prima linea, abbiamo bisogno». Cose da cambiare: «Quell'approccio un po' datato di cercare l'interlocuzione con le persone. Oggi il mondo corre velocemente, l'informazione anche. C'è bisogno di risorse, non solo umane, anche economiche». Risorse economiche? Ma non ha paura a parlare di temi come questo quando la maggior parte dell'opinione pubblica vorrebbe chiudere il rubinetto dei finanziamenti ai partiti? Sorride. «Non ho paura affatto, perché dipende da come li usi i soldi. A noi servono finanziamenti per comprare computer, per attivare una rete wi-fi, insomma gli strumenti per comunicare con le nuove generazioni con il loro linguaggio e coinvolgerle nella nostra attività politica. Alla fine il grillismo lo combatti anche così». Grillismo che in Sardegna ha attecchito ancora poco, «ma le sue argomentazioni iniziano a fare presa. La gente vuole che le cose cambino davvero, che ci sia davvero il rinnovamento, nei fatti e non soltanto a parole. Qui da noi - aggiunge-, per fortuna, pur condividendo alcune critiche di Beppe Grillo in tanti ti dicono anche che non è affatto credibile nelle risposte». Per questo, secondo Cabboi, il Pd ha una grande opportunità tra le mani che non può farsi sfuggire: «Noi siamo un partito serio, che le risposte ai problemi le ha, che si confronta e individua i percorsi». Quindi sbaglia Matteo Renzi quando sostiene che il Pd di Bersani è un partito “vecchio”? «Non condivido la critica di Renzi, ma credo che Bersani dovrebbe integrare la sua esperienza con ciò che le nuove generazioni e giovani amministratori possono dare a lui e al partito. Ci sono diverse chiavi di lettura della società e diversi modi di comunicare, penso che sia importante che queste diverse chiavi si incontrino. Il 25% dei giovani disoccupati, senza prospettiva, devono poter trovare non solo rappresentanza ma anche interlocuzione costante con la generazione che li ha preceduti». E quel piccolo mondo che ruota attorno al circolo di Dolianova alla fine rappresenta quello molto più grande degli elettori Pd sparsi lungo lo Stivale anche rispetto al rapporto dei democratici con il governo Monti. «Qui da noi gli iscritti, i militanti ma anche i simpatizzanti, sono spaccati a metà su questo tema - dice il segretario -. C'è chi avrebbe voluto andare al voto per dare al Paese un governo progressista in grado di fare sì le riforme ma di farle come oggi il Pd suggerisce al governo, e c'è chi, invece, capisce che nel momento storico dato la soluzione non poteva che essere questa». Ma andrà all'iniziativa della Leopolda del giovane sindaco rottamatore di Firenze? «Andrò sabato a Roma perché sono stati convocati i segretari di circolo per un'iniziativa del partito. Non andrò a Firenze e non ho dato la mia adesione». Dice che per quanto lo riguarda la priorità, adesso, è arrivare alle elezioni con un programma forte e chiaro sulle riforme che dovranno essere fatte durante la prossima legislatura e «spetta anche a noi segretari di circoli dare il nostro contributo per rafforzare il partito sul territorio». ge Gasparri, ndr -, ha avviato un nuovo modo di concepire il rapporto con la Rai, il più grande laboratorio civile e culturale del Paese». A mettersi di traverso è però Antonio Di Pietro; in una conferenza stampa ha annunciato che potrebbe non partecipare al voto: «Il Pd ha fatto scelte di altissima qualità» ma avrebbe commesso un «doppio errore: quello di accettare una spartizione lottizzatoria che darà al Pdl la possibilità di scegliere i suoi lanzichenecchi, con l'aggravante della copertura della società civile usata come paravento». Eppure il leader Idv apprezza la scelta di Gherardo Colombo, «un ex collega di cui sono orgoglioso». Però ha chiesto a Zavoli in una lettera che si stabilisca una «griglia» per selezionare tra i curricula le candidature più adatte. E se questo non avverrà, annuncia Di Pietro, l'Idv (a San Macuto sono due parlamentari) martedì uscirà dall'aula e non voterà e «non importa che l'eventuale consigliere che spetterebbe all'Idv finisca al Pd o al Pdl. Noi difendiamo un principio». Però pone alcuni paletti che sembrano riferiti ai candidati del Pdl: che siano esclusi candidati «il cui precedente operato in Rai possa essere controllato dal Cda» o chi «ha avuto incarichi in Autorità di garanzia che hanno, a vario titolo, competenze sulla Rai» (come Antonio Pilati, ex Agcom e Antitrust). Nota che vale anche per Luigi Gubitosi, ex amministratore delgato di Wind indicato da Monti come direttore generale Rai. I Radicali vorrebbero invece che fossero auditi i candidati. In trecento? L'altra incognita è la Lega, che oggi in una conferenza stampa dirà che sarebbe pronta a non votare. In questo caso i 18 parlamentari del Pdl (con Popolo e Territorio) si voteranno i tre consiglieri, in pista ci sono Antonio Verro, Pilati, gli “uomini Rai” ex An come Guido Paglia e Rubens Esposito, o anche il direttore del Tg1 a tempo Alberto Maccari. Ma la Lega, per mantenere un rapporto con Berlusconi, potrebbe votare e regalare un en plein al Pdl con 4 consiglieri. Se la Lega non voterà, il nuovo Cda sarà formato dalla presidente “montiana” Anna Maria Tarantola, dal consigliere di fiducia del Tesoro Marco Pinto, da Tobagi e Colombo votati dal Pd, da uno Udc (De Laurentiis, probabilmente), e da tre Pdl. Se invece l'Idv si unisse al Pd e all'Udc su un altro nome, potrebbero avere una maggioranza antiberlusconiana di quattro. La polemica è tutta politica (anche se Giovanni Sartori definisce «una pensata bambinesca» la scelta di Bersani). Matteo Orfini dal Pd risponde a Di Pietro: «È in cerca di visibilità ma fa una figuraccia. Attaccare scelte come quelle fatte sul Cda della Rai definendole “lottizzazione” è un atteggiamento irrispettoso non per il Pd, ma per le due straordinarie personalità indicate e per le associazioni che si sono fatte carico in modo trasparente di sceglierle». E comunque l'intento, secondo Orfini «è attaccare il Pd, ne terremo conto» per le future alleanze. Ci sono poi le proteste del Forum delle associazioni di ispirazione cattolica (Acli, Coldiretti, Cdo, Confartigianato, Confcooperative, Cisl, Mcl) che parlano di «bando di concorso con autocandidature», secondo loro «lottizzatorie». E se la Federconsumatori e l'Adusbef apprezzano i nomi di Colombo e Tobagi (fanno parte del Comitato per la Libertà) anche se non erano stati indicati da loro, il Codacons, il cui presidente Rienzi si era autocandidato, è durissimo: «Se Gherardo Colombo entrerà nel Cda della Rai, allora a Pippo Baudo dovrà essere affidato il compito di dirigere una Procura della Repubblica». Non ci sta l'associazionismo cattolico. «Non è con qualche nome, anche pregevole espresso dalla società civile che la politica può pensare di aver risolto il dialogo con la società civile e di aver risolto il problema di una nuova governance per la Rai». Lo mette in chiaro Andrea Olivero, il presidente delle Acli, una delle sigle del Forum delle associazioni cattoliche che hanno criticato i criteri di nomina del consiglio di amministrazione Rai. Nonbastanobeinomiespressidallasocietàcivile? «Non bastano. Premetto che noi non siamo stati invitati a presentare candidature. Riteniamo che questo metodo, che pure presenta alcuni aspetti interessanti perché denota un'attenzione alla società civile, sia fortemente insufficiente perché va a selezionare a monte i soggetti a cui rivolgersi e non apre un vero confronto». Cosaandava fatto? «La politica si doveva confrontare con le forze sociali non scegliendo tra queste, ma andando a guardare la loro rappresentatività, quali sono i soggetti che hanno saputo fare sintesi in questo variegato mondo. Così si vanno a frustrare le rappresentanze che sono presenti oggi. Penso al Forum del lavoro o al Forum del terzo settore. Non fa bene vedere che la politica, invece, di confrontarsi con le reti che hanno fatto sintesi al loro interno sceglie un'associazione piuttosto che un'altra non mi pare che sia una metodologia giusta». Esulmetodo? «Non vorrei che la metodologia di far presentare candidature con curricula non fosse un modo per seguire il “grillinismo”, un'operazione di facciata. Il confronto con la società civile passa attraverso la fatica di trovarsi attorno ad un tavolo e discutere dei temi, oltre che nel far emergere dei nomi. Non vi è alcuna intenzione di andare a surrogare le forze politiche e tanto meno quando si trovano in difficoltà, come in questo momento. Vogliamo, invece, che crescano nel confronto con noi sapendo che alcuni contributi possiamo darli e altri no. Siamo consci dei nostri limiti. Non siamo arroganti. Però solo attraverso un dialogo vero, costante nel tempo e non con una chiamata una volta ogni tanto. Detto questo ribadisco che l'attenzione alla società civile che è stata espressa in particolare dal Partito Democratico, è comunque un segnale positivo. Ma ci vorrebbe qualcosa di più coraggioso». Qualcosa però è cambiato con la scelta diBersani? «La novità c'è stata. È stato il segnale di una non autosufficienza delle forze politiche e questo ci sembra positivo». Auspicate una riforma strutturale della “governance” del servizio pubblico radiotelevisivo.Comearrivarci? «Intanto attraverso un confronto serrato tra la società civile e la politica. Non può essere un'operazione spot come questa, che avrà pure una sua necessità, ma non ci consente minimamente di entrare nel merito della gestione di un grande soggetto come è la Rai. Un soggetto, va ricordato, verso il quale abbiamo moltissimi interessi. Come organizzazioni sociali siamo tra le più penalizzate dalla conduzione attuale della televisione di Stato. Avremmo una grande esigenza di contare nella determinazione delle scelte». Nonbastanobeinomitiratifuoridalcilindro, serve il confronto? «Esattamente. Tanto più con un metodo per il quale i soggetti che devono indicarli sono scelti a tavolino in precedenza. Noi non abbiamo soluzioni pronte. La Rai non è della politica. Per troppi anni è stata solo della politica. Crediamo che oggi debba essere un grande servizio pubblico, che rappresenti tutto ciò che nostro Paese ha una vocazione pubblica. Soprattutto la società civile». ROBERTOMONTEFORTE ROMA AndreaOlivero IlpresidentedelleAcli: «Sbagliatochiedere aun'associazioneo aun'altradi indicaredelle candidature.Lapolitica dialoghicon lereti» . . . Il Pdl dovrebbe scegliere Verro, Pilati e un uomo An come Paglia. In corsa anche Maccari «Il Pd dia più spazio ai giovani amministratori» EmanueleCabboiè il segretariodiunpiccolo circolosardo.Sabatosarà aRomaall'assemblea nazionale:«L'antipolitica vasconfittanei territori» ILCOLLOQUIO MARIAZEGARELLI ROMA mercoledì 20 giugno 2012 7
Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta Dialoghi TUTTI TIRANO UN SOSPIRO DI SOLLIEVO PER ILVOTOGRECO. ITITOLIDEI GIORNALIDELGIORNO DOPO, CON LA ECCEZIONE lodevole dell'Unità, non hanno dubbi: ha vinto l'euro, ha vinto l'Europa. In realtà ha vinto semplicemente Nuova Democrazia, la forza conservatrice che ha la responsabilità di aver portato al disastro economico il Paese. La vittima predestinata è stato lo storico partito di sinistra del Pasok che paga la resa incondizionata ad un memorandum europeo di lacrime e sangue che finirà per stremare il popolo ellenico già provato da politiche socialmente intollerabili. Trionfa Syriza, una sinistra nuova additata come forza antieuropea e fautrice del ritorno alla dracma. Nulla di più falso, ma di questi tempi porre condizioni, ricontrattare gli impegni ed avere un'altra idea dell'Europa è impresa ardua. Il voto di Syriza è straordinario e costituisce una risorsa democratica per l'intero continente. Volano le borse per qualche ora. Poi i mercati tornano, come avvoltoi, a minacciare i Paesi in difficoltà. La giostra continua. È contento Monti che apprezza le larghe intese greche e annuncia di voler portare come trofeo al decisivo Consiglio europeo del 28 giugno la nuova legge sul mercato del lavoro. Quella legge che doveva risolvere il problema dello sviluppo e aggredire la precarietà giovanile e che ha finito per sfregiare i diritti dei lavoratori a cominciare dall'articolo 18 e lasciare inalterate le multiformi tipologie contrattuali atipiche e precarizzanti delle vecchie norme. Il vero «contagio» è quello di una diffusione del pensiero mediocre ed intollerante anche in Italia. Fassina riflette sul possibile voto in autunno? «Deve uscire dalla segreteria del Pd» intima in forme illiberali un autorevole testimone del pensiero liberale come Scalfari. «Bersani deve zittirlo» ammonisce un editoriale del Corriere della Sera. Ed anche nel Pd si levano voci e pulsioni minacciose. Un chiassoso e fastidioso chiacchiericcio di palazzo prende il sopravvento sul silenzio di fondo delle strategie da mettere rapidamente in campo per salvare l'Italia e l'Europa in declino. Le ricette rigoriste del governo non hanno mutato il corso del debito pubblico che anzi raggiunge il suo record storico e contemporaneamente assistiamo ad un impoverimento drammatico della società italiana: disoccupazione a due cifre, giovani e donne senza prospettive e fortemente penalizzati, salari tra i più bassi d'Europa. Pesano sicuramente gli anni del «tremontismo» e dello scellerato governo Berlusconi. Ma è credibile chiedere in Europa una politica di espansione qualitativa se in Italia si fa l'esatto contrario? L'Europa ha un bisogno urgente di scelte politiche unitarie, istituzionali ed economiche. Se si europeizzasse il debito la Grecia non sarebbe un problema con il suo 2% dell'intera economia del continente ed il suo popolo non sarebbe costretto alla fame e alla miseria. Se la Bce potesse avere un ruolo di scudo contro le speculazioni finanziarie il rischio di crisi e di contagio sarebbero irrisori. Se l'Europa investisse risorse adeguate per alimentare una qualità nuova dello sviluppo al posto delle politiche di austerità che l'hanno caratterizzata in questi anni riscoprirebbe una sua nuova identità sociale. Con le destre in Europa hanno fallito anche le tecnocrazie e le loro ricette liberiste. Per questo l'Italia non può più giocare un ruolo di equilibrismo tra la Francia e la Germania dopo aver accettato il fiscal compact ed aver introdotto in costituzione il pareggio di bilancio. Deve tornare in campo quella politica in grado di imporre nuove regole ai mercati e di mettere le briglie alla speculazione. Se la politica non condiziona l'economia, la finanza, i mercati e, quindi, i destini individuali e collettivi, a cosa serve? È da questa ininfluenza che si alimenta un rancore sordo che ieri era anche indignazione contro diseguaglianze e privilegi ed oggi rischia di essere, per dirla con Bodei, solo depressione con una portato di rabbie impotenti in preda a populismi di ogni genere. La Repubblica ha organizzato in questi giorni una kermesse di grande prestigio a Bologna con un parterre d'intellettualità e competenze di rilievo. Ma al centro di questa iniziativa svetta la sola presenza di Monti. Vuole essere ancora un investimento per il futuro? Se così fosse il centro sinistra si polverizzerebbe e dubito che rimarrebbe integro il partito più grande della coalizione. Se si contrappone ancora alla sfiducia dilagante, alla rassegnazione ed al rancore la «tecnica» temo che spianeremo la strada a reazioni populistiche e a rischi autoritari. La salvezza dell'Europa è la costruzione dell'alternativa e questa ci parla della rinascita della sinistra. Una sinistra in grado di redistribuire la ricchezza e in grado di avanzare una nuova proposta sulla produzione del valore. Non la crescita indistinta ma l'investimento in un nuovo paradigma in cui la valorizzazione del lavoro e dell'ambiente diventino il perno di una rinnovata cultura politica. Ci sono antiche categorie della politica che non reggono più. Chi sono oggi «i moderati»? E perché vengono invocati in relazione a forze politiche centriste? Un tempo i ceti moderati erano in stretta relazione politica con le classi medie. Ma il violento impoverimento di queste ultime ha fatto si che la percezione della crisi è stata persino più drammatica delle classi storicamente meno abbienti e i loro orientamenti culturali e politici non mi paiono propriamente moderati. Le forze centriste sono erose dall'asprezza dei conflitti sociali. Capisco che qualcuno del Pd tifasse per Bayrou, ma il suo ridimensionamento in Francia è stato netto al pari della scarsa decisività del terzo polo in Italia. Questa è la realtà. Sarebbe bene confrontarsi con essa per quel che è e non per quel che si vorrebbe. Bisogna fare in fretta. La finestra di Hollande potrebbe chiudersi se non venisse supportata da altre realtà statuali. Per queste ragioni la proposta di Bersani di primarie aperte smuove le acque stagnanti di questi ultimi mesi. Ma il confronto per rinnovare il centro sinistra e costruire il programma alternativo deve essere appannaggio non solo di forze politiche, ma di associazioni, movimenti, forze sociali. Si è messo da parte la risorsa dei referendum dei beni pubblici, sul nucleare, sulla giustizia e il moto di partecipazione delle precedenti amministrative. È in quel sommovimento democratico che vanno ricercate le radici e la natura del programma del nuovo centro sinistra. I tempi si sono fatti stretti. Tecnica e Antipolitica si stanno alimentando esponenzialmente. E il vuoto, a destra, temo non resterà tale per molto tempo. Sul The Daily Mail dell' 8 giugno 2012 il Dr Robert Lefever scrive che «le persone si sentono meglio con gli antidepressivi perché medicalizzando i problemi sono esentate dalla responsabilità di sistemare le proprie vite. I medici prescrivono antidepressivi per evitare di essere incolpati dei suicidi dei pazienti anche se la loro efficacia nel trattamento della depressione è solo leggermente maggiore del placebo (compresse senza principio attivo)». COMITATO DEICITTADINI PERI DIRITTIUMANI ONLUS Unostudiodel 2006, portato avantidalla London SchoolofEconomics,ha dimostrato che idisturbi depressivi incidevanonell' economiadelRegno Unitodiminuendone il Pildell'1% eche i farmaci antidepressivi così largamenteusati nellacura di questidisturbi nonerano ingrado dicontrastarne efficacementené ildecorso né la durata: influenzatipositivamente, invece,daun buon interventodipsicoterapia. Gli studi basati sulla valutazionedi tutte le sperimentazionicliniche fatte finorasui farmaci antidepressivi (compresi quellidi cui l'industria farmaceuticanonha facilitato lapubblicazione)dimostrano, ce lo ricordaSilvio Garattini, che la loro efficacianonè significativamentesuperiore aquelladel placebo mentremolte sono le segnalazioni sull'aumento del rischio di suicidio fragli adolescenti che li assumono.È inapertocontrasto con le evidenze scientifiche,dunque, l'aumento continuo delle prescrizionidi farmaciantidepressivi fra imedici specializzati inpsichiatriao inneuropsichiatria infantilee, ancoradipiù, fra i nonspecializzati. Perché?Perché ascoltaredai pazienti la storia e le ragionidella loro depressioneè molto più faticosoe unpo' piùdifficileche tappare loro la bocca.Con il farmaco. Franco Giordano Presidenza Sinistra Ecologia e Libertà SEGUEDALLAPRIMALo scrittore ne capiva di football e popolo e garantiva che «il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo». Prendiamo i campionati europei in corso in Polonia e in Ucraina. Stanno diventando nell'immaginario collettivo una gara, non solo calcistica, tra le economie della «Tripla A», le nazioni con i conti a posto sempre pronte a dare lezioni come la potente e austera Germania, e i paesi meno virtuosi, più deboli, i cosiddetti Pigs (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) dell'area mediterranea che però stanno facendo strada, mietono successi negli stadi e alimentano sentimenti, passioni, tifo non solo calcistici. La partita di calcio non più solo banale oppio dei popoli, come hanno semplificato autorevoli osservatori, diventa l'occasione di rivincite improbabili nella realtà economica o politica perchè Berlino sarà sempre più forte di Atene, ma possibili nella testa delle migliaia di tifosi greci radunati in piazza Syntagma per la nazionale e non per protestare contro i tagli di bilancio, per i 20 milioni di italiani che si sono piazzati davanti alla tv per seguire il match degli azzurri con l'Irlanda, per la febbre popolare che in Spagna alimenta la convinzione un po' mistica che «Soffriamo, ma vinciamo come sempre» come titola il sito di Marca. C'è, dunque , qualche relazione tra la crisi finanziaria, la recessione, la disoccupazione e le partite degli europei, la passione, la rabbia, le lacrime di milioni di cittadini? Certo che esiste e non solo per i debiti accumulati dai paesi ospitanti per costruire i nuovi stadi o per le stime che il FinancialTimes pubblica sulla possibile ripresa della pubblicità e l'impatto sul Pil grazie agli europei. C'è di più. «Portateci la testa della Merkel», ad esempio, è l'invito molto esplicito che i giornali greci rivolgono alla propria nazionale di calcio che si sta facendo strada con caparbietà. «Signora Merkel, non ci butterai fuori dall'euro» scrive un popolare giornale di Atene, come se il prossimo incontro nei quarti di finale tra Grecia e Germania, definito il derby dello spread, opponesse non solo due squadre di calcio, ma molto di più. Le coincidenze, a volte, sono importanti e contribuiscono a enfatizzare l'evento. La partita tra greci e tedeschi si giocherà venerdì prossimo in una città, Danzica, segnata dalle sofferenze della storia, e nelle stesse ore a Roma si riunirà il vertice tra la cancelliera Merkel, il presidente francese Hollande, il premier iberico Rajoy e il nostro Mario Monti per discutere come salvare l'euro, come tenere Atene agganciata all'Europa. Sono due partite diverse, ovviamente, ma come non comprendere che milioni di cittadini europei le collegheranno e in moltissimi, certo, si augureranno la vittoria della piccola Grecia contro la potenza tedesca della signora Merkel. L'allenatore tedesco Joachim Loew assicura che quella con la Grecia « è solo una partita di calcio» e che « la signora Merkel non interferirà nel mio lavoro». Ma a volte non è solo una partita di calcio. Quando la «mano de dios» di Diego Mardona castigò l'Inghilterra imperialista delle Falkland ai mondiali del 1986, Buenos Aires fece festa come non si era mai vista. Quindi:non bisogna mai sottovalutare il calcio perchè la dea eupalla, immaginata da Gianni Brera, forse non cambierà la storia ma può offrire grandi consolazioni ai più deboli. Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 19 giugno 2012 è stata di 97.534 copie Maramotti Dare pillole perché non si è capaci di ascoltare L'intervento La tecnocrazia ha fallito. Come la destra . . . Se si contrappone la «tecnica» alla sfiducia dilagante temo che spianeremo la strada a reazioni populiste e rischi autoritari L'analisi Il calcio della «Tripla A» contro i poveri «Pigs» . . . Grecia Germania, non solo calcio . . . La partita è consolazione o rivincita Rinaldo Gianola COMUNITÀ 16 mercoledì 20 giugno 2012
CHISSÀ SE TUTTI POTREMMO ESSERE ARTISTI COME SOGNAVA QUEL GENIALE UTOPISTADIJOSEPHBEUYSUNAQUARANTINADI ANNIFA.Per la verità è dura immaginare in veste di artista gente come Cicchitto, la Gelmini o il ministro Fornero, ciononostante ora spunta dal bisogno di trovare idee e lavoro, un sistema per cimentarsi di persona su come nasce un'opera d'arte, come si crea, modulandola secondo le proprie inclinazioni anche se siamo profani e magari pasticcioni. Il tutto impiegando «box d'artista» che, a scanso di equivoci, non hanno nulla a che vedere con le famose scatole del compianto Piero Manzoni e relativo contenuto organico. L'iniziativa si chiama B come box, l'hanno presentata alla giovane libreria d'arte e caffetteria Let's art non lontano da Campo de' Fiori a Roma Lorenza Lorenzoni, Giorgio Specioso e Marianna Frattarelli: sono tre giovani specializzati nella curatela (cioè nel curare iniziative d'arte tipo mostre), nella scrittura e nella didattica e tentano un'impresa economica e culturale al tempo stesso con un pizzico di utopia. In sostanza: invitano un artista a concepire un'opera d'arte, infilano in una scatola alta 50 centimetri il materiale per realizzarla (ma non pensate ai puzzle), poi la mettono in vendita a 57 euro via internet. Il progetto si chiama Bcomeblog, lo trovate al sito www.bcomeblog.com ed esordisce con Andrea Aquilanti, artista romano che crea immagini dove la percezione fluttua, dove il dato concreto e l'immaginazione si compenetrano. In una video intervista a www.unita.it da oggi sul sito, Aquilanti racconta che un precedente va cercato, più che in Beuys, in Alighiero Boetti quando faceva dipingere alle donne afgane piccoli volti in serie da lui tratteggiati. Per il foglio bianco di 50 centimetri per 70 di B come blog ha ideato figure morbide con ombre quasi metafisiche e aggiunge d'aver superato l'esame più difficile, quello della figlia di 8 anni la quale ha provato e, se non le piaceva, glielo diceva in faccia. «Bcomeblog è una piattaforma on line per l'arte contemporanea», spiega Marianna Frattarelli, uscita da una dalle università in beni culturali capaci di sfornare laureati in gran quantità senza reali prospettive di lavoro. Lei e Lorenza Lorenzoni descrivono il tutto: «Ogni tre mesi un nuovo artista realizza un nuovo box, il prossimo è Matteo Fato. Distribuiamo le scatole in 150 copie numerate tramite internet e in librerie specializzate. Bcomeblog invita a capire l'arte contemporanea assimilando la pratica dell'artista stesso, mettendosi nei suoi panni. L'aspetto didattico è fondamentale. E guardiamo soprattutto ai non addetti ai lavori». In pratica ogni scatola contiene un foglio sul quale trasferire, tramite lucidi, matita e pastello, le immagini concepite dall'artista usando matita e pastello. «È un prodotto seriale che con l'interazione di chi lo compra diventa un'opera personalizzata. Che io sappia non si è mai fatto qualcosa del genere, almeno in Italia, ma neanche fuori ho trovato niente». Così alla fin fine bcomeblog traduce in colori e azione quella frase che qualcuno immancabilmente pronuncia a ogni mostra d'arte contemporanea, ovvero «questo posso farlo anch'io». Ma dimostra anche che per fare arte servono idee. Blogonline Ilprimoafornire gli«arnesidelcreare» èAndreaAquilanti Ogni tremesi sicambiaautore MatteoFato ilprossimo MARCODICAPUA marco.dicapua@libero.it Dileggiataometabolizzata?L'operad'artecontemporanea apparesfottutamaancheaccoltadafilmeromanzi Nondate lacolpa aSugimoto&co. CULTURE Artista faidate Nasce«Bcomebox»,unascatola conunkitpercreareun'operad'arte L'ARTECONTEMPORANEAAPPARESFOTTUTAQUAELÀ DAL CINEMA, MA ANCHE ACCOLTA E METABOLIZZATA DACERTIFILM,PRESAASCHIAFFIDAILLUSTRIINTELLETTUALI e digerita con soddisfazione nella pancia di ottimi romanzi. Che sta succedendo? Vediamo. Un premeditato fine promozionale e un involontario scherzo del destino oggi mettono sotto gli occhi della Londra olimpica Damien Hirst alla Tate (fino al 9 settembre), garantendo alcune centinaia di migliaia di sguardi al lugubre artista ma anche la possibilità, in questo colossale sbigliettamento, di passare dai vitali movimenti degli atleti al rigor mortis di poveri squali, mucche e vitelli chiusi in casse di vetro e acciaio piene di formaldeide. È un «ricordati che devi morire» mormorato tra allegre canotte e bandiere al vento, e siccome Basilea da Londra è lontanuccia non molti spettatori potranno illudersi di riprendersi con la mostra che la Fondation Beyeler riserva a Jeff Koons (fino al 2 settembre), il che sarebbe comunque come liberarsi di un serial killer per finire con un jokerman fatuo e dorato. La combinata di questi due milionari di mezza età, di questi esperti di alta finanza fa venire in mente il quadro con cui si apre il romanzo di Michel Houellebeck, Lacartaeilterritorio (Bompiani). Quel dipinto si intitola Damien Hirst e Jeff Koons si spartiscono il mercato dell'arte, e lo sta faticosamente dipingendo il pittore Jed Martin, protagonista del libro, con i due artisti in abito nero e cravatta bianca, il primo dall'aria beffarda e cupa, il secondo difficile da rappresentare quanto «un pornografo mormone». Houellebeck-Martin li disprezza entrambi ma li osserva con obiettività, e con l'intento di farci assistere a un passaggio di consegne: il gusto di un Occidente terminale preferisce ormai celebrare la morte e il dolore piuttosto che il sesso. Risultato: Hirst batte Koons nella classifica degli artisti super-ricchi. Lo scrittore francese prende sul serio l'arte contemporanea, ne esplora i meccanismi sociali e ne sonda le scelte tecniche, ma scopre che il senso è unico: un insieme di gesti ultimi, magari geniali ma senza radice, intrisi di vuoto e del presagio della fine. Restando tra fenomeni letterari d'alta quota, Vargas Llosa annuncia il suo nuovo libro La civilizaciòndelespectàculo (ed. Alfaguara, Madrid) dichiarando guerra all'epoca della frivolezza (Koons sparisci!) e confessando che una qualsiasi Biennale di Venezia va molto vicino a una pura e semplice frode. In Francia, si direbbero d'accordo con lui il critico Jean Clair (L'inverno della cultura, Skira) e un grande accademico come Marc Fumaroli. Sfogliate le cronache di questo moschettiere, Parigi-NewYorkeritorno.Viaggionelleartienelleimmagini, 700 pagine di brillanti polemiche conservatrici e di patriottismo europeo trincerate in una copertina gialla Adelphi. D'altronde, sempre in Francia, un paio di bei film inserisce in trame altamente umane l'azione dell'arte come presa per i fondelli. In Quasiamici il facoltoso paraplegico Philippe riesce a vendere un quadro del suo badante di colore, Driss, per alcune migliaia di euro, generando risate in sala. Il quadro è un picchiettare di colori puri che farebbe pure la sua porca figura, tipo Sam Francis, se la partita lì non fosse persa. E che dire di Agathe (Isabelle Huppert) che ne Il mio miglior incubo dirige con severità la Fondation Cartier e infine accetta, tra il sollievo e l'ilarità del pubblico, che il suo nuovo amore Patrick (l'irresistibile Benoit Poelvoorde) disegni un fallo rosso su una foto in b/n del giapponese Hiroshi Sugimoto, violandone la purezza orientale. Pare che lo stesso Sugimoto abbia volentieri accettato di eseguire da sé la profanazione liberatoria, un po' come se Leonardo avesse fatto i baffi alla Gioconda, senza aspettare Duchamp. Una componente decisiva del pubblico dileggio è la sensazione che in un mondo dove con durezza ci si guadagna da vivere, l'artista (come un qualsiasi speculatore) è un truffatore che monetarizza il nulla. Uno schiaffo alla miseria. Alberto Sordi in visita con moglie alla Biennale irrideva l'incomprensibilità dell'arte, oggi se ne attacca anche l'immoralità, come per un atto di giustizia sociale. Finirebbe qui se, per esempio, Alessandro Baricco, non certo un appassionato d'arte, non riaprisse il tema mostrandoci come la scena madre del suo romanzo Mr.Gwyn (spazio vuoto, foglietti per terra, gente nuda e silenziosa, una costellazione di lampadine che si spengono ad una ad una....) equivalga a una performance contemporanea. È l'elemento performativo quello che oggi passa e si travasa, anche con grazia, dall'arte alla letteratura. E al cinema. Contaminandoli. Pensate alle stanze, ai gesti, alle immagini dell'ultimo Almòdovar, Lapellecheabito. Quel film incastonato e corporeo non è arte contemporanea? Con una coincidenza sinistra. Tornate a La carta e il territorio di Houellebecq: alla fine Jed Martin collabora con la polizia a identificare l'assassino di Houellebeck (sì, proprio lui, fa parte della genialità del libro), e si scopre che trattasi di un medico amante dell'arte che in cantina conserva feti e pezzi umani montati come facce dell'Arcimboldo. A chi somiglia l'esteta criminale? È l'Antonio Banderas del sommo Pedro, tale e quale. Siamo al cuore, nero, del problema: l'arte è delitto. Altro che Sugimoto, credetemi, il mostro non è lui. B come Box il kit di Andrea Aquilanti per l'arte fai da te Sotto «Surface of the Third Order» di Hiroshi Sugimoto STEFANOMILIANI smiliani@unita.it U: 20 mercoledì 20 giugno 2012
QUANTA ENERGIA C'È IN UN ATTIMO? 50.enel.com 50 ANNI DI ENERGIA, MILIONI DI ATTIMI INSIEME. E MOLTI ALTRI ANCORA DA CONDIVIDERE. 24 mercoledì 20 giugno 2012
«Una polemica che è il segno tristissimo della crisi in cui annaspa il Paese». Così un illustre giurista come Carlo Federico Grosso ha definito la querelle che va avanti da giorni a opera di stampa e partiti, con maggiore enfasi da parte del “Fatto” e dell'Idv, contro una presunta iniziativa del Quirinale a favore di Nicola Mancino e del ruolo da lui avuto nella cosiddetta trattativa tra Stato e mafia agli inizi degli anni Novanta. Antonio Di Pietro, in linea con l'atteggiamento tenuto in questi giorni, ha preannunciato la richiesta formale della «costituzione di una commissione parlamentare di inchiesta per poter discutere in Aula in modo trasparente che cosa è avvenuto tra esponenti di governo, esponenti che lavorano alle dipendenze della Presidenza della Repubblica ed esponenti della magistratura in ordine a questa pagina oscura della Repubblica». Dal Pd gli ha replicato Walter Veltroni: così si rischia di delegittimare il lavoro della commissione Antimafia, oltre al fatto che in un momento così delicato per l'Italia è «poco responsabile coinvolgere con attacchi e polemiche politiche strumentali la Presidenza della Repubblica, che grazie all'equilibrio, al rigore e alla correttezza costituzionale del Presidente Napolitano, rappresenta un punto di riferimento fondamentale per tutto il Paese». Sulla stessa linea Laura Garavini, capogruppo Pd in commissione Antimafia: «Sarebbe una inutile moltiplicazione di organismi che non garantisce la chiarezza su quanto è accaduto». E per Pierferdinando Casini «È in corso un'aggressione indegna alla Presidenza della Repubblica». Al centro del dibattito di ieri c'è la parziale (e di parte) diffusione della documentazione resa pubblica dal Quirinale per illustrare quali iniziative sono state prese per rispondere alle richieste del senatore Mancino. E cioè la lettera del segretario generale della Presidenza al procuratore generale della Cassazione per sollecitare un coordinamento tra il lavoro delle diverse Procure coinvolte nella vicenda. Una sollecitazione secondo norme citate con precisione ma ignorate da chi ne ha poi polemicamente riferito. E allora, usando twitter a titolo assolutamente personale, Pasquale Cascella, il consigliere per la stampa e la comunicazione del Quirinale, ha provveduto a porre alcune domande nella veste di giornalista. Cascella si è rivolto a «ex magistrati e avvocati ora impegnati in politica» chiedendo come mai ignorino l'articolo 104 del dlgs 6.9.2011 n. 159 sulle attribuzioni del procuratore generale presso la Cassazione in relazione all'attività di coordinamento investigativo. O come mai non prendano in considerazione l'articolo 6 del dlgs n. 106 del 2006 sull'attività di vigilanza del procuratore generale presso la Corte d'Appello. Entrambe le norme lasciano intendere come fosse corretto il destinatario della missiva di Marra sulle attribuzioni al Pg della Cassazione che affermano che «attribuzioni del procuratore generale presso la Corte di Cassazione in relazione all'attività di coordinamento investigativo. Il procuratore generale presso la Corte di Cassazione esercita la sorveglianza sul procuratore nazionale antimafia e sulla relativa direzione nazionale». Sulle funzioni di vigilanza del Pg presso la Corte d'Appello si conferma «l'attività di vigilanza del procuratore generale presso la Corte di Appello. Il procuratore generale presso la Corte di Appello, al fine di verificare il corretto e uniforme esercizio dell'azione penale e il rispetto delle norme sul giusto processo, nonché il puntuale esercizio da parte dei procuratori della Repubblica dei poteri di direzione, controllo e organizzazione degli uffici ai quali sono preposti, acquisisce dati e notizie dalle procure della Repubblica del distretto ed invia al procuratore generale presso la Corte di Cassazione una relazione almeno annuale. «Qualcuno riesce a rintracciare nelle pagine de “Il Fatto” un riferimento alle norme legislative richiamate nella lettera del Segretario generale del Quirinale?», chiede Cascella, riferendosi alla lettera riportata dal comunicato ufficiale del Colle che spiegava come «risultasse evidente che il Presidente Napolitano ha semplicemente - secondo le sue responsabilità e nei limiti delle sue prerogative - richiamato l'attenzione di un suo alto interlocutore istituzionale su esigenze di coordinamento di diverse iniziative in corso presso varie Procure: esigenze da lui stesso espresse nel tempo». «Non ignoriamo affatto l'articolo 104 del dlgs n.159 2011 sulle attribuzioni del Pg della Cassazione. Ma invitiamo Cascella o chi per lui a non nascondersi dietro ad un dito» ha replicato punto sul vivo Di Pietro. Controreplica di Cascella: «Io mi firmo con nome e cognome e non ho bisogno di nascondermi, come altri hanno fatto con i riferimenti legislativi pur - come si conferma - conoscendoli». VIRGINIALORI ROMA SEGUEDALLAPRIMA E perché è stato un investigatore di tanti misteri della nostra Repubblica, nelle sue funzioni di presidente di un'importante commissione parlamentare d'inchiesta sullo stragismo in Italia. Ebbene, se una figura del genere giunge a certe conclusioni e ha determinate perplessità, vuol dire che sulla vicenda permangono tali equivoci comunicativi da far correre il rischio che la pubblica opinione, anche quella più avvertita, non possa farsi un'idea, e quindi formarsi un giudizio che siano fondati su una corretta informazione. Come deve essere rispetto ad una vicenda, non solo giudiziaria, di tale impatto e interesse pubblico. Sicché, ritengo necessario, nei limiti consentiti dal doveroso riserbo investigativo su un procedimento in corso, alcuni chiarimenti. Dice Pellegrino, come già un illustre giurista e mio maestro di diritto penale come Giovanni Fiandaca, che trattare con la mafia non è di per sé un illecito. Sono d'accordo. Del resto, sia chiaro che nessun reato di «trattativa» è stato ad oggi contestato nell'indagine di cui si discute. Così come la vittima dell'estorsione non è penalmente punibile per il solo fatto di «trattare» col mafioso il pizzo da pagare sotto la minaccia dell'estorsione. Altra questione è se sia punibile chi aiuta la mafia a portare la minaccia a destinazione, così agevolando la trattativa. L'intermediario dell'estorsione privata viene, ad esempio, sempre sanzionato per il sostegno dato all'estortore. Ma, in ogni caso, ben altra questione è se sia moralmente ed eticamente giusto «trattare» con la mafia senza denunciarlo all'autorità giudiziaria. Il commerciante, se non lo ammette quando interrogato, risponde di falsa testimonianza o, a volte, di favoreggiamento. Lo stesso dovrebbe valere se la minaccia investe lo Stato e se il rappresentante dello Stato dovesse decidere di trattare. E in ogni caso, recenti coraggiose posizioni di Confindustria sono arrivate a sanzionare con l'espulsione il loro iscritto, imprenditore, che paghi il pizzo senza denunciarlo alla magistratura. Se si scoprisse che analogo comportamento è stato realizzato da un governante per effetto delle minacce della mafia, fermo restando che tale comportamento può essere penalmente irrilevante, non sarebbe forse un comportamento meritevole di verifica in altra sede, soprattutto politica, proprio come sta facendo la commissione parlamentare Antimafia? Non sarebbe doveroso chiedersi se vi fu davvero un «arretramento tattico» intenzionale per meglio colpire i corleonesi, come si ipotizza nell'articolo di Pellegrino? Non hanno diritto i cittadini a saperlo, specie se, come è scritto in alcune sentenze passate in giudicato, tale scriteriata trattativa ha avuto, invece, il controproducente effetto di accelerare le stragi, come quelle del '93? E non hanno diritto a saperlo i familiari delle vittime di quelle stragi? A questo mi riferisco quando ribadisco l'esigenza che si accerti tutta la verità su quel terribile biennio stragista. La magistratura deve solo perseguire responsabilità penali personali e cercare le prove, e celebrare processi se le prove ci sono. Ed ovviamente tenendo conto che i processi si fanno solo con una ragionevole probabilità di successo di ottenere condanne definitive. Ovvio, direi. La legge impone di andare a processo solo con elementi idonei a sostenere l'accusa in giudizio. Ma, se è così, la possibile verità giudiziaria va ricercata ad ogni costo, perché solo con la verità si può crescere. Ma non soltanto con la verità giudiziaria. Tocca dunque anche ad altri fare la propria parte. Perché la magistratura non può e non deve supplire alle inerzie e alle lacune degli altri, della politica in primo luogo. Perché venga fuori tutta la verità. Quella giudiziaria nelle aule giudiziarie. Quella storico-politica in altre sedi. Perché, se del caso, corrispondano a prove di reato responsabilità penali. E conseguano ad altri accertamenti responsabilità politiche o di altro tipo. Per fare ciò la verità deve essere voluta da tutti, nelle varie sedi. E bisogna cercarla. Aiutarla a venire fuori. Il ministro dello Sviluppo Economico manda in soffitta l'opera sullo Stretto. Proteste dal centrodestra «Il Ponte sullo Stretto di Messina non è una priorità. Non c'è una scelta definitiva, io non lo considero tra le infrastrutture prioritarie a cui dedicarci». Le parole di Corrado Passera arrivano in tarda mattinata. Il ministro dello Sviluppo Economico parla a Radio Anch'io e su quella maxi-opera fa registrare il netto dietrofront rispetto al governo Berlusconi. Scatenando subito un putiferio di reazioni da parte del centrodestra. «Passera - attacca Atero Matteoli, ministro dell'Infrastrutture nell'era del Cavaliere - ogni giorno cambia i numeri sul decreto sviluppo. Gli 85 miliardi attivabili annunciati venerdì oggi si sono ridotti a 30-40. Lo stesso refrain ha utilizzato sui fondi per le infrastrutture, prima 20, poi 100 miliardi. Poco male, anzi male. Malissimo, invece, l'annuncio sul Ponte, arrivato dopo 8 mesi di studi e di riflessioni», prosegue Matteoli, definendo un «grave errore l'idea che il manufatto non sia ritenuto prioritario» e imputando al governo mancanza di lungimiranza, oltre a una «visione ragionieristica e apolitica sulle infrastrutture». Un altro ex ministro del governo Berlusconi, Renato Brunetta, azzarda: «Corrado Passera, ovvero, la genialità nel non dire nulla ma in modo molto serio e pensoso». E mentre Maurizio Gasparri, presidente del Pdl al Senato, ivita il ministro a riconsiderare la sua posizione, assumono un tono di rivolta le dichiarazioni del presidente della Regione Calabria, Giuseppe Scopelliti, del Pdl («quell'opera serve allo sviluppo), e del sindaco di Messina, Giuseppe Buzzanca, che contesta: «la dichiarazione appare improvvida, e conferma la linea di questo governo che è pronto ad interventi ragioneristici, non valuta quelli dello sviluppo ed emargina sempre di più il Meridione del Paese, rinunciando a un'opera strategica per l'Italia». FINOCCHIARO: VALUTAZIONESERIA Apprezzamento per le parole di Passera arrivano invece dal Pd. Con la presidente dei senatori democratici, Anna Finocchiaro, che concorda: «La valutazione del ministro sul Ponte sullo Stretto mi sembra corretta e seria, specie in questa situazione di crisi. Con le risorse a disposizione, non sembra un'infrastruttura prioritaria. Si tratta di parole che uniscono buon senso e analisi della realtà. È quello che pensiamo anche noi, pur non avendo posizioni preconcette. La Sicilia e il Mezzogiorno - prosegue Finocchiaro - hanno certamente altre priorità, soprattutto sul fronte degli investimenti e delle infrastrutture, come ben sanno i cittadini». E lo stesso pensa Sergio D'Antoni, responsabile delle politiche sul territorio del Pd. «Il riscatto delle zone deboli del Meridione - sottolinea - non passa per nuovi annunci su cattedrali nel deserto, ma per un piano di investimenti degno di questo nome: per strade, ferrovie, fiscalità di sviluppo e serie politiche industriali. È su questi obiettivi, sistematicamente mortificati dalla compagine di Bossi e Tremonti, che il governo deve concentrare subito risorse e lavoro, orientando sul traguardo della coesione l'intera strategia di sviluppo nazionale». Da parte sua, Ermete Realacci taglia corto: «È a dir poco ridicolo che ci sia ancora qualcuno che abbia voglia di parlare di Ponte sullo Stretto». Posizioni su cui si assestano anche da Futuro e Libertà e dall'Italia dei Valori. Ma certo è che le infrastrutture restano in Italia un nodo cruciale, per il potenziale di crescita che rappresentano e per i ritardi accumulati negli anni, come ricordato anche dal governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco. Proprio su questo mette l'accento Matteo Mauri, responsabile Infrastrutture e trasporti del Pd, che rimprovera al centrodestra gli anni persi a perdere tempo a parlare del Ponte sullo Stretto, «quando invece c'erano, e ci sono, centinaia di opere piccole e medie da cantierare subito, opere utili, necessarie e di impatto anticiclico in questa fase di crisi». È in aperta polemica con il ministro Passera, invece, anche qualche voce di Grande sud, come il parlamentare Terranova, che dalla commissione trasporti di Montecitorio critica: il governo dice ciò non si deve fare al Sud «ma disconosciamo quello che invece il governo ha intenzione di fare per ridurre il gap infrastrutturale fra le due aree del Paese». Mafia, Di Pietro vuole la commissione bis Sulla presunta trattativa con lo Stato l'ex pm chiede un altro organismo d'inchiesta Veltroni: «Scelta grave, si rischia di delegittimare l'antimafia Irresponsabile col Colle» . . . Trattare non è reato in sè Ma il dovere di cercare la verità giudiziaria è un valore da condividere Passera: «Il Ponte non è una priorità» MARCELLACIARNELLI ROMA . . . «Bisogna fare chiarezza su questa pagina oscura della nostra storia» . . . «Non c'è una decisione definitiva, lo considero fra le opere alle quali dedicarci» La “trattativa” Il nostro dovere è indagare LARISPOSTA ANTONIOINGROIA mercoledì 20 giugno 2012 9
«Spero che il confronto con il Pd prosegua, magari con tempi diversi e su temi diversi. Dicono che siamo il movimento dell'antipoltrona per eccellenza, dover decidere dei nomi era una cosa inedita, ma è stata una bella esperienza», racconta Sandra Bonsanti, presidente di Libertà e Giustizia. Cosa ha portato alla scelta di Gherardo ColomboediBenedetta Tobagi? «Sono persone di indubbio valore e abbiamo sacrificato la cosiddetta esperienza alla discontinuità rispetto agli anni che abbiamo alle spalle». È stata sacrificata la competenza sulla Rai?Qualcuno lo dice. «No, competenza e esperienza sono due cose diverse. Colombo e Tobagi sono persone competenti, non specificatamente su questioni interne alla tv, ma lo sono nel settore dell'informazione, sulle regole, sulla libertà d'informazione, su cose che vorremmo vedere ripristinate nella Rai del futuro. Del resto mi sembra che tanti esperti di questioni interne alla Rai in passato abbiano contribuito a creare quella cappa che l'ha oppressa» Perscelte politiche? «Per certe incrostazioni del potere, per abitudini, ora ci vuole un po' di freschezza». Èstatodifficilescegliereduenomi,cisono state discussioni, scontri tra le associazioni? «No, è stata una discussione serena, nessuno scontro. Certo c'era un'autentica ricchezza di candidature valide, anche tante donne del Pd. E tante persone che in questi anni hanno lavorato sulla Rai, un lavoro prezioso che sarà utile anche a Tobagi e a Colombo. Sul nome dell'ex pm, proposto da Libera, siamo stati subito tutti d'accordo, anche su Benedetta, che faceva parte comunque della rosa proposta dalle donne di “Se non ora quando?”. Loro hanno fatto una scelta diversa, ma è comprensibile, sono un movimento trasversale e hanno scelto di rivolgersi alle istituzioni. Però è bello che abbiano firmato il documento con tutti noi». Cosasi aspettacheaccada in Rai? «Ci sono problemi immensi, ma le priorità è che ci siano dei telegiornali che rispecchino la realtà, l'Italia vera. E che rientrino i tanti, giornalisti, conduttori, che sono stati mandati via per motivi politici in questi anni. Non faccio nomi, parlo anche di chi è stato chiuso in una stanza senza lavorare. Insomma, che sia una Rai dei cittadini e per i cittadini». AntonioDiPietrocriticailmetodoeparladinuova lottizzazione. «Ma quale lottizzazione. Noi siamo tutti autonomi dai partiti e comunque il gesto di Bersani è stato coraggioso». Èquella chechiama la“discontinuità”? «Sì, discontinuità rispetto alla spartizione partitica, non ci sono state trattative tra noi. Ognuno ha sacrificato qualcosa per un ragionamento politico in nome dell'unità e per tenere in vita l'energia della società civile, che è utile in questo momento drammatico. Non c'è contrapposizione tra noi e i partiti. E ‘società civile' è chi esercita una cittadinanza attiva, non chiunque: uno come Calearo non lo è, è frutto della cattiva politica». Il Forum dei cattolici si è sentito escluso… «Ma perché? Libera è stata inventata da un prete amico mio che si chiama Don Ciotti, Colombo ha una fede profonda, non ci sono divisioni tra laici e cattolici nelle associazioni». Lei aveva detto subito che da Bersani eraarrivatoun“segnaleconcreto”.Continueràquesto rapporto? «Certo, già il 29 incontreremo Bersani a Milano per l'iniziativa con Zagrebelsky. Si parlerà di politica e antipolitica. Questo momento, nel rispetto della commissione di Vigilanza, non esaurisce il rapporto tra il Pd e la società civile, ognuno con le proprie prerogative, è un inizio». L'INTERVISTA Slittamento della Vigilanza, si esaminano i curricula Il Carroccio dirà oggi se voterà e chi L'EDITORIALE CLAUDIOSARDO Il clima attorno al rinnovo del Cda Rai è sempre arroventato dalle polemiche, con Antonio Di Pietro che accusa il Pd di aver messo in atto una nuova «lottizzazione». I sette consiglieri di amministrazione per viale Mazzini si voteranno martedì 26 commissione di Vigilanza, uno slittamento (sarebbe dovuto avvenire domani) deciso dal presidente Sergio Zavoli con l'ufficio di presidenza, riunito ieri. 272CURRICULA Sono state accolte così le richieste del leader Idv e del radicale Beltrandi perché ci fosse il tempo di esaminare i curricula. Quasi 300 (272) arrivati a valanga a Palazzo San Macuto al termine della scadenza lunedì sera. Fra questi quelli dei due candidati scelti dalle associazioni e che saranno votati dal Pd. «Confermo la mia disponibilità per la Rai e a questo scopo ho anche inviato il mio curriculum», si è limitato a dire ieri Gherardo Colombo, e ha confermato la sua disponibilità anche Benedetta Tobagi. Con un tweet Roberto Saviano ha apprezzato la scelta della giornalista, «una mente libera e giovane». Il metodo nuovo sperimentato da Bersani ha creato lo scompiglio. Però è stato apprezzato da Zavoli, che fa notare nelle procedure adottate «taluni aspetti ancora complessi e controversi, come l'uso fin qui praticabile dei curricula» anziché la spartizione tra partiti. Comunque, prosegue il presidente della Vigilanza, “la politica, nei limiti della legislazione vigente – la legLarappresentantedi LibertàeGiustizia:«Da Bersanisceltacoraggiosa ConTobagieColombo laRaipuò liberarsidalla cappadioppressione» SEGUEDALLAPRIMA (Ma davvero il Pd deve concepirsi come un soggetto in lotta permanente col mondo circostante, come se la sua necessaria autonomia vada vissuta come una ossessione minoritaria?). La scelta di affidare i posti del cda Rai ad alcuni movimenti della società civile ha invece una stretta parentela con le primarie, annunciate da Pier Luigi Bersani quando ancora non è chiaro lo schema politico e istituzionale (la legge elettorale) in cui si svolgeranno le prossime elezioni. Si tratta di decisioni che contengono una forte dose di rischio, e persino qualche tratto di irrazionalità politica. Ma che rispondono a una esigenza oggi vitale: ridurre lo scarto (pericoloso e crescente) tra opinione pubblica e rappresentanza democratica, tentare di riportare in un circuito riformatore tante energie civiche che oggi rischiano la deriva nella sfiducia, se non addirittura nel risentimento. Nulla di tutto ciò si può fare senza rischiare, senza rimettersi in discussione, senza aprirsi al confronto e anche a qualche inevitabile contraddizione. Ma solo un pazzo oggi può negare il pericolo democratico che abbiamo di fronte. Come non vedere che, in un Paese come la Grecia, dove la crisi ha scavato nel modo più drammatico, a pagare il prezzo più alto del marasma sociale è proprio la sinistra europea (surclassata da un lato da una destra appena riverniciata e dall'altro da un radicalismo senza cultura di governo e senza legami in Europa)? La seconda Repubblica cominciò proprio nel segno della divisione, anzi della contrapposizione, tra partiti e società civile. Per vent'anni l'ideologia berlusconiana si è sorretta su questa pietra angolare. Si poteva sperare che, chiuso il ciclo berlusconiano, la faglia si sarebbe ricomposta: invece si sta allargando. Tocca al partito che vuole rinnovarsi battere un colpo e non chiudersi a riccio. Tocca al partito dimostrare di essere innanzitutto espressione della “società civile” e non diramazione di istituzioni. È vero che il rinnovamento, per inverarsi, ha bisogno di un sistema efficace e dotato di giusti contrappesi. Se non cambieremo il Porcellum, non basteranno le primarie del Pd per riportare l'Italia agli standard democratici europei. Se non si arriverà rapidamente ad una riforma della governance Rai, non sarà certo il nuovo cda a invertire la rotta che spinge al declino la maggiore industria culturale del Paese. Tuttavia, la politica è azione, decisione, rischio. Bisogna muovere verso un obiettivo. Non solo aspettare che il disordine si plachi. Le recenti nomine all'AgCom e all'ufficio del Garante della provacy hanno suscitato giuste proteste. Perché lo scambio politico ha prodotto risultati discutibili (in qualche caso scandalosi) e perché la trasparenza è stata deficitaria. Ma guai a confondere il limite che deve avere l'azione dei partiti con la legittimità del Parlamento a decidere per alcuni ruoli di garanzia. I partiti sono presenti in Parlamento perché rappresentano gli elettori e parti di società civile. Proprio perché sono chiamati dalla Costituzione a determinare la politica “nazionale” devono ritirare la loro presenza (tuttora eccessiva e malata) da enti e strutture che appartengono al pubblico e che meritano autonomia. Peraltro, il pubblico va liberato dall'impronta “partitica” anche perché va rilanciato, a dispetto di quanto dicono i liberisti incalliti. Il Parlamento, in ogni caso, non è la sommatoria dei partiti. Lasciamo alla destra radicale la polemica antipartitica che si trasforma in una contestazione antiparlamentare. Al Parlamento possono, debbono essere affidate scelte di garanzia (prima fra tutte quella del Capo dello Stato). A chi bisognerebbe delegare altrimenti? Ai governi pro-tempore? Agli ottimati che frequentano i salotti che contano? Per spezzare il cerchio della sfiducia è necessario piuttosto rafforzare le procedure della trasparenza. Il problema non sono i curricula dei candidati: il Parlamento non potrà mai trasformarsi in un commissione di concorso. Il problema è evitare scambi al ribasso, che premiano fedeltà di cordata invece della qualità e dell'equilibrio. È necessaria una capacità di autoriforma del partito (di ogni partito). Più espressione della società, più radicamento popolare, meno partito degli “eletti”, zero occupazione di istituzioni autonome. Un partito più libero può essere più forte e autorevole in Parlamento. Dove si decide innanzitutto il governo del Paese. È questo il banco di prova della vera autonomia del partito: gli ottimati vogliono comprimere questa facoltà (e in fondo sono meno allarmati dalla partitocrazia). POLITICAE INFORMAZIONE «Pd e movimenti Inizia un rapporto che darà buoni frutti» SandraBonsanti . . . Per Di Pietro quella del Pd è una «lottizzazione» Orfini: cerca visibilità ma fa una figuraccia Chi vuole dividere partiti, società civile e Parlamento Martedì i 7 del cda Incognita Lega e Idv NATALIA LOMBARDO ROMA Il Presidente della Commissione di Vigilanza Rai Sergio Zavoli, assieme al direttore generale Lorenza Lei FOTO ANSA N. L. nlombardo@unita.it 6 mercoledì 20 giugno 2012
CLAUDIOMARTINI RIODEJANEIRO ARiocentinaiadiconvegni eseminaridelle associazionicon idee frastagliateesenza unprogettocomune Un'occasionemancata L'ANALISI È molto scettico, Richard Norgaard, sugli esiti della Conferenza di Rio de Janeiro sullo sviluppo sostenibile che entra nel vivo oggi. Tra i padri fondatori dell'economia ecologica, docente di EnergyandResourcesall'università di Berkeley, Norgaard ha passato gli ultimi quarant'anni della sua vita ragionare sulla relazione tra sistemi sociali, culturali e biologici. Lo ha fatto pubblicando libri importanti come Development Betrayed, prendendo parte a organismi come l'IntergovernmentalPanelonClimateChance, collaborando a lungo con studiosi come la premio Nobel per l'Economia, Elinor Ostrom. La sua “conversione” all'ecologismo è avvenuta in uno dei paesaggi più spettacolari degli Stati Uniti, «nel Glen Canyon, in Colorado, quando nel 1962, come guida per i fiumi di quella zona, ho incontrato l'ambientalista David Brower». È nata allora «la consapevolezza che la natura non è il problema, lo sono gli uomini», e l'intenzione di diventare «un anti-economista», perché «il modo in cui ci relazioniamo all'ambiente è largamente condizionato dall'economia». Da allora deriva inoltre l'attenzione per i movimenti ambientalisti. Per Norgaard, è a loro che bisogna guardare, anche a Rio. Professore, cosa si aspetta dalla conferenzadiRio+20? «Non sono affatto ottimista. È un processo molto burocratizzato, dove per burocrazia intendo una gerarchia altamente selettiva. A livello di base, di movimenti e associazioni, esiste una pluralità impressionante di conoscenze specifiche e approfondite, e c'è chi cercherà di far entrare queste conoscenze, sintetizzandone la complessità, nei position papers, nelle discussioni ufficiali. Ma le cose più interessanti e utili sono destinate a rimanere nel cestino della spazzatura. Per questo, spero nelle interazioni che nasceranno al livello di base, piuttosto che negli esiti formali delle discussioni, da cui non ci si può aspettare niente di illuminante». UnadelleparolechiavediRio,fortementecontroversa,èGreeneconomy:peralcuniunanuovapanacea,peraltriunvecchiotruccoper fareprofitti.Qualè ilsuo giudizio? «Niente di nuovo rispetto a quanto è stato già detto e proposto già 20 o perfino 30 anni fa. Sfido chiunque a dimostrare che dietro la green economy ci sia qualche idea nuova. Piuttosto che di green economy, ci sarebbe bisogno di una vera e propria riconfigurazione dell'intero sistema, economico e non solo. Ciò è possibile, certo. Ma credo sia difficile che avvenga all'interno del processo delle Nazioni Unite, viziato da troppi, inevitabili compromessi, cedimenti, negoziazioni». C'è chi obietta che la green economy punti tutto sull'efficienza, sulla razionalizzazione dei mezzi, dimenticando la sufficienza, la revisione dei fini del nostromododivivere.Leistessohascritto che,secisitrovasullastradasbagliata,è inutileottimizzare. «Quanti dovrebbero elaborare soluzioni politiche sono cresciuti con un sistema di pensiero economico convenzionale. Credono che il mercato funzioni in modo inefficiente, e che occorra migliorarlo, estenderne la portata per renderlo efficiente. Una volta migliorati gli strumenti, tutto verrà risolto. E' un errore: sarebbe come cercare di sintonizzare la radio sulla frequenza sbagliata. Se vogliamo sentire musica classica, è inutile sintonizzarci su una stazione di heavymetal. Siamo troppo condizionati da quel che definisco come “economicismo”: l'economia è cresciuta, appropriandosi di tutte le altre sfere sociali. Ma per ridefinire gli obiettivi della società in cui vogliamo vivere, c'è bisogno di altre sfere sociali, che siano fuori da quella economica. Non dobbiamo cambiare gli strumenti dell'economia, ma usare l'economia come strumento. Se il sistema è sbagliato, dovremmo cambiarlo totalmente». Qualcuno sostiene che la crisi in cui siamo immersi sia l'occasione per ripensare l'intero sistema. Altri si dicono scettici, perché per uscirne stiamo usando gli stessi strumenti che l'hannoprovocata. «Negli Stati Uniti è giusto essere scettici: l'amministrazione Obama ha destinato all'energia solare, alle tecnologie alternative, qualcosa come il 3-4 per cento della somma totale dei finanziamenti post-crisi. La maggior parte di questi soldi è servita a “rilanciare” l'industria tradizionale, le costruzioni, a rinforzare le infrastrutture esistenti con tecnologie già conosciute. La transizione verso un nuovo modello di società è un passaggio delicato e faticoso: occorrono nuovi miti che sostituiscano quelli precedenti. È difficile attuarla velocemente. Inoltre, è più facile finanziare il vecchio sistema, piuttosto che immaginare e progettare nuove istituzioni e meccanismi per uno nuovo. L'ostacolo principale, comunque, è il cambiamento di mentalità». A proposito di mentalità: lei sostiene di abbandonare l'idea stessa di sviluppo, dicuiharicostruitoleorigini in«Beyond developmentality».Perché? «La nozione di sviluppo è nata in Occidente nel diciannovesimo secolo, per poi “globalizzarsi”. Negli anni Cinquanta serviva a diffondere l'idea di sviluppo occidentale contro quella socialista. Poi è stata istituzionalizzata dalle grandi agenzie internazionali. Io contesto l'idea, di derivazione giudaico-cristiana, di un progresso morale, da cui discende quello sociale e materiale, insieme all'equivalenza tra crescita economica e sviluppo. Questo ci ha portati a vivere in un vero e proprio “cosmo economico”, in un sistema costruito per lo più secondo criteri economici. Per capire il ruolo che ricopriamo in questo cosmo, facciamo ricorso a una forma di economicismo religioso, con i suoi dogmi, il suo credo, il suo proprio sistema morale. È ora di liberarcene». DIARIODA RIO+20 Non è facile farsi un'idea precisa diquanto proponga la società civilenei giorni che precedono il Summit dell'Onu sullo sviluppo sostenibile, il cosiddetto Rio+20. La zona ufficiale dei convegni si prepara alla tre giorni cruciale e in altri luoghi di Rio de Janeiro si moltiplicano gli incontri, i seminari, le presentazioni di progetti. Solo lunedì e martedì si potevano contare, nel programma “ufficiale”, quasi 500 eventi al giorno. Anche volendo sfinirsi di fatica negli spostamenti in navetta, metro, taxi e a piedi, è impossibile seguirne più di tre o quattro. Nel vasto parco del Flamengo vive poi il «Forum dei popoli», un contro-vertice che produce a sua volta centinaia di incontri e dibattiti. E la città è spesso attraversata da manifestazioni. L'altro ieri il centro di Rio era invaso da giovani ecologisti brasiliani che sfilavano contro la presidentessa Dilma Rousseff e le sue scelte, giudicate deboli, sulla protezione delle foreste amazzoniche. La prima impressione è che questo frastagliamento esasperato di proposte finisca per indebolire la capacità della società civile di incidere sul vertice. Molti stimoli sono interessanti ed anche profetici, su alimentazione, salute, acqua, energie rinnovabili, identità culturali da preservare. Ma c'è da chiedersi se questo ventaglio smisurato di interventi produrrà alla fine una qualche sintesi, la forza trascinatrice di un messaggio unificante, tanto semplice e comunicativo da diventare inaggirabile. Se così non sarà i Grandi del mondo avranno buon gioco nell'ignorare la voce della società civile e nel continuare il gioco stanco dei vertici che si convocano per l'urgenza di un allarme estremo e si concludono nel surplace di conclusioni generiche e inefficaci. Così da rendere ancora più urgente e allarmato il vertice successivo. Quest'anno i pronostici erano già negativi e a maggior ragione serviva la capacità della cultura civica, ambientalista, accademica di proporre sbocchi utili e condivisi. E di obbligare i leader del mondo a misurarsi con essi. Ma forse proprio la modestia delle prospettive politiche ha spinto i movimenti ad un contrapposto ripiegamento, a qualche autoreferenzialità di troppo. Eppure idee ed esperienze positive non mancano. Nello splendido Museo d'Arte Contemporanea di Niteroi, disegnato da Niemeyer, si è parlato dei meccanismi di cooperazione decentrata sul diritto all'acqua, vera cartina di tornasole di ogni sostenibilità. Gli europei hanno raccontato dei progetti e delle leggi che destinano un centesimo di euro a metro cubo consumato per opere idriche nel Terzo mondo. I brasiliani l'esperienza avanzata di mitigazione dell'impatto di ciclopiche opere di regimazione (vedi il grande bacino del Rio Paranà), costruita con processi di inclusione sociale e di partecipazione democratica senza precedenti. Ne ho ricavato due lezioni. Primo: nella cooperazione con questi grandi Paesi abbiamo ormai più da apprendere che da esportare. Sono più dinamici e reattivi, e hanno più risorse a disposizione. Secondo: il nostro dibattito sull'acqua pubblica pecca di troppo provincialismo, diviso tra tentativi di ignorare il referendum e ipotesi irrealistiche di ripubblicizzazione totale. Converrà alzare lo sguardo, nel mondo succedono cose più interessanti delle nostre piccole diatribe. Il Brasile tenta di ravvivare il negoziato L'INTERVISTA Ti vogliamo tanto bene I nipoti Alessandra, Giulio, Elena e Federico augurano uno splendido 90° compleanno al caro Compleanno Nonno Fino (Partigiano Bagnella) Il primo testo negoziale presentato dal governo brasiliano al summit Rio+20 ha fatto infuriare tutti. Tante raccomandazioni ma nessun impegno concreto. Sull'energia e sulle attività estrattive il documento sembra redatto direttamente dalle multinazionali del settore, come accusano le organizzazioni ambientaliste presenti. Quando manca un giorno all'arrivo dei capi di Stato ed è difficile attendersi qualche cambiamento di rotta. Il capo negoziatore brasiliano, Luiz Alberto Figueiredo, ha già iniziato il gioco delle responsabilità per il fallimento del summit. Il governo di Dilma Roussef cercherà di evitarlo con ogni mezzo, anche se questo dovesse significare un documento palesemente incapace di affrontare la sfida richiesta. Le accuse sono rivolte ai Paesi ricchi, colpevoli di non volere assumere nessun impegno concreto per garantire lo sviluppo sostenibile, mentre invece nelle stesse ore il G20 elargisce sussidi per ben 1.000 miliardi di dollari ai combustibili fossili. Al Summit mondiale dei Popoli per la giustizia ambientale e sociale, nessuno si attendeva miracoli. Uno dei temi centrali riguarda la necessità di un nuovo modello energetico per uscire dalla crisi. Le reti di ong si sono incontrate per iniziare a discutere su come costruire una rete internazionale che sappia porre al centro dell'agenda politica il tema della riconversione energetica. In Brasile il Mab, movimento contro le dighe, porta avanti da anni insieme ai sindacati battaglie contro la costruzione di mega dighe, dove il 90% dell'energia elettrica viene dall'idroelettrico, le tariffe sono le quinte più costose al mondo, le privatizzazioni anni '90 hanno consegnato l'energia ad un cartello che include Santander e City Group, Suez, Duke, Endesa, General Eletric Siemens, General Motor, i salari si sono ridotti dal 40 al 60% e quasi un terzo dei lavoratori mandati a casa. Movimenti simili contro i colossi della dark economy ci sono in India, in Nigeria e anche in Italia, da Civitavecchia al Monte Amiata. Dimostrazione a Copacabana dell'ong Rio de Paz per la fame nel mondo FOTO ANSA «Clima, summit ucciso dai burocrati» GIULIANOBATTISTON g.battiston@gmail.com RichardNorgaard Professoredieconomia aBerkeley,69anni, tra ipadri fondatori dell'Economiaecologica, nelpanel discienziatidell'Ipcc I movimenti persi in un mare di proposte . . . «Non sono ottimista sull'esito del vertice ma credo nelle interazioni positive a livello di base» GIUSEPPEDEMARZO www.asud.net mercoledì 20 giugno 2012 13
TV 06.45 Unomattina Estate. Attualita' 10.10 Unomattina Vitabella. Rubrica 11.00 Unomattina Storie Vere. Rubrica 12.00 La prova del cuoco. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.00 TG1 - Economia. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show. 15.15 Aria di festa. Film Drammatico. (2010) Regia di John Delbridge. Con Rebecca Immanuel 16.50 TG Parlamento. Informazione 17.00 TG 1. Informazione 17.15 Heartland. Serie TV 18.00 Il Commissario Rex. Serie TV 18.50 Reazione a catena. Show. 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Aari tuoi Gold. Show. 21.20 Sister Act - Una svitata in abito da suora. Film Commedia. Regia di E. Ardolino. Con Whoopi Galdberg, Harvey Keitel. 23.15 Premi Biagio Agnes. Evento 00.30 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.00 Che tempo fa. Informazione 01.20 Sottovoce. Talk Show. 01.35 Rai Educational Real School. Documentario 07.30 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 10.05 Zorro. Serie TV 10.30 Le nuove avventure di Braccio di Ferro. Cartoni Animati 10.40 Tg2 Insieme Estate. Rubrica 11.25 Il nostro amico Charly. Serie TV 12.10 La nostra amica Robbie. Serie TV 13.00 Tg2. Informazione 13.30 Tg2 - Costume e Società. Rubrica 13.50 Medicina 33. Rubrica 14.00 Dribbling Europei. Rubrica 14.45 Senza traccia. Serie TV 15.30 Guardia Costiera. Serie TV 16.15 The Good Wife. Serie TV 17.00 One Tree Hill. Serie TV 17.50 Rai TG Sport. Informazione 18.15 Tg 2. Informazione 18.45 Cold Case. Serie TV 19.35 Ghost Whisperer. Serie TV 20.30 Tg2. Informazione 21.05 Squadra Speciale Cobra 11. Serie TV Con Almut Eggert, Charlotte Schwab, Erdogan Atalay, Friedrich Karl Praetorius. 22.00 Squadra Speciale Cobra 11. Serie TV 22.50 Tg2. Informazione 23.05 Eva. Show. Conduce Eva Riccobono. 00.05 Guardami. Rubrica 08.00 Agorà. Talk Show. 10.00 10 minuti di... Attualita' 10.10 La Storia siamo noi. Documentario 11.00 Agente Pepper. Serie TV 11.15 Agente Pepper. Serie TV 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. Informazione 12.25 Tg3 - Fuori TG. Rubrica 12.45 Sabrina vita da strega. Serie TV 13.10 La strada per la felicita'. Soap Opera 14.00 Tg Regione. / TG3. 15.00 Question Time. Rubrica 15.50 Agenzia Riccardo Finzi. Praticamente detective. Film Commedia. (1979) Regia di Bruno Corbucci. Con Renato Pozzetto 17.50 Geo Magazine 2012. Documentario 19.00 TG3. / Tg Regione. 20.00 Blob. Rubrica 20.10 Le storie - Diario italiano. Talk Show. 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 Chi l'ha visto?. Attualita' 23.15 Doc 3. Rubrica 00.00 Tg3 Linea notte. Informazione 00.10 Tg Regione. Informazione 01.00 Meteo 3. Informazione 01.05 Rai Educational Magazzini Einstein. Documentario 01.55 Fuori Orario. Cose (mai) viste. Rubrica 02.00 Rainews. Informazione 06.50 Magnum P.I. Serie TV 07.40 Più forte ragazzi. Serie TV 08.25 Sentinel. Serie TV 09.50 Monk. Serie TV 10.45 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. 12.00 Cuore contro cuore. Serie TV 12.55 Distretto di Polizia I. Serie TV 14.05 il tribunale di Forum. Rubrica 15.10 Wol un poliziotto a Berlino. Serie TV 16.05 My Life - Segreti e passioni. Soap Opera 16.30 Il laureato. Film Drammatico. (1967) Regia di Mike Nichols. Con Dustin Homan 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Ricette di sera. Rubrica 19.45 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.25 La signora in giallo. Serie TV 21.10 48 ore. Film Commedia. (1982) Regia di Walter Hill. Con Eddie Murphy, Nick Nolte, Annette O'Toole. 23.20 I Bellissimi di Rete 4. Rubrica 23.25 Cape fear - Il promontorio della paura. Film Thriller. (1991) Regia di Martin Scorsese. Con Robert De Niro, Nick Nolte, Jessica Lange. 01.50 Tg4 - Night news. Informazione 02.13 Vintage parade. Musica 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.35 Miracoli degli animali. Documentario 08.46 Avventurosa vacanza di Emma e Daniel. Film Avventura. (2003) Regia di I. Magner. Con Maria Gidlof 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.45 Pomeriggio cinque cronaca. Talk Show. Conduce Alesssandra Viero. 16.50 Le tre rose di Eva. Serie TV 18.45 Il Braccio e la Mente. Gioco a quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.30 Meteo 5. Informazione 20.31 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 21.10 Le tre rose di Eva. Serie TV Con Anna Safroncik, Roberto Farnesi 23.26 Al centro dell'uragano. Film Drammatico. (2004) Regia di C. Wilkinson. Con Melissa Gilbert, Thomas Cavanagh, Marcus Lyle Brown. 01.30 Tg5 - Notte. Informazione 01.59 Meteo 5. Informazione 02.00 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 07.20 Hannah Montana. Serie TV 08.10 Cartoni animati 10.30 Dawson's Creek. Serie TV 12.25 Studio aperto. Informazione 13.00 Studio sport. Informazione 13.40 Futurama. Cartoni Animati 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 Dragon ball. Cartoni Animati 15.00 Gossip girl. Serie TV 15.55 Le cose che amo di te. Serie TV 16.45 Mammoni - Short. Reality Show. 17.10 Friends. Serie TV 17.35 Mercante in fiera. Gioco a quiz 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.25 C.S.I. New York. Serie TV 20.20 C.S.I. New York. Serie TV 21.10 La guerra dei mondi. Film Fantascienza. (2005) Regia di Steven Spielberg. Con Tom Cruise, Justin Chatwin, Dakota Fanning. 23.35 Oktagon Glory World series. Sport 01.40 Saving Grace. Serie TV Con Holly Hunter, Leon Rippy, Kenny Johnson. 02.35 Studio aperto - La giornata. Informazione 02.50 Highlander. Serie TV 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. 11.10 L'aria che tira. Talk Show. 12.30 I menù di Benedetta Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Movie Flash. Rubrica 14.10 Diritto di cronaca. Film Drammatico. (1981) Regia di Sydney Pollack. Con Paul Newman 16.05 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 18.05 I menù di Benedetta. Show. 18.45 Cuochi e fiamme - Celebrities. Show. 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Otto e mezzo. Rubrica 21.10 L'Infedele. Talk Show. Conduce Gad Lerner. 23.45 Tg La7. Informazione 23.50 Tg La7 Sport. Informazione 23.55 Halifax - Unità Speciale Serie TV 01.45 Movie Flash. Rubrica 01.50 N.Y.P.D. Blue. Serie TV 02.40 Otto e mezzo (R). Rubrica 03.20 Omnibus (R). Informazione 21.10 Bad Teacher - Una cattiva maestra. Film Commedia. (2011) Regia di J. Kasdan. Con C. Diaz J. Timberlake. 22.50 Ancora tu!. Film Commedia. (2010) Regia di A. Fickman. Con K. Bell S. Weaver. 00.40 L'ultimo dei templari. Film Azione. (2011) Regia di D. Sena. Con N. Cage R. Perlman. SKY CINEMA 1HD 21.00 Ella Enchanted - Il magico mondo di Ella. Film Fantasia. (2004) Regia di T. O'Haver. Con A. Hathaway C. Elwes. 22.45 I fratelli Grimm e l'incantevole strega. Film Fantasia. (2005) Regia di T. Gilliam. Con H. Ledger M. Damon. 00.50 Detective a 2 ruote. Film Azione. (2005) Regia di M. Siega. Con N. Cannon R. Sanchez. 21.00 The Hours. Film Drammatico. (2002) Regia di S. Daldry. Con N. Kidman M. Streep. 23.00 La donna perfetta. Film Commedia. (2004) Con N. Kidman B. Midler. 00.40 Fur - Un ritratto immaginario di Diane Arbus. Film Drammatico. (2006) Regia di S. Shainberg. Con N. Kidman R. Downey jr. 18.40 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.15 Ninjago. Serie TV 19.40 Redakai. Cartoni Animati 20.05 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 20.30 Lo straordinario mondo di Gumball. Cartoni Animati 20.55 Adventure Time. Cartoni Animati 21.20 Brutti e cattivi. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Come è fatto. Documentario 19.30 Come è fatto. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Sons of Guns. Documentario 22.00 American Chopper. Documentario 23.00 La febbre dell'oro. Documentario 19.00 Una splendida annata. Show. 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Una splendida annata. Show. 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 Switched at birth. Serie TV 22.30 Shuolato 2.0. Rubrica 23.30 Jack Osbourne No Limits. Reportage DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.20 La vita segreta di una Teenager Americana. Serie TV 20.20 Il Testimone. Reportage 21.10 Diario di una Nerd Superstar. Serie TV 21.35 Diario di una Nerd Superstar. Serie TV 22.00 Skins. Serie TV 22.50 My Super Sweet World Class. Show. MTV RAI 1 21.20: Sister Act - Una svitata in abito da suora Film con W. Goldberg La pupa di un gangster tra le suore. 21.05: Squadra Speciale Cobra 11 Serie TV con A. Eggert. Nuove avventure per la polizia autostradale tedesca. 21.05: Chi l'ha visto? Attualità con F. Sciarelli. La famiglia Martinelli chiede giustizia per Palmina, uccisa nel 1981. 21.10: 48 ore Film con E. Murphy. Un rude poliziotto deve collaborare con un detenuto di colore. 21.10: Le tre rose di Eva Serie tv conR. Farnesi. Aurora e Alessandro sono vicini a scoprire il colpevole della morte di Luca. 21.10: La guerra dei mondi Film con T. Cruise. Gli alieni invadono la Terra, Ray deve difendere i suoi due figli. 21.10: L'Infedele Talk Show con G. Lerner. Dibattiti sui temi più scottanti della politica, attualità e costume. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY COMEDICEVAGALILEO, INNATURATUTTO È MATEMATICA E GEOMETRIA.EANCHENELCALCIOè così. Bastava vedere il gol di Balotelli, che ha scoperto l'unica via possibile per la vittoria: una via di fuga, come nel film di John Huston, nel quale la rovesciata di Pelé salvava il mondo dal nazismo. Balotelli si è limitato a vincere contro se stesso, la battaglia più difficile, anche se, più che soddisfatto, dopo il gol pareva incazzato. E se non fosse stato per Bonucci, che gli ha generosamente tappato la bocca, chissà che cosa avrebbe detto al pubblico e all'Europa intera in collegamento tv. Perché la rovesciata è stata sicuramente la cosa migliore vista in tv da italiani, europei ed extra. La Rai, per una volta, faceva il suo mestiere di servizio pubblico. E questo nello stesso giorno in cui presentava i suoi palinsesti per la prossima stagione, che, più o meno, sono uguali a quelli della stagione appena trascorsa. Con qualcosa di buono, come il ritorno di Fazio e Saviano il lunedì e qualcosa di orrendo, come un nuovo reality condotto da Emanuele Filiberto. Ma perché? Che cosa hanno fatto di male gli italiani, oltreché votare per Berlusconi? Del resto, basta guardare i sondaggi per vedere che, di questo peccato, si sono ampiamente pentiti. Comunque, a proposito di chi comanda nella tv di Stato, va segnalato il risultato della decisione del Pd di chiedere alle associazioni i nomi da votare per il nuovo cda. Una proposta ridicolizzata da alcuni (per esempio dal sindaco di Firenze Renzi) come dimissionaria o bollata come lottizzazione mascherata da Gasparri, che di lottizzazione se ne intende. Invece ne sono nate una sorta di primarie interne a varie organizzazioni e i nomi di due persone (Benedetta Tobagi e Gherardo Colombo) che possono migliorare la Rai anche solo col pensiero. Quelgol diBalotelli in tv Ilmeglio dellaRai MARIANOVELLA OPPO FRONTEDEL VIDEO U: mercoledì 20 giugno 2012 21
SI PUÒ IRONIZZARE SULLA SCELTADELPDDISOSTENEREPERILCDADELLA RAI BENEDETTA TOBAGI E GHERARDO COLOMBO, indicati da movimenti della società civile. Si può dire che Tobagi e Colombo non vantino specifiche professionalità (sebbene il ruolo dei consiglieri non dovrebbe essere quello di condirettori aggiunti o di supporto, semmai questa esorbitanza è parte della malattia Rai). Si può dire che il Pd abbia abdicato, con demagogia, alle sue prerogative (e magari la denuncia viene persino dai censori della partitocrazia e dell'occupazione del potere). Si può dire che il Pd si stia arrendendo ai gruppi di pressione che cercano di assaltare il suo quartier generale e che stia rinunciando ai propositi di “partito solido”. SEGUEAPAG. 6 La “trattativa” Giusto indagare Oggi il Senato decide sull'arresto dell'ex tesoriere della Margherita. A destra raccolgono le firme per chiedere il voto segreto Summit con Obama: la priorità è favorire la crescita Monti: fondi per lo sviluppo, dieci giorni per decidere APAG.4-5 Staino IBlues Brothers e i cuochi romeni CrespiPag. 17 Esodati, Fornero dà i numeri In questi giorni ho letto con interesse e col massimo distacco possibile tutti i commenti dedicati ai vari risvolti legati all'indagine della Procura di Palermo sulla cosiddetta «trattativa» Stato-mafia dei primi anni '90. E ho il massimo rispetto di tutte le critiche, anche delle più aspre e radicali. Uno dei commenti che più mi ha impressionato è stato certamente quello di Giovanni Pellegrino, pubblicato ieri su l'Unità. Perché Pellegrino è un esperto uomo di legge, che ben conosce il sistema e il diritto penale italiano. SEGUEAPAG.9 Le manovre nel Pdl per salvare Lusi LUIGI MARIUCCI Democrazia trapotere edenaro PreterossiPag. 19 Il Senato oggi voterà sulla richiesta di arresto dell'ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi. Nel Pdl manovre per salvarlo: si raccolgono firme per chiedere il voto segreto. Alfano tenta di fermare la fronda. FANTOZZI APAG.8 Bonsanti e Olivero confronto sulla Rai PUÒ APPARIRE SINGOLARE CHE SI DI-SCUTADIUNASORTADISCAMBIOtra la soluzione del problema dei cosiddetti «esodati» e l'approvazione definitiva della riforma del mercato del lavoro. Eppure tra questi due temi esiste una evidente connessione. SEGUEA PAG.3 Basta cifre ora scelte chiare CLAUDIOSARDO L'ANALISI MASSIMO D'ANTONI Naufragio a Otranto 7 migranti dispersi G20, Merkel isolata sulla via dell'austerità L'INTERVENTO ANTONIOINGROIA ILRETROSCENA PAOLOSOLDINI U: ILCOMMENTO RINALDO GIANOLA Oggi mobilitazione unitaria di Cgil, Cisl, Uil A PAG.3 La ministra ammette di aver sbagliato: parla di altri 55 mila da salvaguardare ma non indica soluzioni Franceschini: il Pd ora si aspetta una risposta vincolante e definitiva Confindustria Squinzi liquida la riforma del lavoro: è una boiata CARUGATIFRANCHI APAG.2-3 Unkit inRete perdiventare artista fai da te MilianiPag.20 Il partito? È società civile Ancora è fresco l'inchiostro dei titoli che celebrano lo scampato pericolo per l'esito delle elezioni greche. L'Europa ha guadagnato altro tempo, ma nessuno ottimismo è giustificabile se questo tempo non viene utilizzato. SEGUE APAG.5 Quei pericolosi piccoli passi Non possiamo permetterci il lusso di aspettare altri vent'anni fino a Rio+40 Dobbiamo fare il possibile perché questo sia un anno di azione che segni la fine di un periodo di apatia e miopia MikhailGorbaciov È stata Angela Merkel a far saltare l'incontro tra Obama e i leader Ue al G20, poi recuperato ieri sera? La voce corre in Germania e parrebbe credibile. Dopo un tête-à-tête con il presidente Usa la cancelliera avrebbe fiutato un'aria tanto ostile. APAG. 4 Angela, la paura del vertice al buio RICCIARELLI APAG.11 PENSIONATI I tre segretari a «l'Unità»: si colpiscono sempre i soliti Il via alle prove. In rete impazza il toto tracce APAG. 10 Il calcio tripla A contro i Pigs Si fa presto a dire che è solo una partita di calcio. Troppo facile e un po' snob scartare la valenza politica, culturale addirittura, di un semplice confronto agonistico con un pallone in campo. Bisognerebbe almeno ricordarsi di Pier Paolo Pasolini. SEGUEA PAG.16 SCUOLA Maturità per 500mila con la paura del tilt LOMBARDO,MONTEFORTE APAG.6-7 1,20 Anno 89 n. 169Mercoledì 20 Giugno 2012
Quarello in mostra a Tricromia Le tavole di Maurizio Quarello, premio Andersen con «Janet la storta» di Stevenson (Orecchio Acerbo) saranno in mostra a Tricromia (Roma) fino al 4 luglio. DAVID VANN DEVE ESSERE UN BEL PERSONAGGIO. DAEVITARE,SEÈANCHESOLOPARZIALMENTESIMILEAIPROTAGONISTIDEISUOIROMANZI.Chi ha letto il suo vibrante – ma anche scostante – esordio, L'isoladiSukkwan, non può non essersi sentito gelare il sangue nelle vene per la macabra solitudine selvaggia, delittuosa, insita tra quelle pagine di follia familiare, nel rapporto tra un padre e un figlio su un'isola deserta dell'Alaska. Sarà forse l'Alaska, con la sua fredda lontananza – anche psicologica – a caratterizzare in nero le storie borderline di Vann: fattostà che l'autore non si smentisce neppure in questo nuovo lavoro, in origine Caribou Island, tradotto in maniera inutilmente edulcorata come Da dove vengono i sogni (Bompiani, traduzione di Sergio Claudio Perroni, pp. 314, euro 18,50), per inseguire forse la barbarie sdolcinata dei peggiori titoli da classifica. Questo non è un romanzo da classifica, ma una storia marginale e urticante, perfetta nella sua algida, scontrosa «inutilità». Inutili sono i personaggi, le loro scelte di vita in una geografia ai bordi della civiltà, i borborigmi con cui cercano di dare un senso allo spazio che abitano, alla forma smarrita dei sentimenti. Una storia amara e triste, inutile – ripetiamo – ma necessaria: una storia che vuole raccontare i destini minimi e gli impercettibili scarti del destino. Destini che si chiamano Gary e Irene, cinquantacinquenni esuli da trent'anni in un luogo che li ha prosciugati, dissolti. Gary, che decide di costruire un capanno sull'isolotto deserto di Caribou, alla ricerca di un'unione coniugale smarrita e di una rinnovata fiducia nella vita. Irene, trafitta da un dolore oscuro e inspiegabile, che segue il marito in vista di un inverno aspro e solitario, e cerca di recuperare uno spiraglio di speranza nel vuoto che è diventata la sua vita. Attorno ad essi, altri destini di provincia, in una solitudine di foreste e di laghi, lontani da tutto ma vicini al centro del dolore di vivere. Ruth e Mark, i figli della coppia, subiscono le loro inquietudini senza riuscire a fuggire per cercare un altrove più tiepido, più sicuro. Ruth spera di sposare il dentista Jim, che a sua volta scopre la voluttà delle relazioni clandestine e lascia la porta aperta a un addio; Mark vivacchia malamente di pesca e brucia nell'alcool le lunghe giornate degli inverni infiniti. Ruth e Mark sono il risultato mancato di un matrimonio esausto, poiché non sarà certo il capanno su Caribou Island a risolvere i problemi di troppe vite provvisorie. Semmai, il progetto è destinato a trovare la sua tragica catarsi in un'estrema ribellione, in un disperato addio che non trova echi nel silenzio glaciale dell'Alaska. David Vann è il cronista delle inquietudini estreme, spiazza il lettore, lo coinvolge in un gioco di dettagli irrilevanti che sfociano nel delirio improvviso, in quel buio senza ritorno in cui affondano i destini inutili. MANUELAMODICA TAORMINA TizianaRoccacomegeneralmanageretanteserate benefiche.AprePaolaCortellesichiudeCarloVerdone CULTURE SERGIOPENT UN'ALTALENA E UNA GIRANDOLA: È IL DOPPIO EFFETTO CHEFAQUEST'ANNOILFILMFESTIVALDITAORMINA.BASTA SCORRERE I NOMI, JASON LEWIS E TERRY GILLIAM, PERDIRNEDUE,A DARE L'IDEADI UN'OSCILLAZIONE TRA EVENTI VERY GLAMOUROUS E FRAZIONI PIÙ IMPEGNATE. Arriva così Taormina alla 58esima edizione del suo storico festival del Cinema. Inaugura una nuova stagione, quest'anno dal 22 al 28 giugno, con un grande cambio al timone: esce di scena Deborah Young, la critica cinematografica americana di Variety che si è dimessa per «incompatibilità» coi vertici di Taoarte e arriva direttamente dal Romafilmfest - in «prestito» per quest'anno - Mario Sesti nei panni di direttore editoriale. Affiancato dalla «pierre»Tiziana Rocca come General Manager. Un'incoronazione, quest'ultima, voluta dagli sponsor che ha allarmato non solo i cinefili siciliani, ma che nei fatti ha prodotto una girandola di nomi in grado di accontentare tutti. Le fan di Sex and the city, e non solo, per esempio, che potranno ammirare la mascella mozzafiato di Lewis (il fidanzato di Samantha, nella serie americana). Ma ad aprire l'evento cinematografico venerdì prossimo sarà la famiglia Castellitto al gran completo. Saranno Sergio e Pietro Castellitto e Margaret Mazzantini, infatti, ad avviare la girandola, a Messina per l'inaugurazione, dove le porte del nuovo Palacultura saranno aperte a tutti per incontrare «I Castellitto famiglia d'autore». Evento e impegno allo stesso tempo, la serata inaugurale in riva allo Stretto andrà a sostegno delle famiglie dei 37 morti dell'alluvione di Giampilieri, nel 2009, e degli sfollati. Solo il primo di una serie di eventi di solidarietà: il 23 giugno sarà la volta di Haiti: durante la serata di apertura presso il Teatro Antico di Taormina, sarà infatti assegnato il primo Humanitarian Taormina Award a Padre Rick e il ricavato dei biglietti andrà a sostegno della fondazione Rava per i terremotati. Il 25 giugno la solidarietà ritorna ai siciliani, a favore del comune di San Fratello colpito da numerose frane e smottamenti subito dopo gli eventi di Giampilieri. La serata in programma al Teatro Antico del 26 giugno sarà invece devoluta all'Unicef, mentre chiude l'impegno del Festival nel segno della solidarietà la doppia serata del 27 e 28 giugno che sarà interamente devoluta a favore dei terremotati dell'Emilia. Sul «corso» cinematografico taorminese si alterneranno come ospiti, Martina Colombari, Valeria Mazza Lola Ponce e Ivana Trump, Kelly Le Brok, da un lato. Poi anche Paola Cortellesi, Donatella Finocchiaro, Isabella Ragonese, Costanza Quatriglio. Un contenitore unico sia per Ezio Greggio che per Jon Kasdan, Pupi Avati e l'autore di Boris, Mattia Torre. Perfino Catherine Spaak e Sophia Loren, madrina di questa edizione del film fest taorminese. IN OCCASIONE DELLA NOTTE PIÙ CORTA DELL'ANNO, SULLA SOGLIA DELL'ESTATE - INSOMMA IL 21 GIUGNO ecco la prima notte bianca delle librerie indipendenti italiane. Una notte in cui si avvicendano, lungo tutto lo stivale e nelle isole, letture, eventi, aste, minimostre... commentati e collegati tra di loro in diretta da Radio Press. Una notte che mette al centro librai, lettori, artisti, scrittori & lettura: all'insegna dell'indipendenza. Organizzata dalla libreria Piazza Repubblica di Cagliari in collaborazione con Marcos y Marcos, coinvolgerà 15 editori e decine e decine di librerie. Ecco, in ordine alfabetico, gli editori di «Letti di notte»: Aisara, Arkadia, Dalai, :duepunti, Einaudi, Instar, Iperborea, Lapis, Marcos y Marcos, Minimum Fax, Neo, Nottetempo, la Nuova Frontiera, Salani, Sur. L'elenco delle librerie che aderiscono si trova sul sito: http://www.marcosymarcos.com/Letti_ di_notte.htm. Destinialbuio senzaritorno «Dadovevengonoisogni» il romanzodiDavidVann Unastoriamarginale eurticante,quelladiGary eIrene,cinquantacinquenni esulidatrent'anni inun luogo che lihaprosciugati,dissolti HANOSTALGIA DIGRANDILEADERERNESTOGALLIDELLA LOGGIA. ENE LAMENTASUL «CORSERA»L'ASSENZA. Dove sono, si chiedeva domenica, i Kohl, i Mitterand, i Gonzales? Ecco la risposta. Con la globalizzazione e le cessioni di sovranità a G8, G20, Banca Europea, sfuma ogni istanza rappresentativa del comando pubblico. E c'è poco da decidere. I partiti poi manifestano al massimo questa incapacità di esprimere leader, svuotati come sono al pari degli stati. C'è del vero in questa analisi, benché sull'onda della crisi liberista, qualche figura nuova cominci a profilarsi. E a sinistra guarda caso. Ma il punto è un altro: leader forti sono sempre espressione di grandi interessi in movimento. Di grandi partiti radicati e visioni generali. Non nascono dal nulla. Perciò è fiabesca e retorica l'invocazione della personalità forte e carismatica, come quella che Della Loggia lancia nel bel mezzo del suo articolo. Ovvio che Kohl, Mitterrand e Berlinguer avessero carisma. Ma è un atto di fede irrazionale, e al fondo autoritario, scommettere sulle grandi personalità come tanti deus ex machina, per surrogare questioni ben più serie: democrazia europea, lotta al monetarismo, giustizia e politiche industriali. Una destra e una sinistra si legittimano su questi problemi. Ed è su tali questioni che i partiti di massa devono dar prova di sé: con governi di partito e grandi politiche. Di qui vengono i leader, non il contrario. Altrimenti ricadremo nei vari populismi, presidenzialismi, o tecno-populismi che distruggono la politica democratica. Due righe infine sull'ultimo editoriale di Scalfari, che sfiora il tema di partiti. Berlinguer dice Scalfari, voleva i partiti fuori dallo stato, il che sarebbe fuori dalla tradizione comunista. Vero. Ma non fuori dalla cultura del Pci, che teorizzò la distinzione laica partito-stato, fino a certe posizioni dell'ultimo Berlinguer sulla questione morale. Non sempre perseguite con coerenza, e spesso solo eticizzanti.Ma questo sarebbe un lungo discorso… Della Loggia E la fissa del carisma TOCCOERITOCCO BRUNOGRAVAGNUOLO TaofestarrivaMarioSesti trahorrorecommedia Laprimanotte biancadelle librerie indipendenti U: 22 mercoledì 20 giugno 2012
Montepremi 1.982.225,77 5+stella Nessun6-Jackpot 7.133.125,64 4+stella 37.657,00 Nessun5+1 - 3+stella 1.908,00 Vinconoconpunti5 99.111,29 2+stella 100,00 Vinconoconpunti4 376,57 1+stella 10,00 Vinconoconpunti3 19,08 0+stella 5,00 Nazionale 70 84 2 33 27 Bari 9 33 81 51 58 Cagliari 1 22 51 40 16 Firenze 61 82 86 13 48 Genova 18 33 51 34 83 Milano 35 9 12 42 29 Napoli 78 28 8 31 33 Palermo 22 8 26 61 19 Roma 3 81 84 82 39 Torino 23 90 64 17 60 Venezia 87 41 34 63 11 «L'ITALIAÈDASETTE».ILVOTOÈDICESAREPRANDELLI, CIPUÒSTARE.Una buonissima partita nell'esordio con la Spagna, un primo tempo perfetto - fra le migliori esibizioni di tutto l'Europeo - contro la Croazia, poi impoverito da una ripresa troppo contratta, e una recita sofferta ma determinata contro l'Irlanda, in una partita “governata” dall'importanza esiziale del risultato. L'Italia è ai quarti e questo è un merito, perché ci toglie di dosso la brutta figura del Sudafrica. Doveva ricostruire, e qualcosa c'è già, e altro dovrà arrivare per andare avanti. Intanto, c'è Balotelli, il più atteso, il più ingestibile, il più forte. Segna, e reagisce senza senso, offendendo qualcuno o qualcosa, chi lo sa: «Deve crescere. Ce l'aveva con me? Glielo chiederò», dice Prandelli. Che poi lo tiene mezz'ora a centro campo, e probabilmente s'informa su chi era il destinatario di tutta quella rabbia. «Mario non ce l'aveva con me». Meglio così. «Balotelli - spiega Prandelli - deve saper accettare le critiche e la panchina per crescere e diventare un campione. Ieri ha mostrato generosità ed è stato molto attento. Il suo atteggiamento è sempre così perché lui è così. Ma non per questo è estraneo allo spirito di squadra o lontano dal gruppo. Mario è così, dipende dal momento e dall' umore, ma è un ragazzo d'oro. Il giorno che si renderà conto che nessuno gli vuole male, ma che vogliamo vederlo crescere, sarà un campione». Per il ct è il giorno dell'incasso: aveva puntato forte su una coppia d'attacco che sembrava un lusso, l'aveva difesa, l'ha riproposta sull'orlo del baratro, quando il risultato contro l'Irlanda era ancora in bilico e quando la partita fra Spagna e Croazia poteva pendere ancora ovunque. E i due, Balotelli e Cassano, sono proprio i due nomi sul tabellino di questa qualificazione: a conti fatti, l'attacco azzurro ha segnato 3 reti (da aggiungere Di Natale, nell'esordio). È in linea con quanto fatto da altre squadre blasonate, e in più c'è la buona notizia della diversificazione delle reti. Ma sono altri i numeri che sciolgono Prandelli: 20 milioni di telespettatori davanti alla televisione. «Questa Italia fa innamorare le persone, è bello. Vuole dire che funziona». Funzionano anche i fioretti, se è vero che la notte dopo la vittoria il ct con Albertini e gli altri dello staff tecnico sono andati a piedi al santuario dei camaldolesi, a 20 km dal ritiro azzurro. Cose che si fanno. A dire il vero comunque il più felice ieri nel ritiro azzurro non era né Prandelli, né Balotelli 8non lo è mai) e nemmeno Cassano e neanche Buffon, che tramite facebook fa sapere i suoi umori («Che bello far godere gli italiani»). Il più sorridente di tutti era Sebastian Giovinco, uno che dovrebbe giocare più spesso e che intanto si è guadagnato la possibilità di tornare alla Juventus, dopo i buonissimi due anni a Parma, dov'era in comproprietà. Ieri il sito ufficiale degli emiliani si è un po' attorcigliato: «La Juventus ha riscattato la metà del giocatore», hanno scritto, specificando anche la cifra (11 milioni), per poi correggersi, «scusate, non è ancora ufficiale». Ma lo sarà, perché Conte ha deciso: dopo Isla, Asamoah e Verratti vuole rinforzare anche l'attacco con questo ragazzo rimasto troppi anni schiavo del suo presunto limite, l'altezza, ma che invece in campo sa fare tutto, gol, assist, prende botte, calcia bene le punizioni. Lui vuole tornare a Torino, per dimostrarsi forte anche in questa dimensione. «Èun'Italia dasette» Prandelli, votieconsigli: «Balotelli accetti lecritiche» Ilbilanciodopoilpassaggioai quarti:«Secihannovisto in20 milioni, significachesiamo unasquadradaamare...Mario? Nonce l'avevaconme» GIANNIPAVESE CRACOVIA GABRIELBERTINETTO gbertinetto@unita.it IL DRAMMA DIVENTA TRAGEDIA. L'AGONIA È FINITA. I RANGERS NON ESISTONO PIÙ. SI SPEGNE LA STELLA PIÙ BRILLANTE DEL FIRMAMENTO CALCISTICO SCOZZESE. Disperazione fra i Teddy Bears (Orsacchiotti), il nomignolo che i tifosi dei Blues hanno affettuosamente affibbiato a se stessi. «La squadra che ho amato per 35 anni sin da quando ero bambino e andavo alle elementari, è morta -piange Alex Anderson sulle pagine di Wsc (When Saturday Comes), rivista inglese di solo calcio-. Un primato mondiale di 54 campionati vinti è consegnato alla pattumiera della storia assieme a 33 Coppe di Scozia, 27 Coppe di Lega, una Coppa delle Coppe e altre tre finali europee». Travolto da un colossale scandalo finanziario, il Rangers Football Club viene escluso dalla Premier League scozzese, cui sono iscritte a partire dal prossimo 4 agosto undici squadre più un punto interrogativo, provvisoriamente chiamato “Club 12”. Entro due settimane le autorità sportive decideranno quale società ripescare dalla Serie B per riempire il vuoto lasciato dai Blues. I quali sprofondano negli abissi della terza divisione, e da lì dovranno tentare la scalata verso i piani nobili, quelli che hanno quasi ininterrottamente occupato nei 140 anni della loro gloriosa vita calcistica. Un miracolo può ancora accadere, se il 4 luglio prossimo i rappresentanti delle altre società decideranno con una maggioranza di almeno due terzi di riammettere i Rangers nella serie A scozzese. Evento altamente improbabile, perché creerebbe un precedente pericoloso. Sarebbe la rivolta del mondo sportivo contro le leggi, i tribunali, la logica, la giustizia. I Rangers sono sull'orlo del fallimento. L'ultimo tentativo di evitare la bancarotta è fallito ieri, quando un consorzio di imprenditori guidati da Walter Smith ha ritirato l'offerta di comprare la società dal consorzio Zeus Capital di Charles Green, che nel frattempo aveva provvisoriamente rilevato i Rangers dall'ammistrazione controllata. Ad un'intesa fra Smith e Green i fans del Rangers avevano affidato le residue speranze di sfuggire al crudele destino incombente. Ma i due soggetti avrebbero dovuto investire nell'operazione somme molto più alte di quelle di cui disponevano o che erano disposti a rischiare. Pochi milioni di sterline a fronte dei 93 milioni che la società deve al fisco. A nulla è valso l'accorato appello rivolto due giorni fa dal Rangers Fans Fighting Fund, un fondo che i più teneri degli Orsacchiotti hanno creato per sostenere le iniziative di salvataggio. «È imperativo che le due parti si mettano intorno a un tavolo e tirino fuori qualcosa -imploravano-. Suggeriamo con forza alle due fazioni di accordarsi il prima possibile e elaborare una soluzione che serva gli interessi del Rangers Football Club e dei suoi sostenitori». Quell'appello sventolava con l'orgoglio di una bandiera sul più alto pennone informatico del sito Bluenose (Nasi Blu, un altro soprannome della tifoseria Rangers). Ma ieri sui blog dilagava l'amarezza: «Ancora una volta vanificate le illusioni di chi ha creduto in presunti salvatori». Gongolano gli acerrimi rivali, i fans del Celtic. La loro squadra ha vinto il titolo con larghissimo margine. I Blues quest'anno erano l'ombra di se stessi. Le traversie finanziarie hanno azzerato il morale e ridotto drasticamente le paghe dei giocatori. E la giustizia sportiva li ha penalizzati togliendo loro dieci punti nel campionato appena concluso. «Ricorderemo il 2012 come l'anno più divertente per quel che riguarda i Rangers -infieriscono i tifosi biancoverdi su Talkceltic.net-. Il più bel regalo ricevuto il giorno di San Valentino fu il tonfo dei Rangers e la notizia che erano in amministrazione controllata». Ironia feroce. Ma molti in Scozia si aspettano stadi deserti e noia, quando verrà meno l'unico vero motivo di interesse in un panorama calcistico nazionale in cui la Old Firm (Rangers più Celtic) dominava la scena, e la lotta ad armi pari fra i due club di Glasgow ravvivava un campionato in cui tutte le altre formazioni erano rassegnate a fare da comprimarie. I derby (quattro all'anno) erano eventi attesissimi, l'occasione di sfoggiare con cori e striscioni le rispettive affiliazioni politico-religiose. Anche se queste ormai sono in realtà per lo più semplici riflessi condizionati di contrapposizioni passate: cattolici e simpatizzanti del nazionalismo irlandese quelli del Celtic, protestanti e filo-britannici i Blues. InumeridelSuperenalotto Jolly SuperStar 52 62 65 77 87 90 13 31 Cassano parla di «froci», Marchisio si dice favorevole «ai matrimoni gay»: l'argomento è ormai quotidiano in Nazionale e gli organizzatori del Gay village di Roma hanno sfruttato l'occasione, con un manifesto “particolare” per pubblicizzare l'evento... 10eLotto 1 3 8 9 12 18 22 23 28 3335 41 51 61 78 81 82 86 87 90 LOTTO SPORT L'idea del gay village: calciatori e tacchi a spillo MARTEDÌ 19 GIUGNO I debiti divorano un pezzo distoria:Rangersesclusi dalcampionatoscozzese Dopoil fallimento la squadrapiùvittoriosa d'Europa,con54 scudetti, ripartirà dalla terzadivisione IbroxPark, ilmitico stadiodeiGlasgow Rangers, squadraesclusa dalprossimo campionato FOTO DI BRIAN STEWART/ANSA EPA ... Nonsolounclubdicalcio maancheunabandiera “protestante”sventolata contro icattoliciCeltics U: mercoledì 20 giugno 2012 23
Con la giornata di mobi-litazione nazionale cheabbiamo indetto peroggi 20 giugno voglia-mo sollecitare il gover-no, il Parlamento, le forze politiche e le istituzioni locali ad intervenire con urgenza per sostenere il potere d'acquisto delle pensioni, per una nuova politica fiscale e per un welfare pubblico che sia in grado di rispondere alle esigenze degli anziani, con una particolare attenzione verso quelli non autosufficienti. In particolare chiediamo di riaprire la partita della previdenza cancellando il blocco della rivalutazione delle pensioni introdotto dalla manovra Salva Italia ed intervenire con urgenza a sostegno dei redditi dei pensionati, a partire da quelli medio-bassi. L'ultima riforma delle pensioni, infatti, ha privato milioni di persone della già inadeguata e misera rivalutazione annuale, producendo una riduzione permanente delle loro pensioni. Si tratta di una norma messa in atto al solo scopo di fare cassa e per risanare i conti pubblici che - sommata a quella sugli esodati e a quella sull'innalzamento repentino dell'età pensionabile che ha penalizzato soprattutto le donne - ha reso la riforma profondamente iniqua e ingiusta. Sul fronte dei redditi riteniamo che non sia più rinviabile un intervento a sostegno del potere d'acquisto delle pensioni, fortemente eroso dall'elevata pressione fiscale, da un meccanismo inadeguato di rivalutazione all'inflazione, dal continuo aumento del costo della vita, della sanità, dei servizi, dei prezzi e delle tariffe. APPELLOALLA POLITICA Il governo, il Parlamento e le forze politiche devono, quindi, adoperarsi per migliorare fattivamente la condizione reddituale dei pensionati e per arrestare il loro progressivo impoverimento, tenuto conto che circa 8 milioni percepiscono meno di 1.000 euro al mese e di questi circa due milioni e mezzo, in larga maggioranza donne, non arrivano a 500 euro. Chiediamo, poi, un intervento sul fisco, che ad oggi colpisce soprattutto i redditi da pensione e da lavoro. I pensionati e i lavoratori dipendenti infatti pagano la quasi totalità dell'Irpef nazionale, che pesa per oltre un terzo sui soli redditi da pensione. I pensionati inoltre hanno un'area di esenzione fiscale inferiore a quella dei lavoratori. Mentre ancora troppo poco è stato fatto sui grandi patrimoni e nella lotta all'evasione. I pensionati, inoltre, sono i più tassati d'Europa con un reddito netto disponibile più basso del 15% rispetto a quelli di Francia, Germania, Spagna e Regno Unito. È per queste ragioni che chiediamo al governo nazionale, alle Regioni, agli Enti locali, al Parlamento e alle forze politiche di dare vita ad una nuova e più equa politica fiscale. In particolare quello che serve è l'adozione di misure mirate al sostegno dei redditi da pensione e l'alleggerimento del carico fiscale, l'equiparazione della detrazione a quella prevista per il lavoro dipendente, la revisione del sistema delle detrazioni e delle deduzioni e l'eliminazione dell'Imu sulla prima casa per i pensionati escludendo i redditi alti. LANUOVA ISEE Chiediamo inoltre che nella tassazione nazionale e locale e nella revisione dell'Isee si consideri la condizione delle persone anziane, in particolare di quelle che vivono sole. Per raggiungere questi obiettivi riproponiamo l'esigenza di tassare i grandi patrimoni e le rendite finanziarie, di intensificare la lotta all'evasione e all'elusione fiscale e di proseguire con maggiore efficacia nella riduzione degli sprechi della spesa pubblica e dei costi impropri della politica. Altra questione è quella del welfare, per il quale chiediamo che si trovino le risorse per finanziarlo e per far fronte alla crescita della domanda di assistenza che l'invecchiamento della popolazione inevitabilmente produce e produrrà nei prossimi anni. In tale contesto deve essere assolutamente affrontato il problema legato alla cura e alla tutela dei disabili e dei non autosufficienti che si propone già oggi come una vera emergenza nazionale visto che coinvolge circa 3 milioni di persone. È per questo che ribadiamo la necessità di un Piano nazionale per la non autosufficienza, adeguatamente finanziato e da realizzarsi con una legge nazionale che eroghi assistenza di carattere sanitario, sociale e socio-sanitario, che assicuri una rete di servizi omogenea su tutto il territorio nazionale e che garantisca l'appropriatezza e l'efficacia delle prestazioni erogate. Vogliamo, infine, che siano individuati i Livelli essenziali delle prestazioni per il sociale (Leps) e l'aggiornamento di quelli di assistenza (Lea). Su tutte queste rivendicazioni chiediamo al governo di aprire un confronto e a tutte le forze politiche di darci delle risposte perché le condizioni in cui versano gli anziani e i pensionati di questo paese sono davvero drammatiche e necessitano di interventi urgenti, da realizzarsi anche attraverso una forte contrattazione sociale e territoriale con i Comuni e le Regioni. Se così non sarà i pensionati non staranno di certo fermi a guardare ed è per questo che abbiamo già deciso che continueremo a mobilitarci. Carla Cantone, Segretario generale Spi-Cgil Gigi Bonfanti, Segretario generale Fnp-Cisl Romano Bellissima, Segretario generale Uilp-Uil SEGUEDALLAPRIMA Infatti tra gli ambiziosi propositi della riforma Monti-Fornero vi è quello di «realizzare un mercato del lavoro inclusivo e dinamico, in grado di contribuire alla creazione di occupazione, in quantità e qualità, alla crescita sociale ecc.» (articolo 1, primo comma). Ora non vi è dubbio che vi sia un certo contrasto tra tali propositi e la condizione di quelle persone che avendo accettato una uscita anticipata dal lavoro nelle diverse forme (accordi collettivi, individuali, cassa integrazione, mobilità, dimissioni ecc.) in vista di una prospettiva pensionistica ravvicinata, si sono viste mutare d'improvviso le regole del gioco e quindi allontanarsi l'età pensionabile, talora per un numero considerevole di anni. Persone che quindi a causa di una modifica unilaterale delle regole da parte dello Stato si sono trovate in un singolare limbo: né lavoratori attivi né pensionati, ma disoccupati involontari e senza reddito. Si può immaginare qualcosa di meno «inclusivo»? Quindi la soluzione del problema degli esodati dovrebbe essere considerata una condizione se non preliminare quanto meno coessenziale alla approvazione di una riforma che si vuole appunto «inclusiva». Il che può farsi con una chiara norma definitoria delle situazioni in oggetto e non sulla base di approssimative stime numeriche derivate, alquanto arbitrariamente, per deduzione dalle cifre stabilite in copertura finanziaria. È dunque positivo che il ministro Elsa Fornero riconosca ora che le misure fin qui adottate, riferite a una quota di 65.000 interessati, sono insufficienti. Ma il ministro ora dovrebbe fare un passo in più: individuare una soluzione chiara e definitiva del problema. La vicenda degli esodati appare per altro verso emblematica dell'errore di fondo che è stato compiuto nell'impostare la riforma del mercato del lavoro. Si sarebbe dovuti partire fin dall'inizio dalla individuazione dei problemi reali più che dal proposito di produrre messaggi simbolici di dubbia efficacia pratica. Invece si sono persi dei mesi a discettare sulla riforma dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e sono rimasti in ombra i problemi veri: il sostegno al reddito e le politiche attive del lavoro per quanti hanno perso il posto negli anni della crisi e per quanti, soprattutto giovani, cercano davvero lavoro e non lo trovano, o lo trovano solo di cattiva qualità ovvero precario. Questi erano i due punti essenziali da affrontare, da collegare a misure orientate a stimolare lo sviluppo. Invece si è messo mano a un complesso costrutto regolistico, i cui stessi aspetti positivi (come le misure introdotte per contrastare il ricorso abusivo a contratti di tipo precario) potranno determinare un effetto solo nel medio-lungo periodo, a condizione che si riattivi una dinamica di sviluppo. Ora pare che la riforma debba essere comunque approvata prima del Consiglio europeo del 28 giugno, per dare - si dice - una risposta ai mercati finanziari. Ma qui nasce un dubbio più profondo. Cosa sono questi mercati finanziari? Soggetti pensosi e occhiuti, ansiosi di conoscere il modo in cui in Italia si riformano l'articolo 18, i Cococo e le partite Iva, oppure un vasto e causale assemblaggio di istituzioni che si limitano a perseguire l'interesse immediato degli investitori, oppure una congrega di biechi speculatori, ovvero, ancora, come sostiene Scalfari nell'editoriale di domenica di Repubblica, addirittura un insieme di forze determinate a cancellare «ogni regola che miri a incanalare la globalizzazione in un quadro di capitalismo democratico e di mercato sociale»? Ardui interrogativi, questi, che esigono risposte politiche. E non si accontentano di complessi marchingegni, dai tratti talora bizantini, in materia di regole del mercato lavoro. . . . Persi mesi a discettare sull'articolo 18 e sono rimasti in ombra i problemi veri I pensionati pagano un prezzo troppo alto La ministra Fornero mentre rifersice in Senato sugli esodati FOTO TM NEWS/INFOPHOTO Sul lavoro ora servono scelte chiare LALETTERA Oggimobilitazione unitariadei sindacati. «L'ultimariformaha privatomilionidipersone dellagià inadeguatae miserarivalutazione» FOTO ANSA ILCOMMENTO LUIGIMARIUCCI . . . La ministra riconosca che le misure fin qui adottate sono insufficienti mercoledì 20 giugno 2012 3
Le compagne e i compagni della Camera del Lavoro di Milano partecipano con affetto al grande dolore di Mario Agostinelli per la scomparsa dell'amata BRUNA Arriva il tablet targato Microsoft: si chiama "Surface" e verrà commercializzato, in data da definirsi, con il sistema operativo Windows 8. È la prima volta che il colosso informatico realizza direttamente l'hardware da abbinare al suo software. FOTO TM NEWS/INFOPHOTO Senzastipendionécig,si toglie lavitaa31anni Ottomesi senza stipendioné cassaintegrazioneeha decisodi togliersi la vita.È successo in provincia diPavia:unastoria didisperazione divisa traRetotorbido, doveha sede la “Brasilia”azienda impegnata nella produzionedi macchine dacaffè, dove PaoloVecchia lavorava daanni, e MontebellodellaBattaglia, dove l'uomo,di 31anni, viveva con la famiglia diorigine edove domenicanotteha decisodi suicidarsi impiccandosi.A dare lanotizia, la Fiom-Cgildi Pavia, sindacatoal qualeVecchiaera iscritto. Il 31enne,operaio regolarmente assunto,era in unasituazionedi disagio,al paridei suoicirca 160 colleghiper il fallimentodella “Brasilia” cheperotto mesiha chiestoai suoi dipendentidi continuarea lavorare senzaperò erogare mensilità.Poi., un mesefa la chiusura definitiva. «Attualmente -ha spiegato il segretario dellaCamera diLavorodi Pavia, RenatoLosio - c'èun curatore fallimentaree abbiamoavviato l'istanza per il recupero delleotto mensilitànon pagate».LostessoLosio haraccontato che il sindacatoha avutomodo di vedere l'ultimavolta Paolo Vecchia lo scorsovenerdì,quando ilgiovane si era recatonegliuffici dellaFiom-Cgilper formalizzare l'istanzadi recuperodegli stipendi.«Ho parlato con chi l'ha ma nonera emersanessuna particolare situazioneche potesse farpensarea questoepilogo.Certo, il nostro èun territoriocomplessocon ormai tante personedisperate - continuaLosio Ma,a quanto mi dicono,non appariva unapersonacon unasituazione personaledi grandiproblemi. Il 2012 si chiuderà peggio del 2011. Non sono rosee le prospettive a breve di Alitalia, che anche quest'anno sarà costretta a rimandare l'obiettivo del pareggio di bilancio. A dirlo è lo stesso amministratore delegato dell'ex compagnia di bandiera, Andrea Ragnetti, che ieri ha parlato alla convention con i dipendenti insieme al resto del board - i vertici - del gruppo aereo. Ragnetti guarda già al 2013 e si prefigge non più il pareggio ma l'utile di bilancio. Quel segno «più» che la compagnia non vede davanti ai propri conti da circa venti anni. Quindi tocca al presidente Roberto Colaninno rilanciare l'entusiasmo e inaugurare la nuova stagione: «Oggi si cambia - ha detto nel suo intervento - e il nuovo periodo si chiama sviluppo. I prossimi tre anni devono essere tre anni di sviluppo. Mi aspetto che i conti di Alitalia nel breve termine diventino molto soddisfacenti», ha aggiunto Colaninno, indicando che il prossimo obiettivo è di «portare i conti dal punto di vista economico in nero». Ma per ora resta il rosso. Per trasformarlo in positivo, bisogna triplicare i clienti, competere con le low cost, le compagnie a basso costo, e rafforzarsi sulla tratta più redditizia nel nostro Paese: la Roma-Milano, una rotta sulla quale, all'epoca della sua rifondazione, alla nuova Alitalia veniva contestata una posizione di monopolio. Adesso invece la partita è complicata dalla presenza dei treni, che con l'alta velocità del Frecciarossa e quella di Italo danno non poco fastidio agli aerei. Per questo, Ragnetti e Colaninno hanno pensato una nuova strategia commerciale. Alitalia ridurrà le attuali 44 tipologie di tariffe al momento esistenti a cinque, che lo stesso amministratore ha definito «chiare e trasparenti». Partiranno da 99 euro. Si tratta, nello specifico, di tre tariffe «easy» - comode - che includono servizi dedicati, quali banchi check-in, biglietterie e gate uscite - di imbarco riservati, oltre al fasttrack - passaggi veloci - per i controlli di sicurezza. Le altre due tariffe sono definite «comfort», e offrono servizi aggiuntivi quali, ad esempio, accesso alle sale “freccia alata”, imbarco prioritario, assegnazione dei posti nelle prime file con il sedile a fianco sempre libero e catering dedicato. Inoltre, a chi acquisterà un biglietto dal 20 giugno al 19 luglio la possibilità di viaggiare in due per tutto il mese di agosto al prezzo di 99 euro. Sul fronte aziendale, invece, le partite aperte sono due, una interna e l'altra internazionale. Su quella interna insorgono i sindacati, che nei giorni scorsi avevano parlato di mille lavoratori in cig e che ieri hanno sentito Ragnetti parlare di «qualche aggiustamento», ma «non stiamo parlando di mille lavoratori in cig». Proprio per questo «è urgente una convocazione - dice Mauro Rossi, segretario della Filt-Cgil - Per capire e confrontarci su quanto in atto e sui progetti futuri». Progetti che sul fronte internazionale riguardano anche le alleanze: «Il rapporto con Air France», ha detto a questo proposito Colaninno, «è straordinario, ci sono grandi sinergie e reciproca soddisfazione». Come si trasformerà il rapporto con i francesi «dopo la scadenza del lock up nel 2013, questo non lo so», ha aggiunto Colaninno. Certo «ci sederemo al tavolo non da acquistati ma da cogestori». Sul tema è intervenuto anche Ragnetti, per il quale «per essere una linea aerea forte e sostenibile occorre avere certe dimensioni e solo stare in un'alleanza permette di ammortizzare i flussi del ciclo». SCIOPEROSEA Sempre sul fronte aereo, anche se stavolta si parla di terra, continua a Milano la mobilitazione dei sindacati dei trasporti contro la vendita da parte del Comune delle quote di Sea, la società che gestisce gli aeroporti milanesi, per esigenze di cassa. I sindacati in modo unitario hanno proclamato per venerdì 24 ore di sciopero dei dipendenti di Sea Spa e Sea Handling. «Vendere a qualsiasi condizione - dicono Filt, Fit e Uilt - è la peggiore condizione». Cede ancora (parecchio) terreno il mercato del mattone. Secondo i dati diffusi dall'Osservatorio immobiliare dell'Agenzia del territorio, nel primo trimestre del 2012 il volume delle compravendite ha registrato una contrazione complessiva del 17,8% su base annua. Ma se si considerano solo le abitazioni, il calo è addirittura del 19,6% e interrompe il trend di crescita rilevato negli ultimi due trimestri del 2011. Male anche le pertinenze (box e cantine), che perdono il 17,4%: le compravendite passano da 107.593 a 88.000. Non vanno meglio il segmento terziario non residenziale (-19,6%), il segmento commerciale (-17,6%) ed il produttivo (-7,9%). Nel rapporto dell'Osservatorio immobiliare si spiega che «il crollo delle compravendite trascritte in questo trimestre nasce da una crisi del mercato in atto negli ultimi mesi del 2011. D'altra parte, se si osservano alcuni principali indicatori macroeconomici riferiti all' ultimo trimestre del 2011, si ravvisano tutti gli elementi che spiegano la contrazione della domanda nel mercato immobiliare». PILE DISOCCUPAZIONE Pesano in modo particolare la contrazione del Pil, l'aumento della disoccupazione, la contrazione della spesa delle famiglie e il rialzo dei tassi di interesse medi sui mutui passati dal 3,29% dell'aprile 2011 al 4,27% del dicembre 2011. Sempre nel rapporto viene specificato come «non è ravvisabile un collegamento tra la caduta del mercato immobiliare, che oggi registriamo, e l'aumento della tassazione degli immobili decisa praticamente alla fine dell'ultimo trimestre 2011, sebbene l'aumento della tassazione stessa sugli immobili percepita nel primo trimestre 2012 e verificata concretamente nel mese di giugno di quest'anno, non sarà certo un incentivo al mercato». Rispetto al picco del primo trimestre del 2006, le compravendite si sono contratte del 44%. Il crollo del mercato immobiliare registrato nei primi tre mesi del 2012 a livello nazionale non lascia immuni le otto principali città italiane: il calo più consistente rispetto al primo trimestre 2011 si è registrato a Palermo (-26,5%) e a Genova (-21,8%). A Roma e Firenze le transazioni sono diminuite rispettivamente del 20,6 e del 21,1 per cento, molto elevati i cali anche a Bologna (-18,4%) e Torino (-18,1%). Più contenuta la flessione delle compravendite a Milano (-10,7%) e a Napoli (-9,8%). In picchiata il mercato delle abitazioni -20% in un anno MARCOTEDESCHI MILANO IL CASO GIUSEPPE VESPO MILANO ECONOMIA Conti in rosso per Alitalia: «Utile nel 2013» I manager della compagnia aerea: «Il 2012 peggio del 2011 a causa degli extracosti» Contro la concorrenza dei treni nuove tariffe e offerte sulla rotta Roma-Milano Sfida alle low cost . . . Colaninno: «Andremo al tavolo con AirFrance non da acquistati ma da cogestori» Microsoft presenta il suo tablet “Surface” . . . Ragnetti: «Esuberi? Solo aggiustamenti» I sindacati chiedono di essere convocati mercoledì 20 giugno 2012 15
L'INTERVISTA Èstata Angela Merkel a farsaltare l'incontro tra Ba-rack Obama e i leader eu-ropei al G20, poi recupe-rato in corner ieri sera?La voce corre in Germania e parrebbe credibile. Dopo aver avuto un tête-à-tête con il presidente americano, del quale nulla si sa se non il fatto che è durato più del doppio del tempo previsto, la cancelliera avrebbe fiutato un'aria tanto ostile da farle ritenere che fosse meglio evitare l'ennesima messa in scena pubblica della commedia tutti-contro-i-tedeschi. Mossa inutile se poi il vertice si è tenuto lo stesso. E, vero o non vero ill boicottaggio di Frau Merkel, la realtà, comunque, è questa: l'isolamento di Berlino è ormai completo e le pressioni perché accetti un cambio di strategia nella guerra alla crisi del debito stanno diventando sempre meno sostenibili. Al clan dei critici, a San José del Cabo, si è unito anche il presidente sud-coreano Lee Myung-bak e, stando al Financial Times Deutschland, lo avrebbe fatto con un certo vigore e con pochi scrupoli diplomatici. D'altronde, il documento finale parla chiaro: è una sconfessione esplicita dell'idea di una ripresa della crescita à la Merkel : senza investimenti e tutta basata sui tagli. LABATOSTADELLA CORTE Anche in patria la cancelliera ha i suoi guai. La Corte di Karlsruhe (che corrisponde alla nostra Corte Costituzionale) ieri ha emesso una sentenza che, pur se forse priva di conseguenze pratiche, rappresenta una nuova batosta per il governo. Questo, secondo i giudici costituzionali, non avrebbe informato adeguatamente il Parlamento sulla decisione di aderire all'Esm, il fondo salva-stati che dovrebbe entrare in vigore a luglio, sempre che Bundestag e Bundesrat prima approvino il Fiskalpakt, cosa ancora tutt'altro che certa. I magistrati di Karlsruhe con il loro verdetto hanno richiamato il principio del controllo democratico sulle decisioni economiche: una prassi che viene sempre più spesso ignorata anche e soprattutto a livello europeo e per l'impronta che Berlino dà alla strategia dell'austerity dettata dall'esterno ai Paesi che ricevono aiuti. Gli sviluppi della crisi e le risposte che si tende a darle impongono oggi delle cessioni di sovranità molto improprie. È lo stesso problema che si sta ponendo in modo drammatico per la Grecia del dopo voto. Concretamente: come rispondere all'iniziativa del leader conservatore Antonis Samaras? Questi, insieme con il leader del Pasok Evangelos Venizelos avrebbe indirizzato a Bruxelles una lettera in cui si chiede di spalmare su quattro anziché su due anni l'attuazione da parte greca delle misure imposte dalla trojka. Idea che lascia fredda quella parte di establishment che continua a ritenere che la Grecia alla fine uscirà comunque dall'euro. Tra questo, per esempio, il vertice della Deutsche Bank: considerata l'importanza dell'istituto e l'entità dei suoi crediti verso le banche greche, non è un dettaglio di poco conto. Il centro-destra tedesco, comunque, ha trovato il modo di spaccarsi anche sulle risposte da dare al prossimo governo Samaras. L'altro giorno una dichiarazione del ministro degli Esteri Guido Westerwelle ha evocato un possibile assenso all'ipotesi di uno scivolamento dei tempi. La cancelliera in quel momento era in aereo, ma appena arrivata in Messico ha smentito brutalmente il suo ministro: la Grecia deve mostrare un «chiaro impegno» a «fare i compiti a casa» nei tempi stabiliti. «Con noi – ha fatto ribadire ieri dal suo portavoce – non si farà nessuno sconto». Ma non tutti sono così tetragoni e curiosamente la frattura attraversa il partito liberale, per tradizione il meno disponibile verso i Paesi nei guai con i conti, ma forse più sensibile agli interessi delle banche tedesche. La Cdu e la Csu, invece, appoggiano la linea dura di Frau Merkel e c'è pure chi sostiene che, anzi, Atene dovrebbe fare di più e più in fretta per recuperare il tempo perso con i «balletti politici» delle elezioni. Poi, come al solito, qualcuno ha già fatto i conti di quanto «costerebbe a noi tedeschi» un rinvio dei greci. Finché rimane dentro questa logica, è ben difficile che la Germania ceda alle richieste di cambiare strategia. «Un piano di azione coordinato per la crescita e il lavoro». È l'impegno più importante che i leader mondiali prendono al G20 di Los Cabos, accompagnato tuttavia da quello sul consolidamento dei conti. Non si esce dal binomio rigore-crescita sostenuto con forza da Angela Merkel. La quale si è ritrovata comunque isolata sulle sue posizioni orientate all'austerità: 19 contro una. La leader tedesca si limita a dire che c'è l'impegno a risolvere la crisi. Nulla di più. Sono gli altri a fare commenti più espliciti. Il pressing per creare più crescita e occupazione, per politiche espansive e passi verso una maggiore integrazione europea è stato esercitato da tutti: Italia, Francia, Gran Bretagna e Spagna. Per non parlare di Herman Van Rompuy, che ha definito l'euro un «processo irreversibile». Più unione e più collaborazione con i Paesi in difficoltà, a cominciare dalla Grecia. E soprattutto la garanzia della stabilità dell'euro attraverso diversi strumenti. Su quest'ultimo punto si è concentrato il vertice tra Barack Obama e i leader Ue slittato al secondo giorno del summit. I tempi tuttavia non sono ancora maturi per conclusioni decisive. «È emersa, come doveva emergere, la consapevolezza che l'eurozona è un problema serio - ha dichiarato il premier Mario Monti - ma non è certo l'unico elemento di squilibrio nell'economia mondiale». I veri nodi si dovranno sciogliere nel Vecchio continente, in una sede ristretta come il Consiglio di capi di stato di fine giugno, che sarà preparato dal vertice di Roma tra François Hollande, Angela Merkel, Mariano Rajoy e Mario Monti di venerdì prossimo. Insomma, ancora dieci giorni per uscire dal tunnel. Ma non di più. Monti ha escluso che nel comunicato finale ci siano riferimenti a un meccanismo di controllo degli spread all'interno dell'Unione studiato dal ministro Enzo Moavero Milanese, come annunciava un'anticipazione del Sole24Ore di ieri. «Si tratta di tecnicalità - ha detto - da esaminare all'interno dell'Ue». Il premier italiano ha sottolineato di aver richiesto un riferimento forte nel comunicato finale al problema della crescita. «La necessità di porre l'accento sulla crescita è stato il tema del mio intervento nella seduta plenaria ufficiale, ieri pomeriggio - ha spiegato - Questo può apparire un riferimento rituale fatto da noi europei in Europa, ma non lo è se pensiamo che da questo punto di vista gli Stati Uniti, il Giappone e altri hanno maggiore attenzione alla crescita. La posizione che «Non si tratta di accerchiare la cancelliera Merkel. François Hollande è perfettamente consapevole che senza un pieno coinvolgimento della Germania è impensabile pensare a una strategia di crescita dell'Europa. Ma Hollande sa altrettanto bene, e su questo non cederà di un millimetro, che le decisioni strategiche non sono più rinviabili e che ciò che oggi è cruciale non è ribadire la condivisione di principi ma indicare gli strumenti da attivare per realizzare questi principi. In questo senso, il prossimo vertice quadrilaterale di Roma e il vertice Ue di fine mese, sono passaggi cruciali. Il fattore tempo è decisivo. Nessun ritardo è consentito». A sostenerlo è una delle figure più rappresentative del Partito socialista francese: Harlem Désir, europarlamentare e coordinatore nazionale del Ps. «L'Europa - rimarca Désir - deve avere uno scatto d'orgoglio: non sarà dall'esterno che verranno ricette “salvifiche”». DalG20inMessico,Hollandehaaffermato che I tassi d'interesse pagati dai titoli diStatodiSpagnaeItaliasonoinaccettabili, perché le finanze pubbliche italiane stanno migliorando e Madrid ha ricevuto una promessa d'aiuto dall'Ue. Come leggere politicamente questa affermazione? «Di certo non è una uscita tattica né estemporanea. Hollande è convinto che l'Europa non si salva con pratiche “punitive” o con vincoli finanziari che rischiano di strangolare le economie nazionali. La vicenda greca dovrebbe servire da lezione. L'Europa non cresce senza Paesi decisivi quali sono l'Italia e la Spagna». Quello che emerge è una sorta di «asse euromediterraneo»? «Parlare di “asse” significa indicare qualcuno contro cui fare fronte. Guardare con attenzione a Roma e Madrid non vuol dire voler mettere in un angolo Berlino. Significa trovare una convergenza d'intenti, visioni comuni: ed è quello che avvicina Hollande a Monti». Decisioni importantisaranno prese«nei prossimigiorni»,haaffermatoilpremier italianoal G20. «Oltre che dalla condivisione di misure concrete che sostanzino il “Patto di crescita” per l'Europa, Hollande e Monti sono uniti anche dalla convinzione di quanto sia decisivo il fattore tempo. È la politica che deve lanciare messaggi chiari ai mercati, e non viceversa». Misureconcrete. Quali, adesempio? «Hollande ha indicato un Patto per la crescita dell'Europa da 120 miliardi di euro. Misure concrete che legano l'emergenza a scelte strategiche. Questo piano propone una serie di grandi cantieri (reti intelligenti, energie rinnovabili, digitalizzazione), indica misure per l'occupazione e arriva fino alla Tobin tax, grazie a 55 miliardi di fondi strutturali dell'Unione europea, a 60 miliardi raccolti dalla Banca europea d'investimento sui mercati fino e a circa 5 miliardi di project bond, emessi in modo congiunto dai Paesi dell'eurozona per finanziare le infrastrutture. Su questo riteniamo sia possibile ricercare, già dal vertice di Roma, una convergenza d'azione». Ciò significa rafforzare le istituzioni sovranazionali... «Questo è un passaggio obbligato. Rafforzare non solo il ruolo di istituzioni economiche, come la Bce, ma anche quelle politiche. Nessuno può pensare di salvarsi da solo. Neanche chi si ritiene più forte. Oggi come non mai occorre più Europa». L'EUROPAELACRISI Merkel e Obama, il mistero del vertice saltato HarlemDésir IlcoordinatorePs: «Nessunosisalverà dasolo,neanchechi si ritienepiù forte. Alll'Europachiediamouno scattod'orgoglio» ILRETROSCENA . . . In serata l'incontro tra il presidente Usa, Monti, Hollande, Rajoy e Merkel: primo, salvare l'euro Unione bancaria, crescita e lavoro: a Los Cabos sconfessata la Germania Monti: «Ora 10 giorni decisivi» BIANCADIGIOVANNI ROMA G-20, nuovo schiaffo «La sfida di Hollande: non si cresce senza Italia e Spagna» UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it . . . «Non si tratta di mettere in un angolo Berlino: dobbiamo trovare una visione comune» Sarebbestata lacancellieraa farsaltare ilprimoincontrotra il presidenteUsae i leader Ue.Effetticollaterali dell'isolamentotedesco? PAOLOSOLDINI paolocarlosoldini@libero.it 4 mercoledì 20 giugno 2012
14 mercoledì 20 giugno 2012
La temperatura dell'acqua è calda, il mare è piatto e le ultime ore di luce fanno ancora un po' sperare di poter trovare superstiti al largo del Capo di Leuca dove ieri mattina, intorno alle 6, a cinque miglia dalla costa, si è consumata l'ennesima tragedia del mare: un barchino di cinque-sei metri in vetroresina alimentato da un piccolo motore, poco più che un guscio di noce, si è ribaltato facendo cadere in acqua gli 11 immigrati che erano a bordo. L'ennesimo viaggio della speranza finito nel modo più drammatico. Quattro persone - due hanno detto di essere libici, uno ha dichiarato di essere afghano e un altro ha detto di essere tunisino - sono state tratte in salvo e condotte prima nell'ospedale di Tricase, in provincia di Lecce, per accertamenti e poi nel Centro di prima accoglienza “Don Tonino Bello” di Otranto. Le loro condizioni di salute sono discrete. Per gli altri, le ricerche non si sono mai interrotte e sono proseguite per tutta la notte. Uno dei migranti tratti in salvo, in lingua francese, ha raccontato che la barca, presumibilmente salpata dalle coste greche, quando era a circa cinque miglia da Santa Maria di Leuca ha cominciato ad imbarcare acqua ed è affondata. A dare l'allarme, intorno alle 6.30, è stata una nave in transito che ha segnalato la presenza di tre persone in mare. È quindi stata allertata la Guardia Costiera che ha inviato una motovedetta il cui equipaggio è riuscito a recuperare uno dei migranti che erano in mare, mentre gli altri tre, nel frattempo, erano stati recuperati da alcuni diportisti. Alle ricerche dei sette dispersi - coordinate dalla Guardia costiera - hanno partecipato motovedette delle Capitanerie, della Guardia di finanza, elicotteri delle fiamme gialle e della Guardia costiera e mezzi aerei della Marina militare. Sono stati proprio i mezzi aerei a permettere la localizzazione dello scafo a bordo del quale viaggiavano i migranti: solo la prua emergeva dalle onde mentre il resto dell'imbarcazione era stato sommerso dall'acqua. «È una notizia che suscita rabbia e dolore - ha commentato il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola - Credo che sia venuto il tempo di avviare una riflessione profonda su un tema che segnerà il futuro della storia umana». Perché, secondo il governatore della Puglia, «non si può immaginare di governare i flussi migratori e la loro dimensione crescente con lo sguardo rivolto verso la repressione, come se si trattasse di un gigantesco problema di ordine pubblico». Una tragedia, ha aggiunto l'assessore regionale alle Politiche di inclusione dei migranti Nicola Fratoianni, «che mette ancora in luce la Puglia come terra di accoglienza dei flussi di migranti da ogni parte del mondo». Un dramma, quindi, per la Puglia che torna tragicamente di attualità. E il presidente del Consiglio regionale pugliese, Onofrio Introna, è perentorio. «Dimenticando l'esodo dei profughi tunisini del 2011 e le scene di Manduria ha tuonato - l'Europa ha ignorato un segnale di allarme che ora si ripropone in tutta la sua dolorosa evidenza». Una linea, questa, che indica in maniera chiara anche il presidente della Commissione Diritti Umani del Senato, Pietro Marcenaro: «È arrivato il momento - ha detto - di accelerare le iniziative e i negoziati dell'Europa e dell'Italia per permettere all'Unhcr di aprire, nei paesi di partenza dei migranti, dei centri nei quali sia possibile presentare domanda di asilo e di protezione umanitaria, rendendo possibili viaggi regolari e sicuri». Un tema su cui ha insistito anche il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola secondo il quale la via da battere per cercare di risolvere i prblemi dell'immigrazione è quella della prevenzione «attraverso accordi di cooperazione con i paesi da cui si muovono i migranti. Altrimenti ha concluso il ministro - le tragedie in mare continueranno a ripetersi». Oggi, intanto, è la giornata mondiale del rifugiato: un giorno particolare, quindi, e la Commissione Diritti Umani del Senato chiede che il governo italiano si faccia promotore subito di un incontro con i nostri partner dell'Unione Europea per affrontare subito il problema, prima che ci siano altri morti da contare. L'ultimo atto d'accusa all'Italia è scritto nero su bianco in una sentenza emessa il 25 aprile dal tribunale di Darmstadt, in Germania. A corollario di una delle stante storie di rifugio precario che attraversano il belpaese. Storia di una donna somala, che, approdata in Germania non voleva essere rispedita in italia, il paese che per primo le aveva dato asilo. La giustizia tedesca, a cui si era rivolta, le ha dato ragione. L'Italia non garantisce ai richiedenti asilo i diritti fondamentali, hanno scritto i giudici tedeschi, motivando la loro decisione. «In considerazione del ricorso della richiedente asilo e delle informazioni conosciute riguardanti l'effettiva applicazione della protezione dei rifugiati in Italia, con particolare riferimento alla situazione umanitaria, economica e sanitaria, come anche la situazione abitativa dei richiedenti asilo - si legge nella sentenza -, il tribunale deve concludere che l'Italia non rispetta i suoi obblighi del diritto internazionale che risultano dalla carta dell'Unione europea sui diritti fondamentali e dalla convenzione di Ginevra sui rifugiati». Sentenza definitiva, non appellabile. «Una condanna molto generica, perché non mette a fuoco che ci sono luci e ombre, anche in altri paesi, inclusa la stessa Germania», replica Christofer Hein, Direttore del Consiglio italiano per i rifugiati. E tuttavia vera, nella sostanza. Come documenta proprio la fotografia appena scatta dal Cir insieme al Dipartimento di Scienze sociali della Sapienza. Una indagine condotta su 222 rifugiati italiani, per la maggior parte di età compresa tra i 21 e i 30 anni, che raccontano capitolo per capitolo la loro odissea italiana: costretti a vivere nelle baracche, a mendicare un lavoro, a inseguire la burocrazia nella speranza di una integrazione sempre più negata. Il 44,6% degli intervistati, anche anni dopo il loro arrivo in Italia, non hanno neppure un lavoro. Forse per questo gli altri si sentono, comunque, fortunati e felici del lavoro che hanno. Anche se sono laureati che fanno i braccianti, specializzati con un diploma post lauream che lavorano come operai. Oppure badanti e addetti alle pulizie. Ti piace? Sì, hanno risposto nel 75,6% dei casi. «Mi permette di vivere». Anche se, oltretutto, il 22% di loro lavora in nero. «Ti devi svegliare presto a volte prima delle 4 del mattino... vai in questi posti a cercare lavoro, noi li chiamiamo kaliffo ground (kaliffo significa schiavo a giornata ndr), li conoscono tutti... vai e aspetti. Poi qualcuno viene e ti chiede “lavoro?”, e tu “sì”. Non lo conosci, non sai dove ti porterà: lo segui e basta, non chiedi niente. Lavori 8,10 ore e magari ti danno 20 euro», racconta agli intervistatori un rifugiato, che vive a Caserta. Una delle 7 città prese a campione per raccontare l'Italia vista dai rifugiati: Torino, Bologna, Roma, Lecce, Badolato, Catania. «Sì, non c'è la guerra, però qui per me è come la guerra adesso», racconta Anele, giovane somala approdata a Lampedusa in fuga dalla Libia di Gheddafi. «Credevo sarebbe cambiata la mia vita, che avrei trovato lavoro e mi sarei trovata bene», spiega: «Invece non c'è niente». Neppure la casa: la metà alla domanda «sei soddisfatto della tua situazione abitativa?» dice “no” o preferisce non rispondere. Vivono in baracche, in case sporche, sovraffollate. Solo il 31,1% è passato per un Centro per richiedenti asilo. E solo il 26% è passato attraverso la rete dello Sprar, il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, che pure, su 3mila posti disponibili nel 2011 ha dato accoglienza a 7500 richiedenti asilo e rifugiati, come spiega, Daniela Di Capua, direttrice dell'ufficio di coordinamento. Ottimisticamente l'indagine condotta dal Cir insieme all'università La Sapienza di Roma si intitola «Le strade dell'integrazione». Eppure in Italia «non esiste neppure un programma nazionale per l'integrazione», scandisce il direttore del Cir. Basta guardare cosa raccontano i rifugiati dei corsi di italiano. Neppure quelli funzionano. «Occorrerebbe fare una spending review anche in questo settore», suggerisce Hein. Obiettivo: creare con le stesse risorse del fondo nazionale per l'asilo, un fondo specifico per l'integrazione. La parola, che pure ora ha un ministero dedicato - osservano al Cir -, non trova ancora spazio nella normativa italiana sull'asilo. Infondo si capisce se - come racconta lo stesso Hein - il committente, ovvero il ministero dell'Interno, che ha finanziato la ricerca, non ne abbia gradito i risultati. Anticipare il legislatore inmateria di cittadinanza.Èquesto loscopo dell'iniziativadeiGiovani Democraticidella Provinciadi Roma, perstimolare leamministrazione comunaliad approvare unamozione per il conferimentodella cittadinanza onorariaai bambininati in Italia da genitori stranieri. I Giovani Democraticihanno già aderitoalla campagna“L'Italia sono anch'io” e la relativapropostadi leggeè stata inseritanel calendario dei lavoridella Cameraper giugno. Aprecorrere i tempisono stati giàdiversi comuni e provinced'Italia con il beneplacito delPresidentedella Repubblica. IGiovaniDemocratici e lacampagna per lo«iussoli» L'INTERVENTO FILIPPOMIRAGLIA* Migranti al lavoro per la raccolta dei pomodori FOTO DI CIRO FUSCO/ANSA . . . La sentenza tedesca che dà ragione a chi fugge: «In Italia non sono garantiti i diritti fondamentali» La barca va a picco Sette migranti dispersi Uno dei migranti soccorsi dopo il naufragio nel canale di Otranto, al largo di Santa Maria di Leuca FOTO ANSA Otranto Solo quattro i sopravvissuti salvati dalle onde Partiti dalla Grecia Ricerche senza esito VINCENZORICCIARELLI OTRANTO(LECCE) . . . Quasi la metà di chi ottiene asilo non trova un lavoro neppure dopo anni PROVINCIADIROMA IDATI DELL'UNHCR SUI RIFUGIATINELMONDOCONFERMANO UNA REALTÀdiversa da quella spesso rappresentata. La maggior parte di chi fugge da guerre o persecuzioni trova protezione nei Paesi limitrofi che quasi sempre hanno grosse difficoltà ad assicurare l'essenziale anche ai propri cittadini. Ciò smentisce l'idea di un Occidente invaso da profughi. Un anno fa, di primavera araba si parlava in Italia per l'arrivo di tanti tunisini e di migliaia di libici. Il governo di allora urlò all'invasione, mentre l'Europa ci avrebbe lasciati soli. Al ministro Maroni fu fatto notare che altri Paesi dell'Ue avevano accolto numeri ben più alti. E infatti tra i primi 10 Paesi che a livello mondiale ospitano rifugiati non c'è l'Italia, che con i suoi 58 mila è ben lontana dagli altri. I 34 mila richiedenti asilo del 2011 sono stati in gran parte distribuiti nella rete d'accoglienza predisposta dalle Regioni e gestita dalla Protezione Civile. In base alle segnalazioni al numero verde dell'Arci oltre la metà sono stati affidati a strutture inadeguate. I profughi ospitati dalla «rete» sono stati indirizzati, i molti casi con forzature, verso la richiesta d'asilo e ora fioccano i dinieghi. Il governo tecnico non sembra voler risolvere i guai del governo Berlusconi, nè sui permessi di soggiorno nè sull'accoglienza. Le oltre 800 convenzioni firmate per aprire altrettanti centri sono senza copertura finanziaria. Aggiungete il nuovo accordo con la Libia, in preoccupante continuità con il precedente governo, ed è evidente che questo 20 giugno si celebra in un contesto per nulla positivo. L'Arci si mobilita in tante città, per ribadire l'urgenza di un cambio in tema di diritto d'asilo. Negare i diritti all'accoglienza, in particolare a chi chiede protezione, equivale a negare i valori fondamentali della nostra democrazia. Il 20 giugno serve a ricordarci questo. *Responsabile immigrazione Arci L'accoglienza è un diritto Baracche e lavori in nero l'odissea dei rifugiati in Italia MARIAGRAZIAGERINA mgerina@unita.it mercoledì 20 giugno 2012 11
LIBERITUTTI «NOTTE RAMINGA E FUGGITIVA LANCIATA VELOCE LUNGO LE STRADE D'EMILIA A SPOLMONAREQUELCHEHODENTRO,NOTTESOLITARIAEVAGABONDA».Le notti e i giorni di Pier Vittorio Tondelli vengono ripresi raccogliendo le voci di chi gli fu caro, dei compagni di creatività, del libraio con cui discuteva fino a tarda sera. Persino gli odori ritornano, quelli del vino in cima agli altri, come corredo del sapore di una terra che resta radice unica. Pier Vittorio Tondelli, autore di Altri libertini libro cult negli anni '80, si impone al festival Mix di Milano grazie a un documentario denso di scorci che permettono di entrare nella sua vita e di risalire alla sorgente di alcune ispirazioni. Lochiamavamo Vichy per la regia di Enza Negroni, è opera che permette di ricontattare i messaggi dello scrittore scomparso troppo presto e di rivederlo come non lo avevamo visto ancora. Il festival dedicato alle pellicole a tematica omosessuale, trans, queer (http://www.festivalmixmilano. com), che apre i battenti il 22 per chiudere il 28, lo presenta tra le opere di punta, valorizzando di Tondelli la passione per l'emarginazione che può essere punto di partenza per l'elaborazione di identità collettive, sofferenza, grido di libertà. LALIBRERIA Scriverà Tondelli alla maestra di scuola: «tu non lo crederai ma - che lo abbia voluto o meno - ho fatto del bene e portato a molti “emarginati” che mi hanno scritto e cercato in tutti questi anni la forza di cercare un riscatto umano, la volontà di essere se stessi al di là dei giudizi della gente». Tra le chicche, Tondelli che anima una compagnia teatrale d'oratorio, per uno s p e t t a c o l o s u A n t o i n e d e Saint-Exupéry, dedicato al PiccoloPrincipe, o la locandina fatta dall'amico libraio con la tecnica del collage: un ritaglio di giornale che reca il titolo dell'ultimo libro uscito, la testata del settimanale che se ne occupa, la foto di Tondelli. «A lui piacque tanto», ricorda Nino Nasi della «Libreria del teatro» di Reggio Emilia. Affascinante la libreria, con lo scaffale Tondelli occupato dai libri dello scrittore e dagli altri su di lui, zeppa di testi fino a traboccare, carica di quadri appesi tra una fila di libri e l'altra. Il libraio maneggia vecchie scatole come fossero contenitori di reliquie, e mostra l'elenco dei libri ordinati da Vichy – «ecco, questa era l'ultima lista» chiosa e recita i titoli dei testi amati dallo scrittore. Poi prende un altro piccolo scrigno da cui saltano fuori tantissime foto, e le offre alla telecamera come fossero quelle di un figlio: Tondelli con la barba e i capelli lunghi, all'osteria che beve e sfodera uno dei rari sorrisi, Vichy con i capelli corti appena qualche anno dopo. Toccanti le parole del fratello Giulio. Legge il brano che parla dei «soliti antichi odori che fanno sorridere e dire sto per arrivare a casa»: Vichy d'inverno scende dal treno e gli va incontro la nebbia fruttata che sa di vino e di mele, oppure d'agosto ad accoglierlo è l'odore del fieno tagliato che sta essiccando nella calura. Odori che riportano a un tempo dell'anno, cosa che si perde del tutto vivendo in città. Arrivato a casa, nel condominio dove abitano i suoi ognuno fa la spola tra appartamento e cantine dove c'è il vino nuovo, e tra la gente così affaccendata «non ci sono più il dottore o il ragioniere, ma i figli della loro terra». Una terra oggi squassata dal sisma e tanto amata da Vichy. LAPOTENZACOMUNICATIVAEIRICHIAMISIMBOLICIDELLADECORAZIONEFLOREALE,LALETTURADELPARTICOLAREEPOILAVISIONEGLOBALE,“da lontano”, per decriptare oggi quello che l'Ara della Pace si prefiggeva di raccontare nella Roma di Augusto quando fu mostrata per la prima volta il 30 gennaio del 9. A.C. Giulia Caneva, docente di Botanica ed Ecologia vegetale all'Università Roma 3 di Roma, ha dedicato ampi ed approfonditi studi alla rappresentazione delle piante nel paramento esterno dell'Ara Pacis e alla fine, in un interessante ed originale saggio, Il codice botanico di Augusto (edito da Gangemi) propone una tesi, rigorosamente argomentata: «Il progetto della cosiddetta decorazione floreale è un messaggio politico augusteo». L'intuizione, racconta, è arrivata quando è riuscita ad «avvicinarsi al monumento nella sua interezza», dopo un lungo lavoro iniziato soprattutto sulle fotografie mentre ancora il monumento era negli involucri protettivi durante i lavori del nuovo polo museale che lo ospita. «L'immagine – racconta – doveva essere osservata scomponendola in piccole porzioni saldate insieme senza soluzione di continuità e soltanto così diventava possibile percepirne tutti gli elementi che tenevano insieme al struttura». Nel suo lavoro non si è limitata a «censire» le piante (a cui è dedicata tutta la prima parte del libro), stabilire se erano reali o fantastiche, definendo «una sorta di alfabeto», Giulia Caneva ha voluto avventurarsi in quello che lei stessa definisce «un percorso insidioso», in quel terreno che potremmo definire di «archeo-botanica»: arrivare alla comprensione della “sintassi” linguistica. Ovvero «l'ipotesi di un modello di comunicazione che sarebbe stato affidato alle immagini» per trasmettere al popolo, a tutto il popolo, attraverso il linguaggio dei fiori e delle piante, quel messaggio che dotti e filosofi coglievano con le parole. Un viaggio tra i fiori e le piante facendo un tuffo nella Roma Augustea, «un viaggio faticoso e affascinante», racconta l'autrice. Dopo aver sezionato le singole parti, Caneva si è concentrata «sullo scheletro» dell'impalcatura vegetale «predominata dalle strutture fiorali», 90 specie quelle catalogate, minori le piante con foglie e frutti, scarsi i frutti e gli organi ipogei. Non un caso, spiega la studiosa: «La dominanza di fiori e la scarsità dei frutti, classico emblema di fertilità e prosperità, rappresentano una Natura nel suo processo iniziale di sviluppo e non in uno stadio maturo e compiuto». Proprio come era il costituendo impero. IL SIMBOLODELL'AQUILA L'albero della vita, le felci come aquile simbolo del potere divino e militare, le allusioni all'anima, al cuore «centralità dell'essere» nella cultura greco-romana, i serpentelli vegetali e le accezioni a questi legate, i candelabri vegetali, vengono letti e rivelati in un accurato lavoro che va ben oltre il lavoro botanico e si lega al disvelamento storico-archeologico che guida lo sguardo nell'osservazione del monumento che il Senato romano volle al ritorno di Augusto dalla Gallia e dalla Spagna, destinato alle celebrazioni dei sacrifici in presenza ogni anno di magistrati, sacerdoti e vergini vestali. Ed ecco dunque, che allo sguardo attento si svela al popolo, attraverso un messaggio simbolico e allegorico nello stesso tempo, l'idea di prosperità in un processo di rinascita, con la pace, e di continua evoluzione e trasformazione, destinato a diventare eterno. Il libro di Giulia Caneva si è aggiudicato il premio dell'European Union Prize for Cultural Heritage/Europa Nostra Awards, dedicato alla preservazione del patrimonio culturale. ll codice botanico di Augusto è stato tra i 28 progetti candidati nel perimetro Ue. Sei i finalisti, tra questi il saggio di Caneva (unica presenza italiana), che sono stati premiati lo scorso primo giugno a Lisbona da una giuria di esperti, presenti il principe ereditario Felipe di Spagna e consorte, il presidente della Repubblica del Portogallo Anibal Cavaco Silva, quello di Europa Nostra, Placido Domingo e la commissaria europea per la cultura, Androulia Vassilou. ROMA EPALERMO CULTURE Il codice botanico come chiave per decifrare i linguaggi dell'antica Roma delia.vaccarello@tiscali.it AlfestivalMixdiMilano omaggioall'autore di«Altri libertini» contantechicche ecuriosità Orgoglioomosessuale sfilanoleparate PierVittorioTondelli Quellapassione per l'emarginazione L'alfabeto dell'AraPacis Ilmessaggiopolitico diAugustotrasimbolie fiori InunsaggiodiGiuliaCaneva vieneinvestigato il«codice» botanicoutilizzato dall'imperatoreperparlare aisudditieallastoria MARIAZEGARELLI mzegarelli@unita.it Lo scrittore Pier Vittorio Tondelli DELIAVACCARELLO Palermoe Roma: sabato23giugno sfilano leparatedell'Orgoglio omosessuale.APalermo,un lungo corteo,coloratoe pieno dimusica attraverserà la città perdimostrare «che ilpopolo lgbt nonsi arrende. Insiemeanoi sfileranno migranti, precari, attivisti deidiritti umani, e tantialtri –dicono gliorganizzatori - il prideè la casadi tutti i diritti». Il corteopartirà alle 15.30 dal Foro Italico. PrideaRoma, concentramentoa piazzadellaRepubblica, alle 15.30. Temadella parata:«Vogliamo tutto». Venerdì22 semprenella capitale in piazzaFarnese,manifestazione in attesadelpridee anti-omofobia, tra gli altri interverrà GuidoAllegrezza, aggreditonei giorni scorsi perché attivistagay. U: 18 mercoledì 20 giugno 2012
Un'autocritica implicita senza mai criticarsi. Nell'informativa all'Aula del Senato sugli esodati la ministra Elsa Fornero ammette candidamente che ci sono altre 55mila «persone da salvaguardare entro il 2014», usando un escamotage temporale per non dover ammettere che i «salvaguardati» entro il 2013 erano molti di più dei 65mila previsti. Ma il tutto senza individuare altro che un generico «mix di soluzioni», usando sempre il condizionale, parlando di «lavori di pubblica utilità» per chi doveva invece andare in pensione o di «estensione del trattamento di disoccupazione», senza individuare alcuna copertura finanziaria. Uniche aperture, dopo mesi di dialogo negato o ingessato, la disponibilità ad un «confronto serrato con Parlamento e parti sociali per un monitoraggio permanente dei numeri». Una informativa in pieno stile tecnico, divisa in tre parti («ricostruizione dei fatti, ricognizione dei numeri, proposte di soluzione») tutta sulla difensiva. «Non si tratta di garantire diritti acquisiti», ha subito precisato la ministra. Per spiegare la fossilizzazione durata 6 mesi sui 65mila Fornero ha spiegato come «la platea fosse difficile da quantificare e quindi ho ritenuto prioritario salvaguardare il contingente già uscito dal lavoro». Gli altri non sono stati «tralasciati», ma «la non imminenza del problema e l'assenza di risorse finanziare hanno indotto a ritenere di affrontare il problema in seguito». Poi è arrivato il tema della Relazione Inps indirizzata a Laura Piatti, componente dello staff della ministra. Senza mai smentire di averla richiesta e ricevuta a gennaio e utilizzata per costruire il decreto dei 65mila, Fornero ha però ribadito l'attacco all'Inps precisando che i 390mila erano «un dato che è stato interpretato come numero di lavoratori da salvaguardare, ciò che non è» perché il dato «è parziale e fuorviante. Non ho mai fornito informazioni non vere. Rivendico anzi - ha proseguito - di avere assunto, coerentemente con la oggettiva complessità del problema, un atteggiamento di chiarezza e trasparenza». Poi arrivano i nuovi dati. «Pur non avendo una esatta scansione delle uscite, si potrebbe includere coloro che hanno ripreso a lavorare in modo saltuario e che maturano la decorrenza entro il 2014 e i lavoratori cessati individualmente. Questa nuova platea da salvaguardare è quantificabile, con un margine di errore, in circa 55mila soggetti: 40mila lavoratori in mobilità ordinaria, a seguito di accordi sindacali stipulati entro il 31 dicembre e con data di licenziamento successiva al 4 dicembre (compresi dunque quelli di Termini Imerese, ndr), includendo coloro che maturano i requisiti per la pensione entro la fine del periodo di mobilità», più «1.600 lavoratori del settore finanziario (bancari, ndr) aventi diritto ad accedere a fondi di solidarietà; 7.400 preselezioni volontarie, con ultimo versamento contributivo volontario, con pensione avente decorrenza nel 2014, secondo i requisiti della precedente normativa, e 6.000 lavoratori cessati entro il 31 dicembre 2011, in ragione di accordi individuali e collettivi, sempre con pensione con decorrenza entro il 2014». All'uscita la delegazione di lavoratori esodati è tutt'altro che soddisfatta. Pur essendo veri specialisti in materia, non hanno le idee chiare sulle parole della ministra. Parlano fra di loro: «Ma tu hai capito se ci sei dentro i nuovi 55mila?». «No». «Neanche io». I commenti dei sindacati sono molto critici. Per la Cgil «ricomincia la danza dei numeri, ma per la soluzione del problema siamo ancora in alto mare - attacca il segretario confederale Vera Lamonica -. Il ministro ora parla di 55mila persone ed annuncia un censimento che non si capisce quando si farà e soprattutto perché non è stato fatto finora. Non si inverte però la logica che ci ha condotti fino a qui, facendo chiarezza sui criteri che devono presiedere ad ogni ricognizione numerica». Il leader della Uil Luigi Angeletti definisce «inaccettabile» la proposta Fornero sull'estensione della disoccupazione o incentivi a partecipare su base volontaria a lavori di pubblica utilità. «Confidiamo che in Parlamento ci sia una maggioranza responsabile che non faccia mai passare soluzioni così aberranti come quella indicata». Per la Cisl «ancora una volta il ministro appare evasivo, non affronta i problemi degli esodati e ignora il disagio di centinaia di migliaia di lavoratori», attacca il segretario confederale Maurizio Petriccioli. Per Giovanni Centrella della Ugl «le risposte del ministro Fornero sono evasive e dimostrano che non c'è volontà di risolvere il problema». Per quanto riguarda la riforma del lavoro ieri il presidente Squinzi ha calcato la mano, quasi parafrasando Paolo Villaggio sulla “Corazzata Potemkin”: «La riforma, fatta così, è una vera boiata», in ogni caso «non possiamo che prendercela così». Tutto si può dire meno che Giorgio Squinzi abbia scelto un profilo basso nel commentare la riforma del lavoro. «È una vera boiata - ha detto il nuovo presidente di Confindustria -, ma non possiamo che prendercela così: dobbiamo presentarci il 28 giugno al Consiglio europeo con il testo approvato». Ma in un momento così grave per il Paese non mancano coloro che ritengono come un'uscita del genere non vada enfatizzata, piuttosto contano i fatti che l'hanno innescata. È ad esempio il pensiero dell'imprenditrice Cristina Trucco che definisce il commento di Squinzi «una comprensibile provocazione». Lariformadellavoro,però,nonsembra piaceretroppo agli industriali. «Io non sarei troppo netta al riguardo. Credo che dentro Confindustria ci sono persone realiste, che si rendono ben conto del contesto nel quale questo provvedimento è maturato. Il momento è talmente grave che è difficile immaginare interventi che non suscitino forti reazioni. Le scelte impopolari diventano inevitabili ma necessarie. E poi non è che in materia di lavoro sia stato messo il punto. Nei prossimi mesi si potrà tornare sul tema ed apportare dei miglioramenti». Negliambientiimprenditorialic'eranoaltre attese nei confronti dell'esecutivo Monti? «Anche su questo occorre essere pragmatici. Siamo di fronte ad un governo composto da tecnici, ma che non è certo arrivato da Marte. Intendo dire che le convinzioni e le teorie coltivate per anni dagli attuali ministri adesso devono fare i conti con la realtà dei partiti, dei sindacati, del malcontento popolare. E, soprattutto, adeguarsi ai compromessi della politica». Sièdettocheladiscussioneintornoalla riforma del lavoro è stata fuorviante. Condivide? «Per certi versi sì. Ad esempio il dibattito si è concentrato, per motivi anche mediatici, intorno all'articolo 18 mettendo in secondo piano altri aspetti che in questo momento sono più importanti per combattere la crisi». Adesempio? «Ritengo che per rilanciare le imprese un intervento essenziale da compiere riguardi la flessibilità del lavoro. Nell'immediato, delle regole diverse consentirebbero di combattere un'emergenza drammatica quale la disoccupazione giovanile.Per arginarla non si può continuare ad andare avanti con la filosofia del posto fisso a tutti i costi». Veramenteintemadiflessibilitàl'esecutivotecnico qualcosa l'ha fatta... «Purtroppo non è abbastanza, anche se qui ci ricolleghiamo al discorso di partenza, quello delle scelte quasi obbligate a cui ha dovuto sottostare il governo Monti. Per dirne una, credo che ci sia bisogno di agevolazioni fiscali molto forti a beneficio delle imprese che assumono». Unaltro provvedimentoappena uscito da Palazzo Chigi che tocca da vicino il mondo imprenditoriale è quello sullo sviluppo.Che ideasi è fatta? «Forse è ancora presto per entrare nel merito, con un testo che adesso verrà valutato in Parlamento. Posso dire che da un provvedimento del genere mi aspetto essenzialmente due cose: da un lato che sia in grado di rilanciare l'attività delle imprese italiani sui mercati esteri, comprese quelle con stabilimenti situati anche in altri Paesi, che non vanno per queste messe alla gogna; dall'altro lato è importante varare delle misure capaci di riportare gli investimenti stranieri nel nostro Paese la cui esiguità si fa ancora più sentire in tempi di crisi economica». Dire sì allo sprint alla Camera sulla riforma del mercato del lavoro «nonostante» il ministro Fornero. È questa la strada stretta che il Pd ha deciso di percorrere, una strada in qualche modo obbligata, che dovrà passare obbligatoriamente per una soluzione al tema degli ulteriori 55mila esodati. «Sugli esodati aspettiamo una risposta vincolante e definitiva», dichiara Dario Franceschini al termine del vertice con i capigruppo di maggioranza ieri sera alla Camera. Anche Pdl e Udc hanno deciso di rispondere positivamente alla richiesta del premier Monti, un sì al ddl lavoro prima del Consiglio europeo del 28 e 29 giugno. Ma tutti i partiti della “strana maggioranza” chiedono a Fornero, che stamane parlerà a Montecitorio, una «intesa vincolante» che tocchi anche i temi degli ammortizzatori sociali e della flessibilità in entrata. Dunque il governo, nella giornata di oggi, dovrà dare delle risposte concrete. Domani una nuova capigruppo stabilirà la road map definitiva del ddl lavoro, che deve essere approvato dalla Camera senza modifiche. Bersani aveva dettato la linea già ad ora di pranzo, prima che il ministro del Lavoro si presentasse in Senato per ammettere la presenza di altri 55mila lavoratori da tutelare. «Siamo pronti ad accelerare le norme sul mercato del lavoro, anche se non ci soddisfano e dovremo tornarci sopra assolutamente, ma a fronte di questo ci vuole una risposta non verbale sul tema degli esodati perché non si può lasciare la situazione in così grave incertezza». «Questa per noi è la priorità», ha aggiunto del leader Pd, disponibile a votare un altra fiducia a Montecitorio. «Le fiducie le abbiamo sempre date...». Il discorso di Fornero a palazzo Madama ha ingarbugliato le cose. Perché di risposte concrete non ne sono arrivate, e tra molti parlamentari del Pd si è aperta una gara di tiro al piccione contro il ministro. Persino il moderatissimo Giorgio Merlo ha sparato a zero: «Ma questo sarebbe un ministro '”tecnico” che migliora e offusca il ruolo dei ministri politici? La professoressa Fornero parla del numero degli esodati come se discutesse di birilli. Da questo squallore emerge una sola conclusione. Speriamo che tornino in fretta i politici, quelli veri». Sulla stessa linea anche Stefano Esposito, torinese come Merlo e la ministra: «Sulla vicenda esodati ormai siamo alla farsa, questo ministro fa rimpiangere Sacconi...». L'unica voce che difende pianamente il ministro è quella del senatore Tiziano Treu: «La sua relazione ha fornito dati puntuali che hanno fatto chiarezza su una materia finora carica di polemiche e incertezze». Tocca al ”falco” Stefano Fassina, per una volta, vestire i panni del pompiere. «Fornero? Sugli esodati c'è stato un passo avanti significativo, ma l'obiettivo non è stato raggiunto. Si deve andare oltre, coprire tutta la platea che va salvaguardata». E tuttavia, la richiesta di Monti, approvare il ddl lavoro (che comprende anche le modifiche dell'articolo 18) entro il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno, sarà accolta dal Pd. «Nonostante la risposta di Fornero sugli esodati», spiega Fassina. Il ministro si è presentato ieri nel tardo pomeriggio all'incontro con i capigruppo di maggioranza della Camera. Proponendo un «tavolo tecnico» per risolvere la questione esodati. I democratici però non si accontentano dell'evocazione generica di un tavolo. «Il valzer dei numeri è un pessimo esercizio, conseguenza di un approccio sbagliato. Dietro quei numeri ci sono famiglie distrutte», ricorda in Senato il vicecapogruppo Nicola Latorre. Che invita il governo ad aprire subito «un tavolo con i sindacati». Paolo Nerozzi, senatore ed ex dirigente della Cgil, spiega che «il tavolo con i sindacati deve essere convocato già questa settimana». «Il governo- spiega Nerozzi- non può menare il can per l'aia. Il rapporto con i sindacati non può essere estemporaneo, deve diventare costitutivo». Fornero «trova» altri 55mila esodati Franceschini, Pd: vogliamo una risposta vincolante e definitiva I Democratici sottolineano i loro dubbi dopo l'audizione della ministra Ma non faranno mancare il sostegno alla riforma del lavoro ANDREACARUGATI ROMA L'INTERVISTA La ministra in Senato ammette l'errore Ma attacca l'Inps Squinzi: il ddl lavoro è una boiata... L'ITALIAELACRISI Pier Luigi Bersani e Stefano Fassina FOTO TM NEWS/INFOPHOTO . . . Stefano Fassina: un passo avanti, ma si deve coprire la platea di chi è rimasto senza lavoro e pensione MARCOVENTIMIGLIA MILANO «La flessibilità resta decisiva» MASSIMOFRANCHI ROMA . . . In tribuna in Senato alcuni esodati. Ne sono usciti ancora più incerti sul loro futuro CristinaTrucco Imprenditrice, gestisceaCuneo insiemecon ilpadre l'aziendadi famiglia ilPoliambulatorio Pasteur 2 mercoledì 20 giugno 2012
La Grecia è dunque pronta a varare il suo nuovo governo, che dovrebbe godere di una maggioranza di 180 deputati su un totale di 300. I conservatori di Nuova Democrazia si preparano a collaborare con i socialisti del Pasok e la con Sinistra Democratica, un partito formato da molti eurocomunisti ed ex membri del Movimento socialista panellenico. Il presidente del Pasok, Evànghelos Venizèlos, ha abbandonato l'idea di un governo di corresponsabilità nazionale, con la partecipazione di Syriza, l'opposizione di sinistra che ha raccolto quasi il 27% dei voti. «Evitiamo i giochetti mediatici, noi non ci stiamo», ha commentato Alexis Tsipras, mettendo in chiaro che non intende neanche partecipare ad un probabile «comitato consultivo», sulla gestione della crisi economica. Aspetta di vedere come gestiranno la situazione gli avversari, pronto a chiedere elezioni, anche tra pochi mesi. Il nuovo esecutivo è quasi pronto, quindi, anche se rimangono ancora dei dettagli da definire, e non si tratta di questioni di poco conto: Sinistra Democratica, di Fòtis Kouvelis, insiste sul fatto che «si dovrà trattare di un governo a forte orientamento progressista, che riesca a dare delle risposte chiare ai cittadini, soprattutto sul tema del lavoro –ritorno ai contratti collettivi- e su quello della trasparenza». I socialisti e il partito di Kouvèlis si sono dichiarati disposti a cedere sul nome del primi ministro: il leader di Nuova Democrazia, Andònis Samaràs, ha detto in modo inequivocabile di non essere disposto a rinunciare alla guida della nuova compagine governativa. Ma Venizelos lascia filtrare che la responsabilità politica -onori ed oneri - se la dovrà assumere il centrodestra, e chiede che i ministri non siano scelti tra coloro che suonano alle orecchie dei greci, come dei nomi «già sentiti e risentiti». La compagine conservatrice storce il naso, ma il Pasok insiste, e non pare disposto a far partecipare i propri «big» che, malgrado il vistoso calo subito, sono riusciti a farsi rieleggere in parlamento. La questione, comunque, è molto più vasta: sarà capace, un governo a maggioranza conservatrice (Nuova Democrazia ha conquistato 129 seggi) di applicare un programma dall'impronta progressista? Cosa succederà, ad esempio, sulla promessa fatta da Samaràs in campagna elettorale, di riuscire a far espellere un numero considerevole di immigrati clandestini? E, per quello che riguarda il tema più scottante, ossi modifica o rinegoziazione dei memorandum di tagli imposti alla Grecia? Quanto al comitato consultivo, o «Gruppo nazionale addetto alla trattativa sui memorandum», richiesto dal Pasok, che si dovrebbe occupare della revisione delle condizioni considerate insostenibili dalla Grecia, appare quasi impossibile, al momento, che riesca a superare i confini politici della maggioranza che si sta delineando. Syriza, il partito dei dissidenti di destra greci indipendenti e i comunisti ortodossi del Kke, intendono lasciare tutto il peso della gestione della crisi sulle spalle dei tre partiti che hanno appoggiato la linea filoeuropea. La verità è che, col passare delle ore, appare sempre più chiaro quello che era abbastanza evidente che non ci sono, cioè, due fronti totalmente alternativi. La semplificazione «sì o no all'euro e all'Europa» è, in gran parte, troppo grossolana. Tanto è vero che alcuni deputati di Nuova Democrazia, hanno già iniziato a dichiarare che «al consiglio europeo del 28 e 29 giugno si darà battaglia per cambiare i memorandum, per rovesciare una logica punitiva che penalizza senza ragione il popolo greco». Si tratta di strappare veri cambiamenti di sostanza, per poter mandare un messaggio agli elettori. È questa la sfida da cui dipenderà il successo o il rapido declino dell'esecutivo Samaràs. I passi troppo piccoli al summit dei Grandi L'ANALISI MASSIMOD'ANTONI L'APPELLO io ho espresso non è stata presentata per spirito di compromesso ma poiché credo sia la più feconda». SOSTENERELADOMANDA In effetti nel testo finale c'è un passaggio che non è affatto secondario, e potrebbe preludere a una svolta. «Se le condizioni economiche dovessero peggiorare significativamente - si legge nel comunicato - quei Paesi che hanno sufficiente margine di manovra di bilancio sono pronti a coordinare e realizzare misure fiscali discrezionali a sostegno della domanda interna». Sembra davvero che ci sia un'apertura a politiche espansive, che finora erano state bandite dal rigorismo tedesco. Si prospetta dunque un impegno ad alimentare la domanda interna, almeno in quei Paesi che non hanno problemi di bilancio. Inoltre l'Europa si impegna a prendere misure per interrompere il circolo vizioso fra i titoli di Stato e le banche sovraesposte al debito sovrano. Non si sa ancora come si tradurrà esattamente questo impegno, ma è chiaro che si va verso una maggiore integrazione delle garanzie sui depositi e una vigilanza bancaria integrata. Molto esplicito su questo punto è stato il premier britannico David Cameron. «Con questa crisi - ha detto - non possiamo permetterci che le banche centrali restino ai margini. Devono giocare un ruolo più attivo». Il premier ha anche esortato i Paesi membri a «condividere il peso dei loro debiti». Più lontano di così dalla cancelliera Merkel è impossibile. L'inquilino di Downing Street si esercita poi in una lezione di politica dei redditi che per Berlino dovrebbe suonare come un avvertimento. «La zona euro - ha detto Cameron si trova davanti ad una scelta: o trova il modo per far sì che i salari e i prezzi in periferia si abbassino così velocemente da permettere una ripresa della competitività nei Paesi più fragili; oppure il cuore dell'Eurozona deve fare di più per sostenere la periferia». Al termine del suo intervento Cameron si è concesso qualche stoccata al suo omologo oltremanica. «Accogliamo le imprese francesi che verranno per evitare le tasse». «Ognuno di noi deve essere responsabile di ciò che dice, io lo sono», ha replicato Hollande. SEGUEDALLAPRIMA I resoconti dal G20 ci raccontano l'immobilità dei leader europei di fronte ad un mondo che ci guarda con crescente preoccupazione. Sono mesi che si mette in campo all'ultimo momento il minimo necessario per evitare che la situazione precipiti. In assenza di azioni decisive, l'incertezza riguarda quale Paese sarà il prossimo epicentro della crisi. La Grecia, con le sue imprese senza più accesso al credito necessario per gli scambi commerciali? La Spagna con il suo sistema bancario sull'orlo del collasso? Il Portogallo? O ancora una volta l'Italia? C'è attesa per il vertice europeo del 28 giugno. In molti si aspettano qualche concessione tedesca, ma sembra chiaro che nemmeno stavolta vedremo un deciso cambio di rotta. Sarà già un successo se vi sarà un via libera alla costituzione di un fondo di redenzione del debito (redemption fund). Funzionerebbe così: il fondo acquisterebbe la quota dei debiti nazionali che eccede il 60% emettendo a sua volta titoli garantiti in modo solidale dai Paesi dell'eurozona. Qualcosa di simile agli eurobond, ma con alcune importanti differenze: ciascun Paese si impegnerebbe a restituire la quota di debito ceduto in un arco di 20-25 anni. Per noi questo significa impegnarci a conseguire un surplus di bilancio primario stimato intorno al 4,2% del Pil, pena l'uscita dallo schema e la perdita di consistenti garanzie in valuta e oro; insomma, una sorta di Fiscal compact rafforzato da sanzioni ben più pesanti. Inoltre, il fondo avrebbe precedenza sui rimborsi rispetto alla restante quota di debito che resta nazionale in caso di default. Ci conviene? Nell'immediato sì, visto che per alcuni l'Italia non ricorrerebbe ai mercati per rifinanziare il proprio debito. Per gli anni successivi, tutto dipende da quanto credibile risulterà l'impegno a rispettare alle condizioni del patto in una situazione macroeconomica che potrebbe non mutare e l'effetto che questo avrà sulle aspettative degli investitori. Non è un esito scontato visto che, a fronte di una riduzione della spesa per interessi sulla quota del debito ceduta al fondo, sulla quota di debito che resta nazionale, meno garantita, gli interessi potrebbero risultare anche superiori a quelli attuali, vanificando in parte o in toto i benefici attesi. Insomma, prima di accettare il nostro governo farebbe bene a considerare con molta attenzione le clausole scritte in piccolo. Soprattutto, è questa una soluzione in grado di rassicurare gli investitori manifestando in modo chiaro e credibile la volontà comune di difendere ad ogni costo la costruzione dell'euro? E c'è poi veramente tale volontà? La strategia finora è stata quella di prendere la Germania “con le buone”, mostrarsi virtuosi e disciplinati per riconquistare fiducia, attendendo qualche concessione. Di fronte alla reazione del governo Merkel, che all'indomani dell'ordalia elettorale greca ribadisce il suo “non è cambiato nulla”, si rafforza tuttavia la convinzione che nulla di risolutivo accadrà se non in presenza di un rischio concreto di deflagrazione dell'euro. Non manca chi, partendo dall'idea che solo di fronte alla possibilità concreta che salti il banco i “Paesi forti” accetteranno di sopportare parte dei costi della soluzione, avanza l'idea che i “Paesi deboli” debbano esplicitare tale possibilità, mettendo sul tavolo la classica pistola carica. È una strategia che nessun governo responsabile può permettersi di mettere in atto, ma che si è già presentata o potrebbe presentarsi sotto forma di un radicalismo di sinistra (Syriza) o di altro tipo meno definibile (Cinque Stelle?), cui gli elettori cominciano a prestare attenzione. Tutto ciò mentre il centro scompare e la sinistra di governo risulta particolarmente esposta: laddove non ha lo spazio per imporsi con una strategia autonoma come in Francia, rischia di condannarsi al destino del partito socialista greco, immolatosi alla linea di Bruxelles e Francoforte. Si scherza col fuoco, e se non fosse per le inquietanti analogie con quanto successo dopo la crisi del 1929, anche noi penseremmo che certi scenari sono solo fantasie. Barack Obama, Angela Merkel e la premier australiana Julia Gillard ieri a Los Cabos FOTO ANSA «SeaffondaAtene,affonda l'Europa» C'èunpopolochesoffre.UnPaese intero, laGrecia,di frontealbaratro economicoeumanamenteallo sbando.Sista facendostrada la prospettivadiun'uscitadellaGrecia dallaZonaEuro.Di fronteaquesta eventualitàbisognaesserechiari:non esistonouscite«ordinate»,saremmo difronteadunacatastrofe,aunsalto nelvuotodagliesiti imprevedibili. Il popologrecohagiàpagato duramenteglierrori commessinel passatodaisuoidirigenti:dalmaggio 2008adoggi il tassodi disoccupazioneèpiùchetriplicato, il salariominimoridottodel22%, lo statosocialedrasticamente ridimensionatoeoltreunterzodella popolazioneèarischiopovertà. Nonostantequestisacrifici, la situazionedibilanciodellaGreciasta peggiorando:secondoilFmi, ildebito pubblicoraggiungerà il 160%delPil nel2013,conunaumentodioltre il 50%rispettoal2008.Difficilmente il governogrecoraggiungeràgli obiettividibilanciostabilitidal MemorandumconclusotraAtenee la troika.Tutte lestradepersalvare la Greciadevonoessereesplorateprima chesia troppotardi: la revisionedel memorandumdi intesaconlaGrecia nondeveessereuntabù.Èopportuno valutareunarevisionerealisticadegli obiettividibilanciodaraggiungere entro il2014checonsentaallaGrecia diconiugare ripresaeconomicae sostenibilitàdeicontipubblici.Se Atenecrollaanchel'Europaaffonda. Il progettopoliticoeuropeonasce comerispostacomunealleguerre,alla povertàealladistruzione.Oggi invece assistiamoalla rotturadelprincipio fondamentaledellasolidarietàtragli Statie ipopolidelcontinente. Il defaultgrecorischiadimettere in discussioneil sensostessodellostare insiemeinEuropaeverrebbevissuto comeun'amputazione.L'Europa senzalaGreciasarebbecomeun bambinosenzacertificatodinascita. GianniPittella,AnniPodimata,Luigi Berlinguer,HarlemDésir,FrancoBassanini, CarloBernardini,RemoBodei,GiulioGiorello, NicolaPiovani,StefanoRodotà,Giorgio Salvini,UmbertoVeronesi,ClaudioSardo Persostenerel'appello: http://savegreecesaveeurope.wordpress. com Grecia, task force per le eurotrattative Esecutivo quasi pronto, anche se Sinistra democratica alza il tiro Pronto un comitato nazionale per modificare il memorandum TEODOROANDREADIS teodoroandreadis@hotmail.com all'austerità mercoledì 20 giugno 2012 5
LA LOGICA DEI TAGLI IMPERVERSA COME UNICO ORIZZONTEPOSSIBILEDELNOSTROPRESENTE.DOMINAORMAIANCHE ILDIBATTITOsulla crisi della rappresentanza democratica e sulla necessaria rigenerazione della politica in Italia. Le uniche ricette che sembrano prevalere nella discussione pubblica sono tutte declinate nel senso della contrazione dello spazio della politica. Come se il vero problema oggi non fosse il radicale squilibrio di potere tra finanza e democrazia, decisioni imposte in virtù di uno stato di necessità economico interpretato come legge naturale e autonoma progettualità politica fondata su un'effettiva legittimazione democratica. Le soluzioni invece, seguendo il dibattito mediatico e gli umori dominanti dell'opinione pubblica, sarebbero l'eliminazione (o la drastica riduzione) del finanziamento pubblico dei partiti, il taglio dei parlamentari, il rafforzamento del vertice dell'Esecutivo a scapito del Parlamento ecc. Lungi da me negare che le istituzioni e l'amministrazione di questo Paese debbano diventare molto più efficienti: ma ciò al fine non già di ridurre lo spazio e il ruolo della politica, bensì per ribadirne e rilanciarne la funzione irrinunciabile di mediazione e orientamento collettivo. Il problema che abbiamo di fronte non è quello di privatizzare e comprimere i soggetti della democrazia, ma di ricostruirne l'autorevolezza e la legittimazione. Di riannodare quei fili che debbono connettere costantemente la società alle istituzioni, senza i quali le condizioni minime della convivenza civile vengono meno e una comunità politica si sfalda, riprecipitando nello stato di natura, nella guerra per bande, nella decivilizzazione. Ora è innegabile che una parte significativa del ceto politico italiano stia facendo di tutto per dare ragione all'antipolitica, confermando la massima secondo la quale Dio acceca quelli che vuole perdere. Così come è indubbio che la qualità della rappresentanza si sia profondamente degradata, grazie soprattutto (ma non solo) agli effetti del berlusconismo, prima trionfante e poi crepuscolare, e al Porcellum. Peraltro, questo processo degenerativo non ha trovato nelle élites economiche e intellettuali anticorpi adeguati, bensì spesso collusioni interessate. Un accecamento collettivo e irresponsabile che prepara l'eclissi della democrazia stessa, perché annuncia non un vero e profondo cambiamento, ma possibili fuoriuscite autoritarie dalla crisi, nuove deleghe in bianco (alla tecnocrazia o al populismo poco importa), e magari un nuovo riflusso quietista dopo la gogna. (...) Ma pongo un interrogativo: non sarà che la privatizzazione della politica – che conosce oggi episodi eclatanti e tristissimi di corruzione, di uso personale dei partiti e delle funzioni pubbliche –, è anche conseguenza del più generale processo di privatizzazione che ha reso subalterna e servente la politica all'economia? Tanto che, se la politica non serve o al massimo deve (sempre più faticosamente) procacciare consenso a decisioni prese dai grandi poteri finanziari, obbedendo alla nuova “teologia dei mercati”, molti “politici” hanno pensato che tanto valeva usare la politica e il proprio ruolo istituzionale per fini puramente personali o di clan, lucrando un vantaggio privato? (...) Invece, qual è l'alternativa che oggi viene proposta a questa crisi di legittimità? Quella di assumerla e aggravarla: riducendo il peso della rappresentanza (quando invece occorrerebbe interrogarsi sulle ragioni strutturali e le conseguenze pericolose della sua crisi); sostituendo alla politica la tecnica (come se questa fosse neutra e di per sé legittima); privatizzando il finanziamento della politica (quando occorrerebbe porre argini forti all'influenza diretta o indiretta della ricchezza nella politica e ai conflitti di interesse, senza confidare eccessivamente in authorities e regolatori, le cui condizioni di indipendenza debbono essere sempre verificate e in particolare in Italia ricostruite dalle fondamenta). Oltretutto, senza considerare attentamente un punto: laddove più pesa il denaro nelle scelte politiche e si è puntato tutto sui finanziamenti privati ai candidati (riducendo di fatto i partiti a comitati elettorali e collettori di raccolta-fondi), come negli Stati Uniti, non è che le cose funzionino così bene. Su molte materie è assai difficile legiferare (dall'acquisto libero di armi alle questioni energetiche ed ecologiche, dalle imprese farmaceutiche alla sanità, dai mercati finanziari alle banche), perché il peso delle lobbies e dei loro finanziamenti agli eletti è tale da rendere quasi impossibili – o molto onerose – determinate scelte nell'interesse della collettività, ma svantaggiose per i finanziatori. I fenomeni di corruzione, condizionamento opaco, commistione tra regolatori e regolati, strapotere della finanza - nonostante la regolamentazione delle attività delle lobbies e la presenza di autorità indipendenti -, sono ormai strutturali e minano la credibilità del sistema americano (si pensi a casi come quello Enron, ai ripetuti crac bancari, agli inquietanti conflitti di interessi di vari esponenti della amministrazione Bush jr. protagonisti della guerra in Iraq). Nella campagna presidenziale in corso Wall Street ha di fatto “comprato” il suo candidato, con un investimento colossale e mai come questa volta univoco sul repubblicano Romney (evidentemente, bisogna farla pagare a Obama, per quel poco di politica indipendente che è riuscito a fare). E francamente è assai dubbio che questa potenza di fuoco possa essere bilanciata dai finanziamenti dal basso che si concentrano sul Presidente in carica. Di fronte a tendenze di questa portata, fa impressione che la Corte Suprema (a maggioranza conservatrice) abbia di recente ritenuto non doversi porre un limite alla raccolta di finanziamenti privati ai candidati, a tutela dell'uguaglianza democratica, legittimando di fatto una sperequazione potenzialmente illimitata tra attori politici e sottovalutandone le pesanti conseguenze in termini di alterazione della competizione, soprattutto nella possibilità di utilizzare gli strumenti decisivi della comunicazione per spiegare, far conoscere, diffondere capillarmente le proprie posizioni. Ora, il potere economico ha sempre contato in politica, mirando a condizionarne le decisioni. Ma proprio per questo sono stati previsti argini e freni a tutela di una sua (relativa) autonomia. Sancire costituzionalmente che non c'è limite all'intervento della ricchezza nella vita democratica non mina alla radice anche una concezione realistica della democrazia come “poliarchia” (Dahl)? Come mostra Bernard Manin nei suoi Principi del governo rappresentativo, il vincolo della ricchezza altera la competizione perché conferisce potere di per sé, in virtù del costo della diffusione dell'informazione: «Il primo cambiamento che si rende necessario è l'eliminazione degli effetti della ricchezza sulle elezioni. Un tetto alle spese elettorali, un'applicazione rigorosa di tale tetto, e il finanziamento pubblico della campagne elettorali sono i mezzi più ovvi per progredire in direzione di questo fine». (ed. it. Bologna, Il Mulino 2010, p.177). Dunque, a mio avviso occorre ribadire con forza, anche se non è di moda, che il finanziamento pubblico è giusto e deve essere difeso, se si vuole combattere una concezione patrimoniale della politica (del tutto funzionale all'egemonia neoliberista) e si vuol continuare a prendere sul serio la promessa normativa della democrazia. Ma ciò presuppone una ricostruzione culturale e sociale della qualità della politica, che muova dalla radicale – e autocritica – messa in discussione della bolla ideologica “privatistica” che ha dominato (anche a Sinistra) l'ultimo ventennio. Il finanziamento pubblico dei partiti deve servire a sostenere una politica di alto profilo e autonoma. Affermato questo principio, si può e si deve riformare modalità ed entità di tale finanziamento, imporre trasparenza, dare attuazione al dettato costituzionale sul ruolo dei partiti garantendo democrazia interna e controlli, ripensare seriamente il rapporto politica-denaro, anche con norme incisive sulla corruzione (fin ad oggi mai prese sul serio in considerazione). (...) Se crediamo ancora che la politica democratica serva a dare voce e a chi altrimenti non l'avrebbe, ricordiamoci della lezione di Enrico Berlinguer: una classe politica per essere dirigente e non subalterna deve riconoscere la natura politica e istituzionale della questione morale, essere attrezzata culturalmente ed eticamente, avere una visione del mondo e non temere di portarla avanti nella società. TAMTÀM DEMOCRATICO RAGIONAMENTI Daoggi ilnuovonumero sui costi della partecipazione Lademocrazia privatizzata Il rapportotrapotereedenaro nel tempodellacrisidellapolitica Lesoluzionisecondo ildibattitomediatico sarebberol'eliminazionedel finanziamentopubblico e il tagliodeiparlamentari Unaconcezionepatrimoniale subdolaepericolosa NELLOPRETEROSSI DocentediFilosofiadel Dirittoa Salerno Questocontributoè apparso suTamtàm Democratico, la rivistaon linedelPdcheogni meseaffrontaun argomentotematico. Sull'ultimonumero il focusè su«Soldi e democrazia»con interventidi GianninoPiana, GiorgioBenigni,PaoloCorsini, Pierluigi Castagnetti,AntonioMisiani,PaoloBorioni, RodolfoBrancoli, MarioBarbi, Annamaria Parente,FabrizioDiMascio, LuigiZanda, GiuseppeCaldarola,FrancoMonaco, Alfio Mastropaolo,SergioGentili eVanniBulgarelli Particolare di un graffito di Blu a Cracovia U: mercoledì 20 giugno 2012 19
.
Inserisci la mail specificata al momento della registrazione, i dati d'accesso ti verranno inviati al più presto al medesimo indirizzo:
Informativa ai sensi del D. Lgs. 30 giugno 2003, n. 196 sulla tutela dei dati personali
Gentile Cliente,
La informiamo che per le finalità connesse alla fornitura del Servizio, Nuova Iniziativa editoriale SpA - l'Unità con sede legale in Roma, via Ostiense, 131/L - 00154 (di seguito "L'Unità"), esegue il trattamento dei dati da Lei forniti, o comunque acquisiti in sede di esecuzione del Servizio. Il titolare del trattamento è L’Unità nella persona del legale rappresentante pro tempore.
L'elenco dei responsabili del trattamento dei dati personali e dei terzi destinatari di comunicazioni è disponibile presso gli uffici de L’Unità.
Il trattamento dei dati avviene con procedure idonee a tutelare la riservatezza dell'Utente e consiste nella loro raccolta, registrazione, organizzazione, conservazione, elaborazione, modificazione, selezione, estrazione, raffronto, utilizzo, interconnessione, blocco, comunicazione, diffusione, cancellazione, distruzione degli stessi comprese la combinazione di due o più delle attività suddette.
Il trattamento dei dati, oltre alle finalità connesse, strumentali e necessarie alla fornitura del Servizio sarà finalizzato a:
a) comunicare i dati a Società che svolgono funzioni necessarie o strumentali all'operatività del Servizio e/o gestiscono banche dati finalizzate alla tutela dei rischi del credito e accessibili anche a Società terze anche al di fuori del territorio dell'Unione Europea;
b) raccogliere dati ed informazioni in via generale e particolare sugli orientamenti e le preferenze dell'Utente; inviare informazioni ed offerte commerciali, anche di terzi; inviare materiale pubblicitario e informativo; effettuare comunicazioni commerciali, anche interattive; compiere attività dirette di vendita o di collocamento di prodotti o servizi; elaborare studi e ricerche statistiche su vendite, clienti e altre informazioni, ed eventualmente comunicare le stesse a terze parti; cedere a terzi, anche al di fuori del territorio dell'Unione Europea, i dati raccolti ed elaborati a fini commerciali anche per la vendita o tentata vendita, ovvero per tutte quelle finalità a carattere commerciale e/o statistico lecite.
Il conferimento del consenso al trattamento dei propri dati personali da parte dell'Utente è facoltativo. In caso di rifiuto del trattamento dei dati personali di cui alla lettera b) il trattamento sarà limitato all'integrale esecuzione degli obblighi derivanti dalla fornitura del Servizio, nonché all'adempimento degli obblighi previsti da leggi, regolamenti e normativa comunitaria. In caso di rifiuto del trattamento dei dati personali di cui alla lettera a) la Società non potrà fornire il Servizio.
Il trattamento dei dati dell'Utente per le finalità sopraindicate avrà luogo prevalentemente con modalità automatizzate ed informatizzate, sempre nel rispetto delle regole di riservatezza e di sicurezza previste dalla legge. I dati saranno conservati per i termini di legge presso L’Unità e trattati da parte di dipendenti e/o professionisti da questa incaricati, i quali svolgono le suddette attività sotto la sua diretta supervisione e responsabilità. A tal fine, i dati comunicati dall'Utente potranno essere trasmessi a soggetti esterni, anche all'Estero, che svolgono funzioni strettamente connesse e strumentali all'operatività del Servizio.
La informiamo, inoltre, che, ai sensi dell'art. 7 del D. Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, il Cliente ha il diritto di opporsi, in tutto o in parte, per motivi legittimi, al trattamento e può, secondo le modalità e nei limiti previsti dalla vigente normativa, richiedere la conferma dell'esistenza di dati personali che lo riguardano, e conoscerne l'origine, riceverne comunicazione intelligibile, avere informazioni circa la logica, le modalità e le finalità del trattamento, richiederne l'aggiornamento, la rettifica, l'integrazione, richiedere la cancellazione, la trasformazione in forma anonima, il blocco dei dati trattati in violazione di legge, ivi compresi quelli non più necessari al perseguimento degli scopi per i quali sono stati raccolti, nonché, più in generale, esercitare tutti i diritti che gli sono riconosciuti dalle vigenti disposizioni di legge.