Poco dopo la sua uscita dalla giunta lombarda, era il marzo del 2007, veniva approvata la cosiddetta “legge Daccò”, dal nome del lobbista amico di Formigoni finito in carcere per le inchieste sul crac del San Raffaele e sui presunti fondi neri alle cliniche Maugeri. «Una leggina nata per favorire le piccole strutture del mondo non profit e finita per dare la maggior parte dei finanziamenti al San Raffaele e alla Maugeri», racconta Alessandro Cè, ex capogruppo leghista alla Camera ed ex assessore alla Sanità in Lombardia. La “legge Daccò” è stata pensata per finanziare miglioramenti alle strutture sanitarie private. «Ma una clinica che eroga servizi sanitari deve garantire da subito alti standard qualitativi, altrimenti non può essere accreditata dalla Regione. Quella è una legge immotivata e ingiustificata, soprattutto se si pensa che ha favorito strutture che già fatturavano milioni di euro con i Drg (i rimborsi che le Regioni versano agli ospedali per le prestazioni sanitarie) e le “funzioni non tariffate” (finanziamenti che la Regione dà con maggiore discrezionalità). Secondo la Procura di Milano, dietro le “funzioninontariffate”sinasconderebbe parte del malaffare di cui sono accusati DaccòeSimone,echepoiavrebbeportato alla presunta corruzione addebitata al governatore insieme all'illecito finanziamento. «È tutto il sistema di finanziamento che va rivisto, perché in Lombardia è troppo sbilanciato a favore dei privati. Drg e “funzioni non tariffate” funzionano allo stesso modo nel pubblico e nel privato. Solo che mentre il pubblico si deve accollare le prestazioni più onerose, penso all'oncologia, il privato punta solo a quelle meglio retribuite. Delle “non tariffate” andrebbero rivisti i coefficienti di calcolo del rimborso, che premiano solo un certo tipo di prestazioni. Il risultato finale è che le aziende pubbliche sono sempre in deficit, e alla fine dell'anno la Regione è costretta a ripianare i bilanci. Le private, invece, salvo il San Raffaele per i motivi che sappiamo, sono sempre in attivo». Questo è il cosiddetto “sistema lombardo”? «Un sistema sbilanciato sui privati. È il motivo per cui sono subito entrato in conflitto con Formigoni. Ma non è solo la Sanità a non funzionare. Penso alla Formazione, con gli scandali dei corsi fasulli per ottenere i finanziamenti europei. All'Ambiente, con le inchieste sulle bonifiche, l'arresto di Nicoli Cristiani. Tutto sempre sminuito dalla maggioranza consiliare come degenerazioni di singoli. Non c'è mai stata una riflessione generale sulla politica della Regione». NeisuoidueanniallaSanità lombarda,ha conosciuto Pierangelo Daccò o Antonio Simone, i due amici del governatore finiti agliarresti? «Simone non l'ho mai sentito nominare. Daccò sì, ma non l'ho mai visto. La mia segreteria mi aveva anticipato le richieste dell'incontro e avevo capito che era meglio non riceverlo». Cherichieste? «Non ricordo. Quando fai l'assessore, come il deputato, tutti vogliono incontrarti. I lobbisti sono ovunque. Bisognerebbe inserirli in un registro pubblico, sarebbe tutto meno opaco». Pare che la Lega, adesso voglia scaricare Formigoni. «Una scelta tardiva e poco credibile. È solo un segnale per ottenere qualche posto di comando in Lombardia. D'altra parte, la Lega ha sempre espresso l'assessore alla Sanità, questi rispetto alle inchieste vuole dire qualcosa o preferisce far finta di non esistere?» Siandràad elezioni? «Se sì, noi siamo pronti a presentarci. Lo dico come parte del movimento “Verso Nord” (fondato tra gli altri da Massimo Cacciari, ndr)». Anche se la Lega ieri siè messa a fare un po'di cinema, ventilandola prematura fine del-la legislatura in Lom-bardia con l'eventuale abbinamento delle elezioni regionali con quelle nazionali nella primavera del 2013, appare per ora almeno prematura una clamorosa rottura dell'alleanza di centrodestra. Le battute dei leghisti sembrano solo preparare il terreno al congresso federale del movimento che si svolgerà a fine settimana e che dovrebbe chiudersi con l'elezione di Roberto Maroni a nuovo leader, il primo dopo e oltre la lunga stagione di Umberto Bossi. Il congresso leghista, tuttavia, potrebbe riservare sorprese con la presentazione di altre impreviste candidature e introdurre difficoltà e ostacoli nella fase della delicata successione tra il fondatore e l'ex ministro dell'Interno. La blanda minaccia di un abbandono della giunta di Roberto Formigoni appare, dunque, più come una mossa per preparare il terreno al congresso della Lega e per aprire uno spazio di manovra al futuro segretario che non una concreta strategia di azione. Ipotizzare una crisi imminente non è nelle cose: se la Lega facesse cadere il governatore della Lombardia potrebbe subire una ritorsione da parte di quel che resta del Pdl in Piemonte e in Veneto, dove governano i leghisti Cota e Zaia. La crisi politica in Lombardia, tuttavia, è sotto gli occhi di tutti e, in ogni caso, appare molto arduo che l'attuale maggioranza regga fino alla scadenza naturale del 2015. La caduta del modello di governo di Formigoni è determinata non solo dagli scandali, dalle mazzette, dalle inchieste giudiziarie, ma dall'esaurimento di un blocco sociale e di interessi che non riesce più a difendersi e a rinnovare la sua capacità di raccolta del consenso. Questo corto circuito nel centro destra è stato evidente l'anno scorso alle amministrative, in particolare con la vittoria di Giuliano Pisapia a Milano, e nelle consultazione di poche settimane fa. In Lombardia, così come in larga parte del Nord, il pd e il centrosinistra hanno ottenuto risultati positivi, conquistando comuni fino a ieri saldamente nelle mani di Bossi e di Silvio Berlusconi. Abbiamo già scritto e raccontato che questi innegabili successi, la prevalenza di un bel modo di far politica e di sindaci e amministratori profondamente legati al territorio, sono fatti importanti, un passo avanti decisivo. Ma proprio oggi, che appare più grave la crisi del modello di governo del centrodestra in Lombardia, non si possono nutrire facili illusioni sulla possibilità di battere facilmente Formigoni e i suoi alleati, di poter interrompere finalmente una stagione che dura da vent'anni. Le vittorie del centrosinistra in Lombardia sono state in larga misura determinate dalla rottura dell'alleanza elettorale tra Lega e Berlusconi, anche se sono maturate in un più ampio fenomeno politico, economico e sociale, di caduta del consenso tra le imprese, lavoratori, artigiani, settori del mondo cattolico sempre più delusi della commistione indebita tra politica, amministrazione e affari che proprio la giunta Formigoni ha rappresentato. Fare i conti con la politica del centrodestra in Lombardia, che è bene ricordarlo ha raccolto consensi enormi negli anni passati, vuol dire prima di tutto fare un bilancio, discutere della ricca, dispendiosa sanità lombarda, del modello integrato pubblico-privato, spesso preso a modello, che risale al 1997. Oggi, nel momento in cui si profila la caduta di questa formula di governo, è necessario che l'opposizione, in particolare il pd, formuli al più presto una proposta credibile di governo, una proposta aperta alle forze produttive oggi fortemente deluse e abbondate, capace di coinvolgere e stimolare il lavoro, l'associazionismo di ogni declinazione sociale e religiosa, le professioni e quella parte di intellettuali che ci tiene legata all'Europa. Prima di qualsiasi discussione, ricerca, cooptazione, selezione con primarie finali per trovare un candidato alla guida della Lombardia, è urgente che il pd definisca non solo una proposta organica di governo su cui in molti stanno collaborando, ma qualche cosa di più: un modello di sviluppo, una prospettiva di rilancio per la regione più ricca, più europea, più popolosa del paese. Prima bisogna parlare di questo, dobbiamo capire se la dimensione organizzativa e politica del pd è sufficiente a fronteggiare questa sfida, oppure se, molto probabilmente, è necessario inventarsi qualche cosa di nuovo e di diverso, cercando forze fresche, nuovi stimoli intellettuali e sociali, figure politiche di alta caratura ideale e professionale. Si può immaginare un'alleanza del Nord aperta, plurale, con pari dignità tra tutti i partecipanti, capace di ripercorrere la strada di Pisapia e di altri sindaci? Il pd, da solo, non ce la fa, ma nessuno può fare a meno della forza del pd. Da qui non si scappa. Per il candidato si può attendere, ma c'è già una certezza: dovrà essere un fuoriclasse non un rincalzo. IL COLLOQUIO do solo per l'indagine sulla Maugeri, non inducevano il vertici lombardi della Lega ad alcuna riflessione sulla necessità di abbandonare ancora il governo regionale. Eppure di motivi per «staccare la spina» ce ne sarebbero stati anche senza tirare in ballo Formigoni. Le inchieste milanesi, e non solo, da almeno due anni rendono meno stabili le fondamenta politiche del Palazzo Lombardia, dove il «Celeste» ha voluto il suo nuovo ufficio e dove la Lega siede insieme al Pdl in un connubio che dura ormai da oltre dieci anni. Con undici consiglieri (di più partiti) indagati, anche se alcuni si sono dimessi, tre ex vicepresidenti del Consiglio e anche l'ex presidente leghista, coinvolti a vario titolo in diverse inchieste, di materiale per numerose e articolate valutazioni sull'opportunità politica ce n'è da tempo. OPPOSIZIONE Se i rapporti Pdl-Lega siano davvero mutati lo si capirà presto. Le opposizioni restano scettiche. La consigliera di Sel, Chiara Cremonesi, sfida il Carroccio a votare una nuova mozione di sfiducia a Formigoni. L'iniziativa non trova d'accordo gli altri partiti di minoranza, convinti che un'altra sfiducia darebbe modo alla maggioranza di ricompattarsi. Il capogruppo del Pd, Luca Gaffuri, ha la «sensazione che questa Lega attendista cerchi in tutti i modi di tenere in piedi la baracca, perché con il voto rischia di farsi molto male». Del resto, in casa Pdl non sembrano molto preoccupati. Finora sul piatto ci sono solo parole e annunci. Nulla di più. Tanto che il capogruppo Pdl al Consiglio, Paolo Valentini, accoglie placidamente i messaggi dei lumbard. «Visto l'attacco mediatico senza precedenti al quale siamo sottoposti è doveroso che la Lega chieda di vedere chiaro e voglia fare tutti gli approfondimenti del caso», dice l'esponente Pdl. «Dopodiché il modello lombardo è un modello che anche in Veneto e Piemonte ha garantito governabilità e buoni risultati. Prima di accantonarlo è necessaria una riflessione seria». La spina è ancora attaccata. La luce sulla giunta del «Celeste» Formigoni è solo un po' fioca. Il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni FOTO ANSA L'alleanzadasolanon basta.Ènecessario inventarsiun'offerta politicapiùampia, plurale. Il candidato?Ci vuoleunfuoriclasse L'ANALISI RINALDOGIANOLA MILANO AlessandroCè L'exassessore leghista allaSanità:«Cosìèstato costruitounsistema sbilanciato,chepenalizza lestrutturepubbliche epremiaquelleprivate» pensa al voto . . . Senza il Pd non si fa niente, ma bisogna interrogarsi sui limiti politici e organizzativi «Con la legge Daccò il governatore ha favorito i privati» GIUSEPPEVESPO MILANO . . . «L'amico del Celeste? Voleva incontrare anche me, ma compresi che era meglio non riceverlo» Il centrosinistra si prepara e cerca nuove forze martedì 26 giugno 2012 7
TV 06.45 Unomattina. Rubrica 10.10 Rovereto di Novi (MO): Visita Pastorale di Papa Bnedetto XVI nelle zone terremotata dell'Emilia Romagna. Evento 11.55 Unomattina Vitabella. Rubrica 13.30 TG 1. Informazione 14.00 TG1 - Economia. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show. 15.15 Un caso d'inganni. Film Thriller. (2011) Regia di Jorgo Papavassiliou. Con Francis Fulton-Smith, Susanne Bormann, Mariella Ahrens. 16.50 TG - Parlamento. Informazione 17.00 TG 1. Informazione 17.15 Heartland. Serie TV 18.00 Il Commissario Rex. Serie TV 18.50 Reazione a catena. Show. 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Aari tuoi Gold. Show. 21.20 Sister Act 2 - Più svitata che mai. Film Commedia. (1993) Regia di Bill Duke. Con Kathy Najimy, Bernard Hughes, Mary Wickes. 21.25 Tg1 60 Secondi. Informazione 23.20 Passaggio a Nord Ovest. Documentario 00.25 TG 1 - NOTTE. Informazione 00.55 Che tempo fa. Informazione 01.00 Sottovoce. Talk Show. Conduce Gigi Marzullo. 07.30 Cartoon Flakes. 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Con Gustavs Vilsons, Zane Leimane, Arturs Skrastins. 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.45 Pomeriggio cinque cronaca. Talk Show. 16.51 Inga Lindstrom - La signora del faro. Film Sentimentale. (2006) Regia di Andi Niessner. Con Liane Forestieri, Thure Riefenstein, Bernd Herzsprung. 18.45 Il Braccio e la Mente. Gioco A Quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.31 Veline. Show. 21.10 Dr House - Medical division. Serie TV Con Hugh Laurie, Lisa Edelstein, Robert Sean Leonard. 21.50 Dr House - Medical division. Serie TV Con Hugh Laurie, Lisa Edelstein, Robert Sean Leonard. 23.30 Biagio Antonacci - Colosseo. Evento 01.30 Tg5 - Notte. Informazione 01.59 Meteo 5. Informazione 07.20 Hannah Montana. Serie TV 08.10 Cartoni animati 10.30 Dawson's Creek. Serie TV 12.25 Studio aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 Futurama. Cartoni Animati 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 What's my destiny Dragon ball. Cartoni Animati 15.00 Gossip girl. Serie TV 15.55 Le cose che amo di te. Serie TV 16.45 Mammoni - Short. Reality Show. 17.10 Friends. Serie TV 17.35 Mercante in fiera. Gioco A Quiz 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.25 C.S.I. New York. Serie TV 21.10 Mammoni - Chi vuole sposare mio figlio?. Reality Show. 23.20 L'Italia che funziona. Rubrica 23.45 Scary movie 4. Film Comico. (2006) Regia di David Zucker. Con Leslie Nielsen, Carmen Electra , Anna Faris. 00.19 Tgcom. Informazione 00.22 Meteo. Informazione 01.30 Nip/tuck. Serie TV Con Dylan Walsh, Julian McMahon 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. 11.10 Ti ci porto io (R). Rubrica 12.30 I menù di Benedetta (R). Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Movie Flash. Rubrica 14.10 Exodus (2a parte). Film Drammatico. (1960) Regia di Otto Preminger. Con Paul Newman, Eva Marie Saint. 16.10 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 18.00 I menù di Benedetta (R). Rubrica 18.55 Cuochi e fiamme. Show. 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Otto e mezzo. Rubrica 21.10 Enrico Mentana presenta “Per sempre campioni”. - Sfida infinita: Italia vs Germania Rubrica 00.00 Tg La7. Informazione 00.05 Tg La7 Sport. Informazione 00.10 Halifax - Unità Speciale. Serie TV Con Rebecca Gibney, Danny Adcock, Dawn Bamforth, Nicholas Bell, Chris Broadstock, Jason Buckley, Marton Csokas. 21.10 Gallo cedrone. Film Commedia. (1998) Regia di C. Verdone. Con C. Verdone G. Brugnoli. 22.55 Natale in Sudafrica. Film Commedia. (2010) Regia di N. Parenti. Con C. De Sica B. Rodriguez. 00.50 Alien. Film Fantascienza. (1979) Regia di R. Scott. Con S. Weaver T. Skerritt. 02.50 Cyrus. Film Commedia. (2010) SKY CINEMA 1HD 21.00 Holes - Buchi nel deserto. Film Commedia. (2003) Regia di A. Davis. Con S. Weaver J. Voight. 23.05 Teen Spirit - Un ballo per il paradiso. Film. (2011) Regia di G. Junger. Con C. Scerbo L. Shaw. 00.50 Un cane alla Casa Bianca. Film Avventura. (2010) Regia di Bryan M. Stoller. Con E. Roberts 21.00 Il vento del perdono. Film Drammatico. (2005) Regia di L. Hallström. Con R. Redford J. Lopez. 22.55 Il buongiorno del mattino. Film Commedia. (2010) Regia di R. Michell. Con R. McAdams H. Ford. 00.50 Indovina chi sposa Sally. Film Commedia. (2009) Regia di S. Burke. Con S. Hawkins T. Riley. 19.15 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.40 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.05 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 20.30 Lo straordinario mondo di Gumball. Cartoni Animati 20.55 Adventure Time. Cartoni Animati 21.20 Brutti e cattivi. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Come è fatto. Documentario 19.30 Come è fatto. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Aare fatto!. Documentario 21.30 Aare fatto!. Documentario 22.00 Il signore delle pulci. Documentario 18.55 Deejay TG. Informazione 19.00 Una splendida annata. Show. 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Una splendida annata. Show. 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 Iconoclasts. Reportage 23.30 Jack Osbourne No Limits. Reportage DEEJAY TV 19.20 La vita segreta di una Teenager Americana. Serie TV Con Shailene Woodley 20.20 Il Testimone. Reportage 20.40 Il Testimone. Reportage 21.10 Pauly D.: da Jersey Shore a Las Vegas. Serie TV 21.35 Pauly D.: da Jersey Shore a Las Vegas. Serie TV MTV RAI 1 21.20: Sister Act 2 - Più svitata che mai Film con W. Goldberg. Le suore alle prese con l'insegnamento. 21.05: La spada della verità Film con C. Horner. Bisogna rimarginare lo squarcio tra mondo sotterraneo e quello dei vivi. 21.05: Ballarò Attualità con G. Floris. In studio gli esperti approfondiranno le questioni più importanti. 21.10: Ballistic Film con Antonio Banderas. Due agenti a caccia di un miscroscopico e letale dispositivo. 21.10: Dr House - Medical division Serie tv con H. Laurie. Wilson è malato di cancro e House gli sta vicino. 21.10: Mammoni - Chi vuole sposare mio figlio? Reality show. Mamme che vogliono accasare i figli. 21.10: Enrico Mentana presenta “Per sempre campioni” Rubrica. Ci fa rivivere le emozionanti partite. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY VENTI MILIONI DI ITALIANI “MEDI”DAVANTIAGLISCHERMIRAI PERLA NAZIONALE, VUOL DIRE PRATICAMENTE TUTTI.Un evento dal quale non si può prescindere, al quale la televisione ha fornito il mezzo, mentre il fine sfuggiva a ogni ambito esclusivamente sportivo. Anche se stavolta non c'erano il presidente Napolitano e neppure la regina Elisabetta a rappresentare fisiognomicamente la rivalità tra i Paesi in campo. Perché la vera rivalità stava sullo sfondo e gli inglesi non hanno potuto farci niente. Anche se la tv, di suo, è un elettrodomestico del tutto privo di carica epica, la cronaca diretta la rende necessaria come l'acquedotto. E allora ci risiamo, alla storica sfida Italia-Germania. È un ritorno all'indietro che ciclicamente si rinnova, ora con durissimi connotati economici. E chissà che a rendere gli azzurri tanto migliori contro l'Inghilterra non sia stata proprio la coscienza di avvicinarsi così allo scontro cui non possono sfuggire. Già il fatto che gli inglesi, come si è detto da tutte le parti, giocassero all'italiana, rendeva la partita degli azzurri quasi una lotta interiore, un confronto allo specchio. E la coscienza non li ha fatti vili, ma più forti. Con tutti i tremendi problemi che abbiamo, a partire dal terremoto, per arrivare a Berlusconi che pur di continuare a comandare è capace di sfasciare, dopo l'Italia, l'Europa intera. Nonostante che anche tanta parte del suo similpartito (perfino Gasparri!) non gli dia più retta e, pur di mandarlo in pensione, gli anteponga il succedaneo Alfano. Sarà per inguaribile superficialità oppure per la forza di trascinamento del calcio, ma lunedì mattina non c'era chi, anche tra i più trucidi frequentatori dei dibattiti politici, non avesse almeno un sorriso per il risultato della nazionale. Mentre già lo spread ricominciava a salire e nessuno dei nostri guai (compreso Gasparri!) a smettere di infierire. Il gioco all'italiana degli inglesi smascherato daventi milioni di italiani FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO U: martedì 26 giugno 2012 21
«La crisi del formigonismo apre un vuoto politico di incredibile portata. Se dovesse cadere la giunta lombarda, che ha retto il sistema per oltre un quindicennio, l'unica prospettiva auspicabile sarebbe la nascita di un nuovo partito del nord. Attenzione, però: dev'essere in grado di muoversi al di là degli schematismi centrodestra-centrosinistra, diciamo un partito del nord arancione». Piero Bassetti, erede di una grande famiglia industriale lombarda e primo presidente della Regione Lombardia, tra i promotori l'anno scorso della candidatura di Giuliano Pisapia a sindaco di Milano, è preoccupato assai di ciò che vede muoversi al Pirellone: non certo per i destini di Formigoni, che «è solo un birillo» nello scenario politico-economico nazionale e lombardo, ma per quelli della Lombardia stessa. Perché, presidente? Che conseguenze teme? «Viviamo in piena crisi dell'euro, con l'enorme problema della Grecia, a Roma siamo commissariati, e Bossi continua a voler arrivare alla disarticolazione dello Stato. Avere anche la Lombardia in crisi è un fatto molto negativo. Stiamo parlando di un pezzo di Stato importante, è essenziale avere una Lombardia attiva ed efficiente, anche in vista dell'Expo». Se anche la Lega toglie l'appoggio, come in sostanza preannuncia Maroni, la partita si chiude: prende corpo l'ipotesi dielezioninel2013. «Interrompere la legislatura di un pezzo di Stato così importante non è una cosa positiva. Necessita di una riflessione profonda sul da farsi. Che parta immediatamente». Non vede forze politiche in grado di far funzionare questo pezzo d'Italia, e che sianoalternativea Formigoni? «Dovrebbe nascere una nuova aggregazione politica in grado di riorganizzarsi non solo sulla base dell'alternanza centrodestra-centrosinistra, ma semmai nord-sud. Io vedo piuttosto un'aggregazione arancione, il che significa qualcosa che auspicabilmente tragga la sua forza dal centrosinistra ma vada ben oltre il Pd. Le forze politiche consapevoli della situazione attuale devono inventarsi un gioco diverso da quello giocato finora. Se poi questo discorso lo portasse avanti Bersani, benissimo. L' “arancionismo”, però, al momento è un fenomeno urbano, e la Lombardia non è Milano. L'unica sarebbe la presa di coscienza dei milanesi di “arancionizzare” l'intera regione». Per seguire quale linea? Di che cosa c'è bisognoalPirellone secondo lei? «Di un regionalismo accentuato, non certo di un centralismo rafforzato. Un regionalismo che, beninteso, non può essere quello localistico che propone la Lega, e a cui non si può rispondere con il grillismo. Le giunte lombarde sono sempre state caratterizzate da un'acuta “lombardità”, e se il loro futuro si dovesse sciogliere nella tristezza della politica nazionale, magari in uno schema leghista o grillino, sarebbe una vera iattura. Il problema è che fino ad ora nessuno mi pare ponga l'accento sulla drammaticità della crisi che stiamo vivendo. Occorre rivedere il patto tra nord e sud - il centro in pratica l'ha fatto scomparire Moretti con l'alta velocità - in una logica che non sia di sottomissione di una parte verso l'altra, ci mancherebbe, ma che nasca dalla coscienza della necessità di un profondo cambiamento. Guardi, io ho scritto un libro dal titolo “L'italia s'è rotta” già nel ‘93, e del resto molti altri hanno parlato dell'argomento, della questione meridionale innanzitutto, pure molto tempo prima...Bisogna che il Paese volti pagina, perché oggi la questione dell'euro ci obbliga a farlo. Di certo la Lombardia, che tiene il ritmo produttivo della Baviera, non può permettersi il lusso di uscire dalla moneta unica, questa è la sfida cui il governo della Regione è chiamato. Bisogna essere sicuri che la prossima giunta abbia ben presente il problema, e sappia anche come affrontarlo». Laquestione è nazionale, in realtà. «Certo, nazionale come regionale: la stessa che angoscia anche Monti. Occorre trovare un equilibrio adeguato alla situazione italiana. Il fatto è che oggi la storia ci sta presentando il conto. Il problema esiste, e va affrontato. Del resto, già il Trattato di Lisbona poneva la questione del Mediterraneo». Leitemeperilfuturo;manonlapreoccupadipiùquellochesistavenendoasapere della sanità lombarda e del sistema formigoniano? «La magistratura valuterà i fatti, e se questi venissero dimostrati le dimissioni avranno certo una profonda giustificazione. Aggiungo peraltro che la politica non è mai stata fatta da vestali...A quel punto, però, non è che il problema troverà la sua fine, semmai saremo solo all'inizio. La Lombardia è questione serissima, sarà bene iniziare a discuterne seriamente». L'INTERVISTA L'immagine più usata èquella della «spina stacca-ta»: non c'è più correnteper illuminare il «Cele-ste» e sostenere la suagiunta al Pirellone. L'inchiesta sulla sanità lombarda e sulla presunta corruzione e illecito finanziamento a carico del governatore Formigoni, che anche ieri ripeteva di non essere indagato (e diffidava dal dire il contrario), costringe la Lega a rivedere la propria posizione in Lombardia. Neanche tre settimane dopo aver ribadito in Aula il sostegno al governatore, il Carroccio deve fare una brusca marcia indietro: «Tutto quello che è successo rende piuttosto difficile pensare che si possa continuare fino al 2015», chiarisce Roberto Maroni dall'uscio di via Bellerio, dove ieri si è riunito il consiglio federale del partito. L'ipotesi che prende corpo è quella delle elezioni regionali parallele alle politiche, magari intorno a marzo del prossimo anno. Verosimile? Per qualcuno la mossa del Carroccio serve solo ad inviare un messaggio a Formigoni e al suo partito: la Lega punterebbe a rafforzare la propria presenza nei posti chiave della Regione. Per altri, invece, di fronte ad un presunto coinvolgimento del governatore nelle inchieste sulla Sanitopoli lombarda, Maroni e Co. non possono permettersi un altro passo falso: «Devono staccare la spina, lo devono ai militanti». CONGRESSOLEGHISTA È probabile che la linea del partito fondato da Bossi verrà meglio definita al congresso del prossimo fine settimana, quando verrà eletto il nuovo segretario. Al momento la posizione ufficiale è quella dell'ex ministro dell'Interno, che si dice interessato non «tanto a capire se ci siano fondamenti di carattere penale, perché questo è compito della magistratura. Mi interessa capire - dice Maroni - se questa vicenda rende possibile la continuazione del governo della Regione Lombardia fino al 2015, perché ci sono ragioni di merito che valuterà il giudice e poi ci sono ragioni di opportunità politica che a volte rendono difficile o addirittura impossibile continuare». Un pensiero che corregge quanto sostenevano i leghisti al Pirellone fino a qualche giorno fa, quando l'opportunità politica non contemplava l'ipotesi di staccare la spina al governo lombardo. «A noi non importa dove va Formigoni in vacanza ma ciò che fa in Regione Lombardia», diceva all'Aula del Pirellone il capogruppo del Carroccio, Stefano Galli, prima di bocciare l'istanza di dimissioni presentata dalle opposizioni. Il riferimento alle vacanze era per chiarire che i rapporti di Formigoni con gli arrestati Pierangelo Daccò e Antonio Simone, il primo in carcere per il crac San Raffaele e i presunti fondi neri alle cliniche Maugeri, il seconOggi alle due in commissione di Vigilanza sono aperti i seggi per il voto dei sette consiglieri Rai, ma il rinnovo del vertice rischia di trascinarsi ancora. C'è grande agitazione nel Pdl, diviso sui nomi con gli ex An: da giorni cerca di rinviare il voto e potrebbe far mancare il numero legale con la scusa che in aula Camera è stata chiesta la fiducia. Sarebbe un segnale poco amichevole al governo (alle 13,30 Monti incontra Berlusconi e oggi si riunisce la direzione del Pdl), quando proprio ieri hanno fatto una «visita di cortesia» al premier a Palazzo Chigi Anna Maria Tarantola, designata presidente Rai e Luigi Gubitosi, indicato come direttore generale. Sono molte le incognite sul nuovo vertice di viale Mazzini, dove ieri regnava il deserto: i berlusconiani hanno tutto l'interesse a mantenere in sella la dg Lorenza Lei (e nella meno bellicosa delle ipotesi potrebbero chiedere un rinvio al presidente della Vigilanza, Zavoli), il gioco della Lega. Questa, come l'Italia dei Valori, ieri propendeva per il non voto. Ma proprio a Di Pietro e a Maroni hanno scritto una lettera le donne di «Se non ora quando?» chiedendo che venga votata una donna da scegliere tra la rosa di nomi già presentata a Zavoli: Dacia Maraini, Chiara Saraceno, Flavia Nardelli, Evelina Christillin e Lorella Zanardo. Potrebbe essere una donna, quindi, il «settimo consigliere», che al momento resta ballerino e che fa molta gola al Pdl per piazzare un poker a viale Mazzini. Un jolly da giocare bene (in caso di parità conta l'anzianità), se fosse una donna il Cda arriverebbe a un 30% di presenza femminile (mettendo in atto già da ora la legge Golfo-Mosca, che entra in vigore a agosto). Ieri le donne di Snoq in una conferenza stampa con parlamentari di tutti gli schieramenti hanno rilanciato la battaglia per il 50% di rappresentanza. I parlamentari della Vigilanza fanno i conti, con le assenze dei tre leghisti e dei due Idv si abbassa il quorum. Il Pd, che ha 12 componente (e si riuniscono in mattinata), voterà Gherardo Colombo e Benedetta Tobagi, indicati dalla società civile; i tre dell'Udc confermeranno De Laurentiis; il Pdl è teso per il braccio di ferro con gli ex An: l'unico sicuro è il forzista Verro (i berluscones vogliono anche Pilati), cresce l'ipotesi Iacopino, presidente dell'Ordine dei giornalisti, torna in campo Rositani, già consigliere anziano, mentre Paglia ha il veto di Gasparri, che preferisce Rubens Esposito (ex ufficio legale Rai). ILCENTRODESTRA «La giunta può cadere ma non possiamo permetterci il crollo della Lombardia» La politica si deve riorganizzare No ai localismi, ma ci vuole un regionalismo accentuato, non un centralismo rafforzato LAURAMATTEUCCI MILANO PieroBassetti DopoFormigoni, il vuoto politicopuòesserecolmato solodaunpartitodelNord “arancione”,chevadaoltre loschemacentrosinistra controcentrodestra . . . Non possiamo permetterci di uscire dall'euro, questa è la sfida per chi guiderà la Regione Maroni ora parla di elezioni nel 2013. Un rilancio per il congresso? Per il Pd il Carroccio tiene in piedi la baracca G.VES. MILANO Formigoni, la Lega Cda Rai, rinnovo a rischio rinvio Oggi in Vigilanza voto per sette consiglieri ma il Pdl vuole slittare «Snoq» a Lega e Idv: Scegliete una donna NATALIA LOMBARDO ROMA 6 martedì 26 giugno 2012
Colpiti i militari dell'Arma in un campo ad Adraskan Altri due feriti, non sono in pericolo di vita I talebani rivendicano l'attacco. Trovati resti di un razzo Gli afghani: «Colpa degli italiani» GABRIELBERTINETTO gbertinetto@unita.it Quattro «i» per sintetizzare gliobiettivi del prossimo futuro.Al secondo posto, dopo «impatto» e prima di «innovazione e integrazione», c'è la parola «income»: entrate. Duemilaquattrocento e-mail spedite ad altrettanti impiegati del desk internazionale della Bbc, con un invito gentile a mettersi in gioco «per rafforzare l'attitudine commerciale e le prospettive di crescita». «Cari tutti» datevi da fare, giornalisti e non, per far tintinnare le casse della blasonata emittente britannica, questo il senso del messaggio. «Vorrei che ognuno di voi contribuisse alla realizzazione di questi obiettivi ha scritto il direttore del dipartimento Global News, Peter Horrocks -. Fateci sapere se avete qualche idea su come possiamo rafforzare e centrare i nostri obiettivi in termini di business e introiti». Non era mai accaduto prima. Tra la richiesta di portare notizie e di procurare affari ce ne corre e la reazione dei giornalisti è stata di puro shock. La mail è stata fatta arrivare all'Independent e la polemica è inevitabilmente scoppiata. «Non ricordo nessun altro capo del World Service che abbia mai usato un simile linguaggio per dire a tecnici e giornalisti quello che devono fare», ha detto John Tusa, ex dirigente del servizio internazionale della Bbc. Michelle Stanistreets, segretaria del sindacato dei giornalisti Nuj ha chiesto alla Bbc di correggere una politica che «minaccia l'etica al cuore del servizio televisivo pubblico». Il punto è che i conti non tornano. I finanziamenti pubblici sono andati scemando, il ministero degli esteri ha decurtato del 16% i fondi per il World Service di qui al 2014. I tagli sono arrivati al 20% nel 2011. All'inizio di quest'anno Horrocks, che ha fatto la gavetta da giornalista per arrivare in cima e che oggi salvi i benefit ha uno stipendio di 242.000 sterline annue, ha annunciato il taglio di altri 650 posti di lavoro. Negli ultimi cinque anni la Bbc non ha fatto che tagliare: 2000 dipendenti in meno in cinque anni. Tagliati anche i servizi in cinque lingue straniere e l'offerta informativa - Aung San Suu Kyi in visita alla Bbc se ne è lamentata: l'emittente britannica è stata la sua finestra sul mondo durante la sua lunga reclusione. Tanti tagli, dunque, e anche qualche scorciatoia nella ricerca di fondi oggi sotto inchiesta dell'osservatorio Ofcom, che indaga su alcuni programmi e documentari Bbc sospettati di essere stati «commercialmente influenzati». Ancora nessuno però aveva chiesto ai dipendenti di tenere in conto le casse nella scelta delle notizie - una sensibilità che d'ora in avanti, si teme, diventerà parte integrante della valutazione professionali dei giornalisti e delle possibilità di carriera. L'azienda ha assicurato che terrà fede ai suoi valori e garantirà informazioni indipendenti e imparziali. Ma resta il dubbio che la valutazione sul ritorno commerciale peserà nella scelta delle aree del mondo su cui accendere i riflettori. E che magari nelle corrispondenze da aree sensibili come la Cina si finisca per preferire, su tutto, il bisogno di conservare le entrate pubblicitarie. L'unica cosa certa è che un altro connazionale in divisa è morto ieri in Afghanistan. Ma sulle circostanze esistono due versioni. Attentato, secondo le autorità militari italiane. E anche secondo i talebani che lo hanno rivendicato con un messaggio all'agenzia Afghan Islamic Press. Incidente, secondo quelle afghane. Teatro dell'episodio la base di Adraskan, a ovest di Kabul, dove le reclute delle nuove forze di sicurezza di Kabul vengono addestrate dalle nostre truppe. La vittima è il carabiniere scelto Manuele Braj, 30 anni, di Collepasso (Lecce), appartenente al 13˚ reggimento Friuli Venezia Giulia. Lascia la moglie di 28 anni e un bambino di otto mesi. Feriti gravemente due colleghi, il maresciallo capo Dario Cristinelli, 37 anni, di Lovere (Bergamo), e il carabiniere scelto Emilano Asta, 29, di Alcamo (Tarpani). Illeso un quarto commilitone. Secondo il racconto del tenente colonnello Francesco Tirino, portavoce del contingente italiano a Herat, i quattro si trovavano vicino a una garitta di osservazione. Erano le 8,50 di ieri mattina quando un razzo sparato dall'esterno è caduto in mezzo al gruppo. Braj è morto sul colpo. Cristinelli e Asta sono stati colpiti alle gambe, sono gravi ma non in pericolo di vita. Sono ricoverati all'ospedale militare americano Role 2 di Shindand. DUEVERSIONI La versione dell'attentato è corroborata dal ritrovamento di «diversi pezzi e frammenti» di un razzo modello 107 MM, un proiettile sovente usato negli attacchi talebani alle postazioni dell'Isaf, la coalizione internazionale a guida Nato. Ma secondo il colonnello Fazl Ahmad Khalili, comandante del centro addestramento di Adraskan, lo scoppio è stato provocato dall'«errata manipolazione di una bomba a mano, che ha coinvolto unicamente gli istruttori italiani». Fazl ha spiegato che «in quella torretta ogni giorno gli addestratori stranieri vanno per controllare la zona dove si svolgono le esercitazioni di tiro», e ha escluso ogni responsabilità di qualche suo connazionale. «Nella torretta c'erano solo italiani, e si erano chiusi dentro». La precisazione dell'ufficiale afghano era volta a fugare ogni sospetto sull'ipotesi di un ennesimo attacco «green on blue», come vengono definiti in gergo bellico i casi in cui un soldato o poliziotto afghano prende le armi contro gli alleati internazionali. È già accaduto numerose volte, e sempre più spesso negli ultimi tempi: 35 volte nel 2011, e ben 22 nei soli primi cinque mesi dell'anno in corso. Braj è il cinquantunesimo soldato italiano morto in Afghanistan dal 2002, da quando il nostro Paese aderì alla missione internazionale di sostegno al nascente Stato post-talebano. Attualmente le truppe italiane sul posto sono più di 4000, per lo più dislocate a Herat e dintorni, nella regione militare ovest, il cui comando è stato affidato dalla Nato al nostro contingente. Secondo i piani, le forze di combattimento straniere saranno interamente ritirate dal Paese entro la fine del 2014. Prima di quella scadenza la speranza di Hamid Karzai e dei suoi sostenitori internazionali è che si arrivi a una qualche forma di intesa con una parte almeno dell'opposizione armata, per evitare che la partenza delle forze americane e alleate si accompagni alla riconquista talebana del potere o comunque a un'intensificazione della violenza. Per come stanno andando le cose sul campo, quella speranza assomiglia oggi piuttosto a una scommessa. Il ministro della Difesa Di Paola ha ricordato che il carabiniere caduto era in Afghanistan «per permettere a quel Paese di difendersi da solo, e lo ha ucciso il terrorismo». «Solidale partecipazione al dolore dei famigliari» è stata espressa dal presidente Napolitano. Afghanistan, ucciso un carabiniere La Bbc ai giornalisti «Macché notizie, vogliamo profitti» Manuele Braj, il carabiniere morto ieri nell'attentato ad Adraskan FOTO ANSA QUANTA ENERGIA C'È IN UN ATTIMO? 50.enel.com 50 ANNI DI ENERGIA, MILIONI DI ATTIMI INSIEME. E MOLTI ALTRI ANCORA DA CONDIVIDERE. Conunae-mailai2400 dipendentidelservizio internazionale, ildirettore chiededidarsida fare permoltiplicare leentrate E intantotaglia650posti ILCASO MARINAMASTROLUCA mmastroluca@unita.it 14 martedì 26 giugno 2012
QUELLA SERA DEL 23 SETTEMBRE 1980, A PITTSBURGH, IL SOUND-CHECK DURÒ PIÙ DEL CONCERTO. BOB MARLEYSEMBRAVANONTROVAREMAIILSUONOGIUSTOEI WAILERS, I SUOI MUSICISTI, NON CAPIVANO IL PERCHÉ DI QUELL'IMPROVVISO PERFEZIONISMO. Non era da lui. Ignoravano una cosa che solo lui sapeva: era il suo ultimo concerto. Il tumore che da tre anni lo divorava dal di dentro era arrivato quasi dovunque. Doveva affrontare cure molto invasive, che gli avrebbero impedito di suonare e di tenere concerti. Sarebbe morto sette mesi dopo, l'11 maggio del 1981. Tre mesi prima di Pittsburgh c'era stato il primo Bob Marley-Day in Italia. Aveva suonato a Milano il 27 giugno 1980, in uno stadio di San Siro gremito come per una finale di Coppa dei Campioni - con una differenza, l'odore di marijuana che pervadeva il prato e gli spalti. Quella sera si stordirono tutti, anche i non fumatori: fu il trionfo del fumo passivo! Solo Bruce Springsteen, qualche anno dopo, avrebbe riempito San Siro allo stesso modo nel corso del tour di Born in the U.S.A. Per tutto il resto della storia di quel glorioso impianto, solo l'Inter e il Milan (qualche volta) hanno ottenuto sold-out del genere. Il secondo Bob Marley-Day italiano è oggi. In circa 150 cinema di tutto il paese si proietta Marley, lo splendido documentario biografico di Kevin MacDonald del quale la Lucky Red ha acquisito i diritti per l'Italia. L'idea è originale: anziché una normale tenitura, la Lucky Red punta all'evento: un solo giorno di programmazione, ma con una quantità di copie degna di un blockbuster (poi, a ottobre, il film uscirà in homevideo per Feltrinelli). Le sale in cui è programmato sono elencate nel sito apposito www.marleyilfilm. it, dove è anche possibile acquistare i biglietti on line. È una bella idea, e un microscopico segnale: nonostante la crisi (generale e di settore) che attanaglia il cinema, qualcosa si muove nel vetusto campo della distribuzione, qualcuno ha ancora dei neuroni attivi. La Disney sta rimandando nelle sale alcuni dei suoi classici (qualche giorno fa abbiamo avuto il piacere di «recensire» La carica dei 101) e in questi giorni torna nei cinema anche un film che sta compiendo vent'anni di vita, Le iene di Quentin Tarantino (verrà proiettato oggi e giovedì, a mo' di evento speciale, nelle sale del circuito The Space, che poi lo rimetteranno in programmazione normale dal 6 al 13 luglio). Anche la Universal, in occasione dei suoi 100 anni di vita, rispedisce nelle sale alcuni gioielli della corona, come The Blues Brothers. È una buona estate per chi ama il cinema classico. Ma Marley è, ovviamente, qualcosa di più. Tanto per cominciare Kevin MacDonald è un ottimo regista (L'ultimo re di Scozia, State of Play), un nipote d'arte (suo nonno era Emeric Pressburger, autore assieme a Michael Powell di alcuni capolavori del cinema inglese, come Scarpette rosse) e uno dei migliori documentaristi su piazza. Inoltre, Marley ha tutto ciò che serve per essere il film «definitivo» su questo musicista che era anche un grande personaggio, geniale e controverso. A differenza di altri lavori precedenti, qui c'è il totale sostegno della famiglia, della vedova Rita e del figlio Ziggy in primis. Quindi da un lato c'era il rischio di un documentario «embedded», di una biografia ampiamente autorizzata - per altro scongiurato, come vedremo. Dall'altro MacDonald ha potuto lavorare su una messe di materiali d'archivio imponente, che rendono il film un viaggio esaustivo nella vita di Bob e nella sua musica. Non si tratta, dicevamo, di un santino. Bob viene raccontato con tutti i suoi difetti, che non erano pochi né particolarmente gradevoli. Evidentemente Rita e Ziggy sono i primi ad esserne consapevoli. MacDonald racconta che la scintilla è scoccata ascoltando assieme a Rita l'audio di una vecchia intervista, nella quale un giornalista gli chiede se è sposato e lui risponde (mentendo) con un semplice «no». «Lo sguardo di Rita nell'ascoltare quel “no” del marito mi è sembrato la chiave di tutto», dice il regista. Infatti la vita privata di Marley è raccontata senza veli: l'uomo ha avuto 11 figli da 7 donne diverse, senza contare quelli adottati e quelli che potrebbe non aver mai conosciuto, perché Bob era - diciamo così - generoso con le fans e durante le tournée lui e Rita dormivano sempre in alberghi diversi (lo spettatore può solo sperare che anche lei si sia divertita, e da certe occhiate durante il film sembrerebbe così). Il fertile disordine della famiglia Marley, per altro, è lampante solo ad ascoltare i due figli - degli 11 che parlano nel film: Ziggy ha lo stesso accento del padre, parla un idioma che è molto arduo definire «inglese» (nella copia che abbiamo visto al festival di Berlino le interviste con lui e con Bob erano sottotitolate… in inglese! Anche i sudditi di Sua Maestà stentano a capirle), mentre sua sorella Constance si esprime con un accento americano degno di Woody Allen, a conferma che i due sono cresciuti in famiglie e in ambienti diversi. Non si può negare che molti degli spezzoni del film in cui è Bob a raccontarsi sono assai «fumati», e che il genio del reggae dice spesso delle banalità sconcertanti soprattutto quando parla di Dio, dell'Africa e di Hailè Selassiè (il quale, cosa che a noi italiani può suonare buffa, era per i rastafariani il diretto discendente della tribù di Giuda, di Re Salomone e della Regina di Saba: sembra la trama di un brutto film peplum, ma per loro è la verità). Alla fine, Marley sembra il ritratto (involontario?) di un genio suo malgrado, di un uomo molto irrazionale nella filosofia e nei comportamenti ma portatore di una rivoluzione musicale che ha avuto pochi eguali nella storia del Novecento. Chiunque sia stato ragazzo negli anni 70 ricorda cosa fosse, allora, il reggae. Senza i giamaicani di Londra - e senza Bob Marley e i suoi Wailers - non sarebbero esistiti i punk, i Clash, i Police, non ci sarebbe stata la svolta «latina» di Bob Dylan. Questo è l'aspetto noto della storia, mentre i momenti più sorprendenti del film riguardano le origini del mito: l'infanzia di Bob, l'assenza del padre, i suoi esordi discografici quando ancora aveva i capelli corti. Il film ci insegna una cosa a cui non avevamo mai pensato: Bob era un meticcio, suo padre era inglese. Si chiamava Norval Sinclair Marley ed era un funzionario dell'Impero britannico che viaggiava un po' per tutte le colonie seminando figli dovunque. Anche se da grande Bob raccontò «di non aver avuto un padre». In fondo era vero: non lo vide praticamente mai, e Norval morì quando lui aveva 10 anni. Ma qualcosa di Norval, in lui, era rimasto. ALBERTOCRESPI CULTURE Quelgenio diMarley Oggi in 150cinema ildocdiKevinMacDonald Unosplendidodocumentario checi raccontatutto dellasuavita.Unartista irrazionale, famosoperaver rivoluzionato lamusica BobMarley Sotto il mucistacon il figlioZiggy LABIOGRAFIA L'alfieredel reggae checantavadiAfrica paceegiustiziasociale Nato il 6 febbraio 1945a NineMile (Giamaica)da madregiamaicanaeda uncapitanodella Marina inglese,BobMarleyècresciuto nel ghetto di TrenchtownaKingston, dove ha incontrato altri giovaniattrattidallamusica. Nel 1961, incide il suo primodisco senzasuccesso, ma continua ad investirenella musica.Nel 1964fonda con Peter TosheBunnyWailer ilgruppo TheWailers, con il qualecominciaa produrre pezzi interessanti. Dopounaparentesi «spirituale»(seguì dei corsi di teologia negliStati Uniti), tornaetrova l'ispirazionegiustacon temicomepace, l'unità, la giustiziasociale, la povertà, la storia dellaAfrica. I Wailerssi sciolseronel 1974, quandoognunodei trecomponenti fondamentaliprovòa continuare lapropria carriera come solista. Nonostante lo scioglimento,BobMarleycontinuò a suonare sotto il nome di«Bob Marley& the Wailers»con nuovicomponenti dellaband le tre vocalist, incui c'eraanche la moglieRita.Nel 1975 Marleycoglie ilprimosuccesso internazionalecon lostorico singoloNo Woman, No Cry, dall'albumNatty Dread. Seguitonel '76 daRastaman Vibration, cherimaseperben quattro settimane nella top tendi BillboardCharts negliStati Uniti.Nel 1978, BobMarleyscopredi avereuncancro,ma continuaa fare concertie dischi.Gliultimi due albumsonoSurvival e Uprising, di cui Forever Loving Jah eRedemption Song sono le canzonidiaddio diBob. L'11maggio 1981morirà aMiami. . . . Alle origini del mito: l'infanzia, l'assenza del padre, i suoi esordi discografici quando aveva ancora i capelli corti U: martedì 26 giugno 2012 19
ModelliL'autore:«misono ispiratoalTomBerengerdi «Platoon»,exmilitare reduce dalVietnam,aglianni70 eaiCallaghandiEastwood» ANDREABONZI BOLOGNA VALERIOROSA vlr.rosa@gmail.com Leggerevalequanto unviaggioounamore Unapraticada condividereche fabenealle librerie CULTURE AL POSTO DEL CAVALLO, USA UNA MOTO. I TRATTI SONOQUELLIDELNATIVOAMERICANO, MAILCARATTERE E IL SENSO DELLA GIUSTIZIA CHE LO CONTRADDISTINGUONO SONO TUTTI «TEXIANI». Si chiama Saguaro l'ultimo eroe sfornato dalla Bonelli Editore. La prima serie regolare dopo anni in cui la casa milanese aveva sperimentato l'utilizzo delle meno rischiose miniserie, e anche la prima a nascere dopo la morte di Sergio, nel settembre scorso. Il numero d'esordio, Ritorno a Window Rock, in edicola questo mese, è scritto da Bruno Enna, ideatore della storia, e disegnato da Fabio Valdambrini. Ma il creatore grafico di Thorn Kitcheyan, detto Saguaro, è il bolognese Alessandro Poli, che incontriamo nel suo studio in zona Mazzini, stipato di fumetti e dvd, tra poster di film e fumetti alle pareti e action figure di alieni e mostri classici sulla scrivania. Poli, comeè natoSaguaro? «Sergio Bonelli voleva una nuova serie regolare con un taglio “alla Tex”, che prendesse il posto di Mister No e Magico Vento, entrambi concluse. Il progetto è partito due anni fa, quando c'era il mondiale in Sud Africa: si è deciso per un western moderno. L'ambientazione si colloca tra Arizona e New Mexico negli anni 70, un periodo di rivolte per i diritti dei nativi americani, negli Stati Uniti. Mi hanno messo in contatto con Bruno Enna e lui ha cominciato a mandarmi tutta la documentazione». Ecco,achitiseiispiratoperdarecorpoalprotagonistae almondo incuisimuove? «Il modello è Tom Berenger, che ha origini pellerossa, serviva un personaggio meticcio. Io ho scelto il Berenger di Platoon, a cui ho alzato un po' gli zigomi, per dargli più carattere. Saguaro infatti è un ex militare reduce dal Vietnam, con un passato che verrà rivelato pian piano nella storia. Come vestiti, ho scelto un gilet e jeans un po' a “campana”. Per il contesto, poi, ho fatto una full immersion nei film di genere degli anni 70, dai Callaghan di Clint Eastwood a Vanishingpoint, una pellicola poco conosciuta, ma che rappresenta un prodotto dell'“invasione” degli hippy a Hollywood. Altro riferimento, più recente (è degli anni 90) è Cuore di Tuono, con Val Kilmer. In Bonelli si cerca di stare il più attenti possibile alla ricostruzione storica». Quanti disegni preparatori hai preparato per la serie? «Una quantità di bozzetti e prove, di varie dimensioni. Saguaro vive in un luogo simbolo, un prefabbricato tra la civiltà - rappresentata dalla vicinissima highway - e la natura selvaggia, visualizzata con tre picchi montuosi che si stagliano dietro la casa. Prima ho disegnato una veduta aerea, poi i vari dettagli, come ho messo su carta anche il ranch di Buen Retiro, dove vive la famiglia allargata di Saguaro». Il cast, se nonsbaglioè nutrito... «Sì, ho fissato una decina di personaggi. C'è la bella Kai Walker, figlia del capo della polizia tribale, per la quale ho preso spunto da una attrice indiana, poi modificata in corso d'opera. C'è suo padre Alan, che ha le fattezze di Brian Dehenny, l'attore de Il ventre dell'architetto. E poi ancora il nonno Howi, e altri con cui ho potuto calcare più sul grottesco: è il caso del capo dell'Fbi, che comparirà nei prossimi numeri, e che ha il volto dell'inglese Robert Shaw, agente del Kgb in 007: Dalla Russia con amore». Comemaitihannosceltoperquestanuovacreatura? «È già capitato un paio di volte, in realtà, con Demian e Cassidy (entrambi miniserie scritte da Pasquale Ruju, ndr), e il risultato è piaciuto. Tutto qui. Non sono l'unico character designer della Bonelli...». Orasu cosa seial lavoro? «Su una nuova creatura di Chiaverotti. È ancora tutto top secret, e ci vorranno ancora tre anni. Quindi, non trattenete il fiato... (e ride, ndr)». LOHADETTOBORGES,CONPAROLEDEFINITIVE:«LALETTURADIUN'OPERADICERVANTES, DI FLAUBERT, DI SCHOPENHAUER, DI MELVILLE,DIWHITMAN,DISTEVENSONODI SPINOZA È UN'ESPERIENZA ALTRETTANTO FORTE DI UN VIAGGIO O DI UN INNAMORAMENTO». Un'esperienza che può rivelarsi, chiosava Jean Grenier, un rifugio contro l'invecchiamento, la malattia, la morte; ma rischia di rimanere un piacere solitario, a meno che non si trovi il modo di condividerlo. Il modo più semplice è tentare di contagiare le persone vicine, o usare i libri per avvicinarsele: un lettore innamorato regala libri, convinto di regalare una parte di sé. Gli amanti del rischio preferiscono invece lanciare un messaggio in bottiglia, come pare facesse il filosofo Teofrasto, sperando che venga raccolto da chi sia in grado di apprezzarlo: è l'idea alla base del bookcrossing, la pratica che consiste nel «liberare» i libri nei luoghi pubblici, anziché lasciarli nelle librerie a riempirsi di polvere e ad annoiarsi. Meglio che prendano aria e che ingialliscano tra le mani di altri lettori, dopo essere stati abbandonati su una panchina, in un locale, sul sedile di un treno. L'APPELLO DIRADIO3 «Se è per questo, ormai un libro si trova anche allo sportello del bancomat», giura Marino Sinibaldi, che ha lanciato il fenomeno in Italia dai microfoni di Fahrenheit, la trasmissione culturale pomeridiana di Radio3: «Quando ho cominciato a parlarne, mi piaceva l'idea di trasformare i libri in qualcosa di quotidiano, perché uno dei problemi della cultura nel nostro Paese è che la lettura viene vista come un fatto elitario e sacrale. Credo che il bookcrossing sia stato una precondizione per rendere la lettura un fatto normale, avendo suggerito la presenza dei libri nei luoghi della quotidianità. Onestamente non so se abbia creato nuovi lettori: questo dipende da elementi strutturali, come ad esempio le biblioteche, specie quelle scolastiche, che sono piuttosto ferme. Ma qui ci spostiamo in un terreno diverso, sul quale devono intervenire decisioni politiche». Ed è proprio partendo dall'indubbio merito di avere contribuito a rendere la lettura un fatto normale, che è utile domandare ai librai se il bookcrossing spinga i lettori a desiderare di possedere altri libri, magari acquistandoli. Fabio Ciccaglioni del Gruppo Arion ammette che «in un momento delicato come questo, potrebbe servire a portare persone in libreria. A noi librai interessa che le persone frequentino le librerie, che vengano viste come fari e fonti di ispirazione della fantasia. Ogni giorno chiudono delle librerie indipendenti: senza queste luci le città sono più spente e più vuote. Ben venga pertanto il bookcrossing, se serve a tenere accese le luci. Ad ogni modo, credo che il fenomeno abbia trovato più spazio all'estero che in Italia, dove si legge di meno. Nelle metro e nei mezzi pubblici vedo pochissime persone con un libro in mano. E qui da noi non credo che liberare i libri ne abbia aumentato le vendite». L'OPINIONEDEGLIEDITORI... Più possibilisti gli editori. Da Minimum Fax fanno sapere che, così come avviene con la condivisione nei social network (basti pensare ad aNobii), anche in questo caso si registra un effetto moltiplicatore che fa da passaparola. Oggetto del contagio è soprattutto il cliente che non ama la libreria-supermercato, con i volumi allineati come surgelati, ma cerca piuttosto identità, qualità, passione, caratteristiche legate alla figura del libraio-consigliere-psicologo, capace contro ogni pronostico di resistere alla temuta sparizione. Un'altra scomparsa, profetizzata ciclicamente ma sempre smentita dai fatti, è quella del libro di carta: nel gustoso saggio-memoir I fantasmi delle biblioteche (ed. Sellerio), il bibliofilo Jacques Bonnet si dichiara consapevole di scrivere «da un continente destinato ad essere presto sommerso». A quel punto verrebbe meno anche il bookcrossing, a meno che non si trovi il modo di disseminare le piazze virtuali di file in formato word o pdf, ma sorgerebbero noiose e interminabili questioni legali e soprattutto si perderebbe il piacere fisico dell'odore della carta e delle pagine che scorrono tra le dita, il gusto di possedere i libri, che viene ancora prima del piacere di parlarne. Arriva Saguaro unTex inmoto L'ultimoeroedellaBonelli disegnato da Alessandro Poli Letture«contagiose» dalbookcrossing aiconsigli sulla rete Kai Walker, la figlia del capo della polizia tribale amica di Saguaro, in uno dei disegni preparatori di Alessandro Poli U: 18 martedì 26 giugno 2012
Gentile Direttore,con riferimento agli articolidi Claudia Fusani pubblicati dal Suo giornale il 24 e il 25 giugno, ritengo necessario precisare alcuni aspetti di importanza fondamentale e dirimente, onde sgombrare il campo da ogni possibile equivoco. A quanto per ora mi risulta (vi sono alcuni particolari ancora non ben definiti) la dott. Boccassini all'epoca in servizio presso la procura di Caltanissetta - mi avrebbe indirizzato una lettera in data 19.10.1994, relativa ad un documento del 12.10.94 con appunti di lavoro che la stessa dott. Boccasini (insieme al dott. Saieva ) aveva portato a conoscenza dei colleghi di Caltanissetta in vista di una riunione della DDA di quella procura del 13.10.94. Si tratta perciò, all'evidenza, di questioni sottratte alla trattazione della procura di Palermo il cui merito era già stato esaminato e discusso dall'unico ufficio giudiziario competente al riguardo. Ne discende che la procura di Palermo (allora diretta dal sottoscritto) non aveva alcun titolo o ruolo per un qualche intervento od interlocuzione - sotto qualsivoglia profilo - rispetto a vicende già delibate, nelle sedi e negli ambiti di loro esclusiva competenza, dai colleghi di Caltanissetta. CLAUDIAFUSANI ROMA Potrebbe essere, ancora una volta, un nulla di fatto. Con l'aggravante che non arrivare adesso a una posizione condivisa avrebbe il significato politico dell'occasione persa per sempre. Il rischio è che la Commissione antimafia che in questa legislatura si era data l'obiettivo di arrivare ad una lettura comune sulla stagione delle stragi di mafia nel triennio 1992-1994 non arrivi ad una Relazione finale, unica e sottoscritta da tutti i gruppi politici. Indiscrezioni di questi giorni al quinto piano di palazzo San Macuto dicono che il presidente Beppe Pisanu scriverà sicuramente la sua relazione, quella del Presidente. Molto difficile immaginare che, nonostante le capacità di mediazione di Pisanu, centro destra e centrosinistra possano condividerla. Se le difficoltà c'erano prima, le novità dal fronte giudiziario di questi giorni, e le ricorrenze del ventennale delle stragi di Capaci e via D'Amelio, non le hanno certo smussate. Le posizioni, semplificando, sono chiare. Una parte del Pdl vorrebbe chiudere tutto all'autunno 1993 quando ministero della Giustizia e Dap decidono di sollevare dal 41 bis circa trecento mafiosi seppure di terzo e quart'ordine. Buttando, in questo modo, la croce addosso alla vecchia Dc costretta in quei mesi tra il 1992 e il ‘93 (presidenza Scalfaro e governo Ciampi) ad accettare compromessi per contrastare l'assalto del tritolo di Cosa Nostra. Pd, Idv e Fli guardano oltre perché le stragi vanno avanti, arrivano fino al gennaio 1994 (quella mancata allo stadio Olimpico, che sarebbe stata la più sanguinosa) e si fermano con la nascita della seconda repubblica. Sappiamo nelle mani di chi. Il deposito degli atti, in vista della richiesta di rinvio a giudizio, dell'inchiesta di Palermo su una prima parte della trattativa tra Stato e Cosa Nostra, ha ulteriormente diviso le posizioni. Soprattutto costringe i membri della Commissione a non accontentarsi “solo” della contropartita 41 bis (carcere meno duro per i boss in cambio dello stop alle stragi) come vorrebbe il centrodestra e a chiedere nuove audizioni per chiarire i depistaggi che da vent'anni condizionano le indagini delle procure di Caltanissetta e Firenze (Palermo non ha competenza). Depistaggi che potrebbero essere la parte più importante della trattativa mentre il carcere duro quella, tutto sommato, residuale. In quest'ottica i capigruppo Pd (Anna Garavini), Idv (Luigi Li Gotti), Fli (Fabio Granata) chiederanno domani, nell'ufficio di presidenza della Commissione, di andare avanti con le audizioni. In elenco c'è il prefetto, ora sottosegretario con delega ai servizi segreti, Gianni De Gennaro, che nel settembre 1993 scrisse la relazione della Dia (Direzione investigativa antimafia) in cui per la prima volta gli investigatori ammettevano che dietro le stragi non c'era solo la mafia. Che puntavano anche «a nuovi equilibri politici» e vedevano il coinvolgimento di «soggetti non mafiosi». Indicazioni che non hanno più avuto seguito. Sarà chiesta anche l'audizione dei collaboratori Brusca e Spatuzza: il primo “conosce” la trattativa fino al ‘93, finché si parla di papello e 41 bis. Il secondo la conosce fino in fondo, al 1994. O almeno ne ha raccontato qualche passaggio ai magistrati. Pezzi di verità che vengono fuori lentamente, scavando, confrontando. E altri che, pur evidenti subito, sono stati ignorati. Non c'è dubbio che il depistaggio più clamoroso riguardi Vincenzo Scarantino, per sedici anni pentito chiave dei processi Borsellino salvo poi crollare miseramente nel 2008 quando Spatuzza inizia la sua collaborazione. In Commissione si stanno rileggendo le due lettere con cui i magistrati applicati a Caltanissetta (Boccassini e Saieva) scrissero nell'ottobre 1994 che Scarantino non era affidabile. Né credibile. Le lettere furono inviate al procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra che però insisteva nel dire che «Scarantino era la luce dell'inchiesta» perché la sua era «una piena confessione». Tinebra, convocato in Antimafia, ha presentato un certificato medico. È anziano e neppure messo bene. Boccassini e Saieva scrissero anche a Caselli, procuratore di Palermo, non perché fosse competente ma per conoscenza. L'ipotesi di convocare questi magistrati è in queste ore in esame. Anche se la procura di Caltanissetta sta lavorando in silenzio sul grande depistaggio. Un'inchiesta che ha già messo sotto inchiesta tre investigatori con l'accusa di aver provocato e manipolato le confessioni di Scarantino. Il quarto, il più importante, era il questore Arnaldo La Barbera (morto nel 2003). Un'icona dell'antimafia che però era anche l'agente Catullo del Sisde. Ilmagistrato-all'epocaa capodellaProcuradi Palermo- intervienea propositodellequestioni sollevatedaBoccassini nell'autunnodel 1994 LALETTERA Il rischio che la Commissione presieduta da Pisanu non arrivi a una relazione finale e condivisa Pd, Idv e Fli: nuove audizioni sui depistaggi delle indagini. In lista l'ex Capo della polizia e Spatuzza Caselli: la Procura di Palermo non era competente PAROLE POVERE VIRGINIALORI ROMA In Sardegna il Pd conquista i Comuni di Oristano e Alghero Ultime da Grillo: «Bin Laden? Era mal tradotto»Imassacri inSiria:«Ci sono cosechenonpossiamo capire.Non sappiamose siauna guerracivileo si tratti diagenti infiltratinel paese»; l'Iran di Ahmadinejad:«Anchegli Usa hanno la penadi morte»,«Mia moglie è iraniana. Hoscoperto che la donna in Iran èal centrodella famiglia. Le nostrepaure nasconodacose chenon conosciamo»,«Quelli che scappano sonooppositori... l'economia vabene, lepersone lavorano... Houn cuginoche costruisceautostrade in Iran emi dice chenon sono pernulla preoccupati... Ahmadinejadnon pensovoglia davverocancellare Israele... lo dicee basta... quandouscivano i discorsidi BinLaden,mio suocero iranianomi ha spiegatoche le traduzioni non erano esatte... »;Medio-Oriente: «Tuttoquello che in Europasappiamo di Israele e Palestinaè filtratoda un'agenzia internazionalechesi chiamaMemri e dietroMemri c'è il Mossad.... Parlaredi Israeleè untabù, appena lo tocchi ti diconoche seianti-sionista e razzista». Matrimonigay?«Forse». Parole di Grillo, rimbalzate in tutto ilmondo, sull'ondadi una intervista rilasciata all'israelianoYediothAhroniot. Quelle parolenon sarebberocosì inquietanti senon appartenesseroal titolare, secondo i sondaggi, dellaseconda forzapolitica italiana. Nel2006, aveva anticipatoquelle visioni,difendendo MelGibson,che ubriaco, aveva inveito contro l'agenteche loavevafermato: «Seiebreo anchetu? Gli ebrei sono responsabilidi tutte leguerredel mondo».Grillo preferì allora riflettere sulcomportamento dei «produttoridi origineebraica di Hollywood» esu Israeleche «fa paura, sono spaventato per imiei figli».Attendiamo la reazione deisuoi influencernelblog dell'Unità. TONIJOP GIANCARLOCASELLI L'Antimafia vuole sentire De Gennaro La strage di via D'Amelio del 19 luglio '92 FOTO ANSA Erano i due Comuni più importanti coinvolti nella tornata amministrativa di giugno che ha eletto una sessantina di nuovi sindaci in Sardegna ed entrambi sono andati al centrosinistra. Cambia il vento a Oristano e Alghero, roccaforti del centrodestra, Comuni entrambi commissariati da qualche mese. L'esito dei ballottaggi premia a Oristano Guido Tendas del Pd, dirigente scolastico di 62 anni, dopo 14 anni di guida del centrodestra, mentre nella città catalana il nuovo sindaco è Stefano Lubrano, imprenditore di 46 anni con un passato in Confindustria, a dieci anni dall'ultima vittoria del centrosinistra. In questo voto però si registra anche il forte astensionismo, al secondo turno, con un netto calo dell'affluenza rispetto al voto di due settimane fa: ad Oristano ha votato solo il 51,01% degli elettori (contro il quasi 69%), ad Alghero il 58,55% (70% al primo turno). Con un centrosinistra vincente, si registra anche una percentuale di mancato voto dell'elettorato del centrodestra, soprattutto a Oristano, dove la coalizione che governa anche la Regione si presentava spaccata, con un candidato ufficiale del Pdl e l'esponente dell'Udc, Uras, che si è fermato al 41,94% contro i 58,05% di Tendas, già in vantaggio al primo turno. Ad Alghero, invece, dove due settimane fa vi era stato un testa a testa fra i candidati di centrodestra e di centrosinistra, Marinaro al ballottaggio si è fermato al 44,10%, con Lubrano eletto sindaco con il 55,89%. Nella città catalana dove, al pari di Oristano non ci sono stati apparentamenti, hanno optato per l'astensione gli aderenti al Movimento 5 Stelle, che al primo turno aveva ottenuto il 10% delle preferenze. «La vittoria del Pd e del centrosinistra in Sardegna, ad Alghero e di Oristano, strappate al centrodestra, è l'ulteriore conferma dell'esito positivo delle elezioni amministrative. Il coinvolgimento di società e movimenti premiano il coraggio e la generosità del Pd», ha commentato Pier Luigi Bersani. «La nostra vittoria va al di là dei numeri con i quali abbiamo cominciato. Ora possiamo davvero cambiare la città», ha commentato Tendas. Stesso entusiamo da Lubrano: «Alla città serviva una scossa forte». martedì 26 giugno 2012 9
SUSANNATURCO ROMA I magistrati romani poco convinti dalle giustificazioni sugli acquisti delle case di Roma e Genzano su «mandato fiduciario» degli ex leader Dl L'ex tesoriere resta in carcere, ma non sarà ascoltato di nuovo Pur afflitto dalle paginate che amplificano le parole di Luigi Lusi e la sua versione dei fatti, ieri Francesco Rutelli, leader dell'Api, ha potuto festeggiare una giornata meno nera di altre. E non tanto per aver annunciato che oggi presenterà una querela contro le «mostruose calunnie» del suo ex fedelissimo. Quanto perché la procura di Roma non sembra credere all'ex tesoriere della Margherita. «Poco credibili», a quanto si apprende, sarebbero infatti state giudicate – nel corso di un incontro pomeridiano con i magistrati titolari dell'indagine - le accuse che il senatore ha mosso agli ex vertici dei Dl nell'interrogatorio di sabato scorso nel carcere di Rebibbia. Non solo: per ora non ci sarebbe in vista nessun nuovo interrogatorio, nessuna convocazione dell'ex presidente della Margherita, né tantomeno una sua possibile iscrizione nel registro degli indagati, nemmeno come atto dovuto dopo le accuse di Lusi. PERPLESSITÀE SCETTICISMO Gli inquirenti, insomma, paiono restare sulla linea della prima impressione, trapelata a poche ore dalla fine dell'interrogatorio, per la quale nelle carte presentate dal senatore non ci sarebbe «nulla di penalmente rilevante». Scetticismo e perplessità, in particolare, si appunterebbero sulle giustificazioni date riguardo agli acquisti dell'appartamento di via Monserrato e della villa di Genzano: Lusi sostiene di averle comprate in esecuzione di un «mandato fiduciario», ma sul punto non avrebbe nulla di scritto e sua moglie, Giovanna Petricone, ha già dichiarato che gli immobili furono comprati per interessi personali. Ciò non significa, naturalmente, che non si faranno riscontri e indagini sulla documentazione fornita da Lusi, che oggi sarà oggetto di valutazione con il procuratore Giuseppe Pignatone. In particolare, la Procura si prepara a fare accertamenti sulle dieci righe scritte a mano da Rutelli nel 2009, nelle quali si farebbe esplicito riferimento a 600 mila euro da destinare «alla corrente dei rutelliani» (dei quali 100 mila euro, avrebbe detto Lusi a gip e pm, «erano stati destinati in due tranche a Matteo Renzi»), e sulle due mail inviate da Lusi a Rutelli nelle quali, in dieci pagine, il patto 60-40 tra popolari e rutelliani sarebbe meglio esplicitato. Tutto ciò, unito con lo scetticismo degli inquirenti, fa pensare però che l'uscita dal carcere di Lusi non sia imminente: sia per l'orientamento dei pm, che per la prudenza degli avvocati dell'ex tesoriere. Intanto, nel solito silenzio totale della politica, si leva di nuovo la voce di Francesco Storace. Il leader della Destra, a modo suo, dà voce a un desiderio che tra gli ex missini qua e là serpeggia: mettere il dito in questa vicenda. Oggi presenterà una formale denuncia al tribunale di Tivoli: «Perché vogliamo sapere se siamo stati danneggiati, nelle elezioni del 2008, dalla disponibilità di quei fondi. Siccome nessuno chiarisce che cosa è successo e tutti parlano solo di querele per intimidire, noi pretendiamo chiarezza». POLITICAEGIUSTIZIA Lusi, la Procura dubita «Accuse poco credibili» E Rutelli lo querela Luigi Lusi all'uscita di Palazzo Madama dopo il voto sul suo arresto FOTO ANSA Harlem DESIR Promotore del Manifesto “Per un'Alternativa Socialista Europea”, eurodeputato Partito Socialista francese (S&D) Anni PODIMATA Vicepresidente del Parlamento Europeo Relatrice della Tassa sulle Transazioni Finanziarie, eurodeputata PASOK (S&D) PARTECIPANO INTERVENTO CONCLUSIVO Hannes SWOBODA Presidente del Gruppo S&D al Parlamento Europeo Sono stati invitati a partecipare tutti i fi rmatari dell'appello. Presentazione del Manifesto For a European Socialist Alternative promossa da Sergio COFFERATI, Leonardo DOMENICI e Gianni PITTELLA ??http://europeansocialistalternative.eu/ 8 martedì 26 giugno 2012
Spread del Btp sul Bund in paurosa risalita, sopra 450 In sofferenza tutti i titoli bancari Ieri il pranzo al Quirinale con Napolitano, oggi il colloquio con Berlusconi, accompagnato da Alfano e Gianni Letta. E l' incontro con Bersani (rinviato Casini). È fitta l'agenda di Mario Monti a tre giorni dal Consiglio Europeo di Bruxelles, che gli eventi del «lunedì nero» in Borsa rischiano di rendere davvero disperato. E non più solo per la permanenza a Palazzo Chigi del Professore, che i boatos vorrebbero far dipendere dalle concessioni strappate alla Germania. Anche Barack Obama batte un colpo: «Segue l'impegno dell'Italia per la stabilità dell'euro e le politiche di crescita» fa sapere Palazzo Chigi. E il presidente Usa nella telefonata si è informato «sul dibattito politico italiano sull'euro». Un bell'aiuto per il pressing del premier sul Cavaliere «euroscettico» in vista di una mozione unica sull'Europa. Non c'è dubbio che la giornata dell'ennesimo black Monday sui mercati abbia inciso pesantemente sulla road map verso l'eurosummit del 26 e 27. Angela Merkel ha pronunciato un nuovo “nein” sugli eurobond, e la reazione degli investitori è stata immediata. Il ministro Passera lo ha detto con chiarezza: «Il forte calo accusato dalle borse dipende dalla sensazione di una mancanza di visione da una parte dell'Europa». Ma «quel vertice è solo una tappa, non diamogli valori che poi non possono essere gestiti. L'Italia sta lavorando per portare a casa risultati sul fronte della crescita, che nulla toglie al rigore nella gestione del debito pubblico». Ma il clima è arroventato. Monti e il presidente della Repubblica si sono confidati la reciproca preoccupazione per la rigidità della cancelliera tedesca. Hanno sentito Mario Draghi subito prima del colloquio «strettamente confidenziale» che il presidente della Bce ha avuto all'Eliseo con Francois Hollande. Il premier non vuole lasciare nulla di intentato nel suo pressing su Berlino: «La Merkel non si è spostata di un centimetro, così l'Europa rischia». Di qui il gran consulto e la triangolazione con il presidente francese che alla vigilia del summit riceverà “Angela”. Sul tavolo di Bruxelles ci saranno il piano per la crescita, i destini di Atene, forse la golden rule. Sul fronte interno, invece, trapela un cauto ottimismo. All'apparenza nel Pdl monta la fronda degli ex An e dei movimentisti alla Santanchè al grido di «se il premier torna a mani vuote il governo non ha più ragion d'essere». Ma in realtà i partiti della «strana maggioranza» si stanno muovendo per sminare la strada del Professore verso l'appuntamento. Dove le aspettative sono alte. «Cosa ci aspettiamo? - ha detto il leader del Pd Bersani - Un goal come Pirlo». Monti lo sa. La sua mission è ottenere la mozione comune sull'Europa dalla sua maggioranza. Per questo ha chiesto l'incontro a Berlusconi: «Dimostriamo che almeno su questo siamo compatti». Oggi pomeriggio Monti interverrà a Montecitorio a conclusione della discussione sulla politica europea dell'Italia. E le trattative sul testo unitario - che il premier metterebbe in valigia per esibirlo ai partner internazionali - procedono febbrili. Al momento la convergenza non c'è: si parte da un preambolo comune, poi Pd, Pdl e Udc presenteranno ognuno un proprio testo (non dissimile nella sostanza) e sono orientati a votare ognuno il testo degli altri. Voto incrociato che rappresenterebbe una soluzione «di ripiego» accettabile per il governo. Ma dato che il regolamento consente il deposito della mozione fino al momento del voto - giovedì - c'è spazio per un di più di ottimismo. Di certo il Professore si spenderà per il massimo risultato. Prima però c'è il varo della riforma del lavoro, altro atout che Monti intende sciorinare a Bruxelles. «È una riforma fondamentale che l'Europa ci chiede da tempo» ha ripetuto ancora ai suoi. Di qui la marcia a tappe forzate imposta da Palazzo Chigi: 4 fiducie in due giorni, 2 oggi dalle 18.40 e 2 domani mattina, mercoledì pomeriggio voto finale. Terreno altrettanto incandescente, dove l'esecutivo teme sgambetti dal Pdl lacerato, al suo interno, tra “falchi” del voto anticipato e “lealisti”. Da via dell'Umiltà però assicurano che, al netto dei ribelli già noti come Brunetta, la maggioranza del gruppo si comporterà disciplinatamente. Infine, anche la stampa internazionale aspetta gli eventi con attenzione. Monti può salvare l'Europa parlando chiaro ai «poteri forti» è l'assist del Financial Times: «Nessuno è posizionato meglio di lui per confrontarsi con la Merkel. È intelligente ed eloquente. La sua minaccia di dimissioni sarebbe credibile e farebbe paura a molti. Cosa ha da perdere? Perde sostegno nella coalizione. Solo dicendo la verità ai poteri forti Monti - conclude il quotidiano londinese - può salvare il suo Paese e l'euro». Mentre sul Times l'ex direttore dell'Economist Bill Emmott gli consiglia di «abbandonare la prudenza». Ragiona il giornalista: «Restare alla guida del Paese in modo inconcludente non servirà a salvare l'Italia o l'euro. Sfidi i partiti a farlo cadere. Se questo dovesse accadere, com'è probabile, le elezioni anticipate servirebbero a spazzare via la nebbia politica». Le lettere inviatedacoloro rimastisenza lavoroné pensionesullascrivania diFornero:«Saremotra i “salvati”otraquelli abbandonati?» ILDOSSIER Le vite sospese degli esodati «Salvateci dall'abisso...» MARISTELLA IERVASI ROMA Angela Merkel parla e le Borse europee crollano. È bastato un intervento del primo ministro tedesco per ricordare che la Germania non vuole e non vorrà gli eurobond, per spazzare via i timidi segnali di ripresa registrati dalle principali piazze del Vecchio Continente la scorsa settimana. E così la buona dose di scetticismo che circonda il vertice europeo in programma il 28 e 29 giugno si è trasformato in perdita di denaro, con Milano che lascia per terra il 4%, pari a circa 12 miliardi di euro. «Voglio essere franca» ha detto la Merkel intervenendo a una confrenza «se penso al vertice europeo sono preoccupata che ancora una volta si parli troppo di eurobond, garanzie sui depositi bancari, eurobills. Tutti strumenti che sono in contrasto con la nostra costituzione e che sono sbagliati e controproducenti sul piano economico». Come se non bastasse, a stretto giro di posta è arrivato anche il secco no del ministro tedesco Wolfgang Schauble e della Commissione europea alla richiesta del governo di Atene di una proroga di due anni sulle riforme per rispettare l'accordo sugli aiuti alla Grecia. DIFFICOLTÀ Segnali drammatici anche dallo spread con i titoli tedeschi: il differenziale torna a far segnare i 455 punti ed oggi è prevista un'importante asta di titoli per il nostro paese e per la Spagna. Il paese iberico ha appena ufficializzato la sua nuove richiesta di aiuti all'Unione europea, circa 100 miliardi di euro per salvare le banche sull'orlo del fallimento. Ma per conoscere bene i dettagli degli aiuti bisognerà aspettare il vertice continentale di metà settimana. Intanto diventa sempre più concreta la possibilità che il rating di ben 21 istituti di credito spagnoli venga abbassato da Moody's. Le parole della Merkel hanno depresso tutti i listini europei, con Atene maglia nera, che ha chiuso perdendo quasi il 7%, Parigi in flessione del 2,24%, quasi come Francoforte che ha lasciato sul campo il 2,06% mentre Londra è stata la più resistente con un calo dell'1,14%. MILANO A trascinare verso il basso il listino italiano è stato ancora una volta il comparto bancario, che ha visto una raffica di vendite. Il titolo più abbandonato è stato quello della Unicredit, che ha chiuso con un poco lusinghiero -8,41%, seguito a brevissima distanza dalla Popolare di Milano, che ha perso l'8,37%. Nella speciale classifica dei titoli banmcari in perdita, si piazza sul podio anche il Monte dei Paschi di Siena (-7,06%), che precede il Banco Popolare (-6,91%) ed Intesa Sanpaolo (-6,51% ). I titoli sono stati più volte sospesi per eccesso di ribasso. Anche al di fuori dei titoli bancari però le cose non sono andate molto meglio, come dimostrano i tonfi di A2A (-7,01%), Mediolanum (-5,94%), Finmeccanica (-5,86%) ed il continuo calo da parte di Mediaset (-5,23%). In netto ribasso anche Eni (-2,6%), nonostante l'acquisizione di due blocchi esplorativi situati nell'offshore del Vietnam. Le cose sono andate male anche per Fonsai (-6,79%) e Milano Assicurazioni (-6,06% a 0,2588 euro), ormai ad un passo dalla fusione con Unipol (-2,06%). Ieri lo stesso gruppo bolognese e la cassaforte della famiglia Ligresti, Preamafin, hanno reso noto di aver raggiunto l'accordo sulle richieste avanzate dalla Consob per non incorrere nell'obbligo di Opa nell'operazione di fusione per la creazione del grande polo assicurativo Unipol-Sai. Ha chiuso in rialzo a 455 punti base lo spread tra Btp e Bund a 10 anni, con un aumento di 33 punti rispetto a quota 422 di venerdì scorso. Il tasso dei decennali italiani è al 6,01% sul mercato secondario. Pressione anche sul debito della Spagna, con il differenziale tra Bonos e Bund che balza a 517 punti base e il rendimento dei decennali di Madrid al 6,63%. L'EUROPAELACRISI Monti ai partiti: mozione unitaria per Bruxelles Il premier e Napolitano parlano con Draghi: timori per il rigore di Berlino Obama fa sapere al capo del governo: seguo l'impegno dell'Italia sull'euro FEDERICAFANTOZZI Twitter@Federicafan . . . I titoli del comparto bancario hanno trascinato giù la piazza milanese M inistro, ha sparigliato tutto.Ora ci salvi dall'abisso!». «Miaiuti, spero in una sua risposta, anche se non ne ho mai ricevuta una». Ecco le parole e le angosce che si affollano sempre più numerose sul tavolo più importante di Via Veneto 56, a Roma. Vengono, come raccontano anche i sindacati, dalle centinaia di lettere ed email, che ogni giorno arrivano ad Elsa Fornero. Storie drammatiche di chi, dopo anni di lavoro, ha sottoscritto accordi individuali o collettivi prima del 4 dicembre 2011 e nella stessa data è stato licenziato. Persone, donne e uomini, tutte prossime all'età pensionabile in base alle leggi precedenti. Che poco dopo però si son viste posticipare anche di sei o nove anni la data del possibile pensionamento. Esodati: così i mass media e la politica li chiamano. Esodati dunque, termine 'horribilis' per indicare i lavoratori “ex 50” espulsi dal mercato del lavoro. Che poi il 'rigore' sulla Previdenza sociale della Fornero, con tutto il valzer dei numeri Inps, ha prodotto anche una nuova beffa. Come raccontano, ad esempio, decine di ex dipendenti di Poste italiane. «Non siamo rientrate nelle 65mila 'anime' benedette dalla Fornero» e ora dal 1˚ luglio «per noi sarà l'inizio di una tragedia», sottolineano nelle lettere decine di donne, ex dipendenti di Poste Italiane. «Il nostro problema – sottolineano le esodate Pt – a differenza degli altri non salvati dal Milleproroghe si presenterà tra meno di una settimana. Dal prossimo 1˚ luglio (e non nel 2013, 2014, ecc...) dovremmo versare all'Inps 31 rate di contributi volontari di importo cadauno pari a 1.450 euro circa, oltre al fatto che dal 1˚ agosto 2013 resteremo anche senza stipendio, che nel frattempo già si è ridotto a 450 euro (…) . Dove andremo a prendere questi soldi? Come vivrà la nostra famiglia? Molti di noi hanno coniuge e figli a carico». Cattivi presagi Borse in picchiata Milano - 4% Una broker al lavoro in una sala operativa di una banca milanese FOTO ANSA GIUSEPPECARUSO MILANO 4 martedì 26 giugno 2012
Oltre l'«inverno isla-mico». Cosa rappre-senti per Israelel'elezione di Moha-med Morsi a presi-dente dell'Egitto, è sintetizzato nel titolo a tutta pagina di Yediot Ahronot: «Il buio cala sull'Egitto». Con questo titolo - con un sapore che richiama calamità bibliche - il più diffuso tabloid dello Stato ebraico suggerisce ai suoi lettori il significato della elezione alla presidenza al Cairo del candidato dei Fratelli musulmani Mohamed Morsi. Si tratta di «una vittoria pericolosa», avverte il giornale, anche alla luce della biografia politica di Morsi che da giovane ha iniziato le proprie attività come «direttore del Comitato nazionale contro il sionismo». L'altro ieri l'ufficio del premier Benyamin Netanyahu ha espresso fiducia che la cooperazione con l'Egitto sia destinata a proseguire, «a vantaggio dei due popoli, e per la stabilità della Regione». Ma su questo punto, avverte Yediot Ahronot, occorre restare scettici perchè già la giunta militare ha di fatto cessato unilateralmente le forniture ad Israele di gas naturale e ha ulteriormente ridotto le relazioni bilaterali. Tuttavia Morsi, prevede il giornale, non abrogherà formalmente gli accordi di pace («il cui spirito è morto da tempo») perché essi garantiscono all'Egitto aiuti economici essenziali dall'Occidente. «La dipendenza dell'Egitto da quella assistenza - conclude il giornale - resta ora il nostro corpetto protettivo». DISINCANTO «La paura è diventata realtà: i Fratelli musulmani sono al potere in Egitto», titola Maariv, quotidiano di centro aggiungendo: «Il trattato di pace è a rischio». Pragmatico, Yaacov Katz, esperti di affari militari del Jerusalem Post, afferma da parte sua che «niente cambierà a breve termine nelle relazioni con il Cairo, poiché Morsi deve affrontare sfide più pressanti di una guerra con lo Stato ebraico». Ma l'arrivo al potere della Fratellanza «avrà una influenza sulla crescente minaccia terrorista nel Sinai», aggiunge. Anche il giornale Haaretz (sinistra) dedica la sua prima pagina ai «timori» che suscita in Israele il presidente islamista in Egitto. Di certo, l'elezione di Morsi ha sprofondato il governo Netanyahu in un'atmosfera di apprensione. Per tre ore e mezzo l'ufficio del primo ministro ha taciuto. Poi, pochi minuti prima delle edizioni dei telegiornali, è sopraggiunto uno stringato comunicato di quattro righe. «Israele - si leggeva - apprezza il processo democratico svoltosi in Egitto e ne rispetta l'esito. Israele si attende che la cooperazione con il governo egiziano prosegua sulla base degli accordi di pace fra i due Paesi, che è nell'interesse di entrambi i popoli e che contribuisce alla stabilità regionale». In sostanza: un appello al buon senso e al pragmatismo dei Fratelli musulmani. Gli stessi dirigenti israeliani sembrano però non farsi troppe illusioni. Citato dalla radio militare, un funzionario governativo ha già avvertito che gli sviluppi di questa elezione rischiano di essere negativi. «Fin dall'inizio ha rilevato - avevamo avvertito che la primavera araba rischiava di trasformarsi in un inverno islamico. Allora ha aggiunto, alludendo forse alla diplomazia di Washington - le nostre previsioni erano state oggetto di scherno. Adesso appaiono ancora più fondate». MONITORAGGIO In Israele nelle settimane scorse ha avuto eco un acceso comizio popolare organizzato dai Fratelli musulmani in cui è stata invocata la costituzione di un Califfato islamico con capitale a Gerusalemme. Al tempo stesso c'è chi si sforza di vedere il lato positivo della situazione. L'ex ambasciatore di Israele al Cairo Ely Shaqed, ad esempio, si è compiaciuto del fatto che in Egitto, per la prima volta, si siano svolte «elezioni libere, senza brogli». «Si tratta di uno sviluppo serio, storico, drammatico» ha aggiunto. Ma il rischio, secondo Shaqed, è che la vittoria dei Fratelli musulmani abbia adesso ripercussioni destabilizzanti in Paesi moderati della Regione, come Giordania e Arabia Saudita, nonchè per la Autorità nazionale palestinese. U.D.G. ROMA Vuole essere il presidente di tutti gli egiziani. Ma non intende essere un presidente «dimezzato» nei suoi poteri. Nel suo primo giorno da presidente eletto dell'Egitto Mohamed Morsi ha visitato il palazzo presidenziale di Heliopolis, dove fino al febbraio dello scorso anno risiedeva Hosni Mubarak. Ma soprattutto ha passato la giornata in contatti e collloqui politici per tentare di spianare i nodi che ancora lo dividono dai militari e che impediscono ancora di annunciare la data del giuramento. Il primo atto pubblico del neo presidente dovrebbe avvenire davanti al Parlamento, ma visto che questo è stato sciolto dal Consiglio militare dopo la sentenza della corte costituzionale, la soluzione proposta sarebbe quella di giurare davanti alla Corte stessa, che per Morsi sarebbe un implicito riconoscimento del fatto che il Parlamento non esiste più. Fino a ieri mattina i vertici della Confraternita insistevano che il giuramento sarà davanti al Parlamento. Uno dei dirigenti del partito della Fratellanza, Sobhi Saleh, che in mattinata aveva affermato che Morsi giurerà davanti alla Corte in serata ha fatto retromarcia parlando con i giornalisti. Il braccio di ferro col Consiglio militare si è attenuato, ha lasciato la piazza per entrare nei palazzi del potere. Ieri Morsi ha incontrato il capo del consiglio militare Hussein Tantawi, il capo di stato maggiore delle forze armate Sami Annan e gli altri componenti della giunta militare, che gli hanno assicurato che le forze armate saranno a fianco del nuovo presidente e coopereranno per ristabilire ordine e stabilità. Ma rimane sul tappeto l'aggiunta decisa dai militari alla dichiarazione costituzionale del marzo scorso dopo il congelamento della Costituzione di Mubarak, con la quale i militari si autoattribuiscono vari poteri, incluso quello legislativo, riducendo di fatto quelli del nuovo presidente. In attesa che venga scritta e approvata con un referendum la nuova Costituzione il capo del consiglio militare rimane il comandante in capo delle forze armate e ministro della Difesa. ILPRIMO DISCORSO E anche sulla nuova Costituzione i militari potranno intervenire chiedendo alla Costituente di modificare uno o più articoli. Il braccio di ferro passa anche per la formazione del primo governo scelto da un presidente eletto democraticamente. Nel suo primo discorso televisivo alla nazione Morsi ha promesso che sarà il presidente di tutti gli egiziani e la composizione della sua squadra dimostrerà se alle parole corrispondono i fatti. Due giorni fa Mohamed el Baradei, che ha rinunciato alla corsa presidenziale lo scorso gennaio, ha incontrato Tantawi e secondo voci e i media egiziani potrebbe essere lui il prossimo primo ministro. Comincia con un giallo internazionale a cavallo fra diplomazia e informazione la presidenza di Mohamed Morsi, con la sua intervista all'agenzia iraniana Fars. Rilanciata dalle principali agenzie internazionali, i suoi contenuti vengono prima smentiti dai Fratelli Musulmani e poi ufficialmente dall'agenzia di stampa egiziana Mena. Relazioni strategiche con Teheran, dopo un 'grande freddò durato oltre 30 anni, modifica degli accordi di pace di Camp David con Israele, caposaldo della politica estera egiziana con Hosni Mubarak, una presa di distanza dall'Arabia Saudita, alleato storico dell'Egitto. L'intervista del neo eletto presidente egiziano all'agenzia semiufficiale iraniana conteneva quanto bastava per scatenare un putiferio e ridisegnare una politica estera completamente nuova a poche ore dall'annuncio dei risultati delle presidenziali egiziane. «Rivedremo gli accordi di Camp David», ha detto Morsi, secondo la Fars. «Comunque tutto ciò sarà fatto dagli organi governativi e dal gabinetto perchè io, da solo, non assumerò alcuna decisione» si legge nel lancio dell'agenzia iraniana dal titolo «Il nuovo leader egiziano sottolinea necessità di rivedere accordi di Camp David». Tra smentite e precisazioni, resta l'intrigo. Internazionale. L'avvertimento: «Il nostro territorio è sacro» Un generale e altri ufficiali fuggiti in Turchia MONDO Le paure di Israele «L'inverno islamico non porterà la pace» Il nuovo presidente egiziano Mohamed Morsi in una manifestazione al Cairo FOTO ANSA . . . «Maariv» scrive che il «trattato di pace è a rischio». C'è chi teme un crescendo di violenza Il risultatodelvoto egizianocreascompiglio nelgovernoNetanyahu enelPaese:si temono effettidestabilizzanti ancheneiPaesimoderati LOSCENARIO UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it Alla vigilia della riunione della Nato, la vicenda del jet turco abbattuto dalla contraerea siriana tiene banco al Consiglio Ue. I 27 ministri degli Esteri dell'Unione europea hanno varato nuove sanzioni contro il regime di Damasco, che intanto difende le sue posizioni sostenendo che l'F-4 di Ankara ha violato lo spazio aereo, e lancia un avvertimento alla Nato. Il jet turco «ha violato chiaramente la sovranità siriana», afferma o il portavoce del ministero degli Esteri, Jihad Makdissi. «La Siria ha reagito alla violazione. Dovevamo reagire immediatamente, anche se l'aereo fosse stato siriano avremmo dovuto abbatterlo», aggiunge. Poi, il messaggio alla Nato. LAGRANDEFUGA «Se l'obiettivo della riunione di domani (oggi, ndr) - avverte il portavoce del ministero degli Esteri siriano - è calmare la situazione e promuovere la stabilità, sarà un successo. Ma se l'obiettivo dell'incontro è l'aggressione, noi diciamo che lo spazio aereo, il territorio e le acque siriane sono sacre per il nostro esercito, come lo spazio aereo, il territorio e le acque turche lo sono per l'esercito turco». Intanto, così come accaduto in Libia durante la guerra civile, l'apparato militare del presidente Bashar al Assad continua a perdere pezzi. Un altro generale, il tredicesimo, ha disertato ed è scappato proprio in Turchia. Con lui hanno disertato due colonnelli e una trentina di soldati, tutti fuggiti dalla Siria con le loro famiglie. Ma uno scenario come quello libico, quando la Nato intervenne a sostegno dei ribelli, dietro mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu, è «irripetibile». A ribadirlo è stato il ministro degli Esteri Giulio Terzi. Secondo Terzi però «questo episodio dimostra come la crisi siriana si stia aggravando rapidamente» Da Lussemburgo, i 27 ministri Ue hanno approvato un nuovo pacchetto di sanzioni include l'aggiunta di una persone e cinque società all'elenco di quelle a cui si applicherà il congelamento dei beni e il blocco dei visti. Inoltre le assicurazioni non potranno più coprire le consegne di armi o di equipaggiamenti non letali ma usati a fini repressivi. La tensione resta altissima tra Ankara e Damasco. Un altro incidente, senza conseguenze materiali, fra un aereo turco e i sistemi di difesa aerea siriani si è verificato sabato durante le ricerche del caccia di Ankara abbattuto venerdi al largo delle coste della Siria riferisce Hurriyetcitando fonti diplomatiche. Un aereo turco Casa Cn 235 impegnato nelle ricerche del caccia abbattuto e dei suoi due piloti lungo le coste siriane è stato «puntato» da un sistema di difesa delle forze di Damasco. Il puntamento è stato registrato dai sistemi elettronici dell'aereo turco. Ma non c'è stato un successivo attacco, e l'incidente non ha avuto conseguenze materiali. La Turchia non ha intenzione di dichiarare guerra a nessuno, afferma in serata il portavoce del governo di Ankara. Tutto ciò che è necessario fare, sarà sicuramente fatto nel quadro del diritto internazionale. Non abbiamo nessuna intenzione di andare in guerra contro nessuno, non abbiamo questo proposito», dice il vice primo ministro turco Bulent Arinc in una conferenza stampa, al termine di una riunione di gabinetto dedicata all'incidente che «non resterà impunito» Intanto, è battaglia a Homs, a nord di Damasco, tra i militari dell'Esercito governativo e i ribelli. Negli scontri i morti si conterebbero a decine. Fonti Onu confermano i bombardamenti di artiglieria, seguiti da intensi scontri a fuoco. Assad minaccia la Nato. Ma continua a perdere pezzi Egitto, braccio di ferro tra Morsi e i militari Giallo su un'intervista «Rapporti più stretti con l'Iran» L'incontro con il feldmaresciallo Tantawi: «Stabilità» U.D.G. udegiovannangeli@unita.it martedì 26 giugno 2012 13
EMANUELE TREVI, PRIMO DELLA CINQUINA DELLO «STREGA» CON QUALCOSA DI SCRITTO (PONTE ALLEGRAZIE,VOTI92),è uno scrittore che abusa della sua intelligenza: valica i limiti della narrazione e si trasforma in saggista, una miscela letteraria ormai arcinota a lettori e critici, ma non soddisfatto di questa sua duplicità, non sempre positiva, egli si diletta anche di filologia che tuttavia non supera il livello giornalistico (glielo avrebbe forse rimproverato il grande filologo classico Scevola Mariotti) e ciò lo trasforma in poligrafo e in memorialista, come in questo suo recente libro. Per di più Trevi è un clericus vagans, un po' come Encolpio e Ascilto nel suo giustamente amato Satyricon. Fin dal tempo in cui scriveva Con le peggiori intenzioni, suo libro di esordio, ho sempre creduto che la forza propulsiva di Alessandro Piperno sia paradossalmente un suo profondo disincanto nei confronti dei «cosiddetti logori valori della vita», e che invece l'originalità dei suoi libri derivi dalla creativa originalità del suo stile, che non ha nulla di particolarmente accattivante, un italiano perfetto ma assolutamente privo di «luoghi comuni» o di vistose ricercatezze: è un linguaggio scorrevole ma sempre intensamente espressivo che passa con naturalezza da questo suo corretto e prezioso sermo quotidianus aderente al suo «contenuto affabulatorio», al più diffuso gergo sessuale che ha varcato anche i muri dei salotti più esclusivi. Ma a volte tale qualità espressiva della lingua, improvvisamente diventa capace persino di riflessioni gnomiche che si trasformano in vere sentenze, naturalmente rivelatrici di quel totale disincanto di cui ho parlato. Un esempio per tutti, duro e spregiudicato: «Ciò che distingue la barbarie della civiltà è l'attitudine di quest'ultima a conferire forma squisita alla violenza bruta» (Inseparabili, Mondadori, p. 137). Spesso Piperno ci sorprende anche con improvvise illuminazioni sul «negativo» o sul «positivo» dell'esistenza, ad esempio, a proposito di Samuel: «Se fosse stato solo, a quell'ora avrebbe già acceso luci e Tv. Avrebbe esorcizzato i cattivi pensieri con un po' di baccano. Si sarebbe infilato sotto la doccia,….forse avrebbe persino trovato il coraggio di buttarsi dalla finestra» (pag. 86). In positivo invece, seguendo il suo tipico impulso ad elencare la climax delle molteplici ragioni di un fatto (qui le ragioni del grande fascino di Leo Pontecorvo): la prestanza? La brillantezza intellettuale? La ricchezza? I riconoscimenti professionali? Niente di tutto ciò, la ragione per cui Rachel amava Leo Pontecorvo «era così ridicola che lei stentava a confessarla persino a se stessa: lo amava perché era buono…La cosa più bella era che lui non sapeva di esserlo» (pag. 149). Gli Inseparabili, terza posizione nella cinquina (voti 68) come è giustamente scritto nel primo risvolto di copertina, è «un grande romanzo di oggi, veloce, crudele, ma cadenzato dal passo classico d'una Commedia umana che senza tempo si ripete». Fra il memorialismo fin troppo colto, a rischio di approssimativo filologismo, di Emanuele Trevi, capolista (per numero di voti nella cinquina dello «Strega»), e l'incisiva originalità e polisensa inimitabilità del linguaggio di Piperno, si è inserito con autorevolezza (in voti), il romanzo Il segreto dell'onda (Rizzoli, voti 70) di Gianrico Carofiglio con l'equilibrio e la chiarezza del suo stile e la rigorosa ma semplice struttura sintattica del suo periodare. A ciò si aggiunga la sua tendenza a fare anche della toponomastica (qui del rione Monti: via Panisperna, via del Boschetto, Piazza Santa Maria degli Angeli) elemento espressivo della sua fecondità affabulatoria. I personaggi, a cominciare dal protagonista Roberto Marias non sono complicati, fino alla sfuriata finale di Roberto; e neanche lo psicoterapeuta lo è. Ma tutto ciò contribuisce a fare di questo suo romanzo il terzo candidato alla vittoria dello «Strega» di quest'anno, rompendo la dittatura di Piperno e Trevi, e ponendo anch'egli la candidatura a questa ambita palma. Ma Carofiglio non intende privare i suoi lettori dell'emozione di una situazione e di uno stile non più equilibrato e anzi complesso, a conclusione del suo romanzo: «Se avesse già letto allora i libri che avrebbe letto dopo, Roberto avrebbe saputo descrivere la sensazione che provò, correndo di nuovo sull'onda, come se non avesse mai smesso, nemmeno un solo giorno. Avrebbe potuto dire che era un'ebbrezza che tagliava tutto da parte a parte: il tempo, lo spazio, la tristezza e il bene e il male, e l'amore e il dolore e la gioia e la colpa. E il perdono – anche quello più difficile, che chiediamo a noi stessi. E il cerchio della vita, e le storie dei padri e dei figli, e della loro disperata ricerca gli uni degli altri». LADUPLICE FORZADELLANATURA Ma non dimentichiamo gli altri due libri della cinquina: Neltempo dimezzo (Einaudi, voti 64) di Marcello Fois, asciutto ma scabro scrittore, che però evita accuratamente, almeno in questo recente romanzo, ogni contatto con la lingua della sua Sardegna: il suo è un vero libro da corretta competizione letteraria soprattutto con le frequenti descrizioni del paesaggio sardo rappresentato come ciò che esso realmente è: espressione della duplice forza, costruttiva e distruttiva della natura. Lacolpa(Newton Compton, voti 38) della giovanissima Lorenza Ghinelli, scrittrice di sicuro talento, che nella vita si spende in attività limitrofe alla narrativa (sceneggiature, cinema, e TV) e si rifà, quanto a lingua e stile a Margaret Mazzantini, entrambe ossessionate dall'uso incisivo ma comodo della paratassi. Quando la Ghinelli si sgancerà da questa «maniera» potrà essere giudicata per quello che davvero vale. Ora intanto esulta del suo quinto posto in «cinquina». CULTURE PremioStrega: unapanoramicadelNinfeo diVilla Giulia. FOTO DI COSIMA SCAVOLINI/LAPRESSE LE RECENTI STAGIONI DELL'OPERA DI ROMA HANNO OFFERTO RAPPRESENTAZIONIDALL'ESITOALTERNO,ESECUZIONIMUSICALI DI ALTO LIVELLO COME QUELLE DI RICCARDOMUTIabbinate a regie talvolta modeste e mai del tutto riuscite; spettacoli di grande suggestione come quello di Graham Vick su Mozart dove la realizzazione musicale era più scadente; spiace ricordare infine spettacoli carenti sia dal punto di vista musicale che visivo, come il recente Barbiere di Siviglia. Per contro A MidsummerNight'sDreamdi Benjamin Britten, in scena fino a stasera, è da annoverarsi tra le migliori produzioni presentate da questo teatro per l'equilibrio e il livello di tutte le sue componenti. Nell'originale testo di Shakespeare entrano in collisione tre gruppi di personaggi diversi tra di loro: dalla Grecia classica arrivano tre coppie in procinto di sposarsi –non senza scambi tra gli innamorati–; dall'Inghilterra elisabettiana un gruppo di artigiani che per festeggiare queste nozze preparano una piccola quanto ridicola mise en scène; dal mondo magico elfi, fate e i loro regnanti. Ambientando la vicenda all'interno di un Museo antropologico, il regista Paul Curran fa coincidere i primi due gruppi, trasformando gli ateniesi nei direttori e curatori e gli artigiani nel personale tecnico di elettricisti, addetti alle pulizie e così via. Nella notte di mezza estate inoltre il museo si anima di misteriose figure etniche che rappresentano il mondo magico. È una lettura che pur non apportando novità all'interpretazione di A Midsummer Night's Dream rende con sensibilità e divertimento la fantasmagoria shakespeariana, grazie alla misura e alla efficacia della recitazione di cantanti, mimi e danzatori. Il resto lo fa Britten, con una delle sue partiture più riuscite, resa dal direttore d'orchestra James Conlon con edonistica varietà di colori in una interpretazione solida e particolarmente brillante nel rapporto con i cantanti. Che peraltro sono una schiera infinita e tutti bravi, ma ricordiamo almeno il contraltista Lawrence Zazzo, per la sua prestazione superba nel ruolo di Oberon, Natasha Petrinski mezzosoprano dal timbro bellissimo nel ruolo di Hippolyta, nonché per le loro doti di esilaranti caratteristi Peter Rose, Bottom, e Peter Strummer, Quince. Trionfatore è però il Coro delle Voci Bianche dell'Opera di Roma diretto da José Sciutto, con quattro solisti che interpretano altrettanti folletti in modo impeccabile. Bravissimi. Britten, chenotte dimezza estate... LUCADELFRA arfled@tiscali.it Unafotodi scenada «A Midsummer Night'sDream»diBenjaminBritten Queicinque dello Strega DaCarofiglioaTrevi pregi e difetti dei finalisti Ilmemorialismofin troppo coltodi«Qualcosadiscritto» l'originalitàdel linguaggio diPiperno, lostileequilibrato de«Il segretodell'onda» LUCACANALI ROMA ... «Nel tempodimezzo» diMarcelloFois: stavolta loscrittoreevitaogni contattocon lasuaSardegna U: 22 martedì 26 giugno 2012
L'ANALISI RINALDOGIANOLA Quelgenio diMarley Esce ildoc Crespipag. 19 Staino ASenigallia laprimacena degliavanzi Segrè,Cirri,Cedroni pag.20 La strada per una svolta LOMBARDIA La Lega scarica Formigoni L'ANALISI ENRICOMENDUNI ATTACCO Afghanistan Carabiniere ucciso da un razzo ILCOMMENTO LUIGIMANCONI Italiagermania Tutto in una parola Bucciantinipag .17 Europa, Monti si gioca tutto FOTO DI LORENZO PASSONI / TAM TAM Il premier al Quirinale per un vertice con Napolitano. Oggi vede Berlusconi e Alfano. E poi Bersani Pressing per una mozione unitaria della maggioranza sull'Europa Merkel contro gli Eurobond. Crollano le Borse, Milano perde il 4% E ad Atene si dimette il ministro delle Finanze U: La battaglia del dopo Formigoni è una sfida per il centrosinistra. Per questo bisogna non sbagliare e aprirsi subito alle forze civiche. APAG.7 L'INTERVISTA CON CUI CASINI ESCEDALPENDOLOSEGUITOFINOADOGGIEAPREAUNAprospettiva di collaborazione con il Pd per il futuro governo del Paese appare da un lato giudiziosa e dall'altra meritevole di una riflessione non occasionale da parte di chi si pone l'obiettivo di rinnovare l'Italia per salvarla dal declino nel nome della giustizia e dell'equità sociale. Pesa in questa scelta il ritorno in campo di Berlusconi, le incertezze e le divisioni nel fronte del centrodestra. Pesano la durezza della crisi e le difficoltà evidenti di uscire facilmente da una doppia trappola. SEGUEA PAG.15 Le condizioni di un'alleanza GUGLIELMOEPIFANI D'Alema: un asse forte per costruire il dopo Monti Questa epoca eccelle nello smantellare le strutture e liquefare i modelli. Gli Stati-nazione hanno abdicato alla maggior parte delle funzioni cedendole a forze estranee alla sfera politica ZygmuntBauman «Sì al patto con i moderati perché va sconfitto chi vuole impedire che si esca dalla crisi con uno spostamento a sinistra». In un'intervista a l'Unità Massimo D'Alema parla della ricostruzione del Paese e della sfida europea in una fase in cui «c'è chi gioca allo sfascio attaccando il Capo dello Stato». Le primarie? «Prima il progetto». Renzi ha la maggioranza? «Non dei nostri elettori». E sul suo futuro dice: «Non sono attaccato alle poltrone, l'ho già dimostrato». COLLINIPAG.3 Per Monti si apre una settimana delicata in Italia e in Europa. Ieri c'è stato il pranzo al Quirinale con Napolitano. Oggi il premier vedrà Berlusconi con Alfano e Letta. Poi l'incontro con Bersani (rinviato Casini). Un'agenda fitta a tre giorni dal Consiglio Europeo che diventa sempre più complicato. Il premier preme per una mozione unitaria della maggioranza di sostegno nella battaglia europea. Intanto la Merkel frena sugli eurobond. Borse in picchiata: Milano perde il 4% e risale lo spread. Ad Atene si dimette il ministro delle Finanze. FANTOZZI MASTROLUCA PAG.4-5 Maroni: non arriverà al 2015. Intervista a Bassetti. VESPO,MATTEUCCI APAG. 6 La debolezza delle risorse è solo il secondo problema della Rai. Il primo è un'identità aziendale opaca e sfrangiata. Chiamatela «mission» se pensate ai compiti di un servizio pubblico radio-tv, o «brand image» se guardate invece al marchio dei contenuti offerti al pubblico. SEGUEA PAG.16 Rai, per uscire dalla palude Un patto tra progressisti e moderati per il dopo Monti. Casini con un'intervista apre all'alleanza con il Pd e archivia Berlusconi. Bersani rilancia: è un segnale di grande rilievo per una ricostruzione democratica contro le spinte populiste. Il Pdl si sente spiazzato dalla mossa del leader Udc. Cicchitto: ora si apre un problema politico di fondo. CARUGATI TURCOPAG.2-3 La vittima aveva 30 anni Lascia moglie e un figlio di otto mesi BERTINETTOPAG. 14 «Sì al patto tra progressisti e moderati» Bersani rilancia dopo l'apertura di Casini: segnale di grande rilievo per una ricostruzione democratica Pdl spiazzato: si apre un problema politico di fondo I costituzionalisti contro i criteri di valutazione per i docenti GERINAPAG. 10 UNIVERSITÀ I giuristi contestano il decreto «Illegittimo» Ha fatto benissimo il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, ad affermare che la prima legge del futuro governo di centrosinistra sarà quella che permetterà ai bambini stranieri nati in Italia di ottenere la cittadinanza del nostro Paese. SEGUE APAG. 15 Cittadinanza scelta giusta 1,20 Anno 89 n. 175Martedì 26 Giugno 2012
«I TEDESCHI TEMONO DIO, E NIENT'ALTRO AL MONDO». OTTO VON BISMARK VENNE PRIMA DEL FOOTBALL,NONPOTEVASAPERECHEQUELPOPOLINOAPPENAORGANIZZATO EINTIMORITO DAI GRANDI IMPERIAPPOLLAIATISULCONFINE,ECHEGLI IMPLORAVAPROTEZIONE(CONTROL'AUSTRIAPRIMAE CONTRO LA FRANCIA PIÙ TARDI) SAREBBE POI DIVENTATOILBABAUDELLAGENTEDALUIRIUNITA. L'avesse saputo, il primo cancelliere del Bundestag magari ci avrebbe invaso, invece che difeso. Nel calcio, siamo la sventura della Germania. La diga della loro acqua, l'alba dei loro sogni. Infatti ci temono, ci odiano, ci eviterebbero, anche. «Preferivo l'Inghilterra», ha ammesso ieri il loro tecnico, Joachim Löw. Un tipo preparato, coraggioso, che si tinge i capelli con troppa disinvoltura ma che ha lavorato sulla nazionale tedesca così bene da farne - per armonia e gioco - una replica di una squadra di club. È la migliore Germania mai vista. Versatile, quand'era spesso monotona. Tecnica, invece che “fisica”. Un gruppo che gioca insieme da molti anni, dalle selezioni giovanili: Khedira, Ozil, Neuer, Boateng e Mueller vinsero gli Europei dell'Under 21 e Löw li “travasò” nella nazionale maggiore. La squadra gira che sembra un capolavoro. E perché, la Germania di Beckenbauer e Overath, Muller e Seeler che doveva asfissiarci ai duemila metri dell'Azteca cos'era? E quella di Rummenigge e Breitner, Littbarski e Schumacher, che ballò con noi nella notte Mundial non era anch'essa fortissima? E i panzer che ci aspettavano in semifinale nel loro Mondiale, in quella fumosa e cupa Dortmund, non erano imbattibili? Perché poi arriva l'Italia. L'opposto. Vista da loro: la furbizia, l'opportunismo, il contropiede, il mestiere. Anche la fantasia, questo lo concedono. Nell'immaginario continentale, siamo semplicemente e perfettamente complementari (ma ora, grazie a Löw, ci somigliano di più e per questo sono più pericolosi). Siamo diventati un nome solo, scrivemmo sei anni fa, ai tempi di Dortmund: Italiagermania, tutto attaccato, una cosa nostra, e anche un patrimonio del calcio intero. Questo è il nome. Il cognome cambia: quattro-a-tré, il padre. Tre-a-uno, il figlio. Due-a-zero, il nipotino. Questa è la famiglia Addams che abita i loro incubi. La storia si ripete e i tedeschi la subiscono sempre, anche in casa loro, come l'ultima volta, ai supplementari, il luogo della nostra epica, quando i teutonici pencolano in avanti, sfiancati dal tentativo di consumarci. E noi partiamo in contropiede. Gianni Brera scriveva, dal Messico: «I tedeschi arrancano grevi. I tedeschi sono proprio tonti: ecco perché li abbiamo quasi sempre battuti. Nel calcio vale anche l'astuzia tattica non solo la truculenza, l'impegno, il fondo atletico e la bravura tecnica». Forse intingeva nel luogo comune, ma di questo di nutrono loro, verso di noi. «Pizzaioli», ci chiamavano a Dortmund, dove eravamo stati per anni il sudore delle loro acciaierie. Quando la produzione si contrasse, e c'era da fare posto anche ai disgraziati venuti dall'Est, i nostri calabresi, siciliani, pugliesi ritrovarono questa virtù, e fecero pizze, e pastasciutte. Va bene. E Grosso e Del Piero invece fecero i gol: due a zero, poi ci fu la Francia a Berlino e il nostro quarto Mondiale, coi tedeschi che sfilarono sul carro, festeggiando il terzo posto, ma dentro erano tristi. Ai supplementari si concimano le macerie. In campo non c'è quasi più niente. Noi siamo bravi e sappiamo palleggiare. La squadra alla lunga si disperde, piano piano, ma succede. «Campeggia su diversi toni l'individuo grande o fasullo, coraggioso o perfido, leale o carogna, lucido o intronato», ancora Brera. Quel pomeriggio messicano del 1970 ci dominarono, da cima a fondo, c'incornarono con furore e resistemmo, senza pudore, a mani nude. Bruciarono adrenalina per rincorrere il nostro vantaggio, e l 'ult ima mezz'ora fu così piena di tutto, occasioni, errori marchiani, prodezze (il gol di Riva), gesti eroici (Beckenbauer che gioca con il braccio allacciato al collo, infortunato) e poi i gol, uno qui, uno là, l'ultimo di Rivera, un tocco appena, la palla che scende in porta come un veleno nella gola dei tedeschi. Sembrava il patrimonio emotivo e plebeo di una generazione angosciata di illusioni, diventò un pezzo di storia, perché Italia e Germania, quando s'incontrano, quando si sfiorano, quando si battono a fianco o quando si fronteggiano è sempre una cosa importante. È nei libri. C'è anche quella partita, che dette il tono a tutte le sfide successive. Nel 1982 Angela Dorothea Kasner viveva nella campagna che degrada da Berlino verso il mar Baltico, nata ad Amburgo ma cresciuta nella Germania socialista, la Ddr. Aveva già conosciuto il primo marito, del quale tiene ancora il cognome: Merkel. La Repubblica Federale era inquieta, ma teneva: quando Paolo Rossi si precipitò fra le gambe dei tedeschi, all'appuntamento con il cross di Gentile, l'inflazione era al 4% (in Italia era quattro volte tanto: 16%, arrivò anche al 20). Quando Tardelli raccolse tutta la voce di una Nazione e la urlò al mondo, i tedeschi erano governati da Helmut Schmidt e nessuno può dimenticarne il volto serio mentre cerca la mano di Pertini, quelle mani per aria, a sventolare, con la pipa stretta, «non ci prendono più», e intanto aveva segnato Altobelli, e non ci presero più. Ma ancora ci corrono dietro. Italiagermania è un conto aperto che nessuno vuol chiudere, una partita di calcio cominciata 44 anni fa e non ancora finita. Giovedì ne vivremo un altro pezzo. Non finirà mai. LAPARTITA Italiagermania non finisce mai GiovedìaVarsavia lasfida più amata. I tedeschi invece... MARCOBUCCIANTINI mbucciantini@unita.itL'epopeacominciò aCittàdelMessico, neisupplementari: finì4-3pernoi,e fu patrimonioemotivo diunagenerazione Poi lanotteMundial, conPertinicheesulta, eSchimdtconil broncio.Epoi Dortmund,doveci chiamavano «ipizzaioli» U: Tre momenti di storia Il gol di Rivera a Città del Messico nel 1970 L'urlo di Marco Tardelli al Bernabeu di Madrid, la notte Mundial: 1982 La gioia di Grosso a Dortmund nel 2006 FUMETTI : IntervistaalbologneseAlessandroPoli:hadisegnato l'ultimoeroedella Bonelli P. 18 MUSICA : BobMarley, losplendidodocumentariodiKevinMacDonald P. 19 SOCIETÀ : Comeridurreazerogli sprechialimentariperviveremeglio P. 20 martedì 26 giugno 2012 17
«La candidatura del Pd a governare l'Italia è dentro questa visione». Massimo D'Alema sta parlando già da un po' quando arriva a citare per la prima volta il Pd. Il ragionamento parte dall'Europa, dalla necessità di una ripresa economica ma anche di ridare al vecchio continente un ruolo sulla scena mondiale, in quanto «il mondo ha sofferto il danno della deregulationeconomica, ma i danni della deregulation politica, di una mancanza di governance possono essere ancora maggiori, possono essere addirittura le guerre, e l'Europa dovrebbe portare il suo patrimonio giuridico, la sua civiltà, il suo soft power, che consiste esattamente nell'essere in grado di risolvere i conflitti attraverso la mediazione pacifica». E qui, prima del Pd, D'Alema cita il centrosinistra, che «deve farsi portatore di un grande progetto per l'Europa, dopo il fallimento della destra, che da una parte ha imprigionato l'Europa in una tecnocrazia monetarista di cui si vedono gli effetti disastrosi e dall'altra ha incoraggiato il nazionalismo populista, di cui l'Italia è stato uno dei laboratori più inquietanti». Dice che è necessario «un salto di qualità nell'integrazione politica dell'Europa» e che questo deve diventare «la bandiera di una nuova stagione progressista». E dentro a questo quadro generale si arriva al Pd: «Siamo parte di un nuovo progetto per l'Europa, e siamo l'unica forza che possa ragionevolmente collegare il centrosinistra italiano a un nuovo centrosinistra europeo». Leiguarda all'Europamanon sarebbepiù opportunoguardarealla richiesta dicambiamentocheoggi investe i partiti? «Vede, noi siamo uno strano Paese, in cui viene messa ai margini la questione centrale e si dà vita a un dibattito estremamente povero e molto provinciale. In tutta Europa si discute dei temi della crescita, di giustizia sociale, si riapre un confronto tra destra e sinistra su queste questioni. In Italia invece il conflitto appare essere tra la casta e la società civile, due concetti carichi di ambiguità. In tutti i Paesi europei ci sono fenomeni di antipolitica, che hanno ragioni anche profonde, ma da nessuna parte questo assume il carattere lacerante che ha nel nostro Paese, con il rischio di indebolire o rendere impossibile qualsiasi prospettiva di governo. A volte ho la sensazione che c'è chi punta allo sfascio, senza alcun disegno politico. Basta pensare all'attacco irresponsabile e immotivato di questi giorni contro la presidenza della Repubblica, che, mai come in questo momento, è apparsa un presidio insostituibile nel rapporto tra istituzioni e cittadini». Ma lei come si spiega il carattere “lacerante”dell'antipolitica in Italia? «C'è evidentemente chi non apprezza l'idea che dalla crisi del berlusconismo si esca con uno spostamento a sinistra dell'asse politico. Magari si pensa che colpendo la legittimazione dei partiti, approfittando anche di errori e debolezze, si possa aprire la strada a qualche nuovo movimento o a qualche nuovo leader dotato di virtù taumaturgiche. Come se l'Italia non avesse già pagato un prezzo molto alto ad avventure di questo tipo». In Italia si guarda conattenzione al Consiglio europeo di giovedì, anche perché c'è il timore, senza risultati, di ripercussioni sul governo: secondo lei su cosa ci si dovrebbeconcentrare? «Su obiettivi concreti. Occorre una nuova visione strutturale ma adesso servono misure immediate, anche perché la grande svolta difficilmente ci sarà fino a che resterà la Merkel al governo. Il primo obiettivo, allora, è delineare una via d'uscita ragionevole dalla crisi greca, perché un'uscita di Atene dall'Euro avrebbe conseguenze disastrose per tutti. E poi bisogna concretizzare alcune delle molte ipotesi di cui si discute e che riguardano gli altri due temi cruciali: un'effettiva solidarietà europea di fronte alla crisi dei debiti sovrani e la realizzazione dei programmi europei d'investimento». Dichetipodimandatohabisognoilgoverno italiano per arrivare all'appuntamento conun'adeguata autorevolezza? «Un mandato forte sugli obiettivi ma flessibile, perché non credo che possa essere vincolato a determinate soluzioni tecniche. Queste sono oggetto di negoziato e la fiducia in Monti è piena, ha sicuramente tutte le necessarie qualità e conoscenze della realtà europea». InParlamentosivoterannomozionidiverse su questo: dice Enrico Letta che serve un documento unitario Pd-Pdl per mettereal sicuro ilgoverno. «Sarebbe meglio una mozione comune, certo, purché la si possa scrivere in termini chiari. Il problema, però, è che il Pdl è attraversato da forti tensioni. Il governo è indebolito dai problemi del centrodestra e dal riemergere di una forte tentazione di Berlusconi di rilanciare la sua ispirazione populista originaria in una sorta di competizione-dialogo con Beppe Grillo, che appare sempre di più il suo interlocutore privilegiato. In questo Berlusconi rivela anche fiuto, oltre a una dose di irresponsabilità. Questo destabilizza il Pdl, rivelando tutta la fragilità di Alfano e la confusa coesistenza di due prospettive politiche, perché da una parte c'è l'idea di una svolta moderata, e dall'altra una spinta al populismo, a un diciannovismo berlusconiano. È da questo conflitto irrisolto che derivano le tentazioni di far precipitare la situazione. Per noi le elezioni devono tenersi a scadenza ordinaria, l'idea di anticiparle è irresponsabile». Puòdestraresospetti il fattoche il Pd,pur ribadendopienosostegnoalgoverno,già guardial dopoMonti, non crede? «Al contrario. Oltre l'emergenza, bisogna lavorare per una prospettiva politica che dia speranza al Paese nel medio periodo. L'Italia ha bisogno di riforme che vadano nel senso della giustizia sociale e di una riduzione delle diseguaglianze, ha bisogno di una politica industriale, di una correzione della politica economica e sociale: ha bisogno, cioè, del centrosinistra». La scelta di indire primarie per scegliere il candidatopremieraiutaadandareinquestadirezione, secondolei? «Se messe al posto giusto. Bersani alla Direzione ha detto che noi avremmo avviato una fase di confronto programmatico, un progetto per il futuro dell'Italia, utile anche a definire il campo delle forze che lo sostengono. Dopodiché le primarie serviranno per la scelta del candidato. Ma se le primarie vengono prima di un progetto condiviso, a cosa servono? E tra chi sono? Noi abbiamo indicato un percorso ragionevole, e dobbiamo evitare che, di fatto, si parta dalla fine. Il rischio, nel rovesciare i termini della questione, è di indebolire una prospettiva di cambiamento, di farla tutta implodere dentro di noi. Bisognerebbe ripartire dalle conclusioni della Direzione, dal progetto per il Paese, altrimenti avremo una lunga, confusa e logorante campagna elettorale interna». Casini per la prima volta parla di un asse pergovernaretraprogressistiemoderati: è prevedibile un'alleanza elettorale o un pattodi legislatura? «È una dichiarazione importante, ma in ogni caso bisogna partire dal progetto per il Paese e misurare su di esso le convergenze. È chiaro che adesso si delinea la possibilità di costruire una maggioranza intorno al Pd, cioè quell'asse tra progressisti e moderati necessario per dare stabilità all'unica prospettiva realistica per il Paese. Perché, al di là dei meriti di Monti, anche i cosiddetti mercati si interrogano sul futuro dell'Italia e quando vedono nei sondaggi che il secondo partito è Grillo, si chiedono con preoccupazione quali impegni l'Italia è davvero in grado di assumere. Quindi dobbiamo rendere evidente il progetto e al tempo stesso l'asse politico che può sostenerlo. Questa esigenza viene prima delle primarie». Nonpercontribuirea“rovesciareitermini della questione”, ma se dice che l'asse tra progressistiemoderatièl'“unicaprospettiva”diceanchechenonc'èpartitaalleprimarie. «Guardi, Bersani rappresenta il Pd e rappresenta credibilmente la possibilità di un rapporto tra la sinistra, che non siamo solo noi, e le forze moderate del centro». Renziperòsièdettoconvintodiavere“la maggioranza”. «Io non lo credo. Soprattutto non credo che abbia la maggioranza tra gli iscritti e gli elettori del nostro partito». Renzi l'hacitatatraquellichenonandrebberoricandidati inParlamentoallaprossimalegislaturaperchéhagiàallespallepiù di tremandati.Ma lei si candiderà? «Non è una questione importante, nel senso che si può fare politica e si può servire il Paese in molti modi diversi, anche senza candidarsi al Parlamento. La regola citata stabilisce che c'è un principio generale, rispetto al quale possono esserci delle deroghe motivate. Questa è la regola. Non se ne può leggere soltanto una metà. Detto questo, al momento opportuno il Pd farà le sue valutazioni e io farò le mie. Non sono una persona che ha dimostrato attaccamento alle poltrone, avendo lasciato quella di presidente del Consiglio e avendo messo in gioco quella in Parlamento, come è noto, correndo senza reti in un collegio dove eravamo dati sette punti sotto». Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini L'INTERVISTA DIREZIONEPD SIMONECOLLINI ROMA MassimoD'Alema «Sìalconfrontocon imoderati.Vannosconfitte le forzechevogliono impedirechedallacrisi siescaconuno spostamentoasinistra» Approvato ilbilancio Rinviata la discussione sullecandidature LaDirezione del Pdsi è riunita per approvare(all'unanimità) ilbilancio delpartito. Èstata tenuta invece fuori dallaporta la discussionesulle candidatureal Parlamentoe sulle deroghedadarea chiha già fattopiù di tremandati (sarannonon piùdel 10%dei parlamentariuscenti). La polemicasi è peròaccesa a distanza. Fioronivuole l'incompatibilità tra «impiegatidi partito ecandidati». Il riferimentoèa Fassina, come si capiscedall'attaccoal responsabile Economiadel Pdda parte diun altro ex-PpicomeD'Ubaldo. E pareche gli ex-popolari stiano preparando un documentoda presentare all'Assembleanazionale convocata permetà luglio in cui si chiedeproprio dinon candidare funzionaridipartito. Dalla segreteriaPdnessuno riprende lapolemica, mentre il responsabile OrganizzazioneNico Stumpo precisa che il rinnovamentodel partito non si esauriscenel limite dei tremandati ma passeràanche«perunariforma della leggeelettorale, perunconsiderevole aumentodella presenza femminile, per lapresenza di competenzeche qualifichino l'azioneparlamentare e permeccanismidipartecipazionee di aperturaalla società». «Primarie? Prima il progetto Un asse forte per il dopo Monti» . . . «C'è chi gioca allo sfascio Basti pensare all'attacco contro la presidenza della Repubblica» . . . «Renzi ha la maggioranza? Non dei nostri elettori Io non sono attaccato alle poltrone, l'ho dimostrato» martedì 26 giugno 2012 3
AGGIUNGI UN POSTO ALLA TAVOLA DI CHI NON VUOLE SPRECARE. COSÌ FACENDO, SIAMO ARRIVATI A MILLE: RIUSCITEAIMMAGINAREUNDESCOPERMILLECOMMENSALI, RIUNITI A DEGUSTARE, DAL PRIMO AL DOLCE, IN UNA SERA D'INIZIO ESTATE? E potreste prevedere che il menù studiato per l'occasione, firmato da uno chef idolatrato come Moreno Cedroni, abbia attinto i suoi prodotti dal cibo di recupero? O meglio, dall'invenduto della grande distribuzione, quindi da prodotti perfettamente edibili ma troppo spesso gettati anzitempo per logiche di mercato. Cibo, dunque, sull'orlo di essere sprecato. Ma invece, altro che spreco. Questa sera, nel prato della Rocca Roveresca di Senigallia, con «Primo: non sprecare», il Caterraduno 2012 riunirà a tavola più di mille ascoltatori di Radio2 Caterpillar. Mille cittadini che hanno voluto accogliere l'invito a cena di Last Minute Market e della campagna «Un anno contro lo spreco»: e in questa cena, finiranno per assomigliare un po' tutti a Pinocchio. Ve lo ricordate? Geppetto ammoniva che la pera non deve produrre scarti: i torsoli e le bucce possono sempre venir buoni, come ha imparato al volo il burattino di Collodi. Oggi invece gettiamo nelle spazzature tonnellate di cibo all'anno. Nel nostro Paese sono quasi 20 milioni. Valgono più o meno 11 miliardi di euro. Una frazione importante del nostro prodotto interno lordo, per essere precisi lo 0,7%, ammesso che questo indicatore valga qualcosa. Ma chi deve capire capirà. E con il cibo sprechiamo anche l'acqua: non soltanto quella contenuta negli alimenti, ma anche quella servita per produrli, trasformarli, trasportarli, distribuirli. Per il cibo sprecato in Italia abbiamo prosciugato il lago di Bolsena. Tanta acqua, che poi non è scarsa ma limitata. Per non parlare dell'energia, che oltretutto sprechiamo quando smaltiamo i prodotti non consumati. Anche se qualcuno ci racconta che quando termovalorizziamo i rifiuti produciamo energia, ma sempre cenere è. Questa sera, al Caterraduno di Senigallia, faremo una dimostrazione pratica su come si riducono gli sprechi, anzi si prevengono. Non solo perché non è etico scialacquare in tempi di crisi, ma anche perché le risorse naturali - il capitale naturale, quello che nessuno contabilizza - è limitato. Vogliamo aumentare ancora il nostro debito ecologico, sommandolo a quello economico e invelenire totalmente l'ambiente e le nostre vite? I rifiuti ci stanno sovrastando, in tutti i sensi. Non sappiamo più come gestirli. I rifiuti fisici, intendo. Figurarsi quelli umani. Che sono poi la diretta conseguenza dei primi. Perché quando rifiutiamo un prodotto difettoso o con una scadenza ravvicinata o una confezione danneggiata, per non dire di un avanzo…cosa facciamo? Abbiamo paura. Paura del diverso, dell'altro. Con «Primo: non sprecare» assisteremo invece a inediti e oculati matrimoni: quintali di pomodori pelati recuperati da Coop si sposeranno a 40 chili di mezze maniche offerti dalla Terra e il cielo, alle reti piene di pesce azzurro di Legapesca e Coop, alle forme di parmigiano danneggiato dal terremoto in Emilia, messo a disposizione dal Consorzio grana padano. Diventeranno, grazie all'estro incomparabile dello chef Moreno Cedroni, Mezze maniche bio al sugo di arrabbiata di alici con prezzemolo e fonduta di grana padano, seguite dalla lasagna di grano duro bio condita come una pizza margherita, grazie ai prodotti recuperati da Granarolo e accompagnati poi dalla caponatina di verdure condita con i recuperi di Fattoria Petrini e Salina di Cervia, per finire nel tripudio di fragole in marmellata e spuma di yogurt. L'azione preliminare è trasformare subito gli sprechi in risorse in nome della solidarietà e della reciprocità, come insegna l'esperienza di Last Minute Market per il recupero a fini solidali delle eccedenze alimentari. Ciò che è surplus per qualcuno diventa opportunità per qualcun altro che è in deficit. Ma non è la soluzione del problema, non possiamo pensare di dare gli avanzi dei ricchi ai poveri e riequilibrare uno dei tanti squilibri del nostro tempo. Non è sufficiente. Dobbiamo prevenire gli sprechi adottando uno stile di vita più sobrio, equo, sostenibile, relazionale. La formula è semplice: consumare e produrre meno, ma meglio (possibilmente). Non impossibile se consideriamo la crisi attuale come un'opportunità di cambiamento. Del resto, la società dei consumi - almeno per come l'abbiamo vissuta finora - è finita. La crisi ci sta colpendo con tanta violenza ma - paradossalmente - potrebbe essere una buona occasione. Se servirà ad aprire gli occhi sull'insostenibilità del progresso che il nostro mondo, autodefinitosi sviluppato, ha realizzato fin qui. Il binomio crescita-consumo è una nostra invenzione. Non buona ma neppure cattiva: semplicemente un'invenzione dell'uomo. Che però ci sta stritolando: dobbiamo dunque uscire dalla sua logica e dalla sua economia. E, per scongiurare una catastrofe imminente - la crisi che stiamo vivendo è il cartellino rosso - dobbiamo prendere una nuova strada, quella dell'opulenza frugale, dell'abbondante sobrietà, dell'eccessiva semplicità. Insomma è la strada degli ossimori, delle contraddizioni solo apparenti ma ricche, che ci porteranno - lentamente ma sicuramente - a meno ben essere/avere e più ben vivere. Perché per vivere, consapevolmente e responsabilmente, non basta esistere. Così come non si vive per mangiare, tanto o poco, ma male come fanno il miliardo di denutriti e il miliardo di ipernutriti. Ma si mangia il giusto per vivere il meglio. Nella società sufficiente le quantità della produzione e dei consumi dovranno diminuire dove sono abbondati, aumentare se carenti migliorando invece, per tutti, la qualità. E dentro la qualità ritroveremo - finalmente la sicurezza, il lavoro, il tempo, la relazione, noi stessi e gli altri. Per seguire, in fondo, gli utili consigli del vecchio Geppetto. Info: http://caterpillar.blog.rai.it/caterraduno-2/ www.unannocontrolospreco.org www.lastminutemarket.it IL MENU LapropostaQuestasera aSenigalliamilleconvitati degusterannoilmenù che ilcelebrechefMoreno Cedroniharealizzato attingendoisuoiprodotti dalcibodi recupero CULTURAESOCIETÀ Arrabbiatadialici ecaponatinadeiMille Mezzemanichebio al sugodi «arrabbiata di alici»con fondutadigranapadano; lasagna di granodurobio condita comeuna pizza margherita, caponatinadeiMille di verdureal fornocon vinaigretteall'aceto balsamicoenoci digranapadano; fragole inmarmellata econ spumadi yogurt:questo il menùdellacena anti sprecodi stasera.Lo chef anconetanouserà cibo «di recupero», esteticamentenon perfetto ma del tuttoedibile, comeverdure scartatedal mercatoe forme di granadanneggiatedal recenteterremoto emesse adisposizione dal ConsorzioGrana Padano.Secondo la Fao un terzodelcibo prodottonel mondo per il consumoumanoèperduto osprecato dal campoalla tavola; tale quantitàammonta acirca 1,3miliardi di tonnellate all'anno.Lospreco alimentareequivale al27% del totaleacquistato. Laprimacena degliavanzi Comeridurreazerogli sprechi pervivere(unpo')meglio Bertozzi & Casoni «Pinocchio», 1999 ANDREASEGRÈ MASSIMO CIRRI MORENO CEDRONI SENIGALLIA U: 20 martedì 26 giugno 2012
FEDERICOFERRERO LONDRA Wimbledonalviaconduesorprese:VenusWilliamssubito eliminata,ormaièunaex.E laGiorgivince ilderbyd'Italia SE LA VOGLIA DI CALCIO SI MISURA CON LO SHARE QUEST'ITALIA È IN GRADO DI FAR DIMENTICARE TUTTO:SCANDALI,ARRESTI,INTERROGATORIESCOMMESSE. 75% è una cifra che a qualcuno dirà poco o nulla, ma che tradotto significa: un italiano su tre con gli occhi fissi davanti al televisore per vedere i ragazzi di Prandelli surclassare gli inglesi. 20 milioni, in tanti hanno visto la partita contro gli uomini di Roy Hodgson e se si aggiungono il web, i maxischermi o i locali, non è temerario credere che siano stati molti di più. I tempi di Lippi (nella versione sudafricana), sembrano lontani e quelli di Donadoni ricordano un altro sport. È il sintomo di un entusiasmo ritrovato, un exploit di affetto per la nazionale che il passaggio ai quarti, da solo, non riuscirebbe a spiegare. E infatti c'è anche qualcos'altro. C'è che quest'Italia di Prandelli gioca bene, anche senza segnare, particolare che però contro la Germania, prossima avversaria in semifinale, assume un peso specifico diverso. Contro gli inglesi gli azzurri hanno imposto il loro calcio, tanto da far apparire l'Inghilterra una squadra catenacciara. Uno scambio di ruoli certificato dai numeri: 68% di possesso palla, un dato che potrebbe anche non voler dire nulla quando non si segna, ma se prendi due pali e tiri come hanno fatto Balotelli e compagni allora le cose cambiano. Solo super Mario ha tirato nove volte, di cui sei nello specchio. E pazienza se il gol non è arrivato visto che poi a fare giustizia ci ha pensato la roulette dei rigori. Tra l'altro è sul tiro di Diamanti che è stato registrato il picco d'ascolti: 21 milioni e 816mila spettatori. Tra questi anche Giorgio Napolitano, felice a tal punto da chiamare al telefono il presidente del Coni Petrucci: «Che grande emozione mi hanno dato i ragazzi. Mi hanno ricordato Berlino 2006. Avrei chiamato anche se l'Italia avesse perso». Ora c'è la Germania e l'amarcord accompagna quella sensazione di chi sa di potercela fare. Come potrebbe essere diverso? Tanto più che questa squadra può farcela davvero, anche contro la panzer division di Joachim Loew. Parola di Cesare Prandelli, tra i primi ad evocare le storiche sfide contro i tedeschi: «Italia Germania del 1970 è sempre stata considerata per noi ragazzini 14enni, la partita. Ho visto la gara con mio papà, è stata l'emozione più forte». Il ct azzurro ci crede veramente, a patto di «giocare con la consapevolezza di poter fare la nostra partita. Dobbiamo rischiare e non difendere la nostra area, preferisco prendere gol in contropiede piuttosto che stare 20 minuti a soffrire». Quanti ricordano un tecnico azzurro parlare in questo modo? Anche Prandelli però sa che contro la Germania bisognerà fare qualcosa in più, soprattutto in fase realizzativa: «Ieri abbiamo ottenuto il 68% di possesso palla, quando hai questa capacità devi cercare di sfruttarla». Sul fronte formazione continua il rebus attacco ed è ancora da vedere chi giocherà titolare in semifinale. Il ct non scioglie le riserve: «Nel momento in cui capiremo come affrontare la Germania farò le mie scelte». Gli indizi però ci sono: «Balotelli mi è piaciuto tanto. Avevamo la necessità di dare profondità e lui è stato un punto di riferimento in attacco inidzio». Qualche dubbio in più su Cassano che comunque «è andato al tiro tre volte e ha fatto due assist importanti. Dopo la lunga inattività può pagare qualcosa a livello di ritmo partita ma averne di giocatori con questa qualità, anche per 40-50 minuti». Chi può stare tranquillo è Andrea Pirlo ancora una volta autore di una prova straordinaria, per il tecnico «è tra i più forti del mondo perché, a parte la qualità, ha un rendimento impressionante durante la partita. Magari altri centrocampisti giocano venti metri più avanti e fanno qualche gol in più ma la continuità di rendimento di Andrea è straordinaria». Restano le dolenti note che riguardano la fascia destra, con Maggio squalificato e Abate alle prese con problemi muscolari. Da verificare poi le condizioni di Daniele De Rossi uscito per un problema alla sciatica. Insomma resta ancora qualcosa da valutare per Prandelli, che comunque può affrontare la Germania con fiducia. Tra i ricordi indelebili di Messico, Spagna e Berlino e i contorni politici dell'eurorigore targato Frau Merkel, c'è da scommettere che lo share questa volta sarà ancora più alto. PRIMA DEI LAVORI DI RISTRUTTURAZIONE A CHURCH ROAD, IL CAMPO 2 SI ERA GUADAGNATO LA FAMA SINISTRADIGRAVEYARD,LATOMBA.Terra di morte per i campioni: là erano caduti McEnroe, Stich, Sampras, Serena, Hingis e altre stelle in varietà, per mano di mestieranti spesso ignoti al grande pubblico. Ieri, l'ingrato comitato di Wimbledon ha pubblicato sul sito web un'immagine (di addio?) tagliata sopra il ginocchio di una Venus Williams immortalata al Roland Garros, nel tentativo di non rendere palese il falso storico. In verità non si è trovato il tempo di spedire sul luogo del Venus-cidio, il nuovo court due, un fotografo interno: un'ora e un quarto di pessimo tennis e Williams non c'era più, spenta da una giocatorina bella e perdente come Elena Vesnina. In sedici Wimbledon, la cinque volte regina del Tempio s'era fatta cacciare al primo giorno una volta: aveva diciassette anni, era il suo esordio sui prati. Venere ne ha appena festeggiati trentadue, una strana sindrome la debilita da tempo e ha l'incedere della stella rassegnata a dare un taglio a ciò che resta della sua carriera. Questa la notizia da tabloid per l'inaugurazione dei Championships, col dispetto di un Federer sistemato a disegnare i suoi capolavori sul campo numero uno. Il Re non ha scompigliato il ciuffo nel triplo 6-1 al povero Ramos e sa di giocarsi molto: un settimo titolo qui, magari l'ultimo. Un irripetibile oro olimpico, su questi prati già rovinati come tratturo. E la possibilità di tornare il primo giocatore al mondo, anche solo per una settimana, quella che mancherebbe per toccare le 286 di King Sampras. Un giorno di riposo per Roger e mercoledì toccherà al talento imbizzarrito di Fognini dividere il campo col signore dell'erba. Il Fabio che ha quasi sgambettato Roddick a Eastbourne e - ieri - ha stordito di passanti il piccolo Leconte, Llodra, su un defilato e punitivo campo 19, perderà. Si spera affronti il Centrale offrendo il suo miglior profilo, quello del giocatore di classe. Dell'altro, l'italiano che bercia e perde il senno, si vorrebbe perdere traccia. In casa Italia (o Spagna?), dai vamos! parigini di Errani a quelli di Camila Giorgi: graziosa creatura cresciuta in una famiglia italiana di ritorno - il padre lasciò La Plata, Argentina, per Macerata a fine anni Ottanta - che ha padronanza di un tennis molto erbivoro. Si è regalata il secondo turno nello Slam verde, ancora una volta dalla porticina delle qualificazioni di Roehampton. Bella dimostrazione di qualità per la timida Camila, nella sfida sorellicida con Pennetta. Purtroppo per Flavia la curva del trentesimo anno inizia a farsi discesa; siamo aggrappàti a Sarita la Valenciana e accogliamo una giovane italiana. Va bene anche di importazione. SPORT EROEPERCASO.ALESSANDRODIAMANTICOMEFABIOGROSSO.Per il momento il paragone è ancora azzardato, perché il secondo è diventato campione del mondo nel 2006, mentre il trequartista del Bologna col decisivo rigore trasformato contro l'Inghilterra ha “solo” promosso l'Italia alle semifinali di Euro 2012, di sicuro per entrambi l'avventura in azzurro somiglia a una favola. Grosso aveva convinto Lippi a portarlo in Germania, vincendo gli scetticismi di chi ricordava che solo due anni prima giocava in serie B col Palermo, ma in quella incredibile estate fu decisivo. Prima conquistando il rigore (poi trasformato da Totti) contro l'Australia, poi segnando l'1-0 alla Germania in semifinale ed infine realizzando l'ultimo penalty con la Francia, nella gloriosa notte di Berlino. Da un mancino a un altro, quello di “Alino” Diamanti è più raffinato di Grosso, lui è un trequartista e non un esterno difensivo, ma la parabola è simile. Anzi, undici mesi fa il giocatore nato a Prato (che aveva debuttato nel Santa Lucia, la squadra che aveva visto gli esordi di Bobo Vieri, che fu allenato anche da Luciano Diamanti, padre di Alessandro) sembrava destinato a giocare in B, dopo la retrocessione col Brescia. Il 1˚ agosto 2011 Bisoli, che aveva allenato il giovane Diamanti in C2, convinse il Bologna ad acquistarlo in comproprietà, ma è stato poi con l'arrivo di Stefano Pioli sotto le due Torri che “Alino” ha fatto il salto di qualità. Gol, assist, giocate di qualità e più nessuno ha detto di lui che era una promessa incompiuta, arrivato in A nel 2007 col Livorno dopo aver girovagato per mezza Italia senza aver mai convinto nessuno. La convocazione di Prandelli nel novembre del 2010 per l'amichevole contro la Romania sembrava un premio che non avrebbe avuto seguito, invece il grande campionato con il Bologna ha convinto il ct ad inserirlo nella lista dei 23. Salito sull'ultimo treno per la Polonia, il 29enne toscano non vuole più scendere e sogna di ripetere fino in fondo la parabola di Grosso. Dopodomani c'è la Germania e Diamanti si candida per una maglia da titolare, dopo aver giocato due ottimi spezzoni contro Eire e Inghilterra. Di sicuro, “Alino” è diventato uomo mercato. Il Bologna lo ha riscattato dal Brescia per oltre 3 milioni di euro, da tempo lo segue l'Udinese, ma il presidente rossoblù Guaraldi ha garantito: «Con quello che abbiamo fatto per averlo, Diamanti resterà sicuramente la prossima stagione». “Alino”,ogni impresaha il suoeroe percaso CesarePrandelliesulta dopo la vittoriacontro l'Inghilterraai rigori, neiquartidi finale: adesso, laGermania. FOTO DI MAURIZIO BRAMBATTI/ANSA Piaceda impazzire Unitalianosutreguarda l'ItaliadiPrandelli MATTEOMARCELLI PerPirloecompagni il75% dishare,con21milioni di tifosidavantialloschermo Mailctpensaallasemifinale eforserecuperaDeRossi Il tramontodiVenere e l'albadiCamilla CamilaGiorgi,giovane promessadel tennis azzurro, impegnata (evincente) controFlavia Pennettaa Wimbledon. FOTO ANSA EPA MASSIMODEMARZI tomassimo@virgilio.it . . . La filosofia:«Contro i tedeschi megliorischiareungol incontropiedecheaspettare esoffrireperventiminuti...» U: martedì 26 giugno 2012 23
«Il discorso su eurobond, eurobill, garanzie di condivisione del debito e molto altro, oltre che non compatibile con la nostra costituzione, è sbagliato e controproducente dal punto di vista economico». Angela Merkel gela i mercati Milano -4%, Atene meno 7 - alla vigilia del vertice Ue, che dovrebbe afferrare il bandolo della crisi prima che questa ingoi l'eurozona. Parlando a Berlino alla Conferenza del Consiglio dello Sviluppo sostenibile, la cancelliera tedesca scandisce bene - una volta di più - la sua contrarietà all'emissione di titoli di debito comuni. Almeno fino a quando oltre ai conti in rosso non saranno condivisi anche il sistema di controlli sulle politiche economiche e sui bilanci. Un'ipotesi di lavoro per il futuro, non tagliata sull'urgenza della crisi, e che sembra voler sconfessare in anticipo il lavoro degli sherpa che nell'eurozona, Italia in testa, stanno cercando di disegnare una via d'uscita che parta dalla condivisione del debito. Che è un mostro a molte teste. La Spagna ha appena formalizzato la sua richiesta di aiuto alle banche e non è ancora chiaro con quale meccanismo si procederà, se passando attraverso il governo e quindi con la garanzia statale o sostenendo direttamente gli istituti di credito. Anche Cipro - molto esposta con la Grecia - ha fatto altrettanto, dopo aver incassato il downgrade dell'agenzia di rating Fitch, che ha declassato a livello spazzatura le tre maggiori banche cipriote: per ricapitalizzarle servirebbe una somma pari al 24% del Pil dell'isola, in aggiunta agli 1,8 miliardi già messi in conto per il salvataggio di Cyprus Popular Bank. La Grecia è appesa a un filo e al vertice del 28 e 29 sarà sotto-rappresentata a causa dei guai di salute di mezzo governo - operato il premier Samaras e Vassilis Rapanos, uno degli elementi di spicco del nuovo esecutivo, è ancora ricoverato dopo un malore che gli ha impedito di giurare da ministro delle Finanze, ieri è stata annunciata la sua rinuncia all'incarico. Atene spera comunque si strappare condizioni migliori, malgrado Berlino abbia già escluso novità, tanto più che la troika ha rinviato alla prossima settimana la sua verifica ad Atene. «SERVERIGORE» «Lo dico apertamente: quando penso al Consiglio di giovedì prossimo a Bruxelles mi preoccupa che si parlerà assolutamente troppo di tutti i possibili modi per condividere il debito, e troppo poco di migliorare i controlli e di misure strutturali», ha detto la cancelliera tedesca, ritenendo «avventuroso parlare di crescita sostenibile senza pensare al rigore di bilancio». E per quanto sappia che al vertice di Bruxelles tutti gli occhi saranno puntati sulla Germania, Merkel insiste sulla necessità di non accontentarsi di soluzioni «facili» e di corto respiro. «L'obiettivo - ha detto - è una unione politica». Ma non è cosa per l'oggi né per il domani. Piuttosto per «dopodomani», come ha spiegato ieri il portavoce governativo, Steffen Seibert, correggendo il tiro delle affermazioni del ministro delle finanze Schäuble allo Spiegel, sulla possibilità di un referendum per modificare la costituzione tedesca cedendo sovranità alla Ue. Schäuble sarà anche un «pioniere europeo», ma la Costituzione attuale così com'è - ha fatto sapere Angela Merkel - è già «pro europea e favorevole all'integrazione». Non è il caso di nuove forzature. «Non siamo chiaramente arrivati ancora a questo punto». Da parte tedesca, dunque, il vertice Ue non annuncerà nessuna svolta sostanziale. Eppure i conti del ministero delle Finanze di Berlino mettono in guardia sulla necessità di scongiurare la deriva dell'euro: per la Germania la prospettiva di una contrazione economica (-10%) e una crescita esponenziale dei disoccupati. E qualcosa bisognerà pur concedere. Domani la cancelliera incontrerà il presidente francese François Hollande, un faccia a faccia sicuramente meno idillico che non nell'era Sarkozy. Non verranno prese decisioni, «la cancelliera va Parigi per uno scambio di vedute e per cercare di definire le loro posizioni», ha dichiarato il portavoce del governo tedesco, parlando di un «incontro costruttivo che darà frutti per l'Europa». Le posizioni sembrano però ancora distanti, soprattutto in tema di eurobond. Il presidente del Consiglio Mario Monti FOTO ANSA Per avere il decreto sulla spending-review su cui è al lavoro Enrico Bondi ci vorranno ancora dei giorni. Varrà 4,2 miliardi nel 2012, mentre per ciascuno anno del biennio 2013-2014 il peso dovrebbe salire: si ragiona intorno a una forbice che va dai 7 ai 10 miliardi all'anno. Non contemplerà il tetto per le pensioni d'oro dei manager: la proposta a firma Guido Crosetto (Pdl) ha ricevuto il parere contrario del governo che si è però impegnato a ragionare sul tema in vista dell'esame del dl sviluppo. In compenso, prende corpo la parte che, nella partita, dovrà sostenere la sanità: non sarà proprio un taglio ma un uso più oculato delle risorse che dovrà far restare nelle casse dello Stato circa un miliardo. Risorse che dovranno essere recuperate nel ricco paniere dei beni e servizi acquistati dal comparto che valgono ogni anno il 30% del Fondo sanitario nazionale, circa 35 miliardi. L'intervento andrà a focalizzarsi sull'acquisto dei servizi non sanitari, dalla ristorazione, ai servizi di lavanderia o rifiuti, che hanno resistito fino ad ora al meccanismo di centralizzazione degli acquisti. Il Tesoro intanto avverte: la norma del decreto sulle aggiudicazioni di appalti che, secondo una modifica del Senato, verrà applicata anche alle procedure di affidamento per le quali si è già proceduto all'apertura dei plichi, potrebbe comportare contenziosi e costare allo Stato oltre 1 miliardo. MURODEISINDACATI Potrebbe invece vedere la luce a beve quello che lo stesso ministro della Salute, Renato Balduzzi, ha definito decretone sanità, una sorta di provvedimento omnibus per prorogare il regime transitorio per l'attività libero professionale dei medici (in scadenza il 30 giugno) in attesa di una mini-riforma dell'intramoenia. E che potrebbe essere il veicolo per introdurre anche misure sulla responsabilità dei medici e sulle assicurazioni per i camici bianchi. Una riforma che i medici attendono tanto da annunciare uno sciopero se il provvedimento non sarà approvato. I sindacati intanto, che il governo convocherà probabilmente il 2 luglio, dopo il Consiglio europeo, fanno muro contro le ipotesi di nuovi tagli al pubblico impiego e alla sanità. La segretaria Cgil, Susanna Camusso definisce «inaccettabili» nuovi interventi che peggiorino le condizioni dei dipendenti pubblici, che oggi si mobiliteranno, ma anche «insopportabili» nuovi tagli alla sanità: già così, dice, ci sono «situazioni in cui non ce la si fa a garantire le prestazioni essenziali». Per Cgil, Cisl e Uil gli interventi di correzione sono possibili solo sulle modalità di acquisto dei beni e servizi e sul materiale sanitario, ma nessun nuovo taglio ritengono sia operabile né sul pubblico impiego (che ha già subito con le scorse manovre il blocco della contrattazione e quindi delle retribuzioni fino al 2015) né alla sanità. Il timore è quello di un ulteriore blocco degli stipendi rispetto all'inflazione, ma soprattutto di una sforbiciata all'occupazione con l'utilizzo della norma sulla mobilità oltre che con la stretta al turn over (già previsto al 20% rispetto al numero delle uscite). «Aspettiamo - dice ha il numero uno Cisl, Raffaele Bonanni - che Monti si decida a convocarci per evitare questa situazione incresciosa e irresponsabile». LA.MA. ILCASO Merkel gela i mercati «Un errore gli eurobond» MARINAMASTROLUCA mmastroluca@unita.it Toccheranno la sanità Non le pensioni d'oro «Salvate laGrecia, altrimenti è catastrofe» Sit-inalPantheon Erano in tanti ieri pomeriggio in piazzadelPantheonper la manifestazioneafavore dellaGrecia. Unsit-inper presentare l'appello «Salvare la Grecia, salvare l'Europa» promossotragli altridai vicepresidentidelParlamento europeoGianni Pittellae Anni Podimata,dagli europarlamentari LuigiBerlinguere HarlemDésir. «Di fronteall'eventualitàdi un'uscita dellaGrecia dall'euro -spiega Berlinguer - bisognaessere chiari: nonesistonouscite“ordinate”, saremmodi fronte auna catastrofe, adun saltonel vuoto dagli esiti imprevedibili».Oltrea Bersani, hannofirmatoAnna Finocchiaro, NicolaZingaretti,David Sassoli, Luigi Zandae ildirettorede l'Unità, ClaudioSardo. Alla manifestazione sono intervenuti gli stessi Berlinguer ePittella, e poiDavid Sassoli, Laura Pennacchi,MaurizioBettini e il giornalistaTeodoro Andreadis. La cancelliera «Riforma strutturali» Atene, il governo già perde pezzi: si dimette il ministro delle Finanze Daniele ha 56 anni e vive a Mirandola, uno dei paesi del modenese colpiti dal terremoto che ha devastato l'Emilia. Scrive: «Buongiorno ministro Fornero, immagino le numerose e-mail che riceverà ogni giorno, ma volevo farLe presente una situazione diversa in cui mi trovo da 'esodato'. Ero dipendente di uno zuccherificio di Italia Zuccheri Spa stabilimento di Finale Emilia. Negli anni 2000/2005 la Comunità Europea, sotto la spinta di Germania e Francia, decise che gli zuccherifici italiani non erano più competitivi. La pressione di queste due potenze fece decidere, da parte del ministro Alemanno, la chiusura e la demolizione di 13 stabilimenti sparsi in tutta Italia. Per queste chiusure, alle società saccarifere, furono elargiti milioni di euro per riconversioni che non sono mai iniziate. Per quanto mi riguarda, sig. ministro Fornero, - sottolinea Daniele - dopo cinque anni di Cassa integrazione, nel luglio 2010 la ditta mi ha licenziato e posto in mobilità per 3 anni. Alla fine del 2013 scadrà la mobilità ed avrò 36 anni di contributi e 57 di età. Nell'accordo per il licenziamento fu stabilito un incentivo all'esodo che mi serviva per pagare i contributi volontari per i 4 anni mancanti ai fatidici 40 di contributi. Purtroppo, con le modifiche apportate da Lei ministro con la riforma della Previdenza, tutto questo non sarà più possibile. Sto cercando un lavoro, ma purtroppo finora senza successo». Va detto che attualmente dai primi 65mila esodati la platea si è allargata di altri 55mila. Il ministro Fornero sarebbe disposto ad inserire tra i lavoratori salvaguardati coloro che hanno superato i 62 anni di età. Ma l'incertezza e l'angoscia delle persone non cessa. «Non so più in quale situazione mi trovo», scrive Luciano al ministro. «Ovvero, se rientro negli esodati fortunati (i 65mila delle prima stima, ndr) oppure no. Non so neppure se rientro nei meno fortunati, gli esodanti che vedranno sanata la loro situazione in un futuro prossimo» (…). «Insomma, sono nato nell' agosto del 53, ho cominciato a lavorare il 1˚ aprile 1973, ho smesso il 28 febbraio 2008 a seguito della chiusura per delocalizzazione dell'azienda in cui lavoravo. (…). Sono stato riassunto in una altra azienda. Ho fatto la mobilità, alla fine ho scelto l'accompagnamento alla pensione. Senonché a sparigliare tutto, il 6 dicembre 2011, ci ha pensato Lei, sig. ministro con la riforma della Previdenza. Ad tutt'oggi non so quando e se potrò andare in pensione. E, per ultimo, non posso certo impegnare i miei risparmi per contribuire al risanamento della Previdenza considerando che magari un domani arrivi qualcun altro che e faccia come Lei: ricambi le carte in tavola». martedì 26 giugno 2012 5
Domani il 32esimo anniversario Una missiva ministeriale spiegava come la dinamica fosse già chiara subito dopo la tragedia L'ex ministro Formica: «Per conoscere la verità serve un secolo» GIGIMARCUCCI BOLOGNA L'indirizzo delle indagini», la stessa «scelta della scala delle priorità» dovevano scaturire da una valutazione che tenesse «conto delle ripercussioni che i risultati» avrebbero prodotto sugli «interessi superiori del Paese». Provando a tradurre: prima la ragione di stato, poi la verità sugli 81 morti della strage di Ustica, di cui domani cade il 32˚ anniversario. È scritto in linguaggio sufficientemente chiaro in un documento uscito dall'archivio Craxi grazie alla tenacia di Cora Ranci, dottoranda di ricerca alla facoltà di Scienze Politiche di Bologna. Il testo è di Carlo Luzzatti, già presidente tra l'80 e l'82 della commissione d'inchiesta che escluse il cedimento strutturale del volo Itavia scomparso dagli schermi radar il 27 giugno, concludendo a favore di due ipotesi: b o m b a o m i s s i l e . L a n o t a (“Promemoria per il signor ministro dei trasporti...”) è sicuramente dell'81, perché, osserva Ranci, fa riferimento a due relazioni inviate al ministro Rino Formica il 31 luglio e il 5 dicembre 1980. Destinatario del documento fu con ogni probabilità il successore di Formica, Vincenzo Balzamo, anche lui esponente socialista, ministro dei Trasporti dal 28 giugno 1981, deceduto nel ‘92, dopo aver ricevuto un avviso di garanzia nell'ambito delle indagini su Tangentopoli. A confermarlo è lo stesso Formica, il primo nell'80 a formulare esplicitamente l'ipotesi del missile, quindi dell'azione di guerra non convenzionale nei cieli di Ustica, successivamente convalidata da indagini giudiziarie e sentenze. «Nell'80 disposi, per evitare lungaggini, che la commissione da me istituita indirizzasse dei promemoria al ministro competente. Sulla base del primo io stesso riferei alle Camere». Del documento emerso dagli archivi del Senato, Formica spiega di non aver mai sentito parlare, ma ne offre comunque una spiegazione. «Indubbiamente il ministro deve aver chiesto alla commissione a che punto erano i lavori. E la risposta è stata: “Siamo in attesa di disposizioni per le implicazioni che possono sorgere a livello internazionale”». Una replica che non stupisce l'ex titolare dei Trasporti - «Non mi sembra un documento eccezionale» ma che in qualche modo costituisce il prologo e la spiegazione dei 32 anni trascorsi senza sapere chi la sera del 27 giugno 1980 abbia premuto il grilletto. Del resto Formica lo ripete dal 2010: «Non bastano 30 anni, ci vorrà un secolo prima di capire quello che accadde a Ustica». Eppure proprio in quel promemoria si fa riferimento alla presenza di fosforo su un elemento del carrello (all'epoca il relitto non era ancora stato recuperato) trovato nell'addome di una delle vittime. Particolare da cui discende «una traiettoria dall'esterno verso l'interno», incompatibile sia con l'ipotesi del cedimento strutturale che con quella della bomba a bordo. La commissione esclude anche, attraverso il confronto con un incidente aereo del ‘79, che certi effetti possano essere stati prodotti dall'impatto del Dc 9 con la superficie del mare. Essendo già stato escluso lo scontro accidentale con un altro aereo, non rimangono ipotesi molto diverse da quelle che possono produrre conseguenze sul piano internazionale: meglio chiedere indicazioni al ministro. Del resto, ricorda Cora Ranci, l'ipotesi del missile era già molto concreta, come aveva spiegato il tecnico americano John Macidull. E sedici anni dopo il documento della commissione Luzzatti, eccone un altro, questa volta della Nato, in cui si parla della presenza intorno al Dc 9 di Ustica di 21 aerei militari di varia nazionalità. Circostanza già intuita da Formica nell'80 sulla scorta delle indicazioni del generale Rana relative ai tracciati radar. L'ipotesi del missile ha un cuore antico. «A un certo punto tutti i partiti dell'arco costituzionale che, adducendo il cedimento strutturale, chiedeva di revocare la licenza a Itavia. Fu per questo che al Senato prospettai l'ipotesi del missile». Ipotesi, spiega Cora Ranci, rimasta lettera morta. «Luzzatti, così preoccupato degli “interessi superiori del Paese”, non era solo il presidente di una commissione ministeriale, ma anche il più stretto collaboratore del magistrato che all'epoca indagava sulla strage, Giorgio Santacroce». E una cosa è certa, conclude Ranci, in quei primi anni, decisivi per l'accertamento della verità la magistratura fece molto poco. «Ad esempio - ricorda Ranci - restò per tre anni in attesa dei risultati di laboratorio, senza nemmeno pensare di sequestrare le registrazioni delle conversazioni telefoniche tra i centri radar». Ustica, il lungo silenzio iniziò con una lettera ITALIA Tra le carte dell'archivioCraxi è stato recentemen-te trovato un documentoinedito riguardante il casoUstica. Si tratta di un pro-memoria del 1981 a firma del presidente della commissione d'inchiesta incaricata di determinare le cause della strage, Carlo Luzzatti, e destinato al Ministro dei Trasporti. A conclusione di tre pagine, in cui Luzzatti fa il punto sui lavori della commissione da lui presieduta, appare una considerazione che di tecnico ha proprio poco. Secondo Luzzatti, nel proseguire con le indagini sulle cause del disastro di Ustica, si doveva tenere conto delle «ripercussioni» che esse avrebbero potuto avere su non meglio precisati «interessi superiori del Paese». Già alla fine del 1980, erano state escluse come cause del disastro l'avaria e la collisione con altro aereo. L'ipotesi del missile era molto concreta, come aveva spiegato il tecnico americano John Macidull che aveva studiato i tracciati radar e aveva individuato un secondo aereo volare lungo la traiettoria del DC-9, per poi incrociarne la rotta verso est in manovra di attacco. Luzzatti chiedeva dunque indicazioni al governo: era proprio il caso, visti gli scenari che si andavano profilando, procedere con l'inchiesta? Comunque, nulla di nuovo sotto il cielo. Nel documento, in sostanza, viene esplicitato ciò che eravamo abituati a leggere tra le righe, a dedurre dai comportamenti omissivi, dai depistaggi: Ustica è una verità che pesa troppo per essere svelata. Ci sono sempre stati, come scrisse Luzzatti trentuno anni fa, «interessi superiori del Paese» che impediscono di svelare cos'è successo a quel DC-9 dell'Itavia, esploso in aria la sera del 27 giugno di trentadue anni fa con 81 persone a bordo. Grazie all'istruttoria condotta dal giudice Rosario Priore negli anni ‘90, oggi sappiamo che il DC-9 fu abbattuto all'interno di uno scenario di guerra aerea. Un documento consegnato dalla Nato nel 1997 parla chiaro: intorno all'aereo dell'Itavia, quella sera, volavano ben ventuno aerei militari di diverse nazionalità. Luzzatti era dunque preoccupato delle ripercussioni che Ustica avrebbe potuto avere su «interessi superiori del Paese». Ma Luzzatti non era solo il presidente di una Commissione ministeriale. Egli era anche diventato, nei primi mesi dopo la strage, stretto collaboratore del magistrato inquirente a Roma, Giorgio Santacroce. I periti nominati dalla Procura di Palermo, competente per le prime due settimane, vennero estromessi dalle indagini, e la Commissione Luzzatti – che al suo interno contava anche rappresentanti dell'Aeronautica militare – finì per diventare, di fatto, il braccio operativo peritale della magistratura. La questione di illegittimità venne sollevata solo nel 1984 dal giudice istruttore Vittorio Bucarelli, secondo cui i membri della commissione ministeriale non avevano titolo per maneggiare corpi di reato. Nei primi e decisivi anni, la Procura di Roma ha fatto decisamente poco per dimostrare di avere a cuore il raggiungimento della verità. Basti pensare a quando il magistrato Santacroce denunciò per diffusione di notizia falsa e tendenziosa Aldo Davanzali, allora presidente dell'Itavia, che nel dicembre 1980 aveva diffuso alla stampa i risultati di alcune analisi tecniche che avvaloravano l'ipotesi del missile. Eppure, il giorno precedente, il ministro dei Trasporti Rino Formica (Psi) aveva riferito alla Camera di ritenere l'ipotesi del missile la «più probabile» rispetto alle altre. Cosa fece in seguito la Procura romana? Restò per tre anni in attesa di risultati di analisi di laboratorio, senza nemmeno pensare, per esempio, di sequestrare le registrazioni delle conversazioni telefoniche intercorse tra i centri radar dopo l'incidente. Venne fatto solo nel 1992, da Priore. In quelle telefonate gli operatori radar parlavano di aerei militari americani, di portaerei. C'erano dunque ventuno aerei militari stranieri in volo, quella sera, intorno al DC-9. Gli interessi superiori pesano ancora oggi, dal momento che paesi come Stati Uniti e Francia continuano ad ignorare le rogatorie della nostra magistratura che chiede di conoscere le nazionalità di quegli aerei. E perché il governo italiano non sollecita quei governi amici a collaborare per la verità? Evidentemente, ancora una volta, interessi superiori, e forse anche diversi da quelli cui alludeva Luzzatti nel 1981, continuano a confondere le carte. Scriveva Luzzatti: «Ci sono interessi superiori del Paese» llpresidentedellaprima commissioned'inchiesta dissechesidoveva tenercontodelle «ripercussioni».Etutto venne insabbiato ILDOSSIER CORARANCI UniversitàdiBologna I pezzi del Dc9 Itavia nell'hangar di Pratica di Mare, vicino a Roma FOTO AP 12 martedì 26 giugno 2012
È come in un romanzo di Kafka: le regole a cui ti saresti dovuto attenere ancora non c'erano, ma tu dovevi rispettarle lo stesso. Migliaia di giovani ricercatori che, nonostante tutto, ancora ambiscono a diventare professori universitari, leggono e rileggono i criteri in base ai quali saranno valutati per prendere l'abilitazione e non possono fare a meno di sentirsi tanti piccoli Josef K. Nel decreto emanato dal Miur lo scorso 7 giugno, allegato B, c'è scritto infatti che, almeno per quanti stanno tentando la carriera universitaria nelle discipline umanistiche, la valutazione dipenderà dal numero di articoli pubblicati negli ultimi dieci anni in «riviste appartenenti alla classe A». Peccato che i candidati non potevano sapere prima quali riviste sarebbero state inserite in futuro nella «classe A». A dividere le riviste in classi «A, B e C» - spiega infatti il decreto - è l'Anvur, l'Agenzia di valutazione del sistema universitario. Un lavoro di classificazione fatto ex post che avrà effetti retroattivi sulla carriera dei candidati. «Tale disciplina appare lesiva dei principi di eguaglianza e ragionevolezza», annota la associazione italiana dei costituzionalisti che, esaminato il testo del decreto ministeriale emanato lo scorso 7 giugno, ha deciso di impugnarlo davanti al Tar. Nel «regolamento sui criteri e parametri per la valutazione dei candidati e sulle modalità di accertamento della qualificazione dei commissari ai fini dell'attribuzione scientifica nazionale per l'accesso alla prima e seconda fascia dei professori universitari» i costituzionalisti italiani ravvisano «un palese vizio di illegittimità e irragionevolezza». Il pasticcio - come prevedibile - riguarda appunto le materie umanistiche. Quelle che non possono essere valutate con criteri esatti. La scelta di dividere le riviste in tre classi e di valutare poi i candidati in base al «numero di articoli pubblicati nei dieci anni consecutivi precedenti il bando su riviste appartenenti alla classe A» viene categoricamente bocciata dai costituzionalisti. Si tratta di un criterio «definito ora per allora e con effetto retroattivo», annotano nella lettera che il presidente Valerio Onida ha indirizzato in queste ore ai colleghi delle associazioni di storia del diritto, di diritto penale, commerciale, amministrativo, e così via. Per annunciare che il direttivo dell'associazione dei costituzionalisti ha deciso di impugnare il decreto. E per invitare gli altri colleghi a fare altrettanto. Una valanga di ricorsi sta per piovere su viale Trastevere? Lo aveva predetto, in effetti, il ministro dell'Istruzione e dell'Università Francesco Profumo: «Il rischio è che si scateni un contenzioso che finisca per bloccare tutto». Anche per questo Profumo aveva deciso di correggere le regole per il reclutamento dei docenti universitari decise dal precedente governo con una riforma sperimentale che di fatto avrebbe sospeso l'entrata in vigore dell'abilitazione nazionale prevista dalla legge Gelmini. Il blitz non è riuscito. E dopo l'alzata di scudi del Pdl, la sperimentazione di Profumo è tornata, almeno per ora, nel cassetto. I timori dell'attuale ministro però erano più che fondati: dare attuazione alla abilitazione nazionale così come voluta da Mariastella Gelmini si sta rivelando un bel rompicapo. E il primo passo fatto dal governo tecnico per sbloccare le abilitazioni, a quasi due anni dall'approvazione delle legge 240, a quanto pare è un passo falso. E se a dirlo sono i costituzionalisti... Sono cominciate ieri le operazioni per la demolizione di un ecomostro nel Parco Sud di Milano. Si tratta dello scheletro di un edificio che sarebbe dovuto diventare l'albergo Monluè, in vista dei Mondiali di calcio Italia ‘90. Un hotel di 7 piani e oltre 300 camere per un volume complessivo di quasi 180mila metri cubi di cemento, rimasto incompiuto. «Oggi è una giornata importante, restituiamo alla città una parte di territorio sfregiato da questo ecomostro - ha detto il sindaco di Milano Giuliano Pisapia dopo i primi colpi della pinza meccanica - Ci sarà un grande parco, campi agricoli e uno spazio per i cittadini, che hanno protestato per venti anni, senza che in passato qualcuno li ascoltasse». «La Provincia si è impegnata affinché il territorio fosse restituito al verde ha dichiarato il presidente della Provincia di Milano Guido Podestà - Del resto, teniamo molto all'area che comprende il Parco Agricolo Sud Milano che, estendendosi su ben 61 Comuni del milanese, costituisce un'importante risorsa ambientale ed economica». I lavori di abbattimento e di smaltimento delle macerie, ha spiegato l'assessore al territorio della provincia Fabio Altitonante dureranno 4 o 5 mesi. L'hotel pensato negli anni ‘80 per i mondiali di calcio di Italia ‘90 non è mai stato terminato e negli anni è diventato l'«ecomostro» del Parco Sud di Milano, oggetto anche di una promessa della campagna elettorale di Pisapia, oggi rispettata. ITALIA Caos università «Il decreto è illegittimo» Studenti in aula universitaria FOTO LAPRESSE I costituzionalisti italiani impugnano i criteri per valutare gli aspiranti docenti universitari MARIAGRAZIAGERINA mgerina@unita.it Abbattuto l'ecomostro del Parco Sud di Milano 10 martedì 26 giugno 2012
L'INTERVISTA «Uno strazio senza fine». Per Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi, dopo la sentenza che ha condannato i poliziotti che l'hanno assassinato, l'incubo continua sulle pagine di Facebook «attraverso gli insulti rivolti alla memoria di mio figlio e a me». Si aspettava offese così forti proprio adesso? «No. Siamo rimasti esterrefatti. Pensavamo che, con la sentenza definitiva, finalmente avremmo avuto un po' di pace. È sette anni che gli assassini di Federico ci insultano con le loro false verità e attraverso i social network, nascondendosi dietro altre persone». Ora invece, l'attaccoè diretto. «Sì. Sono usciti allo scoperto. Perciò stavolta ho deciso di querelarli. Paolo Forlani non è la prima volta che cerca di colpirci. A marzo mi ha querelato solo perché ho scritto sul blog di Federico che, incontrarlo in un bar mentre rideva felice, mi faceva male». Cosa fapiùmale di questi insulti? «Il fatto che questi individui continuino a sostenere che hanno agito bene, dopo la violenza inaudita e pazzesca che hanno scaricato su mio figlio. È qualcosa di pericoloso che mi spaventa. Come mi fa paura che l'associazione “Prima difesa” tuteli queste persone. Ma cosa vorrebbero, che gli venisse riconosciuta la licenza di uccidere?» Dadove arriva tantaspavalderia? «Dal fatto che, finora, le istituzioni e la politica non sono intervenute per applicare le sanzioni disciplinari che si meritano questi agenti. Dev'essere fatto al più presto e, quest'ultimo episodio, può fornire elementi importanti di valutazione». Sono passati 7 anni da quella mattina del 25 settembre, cosa prova nei confrontidegli assassini di suo figlio? «Più della rabbia, che c'è sempre, adesso provo un grande schifo. Sono dei mostri, mi disgustano». Inquestiannisièdataunaspiegazione dicosa è successodavvero? «Sono convinta che Federico sapesse qualcosa e lo volessero ridurre al silenzio. Doveva essere una punizione ma gli è scappata la mano. Spero che, prima o poi, chi sa qualcosa, parli». Cosa farete quando finalmente finirà questavicenda? «In questi anni non siamo mai riusciti a piangere nostro figlio da soli. Siamo stati costretti a correre da un tribunale all'altro. Vorremo un po' di serenità anche se non potremo mai darci pace. La mancanza di Federico è continua: è come se ci fosse sempre in sottofondo un rombo di tuono. E la cosa più brutta è che è morto senza ragione. Un fatto del genere non deve mai più capitare. Per questo deve essere approvata la legge sulla tortura». «Sono mostri, quelle frasi per noi uno strazio senza fine» Dopo tre giorni di insulti da postribolo e indignati rigurgiti per non si sa quale onore e quale patria, finalmente è arrivato un po' di buon senso. Emanuele Franchi, militare con un bel basco azzurro e fili bianchi di barba, ha messo un punto al delirio: «Pensavo fosse una pagina di onestà e giustizia. Dai commenti che leggo non lo è. Non posso nè giustificare nè assolvere chi, dietro una divisa, si nasconde per poter sfogare il proprio istinto animalesco». Sulla terribile fine di Federico Aldrovandi e sul processo che ne è seguito, la Corte di Cassazione ha appena messo l'ultima parola, rendendo definitive le condanne ai quattro poliziotti accusati di omicidio colposo, «derubricato» in virtù del loro ruolo di pubblici ufficiali a eccesso colposo. Da quando mondo è mondo, dopo il terzo grado di giudizio si spegne tutto e si va a casa, nel rispetto della legge, delle vittime e ha il destino amaro di rimanere a piangerle. RETEAVVELENATA Ma ai tempi di Facebook può succedere di tutto, anche che un gruppo di persone usino la rete per aggredire verbalmente un ragazzo di 18 anni che ha finito la sua brevissima vita senza fiato, e in una pozza di sangue, non esattamente l'effetto del malore che molti si sono affrettati a raccontare, e la sua mamma, che vive da 7 anni un dolore sordo, pesante e sempre più simile ad un incubo. Come se quel figlio primogenito le sia stato strappato dal grembo un numero infinito di volte. Il gruppo “”Prima difesa due” si propone di difendere i diritti dei «nostri ragazzi», ossia di tutti quelli che vestono una divisa. Ne è presidente tale Simona Cenni, di cui nonostante l'evidente impegno e statura morale, non è facile trovare note biografiche. 43anni, ex compagna di un maresciallo dei carabinieri morto in servizio e fondattrice dell'associazione che assiste le forze dell'ordine legalmente, se è vero che oltre a due dei quattro poliziotti condannati per Aldrovandi (Paolo Forlani, Monica Segatto, Luca Pollastri e Pontani), cura anche la tutela di 7 imputati del processo per il G8. Risulta anche coordinatrice regionale per le Marche di Azione sociale, il movimento di Alessandra Mussolini. Ed è lei, insieme a Paolo Forlani e Sergio Bandoli, destinataria della querela per diffamazione e «ogni altro possibile reato» che Patrizia Moretti, mamma di Federico, ha presentato ai carabinieri di Ferrara. Sul pestaggio all'Ippodromo, quell'alba di settembre, con due manganelli rotti, ha detto una cosa che è un biglietto da visita: «La maggior parte dei manganelli della polizia sono vecchi». La traduzione, suppergiù, suona: «Che colpa ne avevano, se picchiavano con attrezzi di pastafrolla?». CATENA DI INSULTI Nella discussione che è diventata l'occasione per lapidare verbalmente vittima e familiari, Forlani ha fatto la parte del leone. «Adesso non stò più zitto dico quello che penso e scarico la rabbia di sette anni di ingiustizie. Ma che faccia da culo che aveva sul tg, una falsa e ipocrita, spero che i soldi che ha avuto ingiustamente possa non goderseli come vorrebbe» ha scritto l'agente condannato (e tuttora in servizio, come gli altri tre colleghi, in città diverse da Ferrara) contro Patrizia. Tale Sergio Bandoli, un alpino con tanto di penna sul cappello, ha rincarato la dose: «La madre, se avesse saputo fare la madre, non avrebbe allevato un “cucciolo di maiale”, ma un uomo». Anche la presidentessa ci ha messo del suo: «Avete sentito la mamma di Aldrovandi, fermate questo scempio per Dio. Vuole che i 4 poliziotti vadano in carcere. Io sono una bestiaaaaa». Anche per questo, ci sono le minacce, tra i motivi della querela, ma non mancano le accuse alla famiglia di Federico, un giovane in preda ad alcool e droghe per colpa dei genitori. Bologna, in migliaia al concerto pro terremotati «Nonè laprimavoltache quelpoliziottoprovaad attaccarci.Macosavuole questagente,chegli vengariconosciuta la licenzadiuccidere?» Tutto esaurito per il «Concerto per l'Emilia» l'evento di solidarietà per le popolazioni colpite dal terremoto che ha visto esibirsi ieri sera sul palco dello stadio Dall'Ara di Bologna i cantanti dell'Emilia Romagna. Allo stadio bolognese sono arrivate più di 40mila persone. Più di quelle che gli organizzatori si attendevano. Una serata di festa che si aperta sulle note di Zucchero («Il suono della domenica; Per colpa di chi»), a seguire quelle di Guccini («Il vecchio e il bambino»). Il cantante di Pavana ha anche duettato con Caterina Caselli cantando il grande successo «Per fare un uomo». Poi è stato il turno di Ligabue («Un giorno di dolore» e «Il meglio deve ancora venire»). A seguire, in una serata piena di emozioni, tutti gli altri. I Nomadi con «Io voglio vivere» e «Io vagabondo», Alessandro Bergonzoni con la lettura di «Lettera alla terra», gli Stadio con Gianni Morandi che hanno cantato «Chiedi chi erano i Beatles». E poi ancora Nek: «Lascia che io sia; Da qui», Morandi e Gaetano Curreri con «Piazza Grande», Samuele Bersani: «Giudizi universali», ma anche Paolo Belli con «Un giorno migliore; Noi cantiamo ancora», Luca Carboni («Mare Mare; Silvia lo sai, Mi ami Davvero»), Cesare Cremonini «Mondo» che poi ha duettato con la Pausini con «L'anno che verrà» un tributo che i due artisti hanno voluto fare a Lucio Dalla, il cantante bolognese morto alcuni mesi fa per un arresto cardiaco. In tutti una ventina di musicisti, presentati da Fabrizio Frizzi, che hanno regalato alla gente emiliana un sorriso. Che poi era anche il tema della serata. «Ripartiamo col sorriso» era infatti il titolo, ma anche il messaggio, del filmato prodotto da Apt Servizi e dedicato all'Emilia colpita dal terremoto che è stato trasmesso allo stadio Dall'Ara di Bologna. L'Emilia è un territorio, ricorda Apt servizi, l'azienda di promozione turistica locale, abitato da «gente forte e autentica, solare e genuina». Un carattere «che nemmeno il terremoto ha potuto scalfire», raccontato con musica e immagini. Per spiegare «cosa è davvero l'Emilia-Romagna. Chi la abita e chi ci lavora. E con passione». «Il sorriso della gente emiliano-romagnola - diceva il filmato - dal salumiere alla gelataia, dalla massaia alla fiorista, alla mosaicista, al maestro di sci. Un sorriso contagioso, che attraversa le valli, le città e le campagne, sale sulle cime innevate e rotola in riva all'Adriatico». La partecipazione di tutti i protagonisti è stata a titolo gratuito e i proventi della vendita dei biglietti saranno interamente devoluti in beneficenza per sostenere progetti a favore delle zone terremotate. «È un momento di grande solidarietà in cui ci sentiamo tutti uguali sullo stesso livello. Sul palco saliremo solo cantanti emiliani e romagnoli, tutti uguali e canteremo per le persone bisognose» ha detto Nek a proposito della serata. Il cantante ha proseguito: « Questo evento vuole raccogliere sì i fondi per i terremotati, ma soprattutto portare un po' di serenità nelle tendopoli». Emozionata anche Caterina Caselli: «Mi sento stasera una debuttante». ITALIA «È un cucciolo di maiale» L'ultima offesa ad Aldrovandi La madre di Federico, Patrizia Moretti, il fratello, Stefano, e il padre Lino alla lettura della sentenza nel luglio del 2009 FOTO ANSA Su Facebook un gruppo attacca Federico e la mamma Patrizia, che querela tre persone Tra gli interventi anche quelli di uno dei quattro poliziotti condannati SALVATOREMARIARIGHI ROMA PatriziaMoretti PAOLA BENEDETTAMANCA FERRARA . . . Zucchero il primo sul palco, poi Guccini e Ligabue: «È bello e importante essere qui» FELICEDIOTALLEVI BOLOGNA martedì 26 giugno 2012 11
Un patto tra progressisti e moderati, che travalichi la tecnica di fine legislatura e si faccia politica nella prossima. Con un colpo, anzi due, in rapida sequenza come gli è proprio (intervista al “Corriere della Sera”, rilanciata in mattinata alla Direzione dell'Udc), Pier Ferdinando Casini dichiara chiuso il dialogo con un Pdl tutt'altro che deberlusconizzato e apre al Pd, spingendo sull'opportunità di proseguire la collaborazione oggi in atto: «La prospettiva è un patto tra progressisti e moderati per affrontare l'emergenza di lunga durata, imposta dalla crisi economica. Oggi si è realizzato con il governo tecnico, ma la strada è un governo politico nella prossima legislatura», dice a margine dell'appuntamento di partito. Una direzione che per il leader Udc va riprodotta e percorsa in parallelo anche in Europa, con un «patto tra Ppe e Pse» che consenta di arrivare agli «Stati Uniti d'Europa». Una «prospettiva», anche transnazionale, nella quale per Casini di fatto il Pdl non rientra. «Esserci o no è un problema loro, ma basta andare in Europa per capire che il Ppe non ha niente a che fare con chi vagheggia, anche solo per populismo, l'uscita dall'euro», spiega l'ex presidente della Camera, alludendo alle dichiarazioni anti-euro pronunciate da Silvio Berlusconi qualche giorno fa. Parole che piacciono assai al segretario del Pd Pier Luigi Bersani: «Si tratta di un passo importante, che rende evidente come in Italia, ma non solo, bisogna costruire un patto tra le forze riformiste costituzionali, contro una destra che viene risucchiata inevitabilmente da posizioni populiste, con parole d'ordine pericolosissime», spiega intervistato da Youdem (mentre Marco Follini, che sei anni fa lasciò l'Udc per il Pd, gongola: «Il tempo dà ragione a scelte giuste»). Il leader del Pd affronta con una battuta la missione di Monti alla prossima riunione del Consiglio Europeo: «Dal premier mi aspetto un gol alla Pirlo. Anche se mi rendo conto che la porta verso cui deve calciare Monti ha molti portieri». PDLSPIAZZATO Le parole di Casini naturalmente, spiazzano il Pdl: «Escludendoci pregiudizialmente, Casini apre un problema politico di fondo», dice il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto, derubricando l'ipotesi a una «riproposizione del centrosinistra classico, con Casini al posto di Prodi». Gianfranco Rotondi acutamente osserva: «Il leader Udc pone fine politicamente alla legislatura: annunzia il patto Udc-Pd, chiede la spaccatura del Pdl». Che si tratti di una mossa studiata nel quadro di accelerazione verso le elezioni è, in effetti, fuor di dubbio. Il segretario Udc Lorenzo Cesa, infatti, già affronta la questione della governabilità e vorrebbe stracciare la foto di Vasto: «Il Pd è alle prese con i rottamatori, e con Vendola e Di Pietro. Come ne uscirà è imprevedibile, però i fatti dimostrano ogni giorno di più che la foto di Vasto era davvero la vecchia foto dell'Unione, con qualche faccia diversa: ma con i fratelli-coltelli non si governa». Più che spaccare il Pdl – operazione peraltro prossima a divenire superflua - Casini vuole infatti riposizionarsi in fretta in vista del voto, archiviando l'idea (per lui seduttiva e, tutto sommato più semplice) di poter dialogare con il partito di Alfano e intanto attirare a sé quegli elettori: una tentazione ben presente fino alla tornata amministrativa, ma bocciata proprio dall'esito del voto (Pdl a picco, ma nessun guadagno per l'Udc). Adesso, poi, che Alfano – unico interlocutore possibile per i centristi - è davvero marginalizzato da un Berlusconi risorgente, ogni dubbio è stato spazzato via («la solidità del gruppo dirigente del Pd è più forte di quella del Pdl», ha spiegato Casini al Corriere). Tanto più perché, sul fronte opposto, un personaggio con le posizioni di Matteo Renzi (sia dentro il Pd, che fuori) potrebbe rivelarsi presto un competitor ingombrante. E allora tanto vale affrettarsi a occupare quello spazio, prima che altri lo facciano, tentando per quanto possibile di scompigliare il quadro (anche quello delle alleanze, e infatti Sel e Idv storcono il naso). Solo «possibile» o sempre più «pro-babile»? Sta tutto qui, in questa di-sputa che pare lessicale ma è tutta politica, il groviglio che in queste ore sta interrogando i palazzi della politica romana. Di che si tratta? Della «crisi di luglio», del default del governo dei professori, dello spettro di elezioni anticipate ad ottobre. Perché, nonostante l'ipotesi di un Monti bis (sostenuto da Pd, Udc e dall'ala moderata del Pdl), stia circolando, ai piani alti del Nazareno, sede dei democratici, viene esclusa anche dai più simpatizzanti per i professori. «Se Berlusconi fa la crisi si torna alle urne», è il refrain che si sente ripetere. Date per scontate l'approvazione prima del vertice europeo di giovedì della riforma del lavoro e delle mozioni dei tre partiti di maggioranza di sostegno a Monti nell'azione europea (difficile che si arrivi a un testo unitario), nel mese di luglio le occasioni per un “incidente di Sarajevo” non mancano. Ma i falchi del Pdl potrebbero passare all'azione già prima, subito dopo il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno, utilizzando come clava l'eventuale (ma sempre più probabile) magro bottino raccolto dal premier tecnico. La tentazione è fortissima. Resta da capire, naturalmente, cosa farà Berlusconi, ma il veleno che il Cavaliere ha inoculato nel governo con le sue sparate contro l'euro e la Germania ha già scavato un solco profondo. A palazzo Chigi, per la prima volta, l'ipotesi di voto a ottobre comincia ad essere presa in considerazione. Mario Monti ha letto con attenzione quanto scritto ieri dal Times di Londra. «Restare alla guida del Paese in modo inconcludente non servirà a salvare l'Italia o l'euro», ha scritto l'ex direttore dell'Economist Bill Emmott. «Sarebbe meglio che ora Monti sfidasse i partiti a farlo cadere. Se questo dovesse accadere, com'è probabile, almeno le elezioni anticipate servirebbero a spazzare via la nebbia politica». In particolare, il quotidiano britannico invita a dissipare al più presto quello stato d'incertezza su chi governerà la terza economia dell'eurozona. Non è un mistero che l'idea di un Grillo secondo partito italiano, in questi giorni, sia un ulteriore elemento di turbolenza anche per i mercati. Anche perché con la Lega e i falchi berlusconiani il fronte euroscettico rischia di sfiorare il 40%. Argomenti utilizzati venerdì scorso a Roma da Monti nei colloqui con Angela Merkel, che pure si era lamentata per le sue difficoltà interne. «Anch'io ho le mie grane», è stata la replica del premier italiano. Consapevole di giocarsi al vertice di Bruxelles forse l'ultima chance per dare un senso a questo “secondo tempo” a palazzo Chigi, di qui al prossimo febbraio. Del resto, restare come un San Sabastiano, infilzato dal populismo di Berlusconi e dai nein della Cancelliera, è un'ipotesi che potrebbe essere persino controproducente. «Non possiamo restare al governo a dispetto dei Santi», ha spiegato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Antonio Catricalà. «Se si affermerà l'idea che bisogna andare al voto, noi non potremo farci nulla». È proprio questo lo stato d'animo che si coglie tra i ministri. Un certo fatalismo rispetto alle sorti dell'esecutivo, l'idea che, come spiega uno di loro, «noi andiamo avanti a lavorare, sapendo che la sopravvivenza del governo non dipende da noi, finché dura dura...». Una sorta di rassegnazione di fronte all'inerzia degli eventi, che potrebbe, in assenza di una robusta diga, portare dritti alla crisi di luglio e allo scioglimento delle Camere già ai primi di agosto. Oggi Monti, che ieri è stato ricevuto al Quirinale da Napolitano, incontrerà Berlusconi e Alfano, a seguire anche i summit con Bersani e Casini. Occasioni, soprattutto la prima, per verificare quanto spazio c'è per immaginare di proseguire la navigazione. Che l'allarme sia alto lo conferma anche la telefonata di ieri del presidente Obama a palazzo Chigi. Per chiedere ragguagli non solo sul vertice europeo, ma anche «sull'evoluzione del dibattito politico in Italia sull'euro». Pd e Udc giudicano «irresponsabile» il tentativo del Cavaliere di votare a ottobre. Ma si attrezzano. Consapevoli che, come spiega una fonte autorevole del Pd, «questa maggioranza non tiene più». Ieri, parlando col Corriere, Casini ha aperto al patto tra «progressisti e moderati» da tempo evocato da Bersani. Un messaggio chiaro al Cavaliere: se insisti col populismo io mi alleo con i democratici. Ma c'è qualcosa di più di una mossa tattica nelle parole del leader Udc. Non solo una «minaccia», ma anche una scelta politica, l'idea appunto di un patto per la ricostruzione tra forze distinte ma accomunate da idee comuni sul futuro dell'Europa. «Berlusconi ci costringe ad anticipare i tempi di una scelta che comunque era nelle cose», spiegano fonti centriste. La nascita di un «asse per governare l'Italia» tra Pd e il nuovo polo che si costituirà attorno all'Udc, a molti è sembrato l'inizio della campagna elettorale. Voto a ottobre? Monti non vuole «tirare a campare» «Berlinguerhaavuto unmerito incancellabile,che ciha consentito unanuovavita». Loha detto MassimoD'Alema, intervendo insiemea Pierferdinando Casinial convegnomoderatodal direttore de l'Unità ClaudioSardo, che a Sassariha concluso le iniziative organizzatedalla Fondazione EnricoBerlinguerper i novant'anni dallanascita di Berlinguer. Un incontrodedicatoagli anni ‘70, che furono il cuore dellapolitica di Berlinguer,anni moltospesso dimenticati, machehanno consegnatoalla nostrastoria un'eredità importante. «Perme è statouna guidapoliticae un punto di riferimento. Senza l'originalità e l'improntadi Berlinguer, senza il trattoche luiha datoal partito comunista,non sarebbestato possibileoggi per la sinistra italiana eper il Pdessereprotagonistadella scenapolitica», hasottolineato D'Alema, insistendosulla necessità distudiare Berlinguer e il suo pensieronella sua interezza,«senza farloapezzi». «Questoè fondamentale anche per lapolitica di oggi.Tanti, nella classedirigente, pensanooggi di poter farepiazzapulita delle radici dellastoria italiana -ha aggiunto D'Alema-ma le forze democratiche devonoribellarsi aquest'idea». «Ioconsideravo Berlinguer un avversario.Maquella stagione - ha invecesottolineato Casini -è stata contrassegnatada ungrande rispettotrachi stava su fronti diversi.E allo stessotempofu segnatadalla consapevolezzache davantialla crisi era necessario mettere in primopiano l'interesse nazionale.Un atteggiamento,quello vissutonell'esperienza degli anni Settanta, chepurtroppo èmancato inquesta SecondaReppubblica». ILCASO ASassariD'Alema eCasini ricordanoBerlinguer «Renziè unragazzo intelligente e simpatico.Gioca l'eternapartita giovanicontro vecchi.Locapisco bene,dicevo anche io lestesse cose anche io tanti anni fa.Ma capisco il corpodelPd che lorespinge. Renzi, obiettivamente,per molti aspetti è allamiadestra.Bastapensarealla santificazionedi Marchionne». Così PierFerdinando Casini sul sindaco di Firenze,probabile sfidantedi Bersanialleprimarie «aperte». Il leaderdell'Udc aquestoproposito suggerisceanche che leprimarie venganofattesul modellodegliStati Uniti, «dovesiè iscritti al registrodei DemocraticiodeiRepubblicani». E conclude:«Se leaprono atutti, ci sarannotanti delladestra anti-Pd cheandranno avotareRenzi». DaPalazzo Vecchio,nessun commentoalle paroledel leader centrista.Renzi - si fasapere - non è interessatoareplicare. Chi commentapolemicamente leparole diCasini è Debora Serracchiani: « Bene, finalmentescopriamo che Casiniha unasuacollocazione» dice. L'europarlamentaresabatoscorsoè stataal BigBang deisindaci, organizzatoda Renzi. Chesia in atto unriavvicinamentocon il sindaco di Firenze in vistadelle primarie? Nell'entouragedel rottamatore non si sbilanciano.L'attenzione è tutta per la prossimaassemblea nazionale delPd, chepotrebbedare il via liberaallacandidatura di Renzi.Fra i collaboratoridel sindaco di Firenze c'èuncauto ottimismo eper qualcunoRenzi potrebbe annunciare la suascesa in campo controBersani, entro la metà di luglio.Praticamente qualchegiorno dopo l'assemblea nazionaledei democratici. Il sindaco di Firenze restaperòfermamente contrarioad unalbodeglielettori. OSVALDOSABATO ILCENTROSINISTRA Casini sfida il Pd Bersani: sì all'intesa Il leader Udc apre al patto tra progressisti e moderati per affrontare il dopo Monti Il segretario Pd accoglie con favore la svolta: «Passo importante contro la destra populista» SUSANNATURCO ROMA ILCONVEGNO Davantiall'opera didestabilizzazione diBerlusconi, ilpremier riflettesulloscenariodiuna crisi. Il consigliodelTimes: leurnealpostodellanebbia ILRETROSCENA ANDREACARUGATI ROMA Il leaderUdc:«Renzi? Èallamiadestra» Il sindaco: nocomment . . . La mossa del leader centrista in un quadro di accelerazione verso il voto anticipato 2 martedì 26 giugno 2012
Antonio Funiciello L'intervento Mandati parlamentari Valutiamo il merito CaraUnità PER QUANTO BIZZARRO POSSA APPARIRE,UNA DELLE FACCENDE PIÙ DIBATTUTE NEL Pd, quella del limite dei tre mandati parlamentari, è a conti fatti una questione che non esiste. Cioè a dire, una questione che non ha rilevanza oggettiva, per quanto possa avere una certa efficacia demagogica. Siccome è impossibile (e incostituzionale) stabilire in valore assoluto quale debba essere il numero massimo di legislature per un parlamentare, per farsi un'idea della cosa è necessario confrontare la situazione del Pd con quella dei partiti cugini europei. Partiti più vecchi e collaudati del Pd, che hanno cent'anni più dei democratici e agiscono in democrazie più efficienti di quella italiana. Se stiamo alla composizione del gruppo del Pd della Camera al momento della sua formazione, la media di legislature dei suoi membri è 2,05. I deputati democratici hanno in media due mandati a testa. Confrontando il dato con Germania e Gran Bretagna, i due poli culturali d'attrazione per antonomasia, appuriamo che i parlamentari dell'Spd al Bundestag hanno in media 3,40 legislature ognuno; mentre quelli del Labour a Westminster ne hanno in media 3,44. Entrambi quasi il doppio dei democratici. Il dato fa il paio con quello dell'età media delle compagini parlamentari. Stando all'anno di formazione dei gruppi considerati, il Pd vanta la rappresentativa con l'età media più bassa: 50,3; segue l'Spd con 51,9 (+ 1,6 sul Pd) e il Labour con 52,2 (+ 1,9 sul Pd). Tanto per aggiungere qualche altro numero: l'età media dei socialisti all'Assemblea nazionale francese (quella precedente al rinnovo) è 55,1 (+ 4,8 sul Pd); quella dei Democratici americani alla Camera dei Rappresentanti è 60,1 (+ 9,8 sul Pd). Non bastassero i parlamentari, anche il confronto anagrafico tra l'età media della segreteria di Bersani (43,4) con quella di Gabriel 46,4 (+ 3 sul Pd) o col governo ombra di Miliband 48,6 (+ 5,2 sul Pd), segnala la gagliarda giovinezza del Pd. Questi i numeri, nella loro fredda eloquenza. Ciononostante, i custodi irreprensibili dello statuto del Pd invocano il rispetto religioso dell'articolo 21 comma 3 che recita: «Non è ricandidabile per la carica di componente del Parlamento nazionale ed europeo chi ha ricoperto detta carica per la durata di tre mandati». Ma quanti diavolo sono questi parlamentari di cui si farebbe a meno rispettando il dettato statutario? Stando all'attuale composizione dei gruppi, 15 alla Camera e 11 al Senato (dove la media delle legislature dei senatori democratici è 2,24), il 7,5% della compagine camerale e il 10,8% di quella senatoriale. Si libererebbero insomma 26 posti, meno del 10% del totale (301) degli attuali parlamentari del Pd. Ammesso ovviamente che nessuno ottenga una deroga, che lo stesso statuto deliberante il limite della durata dei tre mandati, contempla all'articolo 21 comma 8. Deroghe di cui ha parlato il responsabile organizzazione Stumpo nel numero di 30, che sarebbero dunque più che sufficienti per salvaguardare tutti i fuori quota. Molto rumore per nulla? Parrebbe. Non fosse la cantilena del rispetto della lettera statutaria una musichetta demagogica che va molto nei salotti buoni e nella piazza della rete, dove sparlare del Pd è considerato disciplina olimpionica. Come ogni taglio lineare, anche l'applicazione dell'articolo dello statuto sulla durata dei tre mandati è un'operazione intrinsecamente stupida. Resterebbero fuori alcuni dei migliori parlamentari del Pd, migliori perché il loro lavoro risulta qualitativamente cruciale per la resa del gruppo d'appartenenza. Una qualità facilmente verificabile e apprezzabile. Quest'ultimo è l'aspetto politico che più stupisce della gazzarra sui tre mandati. Al di là del fatto che, come empiricamente constatato, la mera applicazione dello statuto libera pochissimi posti, non si capisce perché la conferma dei parlamentari oggi in carica non debba essere vincolata alla verifica delle loro prestazioni. Anche dei parlamentari con una o due legislature. Ancor più se il totale dei parlamentari italiani dovesse essere ridotto con riforma costituzionale (o se malauguratamente il Pd non dovesse rileggere i 301 che conta), sarebbe essenziale valutare chi più merita di restare e chi, viceversa, può lasciare il posto ad altri più capaci. Cioè quello che fanno tutti i partiti d'Europa, i cui gruppi dirigenti si assumono la responsabilità e la funzione politica di orientare la scelta dei rappresentanti del popolo eletti nelle loro liste. Così fanno anche i laburisti britannici, che hanno piccoli collegi uninominali e non fanno (sic!) le primarie per scegliere i candidati. Anzi, l'intero gruppo dirigente del Labour è eletto da almeno due mandati in collegi che nulla hanno a che vedere coi luoghi di nascita o di residenza degli eletti, e che la sinistra vince, ininterrottamente, da duecento anni. I fratelli Miliband, il ministro ombra economico Ed Balls, il ministro ombra degli interni Ivette Cooper... tutti catapultati in collegi che più rossi non si può. E vallo a spiegare, a quelli del Labour, che il loro partito è meno democratico del Pd! Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense,131/L_0154_Roma lettere@unita.it Dialoghi Piacere a questa destra è pericoloso SEGUEDALLAPRIMA Sta di fatto che sono venute meno le certezze del monopolio e anche la favola della competizione Rai-Mediaset, con la «qualità televisiva» della cultura Rai contro le telepromozioni e le veline, anticipazione e metafora del berlusconismo. Si trattava in realtà di un patto di cartello collusivo, attento soprattutto a non far entrare altri nel gioco grosso della tv e a coordinare le rispettive influenze politiche: comunque è finito. Le sei emittenti storiche (Rai 1, 2, 3, Canale 5, Italia 1 e Retequattro) oggi raccolgono insieme, nella più pregiata fascia della prima serata, il 66% del pubblico televisivo (17,3 milioni di italiani), mentre negli anni d'oro del duopolio superavano il 90%. Un pubblico ancora numeroso (e anziano), ma l'intero edificio generalista e nazionalpopolare scricchiola, non rappresenta più lo spirito del tempo. Non sono dati segreti, ma rilevazioni Auditel recenti e accessibili a tutti (http://www.primaonline.it/2012/06/15/107359/tv-nazionali-maggio-2012/). La Rai intanto si è dotata di altri 11 canali digitali, tutti gratuiti, secondo una strategia confusa di occupazione di spazi più che di missione editoriale. Fra tanti canali e tanti diversi mezzi per fruire di contenuti audiovisivi (satellite, Internet, YouTube, i tablet ecc.), quali sono le missioni sostenibili, e valide per la cultura del Paese, proprie del servizio pubblico? Non ci è dato sapere. Intanto l'immagine Rai si confonde e si attenua. Poi c'è il problema delle risorse economiche. Il fatturato di Sky supera ormai sia quello di Mediaset sia (dall'ottobre 2011) quello della Rai, e ne fa dunque la prima industria culturale del Paese: anche se si tratta di aggregare più che di produrre, un po' come assemblare in Italia un'auto le cui parti sono fatte in Cina. La Rai non ha accesso alla tv a pagamento che per Sky si è dimostrata finora la più dinamica delle risorse, ma solo al canone e a una pubblicità che è stagnante: sia per la crisi, sia perché non è contenta dei dati di ascolto che vi abbiamo appena mostrato, e guarda sempre più ad Internet. Un conto economico perennemente a rischio: tra grida manzoniane sulla repressione degli evasori del canone e la speranza che gli italiani vedano la tv per dimenticare i dispiaceri (una tv «anticiclica»), la Rai è economicamente e finanziariamente debole e quindi molto ricattabile. Due banchieri guideranno, a quanto sembra, l'azienda: si applichino a ottenere fonti certe di finanziamento. L'unica sembra il collegamento tra pagamento del canone e bollette elettriche, che colpirebbe frontalmente l'evasione; nei loro primi cento giorni hanno forse la capacità di ottenerlo. La vendita dei gioielli di famiglia potrebbe non dare gli effetti sperati, come sempre accade in questi casi e i banchieri ben sanno. L'organizzazione aziendale della Rai non regge più. È una stratificazione di organigrammi continuamente aggiunti senza mai abolire quelli precedenti. I meccanismi decisionali di palinsesto e di produzione (cosa e dove mandiamo in onda? Produrre in proprio o acquistare? Da chi? Con quali parametri e criteri?) sono opachi, tortuosi, e contabilizzati male. La mission si disperde in mille rivoli e duplicazioni. Come per le troppe testate giornalistiche, sedi regionali, società. Gli studios Rai faticano a stare al passo dell'innovazione tecnologica, mentre molta produzione va all'esterno, o con formule ibride non sempre convincenti. Il servizio pubblico raccoglie ancora il più qualificato gruppo di operatori della comunicazione, sia nel comparto ideativo che in quello tecnico, ma rischia di perderlo. Oggi i contenuti audiovisivi sono abbondanti e onnipresenti. Il prodotto internazionale è fin troppo diffuso, commercializzato, adattato ai vari mercati fra cui il nostro. Ciò che serve è invece un'intelligente, non autarchica, valorizzazione delle identità e delle culture italiane (il plurale è d'obbligo). Essa non coincide necessariamente con ascolti oceanici, esibiti come unica prova della validità di un programma, e richiede un'attenzione curiosa a tante nicchie e segmenti della popolazione, contando prevalentemente su un canone attribuito (se si legge bene il contratto di servizio) proprio per questo. La Rai può ancora farlo; ma non rimane molto tempo. Idocentidi latinoegreco I docenti di latino e greco, in possesso di abilitazione per insegnare le materie letterarie in qualsiasi istituto di istruzione di primo e di secondo grado, denunciano la pesantissima discriminazione di cui sono vittime a causa dei criteri assolutamente illegittimi e antimeritocratici, adottati per l'assegnazione degli insegnamenti di lettere alle diverse classi di concorso della scuola secondaria oggetto della riforma Gelmini; tali criteri, dettati esclusivamente da logiche di risparmio, hanno il chiaro fine di ricollocare gli esuberi di personale prodotti dai tagli, senza badare alle specializzazioni degli insegnanti e alla professionalità da loro maturata attraverso le esperienze sul campo. Ne deriva che i docenti di latino e greco, già assurdamente relegati ad insegnare nel solo liceo classico, si vengono addirittura a trovare “in concorrenza” con altre classi di concorso, mentre, d'altro canto, viene loro preclusa la possibilità di partecipare a pieno titolo all'assegnazione degli incarichi, sia a tempo determinato che indeterminato, negli altri istituti di istruzione superiore. Oltre al danno poi la beffa: nei numerosi incontri avuti al Miur con sottosegretari e funzionari, di questo e del precedente governo, gli insegnanti di latino e greco continuano a sentirsi ripetere, da due anni, che le loro rivendicazioni sono legittime e fondate ma, nei fatti, poi nessun atto risolutivo per porre rimedio ai danni prodotti fin ora è stato avviato da parte del Ministero, che sembra così confermare un'ingiustificabile incoerenza tra dichiarazioni sostenute e scelte effettuate. SergioRossetti I lampadari trafugatidaBalbo I giornali che hanno magnificato il salvataggio dei lampadari monumentali in vetro di Murano estratti con una sofisticata gru dalla enorme breccia nel muro del Municipio di Sant'Agostino, hanno citato il fornitore: Italo Balbo. Curiosità, ma dove li aveva presi il gerarca? Solo pochi hanno citato la provenienza: il Castello estense di Ferrara. Già, ma a che titolo? Forse comodato, essendo il municipio di Sant'Agostino sede dei veglioni a cui amava partecipare con i camerati per le sue… pubbliche relazioni. Ma in questo caso, non essendo ipotizzabile altra destinazione d'uso, perché non si è provveduto alla dovuta restituzione? Che ne pensano gli storici ferraresi, anche se ben altri oggi sono i problemi nati dal terremoto?… I greci hanno chiesto agli inglesi la restituzione dei fregi del Partenone. E Ferrara? AngeloRavaglia Aiutiamola fragile rosasiriana Le cronache sanguinose di questi giorni sul dramma siriano parlano di massacri e di qualche iniziativa diplomatica o pre-militare di alcune potenze, ma non riportano notizie di iniziative che andrebbero aiutate. Mi riferisco al movimento “Mussalaha” (riconciliazione) sbocciato come una rosa sulle macerie di un Paese prigioniero di terribili violenze contrapposte, partito proprio dalla città di Homs. Ne hanno parlato alcune agenzie stampa (Fides) e alcuni siti (Peacelink). Mussahala vuol essere un tentativo del tutto siriano, senza manipolazioni esterne, una “terza via” alternativa al conflitto armato e a un possibile intervento militare dall'estero. Cerca di colmare il vuoto provocato dal rumore omicida delle armi. È un'iniziativa ecumenica e interreligiosa. Fra i promotori vi sono i cristiani di Homs, di tutte le confessioni. SergioParonetto Ora si dice (Renzi) che piacere alla destra «non è un delitto» e, certo, se la peggiore destra italiana vuole incensare qualche apprendista rottamatore, lo può fare. Ma se vuole contribuire all'elezione del suddetto rottamatore quale leader del centro sinistra alle primarie, allora no, la democrazia non c'entra! MASSIMO DELLA FORNACE Vedere in sequenza nei telegiornali di sabato Renzi e Bersani che presentano a platee diverse dello stesso partito posizioni diverse sul futuro dello stesso partito non è stato piacevole. Un partito è un partito, un'associazione di persone che si rispettano fra loro soprattutto perché condividono un'analisi della società in cui vivono, un pensiero e degli obiettivi a breve o medio termine e i dissensi, al suo interno, si affrontano parlandosi. Guardandosi in faccia, cercando di capire le ragioni ed i pensieri dell'altro. È soprattutto per questo motivo che io da vecchio (rottamabile) ex Pci, più lui si muove e più provo fastidio di fronte alle proposte provocatorie di Renzi e più sento rispetto per le difficoltà vissute da Bersani, quello che è segretario del partito sulla base di primarie svolte da poco tempo e che con tanta fatica sta cercando di tenere la barra dritta in una situazione difficile: per il partito e per il paese. Rottamare persone superate nei fatti è brutto ma in alcune situazioni può essere anche necessario. Rottamare il metodo del dibattito democratico per affermare l'importanza del proprio punto di vista cercando simpatie nel campo avversario ha provocato già guai molto serii nella sinistra e nel Pd. Quello che piace agli avversari, purtroppo, è soprattutto la possibilità di sgozzare l'agnello che si offre loro per il sacrificio. L'analisi Ripensare la «mission» per salvare la Rai . . . Il problema non è solo quello delle risorse . . . Serve ridefinire l'identità dell'azienda Enrico Menduni COMUNITÀ . . . La pura applicazione dello statuto del Pd libererebbe soltanto pochi posti. Seguire l'esempio dell'Europa 16 martedì 26 giugno 2012
24 martedì 26 giugno 2012
Atipiciachi? Berta e la mancata svolta alla Fiat Bruno Ugolini Giornalista La tiratura del 25 giugno 2012 è stata di 95.004 copie SEGUEDALLAPRIMA Gli avversari l'hanno definita una «mossa elettorale» e mi viene da dire: tanto meglio. E proprio perché si tratta di una scelta politica che, certamente, avrà il suo peso nella prossima campagna elettorale, ma che non ha alcunché di estemporaneo o strumentale. Al contrario, è una mossa elettorale sacrosanta e intelligente, oltre che coraggiosa, che nasce da una seria riflessione e che rimanda a un sistema di valori condiviso. Ecco, dunque, tre buone ragioni per apprezzare la mossa di Pier Luigi Bersani. La prima: una campagna elettorale - tanto più una lunga campagna elettorale, destinata a durare otto mesi - non può ricorrere a una fisionomia difensiva, a un atteggiamento insicuro, a uno stile spaventato. Deve avere piena consapevolezza di sé e delle proprie idee, pena l'insignificanza e l'irrilevanza. Deve, dunque, dichiarare ciò che vuole e assumersene la responsabilità. La saggezza non consiste nel negare i propri valori, bensì nel saperli pazientemente argomentare e tenacemente difendere. Seconda ragione. La questione della cittadinanza e, più in generale quella della tutela dei diritti degli stranieri, non è riducibile a una scelta filantropica. È, per un verso, modernissima questione di affermazione dei diritti universali della persona e, per l'altro, opportunità ineludibile di investimento economico e sociale. Solo l'analfabetismo degli “imprenditori politici dell'intolleranza” ha potuto credere che si potesse ermeticamente “chiudere le porte”, innalzare muraglie, dazi e cordoni sanitari, attuare respingimenti in mare contro la legge di Dio e degli uomini; e che il pattugliamento delle motovedette fosse in grado di bloccare i flussi migratori determinati dallo “scambio ineguale” e da enormi sommovimenti geopolitici. E, invece, proprio una crisi economico finanziaria, quale quella attuale, induce a considerare l'immigrazione come un “fattore di crescita” e la tutela dei diritti dei migranti come una strategia di incentivi allo sviluppo. Terza ragione. Il messaggio del segretario del Pd sulla cittadinanza, come quello appena precedente sulle coppie omosessuali, dice qualcosa di molto significativo. Già oggi, e tanto più in prossimità delle elezioni, la lotta politica è destinata a polarizzarsi intorno a due importanti controversie: quella giovani/adulti e quella popolo/élites. Qui non si vuole certo ignorare la linea di frattura che corre intorno alla tematica del ricambio generazionale, dell'avvicendamento e del rinnovamento nei partiti, della formazione di nuove leadership; e tanto meno la frattura che evidenzia il fossato sempre più ampio tra cittadini esautorati della possibilità di partecipazione democratica, e ceto politico sempre più arroccato all'interno di un sistema di prerogative e privilegi. Sia chiaro: queste fatture esistono e giocheranno un ruolo notevole nelle prossime scadenze elettorali, ma non riguardano nella stessa misura tutti i partiti. E, soprattutto, è quanto mai utile che i conflitti di cui si è detto siano giocati all'interno di uno spazio pubblico dove la classica contrapposizione tra destra e sinistra, e tra i valori di destra e quelli di sinistra, non venga abbandonata. Venga, piuttosto, profondamente rinnovata e resa attuale. Insomma, “dire qualcosa di sinistra” non credo proprio che faccia un soldo di danno. Al contrario: se questa fisionomia di sinistra (o di centro sinistra) si manifesta attraverso valori ad alta intensità emotiva e di rilevante significato etico, capaci di tenere insieme le molte culture costituenti il senso comune del Pd, si tratta di un connotato identitario che può unire e mobilitare. Pertanto, messaggi che abbiano un forte contenuto antidiscriminatorio (diritti degli stranieri, diritti delle minoranze sessuali…) rappresentano un'importante occasione per definire l'identità di un partito, che può vincere solo se si mostra irriducibile a quelle politiche dell'esclusione e a quelle “ideologie del disgusto” che la crisi economico finanziaria sembra incentivare e diffondere. C'ERA UNA VOLTA “FABBRICA ITALIA”. ERAIL «PIÙ STRAORDINARIO PIANO INDUSTRIALECHEil Paese abbia mai avuto» dichiaravano Elkann e Marchionne nel 2010. Oggi dicono che era solo una «dichiarazione d'intenti». E c'è, attorno a questo «caso» un luogo comune ricorrente. Le cose sarebbero andate male soprattutto per colpa della Fiom-Cgil, anche se ora «riabilitata» a Pomigliano da un tribunale. Un'eco di queste polemiche la troviamo sul sito «first on line», molto ben curato da Ernesto Auci e Franco Locatelli, dedicato ai problemi dell'economia (www.firstonline.info). Qui si parla de «La scommessa di Marchionne e il no di Fiom». Lo spunto è dato da un recente libro dello studioso Giuseppe Berta: «Fiat-Chrysler e la deriva dell'Italia industriale» (Il Mulino). Scrive Auci che nella lunga analisi di Berta si affrontano tra l'altro anche i problemi sindacali. Affrontati in modo diverso negli Usa e in Italia. Il sindacato americano, infatti, sarebbe passato da «una posizione di pura controparte, ad una condivisione degli obiettivi aziendali». Il modello tedesco, insomma. In Italia la Fiom avrebbe impedito tale svolta. Un modo per far coincidere il «modello tedesco» con il rispetto di accordi separati, con conseguente “cacciata” della Fiom inadempiente. I risultati produttivi, comunque, non risultano esaltanti. “Fabbrica Italia”, dopo tante traversie, referendum, ricorsi giudiziari, è fallita. E perché la Fiom avrebbe intrapreso questa strada suicida e contraria al “modello tedesco”? Il libro di Berta, sintetizza Auci, spiega come il sindacato di Landini abbia scelto di «rinnovare la propria identità antagonistica». Eppure la stessa Fiom, vien da pensare, in molte altre aziende non si è sottratta alla contrattazione e alla “partecipazione”. La risposta sta, secondo l'autore del libro, nel fatto che la Fiat offriva «una tribuna mediatica così vasta da poter essere sfruttata per fini che sono al di fuori della stretta logica sindacale ma che attengono all'affermazione di un progetto politico». Un' accusa ricorrente contraddetta dalla mancata fondazione di un partito da parte di Landini. Sospetti di questo tipo non aiutano, ad ogni modo, la ricerca di una soluzione. Sarebbe necessario aprire una riflessione più ampia. Può anche darsi che la Fiom, come dicono alcuni anche in Cgil (e nella stessa minoranza Fiom), avrebbe fatto bene a sposare una linea “entrista”, magari con una firma tecnica agli accordi, come si era suggerito. Resta il fatto, ben più rilevante, che quel grandioso progetto di “Fabbrica Italia” è andato in fumo. E allora tutti dovrebbero ripensare le proprie posizioni. Non basta la via giudiziaria, non basta aspettare una legge sulla rappresentanza ma non basta nemmeno cullarsi su accordi separati che coincidono con un decadimento industriale. http://ugolini.blogspot.com Maramotti Il commento Cittadinanza, il coraggio di scegliere . . . Non si tratta solo di affermare dei diritti universali ma anche di opportunità di investimento economico e sociale . . . Giusta la mossa di Bersani: solo gli imprenditori politici dell'intolleranza credevano di poter chiudere le porte SEGUEDALLAPRIMA Quella di un euro senza testa e senza stato e quella di un Paese che da dieci anni non cresce né economicamente né socialmente. Pesa anche, va detto con chiarezza, la coerenza con cui il Pd ha scelto la strada più difficile e più responsabile: quella di far prevalere gli interessi generali e non i vantaggi della propria parte. Riconoscere questa responsabilità vuole dire percorrere una strada in cui le ragioni del lavoro, degli esclusi, dei giovani precari, dei pensionati, di tutti coloro che stanno pagando sulla propria condizione i costi sociali ed umani della crisi, abbiano una esplicita centralità nei programmi di risanamento e di ricostruzione del Paese. L'equità non può essere solo predicata quasi fosse un tributo dovuto e nulla più. Deve diventare il cuore delle politiche fiscali e redistributive e anche il modo di difendere il welfare nella sua accezione più alta, quella di fondamento dell'eguaglianza e della cittadinanza, oltre che fattore di crescita e di sviluppo. Se si vogliono fare le cose seriamente, occorre partire dalle cause vere che hanno bloccato il Paese dalla nascita della moneta unica. Una moneta forte richiede un adattamento che non si è realizzato, soprattutto per responsabilità di un centrodestra incapace di governare il cambiamento necessario. Anzi, responsabile della difesa e dell'aumento di privilegi e del tutto irresponsabile dal punto di vista della lealtà e responsabilità fiscale. La cultura del pensare a se stessi, l'egoismo e l'individualismo proprietario, il rifiuto del rispetto delle regole, la pigrizia di una parte del sistema imprenditoriale, la chiusura corporativa degli interessi forti hanno alimentato una pratica di governo che ha portato il Paese sull'orlo del baratro. Lo stesso governo Monti che ha il merito di aver ridato credibilità e ruolo all'Italia non può avere l'orizzonte di una politica duratura di ricostruzione. Può svolgere un ruolo nella transizione, anche se ha commesso errori evidenti e che è bene non nascondere. Ma non può, anche per il mandato ricevuto dal Parlamento, porsi l'obiettivo più ambizioso e più necessario. Proprio la difficoltà ad uscire dalla crisi dimostra la profondità delle trasformazioni che sono necessarie. Mentre la crescita di formazioni politiche a carattere personale e spesso venate da populismi pericolosi determinano un carico di responsabilità senza precedenti. Bisogna in sostanza presentarsi davanti a un Paese confuso ed impaurito con un messaggio chiaro e forte, che sappia guardare in faccia alla realtà. E dire con decisione che il ritorno alla lira non rappresenterebbe solo una sconfitta, ma una vera e propria avventura, soprattutto per la parte più debole. E si deve fare anche una cosa in più. Il Paese va mobilitato, le energie migliori vanno utilizzate, e le passioni risvegliate. Nessuno può tirarci fuori dai nostri guai, non ci sono salvatori alle porte. L'etica che dobbiamo coltivare è quella della responsabilità comune e del farsi attori del nostro futuro. Per quanto difficile, questa è l'unica strada possibile. La politica non deve lasciare soli i cittadini, deve avere l'ambizione di un progetto alto, deve aprirsi e rinnovarsi. Ai cittadini tocca un compito altrettanto impegnativo: non credere a scorciatoie che non esistono, non pagare altri tributi a richiami senza fondamento, sentirsi soggetti pieni del proprio destino. L'analisi Il Paese e le condizioni di un'alleanza Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 Luigi Manconi . . . Quel grandioso progetto di Fabbrica Italia è andato in fumo. Tutti dovrebbero ripensare le proprie posizioni Guglielmo Epifani COMUNITÀ martedì 26 giugno 2012 15
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26/06/12

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