ITALIA RAZZISMO Nessuna rivoluzione, nessun assalto, la 194 ha i suoi problemi di applicazione (in media negli ospedali italiani due medici su tre fanno obiezione di coscienza) però la Corte costituzionale non la tocca. Non stavolta almeno. La camera di Consiglio è durata meno del previsto e la decisione – attesa in serata – è arrivata a metà pomeriggio, per il sollievo di quanti temevano che di qui potesse passare un attacco alla legge che disciplina l'aborto. «Save 194» era da settimane il tam tam su social network e volantini. E tanto la Consulta ha fatto, dichiarando «manifestamente inammissibile» la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 4 della legge (praticamente il nocciolo del provvedimento, quello che disciplina le motivazioni e le circostanze in base alle quali una donna può abortire entro 90 giorni dal concepimento), sollevata in gennaio dal giudice tutelare del tribunale di Spoleto. Partendo da un pronunciamento della Corte di giustizia europea in materia di brevettabilità dell'embrione, sentenza che definisce l'embrione come «soggetto da tutelarsi in maniera assoluta», il giudice tutelare sosteneva che l'articolo 4 fosse in contrasto con i principi generali della Costituzione e in particolare con quelli della tutela dei diritti inviolabili dell'uomo (articolo 2) e del diritto fondamentale alla salute dell'individuo (articolo 32). L'occasione per sollevare la questione davanti alla Consulta era stata per il giudice tutelare di Spoleto la richiesta di abortire giunta in gennaio da parte di una minorenne che, non volendo chiedere l'autorizzazione ai genitori, era andata in consultorio spiegando «di non ritenersi in grado di crescere un figlio». Passati sei mesi, la Consulta ha riportato nel suo alveo originario la questione, non entrando nemmeno nel merito della estendibilità di una sentenza sulla commerciabilità dell'embrione alla materia della 194. In attesa delle motivazioni, che saranno scritte dal giudice Morelli (quello della sentenza sul caso Englaro) ieri il presidente emerito Cesare Mirabelli ha spiegato infatti che, seppur «il quesito avesse consistenza», la decisione ha riguardato il «ruolo del giudice tutelare» che «non è chiamato» dai servizi sociali ad «autorizzare o meno la minore», ossia «non partecipa alla volontà abortiva della minorenne, deve solo verificarne l'adeguata maturità». E tanto, sei mesi prima, gli era stato chiesto. «Di fatto, il giudice di Spoleto è andato oltre il suo compito previsto dalla legge 194, e ha interpretato la decisione dei giudici di Strasburgo estrapolando concetti a uso strumentale per attuare un attacco alla 194'», dice l'avvocato dell'associazione Luca Coscioni, Filomena Gallo, che ha seguito la vicenda fin dall'inizio, ricordando che già nel 1975 la Consulta stabilì che «i diritti del concepito non ricevono tutela assoluta, poiché sono oggetto di valutazione comparativa con altri valori di rilevanza costituzionale (diritti della donna), rispetto ai quali, in determinate condizioni, sono destinati a soccombere». Molti (e senza sorprese) i commenti positivi nel Pd («una ottima decisione prevedibile, la 194 è una buona legge, bisogna applicarla», dice Anna Finocchiaro), Idv, Sel, Pdci e Rifondazione. Polemica invece da Carlo Casini del movimento per la Vita e, ancor più dura, da Alfredo Mantovano (Pdl) che parla di «decisione pilatesca della Consulta» che ha rifiutato – e secondo lui a torto – «di entrare nel merito, cioè di occuparsi di quando inizia la vita». Ricorso bocciato, la 194 è salva SUSANNATURCO ROMA Ieri, 20 giugno, in occasione della giornata mondiale del rifugiato promossa dalle Nazioni Unite, si è tenuta, presso la Biblioteca del Senato, la presentazione di «Lampedusa non è un'isola. Profughi e migranti alle porte dell'Italia». Si tratta di un rapporto dedicato agli immigranti e ai richiedenti asilo redatto da “A Buon Diritto Onlus” sotto la direzione di un comitato scientifico composto da Laura Balbo, Luigi Ferrajoli, Tamar Pitch, Giorgio Rebuffa, Eligio Resta e Stefano Rodotà. Un vero e proprio dossier dei fatti, delle cronache e degli avvenimenti istituzionali, accaduti nel 2011. Dalla lettura di quella ricostruzione emerge che, come in un gioco di cerchi concentrici, la crisi dello scorso anno si iscrive dentro un indirizzo di politiche sull'immigrazione perseguite in maniera determinata dall'inizio della legislatura, che a sua volta riprende la torsione data nel 2002 al testo unico dalla legge Bossi-Fini. Se l'analisi è incentrata sulle vicende del 2011, dentro il quadro politico-istituzionale in cui esse sono maturate, il risultato è uno studio particolareggiato delle forme e degli effetti di una politica compiutamente definita, scientemente perseguita e conseguentemente messa in pratica. Ovvero una politica sostanzialmente xenofoba. Ne deriva che il 2011 può essere letto come uno stress-test della politica delle «porte chiuse» ai migranti e ai richiedenti asilo. Basti pensare che nel 2011, delle 25.626 istanze esaminate, meno di 11mila hanno dato luogo al riconoscimento della protezione internazionale, sancendo così la relativa marginalità dell'Italia nell'accoglienza e nell'asilo in Europa. Il rapporto «Lampedusa non è un'isola» è così strutturato: a un racconto sintetico degli avvenimenti del 2011 fanno seguito una circostanziata cronologia e il censimento degli atti di discriminazione e di violenza contro immigranti e richiedenti asilo avvenuti nel corso dell'anno. Il quadro politico-istituzionale entro cui tutto ciò accade è ricostruito in tre approfondimenti dedicati all'evoluzione della legislazione tra il 2008 e il 2011, alle trasformazioni dei centri per stranieri e agli stranieri in carcere. Infine, dalle richieste rivolte all'Italia dalle organizzazioni internazionali (intergovernative, giudiziarie e non governative), e dal dibattito pubblico e istituzionale in corso, sono state tratte alcune raccomandazioni per il necessario e urgente indirizzo politico in materia. Questo dossier è un'anticipazione di «LarticoloTre». Un rapporto sullo stato dei diritti in Italia che, richiamando il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione, si propone di valutare il riconoscimento o il mancato riconoscimento, l'effettiva attuazione o l'inosservanza dei diritti e delle garanzie in tutti i campi della vita sociale e in tutte le espressioni della personalità umana: dalla libertà individuale alla libertà di movimento, dalla libertà religiosa alla libertà sessuale, alla libertà dalle discriminazioni di qualunque origine e dalle violenze comunque motivate. Ma per questo bisognerà aspettare il 2014. C'è un gran lavoro da fare. QUANTA ENERGIA C'È IN UN ATTIMO? 50.enel.com 50 ANNI DI ENERGIA, MILIONI DI ATTIMI INSIEME. E MOLTI ALTRI ANCORA DA CONDIVIDERE. La Consulta: «Inammissibile la questione di legittimità costituzionale sollevata dal giudice tutelare di Spoleto per il caso di una minorenne» Reazioni positive a sinistra, dal Pd a Sel Uno striscione con la scritta 194 (in riferimento alla Legge 194) durante una manifestazione a Napoli FOTO ANSA Duemilaundici unaltro lungoanno di «porte chiuse» aidiritti deimigranti edei richiedenti asilo LUIGIMANCONI VALENTINABRINIS VALENTINACALDERONE info@italiarazzismo.it . . . Anna Finocchiaro: «È una buona legge, bisogna solo fare in modo che sia applicata» . . . Alfredo Mantovano (Pdl) contesta: «Dalla Corte Costituzionale decisione pilatesca» POLITICA 10 giovedì 21 giugno 2012
TV 06.45 Unomattina. Rubrica 10.10 Unomattina Vitabella. Rubrica 11.00 Unomattina Storie Vere. Rubrica 12.00 La prova del cuoco. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.00 TG1 - Economia. Informazione 14.10 238° Anniversario della Fondazione della Guardia di Finanza. Evento 15.15 L'amore nella terra dei contrasti. Film Tv Drammatico. Regia di Michael Keusch. Con Susan Anbeh 16.50 TG Parlamento. Informazione 17.00 TG 1. Informazione 17.10 Che tempo fa. Informazione 17.15 Heartland. Serie TV 18.00 Il Commissario Rex. Serie TV 18.50 Reazione a catena. Show. 20.00 TG 1. Informazione 20.25 Camp. Europei 2012: Repubblica Ceca - Portogallo. Sport 23.05 Notti Europee. Rubrica 00.35 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.05 Che tempo fa. Informazione 01.10 Sottovoce. Talk Show. 01.40 Rai Educational In Italia. Educazione 02.10 Mille e una notte - Documenti. Documentario 07.20 Cartoni animati 10.05 Zorro. Serie TV 10.30 Braccio di Ferro. Cartoni Animati 10.40 Tg2 Insieme Estate. 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Rubrica 15.10 Wol un poliziotto a Berlino. Serie TV 16.05 My Life - Segreti e passioni. Soap Opera 16.30 La moglie del prete. Film Commedia. (1971) Regia di Dino Risi. Con Sophia Loren 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Ricette di sera. Rubrica 19.45 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.25 La signora in giallo. Serie TV 21.10 Le indagini di Padre Castell. Serie TV Con Francis Fulton-Smith, Christine Döring, Hans Peter Hallwachs. 21.52 Le indagini di Padre Castell. Serie TV 23.05 Criminal intent. Serie TV 00.00 Sognando Italia. Rubrica 00.55 In fuga col malloppo. Film Commedia. (1998) Regia di Yves Simoneau. Con Marlon Brando 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.35 Miracoli degli animali. Documentario 08.45 Fia, piccola maga. Film Commedia. (2003) Regia di Elsa Kvamme. Con Sergio Bini 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.45 Pomeriggio cinque cronaca. Talk Show. 16.51 Rosamunde Pilcher: L'uomo dei miei sogni. Film Drammatico. (2007) Regia di Dieter Kehler. Con Eva-Maria Grein 18.45 Il Braccio e la Mente. Gioco a quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.30 Meteo 5. Informazione 20.31 Veline. Show. 21.10 Saturno contro. Film Drammatico. (2006) Regia di Ferzan Ozpetek. Con Stefano Accorsi, Margherita Buy, Pierfrancesco Favino, Luca Argentero. 23.30 La sconosciuta. Film Drammatico. (2006) Regia di G. Tornatore. Con Kseniya Rappoport, Michele Placido, Margherita Buy. 01.30 Tg5 - Notte. Informazione 01.59 Meteo 5. Informazione 07.20 Hannah Montana. Serie TV 08.10 Cartoni animati 10.30 Dawson's Creek. Serie TV 12.25 Studio aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 Futurama. Cartoni Animati 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 Dragon ball. Cartoni Animati 15.00 Gossip girl. Serie TV 15.55 Le cose che amo di te. Serie TV 16.45 Mammoni - Short. Reality Show. 17.10 Friends. Serie TV 17.35 Mercante in fiera. Gioco a quiz 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.25 C.S.I. New York. Serie TV 20.20 C.S.I. New York. Serie TV 21.10 Mistero. Rubrica 00.30 Amityville horror. Film Horror. (2005) Regia di Andrew Douglas. Con Ryan Reynolds, Melissa George, Jesse James. 02.20 Studio aperto - La giornata. Informazione 02.35 Highlander. Serie TV Con Adrian Paul, Stan Kirsch 03.20 Media Shopping. Shopping Tv 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. 11.10 L'aria che tira. Talk Show. Conduce Myrta Merlino. 12.30 I menù di Benedetta Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Movie Flash. Rubrica 14.10 Chi più spende… più guadagna. Film Commedia. (1985) Regia di Walter Hill. Con Richard Pryor, Lonette McKee 16.05 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 18.05 I menù di Benedetta. Show 18.45 Cuochi e fiamme - Celebrities. Show. 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Otto e mezzo. Rubrica 21.10 21 - Vinci a Las Vegas. Film Drammatico. (2008) Regia di Robert Luketic. Con Kate Bosworth, Kevin Spacey, Laurence Fishburne, Jim Sturgess. 23.25 Tg La7. Informazione 23.30 Tg La7 Sport. Informazione 23.35 Halifax - Unità Speciale. Serie TV 01.25 Movie Flash. Rubrica 01.30 N.Y.P.D. Blue. Serie TV Con Dennis Franz 21.10 Natale in Sudafrica. Film Commedia. (2010) Regia di N. Parenti. Con C. De Sica B. Rodriguez. 23.00 Collateral. Film Thriller. (2004) Regia di M. Mann. Con T. Cruise J. Foxx. 01.05 Senza arte né parte. Film Commedia. (2010) Regia di G. Albanese. Con V. Salemme G. Battiston. SKY CINEMA 1HD 21.00 Keith. Film Drammatico. (2008) Regia di T. Kessler. Con E. Harnois J. McCartney. 22.40 Il mio cane Skip. Film Drammatico. (2000) Regia di J. Russell. Con D. Lane K. Bacon. 00.20 Beverly Hills Chihuahua 2. Film Commedia. (2011) Regia di A. Zamm. Con B. Mendler C. Lakin. 21.00 Dear Frankie. Film Drammatico. (2004) Regia di S. Auerbach. Con E. Mortimer G. Butler. 22.50 Amori e disastri. Film Commedia. (1996) Regia di D.O. Russell. Con B. Stiller P. Arquette. 00.35 Cupido a Natale. Film Commedia. (2010) Regia di G. Junger. Con C. Murray C. Milian. 18.40 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.15 Ninjago. Serie TV 19.40 Redakai. Cartoni Animati 20.05 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 20.30 Lo straordinario mondo di Gumball. Cartoni Animati 20.55 Adventure Time. Cartoni Animati 21.20 Brutti e cattivi. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Come è fatto. Documentario 19.30 Come è fatto. Documentario 20.00 Top Gear. 21.00 Top Gear USA. Documentario 22.00 Deadliest Catch. Documentario 23.00 La febbre dell'oro: Mare di Bering. Documentario 18.55 Deejay TG. Informazione 19.00 Una splendida annata. Show. 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 Lincoln Heights. Serie TV 23.30 Jack Osbourne No Limits. Reportage 00.30 Fuori frigo. Attualita' DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.20 La vita segreta di una Teenager Americana. Serie TV 20.20 Il Testimone. Reportage 21.10 I Soliti Idioti. Show. 22.50 Mike Judge's Beavis and ButtHead: Il Ritorno. Serie TV 23.10 Mike Judge's Beavis and ButtHead: Il Ritorno. Serie TV MTV RAI 1 20.25: Rep. Ceca - Portogallo Sport. A Varsavia inizia la fase a eliminazione diretta degli Europei. 21.05: Private Practice Serie TV con K. Walsh. La dottoressa Addison Montgomery è alle prese con nuovi delicati casi. 21.05: Sulle tracce del crimine Serie TV con X. Deluc. Nuove avventure con la squadra speciale della polizia francese. 21.10: Le indagini di Padre Castell Serie Tv con F. Fulton-Smith. Il prete detective entra in azione quando crolla una chiesa. 21.10: Saturno Contro Film con S. Accorsi. Intorno alla tavola di Davide e Lorenzo si concentrano gli aetti più cari. 21.10: Mistero Rubrica con P. Barale. L'equipe del mistero alla scoperta di nuovi casi paranormali. 21.10: 21 - Vinci a Las Vegas Film con K. Bosworth. Degli studenti di matematica vogliono sbancare il casinò. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY UNOAUNOSENEVANNOINVACAN-ZA TUTTI I PROGRAMMI RAI. COME SE IL SERVIZIO PUBBLICO potesse interrompersi per ferie. Anche se, in certi casi, darci un taglio non può essere che un sollievo (almeno per noi osservatori). Ma resta il fatto che, nelle intenzioni dei massimi dirigenti (benché al momento non abbiamo ancora capito chi siano), d'ora in avanti ci toccano solo gli scarti. E per fortuna che, quest'anno, dopo gli Europei ci sono le Olimpiadi, se no sarebbe replica continua. Ma, anche qui, dobbiamo precisare che certe repliche sembrano dei capolavori rispetto a quello che passa, cioè produce attualmente il convento. Però non bisogna esagerare: negli anni scorsi le repliche funzionavano da memoria collettiva anche perché non c'erano i canali digitali e soprattutto non si poteva trovare in rete, come adesso, quasi tutto quello che si vuole. Perciò, anche l'estate Rai dovrebbe rimpolparsi un po', se non vuole diventare un succedaneo di internet. O una forma di grillismo postumo, tutto furore e vuoto pneumatico. A proposito: chissà se il simpatico Pizzarotti andrà in vacanza pure lui, oppure entro fine estate avrà comunicato almeno un altro nome della sua giunta. Perché, se continua così, la legislatura sarà finita e il debito di Parma sarà pure aumentato. Intanto, il Movimento 5 stelle sarà pure arrivato a superare il 20 % nelle intenzioni di voto, come ha certificato Nando Pagnoncelli a Ballarò, ma la sua popolarità sale più rapidamente della sua capacità politica e prima o poi i nodi vengono al pettine. E non basta dire che destra e sinistra sono uguali per nascondere che si fanno cose di destra. Tipo squassare e dileggiare le istituzioni democratiche (a partire dai partiti, passando per i giornali, il capo dello Stato, etc.) per costruire un blog in cui conta solo uno. Levacanze dellaRai equelle delneosindaco Pizzarotti MARIA NOVELLA OPPO FRONTEDEL VIDEO U: giovedì 21 giugno 2012 21
Una goccia nel mare di macerie, ma qualche cosa si prova a fare per riportare la vita a l'Aquila, restituendo spazi di aggregazione e di cultura cittadina. In questo caso sono gli edifici dell'ex Mattatoio, che si aprono nella piazzetta di San Vito, di fronte a uno dei simboli più forti della città, la fontana delle 99 cannelle. La ducentesca San Vito ha la copertura malconcia e il sindaco nuovamente eletto Massimo Cialente spera che presto sarà restaurata. Dietro, all' ex mattatoio, si è aperto ieri il cantiere che fra 18 mesi restituirà agli occhi di aquilani e visitatori circa 150 opere della collezione del Museo nazionale che aveva sede nel Castello Spagnolo e che ora sono, tristemente, imballati nel deposito di Celano. Il progetto è di Invitalia, agenzia nazionale per l'attrazione degli investimenti e sviluppo di impresa che, da carrozzone con una miriade di consigli di amministrazione, ha fatto una cura dimagrante fino a comprendere cinque società. Il finanziamento è nel quadro del progetto per i poli museali di eccellenza nel Mezzogiorno che riguarda fra l'altro Napoli, Pompei, Taranto, Sibari, Palermo, complessivamente 400 milioni di cui 330 recuperati dal ministro per la coesione Fabrizio Barca dai fondi europei. A l'Aquila è stata data la precedenza, 5 milioni il finanziamento. L'allestimento è dell'architetto Gianni Bulian. Poco distante, spiega Massimo Cialente, «abbiamo finalmente il via della Regione per il restauro dell'altra parte dell'ex Mattatoio» che fa parte del patrimonio comunale e «stanno partendo anche i progetti delle abitazioni dei privati». Una sede temporanea per le opere dal XII al XVII secolo, «fra le più significative della storia aquilana», spiega il direttore regionale dei Beni culturali Fabrizio Magani. Sarà esposto il trittico di Beffi, la tela Cardone, «una delle più danneggiate – racconta Lucia Arbace, soprintendente ai beni storico artistici – restaurata attraverso l'Ircs (l'Istituto centrale del restauro) da Eugenie Knight». Sede temporanea ma non provvisoria, destinata a vivere come sede espositiva anche in futuro. Cinque milioni sono troppi? Secondo alcuni sì, poteva essere fatta prima e direttamente dalla soprintendenza a costo zero. No, invece, secondo il direttore regionale Magani, non solo per l'allestimento innovativo, gli spazi didattici e aggregativi ma anche perché il ripristino investe il consolidamento della struttura. La presenza di Invitalia a l'Aquila non dovrebbe fermarsi al progetto dell' ex Mattatoio, «le norme approvate nel 2009 – spiega l'amministratore delegato Domenico Arcuri – ci impegnano al ripristino del sistema produttivo». Solo che su questo fronte, in più di tre anni, non si sono trovate risorse. Ora, per il ministro Fabrizio Barca, il sistema produttivo, dai piccoli interventi per il lavoro autonomo ai contratti di programma, è diventato una priorità. Ma la tensione nelle istituzioni locali resta alta dopo le elezioni, spiega l'assessore Stefania Pezzopane, «gli irrigidimenti sono ancora più pesanti». Il bersaglio è la struttura commissariale del presidente della Regione Chiodi. «Ci hanno fatto fare i piani di ricostruzione – spiega l'assessore Placidi – e si scopre che sono solo una proposta sulla quale il ministero dovrà valutare i finanziamenti. Non ci sono i soldi per la demolizione e ricostruzione, quindi si ricostruiscono le case degli anni Cinquanta a ridosso delle mura, brutte come prima». Sul fronte dei beni culturali c'è un'altra buona notizia, è il restauro di un lotto del Castello, su cui il Mibac ha concentrato le risorse ordinarie, 4,6 milioni di euro, ma – spiega Magani - «per il Castello la previsione è di 25 milioni di euro». È una scelta dettata anche dall'urgenza, dopo il terremoto il discostamento del colonnato interno era di pochi millimetri, ora si misura in 4- 5 centimetri alla base che diventano 15 nelle colonne. Antonia Pasqua Recchia, direttore generale del ministero Beni culturali, a proposito de l'Aquila dice «il nostro senso di colpa», a significare che avrebbe dovuto rappresentare un impegno più grande per l'intero paese. «Quello che chiediamo – aggiunge Antonia Recchia – è che il flusso dei finanziamenti proceda con rapidità sull'avanzamento dei lavori». POLITICA L'Aquila, via al cantiere del museo l'arte per ricominciare a vivere Il palazzo della prefettura dell'Aquila dopo il terremoto FOTO ANSA Inaugurati i lavori all'ex mattatoio per dare una nuova sede alle opere prima esposte nel Castello Spagnolo 5 milioni di euro i fondi destinati dal ministro Barca. Il progetto è di Invitalia JOLANDABUFALINI INVIATA AL'AQUILA . . . Interesse del Mibac per il Castello: stanziati 4,6 milioni, ma da previsioni ne servono almeno 25 8 giovedì 21 giugno 2012
«DONNADICRISTALLO»ÈILBELTITOLODELL'ULTIMO DISCO DI CRISTINA ZAVALLONI INSIEME ALLA RADAR BAND, pubblicato in questi giorni da Egea. La cantante e compositrice bolognese (ha scritto anche i testi del disco) è, infatti, da sempre impegnata in una ricerca musicale molto sfaccettata e scintillante proprio come un cristallo: una ricerca che attraversa i territori del jazz, del belcanto, dell'avanguardia del 900, del folk e della musica pop. Il disco precedente, Solidago riprendeva, ad esempio, molti successi di Charles Aznavour . Leidicedisentirsiinprimis,nonostantelesuemoltepliciesperienzemusicali,unajazzsingere«DonnadiCristallo» loconferma.Cos'è il jazz,vistodai suoi tanti puntidi osservazione?” «Una musica aperta, fin dalle origini. Una musica capace di assorbire, come una spugna, esperienze di ogni tipo. L'improvvisazione ne è una parte importante, ma non decisiva; credo anzi che la scrittura possa giocarvi un ruolo essenziale. Nel mio disco gli arrangiamenti di Paolo Arcelli sono fondamentali quanto i soli improvvisati dei vari musicisti. Direi che il jazz si definisce per sua grande libertà ritmica ed armonica (e quest'ultima lo avvicina alla grande scuola della musica colta dello scorso secolo) ». Cherapportohaconlegrandicantantidellatradizoneafro-americana «Le adoro. Le ho studiate in profondità e continuo ad ascoltarle, soprattutto Sara Vaughan. Ma non sono nera e sento più vicino a me altre artiste. Per tutte citerò Helen Merrill, la più europea fra le cantanti jazz americane, capace di raccontare con aplomb, con un'eleganza apparentemente algida, un incontenibile subbuglio interiore. Le rendo un omaggio in un brano del disco». Ilbranochedàiltitoloalcdhal'andamentodiuna canzonepop.Lei,artistadiricerca,attingespesso aquesto repertorio.Perché? «Come diceva Marcel Proust, quelle che chiamiamo canzonette hanno spesso una grande importanza sociale. Raccontano momenti irripetibili di storia collettiva ed individuale. Quando canto Que sera sera, alla fine dei miei concerti il pubblico si emoziona e mi fa da coro. Un artista ha bisogno di queste esperienze, di commuoversi con chi ascolta. A me importa poco dei generi e della loro classificazione. Mi interessa quello che mi tocca emotivamente e che posso condividere con altri: John Cage ed Aznavour, il jazz ed i Beatles… » Come molti suoi colleghi italiani lei ama molto la musicapopolare brasiliana…. «Che non è solo il samba o la bossa nova, ma una stratificazione importante di materiali ed esperienze. La risposta è, in qualche modo, legata alla precedente. In Brasile il musicista ha una funzione sociale di primissimo piano. La musica popolare carioca è molto raffinata, i suoi interpreti maggiori (Guinga per tutti ) sono musicisti coltissimi. Ma i loro concerti sono affollati di persone che vogliono ballare, e anche piangere, ascoltando questi artisti “eruditos”. Cercare il nuovo, l'arte “alta” non basta. I colleghi brasiliani e la loro musica sono quindi un esempio ed un riferimento». MARCOBUTTAFUOCO butven@libero.it TEATRO Notedicristallo perZavalloni Lacantautricebolognese parladelsuonuovodisco Unadelle tavoledi «Giranovoci» realizzateda GianfrancoBaruchello Leiter, le mille luci di New York Balestrini-Baruchello omaggiopoeticoevisivo all'umanitàviolentata GIACOMOVERRI giacomo.verri@alice.it CULTURE Inaugura domani alla Galleria Forma di Milano una mostra di foto, pitture e polaroid dell'artista americano Saul Leiter: immagini varie dalle strade della Grande Mela. Texone IlWest corpuscolare diCivitelli «Paneecoraggio» approdaaRoma al festivaldiAgiscuola GIRANO VOCI (FRULLINI, PP. 55, EURO 12) È UNA «PLAQUETTE» CHE COMBINA TRE STORIE DI NANNI BALESTRINI AD ALCUNE ILLUSTRAZIONIDIGIANFRANCOBARUCHELLOAPPOSITAMENTEREALIZZATEPERQUESTAEDIZIONE. LA VESTE GRAFICA È ELEGANTE: i fogli sono impressi sul solo recto, a ogni pagina scritta corrisponde una tavola a colori. Non tutti i testi sono inediti: già nel 2003 apparve il racconto Disposta l'autopsiadell'anarchicomortodopoiviolentiscontri di Pisa intorno al caso tragico di Franco Serantini, pestato a sangue dalla polizia nel 1972 durante il presidio di Lotta Continua contro il comizio del missino Beppe Niccolai, e morto due giorni dopo l'arresto, in cella, a causa delle percosse subite. Girano voci uscì nel 2008: una donna è arrestata e violentata dalla polizia romana - siamo nel settembre del 1982 - perché sospettata (o colpevole?) di attività terroristica, mentre sullo sfondo corrono, in maniera asettica, le vicende del fermo di Licio Gelli, della morte di Grace Kelly e delle stragi di Sabra e Chatila. Inedito è il terzo racconto, Una pacifica manifestazione rovinata da un pugno di teppisti, dedicato alle azioni dei black blok a Roma nell'ottobre scorso. Le opere di Baruchello sono matite e collage su carta. Ritraggono mani di reclusi nei carceri del Lazio. Attorno alle foto di queste mani, la matita traccia il contorno di alcuni oggetti, di abiti, di frutti, di foglie, di insetti. A volte inquietano perché ricordano degli strumenti di passione: una tenaglia, un martello. Sono inoffensive, sono mani incarcerate. Come incarcerati e seviziati sono i personaggi di Balestrini: uomini e donne scelti per il loro ruolo politico e sociale di oppositori, anche violenti, guidati da coordinate ideologiche più o meno precise. La prosa, movimentata e rotta come lo sono gli atti di forza, il racconto si sovrappone alla notizia di cronaca, con la sua ripetitività, e alla voce di piazza e al referto medico. La scriptio continua ridonda e mette l'una dietro l'altra o l'una sull'altra le frasi; ma, nonostante si crei l'effetto di un tessuto scaglioso nel quale l'occhio e la lingua del lettore sembrano incespicare e incastrarsi, al fondo dell'esperimento compositivo è una forza comunicativa davvero straordinaria. «Lamiaèmusicadi ricercaJazzmaanchepopefolknonché lecanzonidiAznavour.Mipiacecommuovermi insieme alpubblicoquandocantopezzicome“Queserasera”» L'ARRIVO DELTEXONE, LOSPECIALECHEOGNI ESTATE PROPONEUN'AVVENTURA DITEX, AFFIDATA A DISEGNATORI D'ECCEZIONE,ÈCOME L'USCITADIUN BLOCKBUSTERAL CINEMA:NON SIPUÒ FAREA MENODI ANDARLO A VEDERE. Succede anche con La cavalcata del morto (Sergio Bonelli Editore, n. 27, pp. 240, euro 6,20) ed è davvero un «bel vedere». Perché Fabio Civitelli (1955) tira fuori il meglio, favorito dalle grandi tavole e da una stampa impeccabile che premia i certosini dettagli e il sapientissimo gioco di ombre e luci in cui il disegnatore eccelle. La storia, scritta dal bravissimo Mauro Boselli, attinge a una leggenda ricorrente in varie culture e letterature: quella del cavaliere fantasma e senza testa che fu narrato anche da Washington Irving in La leggenda della valle addormentata (1819), da cui Tim Burton ha tratto il film Il mistero di Sleepy Hollow. Nell'albo, El Hombre Muerto è Videla, un razziatore messicano al quale danno la caccia quattro rangers del Texas che lo uccidono, lo decapitano e ne legano il cadavere su un cavallo, lanciandolo al galoppo nel deserto. Anni dopo, il fantasma di Videla riappare, terrorizzando le popolazioni del luogo e tentando di uccidere i quattro che l'avevano dannato. Ovviamente, sulla sua strada di vendetta e terrore, si mettono Tex e i suoi pards che sveleranno il mistero, riportando le ipotesi fantasmatiche a più profane motivazioni terrene. I panorami corruschi e notturni sono resi da Civitelli con un nero assoluto che si sfrangia in corpuscoli di luce resi con un maniacale pointillisme (tecnica usata da un grande del fumetto e dell'illustrazione, Franco Caprioli). Tranne poche vignette in cui la luce e il bianco s'impongono, il resto è dominato da una fitta trama di ombre, tratteggi, campiture: un prezioso damasco di un artigiano che ha davvero della stoffa. ILCALZINODI BART RENATO PALLAVICINI «Panee coraggio», lospettacolo dellaGiovane Compagnia,appositamente costituitadalla Federazione Italiana Teatro Amatori, arrivaoggi aRoma, al Teatro Golden, in occasionedella premiazionedel festival di Agiscuola «Panee coraggio»,con la regia di DanieleFranci, èandato in scena inanteprimanello Spazio FactorydiReggio Emilia. Gli attori sono quellidi unacompagniacreata appositamenteper l'occasione,dopounaselezione effettuata a Romanelloscorsomese di febbraio. Dopouno stagedi diverse giornate hannoportato sulpalco il temadel «viaggio», intesosia come migrazione alla ricerca diuna vitamigliore, sia comericerca dello«straniero»che è in ciascunodinoi. In agostoreplica inBelgioal festiva l Les Estivades. ... «Un'artistachemisento moltovicinaèHelenMerrill lapiùeuropeafra lecantanti jazzamericane» U: 22 giovedì 21 giugno 2012
Il giorno più lungo dell'ex tesoriere: «Vivo un incubo» Ha tutto sotto controllo,Luigi Lusi, è solo l'ac-qua che gli manca.«Vorrei avere dell'ac-qua se possibile», diceal microfono dopo un minuto che ha cominciato l'intervento in aula. Continua a chiederne, per tutte le due ore e quaranta di seduta, i commessi che fanno su e giù per le scalette rosse dell'Aula. Una, due, cinque volte. «Mi prenderesti per cortesia dell'acqua?», chiede a un collaboratore mentre parla coi giornalisti davanti alla buvette, un minuto prima di andare via col suo avvocato, Luca Petrucci. Ha tutto sotto controllo, Lusi, per quanto si può avere il controllo in una giornata di quelle che ti cambiano la vita. Alle otto meno cinque è entrato nel taxi che l'aspettava fuori dalla sua villa di Genzano, alle otto e trentatré della sera è entrato a Rebibbia, in mezzo doLuigi Lusi chiude gli occhi, appoggia la testa allo schienale. Ha la lucidità di sfogliare i tabulati che hanno appena deciso il suo destino, poi sussurra: «Sto vivendo un incubo, chiedo rispetto». L'aula del Senato ha votato a favore dell'arresto dell'ex tesoriere della Margherita, accusato di appropriazione indebita e associazione a delinquere («accusa infamante - si è difeso lui - l'unica che preveda la prigione»): 155 sì, 13 no, un astenuto. Voto elettronico palese. Alla fine di un lungo balletto le 20 firme per la richiesta di voto segreto non si palesano. Troppo forte il pressing dei vertici Pdl, troppo pericoloso intestarsi «la difesa dell'ultracasta», come spiega amareggiato un senatore azzurro in preda ai dilemmi morali. Pd, Idv, Api, Lega, hanno votato sì. Il Pdl, al termine di una rovente riunione di gruppo, ha scelto una linea in grado di ricomporre la spaccatura tra garantisti e realisti: non partecipano al voto. Gasparri in aula sintetizza: «Non ci prestiamo a manovre interne, c'è chi approfitterebbe del voto segreto per votare no e urlare in pubblico il contrario». E ancora. «Le responsabilità di Lusi non oscurano quelle dei suoi ambienti politici». Già, perché l'ex tesoriere, dopo il memorandum inviato agli «illustri colleghi», gioca il tutto per tutto. Ascolta il relatore Follini chiedere la conferma del parere della Giunta, paragonando i 20 milioni di euro che il dirigente avrebbe sottratto a mille anni di stipendio di un operaio: «Non ci sono elementi sufficienti per impedire la piena valorizzazione del principio di eguaglianza». Via libera ai magistrati, nessuna guarentigia speciale. Follini invoca il voto alla luce del sole, e si appella a Lusi: «Si dimetta, eviti l'ordalia del voto». L'interessato è seduto nei banchi del misto, penultima fila, nessuno accanto, l'ex Pd Tedesco (che lo sostiene) alle spalle. Scandisce la sua autodifesa: «Mi assumo la responsabilità morale e politica, per quella penale chiedo un giusto processo senza inutili forzature per appagare l'antipolitica e chi alimenta i forconi della piazza». Chiede scusa, si dice «consapevole di un gesto di riparazione verso la società italiana in crisi finanziaria». Denuncia un «giudizio preventivo di assoluta condanna», l'essere capro espiatorio, oggetto di un provvedimento «discriminatorio e vessatorio». Soprattutto, il suo è un atto di accusa pesantissimo verso i vertici del suo ex partito, Rutelli e Bianco, chiamati in causa più volte, senza infingimenti: «Che un tesoriere possa decidere da solo di 214 milioni non è credibile né realizzabile». Ribadisce l'esistenza di un «patto fiduciario», la gestione di flussi finanziari «per comune assenso» da parte di quei big ora mutati in «controparte». AMICIE NEMICI Anche sulle modalità di voto è guerra, ventila un conflitto di interessi: «Io non parteciperò, e credo non debbano farlo alcuni che sono chiamati in causa». Meglio il voto segreto, «ma se ci sarà un'innovazione dal significato politico, invito chi è con me a non votare per non finire in liste di proscrizione». Addirittura: «Ho visto gran lavorio telefonico di Rutelli per far ritirare le firme dalla mozione sul voto segreto». Il leader dell'Api, poco distante, sceglie il silenzio. Si agita, telefona. La virulenza nelle parole dell'ex amico, ora acerrimo nemico, è spiazzante. Il Pdl la cavalca: Marcello Pera, nel dissociarsi dal suo gruppo, spiega il suo no proprio con «la chiamata in correo fatta da Lusi». Per l'Api è Bruno ad annunciare un sì «in scienza e coscienza». Emma Bonino, pur esprimendo «pena per un'aula trasformata in tribunale», idem. «Caro Luigi - affonda - non accetto disprezzo per il voto palese, noi voteremo a testa alta, di scelte impopolari siamo abituati a pagare il prezzo». Applausi dal Pdl, Schifani le dice «brava». Colpisce la solitudine dell'accusato. A differenza di Papa o Cosentino o Milanese o De Gregorio, nessuno gli si avvicina. Né prima né dopo il verdetto, strette di mano o pacche sulle spalle. La sua partita è in solitaria, ogni segnale comunica che è un corpo estraneo a quell'emiciclo. Votano per lui l'amico Villari e il repubblicano del Pennino. La dichiarazione del Pd è affidata a Zanda, durissimo: «Il garantismo è parola nobile ma può essere usato in modo strumentale. Abbiamo appreso con dolore degli usi privati di beni e delle vacanze dispendiose dello spavaldo Lusi. La sua responsabilità è tale che colpisce non si sia dimesso. La sua vicenda segna uno spartiacque. C'è un prima e un dopo». Il Pdl è inquieto: la riunione è stata furibonda. Quagliariello, spalleggiato da Alfano, ha minacciato le dimissioni se i loro firmavano per il voto segreto. Molti si sono ribellati di fronte al tradimento «lacerante» del garantismo, ma il segretario sapeva che avrebbe seppellito il «partito degli onesti». Alla fine, la spunta. Il compromesso è non votare: «Sono questioni interne al Pd, se la vedano loro e noi chiamiamoci fuori». Eccezioni: Pera, Dell'Utri, De Feo, Longo (risatine al suo lapsus sulle «liste di prescrizione»). Saro si allinea. Rutelli, scuro in volto, non vota. Bianco sì. «Incredibile», è l'ultimo commento di Lusi mentre cala il sipario. ILCOMMENTO PIETROSPATARO 155 favorevoli, 13 no e un astenuto, con voto palese: le 20 firme per chiedere quello segreto non sono uscite fuori Inascoltato l'appello di Follini: «Si dimetta, eviti l'ordalia dell'aula» SEGUEDALLAPRIMA Prima ha tentato di raccogliere le firme per ottenere il voto segreto ma le divisioni interne lo hanno impedito, poi ha deciso di abbandonare l'aula nella speranza che qualche incidente aprisse un caso politico nel centrosinistra. Non è accaduto. Luigi Lusi infatti è stato arrestato, per lui ieri sera si sono aperte le porte del carcere di Rebibbia. E ora risponderà ai magistrati di quel «numero indeterminato di delitti» che gli vengono attribuiti. Ma il centrodestra, anche in questa occasione, ha dimostrato il suo scarso senso delle istituzioni rafforzato, nelle stesse ore, dalla incredibile proposta di Silvio Berlusconi di far uscire l'Italia dall'euro. La vicenda dell'ex tesoriere della Margherita è una vicenda complessa che in questi mesi ha creato scontri politici e prodotto querele che hanno coinvolto diversi esponenti del partito che non c'è più, molti dei quali oggi sono esponenti del Pd. Lusi, pur ammettendo le proprie responsabilità nella sottrazione di soldi pubblici, ha tentato di difendersi accusando, alludendo e spesso minacciando, come ha fatto anche ieri subito dopo il voto in aula. Ma questo è solo lo sfondo della storia. Il punto infatti è un altro e su questo ieri il Senato era chiamato a decidere al di là di ogni legittima valutazione politica: nella richiesta di arresto del giudice c'era o no fumus persecutionis? Il Parlamento infatti non è un tribunale e non può né deve trasformarsi in collegio giudicante. Deve solo valutare se nell'attività del magistrato possano ravvisarsi elementi di persecuzione nei confronti del parlamentare. Il Senato ha deciso che non c'erano e che la richiesta era perfettamente fondata. Le accuse a carico di Lusi sono infatti talmente enormi e gravi, dettagliate e circostanziate, che sarebbe stato davvero scandaloso se si fosse difeso il senatore sulla base di un «privilegio politico» che troppi danni ha fatto all'Italia e che ha provocato, spesso, un vulnus nella Costituzione che infatti prevede che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Tutti, anche i parlamentari. Tutti, quindi anche Luigi Lusi. Che è accusato di associazione a delinquere e appropriazione indebita per aver sottratto soldi pubblici e averli dirottati per usi strettamente privati: più di 23 milioni di euro, tra ville, case, viaggi e decine e decine di bonifici a favore di una società a lui stesso riconducibile. Votando in modo palese, quindi alla luce del sole, il Senato ieri ha compiuto una scelta di grande trasparenza. E ha evitato, seguendo il rigoroso esame delle contestazioni giudiziarie ed esprimendo un giudizio esclusivamente fattuale, di offrire altri argomenti a chi ha fatto dell'antipolitica il proprio mestiere e a chi sostiene che alla fine sono tutti uguali tutti rubano alla stessa maniera. Insomma, ha compiuto un gesto in difesa della credibilità delle istituzioni in un periodo in cui è appannata in vaste zone del Paese. La corruzione è ancora oggi un fenomeno diffuso e consistente e la moralità pubblica sembra tornata ai drammatici livelli degli anni Novanta. Le inchieste che dalla Lombardia di Roberto Formigoni al «sistema Sesto» di Filippo Penati si allargano in altre piccole e grandi città, dimostrano che l'uso privato della cosa pubblica resta ancora un serio problema nazionale. E non è solo una questione morale: è soprattutto un freno al corretto funzionamento del Paese, ostacola la competizione economica, costituisce uno dei più grandi impedimenti all'afflusso di capitali e all'attivazione di investimenti. È stato calcolato che il giro d'affari della corruzione è di oltre 60 miliardi: una zavorra per l'Italia che cerca di rimettersi in moto. È sicuramente uno dei temi centrali della futura agenda della ricostruzione. Ieri, intanto, è arrivato un segnale importante contro la «legge dell'impunità». La stessa che in questi anni ha guidato il centrodestra e il suo Cavaliere danneggiando il Paese. SUSANNATURCO ROMA POLITICAE GIUSTIZIA FEDERICAFANTOZZI ROMA Il Senato vota sì all'arresto di Lusi Destra spaccata Una scelta chiara: la legge è uguale per tutti . . . Uscendo dall'aula il Pdl ha compiuto un gesto irresponsabile solo per fare piccoli giochi tattici «Seipmvorranno approfondire, iohomolte cosedadire»,annuncia. Poi lasciaPalazzoMadama evia intaxi:direzione GenzanoepoiRebibbia ILCASO 2 giovedì 21 giugno 2012
CI SI PUÒ CHIEDERE COSA ABBIA FATTO DI SPECIALE MICHAEL CONNELLY, UNO SCRITTORE DI COSÌ AMPIO SUCCESSO INTERNAZIONALE, DISTANZIANDO DI VARIE LUNGHEZZE TANTI COLLEGHI ILLUSTRI. FORSE, PER ARRIVARE A TALE RISPOSTA NON BASTEREBBE UNSAGGIOACCADEMICO.EPPURE,UNAPICCOLASPIEGAZIONE C'È E LA SI PUÒ RIASSUMERE IN UNA PAROLA:SEMPLICITÀ.Curioso che il tema di questa edizione del festival Letterature che, presso la Basilica di Massenzio, ha ospitato Michael Connelly sia proprio Semplice/Complesso. Le storie di Connelly raccontano giornate comuni con uno stile lineare, quasi giornalistico. Non a caso, Connelly ha svolto per lunghi anni la professione del reporter di cronaca nera. Ma la prosa dell'autore americano, per quanto asciutta, non scade mai nella sciatteria da bestseller. È difficile riscontrare nelle trame di Connelly scenari da serial killer brutali a la Thomas Harris o di criminali dalla genialità diabolica a la Jeffery Deaver (peraltro suo ottimo amico). Le storie di Connelly si ancorano più strettamente alla realtà del crimine comune, decisamente meno intrigante e pirotecnica, le cui radici nella società danno i frutti con cui ogni giorno dobbiamo fare i conti, soprattutto nel grande contesto urbano di Los Angeles in cui, pur avendo trasferito la sua residenza in Florida, Connelly torna regolarmente ad ambientare i suoi romanzi. Il respirodel drago (Piemme, pagg 355, euro 19,90), semmai, dà maggior spessore alla cruda quotidianità del male, contestualizzandola nella routine dell'asservimento fisico e culturale di commercianti e piccoli imprenditori cinesi al pugno di ferro delle triadi, una piovra che dalla Cina allunga i tentacoli su porzioni sempre più ampie delle società capitalistiche. A dare avvio a questo emozionante romanzo è l'omicidio di un negoziante cinese da parte di una triade cinese a cui versava il pizzo. La vicenda a un certo punto prenderà una piega inattesa, portando Bosch a Hong Kong, ma lasciamo la suspense al lettore. Quel negozietto e il titolare orientale mi hanno fatto venire in mente la rivolta di Los Angeles del 1992. È un caso che un paio di giorni fa Rodney King, l'afroamericano il cui brutale pestaggio a opera di un manipolo di poliziotti bianchi di Los Angeles scatenò i più pesanti disordini urbani della storia recente americana, sia stato trovato cadavere nella piscina della villa hollywoodiana che si era comprato con i soldi del risarcimento. Quei disordini Connelly se li ricorda bene. «Ero lì quando scoppiò il finimondo, di fronte alla stazione dei poliziotti che avevano pestato King brutalmente. La sentenza del processo a loro carico stava per essere emessa e c'era aria di condanna. Quando saltò fuori che gli imputati erano stati assolti, scoppiò l'inferno e io lo raccontai da giornalista. Avevo appena pubblicato il mio primo romanzo, passato in larga parte sotto silenzio, e solo nel 1994 mi sarei dedicato a tempo pieno alla narrativa. Fu una sensazione surreale. Le televisioni di mezzo mondo trasmettevano a ciclo continuo le immagini di una città in fiamme. In realtà, solo una sezione di Los Angeles venne messa a ferro e fuoco, ma fu sufficientemente inquietante. Mia moglie lavorava accanto al quartiere più turbolento e, come molti miei concittadini, passai momenti in cui non sapevo se stesse bene o meno. Davanti a quella stazione di polizia al momento del verdetto c'erano un paio di centinaia di neri e quattro o cinque bianchi, tutti giornalisti, tra cui io. A un certo punto, dopo i primi lanci di sassi e altri oggetti, mi venne incontro un uomo di colore e pensai davvero che volesse farmi del male. Invece, si limitò a dire, “Amico, seguimi. Se resti qui, farai una brutta fine”. Quell'uomo mi trascinò lontano da lì e ancor oggi non so come sarebbe finita senza di lui. Non sono mai riuscito a rintracciarlo per dirgli grazie». Dadove nasce l'interesse per ilmondoorientale? «Non è stata un'idea consapevole. Semplicemente, dopo aver scritto tanti romanzi con Harry Bosch, un personaggio a cui di certo non risparmio critiche, ho la convinzione di poterne mettere ancor più in risalto pregi e difetti e di potergli far visitare qualche posto nuovo, come Messico, Las Vegas e Hong Kong. Non sono un esperto di questa città, ma quando ebbi l'occasione di andarci, sette anni fa, pensai che fosse un luogo interessantissimo e che avrei potuto mandarvi Bosch in trasferta. Insomma, questa scelta non c'entra assolutamente nulla con l'intenzione di parlare del nuovo imperialismo cinese, che sembra l'argomento del giorno». Lasemplicitàdellasuaprosanascedallasuaesperienzadi giornalista? «In effetti il mio stile narrativo è figlio del giornalismo, in cui non c'è spazio per infiorettature e abbellimenti. Hai a disposizione un certo numero di battute e devi adeguarti. Meno è meglio è, questo è il mio slogan. Insomma, andare alla sostanza. Inoltre, credo che sia il modo più efficace per tenere desta l'attenzione del lettore, specialmente nei dialoghi». LatensionetraBoscheilpoliziottodioriginecinese che gli viene affiancato è un fatto usuale nel mondonellapolizia? «È tutta questione di fiducia. Per un poliziotto è essenziale. Volevo esplorare il pregiudizio latente che i reduci dalla guerra del Vietnam mantengono nei confronti di tutti gli orientali. È forse uno stereotipo, ma è anche la realtà. Per quella gente, un orientale è una sorta di Vietcong. Ovviamente Bosch cambierà idea, ma questo sarà il lettore a scoprirlo». Dunquec'è undiffuso sentimentoantiorientale? «Sono tanti gli esercizi commerciali in mano a orientali nei quartieri a maggioranza nera. I neri finiscono per avercela con gli asiatici, rei di averli usurpati e di essersi messi a vendere merci a prezzi gonfiati. Il razzismo non risparmia nessun gruppo etnico. Durante la rivolta di Los Angeles, un negoziante coreano ammazzò una quattordicenne nera mentre cercava di rubare un cartone di succo d'arancia. D'altro canto, in alcuni quartieri dove scoppiarono i disordini, a saccheggiare e a seminare distruzione non furono i neri, bensì i latinoamericani e i bianchi. In quelle condizioni, ognuno aveva la scusa per fare qualunque cosa gli passasse per la mente». MichaelConnelly (Filadelfia, 1956) , indiscusso maestro internazionale del thriller, hascritto ventunobestseller (il suo 21˚ thriller è «Il respiro deldrago»,Piemme) con piùdi 50milionidi copievendute in tutto ilmondo. Lo scrittoreè statoospitedelFestival Letteraturedi Roma, doveha lettoun testo realizzatoper l'occasione eha resoomaggio aRodneyKing e ai neri d'America.Stasera,ultimaserata diquestaXI edizionediLetterature, dedicataal binomio «Semplice~ Complesso»,vedrà la presenza (dalle21 aMassenzio) di AscanioCelestini, Jeet Thayile MassimoGramellini che leggeranno i loro testi inediti sul temadelFestival. Le letture sarannoaccompagnatedallamusica livedi RusticaXBand. Introduce la serataun omaggio a ItaloCalvino: «Eremitaa Parigi» (interprete musicaleLagash, visual TamaraFerioli). CULTURE MichaelConnellyai ForidiRoma FOTO BLACKARCHIVES «Massenzio»chiudestasera conCelestinieThayl LELLACOSTA,PIERALDOROVATTI,IGIURISTI PAOLO CENDON E DANIELE PICCIONE, DONMARIOVATTA sono solo alcuni degli «esperti» chiamati oggi a confrontarsi con oltre trecento «matti» di tutta Italia, protagonisti della III edizione di Impazziresi può, un viaggio verso le guarigioni possibili. Lella Costa sarà una narratrice d'eccezione per gli «impazziti» di Trieste. Il suo sguardo attento si tradurrà in un dialogo incalzante intorno al «diritto a impazzire», proprio perché «guarire si può». L'attrice sarà quindi protagonista di una performance di narrazione del tutto originale con 300 «matti» (autodefiniti) di tutta Italia. Questo appuntamento arriva proprio nei giorni della ridiscussione della 180. . . . «Il respirodeldrago»è ambientatoaHongKong L'intreccioprendespuntodal contagiodellamafiaorientale IldetectiveBosch e il razzismo ParlaMichaelConnelly:«Stavoltaè alle prese con i pregiudizi anticinesi» Ilcelebrescrittoreamericano aRomaperparlaredelsuo ultimothriller fu testimone dellarivoltadiLosAngeles dopoilpestaggiodelnero RodneyKingmorto annegato inquestigiorni ROCK REYNOLDS rockreynolds@libero.it FESTIVALLETTERATURE Performance di Lella Costa a«Impazziresipuò» ... Laragionedelsuccesso delbestselleristaènellasua semplicità:«Hoimparato la lezionedacronistadinera» U: giovedì 21 giugno 2012 19
L'analisi Persone aperte all'altro Sui diritti brava Bindi LiviaTurco Deputata Pd ILDOCUMENTOELABORATODALCOMITATODI-RITTI PRESIEDUTO DA ROSY BINDI CONTIENE UN'ELABORAZIONEPREZIOSAed innovativa. Ciò che mi convince è innanzitutto l'impostazione del tema dei diritti connessa ad una visione antropologica della persona. Quella dell'individuo relazionale, della persona aperta all'altro che riconosce la sua dipendenza dall'altro e il suo bisogno dell'altro, in cui la libertà si realizza riconoscendo tale interdipendenza. Pertanto diritti e doveri, responsabilità verso se stessi e verso gli altri, eguaglianza di rispetto, presa in carico dell'altro diventano gli ingredienti fondamentali della cittadinanza. Questa visione relazionale della persona per me è la questione cruciale. Essa non solo si inserisce nel nostro dettato costituzionale e ne sviluppa in modo creativo articoli fondamentali come l'articolo 2, ma si pone in sintonia con elaborazioni moderne che provengono da diversi filoni culturali, primo fra tutte le donne, che nel pensiero della differenza sessuale trovano riferimento in personalità come Martha Nussbaum. Così come penso al recente bel libro di Claudia Mancina sulla famiglia, che in modo efficace evidenzia la centralità della famiglia nella società attuale in quanto luogo dell'intimità e della formazione della persona attraverso il riconoscimento del suo bisogno dell'altro. Penso anche ai filoni culturali che hanno concentrato la loro riflessione sulle forme possibili della convivenza e che hanno comunque la loro base nel pensiero e nella pratica della reciproca conoscenza e del reciproco riconoscimento. La costruzione di legami sociali e comunitari, il prendersi cura dell'altro come ingrediente della cittadinanza è fondamentale oggi perché questo nostro tempo è attraversato da solitudini e da relazioni umane fragili che indeboliscono i diritti. Non si costruisce democrazia, legalità e diritti nella società attuale se le persone non riscoprono il gusto della cooperazione tra di loro, della costruzione di relazioni umane significative. Da questa moderna concezione della persona scaturiscono delle priorità che nel documento sono ben evidenziate: prima fra tutte l'intreccio tra diritti sociali, civili e politici e la lotta intransigente contro ogni forma di diseguaglianza, per l'eguale rispetto e l'eguale dignità della persona. Come per altro indica la poco citata Convenzione europea dei diritti umani fondamentali. L'altro aspetto cruciale del documento è il modo con cui affronta il tema del pluralismo. Questione molto più impegnativa del passato. Perché in gioco sono visioni della vita e della persona. Perché la coscienza individuale è diventata più gelosa ed esigente delle proprie scelte. Questo punto è una forma di responsabilità, di crescita umana e non una regressione solipsistica. Dunque, regolare le differenze significa rispettare il «sacrario» della coscienza individuale e creare la condizione perché ciascun «sacrario» rispetti l'atro secondo la logica dell'eguale rispetto e dell'eguale dignità. Pertanto considero cruciale quanto scritto nel documento: «Ciò che va valorizzato della deliberazione politica democratica su temi eticamente sensibili, è il suo carattere di sintesi provvisoria e sempre perfettibile ... Solo la consapevolezza della provvisorietà e della perfettibilità della sintesi e del bilanciamento volta a volta raggiunti può rendere accettabile la decisione della maggioranza da parte di chi al momento non si ritrova nella soluzione prevalente». Infine, per quanto attiene la regolazione delle nuove famiglie, delle nuove convivenze comprese quelle omosessuali, il testo contiene una formulazione limpida che rispetta e sviluppa l'articolo 2 della Costituzione. Uno sforzo decisivo che farà compiere un enorme passo avanti nel nostro Paese nel momento in cui ci sarà una legge che riconosce diritti e doveri su un piano di parità a tutte le forme di convivenza famigliare compresa quella omosessuale. L'ha definita «un'aspirina» in una situazione che richiede ben altre riforme strutturali, «un paracetamolo finanziario che attenua il malessere ma non risolve certo i problemi di fondo». In ogni caso, ha detto il portavoce, perché i fondi possano andare sul mercato occorrerebbe che la Bce, prima, proclamasse una sorta di «stato d'emergenza». Che cosa sta succedendo? Il balletto delle posizioni che pare profilarsi aggiunge confusione a una situazione già molto compromessa e sotto continuo rischio di stallo. In questo disordine si possono inserire spinte demagogiche che indicano nell'euro la fonte di tutti i mali. Silvio Berlusconi, ieri, ha offerto una variante della sua già nota propensione a mettere in discussione la moneta unica sostenendo che non sarebbe «un'idea balzana» se fosse la Germania a ritirarsi dall'euro: scenario che sostiene - avrebbe addirittura discusso «con alcuni esponenti della finanza tedesca». Poi è tornato sulla versione “classica”: l'eventualità che gli siano gli altri stati a tornare alle monete nazionali «non è una bestemmia». Ma torniamo agli argomenti seri. Finora era stato il governo tedesco il più feroce oppositore della concessione di una licenza bancaria all'Efsf, il fondo che per qualche tempo accompagnerà il nuovo strumento, l'Esm, prima della sua entrata in funzione a luglio. Frau Merkel non aveva concesso alcuna disponibilità, in materia, neppure a Nicolas Sarkoy, che aveva sostenuto la riforma ai tempi della loro entente cordiale. Poi l'idea era stata sostanzialmente ripresa da Hollande e a Berlino non aveva, ovviamente, trovato accoglienza migliore. È in atto un cambiamento di linea? Fonti tedesche e brussellesi sostengono che a margine della riunione del G20 la cancelliera si sarebbe molto ammorbidita, almeno su questo specifico punto, e che ciò, anzi, avrebbe provocato una spaccatura nel suo governo. Sull'altro fronte, la durezza del giudizio di Altafaj ha destato una certa sorpresa, sia per la sua rudezza diplomatica sia perché finora la Commissione non aveva mostrato alcuna ostilità preconcetta nei confronti della proposta. La quale, peraltro, si inserisce bene in un contesto di iniziative con cui Bruxelles, abbandonata la passività ai diktat tedeschi di qualche tempo fa, tenderebbe a contrastare gli effetti della rigida austerità made in Germany. Il motivo di questi sommovimenti potrebbe risiedere in un aspetto che finora non è stato affatto chiarito: a quali condizioni dovrebbero sottoporsi gli Stati che approfittassero dell'effetto calmierante dei fondi con licenza bancaria? Anche su questo punto il portavoce di Rehn ha messo le mani avanti, sostenendo che Il ricorso all'Efsf implicherebbe comunque «la firma di un protocollo con la Commissione» su «riforme appropriate» cui lo stato beneficiario dovrebbe mettere mano in contropartita. È più che probabile che a Berlino la pensino esattamente nello stesso modo. Qualche osservatore particolarmente smaliziato potrebbe addirittura farsi venire il dubbio che l'ammorbidimento di Angela Merkel sull'uso dei fondi sia in realtà un trucco per far rientrare dalla finestra quei controlli esterni sui bilanci dei Paesi ad alto debito che rischiano di uscire dalla porta nelle incertezze che ormai avvolgono l'effettiva entrata in vigore del Fiscal compact. Altri commentatori, meglio disposti verso la cancelliera, avanzano invece l'ipotesi che lei sia spaventata dalla velocità con cui sono cresciuti nei giorni scorsi spread e rendimenti dei titoli di Spagna e Italia e che la consapevolezza della necessità assoluta di misure calmieranti anche nell'interesse della Germania la porterebbe a soprassedere, almeno in parte e temporaneamente, ai suoi princìpi. Chissà se le prossime ore aiuteranno a capire che cosa si sta muovendo davvero. La licenza bancaria ai fondi sarà certamente uno dei temi, forse il principale, sul tavolo dell'incontro a quattro (Monti, Hollande, Merkel e Rajoy) che si terrà a Roma domani e in ogni caso sarà oggetto del confronto al Consiglio europeo che, il 28 e 29 giugno, chiuderà i «dieci giorni decisivi per l'euro» di cui, forse un po' incautamente, ha parlato il nostro presidente del Consiglio. Certo è che l'eventuale riforma dei meccanismi dei fondi sarebbe molto di più di «un'aspirina». Essa inciderebbe non solo sul livello dei rendimenti dei titoli, portando sollievo ai Paesi nel mirino della speculazione, ma, soprattutto, avvierebbe quella riforma del modo di funzionare della Bce che ormai anche a Bruxelles si comincia a pensare che non sia più rinviabile. NELL'ULTIMO ANNO SONO DIMINUITE DEL10% LE IMMATRICOLAZIONI ALL'UNIVERSITÀ. UN RISULTATO CLAMOROSO, INASPETTATO E PREOCCUPANTE.DADIECIANNIquel dato era sempre in crescita e sembrava possibile recuperare lo storico ritardo della nostra dotazione di laureati, circa la metà rispetto all'Europa. Le famiglie e i giovani che non proseguono gli studi percepiscono nell'accesso alla conoscenza. Di questa emergenza nazionale si dovrebbe occupare il ministro dell'Università, se non avesse la testa altrove. Secondo il suo disegno di legge la priorità è nelle Olimpiadi degli studenti. Simpatica iniziativa che già oggi viene realizzata in autonomia dalle scuole e dal volontariato. Perché deve essere statalizzata? Non c'è alcun motivo pratico, c'è solo una reminiscenza da Littoriali, come dice lo storico Piero Bevilacqua. Altrettanto inutile è l'articolo che premia gli studenti migliori nell'accesso all'università per il semplice motivo che la norma esiste già, col decreto legislativo 21/2008, e anzi è stato proprio il ministro a chiedere al Parlamento di non applicarla con il decreto milleproroghe. Si propongono nuove leggi sul merito mentre si bloccano quelle esistenti. È più facile distrarre l'opinione pubblica con la chiacchiera sul primo della classe piuttosto che chiudere la falla sociale apertasi nell'accesso alla scuola e all'università. È il profumo della «divagazione». Non solo, con la scusa di una sacrosanta esigenza di rafforzare gli strumenti di orientamento nella scelta dell'università si stabilisce l'obbligo dei test d'ingresso generalizzati, senza però definire gli strumenti necessari per aiutare i giovani a compensare le eventuali lacune formative. Inutili o dannose, inoltre, sono le norme che premiano con i soldi il successo scolastico. Inutili, perché al meritevole figlio di papà non serve certo la paghetta di Stato. Si potrebbero risparmiare queste risorse e impegnarle a favore dei meritevoli con basso reddito. A tutti i meritevoli, sia ricchi sia poveri, si dovrebbero poi offrire scuole di specializzazione e attività di ricerca. E dannose, in senso culturale, perché le famiglie borghesi di una volta si dividevano in due categorie, una premiava con una mancia il figlio che aveva superato gli esami e l'altra lo esortava dicendo: «Bravo, hai fatto il tuo dovere, il premio del sapere è il sapere». La prima era l'Italietta provinciale e corporativa, la seconda ha creato quel che c'è di meglio nello spirito pubblico nazionale. La creatività dei nostri figli dipenderà dai contesti cognitivi, come insegna Mauro Ceruti su queste pagine. Sono rimasti solo i tecnocrati a credere nell'individuo isolato e mercificato. Da questa ossessione viene la proposta di incentivare col fisco il giovane assunto a tempo indeterminato. Sarebbe meglio incentivare le imprese ad aumentare i posti di lavoro. Inoltre riservando l'incentivo ai diplomati col massimo dei voti si attribuisce un valore fiscale al titolo di studio, in aggiunta al valore legale che il governo solo qualche mese fa voleva cancellare. L'università italiana è sfiancata dalle sedicenti riforme epocali dell'ultimo decennio. Sarebbe ora di affrontare i problemi reali. Ma il Paese reale è più consapevole dell'establishment. Anche nel mondo universitario c'è un fiorire di iniziative, di studenti che si mobilitano, di giovani che non si rassegnano all'esistente. Da questa linfa il centrosinistra nella prossima legislatura dovrà trarre la forza per la vera riforma dell'università. Paolo Soldini SEGUEDALLAPRIMA Walter Tocci Deputato Pd Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 20 giugno 2012 è stata di 94.525 copie Maramotti L'analisi Chi gioca sulla pelle dell'Europa Il commento Merito, il profumo della divagazione . . . Le iscrizioni all'università sono in calo . . . Questa è l'emergenza nazionale COMUNITÀ giovedì 21 giugno 2012 15
Si è conclusa bene, ma è stata una giornata di paura ieri a Tolosa, nel sud ovest della Francia. Nello stesso quartiere in cui tre mesi fa il jihadista Mohamed Merah si barricò per sfuggire all'arresto, dopo aver commesso sette omicidi, un giovane armato ha assaltato una banca e preso in ostaggio quattro persone, tra cui il direttore dell'agenzia. All'inizio si è pensato ad un'azione terroristica. Il giovane sequestratore, infatti, ha affermato non di agire per soldi, ma per motivi religiosi e di essere un aderente di Al Qaida. Ha anche chiesto l'intervento del Raid, la forza di reazione speciale della polizia francese, che fu protagonista della controversa irruzione a casa di Merah. Le forze dell'ordine che sono immediatamente intervenute circondando l'edificio, non hanno dato troppo credito a questa pista. Gli inquirenti hanno appurato come il giovane fosse noto ai servizi di polizia e a quelli psichiatrici. Sin dalla giovane età, infatti, ha subito ricoveri perché affetto da schizzofrenia. Lo ha confermato la sorella dell'assalitore giunta sul posto per aiutare la polizia nelle trattative: «È stato affidato ai servizi sociali da bambino - ha raccontato - ora è pieno di rabbia, e ha paura del mondo esterno». Dopo ore di trattativa e il rilascio di due ostaggi nel tardo pomeriggio vi è stato l'intervento delle forze speciali. Si sentono tre esplosioni, poco dopo escono gli altri due ostaggi. L'uomo è stato ferito e arrestato. «L'uomo che ha compiuto l'assalto è stato identificato», fa sapere il procuratore Michel Valet. «Ha detto di non aver agito per soldi ma per motivi religiosi», sottolinea il giudice. Da fonti vicine all'indagine, viene la conferma: l'uomo sarebbe «uno schizofrenico» che potrebbe aver «interrotto bruscamente il trattamento medico». Tira un sospiro di sollievo anche Francois Hollande, il presidente francese. In una nota diffusa dall'Eliseo si congratula con le forze dell'ordine. «Al termine dell'assalto delle forze dell'ordine - si legge nella nota - , mi congratulo che siano tutti liberi, sani e salvi, e che lo squilibrato sia stato fermato». Il presidente francese rende quindi omaggio all'«efficacia» e al «sangue freddo» degli agenti di polizia, in particolare le forze speciali del GIPN, che hanno agito con «professionalità». Addio a Sandro Viola, grande inviato nel mondo Al giallo del voto si unisce quello sulla fine dell'«ultimo faraone». Prima l'annuncio dell'agenzia ufficiale egiziana Mena: «L'ex presidente Hosni Mubarak è clinicamente morto». Poi due fonti vicine all'ex rais riportate dalle agenzie Reuters e Ap e dalla tv araba Al Jazira: «Il presidente è peggiorato, le sue condizioni sono pessime: dopo l'infarto è in respirazione artificiale ma è ancora presto per dire che è clinicamente morto». Uno degli avvocati di Mubarak ha poi detto all'Ansa che «l'ex presidente è ancora in vita, ma è in coma». Analoga dichiarazione ha fatto alla Cnnun generale del Consiglio delle Forze Armate. Dunque anche l'agonia dell'uomo che ha segnato il destino dell'Egitto negli ultimi 30 anni diventa un giallo. L'unica cosa certa è che Mubarak è stato trasferito d'urgenza dal carcere nell'ospedale militare di Maadi dopo un infarto sotto folta scorta militare. E davanti all' ospedale nella notte si sono riuniti sostenitori e oppositori del deposto presidente. La direzione del carcere di Tora ha vietato ai figli di Hosni Mubarak, Alaa and Gamal, di accompagnare il padre in ospedale. Lo riferisce il sito di Al-Ahram citando una fonte della sicurezza che chiede l'anonimato. I due figli dell'ex raìs sono stati trasferiti dall' ospedale del carcere di Tora in una cella dopo che Hosni Mubarak è stato trasferito in quanto «non c'erano più motivi che restassero in ospedale». Gamal, il figlio minore e un tempo delfino di Mubarak, era furioso per il peggioramento delle condizioni di salute del padre. «Avevo già avvisato del deteriorarsi della sua salute se rimaneva nel carcere di Tora. Ed era ancora più infuriato quando è stato trasferito in cella», ha proseguito la fonte. Alaa e Gamal sono attualmente detenuti con l'accusa di aggiotaggio. Invece la moglie di Mubarak, Suzanne Sabet, è arrivata all'ospedale militare in compagnia di un consuocero. Quando il deposto morirà avrà diritto a un funerale in forma privata e familiare, con la partecipazione dei suoi due figli Lo riferisce una fonte ufficiale ribadendo di non avere alcuna notizia circa la morte di Mubarak, ma sostenendo che comunque gli sarà negato un funerale di Stato. ILNUOVO PRESIDENTE L'altro «giallo» riguarda il nuovo presidente dell'Egitto, il primo nell'era post-Mubarak. Sul fronte delle elezioni presidenziali la notizia è che la Commissione elettorale ha convocato ieri pomeriggio i due contendenti, il candidato dei Fratelli musulmani Mohamed Morsi e l'ultimo premier sotto Mubarak, Ahmad Shafiq, per ascoltarli sui ricorsi presentati. Dalla commissione si fa sapere che i due candidati, che da giorni affermano di avere la vittoria in tasca, possono affidare l'arringa al loro team legale, ma qualora la commissione non esaurisse l'esame dei ricorsi in giornata, potrebbe slittare l'annuncio dei risultato, atteso con crescente ansia, per oggi. Dopo manifestazioni che hanno coinvolto migliaia di persone in tutto l'Egitto contro il «golpe militare» e lo scioglimento del Parlamento, la situazione è calma nelle piazze. Si respira un'aria di grande attesa e al momento lo stato di salute di Mubarak, dato per critico dalle fonti della sicurezza, non sembra provocare reazioni né fra gli oppositori nè fra i sostenitori dell'ottantaquattrenne ex presidente egiziano. Una sintesi della tensione crescente davanti alla frammentarietà e contraddittorietà di notizie la dà alAhramche a tutta pagina titolava ieri: «Informazioni contraddittorie sulla morte di Mubarak vittima di ictus. Le più pericolose 48 ore della storia d'Egitto». Tra i manifestanti di piazza Tahrir si è consolidata l'idea che le notizie sulla «morte clinica», precedute dal susseguirsi di informazioni diffuse sull'aggravamento delle condizioni di salute dell' ex presidente sono tutte «parte delle manovre dei servizi segreti per confondere la gente e continuare a manipolarne la volontà». Lo sostiene Mohamed, appartenente ad uno dei movimenti che hanno partecipato alla rivoluzione del 25 gennaio 2011. «A noi poco importa quello che succede al vecchio rais continua - ora ci preoccupiamo di quello che stanno preparando i militari». DIARIODA RIO+20 Il mondo del giornalismo perde un'altra delle sue penne più raffinate: Sandro Viola si è spento all'età di 81 anni dopo una lunga malattia. Editorialista di Repubblica ed esperto di politica estera, seguì e commentò i grandi fatti del nostro tempo, dalla Guerra dei Sei giorni al sequestro Moro. Nato a Taranto il 2 giugno del 1931, aveva lavorato anche per La Stampa, prima di trasferirsi al quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. A lui fu affidata, tra le altre, la copertura del sequestro Moro. Passò poi alla politica internazionale, di cui è stato per anni uno dei più approfonditi interpreti di Repubblica. Come inviato speciale seguì per anni le vicende della Russia e del Medio Oriente. «Con Sandro Viola - fa notare Walter Veltroni - se ne va uno degli osservatori più acuti delle vicende internazionali, un giornalista colto e attento, pieno di curiosità e attenzione. Leggere i suoi articoli era sempre un gran piacere, con la sua prosa elegante e asciutta, le sue osservazioni stimolanti le analisi lucide e penetranti. Era per tantissimi uno sguardo sul mondo importante e illuminante». L'ultimo articolo scritto per Repubblicada Sandro Viola è datato 5 marzo 2012, all'indomani della rielezione di Putin 2 alla presidenza della Russia: «Giorni fa - si legge nel servizio - ero a Montreux, in Svizzera, nel vecchio, mitico e ancora molto costoso Hotel Palace. C'erano quasi soltanto russi...». Tolosa, assalto alla banca Ma era un falso jihadista Mubarak, un giallo che fa paura L'ex presidente egiziano Hosni Mubarak lo scorso settembre durante il processo a suo carico FOTO AP Ancora mistero sulle condizioni di salute dell'ex raìs: «È in coma, anzi no» I manifestanti di Piazza Tahrir: «Notizie usate per manipolare il voto» Timori per le prossime mosse dei militari UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it VIRGINIALORI esteri@unita.it . . . L'ex presidente trasferito nell'ospedale di Maadi, dove si fronteggiano sostenitori e oppositori Benvenuti a Rio meno 20. Al vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile vincono la burocrazia e la governance che ha prodotto la crisi. A perderci sono l'umanità e la democrazia, ostaggi degli interessi di banche e multinazionali. Il documento scaturito da quello che è ormai un circo itinerante non contiene assolutamente nulla di concreto per affrontare la realtà del disastro ecologico e della crisi sociale ed economica. Una visione economicista pregna un documento vago e privo di qualsiasi ambizione. L'assenza dei capi di Stato dei principali Paesi responsabili della degradazione planetaria e delle politiche finanziarie che hanno collassato l'umanità, rende impossibile pensare di ottenere cambiamenti e impegni concreti nella due giornate finali del vertice. La green economy che emerge dal testo è indefinita e si affida al mercato, rivendicando libertà di azione e nessuna regola. Con buona pace di chi ha colpevolmente affidato le proprie speranze alle inesistenti virtù di quello che è ad oggi un palese tentativo di finanziarizzazione della crisi ecologica. Il documento elogia addirittura il ruolo positivo dei grandi organismi finanziari nel raggiungimento dello sviluppo sostenibile. Come dire che la centrale Enel a carbone di Porto Tolle è green economy e fa bene alla salute. Molte delegazioni governative affermano che non si poteva fare di più. Ma perché non si poteva fare di più? Chi e cosa impedisce di prendere le decisioni di cui abbiamo bisogno per il nostro futuro? È questo il grande tema che interroga l'etica e la politica, più che la tecnica e la scienza. Il forum dei popoli oggi ha indetto la grande manifestazione per la Terra. «La speranza è nelle strade e nelle piazze che si riempiono di nuove soggettività impegnate a difendere ed affermare diritti, beni comuni, economie sostenibili, lavoro e democrazia. Le strade e le piazze sono gli unici luoghi rimasti pubblici dove si può fare politica. Dentro i palazzi della burocrazia non c'è più niente che possa aiutarci», il commento del sociologo portoghese Boaventura De Sousa. La sfida è quella di costruire nuovi paradigmi e modelli in grado di farci superare le crisi. L'ipocrisia della «green economy» GIUSEPPE DE MARZO www.asud.net MONDO 14 giovedì 21 giugno 2012
Lo stop è di 24 ore, dalle 21 di oggi, e riguarda tutti i settori e in tutto il Paese, esclusa l'Emilia Romagna Possibili disagi per chi si muove con i mezzi pubblici Garantite le fasce per i pendolari MASSIMOFRANCHI ROMA INBREVE EURO/DOLLARO 1,2692 ENEL ConsigliodiStato: sìaPortoTolle Si sblocca il progetto di riconversionedellacentrale Eneldi PortoTolle. IlConsigliodi Statoha ridatoalgruppo lapossibilità di riavviare l'iter, riconoscendodi fatto la validitàdella legge regionaledel luglio2011con cui il governatoredel Veneto,Luca Zaia, hamodificato lenormedel Parco delDelta del Po.A questopunto il Ministerodell'Ambientepotrà riavviare il procedimentodiVIA (Valutazione impatto ambientale). BANCHE Mussari confermato presidentedell'Abi GiuseppeMussarinon incontra ostacoli al comitatoesecutivo che lodesignanuovamente alla presidenzadell'Abiquale candidatounico eall'unanimità, superando la “mina”dell'inchiesta suMpsper l'acquisizione di Antonvenetadovenon èperaltro indagato.Dopo circaun'oradi riunione il coordinatore del comitatodei saggiAlessandroAzzi (numerouno delleBcc)annuncia ai cronistidella decisione dell'esecutivochene riconosce «il lavorosvolto negliultimidue anni». INDUSTRIA Fim,Fiom,Uilm insiemeaVarese Manifestazioneunitaria, ieri davantiallaPrefettura diVarese, deimetalmeccaniciFiom, Fime Uilmper chiedere tavolidi confrontoperdefinirepiani nazionalidi interventonel settore deglielettrodomestici, particolarmentesegnato dacrisi e delocalizzazioni;di modificare il pianodiFinmeccanica perché contrari allavenditadelle attività civili e alla riorganizzazione dell'elettronicadelladifesa, delpiù grandegruppo industriale pubblicodelPaese. Domani arriva il secondo sciopero generale contro il governo Monti. E a farlo è ancora una volta l'Usb, bissando quello del 27 gennaio. Il sindacalismo di base (assieme all'Usb scioperano anche Cub, Cib-Unicobas, Snater, Usi e SI-Cobas) torna in piazza. Nel mirino c'è prima di tutto la riforma del lavoro che proprio in questi giorni sta subendo una fortissima accelerazione. «Lo sciopero - si legge nel documento della segreteria Usb - è indetto contro l'attacco alle condizioni e al diritto del lavoro, contro l'aumento della precarietà e contro lo smantellamento dell'articolo 18; contro l'aumento delle tasse, contro l'Imu e l'aumento dell'Iva; contro l'attacco alla pensione, al diritto alla salute e alla sicurezza sui posti di lavoro; contro conclude il documento - le politiche economiche e sociali del governo Monti e il ricatto del debito operato dalle banche e dall'Unione Europea». PUBBLICI EPRIVATI Lo sciopero generale di 24 ore è indetto per tutti i lavoratori del settore pubblico e delle aziende private. Sono previste forti ripercussioni nel settore dei trasporti (dove l'Usb è molto radicata) quindi metro e bus, specie nelle grandi città. Meno nelle ferrovie anche per la sospensione dello sciopero da parte del sindacato Orsa. Il sindacato dei macchinisti ha deciso di bloccare la protesta per il timore di procedimenti disciplinare nei confronti dei macchinisti perché la commissione di garanzia ha specificato che lo sciopero, seppur escludendo l'Emilia-Romagna, doveva garantire anche i treni a lunga percorrenza che transitano per quella regione, con la forte opposizione di molti macchinisti. Lo sciopero però è stato confermato dall'Usb e si svolgerà dalle 21 di oggi alle 21 di domani. Per l'Usb attacca poi frontalmente il Parlamento «che accetta di venire esautorato dalle sue funzioni, ratificando come un passacarte i provvedimenti del governo» e Cgil Cisl e Uil «che scelgono di non disturbare un manovratore che sta facendo carne di porco dei diritti e dei salari dei lavoratori». La protesta punta «a mandare a questo governo di banchieri, a queste forze politiche inette e a questi sindacati complici, un messaggio forte e chiaro, in difesa dell'articolo 18, contro queste politiche economiche e sociali». Due le manifestazioni previste, una a Roma e una a Milano. A Roma l'appuntamento è alle 9 in piazza della Repubblica. A Milano concentramento in largo Cairoli, ore 9.30. FIOM MOBILITATA SURIFORMA Contro l'accelerazione della riforma del lavoro si era già schierata la Cgil, che lunedì aveva deciso la mobilitazione territoriale. Ieri invece la segreteria nazionale della Fiom-Cgil, «confermando il giudizio negativo sul disegno di legge lavoro e sui provvedimenti del governo in materia di pensioni», ha invitato «le strutture a mettere in campo iniziative di mobilitazione, anche con sciopero, a livello aziendale e/o territoriale, per la giornata in cui sarà previsto il voto alla Camera. Ciò sia nel caso di ricorso da parte del governo al voto di fiducia, sia nel caso di votazione per via ordinaria. Una risposta diffusa da un punto di vista territoriale - spiega la Fiom - che costituisce elemento importante della lotta, che consideriamo a tutti gli effetti aperta, contro l'attacco ai diritti del lavoro e per la salvaguardia della funzione della contrattazione collettiva e della democrazia nei luoghi di lavoro». ECONOMIA Vicini al traguardo. Dopo il via libera dato ieri dall'Antitrust alla fusione tra Fonsai ed Unipol, la così detta “grande Unipol”, l'operazione sembra ormai vicina alla chiusura. Anche se l'Autorità garante della Concorrenza e del Mercato, nella riunione di martedì, ha comunque posto dei paletti. L'integrazione tra i due gruppi può infatti essere autorizzata a fronte di stringenti misure in grado di sciogliere i legami di Fonsai con Mediobanca. Il gruppo della galassia Ligresti detiene un pacchetto di azioni dell'ex banca di Enrico Cuccia, banca che a sua volta controlla Generali, principale concorrente sui mercati interessati dall'operazione. Inoltre l'Antitrust chiede di ridurre, attraverso la cessione di asset, la posizione dominante altrimenti acquisita nei mercati danni (in particolare per le polizze Rc Auto) a livello nazionale e, per quanto riguarda la distribuzione delle polizze, in 93 province. In particolare, per quanto riguarda la quota di mercato nei rami vita e danni, l'Antitrust specifica che il nuovo soggetto risultante dalla fusione dovrà rimanere sotto la soglia del 30%: «Il gruppo risultante dall'operazione dovrà ridurre, per effetto di tali cessioni (corrispondenti ad un rilevante e definito ammontare di premi), le proprie quote di mercato sotto il 30% a livello nazionale e provinciale (o garantire la cessione dell'intera quota acquisita per effetto di tale operazione se la quota del 30% fosse già detenuta prima della concentrazione) in ciascun ramo danni e vita, sulla base dei dati fonte Isvap. Le cessioni dovranno essere effettuate in una tempistica circoscritta in un breve arco temporale e con il ricorso ad un advisor indipendente, di primario standing internazionale, gradito all'Autorità, cui dovrà essere conferito apposito mandato. Prima della stipulazione dei contratti di cessione, l'advisor sottoporrà un ultimo rapporto dettagliato all'autorità, al fine di ottenerne una valutazione definitiva». DISPOSIZIONI Infine l'Antitrust ha disposto che Mediobanca dovrà cedere tutte le eventuali partecipazioni azionarie che dovesse acquisire in Unipol o in Fonsai o nel gruppo risultante dalla fusione. Non potrà accettare qualsiasi offerta di rimborso anticipato o cessione di quote dei contratti di finanziamento nella misura individuata da Unipol e dovrà astenersi da chiedere alle società coinvolte informazioni di natura strategico commerciali che non siano strettamente necessarie a tutelare il proprio credito. Mediobanca non potrà esercitare la facoltà di conversione dei prestiti in titoli equity, partecipare alla governance della nascente “grande Unipol”, neanche concorrendo alla nomina di un rappresentante in consiglio, o acquistare quote in Finsoe, Unipol o altre società del gruppo bolognese. Unipol e Fonsai, a loro volta, dovranno cedere l'intera partecipazione di Fondiaria Sai in Assicurazioni Generali a soggetti che non siano in alcun modo controllati o collegati con Unipol, Premafin, Fonsai, Milano Assicurazioni, Unicredit e Mediobanca, o aderenti a patti parasociali relativi alla gestione di Mediobanca. Fino alla cessione, Unipol e Fonsai si asterranno dall'esercizio di qualunque diritto amministrativo, compresi i diritti di voto, relativi a tale partecipazione. Il parere dell'Isvap del 15 giugno, riportato nel provvedimento Antitrust, sottolineava di aver «rilevato profili di criticità sotto il profilo concorrenziale» dell'operazione Fonsai. Criticità che comunque è possibile superare attraverso le mosse dettate ieri dal parere dell'Antitrust. Fonsai-Unipol: dall'Antitrust via libera condizionato MARCOTEDESCHI MILANO Usb, sciopero domani Trasporti a rischio Una fermata di bus ANSA/FABIO CAMPANA Solo da fisso a fisso, e cellulari interdetti. I telefoni della Pubblica amministrazione saranno abilitati «esclusivamente alle chiamate urbane, ferma restando l'assegnazione al personale dirigenziale delle utenze abilitate alle chiamate nazionali e verso direttrici mobili, nonché alle chiamate all'estero per i soli direttori degli uffici e per i dirigenti competenti per le attività internazionali». Lo prevede una circolare della Funzione pubblica, nell'ambito dell'operazione di spending review del governo, diffusa in una nota del ministro Filippo Patroni Griffi. Non solo mega-tagli, dunque: il governo punta a contenere i mille rivoli della spesa pubblica anche a partire da spese apparentemente meno rilevanti. «A ciascun dirigente - prosegue il comunicato - sarà affidata la responsabilità per le spese derivanti dall'utilizzo delle linee assegnate, verificando ed assicurando un corretto utilizzo anche di quelle utenze specificatamente autorizzate». Il provvedimento, si legge nella nota, «è in linea con la Direttiva generale» del ministro Patroni Griffi ed è «ispirata ai principi del contenimento e della razionalizzazione della spesa per l'anno 2012, il Dipartimento della Funzione Pubblica ha provveduto ad emanare una circolare con l'intento di ridurre i costi legati alla telefonia da parte del personale del Dipartimento». Il ministro dichiara che «dobbiamo sempre più tagliare le spese inutili, quelle superflue, quelle evitabili. A cominciare da quelle che appaiono piccole. La spending review è anche questo: una rivoluzione del buonsenso». Uffici pubblici, telefonate solo da fisso a fisso +2,13% 13.732 FTSE MIB +1,88% 14.697 All Share FININVEST Ricavi per 5,8 mld manoaldividendo Fininvest chiude il 2011 conoltre 5,8miliardi di ricavi macome l'annoscorso rinuncia alla distribuzionediun dividendo. lo hastabilito l'assemblea degli azionistipresiedutada Marina Berlusconi.L'utilenetto consolidatodelgruppodella famigliaBerlusconi è ammontato a7,5milionicontro i 160,1del 2010.Significativocomunque l'ammontaredegli investimenti chehannosfiorato i2 miliardi. giovedì 21 giugno 2012 11
Il pullman è pronto, il nostro in-tervento all'Assemblea dei circo-li del Pd prevista per sabato a Ro-ma anche». Rosa Castrilli, 36 an-ni, assicuratrice, è una tosta, cre-sciuta a pane e politica. «A casa mia da quando sono nata è sempre entrato un solo giornale, l'Unità e così per me è stato naturale fare politica, prima nei Ds oggi nel Pd». È la coordinatrice dei 104 circoli della provincia di Caserta, 5300 tessere, 200 in più dello scorso anno, una fatica immensa quel cercare di penetrare un territorio «complesso e complicato», giorno dopo giorno per cercare di spiegare e dimostrare che no, «non siamo tutti uguali». Rosa mentre parla a raffica dice che la forza nasce da una consapevolezza: «Siamo noi quelli che hanno la responsabilità di far avvicinare le persone alla politica e al nostro partito». Noi, cioè i coordinatori e i segretari di circolo, quelli che il territorio lo conoscono come le proprie tasche e sanno sempre quale è l'umore. A Caserta, come in tutto il Sud, l'emergenza è il lavoro, «la crisi industriale che miete vittime ogni mese», è «quella prospettiva di futuro che la gente chiede e a cui anche la politica è chiamata a dare risposte». Rosa racconta che sabato a Roma il partito ha una grande opportunità, quella «di riannodare i rapporti con i dirigenti locali che sul territorio fanno un lavoro immenso e che non sempre viene colto fino in fondo. È vero - aggiunge - che nell'ultimo anno qualcosa è cambiato, anche a Roma si rendono conto del ruolo fondamentale che possiamo svolgere per far crescere il partito, creare consenso, riappassionare alla politica». Ma il percorso è ancora tutto in salita. Ecco il punto dolente: la passione della militanza. «Si fa una grande fatica perché le persone tendono a non distinguere, a dire che siamo tutti uguali, e allora gli devi parlare del tuo lavoro quotidiano, di quello che il partito fa a Roma e di quello che noi facciamo nelle nostre città, nei nostri quartieri». Il nemico resta la lontananza tra gli elettori e la politica, «la faglia» di cui ha parlato anche il segretario Pier Luigi Bersani. IPUNTI DOLENTI Di punti dolenti, in realtà, spiega la giovane coordinatrice, ce ne sono anche altri «e li porteremo all'Assemblea in maniera unitaria». Quali sono? «C'è un bisogno urgente di risorse perché attività politica vuol dire iniziative, manifesti, partecipazione e noi con le nostre sole forze non ce la facciamo. In questo momento di crisi diventa complicato chiedere anche dieci euro al mese agli iscritti al circolo, i finanziamenti che lo Stato destina a livello centrale ai partiti devono arrivare anche ai territori e invece alla base non arriva nulla». Finanziamenti e segnali. «Abbiamo bisogno di segnali forti anche su altri fronti: la legge elettorale e le primarie che diventano fondamentali per la militanza. Riavvicinare alla politica è possibile - dice la coordinatrice Pd - anche attraverso momenti di partecipazione larga. Quindi, prima di tutto va cambiata la legge elettorale, i nostri iscritti e i simpatizzanti, chiedono di poter scegliere i propri rappresentanti, e poi c'è bisogno di rimettere mano alle regole delle primarie che devono essere uno strumento per il Pd non contro il Pd. Bisognerebbe riflettere anche su un doppio turno, sul modello americano». A Caserta, come a Cagliari, al Sud come al Nord, il lavoro dei dirigenti locali è quello di tessitura, di riannodamento di quel filo che sembra sempre sul punto di lacerasi e poi spezzarsi tra la politica e la società civile. Che poi cos'è la società civile? È fatta di gente normale, quella che la mattina esce e va a lavoro se ce l'ha e quella che un lavoro lo cerca e non lo trova, o vive nella condizione di precariato perenne, a 30 come a 50 anni. «Stiamo facendo un grande lavoro per creare una rete - spiega Rosa -, per mettere in moto iniziative, andiamo nei luoghi di lavoro e in quelli di protesta, scendendo al fianco di chi, in alcuni paesi del casertano, lotta contro la criminalità mettendo a repentaglio la propria sicurezza. Stiamo al fianco di lotta per il lavoro, ad ogni manifestazione. Il messaggio che cerchiamo di trasmettere è che il partito democratico c'è ed è al fianco di chi il lavoro lo sta perdendo, di chi lo difende con i denti per non perderlo. Cerchiamo di coinvolgere tutti i circoli per promuovere un altro settore molto forte qui a Caserta, l'agricoltura. Ogni categoria va ascoltata e va fatto tesoro di quanto le persone ci raccontano. La vittoria alle elezioni politiche si costruisce anche così, dando la certezza di esserci sempre». L'APPUNTAMENTO PAROLE POVERE ANDREACARUGATI ROMA Prosegue lo scontro nell'Idv tra capogruppo e presidente. «Non possiamo definire lottizzati Colombo e Tobagi» L'ex pm: «Bersani candidato premier ideale, ma deve darmi delle risposte» In6miladatutta Italia alconfronto dellaFiera Si svolgeràsabato 23giugno nel padiglione 14della NuovaFiera di Roma,apartiredalle 10, l'assemblea nazionaledei segretari di circolodel Pd.«Sappiamo che il cammino checi attendedipenderà per larga parte dalvostro impegno perchéè a partiredai territori che lapolitica e la societàpossonoe devono darsi la manoper ottenere l'aperturadi una nuovafasee archiviare ilpopulismo», hascrittoPierLuigi Bersani nella letteradi convocazione inviataai 6.123segretaridi tutta Italia, che rappresentanopoco menodi 610.000iscritti. Tutti chiamatia un'assembleache «sarà l'occasione continuaBersaninella missiva - per per lanciare tutti insieme lanostra sfidaper il cambiamentodelPaese». Etàmedia 44anni, piùdi 2.000 segretaridi circolo delPdhanno menodi30 anni. Il42% è laureato.Ed ècon lorocheè stato giàavviato un forumdidiscussione sul rapporto democrazia-partiti. Su la testa! TONIJOP Le parole precise sono state: «Le manca molto Silvio Berlusconi?». Insinuante, le ha pronunciate la signora Mara Carfagna l'altra sera nel salotto televisivo di Giovanni Floris, giusto per saggiare la tenuta di Maurizio Crozza. Il comico, ci sembra, ha vacillato. Non le ha risposto rapido: mai come a lei, madame, io non sono diventato ministro in virtù della sua riconoscenza. E in quegli attimi di sospensione che per desiderio di molti avrebbero dovuto preludere a un elegante ma definitivo colpo di spada, il senso del messaggio si è espanso a dismisura, come un'eco insaziabile. Positivamente: perché in quell'estasi da surplace il quadro ci è apparso nitido e impietoso come mai forse prima. La sarcastica resistenza al dissolvimento messa in campo dalla Carfagna ci ha mostrato l'arroganza surreale della scena che ancora domina i nostri giorni. Siamo ancora qui, in difesa, a fare i conti con chi ha distrutto la scuola, i bilanci del paese, ha negato la crisi, ha speso le sue forze per difendere un uomo dalla giustizia, stravolgendo la Costituzione. Ha trasformato l'azione di governo in un boudoir tristemente costoso, ha dato legittimità all'azione secessionista della Lega, ha negato democrazia ai meccanismi di formazione delle liste elettorali. Stiamo ancora qui, a difenderci dall'accusa grillina di essere uguali agli altri, di avere fatto – dicono – «schifo». Carfagna sa che sta passando volentieri il testimone a un altro comico, in fondo l'obiettivo è lo stesso: annientare la sinistra e affidare i nostri destini a un nuovo condottiero, un nuovo leader delle comunicazioni. Su la testa, sinistra. RosaCastrilli è lacoordinatrice dei 104circoli dellaprovinciadiCaserta SabatosaràaRoma all'assembleanazionale ILCOLLOQUIO MARIAZEGARELLI ROMA «Sulla Rai Di Pietro parla di lottizzazione. Non sono d'accordo». Dopo la presa di distanza dal leader maximo sul rapporto con i grillini, il capo dei deputati Idv Massimo Donadi torna all'attacco di Tonino. Il tutto a distanza di poche ore. Un uno-due inconsueto per un partito monolitico come quello dipietrista. Dopo aver gridato «mai» all'alleanza con i grillini sugli scranni di Montecitorio («Con chi vuole uscire dall'euro non voglio avere nulla a che fare»), Donadi sfida il leader che ha bastonato il Pd sulle nomine Rai, arrivando persino a dire che l'indicazione del suo ex collega magistrato Gherardo Colombo (arrivata al Pd da associazioni come Libera e Libertà e Giustizia») era solo il «paravento» per la solita lottizzazione. «Ma come - scrive il capogruppo sul suo blog - per la prima volta un partito giunge alla designazione delle persone destinate a ricoprire un ruolo straordinariamente importante, non con criteri di lottizzazione e di spartizione tra correnti, bensì facendole scegliere alla società civile, e noi non riconosciamo che si tratta di un primo, e importante, segnale di cambiamento? Perché non rivendichiamo, e avremmo tutti i titoli per farlo, che il Pd è stato spinto a questo cambio di passo per la forte pressione dell'opinione pubblica mobilitata anche, e soprattutto, da Idv dopo la figuraccia delle indecenti nomine dell'Agcom e della Privacy?», insiste Donadi. «Questa bocciatura senza riserve mi sembra un po' da “bastian contrari”. Affermare che Gherardo Colombo e Benedetta Tobagi sono due nomi lottizzati è contraddetto dalla oggettiva non-lottizzabilità di queste persone, dalla loro storia e dalla loro indipendenza». La faglia si allarga, dunque. E si tratta di questioni non di poco conto, anche perché alla base delle critiche di Donadi ci sono idee diverse sul futuro dell'Idv: dentro il nuovo centrosinistra o sulle barricate per tentare di recuperare i voti diretti a Grillo? Tra i deputati Idv, del resto, la linea Donadi è condivisa da molti, che ieri hanno espresso sostegno riservatamente al capogruppo. La questione sarà sul tavolo dell'ufficio di presidenza, che si riunirà la prossima settimana. Fonti Idv ricordano che l'ultimo congresso, svolto nel 2010, ha sancito la strategia di un'alleanza con Pd e Sel, e che eventuali cambiamenti di linea «dovranno passare da un nuovo congresso». Nel 2010, al primo e finora unico congresso, a sfidare Di Pietro fu il movimentista Luigi De Magistris, che poi rientrò nei ranghi. Tonino fa buon viso. E al cronista che gli chiede conto delle nuove tensioni nell'Idv risponde: «C'è una pluralità di voci e opinioni, una democrazia interna». Quanto alle alleanze, ribadisce la “linea Vasto”: «Non usciremo mai dalla coalizione di nostra volontà. Non propongo nessuna rottura con il Pd». Anzi, in un'intervista a Panorama, Di Pietro confessa che Bersani è il suo «candidato premier ideale», a patto che dia «risposte convincenti sulle leggi sul lavoro e sulla corruzione e faccia autocritica sull'esperienza del governo tecnico». E Fabio Evangelisti, numero due dei deputati, spiega: «Si discute laicamente, non siamo sull'orlo della scissione. Diciamo che l'obiettivo è comune, un'alternativa di governo, ma nell'Idv ci sono diverse idee su come raggiungerlo...». Donadi a Di Pietro: «Basta fare il bastian contrario» . . . «Abbiamo bisogno di segnali forti, dalla legge elettorale alle primarie Ma anche di risorse» «Sono i circoli del Pd a dimostrare che la politica non è tutta uguale» Bandiere del Pd durante un corteo FOTO ANSA giovedì 21 giugno 2012 9
dici ore tappato in Senato e «solo cinque mesi fa mai mi sarei immaginato di rischiare il carcere», ma «un uomo va giudicato da come reagisce al fallimento», e dunque. Alla fine del suo intervento comincia via via a mettere in borsa le sue cose: gli appunti, l'ipad, il telefonino, il caricabatterie recuperato all'ultimo momento dal cassetto. Che sia toccata proprio a lui, in sessantacinque anni di vita repubblicana, di essere il primo senatore di cui Palazzo Madama ha autorizzato l'arresto, peraltro con voto palese, gli interessa poco. Gli interessa poco, per paradossale che sembri, anche la sua propria vicenda: certo, molte parti del suo intervento sono condotte come si dice in punta di diritto («l'anomalia procedimentale» del capo d'accusa di associazione a delinquere, le proteste per il presunto «inquinamento mediatico delle prove»), ma reagisce in un modo diverso dal «mi perseguitano» di Alfonso Papa, e quando gli si chiede se si senta un capro espiatorio non lo nega ma sminuisce: «Mi sembra di stare in un incubo, ma quanti ce ne abbiamo di persone normali, come a questo punto sono anche io, che vanno in galera senza motivo?» (risposta preventiva era arrivata in aula da Emma Bonino: «ci sono quattordicimila persone in carcere in attesa di giudizio»). Il suo obiettivo di giornata sta a metà tra l'una e l'altra cosa. È quella che poi Marcello Pera definirà «la chiamata in correo». «L'hanno scritto su twitter, una riga: perché se Lusi è un ladro, Rutelli non tira fuori i conti della Margherita?», spiega l'ex tesoriere a fine seduta mentre scorre i tabulati («ha votato anche Bianco, incredibile»). La sua parola chiave, nell'intervento d'aula è «patto fiduciario»: «ultra decennale», «mai messo in discussione», e «oggi negato da chi avrebbe dovuto avere la statura politica per confermarlo», da chi «quel rapporto e quel patto aveva predisposto, organizzato, proposto e concorso ad attuare nel partito, condividendolo e utilizzandolo per anni senza obiezioni di sorta e senza contestazioni né formali né sostanziali». Francesco Rutelli è seduto nella sua stessa fila, solo otto sedie più in là. Lusi lo nomina solo una volta, parlando della Margherita, lo guarda una volta sola, di sfuggita, al terzo bicchiere d'acqua. Il leader dell'Api prende appunti, scrive al telefono, non interviene, e alla fine non vota («lo sapevo, è una persona intelligente», dice Lusi). Una mano che resta giù, appoggiata al ginocchio, parallela a quella di Lusi mentre sui rispettivi banchi lampeggia la lucina per votare. Ottiene ciò cui poteva ragionevolmente puntare, l'ex tesoriere della Margherita: un girotondo di parole intorno a Rutelli, più che intorno a sé. Tanto, di andare in galera, lo sapeva sin dall'inizio della seduta. Quando, voltandosi verso il suo avvocato, aveva fatto segno di no col dito indice, scuotendo la testa. Torna l'asse Lega-Pdl. Simaterializza ieri mattinain Senato, con i senatoriberlusconiani che vota-no la richiesta leghista:esaminare subito il tema del Senato federale, e rinviare la discussione sul taglio del numero dei parlamentari. Eccolo qui, il “biscotto” da giorni evocato e temuto, l'accordicchio tra i due vecchi alleati: sì del Pdl al Senato modello Bundesrat tedesco e, in cambio, il soccorso verde alla proposta del Cavaliere (e di Alfano) sul semipresidenzialismo alla francese. Del resto, a palazzo Madama, la vecchia maggioranza i numeri «ce li ha», come ha ricordato Ignazio La Russa. Ieri però, nel merito, non si è votato, per “colpa” del caso Lusi che ha impegnato i senatori. Tutto rinviato a stamane. Peccato che Maroni non sia d'accordo con il suddetto biscotto. E che questa storia, a dieci giorni dal congresso federale di Milano che lo incoronerà segretario della Lega, sia un bel grattacapo. Il Bobo ieri si è persino fatto vedere a palazzo Madama, dove ha incontrato alcuni “suoi” senatori per indurli a ripensarci. «Ma dove pensate di arrivare con questa cosa? Se il Pd non ci sta il Senato federale non lo otterremo comunque...». Niente da fare, in Senato la maggioranza del gruppo leghista fa riferimento alla vecchia guardia bossiana e ha deciso di ignorare le indicazioni del nuovo leader. Che, a metà pomeriggio, ha dato la linea (invano) sulla sua pagina Facebook: «Il Senato federale è una buona cosa, ma ho letto che se passa, il Pd per ripicca vota contro la riforma (che riduce anche il numero dei deputati) dando poi la colpa a noi». Dunque, scandisce il neoleader, «meglio lasciar perdere e puntare solo sulla riduzione dei parlamentari, che però deve essere consistente ed entrare in vigore subito». Una sconfessione piena del lavorio fatto dal capogruppo Federico Bricolo (cerchista) e dall'ex ministro Castelli (pare con la benedizione di Calderoli) con Gasparri e La Russa. Ma i senatori leghisti, che si sono riuniti nel pomeriggio, hanno deciso di andare avanti lo stesso. «Maroni? L'abbiamo ignorato», spiega uno di loro. E, numeri alla mano, il Bobo può contare solo su 7-8 senatori su 22. Tra i maroniani la rabbia è oltre il livello di guardia. «Un colpo di coda del cerchio», spiegano. Nel mirino soprattutto Castelli, uno che nella faida interna al Carroccio si era sempre tenuto fuori dalla mischia. «Ci saranno provvedimenti, magari altre espulsioni», spiegano fonti vicine all'ex ministro dell'Interno. Quello che più preoccupa i Bobo boys è l'offensiva del Pd. «Per ragioni di bottega e di propaganda il Pdl e la Lega impediscono di fatto l'approvazione di qualsiasi riforma istituzionale, a partire dal taglio del numero dei parlamentari», tuona Anna Finocchiaro. Ora che succede al pacchetto di riforme costituzionali che era stato approvato in Commissione dopo l'intesa tra Pd, Pdl e Udc (con la riduzione dei parlamentari, i nuovi poteri del premier e la sfiducia costruttiva)? Oggi saranno esaminati i famosi emendamenti della Lega sul Senato alla tedesca (250 componenti, eletti su base regionale, più 2 delegati per ogni regione). Il nodo-presidenzialismo, invece, slitta alla settimana prossima. Se Pdl e Lega porteranno a termine il loro “biscotto”, la partita delle riforme costituzionali finirà su un binario morto. Con un testo destinato a inabissarsi a Montecitorio. Carlo Vizzini, ex Pdl, e presidente della Commissione Affari Costituzionali, annuncia che si dimetterà un minuto dopo l'approvazione del Senato federale. «La proposta della Lega era stata respinta in commissione con un'ampia maggioranza». Vizzini si dice pronto a proporre un nuovo testo che si occupi solo del taglio dei parlamentari. Una preoccupazione che fa sua anche il Pd. «Voglio mettere in sicurezza la riduzione dei parlamentari», spiega Finocchiaro. Risponde Gasparri: «Anche per noi è una priorità». Il papocchio tra Lega e Pdl, però, complica e molto la possibilità di arrivare a una nuova legge elettorale. Finché il Senato non avrà sciolto il nodo del presidenzialismo, infatti, gli sherpa della maggioranza impegnati a modificare il Porcellum (Violante, Quagliariello e Adornato) restano alla finestra. «Intesa difficile», ha ribadito ieri Bersani. Se entro fine giugno non ci sarà, potrebbe scattare l'extrema ratio: un restyling del Porcellum, con il premio di maggioranza solo se la coalizione vincente supera una certa soglia il 40%, la soppressione delle liste bloccate e l'introduzione dei collegi uninominali sul modello delle provinciali. L'ANALISI MICHELEPROSPERO Il senatore Luigi Lusi, in aula al Senato durante il voto sull'autorizzazione all'arresto FOTO ANSA LA DESTRA RITROVATA SIACCORDACONUN BARATTO PER METTERE MANOALLA COSTITUZIONE e curvarla in vista di un disegno di parte, nel perfetto stile dell'occasionalismo politico. Non c'è nulla, in questi ridicoli aspiranti al ruolo di padri costituenti, che li avvicini alla tragica grandezza di Schmitt. Il loro goffo tentativo di innestare il presidenzialismo sregolato su un confuso senato federale aspira solo a gettare scompiglio. Dà la misura della effettiva levatura culturale della destra italiana questo disinibito gioco a mettere la Costituzione al servizio di un meschino calcolo tattico. Con mosse di inaudita gravità nella loro immediata ricaduta istituzionale, la destra scatena una guerriglia cieca, condotta in Parlamento per farla finita con il mal digerito governo Monti. L'unica sua strategia, impaurita com'è di andare davvero al voto anticipato (la Lega, non meno di Berlusconi, trema alla sola idea di convocare le urne), è quella di far saltare il tavolo. La destra solo per alzare fumo prepara le condizioni di una crisi di legittimazione della Repubblica. Spera cioè di avere qualche chance di rinascere tra le macerie della democrazia. La destra non aspira neppure al presidenzialismo. Sa perfettamente che, sulla base dei rapporti di forza attuali, la sinistra vincerà le elezioni. E non è certo per dei larvati timori di soccombere nella gara plebiscitaria che rigetta l'avventura presidenzialista. Lo fa per cogenti ragioni di coerenza formale e sostanziale che escludono ogni seria possibilità di trapiantare senza rischi di rigetto il presidenzialismo sull'organico impianto parlamentare disegnato nella carta del 1948. La destra, con un banale emendamento, prevede un presidenzialismo privo di argini e imposto a una carta ispirata ad altri principi. Per calcoli angusti, non disdegna la rottura plateale delle convenzioni costituzionali. Ritorna nella destra una inclinazione stupefacente a tramutarsi in un'area politica sleale. Non solo le fa organico difetto ogni cultura dell'alternanza, che sconsiglia alla maggioranza di imporre con atti di forza le regole che dovrebbero essere comuni. La destra tenta sempre con dei colpi subdoli di posare le mani sporche nell'ingranaggio delicato delle istituzioni. Nel 2006, poco prima di lasciare il potere, la Lega e il Pdl confezionarono, nella prospettiva di una loro sconfitta ormai annunciata, la bomba del Porcellum e licenziarono il megadisegno di riforma costituzionale, che fu poi bocciato a grandissima maggioranza dagli elettori. Ora la storia si ripete. Che delle forze politiche colpite da un discredito che pare irrecuperabile, e che sono stimate insieme a non più del 20 per cento dei consensi, approfittino del vecchio ceto politico eletto nel lontano 2008 per sabotare la Costituzione è una scelta velleitaria. Il decisionismo sbruffone della destra perdente è una caricatura miserevole del decisionismo storico, inteso esso sì come il risoluto colpo di mano di una maggioranza pronta a incassare un plusvalore politico dalla sua prevalenza numerica. Il tratto donchisciottesco di un decisionismo esibito da un esercito ormai allo sbando, che non sa neppure cosa farà tra sette mesi, non lo rende tuttavia meno pericoloso. A destra in realtà abitano delle folli pattuglie di guastatori, cioè dei ceti politici al tramonto e privi di ogni senso dello Stato, che, in procinto di abbandonare il seggio parlamentare, giocano alla rissa. In Francia il generale De Gaulle, per imporre il regime semipresidenziale, ci mise ben 5 anni terribili, con violenze e frequenti forzature rispetto alle stesse regole previste dalla carta del 1958 per la revisione costituzionale. Gli apprendisti stregoni della destra italiana intendono battere ogni record e vogliono mutare con un blitz improvviso la forma di governo e di Stato in appena 7 mesi. In un Paese che rischia di sprofondare nell'emergenza di una crisi economica fuori controllo per la recessione e gli attacchi annunciati dei mercati, quella della destra è una squallida provocazione. Ma anche stavolta non passeranno. C'è un costituzionalismo democratico che per fortuna è molto più ampio delle file della sinistra. Riforme, asse Pdl-Lega Maroni «sfiduciato» La mossa della disperazione di un partito allo sbando . . . Il tentativo di innestare un presidenzialismo sregolato su un confuso Senato federale I senatoriberlusconiani votanoperesaminare subito ilSenatofederale facendoslittare il taglio deiparlamentari incambio dell'appoggio leghista alpresidenzialismo ILRETROSCENA ANDREACARUGATI ROMA . . . Il «biscotto del Nord» spiazza l'ex ministro dell'Interno, contrario all'accordo ... Più lontana la possibilità di un'intesa sulla riforma della legge elettorale entro giugno giovedì 21 giugno 2012 3
ILCOMMENTO FRANCESCOCUNDARI Il problema non è la riforma del lavoro, il problema non è la fiducia. Il Pd non intende mettere i bastoni tra le ruote al provvedimento che Mario Monti vuole incassare prima del vertice Ue del 28 e 29 giugno. «Noi dobbiamo tenere la barra dritta sul governo Monti fino alla fine. Il nostro patto non è solo con Monti, ma anche con l'Italia. Sul lavoro siamo disposti ad accelerare l'approvazione della legge purché si dia un segno sugli esodati. Confidiamo che Monti tenga fede agli impegni», dice il segretario Pd aprendo la riunione del gruppo alla Camera. Il segnale arriva proprio mentre sono in corso le riunioni dei gruppi Pd e Pdl: il governo, fa sapere con un comunicato, si impegna a «risolvere tempestivamente» le questioni sollevate. IL«PROBLEMA» «È questo il problema. Il problema è il ministro Elsa Fornero», commenta un deputato appena entrato parlando con il suo vicino. Questo è il problema secondo parecchi onorevoli del Pd che ieri sera si sono confrontati dopo la fine della seduta d'Aula. Il malumore, dopo l'intervento del ministro ieri a Montecitorio, è ancora più acuto - se possibile - dell'altra sera, quando Fornero ha incontrato i capigruppo e il clima era alle stelle. Tesissimo. Quanto sia un problema la politica e il modo di gestire la vicenda degli esodati del ministro che ha esordito al governo con le sue lacrime annunciando la riforma del sistema previdenziale e che tante ne ha provocate ai cosiddetti esodati, lo dimostra più di mille parole quell'applauso reciproco che Pd e Pdl hanno fatto a Cesare Damiano e Giuliano Cazzola. Difficile ricordare precedenti in questo senso. La frase più dura la pronuncia il democratico che meno che ti aspetti, Beppe Fioroni. Proprio lui che come ripete ogni giorno ha tanto lavorato ai fianchi il Pdl per far nascere questo governo. «Gli interventi sulla questione esodati e le critiche delle parti sociali, impongono al governo e al ministro Fornero una profonda riflessione - dice- su come modificare sostanzialmente alcuni indirizzi e interventi oppure di trarne le conseguenze». Cioè dimettersi, fare un passo indietro. E se qualche mese fa i lettiani, ma lo stesso Fioroni, lamentavano il pericolo che il partito - leggi Stefano Fassina - si confondesse con il sindacato - leggi Cgil - oggi è tutta un'altra musica. I sindacati sono sul piede di guerra, in linea di collisione con il governo e la manifestazione unitaria della scorsa settimana a Roma, con la grande partecipazione che c'è stata, è un segnale che nessuno può permettersi il lusso di sottovalutare. LARICHIESTA AMONTI Ieri alla Camera il segretario Pier Luigi Bersani ha parlato a lungo con il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, e con il leader Udc Pier Ferdinando Casini. È evidente che i maggiori azionisti della maggioranza non possono più accontentarsi degli annunci, soprattutto su una questione così delicata che rischia di coinvolgere quasi 400mila persone. «Da Fornero - commenta il segretario - abbiamo sentito parole chiare. Vediamo nelle prossime ore quali sono i fatti». Ai democratici in serata lascia intendere il messaggio inviato a Monti: che venga in Aula a dire su che cosa si impegna il governo sul tema del lavoro. I fatti, l'impegno del governo a dare risposte certe entro le prossime ore. «Abbiamo chiesto il perfezionamento - prosegue il segretario Pd - sugli ammortizzatori e su questo chiediamo che il governo si impegni a farlo nel primo provvedimento utile». «Dare più forza a Monti che va a trattare in Europa dice il capogruppo Dario Franceschini annunciando un vero tour de force parlamentare, anche «in notturna» per approvare le fiducie - per noi è doveroso». La tentazione a non votare la fiducia alla riforma del mercato del lavoro è forte per alcuni parlamentari Pd, ma dopo il comunicato del governo la tensione si allenta. «Il Parlamento sta approvando la riforma del lavoro - assicura il presidente del Copasir Massimo D'Alema a Bruxelles- e sarà fatto nei tempi richiesti, prima del vertice europeo. Da parte nostra - aggiunge- non ci sono ostacoli: abbiamo chiesto garanzie per gli esodati, problema che va risolto». Ieri sera Bersani non ha parlato soltanto della riforma del lavoro: ai deputati ha chiesto di non aprire «domattina» la discussione sulle primarie «che sono la parte conclusiva di un percorso. Abbiamo i problemi del Paese, non facciamoci compatire». Il segretario guarda all'altra partita che si sta giocando tra le forze parlamentari: la legge elettorale. «Noi siamo per il doppio turno, la destra non ci sta», quindi si dovrà trovare un punto di caduta per cambiare il Porcellum. Andare alle urne con questa legge sarebbe difficile da spiegare. COMUNQUESICONCLUDA DALPUNTODIVISTA TECNICO, L'INCRESCIOSAVICENDADEGLI ESODATI LASCERÀUNSEGNO INDELEBILE sull'intera esperienza del governo Monti. D'altronde, secondo i suoi stessi apologeti, l'intervento sulle pensioni aveva rappresentato fino a oggi il principale risultato dell'esecutivo: l'unica, vera, grande riforma con cui Mario Monti ed Elsa Fornero, non appena insediati, avevano salvato il Paese dal baratro della bancarotta. Adesso, però, dinanzi all'infinito balletto sul numero dei lavoratori che la grande riforma minaccia di lasciare di colpo senza lavoro e senza pensione, cambiando loro le carte in tavola rispetto ad accordi regolarmente sottoscritti con le rispettive aziende, prima di tutto occorre dirsi la verità: se il margine di errore consentito non si misura in decimali ma in miliardi di euro, corrispondenti alle sorti previdenziali di due, tre o quattrocentomila persone, non c'era bisogno di chiamare un esercito di luminari della materia, per fare la grande riforma: basta uno studente, e neanche bravo. Prima ancora che un fallimento politico e morale, lo scandalo degli esodati è infatti un clamoroso fallimento tecnico. Un fallimento da cui i tanti che in questi mesi hanno teorizzato la superiorità ontologica dei tecnici sui politici dovrebbero trarre una lezione. Sarebbe infatti sbagliato stupirsi del fatto che un simile errore sia stato commesso da professori di così provata competenza, mentre i tanto bistrattati partiti, a cominciare dal Partito democratico, ripetevano loro sin dal primissimo giorno che su quella strada si sarebbe andati a sbattere, che occorreva immaginare una soluzione più flessibile e gradualistica, che altrimenti il risultato finale non sarebbe stato solo immensamente più iniquo, ma anche molto più costoso, tecnicamente e socialmente ingestibile. Non si tratta di un caso sfortunato: per un caso sfortunato si può inciampare in un sasso, non in una montagna. A non vedere la montagna degli esodati potevano essere solo dei professori accecati dall'ideologia politico-accademica dominante da oltre trent'anni, nelle grandi università come nei grandi giornali. È questo «fondamentalismo di mercato» che ha accecato anche tanti autorevoli opinionisti che avrebbero potuto unirsi prima a chi per tempo aveva segnalato il problema. Quella stessa ideologia che ancora oggi fa dire a tanti commentatori che i governi tecnici servono a compiere le scelte impopolari che i politici non hanno il coraggio o la capacità di portare avanti, che una riforma non è una buona riforma se non suscita la rivolta dei sindacati, che la ragione ultima della crisi economica è il debito pubblico e la ragione ultima del debito pubblico è la ricerca del consenso popolare da parte delle forze politiche. Ma il rapporto con gli elettori non è sempre e solo assistenzialismo, clientelismo, corruzione. È anche, più semplicemente, democrazia. Perché la democrazia non consiste solamente in meccanismi e procedure elettorali, ma innanzi tutto in un principio di rappresentanza che va oltre le elezioni e non è solo fonte di sprechi e spesa pubblica improduttiva. Anzi, può perfino far risparmiare, e in effetti ci avrebbe fatto risparmiare moltissimo, se solo al posto di un tecnico ansioso di mandare un segnale di forza ai mercati finanziari e ai grandi giornali ci fosse stato sia pure l'ultimo e il più incompetente dei politici. Avremmo risparmiato tempo, denaro, incertezze e incomprensioni (che si pagano anche, eccome, sui mercati finanziari). E avremmo risparmiato a centinaia di migliaia di famiglie italiane angosce e sofferenze tanto ingiuste e incomprensibili quanto inutili. ILRETROSCENA I costi dei tecnici, una lezione per i professori . . . Fioroni molto critico con Fornero: ha sbagliato sugli esodati e con le parti sociali . . . Bersani: «Abbiamo sentito parole chiare Vediamo nelle prossime ore quali sono i fatti» Elsa Fornero durante l'informativa sugli esodati FOTO /GIUSEPPE LAMI/ANSA . . . Per non vedere la montagna degli esodati bisognava proprio essere accecati dall'ideologia Malumori tra idemocratici Maanchedisponibilità perdarealpremier lapossibilitàdiandare aBruxellesconla riforma approvata Il Pd aspetta le modifiche Poi voterà MARIAZEGARELLI ROMA giovedì 21 giugno 2012 7
SCARICANDO FILM A PAGAMENTO. COME PERLAMUSICA.PIANOPIANOANCHEL'ITALIA SI ATTREZZA ALLA FRUIZIONE DEL CINEMA ON DEMAND, IN STREAMING. Non stiamo parlando dello «scarico» illegale, leggi pirateria, cioè il solito spettro agitato da produttori e associazioni come responsabile numero uno della crisi cinematografica. Ma dei siti di cinema dove si possono comprare o noleggiare i film da vedere su computer, smart tv, cellulari e tablet a prezzi contenuti. Una vera rivoluzione, in atto da un po' - vedi l'americano Netflix che porta il cinema a casa - e ovunque - senza abbonamenti ma semplicemente on demand. E che ha soppiantato il dvd a noleggio - vedi la chiusura della catena Blockbuster - e influito anche sulla riduzione del pubblico nelle sale. Ma anche una nuova opportunità distributiva per quel cinema di qualità messo fuori circuito anche dalla chiusura delle sale d'essai. È a partire da questo obiettivo, per esempio, che sono nati gli italiani Own Air e On the docks. Il primo con un catalogo di cinema d'autore italiano e non (dalla storia operaia di Ho pauradelbuio di Massimo Coppola, per esempio al più cinefilo Kaboom di Gregg Araki) che si è arricchito di una serie di documentari grazie al recentissimo accordo con l'Istituto Luce Cinecittà (è stato presentato l'altra sera alla Casa del cinema di Roma). Il secondo con un catalogo già molto ricco (un centinaio di titoli) che punta soprattutto sui documentari italiani - come suggerisce il nome - quelli davvero «invisibili», ma firmati da autori come Corso Salani, Roberta Torre, Stefano Savona. «Distribuire soprattutto il cinema indipendente», spiega Alfredo Borrelli, presidente di Own Air «è un nostro obiettivo. Per questo abbiamo ampliato il discorso anche al documentario, genere che ha più difficoltà ad uscire in sala». Nel «pacchetto» proposto dal Luce sono sei i titoli a disposizione di clik. A cominciare da Case chiuse di Filippo Soldi, già passato al Romafilmfest, in cui si rifà la storia dei bordelli, fino alla storica legge Merlin. Seguono Polvere di Niccolò Bruna e Andrea Prandstraller sul «grande processo dell'amianto»; l'unità d'Italia raccontata da Gianfranco Pannone nel suo Ma che storia; il viaggio tra i collezionisti di vinile di Paolo Campana, Vynilmania, appunto; Piazzale Loreto raccontato da Fabrizio Laurenti ne Il corpodelduce.E per finire proprio i discorsi del duce, curati da Leonardo Tiberi. La piattaforma www.ownair.it offre la possibilità sia di noleggiare il film per 48 ore, che acquistarlo e tenerlo nel proprio pc o tablet. I costi del noleggio variano dai 3,29 ai 5.50 euro. Mentre più caro è l'acquisto. Diversamente, su www.onthedocks. it i film si possono solo noleggiare a costi ancora più competitivi: lo streaming di un titolo è di 2.99 euro mentre l'abbonamento mensile per vedere tutto il catalogo è di 4.99 euro. E l'offerta è davvero ricchissima. Tra documentari, certamente ma anche film e cortometraggi, tutto «il meglio della produzione italiana», insomma, come recita lo «strillo» sull'home page. C'È PURE FASTWEB Questo per quanto riguarda il cinema indipendente e più di nicchia, proposto a sua volta da due realtà indipendenti. Ma c'è anche il «colosso» nel business dei film online. È la nuova arrivata, Chili spa, spin off originato dalla piattaforma fondata da Fastweb nel 2011. Da oggi, è una società indipendente nella quale gli stessi manager che la gestiranno avranno il 43,2% delle azioni, il 15,4% sarà in mano a Antares Private Equity, mentre Fastweb manterrà il 41,4%. Nel catalogo figurano serie tv, cartoni, titoli da blockbuster e d'autore. Insomma quello che si trovava ai videonoleggi, ma qui al prezzo di partenza di 2,90 euro. «La distribuzione di film su internet - spiega Stefano Parisi, presidente della società nonché ex ad di Fastweb - è un mercato in forte crescita in tutto il mondo, ad altissimo potenziale». L'obiettivo di Chili, spiega, è arrivare al pareggio di bilancio nel 2014 e generare un fatturato di 30 milioni di euro già nel 2016. GLI INDIRIZZI www.onthedocks.it Lapiattaformaesistedal novembre 2010con l'obiettivodi«diffondere, promuoveree distribuire internazionalmente il cinema italiano indipendente».Soprattuttoquello del reale,piùpenalizzato daicircuiti distributivi tradizionali. La piattaformawebè natada un'idea delproduttoree giornalistaDario Formisano.Affiancato dalla registae produttriceMonica Repetto, dall'amministratoredelegatodi Wiz MediaGiustoToni,dallo sceneggiatoreAntonioCecchi, dal produttoree distributore Rino Sciarretta. www.ownair.it OwnAirè una «salavirtuale» aperta 24oresu24, e raggiungibiledaogni parted'Italia (e delmondo):è la primapiattaforma italiana incurrent downloade permettedi scaricare legalmente i filmpresenti nel suo catalogoe quelliproposti in esclusiva.Collegandosi al sito il film selezionatosarà trasferito sul propriodispositivo.Completata la transazione, il film saràvisibile perun periododi tempolimitato: il fileè infattiprotetto da licenzae sarà disponibilesulproprio dispositivo per48 ore, trascorse lequali non saràpiùutilizzabile. Dapoco èattivo anche,peralcuni titoli, un serviziodi «downloadtoown». CULTURE Ore 9.30 Presentazione Mario Tronti Francesco Verducci Prima sessione PARTITO-POLITICA Introduzione Michele Prospero Interventi Donatella Campus COMUNICAZIONE, OPINIONE PUBBLICA, PARTECIPAZIONE Carlo Galli L'ITALIA TRA ÈLITE E POPULISMO Franco Marini PER UNA RINNOVATA DEMOCRAZIA DEI PARTITI Antonio Saitta FUNZIONE COSTITUZIONALE DEI PARTITI Nico Stumpo QUALE MODELLO PER IL PD Seconda sessione PARTITO-LAVORO Introduzione Alfredo Reichlin Interventi Cesare Damiano LA RIFORMA DEL MERCATO DEL LAVORO Guglielmo Epifani LA RAPPRESENTANZA POLITICA DEL LAVORO Anna Maria Furlan LA RAPPRESENTANZA SINDACALE Maurizio Martina LA QUESTIONE NAZIONALE: I NORD Santino Scirè LA QUESTIONE SOCIALE Roberto Speranza LA QUESTIONE NAZIONALE: I SUD Terza sessione PARTITO-EUROPA Introduzione Roberto Gualtieri Interventi Sara Bentivegna ATTORI POLITICI INFORMALI, MOVIMENTI, WEB Agostino Giovagnoli DEMOCRAZIA, INTEGRAZIONE, COABITAZIONE MULTICULTURALE Andrea Manciulli SOCIETÀ, TERRITORIO, POLITICA Antonio Misiani QUALE MODELLO PER IL FINANZIAMENTO Giulio Sapelli FINANZIARIZZAZIONE DELL'ECONOMIA E CRISI DELLA DEMOCRAZIA Ore 15.30 Dibattito Intervengono Gianni Cuperlo Stefano Fassina Matteo Orfini Andrea Orlando Fausto Raciti PIER LUIGI BERSANI Parteciperanno Massimo Adinolfi, Roberta Agostini Graziano Azzalin, Andrea Baldini Giuseppe Berretta, Sergio Blasi Wladimiro Boccali, Stefano Bonaccini Michele Bordo, Lamberto Bottini Giulio Calvisi, Massimiliano Cataldo Franco Cecuzzi, Carlo Chiama Armando Cirillo, Paolo Corsini Andrea Cozzolino, Andrea De Maria Domenico De Santis, Bruna Dini Michele Fina, Stefano Esposito Giacomo Filibeck, Emilio Gabaglio Alberto Gambescia Chiara Geloni Michele Grimaldi, Piero Lacorazza Silvio Lai, Danilo Leva, Emanuele Lodolini Aurelio Mancuso, Daniele Marantelli Catiuscia Marini, Eugenio Marino Ettore Martinelli, Alessandro Mazzoli Patrizio Mecacci, Alberto Melarangelo Marco Meloni, Alessandra Moretti Anna Pariani, Francesco Parisi Peppe Provenzano, Francesca Puglisi Filippo Quattrocchi, Matteo Ricci Sebi Romeo, Enrico Rossi Anna Rossomando, Salvatore Scalzo Luca Spataro, Ugo Sposetti Corrado Tarantino, Walter Tocci Carlo Trappolino, Livia Turco Palmiro Ucchielli, Silvia Velo Franco Vittoria, Davide Zoggia Le forme della politica organizzata CONVEGNO NAZIONALE PROMOSSO DA RIFARE L'ITALIA E CENTRO PER LA RIFORMA DELLO STATO Roma, venerdì 22 giugno 2012, ore 9.30/17.30 Sala Conferenze, Sede nazionale Pd, via sant'Andrea delle Fratte 16 partitodemocratico.it I lavori saranno trasmessi in diretta su www.youdem.tv canale 808 piattaforma sky Per info e partecipazioni: www.rifarelitalia.it I film italiani li vedoonline Nuovi siti a pagamento per ilcinemadiqualità GABRIELLAGALLOZZI ggallozzi@unita.it Uncircuito«alternativo»didistribuzione maancheunarivoluzionechestasoppiantando idvdecambiandoleabitudinidelpubblico L'internodiunbordelloneldocumentario diFilippoSoldi,«Casechiuse» ... Spaziosoprattutto aidocumentari eai titoli«invisibili» delmade in Italy U: 20 giovedì 21 giugno 2012
Che ci sia stata una trat-tativa tra Stato e CosaNostra tra il 1992 e il1994 è un dato ormaiacquisito anche agli at-ti della commissione Antimafia d'inchiesta presieduta dal senatore Giuseppe Pisanu. Gli uffici di San Macuto hanno lavorato in silenzio ma intensamente, spesso con sedute notturne, e quasi in parallelo con l'indagine penale di Palermo. Ci sono stati proficui scambi di atti. E le testimonianze di Conso, Martelli, Ferraro, Di Maggio sulla revoca del carcere duro a circa 300 mafiosi tra il 1993 e il 1994 sono state a San Macuto non meno drammatiche di quelle rese in aula ai pm durante il processo Mori. Il punto non è se c'è stata la trattativa nata dal tentativo di fermare lo stragismo corleonese cominciato con l'omicidio Lima (12 marzo 1992) e proseguito con il tritolo di Capaci (23 maggio 1992). Ma quante sono state. E condotte da chi, su mandato di chi, con chi, in quale fase? Soprattutto, se è vero che lo Stato, ancora a guida Dc, in quella prima metà del 1992 già massacrato dalle inchieste di Mani Pulite, decide un sorta di «arretramento tattico» in nome della ragion di Stato, perché a fine luglio quei boss con cui lo Stato stava trattando uccidono Paolo Borsellino? E quindi, via D'Amelio fu una strage di mafia o ebbe anche un'altra matrice? Un'ipotesi, questa seconda, che si fa largo nella nuova indagine su quella strage dopo i clamorosi depistaggi andati avanti fino al 2009. In questa, che è al momento, in prossimità del ventennale, la vera prospettiva da chiarire, si inseriscono le telefonate di questi mesi tra Mancino e il Quirinale. Con una persona che l'ex ministro dell'Interno conosce bene, lo stimatissimo magistrato Loris D'Ambrosio, approdato al Colle con Ciampi, protagonista di tante battaglie in difesa dell'autonomia dei magistrati e della giurisdizione. Uno che, come ricordava ieri un noto parlamentare azzurro della prima ora, «a noi ha complicato parecchio la vita». Prima di approdare al Quirinale nel 1999, D'Ambrosio è stato a lungo un uomo chiave del ministero della Giustizia. Anche con Giovanni Falcone. Non solo: dopo la strage di Capaci, nel 1992, fu proprio D'Ambrosio a scrivere il dettato dell'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario che istituiva il massimo isolamento, il cosiddetto carcere duro, per i mafiosi, il primo punto delle richieste dei boss per far tacere il tritolo. D'Ambrosio dunque era attore e protagonista di quegli anni in cui tra Viminale, via Arenula sede del ministero della Giustizia, e vertici di polizia e carabinieri lo Stato decideva «l'arretramento tattico» per far tacere le armi di Cosa Nostra. La prima cosa che Palermo dovrà chiarire è se Mancino, spaventato e sconvolto per essere coinvolto in questa faccenda della trattativa, chiama D'Ambrosio in quanto custode come lui di qualche segreto di quegli anni. Oppure se Mancino, fino a pochi mesi prima numero due del Csm, è convinto ancora di poter esercitare poteri di controllo e coordinamento delle toghe. E per questo chiama il Quirinale che del Csm è il titolare. Dal tono delle telefonate («Sono rimasto un uomo solo e quest'uomo solo va protetto» dice Mancino a D'Ambrosio il 6 dicembre 2011 dopo essere stato audito in procura a Palermo) si può ipotizzare che Mancino cerchi la comprensione e la protezione di chi sa. Di chi c'era allora, nel 1992. Molti di quei protagonisti sono morti: l'ex presidente Scalfaro, Antonio Gava, il superpoliziotto La Barbera che avviò le indagini su via D'Amelio lungo una strada che poi si è rivelata sbagliata. «Ai pm non ho detto niente di Gava» dice Mancino alla moglie il 6 dicembre 2011. «Ho evitato il coinvolgimento di Scalfaro» dice sempre Mancino a D'Ambrosio chiedondogli l'intervento di Napolitano sui magistrati che indagano sulla trattativa. Arrivare alla «piena verità sulla stagione delle stragi mafiose». Il ministro della Giustizia Paola Severino scandisce parole che vanno molto al di là delle polemiche e indicano una strada precisa su questa che è sola l'ultima, e sempre più maleodorante, tappa della storia della trattativa tra Stato e mafia nel biennio 1992-1994. Il Guardasigilli dà il via libera a che la procura di Palermo - ma anche Firenze e Caltanissetta - vadano avanti nella ricerca della verità su quell'oscuro e sanguinoso periodo della nostra storia. E si chiama fuori da interventi ispettivi nei confronti dell'operato del procuratore generale della Cassazione Gianfranco Ciani e del procuratore di Palermo Francesco Messineo (che non ha firmato gli atti dei suoi sostituti). Meno che mai di Loris D'Ambrosio, magistrato fuori ruolo e consigliere giuridico del Quirinale. «Non appare configurabile alcuna violazione di legge» dice Severino nell'aula della Camera rispondendo all'interrogazione dell'Idv (Di Pietro-Palomba). È la prima volta che il governo prende la parola su una vicenda che da cinque giorni occupa i giornali, arriva a coinvolgere il Quirinale, i poteri della magistratura e ricorda misteri mai chiariti. Breve sintesi dei fatti: tra novembre 2011 e aprile 2012 l'ex numero 2 del Csm Nicola Mancino, nonché nominato ministro dell'Interno all'improvviso il 29 giugno 1992 un mese prima la strage di via d'Amelio, telefona e parla almeno cinque volte con Loris D'Ambrosio per lamentarsi del trattamento che gli stanno riservando i pm palermitani che indagano sulla trattativa tra Stato e mafia. Mancino chiama. D'Ambrosio fa mostra di interessarsi e il segretario generale del Colle Donato Marra arriva a scrivere una lettera al procuratore generale Ciani perché eserciti i propri poteri di controllo e coordinamento. Poteri esercitati su un'inchiesta che, in ogni caso, va avanti e dopo quattro anni, ha chiuso le indagini con undici indagati. La maggior parte per minaccia a corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato. Mancino per falsa testimonianza. L'ex ministro della Giustizia Giuseppe Conso per false dichiarazioni al pm: fu Conso a non confermare decine di 41 bis a mafiosi di seconda e terza fila ma sempre boss. Un pezzo della contropartita richiesta da Cosa Nostra per archiviare il tritolo. Sulle relazioni non certo accademiche tra una persona all'epoca solo informata sui fatti (Mancino) e i vertici dell'amministrazione della giustizia, Di Pietro ha interrogato il ministro perché «è essenziale sapere se all'interno delle istituzioni c`è chi vuole mantenere quella pagina di storia ancora oscura omettendo di dare le informazioni e frapponendo ostacoli alle indagini». Il ministro chiede a tutti di stare «fuori da strumentalizzazioni di qualsiasi provenienza che distorcono la ricerca della verità a cui tutti aspiriamo». Di Pietro non è soddisfatto perché la verità passa anche «da una persona (Mancino, ndr) accusata di falsa testimonianza che telefona più volte al consigliere giuridico del capo dello Stato, al procuratore generale della Cassazione chiamato guagliò il quale, a sua volta, si mette a disposizione». E insiste nel chiedere una Commissione d'inchiesta «per accertare le reponsabilità politiche delle istituzioni nell'aver calato le braghe rispetto alla mafia». Il Pd, con Bersani, mette in guardia da chiunque «voglia allungare insinuazioni nei confronti del Presidente della Repubblica». Anche l'Udc, attraverso Roberto Rao, condanna «l'indegna e inaccettabile campagna per diffondere gravissime illazioni nei confronti del presidente Napolitano». Ma non sembra più lui l'obiettivo di tante domande. Semmai il suo consigliere giuridico. ITALIA Severino: «Verità sulle stragi mafiose ma basta illazioni» Via Palestro, a Milano, dopo l'attentato del 27 luglio 1993 FOTO ANSA Mancino e il Quirinale: «nessuna violazione» Di Pietro insiste per la commissione di inchiesta CLAUDIAFUSANI cfusani@unita.it Le intercettazionidi Mancino,chechiedeaiuto aD'Ambrosio.La commissioneAntimafia: piùpersonecercarono contatticonCosaNostra L'ANALISI C.FUS. . . . Il consigliere per una vita a via Arenula, anche con Falcone. Lavorò al testo di legge per il 41bis. La verità su Borsellino passa dall'inchiesta sulla trattativa ROMA,23GIUGNO2012 www.partitodemocratico.itC ASSEMBLEANAZIONALE DEISEGRETARIDI CIRCOLO Ore 10.00 Apertura Proiezione del documentario "I Democratici. Un altro film." Introduzione di Nico Stumpo Interventi dei Segretari di Circolo Conclusioni di PIER LUIGI BERSANI 12 giovedì 21 giugno 2012
DA OGGI L'EUROPEO DIVENTA UN TORNEO SPIETATO: UNAVAAVANTI,UNAVAACASA.COMINCIANOIQUARTIDIFINALECON LEPARTITE“POLACCHE”:QUESTASERA A VARSAVIA TOCCA A REPUBBLICA CECA E PORTOGALLO, DOMANI A DANZICA LA GERMANIA CHIEDERÀ STRADA ALLA GRECIA. Più fascinosi i quarti di finale che si consumeranno in Ucraina: sabato Spagna-Francia a Donetsk, domenica Inghilterra-Italia a Kiev. Rispetto ai pronostici di inizio torneo manca solo l'Olanda, adeguatamente rimpiazzata dal Portogallo, e si è persa sul più bello la Russia: due buone prove, piene di corsa, occasioni ed...energie sprecate, che la Grecia ha raccolto ed è così la vera intrusa del mazzo. Giochiamo a fare i pronostici, premettendo che - come disse il saggio - i pronostici li sbaglia solo chi li fa. REPUBBLICACECA - PORTOGALLO Sono favoriti i portoghesi, che sembrano essere cresciuti dentro la manifestazione, anche se l'esordio stentato era dovuto al valore dell'avversario, la Germania. La Repubblica Ceca ha vinto il girone più livellato (verso il basso) dell'Europeo. Anche lei, curiosamente, ha perso all'esordio, con una nettezza che poteva smembrare la squadra, ma il ct Bilek è ha tenuto tutti concentrati per confezionare la qualificazione contro avversari alla portata: Grecia e Polonia. Due partite vinte con un buon possesso palla, poche occasioni, molta attenzione e fisicità davanti al miglior uomo, il portiere Cech. Nell'ultima gara è mancato Rosicky, che potrebbe saltare anche i quarti e questa è assenza pesante perché il senso del gioco di questo grande e sottovalutato centrocampista è fondamentale. A spingere i boemi c'è il precedente del 1996, unico confronto agli Europei contro i portoghese, anche allora favoritissimi (Figo, Rui Costa...) anche allora nei quarti. Vinsero i cechi, che poi conquistarono l'Europeo. Il Portogallo contro l'Olanda ha fornito la migliore prestazione di squadra di tutto il torneo. È vero che la bella e veloce manovra diventava importante quando passava dai piedi di Cristiano Ronaldo, ma tutta la squadra è sembrata in grado di far giocare i propri attaccanti in situazioni di pericolosità. E Ronaldo “sente” odore di ribalta, dopo troppe stagioni all'ombra di Messi e Iniesta. I portoghesi hanno “gol facili” da trovare, e questo deciderà la partita. GERMANIA-GRECIA Due righe appena: non c'è storia. I tedeschi vanno forte, attaccano bene ogni tipo di difesa, hanno armi per segnare in manovra, a “freddo”, a palla alta, a palla bassa. Li potrà logorare il caldo umido, ma ancora è presto. I greci sono qui per meritevole tigna, ma la loro strada è senza sfondo. SPAGNA- FRANCIA Almeno una posizione contro pronostico va presa, e dunque ci sbilanciamo: può uscire da Donetsk la vera sorpresa dell'Europeo. La Spagna è in versione diminuita. Anche nel 2008 e nel 2010 era partita piano, ma sempre suscitando impressione e potenzialità. E - soprattutto - subendo poco gli avversari. In questo Europeo le avversarie arrivano al tiro con troppa facilità. L'assenza di Puyol sembra essere più importante del previsto. Va detto che la Francia non ha fatto faville, ma appena il giusto per passare. Però è quadrata, furba, esperta, ben guidata da Blanc e con un attacco difficile da leggere e da contenere: Nasri, Benzema e Ribery sanno attaccare tutto il fronte, con talento, tecnica, velocità, forza. Possono segnare alla Spagna, più volte. E le furie rosse sembrano meno arrembanti quando si avvicinano all'area avversaria. Torres ha indovinato una partita, e sbagliato le altre. Iniesta può fare tutto ma ancora è mancato in decisività. Certo, se poi girano... INGHILTERRA - ITALIA Ci ferirebbe a sangue sbagliare questo pronostico, e forse il cuore decide per noi, ma l'Inghilterra ci è parsa vulnerabile: forte e di mestiere in molti elementi, questo è vero. Ma fragile sui lati e approssimativa in molte cose. Trova gol e li subisce, sempre. L'Italia è stata diversa, ma con momenti di calcio e di organizzazione decisamente superiori. Prandelli deve solo dare certezze all'attacco e non dimenticare il trequartista vero (Diamanti, Giovinco, forse Montolivo) da rischiare al posto di quello “fasullo”, Thiago Motta. Coraggio. «Entra, fa un fallo di reazione da cartellino rosso, segna e inveisce contro la panchina e gli chiudono la bocca. Nei campi a lavorare deve andare questo pagliaccio». È il pensiero che Paolo Ciani, segretario regionale di Fli in Friuli, ha rivolto a Mario Balotelli dal suo profilo Facebook. «Solo uno scherzo, non sono razzista», si è difeso. E' scomparso il compagno FRANCESCO PIU che ha ricoperto sempre con grande passione e competenza gli incarichi di delegato del Consiglio della Direzione Provinciale del Tesoro di Roma, Responsabile Nazionale Monopoli, Segretario Nazionale della Funzione Pubblica, Vice Segretario Generale dello SPI e vari incarichi nella Cgil Nazionale per i Servizi, Pubblico Impiego, Comunicazione e Consigliere del CNEL. Susanna Camusso e la Segreteria Confederale, a nome di tutta la Cgil, partecipano al dolore dei famigliari. La Segreteria nazionale Spi Cgil esprime il proprio dolore per la scomparsa di FRANCESCO Lo ricordiamo con affetto e stima come amico e dirigente dello Spi Cgil per il prezioso contributo che ha saputo dare in difesa dei diritti della categoria. Maria e Michele ricordano a tutti i compagni FRANCESCO PIU la sua passione, la sua generosità, la sua militanza DOPPIOCOLPODELMILAN,che in una trattativa lampo ha ottenuto dal Genoa il difensore Francesco Acerbi (prima riscattato dal Chievo Verona) e il centrocampista francese Kevin Constant. È stato il club ligure ad ufficializzare l'accordo con una nota sul proprio sito internet. Se il difensore era corteggiato dal club di Galliani già da tempo, l'acquisto di Constant è stata una reazione immediata alla brutta notizia del grave infortunio al ginocchio per Sulley Muntari, che sarà costretto a saltare la prima parte della prossima stagione. SPORT Muntari si rompe: Milan,c'èConstant ILCASO SNEIJDER, IBRA E SHEVA, MA ANCHE DZAGOEV, LEWANDOWSKI E MANDZUKIC. Top player, ex top player, potenziali top player, che hanno abbandonato Euro 2012 già alla fine della fase a gironi. In qualche caso si può parlare di veri e propri “flop player”, come nel caso di Sneijder, simbolo dell'Olanda cancellata dal torneo dopo tre sconfitte in altrettante gare, a due anni di distanza da un quasi titolo Mondiale. Van Persie, centravanti e oggetto del desiderio della Juve, si potrà consolare venendo in Italia (o rinnovando a peso d'oro con l'Arsenal), mentre per molti orange questa eliminazione fa rima con addio alla nazionale. L'attaccante russo Dzagoev sognava di diventare il capocannoniere del torneo, dopo i tre gol segnati nelle prime due gare, ma i suoi compagni si sono suicidati contro la Grecia e lui si è divorato l'occasione del pareggio che poteva valere la qualificazione, spedendo fuori di testa a due passi dal portiere Tzorvas. Fine della corsa. E dire che la Russia, dopo l'avvio scoppiettante contro la Repubblica Ceca, era considerata la possibile sorpresa di Euro 2012 e già circolavano voci di interessamenti per Dzagoev da parte di club inglesi e spagnoli, ma il suo destino pare legato ancora al Cska Mosca. Discorso che vale pure per Robert Lewandowski, bomber del Borussia Dortmund atteso a un Europeo da protagonista, subito a segno al debutto, ma poi le sue polveri bagnate hanno consegnato la Polonia a una immediata uscita di scena. E così niente bis dei trionfi in Bundesliga ma solo amarezza, vedendo Repubblica Ceca e Grecia proseguire l'avventura. Ha sognato un Europeo da primattore anche il croato Mandzukic, due gol all'Eire e quella contro l'Italia che aveva inguaiato Pirlo e compagnia, ma contro la Spagna niente gol per lui e la nazionale di Bilic ha detto addio al sogno di ripercorrere le gesta della Grecia 2004, capace di salire sul tetto d'Europa partendo da outsider. Ibrahimovic era fuori già dopo due giornate, ma non certo per colpa sua: la Svezia si è giovata delle reti e della classe dell'attaccante del Milan, che sognava un Euro 2012 da protagonista, magari da capocannoniere, per puntare a dicembre al Pallone d'Oro, per non dover vedere sempre Messi (o Cristiano Ronaldo) sollevare il trofeo più prezioso. Ancora una volta appuntamento rinviato. Uno che ha vinto tutto, in Italia, in Europa, capocannoniere, Pallone d'Oro e quant'altro, è stato Shevchenko, che voleva chiudere la carriera portando la sua nazionale ai quarti dell'Europeo organizzato in casa. Aveva posticipato l'addio al calcio per giocare questo torneo, ha iniziato con la doppietta che aveva fatto sognare l'Ucraina con la vittoria sulla Svezia, ma poi la legge del più forte ha visto Francia e Inghilterra spegnere il sogno dell'ex milanista. Per lui e per gli altri top player già usciti di scena ora non resta che la tv. I flopplayer eDzagoev: primadelizia poicroce L'umorismo «nero» del segretario Fli in Friuli contro Balotelli Europeo,avoi i quarti Si comincia con Repubblica Ceca - Portogallo GIANNIPAVESE ROMA Il torneonella fasedecisiva. Igreci sono intrusi,masono “chiusi”dallaGermania. L'Italiapuòandareavanti. LaFranciapuòfare ilcolpo Cameron,boicottaggio atermine:domenica noncisarà,«mainfinale...» Nessunministro britannico saràpresenteai quartidi finale a Kiev chevedranno incampo l'Inghilterracontro l'Italia, per sottolineare le «preoccupazioni»sullostato didiritto «in Ucraina». Il caso dei YuliaTymoshenko edi vari suoialleatinel mirino dei giudiciucraini pesasugli europeidicalcio e londra ieriha rotto gli indugi, conquestoannuncio ufficiale. LaFarnesina invecemantiene«una linea concertatacon gli altripartner dell'Europa»,spiega il ministro degli EsteriGiulio Terzi, riservandosi sceltepiù politichea dopo la manifestazione, con «proposte insede politicache sianoparallele a quelledi Inghilterra, FranciaeSpagna». AncheAngela Merkeleraperplessama ha già dettodi ritenersi “libera” in vistadellepartite decisivee finali del torneo, cosìcome Cameron hadettodi poter ripensare la strategia nel casodi approdo in finale dell'Inghilterra.Così le cancellerieeuropee battonosul tastoeallo stesso temponon si leganotroppo lemani: in casodivittoria del trofeo, la pubblicità chene deriverebbesarebbeun bocconetroppoghiotto per rinunciare. MASSIMODEMARZI tomassimo@virgilio.it ... Ilgiocodeipronostici: CristianoRonaldo puòdiventare ilmattatore dellamanifestazione U: giovedì 21 giugno 2012 23
Ormai appare chiaro che Silvio Berlusconi intende riprendere la corsa, più lui che il suo partito, cavalcando l'ipotesi, poco gradita anche nelle sue fila, dell'uscita dall'euro e del ritorno alla lira. Incurante della situazione con cui l'Europa sta cercando con fatica di fare i conti e dei sacrifici fin qui fatti dagli italiani, il Cavaliere ha dichiarato con la tradizionale disinvoltura: «Non credo sia una bestemmia l'ipotesi di uscire dall'euro, così da poter pensare a procedere ad una svalutazione competitiva e tornare ad una propria moneta» nel caso in cui la Bce non si faccia garante del debito pubblico europeo pagando i titoli in scadenza ed emettendo moneta e non facendosi, quindi, condizionare dalla Germania. «Certo l'uscita non sarebbe auspicabile ma ci sarebbero anche dei vantaggi» e non bisogna «aver paura di una moderata inflazione. Negli anni '80 avevamo un'inflazione a due cifre ma ci sono stati aumenti di consumi e la disoccupazione era al minimo. Se una bottiglia d'acqua costa 100, arriverà al massimo a 105». Fosse solo questo e non ben altro... CERVELLI ACONFRONTO Quello di Berlusconi è stato un vero e proprio spot in favore dell'idea che lui è intenzionato ad imporre per la prossima campagna elettorale. Certo dovrà vedersela con lo scetticismo di molti suoi, ma lui intanto per sostanziare il suo pensiero ha convocato «verso il 15 luglio» a Villa Gernetto, sede della sua Università della libertà «numerosi premi Nobel e massimi pensatori economici che sotto la regia di Antonio Martino discuteranno dell'eventualità di Stati che escono dall'euro» nel caso non si potenzi la Bce. In attesa delle conclusioni cui arriveranno i liberi pensatori Berlusconi ha provveduto lui a fare un po' di calcoli e a trarre qualche conclusione a supporto dell'idea che non esclude anche un'uscita dall'euro della Germania. «Se la Merkel insiste sulle sue posizioni negative può accadere o che gli Stati singoli ritornino alle monete nazionali o che la Germania esca dall'euro». La sua tesi è che «la politica del rigore avvelena l'economia e noi contro questa politica ci siamo battuti dicendo no alla Tobin tax richiesta dalla Germania». Uscire dall'euro? Un'idea più volte sostenuta nella convinzione di andare incontro alla maggioranza degli italiani che il Cavaliere, sondaggi alla mano, non riesce più ad intercettare. Nei giorni scorsi c'era stata l'affermazione, poi rimangiata, che «l'euro è una moneta che non ha convinto nessuno, una moneta attaccabile dai mercati internazionali». Poi l'ipotesi di proporre anche una lista civica antieuro assieme a tutte le altre a cui Berlusconi sta pensando per accontentare un po' tutti. «Cosa succede se l'Italia, la Spagna o la Grecia dovessero tornare alla propria moneta? Non lo so. Può darsi che sia una perdita di ricchezza ma io non arrivo a capirlo», ha affermato l'ex premier ricordando che «l'80 per cento delle famiglie italiane ha una propria casa di proprietà e non credo che queste subiscano una perdita di valore perché stiamo parlando del mercato interno». «Certe volte dispiace non essere ancora là a rappresentare le buone idee e la consapevolezza del ruolo dell'Unione europea. Ci sono ora manchevolezze nella voce e nella posizione dell'Ue nel concerto internazionale», ha osservato un nostalgico (e smemorato) Berlusconi che, però, ha confermato il sostegno a Monti, almeno fino al Consiglio europeo di fine mese che spera «vada a buon fine» ma ha bocciato Van Rompuy, «uno sconosciuto» e ha conferma che a suo avviso «il ruolo di presidente dell'Unione europea sarebbe molto più significativo se fosse svolto da un personaggio carismatico come Blair» (Berlusconi ha dimenticato di aver nominato lui stesso Van Rompuy quando era presidente del Consiglio, ndr). POPULISMO GENETICO «Sui peccati Berlusconi la sa lunga...» ha commentato sorridendo Pier Luigi Bersani l'ipotesi che non sarebbe una bestemmia se l'Italia uscisse dall'euro. Come Alba Dorata, il partito di ispirazione neo-nazista affermatosi alle elezioni in Grecia. Così Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, sulle esternazioni del Cavaliere per cui «le parole di Berlusconi sono inaccettabili. Il Pdl ha scelto di declinare il suo populismo genetico lungo la strada anti-euro come le peggiore destre europee. La risposta non può essere però la continuazione della politica dell'austerità autodistruttiva imposta dai conservatori tedeschi all'area Euro». «Se la volontà del Pdl è uscire dall'euro, Berlusconi lasci anche il Ppe. Non si può stare in una casa e sostenere le idee esattamente contrarie». Così il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini. . . . «Se la Bce non farà da banca di garanzia, pure la Germania si ritirerà dalla moneta unica» rebbero analizzando consentirebbero ai Paesi che sono in regola con le norme in materia di finanza pubblica, come l`Italia, di «vedere questo riconosciuto in termini di meno abnormi spread nel mercato dei titoli di stato», aveva chiarito il premier. Sorprendentemente un assist alla posizione italiana è arrivato ieri da Berlino. L'acquisto di titoli di stato di Paesi europei in difficoltà da parte dei fondi di salvataggio Efsf ed Esm (da luglio) è «una delle opzioni», ha dichiarato ieri Angela Merkel. Anche se, ha specificato la cancelliera, «non ci sono piani concreti» al riguardo. Difficile capire se si tratti di una vera apertura, ma certamente non c'è un irrigidimento. L'idea di Monti resta quella di usare il fondo bancario proprio come una «tachipirina», per abbassare quando serve la febbre degli spread dei paesi virtuosi, concedendo al fondo una licenza bancaria che gli consentirebbe di attingere alle risorse della Bce, evitando il monitoraggio della Troika. Un'idea, spiegano fonti di governo, «a metà strada» fra l'intervento di Francoforte sul mercato secondario prospettato qualche giorno fa dal ministro Enzo Moavero - e l'impiego dell'Efsf, e che è stata promossa senza riserve dai mercati. Diverse fonti diplomatiche hanno escluso che lo «scudo anti-spread» possa essere discusso oggi all'Eurogruppo, ma le tensioni finanziarie terranno banco alla riunione dei ministri delle finanze a Lussemburgo, dove l'Italia sarà rappresentata dal viceministro Vittorio Grilli. La parola d'ordine in arrivo dall'America è crescita. E viene sia dal presidente Barack Obama che dal capo della Federal Reserve, Ben Bernanke. Ambedue dicono che bisogna agire. Il secondo lo fa da subito: il tasso di crescita degli Stati Uniti è fiacco (e le stime puntano al ribasso), dice, e dunque la Federal Reserve è «pronta a fare il necessario». Detto, fatto: la Fed sosterrà l'economia Usa con ben 267 miliardi di dollari, tenendo i tassi invariati. Il primo guarda all'Europa ma il messaggio è lo stesso: la politica del rigore non basta assolutamente, l'Europa deve agire subito, e la strada è quella di intervenire sugli spread. L'Ue, ha detto il capo della Casa Bianca, è pronta a prendere «azioni coraggiose e decisive» per risolvere la tremenda crisi che minaccia l'intera economia mondiale, e chi scommette su una sua «implosione» sbaglia: perché la strada intrapresa dal Vecchio Continente è quella di una «sempre più stretta integrazione». Ne è convinto Barack Obama, che al termine del durissimo G20 di Los Cabos, in Messico, appare molto soddisfatto per quello che ritiene un grande successo. Dopo due giorni di colloqui intensi, bracci di ferro diplomatici, riunioni annullate e poi riconvocate per colmare le distanze, sono gli Usa a venire allo scoperto a poche ore dall'apertura dei mercati europei. «Gli europei - è la formula utilizzata dal segretario al Tesoro Usa Tim Geithner - stanno cercando di assicurare nel brevissimo periodo il varo di misure che possano sostenere il loro sistema finanziario e far sì che i Paesi che stanno affrontando le riforme, come la Spagna e l'Italia, possano prendere prestiti a bassi tassi di interesse». Un'uscita, quella di Washington, che rende bene la preoccupazione degli Usa per il contagio europeo, che mette a rischio la crescita globale a pochi mesi dalle elezioni. E da Obama in persona arriva un messaggio ancor più chiaro: fate presto. Lo schema a cui si lavora non è il salvataggio toccato alla Grecia: piuttosto punta ad allentare la pressione degli spread, che sono a livelli di guardia, su Spagna e Italia e permettere ai due Paesi di proseguire con le riforme. A Los Cabos i leader del Vecchio Continente hanno messo sul tavolo le misure immediate che intendono varare nel vertice di Bruxelles della prossima settimana: da quelle per stabilizzare il sistema finanziario e bancario a quelle per assicurare una maggiore crescita e favorire la ripresa. «I Paesi dell'eurozona prenderanno tutte le misure necessarie sia di lungo che di breve termine», annuncia Obama. I dettagli del piano europeo verranno ufficializzati al Consiglio europeo di fine giugno. Lo schema Obama: allentare la pressione sugli spread L'ex premier: «Tornare alla lira non è una bestemmia» La Tobin tax? «Avvelena l'economia» Il Pd Fassina: «Come Alba dorata» L'AGENZIA DI RATING Da Forza Italia a Forza Lira ILCOMMENTO BRUNOGRAVAGNUOLO Berlusconi-show sull'euro «Uscire? Ci sono vantaggi» SEGUEDALLAPRIMA La prima è l'idea di riprendersi quel che resta del Pdl. Oppure di distruggerlo del tutto, per rifondarlo con un nuovo «predellino ad altezza di Grillo», figura che Berlusconi sta studiando alla moviola. La seconda idea è quella di far saltare le residue speranze di riforme istituzionale e riforma della legge elettorale. Per far precipitare Monti e rilanciarsi come padre nobile della rabbia popolare. Nonché come il vero Masaniello, il vero unto del Signore detronizzato dai poteri forti. È un gioco disperato sulla pelle del Paese, lontanissimo dal partito popolare europeo e a metà strada tra Alba dorata e il recupero della Lega. Ma è un gioco che può innescare un cortocircuito tra vecchio e nuovo populismo. Far sprofondare l'Italia nel baratro oggi, dopo avercela quasi portata. E impedire la governabilità domani. Lui vuole il derby Italia-Germania. Ma questo suo comportamento è da cartellino rosso. Facciamo in modo che non venga inflitto all'Italia intera. Foto di gruppo a Los Cabos: Obama, Hollande, Merkel, Monti, Rajoy, Cameron e Van Rompuy FOTO ANSA FitchsullaGrecia «Menoprobabile l'uscitadall'euro» Un'uscitadellaGrecia dall'euroè ancorapossibile,ma abreve termine leprobabilitàdi un simile scenariosono assai ridotte: lo afferma l'agenziadi ratingFitch, nellagiornata prende forma il nuovogoverno greco.«I problemisoggiacenti sono semprepresenti, il risultatodelle elezioninonha certorisolto tutti i problemi fondamentali»di un Paese fortemente indebitato, ha spiegato ildirettoreper i rating sovranidi Fitch,GergelyKiss.Nel maggioscorso Fitch -che aveva abbassatoa«CCC» il ratinga lungotermine ellenico -aveva sottolineato in unrapporto che «un'uscitagreca dall'euro avrebbecomeprobabile risultato unvasto defaultnei pagamenti nel settoreprivato e nelle obbligazionisovrane denominate ineuro». Intanto lospread traBtp decennali eBundtedeschi scendesotto quota420, dopo la notiziache in Grecia siè raggiuntoun accordo per formareun governo di coalizione, a413 punti. MARCELLACIARNELLI ROMA attacca Monti . . . Le esternazioni alla presentazione di un libro: «Van Rompuy? Uno sconosciuto» EMIDIORUSSO esteri@unita.it giovedì 21 giugno 2012 5
24 giovedì 21 giugno 2012
Ildivorziodal lavoro secondoSegre registadella realtà BRUNO UGOLINI Un libroequattrofilm sulle lotteoperaie(dalla SardegnafinoallaFiat diMarchionne) inun cofanettoFeltrinelli NON SONO DIVORZI QUALSIASI, COME QUANDO,SPESSOCONRECIPROCICONSENSI, SI CONCLUDONO RAPPORTI FAMILIARI ESAURITI. Quelli raccontati da Daniele Segre sono divorzi dal lavoro. Nei suoi film viviamo quel che accade quando «un nesso che consideravamo ovvio (come quello che lega gli operai di un territorio alla loro fabbrica) si spezza». Sono parole di Peppino Ortolani, lo studioso che firma un libro Un cinema sul lavoro, un cinema del lavoro, inserito come vademecum proprio a quattro film di Daniele Segre, contenuti in due Dvd. È un'iniziativa della Feltrinelli Real cinema che arriva in una stagione tempestosa dove la parola "licenziamenti", fatti o da facilitare, cade ogni giorno nelle vite di tanti (esodati e non esodati) e acquista un sapore stridente difronte ad un altra parola abusata: "crescita". Come un terremoto che squassa vite di masse importanti. L'opera di Segre spesso è rivolta al passato come in Dinamite che ripercorre una lotta dei minatori sardi della Carbosulcis, giunta fino alla drammatica e ragionata minaccia di far saltare in aria il proprio luogo di lavoro. Altri lavoratori isolani troviamo in Asuba su serbatoiu,incatenati sui silos, su bombole del gas. Mentre Moriredilavoro è una rassegna dolente di familiari che rievocano donne e uomini stroncati da tragedie ancora oggi quotidiane. Qui il “divorzio” dal lavoro ha un epilogo insanabile. Il ciclo di Segre è chiuso da un ultimo documentario dedicato a una delle piu grandi fabbriche italiane, la Fiat (SicFiatItalia). Narra del modernissmo manager Marchionne che celebra un suo “divorzio” particolare dalla Fiom e dai lavoratori rappresentati dal sindacato di Landini. Ho conosciuto Daniele Segre, anni fa, nei corridoi dell'Unità. Erano i giorni della chiusura del giornale e lui si era precipitato a "girare" assemblee, incontri. Avevo già visto qualcuno dei suoi documentari e quindi gli avevo rivolto un saluto un po' irriverente: «Ecco il regista degli sfigati». Lui non se l'era presa e anzi mi aveva adottato per aiutarlo nella ricerca di commenti alla vicenda del quotidiano fondato da Antonio Gramsci, intervistando Ingrao, Cossutta, Cofferati e altri. Quel che esce ora nel cofanetto della Feltrineli è una sintesi e un tributo alla sua opera. È il messaggio di un «regista della realtà», come si autodefinisce, che ha dedicato il suo impegno al mondo dei salariati, senza indulgenze troppo commerciali. I suoi personaggi, però, non sono, come qualcuno potrebbe pensare «gli orribili equivoci del socialismo realizzato» (parole ancora di Ortolani). Sono donne e uomini visti anche nella loro quotidiana umanità (dove emerge spesso un antico “orgoglio” operaio), spesso in polemica con i sindacati, oltre che con i padroni e la politica. Non arruolabili, però, nell'esercito dell'antipolitica. Emerge, semmai, la ricerca, come si osserva ancora nel libro, di un'uscita da due sinistre entrambe perdenti. Una che agisce facendo «il mantra del mercato che risolve da solo tutti i problemi». Un'altra che propone di cambiare il mondo «secondo un modello ripetuto liturgicamente» Gli operai di Segre si interrogano senza tregua, alle prese anche con i cambiamenti del mondo del lavoro, come l'immissione di fasce crescenti di precari. Un mosaico di facce, di sequenze, di testimonianze che aiuta a capire meglio la realtà di oggi. Oggi, di fronte davvero a un divorzio di massa dal lavoro che segnala insieme l'arresto produttivo, l'impossibile crescita. Perché è vero che oggi è possibile pensare a forme nuove di convivenza, senza la corsa produttiva affannosa. Ma anche quelli che teorizzano la parsimoniosa “decrescita” o per lo meno lo sviluppo sostenibile, un'austerità propizia al cambiamento, non possono pensare di poter fare a meno di tutte le fonti di ricchezza, capaci di alleviare le nostre vite. Non possono pensare al postfordismo come a una completa desertificazione industriale. Ecco perchè Cgil, Cisl e Uil hanno intitolato la manifestazione di sabato 16 giugno «Il valore del lavoro». La lezione di Segre serve anche a questo, ad aiutare la battaglia per riscattare il lavoro. I FUNERALI DELL'ANARCHICO PINO PINELLI SI SVOLSEROIL20DICEMBRE1969,POCHIGIORNIDOPOL'ENORME ECOMMOSSOSALUTO CHEMILANO AVEVATRIBUTATO ALLE VITTIME DELLA BOMBA IN PIAZZA FONTANA. Pinelli era un'altra vittima di quella strage, caduto da una finestra della questura in via Fatebefratelli dov'era trattenuto illegalmente, ma ci vollero molti anni, le battaglie di pochi e poi di molti, perchè si affermasse la verità, che quel ferroviere non c'entrava nulla con la bomba. Milano è una città piena di lapidi, ci sono morti e ricordi ad ogni angolo, una storia colma di tanti lutti, troppi funerali. In quei giorni del 1969 c'era la sensazione diffusa dell'Italia che cambiava, della paura, dell'incertezza del futuro. Franco Fortini raccontò i funerali di Pinelli, al cimitero di Musocco, in un pezzo che, forse, non ha mai trovato uno spazio adeguato in un libro. «Il gelo del cimitero, la pietà dei canti stonati, delle bandiere sulla fossa ingiusta, la sera di noi gravati dal senso di un capitolo di storia che si chiude, di un triste futuro di persecuzione e di silenzi...» scrisse. «Vittorio Sereni, Marco Forti, Giovanni Raboni camminano con me sulla ghiaia del vialetto. Ci sorpassano coppie di giovani. il braccio di lui intorno alla spalla di lei, carichi, così immagino, di rancore e amore. Che cosa sarà di loro? Non so come ma ho la certezza che con la strage di pochi giorni fa, l'orrendo coro dei giornali e questo assassinio di Pinelli, è davvero finita una età. È possibile il silenzio degli uomini dell'opinione, i difensori dello stato di diritto? Si è possibile. La paura è veloce. Chissà che cosa ci porta il domani». UNATRAGEDIA ITALIANA È in questo clima che Enrico Baj costruì l'opera «I funerali dell'anarchico Pinelli» che avrebbe dovuto essere esposta a Palazzo Reale, il 17 maggio 1972. Era tutto pronto, quando arrivò la notizia che in via Cherubini era stata assassinato il commissario Luigi Calabresi, che aveva partecipato alle prime indagini sulla strage di piazza Fontana. Molti anni dopo per quell'omicidio furono perseguiti e condannati tre ex militanti di Lotta Continua. L'esposizione dell'opera, naturalmente, venne cancellata, non se ne parlò più in Italia, nessuno la presentò in quegli anni mentre fece il giro in molte città all'estero. A Milano tornò, di passaggio, all'accademia di Brera nel 2003. Dopo la cancellazione della presentazione, Baj regalò l'opera a Licia, la vedova di Pinelli, che viste le dimensioni (12 pannelli smontabili, 3 metri per 12) non poteva tenersela in casa. Così lo stesso Baj riuscì a venderla alla Fondazione Giorgio Marconi e il ricavato venne offerto alla famiglia Pinelli. Dopo quarant'anni Milano ritrova «I funerali dell'anarchico Pinelli». Il sindaco Giuliano Pisapia e l'assessore alla Cultura Stefano Boeri hanno riportato ieri l'opera a palazzo Reale, nella sala delle Cariatidi, dove potrà essere vista gratuitamente fino al 12 settembre. E bene ricordare che ogni volta che questa installazione si è affacciata in Italia, a Milano, sono scoppiate polemiche e contestazioni. Quelle mani protese mentre il corpo di Pinelli precipita sono state interpretate in modi opposti e anche per un'opera d'arte, che si ispira a Guernica di Picasso, diventa impossibile sintetizzare una storia che si vorrebbe ormai condivisa, ma che condivisa non è. In piazza Fontana, davanti alla banca della strage, ci sono ancora due lapidi, diverse, a ricordo di Pino Pinelli. La possibilità di vedere dopo quarant'anni «I funerali dell'anarchico Pinelli» può essere colta dalla città ferita dal terrorismo nero e rosso, per non dimenticare, per continuare a cercare la verità. Pisapia spiega che«l'arte, quella vera, non minaccia nessuno: quello di Baj fu anzitutto l'omaggio al dolore di Licia, Claudia e Silvia, allo sgomento degli anarchici milanesi, del tutto alieni da ogni idea di violenza, ad ogni sopruso, ad ogni negazione della libertà dell'uomo». «L'opera di Baj - sostiene il sindaco - non offre verità sul passato: interroga, piuttosto, il nostro futuro. È un invito forte, che muove le coscienze civili a un impegno urgente e attuale: l'impegno a costruire un Paese davvero democratico, davvero libero». CULTURA RINALDO GIANOLA MILANO Pinelli, i funerali diunanarchico Dopo quarant'anni viene esposta apalazzoReale l'operadiBaj IlsindacoPisapia: l'artenon minaccianessuno, l'operaera unomaggioaLicia,alle figlie, eaglianarchicimilanesialieni daogni ideadiviolenza «Ifuneralidell'anarchico Pinelli», opera diEnrico Bajdel 1972. Esposta apalazzoReale fino al 12 settembreprossimo ... Donneeuominivisti nella loroquotidiana battagliapernon arrendersiallacrisi ... Sonooperaichesi interroganosenza treguadavantialla rivoluzionedel lavoro ... Nelmaggio1972 la presentazionevenne cancellata.Erastatoucciso ilcommissarioCalabresi U: 18 giovedì 21 giugno 2012
Milanosdogana l'anarchicodi Baj GianolaPag. 18 BRUNO GRAVAGNUOLO ILCOMMENTO PIETROSPATARO Uncapitano coraggioso per imigranti JonaPag. 17 Da Forza Italia a Forza Lira Filmitaliani diqualità su Internet GallozziPag.20 L'ANALISI PAOLO SOLDINI Ricorso bocciato La Consulta salva la legge 194 Il portavoce di Rehn critica l'idea di uno scudo antispread Domani il vertice a quattro QUANTA ENERGIA C'È IN UN ATTIMO? Berlusconi esce dall'euro L'ex premier ci riprova: tornare indietro non è una bestemmia Atene: nel nuovo governo Pasok e Sinistra democratica APAG.4-5 ÈUFFICIALE,ELATENTAZIONESPAC-CATUTTO DI BERLUSCONI HA TRAVOLTOGLIARGINI.«FUORIDALL'EURO!»,DICE IL CAVALIERE, disarcionato dai suoi fallimenti e dallo spread. E ancora: «Ci vuole un partito Forza Lira». Inoltre: «Si stava molto meglio con l'inflazione a due cifre». E infine, con outing a lungo represso: «O usciamo noi o esce la Germania dalla moneta unica». Insomma un delirio in piena regola, irresponsabile e distruttivo, affine al populismo delle peggiori destre europee. Delirio con il quale l'ex leader sposa in toto le spinte più oltranziste del suo «cerchio magico» residuo: Santanché e Feltri. Con il reingresso del paleoliberale Antonio Martino, euroscettico e seguace dei boys di Chicago, figli di Milton Friedman. Ma che c'è di «politico» nel delirio e quale è il metodo di questa follia, se c'è? Senza dubbio c'è un ritorno alle origini, un richiamo della foresta. Stellone italiano e fantasia calcistica da nuovo miracolo tricolore. Ovvero lo stesso immaginario che condusse all'invenzione di Forza Italia. Stavolta c'è persino l'euro-derby Italia-Germania (o noi o loro nella moneta unica) che rievoca la famosa partita del 1974 e che magari potrebbe persino ripetersi in Polonia. Ma ci sono almeno altre due cose. SEGUEAPAG.5 Quando si decide sulla libertà personale non si possono usare con leggerezza i bassi espedienti della piccola politica. Si tratta infatti di una scelta estrema, che va compiuta con serietà e rigore valutando con attenzione la fondatezza delle richieste dei giudici. Per questo appare irresponsabile il comportamento del Pdl che, nel tentativo di mettere in difficoltà il Pd, ha anteposto i suoi giochetti tattici alla funzione istituzionale che spetta al Parlamento di fronte all'arresto di un suo componente. SEGUEA PAG.2 La legge è uguale per tutti IlSenatohavotatosì: Lusiportato incarcere L'autorizzazionepassa con155 favorevoli e 13contrari, ilPdl non vota eabbandona l'aula.L'ex senatore: vivoun incubo FANTOZZIA PAG 2-3 Ogni giorno ha la sua sorpresa. Ieri è andata in scena una curiosa inversione delle parti tra la Commissione Ue e la cancelliera tedesca. Mentre il quotidiano britannico Guardian e il settimanale tedesco Die Zeit raccontavano che a Los Cabos Angela Merkel avrebbe mostrato una inaspettata disponibilità sulla proposta italiana di permettere ai fondi salva-Stato di accedere direttamente alle risorse della Bce e di comprare titoli di stato, a Bruxelles Amadeu Altafaj, portavoce del commissario agli Affari economici Olli Rehn, ha liquidato l'idea di Mario Monti fortemente sostenuta da François Hollande. SEGUEAPAG.15 Sulla pelle dell'Europa Quando ero precario si faceva fatica, si tirava la cinghia ma avevamo una carica straordinaria perché volevamo ricostruire tutto Ora non c'è più quella speranza DarioFo Il premier sfila gli esodati a Elsa Fornero FRANCHI APAG.6 TURCO APAG. 10 U: La commissione europea non ha gradito la proposta lanciata da Monti di usare il fondo salva Stati per frenare la corsa degli spread attraverso l'acquisto di titoli pubblici. Lo ha detto il portavoce del vicepresidente Olli Rehn che, ai limiti dell'incidente diplomatico, ha parlato di «paracetamolo finanziario» perché, come il famoso farmaco, cura i sintomi ma non le cause. C'è chi parla di un equivoco e chi di una deliberata esagerazione. DI GIOVANNIAPAG.4 Bruxelles contro Monti: propone solo aspirine 50.enel.com SCUOLA La maturità della crisi commentata dagli scrittori Articolo di Pietro Greco su l'Unità citato in una delle tracce GERINA APAG. 13 Staino 1,20 Anno 89 n. 170Giovedì 21 Giugno 2012
CaraUnità Francesco Verducci ViceResponsabile Dipartimento Cultura e Informazione Pd ÈNATURALEEQUASISCONTATOCHECONL'AVVICINAR-SI DELLE ELEZIONI I PARTITI – E QUINDI ANCHE IL PD - SI CONCENTRINOPIÙSUGLIORGANIGRAMMIa scapito della elaborazione programmatica. Cioè del programma di governo che dovranno presentare agli elettori. Ma anche questa prassi è bene che non superi il limite della decenza. Faccio un esempio per rendere più chiaro il mio ragionamento. Credo che, sull'onda delle primarie vissute quasi come un dogma, non ci sia quasi più un circolo del Pd in Italia che non si appresti a scrivere un regolamento su come devono essere organizzate le primarie per eleggere i parlamentari. E questo a prescindere da come sarà la futura legge elettorale. Una sorta di impazzimento collettivo con migliaia di potenziali candidati – e questo è indubbiamente positivo e incoraggiante – ma con il rischio di concentrare l'attenzione solo ed esclusivamente sugli organigrammi, sulle regole, sugli statuti e sulle norme. Del resto, non esiste quasi più dibattito nel Pd – in ogni parte d'Italia - dove non si discuta prevalentemente di questi temi. Insomma, le primarie per il Pd sono diventate come la Nazionale di calcio. Ognuno ha la formazione pronta all'occorrenza e ognuno si sente titolato a dare indicazioni o anche, alla bisogna, a sostituire Cesare Prandelli alla guida della squadra. Ora, con il rispetto dovuto per tutti i regolamenti delle primarie che stanno fioccando dai vari circoli, credo che il gruppo dirigente del partito – a tutti i livelli, a cominciare anche e soprattutto dal livello provinciale e regionale – debba battere un colpo. E questo non per rallentare o scoraggiare lo spirito di inventiva della periferia ma per la semplice motivazione che un partito che si concentra solo e soltanto sui regolamenti e sugli statuti può anche asfissiare. Non è pensabile che si possano trascorrere svariati mesi a discutere su come fare e celebrare le primarie. Al di là del fatto che, e lo dico sommessamente, anche le primarie vanno usate con parsimonia e prudenza se non vogliamo che diventino – come è già puntualmente accaduto quando si eleggeva solo un organo monocratico, cioè il Sindaco – un formidabile strumento di confusione, di spaccatura interna e di disorientamento. La rotta, quindi, va un po' invertita. Il Pd, principale forza di governo del centro sinistra e, stando ai sondaggi, primo partito a livello nazionale, non può abdicare – malgrado lo sforzo della segreteria – al compito di svolgere sino in fondo un ruolo politico e di marcata elaborazione programmatica. Perché è su questo versante, credo, che si gioca la vera partita politica e non nella eterna disputa su come verranno fatte le primarie. Certo, le primarie sulla leadership della coalizione certamente non aiutano in questo sforzo. O meglio, rischiano – se non sono governate con intelligenza e senso di responsabilità – di rafforzare quel clima di contrapposizione interna che può avere anche un effetto “implosivo”. Mi riferisco, per essere ancora più chiaro, alla possibilità che le primarie si trasformino in una sorta di operazione di delegittimazione politica dell'avversario. È appena sufficiente ascoltare e registrare le svariate uscite pubbliche del giovane sindaco di Firenze, ma già politico di lungo corso, per rendersi conto che a pagarne le conseguenze rischia di essere solo e soltanto il Partito democratico. E questo per un motivo persin banale. E cioè, se l'avversario da battere per la conquista della leadership della coalizione, e quindi del Pd, è addirittura il segretario nazionale, anche uno sprovveduto capisce che il rischio della guerra totale è alto. Molto alto. E le ricadute possono diventare devastanti. Ecco perché lo strumento primarie – che resta sempre e solo uno strumento tecnico e burocratico – non può diventare un ”totem” da venerare tutti i giorni o una sorta di dogma, infallibile e mai più revisionabile. Vorrei sperare che il Pd esiste a prescindere dalle primarie e non come conseguenza delle primarie. Perché se così fosse, dovremmo arrivare alla conclusione che la politica nel Pd è diventata subalterna se non accessoria ad uno strumento burocratico, oltretutto non normato legislativamente ma frutto dell'avventurismo e dello spontaneismo del momento. Perché è sempre bene ricordare che in Italia, ad oggi, le primarie non sono disciplinate per legge e non sono praticate da nessun partito. Per questi semplici motivi il Pd, d'ora in poi, non può restare prigioniero del solo organizzativismo. Più politica e meno regolamenti se non vogliamo attorcigliarci attorno a noi stessi in un gioco che può trasformarsi in un pericoloso boomerang. Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense,131/L_0154_Roma lettere@unita.it Ildibattito Antipolitica alimentata dalla cattiva politica Giorgio Merlo Deputato Pd PRONUNCIARELAPAROLAPARTITOSIGNI-FICAGIÀDIPERSÈRICONQUISTARETERRENO.PIÙANCORACHENEGLIANNIdi tangentopoli, oggi un largo senso comune la relega tra le accezioni negative. In questi anni è stato incessantemente ripetuto il mantra per cui gli elettori scelgono i «singoli», non i partiti. La narrazione del leader si presta meglio alla morfologia dei media, e finisce per sovrastare il resto, in uno slittamento però né neutro né indolore. Eppure questa suggestione ha solleticato molti anche a sinistra, dal centro alla periferia. Ne è scaturita la proliferazione per ogni dove di cartelli elettorali personali. A forza di voler andare oltre il novecento, si è finito col ripiombare nell'ottocento notabilare. Accade poi - è cronaca recente - di fare i conti con il fatto che leader e sottoleader di partiti personali (dove i controlli scarseggiano) abbiano famiglie da mantenere. Quel familismo amorale che allignava nelle società arretrate- che la funzione civilizzatrice rivendicata dai grandi partiti repubblicani avrebbe dovuto debellare- lo troviamo oggi, dopo mezzo secolo, in capo a movimenti politici e istituzioni. Ad alimentare l'antipolitica è innanzitutto la cattiva politica. Che offre argomenti a chi come Grillo aggrega pulsioni e risentimenti intorno alla cifra racchiusa nella richiesta di una «Norimberga dei partiti». Le parole pesano, e non vanno sottovalutate. Chiamano in causa il Pd, nato per riannodare i fili del legame tra politica, società, opinione pubblica. La crisi di legittimità e rappresentanza della politica è innanzitutto figlia del divario sociale che spacca le società occidentali. Da una parte pochi con enormi mezzi; dall'altra il resto della popolazione su cui sono scaricati i costi della crisi, a fare i conti con recessione, disoccupazione, precarietà, tagli ai servizi, negazione di opportunità. Questa diseguaglianza è all'origine della crisi. Genera un diffuso sentimento di ingiustizia. Defezione e astensionismo, protesta e qualunquismo. Non può esservi democrazia solida senza cittadinanza che si fondi su lavoro e diritti. In milioni sono a rischio marginalità, e tra essi le nuove generazioni. Sta in questa incertezza di fronte al futuro il rischio di default che corrono l'Italia e l'Europa. In questo contesto, porre il tema della «politica organizzata» è essenziale e necessario. Significa decidere di organizzare un campo di forze, che tipo di radicamento strutturare e da che parte stare. Avere un'idea di società, una propria riconoscibile identità. È costruendo il partito che porremmo le basi per vincere la crisi della politica. Stando nelle filiere molteplici del lavoro e della questione sociale. Sperimentando forme inedite di apertura, militanza, partecipazione, che mettano in condizione tante energie vitali di impegnarsi e avere un ruolo. Una forza autonoma di stampo europeo, nella cultura politica e nell'agire collettivo argine agli interessi particolari. Fin qui il Pd non ha avuto piena consapevolezza delle proprie potenzialità. La strana ibridazione incardinata su primarie e correnti non funziona ed è controproducente. Le primarie sono fondamentali, a patto che siano valore aggiunto e non sostitutivo del radicamento politico. L'autoreferenzialità delle correnti inibisce capacità attrattiva ed espansiva. Il rinnovamento vero, oggi, è decidere di mettere in campo un partito. Bersani può farlo. Alfano ha dichiarato, più o meno, che se la destra avesse proposto un piano di sviluppo con un solo miliardo vero e 79 attesi, avrebbe avuto contro tutti. Una sola domanda: ma quale piano di sviluppo ha proposto la destra nei tanti anni al potere? VINCENZOCASSIBBA VedereAlfano che liquidava contanta sufficienza ilpianodi sviluppoproposto dal governodiMonti miha riportato bruscamente,dopo alcunigiorni all'estero, allabrutalitàdel linguaggiopolitico incui la destra italiana siè arenataormai daalcuni anni.Adapparire in sequenzadopodi lui c'eraMaronichecapeggiava una rivoltadei sindaci leghisti contro l'Imu, senzapudore riproponendo,dopo tutte le ruberie del suo partito, le balle suipadaniderubati dai romani mentrequello checampeggiava suLibero, la mattinadopo,eraun fotomontaggio della Merkel condue palloni che lesbucavano da sotto la gonna.La destra, mi sonochiesto, è semprestatacosì?Volgare come al tempo del fascismo, sboccata, aggressivae provocatoriacome nellepeggiori curve da stadio?Probabilmentesì, mi sonorisposto, perchéquestorifiuto, becero esupponente insieme,diaccettare l'idea percui la politica indemocraziaè odovrebbeessere ricerca di unbenecomune èprofondamente inserita nelDnadei partiti che nascono perdifendere iprivilegie le fortune dei pochiche li finanzianodalleaspirazioni legittime dei molti che li subiscono.Attaccare,offendere, sproloquiare, lasciarsi andare allavolgarità fuorimisura del linguaggionel tentativo di incitare ipiùsemplici contro le leggi e lo Statoche si permettedidifendere idiritti di tutti è l'unico modo, forse,di sfuggire alla propriadrammaticamancanza diargomenti. E lo usano,questomodo, allagrande. Nelle intervistee suigiornali. Dialoghi Il linguaggio sboccato della destra arriva da lontano L'intervento Le primarie del Pd? Come la nazionale di calcio . . . Ognuno ha la squadra pronta per giocare e ognuno si sente titolato a dare indicazioni da mister COMUNITÀ Lacorruzione e ilperdono Poiché, come si dice, non si può chiedere ai capponi di prepararsi il pranzo di Natale, non si può pensare che i corrotti preparino il proprio funerale, specie se politico. Ma i non corrotti no! In qualsiasi sfera si trovino ad operare, non possono cedere! Altrimenti alimentano la diffusa idea che tanto siamo tutti uguali. Ma se ciò non è –e non è- lo devono far vedere, senza se e senza ma, prima di tutto le varie classi dirigenti. Su di una partita di questo genere (diritti fondamentali, giustizia, codici), la politica, ad esempio, o vince, o, se perde, va a casa a fronte alta e si prepara al successivo confronto elettorale da posizioni che la gente capisce ed apprezza (non è anche questo rinnovamento?). Se è vero che la politica è l'arte del possibile, non tutto però è possibile e non su tutto ci si deve sfiancare in patteggiamenti e compromessi che rischiano di essere, prima di tutto, un'offesa all'intelligenza della gente comune. Un conto è il perdono (di un certo tipo per i credenti e di un certo tipo per i non-credenti), un conto è la solidarietà di chi, singolarmente od in forma associata, si spende per essere vicino a chi ha sbagliato affinché se ne ravveda e rimedi. Un altro conto è invece l'inciucio, la tiepidezza, l'ambiguità e quant'altro ancora può permettere ancora ai furbi ed ai disonesti di farla franca, beffandosi di tutti gli altri. Altro che anti-politica: questa, credo, è vera, doverosa politica. RenatoOmacini Seuna stazionecancella un'areaverde La stazione di Conca d'Oro è una delle tre fermate appena inaugurate della metropolitana romana B1, progettate dall'architetto Paolo Desideri (suoi anche la stazione Tiburtina, il restyling del museo archeologico di Reggio Calabria, iniziato nel 2010 e non ancora concluso, e l'Auditorium di Firenze). Le stazioni hanno in comune il difetto di aver distrutto un grande giardino (piazza Conca d'Oro), un viale alberato (viale Libia) e un grande parcheggio (piazza Annibaliano), sostituiti da “piazze ipogee”, ma quello che si vede dall'esterno sono terrificanti colonne, colonnine, torri e torrette di cemento ricoperte da un po' di edera, soprattutto quella che oggi è diventata la fermata Conca d'Oro: prima era un piccolo polmone verde, con un ruscelletto sormontato da un romantico ponticello, una pista per il pattinaggio e una per il calcetto, d'estate veniva spesso usato per feste di quartiere. A piazza Santa Emerenziana (che non è una fermata ma credo serva per le prese d'aria della linea B1) hanno eliminato un piccolo giardino frequentato dai nonni della zona con i nipotini: ora è un susseguirsi di cubi di marmo e travertino, non ci sono più panchine, né fontane, né spazi per tirare due calci ad un pallone. Perché a Parigi o Vienna le fermate periferiche della metro sono appena visibili: un cartello, una scala mobile, una ringhiera, al massimo un muretto? LauraBattisti L'insostenibile leggerezza dell'onorevoleMaroni Ora, egr. on. Maroni, accanto alla pregiata iniziativa di vanificare una legge (e sarà solo la prima ad essere cancellata dalla sovranità popolare), vorrei suggerirle un'altra iniziativa che sarebbe molto ben accetta agli elettori di tutta Italia. Si tratta di abrogare una legge ignominiosa, che da sempre penalizza l'uomo e gli rende la vita difficile. Mi riferisco alla legge di gravità, che andrebbe abrogata sempre con la forza della sovranità popolare. Quando avrà abrogato tale legge, allora si rechi all'ultimo piano del Pirellone (si faccia indicare la strada da Renzo Bossi o da Nicole Minetti) e da lì si lanci verso il futuro, vedrà che, eliminata la legge di gravità, flotterà nell'aria come una piuma. RosarioAmicoRoxas Balotelli e il consiglieredi Fli Ho letto sul sito dell'Unità dell'iniziativa di un consigliere regionale del Friuli-Venezia Giulia, Paolo Ciani. L'esponente di Fli sulla propria bacheca Facebook ha pubblicato un fotomontaggio di Mario Balotelli in un campo di grano e a commento queste parole: «Entra fa un fallo di reazione da cartellino rosso, segna e inveisce contro la panchina e gli chiudono la bocca. Nei campi a lavorare deve andare questo pagliaccio». Intanto «andare nei campi» è espressione già di per sé schifosamente razzista e classista, segno della profonda ignoranza di chi l'ha partorita e della la società italiana fortemente regredita da un po' di anni a questa parte. Se c'è qualcuno che giustifica questo dicendo che Balotelli é un "arrogante" (per assolvere il proprio razzismo), mi chiedo dove dovrebbero andare tutti gli esponenti del calcio-mercato di oggi, del calcio spazzatura (che ormai solo di quello si tratta), che vivono sulle spalle dei poveri tifosi a suon di miliardi e corruzione... VivianaTerranelli 16 giovedì 21 giugno 2012
LASTORIA Capitano coraggioso SichiamaPietroRusso,èunpescatore diMazara.Esalva imigrantidallamorte QUANDO HO CONOSCIUTO IL CAPITANO PIETRO RUSSO,CONSUAMOGLIEGIOVANNA,NELLOCALECHEGESTISCONO A MAZARA DEL VALLO, mi raccontò che non era riuscito ad assistere alla nascita del suo primo figlio, che ora ha 32 anni: era detenuto in Tunisia per conflitti sul mare territoriale. Sorridevano Pietro e Giovanna mentre parlavano di quei momenti di gioia e angoscia, come si fa con una vicenda passata cui si è fortunosamente si è scampati. Oggi Giovanna e il primogenito Giuseppe, ormai un uomo, sono nuovamente in ansia e in attesa di Pietro, sequestrato il l 7 giugno con gli altri dodici uomini dell'equipaggio del peschereccio Boccia II, nella città libica di Bengasi. E nell'incertezza della Libia del dopo rivoluzione la preoccupazione è maggiore. «Dopo una settimana di carcere ci hanno permesso di tornare nel peschereccio», racconta al telefono Pietro Russo. «Siamo agli arresti domiciliari. Non possiamo scendere dalla barca e a terra la situazione è pesante. Sulla banchina c'è di tutto: macchine che girano senza targa, ragazzi con le armi nascoste e nessuno che controlla. Un Far West». Certo è meglio che in carcere. «Lì siamo stati in 13 persone, tutto l'equipaggio, in una cella, vicino a dei criminali di guerra. Un uomo aveva ucciso dieci persone quando faceva parte delle milizie di Gheddafi. Poi c'era gente fuori di testa che ce l'aveva con noi stranieri, ci minacciava..». Il motivo del sequestro di Russo è una battaglia, senza regole, per le zone di pesca nel Mediterraneo: la Libia nel 2005 ha infatti proclamato unilateralmente un'area protetta che si estende per 62 miglia, la metà delle acque tra la costa libica e l'isola di Lampedusa: 74 miglia pescosissime perché il mare è profondo e non è solcato da rotte commerciali. Limite che i pescatori di Mazara del Vallo si rifiutano di rispettare, rischiando così continuamente il sequestro di pescherecci e equipaggi. Come il Boccia II che il 7 giugno è stato intercettato a 40 miglia dalla costa libica. «Quando le motovedette libiche ci hanno sequestrato, ci hanno detto che ci avrebbero subito liberato ma poi il giudice ha deciso che si dovrà fare un processo. Siamo in attesa». LADIATRIBAINFINITA Le battute di pesca per i pescatori mazaresi sono di circa 40 giorni. Lunghi periodi di navigazione nel Mediterraneo in cui – anche al tempo di tecnologie radar e smartphone - l'unica certezza è l'imprevedibilità degli eventi. Come quell'incredibile momento in cui, forse per ripagarlo di quella nascita cui non ha potuto assistere, il mare in tempesta ha portato tra le braccia del capitano Russo un fagotto di coperte che avvolgeva una bambina piccolissima. Era un mare così arrabbiato quel 28 novembre 2008 che il Ghibli - il peschereccio che allora Russo guidava - era stato chiamato via radio dalla capitaneria di porto di Lampedusa per soccorrere un barcone carico di migranti in balia delle acque agitate a 10 miglia a sud est dell'isola. «Ci siamo trovati davanti ad una scena agghiacciante: ragazzi di 15 o 16 anni erano in una barchetta piena in modo incredibile di persone, ad occhio 300-350, che piangevano e urlavano – raccontava il Capitano Russo - bisognava agire in fretta perché imbarcavano acqua. Così mentre gli altri due pescherecci di Mazara, il Monastir e l'Ariete, li proteggevano da un vento forza 5, noi li abbiamo caricati. Approfittando della risacca li abbiamo fatti salire a bordo ad uno ad uno. Un'operazione rischiosissima». Subito dopo la fine del trasbordo il barcone, su cui viaggiavano rifugiati somali, eritrei e etiopi, è affondato sotto gli occhi dei marinai mazaresi. «E in tutta quella confusione il primo ad arrivare a bordo, è stato quel fagotto. L'ho aperto e mi sono trovato di fronte una bambina, piccolissima – racconta – mi ha sorriso e ho dimenticato tutto il resto. Aveva tanta voglia di giocare, dopo tutto quel buio». Non è l'unico episodio in cui il capitano, ora detenuto a Bengasi, ha salvato delle vite. L'altro risale al 2006. Tornando da una battuta di pesca aveva incontrato un'imbarcazione di migranti che chiedeva aiuto. Il peschereccio si era avvicinato, ma nella foga di salire a bordo, o forse spaventati da alcuni delfini che saltellavano intorno, i naufraghi si erano spostati tutti su un lato e la barchetta si era capovolta. «Ci siamo trovati a dover salvare una ventina di persone che non sapevano nuotare - racconta il Capitano -. I primi ad avvicinarsi sono stati un uomo e una donna, una coppia: abbiamo preso il marito ma non lei, ci è sfuggita di mano e si è lasciata andare nelle onde. Poi, abbiamo saputo che aveva con sé un bambino di pochi mesi che le era sfuggito nel rovesciarsi della nave. L'ho vista affogare con i lunghi capelli neri che si allargavano nell'acqua. Alla fine ne abbiamo portati a riva ventuno su ventitré. Ma per lei e il bambino non c'è stato niente da fare. Un dolore grande». Oggi è il capitano Russo a chiedere aiuto: «Siamo pescatori onesti e chiedo che l'Italia non ci lasci soli». Monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo spera e prega. E non si stanca di rimarcare: «Al di fuori di emergenze come questa che stiamo vivendo è necessario raggiungere un accordo, garantito dal diritto internazionale su quelle 74miglia. Non è un problema di tre peschereccii (insieme al Boccia II sono stati sequestrati i motopesca Maestrale e Antonino Sirrato, nda) e una città, Mazara del Vallo. Questa è una questione cruciale per il Mar Mediterraneo, che è un bacino commerciale, ma soprattutto un ecosistema che determina le condizioni di tutta l'Europa. Questo mare è un mare di tutti, un luogo che deve permettere ai popoli di incontrarsi e vivere, possibilmente in pace». LUDOVICAJONA ROMA VISIONI : AMilanovieneesposta l'operadiBajsui funeralidiPinelli P. 18 L'INTERVISTA : LoscrittoreMichaelConnelly racconta l' ispettoreBoschalleprese conil razzismo P. 19 TECNOLOGIAECULTURA : I film italiani livedosuInternet P. 20 U: Oraè luiachiedereaiuto: dal7giugnoèsotto sequestroaBengasi Per leautorità libiche il reatoèsconfinamento delleacqueterritoriali Maquel trattodimare èanche italiano giovedì 21 giugno 2012 17
C'è chi parla di un equivoco, e chi di una deliberata esagerazione. Sta di fatto che sul piano «anti-spread» di Mario Monti è scoppiata ieri una feroce polemica politica. A dare fuoco alle polveri è stata la dichiarazione del portavoce di Olli Rehn, il quale rispondendo alla richiesta di un chiarimento riguardo alle voci di una trattativa sullo «scudo» per evitare eccessivi scostamenti dei differenziali, ha definito quello strumento «un paracetamolo finanziario che attenua il malessere, ma non risolve le cause strutturali». Insomma, un'aspirina che abbassa la febbre ma non elimina la malattia. E non solo: secondo Amadeu Altafaj l'utilizzo del fondo Salva Stati (Efsf) per acquistare titoli pubblici sul mercato secondario per attenuare la speculazione e ridimensionare gli spread (questa la soluzione messa in campo dall'Italia), implicherebbe di fatto l'obbligo a sottostare alle richieste della trojka. Il portavoce spiega che il ricorso all'Efsf «implica condizioni da rispettare, come riforme appropriate, e la firma di un protocollo di intesa con la Commissione Ue». In altre parole, Altafaj non fa altro che ricordare le linee guida che regolamentano l'attivazione del fondo. Eppure le sue parole hanno l'effetto di un ciclone. E sembrano comunque mandare ai mercati un messaggio contrario a quello che dicono: cioè che di spread si sta parlando eccome. E che la cura proposta potrebbe funzionare. Tanto che proprio mentre si scatena la bagarre politica sull'«aspirina» evocata a Bruxelles, sulle piazze finanziarie lo spread dei titoli italiani scende a 415 da un livello attorno a 450 del giorno prima. UNTERREMOTO Nel frattempo si scatena una raffica di reazioni da parte italiana. Secondo Massimo D'Alema, dopo le riforme e gli impegni di consolidamento avviati nel nostro paese, «Mario Monti è nelle condizioni di chiedere all'Europa un ruolo attivo per contrastare la speculazione e ridurre gli spread». Così l'ex premier fa quadrato attorno al governo italiano. Attacca a testa bassa l'eurodeputato Pd Roberto Gualtieri. «Le parole del portavoce di Olli Rehn sono inaccettabili e irresponsabili - dichiara - Sono parole che dimostrano oltre che una grave irresponsabilità anche una certa incompetenza, di cui peraltro in questi mesi lo stesso Olli Rehn ha già dato ampie prove andando oltre le già dure regole del “six pack” e imponendo alla Ue una politica fiscale ottusamente prociclica nonostante i margini di flessibilità offerti dal patto di stabilità (che consentirebbe di tenere conto dell'andamento del ciclo)». Un vero fuoco di fila, che apre uno scontro inedito nel cuore dell'Unione. Per la verità l'intervento del portavoce puntava a chiarire lo stato dell'arte della proposta, di cui aveva parlato il giorno prima il Financial Times indicandola come tema di discussione del G20 di Los Cabos. In realtà il piano è ancora in evoluzione, e non è mai stato discusso finora in incontri ufficiali. Anche se lo stesso Monti, da Los Cabos, ha confermato che ne parlerà all'incontro di venerdì prossimo a Roma con gli altri tre leader europei (Merkel, Rajoy e Hollande). Nella conferenza stampa finale del summit il premier italiano aveva detto che nella zona euro si sta riflettendo di modi in cui la stabilizzazione finanziaria della zona possa essere rafforzata, attraverso modalità che possano permettere di premiare e incoraggiare la virtù». I meccanismi che si staAntònis Samaràs è il nuovo primo ministro greco. Ha giurato nelle mani del presidente Papoulias e si è chiusa così la principale fase delle trattative post elettorali. Per la lista dei ministri si dovrà aspettare sino a domani, ma l'impegno per la partecipazione, oltre che del centrodestra di Nuova Democrazia, dei socialisti del Pasok e del partito Sinistra Democratica, con a capo Fotis Kouvelis, è ormai un dato acquisito. I conservatori hanno deciso di far entrare in gioco politici di primo piano, mentre i socialisti e, molto probabilmente, il partito di Kouvelis, sono intenzionati a lasciare spazio a dei tecnici, per evitare di esporsi in modo troppo diretto. «Conosco bene il momento difficile che stiamo attraversando sia come Paese che come popoli. Sono cosciente del bisogno di riaffermare la nostra dignità ferita, della necessità di far ripartire rapidamente l'economia, per riaffermare la coesione e la giustizia sociale», ha sottolineato Samaràs dopo la cerimonia di giuramento. Il via libera è arrivato dopo una serie di incontri tra i leader dei tre partiti che sostengono la nuova compagine: Samaràs, appunto, Evànghelos Venizèlos, del Pasok, e Kouvelis. Gli analisti politici, ad Atene, commentano così la nuova esperienza di governo: «La destra deve capire che non ha preso il 40% dei voti, ma solo il 29,8% ed ha 129 deputati grazie a una legge elettorale piuttosto singolare. I socialisti fanno bene a cercare di convincersi che le poltrone del potere non si devono occupare troppo a lungo e Sinistra Democratica deve superare l'atteggiamento di chi dice sempre no, di chi si oppone quasi per professione». Come a dire che di lavoro, per limitare gli attriti e le differenze, ce ne sarà, ed anche molto. Il Pasok e Kouvelis hanno già posto un veto: non devono partecipare al governo deputati che provengono dal partito dell'ultradestra, Laos, e che solo di recente sono entrati in Nuova Democrazia. Anche all' interno del Pasok, poi, il dibattito sull'opportunità di partecipare all'esecutivo con i propri «big» è stato tremendamente acceso. L'ex ministro della sanità, Andreas Loverdos, avrebbe voluto entrare a far parte della nuova compagine governativa, ma dopo ventiquattro ore di incertezza e di polemiche, è prevalsa la linea di Venizèlos. Il quale, parlando al gruppo dei deputati socialisti, ha fatto sapere che il governo Samaràs sarà composto da sedici ministri e dodici vice ministri. Una compagine molto snella, per quella che è stata, sinora, la tradizione greca. Tutti attendono, oggi, la conferma finale, sperando che le trattative tra i rappresentanti dei tre partiti , giungano a conclusione senza intoppi dell'ultimo minuto. « Si tratta di un governo che continuerà ad applicare la politica del rigore, non ci saranno novità di sostanza», commenta la sinistra di Syriza, secondo la quale «i rapporti di forza delle forze di maggioranza non permetteranno di mettere in discussione i memorandum di sacrifici sinora applicati». MESSAGGIOA BRUXELLES Anche la destra di Nuova Democrazia, tuttavia, che si era posta come garante verso l'Europa e gli equilibri della moneta unica, pare non nascondere, il bisogno di arrivare ad una rinegoziazione delle condizioni sinora imposte alla Grecia. Una sorta di «terzo memorandum», che potrebbe essere firmato entro l'estate. Ad Atene si parla di un congelamento di almeno un anno, di quelle che sono le misure più gravose, tra cui i tagli a stipendi e pensioni. La trattativa diplomatica, infatti, dovrà tenere sempre presente la difficilissima realtà quotidiana del Paese. Molti cittadini, compilando la dichiarazione dei redditi, si sono resi conto che, quest' anno, non potranno farcela a pagare le imposte. Oltre alle tasse sul reddito, ci sarà anche quella sugli immobili ed il contributo di solidarietà. L'imposizione media sarà di 1400 euro, e i conti in banca ormai sono prosciugati. Dati concreti, che costituiscono le prime sfide della nuova coalizione di governo ellenica, a partire dall' Eurogruppo di oggi. E non è un caso che l'unico nome della lista dei ministri, considerato certo, è quello di Vasilis Rapanos, nuovo responsabile del dicastero dell' economia, sinora presidente della Banca di Grecia. Entro due giorni, ad Atene, dovrebbe ritornare la iroika (Fmi, Ue e Bce) per un nuovo giro di colloqui, su basi relativamente aggiornate. La grande sfida, il momento della verità però, quello del vertice dell'Unione europea a fine mese. Oltre a Samaràs, sono intenzionati a recarsi a Bruxelles anche Venizelos e Kouvelis, per sostenere, con i loro contatti in area progressista, le principali richieste del Paese. Si guarda, innanzitutto, alla posizione ed alla solidarietà fattiva di Italia e Francia, ed ai risultati del vertice di domani, a Roma. Per riuscire a compiere quasi un miracolo. Per fare in modo che la fine dell'estate in Grecia possa portare i primi segnali del tanto agognato, graduale, ma vero, ritorno alla normalità. BIANCADIGIOVANNI ROMA «Solo aspirina»: l'Ue L'EUROPAELACRISI Atene, il giorno di Samaràs: insieme contro l'austerità Nel nuovo governo anche Pasok e Sinistra democratica Obiettivo: riscrivere il memorandum TEODOROANDREADIS teodoroandreadis@hotmail.com Il portavoce di Rehn boccia il piano anti-spread del premier Ma a sorpresa arriva un'apertura da Berlino . . . D'Alema difende il premier: è attivo nel contrastare la speculazione . . . Bruxelles avverte: il ricorso all'Esfs implica che si accetti la firma di un memorandum 4 giovedì 21 giugno 2012
Da una parte Paul Nizan e il ‘68: «Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita». Dall'altra Steve Jobs e la crisi: «Il vostro tempo è limitato, non buttatelo vivendo la vita di qualcun altro». I quasi cinquecentomila studenti italiani che si stanno cimentando con la maturità, ieri, alla prima prova, recapitata via internet, si sono trovati davanti a un bel bivio. Tra i vent'anni ribelli di Nizan e i loro vent'anni alle prese con la crisi non hanno avuto dubbi. Quasi uno su due, ovvero il 41,2%, ha scelto il tema socio-economico che li invitava a riflettere su «I giovani e la crisi», a partire da alcuni articoli di quotidiano. E dalla ben nota sfilza di statistiche, che tratteggia la loro generazione, «non interessata né a lavorare né a studiare», come la vittima designata. Unica luce infondo al tunnel, proprio la citazione del guru dell'informatica, inserita in coda ai documenti a disposizione dei candidati, compreso il Rapporto Censis sulla «mobilità che non c'è». In molti, a dire il vero, hanno fatto una sintesi tra i due spunti. E rienterpretando la citazione di Nizan (tema scelto dal 21,9% dei maturandi, seconda traccia più gettonata) alla luce della crisi, sono arrivati alla conclusione che «avere vent'anni nel 2012 non è facile». Perché, come spiega Federico, liceo classico Berchet di Milano «non viene permesso a nessuno di realizzare i proprio sogni». Altro che mobilità sociale. Forse per questo c'è chi come Jessica Tahiri, studentessa dell'istituto commerciale di Torino, con un papà kosovaro, prova a guardare con pragmatismo al futuro. Secondo lei è anche colpa dei giovani se restano disoccupati. «Io appena diplomata - spiega - cercherò subito lavoro. Mi piacerebbe trovare impiego in un'azienda, per esempio come segretaria. Ma se non ce la faccio, farò il primo lavoro che trovo». La terza traccia è stata quella di ambito tecnico-scientifico. Tema: «La responsabilità della scienza e della tecnologia», scelta dal 14,5% degli studenti, che si sono ritrovati tra i testi da commentare anche l'articolo scritto da Pietro Greco per l'Unità, un anno fa: «Chi ha paura della scienza?». Cinque maturandi ogni cento (4,9%) poi si sono voluti misurare con il tema storico, che quest'anno, seguendo la traccia lasciata da Hannah Arendt sull'olocausto e la «banalità del male», andava dritto al cuore dell'orrore novecentesco. Scelta assai apprezzata dagli storici e dalla comunità ebraica, ma anche dagli studenti che di solito sono molto più restii a scegliere la traccia storica. Qualcuno in più (9%) si è cimentato con il brano di Montale tratto da Auto da fé . «Io avrei fatto il tema su “bene individuale, bene comune”», risponde il ministro dell'Istruzione Profumo, soddisfatto di come ha funzionato, nonostante qualche ritardo, il sistema di accesso elettronico alle tracce d'esame, distribuite per la prima volta via internet. Meno soddisfatti i docenti che anche ieri hanno avuto difficoltà ad accedere ai verbali online e hanno dovuto ripiegare sul vecchio metodo amanuense. La maturità Il lavoro che non c'è in cima ai pensieri dei ragazzi: «Giovani e crisi» il tema più gettonato Il ministro «Bene le tracce web». I verbali online non funzionano V isti da chi ha quasiscordato la notte pri-ma degli esami, i temi della maturità appaiono bellissimi. C'è persino un dialogo tra le tracce, come se da diversi punti di partenza si puntasse allo stesso nodo. Hans Jonas e Primo Levi avvertono del pericolo di preferire la comunità scientifica a quella umana che il principio di responsabilità è chiamato a definire. Che spetti solo al singolo decidere anche per il bene comune, è per entrambi una lezione tratta dall'esperienza dello sterminio ebraico, al quale Jonas scampò in esilio, Levi a Auschwitz. Altrimenti – come rammenta Hannah Arendt nella traccia storico-scientifica – persino l'uccisione di milioni può diventare un lavoro da pianificare secondo criteri di economicità e efficienza, un banale affare di stato da far eseguire a carnefici con il volto da funzionari. La banalità del male necessita però di un momento preliminare, per nulla tecnico, per prendere l'abbrivio. Cosa ha fatto sì che un intero popolo non ostacolasse la disumanizzazione di un gruppo di concittadini? Nell'impossibilità di sciogliere la domanda, emerge un elemento che, ridiventato oggi sempre più tangibile, viene toccato dalla traccia sui giovani e la crisi. Negli anni '30, la Germania fu colpita dalla Grande Depressione con una violenza senza pari in Europa. I disoccupati arrivarono a sei milioni. Il partito che predicava la colpa degli ebrei esisteva già da prima, ma miseria e disperazione resero assai più attraente un colpevole alla portata. Non vorrei essere uno studente che fosse incappato in un simile cortocircuito tra passato e presente, scienza e saperi umanistici. Ma io che ho già dato, posso permettermi di andare fuori tema. I l venerato poeta Euge-nio Montale è sempreil grande favorito: mai una volta che – nei giorni del toto-tema – non sia nominato. E stavolta, eccolo. Quasi fosse l'unico del Novecento, anzi: il poeta-Novecento per eccellenza. Ma non si tratta del Montale più noto agli studenti: quello dei versi (e degli Ossi di seppia in particolare). Si tratta del Montale prosatore: arguto, coltissimo, problematico. Affascinante, sì. Ma qui sembra tutt'altro che trasparente, anche perché “ritagliato”. Dove ci porta questo tono sibillino e allusivo? Poveri maturandi. Sotto la cenere dell'ironia c'è la brace del suo disincanto, di quel proverbiale «male di vivere» che gli studenti hanno sicuramente, per via di antologie, sfiorato. Ma messo a fuoco, o meglio non messo a fuoco così, era complicato rispondere alla domanda «quali sono i problemi risolvibili secondo Montale». In realtà Montale non risolve niente: complica. E ci sta parlando in modo opaco, contorto, della questione delle questioni: il Tempo. Vuole condurci in quel punto terribile del pensiero che è il vuoto di senso. La vita, sostiene Montale, è il modo che troviamo di occupare il Tempo perché il suo vuoto ci spaventa, ci attanaglia. Tutto ciò che facciamo – compreso lavorare – è un diversivo. A diciott'anni è improbabile che la si veda così. E quello che per Montale è un riempitivo, per un ragazzo è tutto, ed è bene, è salutare che sia così. Quando mi capiterà –come pare, succedaa tutti – di sognare gli esami di maturità, spero che il sogno sia filologico e che, tra le tracce proposte, non ci sia il tema 2. «Ambito socio-economico: i giovani e la crisi». Lo spero perché parlare di ossessivamente crisi, ben lungi da essere spunto di riflessione, è un modo per favorire quella proliferazione verbale che impedisce di ragionare sulla crisi medesima. E soprattutto perché il termine “giovani” si è inflazionato e ha perduto, nel significato corrente, uno dei doni della giovinezza, che, come scriveva Aldo Moro, è l'alternativa. “Giovane” è ormai uno stato, non più un passaggio. Basti leggere gli escerti – dai quotidiani e dal rapporto Censis – scelti dalla commissione ministeriale per guidare i commenti degli studenti. Leggere, per esempio, «giovani lavoratori compresi tra il 15 e i 34 anni», per capire che la giovinezza è una forbice, un intervallo che include praticamente due generazioni. Giovani i genitori, giovani i figli. “Giovane” è dunque un'etichetta indifferente alle esigenze, alle possibilità, al corso di studi e alla quotidianità degli appartenenti. “Giovane” è solo una figura. I pezzi scelti nella traccia si susseguono in un crescendo di dati statistici che, in un paese dove un'ampia percentuale di popolazione (anche molto alfabetizzata) ignora il Teorema di Pitagora, sono assai meno significanti della punteggiatura e si chiude con un elogio della creatività attraverso il più famoso santo laico della tecnologia – al quale io pure sono devota – Steve Jobs. Il punto però è che la giovinezza, la crisi e la statistica non sono faccende che si reggono su principi d'autorità, ma solo sulle umane, umanissime, analisi e comprensione. Le tracce e il cortocircuito fra passato e presente Avere vent'anni ai tempi della crisi Giovaneèormaiuno stato...«dai 14ai35anni» enonunpassaggio.E la crisièun luogodi proliferazioneverbale, conpocacompetenza GIOVANIECRISI CHIARAVALERIO Ilmalesenzarisposta, la crisi, ilprogresso, l'uomo: i“maturandi”potevano allacciareargomentiche sembranolontani,mache sisfiorano inmoltipunti L'OLOCAUSTO HELENAJANECZEK MONTALE PAOLO DIPAOLO Il tempo perduto di due parole ormai vuote MARIAGRAZIAGERINA mgerina@unita.it Lo sguardo adulto del poeta-novecento Unpensieroritagliato, forseancherovesciato: ildisincantodiunuomo chenonvuoleaffatto risolvere iproblemi ma“complicare” Milano, studenti all'uscita dopo l'esame di maturità FOTO LAPRESSE CONFESSO:QUESTA MIASECONDAMATURITÀ– OVVERO PARTECIPAREPER LASECONDA VOLTAEDOPOQUASI TRENT'ANNI a un esame di maturità per la licenza di scuola media superiore – mi crea un po' meno ansia, ma molto più imbarazzo. L'imbarazzo è evidente. Essere citato insieme a Margherita Hack, Hans Jonas, Primo Levi e Leonardo Sciascia … è un così grande onore che penso sia un errore. È chiaro che l'ansia, questa volta, ha una natura diversa. Non devo essere giudicato da docenti. Ma sono giudicato da studenti. Se il mio primo scritto, quello della maturità giovanile, era in attesa di un voto, oggi è alla ricerca almeno di un po' di benevolenza: spero che il testo abbia fornito qualche stimolo e non abbia creato troppi danni ai giovani studenti. Per singolare coincidenza i due testi, quello vecchio di quasi trent'anni fa e quello riproposto ieri, riguardano un argomento analogo: il progresso tecnologico. Evidentemente il tema, è il caso di dirlo, è ancora irrisolto. Soprattutto nel nostro paese. Dove oggi il problema non è tanto cosa faranno la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico degli italiani, ma perché gli italiani fanno a meno della ricerca scientifica e dello sviluppo tecnologico. Fra Levi e Hack l'emozione della seconda maturità LACITAZIONE PIETROGRECO giovedì 21 giugno 2012 13
Alle otto della sera arriva la nota di Palazzo Chigi. Dopo una giornata di tensione, è direttamente Mario Monti a impegnarsi personalmente su “esodati”, ammortizzatori e flessibilità in entrata in cambio del “via libera” di Pd e Pdl all'approvazione della riforma del lavoro prima del Consiglio europeo di giovedì prossimo. Il testo è un capolavoro di diplomazia, dove anche avverbi (come «tempestivamente») e aggettivi («costruttive») sono soppesati. «Il governo si impegna a risolvere tempestivamente, con appropriate iniziative legislative, altri problemi posti dai gruppi parlamentari: la questione degli esodati e alcuni aspetti della flessibilità in entrata e degli ammortizzatori sociali. Su questi temi il governo sta lavorando anche sulla base delle costruttive proposte provenienti dai gruppi di maggioranza. Il governo - prosegue la nota - ha chiesto al Parlamento di accelerare l'esame sulla riforma del mercato del lavoro contenendolo entro tempi compatibili con l'esigenza che la legge sia approvata entro il 27 giugno affinché il Consiglio Europeo del 28 giugno possa prendere atto del varo di questa importante riforma strutturale». Il primo a dare il “via libera” all'accordo era stato Silvio Berlusconi, dando anche la notizia che lo strumento deciso dal governo per modificare la riforma del Lavoro è la conversione del decreto Sviluppo. «Il governo si è impegnato a inserire nel decreto Sviluppo le modifiche chieste dal Pdl» sulla flessibilità in entrata. «Abbiamo deciso di sostenere Monti nella richiesta di andare a Bruxelles con la riforma approvata», ha precisato, contento di essersi ripreso la scena in un passaggio assai delicato della vita del governo, a cui ribadisce «un leale sostegno al governo». Gongola Giuliano Cazzola, il co-relatore della Riforma alla Camera che aveva avanzato per primo l'idea di modificare la riforma stessa emendando il decreto sviluppo: «Ora speriamo che i tempi siano brevi perché la riforma della Fornero non ci piace per niente, ma gli impegni di Monti dobbiamo rispettarli», spiega contento. Più accidentato il cammino verso il “Sì” da parte del Pd. Anche perché le richieste erano diversificate e gli impegni richiesti «stringenti» sulla «salvaguardia dei 55mila esodati» e su un'allungamento dei tempi di entrata a regime del nuovo ammortizzatore Aspi (che riduce le coperture) in un periodo di perdurante crisi economica. L'impegno di Monti viene definito «solenne» dal co-relatore della riforma Cesare Damiano che sottolinea come «il tema degli ammortizzatori è stato sollevato dal Pd e dunque andrà risolto contestualmente a quello della flessibilità in ingresso che era stato proposto dal Pdl. Il decreto Sviluppo è il primo strumento utile e quindi credo che possa essere la soluzione adeguata per risolvere un tema così importante». I partiti, Pd in testa, chiedevano impegni reali al governo. Ma Elsa Fornero non era in grado di prenderli. E passava la palla direttamente a Monti. A lui va ora la patata bollente di trovare le risorse sulla copertura (almeno) dei 55mila “nuovi” esodati che Fornero si è impegnata a «salvaguardare», anche se ancora non si sa come. Gli “ottimisti” stimano in un paio di miliardi il costo, anche considerando la possibilità di usare “ammortizzatori” al posto della deroga alla riforma delle pensioni. Questa mattina alle 9 dunque la riunione dei capigruppo deciderà di portare la riforma in Aula già ad inizio settimana. Da oggi la commissione inizierà a votare per dare il mandato ai relatori per l'aula entro il fine settimana. IMPEGNIFORNERO NON BASTAVANO La giornata di ieri ha visto l'ennesima brutta figura di Elsa Fornero. Dopo l'audizione di martedì al Senato, la ministra del Lavoro ha bissato in mattinata alla Camera. Se nella trattativa di martedì sera il Pd e Pdl le avevano già chiesto impegni concreti sulla soluzione “esodati”, la ministra ha pensato che sarebbe bastato aggiungere qualche apertura per assicurarsi il “via libera” dei partiti. In questo senso l'unica modifica rispetto al testo letto al Senato sta in un passaggio sui 62enni. Due righe inserite per specificare che «la salvaguardia potrebbe riguardare coloro che maturano il diritto entro il 2014 o che hanno superato i 62 anni di età». Niente di più. Al Pd non basta. Per fortuna arriva Monti dal Messico e riesce a mettere a posto le cose. ILCASO Adaprile il fatturatodell'industria, al nettodella stagionalità, registra una diminuzionedello0,5% rispetto a marzo,con cali dello0,1% sul mercato internoedell'1,4%su quelloestero. Nellamedia degli ultimi tre mesi, l'indicetotalescendedello 0,2% rispettoai tre mesiprecedenti. Correttopergli effettidi calendario(i giorni lavorativi sonostati 19, uno in menodi aprile2011) il fatturato totale diminuisce in termini tendenzialidel 4,1%,conun calodel 7,0%sul mercato internoedunaumento del 2,6%su quelloestero. Gli indici destagionalizzatidel fatturato segnanodiminuzionicongiunturali perquelli energetici (-9,0%), intermedi (-1,9%) edi consumo (-1,7%).L'unicoaumento si registra per ibeni strumentali (+7,5%). Nelconfronto con il mese di aprile 2011, l'indice grezzodegli ordinativi segnauncalo del 12,3%. Pergli ordinativi tutti i settori risultano in calo.Ladiminuzione tendenziale maggioresiosserva per la fabbricazionedi mezzidi trasporto (-16,5%).Gli indicidestagionalizzati del fatturato per raggruppamenti principalidi industriesegnanouna variazionecongiunturale positiva per ibeni strumentali (+7,5%)e variazioni negativeper l'energia (-9,0%),per i beni intermedi (-1,9%) eper i benidi consumo(-1,7%,con -1,6% perquelli durevolie -1,8% perquelli non durevoli). Finalmente arrivano le cifre che fotografano il fallimento della finanza creativa. Ora, a «babbo morto» la Corte dei Conti rivela in Parlamento il flop delle Scip di Giulio Tremonti, su cui finora si era steso un velo soffocante di silenzio. Gli immobili degli enti messi in vendita sono tornati ai vecchi padroni: Inps, Inpdap e Inail. Obiettivo mancato clamorosamente. All'istituto guidato da Mastrapasqua sono tornati indietro 542 immobili da Scip1 e addirittura 10mila da Scip2. Per l'ex Inpdap il conto è ancora peggiore: 12mila alloggi tornati indietro. L'ex ente dei dipendenti pubblici, che deteneva il 46% degli immobili degli enti previdenziali pubblici, è riuscito a vendere in tre anni dal 2009 al 2011 appena 1.200 alloggi. ILNUOVO PIANO Il dato piomba sul Parlamento mentre si aspetta il nuovo piano di dismissioni, stavolta targato Monti, che promette altri introiti miliardari. Il sistema è sicuramente diverso dal precedente, se non altro perché mette in campo un fondo della Cassa depositi e prestiti per la gestione del patrimonio degli enti locali, e non un veicolo finanziario basato in Lussemburgo (come fece Tremonti), ma le incognite sul mercato immobiliare restano tutte. Anzi, negli ultimi tempi è sempre più difficile vendere, l'andamento delle dismissioni è «stentato» e il rischio, in alcuni casi, è di vere e proprie «svendite» per un patrimonio spesso invece di pregio. L'avvertimento dei magistrati contabili non poteva essere più chiaro: quella delle dismissioni immobiliari rischia di essere un'operazione a perdere. La crisi, che ha trascinato il mercato immobiliare giù (-20% nel primo trimestre 2012), si inserisce anche in queste operazioni. Non solo: sul valore degli immobili degli enti pesano anche altri fattori, come le occupazioni senza titolo o i contenziosi in corso, tra enti e inquilini. Troppo presto per fare previsioni sulle future operazioni annunciate dal governo: bisognerà prendere in considerazione i nuovi interventi normativi. Per l'Inail gli immobili iscritti a bilancio nel 2011 valgono 2,818 miliardi. Un patrimonio di tutto rispetto ma «le dismissioni procedono con molta difficoltà - ha fatto presente la Corte - Ci sono cespiti non utilizzati anche da dieci anni, di grande valore ma la cui vendita è difficile. Anzi il rischio è quello di una svendita per un patrimonio che invece per l'istituto è inestimabile». C'è infine il mondo delle casse privatizzate che dispongono complessivamente di un patrimonio di 45,2 miliardi di euro, 8 miliardi in investimenti immobiliari e 37,1 in investimenti mobiliari. «La tendenza è una progressiva riduzione degli investimenti immobiliari e lo slittamento dalla gestione diretta alla gestione attraverso i fondi. Se questo per alcuni versi è condivisibile - ha fatto presente presidente aggiunto Raffaele Squitieri - il patrimonio diventa più difficilmente controllabile e il rischio è che il fenomeno venga perso di vista». PREOCCUPAZIONE «Siamo molto preoccupati perché le casse privatizzate hanno una inferiore possibilità di controllo» sulla gestione del patrimonio e soprattutto degli immobili «ma anche per quanto riguarda gli enti previdenziali pubblici i controlli lasciano molto a desiderare». Così il senatore Elio Lannutti (Idv) commenta i dati forniti dalla Corte dei Conti. Il piano Monti per la cessione degli immobili prevede la creazione di un fondo della Cdp che gestirà gli immobili di Regioni e enti locali. L'operazione è stata studiata con l'Anci, l'associazione dei Comuni, che si è dichiarata soddisfatta delle soluzioni scelte. Molti piccoli Comuni, infatti, non hanno le competenze tecniche per gestire operazioni di questa portata. Inoltre grazie al fondo si darà applicazione al federalismo demaniale varato dal governo Berlusconi, ma rimasto finora lettera morta. Le dismissioni di Tremonti sono state un flop Ordinativi,annosuanno- 12,3% Diecimila pensionati arrabbiati e motivati a continuare la mobilitazione per imporre al governo Monti un cambio di rotta veloce. Fra Milano, Roma e Bari i sindacati di pensionati hanno fatto il pieno. Lo slogan “Il futuro non si taglia!” ha fatto da sfondo ai tre comizi dei segretari generali. Alla Nuova Fiera di Roma Carla Cantone dello Spi-Cgil non ha fatto sconti a nessuno: «Il blocco delle rivalutazioni delle pensioni (sopra i 1.400 euro, ndr) è stata una misura inutile, una cattiveria verso chi ha lavorato una vita, mentre bisognava bloccare le pensioni d'oro, quelle di dirigenti, manager e politici. I pensionati non vogliono essere gli unici a pagare la crisi. Con il nuovo governo siamo passati dal Bunga-Bunga al rosario delle provocazioni». In conclusione del suo intervento, Cantone è tornata a dare «un messaggio alla politica». «Oggi chiediamo di intervenire con urgenza per migliorare la condizione degli anziani e dei pensionati, garantendo loro il recupero del potere d'acquisto, alleggerendo il carico fiscale insostenibile e rafforzando il welfare pubblico, a partire dagli anziani non autosufficienti. Vogliamo risposte adesso e non in campagna elettorale, perché in campagna elettorale tutti ci danno ragione, ma noi non siamo mica scemi e gli impegni li chiediamo adesso». Il segretario generale Fnp Cisl Gigi Bonfanti, chiudendo la manifestazione di Milano ha puntato il dito contro tutti gli sprechi della spesa pubblica che vanno a gravare sulle spalle di pensionati e lavoratori dipendenti. «Non è più possibile tollerare – ha affermato Bonfanti – il continuo sperpero di soldi pubblici che viene puntualmente colmato da tasse che colpiscono anziani e lavoratori. È il momento di mettere in atto un'efficace lotta all'evasione fiscale che vada a recuperare risorse che devono necessariamente essere ridistribuite tra coloro, come pensionati e lavoratori dipendenti, sui quali è ricaduto il peso della crisi». A Bari invece il segretario generale Uilp Romano Bellissima, ha evidenziato la necessità di rimettere al centro dell'agenda la condizione dei milioni di anziani e pensionati. «Nessuna politica di rilancio dell'Italia sarà possibile – ha detto Bellissima – ignorando la condizione degli anziani, che costituiscono il 20% della popolazione. Se si continuerà ottusamente a ridurre il potere d'acquisto delle pensioni, i consumi degli anziani si ridurranno ulteriormente». Ieri anche l'Ugl pensionati è sceso in piazza davanti a Montecitorio. Il segretario nazionale Geremia Mancini ha chiesto «al governo di rispettare la dignità di chi ha lavorato tutta la vita, a partire dalla garanzia di un adeguato sostegno economico». L'ITALIAELACRISI La Corte dei Conti traccia un bilancio negativo dell'operazione Scip Molti immobili sono «tornati indietro» Allarme sulla scelta di Monti BIANCADIGIOVANNI ROMA . . . Per l'Inps invenduti 542 immobili da Scip1 e 10mila da Scip2. Inpdap: 12mila alloggi al palo Monti si impegna: ddl lavoro entro il 27 L'ex caserma Montelungo Ieri sera la nota: soluzioni su ammortizzatori sociali ed esodati Via libera da Berlusconi MASSIMOFRANCHI ROMA Pensionati, «il futuro non si taglia» M.FR. Twitter@MassimoFranchi Iniziative unitarie dei sindacati in tutto il Paese Carla Cantone: non possiamo pagare noi la crisi 6 giovedì 21 giugno 2012
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