28 domenica 1 luglio 2012
Nanni Moretti ieri al PesaroFilmFest per una lunga intervista pubblica e una retrospettiva completa dei suoi titoli. «Nel mio prossimo film la protagonista è una donna», rivela il regista di «Palombella rossa» parlando del suo nuovo lavoro che girerà il prossimo anno. Il resto è top secret, come sempre. ROSSELLABATTISTI AlfonsoSessaeDuccioCamerini tra iprimiadebuttare EpoiAndreaGambuzza,unturbine inscena PREPARATE CASCHETTO E TORCIA per entrare nei Cantieri dell'immaginario: si chiama così l'estate aquilana che inizia lunedì 2 luglio e andrà avanti fino al 15 agosto. Caschetto e torcia perché gli eventi si svolgeranno nei luoghi feriti dal terremoto del 2009 e deserti da allora, se non in occasione di cariolate dimostrative nel centro storico o di capodanni coraggiosi «per non dimenticare». Cantieri dell'immaginario è un titolo inconsapevolmente amaro perché a piazza Palazzo, dove è l'antica sede del Municipio, a santa Maria Paganica, che mostra a cielo aperto la volta azzurrina dell'abside sventrata, a San Silvestro, alla cui base sono visibile i mattoncini dell'apparecchio aquilano, tecnica costruttiva della città medievale, a Collemaggio, il cui rosone intatto nasconde la rovina dell'abside e al ridotto del Teatro, dietro San Bernardino, i cantieri di restauro e ricostruzione sono pochi e si vorrebbe vederne di più. Però, con il teatro, la danza, la musica, le letture, le architetture di luce, almeno si mette in moto l'immaginario fra nostalgia del passato e voglia di futuro, secondo i percorsi dei cantieri Skené che aprono le manifestazioni: motus 1, i luoghi dello spettacolo sono inagibili, motus 2, le piazze di L'Aquila stanno morendo, motus 3, i luoghi di incontro storici sono finiti. L'iniziativa nata dalla collaborazione fra Ministero dei beni culturali (spettacolo dal vivo) e Assessorato alla cultura, finanziata dal Fus con 450.000 euro, ha messo al lavoro insieme le istituzioni storiche della cultura aquilana (a cui è arrivata una boccata di ossigeno che allevia la fatica di vivere nel post terremoto) che hanno intrecciato collaborazioni con altre realtà teatrali e musicali abruzzesi, romane, milanesi, ravennati. L'assessore Stefania Pezzopane, nel presentare l'iniziativa, ha ringraziato Salvatpre Nastasi, direttore dello spettacolo dal vivo al Mibac, sottolineando che si crea «un ponte per l'obiettivo L'Aquila capitale europea della cultura 2019». E il sindaco Massimo Cialente affianca la ricostruzione culturale della città a quella degli edifici: «Riappropriarci di questi luoghi è fondamentale per ritrovare il senso di comunità». Il 2 luglio, a piazza Repubblica, Commedia di e con Barberio Corsetti, al pianforte Stefano Travaglini. E partono i laboratori del Teatro stabile de L'Aquila (Troilo e Cressida) e quelli del Teatro Zeta, fra cinema e teatro, con Luca Cococcetta. Fra gli altri spettacoli, l'8 luglio Ode to Flowers Di nuovo saluterò il sole con Hossein Alizadeh, il maggior compositore iraniano vivente, virtuoso di tar e setar, il 9 luglio, la società aquilana dei concerti Barattelli e la Filarmonica romana presentano Storia di unsoldato (con il Cfrav del Burkina Faso), il 20 Meraviglie d'Abruzzo Gifuni legge Gadda (Istituzione sinfonica abruzzese e Pietre che cantano); il 21 promosso da Atam e Belle bandiere, L'albergodeipoveri, con Elena Bucci e Marco Sgrosso. Il 22 Teatro Zeta presenta CelestinoV con Pino Micol; il 23 Pippo Delbono con i Racconti di giugno (L'Uovo teatro stabile di innovazione). Il 3 agosto Istant Concertn.2 (Solisti aquilani, Barattelli e la compagnia di danza E-motion). Programma completo www.cantieridellimmaginario.it. LA CRISI AGUZZA L'INGEGNO, SIDIREBBE, A GIUDICARE DALLA VIVACITÀ DELLE SCENE ROMANE, USCITE ALL'APERTOUNAVOLTACHIUSI ITEATRIPERLAPAUSA ESTIVA.Una per tutte, imbottita di offerte, è il Roma Fringe Festival che, strizzando l'occhiolino a Edimburgo, prova a importare teatro off tra le fresche verzure di Villa Mercede fino al 15 luglio. Scelta tanta - distribuita su tre palchi e a rotazione in modo da offrire nove spettacoli a serata -, prezzo politico (cinque euro a ingresso) e un biglietto con valutazione inclusa (un punteggio da uno a quattro da riconsegnare all'uscita). Come dire, se non siete stati soddisfatti, non sarete rimborsati ma almeno avrete potuto dire la vostra… L'idea è buona e, nonostante gli Europei di calcio (i cui gol, peraltro, in caso di nazionale in gioco, si percepiscono dagli ululati delle abitazioni circostanti), bene accolta da un pubblico crescente. L'organizzazione tecnica meno: hanno sofferto parecchio, per esempio, Alfonso Sessa e Duccio Camerini, tra i primi a debuttare il 24 giugno con Immaginaria Commedia. Impegnati più a litigare con l'amplificazione e i coni d'ombra di riflettori attardati che a concentrarsi sul testo. Peccato, perché il copione ha un intreccio stravagante che avrebbe meritato di essere apprezzato nelle sfumature. Sessa e Camerini fanno folla sul palco, narrando le gesta di comici da commedia dell'arte convocati alla corte del Re Sole da un loro collega, Tiberio Fiorilli, in arte Scaramouche. Dalla variopinta compagine di Pulcinelli, Pantaloni, Colombine e Arlecchini, viene attratto anche un ragazzino incantato dal loro mondo. È Jean-Baptiste Poquelin, il futuro Molière. Come si capisce da questa breve sintesi, di materia ce n'è per almeno tre spettacoli. Sessa e Camerini ne fanno uno di un'ora, aggiungendoci trame burlesche o meglio burlesque di nobili fedifraghi, allusioni al tema degli emigranti e alla condizione dell'attore, passando dal monologo-racconto a esplosioni di commedia in maschera. Troppa grazia. Asciugare, asciugare. Fa tutto da solo ed è anche lui un turbine in scena, Andrea Gambuzza in un Riccardoallaterza. Ovvero, i Disappuntidiundittatore che condensano il cattivo cattivissimo per eccellenza di Shakespeare e lo rilanciano nel presente (soprattutto televisivo). Gambuzza è un Riccardo lunatico dai monologhi eccentrici, incattivito da piccolo e cresciuto storto. Il prodotto di un entourage degno (e responsabile) della sua degenerazione, dal fratello gozzone e vigliacchetto all'Anna bella e vacua, dal lacché che somiglia a Lele Mora alla dama di compagnia, escort per caso. Anche qui c'è da togliere qualcosa, magari i riferimenti più espliciti al brutto presente che ci circonda, spingendo invece quelli surreali alla Cosentino. «Un budino. Il mio regno per un budino» è una battuta fantastica, degna di un Riccardo III della Pixar. CULTURE Moretti al Pesarofest: «È donna la mia nuova protagonista» JOLANDABUFALINI L'EUROPA,NONOSTANTEI TIMORI DEIGIORNISCORSI,E LE MOSTRUOSE VOLGARITÀDEI QUOTIDIANI BERLUSCONOIDI,HA FATTO UNPASSO AVANTI.Da dove viene? Il toponimo arriva dal greco «Europe», che significa qualcosa di simile ad Occidente, tanto è vero che, pur non riferendosi sempre allo stesso spazio quando ne discorrevano, sin dall'inizio i geografi hanno considerato l'Europa, più che un continente autonomo, la penisola occidentale dello sconfinato Oriente asiatico. Tale penisola si protende dagli Urali per arrivare sino all'Atlantico. Dal che si deduce che questo eurospazio non è stato un'invenzione di De Gaulle. L'Europa è stata, del resto, anche una figura della mitologia greca. Zeus la rapì. Ebbero tre figli, tra cui Minosse, che diede vita alla civiltà cretese. Il nome Europa, da quel momento, indicò le terre poste a nord del Mediterraneo. Già gli Assiri, comunque, avevano definito Ereb (Europa?) ciò che per loro era l'Occidente. E Asu (Asia ?) i paesi del Sol Levante. Il termine compare poi anche in latino e per Plinio è la parte del mondo che si protende dall'Ellesponto sino all'Atlantico. Né manca l'Euro, che non è solo la (quasi) comune moneta dell'Unione, in circolazione dal gennaio 2002, ma anche il vento che spira da sud-est, tanto da essere sinonimo di Levante (la parte dell'orizzonte dove si leva il Sole). Esiste inoltre, onde cogliere il legame tra le due realtà, il termine Eurasia. Non è stato d'altra parte precoce l'uso moderno e politico del termine Europa. La quale, in particolare dopo l'invasione dei Balcani da parte dei turchi, era il mondo cristiano in contrasto con l'Islam. L'autonomizzazione del termine politico-diplomatico-pluristatale Europa, rispetto al termine geo-religioso-civilizzatore cristianità, si ebbe nel ‘700. Fu questo il periodo del rafforzarsi degli Stati, dell'inizio della globalizzazione contemporanea. Non a caso l'aggettivo europeo comparve nello stesso ‘700. Per la sua semantizzazione unitaria si è iniziato nel 1992 dall'economia. Ma è la politica il fine. RomacomeEdimburgo AlFringe il teatroOff «Riccardoalla terza» con Andrea Gambuzzo . . . Barberio Corsetti, Pippo Delbono, Fabrizio Gifuni, Pino Micol. Musicisti dall'Iran e teatro dal Burkina Faso L'Aquila,arte nellazonarossa Musica,danzae luci nellepiazzeferitedalsisma «Cantieridell'immaginario» Dal2 luglioal 15agosto spettacolie laboratori fra lemaceriedelcentrostorico pertornareavivere Alle origini delnome Europa STORIAEANTISTORIA BRUNOBONGIOVANNI U: 26 domenica 1 luglio 2012
Bravo Monti. Ha giocato un ruolo decisivo in Europa, ha contribuito a dare una risposta finalmente politica alla speculazione e alla crisi finanziaria, ha dato credibilità e prestigio all'Italia. Susanna Camusso, leader della Cgil, riconosce il buon lavoro realizzato dal presidente del Consiglio al vertice europeo, ma esprime preoccupazione per le condizioni economiche e sociali del Paese e sollecita il governo a una vera svolta per lo sviluppo. Segretario Camusso, come giudica l'azionediMarioMonti inEuropa? «Ha dato un contributo importante, direi decisivo per segnare un cambiamento, per spingere l'Europa a reagire unita alla crisi e agli attacchi della speculazione. È stato importante che a livello europeo si sia fatta strada l'idea della crescita, degli investimenti per lo sviluppo. Speriamo che non siano solo affermazioni di principio, attendiamo il 9 luglio per capire come si realizzerà la capitalizzazione della Bei. Siamo stati tante volte critici con il governo, ma questa volta Monti ha fatto un buon lavoro per il Paese». Cosaè cambiato inEuropa? «La vittoria dei socialisti in Francia ha cambiato gli equilibri politici e le priorità dell'agenda. Con Hollande al posto di Sarkozy è un'altra musica, la cancelliera Merkel non può imporre la sua esclusiva visione sull'Europa. Hollande ha dato spazio e fiato anche all'Italia e alla Spagna che, altrimenti, sarebbero state penalizzate. È l'inizio di una nuova fase, di un lavoro lungo e condivido il protagonismo del nostro premier nel valorizzare l'idea di un'Europa che si costruisce e non si chiude. Monti ha ridato prestigio e credibilità all'Italia e non dimentico quando il nostro veniva sbeffeggiato. Ora mi piacerebbe che questa azione positiva a livello europeo potesse riflettersi in Italia, questa è la prossima sfida». Achecosa pensa? «Tutti sappiamo che la crisi dei mercati, la crisi finanziaria si sommano in Italia a un'altra nostra crisi, alla caduta dell'industria, dei consumi, alla perdita di occupazione, a una tensione sociale che sconfina nell'emergenza. Dobbiamo restare legati all'Europa, ma non basta. Ci vogliono interventi straordinari rispettosi dei conti e, sotto il profilo della crescita e degli investimenti, devo dire che il governo Monti non ha soddisfatto. E vorrei che le critiche della Cgil e del sindacato confederale fossero colte dal governo come un costruttivo contributo alla soluzione dei problemi e non come una pretesa di ingerenza o di tutela di interessi particolari». Montisièunpo'risentitoperchéConfindustria ha parlato di un'economiaridottacome in tempo diguerra. «Questa volta non posso dissentire da Confindustria, è una realtà che vedo anch'io. Ogni giorno chiudono decine di imprese, cresce la disoccupazione, crollano i consumi, il potere d'acquisto dei salari e delle pensioni è in caduta e metà degli italiani non farà le ferie. Una parte sempre più ampia del Paese non ce la fa più. Dobbiamo fronteggiare subito questa situazione con misure straordinarie finalizzate a una redistribuzione fiscale. Non possiamo continuare a parlare di riforme strutturali e poi procedere con interventi che creano ulteriori diseguaglianze e ingiustizie come è stato nel caso della riforma delle pensioni con gli esodati e del mercato del lavoro». Ealloracomene usciamo? «I soldi si trovano con una vera patrimoniale. L'Italia si rimette in moto colpendo le grandi ricchezze, i privilegi, il sommerso e l'evasione fiscale. La patrimoniale è il grande intervento redistributivo, di giustizia, necessario a voltare pagina». Ilgoverno,però,oggipensaanuovitagli nel settorepubblico. «Un errore. Se si taglia il perimetro pubblico in questa crisi drammatica i cittadini staranno sempre peggio. Avevamo chiesto un confronto con il governo prima di queste decisioni sui tagli, ma l'incontro è stato rinviato a martedì, dopo la riunione del “gabinetto di guerra” di domani. Quindi mi pare di capire che il confronto sarà limitato a una comunicazione del governo delle decisioni già prese. Così non va. Così come non sono d'accordo sui tagli lineari di cui si parla». Maperabbattereildebitopubblicoqualchetagliobisogna farlo... «Certo, facciamo interventi radicali sulla pubblica amministrazione che non funziona, eliminiamo le consulenze, chiudiamo le società inutili create solo per tutelare privilegi. Però stiamo attenti a quando parliamo di privatizzare le municipalizzate e tagliare i servizi. E chi propone l'abolizione delle province dovrebbe dire chi svolgerà le politiche attive per il lavoro, chi governerà grandi territori lasciati soli». Aquestopunto sivoterànel 2013. «Andare al voto anticipato per discutere dell'uscita dall'euro non mi sembrava una grande idea. C'è tempo in questi mesi di creare un'agenda politica per lo sviluppo e il lavoro». MarchionnedicechelasentenzadiPomiglianoè folklore locale... «Marchionne è in grande difficoltà. Non è credibile, i suoi piani vengono tagliati e annullati. La sentenza di Pomigliano è buona per tutti i lavoratori non solo per gli iscritti alla Fiom ingiustamente discriminati. Di questa vicenda mi ha sorpreso negativamente una cosa...» Checosa? «Il silenzio del ministro del Welfare, Elsa Fornero. Possibile che non abbia nulla da dire?» SEGUEDALLAPRIMA A cominciare dal ricorrente e pericoloso ritornello «abbandoniamo l'euro». Ora la fiducia può tornare a crescere, grazie alla centralizzazione della vigilanza in capo alla Banca centrale e al finanziamento diretto degli istituti spagnoli in difficoltà attraverso il fondo salva-Stati e il fondo Esm. Le misure anticrisi, insomma, possono essere più efficaci del recente passato e dare ossigeno all'Europa. Anche il nostro Paese ne avrà vantaggio. Ma non illudiamoci che basterà un po' di respiro finanziario per rimettere in moto la nostra economia reale. Le piccole e medie imprese e i lavoratori rimangono sempre sull'orlo dell'abisso, come ha giustamente detto il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, parlando degli effetti traumatici, da dopoguerra, che la crisi produce sull'impresa manifatturiera e le nuove generazioni. Alle affermazioni di Squinzi, peraltro, hanno fatto seguito i risultati del Centro studi di Confindustria che registrano un andamento lento della ripresa, non in linea con il miglioramento dei conti pubblici: dal deficit pubblico a - 1,6% del Pil, più di quanto precedentemente previsto, alla pressione fiscale che nel 2013 schizza al 54,6%, in lieve aumento rispetto al 2012. Ma la cosa che scoraggia di più è il milione e 486 mila posti di lavoro in meno che avremo a fine 2013 rispetto a cinque anni fa. Sono cifre da codice rosso. L'urgenza è assoluta. È necessario che ognuno si prenda, nel rispetto del proprio ruolo, la responsabilità di affrontare questa fase critica. E il punto di partenza non può che essere una collaborazione straordinaria, come mai è accaduto in passato, tra le imprese e i lavoratori. Solo così si potrà continuare a parlare di futuro nel nostro Paese. Bisogna azzerare i conflitti alimentati dalla contrapposizione tra lobby trasversali che purtroppo hanno avuto quasi sempre la precedenza anche dinnanzi all'urgenza dei problemi più gravi. Non possiamo permettere che ci si blocchi per tali ragioni, sarebbe una miopia. Bisogna essere solidali e compatti e realizzare un'agenda condivisa in cui le associazioni datoriali e i sindacati individuino un modello di salvataggio per il Paese. Siamo una sola squadra e la vittoria oggi varrebbe per le imprese e per i lavoratori. In questo passaggio così difficile della crisi le differenze si accorciano: un'impresa che chiude perde il know how dei propri lavoratori e la possibilità di rimanere sui mercati generando sviluppo e competitività; nessun altro interesse patrimoniale è più grande di questo. Per salvare il Paese e il suo tessuto produttivo bisogna mettere in campo riforme incisive. Le imprese devono avere strumenti che - come fa l'Europa con il fondo salva Stati - le accompagnino nelle fasi di ristrutturazione di aziende in crisi e le aiutino ad attrarre investitori esteri, specialmente nei territori più svantaggiati come quelli al Sud, dove è necessario avviare urgentemente le grandi opere per non lasciare morire l'intera economia. Le opere infrastrutturali sarebbero infatti capaci di riattivare interi indotti e favorire così il lavoro di migliaia di piccole imprese. Il Sud d'Italia come mezzogiorno d'Europa è una priorità che il Paese deve tenere sempre presente, perché è valorizzando la parte sotto-utilizzata che si recupera competitività con gli altri Stati nei mercati internazionali. Se il Sud d'Italia fosse impegnato nel modo giusto, e non tenuto nella marginalizzazione, se passasse davvero l'idea di un modello policentrico in chiave di costruzione europea, il volano di sviluppo porterebbe certamente vantaggio all'intero Paese, anche in termini di innovazione sociale. Come nel dopoguerra, le forze per la ripresa si devono trovare dentro la proprie radici sociali ed economiche. Per fortuna l'Italia è una nazione straordinaria e con grandi potenzialità. Se riusciamo a dotarci di un modello unico di ripresa ne usciremo sicuramente più forti e competitivi. *presidente Confindustria Sicilia . . . Possibile che il ministro Fornero non sappia cosa dire sulla sentenza di Pomigliano? . . . Lo sviluppo del Sud è una delle chiavi di volta della ripresa. Passa dal Mezzogiorno il recupero di competitività L'INTERVISTA SusannaCamusso «Montihafattounbuon lavoro inEuropa,ma abbiamobisognodi interventiurgentie forti per losviluppo» Il segretario della Cgil, Susanna Camusso FOTO ANSA RINALDO GIANOLA MILANO . . . Diciamo no ai tagli lineari Tassare i patrimoni e colpire l'evasione fiscale e il sommerso Impresa e lavoro Un'alleanza per ripartire ILCOMMENTO ANTONELLOMONTANTE* «Ora una svolta in Italia patrimoniale e sviluppo» domenica 1 luglio 2012 5
C'ERA STATO, ANCHE ALLORA, UN ACCORDO SEPARATO.LA FIAT DIVITTORIO VALLETTA, ANTICIPANDO UNA FILOSOFIAEFFICACEMENTE PREDICATAfino ai nostri giorni da Sergio Marchionne, aveva chiamato la Uil e il sindacato padronale Sida a firmare per chiudere velocemente un contratto aziendale e tagliare così le gambe agli operai torinesi che, per la prima volta dopo dieci anni, erano tornati a scioperare in quell'estate del 1962. Ma quella volta, in quel luglio reso torrido dalla rabbia sociale, i lavoratori, i giovani, gli immigrati meridionali e quel neoproletariato urbano penalizzato e soffrente, sorpresero Torino, la grande fabbrica e anche il pci. Scioperarono gli operai della Fiat e delle piccole boiteproduttive della cintura, i giovani occuparono le strade e si scontrarono con la polizia, presero per qualche giorno la città turbata da quell'improvviso disordine. Per la storia è “La rivolta di piazza Statuto”. C'è ancora qualche cosa da imparare da quei fatti lontani, ci sono testimonianze e racconti che ci possono aiutare a capire anche il presente di una grande impresa. Diego Novelli, già sindaco di Torino: «Nel 1962 ero il responsabile della redazione piemontese dell'Unità. In quell'estate i lavoratori della Fiat avevano ripreso a scioperare. Si trattava di una grande novità. Ricordavamo l'ultima manifestazione operaia, nel 1955. Poi più niente. “Il ghiaccio è rotto” dicevano gli operai. La Fiat volle fare un'operazione delle sue, facendo firmare al volo la Uil e il sindacato giallo. Fiom e Fim si opposero. Ma successe qualche cosa di imprevisto. La notizia della firma venne fuori il sabato, 7 luglio. Mi telefonarono al mattino avvertendomi che da Stura, la fabbrica Fiat vicino all'imbocco dell'autostrada per Milano, gli operai erano usciti e stavano andando in centro. Raggiunsi il corteo, che scese in corso Giulio Cesare, a porta Palazzo poi in piazza Statuto dove c'era la sede della Uil. Volò qualche sasso, ci fu un po' di confusione, ma nulla di straordinario. Nel pomeriggio la situazione cambiò, perchè insieme agli operai arrivarono anche altri soggetti. C'era tanta gente incazzata che non c'entrava niente con la Fiat, giovani, immigrati, anche personaggi malavitosi. Gli scontri diventarono violentissimi. Sergio Garavini e Giancarlo Pajetta vennero presi a sassate mentre erano sotto una pensilina. Verso sera il brigadiere Rizzo della squadra mobile, fratello di un compagno segretario della federazione di Avellino, vide gli arrestati e suggerì di portarli alla buon costume invece che alla squadra politica. Poi con Pajetta andiamo a cena alla birreria Mazzini. Pajetta tira su un calzone ed era tutto sporco di sangue, era stato ferito a una gamba. Domenica sembra tutto liscio, ma mi arriva una telefonata dalla questura. La telefonata è da parte del dottor Passone, capo della squadra politica, che mi dice di informare il mio direttore che all'indomani sarebbero ripresi i disordini. Ma la questura cercava un altro Novelli, mio cugino Piero, che stava alla GazzettadelPopoloed era corrispondente del quotidiano di Roma di destra IlTempo. Mi feci l'idea che la protesta era stata infiltrata e strumentalizzata, c'era una grossa provocazione in atto e arrivò il famigerato Battaglione Padova della Celere, il centro città venne messo in stato d'assedio. La rivolta venne spenta con la forza, la repressione fu durissima e le condanne molto pesanti perchè allora la magistratura torinese era molto sensibile alla Fiat. La Fiat chiamava e il giudice si alzava. Però la rivolta di piazza Statuto preparò l'autunno operaio, mise in discussione le scelte di Valletta che per anni aveva obbedito agli americani contrastando i comunisti e la Cgil, con i reparti confino, le schedature, i licenziamenti. La novità? La vecchia classe operaia aveva fatto una trasfusione di sangue, erano i giovani, i contadini, i braccianti sfruttati alla catena di montaggio, che affittavano un letto a ore per dormire. Nel pci discutemmo a lungo, ci dividemmo su quella rivolta. Ma la città stava mutando, nel 1963 ci fu il primo successo elettorale dei comunisti a Torino». Goffredo Fofi, saggista e critico. «Nel 1962 vivevo a Torino, lavoravo mezza giornata al Centro Gobetti e l'altra metà ai Quaderni Rossi di Raniero Panzieri. La rivoltà arrivò improvvisa, per come la vidi io fu uno strano connubio tra i giovani comunisti, gli operai delle piccole fabbriche e gli immigrati meridionali. All'inizio della protesta un telegramma mi informò che era morta mia nonna, feci in tempo ad andare in Umbria e a tornare ma gli scontri continuavano. Quelli della Cgil e del pci pensavano che noi dei Quaderni Rossi avessimo qualche ruolo. Il sindacalista Pugno incontrò Vittorio Rieser e gli intimò di far cessare le manifestazioni. Ricordo che da Milano arrivò un inviato del Giorno, Umberto Segre, un bravissimo giornalista, Panzeri mi chiese di accompagnarlo in giro per Torino. Scrisse degli articoli molto belli. Nei santuari torinesi, nel pci e nella Cgil, c'era un po' di isteria, molti vedevano complotti. La verità era che la vecchia Torino non teneva più, erano arrivati migliaia di immigrati e molti non sopportavano la vita in fabbrica, la mancanza di diritti e di dignità. Il controllo della Fiat era totale, dai giornali alle case editrici, fino alle prostitute. Non sfuggiva nulla. Sul bollettino dei Quaderni Rossi scrissi la cronaca di quei giorni, Panzieri li ripulì perchè non erano abbastanza operaisti. Asor Rosa mi definiva “il populista” dei Quaderni Rossi. Su piazza Statuto si consumò uno scontro tra Raniero e Vittorio Foa, che lo abbandonò e si schierò deciso con la Cgil. Ma quei giorni furono importanti, diedero il segno del cambiamento che stava maturando anche se Einaudi si rifiutò di pubblicare la mia inchiesta sull'immigrazione meridionale perchè non gradita alla Fiat. Panzieri non fece in tempo a vedere la riscossa operaia del 1969. Morì nel 1964 a Torino, carico di ansie. Ai funerali eravamo quattro gatti. Da Milano arrivò Giovanni Pirelli che ci aiutava con qualche lira. Giovanni portò una bella stoffa rossa, la mise sulla bara di Raniero. Un'epoca era finita». Giuseppe Berta, storico, già direttore dell'Archivio Fiat. «Piazza Statuto è il simbolo del confronto tra capitale e lavoro a Torino. È la piazza dove ai primi del ‘900 terminavano le manifestazioni delle fabbriche delle barriere operaie, qui ha sede la prima Lega industriale, che anticipa Confindustria, in questa piazza è ambientato “Prino maggio” , il racconto di Edmondo De Amicis. La rivolta di Piazza Statuto ha un alto valore simbolico e politico, perchè determina la rottura tra i Quaderni Rossi di Panzieri e la sinistra. Dario Lanzardo scrisse poi un bel libro su quei fatti. Si disse che quella radicalità dei giovani operai derivava dalla loro frustrazione e dunque avevano reagito con una violenza spontanea. Per altri c'era qualche cosa di diverso, faceva parte di un fenomeno più ampio di protesta giovanile collettiva tipica degli anni ‘60. La sinistra non era pronta a capire cosa stava cambiando, vennero evocati fascisti e provocatori, ma c'era molto di più. Torino passa da 650 mila abitanti a fine anni ‘50 a oltre un milione nel 1961, una bomba sociale. Neanche la Fiat era pronta, Valletta era vecchio e la gerarchia militare dell'azienda non poteva più funzionare. Con piazza Statuto si preparano le condizioni per il ritorno in fabbrica del sindacato». Il risvegliodeglioperaiFiatnel luglio 1962 Uncomiziosindacale aTorino all'epoca della rivoltadipiazza Statuto. ARCHIVIO L'UNITÀ LAMEMORIA Unastoriachetravolse Torinoeproposenuovi soggetti:operai,giovani, immigrati,proletariato urbano...Letestimonianze diDiegoNovelli,Goffredo FofieGiuseppeBerta RINALDOGIANOLA rgianola@unita.it ... Eranodieciannichenonsi scioperavaallaFiat, la protestafuunasorpresaper lacittà,perValletta,per ilPci ... Rabbiaeprovocazioni? Certo,maanchedecine dimigliaiadi sfruttati chealzavanolatesta PiazzaStatuto, 1962 UnaccordoseparatoallaFiatscatenò la rivoltasociale.Epreparò il '69operaio U: domenica 1 luglio 2012 21
16 domenica 1 luglio 2012
SERGIOGARUFFI «Istanti»suGoogle ècitatamigliaia divolteeppurenon èsua...Uncasosimile anchenel 1984 UNA DELLE POESIE PIÙ FAMOSE DI JORGE LUISBORGESNONÈDIJORGELUISBORGES. S'INTITOLA ISTANTI ESUGOOGLEÈ CITATA DECINEDIMIGLIAIADIVOLTE.La storia del suo successo non si limita però all'apprezzamento di tanti anonimi fan. L'ultimo ad aver abboccato è stato Fabio Volo, che l'ha declamata con grande enfasi durante il suo programma a Radio Deejay, ma nel corso del tempo aveva già ispirato un'opera d'arte contemporanea di Riccardo Orsoni, era stata menzionata in un romanzo di Sergio Calamandrei e in un manuale di lingua castigliana (Por supuesto2 di Joaquin Masoliver), fu usata nello spot pubblicitario della compagnia di assicurazione spagnola Mapfre, e il cantante degli U2 Bono Vox la recitò alla televisione messicana. Tutti, naturalmente, credendola autentica. Se ne occupò perfino il Centro Borges della Pittsburgh University, al quale pervenivano numerose richieste di expertise dai lettori che non trovavano quei versi nell'opera omnia dell'argentino. L'ente, preoccupato per il diffondersi del falso che sembrava impermeabile a ogni smentita, incaricò il professor Almeida di individuarne il responsabile. Al termine di una lunga ricerca, lo studioso rintracciò due versioni simili dalle quali era stata tratta la poesia, una firmata dal caricaturista Don Herold, che la pubblicò nel 1958 sul Reader'sDigest, e l'altra uscita su un giornale del Kentucky vent'anni dopo ad opera di Nadine Strain. Entrambe presentavano il medesimo titolo: If I had My Life to Live over («Se potessi vivere di nuovo la mia vita»), sul modello della celebre Ifdi Kipling, cioè come un elenco di cose che l'autore farebbe diversamente se gli fosse concessa una seconda opportunità. Nel passaggio da una variante all'altra si contano parecchi adattamenti, ma i più consistenti si avvertono nell'ultima, quella ascritta a Borges, e sono l'abbandono della prosa in favore della lirica e la chiusa patetico-testamentaria («ma ho 85 anni e so che sto per morire»). È pur vero che fu lo stesso Borges (in saggi e racconti come Pierre Menard) a istigare la pratica dell'apocrifo, sostenendo che la valutazione di un testo è condizionata da fattori esterni, inprimisdall'autore cui lo si attribuisce, come se l'opinione del lettore comune fosse irrilevante. Succede qualcosa di analogo al fruitore del ready made nell'arte contemporanea, il cui spazio critico è confiscato perché non gli si chiede di esprimere un giudizio estetico, bensì di ratificare quello più autorevole di chi l'ha preceduto. In questo senso l'apocrifo di Istanti vanta precedenti illustri. Nel 1984 uno sconosciuto, stanco di vedere respinti i suoi scritti dalla prestigiosa rivista Nuovi Argomenti, decise di vendicarsi inviandogli un falso racconto di Borges intitolato Il mistero della croce. Millantando la traduzione di Franco Lucentini e la licenza editoriale di Franco Maria Ricci, il testo fu incautamente pubblicato. In seguito il vero autore partecipò al programma televisivo Io confesso con Enza Sampò, in cui svelò l'inganno restando però anonimo nel timore di ritorsioni, giacché lavorava nell'ambiente editoriale. Oggi questa beffa assume i tratti di un formidabile apologo. Nella vicenda del protagonista, che abdica a se stesso pur di vedere pubblicato il suo lavoro, è in gioco la titolarità dell'opera come problema metafisico. L'impossibilità di sposare il proprio nominativo al destino pubblico dell'opera è il segno della radicale inappartenenza di quest'ultima all'artefice; il quale, nell'istante del suo compiersi, ne ha già esaurito ogni diritto di paternità, anche puramente formale. Prelevato dal cassetto e consegnato al mondo, ogni testo è anzitutto apocrifo. E in verità lo è costitutivamente e da sempre, perfino nel segreto di una sua mancata divulgazione. A questo episodio si riallaccia l'autentico racconto Borgeseio, incluso nella raccolta L'Artefice. Qui, nell'incontro dell'autore famoso con lo sconosciuto che gli presta il nome, dai più interpretato come la rappresentazione della scissione fra l'io pubblico e quello privato, l'eterna e inconciliabile dicotomia della maschera e il volto, c'è tutta l'incapacità dell'artista di convivere con la sua prosaica incarnazione terrena. E non tanto perché mediocre in assoluto, quanto perché, pur nello sfoggio di ogni virtù, irrimediabilmente estranea; eppure è ad essa che il mondo attribuirà (anche nel senso di rendere tributo) l'opera. Niente può lenire il trauma dello spossessamento, sembra dirci lo scrittore triestino Francesco Burdin nell'epilogo della sua novella intitolata Manes. Il protagonista, ghost writer di un capolavoro acclamato, visto il successo del proprio lavoro contravviene ai patti e cerca di rivendicarne la paternità. Incapace di rassegnarsi all'anonimato, tenta con ogni mezzo un impossibile recupero, fino al gesto estremo, il plateale omicidio-suicidio dell'usurpatore, quasi a farci capire che l'unica alternativa all'opera apocrifa rimane quindi, di fronte all'umanità, l'opera postuma. QUALCUNO LO CHIAMEREBBE MARKETING EMOZIONALE, E SI TRATTEREBBE DI UN UNDERSTATEMENT CHENONDÀCONTODELCONTROLLOCUIVIENE SOTTOPOSTOILTARGETDELL'OPERAZIONE.Cioè, gli internauti. Perché il vero senso del programma così affinato è monitorare le emozioni degli utenti e tracciarne il flusso a scopi commerciali. È quanto ha raccontato nei giorni scorsi Mouse, il supplemento dedicato alle tecnologie del quotidiano colombiano Reforma. In un articolo dedicato alla piattaforma Kinect, approntata dalla Microsoft per l'utilizzo in videogiochi che prevedono la completa immedesimazione del giocatore nell'ambiente virtuale e nell'interazione di gioco, si racconta dei suoi possibili utilizzi collaterali e certo indesiderati dall'utente. Il tutto parte dalla peculiarità di Kinect rispetto alle piattaforme che generano situazioni analoghe per il videogiocatore: la Wiimote di Nintendo e la PlayStation Move della Sony. Queste ultime richiedono l'utilizzo di un controller, dunque una mediazione fra il corpo umano e l'ambiente del gioco. Invece Kinect, grazie a un sofisticato sistema che permette di catturare immediatamente le reazioni del giocatore, consente di fare a meno della mediazione dello strumento. Viene così a realizzarsi una fusione integrale fra la situazione di gioco e la corporeità del giocatore. Un salto probabilmente decisivo in quel lungo processo di integrazione fra uomo e macchina, che costituisce la principale distopia della letteratura di science fiction. Soprattutto, l'ennesima premessa per l'affinamento di circuiti del controllo ai danni dell'utente. Su quest'ultimo aspetto è puntata l'attenzione dell'articolo pubblicato su Mouse. Nel quale s'informa che Microsoft sta ulteriormente sviluppando Kinect affinché riesca a catturare e processare informazioni sulle espressioni facciali e la gestualità degli utenti. E si tratterebbe di un ampliamento del monitoraggio sui comportamenti dei giocatori che non giunge soltanto per soddisfare un'esigenza conoscitiva o un'ambizione d'ulteriore sviluppo tecnologico. Lo scopo è quello di costruire un ulteriore pezzo del controllo sull'attività degli utenti, e trasferirlo alle attività online per sfruttarlo come strumento di marketing. Obiettivo: inviare agli utenti del web messaggi pubblicitari conformi allo stato d'animo del momento. E offrire loro prodotti che in quel momento avrebbero più probabilità d'acquistare. Questo set d'informazioni andrebbe a integrare quelle che già Microsoft processa tramite Bing, il suo motore di ricerca. Il metodo usato sarà quello di prendere in considerazione un periodo ben preciso dell'attività online dell'utente: la messaggeria istantanea, la posta elettronica, le ricerche di contenuti internet effettuate, e le cronologie dell'attività online. È a quel punto che s'innesta l'apporto delle nuove tecniche affinate da Kinect. In un passaggio dell'articolo si parla dell'intervento di un “esame visuale”, rispetto al quale rimane il mistero sia riguardo alle modalità che alla consapevolezza degli utenti. Di sicuro, esiste già una lista di 7 stati d'animo mostrati dagli utenti che il programma è in grado d'elaborare istantaneamente convertendoli in informazioni utili per le operazioni di marketing. Tali stati d'animo sono: tristezza, ira, positività, neutralità, felicità, confusione e positività. Provati dall'internauta, ma immediatamente convertiti in strumenti utilizzati per il suo sfruttamento. E a quel punto rimane il dubbio: chi è user e chi used, in questo gioco della comunicazione interconnessa che si fa gigantesco per il minuscolo utente? Di certo, ecco un'altra occasione per ricordare che quando un servizio ampio e di massa è anche gratuito, è molto probabile che a essere la merce sia proprio l'utente. Al 50˚ Festival Internazionale del Film turistico (TourFilmFestival) uno dei Grand Prix è toccato al video di Vittorio Emiliani per Edigraf «La scoperta del Belpaese», storia del nostro patrimonio artistico dal Guerriero di Capestrano all'Auditorium di Roma. INTERNET Lapubblicità èsumisura Microsoftprovaamonitorare gli stati emotivi dell'internauta Lostudiosibasasulle peculiaritàdiKinectepuò essereapplicatonelcasodi videogiochicheprevedono latotale immedesimazione PIPPO RUSSO nedoludiforever@yahoo.it Eilwebcompatto assegnaaBorges lapoesia«apocrifa» LuisBorges duranteunasua visitaa Roma Alla scoperta d'Italia Un Grand Prix per Vittorio Emiliani U: 20 domenica 1 luglio 2012
La tiratura del 30 giugno 2012 è stata di 94.372 copie CaraUnità Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta (APPUNTI DALLA FRECCIA BIANCA DELLE13,29 DA ROMA PER GENOVA PRINCIPE. SI RECUPERANOIPASSEGGERIDIUNTRENOINAVARIA A FREGENE, SI AGGIUNGONO ALLE NOSTRE LESUEFERMATE,l'arrivo slitta dalle 17,35 alle 18,05, alle 18, 35, alla fine è 19,05. Aria condizionata nein, finestrini bloccati. Un ferroviere sbotta: «Non abbiamo soldi per pulire i filtri!». Acqua, succo e biscotto per sedare tutti gli altri. Io invece, vorrei un caffè. Ho 100 euro e loro non hanno resto, ho 1 euro e 37 in monetine, ma per il caffè ce ne vogliono 1,50. Il carrellista-bar, per 13 centesimi, me lo nega…) Sul treno davanti al mio fratello normale. Lui legge un giornale di cui io mi vergogno, ma in realtà me lo vorrei far prestare. Ha i capelli tirati indietro, organizzati senza pretese, neanche ne ha molti e un po' sono bianchi verso le tempie. Io invece li ho resi bizzarri, ho un ciuffo e col colore ravvivo quelli sbiaditi. Ha due menti, due tette un po' cadenti su un bauletto di trippa che ho rimosso pedalando spesso la mia bicicletta. Non ha un brutto viso come non l'ho io, ma è flaccido, un po' come sono forse ancora io da qualche parte e di più com'ero fino al giorno in cui ho deciso di dimagrire. Mangia dei Wafers vaniglia e cioccolato, se li ingozza mentre legge quel giornale che mi attizza. Non fa in tempo a capirne il sapore. Non dimagrirà mai. È chiaro. Così farà con tutto. O non ha alcun complesso o è un trattato di neuropsichiatria. Mi fa paura. È come vedere il tuo nome su una lapide al Camposanto. Io mi sento allo specchio, riflesso nel pianto. È come se lui fosse me come mi vedono gli altri, come sono io davanti alla mia compagna che credo resti d'incanto, come appaio in fondo al mio profilo peggiore, come quando non mi controllo e non mi propongo al correttore. Mi fa schifo. Ho paura di fare schifo. Adesso svuota lo zaino, proprio come farei io, annoiato sul treno, manda sms a chiunque, proprio come faccio io quando voglio sentirmi desiderato. Beve dalla bottiglietta trogogliando acqua calda. È sudaticcio. Livorno è un miraggio, non una parola durante il viaggio. Indossa una “polo” marrone e un jeans celeste, le gambotte animate da un frenetico tic che da alcuni chilometri va saltellando. Si alza e va a pisciare nella puzza del bagno di “seconda”. Io mi guardo allo specchio del finestrino in galleria e ho la faccia tonda. Sarà la luce dentro la carrozza o è il doppio vetro che non m'aiuta o ci vorrebbe, nonostante tutto, una carezza. Adesso sto stronzo lo faccio uccidere da un cacciatore che impietosito mi porterà, al posto del suo, strappandolo a un Bambi, un cuore. Nessuno mi può ricordare come sono veramente. È crudele. Ho rischiato di perdermi la partita e la doppietta. E il fratello normale mi insegue ovunque. ViaOstiense,131/L_0154_Roma lettere@unita.it Dialoghi C'è sempre un cavillo a favore dei disonesti? SEGUEDALLAPRIMA Le parole pronunciate da Mohamed Morsi nel suo primo discorso da neo presidente dell'Egitto, sono parole che pesano, e molto, proiettando sul perturbato scenario regionale un nuovo attore protagonista. Per ciò che ha affermato, per quel che ha promesso, e per come si è presentato, Morsi appare come un «Erdogan arabo». Nel senso che, come il premier islamico della Turchia, l'esponente della Fratellanza musulmana, scommette sulla possibilità di coniugare modernità e tradizione, difesa dei principi fondanti dell'Islam e rassicurazioni rivolte alle minoranze interne sul rispetto dei loro diritti. «Nel nome di Dio onnipotente giuro di difendere onestamente l'ordine repubblicano e di rispettare la costituzione e le leggi, e avere sempre molta attenzione per gli interessi delle persone», dichiara Morsi nel corso della cerimonia. Parole che sintetizzano un percorso di maturazione «istituzionale» che riguarda non solo i Fratelli musulmani egiziani, ma l'insieme dell'Islam politico. Un processo di compiuta secolarizzazione. Il tempo dirà se il neo presidente egiziano sarà stato all'altezza di questa sfida epocale, di certo, però, le sue parole rappresentano un inizio confortante. È un Egitto plurale quello che emerge dal suo discorso, e in questo in sintonia con lo spirito della rivoluzione che ha messo fine ad uno dei regimi - quello di Hosni Mubarak tra i più longevi nel mondo arabo. In Medio Oriente i simboli contano come e forse più di tante esternazioni politiche. I simboli sono politica. Così è stato per la scelta compiuta da Morsi di giurare, l'altro ieri, davanti a centinaia di migliaia di cittadini riuniti a piazza Tahrir, Nel luogo simbolo della rivoluzione del 25 gennaio 2011. In quella piazza che ha visto musulmani e cristiani uniti contro il «Faraone» (Mubarak, il fratello musulmano Mohamed Morsi - primo presidente non militare dopo 60 anni - ha garantito di voler contribuire a creare «uno Stato civile, nazionalista, costituzionale e moderno», mettendo fine a torture e discriminazioni. Morsi ha quindi promesso di costruire un'economia forte per di alleviare le sofferenza degli strati più poveri. Tornando ai riconoscimenti di dovere, «non ci sarà alcuna differenza per me tra chi mi ha votato e chi non lo ha fatto, curerò i loro interessi in modo equo, così come rendo omaggio ai martiri di Tahrir, alle loro famiglie ed ai feriti che bisogna aiutare». «Sono diventato responsabile delle decisioni per vostra scelta e con la vostra autorizzazione, e non cederò i miei poteri di presidente perchè non è mio diritto farlo», proclama alla folla in tripudio, con evidente riferimento alle ultime modifiche costituzionali decise dai militari per ridurre i poteri della massima carica dello Stato prima che i risultati elettorali sancissero la sua vittoria su Ahmad Shafiq, l'ultimo premier dell'era Mubarak. Al tempo stesso, però, il neo presidente sa bene che la stabilità dell'Egitto dipende da un nuovo patto con i militari. Un patto che, concordano gli analisti politici al Cairo, assegnerà al feldmaresciallo Hussein Tantawi - l'uomo forte della Giunta militare che ha retto l'Egitto in questa lunga, e non conclusa, transizione - la poltrona chiave del futuro governo: quella di ministro della Difesa. Vuole essere il presidente di tutti gli egiziani, l'ingegner Morsi: «Non ci sarà alcuna differenza per me tra chi mi ha votato e chi non lo ha fatto, curerò i loro interessi in modo equo, così come rendo omaggio ai martiri di Tahrir, alle loro famiglie ed ai feriti che bisogna aiutare», ha scandito tra gli applausi. Per concludere: «Rivoluzionari... liberi... continueremo questo nostro cammino»: è la promessa finale alla moltitudine di Piazza Tahrir. L'Egitto non torna indietro, promette Morsi. Una promessa che è anche un percorso obbligato. Perché le «Primavere arabe» hanno posto in essere un paradigma politico che non ha nulla a che vedere con quello integralista. I ragazzi di Piazza Tahrir - molti dei quali hanno finito per votare Morsi - vogliono «globalizzare» i diritti, non la jihad. In questo, l'«89 Arabo» ha assunto un carattere epocale. Di svolta. In questa ottica, l'elezione di Mohamed Morsi a presidente, non segna la vittoria dell'«Inverno islamico» sulla «Primavera araba». Indietro non si torna. Dioèmorto Il fratello normale che mi insegue sempre Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 Gli italiani criticano i “disonesti”, ma in realtà li invidiano. Il senso civico può solo esistere laddove lo Stato è degno di rispetto e i politici non rubano. Qui, invece, ogni legge è fatta come se fosse la mossa di un tassello di scacchi. Se sei abile trovi il cavillo. Gli italiani considerano lo Stato un ennesimo invasore nemico della gente e lo Stato non fa ancora nulla per agire da “amico” di una collettività sempre più esasperata. BENEDETTABARZINI Un certo signor Crosta, uomo importante nella Sicilia al tempo di Cuffaro, ha goduto per alcuni anni di una pensione di 14.000 euro al giorno. La regione Sicilia, con un sussulto di pudore, l'ha dimezzata esigendo gli arretrati e la Corte dei Conti ha bocciato per due volte il ricorso del pensionato d'oro che ora ricorre in Cassazione, appunto, per un cavillo relativo alla composizione del collegio giudicante. Bizantinismi? Michele Vietti, vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, proprio in questi giorni ha detto che l'Italia di oggi non può permettersi i tre gradi di giudizio costosissimi e destinati inevitabilmente a rendere incerta l'immagine, già poco convincente di una giustizia sempre troppo incerta. Quella che più mi colpisce, però, è la cocciutaggine un po' becera del pensionato d'oro. Rendersi conto del fatto per cui, in tempi come questi, ricevere ogni giorno una pensione che equivale a quella percepita in un anno dalla stragrande maggioranza dei pensionati e dei precari italiani non lo fa star male? Non lo mette a disagio di fronte agli altri e di fronte allo specchio? La ricchezza, penso a volte, è una malattia che assomiglia alla demenza. Più è grave e meno ti accorgi di essere malato. L'analisi Se l'Egitto trova il «suo» Erdogan . . . La filosofia della Primavera araba non può ammettere passi indietro Umberto DeGiovannangeli COMUNITÀ Andrea Satta Musicista e scrittore Lageofisica e lavulcanologia in Italia Sono una cittadina italiana, laureata a 24 anni in geologia, abilitata all'esercizio della professione, con due master di secondo livello conseguiti a pieni voti presso l'Università «La Sapienza» di Roma e la «Scuola Superiore S. Anna» di Studi universitari e perfezionamento di Pisa rispettivamente in «Ingegneria dell'emergenza» e «Gestione e controllo dell'ambiente: tecnologie e management per il ciclo dei rifiuti». Naturalmente, dopo tutta questa ginnastica mentale sono rimasta disoccupata. L'Amministrazione Provinciale di Reggio Calabria, presso la quale ero stata assunta a tempo determinato a seguito di pubblico concorso per titoli da4 anni, non ha ancora trovato il modo per risolvere il mio problema: questa è la vera sconfitta di chi sognava di essere una risorsa impegnata nella soluzione dei Problemi Veri (smaltimento dei rifiuti, protezione civile, assetto idrogeologico ecc.). Oggi leggo che in Italia con una laurea in scienze motorie si può anche fare il Direttore Generale dell'Istituto di Geofisica e Vulcanologia, il cui capo ufficio stampa è una ex mezzofondista ed ex-attrice di film a luci rosse: ho solo sbagliato tipo di ginnastica! AlessiaFilippone Il ticket ingiusto deldisoccupato Umiliato dall'assenza di lavoro da oltre un anno e debole economicamente perché nemmeno più da qualche mese percettore del sussidio di disoccupazione ordinaria, per averne terminato il beneficio del periodo di erogazione, mi ritrovo a pagare due ticket per accertamenti sanitari (urine e sangue) rispettivamente di 46 euro con la quota D.L. 6 luglio 2001 n.98 di 10 euro e 14 con, anche qui, l'importo extra di 10 euro: totale 60 euro. Come per dire che, non avendo reddito in data 25 giugno 2012 devo trovare per forza da qualche parte i soldi per pagarmi i ticket: è uno scandalo.«L'esenzione dalla partecipazione alla spesa sanitaria» (come leggo dal sito dell'Azienda Sanitaria) spetta al disoccupato (persona singola) con il reddito, riferito all'anno precedente, inferiore a 8.263,31 Euro. Per poco non maturo tale requisito e quindi mano al portafoglio degli esigui risparmi anche per cercare di, se non altro, preservare almeno un sacrosanto diritto come la salute. La realtà dimostra che i ticket diventano insostenibili perché si aggiungono a crisi come la mancanza di lavoro e reddito e in aggiunta ad altre tassazioni feroci. È possibile che un disoccupato che, nella data del pagamento del ticket, non beneficia di alcun reddito debba pagare di tasca propria degli accertamenti sanitari? DarioFabbri Il nostrodiritto alla pensione Siamo delle cittadine Italiane di 59 anni, che hanno maturato la pensione minima al 31/12/1992 e per una decisione assurda scorretta e insensata hanno perso il diritto a quest'ultima. Ciò si è svolto in una maniera del tutto anticostituzionale perché, trattandosi di diritto acquisito, la ministra Fornero, ha pensato con la sua riforma d'innalzare l'età pensionabile da 15 a 20 anni, annullando con molta superficialità i nostri sogni, diritti e futuro. Lasciamo a lei solo immaginare, i nostri stati d'animo (smarrimento, delusione, rabbia tanta rabbia e immensa preoccupazione per la nostra vecchiaia). Le chiediamo, come ultimo appello di rendere nota la nostra storia, che equivale a quella di migliaia di persone alcune di queste, ignare del loro destino, un destino volutamente celato da chi ci governa. LauraFedeli UnaSanitàmaltrattante Voglio raccontare un episodio accaduto lunedì scorso. Intorno alle ore 11.15 mia mamma (signora sull'ottantina) accompagnata da mio papà (altrettanto anziano) - si è sentita male davanti al Cup di Borgo Panigale, nella organizzatissima Bologna perché si è dovuta recare in taxi e poi per un breve tratto a piedi al suddetto Cup per ritirare le medicine salvavita che le servono, visto che non esiste alcun modo di farsele recapitare a casa e che, nonostante il caldo e gli appelli a non uscire nelle ore centrali della giornata, l'orario di consegna dei medicinali va dalle 10 alle 15. E che dire dei prelievi di sangue continuativi a cui è sottoposto chi è costretto ad utilizzare gli anticoagulanti per sopravvivere, che gentilmente, se uno è impossibilitato a muoversi, vengono fatti a casa ma poi non è prevista la consegna a domicilio dell'esito per proseguire la terapia? RobertaCalzolari 18 domenica 1 luglio 2012
L'ITALIAELACRISI Una deroga di un anno sull'applicazione della riforma delle pensioni per i dirigenti della Pubblica amministrazione che dovessero risultare in esubero dopo il ridimensionamento della pianta organica. È una delle ultime novità filtrate dagli uffici che stanno lavorando al decreto sulla cosiddetta spending review. In altre parole, per quei dirigenti costretti a lasciare il lavoro per via dei tagli alla spesa, si concederebbe l'accesso alla pensione con il vecchio sistema delle quote (somma di anzianità contributiva e età anagrafica) fino al 31 dicembre 2012. Secondo alcune stimedei sindacati, nella scuola la normapotrebbe interessare tra le 12 e le 13mila persone: un'emorragia. NONSICRESCECON ILICENZIAMENTI È da un paio di settimane che sulla nuova manovra del governo (che il premier non vuole chiamare così) si rincorrono sempre le stesse voci: tagli alle spese per beni e servizi e alla sanità (piano Bondi più intervento di Balduzzi), riduzione delle Province e degli incentivi alle imprese (il primo già deciso con il salva-Italia, i secondi studiati da Giavazzi). Il risparmio totale dovrebbe arrivare a 8-10 miliardi quest'anno, cioè in soli 6 mesi, e a 20 miliardi l'anno prossimo. Il sottosegretario Antonio Catricalà assicura che il provvedimentoservirà allacrescita, mase davvero ci saranno più licenziati e meno soldi alle imprese, non si vede proprio da dove venga la crescita. Senza contare il fatto che solo una settimana fa è stato varato il decreto sviluppo con il riordino degli incentivi. Tagliarli oggi, dopo aver annunciato aiuti alla ricerca e all'innovazione, avrebbe il sapore della beffa. E non solo: significherebbe anche che nel braccio di ferro tra Corrado Passera e Vittorio Grilli torna a vincere il secondo. In effetti il decreto sulla spending review è stato “confezionato” interamente nelle stanze del Tesoro, da Grilli assieme al capo di gabinetto Vincenzo Fortunato e il suo inseparabile vice Marco Pinto (oggi anche nel cda della Rai) e il Ragioniere generale Mario Canzio. Certo, ad essere coinvolti sono tutti i ministeri con tagli che somigliano sempre di più a quelli lineari varati da Tremonti. Per ottenere i “risparmi intelligenti”,cioè la lotta agli sprechi, serve più tempo, bisognerà aspettare la legge di stabilità in autunno. I 10 miliardi che si cercano oggi serviranno in parte a evitare l'aumento dell'Iva negli ultimi 4 mesi dell'anno (4,2 miliardi), in parte per affrontare le maggiori spese del terremoto (circa un miliardo) e infine per coprire il “buco” di 3,4 miliardi di minori entrate (già certificate) rispetto a quanto il Tesoro stimava nel salva Italia. Gran parte dei ministri interessati avrebbero dovuto incontrarsioggi per mettere a punto il testo. Appuntamento saltato causa finalissima degli europei di calcio a Kiev, a cui Mario Monti non ha voluto rinunciare. Così tutto slitta di 24 ore. I ministri si vedranno domani alle 14,30. Gli incontri con parti sociali e Regioni sono stati spostati a martedì, non più a domani come era in precedenza. Resta il fatto che il tavolo si ridurrà a una semplice “informativa” di misure, su cui l'esecutivo procederà autonomamente. Il Consiglio dei ministri si terrà probabilmente giovedì, dopo il passaggio di Monti al Senato (martedì pomeriggio) e alla amera (mercoledì) Serve infatti un'intesa con le Camere, a cui starebbe lavorando Piero Giarda per stabilire il calendario. Fatti i calcoli, infatti, si rischia di varare un decreto e poi non poterlo convertire, visto che il Parlamentova in ferie dopo la prima settimana d'agosto. È anche possibile, quindi, che si trovi l'accordo su un testo, da varare solo alla ripresa. A meno che i parlamentari non accettino di tirare per le lunghe. LASPINA DELLA SANITÀ Uno dei capitoli più spinosi riguarda la sanità. Il ministro Renato Balduzzi avrebbe “ritagliato” risparmi per circa un miliardo, ma il Tesoro ne chiede almeno il doppio, se non il triplo. Con queste cifre è impensabile che si tocchi soltanto la spesa per gli acquisti di beni e servizi. Così nel mirinofiniscono anche i servizi alle persone, cosa che allarma Regioni e sindacati, questi ultimi sul piede di guerra anche sul taglio agli statali: «Siamo pronti alla mobilitazione», minaccia il leader Cisl Raffaele Bonanni, «si tratterebbe della quinta iniqua manovra contro i lavoratori pubblici», gli fa eco Michele Gentile per la Cgil. Il fondo nazionale è già fermo a 108 miliardi, con un taglio nel biennio 2013-14 di circa 8 miliardi. Con ulteriori interventi si arriverebbe a una riduzione di 11 miliardi complessiva. Il piano Bondi, oltre agli acquisti di beni e servizi (anche nella sanità) coinvolge anche gli affitti degli uffici della pubblica amministrazione, per un risparmiocomplessivo di circa 4 miliardi. Attraversol' accorpamento di direzionigenerali, di dipartimenti, tribunali e prefetture si dovrebbero recuperare circa 800 milioni. Questo è solo metà del percorso. Ecco perché molti temono che sarà l'interventosui pubblici a fare la differenza (la partita sulle società pubbliche sia statali che degli enti locali richiederà più tempo). Per questo si ipotizza di estendere a tutti i ministeri quanto già deciso per quello dell'Economia nell'ultimo decreto varato, che sarà convertito entro il 4 agosto: una riduzione del 20% dell'organico dei dirigenti, attraverso accorpamenti di agenzie e dipartimenti, e del 10% degli altri dipendenti. . . . A caccia di 10 miliardi per evitare l'aumento dell'Iva, per i costi del terremoto e per coprire minori introiti Dopo nove giorni di silenzio, la Fiat contrattacca. Una nota ufficiale del Lingotto annuncia la richiesta di sospensione dell'esecuzione della sentenza su Pomigliano che intima al Lingotto di assumere 145 iscritti alla Fiom. Lo farà appellandosi alla Corte d'Appello di Roma, chiedendo la sospensiva dell'ordinanza del 21 giugno del giudice del Lavoro Anna Baroncini. La nota della Fiat poi mette le mani avanti, motivando la richiesta con il fatto che l'applicazione «arrecherebbe un danno irreparabile all'attuale contesto lavorativo» e «causerebbe gravi distorsioni nell'attuale contesto operativo di Fabbrica Italia Pomigliano». Fiat poi arriva a “minacciare” ritorsioni: «Qualsiasi ulteriore assunzione - continua la nota - comporterebbe il contemporaneo ricorso alla cassa integrazione, se non a procedure di mobilità, per un numero di dipendenti corrispondente a quello dei nuovi assunti, inclusi probabilmente alcuni provenienti dal gruppo dei 145 appena assunti in esecuzione all'ordinanza del Tribunale». In pochi, nonostante le rassicurazioni ufficiose sul rispetto della sentenza, avevano creduto al fatto che il Lingotto avrebbe riassunto 145 iscritti alla Fiom. Le divergenze fra Marchionne e alcuni suoi avvocati sulla linea da adottare hanno dilatato i tempi. Ad accelerarli è arrivata mercoledì l'ultimatum della Fiom. Una lettera del collegio di avvocati indirizzata ai colleghi del Lingotto in cui si chiedeva di «comunicare le determinazioni» del cliente «in merito all'adempimento spontaneo all'ordinanza del giudice». Ma il succo della missiva stava nel passaggio in cui si specificava che «in caso di mancato positivo riscontro entro 5 giorni» la Fiom sarebbe stata «costretta a dare avvio a tutte le iniziative, anche giudiziarie, utili ad ottenere l'esecuzione dell'ordinanza» del 21 giugno. E quei cinque giorni sarebbero scaduti proprio domani. Ecco dunque spiegate le ragioni dell'accelerazione voluta da Marchionne: linea dura ad alzo zero, per l'ennesima puntata di una guerra giudiziaria che va avanti, con esiti alterni, dal luglio dello scorso, proprio con la prima sentenza del giudice di Torino Ciocchetti e il “pareggio” proprio su Pomigliano. LANDINI:GOVERNONONSIA SILENTE La risposta della Fiom alla nota della Fiat è altrettanto dura. «La richiesta di sospendere l'ordinanza equivale a richiedere la sospensione dell'applicazione delle leggi - attacca Maurizio Landini -. La sentenza parla di discriminazione e sarebbe direttamente applicabile in qualsiasi Paese europeo e negli Stati Uniti. Siamo alla richiesta di extraterritorialità. Dovrebbe poi preoccupare continua Landini - il fatto che si citino problemi occupazionali perché l'impegno della Fiat fino a ieri era quello di riassumere tutti i 5mila dipendenti. Siamo forse di fronte alla notizia che non sarà più così? Cosa hanno firmato gli altri sindacati con Fiat?», si chiede polemicamente il segretario generale della Fiom. Secondo Lello Ferrara, avvocato della Fiom di Napoli, poi la decisione Fiat di appellarsi non comporterebbe la sospensiva della sentenza: «A noi pare che questo procedimento di ricorso non possa portare alla sospensiva dell'ordinanza». Landini poi ribadisce la richiesta che «l'ordinanza sia applicata, altrimenti siamo già di fronte ad una violazione delle leggi. La Fiat vuole stravolgere il sistema di regole e di diritti sul lavoro e noi continuiamo a porre il problema che il governo e il Parlamento non possano continuare ad assistere questa vergogna in silenzio». La Fiom ha comunque già in programma per martedì 10 luglio una assemblea degli iscritti a Pomigliano, aperta a tutti i lavoratori dell'indotto e della zona in preparazione di «iniziative» già in cantiere che lo stesso Landini definisce «forti e fantasiose». Ma oggi pomeriggio alle 18,30 quasi certamente arriverà una risposta da Sergio Marchionne. Dopo le prime dichiarazione in materia espresse dalla lontana Cina, il manager canado-abruzzese sarà alla presentazione del nuovo Iveco Stralis, la nuova versione della ammiraglia del gruppo che produce camion. Anche questa nuovo presentazione conferma che la Fiat non produce nuovi modelli: si tratta infatti di un aggiornamento di un modello già esistente, esattamente quanto successo per la Nuova Panda a Pomigliano. Se in Cina Marchionne e lo staff del Lingotto avevano confermato comunque il «rispetto della sentenza», stasera però si preannuncia come una nuova ghiotta occasione per Marchionne di attaccare il sistema giudiziario italiano ed evocare l'addio all'Italia. Dirigenti pubblici in pensione con le vecchie norme Spending review: deroga di un anno alla riforma Fornero per i funzionari in esubero Slittano tavoli e Cdm BIANCA DIGIOVANNI INVIATA ABRUXELLES ILCASO LaCgia: impresesemprepiù insolventi Impresesempre più in affanno. Secondoun'analisidella Cgiadi Mestrepeggiora lasituazione economico-finanziariadelle imprese italiane:adaprile2012 (ultimodato disponibile) lesofferenzebancarie in capoalle nostre aziendehanno superatogli82miliardi dieuro. Rispettoall'iniziodell'estate 2011, periodo incui laspeculazione finanziariahacominciatoad aggredire il nostroPaese, le insolvenzesono aumentatedel+11,9% (in termini assoluti+8,7miliardi dieuro). Probabilmente, secondo la Cgia, questasituazione«ha indotto moltissimebanche italiane aridurre progressivamentegli impieghi: una tendenzache la lettura delle statisticheci conferma. Infatti l'erogazionedeiprestiti hacontinuato ascendere (-1,7%rispetto a giugno 2011), anchese adaprile c'èstata una leggera inversionedi tendenzache lasciapresagirequalche piccolo segnaledi ripresa». Nell'arco temporalepreso in esame, ricorda la Cgia, l'inflazioneècresciuta del+3,1%. «Lacrescitadelle sofferenze bancarie»ha dichiaratoGiuseppe Bortolussi, segretario dell'assoziazionedegli artigiani «è la manifestazionepiùevidente dello statodi crisidelle nostre imprese».La cronicamancanzadi liquiditàe la prolungata fasedi crisi economicache stiamovivendosono tra lecauseche hannofattoesplodere l'insolvibilità. «Inoltre in questiultimi 4annidi difficoltàeconomica si sono ulteriormenteallungati i tempidi pagamentodella pubblica amministrazione.Per questo ci appelliamoal premier affinché intervengarecepisca in tempi rapidi la Direttivaeuropeacontro i ritardi». Manon ci sono solo lesofferenze bancarie: tra i tarli delnostrosistema c'èanche ilprogressivo indebolimento dellaproduzione industrialecome certifica ilCentrostudidi Confindustria:un calodello0,5%a maggio,chesegue quelladell'1%di aprile.Per il secondo trimestre dell'annoquindi è in attouna riduzione,parial 2,6%. Pomigliano, Fiat contrattacca: «Stop alla sentenza» Il Lingotto chiama in causa la Corte d'Appello E minaccia Cig e mobilità in caso di assunzioni forzose MASSIMOFRANCHI ROMA Il commissario per la revisione della spesa pubblica, Enrico Bondi FOTO ANSA . . . La nota in risposta all'ultimatum Fiom Il sindacato il 10 luglio in assemblea in Campania 4 domenica 1 luglio 2012
Martedì a Palazzo Madama e mercoledì a Montecitorio. Monti concorda con Schifani e Fini le date utili per riferire a tambur battente alle Camere l'esito del vertice di Bruxelles. A poche ore di distanza dalla conclusione del Consiglio Ue il premier propone e ottiene un nuovo appuntamento parlamentare sull'Europa. Che dovrebbe svolgersi in un clima diverso da quello della scorsa settimana, così si presume leggendo gli osanna di molti esponenti Pdl pronti, nei giorni scorsi, a minacciare la crisi se Monti fosse tornato da Bruxelles «a mani vuote» Il premier aveva chiesto una mozione unitaria ma, a fronte dei sì di Pd, Udc e Fli, aveva dovuto registrare i distinguo pidiellini. Malgrado questo, però, aveva inserito il gioco di squadra tra governo e Parlamento tra gli ingredienti che avevano consentito il successo italiano nel braccio di ferro con Berlino. E a poche ore dalla conclusione del vertice, il Presidente del Consiglio punta a incassare subito -in Italia la «rinnovata compattezza» della sua «strana» maggioranza parlamentare archiviando la tentazione di «crisi strisciante» o «elezioni anticipate» gettata in mezzo alle rotaie «per bloccare l'iniziativa del governo in modo da farlo vivacchiare». Forte del nuovo credito conquistato sul campo europeo, Monti intende mettere alle strette quello che il pd Sandro Gozi definisce «il partito trasversale che voleva indebolire il governo e per il quale il vertice Ue si è risolto in un boomerang». Nel Pdl, ad esempio, continua il lavorio ai fianchi «del fronte delle astensioni». Dei Brunetta, degli ex An, ecc. che premono su Berlusconi perché su ratifica del fiscal compact, spending rewiev, ecc. il partito assuma un profilo di «semi opposizione». Ed è per avvertire questi anche a nome del Cavaliere - che si riscopre oggi «più montiano» del premier, preoccupato com'è per le sue aziende e per il suo futuro politico - che scende in campo Osvaldo Napoli mettendo in guardia i suoi dalla tentazione di «scambi impropri» (con la Lega). Per il vice presidente del parlamentari Pdl l'accordo strappato da Monti «è prezioso». Per raggiungerlo, rivela El Pais, il premier italiano è arrivato a «minacciare di dimettersi per forzare la Merkel». Circostanza che Palazzo Chigi smentisce, ma per via ufficiosa. Il premier, in ogni caso, chiede alla sua maggioranza di fare squadra. Perché «la partita non è finita e bisogna giocare i supplementari». Quelli del 9 luglio, per esempio, quando dovrà riunirsi l'Eurogruppo per dare seguito alle decisioni su scudo anti spread e ricapitalizzazione delle banche. Palazzo Chigi teme «colpi di coda». «Il diavolo si rintana nei dettagli”, avvertono dal governo. Dipenderà da come verranno tradotte in pratica «l'utilità per l'Europa e per l'Italia» delle decisioni maturate a Bruxelles. L'appuntamento con Angela Merkel, che il 4 luglio sarà a Roma, consentirà a Monti di misurare il polso alla cancelliera. Mentre Vittorio Grilli si impegnerà dalle prossime ore per preparare al meglio l'appuntamento del 9 luglio. Certo le dichiarazioni di Manfred Kolbe, esponente (non di primo piano) della Cdu, il partito della cancelliera, non è passata inosservata. «L'impressione è stata quella che l'Italia abbia fatto qualcosa di vicino a un ricatto -spiega - Credo francamente che Monti non sia stato un gentleman. E questo non ha certo migliorato l'atmosfera». Ed è anche per non dare alibi a Berlino che il Presidente del Consiglio chiede ai segretari della maggioranza di fare squadra anche sul maxi-decreto che il governo varerà nelle prossime ore e che prevede ingenti decurtazioni alla sanità, agli statali, agli enti locali e che Bersani chiede di discutere «nel merito» avanzando riserve su accelerazioni e tagli indiscriminati. Mentre Bonanni, leader della Cisl, minaccia la mobilitazione. Monti, però, vuole fissare i paletti conquistati «non dando a Berlino pretesti per sostenere che l'Italia ha smesso di fare i compiti a casa». Ma il rischio -visto dalla «strana maggioranza» - è che forte del successo europeo il premier intenda premere sull'acceleratore delle riforme rosicchiando tempo alle «necessarie mediazioni» e “imponendo altri sacrifici a un paese in recessione». E, sempre per non dare alibi a Berlino, Monti chiede che il Fiscal compact venga ratificato al più presto. Il Senato dovrebbe votarlo l'11 luglio, la Camera entro il mese. Il braccio di ferro con Berlino in vista dell'Eurogruppo? Monti torna a gettare sul tavolo la tobin tax che la cancelliera vuole portare a casa. Bisognerà «riflettere meglio», avverte il premier. Tenendo conto di ciò che dichiarò alla vigilia del vertice europeo (niente tobin tax senza scudo anti spread) il nuovo messaggio inviato in Germania è chiaro. Nei giorni scorsi il ministro Moavero chiese a Pd, Udc e Fli che la richiesta di sostenere la tobin non fosse fissata con nettezza nella mozione sull'Europa a sostegno del governo. Un modo, anche questo, per sospendere la spada di Damocle dell' ultimatum italiano nel cielo di Berlino. Nel voto dell'altra notte 16 defezioni tra i Cdu-Csu e 10 nella Fdp Grandi manovre in vista del 2013 Schaeuble: dal vertice sonoarrivate lerispostegiuste SEGUEDALLAPRIMA La sua creatura, il patto che nel marzo scorso impose a tutta l'Europa, è passato soltanto per l'atteggiamento responsabile della Spd e dei Verdi, che, salvo qualche defezione, hanno votato sì pur senza esserne affatto convinti. Ma la maggioranza di Frau Merkel non c'è più. Sulla carta la cancelliera doveva ricevere 311 voti dai deputati di Cdu, Csu e Fdp, i partiti della sua coalizione. Ne ha avuti 300. La mazzata è arrivata nel cuore della notte, quando gli uffici del Bundestag hanno messo a disposizione i verbali di voto. Dei parlamentari sui quali in teoria contava, il governo ne ha persi 16 dalle file cristiano-democratiche e cristiano-sociali e 10 da quelle liberali: 26 no che hanno significato la ripulsa di una parte del centro-destra alla strategia perdente con la quale la cancelliera si è presentata al vertice di Bruxelles e che ora ingombrano come macigni il futuro della coalizione e del governo. Se si fosse trattato di un voto “normale”, senza l'effetto “salva-Merkel” della maggioranza dei due terzi imposta dalla Corte costituzionale, il governo sarebbe andato sotto e, secondo la prassi parlamentare tedesca, avrebbe dovuto dimettersi. E i guai non finiscono qui. Il Bundestag e il Bundesrat avevano appena finito di votare, l'altra notte, che sono partiti ben cinque ricorsi di incostituzionalità per Karlsruhe, la città in cui ha sede la Consulta. Uno era annunciato da tempo ed è stato formulato dall'estrema sinistra della Linke, ma gli altri sono venuti da organizzazioni della società civile, da un'associazione diretta dall'ex ministra federale della Giustizia Herta Däubler Gmelin e da Peter Gauweiler, turbolento dirigente della Csu che gode di molto potere nella sua Baviera. Da sinistra e da destra, insomma. Per esser sicuro che il suo ricorso arrivasse in tempo, Guaweiler ha mandato addirittura un impiegato a piazzarsi in piena notte davanti al portone della Corte a Karlsruhe. Ieri pomeriggio era ancora in corso una dotta contesa giuridica intorno all'effetto dei ricorsi: avrebbero costretto i giudici supremi a bloccare, intanto, l'entrata in vigore dell'Esm, che in teoria dovrebbe avvenire oggi, primo luglio? In ogni caso, sulla vicenda pesa anche l'annuncio che il presidente della Repubblica Joachim Gauck intenderebbe, almeno per il momento, rifiutare la firma del provvedimento per rispetto delle obiezioni già sollevate dalla stessa Corte sull'insufficienza del coinvolgimento del parlamento nelle decisioni che riguardano il bilancio. La vittoria ottenuta dalla cancelliera a Berlino dopo la sconfitta registrata a Bruxelles rischia di trasformarsi in un pasticcio giuridico dal quale lei potrebbe uscire malconcia. In ogni caso, Angela Merkel dovrà stare ben attenta, da qui in avanti, a presentare al Bundestag provvedimenti che non raccolgano il consenso pieno e convinto della sua maggioranza. Data la situazione e il clima di fronda aperta che si manifesta in tutti i partiti della coalizione, e non solo sulla strategia anticrisi, questo potrebbe avere come conseguenza un blocco politico dell'iniziativa del governo. Attualmente è aperta una dura vertenza, che attraversa anche la maggioranza, sull'opportunità o meno di concedere finanziamenti all'assistenza dei bambini in casa, provvedimento contestato da chi si batte invece per più asili-nido e misure pubbliche. Anche su altre questioni di carattere sociale, i liberali e la destra democristiana tendono sempre più a mettersi di traverso. Certo, le elezioni sono lontane, nell'autunno dell'anno prossimo, e un possibile cambio di maggioranza con il ritorno alla grosse Koalition con la Spd, del quale pure si parla, sarebbe improponibile nei tempi brevi, almeno con l'attuale cancelliera alla guida. Un altro candidato potrebbe risultare più accettabile ai socialdemocratici? Qualcuno ha avanzato l'ipotesi dell'attuale ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, che da qualche tempo va differenziando le proprie posizioni da quelle del capo del governo. Per ora si tratta di mere illazioni, ma l'Angela Merkel che si presenterà all'incontro intergovernativo italo-tedesco mercoledì prossimo rischia di arrivare a Roma zoppicante. Monti vuol chiudere i conti con chi puntava alle urne Il premier riferirà martedì e mercoledì in Parlamento sui risultati del vertice La nuova sfida è all'Eurogruppo del 9 luglio. Il 4 Merkel sarà in Italia ILCASO Merkel non ha più la sua maggioranza Decisivi Spd e Verdi PAOLOSOLDINI paolocarlosoldini@libero.it L'EUROPAEL'EURO NINNIANDRIOLO INVIATOA BRUXELLES Alvertice di Bruxellessonostate trovate le«risposte giuste»alla crisi. Lodice ilministro delleFinanze tedescoWolfgangSchaeuble inuna intervistaalla Frankfurter Allgemeineam Sonntag,anticipata ieri. Laposizionetedescadi condizionare la mutualizzazione del debitoai controlli èstatamantenuta «concoerenza esenza eccezioni», haspiegato ilministro delleFinanze. E«imercati -haaggiunto, riferendosialla positiva risposta delleBorsenella giornatadi venerdì -sembranoaccettarechenon ha alcunsensospeculare controuna zonaeuroche fa fronte comune». «IlConsiglio europeo-ha commentatoancora Schaeuble portatodelle rispostepositive ai problemichesipongono». Kolbe: il premier italiano poco gentiluomo con Angela All'indomani del vertice di Bruxelles, è sempre più chiara, a Berlino, la sensazione che Roma abbia vinto con un ricatto. E c'è chi lo dice apertamente, come il deputato della Cdu Manfred Kolbe, che riferisce della sorpresa del suo gruppo parlamentare, ieri al rientro di Angela Merkel. «Siamo rimasti sorpresi del fatto che sia partita con una certa linea, e poi abbia invece chiaramente mollato. E siamo un po' delusi da Monti». «L'impressione è stata proprio un pò quella che l'Italia abbia fatto qualcosa di vicino a un ricatto», ha detto all'Ansa il vicepresidente del gruppo di amicizia Italia-Germania al Bundestag. Kolbe ne fa una questione che oscilla fra metodo e contenuti, e finisce con un appunto sullo stile della trattativa del Professore: «Credo francamente che Monti non sia stato un gentleman». Il ragionamento parte appunto da una valutazione sui modi in cui è avvenuta la costruzione - a tappe - della difficile intesa: «Venerdì scorso a Roma è stato stabilito che vi fosse un pacchetto per la crescita, su un'idea francese, che poteva servire all'Italia. E a Bruxelles Monti ha minacciato di bloccare qualcosa che era già stato concordato e che era nell'interesse del suo stesso Paese. Un modo un po' strano di agire. Anch'io non voglio che l'Italia sia sotto attacco e paghi tassi così alti. Ma che succede se in questa situazione ci finiamo tutti? Che succede se perdono la tripla A Germania, Olanda e Finlandia? Chi salverà l'Europa?» E conclude: «Ora abbiamo un momento di tregua, ma dobbiamo vedere che accade dopo. E pensare al medio e al lungo termine». Il premier Mario Monti FOTO ANSA 2 domenica 1 luglio 2012
SEGUEDALLAPRIMA Dove collochiamo la Giustizia nella scala gerarchica delle priorità? L'impressione è che la comune opinione la faccia scivolare se non nel fondo, quanto meno a metà classifica. Un errore gravissimo che pagheremmo salato aggravando la stessa crisi economica. Mi spiego. L'Italia è stata più volte condannata dalla Corte europea dei Diritti umani per l'ingiustizia dei tempi della sua giustizia. Troppo lunga la durata del processo, sia penale che civile. E pensate che sia indifferente per gli operatori economici sapere di non potere contare sull'efficienza di un sistema di soluzione del contenzioso civile e di un processo penale che li protegga dalle mafie e dalla pressione corruttiva di ogni sorta? Certo che no. Se chi deve investire sa di non poter contare su un'adeguata tutela giudiziaria per le vittime di reati e soprusi, indirizza i propri capitali altrove. E addio speranze di crescita… Del resto, veniamo da una stagione, quella del berlusconismo delle leggi ad personam, anzi dovremmo dire adclassem, che ha creato ampie sacche di impunità, grazie al combinarsi dei vari ostacoli frapposti all'azione giudiziaria. Ostacoli che si sono risolti nell'allungamento a dismisura dei tempi del processo e nella cultura dell'impunità e dell'elusione della legge ben oltre il limite della decenza. Il che ha mortificato sempre di più l'immagine del nostro Paese agli occhi degli stranieri, investitori compresi, e delle nostre istituzioni agli occhi dei propri cittadini, dando luogo ad una sempre più allarmante disaffezione nei confronti dello Stato e della politica. Ed allora, se si vuole arrestare la deriva del Paese, occorre dare una sterzata alla politica della giustizia in Italia. Recuperare il terreno perduto, azzerare le nefandezze del passato per costruire un'Italia più giusta. Serve un nuovo «Piano per la Giustizia», iniziando a capovolgere le priorità. Alla priorità dell'impunità dei potenti che ha costituito il nocciolo della politica del diritto nel ventennio berlusconiano, contro la magistratura e la Giustizia, va contrapposta una priorità di supporto alla magistratura anziché di ostacolo, che venga incontro alle esigenze di giustizia dei cittadini. Una giustizia efficiente nelle garanzie, che dia risposte in tempi ragionevoli. Occorre, insomma, una grande riforma della giustizia, articolata su alcuni punti forti. Innanzitutto un'urgente revisione dei tempi della giustizia, anche attraverso interventi drastici. Riforma della prescrizione, una «prescrizione lunga» il cui decorso inizi solo dal momento in cui viene scoperto il delitto e si interrompa con l'apertura del processo, dimostrativa della volontà statale di perseguire il (presunto) colpevole. Riforma delle impugnazioni, che possa contemplare l'abolizione dell'appello, e incentivazione dei riti alternativi che preveda l'esito dibattimentale come extrema ratio. Ma anche riduzione del contenzioso penale attraverso una robusta depenalizzazione dei reati minori, restituendo efficienza deterrente alle sanzioni amministrative alternative allo strumento penale. Il tutto, se accompagnato ad una razionale revisione delle circoscrizioni giudiziarie, senza remore nell'abolire sedi giudiziarie inutili, consentirebbe anche di recuperare personale per una più razionale politica delle risorse. E, a proposito di risorse, potenziamento degli strumenti di recupero del maltolto alla comunità da parte del mondo del crimine tutto, delle organizzazioni mafiose, ma anche della corruzione, e destinazione del confiscato, almeno in parte, allo stesso pianeta giustizia. Riforma del diritto penale cominciando dalla riforma della normativa anticorruzione, ed il recente ddl in materia può essere solo un primo passo. Ma anche adeguamento della legislazione antiriciclaggio e del diritto penale economico per contrastare ogni forma di finanza criminale, delle mafie e dei colletti bianchi, a cominciare dal ripristino dell'incriminazione per falso in bilancio fino alla introduzione del reato di autoriciclaggio, così colmando una lacuna che agevola i riciclatori di professione delle grandi organizzazioni criminali. Riforma del codice antimafia per dargli reale efficacia anche su settori del tutto scoperti, ad esempio introducendo un efficiente reato di scambio elettorale politico-mafioso che sanzioni il patto politico-mafioso, oggi di fatto impunito. La riforma della disciplina degli strumenti di investigazione deve indirizzarsi verso il suo potenziamento e non certo verso la neutralizzazione dei poteri della magistratura e delle polizia giudiziaria. A partire dai collaboratori di giustizia, fenomeno pressoché estinto perché vittima di una legge che, introdotta nel 2001, ha disincentivato la collaborazione, dove bisogna invece avviare un'inversione di tendenza per affrontare la nuova emergenza costituita dalla mafia politico-finanziaria. E scongiurare il pericolo all'orizzonte di rivitalizzare il progetto di legge-bavaglio sulle intercettazioni, magari strumentalizzando le polemiche sorte intorno alle legittime e doverose intercettazioni disposte in alcuni procedimenti in corso, come quello sulla cosiddetta «trattativa Stato-mafia», quando si è sostenuta la «inopportunità» delle intercettazioni stesse, criterio di opportunità che però non può e non deve entrare nelle valutazioni giudiziarie. Inopportune semmai sono certe polemiche da parte di chi dimostra di conoscere poco gli atti d'indagine, benché ormai a disposizione di molti a seguito del deposito delle carte, quando si tratta, come in questo caso, di intercettazioni dimostratesi rilevanti rispetto al procedimento in corso perché contenenti risultanze illustrative di aspetti non secondari della vicenda oggetto dell'indagine. Ciò che più conta, anche per evitare esercizi di dietrologia, diventa allora non dare l'impressione di voler enfatizzare le polemiche per legittimare la rivitalizzazione di quell'ormai antico minacciato intervento legislativo sulle intercettazioni, equivalente ad un colpo di spugna della residua efficienza dell'azione di magistratura e forze di polizia contro ogni forma di criminalità occulta. Il recente Consiglio europeo ci ha dato un po' di ossigeno: guai a sprecare l'occasione. Ci sarà bisogno di ridurre la spesa corrente per aumentare gli investimenti: l'Europa ha innanzitutto necessità di tornare a crescere. Di puntare sul lavoro, sui suoi giovani, sulle sue intelligenze. Ha bisogno di ridurre gli squilibri, cresciuti a dismisura nell'ultimo decennio. È per questo che occorre rimettere al centro la politica e le istituzioni, invece del mercato e della finanza. La svolta necessaria passa attraverso cessioni di sovranità, ma non è più tempo di riforme calate dall'alto: la politica tornerà a prevalere solo se avrà un forte contenuto sociale, se dimostrerà di ridurre le diseguaglianze, di aumentare le opportunità, di legare imprese e lavoro ad una stagione di crescita qualitativamente nuova. L'esito incoraggiante del summit ci pone comunque sfide interne ed esterne. Una sfida decisiva riguarda il profilo dell'Europa. Non c'è alternativa ad una Unione politica e fiscale sempre più forte. Il percorso per arrivarci è però pieno di ostacoli e di trappole. È stata battuta a Bruxelles la resistenza di Angela Merkel, e in qualche modo la filosofia che ha ispirato l'egemonia del centrodestra franco-tedesco: ma sarebbe un grave errore intensificare ora il conflitto con la Germania, anziché attenuarlo per accorciare i tempi verso le necessarie riforme europee. Merkel dovrà vedersela in casa propria con le contraddizioni della sua maggioranza e, speriamo, con una coalizione rosso-verde capace di rilanciare con un programma europeista. Ma sono solo testimonianze di squallore e di degrado, come giustamente ha sottolineato ieri Michele Ciliberto, le frasi offensive rivolte contro la cancelliera da parti del centrodestra italiano, che prima si vantava di esserle alleato e ora la contesta con gli argomenti delle destre radicali. La sfida interna più importante riguarda i contenuti della transizione italiana. Ora Monti si sente più forte per arrivare alla primavera del 2013. Non c'è dubbio che nel negoziato europeo ha dato il meglio di sè, rafforzando il valore delle scelte compiute dal Capo dello Stato. Ma la durata del governo non vale da sola a dare un senso positivo alla transizione. La missione del governo non è soltanto quella di guidare il Paese in un frangente burrascoso, riconquistando in Europa la credibilità perduta dai governi Berlusconi. La transizione, per essere fruttuosa, deve restituire agli italiani un sistema politico funzionante, deve farci uscire dalla Seconda Repubblica, deve soprattutto riportare equità laddove finora i sacrifici sono stati tutti a carico dei «soliti noti». Non basta, insomma, un segnale promettente in Europa per illuminare la strada fino a fine legislatura. Se torneremo a votare con il Porcellum, in virtù del boicottaggio Pdl sulle riforme, non si potrà non dire che la transizione sarà fallita. A maggior ragione il discorso vale per le questioni sociali: le misure di austerità, pur necessarie, hanno avuto un segno depressivo e gravano in modo insostenibile sui ceti sociali più deboli. È necessaria una doppia svolta: nel senso della crescita e nel senso della giustizia sociale. Non si tratta solo di porre rimedio ai casi di macroscopica ingiustizia come per gli esodati. Si tratta di avviare un piano per il lavoro e lo sviluppo, magari straordinario, magari finanziato con una patrimoniale, che sarà tanto più solido quanto diventerà bandiera comune dei progressisti europei. Ma c'è ancora una sfida. Nella transizione occorre preparare una solida alternativa di governo. I «tecnici» sono, appunto, un passaggio. Se fossero un'emergenza continua, l'Italia andrebbe incontro ad un destino «greco». Compito del centrosinistra, in primo luogo del Pd, è costruire il progetto e la squadra di domani. Questo è oggi parte essenziale della sua funzione nazionale. Non si potrà costruire un progetto a dispetto dei contenuti. Non si dovrà ripercorrere la fallimentare strada dell'Unione. L'impegno per sostenere il governo Monti, per correggerne i contenuti sociali, per spingere sempre più l'Italia all'alleanza con i progressisti europei è parte del lavoro di costruzione dell'alternativa. Se Di Pietro pensa che può allegramente attaccare il presidente della Repubblica, inseguire il populismo anti-euro di Grillo, contrastare il governo Monti come se fosse la continuazione del governo Berlusconi, deve sapere che stavolta non ci sarà alleanza possibile. Le stesse primarie del centrosinistra devono contenere gli antidoti all'Unione. Chi partecipa deve stringere un patto di programma così forte da prefigurare la convergenza, domani, in un solo partito. Una sfida che Vendola aveva lanciato per primo (mentre Di Pietro ha già tradito una volta la parola data, a Veltroni nel 2008). Le primarie come momento di sintesi e di rilancio: non solo per la scelta di un leader. Poi un partito rafforzato e coeso potrà utilmente allargare il consenso e le alleanze. A partire da quelle forze con cui si è condiviso prima l'opposizione a Berlusconi, poi il sostegno a Monti in chiave europeista. AILETTORI LACORTEDEICONTIHADICHIARATOSENZAMEZZATER-MINICHEICANCRICHEAFFLIGGONOILCORPODELLANOSTRANAZIONEsono la corruzione e l'evasione. Con altrettanta adamantina chiarezza, la Corte dei Conti ha affermato che lo zoccolo duro dell'evasione fiscale nel nostro Paese è stata appena scalfita. Di fronte a tale spietata diagnosi sui mali del bel Paese, che cosa fa il governo? Vara una legge per regolare il mercato del lavoro, iniqua, vessatoria dei più deboli e sostanzialmente inutile, anche a detta di molti imprenditori seri che di mestiere fanno gli imprenditori e a detta di gruppi stranieri che hanno comunque deciso investire nel nostro paese i quali non cessano di ribadire che il problema che scoraggia gli investimenti stranieri sono corruzione e paralisi del sistema giuridico che determina una durata dei processi civili corrispondenti ad ere geologiche. Eppure molti saggi e ponderati politici, dai palcoscenici dei media annunciano con sussiego che il governo di Mario Monti sta salvando il Paese. Da cosa? Non dai mali principali del Paese. Da cosa allora? Dalle oscillazioni pericolose dello spread? A quale scopo? Francamente non si capisce. La legge sul mercato del lavoro non porterà lavoro, non ai disoccupati e nemmeno ai giovani. In compenso porterà angosce, farà regredire culturalmente il paese ad una sorta di darwinismo sociale per distruggere i diritti del lavoro e per trasformare la nostra straordinaria Costituzione in un optional. Il Fornero-pensiero, in piena sintonia con il Marchionne-pensiero, vuole trasformare i lavoratori in una folla di dannati condannati in perpetuità ad una competizione dolorosa per conquistare il lavoro e per guadagnarsi la vita in una permanente lotta per la sopravvivenza. Difficile non rintracciare in questa idea di società, un'ideologia fondata su visioni pseudoreligiose che fanno dell'esistenza mondana un'espiazione del peccato originale per le quali il vivere è solo dolore in una valle di lacrime in attesa della redenzione in un'altra vita che non è di questo mondo. Questa degenerazione culturale, rischia di passare in cavalleria a causa del ricatto della crisi economica, crisi le cui responsabilità gravano su molti soggetti economico-finanziari ma non certo sui lavoratori ai quali però se ne addebitano i costi. Quale salvezza può esserci per un Paese, o anche per l'intera Europa, se la si radica nell'ingiustizia più indegna: colpire chi lavora e produce, a vantaggio di corruttori ed evasori. I grandi evasori, i corrotti e corruttori si individuano e si colpiscono solo con la reale volontà di farlo. Questa volontà in Italia non ha mai governato. Non con Monti, non prima di Monti. Maramotti “MANGINOBRIOCHES” RINVIATA ADOMANI L'intervento Un piano per la Giustizia senza bavagli Antonio Ingroia Moni Ovadia Musicista e scrittore L'editoriale La sfida per chi vuole l'alternativa Claudio Sardo SEGUEDALLAPRIMA Per ragionidi spaziosiamocostretti arinviareadomani la rubrica “Manginobrioches”.Cene scusiamo con l'autrice e con i lettori. . . . Monti ha avuto successo Ma per arrivare bene al 2013 occorre una svolta sociale e va eliminato il Porcellum .. . La riforma del lavoro, una legge iniqua e vessatoria Vocid'autore La valle di lacrime di Elsa Fornero COMUNITÀ domenica 1 luglio 2012 17
InCalabria nasce Fimmina Tv Gerinapag. 17 Intervista all'Unità: nella Ue sono cambiati i rapporti di forza. Ora decisioni su Eurobond e Bce. L'Italia è tornata protagonista Il racconto «pulp»della domenica Spicolapag.23 La sfida per chi vuole l'alternativa CLAUDIOSARDO Aspettandol'Italia Maxischermi nellegrandicittàe l'incoraggiamento diNapolitano Tuttoèpronto per la finalediKiev contro la Spagna. Forzaragazzi! BUCCIANTINI,DISTEFANO, MARCELLIA PAG. 10-11 L'INTERVENTO ANTONIOINGROIA Il premier, vincitore in Europa, prepara il decreto sulla spending review Camusso all'Unità: ora occorre una svolta sociale Dirigenti statali: pensioni con le vecchie norme L'ANALISI PAOLO SOLDINI L'ANALISI UMBERTODE GIOVANNANGELI ILCOMMENTO ANTONELLO MONTANTE Tragedia del mare in Cilento. Quattro sub sono morti nel corso di un' escursione nelle acque di Capo Palinuro. Le vittime sono un romano, un inglese, un ragazzo di origine greca e una giovane donna salernitana. È probabile che siano rimasti intrappolati in un cunicolo a causa del fango sollevato durante il loro passaggio. Non si esclude però la possibilità che si sia verificato un crollo improvviso. A PAG.9 Prodi: ora l'Europa è diventata più forte Piazza Statuto, 1962 E la rivoltaesplose Gianolapag.21 L'estate calda di Monti L'EUROPA FINALMENTE HA BATTU-TOUNCOLPO.Il deficit politico accumulato dal vecchio Continente resta ancora tutto da ripianare, ma il risultato del summit di Bruxelles stavolta ha avuto un segno positivo, riconosciuto anche dai mercati. Pure l'Italia è tornata a giocare un ruolo importante dopo gli anni bui di Berlusconi. Per il premier Monti è stato un successo. Personale, e non solo. Alle spalle aveva un mandato ampio (rafforzato dalla convergenza di Pd e Udc su un documento parlamentare comune, a fronte dei distinguo del Pdl) e al fianco Monti ha avuto Hollande, il neopresidente socialista della Francia, l'uomo che ha cambiato gli equilibri dell'Unione. L'Europa è il nostro destino. È la crisi politica dell'Europa che sta mettendo a rischio un modello sociale. Solo una reazione comunitaria può portarci fuori dalla depressione economica e dal declino. Ma intanto il declino favorisce le chiusure nazionaliste, gli egoismi di classe, il diffondersi dei populismi (purtroppo non solo a destra). C'è poco tempo per reagire. SEGUEAPAG.17 Quale deve essere oggi la priorità delle priorità nell'agenda politica nazionale? Domanda diretta che impone risposta altrettanto secca. Una risposta, a prima vista, perfino facile. Tutti direbbero, senza esitazione, che la priorità è la crisi economica. Una crisi che impedisce la crescita del nostro Paese, che sta mettendo a rischio l'euro e la stessa idea di Europa, e che avvilisce la quotidianità degli italiani. Non è un caso che la politica abbia fatto un passo indietro per cederlo a un governo di tecnici, qualificatissimi proprio per fronteggiare l'emergenza e rilanciare l'economia nazionale. E la Giustizia? SEGUE APAG.17 Un piano per la Giustizia Ci sono ancora tanti detenuti politici in Birmania: temo che il mondo si scorderà di loro dopo che i più noti saranno rilasciati. Un prigioniero per reati di opinione è sempre un prigioniero di troppo AungSanSuu Kyi Una notte per tirare il fiato? Troppo poco: Angela Merkel ha ricominciato subito a soffrire. Ha ottenuto una larga maggioranza al Bundestag sul Fiskalkompakt e sul nuovo fondo salva-stati Esm, ma ha perso la sua, di maggioranza. SEGUEAPAG.2 In Germania è quasi crisi Le parole, a volte, pesano come pietre. Soprattutto in una realtà, come quella mediorientale, in cui le parole sono state, spesso, viatico di speranze e tragedie, di «storici accordi» e di guerre devastanti. SEGUEAPAG.18 Se l'Egitto trova il suo Erdogan Abbiamo superato la tensione che fino al 28 giugno ci ha tenuto con il fiato sospeso: vittoria dell'Italia con la Germania nella semifinale degli europei e accordo positivo al summit Ue di Bruxelles in cui si decideva il destino dell'eurozona. Su ambedue i fronti, però, si dovrà ancora aspettare prima di avere la conferma dei risultati. L'accordo per rafforzare la Bce e i suoi poteri di sostegno alla moneta unica fa sperare che si superi finalmente quell'incertezza che fino ad ora, tra confusione e perdita di fiducia, aveva provocato molti danni. SEGUE APAG.5 L'alleanza impresa-lavoro Dieci miliardi quest'anno, venti l'anno prossimo. È l'obiettivo che il governo si pone tagliando le spese di servizi e sanità per evitare l'aumento dell'Iva, affrontare le minori entrate e coprire l'emergenza terremoto. Ma Susanna Camusso chiede una svolta: la soluzione, dice in un'intervista a l'Unità, non può venire dai tagli lineari al settore pubblico. APAG.4-5 U: Palinuro, morti quattro sub nella Grotta del Sangue «L'alleanza tra Italia, Francia e Spagna ha chiuso l'era dell'Europa frammentata», dice Romano Prodi in questa intervista all'Unità, «ora diventa possibile un'azione comune fra i Paesi europei». Dopo questo risultato «mi sembra chiaro che Monti durerà fino al 2013, come ho sempre pensato. Ma i partiti dovranno tornare ad avere un ruolo attivo. Ovviamente con un'altra legge elettorale: bipolare e, possibilmente, con il doppio turno». COLLINIA PAG.3 Scosse e Caronte: 40 gradi nelle tende dell'Emilia AFFRONTE APAG.8 Staino 1,20 Anno 89 n. 180Domenica 1 Luglio 2012
Le valigie sono di nuovo pronte, Staffan De Mistura è appena tornato da Kabul e si accinge a ripartire per la Conferenza internazionale di Tokyo, che si apre l'8 luglio,ultima in agenda sul futuro dell'Afghanistan, dove porterà, con tutta la determinazione di cui è capace, la posizione italiana sulla delicata fase della transizione. Tra nuove e vecchie nubi nei cieli sopra le montagne dell'Hindukush, il gioco dell'India e del Pakistan, il farsi avanti della Cina e la guerra ancora presente, a bassa intensità, si prepara il ritiro dei contingenti Isaf, compreso quello italiano, come da calendario. Alla conferenza di Kabul, del 14 giugno scorso,ilpresidenteafghanoHamidKarzaiharingraziatoicinesiperiloroingenti investimentiminerariepetroliferinelbacinodell'AmuDarya.Qualèilgiocodella Cina in Afghanistan e quale sarà dopo la partenzadelle truppe Nato? «La Cina è evidentemente interessata all'Afghanistan e rimarrà coinvolta nel Paese per questioni di sicurezza e commerciali. La frontiera cinese e quella afghana coincidono per un piccolo pezzo ma è un pezzo molto sensibile». Per la ribellione degli uiguri e degli altri gruppimusulmani? «Esattamente. E quindi non ha alcun interesse ad avere vicino uno Stato destabilizzato e in più ultra islamico che li appoggi. Ma sarà una presenza economico-commerciale. Vedo un gioco abile, attento a non apparire intrusivo, discreto, come ha fatto finora. Hanno capito che in Afghanistan non conviene entrare diversamente». Infatti per gli occidentali, adesso, il problemaèuscire. Ilprocessodi transizione vaavanti.LeipensacheilgovernoKarzai sarà ingrado, nel2014, di gestire lasicurezzadel Paese? «In tutte le zone nelle quali la transizione è già avvenuta non c'è stata la guerra civile, non c'è stato il colpo di mano, non sono cadute in mano ai talebani. Da una parte perché gli stessi talebani hanno interesse a vederci partire. Dall'altra perché, con l'uscita di scena dei militari stranieri, viene a cadere la ragion d'essere della ribellione talebana, il più forte argomento a loro favore nell'opinione pubblica afghana». Mail territorioafghano èdivisotra tribùe vari Warlords che non sembrano affatto d'accordotraloro.Qualesoluzionevede? «Le diverse autorità locali cominciano a fare accordi di non ingerenza reciproca, dei compromessi, mantenendo ognuno la propria zona d'influenza. È quello che succederà al momento dell'uscita delle truppe internazionali. È una soluzione impropria, imperfetta, ma è una “soluzione afghana” e quindi possibile. E in questa ottica, se ci sarà un accordo con i talebani, che anche gli Usa vogliono, anche un esercito di 300mila uomini iper armati non sarà più necessario». Gli accordi con i talebani in Qatar, però, sembranofermi. «No, non è così. Si stanno portando avanti in modi diversi. Ci sono vari canali per le trattative». Allaconferenzasull'AfghanistanaTokyo dicosasi discuterà? «Tokyo ha una valenza speciale perché è l'ultima grande conferenza prevista fino al 2014. Diventa quindi importante in termini conclusivi. Si parlerà dei temi dello sviluppo e dell'economia». Karzai si aspetta 4 miliardi l'anno. Cosa risponderà l'Italia? «Ci sono due condizioni fondamentali ai finanziamenti, su cui io premerò molto: la lotta alla corruzione e il rispetto dei diritti delle donne. Vediamo la prima. Lo scandalo di Kabul Bank non è stato risolto, gli episodi di corruzione rimangono impuniti e si sentono troppe voci sugli affari della famiglia di Karzai. Questa conferenza si chiamerà: the mutual accountability, si stabiliranno obblighi reciproci, cioè, anche da parte del governo afghano. È semplice: o cambiano le cose o non daremo più un soldo. Come negli altri Paesi, gli italiani stanno facendo enormi sacrifici, non possiamo sprecare nemmeno un euro. Dopo 12 anni, in cui la comunità internazionale ha messo in questa operazione un trilione di dollari e, nel nostro caso, purtroppo, 51 morti, abbiamo tutto il diritto di pretenderlo». Conqualecifradovràcontribuirel'Italia? «Stiamo valutando adesso. Per l'addestramento e il sostegno dell'esercito afghano fino all'uscita, ad ora sono 120 milioni l'anno. Ma si dovrà valutare l'entità dell'esercito realmente necessario». Esullo sviluppodel Paese? «Ci sarà un investimento ma va ancora valutata la cifra, che dovrà essere, secondo me, aumentata rispetto a quella per l'addestramento». Veniamoallasecondacondizione,aidiritti calpestati delle donne. Lei, come rappresentante dell'Onu, ha già affrontato questotemaconilgovernoafghano,con quali reazioni? «Quando si cerca di marcare il terreno con forza, la risposta in genere è questa: ”Noi abbiamo il diritto di avere la nostra cultura e la nostra religione. E se vi immischiate vuol dire che siete qui per fare una crociata”. Ma, da parte nostra, abbiamo il diritto di negare qualsiasi finanziamento se non dimostreranno, non solo di stabilizzare, ma di migliorare la condizione delle donne». L'Afghanistan ha firmato impegni internazionali sui diritti delle donne, come la legge contro la violenza, che non rispetta.Anzi, leultimedisposizionidiKarzaiin questo campo vanno in senso contrario. Comepossiamosperarecheungoverno, formatoingranpartedafondamentalisti, applichilaCostituzioneeleleggicheproteggonoidirittidelle donne? «Infatti sarebbe ingenuo pensarlo. Soprattutto perché alla fine dovranno fare un compromesso con i talebani e il timore delle donne afghane, che io condivido, è che sia fatto sulla loro pelle. Non ho la chiave per risolvere questo problema però so, per averlo sperimentato quando ero rappresentante dell'Onu, che condizionare gli aiuti economici è un sistema efficace. Finora non è stato usato ma adesso lo faremo. Devono capire che facciamo sul serio». Fare pressioni sul governo non è l'unico frontedellabattagliaperilrispettodeidiritti.Leihaparlatospessodisostegnoalle forze democratiche afghane. È sempreuna priorità? «Certamente. La società civile è una forza attiva e importante per la democrazia che va aiutata». Che incontra, però, continui ostacoli. Giorni fa ilgovernohamessofuori legge e indagato il partito laico e democratico Hambastagi(Solidarietà)chehamanifestato contro i criminali di guerra tuttora al governo. Anche condannare il dissensoè una violazione didiritti. «Lei ha ragione, lo penso anch'io. Lo ripeto: sul tema dei diritti il governo afghano dovrà cambiare strada. La società civile è il futuro dell'Afghanistan e va sostenuta ad ogni costo». L'INTERVISTA Nuovi interessi economici e vec-chi Warlords. Potrebbe chia-marsi così la vicenda che da alcuni giorni tiene banco nei circoli diplomatici di Kabul. Una vicenda che anche qui a Herat è sulla bocca di tutti, e che impensierisce Pechino. Senza grandi clamori, da anni il dragone cinese sta intensificando la sua presenza, commerciale e diplomatica, in Afghanistan. Il governo Karzai non fa mistero di apprezzare il discreto attivismo cinese: il rapporto con gli Stati Uniti - a dispetto dell'accordo di partenariato strategico firmato lo scorso maggio - è fragile, condizionato dalle operazioni militari sul terreno e da reciproci sospetti. Per questo, Kabul ha aperto le porte alla nuova superpotenza mondiale: risale al 2007 l'accordo con cui per 3 miliardi e mezzo di dollari è stato ceduto al ChinaMetallurgicalGroup il diritto esclusivo di estrarre rame dalla miniera di Aynak, 40 chilometri a sud della capitale. I lavori, però, non procedono come dovrebbero: ad Aynak, proprio sotto il compound cinese, si trova un'area sacra di straordinario valore archeologico, Gol Hamid, che risalirebbe a un periodo compreso tra il V e il VII secolo dopo Cristo, già oggetto degli scavi dell'AfghanNationalInstituteofArcheology e della Delegazione archeologica francese (anche gli italiani erano interessati, ma hanno deciso di tirarsene fuori). Fermi ad Aynak, i cinesi hanno voluto accelerare l'inizio dei lavori nel Nord del Paese, nel bacino dell'Amu Darya, dove nel 2011 il colosso energetico statale China National Petroleum Corporation si è aggiudicato il diritto di estrazione dei circa 80 milioni di barili di petrolio stimati. Pochi giorni fa, nell'area sono arrivati in pompa magna pezzi grossi del governo afghano, tra cui i ministri delle Finanze e delle Risorse minerarie, i governatori delle province di Sar-i-pul, Jawzjan e Faryab, oltre che il vicepresidente, il «maresciallo» Mohammad Qasim Fahim. Ad accompagnarli, l'ambasciatore cinese a Kabul, Xu-Feihon, che ha suggellato con un discorso l'inizio dei lavori. Secondo quanto sostenuto da Jawad Omar, portavoce del ministro delle Risorse minerarie, alla fine di quest' anno si riusciranno già ad estrarre 150mila barili, cifra che raddoppierà nel prossimo anno. Peccato che anche lì le cose siano cominciate nel verso sbagliato: a mettersi di mezzo, ci ha pensato un uomo dal volto grasso e poco raccomandabile, Abdul Rashid Dostum. Generale «tagliagola» dalle alleanze variabili, Dostum da anni esercita una vera e propria potestà nell'Afghanistan del Nord-ovest. Lo fa con metodi brutali, fatti di esecuzioni sommarie, uso disinvolto delle armi, tendenze autoritarie. Le stesse di cui si sono lamentati nei giorni scorsi gli stessi ingegneri cinesi, che avrebbero ricevuto minacce e richieste di soldi. La cosa ha creato allarme e scandalo nel palazzo presidenziale di Kabul, che ha invitato una delegazione per risolvere la faccenda, mentre il Consiglio di sicurezza nazionale ha accusato Dostum di «compromettere gli interessi nazionali», impedendo lo sviluppo economico del Paese. IL TAGLIAGOLEE I SUOI INTERESSI Ancora più scandalo, però, l'ha causato il polverone che ne è derivato: l'accordo voluto da Karzai per l'estrazione petrolifera include infatti anche la compagnia Watan Group, controllata da un cugino del presidente, e il cui principale azionista secondo il New York Times sarebbe Qayum, fratello di Hamid Karzai. Inoltre, una delle aziende del Watan Group, la Watan Risk Management, in passato è stata accusata di aver finanziato i talebani: avrebbe usato il 10% del contratto da 360 milioni di dollari stipulato con gli Stati Uniti per proteggere il passaggio dei convogli da Kabul a Kandahar per garantirsi una sorta di «immunità di passaggio». Se ad Aynak è la ricca eredità culturale afghana a rallentare i lavori dei cinesi, nel Nord del Paese, dunque, è uno dei più conosciuti Signori della guerra. Che cerca di rivendicare una parte del bottino finito nelle tasche dei politici di Kabul. Qui a Herat, c'è chi dice che Dostum non sia solo: ha sempre intessuto legami strategici con diversi Paesi, tra cui la Turchia, il Pakistan e gli Stati Uniti, e non è detto che non faccia il gioco sporco per qualcun altro. Qualcuno che non gradisce il protagonismo del dragone cinese in Afghanistan. «A Kabul, aiuti in cambio di diritti» Il sottosegretario Staffan De Mistura parla al contingente italiano Isaf nella base di Camp Arena, Herat, FOTO ANSA StaffanDeMistura . . . Alleato di Massoud contro i sovietici, Dostum è a capo della comunità degli uiguri afghani La Cina sbarca in Afghanistan a caccia di risorse CRISTIANACELLA Svedesenaturalizzato italiano,diplomaticosui fronticaldi,dalRwanda all'Iraq, rappresentante OnuaKabuleoranostro sottosegretarioagliEsteri Conpiedefelpato leaziendediPechino cercanodiaccaparrarsi miniereepozzipetroliferi delPaese.Matrovano intoppidivariogenere IL REPORTAGE GIULIANOBATTISTON HERAT Mercoledì 4 luglio 2012 Ore 10.00 – 14.00 Piazza Montecitorio FORUM IMMI GRA ZIONE ITALIANI ivun o BASTA ASPETTARE! CHI NASCE O CRESCE IN ITALIA E' ITALIANO SIT-IN domenica 1 luglio 2012 15
L'INTERVISTA È il cestista italiano più amato di Spagna, dove con la maglia del Barcellona ha vinto tutto: 2 campionati, 3 Cope del Rey, un' Eurolega e 2 Supercoppe. Gianluca Basile conosce bene il carattere catalano, lo stesso che ci troveremo di fronte stasera. Perché sarà anche vero, come dice Mourinho, che la nazionale non è il Barcellona, ma se Del Bosque ha chiamato 8 blaugrana (senza contare Villa e Puyol, titolari rimasti a casa solo per infortunio), c'è da credere che con questo carattere dovremo farci i conti. Gianluca Basile sono davvero così orgogliosiquesti catalani? «Si, orgogliosissimi. Hanno qualcosa di diverso e danno tutto quello che hanno. Tengono molto alla loro bandiera, al loro inno e alla loro lingua. Il fatto però che ci siano delle implicazioni politiche contro la loro nazione non deve trarre in inganno. Vogliono vincere comunque e se è vero che qualcuno è contento quando la Spagna perde, sono comunque felicissimi quando vince, specie in una nazionale che ha così tanti giocatori del Barcellona». Tiaspettaviquesta finale? «Mi aspettavo la Spagna, ma non l'Italia. Onestamente non credevo nelle possibilità di questa squadra. Anche se siamo partiti bene, il pareggio con la Croazia ha cancellato un po' i sogni di gloria e quindi non pensavo arrivassimo ai quarti. Personalmente però non ho mai creduto nel biscotto: nessun giocatore di quel livello può fare una cosa del genere. La Spagna è una squadra vera e questo vale anche per il basket». Cosaci aspetta stasera? «La Spagna ha grandi qualità, stanno vivendo di un progetto portato avanti da molto tempo. Hanno lavorato bene sulla canterasoprattutto sulle annate degli anni ‘80. Lo hanno fatto anche nel basket. Direi che stanno andando alla grande in tutti gli sport. Hanno lavorato bene e stanno raccogliendo i frutti. È anche merito del Barca, che ha dato quest'impronta. Dalla cantera vengono spesso fuori grandi giocatori. Sarà molto difficile». Chepensa diquesta Italiadi Prandelli? «Mi piace molto. Non tanto in attacco dove, a parte la partita con la Germania, abbiamo trovato parecchie difficoltà a fare gol. Ma sono rimasto impressionato dalla difesa: non mi aspettavo che Bonucci e Barzagli potessero fare un Europeo così. Più in generale però è l'atteggiamento che mi ha colpito. Che è poi quello che ci è mancato dopo il 2006. È una cosa fondamentale, se hai l'atteggiamento giusto hai buone possibilità, anche senza fenomeni». EBalotelli? «La verità è che non lo amo molto però ha avuto una crescita continua. Merito di Prandelli. Ha scommesso tutto su di lui e su Cassano, solo un pazzo poteva fare una cosa del genere e alla fine ha avuto ragione. Cassano era già cresciuto molto stando al Milan, che è una grande squadra. Su Balotelli c'è la mano del ct che è riuscito dove Mancini e Mourinho avevano fallito. Se adesso siamo qui è anche merito suo, speriamo che la chiuda bene». Comefinisce stasera? «Abbiamo buone possibilità di portare a casa la vittoria. Loro sono più abituati a match importanti e non avranno la nostra stessa pressione. Ma la scossa che ti da giocare contro i più forti può essere un motivo di carica. Se riescono a concentrarsi e a tirar fuori questa carica per batterli possiamo farcela». ILCOMMENTO UMBERTODE GIOVANNANGELI «L'anima catalana è la loro forza Possiamo farcela» L'INDIGNAZIONE NON PREVEDETEMPISUPPLEMENTARI. La solidarietà si ferma alle semifinali. Poi per Yulia Tymoshenko non c'è più spazio. La sua storia si perde tra cori, tripudi di bandiere, cancelliere-tifose e primi ministri «smemorati». Potenza del dio pallone che tutto fa dimenticare, anche le promesse più solenni, come quella che aveva preceduto l'inizio degli Europei di calcio in Polonia e Ucraina: «I diritti umani non vanno messi tra parentesi, è il governo di Kiev non può pensare che l'Europa dimentichi ciò che sta subendo Yulia Timoshenko», l'ex premier dell'Ucraina da tempo incarcerata con accuse gravissime quanto infondate. Non è la prima volta e purtroppo non sarà l'ultima, che i diritti umani siano stati sacrificati sull'altare di interessi economici, di calcoli di potenza, di una realpolitik che spesso, troppo spesso, ha finito per chiudere gli occhi di fronte allo scempio di libertà, a persecuzioni sanguinarie, portate avanti da Paesi che di lì a poco avrebbero ospitato importanti eventi sportivi. Potremmo riempire intere pagine con dichiarazioni di primi ministri, presidenti, ministri degli Esteri europei che hanno fatto a gara nell'affermare che il pallone non doveva oscurare la vicenda di cui era, ed è, vittima una donna, una leader coraggiosa: Yulia Tymoshenko. Va lanciato un messaggio chiaro ai governati ucraini, si è ripetuto, costoro devono dimostrare di aver recepito gli appelli, i moniti, dell'Europa che non lascia sola Yulia. Il risultato di questi moniti? Non solo l'ex premier ucraina è ancora in carcere, in condizioni di salute sempre più precarie, ma su di lei pesano ora altre accuse, come quella di omicidio... Ora la a febbre per la finale fa dimenticare il boicottaggio ventilato da molti Paesi della Ue nei confronti dell'Ucraina per il caso-Tymoshenko. A Kiev, per il match fra Italia e Spagna, saranno presenti tutti e due i capi di governo, Mario Monti e Mariano Rajoy, oltre al principe di Spagna, Felipe. «Sono felice e orgoglioso per la Nazionale. Andrò a Kiev per la tappa finale», ha detto Monti ai giornalisti l'altro giorno a Bruxelles. «Del resto la Merkel mi aveva confidato che ci sarebbe andata... certo non con me», ha aggiunto con una battuta. «È un mio obbligo seguire una nazionale che ha conseguito tanti successi», annuncia un raggiante Rajoy. Spesso lo spirito di una nazione s'incarna nei suoi atleti. Spesso, la vittoria sul campo (di calcio) ridà speranza, orgoglio, identità a un popolo. Ciò non ha nulla di scandaloso, anzi, è un bene. Così come non ha nulla di scandaloso che a scoprirsi primi tifosi della nazionale siano politici che in vita loro non hanno mai dato un calcio a un pallone. Il punto è un altro, e chiama in causa un bene sempre più introvabile: la coerenza. Il restare fedeli a pronunciamenti solenni, a sacrosante battaglie di libertà, che vanno combattute fino...ad una finale (di calcio). Non abbiamo la pretesa di dare consigli al Professor Monti. Nè tanto meno impartire lezioni (fuori luogo) di coerenza. Di fronte a un intero Paese che stasera si troverà unito nel tifo dei ragazzi di Prandelli, il primo ministro ha sentito il dovere, oltre che il piacere, di essere presente in tribuna nello stadio di Kiev. Al suo fianco, a fare gli onori di casa, ci sarà il presidente dell'Ucraina Viktor Yanukovich, il grande «inquisitore» di Yulia Tymoshenko. La speranza è che in questo giorno (ci auguriamo) di festa calcistica, Monti, come Rajoy, si ricordino che a pochi chilometri di distanza una donna è in carcere per reati politici. Napoli si preparara alla finale “in piazza”, con bandiere e vessilli ANSA/CESARE ABBATE/ GianlucaBasile MATTEOMARCELLI ROMA è la notte dell'Europeo La solidarietà perde in finale . . . I capi di Stato cedono e vanno a Kiev: ma non dovevano rinunciare in difesa dei diritti umani? Pugliese,è il cestista italianopiùamato inSpagnadovehavinto tutto,campionatie coppe,giocandocon lamagliadelBarcellona domenica 1 luglio 2012 11
SI CHIAMERÀ SEMPLICEMENTE: «FIMMINA», IN CALABRESE. A SFIDARE I PROVERBI E GLI STEREOTIPI CHE, DIALETTOENON,ALLA«FIMMINA»SONOSTATI CUCITI ADDOSSO.La serie è lunga. «A fimmina 'ndavi adj' essiri coca 'nta cucina, cammerera 'nto salottu, etc.». O anche, in endiadi con il vino: «Fimmini e vinu fannu perdiri a testa». Oppure, dal dialetto della vicina Sicilia: «Fimmina cuciniera pigghiala pi mugghiera». Ecco, appunto. Riprendersi quella parola diventata quasi un tabù per le donne vere in carne ed ossa che vogliano parlare di sé, fuori da condizionamenti linguistici e culturali, è la prima sfida. L'atto fondativo di Fimminatv. Una televisione di genere, fatta da donne e dedicata alle donne, che sta nascendo in queste ore a Gerace, nel cuore della Locride. Tra ieri e oggi, le prove generali. La settimana prossima, il debutto. CANALE684 Ad aprire le trasmissioni, sul canale 684 del digitale terrestre, sarà La ballata di Lea, testo e musica di Francesca Prestia, la cantastorie che ha dato voce al coraggio delle donne calabresi come Lea Garofalo, giovane madre sciolta nell'acido perché si era ribellata alla ‘ndrangheta. Ecco, di questo parlerà Fimmina tv. Di donne che si ribellano alle cosche, ma anche di donne che le cosche le comandano. Di sindache coraggio, ma anche di «fimmini» alla prese con le battaglie della vita quotidiana. Di ‘ndrangheta - la tv collabora con l'archivio Stop ‘ndrangheta -, ma anche del resto. «Professione donna», si chiamerà uno degli appuntamenti fissi del palinsesto. Ogni giorno verrà raccontata una «fimmina» che fa un mestiere diverso, la sindaca, la vigilessa, la sarta, la dirigente, l'ingegnere, l'autista. «Vogliamo raccontare il lavoro visto dalle donne, con tutte le difficoltà che ciascuna deve affrontare: la mancanza di supporti alla maternità, l'assenza di servizi, le difficoltà nella carriera», spiega la regista di Fimmina tv, Raffaella Rinaldis, nata a Gerace 38 anni fa. Giornalista, che si è fatta le ossa con la cronaca giudiziara, il processo per il delitto Fortugno, le faide di San Luca, la strage di Duisburg. Ma anche fondatrice con altre donne di Eurokom, una associazione e uno sportello Ue, con sede a Gioiosa Jonica, nati per diffondere nel territorio di Reggio Calabria, Vibo Valentia e Crotone informazioni su ciò che di interessante si muove in Europa. «Quando ho capito che c'era la possibilità di aprire una tv digitale, l'ho colta al balzo». La redazione, nello stesso stabile della tv locale Telemia, è quasi interamente composta da donne: una dozzina di «fimmini» tra i trenta e i quarant'anni. «Abbiamo già uno spazio baby per la prima di noi che deciderà di avere figli», si schermisce Raffaella. Il nostro motto è: «Vogliamo tutto, quello che non è possibile, ce lo prendiamo lo stesso». Di nidi in Calabria ce ne sono ben pochi. Nell'80% dei Comuni - Gerace compreso - non ce ne è neppure uno. Anche di questo parleràFimmina tv. «C'è una grande carenza di piccole infrastrutture che rende molto più difficile la vita. Uno dei primi servizi che voglio realizzare è sul nido aziendale che hanno aperto nel tribunale di Vibo Valentia», spiega Raffaella. E poi i consultori, gli ospedali dove tutti o quasi i medici sono obiettori di coscienza - «in questo non credo che la Calabria sia molto diversa dal resto d'Italia» -, l'epidurale che se la vuoi te la devi pagare e non è rimborsabile. INPRESA DIRETTA La formula è: niente salotti, molto on the road. «Vogliamo raccontare in presa diretta come viviamo, come siamo fatte. Abbiamo un bel po' di mitologia da sfatare su di noi...». Una mission che guarda alle donne di tutte le età, ma soprattutto alle ragazze. «Alle più giovani vogliamo dire che non devono farselo dire dagli altri quello che devono essere, che devono sviluppare un grande senso critico per non farsi condizionare anche subdolamente». Si parte con lo speciale sul raduno di «Se non ora quando», lo scorso 23 giugno a Gerace. E una carrellata di interviste. A Rita Borsellino, «che ci ha raccontato come è avvenuta anche per la magistratura la scoperta del ruolo della donna all'interno nelle famiglie mafiose». Al procuratore di Palmi, Giuseppe Creazzo. E a Maria Caremela Lanzetta, la sindaca di Monasterace, minacciata dalla ‘ndrangheta, diventata il vero simbolo della riscossa delle donne calabresi. «Ci sono tante donne coraggiose in questa nostra terra, che cercano di combattere la loro battaglia, qualunque essa sia, noi cercheremo di raccontarle tutte - promette Raffaella Rinaldis - e proveremo a farle incontrare perché quando le donne incontrano altre donne e possono darsi una mano l'una con l'altra si sentono più forti». SULDIGITALETERRESTRE Lesperanze diFimmina Tv Nasce in Calabria per dare voce alledonneetoglierlaaiclan LANOSTRAMEMORIA : PiazzaStatuto, la rivoltaoperaiachecambiò ilPaese P. 21 LETTURE : «L'avvoltoio», ilnuovoromanzodiFranklin P. 22 LALUNGAESTATENERA : EstatetorridaaPalermo P. 23 LETTERATURA : LadolcecasadiMorrison P. 24 U: Laprossimasettimanaalvia laprimatelevisionedigenere: unaredazionetuttaal femminilee«ontheroad»per raccontare lebattagliedi tuttequellechenonmollano MARIAGRAZIA GERINA mgerina@unita.it Lanuova tvstanascendo inquesteorea Gerace, nellaLocride domenica 1 luglio 2012 19
Se il Consiglio europeo di giovedì e venerdì è riuscito a dare «una prima risposta concreta all'emergenza», se con le misure decise a Bruxelles si è recuperata quella «solidarietà» che finora era mancata nell'affrontare la crisi è perché, dice Romano Prodi, «è cambiato il fronte politico». GraziealcambiodigovernoinFrancia? «Ma non perché Hollande sia socialista. Semplicemente, la gestione solitaria franco-tedesca aveva fortemente indebolito la Francia». Mentreoggi? «È tornata a fare la Francia. E l'alleanza con Italia e Spagna, che parte da comuni interessi, ha cambiato il rapporto di forza del Consiglio europeo. Questo ha prodotto alcune decisioni che rovesciano la tendenza precedente di un'Europa sempre più frammentata, mentre ora è possibile un' azione comune fra Paesi europei». Forse fra alcuni Paesi contro la Germania,non crede? «No, non avrebbe senso lavorare contro la Germania. È necessario dimostrare a Berlino che c'è un fronte comune che ha piattaforme nuove ma accettabili per tutti. Se al Consiglio europeo ci fosse stata una rottura con la Germania ci sarebbe stata la fine dell'Europa. Invece è emerso un diverso rapporto di forza e la Germania ha capito che la piattaforma presentata non poteva essere rifiutata. La Germania è la prima a non avere convenienza alla rottura. Dall'Europa e dall'Euro sta guadagnando posizioni di forza e di ricchezza che prima non si sognava di avere». Cos'ha fatto la differenza, all'appuntamentodi Bruxelles? «Un accordo stretto tra Francia, Italia e Spagna aveva spazio per potersi affermare. E così è stato». Ecosaharesopossibile l'accordo,visto chenonsitrattadiPaesicongovernipoliticamentesimili? «Sono Paesi che hanno interessi simili. E che li interpretano. Sarkozy non interpretava gli interessi della Francia perché riteneva di poter reggere da solo il confronto con la Germania. Ai precedenti vertici, la Cancelliera tedesca dettava le conclusioni e il presidente francese faceva una conferenza stampa per comunicarle». Primac'eraSarkozymac'eraanche,per quelcheciriguarda,Berlusconi:unavalutazionedell'operatodiMonti? «Con Monti l'Italia ha capito che stando da sola perdeva. Berlusconi ha portato l'Italia in un angolo. E in politica se stai in un angolo non vinci neanche se ti chiami Merkel, figuriamoci se ti chiami Berlusconi». ParecheMontiabbiaminacciatoilveto, purdiportareacasa il risultato:hafatto bene? «Quando in un club, in un consiglio di amministrazione, in un comitato politico cambiano i rapporti di forza, ciò non avviene con semplici atti di amore. Ogni cambiamento richiede un momento di durezza, un momento in cui si rende evidente che c'è un mutamento degli equilibri. Per questo è importante che Francia, Italia e Spagna siano andati insieme». Difficilepensarechetregovernicosìdiversipossanoproseguirecompattieforseè meglio lavorarearafforzare il fronte dei progressisti chetanto ha insistito sullacrescita, ono? «L'insistenza sulla crescita è un'esigenza drammatica di tutti e tre quei Paesi. È vero che sono guidati da un governo tecnico, da uno di destra e da uno di sinistra. Però hanno tutti lo stesso problema, derivante da quella politica del rigore astratto che non teneva conto della realtà. È questo che ha portato alle difficoltà che abbiamo di fronte ed è questo che ha unito in un solo disegno tre governi di colore diverso». Col vertice di Bruxelles si può dire alle spallequella politica? «Sicuramente col Consiglio europeo è cambiata la direzione. Poi la riunione dell'Ecofin del 9 luglio dovrà tradurre in pratica le decisioni assunte. Quel che deve essere però chiaro a questo punto è che le misure decise sono sì positive, però la risposta all'emergenza, pur necessaria, non è sufficiente. Non ci può cioè essere una Unione europea monetaria, finanziaria e politica stabile se non si passa attraverso tre elementari decisioni». Chesarebbero? «Il rafforzamento dei poteri della Banca centrale, gli Eurobond, cioè la condivisione del debito pubblico dei Paesi comunitari, e un bilancio europeo di dimensioni più adatte alle necessità dell'Europa». Merkelhasempredettochefinchécisarà leinonci saranno gliEurobond. «La Germania è ancora ferma su questo, ma ormai è chiaro che la direzione in cui andare è quella di una maggiore integrazione europea. Al vertice di Bruxelles sono stati posti rimedi a un deterioramento rapido, ma non abbiamo assolutamente chiuso con tutti i grandi problemi che ci stanno di fronte. Bisogna rafforzare la casa dell'Europa con quei pilastri che all'inizio non si sono voluti porre. Sapevamo fin dall'inizio che erano indispensabili, ma presto capii che per far ragionare i governi europei si sarebbe dovuto passare attraverso una crisi». Eperònon dura dapoco,questa crisi... «Finora è stata attraversata con poca saggezza. All'ultimo vertice ne è arrivata un po'. Non basta per rovesciare la direzione della speculazione ma intanto accontentiamoci di quanto avvenuto e guardiamo all'aspetto politico emerso, perché quello è lo strumento che dovrà essere usato in futuro per i cambiamenti necessari». Quantoalfuturonostrano:secondoleiil Consiglio europeo spazza via le ipotesi divotoanticipato? «Ho sempre pensato che il governo Monti avrebbe cavalcato tutta la legislatura. Credevo prima e credo ancor più oggi che si arrivi a elezioni la prossima primavera». Insommabisognaaspettareil2013perchési torni allanormalità democratica? «Questo governo è stato ed è approvato dal Parlamento, ha assoluta normalità democratica. È chiaro che siccome non esiste in occidente alcun sistema democratico che prescinda dai partiti, questi dovranno tornare ad avere un ruolo attivo. Ma al di là della condizione speciale che presenta questo governo la normalità democratica è indubitata». Lafiducianeipartitiè incostantecalo: il motivo, secondo lei? «Se i cittadini si allontanano dai partiti è perché assistono a comportamenti in cui l'interesse di appartenenza prevale rispetto all'interesse del Paese». Parlavamo di normalità democratica: puòessercisesidovessetornarealleurnecol Porcellum? «Occorre un cambiamento di legge elettorale se vogliamo una democrazia al servizio del cittadino e un governo stabile». Nuova legge:dichetipo? «Bipolare, o di tipo britannico o ancor meglio di tipo francese, con il doppio turno. Con una pluralità di partiti sono necessari raggruppamenti, in modo che l'elettore, al secondo turno, abbia di fronte un quadro chiaro e sappia per chi votare». Cosacheconunsistemaproporzionale nonsarebbe possibile? «Guardi, nello stesso giorno si è votato il primo turno in Francia e ci sono state le elezioni in Grecia. C'è stato circa lo stesso risultato, con le frange estreme che hanno pesato in egual modo. Ma in Francia si è poi creato un governo stabile, la Grecia è stata costretta a ripetere il voto. Mi sembra che una riflessione su questo sia da fare». «LaGermaniahacapito che lapiattaforma presentatanonpoteva essererifiutata,dati inuovi equilibri.Conunarottura sarebbefinita l'Europa» RomanoProdi SIMONECOLLINI ROMA ILCOMMENTO MASSIMOD'ANTONI L'INTERVISTA «Nella Ue nuovi rapporti di forza E l'Italia è tornata» Dopo Bruxelles, le questioni tecniche da risolvere Romano Prodi / FOTO ANSA CIÒCHEPIÙ COLPISCENEICOMMENTIDEL GIORNODOPO SUL VERTICEEUROPEO è il significativo divario tra il giudizio estremamente positivo formulato sul piano politico e quello, che potremmo eufemisticamente definire cauto, degli addetti ai lavori, o almeno di quelli che si sono cimentati nel decifrare gli aspetti più tecnici dell'accordo. Sembra il classico bicchiere che si vuole mezzo pieno o mezzo vuoto. Non stupisce certo che sul piano politico si voglia enfatizzare il successo, il segnale che qualcosa si sta muovendo, al di là di quanto c'è ancora di ambiguo e indefinito nei dispositivi dei documenti ufficiali. L'ottimismo della volontà (politica) che sfida il pessimismo della ragione (tecnica) che ancora stenta a vedere una soluzione convincente. E poi si sa che il tecnico, con gli occhi puntati alla soluzione ottimale, tende a sottovalutare il difficile processo negoziale per raggiungerla. Tanto più che questi vertici si devono fermare necessariamente alle grandi linee, lasciando i dettagli ad una successiva specificazione. Già, ma l'euro e l'Italia sono salvi oppure no? La soluzione è all'altezza della sfida? I mercati si convinceranno? Siamo di fronte all'ennesima foto di gruppo con annuncio che dura lo spazio di una mattinata sulle borse mondiali, oppure c'è, almeno in embrione, quel segnale finalmente convincente, quell'inversione di rotta a lungo invocata? Difficile rispondere, visto che la soluzione alla crisi dipende sia dalla capacità di dare un chiaro segnale politico che mostri determinazione ad affrontare i limiti dell'attuale costruzione europea, che dall'approntamento di adeguate risposte tecniche, nelle quali alla fine contano più i dettagli che i titoli. Si fa presto a dire che l'Europa interverrà se non si specificano aspetti quali la condizionalità che accompagna gli interventi, le modalità di attivazione, l'ammontare di risorse impegnate. Prendiamo la questione della cosiddetta seniority del credito concesso ai paesi in crisi, se cioè i crediti verso gli organismi e fondi europei debbano avere o no precedenza nel rimborso. Una concessione di credito che sia senior rispetto al resto del debito dà immediato respiro al paese in crisi che vi ricorre, ma al tempo stesso riduce le garanzie disponibili per gli altri creditori, che chiederanno un maggiore premio per il rischio, vanificando così ogni effetto benefico. O prendiamo l'intervento di metà giugno in soccorso delle banche spagnole, dove il «dettaglio» problematico era stata la scelta di fornire sì liquidità, ma di farlo tramite un prestito al governo spagnolo, perpetuando il circolo vizioso tra debito pubblico e passività bancarie. Non stupisce che la soluzione non avesse convinto i mercati. Da questo punto di vista, è stato determinante correggere il tiro prevedendo un intervento diretto del fondo salva stati sulle banche. Questa decisione, insieme alla scelta di aumentare le prerogative della Bce in fatto di regolazione bancaria, è il vero risultato positivo, un primo passo in direzione di un'unione bancaria. Molto meno chiaro in cosa consista, sul piano pratico, la novità sul versante del sostegno agli spread, il punto che più interessa direttamente il nostro paese. Nei documenti ufficiali si legge infatti che l'eventuale acquisto di titoli di stato avverrebbe nel quadro di regole e con le modalità già previste («conformemente agli orientamenti esistenti, i quali descrivono dettagliatamente le procedure pertinenti»). E se l'acquisto di titoli con le risorse del fondo salva stati sembrerebbe sottoposto a condizioni meno restrittive, resta il problema cruciale delle risorse disponibili. Come è noto, la difesa del corso dei titoli sul mercato è efficace se risulta credibile. Il fatto stesso di utilizzare un fondo con risorse relativamente ampie ma di ammontare limitato è un modo per dire che l'impegno c'è, ma fino ad un certo punto. È il difetto di analoghe soluzioni adottate nel passato recente. Ben altra cosa sarebbe stata concedere al fondo salva stati la possibilità di operare come una banca, e quindi aumentare sul mercato la propria dotazione di risorse e (soprattutto) all'occorrenza indebitarsi presso la Banca centrale europea. A meno di qualche accordo non scritto in questo senso, non c'è traccia di questo, e temiamo che i mercati possano accorgersene molto rapidamente. Per ora dunque ben venga l'annuncio, e ben venga l'intervento sulle banche spagnole (qualcuno ha detto che nel vertice «ha vinto chiaramente la Spagna», ma a differenza della finale di stasera nel caso dell'economia una vittoria della Spagna è anche una nostra vittoria). Sarebbe tuttavia un errore pensare che sul versante della crisi dei debiti sovrani il risultato è stato raggiunto. Si è aperto uno spiraglio sul piano politico. . . . «Ora servono decisioni chiare: Eurobond e più poteri alla Bce» . . . «Abbiamo capito che stando da soli si perde Berlusconi ci aveva portato in un angolo» domenica 1 luglio 2012 3
ILCOMMENTO RUGGEROPALADINI Dalla riscossione della pensione al pagamento dello stipendio alla badante, dal conto all'agenzia di viaggi al regalo “importante”. Da oggi non si potrà più pagare in contanti se l'importo supera i 1.000 euro. Entra, infatti, in vigore, dopo un paio di rinvii, la norma del decreto Salva-Italia sulla tracciabilità dei pagamenti. Nessun pagamento per valori pari o superiori a 1.000 euro in contanti o con assegno non intestato o non recante la clausola “non trasferibile” potrà più essere effettuato senza avvalersi di intermediari finanziari abilitati, come banche o poste. La regola vale anche per stipendi e pensioni delle pubbliche amministrazioni. L'aspetto più delicato della nuova normativa riguarda proprio i pensionati che dovevano entro ieri aprire un conto corrente su cui poter accreditare gli assegni superiori alla soglia massima del cash consentito, appunto 1.000 euro. Per chi non si è messo in regola, da oggi scatta una fase transitoria: per tre mesi l'Inps continuerà a disporre i pagamenti mensili in attesa che il pensionato effettui la scelta delle modalità alternative alla riscossione in contanti. I pagamenti disposti saranno sospesi da Poste italiane o dalle banche, che verseranno le somme in un conto di servizio transitorio, per trasferirle poi, senza oneri per il beneficiario, sul conto corrente o libretto aperto dal pensionato. In caso contrario, le somme accantonate saranno restituite all'Inps una volta decorso il termine del 30 settembre 2012. In ogni caso, l'Inps assicurerà il pagamento delle somme spettanti nel momento in cui gli interessati provvederanno all'apertura di un conto corrente o libretto. Nel caso in cui un pensionato non abbia avuto la possibilità, per motivi di salute o per provvedimenti giudiziari restrittivi della libertà personale, di aprire il conto, spetterà ai delegati alla riscossione, aprire un conto corrente bancario o postale o un libretto postale. ADICONSUM:CONTI ACOSTOZERO L'Adiconsum ricorda che si può anche «utilizzare l'accredito della propria pensione o degli assegni sociali sulla carta di credito (ad esempio l'Inps Card)». «In virtù del Decreto Salva Italia - aggiunge l'associazione dei consumatori sul suo sito on line è possibile aprire il cosiddetto “conto di base”, un conto, che, accogliendo le proposte di Adiconsum negli incontri con Abi e Ministero dell'Economia e delle Finanze, presenta condizioni particolarmente vantaggiose o addirittura zero costi per le categorie più deboli». Il decreto ha efficacia anche sui libretti postali o bancari al portatore (anonimi) sui quali non potranno essere depositati più di 999,99 euro. Entra in vigore la norma del decreto “Salva Italia” Pensionati tenuti ad aprire un conto LA LOTTAALL'EVASIONE FISCALEAVVIENEATTRAVERSO UNA VARIETÀDI STRUMENTI;qualche tempo fa l'Agenzia dell'entrate ha dato pubblicità ad operazioni, condotte insieme alla Guardia di finanza, di controllo su alberghi e negozi in note località turistiche, attività, per la verità, che in precedenza veniva svolta con molto minor rilievo sui mass media. La limitazione nell'uso del contante rientra negli strumenti di lotta all'evasione, anche se una ventina di anni fa era nata come lotta al riciclaggio. La questione è in effetti rilevante: l'uso del contante permette lo svolgersi di attività economiche, di per sé del tutto lecite, che generano redditi che i percettori nascondono al fisco. La tracciabilità delle operazioni economiche risulta essenziale quindi nell'ambito delle misure volte alla deterrenza del fenomeno dell'evasione. Vi è una relazione statisticamente solida tra il livello di evasione fiscale in un Paese e l'uso del contante nei pagamenti, al punto che alcuni studi sull'evasione fiscale usavano proprio il circolante come variabile esplicativa del grado di evasione. Il contrasto del contante ha determinato inconvenienti che hanno riguardato in particolare i pensionati, la domanda è quindi se il gioco vale la candela. La mia risposta è positiva, se il processo di restrizione nell'uso del contante non si limiterà ai mille euro, ma scenderà a livelli inferiori, gradualmente nel tempo. In realtà anche con pagamenti di 999 euro si può alimentare un circuito rilevante di economia sommersa, per tutto il settore delle micro imprese (artigianato, commercio al minuto, ecc…). Finché il contante continua a circolare non lascia tracce, ma se ad un certo punto un operatore volesse depositarlo in banca, rischierebbe di vedersi chiedere da dove siano usciti fuori quei soldi; questo purché l'Agenzia organizzi un efficiente sistema di controllo dei flussi finanziari, quindi depositi bancari e postali, che il decreto Salva Italia ha stabilito nelle norme sul contrasto dell'evasione fiscale. Può sembrare fantascientifico, ma la tecnologia moderna è in grado di mandare in soffitta tutte le banconote, ammettendo l'uso delle sole monete metalliche. In realtà siamo ben lontani da una società in cui le impronte digitali diventano lo strumento principale di pagamento; del resto anche le misure che sono state introdotte prevedono deroghe per i non residenti, turisti o immigrati che siano. Niente più pagamenti in contanti sopra i mille euro Un anziano ritira la pensione alle Poste MARZIO CENCIONI ROMA . . . Nei 3 mesi di transizione l'Inps continuerà a disporre i pagamenti mensili Stop al cash? Non risolve ma è già qualcosa Tragedia in mare, dentro una delle grotte più belle del Cilento. Quattro subacquei che non sono più emersi ieri a Palinuro, dopo essersi tuffati in mattinata nella grotta del sangue, così conosciuta per la tipica colorazione delle pareti. Si tratta di Andrea Pedroni, 41 anni, di Roma. Douglas Rizzo, 41 anni, nato a Londra, la guida del gruppo; Panaiois Telios nato e residente a Reggio Calabria aveva 21 anni. Susy Cavaccini, 36 anni, nata e residente a Roma. Hanno perso la vita nel corso di una escursione subacquea in una delle 35 grotte che sono state trovate nello specchio di mare all'interno del Parco del Cilento. «I loro nomi resteranno nella memoria di questi luoghi», spiegano da uno dei diving center che dopo l'allarme lanciato nella tarda mattinata hanno cercato di metter riparo ad una situazione che con il passare delle ore assumeva i contorni drammatici della cronaca nera. E l'intervento dei vigili del fuoco, della Capitaneria di porto, della Guardia cosiera è servito solo a riportare in porto i cadaveri. La Procura di Vallo della Lucania ha aperto una inchiesta. Un magistrato ha partecipato già ad alcune riunioni operative. Forse solo il procedimento che verrà potrà chiarire cosa è avvenuto. A terra c'è chi parla di un crollo, di una sacca di gas, di una fune spezzata. Il sindaco di Centola-Palinuro ha annunciato che oggi è stata annullata la visione della partita in piazza e per il giorno dei funerali verrà proclamato il lutto cittadino. Secondo il responsabile del diving center locale, Fabio Barbieri, si immergerse con le bombole dal 1974 e è istruttore 3 stelle Fipsas/Cmas, «Impegno e responsabilità devono essere elevati perché la subacquea, contrariamente a quello che si vuol far credere, non è per tutti ma per tutti coloro in grado di insegnarla e praticarla correttamente. Purtroppo c'è una curiosa disarmante tendenza che favorisce il proliferare e l'operare dei venditori di fumo e degli improvvisati BUIOFATALE L'oscurità o il cedimento strutturale di una parete della grotta: sono le ipotesi prese in considerazione per la tragedia. Il buio - secondo alcuni sub - potrebbe aver determinato la perdita di contatto tra gli otto componenti del gruppo: quattro sarebbero riusciti a guadagnare l'uscita della grotta, gli altri sarebbero rimasti intrappolati. Viene valutata anche l'ipotesi del cedimento di una parete di un cunicolo della grotta: i sub sarebbero rimasti imprigionati tra le rocce crollate all'improvviso nel cunicolo che collega l'interno della grotta alla sua uscita. Le grotte di Palinuro sono tristemente famose per la loro pericolosità, dovuta ad una particolare conformazione, e anche per le esalazioni di idrogeno zolforato che si sprigionano al loro interno, sostanza più velenosa del cianuro. E purtroppo sono tanti i subacquei che sono morti rimamendoci intrappolati dentro. L'incidente più grave, fino a quello di oggi, è avvenuto l'11 settembre del 1996, quando tre polacchi, Fall Spyrka di 19 anni, Gregorz Sosinka di 21 e Witold Olszowski di 37 anni, hanno perso la vita durante una immersione nella grotta denominata «Scaletta» a Punta Iacco. I loro corpi sono stati trovati ad una profondità di di circa 45 metri, all' interno di un lungo cunicolo. I tre polacchi, insieme ad altri 32 compagni, facevano parte dell'Accademy Club di Cracovia, una scuola di immersione, ed erano in possesso di patentino. Per tutta la settimana avevano eseguito immersioni, servendosi di gommoni e cartine dei fondali da visitare. Nel 1984, il 16 agosto, a morire furono due giovani speleologi subacquei friulani, Stefano Modonetti, di 29 anni, e Luigi Savoi, di 28. Stavano esplorando una grotta sottomarina nelle acque della «Cala Fetente» a Palinuro. I due, che facevano parte di un gruppo di speleologi di Udine, avrebbero dovuto esplorare un cunicolo che porta in una grande grotta sottomarina. Per motivi non accertati, però, i due subacquei percorsero per una cinquantina di metri un cunicolo cieco dal quale non riuscirono a tornare indietro. Il 2 settembre 1998 morirono nei fondali della Grotta Azzurra di Palinuro due subacquei milanesi: Giuseppe Tosi, 30 anni, e Maurizio Melon, 44 anni. I loro corpi furono trovati nella Camera della Neve, un cunicolo a quasi venti metri di profondità. Il 5 agosto 1994 a perdere la vita fu un altro subacqueo milanese, Mauro Bossi, di 33 anni. Aveva raggiunto con amici su una motobarca la spiaggia del Buondormire e si era tuffato per esplorare le numerose grotte della zona, da cui non è mai risalito. . . . La tracciabilità delle operazioni è essenziale come deterrente per il fenomeno dell'evasione Cilento, tragedia del mare Perdono la vita quattro sub Un fermoimmagine del servizio di Sky Tg24 sui sub rimasti intrappolati nella “Grotta del sangue” di Palinuro FOTO ANSA VINCENZORICCIARELLI ROMA . . . Nelle 35 grotte della zona si registrano precedenti: dall'84 diverse morti tra chi ha fatto immersioni Tre uomini e una donna bloccati nella grotta del Sangue, una delle più caratteristiche di Palinuro L'oscurità, una frana o forse la corda spezzata tra le ipotesi: aperta un'inchiesta Lutto cittadino per i funerali domenica 1 luglio 2012 9
La questione settentriona-le è la più europea dellequestioni. E, là dove tuttigli altri hanno fallito sen-za produrre un solo risul-tato, c'è bisogno del Pd». Al Forum delle assemblee Pd delle regioni del Nord, ieri a Milano (titolo programmatico: “Da Nord per ricostruire il Paese”), la segretaria del Veneto Rosanna Filippin non vuole pronunciare la parola «federalismo» che rievoca le funeste imprese leghiste, ma insomma il messaggio politico è quello, riassunto anche in una bozza di documento che verrà definito nei dettagli prima di arrivare alla segreteria nazionale: un forte principio di autonomia e responsabilità dei territori, fondato innanzitutto sulla piena attuazione dell'articolo V della Costituzione (più competenze e risorse per le Regioni), coniugato con un altrettanto forte progetto nazionale ed europeo. Mentre al Forum di Assago la Lega decide che ha un'unica chance, nome Roberto Maroni, poco più in là, al teatro Elfo Puccini, il Pd torna a parlare di Nord. La contemporaneità non è casuale: «Nel giorno in cui il Carroccio tenta di riorganizzarsi - spiega il segretario del Pd lombardo, Maurizio Martina - siamo qui per dire che tocca a noi offrire una prospettiva, riorientando le scelte alla luce della crisi e dei risultati delle ultime amministrative». Tre i nodi cruciali secondo Martina: la qualità della macchina pubblica, anche in vista del rafforzamento delle autonomie locali, l'emergenza produttiva e la questione federalista, «a partire dal tema fiscale». Sullo sfondo, il tramonto in fase avanzata del formigonismo, ultimo baluardo di quell'asse Pdl-Lega che ha governato la Lombardia per 17 anni e insieme il Paese, motivo in più per parlare di «questione settentrionale» come di un «pezzo rilevantissimo di quella nazionale». «Attenzione - avverte Martina - questi sono territori disorientati, dove i populismo vari non sono finiti. Lo scontro sarà proprio tra populismo e democrazia». SVILUPPOE SPECIFICITÀ Sull'idea di autonomia territoriale, ben distinta da quella leghista, insistono un po' tutti. «Abbiamo bisogno di una struttura dello Stato il più federalista possibile - dice Lorenzo Basso, segretario ligure - ma non stiamo affatto parlando del localismo del Carroccio, che ha portato lo sfacelo in questa parte del Paese». Una parte da sostenere e e rilanciare, perché se il Nord è visto ancora come locomotiva, la «parte davanti di un tandem», definirà poi il segretario Pd Pier Luigi Bersani, di certo quello di cui si parla oggi è un Nord già piegato dalla crisi e adesso provato dai terremoti. Ne parlano alcuni sindaci emiliani presenti, ne parla Vasco Errani, il presidente dell'Emilia-Romagna, mettendo in guardia dalle possibili infiltrazioni della criminalità organizzata nella ricostruzione. «Noi annuncia - terremo altissima l'asticella: nessun appalto in questa regione sulle questioni del terremoto sarà mai fatto al massimo ribasso». Di più: «Ci siamo detti coi sindaci - aggiunge - che se arriva qualcuno e dice “il lavoro ve lo faccio io al 20-30%, chiavi in meno ma senza burocrazie”, noi facciamo nome e cognome e lo segnaliamo. Perché non vogliamo che questo rappresenti un salto di qualità della mafia. Chiediamo di essere considerati e vissuti come una grande opportunità per la crescita. Se non si aprono le imprese del biomedicale e della meccatronica, l'Italia si può scordare la crescita». Di legalità parla anche Basso, ricordando che «è uno dei fattori di rilancio della competitività, e della locomotiva Nord in generale»: «Perché quello che da noi pesa non è solo il costo del lavoro, che per esempio in Germania è pure più alto, ma la mancanza di legalità, la burocrazia, la difficoltà di accesso al credito». Gli fa eco Gianfranco Morgando, segretario Pd del Piemonte: «Non si esce dalla crisi - dice - se non si rilancia lo sviluppo di un modello industriale. La crisi di Pdl e Lega apre al Nord grandi spazi politici, ma dobbiamo avere una proposta declinata sulle specificità del nostro territorio». Non vuole essere tirato per la giacchetta, tantomeno sentir parlare di veti incrociati sulle alleanze. Prima lo dice con una metafora: «Non mi si chiedano particolari di cronaca, perché io parlo dell'onda di fondo, e le increspature le vedremo». Poi si fa esplicito, e boccia «la proprietà transitiva per cui se c'è Vendola c'è Di Pietro, e se c'è Di Pietro c'è Grillo. Noi non siamo gente fatta così. Discutiamo di cosa serve fare per governare l'Italia. Dopodiché chi ci sta, ci sta. Noi partiremo da una carta d'intenti». Dal Forum delle assemblee regionali del Pd del Nord, a Milano, Pier Luigi Bersani replica a Sel e a Di Pietro, che attacca Casini, mentre promuove il partito delle larghe intese: «L'apertura non disorienti: non si tratta solo di inglobare, c'è del buono anche fuori di noi - dice il segretario dei democratici - Datemi un elenco di tutte le liste civiche, organizziamo una giornata di discussione. Dobbiamo accumulare forze per un cambio di passo, perché adesso tocca a noi. Non è una pretesa, ma una sfida. Indico la volontà di non avere paura di metterci in gioco». Il piano è aprirsi al «civismo» e «portare una proposta di dialogo con forze centrali, moderate e democratiche». Niente nomi, nessuna citazione per l'Udc, piuttosto una sorta di identikit: dovranno essere «pro Europa» e non per «no euro, no tasse o no immigrati». L'ipotesi del voto anticipato, definita da Bersani «fumisteria che non tiene conto del punto principale: prima di tutto viene l'Italia», è parecchio raffreddata, se non archiviata. Anche perché «siamo ancora in una fase di transizione: dobbiamo cavare fuori i piedi da un pericolo grandissimo», dice, nonostante «il risultato di Bruxelles». Il cui merito va all'Italia, «che ha giocato molto bene», senza però tralasciare il fatto che alla guida della Francia non c'è più Sarkozy: «Credo che la spinta dei progressisti europei, anche italiani, con un governo Monti che ha saputo difendere le esigenze del nostro Paese, abbia portato i primi risultati. Bisognerà averne altri». LASFIDADEI 5STELLE Dopo aver rassicurato alcuni esodati che l'avevano avvicinato, c'è spazio per una battuta: Monti come Balotelli? «Sì, ma non gli chiedo di togliersi la maglia». Poi si torna alla politica, quella interna al partito («le primarie saranno un grande confronto per scegliere dal lato dei progressisti la guida del governo: stiamo parlando di Italia, non di beghe tra di noi»), e quella rivolta agli avversari: il Pdl, avverte, non può fare un patto con il Pd sulle riforme costituzionali e poi votare con la Lega sul presidenzialismo. Sul Pdl l'affondo è severo: «La destra di Berlusconi è condizionata da elementi di populismo. Perché altrimenti dice “fuori dall'euro”? Perché ha guardato gli orientamenti dei sondaggi, in particolare la torta dei voti che vanno a Grillo, e ha visto che in modo più significativo sono voti del Pdl e della Lega. E quindi lui deve fare un fischio per richiamare il cane». Un'alleanza col Movimento 5 stelle è peraltro improponibile: «Non ci sto certo pensando», chiude Bersani. Un Movimento che contiene un «nucleo di verità», ammette, che va dalla critica alla scarsa sobrietà della politica alla ricerca di partecipazione, all'uso della tecnologia, «che è sfidante per noi», oltre il quale però c'è «una sovrabbondanza di consensi che deriva dal rifiuto», quella che Bersani chiama una «distruzione creativa del tipo: andate a casa tutti». Il sommovimento politico in atto da tempo, conclamato con le amministrative, è anche più evidente al Nord dove, secondo il segretario Pd, Pdl e Lega pagano il fatto di aver «separato l'orgoglio del Nord dalle sue responsabilità: lo si è gonfiato a parole, ma ridotto nei fatti». E se Roberto Maroni, che dovrà guidare la prossima Lega, ha adottato lo slogan «prima il Nord», Bersani lo stoppa subito: «Se la vediamo in modo gerarchico, ci sarà sempre un Nord più Nord. Per la Finlandia, sei un terrone». Il Settentrione non è «prima», piuttosto la parte «davanti di un tandem», la sala macchine del Paese, che si deve assumere le proprie responsabilità collegandole ad un patto nazionale che vive in un contesto europeo. E la Lega ultimamente «sta troppo al guinzaglio: un tempo almeno abbaiava, adesso nemmeno più». Nord, ovvio, è anche la Lombardia dell'agonia di Formigoni. Da tempo il Pd chiede le dimissioni del governatore, anche con una mozione di sfiducia (poi bocciata). «Abbiamo fatto bene a porre un tema oggettivo - ricorda Bersani che va al di là di quello giudiziario: una regione come la Lombardia in tutta questa fase viene paralizzata». La sua previsione è che si vada a votare il prossimo anno, mentre è cauto a parlare di primarie per scegliere il candidato a succedere al Celeste. «Il nostro metodo è quello, ma vediamo l'evoluzione dei fatti». Insomma, sì alle primarie «purchè ce ne siano le condizioni». «Mandarlo a casa, comunque, è un pezzo della questione. È cosa si fa dopo il problema». L'alleanza e le pulsioni populiste L'ANALISI MASSIMO ADINOLFI Bersani agli alleati «Prima il progetto e poi chi ci sta...» ÈSTATODETTO CHEIL POPULISMOESPRIME,SIAPUREIN MODO DISTORTO,UN'ESIGENZA DI PARTECIPAZIONECHE IMECCANISMI ISTITUZIONALIDELLADEMOCRAZIA rappresentativa non riesce più a soddisfare. Può darsi sia così. Ma in tal caso credo sia giusto prendere un po' di fiato e poi obiettare con il più classico degli: «embé?». Visto che per i populisti i ragionamenti sono sempre troppo intellettuali, immagino che la mia obiezione sarà apprezzata. Ma posso comunque provare ad articolarla meglio. E cioè: nelle pulsioni populiste che percorrono le società contemporanee (non solo l'Italia) ci sarà pure del buono, anche se si esprime in modi decisamente meno buoni. Resta vero tuttavia che regole e istituzioni del gioco democratico sono essenziali e dobbiamo averne cura. Perciò direi: grazie per la precisazione sociologicamente corretta, nessuno demonizzi nessuno, ma lasciateci ancora compiere lo sforzo di mettere la politica nelle forme richieste da una democrazia parlamentare, con il senso delle istituzioni e dello Stato che ciò richiede, con il profilo di una forza di governo consapevole di impegni e responsabilità nazionali e internazionali, e, da ultimo, con la consapevolezza di dover costruire un futuro possibile per questo Paese. Pigiare ossessivamente il pedale della contrapposizione fra partiti, istituzioni, professionisti della politica, élites, caste e via denigrando da una parte e, dall'altra, il popolo o la gente di cui i movimenti populisti sarebbero diretta e genuina manifestazione, non è accettabile. Lo schema di Bersani, ad ogni modo, discende da questo ragionamento. Che non è l'unico possibile, ma è quello proposto dal Pd. Il patto tra progressisti e moderati si inserisce infatti in questa delimitazione del campo di gioco, che ha una precisa linea di demarcazione nel rifiuto degli argomenti populisti contro l'Euro, contro le tasse, contro gli immigrati, contro il finanziamento pubblico ai partiti, contro i parassiti del pubblico impiego e, a detta del suocero di Grillo (se capisco), pure contro i sionisti cattivi. Naturalmente, ci sarà sempre un populista come il comico genovese che traccerà una divisione diversa: fra il Palazzo e i cittadini, fra i partiti incistati nelle istituzioni e movimenti al fianco dei cittadini tartassati, ma sarà, per l'appunto, la rappresentazione di un populista che lucra su questo schema. E oramai Di Pietro deve decidere se intende adottarlo oppure no. Se infatti si torna a discutere di alleanze non è per l'inguaribile deriva politicista dei partiti, ma per i pencolamenti dell'Idv, che non ha ancora chiaro se deve inseguire Grillo e gridare più forte di lui, o se accetta invece la proposta Nord, la sfida del Pd «Da qui si può ricostruire il Paese» Pier Luigi Bersani al convegno del Pd a Milano FOTO INFOPHOTO L'ITALIAELACRISI Il leader Pd dice no «alla proprietà transitiva per cui se c'è Vendola c'è Di Pietro, e se c'è Di Pietro c'è Grillo» «Il Paese è ancora in una fase di transizione: il pericolo è grande» LAURAMATTEUCCI MILANO AMilano ilForumdelle regionisettentrionali«La Legahafallito, toccaanoi dareunaprospettivae riorientare lesceltealla lucedellacrisi» ILCONVEGNO LA. MA. MILANO . . . «A Bruxelles l'Italia ha giocato molto bene, ma con Sarkozy il risultato sarebbe stato diverso» . . . Martina: «In questi territori disorientati i populismi vari non sono ancora finiti» 6 domenica 1 luglio 2012
Certigesti valgono piùdi milleparole. Perché il loro impattomediatico, il loro valoresimbolicoraccontano piùdi una promessapolitica.Cosìè avvenuto in PiazzaTahrir il giornodel«giuramento» alpopolo delneo presidenteegiziano, MohamedMorsi. Conun gesto plateale ametàdiscorso l'ingegnerepresidente sièaperto la giacca, ed hamostrato di nonavere giubbettiprotettivi,perché hadetto-«non ho pauradi nessun altro chedi Dio»eperché «voi siete l'unica autorità,voi sieteal di sopradi ogni poteree voimi avetevoluto alla guida delPaese».Applaudito eacclamato ripetutamentedal popolodi Tahrir, che loavevoaccolto con unboato di esultanza, sventolando tricolori egiziani nero-bianco-rossie cantando l'inno nazionale,Mohamed Morsihaconcesso questogesto: non devo proteggermida voi,perchè iosonouno di voi.Il Vuole essere il presidente della piazza e quello dei palazzi del potere. Il presidente di tutti. «Rispetto il potere giudiziario e legislativo e assumerò il mio ruolo per assicurare l'indipendenza dei due poteri e quello del potere esecutivo. Rispetto la Corte costituzionale e la magistratura e tutti i suoi verdetti»: così Mohamed Morsi, nel giorno della sua investitura ufficiale a presidente dell'Egitto, il primo nell'era post-Mubarak, il primo non militare dopo 60 anni. Giura davanti alla Corte costituzionale, Morsi, e i suoi messaggi spaziano dal fronte interno a quello internazionale. L'intervento più politico, il neo presidente lo svolge all'Università del Cairo. «Siamo portatori di un messaggio di pace, giustizia e diritto nel mondo e rispetteremo tutti i trattati internazionali», ribadisce. L'Egitto, aggiunge, è «sempre per una pace giusta», non farà ricorso «all'aggressione» e «non tollererà violazioni della sicurezza nazionale araba». Al tempo stesso, sottolinea, «il popolo egiziano e le sue istituzioni staranno dalla parte del popolo palestinese fino a quando non riconquisterà tutti i suoi diritti». E ancora: «Sosteniamo inoltre il popolo siriano. Vogliamo che si metta fine allo spargimento di sangue». E perché ciò accada, «l'Egitto farà uno sforzo prossimamente per fermare lo spargimento di sangue in Siria». PRESIDENTE-GARANTE «Voltiamo una brutta pagina della nostra storia e ne apriamo un'altra luminosa. L'Egitto non tornerà mai indietro», promette il neo presidente parlando all'Università del Cairo dove è stato accolto da 21 salve di cannone e da un picchetto d'onore. Ad ascoltarlo, in prima fila, alcune figure-chiave del presente, e del futuro prossimo, dell'Egitto: il capo del Consiglio militare Hussein Tantawi e il capo di Stato maggiore delle Forze armate Sami Annan. Accanto a loro anche l'ex capo dell'agenzia atomica internazionale Mohamed el Baradei e il candidato presidenziale sconfitto Amr Mussa. Le Forze armate sono lo «scudo dello Stato» e gli organi eletti direttamente «ritorneranno al loro ruolo e l'esercito tornerà al suo» e cioè quello di proteggere «la patria e le frontiere», afferma Morsi, nel suo primo discorso dopo il giuramento. «La sicurezza dello Stato e la stabilità saranno la mia responsabilità e lavorerò con tutti i quadri onesti della polizia. È una promessa», aggiunge. PERCORSOACCIDENTATO «La giunta militare ha rispettato la sua promessa che non sarà un'alternativa alla volontà popolare: ora le istituzioni elette torneranno a svolgere i loro doveri e l'esercito tornerà a dedicarsi al suo lavoro di proteggere la sicurezza della patria», assicura poi Morsi. Parole che il feldmaresciallo Tantawi - accreditato come futuro ministro della Difesa - accompagna con un sorriso conciliante. Un sorriso che si trasforma in parole altrettanto concilianti: «Abbiamo onorato la promessa che abbiamo fatto davanti a Dio e al popolo e abbiamo oggi un presidente eletto», dice il capo del Consiglio militare egiziano. «Le Forze armate - assicura Tantawi - sosterranno il nuovo presidente». La parte conclusiva del suo primo discorso da presidente è un inno alla speranza. Il nuovo presidente lavorerà per migliorare la situazione economica e per assicurare un futuro florido per «i figli e i nipoti, che siano musulmani o cristiani», promette Mohamed Morsi che ha chiuso il suo discorso all'università ribadendo il suo impegno a «non tradire la patria e i suoi concittadini». Ora dovrà trasformare le buone intenzioni in fatti. Non sarà facile. Ma il suo primo giorno da presidente è, almeno sul piano della dialettica, un buon inizio. InPiazzaTahrir senzagiaccaantiproiettile Non fosse stato per Thora, con il suo pancione e il suo volto che la tv ha reso familiare, non ci sarebbe stata storia: Olafur Ragnar Grimsson, presidente dell'Islanda da sedici anni, vecchio arnese della politica ma anche eroe «anti-rigore», non avrebbe avuto bisogno di fare una nuova campagna elettorale, il quinto mandato sarebbe stato suo praticamente d'ufficio. Thora Arnorsdottir, giornalista, 37 anni, un nonno segretario del Partito socialdemocratico negli anni ‘50 ma nessun legame con le forze politiche tradizionali, ha fatto irruzione sulla scena incinta di sette mesi e con lo slogan del cambiamento. In un week-end ha raccolto le firme necessarie per presentare la sua candidatura, ha partorito in piena campagna elettorale e girato tutto il Paese in un minivan con neonata al seguito e il compagno Svavar pronto a cambiare pannolini e a rinunciare alla sua carriera di giornalista in caso di vittoria, ma non alle partite degli Europei. Alle nostre latitudini sarebbe bastato per fare di Thora un personaggio epico. Non nell'Islanda del dopo-crisi che ha defenestrato un'intera classe politica, mandato a casa la leadership maschile e messo sotto processo i responsabili del collasso finanziario, infilando poi nei posti chiave una donna dopo l'altra: come primo ministro, presidente del Parlamento e da ultimo anche primo vescovo della Chiesa protestante. Tutte donne, come Thora, madre di tre figli, in capo a una tribù familiare che ne conta altri tre che il suo compagno ha avuto da un'unione precedente. DOPO LATEMPESTA «La crisi - ha detto lei - ci ha fatto perdere molti valori umani. Speranza, fiducia. È qui che voglio e posso agire». L'ambizione di Thora, entrata in corsa perché in tanti glielo chiedevano, è quella di essere la presidente dell'unità del Paese, un simbolo che sappia ricucire le ferite lasciate dall'ondata della crisi. Perché in Islanda la vita politica si è polarizzata, la credibilità del governo (di sinistra, subentrato dopo la crisi del 2008) è al 25%. L'elettorato - 235.784 persone - si divide tra chi spinge verso una democrazia diretta non fidandosi più dei politici e la destra che minimizza la portata della catastrofe finanziaria passata, pronta a ricominciare. In testa nei sondaggi all'inizio della campagna elettorale, Thora ha poi ceduto terreno. E Olafur è tornato ad essere il favorito. Grazie soprattutto al modo in cui ha saputo forzare il suo ruolo, con un veto sulla legge che avrebbe imposto agli islandesi di rimborsare 5 miliardi di dollari agli investitori britannici e olandesi, che si erano fidati delle banche islandesi, cadute a catena dopo la crisi finanziaria Usa. Due referendum popolari gli hanno dato ragione. L'Associazione di libero scambio europea, di cui fa parte l'Islanda, ha trascinato il governo di Reykjavik in tribunale, ma la gran parte degli islandesi è convinta che quella sia stata la scelta più giusta. Oggi l'economia è tornata a crescere, più 3%, la disoccupazione si è ridimensionata (5%) e il Paese è rimasto, bene o male, a galla, dopo il disperato «Dio salvi l'Islanda» pronunciato il 6 ottobre 2008 dal capo di un governo che come le banche era in default. Troppo poco per Thora che vorrebbe una vera rinascita islandese. Tutta nuova e da scoprire, come la piccola Sky, «Nuvola», la sua bimba appena nata, che per ora ha solo un soprannome: per il nome vero non c'è stato tempo. Ma in Islanda è normale così. MONDO . . . Thora, giornalista tv, ha partorito durante la campagna elettorale: «Servono nuovi valori» Egitto, Morsi giura e rassicura tutti Morsi fa vedere che non indossa il giubbetto antiproiettile a Piazza Tahrir FOTO AP Il neo eletto presidente, espressione dei Fratelli musulmani Nel discorso d'investitura lancia messaggi a laici, cristiani e alleati Militari garantiti dal maresciallo Tantawi nel governo UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it IL GESTOSIMBOLICO Non solo le armi, «anche le vostre divisioni possono essere letali per il popolo siriano». Questo in sostanza il severo messaggio del mediatore internazionale sulla Siria Kofi Annan ai ministri del Gruppo di azione sulla Siria riuniti ieri a Ginevra. Se il summit ginevrino fallirà, avverte l'ex segretario generale delle Nazioni Unite, «sarà il popolo siriano la prima vittima e i morti saranno la conseguenza non solo delle azioni degli assassini sul campo ma anche della vostra incapacità a superare le vostre divisioni». I rischi della crisi siriana - rimarca ancora Annan - sono enormi con la «minaccia di un contagio regionale e di un nuovo fronte per le forze del terrorismo internazionale». Vi è inoltre «la prospettiva di crescente radicalizzazione ed estremismo, lo spettro di una deriva al conflitto settario». Annan ha evocato il pericolo di «un Paese violentemente instabile, pieno di armi - comprese quelle più insidiose - e una delle regioni dagli equilibri più delicati e lacerata da conflitti». «ASSADHA I GIORNICONTATI» Le parole dell'inviato speciale dell'Onu per la Siria, sembrano aver raggiunto un primo risultato, enfatizzato da Hillary Clinto che commenta: «Il presidente siriano Bashar al Assad deve capire che i suoi giorni sono contati». La riunione del Gruppo di azione sulla Siria ha raggiunto un accordo per una transizione nel Paese, annuncia in serata Annan. I cinque Paesi membri del Consiglio di sicurezza e gli altri membri del Gruppo di azione sulla Siria si sono detti d'accordo sull'avvio di «un processo politico che porti ad una transizione che soddisfi le legittime aspirazioni del popolo siriano» con un governo di unità nazionale che può includere membri dell'attuale governo, dell'opposizione e di altri gruppi, spiega Annan. I Paesi presenti a Ginevra hanno anche identificato le misure necessarie per garantire l'applicazione del piano Annan in sei punti per la risoluzione della crisi (entrato in vigore il 12 aprile ma mai rispettato) e le risoluzioni 2042 e 2043 del Consiglio di sicurezza. L'inviato di Onu e Lega Araba ha chiarito che il governo di transizione «potrebbe includere membri dell'attuale governo e dell'opposizione e di altre formazioni e che sarà formato sulla base del reciproco consenso» tra le parti, «in tempi fissati». Annan ha aggiunto che spera di vedere risultati concreti «entro un anno». Nel frattempo, è cronaca di guerra. Una bambina senza vita di forse tre anni che stringe ancora nella mano il suo coniglio rosa di peluche, un bambino morto di sette anni in braccio ad un uomo, una fila di cadaveri avvolti in lenzuola bianche allineati in uno scantinato: le immagini riprese da una troupe della televisione Itva Duma testimoniano la tragedia vissuta dai civili in questa città alle porte di Damasco dove le forze governative cercano di stanare i ribelli e per la quale gli attivisti dell'opposizione hanno chiesto un intervento urgente della Croce rossa internazionale, parlando di situazione umanitaria «catastrofica». Decine di persone sono morte nei combattimenti degli ultimi dieci giorni in questa città di 13 chilometri a nord-est della capitale, che le forze fedeli al presidente Bashar al Assad cercano con ogni mezzo di riportare sotto il loro controllo. Ma scontri e bombardamenti continuano anche nel resto del Paese, con un bilancio di almeno 85 morti nella giornata di ieri, secondo i Comitati locali di coordinamento dell'opposizione. Combattimenti fra truppe governative, e ribelli dell'Esercito libero siriano (Els), sono segnalati anche in altri due sobborghi di Damasco, Jabar ed Ein Terma. U.D.G. Ginevra, intesa sulla Siria tra Onu e Lega araba . . . Il capo della Giunta in pista come ministro della Difesa: «L'esercito ora tornerà al suo lavoro» Islanda al voto, una mamma sfida il presidente La candidata Thora Arnorsdottir davanti al suo seggio a Reykjavik FOTO EPA MARINAMASTROLUCA mmastroluca@unita.it 14 domenica 1 luglio 2012
12 domenica 1 luglio 2012
DUEAMICIDIINFANZIACHESIPERDONODIVISTANEGLI ANNI E SI RITROVANO A UN CROCEVIA DRAMMATICO DELLE RISPETTIVE ESISTENZE NON SONO UNA NOVITÀ ASSOLUTANELLASTORIALETTERARIADELPROFONDO SUD DEGLI STATI UNITI. Ma se i ruoli classici sono invertiti e la figura di riferimento è un nero e quella ai margini della società un bianco, il lettore drizza inevitabilmente le orecchie. Se poi la prosa è elegante e popolare e si ammanta di sfumature noir, costringendoci a correre dalla prima all'ultima pagina, e la vicenda si colloca alla perfezione nel contesto del grande romanzo sociale del Sud, con forte attenzione alla sua annosa questione razziale, non c'è bisogno di gridare per capire che, se di capolavoro non si tratta, poco ci manca. L'avvoltoio (Piemme, pagg 390, euro 17,50) di Tom Franklin, docente di letteratura all'università di Oxford, Mississippi, e nativo dell'Alabama, ha tutti gli ingredienti per essere una straordinaria lettura estiva e pure molto profonda. Un romanzo che riflette le passioni letterarie di Franklin: Stephen King, Barry Hannah e Raymond Carver («Uno che tutti pensano di poter imitare e pochi riescono a farlo»). Non si può raccontare quasi nulla di questa splendida storia senza rischiare di guastare la festa al lettore e dunque mi limiterò a dire che Larry, un meccanico bianco che la vita non ha trattato granché bene, prova a chiedere aiuto a Silas, lo sceriffo locale, l'unica persona che gli abbia mai mostrato sincera vicinanza dopo l'accusa infamante di aver trucidato una ragazza del posto. Solo che Silas è nero e i due vivono nel rurale e ancora retrogrado Mississippi, uno stato per molti versi simile alla confinante Alabama, dove Franklin è cresciuto a stretto contatto con le questioni che il suo romanzo affronta di petto. «È una storia estremamente autobiografica. Non sono uno scrittore che pianifica. Sono molto istintivo e, quando mi sono accinto alla stesura del libro, nel 2003, non avevo ben chiaro dove intendessi andare a parare. Volevo scrivere la storia di due fratelli molto vicini ma anche molto diversi. Mio fratello è conservatore, io sono progressista, mio fratello è un meccanico, io non ci capivo niente e sono diventato uno scrittore. Ma poi mi sono messo a scrivere un altro libro e, quando ho ripreso in mano L'avvoltoio, mi sono accorto di non voler più semplicemente parlare di due fratelli. Uno dei due, Larry, è modellato su un mio cugino molto sfortunato che faceva il meccanico e non aveva clienti, che non si è mai sposato e che non aveva amici, in uno sperduto paesino di campagna». Comemaistavoltaèilbiancoaguardareilprotagonistanerodal basso? «Oh, è stato un amico scrittore di colore, David Wright, ad avere questa grande idea e devo dire che ha funzionato. Oltre al poveraccio bianco, volevo un poliziotto di provincia, una figura realistica, come se ne incontrano nei romanzi di George Pelecanos e Dennis Lehane. Secondo lui quest' idea avrebbe fatto lievitare il romanzo. Io il razzismo l'ho visto dalla parte comoda, quella dei bianchi, anche se alle medie sono stato pestato brutalmente da diversi compagni e, soprattutto, compagne di colore e sono rimasto traumatizzato, specialmente perché da adolescente ero molto insicuro. Ma non si può negare che dalle mie parti se un poliziotto bianco ti fermava ed eri bianco, magari la passavi liscia, ma se eri nero, ti beccavi senz'altro una multa. David Wright aveva una domestica bianca, che poi è diventata la mia domestica. La donna puliva regolarmente la mia tazza del bagno mentre si era rifiutata di pulire la sua...» AlSudc'è una profondaviolenza latente? «Meno di una volta. Proprio come il razzismo, non è altrettanto radicata nei ragazzi di oggi e lo vedo, per esempio, nei figli di mio fratello, che non condividono certe vedute repubblicane. Nel Sud circolano forse meno armi rispetto a un tempo. Sono cresciuto maneggiando armi da fuoco dall'età di otto anni, ma solo per cacciare qualsiasi animale mi passasse davanti. Un mio zio andava a scuola col fucile e, tornando a casa, cacciava scoiattoli. Ripensare a cosa facevamo con le armi mi fa venire i brividi». LeiviveaOxford,unacittàuniversitaria.Cheatmosferavi si respira? «Si tratta di una città liberale, piena di librerie e ricca di eventi culturali e musicali. È anche per quello che io e mia moglie abbiamo accettato di insegnarci e di crescerci i nostri figli. Ma continua a permanere uno zoccolo duro di conservatori ciechi e retrogradi. Per esempio, nei weekend non si può bere alcol nei luoghi pubblici, perché secondo i leader religiosi locali la Bibbia non lo prevede. Ma nella nostra università cerchiamo di reclutare insegnanti afroamericani. Purtroppo non ce ne sono tanti e fra gli atenei del paese vanno davvero a ruba. Resta ancora tanto da fare. Ricordo che durante le ultime presidenziali una ragazza molto carina faceva campagna in favore di George Bush davanti al tribunale, sventolando lo spauracchio del fondamentalismo islamico e altre amentià simili. Mi trovavo in una libreria, sull'altro lato della strada, e non ho potuto fare a meno di uscire e di scambiare due chiacchiere con lei. Inorridita dal fatto che fossi un sostenitore di Obama, mi ha detto, “Tutte le persone di questa città che sono contro di noi escono da quella libreria”. Io, naturalmente, le ho risposto, “Non ti pare significativo?” Obama mi ha deluso, ma quando è stato eletto ho pianto e, sul piano simbolico, la sua elezione resta un fatto epocale». Chesensazione ledàtrovarsi in Italia? «Una sensazione splendida. Ho sempre sognato di poter viaggiare grazie ai miei libri, visto che per molti anni non ho lasciato la nativa Alabama. Mi sembra di trovarmi in un luogo perfetto. Immagino abbiate i vostri problemi, ma vedere le famiglie con i bimbi in giro alla sera è bellissimo». FESTIVAL LETTERATURA «DalMississippialPo» tramusicae letteratura C'èun filo rosso che lega la scritturadella fascinosaprovinciaamericana: lunghestrade dritte, stazioni si servizio isolate, campidi maiso dicotone,bourbon, cappellacci e stivali, radioFm atuttovolume, pupe,amori impossibili, voglia di riscatto, fucili apompae lampeggiantidella polizia.E anchequalche cadavereche salta fuori dallaboscaglia. PaoloColagrandene haparlato ieri con due narratoriamericani doc, il texano ChristopherCooke il romanziere dell'Alabama ThomasFranklinospitidel festival «Dal Mississippial Po»di Piacenzache oggi chiude. «Ilmiosud così razzista» TomFranklinparla delsuonuovolibro ROCK REYNOLDS rockreynolds@libero.it «L'avvoltoio», ribaltando gli stereotipi, racconta delbiancoemarginato chechiedeaiutoallosceriffo dicolore.Ambientato inun desolatoMississippidove laquestionerazzialeèaperta UndisegnodiMariana Chiesa Mateostratto dal libro «Migrando»(Orecchhio acerbo) U: 22 domenica 1 luglio 2012
HONEY AND RUE, UN CICLO DI CANZONI FIRMATO DA TONI MORRISON E DAL COMPOSITORE ANDRE PREVIN, RACCONTALEMOLTEBATTAGLIEDEGLIAFROAMERICANIINTERRITORIOSTATUNITENSE.Presentate alla Carnegie Hall di New York nel 1992, le canzoni trattano la traversata sulle navi negriere, l'annullamento del sé durante la schiavitù, la grande migrazione al Nord, la ricerca di felicità impossibili e l'alienazione dalla storia americana. «Di chi è questa casa» (Whose house is this?), chiede per esempio la seconda canzone. Cos'è questo strano posto – prosegue - «che non è mio», ma in cui «la mia chiave entra perfettamente nella serratura?». La casa (house) di cui si parla in questi versi è quella in cui gli afro-americani si trovano ancora oggi scomodamente ad abitare. Questa casa sono gli Stati Uniti e la loro storia. Appena due anni dopo, in Home, l'intervento di apertura al convegno «Race Matters, Black Americans, US Terrain» di Princeton, una Morrison appena insignita del premio Nobel avrebbe continuato a ragionare sulla stessa immagine. In quell'occasione distinse la casa (house) intesa come luogo straniante, impenetrabile e gerarchizzato secondo la differenza tra le razze, dalla casa (home) intesa come luogo accogliente, solido, arioso e in cui la razza - cioè le differenze - non è cancellata né utilizzata per fondare nuove architetture di esclusione, bensì addomesticata, portata in casa. Come sempre accade quando leggiamo Morrison, un'intellettuale sofisticata e al tempo stesso limpida e lineare, nella distanza istituita tra queste due metafore (house-home) non c'è alcun concetto difficile da afferrare. Morrison si limita ad appropriarsi di quel lieve slittamento di significato che tutti noi abbiamo imparato in prima media, il giorno in cui i nostri professori ci hanno rivelato i due diversi modi in cui tradurre in lingua inglese la parola «casa». Roba da undicenni, che tuttavia nelle mani di Morrison diventa progetto politico radicale. «Come si può essere liberi e situati; come trasformare una casa razzista (racist house) in una casa fondata sulla razza (race-specific home) che sia però non razzista?», si chiedeva infatti Morrison a Princeton. E come smontare il concetto di razza così da lasciare fuori l'oppressione fisica e psichica che da esso discende? Posta davanti alla diffusa «fame di casa» - hunger for home: sono queste le parole della scrittrice che oggi ritrovo tra gli appunti di allora – che col passare dei secoli ha finito per coinvolgere masse sempre più imponenti e disperate di migranti, Morrison sfidava la propria immaginazione romanzesca adottando una lingua liberata dalla legge del padrone, una che le permettesse di costruire un mondo in cui tutti potessero abitare. Non un'utopia d'evasione in cui le razze spariscono, bensì un mondo finalmente concepito come una vera casa (world-as-home), fondato su una configurazione del concetto di razza, che esclude il dominio, il concetto di «barbari» e i detriti razzisti. Un mondo in cui sia consentito a tutti, agli schiavi costretti a lasciare l'Africa nel Cinquecento così come ai milioni di rifugiati della contemporaneità, di fermarsi per sentirsi finalmente protetti e al sicuro. Un mondo che sia una casa dove coltivare sé stessi e la propria storia. Se oggi troviamo i versi di Whose house is this, la canzone del 1992, in forma di esergo al suo nuovo romanzo, si direbbe che da allora Morrison non abbia mai dimenticato lo spazio aperto tra le due metafore (house/home) né le trasformazioni alchemiche necessarie per redimerlo (da house a home). E se in questa nuova opera, intitolata Home, esattamente come l'intervento a Princeton del 1994, si ritrovano, seppure in una trama inedita, una quantità di situazioni ed elementi già incontrati negli altri suoi romanzi, allora non sarebbe azzardato affermare che Home racchiude una carriera, che la reinterpreta. Home, la cui copertina riproduce in rilievo un alberello di alloro - che rimanda immediatamente ai segni delle frustate che formavano un albero sulla schiena di Sethe (Amatissima, 1987) - racconta il viaggio verso casa di Frank, un giovane reduce afroamericano della guerra in Corea (1950-53), e di sua sorella Cee. La casa verso cui sono diretti in realtà non esiste, ma i due finiranno per costruirla dalle rovine di quella dei genitori, a Lotus, in Georgia. Lotus non è Itaca, la patria in cui un altro guerriero, Ulisse, faceva felice ritorno dopo la guerra di Troia, ma una versione americana della terra dei Lotofagi: un approdo dove dimenticare i fantasmi del passato e in cui potersi finalmente fermare per sempre. LUOGHI All'inizio del romanzo Frank e Cee si trovano lontani uno dall'altra e costretti ad abitare in due luoghi di detenzione coatta – quello di Frank rimanda a quello di Shadrack, in Sula (1980) - dai quali dovranno fuggire. «Da dove vieni, Frank» si sente chiedere il protagonista una volta arrivato a Chicago. «Beh, Corea, Kentucky, San Diego, Seattle, Georgia. Di' un posto che tanto io vengo pure da lì», risponde lui. Sembra una vita eccitante e invece non lo è affatto perché, come ogni rifugiato, Frank non ha alcun domicilio su questa terra. Ora per esempio corre verso Atlanta per ricongiungersi a Cee, la quale giace ammalata nella casa di un medico che nel suo distacco di studioso ricorda lo spaventoso maestro di Amatissima, quello che schedava con la boria di un antropologo razzista gli schiavi della piantagione di Sweet Home – che crudele ironia chiamarla così: «Dolce casa». No, non è una bella vita quella di chi deve sempre scappare senza sapere se e dove fermarsi. Né questi anni Cinquanta sono spensierati come quelli nostalgicamente descritti nelle serie tv Happy Days (1974-84) e Mad Men (2007-12). Questi viaggi, d'altra parte, non hanno niente in comune con quelli di Jack Kerouac in On the Road (1951). Questi viaggi, più lungo e avventuroso per Frank, assai breve – appena una manciata di chilometri in taxi - per una Cee in stato di incoscienza, terminano in un luogo di bellezza ma anche di delitto. In un Eden inevitabilmente macchiato di sangue che potrà diventare casa solo quando Frank e Cee avranno onorato una sconosciuta vittima sacrificale, della quale trasportano i resti in un quilt, proprio come avevamo visto fare a Pilate in LacanzonediSalomone (1977). Perché dimenticare il dolore è certamente auspicabile. Dimenticare le vittime, quelli che non hanno fatto in tempo a scappare o che non hanno trovato una casa neppure da morti, è semplicemente una crudeltà da cui non può germogliare niente di buono, nessuna redenzione. SARAANTONELLI AMERICANISTA STORIE Toni Morrison ladolcecasa «Home» il nuovo romanzo dellascrittriceamericana Lascrittrice americanaToni Morrison CINEMA IlviaggiodiFrankungiovane reduceafroamericano dellaguerra inCorea.Con suasorellaCeeapproderà aLotus, inGeorgia Nastrid'argento:Sorrentino miglior film,aGiordana lasceneggiatura ÈPaoloSorrentino il vincitore di questaedizione deiNastri d'argento, ilpremio delSindacato cronisti cinematografici assegnato ieri seraa Taormina,nell'ambitodel festival. Il suo«This mustbetheplace», infatti, ha avuto il Nastro comemiglior film del2012. Il premio per la miglioresceneggiaturaèandatoa «Romanzo di unastrage»diMarco TullioGiordana scritto dallacoppia StefanoRulli eSandroPetraglia.A FerzanOzpetek eFedericaPontremoli èandato ilNastro per ilmiglior soggettocon «Magnifica presenza».Con ilNastro al migliorproduttore dell'anno,DomenicoProcacci,e conalcuni premi tecnici, anche«Diaz» diDaniele Vicari conquistaun postodi rilievo in testa al palmarès. Tragli attori vincono la «coppia Pinelli»di «Romanzodi unastrage»Pierfrancesco Favino-MichelaCescon; MicaelaRamazzotti («Posti inpiedi inParadiso» e«Il cuoregrande delle ragazze»di Pupi Avati) eMarcoGiallini («Posti inpiedi inParadiso» e«Acab»). .. . Cometrasformareuna «house»razzista inuna «home»fondatasulla razza chesiaperònonrazzista? U: 24 domenica 1 luglio 2012
Bossi non c'è, e forse questa assenza è l'immagine più forte di questo congresso leghista al Forum di Assago. È la prima volta che il Senatur dà buca alla giornata d'apertura di un'assise di quella che è stata per oltre vent'anni la sua creatura. Non c'è neppure negli striscioni dei militanti, il Vecchio capo. Solo qualche sparuto riferimento al nuovo, Roberto Maroni, «Grande Bobo», ma è difficile sostenere che è l'alba di una nuova leadership carismatica. Sfilano sul palco i Bobo boys, i nuovi segretari regionali, dal Friuli alla Romagna di Gianluca Pini, la ligure Sonia Viale, i due cavalli di razza Matteo Salvini e Flavio Tosi, da un mese alla guida di Lombardia e Veneto. Ma, dopo tanti mesi di lotta fratricida con i nemici del Cerchio magico bossiano (evaporato, tranne il capogruppo al Senato Bricolo), ormai anche la nuova guardia sembra disarmata. Finita (forse) la faida interna, si sono scaricate anche le batterie, e in questo immenso palasport resta solo la sensazione dei reduci da uno tsunami, parola evocata in tantissimi interventi di delegati. Di un fango che rischia di cancellare tutto, anche se Tosi ripete che «a infangarci è stata solo una manciata di persone». Dunque, oggi Maroni sarà eletto segretario. Parlerà dopo Bossi, indicato come presidente federale a vita nel nuovo statuto. Tutto già scritto, l'ex ministro dell'Interno ha già raccolto 40 firme su 600 delegati, è il candidato unico, l'unica relativa suspence riguarda cosa dirà il Senatur, se il suo passo indietro sarà piùo meno netto. Il nuovo leader ha già messo le mani avanti, «non voglio essere commissariato», e il suo sodale Flavio Tosi ieri l'ha detto a chiare lettere: «Se vuoi recuperare credibilità la svolta non la puoi fare a metà, chi ha sbagliato deve pagare». Solo che, a questo punto, i reduci della Lega non sanno bene che strada prendere. Tornare in Parlamento oppure no? Ritrovare un accordo col Pdl o andare da soli? Dovrebbe deciderlo questo congresso, qualche indicazione la darà oggi Maroni, ma ancora è l'incertezza che prevale. Nella nuova guardia fa molto presa l'idea della macroregione alpina, un accordo con altre regioni di Francia, Svizzera e Germania firmato venerdì alla presenza del Senatur. «Dobbiamo negoziare la nostra libertà con Bruxelles, non più con Roma, gli stati nazionali non contano più niente», tuona il romagnolo Pini. Ma nell'animo di Maroni, archiviate le ramazze contro il Trota e la Rosi Mauro, cova la voglia di siglare un patto con Alfano per le prossime politiche, magari strappando la candidatura per il governatore della Lombardia (anche ieri Formigoni è stao strattoinatao da Salvini). «Siamo all'inizio di una traversata del deserto, ci conviene allearci col Pdl altrimenti restiamo fuori dal Parlamento», spiega una fonte maroniana. La base però ribolle, al nome di Berlusconi scattano i fischi, e Tosi nel suo discorso ribadisce la sofferenza dell'ultimo anno di governo col Cavaliere. «Lui pensava alle sue questioni personali e ora è difficile fare un'alleanza con chi sostiene Monti e i suoi burocrati strapagati». Una Lega nell'angolo, dunque. «Sembriamo un autotreno fermo a un passo di montagna», ragiona un deputato. «Se Bobo non ci dà la forza per muoverci restiamo impantanati». Tanti sostengono che il partito ha attraversato altri momenti durissimi, ma nessuno si illude: stavolta è in gioco la stessa sopravvivenza, con i voti drenati dalla bestia nera Grillo, preso a mazzate dal palco. «Abbiamo visto che figura sta facendo a Parma», s'infervorano Salvini e Andrea Gibelli. Dopo le guerre interne, ora è l'angoscia il sentimento dominante: l'idea che i tanto evocati militanti dei gazebo possano rivolgersi ad altre parrocchie. «Non c'è stato nessun complotto, dobbiamo ammettere gli errori fatti, altrimenti non si riparte», sintetizza il giovane capogruppo in Friuli Danilo Narduzzi, che invita il partito ad archiviare i corni e a «far studiare di più i giovani». E il suo omologo veneto Federico Caner (indicato come vicesegrerio da Zaia e Tosi) insiste: «I nostri amministratori sono ancora percepiti come competenti, ma abbiamo perso terreno su onestà e trasparenza, per questo i voti sono andati a Grillo». Assediati dai 5 stelle proprio sui temi, dall' antipolitica al giustizialismo rozzo, che vent'anni fa fecero decollare il Carroccio. Tanto che Sonia Viale, già vice di Maroni agli Interni, s'infiamma: «Lotta alla mafia, Europa dei popoli e no all'immigrazione incontrollata sono temi nostri e non c'è Grillo che tenga!». FALLIMENTOMORALE Ma non c'è solo i fallimento «morale» a scuotere i reduci della Lega. C'è anche quello politico, 20 anni di battaglie federaliste «in cui siamo andati a sbattere contro il muro», come dice Salvini, «L'obiettivo della Padania resta, ma dobbiamo sterzare e trovare un'altra strada per raggiungerlo». Pini anticipa un concetto che oggi sarà sviluppato da Maroni: la questione settentrionale irrisolta come marchio di fabbrica della nuova Lega. Tanto che oggi, dietro il palco dove parlerà il neoleader, la scritta cubitale sarà: «Prima il Nord». Per questo i nuovi leghisti insistono sulla sinergia tra i governi di Lombardia, Veneto e Piemonte e tirano per la giacca Formigoni, chiedendogli di abolire i ticker sanitari e di «fare qualcosa per gli esodati», se ci tiene a restare al Pirellone. Scaramucce, per ora. E intanto spunta anche la mozione integralista firmata dal deputato anti gay Massimo Polledri e da una trentina di parlamentari. Posizioni teocon che rischiano di fare breccia nella Lega senza più dei, ma gli uomini di Maroni si tengono alla larga: «Per carità, occupiamoci del Nord, non invischiamoci in queste cose». Oggi si andrà al voto anche su questo tema. E si vedrà se la nuova Lega 2.0 partirà anche con un'impronta clericale. Apre al Pd (ma solo senza Sel), chiude – sostanzialmente – al Pdl con o senza Berlusconi («siamo sicuri che senza di lui sarebbe sostanzialmente diverso?»), rilancia la piattaforma con Casini non più sotto il nome di Terzo polo («È stato percepito come un rassemblement fatto per disperazione») ma di polo «riformatore, patriottico, europeo» che superi la formula di alleanza tra partiti e vada dritto verso il soggetto unitario. La linea d'ombra su cui decidere le alleanze, spiega, è «il sostegno al governo Monti»: quella la ripartenza, quello il perimetro, il futuro, lo spirito del tempo. Chi è dentro bene, chi è fuori pazienza. Altre categorie non valgono: solo il montismo, e ciò che rappresenta come antidoto all'astensionismo e all'antipolitica. La parola destra, per dire, si ricorda di pronunciarla negli ultimi tre minuti su una ora e mezza di discorso, e giusto per dire che la destra non è quella del Pdl ma quella che intende lui. Eataly, ma anche un po' eat-Italo (nel senso del vicepresidente Bocchino), il leader di Fli Gianfranco Fini battezza l'inizio della sua campagna elettorale nel cuore del polo gastronomico appena inaugurato all'air terminal dell'ostiense a Roma con un rigore e uno slancio da ultima chiamata, ultimo avviso ai litigiosi naviganti futuristi («definirò dei punti fermi, chi non è d'accordo ne prenda atto»). Una volta superate le barriere di carrelli e di romani vocianti in piena eccitazione da centro commerciale, al terzo piano in fondo a destra, davanti a una platea di duecento persone che per una volta sembrano più perplesse di lui (e con lui appaiono freddine), il presidente della Camera si ributta nella mischia con un cesto pieno, pure troppo, di proposte. Sì a una legge sulle coppie di fatto, anche gay, purché si parli di persone e non di famiglia (Roberto Menia sul palco sembra lo stesso una statua di sale, né fa nulla per nasconderlo), sì a una legge elettorale fatta di uninominale maggioritario secco, senza listini proporzionali o altri ammennicoli, cinquanta per cento di candidature alle donne (applaudono solo le donne), no al baratto Pdl-Lega sul presidenzialismo, assemblea costituente per fare le riforme nella prossima legislatura, detraibilità dell'Imu, accorpare le regioni in macro aree, politica bancaria e fiscale unica nell'Ue, più investimenti per la cultura e – giù per li rami – persino concorsi per nominare i primari ospedalieri e stipendi più alti per gli insegnanti meritevoli. COMPITIPERLE VACANZE Su questo ed altro, dopo aver prodotto un documento di sintesi che eviti lo scatenarsi «di interpretazioni autentiche del mio pensiero», Fini chiama i suoi a una sorta di compito per le vacanze: andare a caccia di personaggi nuovi, rigorosamente esterni da Fli, da portare a settembre all'Assemblea dei mille, atto fondativo del nuovo corso e del nuovo soggetto. «Non siamo un partito in liquidazione», dice il leader futurista citando il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa, «lavoriamo per verificare se è possibile dare vita a un nuovo polo» (definirlo «moderato» non gli piace, spiega) e tra tre mesi «vedremo se lo sarà». Società civile, associazioni, nessuno è escluso dalla chiamata, nemmeno i membri del governo Monti e nemmeno Montezemolo – anche se Fini si rifiuta di discutere di nomi. Tutto, comunque, pur di uscire dalla «marginalità, quando non dall'ininfluenza» che senza pietà Fini definisce il risultato per Fli delle ultime amministrative. «Tutto può accadere, tranne che Fli vada al voto con chi il governo Monti l'ha stroncato dalla nascita»: questo vale, specifica dopo, anche «per quella parte del Pdl che immagina di andare a votare a ottobre». Misurata con lo stesso metro anche la sinistra: «Ha ragione Vendola quando dice che dalla foto di Vasto non si può cancellare nessuno dei protagonisti», ma pure «Bersani avrà qualche difficoltà a fare comizi con Vendola senza poter rivendicare le cose buone che ha fatto questo governo». Il partito ascolta, e prova a digerire, ma non per tutti è cosa semplice. ANDREACARUGATI MILANO politica del Pd. E, cosa curiosa, sembra non averlo chiaro neppure Vendola. Il quale ovviamente ha tutte le ragioni di chiedere di discutere con il centrosinistra di contenuti e programmi, ma deve pure mostrare qualche preoccupazione per l'agibilità dello spazio politico in cui quei programmi dovranno essere realizzati. Vendola tituba, Di Pietro si spolmona, il tutto perché Bersani sembra avere occhi solo per Casini. Ma non mi pare che le cose stiano così. Stanno anzi al contrario: invece di avere occhi per il proprio posizionamento presso l'elettorato, preoccupati del crescente consenso dei grillini, bisogna che la strana coppia scommetta su una nuova stagione della democrazia italiana e sulla ricostruzione civile del Paese, piuttosto che sulla maniera in cui approfittare della fine poco gloriosa della seconda Repubblica. Lascino a Grillo e a suo suocero il compito di fare di tutte l'erbe un fascio. Alla fine, si scoprirà che i più legati al passato, al berlusconismo e all'Italietta sono proprio i nuovissimi populisti: urlatori quando si parla di quel che è stato, privi di voce quando si tratta del futuro. Maroni si prende la Lega ma il fantasma è Grillo Un militante leghista sugli spalti del forum di Assago FOTO ANSA Fini: mai con Pdl-Lega e con chi avversa Monti ILCASO DiPietro,nuovivetie insultiaCasini Il leaderdell'Idv, AntonioDi Pietro, pur «condividendo» l'aperturadel segretariodelPd, Bersani, a«chiunque sottoscriveràuna intesa programmatica», ritieneche il «programmabisognascriverlo insiemeperchènon può esserciun primus inter paresche diceagli altri cosafare». Di Pietro haespresso la sua posizionenel corsodell'intervento, duratocircaun'orae mezzoaBari, alla conventionsu “IlMezzogiorno risorsa delPaese. Ripartiamodaisindaci”. «Io sonod'accordoche i benvenutinella coalizionedevono esserecoloro chesi riconoscononell'intesa programmatica. Il problemaè chi la scrivequesta intesaprogrammatica. Dobbiamoscriverla insieme- ha rilevato-non possiamoavere un primus inter pares,che dicescrivo io, comevoglio ioe tu fai quelche dico io. Costruiamola insiemequesta coalizione». Ma le«aperture»si fermano qui. In un'intervistaa“left”, il settimanale in edicola ieri con l'Unità, Di Pietroha ribadito il suo veto aicentristi, prendendocosì ledistanzeancheda Vendola.«Berlusconiha governato per 15 annicon Casini... Se fossi in tribunaleperCasini varrebbe l` art. 110 delcodicepenale: “Concorsodiretto nellacommissionedel reato”. È masochistadi allearsicol carneficedel nostroelettorato» . . . «I nostri amministratori sono competenti, ma abbiamo perso terreno su onestà e trasparenza» . . . «Lotta alla mafia e no all'immigrazione sono temi nostri e non c'è Grillo che tenga!» . . . Fli dà avvio di fatto alla sua campagna elettorale nel polo gastronomico romano di Eataly SUSANNATURCO ROMA L'ex ministro dell'Interno unico candidato: oggi sarà segretario Bossi assente per la prima volta all'apertura E torna la voglia di allearsi col Pdl domenica 1 luglio 2012 7
Agli Azzurri a Kiev è ar-rivato l'incitamentodel capo dello Statoper la finale di oggi diEuro2012 contro laSpagna. Giorgio Napolitano, che già era stato nelgli spogliatoi dellana Gdansk Arena a Danzica dopo l'1-1 con gli iberici nel primo match del girone C, ha inviato una lettera di «incitamento» all'allenatore della nazionale di calcio, Cesare Prandelli, in cui ha anche sottolineato il suo «apprezzamento» per «la sobrietà e serietà dei suoi commenti». «Consapevolezza dell'importanza dei risultati, senza retorica, senza trionfalismi, sapendo quanta strada resti da percorrere. Ma non è forse questo ha sottolineato il capo dello Stato - il discorso da fare per l'Italia e per la sua Nazionale di calcio? Le esprimo la mia vicinanza e le trasmetto il mio incitamento, a tutti i ragazzi, per la prova conclusiva di domani. Sono stato felice di essere accanto a voi a Danzica, quando si trattava di superare la prima prova, di smentire facili pessimismi, di dimostrare che “la squadra c'era”, che gli azzurri ancora una volta si sarebbero fatti onore in nome dell'Italia. Vi accoglierò in Quirinale con grande piacere al vostro ritorno a Roma lunedì». Le parole di Napolitano hanno toccato in special modo Cesare Prandelli e Gigi Buffon. «Non sono rimasto sorpreso dall'invito al Quirinale - ha detto il ct - perché abbiamo un capo dello Stato che ha dimostrato la sensibilità e la capacità di leggere bene certe situazioni. Per me questa è la base su cui partire per certe situazioni. Quando una squadra ha dato il massimo delle proprie possibilità deve essere solo applaudita». Fa eco al tecnico il capitano della Nazionale: «In un momento di miseria - ha detto ieri Buffon riferendosi al messaggio del Colle -, una persona di buon senso sembra un gigante. E il Presidente lo è». TUTTIDAVANTI AIMAXISCHERMI Maxischermi a ogni angolo, in città, al mare e perfino in carcere; gadget tricolore, cene in famiglia, scongiuri: rito collettivo o vissuto nella tranquillità della propria casa, gli italiani stanno preparando così la visione - necessariamente collettiva - di Italia-Spagna. Al Circo Massimo a Roma è stato organizzato un evento unico: 4 megavideo, uno da 50 metri quadri, due da 30 e uno da 24. Ma i maxischermi saranno ovunque, in centro e in periferia e anche sul litorale romano. E non mancano le preoccupazioni per gli (eventuali) eccessi del dopo-partita: fioccano i divieti di caroselli e di vendita di alcolici. Megavideo pronti anche nel resto del Paese: dalle località marittime della Sardegna a Matera, dove la finale di calcio coincide con la festa patronale; a Napoli, un maxischermo sarà allestito sul lungomare Caracciolo, dove dal pomeriggio ci saranno video e musica. In Calabria, a Pizzo, il Comune ha allestito un maxischermo direttamente sulla spiaggia. Megaschermo anche in Piazzetta a Capri, per consentire a turisti e capresi di seguire la partita nel salotto all'aperto più famoso del mondo. Niente maxischermo invece a Trento, per motivi di ordine pubblico e neppure a Siena, per la concomitante vigilia del Palio, ma i detenuti della città hanno chiesto e ottenuto di vedere la finale in un maxischermo all'interno del carcere. ILPAPANON SI SCHIERA,BERTONE SÌ Tra gli appassionati che seguiranno la gara Italia-Spagna in televisione ci sarà anche Benedetto XVI. Il Papa si sentirà “diviso” tra l'Italia, sua seconda patria da oltre trent'anni, e la “cattolicissima” Spagna, uno dei Paesi che ha visitato più spesso. Non ha dubbi, invece, il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, che ha già fatto sapere che lui, come i 220 vescovi che presiede, tiferà Italia («Siamo italiani», ha sottolineato). Mentre il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, grande tifoso ed esperto della materia, spera moltissimo di poter bissare la telefonata di giovedì al presidente Napolitano per complimentarsi per il 2-1 degli azzurri e ripetere che «il Papa in quanto vescovo di Roma partecipa all'allegria dei fedeli». Ancora Italia-Spagna,l'ultima, la più bella, laprima finale tra le so-relle di calcio latino.Così vicine, così diver-se. Da Danzica a Kiev, stasera è la sera di Euro 2012. Si ricomincia da dove ci eravamo lasciati, un pareggio all'esordio che per noi significava una mezza vittoria: «Loro restano i più forti ma noi saremo la sorpresa», il concetto tutto nostro, ripetuto anche ieri Prandelli e Buffon, un po' per ammorbidire la vigilia, un po' perché è la verità. «No, si parte alla pari», rispondo loro, un po' per non esagerare, ma anche per passare a noi la tensione. Che invece sembra scivolare addosso agli Azzurri. «La Spagna è la migliore al mondo, è la squadra da battere», ripete Prandelli, con una naturalezza che sa di grande maturità. L'ultimo precedente in una gara a eliminazione diretta fu ai quarti di Euro 2008, quando la forza della Spagna era ancora incastrata nella roccia, come Excalibur (ma servirono i rigori per eliminarci). Ora, dopo la scorpacciata mondiale in Sudafrica, gli iberici sanno di avere tra le mani un'opportunità storica: vincere tre trofei consecutivi, cosa mai accaduta prima. Meno bella rispetto agli anni passati, ma i Los Siete Magnificos (Casillas, Xavi, Ramos, Xabi Alonso, Iniesta, Torres e Fabregas) fanno paura a chiunque. La novità è che anche l'Italia fa paura, per storia, ma anche – questa è la novità – per il gioco: «Siamo grati per il rispetto che ci hanno mostrato, ma anche noi rispettiamo l'Italia. È un'ottima squadra e in semifinale hanno dimostrato il loro valore. Partiamo alla pari», spiega il ct spagnolo, Vicente Del Bosque, che vincendo stasera eguaglierebbe lo stesso miracolo di Helmut Schön, vincere mondiali ed Europei da tecnico: «Credo – glissa il Del Bosque - che a questo punto la storia sia stata già scritta, perché siamo in finale». LANOVITÀ:FACCIAMO PAURA All'Italia di Prandelli il compito di riportarci a Berlino 2006. Senza paura e pressioni, è il volto rilassato del ct in conferenza stampa che introduce gli Azzurri in una nuova era: «Dovremo creare superiorità numerica, e quando gli avversari ce lo permetteranno, faremo gioco. È la strada vincente, anche in prospettiva». Da Danzica a Kiev, comunque vada è stato un Euro 2012 esaltante per gli Azzurri, che pareva essersi incrinato nel pari con la Croazia seguito però dalla definitiva consacrazione contro Inghilterra e soprattutto Germania: «Perché siamo cresciuti come condizione fisica ed equilibri – dice Prandelli - e ritrovato le sicurezze che avevamo perso nel frattempo». Stasera in campo la finale più giusta, otto trofei in tutto e se la storia recente dice Spagna, quella universale dice Italia: quattro mondiali e un Europeo, non dimenticarlo mai. Questione di motivazioni, pretesti e pressioni. Quelle degli iberici parlano di record, sono loro ad avere più da perdere: «La partita più importante per il calcio spagnolo», ripete Del Bosque. «Abbiamo la possibilità di entrare nella storia e faremo di tutto per vincere. È un risultato incredibile essere giunti alla finale per la terza volta», spiega Xavi, per poi chiudere una volta per tutte la querelle sul “biscotto”: «Abbiamo solamente fatto il nostro lavoro nella fase a gironi, non ce ne pentiremo mai». Non finiremo mai di dire bravi spagnoli, ma stasera niente «bonus» per dirla con Buffon: «Era un modo di dire – spiega il numero uno azzurro – per riconoscenza. Domani incontriamo la squadra che manifesta la sua superiorità, per fortuna si parte sullo zero a zero. Loro sono favoriti, ma noi abbiamo lo stesso spirito del 2006». In più, l'Italia piace a tutti, è diventata un esempio di gioco, e da una settimana è risbocciato l'amore con gli italiani. Quello che alla truppa prandelliana non ha mai fatto mancare il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ieri ha consegnato a Prandelli una lettera scritta di suo pugno: «Con molta emozione l'ho letta – ha detto il ct - e ho trovato come sempre parole importanti per noi e non vedo l'ora di leggerle ai giocatori». Al Quirinale la visita degli Azzurri è prevista domani, che vincano o perdano. Ancora una volta, le chiavi del centrocampo a Pirlo. Si prepara la gabbia allo juventino: «Loro hanno Pirlo, Montolivo e sanno come giocare a calcio – precisa però Del Bosque - noi abbiamo l'esperienza necessaria». Differenze, la Spagna con Fabregas “finto 9” stenta a segnare e ieri Del Bosque ha detto che «giocheremo con tre attaccanti» (bisogna credergli?), noi un 9 lo abbiamo appena trovato. Dopo la doppietta alla Germania, ora Super Mario se lo coccolano tutti: «Balotelli? Il merito – dice Buffon - è tutto suo, e di Prandelli». Balotelli, Cassano, Pirlo, De Rossi, Buffon, e poi i gregari della difesa, Balzaretti, Barzagli, Bonucci, Chiellini. Nomi che in 90' possono finire in cantina o passare alla storia. Loro hanno solo la musica, noi anche le parole. E allora pazza Italia, facci cantare ancora. Italia e Spagna, L'ANALISI MARCOBUCCIANTINI Come cambia la stagione ILPALLONEEOLTRE LAFINALE SIAMOQUI, PER QUESTASERA. NONÈMAILA STESSA COSA:ESSERCI DENTROOGUARDARLADAFUORI. Italia e Spagna, come era iniziata tre settimane fa, con tutt'altre parole. I nostri timori, la loro forza. Le nostre sconfitte sul campo, e quelle più profonde intorno che ci portiamo sempre appresso ad ogni grande occasione, come un fardello, come una vergogna che invece di umiliarci ci rende più robusti e fieri, chissà perché. E la loro inerzia vincente, campioni di tutto, con la nazionale e con i club: i migliori giocatori di calcio sono là, nell'altra penisola del Mediterraneo, quella Iberica, con la stessa naturalezza con la quale un tempo venivano in quella a forma di stivale. I tempi cambiano: a volte piano, te ne accorgi che è già successo. Lo scopri quando i bambini sognano i gol di Messi e Ronaldo, si pettinano come loro, esultano come loro, i campioni della Liga. Altre volte il tempo passa veloce come una nuvola, e cambia la stagione: venti giorni dopo, l'Italia e la Spagna sono due squadre che si affrontano alla pari. Sono campioni del Mondo, va bene: lo siamo stati anche noi, più volte di loro. Sono campioni d'Europa, ma fra poche ore chissà se potranno ancora dirlo. Questo il nostro piccolo capolavoro: loro avranno paura di noi, e non sono abituati ad avere timore perché dentro il campo si sentono più forti, superbi fino al manierismo. Non sarà così, sarà tutto più difficile, stretto, “sporco”. Prandelli ha buone sensazione, di più non dice ma mica ha detto poco: basta per confermare che abbiamo trovato il vento giusto, che ci prende alle spalle d'improvviso quando siamo alla deriva e di solito ci porta fino a riva. È anche un fatto di umidità: ce n'è tanta in Ucraina, come in Polonia. I ritmi si abbassano, le squadre che un mese fa correvano e brillavano sono tutte a casa, svilite, eliminate (la Russia, la Germania). I nostri fuoriclasse - Pirlo, di sicuro - sono emersi non appena attorno a loro è calata la rabbia avversaria. E nessuno sa capire e giocare le partite come noi. È Dna, è cultura, è abilità. Nell'esordio Prandelli rinunciò a Montolivo, sapendo che era superfluo avere un palleggiatore in più quando poi la palla l'hanno spesso gli altri: meglio un incursore alla Thiago Motta, più capace “senza palla”, sia in contenimento che negli inserimenti in attacco. E Motta sfiorò la rete con un colpo di testa, proprio sfruttando la sua abilità nell'apparire nei momenti opportuni. Stasera, ci sarà Montolivo, perché quella palla adesso è anche nostra, non solo spagnola, e questo è il termometro per misurare la nostra crescita dentro il torneo. L'Italia ha trovato fluidità e credibilità, perfino i gol, viene da una partita memorabile dunque non si tocca ed è giusto. La Spagna ha più imbarazzi nelle scelte perché ha perso quella naturalezza e facilità che sfociavano nel dominio. Hanno centravanti che non riescono a diventare titolari, e centrocampisti che non riescono a diventare né Villa né Messi, perché non è possibile essere il Barcellona senza esserlo fino in fondo. Però sono uno spot al calcio, Iniesta e Xavi possono fare qualsiasi cosa, meglio di tutti. Un po' più avari nella manovra d'attacco, resta la loro difesa così dura da violare. Per due motivi, uno ovvio e un po' filosofico: se la palla è loro, gli avvversari non possono attaccare. L'altro più tattico: gli altri finiscono per muoversi in campo nei posti dove li porta la Spagna, muovendo il pallone. Questo stanca e trascina fuori posizione molti giocatori, pregiudicandone i contrattacchi. Per questi due motivi combinati la Spagna subisce poche reti, e può gestire partite con il minimo scarto. Arbitrerà Pedro Proenca, 42enne dal bel volto ossuto più che magro, che sembra più vecchio e in campo cerca di non farsi notare. È lusitano di Pinhal Novo, unico portoghese che si ricordi che nel tempo libero ama sciare. Gliazzurri sembranopiù sicuri.Buffon:«Holestesse sensazionidiBerlino...» Prandelli:«Loropiù forti, manoisiamoprontie meritiamogliapplausi» AlCapodelloStatohanno risposto il commissario tecnico(«commosso») e il capitanodegliAzzurri Il tifo«equidistante» diBenedettoXVI ILMESSAGGIO Cassano, Balotelli e Prandelli ieri in allenamento FOTO DI MAURIZIO BRAMBATTI/ANSA . . . «Il presidente della Repubblica è un gigante» Gli italiani si affolleranno davanti ai maxischermo Lettera di Napolitano: «Sobri e determinati vi aspetto al Quirinale» GIANNIPAVESE ROMA SIMONEDISTEFANO KIEV . . . Gli iberici cercano un tris storico dopo Euro 2008 e Mondiali: «Ma siamo già nella leggenda» . . . Le formazioni: i nostri dovrebbero essere gli stessi della Germania. Del Bosque ripesca Fabregas 10 domenica 1 luglio 2012
Montepremi 2.346.984,14 5+stella Nessun6-Jackpot 10.190.589,06 4+stella 33.766,00 All'unico5+1 469.396,83 3+stella 1.731,00 Vinconoconpunti5 70.409,53 2+stella 100,00 Vinconoconpunti4 337,66 1+stella 10,00 Vinconoconpunti3 17,31 0+stella 5,00 Nazionale 7 4 82 13 79 Bari 35 89 13 61 51 Cagliari 42 38 50 68 7 Firenze 18 67 39 65 69 Genova 37 22 65 28 47 Milano 69 66 31 48 28 Napoli 46 88 58 42 74 Palermo 28 24 80 25 75 Roma 77 79 60 31 2 Torino 64 71 36 9 48 Venezia 46 65 87 29 56 UN IMBATTIBILE FABIAN CANCELLARA SPIANA A 53 ORARIILPROLOGODILIEGIECONQUISTAUNSINGOLARE RECORD: MAI NESSUNO NELLA STORIA DEL TOUR AVEVAVINTOPERCINQUEVOLTELACRONOINIZIALE. Come nel 2007, a Londra, Cancellara batte Bradley Wiggins. Tutto scritto, in un certo senso. Wiggins è il migliore tra gli uomini di classifica, ma dietro si propone bene Vincenzo Nibali, che paga all'inglese appena 11” e ricava dai 6 km valloni buone sensazioni e ottimi segnali. Dieci nazionalità diverse ai primi dieci posti della classifica. Tanta Sky, con Boasson Hagen e Froome a ridosso dei primi. Non straordinario e sotto le attese Evans, un secondo meglio di Nibali. Cancellara e Wiggins, è una storia già vista. Londra, Tour 2007, cronoprologo, l'inglese è tra i favoriti e poi corre in casa, ci tiene tantissimo, ha tutto il pubblico dalla sua parte, è un uomo, allora, da cronometro e basta, come il Cancellara attuale, senza pretese d'alta classifica. Anche allora Cancellara primo, Wiggins secondo, sconfitta dura, tanto da mettere in crisi l'inglese, tanto da portarlo vicino al ritiro. Era un altro corridore allora Wiggins, pesava 80 kg, non andava in salita, correva tanto su pista, era un fenomeno dell'inseguimento, la strada gli serviva solo per arrotondare lo stipendio. Com'è cambiato il mondo in questi cinque anni, ora Wiggins è sceso di quasi 15 kg, ha scoperto doti straordinarie in salita, è migliorato tantissimo a cronometro e si gioca il Tour con immense possibilità di successo, e poi nel giro è entrata la Sky, con i suoi soldi, i suoi investimenti. Cancellara è rimasto invece lo stesso, fenomenale cronoman di allora. CAMPIONEIN UNA SQUADRAIN CRISI Fa caldo a Liegi, forse duecentomila persone sul percorso. Strade larghe, poche curve, qualche rotonda, molti rettilinei. Cancellara parte tra gli ultimi, in testa a quel punto c'è Chavanel, in gara l'avversario più pericoloso, Tony Martin. Nel momento del massimo sforzo il tedesco fora, cambia bici, perde alcuni secondi, precipita indietro. Cancellara va invece come un treno, come una moto, viene da una stagione difficile, ha perso male il Fiandre, alla Roubaix è caduto, fratturandosi la spalla, al Giro di Svizzera le ha prese a cronometro da Sagan. Non è sereno il bernese di origini lucane, e poi in squadra le cose vanno piuttosto male. La Radioshack è di fatto in vendita, non paga gli stipendi da un paio di mesi, due corridori, rimasti finora anonimi («ma probabilmente fratelli» si dice in giro), ne hanno chiesto la messa in mora. Uno dei soci del consorzio che sponsorizza la squadra è nientemeno che Lance Armstrong, che ha ben altri problemi per la testa al momento, essendo stato praticamente messo sotto processo dall'Usada, l'agenzia antidoping americana, con un documento di quindici pagine che potrebbe cambiare gli ordini d'arrivo e la storia del Tour dal 1999 al 2010. Il team manager della squadra, Johann Bruyneel, a sua volta sotto inchiesta, non si è fatto vedere al Tour «per tenere tranquilli i corridori». C'è una diatriba in atto tra lo stesso Bruyneel e il ds Kim Andersen, e poi i risultati sono scarsi e i fratelli Schleck hanno in atto una fronda nei confronti della dirigenza americana. Andy al Tour non c'è per infortunio, Frank sì ma ha già beccato 38” nel prologo, è 136˚ in classifica e, orfano del fratello-ombra, ha meno voglia ancora di quanta ne avesse al Giro, dove mollò alla fine della seconda settimana fingendo di essere caduto e di avere problemi alla spalla. In questo cataclisma, la vittoria di Cancellara vale un'infinità. La faccia dello svizzero è comunque intonata allo spirito generale di casa Radioshack, sul podio ha ritirato velocemente i fiori ed è corso via. Maglia gialla pesante, comunque, come ogni maglia gialla. Ed è pesante e bellissimo il 14˚ posto di Vincenzo Nibali: «Ci tenevo a partire bene, le mie potenzialità in questo Tour sono tutte da scoprire, vivrò alla giornata, qui è andata bene». Benissimo, rispetto a molti altri: a parte Wiggins e Evans, solo Menchov gli è davanti. Ha lo stesso tempo di Hesjedal, 7” su Rogers, che al Delfinato gli era sempre davanti, 8” su Gesink, 10” su Van den Broeck, 17” su Valverde, molto più indietro gli altri, compreso un impresentabile Rolland, 166˚ su 198. Basso paga a Wiggins 22”, Scarponi 30”, ma non sono qui per vincere. Oggi Liegi-Seraing, 198 km non facili, con arrivo adatto a Sagan e Gilbert più che a Cavendish e Petacchi. FEDERICOFERRERO LONDRA InumeridelSuperenalotto Jolly SuperStar 17 20 21 39 44 89 75 83 10eLotto 13 18 22 24 28 35 37 38 42 4664 65 66 67 69 71 77 79 88 89 Unamotosvizzera Cancellara, prologo a 53 km/h. Bravo Nibali ALLAKENNETHRITCHIELIBRARYDIWIMBLEDON,DOVE L'OCCHIALUTO MISTER LITTLE CONSERVA OGNI SORTA DIPUBBLICAZIONESULTENNIS,SIAVEVANOTIZIADIUN SOLOGOLDENSETNEI44ANNIDELL'ERAOPEN.Un parziale terminato 24 punti a zero nel 1983 in favore di Bill Scanlon su un brasiliano, Marcos Hocevar. Sede del crimine, un torneino della Florida tutt'ora in calendario, Delray Beach. La penitenza più imbarazzante - perché subita sul sacro suolo di Wimbledon - è toccata a Sara Errani nel primo set contro Yaroslava Shvedova, moscovita assoldata dal Kazakistan del presidente e tennis-maniaco Nazarbayev. Difficile spiegare al non appassionato come la n.10 del mondo possa essere brutalizzata per sei giochi dalla 65ª. È che Shvedova spara con pezzi da 90: come a Parigi, quando si presentò con un ranking indecente, passò le qualificazioni per stendere la regina Li Na e fermarsi solo nei quarti. E il servizio della Errani, se l'altra lo sa aggredire, è un piccolo supplizio. Le italiane perdono, insomma, al 3˚ turno la loro testa di serie più alta (10) ma aggiungono due ragazze a far compagnia nella seconda settimana alla strabiliante Camila Giorgi, chiamata a lottare contro maestrina Radwanska dopo la splendida performance contro Petrova. Sorpresa: nel trio c'è Francesca Schiavone. La Leonessa ha avuto in sorte la più leggera delle ceche, la mesta Klara Zakopalova; in compenso sarà destinata, lunedì, al carro armato Petra Kvitova, titolare in scadenza del Rosewater Dish in argento. Con quante possibilità? Scarse, in verità, ma non meno delle chance concesse a Francesca di superare la prima settimana di Wimbledon in un'annata tanto grama. A 32 anni Schiavone è un po' la zia del Tour ma conta su un privilegio raro, quello di saper fare tutto: anche attacchi e tagli, sempre che l'avversaria di turno gliene voglia concedere il tempo. I privilegiati hanno diviso con Dustin Hoffman il pomeriggio di ansie di Serenona Williams. Scesa alquanto insicura sul Centre court, con la chioma mal governata da pinza e fascione, la numero uno in pectore si è vista costretta a sfiorare il record di ace tra le donne - un esagerato 23, uno in meno di una giornata da dea di Kanepi nel 2008 - per respingere a Chengdu gli anticipi pestiferi di Zheng Jie, microtennista affatto parvenu dei prati: fu la prima cinese semifinalista a Wimbledon e, come allora, solo una superSerena è riuscita a sopravviverle. In quel mentre, sul campo 18 Roberta Vinci si concedeva il primo ottavo di finale in un major gestendo con mano delicata le furie di Mirjana Lucic; un tabellone clemente le ha affidato, ora, Tamira Paszek. Lecito sperare in questa come unica partita giocabile nello Slam che agli italiani va più indigesto: armato del suo leggendario compendium, Alan Little conferma. LOTTO SPORT FabianCancellaraallapartenzadel suoTourde France:meglio,non poteva cominciare,con vittoriaemagliagialla FOTO/ANSA EPA Moto: Stoner più forte deldolore Rossi a fondo SABATO 30 GIUGNO Parte ilTourdeFranceconla solitadimostrazionediclasse diFabian,ora in“giallo” L'italianovicinoagliuomini diclassificaWigginsedEvans COSIMOCITO LIEGI Errani, l'annodei record maquestavoltaèarovescio LafinalistadiParigikoconShvedovasenzafarenemmenoun “15”nelprimoset.VinconoSchiavoneeVinci. IlprimatodiSerena DOPO L'INCREDIBILE CADUTA DI SABATO, CONILVOLOSOPRALAMOTO,LECAPIROLE PER ARIA E PER TERRA, I DOLORI QUA E LÀ, CASEY STONER SI CONFERMA IL PIÙ FORTE DITUTTI,VINCENDOILGPD'OLANDAETROVANDO DI CONSEGUENZA IL PRIMATO NELLA CLASSIFICA MONDIALE. Stoner vince davanti a Pedrosa, superato a metà gara, dopo la solita partenza vibrante del piccolo spagnolo, quasi mai in grado di tenere il ritmo fino alla fine. È stato l'unico sorpasso di un Gp che ha consumato il suo duello più importante già alla prima curva, quando Alvaro Bautista ha provato a fare il fenomeno, ritardando moltissimo la frenata, sperando di sorpassare una mezza dozzina di moto in una curva soltanto. È invece e naturalmente scivolato, allorquando ha dovuto piegare oltremisura per restare in pista: così facendo si è trascinato dietro il leader del mondiale, Jorge Lorenzo, che schiumava rabbia per l'accaduto. Bautista si è scusato e mostrato così affranto da fare tenerezza (ma non all'argentino, che con la caduta si è giocato la vetta del mondiale, che adesso condivide con l'australiano a pari punteggio). Quando manca il confronto fra i due, la Moto gp perde significato: la Yamaha è tutta sulle spalle di Lorenzo, perché dovizioso al massimo è piazzato (come ieri, terzo) e Spies è in ripresa, ma fuori dal podio. La Honda ha qualche freccia in più ma l'unica vincente è proprio Stoner, vero sportivo: «Mi sono alzato con un po' di pessimismo, credevo di puntare al podio, non di più, dopo la botta di ieri. È stata una vittoria importante per il campionato, certo non doveva andare così. Ho scoperto solo ora che Lorenzo è caduto, non è mai bello avere vantaggi dalla sfortuna di altri» Disastro per Valentino Rossi. Il pilota di Tavullia è dovuto tornare ai box per sostituire il pneumatico posteriore che era difettoso e consumato all'inverosimile, quando stava difendendo una buona posizione guadagnata solo per le cadute altrui. Rossi è poi rientrato in pista e ha chiuso ultimo ma a punti, essendo transitato 13/o. Il migliore in sella a una Ducati è Nicky Hayden, sesto, poi Hector Barberà. Bene Michele Pirro (FTR-Honda), nono, con Mattia Pasini (ART), decimo. «Potevo arrivare sesto, che era un buon piazzamento, ma si è rotta la gomma, l'ho cambiata ma ho recuperato poco. Ho cercato di portare a casa tutto quello che si può...». FELICEDIOTALLEVI ASSEN ... Diecinazionalitàdiverseai primidieciposti.Lasquadra delvincitoreè incrisieda mesinonpagagli stipendi U: domenica 1 luglio 2012 27
ILSOLITOBORGHEZIO,INTERVISTA-TO AL CONGRESSO DELLA LEGA, ammette, bontà sua, Balotelli tra i connazionali. Ma non si sa se il riconoscimento sia reciproco, se cioè Balotelli sia disposto a considerare Borghezio suo concittadino. Noi no. Anche se Borghezio non è il solo razzista, visti i toni con cui certi giornali hanno trattato la signora Angela Merkel, che comunque è una gran donna, soprattutto in confronto a certi saltimbanchi della politica e del giornalismo nostrani. Perché l'antifemminismo è sempre alla base di ogni razzismo, come dimostra la vicenda politica del celodurista Umberto Bossi, speriamo tramontata per sempre. Anche se non promette niente di buono neppure Maroni, ripreso ieri mentre arrivava al congresso con la boria del vincitore, candidato unico di un partito che da dieci anni non faceva congressi e che ora si riunisce solo per ratificare un nuovo indiscusso potere personale che non ammette limitazioni. Non bisogna mai dimenticare i respingimenti in mare dell'ex ministro dell'Interno, che poi ha ammesso con tranquillo cinismo come il razzismo leghista servisse solo a portare voti. E morti. Non si sa quanti, ma si sa come e perché. Del resto i leghisti, che ora si mostrano benevoli nei confronti del campione Balotelli, continuano a fare muro, insieme a quei gran liberali del Pdl, contro il riconoscimento della cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori immigrati. Per diventare italiani, secondo loro, devono aspettare e soffrire le pene del burocratico inferno che ha sofferto Balotelli e tanti altri ragazzi come lui, cui nessuno ha diritto di imporre umiliazioni. Tantomeno quelli che mandavano i soldi in Tanzania e se ne fregano dell'Italia così come della inesistente padania. Perché la loro patria, come quella di Berlusconi, è il portafoglio. E la loro bandiera non è quella di Balotelli e nostra. TV 07.15 La casa delle sette donne. Serie TV 08.00 TG 1. Informazione 08.20 Easy Driver. Reportage 09.00 TG 1. Informazione 09.05 La casa del guardaboschi. Serie TV 09.55 Linea Verde Orizzonti Estate. Informazione 10.30 A Sua immagine. Religione 10.55 Santa Messa. Religione 12.00 Recita dell'Angelus. 12.20 Linea verde Estate. Attualita' 13.30 TG 1. Informazione 14.00 Non sparate sul pianista. Show. 15.55 DA DA DA in tavola. Show. 16.30 TG 1. Informazione 16.35 Nel cuore della tempesta. Film Azione. (2009) Regia di Edzard Onneken. Con Xaver Hutter 18.00 Il Commissario Rex. 18.50 Reazione a catena. 20.00 TG 1. Informazione 20.25 Calcio Campionati Europei di Calcio 2012 - Finale. Sport 22.40 Tg1 60 Secondi. Informazione 23.40 Notti Europee. Rubrica 01.10 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.11 Che tempo fa. Informazione 01.35 Testimoni e Protagonisti Ventunesimosecolo. Rubrica 02.50 Sette note. Rubrica 07.00 Cartoon Flakes weekend. 08.55 Battle Dance 55. Show. 10.00 Mc Bride - Un tragico errore. Film Giallo. (2005) Regia di Kevin Connort. 11.20 La nave dei sogni - Las Vegas. Film Documentario. (1998) Con Heinz Weiss, 13.00 Tg2 giorno. Informazione 13.30 TG 2 Motori. 13.45 Rai Sport - Dribbling Europei. Sport 14.15 Il commissario Herzog. Serie TV 15.15 Delitti in Paradiso. Serie TV 16.15 La carta del destino. Film Thriller. (2008) Regia di Peter Samann. 17.40 Due uomini e mezzo. Serie TV 18.05 Ringer. Serie TV 19.35 Il Clown. Serie TV 20.25 TG 2. Informazione 21.05 N.C.I.S. Los Angeles. Serie TV Con Linda Hunt, LL Cool J, Chris O'Donnell. 21.50 Ringer. Serie TV Con Sarah Michelle Gellar, Kristoer Polaha, Ioan Gruudd. 00.05 TG 2. Informazione 00.25 Sorgente di vita. Religione 00.55Il papà migliore del mondo. Film Commedia. (2009) Regia di Bobcat Goldwaith. Con Robin Williams, Steve Anderson, Matt Clark 06.30 Rai Sport Ciclismo: Corvara in Badia (BZ) Maratona delle Dolomiti. Rubrica 11.40 TGR RegionEuropa. Reportage 12.00 TG3. Informazione 12.05 TG3 Persone. 12.25 TeleCamere. Informazione 12.55 Prima della Prima. Evento 13.25 Passepartout. Rubrica 14.00 Tg Regione. 14.15 TG3. Informazione 14.30 Rai Sport Ciclismo: Seraing, Tour de France; Prima tappa: Liegi - Seraing. Sport 17.30 Tour Replay. Rubrica 18.10 I misteri di Murdoch. Serie TV 19.00 TG3. Informazione 19.30 TG3 Regione. 20.00 RaiSport Stadio Europa. Rubrica 20.25 Blob. Rubrica 20.40 Caccia al ladro. Film Thriller. (1955) Regia di Alfred Hitchcock. Con Cary Grant, Charles Vanel, Grace Kelly. 22.35 Tg3. Informazione 22.45 Tg Regione. Informazione 22.50 Ragazzi miei. Film Dramma romantico. (2009) Regia di Scott Hicks. Con Clive Owen, Laura Fraser, George MacKay. 00.00 Tg3. Informazione 07.30 Zorro. Serie TV 08.30 Ti racconto un libro. Rubrica 08.50 Slow tour. Show. Conduce Syusy Blady, Patrizio Roversi. 09.25 Correndo per il mondo. Reportage 10.00 S. Messa. Religione 11.00 Pianeta mare. Reportage 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Melaverde. Rubrica 13.20 Pianeta mare. Reportage 14.02 Donnavventura. Rubrica 14.45 Ma chi ti ha dato la patente?. Film Comico. (1970) Regia di Nando Cicero. Con Franco Franchi 16.35 Prima pagina. Film Commedia. (1974) Regia di Billy Wilder. Con Walter Matthau 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Colombo. Serie TV 21.30 Absolute zero. Film Catastrofico. (2005) Regia di Robert Lee. Con Je Fahey, Erika Eleniak, Bill Dow. 22.12 Tgcom. Informazione 22.15 Meteo. Informazione 23.35 L'Italia che funziona. Rubrica 23.52 Due per un delitto. Film Commedia. (2005) Regia di Pascal Thomas. Con Catherine Frot, André Dussollier, Geneviève Bujold. 07.59 Tg5 - Mattina. Informazione 08.51 Circle of life. Serie TV Con Francis Fulton-Smith, Christina Plate, Ulrich Pleitgen. 10.11 Mamma ho perso il lavoro. Film Commedia. (2008) Regia di Vince Di Meglio. Con Diane Keaton, Dax Shepard, Liv Tyler. 12.20 Tg Bau&Miao. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.40 Il peccato e la vergogna. Serie TV 16.00 Rosamunde Pilcher: La tigre che dorme. Film Sentimentale. (1995) Regia di Rolf von Sydow. Con HansJürgen Schatz, Stephan Schwartz 18.00 Baciati dall'amore. Serie TV 20.00 Tg5. Informazione 20.40 Dirty dancing - Balli proibiti. Film Sentimentale. (1987) Regia di Emile Ardolino. Con Patrick Swayze, Jennifer Grey, Cynthia Rhodes. 21.34 Tgcom. Informazione 21.35 Navigare informati. Informazione 22.50 City of angels - Città degli angeli. Film Drammatico. (1998) Regia di Brad Silberling. Con Nicolas Cage, Meg Ryan, Andre Braugher. 07.40 Cartoni animati 10.00 Beethoven 3. Film Commedia. (2000) Regia di David M. Evans. Con Judge Reinhold, Julia Sweeney, Michaela Gallo. 11.50 Grand Prix. Informazione 12.25 Studio aperto. Informazione 13.00 Futurama. Cartoni Animati 13.30 I Simpson. Cartoni Animati 13.55 Thunderbirds. Film Fantascienza. (2004) Regia di Jonathan Frakes. Con Bill Paxton, Ben Kingsley, Brady Corbet. 15.45 Superman III. Film Fantascienza. (1983) Regia di Richard Lester. Con Christopher Reeve, Richard Pryor, Jackie Cooper. 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Bau boys. Rubrica 19.35 Scooby Doo. Cartoni Animati 20.40 8 amici da salvare. Film Avventura. (2006) Regia di Frank Marshall. Con Paul Walker, Bruce Greenwood, Jason Biggs. 21.37 Tgcom. Informazione 21.40 Meteo. Informazione 23.00 America's Cup World series. Sport 00.35 Tempeste di ghiaccio. Film Azione. (2002) Regia di Neil Kinsella. 02.30 Studio aperto - La giornata. Informazione 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 10.00 Ti ci porto io (R). Rubrica 11.20 Spagna - Superbike: Gara 1 (diretta). Sport 13.00 Paddock Show. Informazione 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Regina di Spade. Serie TV 15.00 Spagna - Superbike: Gara 2 (diretta). Sport 16.25 The District. Serie TV Con Craig T. Nelson, Lynne Thigpen, Roger Aaron Brown. 18.00 Movie Flash. Rubrica 18.05 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Elizabeth I. Film Biografia. (2005) Regia di Tom Hooper. Con Helen Mirren, Jeremy Irons, Hugh Dancy. 00.40 Tg La7. Informazione 00.45 Tg La7 Sport. Informazione 00.50 Snatch - Lo strappo. Film Thriller. (2000) Regia di Guy Richie. Con Benicio Del Toro, Dennis Farina, Vinnie Jones, Brad Pitt. 02.55 N.Y.P.D. Blue. Serie TV 21.00 Sky Cine News. Rubrica 21.10 Il Signore degli Anelli - Il ritorno del Re. Film Fantasia. (2003) Regia di P. Jackson. Con V. Mortensen I. McKellen. 00.35 Immaturi. Film Commedia. (2011) Regia di P. Genovese. Con R. Bova A. Angiolini. 02.30 The Tree of Life. Film Drammatico. (2011) Regia di T. Malick. SKY CINEMA 1HD 21.00 I mattacchiorsi. Film Commedia. (2002) Regia di P. Hastings. Con C. Walken S. Tobolowsky. 22.35 Hook - Capitan Uncino. Film Avventura. (1991) Regia di S. Spielberg. Con D. Homan R. Williams. 01.00 Garfield - Il supergatto. Film Animazione. (2009) Regia di M.A.Z. Dippé. 02.15 Aiuto! Sono un pesce. Film Animazione. (2001) Regia di S. Fjeldmark 21.00 Le donne del 6° piano. Film Commedia. (2011) Regia di P. Le Guay. Con F. Luchini S. Kiberlain. 22.50 Laguna blu. Film Drammatico. (1980) Regia di R. Kleiser. Con B. Shields C. Atkins. 00.40 Rimbalzi d'amore. Film Commedia. (2010) Regia di S. Hamri. Con Q. Latifah Common. 02.25 Belli d'estate. Rubrica 18.45 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 19.35 Young Justice. Serie TV 20.00 Takeshi's Castle. Show. 20.25 Lo straordinario mondo di Gumball. Cartoni Animati 20.50 Adventure Time. Cartoni Animati 21.15 The Regular Show. Cartoni Animati 21.40 Mucca e Pollo. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Top Gear USA. Documentario 20.00 Deadliest Catch. Documentario 21.00 La febbre dell'oro: Mare di Bering. Documentario 22.00 La febbre dell'oro. Documentario 23.00 Come è fatto. Documentario 23.30 Come è fatto. 18.55 Deejay TG. Informazione 19.00 Lorem Ipsum - Best Of. Attualita' 19.30 Shuolato 2.0. Rubrica 20.30 The Middleman. Serie TV Con Matt Keeslar, Natalie Morales, Mary Pat Gleason. 21.30 DJ Stories - Labels. Reportage 22.30 Living In America. Reportage DEEJAY TV 20.20 Ragazzi in gabbia. Docu Reality 21.10 Il Testimone. Reportage 21.35 Il Testimone. Reportage 22.00 Il Testimone. Reportage 22.30 Il Testimone. Reportage 22.50 True Life. Reality Show. 23.15 South Park. Serie TV MTV RAI 1 20.25: Finale Europei 2012 Sport. Chi toglierà il titolo ai campioni in carica della Spagna? 21.05: N.C.I.S. Los Angeles Serie TV con L. Hunt. Deeks è impegnato in una delicata operazione sotto copertura. 20.40: Caccia al ladro Film con C. Grant. Un ex ladro si è ritirato, ma qualcuno torna a colpire con la sua tecnica. 21.30: Absolute zero Film con J. Fahey. Si scopre che il fenomeno che ha causato l'Era Glaciale sta per ripetersi. 20.40: Dirty dancing - Balli proibiti Film con P. Swayze. In vacanza con la famiglia la sedicenne Baby conosce il ballerino Johnny. 20.40: 8 amici da salvare Film con P. Walker. La storia vera di un'eroica muta di cani da slitta abbandonata in Antartide. 20.30: Elizabeth I Film con H. Mirren. L'ultima fase del regno. La regina deve arontare la successione. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY Lapatria diBalotelli equella dei leghisti stileBorghezio FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO U: domenica 1 luglio 2012 25
ANTONIOBANFI UniversitàdiBergamo L'INTERVENTO Icandidativengono ammessi inbasea informazioni inserite volontariamente inun database.«Ma-denuncia il docente-nessunoverifica» Non solo Italia-Spagna. Nel torrido week-end caratterizzato dalla finale degli Europei di calcio, c'è un altro duello (francamente meno avvincente) che continua a tenere banco e che a differenza della manifestazione continentale non terminerà oggi. Da una parte c'è l'Antitrust italiana e dall'altra il colosso americano Apple: motivo del contendere, le pratiche commerciali scorrette utilizzate in Italia dall'azienda fondata dal defunto Steve Jobs. L'Autorità ha deciso di avviare un procedimento di inottemperanza nei confronti della Apple, colpevole di non essersi adeguata nel modo corretto, anche dopo la sconfitta in sede di ricorso al Tar, al provvedimento con cui nel dicembre scorso è stata multata per complessivi 900mila euro. La società americana rischia ora nuove sanzioni fino a 300mila euro (150 mila euro per ogni pratica scorretta rilevata ndr). Ma nel caso in cui gli uomini della Mela morsicata si macchiassero di un'ulteriore inottemperanza, la legge prevede anche la sospensione dell'attività in Italia fino a un mese, con relative consistenti perdite economiche. PRECEDENTE Nel dicembre scorso l'istruttoria condotta dall'Antitrust ha provato sia la non piena applicazione ai consumatori, da parte delle società del gruppo Apple, della garanzia legale biennale a carico del venditore, sia le informazioni poco chiare sugli ambiti di copertura dei servizi di assistenza aggiuntiva a pagamento offerti da Apple ai consumatori stessi. In particolare, secondo quanto ricostruito dagli uffici dell'Antitrust, anche alla luce di numerose segnalazioni arrivate da alcune associazioni, le tre società del gruppo (Apple Sales International, Apple Italia e Apple Retail Italia) hanno messo in atto due distinte pratiche commerciali scorrette. In primo luogo non informando in modo corretto i consumatori, sia presso i propri punti vendita che sui siti Internet, sia al momento dell'acquisto che al momento della richiesta di assistenza, sui diritti di assistenza gratuita biennale previsti dal Codice del consumo, limitandosi a riconoscere la garanzia convenzionale del produttore di un anno. In secondo luogo le informazioni date su natura, contenuto e durata dei servizi di assistenza aggiuntivi a pagamento Apple Care Protection Plan, erano tali da indurre i consumatori a sottoscrivere un contratto aggiuntivo quando la copertura del servizio a pagamento si sovrappone in parte alla garanzia legale gratuita prevista dal Codice del consumo. La sfida continua. I l reclutamento universitario è blocca-to dal 2008; l'università non è comequalsiasi altra struttura pubblica. Se si blocca il reclutamento e si disincentivano i giovani dalla ricerca, si mina l'università alla base, con conseguenze gravi sul Paese e in particolare sulle sue potenzialità di sviluppo. Ora, dopo infinite discussioni, stanno per avviarsi le abilitazioni nazionali. I candidati professori ordinari e associati dovranno prima essere abilitati da una commissione nazionale. Gli abilitati potranno partecipare a concorsi locali banditi dalle singole sedi, i cui vincitori entreranno in ruolo. Un meccanismo, previsto dalla riforma Gelmini, che pone una quantità di problemi, tanto più che la possibilità di procedere a un effettivo reclutamento degli abilitati è comunque strozzata dalle previsioni di un decreto ministeriale che colloca il turnover fra il 10 e poco più del 20%, a seconda della virtuosità delle sedi. A prescindere da ciò, le abilitazioni nonpartononel miglioredei modi.Peressere abilitati i candidati dovranno superare la mediana del proprio settore concorsuale per il ruolo a cui concorrono, quantoaproduttività oindici bibliometrici (numero di citazioni dei propri scritti, e così via). Come saranno calcolate le mediane? Lo farà l'Agenzia nazionale per la valutazione (Anvur) fondandosi su un database nazionale (il Cineca. Ora, il Cineca è un database notoriamente non affidabile: l'inserimento dei dati è totalmente affidato ai docenti, che possono commettere errori, imprecisioni, volendo potrebbero perfino inserire volutamente dati non esatti. L'Anvur chiede a tutti i docenti italiani di inserire le proprie pubblicazioni nel Cineca entro l'8 luglio, senza prevedere alcun controllo dei dati inseriti. Le mediane, sulla base delle quali si stabilirà se i candidati possono essere ammessi o menoalle abilitazioni,saranno dunquecalcolate sulla base di dati inseriti volontariamente quindi certamente non completi, non verificati e non verificabili. Sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere: vale la pena di ricordare che il Cineca si interfaccia male con i database delle singole università. Può capitare, ad esempio, di aver inserito certe pubblicazioni nel Cineca, magari per presentare domanda per finanziamenti alla ricerca. Se quelle stesse pubblicazioni vengono poi inserite anche nel database della propria sede universitaria, questo le ritrasmette al Cineca, il quale non filtra però i doppioni e la stessa pubblicazione risulta inserita duevolte. Che razza di mediane si vogliono calcolare con questi dati? Ancor peggio il secondo criterio previstoper l'ammissionedeicandidatialleabilitazionidelleareeumanistiche:sièpensato,giustamente,che vipossonoesserestudiosi che hanno scritto poco, ma lavori eccellenti. Non volendoli escludere dalla procedura, si è pensato di ammettere coloro che superano la mediana del settore concorsuale per il numero di pubblicazioni su riviste scientifiche “eccellenti” (di fascia A). Chi decide se una rivista scientifica è eccellente o meno? L'Anvur, ossia un organodinominaministeriale.L'Associazione Italiana dei Costituzionalisti, guidatadaValerioOnida,haannunciatol'intenzione di impugnare la parte del decreto relativaalleclassifiche diriviste,sostenendo a ragione che si tratta di un criterio nuovo fatto valere retroattivamente (chi ha scritto anni fa su riviste che ora saranno classificate B o C sarebbe infatti ingiustamente penalizzato). Ma al di là di questo, c'è un aspetto ancora più inquietante, legato alla commistione fra scienza e politica, che ricorda epoche non felici del passato europeo. L'Anvur è un'agenzia di nomina politica. Pur senza mettere in dubbio la correttezza dei componenti il direttivo, è assolutamente inopportuno dal punto di vista istituzionale e per la salvaguardia della libertà di ricerca che una simile struttura si assuma il compito di discriminare scienza buonaescienzacattiva.Senzascomodare l'Urss e la biologia di Stato imposta da Lysenko, non vorremmo che in futuro, a seconda del colore del governo che nomineràildirettivo Anvur,ci tocchivederealternarsi in fascia A “Studi Gramsciani nel mondo” e "Nova Historica" (diretta dal creazionista Roberto De Mattei). Università, abilitazioni al via ma con il piede sbagliato C'è anche una marcia, da ieri, a ricordare a tutti che la sicurezza sul lavoro ha ancora i caratteri dell'emergenza, visti i numeri di morti e feriti. Ieri ad Assisi in 3mila hanno sfilato con l'Anmil per dire che «La morte sul lavoro non è mai una fatalità» FOTO ANSA I sigilli dell'ufficiale giudiziario che martedì ha sancito il fallimento fanno brutta mostra di loro all'ingresso della fabbrica. Davanti alla Videocon di Fratta Rotonda, frazione di Anagni (Frosinone), sotto il sole cocente, centinaia di lavoratori non si rassegnano alla chiusura definitiva della «nostra fabbrica». E domani rilanceranno con una grande manifestazione che hanno chiamato “Videocolor Day”. Il nome non è stato scelto a caso. Rimanda alla denominazione che aveva la fabbrica quando la proprietà era della francese Thomson, ai tempi leader mondiale nella produzione di cinescopi per televisori. Alla giornata di mobilitazione organizzata unitariamente da tutti i sindacati parteciperanno i 1.300 operai, i familiari, sindaci del comprensorio ed esponenti politici. «La speranza è che qualcuno si metta una mano sulla coscienza - racconta Francesco Fontanelli, segretario regionale della Filctem Cgil - Con il fallimento le possibilità di riconvertire lo stabilimento, magari puntando sulla green economy, sono intatte. Domani dimostreremo che i 1.300 lavoratori hanno ancora voglia di lottare». Quella della Videocon è una tragedia lunga quasi 10 anni. La crisi coincide con l'arrivo dei televisori piatti. I tubi catodici vanno in pensione, ma Anagni non viene riconvertita alle nuove produzioni: plasma, Lcd, led. Anzi, la soluzione trovata dai francesi è la vendita. A comprare la fabbrica nel 2005 è un altro gigante globale del settore: la società indiana del magnate Venugopal Dooth e l'omonimo gruppo. Si spera nel rilancio e invece si scopre, piano piano, che le ragioni dell'acquisto sono tutt'altre. Gli indiani hanno comprato semplicemente per sottrarre ad altri concorrenti globali una fabbrica appetibile. Si sono intascati i 180 milioni messi sul piatto dal governo italiano, enti locali, Unione europea per la riconversione dell'azienda, ma in realtà non li hanno mai utilizzati. Lo stabilimento è sempre rimasto chiuso e anche le poche nuove linee di produzione provenienti da Taiwan sono state lasciate alla ruggine come le migliaia di dispositivi lasciati fuori nel piazzale al lavoro costante delle intemperie. «INDIANI, PRENDI I SOLDIE SCAPPA» «A parte il rituale stanco degli ultimi incontri al ministero che hanno accompagnato la chiusura, il dramma di ben 1.300 persone lo hanno creato gli indiani - attacca Fontanelli - perché se gli indiani avessero smesso di bluffare, invece di continuare a rassicurare sul rilancio, noi sindacati avremmo potuto alleggerire, magari con i pre-pensionamenti, il pesante conto di lavoratori che ora rischiano concretamente di finire in mezzo ad una strada senza neanche più i 700 euro di indennità». Ora si punta almeno ad ottenere un ulteriore anno di cassa integrazione, ma di mezzo c'è la riforma del lavoro. «Tagliando da subito le durate degli ammortizzatori sociali - conclude Fontanelli - non sappiamo se riusciremo a garantire i lavoratori. È una situazione comune a gran parte del Lazio, visto che in una situazione simile ci sono altre grandi fabbriche nella zona di Civita Castellana». Perfino AlJazeera, la televisione araba, ha realizzato un ampio servizio sulla fabbrica, la seconda per dimensioni nel Lazio dopo la Fiat di Cassino. Diversi lavoratori della Videocon si sono incatenati davanti alle telecamere di Al Jazeera. Da quattro giorni occupano la sala mensa dello stabilimento e si dicono pronti a tutto dopo aver bloccato, tre anni fa, l'autostrada Roma-Napoli. Incidenti sul lavoro: una marcia per dire basta ECONOMIA Dopo la multa di 900mila euro, Apple rischia di pagarne altri 300mila FOTO EPA Ultimi sigilli per Videocon Ma gli operai non mollano La fabbrica del Frusinate è fallita, 1300 lavoratori sono disoccupati Domani saranno in piazza MASSIMOFRANCHI Twitter@MassimoFranchi . . . Venduta dai francesi, gli acquirenti indiani l'hanno lasciata morire dopo aver intascato fondi pubblici L'Antitrust insiste e mette Apple sotto inchiesta Il colosso informatico nel mirino per pratiche scorrette Rischia lo stop delle vendite per un mese GIUSEPPECARUSO MILANO domenica 1 luglio 2012 13
PALERMO.SONOLE11DISABATOMATTINAMANELSALONEDICATENACISONOSOLOTRECLIENTI INATTESA. IN UNSABATOD'INVERNOCISAREBBELAFILAFINOAFUORIMAAL30DIGIUGNOCHENEVUOI?Sono già tutte al mare. Chi a Mondello, chi più lontano, Isola, Capaci, su su, fino a Castellammare. D'estate pieghe non se ne fanno, al sabato mattina. Qualche colore e qualche taglio. Ma pieghe è raro. E il sabato, in genere, è delle pieghe. «Ma qua quando finite Catè? C'è un cauru ca unsi po' stari cchiù, figghia mia». «Al 30 di giugno, con Caronte ca nni rumpi, chi nni voli, zia Marianna?».«Sulu Caronte ‘nnì mancava, ah?». «Eggià». Ci sono lavori di ristrutturazione in corso al salone Le4C, proprio di fronte alla chiesa di San Nicolò, tra Ballarò e l'Albergheria. Tutto è ammassato in un angolo dell'altra grande stanza e loro si sono sistemate in quest'altro angolo a ridosso della vetrina. Catena ha comprato accanto e adesso si allarga, se non lo fa adesso quando potrebbe farlo? Ad agosto il negozio chiude è vero, ma vuole partire un mesetto, come regalo per la licenza media della figlia. Pure la profumeria ci mette, oggi domani, per Claudia. «Arancione, verde e lilla, tutto nuovo zà Marià e pure la climatizzazione, così appena entrate qua dentro vi rifacciamo nuova e non vorrete uscire più manco a luglio» Cinzia, l'estetista le sta facendo le mani e non alza la testa mentre parla, seduta sullo sgabellino basso. VOCICOPERTE DALPHON «Un figghiu garrusu..?! Mai mai! Chi traggedia..Tutto sì ma frocio mai!». Nel divanetto di vimini Sara, una delle due clienti in attesa, dà un pizzicotto nascosto e un'occhiataccia a Serena, che non ha alzato gli occhi da un sorrisone che gli stampa Platinette da due pagine intere di giornale, con e senza travestimento da Platinette. Lo sanno tutti che son discorsi che qua dentro non si fanno e che, almeno dicono, Cinzia e Catena stanno insieme da anni. «Ma chi rici? Stannu nsemmula?». «E zittuti, po' tu cuntu». Si sussurrano coperte dal rumore del phon. «Concetta ancora non c'è?». «Ora scende...». Cerca di cambiar discorso Sara e, appena riparte il phon, fitto fitto e piano piano cunta le cose come stanno a Serena, la cognata, che è la prima volta che viene qua. La quarta C è Concetta, la madre di Catena, ancora non è scesa. In genere sta alla cassa, ma dopo le 11, prima fa i lavori in casa. Aveva iniziato a far capelli a domicilio quando era arrivata all'Albergheria dallo Zen, con la figlia incinta a 13 anni. Sono cose che capitano. Era senza marito, morto da poco in galera, si era impiccato. Facevano pena, la donna e la figlia e dunque tutte si facevano far la piega. Dopo due anni avevano preso in affitto un buchetto per salone, intanto era nata Claudia, Catena aveva iniziato a farsi il corso di parrucchiera ed estetista e si era presa la licenza per il salone. Lei e Cinzia, conosciuta al corso, si erano sostituite alla madre, prendendo in mano la situazione. Cà Concetta badava di più alla picciridda ed era meglio così. Concetta è muta. Ci sente ma non parla. Quattro femmine e manco un maschio. Avevano preso in affitto l'appartamento del primo piano. Poi lo avevano comprato. In quasi 14 anni Catena era diventata la proprietaria di tutta la palazzina, in realtà ogni cosa era intestata alla figlia. Tre piani con sei appartamenti, al primo loro e gli altri tutti affittati a studentesse. Al piano terra la parruccheria e due negozi affittati, il tabaccaio accanto e la merceria della za Vanna. Adesso cominciavano ad attaccare la palazzina accanto le 4C. «Minchia!». «Catena ‘mpresta soldi. Chi ti pari ca s'arricchì tagghiannu capiddi?». Serena la fissa di spalle. «Ma quanti anni c'ha?». «Catena! Quanti anni hai?». «Cosa Sarè?». Spegne un attimo il phon. «Anni! Quant'anni a ffari?» «28, Sarè, vado per il 29. Che c'è, m'ha purtari n'atru marito? Bieddu como a quello dell'altra volta? Fatemi gridare a me figghia ca sta faciennu partiri u cirivieddu a tutta a strata, si vede ca finiu a scola». «Gli esami li ha finiti?». «Eggià, aspettiamo il voto». Non è né buona né cattiva Catena. È Catena. Dalla porta a vetri aperta arriva il baccano dal primo piano con la voce di Dolcenera. L'unica parete della parrucchieria rimasta ancora intatta dai muratori è quella dello specchio, una fascia rettangolare e lunga sopra la quale non ci sono i poster di belle teste acconciate, tagliate e colorate ma facce di cantanti. Emma Marrone, Noemi, Dolcenera, Giorgia…«Dici ca voli fari la cantante..». Se vuole vero cantare imparasse un mestiere, ha pensato Catena, e dunque anche Cinzia si farà lo stesso corso di Catena e di Claudia, anche se studia il pianoforte da quando aveva cinque anni. Uno che le scrive per gli altri le canzoni ha più possibilità di trovar lavoro, se questo è quello che vuole fare. Le elementari al Rapisardi, le medie al Garibaldi, in centro, lontano da ‘sta marmaglia, così ha imparato a stare in mezzo ai cristiani e un poco di littra. Male che vada c'è pronta la profumeria e malissimo che vada campa di rendita. Con quello che le lascerà. Case, su case, su case. Gli sbirri. All'improvviso, come due becchini dentro quella piccola fetta di spazio disordinato. «Permesso… Chi è Catena Mangione?». Lo sanno perfettamente chi è Catena Mangione, persino gli sbirri, soprattutto gli sbirri. Posa il phon e si avvicina. «Signora Mangione, deve venire con noi in centrale, prenda un documento e avverta chi vuole». Claudia è rimasta immobile, seduta sullo sgabellino. Omicidio colposo. Il Tale fermato per aver ammazzato di botte il proprietario di un bar ha confessato. Quello doveva soldi alla Mangione e a lui toccava di spaventarlo. Di brutto, perché erano 36mila euro, mica uno. Tanto che c'era rimasto secco sotto i calci. Non se la credeva però che sarebbe morto. Con la promessa di uno sconto di pena il Tale tutto stava raccontando, anche che il padre della Mangione lo aveva “impiccato” lui in galera su mandato sempre della Mangione. Tanto è la fine che fanno fare a quelli così dentro la galera e la Mangione se la poteva risparmiare la spesa: qualcuno lo avrebbe fatto aggratis. Tre delle 4C erano figlie dello stesso uomo. Quello che il Tale aveva ammazzato in cella, di notte: «Come e con chi non si può dire, marescià, cà ora ca finisciu arrè ngalera m'ammazzanu sennò». «Picchì? Quannu nesci la Mangione ti fa campari?». Concetta Mangione era figlia di suo nonno che aveva violentato la figlia, cioè sua madre, e aveva violentato pure Catena, che era sua figlia. Le picchiava e le violentava. Concetta a 13 anni era madre due gemelle: Catena e Immacolata, hai visto mai se lo fosse scordato, che la vita è fatta di catene e di ironia. E a 27 sarebbe diventata nonna. È complicato da spiegare, come da capire. Certo che lo è, ma sono cose che capitano. Quando, nel 1999, Concetta si era accorta che anche Catena ci era finita sotto, perché era incinta, a 13 anni puru idda, non ci vide più e andò in questura a denunciarlo. Le avevano affidate a un centro antiviolenza. Dopo qualche giorno trovarono Immacolata, che immacolata non era già da quando aveva 8 anni, morta dentro la vasca con i polsi tagliati. Concetta ammutolì e fu Catena ragazzina e incinta a sostenere tutto il processo. Concetta non c'aveva testa. 15 anni, tanto gli diedero. Equi, secondo la giustizia. Dopo tre anni erano già all'Albergheria, Concetta, Catena e Claudia, nella stessa casa in cui abitano ancora adesso. Il Tale era stato contattato per la prima volta allora, attraverso la moglie, alla quale Catena faceva i capelli. Mille euro. Lo avrebbero ammazzato comunque ma voleva farlo lei. Non un euro di più. Li prese di nascosto, dal cassetto dove li teneva la madre prima di versarli in banca. Fu allora che montarono la porta blindata. Lo andò a cercare nuovamente un paio d'anni dopo, quando era uscito. Catena, che aveva 17 anni e già prestava soldi, gli offrì un mensile fisso per ogni evenienza, sbrigare qualche faccenda, spaventare qualcuno, andare a riscuotere i crediti. Tre donne sole non ci possono stare e le evenienze capitavano, ma poca confidenza. I soldi li dava lei, ma al Tale li restituivano, maggiorati del 30%, o del 50%, o del 70%, a seconda delle scadenze. «Quanto tempo Catena, ti sei fatta una fimminuna». «Anche lei sta bene avvocato, è identica ad allora. Sempre elegante. Posso fumare qua dentro?». «Faremo di tutto, come l'altra volta, vista la vostra situazione possiamo ottenere attenuanti» «Nessuna attenuante, avvocato. Nel giornale deve spuntare “Parrucchiera usuraia fa ammazzare un debitore”. Non di più. Cinque righe in un angoletto. Sono cose che capitano» Né buona né cattiva. «Sono due omicidi, Catena». «Sono cose che capitano, avvocato». Conquesto raccontodi MilaSpicola, insegnante escrittrice, diamoil via auna serie domenicale di lettura. Sonoracconti che partonodastorie vere,piccole notiziepubblicate sulla cronacadi giornali locali. Storie autentiche che l'autrice sviluppae reinterpretaasuo modo, «vestendole»di particolari, cambiando nomie luoghi.Ogni settimana troverete comesfondo unacittà delnostroPaese che ècoprotagonista nellavicenda.Un'Italia«pulp», dalle tinte fosche,madolorosamente autentica. LALUNGAESTATE NERA Ognidomenicaunracconto ambientato nelle città d'Italia Questastoria èambientatadavanti la chiesadiSanNicolò, traBallaròe l'Alberghiera Solocinquerighe incronaca Catenanoneranébuonanécattiva All'avvocato disse: «Cose che capitano» Palermo,unagiornatadi caldotorrido: inunnegozio diparrucchieraquattro donne, icuinomi iniziano tutticon la lettera«C»,senza unuomo.Eunpesodentro durocomeunmacigno MILASPICOLA STORIEMINIME U: domenica 1 luglio 2012 23
Bologna, Ferrara e Roma le città più calde d'Europa che toccheranno i 40 gradi tra le 12 e le 17 di oggi. Caronte e Scipione sono stati tra gli anticicloni africani più forti di sempre per intensità ed estensione: il bollino rosso del ministero della Salute è per dieci città italiane dove è prevista un'ondata di calore«in grado di avere effetti negativi non solo su anziani, bambini e malati», ma anche su «persone sane e attive». E quest'anno a subire le conseguenze del caldo che soffia dall'Algeria saranno soprattutto gli sfollati delle tendopoli dell'Emilia terremotata. Se all'esterno si registrano 40 gradi, dentro una tenda si possono raggiungere i 50. Da una settimana nelle tendopoli gestite dalla Protezione civile sono arrivati «duemila condizionatori, comprese le strutture sanitarie», riferisce Demetrio Egidi, responsabile della Protezione civile regionale. Sono gli apparecchi che erano stati utilizzati all'Aquila. «Sono stati recuperati e portati qua - spiega Egidi -, ovviamente poi si è provveduto a far arrivare nelle tendopoli ulteriori cavi dell'Enel perché in questi casi c'è bisogno di una tensione elettrica maggiore». Nonostante i condizionatori, la situazione resta comunque di elevato disagio. Lo ribadisce il sindaco di Novi Luisa Turci: «Anche se dotate di aria condizionata, si tratta pur sempre di tende, e pensare che si possa stare al fresco è impensabile», riferisce il primo cittadino, che ha perso la casa nel sisma così come i suoi concittadini. «La maggior parte delle persone non sta sotto la tenda , se può: durante la settimana vanno a lavorare in molti, e chi invece resta “a casa” si muove, cerca refrigerio nei parchi, utilizza l'auto». ICAMPI AUTOGESTITI Più critica è senz'altro la situazione delle tendopoli autogestite. A Fossoli, dove, nella zona del palazzetto dello sport, si sono sistemate 200 persone, di cui una quarantina di bambini, il disagio è fortissimo: «Nelle tende è impossibile stare, e non possiamo installare condizionatori perché, non avendo certificazioni, non possiamo rischiare che prendano fuoco - racconta Mohammed -; ci stiamo concentrando soprattutto sui bambini con delle pisicinette gonfiabili». Con un cavo elettrico si riesce a fare funzionare alcuni frigoriferi per l'acqua: «Soprattutto quella, in questi casi è la cosa che bisogna avere sempre in grandi quantità. Adesso, stiamo cercando di costruire delle specie di gazebi per fare un po' di ombra», racconta ancora Mohammed. Nel campo autogestito di Sant'Antonio in Mercadello, le auto restano all'ingresso e magari vengono utilizzate anche per rinfrescarsi un po', oltre che per spostarsi», racconta il sindaco Turci. Chi è più a rischio, anche in questo caso, sono i bambini e gli anziani: «Sono quelli che si possono disidratare più facilmente perché bevono di meno», racconta Luisa Zappini della Protezione civile, responsabile del Campo Trento a San Felice sul Panaro. I distributori d'acqua posizionati all'ingresso della tendopoli che ha preso posto nella piazza del mercato funzionano a rotta di collo. «Acqua se ne consuma in quantità industriali - conferma Zappini - e noi passiamo continuamente nelle tende a distribuirne altra, a portare integratori». Un'altra soluzione adottata da chi resta in tendopoli è quella di trascorrere la maggior parte del tempo negli spazi comuni: «Nelle nostre tendopoli sono stati anche installati degli ombreggianti, nella maggior parte dei casi nei tendoni mensa, che sono i più ventilati». Lì la temperatura scende un po' di più e si riesce a trovare qualcosa di simile al refrigerio. Episodi di disidratazione o di malori sono stati comunque registrati: «Non cose gravi, ma per fortuna ci sono sempre a disposizione i Pma (Posti medici avanzati, ndr) a cui la gente può rivolgersi in ogni momento», aggiunge Egidi. La situazione è questa «e non ci è possibile prendere il telecomando e cambiare canale», conclude amara Turci. Che trova pace al pensiero che nel suo comune, delle 3.300 case per le quali è stata fatta richiesta di verifica, «1.700 sono oggi agibili». Praticamente la metà. Avere la casa agibile ancora non significa sempre abitarla davvero, anche se pian piano, ad un mese dal sisma, si cerca di mettersi almeno un po' la paura dietro le spalle e tentare di ricominciare a vivere normalmente. Temperature da record in Emilia per gli anticicloni Nelle zone colpite dal sisma le contromisure non bastano ad evitare disagi alle persone Soffrono soprattutto anziani e bambini CHIARAAFFRONTE BOLOGNA ITALIA 50 gradi nelle tende: l'odissea degli sfollati L'interno di una tenda nel campo sfollati per il terremoto a Crevalcore (Bologna) nel giorno più caldo dell'anno 8 domenica 1 luglio 2012
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