BRINDISI, ALLASTUDENTESSA UN'AULA DELTRIBUNALE . . . Il lavoro di quattro professori universitari «Diritto allo studio e tetto numero abilitati» Massa, bocciati per la seconda volta A Pontremoli ribocciati i cinque bambini delle elementari FOTO DI MARCO LUSSOSO/LAPRESSE Un aula universitaria italiana «PerMelissaquasi tuttidieci inpagella» «Melissaavevaquasi tuttidieci a scuola,proprio in questigiorni gli insegnanti cihanno consegnato la suapagella». Fernando Orsini, legale deigenitori, avevagli occhigonfidi lacrimequando ha preso la parola, ierimattina,durante lacerimonia di intitolazionedi un'aula per l'ascolto deiminoripresso ilTribunale di Brindisi a MelissaBassi, la sedicenne uccisapocopiù di unmese fa nell'attentatoallascuola Morvillo Falcone.Orsini haparlato anche per Massimoe Rita, ilpapàe lamamma della ragazza, che erano in prima fila ehannopartecipato alla cerimonia in silenzio.«Se Melissa fosse qui -ha conclusoOrsini - sarebbe felicedi essereprotagonistadi una iniziativa diquesto tipo.Adorava i bambinied eraappassionata di psicologia infantile». «Ecco come cambiare il decreto Profumo» MARIAGRAZIAGERINA mgerina@unita.it Al diavolo le polemiche, i dubbi del Miur, le ispezioni e lo scandalo pubblico. Il consiglio di classe della scuola Tifoni di Pontremoli, in provincia di Massa Carrara, tira dritto per la sua strada e conferma per la seconda volta la bocciatura di cinque alunni della prima elementare, tra cui tre figli di genitori extracomunitari e un disabile. Difende la decisione il preside dell'istituto Angelo Ferdani che fin dall'inizio ha parlato di «provvedimento adottato per tutelare gli alunni» e già a marzo aveva scritto al Tar per annunciare le cinque bocciature e di conseguenza l'assenza di ragioni a creare una terza classe, visto lo “sfoltimento” del numero degli studenti. LA CLASSACTION Non la pensano così i genitori che ora minacciano una class action, dopo avere già vinto il ricorso al Tar contro le due classi pollaio di prima elementare salite in questi giorni agli onori della cronaca, rispettivamente di 29 (tra questi i 4 bocciati, compreso il disabile) e 30 alunni (un bocciato). Lo stesso vale per il comitato della Tifoni, costituito da 65 famiglie e nato due anni fa in seguito alla chiusura di tre plessi scolastici per questioni di inagibilità causando l'elevata densità di studenti dell'istituto attuale. «Siamo tornati alla scuola degli anni ‘50 - dicono dal comitato - siamo di nuovo ai tempi di “Lettera a una professoressa” di Don Milani». È un fatto che la decisione non sia di quelle che passano inosservate, infatti non succede. All'indomani della prima bocciatura degli alunni la Cgil insorge, la politica si mobilita, il Pd presenta un'interrogazione parlamentare al ministro Profumo e chiede un'ispezione immediata nella scuola toscana, lo stesso fa il Pdl che parla di «caso» che esula dal buonsenso. Il Miur si attiva per l'ispezione guidata dal direttore dell'ufficio scolastico regionale toscano Angela Palamone. L'esito non è immediato, ma il preside si affretta a precisare che non sono state riscontrate anomalie, in realtà le valutazioni non ci sono ancora e il verdetto definitivo dice ben altro, parla di «mancanza di motivazioni di eccezionalità, tali da giustificare la bocciatura», addirittura i bambini avrebbero preso anche dei buoni voti nel corso dell'anno, dunque gli scrutini devono essere rifatti. È quanto avviene giovedì, ma ancora una volta il risultato non cambia. Il preside continua a ripetere di avere la coscienza a posto e fa sapere di avere preso un caffè con un genitore dell'alunno disabile senza avere percepito nessun rancore nei propri confronti. Ma dal comitato arrivano altre voci e queste delineano situazioni familiari alquanto complesse. Insomma, le parole del dirigente vanno prese con le molle, si dice, perché il contesto è delicato e le relazioni familiari sono tutte da esplorare. Anche per quanto riguarda la puntuale informazione sull'andamento scolastico dei figli ai rispettivi genitori, così come dichiarato a più riprese dai responsabili dell'istituto, a Pontremoli viene sollevato più di un dubbio. Di certo c'è che a dispetto del clamore suscitato cinque alunni sono stati bocciati per la seconda volta. Per il senatore Pd Andrea Marcucci si tratta di un «braccio di ferro consumato sulla pelle di cinque bambini e delle loro famiglie». E continua: «ll consiglio di classe ed il dirigente si sono assunti una responsibilità enorme, che mal si concilia con la loro missione formativa. Mi auguro intervenga di nuovo il Tar». Parla di «fallimento dell'intero sistema scolastico» la senatrice dell'Italia dei valori Giuliana Carlino, il segretario provinciale di Flc Cgil Fabrizio Rocca sollecita «quote di organico compatibili con le richieste specifiche» e, infine, cita le parole di Don Milani la responsabile scuola del Pd Toscana Daniela Lastri: «Non vogliamo una scuola che curi i sani e respinga i malati». Che fine ha fatto il decreto sul merito annunciato più volte dal ministro Francesco Profumo? A Viale Trastevere, si sono presi un po' di tempo per capire come ripartire, dopo le critiche. Ma intanto, su quello stesso terreno, si sono cimentati quattro professori alla guida di altrettante istituzioni universitarie Stefano Semplici, direttore scientifico del Collegio «Lamaro-Pozzani», Giampaolo Azzoni, direttore del Centro di Etica Generale ed Applicata presso il Collegio Borromeo di Pavia, Paolo Leonardi, del Collegio Superiore di Bologna, Emanuele Rossi, della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa -, che lunedì scorso hanno spedito le conclusioni a cui sono giunti allo stesso ministro. Obiettivo: correggere il tiro e far ripartire il confronto, tenendo presente che «la contrapposizione tra equità e merito non è solo sbagliata, ma dannosa per il paese». E togliendo anche un po' di enfasi all'oggetto. Perché - come scrivono gli stessi accademici al ministro - «non è dell'ennesima riforma epocale che stiamo parlando», ma semplicemente di alcune misure - «importanti», aggiungono - «per far funzionare meglio la nostra università, nell'interesse di tutti i suoi studenti». In concreto, il lavoro dei quattro che l'Unità è in grado di anticipare - è ripartito esattamente da dove quello del titolare dell'Università sembrava essersi, almeno temporaneamente, interrotto. La loro proposta si snoda in 17 articoli: alcuni ripropongono quasi per intero il testo delle ultime bozze ministeriali, altri accolgono alcune proposte del Pd (compresa quella sul valore legale del voto di laurea), altri ancora prospettano soluzioni originali. Tra le novità, un forte accento sul diritto allo studio, nodo invece fin qui rimasto fuori dal testo elaborato da viale Trastevere. L'articolo 2 accoglie in sostanza la proposta avanzata dal responsabile Università del Pd, di trasformare la Fondazione per il Merito, istituita da Gelmini, in una Fondazione per il merito e il diritto allo studio. L'obiettivo esplicito è potenziare il diritto allo studio. E i professori suggeriscono di destinare a questo scopo il gettito fiscale derivante dai contratti d'affitto per gli studenti fuori sede. «Un incentivo - osserva Semplici - a far emergere il nero». Ciò che ai quattro, invece, preme salvare del lavoro fatto fin qui dal ministero è soprattutto il tentativo di ridare «centralità all'impegno didattico». «Una delle cose migliori», chiosa Semplici. E dunque: le ore di didattica obbligatorie per i docenti, già previste nel decreto Profumo, incentivi per chi è più bravo a insegnare. Loro suggeriscono anche di introdurre tra le prove per l'abilitazione «una lezione pubblica» da tenere davanti a docenti e studenti. Quanto al reclutamento, i quattro chiedono di mettere un tetto al numero degli abilitati (non più del 15% dei docenti in servizio). «L'abilitazione nazionale deve funzionare da filtro, altrimenti tutto è come prima», avverte Semplici. Le risorse con cui fare le assunzioni restano il nodo, che cade fuori anche dalla loro proposta. Anche se l'art. 2 suggerisce che i risparmi ottenuti dagli atenei devono essere destinati almeno per il 50% all'edilizia universitaria, ai laboratori e alle biblioteche. E al finanziamento di nuovi contratti a tempo determinato. Mentre all'art. 15, proposta che farà discutere, si suggerisce che ai titolari di contratti a termine venga riservata una quota di posti a concorso per l'insegnamento nelle scuole. In attesa di una risposta dal ministro, il lavoro dei quattro accademici è piaciuto molto a Maria Chiara Carrozza, presidente del Forum Università del Pd e direttore del Sant'Anna di Pisa, che li ha incoraggiato ad andare avanti: «Mi sembra uno sforzo molto apprezzabile: spero che la proposta alternativa che hanno formulato possa servire a far ripartire il confronto». ITALIA A Pontremoli confermati gli scrutini: i cinque bambini di prima elementare dovranno ripetere l'anno La rabbia dei genitori contro le classi pollaio. La scuola: «Vogliamo tutelarli» SONIARENZINI FIRENZE Il giorno dopo, aspettando di sapere che ne sarà dei colpevoli non destinati al carcere per via dell'indulto, un botta e risposta piuttosto aspro. Da una parte il ministro dell'Interno e dall'altra i genitori di Federico Aldrovandi. Per l'avvocato Fabio Anselmo, si tratta di una decisione che «può cambiare cambia la cultura giuridica per gli altri casi analoghi, perché ha dimostrato che la magistratura intende accertare la verità indipendentemente dai paraventi e dalle rappresentazioni più o meno attendibili che vengono fornite, in chiave psicologica, sulle vittime di questi episodi». Anselmo si riferisce ai processi per la morte di Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Aldo Bianzino e Michele Ferulli, le altre «morti bianche» venute a galla dopo quella di Federico. Il legale della famiglia Aldrovandi si riferisce alla pronuncia della quarta sezione penale della Cassazione che ha confermato le sentenze di primo e secondo grado a carico dei quattro poliziotti condannati per «eccesso di zelo». Si tratta, come noto, di Paolo Forlani, Enzo Pontani, Monica Segatto, che sono tuttora in servizio e per i quali, a quanto pare, sono in arrivo anche misure disciplinari. È stato il ministro Cancellieri, impegnata a Venezia in un incontro con Luca Zaia, ad intervenire sulla vicenda il giorno dopo la decisione del Palazzaccio. «In questi casi ho un grandissimo rispetto per quello che decide l'autorità preposta, perché guai a mancare di rispetto e di fiducia alla magistratura» ha detto il titolare dell'Interno. «Se ci sono stati, come sembrerebbe degli abusi gravi - ha continuato la Cancellieri - è giusto che vengano colpiti. Naturalmente è il magistrato che decide». Proprio questa frase e l'uso di questi condizionali non sono stati graditi per nulla da Lino e Patrizia Aldrovandi, genitori di Federico. Che hanno replicato immediatamente con un comunicato affidato alle agenzie. REPLICAFERMA «Francamente non comprendiamo le parole del ministro dell'Interno che interviene nella nostra vicenda oggi, quando è stata messa la parola fine ad ogni discussione sulla verità di quanto accaduto a nostro figlio, Federico», così i due genitori. Che proseguono: «Il ministro dell'Interno di allora, nei primi mesi successivi alla morte di Federico, ci aveva voluto incontrare ed aveva chiesto per noi che si facesse luce su quanto accaduto attraverso un regolare processo. Oggi dopo 7 anni di processi, tre gradi di giudizio, il ministro Cancellieri usa il condizionale o la formula dubitativa per interpretare il caso Aldrovandi, “se ci sono stati degli abusi....sembrerebbe...” e così via: perché allora usa il condizionale quando il suo ruolo istituzionale non lo permetterebbe? Perché mette le mani avanti dichiarando rispetto per la magistratura mettendone poi in dubbio l'operato? Quel condizionale, Ministro, è fuori luogo, inopportuno e poco rispettoso delle Istituzioni», ribadiscono i genitori di Federico. «Non può il ministro dell'Interno - affermano ancora - mettere in discussione una sentenza passata in giudicato su una questione singola e specifica. Sono stati commessi abusi tanto gravi da provocare la morte di un ragazzo appena maggiorenne incensurato e di buona famiglia. Padre poliziotto e nonno carabiniere. Quel padre poliziotto e quel nonno carabiniere che appartengono alle forze dell'ordine di cui Lei giustamente parla, hanno pazientemente aspettato 7 anni di processo e tre sentenze per veder riconosciuta quella verità terribile che sempre hanno saputo. Auspicheremmo uguale rispetto da parte Sua». Aldrovandi, la famiglia contro i dubbi di Cancellieri . . . Sul piede di guerra Minacciata una class action, dopo avere già vinto il ricorso al Tar 12 sabato 23 giugno 2012
SEGUEDALLAPRIMA Il punto fermo rimane quello di conciliare la stabilità di bilancio e la crescita, di fatto si è omesso di affrontare il vero problema: il debito pubblico degli Stati periferici e la debolezza delle banche. La novità più positiva è che attorno al tema della crescita si iniziano a stabilire delle cifre. I leader hanno stabilito di promuovere un piano per il lavoro e per la crescita con una dotazione di 130 miliardi di euro (1% del Pil). Si tratta di una cifra non irrisoria ma neppure decisiva per rilanciare l'economia. Dovremo valutare la natura del piano e se i fondi sono davvero in moneta sonante, la sensazione è che i nostri leader abbiano in mente una strategia che potrà avere effetti solo nel lungo periodo rilanciando la competitività delle economie. Si tratta di un passo avanti importante in quanto si riconosce che serve l'intervento pubblico per raggiungere l'obiettivo mentre fino ad adesso si teorizzava - e Monti è stato in prima linea in questo - che le liberalizzazioni e le privatizzazioni sarebbero state sufficienti. Questo però oggi non basta, riqualificare la struttura produttiva è necessario ma oggi serve urgentemente una manovra dal lato della domanda (rilanciare i consumi e gli investimenti, sostegno ai redditi). Senza misure in questa direzione la recessione sarà lunga e dolorosa. Occorre conciliare una politica keynesiana per uscire dalla crisi con una politica di riqualificazione dell'economia nel più lungo periodo. Una strada difficile da praticare che non è nelle corde di almeno tre dei quattro leader che si sono incontrati ieri. Accanto a queste misure hanno fatto la loro comparsa tutta una serie di intenzioni per lo più auspicabili ma molto lontane da venire: unione bancaria, tassazione delle attività finanziarie, creazione di un vero mercato europeo, unione politica. Si tratta di strade irte di difficoltà. Sarebbe l'ora che si smettesse di riproporle senza avere una strategia concreta per percorrerle. L'unione politica ad esempio è il vero pomo della discordia: la Germania la vuole alle sue condizioni, la Francia non ne vuole sentire parlare, l'Italia propende per il sì a scatola chiusa prima di sapere cosa significherebbe. L'unione bancaria (con una vigilanza europea) è forse quella più alla portata e va nella direzione giusta ma la sua ricaduta nell'immediato sarebbe ben poca cosa. L'assenza più vistosa è una strategia per abbattere il debito degli Stati e per ricapitalizzare le banche. L'unica cosa che permetterebbe di calmare i mercati. Gli eurobonds sono rimandati a tempi lontani, il fondo di redenzione del debito non sembra essere in agenda, idem per la proposta di Monti di interventi della Bce quando lo spread sale. Questo è il vero risultato deludente del vertice. Non si è capito che la crisi può essere risolta soltanto riducendo il debito a giro per il mondo. Questo può essere fatto solo gettando il cuore oltre l'ostacolo. Lo scambio è solo uno: abbattimento via inflazione o messa in comune del debito a livello europeo in cambio di una maggiore integrazione delle politiche economiche e della vigilanza dei sistemi finanziari. Fino a quando i nostri leader europei non avranno affrontato questo punto non usciremo da questa crisi. Il tempo oramai sta scadendo, o nel prossimo incontro i leader europei compiranno un avanzamento su questo tema o i rischi di implosione dell'euro diverranno sempre più elevati. Secondo Christine Lagarde, Fondo monetario internazionale, avevamo tre settimane per salvare l'euro: ne sono già passate due, speriamo in un ravvedimento operoso dei nostri leader. BIANCADIGIOVANNI ROMA I sorrisi e le strette di mano non traggano in inganno. A Roma è andato in scena un «Quadrilaterale» ad alta tensione. L'asse Monti-Hollande (allargato a Rajoy) ha strappato dei primi risultati: il «Patto per la crescita» è più di una petizione di principio, ma non è ancora una strategia compiuta. A darne conto, nell'affollatissima conferenza stampa finale, è il premier italiano: «La crescita non può avere una base di solidità se non nella disciplina di bilancio e la disciplina bilancio non è sostenibile nel lungo periodo se non ci sono condizioni sufficienti di crescita e di sviluppo dell' occupazione», rimarca Monti. Un'affermazione da 130 miliardi di euro. «Noi desideriamo che ci sia un pacchetto rilevante di misure per la crescita a livello europeo», sottolinea il professore, parlando di un pacchetto di 130 miliardi di euro che dovrà varare il Consiglio europeo del 28 giugno. Un appuntamento cruciale, in cui varare «una serie di azioni per sostenere la concorrenza, l'occupazione, la crescita, e per realizzare pienamente il mercato comune, che è un asset non pienamente messo a frutto», insiste Monti, che nel corso del vertice incassa il pieno sostegno del presidente francese alla creazione di uno scudo anti-spread. «C'è stato un utile scambio di vedute», conferma Hollande. A chi gli chiedeva inoltre se la cancelliera Merkel fosse favorevole, l'inquilino dell'Eliseo ha lasciato intendere di non voler rispondere. Un primo tassello è stato posto, ma la soluzione alla crisi è ancora lontana non solo dalla sua realizzazione ma anche dall'essere declinata. UNASFIDAPOLITICA A orientare la sfida della crescita deve essere la politica, prima dei mercati.. A livello politico – rileva Frau Merkel – «dobbiamo avvicinarci nell'area euro: chi ha una valuta comune deve avere una politica coerente. Io parlo di un'unione politica che deve essere più forte», aggiunge. «Noi quattro appoggiamo l'introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie», rimarca ancora Merkel. Incassando su questo il sì di Parigi. La Francia, annuncia François Hollande, chiederà al Consiglio europeo di procedere verso la Tobin Tax «attraverso la cooperazione rafforzata», quindi anche senza l'accordo della Gran Bretagna. «Facciamo il possibile per mantenere l'euro come nostra moneta e per questo vogliamo lottare», assicura a sua volta Merkel. «Abbiamo deciso di scommettere su più Europa, più integrazione politica, economica, bancaria e fiscale», le fa eco Mariano Rajoy. «Questa riunione è stata molto utile e ci siamo trovati d'accordo sul pacchetto crescita pari all'1% del Pil e ritengo che sia un buon obiettivo», rileva Hollande. «Dobbiamo confortare l'aspettativa dei mercati» ricordandosi che «the euro is here to stay», insiste Monti. Ma tra gli strumenti del Patto per la crescita non ci sono gli eurobond. Su questo, dicono fonti dell'Eliseo, la cancelliera è stata intransigente. Almeno per l'immediato. Ma Hollande non demorde. «È tempo che gli eurobond siano una prospettiva» e «via via che ci sarà un'integrazione gli eurobond saranno strumenti utile per l'Europa, ma non a 10 anni», dice Hollande. Una parola più volte scandita dai quattro statisti è: solidarietà. Ma ognuno ne ha dato la sua interpretazione. «Dove c'è solidarietà serve anche il controllo, l'Europa ha avuto un patto di stabilità ma poi non l'ha rispettato», è la versione tedesca. «Si possono cedere porzioni di sovranità nazionale solo se ci sarà più solidarietà in Europa», è la traduzione francese. Da Roma, i leader delle quattro maggiori potenze economiche dell'eurozona hanno riaffermato l'intenzione di adottare misure per stabilizzare i mercati e lanciare il segnale che «l'Euro è un progetto irreversibile»: i tendimenti solo in parte tradotti in misure concrete. Un gap – tra dire e fare – che va superato in tempi rapidissimi. Questione di giorni, perché, avverte Monti, al prossimo vertice di Bruxelles di fine mese «in gioco c'è l'Europa». La crescita - ha insistito Monti - non può avere una base di solidità «se non nella disciplina di bilancio e la disciplina bilancio non è sostenibile nel lungo periodo se non ci sono condizioni sufficienti di crescita e di sviluppo dell'occupazione». Tasto, questo, su cui ha insistito anche Merkel. «Faremo un passo avanti» sulle politiche per la crescita, ha sostenuto, ma non si deve dimenticare come «crescita e finanze solide sono i due lati della stessa medaglia». Precisazione alla quale ha replicato a distanza Hollande mostrando che il linguaggio tra i quattro leader è tutt'altro che uniforme. «Volere la crescita significa che la serietà di bilancio non sia austerità, perché sono contrario all'austerità», puntualizza il capo dell'Eliseo. La zampata del professore arriva alla fine. Nel 2003 Francia e Germania, con la «complicità» della presidenza di turno italiana, furono autorizzate a «deragliare» dalle regole europee: «Abbiamo speso 10 anni per ricostruire una credibilità europea; ecco l'importanza delle regole», ricorda Monti a quanti, a Berlino e non solo, vorrebbero solo e sempre impartire lezioni. Monti si intesta i risultati del vertice ma alla destra non basta L'attacco del Wsj sulla riforma del lavoro I «quattro» a Roma: Il premieri Mario Monti FOTO DI MAURO SCROBOGNA/LAPRESSE . . . Un confronto duro: tra gli altri, rimane irrisolto il nodo degli eurobond Prime cifre sulla crescita ma la strada è ancora lunga Così il premier tenta di evitare il flop europeo Monti, Hollande, Rajoy e Merkel: 130 miliardi per la crescita Tobin Tax e Unione bancaria, il sì di Angela UMBERTODE GIOVANNANGELI ROMA L'EUROPAELACRISI Un vertice senza vincitori né vinti, ma con almeno due «paletti» piazzati in vista del consiglio di fine mese a Bruxelles. Sì a una politica per la crescita anche con project bond e con l'utilizzo dei fondi strutturali (ma non si parla di golden rule) fino a una potenza di fuoco di 130 miliardi, circa l'1% del Pil del continente. Una conclusione che era data già per acquisita, ma finora mai confermata esplicitamente in un vertice. Sì alla tassa sulle transazioni finanziarie, anche se fino a sera resta poco chiaro se l'Italia sia favorevole o meno a un'intesa che escluda la Gran Bretagna, da sempre contraria. All'Ecofin che si è tenuto prima del vertice di Roma il nostro Paese ha frenato sull'ipotesi del percorso «a cooperazione rafforzata» (cioè senza unanimità), condizionando il suo assenso all'introduzione della golden rule. Più tardi a Roma, tuttavia, il premier Mario Monti si sarebbe ammorbidito, anche di fronte al consenso unanime dei suoi tre ospiti, Angela Merkel, Mariano Rajoy e François Hollande. «Sarebbe incomprensibile che l'Italia resti fuori dalla cooperazione rafforzata su questo punto - dichiara a margine l'eurodeputato Roberto Gualtieri - È giusto che si spinga per raggiungere altri risultati, ma senza pregiudicare un obiettivo così importante come la tassa sulle transazioni». MESSAGGIOCHIARO Questi i risultati più «visibili», oltre a quello statement che ha tutto il sapore di messaggio ai mercati: l'euro è una scelta irreversibile. Sul resto - che è la parte più sostanziosa, a iniziare dall'unione bancaria - si dovrà ancora lavorare parecchio per evitare un flop fatale al vertice di fine giugno. Va da sé che il premier italiano non può intestarsi risultati determinanti sul fronte delle partite a cui teneva di più: il piano sul controllo degli spread (la possibilità che il fondo salva-Stati acquisti titoli presi di mira dalla speculazione, anche utilizzando fondi Bce), e la regola d'oro che consentirebbe di escludere dal computo del deficit le spese per investimenti. Ma Monti sa molto bene che si tratta di obiettivi molto (troppo?) ambiziosi per un continente ancora lacerato al suo interno. Il solo fatto di aver cominciato a discuterne sarebbe un risultato, se il Paese non fosse attraversato da scosse telluriche abbastanza preoccupanti. Monti oggi può far valere la sua abilità diplomatica, la sua capacità di far sedere allo stesso tavolo i leader mediterranei con l'alfiere del rigore mitteleuropeo, Angela Merkel. Ma la sua «strana» maggioranza chiede altro, chiede fatti concreti. A destra per contenere le forze centrifughe, a sinistra per orientare il governo verso politiche sociali e per il lavoro. I fatti, però, non si sono ancora visti. Per il presidente del consiglio il summit di Roma è iniziato con un viatico amaro. L'ironia feroce del Wall Street Journal sulla riforma del lavoro («Svuota il lago di Como con mestolo e cannuccia») ha appannato la sua immagine internazionale proprio in coincidenza dell'appuntamento nella capitale italiana. Intanto all'interno del Paese lo smalto delle prime settimane si è scolorito da tempo. Le preoccupazioni sulla tenuta del governo, emerse il giorno prima del vertice, non devono essere diminuite neanche durante l'incontro - teso - a Villa Madama. Mentre il premier parlava con i tre leader europei, Angelino Alfano è tornato a suonare la carica all'esecutivo. «È l'ultima volta che ci adeguiamo», manda a dire il leader del Pdl al governo, sempre sulla riforma del lavoro. Poi invita il premier ad essere «coraggioso» in Europa. Alfano invoca una prova muscolare, un colpo di teatro, magari in stile berlusconiano, del tipo: stampiamo moneta. E intanto il vecchio leader lascia presagire un'ennesima discesa in campo. «Sono io il leader dei moderati», dichiara Berlusconi, punzecchiando proprio Monti. Così aumenta il subbuglio nel Pdl, mettendo in difficoltà l'esecutivo a pochi giorni dall'intervento del premier in Aula a Montecitorio. In quella sede si voteranno le mozioni sull'Europa, con l'intenzione di consegnare un mandato forte al premier per il consiglio di Bruxelles. Contemporaneamente però Monti dovrà dare rassicurazioni sulla riforma del lavoro: senza risposte precise alle richieste di modifica (antitetiche) dei partiti di maggioranza, sarà difficile fermare l'erosione di fiducia che l'esecutivo sta subendo. L'assenzapiùvistosaèuna strategiaperabbattere idebitieperricapitalizzare lebanche.Epuredello scudoanti-spreadora comeoranonc'ètraccia L'ANALISI EMILIOBARUCCI 2 sabato 23 giugno 2012
Ancora silenzio. Il dayafter della sentenza che ha imposto a Fiat di riassumere a Pomigliano 145 lavoratori iscritti alla Fiom passa senza che Marchionne o il Lingotto aprano bocca. Silenzio anche da parte del governo e dei tanti ministri che ieri hanno parlato un po' di tutto: nessun riferimento alla Fiat o ad una convocazione dell'azienda, come chiesto a gran voce della Fiom. Il tutto nonostante proprio ieri sia arrivata la notizia di una vittoria Fiat nel ricorso presentato dalla Fiom nei confronti della Magneti Marelli di Corbetta (Milano), per presunta condotta antisindacale sull'articolo 19. Se Marchionne rimarra negli States almeno fino a lunedì, gli avvocati italiani continuano a riunirsi per trovare una soluzione. Qualche differenza di opinione inizia comunque ad affiorare. Raffaele De Luca Tamajo, vero spin doctor della strategia che ha portato all'esclusione della Fiom dalle fabbriche italiane del gruppo, fornisce una notizia importante. Smentendo il suo capo Sergio Marchionne che non ha mai quantificato il numero di lavoratori che sarebbero stati riassunti, De Luca Tamajo sostiene che «la riassunzione di tutti i dipendenti di Pomigliano (quasi 5mila, ndr) era prevista entro il prossimo anno». Il Lingotto dunque sembra in difficoltà. Anche se il tempo a disposizione per prendere decisioni non manca: la sentenza non ha precedenti e la sua applicazione è oggettivamente complicata. Il collegio di avvocati della Fiat sta valutando ogni possibilità. Al momento la più probabile è quella di ripetere l'opzione Melfi quando i tre operai Fiom per cui il giudice ha imposto il reintegro, sono stati riassunti, ma vengono tenuti a casa, pagati, ma fuori dell'azienda. La differenza tra i due casi però non è solo numerica (3 contro 145). Se nel primo caso si trattava di un reintegro per licenziamento illegittimo, la sentenza di giovedì evidenzia una discriminazione che sarebbe reiterata nel caso che solo i lavoratori Fiom fossero pagati per non lavorare. Nessuno, nemmeno al Lingotto, contesta comunque la immediata esecutività della sentenza del giudice Anna Baroncini di Roma. Ma, ad esempio, nessuno dei 19 ricorrenti vincitori potrà far valere il dispositivo perché, come spiega Elena Poli, avvocato Fiom, «l'elenco dei 207 iscritti Fiom ce l'ha Fiat Group Automobiles, di cui sono ancora dipendenti. La Fiat può sceglierli, non necessariamente deve chiamare i 19 che hanno fatto ricorso anche individualmente. Detto questo - conclude - un tale comportamento non sarebbe un buon segnale da parte dell'azienda che non può certo condizionare il provvedimento sulle assunzioni alle esigenze produttive sostenendo che assumerà solo quando ci sarà necessità di nuova manodopera». FEDERMECCANICA Sui tempi dell'applicazione della sentenza il collegio della Fiom ancora non si sbilancia e rimane alla finestra. «Siamo fiduciosi - spiega Maurizio Landini - . Se la Fiat non assumerà tutti i 145 lavoratori ricorreremo a tutte le iniziative sindacali e giudiziarie necessarie». Ieri intanto a Bergamo si è tenuta l'assemblea annuale di Federmeccanica con contestazioni da parte di un gruppo di operai e giovani dei centri sociali nei confronti della ministra Elsa Fornero e del segretario generale Fiom Maurizio Landini. Fischi a parte, l'assemblea è stata una tappa importante nel percorso del rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici. Il presidente Pier Luigi Ceccardi ha ribadito di non essere certo di trovarsi nelle condizioni di poter rinnovare il contratto. Federmeccanica riconosce alla Fiom «il ruolo di rappresentanza che le compete» ma non è disponibile a fermarsi per aspettare «che maturino nuovi comportamenti». Fim e Uilm infatti hanno presentato una loro piattaforma e non prevedono che la Fiom, non firmataria dell'ultimo contratto del 2009, si sieda al tavolo. Maurizio Landini però risponde di «voler raccogliere la sfida lanciata da Ceccardi sull'accordo del 28 giugno sulla rappresentanza sindacale: siamo pronti a discutere da domani, ma deve essere preventivo all'inizio di una vera trattativa che per noi avrà come obiettivo la sottoscrizione di un contratto da parte di tutte le organizzazioni». Diversa l'interpretazione da parte di Rocco Palombella, segretario generale Uilm: «Ceccardi ha affermato che la trattativa si aprirà esclusivamente con chi ha firmato il contratto 2009. La Fiom quindi non siederà al tavolo». Raffica di ritocchi al ribasso per i prezzi dei carburanti applicati dalle compagnie nel week-end, con la media per un litro di verde scesa a 1,792 euro. Secondo quanto riportato dal giornale online Staffetta Quotidiana, tagliano i prezzi alla pompa della benzina Esso (-2 centesimi a 1,791 euro al litro), Q8 (-2 centesimi a 1,795 euro), Shell (-1 centesimo a 1,807 euro), Tamoil (-1,5 centesimi a 1,807 euro), Tamoil (-1,5 centesimi a 1,8 euro) e TotalErg (-1,4 centesimi a 1,801 euro). Per quanto riguarda il gasolio, ritocchi al ribasso per le stesse compagnie: Esso (-2 centesimi a 1,69 euro), Q8 (-1 centesimo a 1,691 euro), Shell (-1 a 1,705 euro), Tamoil (-1,5 centesimi a 1,689 euro) e TotalErg (-1,4 centesimi a 1,689 euro). Ovviamente Eni replica lo scontone della settimana scorsa. Gli automobilisti potranno nuovamente beneficiare dell'iniziativa «Riparti con Eni», che prevede un taglio di 20 centesimi al litro sui prezzi di benzina e diesel in modalità Iperself durante i fine settimana estivi fino al 2 settembre prossimo. L'iniziativa di Eni ha stimolato anche altre compagnie a un ribasso dei rispettivi prezzi, ma limitato a sconti «spot» e su un numero ristretto di impianti. INDETTAGLIO Più in dettaglio, lo scontone agli Iperself sarà praticato dalle ore 13 di sabato 23 alle ore 7 di lunedì 25. Eni ha fissato i nuovi prezzi di benzina e diesel in modalità Iperself rispetto all'andamento dei mercati: 1,580 e 1,480 euro/litro contro i precedenti 1,600 e 1,500. Questa iniziativa dell'Eni, come è evidente, ha messo in moto una parvenza di concorrenza nel mondo dei carburanti. Si è innescato - spiega il Codacons - il meccanismo virtuoso della concorrenza sui listini di benzina e gasolio, che anche questo weekend saranno oggetto di riduzioni e sconti su tutto il territorio, per un risparmio generalizzato che l'associazione stima in circa 10 euro a pieno. «Ci aspettiamo ora ulteriori riduzioni dei prezzi anche nel corso della prossima settimana, in virtù delle quotazioni del petrolio in ribasso prosegue il Codacons - E se l'ad Eni, Paolo Scaroni, proseguirà sulla strada degli sconti e delle promozioni, lo candideremo al Premio «Amico dei consumatore 2012», per essere riuscito ad imporre la concorrenza sui listini dei carburanti, finora inesistente nel nostro Paese». Una prima risposta già c'è. «Oltre agli sconti previsti nel week-end, i prezzi dei carburanti dovrebbero calare di 1 centesimo di euro al litro nei prossimi giorni», dice il presidente di Figisc-Confcommercio, Luca Squeri. Carburante: weekend di sconti L'Eni seguita da quasi tutti Ritocchi al ribasso per i prezzi dei carburanti FOTO ANSA M.T. MILANO Due ore di assemblea in tutti gli enti pubblici del Paese. Si moltiplicano le iniziative degli statali di Fp-Cgil, Cisl-Fp, Uil-fpl e Uil-pa, che in risposta alla mancata convocazione chiesta al presidente Monti, indicono per martedì una prima giornata di mobilitazione. Le assemblee sono state convocate affinché il governo apra un confronto con i rappresentanti dei lavoratori e interrompa il percorso preannunciato sulla spending review, la revisione della spesa, e sul lavoro pubblico, tenendo fede all'intesa sottoscritta a questo proposito all'inizio di maggio dallo stesso governo insieme ai sindacati e agli Enti locali. A preoccupare i sindacati sono inoltre le indiscrezioni sui possibili tagli agli organici o agli stipendi. Un allarme lanciato dalla stessa segretaria della Cgil, Susanna Camusso, alla manifestazione unitaria di sabato scorso. Sullo sfondo, aleggia lo spettro di un dossier conservato nei cassetti del ministero del Tesoro. Un progetto di sfoltimento di quasi 300mila dipendenti della pubblica amministrazione, redatto sulla scorta della riforma Brunetta, che prevede anche la mobilità obbligatoria per gli statali indicati in esubero dalle diverse amministrazioni. Contro questa eventualità, lo scorso tre maggio al ministero della Funzione pubblica i sindacati e il ministro Patroni Griffi hanno siglato un'intensa. Un accordo che scongiura gli esuberi in massa senza prima una trattativa coi rappresentanti dei lavoratori, che però è stato bloccato al ministero. «Protestiamo contro la politica degli annunci e delle indiscrezioni a mezzo stampa portata avanti da questo governo», scrivono in una nota congiunta i segretari generali dei tre sindacati, Rossana Dettori della Fp-Cgil, Giovanni Faverin della Cisl-fp, Giovanni Torluccio della Uil-fpl e Benedetto Attili Uil-pa. «Ma soprattutto contro l'approccio ideologico nei confronti del pubblico impiego. Approccio che rischia di tradursi in tagli lineari di organico mascherati da revisione della spesa, accorpamenti di enti contrabbandati per riorganizzazioni, attacchi alla dignità dei lavoratori pubblici spiegati con le urgenze di cassa». «Sono misure inaccettabili - continuano i sindacalisti - tanto più in un momento di difficoltà del Paese. E rappresentano una contraddizione in termini: quando alla pubblica amministrazione si chiede di dare il massimo in termini di servizi alle persone, di supporto alla crescita, di lotta all'evasione fiscale, invece di investire in competenze e professionalità si riapre il capitolo della caccia alle streghe. Bisogna cambiare rotta. Per questo vogliamo un tavolo con il governo». L'ITALIAELACRISI . . . «Protestiamo contro la politica degli annunci a mezzo stampa portata avanti da questo governo» Pomigliano, la Fiat tace Fornero fischiata a Bergamo Dopo la storica sentenza, il Lingotto pensa al da farsi, anche se affiorano divisioni nella strategia da seguire Ieri Marchionne ha vinto un ricorso contro la Fiom alla Magneti Marelli MASSIMOFRANCHI ROMA La Deutsche Bank murata FOTO ANSA USB Inpiazza in20mila «Murata«sede dellaDeutscheBank «20.000inpiazza aRoma, altrettanti aMilano,per ledue manifestazionicentrali dello scioperogeneraledi 24 ore, proclamatoda Usb,Cub, Cib-Unicobas,Snater, Usi,Si-Cobas, in tutto il settorepubblico enelle aziendeprivate. Altre iniziativedi mobilitazionesi sonosvolte inSicilia ed inSardegna. Positivo il risultato dellosciopero, indettocontro le politicheeconomiche e socialidel governoMonti. AlcuniaRoma hanno letteralmentemurato uno sportellobancomat con diversi mattoni fatti in pietrabianca epoi sonopartiti conun lancio diuovaalla sededella DeutscheBank all'angolo dipiazza SantiApostoli. Imanifestanti, una voltaarrivati in piazzaSantiApostoli hannoacceso diversi fumogeni.La zonaèstata presidiatadalle forzedell'ordine in tenutaantisommossa.Ma nonci sonostati incidentialla fine del corteo. Statali, martedì due ore di assemblea VALERIORASPELLI ROMA 6 sabato 23 giugno 2012
SEGUEDALLAPRIMA È difficile accusare la crudeltà del mondo per quel che è accaduto e per quel che sta accadendo alla sua giunta ancora aperta e ancora mai convocata, mentre sotto la pelle della città bruciano problemi enormi, a cominciare dal buco di bilancio. Fin qui, per questo onest'uomo le grane sono state tutte di matrice interna: niente e nessuno gli ha messo i bastoni tra le ruote. La città lo segue attonita e sospesa mentre lui annaspa e si blinda per evitare, dicono, strumentalizzazioni da parte della perfida stampa. I grillini non parlano con gli umani, dichiarano sul web, talvolta dicono delle cose in conferenza stampa, com'è accaduto ieri, dopo il licenziamento del nuovissimo assessore ad un sacco di cose: urbanistica, edilizia, lavori pubblici, energia e patrimonio. Così, Roberto Bruni, architetto cinquantatreenne, resterà nella storia come uno degli assessori più volatili d'Italia: il suo curriculum, come ormai l'intero paese sa, non precisava che alle spalle di questa carriera c'erano un fallimento e un piccolo abuso. Poca roba, ma abbastanza per gettare un'ombra su uno dei ruoli di governo più impegnativi allestito da una forza che ha vinto le elezioni predicando la fine dei vizi del passato e la cancellazione degli altri partiti. Non sarà che la storia del curriculum come percorso di selezione rischia di essere una mezza fregatura? Questioni di metodo, ciascuno ha il suo. LABENEDIZIONE DELCAPO Ora, i grillini si vantano di aver rimediato all'errore in tempo reale, diversamente da quel che sarebbe successo in qualunque altra giunta non governata dal Movimento Cinque Stelle. Ma soprattutto, ci tengono a ribadire che Grillo è con loro e li benedice. Ecco Pizzarotti in conferenza stampa: «Grillo mi ha ricordato che l'importante non è quello che scrivono i giornali ma quello che si fa per i cittadini». Par di sentire un leghista della prima e della seconda ora alle prese con il verbo di Bossi prima della bollitura: «Bossi ci ha detto....». Grillo di qui e Grillo di là: è stato proprio Grillo, pare dietro consiglio di Casaleggio, gran sacerdote dello StarGate a cinque stelle, a censurare nelle settimane scorse l'idea di Pizzarotti di adottare l'eretico Valentino Tavolazzi come «supervisor» alle questioni economiche del Comune. Tavolazzi, a suo tempo espulso dal Movimento per manifesto - sostenne Grillo - deviazionismo filo-partitico, se ne intendeva, tuttavia; ma Pizzarotti fece marcia indietro, da bravo. Come si fa a lavorare con un capo spirituale che ti tormenta ai fianchi appena qualcosa di quel che stai facendo non gli piace? Pizzarotti sarà santo? Perché, pur di fronte al fallimento imbarazzante della teoria del curriculum, ne rilancia il valore: «L'alternativa – ha detto davanti alla stampa – sono le presentazioni degli amici degli amici», e c'è del vero in quel che afferma. «Solo che – suggerisce Massimo Iotti, consigliere comunale parmigiano del Pd, architetto – prima di parlare, converrebbe prendere atto di quel che, grazie ai Cinque Stelle, passa tra i loro banchi dove si rintracciano pezzi di famiglie, relazioni molto più strette di quelle amicali denunciate da Pizzarotti». Famiglie? Sì, per esempio, quella di Mirko Zioni che divide la rappresentanza comunale assieme alla compagna Barbara Cacciatore, oppure quella di Lucio De Lorenzi che siede in Consiglio accanto al figlio, Andrea. Saranno le scorie di un esercizio stretto della democrazia diretta oppure il suo frutto migliore? «Cerchiamo di spiegarci – insiste Iotti -: non stiamo qui a strapparci le vesti per le eventuali “colpe” dell'assessore silurato. Il problema sono i comportamenti delle legioni grilline che hanno militarizzato gli scambi nel web. Non appena qualcuno ha sollevato dubbi sulla opportunità di affidare quelle responsabilità a Roberto Bruni, è scattata la reazione rabbiosa, sistematica, contro quelle obiezioni. Poi, lo hanno mandato a casa, ma dove stava la ragione, presso chi lamentava l'infelicità di quella scelta oppure tra chi sparava on line per difenderlo?». Siamo tutti uguali, niente professionismo della politica, contano le attitudini: così predicavano a Parma in campagna elettorale. Però: il vicesindaco lo hanno pescato tra i loro eletti in Consiglio comunale, e presidente del Consiglio – altra carica retribuita – è diventato il portaborse di Favia, consigliere regionale del Movimento. Promette che smetterà il doppio incarico, ma intanto. «Parma è laboratorio nazionale – afferma Beppe Sebaste, parmigiano, scrittore e saggista - così come è l'Italia nella scena europea. Ora i figli di Grillo, un omologo di Berlusconi, stanno facendo i conti con la presunzione della verginità politica, una mitologia predicata per far piazza pulita di tutto il resto, degli antagonisti e anche della storia. Sanno che non sarebbero mai stati eletti se non avesse votato per loro proprio quella destra che ha sfondato il bilancio della mia città mettendo in pratica la teoria, da brividi, dell'avvelenamento dei pozzi». E la giunta ancora non c'è. In arrivo dall'Europa 10 milioni di euro per il rilancio del commercio nelle zone dell'Emilia Romagna colpite dal terremoto. Lo ha annunciato il presidente della Regione, Vasco Errani, ieri all'assemblea regionale di Confcommercio. Sono una parte dei fondi per la ricostruzione stanziati dall'Ue e «disponibili da subito», ha detto il Governatore che vuole «giungere in tempi brevi» a definire le percentuali di rimborso per le imprese danneggiate. E che nella «bassa» sia stato colpito il cuore produttivo dell'Italia lo ha toccato con mano Enrico Letta, vicesegretario del Pd, che ieri si è recato nei comuni e nei distretti industriali più colpiti. Mirandola, dal centro storico «devastato», poi Rolo, Bomporto e Sorbara, i cui produttori di Lambrusco lottano per non saltare la vendemmia. «Sono rimasto impressionato dalla volontà, dalla determinazione degli abitanti, che si sono rimboccati le maniche per ripartire al più presto», racconta Letta. Nel distretto biomedicale si sta facendo «una corsa contro il tempo per dare delle garanzie alle multinazionali e impedire che se ne vadano altrove», così come nei caseifici la corsa è per il recupero delle forme di parmigiano meno danneggiate. Garanzie che vanno dagli stanziamenti a una legge ad hoc. E soprattutto il lavoro della Regione: «Errani sta facilitando i crediti agevolati per le imprese con un tasso d'interesse dello 0,9%, garantiti dalla Regione. E sarà istituita una via privilegiata per i pagamenti dei crediti dalla Pubblica amministrazione». Una delocalizzazione sarà inevitabile (molte aziende sono inagibili) «l'importante è che sia temporanea, tre mesi circa». Dopo le prime scosse tra le imprese biomediche «c'è stata una compensazione per recuperare subito le fiale per le dialisi, salvando così la vita a migliaia di italiani» che soffrono di diabete. Insomma, dopo il sisma più esteso che ci sia mai stato (900mila persone colpite), qui funziona il lavoro di squadra tra Regione, protezione civile («fattiva e concreta») e Enti Locali. E il Pd ha raccolto mezzo milione di euro in sottoscrizione. Un terremoto «multietnico», osserva infine Letta, se gli emiliani hanno piantato la tenda sotto casa, nelle tendopoli ci sono soprattutto immigrati. A cucinare centinaia di pasti al giorno ci sono i ben allenati volontari delle Feste dell'Unità, con i giovani democratici. Sisma Emilia arrivano dieci milioni Ue Letta: «Si corre per ripartire» NATALIA LOMBARDO ROMA LAPOLEMICA Orlando,Pd: ladestra delegittima la Consulta «Berlusconineo candidatopremier ci ricordacon quella suadichiarazione qualè la sua ideadelle istituzionidi garanzia: se glidanno ragionesono imparziali, seglidanno torto sono di sinistra.Unavisione delPaese che abbiamogiàpurtroppo sperimentato in questianni, che ciha portatoal disastro civicoed economicoe cheoggiviene arricchitacon propostecomequella di ritornare astampare la lire». Così in unanota ilpresidente delForum GiustiziadelPdAndrea Orlando rispondealledichiarazioni diSilvio Berlusconichehaaccusato la Corte Costituzionaledi essereun organismopoliticodella sinistra. Il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti FOTO DI DANIEL DAL ZENNARO/ANSA Non trova «scontato» che Sel si allei con il Partito democratico, e non sa «ancora» se parteciperà alle primarie. Alla vigilia della riunione dei circoli del Pd, Nichi Vendola alza il livello delle richieste al Partito democratico, difende Antonio Di Pietro nel suo scontro con Giorgio Napolitano, attacca Monti (anche sul fronte del «cinismo» col quale «in continuità con Tremonti» non ha rispettato il risultato del referendum sulla privatizzazione dell'acqua) e a Pier Luigi Bersani chiede una sterzata a sinistra: il centrosinistra deve «togliersi gli abiti vecchi, rompere con la farmacopea del liberismo», smettere di dare l'impressione di «perseguire politiche di centrodestra», altrimenti «il centrosinistra al quale sono iscritto io non c'è» e dunque «nulla è scontato», nemmeno l'alleanza. A margine di una conferenza stampa alla Camera con Stefano Rodotà per difendere i risultati del referendum sulla privatizzazione dell'acqua di un anno fa, e annunciare - nel giorno in cui «Alemanno avvia la privatizzazione dell'Acea, che è di fatto illegale» - le tariffe agevolate che entreranno in vigore in Puglia per le fasce più deboli, il leader di Sel chiede al segretario del Pd un «chiarimento politico» che serva a «sciogliere i troppi nodi che ci sono, terribilmente intricati». E non fa un passo avanti per confermare la sua candidatura alle eventuali primarie di coalizione. «Le primarie non sono un concorso di bellezza, non ho ancora sciolto la riserva perché non so ancora cosa è il centrosinistra che stiamo costruendo, non ho capito quale è il programma del partito democratico», dice Vendola. E si chiede: «Vogliamo scegliere la leadership per la coalizione che deve aiutare a uscire dalla palude del berlusconismo? Allora sulla definizione dell'offerta politica del centrosinistra bisogna essere chiari». Quanto ad Antonio Di Pietro – che aveva invitato solo due settimane fa a «non piantare bandierine» che dividano la sinistra - Vendola lo definisce un «valore aggiunto per la coalizione», «un importante alleato» con il quale «vale la pena di fare lo sforzo di dialogare» perché contribuisca a portare avanti «l'agenda del cambiamento». E difende il leader dell'Italia dei Valori, respingendo le critiche per le polemiche contro il Quirinale: «Qui il problema non è la buona educazione istituzionale di Di Pietro, ma la cattiva politica. Sono molto più preoccupato per l'attacco del governo ai diritti sociali». Deprecando la riforma del lavoro che sta per essere licenziata alla Camera, e l'assenso dato dal Pd («non si possono difendere i principi della dignità del lavoro e nello stesso tempo partecipare all'uccisione dell'articolo 18»), il leader di Sel si proclama «contro l'Europa tecnocratica e liberista», parla di «fallimento» del governo Monti e apre le porte alle elezioni: «È da combattere l'idea che il voto possa rappresentare una minaccia, un danno alla situazione economica del paese. E bisogna cambiare passo e smettere di pensare che il welfare sia uno spreco buonista che ha causato la crisi. La crisi è frutto dell'economia di rapina in un mondo in cui il lavoro ha perso il suo peso sociale. Noi dobbiamo dare uno sbocco politico alla crisi italiana, che è la crisi del paradigma liberista, che è la crisi del berlusconismo, ed oggi è anche il fallimento delle ricette del governo Monti». Dopoledimissioni lampo dell'assessore, il sindaco diParmanonriesce aformare lasquadra E le«legionigrilline» loattaccanoviaweb ILRETROSCENA Pizzarotti preso nella Rete E senza giunta TONIJOP politica@unita.it Vendola: «L'alleanza con il Pd non è scontata» SUSANNATURCO . . . «Le primarie non sono un concorso di bellezza, dipenderanno da cosa vogliamo costruire» sabato 23 giugno 2012 9
8 sabato 23 giugno 2012
La piazza torna a infiammarsi. I militari, tornano a minacciare. L'Egitto in attesa del nuovo Presidente. Un'attesa febbrile, carica di paura. Sono decine di migliaia i manifestanti che da ieri mattina hanno riempito piazza Tahrir per protestare contro lo scioglimento del Parlamento e sostenere il candidato alla presidenza dei Fratelli Musulmani, Mohamed Morsi. Migliaia le bandiere egiziane e le foto di Morsi issate dai suoi supporter. In molti si apprestano a trascorrere la notte in piazza. L'esito delle elezioni presidenziali egiziane sia annunciato «senza ulteriori ritardi», afferma Morsi in una conferenza stampa. «Tutti li conoscono. Non permetteremo a nessuno di manipolarli», avverte. Nemmeno un'ora dopo, la Tv di Stato egiziana annuncia che i risultati delle prime presidenziali del post Mubarak saranno diramati oggi. La tensione è altissima. L'imam che guida la preghiera del venerdì in piazza Tahrir afferma che Morsi è il chiaro vincitore delle elezioni. I dimostranti scandiscono scandito slogan contro i generali al potere. «Affronteremo tutti i tentativi di mettere a rischio il Paese con la più grande fermezza e forza da parte della polizia e dell'esercito». È quanto afferma un comunicato del Consiglio militare egiziano letto alla televisione di Stato, che ne ha mostrato solo il testo. «Il diritto di manifestare pacificamente, tenendo conto degli interessi superiori dello Stato, è rispettato. E le forze armate da quando hanno assunto la responsabilità del Paese hanno seguito un comportamento di grande saggezza e di rispetto verso lo stato rivoluzionario che attraversa il Paese e per evitare perdite di vite umane», afferma ancora la nota. Pronta la risposta di Morsi. «Non abbiamo problemi con i nostri figli nelle forze armate o con i magistrati che apprezziamo. Non ci sarà alcuna misura che minaccerà la sicurezza della patria. Sono solo voci». Al tempo stesso, Morsi respinge lo scioglimento del Parlamento e l'aggiunta della dichiarazione costituzionale adottata dal Consiglio militare. Inoltre, il leader della Fratellanza sottolinea di non riconoscere anche il potere di arresto di civili affidato ai militari. Intanto, i proclami si rincorrono, in una continua altalena di rassicurazioni e minacce. Morsi torna a vestire i panni del presidente in pectore conciliante quando afferma: «Non cerchiamo lo scontro. Vogliamo il bene e la stabilità dell'Egitto». Morsi ha affermato che formerà un governo di coalizione il cui premier non farà parte del partito dei Fratelli Musulmani Giustizia e Libertà. Il candidato della Fratellanza ha anche detto di «non avere problemi» che i suoi vice siano una donna o un copto. Dal dialogo all'avvertimento. La dichiarazione anticipata dei risultati delle presidenziali egiziane è «completamente ingiustificata ed è una delle ragioni della divisione attuale», rilancia, in questa guerra di parole, il Consiglio militare egiziano, secondo il quale «la mancata di attuazione dei verdetti della magistratura è un crimine». Nel comunicato il Consiglio militare afferma che «tutti i verdetti sono emessi in nome del popolo» e che «occorre rispettare la volontà popolare e non imporre una egemonia o permettere che venga minacciata». Nella nota non si fa riferimento esplicito ai Fratelli Musulmani che nella notte di domenica, poche ore dopo la chiusura delle urne, hanno annunciato i risultati in loro possesso e secondo i quali il vincitore delle presidenziali è il loro candidato. L'annuncio è stato smentito poche ore dopo dallo staff dell'avversario, l'ultimo premier sotto Mubarak, Ahmad Shafiq. PAURADELGOLPE La piazza non smobilita. Essam El-Erian, numero 2 del partito Giustizia e Libertà, ha dichiara che il sit-in continuerà fino a quando non sarà reinsediato il Parlamento uscito dalle elezioni svoltesi a cavallo tra fine 2011 e inizio 2012. La tensione cresce nella notte, quando il sito del quotidiano governativo AlAhramanticipa, in via ufficiosa, che Ahmad Shafiq sarà proclamato oggi Presidente dell'Egitto. Una ipotesi che per i seguaci di Morsi, come per i giovani protagonisti della Primavera egiziana, significherebbe il compimento del “golpe militare». E l'inizio di una nuova resistenza. E forse, di un nuovo bagno di sangue. AFGHANISTAN MONDO Egitto, paura e folla a piazza Tahrir I militari: «Useremo il pugno duro» La folla a piazza Tahrir con i manifesti di Mohamed Morsi FOTO ANSA A decine di migliaia al Cairo, dove la tensione è sempre più alta I generali difendono il colpo di mano sulla Costituzione «La forza nei confronti di chi si mette contro l'interesse pubblico» U.D.G. udegiovannangeli@unita.it Talebani all'assalto di un hotel: almeno 23 morti Unagguerritocommandodi talebani, quasicertamentemembri della violentaRete Haqqani, haattaccato giovedìnotteun hotel-ristorantesul bordodi un lagoa pochichilometri da Kabul,prendendo inostaggio40 personeed ingaggiandocon le forze di sicurezzaafghaneed internazionali una battagliadurataoltre 12 ore,conclusasi conuna carneficinadi civili edalmeno 23morti. Gli insorti sono entrati in azioneprimadelle24, investendo con armipesanti ebombea mano l'Hotel Spozhmai, a mezz'orad'autodalla capitale -considerato unodei luoghidi escursioneepicnicpiù gettonatidalla classemediacittadina -dove era in corsouna affollatae rumorosa festa. Nonostante il tentativodi contrastodei ridotti servizi di sicurezza, i talebani sonoriusciti a penetrarenel ristorantee atrincerarvisi, tenendo inostaggio centinaiadi clienti, fra cuimoltibambini edonne. . . . Mohamed Morsi: «Non cerchiamo lo scontro» Oggi i risultati delle elezioni presidenziali 14 sabato 23 giugno 2012
24 sabato 23 giugno 2012
RICCARDOVALDESI ROMA Il leadercentrista«Come cittadinovogliosapere chihadivulgato le intercettazioni» Bersani:«IlColleèunodei pochipresididemocratici» IlpresidenteNapolitanodice«stopauna campagna di illazioni basata sul nulla». Ma le telefonate tra l'ex ministro Nicola MancinoeilconsiglieregiuridicodelQuirinaleLorisD'Ambrosiocisono.OnorevoleVeltroni, devonoessere chiarite? «Certo, ma occorre distinguere. La campagna attivata in questi giorni è di tipo politico e ha come obiettivo il Presidente della Repubblica e l'indebolimento del suo ruolo di garanzia per favorire esiti avventurosi della crisi italiana. Qualcuno sta cercando di accentuare gli elementi di instabilità all'interno di una logica che Gramsci avrebbe chiamato di avvelenamento dei pozzi. Altra cosa è la legittima indagine della magistratura per scoprire tutta la verità su uno dei momenti più drammatici del nostro passato». È normale che il consigliere giuridico del Quirinale parli con persona informata sui fatti, cioè Mancino, della vicenda di cui è testimone? «Non ho avuto impressione che D'Ambrosio entrasse nel merito della vicenda di quegli anni. Se non con alcuni riferimenti circa la stranezza del suicidio di Antonino Gioè (uno dei killer delle stragi, ndr) in carcere. Il punto è un altro. Conosco questo Paese. Ogni tanto si alzano polveroni per evitare che si arrivi al nocciolo dei problemi. La richiesta di una commissione d'inchiesta su questa vicenda vuole solo impedire che la commissione Antimafia, da quattro anni al lavoro sugli stessi temi, concluda il suo lavoro. Delegittimarla a un passo dalla relazione finale». Annullarechivuoleavvelenareipozzi.Come? «Stando sul punto. A me interessa tutta la verità sulle stragi '92-93. E tutta la verità passa anche dalla richiesta in commissione di nuove audizioni di Conso e Mancino. Ma dobbiamo sentire anche Gaspare Spatuzza (il pentito che dopo sedici anni ha messo a nudo le bugie sulla strage di via D'Amelio, ndr) e il generale del Ros Subranni (indagato a Palermo per la trattativa, ndr). La commissione Antimafia non deve fare un'inchiesta giudiziaria ma ricostruire quel momento politico lasciando alla magistratura (indagano sui misteri del biennio tre procure, Palermo, Caltanissetta e Firenze, ndr) il compito di arrivare alla verità giudiziaria. È chiaro che nessun ostacolo va frapposto al lavoro della magistratura e a quello della commissione». C'èilrischiochequelbienniorestiagliatti comel'ultimo misterod'Italia? «Il rischio c'è visto che i misteri d'Italia sono il buco nero di questo Paese. È l'unico Paese europeo in cui c'è stato un tale succedersi di eventi non chiariti, zone oscure e depistaggi clamorosi. Dal caso Mattei in avanti. E quando penso alle stragi del biennio '92-93 non posso non pensare al depistaggio di Scarantino, a quello del questore La Barbera (capo del pool di investigatori che indagava, ndr) che tornerà anni dopo anche dietro il sanguinoso blitz alla scuola Diaz nei giorni del G8 genovese. Andando indietro, al generale Subranni sospettato di aver guidato i depistaggi dopo l'omicidio Impastato. Coincidono, queste azioni, con passaggi cruciali nella vita del Paese. Nel biennio '92-93 cambia la nostra storia politica. E come in tutte le fasi di transizione - nel '68-69 con piazza fontana, prima ancora col Piano Solo e poi con il governo di unità nazionale e il rapimento Moro - succede qualcosa di sanguinoso. Le organizzazioni criminali in questi momenti di passaggio diventano parte della strategia terroristico-mafiosa volta a cambiare gli equilibri del Paese». Entrati inquestalogica,capirelaoletrattative è fondamentale per dare un nome achihauccisoBorsellino?Sedietroiltritolo di via D'Amelio ci sono anche i servizi segreti? «Sì, ma bisogna chiedersi anche perché è stato ucciso Falcone, perché l'attentato all'Addaura. Soprattutto, perché sono cominciate le stragi e perché sono finite. La risposta chiama in causa certamente la trattativa ma anche una ricostruzione un po' meno schematica di quello che è successo in quegli anni. Falcone, ad esempio, poteva essere ucciso in modi diversi, a Roma, per strada. Invece Riina richiama i suoi e decide per la dimensione terroristica della strage. La mafia, a parte Ciaculli e Portella della Ginestra, aveva fatto tanti assassinii ma mai stragi. Allora, perché Falcone? E perché Falcone, dopo l'Addaura, indica l'azione di “menti raffinatissime”?». PerchéunfalsocolpevolecomeScarantino trascina la magistratura fino al giudizio definitivo salvo poi scoprire, grazie a Spatuzza,che era tutto falso? «Perché un pezzo dello Stato ha lavorato contro lo Stato. C'è stato un “antistato” che ha lavorato fin dall'inizio, probabilmente l'Addaura, per depistare. L'Italia ha sempre dovuto combattere contro un grumo di cose nascoste che di volta in volta ha utilizzato agenzie di varia natura per fare operazioni. Perché la banda della Magliana spara al presidente del banco Ambrosiano? Perché spara a Mino Pecorelli? Vengono chiamati da qualcuno per un altro tipo di lavoro. Questo qualcuno è “l'entità” di cui ha parlato tante volte il procuratore antimafia Piero Grasso. Per me è identificabile con l'antistato. Lo chiamo cosi perché per me lo Stato è Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Ninni Cassarà, Rocco Chinnici». Chiè l'antistato? «Negli anni ha assunto la forma della P2, del terrorismo di destra, della deviazioni di Gladio. È un'entità che reagisce cercando di ricostruire equilibri di potere preesistenti quando questi vengono scossi». Perchénel 1994 finiscono le stragi? «Finiti Andreotti e la Dc dei Salvo e di Lima, la mafia era alla ricerca di un nuovo referente politico. Le stragi finiscono probabilmente quando quel referente viene trovato». Oggisiamoinunafasedipassaggiosimilealbiennio '92-93? «Assolutamente sì. E l'attacco al Capo dello Stato rientra in questa antica e carsica strategia. Così come ci rientra l'irresponsabile tentativo di trascinare l'Italia in elezioni anticipate cercando di far leva sullo scontento sociale e assumendo posizioni populiste come “usciamo dall'euro” e “torniamo alla lira”». Quellochesta dicendo Berlusconi? «Infatti. Non contento di quello che ha già fatto a questo paese, viste le difficoltà nel suo partito, vuol fare saltare tutto colpendo Monti e portando lo scontro all'esasperazione. Fare questo è da irresponsabili. Tipico di chi, appunto, vuole avvelenare i pozzi». Il Quirinale «è uno dei pochi pre-sidi di questa democrazia. Saràmeglio evitare manovre attornoa lui perché poi non ci ritrovia-mo più niente», avverte Bersaniriguardo le polemiche sulla presunta trattativa Stato-mafia. Un caso che continua a tenere banco, con anche un Pier Ferdinando Casini che, in merito al «vergognoso attacco a Napolitano» pensa a qualcuno - qualche «scheggia di magistratura» - che «si sente minacciato nei privilegi di casta o pensa di avere il monopolio di alcuni poteri dello Stato» e agisce «con intenti intimidatori». E come cittadino, continua Casini, «voglio sapere chi, divulgando intercettazioni in un perverso circuito giudiziario-mediatico, ha determinato questo attacco al Quirinale» E mentre il capogruppo del Pdl alla Camera, Maurizio Gasparri, sottolinea che «in questa vicenda non c'entra nulla il Quirinale di oggi, ma quello di venti anni fa» - e mentre più sobriamente il presidente del Senato Renato Schifani osserva che «attaccare Napolitano significa attaccare il Paese» - Angelino Alfano, nel bollare come «indecorose e indegne le intercettazioni che sfiorano il Quirinale», coglie l'occasione per rilanciare la battaglia berlusconiana contro le intercettazioni: «Tutto ciò riguarda una modalità barbara a cui abbiamo provato a porre rimedio». «Si tratta di polemiche sconcertanti: il Capo dello Stato è anche presidente del Csm ed è naturale che in tale funzione - commenta intanto il vicepresidente del Csm Michele Vietti - abbia attivato ciò che è previsto dall'ordinamento perché ci fosse un'attività di vigilanza e coordinamento della Procura Generale della Cassazione, a cui questi compiti spettano per legge». Per Vietti, non è accaduto «nulla di strano, si è voluto scatenare una tempesta in un bicchier d'acqua». Quindi, senza nulla concedere alle dietrologie, anche lui mette l'accento sul fatto che il Capo dello Stato «in questo Paese, in questo momento è il riferimento più sicuro per l'esercizio delle funzioni istituzionali». Su tutt'altro fronte, Salvatore Borsellino, fratello del magistrato assassinato dalla mafia, in una intervista pubblicata in rete chiede invece l'impeachment per il Presidente della Repubblica. «È sconvolgente - dice Salvatore Borsellino - che al Quirinale si dia ascolto a chi come Mancino cerca di frenare quei magistrati coraggio che indagano sulla trattativa tra Stato e mafia». E intervistato dal Gr1, l'ex capo del Dap Nicolò Amato conferma quanto ha scritto nel memoriale che ha inviato recentemente alla Commissione parlamentare Antimafia, ovvero che Cosa Nostra avrebbe chiesto la sua sostituzione e lo Stato gliela concesse. «Da poco ho capito che nel febbraio del ‘93, cioè qualche mese prima della mia sostituzione, la mafia sotto forma anonima ha inviato una lettera al Presidente della Repubblica di allora, Scalfaro, in cui si chiedeva espressamente la mia testa. Io avevo lasciato 1300 detenuti di mafia sotto 41 bis e in pochissimo tempo sono diventati poco più di 400», dice Amato. ILCASO L'INTERVISTA WalterVeltroni CLAUDIAFUSANI ROMA POLITICAEGIUSTIZIA . . . «Troppi avvelenatori di pozzi ogni volta che il Paese attraversa una fase di cambiamento» Sulla trattativaStato-mafia è inatto«un'offensiva dichivuole indebolire Napolitano per favorireesiti avventurosidellacrisi» . . . «Chiedere la commissione d'inchiesta serve solo a impedire che l'Antimafia concluda il suo lavoro» Casini: «Dietro l'attacco schegge di magistratura» «C'è una campagna politica per indebolire il Quirinale» Walter Veltroni FOTO DI MAURO SCROBOGNA/LAPRESSE sabato 23 giugno 2012 7
Aprire il Pd in vista della campagna elettorale della prossima primavera e prevedere una «fase due» anche dal punto di vista dell'organizzazione, approvando modifiche statutarie che aiutino ad evitare un eccesso di «correntismo». Pier Luigi Bersani oggi darà la carica a quanti arriveranno a Roma per partecipare all'Assemblea nazionale dei segretari di circolo. Ma ai dirigenti di base del suo partito il leader Pd lancerà anche un messaggio ben preciso: non pensate che l'«apertura» sia un fenomeno da gestire esclusivamente o prevalentemente a livello centrale, mentre sui territori si può andare avanti con meccanismi tipici del sistema correntizio e anche mantenere una certa dose di «anarchismo». «Sappiamo che il cammino che ci attende dipenderà per larga parte dal vostro impegno perché è a partire dai territori che la politica e la società possono e devono darsi la mano per ottenere l'apertura di una nuova fase e archiviare il populismo», si legge nella lettera di convocazione inviata ad Bersani ai 6.123 segretari di circolo del Pd. «Sarà l'occasione per un confronto aperto dando un contributo per lanciare tutti insieme la nostra sfida per il cambiamento del Paese». E oggi, di fronte a quanti arriveranno alla Fiera di Roma, il messaggio sarà ribadito con anche maggior enfasi. Bersani è infatti convinto che soltanto il Pd possa sconfiggere il populismo («noi duriamo più di Grillo, tocca a noi durare, a lui tocca accendere il fuoco») tenendo uniti «il tema democratico e il tema sociale» e ricucendo lo strappo che si è venuto a produrre tra politica e società, anche «ridando linfa alla partecipazione». «Non c'è contraddizione tra l'aprirsi e l'idea di partito», dice Bersani chiudendo i lavori di un seminario sulla forma partito organizzato dall'associazione Rifare l'Italia e dal Crs. «Siamo maturi per la fase due per la nostra organizzazione anche in tema statutario, e mettere in sicurezza il nostro partito per evitare l'eccesso del, non lo chiamerò feudalesimo, ma correntismo». La convinzione di Bersani è che il Pd può delimitare un «perimetro più largo» di quello circoscritto fino ad oggi, proprio partendo dal rapporto con la società sul territorio. «Tocca al Pd essere se stesso e anche infrastruttura di un campo più largo. Ma ci sono dei paletti che non possono essere superati: se uno mi dice non c'é né destra né sinistra gli dico puoi anche andare, vai vai. A uno che occhieggia con i populismi ricordo che nella storia italiana i populismi sono iniziati di qua e finiti di là, a destra». Messaggi lanciati dentro e fuori il Pd, inviati anche a chi un giorno auspica l'unità interna, o dall'esterno un'alleanza col Pd, e un giorno attacca i vertici del partito. Non a caso Bersani precisa che le primarie annunciate per il prossimo autunno «sono laggiù». Cioè al termine di processo che prevede prima l'estremo tentativo di cambiare legge elettorale (presto si capirà se il Pdl intende veramente superare il Porcellum visto che se un accordo non viene trovato entro luglio non ci sarà il tempo materiale per approvare la riforma) e la definizione di una «carta di intenti»: prevede anche un vincolo di maggioranza e dovrà essere siglata da chi intende far parte del fronte progressista che si presenterà unito alle prossime politiche. SIMONECOLLINI ROMA ILCASO LUSI ILCENTROSINISTRA 9 Maggio-Giugno 2012 Focus: soldi e democrazia ALTRI CONTRIBUTI online il numero di maggio-giugno 2012 Denaro e potere, realtà ambivalenti Etica della trascendenza e creazione della ricchezza Contro la privatizzazione della democrazia Berlinguer e la terza Repubblica I partiti nella legislazione europea Giannino Piana Giorgio Benigni Geminello Preterossi Paolo Corsini Pier Luigi Castagnetti Fabrizio Di Mascio Luigi Zanda Giuseppe Caldarola Franco Monaco La personalizzazione della corruzione al tempo della “partitopenia” Conflitto di interessi, vulnus alla democrazia Stampa di partito tra crisi e metamorfosi Promemoria sul caso Lusi Scienziati sociali, politici e la suocera di Ilvo Diamanti Dalle città per far ripartire l'Italia Alfio Mastropaolo Sergio Gentili e Vanni Bulgarelli Dimezzamento e riforma del finanziamento ai partiti Innovare guardando all'Europa Le peculiarità del caso Usa Partiti sazi e inadeguati Quando i soldi sono spesi bene: la formazione politica Antonio Misiani Paolo Borioni Rodolfo Brancoli Mario Barbi Annamaria Parente «Ora la fase due del Pd» La sfida dei segretari per rilanciare il Paese Oggi oltre seimila all'assemblea nazionale dei circoli alla Fiera di Roma L'annuncio di Bersani: «Siamo maturi per apportare modifiche allo Statuto, al fine di evitare eccessi di correntismo» L'avvocato:«Scaricatodatutti,oggiparlerà» Saràsentito oggi,per l'interrogatorio digaranzia, LuigiLusi. E il suo avvocato,Luca Petrucci, rilancia quantogiàannunciato dall'ex tesorieredella Margherita,appena finitoaRebibbia per l'inchiesta che lo vede indagatoper l'uso personaledei fondidel partito. «Scaricatoda tutti perchéconsiderato l'unico capro espiatorio, racconterà tuttoquello chesa, tanto non hapiùaccordi da mantenere»,ha detto ieri Petrucci, sottolineandoperò che«Lusi puòdire achiha dato i soldi, non cheuso sia statofatto di quellesomme. Lui può raccontarequellochesa, ma il resto lo deveaccertare la magistraturasene havoglia. Altrimenti, èmeglio che Lusi sene stiazitto».E il senatore ieri, nel suo secondo giorno didetenzione, è rimastoassorto nelle sue carte. Nessunavisita.Unagiornata tutto sommatotranquilla. Il leaderdell'Api FrancescoRutelli non raccoglie la velataminacciae dice semplicemente:«Credo che la giustiziadebba fare il suo corso». Mentreda piazzaleClodiosi fanotare che finoraLusi si è limitato a faredelle illazioni sull'usodi soldida parte di altri soggetti senza fornirealcun riscontro. . . . «Noi duriamo più di Grillo E se qualcuno mi dice che non c'è destra e sinistra gli rispondo: puoi andare» 10 sabato 23 giugno 2012
Kandinsky a Pisa in ottobre Dal prossimo 13 ottobre Palazzo Blu di Pisa ospiterà la mostra «Wassily Kandinsky, dalla Russia all'Europa»: circa 50 opere del pittore russo, padre dell'astrattismo Sbarca in Africa il teatro diUldericoPesce CULTURE STRANO COME UNA PAROLA, PUR SENZA CAMBIARE DI SIGNIFICATO, POSSA ASSUMERE CONNOTAZIONI NUOVEEINASPETTATE.Dici «festival» e pensi a passerelle deliranti e autoreferenziali, a lunghe dirette televisive costruite sul nulla, a una sospensione temporanea della realtà. Ma siccome, grazie al cielo, si canta e si suona anche al di fuori della Repubblica Autonoma di Sanremo, può darsi che altrove con «festival» si intenda uno sguardo salutare sulla musica che gira intorno, senza talent show, televoti ed eliminazioni. Va dunque salutato con sollievo l'approdo a Roma, dopo le passate edizioni al nord, de Latempestagemella (stasera e domani nello spazio Supersanto's del Piazzale del Verano), in cui si esibiranno gli artisti de «La Tempesta Dischi», etichetta indipendente fondata da Enrico Molteni, bassista dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Nella prima serata si esibiranno, tra gli altri, gli Zen Circus e i Pan del Diavolo, oltre ai Tarm; domenica il clou con Il Teatro degli Orrori e Giorgio Canali. Più che un'etichetta, un collettivo, come ci spiega Molteni, al quale abbiamo chiesto notizie dell'imminente nuovo disco dei Tarm: «se tutto andrà come desideriamo, uscirà il 31 ottobre. Dopo la nostra svolta reggae, abbiamo deciso di cambiare di nuovo. Ma è innegabile che un'attitudine “in levare” sia rimasta, e così ne verrà fuori un disco abbastanza vario, con un reggae un po' camuffato, che non sia riconoscibile come tale al primo ascolto, ma anche con folk e ballate». I testi saranno legati alla campagna, come nell'albumprecedente? «Quel disco è stato influenzato dalla nostra idea di vivere insieme per un po' di tempo in una casa di campagna, dove abbiamo allestito una sala prove. Ora non viviamo più là e i nuovi testi avranno altri argomenti, ma ci è rimasta un'attenzione pasoliniana verso certi temi». Il legame conPasolini è unvostro leitmotiv. «La nostra casa dista un chilometro da Casarsa della Delizia, dove è sepolto Pasolini. Leggendolo e studiandolo, rimaniamo colpiti ogni volta dal suo spirito critico, dall'intenzione di capire le cose con la propria intelligenza senza lasciarsi influenzare dai luoghi comuni o dalle rigidità ideologiche. All'Italia di oggi mancano figure del genere. Per noi resta un punto di riferimento». Loèanchenell'intenzionedinonessereartisticommerciali, facilie prevedibili? «Il nostro intento è scrivere una musica che possa fare qualcosa. Non ci siamo mai riconosciuti nella cosiddetta musica leggera e abbiamo sempre mantenuto l'aspirazione di cambiare il mondo con una canzone. È l'aspetto che accomuna gli artisti della Tempesta, peraltro molto diversi tra loro dal punto di vista strettamente musicale. Noi speriamo che chi ci ascolti attentamente cambi prospettiva e attivi nuove modalità di ragionamento. E credo che questo accada, già per il solo fatto di avvicinarsi a un gruppo che ha un nome come il nostro, suona dal vivo coi volti mascherati e propone musica diversa da quella che gira nei media. E poi, se devo dire la verità, io vado ai concerti degli altri, vedo gli altri generi di pubblico e sinceramente preferisco quello nostro». Vistochenonmancanoleideeeimodiperfarlegirare, da cosa derivano, secondo te, le difficoltà della musica italiana? «I limiti sono essenzialmente nella lingua e nel numero limitato di persone che la parlano, per quanto, a saperlo usare, l'italiano sia una lingua bellissima. Questo rende difficile portare fuori le proprie cose, anche se in molti ci provano e qualcuno ci riesce pure. Senza contare il momento di difficoltà del supporto, con sempre meno persone disposte a spendere per possedere fisicamente l'oggetto. Una faccenda che mi tocca personalmente, visto che, da appassionato collezionista di dischi, faccio un po' di fatica a staccarmene». Epoic'èlaquestionedellamusicalibera,chetragli artisti conta pochi favorevoli emolti contrari. «Quanto a me, pur amando collezionare i dischi, anch'io ormai ascolto più musica di quella che compro. Sarebbe giusto trovare il modo di riconoscere un minimo di introiti a chi vive di musica. Per questo motivo aspetto con curiosità l'evoluzione degli eventi.» BUONEDALWEB MARCOROVELLI CONTROCORRENTE INQUESTIGIORNI(FINOADOMANI)ULDERICO PESCE SARÀ OSPITE DELLA QUATTORDICESIMAEDIZIONEDEL«Festival del monologo» che si svolge a Kairouan, nei pressi di Tunisi, dove porta il suo Teatro di impegno civile e della memoria. Il festival, tra i più importanti del Nord Africa, è organizzato da due associazioni di spicco, l'associazione per il monologo e l'associazione dell'antico teatro che hanno come obiettivo di rintracciare le radici del «racconto orale nel bacino del Mediterraneo». In una nota degli organizzatori, che lavorano in sinergia con l'Istituto Italiano di Cultura, si legge «Il festival di Kairouan vuole mettere in luce tramite questo invitato di eccezione, il confronto culturale tra Nord e Sud del mondo, tra l'occidente europeo e il pensiero islamico, vuole farsi promotore dello scambio interculturale tra le due rive del Mediterraneo, come luogo di attraversamenti». Pesce sarà in scena con lo spettacolo Il triangolo degli schiavi una storia sullo sfruttamento degli immigrati (anche tunisini) in Italia. «Ho scelto di mostrare questo spettacolo - spiega l'attore -perché a pochi chilometri dalla costa dove tanti giovani africani si imbarcano pieni di sogni non si poteva che mostrare l'altro lato della medaglia: la tragedia dello sfruttamento a cui spessissimo sono sottoposti e morti brutali che avvengono o nel Mediterraneo». Per l'occasione Pesce sarà accompagnato da giovani musicisti africani. All'interno della rassegna sarà proiettato il film Passannante di Sergio Colabona con Ulderico Pesce, Andrea Satta e Fabio Troiano. Sicambia musica Parla Enrico Molteni, bassista deiTreAllegriRagazziMorti Hafondato«Latempestagemella»,piùcheunetichetta èuncollettivoeancheunfestival. InquestigiorniaRoma siesibirannodaiZenCircusalTeatrodegliOrrori VALERIOROSA vlr.rosa@gmail.com «L'AUSTERITÀÈDI DESTRA.ESTADISTRUGGENDOL'EUROPA».È il titolo, e sottotitolo, di un libro bello e importante (edizioni ilSaggiatore) degli economisti Emiliano Brancaccio (peraltro attivissimo in rete: emilianobrancaccio.it) e Marco Passarella. Le tesi esposte nelle pagine di questo libro agile (un breve pamphlet, e non un saggio accademico) andrebbero lette e meditate a fondo, per chi vuole immaginarsi, oggi, un possibile futuro dell'Europa. Se proseguiremo sulla strada dell'austerità, ci dicono gli autori, l'Europa è perduta. Perché «se un intero paese che riduce le spese deprimerà la produzione e i redditi, e alla fine potrà ritrovarsi ancora più invischiato nei debiti»: Grecia docet. Molto semplicemente, chiunque si senta di sinistra dovrebbe tener presente che «l'austerità è correlata allo spreco e al privilegio dei pochi» - affermazione che è tutt'altro che petizione di principio e istanza etica, ma suffragata da serrate argomentazioni analitiche e teoriche. Il rischio concreto è che Maastricht sia una Versailles rovesciata: ovvero produca una «mezzogiornificazione» dell'Europa periferica, radicalizzando il pesantissimo squilibrio delle bilance commerciali speculare al surplus tedesco, legato a sua volta alla concorrenza al ribasso dei salari che Berlino ha praticato da molti anni. Per sanare questa situazione, occorrerebbe spostare il riequilibrio commerciale sulle spalle dei paesi creditori, attraverso un'espansione della domanda da parte di questi ultimi, non ché abbandonare l'illusione del «liberoscambismo» e adottare al più presto una serie di misure: controllo dei capitali; pianificazione (sulla scorta del premio Nobel Leontief); adozione di uno standard europeo retributivo e del lavoro. Ma c'è qualcuno disposto a discuterne? L'austerità? Sta distruggendo l'Europa L'artista lucano inTunisiaospitedel«Festival delmonologo»con«Il triangolodegli schiavi» Roma,riapre l'excinemaAvorio Dacinemaerotico a contenitore d'arte indipendente: riaprirà in ottobre l'exCine Avorioa Roma, nellostoricoquartiere Pigneto, grazieall'interessamento del produttore indipendenteUmberto Massa.Non sarà solamenteun cinemama unospazio che ospiterà esposizionid'arte,performance, visualart, rappresentazioni teatrali, livesession, festival, ma anche reading,convegnie seminari. U: 22 sabato 23 giugno 2012
Non un seminario qualsiasi. Ma una giornata di battaglia delle idee. E un caposaldo, nel flusso di tanti interventi: il partito. Con un suo «punto di vista», un suo insediamento sociale, e una sua idea di società. Naturalmente quel partito, in parte, c'è già e si chiama Pd. Questo il senso dell'iniziativa promossa da Rifarel'Italiae Crs: «Le forme della politica organizzata». E dentro relazioni di Mario Tronti, Francesco Verducci e tra gli altri Michele Prospero, Carlo Galli, Antonio Saitta, Alfredo Reichlin, Franco Marini, Cesare Damiano, Guglielmo Epifani, Anna Maria Furlan, Maurizio Martina, Santino Scirè, Roberto Gualtieri, Agostino Giovagnoli, Andrea Manciulli, Antonio Misiani. A chiudere, Stefano Fassina Matteo Orfini e Fausto Raciti, Walter Tocci. Il tutto suggellato dal segretario, un «classico», a raccogliere e a far sintesi. Filo conduttore: dentro la crisi di questo capitalismo monetario c'è un rischio democratico e sistemico. Ma anche un'occasione: riuscire a rendere visibili i rapporti di dominio e i conflitti sociali, quelli a lungo nascosti nella spettralità mercificata e liberista, che ha reso a lungo la sinistra assente o subalterna. Già, lo ha riconosciuto anche Bersani: «La sinistra ha sbandato, si è persa a lungo e invece adesso certe radici tornano con forza: eguaglianza, crescita, emancipazione, civilizzazione, e soprattutto lavoro, a guidare e far crescere le imprese...». E il tema era stato anticipato da Tronti: «La vittoria dell'economia ha deformalizzato la politica, distrutto la rappresentanza degli interessi...». Prospero evoca una tenaglia: «Onnipotenza del mercato che sradica e delegittima la politica, con l'ausilio dei partiti personali». E sta qui il pericolo («sindriome prefascista»), perché in questa situazione «il Pd è l'unico partito in campo, ma in un campo di rovine che slitta in senso populista e antidemocratico», magari sub specie tecnica. Per Prospero ci vuole una «macchina di partito, forte e radicata», per produrre e riprodure gruppi dirigenti, «oltre l'eccezionalità delle primarie». Non tutti condividono. Donatella Campus e Sara Bentivegna, danno per acquisita la centralità di social-network e movimenti post-materiali. E la predominanza della leadership. Ma l'aria che tira è un'altra: contano le relazioni materiali, non quelle immaginarie. Le gerarchie e i poteri, la moneta e il capitalismo globale. Mentre i movimenti sono evanescenti, o «tirano» a destra, perché sono i poteri reali a trarne profitto. «Gioco truccato dove la sinistra perde sempre», ricorda Matteo Orfini. Obiezioni che tornano nelle parole di Miguel Gotor, Stefano Fassina, Walter Tocci e anche di dirigenti sul territorio come Martina, Manciulli, Raciti, Speranza. Il punto è: «Intercettare al nord lo sfarinamento del blocco di destra, parlare all'imprenditoria locale strozzata dai debiti e ingannata da Lega e Berlusconi». Oppure, come dice Reichlin: «Tornare a reindividuare il nemico, dopo che per trent'anni il capitalismo angloamericano l'ha fatta da padrone con rating, fisco, flessibilità e derivati finanziari». Eccola «la sfida di partito». Riscoprire «passioni e interessi, ira etica, in un mondo non liquido, ma solido di gerarchie» (Carlo Galli). E perciò riposizionarsi, ma da un «punto di vista». E da un antagonista. Per fare blocco sociale e alleanze. E ricostruire la democrazia devastata da finanza e populismo. E ancora: partiti veri contro la corruzione, che i partiti personali-locali moltiplicano (Prospero). Per Gotor è questo il primato della politica: «Lotta alla subalternità agli altri saperi e agli altri poteri». Mentre Fassina, teorico laburista e personalista cristiano, precisa: «Sì, partito del lavoro, ma dei lavoratori e dei ceti subalterni in primo luogo. Non lavoro e basta! Poi di qui articoliamo un discorso sull'interesse generale...». Altri spunti: «Finanziamento pubblico controllato e in ragione delle tessere fatte» (Misiani). E la «società civile» che è corpi intermedi, mondi vitali, partiti, non ideologia nuovista. Infine Bersani. Attacca «disgregazione ed eclettismo», apre ai movimenti civici ma senza accettare «invadenze». E pianta i diritti civili su quelli sociali. Non senza riprendere uno spunto di Gualtieri: «La socialdemocrazia è ben viva e noi non stiamo lì ad alzare il ditino o a fare i professori, perché è lì il campo progressista». Infatti ci vuole un «partito-Europa» e di sinistra per battere Merkel e provarci in Italia, «Se stavolta tocca a noi...». Antiliberisti democratici a convegno: «Ricostruire i partiti per rifare l'Italia» BRUNOGRAVAGNUOLO ROMA Le forme sono essenziali. In politi-ca sono indispensabili. Forma dipartito, forma di governo, forma di Stato. È il livello istituzione. Qui c'è stata una perdita, un esaurimento, uno svuotamento, un indebolimento, per cause precise, niente affatto oscure. E lasciamo stare la retorica consolatoria, e in questa fase assai ambiguamente interessata, circa il fatto che queste forme siano state sopravanzate dalla crescita di nuove domande, di nuovi bisogni, da parte di una società civile buona oppressa da una cattiva politica. Magari fosse così. E io penso che se fosse così, le forme “altre” si sarebbero già trovate. Quando c'è una spinta dal basso, reale, sociale, e quindi materiale, essa cerca, e trova, le forme di espressione adeguate. Non si è trovato niente, ormai da un quarto di secolo a questa parte. Proposte improbabili, sperimentazioni effimere, improvvisazioni leggere, liquide, come si dice, personaggi caricaturali, in una produzione allargata di questi fenomeni. (...) C'è stato uno smottamento nella qualità del consenso delle società democratiche. Le spinte sociali sono state sostituite dai flussi di opinione. Nelle attuali democrazie, puramente elettorali, questi flussi esercitano una funzione strutturale. Come l'andamento delle borse determina la decisione economica, così l'andamento dei sondaggi determina la decisione politica. Un altro modo di esercizio del primato da parte dell'economico sul politico. Che è primato del quantitativo sul qualitativo, dei numeri sulle idee. Non è un caso che sia il populismo a presentarsi oggi come la nuova forma dell'obbligazione politica. E il primato della comunicazione salga al ruolo di vero potere sovrano. E allora, ecco, è rappresentazione ideologica l'autonomia dell'opinione pubblica. Di fatto, essa è guidata, orientata, manovrata, come mai accaduto nel passato. Gli interessi chiedevano rappresentanza politica, e alla fine sottostavano alla mediazione. L'opinione per prima cosa pretende di autorappresentarsi. È qui l'alternativa vera tra due sistemi istituzionali. Tra parlamentarismo e presidenzialismo, non c'è una scelta di tecnica elettorale, c'è la sostanza di una decisione politica. Attraverso la manipolazione dell'opinione, si afferma il potere incontrastato degli interessi più forti.Non l'interesse generale. Al contrario: il rapporto di forza alla stato puro, senza più i famosi lacci e lacciuoli. E accade questa cosa niente affatto strana. La parte acculturata della società, per il fatto che detiene il monopolio della parola, comanda sul resto, maggioritario, del sociale. Il popolo, con dentro, al centro, la persona che lavora, è ridotto all'intendenza che seguirà. La «Repubblica delle idee» detta i compiti a casa alle forze politiche. Primo compito di un partito del rifare Italia, e del fare Europa: dare voce ai senza parola. Perché se non gliela dà il partito questa voce, non gliela dà nessuno. (...) La destrutturazione delle forme, ripeto, di partito, di governo, di Stato, è venuta avanti come l'obiettivo, riuscito, di un'operazione dall'alto. Ne aveva bisogno il capitalismo liberale, globalizzato, che negli ultimi trent'anni ha imposto il suo potere assoluto. Non una innovazione, una restaurazione. Nella sostanza del rapporto sociale reale, armato di rivoluzioni tecnologiche. Non un salto post-novecentesco, ma un eterno ritorno di Ottocento. Il capitalismo liberale ha rovesciato il capitalismo democratico del trentennio precedente, gestito o condizionato dai grandi partiti di massa, a componenti popolari. Questi erano gli ostacoli alla globalizzazione liberista e questi sono stati tolti di mezzo, con applausi dalla platea degli innovatori. La deriva di ceto politico, il discredito dei partiti, l'insignificanza dei governi, la debolezza al posto della forza degli Stati, non sono state cause ma conseguenze. Così, irriconoscibilità, autorefernzialità, corruzione della politica. (...) Sento dire, da varie parti: dobbiamo capire le ragioni dell'antipolitica. Oppure: non chiamiamo antipolitica tutto quello che non ci piace. Due osservazioni di buon senso. Ma il buon senso va sempre letto con un buon intelletto. Il riflesso antipolitico dei cittadini rispecchia, senza saperlo, l'antipolitica dei mercati, che invece la sanno lunga. La ricerca di un'altra politica, senza i partiti, oltre i partiti, delle associazioni, del volontariato, del civismo, si trova accanto, suo malgrado, la setta di quei professionisti dell'anticasta, che dalle pagine dei grandi giornali d'informazione fanno da megafono ai peggiori interessi di classe. * Relazione pronunciata al convegno «Le forme della politica organizzata» Politici e intellettuali al seminario organizzato ieri a Roma Reichlin: «Tornare a individuare il nemico» Così il nuovismo ci ha riportati all'800 Bandiere del Pd sventolano in piazza San Giovanni FOTO DI MASSIMO PERCOSSI/ANSA Il capitalismoliberale harovesciato il capitalismo democraticocondizionato daipartitidimassa Unritorno indietro tragliapplausi degli innovatori ILDOCUMENTO MARIOTRONTI Non è la vera Leopolda 3, quella ci sarà quindici giorni prima delle primarie. Ma la convention dei sindaci, organizzata da Matteo Renzi, assume sempre di più il significato di un appuntamento propedeutico all'annuncio del sindaco di Firenze di candidarsi alle primarie del centrosinistra «se non sono aperte io non corro» ha ribadito anche ieri. Così in attesa degli ottanta interventi dei sindaci, oggi al Palacongressi, mancano però quelli delle grandi città, e nel clamore suscitato dal dossier segreto di Berlusconi con tanto di candidatura a premier di Renzi, naturalmente poi smentito dai colonnelli del Pdl, a tenere banco è il duro attacco di Stefano Fassina al sindaco rottamatore. «Renzi? Una figura minoritaria nel partito, ripete a pappagallo alcune ricette della destra, è fuori tempo massimo. Ma non credo andrebbe con Berlusconi, è lontano anche dal suo populismo» dice il responsabile economico del Pd, ospite alla “Zanzara” su Radio 24. «Io a differenza sua - aggiunge Fassina - ho avuto una lunga esperienza professionale fuori dalla politica. Lui è un ex portaborse, diventato poi sindaco di Firenze per miracolo, per le divisioni interne al Pd fiorentino». È la risposta a distanza a Renzi, che tempo fa aveva indirizzato proprio a Fassina parole al veleno. «Non mi faccio dettare la linea - aveva detto il sindaco di Firenze - da uno che non prenderebbe voti nemmeno all'assemblea di condominio». «Secondo le regole che ci sono ora - aggiunge Fassina, parlando delle primarie - lui non potrebbe nemmeno candidarsi e un partito funziona con delle regole. Ma Bersani vincerà comunque a mani basse, perché fare il premier è qualcosa che non si improvvisa e Renzi non si capisce nemmeno cosa propone, l'unica cosa certa è la sua data di nascita». La replica del sindaco fiorentino? «Ah, Fassina... Bersani è più serio delle persone che lo circondano. Agli insulti, replichiamo con un sorriso». Sorrisi a parte, il segretario del Pd toscano, Andrea Manciulli tenta di raffreddare il botta e risposta: «Con Matteo non sono politicamente d'accordo su molte cose, ma non bisogna mai passare il limite andando sul personale». Ma a proposito del documento di Berlusconi, che tanto ha fatto discutere ieri, sull'argomento è tornato il presidente della Regione, Enrico Rossi: «A me il documento dell'Espresso su Berlusconi che vuole Renzi premier pare costruito ad arte e farebbe bene Matteo a scherzar meno e ad indignarsi di più dice su Facebook - però come appello al voto per Renzi all'elettorato di centrodestra, per le primarie del centrosinistra, può funzionare e avere una certa efficacia». Come dire, che forse la reazione di Renzi non è stata poi così forte, come c'era da aspettarsi di fronte a insinuazioni di quel tipo. È in questo clima, che oggi a Firenze si terrà il Big Bang dei sindaci, ci sarà anche l'ex Mediaset Giorgio Gori (fresco di tessera Pd), che sindaco non è, ma è pur sempre il pilota della macchina elettorale di Renzi, che punta a creare 700 comitati in altrettanti Comuni italiani. È la strategia che, per qualcuno, passa anche attraverso l'appuntamento odierno. Ad aprire i lavori un collegamento con Finale Emilia, uno dei Comuni colpiti dal terremoto, dove ci sarà il sindaco Fernando Ferioli. In platea amministratori locali per lo più di piccoli Comuni della Toscana, del Veneto e dell'Emilia-Romagna e cittadini comuni «semplici rottamatori, come Loredana da Napoli: «Sono venuta a sentire. Certo, la concomitanza con i circoli di Bersani non gioca a nostro favore». Oggi il Big bang di Renzi Fassina attacca: «Ex portaborse» OSVALDOSABATO osabato@unita.it sabato 23 giugno 2012 11
Dialoghi Ilcaso Non si boccia un bambino di sei anni Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta LA «GIORNATA NAZIONALE DI STUDIO SULLA SA-LUTE E SULLA SICUREZZA SUL LAVORO», in programma per lunedì prossimo, 25 giugno, a Palazzo Giustiniani, rappresenta una occasione importante per mantenere alta l'attenzione su un tema di grande attualità eppure sovente relegato ai margini dell'agenda dei partiti politici e del Governo. Ai lavori parteciperà anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che più volte in questi ultimi anni ha sollecitato atti concreti su questo fronte, invitando, ultimamente, a riconoscere «come grande impegno comune quello della tutela dei valori primari, quali il lavoro e la persona, che la nostra Costituzione pone a fondamento della Repubblica». Proprio seguendo la via indicata dal Capo dello Stato, nella convinzione che bisogna muoversi sulla strada della concretezza, con la terza relazione annuale e una risoluzione specifica - entrambe approvate all'unanimità - la Commissione parlamentare di inchiesta sulla sicurezza sui lavori e morti bianche del Senato ha chiesto al governo impegni precisi per avviare una politica seria sulla tutela della salute dei lavoratori e della sicurezza sui luoghi di lavoro. A partire dalla necessità di emanare tutti i decreti attuativi del «Testo unico sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro» - il decreto n.81 del 2008 -, provvedimento illuminato, tra gli ultimi dell'ultimo governo Prodi, la cui attuazione, purtroppo, non è stata ancora completata. Lo abbiamo chiesto a Berlusconi e al suo esecutivo, oggi lo chiediamo a Monti e ai suoi ministri: stante l'introduzione, sul piano normativo, della competenza concorrente tra Stato e Regioni in relazione alla tutela e sicurezza del lavoro, c'è bisogno di maggiore coordinamento tra Ispettorato del Lavoro, Inps, Asl e associazioni di categoria per vigilare sul rispetto delle disposizioni normative, spesso ignorate nonostante l'operato, instancabile ma purtroppo insufficiente, delle forze dell' ordine e della magistratura. Per questo, tra le altre cose, abbiamo chiesto al governo di garantire il pieno e regolare funzionamento dei comitati regionali di coordinamento per quel che concerne il raccordo tra il livello decisionale statale e quello periferico negli indirizzi e nelle politiche di prevenzione e contrasto agli infortuni e alle malattie professionali, rafforzando la sinergia tra i soggetti istituzionali statali e non statali, anche sul fronte dei controlli e della repressione delle infrazioni. Per quanto mi riguarda, credo che una possibile soluzione possa passare dalla costituzione di una Agenzia di coordinamento nazionale, che, non intaccando l'autonomia delle Regioni su tali questioni, possa potenziare prevenzione, controlli e repressione. Azioni – tutte e tre – quanto mai indispensabili sul fronte dei cantieri edili, nel quale si registrano il maggior numero di incidenti, spesso purtroppo mortali, e le infiltrazioni della criminalità organizzata. Una situazione che, prima di tutto, va normata con provvedimenti specifici. In questa direzione si muove il disegno di legge che, da capogruppo del Partito democratico nella Commissione di inchiesta su infortuni e morti bianche, ho presentato il 28 febbraio scorso e il 13 aprile ho consegnato al Presidente Napolitano, intitolato «Nuove norme per la limitazione del ricorso ai ribassi elevati nelle gare pubbliche, a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori». In cinque articoli il ddl, firmato da altri ventuno senatori di Pd, Idv, Terzo Polo, Pdl e Lega Nord, introduce alcuni correttivi nella disciplina vigente degli appalti pubblici per limitare il ricorso ai ribassi elevati, canale di infiltrazione privilegiato dalle mafie, che poi, per risparmiare, speculano sulla pelle dei lavoratori. Nel testo si prevedono valutazioni e verifiche per scoraggiare comportamenti e individuare azioni illegali e disposizioni tese a garantire maggiormente il rispetto delle norme relative alla sicurezza sui cantieri. Per questo si dispongono tre interventi concreti: l'adozione di un regolamento per definire i requisiti di idoneità tecnica e professionale per gli imprenditori edili; l'aumento delle richieste di garanzie per le imprese che propongono ribassi superiori al 20% e non possiedono certificazioni di qualità e la modifica della disciplina dei piani di sicurezza, prevedendo, nel contratto, penali fino alla risoluzione del contratto ai danni dell'impresa che viola la legge in materia. Inoltre, nel ddl, particolare attenzione è riservata alla figura del coordinatore – soggetto terzo rispetto a chi appalta i lavori e all'impresa che li esegue – che deve dimostrare di possedere capacità ed esperienza in funzione alla complessità delle opere da realizzare – e, per incoraggiare le condotte virtuose, si prevedono incentivi per le imprese che tutelano la salute dei lavoratori. Contributo, il mio - e mi auguro non resti il solo - che spero possa aiutare a far sentire maggiormente la presenza dello Stato su una emergenza, infortuni sul lavoro e morti bianche - insopportabile in un Paese civile, che va risolta con impegno costante e atti concreti. «Non si può morire di lavoro», ripetiamo ad ogni tragedia, inevitabilmente echeggiata da retoriche inutili e rituali. La verità è che in Italia, nel 2012, si muore ancora di lavoro. Ed è una verità inaccettabile. Il ministero ha invitato i docenti a ripensarci. Il consiglio di classe si è riunito di nuovo. Niente da fare: ancora bocciati. Ricordate quando l'ex Ministro Maria Stella Gelmini era felice perché i bocciati aumentavano? È il clima di oggi. Fomentato da continui richiami al merito, all'individualismo, al classismo. Più c'è severità, più la scuola sarebbe di qualità. È così? No. Non c'è niente di più triste che degli adulti possano fare a un bambino di sei anni che bocciarlo. Soprattutto che possano farlo all'inizio di un processo di apprendimento. È come sparare sulla Croce Rossa. Dichiarare il proprio fallimento di adulti e di istituzione scolastica primaria. Occorre essere chiari: o al centro della valutazione sta il programma o l'alunno, con le sue individuali capacità, i sui individuali tempi e modi di apprendimento, la sua storia individuale. E bocciare a sei anni significa mortificare gli sforzi fatti e veramente conosciuti solo dagli alunni e pregiudicare il loro atteggiamento nei confronti delle proprie capacità e possibilità. È un atto di frustrazione docente e di assoluta mancanza di responsabilità istituzionale. È il risultato di errate e miopi politiche scolastiche che stanno cambiano il Dna della nostra scuola. Dove ai docenti si chiede più di misurare che di insegnare - vedi le prove Invalsi e il ritorno ai voti in decimali. Eppure oggi, anche a scuola, c'è chi, con disinvoltura, scambia diritti e giustizia per lassismo. E ritiene addirittura che bocciare un seienne sia un atto di coraggio. Chi sono poi questi piccoli smidollati che meritano di ripetere l'anno? Guardiamoli: sono tre stranieri e due italiani, di cui un disabile. Perché si boccia sempre con più disinvoltura i figli di stranieri, anche se nati in Italia, dei figli degli italiani? E cosa significa bocciare un bambino disabile? Non aveva forse un piano di lavoro individualizzato? O il docente ha sbagliato a farlo? E come si può affermare, come fa il dirigente scolastico di Pontremoli, che non abbia influito su queste bocciature l'inserimento di questi studenti in classi di quasi 30 alunni? In un istituto comprensivo a Reggio Emilia, la zona dove insegno, ci sono tra gli altri due bambini disabili. Uno, straniero, con una famiglia «balorda» alle spalle, è inserito in una classe di 26 bambini. Il secondo, in una classe di 20. Un caso? No, perché c'è una legge che prevede che, se in classe c'è un disabile, non si possano avere più di 20 alunni. Eppure se la famiglia interessata non conosce la norma e non minaccia il dirigente di rivolgersi agli avvocati, essa viene spesso disattesa. Dalla scuola pubblica siamo già passati alla scuola privata familiare? Insomma, invece di parlare continuamente solo di merito e poi arrivare a bocciare bambini di sei anni stranieri e disabili dovremmo occuparci di altro. Siamo sicuri, infatti, che la nostra scuola pubblica oggi sia veramente equa? Dia cioè veramente pari opportunità ai diversi bambini in egual misura? E soprattutto: siamo sicuri che sia davvero la scuola di cui parla la nostra Costituzione? I casi come quello di Pontremoli ci dicono che non è affatto così. Enzo DeLuca Senatore Pd, Capogruppo commissione inchiesta infortuni sul lavoro L'operaio Fiat che si commuove e piange mentre, in conferenza stampa, parla della sentenza che ordina di riassumerlo potrebbe essere il simbolo, forse, di quello che sta accadendo in questo Paese. Dove sembra, a tratti, che la crisi travolga tutto e tutti e dove qualcuno resiste, tuttavia, e dove molte sono ancora le forze da mettere in campo per uscire dalla crisi. ALESSANDRAPATRIGNANI Hadettogiustamente Landini che la sentenzacon cui ilgiudice del lavorodi Romaordina la riassunzionedi 145 lavoratoriFiatdi Pomigliano d'Arcoè importantemanon conclude la guerra apertada Marchionne inFiate nel Paese. Discriminaregli iscritti Fiomall'internodiun ridimensionamentodella forza lavoropresente in aziendaera l'aspettopiù inquietantediuna vicenda incuidiminuire la combattivitàsindacale deglioperai era funzionale soprattuttoad un progettodidismissione delleattivitàdelgruppo in Italiache Marchionne negamache è sempre più chiaroa chiosserva lastrategia complessiva delle suescelte. Investire in Spagna(giugno 2012)dove troveranno lavoro 1300persone, muoversi in modosempre più incisivo sulmercato americano esul progettoChrysler mentre nessunanotizia vienedata a propositodel pianodi investimenti previsto perPomiglianoe perTermini Imereseè unmodo chiaro di indicare, infatti, che la convinzionedeidirigenti Fiat restasempre quella basatasulla ricercadelmassimo profitto:quello chesi realizza, sullapelledei lavoratori,dove i sindacati sono piùdeboli e dovepiù deboleè la protezionedei lavoratori. Sioccuperà il Governodi Monti,Passerae Fornero con ladovuta urgenzadi unproblema fondamentale comequesto? Landini lochiede con forza,ed ha ragione,aiministri ealle forzepolitiche.Che hanno il doveredi rispondere. Giuseppe Caliceti Maestro e scrittore L'iniziativa Morti sul lavoro, subito i decreti sulla sicurezza SEGUEDALLAPRIMA TORNAILPERICOLODELPRESIDEN-ZIALISMO. UNA MALATTIA MOLTO GRAVEPERLADEMOCRAZIAEPUREUNA MALATTIA ASSAI INFETTIVA. COME PER MOLTE MALATTIE INFETTIVE conosciamo però il vaccino. Infatti se ci facciamo la domanda: «Un democratico la Costituzione la difende o la cambia?». In coscienza sappiamo immediatamente quale dovrebbe essere la risposta. Sarebbe bene ricordare che Berlusconi e la destra ci avevano già provato nel 2005 a scardinare la Costituzione Però il loro scandaloso tentativo di organica riforma costituzionale, passato alle Camere a colpi di maggioranza, era stato respinto a grande maggioranza dal popolo attraverso il referendum costituzionale del 25 giugno 2006. Oggi ,morto Dossetti, che era stato la prima, efficiente sentinella nella notte di smantellamento costituzionale, il tentativo viene rinnovato. Perché? Perché il momento attuale, conoscendo la storia dell'avvento del fascismo e del nazismo, è certo parso favorevole a quanti soffrono la Costituzione come un limite all'esercizio del potere assoluto. La Repubblica e la democrazia nel nostro Paese, sono minacciate da una gravissima crisi economica. Le difficoltà oggettive sono il terreno di coltura per un bombardamento giornalistico e televisivo, che da tempo opera per indebolire la coscienza democratica attraverso l'uso sistematico degli strumenti di disinformazione classici dell'antipolitica. È facile poi vedere come sia la funzione, sia l'immagine delle stesse istituzioni parlamentari repubblicane, siano risultate progressivamente compresse dall'introduzione di una normativa elettorale funzionale ad un forzato bipolarismo. I costituzionalisti democratici hanno segnalato più volte, per ora purtroppo inascoltati, come le rinnovate proposte di smantellamento costituzionale siano mirate a rafforzare la posizione di potere del governo e per esso del presidente del consiglio. Infatti configurano un potere esecutivo che, lungi da voler svolgere il potere-dovere di eseguire le leggi emanate dal Parlamento, mira a sostituire le Camere nell'esercizio della funzione legislativa che loro spetta. Almeno ai democratici dovrebbe quindi essere chiaro, soprattutto a seguito dell'esperienza dei governi guidati da Berlusconi, che il pericolo che si è manifestato negli ultimi anni è quello dell'eccesso di potere del governo nei confronti del Parlamento. Se non ci fossero state le garanzie costituzionali della Carta che si vuole ora mutilare, Berlusconi sarebbe ancora lì a fare i danni che quasi tutti ora riconoscono. La storia costituzionale italiana mi sembra insegni che democrazia e libertà sono difficili da conquistare. Difficilissime da difendere. Facili da perdere. Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 22 giugno 2012 è stata di 90.731 copie La sentenza dei giudici su Pomigliano e la strategia della Fiat . . . Berlusconi e la destra già nel 2005 avevano provato a scardinare la nostra Costituzione L'intervento No al presidenzialismo Difendiamo la Carta Silvana Amati Senatrice Pd COMUNITÀ 16 sabato 23 giugno 2012
GOODBYE MISTER HAMBURGER! IL SIGNOR MARIO RESCA SE NE VA, LASCIA IL MINISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITÀCULTURALI(MIBAC),ARRUOLATOINSOCCORSO DELL'IMPERO DELL'INQUISITO E INCARCERATO FRANCESCOGAETANOCALTAGIRONE.In concomitanza cominciano a emergere i risultati dei suoi circa 3 anni di servizio per lo Stato, di cui il caso più emblematico e grottesco sono i bandi per i servizi aggiuntivi, oramai nel caos. Arriva al Mibac nel 2008 per la luminosa intuizione dell'allora ministro Sandro Bondi, che vuole un super manager come lui, già in Mc Donald Italia e gran sodale di Berlusconi, tanto da essere anche nel CdA di Mondadori, e lo piazza al comando della neonata Direzione alla valorizzazione del patrimonio. Uno stratega aziendale per portare i metodi del management nei beni culturali e far largo ai privati, e non ci sarebbe settore più indicato per dare spazio alla libera impresa come quello dei servizi aggiuntivi. Per intenderci si tratta delle biglietterie – in appalto– e di bar, ristoranti, librerie, audioguide, visite guidate –in concessione – che si dovrebbero trovare nella maggior parte dei nostri musei. È stato il ministro Ronchey nel lontano 1994 ad aprire questo settore al partenariato pubblico/ privato. I bandi indetti negli anni ‘90 ebbero un esito valutato come positivo forse con eccessiva fretta. In una analisi recente – pubblicata da Il Giornale dell'arte e mai smentita– infatti è emerso che per i cinque grandi poli di attrazione (archeologico e artistico di Roma, Pompei, Napoli e Firenze) che secondo i dati Mibac del 2009 assommavano il 91% dei visitatori paganti in Italia, i servizi aggiuntivi erano finiti a tre grandi gruppi, che agivano anche con società satellite: Civita servizi (facente capo a Luigi Abete) Electa Mondadori del gruppo Fininvest (e di chi volete che sia?), e infine Prc Codess, appartenente a un gruppo cooperativo. Esempio tipico della leale concorrenza del nostro libero mercato, l'assegnazione dei servizi aggiuntivi dava l'impressione di essere una spartizione politica da qualche centinaio di milioni di euro. Lo ripetiamo, è un'impressione ma, se è possibile, peggiorata dal fatto che una volta scaduti i contratti per questi servizi, al Mibac nessuno si è peritato di fare nuovi bandi andando avanti con proroghe annuali, cristallizzando un monopolio e incorrendo quindi in varie reprimende della Commissione Europea nonché in salatissime sanzioni – paga Pantalone, no? A questo andazzo pensa di mettere fine Buttiglione che, come ministro nel 2005, con accigliatissima circolare impone di indire i bandi al più presto: ma dall'anno dopo il suo successore Rutelli in materia sonnecchia. Così, quando nel 2009 le gare da bandire per i servizi aggiuntivi sono assegnate alla sua Direzione alla valorizzazione è una occasione d'oro per Resca di mostrare l'efficienza e la moralità del super-manager a confronto della lassista e opaca gestione ministeriale. Invece di fare tesoro di quanto di buono e di cattivo era stato fatto con i precedenti bandi, Resca affida la stesura delle linee guida delle nuove gare a società esterne (Roland Berger Strategy Consultant e Price Waterhouse Coopers) che si prendono un bel po' di soldi (200 mila euro) e un anno di tempo per studiare il caso. A scanso di equivoci i gestori dei servizi aggiuntivi sono prorogati indefinitamente, fino all'assegnazione dei nuovi bandi –una pacchia per Civita, Prc ed Electa Mondadori di cui Resca è membro del CdA. Le stazioni appaltanti, vale a dire le Direzioni regionali e le Soprintendenze speciali del Mibac, fanno molte osservazioni in merito alle linee guida, che ritengono inadeguate, ma Resca tira diritto, e i funzionari del Mibac si adeguano, sedendosi sulle rive del fiume ad aspettare – non sarà edificante, ma sono sfiniti dai continui attacchi di ministri come Bondi, Brunetta, Tremonti e via dicendo. Si arriva al 2010 inoltrato quando finalmente appaiono le «Sollecitazioni alla domanda di partecipazione»: una specie di pre-bando, redatto seguendo alla lettera le linee guida, per selezionare quanti hanno le caratteristiche per partecipare alle gare. Il bando vero e proprio arriva dopo, trasmesso unicamente alle imprese che hanno passato questa prima fase e che per iscritto e in solido si impegnano a non divulgarne il testo – ennesima prova luminosa della trasparenza negli italici appalti pubblici. Del resto non sorprende, in ballo ci sono ben 22 gare tra cui quelle succolentissime per i già ricordati grandi poli di attrazione (Roma archeologico e artistico, Pompei, Firenze e Napoli). A questo punto, e siano oramai nel 2011, scoppia il caos: già le «Sollecitazioni alla domanda», appaiono piene di incongruenze – a esempio si chiedeva a chi aveva una concessione di fare anche la sorveglianza notturna!!! –, scritte oscuramente, tanto che la pagina Faq (dei chiarimenti) del sito Mibac viene presa d'assalto dalle richieste di delucidazione (ancora oggi periziabili sul sito). Con i bandi veri e propri le cose vanno perfino peggio: fioccano i ricorsi al Tar, con gragnuola di sentenze in favore dei ricorrenti e conseguenti controricorsi. Le pagine scritte in nome del Popolo italiano dal Tar di Firenze, che l'11 aprile scorso con malcelata ironia sberleffa il Mibac per le grossolane imprecisioni, meriterebbero di apparire a imperitura memoria in un'antologia della letteratura italiana. Ma si tratta realmente di errori? In certi casi sì, il dubbio invece sopraggiunge riguardo a una serie di misure vessatorie imposte dalle linee guida, il cui scopo sembra essere quello di restringere la concorrenza a pochi eletti (o Electi che dir si voglia). È il caso di onerosissime fideiussioni – e materia di plurimi ricorsi – richieste come si trattasse di appalti per lavori pubblici – es. la costruzione di un ponte –, e non di concessioni per dei servizi, come una libreria di un museo. Così, al solito, tutto si blocca e i precedenti gestori continuano a regnare indisturbati: delle 22 gare a oggi ne risultano assegnati appena 3, Paestum, Ravenna e Cerveteri/Tarquinia. Da un punto di vista economico si tratta di realtà minori, eppure anche in questo caso qualcosa non funziona. Si prenda Paestum dove era stata messa a bando anche una biglietteria per il sito archeologico dei templi: ma sul cancello campeggia l'avviso che per comprare i biglietti bisogna raggiungere il vicino museo. Perché nessuno controlla? Resta una domanda: perché con tutta la prosopopea di Resca sull'intervento dei privati, proprio la sua Direzione generale sembra aver originato il blocco delle poche imprese che si affacciavano nei beni culturali, cosicché lo Stato Pantalone rischia di dover pagare salatissimi indennizzi a causa dei ricorsi per i servizi aggiuntivi? Senza rimpianti: Goodbye mister Hamburger. RESCABOLARIO Benchmark AllaValorizzazione del Mibacsnocciola benchmark(tabelle) conmirabolanti risultati: per il 2010 l'aumento è del 12,2% dipresenze. Arrivano icomplimentidi Berlusconi.Dalle statistichedel Mibacrisultaperò cheal Pantheon,privo di biglietti o tornelliper contaregli ingressi, cambia ilmetodo di stima approssimativadei visitatori, cheda 1.740.00 miladel2009 svettanocosìa 4.721.000nel 2010.Senzaquesto aumentodi 3 milionidi presenze«stimate», i visitatoridei luoghid'arte italiani si sarebbero attestati sui livelli del 2008. ComplimentimisterH! Fundraising Propugnatoredell'interventodei privatinella cultura,una volta nominatonel 2010 commissariostraordinario allaGrande Brera, dichiaraalla stampa,ancheall'Unità, che sarebberiuscito a reperiredaiprivati tutti i fondiper la realizzazionedel nuovomuseo. Quando il suo mandato scade,qualche settimanafa, perBrera il fundraisingsui privati ammontaalla mirabolante cifradi euro0 (zero) egliunici finanziamenti adisposizionesono pubblicie provenientidal Cipe.Complimenti misterH! Know-how Mentre infuria lapolemicasullo sponsor Tod's per il Colosseo,dichiaraalla stampache dopo quell'accordo luiècostrettoa chiedereaDella Vallesepuò usare l'anfiteatro Flavioperaltre sponsorizzazioni.Malgrado lavorida oltreun annoalMibac nonha ancora il know-how: tali concessionivannochieste allaSovrintendenza competente(i.e. Roma). Oppuregli seccache lapiù importante sponsorizzazione nel settore Beniculturali nonsiaarrivata dallasua direzione?ComplimentimisterH! CULTURE VolutodaBondi ilmanager diMcDonaldarrivòalMibac nel2008. Ilcasopiù grottesco, inquesti treanni diservizioper loStato, riguarda ibandiper iservizi aggiuntivi:biglietti,bar,visite Pompei:calcodiunavittima delVesuvio(79a.C.) Goodbye mr Hamburger Resca lascia(nelcaos) iBeniCulturali LUCADELFRA U: 20 sabato 23 giugno 2012
Cauto sugli esiti dell'incontro a quattro di Roma e preoccupato dal gioco allo sfascio di Berlusconi. Bersani non si aspettava che dal vertice tra Monti, Hollande, Merkel e Rajoy sarebbero uscite tutte le risposte per mettere in salvo l'Euro e per consentire all'Italia di affrontare adeguatamente la crisi economica. Né sì aspettava che con un governo chiamato ad affrontare l'emergenza l'ex premier sarebbe uscito di scena. Ma la giornata di ieri ha confermato al leader del Pd che c'è di che essere preoccupati, per quel che potrebbe succedere nei prossimi mesi e poi anche in un futuro più lontano se dovessero imporsi «nuovi eccezionalismi italici» dopo il ventennio dominato dal berlusconismo. L'ITALIA CELAFARÀ Il Paese, è il ragionamento di Bersani, rischia un «impoverimento». E, come dice chiudendo un convegno sui partiti organizzato nella sede del Pd dall'associazione “Rifare l'Italia” e dal “Centro per la riforma dello Stato”, c'è chi gioca ad alimentare il vento dell'antipolitica e «i prossimi saranno gli anni più difficili dal dopoguerra ad oggi, dal punto di vista del rapporto tra politica e società». Per questo Bersani invita i dirigenti del suo partito a «trasmettere l'idea che l'Italia ce la farà, ma guardando in faccia la realtà, perché a raccontar balle i nostri avversari sono migliori di noi e non c'è possibilità di riuscita». Il leader del Pd guarda con attenzione alle mosse di Berlusconi, che sembra sperare in un fallimento del vertice europeo di fine mese come occasione propizia per far saltare il governo. Se nel giorno del quadrilaterale romano l'ex premier definisce Monti una «parentesi», si candida ad essere «leader dei moderati» ed evoca un'uscita dall'Euro, Bersani richiama Berlusconi alle proprie responsabilità e auspica che il confronto tra i principali Paesi comunitari porti a risultati concreti utili all'Italia e all'integrazione dell'Unione europea. Un fallimento sarebbe pagato soprattutto dalle fasce più deboli della popolazione. UE,PASSI AVANTIMA INSUFFICIENTI L'incontro di ieri tra Monti, Hollande, Merkel e Rajoy ha fatto segnare «qualche passo avanti», riconosce Bersani, che però è anche consapevole di quanto sia «ancora incerta» la prospettiva sui punti principali. «Vediamo da qui al vertice del 28 giugno cosa succede dice poco dopo la fine dell'incontro a Palazzo Madama - io sono rimasto colpito favorevolmente dal fatto che Monti, davanti alla Merkel che dice che non si può derogare al patto di stabilità, abbia ricordato che la Germania nel 2003 lo ha fatto e anche grazie all'Italia. Cerchiamo di fare una discussione dove non si viene divisi tra innocenti e colpevoli». Il vertice di Roma «qualche premessa» l'ha posta, per Bersani, ma non ha certo portato «una soluzione». Gli occhi sono quindi puntati sul vertice europeo di fine mese, e per il Pd sarebbe drammatico se anche in quella sede non si dovessero presentare fatti concreti. Berlusconi è invece pronto a giocare le sue carte, di fronte a un governo in difficoltà e rilancia sul ritorno della lira e della sua leadership. «Non c'è limite al peggio», sintetizza Bersani quando gli riferiscono delle parole dell'ex premier. «Fossi in lui eviterei queste uscite perché dieci anni di berlusconismo e di leghismo ci sono d'avanzo, ci hanno portato dove siamo e ora Monti sta cercando di tirarci fuori dai guai e dopo dobbiamo guardare avanti, l'Italia ha bisogno di un'alternativa che non è certo Berlusconi». BERLUSCONI IRRESPONSABILE Anche l'ipotesi evocata dall'ex premier di un'uscita dell'Italia dall'Euro viene bollata come «irresponsabile» da Bersani. Altro che “Forza Lira”. «Chi ha portato gli euro all'estero e ha lasciato i debiti in Italia farebbe un affarone ma per la gente normale sarebbe un disastro. Noi stiamo con la gente normale e quindi vogliamo rimanere nell'Euro, non so Berlusconi con chi stia». Questa è stata la prima reazione del leader Pd di fronte all'esternazione di Berlusconi, ripetuta in troppe occasioni per essere una semplice battuta. «Queste cose le sentiamo da Berlusconi, da Grillo, da un sacco di gente. Usciamo dall'Euro? Per andare dove? Perché chi può cavarsela sempre, se la cava, anche se usciamo dall'Euro, ma la gente che è qua in giro che vive in Italia normalmente ci rimarrebbe sotto. Quindi, attenzione alle parole». ILCASO Il leader del Pd: «Pdl e Lega ci hanno portato al disastro, ora basta con gli eccezionalismi italici» Dal vertice europeo «qualche passo avanti, ma restano incertezze» Lafiduciadeiconsumatoriai livellidel 1996 «In Europa o ci salviamo tutti o non si salva nessuno». Non ha avuto dubbi il neopresidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, invitato ieri a Roma ad un convegno che aveva al centro proprio le difficoltà del Vecchio Continente, quando ha dovuto affrontare quello che secondo lui è il nocciolo del problema. «Nei giorni scorsi» ha continuato Squinzi « ho invocato la buona politica, materia che scarseggia e di cui avremmo estremo bisogno, proprio nella considerazione che nessuno può pensare di farla franca da solo. Occorre agire subito per combattere la crisi dell'Eurozona, altrimenti le prospettive sono delle più nere. I dati purtroppo parlano chiaro: se non si agisce subito con fermezza, l'alternativa che si prospetta è delle più nere». E proprio parlando di numeri, Squinzi ha fornito qualche dato nel caso in cui l'euro arrivasse seriamente al capolinea: «Un default dell'area euro porterebbe, soltanto nel primo anno, un crollo del Pil tra il 25 e il 50 per cento. Per questo ribadisco che si deve agire subito contro la crisi e con fermezza, in caso contrario l'alternativa che si prospetta è delle più nere. La disgregazione dell'Eurozona condurrebbe rapidamente al fallimento di decine di migliaia di imprese e di centinaia di banche, alla perdita di milioni di posti di lavoro, all'esplosione di deficit e debiti pubblici nazionale. Le conseguenze a livelli globale, è bene sottolinearlo con chiarezza, sarebbero molto più gravi di quelle successive al crac di Lehman Brothers, che tanto scalpore ha creato e tanti problemi ha portato». COMPETIZIONE Per il neopresidente di Confindustria la crisi che stiamo attraversando può essere considerata «irreversibile per un modello economico che ha retto il mondo occidentale per oltre due secoli. L'Europa, a questo punto, può sostenere il confronto solo se compete come sistema, pena la marginalità rispetto ai grandi del pianeta. Per questo motivo nessuno stato, nemmeno la ricca Germania, potrà avere ruoli attivi nelle nuove configurazioni che si stanno costruendo nell'economia mondiale, nel caso venisse meno il presupposto dell'unità». Quindi Squinzi ha voluto parlare di un caso concreto, quello della Grecia, da più parti indicata come il primo paese a poter uscire dall'area dell'euro: «Un ritorno alla dracma costerebbe ad ogni cittadino greco tra i 9.500 e gli 11.500 euro solo nel primo anno, il che equivale al 40-50% del Pil nazionale. Un vero e proprio disastro La stima è tratta da una ricerca di Ubs. Ma non basta, perché sempre secondo la ricerca di Ubs, andrebbero considerati anche il default nazionale, il collasso del sistema bancario e il blocco del commercio internazionale». I problemi attuali, secondo Squinzi, hanno un'origine ben precisa, quella di un'Europa che «purtroppo non ha saputo tutelarsi e reagire al virus letale di una finanza selvaggia, fine a se stessa, che non ha e non vuole un sano rapporto di interdipendenza con l'economia reale. Si dovrebbe procedere verso un nuovo ruolo della Bce, importando il modello della Federal Reserve, costruendo una federalizzazione del debito e al varo di euro-bond che potrebbero rappresentare il volano per la crescita. Soprattutto se destinati a sostenere un grande piano europeo di infrastrutture materiali e immateriali e grandi progetti di ricerca e innovazione a sostegno del sistema manifatturiero». POLEMICHE La giornata del neopresidente di Confindustria non si è però fermata alla disamina sulla situazione europea, ma è proseguita facendo registrare un nuovo round del duello verbale con il ministro del Lavoro, Elsa Fornero. Squinzi, intervenuto all'assemblea di Federmeccanica a Bergamo, ha definito la riforma voluta dal ministro «un'occasione persa, del tutto insufficiente quanto a misure di incentivi alla crescita. Il ministro mi ha invitato al dialogo ed io, essendo un uomo di dialogo, accetto ben volentieri. Il ministro è una persona brillante ed ha detto che mi convincerà della bontà della riforma. Io ascolterò ben volentieri, ma credo proprio che non riuscirà a convincermi. Bisogna intervenire sulle eccessive rigidità che disciplinando le tipologie dei contratti di ingresso al lavoro, non si crea occupazione per decreto, ma per decreto si può sicuramente scoraggiarla». L'ITALIAELACRISI SIMONECOLLINI ROMA Bersani: l'Italia ce la farà Berlusconi il peggio . . . «Bisognava tutelarsi e reagire al virus letale di una finanza selvaggia fine a se stessa» Agiugno l'indicedel climadi fiduciadei consumatoridiminuisce da86,5a85,3. Lorileva l'Istat segnalando che si tratta del livellopiùbasso dall'iniziodelle serie storichenelgennaio 1996. Il clima economicogenerale scende in misura marcata(da64,2 a59,7),mentre il clima personalesegna una lieve diminuzione (da95,2a 94,8). Risultano in calo sia l'indicatoreriferito alclima futuro (da 75,7a72,9), sia, inmisura minore,quello relativoalla situazione corrente(da 96,4a 95,5). I giudizie leaspettative sulla situzioneeconomica dell'Italia risultano inpeggioramento: il saldo dei primiscende leggermente (da-140a -141),mentre quello relativoalle aspettative registraun calo marcato(da -81a -92). Aumenta il saldorelativo alle attesesulladisoccupazione (da114a 121). Il saldo deigiudizi sulla situazione economicadella famigliaè in lieve miglioramento(da-66 a-64),mentre per leaspettativesi registrauna diminuzione(da -37a-41). Peggiorano i giudizi sull'opportunità attualedel risparmio(il saldo scendeda145a 141), mamigliorano leattesesulle possibilità future(da-85a -81 il saldo). I giudizi sullaconvenienza all'acquistodibeni durevoli segnano una limitata diminuzione(da -91a -93). Il saldodei giudizi sull'evoluzionerecentedei prezzial consumo è in calo (da87 a80). Levalutazioniprospettiche sull'evoluzioneneiprossimidodicimesi segnalanoun'attenuazione della dinamica inflazionistica (il saldo diminuisceda44 a34). A livello territoriale il clima di fiduciamigliora lievementeal Centroe diminuiscenel restodelPaese. . . . «La Germania nel 2003 ha derogato al patto di stabilità. Non dividiamo tra colpevoli e innocenti» . . . «Via dall'Euro? Affarone per chi ha portato soldi all'estero, un dramma per la gente normale» Squinzi: «Fuori dall'euro crollerebbe il Pil del 50%» Il presidente di Confindustria mette in guardia «La disgregazione dell'Eurozona condurrebbe rapidamente al fallimento di decine di migliaia di imprese e alla perdita di milioni di posti di lavoro» GIUSEPPECARUSO MILANO 4 sabato 23 giugno 2012
UNOFAUNFIORETTO,ECICREDE:NONMISCHIAREPOLITICAECALCIO,SCAMPAREDAQUESTAPERPETUAMETAFORACHELEGGEIFATTIDELL'EUROPEOCONL'ATTUALITÀ DELL'EUROPA. D'accordo, è Germania contro Grecia. Va bene, l'una è troppo forte e l'altra è davvero debole e può restarci dentro a questo torneo solo se gli altri regalano. No, basta, è una partita. Ma al 10' del secondo tempo cosa succede, sotto gli occhi entusiasti della Merkel? Che il grande assente, Samaras, si materializza. Non è il premier con l'occhio offeso, e per questo costretto a rimanere ad Atene. È l'attaccante capellone, con la barba di tre giorni e la faccia di uno che ti frega. E segna, pareggia, inverte la partita, la storia. Poi le cose tornano a posto, perché tutto è molto serio e non ci sono finali consolatori. Ma ormai il fioretto è andato. Torniamo all'ordine dei fatti: Low si attende una partita di resistenza dei greci e ragiona di conseguenza. Ha una squadra capace di macinare senza troppo curarsi degli altri, ed è fin troppo umile il calcolo del tecnico tedesco, che si “piega” alle esigenze e sacrifica il suo centravanti, Gomez, capocannoniere del torneo. Davanti a una difesa chiusa a doppia mandata, da due linee di cinque greci che lottano davanti all'approssimativo portiere, Low preferisce Klose, capace di muoversi meglio sul fronte d'attacco, creare spazi, togliere riferimenti ai difensori. È una grande e coraggiosa idea, che si trascina dietro altri due cambi: fuori Podolski e Mueller e dentro Schurrle e Reus, anch'essi più rapidi e umili degli altri nel lavoro di movimento. La Germania domina il campo, come previsto, e crea occasioni proprio sullo sviluppo di questa tattica, ma serve il mestiere di Lahm per dare sostanza a un andazzo che rischiava il manierismo. La differenza è così netta che non si capisce come sarebbe potuta finire altrimenti, ma la partita resta interessante fino quasi all'epilogo solo perché i greci trovano un gol dentro la loro partita, la più semplice che si possa immaginare: tutti dietro, e contropiede. Nel senso pieno e antico del termine: non le moderne ripartenze, con quattro - cinque uomini che sostengono l'azione una volta recuperata palla. Ma la sfida personale, individuale di un solo contrattaccante, che s'invola contro la sbilanciata difesa tedesca. Patetico, più che emozionante. L'unica volta che scappano via in due, arriva il pareggio: Salpingidis che trova metri sulla destra, dove Lahm è già sazio. Il cross al centro è intelligente, basso, i centimetri di Boateng non servono, la fame e l'astuzia di Samaras invece sì. L'episodio non esalta i greci, che tornano nella trincea, e non cagiona dubbi a Low, che lascia Gomez in panchina. Ma la Germania è forte, piena, ampia nelle possibilità e vera nella qualità. L'azzardo del tecnico diventa il racconto di una prodezza: piombano in area Khedira e Reus, e segnano, come dev'essere. Nel mezzo, anche Klose, di testa, che sfrutta l'ennesima nefandezza del portiere Sifakis e rende compiuta l'idea di Low. Intorno, un'altra mezza dozzina di occasioni, con un campionario di tedeschi al tiro. Mentre Angela Merkel festeggia, anche Boateng alza le mani al cielo, ma finisce per toccare il pallone: è rigore. Cos'altro poteva toccare in sorte alla piccola Grecia? ANDREAS SEPPI NON SI FERMA PIÙ. DOPO LA BUONISSIMA PRIMAVERA SULLA TERRA ROSSA, IL TENNISTA DI CALDARO È IN FINALE SULL'ERBA INGLESE DI EASTBOURNE. Ieri è riuscito a vincere entrambe le sfide che la pioggia aveva compresso in un solo pomeriggio: prima ha battuto Kholischreiber, tedesco da anni nei primi 30 del mondo, per 7-5 2-1, fino al ritiro dell'avversario. Poi è toccato all'americano Ryan Harrison, promessa stelle e strisce che non riesce a farsi grande: 7-5 6-1, partita incerta fino all'epilogo del primo set. Per l'atesino è la seconda finale della stagione, dopo la vittoria al torneo di Belgrado, all'inizio di maggio. È oggi numero 26 del mondo, e a Wimbledon avrà l'occasione di scalare la classifica: «L'erba è la mia superfice preferita», ha sempre detto Seppi. Che tra l'altro proprio lo scorso anno a Eastbourne vinse il suo primo torneo in carriera, in una situazione analoga, con molte partite compresse in due giorni. Oggi nella sfida finale affronterà il redidivo Andy Roddick, campione americano sul viale del tramonto, che fu numero uno al mondo prima dell'era Federer e capace di sfidare e perdere - con lo svizzero tre finali a Wimbledon. Adesso è fuori dai primi 30 del mondo, ma sull'amata erba ha ritrovato un po' dell'antico splendore: ieri ha regolato prima il nostro Fabio Fognini, in fondo a un match equilibrato, termina 6-4 al terzo set , e poi ha “passeggiato” in semifinale contro Steve Darcis, che si è ritirato all'inizio del secondo set. Nello scontro di oggi il 29enne Roddick è favorito, nell'unico scontro diretto precedente vinse al secondo turno degli Us Open, anche se ci fu partita per almeno due set. Se l'italiano dovesse bissare il successo dello scorso anno, tornerebbe al numero 25 della classifica mondiale. Negli altri tornei che precedono Wimbledon interessante epilogo a Hertogenbosch, in Olanda, sempre sull'erba, dove il “terrariolo” Ferrer affronterà il lunatico Petszchner, tedesco fra i più imprevedibili del circuito, sprofondato in classifica ma capace di questi exploit. Intanto, sorteggiato il tabellone di Wimbledon: Djokovic e Federer sono nella parte alta, Nadal e Murray in quella bassa. Buon primo turno per Seppi contro Istomin. Locomotivatedesca Sconfitta laGrecia4a 2.Germania in semifinale FRANCESCOSANGERMANO fsangermano@unita.it Seppinon si fermapiù È infinale a Eastbourne QUANDOSIÈILPRESCELTO,L'UNICAPOSSIBILITÀCHEVIENEDATAÈQUELLADIRAGGIUNGERELAMETA.La sola alternativa è il fallimento. LeBron James questa etichetta se l'è perfino tatuata addosso, una scritta che corre da un parte all'altra della sua schiena. “Chosen 1”. Il prescelto, appunto. Era ancora un ragazzino quando Espn, la tv sportiva nazionale, fece ascolti da record trasmettendo una sua partita del liceo. Pochi mesi e sarebbe arrivato il grande salto nella Nba, senza passare dal college, per quella che aveva tutto per essere una delle più belle favole sportive d'America. Lui, nativo di Akron, Ohio, selezionato dai mediocri Cavaliers che giocano a Cleveland, pochi chilometri da casa sua e uno dei posti meno attraenti degli States per dirla con un eufemismo. D'improvviso in città si accendono i riflettori e sembra davvero reale la possibilità che il Figlio Prediletto porti in dote quel titolo di Campioni mai raggiunto. Eppure il cammino si fa impervio, anno dopo anno manca sempre qualcosa. LeBron fa incetta di trionfi personali (miglior giocatore, miglior marcatore) ma alla fine i Campioni sono sempre altri. E più arrivano le sconfitte più si moltiplicano le accuse. Come quando, era il 2007, perde 4-0 la Finale coi San Antonio Spurs e nelle gare decisive il suo immenso talento sembra scomparire. Al settimo anno, ancora senza scettro né corona, King James (altro suo soprannome) arriva in scadenza di contratto coi Cavaliers. È l'estate 2010 e LeBron torna ancora in diretta nazionale per pronunciare il suo volere in una trasmissione chiamata “The decision”. «Porterò il mio talento a South Beach» sentenzia. Tradotto: James va ai Miami Heat senza niente in cambio alla sua città. Nello spazio di 10 secondi Cleveland torna improvvisamente la provincia povera dell'Impero e le sue gigantografie sparse per la città feticci da strappare e bruciare all'istante. Lui, da Figlio Prediletto, diviene il Traditore, lo sportivo più odiato degli States. Quello che, oltre tutto, avrebbe avuto bisogno degli altri per riuscire in quello che da solo non aveva potuto. Perché in Florida James raggiunge l'idolo locale Dwyane Wade (già vincitore di un titolo) e Chris Bosh appena arrivato da Toronto. Una “reunion” di tre fuoriclasse mai vista in precedenza, da soli in grado di completare quasi tutto il monte ingaggi della squadra. Vincere, per gli Heat come per LeBron, diventa l'unica opzione. Batterli, per il resto d'America, l'unica missione. Sì che, quando lo scorso anno Miami viene sconfitta in finale da Dallas, la messe di critiche sulle sue spalle si fa ancora più feroce. Ma quest'anno, a differenza di sempre, il Re si è comportato da tale. Sotto 3-2 in semifinale con Boston ha guidato i suoi alla vittoria in trasferta e alla conquista 4-3 della serie. Sotto 1-0 nella finalissima coi giovani ed esplosivi Oklahoma City Thunder di quel Kevin Durant che sembrava il prossimo destinato a scippargli la Gloria, ha condotto gli Heat al punto esterno di gara 2 e a tre vittorie in fila sotto il sole della Florida. LeBron, stavolta, non si è mai guardato indietro. Ha chiuso con cifre da record, nell'ultima e decisiva gara 5 che finalmente gli ha consegnato l'anello di campione ha scritto una “tripla doppia” in punti, rimbalzi e assist e il titolo di miglior giocatore delle Finali gli è arrivato all'unanimità. Gli ci sono voluti nove anni ma ora, il Prescelto, ha davvero raggiunto la meta. FELICEDIOTALLEVI ROMA Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, con Valentina Vezzali, alfiere della squadra olimpica, e Oscar De Pellegrin, alfiere della squadra paralimpica, al Quirinale subito dopo la consegna della bandiera Italiana agli atleti italiani in partenza per i Giochi Olimpici e Paralimpici di Londra 2012. FOTO DI ANTONIO DI GENNARO/ANSA IlPresceltoce l'hafatta, Jamessul tronodeicanestri MiamiHeatcampioniNba(4-1aOklahomaCity).PerLeBron, doponoveannidiaspettativeepolemiche,è ilprimotrionfo SPORT Napolitano consegna il tricolore a Vezzali e De Pellegrin PartitaasensounicoTante occasioniper lasquadradiLow Illusorio ilpareggiodiSamaras I tedeschiaspettano lavincente tra InghilterraeItalia MARCOBUCCIANTINI mbucciantini@unita.it LeBronJames abbracciaKevinDurant, stella degliOklahomaCityThunder, al terminedella decisivagara5 chehadato il titolo a Miami U: sabato 23 giugno 2012 23
MARCELLACIARNELLI ROMA SEGUEDALLAPRIMA Poiché lo schema dell'incontro era tutti-contro-Merkel è sull'atteggiamento e sulle risposte della cancelliera tedesca che vanno misurati gli eventuali progressi. I quali, se ci sono davvero e non sono soltanto riflessi dell'ottimismo della volontà europeista, dovrebbero trovare qualche sanzione al Consiglio europeo della prossima settimana. Un vertice che davvero sarà decisivo per le sorti dell'euro e dell'Unione perché, vada come vada, le decisioni fondamentali saranno sul tavolo e non si potrà rinviarle ancora. Vediamo, allora, se e quanto è cambiato l'orientamento di Angela Merkel su ognuno dei punti essenziali discussi a Roma. E quanto potrebbe cambiare ancora da qui al vertice di Bruxelles. L'argomento che segna il progresso più evidente è la tassa sulle transazioni finanziarie. Il proposito di procedere con l'istituto della cooperazione rafforzata (cioè anche senza Regno Unito e altri paesi con le stesse riserve) è un passo avanti importante, che la cancelliera aveva in qualche modo già compiuto accettando il principio nei negoziati con Spd e Verdi per assicurarsi il voto sul Fiskalpakt. La tassa, a questo punto, al Consiglio europeo dovrebbe passare. È molto difficile pensare, infatti, che Monti, in nome del suo «piccolo asse» con Cameron, faccia valere le perplessità che pure ha su una cooperazione rafforzata che escluda Londra. Sarebbe una scelta davvero grave. Si calcola che renderà circa 60 miliardi, che finirebbero nei bilanci nazionali o in quello europeo e sarebbero linfa vitale nelle ristrettezze attuali. Oltre che rappresentare un primo segnale della volontà di cominciare, almeno, a regolamentare i mercati finanziari. Sul piano di investimenti per la crescita e l'occupazione l'atteggiamento della cancelliera è stato, quanto meno, di non opposizione. C'è sicuramente, però, una riserva mentale. Se i 120 miliardi della versione di Hollande o i 130 evocati da Monti andranno tutti a carico dei Fondi strutturali, di una revisione del bilancio comunitario o saranno prodotti con l'effetto volano della Banca europea degli investimenti, i tedeschi potrebbero far passare la proposta. Ma i giornali amici di Frau Merkel già ieri fiutavano un trucco: non solo la Bei dovrebbe essere ricapitalizzata, ovviamente anche con i soldi di Berlino, ma anche gli altri interventi finirebbero per pesare direttamente o indirettamente sui contributi tedeschi, in una misura che qualcuno quantifica intorno ai 30 miliardi. Sulle misure calmieratrici degli spread presentate da Italia e Francia era parso che l'opposizione si fosse, negli ultimissimi giorni, un po' allentata. Ma ieri fonti del ministero delle Finanze hanno sostenuto che il meccanismo della dotazione di licenza bancaria ai fondi salva-Stati sarebbe impraticabile perché richiederebbe una lunga e complicata revisione dei Trattati. Naturalmente si tratta di un'opinione che non tutti condividono e che è contestata pure dalla presidente del Fmi Christine Lagarde, la quale, in un allarmato rapporto sulla situazione dell'Eurozona, ha evocato come soluzione a breve per la ricapitalizzazione urgente delle banche in difficoltà proprio la licenza per i fondi. È probabile comunque che né Angela Merkel né il suo ministro Wolfgang Schäuble accetterebbero mai l'alternativa, e cioè l'istituzionalizzazione permanente degli interventi di sostegno della Bce. Il principio per Berlino è chiaro: ogni immissione di denaro nei Paesi deve essere accompagnata da sistemi di controllo. Intanto quelli previsti dal Fiscal compact. Nel suo rapporto Lagarde invoca anche la creazione dell'Unione bancaria e «una parziale mutualizzazione del debito» . È scontato che su ogni forma, idea, sospetto di condivisione del debito la cancelliera continui a fare orecchie da mercante. Lo stesso Hollande sugli eurobond è stato abbastanza prudente («non sono per l'immediato, ma neppure posiamo aspettare 10 anni»), valutando che una forzatura avrebbe riproposto la logica dell'una-contro-tutti. Sull'Unione bancaria, invece, i segni di un progresso ci sono. Tutti ormai sembrano essere convinti della necessità di arrivare presto alla creazione di un'entità europea di garanzia sui depositi e di un sistema comune per gestire eventuali fallimenti e ristrutturazioni urgenti, facendo pagare i costi in primo luogo alle banche stesse, ai loro dirigenti e agli azionisti. Su questi temi la Commissione Ue dovrebbe presentare, prima del Consiglio europeo, una serie di proposte, le quali prevedrebbero il principio della condivisione del rischio, che la Germania ha finora condizionato alla solita richiesta dei controlli esterni sui sistemi bancari più deboli. E quindi sugli Stati. ILCASO François Hollande, Angela Merkel, Mariano Rajoy e Mario Monti ieri a Villa Madama FOTO POOL /LAPRESSE ILCOMMENTO PAOLOSOLDINI «Nessuno Stato può salvarsi da solo, nessuno Stato può permettersi chiusure egoistiche e concezioni anguste degli interessi nazionali che sono semplicemente fuorvianti e destinate a fallire». Il presidente della Repubblica ha parlato di Europa, delle necessità «di avere sempre di più regole comuni, discipline comuni per superare in modo particolare la crisi che sta attraversando l'Eurozona di cui l'Italia è parte integrante» proprio mentre a Roma stanno per riunirsi i rappresentanti di Germania, Francia, Spagna e Italia, Paesi impegnati a individuare la formula per superare una situazione economica ancora drammatica. Napolitano è stato informato ed ha seguito costantemente lo svolgersi della vicenda con l'interesse di chi ha ben chiaro che in questi ultimi giorni di giugno, che culmineranno nel vertice europeo del 28 e 29, è in gioco il futuro di tutti, i più deboli ma anche i più forti. Anche per questo sta diventando cruciale «un forte rilancio di volontà politica comune e di operante solidarietà. Ci si deve, dunque muovere nella direzione in cui spingono la crisi in atto e la forza delle cose: quella di un'Europa politica secondo l'ispirazione federale dei fondatori del progetto d'integrazione al cui potenziale politico e ideale dobbiamo guardare con fiducia». Sullo sfondo le tensioni di questi giorni, sul tavolo il decreto sviluppo appena arrivato e firmato in serata, su tutto l'impegno per contribuire, nell'ambito delle proprie prerogative, a portare l'Europa fuori dalla crisi in una visione che ha ben presente la dimensione nazionale. E di Nazione italiana ha parlato il presidente parlando agli atleti in partenza per le Olimpiadi e Paralimpiadi di Londra a cui ha consegnato la bandiera che sfilerà, portata dalla Vezzali, insieme alla nostra rappresentanza olimpica. «Farò di tutto per essere lì, questo è il mio intento, questo è il mio programma. Spero no sorgano difficoltà o controindicazioni». Si è commosso Napolitano parlando della nazionale di calcio appena vista in azione a Danzica, ha spronato gli atleti, ha richiamato il concetto di nazione che, anche in un progetto come l'Europa, «conservano la loro identità e sono fatte di cultura di partecipazione sociale, di senso civico, di storia». Ed agli atleti che lo ascoltavano ha ricordato «che viviamo in un'epoca complessa, nuova che deve essere vissuta con molto coraggio e molta audacia innovativa». Il mondo sta cambiando, l'Europa si sta «rimpicciolendo». Riusciremo a competere con i nuovi giganti «solo se sapremo unirci». l'euro è irreversibile Chi ha vintoil braccio di ferro con Frau Merkel Ungiornale inglese: lacancelliera tra Hitler e Terminator «AngelaMerkelè il leader tedesco piùpericolosodopo Adolf Hitler». Il settimanalebritannico disinistra New Statesman usa lamano pesante.Secondo la rivista, cheha dedicato lacopertina allacancelliera ritraendolanei pannidiTerminator, «l'ossessione»per l'austerità della Merkel stasterminando la crescitae staspingendo l'Europae ilmondo versouna«nuova depressione». «Se sivuole salvare la prosperità dell'Europa,non c'èalternativaalle politicherivolte allacrescita», analizza il settimanale nell'editoriale nonfirmato. «L'insistenzadi Merkel nell'auto-flagellazione, l'opposizione aogni forma distimolo dell'economiaodialleggerimento monetarioda partedellaBce ha spintoPaesi depressi come la Grecia ancorapiùa fondo», scriveMehdi Hasan, responsabiledeldesk politico.Econclude: «Il cancelliere nega la realtà,vittima del suo austerity über alles, e così facendo distrugge ilprogettoeuropeo, impoverisce i Paesi vicinie rischia unanuova depressioneglobale. Deveessere fermata». . . . Passi avanti ci sono stati, ma bisognerà vedere se saranno confermati al Consiglio europeo L'appello di Napolitano: «Nessuno Stato si salva da solo» Il presidente: «Necessario un forte rilancio politico e la solidarietà» Attenzione alle regole . . . «Nessuno si può permettere chiusure egoistiche e concezioni anguste degli interessi nazionali» sabato 23 giugno 2012 3
TV 07.15 La casa delle 7 donne. Serie TV 08.00 Tg 1. / Tg1 Focus. 08.20 La casa delle 7 donne. Serie TV 09.00 TG 1. Informazione 09.10 La casa del guardaboschi. Serie TV 10.00 Rai Parlamento Settegiorni. Attualita' 10.55 Overland - Venticinque anni sulle vie della seta. Documentario 12.00 La prova del cuoco. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.00 Linea Blu. Rubrica 15.30 Quark Atlante - Immagini dal pianeta. Documentario 16.15 Dreams Road. Documentario 17.00 Tg 1. Informazione 17.15 A Sua immagine. Religione 17.45 Homicide Hills - Un Commissario in campagna. Serie TV 18.50 Reazione a catena. Show. 20.00 TG 1. Informazione 20.25 Campionati Europei di Calcio 2012: Spagna - Francia. Sport 23.05 Notti Europee. Rubrica 00.35 TG 1 - NOTTE. Informazione 00.45 Che tempo fa. Informazione 00.50 Cinematografo Speciale. Attualita' 01.50 Sabato Club. Rubrica 02.16 Dear Frankie. Film Drammatico. (2004) Regia di Shona Auerbach. Con Emily Mortimer 07.00 Cartoon Flakes weekend. 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(1999) Regia di Pietro Germi. Con Amedeo Nazzari 09.30 È permesso maresciallo?. Film Commedia. (1958) Regia di C. L. Bragaglia. Con Peppino De Filippo 11.00 TGR - La Marcilliana di Chioggia. Informazione 11.30 TGR Prodotto Italia. Informazione 12.00 Tg3. Informazione 12.10 Rai Sport Notizie. 12.25 TGR Il Settimanale. 12.55 Kilimangiaro Album. Rubrica 13.10 14° Distretto. Serie TV 14.00 Tg Regione. / Tg3. 14.45 Tg3 Pixel. 14.50 Ciclismo: Campionato Italiano professionisti. 14.55 Tv Talk. Talk Show. 17.10 Se non avessi più te. Film Musica. (1965) Regia di Ettore Maria Fizzarotti. 19.00 Tg3. / Tg Regione. 20.00 RaiSport Stadio Europa. Rubrica 20.25 Blob the Bestial. Rubrica 20.40 Agente 007 - Al servizio segreto di Sua Maestà. Film Spionaggio. (1969) Regia di Peter R. Hunt. Con George Lazenby, Diana Rigg, Telly Savalas. 23.10 Tg3. Informazione 23.25 Tg Regione. Informazione 23.30 Ombre sul Giallo. Rubrica 00.06 Meteo 3. Informazione 00.30 Tg3. Informazione 00.40 Tg3 - Agenda del mondo. Attualita' 07.40 Gsg9 - Squadra d'assalto. Serie TV 09.35 L'Italia che funziona. Rubrica 09.50 Monk. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Cuore contro cuore. Serie TV 12.55 Distretto di Polizia I. Serie TV 14.05 Forum: sessione pomeridiana del sabato. Rubrica 15.10 Perry Mason. Serie TV 17.00 Lie to me. Serie TV 17.55 Speciale Pianeta mare - la dominatrice di squali. Reportage 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Colombo. Serie TV Con Peter Falk 21.15 The Mentalist. Serie TV Con Simon Baker, Robin Tunney, Amanda Righetti. 22.10 The Mentalist. Serie TV 23.00 The Mentalist. Serie TV 23.56 Incontro fatale. Film Drammatico. (1998) Regia di Rick Jackobson. Con Je Trachta, Shae Harrison, Sandra Ferguson 01.17 Tg4 - Night news. Informazione 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.50 Superpartes. Informazione 09.50 Circle of life. Serie Tv 10.50 Troppo belli. Film Commedia. (2005) Regia di U. F. Giordani. Con Costantino Vitagliano 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Appuntamento a tre. Film Commedia. (2000) Regia di D. Santostefano. Con Matthew Perry, Oliver Platt, Neve Campbell. 15.45 Piper. Film Commedia. (2007) Regia di Carlo Vanzina. Con Massimo Ghini, Martina Stella 17.45 Anni ‘50. Serie TV 19.45 Anni ‘50. Serie TV 20.00 Tg5. Informazione 20.30 Meteo 5. Informazione 20.31 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 21.10 Nemiche amiche. Film Drammatico. (1998) Regia di Chris Columbus. Con Julia Roberts, Susan Sarandon, Ed Harris. 23.32 Appuntamento al buio. Film Commedia. (1987) Regia di Blake Edwards. Con Bruce Willis, Kim Basinger, John Larroquette. 01.30 Tg5 - Notte. Informazione 01.59 Meteo 5. Informazione 02.00 Veline. Show. 07.25 Cartoni animati 10.55 Space chimps - Missione spaziale. Film Animazione. (2008) Regia di Kirk De Micco. 12.25 Studio aperto. Informazione 13.00 Studio sport. Informazione 13.40 Futurama. Cartoni Animati 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 15.00 Red Bull Flutag. Evento 16.15 La famiglia del professore matto. Film Commedia. (2000) Regia di Peter Segal. Con Eddie Murphy 18.10 Bugs Bunny. Cartoni Animati 18.30 Studio aperto. Informazione 18.58 Meteo. Informazione 19.00 Bau boys. Rubrica 19.35 Piccola peste. Film Commedia. (1990) Regia di Dennis Dugan. Con John Ritter, Michael Oliver. 21.10 Harry Potter e il prigioniero di Azkaban. Film Fantasia. (2004) Regia di Alfonso Cuarón. Con Emma Watson, Daniel Radclie, Rupert Grint. 00.05 Gli scaldapanchina. Film Commedia. (2006) Regia di Dennis Dugan. Con Rob Schneider, David Spade, Jon Heder. 01.55 The Event. Serie TV Con Jason Ritter, Sarah Roemer, Zeljko Ivanek. 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 10.00 That's Italia. Talk Show. Conduce Filippa Lagerback, Pino Strabioli. 11.00 Angelica ragazza jet. Film Commedia. (1959) Regia di G. Von Radvanyi. Con Romy Schneider, Jean-Paul Belmondo, Henry Vidal. 12.30 L'erba del vicino. Tutorial 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Atlantide - Storie di uomini e di mondi. Documentario 16.05 Movie Flash. Rubrica 16.10 J.A.G. - Avvocati in divisa. Serie TV 18.00 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 In Onda. Talk Show. 21.30 Impero. Documentario 23.55 M.o.d.a. Rubrica 00.35 Tg La7. Informazione 00.40 Tg La7 Sport. Informazione 00.45 The show must go short. Show 01.00 World Soccer Master Tour - Calcio: amichevole. Sport 03.15 Movie Flash. Rubrica 03.25 Omnibus (R). Informazione 04.45 In Onda (R). Talk Show. 21.10 Manuale D'amore 3. Film Commedia. (2011) Regia di G. Veronesi. Con C. Verdone M. Bellucci. 23.25 Limitless. Film Fantascienza. (2011) Regia di N. Burger. Con B. Cooper R. De Niro. 01.15 Amore a prima vista. Film Commedia. (1999) Regia di V. Salemme. Con V. Salemme M. Casagrande. SKY CINEMA 1HD 21.10 Free Willy 3: il salvataggio. Film Avventura. (1997) Regia di S. Pillsbury. Con J. Richter A. Schellenberg. 22.30 Una moglie per papà. Film Commedia. (1994) Regia di J. Nelson. Con R. Liotta W. Goldberg. 00.30 Le avventure di Sammy. Film Animazione. (2010) Regia di B. Stassen. 21.00 Se mi lasci ti cancello. Film Drammatico. (2004) Regia di M. Gondry. Con J. Carrey K. Winslet. 22.55 Serendipity - Quando l'amore è magia. Film Sentimentale. (2001) Regia di P. Chelsom. Con J. Cusack K. Beckinsale. 00.35 Donne di piacere. Film Commedia. (1990) Regia di J. Tacchella. Con R. Bohringer I. Rossellini. 18.45 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 19.35 Young Justice. Serie TV 20.00 Takeshi's Castle. Show. 20.25 Lo straordinario mondo di Gumball. Cartoni Animati 20.50 Adventure Time. Cartoni Animati 21.15 The Regular Show. Cartoni Animati 21.40 Mucca e Pollo. Cartoni Animati 18.00 American Chopper. Documentario 19.00 American Guns. Documentario 20.00 Sons of Guns. Documentario 21.00 A caccia di motori. Documentario 21.30 A caccia di motori. Documentario 22.00 Aari a quattro ruote. Documentario 23.00 American Chopper. Documentario 18.55 Deejay TG. Informazione 19.00 Deejay Music Club. Musica 20.00 Jack on tour 2. Reportage 21.00 Born to mix - 100% Barman. Talent Show 22.00 Iconoclasts. Reportage 23.30 DVJ. Musica 01.00 Deejay Night. Musica DEEJAY TV 19.20 Ragazzi in gabbia. Docu Reality 20.20 Pauly D.: da Jersey Shore a Las Vegas. Serie TV 20.45 Pauly D.: da Jersey Shore a Las Vegas. Serie TV 21.00 Punk'd. Show. 22.00 Pranked. Serie TV 22.50 I Soliti Idioti - Best Of. Serie TV MTV RAI 1 20.25: Spagna - Francia Sport. Gli Europei entrano nella fase decisiva con le sfide a eliminazione diretta in cui è vietato sbagliare. 21.05: Omicidio di coppia Film con A. Righetti. Un uomo e una donna vengono uccisi. Si erano conosciuti in rete. 20.40: Agente 007 - Al servizio segreto di Sua Maestà. Film con G. Lazenby. Un ricco imprenditore ore in sposa la figlia a Bond. 21.15: The Mentalist Serie TV con S. Baker. Il consulente del Cbi risolve i casi grazie a un intuito invidiabile. 21.10: Nemiche amiche Film con J. Roberts. Una donna in carriera deve occuparsi dei figli del nuovo compagno. 21.10: Harry Potter e il prigioniero... Film con D. Radclie. Sirius Black, fuggito da Azkaban, è sulle tracce di Harry Potter. 21.30: Impero Documentario con V. M. Manfredi. I grandi temi dell'antichità da punti di vista inediti. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY L'ECONOMIA NON HA MAI CONTATOTANTO COME ADESSO. PERÒ CARLO MARX NONNE SAREBBECONTENTO, VISTO CHEAGUIDARE la danza non sono certo gli operai, ma i Marchionne. Comunque, mai come di questi tempi la tv ha parlato di finanza, tasse, spread, e altre parole difficili, senza quasi mai spiegarle. Se la Rai avesse dedicato spazio ed energie per informarci in materia, almeno quanti ne ha dedicato ai particolari di certi atroci delitti familiari o anche soltanto alla vita di Padre Pio, la crisi ci sarebbe lo stesso, ma noi saremmo forse più tranquilli. O magari più agitati, ma più preparati ad affrontare gli eventi. E anche le sparate di Beppe Grillo e di Berlusconi, che in fatto di euro la pensano alla stessa maniera. Forse perché sono miliardari tutti e due. Comunque, va dato atto ad alcuni di averci provato, a informarci meglio, come per esempio ha fatto Sky Tg24, che, ogni pomeriggio alle 18,35, manda in onda (e speriamo non sospenda durante l'estate) una rubrica di economia curata dal giornalista Alessandro Marenzi che, pur essendo un esperto anche lui, pone agli esperti le domande che porremmo noi inesperti. Cosicché l'altro giorno ci ha fatto capire che cosa accadrebbe davvero se uscissimo dall'euro come ha proposto irresponsabilmente Berlusconi. Per dirne una, il nostro enorme debito dovremmo comunque pagarlo in euro, perché nessuno accetterebbe in pagamento le nostre lirette, che varrebbero ancora meno di una volta. Ma giovedì era anche il giorno della sentenza che ha dato ragione alla Fiom di Pomigliano e partecipava al programma di Marenzi un esponente della Cisl di cui ci fa piacere dimenticare il nome. Infatti ha sostenuto che, imponendo l'assunzione di 145 lavoratori discriminati dalla Fiat in quanto iscritti alla Fiom, il giudice discriminerebbe gli altri lavoratori. Insomma, se sei della Fiom, la discriminazione è per sempre, come i diamanti. Finanza tasse espread: laRaiprovi ad informare MARIA NOVELLA OPPO FRONTEDEL VIDEO U: sabato 23 giugno 2012 21
«CAROSIGNORFREUD,C'ÈUNMODOPERLIBERAREGLIUOMINIDALLAFATALITÀDELLAGUERRA?».LALUNGALETTERA CHE CONTIENE LA DOMANDA CRUCIALE È DATATA 30 LUGLIO1932ed è firmata da Albert Einstein. Il giorno dopo, 31 luglio, in Germania si svolgono le elezioni politiche che saranno vinte dai nazionalsocialisti di Adolf Hitler. Il clima è quello della crisi europea che porterà alla Seconda guerra mondiale e Einstein cerca una risposta alla questione che già arrovellava la sua mente durante la Prima guerra: che cosa porta le persone a uccidersi e a mutilarsi reciprocamente con tanta ferocia? Scrive così al padre della psicanalisi per trovare una risposta, ma soprattutto per trovare qualcuno che condivida la ricerca di un modo per evitare un secondo conflitto. La risposta di Freud non verrà mai pubblicata a causa del precipitare degli eventi in Germania. La lettera è solo una delle testimonianze dell'impegno per la pace di Albert Einstein. Il grande fisico tedesco non era un semplice amante della pace, ma un pacifista militante. A raccontare la storia di questo impegno Pietro Greco dedica il suo nuovo libro (Einstein aveva ragione, Scienza Express, pp. 301, euro 19,00), e lo fa individuando un'evoluzione del pensiero del fisico su questi temi. In particolare, dice Greco, si può dividere la vita di Einstein in quattro fasi: del pacifista istintivo (dall'infanzia al 1914); del pacifista radicale (dal 1914 al 1932); del pacifista autosospeso (dal 1933 al 1944); del pacifista per il disarmo nucleare (dal 1945 al 1955). Questo vuol dire che il suo impegno per la pace nasce da «una profonda antipatia per ogni forma di odio e di crudeltà» come dichiarerà lui stesso alla rivista Christian Century nel 1929, ma via via si corrobora con l'analisi razionale e con un'analisi politica per nulla ingenua e anzi, scrive Greco, «così lucida da anticipare quella degli analisti di professione». Seguendo le fasi della sua vita, scopriamo così il giovane Einstein insofferente per il militarismo prussiano e per qualsiasi forma di autoritarismo. Lo ritroviamo più grande esprimere pubblicamente i suoi ideali pacifisti attraverso due obiettivi decisamente radicali: il governo democratico del mondo e il disarmo universale da ottenere attraverso l'obiezione di coscienza. Già famoso, eccolo negli Stati Uniti incitare al rifiuto del servizio militare: «Anche se soltanto il 2% di coloro che sono chiamati a prestare il servizio militare dovesse annunciare il proprio rifiuto di combattere (...) i governi sarebbero impotenti, non oserebbero mandare in galera un così grande numero di persone». Dopo queste parole, studenti e pacifisti americani cominciarono a indossare distintivi con scritto semplicemente «2%». Eppure, l'immagine di Einstein pacifista militante sembra in contraddizione con quella diffusa a livello popolare di padre della bomba atomica. È davvero così? Einstein in realtà non ha mai lavorato alla bomba atomica, ma l'idea che ne sia il padre spirituale scaturisce da un'altra sua missiva. È la lettera, famosissima, che il fisico scrisse il 2 agosto del 1939 al presidente degli Stati Uniti Roosevelt per avvertirlo che dalle ricerche sull'atomo potrebbe scaturire una bomba enormemente potente, metterlo in guardia sul fatto che i tedeschi potrebbero star lavorando a questo progetto e, infine, chiedergli di finanziare le ricerche sull'atomo. Una lettera considerata da molti all'origine del Progetto Manhattan per la costruzione delle bombe atomiche e, quindi, all'origine della distruzione di Hiroshima e Nagasaki. In realtà, scrive Greco è la fase del pacifista autosospeso: «il principio etico del pacifismo - il rifiuto di progettare, produrre, imbracciare e usare ogni e qualsiasi arma - non è abbandonato. Cede il passo, in questo momento contingente, a un altro principio etico che Einstein considera di ordine superiore: salvare il mondo dalla barbarie nazista». Nessuna contraddizione, dunque, ma la dimostrazione che il pacifismo di Einstein è il pacifismo di un laico, di un uomo che aderito ad un'etica della flessibilità, applicando le sue idee tenendo conto delle condizioni al contorno, del contesto in cui vive. Tant'è che, dopo il 1945 Einstein si batterà strenuamente per il disarmo nucleare, considerando che quella atomica era diventata la nuova e più grave minaccia per l'umanità. Fino a firmare il manifesto con Bertrand Russell che porterà, morto Einstein, alla fondazione della Conferenza Pugwash per la scienza e gli interessi del mondo, un forum di scienziati che opera per l'abolizione delle armi nucleari e la soluzione pacifica dei conflitti internazionali e che nel 1995 è stata insignita del Nobel per la pace. PIPPO RUSSO nedoludifofrever@yahoo.it Matematicigiapponesi studiano la formula «scientifica»per assicuraresuccesso allepellicole CULTURE L'INCUBO DEL BOTTEGHINO. LE CONTINUE TRASFORMAZIONI NELLE TECNICHE DELLA PRODUZIONEARTISTICA DI MASSA, con un affinamento delle strategie di marketing e promozione ormai giunte a livelli di massimo ingegno, devono arrestarsi al cospetto dell'incognita di sempre: la risposta del pubblico, che battezza il successo dell'opera come oggetto di mercato. Un'incognita tanto più pesante quanto più le produzioni prendono la via del gigantismo, come è nel caso del settore cinematografico. Per il quale il botteghino – prima frontiera della valutazione commerciale di un'opera – può trasformarsi in una ghigliottina e decretare fortune e sfortune dell'opera e della casa di produzione. Può un settore industriale che muove capitali così ingenti accollarsi un rischio tanto elevato? È alla risoluzione di questa incognita che è stato dedicato un curioso studio condotto da un gruppo di matematici giapponesi (sette, appartenenti al Dipartimento di Matematica e Fisica Applicate dell'Università di Tottori e alla Digital Hollywood University di Tokyo) e pubblicato dal NewJournalofPhysics, una rivista scientifica online disponibile e scaricabile gratuitamente. Lo studio è intitolato «The ‘hit' phenomenon: a mathematical model of human dynamics interactions as a stochastic process». Dedicato all'analisi delle ‘hit', i prodotti culturali di massa concepiti per realizzare numeri colossali sul mercato, lo studio in questione si concentra sul settore cinematografico per ragioni di praticità metodologica: esso è il meno complicato da monitorare, per una serie di ragioni relative alla disponibilità di dati e materiali in rete. E il riferimento al web costituisce l'altro aspetto metodologicamente cruciale nello studio dell'equipe di ricercatori giapponesi. Esso infatti punta il focus sulle interazioni fra internauti (nonché consumatori reali o potenziali dell'opera) attraverso i blog o i social network maggiormente frequentati: Facebook, Twitter, Google+. L'idea di fondo è infatti quella secondo cui il successo di un'opera d'entertainment non dipenda soltanto dall'ammontare delle risorse investite in promozione e comunicazione pubblicitaria. Piuttosto, nell'epoca delle piazze virtuali è decisivo il pass a p a r o l a d i g i t a l e ( D i g i t a l Word-of-Mouth) per costruire attorno all'opera un grado d'attenzione adeguato ai risultati attesi sul mercato. Consapevoli di ciò, i ricercatori impegnati in questo studio hanno elaborato un algoritmo capace di fornire ragionevoli previsioni sul successo commerciale di un'opera cinematografica. Nel condurre lo studio, l'equipe di ricerca ha preso in esame delle serie di dati relativi al traffico digitale generato dai blog e dai social network. Questi dati, riferiti alla realtà giapponese, hanno come oggetto alcune fra le pellicole di maggiore impatto commerciale degli ultimi anni: fra le altre, Il Codice da Vinci, Avatar, e le serie di Harry Potter e I pirati dei Caraibi. A essere passate in rassegna sono state le cifre riguardanti le intenzioni d'acquisto, l'effetto-pubblicità e l'effetto-passaparola. Dall'analisi comparativa dei dati è scaturita una verità inattesa: i film di maggiore successo al botteghino sono quelli che negli indici del traffico digitale risultano maggiormente citati nei post quotidiani dei blog. È quest'ultima, secondo l'equipe, la vera misura strategica del successo di un'opera cinematografica; più che le risorse investite dalla produzione in marketing e pubblicità. Da qui l'affinamento di un algoritmo che lega il successo di un'opera cinematografica alla sua capacità di agganciare i flussi dell'opinione comunitaria sul web. I ricercatori precisano che i risultati della ricerca sono condizionati dalla struttura del mercato giapponese, e in particolar modo alla specificità della sua catena distributiva nel settore cinematografico. Ma aggiungono che, coi dovuti accorgimenti, il modello affinato può essere testato e dare risultati in altri contesti nazionali. Dunque, potere agli internauti e alla loro possibilità di creare flussi d'opinione. Il che può significare due cose, opposte rispetto alla qualità della democrazia sul web: che le case di produzione impareranno a tenere conto degli umori diffusi in rete e agiranno di conseguenza; o che, piuttosto, cercheranno di metterli sotto controllo e incanalarli. Facile pensare quale delle due verrebbe scelta. Einstein, lapace innanzitutto IlnostroPietroGrecoracconta l'evoluzionedelpensieroe dell'impegnodelloscienziato cheprovavaunaprofonda antipatiaperodioecrudeltà CRISTIANAPULCINELLI cristiana.pulcinelli@gmail.com AlbertEinstein, inuna lettera aCarlSeeling, scrissedi sé «Nonho particolari talenti, sono soloappassionatamentecurioso» Lamilitanzadelgrandefisico ricostruita inun libro L'algoritmo«magico» persalvare il cinema dal flop del botteghino Filaalbotteghino delPalazzo delCinemaa Venezia FOTO DI SIMONA CHIOCCIA/LAPRESSE U: 18 sabato 23 giugno 2012
Undisegno diPablo Echaurren dal libro «Majakovskij» edito da Gallucci Chihapaura diMajakovskij? Proprio oggi è necessaria la sua poesia visionaria,combattivae inesauribile Nessunohacantatocon maggioreveemenza il sogno delcambiamento edel rinnovamento.Ora ilpoetaè«tornato» in libreria con«Lanuvola incalzoni» tradottodaRemoFaccani GIUSEPPEMONTESANO DA DOVE COMINCIARE? ERA UN GIGANTE SCONSOLATO E TENERO, COMBATTIVO E VISIONARIO, SMEMBRATOEVIVO,UNPOETACHECANTAVAMENTREURLAVA, ECHERIDEVAEPIANGEVAMENTRECANTAVA,EALLORADADOVECOMINCIARE?Da qui: «E sento che l'io per me è troppo piccolo. Qualcuno erompe da me, cocciuto. Allò! Chi parla? Mamma? Mamma! Vostro figlio è stupendamente malato. Mamma! Ha un incendio nel cuore. Dite alle mie sorelle, a Ljuda e Olja, che non sa più dove trovare scampo. Ogni parola che egli vomita dalla bocca in fiamme si lancia nel vuoto, come una prostituta nuda fuori da un postribolo che arde…» È lui, è Vladimir Majakovskij, e oggi possiamo riascoltare il poema Lanuvolaincalzoni nella bella e coraggiosa traduzione di Remo Faccani per Einaudi (pagine 116, euro 12,00). Ma Majakovskij è superato, così dicono gli snob asserviti al new-new che li distrugge. Davvero? Sentiamolo ancora, questo Baudelaire postmoderno: «La via trascinava in silenzio la sua pena. Un grido le svettava dalla strozza. Le s'impennavano, ficcati nella gola, tassì rigonfi e ossute carrozze. Il petto le calpestarono, ma la via s'accosciò e prese a berciare…», e sentiamolo quando, come in un cartoon ma in anticipo sui cartoon, personifica le sue nevrosi: «Mi accorgo che senza far rumore come un infermo giù dal letto è balzato a terra un nervo. Ed ecco, prima si muove appena appena, poi si mette a correre eccitato, ritmico. Ora lui e due nuovi sopraggiunti s'agitano in uno sfrenato tip-tap…» Come nessun altro poeta moderno, Majakovskij adopera le sequenze per immagini del cinema, le astuzie ottiche e gli illusionismi, le dissolvenze e i primi piani, e soprattutto l'animazione degli oggetti; prende la poesia dei simbolisti, la veste di stracci e la fa cantare come Mahler fa cantare contrabbassi e violini: strozzandoli e spingendoli al limite delle loro possibilità; usa metafore e analogie in modo così crudo da renderle volutamente grottesche, e fa franare i significati consueti. Majakosvskij non si fermò mai. Nel 1908 passa quasi un anno in carcere come sovversivo bolscevico; studia e scrive versi simbolisti che poi butta; diventa futurista e gira la Russia in spettacoli interrotti dalla polizia; è espulso dall'Istituto d'Arte per motivi politici; si innamora di Lilia Brik, e lei ha già un marito, che è amico di Majakovskij; nel 1917 si getta entusiasta nella Rivoluzione. Nel regime che segue Majakovskij continua a scrivere, inesauribile come i suoi amati motori diesel, sceneggiature, opere teatrali, poesie: sull'estrazione del petrolio, sul ponte di Brooklin, sul passaporto sovietico; come in un Signor Bonaventura cubofuturista, disegna fumetti per frustare il già vecchio e orribile filisteismo comunista in nome di un comunismo secondo lui vero; scrive un poema sulla Rivoluzione che disgusta Lenin, e scrive un poema per la morte di Lenin; è accusato di essere «troppo difficile» per gli operai, attacca i burocrati del Pcus ed è censurato, viaggia in America e si innamora di New York; rimprovera a Esenin di essersi suicidato, e tre anni dopo, nel 1930, si uccide per amore, lasciando scritto: «Come si dice, l'incidente è chiuso. La barca dell'amore si è infranta contro gli scogli della vita quotidiana. La vita e io siamo pari. Non serve enumerare offese, dolori, torti reciproci…» Majakovskij era innamorato della vita al punto da perderla, ma la contraddizione non lo spaventava, e usò le proprie fratture come una nuova metrica. È superato? Oggi tutta la poesia è superata e sfregiata, incarcerata dalla nostra vita smarrita nel regno osceno dell'Economico impazzito. L'idea che Majakovskij aveva della poesia, un'espressione che ingoia tutto, è sempre più necessaria: non un arreso neo o post realismo, ma uno scontro perpetuo con la cosiddetta realtà. Majakovskij non può essere un Maestro perché lodò il comunismo? Può essere: ma allora cosa fare di Benn, Pound, Céline, Heidegger? Tappezzare con le pagine di Essere e tempo o con quelle dell'antisemita cattolico Eliot i prossimi treni blindati? Meglio leggerle, quelle pagine, e attentamente. E se Majakovskij parlò troppo su tutto, cosa dire di chi tace su tutto e loda sempre il mondo come è, e chiama «efficienti» e «riformisti» i nuovi hitlerini che distruggono le vite degli uomini? In un poema in cui frullava insieme Cristo e Scienza, Majakovskij immaginò che nel futuro utopico ci sarebbe stato «il laboratorio delle resurrezioni umane», e che lui, a un chimico titubante su chi far risorgere per primo, avrebbe urlato: «Fammi resuscitare! Iniettami sangue nel cuore! Ficcami nel cranio idee! Non ho vissuto fino in fondo la mia vita terrena, sulla terra non ho avuto tutto il mio amore…» L'urlo di Majakovskij non potrà finire finché l'uomo sarà un servo cieco della religione del vendere e comprare. Quell'urlo richiama alla vita non solo tutti i morti, ma tutti quelli che non vogliono essere morti in vita. Il canto di Majakovskij disturba chi si è arreso, ma fa respirare chi resiste. E oggi quale poesia ci serve, se non questa? CULTURE CHIÈ Undivo letterarioepolitico VladimirMajakovskjinascea Bagagadi, inGeorgia, nel 1893. Giovanissimosi appassionaallapoesia. Lasuavoracità intellettuale è leggendaria, la suapresenzafisica imponentene fauna sortadi divo spettacolare. Il successo delpoema«Tu!», stesodurante gli anni dellaPrimaGuerramondiale, è debordante e del tutto imprevisto. L'adesionedi Majakovskij allaRivoluzione d'Ottobre lo rende ancor piùpopolaree amato. Con l'avvento diStali criticaviolentemente il regimedel tiranno.Lasuasituazione sentimentale(un devastante triangoloamoroso conLiliBrik esuo marito Josip)e lecontingenze politichegettano tuttavia ilpoeta inuno stato diestrema prostrazionepsicologica.Si suicida il 14aprile 1930. ... Gli snobdiconoche Vladimirèsuperato... sonosoloschiavi del«nuovo» ... Il suourlononpotrà finire finché l'uomosaràservo ciecodella religione delvendereedelcomprare U: sabato 23 giugno 2012 19
Vertice di Roma: piccoli passi avanti da Monti, Hollande, Merkel e Rajoy Crescita Piano da 130 miliardi. Ok alla Tobin tax, dubbi su debito e banche L'impegno «L'Euro è irreversibile» PAG.2-3 La lingua d'amore deimigranti Baffonipag. 17 Berlusconi vuole sfasciare tutto. Minaccia Monti e si candida a fare il leader dei moderati. La destra già pensa al voto anticipato. Bersani avverte: Pdl e Lega hanno portato il Paese al disastro. Noi, aggiunge, siamo certi che l'Italia ce la farà ma occorre fare la scelte giuste. COLLINIFANTOZZI PAG.4-5 Staino Non si boccia un bambino Berlusconi vuole sfasciare il governo L'INTERVISTA Veltroni: c'è chi mira a indebolire il Quirinale «C'è una campagna per indebolire il Quirinale», dice Walter Veltroni in questa intervista a l'Unità. Sulla trattativa Stato-mafia bisogna cercare la verità. Commissione d'inchiesta? «Un modo per fermare l'Antimafia». FUSANI APAG. 7 Bisogna saperlo: l'Italia attraversa un momento grave. Bisogna esserne consapevoli. Dopo una fase in cui si cominciava, pur faticosamente, a indirizzarsi in una direzione positiva, la situazione volge di nuovo al peggio. SEGUE APAG.5 Chiha paura diMajakovskij? Montesanopag. 19 Segnali di fumo per l'Europa Einstein e lapassione pacifista Pulcinellipag. 18 U: La Germania ha accumulato in questi anni di moneta unica 1.300 miliardi di surplus. E credete che i tedeschi vogliano mandare all'aria tutto questo? Se salta l'Euro a chi vendono le auto? RomanoProdi RadioCittàFutura,21 giugno2012 ILRITUALEDEIVERTICIRISOLUTIVIDEL-LA CRISI DELL'EURO HA CONOSCIUTO UN'ALTRA PUNTATA IERI A ROMA CON L'INCONTROMONTI,HOLLANDE,MERKEL,RAJOY. Ancora una volta ben poco è venuto fuori. A dire il vero non era un vertice operativo, l'incontro doveva servire a creare un comune sentire tra i leader al fine di prendere misure forti nel vertice (quello sì decisivo) della prossima settimana. L'esito non sembra essere stato molto promettente. Aldilà delle dichiarazioni pubbliche, le distanze sono rimaste tutte, la Merkel che partiva accerchiata sembra aver tenuto la posizione molto bene. SEGUEAPAG.2 Bene sulla crescita ma restano i dubbi EMILIOBARUCCI L'INCONTRO A QUATTRO DI ROMAHAAVVICINATO LA SOLUZIONE DELLA CRISIDELL'EUROo resterà negli annali dell'Europa come l'ennesima occasione di chiacchiere con poco costrutto? L'esperienza del passato inviterebbe alla prudenza, se non al pessimismo, ma sarebbe sbagliato ignorare o sottovalutare qualche segnale di novità che pure è venuto. SEGUEA PAG.3 Il braccio di ferro con Frau Merkel PAOLOSOLDINI ILCASO GIUSEPPECALICETI Hollande, Merkel, Rajoy e Monti durante la conferenza stampa alla conclusione del vertice di Roma FOTO MAURO SCROBOGNA /LAPRESSE Nessun commento, nessuna dichiarazione. Dopo la storica sentenza che impone alla Fiat di riassumere 145 operai iscritti alla Fiom il Lingotto pensa al da farsi, anche se affiorano divisioni nella strategia da seguire. Silenzio anche da parte del governo: nessun riferimento a una convocazione dell'azienda come chiesto dal sindacato. Ieri intanto Marchionne ha vinto un ricorso contro la Fiom alla Magneti Marelli di Corbetta, fuori Milano. FRANCHIAPAG.6 Pomigliano il giorno dopo: la Fiat tace, il governo anche Finisce quattro a due per i tedeschi. Ora in semifinale l'Inghilterra o l'Italia APAG.23 Il Cavaliere minaccia Monti: è una parentesi. Poi si nomina «leader dei moderati» Bersani: «Non c'è limite al peggio, Pdl e Lega ci hanno già portato al disastro» EUROPEI2012 La Germania butta fuori una Grecia combattiva Un'altra vittima «Basta violenza contro le donne» Trattativa Stato-mafia: dobbiamo cercare la verità Ostacoli Chi chiede la commissione di inchiesta punta a fermare l'Antimafia Bocciati due volte. A sei anni. È accaduto a Pontremoli, in Toscana ed è una vicenda incredibile che sta suscitando accese polemiche. I genitori hanno protestato per quella decisione durissima. SEGUEA PAG. 16 Chi punta sul voto anticipato ILCOMMENTO MICHELECILIBERTO Parma, caos a Cinque stelle ILRETROSCENA TONIJOP Pizzarotti, il sindaco di Parma, deve aver capito che le cose sono meno facili di come le immaginava mentre faceva una campagna elettorale al napalm. Nel giro di poche ore, è stato costretto a dimissionare un assessore appena nominato. SEGUEAPAG.9 APAG. 13 2,00 l'Unità+Left (non vendibili separatamente)Anno89 n. 172 Sabato 23 Giugno 2012
SI CHIAMA UNIVERSITÀ, NASCE DA UNA SCUOLA DI ITALIANO PER STRANIERI. UNIVERSITÀ DELLE LINGUE,NOME“ESAGERATO”,MAMICAPOIMOLTO.FUNZIONA COSÌ. C'è a Roma la Scuola popolare Pigneto Prenestino, al centro sociale ex Snia. E c'è l'idea di rovesciare i ruoli, una volta tanto: gli studenti della scuola escono dai banchi e salgono in cattedra. Sono loro i maestri (non improvvisati) delle lezioni che si sono tenute tra maggio e giugno nel giardino della biblioteca comunale Mameli di via del Pigneto. Cinque incontri molto affollati per “capire” lingue diverse dalle nostre persino nella scrittura come arabo, bambarà, bengali, singalese, wolof. Di cui c'è traccia nel blog della scuola (http://scuolapopolarepigneto.wordpress.com/about/). ASSAGGIARE LADIVERSITÀ Capire non vuol dire sapere. Vuol dire assaggiare la diversità, non solo linguistica, declinata attorno a domande elementari. Come ci si saluta in Sri Lanka? Come in Mali o in Senegal? Occasione per scoprire abitudini e usi, e per fare autocritica sui nostri, sempre più impersonali: perché è vero che non ci saluta quasi più, se non tra amici. Ancora: come sono le stagioni? E le festività? Come si scandisce il tempo? Qui, il silenzioso confronto suggerisce pensieri. E interessante è l'incontro sulla famiglia, i rapporti di parentela e i nomi dei figli e, sì, anche le differenze di genere. I giochi dei bambini, occasione per ricordare anche i nostri giochi dimenticati, quelli che si facevano con un pezzo di gesso o una manciata di ghiaia. Ogni domanda, ogni parola, una diversità. E alla fine ci si ritrova più vicini e più ricchi. Curioso è scoprire che nelle parole quotidiane l'arabo ha contaminato le coste africane occidentali, come del resto quelle italiane. Meno curioso, ma utile, riscoprire nei gesti antichi dei pastori africani quelli dimenticati dei nostri nonni contadini. La spiritualità dei riti buddisti. I precetti islamici, così simili a quelli ebrei. Un ombrellone, un tavolino, una lavagna con fogli girabili, tante sedie. La scenografia è tutta qui. Gli incontri sono densi, fluidi e sereni. Sarà perché i maestri sanno che in platea ci sono molti degli insegnanti di italiano, con i quali si è consolidata nei mesi fiducia e amicizia. Sarà perché si sono preparati molto, confrontandosi prima di ogni lezione per seguire una traccia comune. Sarà perché ad ascoltare c'è chi incontra gli stranieri solo come venditori di giornali o di mutande, al mercato. E ora è disposto a scoprire cosa c'è dietro, gli uomini oltre le braccia. E le donne: la grazia di Domindika che spiega che tra i riti di ospitalità c'è l'offerta di un bicchiere d'acqua all'ospite. E attenti ad accettarlo: berlo significa accettare di condividere il pasto. Si mangia con le mani, per rispetto alla sacralità del cibo, ma usando solo la destra, la sinistra essendo impura. Moussa è congolese e insegna il bambarà, lingua parlata in diversi paesi dell'Africa occidentale. Racconta stagioni molto diverse dalle nostre, abitudini antiche. E la storia dei Dendreni, piccoli demoni che infestano la stagione delle piogge, ad agosto. Escono alla luce della luna, piccoli come i nostri folletti, volto grigio con barba ma i piedi rivolti all'indietro. Generalmente maligni e pericolosi per i bambini: ma non tutti, ammonisce il senegalese Cheik, non si può generalizzare. Nayon e Zakir parlano della Festa della lingua, l'equivalente della nostra festa dell'Indipendenza. E' attorno al bengali, infatti, che è nato il paese dopo la guerra contro il Pakistan del 1971. Bangladesh significa, infatti, il Paese del bengali, anche se la lingua, usata da Rabindranath Tagore, è diffusa in un'area più vasta. Nelle parole c'è tutto, e molto c'è nell'incontro con gli altri. Storie, usi, fedi. E poiché questi incontri sono come viaggi – sì, viene voglia di viaggiare con questi maestri come guida – alla fine si beve un tè insieme e si mangia qualcosa, in spirito di condivisione e rispetto. Che questo è il senso di queste occasioni, crescere insieme, saperne di più uno dell'altro. Se non proprio il «comprendimento di tutte le cose», etimologia della parola Università, ci va vicino. Comprendimento, almeno, degli uomini che vivono accanto a noi. Delle loro lingue e delle loro culture. MULTIKULTI Leparole perdirlo Seimigranti insegnano la loro linguaaimaestri italiani LETTURE : AlbertEinsteinpacifistanell'ultimolibrodiPietroGreco PAG. 18 PERSONAGGI : Majakovskije lasuapoesiavisionaria,appassionata,necessaria P. 19 BENICULTURALI : Resca lascia(nelcaos) ilministeroe ilnostropatrimonio P. 20 U: SuccedeaRoma:unrovesciamentodi ruoli inunascuolaper stranieri.Un'esperienzadiapprendimentocollettivo Pretestoperstare insiemeediventarepiùricchi ELLABAFFONI ellabi2002@yahoo.it sabato 23 giugno 2012 17
Al vertice sullo sviluppo sostenibile di Rio de Janeiro Susan George non c'è. Troppo prevedibili gli esiti, troppo smaccati – sostiene la chair of board del Transnational Institute di Amsterdam – i tentativi messi in atto dalle grandi corporation transnazionali: trasformare anche la natura in merce, privatizzarne l'accesso, escluderne i più poveri. Una deriva mercantile che l'autrice di Leloro crisi, le nostre soluzioni (Mondi media 2012), fiera oppositrice del modello neoliberista, contesta da decenni, e a cui sin dal 2007 oppone un «New Green Deal»: un nuovo grande piano di investimenti, che punti al rinnovamento ecologico del sistema produttivo ed energetico, coniugando sostenibilità ambientale e giustizia sociale. Nulla a che vedere con il concetto di green economy, tiene a precisare Susan George. Dopo giorni di incontri, dibattiti, accese discussioni e contestazioni, si è concluso ilverticedi Rio.Qualè il suogiudizio? «A Rio tutto questa volta è andata perfino peggio del solito, se possibile. Il World Business Council per lo sviluppo sostenibile, la Camera di commercio internazionale e altre lobbies delle corporation hanno perseguito la stessa agenda per 20 anni, e pare che siano riuscite ad aggiudicarsi una vittoria importante: le Nazioni Unite hanno completamento abdicato e si sono ritrovate a sostenere l'agenda di questi attori, a discapito di tutti gli altri, rimasti esclusi. Da quel che ho avuto modo di leggere o ascoltare, non mi sembra che i governi abbiano a v u t o n i e n t e d i v e r a m e n t e “progressista” da dire. L'unica cosa degna di nota, che andava seguita, erano gli eventi laterali, quelli che hanno fatto capo a People Rio+20, la contro-conferenza del vertice». Leinonhamainascostoilsuoscetticismo neiconfrontidelconcettodi«greeneconomy»,dicuimoltosièdiscussoaRio.Ci spiegameglio il suopuntodivista? «Sulla green economy continuo a mantenere posizioni critiche, come quasi tutti gli altri sostenitori della giustizia climatica e della sostenibilità intesa nel senso più genuino del termine, perché sono le corporation che ne stanno definendo i contenuti, secondo i propri interessi. Non è un caso che stiano per essere introdotti dei prezzi veri e propri per i “servizi” che la natura fornisce all'uomo; che i principi mercantili stiano per essere installati in ogni settore, incluso quello della conservazione della natura, mentre i “prodotti” della natura vengono progressivamente privatizzati. Oggi bio-diversità non significa altro che un'ulteriore fonte di materiali grezzi, da cui trarre profitto. A ben guardare, le compagnie che si occupano di biologia sintetica sono così avanti rispetto a noi che non abbiamo ancora la minima idea delle conseguenze delle loro attività, penso per esempio agli organismi ibridi o alle “chimere”, che renderanno gli Ogm, che abbiamo a lungo contestato, delle innocue verdure da orto domestico. Su questo, dovremmo provare a chiedere qualcosa a Pat Mooney, dell'Etc Group, l'associazione che monitora il potere connesso alle tecnologie». Per leidunquedietro ilconcetto digreen economysinascondonomolteinsidie;eppurepermoltibisognacomunquepuntare sulla green economy, nonostante i rischi che implica, perché possiede quella carica «evocativa» necessaria affinché tuttiriconoscanocheèoraditrasformare lenostre società… «Se mi sta chiedendo se dobbiamo tentare di prevenire il cambiamento climatico e mitigare a tutti i costi l'innalzamento delle temperature, allora rispondo di sì, che sono d'accordo: se il mondo del business è l'unico in grado di farlo, allora che lo faccia, visti i rischi enormi che abbiamo di fronte. Ma rifiuto di adottare un atteggiamento così rinunciatario, perché sono convinta che ci sia ancora l'opportunità di investire in un “Green New Deal”, riappropriandoci del nostro sistema finanziario, impazzito e disfunzionale, socializzando le banche, tassando le transazioni finanziarie a livello internazionale e investendo nel bene comune, in altri termini in quello che definisco, appunto, “Green New Deal”. Ciò significa che dovremmo tenere a mente, come priorità, le preoccupazioni sociali, i bisogni umani, la preservazione e la condivisione delle risorse scarse, e allo stesso tempo rispettare le comunità indigene. La green economy è tutt'altra cosa. Non dimentichiamo poi che ogni volta che abbiamo ceduto alle richieste o alle lusinghe del mondo del business abbiamo sempre dovuto pagare un prezzo eccessivo. Si guardi alla crisi attuale, ormai al suo quinto anno. Se dovessimo cedere anche questa volta, perderemmo tutto, inclusi i beni comuni, materiali e immateriali, probabilmente per sempre». Se n'è andato anche ALFONSINO MADEO tenero, forte maestro di giornalismo, quando la parola mafia non compariva sui grandi giornali per ordine di magistrati e questori, acuto meridionalista. Un abbraccio a Liliana da Giorgio Frasca Polara, Vicè Vasile, Sergio Sergi e Antonio Padalino. Roma, 23 giugno 2012 «Ha diritto di parlare, ma noi non abbiamo alcun obbligo di starlo a sentire», spiega Christian Bjelland, mentre i familiari dei 77 innocenti massacrati da Anders Behring Breivik lasciano l'aula. Non hanno alcuna intenzione di sentirsi dire ancora una volta che l'assassino non è pentito e che la strage «per quanto atroce, era necessaria». Per impedire l'invasione islamica della Norvegia. La sua ossessione. Nell'ultima udienza del processo, prima della sentenza prevista per il 24 di agosto, Breivik si è rivolto alla corte, chiedendo l'assoluzione e contestando la tesi dell'accusa sulla sua infermità psichica. Proprio perché non sano di mente, i procuratori Inga Bejer Engh e Svein Holden hanno chiesto che l'imputato non sia rinchiuso in carcere ma in una struttura psichiatrica. Lui vuole invece essere riconosciuto come persona normale, perché altrimenti verrebbe meno il senso dell'impresa di cui ama essere riconosciuto coraggioso esecutore: la lucida, spietata azione di guerra per «fermare l'invasione islamica». RAGIONEVOLIDUBBI Secondo i rappresentanti dell'accusa, le perizie non hanno accertato ogni ragionevole dubbio la capacità d'intendere e di volere del 33enne che il 22 luglio scorso seminò il terrore nella capitale norvegese. Prima fece scoppiare un'autobomba davanti a un palazzo del governo in pieno centro. Poi si recò sull'isola di Utoeya dove era in corso un raduno di giovani laburisti, sparando all'impazzata sulla folla. In totale 77 morti, 242 feriti. Un'esplosione di violenza come non si era mai sperimentata nella moderna Norvegia, un Paese che ha nel suo Dna sociale lo spirito di tolleranza e di convivenza pacifica. La tesi dell'infermità mentale suscita perplessità nell'opinione pubblica locale. La coppia di magistrati incaricati dell'accusa ne è consapevole, come dichiara una dei due, Bejer Engh: «Vi sono state tante polemiche sul fatto che, condannandolo all'internamento psichiatrico, egli potrebbe uscire già domani. È accaduto. Ma altri assassini condannati a permanere in un unità psichiatrica chiusa, probabilmente non ne usciranno più. La nostra richiesta è che sia costretto in una di queste unità». Proprio quello che esige la mamma di un ragazzo ucciso da Breivik: «Mi importa poco delle sue condizioni mentali. Voglio solo che nessuno di noi debba più rivederlo circolare liberamente per le strade». In aula c'è stata fino a quando ha visto l'omicida alzarsi per prendere la parola. Sapeva che neanche stavolta avrebbe avuto la decenza di chiedere perdono. E se ne è andata, mentre l'imputato ripeteva la litania del suo presunto solitario eroismo. Una strage per aprire gli occhi dei connazionali e spingerli a reagire contro «la cultura marxista e la conquista musulmana». Ha citato esempi dell'«inferno multiculturale» in cui stanno precipitando secondo lui l'Europa e il suo Paese in particolare: la partecipazione di individui originari di altre nazioni a eventi televisivi in rappresentanza della Norvegia, i dati statistici sulla maggiore prolificità dei cittadini di fede musulmana, e via inorridendo. L'INTERVISTA L'ultima udienza di Breivik: «Assolvetemi» «Un new deal per la Terra» . . . «L'Onu ha abdicato alle lobbies: invece ci vuole un grande piano di investimenti» Attivisti alla «Marcia in difesa dei beni comuni» a Rio de Janeiro FOTO ANSA GIULIANOBATTISTON g.battiston@gmail.com SusanGeorge Economista,èconsiderata unadellemaggiori studiose sulla famenelTerzo mondo.Giàvicepresidente AttacFranceemembro delBoarddiGreenpeace GABRIELBERTINETTO gbertinetto@unita.it Oggi si chiude, non senza polemiche, il vertice Onu sullo sviluppo sostenibile di Rio de Janeiro con 190 Paesi. Dopo vent'anni dal primo summit sulla Terra, che ha lasciato eredità importanti soprattutto sul clima, Rio+20 ha prodotto un testo che ha diviso la comunità. Bene per i Paesi decisori, anche se la Bolivia ha aperto un fronte contro il «colonialismo ambientale» seguita da altri Stati dell'America latina e alcuni africani, sonora bocciatura da parte delle associazioni e della società civile che in una lettera parlano di un documento «mediocre» e di un esito del vertice «segnato da gravi omissioni». Il documento presentato ai capi di Stato e ai rappresentanti di governo tre giorni fa, e ormai, a meno di sorprese dell'ultima ora, destinato a essere il testo finale, mette nero su bianco la green economy e avvia un lavoro per arrivare a inserire il conto ambientale nei Pil dei Paesi. Greenpeace, Oxfam, Wwf , Legambiente, ma anche la società civile e i popoli che hanno manifestato in questi giorni restano convinti della debolezza del vertice. Il Wwf parla di «occasione sprecata» ma sottolinea anche che «lo sviluppo sostenibile ha già messo radici e crescerà». Ieri è arrivato anche il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, che propone un nuovo meccanismo di sovvenzioni per l'energia pulita. La dichiarazione finale del vertice Rio+20 è un documento di 49 pagine e 283 articoli per lo sviluppo sostenibile. Le «Politiche di economia verde» sono definite «uno degli strumenti importanti» per lo sviluppo sostenibile; non dovranno imporre delle «regole rigide» ma «rispettare la sovranità nazionale» dei singoli Paesi senza diventare «mezzo di discriminazione» o «restrizione al commercio internazionale». Per quel che riguarda la governance mondiale per lo sviluppo sostenibile, il testo chiede un «rafforzamento del quadro istituzionale» mentre la Commissione ad hoc esistente viene sostituita da un «forum intergovernativo ad alto livello». Nel testo viene anche riaffermato il ruolo del programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente, rafforzato mediante delle risorse finanziarie «sicure» (ad oggi sono su base volontaria) e con una rappresentanza di tutti i Paesi membri dell'Onu (ad oggi sono solo 58). Obiettivi dello sviluppo sostenibile: sul modello degli obbiettivi del Millennio dell'Onu (con scadenza nel 2015) il vertice insiste nel fissare delle mete «in numero limitato, concise ed orientate all'azione». Chiude Rio+20 Per le ong una «occasione sprecata» EMIDIORUSSO esteri@unita.it MONDO sabato 23 giugno 2012 15
E venne il giorno del compromesso. Dopo le polemiche suscitate dalla volontà del comune di Milano di non concedere la cittadinanza onoraria al Dalai Lama per evitare le ritorsioni cinesi in vista dell'Expo 2015, il sindaco Giuliano Pisapia e la sua maggioranza provano ad uscire dall'angolo ospitando in consiglio comunale la massima autorità tibetana il prossimo 25 giugno. Una soluzione che permette al sindaco di “respirare” e riguadagnare qualche posizione, dopo la rovinosa retromarcia sulla cittadinanza onoraria. Ossigeno fornito dallo stesso Dalai Lama, che ha accettato di rinunciare all'onorificenza e di sostituirla con la visita all'assemblea cittadina. «Sicuramente abbiamo fatto grandi passi avanti», ha detto ieri Pisapia «e non abbiamo certo abbandonato il tema della lotta ai diritti umani. Semmai abbiamo valutato che si dà un messaggio di pace e di impegno di tutta la città dal fatto di avere la presenza del Dalai Lama in Consiglio comunale: farà un discorso che tutti potranno ascoltare e su cui tutti potranno riflettere, per un futuro di rispetto delle minoranze in tutto il mondo. La posizione della Giunta è stata lineare. Noi lo abbiamo invitato e lui verrà a Palazzo Marino. Il consiglio comunale ha la sua autonomia che io difendo e rispetto, omaggiare il Dalai Lama con la cittadinanza onoraria senza unanimità sarebbe stato un messaggio negativo». Il consiglio comunale, lo ricordiamo, aveva votato per la sospensione sine die della delibera, peraltro firmata da tutti i gruppi, sulla cittadinanza alla massima autorità tibetana. Cittadinanza che il Dalai Lama ha già ricevuto da altre città italiane, come Roma, Venezia e Torino. Comuni che però non dovevano ospitare una manifestazione ufficiale internazionale come l'Expo a stretto giro di posta e pertanto non ricattabili dalla Cina. PERICOLI Pisapia ha poi cercato di far passare per una vittoria quella che è e rimane una discreta mediazione: «Dal punto di vista dei rapporti con la Cina, l'incontro ufficiale con il Dalai Lama potrebbe essere letto comunque come un gesto di inimicizia verso Pechino, tanto quanto la naufragata cittadinanza. Il rischio c'è, spero non ci sia, ma c'è, anche se non ho elementi per dire che l'obiettivo dell'eventuale ritorsione potrebbe essere il prossimo Expo 2015, ma non accettiamo diktat da nessuno. Difenderò sempre l'autonomia del sindaco di Milano e il fatto che i rischi bisogna accettarli e assumersene la responsabilità». Gli ondeggiamenti della maggioranza cittadina però sono riusciti nell'impresa di rianimare autentici zombie, che da mesi si muovevano senza meta e senza speranza sulle strade della politica lombarda. Prima fra tutti la Lega Nord, che potendo per qualche giorno evitare di parlare dei figli di Umberto Bossi, del tesoriere e della Tanzania, ha colto la palla al balzo esponendo sui banchi dell'aula consiliare la bandiera tibetana. La Lega ha anche chiesto di poter discutere la delibera rimandata, ma la proposta è stata respinta dall'Aula. Ma il partito di Umberto Bossi non è stata il solo a poter uscire dalle catacombe, visto che sull'argomento Dalai Lama è voluto intervenire pure Roberto Formigoni, a cui non è parso vero di potersi sistemare davanti a dei microfoni senza fornire massime sull'organizzazione delle vacanze di gruppo. Il presidente della regione Lombardia ha voluto offrire una lezione di vita, spiegando che «la politica è una cosa complessa e bisogna saperla fare. Soprattutto la politica internazionale che è fatta di equilibri tra interessi legittimi che sono collocati in situazioni diverse e che bisogna rispettare. Posso portare la mia esperienza: in 17 anni alla guida della regione Lombardia ho sempre avuto ottimi rapporti sia con il Dalai Lama che con la Cina». E non solo, come ha ricordato di recente l'inchiesta Oil for food sui rapporti tra il governatore e l'Iraq di Saddam Hussein. Cartedi credito Barclaysbloccate nellezonedel sisma per evitare il rischiodi insolvibilità.È quantoha riferito,dopoche se loera sentito direda un operatoredel numero verdedella banca, il direttoredella Confesercentidi Ferrara, Alessandro Osti.Ma la Barclayshachiarito chesi è trattato di«un erroredi procedura chehadeterminato ilblocco accidentalee del tutto involontario dellacarta dialcuni clienti». Inoltre Barclays, inuna nota precisa«diaver provvedutoa bloccare leattività di recuperocrediti su tutti i clienti residentinei comuni colpiti e possessoridi carte», Due storie. La prima è di questi giorni. Il cadavere di una donna marocchina di 37 anni trovato nascosto dentro un sacco della spazzatura sotto il letto della sua camera, a Consandolo (Ferrara), nel pieno centro del paese, a 50 metri dalla chiesa. Il marito è sparito con i bambini da alcuni giorni. Il fratello della donna, preoccupato perché nessuno rispondeva al telefono, si era recato nell'abitazione trovando sotto il sacco, da cui uscivano liquidi biologici. Si è scoperto, poi, che l'uomo ha affidato i bambini ed è partito, per essere rintracciato in Francia da dove, si presume, stava cercando di partire per il Marocco. La seconda è l'epilogo tragico di un delitto compiuto quasi venti anni fa. Domenico Toschi, imbianchino 59 anni, si è tolto la vita lanciandosi dal tetto di una scuola di Lugo di Romagna, città nella quale viveva. Dopo un volo di 16 metri è rovinato su un cortile interno per morire poco prima di arrivare all'ospedale Bufalini di Cesena. Il 22 marzo del 1993 Toschi aveva ucciso la moglie. L'uomo, che non accettava l'idea di separarsi, in aperta campagna l'aveva picchita e poi finita a colpi di cacciavite, l'aveva sistemata nell' auto che poi aveva dato alle fiamme. Quindi andò a costituirsi dai carabinieri. Condannato a 14 anni e 4 mesi in appello, era uscito dal carcere qualche anno fa. Storie di violenza contro le donne, quella dell'imbianchino Domenico Toschi, ormai definitivamente chiara, si ritorta, alla fine, contro lo stesso omicida. Da chiarire l'altra, del delitto consumatosi in una csa di immigrati a Consandolo, ma i primi sospetti, ancora da verificare, si sono addensati sulla figura dell'uomo che ha allontanato i bambini prima di fuggire. Di nuovo, un possibile caso di femminicidio, ovvero di quel tipo di delitti che trova la sua spiegazione nella incapacità degli uomini di accettare l'autonomia delle donne, la loro libertà di scelta, la separazione. Per attrarre l'attenzione verso questo tipo di problemi è stata organizzata in 30 città italiane, ieri, la notte bianca contro la violenza sulle donne. Ad organizzare gli eventi Di.Re, l'associazione Donne in rete, che chiede, fra l'altro di non definanziare i centri antiviolenza, strutture spesso sacrificate dagli Enti Locali nelle ristrettezze della crisi economica. La richiesta, anzi, è di potenziare gli strumenti di prevenzione con un Osservatorio. Già 63 donne sono state uccise dal loro uomo o dall'ex nei primi cinque mesi del 2012, più della metà delle 120 vittime registrate nel 2011. E nel corso dello scorso anno, più di 13 mila donne in situazione di violenza intra o extra familiare hanno chiesto aiuto ai centri anti-violenza in tutta Italia. Per la prima volta questi centri - vere e proprie «isole» nelle città, luoghi che pochi conoscono ma che rappresentano vere ancore di salvezza per migliaia di donne da oltre 20 anni - hanno aperto le loro porte. «La notte bianca - spiega Titti Carrano, presidente di DiRe - nasce dalla volontà di ribadire un forte no alla violenza contro le donne e reagire allo spaventoso numero di donne uccise da un uomo di famiglia». Per fermare questa «guerra» i centri antiviolenza possono svolgere un ruolo fondamentale. Da qui l'importanza di «ricordare l'esistenza di questi luoghi e sottolineare la necessità sempre più pressante di difenderli: dai tagli economici che ne mettono a rischio l'esistenza». Cartedicredito bloccate inEmilia Barclayssi scusa Violenza sulle donne, manifestazioni in tutta Italia FOTO ROBERTO MONALDO/LAPRESSE . . . Il marito la uccide e scappa in Francia. Ieri in 30 città manifestazioni organizzate da «DiRe» Il Dalai Lama a Milano ma solo come oratore Giuliano Pisapia, sindaco di Milano FOTO DI GIAN MATTIA D'ALBERTO/LAPRESSE Sulla cittadinanza ancora polemiche Pisapia: rischio inimicizia Cina Grillo: lo ha fatto per i dané GIUSEPPECARUSO MILANO TERREMOTO Da Caserta a Corleone, passando per Reggio Calabria e Mesagne: giovani e pensionati si ritrovano anche quest'estate nelle terre confiscate alle mafie per lavorare insieme e confrontarsi sul concetto di legalità. «Con la forza del sole. La legalità scende in campo», è il nome scelto per l'iniziativa, presentata ieri alla Camera del Lavoro di Milano dallo Spi-Cgil, in collaborazione con l'Arci, l'Udu e la Rete degli studenti medi. Settecento ragazzi, tra studenti delle superiori e universitari, parteciperanno insieme ad oltre 120 pensionati ai nove progetti organizzati da giugno a settembre nelle campagne e nelle aziende nate sulle terre confiscate in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. A Parete, in provincia di Caserta, per esempio, generazioni di nonni e di nipoti si ritroveranno fianco a fianco in un campo allestito presso la cooperativa «Nero e non solo», creata su terre un tempo appartenute ai Casalesi. Stesse scene a Pentedattilo, Reggio Calabria, dove il consorzio «Terre del Sole» ha preso il posto della ‘Ndrangheta. Poco distante, a Riace, si terrà invece un laboratorio antimafia che vedrà impegnati i partecipanti in piccole opere di manutenzione urbana e in attività formative sul tema della legalità e dell'immigrazione. In Sicilia il luogo scelto per il campo è Corleone. Mentre in Puglia, giovani e pensionati saranno insieme a Torchiolo, vicino a Mesagne, la cittadina brindisina di Melissa Bassi, la 17enne vittima dell'attentato del 19 maggio alla scuola “Francesca Morvillo Falcone” di Brindisi. Sempre nella provincia pugliese, ad Ostuni gli studenti della “Rete della conoscenza” hanno organizzato un campeggio che ospiterà diverse iniziative sulla legalità. Ne parlava ieri a Milano Martina Carpani, studentessa 17enne e coordinatrice provinciale dell'Unione degli studenti. Martina è intervenuta ieri alla presentazione dello Spi-Cgil. Un incontro aperto dal saluto del sindaco Giuliano Pisapia e concluso con una tavola rotonda alla quale hanno preso parte, tra gli altri, il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia e Placido Rizzotto, nipote omonimo del sindacalista sequestrato e ucciso dalla mafia nel 1948 (e di cui il 24 maggio sono stati celebrati i funerali di Stato). «Il nostro obiettivo è evitare che si spengano i riflettori sulla criminalità organizzata e che questa venga ricordata solo in occasione di alcuni anniversari», dice Carla Cantone, segretaria generale dello Spi-Cgil. Per questo, la sindacalista ha annunciato l'intenzione di celebrare la prossima festa della sua organizzazione in Sicilia, «per ricordare tutte le vittime della mafia, quelle eccellenti insieme ai tanti lavoratori morti per difendere il proprio lavoro e le proprie terre». È lì, «nella strage di Portella della Ginestra», dice Placido Rizzotto, che va individuata «l'origine di tutte le altre stragi di stampo mafioso». Un tema al quale non si è sottratto il procuratore antimafia Antonio Ingroia, particolarmente al centro dell'attenzione, in questi giorni, per via degli sviluppi presi dall'inchiesta della Dda palermitana sulla presunta trattativa tra lo Stato e la mafia all'epoca delle stragi del ‘92 e del 1993. «Noi non vogliamo scrivere la Storia», dice Ingroia in risposta ai commenti apparsi sui quotidiani di questi giorni. «Noi perseguiamo responsabilità penali». Nonni e nipoti nelle terre liberate dalla mafia G.VES. MILANO Un altro omicidio. Notte bianca contro la strage delle donne VIRGINIALORI ROMA sabato 23 giugno 2012 13
ILCOMMENTO MICHELECILIBERTO Silvio Berlusconi sorride: «Se mi chiedessero di tornare in politica? Sto maturando delle soluzioni, ma direi: sì, se mi date il 51%». Annagrazia Calabria, coordinatrice della Giovane Italia, incassa subito il dividendo: «Presidente, la tua lista civica all'interno del Pdl siamo noi». Il Cavaliere è seduto accanto a lei sul palco di Fiuggi, eternizzato, con Mike Bongiorno, dal video amarcord di Gasparotti. Ha scompaginato i giochi per l'ennesima volta: «Monti è una parentesi della democrazia. Non è una situazione di libertà. Il leader dei moderati sarò io finché gli italiani vorranno. Lavoro perché dopo la fase transitoria un centrodestra più ampio e in parte rinnovato torni a guidare il Paese». Nel giorno del «quadrilaterale» che scolpisce impegno comune per la crescita e sintonia verso un'Europa più politica, l'ex premier nonché sempiterno faro dei moderati torna in campo. Addio primarie, bye bye Angelino, il futuro c'estmoi. E apre la campagna elettorale sui toni euroscettici (che lo dividono appunto da Alfano): «La Bce deve diventare una banca di ultima istanza e battere moneta. La Germania si oppone per convenienza, ma allora esca lei dal sistema e torni al marco. Se non vuole, gli altri Stati dovrebbero unirsi per imporle di uscire dall'euro. Non è scritto sulle nuvole: i tecnici tedeschi la studiano». In alternativa: «Ho lanciato provocatoriamente e tatticamente un'altra idea: se non lo fa Merkel, usciamo noi. Non è così peregrina». Attacca Monti e Napolitano: «La colpa dello spread non era nostra, dopo sono arrivati i nominati dal Colle e la situazione non è cambiata». Si duole: «Chiedo scusa agli italiani, mi ero illuso di poter fare la rivoluzione liberale». Ci riproverà. Davanti alla «generazione '94», quelli nati nell'anno della sua discesa in campo, snocciola i capisaldi della «rifondazione azzurra». Necessario modificare l'architettura costituzionale: «Stiamo lottando per il presidenzialismo, gli ex An confluiti in Fli hanno giurato che voteranno con noi». Nonostante Fini «per molti sia il riferimento dell'Anm in politica», e Silvio si batta contro l'approvazione del ddl anti-corruzione che «ci metterebbe nelle mani dei pm», come il carcere preventivo e le intercettazioni. Poi c'è la necessità di una nuova legge elettorale: «Stiamo trattando con la sinistra, con il Pd, per il sistema proporzionale alla tedesca. I partiti andranno da soli, chi vince governa, senza vincolo di coalizione. Con questo frazionamento credo sia meglio votare con la nuova legge. E con un programma chiaro, noi possiamo ancora vincere». Anche se, appare chiaro, se resta lo status quo c'è un piano B. Dopo averli lasciati correre a lungo, Berlusconi mette freno ai rumors di “spezzatino” del Pdl. Ma di fatto conferma che, se si voterà con il Porcellum, è pronta una coalizione di 15 liste: «In tanti mi hanno proposto liste con cui apparentarci. Ma con lo sparpagliamento di forze, che credo sia anche a sinistra, diventa difficile governare». L'afflato unitario è condizionato però al ricambio generazionale: «Il partito deve innovarsi, aprire ai giovani (memorabile la sfilza di Bonaiuti, Tajani, Zappalà gelati da «bisognerà sostituire questi vecchietti», ndr), allargarsi a forze nuove». Non è molto lontano dalla «ghigliottina» che teme la nomenklatura. Poi bisogna cambiare nome: «Italia e Libertà», o qualcosa con questi due «pilastri della nostra filosofia». Il 50% delle liste sarà al femminile. Quanto al “piano Renzi”, la cui diffusione pubblica Sgarbi ha attribuito a Dini (che smentisce indignato), il Cavaliere minimizza: «Sgarbi mi ha presentato un progetto, mi sono informato come ho fatto per i pensionati, gli ambientalisti e le donne forti e la Lega buona che sta sorgendo. Ci sono 15 protagonisti ora nel centrodestra. Ho cercato di dissuaderli, non ho sposato le loro proposte. Ci serve unitarietà». Per Alfano, che oggi sarà a Fiuggi, due parole alla fine: «È un bravo ragazzo che entusiasma tutti». Oltre a loro due, alla prima assemblea dei giovani eletti Pdl sono stati invitati solo Schifani, Tajani e Cicchitto. Big ex An non pervenuti: nel week end sono a Chianciano da Matteoli. Calabria può essere soddisfatta: a Orvieto il fondatore neppure telefonò. Carlo De Romanis, consigliere regionale del Lazio, precisa: «Non vogliamo che il Pdl sia formattato ma rinnovato. Basta critiche, ora idee». Il leader del Partito democratico, Pier Luigi Bersani, nel corso di un incontro pubblico FOTO ANSA SEGUEDALLA PRIMA Sia sul piano interno che su quello internazionale. Il travagliato risultato del vertice odierno di Monti con Hollande, Merkel e Rajoy è una conferma di questo con gli effetti che si possono immaginare sulla condizione generale dell'Italia e dell'Europa e, in primo luogo, sugli strati più' deboli che stanno pagando già da tempo il costo più alto della crisi. È una situazione difficile e delicata che richiederebbe da parte di tutti forze politiche,sociali, intellettuali un massimo di attenzione e di responsabilità per evitare con tutte le forze di cadere nel burrone che da tempo è spalancato di fronte a tutti noi. Richiederebbe, insomma, che questo Paese si sentisse una comunità, una nazione. Unita, nel momento del pericolo, da vincoli di solidarietà, da un comune sentire capace, almeno in un momento come questo, di superare tradizionali corporativismi e particolarismi e una congenita, strutturale - verrebbe da dire - vocazione al trasformismo. Richiederebbe infine uno scatto da parte delle classi dirigenti che dovrebbero assumersi la comune responsabilità della situazione di guidare il Paese in una transizione da cui dovrebbe scaturire, con le prossime elezioni, un governo politico legittimato dal consenso elettorale. Del resto, tale è stato e resta il compito affidato dal Parlamento al governo tecnico guidato da Mario Monti. In effetti, questo è ciò che dovrebbero fare classi dirigenti consapevoli della situazione e degli interessi generali del Paese. Ma in Italia classi dirigenti di questo tipo, con poche eccezioni, oggi non esistono. Sono state bruciate, letteralmente, da venti anni di berlusconismo e dalla fine dello «spirito pubblico» che esso ha comportato ad ogni livello della società italiana. Né si tratta di una stagione finita, come dimostrano le iniziative di Berlusconi di queste ore: nel momento più difficile si è messo a ciarlare sull'uscita dall'euro per ridare vita, come fosse uno zombie, alla lira con tutte le conseguenze che anche in questo caso si possono immaginare. E ieri si è addirittura presentato come la «guida dei moderati» lanciando pericolosi avvertimenti a Monti e mettendo in forse la stabilità del governo nel momento più delicato per l'Italia e per l'Europa. Un comportamento del tutto irresponsabile, com'è ormai nel suo stile. Se si pensa che a dichiarazioni di questo genere si aggiunge un attacco tanto forsennato quanto ambiguo e oscuro al Presidente della Repubblica - il quale in questo periodo drammatico ha svolto un decisivo ruolo di garanzia nel quale si è riconosciuto larghissima parte degli Italiani - si ha veramente il senso completo del livello di degrado cui è arrivata in questi giorni la situazione. Occorre perciò essere chiari: è stato giusto, e resta giusto, sostenere il governo Monti, ma a condizione che esso porti a compimento la transizione; è stato lungimirante respingere le ipotesi di elezioni anticipate, che oggi invece Berlusconi rilancia, rinunciando anche a legittime ambizioni personali e di partito, mettendo al primo posto l'interesse dell'Italia. Ma occorre capire a che punto di degenerazione è arrivata ormai la situazione. Soprattutto è necessario richiamare ciascuno alle proprie responsabilità di fronte alla nazione. Se Berlusconi e le forze oscure che attaccano in questi giorni il Presidente della Repubblica hanno scelto di portare il Paese allo sfascio, le forze democratiche devono sapere reagire, mettendo in campo tutte le loro energie. Preparandosi anche all'eventualità (non auspicabile, ma ormai da non escludere visto l'atteggiamento della destra) di elezioni anticipate chiarendo con massima precisione agli Italiani quali siano le forze irresponsabili che conducono a un esito così duro e traumatico. Quello che non è' possibile fare è stare a guardare lo scarto, ogni giorno più acuto, fra governanti e governati con lo sviluppo impetuoso di un neo-giacobinismo populista, il radicalizzarsi della crisi sociale con esperienze tragiche come quella degli esodati, l'attacco sfrontato e irresponsabile al «vincolo» essenziale della unità e della coscienza nazionale. A volte, come dice il proverbio, la toppa può diventare peggiore del buco. . . . Su Renzi: «Sgarbi mi ha presentato un progetto e io mi sono informato come faccio con tutti» ... Sulla legge elettorale: «Stiamo trattando su un sistema proporzionale» Il Cavaliere alla carica: «Monti? È una parentesi» Bisogna fermare chi punta sul voto anticipato . . . Il Cavaliere punta a destabilizzare il Paese Il centrosinistra deve essere ponto a ogni esito CDARAI L'Idvvuole icurricula inRete, ilPdl4poltrone Martedìa PalazzoSan Macuto, sede dellacommissione diVigilanza, si aprono i seggiper l'elezione deisette consiglieridi amministrazioneRai. Molte incognitesul risultato del voto (senon verrà rinviatoancora): la Lega voteràschedabianca,quindi potrebbe aprire la strada al Pdlperchéconquisti quattroconsiglieri (Verro,Pilati, forse piùRubensEspositoche Paglia).Ma i rapportinel futuro Cdadipendono anchedacosa farà l'Italiadei Valori, con ilPdche voteràGherardo Colombo e BenedettaTobagi, indicate dalle associazioni.Ancora in forse ilvoto dell'Idv,ma si sta rafforzandounfronte perun«terzonome» chesi contrappongaala muroberlusconiano. Unnomescelto tra i circa 300curricula. Del resto non mancano, daRenato Parascandolosostenutodai grandi registi italiani, a SergioSilva spinto dalle associazionidei cinematografici, da DanielaBrancatia Lorella Zanardo. Nell'attesa il clima si èappena rasserenato,ma continua il carteggio traDi PietroeZavoli: il leader Idvvuole chevenganomessi inRete i curricula, Merlodel Pdchiedeanchedelle audizioni, e il presidente dellaVigilanza checortesemente ribatte: non è previstodalla legge epotrebbefa correre il rischio di «unasorta di “esproprio”»dei compitiparlamentari edella violanzionedella privacydi chi si ècandidato. Il leader Idvrespinge le obiezionidiZavoli e attacca ilPd. InRai si attende con uncertotimore l'arrivodi AnnaMariaTarantola.E il direttoregeneraledesignato da Monti, LuigiGubitosi, sembra inveceche temi laRai. N.L. L'attacco all'esecutivo «Lo spread non era colpa nostra, infatti dopo che sono arrivati i nominati del Colle la situazione non è cambiata» La conferma «Il leader dei moderati sono io» FEDERICAFANTOZZI INVIATA AFIUGGI sabato 23 giugno 2012 5
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