Il calendario degli appuntamenti Ecco i film antimafia «LiberocinemainLiberaterra» girod'Italia inventiduetappe Selezionati fragli altri «L'era legale» diEnricoCaria, «Marechiuso» diAndreaSegre, «Survivingprogress» prodottodaScorsese Ilviaggiosarà raccontato inundocumentario GABRIELLAGALLOZZI ggallozzi@unita.it IL CINEMA PER COMBATTERE LE MAFIE, LA VIOLENZA E LA SOPRAFFAZIONE. RETORICA? UTOPIA? SLOGAN AD EFFETTO? E, INVECE, NIENTE È PIÙ CONCRETO DEL LAVOROCHEINQUESTADIREZIONECOMPIEDASETTEANNICINEMOVELINSIEMEALIBERA,DIDONCIOTTI:portare durante l'estate il cinema nelle terre dei mafiosi restituite alla legalità. In un «titolo», Liberocinema in libera terra, il festival itinerante che ha la presidenza onoraria di Ettore Scola e che quest'anno parte da Parigi. Per poi ritornare in Italia dal 2 al 24 luglio per attraversare 11 regioni in 22 tappe con un «pacchetto» di 8 film, selezionati da Fabrizio Grosoli (da L'era legale di Enrico Caria a Marechiuso di Andrea Segre, passando dal canadese Surviving progress, prodotto da Scorsese). «Abbiamo scelto Parigi», spiega Elisabetta Antognoni, fondatrice di Cinemovel insieme a Nello Ferrieri, «per portare in Europa la nostra carovana e sottolineare che il tema della legalità e delle infiltrazioni mafiose è un problema che investe tutta l'Europa». Dopo l'Africa, insomma, dove Cinemovel ha mosso i suoi primi passi - Mozambico, Marocco, Etiopia - il progetto continua a crescere, tale da prevedere un'edizione europea per il prossimo anno. Oggi, intanto, a Parigi la carovana partirà con una tavola rotonda su «Cinema e impegno sociale»: ne parleranno Ettore Scola, il regista, «cantore» della classe operaia francese, Robert Guédiguian e Pasquale Scimeca. Per l'occasione saranno proiettati Unagiornataparticolare di Scola e il suo corto, inedito, ‘43/'97 - potete vederlo sul nostro sito www.unita.it - in cui il regista, in pochi folgoranti minuti, celebra, diciamo così, il potere del cinema di «salvare» dai razzismi e dalle sopraffazioni. Che poi, spiega ancora Elisabetta Antognoni «è la sintesi, l'anima di Cinemovel: la visione collettiva e il messaggio di integrazione contro ogni forma di violenza e di emarginazione». Un percorso culturale, dunque. Nel quale ad essere coinvolti sono soprattutto i giovani. I tanti, tantissimi che lavorano nelle cooperative di Libera, nate sui terreni confiscati alla mafia. ETICAEDESTETICA «La cultura dà la sveglia alle coscienze - dice don Ciotti - garantisce la libertà delle persone. È la cultura a darci il livello della democrazia di un Paese». In questo senso prosegue il fondatore di Libera «il nostro è un impegno culturale poiché il bene e il bello, l'etica e l'estetica si saldano nell'arte. L'etica è la ricerca dell'autenticamente umano, della responsabilità anzi della corresponsabilità degli uni verso gli altri. Prendersi cura delle persone, ma anche del rispetto di quello che ci circonda, dell'ambiente. Ecco dunque le cooperative che nascono sui beni confiscati alla mafia scegliere il biologico», una scelta etica ed estetica. Che naturalmente si affianca al progetto di Cinemovel, del festival itinerante. «Di questa carovana - conclude don Ciotti - che porta il cambiamento, attraverso il camminare insieme, usando i nostri piedi». Dopo Parigi, la carovana passerà in Italia. E simbolicamente proprio in Lombardia, «confermando l'impegno contro le mafie anche nel Nord Italia - prosegue Elisabetta Antognoni - attraverso l'aggiunta di nuove tappe significative, tra cui Milano e Genova». Come ogni carovana che si rispetti, anche questa di Cinemovel, si porta dietro ogni edizione nuovi partecipanti, associazioni e progetti. Quest'anno, per esempio, ci sarà un «diario di bordo» - lo troverete sul nostro sito - realizzato dalla Onlus Informatici senza frontiere, che racconterà quotidianamente la vita della carovana e le sue tappe. Il viaggio sarà documentato dal regista Salvatore Fronio (quello del provocatorio Votate Provenzano). Chi volesse salire a bordo della carovana, contribuendo - anche con 10 euro può farlo su www.produzionidalbasso.com. LARASSEGNA SOCIETÀ Emigrazione,malavita esocialenegliottotitoli dellacarovana Sonootto i film del festival «Libero cinema in libera terra».Molti italiani, tra documentarie fictione ,un paio «stranieri» in anteprimaper l'Italiae prossimamente in streamingsul sito Mymovies.Peresempio,«Surviving progress» deicanadesiMathieu Roye HaroldCrooks che raccontadall'uomodi Neanderthalai Maya la storiadei crolli che hannocausato la distruzione di intere civiltà.O«The Substance» la storia dell'Lsdraccontata dallo svizzeroMartin Witz. Dimafia esplicitamenteparlano, poi,«Uomini soli»di AttilioBolzonie PaoloSantolini; «L'era legale»di EnricoCariae «La-bas» diGuido Lombardiche introduce anche il tema dell'immigrazione.Argomento ripresopure dai duetitolidi Andrea Segre,«Mare chiuso»e «Io sonoLì». Di emigrazione di italiani all'estero, invece,parla conmolta ironia «Italy:Love it,or leave it» diHofer-Ragazzi. ... Chivolessecontribuire anchecondiecieuro puòfarlosu ww.produzionidalbasso.com. U: 20 domenica 24 giugno 2012
Alle 15:30 l'asfalto di piazza della Repubblica brucia, ma è già pieno di carri e soprattutto di gente, tanta, 150mila persone secondo gli organizzatori del Roma Pride 2012. Sono quelli che vogliono tutto e lo vogliono adesso. Proprio nei giorni in cui l'America apre ai matrimoni gay e in cui il primo partito italiano, per bocca del suo segretario, Pierluigi Bersani pone il riconoscimento delle coppie di fatto e la legge contro l'omofobia tra le sue priorità. Ma anche nei giorni in cui Roma ha mostrato il suo lato più violento contro la comunità Gay. E' di appena una settimana fa l'aggressione di Guido Allegrezza, noto attivista per i diritti degli omosessuali, l'ultima delle quattro avvenute a Roma e provincia in soli 10 giorni. I manifesti affissi dal movimento Militia Christi sul percorso della street parade (con tanto di citazione del beato Wojtyla), sono archiviati come un tentativo, non riuscito, di delegittimare la manifestazione. La rivendicazione della comunità Lgbt di Roma non si ferma e dimostra una volta di più di essere viva e capace di lottare per i suoi diritti. Il corteo parte con mezz'ora di ritardo. La voce di Freddy Mercury riempie la piazza sulle note di I Want It All, per l'appunto, voglio tutto. Alla testa, dietro lo striscione del circolo Mario Mieli, c'è Paola Concia deputato del Partito Democratico. A l'Unità assicura che «se ci sarà il centrosinistra al governo la legge si farà e si farà presto senza alcun dubbio perché se c'è la volontà una legge si fa in un giorno». Se poi gli si chiede conto di alcuni mal di pancia interni al suo partito risponde caustica: «Prendessero il Buscopan». Vicino a lei Vladimir Luxuria che le fa eco chiedendo «pari dignità per tutti, senza più accettare alcun compromesso». La musica riempie via Cavour mentre sfilano i carri del Roma Pride 2012. In testa quello della Rainbow line del circolo Mario Mieli, «il Jurassic Park», chiamato cosi in riferimento «alla preistoria in cui, secondo il circolo, si trova il nostro Paese sul fronte dei diritti per gli Lgbt». «Vogliamo tutto - spiega Andrea Berardicurti di Rainbow line gli stessi diritti delle coppie etero. Non ci accontentiamo di Pacs e unioni civili, puntiamo dritti al matrimonio e i partiti devono saperlo: sevogliono i voti della comunità devono accogliere le nostre richieste senza se e senza ma». C'è il carro del Gay village con tanto di security (seppur discreta e praticamente inutile). Quello del Mucca Assassina, storica serata gay romana ospitata dal Qube, domina la scena. Non solo la comunità gay però c'è anche l'Italia dei Valori e la Cgil, Radio Onda Rossa, il movimento 10x100 Genova e tanti altri. Tutto procede secondo copione. Fa caldo ma non abbastanza per rinunciare alle parrucche, sono ovunque. Roma si colora e al Gay Pride c'è tutto e il suo contrario, ma niente sembra in contrasto. Qualcuno è vestito da angelo, qualcuno da diavolo, ci sono conigliette, sposi, finti preti e cattolici veri (e omosessuali). Dominatrici vestite di latex, ragazze in body painting e vestiti che sembrano usciti fuori dal carnevale di Rio. Ma anche coppie etero, carrozzine, vecchi e bambini. Due persone anziane si tengono per mano e mostrano un cartello: «Orlando e Bruno, 47 anni d'amore senza diritti». Fabrizio Paoletti della Rete dei genitori Rainbow racconta le sua situazione: «Siamo genitori con figli nati in una relazione eterosessuale che poi si scoprono omosessuali. Da questo momento in poi non abbiamo più diritti, non possiamo amare in libertà e neanche adottare bambini», più avanti c'è anche l'associazione di genitori di omosessuali. Tra i carri spuntano le bandiere di Sinistra e Libertà. «La politica e le istituzioni sono chiamate a dare un segnale concreto. Non c'è più tempo da perdere – dice Luigi Nieri, capogruppo di Sel in consigli regionale del Lazio Non possiamo tollerare ulteriori aggressioni o discriminazioni. La battaglia per il riconoscimento dei diritti per tutti è una battaglia di civiltà». Alle 19 circa il corteo giunge a destinazione a piazza Bocca della Verità, tutto fila liscio, la polizia c'è ma non si vede. «Vogliamo tutto» continuano a gridare i manifestanti, mentre lanciano cori contro i politici che in questi giorni hanno mostrato insofferenza verso le loro rivendicazioni: Bossi, Rutelli, Bondi e Giovanardi i bersagli preferiti. La musica continua incessante e la gente balla. Non c'è disagio sociale e neanche la sensazione di un pericolo. Quello che qualcuno ha definito una minaccia al fondamento della società civile si risolve in un rave party a cielo aperto. Roma si scopre capace anche di questo e prova per un giorno a dimenticare la violenza. Dianora e Matteo Tonelli ricordano con affetto e rimpianto ADOLFO FACCHINI un abbraccio a Nora e Franca Sono tre le vittime dell'incidente avvenuto ieri mattina sull'Autosole a Viarolo (Parma): Fiorentina Zoto, 27 anni, di origine albanese, Giacomo Carrera, 72 anni, e Concetta Aleo, 71, di Caltagirone. L'Autosole è stata bloccata. 16 i chilometri di coda. La crisi si fa sentire anche in vacanza. Quest'anno a casa rimarranno più della metà degli italiani; e per chi in ogni caso deciderà di partire l'Italia rimane, almeno nell'80% dei casi, la meta preferita, contro un 15% che invece deciderà di trascorrerle oltre confine. Sul fronte delle prenotazioni si impone ancora una volta il web, usato dal 21% dei vacanzieri, in particolare dai più giovani: questi gli elementi principali evidenziati dalla radiografia sull'estate degli italiani realizzata da Amadeus Italia, società specializzata nella distribuzione e nella fornitura di tecnologie avanzate per i viaggi e il turismo, in collaborazione con Federalberghi, l'organizzazione nazionale degli albergatori italiani. Le previsioni stimano che gli italiani in vacanza saranno circa 27,8 milioni, pari al 46,1% della popolazione, che trascorreranno uno o più periodi di vacanza con almeno un pernottamento fuori casa. Ma quest'estate la maggioranza degli italiani (il 70%) non cambierà abitudini, lasciando invariato rispetto allo scorso anno il numero di vacanze-viaggi anche di breve durata; il 19% afferma che ne farà meno e l'8% che ne farà qualcuna in più. Il 79% dei nostri connazionali ha scelto o sceglierà l'Italia come meta della sua vacanza principale e solo il 15% andrà all'estero; il 6% non ha invece ancora deciso la destinazione. Rispetto all'anno scorso si registra un incremento delle località italiane a discapito di quelle straniere. In molti hanno infatti dichiarato che nel 2011 la loro vacanza principale è stata trascorsa nel 67% dei casi in Italia e nel 19% all'estero; solo il 14% afferma di non essersi messo in viaggio. Intanto da oggi la Goletta Verde di Legambiente solcherà i mari italiani per monitorare spiagge e coste. L'associazione ambientalista ha già dato le sue prime bandiere nere ai nuovi pirati del mare. Le prime due sono finite al ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera e al gruppo Costa crociere. La campagna di Legambiente, dalla Liguria al Friuli Venezia Giulia (il viaggio si concluderà il 14 agosto a Trieste), in quasi due mesi di navigazione terrà alta la guardia sui pericoli ambientali che corre l'ecosistema marino. Gli altri eco-pirati, cioè coloro che a detta di Legambiente portano avanti un modello insostenibile per il mare, sono Francesco Bellavista Caltagirone, Grimaldi Lines, Raffaele Lombardo. Nello specifico la bandiera nera al ministro Passera va per il decreto Sviluppo che ha riattivato «le procedure per la ricerca e l'estrazione di petrolio dai fondali marini e per il decreto Rotte, una legge che non è riuscita a vietare i passaggi ravvicinati delle navi da crociera davanti a luoghi delicati» come per esempio l'isola di Capri, di Pantelleria, di San Pietro o delle Eolie. A Costa Crociere per la vicenda del naufragio all'isola del Giglio. Corteo a Roma La comunità sfila dietro allo slogan «vogliamo tutto» La deputata Pd Concia: «In Italia siamo indietro, sarà battaglia anche nel mio partito» Manifesti di Militia Christi con Wojtyla MILANO La crisi taglia le ferie Metà degli italiani resteranno a casa La meta preferita resta sempre l'Italia Bandiere nere di Legambiente a Costa e al ministro Passera PINOSTOPPON ROMA Un momento del Gay pride ieri a Roma FOTO DI MASSIMO PERCOSSI/ANSA «Diritti e matrimonio» In 150mila al Gay pride MATTEOMARCELLI ROMA Cinematografia omosessuale alFestivalMix Oltre 100 titoli tra documentari, cortometraggie lungometraggi; tre giurie tecniche (Migliore Documentario,Migliore Cortometraggio,Migliore Lungometraggio) formateda esperti e critici; settegiorni peresplorare il megliodella cinematografia indipendentegay lesbicae queer, con anteprimee appuntamentidi letteratura, teatroe musica.È tornato alTeatro Strehler, finoal 28giugno, il FestivalMix Milano,giuntoormai alla sua26esima edizione;adaprire il ciclo, èstato «NorthSea Texas» l'operache segna ildebutto al lungometraggio del registabelga BavoDefurne, mai uscitanellesale italiane. Auto giù dal cavalcavia, tre morti. Code di 16 km . . . «Non ci accontentiamo di Pacs e unioni civili, puntiamo dritti ad altro e e i partiti devono saperlo» domenica 24 giugno 2012 15
Non si è ancora candidato alle primarie del centro sinistra, ma dopo la giornata di ieri la sensazione che sia partita la sua campagna elettorale c'è tutta. Quando Matteo Renzi ha preso la parola alla convention dei sindaci, convocati ieri nel capoluogo toscano dal sindaco di Firenze, erano in molti ad aspettarsi il colpo di teatro con l'annuncio a sorpresa della sua scesa in campo, non lo ha fatto ma il suo discorso, durato più di cinquanta minuti, fra un video di Mary Poppins e Fabio Volo e aperto con un foto del saltatore statunitense "Dick" Fosbury l'inventore del salto dorsale, ha il sapore della chiamata alle armi dei suoi sostenitori. Molto abile nella dialettica e nell'uso delle immagini, il rottamatore, per paragonare il Pd attuale con quello che vorrebbe, fa la metafora della fotografia mettendo a confronto due diverse Polaroid (una anni ottanta e l'altra digitale): «Le facce delle foto sono le stesse, ma tutto è diverso - dice Renzi dal palco del Big Bang dei sindaci -. Voglio arrivare a dire che anche una politica può essere così. Tentare di rappresentare la realtà con due strumenti diversi: uno vecchio stile, che non butto via, ma che fa la foto peggio di quello nuovo. Noi vogliamo cambiare macchina fotografica. Dobbiamo essere in grado di dare una foto digitale dell'Italia, senza più nostalgia del passato». È l'affondo al Pd di Bersani, a quel partito sul quale Renzi vuole mettere le mani e che non esita a definire novecentesco. Lascia da parte lo stile obamino, non mostra i muscoli come ha fatto altre volte e non attacca frontalmente il segretario nazionale dei democratici, ora è il momento della «libertà, gentilezza e onore» dice Renzi «abbiamo bisogno di provare a metterci in gioco» con queste tre parole chiave di Aung San Suu Kyi e sottolinea che la vocazione del Pd sia quella si intercettare i delusi, quelli che «non vanno più a votare, che si sono stufati di false promesse». E tra questi «quelli che votano Grillo sono una minoranza», quindi per il Pd ci sono «praterie». E anche per Renzi stesso «io credo che noi siamo maggioranza nel Pd, se non lo saremo, prenderemo atto». «Le due anime del Pd non dovrebbero scontrarsi, ma se riescono, fondersi. C'è questa necessità e credo anche che il Partito democratico se lo aspetti» dice l'europarlamentare Debora Serracchiani a Firenze come osservatore. Ma il sindaco è convinto di poter tagliare per primo il traguardo delle primarie «non so come andrà a finire. So invece come andrà a iniziare: con tante persone che indipendentemente da minacce e minaccine, mezze frasi, sono convinte che si tratti di una partita da giocare». È convinto di avere conquistato non la maggioranza del «gruppo burocratico di funzionari e dirigenti», che «c'è nel partito», ma la maggioranza del «mondo dei militanti di centrosinistra». LASFIDA ÈPARTITA Così lanciata da fargli dire senza tanti giri di parole che «vanno cambiate idee, forme e facce» e con un tempismo teatrale e sorriso sulle labbra, nel suo intervento, lancia la stoccata con un frammento del gruppo musicale i Righeira degli anni '80 che recitava un brano dal titolo: L'estate sta finendo. «C'è gente che sta in Parlamento dai Righeira. Cari D'Alema, Veltroni, Bindi, Franco Marini...in tutti questi anni avete fatto molto per il paese, avete fatto molto per l'Italia...ma adessso anche basta, si può servire l'Italia senza stare necessariamente attaccati ad una poltrona». Quanto invece alle critiche che da qualche tempo gli rivolgono circa i corteggiamenti da parte del centrodestra, non manca di dire: «Ogni tanto sento qualcuno che mi dice: ma tu piaci a quelli di centrodestra? Ebbene, pescare tra quelli di là è l'unica condizione per non riperdere le elezioni, piacere all'altra parte politica non è mica un delitto!». Ma per il parlamentare Pd Giorgio Merlo il rottamatore sta lavorando per far saltare il Pd. Mentre il sindaco ironizza sul dossier Rosa Tricolore, che lo vorrebbe premier con il Cavaliere al Quirinale, «come fa - si chiede Renzi l'elettorato di Berlusconi, che era quello della rivoluzione liberale, a non essere deluso dopo questi anni e tutto quello che ha dovuto vedere? Ma purtroppo per alcuni chi cerca di fare questo, di guardare a questo elettorato deluso, diventa automaticamente identico a essere amici di Dell'Utri, Moggi, Capitan Uncino e tutti gli altri». Insomma per Renzi non c'è niente di strano essere del Pd e trovare simpatie anche nel Pdl. «Non è un delitto, come dice Renzi, piacere agli elettori del centrodestra e, aggiungo io, piacere abbastanza al loro leader, Silvio Berlusconi. Ma sarebbe un delitto pensare di conquistare la guida del Pd con gli elettori del centrodestra» chiosa su Facebook il presidente toscano, Enrico Rossi. Insomma, in attesa delle regole, Renzi è già in campagna elettorale. Con Pep Guardiola in panchina? «Ve lo porterò di persona» promette il sindaco. Due scatti, due macchine diverse,le stesse facce, due fotografie chesembrano uguali ma non lo sono perché fra le due c'è una distanza misurata dal tempo: il vecchio, il nuovo. È tutto qui. Anzi: è soprattutto questo. Attribuire valore a questa distanza, deciderla “a tavolino” e ripetere con sicurezza cosa sia meglio e cosa peggio. Rendere questo stacco visibile e materiale nei due strumenti di epoche lontane, che il progresso ha dilatato ben oltre l'anagrafe. E siamo al secondo cardine della retorica di Matteo Renzi, questo poggiato su basi filosofiche, positiviste: il progresso. Tempo e progresso. Questo resta del suo messaggio, del suo Bigbang, titolo che invece è già più brutale, un tempo che parte e comincia dal nulla, quando invece il sindaco insiste spesso sul mondo che è intorno, dentro la Leopolda e anche fuori, quel partito che le ultime elezioni consegnano come credibile, il più grande patrimonio di elettori che c'è oggi in Italia. Un partito, un mondo che Renzi vorrebbe conquistare e del quale si sente già riferimento per la maggioranza (anche se in questo passaggio si “allarga” «al centrosinistra»). È in campo, Renzi. Sarà lui lo sfidante di Bersani, non l'unico. Dice che verrà candidato un «noi», ma quel noi è lui ed è giusto che sia così, la sua competizione è lanciata da un pezzo e il suo volto e il suo linguaggio hanno ormai impresso gli argomenti di questa sfida. L'annuncio ancora manca, strategicamente differito a quando saranno chiare le regole del gioco, e sono giorni buoni per guardarsi intorno, contarsi, valutare le perdite (i nomi “pesanti” dei governi locali), calibrare. Matematicamente, Renzi ha possibilità se trova voti “fuori” dal partito ma non può ridursi a concorrente esterno e non può spingersi troppo lontano: il suo punto debole è proprio la bonarietà con cui lo giudica Berlusconi, e l'attrazione che esercita verso gli elettori di centro destra. Ha dovuto “salutare” queste simpatie, nel discorso di ieri, «piacere agli altri non è un delitto», ma le lusinghe finiscono qui perché vivacchiare su quel confine consuma qualsiasi credito da questa parte. E anche gli argomenti e le forzature con cui si era smarcato all'inizio della corsa sono stati abbandonati: non è più il puntuto argine verso la Cgil (diceva: «quello che fa il sindacato non è automaticamente legge per un partito»). Non mostra più indulgenze verso Marchionne. Non fatica più per imporre un ruolo inesistente e perdente, il «liberista di sinistra». Meno Zingales, magari più Hollande, ma quello è il “campo” di Bersani. Sa che deve rimontare sui temi sociali e questo è l'assillo di Renzi, che può cercare aria fuori dal Pd ma non può “perdersi” il partito, militanti o burocrati che siano. E allora ripete la sua esperienza di sindaco, anzi di «primo cittadino», accanto alle persone e ai loro problemi. E questa “carnale” critica al governo Monti funziona, ed è la migliore carta del suo mazzo, la miglior fotografia da incollare al documento. La volée con cui Pier Luigi Bersaniha ributtato la palla dal campo delPd al campo più largo e ancora indefinito del centrosinistra, annunciando primarie aperte per la scelta del candidato a Palazzo Chigi, non ha spiazzato soltanto i potenziali alleati di Sel e Idv. Le parole pronunciate ieri da Matteo Renzi, ma anche il dibattito che si è svolto venerdì a Roma sulle «forme della politica organizzata» tra il segretario del Pd, gli intellettuali chiamati a raccolta dal Crs e i giovani dirigenti democratici dell'area «Rifare l'Italia», dimostrano che dalla coalizione che ancora non c'è la palla è rimbalzata a grande velocità dentro l'unico partito rimasto, cioè il Pd. In campo ci sono diverse idee di rinnovamento. In alcuni casi, molto diverse. Bersani ha fatto le sue scelte: da un lato ha tenuto fermo il partito sulla linea del sostegno al governo Monti in nome della responsabilità nazionale, dall'altro, sul terreno del rinnovamento e della rilegittimazione della politica, ha puntato sulle primarie, confermando questa scelta di apertura delegando alla «società civile» le stesse nomine per il cda Rai. Una linea che appare in continuità con la tradizione del centrosinistra, e ribadita con nettezza davanti agli stessi intellettuali e dirigenti del convegno di venerdì, che quella tradizione avevano sottoposto invece a una severa revisione. È una discussione verosimilmente destinata a riaccendersi, non foss'altro perché uno dei promotori di quell'incontro, Matteo Orfini, ha dedicato al tema buona parte del suo libro (Conlenostreparole, Editori Riuniti), in uscita in questi giorni. «Nonostante logica volesse che fosse la principale indiziata - scrive Orfini a proposito della sconfitta elettorale del 2001 - la qualità del riformismo non è mai stata messa in discussione dalle classi dirigenti del centrosinistra, e la sconfitta è stata spiegata in altro modo». E invece è nelle concrete scelte dei governi di centrosinistra che si sono succeduti prima e dopo il 2001 che Orfini invita a cercare le ragioni dei successivi rovesci (scelte che contesta in quanto subalterne all'ideologia liberista, dalle privatizzazioni agli interventi sul mercato del lavoro). Conclusione: «Non riconoscerlo per cullarsi nel mito di una inesistente “meglio classe dirigente” a cui ispirarsi, o peggio, da cui ripartire, significherebbe semplicemente rimanere prigionieri del passato». Se dunque Renzi sfida il segretario in nome del rinnovamento, invocando il pensionamento della vecchia guardia dei D'Alema-Veltroni-Marini, ma al grido «il liberismo è di sinistra», attorno a Bersani non manca una robusta corrente di pensiero che in nome del rinnovamento lo esorta a rottamare anzitutto il liberismo del centrosinistra. E forse anche quel governo Monti che un'altra parte del Pd, dal vicesegretario Enrico Letta al gruppo Modem, considera invece come il frutto più autentico del riformismo democratico. Con l'annuncio delle primarie, Bersani prova forse a stornare dal governo le tensioni accumulate, e a ricompattare il partito lanciandolo in una competizione in campo aperto. Del resto, già all'indomani della crisi del governo Berlusconi, in nome della responsabilità nazionale, il Pd ha rinunciato a una prevedibile vittoria elettorale, venendone ripagato con l'accusa di avere contribuito allo sfascio del Paese al pari di tutti gli altri partiti. Proprio chi fino al giorno prima aveva flirtato con Berlusconi non ha esitato, il giorno dopo, a scaricarne le responsabilità sulla politica in generale, esaltando i tecnici come soli possibili salvatori. E ora che anche i tecnici vedono precipitare i propri indici di consenso, il gioco è pronto a ripartire: il loro fallimento sarà anch'esso colpa della politica. I cantori della sobrietà al governo sono già in fila per il prossimo Vaffa-Day. A ottobre, nel campo aperto delle primarie o in quello non meno accidentato delle elezioni anticipate, la costruzione dell'alternativa dovrà fare i conti con molti guastatori. Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, durante l'assemblea nazionale dei segretari di circolo alla Nuova Fiera di Roma, 23 giugno 2012 FOTO ANSA ILRETROSCENA . . . Affondo contro Bersani: «Ha una visione novecentesca. Il Pd deve intercettare i delusi»l sindaco di Firenze Matteo Renzi interviene alla convention Big Bang FOTO ANSA Ildiscorsoe ilvalore attribuitoalladistanza,al tempo,alprogresso: questo il suomarchio.Ma sulsocialedeverimontare L'ANALISI MARCOBUCCIANTINI mbucciantini@unita.it LasfidaperPalazzoChigi hariaperto(ecambiato) ladiscussione internaalPd Incampocisono anchediverse idee di«rinnovamento» Vecchio e nuovo La fotografia non cambia Renzi ora è candidato «Siamo maggioranza» Nel Big Bang attacchi a D'Alema, Veltroni, Marini: basta con voi «L'apprezzamento del centrodestra? Non è un delitto» Rossi: «Ma non puoi conquistare così il Pd» FIRENZE OSVALDSABATO Le nuove primarie del dopo Monti FRANCESCOCUNDARI ROMA domenica 24 giugno 2012 3
L'ANALISI PAOLOGUERRIERI SEGUEDALLAPRIMA Soprattutto nei Paesi periferici più indebitati come il nostro. Occorrono misure decise e innovative per fronteggiare l'emergenza, che siano inserite in un percorso a medio termine solido e credibile verso il completamento economico e politico dell'unione monetaria. Per questo il vertice europeo di fine giugno rappresenterà un appuntamento fondamentale. Va detto, innanzi tutto, che i toni di moderata soddisfazione con cui Monti ha commentato il vertice a quattro di Roma non risponde solo a «bon ton» diplomatico. È stato un segno certamente positivo l'enfasi sulla crescita e l'occupazione quale fondamentale ingrediente di una soluzione della crisi del debito europeo. Denota una prima modifica nell'approccio fin qui seguito, imperniato ossessivamente sulle sole misura di austerità fiscale, applicate autonomamente dai singoli Paesi periferici più indebitati e in dosi rivelatesi sbagliate e controproducenti. È importante, di conseguenza, che si cominci a parlare di riconversione del bilancio comunitario in direzione della crescita; di investimenti finanziati da emissioni comuni sui mercati (project bond); di rafforzamento dell'integrazione del mercato interno. Proposte addirittura impensabili fino a qualche mese fa e oggi possibili soprattutto dopo l'elezione di Hollande e il nuovo ruolo del partito socialdemocratico tedesco, divenuto determinante per l'approvazione da parte del Parlamento del «fiscal compact» entro il prossimo luglio. Ma le nuove convergenze manifestatesi a Roma non saranno sufficienti a fronteggiare la nuova drammatica emergenza. La crisi europea ha ormai raggiunto un livello di tensione ai limiti della rottura, e la sostenibilità dei debiti sovrani di molti Paesi è stata rimessa di nuovo pesantemente in discussione. Grecia, Irlanda e Portogallo sono in camera di rianimazione da molto tempo, mentre i tassi d'interesse a dieci anni della Spagna e dell'Italia sono tornati a livelli di guardia. I fronti di maggiore tensione sono due: quello delle banche e l'altro dei debiti sovrani. Sono strettamente legati tra loro e si alimentano da tempo in maniera perversa e andrebbero affrontate congiuntamente. Le proposte tecniche di natura economico-finanziaria da poter adottare non mancano e sono a disposizione dei leader europei. Ma la tecnica non è in grado di risolvere un bel niente, se manca un accordo politico. Il vertice di Roma ne ha offerto una ennesima conferma. Le posizioni, in materia, sono rimaste assai distanti e così le divisioni tra i Paesi. Di qui al Consiglio europeo di fine mese il tempo a disposizione per un accordo è davvero poco. Il nodo da sciogliere è soprattutto uno: come conciliare la richiesta della Germania che vuole, prima di intervenire sulle emergenze, maggiori garanzie di controllo - ovvero cessioni di sovranità sul piano politico - con la forte domanda di misure a breve efficaci e risolutive della crisi che vengono dai Paesi più indebitati, in primo luogo Spagna e Italia, spalleggiati su alcuni versanti dalla Francia di Hollande. Una strada è arrivare ad offrire un progetto con obiettivi a medio lungo termine di più integrazione imperniato su una serie di scadenze a breve, dirette a contrastare l'emergenza, in grado di confermare e rendere credibile il disegno di più lungo periodo. L'emergenza significa fronteggiare sia il dissesto di molte banche europee, a partire da quelle spagnole, con un approccio paneuropeo a garanzia dei loro depositi e della loro ricapitalizzazione; sia il problema dell'eccesso di debiti sovrani con meccanismi di distribuzione del rischio fra i membri dell'unione, accompagnati da interventi del fondo salva Stati (e/o della Bce) per ridurre gli spread. Il disegno a medio e lungo termine vuol dire prospettare la trasformazione della moneta unica in un'unione bancaria con vigilanza e gestione delle crisi comuni e in un'unione fiscale, associata all'idea di Eurobond, e tali da significare già una spinta verso l'unione politica. Un piano di questo genere non c'è mai stato finora. L'intero aggiustamento è stato riversato su singole iniziative nazionali con risultati fallimentari. Un tale piano sarebbe un messaggio efficace rivolto ai mercati per affermare in concreto che l'euro è una costruzione irreversibile. Il maggiore ostacolo restano le resistenze della Germania ma anche di altri Paesi, come la Francia, seppur su versanti opposti. Certo un compromesso sarà raggiungibile solo con la Germania, non certo contro di essa. E l'Italia potrà giocare un ruolo assai importante, in direzione di un efficace compromesso tra le ragioni dell'emergenza e quelle delle garanzie di maggiore sovranità. D'altra parte una positiva soluzione che, a partire dal vertice di fine mese, crei le condizioni per risolvere la crisi dell'euro, evitando il baratro della disintegrazione, è d'interesse fondamentale per le sorti future del nostro Paese e della nostra economia. La storia di questi ultimi anni ne è la conferma più evidente. Da Roma segnali troppo timidi Tra le misure ipotizzate, un anticipo della legge di stabilità A Barroso: flessibilità sul Fiscal compact La cancelliera Angela Merkel e il premier Mario Monti venerdì a Villa Madama FOTO MAURO SCROBOGNA /LAPRESSE «Un successo» il vertice di Roma secondo Palazzo Chigi. A dispetto di ciò che scrive la stampa francese, che insiste sulle divisioni che permangono dopo il summit di villa Madama, Monti registra con i suoi che «mai Angela Merkel si era espressa in maniera così forte» su crescita e occupazione. Bisognerà vedere se «il segnale politico a difesa dell'euro» influenzerà i mercati più delle «distanze registrate tra i leader europei sulle misure concrete». E Monti, in queste ore, valuta con i suoi ciò che di realistico ci si possa attendere dal Consiglio Ue del 28 e 29 giugno. Il premier aveva accarezzato l'idea di una manovra d'urto antirecessiva da mettere in campo già la prossima settimana, prima di volare a Bruxelles. Taglio delle spese da una parte (con risparmi da utilizzare anche per evitare l'aumento dell'Iva) e «nuove misure utili per far ripartire l'economia» dall'altra. Era stata ipotizzata anche la possibilità di un via libera del Consiglio dei ministri di martedì ad un intervento articolato chiesto, tra l'altro, a gran voce dai partiti. ANTICIPARELAFINANZIARIA Si è pensato anche all'anticipo della stessa legge di stabilità, o di alcune parti di essa, con l'obiettivo - tra l'altro «di non utilizzarla solo per tenere a freno i conti pubblici ma per ridare respiro al Paese». Tutto questo, naturalmente, se il quadrilaterale di villa Madama avesse fatto individuare «sponde europee» in vista di ciò che si deciderà a Bruxelles nella seconda metà della prossima settimana. Monti, tra l'altro - con un occhio alle offensive anti euro di Berlusconi e Grillo - ha messo in guardia Angela Merkel dal possibile rafforzamento del fronte anti Ue in Italia e in Europa. E se è vero che la cancelliera aveva gettato per prima sul tavolo del vertice la preoccupazione per la tenuta della sua maggioranza di governo in caso di misure indigeste all'opinione pubblica tedesca, è anche vero che il premier italiano ha esplicitato con chiarezza le ripercussioni che una crisi di governo in Italia avrebbe sui mercati e sull'Europa. Ma quanto l'argomento abbia fatto breccia nelle convinzioni della Merkel e quanto sia servito il colloquio a quattr'occhi tra che a preceduto la quadrilaterale si capirà al Consiglio europeo. Più che di «successo», quindi, il summit di villa Madama ha rappresentato «un passo avanti». E senza garanzie sulla golden rule - proposta dal presidente del Consiglio che chiede da mesi l'esclusione dal computo del disavanzo pubblico degli investimenti produttivi - poche sostanziose misure per la crescita potranno essere messa in cantiere. Su questo aspetto Rajoy, Hollande, e Monti non hanno trovato ancora un punto d'incontro con la Merkel. Anche se «il problema - come assicurano fonti di governo - non è stato archiviato». E, al di là del Consiglio europeo del 28 e 29 giugno, una certa flessibilità nell'applicazione del fiscal compact potrebbe divenire oggetto di un confronto «produttivo» tra il premier italiano e il presidente della Commissione Ue, Barroso. Sembra «pacifico», tra l'altro, che una certa elasticità dovrà essere prevista per gli investimenti post terremoto in Emilia. SCUDO,NOAIVETI Di qui a giovedì, comunque, il ministro Moavero e altri esponenti del governo lavoreranno in Europa per ridurre gli spazi a quegli esponenti della maggioranza - pidiellini in testa - che sono pronti a rinfacciare a Monti di essere rientrato da Bruxelles a mani vuote. A proposito delle «continue fibrillazioni politiche», il premier - spiegano - «si è ormai abituato alla doccia scozzese», ma porta l'esempio della riforma del lavoro e dell'intesa politica individuata con i partiti. «Un segno di responsabilità che dimostra che tutti, alla fine, intendono mantenere gli impegni di governo, al di là della propaganda e degli slogan di sapore preelettorale». Eccessivo parlare di «successo», quindi, a proposito del vertice di villa Madama. Ma il 130 miliardi mobilitati per la crescita - «anche se non si tratta di denaro fresco» - a fronte dell'accelerazione a cooperazione rafforzata sulla Tobin tax, sono «un risultato importante e concreto». Che, tuttavia, non ripaga Monti per lo stop allo scudo anti-spread imposto da Merkel. E dalla Bundesbank che ieri ha definito contrario ai trattati Ue la proposta di acquistare i titoli di Stato dei Paesi a rischio di contagio con l'intervento del Fondo salva-stati e della Bce. Ma «la partita non è chiusa», assicurano dal governo e fanno balenare la possibilità di «nuove sorprese per aggirare i veti». . . . La destra all'attacco? Il presidente del Consiglio è «abituato alle docce scozzesi» . . . E sulla proposta per raffreddare gli spread il professore avrebbe pronte «nuove sorprese» La via crucis del premier in vista del vertice di Bruxelles GIUSEPPEVITTORI esteri@unita.it domenica 24 giugno 2012 9
Sorride ricordando che si è avvicinato al Pd a 13 anni, «paradossalmente dopo la caduta del governo Prodi». Il secondo governo Prodi. Perché oggi Alessandro De Nicola di anni ne ha 17, e se ha attirato su di sé l'attenzione in questa Assemblea nazionale dei segretari di circolo del Pd non è tanto perché è il più giovane dei 6.123 dirigenti di base democratici. Il fatto è che è stato lui, come riconosce Bersani ringraziandolo pubblicamente, ad aver dato il titolo a questo appuntamento. «Se qualcuno mi dovesse chiedere cosa sia il Pd, io gli risponderei che è anzitutto un partito senza padroni», dice Alessandro dal palco. Bersani annuisce, applaude, poi lo va ad abbracciare e poi rilancia quel «non abbiamo padroni» nel suo intervento. «Non vorrei attenzione mediatica per la mia età ma per le idee che ho espresso», mette in chiaro appena viene avvicinato dal giornalista. «Durante la campagna elettorale del 2008 ho visto un partito nuovo che si proponeva veramente il cambiamento e l'alternativa per questo Paese», dice. «E io ancora ci credo al Pd, che è le persone che lo compongono, i militanti, gli iscritti, i giovani e i meno giovani che si danno da fare nelle sezioni sul territorio». Viene da Camerata Picena, in provincia di Ancona. Racconta che ha iniziato come volontario alle Feste dell'Unità. Il segretario provinciale del Pd di Ancona Emanuele Lodolini (che ha fatto il nome di De Nicola quando da Roma venerdì gli hanno chiesto se volessero iscrivere qualcuno nella lista degli interventi) racconta invece che Alessandro ha chiesto la tessera del Pd a 14 anni, e che gli è stato spiegato che doveva aspettare almeno altri due anni. «Bersani si ricorda ancora di me come l'“inidoneo”: lo incontrai a una Festa dell'Unità, gli chiesi una foto insieme e gli dissi della cosa». Voterà per lui alle primarie? «Direi di sì, e penso che comunque chi vincerà dovrà circondarsi di una squadra nuova che parta dalla base, rispecchiando la “rivoluzione democratica” che sta avvenendo sul territorio con tanti giovani amministratori e dirigenti». E Renzi? «Non mi convince l'idea della rottamazione. Certo, ci vuole un passaggio generazionale, ma non ha senso dire via tutti». Neanche un accenno a Matteo Renzi e solo un passaggio dedicato alle primarie, sostanzialmente per dire che non bisogna pensarci adesso. Al centro dell'intervento con cui Pier Luigi Bersani chiude l'Assemblea nazionale dei segretari di circolo del Pd c'è invece altro. C'è la rivendicazione del fatto che il Pd è un partito «senza padroni»: «Non abbiamo padroni ad Arcore, a via Bellerio e neanche i padroni che arrivano via internet», dice con chiaro riferimento al Pdl, alla Lega e a Beppe Grillo. Ma soprattutto c'è un ragionamento già proiettato al dopo Monti, con una rassicurazione sulla «fase di rinnovamento» che si aprirà e con un «impegno» assunto pubblicamente. La prima: «C'è una nuova generazione ormai di lungo corso sui territori, nelle amministrazioni, che salvo l'ausilio di qualche preziosa esperienza dovrà caricarsi le responsabilità che il Pd avrà nel governo del Paese». Il secondo: «La prima norma del nuovo governo di alternativa dirà che tutti i bambini che oggi nascono in Italia e non sono né immigrati né italiani saranno italiani» (su questo tema il Forum immigrazione del Pd ha organizzato per il 4 luglio un sit-it davanti a Palazzo Chigi) L'Assemblea dei segretari di circolo (6.123 sparsi in tutta Italia) nelle intenzioni di Bersani segna non il via alla sfida con Renzi, nonostante la contemporaneità con l'appuntamento alla Leopolda e il guanto di sfida lanciato dal sindaco di Firenze («io credo che noi siamo maggioranza»). L'argomento primarie per la premiership (di cui si discuterà all'Assemblea nazionale del Pd fissata per il 13 e 14 luglio, che dovrebbe stabilire una deroga allo Statuto per consentire a Renzi di correre) viene toccato di sfuggita da Bersani, più che altro per rispondere alle perplessità sollevate da qualche segretario di circolo («vi garantisco che se ci son dentro anch'io non diventeranno una rissa») e per intimare di non mettersi ora a pensare alle primarie: «Ora abbiamo altro da fare, c'è l'Italia». LASFIDA PERILDOPO MONTI È proprio questa la sfida a cui pensa Bersani quando incita a lavorare per «aprire» il partito sui territori e a evitare dinamiche dettate dal «correntismo», quando ribadisce il sostegno del suo partito al governo «per quanto non ci sia facile» ma al contempo fa un ragionamento già proiettato al dopo Monti. La sfida, per Bersani, sarà da giocare su più fronti, contro «chi pensa di guidare stando ai box», contro un Berlusconi che vuole tornare in campo («ma se dopo dieci anni della sua cura non c'è più neanche il campo», ironizza) e contro il malcontento che c'è nel Paese per le misure adottate da un governo di cui Bersani vede «luci e ombre» («su queste siamo pronti ad assumerci impegni per il futuro») e che si riverserà anche sul Pd. «Avremo il battesimo vero del Pd dentro questa crisi», avverte, e «la sfida più impegnativa» dei prossimi mesi sarà «intercettare di nuovo il Paese ora ostile ai partiti»: «Tocca a noi sanare la ferita tra politica e società». Da qui la volontà di rendere il partito più «aperto e inclusivo» di quanto sia oggi, le rassicurazioni sul rinnovamento e il lancio delle primarie per scegliere anche i candidati al Parlamento, anche se il leader del Pd ci mette l'«avvertenza» che sarà necessario avere nella prossima legislatura gruppi parlamentari con certe competenze: «Dobbiamo garantire la partecipazione e anche un nucleo di competenze, questo è buon senso». Come dice il responsabile Organizzazione del Pd Nico Stumpo aprendo i lavori, per la selezione dei parlamentari varranno comunque rispettate le regole statutarie, «che sono più stringenti di tante chiacchiere da bar che si sentono in materia»: «Tre mandati massimo e poche deroghe, al massimo per il 10% dei parlamentari uscenti. Tradotto circa trenta deroghe sui 945 candidati a Costituzione vigente. Si può fare di più, certo, ma non partecipo al gioco di chi la spara più grossa per un po' di visibilità». Chiaro il riferimento a Renzi, criticato anche da diversi segretari di circolo. Bersani invece pensa ad altro, in primis alle ripercussioni che potrebbero esserci sul piano nazionale se il Consiglio europeo di fine mese non dovesse portare agli esiti sperati: «Non credo possiamo dire che ci avviciniamo al vertice in condizioni di tranquillità. Problemi ci sono ancora, bisogna dare un segno di discontinuità e non di ulteriore traccheggiamento. Altrimenti ci saranno conseguenze non solo sul piano economico ma anche su quello culturale e politico». Non sarà il Pd a far mancare il sostegno a Monti, anche perché, dice Bersani, «l'emergenza che c'era non è scomparsa» e perché il Pd «vincerà, ma non sulle macerie del Paese bensì su una prospettiva per l'Italia». I movimenti di Berlusconi però preoccupano. Uno showdown in autunno impedirebbe a Bersani di portare a compimento il percorso pianificato, che prevede il cambio di legge elettorale, la definizione di una «carta di intenti» da far sottoscrivere a chi vuol far parte della coalizione dei progressisti e le primarie per la premiership. Quando si riunirà l'Assemblea nazionale del Pd, a metà luglio, il quadro sarà sufficientemente chiaro per capire quali di questi tre obiettivi sarà possibile raggiungere. «Il leader rilancia il mio slogan? Ora scelga una squadra nuova» ILCOMMENTO ANDREADI CONSOLI ILCENTROSINISTRA Bersani: Pd senza padroni. Prima legge sulla cittadinanza All'assemblea dei segretari di circolo nessun accenno alle primarie «La prima norma del governo del centrosinistra dirà che tutti i bambini nati in Italia sono italiani» SIMONECOLLINI ROMA AlessandroDeNicola, 17anni, il segretario piùgiovaneviene daCamerataPicena «Ilmioapprendistato alleFestede l'Unità» ILCOLLOQUIO S.C. ROMA QUELCHEIERI PIERLUIGIBERSANIHADICHIARATOSUL DIRITTODI CITTADINANZAai figli di immigrati che nascono sul suolo italiano è un sussulto di coraggio e di intelligenza in un'Italia avvoltolata nell'esiguo vocabolario della crisi, terribilmente uguale a quello della paura. Cosa vogliamo dire? Che gli stranieri che vivono in Italia, e che decidono di farvi nascere i propri figli, sono una ricchezza straordinaria, non una minaccia al nostro troppo mitizzato benessere. Che cosa c'è di più bello di uno straniero che trova nel tuo Paese la pace, il lavoro, una casa e la possibilità di un'esistenza dignitosa? Di uno straniero che sceglie, tra i tanti Paesi del mondo, proprio il tuo? Eppure tanti italiani continuano a sedersi comodamente sulla sintassi della loro inspiegabile superiorità: gli immigrati sporcano, rubano, spacciano, violentano le donne, ecc. Ignorando, del crimine, l'universalità, nonché la destinazione e la committenza, tutta rigorosamente «made in Italy». Diciamola tutta: chi lava, nell'Italia di oggi, il sedere ai nostri anziani genitori? Chi lava i nostri piatti sporchi? Chi raccoglie i nostri pomodori? Chi impasta le nostre pizze? Chi ripara le nostre suole, magari ricevendo in cambio paghe inadeguate oppure tutte le delizie del lavoro nero e del caporalato? Nonostante tutto, questi stranieri - che qualcuno vorrebbe ancora oggi vedere seppelliti nei fondali del Mediterraneo - continuano ad amare il nostro Paese, a studiare la nostra lingua, a cucinare i nostri prodotti, a meravigliarsi delle nostre bellezze. Spesso, inoltre, decidono pure di far vivere in Italia i loro figli, ovviamente sperando che qualcuno si accorga della loro italianità, profondamente arricchita di culture e di memorie lontane. Da qualche mese, inoltre, sta avvenendo qualcosa che dovrebbe allarmarci: molti immigrati stanno decidendo di ritornare nel proprio Paese di origine, perché qui da noi, per tanti motivi, è diventato troppo difficile vivere. Qualcuno soprattutto nel centrodestra, ne siamo certi, sospirerà di soddisfazione. Noi invece ne siamo preoccupati. Anzitutto perché il nostro calo demografico ci renderebbe ancora più deboli come sistema-Paese. Poi perché potrebbe saltare parte del nostro welfare privato e la possibilità per gli imprenditori in crisi di avere manodopera. Infine perché il controesodo sarebbe una chiara testimonianza della bassa appetibilità del nostro Paese. L'Italia sia, dunque, di chi vi nasce, di chi la ama e di chi ha interesse a rimanerci. Perché se gli immigrati vengono, vuol dire che vivere in Italia è anche conveniente, e bisogna finalmente smetterla di considerare la convenienza un movente di serie B. Siamo certi che Bersani non abbia inteso esprimere buoni sentimenti, magari per assecondare la parte buonista del suo elettorato. Bersani sa che ogni bambino figlio di immigrati che nasce nel nostro Paese deve essere messo nelle condizioni - giuridiche, sociali, economiche, culturali - di essere una forza e una risorsa del nostro Paese. In tal modo, paradossalmente, fondando un concreto patriottismo che sia basato sull'inclusione. Il coraggio di dire: l'Italia è di chi ci nasce 2 domenica 24 giugno 2012
«Tutti gli investimenti immobiliari che ho fatto dal 2007 in poi li ho fatti per conto della corrente rutelliana, c'era un preciso patto fiduciario». Questo uno dei passaggi del lungo interrogatorio, nel carcere di Rebibbia, del senatore Lusi davanti al gip durato oltre sette ore. Il senatore durante l'interrogatorio di garanzia ha ripercorso tutta la sua attività di tesoriere della Margherita. Ha precisato che «dal 2001 al 2007» il controllo che operava sui bilanci del partito era «regolare e rigoroso e riguardava una verifica accurata di tutte le entrate e le uscite». Dal 2007 in poi, ovvero da quando il partito si scioglie, ha precisato Lusi davanti al gip, il suo controllo operato sui bilanci «è stato solo un controllo formale e non riguardava le entrate e le uscite», dunque «era meno accurato». L'ex tesoriere ha ricordato il patto spartitorio 60-40, del quale aveva già parlato durante l'interrogatorio con i magistrati romani, ma ha aggiunto «che tutti gli investimenti immobiliari» da lui fatti, tracciabili e riconducibili appunto alla sua persona «sono stati fatti per conto della corrente rutelliana e in virtù di un patto fiduciario con tale corrente per fare rientrare i soldi in questa maniera». Secondo quanto si è appreso, il senatore avrebbe anche ammesso che in questo meccanismo di gestione poco accurata dei bilanci si sarebbe anche lui appropriato di somme di denaro. Ma ha più volte sottolineato che la stragrande maggioranza degli acquisti di immobili sono stati fatti proprio in virtù del patto con la corrente del'ex presidente Dl Rutelli. L'ISTANZADISCARCERAZIONE Il senatore è nel carcere romano da mercoledì sera, dopo che Palazzo Madama, con il sì del Partito democratico e il non voto del Popolo delle libertà, ha autorizzato la richiesta di arresto per la prima volta nella storia del Senato. Luigi Lusi è accusato di associazione a delinquere e appropriazione indebita, nell'inchiesta che riguarda l'ammanco di oltre 25 milioni di euro dalle casse della Margherita, partito di cui il senatore è stato tesoriere per oltre un decennio (fino a dieci giorni fa), e per la quale sua moglie, Giovanna Petricone, è già agli arresti domiciliari. I due commercialisti che erano stati raggiunti dall'ordinanza di custodia hanno ottenuto nelle scorse settimane l'obbligo di firma. Il mondo politico è silente, (salvo Francesco Storace, che ha sarcasticamente gigioneggiato sul gioco di parole «Lusi-gnolo» e ha aggiunto: «Se canta farà molto male alla sinistra»), nell'attesa di capire quanto l'ex tesoriere della Margherita spingerà a fondo il coltello nella «chiamata in correità» nei confronti degli altri dirigenti dielle. Ieri però è intervenuto Matteo Renzi, sindaco di Firenze che era stato tirato in causa dall'ex tesoriere: «È bene che Lusi dica tutto quello che sa, davvero tutto, e che faccia chiarezza. Il fatto che abbia aspettato di essere arrestato per farlo è un po' triste. Ma io spero che ora dica tutto quello che deve dire». Riguardo ai presunti finanziamenti per delle sue iniziative con fondi pubblici della Margherita, dei quali aveva parlato Lusi, il sindaco di Firenze smentisce categoricamente: «Io non ho avuto un centesimo di finanziamento pubblico». IL CASO Roberto Maroni smentisce le indiscrezioni su un piano di scissione interna alla Lega Nord e annuncia che chiarirà il suo pensiero, anche sulle vicende interne, al congresso federale di sabato e domenica prossimi. «Leggo in questi giorni sui giornali strane ricostruzioni, curiosi retroscena, storie di complotti e suggestioni varie», scrive il triumviro del Carroccio su Facebook. Il riferimento è all'articolo del Giornale su un «piano, ancora acerbo» che esisterebbe nel partito per dar vita a un «movimento federalista nazionale che riprenda i temi della vecchia Lega di Bossi», con l'uscita di alcuni senatori dal gruppo del Carroccio al Senato (che hanon però smentito). «Io mi sto preparando al Congresso Federale, lì dirò il mio pensiero su strategie e vicende interne, lì si deciderà (davanti ai delegati e ai militanti) il futuro della Lega». Lo scrive Roberto Maroni sul suo profilo Facebook. «Da qui a fine mese con ogni probabilità i giornali scriveranno di tutto: facciano pure, non mi preoccupo delle chiacchiere». Ma certo, con Bossi qualche distinguo c'è. Ha detto il fondatore che nella Lega di recente «molta gente è stata buttata fuori, ma è gente che ha fatto la Lega e che fatalmente verrà riportata dentro. Non mi interessano le beghe locali, io sento di dover qualcosa a questi». Insomma, un memento dell'accordo con Maroni in cui lui, da presidente e avrà il compito di espellere, ma anche «di tirare dentro». Per esempio Rosi Mauro? «No. Persone buttate fuori per beghe locali: situazioni da rivedere». Cosa pensa di Maroni segretario? «Ci sono anch'io, vogliamo riunire e rilanciare la Lega. Non distruggerla: questo non avverrà». Rivolto ai militanti, il Senatùr ha detto: «Sapete che ho fatto l'accordo con Maroni perché c'era il rischio che si distruggesse la Lega». Intanto la Lega nord dice basta ai fondi pubblici per il terremoto dell' Irpinia di 32 anni fa e dà appuntamento per protestare con un sit-in lunedì davanti alla Prefettura di Modena. «All'Irpinia - denuncia il capogruppo leghista in Regione, Mauro Manfredini - arrivano 51 milioni di euro per il terremoto del 1980. Lì dopo 32 anni (e 67 miliardi di euro) continuano a giungere altri soldi, proprio mentre l'Emilia è alle prese con l'emergenza sisma e la difficile ricostruzione. Faremo sentire il nostro dissenso e sdegno per l'ennesima ondata di soldi sottratti al Nord per alimentare clientelismi, sprechi e criminalità al Sud.Siamo stanchi di essere il forziere del meridione. La Padania vuole giustizia». La Lega attacca i terremotati dell'Irpinia: «Basta fondi» GIUSEPPEVITTORI politica@unita.it . . . Il senatore ex Dl deve rispondere di associazione a delinquere e appropriazione indebita Papa Benedetto XVI è intervenuto di nuovo in prima persona per stringere i tempi verso la conclusione dello scandalo «Vatileaks» e aprire un nuovo e diverso capitolo delle relazioni in Curia. Ieri mattina il Pontefice ha convocato i capi dicastero della Curia Romana e alcuni altri autorevoli cardinali, per assumere delle decisioni riguardo al furto di documenti dal suo appartamento e le vicende che sono seguite. Ne ha dato notizia padre Federico Lombardi, portavoce vaticano, spiegando che «nel contesto della situazione creatasi in seguito alla diffusione di documenti riservati, il Santo Padre approfondisce le sue riflessioni in continuo dialogo con le persone che condividono con lui la responsabilità per il governo della Chiesa». Già sabato scorso Papa Ratzinger aveva voluto «essere informato in modo più ampio sull'andamento delle indagini», ha raccontato padre Lombardi, incontrando la Commissione cardinalizia guidata dal cardinale Julian Herranz, incaricata di fare luce su quanto sta dietro e davanti alla fuga di documenti riservati dall'appartamento pontificio. Così ieri mattina nella Sala Bologna il Pontefice ha riunito tutti i Capi Dicastero che, con il Segretario di Stato Tarcisio Bertone, condividono la responsabilità del governo del Vaticano. Altri incontri nel pomeriggio: alle 18 di ieri infatti sono stati convocati alla Terza Loggia sei importanti e influenti cardinali: l'Arcivescovo di Sydney, George Pell, il prefetto della Congregazione per i vescovi, Marc Ouellet, il presidente del Pontificio consiglio per il Dialogo interreligioso, Jean-Louis Tauran, il vicario generale emerito per la Diocesi di Roma, Camillo Ruini, il Prefetto emerito della Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli, Jozef Tomko. Cardinali che, a giudizio del Papa, «possono utilmente scambiare con lui considerazioni e suggerimenti per contribuire a ristabilire il desiderato clima di serenità e di fiducia nei confronti del servizio della Curia romana», ha spiegato il portavoce. E nei prossimi giorni i colloqui continueranno, anche grazie alla venuta a Roma di tanti pastori per le festività dei santi Pietro e Paolo. La segreteria di Stato vaticana si avvarrà del corrispondente di Fox news a Roma, Greg Burke, come principale consulente della comunicazione della Segreteria di Stato vaticana. Burke, membro dell'Opus Dei, è un ex corrispondente della rivista Time. Latolleranza grillina: spot di Forza Nuovasul blog Trauna finestra libertaria sull'antiproibizionismoe unappello per la battagliaNoTav, tra la pubbicità del librodelcomico genovese e sprazzidiantiberlusconismo, nel blog diBeppeGrillo trovaun comodo postoancheuno spotper la festadi ForzaNuova, ilmovimento diestrema destracheora occhieggiaverso le ideegrilline. Non lo nasconde Roberto Fiore, leaderdelgruppo neo-fascista, checonferma la comunanza divedute, «abbiamoidee simili anche sull'immigrazione»,condividono il rifiutosulla cittadinanzaper i figlidi immigratinati in Italia.Così finoa ieri sul frequentatissimo, a livello globale, blogdi Grillo, campeggiava ilbanner diannunciodella «Festa forzanovista» aBari, unachiamata a raccoltaper i militantidelSud. Che sia finito lì in automaticoo no,o nessunocontrolla il blog,oppure la faccia felinache annunciadibattitidal «signoraggio bancarioal debitopubblico,dalla crisi dell'euroalla sovranitàmonetaria», nondisturba il comico,anche senon piacea tutte leCinquestelle. «Unvergogna»,commenta Fiano, responsabile sicurezzadelPd. Il Papa informa i cardinali delle indagini sul caso Vatileaks VIRGINIALORI Lusi: «I rutelliani sapevano» Luigi Lusi mentre lascia Palazzo Madama da una porta secondaria, mercoledì scorso, dopo il voto che ha autorizzato il suo arresto. FOTO DI ALESSANDRO DI MEO/ANSA Interrogato per 7 ore a Rebibbia L'ex tesoriere della Margherita: «Gli investimenti erano pattuiti» I legali chiedono la scarcerazione o i domiciliari: «Ha raccontato al Gip come funzionava il sistema» GIUSEPPE VITTORI ROMA domenica 24 giugno 2012 7
Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta Barbara Pollastrini Deputata Pd Eticaediritti/2 La politica ha un limite di fronte alle coscienze Paolo Corsini Deputato Pd Livogliocome pazienti Ho 56 anni e 36 anni e mezzo di contributi versati. Faccio l'impiegata. I professori e gli economisti, i vari Ichino e Fornero e compagnia cantante di privilegiati benestanti che guadagnano quanto io non metterò mai insieme in una vita, e fanno la ruota come pavoni, mi dicono che è giusto che io vada in pensione a 70 anni col metodo contributivo, ovvero con 500 euro al mese. Siccome sono arrivata allo stremo delle forze e sono indecisa se impiccarmi o sterminare i miei colleghi con un fucile a pompa, ho pensato di dare una svolta alla mia vita e riciclarmi. Farò la Scuola Infermiere. Sono molto miope, astigmatica e col tempo sono diventata pure presbite. Ho l'artrite reumatoide che mi ha semiparalizzato le mani. Credo che ci sarà la fila di chirurghi che mi vorranno come assistente in sala operatoria, o anche di semplici medici del pronto soccorso che mi chiederanno per le urgenze. Mi vedo benissimo a fare le iniezioni e infilare l'ago della flebo. Ma ubbidisco ai professori, che ne sanno più di me. Non ho il diritto di ritirarmi dal lavoro fino a 70 anni, secondo loro, e col metodo contributivo prenderei meno della minima, quindi dovrei lavorare fino al giorno del funerale (sobrio, mi raccomando). Ho un solo, grande desiderio: avere Ichino o la Fornero come pazienti. BEATRICEMERLINI SalvatoreCarbone dalcantiere all'assessorato Nel clima di assoluta diffidenza verso la nostra classe dirigente, sentimento ben legittimato dalla cronaca di tutti i giorni, è facile vedere marcio anche laddove c'è del sano. Tuttavia non voglio che questo grigiore mentale avvolga la triste vicenda di Salvatore Carbone, operaio edile meridionale (ci tengo a precisarne l'appartenenza geografica) recentemente morto sul lavoro. Perché Salvatore Carbone, quando non lavorava ,dedicava energie e tempo libero alla sua attività di assessore al Comune di Stornarella, un piccolo paese del foggiano, poco più di cinquemila abitanti. Una di quelle realtà dove, a parte il Sindaco che ha uno stipendio fisso, solitamente di poco superiore a quello di un impiegato, membri della giunta e consiglieri fanno politica principalmente per due motivi: tornaconto personale, oppure passione. Ora, non riuscendo ad ipotizzare un qualsivoglia ambiguo interesse materiale del suddetto Carbone, cinquant'anni suonati ed un presente sul cantiere, non posso che ammirare chi, dopo una giornata di duro lavoro, trovi forze residue per un'attività alquanto faticosa, se fatta come si deve, come la politica. Voglio ancora illudermi, vedere il lui un esempio. Non solo, voglio credere che non sia il solo, ma che in Italia ci siano tanti Salvatore Carbone che, contro ogni pronostico, rifiutano di arrendersi al così fan tutti. Sono vicende come la sua a marcare ancor di più la differenza tra pochi privilegiati, in politica e non solo, e poveri cristi. MARCOLOMBARDI Fantacalcioe fantasia alpotere Pensate che smacco se i Paesi pigs ( più volte evocati dagli economisti mondiali come fonte di sciagura) accedessero tutti e quattro alle semifinali dell'attuale campionato europeo di calcio! Dite che gli speculatori rimarrebbero delusi e si accanirebbero ancora di più contro di essi? Oppure gli spread si ridurrebbero? Oppure verranno cacciati dall'Europa e dalla sua moneta? E qualora il torneo stesso fosse vinto dalla nazione che crea più paura ai mercati, questi si calmerebbero? Dai...un sorriso. ORESTE FERRI Cicchittoe il falso inbilancio Ma in quale Paese viviamo? Siamo afflitti da corruzione, evasione, mafie, che ci imporrebbero trasparenza assoluta, lotta all' illegalità economica mediante vigilanza serrata, severità nei controlli, bilanci veritieri, ed alcuni personaggi politici (vedasi Cicchitto) si permettono di scagliarsi contro le norme che potrebbero sanzionare il falso in bilancio, minacciando addirittura di far cadere il Governo se tali norme verranno emanate! Ove ciò dovesse verificarsi gli elettori italiani dovrebbero punire pesantemente i partiti che avessero scelto la protezione di alcuni loro membri imputati o imputabili anziché l'adeguamento della legislazione italiana a quella dei paesi più rispettosi della legalità. ASCANIO DE SANCTIS Cosa farannoadessoa Parma? Sono contento che il Movimento 5Stelle abbia vinto le elezioni di Parma al grido di “no inceneritore”. Da consigliere comunale avevo affrontato il problema smaltimento rifiuti e so che, a parte la raccolta differenziata che è sostanzialmente un palliativo, esistono due sistemi: la discarica e l'incenerimento. Ora, non credo che a Parma vogliano aprire una discarica al posto all'inceneritore, per cui sono curioso di sapere come smaltiranno i rifiuti ecologicamente, per poter esportare la soluzione anche nel resto del Paese. ROBERTOCOLOMBO COMUNITÀ CaraUnità Eticaediritti/1 Più coraggio, non devono esistere «cittadini a metà» L'indicazione dei due consiglieri della Rai da parte di alcune associazioni è una diversa modalità di lottizzazione? Secondo Di Pietro, Il Manifesto ed altri commentatori, sì. Per me no. Benedetta Tobagi e Gherardo Colombo non sono «soci» delle associazioni che li hanno scelti. Né la discussione che ha condotto a questa decisione è stata condizionata dalla ricerca di equilibri di forze. MASSIMO MARNETTO Lascelta delPd chesosterrà le candidature allaRaidi BendettaTobagi ediGherardo Colombosullabase diuna indicazione ricevutadalla «societàcivile»èuna risposta inpositivo allecritiche ricevutepoche settimaneanche dal Pdfa per lenomine in Agcom.Sostenutima nonnominati enon sceltidaun partito i candidati eletti inquesto modosono esaranno liberi, infatti, dalle influenzeche icandidati sceltidaun partito sarebberostati comunque costretti a subire. Venendodaaltreattività, in secondo luogo, essidedicheranno untempo ragionevole della loro vita alla risoluzionediproblemi che ci riguardano tutti (la Raièprima di tutto un benepubblico)senza dover rendere conto delle loro scelte adun partitoo adun sistema dialleanzeche li ha fatti arrivarea quel ruolo di responsabilità.Forti diuna loro sicurezza professionalechenulla ha che farecon le scelteche faranno nel ruolopubblicoche eventualmenteverrà loro affidato,godranno questepersone inoltredelnon trascurabile vantaggiodipoter tornare,al termine del loromandato, al loro lavoroprecedente. Quelladelpolitico, infatti, dovrebbeessere sempremenouna carriera esemprepiù un servizioprestato, per un tempodefinito, alla comunità.Comeproposto, in tempi antichi mapresenti,da unuomo capacedi pensare alladifferenzache c'è fra la democraziae la Repubblicacome Platone. Dialoghi ViaOstiense,131/L 0154Roma lettere@unita.it OGNI ARMONIA SA USARE NOTE DIVERSE E CONQUESTO SPIRITO MANTENGO ALCUNE DIVERSITÀ DAL DOCUMENTO del comitato presieduto da Rosy Bindi. Un testo complesso, impegnato, con passaggi convincenti a partire dal richiamo a Carte e Trattati sovranazionali e dalla centralità della dignità umana. In questo siamo tra i pochi che cercano di riannodare cultura e politica. Allo stesso tempo sappiamo quanto la credibilità di un partito dipenda dalla chiarezza del suo messaggio. Lo scrivo perché un documento su una «nuova cultura dei diritti» può evitare dettagli legislativi, ma ha bisogno di una corrispondenza tra principi e indicazione dei traguardi. Aggiungo, con umiltà, che una cultura dei diritti deve scolpire i diritti umani come il suo primo comandamento civile. Sono il frutto della migliore civiltà europea. Quella dei lumi, del solidarismo e del dialogo. Non è un caso che il loro tradimento oggi ci consegni drammi e regressioni. Per un partito democratico è una sfida enorme in un mondo guasto, e in cui liberismo sfrenato e indifferenza etica hanno umiliato dignità e spirito critico. Vale per il lavoro, la libertà religiosa o la lotta contro la pena di morte. Vale per la crescita, per regolare l'economia e le relazioni internazionali. Inguaribili ottimisti sostengono che sui diritti umani si fonderà il nuovo ordine mondiale. E allora questa sia la nostra promessa. Altri, prima di noi, hanno saputo farlo. Penso alla «bibbia laica» che è la nostra Costituzione e all'articolo 3 che enuncia l'uguaglianza dei cittadini e l'obbligo dello Stato a rimuovere gli ostacoli. Sta oggi a noi ricollocare quella promessa nello spirito del tempo. Tradurla in una trama indivisibile di diritti civili, politici e sociali. Conquiste mai date per sempre ma da difendere, espandere e che vivono nei conflitti sociali e delle idee. Da qui la responsabilità della politica e il senso della sua autonomia. Lo sanno bene le donne che hanno dovuto conquistarsi il rango di soggetto costituente nella storia dei diritti umani universali. Non a caso su questo piano nel mondo si consuma una «guerra» per il potere sul corpo femminile. Che siano stupri etnici, burqa o infibulazione. O nel cortile di casa nostra, la violenza. Anche il tema del bilanciamento tra diritti richiede uno sguardo umano. Dunque sì all'obiezione di coscienza ma anche due sì all'applicazione dell'intera 194, spesso disattesa per mancanza di medici che praticano l'interruzione o di fondi per la prevenzione. Sì all'attenzione sulla legge 40 che con la sua corazza ideologica ha costretto migliaia di coppie ai tribunali e ai viaggi procreativi. L'agenda è fitta. C'è il tema di un numero elevato di embrioni destinati alla distruzione perché non più impiantabili e che potrebbero salvare da gravi patologie. Se la ricerca sulle cellule staminali non solo adulte, come già accade altrove, può curare persone senza speranza, non è accettabile che l'accesso a nuove terapie sia filtrato dal censo (chi può si cura all'estero). E gli altri? Noi siamo nati per occuparci degli altri. Anche di chi, a proposito del testamento biologico, vorrebbe sentirsi rassicurato sul fatto che l'ultima parola sarà la sua o quella del suo fiduciario. SOLUZIONECONDIVISA Quanto alle unioni gay, penso anch'io che un bimbo possa crescere protetto dall'amore di una coppia omosessuale e che la parola matrimonio non sia un tabù. Ma intanto mi chiedo se una soluzione condivisa non debba essere quella del riconoscimento giuridico e sociale delle unioni civili, omosessuali e non. Scelta compatibile con gli articoli 2, 3 e 29 della Costituzione e che nulla leva agli investimenti sulla famiglia. Conosco il senso di una ricerca vera; con Rosy e i Dico la praticammo. Oggi semmai serve maggior coraggio nelle scelte. Lo stesso che ha spinto Bersani a proporre verso il 2013 il percorso meno semplice ma più aperto. Mi è stato detto che il documento può contenere tutte queste cose. Vorrei fosse così. Perdonatemi se scomodo il Manzoni: «...perché, vedete, a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente...». Le parole sono strumenti fragili o potenti a seconda del loro incastro e di chi le usa. Noi siamo oggi il primo partito del Paese e questo accresce i nostri doveri. C'è un collasso morale delle élites. Sulla crisi economica si consuma la democrazia. Il Pd è nato per ricostruire il legame sentimentale tra politica e persone, tra diritti e etica pubblica, tra individui e comunità. Vuol dire che nessuno dovrebbe sentirsi «cittadino a metà». E, al di là di tutto, la sinistra c'è, lo dico a Castagnetti con la stima di sempre, perché anche io mi senta un «residuo» meno solo quando cerco di difendere un punto di vista. Benedetta Tobagi e Gherardo Colombo Una novità di metodo AIFINIDIUNACORRETTAVALUTAZIONEDEL DO-CUMENTO SUI DIRITTI ELABORATO DALLA COMMISSIONEpresieduta da Rosy Bindi, credo si debba tener conto della sua natura e finalità: da un lato si è prodotto un testo di cultura politica - non dunque una trattazione giuridico-filosofica - dall'altro si è inteso offrire al decisore politico - il partito, i suoi gruppi parlamentari chiamati alla produzione legislativa - un quadro di riferimento generale peraltro da sottoporre al dibattito di una più vasta platea di soggetti. Oltre che ai protagonisti della vita politica del Paese, all'intera società italiana da tempo segnata da profondi cambiamenti di costume, di stili di vita, di pratiche comportamentali. È da condividere, pertanto, il giudizio espresso a caldo da Pier Luigi Bersani allorché osserva che «quel documento…ci mette in grado di inquadrare le decisioni che dovremo prendere su una base molto solida», aggiungendo, subito dopo, che «c'è uno spazio enorme per decisioni più coraggiose» da assumere tanto nelle sedi di partito quanto a livello istituzionale. Come a dire un documento aperto, non definitivamente asseverativo - come non potrebbe essere - che riflette l'impegno ad una interrogazione permanente, doverosa per un partito plurale e pluralista, quanto ai diversi approcci culturali e antropologici, qual è il Pd. Del resto posso testimoniare di un dialogo fecondo che ha visto protagonisti i membri della commissione, un dialogo che è proceduto non attraverso mediazioni - la cultura politica non deve mediare, deve elaborare e chiarire le proprie posizioni - bensì mediante progressive e reciproche acquisizioni, in vista di un arricchimento di tutti. Acquisizioni su di un arco assai ampio di temi che investono il quadro dei diritti, sino a quelli, per richiamare una definizione di Norberto Bobbio, di terza e quarta generazione, nella sottolineatura dei nessi di mutua implicazione che presiedono al loro riconoscimento, alla loro tutela e promozione. Come a dire che non c'è diritto umano - per fare un esempio da riferire alle esternazioni di Beppe Fioroni - se non si afferma il nesso inscindibile che rapporta tra loro diritti civili e diritti sociali. Fondamentale, dunque, il riferimento alla persona, alla sua libertà e dignità, al suo valore, la persona che è soggetto, individuo, cittadino, lavoratore, che va sempre riconosciuta nella sua differenza di genere, come categoria peraltro ampiamente costituzionalizzata e come paragone della dinamica sociale e dell'agire politico. Sono molteplici i passaggi del testo cui si potrebbe fare riferimento, da approfondire e discutere. Impossibile in questa sede un'evocazione anche solo parziale e limitata. C'è, tuttavia, un aspetto della cultura politica che attraversa il documento meritevole, a mio avviso, di sottolineatura: l'impegno a misurarsi con una dimensione costitutiva del moderno, vale a dire l'assunzione piena della storicità dei diritti dell'essere umano. Dunque la loro evoluzione, il loro sviluppo, la loro affermazione. Il che ci rende più consapevoli della necessità di riconoscere nuovi diritti emergenti e nel contempo di batterci per tutelare i tanti diritti misconosciuti, negletti, addirittura negati. UNDIRITTO MITE In linea con questa prospettiva mi pare in effetti cruciale un passaggio del documento che entra nel vivo del rapporto tra diritti ed etica. «Ciò che va valorizzato della deliberazione politica democratica su temi eticamente sensibili è il suo carattere di sintesi provvisoria e sempre perfettibile». Questo orientamento trova la propria ispirazione nella consapevolezza del limite della politica, della sua parzialità, della sua inadeguatezza a dare espressione alla totalità della coscienza di ciascuno. Una formulazione che rimanda, inoltre, ad un diritto mite - quel diritto che abbiamo invano richiamato a proposito della volontà del paziente di rifiutare alimentazione ed idratazione forzata volto ad impedire abusi e a porre vincoli all'esercizio del potere, alla stessa normatività della legge. Quel diritto che valorizza la differenza, la pluralità delle visioni etiche. Che, in definitiva, restituisce ruolo ed assegna responsabilità alla politica. Infine, sulla vexata quaestio dei Dico, delle unioni civili, dei rapporti coniugali tra persone omosessuali, non resta che prendere in mano la sentenza 138/2010 della Corte Costituzionale secondo cui all'unione omosessuale «spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia». Qui vale, credo per tutti, l'ammonimento, quasi un'invocazione, a «cercare ancora». 18 domenica 24 giugno 2012
Ha conosciuto di persona il carcere, per aver denunciato la deriva antidemocratica del regime del suo Paese. «Il futuro dell'Ungheria è ostaggio di un regime populista che fa spregio dei diritti politici e civili». A parlare è Attila Mesterhàzy, 38 anni, leader del Partito socialista ungherese (Mszp). A Roma per un incontro con il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, l'Unità lo ha intervistato. Il 28 e 29 giugno a Bruxelles si svolgere unConsiglioeuropeopermoltiversidecisivo per il futuro dell'Europa. Qual è la suaposizione inmerito? «Come socialisti ungheresi, ci sentiamo in linea con la posizione assunta dai partiti progressisti europei, che fanno capo al Pse, nel sostenere che le misure di austerità, la fiscalità più dura, non sono sufficienti per far ripartire la crescita. Per la crescita, occorre ragionare sull'occupazione. Per creare lavoro, in Europa è necessario definire strumenti finanziari europei. Perché questa crescita va finanziata. Il che significa rafforzare il bilancio europeo. È necessario riconoscere che fino a un certo livello la disciplina di bilancio è necessaria, ma superato quel livello di fatto congela le possibilità di rilanciare l'economia». VenendodalquadroeuropeoallevicendeinternedelsuoPaese,l'Ungheriasembraesserediventatail laboratoriopoliticodiunodeipiùinquietantipopulismidi destrainEuropa.QualèoggilasituazioneinUngheriaeinchemodoleforzeprogressiste provano a contrastare questa derivaautoritaria? «Quella ungherese è una situazione particolarmente unica, con una coalizione di centrodestra che ha più di due terzi del Parlamento. Non hanno bisogno di negoziare alcunché con l'opposizione. Possono cambiare la Costituzione, cancellare o stravolgere tutte le leggi precedenti. Non è solo una questione numerica. Il fatto è che la loro linea politica non prevede il dialogo. Non c'è alcun tipo di scambio, di confronto. Nulla. Solo l'imposizione. La stessa cosa avviene nella società. Questo è un governo che non dialoga con le forze della società civile: l'associazionismo, i sindacati, le organizzazioni non governative. Quello che il primo ministro Viktor Orbàn vorrebbe fare non è creare un nuovo sistema democratico in Ungheria, ma realizzare un nuovo “sistema Fidesz” (il partito del premier, ndr). Il sistema dei pesi e contrappesi propri di un Paese democratico stanno venendo meno. Non solo il loro populismo emerge sempre più minaccioso. Ciò che emerge è anche l'estremismo, è la radicalizzazione di alcune opposizioni. Come Sarkozy ha provato a vincere in Francia rincorrendo le posizioni estreme del Front National di Marine Le Pen, anche Orbàn sta provando a fare la stessa operazione in Ungheria. Non c'è più una linea di demarcazione tra quello che è un partito di centrodestra - quale tradizionalmente dovrebbe essere Fidesz - e quello che è l'estremismo di destra di un partito quale Jobbik, un partito che ha posizioni marcatamente fasciste. Orbàn vuole istituzionalizzare la dittatura e quanto all'Europa, vale ciò che ha affermato in un suo intervento in Parlamento: “Noi non crediamo nell'Unione europea, crediamo nell'Ungheria...», esaltando un deteriore populismo nazionalista. Ad un Paese in queste condizioni, in piena emergenza democratica, noi socialisti proponiamo un'alternativa fondata su tre pilastri...». Quali? «Anzitutto, la giustizia sociale. Il secondo pilastro, è l'ancorarsi ai valori europei e al sistema politico-istituzionale europeo, e quindi rafforzare l'integrazione europea. Il terzo pilastro di questa proposta è riscoprire i valori e la pratica della democrazia». Inquestaottica,qualecontributopuòveniredai progressisti europei? «Una cosa che può essere molto utile è che anche voi vinciate le prossime elezioni... Vorrei che sia chiaro che questo non è solo un mio auspicio, ma di fatto per l'elettorato ungherese, vedere che il vento in Europa sta cambiando, che i progressisti nei diversi Paesi europei in Francia, in Germania, in Italia, in Gran Bretagna - stanno recuperando posizioni, tutto ciò dà un nuovo stimolo, una nuova fiducia alla possibilità del cambiamento anche da noi in Ungheria. Altra cosa estremamente importante per la nostra gente è sentire che non sono soli in Europa. Per questo è stato molto importante avere avuto oggi (ieri, ndr) un incontro con Bersani, con l'impegno del Pd di sostenere anche in Ungheria le iniziative che il nostro partito porterà avanti. Allo stesso tempo, sarà importante spingere anche altri partiti progressisti europei a seguire l'esempio di Bersani: ciò ci aiuta perché dimostra una cosa semplice, ma di fondamentale importanza: noi abbiamo partnership, abbiamo amicizia, riceviamo solidarietà dalle forze democratiche e progressiste europee e dai loro leader. Orbàn invece è isolato, perché si è isolato in virtù delle posizioni estremiste che ha assunto in questi due anni. La prova è che è isolato anche nell'area dei conservatori europei». La crisi si aggrava. Damasco: «Aveva invaso il nostro spazio aereo» Due riunioni d'emergenza del gabinetto di crisi di Ankara Armi israeliane ai ribelli Quaranta morti negli scontri di ieri EGITTO Un caccia turco abbattuto. Armi israeliane ai ribelli. La guerra civile siriana rischia di trasformarsi in un devastante conflitto regionale. Altissima tensione tra Siria e Turchia. Damasco ha riconosciuto di aver abbattuto l'altro ieri un caccia turco F-4 al largo delle sue coste. Venerdì pomeriggio Ankara aveva annunciato di avere perso i contatti con un suo caccia, un F-4, in volo sul mare nella provincia di Hatay, proprio al confine con la Siria. Subito la Cnn locale ha parlato di uno schianto nelle acque territoriali del Paese vicino. La Turchia ha dato immediatamente avvio le operazioni di ricerca e salvataggio dei due uomini a bordo del caccia, mentre la televisione filo iraniana al-Mayadeen,di stanza in Libano, accusava le difese antiaeree siriane di aver abbattuto il caccia. Nella notte un portavoce dell'esercito siriano ha spiegato: «Abbiamo confermato che l'obiettivo era un aereo militare turco che è stato colpito da un colpo diretto, dopo essere entrato nello spazio aereo siriano. Si è schiantato in mare nelle acque territoriali siriane a circa 10 km dalle coste della provincia di Latakia». Il portavoce di Damasco ha aggiunto che i radar siriani avevano individuato verso le 11,40 ora locale (le 10,40 in Italia) un «obiettivo non identificato» che era penetrato nello spazio aereo siriano a grande velocità e a bassa altitudine. La difesa anti-aerea ha ricevuto quindi l'ordine di aprire il fuoco. Le marine turca e siriana sono in contatto e conducono le operazioni di ricerca per ritrovare i due piloti dell'F-4 finito in mare. Subito dopo la scomparsa dell'F-4 il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha convocato una riunione d'urgenza con il capo di Stato maggiore, il generale Necdet Ozel, e diversi ministri, secondo quanto riferisce l'agenzia turca Anadolu. Oltre ad Erdogan alla riunione hanno partecipato Ozel, il ministro dell' Interno Idris Naim Sahin, quello degli Esteri Ahmet Davutoglu, quello della Difesa Ismet Yilmaz e il capo dei servizi segreti Hakan Fidan. Al termine del vertice il premier ha smentito le notizie secondo cui la Siria aveva subito ammesso l'abbattimento e si era ufficialmente scusata. Poi nella notte è arrivata la conferma di Damasco. «Reagiremo di conseguenza», ha replicato Ankara in un comunicato ufficiale, ma ha aggiunto che la risposta all'incidente verrà decisa solo dopo che saranno chiariti i dettagli dell'incidente. Fonti governative turche non hanno escluso che nel caso possa essere coinvolta la Nato, sulla base del principio del Patto Atlantico che considera l'attacco contro un qualsiasi Stato membro alla stregua di un attacco contro tutti gli altri, legittimandoli a un eventuale intervento. ARMIAGLI INSORTI I gruppi armati siriani anti-Assad a Homs hanno ricevuto missili israeliani di ultima generazione utili «contro i carri armati T-72» in dotazione all'esercito siriano: a rivelarlo sono fonti bene informate in Siria.Il sistema anti-carro, probabilmente Tow (acronimo di Tubelaunched, Optically tracked, Wire command data link, ndr), di ultima generazione, originariamente prodotto negli Usa, è in grado di inquadrare l'obiettivo in un raggio di oltre 3 km, e può essere montato su un tubo di lancio piazzato a terra o su un mezzo mobile. Secondo le fonti, «a Qudsaya (il sobborgo a 10 km della capitale) si registra una escalation di violenza da oltre una settimana perchè è da lì che potrebbero arrivare questi sistemi anti-carro a Dayr az Zor e in tutta la regione orientale, come ad al-Mayadin (altro «punto caldo», ndr)». I carri armati da battaglia T-72, nelle loro varie versioni, sono il fiore all'occhiello della produzione russa. Le recenti versioni hanno una armatura corazzata capace di resistere anche alle radiazioni e sono semi-anfibi, perchè possono attraversare corsi d'acqua alti fino a cinque metri. I razzi Rpg, largamente utilizzati in Siria nel corso dell'ultimo anno, non hanno questa capacità, «al massimo possono distruggere un blindato leggero». Cronaca di guerra: sono almeno 40 le vittime delle violenze di ieri, la maggioranza delle quali uccise negli scontri e nei bombardamenti operati dalle forze lealiste in alcune località in mano ai ribelli. Tra le vittime anche una decina di soldati che avevano provato a disertare nella provincia di Damasco. L'INTERVISTA AttilaMesterhàzy Il leaderdeisocialisti ungheresi:«Nonesistepiù ildialogo,néopposizione aBudapest.Solo l'Europa puòaiutarciausciredalla derivadelgovernoOrban» Rinviatoaoggi l'annuncio delnuovopresidente Ilministero dell'Interno egiziano ha varatounaserie dimisuremolto severeper garantire la sicurezza dopo l'annunciodel risultato delle presidenziali,oggipomeriggio. Lo scrive l'agenzia Mena secondo la qualesaràmoltiplicata la presenza delle forzedell'ordine insieme all'esercitoanchesulleautostrade, la sicurezzasarà rafforzatapresso le installazioni strategiche esaranno prese«misurepreventive»per ristabilire la sicurezza seci saranno «attidianarchia» dopo l'annuncio. Sia il candidato deiFratelli Musulmani, MohamedMorsi, sia il suorivalenel ballottaggio, l'expremierdi Hosni Mubarak,AhmedShafiq, rivendicano lavittoria. Faremomanifestazioni pacificheperdifendere inostri diritti» eperchè i risultati nonsiano truccati, afferma ilportavocedellaFratellanza, MahmoudGhazlan.«Li accetteremoaggiunge- mase saranno il contrario diquello che ci si aspetta il popolo proteggerà la suavolontà libera». Siria, il caccia turco abbattuto incendia tutta l'area U.D.G. udegiovannangeli@unita.it . . . Alle forze di Assad i carri armati T-72, fiore all'occhiello della produzione russa «Non lasciate sola l'Ungheria qui si rischia la dittatura» Una manifestazione a Budapest contro il bavaglio all'informazione da parte del governo Orban FOTO AP UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it domenica 24 giugno 2012 13
28 domenica 24 giugno 2012
Montepremi 2.395.449,94 5+stella Nessun6-Jackpot 8.314.312,63 4+stella 26.732,00 Nessun5+1 - 3+stella 1.438,00 Vinconoconpunti5 35.931,75 2+stella 100,00 Vinconoconpunti4 267,32 1+stella 10,00 Vinconoconpunti3 14,38 0+stella 5,00 Nazionale 60 70 52 36 30 Bari 4 35 36 43 55 Cagliari 85 20 46 25 24 Firenze 39 13 88 28 3 Genova 20 46 42 68 67 Milano 29 45 59 46 79 Napoli 14 40 67 31 50 Palermo 35 83 14 56 63 Roma 37 61 52 64 72 Torino 77 46 74 49 68 Venezia 71 5 18 24 43 TRANOIELASEMIFINALEDIQUESTOCAMPIONATOEUROPEO SENZA SORPRESE C'È UN SIGNORE CHE IN ITALIANONHALASCIATOUNGRANRICORDODISÉMACHE OGGIFAPAURA.Roy Hodgson non è mai stato così temuto come in questi ultimi giorni. Forse perché la sua Inghilterra è una delle più solide che si siano viste razzolare in questi ultimi anni. Non è che questo signore nato 66 anni fa a Croydon abbia fatto grosse cose rispetto alla squadra di Capello. Gli inglesi giocano con un 4-4-2 che è sempre uguale a se stesso, ma hanno trovato una compattezza che prima non avevano. E in questo Hodgson ha lasciato il segno. Ad esempio ha spostato il baricentro della squadra in basso di una decina di metri, chiudendo tutti i possibili spazi agli avversari ma lasciando campo ai suoi uomini per le ripartenze. Gerrard e Rooney sono quelli che da questo piccolo stratagemma ne traggono più profitto. E sono quelli che dovremo tenere più a freno. Ma senza avere paura di nessuno, come ha spiegato ieri Cesare Prandelli che ha dichiarato di avere un grande rispetto per l'Inghilterra e la sua organizzazione, ma è convinto che l'Italia farà una grande gara: «Abbiamo preparato la gara guardando le loro partite e abbiamo constatato che è una delle squadre europee più organizzate rispetto altre che invece si fanno tanta pubbicità. Loro giocano in una quarantina di metri - ha poi aggiunto il ct - sono organizzati e dovremo rubargli i tempi di gioco, mettere in campo la loro intensità, il loro agonismo. Se troviamo i tempi di gioco giusti, faremo grande partita». «Quello con l'Inghilterra è per noi un confronto importante e noi vogliamo giocarlo senza paura e sudditanza. Noi dobbiamo stare in partita sempre - prosegue Prandelli -, la squadra che andremo affrontare è una squadra ricca di grandi giocatori e di grande carisma, ma sono anche ben organizzati». Accanto a Prandelli, anche Mario Balotelli:«Mi aspetto da lui le stesse cose che mi aspetto da tutti gli altri giocatori. Devono essere pronti tutti, possono giocare 20' o 40', ma tutti devono essere già ben concentrati su questa partita. Mai come ora nessuno sa chi giocherà. Devono pensare che tutti possono giocare». Nessuno sa chi giocherà - «non voglio dare indicazioni di formazione, anche i piccoli vantaggi possono creare problemi» - ma i ben informati potrebbero ritengono che la Nazionale ripresenterà lo stesso 4-4-2 proposto con l'Irlanda. Con alcune piccole variazioni: l'ingresso di Bonucci in difesa al posto dell'infortunato Chiellini, Montolivo nel vertice alto del rombo di centrocampo al posto di Thiago Motta - «ha un affaticamento muscolare, ha dato la sua disponibilità, è nel gruppo» - e il ritorno di Balotelli e dei suoi muscoli davanti. «Se vi farò divertire o arrabbiare? Ho solo intenzione di giocare questa partita e fare il massimo» ha detto l'attaccante del City. «La maglia della nazionale mi ha emozionato fin da quando ero bambino. Di chi sono amico e chi temo nell'Inghilterra? Sono amico dei miei compagni di squadra del Manchester City e non temo nessuno», ha concluso Balotelli. L'uomo che gli inglesi temono di più MARZIOCENCIONI sport@unita.it IN UNA PARTITA GIOCATA A UN RITMO CHE AVREBBE FATTO CONCORRENZA A RAUL CASADEI,TANTOERALENTOL'INCEDEREDI SPAGNA E FRANCIA, I CAMPIONI VANNO AVANTI,SENZAENTUSIASMARE,MAANCHE SENZARISCHIARE. Il quarto di finale che sembrava contenere i maggiori pregi tecnici si riduce a una partita modesta, che la Spagna vince perché padrona del campo, anche se il conto delle occasioni è essenziale. Per fortuna, Xabi Alonso sfrutta la migliore manovra di tutto il match, con Alba che riesce a correre in profondità, dopo il solito buon palleggio fra Xavi e Iniesta. Il traversone del terzino sinistro è perfetto: in area francese tre spagnoli irrompono da dietro, uno per ogni settore. Quello sul palo lontano è Xabi, il cross è per lui: 1-0. È il ventesimo, e fin qui è stato un mologo spagnolo. Si attende un segno di vita dalla Francia, che Blanc ha un po' ridimensionato, rinunciando a Nasri e Menez, a favore di qualche muscolo in più a centrocampo. Calcolo errato, che costringe i transalpini a fare da spettatori: la Francia non fa niente. Manovra poco e male. Benzema e Ribery possono solo tentare qualche assolo, ma gli spagnoli raddoppiano e triplicano marcature troppo banali per preoccupare Casillas. La ripresa ha un tono più logico: i francesi provano almeno a organizzare gioco nella metà campo spagnola, ma non si conta nessuna occasione che merita la cronaca, se non un colpo di testa di Debuchy, alto, su cross di Ribery, che poi tenta un'altra fuga ma la palla al centro è comoda per Casillas: tutto qui. Blanc cambia il modo di attaccare nell'ultima mezz'ora, ripescando gli esclusi, Menez e Nasri, ma la Francia è sotto ritmo, fuori partita. Non riesce a mettere Ribery né Benzema in condizione di affrontare uno-contro-uno i difensori di Del Bosque: questa era l'unica chance, ma resterà un'intenzione. Va detto che la Spagna - come spesso accade - si disinteressa di chiudere il match, e in pratica va al tiro solo una volta, quando su una palla in profondità per il taglio dal lato in mezzo di Fabregas, Lloris esce con ottima scelta di tempo e anticipa in spaccata il giocatore del Barça. Esce Iniesta, meno vivo del solito, e il suo cambio di passo e d'idea è fondamentale per insaporire il palleggio spagnolo. Il due a zero arriva all'ultimo minuto, quando Reveillere (il più grossolano ieri sera, quando invece si è spesso dimostrato sapiente) crolla addosso a Pedro. Rizzoli non può sbagliare e nemmeno Xabi Alonso, che legittima con questa doppietta la fiducia di Del Bosque. Il risultato è fin troppo grasso per questa Spagna troppo interlocutoria, ma la distanza è giusta nei confronti di una Francia che aveva cominciato l'Europeo con qualche velleità e che lo chiude con due sconfitte (prima di ieri, contro la Svezia di Ibrahimovic) che hanno frustrato certe ambizioni ma che ridimensionano pesantemente sia il lavoro e le scelte di Blanc che la portata di gente come Ribery e Benzema, talenti spesso oscurati nei propri club e mancati protagonisti quando ne hanno avuto occasione. La Spagna è in semifinale, difende il suo rango di campionessa in carica e l'impressione che lascia è ambivalente: può fare di più, come avesse risparmiato i botti per le due sfide decisive, ma manca di qualcosa che scoraggiava gli avversari, li attanagliava di sudditanza verso un palleggio insistito ma anche pericoloso. Quale sia la verità lo capirà il Portogallo, avversaria in semifinale: squadra vera, che con Ronaldo fa male. Se la Spagna balla il lento, lui è rock. InumeridelSuperenalotto Jolly SuperStar 2 6 26 42 55 86 3 15 10eLotto 4 5 13 14 20 29 35 36 37 3940 42 45 46 61 71 77 83 85 88 LOTTO EUROPEI2012 CALCIOMERCATO SABATO 23 GIUGNO Unallenamentodegliazzurri, si riconoscono ChristianMaggio, AngeloOgbonna,Mario Balotelli, ThiagoMotta. FOTO TM NEWS/INFOPHOTO XabiAlonsonefadue LaSpagna ingabbia unaspentaFrancia Ungolper tempoGli uominidiBlancmai pericolosi.Orapergli spagnolic'è il PortogallodiRonaldo XabiAlonsosegna laprima rete della Spagna. Il secondo golarriverà su rigoreal90' FOTO: INFOFOTO Alla fineVerratti rimanealPescara MarcoVerratti esce dalmercato. L'ha comunicato ilPescarahadeciso di ritirare il suo centrocampista che alcunigiorni faera arrivatoad un passodallacessionealla Juventus. Questo il comunicato ufficiale della societàbiancazzurra: «I vertici societaridellaDelfino Pescara 1936 Srl hanno incontrato il calciatoreMarco Verratti e il suo agente.Aseguitodi un colloquio intercorsotra leparti, dove il calciatoreharibadito ildesideriodi rimanere in biancazzurro, -avendo, tra l'altro, rinnovato loscorsogennaio un contrattoche lo legaal clubdi via Albegnaperaltri 4anni - preso atto dellavolontàdelcalciatore, laDelfino Pescara 1936Srl comunicadi ritirare ufficialmente il centrocampista pescaresedalmercato». Il comunicato di fattochiude lavicenda: il gioiellino delPescaravorrebbe la Juventus,ma dal2013. LaJuvesi è mossa per tempo,ma prima ilgiovaneBouy (propostocome contropartita tecnica)ha rifiutato il trasferimento in Abruzzo,poi al Pescara l'offertapiù interessanteè arrivatadal Napoli. «Un'Italia senzapaura» Staseraaiquarti congli inglesi IlCt: faremounagrandegara CesarePrandelli non annuncia l'undici incampo Inattaccoforsetornanoi muscolidiBalotelli, Montolivoacentrocampo VINCENZORICCIARELLI KIEV U: domenica 24 giugno 2012 27
SELAPERPETUAGIOVINEZZADIUNAUTORESTANELLA SUACAPACITÀDIRIUSCIREASTIMOLARESEMPRENUOVEIDEE,si può allora affermare che Karl Marx possiede, senz'altro, questa virtù. Nonostante, dopo la caduta del Muro di Berlino, conservatori e progressisti, liberali ed ex-comunisti, ne avessero decretato, quasi all'unanimità, la definitiva scomparsa, con una velocità per molti versi sorprendente, le sue teorie sono ritornate di grande attualità. Di fronte alla recente crisi economica e alle profonde contraddizioni che dilaniano la società capitalistica, si è ripreso a interrogare il pensatore frettolosamente messo da parte dopo il 1989 e, negli ultimi anni, centinaia di quotidiani, periodici, emittenti televisive e radiofoniche, di tutto il mondo, hanno celebrato le analisi contenute ne Il capitale. NUOVISENTIERIPER LA RICERCA Questa riscoperta è accompagnata, sul fronte accademico, dal proseguimento della nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels, la Mega². In essa, le numerose opere incompiute di Marx sono state ripubblicate rispettando lo stato originario dei manoscritti e non, come avvenuto in precedenza, sulla base degli interventi redazionali cui essi furono sottoposti. Grazie a questa importante novità e tramite la stampa dei quaderni di appunti di Marx (precedentemente quasi del tutto sconosciuti), emerge un pensatore per molti versi differente da quello rappresentato da tanti avversari e presunti seguaci. Alla statua dal profilo granitico che, nelle piazze di Mosca e Pechino, indicava il sol dell'avvenire con certezza dogmatica, si sostituisce l'immagine di un autore fortemente autocritico che, nel corso della sua esistenza, lasciò incompleta una parte significativa delle opere che si era proposto di scrivere, perché sentì l'esigenza di dedicare le sue energie a studi ulteriori che verificassero la validità delle proprie tesi. Diverse interpretazioni consolidate dell'opera di Marx vengono, così, rimesse in discussione. Le cento pagine iniziali de L'ideologia tedesca (testo molto dibattuto nel Novecento e da tutti considerato pressoché terminato) sono state pubblicate, per la prima volta, in ordine cronologico e nella veste originaria di sette frammenti separati. Si è scoperto che essi erano degli scarti delle sezioni, del libro in cantiere, dedicate agli esponenti della Sinistra hegeliana Bauer e Stirner. La prima edizione del testo, stampata a Mosca nel 1932, ma anche le numerose e successive versioni, che non ne variarono di molto la sostanza, crearono, invece, l'errata impressione che il cosiddetto «capitolo su Feuerbach» rappresentasse la parte principale del libro scritto da un Giano bifronte (Marx ed Engels), nel quale – secondo gli studiosi sovietici – erano state esposte esaustivamente le leggi del materialismo storico (espressione, per altro, mai utilizzata da Marx), o – secondo il marxista francese Althusser – era stata partorita niente meno che «una rottura epistemologica senza equivoci, chiaramente presente nell'opera di Marx». Ulteriore motivo di interesse di questa edizione è l'avanzamento nella distinzione tra la concezione di Marx e quella di Engels. Passaggi precedentemente considerati del tutto unitari vengono letti in modo differente. La frase, oggetto di critiche feroci e difese ideologiche, ritenuta da diversi autori come una delle principali descrizioni della società post-capitalistica secondo Marx («la società comunista (… ) regola la produzione in generale e (… ) mi rende possibile il fare oggi questa cosa, domani quell'altra; la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare”), fu, in realtà, opera del solo Engels (ancora influenzato dalle idee degli utopisti francesi) e del tutto respinta dal suo amico più caro. Le acquisizioni filologiche della Mega² hanno prodotto risultati di rilievo anche rispetto al magnum opus di Marx. Nel corso dell'ultimo decennio sono stati pubblicati quattro nuovi volumi, contenenti tutte le bozze mancanti dei Libri Secondo e Terzo de Ilcapitale – lasciati, com'è noto, da lui incompleti. La stampa di questi testi consente di ricostruire l'intero processo di selezione e composizione dei manoscritti marxiani svolto da Engels (i suoi interventi ammontano a diverse migliaia – cifra inimmaginabile fino a pochi anni fa), nel lungo arco di tempo compreso tra il 1883 e il 1894. Oggi si può valutare, dunque, dove egli apportò consistenti modifiche e dove, invece, rispettò più fedelmente il testo di Marx che pure, occorre affermarlo con chiarezza, non rappresenta affatto l'approdo finale della sua ricerca (incluse le pagine sulla celebre Legge della caduta tendenziale del saggio di profitto). NONSOLO UNCLASSICO Credere di poter relegare Marx alla funzione di classico imbalsamato, al campo degli specialismi dell'accademia, costituirebbe, però, un errore pari a quello commesso da coloro che lo trasformarono nella fonte dottrinaria del “socialismo reale”. Le sue analisi sono più attuali che mai. Quando Marx scrisse Ilcapitale, il modo di produzione capitalistico era ancora in una fase iniziale del proprio sviluppo. Oggi, in seguito al crollo dell'Unione Sovietica e alla sua espansione geografica in nuove aree del pianeta (in primis la Cina), esso è divenuto un sistema compiutamente globale – che invade e condiziona tutti gli aspetti (non solo quelli economici) della vita degli esseri umani – e le riflessioni di Marx si rivelano più feconde di quanto non lo fossero al suo tempo. Dopo vent'anni di lodi incondizionate alla società di mercato, pensieri deboli subalterni e vacuità post-moderne, poter ritornare a guardare l'orizzonte sulle spalle di un gigante come Marx è una notizia positiva per tutti quelli che sono impegnati nella ricerca, politica e teorica, di un'alternativa democratica al capitalismo. RAGIONAMENTI IL RITORNO DELGIGANTE Lasecondavita diKarlMarx Nuovi manoscritti smontano dogmatismi antichieoffronoanalisiattuali sullacrisi KarlHeinrich Marx (1818 – 1883), filosofo ed economistatedesco ConquestoarticoloMarcello Musto,docentepresso ilDipartimentodiScienze PolitichedellaYork UniversitydiToronto,ed espertodimarxismo,avvia unacollaborazionecon l'Unità.Sulnostrosito trovereteabreve il suoblog La Mega 2 Lanuovaedizionetedesca (Marx-Engels Gesamtausgabe) si articola inquattro sezioni: la primacomprende leopere egli articoli; la secondaIl capitalee tutti i suoimanoscritti preparatori; la terza l'epistolario;e la quarta i quadernidi estratti.Dei 114 volumiprevisti, ad oggine sono stati pubblicati 58(18dalla ripresa avvenutanel 1998), ognunodei quali comprende unamplio apparatocritico. Latraduzione italiana(Marx Engels Opere EditoriRiuniti), iniziata nel 1972 ebasata sull'edizionetedescadel 1956-68, venne interrottanel 1990,quando eranostati datialle stampesolo 32dei 50 volumiprogrammati.Di recente lecaseeditriciEdizioni Lotta Comunista eLaCittà del Sole hannopubblicato alcunidei 18 tomi rimanenti. Oggi nel mondo InGermania Il capitale è divenutonuovamente unbest seller,mentre inGiappone hariscosso grandesuccesso la suaversione manga. In Cina è incorso distampa unanuova mastodontica traduzione(dal tedescoenon –come avvenuto inpassato–dal russo) delle sueopere complete evengono orapubblicati anche i principali lavori dei“marxisti occidentali”. In America latina, infine,una nuovadomandadi Marx èripresa anchedalversante politico. In libreria Lineamenti fondamentali di critica dell'economia politica, Manifestolibri2012 Inventare l'ignoto. Testi e corrispondenze sulla Comune a Parigi, Alegre2011 L'alienazione, Donzelli 2010 Introduzione alla critica dell'economia politica,Quodlibet 2010 Il capitalismo e la crisi, Derive eApprodi 2009 Quaderni antropologici, Unicopli2009 MARCELLO MUSTO ... Dopoannidi lodisperticate alla logicadimercato, èmoltoutileanalizzare lasuaoperae isuoiappunti U: domenica 24 giugno 2012 21
DAVVERO, IL TERREMOTO, IN EMILIA HA SPOSTATO LE MONTAGNE SE È VERO CHE DOMANI ALLO STADIO DELL' ARA DI BOLOGNA ACCADRANNO COSE MAI VISTE. L'appuntamento con l'imprevisto, con tutto ciò che avreste voluto ma non avete mai osato chiedere è, com'è ormai noto, alle ore 21. Benché si tratti di una iniziativa destinata ad alleviare i dolori prodotti dal sisma, lo spirito che la circonda è tutt'altro che mesto. E non basta la musica, tutta emiliana e buona come i tortellini e il Parmigiano a spiegare questo particolare clima di avvento. Vediamo di essere più chiari. 1) Conoscete Guccini abbastanza per sapere con certezza cosa avrebbe risposto se qualcuno lo avesse invitato a tenere un concerto nel corso dell'estate? Lui è gentile e avrebbe sicuramente risposto sorridendo: «No, grazie, non ce la faccio, non mi sento, non mi va...». Avrebbe risposto così anche a chi gli avesse chiesto di presentarsi sul palco di Woodstock, in fondo così vicino alla Via Emilia e al West, sgusciando così, per santa pigrizia da una foto di gruppo che lo avrebbe piantato nella storia accanto a Jimi Hendrix. Infatti, quel che non si percepisce immediatamente di questo gran poeta italiano è che è fantasticamente schivo, benché dai palchi che frequenta da mille anni a questa parte dialoghi molto con il suo pubblico. Invece, ecco che non solo Francesco Guccini c'è, ma figura con i Nomadi tra i promotori del concertone di solidarietà. Patriota? Nel senso dell'Emilia, ovviamente? Anche. Lui che da quando era magro cantava in modenese, anzi, “bluesava” in modenese stretto e chi non lo conosceva faceva fatica a capire che non era uno slang del delta del Mississippi, ma una lingua imparentata col tortellino e con le pendici dell' Appennino, e dalla rima non si scappa. A proposito di Appennino: Guccini sta, in genere, a Pavana, e da lì non schioda, dalla sua casa, dalle sue canoe; al massimo, quando decide di espatriare, si spinge ai confini del suo mondo, e cioè Porretta che sta a un tiro di fionda, e già questo sforzo gli costa. Invece scende a Bologna, con quaranta gradi all'ombra. Diciamo queste cose non per spargere odiose retoriche o per spiegare quanto sia generoso – perché è generoso – ma per misurare, possibilmente con freddezza, la materia che l'appuntamento di Bologna è riuscita a spostare. E, se si può, per far modestamente apprezzare la qualità dello spostamento. 2) Ora, Guccini, abbiamo convenuto, è un poeta, autore di bellissimi racconti, padrone di un italiano limpido quanto lo era il latino di Tito Livio. Secondo noi non si è ancora arreso al fatto che un cantautore, bravo, conta più ( “di un laureato”) di uno scrittore oppure di un poeta che si esprime solo con le parole scritte, ma dovrà pensarci, soprattutto adesso che la sua presenza sul palco di domani ha “convinto” Caterina Caselli a cantare. Questo è il punto due: Caterina Caselli canta. A qualcuno potrà sembrare inessenziale e sarà perdonato per la sua giovane età, ma è una notizia commovente: Caterina Caselli non è nata come talent scout, forse la più “in palla” della storia musicale italiana del Dopoguerra: Elisa è “farina” del suo sacco, come Andrea Bocelli. È nata interprete, e che interprete. Era (è) bellissima, aveva i capelli a caschetto biondissimi, si muoveva poco e cantava come una piccola dea senza fronzoli, senza moine, senza gorgheggi all'italiana. Era moderna, si potrebbe dire se l'aggettivo non fosse, per certi aspetti legati al peggior vocabolario politico, rivoltante. In più, aveva avuto la ventura e anche il fiuto di andare a sbattere su brani fenomenali che sono rimasti nella rastrelliera degli standard della musica tricolore. Nessuno mi può giudicare (erano gli anni Sessanta), divenne subito una sorta di bandiera della lotta di liberazione delle donne e Caterina da questo fronte non si staccò mai più. Anzi, aggiunse tremenda: Insieme a te non ci sto più, un pezzo davvero meraviglioso ripreso nel corso dei decenni in mille salse, nessuna delle quali in grado di ingrigire la versione smagliante, roca, lenta ma potente messa in scena da Caterina Caselli. Canterà assieme a Guccini, glielo ha chiesto lei, Perfareunuomo, un vecchio brano che aveva arricchito il carnet dei Nomadi ai tempi del nostro adorato Augusto Daolio. Canterà, quindi, - dopo 42 anni di assenza dai microfoni - che «per il dolore è abbastanza un minuto», passaggio del pezzo quasi pennellato sul disastro che ha colpito questa bellissima terra nel giro di pochi secondi. 3) Non bastassero queste due montagne, il patriottismo emiliano sta per rovesciare sul palco dello stadio bolognese quasi tutte le sue risorse musicali, ed è impressionante fare i conti, tutti in una volta, con il ruolo di questa regione nella storia del cantautorato italiano. Nomadi, Pausini, Cremonini, Zucchero, Morandi – anche lui sceso dalle stelle - , Nek, Samuele Bersani, Carboni, Modena City Ramblers con Cisco, Stadio, Ligabue, Belli, Mingardi. E ci hanno scippato Lucio Dalla, destino fascista. BUONELETTURE SOLIDARIETÀ Diecimilavolumi OggiaCavezzoapre laprimaBibliotenda GucciniduetteràconCaselli. Sullo stesso palco BeppeCarletti deiNomadi, il Liga, LauraPausini emoltissimi altri.... Concertone per l'Emilia Uncaststellare inaiuto dei terremotati Tuttoèprontoper lamaxi kermessevoluta daBeppeCarlettieGuccini domaniseraaBologna Eritornaacantareanche CaterinaCaselli TONIJOP ROMA BASSAMODENESE Anchel'indierock incampo per la ricostruzione diunasalaprove GiardinidiMirò, AToys Orchestra, Juliès Haircut,Beatrice Antolini, Lo statosocialee altri. Sonoalcunidegli artisti che oggisuonerannoal festival«Abbassa!» aBosco Albergati (CastelfrancoEmilia).Uneventocolcuore, comerecita loslogan. Il ricavato deibiglietti saràdevolutoalla ricostruzionedellasededel circolomusicale Lato Bdi FinaleEmilia, una sala proveper tantissimigruppidella bassa modenese,gravemente danneggiatodal terremotoe nonpiù agibile.Non c'è prevendita deibiglietti, checostano10euro.Ma lostaff è fiducioso. I cancelli sarannoaperti alle 15.30. Oggia Cavezzo, cittadinadel Modenesetra le piùcolpite dal sismache ha ferito l'Emilia, si inaugureràuna«bibliotenda» attrezzatadono dell'Istitutocomprensivodi Copertino, in provinciadiLecce. Lastruttura, che sorgerànel giardinodellacasa di riposo, non ècheuno delle tante iniziative insoccorso dellebiblioteche modenesidanneggiatedal terremoto. Il ComunediFerrara ha consegnato 10.000volumi,donati da diverse caseeditricie ora inattesadi distribuzione, mentre la bibliotecadiCervia (Ravenna) hamesso a disposizioneun bibliobusper iComuni dell'area. U: domenica 24 giugno 2012 23
Due immigrati clandestini morti e tre in coma sul traghetto Superfast proveniente dalla Grecia e attraccato allo scalo di Ancona nel pomeriggio di ieri, intorno alle 17.30. A bordo sono stati trovati 18 clandestini, dei quali appunto 2 morti e 3 in coma. Sul posto sono intervenuti i mezzi del 118 e le ambulanze della Croce Gialla impegnate nei soccorsi. Presenti anche gli agenti della polizia di frontiera. Sembrerebbe si tratti di cittadini pakistani ma accertamenti sull'esatta nazionalità sono in corso da parte della polizia di Frontiera. I clandestini, stando alle prime informazioni, sono stati trovati nascosti sotto alcuni Tir e autobus all'interno del garage del traghetto. A causare il decesso dei due e a ridurre in coma gli altri tre, potrebbe essere stata l'elevata temperatura causata non solo dal clima ma anche dai motori della nave che, lavorando proprio nei pressi del garage, hanno sprigionato ulteriore calore. Ma quello di Ancona non è stato il solo episodio. Altri sbarchi sono avvenuti in diverse regioni d'Italia. In Calabri, ad esempio, trentuno immigrati sono stati rintracciati durante la notte tra venerdì e sabato a Crotone, dopo che erano sbarcati qualche ora prima. Si tratta di 29 pakistani, un indiano e un afgano. Tre immigrati, con zainetti ed in abiti bagnati, sono stati i primi ad essere individuati dalla Polizia di Stato sulla strada per Capocolonna. Successivamente sono intervenuti Carabinieri e Guardia di finanza che hanno rintracciato le altre 28 persone. Tutti sono stati portati nel centro d'accoglienza nel crotonese. Una settantina di immigrati clandestini, per lo più egiziani e somali, è giunta, invece, nel porto di Bari a bordo di un peschereccio lungo circa 25 metri. Il natante è stato intercettato venerdì notte da mezzi aeronavali della Guardia di finanza al largo delle coste barlettane e scortato fin nel porto del capoluogo pugliese. Tra i migranti ci sono donne e ragazzi, alcuni del quali hanno detto di essere minorenni: sono tutti in discrete condizioni di salute. Al momento sono in corso le operazioni di identificazione da parte del personale della polizia marittima e della questura di Bari. Non si conosce il porto da cui è salpata l'imbarcazione sulla quale vi sono scritte in arabo. «La tragedia di Ancona non è un caso isolato» ha detto Laura Boldrini, portavoce dell'Alto commissariato Onu per i Rifugiati. «Non è un nuovo fronte, sono anni che persone proveniente da diversi luoghi specialmente dall'Afghanistan, cercano di arrivare sulle coste italiane attraverso i traghetti che partono dalla Grecia» spiega Boldrini. «Spesso muoiono asfissiati nei container o si aggrappano ai semiassi dei tir e muoiono sull'asfalto delle nostre strade. È una realtà di cui si sa ben poco e che si preferisce di non vedere». Boldrini spiega di conoscere parecchi giovani afgani giunti in Italia «dopo viaggi estenuanti durati anche otto o dieci anni; partito che avevano 10 o 12 anni, ridotti in schiavitù arrivano sulle coste italiane dopo aver passato anni della loro adolescenza rischiando la vita». Per capirese questo Paese può avere ancora unfuturo, bisogna arrivare fin nel cuore della Locride, in un pomeriggio di giugno, lasciarsi alle spalle gli eterni cantieri della Salerno-Reggio Calabria, gli abusi anche quelli non finiti, le brutture, gli abbandoni, arrivare a Gerace, con le sue «cento chiese», il suo borgo,trai piùsuggestivid'Italia.Eaascoltare le storie, le voci, le lotte quotidiane delle donne di Calabria, che si intrecciano sciamando verso Piazza del Tocco, dove, ospiti del sindaco Giuseppe –, si sono date appuntamentoper celebrare, sotto la canicola estiva, il loro «Senonora quando». Al grido: «La Calabria è delle donne». Donnecoraggio, donneimprenditrici,come Raffaella Rinaldis che la prossima settimana terrà a battesimo la sua «Fimmina tv», insegnanti, presidi, artigiane, come Tina Macrì che ha recuperato l'uso del telaio per tessere preziosi tessuti antichi, artiste, donne che si sono ribellate alla ‘ndrangheta e alla Calabria come è sempre stata. E poi le sindache. La sindaca di Monasterace Maria Carmela Lanzetta, che si dimise per dire al Paese che non doveva lasciarla sola davanti alle minacce. Le sindache di Rosarno, di Isola Capo Rizzuto, di Decollatura. Quelle che il Paese scopre quando diventano bersaglio della mafia. E che per un attimo diventano simbolo dell'altra Italia, che poi riscompare. Qualcuna arriva in piazza con la scorta. Si sorridono, si cercano, si abbracciano. Mentre cercano il conforto dell'ombra, dal palco Francesca Prestia, cantastorie di questa terra, intona «La ballata di Lea». «Era una ribelle, fin da ragazzina», racconta sua sorella, Francesca, otto anni più grande di lei, che ne aveva appena 35 quando fu trovata e sciolta nell'acido, perché non doveva parlare, non doveva denunciare quello che aveva visto da donna sposata con un uomo di ‘ndrangheta.«Hasempreavutopiù coraggio di me», si schermisce Francesca. «È per i figli», aggiunge poi che le donne come Lea decidono di non sottomettersi. Sua sorella, aveva una figlia, Denise, diciott'anni quando Leaè stata uccisa. Ora la testimone di giustizia è lei. «Non so nemmeno dove sia ora», dice Francesca che di figli ne ha tre. «È pensando ai nostri figliche troviamoil coraggio»,ripeteElisabettaTripodi, lasindaca che eletta all'indomani della «guerra delle arance», ha provato a cambiare il volto di Rosarno. La scorta, mentre sorseggia una limonata, la aspetta qualche passo indietro. La ballata parla di Lea ma lei pensa alle «sue»testimonidi giustizia.AMaria Concetta Cacciola, che aveva trentun anni e tre figli,quandoèmortaammazzatadall'acidoingerito.E aGiuseppinaPesce, cheportail nome dell'uomo che dal carcere ha minacciato anche lei, la sindaca che ha osato abbattere la casa abusiva del boss. E pensa anche a lei e alle altre, sindache coraggio. «Le testimoni di giustizia rompono il silenzio, noi abbiamo scelto di fare politica per cambiare questa terra: la molla che ci muove è la stessa, la volontà di dare un futuro ai nostri figli». Èperquellochehannoiniziatoafarepolitica, nel Pd e fuori dal Pd, raccontano le sindache di Calabria. Donne che hanno studiato. Biologhe, giuriste, economiste. Che sono andate via dalla Calabria, a studiare all'estero, a lavorare nel Nord Italia. Si sono fatte strada. E poi sono tornate. Le minacce, le hanno messo in conto fin dall'inizio. Ma sono andate avanti lo stesso. Hanno rimesso a posto gli appalti, ristabilito le regole. E adesso si ritrovano alla testa di un movimento. «È l'onda lunga di “Se non ora quando” dicecompiaciuta Cristina Comencini –che è arrivata fino qui». Mentre con le altre, Valeria Fedeli, Francesca Izzo, si gode lo spettacolo allestito da Anna Carabetta, fondatrice di Snoq Calabria e regista della riscossa di Gerace. «Dobbiamo fare massa critica se davvero vogliamo cambiare le cose in questo paese», ripetono tra loro e dal palco. «Io credo molto in questa rete di donne: anche se non sono mai stata femminista, sonosemprestataal fiancodelledonneequando ho bisogno ho a fianco le donne», ringrazialasindaca di Monasterace,Maria Carmela Lanzetta, da due mesi sotto scorta, mentre racconta ancora una volta la sua battaglia con le lavoratrici delle serre che stanno lottandoper riprendersi il lavoro. Èsu battaglie come quella che le sindache calabresi, dai loro avamposti, stanno sperimentando la loro politica al femminile. Concreta, testarda, fatta di appalti per la raccolta dei rifiuti, rifondati con nuove regole. «Quello cheavevotrovatocostava16mila euroal mese, ho assunto 12 lavoratori socialmente utili eora ne spendiamo 8mila», racconta conorgoglio Anna Maria Cardamone, sindaca di Decollatura. Una donna che si è fatta da sé. «Il coraggio è anche non accettare un caffé al bar, o fare l'appalto per il cimitero», è il suo motto. Alle spalle studi all'estero sulla pianificazione dell'economia ambientale, il lavoro per la legge sulla imprenditoria femminile. E una famiglia di agricoltori che a tredici anni le avrebbe voluto far lasciare la scuola. Nella testa, la convinzione di essere all'inizio di una «nuova stagione politica». NeèconvintaancheFilomena Fotia,consigliera di Marco Rossi Doria per i progetti contro la dispersione scolastica, calabrese anche lei. «Fuggita via» ragazza e tornata inesorabilmente ora ad occuparsi della sua terra. Dei bambini che non frequentano più la scuola, delle ragazze che dietro ai banchi possono imparare a interrompere la trasmissione di disvalori. Una buona parte dei progetti finanziaticoni fondieuropeiper impulsodel ministro Barca stanno nascendoin questi mesi durante i suoi viaggi in Calabria. A Rosarno, dove vorrebbe sperimentare un progetto per le ragazze-madri che abbandonano precocemente la scuola. A Lamezia, a Crotone. Il sogno: la ballata di Lea e delle altre in tutte le scuole della Calabria. ITALIA «La Calabria è delle donne» Maria Carmela Lanzetta, sindaco di Monasterace. Nonostante le numerose intimidazioni della 'ndrangheta ha deciso di continuare il suo mandato FOTO ANSA A Gerace si è riunito il movimento di «Se non ora quando?». Le storie, le voci, le lotte quotidiane di chi ha deciso di cambiare la propria terra scontrandosi con la mafia Tra le ospiti anche le sindache di Monasterace, di Rosarno e di Isola Capo Rizzuto MARIAGRAZIAGERINA INVIATA AGERACE(RC) . . . Il saluto arrivato dalla ministra Cancellieri E le parole di Gratteri: la scuola contro le mafie Clandestini su un traghetto greco: 2 morti e 3 in coma Pochi giorni fa un naufragio di migranti in Puglia FOTO ANSA NICOLALUCI ROMA 14 domenica 24 giugno 2012
VALERIORASPELLI ROMA MPS Un progetto da 800 mi-lioni di euro più alme-no 100 per opere di ri-qualificazione, quasiun miliardo. Per fareun paragone: «Quando Marchionne investì 600 milioni a Pomigliano tutta l'Italia si è genuflessa», osserva Antonio Filippi Cgil Reti e terziario. Porto Empedocle, 15.000 abitanti, in provincia di Agrigento, fra la Valle dei Templi e la casa di Pirandello. La Vigata di Camilleri. Un mare bellissimo, un'industria in grave crisi, un tasso di disoccupazione tre volte quello nazionale. Il progetto è quello del gassificatore della Enel-Nuove Energie, nato nel 2004, approvato nel 2005 dalla Regione, ha concluso il suo iter fra corsi e ricorsi nell'agosto 2011. E ancora siamo a caro amico: la colmata (realizzata con fondi pubblici nel 2000) non ha retto, la scogliera artificiale che la protegge non era stata impermeabilizzata e l'onda marina ha scavato sotto. Cinque mesi fa si è conclusa la selezione delle imprese locali per risistemarla ma, in base al protocollo di legalità, si aspettano le verifiche del prefetto. Dopo ci vorranno 60 mesi per la costruzione dell' impianto. 8 + 5 = 13 anni. SETTE ANNIFA Torniamo indietro di 7 anni di rimpalli fra Stato e Regione: quando la pratica fu istruita e approvata c'era ancora Alfonso Pecoraro Scanio. La firma al decreto l'ha apposta Stefania Prestigiacomo nel 2009. Ma non è finita perché il decreto è stato impugnato: Porto Empedocle, sul cui territorio insiste l'impianto, è d'accordo, ma si sveglia il comune di Agrigento e fa ricorso. Legambiente nazionale è d'accordo, ma Legambiente Sicilia fa ricorso. Anche altri soggetti ricorrono, qualcuno risulterà non essere nemmeno residente. Il Tar accoglie e si arriva al 2009. Intanto Enel partecipa alla gara europea per non rischiare di restare fuori. Il progetto viene aggiudicato. Il Consiglio di Stato dà ragione alla società elettrica nell' agosto 2011. Tutto è bene quel che finisce bene: ma a quali costi per il Paese, per Porto Empedocle, per l'Enel? Intanto il costo della bolletta energetica, più cara in Italia del 30% rispetto all'Europa. Il gas, meno inquinante e più abbondante del petrolio, è considerato strategico nella transizione verso le rinnovabili. Ma ha un difetto: l'Italia dipende dalla Russia di Putin e dalla Algeria a prezzi fissi, nel 2010 (causa crisi) si è consumato l'otto per cento in meno, ma i costi non sono diminuiti. I rigassificatori servono a diversificare le forniture: il gas arriva su navi metaniere, liquefatto a -162 gradi. All'Enel considerano che la misura ottimale sarebbe raggiungere il 50% delle forniture attraverso i gassificatori. Poi c'è il problema degli investimenti esteri, su Enel influisce l'essere azienda italiana ma chi altri si sobbarca tanti anni di incertezza, di capitali immobilizzati, mentre gli scenari mondiali cambiano?. Il tempo perso penalizza il lavoro: in media 500 persone nel cantiere (con picco di 900), 120 posti di lavoro a tempo pieno ad impianto realizzato più quelli dell'indotto: quattro rimorchiatori che accompagnano la metaniera, ufficio doganale, eccetera. Infine c'è il capitolo compensazioni: un «ristoro acquisto energia» di tre milioni l'anno, acqua per uso industriale e potabile attraverso il desalinizzatore. E le opere di riqualificazione: 7 milioni per il porto croceristico, per la cui progettazione c'è un capitolo vincolato a questo scopo nell'accordo con la Regione, la risistemazione della illuminazione della Valle dei Templi, in modo che il parco archeologico possa essere visitato anche nelle ore serali. L'ammodernamento della linea ferroviaria Porto Empedocle - Agrigento - Valle dei Templi e il museo del mare nella Torre di Carlo V a Porto Empedocle. Tutte cose che dovrebbero dare slancio al turismo locale. Progetti nati dalla collaborazione fra azienda, sindacati il sindaco di Porto Empedocle, Lillo Firetto, a cui ha dato impulso Marco Venturi (Confindustria Sicilia, Addio pizzo) da quando, due anni fa, è diventato assessore alle attività produttive della Regione Sicilia. COSTRUIREIL CONSENSO Il problema non è, sostiene Antonio Filippi. «mettere in discussione il titolo V della Costituzione» lo stesso decreto sviluppo prevede che il ministero dello Sviluppo economico intervenga, se le amministrazioni regionali non decidono, ma solo «dopo averle sentite». Il rapporto con le popolazioni sul territorio e la costruzione del consenso è fondamentale. Piuttosto la richiesta che viene dalle imprese è di snellimento, una volta che la conferenza dei servizi abbia fatto il suo percorso, anche perché il sistema dei ricorsi e le lentezze burocratiche fanno il gioco del «pizzo di Stato», finanziamenti a fondo perduto svincolati da ogni progetto sul territorio. Il fotovoltaico supera l'eolico e diventa la prima fonte energetica rinnovabile d'Italia, ad eccezione dell'idroelettrico. Un sorpasso storico, avvenuto a febbraio 2012, quando il fotovoltaico produceva 10.678 Gwh contro i 10.568 Gwh dell'eolico. A maggio 2012, la distanza è aumentata ulteriormente, 14.490 Gwh contro 11.541 Gwh. A rilevarlo è l'Ufficio studi di Confartigianato, che sottolinea come soltanto con l'energia prodotta dal fotovoltaico, potrebbe essere soddisfatto il fabbisogno energetico delle famiglie di tutto il Sud Italia (14.451 GWh). Un risultato raggiunto grazie al boom dell'ultimo anno del fotovoltaico. «Investire sulle rinnovabili, però - secondo Confartigianato - non sembra portare vantaggi soltanto in termini ambientali». Le aziende del settore, dal 2009 al 2012, sono cresciute del del 10,2%, attestandosi su 100.289 imprese con 369.231 addetti. Secondo l'ufficio studi di Confartigianato, infatti, i primi benefici sono di natura economica. Dal 2007 al 2011, il numero di impianti fotovoltaici installati in Italia è passato da 7.647 a 330.196. Un incremento che ha permesso al settore di registrare un aumento dell'occupazione dell'11,9% tra il 2010 ed il 2011. Un dato settoriale «straordinario» che ha permesso all'Italia di conquistare il primo posto nel confronto con le altre principali economie nazionali europee. Soltanto la Germania ha registrato un aumento dell'occupazione nel settore (+1,2%). Segno rosso, invece, per Francia (-1%), Gran Bretagna (-4,2%) e Spagna (-9,8%). Con l'occupazione, aumenta anche il numero delle imprese coinvolte. Dal primo trimestre del 2009 al primo trimestre del 2012, il numero delle aziende attive nel settore delle fonti rinnovabili aumenta del 10,2%, attestandosi su 100.289 imprese con 369.231 addetti. «Le energie rinnovabili - sottolinea il presidente di Confartigianato Giorgio Guerrini - offrono grandi potenzialità di sviluppo alle piccole imprese, sia in termini di innovazione sia per la creazione di posti di lavoro. Per questo, Confartigianato si batte affinchè i decreti sulle energie rinnovabili in corso di emanazione da parte del ministero dello Sviluppo economico e del ministero dell'Ambiente, non penalizzino i piccoli impianti». Energie rinnovabili Il solare ha superato l'eolico Ricapitalizzazione coniTremontibond Stretta finaleper BancaMonte dei Paschidi Siena: lunedìprossimo il cda,presieduto daAlessandro Profumo,dovrà approvare ilpiano che l'adFabrizio Viola sta finendodi preparareper rispondere alla richiestadi ricapitalizzazionedi 3,2 miliardiavanzatadall'Eba. Trovare 1 miliardodi euro, inquesto momentostorico,nonè facilee Viola, che giàavrebbe messo in cascina2,3 mldanche con una drasticapoliticadi contenimento deicosti per quadrare i contidovrà aspettareun sì dalministero del Tesoroacui avrebbe giàchiesto la riaperturadei termini per iTremonti bond. ILCOMMENTO LUIGIMARIUCCI Il progetto del gassificatore mai realizzato a Porto Empedocle JOLANDABUFALINI ROMA LA RIFORMA DELMERCATO DELLAVORO,ANCORAALL'ESAME DEL PARLAMENTO,ha com'è noto registrato numerosi motivi di dissenso di vario segno, in particolare in tema di modifica dell'art.18 dello Statuto dei lavoratori. Ma su un punto il consenso è stato unanime: la decisione di ribadire la radicale nullità dei licenziamenti discriminatori e la conseguente reintegrazione del lavoratore discriminato. A tutti, anche a coloro che continuano a pensare contro ogni evidenza che liberalizzare i licenziamenti sia un modo per aumentare l'occupazione, è parso ovvio che non si potesse applicare qui una semplice sanzione economica, dato che non c'è nulla di più odioso per uno Stato di diritto che consentire la monetizzazione degli atti discriminatori, quelli cioè motivati da ragioni sindacali, politiche, religiose, di razza, di sesso. Tant'è vero che proprio il diritto della Ue ha conosciuto un imponente sviluppo della normativa antidiscriminatoria. L'obiezione semmai è venuta da quanti hanno osservato che mantenere la reintegrazione solo per i licenziamenti discriminatori era riduttivo, poiché la discriminazione spesso piò essere dissimulata in maniera tale da renderne difficile la prova. Quante volte abbiamo sentito controbattere a questa obiezione: non è vero, la prova della discriminazione può anche essere induttiva, ad esempio su base statistica! Orbene, se c'è un caso in cui la discriminazione antisindacale è palese ed eclatante è proprio quello dell newco Fiat di Pomigliano, dove su 2093 nuovi assunti risulta che neppure uno sia iscritto alla Fiom-Cgil. Quale prova statistica può essere più evidente? Né si obietti che qui non si tratta di licenziamenti ma di mancate assunzioni, soggette a diverse logiche organizzative. Cambiando l'ordine dei fattori il prodotto non cambia: licenziamento e mancata assunzione comportano entrambi lo stesso effetto, la perdita del lavoro. Non a caso l'art.15 dello Statuto, da ultimo modificato in attuazione di una direttiva comunitaria, equipara ai licenziamenti e agli altri atti discriminatori il “subordinare l'occupazione di un lavoratore alla condizione che aderisca o non aderisca ad una associazione sindacale ovvero cessi di farne parte”, tutte cose che risultano essersi puntualmente verificate alla Fiat di Pomigliano. La stessa legge che ha liberalizzato gli avviamenti al lavoro ha disposto dettagliati divieti di atti discriminatori in fase di assunzioni (art.10, dlgs n.276/2003). È quindi del tutto ragionevole che il tribunale di Roma abbia accolto il ricorso di 19 lavoratori esclusi dalle assunzioni a Pomigliano, stabilendo con ordinanza che la newco debba assumere 145 lavoratori iscritti alla Fiom, ripristinando quindi la stessa proporzione tra adesioni alla Fiom e numero di occupati esistente in precedenza nello stabilimento di Pomigliano. La lettura della ordinanza toglie ogni dubbio in proposito, specie laddove si da conto di inoppugnabili simulazioni statistiche e della prova acquisita secondo cui una serie di lavoratori sarebbero stati assunti solo dopo avere disdetto l'iscrizione alla Fiom. Ora quella decisione del giudice va eseguita. La Fiat non può adottare comportamenti elusivi, come ha fatto in passato, nelle more del ricorso in appello. Si concordino quindi soluzioni organizzative adeguate. Sarebbe questo un modo per siglare quanto meno un armistizio nella guerra infinita che oppone Fiat e Fiom-Cgil. Ne va della credibilità dell'Italia in Europa: al vertice del 28 giugno si dovrebbe infatti dimostrare che siamo più “europei” anche in materia di applicazione della tutela antidiscriminatoria e di garanzia della libertà sindacale. Il governo, il ministro allo sviluppo e lo stesso ministro del lavoro dovrebbero dire una parola al riguardo: ne va infatti anche della credibilità di un punto cruciale di quella riforma del lavoro a cui il governo tiene tanto e che si sta ancora discutendo in Parlamento. Pomigliano, Fiat esegua la sentenza. Ce lo chiede l'Europa Unprogettofondamentale per laSicilia,perabbattere ilcostodell'energia, bloccatodallaburocrazia Investimentiperun miliardodieuroalpalo ILDOSSIER Porto Empedocle Il gassificatore sul binario morto domenica 24 giugno 2012 11
LapartitatraGermaniaeGreciaoffrivatanti spunti narrativi che la tv poteva sguazzarci fino a vincere il Nobel per la letteratura. Anche perché tutti tifavano per gli ellenici, visto che non c'è gusto a tifare per Golia. Poi, davanti alla tv, le cose sono andate come sono andate, con onore per tutti, ma con grande delusione per quelli che, come noi, speravano nell'impossibile. In realtà, c'è stato qualche minuto in cui sembrava perfino possibile, ma poi sulla speranza ha prevalso la matematica. E pazienza. In diretta abbiamo visto le reazioni della signora Merkel, che per assistere alla vittoria della sua squadra non si era neanche cambiata la famigerata giacchetta, stavolta verde. Con quella stessa giacchetta, infatti, era quasi fuggita dal vertice economico di Roma, dove aveva replicato il suo ruolo poco simpatico al resto del mondo. Da qui la necessità di darsi un tocco di umanità, come le altre si danno la cipria, e mostrarsi per una volta appassionata come riesce difficile credere che sia. Ai primi segni della superiorità calcistica tedesca, la cancelliera ha sollevato le braccia festanti, mostrando la pancetta che le giacche-divisa hanno il compito di nascondere sempre. E quella pancetta è stata l'unico segno di umanità che la poteva, per un attimo, affratellare a noi comuni mortali. Naturalmente, come tifosi, avremmo preferito veder piangere la cancelliera, ma dopo le lacrime della ministra Fornero, niente ci convincerà più che le donne di potere siano più tenere degli uomini di potere. La signora Merkel ci ha provato, anche se l'economista Giulio Sapelli l'ha condannata duramente per aver abbandonato il vertice, coi tempi che corrono, per una partita di pallone. Il professore ha sostenuto che non ci sono più i leader di una volta. Purtroppo ha ragione, ma ora, in mancanza di altri leader e altre soddisfazioni, ci accontenteremmo di essere noi a battere la Germania. Giusto per vedere se Angela piange. TV 07.15 La casa delle 7 donne. Serie TV 08.00 TG 1. Informazione 08.20 Easy Driver. Reportage 09.00 TG 1. Informazione 09.05 La casa del guardaboschi. Serie TV 09.55 Linea Verde Orizzonti Estate. Informazione 10.30 A Sua immagine. Religione 10.55 Santa Messa. Religione 12.00 Recita dell'Angelus. Religione 12.20 Linea verde. Attualita' 13.10 Gran Premio di Europa di Formula 1. Sport 16.30 TG 1. Informazione 16.35 Aeronautica: Azzurro Tricolore. Rubrica 18.45 Stadio Europa. Rubrica 20.00 TG 1. Informazione 20.25 Campionati Europei 2012: Italia - Inghilterra. Sport 23.05 Notti Europee. Rubrica 00.35 TG 1 - NOTTE. Informazione 00.36 Che tempo fa. Informazione 01.00 Applausi. Rubrica 02.15 Sette note. Rubrica 02.35 Così è la mia vita... Sottovoce. Talk Show. 07.00 Cartoon Flakes weekend. Cartoni Animati 09.00 Battle Dance 55. Show. 09.50 Automobilismo: Numero 1. Rubrica 09.55 Automobilismo: GP2 d'Europa. Sport 11.00 RaiSport Numero 1 GP. Informazione 11.30 La nave dei sogni - Messico. Film Documentario. (2010) 13.00 Tg2 giorno. Informazione 13.30 TG 2 Motori. 13.45 Dribbling Europei. Rubrica 14.15 Il commissario Herzog. Serie TV 16.15 Disposti a tutto. Film Thriller. (2007) Regia di Hans Werner. Con Fritz Wepper 18.05 Verità inaccettabile. Film Drammatico. (2007) Regia di Keoni Waxman. Con Michelle Forbes 19.35 Il Clown. Serie TV 20.25 TG 2. Informazione 21.05 N.C.I.S. Los Angeles. Serie TV Con Linda Hunt, LL Cool J, Chris O'Donnell. 21.50 Ringer. Serie TV Con Sarah Michelle Gellar, Kristoer Polaha 00.05 TG 2. Informazione 00.25 Protestantesimo. Rubrica 00.55 Las Vegas - Terapia per due. Film Commedia. (2008) Regia di Peter Tolan. Con Matthew Broderick 07.20 Wind at my back. Serie TV 08.45 Desiderio ‘e sole. Film Dramma romantico. (1954) Regia di G. Pàstina. Con Virna Lisi 10.25 Agente Pepper. Serie TV 11.15 TGR Premio Amalfi Biagio Agnes. 11.40 TGR RegionEuropa. Reportage 12.00 TG3. / TG3 Persone. 12.25 TeleCamere. 12.55 Lezioni dalla crisi. Rubrica 13.25 Il Capitale di Philippe Daverio. Rubrica 14.00 Tg Regione. / TG3. 14.30 Chimera. Film Musical. (1968) Regia di Ettore M. Fizzarotti. Con Clelia Matania 15.30 Intramontabile eervescenza. Film Commedia. (2005) Regia di M. Carnevale. Con Manuel Alexandre 18.05 I misteri di Murdoch. Serie TV 19.00 TG3. / TG3 Regione. 20.00 RaiSport Stadio Europa. 20.25 Blob. Rubrica 20.45 Pane, amore e.... Film Commedia. (1955) Regia di Dino Risi. Con Vittorio De Sica, Sophia Loren. 22.35 Tg3. Informazione 22.45 Tg Regione. Informazione 22.50 Lezioni d'amore. Film Commedia. (2006) Regia di Christian Ditter. Con Francois Goeske, Paula Schramm, Lennard Bertzbach, Élodie Bollée. 00.00 Tg3. Informazione 07.15 Superpartes. Informazione 08.30 Ti racconto un libro. Rubrica 08.50 Slow tour. Show. 09.25 Correndo per il mondo. Reportage 10.00 S. Messa. Religione 11.00 Pianeta mare. Reportage 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Melaverde. Rubrica 13.20 Pianeta mare. Reportage 14.02 Donnavventura. Rubrica 14.45 Io no spik inglish. Film Commedia. (1995) Regia di Carlo Vanzina. Con Paolo Villaggio, Paola Quattrini 16.42 Cincinnati Kid. Film Commedia. (1965) Regia di Norman Jewison. Con Steve McQueen 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Colombo. Serie TV 21.30 La leggenda del pianista sull'oceano. Film Drammatico. (1998) Regia di G. Tornatore. Con Tim Roth, Melanie Thierry. 00.43 L'Italia che funziona. Rubrica 01.00 Beautiful Joe. Film Commedia. (2000) Regia di S. Metcalfe. Con Sharon Stone, Billy Connoly, Gil Bellows 01.38 Tg4 - Night news. Informazione 01.49 Meteo. Informazione 07.59 Tg5 - Mattina. Informazione 08.51 Circle of life. Serie TV 10.15 Alibi seducente. Film Commedia. (1989) Regia di Bruce Beresford. Con Tom Selleck 12.20 Tg Bau&Miao. Informazione 13.00 Tg5. Informazione 13.39 Meteo 5. Informazione 13.40 Il peccato e la vergogna. Serie TV Con Gabriel Garko, Manuela Arcuri 16.01 Rosamunde Pilcher: Per amore e per passione. Film Drammatico. (2007) Regia di Karl Kases. Con Annekathrin Bach, Roman Rossa 18.00 Baciati dall'amore. Serie TV Con Giampaolo Morelli 20.00 Tg5. Informazione 20.40 Caterina e le sue figlie 3. Serie TV Con Virna Lisi, Alessandra Martines 23.00 La bella società. Film Drammatico. (2009) Regia di G. P. Cugno. Con Antonella Lualdi, Franco Interlenghi, Ricky Memphis. 00.55 Tg5 - Notte. Informazione 01.25 Tg Bau&Miao. Informazione 02.05 Caruso, zero in condotta. Film Commedia. (2001) Regia di Francesco Nuti. Con Francesco Nuti 07.40 Cartoni animati 10.00 Frank. Film Commedia. (2007) Regia di Douglas Cheney. Con Greg Amici, Brian Burnett 11.50 Grand Prix. Informazione 12.25 Studio aperto. Informazione 13.00 Futurama. Cartoni Animati 13.30 Il ritmo del successo. Film Commedia. (2000) Regia di Nicholas Hytner. Con Amanda Schull 15.45 Superman II. Film Fantascienza. (1980) Regia di Richard Lester. Con Christopher Reeve, Margot Kidder 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Bau boys. Rubrica 19.25 Senti chi parla. Film Commedia. (1989) Regia di Amy Heckerling. Con Kirstie Alley, John Travolta, George Segal. 21.30 Grease (Brillantina). Film Commedia. (1978) Regia di R, Kleiser. Con John Travolta, Olivia Newton-John. 23.45 Confessione reporter. Informazione 01.15 Le avventure di Sharkboy e Lavagirl. Film Avventura. (2005) Regia di Robert Rodriguez. Con Taylor Lautner, Taylor Dooley, Cayden Boyd. 02.40 Studio aperto - La giornata. 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 10.00 Ti ci porto io (R). Rubrica 11.45 World Soccer Master Tour - Calcio amichevole - replica. Sport 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Missione Natura Album. Documentario 16.10 The show must go short. Show 16.25 Movie Flash. Rubrica 16.30 The District. Serie TV 17.20 The District. Serie TV 18.05 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 In Onda. Talk Show. Conduce Nicola Porro, Luca Telese. 21.30 The Kennedys. Serie TV Con Greg Kinnear, Katie Holmes, Barry Pepper, Tom Wilkinson. 22.15 The Kennedys. Serie TV 23.15 Across the Universe. Film Musica. (2007) Regia di Julie Taymor. Con Jim Sturgess, Evan Rachel Wood 00.20 Tg La7. Informazione 00.25 Tg La7 Sport. Informazione 21.00 Sky Cine News - Interv. Anita Caprioli. Rubrica 21.10 Il Signore degli Anelli - Le due Torri. Film Fantasia. (2002) Regia di P. Jackson. Con V. Mortensen I. McKellen. 00.15 Tamara Drewe - Tradimenti all'inglese. Film Commedia. (2010) Regia di S. Frears. Con G. Arterton SKY CINEMA 1HD 21.00 Tom e Thomas - Un solo destino. Film Commedia. (2002) Regia di E. Lammers. Con S. Bean I. Ba. 22.55 Pirati dei Caraibi - Oltre i confini del mare. Film Avventura. (2011) Regia di R. Marshall. Con J. Depp P. Cruz. 01.35 L'apprendista Babbo Natale. Film Animazione. (2010) Regia di L. Vinciguerra. 21.00 Lady Henderson presenta. Film Commedia. (2005) Regia di S. Frears. Con J. Dench B. Hoskins. 22.50 Oggi è già domani. Film Commedia. (2008) Regia di J. Hopkins. Con D. Homan E. Thompson. 00.30 La musica del cuore. Film Drammatico. (1999) Regia di W. Craven. Con M. Streep A. Quinn. 18.45 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 19.35 Young Justice. Serie TV 20.00 Takeshi's Castle. Show. 20.25 Lo straordinario mondo di Gumball. Cartoni Animati 20.50 Adventure Time. Cartoni Animati 21.15 The Regular Show. Cartoni Animati 21.40 Mucca e Pollo. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Top Gear USA. Documentario 20.00 Deadliest Catch. Documentario 21.00 La febbre dell'oro: Mare di Bering. Documentario 22.00 La febbre dell'oro. Documentario 23.00 Come è fatto. Documentario 23.30 Come è fatto. 18.55 Deejay TG. Informazione 19.00 Lorem Ipsum - Best Of. Attualita' 19.30 Shuolato 2.0. Rubrica 20.30 The Middleman. Serie TV 21.30 DJ Stories - Labels. Reportage 22.30 Living In America. Reportage 23.30 Iconoclasts. Reportage DEEJAY TV 20.20 Ragazzi in gabbia. Docu Reality 21.10 Il Testimone. Reportage 21.30 Il Testimone. Reportage 22.00 Il Testimone. Reportage 22.20 Il Testimone. Reportage 22.50 True Life. Reality Show. 23.15 South Park. Serie TV MTV RAI 1 20.25: Italia - Inghilterra Sport. L'ultimo appuntamento con i quarti di finale del Campionato Europeo. 21.05: N.C.I.S. Los Angeles Serie TV con LL Cool J. Una donna potrebbe essere la chiave per scoprire il bottino in Medio Oriente. 20.45: Pane, amore e... Film con V. De Sica. Il maresciallo Carotenuto torna a Sorrento come capo dei vigili urbani. 21.30: La leggenda del pianista sull'oceano Film con T. Roth. Tratto dal racconto di Alessandro Baricco Novecento. 21.15: Caterina e le sue figlie 3 Serie Tv con V. Lisi. Caterina e Attilio inscenano una separazione come trappola per Maria. 21.30: Grease (Brillantina) Film con J. Travolta Un film icona che resiste allo scorrere del tempo. 21.30: The Kennedys Serie TV con K. Holmes. John Kennedy arriva in Texas per promuovere la campagna presidenziale. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY MARIANOVELLA OPPO FRONTEDEL VIDEO Lametafora delcalcio ai tempi della tostissima FrauAngela U: domenica 24 giugno 2012 25
La precarietà avanza non solo tra i giovani, ma anche - e a lunghi passi - tra le fasce di lavoratori adulti. L'Istat conta nei primi tre mesi dell'anno quasi un milione di dipendenti che hanno superato i 34 anni senza lavoro fisso, ovvero con contratti a tempo determinato. Non che si tratti di un fenomeno recente, però si registra un'evidente accelerazione. In questa fascia d'età infatti la percentuale di contratti a tempo è aumentata fortemente negli ultimi otto anni: +43,8% dal 2004, quando il numero di dipendenti a termine si fermava a 674mila, crescendo ad un ritmo più accelerato rispetto al dato complessivo (+30,2%). Ed è in aumento anche rispetto allo scorso anno (+3,3%). Non solo, dunque, la maggior parte delle nuove assunzioni avviene attraverso un rapporto a termine, ma spesso chi entra precario lo resta anche con l'avanzare dell'età, e magari avendo anche la responsabilità di una famiglia. LAFLESSIBILITÀESISTE GIÀ Nel primo trimestre del 2012, i lavoratori tra i 35 e i 64 anni con impieghi a tempo determinato sono per l'esattezza 969mila (541mila per i 35-44enni, 317mila per i 45-54enni e 111mila per i 55-64enni): un numero così elevato non si registrava in Italia dal primo trimestre 2004, data d'inizio delle serie storiche. Insomma, il lavoro a tempo non è solo una triste prerogativa dei giovani. E di certo la flessibilità non è più un tabù nemmeno tra gli adulti. Se, come dice la ministra Elsa Fornero, la preoccupazione maggiore del governo, nell'ambito della riforma del lavoro, è quella di «evitare di avere una generazione a cui diamo nessuna o pochissime opportunità», forse farebbe bene ad occuparsi anche di chi ha 40 anni e oltre. La schiera di giovani under 35 a tempo resta comunque più folta, con 1 milione e 256mila persone (56% sul totale). Considerando il numero complessivo dei dipendenti occupati a tempo determinato risulta che nel primo trimestre 2012 sono 2 milioni e 232mila, in aumento del 4,7% su base annua. Un numero così alto di dipendenti a termine non si registrava dal primo trimestre del 1993 (anno d'inizio della serie storica ricostruita). Ed ecco che in Italia la quota di lavoratori a tempo sul totale dei dipendenti (13%) si conferma sempre più prossima alla media europea, anche se rimangono distanti i livelli di Portogallo, Spagna e Polonia, dove circa un lavoratore su quattro non ha contratti a tempo indeterminato. D'altra parta la tendenza a questo tipo di precariato non si è mai arrestata, se si esclude una piccola pausa nel 2009. E si tratta solo di una delle tante forme di lavoro precario, cui vanno affiancati i collaboratori, le false partite Iva, le associazioni di partecipazione truccate e molti altre, che fanno lievitare ulteriormente il numero complessivo dei precari. È allarme rosso sui mancati pagamenti fra le imprese: nei primi 5 mesi del 2012 sono cresciuti del 47%. L'ennesima conferma ad una preoccupazione diffusa: le aziende non incassano più e le fatture da pagare restano nel cassetto. Questa volta lo dice un'indagine di Unimpresa, che individua tre motivi in particolare: il crollo dei consumi, la stretta ai prestiti bancari e i crediti della Pubblica amministrazione congelati. L'indagine è stata condotta incrociando i dati delle 130mila associate di Unimpresa, raccolti nelle 60 sedi sul territorio nazionale, con le informazioni estrapolate da alcune basi dati pubbliche e provate. SPIRALENEGATIVA Dallo studio emerge un quadro drammatico sostanzialmente omogeneo in tutta la Penisola, con una crescita della percentuale di mancati pagamenti leggermente più alta al Mezzogiorno (49,4%) rispetto al Centro-Nord (45,3%). Quanto ai settori economici, in cima alla «classifica» c'è l'edilizia, poi il commercio, l'artigianato, la piccola industria e l'agricoltura. La spirale negativa si fonda su tre ragioni principali, che hanno portato, tra altro, il Paese in recessione. La crisi ha anzitutto fatto crollare i consumi, modificando i comportamenti delle famiglie che ricorrono alla spesa low cost ormai in maniera sistematica per arrivare alla fine del mese: nel carrello della spesa finiscono solo le offerte speciali e i prodotti scontati, con il risultato di un crollo del fatturato che parte dal piccolo commercio e dalla grande distribuzione e arriva ad investire l'intera filiera produttiva, trasporti inclusi. La seconda ragione sta nella crisi di liquidità innescata dalla stretta al credito da parte delle banche. Quanto a credit crunch, il 2012 non è partito meglio rispetto allo scorso anno, e le superaste della Bce non sono servite a modificare i comportamenti degli istituti. Il terzo fattore che contribuisce a bloccare i pagamenti fra le imprese è il congelamento dei crediti che le stesse imprese vantano nei confronti della pubblica amministrazione: una montagna di 70 miliardi di euro non erosa dalle recenti manovre del governo, di difficile attuazione. Per i creditori, infatti, i possibili percorsi sono due, secondo i decreti del 22 maggio: la certificazione del credito oppure l'assegnazione di titoli di Stato, che però vanno richiesti entro il 28 giugno. Anche la modalità della certificazione, peraltro, presenta alcuni ostacoli: l'esame dell'istanza del creditore è assai complessa, prevedendo quattro gradi di esame presso quattro diverse istituzioni, la nomina di un commissario ad acta (che deve decidere se concedere la certificazione oppure no), e almeno 60 giorni di tempo per ogni passaggio. Insomma, una procedura alquanto lunga e farraginosa. E non molto più lineare, comunque, è quella per ottenere i Cct, per i quali ci vogliono circa cinque mesi. La domanda va presentata entro giovedì prossimo, nonostante la procedura sia appena entrata in vigore. LAURAMATTEUCCI lmatteucci@unita.it ILCASO ECONOMIA Imprese, su del 47% i mancati pagamenti Lavoratori a tempo, boom sopra i 35 Nel 2012 anche tra i meno giovani esplodono i contratti a termine Sono un milione, più 44% rispetto ad otto anni fa . . . Nel complesso i dipendenti «a scadenza» sono 2 milioni e 200mila Sempre in aumento Vacanzepiùbrevi Etornano icibidaspiaggia Tornano i cibida spiaggia perun italianosutre (32 percento) che in vacanzasi cucinada solo,una percentualequasidoppia rispetto alloscorso anno quandoerano appena il 19 percento. Èquanto affermala Coldiretti sulla base diuna indagineSwg nel sottolinearechesi trattadiuno deglieffetti dellacrisi che favorisce vacanze brevie al risparmiocon il numero dei vacanzieri chesi preparada mangiaredasolo chesuperaper la primavolta negliultimicinque anni, il numerodi quelli che si recano nel ristorantedell'albergo odella pensione in cuipernottano (28per cento). Incaloè anche-continua laColdiretti - il numero di coloroche si reca in trattoriao pizzeria (19per cento)o neibar e fast food (8percento) mentre inveceaumentano rispetto alloscorso anno quantiapprofittano diparentie amici (5per cento), a dimostrazionedell'importanza della solidarietà familiare nel momento dellacrisi. Con la crisi tornano dunque i cibi daspiaggia preparati a casae spessoconsumati con comodo inrivaal mare, nellepiazze dellecittà d'arteoall'ombra delle pinete.Tra ipiatti piùgettonati sottolinea laColdiretti - i classici paninimaanche l'insalata di riso, le frittate, la caprese, le paste fredde, la cotolettae il tradizionaleprosciutto e melone, il tutto con una abbondante razionedi frutta. L'acquistodegli ingredienti semprepiù spesso avvienenei mercatini che si moltiplicanonelle località di vacanza come larete di venditadegli agricoltoridi campagna amica. LA. MA. MILANO . . . I motivi: crollo dei consumi, stretta dei prestiti bancari e crediti della Pa congelati Borse di ricerca e per due giovani economiste/i Ezio Tarantelli Massimo D'Antona Le borse sono riservate a dottorati o dottorandi in economia con meno di 30 anni. Sono annuali, di 10.000 euro (netti), con inizio attività di ricerca dal 1 settembre 2012. La domanda di partecipazione può essere presentata entro mercoledì 4 luglio 2012. Il bando completo è consultabile sul sito www.partitodemocratico.it Ezio Tarantelli e Massimo D'Antona erano intellettuali di rango, innovatori nei rispettivi campi disciplinari, impegnati a prezzo della vita nei sindacati e nella politica come servizio al Paese e, in particolare, alle persone che lavorano. Abbiamo scelto loro per motivare l'impegno civile e politico delle giovani generazioni di intellettuali e per sollecitare l'irrobustimento culturale delle forze politiche e sindacali. Dipartimento Economia e Lavoro www.partitodemocratico.it www.youdem.tv 10 domenica 24 giugno 2012
LEGALITÀ Cinecarovana libera «Sconfiggiamoilmafiosocheè innoi e torniamo ai pensieri lunghi di Berlinguer» CINEMOVELORMAIÈUNAREALTÀDASETTEANNI. GRAZIE ALL'IMPEGNO E ALLA CAPARBIETÀ DI CHI L'HA MESSA IN PIEDI, IN BARBA ALLE TANTE DIFFICOLTÀ ANCHE ECONOMICHE: ELISABETTA ANTOGNIONI E NELLO FERRIERI CHE, NEL LORO IMPEGNO A PORTARE IL CINEMA NEI LUOGHI PIÙ DISAGIATI, hanno incontrato la collaborazione più naturale, anzi direi doverosa, con Libera, l'associazione fondata da don Ciotti che ha portato il lavoro di tanti giovani nei territori confiscati alla mafia e restituiti alla legalità. Da qui è nata la carovana di «Libero cinema in libera terra», che ormai ha già toccato tante città, tanti Paesi tra Europa e Africa. Proprio oggi siamo qui -a Parigi, prima tappa di questa edizione 2012 della nostra carovana. Da qui si parte quest'anno. E da qui viene naturale un primo bilancio su questi sette anni di attività. Certo abbiamo qualcosa in più, qualcosa in meno. Sicuramente abbiamo la mafia, però, fortunatamente abbiamo don Ciotti, abbiamo Libera, abbiamo quello per cui Pio La Torre si è battuto. Si è visto anche a distanza di ormai quasi trent'anni che quello che diceva Berlinguer è sempre più vero. La questione morale, infatti, è una questione nazionale. Lui invitava i giovani, soprattutto i giovani, ad avere «pensieri lunghi». Ecco, «pensieri lunghi» che non sono poi più difficili dei pensieri corti, ma che sono quelli che curiamo meno, che coltiviamo meno. Invece sono proprio quei «pensieri lunghi» a portare le soluzioni, a ridare dignità ad un popolo. La domanda che non dobbiamo mai stancare di farci, quella di cui qualcuno ancora non è convinto è: «Ma la mafia esiste davvero? » E sì, in Italia esiste davvero. Anche perché la mafia non è un fenomeno limitato a delle regioni, limitato al Sud. Ma la mafia abbiamo visto che è dovunque, in tutte le regioni d'Italia. E purtroppo c'è anche dentro le persone. C'è anche dentro di noi. Qualche volta, infatti, il mafioso si fa vivo anche dentro di noi. Bisogna essere vigili, capire subito quando sta per affacciarsi e contrastarlo e dimostrargli che non è vincente, che non paga. Perché in fondo l'italiano non è mafioso. Ha qualche atteggiamento mafioso, ha qualche momento mafioso, ha qualche effetto mafioso, ma invece ha dentro di sé le risorse perché la mafia sia vinta. E mi pare che in questo l'opera di don Ciotti sia esemplare, visibile e sotto gli occhi di tutti. Senza di lui anche la legge di Pio La Torre sarebbe stata poco efficace, poco realizzata. E invece è entrata non solo nel cuore dei giovani, ma ha prodotto dei risultati tangibili. Proprio qui a Parigi è stato da poco inaugurato il primo negozio, in Francia, con i prodotti delle cooperative sociali italiane, tra cui quelle di Libera che coltivano le terre confiscate alla mafia. Questi prodotti dei giovani sono un segno di maturità, espressione della partecipazione collettiva alla vita civile. Il frutto di quei «pensieri lunghi», insomma, che ci danno speranza e ai quali dobbiamo fare riferimento. * Presidente onorario di Cinemovel Foundation RAGIONAMENTI : LasecondavitadiKarlMarx PAG. 21 TENDENZE : Il ritornodell'Uomo RagnoedeglianniNovanta PAG. 22 SOLIDARIETÀ : Unconcertoneper l'Emilia: domaniseraaBologna lagrandekermesse PAG. 23 TV : Merkelsapiangere? P. 25 CONTRIBUTI D'AUTORE ParteoggidaParigi la carovana di «LiberoCinema inLiberaTerra». Afare da«testimonial» diquesta edizionedel festivalè il corto ineditodi EttoreScola, ‘43/'97 che potetevedere sulnostro sito www.unita.iteche l'autoredi Concorrenza sleale harealizzatonel ‘97 amo'di«prequel» del suo film, incui affronta il tema delle leggi razziali. «Questo film- spiegaElisabettaAntognoni -è la sintesi dello spiritodi Cinemovel: la sala, la visione collettivaeun messaggiodi integrazione controogni razzismo edemarginazione». U: «CondonCiotti eCinemovel un impegno concreto nelnome diLaTorre edeigiovani checombattono lasopraffazione e il razzismo» ETTORESCOLA* Leceramiche diMimmoPaladino «SuiteFaenza»2012 «'43/'97»il corto inedito diScolasulsitode l'Unità domenica 24 giugno 2012 19
VOCID'AUTORE Francia e Grecia Due lezioni elettorali Moni Ovadia Scrittore e regista I RISULTATI ELETTORALI IN FRANCIA OFFRO-NOUNALEZIONE LAPALISSIANACHE QUALORAFOSSERECEPITAanche nel nostro Paese, potrebbe essere salutare per la costruzione di un futuro politico meno ambiguo e meno paludoso. In Francia, Paese con la seconda più importante economia del vecchio continente, un partito socialista che si chiama «Parti Socialiste» stravince le elezioni. Ergo, una forza di nome e di tradizione socialista non è un residuato novecentesco, non appartiene solo al passato ma anche al presente e al futuro. Questa palmare evidenza, con tutta probabilità sarà confermata alla fine dell'epoca Merkel anche in Germania dove i socialdemocratici potrebbero facilmente uscire vincitori dal verdetto delle urne e formare nuovamente un governo rossoverde. Naturalmente, nomi e tradizioni non costituiscono di per sé un progetto politico, non devono essere feticci o palle al piede, ma il radicamento in un passato carico di senso, è necessario anche per la costruzione di nuove identità di sana e robusta costituzione, soprattutto quando si tratta di un soggetto politico seriamente riformista di centrosinistra che si propone di rappresentare la parte maggioritaria del corpo elettorale. Le scelte ondivaghe, i tatticismi della politique politicienne, le derive identitarie e i maldestri camuffamenti, sfiancano la vocazione degli elettori più consapevoli e motivati che vorrebbero sapere per chi votano, quali sono i suoi programmi e i suoi valori praticati e non solo dichiarati, vorrebbero distinguerli nettamente da quelli per cui non vogliono votare e magari gradirebbero un po' di fermezza nei propositi. Chissà se l'infelice Italia un giorno avrà diritto a conoscere un'età dell'oro dove i riformisti faranno i riformisti per liberarsi dalla paura di scegliere con chiarezza e con coraggio e per occuparsi meno di se stessi e più del Paese che malgrado i ripetuti errori e fallimenti, sono ancora chiamati a rappresentare. Ovviamente c'è sempre l'alternativa della coazione a ripetere e non solo. La lezione elettorale greca offre anch'essa indicazioni preziose. I conservatori di Nea Dimokratia - i principali responsabili interni della micidiale crisi ellenica - non hanno pagato per le loro responsabilità, ha pagato il Pasok che conosce un malinconico declino vedendo più che dimezzato il proprio peso elettorale. Il futuro della sinistra sembra appartenere a Syriza anche per il suo travolgente successo con il voto dei giovani e Syriza non è, come piacerebbe ai Soloni della catastrofe economica, l'irresponsabile sinistra radicale antieuropeista, ma è la sinistra che si batte giustamente per la dignità e la prosperità della Grecia in un'Europa dei cittadini e non dei «mercati». La tiratura del 23 giugno 2012 è stata di 92.787 copie Certo, l'esito del consiglio europeo non è sulle sue spalle. Ma è arrivato il momento di smentire la filosofia dei «compiti a casa». Anche sul fronte interno, dove il governo italiano è chiamato, persino per una questione di coerenza, a correggere la rotta: non ci si venga a dire che ogni riforma è una scelta tecnica! Dopo l'insopportabile «dimenticanza» sugli esodati, si può sperare in una riabilitazione della politica persino tra i cantori del grillo-montismo. Il contenuto sociale e la necessità della crescita sono diventate priorità della transizione italiana. E non possono essere più separate dall'impegno dell'Italia in Europa. La partita da giocare è difficilissima. Ci insegue e ci morde la crisi più grave dal dopoguerra. Rischiamo un arretramento epocale, di cui l'individualismo senza etica pubblica è solo un costosissimo anticipo. In questo passaggio difficile Berlusconi ha ripreso a fare Berlusconi. Ha cominciato a dire in pubblico che dell'euro si può fare a meno. Anzi, che si può escludere la Germania dalla moneta unica. Spera di risalire nei sondaggi dopo essere precipitato e non si vergogna neppure di scimmiottare Grillo. Che in Italia non riesca a strutturarsi una destra europea è sempre più un problema di sistema e un handicap per l'intero Paese. Berlusconi non riesce a rappresentarsi se non in versione populista. Nel frattempo, in Parlamento, la politica concreta del Cavaliere consiste ora nel sabotare ogni possibile intesa sulle riforme istituzionali. La leva del presidenzialismo serve a questo: nessuna persona dotata di buon senso può pensare di cambiare così radicalmente la forma di governo con un paio di emendamenti. Il presidenzialismo per Berlusconi è l'ordigno da utilizzare per far saltare in aria le riforme, vanificare la transizione istituzionale e destabilizzare la prossima legislatura (che sa di non poter governare). Se la Lega di Bossi e Maroni gli darà corda, questo avverrà. E il Porcellum resterà (al più con piccoli correttivi) il fondamento di un sistema sempre più pericolante. Non è la transizione che volevamo. Il governo Monti non può restare neutrale di fronte a questo evidente ostruzionismo, così come non può restare neutrale davanti al tentativo del Pdl di impedire il varo della legge anti-corruzione o alle domande sociali più urgenti (a cominciare dagli esodati). Il governo dei tecnici non è nato per durare nel tempo come arbitro tra i competitori politici: è nato per dare un obiettivo a questa transizione, resa drammatica dall'incalzare della crisi. Chi, ancora oggi, auspica un governo Monti oltre le prossime elezioni, vuole che il Paese continui a sprofondare e dà l'impressione di temere che possa rialzare la testa. Ora c'è anche l'obliquo attacco al presidente della Repubblica, a ridosso dell'inchiesta giudiziaria sulla trattativa Stato-mafia. C'è chi vuole dirottare la transizione, chi vuole impedire il cambiamento, come è avvenuto in altri momenti buoi della nostra storia nazionale. La solidarietà a Giorgio Napolitano è oggi premessa e condizione di un'opera di ricostruzione nazionale. A nessun democratico può sfuggire la strumentalità delle insinuazioni. Come a nessun democratico viene meno il desiderio di verità sulla storia italiana e sui tanti tratti oscuri. Sulle colonne de l'Unità si discute delle inchieste, delle questioni giuridiche ad esse connesse e della loro rilevanza civile. Per quanto ci riguarda, continueremo a cercare la verità, respingendo il tentativo eversivo di delegittimare chi oggi rappresenta l'unità del Paese, gli uomini delle istituzioni che si sono battuti contro la mafia e i magistrati che, con serietà, portano avanti il loro lavoro. La transizione è un impegno. Una battaglia politica. Deve approdare a una competizione tra alternative europee, se vogliamo evitare di finire come in Grecia. Le primarie promosse da Bersani non sono un fine, ma uno strumento per ridurre la frattura tra rappresentanza politica e società civile. Non sono neppure il solo strumento. Ma devono produrre anch'esse un valore aggiunto al centrosinistra. Le primarie del 2005, quelle di Romano Prodi, marcarono da subito le linee di fratture che poi avrebbero distrutto l'Unione. Le primarie servono per fare sintesi di un progetto e affidarlo alla leadership più rappresentativa. Nel caso malato di allora i leader sconfitti, disimpegnati dalla ricerca unitaria, continuarono a presidiare anche dopo i gazebo le rispettive quote di consenso. Si discute molto di regole delle primarie: ma, per evitare la deriva del 2005 e scongiurare il rischio di una nuova Unione, le primarie di domani dovrebbero offrire la spinta per rafforzare il Pd come luogo unitario di una più ampia base sociale e civica. Chi partecipa alle primarie, deve impegnarsi a stare in futuro nel medesimo partito. Un partito che si rinnova, che si apre. Un partito che vuole cambiare la politica, rappresentare in Europa l'Italia del lavoro e dell'innovazione, guidare un nuovo progetto di sviluppo. Perproblemi di spazio leconsuete rubrichedi Andrea Satta e Manginobriochesuscirannodomani LA RICHIESTA CHE, CON SEMPRE MAGGIOREFORZA,LACOMUNITÀISTITUZIONALEEDECONOMICA internazionale sta inviando all'Europa è di far ripartire - ora e subito - la crescita del Vecchio Continente. Come liberare risorse per far crescere il Pil sempre più asfittico dell'Unione - in particolare di Francia, Spagna e Italia sarà oggetto del vertice intergovernativo di fine mese. Rispetto alla drammaticità di una crisi ormai quinquennale sempre più pesante socialmente, rispetto alla discussione sulle sue cause e sulle soluzioni, si misureranno i diversi governi, con pesi specifici differenti e con differenti chiavi interpretative a seconda delle famiglie politiche da cui provengono: destra e sinistra, progressisti e conservatori, socialisti-democratici e popolari. Non facciamoci troppe illusioni, l'aria che accompagna questo vertice, continua ad andare nella direzione - sbagliata degli ultimi tre anni: recessione, austerità, rigore, tagli e nuova recessione. Alcuni fatti che precedono l'appuntamento lo confermano. Anche il Parlamento europeo, nonostante faccia registrare un dibattito maggiormente orientato a un'apertura alle politiche progressiste, continua a restare sotto la pesante cappa dei conservatori. Ne è prova il voto contrario, sebbene per poche unità, all'emendamento ai regolamenti del «two-pack», che introduceva una deroga al patto di stabilità per le risorse destinate agli investimenti. A differenza di qualche mese fa, le forze della sinistra non sono più isolate su questo punto e trovano ampie convergenze con le forze popolari e liberaldemocratiche, anche se la strada per liberare risorse per la crescita e spezzare il circolo vizioso della crisi è ancora lontana. Per quanto ci riguarda, come delegazione del Pd nel gruppo dei Socialisti e Democratici, siamo stati e continueremo a essere in prima linea nella battaglia contro le politiche di austerità, ben sapendo di dover superare molte resistenze, non solo a destra, ma spesso anche tra i colleghi di schieramento soprattutto di quei Paesi che non sentono (ancora) il peso delle politiche di rigore. L'obiezione - non infondata - che anche molti colleghi di sinistra ci muovono, riguarda il rischio che a un allargamento dei cordoni della spesa riaffiorino in alcuni Paesi, soprattutto del Sud del Mediterraneo, vecchi vizi sulla capacità di tenere una spesa pubblica qualitativamente all'altezza, senza sprechi, né dispersioni in mille rivoli.Possiamo superare questa obiezione in due modi. Anzitutto, sarebbe possibile limitare la deroga a quelle risorse nazionali necessarie per cofinanziare le politiche strutturali messe in campo dalla Ue. In questo caso sarebbe la stessa Commissione a stabilire se il finanziamento di un progetto si configura o meno come un investimento capace di garantire un «valore aggiunto» in termini di occupazione e di sviluppo. In secondo luogo, è innegabile che, nella fase attuale, gli Stati europei sono tutti fortemente impegnati in una difficile opera di rientro del deficit, attenendosi in maniera rigorosa ai rigidi percorsi varati con il six-pack prima, confermati con il fiscal compact e, per alcuni versi, inaspriti con il recente two-pack. Di conseguenza, immaginare una golden rule per il pacchetto di strumenti della futura politica di coesione (Fondo di sviluppo regionale, Fondo sociale europeo e Fondo di coesione) sarebbe una maniera per garantire una deroga circoscritta a una spesa per investimenti «certificata» dalla Commissione Europea, anche al di là della autonoma volontà dei singoli Stati. Una spesa, quindi, finalizzata esclusivamente a investimenti strategici che, per di più, avrebbe un impatto assolutamente limitato (intorno allo 0,5%) sul bilancio comunitario. Abbiamo bisogno di scelte forti, incisive e coraggiose, se vogliamo capovolgere la spirale negativa ed inaugurare la nuova stagione di crescita. Maramotti Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 L'editoriale Chi vuole impedire il riscatto del Paese Claudio Sardo AILETTORI . . . Non si può ripetere l'errore del 2005. Dalle prossime primarie deve uscire una forza più grande e unitaria SEGUEDALLAPRIMA L'intervento Come rilanciare la crescita in Europa Andrea Cozzolino Europarlamentare COMUNITÀ domenica 24 giugno 2012 17
L'operazionenostalgia Nonsolocanzonettema ancheil ritornodel telefilm «BeverlyHills»eaddirittura uncanaledigitalevintage VALERIOROSA vlr.rosa@gmail.com MATTEOMARCELLI PONTEDERA Un'esperienzatotale IlcorsodiRichards eBiagini sullascia delmetododelgrande teatrantepolacco VISIONI HANNO UCCISO L'UOMO RAGNO. ANCORA. LO HANNO RESUSCITATO PER ACCOPPARLO DI NUOVO. PARE CHE NELLERADIOCOMMERCIALINONSISENTAALTRO.ECOSÌ SARÀ NELLE DISCOTECHE E NEI VILLAGGI VACANZE. Chi sia stato non si sa, verrebbe da continuare, ma stavolta la scena del crimine presenta qualche elemento in più, se non altro sul piano del movente: la dura legge del revival, che nella sua ciclicità ricorda i passaggi di certe comete, pretende che l'industria dell'intrattenimento volga periodicamente lo sguardo indietro di vent'anni, solleticando nei potenziali acquirenti non più giovanissimi la nostalgia canaglia dei bei tempi andati. Siano stati quelli della mala o della pubblicità, non c'è via di scampo. Nessuno potrà salvarsi, tranne forse gli eschimesi e i monaci del Monte Athos. E non è finita, visto che anche la dura legge del revival, come ogni altro teorema che si rispetti, ha il suo inevitabile corollario: poiché il ricordo, per essere economicamente redditizio, deve riguardare il maggior numero possibile di persone, il ripescaggio opera scelte atroci ed efferate, scartando con scientifica precisione ogni barlume di anticonformismo. LAMBADAE MACARENA Una prospettiva che delinea, quasi sempre e a maggior ragione nel nostro caso, scenari inquietanti: mentre il Paese in ansia attende il ritorno della lambada e di What is love?, già si profilano all'orizzonte, come nei film di Romero sugli zombie, le sagome inquietanti delle sorelle che cantavano Aserejè, nell'attesa che vengano riesumati, dio non voglia, i due tizi della macarena. Con ottime probabilità di successo, se è vero che Hanno ucciso l'uomo ragno 2012, che contiene i brani del vecchio album riarrangiati e ricantati con giovani rappers, a una sola settimana dall'uscita è già al primo posto delle classifiche di vendita, mentre ci si interroga su quanto quel misto di spensieratezza e disagio, di gergo arrabbiato e melodie da Festivalbar, che fece la fortuna dei vecchi 883, sia riproponibile oggi senza sembrare superato. Uguale sorte potrebbe toccare alle Spice Girls, autentico mistero glorioso del pop: canzoni non memorabili, ugole poco educate, bellezze tutto sommato resistibili, a occhio nessun particolare talento. Le cinque, separatesi da tempo, speravano in un invito a esibirsi al concerto per il giubileo della regina Elisabetta, poco più di una coetanea. Sarebbe stata una grande occasione per il rilancio, ma hanno dovuto seguire lo spettacolo in tv. Sembrava che il destino potesse inspiegabilmente riservare alle signore un'altra possibilità, riunendole per la cerimonia d'apertura delle Olimpiadi di Londra, ma così non sarà: al loro posto ascolteremo, per rimanere in tema di riesumazioni, i Duran Duran. Bisognerà attendere dicembre per assistere a un musical ispirato a successi delle Spice, e da lì non avremo scampo. ALONDRAPROTAGONISTI I TAKETHAT Londra 2012 sarà invece magnanima con i Take That, famigerato quintetto che nei primi 90 inaugurò il fenomeno effimero delle boyband: fu un'epidemia, durò poco, ma ora i tempi sono maturi per una ripresa in grande stile. Converrà rassegnarsi; non sarà sufficiente tenere spenta la televisione, che da anni sfoglia compulsivamente l'album dei ricordi, in una implicita ammissione della propria attuale pochezza. La tv, anzi, offre da alcuni giorni un nuovo canale digitale, Vero, che annovera tra i conduttori volti in auge vent'anni fa, come Marco Columbro, Marisa Laurito, Corrado Tedeschi e Laura Freddi, con Maurizio Costanzo come direttore editoriale. Aldo Grasso ha già definito Vero una nuova isola dei famosi, una tv del recupero (specchio peraltro del palinsesto generalista delle reti ammiraglie, che si nutrono del già visto e del già sentito), e il discorso introduttivo di Costanzo un annuncio funebre. Ad accentuare l'effetto déjà vu, lo stesso canale offrirà le repliche di Beverly Hills, il telefilm adolescenziale per eccellenza (si fa per dire) degli anni 90, che rese familiari in tutto il mondo l'efebico Brandon, la burrosa Brenda, Dylan il maledetto e via continuando. Resta solo da domandarsi se questo nuovo amarcord che ci si vorrebbe imporre possa prendere piede com'è accaduto con altri revival, e se dopo le pettinature afro e le zampe d'elefante rivedremo i camicioni di flanella a quadri o gli orridi pantaloni cascanti, dal cavallo bassissimo, in voga presso gli adolescenti metropolitani un sacco alternativi. E qui torniamo agli 883, perché Hanno ucciso l'uomo ragno 2012 si apre con un inedito, Siamo sempre noi, illuminato da un verso rivelatore: Unbattito,vent'anni son volati via in un attimo. Forse non c'è granché, di quel periodo, da tramandare ai posteri, e sicuramente un attimo è davvero troppo poco per provare nostalgia. Aspettare ancora un po' non sarebbe stata, tutto sommato, una cattiva idea. DI SICURO UNO SPETTACOLO DEL WORKCENTER OF JERZY GROTOWSKI AND THOMASRICHARDSha qualcosa di diverso. Si avverte già a partire dal luogo: stai andando a teatro ma quando arrivi non c'è un foyer, né un palco, non ci sono poltrone e neanche un sipario. C'è un invece un casolare tra le colline di La Rotta (frazione di Pontedera), un paesaggio ameno e vagamente hippy. Manca qualche minuto all'inizio dello spettacolo e il sole picchia forte sull'erba. È appena terminata una giornata di lavoro del Summer Intensive Program, un corso che Thomas Richards e Mario Biagini, direttore artistico e direttore associato del Workcenter, coordinano assieme agli attori dei due gruppi di lavoro del centro. Ragazzi cileni, francesi, argentini, turchi, tutti nel posto che Grotowski scelse nell'86 come luogo di lavoro e di studio fino alla sua morte e dove il regista polacco ha sviluppato la sua ricerca sull'Arte come Veicolo assieme a Richards. Tutto questo però non significa che il Workcenter non adoperi e non riempia quel tipo di teatri (con foyer e tutto il resto), ma piuttosto che «il nome scelto da Grotowski - spiega Richards - focalizza ciò che qui è davvero importante: il lavoro, il mestiere». «Il Workcenter poi - precisa Biagini – non è un luogo ma una maniera di lavorare». Un lavoro a tempo pieno. Gli attori passano qui otto ore al giorno, spesso di più. Richards racconta di come Grotowski insisteva affinché un lavoro fosse fatto sempre fino in fondo, «perché, e qui incontriamo un'idea di Stanislavskij, quello sul nostro mestiere è, alla fine, un lavoro su se stessi, una grande avventura. Le persone che scegliamo e che scelgono di lavorare con noi - aggiunge Biagini - sentono la necessità di un lavoro continuo». Il Workcenter partirà per il Brasile il 3 luglio prossimo e sta lavorando ad alcuni progetti che porterà in Sud America. Prima di vederne uno, I AmAmerica, opera del gruppo Open Program tratta dalle poesie di Allen Ginsberg, Biagini diffida lo spettatore dal ricercare una linea narrativa, perché non è su quel principio che è stato costruito il lavoro. C'è però una continuità, data dalle parti dialogate, tutte estratte dalla poesia America, il resto sono poesie e frammenti del poeta americano alternati a canti della tradizione afroamericana del Sud degli Stati Uniti. L'assenza di una narrazione non significa neppure assenza di senso. Piuttosto c'è un significato in ogni singola azione, in ogni movimento dell'attore. C'è un'interazione tra attori differente da quella tradizionale in cui battuta chiama battuta. «Si può vedere, quasi con gli occhi, una connessione fatta di fili percettibili, come una ragnatela che si dispiega nello spazio tra gli esseri umani della squadra che la sostengono» sottolinea Richards. L'energia che sale dai canti è fortissima. Gli attori del Workcenter vibrano e fanno vibrare chi li vede. Nel loro modo di cantare c'è qualcosa di ossessivo e ripetitivo. I riferimenti sono i canti afrocaraibici, gli spiritual e un reiterare che richiama la struttura dei salmi, poi anche il blues e il jazz. Evidente soprattutto in The Living Room, il lavoro del team di Richards. Nella vibrazione data dal suono ripetuto è possibile stabilire una connessione, dice Richards che ci avverte: un suono è vivo, se c'è una presenza. Ma non è un loop fine a se stesso. «C'è uno sviluppo, aggiunge Biagini, una crescita in ogni ripetizione», una sensazione alla quale in qualche modo partecipa anche lo spettatore. SENZAPUNTO DI ARRIVO Poi lo spettacolo si ferma e anche la vibrazione. C'è l'applauso ma non ci sono fiori per gli attori. Nessuno ha la sensazione di un punto di arrivo. Questo perché non c'è soluzione di continuità tra il lavoro e la sua preparazione. In questo mestiere spiega Biagini «la prova e lo spettacolo hanno lo stesso valore. Perché dopo l'esibizione tu possa guardare indietro e dire cos'è che non andava, o meglio, qual è il prossimo passo, la cosa che sapevi e quella che pensi di sapere». C'è qualcosa di diverso in uno spettacolo del Workcenter, non c'è dubbio. «Nell'88 già lavoravamo assieme a Grotowski, un giorno venne da noi e ci disse: domani verrà della gente. Il lavoro creativo è un processo nel quale a un certo momento siamo accompagnati da spettatori». Forse diverso è soprattutto questo, un altro modo di vedere un'esibizione, un'altra idea del proprio mestiere, davvero il lavoro dell'attore. Amarcord deglianni90 Nelnomedell'UomoRagno revivalalla radioe intv Lacompilation «Hanno ucciso l'uomo ragno 2012» impazza sulle radio Ilmestieredell'attore APontederaèsempre l'«eraGrotowski» Laperformance «Iam America» in lavorazioneal Workcenter diGrotowskiaPontedera U: 22 domenica 24 giugno 2012
Nell'ottobre 1994 l'allo-ra sostituto procurato-re Ilda Boccassini, ap-plicata da Milano a Cal-tanissetta per indaga-re sulle stragi di Capaci e via D'Amelio, prende carta e penna e scrive due lettere di fuoco. I destinatari della prima sono l'aggiunto Giordano e il procuratore Tinebra. In sei pagine la pm avvisa che il novello pentito Vincenzo Scarantino è «scarsamente credibile» per non dire inaffidabile. Spiegando nel dettaglio i motivi di questa sua convinzione. Nonostante questo Scarantino, che aveva cominciato a collaborare nel giugno 1994, resiste nel ruolo di pentito e diventa il perno di ben undici processi arrivati a sentenza definitiva consegnando mandanti ed esecutori della strage di via D'Amelio. Le false verità cominciano a crollare nell'estate 2008, ben quattordici anni dopo, con la ricostruzione di un altro pentito, Gaspare Spatuzza le cui affermazioni hanno fatto mettere sotto inchiesta tre poliziotti per calunnia. La procura di Caltanissetta ha fatto ammenda (non ci sono più i magistrati del 1994) e ha chiesto la revisione del processo. Ecco, al di là o comunque insieme alle trattative tra Stato e Cosa Nostra; agli effetti collaterali come le telefonate tra lo staff del Quirinale e l'ex ministro Nicola Mancino - e su cui in ogni caso la procura di Palermo dovrà fare luce - ; al di là di questo sono i colossali depistaggi di questi vent'anni che devono trovare in fretta risposte complete. Perchè solo così il biennio delle stragi di mafia non resterà uno dei tanti misteri d'Italia. E solo così potremo finalmente sapere tutta la verità sui mandanti dell'omicidio Borsellino e su chi, oltre a Cosa Nostra, decise la strategia delle bombe in continente nel 1993. TUTTELE BUGIE In questa ottica le lettere di Ilda Boccassini, ora nella disponibilità della Commissione Antimafia, sono documenti decisivi. Letti oggi, fanno venire i brividi. E sollecitano quelle domande che anche ieri Walter Veltroni poneva nell'intervista all'Unità: «Più che D'Ambrosio la Commissione deve sentire Spatuzza». E magari l'allora procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra sotto la cui gestione furono incardinati i falsi processi e a cui Boccassini scrisse la prima missiva. E anche il procuratore aggiunto di Torino Giancarlo Caselli a cui fu indirizzata la seconda e ancora più circostanziata lettera-denuncia sulla inattendibilità di Scarantino. Se quelle lettere fossero state tenute subito nella dovuta considerazione, la nostra storia non avrebbe buttato via quattordici anni di verità. E saremmo, probabilmente, anche un paese diverso. Il 10 ottobre 1994, dunque, Ilda Boccassini sta per lasciare Caltanissetta. Come previsto. E scrive all'aggiunto Giordano e al procuratore Tinebra. Prima svolge una serie di osservazioni su come l'ufficio ha deciso di impostare l'udienza preliminare. «Ho appreso dalla stampa - scrive Boccassini - che il pm in udienza preliminare ha detto sì alla richiesta di rito abbreviato avanzata dai collaboratori di giustizia in aperta contraddizione con l'indirizzo da me suggerito e concordato dall'ufficio di sottoporre al dibattimento le posizioni di tutti gli imputati, collaboratori compresi». Critiche soprattutto per non essere stata più interpellata dai colleghi «sugli indirizzi investigativi da seguire in conseguenza delle sorprendenti dichiarazioni recentemente rese da Scarantino Vincenzo - ufficialmente assunte a verbale nei primi giorni dello scorso settembre - nè sono stata avvisata del compimento di atti istruttori di decisiva importanza». Boccassini non è convinta della genesi dei verbali di Scarantino. Ancora non sa cosa emergerà molti anni dopo (tra il 2009 e il 2011): tre dei poliziotti della squadra Falcone-Borsellino guidata dal superpoliziotto Arnaldo La Barbera finiscono sotto inchiesta per concorso in calunnia, avevano manipolato le deposizioni di Scarantino. Non solo: su La Barbera, morto nel 2002 dopo l'irruzione sanguinosa alla scuola Diaz nei giorni del G8 a Genova, caleranno anche le ombre di essere la fonte Catullo del Sisde. Boccassini ci aveva visto giusto. Nella lettera elenca i motivi della sua «dissonanza di opinioni» con i colleghi della procura di Caltanissetta. Non crede, il magistrato milanese prestato alla Sicilia delle stragi di mafia, «alle dichiarazioni con cui Scarantino chiama in correità nella strage di via D'Amelio i collaboratori di giustizia Cancemi, La Barbera e Di Matteo». È molto critica «circa la valutazione dell'attendibilità delle dichiarazioni di Scarantino che giudicavo sulla base di argomenti logici scarsamente credibili». Chiede, inascoltata, di «interrogare tempestivamente - e con le forme imposte dal codice di rito i collaboratori chiamati in correità e di metterli subito a confronto con Scarantino». Chiede verifiche, confronti e lo stop del dibattimento relativo ai primi quattro imputati per la strage di via D'Amelio (processo che poi ha gemmato fino al ter) «sia per consentire una preventiva verifica della posizione soggettiva di Scarantino, sia per rendere possibile una trattazione unitaria». Ancora più esplicita Ilda Boccassini è nella lettera del 19 ottobre 1994 inviata all'allora procuratore di Palermo Giancarlo Caselli. Diciassette pagine in cui mette in fila le contraddizioni nelle dichiarazioni di Scarantino. «Riconosceva Cancemi nelle foto diffusa dagli organi di stampa» scrive il magistrato; «confondeva reiteratamente l'identità di Di Matteo con quella di La Barbera» e «individuava elementi di somiglianza, invero inesistenti, tra Di Matteo e Ferrante». Messo davanti a queste mancanze, Scarantino si correggeva scusandosi per le imprecisioni dovute al fatto che «essendo lui un timido non aveva mai avuto modo di osservarli attentamente e comunque solo di profilo». E però prende parte alla riunione in casa Calascibetta nei primi giorni del luglio 1992 in cui viene decisa la strage del 19 luglio e accusa tutti i presenti della strage. Avanti così, con la denuncia di palesi bugie, per 17 pagine. Quel che è peggio, per quattordici anni. Può un depistaggio di queste dimensioni essere stato gestito solo da quattro poliziotti? A queste domanda non è stata data ancora risposta. Ma è la più urgente. Mafia, così Ilda denunciò il depistaggio CLAUDIAFUSANI cfusani@unita.it POLITICAEGIUSTIZIA Il procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini a lato i documenti Stragidimafiaetrattativa. IncommissioneAntimafia leduelettereconcui Boccassininel 1994svelò l'inattendibilitàdi Scarantino IL DOSSIER . . . «Sulla base di argomenti logici giudico scarsamente credibili le dichiarazioni del collaboratore» 6 domenica 24 giugno 2012
DIARIODA RIO+20 A distanza di venti anni dal primo summit mondiale della Terra, gli obiettivi erano quelli di fissare impegni concreti, regole, fondi e cambiamenti necessari a sconfiggere la più grave minaccia per l'umanità: la crisi ecologica. Ma il documento finale dal titolo «il futuro che vogliamo» non contiene nessun impegno preciso ma semplici raccomandazioni, rimandando come al solito ogni decisione vincolante ad un prossimo futuro. Alle banche, al mercato ed alle corporations, ormai i veri protagonisti della vita politica, interessa solo la green economy. Un cavallo di troia che consentirebbe di mettere un prezzo alla natura per darle valore, ricetta antica del capitalismo, oggi nella sua fase finale di finanz-capitalismo. La finanziarizzazione della crisi ecologica con le sue false soluzioni, come il mercato del carbonio ed i crediti di emissioni, rappresenta l'ultima bolla speculativa sulla quale investire. Siamo all'ambientalismo del capitalismo. Può piacere a qualcuno, ma non risolve gli obiettivi che l'umanità deve obbligatoriamente raggiungere se vuole continuare a sopravvivere e prosperare. A Rio+20 vincono la crisi e la debitocrazia, capace di stanziare 1000 miliardi di sussidi per le imprese petrolifere e 456 alle banche europee al G20 ma nemmeno un soldo per l'umanità. I Paesi del G77, quelli più poveri e più colpiti dalla crisi ecologica, invano hanno cercato di portare a casa almeno un Fondo di 100 miliardi per i popoli colpiti dai cambiamenti climatici. La governance punta solo alla crescita economica nel breve periodo, ignorando la relazione tra la crisi economica e quella ambientale, ampiamente provata e documentata persino dalle agenzie per l'ambiente e lo sviluppo dell'Onu. Il multilateralismo nella cornice di totale assoggettamento agli interessi economico finanziari non funziona più. Così come il riformismo di questi ultimi venti anni. L'assenza di molti capi di Stato dei Paesi più industrializzati è il chiaro segnale dell'empasse della politica, confinata ed umiliata ad amministrazione della miseria dai grandi interessi economici e finanziari che ne hanno mutilato il ruolo. Questa è l'eredità di Rio su cui bisogna riflettere e dalla quale ripartire per cambiare, ponendo una domanda. Possono coloro che hanno prodotto la crisi rivendicare la guida della trasformazione verso una società ed un modo di produrre, distribuire e consumare ecologicamente e socialmente sostenibile? Evidentemente no ed a quanto pare sono in tanti ad essersene accorti in giro per il mondo. A partire dai movimenti, le associazioni, le organizzazioni indigene e contadine, i sindacati e le ong presenti al Summit dei popoli per la giustizia ambientale e sociale che ha ospitato oltre 60 mila attivisti giunti da tutto il mondo ad Aterro do Flamenco dal 15 al 23 giugno. Non era un controvertice, come ha scritto qualcuno, ma l'unico luogo che ha posto al centro delle sue priorità il futuro. È in questi luoghi che nasce e si esprime una politica nuova. C'è un'immensa domanda di valori altri da cui emerge una umanità che per la prima volta affronta non solo il tema del modello di sviluppo ma l'etica sulla quale costruire una relazione nuova tra gli umani e tra questi e la natura non umana. La speranza per battere la crisi sta nella capacità di superera l'antropocentrismo e l'egoismo sociale, costruendo un modello che metta insieme la giustizia e la sostenibilità. La conclusione quanto mai deluden-te della conferenza di Rio dicemolto dei problemi dell'ambiente ma dice ancora di più dei problemi della politica, della sua perdita di senso e di utilità. Per noi italiani non è una scoperta. Rio dimostra che il problema non è solo nostro: è globale né più né meno dei cambiamenti climatici. Battezzata «Rio+20», la conferenza doveva servire a portare avanti il lavoro avviato nell'Earth Summit di vent'anni fa. Ma tra i due appuntamenti la differenza è abissale. Là i governi seppero mettersi un passo avanti all'economia, alla stessa opinione pubblica, decidendo misure impegnative - la Convenzione sul clima da cui verrà il Protocollo di Kyoto, la Convenzione sulla biodiversità, l'Agenda 21 - per fronteggiare i grandi rischi ambientali. La politica, insomma, fece bene il proprio mestiere: decidere nell'interesse generale. Qua invece la politica è rimasta molto indietro. Mentre la «green economy» si afferma come risposta vincente sul piano dell'innovazione e della competitività, cresce tra i cittadini la consapevolezza che la qualità ambientale sia un bene comune irrinunciabile e un elemento essenziale del progresso, a Rio la comunità dei governi ha mostrato il volto peggiore: quello di élite nazionali paralizzate dai veti incrociati e incapaci di cogliere l'urgenza e l'utilità di scelte che mettano l'ambiente al centro del presente e del futuro. Certo, il mondo di oggi è più complicato di quello di vent'anni fa, per l'ascesa irresistibile di nuovi grandi protagonisti, a cominciare dai «Brics» (Brasile, Russia, India e Cina), che ormai negoziano da pari con l'Occidente. Ma questo non spiega tutto, certo non spiega perché a Rio l'Europa e gli Usa abbiano tenuto un profilo così rinunciatario. L'evidenza suggerisce che l'economia verde è una risorsa preziosa per creare lavoro, sviluppo duraturo, benessere, e per conservare a Paesi come i nostri un ruolo da protagonisti nel mondo globale. Lo dicono i dati - dal 2008 a oggi settori produttivi come le energie rinnovabili o la chimica verde sono stati tra i pochi capaci di resistere all'onda d'urto della recessione - e lo dice il buonsenso: perché senza investire in ambiente, la crisi ecologica comporterà costi anche economici immensi. A Rio è mancata la politica, a Rio è mancata l'Europa, e colpisce l'analogia tra questa «assenza» e quel misto di miopia, incertezza, insensibilità sociale che segna da mesi la condotta anti-crisi dei leader europei. C'è solo da sperare che questo trionfo di spirito conservatore sia destinato presto a cadere. Com'è triste Rio, vent'anni dopo. La sensazione è di vuoto e, soprattutto, di silenzio. Ovviamente non ci riferiamo alla città carioca, che nella sua violenta bellezza non è mai né vuota né silenziosa. Ci riferiamo a Rio + 20, il summit organizzato dall'Onu vent'anni dopo la Conferenza delle Nazioni Unite sull'Ambiente e lo Sviluppo (Unced ‘92). È vero che bisognerebbe evitare i ritorni, perché hanno sempre il sapore del déjà vu: e il già visto non ti soddisfa mai come la prima volta. È vero che questa conferenza non aveva, già in partenza, obiettivi chiari e (relativamente) forti, come quelli – l'Agenda '21, le Convenzioni sul Clima e la Biodiversità – proposti nella città brasiliana nel 1992. Ma ci sono almeno due motivi oggettivi – due vuoti, appunto – che danno ragione a chi pensa che, questa di Rio + 20, sia un'«occasione mancata». Il primo vuoto è quello dei contenuti. Nessuno, tra gli obiettivi più importanti, è stato raggiunto. E sì che non si trattava di obiettivi impossibili. Ma solo di distillati di senso comune. Prendiamo il caso dei contributi pubblici alla produzione dei combustibili fossili e all'agricoltura non sostenibile: che in tutto il mondo assommano a circa 1.000 miliardi di dollari l'anno. Se tu sostieni che l'uso dei combustibili fossili è la principale causa antropica che sta contribuendo ai cambiamenti del clima e se sostieni, da vent'anni, che il tuo obiettivo strategico per contrastare i cambiamenti climatici è ridurre le emissioni di anidride carbonica, se in questi due decenni quelle emissioni le hai viste aumentare, del 45%, allora è il senso comune – null'altro che il senso comune – a dirti che devi smettere, se non di usare i combustibili fossili, almeno di incentivarne l'uso. Ecco, questo chiedevano un bel po' di rapporti scientifici e il senso comune a Rio + 20: l'impegno dei governi a non finanziare con lauti incentivi l'uso dei combustibili fossili. Questo impegno è stato rifiutato, anche in quelle sue forme omeopatiche che l'ecodiplomazia globale riesce a trovare. Ecco perché non una pericolosa estremista, ma Gro Harlem Brundtland – una delle figure più eminenti della socialdemocrazia europea, più volte premier di Norvegia, già alla testa dell'Organizzazione Mondiale di Sanità e, soprattutto, presidente di quella Commissione indipendente che nella seconda parte degli anni '80 ha redatto il rapporto «Our Common Future», in cui si teorizzava la necessità di uno sviluppo ecologicamente e socialmente sostenibile e sulla cui base si è tenuto Unced '92 – ha commentato ieri: «Nel nostro sistema le imprese, gli affari e le persone che detengono il potere economico influenzano coloro che prendono le decisioni politiche: questo è il fatto!». EFFETTOZERO Questo è il fatto di Rio + 20: i potentati economici hanno sfidato e vinto il senso comune. Producendo un vuoto di decisioni. Non solo il cesto del clima, ma anche quello degli aiuti allo sviluppo, richiesto dai Paesi più poveri, è rimasto drammaticamente vuoto. Di converso i Paesi poveri e delusi hanno impedito che tutta l'attenzione di un documento – il documento finale di Rio + 20, intitolato non senza una vena di ironia «Il futuro che vogliamo» – denso di parole ma povero di impegni si concentrasse sulla greeneconomy come unico volano della sostenibilità. Non mancano certo, sul piano dei contenuti, gli altri vuoti: da quello della salvaguardia dell'integrità degli oceani, a quello del riconoscimento dell'accesso acqua come diritto a quello del riconoscimento del diritto delle donne a gestire la riproduzione (in questo caso ha vinto una catena di forze guidata dal Vaticano, dai Paesi islamici e da un nugolo di paesi del sud America). Ma quello che più spicca, a conclusione di Rio + 20, è il vuoto di leadership. Con gli Usa che continuano a frenare, l'Europa sempre più ripiegata sulla sua crisi, la Cina intenzionata a lavorare dietro le quinte ma a non assumersi responsabilità chiare e trasparenti, non c'è nessuno che si incarichi di fare da locomotiva per l'economia ecologica mondiale. Nonostante tutti a parole, e forse non solo a parole, si dicano convinti della necessità di agire immediatamente. Quello che manca, venti anni dopo Rio, non è l'analisi. Ma la capacità di attuare la terapia. D'altra parte non è un caso che ben pochi tra i grandi leader, soprattutto occidentali, si siano fatti vedere a Rio. L'assenza fisica è indicatrice di un'assenza di progetto. E, tuttavia, non sono stati né i vuoti di contenuto né i vuoti di leadership a dominare Rio + 20. L'inutile conferenza – com'è stata definita – si è dipanata in un assordante silenzio. Non ha suscitato l'attenzione né dei media né dell'opinione pubblica mondiale. In definitiva, la colpa principale del sostanziale fallimento di Rio + 20 è nostra: professionisti dei media e cittadini. Perché, ormai lo sappiamo, se non siamo noi a soffiare sul collo dei governi, il vuoto di contenuti e il vuoto di leadership tendono inesorabilmente ad aumentare. GIUSEPPE DE MARZO www.asud.net . . . Dall'integrità degli oceani alla riproduzione, il vertice è stata la somma di tanti vuoti Rio +20, com'è sola la Terra La presidente brasiliana Dilma Roussef alla cerimonia di chiusura di Rio+20 FOTO ANSA La conferenza Onu sull'ambiente: nessuno degli obiettivi è stato raggiunto, compresi i temi dello sviluppo Rifiutato l'impegno a ridurre l'anidride carbonica Un vuoto di decisione e di leadership PIETROGRECO pietrogreco011@gmail.com Alvertice igoverninon hannosaputoguardare all'interessegenerale eall'innovazione.Ehanno vinto iveti incrociati L'INTERVENTO ROBERTODELLA SETA Un'altra occasione mancata per l'Europa La maschera del turbo capitalismo MONDO 12 domenica 24 giugno 2012
LODOVICOBASALÙ sport@unita.it SPORT PASSATO E FUTURO PIOMBANO SUL TRAGUARDO DEL CAMPIONATO ITALIANO PIÙDURO CHE SIRICORDI. IL PODIODELTRICOLOREÈUNMISCUGLIODICOSECHEFAPENSARE.Emozioni e dubbi, vecchi campioni e giovani su cui sperare, sperando che sappiano diventarlo, senza scorciatoie. Franco Pellizotti è il nuovo campione d'Italia. Il veneto della Androni ha fatto il vuoto sull'ultima salita tagliando solitario il traguardo di Borgo Valsugana. Al secondo posto, a 28”, Danilo Di Luca: entrambi vengono da squalifiche per doping, rimediate nei momenti maggiori della carriera. Terzo, ecco la novità, Moreno Moser, enfant du pays, il nipote di Francesco, già vincitore di due corse di pregio in questo primo anno “completo” da professionista. Al suo primo campionato italiano, ha fatto una cosa enorme, precedendo Nibali e Scarponi, i due maggiori corridori attuali del nostro Paese. Grande gioia allora per Franco Pellizotti, rientrato alle corse lo scorso maggio dopo 2 anni di stop per anomalie al passaporto biologico. Giusto una sgambata alla Route du Soud, e poi l'impresa di ieri. «Chi mi conosce sa cosa posso aver provato in quell'ultimo chilometro - ha detto Pellizotti a botta calda ai microfoni Rai - . Ai 400 metri ero sicuro di aver vinto, me li sono goduti, avrei voluto che non finissero mai... Ringrazio l'Androni per la grande fiducia che mi ha dato, ho potuto preparare nel migliori dei modi questo appuntamento». Saggiamente, si evita di riaprire la sua incerta questione con l'antidoping. Fu fermato nel maggio del 2010, quando si apprestava a correre il Giro fra i favoriti. L'Uci contestava l'irregolarità riscontrate nei suoi valori ematici in seguito ai controlli del Tour del 2009, che corse da protagonista, conquistando la maglia a pois. Il Coni lo ferma, la Federazione lo squalifica, il tribunale nazionale antidoping del Coni poi lo assolve, lui minaccia di chiedere i danni a tutti, ma la sentenza successivamente viene discussa presso il Tribunale Arbitrale dello Sport di Losanna, ove gli viene riconosciuta l'anormalità nel passaporto biologico e quindi comminata una sospensione di due anni, con scadenza il 4 maggio 2012, e 115 000 euro di multa. Questo il curriculum di uno scalatore che si stava costruendo una reputazione di tutto rispetto, con azioni coraggiose e buonissimi piazzamenti al Giro e al Tour. L'Androni di Gianni Savio, il migliore ad annusare gli affari, lo prened al volo, appena scade la squalifica. Ieri, l'azzardo è stato ripagato con gli interessi. È stata un'edizione durissima del tricolore, all'arrivo solo una ventina di corridori. La corsa è stata caratterizzata dall'attacco di Michele Scarponi che poi però ha ceduto nel finale. Vincenzo Nibali, atteso dal Tour che scatta il 30, non ha convinto del tutto, lavorando però molto per il compagno Moreno Moser. Il commento del ct Paolo Bettini, perfino troppo accondiscendente: «Pellizotti ha dimostrato di poter andare forte ed ha meritato di vincere questo campionato. Se lo merita perché in Italia è stato scagionato e forse non si meritava di restare così lontano dalle corse», lo ha detto il Ct della nazionale italiana di ciclismo, Paolo Bettini, ai microfoni di Rai Sport dopo la vittoria di Franco Pelizotti al campionato italiano di ciclismo». TUTTO POTEVA IMMAGINARSI, ECCETTO LA POSSIBILITÀ DI ANDARE UN MONDOVISIONE CON UNA FIGURACCIA CHE GLI SARÀ DIFFICILE DIMENTICARE. Il naufragio Ferrari nel Gp d'Europa, ai bordi del ponte di Calatrava - che costituisce uno dei punti più belli del circuito cittadino di Valencia - non era certo tra i piani del Presidente del Cavallino ( e di mille altre cose), in arte Luca Cordero di Montezemolo. Alonso solo 11˚ e Massa 13˚, senza nemmeno la possibilità, dunque, di disputare l'ultimo run di qualifica che assegna la pole sono uno schiaffo difficile da sopportare. Davanti a tutti, per la cronaca, Sebastian Vettel e la sua Red Bull Renault, poi la McLaren-Mercedes di Hamilton (che comanda la classifica iridata) e la Williams di Pastor Maldonado, già vincitore, poco più di un mese fa, sempre in terra iberica, sul circuito di Barcellona. Seguono le due Lotus (anch'esse motorizzare Renault come Red Bull e Williams) di Grosjean e Raikkonen. Sesto Rosberg con la Mercedes e settimo Kobayashi con la Sauber. Chiudono le prime cinque file la Force India di Hulkenberg, la McLaren di Button e l'altra Force India di Di Resta. «È incredibile – il primo commento di Montezemolo – non riesco a capire. Secondo me questo campionato è troppo condizionato dal rendimento delle gomme». Memoria cortissima. Perché da sempre i campionati del mondo sono condizionati dalla resa delle gomme e sta nel trovare il migliore assetto la chiave di tutto. Del resto le «scarpe» sono uguali per tutti, visto che il monofornitore – e per giunta italiano - si chiama, da due anni, Pirelli. Prima c'era la Bridgestone e mai nessuno, tantomeno Montezemolo, si era mai lamentato in proposito. Anche perché con la Bridgestone, ai bei tempi di Schumacher (fino al 5˚ mondiale consecutivo del 2004) il Cavallino ha dominato in lungo e in largo. Meglio dunque tornare ai fatti. Che vedono appunto le Ferrari molto indietro e per giunta su un circuito dove è quasi impossibile superare. «Dobbiamo cercare di fare più punti possibili. Penso che non disputando l'ultima sessione di prove, abbiamo almeno la consolazione di un treno di gomme in più», dice Alonso. Sul futuro di Massa, altro punto cruciale in seno alla Ferrari, torna il microfono a Montezemolo: «Non è ancora il momento di occuparci dei contratti. Vedremo, per ora l'importante è che lui abbia a disposizione una monoposto competitiva. Il Mondiale? Questa situazione di incertezza è perfino esagerata. Sarò contento solo quando la Ferrari sarà davanti a tutti». Intanto, più concretamente, si è riparlato della riduzione dei costi. «Bisogna riposizionare la F.1 sui livelli degli anni '90 – giura Montezemolo - e non si può non tener conto di quello che sta accadendo in Europa e nel mondo. In quanto all'elenco degli iscritti ben venga, dal 2013, anche una terza monoposto schierata dalle principali scuderie, compresi noi. Meglio che vedere dei team comprimari doppiati dopo pochi giri». Intanto le statistiche del circus vedono Vettel alla pole numero 33, a pochi giorni dal suo 25˚ compleanno. Il tedesco è il terzo di tutti i tempi a pari merito di Clark e Prost. Davanti al pilota della Red Bull, dunque, solo Schumacher e il mitico Senna. Roddicksveglia Seppi dal sogno Maadessoc'è Wimbledon Ilpodiotricolore:al centro, il vincitore, Franco Pellizotti.Alla suadestra DaniloDiLuca, a sinistra la giovanesperanzaMorenoMoser Un tricolore dal passato Assoluti a Pellizotti, dopo la squalifica per doping Unacorsadurissimavintadal 34ennediBibione,assente dadueanni,davantia DiLuca,anche luiun“reduce” TerzounosplendidoMoser FELICEDIOTALLEVI BORGOVALSUGANA Il pilotadellaRed Bull SebastianVettel èstato il primonelleprove ufficiali. Male leFerrari fuori dalleprime dieci. FOTO TM NEWS/INFOPHOTO Pole Vettel, naufragio Ferrari LeRossefuoridaiprimidieci Gpd'EuropadiValencia Il tedescoedHamiltondavantia tutti Alonsosolo11 .˚Montezemolo:«Unproblemadigomme» ANDREASSEPPINONRIESCEABISSAREILTITOLONELTORNEOATPSULL'ERBAINGLESE DI EASTBOURNE. Il bolzanino, campione in carica, è stato sconfitto in finale per 6-3, 6-2 dallo statunitense Andy Roddick in un match molto condizionato dal vento e che comunque l'americano ha sempre tenuto in pugno. Seppi manca così il terzo titolo in carriera nel circuito mondiale. L'azzurro ha pagato soprattutto la pessima giornata al servizio perdendo la battuta ben in cinque occasioni. Nel primo set l'azzurro è partito alla pari ma è durata poco, poi ha subito un parziale di 5-0 che, di fatto, ha chiuso il discorso. Nella seconda frazione l'americano ha piazzato il break decisivo nel quinto game portandosi sul 4-1 prima di chiudere 6-2. Ogni turno di servizio di Seppi è stato faticoso, la prima palla è entrata poco ed è stata poco sfruttata, e la risposta di Roddick è stata invece robusta. L'americano poi ha servito in modo solido, non troppi aces, ma molte prime palle quando servivano. Va ricordato che Roddick sull'erba è uno dei maggiori giocatori di questo decennio, avendo fatto tre finali a Wimbledon, sfortunatamente tutte contro sua maestà Federer: l'ultima volta perse solo 16-14 al quinto set, nel 2009. Anche ieri tutto il suo mestiere è stato evidente nel continuo uso del back di rovescio, senza peso, a uscire, contro il quale Seppi è andato in confusione mentale e tecnica. Adesso i tennisti si spostano a Wimbledon per le due settimane più attese ed incerte, perché il domino in tandem fra Djokovic e Nadal, protagonisti delle ultime quattro finali di Slam (e anche dell'ultimo Wimbledon, vinto dal serbo) può essere messo in discussione. da Federer, ovviamente, che cerca qui il suo settimo titolo, per uguagliare Sampras. Ma anche da Tsonga, attaccante che lo scorso anno giunse in semifinale. E da Berdych, finalista due edizioni fa, o da Murray, lo scozzese che ancora cerca il primo titolo importante, con tutta la Gran Bretagna a soffiargli dietro le spalle. Quattro pretendenti con solide speranze, e un mucchio di possbili outsider, da Nalbandian a Youzhny, da Haas a Roddick, da Raonic a Gasquet. E fra loro, finalmente un italiano: Seppi, reduce dagli ottavi al Roland Garros, può dire la sua. GIANNIPAVESE LONDRA U: 26 domenica 24 giugno 2012
Alla fine si lascia immor-talare sorridente, maquando parla non rie-sce a nascondere l'irri-tazione. Aveva convo-cato i giornalisti per le “comunicazioni del presidente”, che altro non sarebbero state se non la presentazione di un'istanza alla procura per venire in possesso del verbale di interrogatorio nel quale si parla delle sue vacanze pagate dall'amico in carcere e uomo d'affari Daccò. Avrebbe voluto dire qualcosa anche dei successi della trasferta d'oltreoceano, e della conquista del Brasile da parte dell'Expo di Milano del quale è commissario. E invece Roberto Formigoni si trova costretto a commentare la notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati, insieme allo stesso amico Pierangelo Daccò per i reati di corruzione e finanziamento illecito. E indiscrezioni parlano anche di un presunto coinvolgimento del direttore generale della Sanità, Carlo Lucchina. Formigoni nega, «notizia infondata» dice, e così fa pure il suo avvocato, Salvatore Stivala, che ribadisce che «per quanto a nostra conoscenza, il presidente non risulta iscritto nel registro degli indagati». Chiunque, se crede di essere sottoposto ad indagini può inviare in procura il proprio legale per saperlo. E fino a ieri mattina, fonti investigative escludevano che Formigoni l'avesse fatto. Stivala però ribadisce nettamente: «Non ci è stato notificato nessun avviso di garanzia e ad oggi (ieri, ndr) non ci risulta che il governatore sia indagato». È probabile comunque che da lunedì l'inchiesta sulla fondazione delle cliniche Maugeri, e sui 70 milioni che questa avrebbe pagato all'ex assessore e amico di Formigoni, Antonio Simone e a Daccò, ritenuto dalla procura una sorta di passepartoutnella Sanità lombarda, subisca un'accelerazione. Il governatore avrà le risposte che chiede sulle indiscrezioni che lo vorrebbero sotto indagine per corruzione, legata ai presunti benefit che avrebbe ricevuto dal mediatore Daccò, quali vacanze, utilizzo di yacht, cene di pubbliche relazioni al Meeting di Cl a Rimini e anche i termini della vendita di una villa in Sardegna a un coinquilino di Formigoni nella comunità laicale dei Memores Domini. E per il presunto illecito finanziamento, pari a circa 500mila euro, che sarebbe stato erogato da un'azienda sanitaria privata per la campagna elettorale del 2010. Anche l'avvocato Stivala promuoverà «nuove azioni» nell'ambito delle indagini su quello che ormai è considerato uno dei due scandali della sanità privata lombarda - l'altro è legato al crac del San Raffaele e vede tra i protagonisti sempre Pierangelo Daccò. Nel frattempo il «Celeste», come lo chiamano, può solo aspettare e avvertire: «Se lo fossi (indagato, ndr), sono pronto a difendermi. Ma non mi dimetterò». Del resto, aggiunge, non farebbe altro che comportarsi come tanti prima Roberto Formigoni, eter-no presidente della giun-ta regionale lombarda,sarà pure innocente. Co-me si fa a mettere in dub-bio l'innocenza di un uomopio etimorato di Dio come lui? Possiamo credere che neppure il venticello di una accusa l'abbia sfiorato in passato e possa sfiorarlo in futuro. Possiamo immaginare che si stiano sbagliando tutti: magistrati, giornali, partiti di opposizione, quelli che insistono perché presenti qualche ricevuta delle spese per la vacanza a Parigi o un semplice estratto conto bancario, persino quanti lo criticano pur militando nelle salde schiere di Comunione e Liberazione (e non proprio tra gli ultimiarrivati). Possiamo respingere persino l'idea del sospetto che si sia macchiato di un reato così infamante per un politico al potere quanto banale come la corruzione. Colpisce in lui l'arrogante attaccamento a una poltrona, la difesa di un sistema, la negazione persino del dubbio quando di fronte gli cadono, per quello stesso infamante e banale reato, tanti alleati, volti di quella maggioranza che lo ha sostenuto e l'ha protetto. C'è qualcosa di impolitico in tanta ostinazione o qualcosa che avrebbe destato l'attenzione di Freud. Se si fosse già dimesso, Formigoni avrebbe potuto esporsi al giudizio e poi riprendere, dopo diciotto anni di Lombardia, il suo percorso. Avrebbe potuto rimettere in gioco l'ambizione per un ruolo politico nazionale. Invece resta lì e rischia di ritrovarsi travolto dai delitti altrui, in assenza dei propri.Nasconde qualcosa? La sua resistenza induce a crederlo: rimanendo ai vertici può ancora difendere il sistema che ha creato, coprire, sopire, lasciare che l'acqua corra. ACCERCHIATO Si difende rinviando. Sembra che si senta accerchiato, tradito, sospettato e qualche ragione per crederlo probabilmente ce l'ha. La sua destra pidiellina, anche alle ultime notizie, continua a difenderlo, ma colpisce il modo in cui, ad esempio, lo difende l'ex ministro Sacconi, che gli conferma la fiducia, ma subito dopo si preoccupa di mettere al riparo il «modello lombardo». Insomma che le indagini facciano il loro corso, ma nessuno si sogni di mettere in discussione «un intero modello che ha dimostrato di essere quasi certamente quello più efficiente in Italia…». Se qualcosa non va, se si scoprono «patologie», queste dovranno essere verificate «in termini chirurgici, sobri e tempestivi, cioè tutto il contrario di quanto troppo spesso accade». Ma intervenire chirurgicamente vuol dire isolare: Daccò, la clinica Maugeri, il San Raffaele, Lucchina (il direttore della sanità lombarda finito sotto inchiesta) tutti soltanto episodi, che non intaccano, secondo Sacconi ovviamente, la qualità del quadro generale, cioè, non solo a proposito di sanità, degli ultimi brandelli governativi di una compagine di destra, spazzata via da mesi e in calo pauroso di consensi. Pensa Sacconi di mettere le mani avanti: cada Formigoni, salviamoci la Lombardia e una egemonia messa in discussione prima da Giuliano Pisapia, poi dalla rottura con la Lega, poi ancora da quella teoria di indagati, che Formigoni si ostina a definire estranei al suo governo, ma che sono in realtà numeri importanti della sua maggioranza: come Franco Nicoli Cristiani, vicepresidente del Consiglio regionale, pdl, e Massimo Ponzoni, ex assessore, consigliere regionale, pdl (socio d'affari di Rossana Gariboldi, ex assessore provinciale a Pavia, indagata nell'ambito dell'inchiesta milanese Moncecity-Santa Giulia, moglie del deputato, naturalmente pdl, Giancarlo Abelli, a lungo braccio armato di Formigoni nella sanità regionale). Non bastasse questo, si potrebbe aggiungere l'oscura vicenda del S. Raffaele, con lo scaricabarile sul morto, don Verzè, dell'impietoso Formigoni. Come se una «questione morale» non si fosse per giunta già presentata a ripetizione in passato (già dimenticato l'assessore Prosperini, indagato e condannato?), pronta a motivare tante dimissioni, se la morale esistesse ancora. PERPLESSITÀ Ma il peggio per Formigoni potrebbe presentarsi dentro casa, perché non è un segreto che le sue vacanze e le sue amicizie hanno creato qualche perplessità proprio in Comunione e Liberazione e tra quelli che più contano. Tutto s'aspettava il cardinal Scola, tranne un «accidente» del genere, a un passo ormai dalle aule di giustizia. Neppure due settimane fa Formigoni era uscito esultante dalle stanze della regione dopo un voto che aveva respinto la mozione di sfiducia presentata dal centro sinistra: «Un successo pieno in sintonia con l'opinione pubblica lombarda». Il successo c'è stato, grazie alla Lega che mai si sarebbe potuta immaginare una crisi quando ancora pesano i suoi scanali interni . La sintonia con l'opinione pubblica lombarda è ormai però un'illusione. Se c'è un sistema che tiene è quello degli affari, un sistema nel quale la Compagnia delle Opere esercita da anni la sua voracità e la sua supremazia. Ecco perché è difficile che Formigoni s'arrenda, di sua spontanea volontà, proprio adesso, quando si stanno tirando i conti dell'affare più grosso del prossimo decennio: l'Expo 2015 (sempre che si riesca a organizzarlo). L'Expo vale tanto per tutti: politici, costruttori, scavatori, servizi, uffici stampa, clientele di ogni genere. Formigoni non è l'unico in campo, ma ha sempre cercato di fare in modo di diventarlo, per libertà d'azione: le sue liti con la Moratti hanno intralciato i primi mesi di vita dell'esposizione, con Giuliano Pisapia non ha potuto ovviamente ripetere la scena. L'ultima parola potrebbe toccare ai magistrati. Sarebbe un peccato. Se c'è un sistema politico in declino, sarebbe meglio che cadesse di fronte ai progetti dell'opposizione e di una volontà pubblica di novità. Ma la regione non è questione «popolare» e la debolezza presente, il vuoto di idee, l'opportunismo tanto per sopravvivere e per non perdere il “posto” potrebbero lasciare la Lega al solito «posto», al fianco di Formigoni, lo studentello lecchese seguace di don Giussani, diventato «politico» raccomandando, strada facendo, «obbedienza, povertà e verginità», il governatore che ci lascerà l'indelebile immagine del tuffatore in bermuda dalla barca di Daccò. IL COMMENTO MASSIMO ADINOLFI NEL PAESENELQUALENONESISTONOLA DESTRA OLASINISTRA -OPERLOMENO:NELPAESEIN CUIPER ANNISIÈ PROVATOA DIFFONDEREL'IDEA CHEDESTRAOSINISTRA NONESISTONO,E CIOÈ:NELNOSTROPAESE - la sentenza con la quale il tribunale di Roma ha chiesto alla Fiat di assumere a Pomigliano 145 lavoratori iscritti alla Fiom viene commentata così: «Siamo un Paese dove può succedere di tutto, compreso il fatto che il potere giudiziario possa imporre un imponibile di manodopera ideologizzata». Non so se è chiaro: la Fiat esclude sistematicamente i lavoratori iscritti a un sindacato, e quando un giudice fa notare la cosa, Maurizio Sacconi, ex ministro del Welfare, riesce a dire che è tutto il contrario, è il potere giudiziario (non il tribunale, un giudice, la magistratura, no: il potere giudiziario) ad infiltrare la fabbrica con operai comunisti. Tuttavia, non esistendo la destra e la sinistra, visto che il campo politico è permanentemente in corso di ristrutturazione e intanto abbondano leader nuovi e opinion maker vecchi che si spacciano per nuovi, insomma gente per la quale queste categorie sono obsolete, suonano insopportabilmente novecentesche, e soprattutto frenano lo sviluppo del Paese, le parole dell'ex ministro restano lì, tra il paradosso e la boutade, e non possono essere classificate come meritano. In questo stesso Paese né di destra né di sinistra, nel quale la parola libertà viene declinata anzitutto come libertà dal fisco e dalla giustizia - non come libertà politica o libertà civile - capita anche che si possa progettare la costruzione di un nuovo rassemblement politico al grido di liberazione dall'euro (o se proprio non ci si può liberare dall'euro, che ci si liberi almeno dai tedeschi). Dal Il governatore attaccato al potere ma anche tra i suoi aumentano i dubbi ORESTEPIVETTA ILCENTRODESTRA Destra e sinistra esistono, spaesato chi voleva andare “oltre” Nonostante i ripetuti scandaliche locircondano ecoinvolgonoilpresidente dellaRegioneLombardia fa fintadiniente.Mafinoa quando? IL COMMENTO «Corruzione e finanziamento illecito le accuse nell'inchiesta sulla sanità Lui prima nega poi attacca GIUSEPPEVESPO MILANO Formigoni indagato: . . . Il peggio potrebbe presentarsi dentro casa perché non sono un mistero i dubbi di Cl 4 domenica 24 giugno 2012
Adesso nel Pdl è guerra (quasi aperta). Tra Berlusconi e gli ex An le distanze aumentano, il terreno di scontro sono le liste e si combatte a colpi di «belle faccine» contro militanti che hanno fatto «la gavetta». Ma anche tra gli “alfaniani” i nervi sono tesi: Fitto, Gelmini, Lupi formano un cordone sanitario in difesa del segretario che la sortita del Cavaliere ha pesantemente azzoppato. Insomma, nessuno si sente rassicurato. Dal palco della Giovane Italia a Fiuggi, luogo peraltro simbolico per gli aennini, venerdì, Berlusconi ha infiammato gli under 30 annunciano un rinnovamento del partito: liste con il 50% di presenze femminili. Novità accolta con parecchie riserve già dentro la sala, figurarsi fuori. Ieri è partito il fuoco di fila dei “colonnelli”, nel frattempo concentrati su Chianciano per la manifestazione young (identitaria) di Matteoli. Giorgia Meloni auspica «che Berlusconi faccia l'allenatore e non ci sia un proliferare di liste». L'ex ministro e il vicecapogruppo Corsaro annunciano un ordine del giorno in direzione sulla «ottima intuizione» di Silvio purché «premiante di merito e impegno»: cioè circoscritta a giovani e fanciulle che abbiano già maturato almeno un'esperienza nelle assemblee elettive o nelle giunte degli enti locali». Conviene Gasparri: «Bisogna attingere alla militanza. In tempo di antipolitica, tra improvvisati e discussi soggetti (l'attempato Volpe Pasini, ndr?) e appassionati militanti, sto con i secondi». Ancora più esplicita Barbara Saltamartini: «Gavetta e non belle faccine nuove». Le agenzie di stampa parlano subito di mozione «anti-veline». Il paradosso è che la lite sulle candidature 2013 si scatena sul medesimo argomento che contribuì alla rancorosa separazione tra l'allora premier e Fini: si avvicinavano le Europee del 2009 quando, dopo lo sfogo pubblico di Veronica Lario sul «ciarpame senza pudore», fu Sofia Ventura sul sito di “Fare Futuro” a criticare la scelta berlusconiana di mettere in lista veline e letteronze varie. Tre anni dopo, la storia si ripete. Gli ex An che allora assolsero Silvio, oggi stroncano sul nascere abborracciati corsi di politica a via dell'Umiltà, Liste Bella Presenza, ogni vagheggiar di farfalline o tartarughine. Ma a questo punto sembra difficile che le liste con cui si presenteranno al voto due filosofie così diverse siano le stesse. L'unico a puntare ancora su Silvio premier e ad auspicare la federazione di liste per guadagnare consenso è Alfredo Mantovano. Del resto, dopo l'invasione di campo del Cavaliere a Fiuggi, anche l'accordo su Alfano pare saltato. Ieri è stata la volta del segretario ospite del movimento giovanile di Annagrazia Calabria. E sul palco, per i primi dieci minuti, ha dovuto rettificare il Fondatore: non voleva spingere la Germania fuori dall'euro, non voleva candidarsi perché «niente forzature, se sarà in campo lo dirà lui», le elezioni saranno regolarmente in primavera, il Pdl sarà fatto «al 100% di bravi e meritevoli e nessuno chiederà se hanno più di 60 anni né di che sesso sono». Quanto alle primarie, no problem: «Le ha decise un ufficio di presidenza con Berlusconi. Sono un'iniziativa comune». Fanno finta di crederci Quagliariello, Cicchitto, Formigoni, Fitto, Lupi. Ma la verità è un'altra. Le 15 liste “arcobaleno” sono dietro l'angolo. Il Pdl tramutato in bad company anche. L'invito della Calabria - «Presidente, la tua lista civica siamo noi» - è stato più di una dichiarazione d'intenti. Con lei, Silvio pensa ai parlamentari di primo mandato, ai volti nuovi. Sonda innesti dalla società civile. E la kermesse dei giovani eletti a Fiuggi ha mostrato plasticamente lo stato del Pdl. Uno: l'acclamazione per Berlusconi, scravattato in camicia blu, carico come di rado negli ultimi tempi. Due: la distanza virtuale e reale tra i “pulcini” azzurri e quelli postfascisti. «Questo è un evento organizzato dalla componente ex forzista - dice senza tanti giri di parole Carlo De Romanis, consigliere regionale del Lazio - Loro hanno “Atreju” a settembre. E nei gruppi di studio le differenze tra le due anime emergono. Più che tra i parlamentari». I ragazzi si confrontano sul modello Ppe: commissioni su vari temi - sviluppo economico, riforme, liberalizzazioni, Europa - con un documento base, un relatore e gli emendamenti da votare. «E gli ex An hanno meno esperienza - chiosa maligno un partecipante - Fino a poco fa non facevano parte del Ppe». Alla tre giorni Giorgia Meloni, fino a poco fa presidente della Giovane Italia, non si è manifestata: il suo successore Marco Perissa è una presenza discreta (ingiustamente redarguito da Berlusconi per la camicia bianca: «Quando la pancia avanza, meglio il blu»). Tra i big - Schifani, Tajani, Cicchitto - non c'è un invitato di provenienza aennina. di lui: «Non sarei, in ogni caso, l'unico presidente di Regione o sindaco di una grande città ad essere sottoposto ad indagini». Una linea che il governatore aveva già assunto qualche settimana fa, quando anche davanti alle telecamere commentava: «Non vedo perché chi avesse un avviso di garanzia dovrebbe dimettersi. Ci sono presidenti di Regione e sindaci che hanno più di un avviso di garanzia e giustamente non si dimettono, perché è un atto a tutela dell'indagato per vedere se ha commesso o no un reato». Concetti ripetuti ai giornalisti accorsi a Palazzo Lombardia, l'enorme complesso a vetri che ospita la Regione e il nuovo ufficio del governatore, e che sembrano correggere leggermente il tiro rispetto a quanto lo stesso presidente affermava fino a qualche tempo fa: «Se qualcuno dimostrasse che Daccò ha avuto un vantaggio dai rapporti con me mi assumerò le mie responsabilità e mi dimetterò». Ieri la precisazione: «Ma queste sono solo favole giornalistiche. Mi dimetterò solo quando, ed è impossibile, verrà dimostrato in maniera inoppugnabile da un tribunale giudicante, che ho portato o ricevuto vantaggi da Daccò». È proprio questa, almeno stando alle anticipazioni del Corriere della Sera, una delle due ipotesi di reato che sono contestate al governatore. In particolare, per quello che riguarda la presunta corruzione, a Formigoni sarebbero contestate anche le famose vacanze fatte con Daccò e da questi pagate. Circostanza sempre smentita dal governatore, ma solo a parole. Mentre lo stesso mediatore mette a verbale davanti ai pm Francesco Greco, Laura Pedio e Gaetano Ruta. «In occasione di tutte le vacanze di fine d'anno - la domanda era sui capodanno 2008-2009 e 2009-2010, ndr - ho sostenuto io tutte le spese di alloggio presso le ville prese in affitto ai Caraibi. Formigoni a altri amici hanno alloggiato in tali ville senza corrispondere alcuna quota». In cambio, secondo i pm, Daccò avrebbe potuto sfruttare la «conoscenza personale» col governatore per accreditarsi presso i propri clienti - le aziende sanitarie - e muovere nell'ente pubblico «leve» per il riconoscimento agli ospedali di finanziamenti non coperti «da tariffe predefinite». Il Pdl si stringe attorno al «celeste» irritato. Il Pd torna a chiederne le dimissioni. . . . Il paradosso: nel 2009 fu Fini a litigare con il Cav per le “letteronze” candidate alle Europee momento che non sono più disponibili le categorie di destra e di sinistra, non si sa più bene come prendere neppure queste manifestazioni di prorompente orgoglio patriottico. Poi però viene in soccorso Francesco Storace - uno che incomprensibilmente non rinuncia a chiamare La Destra il suo movimento - il quale giustamente rivendica la primogenitura dell'idea. Lui per la verità dice di più: questa storia della moneta unica non funziona, una moneta è poco, ce ne vogliono almeno due, lira e euro insieme a circolare, e soprattutto: non paghiamo i debiti alle banche straniere. È evidente che manca solo lo slogan per convertire questa politica in una nuova, travolgente battaglia autarchica e allora sì che si capirebbe in che Paese siamo, o rischiamo di finire. Ma diciamo la verità: oltre la destra e la sinistra non ha provato ad andarci solo il nostro Paese. Di nostro ci mettiamo quel mix di fantasia e cialtronaggine che non ci facciamo mancare mai: ci mettiamo Sacconi e Berlusconi, oppure i processi di piazza evocati da Grillo o gli editoriali de Il Giornale che per criticare Balotelli se la prendono col multiculturalismo: cose così. Ma sta il fatto che il 1994 non è solo l'anno in cui il Cavaliere vince le elezioni, è anche l'anno in cui in Inghilterra si pubblica Beyond Left and Right, “Oltre la destra e la sinistra”, del teorico della Terza via, Anthony Giddens, il guru di Blair. Questo libro non mi sarebbe ricapitato tra le mani se l'editore non avesse deciso di ripubblicarlo lo scorso anno, con prefazione di Michele Salvati. Il quale Salvati, nel dare conto di argomenti, limiti e meriti del libro, fa la seguente osservazione critica: Giddens tratta la globalizzazione come una variabile indipendente del suo ragionamento, oggettiva, naturale, inevitabile. E invece «questi fenomeni hanno madri e padri, Margaret Tatcher e Ronald Reagan, e le cose potevano andare diversamente se non avessero prevalso le idee di cui quei leader politici erano portatori». Giusto, ben detto. Ma come si fa allora a dire che bisogna andare oltre la destra e la sinistra? Non basta. Giddens scriveva nel '94, rileva Salvati, e dunque «non gli si può far colpa di non aver previsto la grande crisi di questi ultimi anni». E qui no, non ci siamo proprio: né con Giddens, né con Salvati. Perché neanche la crisi è imprevedibile, naturale e inevitabile. Pure la crisi ha madri e padri, e variabili assunte come indipendenti e idee che ci hanno portato sin qui. E forse, se non fossimo andati troppo oltre con questa storia della destra e della sinistra che non ci sono più, ce ne saremmo accorti prima di una nuova edizione del libro di Giddens. Il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni durante una conferenza stampa a Milano, 23 giugno 2012 FOTO ANSA Dopo l'exploit di Berlusconi a Fiuggi nervi tesi nel Pdl Cordone sanitario intorno ad Alfano FEDERICAFANTOZZI Twitter@Federicafan Non ci sarà alcun rinvio del voto in commissione di Vigilanza, martedì si voterà per il rinnovo del Cda di viale Mazzini. Un rinvio che, nonostante un pressing del Pdl, non è mai stato chiesto ufficialmente: «Nessuna richiesta di rinvio della votazione per indicare i componenti del Cda della Rai è giunta alla Commissione di vigilanza convocata per martedì 26 giugno», così da Palazzo San Macuto smentiscono alcune indiscrezioni di stampa. Un Cda che si annuncia comunque a maggioranza maschile, a parte la presidente indicata da Monti, Anna Maria Tarantola, e Benedetta Tobagi, proposta dalle associazioni alle quali si è rivolto Bersani. Il segretario del Pd sposa la battaglia delle donne di «Se non ora quando?» per la parità di genere, perché il 50 per cento del Cda Rai (ma non solo) sia composto da donne. Snoq lunedì batterà il tasto con una conferenza stampa, ieri Bersani all'assemblea dei circoli ha accolto il tema: «Prendiamo su questa battaglia, è giusto, non tutte le battaglie devono venire da noi». I tempi per il rinnovo non saranno velocissimi. E il Pdl avrebbe tutto l'interesse a far saltare il voto, trascinare oltre l'estate il vecchio Cda e soprattutto mantenere al suo posto Lorenza Lei come direttore generale, in vista delle elezioni. Il Pdl potrebbe far mancare il numero legale, o puntare a un quattro consigliere in accordo con la Lega. Merlo del Pd sollecita il voto: «Ora la Rai deve avere un governo stabile», è «decisivo per chi non lavora per distruggere l'azienda attraverso la sua privatizzazione». Zavoli non ha intenzione di allungare i tempi, e il 3 luglio si riunisce l'assemblea degli azionisti Rai. Sul tavolo di Zavoli è arrivata anche la lettera di protesta di uno dei trecento autocandidati. il giornalista Roberto Race: che fine ha fatto il curriculum e il metodo «trasparenza»? N.L. Rai, si profila un Cda al maschile “Se non ora quando” protesta . . . Emblematico il commento di Sacconi dopo il reintegro degli operai Fiom a Pomigliano «Non lascio» Gli ex An attaccano Silvio sulle quote rosa «Militanti, non veline» domenica 24 giugno 2012 5
diamo un passaggio agli italiani 16 domenica 24 giugno 2012
FEDERICO FIUME ROMA Esordiodasolistadelmusicista italianochecantava coni«Quintorigo».Nelcd9pezzisonodisuacomposizione NELL'ESPLORARE NUOVI LINGUAGGI ARTISTICI È BUONA REGOLAQUELLADINONRIPETERSI.NELTORNAREOSPITE MOLTO ATTESO AL NAPOLI TEATRO FESTIVAL, MATTHEW LENTON HA PROPOSTO UN WONDERLAND ASSAI DIVERSO PER CONTENUTI dal poetico, struggente, visionario Interiors del 2009, dal quale però ha sfilato l'intelaiatura scenica - una vetrina dietro alla quale si svolge gran parte dell'azione - reinserendola con qualche adattamento di regia. I due lavori rientrano in una trilogia (a cui appartiene Saturday Night del 2011), che sollecita una visione voyeuristica dello spettatore. Nel caso di Wonderland, il regista scozzese la prende di petto, persino troppo, accostandosi allo spinoso tema della pornografia su Internet e alle sue oscure conseguenze. Alice è un'adolescente inquieta che bussa alla porta sul retro del cinema, quella delle produzioni porno. Scivolerà in una zona buia, incrociando i desideri proibiti di John, un uomo dalla vita coniugale appannata che coltiva perversioni private su Internet. Lenton lavora di atmosfere, sfalsando con piani visivi i tempi di una storia alquanto sfilacciata. «Articoli di giornale, fotografie, ricerche ma non un testo scritto - spiega il regista - è il nostro lavoro». E si vede. Dietro la vetrina, stanze della mente e di appartamento. Davanti, le riprese morbose davanti all'obiettivo di un regista che inizia la ragazzina alle pratiche dei porno-movie (perturbanti le riprese in primo piano dell'espressiva Jenny Hulse). Di qua e di là, un enorme coniglio bianco, interlocutore interiore dei personaggi. Un po' citazione da Carroll (alla lontana), più simile forse al coniglio Harvey che James Stewart credeva di incontrare al bar e con qualche familiarità con altri conigli bianchi di cui è popolata la scena contemporanea (vedi Ricci e Forte o Latella). È la prevalenza del coniglio. E delle trame noir e splatter-demenziali che vogliono parlare dell'incubo di vita nel quale siamo immersi e delle quali non si sente il bisogno a teatro. Lo prova lo splendido The Suit di Peter Brook, proposto in parallelo al Napoli Teatro Festival, che insegue una trama dall'orlo nero e dal finale altrettanto tragico, tratta da un racconto dello scrittore sudafricano Can Themba. UNWOYZECK AFRICANO È la storia di Philemon che trova la sua adorabile moglie Tilli a letto con un altro. Devastato dal dolore e dalla rabbia, decide di punirla vivendo un assurdo e logorante ménage à trois con il vestito che l'adultero ha lasciato in casa. C'è dunque, anche qui, una giovane donna attirata dal sesso proibito e un marito fuori di testa che diventerà il suo aguzzino. Ma dall'alto dei suoi magnifici 87 anni, il Maestro se ne può infischiare delle sperimentazioni e dimostra come pur riprendendo un lavoro del 1999 e pur restando all'interno dei suoi codici di stile sa creare un allestimento avvincente, umoroso, senza rughe. La ricetta segreta sta nel decantare con infallibile tocco i dettagli che servono. Cercare l'umano nei suoi personaggi e camminare on the sunny side, sul lato luminoso del teatro con passo leggero. Con la collaborazione consolidata di Marie-Hélène Estienne e del musicista Franck Krawczyk, Brook imbastisce un piccolo musical struggente, tra blues e frammenti di Schubert e Bach. Trasformando TheSuit in una parabola abbagliante sul desiderio e sulla fragilità degli esseri umani, ma anche in un affresco sociale e politico, immerso nell'estrema povertà di Sophiatown, piccola cittadina accerchiata dalla speculazione e dall'apartheid (basta ascoltare StrangeFruitper evocare tutto). Qui Philemon (il vibrante William Nadylam) cerca di sopravvivere a una vita di privazioni come un Woyzeck africano nel cerchio dei suoi affetti e quando il delicato equilibrio si scompone, il suo mondo implode, inghiottendo l'amata Tilli, un'incantevole Nonhlahla Kheswa, donna-cerbiatto dalla voce angelica. ILNOMEÈITALIANO(LOCONOSCIAMOPERLASUAATTIVITÀDICANTANTENEIQUINTORIGO,NEIBLACKFRIDAY E NEGLI ACCELERATORS) ma la voce di Luca Sapio ha un'impronta soul-blues che sa tanto di Southern Comfort e Marlboro e che veicola perfettamente l'anima e il background di un artista che vissuto per anni negli Stati Uniti. Anche per questo il suo esordio solista Who Knows (Ali Buma Ye Records/Audioglobe) è un vero gioiello soul che sta dentro al genere di riferimento con perfetta aderenza alla tradizione ma anche con assoluta personalità. Parliamo di soul tradizionale, per distinguerlo dagli ultra-levigati e laccatissimi prodotti da classifica che imperversano nel mercato a stelle e strisce, perfetti quanto asettici. Quello di Sapio è invece un album carico di emozioni e di atmosfere e soprattutto non è soltanto una bella prova d'interprete ma un disco d'autore, dal momento che 9 brani su 11 sono usciti dalla sua penna. OSPITIECOLLABORATORI «Ci sono stati tanti cantanti più bravi di me –ci dice Luca- che sono stati relegati nel ruolo di bravi esecutori di genere e io non volevo cadere in quella trappola, per questo ho dedicato molta attenzione alla scrittura. Volevo fare un disco maturo e personale, non una riuscita imitazione». Obiettivo centrato. A coadiuvarlo nella bella impresa realizzata con WhoKnowsc'erano, peraltro, personaggi come il produttore Thomas «Tnt» Brenneck (Cee-lo, Mary J. Blidge, Mark Ronson, D'Angelo, St. Vincent, Charles Bradley, Sharon Jones, Amy Winehouse, Erykah Badu, Kaiser Chiefs) e musicisti di gran levatura come Chicco Capiozzo e Mecco Guidi, più una serie di ospiti invitati da Brenneck e scelti nella migliore scena soul newyorkese. Ecco così spiegato il sound dell'album, in perfetto equilibrio tra classicismo e originalità, anche grazie all'approccio completamente analogico delle registrazioni: «Abbiamo registrato -racconta- su nastro da un pollice e in presa diretta, tutto in una settimana. Avevo in testa un sound che evocasse quello dei dischi registrati negli studi della Stax, della Hi Records o della Motown, con in più un pizzico di psichedelia, ricordando l'influenza che ebbe all'epoca nella scena soul e funk della west coast americana l'uscita di Sg.tPepper's. Poi, non essendo un nero americano ma un bianco italiano, sono venute fuori certe sfumature particolari, soprattutto dal punto di vista armonico, che Tom chiama italian touch e che danno al tutto un sapore differente dagli standard del genere». Così Luca se n'è tornato in Italia con il suo cd «Made in Brooklyn» registrato alla vecchia maniera e ha cominciato a raccogliere positivi commenti e grandi recensioni, ma anche dall'altra parte dell'oceano Who Knows ha preso a far rumore e sta suscitando apprezzamenti che preludono ad un prossimo tour da quelle parti. Reazioni che sottolineano la qualità del lavoro, la bellezza delle canzoni e il livello dell'interpretazione, che rendono WhoKnows uno dei più begli album di soul-blues attualmente in circolazione. CULTURE IlmusicistaLuca Sapio Pornoconigli invetrina L'AlicediLentonaNapoli neisitiwebvietatiaiminori Wonderland:ovverocome cascarenellazonaoscura del teatro.Per fortunac'è Brookcherisollevagli spiriti conun'afro-favolamusicale ROSSELLA BATTISTI INVIATA ANAPOLI Unascenada «Wonderland»per la regiadi MatthewLenton al NapoliTeatroFestival FOTO DI FRANCESCO SQUEGLIA SIRIPRENDEA DISCORRERE,NELBELMEZZO DELLACRISI ECONOMICA, di un'Europa politica più forte. È possibile, ed anzi auspicabile, che le difficoltà economiche si trasformino nel rafforzamento, almeno parziale, dell'unitarismo europeo. Da dove arriva tutto ciò? Le prime origini sono note. Ma si deve ricordare che l'europeismo, subito ben accolto, approfondì, nel caso italiano, con vantaggi economici, commerciali e culturali, la rete di relazioni dell'Italia senza sottrarre quest'ultima al protettivo paradigma «occidentalistico». L'affermazione di De Gaulle in Francia, dal 1958 al 1969, e l'Ostpolitik tedesca, a partire proprio dal 1969, suggerirono inoltre nuovi contenuti, più di frontiera, alla stessa politica estera italiana, che ritrovò così, senza disincagliarsi dall'Europa e dagli Usa, direttrici e vocazioni probabilmente legate non solo alle culture politiche, ma anche alla configurazione fisica del Paese. Si rimise cioè in moto, tra Fanfani e Moro, la tendenza a situarsi tra Mediterraneo e continente, tra nord e sud, tra mondo arabo e mondo europeo, tra ovest ed est. E se questo fu possibile lo si dovette, più che all'attivismo in politica estera, alla crescita economica che fece entrare l'Italia nel club esclusivo delle nazioni più industrializzate. Caduti i comunismi, fu poi la volta della fine del bipolarismo (1991). L'Italia, messasi in posizione più marginale nell'Europa per la difficoltà di far quadrare i conti in armonia con i precetti di Maastricht, e disorientata, come tutti i Paesi d'Europa, dalla rapidità dei mutamenti verificatisi nella politica mondiale, fu inoltre assorbita, a partire dal 1992-94, in modo autoreferenziale, dalla lunga crisi del sistema politico. Ora l'Europa, apparentemente più lontana, è in realtà più vicina per l'Italia democraticamente deberlusconizzata. STORIAEANTISTORIA BRUNO BONGIOVANNI Il soul-bluesdiLucaSapio daBrooklynconamore Quanta Europa c'era ieri ec'è oggi U: 24 domenica 24 giugno 2012
Formigoni ora è indagato ma non si dimette MANIFESTAZIONE Le donne e le sindache: «Liberiamo la Calabria» PAG.7 Laseconda vita diKarl Marx Mustopag.21 IlPdaprelasfidadeldopoMonti Boccassini scrisse «Scarantino non è credibile» L'ANALISI PAOLOGUERRIERI La rivincita deglianni Novanta Rosapag.22 ILCOMMENTO RONNYMAZZOCCHI Una cinecarovana che ha già toccato tanti Paesi tra Europa e Africa e che oggi parte da Parigi. Arriveremo in Italia per portare il cinema nei luoghi più disagiati, quelli confiscati alle mafie. Con l'aiuto di don Ciotti e di chi combatte la paura e l'omertà. APAG. 19-20 Libero cinema in libera terra L'INIZIATIVA ETTORESCOLA Credo che i problemi dell'euro derivino da una combinazione di ostinazione tedesca sull'idea di controllo monetario e di assenza di una chiara visione da parte di tutti gli altri Paesi. JacquesDelors Dopo l'arresto un interrogatorio fiume per Lusi FUSANIPAG. 6 Semprepiùadulticon lavoriprecari Formigoni è indagato nell'inchiesta sulla sanità lombarda. Le accuse sono corruzione e finanziamento illecito. Il governatore prima nega poi attacca: falsità, non mi dimetto. Ma tra i suoi comincia a serpeggiare il malumore. VESPOPAG.4-5 ILCOMMENTO ORESTEPIVETTA Staino CLAUDIOSARDO A Gerace l'iniziativa di «Se non ora quando?» GERINAPAG. 14 Bersani lancia il partito «senza padroni». C'è una nuova generazione nelle città che dovrà impegnarsi. «Nostra prima legge: la cittadinanza» Renzi a Firenze si candida: nel Pd siamo maggioranza. Attacchi a D'Alema, Veltroni e Marini BUCCIANTINICOLLINISABATO PAG.2-3 Scossadinote contro il terremoto Joppag.23 La zona euro versa in condizioni allarmanti ed è assai concreto ancora una volta - il rischio di una sua disintegrazione. Anche perché la recessione non mostra per ora alcuna possibilità di miglioramento. SEGUEAPAG. 9 Euro, segnali troppo timidi La cosa che abbiamo imparato sui vertici europei è che quando si annuncia un patto per la tassa sulle transazioni finanziarie significa che non si è trovato alcun accordo sulle materie veramente rilevanti. SEGUE APAG.8 Tobin tax pregi e rischi U: Sarà pure innocente. Possiamo credere che neppure il venticello di una accusa l'abbia sfiorato e possa sfiorarlo. Ma fino a quando potrà resistere nel suo arrocco? A PAG.4 L'arrocco del governatore MATTEUCCI PAG. 10 Sanità Corruzione e finanziamento illecito le accuse Attacco Prima nega poi reagisce: da qui non mi muovo COMINCIA UNA SETTIMANA DECISIVAPERL'EUROPAEPERISUOICITTADINI. E NON SERVE ADDOLCIRE L'AMARA REALTÀ: il vertice di venerdì a Roma non è andato bene. Sì, è stata pronunciata qualche parola in più sulla necessità di usare il Fondo salva Stati per sostenere i titoli pubblici dei Paesi debitori, sulla opportunità di rafforzare gli investimenti per la crescita, persino sulla cessione di sovranità indispensabile affinché un domani si possa mettere in comune il debito. Tuttavia, l'Europa ha bisogno di risposte urgentissime. E di interventi che abbiano un carattere risolutivo di fronte alla pressione dei mercati. Occorre dare nuove basi all'Unione monetaria. Ma tutto questo ancora non c'è. E non si risolve con soluzioni tecniche: c'è bisogno di una scelta politica di primaria grandezza e di portata storica. Il prossimo consiglio europeo sarà un crocevia. In gioco non c'è solo l'euro, come dicono alcuni irresponsabili: in gioco ci sono l'Europa, le condizioni di vita di milioni di famiglie, il nostro lavoro, i diritti conquistati da generazioni. Mario Monti, grazie alla vittoria socialista in Francia e al pressing di Obama sull'Europa, dispone oggi di maggiori margini rispetto ai mesi scorsi per poter rappresentare la politica europeista del nostro Paese. Quella politica che Berlusconi non è stato capace di onorare. SEGUE APAG. 17 Chi vuole impedire il riscatto del Paese 1,20 Anno 89 n. 173Domenica 24 Giugno 2012
È lastricata di pietre acuminate la via per del prossimo Consiglio europeo, definito cruciale anche dagli osservatori più disincantati. Venerdì sera, quando Angela Merkel era già in volo verso la Polonia per non perdersi la partita dell'anno, le teste d'uovo di Bruxelles e di Francoforte stavano analizzando parola per parola tutto quello che era uscito da Villa Madama, dove i «big four» - ossia la cancelliera medesima, più Monti, Hollande e Rajoy hanno cercato di mettere in piedi una plausibile roadmap dell'Ue per uscire dalla grande crisi. È gente che non fa sconti, quella, che bada alla sostanza, che si parli dello scudo anti-spread proposto dal premier italiano, dei project bond o della Tobin Tax, rientrata nella discussione europeo come un treno ad alta velocità. Da questo punto di vista, il dayafterdella quadrilaterale di Roma non è poteva essere più contrastato. Le risposte più dure arrivano da Londra e da Francoforte. Se il Financial Times non esita a parlare «discordia» sulle misure da prendere, lasciando perdere i punti d'intesa, è con una certa asprezza che la Bundesbank risponde alla proposta di Monti sull'acquisto di titolo dei Paesi in crisi da parte dei Fondi salva-Stati Esfs e Esm. Il presidente della Buba, Jans Weidman, alla SüddeutscheZeitung (che titola l'articolo significativamente «Veto da Francoforte») dice che «la proposta di Monti conduce a finanziamento di Stato stampando moneta, il che è vietato dai trattati Ue». Il giornale interpreta poi il pensiero di Weidman spiegando che lo «scudo Monti» introdurrebbe «una completa garanzia collettiva e svuoterebbe il quadro normativo dell'unione monetaria». LABRECCIATEDESCA Ora, è vero che lo scudo anti-spread forse volutamente non è stato messo sul tavolo ieri l'altro a Roma. Il problema - su cui Monti, insieme a François Hollande e il premier spagnolo Mariano Rajoy, è riuscito a far breccia sulla cancelliera Merkel - era di consegnare ai mercati, agli Stati Uniti (estremamente preoccupati per eventuali contagi in arrivo da questa parte dell'oceano) e soprattutto agli altri Paesi dell'eurozona un messaggio di unità politica. Una spinta univoca, sul tema della crescita. Da lì i famosi 130 miliardi di euro da mettere sul piatto: che non arrivano dal nulla, ovviamente, ma che sono un assunto di principio, proprio come la concertazione sulla Tobin Tax - per niente scontata fino a poco tempo fa - così come l'aumento di capitale di 10 miliardi di euro per la Banca europea degli investimenti (Bei). È forse uno dei punti più interessanti tra quelli usciti da Villa Madama: perché la cifra, fornita dai governi, permetterà di finanziare fino a 60 miliardi in progetti precisi a favore della crescita e dell'innovazione. Un po' lo stesso discorso dei project bond, destinati alle infrastrutture europee, sicuramente considerati meno pericolosi degli eurobond sia alla cancelleria di Berlino, così come dai olandesi e finlandesi, cioé i falchi dell'austeritypolicy. Sulla stessa tassa sulle transazioni finanziarie, non è detto che l'accordo possa essere esteso a tutti i 27: è il potente ministro alle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, a immaginare una Tobin tax in versione «light», su cui - secondo lui - potranno trovare un'intesa almeno nove Paesi dell'eurozona. Il resto, come si suol dire, è politica. Se appare un'affermazione di principio forte - o disperata, dipende dai punti di vista, ovviamente - la dichiarazione sull'«irreversibilità dell'euro», Merkel a insistere per una maggiore unione politica europea come precondizione per qualsivoglia concessione. In questo, la cancelliera ha l'appoggio proprio di Schäuble: che ieri, in un'intervista allo Spiegel, ha dichiarato non solo che ritiene che la Commissione europea debba trasformarsi in un governo europeo vero e proprio, ma che proprio per questo i tedeschi dovranno esprimersi tramite un referendum costituzionale. Il che, per la verità, suona quasi come una minaccia, ma tant'è. È evidente che la chiave di volta dell'appuntamento di giovedì prossimo a Bruxelles è tedesca: non a caso il lavoro ai fianchi che il premier italiano e il presidente francese nei confronti della cancelliera tedesca è inesausto. Hollande, con grande senso di tempismo, ha invitato la signora Merkel per mercoledì 27 giugno all'Eliseo, ossia il giorno prima del prossimo vertice Ue. L'idea dell'incontro - rivela Le Monde - sarebbe stata avanzata durante il vertice G20 a Los Cabos. Niente paura: non si tratta di un'improvvisa e inaspettata riedizione dell'asse franco-tedesco. L'ultima pietra gettata sulla tomba del è stato proprio il vertice di Roma di due giorni fa, dove anche plasticamente è andata in scena un'altra Europa, quella che vede Italia e Francia sulla stessa lunghezza d'onda e la Germania per la prima volta da tanti anni sulla difensiva, sia pur da una posizione di forza sempre notevolissima. No: citando un negoziatore francese, «questa cena prevista alla vigilia del vertice Ue del 28 e 29 giugno dovrebbe permettere al capo dello Stato e alla cancelliera di fare passi avanti soprattutto nei negoziati sulla mutualizzazione dei rischi». Anche se, aggiunge il negoziatore, «è probabile che l'incontro comunque non sfugga alla drammaturgia del vertice». Volendo essere cinici, si può dire che questa è un'ovvietà. Volendo essere realisti, è solo un dato di fatto. Nuovi veti tedeschi No allo scudo Monti sì alla «Tobin light» L'EUROPAELACRISI La Bundesbank boccia l'idea anti-spread del premier Hollande, pressing su Merkel prima del vertice Ue ROBERTOBRUNELLI rbrunelli@unita.it ILCOMMENTO RONNYMAZZOCCHI GRECIA SEGUEDALLAPRIMA Tuttavia il fatto che una proposta che dieci anni fa era circolata solamente fra circoli accademici demodé, movimenti terzomondisti e gruppi no-global trovi oggi il convinto sostegno dei quattro maggiori capi di governo europei la dice lunga su quanto velocemente sia cambiato il mondo sotto i nostri occhi negli ultimi mesi. Per molto tempo infatti ogni tentativo di introdurre la Tobin Tax nel dibattito pubblico si è scontrato con un numero imprecisato di obiezioni di principio, sia tecniche che pratiche. Solo ora che anche le ricerche del Fondo monetario hanno mostrato come tali critiche non siano corroborate da una solida evidenza empirica, il vento è cominciato a cambiare. Resta comunque senza risposta una questione centrale, ovvero il motivo per cui dovrebbe essere introdotta una tassa sulle transazioni finanziarie. Infatti, il fatto che essa non sia dannosa non è un elemento sufficiente per dire che essa sia utile. Utilizzare come giustificazione il presumibile ricco gettito che essa produrrà e che potrà essere utilizzato per finanziare programmi educativi, sanitari e sociali non sembra un argomento solido, soprattutto di fronte alla persistente allergia delle classi dirigenti per interventi di tipo fiscale. Restano in piedi ragioni tecniche che vanno ben al di là della pura e semplice lotta contro la speculazione e che riguardano il funzionamento stesso dei mercati finanziari. Se c'è una cosa che la crisi del 2008 ha mostrato con chiarezza è che gli investitori hanno assunto troppi rischi, e che questo era dovuto al fatto che i prodotti finanziari non incorporavano una valutazione corretta della loro rischiosità. Cartolarizzazioni e portafogli sempre più diversificati avevano alimentato l'illusione che il rischio fosse scomparso, generando una crescita vertiginosa della produzione e dello scambio di titoli assicurativi derivati. Una convinzione che si è rivelata alla fine letale per gli stessi mercati finanziari. Come una assicurazione per auto non fa diminuire il rischio di fare un incidente o subire un furto, così i titoli assicurativi non hanno affatto ridotto quella componente ineliminabile di rischio che è presente su tutti i mercati e che ne rappresenta la ragione stessa di esistenza. A pagare il conto di questo clamoroso abbaglio non sono stati però solamente gli investitori, ma anche i clienti, i dipendenti, gli azionisti, i semplici cittadini e tutte quelle istituzioni finanziarie che si sono tenute alla larga dai titoli subprime. L'idea che una piccola tassa su ogni transazione finanziaria possa correggere in futuro le errate valutazioni della rischiosità e ridurre così i rendimenti e i volumi di scambio dei titoli è indubbiamente affascinante e a prima vista condivisibile, ma non priva di controindicazioni. Uno dei fattori che ha maggiormente contribuito a diffondere strumenti esotici come le cartolarizzazioni e che ha incentivato la creazione di società-veicolo fuori dai bilanci delle banche è stata una assai discutibile regolamentazione introdotta dai criteri di Basilea 2. In assenza di una ragionata modifica di questa disciplina e di una revisione dell'attuale sistema di incentivi che premia la redditività a breve a scapito di quella a lunga, c'è la concreta possibilità che una tassa che aumenti i costi delle transazioni finanziarie - e che quindi riduca i profitti degli istituti bancari - possa portare ad un aumento e non ad una diminuzione dei rischi per ciascun operatore, ricacciandoci nella condizione pre-crisi. Se l'obiettivo è quello di introdurre qualche forma di controllo del settore finanziario, sarebbero probabilmente più efficaci dei vincoli sui movimenti di capitale, capaci - fra le altre cose di discriminare fra transazioni «buone» e «cattive». La più recente ricerca economica, così come le esperienze di successo di alcune potenze emergenti come la Cina e il Brasile, sembrano aver riaperto un interessante dibattito su questi temi, dopo anni in cui era assolutamente proibito parlarne. Per il momento consoliamoci con il risultato più apprezzabile degli ultimi mesi: i leader europei sembrano aver finalmente smesso di credere - e far credere ai loro cittadini - che i mercati finanziari siano il regno intoccabile dell'efficienza e che, di conseguenza, qualsiasi interferenza sia inevitabilmente peggiorativa. Non è tutto, ma è molto dopo che, per oltre un decennio, il «giudizio dei mercati» era diventato l'unico e insindacabile metro di valutazione dell'azione politica dei governi continentali. Atene:«Dueanni inpiùper ilpianoausterità» Il nuovogoverno dicoalizione greco chiededi prolungare di «almenodue anni» ilperiodo per l'applicazionedel pianodiausterità imposto dai suoi grandicreditori internazionali, l'Uee l'Fmi.Èquantosi afferma in un documentoufficiale pubblicato dal governoguidato dalconservatore AntonisSamaràs.L'estensione finoal 2016è uno deipunti che la Grecia intendediscuterenell'ambito di una revisionedel pianodisalvataggio promessadalnuovoesecutivo ateniese.L'obiettivosarebbe quello di raggiungere l'equilibrio deiconti pubblici«senzaulteriori riduzionidi salari,pensioni e investimenti pubblici», recita ildocumento, annunciandoun congelamento dei licenziamentinel settore pubblicoeun aumentodei fondi per la disoccupazione.«L'obiettivoè anche di risparmiare un ammontare importante incosti extra e diavere menoburocrazia». I rappresentanti della troika sono in arrivoad Atene domani.Risponde freddamente il portavocedelcommissarioUe Olli Rehn:«Nonè possibilediscutere di questionidiquesto tipo.Anzitutto dobbiamoavere una chiara valutazionedi come ilprogramma è statoattuato finorae come il nuovo governogreco intende attuarlo». . . . Schäuble: più poteri alla Commissione europea, i tedeschi facciano un referendum Rischi e pregi della tassa sulle transazioni finanziarie 8 domenica 24 giugno 2012
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24/06/12

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