ALL'OSTERIA MI INSEGNARONO IL BRINDISI ALLA CARRARINA.PERCHÉQUESTAÈUN'OSTERIADELLACAMPAGNA MASSESE, SÌ, MA STA APPENA SOTTO LE COLLINE DEL CANDIA, E IL CANDIA RICHIAMA ANCHE I CARRARINI. Uno di loro mi ha preso per un braccio una sera che si cantava, «Vieni qui che ti offro un bicchiere», e tu mica puoi dirgli che ce l'hai già sul tavolo e ne hai bevuto anche tanto, è buona educazione accettare. Beve, e alza il bicchiere, anzi il bicierin, il «goccio di vino» che si può scolare tutto d'un fiato. Brinda, e quel brindisi somiglia molto a un rito. Si leva il bicierin in alto, lo si fa digradare verso terra, poi lo si porta a sinistra e infine a destra: un segno della croce, insomma, e l'importante è che l'occhio non perda mai di vista il vino. Si salmodia nel gesto apotropaico: «ciar i è ciar, muss'lin a ni né, te 'n t'l vo, te nemanc, al bev me» (chiaro è chiaro, moscerini non ce n'è, te non lo vuoi, te neanche, lo bevo io). Va da sé che si pronuncia l'ultimo verso levando il bicierin alla bocca per assimilare il Verbo. «Sai qual è la frase migliore per definire il carrarino? Il contro in testa». Silvano veniva di tanto in tanto all'osteria, e mi diceva della differenza ontologica tra massese e carrarese. «Il massese è molle. È rimasto sempre un contadino, servile. Il carrarino no, il carrarino non si piega, è fiero, schiena dritta. Ha il contro in testa il carrarino». «E che significa?». «Per spaccare il marmo devi capire qual è la linea giusta, il suo verso. Se la segui, tagliarlo è facile. Se invece provi a tagliarlo diciamo al contrario, se vai contro il verso, non ci riesci: non c'è verso, proprio. E quello si chiama contro. Ecco, i carrarini hanno il contro in testa, sono duri, resistono, e non c'è verso di scalfirli. Non c'è il verso, proprio». Il marmo è come la vita, morbido al verso e duro al contro. «Solo che avere il contro in testa non è facile. È un bel fardello da portare. Che se ti trovi in periodi di piena va bene, sei un ribelle, ti unisci con gli altri e allora guai a chi vi tocca. Se Carrara è terra di anarchici ci sarà un motivo, no? Ma in tempi di secca, quando nessuno ha speranze di trasformare questo mondo, allora avere il contro in testa non è bello, vai contro il tuo vicino, il tuo compagno, il tuo amico. Tutti a parlar male dell'altro, a farsi guerra l'un con l'altro. Non è bello». Silvano alzò il bicchiere e se lo scolò d'un sorso. Niente brindisi. «È un mondaccio questo. E mi sto stufando di questa terra». *** Silvano l'ho incontrato di nuovo dopo alcuni anni, tra le bandiere nere e rosse alla fine del corteo del primo maggio anarchico a Carrara. Un corteo di canti, una ritualità antica, corone di fiori rossi alle lapidi. Tante. Troppe, visto che dietro ognuna di quelle lapidi c'è una vittima da ricordare. Le vittime dei moti del 1894 alla caserma Dogali, Giordano Bruno in piazza del Duomo, Alberto Meschi storico sindacalista d'inizio Novecento, e per finire i morti alle cave e Francisco Ferrer educatore anarchico, le due lapidi che stanno nella piazza dove di solito arriva il corteo. La piazza ufficialmente si chiama piazza Alberica – dal duca Alberico I dei Cybo Malaspina, il sovrano che la volle nel Seicento –, ma per gli anarchici continua a essere piazza Gino Lucetti, l'anarchico che attentò a Mussolini e per un soffio lo mancò, in un tragico impeto di sfortuna: la bomba rimbalzò sul tetto della macchina del Testa di Morto, esplodendo solo toccando terra e ferendo sei persone plaudenti. Lucetti venne imprigionato a Napoli, liberato dagli americani nel 1943, ma dopo poco morì nell'affondamento di un motoveliero, colpito da fuoco amico. A Lucetti venne dedicato il battaglione partigiano libertario sui monti apuani, a lui venne dedicata la piazza, che nel 1960 tornò all'antica denominazione per gli stradari ufficiali. Non per gli anarchici, però, che nei loro manifesti di convocazione della giornata continuano a scrivere “piazza Gino Lucetti”. Eravamo in piazza Lucetti alla fine del corteo, al banco sotto le logge dove si distribuivano fave e formaggio e vino, mentre dietro un coro improvvisato accordava le voci sul Canto dei malfattori. «Quanto tempo», mi ha detto, «come stai? Ci sei anche te, bravo, sono contento. Io era un po' di tempo che non venivo». «Sì, in effetti non ti avevo mai visto qui». «To', prendi». Mi allunga il bicchiere di plastica, mi versa il vino. «Non ero più venuto negli ultimi anni, non ci credevo più. Prima ne ho fatti di cortei, eh. Ma poi lo vedi, non si riesce a far niente. Siamo rimasti in pochi, e i padroni spadroneggiano». CULTURE IL CONTRO IN TESTA MarcoRovelli pagine 145 euro 12,00 Laterza Contromano Lamontagna che fa Resistenza Dadomani in libreria «Ilcontro intesta»diRovelli MARCOROVELLI www.alderano.splinder.com Anticipiamounbranodal libroeditodaLaterzanellacollana Contromano. Icarrarini?Sonoduri,nonc'èversodiscalfirli DalleAlpiApuanestoriedianarchiciepartigiani Lecavedimarmo diCarrara Massae Carrara:dueborghi selvaggi, refrattari. L'Apuaniaè unaterra di confine, tra cavee mare,ma ritrattaverso l'interno: ènella resistenzadelle montagne l'animadi questa terra ribelle. U: 20 mercoledì 4 luglio 2012
industriale che guardi al domani? E allora che senso ha oggi disporre di 2000 torri per la ripetizione del segnale? Non sarebbe ora che la Rai come altre società in Europa si focalizzassero sul core business dei contenuti per tutte le piattaforme (tv ma anche internet) e lasciassero ad altri il lavoro di operatore di rete? Solo davanti a un piano strategico che guardi oltre il 2015, quando scade la convenzione Stato – Rai, che immagini una profonda riorganizzazione dell'azienda, che consenta la rifondazione di un servizio pubblico riconosciuto da tutti come contributo alla crescita dello spirito di cittadinanza, solo allora sarà anche giusto occuparsi della riforma del canone, magari affidando alla fiscalità generale il compito di stabilire le risorse necessarie. C'è qualcuno che crede che questo nuovo cda nato sulla base di una cattiva legge come la Gasparri sia non solo consapevole ma anche capace di costruire il domani? Possiamo solo augurarcelo. Marcello Pera ha presentato una proposta di legge che prevede l'elezione alle prossime politiche anche di un'assemblea costituente. C'è chi sostiene che l'ipotesi goda di un appoggio bipartisan, ma parlando con Luciano Violante si capisce che non è così. E si capisce anche un'altra cosa, nel corso del colloquio col responsabile Riforme istituzionali del Pd, e cioè che il Pdl sta rendendo impossibile un'intesa su una legge elettorale totalmente nuova, e che ben che vada si arriverà a siglare un accordo attorno a poche modifiche da apportare al Porcellum. La legislatura rischia di chiudersi senza unariformaistituzionale:asuogiudizio vanelversogiustolapropostadelsenatore Pera, che rinvia la questione alla prossima legislatura? «Da alcuni decenni verifichiamo quanto sia difficile approvare una riforma istituzionale che sia condivisa, efficace e secondo la Costituzione, non contro di essa. Il Parlamento è preso dalle priorità sociali e la instabilità politica scarica le tensioni sull'anello più debole, che sono le riforme costituzionali, lasciate fuori dall'accordo di governo». Quindi la proposta Pera può essere sostenutaanche dal Pd? «Dell'idea bisogna cogliere il dato positivo, e cioè che è necessario spostare una parte del lavoro fuori dal Parlamento. Ma se per Costituente si intende un'assemblea eletta direttamente dai cittadini che ha il potere immediato di riformare la Costituzione, mancano, a mio avviso, i presupposti costituzionali, politici e storici». Fuperò con un'assemblea di questo tipoche venne scritta laCostituzione. «Appunto, quando il Paese visse il trauma costituente, dopo la guerra di Liberazione, era necessario reinventare un nuovo assetto. L'Assemblea Costituente, eletta nel 1946, non conviveva con il Parlamento, che venne eletto nel 1948. Oggi non è possibile un'assemblea di quel tipo che conviva con il Parlamento». Perchéno? «Si tratterebbe di due organismi entrambi investiti dalla sovranità popolare e che hanno ognuno il potere di estinguere l'altro». Dicevachedellapropostasipuòcogliereil“datopositivo”:qualepotrebbeessereunaproceduracheconsentaalParlamento di esprimersi ma spostando fuoridi esso il lavoro istruttorio? «Alcuni anni Giuliano Amato ed io proponemmo la istituzione di una commissione redigente, composta di non parlamentari, che su mandato delle Camere prepari un progetto e lo consegni al Parlamento in seduta comune che approva o boccia i singoli articoli, senza emendamenti». IlParlamentopuò chiederecorrezioni? «Certamente, prima di votare, approvando ordini del giorno vincolanti per la Commissione. Era previsto, come nella proposta Pera, il referendum confermativo». E quale sarebbe il valore aggiunto di questacommissione,rispettoallaAffari costituzionali? «Preserverebbe il lavoro istruttorio dalle temperie della quotidianità politica e non sottrarrebbe al Parlamento il potere costituente. Inoltre questa commissione non decadrebbe in caso di fine anticipata della legislatura. Resterebbe in funzione fino al voto, favorevole o contrario del Parlamento». Èlacontro-propostacheavanzateaPera? «È una proposta che coglie lo spirito di quella iniziativa e ne evita alcuni rischi. La trovata del presidenzialismo ha fatto naufragare le intese. Ma è importante che in questa legislatura si individui un impegno vincolante per il futuro. Si potrebbe ora approvare la legge istitutiva della Commissione che verrebbe costituita dopo il voto di aprile». Quanto alle proposte di modifica della legge elettorale: lei che ha partecipato ailavoriconesponentidelPdledelTerzopolopersuperareilPorcellumchedice? «Temo che ci saranno soltanto delle correzioni della legge Calderoli, sempre che il Pdl riesca a superare i tentennamenti che lo bloccano». Correzioni tipo inserire lepreferenze? «Le preferenze su scala nazionale aumentano i costi e danno un peso decisivo alle organizzazioni, legali e non, presenti sul territorio. Un outsider sarebbe troppo svantaggiato. Al contrario una selezione legata ai collegi garantirebbe un bacino ristretto in cui si compete in condizioni di uguaglianza». Pensa debba restare il premio di maggioranza? «Non come è previsto oggi. Si può ipotizzare una soglia del 40% dei voti per prendere il 55% dei seggi, sotto la quale scatta solo un premio di consolidamento. Chi arriva primo è il perno dell'alleanza di governo». Nientedi piùdiqueste modifiche? «Il premio vada alla coalizione i cui componenti abbiano tutti superato lo sbarramento del 4%. Noi avremmo preferito una legge completamente diversa, ma le condizioni non lo consentono. In ogni caso bisogna far presto. Altrimenti vorrebbe dire che il centrodestra vuole votare ancora con la legge Calderoli». Che siamo un Paese «vecchio»non è un mistero. Non ci volevacerto Cesare Prandelli a svelarcelo, tanto meno tutti quegli illustri opinionisti che sulle sue dichiarazioni ci hanno ricamato e costruito gli editoriali del giorno dopo. Anche nella nazionale di calcio - che l'altro ieri ha ricevuto il giusto omaggio da un Presidente della Repubblica anch'egli non certo giovane – ci sono giocatori “vecchi” che rappresentano l'ossatura nonché l'anima della squadra che è arrivata fino alla finale dei campionati europei. In molti in questi giorni stanno provando a pensare alla nazionale come ad una metafora della nostra società e forse a compiere questa operazione non ci si sbaglia poi così tanto. Se proprio vogliamo utilizzarla in questo modo, però, dobbiamo guardarla nella sua complessità. Ci si accorgerà che per arrivare ad una finale serve il giovane forte ed esuberante ma anche quello più esperto e navigato. Non c'è bisogno quindi di alimentare, come qualcuno sta cercando artatamente di fare, un inutile scontro intergenerazionale. Scontri di questo tipo – bianchi contro neri, uomini contro donne, nord contro sud – li conosciamo bene e non hanno mai prodotto alcun risultato positivo. È per questo che la parola “vecchio” non deve essere utilizzata come uno spauracchio e con un'accezione solo negativa. Che siamo vecchi è un dato di fatto del quale non ha alcun senso provare vergogna. Siamo vecchi ma non per questo non abbiamo l'angoscia per il futuro. Non tanto per noi stessi – che pure non ce la passiamo tanto bene – quanto per i nostri figli e nipoti ai quali guardiamo con sempre maggiore preoccupazione per le condizioni in cui vivono e per la mancanza di una prospettiva. Non siamo nostalgici del passato ma sappiamo anche che tutto quello che è stato non è da buttare via. Vorremmo, infatti, poter consegnare ai giovani quel patrimonio di conquiste, di diritti e di valori che abbiamo strappato con tanta fatica nel corso della nostra vita e che oggi si sta cercando di estirpare con così tanta semplicità e leggerezza. Dobbiamo, allora, guardare al futuro senza però cancellare il passato, che rappresenta quella storia sociale del nostro paese a cui siamo affezionati e a cui abbiamo portato il nostro forte contributo di lotta e di proposte. Il futuro, quello che sogniamo e che auspichiamo per i nostri figli e nipoti, deve però partire da una esigenza: che ci sia maggiore giustizia sociale. Se è vero, infatti, che negli ultimi anni nel mondo la povertà è diminuita non altrettanto si può dire delle diseguaglianze, che sono drammaticamente aumentate con tutto ciò che questo comporta. Allora è il modello di società che deve essere cambiato. E per farlo giovani e anziani devono stare insieme, non gli uni contro gli altri. . . . «Una commissione di non parlamentari su mandato delle Camere può lavorare alle riforme» basta. Però... se il Pdl assicurasse il sì alla mozione di sfiducia alla ministra Fornero, se ne può parlare. Oggi alla Camera si vedrà se la merce di scambio posta dal Carroccio è questa. Il Pdl ha cassato gli altri: Enzo Iacopino e il gasparriano Rubens Esposito per gli ex An, il manager Enrico Pazzali e l'autocandidato Giancarlo Galan. ASSEPDLLEGA In Vigilanza hanno 20 parlamentari su 40, in Rai si sentono sempre maggioranza. In ballo c'è stata la quarta poltrona per il Pdl, che, senza il voto leghista, non era garantito dai numeri. Ore frenetiche, quelle di ieri, con riunioni a catena tra i capigruppo Pdl Cicchitto, Gasparri e Butti della Vigilanza (con aggiunta di braccio di ferro interno tra ex Fi e ex An), anche una a ridosso del voto alle sei del pomeriggio con il segretario Alfano (Berlusconi furioso per la bocciatura di Pilati).Tante le promesse dei parlamentari Pdl a più di un candidato, vista la coda di legislatura meglio farsi degli amici... Forte il pressing per smontare la «provocazione» della Lega, già considerata «in debito» rispetto al Pdl per la nomina di Giovanna Bianchi Clerici alla Privacy. Un «regalo» concordato con un ricambio sulla Rai, borbottano nel circuito berlusconiano, ma nella Lega spazzata dal nuovo corso maroniano le mani sono libere. Oggi si sarebbe riunita di nuovo l'assemblea degli azionisti Rai che deve ratificare il Cda al completo (Marco Pinto fiduciario del Tesoro, l'unico incaricato, finora), poi il consigliere anziano indica il presidente, in questo caso Anna Maria Tarantola e il Cda lo vota. Poi deve essere ratificato dai due terzi della maggioranza in Vigilanza. Dopo questo passaggio non lineare sarà la volta del direttore generale che dovrà essere votato da Cda e ratificato dall'assemblea degli azionisti. Il premier Monti, ha indicato Luigi Gubitosi, ex Ad Wind, insieme alla presidente di marca Bankitalia. Ma pende il ricorso al Tar del Codacons. Sullo stallo a viale Mazzini persino Piersilvio Berlusconi ha parlato di situazione «paradossale. L'importante è qualcuno che decida, che abbia vertici che prendano delle decisioni e che presentino dei piani». L'INTERVISTA . . . Dobbiamo essere capaci di guardare al futuro senza però cancellare il passato Prandelli sabeneche servonoigiovanima anche igiocatoriesperti Laparola“vecchio” nondeveessereutilizzata comeunospauracchio LAPOLEMICA CARLACANTONE SegretariogeneraleSpi-Cgil Pdl nel caos . . . «Legge elettorale: temo ci saranno solo correzioni, sempre che il Pdl superi i tentennamenti» LucianoViolante NoallapropostaPera: «Ogginonèpossibile cheun'assemblea diquel tipopossa convivere conilParlamento» Basta scontri generazionali. Anche nel calcio Il presidente della commissione di Vigilanza Rai, Sergio Zavoli FOTO ANSA SIMONECOLLINI ROMA «Riforme, non serve una Costituente» mercoledì 4 luglio 2012 9
Siamo 105 bambini di Albe-rone di Cento. Nessunoparla di noi, ma il terre-moto ci ha distrutto lascuola elementare e quel-la materna. È arrivato in un attimo, cosa sarà di noi adesso?». Alberone è una delle frazioni più piccole di Cento, a due chilometri da Finale Emilia epicentro del sisma. Ha (aveva) due scuole a cento metri di distanza l'una dall'altra: l'elementare di proprietà del Comune e l'asilo della Parrocchia, lascito vincolato del fu signor Ghisellini, morto senza eredi e con una bellissima casa. Scuole, dicono gli alunni, «superfantastiche», che hanno sfornato, si illuminano le dodici maestre, «una serie di pagelle d'oro» e che avevano già lottato con le unghie e con i denti per sopravvivere. Il nemico, fino a quel fatidico 20 maggio in cui la terra è mancata sotto i piedi e sono apparse voragini al posto delle strade, si chiamava riforma Gelmini. «In particolare, la regola che prevede - nell'ottica del risparmio - la chiusura dei plessi che non raggiungano 15 alunni per classe e 50 per edificio. Un limite che vale per la prima classe e cresce nelle successive». Un limite invalicabile per molti, ma non per le mamme di Alberone che si sono riunite in un Comitato dei Genitori e si sono «attivate». Racconta Silvia Costa, due figli, presidente del Comitato: «Le nostre classi avevano 9-10 alunni. Spazio, giardini, ben dodici maestre. Un'isoletta felice. Siamo andati nei paesi vicini per ampliare il bacino di utenza». Non ci è voluto molto: Bondeno, Sant'Agostino. La stessa Finale Emilia: «Lì hanno classi affollate con 30 bambini. Il 50% dei nostri iscritti adesso viene da lì». Così, bussando di porta in porta «per trovare quei 2-3 che ci mancano per completare la classe a norma di legge», ogni anno ce l'hanno fatta. Poi tutto è cambiato in una notte. «Io abito a pochi metri dall'elementare, al di là della strada. L'ho vista restare in piedi mentre noi uscivamo di casa in fretta e furia, pigiama e pantofole. All'alba, guardandola con la luce del sole, abbiamo spostato le seggioline». Perché la scuola non è crollata - «Purtroppo non ho un cumulo di macerie da sfoggiare alle televisioni - ma è del tutto inagibile. Pericolosissima. Sarà demolita, ma i Vigili del fuoco non hanno nemmeno i permessi per il sopralluogo. «La prima settimana piangevamo prosegue Silvia Costa - Poi ci siamo scossi. Siamo piccolissimi, se ci tolgono le scuole diventeremo un paese fantasma. Un dormitorio. Il nulla. Le scuole portano la gente al forno per la pizza, al tabacchino, nei negozi. Quando anche la banca ha traslocato per inagibilità ci siamo detti: è la fine. Ma Alberone non merita di essere abbandonato a se stesso». Così le 68 mamme, riunite in associazione riconosciuta con il via libera del commercialista, hanno lanciato una raccolta fondi. Ed è stato subito successo: 20mila euro in un mese. Hanno aderito privati, aziende, squadre di calcio femminili, conventi e sagre. Pesche di beneficenza. Due senatori. Un colonnello della Nato. Il fan club del Torino Calcio ha scaricato 4 furgoni di materiale didattico e cartoleria. A Vignola, nel Modenese, si sono esibiti per loro gli artisti di strada: acrobati spagnoli, burattini grossetani, giullari riminensi, mimi forlivesi, Barbara la trucca-bimbi e Giada dei palloncini. Il problema è la corsa contro il tempo. «Abbiamo seminato molto, ma è improbabile ricostruire i plessi per il prossimo anno scolastico». La prospettiva è fare lezione nei container: non il massimo, ma l'importante è mantenere l'identità. Continuare a esistere «amministrativamente e burocraticamente» fino all'apertura dei cantieri. Per aiutarli si sono mosse scuole a Bologna, San Giovanni in Persiceto, Firenze. A Roma la dirigente scolastica Graziella Pelosi ha allertato la rete degli asili «Gioca & Crea». L'idea: trasformare la festa di fine anno in asta benefica con i lavoretti. Al «Giardino Incantato» hanno raccolto un migliaia di euro in un pomeriggio. «Ho detto ai bambini: come vi sentireste se una mattina la vostra scuola scomparisse? Hanno ascoltato, molti avevano già captato in famiglia che era successo qualcosa. Hanno preso pennarelli, forbici, didò, e si sono messi al lavoro». Per Graziella, parmense, la solidarietà è parte dell'offerta formativa: «Da noi è la norma aiutare chi è in difficoltà. Il senso civico si impara da piccoli». «Pubblicheremo il bando per le scuole» che a settembre non potranno riaprire i battenti. Una gara pubblica attraverso cui comprare «prefabbricati o moduli provvisori per assicurare l'avvio regolare del prossimo anno scolastico, cosa per noi fondamentale». È soprattutto grazie al decreto sulla ripartizione dei fondi per la ricostruzione post-sisma, firmato ieri, che il governatore dell'Emilia-Romagna e commissario straordinario Vasco Errani potrà, già oggi, metter mano alle soluzioni temporanee per gli istituti gravemente danneggiati dal sisma. Ieri il governo ha stabilito che, dei due miliardi e mezzo già annunciati per i lavori di ripristino in Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, ben il 95% - circa due miliardi e 300milioni - sarà destinato alla ricostruzione in Emilia, la regione maggiormente colpita. Cosa che ha fatto infuriare Formigoni: «inaccettabile solo il 4% alla Lombardia». E se, due giorni fa, i deputati della commissione Cultura avevano raccolto l'appello dei sindaci ad avere più fondi per le scuole, proprio alle scuole ieri è andato il primo pensiero di viale Aldo Moro. «Sono già convinto che serviranno altri soldi - sorride il governatore - ma l'importante è partire». Via, allora, ai bandi per acquistare strutture temporanee da destinare ai centri che dovranno farsi carico di lavori molto lunghi, o peggio dell'abbattimento, di 86 fra elementari, medie e superiori. Su 238 istituti danneggiati nelle province di Bologna, Modena e Ferrara, la Regione conta di farne riaprire a settembre 152 grazie ad interventi di ripristino-lampo: indispensabile, dunque, organizzare per le altre degli spazi dove garantire agli scolari la possibilità di continuare regolarmente gli studi. «I 74 milioni destinati inizialmente a questo - sottolinea l'assessore regionale alla Scuola, Patrizio Bianchi - sono serviti solo ad avviare i primi restauri. Occorre ancora fare le verifiche sugli immobili che hanno riportato danni più gravi, e per i quali quindi sono previsti cantieri più lunghi. Per non parlare di quegli stabili che andranno infine completamente demoliti: per gli studenti di queste scuole bisognerà pensare a prefabbricati più “pesanti”». Se, allora, da Roma arriveranno soldi da destinare all'istruzione, anche quei fondi ripartiti in tre anni potrebbero non essere sufficienti a far fronte all'emergenza. Per questo, dice la presidente Pd della commisisone Cultura alla Camera, Manuela Ghizzoni, «chiederemo, attraverso un emendamento al decreto 74 sul terremoto, che almeno la metà dei 200 milioni che si trovano nel decreto semplificazione e in un capitolo del Cipe possano essere “girati” alle scuole». Intanto, i cittadini si organizzano “dal basso” per sventare il rischio della mancata riapertura degli istituti, o semplicemente per dare una mano alle magrissime casse dei Comuni. A San Felice sul Panaro, nel Modenese, fra i centri più colpiti dalle scosse, un comitato di insegnanti e genitori della scuola primaria “Ludovico Antonio Muratori” ha lanciato il progetto «Adotta un pezzo di futuro». Per contattare il Comitato Genitori: genitorisanfelice@yahoo. it. Per contribuire: IBAN IT23 J056 5266 980C C001 0155 696. Il conto corrente è intestato a: Comitato Genitori Scuola Elementare di SanFelice s/P. Monti firma il decreto: di 2,5 miliardi di euro il 95% all'Emilia, il 4% alla Lombardia, l'1% al Veneto GIULIAGENTILE ggentile@unita.it ITALIA FEDERICA FANTOZZI ROMA Sisma, ripartiti i fondi «A settembre il bando per gli istituti inagibili» Alunni di Mirandola alle prese con l'esame orale FOTO DI MARCO MERLINI/LAPRESSE La scuola di Alberone di Cento «Salviamo la scuola di Alberone» VicinoaCento68mamme hannoavviatounaraccolta fondiper recuperare il centroscolastico.Finora ventimilaeuroraccoltima èunacorsacontro il tempo IL RACCONTO Mirandola, cartelli affissi al comune per orientare gli studenti del liceo Galilei . . . Polemico il governatore Formigoni: questo riparto è per noi inaccettabile 12 mercoledì 4 luglio 2012
Il cdcheDanielediBonaventurapubblicherà insettembresaràun'antologiadipaginepiazzolliane SAREBBESTATOBELLOCOMINCIAREDICENDO«LANOSTRA È L'EPOCA DEI PIAZZOLLA». MA SUBITO, DIETRO QUESTO PENSIERO, ECCO UN DUBBIO, UN'IDEA INQUIETANTE:forse quell'epoca è già finita? Scruti l'orizzonte e non ne vedi molti di Astor Piazzolla, George Gershwin, Kurt Weill, Frank Zappa e qualche altro come loro, cioè gente capace di mettersi a cavalcioni della musica di tutti i giorni, sublime o liquame che sia, e di spronarla, frustarla al galoppo fuori dal sentiero fino ad arrivare a un luogo che neppure credevamo esistesse. No. Si direbbe che oggi il tran-tran regni indisturbato. Ma sicuramente si tratta solo di miopia. L'epoca «dei» Piazzolla, dicevamo, non «di» Piazzolla. Cioè di quei benefattori dell'umanità nati per scompigliare le carte della musica, nati per turbare la quiete, caricandosi sulle spalle un peso fatto di incomprensioni, conflitti, isolamento, un peso che pochissimi riescono a portare. Certo, ci sono «scompigliatori» fortunati come Gershwin, ma ci sono anche quelli sfortunati o, ancora, quelli come Piazzolla per i quali la strada è comunque in salita, ostica, ingrata. A vent'anni dalla morte, il 4 luglio 1992, la musica di Piazzolla gode di una fortuna e di una popolarità sicuramente invidiabili e il suo nome suona come quello di un pioniere di quelle trasgressioni di genere divenute oggi moneta corrente: «rivoluzioni» pianificate dall'ufficio marketing per titillare le voglie sopite del pubblico. Rivoluzioni che in passato costavano ai suoi protagonisti sudore, lacrime e a volte anche sangue. Astor Piazzolla fu prima un ribelle incorreggibile, poi un combattente testardo, spinto sempre da un'ambizione e da un orgoglio espliciti e mai celati. «A Francisco Lauro feci uno scherzo che a momenti mi ammazzava. Prima di salire sul palcoscenico gli allentai le viti del bandoneón e così appena attaccò, di colpo gli si smontò lo strumento. Mi guardò e capì che ero io il colpevole. Suonai con lui tre mesi poi me ne andai perché non sopportavo più quell'ambiente e lui non sopportava più me». Era il 1939 e Astor aveva diciotto anni. Era fatto così e un po' lo rimase sempre: le sue (in)sofferenze, il suo odio per la mediocrità li coltivava, li alimentava fino a farli esplodere e trasformarli in energia centrifuga e creatrice. In molta sua musica è depositato questo fondo di rabbia (una rabbia che ti sembra di sentirla nei gesti spasmodici di certi suoi ritmi) nei confronti di un mondo che a lungo l'ha guardato come un traditore: quel tango argentino che Piazzolla adorava, odiandone al tempo stesso certi stereotipi ottusi e dogmatici. Da Mar del Plata, 400 km a sud di Buenos Aires, Vicente Piazzolla, sua moglie e il suo bimbo di 4 anni, emigrarono a New York. Barbiere nel salone di un gangster dell'8a strada, Vicente, che i suoi nipotini chiameranno poi «Nonino», quando tornava a casa metteva su i dischi di tango che si era portati dall'Argentina e piangeva. Un giorno portò a casa un pacco dono. Astor sperava fossero i pattini, ma quando l'aprì fece il muso lungo: dentro c'era uno strano coso, un bandoneón. Cominciò così. Da un pianista vicino di casa, allievo di Rachmaninov, prese le prime lezioni e così il niño del bandoneón imparò a suonare Bach. Nel '36 tornarono a casa. Il ragazzo aveva un talento eccezionale e un'irrequietezza incontrollabile. E, col tempo, un chiodo fisso: sollevarsi dal mondo limaccioso del tango e diventare «compositore». A un suo giovane ammiratore che voleva fare «musica moderna» disse una volta: «Stammi a sentire: non c'è niente di moderno, adesso. Fai come me che ho cominciato suonando merda: stai tre anni in un locale e suoni quello che capita. Un giorno scoprirai qualcosa e allora lascerai l'inferno». Studiava sempre. L'INTERESSAMENTO DIRUBINSTEIN Quando stava nell'orchestra di Aníbal Troilo (un gigante del tango che rimase sempre un suo idolo), a ogni pausa Piazzolla tirava fuori il quaderno e scriveva musica: quartetti, pezzi per pianoforte, per orchestra e altro ancora. Troilo vedeva e scuoteva la testa, contrariato. E finalmente, grazie all'interessamento di Arthur Rubinstein, a vent'anni finì a studiare con Alberto Ginastera, il maggior compositore argentino del tempo. Furono anni pieni di tanghi e di Stravinsky, milonghe e Bartók. Finché a Parigi, 1954, ebbe il fatidico, celebre incontro con Nadia Boulanger, grande insegnante e vista d'aquila. Al compositore che le squadernava davanti le sue partiture ripeteva: bello sì, vedo Stravinsky, vedo Ravel, Bartók, ma non vedo Piazzolla. Alla fine lui cedette e confessò: io faccio tango. La Boulanger volle ascoltarlo e infine lo abbracciò dicendogli: «Questo è Piazzolla!». Così finì e insieme cominciò l'avventura del tanguero che voleva diventare uno Stravinsky e che invece diventò se stesso, regalandoci una musica che nessuno ha mai saputo definire, ma che tutti sanno cos'è: è Piazzolla. Salvo errori è stato John Adams, il compositore, che per primo ha esteso alla musica di Piazzolla le parole brucianti con cui Pablo Neruda nel 1935 descrisse la poesía sin pureza che andava cercando: «La confusa impureza de los seres humanos...»: la confusa impurità degli esseri umani, così dev'essere la poesia che cerchiamo, intrisa di sudore e di fumo, odorosa di urina e di giglio, poesia impura come un vestito, come un corpo, macchie di cibo, gesti vergognosi, rughe, commenti, sogni, veglie, profezie, dichiarazioni di amore e di odio, bestie, colpi, idilli, fedi politiche, smentite, dubbi....». Il genio di Neruda profetizzava. Oggi tutto questo morde, turba, eccita, in musica come nelle altre arti del nostro tempo. Piazzolla è anche questo, ma questo è anche quello stereotipo del tango divenuto soffocante che l'autore di Adios Nonino voleva sublimare in qualcosa d'altro, non più incatenato a una carnalità degradata in pittoresco e «rosa fra i denti». La sua lezione sta qui: capitolo rivelatore dell'eterna contesa fra corpo, Dioniso, terra, bestia da una parte e, dall'altra, intelletto, anima, Apollo, cielo... Categorie che ogni epoca o fede ha cercato di separare, coniando parole su parole, eleggendo o esorcizzando ora questa ora quella; categorie che in realtà, ci insegna Piazzolla, non vivono una senza l'altra. MARCOBUTTAFUOCO «HACEVEINTEANOS»,VENT'ANNIFA,ÈILTITOLODI UNO DEI BRANI PIÙ FAMOSI DI ASTOR PIAZZOLLA (MEMORABILETRACCIAdi apertura del disco che il maestro argentino incise nel 1975 con Gerry Mulligan). Lo sarà anche del cd che Daniele di Bonaventura pubblicherà in settembre come allegato alla rivista Musica Jazz. Sarà un'antologia di varie pagine piazzolliane interpretate da diverse formazioni con la presenza di musicisti come Paolo Fresu e Javier Girotto. «Piazzolla - dice di Bonaventura - aveva un rapporto molto particolare con il jazz che scoprì negli anni della sua infanzia trascorsi a New York. Ovviamente non si può definire un jazzman; la sua musica è rigorosamente scritta e lascia pochi spazi all'improvvisazione. Ma quello che colpisce nella sua arte, e che intriga anche gli improvvisatori, è quella sua straordinaria capacità di riassumere tante esperienze musicali, dal tango, alla musica dell'avanguardia del 900, al jazz. Seppe inoltre scrivere melodie come Oblivion, Libertango, divenute tanto popolari, ma fabbricò anche diversi capolavori di ricerca musicale, meno conosciuti ma non per questo meno importanti. Sapeva parlare tanto al cuore di milioni di ascoltatori quanto alla mente dei musicisti dell' avanguardia. Nel mio disco ci saranno, per capirci, brani come Oblivion o Chiqulin de Bachin (in duo con Paolo Fresu), ma ci sarà anche una vera e propria gemma sonora dedicata a Picasso: un pezzo innovativo ed impervio». Anche i musicisti classici adorano Piazzolla. Rino Vernizzi ad esempio, insigne fagottista ha molto frequentato la musica del compositore argentino portando in teatro, fra l'altro, l'opera lirica MariadeBuenosAires. «C'era bisogno di una musica come la sua. Il 900 aveva aperto strade nuove ma aveva dimenticato la melodia, la capacità di trasmettere emozioni universali. Astor Piazzolla era raffinatissimo, conosceva a perfezione sia Bach che Stravinsky, la sua musica è modernissima ed appassionante. Oblivion, ad esempio, è una melodia semplicissima sorretta da una trama armonica stupefacente. Direi che la capacità di utilizzare le progressioni armoniche e la sua duttilità, fanno di Piazzolla, non esagero, il Vivaldi del 900. Non a caso interpreti del calibro di Salvatore Accardo, Uto Ughi o Gideon Kramer lo hanno messo nel loro repertorio». Anche di Bonaventura accosta Piazzolla al Prete Rosso veneziano. Questo riconoscimento da parte di artisti di estrazione tanto diversa può far capire il ruolo centrale dell' autore di Libertango nella vicenda musicale del XX secolo. Unomaggioalgenio amatoanchedai jazzisti AParigi,nel '54 ebbeil fatidico incontro conNadiaBoulanger grande insegnante esuascopritrice L'ANNIVERSARIO GIORDANOMONTECCHI MUSICOLOGO AstorPiazzolla AstorPiazzolla Quel tangueroribelleetestardo chescompigliò lepartituremusicali Avent'annidallamorte delgrandecompositore argentino lasuafama ditrasgressoredelgenere resta intatta.Detestava lamediocritàe inmolta suamusicaèdepositato unfondodi rabbia ... Ibranisaranno interpretati dadiverseformazioni con lapresenzadiPaolo FresueJavierGirotto U: mercoledì 4 luglio 2012 19
Ilmiraggiodella cittadinanza italiana Sono uno studente palestinese di religione cristiana (Chiesa greco-ortodossa) costretto a lasciare Gaza per le ragioni che si possono intuire. Sono arrivato in Italia il 30 dicembre 2004 ed ho ottenuto un permesso di soggiorno per motivi di studio. Dal mio arrivo in Italia, ho conseguito una laurea in Scienze e Tecnologie Orafe presso l'Università Milano Bicocca e attualmente frequento il master in ingegneria nel settore orafo presso il Politecnico di Torino, sede di Alessandria. Durante tutti questi anni ho pagato le tasse universitarie, mantenendomi grazie a un lavoro part-time presso la Fondazione «la Vincenziana», dove svolgo servizi di guardiano notturno. Il 15 ottobre 2008 ho presentato domanda per asilo politico ed il 6 novembre 2008 ho ottenuto lo Status di rifugiato politico. Successivamente, ho presentato domanda per ottenere la cittadinanza italiana il 9 settembre 2010, presso la Prefettura di Milano. A un anno dalla domanda, ho ricevuto comunicazione dalla Prefettura da cui si deduce che per concedere la cittadinanza si tiene conto non da quanti anni sono in Italia (dal 2004) ma della data in cui ho ricevuto lo Status di rifugiato politico, nel mio caso il 6 Novembre 2008, e solamente da tale data partono i cinque anni dopo i quali viene concessa la cittadinanza. Ho fatto ricorso al Tar, e ho vinto. Qualche giorno dopo il 26/04/2012 il mio avvocato ha inviato tutti i documenti alla prefettura di Milano, ad oggi non ho ricevuto nessuna risposta. Il motivo principale per il quale mi permetto di sollecitare che mi venga concessa la cittadinanza italiana nel più breve tempo possibile è che mi è stato offerto di lavorare presso una importante azienda orafa nel Canton Ticino, Svizzera, ma purtroppo lo Status di rifugiato politico è incompatibile con la normativa dell'Ufficio svizzero di Immigrazione, mentre se avessi la cittadinanza italiana, potrei lavorare come “frontaliero”, senza neppure togliere la possibilità di impiego ad alcuno in Italia. La mia famiglia vive in Australia anche loro sono rifugiati, ho chiesto il visto all'ambasciata australiana per andare a vedere la mia famiglia però loro hanno rifiutato il visto perché io sono «rifugiato» in Italia. Che cosa mi consiglia di fare? SaadH NAlTarazi Una finestrasulnostro giornale per lasicurezzasul lavoro Faccio una richiesta (una proposta), ovvero se sia possibile ricavare una "finestra" nelle pagine de l'Unità e/o nel sito anche con un blog , per una rubrica periodica dedicata ai temi della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, pensata come uno spazio aperto al contributo di tutti coloro che mostrano interesse e sensibilità alla diffusione di una “cultura della sicurezza”. Perché le “morti sul lavoro” sono tragedie annunciate che spesso possono essere – se si vuole – evitate e per farlo serve il contributo di tutti, addetti ai lavori e non, diretti interessati e non perché “la sicurezza sui luoghi di lavoro non si fa ogni tanto, ma tutti i giorni dell'anno” rompendo il muro di omertà, di paure, di diffidenze presenti dentro ed intorno ai temi del lavoro. ClaudioGandolfi La tiratura del 3 luglio 2012 è stata di 88.985 copie CaraUnità Il dialogo con Casini e il programma dell'alternativa Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense, 131/L 00154, Roma lettere@unita.it SI RICOMINCIA A PARLARE DI VAL SUSA: EINUNASITUAZIONEIMMUTATARISPETTOA UNANNOFA.I lavori per il tunnel preparatorio non sono iniziati e la militarizzazione del cantiere della Maddalena è servita solo a distogliere da attività ben più utili ingenti forze di polizia. Anche nel dibattito pubblico nulla è cambiato: il nuovo governo ripete stancamente gli impegni del vecchio e il coro bipartisan dei suoi sostenitori rispolvera i vecchi slogan, forti solo del loro carattere apodittico: l'opera deve essere realizzata «perché è necessaria» (sic!), «perché ci fa entrare in Europa» (come se attualmente fossimo in Tanzania), «perché crea sviluppo e lavoro», «perché non si può venir meno agli impegni assunti» e, soprattutto «perché questo è il progresso e se ci fermassimo saremmo ancora all'età della pietra». Non sarebbe meglio - per tutti - abbandonare gli slogan e provare a confrontarsi sulle questioni? Provo a porne alcune: 1) la progettata linea ferroviaria Torino-Lione prevede, tra l'altro, lo scavo di un tunnel di oltre 50 chilometri in una montagna pacificamente ricca di amianto. Il 3 febbraio scorso un gruppo di parenti di vittime aspettava, davanti al tribunale di Torino, la sentenza per l'amianto di Casal Monferrato esibendo uno striscione con su scritto: «Un solo essere umano ha più valore che tutto l'amianto e il profitto del mondo». Vogliamo che fra quarant'anni i nostri figli o i nostri nipoti facciano altrettanto, chiedendo a un tribunale il riconoscimento dell'ingiustizia sofferta? 2) i passaggi di merci tra la Francia e l'Italia dal Frejus hanno avuto negli ultimi anni una caduta verticale, sia su ferrovia che su strada, e nel traforo esistente potrebbe già transitare un traffico merci pari a otto volte quello attuale. L'esattezza del rilevo è riconosciuta dallo stesso governo, che si limita ad opporvi la necessità di inserire l'opera nella più generale politica dei trasporti e le difficoltà tecniche per rendere compatibile l'attuale linea con i treni ad alta velocità. Argomenti incontestabili ma non sarebbe più serio provare ad affrontarli anziché inseguire acriticamente il mito secondo cui il progresso si identifica con le opere faraoniche? 3) i costi della nuova linea ferroviaria, già stimati in 16-17 miliardi di euro da impiegare nei prossimi dieci anni, sono oggi quantificati dal governo in 8,2 miliardi di euro, grazie alla riduzione del progetto, in questa prima fase, alla realizzazione del tunnel di base. Ora, anche a prescindere dal fatto che non c'è grande opera nel nostro Paese i cui costi non siano lievitati strada facendo e che, comunque, sarà necessaria una seconda fase per completare l'opera (ove non la si voglia lasciare incompiuta…), la domanda è inevitabile: in tempi di crisi economica dove si pensa di trovare quei fondi o meglio a cosa, ancora, si pensa di sottrarli? 4) la costruzione della “grande opera” - si ripete darà lavoro e benessere alla valle e a tutta l'area circostante e ciò, in tempi di crisi, è manna che piove dal cielo. Ma non si era detto altrettanto per l'Olimpiade invernale del 2006 che ha interessato la stessa valle? Davvero qualcuno pensa che non darebbe risultati migliori e più duraturi, anche per le imprese e per i lavoratori, impegnare quel denaro in un progetto di conservazione e risanamento del territorio nazionale (il cui livello di degrado si misura con decine di vittime ad ogni terremoto o a ogni pioggia torrenziale)? Una intera valle - sì, proprio una intera valle, come ha dimostrato il campione delle elezioni amministrative - chiede da oltre vent'anni che di questi problemi si discuta davvero. Non sarebbe il caso di darle una risposta invece di continuare a trasformare la questione Tav in problema di ordine pubblico? L'autore ha realizzato sulla questione della Tav un libro insieme con Marco Revelli dal titolo «Non solo un treno... La democrazia alla prova della Val di Susa» edizioni Guppo Abele, da poco in libreria. Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 Dialoghi ALPIÙTARDIENTRO FEBBRAIODELPROSSIMO ANNOLECAMEREDOVRANNOESSERESCIOLTEEAVRANNO LUOGOELEZIONIPOLITICHETRALEPIÙIMPORTANTIDELLA STORIAITALIANA.Mancano pochi mesi ma ancora i cittadini non sanno con quale legge elettorale e con quale alleanze politiche e programmatiche saranno chiamati a pronunciarsi. Credo che entrambi i nodi vadano sciolti al più presto, anche per non incrementare la protesta e il rifiuto della politica che crescono nel Paese e che potrebbero avere conseguenze anche elettorali imprevedibili. Sulla legge elettorale, il consiglio che mi sento di dare a chi ci sta lavorando è di adottare un sistema chiaro, comprensibile ai cittadini. Meccanismi intricati e tortuosi rischiano di incentivare la cosiddetta antipolitica. D'altra parte se il problema è il Movimento 5 Stelle, o altre proposte che dovessero configurarsi nei prossimi mesi a destra, anche estrema, è difficile (oltre che ingiusto) che vi siano meccanismi che possano impedirne una significativa presenza parlamentare. La risposta a quella che viene definita “antipolitica” risiede a mio avviso in una tempestiva chiarezza di scelte programmatiche e, correlativamente, di alleanze politiche. La scelta delle alleanze politiche non è questione di foto di gruppo più o meno “vasto” o, come ho pure sentito dire, di “figurine”. Alle diverse ipotesi di alleanze politiche di cui oggi si discute sono legate proposte diverse per il futuro dell'Italia e dell'Europa. La continuità con il governo di Monti, compresa la possibilità di affidargli un rilevante ruolo politico, è correlata all'alleanza con l'Udc di Casini. Quale che sia il giudizio che viene dato sul governo in carica, mi pare evidente che il problema riguarda a questo punto le politiche che l'Italia si darà per il quinquennio che inizia nel 2013. Quelle del governo attuale non sono le uniche politiche possibili. Il nuovo governo francese, ad esempio, senza ovviamente rinunciare al necessario rigore (che è diverso dall'austerità, come ha ricordato Holland), ha un taglio sociale ben diverso da quello dell'attuale ministra del Welfare. Basti ricordare che le prime misure da esso prese riguardano il ritorno a 60 anni dell'età pensionabile per chi ha cominciato a lavorare da giovane, l'aumento del salario minimo, la tassazione sui redditi elevati. Penso che il Pd debba compiere una scelta preliminare tra le due prospettive, e su questa base definire linee programmatiche condivise con gli alleati. Il Partito democratico è oggi il più forte partito del centrosinistra, anche se non è autosufficiente, quale che sia la legge elettorale con la quale si andrà a votare. A me pare che proprio questa posizione comporti una maggiore responsabilità, e richieda scelte chiare e tempestive. Altrimenti, sarà inevitabile che si formi a sinistra un'aggregazione politica che si faccia carico di una proposta alternativa, com'è accaduto in Grecia di fronte all'alleanza fra Nuova Democrazia e il Pasok. Come si vede, siamo di fronte a scelte destinate a pesare a lungo sul futuro politico e sociale dell'Italia. Un po' come accadde tra il '94 e il '96. Ritengo che in questo decisivo passaggio l'unità delle forze di sinistra e progressiste sia necessaria, per difendere e rilanciare i principi della Costituzione repubblicana, che oggi è sotto attacco, a partire dalle sue fondamenta: l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Su questo tema abbiamo aperto un confronto nella Federazione della Sinistra. Nel suo recente consiglio nazionale il Movimento per il partito del lavoro (che unisce l'area vicina alla sinistra Cgil e “Socialismo 2000”) ha proposto che si realizzi intanto l'unità con Idv e Sel, per verificare insieme, superando le pregiudiziali esistenti, le condizioni politiche e programmatiche di una eventuale alleanza con il Partito democratico. Cesare Salvi Il libro Tav, non solo un treno Perché non parlarne? Non si può prestare fiducia a chi, come Casini, ha supportato per troppi anni il governo dell'arcoriano per poi andarsene in quanto aveva annusato che le cose non si mettevano bene per tutti e due e, tanto meno, si può rinnovare fiducia a chi continua ad ammiccare con gli Alfano, i Cicchitto e compagnia bella. ARNALDO DEPORTI Nelle ultime elezioni amministrative il partito di Casini si è presentato con il Pd e con il centro sinistra nel 50% circa dei casi, con il Pdl e il centro destra nel restante 50%. L'elettorato si è dimostrato più orientato a sinistra che a destra, tuttavia, la destra appare ormai allo sbaraglio e Casini si sbilancia anche lui, ora, verso sinistra. Su quali contenuti? Il successo di Monti a Bruxelles - e l'indubbio prestigio che ha restituito all'Italia dopo la tragica stagione berlusconiana - non dovrebbe far dimenticare a nessuno, io credo, che le scelte portate avanti finora dal suo governo sono state scelte durissime soprattutto per i pensionati più poveri e per i lavoratori a reddito fisso all'interno di un Paese in cui la disoccupazione è di nuovo ai massimi storici e le disuguaglianze economiche (con tanto di pensioni d'oro, di evasione fiscale e di privilegi di ogni genere a chi ha di più) rendono sempre più incerta la coesione sociale e la ripresa reale di un Paese in ginocchio. Utile nell'emergenza del dopo Berlusconi, Monti ha fatto bene, come correttamente gli riconosce oggi Bersani, ma l'Italia ha bisogno oggi di voltare pagina. Mettendo al primo posto le esigenze dei più deboli, la difesa dell'occupazione, il coraggio di aumentare le tasse a chi ha di più e di mettere fine ad una situazione in cui gli arricchimenti facili (ed esentasse) di chi specula in finanza si reggono sulle spalle di chi lavora, produce e paga. Su strade parallele a quelle proposte da Hollande in Francia. È sul programma che si misureranno le convergenze con Casini come con chiunque altro voglia costruire una alternativa credibile. L'intervento Per cambiare politica le sinistre devono unirsi . . . Contro l'antipolitica servono scelte chiare . . . E le alleanze rientrano in questo quadro COMUNITÀ Livio Pepino 16 mercoledì 4 luglio 2012
«Il governo prossimo sarà in continuità con il meglio del governo Monti, ma dovrà anche fare delle cose nuove, avendo una maggioranza solida politicamente». Pier Luigi Bersani sorride di fronte alla «capacità di metterci in dibattiti metafisici eccezionali». Tipo quello sulla auspicabile (vedi Enrico Letta) o impensabile (vedi Stefano Fassina) continuità tra questo esecutivo e un eventuale governo Bersani. Il leader del Pd però, rispondendo a un gruppo di blogger che lo intervista on-line a Web Talk (trasmesso su Youdem), approfitta della domanda per lanciare un paio di messaggi: alcuni rassicuranti, all'indirizzo di un elettorato che alle volte fatica ad orientarsi nella selva di dichiarazioni su come dovrà essere il post-Monti, altri utili a mo' di sollecito per un governo che deve tener conto delle posizioni delle parti sociali, e altri ancora ad uso e consumo di chi sostiene che con la sinistra al governo non si potranno approvare le riforme utili al Paese. «Il prossimo sarà un governo in continuità con il meglio del governo Monti, ma dovrà fare anche cose nuove e diverse, avendo una maggioranza solida e univoca dal punto di vista politico», dice allora prima di tutto Bersani ricordando la compagine anomala che oggi sostiene l'esecutivo e il fatto che il Pd non abbia la maggioranza in questo Parlamento: «Siamo lì che tutti i momenti, essendo leali verso un governo di transizione, cerchiamo di portare a casa qualcosa come lo vogliamo noi. Ma quel che pensiamo noi non è esattamente quel che vediamo adesso, anche se vedo qualcosa di quel che faremmo anche noi». Il discorso riguarda i contenuti, perché Bersani ha già avuto modo di dire che se non si farà ora, per esempio, sarà il prossimo governo ad abbassare l'Imu e a inserire un'imposta sui grandi patrimoni immobiliari. Ma riguarda anche le modalità con cui si deve arrivare alla definizione delle misure da approvare per affrontare le questioni economiche e sociali. «Il dialogo sociale non impedisce le decisioni», dice Bersani giusto nelle stesse ore in cui a Palazzo Chigi si svolge un difficile confronto tra governo e sindacati e enti locali sulla spending review. Un messaggio all'esecutivo ma anche a chi, dentro e fuori i nostri confini, inizia a sostenere la tesi che il centrosinistra potrà anche vincere le prossime elezioni ma non avrà la capacità di approvare le riforme necessarie al Paese. DIALOGOSOCIALEE DECISIONI Lo ha fatto il “Financial Times”, e la cosa non è affatto piaciuta a Bersani. «Io rispondo coi fatti. Se oggi ci sono dei privati sui binari, se noi abbiamo fatto lo spezzatino dell'Enel, se abbiamo liberalizzato le licenze del piccolo commercio, si è fatto con uno che si chiama Bersani e che parlava ogni giorno con i sindacati», dice il leader del Pd ricordando le misure adottate quando era ministro di un governo di centrosinistra. «Contrapporre il dialogo sociale alle decisioni è un errore tecnico perché senza dialogo sociale le decisioni possono paralizzarsi, anche perché senza il confronto con i grandi soggetti sociali le piccole lobby possono prevalere». Insomma, «i fatti» per rispondere alle perplessità dei commentatori italiani e stranieri e l'assicurazione alle parti sociali che se dovesse toccare a lui guidare il prossimo esecutivo il dilalogo con i sindacati non si chiuderebbe. Anche se, precisa Bersani, questo «naturalmente non significa essere in coda di un processo, e significa invece essere in testa e sapere dove si vuole andare. Tutto il resto sono luoghi comuni». LEGGESULLE UNIONIDIFATTO Tra le «cose nuove» che Bersani è convinto di poter approvare nel dopo-Monti, con il sostegno di un «centrosinistra di governo» (di cui difficilmente può far parte chi, come Antonio Di Pietro, «tutti i giorni ci azzanna o ci insulta») c'è una normativa per regolare le unioni di fatto, comprese quelle tra persone dello stesso sesso. «Le convivenze stabili tra omossessuali bisogna che trovino una risposta scegliendo al meglio nella legislazione europea», dice facendo riferimento alle normative esistenti in Inghilterra, Francia e Germania. «Bisogna che lo risolviamo questo problema, senza ambiguità e con una certa decisione». Bersani è convinto che si possa trovare una soluzione anche nel confronto tra progressisti e moderati, su questi temi come su altre questioni eticamente sensibili come il fine vita o la fecondazione assistita: «Sui temi di frontiera penso che si debba ragionare con una chiave umanistica, a partire dalla dignità e dalla libertà della persona. Attorno a questa logica anche le diverse sensibilità, laiche e cattoliche, possono incontrarsi attorno alla dignità dell'uomo». SEGUEDALLAPRIMA Ma perché pensavo che le primarie in questo momento rappresentassero un modo generoso e coraggioso da parte del segretario di raccogliere la sfida all'innovazione che investe tutta la politica e perché, comunque, ho sempre pensato che la campagna per le primarie fosse un modo per porre il partito al centro del dibattito politico nazionale e, dunque, una occasione di coinvolgimento e mobilitazione del nostro elettorato. I primi passi di questa competizione per ora solo fra Bersani e Renzi, promettono in effetti un agonismo molto interessante, anche se un po' troppo asimmetrico quanto ai temi a confronto. In Bersani prevale il progetto per il Paese e del Paese in Europa, in Renzi prevale invece una diversa modalità di intendere e agire la politica oltreché il desiderio di rottamare sul nascere la tendenza a una strutturazione della forma partito che evoca un po' troppo quella tradizionale della sinistra italiana, che mi troverebbe d'accordo se questo fosse l'oggetto in discussione. Ma la situazione nel volgere di poche settimane sta cambiando rapidamente e sta ponendo alla nostra responsabilità questioni nuove e non eludibili. Il dibattito sulla possibile coalizione di centro sinistra ha registrato una svolta positiva e inattesa da quando Pierferdinando Casini ha dichiarato l'interesse del suo partito ad una alleanza con il Pd. Fra le tante reazioni positive se ne sono manifestate anche alcune preoccupate o di segno negativo, mi riferisco in particolare a quella del leader di Sel. È del tutto evidente che un'alleanza il cui perimetro può oggi realisticamente andare da Casini a Vendola (e un mese fa questo non era prevedibile) pone problemi che debbono essere affrontati con la pazienza e l'intelligenza che Bersani ha già mostrato in questi mesi. Mi chiedo allora se questo obiettivo, che al tempo dell'ultima direzione pensavamo potesse concretizzarsi solo in prossimità o dopo le elezioni e che oggi invece sappiamo che si può e si deve affrontare subito, sia compatibile con il contestuale svolgimento di elezioni primarie che portano inevitabilmente il discorso altrove. Tra le novità successive alla direzione nazionale vi è poi anche l'esito positivo del Consiglio europeo di giovedì scorso che ci impone di continuare a serrare le file intorno all'azione del governo italiano che, proprio per quello che è avvenuto a Bruxelles, sarà chiamato ad assumere ulteriori impegnative iniziative sul piano comunitario. Accompagnare Monti nelle difficili scelte sul piano nazionale ed europeo per il Partito democratico è compatibile con il contemporaneo svolgimento di elezioni primarie a cui eventualmente partecipassero candidati che non hanno condiviso e continuano a non condividere l'appoggio al governo? Mi chiedo allora se non convenga soprassedere all'Assemblea del partito, già prevista per il 14 luglio prossimo. Non sfugge poi a nessuno che queste primarie sono ulteriormente complicate dal fatto che sono veramente inedite, nel senso che anche il precedente rappresentato dalla scelta di Romano Prodi come candidato premier non prevedeva allora la partecipazione alle primarie stesse del segretario del maggior partito, cioè di quel partito cui compete l'onere di realizzare le condizioni di una alleanza politicamente la più ampia possibile. Oggi, invece, si renderebbe necessario disciplinare sul piano statutario e politico una eventuale convivenza del maggior partito della coalizione, con un candidato che risultasse vincente (l'ipotesi è astratta, ma non si può non prevedere) avendo battuto proprio il segretario di quel partito. Anziché inoltrarci nella definizione di un regolamento assai complicato in un momento in cui è ancora in corso di definizione il perimetro della coalizione elettorale, forse conviene, ripeto, soprassedere allo svolgimento dell'Assemblea stessa. Si eviterebbero inutili polemiche su articoli, commi e codicilli quando ciò che è in ballo non è la forma, ma la sostanza. Cioè la politica. SIMONECOLLINI ROMA . . . Non è il caso di discutere di regole e cavilli sulle primarie mentre è in gioco il destino dell'Europa . . . Al Financial Times: «Contrapporre il dialogo sociale alle decisioni è un errore tecnico» . . . «Del centrosinistra difficilmente può far parte chi, come Di Pietro, tutti i giorni ci azzanna» . . . Unioni civili: «Necessario dare una risposta legislativa alle convivenze stabili tra omosessuali» . . . Temi etici: «Anche le diverse sensibilità laiche e cattoliche possono incontrarsi» Bersani: il mio governo farà cose nuove e diverse Il segretario alla web-talk: «Il prossimo esecutivo sarà in continuità con il meglio di Monti» Primarie, meglio rinviare l'assemblea Pd L'INTERVENTO PIERLUIGI CASTAGNETTI Pier Luigi Bersani a “Youdem” durante il web-talk mercoledì 4 luglio 2012 5
Le «Abu Ghraib» di Bashar. Carceri trasformati in centri di tortura permanenti. Nel giorno in cui Bashar al-Assad prova a ricucire con la Turchia - la Siria non voleva l'abbattimento del jet turco che ha causato una crisi tra Ankara e Damasco, afferma il presidente siriano in una intervista al quotidiano turco Cumhuriyet, in cui Assad assicura inoltre che non permetterà che le tensioni politiche tra i due Paesi degenerino in un conflitto aperto - nel giorno delle «scuse», si apre un altro capitolo dell'orrore. Abusi e umiliazioni sessuali, bastonate, maltrattamenti di ogni genere, scosse elettriche ai genitali, finte esecuzioni: sono questi alcuni dei brutali metodi di tortura usati dai principali servizi di intelligence siriani in 27 centri di detenzione che ospitano decine di migliaia di persone, molte delle quali vengono sottoposte «sistematicamente» a queste pratiche dal marzo 2011, quando sono cominciate le dimostrazioni contro il regime. È la denuncia-shock contenuta in un rapporto di Human Rights Watch (Hrw) dal titolo, quanto mai appropriato, «L'arcipelago della tortura». VIAGGIONELL'ORRORE Nel documento, di 81 pagine, l'organizzazione lancia un appello al Consiglio di sicurezza Onu affiché denunci la situazione in Siria alla Corte penale internazionale e adotti sanzioni mirate contro i funzionari sospettati di essere coinvolti negli abusi. Il rapporto, che si basa su oltre 200 interviste ad ex detenuti e disertori siriani, costituisce una dura denuncia dei metodi di repressione utilizzati dal presidente Assad, tanto da indurre gli esperti di Hrw a parlare apertamente di crimini contro l'umanità. Gli artefici sono le quattro principali agenzie di intelligence, conosciute con il nome di mukhabarat: il Dipartimento di intelligence militare, il Direttorato di sicurezza politica, il Direttorato di intelligence generale e il Direttorato di intelligence dell'aeronautica militare. Tra loro gestiscono i 27 centri di detenzione sparsi in tutto il Paese: 10 a Damasco, quattro a Idlib, quattro a Homs, quattro a Latakia, tre a Doraa e due ad Aleppo. Affferma Ole Solvang, ricercatore di Human Rights Watch. che «pubblicando l'ubicazione di questi centri, descrivendo i metodi di tortura e identificando i responsabili, stiamo avvertendo queste persone che dovranno rispondere di questi crimini orribili». Quasi tutti gli ex detenuti dei centri che sono stati intervistati hanno riferito di essere stati torturati o di avere assistito a torture durante la loro detenzione. Un ex detenuto di 31 anni ha raccontato di essere stato torturato - tra gli altri metodi - con una pinzatrice: le graffe venivano applicate sulle dita, sul petto e sulle orecchie». I testimoni citano le percosse prolungate con bastoni e cavi e il fatto di costringere i detenuti a mantenere posizioni dolorose per lungo tempo, ma si parla anche dell'impiego dell'elettricità, di bruciature con l'acido, di aggressioni sessuali, asportazione delle unghie ed esecuzioni simulate. Damasco non ha ratificato lo Statuto di Roma della Cpi, per questo motivo la Corte può avere giurisdizione sulla Siria solo se il Consiglio di sicurezza adotta una risoluzione in tale senso. Tuttavia, ricorda Hrw, finora Russia e Cina hanno bloccato ogni tentativo delle Nazioni Unite di intervenire nella crisi siriana. «La portata e la disumanità di questa rete di centri di tortura sono veramente orribili – conclude Solvang la Russia non dovrebbe garantire la sua protezione a persone responsabile di questo». In un precedente rapporto – reso pubblico il 15 giugno – Hrw aveva denunciato che i soldati fedeli ad Assad fanno uso di violenze sessuali per torturare uomini, donne e minori detenuti durante la repressione. Nel documento si legge che militari e milizie filogovernative hanno abusato di donne e ragazzine, le più giovani delle quali di 12 anni, durante raid e operazioni in aree residenziali. Adesso è ufficiale: Samantha Cristoforetti sarà la prima donna italiana a volare nello spazio, il settimo astronauta tricolore. La conferma è arrivata nella sede dell'Agenzia spaziale italiana, dove è stata annunciata la data di volo per il capitano dell'aeronautica militare Cristoforetti, prevista per fine novembre 2014 e che le permetterà di raggiungere la stazione spaziale internazionale a bordo del razzo russo Soyuz, Expedition 42/43, per una missione che durerà circa sei mesi. L'opportunità di volo di Cristoforetti è stata resa possibile grazie all'accordo tra l'Agenzia spaziale italiana e la Nasa per consentire agli astronauti italiani di volare addestrandosi nel corpo astronauti dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa). Nata a Milano 35 anni fa, Samantha Cristoforetti dopo il liceo scientifico a Trento, si è laureata in ingegneria meccanica a Monaco di Baviera e, nel 2005, in Scienze aeronautiche nell'Accademia Aeronautica di Pozzuoli. L'astronauta sarà ingegnere di bordo sulla Soyuz e lavorerà sulla Iss come parte di un equipaggio internazionale di sei astronauti. In preparazione della missione la Cristoforetti si sottoporrà a un intenso addestramento che, «avrà il duplice obiettivo - ha spiegato l'astronauta - di gestire le fasi del viaggio di andata e ritorno sulla Soyuz e le fasi della missione sulla Iss». Per quanto riguarda la Iss «ci stiamo preparando - ha proseguito a gestire i sistemi di bordo, a operare con il braccio robotico e anche ad attività extraveicolari». A questo proposito la missione ancora non è stata definita nei dettagli e pertanto non si sa se per l'astronauta italiana saranno previste passeggiate nello spazio: «È il sogno di tutti gli astronauti fare passeggiate nello spazio e lavoreremo perchè la Cristoforetti possa coronarlo», ha osservato il presidente dell'Asi Enrico Saggese. «Cristoforetti - ha aggiunto - sarà il settimo astronauta italiano nello spazio. In questo momento nel Corpo degli astronauti dell'Esa sono presenti quattro italiani, come presidente dell'Asi e come italiano sono particolarmente fiero che anche la prima donna italiana possa volare nello spazio». Per il capo di stato maggiore dell'aeronautica militare, generale Giuseppe Bernardis, «il volo di lunga durata del capitano Samantha Cristoforetti rappresenta un'ulteriore conferma della competenza e professionalità dell'aeronautica militare nel settore del volo spaziale umano». Un regalo attendeva Aung San Suu Kyi al ritorno dal lungo viaggio in Europa. Un'amnistia, grazie alla quale altri 46 detenuti, fra cui venti oppositori del regime militare, sono stati scarcerati. Confezionata dal presidente Thein Sein, avversario politico e insieme partner della leader democratica birmana nel contrastato cammino verso la democrazia, l'amnistia è entrata in vigore ieri mattina. Suu Kyi accoglie con favore la notizia, ma ricorda subito che nelle prigioni patrie languono ancora trecento compagni di lotta e di ideali. Il rilascio dei prigionieri di coscienza va avanti a rate, così come a piccoli passi procede l'annullamento delle sanzioni internazionali. Gesti di buona volontà, aperture di credito reciproche. Ma con cautela. Thein Sein non può correre perché circondato da uno stuolo di generali che solo obtorto collo sopportano il nuovo corso e il dialogo con l'opposizione. I governi dei Paesi occidentali, incoraggiati dalla premio Nobel negli incontri avuti durante le scorse settimane a Londra, Parigi, e altre capitali del Vecchio continente, appoggiano gli sforzi dell'ex-membro della giunta militare convertitosi alle riforme, ma sono propensi a graduare le loro concessioni. Nessuna fornitura di materiale bellico ad esempio potrà riprendere, fino a quando l'ultimo dei detenuti politici non avrà lasciato la prigione Fra i venti liberati ieri figurano veterani del movimento libertario, come Ko Aye Aung, arrestato nel 1998 per avere stampato e distribuito volantini di protesta. Stava scontando una condanna a 59 anni, poi ridotta a 29. Più lunga ancora la detenzione di Than Zaw, finito in cella nel 1989 perché accusato di avere preparato un ordigno. Vari altri importanti protagonisti delle rivolte contro la dittatura hanno già fruito del primo provvedimento svuota-carceri lo scorso autunno. Fra questi il leader della contestazione giovanile del 1988, Min Ko Naing, e molti religiosi che furono alla testa delle proteste popolari nel 2007. La mini-amnistia, probabilmente non a caso, viene varata alla vigilia dell'odierna riapertura del Parlamento. L'assemblea legislativa si riunisce per la prima volta dopo le elezioni suppletive, tenutesi nell'aprile scorso per rimpiazzare 45 deputati dimissionari. Quasi tutti quei seggi vacanti furono conquistati dalla Lega nazionale per la democrazia (Lnd), il partito di Suu Kyi. Un trionfale battesimo elettorale per la Lnd, che aveva boicottato il voto del 2010 ritenendolo organizzato in maniera da garantire comunque il successo delle liste governative. Un personale trionfo per la sua leader, eletta nel suo collegio con consensi bulgari. INPARLAMENTO Suu Kyi diserterà le prime sedute. «È troppo stanca per il viaggio da cui è appena tornata», fa sapere il portavoce Nyan Win, affrettandosi a tranquillizzare il mondo sulle sue condizioni generali di salute che sarebbero buone. In realtà Suu Kyi si è sentita male ripetutamente già durante la campagna elettorale della primavera, e poi più recentemente nel tour europeo che ha avuto come momento culminante la consegna del Nobel per la pace a Oslo. Onorificenza che non poté ritirare nel 1991 perché prigioniera a Rangoon. Il 9 luglio comunque sarà in aula, pronta alla dura prova che attende l'opposizione in Parlamento: la battaglia per la riforma costituzionale. La Lnd vuole che siano aboliti i privilegi di cui ancora godono gli esponenti della vecchia élite in uniforme, a partire da quel 25% di seggi loro garantiti in Parlamento senza alcun mandato popolare. Sarà il momento della verità. Si capirà se il processo di cambiamento è maturo per produrre sbocchi democratici autentici oppure se si profila il rischio di un drammatico stop. Thein Sein, fautore delle riforme, gode della stima e della fiducia di Suu Kyi. Cameron e Hollande sono pronti a riceverlo. Ha fatto digerire alla casta militare il pluralismo, i diritti sindacali, l'allentamento della censura, la liberazione dei nemici politici. Molto più difficile convincere i suoi ex-colleghi nella tirannia e nella repressione, a fare harakiri, rinunciando ai vantaggi che sino ad ora sono stati loro preservati come pegno per non boicottare le riforme. La tua vita ci sarà d'esempio. Il tuo ricordo e il tuo amore saranno con noi per sempre. Il giorno 3 Luglio ci ha lasciato ERMES Geom. BERTANI di anni 86 Lo annunciano con dolore la moglie EDDA e la figlia ELSA. I funerali avranno luogo Mercoledì 4 Luglio alle ore 16,30 partendo dalle camere ardenti dell'Arcispedale Santa Maria Nuova per il cimitero di Villa Sesso. Il corteo funebre a piedi si formerà dal Mulino di Villa Sesso. Non fiori, ma offerte alla Scuola Comunale dell'infanzia " Martiri di Sesso" e o A.N.P.I. di Reggio Emilia. Si ringraziano anticipatamente quanti parteciperanno alla cerimonia. Un attentato kamikaze a Damasco dello scorso maggio FOTO ANSA-EPA VIRGINIALORI esteri@unita.it MONDO Inferno Siria, ecco i 27 lager della tortura Il rapporto di Human Rights Watch Abusi sessuali, acidi, bastonate: così il raìs «piega» i ribelli UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it Samantha, la prima italiana nello spazio La missione nel 2014 a bordo della Soyuz Samantha Cristoforetti l'astronauta italiana FOTO DI ALESSANDRO DI MEO/ANSA Birmania, il ritorno di San Suu Kyi accolto dall'amnistia Il presidente Thein Sein libera decine di oppositori politici La Nobel pronta alla sfida sulla Costituzione GABRIELBERTINETTO gbertinetto@unita.it 14 mercoledì 4 luglio 2012
LIBERITUTTI «BUONGIORNO, GENERALE. CHI LE SCRIVE SISENTEDIRETTAMENTECHIAMATOINCAUSA DALLE SUE ESTERNAZIONI alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri di Roma. Non so se sono io il graduato della Guardia di Finanza a cui si riferisce nel suo discorso che ha ammesso (come se si trattasse di una colpa) di essere gay. Forse sì o forse no, chissà. In ogni caso, caro Generale, eccomi qua, Appuntato Scelto della Guardia di Finanza Strati Marcello in servizio nel Corpo da 26 anni, attualmente a Como, al Gruppo di Ponte Chiasso, fiero di appartenere alle Fiamme Gialle. Servo il mio Paese con onestà e senso del dovere. Ah, dimenticavo, sono omosessuale». Inizia così la lettera che Marcello Strati indirizza a Clemente Gasparri, Vice Comandante dell'Arma dei Carabinieri, e che invia al nostro giornale. Oggetto della missiva alcune dichiarazioni che il generale avrebbe pronunciato in un intervento presso la Scuola Ufficiali dei Carabinieri di Roma a proposito dei carabinieri che dichiarano apertamente il proprio orientamento sessuale sui social network ma anche in merito ai recenti suicidi di alcuni militari. Le dichiarazioni, pubblicate su un quotidiano (Il fatto) sono diventate materia di una interrogazione parlamentare da parte dei radicali, che chiedono al ministro come intende intervenire nel caso in cui le frasi siano state davvero pronunciate. Sul caso sono intervenuti anche il Cocer e Polis Aperta, l'associazione di gay e lesbiche in divisa. Queste alcune delle dichiarazioni in attesa di conferma: «Ammettere di essere gay non è pertinente allo status di carabiniere», lo stesso ha la «responsabilità di lasciare pulito il posto occupato», «Gli omosessuali che ostentano la loro condizione, sono in sintesi tutti passeggeri sciagurati dell'antico treno, potenzialmente responsabili della sporcizia o del deragliamento». Marcello Strati con la sua lettera chiede al Generale di parlare con i militari gay per accorgersi che sono come tutti gli altri. Scrive l'appuntato: «Si, come Lei accenna, sono gay su Facebook e su Twitter, sono gay davanti ai miei amici e ai miei colleghi. Ho ammesso questa vergogna (perché Lei, Generale, sembra considerarla tale) già da parecchio tempo. In caserma sanno di me da circa 12 anni e, Le sembrerà strano, ma pare che ai colleghi e soprattutto ai miei Superiori gerarchici non interessi proprio nulla del mio orientamento sessuale». Poi l'appuntato spiega cosa significa per lui dire di essere gay. «Cosa vuol dire, come dice in un passaggio del suo discorso, che ammettere di essere gay non è pertinente allo status di Carabiniere? Io non vado in giro con un cartello appeso al collo con su scritto omosessuale né quando mi presento dico piacere, sono l'Appuntato scelto Strati e sono gay. Io cerco di essere quello che sono davanti a tutti senza dovermi più nascondere e comportandomi con naturalezza, cercando di dimostrare ai colleghi che non c è nulla di male nell'essere gay, che la vita sessuale di ciascun militare non condiziona in alcun modo l' attività operativa». FRASICOMEMACIGNI «Le sue affermazioni ci riportano indietro di decenni-prosegue-Il suo consiglio (e noi militari sappiamo benissimo cosa significa questo termine quando proviene da un Superiore) a non palesare il proprio orientamento sessuale è un macigno che cade in testa a quei militari che magari dopo tanta fatica e sofferenza interiore avevano deciso di uscire alla luce del sole. Di essere e di vivere finalmente la loro vera natura senza dover più fingere di essere quello che non sono. Sperando di essere giudicati non per chi si portano a letto o per chi amano ma solo in quanto buoni militari». «Non so se la conosce, Generale, ma in Italia esiste una associazione a cui sono fiero di appartenere, Polis Aperta, che è composta da appartenenti gay e lesbiche di tutte le Forze dell'Ordine e Forze Armate, inclusa la sua, che vivono serenamente e apertamente la propria condizione di gay in un ambiente militare o militarmente organizzato. Ci conosciamo tutti e siamo sparsi per la Penisola. Provi a conoscerci, Generale, provi a parlare con un suo militare gay e vedrà che si troverà di fronte ad un Carabiniere come tutti gli altri, con gli stessi pregi e gli stessi difetti. Non impedisca ad un suo militare di amare. Nessuno dovrebbe vergognarsi di quello che è. Io non sono fiero di essere gay, così come non sarei fiero di essere etero. Io sono fiero di essere quello che sono». L'APPUNTAMENTO È PER QUESTA MATTINA, ALLE 9.00 AL CERN DI GINEVRA. I RESPONSABILI DI ATLAS E CMS, DUE DEGLI ESPERIMENTI CHE VENGONO CONDOTTI CON LA MACCHINA PIÙ POTENTE DEL MONDO, Lhc, ci hanno dato appuntamento per un seminario scientifico cui seguirà una conferenza stampa. La sensazione è che abbiamo qualcosa di importante da dirci, dopo che lo scorso mese di dicembre avevano annunciato di aver raccolto, al termine di due anni di lavoro, una massa sufficiente di dati compatibili con la presenza del «bosone di Higgs» in una regione di massa compresa tra 124 e 126 GeV (miliardi di elettronvolt) e, dunque, pari a 120 volte la massa del protone. Una mole di dati considerata un serio indizio, ma non una prova. Ci avevano, dunque, rinviato all'estate per saperne di più. Ora l'estate è arrivata. E oggi, alla fine del seminario, ne sapremo di più. Gli scenari possibili sono due. Anche se hanno probabilità diversa. Uno è molto vicino alla certezza, l'altro molto lontano. Ma, prima di analizzarli in dettaglio, occorre ricordare perché la scoperta o meno del «bosone di Higgs» è così importante. E perché oggi, comunque vada, ci troveremo di fronte a una delle notizie più importanti degli ultimi decenni in fisica. Il motivo è molto semplice. Sono passati quasi cinquant'anni da quando i fisici hanno elaborato il «Modello standard della fisica delle alte energie», una teoria in grado di spiegare la gran parte dei fatti noti a livelli microscopico. L'idea, corroborata da una serie enorme di misure sperimentali, che ci siamo fatti è che lo zoo delle particelle subatomiche è composto da tre famiglie di leptoni (i cui membri più noti sono gli elettroni e i neutrini) e tre famiglie di adroni (vari tipi di quark). Gli adroni risentono dell'interazione forte, quella che tiene uniti i quark nei nuclei atomici. I leptoni non risentono dell'interazione forte. A proposito di forse, secondo il Modello standard nell'universo è riempito da 4 campi di forze fondamentali (interazione elettromagnetica, interazione debole, interazione forte e gravità), che agiscono sulle particelle elementari (leptoni e adroni) mediante l'ausilio di altre particelle: le «particelle messaggero». Le particelle messaggero dell'interazione elettromagnetica, per esempio, sono i fotoni. I fisici sono convinti che le quattro forze siano in realtà espressione diversa di un'unica interazione fondamentale. E da sempre cercano le prove di questa unità. Il più grande successo in questo senso l'hanno ottenuto Carlo Rubbia, con un famoso esperimento effettuato proprio al Cern che gli è valso il premio Nobel, quando ha dimostrato che il Modello Standard aveva visto giusto nel prevedere che l'interazione elettromagnetica e l'interazione debole sono espressione diversa di un'unica forza, battezzata interazione elettrodebole, le cui «particelle messaggero» sono tre «bosoni intermedi»: W+, W- e Z0. Il quadro teorico non è tuttavia completo. Molti sono i punti critici. Il principale è che esso prevede l'esistenza di un nuovo campo di forze, il «campo di Higgs», la cui particella messaggero è, appunto, il «bosone di Higgs». La particella che conferisce una massa alle altre. Ecco perché da alcune decine di anni i fisici cercano, senza successo, il «bosone di Higgs». Assurto, ormai, a Santo Graal della fisica delle alte energie. Ecco perché la comunità internazionale ha investito alcuni miliardi di euro per costruire Lhc, il cui scopo principale è appunto «catturare» l'inafferrabile bosone. A dicembre gli esperimenti Atlas e Cms hanno portato qualche indizio. Serio, ma statisticamente insufficiente. Ora sono in grado di sciogliere l'arcano. È molto probabile che questa mattina i responsabili dei due esperimenti confermeranno di aver finalmente catturato il «bosone di Higgs» e quindi di aver ottenuto la prova definitiva che il Modello Standard è la teoria giusta per spiegare i fenomeni noti in fisica delle alte energie. Ma se, per caso, i responsabili di Atls e Cms allargheranno le braccia e diranno di non aver ottenuto prove sufficienti per confermare la presenza del bosone, allora tutto dovrebbe essere messo in discussione. E i fisici dopo cinquant'anni sarebbero costretti a «fare a meno del Modello Standard». Vada come vada, la data di oggi, 4 luglio 2102, sarà segnata in rosso nella storia della fisica. delia.vaccarello@tiscali.it CULTURAESOCIETÀ «Sonounfinanziere omosessuale.Generale, perchéci insulta?» Agguato alBosone Probabilmenteoggiarriverà laconfermadellacattura GinevraLascopertadella particellaproverebbeche il ModelloStandardè la teoria giustaperspiegare i fenomeni noti in fisicadellealteenergie PIETROGRECO pietrogreco011@gmail.com Gli associati di «Polis Aperta» sfilano al Pride Cern:un'immaginedal laboratorio diGinevra EPA/ANSA Letteraaperta diMarcelloStrati al superiore:«Incontri i militarigayecapiràche siamocomeglialtri» DELIAVACCARELLO U: 18 mercoledì 4 luglio 2012
La presentazione del bilancio sociale come occasione per ribadire «con orgoglio di esserci confermati il patronato più grande al mondo e di essere stati in grado, in un momento di crisi, di mantenerci come un presidio di legalità e un mediatore sociale fondamentale per i lavoratori». Morena Piccinini, presidente dell'Inca Cgil, non nasconde la soddisfazione. Sedi in quasi tutto il mondo, dal Canada all'Australia, dall'Africa alla Romania, dove si sta per aprire con la Fillea un ufficio. Piccinini,viconfermateilprimopatronatoma il vostro ruolo ècambiato? «Il bilancio sociale che abbiamo presentato fotografa proprio come in questi ultimi anni sono cambiati i rapporti e i bisogni delle persone. Dei 5 milioni di contatti e i 2 milioni di pratiche del 2011 abbiamo registrato un calo enorme di quelle che riguardano le pensioni e, in parallelo, un aumento enorme di quelle legate al sussidio al reddito (domande per cassa integrazione, mobilità, disoccupazione) che sono aumentate del 48 per cento. La richiesta di tutela della precarietà e, ahinoi, per la povertà verso enti pubblici e locali». Maancheglientipubblicisistannoriorganizzando... «E difatti l'altro cambiamento deriva proprio dai forti tagli che hanno riguardato, ad esempio, l'Inps con la chiusura di tanti sportelli al pubblico. Noi, come patronato, ci facciamo carico svolgendo un ruolo di vero mediatore culturale». Voi siete fra l'altro siete stati fra i primi a denunciare, fin da febbraio, lo scandalo degli esodati. Il governo ora ammette il problema, ma non trova le soluzioni per risolverlo... «Su questo fronte continuiamo a registrare la richiesta spasmodica delle persone che chiedono certezze. E invece il governo pasticcione non è ancora in grado di darle, siamo ancora in una situazione di precarietà del diritto, ma posso dirle che la nostra stima sull'entità delle persone coinvolte è molto più alta dei dati forniti anche dall'Inps: per noi sono 400mila». MoltiviaccusanodiprosperaresulleinefficienzedelloStato,disfruttareitaglidel governo e quindi di non opporvi neanchetroppoai tagli stessi... «È una vulgata falsa e che va capovolta. Il patrocinio che forniamo ai lavoratori è gratuito e invece il governo Berlusconi ha tagliato di 90 milioni il fondo per i patronati. Noi ci siamo fatti carico di un aumento del carico di lavoro fortissimo e la Cgil si è fatta carico di un onere rilevantissimo a causa di quei tagli. Oggi quindi vogliamo ribadire che chiunque pensi di tagliare ulteriormente quel fondo, deve sapere che i tagli ricadrebbero sugli enti». Nelfrattempoinvecenasconocomefunghinuovipatronatipocotrasparentiche offrono servizi diretti a lavoratori e pensionati... «Sì, c'è un “faccendariato” molto poco trasparente che manovra in maniera losca chiedendo ad esempio ai pensionati il Pin dell'Inps. Ebbene, anche per questo i nostro patronati sono garanzia e presidio di legalità». «Se le attuali capacità di assorbimento in Europa rimangono tali per i prossimi 24-36 mesi rispetto alle necessità, c'è almeno uno stabilimento extra in Italia». La notizia arriva in serata, direttamente dall'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, che parla a margine della presentazione della nuova 500L. «Se riusciamo a indirizzare la capacità produttiva verso l'America questo problema scompare - continua - ma ci serve la tranquillità di produrre in Italia». Prima di lui avevano già parlato i dati: negli Usa le vendite vanno molto meglio che in Italia. Non solo: sale anche la quota Fiat in Chrysler, con il Lingotto che esercita l'opzione di acquisto da Veba su una quota del 3,3% del gruppo Usa e sale al 61,8% del capitale. L'asse di Fiat, insomma, è sempre più oltreoceano. Nel dettaglio: continuano ad aumentare le vendite americane di Chrysler, del 20% a giugno rispetto a un anno fa. E per la Fiat 500 è record assoluto: le vendite sono schizzate del 122% dal giugno 2011. Tanto che nel primo semestre (20.706 in termini assoluti le 500 piazzate) hanno già superato quelle dell'intero 2011 (quando però risultarono ben al di sotto delle aspettative), l'anno in cui, nel mese di marzo, il modello Fiat venne lanciato sul mercato Usa. In generale è il 27esimo mese consecutivo che le vendite del gruppo negli Usa sono in aumento, con un incremento del 24% nel secondo trimestre 2012. Tutti i brand del gruppo hanno contribuito: oltre a Fiat anche Chrysler (+63%), Jeep (+23%), Dodge (+2%) e Ram Truck. Il mercato Usa si sta risollevando e, guardando all'Europa, anche in Germania l'auto è ripartita, con un +3% a giugno sul 2011 (anche se gli ordinativi sono in calo, quindi è presumibile un arresto nel secondo semestre). I dati di giugno fanno salire dell'1% circa le vendite complessive del primo semestre 2012 rispetto al 2011, con oltre 1,6 milioni di auto immatricolate. A fronte di una, pur parziale, ripresa del settore sia in Usa sia in Europa, l'Italia è l'eccezione negativa: a giugno non si inverte la tendenza avviata da mesi e si registra un crollo del 24,42% (Fiat a -23,38%) che, secondo le previsioni, a fine anno farà scendere il mercato ai livelli del 1979 con ricadute pesanti anche sui conti pubblici in termini di mancato incasso dell'Iva per 2,3 miliardi. Nel periodo gennaio-giugno 2012, infatti, sono state immatricolate 814.179 auto, in flessione del 19,73% rispetto al periodo 2011. E il modello più venduto resta, ancora una volta, la Panda. «È un problema di prodotti: Fiat è l'unico produttore europeo senza nuovi modelli dice Giorgio Airaudo, responsabile auto per la Fiom Cgil - Anche negli Stati Uniti sono stati lanciati una decina di nuovi prodotti e nuove versioni. Il Lingotto invece si difende arretrando: l'idea di Marchionne che la crisi sarebbe durata poco, e che solo una volta finita avrebbe avuto senso lanciare nuovi modelli, si sta rivelando totalmente sbagliata. E i dati sono il risultato del combinato di politiche da parte dei governi che comprimono la domanda e mancanza di strategia per il mercato italiano da parte di Marchionne». Una situazione drammatica - tra l'andamento delle vendite Fiat in Italia, le tre nuove settimane di cassa integrazione agli Enti centrali di Mirafiori e il lancio della nuova 500L - che sarà al centro della manifestazione organizzata dalla Fiom torinese questa mattina. ECONOMIA «Inca Cgil, il patronato più grande al mondo» L'amministratore delegato Fiat, Sergio Marchionne FOTO ANSA Fiat pronta a chiudere una fabbrica in Italia L'annuncio di Marchionne: «Se il mercato Ue non cambia sarò costretto» 500, schizzano le vendite in Usa LAURAMATTEUCCI MILANO L'INTERVISTA MorenaPiccinini Lasoddisfazionedel presidente: ilpatrocinio cheforniamoai lavoratori ègratuito,Berlusconiciha tagliatodi90milioni il fondo,maandiamoavanti MASSIMOFRANCHI ROMA QUANTA ENERGIA C'È IN UN ATTIMO? 50.enel.com 50 ANNI DI ENERGIA, MILIONI DI ATTIMI INSIEME. E MOLTI ALTRI ANCORA DA CONDIVIDERE. 10 mercoledì 4 luglio 2012
Sulla revisione della spesa il governo non scopre le cifre con i presidenti di Regioni e Province e con i sindaci, e tantomeno con i rappresentanti sindacali. Ma i numeri ci sono eccome, e sono pesantissimi: 25 miliardi da reperire da oggi al 2014. Tutto sulle spalle di dipendenti pubblici, delle amministrazioni centrali e periferiche, e della spesa sanitaria. All'inizio del lavoro Piero Giarda non aveva superato la soglia di 17 miliardi nel triennio, ma il terremoto, la questione esodati e l'andamento degli spread hanno imposto un intervento più pesante. Anche se Mario Monti insiste: «non è una manovra, ma un'operazione strutturale. Siamo contrari a tagli lineari fatti con l'accetta». Ma sul tavolo a Palazzo Chigi non si visto nessun piano analitico, il «bisturi» che il premier ha promesso di utilizzare non si è visto. Cosa che ha fatto balzare sulle barricate sia i sindacati che gli amministratori locali. Sta di fatto che dal blocco di stipendi dei dipendenti pubblici (che non sembrano «sprechi»), da prepensionamenti e mobilità per il 20% dei dirigenti e il 10% dei dipendenti, la riduzione dei permessi sindacali del 10% per gli statali a partire da gennaio del 2013, dal taglio dei fondi per la sanità (già decurtati di 8 miliardi in tre anni) si dovranno reperire le risorse per evitare l'aumento dell'Iva, salvaguardare gli esodati e affrontare l'emergenza terremoto. Per il solo 2012 si punta a recuperare circa 8 miliardi. Monti avrebbe riferito alle parti sociali che per ora si troveranno le risorse per evitare l'Iva soltanto del 2012 (4,2 miliardi), per il 2013 si vedrà. Il decreto è atteso per venerdì: in tempo per presentarsi di nuovo a Bruxelles con i conti a posto, nel momento in cui si scriveranno le regole tecniche del fondo salva-spread. L'intervento fa parte di un piano in tre mosse. La prima è già stata varata con il decreto limitato al ministero dell'Economia, che contiene anche indicazioni sulla razionalizzazione delle società degli enti locali. Il secondo step avverrà in questa settimana, con l'intervento sui pubblici e sulla sanità, mentre l'ultimo gradino arriverà a fine luglio, e riguarderà l'accorpamento dei piccoli Comuni e la riorganizzazione delle Province. L'Anci ha fatto richiesta di anticipare la manovra sui piccoli Comuni, perché a fine luglio sarebbe troppo tardi per modificare l'articolo 16 del Salva-Italia sull'unione dei centri sotto i mille abitanti. In ottobre, poi, arriverà la legge di Stabilità: in quella sede si dovrebbero reperire ulteriori risorse per evitare l'aumento dell'Iva, anche parziale, dal 2013. PUBBLICI Il pubblico impiego è un territorio minato per il governo. Il ministro Filippo Patroni Griffi ha assicurato che si procederà alla riduzione del personale della Pubblica Amministrazione solo dopo «la verifica delle piante organiche e solo dopo sarà possibile selezionare e modulare l'intervento di riduzione attraverso la mobilità di due anni». Insomma, il governo non agirà unilateralmente. Ma da ora a fine settimana i tempi sembrano davvero stretti per sperare in un'intesa. Vero è che il ministro indica tempi più lunghi. Per lui la deadline è ottobre, quando l'intera organizzazione del personale verrà rivista. l'intervento dovrebbe riguardare circa 2,2 milioni di lavoratori, visto che la scula sembra esclusa. In sostanza si studieranno accorpamenti e possibili trasferimenti di personale. Solo dopo si procederà all'effettiva quantificazione di esuberi reali (quel 10% si riferisce alla pianta organica sulla carta). Per le eccedenze si profilerebbero due percorsi: il pensionamento con i vecchi requisiti del contributivo per chi è vicino alla pensione (ma il Tfr sarà versato solo quando si saranno raggiunti i requisiti previsti dalla riforma Fornero), e per gli altri la mobilità, che vuol dire due anni con una riduzione dello stipendio all'80%. I sindacati hanno sollevato da subito una questione di diritto. Nella stessa platea di lavoratori, magari con la stessa anzianità contributiva e la stessa età anagrafica, si profilerebbero così due diversi trattamenti: chi è individuato come esubero avrà la pensione (magari non volendo andarci), gli altri saranno costretti a restare al lavoro con le nuove regole. SANITÀ Ancora da definire il pacchetto sanità. Il piano elaborato da Renato Balduzzi (senza interventi sui servizi) prevedeva risparmi di 1 miliardo per quest'anno e di due per ciascuno dei prossimi due anni (5 miliardi in totale). Con l'aumento della manovra complessiva, sicuramente il taglio lieviterà almeno a 3 miliardi per ciascun anno (totale 8 miliardi). Secondo una bozza circolata in serata, ma non confermata dal ministero, si sarebbe pensando a un taglio di circa 30mila posti letto, con la chiusura dei piccoli ospedali. Il piano Bondi poi dovrebbe consentire acquisti più vantaggiosi, soprattutto sulla logistica (pasti, lenzuola, ecc). Ci si sarebbe presi una pausa di riflessione sul fronte dei farmaci, dopo la levata di scudi di farmacie e case produttrici. Ma sul fronte delle spese sanitarie è ancora nebbia fitta: è possibile che anche sui vecchi tagli vengano fatte delle revisioni. Una cosa è certa: i presidenti di Regione hanno fatto barricate. «Dicano chiaramente che vogliono ridurre i livelli essenziali di assistenza (lea)», dichiara all'uscita di Palazzo Chigi Roberto Formigoni. «Nessuno toccherà i lea», fanno sapere dal ministero di Balduzzi. Oggi è in programma il primo incontro ministro-Regioni. Pagano gli statali Tagli per 25 miliardi BIANCADIGIOVANNI ROMA Ecco le principali misure previste dalla bozza sulla spending review. Blocco degli stipendi: per due anni, dal 1 gennaio 2013 al 31 dicembre 2014, lo stipendio dei dipendenti delle società pubbliche non potrà superare quello del 2011. Ridotte le assunzioni: le «facoltà assunzionali» sono ridotte al 20% per tutte le amministrazioni nel triennio 2012-2014, del 50% nel 2015 e del 100% a decorrere dal 2016. Sono anche sospesi i concorsi per l'accesso alla prima fascia dirigenziale, non oltre il 31 dicembre 2015. Pianta organica ridotta: estensione a tutte le amministrazioni pubbliche della riduzione delle piante organiche attraverso un taglio del personale del 10% per i dipendenti e del 20% per i dirigenti. E, tra le ipotesi formulate dal governo, anche l'eventualità di derogare dalla riforma Fornero sulle pensioni mandando in pensionamento anticipato obbligatorio i dipendenti e i dirigenti che abbiano realizzato i requisiti previsti dalle vecchie regole, entro il 31 dicembre 2013. Riduzione dei permessi sindacali del 10% a partire da gennaio 2013. Ferie obbligatorie per una settimana a Ferragosto, Natale e Capodanno. Sarà vietato monetizzare su ferie, riposi e permessi non goduti. Buoni pasto: non potranno superare i 7 euro, a partire dal 1 ottobre. Fondi Università: 200 milioni in meno dal 2013. Fondi alle scuole non statali: arrivano fondi per 200 milioni. Riduzionedelle Province entro 20 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto. La redistribuzione degli obiettivi del patto di stabilità interno tra gli enti «è operata a invarianza del contributo complessivo». Meno risorse alle Regioni: ridotte di 700 milioni per il 2012 e di 1 miliardo a decorrere dal 2013. Esodati: salvati altri 55mila rispetto ai 65mila già interessati. Riduzione compensi Caf: il compenso scende a 13 euro per ciascuna dichiarazione elaborata e trasmessa e a 24 euro per l'elaborazione e la trasmissione delle dichiarazioni in forma congiunta. Il decreto riduce anche del 10% i trasferimenti a favore dei patronati. Uso gratuito beni pubblici per lo Stato di beni di proprietà degli enti territoriali e viceversa. Blocco delle tariffe fino al 31 dicembre 2013. Dimezzata spesa auto blu nel 2013 rispetto al 2011. Presidenza del Consiglio: si annuncia un taglio per 15 milioni al 2013, 5 dei quali già quest'anno, 10 il prossimo. Sanità: 30mila posti letto in meno in ospedale, con un rapporto di 3,7 posti letto per mille abitanti contro gli attuali 4,2. In sostanza, i posti letto passeranno da 252mila a 222mila. Taglio del 5% per l'acquisto di beni e servizi. Fondo sanitario: tre miliardi in meno in due anni, un miliardo per il 2012 e due per il 2013. Farmacie: l'ulteriore sconto dovuto dalle farmacie convenzionate è rideterminato al valore del 3,65% (fino al 31 dicembreal 6,5%). Per il 2012 l'onere a carico del Servizio sanitario nazionale per l'assistenza farmaceutica territoriale è rideterminato nella misura del 13,1%. Mentre dal 2013 questo stesso tetto è ulteriormente abbassato all'11,5%. A decorrere dal 2013, «gli eventuali importi derivanti dalla procedura di ripiano sono assegnati alle Regioni, per il 25%, in proporzione allo sforamento del tetto registrato nelle singole Regioni e, per il residuo 75%, in base alla quota di accesso delle singole Regioni al riparto della quota indistinta delle disponibilità finanziarie per il Servizio sanitario nazionale». Radio e Tv locali: contributi ridotti di 30 milioni a decorrere dal 2013. Missioni di pace: meno 8,9 milioni già per quest'anno. Polizia: i dipendenti delle forze di polizia di età inferiore a 32 anni, salvo casi eccezionali, devono essere utilizzati a servizi operativi. Nell'ambito della riduzione delle spese per il personale (articolo 14), «le strutture interessate dalla limitazione delle assunzioni previste adottano misure per destinare a servizi operativi un numero di unità di personale non inferiore a quello corrispondente alle minori assunzioni da esso derivanti». Liquidatori: i commissari liquidatori di enti pubblici potranno avere un incarico non superiore ai 3 anni, che potrà essere prorogato una sola volta per un periodo massimo di 2 anni, quindi per complessivi 5 anni. Uranio impoverito: viene dimezzato il fondo per le vittime dell'uranio impoverito, meno 10 milioni per il 2012. In origine il fondo era superiore ai 21 milioni di euro, di cui 9 già erogati, su oltre 600 domande di risarcimento da parte dei familiari di militari e civili impegnati nelle missioni italiane ammalati o morti per gli effetti letali dell'uranio impoverito. Strade sicure: per l'operazione «strade sicure» autorizzata la spesa di 72,8 milioni nel 2013. Autotrasporto: per il settore vengono destinati 200 milioni per il 2013. Enti: riorganizzati Cnr, Infn e Ingv, cancellati altri istituti. Sono soppressi l'Istituto nazionale di ricerca metrologica, la Stazione zoologica Anton Dohrn, l'Istituto italiano di studi germanici e l'Istituto nazionale di alta matematica. Sopresso anche l'Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale, quello di astrofisica e il Museo storico della fisica e centro di studi e ricerche «Enrico Fermi». L'ITALIAELACRISI Monti sulla spending review: non useremo l'accetta Ma per i pubblici 10% di personale in meno Il Piano sulla sanità: nel triennio meno spese per otto miliardi, uno da subito . . . La manovra è lievitata di 8 miliardi. Per terremoto, spread e la copertura dei 55mila esodati . . . Oggi il ministro Balduzzi incontra le Regioni per definire i primi interventi Si toglie all'università e si dà alle scuole private LA. MA. MILANO Sacrifici per i pubblici: stipendi bloccati fino al 2014 30mila posti in meno negli ospedali 2 mercoledì 4 luglio 2012
Novecentoventisei firme false «Per la Lombardia» di Roberto Formigoni e per la lista Pdl alle provinciali. È l'ipotesi investigativa che ha spinto il procuratore aggiunto milanese Alfredo Robledo a chiedere il rinvio a giudizio per falso ideologico del presidente della provincia di Milano, Guido Podestà, nel 2010 coordinatore regionale del Pdl e per questo chiamato a rispondere della presunta falsificazione delle firme utili a far concorrere alle elezioni regionali di due anni fa il «listino bloccato» del governatore. Insieme al presidente della Provincia, la procura ha chiesto il rinvio a giudizio di altre nove persone, tra le quali Clotilde Strada, collaboratrice del consigliere regionale Nicole Minetti - eletta nel listino bloccato - e all'epoca dei fatti contestati responsabile del Pdl per la raccolta delle firme. È Strada in un interrogatorio del 24 novembre del 2011 a riferire ai pm milanesi le «disposioni» che Podestà le avrebbe dato il giorno prima della scadenza dei termini per la presentazione delle liste: «Non si era raggiunto il numero minimo di firme necessarie (...). Non sapendo cosa fare chiamai Podestà, essendo lui il responsabile politico (...)». «Mi guardò e mi disse: “Avete i certificati elettorali, usateli”. Del resto - continua la Strada, che riferisce quanto le avrebbe detto Podestà - sarebbe difficile sostenere il rinnovo dei contratti (intendeva i contratti di noi collaboratori del partito, in scadenza al tre giugno 2010) se ci saranno dei problemi sulla presentazione delle liste”. Io gli risposi “Va bene” (...)». Il presidente della Provincia aveva già detto al pm Robledo di non essersi mai occupato «del problema della raccolta delle firme». E ieri ha ribadito: «Sono assolutamente estraneo, lo dico adesso e lo dirò sempre in futuro. Non ho dubbi che si acclarerà la mia estraneità assoluta, spero che non vi sia un rinvio a giudizio. Io resto una persona che ha fiducia nella giustizia». Mentre in riferimento alle parole della sua ex collaboratrice, l'esponente del Pdl ricorda che «nessuno mi disse che c'era un problema, c'era un clima disteso, quasi euforico quando ho lasciato quella sala, altrimenti non l'avrei lasciata». A Podestà è arrivata la solidarietà del governatore Formigoni, in questi giorni nella bufera politica per le inchieste sul Pirellone, che comunque scarica da sè ogni ipotetica responsabilità: la vicenda, dice il governatore, «conferma che non è il candidato presidente responsabile della raccolta firme ma il partito: sono convinto che risulterà che il partito ha fatto le cose correttamente». Idv e Sel chiedono le dimissioni di entrambi i politici lombardi. L'inchiesta era nata dall'esposto dei Radicali che si erano presentati in procura con tre scatoloni con dentro oltre 500 firme da loro ritenute false. Una perizia dei pm aveva poi dimostrato che la maggior parte delle persone che risultava sulla lista disconosceva la propria firma. L'udienza preliminare è prevista per il 12 ottobre. Chi con le stampelle, chi sulle proprie gambe, chi accompagnato da medici e infermieri, i pazienti del Dea e di alcuni reparti del Policlinico Umberto I, si sono precipitati fuori, ieri pomeriggio. A spingerli fuori la paura per un principio di incendio e per lo sprigionarsi di un denso fumo nero dalle gallerie dell'ospedale. È stato il fumo a creare allarme fra i 16 pazienti di neurochirugia, i primi ad essere evacuati poco prima delle 18 di ieri pomeriggio. Poi c'è stata la decisione di evacuare circa 50 persone del pronto soccorso, in via precauzionale, ha detto il direttore Claudio Modini. «Io personalmente - ha spiegato il medico - non ho visto fiamme, ma solo fumo, incrementato anche dai sistemi antincendio che hanno funzionato alla perfezione». La chiusura del Dea ha comportato il blocco di alcune ore degli accessi del 118, e le persone che avrebbero dovuto essere portate, per zona di competenza, al policlinico universitario, sono state dirottate in altre strutture. La polizia, intanto, cerca di stabilire la causa del principio di incendio. Sembra probabile che si sia trattato di un corto circuito ad un gruppo elettrogeno, ma alcuni degenti hanno ipotizzato l'esplosione di una bombola di ossigeno. I vigili del fuoco hanno lavorato a lungo per far diradare il fumo dai corridoi sotterranei dove, comunque, non sembra che si siano sprigionate fiamme. «Abbiamo avuto paura dopo aver visto il fumo, non sapevamo cosa stesse succedendo», hanno raccontato i malati seduti sui muretti all'esterno del Pronto Soccorso. Tra loro un signore con entrambi i polsi ingessati e la flebo ancora attaccata al braccio, un'anziana in vestaglia su una sedia a rotelle ed anche un ragazzo che si accompagna con le stampelle per i postumi di un incidente con lo scooter. «Una signora del reparto accanto si è accorta del fumo che stava uscendo dal Dea - racconta - io non ho avuto molta paura ma mia madre sì». Il senatore Ignazio Marino ha espresso solidarietà a pazienti, medici, personale infermieristico. «Gli ultimi investimenti sull'ammodernamento nelle strutture sanitarie li ha fatti il governo Prodi, un'era glaciale fa». Le camere a gas? «Non ho nessun mezzo per poter affermare o negare» che siano esistite. È la frase più celebre di Luca Romagnoli, esponente di Fiamma Tricolore, già europarlamentare e inquilino della Casa delle Libertà alle politiche del 2006, tornato in queste ore sulla ribalta come organizzatore del meeting neofascista in programma a Milano per il fine settimana. Tra venerdì e sabato si ritroveranno all'hotel “Michelangelo” vari rappresentanti di movimenti e partiti di estrema destra, anche razzisti e xenofobi, riuniti sotto l'«Alleanza Europea dei Movimenti Nazionali», associazione nata nel 2009. Sono attesi, tra gli altri, gli inglesi del BritishNationalParty, i francesi del FrontNational di Marine Le Pen, gli ungheresi di Jobbik (terzo partito al Parlamento di Budapest), gli sloveni di Slovenska Nacionalna Strankae i portoghesi del PartidoNacional Renovador. Non sono annunciati i greci di Alba Dorata, famosi per le recenti performance elettorali ma anche per le botte in diretta televisiva ai colleghi di altri partiti. Il programma prevede due giorni di dibattito, il primo a porte chiuse, il secondo aperto e dedicato all'attualità della «Crisi dell'Europa e dell'euro». Un tema molto caro ai partiti dell'Alleanza di destra, che immaginano per il Vecchio Continente una politica diversa da quella di oggi. In città cresce il malumore per l'evento: l'Anpi, la Cgil, i movimenti e le associazioni riunite nella Rete Antifascista milanese, sono contrarie dal raduno. Per questo nei giorni scorsi hanno chiesto al questore di impedire la manifestazione e ai partiti e al sindaco di esprimere pubblicamente la propria contrarietà. Ieri Giuliano Pisapia ha ricordato su Facebook come «ancora una volta Milano, Medaglia d'oro della Resistenza, si ritrova ad ospitare un convegno di organizzazioni che, in un momento di crisi, fondano la loro politica istigando all'odio e amplificando inaccettabili discriminazioni razziali, sessuali e religiose». Il sindaco scrive «ancora una volta» perché appena nel 2009 il capoluogo lombardo si ritrovò a dover ospitare un altro meeting di gruppi neofascisti invitati, sempre al chiuso di un hotel, da Forza Nuova. L'incontro fu anticipato dalle polemiche sull'atteggiamento assunto dall'allora sindaco Letizia Moratti: «Se le manifestazioni sono manifestazioni di idee, e non diventano un problema di ordine pubblico - diceva Moratti - non me la sento di intervenire. Siamo in una città in cui ciascuno deve poter esprimere le proprie opinioni». Pisapia affida il suo pensiero alla rete internet: «Auspico fortemente che sia oggi che in futuro, a fronte di eventi simili, venga effettuato ogni necessario ed approfondito controllo da parte delle autorità competenti dell'avvenuto rispetto della Legge Mancino», che punisce le discriminazione di tipo razziale, etnico e religioso. ILMINISTROINTERVENGA «Mi riconosco nelle parole espresse dal sindaco», commenta Emanuele Fiano, responsabile forum Sicurezza del Partito democratico, che ieri ha presentato un'interrogazione al ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri: «Chiederò di sapere se sussistano i presupposti di salvaguardia dell'ordine pubblico per lo svolgimento di tale manifestazione. Ovviamente - aggiunge il deputato - a posteriori sarà necessario verificare se nel corso di tale incontro verranno commessi reati ascrivibili alla legge Mancino o altri legati all'apologia di fascismo». L'Anpi si dice «indignata». L'associazione nazionale dei partigiani non nasconde la propria preoccupazione per il «rifiorire di formazioni neofasciste e neonaziste in Europa». Un'onda, aggiungono i partigiani, «cresciuta trasversalmente da Est a Ovest». Magari in modo diverso da Paese a Paese, ma con scelte simili «da parte dei partiti o movimenti di scagliarsi, in primo luogo, contro un nemico esterno, di volta in volta identificato nei rom, nei gay, negli ebrei, nei musulmani o negli stranieri in genere». ROMA G.VES MILANO Fiamme all'Umberto I Evacuato il Pronto Soccorso Fascisti da tutta Europa a Milano La bandiera con la svastica esposta domenia al Circo Massimo a Roma FOTO OMNIROMA Una petizione per chiedere che vengano modificate le norme in modo che i condannati in via definitiva, anche a meno di 4 anni, siano automaticamente allontanati dalle forze dell'ordine, a cominciare dai quattro poliziotti riconosciuti colpevoli dell'omicidio di Federico Aldrovandi. A lanciarla il comitato “Verità per Aldro” e la famiglia del diciottenne ucciso a Ferrara il 25 settembre 2005 durante un controllo di polizia. Per la morte del ragazzo il 21 giugno è arrivata la sentenza definitiva della Corte di Cassazione per cui i quattro poliziotti sono stati condannati a 3 anni e 6 mesi ognuno, in via definitiva. Nella petizione viene inoltre richiesto che vengano determinate urgentemente modalità di riconoscimento degli appartenenti delle forze dell'ordine in servizio, come avviene peraltro in molti paesi europei. Si chiede pure il rispetto della Convenzione delle Nazioni Unite del 1984 contro la tortura e le altre pene o trattamenti inumani, crudeli o degradanti, ratificata dall'Italia nel 1988, introducendo anche nell'ordinamento italiano il reato di tortura. Fra le prime adesioni, oltre a quelle dei genitori di Federico Patrizia Moretti e Lino Aldrovandi, quelle di Haidi e Giuliano Giuliani, Ilaria Cucchi, Lucia Uva, Rudra Bianzino e Domenica Ferulli, Don Andrea Gallo, il presidente nazionale dell'Arci Paolo Beni, il segretario nazionale di Rifondazione Comunista ed ex ministro Paolo Ferrero e gli ex sottosegretari alla Giustizia Luigi Manconi e Franco Corleone, l'attore Valerio Mastrandrea e gli scrittori Erri De Luca, i Wu Ming, Valerio Evangelisti e Girolamo De Michele e l'autore del documentario “È stato morto un ragazzo” Filippo Vendemmiati. Aldrovandi, una petizione per chiedere la rimozione dei poliziotti Guido Podestà, presidente Provincia di Milano FOTO DI GIAN MATTIA D'ALBERTO/LAPRESSE Firme false per Formigoni «Podestà va processato» ITALIA L'incontro previsto per il fine settimana è organizzato da Romagnoli della Fiamma Tricolore Le proteste Anpi e Cgil contro il raduno Pisapia: «Oltraggio alla città e alla Resistenza» GIUSEPPEVESPO MILANO . . . Fiano (Pd) alla ministra Cancellieri: rischi per l'ordine pubblico, si valutino eventuali reati . . . Il presidente della Provincia accusato di falso ideologico: 926 i nomi senza corrispondenza mercoledì 4 luglio 2012 13
24 mercoledì 4 luglio 2012
Nessun documento, niente cifre, nessun tempo certo. Se enti locali e sindacati se lo aspettavano e non si sono sorpresi per la non-trattativa con il governo, sono rimasti invece colpiti da come nella sala Verde di Palazzo Chigi ministri e commissari non hanno voluto scientemente mostrare le carte della spending review. Come in una partita a poker Monti, Grilli e Bondi si sono volutamente limitati a dare indicazioni generali, limitandosi ad annotare le reazioni ad ogni provvedimento abbozzato da parte delle controparti sociali. Da qui il fastidio di Cgil, Cisl, Uil e Ugl per una riunione in cui non è stata fornita alcuna cifra reale e non è stato spiegato alcun provvedimento in modo dettagliato. E molti pensano che neanche la data di venerdì, indicata per il varo del primo decreto, verrà rispettata. Più articolato il giudizio degli enti locali, Comuni in testa. Pur ammettendo «che i criteri generali sono condivisibili, anche se molte cose le abbiamo già fatte, non sappiamo quale sarà l'entità del taglio e questo crea un'incertezza insostenibile», spiega Graziano Del Rio, presidente dell'Anci, l'associazioni dei Comuni. Lo stesso Del Rio ha poi chiarito la volontà dei Comuni di collaborare anche se «non ci sono stati i numeri di questa spending review». «Il governo ha fretta - ha aggiunto Del Rio - ma per noi era opportuno continuare a stare insieme per trovare una quadra» ed è proprio per questo i Comuni non hanno apprezzato la volontà del governo di non riconvocarli: «È grave perché è un metodo che non ci piace. Il governo si assuma le sue responsabilità». Indispettiti per lo sgarbo della mancata concessione della sala stampa per la conferenza di rito, enti locali (prima, nella mattinata) e sindacati (poi, nel pomeriggio) hanno lasciato Palazzo Chigi con le facce parecchio scure. Se, alla vigilia, il più duro fra i sindacalisti era stato Raffaele Bonanni, tanto da infrangere il tabù Cisl dello sciopero, dopo l'incontro di palazzo Chigi il più diretto nell'attaccare il governo e dare per scontata la mobilitazione generale è Luigi Angeletti. Il segretario generale della Uil è parso determinato: «Non credo si possa evitare lo sciopero generale se ci saranno solo tagli lineari», come quelli annunciati sui dipendenti pubblici. «Siamo assolutamente insoddisfatti, il governo ha fatto solo un elenco di tagli che per noi è rimasto un elenco di intenzioni, l'unica cosa su cui sono stati chiari è la riduzione del personale del 10% nella pubblica amministrazione», ha spiegato Angeletti. Per la Cgil rimane «lo stato di mobilitazione delle categorie e continuiamo a dire che si continuano a fare interventi che sono tutt'altro rispetto a quello di cui ci sarebbe bisogno e cioè produrre occupazione e non disoccupazione», spiega all'uscita Susanna Camusso. «Abbiamo trovato un governo criptico e reticente, ci sono solo annunci di tagli lineari. Il metodo mi pare sbagliato, siamo preoccupati», ha spiegato. «RISPETTAREACCORDOSUSTATALI» Il tasto dolente per Cgil, Cisl, Uil e Ugl è quello dei dipendenti pubblici. Come anticipato, i sindacati hanno riproposto l'accordo sottoscritto il 10 maggio con il ministro Patroni Griffi. Ma il titolare della Funzione pubblica non ha replicato. «Allo stato - ha sottolineato Camusso non riusciamo nemmeno a capire se l'accordo sarà o meno applicato». L'altro tasto su cui già in mattinata il segretario generale della Cgil, convalescente per un piccolo intervento, ha voluto attaccare è quello della deroga «per tutto il 2013» alla riforma delle pensioni per i dirigenti della pubblica amministrazione in esubero. «Le deroghe creerebbero tutti gli estremi per un conflitto sociale, non si possono creare esodati, vittime e privilegiati». Più articolato il giudizio di Raffaele Bonanni. Sullo sciopero generale «ancora non abbiamo deciso ma siamo comunque contrari al taglio sul pubblico impiego». Ora «il giudizio è sospeso fino alla decisione finale che prenderà il governo». E se ci sono eccedenze nel pubblico impiego «vanno gestite all'interno dell'accordo firmato con il ministro Patroni Griffi - ha spiegato il leader della Cisl - , il governo non ci ha convinto, ma vorremmo esserlo nei prossimi giorni e chiediamo un'operazione seria, non di facciata. Finora ci sono solo discussioni aleatorie ed ho avuto l'impressione che il governo non abbia le idee chiare», ha concluso Bonanni. «Ci siamo trovati di fronte a risposte fumose di un governo che non vuole dire nulla di preciso. Viste le esperienze precedenti, non può trattarsi di un segnale positivo», spiega il segretario generale Ugl Giovanni Centrella. I sindacati di lavoratori statali e pubblici (Fp e Flc Cgil; Fp e Scuola Cisl; Fpl, Pa e Scuola Uil) stanno studiando una possibile mobilitazione comune, un sit-in sotto palazzo Vidoni, sede del ministero della Funzione pubblica, anche se i tempi per organizzarlo prima del probabile decreto di venerdì sono strettissimi. «Contro una vera e propria manovra economica, serve un confronto vero per una riorganizzazione della Pubblica amministrazione che coinvolga i lavoratori: in assenza decideremo le mobilitazioni più opportune», scrivono in una nota unitaria. L'altro punto che i sindacati all'unisono mettono in evidenza è la mancanza di stime sugli esodati. Il governo ha assommato ai 4,2 miliardi necessari per evitare l'aumento dell'Iva i costi dell'emergenza terremoto e della copertura dei nuovi 55mila citati da Elsa Fornero in Parlamento. Ma, a domanda precisa, il governo non ha voluto quantificare la cifra necessaria a «salvaguardarli». L'INTERVISTA Non ci sottraiamo al confronto purché non si tagli l'assistenza, la sanità e il trasporto pubblico locale». Il presidente della Toscana Enrico Rossi sta tornando a Firenze da Roma. L'incontro col Governo sulla spending review è finito. Almeno il primo round. E non è andato benissimo. Soprattutto alla voce sanità. Presidente,leiallavigilias'eraauguratochesullasanitànonfosseusatal'accetta,ma il bisturi.Comeè andata? «Domani (oggi ndr) vedremo il ministro, ma quello che ci preoccupa è che si vuole decurtare da subito il fondo per la sanità già discusso e assegnato sulla base del vecchio Patto per la salute. Questo è il punto vero. Se fanno interventi per decreto per tagliare capitoli di spesa per il fondo sanitario e parimenti lo decurtano, è ovvio che noi siamo preoccupati per gli effetti che tutto ciò può avere per il settore dell'industria e delle forniture per il servizio sanitario, ma siamo disposti a vedere come si può fare. Se invece si vogliono far partire da subito tagli così allora siamo ancora ai vecchi tagli lineari. Non si usa il bisturi». Leicosa propone? «Approfondiamo i singoli punti partendo però dall'obiettivo di non tagliare né i livelli essenziali di assistenza, né i servizi. I professori ci diano pure i compiti a casa con un tempo stabilito, un mese, per farli e poi facciamo la verifica. Da parte nostra cioè come dice il Presidente del Consiglio c'è la volontà di dare “un contributo propositivo”, non di fare barricate. Vogliamo però che la spesa sanitaria per il 2012 sia tutelata, altrimenti dietro le parole si nasconde la sostanza di altri tagli brutali e insostenibili». Nonègiustocheunasiringavengapagata lastessa cifraovunque? «Certamente. Ma qui si parla di cose che vengono prima come pulizie, mensa etc..Va benissimo che i costi siano rapportati a un costo medio. Ma a dirsi è facile, più difficile a farsi. Perché ci vuole un po' di tempo per ricontrattare le forniture in essere. Ci diano il tempo e gli strumenti anche legislativi per farlo. Io sono pronto». È giusto che le Regioni che hanno bilanci sani come la Toscana debbano subiretaglicomequellemenovirtuose? «C'è il rischio che chi deve andare a raschiare in fondo al barile non abbia più grasso da tirar via. Ecco perché abbiamo chiesto di essere coinvolti sui punti specifici. Non si può fare una cosa troppo accademica». Verrannotoltianche i trasferimential trasportopubblico? «Sono già stati tolti. Nel 2010 il Governo trasferiva alle Regioni 2 miliardi e 550 milioni. Adesso tutto incluso si parla di un fondo di 1 miliardo e 600 milioni. Su questo però s'erano presi un impegno e il ministro Passera ha detto che lo vuole onorare». Il taglio del 20% dei dirigenti e del 10% dei dipendenti riguarderà anche voi? «Sembra che riguardi tutta la pubblica amministrazione e dovrebbe essere rapportato a parametri come popolazione e territorio. Noi siamo disponibili a discuterne. Ma assieme ai tagli si apra anche uno spiraglio per i giovani, altrimenti terremo fuori dalla pubblica amministrazione un'intera generazione di intelligenze e cultura. Sarebbe un vero disastro». E leprovince? «Tema rinviato». Per il premier non si tratta di una nuova manovra di finanza pubblica, ma di un'operazione strutturale di revisione dellaspesa. Concorda? «Alcuni punti sono strutturali, altri meno. Se tagli i costi dei beni e servizi, prima o poi le dinamiche dei costi riprendono. Sulla sanità ad esempio servirebbero interventi che rispondano a criteri di qualità e appropiatezza come il numero dei ricoveri per mille abitanti». Lo slogan del Governo è eliminare gli sprechienon ridurre i servizi. Ècosì? «Dobbiamo vedere bene fino in fondo. Servono chiarimenti. Se per decreto tagliano forniture e altro il rischio è che poi siano tagli lineari come sempre. Siamo al primo tempo. La trattativa è in corso». Per il Governo servono 4,2 miliardi o ci saràl'aumentodell'Ivaconripercussioni sui consumi e quindi sulla produzione e diconseguenzasui postidi lavoro. «Anche questi tagli avranno un effetto recessivo, certo l'aumento dell'Iva va scongiurato, ma nessuno deve dimenticare che l'idea dell'aumento dell'Iva era andato a rimuovere il vincolo messo da Berlusconi-Tremonti sul taglio del salario accessorio. Diamo atto ai “tecnici”, che a me non stanno particolarmente simpatici, che tutto nasce da là». Maunpo'disoldinonsipossonoprendereanche daaltre parti? «Qualcosa si può fare. Ci sono ancora grandi ricchezze a cui si potrebbe chiedere un sacrificio straordinario anche per dare un senso di giustizia al Paese». Un momento dell'incontro a Palazzo Chigi tra governo e parti sociali FOTO ROBERTO MONALDO/LAPRESSE EnricoRossi «Sì al confronto, ma no a riduzioni su sanità assistenza e trasporti» Per ilpresidentedella Toscana leRegionisono pronteafare«icompitia casa»sufornituree personale,machiedono tempoestrumenti . . . Giusto cercare di impedire l'aumento dell'Iva, ma i soldi si possono trovare altrove . . . «Serve un sacrificio straordinario delle grandi ricchezze. Sarebbe un segnale di equità» . . . Delrio: si può trattare ma una manovra pesante sarebbe per noi insostenibile Sindacati e Comuni «Governo senza cifre» MASSIMOFRANCHI ROMA VLADIMIROFRULLETTI vfrulletti@unita.it «Non si possono accettare tagli al buio» Bonanni si ritrae sullo sciopero. Angeletti: così è inevitabile mercoledì 4 luglio 2012 3
Il diavolo, come si sa, si nasconde spesso nei dettagli. E ora bisognerà vedere come il successo politico del summit europeo di giugno si tradurrà in regole accettate per il funzionamento del meccanismo anti-spread al prossimo Eurogruppo del 9 luglio, quando bisognerà mettere tutto nero su bianco. I vertici Ue fanno quadrato, dopo la defezione di Olanda e Finlandia, Paesi nordici e virtuosi che si tirano fuori dalla partita, annunciando il loro veto sull'utilizzo del fondo Esm per comprare titoli di Stato di Paesi in difficoltà. «Dobbiamo ancora fare chiarezza sulle decisioni prese al vertice di Bruxelles», ha ammesso ieri la Cancelliera Angela Merkel riferendosi alle proteste di Helsinki e l'Aja, sottolineando che «nessuna concreta domanda è stata presentata» e quindi si può ragionare a freddo. Tanto il presidente della Commissione europea Barroso che quello del Consiglio Europeo Van Rompuy hanno respinto i veti nordici sulle misure anti-spread, necessarie soprattutto a Italia e Spagna. «La dichiarazione dell'Eurozona è stata molto importante - ha detto Barroso -. E sottolineo che è stata avallata da tutti i 27». Anche Van Rompuy ha battuto sullo stesso tasto. Le decisioni del vertice di giugno, ha detto, sono state prese da tutti, quindi «si parte dal presupposto che saranno rispettate». «Viviamo una crisi molto profonda e ciascuno deve prendere le proprie responsabilità anche per l'attuazione delle decisioni adottate all'unanimità». Olanda e Finlandia hanno contestato proprio l'unanimità delle decisioni, senza la quale non sarebbe possibile l'utilizzo del fondo salva-Stati Esm per l'acquisto di bond sul mercato secondario. Contestata anche la possibilità che l'Esm possa rifinanziare direttamente le banche senza la garanzia dei governi locali, a meno di non rivedere gli statuti del Fondo procedendo a nuove ratifiche. Entrambe le considerazioni sono già state respinte dalla Commissione europea. In condizioni di emergenza, dove è a rischio la stabilità dell'eurozona, sarebbe infatti sufficiente l'85% delle quote del Fondo per decidere. Olanda e Finlandia insieme arrivano al 7,6. Diverso sarebbe se a fare opposizione fosse la Germania, che detiene da sola il 27% delle quote. E per ora Berlino non ha ingranato la retromarcia, anche se i malumori restano. LACSU MINACCIALACRISI Per l'ex commissario europeo Gunter Verheugen «la cancelliera è stata ingannata. Dito puntato contro Monti, Hollande e «anche Rajoy». Il leader del partito cristiano-sociale, il bavarese Horst Seehofer, minaccia di spaccare la coalizione di governo se si faranno altre concessioni ai Paesi deboli dell'eurozona. «A un certo punto il governo della Baviera e la Csu non possono più continuare a dire sì - ha detto Seehofer in un'intervista al settimanale Stern -. E senza i voti della Csu la coalizione non ha la maggioranza». Merkel assicura che «la collaborazione sarà buona sia in Europa che nella coalizione di governo». La necessità di chiarimenti le lascia margini di manovra. Già dalle prime battute post-vertice, è sembrato che la sua interpretazione del summit non fosse del tutto sovrapponibile a quella di Monti. Oggi nell'incontro a due con il premier italiano ci sarà modo di misurare le distanze. Anche per questo l'Italia continua a fare i suoi «compiti», per avere le carte in regola per il memorandum che autorizza l'accesso al meccanismo anti-spread. Il viceministro dell'economia Vittorio Grilli accelera sulla spending review. «Entro questa settimana», avrebbe detto. In tempo per l'Eurogruppo del 9 luglio, dove bisognerà soppesare ogni singola virgola, sapendo che «l'Italia è sempre “sorvegliata speciale” a livello europeo». Non è la sola, naturalmente. La Spagna sta negoziando con la Ue un accordo sulle procedure per gli aiuti richiesti a favore delle banche. Madrid conta di arrivare in tempo per il 9 luglio, le trattative sarebbero «piuttosto avanzate». Il governo spagnolo è fiducioso, non crede che Olanda e Finlandia abbiano la capacità di bloccare le decisioni adottate al Consiglio europeo. Anche i mercati, che avevano salutato con una dose di entusiamo l'intesa tra i 27, non si sono lasciati intimorire per il momento. La possibilità che domani la Bce decida una riduzione dei tassi ha alimentato la fiducia. «Sappiamo che la situazione resta grave e che dobbiamo fare ancora molto in futuro», ha detto ieri Barroso, riconoscendo però che «sono stati fatti molti passi avanti». Il presidente della Commissione si è chiamato fuori dal dibattito post-vertice su chi siano vincitori e perdenti. «O vinciamo tutti o perdiamo tutti», ha detto. Ma in Olanda le misure anti-spread rischiano di diventare una linea di demarcazione, pro o contro l'Europa. L'ultradestra di Geert Wilders ha già detto che farà del voto di settembre un referendum: pro o contro l'eurozona, pro o contro l'Unione europea. L'ANALISI ROCCOCANGELOSI La sfida dell'anti-spread Barroso: «Niente veti» GRANBRETAGNA SEGUEDALLAPRIMA Si tratta di un fatto di per sé estremamente positivo perché dimostra la ritrovata centralità del nostro Paese nel quadro dell'Unione europea, e l'importanza che le relazioni italo-tedesche rivestono per l'avvenire dell'integrazione europea. Italia e Germania sono state sempre all'avanguardia della costruzione europea. Basti pensare alla dichiarazione Genscher-Colombo del giugno 1983 che aprì la strada alla prima significativa riforma delle comunità europee con l'Atto Unico, o alla dichiarazione Amato-Schröder approvata al termine del Consiglio europeo di Nizza del 2000. Germania e Italia, tranne rare eccezioni, hanno sempre proceduto all'unisono per sostenere tutta l'integrazione europea possibile a fronte dei limiti posti dalla Francia, pronta a concedere solo l'integrazione, di cui aveva bisogno. È legittimo domandarsi se questo assunto è ancora valido oggi alla luce dei recenti avvenimenti e delle posizioni differenziate dei diversi attori nell'attuale contesto europeo. Merkel ha dichiarato a più riprese che a maggiori concessioni in materia di sostegno alle banche, mutualizazzione del debito, potenziamento del ruolo della Bce, deve corrispondere una crescente cessione di sovranità nei confronti delle istituzioni comunitarie, arrivando perfino ad ipotizzare, una trasformazione della Commissione europea in governo dell'Unione con un Presidente direttamente eletto e del Consiglio in Camera alta. Questa impostazione è perfettamente in linea con le conclusioni tratte al momento della ratifica del Trattato di Lisbona dalla Corte di Karlsruhe secondo la quale con gli attuali trattati non sono possibili ulteriori cessioni di sovranità, venendo a mancare la base democratica per l'assunzione di decisioni nel contesto europeo. Su questa impostazione il governo e il parlamento italiano dichiarano di essere perfettamente d'accordo, anzi nelle recenti risoluzioni approvate prima del Consiglio europeo si sono espressamente pronunciati per la realizzazione degli Stati Uniti d'Europa. Se sugli obiettivi finali sembra esserci assoluta convergenza, è sugli obbiettivi a medio e breve termine che emergono le divergenze che hanno reso problematiche le relazioni con la cancelliera. Si tratta in realtà di un vero e proprio conflitto di interessi che vede da una parte la Germania beneficiare del differenziale sul bund che le consente di finanziarsi sul mercato pressoché a tasso zero e l'Italia che si vede costretta a pagare fior di interessi per poter rifinanziare il suo cospicuo debito pubblico. Da qui nascono le divergenze sul sistema salva spread, sulle risorse del bilancio comunitario da destinare alla crescita, sulle modalità di calcolo del debito pubblico in relazione a una golden rule, che consenta di estrapolare gli investimenti produttivi dal computo del deficit corrente e quindi dallo stock totale del debito. A ciò si aggiunga il ripensamento di Finlandia e Olanda per comprendere quanto sia ancora arduo il cammino da percorrere. Ancora una volta, nelle decisioni assunte dal Consiglio europeo è prevalsa la logica del rigore, rispetto a quella del rilancio dell'economia su nuove basi per assicurare un modello di sviluppo socialmente sostenibile e condivisibile da parte dei cittadini dell'Unione. Non sono certamente da sottovalutare gli impegni presi per dare vita all'unione bancaria, affidando la sorveglianza alla Bce e ponendo le basi per una condivisione dei rischi e delle garanzie sui depositi; ma nelle conclusioni del Consiglio europeo manca ancora il respiro politico che avrebbe dovuto animare il dibattito in una congiuntura così importante per il futuro dell'Europa. La road map chiamata a definire il cammino per un significativo passo in avanti verso l'Unione politica e l'Europa federale. è rimasta vaga ed indeterminata, con eccessive timidezze e reticenze da parte dei maggiori attori dell'Unione. Dovrebbe essere compito di Italia e Germania lavorare per rendere credibile e percorribile la road map appena tracciata, perchè solo procedendo con maggiori cessioni di sovranità sarà possibile convincere il parlamento tedesco ad accettare le decisioni necessarie per salvaguardare l'euro e il futuro dell'Unione Europea. Credo che su queste basi sia possibile dar vita a una forte alleanza con Berlino, tenuto anche conto del dibattito apertosi in Germania sulle scelte da operare, che non possono essere esclusivamente ispirate al rigore L'opinione pubblica tedesca non è d'altra parte monolitica: le posizioni differenziate che vanno emergendo in seno alla Spd, ma anche in seno alla Cdu, lasciano ben sperare in un ritrovato interesse per la centralità dell'Unione europea. Stop dei vertici Ue a Olanda e Finlandia Grilli: «L'Italia è sorvegliata speciale» MARINAMASTROLUCA mmastroluca@unita.it . . . «Dobbiamo ancora fare chiarezza sulle decisioni prese al vertice di Bruxelles» Tassi truccati,decapitata laBarclays: sidimetteanche l'adDiamond Tretop manager saltati inmenodi 24 orecon cui Barclays, seconda maggiorebanca dellaGran Bretagna in basealle attivitàcontrollate, si ritrova di fatto decapitata inpienabufera. E rischiadiessere solo la proverbiale «puntadell'iceberg» diuno scandalo cheapparesemprepiù minaccioso, sullemanipolazioniche Barclayse un'altraventinadi banchesono sospettatedi avercompiutosui tassi interbancari.Lunedì a dimettersi era stato il presidente MarcusAgius, ieri mattina lo ha seguitoa ruota lo strapagatoamministratore delegato BondDiamond,che solo ieriaffermava battaglieroche non intendeva lasciare. Nelpomeriggiosono statepoi annunciateanche ledimissionidel direttoregenerale Jerrydel Missier, che finoapocofaera condirettore della gigantescadivisione investimenti, BarclaysCapital,dove dopo la crisi finanziariaglobale sembranoessersi svoltimolte dellemalversazioni contestatedalleautorità. In pratica gli istitutinel mirinocomunicavano valori piùbassi sui tassi chedovevano pagare neiprestiti interbancari, quelli che le banchesi effettuanotra loroper reperire liquiditànecessariealle operazionipiù comuni.Un modo per nascondere ledifficoltà della stessa bancaa reperire finanziamenti sul mercatoe, secondo il Wall Street Journal, anche pergonfiare iprofittidi alcuni trader. ABarclaysèstatagià comminataunasanzioneda 360 milionidi euro, maèsolo la prima di una listache potrebberivelarsi lunga. Intanto inBorsa hachiuso con un mestopiù 0,80per cento, a 167 pence, marispettoai valori chesi registravano primadel28 giugno scorso, quando la questioneèesplosanella sua portata, il titoloha persooltre il 14per cento. Masotto analisi ci sonodiversealtre banche, siada parte delleautorità Gb cheda partedi quelle diUsa ealcuni paesidell'Asia.Ad oggialcunedi questehannorivelato diessere oggettodi approfondimenti, e si tratta digiganti globali quali leamericane CitigroupeJP Morgan, lebritanniche HsbceRoyal Bankof Scotland (che peraltroècontrollata dalloStato) ma anche la tedesca Deutsche Bank. . . . Seehofer, leader Csu: «Pronto a spaccare la coalizione se ci saranno nuove concessioni» . . . Il presidente della Commissione: «Vinciamo tutti o perdiamo tutti» Roma-Berlino, vademecum per un'alleanza possibile mercoledì 4 luglio 2012 7
Montepremi 1.980.067,71 5+stella Nessun6-Jackpot 10.659.985,89 4+stella 30.225,00 Nessun5+1 - 3+stella 1.588,00 Vinconoconpunti5 59.402,04 2+stella 100,00 Vinconoconpunti4 302,25 1+stella 10,00 Vinconoconpunti3 15,88 0+stella 5,00 Nazionale 11 58 73 52 15 Bari 49 43 8 59 2 Cagliari 38 82 29 48 19 Firenze 50 66 87 13 1 Genova 12 90 41 13 7 Milano 21 25 7 3 30 Napoli 63 34 35 64 37 Palermo 66 31 7 62 5 Roma 30 14 4 11 83 Torino 79 49 30 10 31 Venezia 63 74 21 29 73 Saganconcede ilbis Loslovaccofa ilvuotonella3˚tappadelTour Il tecnico della Juventus, Antonio Conte, sarà ascoltato il prossimo 13 luglio dalla Procura Federale nell'ambito degli interrogatori sul calcioscommesse. Conte non sarà solo. Insieme all'ex allenatore del Siena, verrà interrogato anche il presidente della squadra toscana, Massimo Mezzaroma. FOTO DI ALESSANDRO FALZONE/LAPRESSE ANCORASAGAN,ALMODODISAGAN,STRAPPOFINALE, SCATTO,BRACCIAALZATEALLAPOPEYE,VITTORIANUMEROQUINDICI IN STAGIONE,LASECONDA INTRETAPPEINLINEADELTOUR,DELSUOPRIMOTOUR.Una classe e una cattiveria senza eguali a Boulogne-sur-Mer, su una salitella di quarta categoria indigesta a tutti i velocisti. Giornata di tante cadute, di moto pazze. Uno spettatore, investito da una macchina dell'organizzazione, è anche finito in ospedale. La febbre del Tour rende le strade più strette, gli autisti più spregiudicati, il pubblico più irresponsabile, i corridori più nervosi. Lo sottolinea anche Sagan alla fine: «Ho visto troppe moto dell'organizzazione in mezzo a noi, non mi piace». Lui intanto vince. Quando il Tour corre verso il mare in genere può succedere di tutto. Cinque, sei cadute gravi, una ai 500 metri, gente importante dentro, come Menchov. Tanti cavalcavia, una salita di terza categoria nel finale. Lì passa in testa al gruppo Ivan Basso, quaranta corridori in testa, annullata da poco una fuga di Morkov e Grivko, fuori per i punti della maglia a pois. Ai 2500 scatta Chavanel, sta diventando una costante. Scatto secco, splendido, al momento sbagliato. Questa è la differenza tra un campione e un buon corridore. Il dolore nei polpacci arriva presto, intanto dietro è bagarre, Valverde sbaglia una curva, ai 500 la caduta, a quel punto Sagan, 22 anni, è già andato, ha già mostrato i muscoli e la classe. Dietro sono più o meno gli stessi di Sereing, Boasson Hagen, Cancellara, Albasini. Il terzo di tappa è nuovo, è un altro slovacco, Peter Velits, un altro splendido corridore, già sul podio alla Vuelta. Bravo Nibali, decimo di tappa, ora settimo in classifica, bene anche Basso e Scarponi, nel gruppetto dei migliori, indenni. Evans, Wiggins e Menchov non perdono secondi, Cancellara è ancora in giallo. La sensazione che a ogni curva, a ogni rotonda possa accadere l'imprevedibile è la più tipica della prima settimana del Tour, di tutti i Tour. A una cinquantina dall'arrivo cade Siutsou, il prezioso bielorusso a disposizione di Wiggins e della Sky, ritirato. A uno sprint intermedio Cavendish fa la volata e poi si arrabbia con Van Hummel che quasi lo butta per terra. Qualche minuto dopo in tanti finiscono in un fosso ai lati della strada. Si deve sopravvivere e arrivare interi alle Alpi. OLIMPIONICI Intanto Paolo Bettini ha scelto la sua nazionale per le prove olimpiche su strada. I convocati sono Nibali, Modolo, Paolini, Pinotti e Trentin, più Viviani, già qualificato per l'omnium su pista e di diritto inserito nel sestetto in qualità di riserva. «Ho scelto un mix tra esperienza e gioventù - commenta il ct -, ho voluto due uomini esperti come Pinotti e Paolini e ragazzi capaci di giocarsi la corsa in ogni modo». Sul percorso londinese ha oggettive possibilità di podio il solo Modolo, già secondo al test event dello scorso anno dietro Cavendish sullo stesso percorso della prova in linea. Si corre in cinque, quasi impossibile il gioco di squadra. Oggi quinta tappa, nuova sfida con la gravità, si arriva a Rouen, uno strappetto nel finale poi rettilineo lungo, tappa per velocisti, per Cavendish, per Petacchi, da affrontare con le dita sui freni e nelle prime posizioni. Chi cade al Tour, in ogni caso e comunque vada, ha sempre torto. SIMONEDISTEFANO ROMA Ieriprimoallenamentoper il tecnicoboemotornatoall'antico amore.Totti:«Hagrandevoglia,grandestimoli, faremobene» InumeridelSuperenalotto Jolly SuperStar 2 12 17 60 63 78 61 56 10eLotto 8 12 14 21 25 29 30 31 34 3843 49 50 63 66 74 79 82 87 90 SEMBRA USCITO DALL'IBERNAZIONE. CORREVA L'ANNO1999...13ANNIDOPOZDENEKZEMANSIRIPRENDELA ROMA.Ieri il raduno, subito il primo allenamento e un decalogo che prevede dieta di verdure e caffè vietato per due settimane. Lui è sempre lo stesso ma i palazzetti di Trigoria sono diventati grattacieli e quelli che come De Rossi che allora erano ragazzini curvaioli, oggi sono giganti. Di quella sua Roma resta solo Francesco Totti: «Come l'ho trovato? Bene, come sempre: fuma, chiacchiera poco - ha detto a Roma Channel il capitano - ma quando chiacchiera sono parole importanti, parole pesanti, lo conosciamo bene, io soprattutto. Ha grande voglia, grandi stimoli come sempre e speriamo di fare bene». Nel frattempo sono cambiati 10 allenatori, esattamente quante panchine ha cambiato Zeman prima di tornare all'ovile. E hanno tolto i gradoni, che Zeman ha ordinato di ripristinare. Dalle stilettate al palazzo («Dovetti lasciare la Roma per motivi politici») alle goleade improbabili. Zeman aveva lasciato la Roma verace e popolare di Franco Sensi, oggi ritrova una via di mezzo tra un club di calcio e una squadra di Nba. Proprietà americana con tante idee e sempre meno soldi da voler investire (con la crisi dietro la scusa del fair-play finanziario), che dopo l'ultimo anno passato a sognare esotico con Luis Enrique, oggi si ritrova a puntare su un tecnico cacciato per far spazio al più pragmatico (e vincente) Fabio Capello e che ora torna come il salvatore della patria e di un «progetto» fallito al primo anno di gestazione. Sembra un paradosso, ma dopo le sbandate delle difese accroccate di Lucho, addirittura un offensivista come Zeman rischia di passare per tecnico accorto. E pensare che era andato via per la gioia di chi voleva vincere a scapito del bel gioco. E siccome dopo Capello nessuno è più riuscito a riportare il Tricolore nella capitale (Spalletti e Ranieri ci sono andati vicini ma non hanno vinto), la Roma ha pensato bene di alzare il volume, piegare le luci e spruzzare altro fumo in pista. Divertitevi con Zemanlandia e non ci pensate. Si riaffacciano i vecchi e massacranti metodi di allenamento: gradoni, ripetute da mille metri e corse campestri che caratterizzeranno il ritiro di Riscone di Brunico, che comincerà da domani fino al 17 luglio. Leggenda vuole che un giocatore possa resistere con Zeman solo una stagione, alla seconda o se ne va il tecnico o chiedono la cessione. Sarà un caso, ma da quando è andato via dalla capitale, Zeman è arrivato con i fari puntati e ha fatto le valigie al buio. Zeman e la Roma, una storia scritta: «Voglio bene alla Roma, questa città la sento mia. Sapevo che sarei tornato». Bentornato boemo. LOTTO SPORT Calcioscommesse, il 13 luglio sarà ascoltato Conte Per ilventiduennediZilina vittorian. 15 instagione, laseconda intre tappe in lineadelTourdeFrance Cheèanche il suoprimoTour Wimbledon, ancora Ferrer sullastrada diMurray MARTEDÌ 3 LUGLIOGradoni,dietaeripetute Zemanriprende lasuaRoma QUANDOL'ERBADELVICINOERAUNPO'PIÙ VERDE,L'IPOTESIDIUNDAVIDFERRERCOMPETITIVONON SISAREBBE MAIDATA. Il miracolo del responsabile della manutenzione dei campi di Wimbledon, Eddie Seaward, ha reso partecipe un capo giardiniere del primo quarto di finale on grass del piccolo Ferru, capofila di quella comunità valenciana del tennis in cui ha trovato la sua dimensione anche Sara Errani. Beninteso, se a prevalere fossero stati Juan Martin del Potro e le sue botte da supermassimo il Dna del tennis di rimbalzo ormai vincente su tutti i terreni non si sarebbe alterato. E l'erba geneticamente manipolata è ormai seminata anche nel Continente, dove Ferrer ha confermato quest'anno il titolo olandese di 's-Hertogenbosch già catturato a suon di dritti quattro anni fa. Chi rischia di masticare amaro, piuttosto, è Andy Murray, dato per finalista in ciabatte l'ultimo successo britannico qui fu, nel 1936, il terzo consecutivo di Fred Perry, nome che per i giovani è il logo di una polo - e agile esorcista del tennis di Marin Cilic, unico spilungone croato dell'Era Open che non sa tirare ace. Murray, messo a dura prova da Karlovic e Baghdatis, ha il peso di un imperativo: non sbagliare. Dal momento della dipartita di Nadal una nazione soffia la barchetta del suo idolo verso il porto della grande domenica; eppure potrebbe anche colare a picco, se Ferrer gli proporrà il vigore delle ultime due sfide (Masters, Roland Garros) e lotterà finalmente libero dal complesso di inferiorità patito in troppi tornei dello Slam. Anche contro Murray, in una sfida australiana indimenticata e persa per scarsa autostima. Lo sguardo pigro di Ivan Lendl nel box tecnico dello scozzese non chiarisce il dilemma: riuscirà a convincere Andy a una indispensabile aggressività o lo aiuterà a raccogliere l'ennesima insoddisfazione? Wimbledon rosa, per contro, potrebbe già essersi concluso con i due set a zero rifilati da Serena Williams alla campionessa in carica Petra Kvitova. Un match di poche carezze e tante sberle tra il presente e il futuro del nostro sport: è che non tutte le generazioni contano su un fenomeno. Chi volesse consultare la classifica sbaglierebbe unità di misura: con i suoi 13 Slam, un servizio da Atp Tour e soluzioni vincenti precluse a chiunque altra, Serena è tornata a pestare come miss Tyson. E solo un raptus autolesionista potrebbe separare le manone di Serena dal quinto piatto dei Championships. FEDERICOFERRERO LONDRA COSIMOCITO sport@unita.it ... Oggiquinta tappasiarriva aRouen,unostrappetto nel finalepoi rettilineo lungo, tappapervelocisti U: mercoledì 4 luglio 2012 23
«Un passo avanti» nella direzione «che noi italiani vogliamo»: questo il bilancio del vertice di Bruxelles tracciato da Monti al Senato. Oggi, prima di incontrare Angela Merkel, il premier illustrerà i risultati del Consiglio europeo anche alla Camera. Un «doveroso» resoconto al Parlamento, ma il professore replica anche a chi lo aveva accusato di di non alzare a sufficienza la voce in Europa. Una critica «ingenerosa», questa, per l'ex commissario europeo. Che ha utilizzato ieri anche l'arma del sarcasmo per rinfacciare, con compiaciuta sobrietà montiana, ai vari Brunetta, Cicchitto, Gasparri (peraltro mai nominati) - e ad altri esponenti Pdl, ma non solo - i risultati strappati a Bruxelles. Grazie al Parlamento, quindi, per «lo stimolo, l'appoggio e l'incoraggiamento che ci ha dato...». E qualche sassolino dalla scarpa cavato anche a beneficio del presidente di Confindustria, oltre che di partiti e sindacati. «Per ragioni varie, sulle quali non intendo tornare - sottolinea Monti La riforma del mercato del lavoro non ha avuto enorme e unanime apprezzamento in Italia. Vi assicuro che negli ambienti internazionali, che pure sono molto sottili e sofisticati, ha avuto invece ampio riconoscimento» e ha aiutato l'Italia ad acquisire credibilità e peso. TESSERELATELA E il professore impartisce la sua lezione. «Ho compreso che alcune voci esprimevano in modo ipersemplificato il proprio sentimento quando dicevano che bisognava “andare a picchiare i pugni sul tavolo” - sottolinea, rivolto ai parlamentari - Se si va a picchiare i pugni sul tavolo, forse il tavolo vibra un po' ma non viene conseguito alcun risultato. Ma se questo significa invece costruire un'azione diplomatica serrata e costante, nonché fare riserve di attesa al momento opportuno, credo di aver interpretato, anche nel metodo, il pensiero e l'orientamento delle Camere...». Non servivano le esortazioni a fare di più, in sostanza, per spingere Monti a tessere la tela europea utile a produrre risultati. Questo fa capire il professore, tra le righe, del suo ringraziamento - a doppio taglio - ai senatori. E il premier elenca i risultati dell'iniziativa italiana, a cominciare dalla crescita indispensabile per rendere credibile ogni «processo di consolidamento del bilancio». Qui, poi, il primo messaggio a Finlandia e Olanda che minacciano il veto sullo scudo anti-spread, in vista dell'Eurogruppo del 9 luglio. Il percorso avviato a Bruxelles «non è finito - avverte Monti - perché dalla dichiarazione articolata, ma ancora di massima, adottata al Consiglio bisognerà passare alla formulazione per consolidare il tutto». E, tra l'altro, «alcuni Stati membri, come Finlandia ed Olanda, hanno una certa insofferenza per questi meccanismi di stabilizzazione e, probabilmente, avranno delle opposizioni che cercheremo di sormontare». E l'Europa vista da Monti non può essere rappresentata solo da «un corsetto di regole, meccanismi di allerta, procedure di monitoraggio e sanzioni», ma deve caratterizzarsi come «un motore di integrazione positiva, di speranze e di soluzioni comuni». Oggi, a Villa Madama, durante il bilaterale italo-tedesco, Monti tasterà il polso della Merkel per capire se dietro i segnali di guerra spediti da Helsinki e dall'Aia si nasconda il fantasma di Berlino. La cancelliera è rientrata in patria con il marchio della sconfitta e Monti è convinto, tra l'altro, che «è interesse dell'Europa e dell'Italia ridurre le sue difficoltà» RISERVAUNPO'ARDITA Patto per la crescita e l'occupazione, mercato interno, ricapitalizzazione della Banca europea per gli investimenti; project bond, apertura alla Tobin tax e alla golden rule: questi i risultati che vanta il premier italiano. A questi, rileva Monti, va aggiunto «l'impegno a completare l'architettura dell'Unione economica e monetaria» sulla base della relazione Van Rompuy, Barroso, Draghi, Juncker. E nel quadro di «un documento che riguarda l'integrazione bancaria o fiscale» - rivendica il premier - è stata affrontata (cosa che «non ha fatto piacere a tutti gli stati membri», leggi Germania) anche la questione degli eurobond che «sembrava un tabù». Ma è sullo scudo anti-spread che Monti mette l'accento. «Ho posto una riserva di attesa sul patto per la crescita in seno al Consiglio alla quale si è associato il primo ministro spagnolo Rajoy», ricorda il premier, sottolineando la «non felicità» riscontrata in diversi Paesi e la comprensione del francese Hollande. Quell'annuncio di veto, commenta il professore, «era un passaggio un po' ardito», ma - alla fine - è stato trovato «un accordo unanime per l'entrata in scena di meccanismi per la stabilizzazione». E il premier spiega che lo scudo potrà essere utilizzato solo dai Paesi virtuosi. Una previsione che distingue l'Italia - «in regola con requisiti e condizioni posti dalla Ue» - da Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna («limitatamente alla parte bancaria») «finanziati e sostenuti per essere salvati». Missione compiuta, quindi. «Spero che nei pochi mesi, con ciò intendendo fino alla primavera 2013, che questo governo ha ancora di fronte a sé conclude Monti - si possa collaborare con il Parlamento per interagire con il fronte europeo in una prospettiva un po' più serena» Il premier al Senato rivendica i risultati del vertice di Bruxelles «Dall'Italia posizione ardita, ma necessaria, riforma apprezzata in Europa» Oggi, a Villa Madama, l'incontro con la Merkel NINNIANDRIOLO ROMA Monti: «Eurobond? Non sono più un tabù nella Ue» FRANCIA L'EUROPAELACRISI CasoBettencourt, perquisiti lacasa egliufficidiSarkozy Raiddellaguardia di finanza francese nell'abitazioneenegli ufficidi Nicolas Sarkozy. Ieridi primamattina una squadraguidata dalgiudicedi BordeauxJean-Michel Gentil ha perquisito la VillaMonmorency, nel 16˚arrondissement doveSarkozy abitacon Carla Bruni,per poidirigersi nellostudio degli avvocatiArnaud, Claudeeassociati, partecipatoanche dall'expresidente francese, a 53di BoulevardMalesherbes,enei nuovi localimessia suadisposizione come expresidentesituati alnumero 27di rueMiromesnil. Motivodell'irruzione le implicazioninelcaso Bettencourt delpresidente indagatosu eventuali finanziamenti illeciti al suopartitoda partedell'erede diL'Oreal nella campagnaelettorale del2007. Ad accompagnare ilgiudiceGentil, una decinadipoliziotti. Secondo l'avvocatodiSarkozy, l'ex presidente èpartito ieriper il Canada con la sua famiglia. . . . «Finlandia e Olanda hanno una certa insofferenza che noi cercheremo di smontare» . . . «Picchiare i pugni sul tavolo? Abbiamo costruito un'azione diplomatica serrata» 6 mercoledì 4 luglio 2012
Non sono soltanto i sindacati a essere preoccupati dai contorni della «spending review» voluta dal governo Monti. Per il Partito democratico le prime ragioni di preoccupazione si chiamano «tagli lineari». Un metodo considerato socialmente insostenibile e politicamente inaccettabile, dopo anni di scontri durissimi, proprio su questo, con Giulio Tremonti. Riorganizzare la spesa va bene, dice il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, ma sulla sanità «abbiamo già fatto un lavoro significativo e non credo che per il 2012 si possano chiedere ulteriori passi indietro». Pier Luigi Bersani mette le mani avanti sin dalla tarda mattinata. «Non conosco i contenuti di questa operazione - dichiara il segretario del Pd durante il “web talk” organizzato da Youdem - ma ho chiaro un criterio: sulla spending review sono d'accordo, sui tagli al sociale no. È giusto abbassare i costi di una siringa, ma non accetto che si tagli il posto di un infermiere che fa le punture». Mario Monti prova a rassicurare tutti, garantendo che non si tratta di una nuova manovra, ma le sue parole incontrano un diffuso scetticismo, e anche qualche ironia, come quella del segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero («Se la spending review non è una manovra allora ha ragione Berlusconi e Ruby è la nipote di Mubarak»). «Se c'è da evitare l'aumento dell'Iva noi siamo d'accordissimo, ma vorremmo discutere nel merito perché siamo un po' tecnici anche noi», dice Bersani, senza negarsi un riferimento alla vicenda degli esodati, su cui pure, a suo tempo, il Pd aveva proposto una soluzione diversa («Se avessimo fatto come dicevamo noi, oggi non avremmo il problema»). Ma è anche vero che il sentiero del governo è assai stretto. Stefano Fassina, sul Mattino, avverte che «sul piano macroeconomico i tagli sono recessivi quanto l'aumento dell'Iva», e avverte che per il Pd «un intervento stile Tremonti non va bene», mentre il governo dovrebbe invece «preparare un piano industriale per ogni singola amministrazione». Esattamente quello che vuole fare il governo, assicura il ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca: «Ragionare amministrazione per amministrazione, verificando quali sono, in una logica non dissimile da quella del rigore, gli interventi che il governo vuole fare. Di selvaggio non c'è nulla, perché non si andrebbe da nessuna parte». In compenso, non brilla per civiltà l'intervento alla Camera del dipietrista Francesco Barbato. «A nome dei giovani italiani vi dico che questa maggioranza ha rotto i coglioni», dichiara, guadagnandosi subito l'espulsione da parte del presidente della Camera. «Mi scuso con tutti i colleghi per lo spettacolo indecoroso», dice il suo collega di partito Antonio Borghesi, intervenendo poco dopo. Altrettanto prevedibile l'opposizione della Lega. «Il governo premia le cicale, ma ricordiamoci che anche le formiche, nel loro piccolo, si incazzano», motteggia il presidente del Veneto, Luca Zaia. Più complicata, come al solito, la posizione del Pdl. Intervistato dal Corriere della Sera, Fabrizio Cicchitto sceglie un tono minaccioso. Se il governo Monti, afferma, è in grado di fare «un intervento efficace sul debito, sulla spesa e quindi sulla riduzione della pressione fiscale», allora «il gioco vale la candela fino al 2013». Altrimenti, «dovremmo fare una riflessione sul rapporto costi e benefici». Ma nel corso della giornata il crescere dell'allarme e delle proteste da parte dei sindacati sembra ricompattare subito il partito. «Le misure sulla spending review sono sicuramente un primo segnale positivo. Per questo non comprendo la posizione dei sindacati», afferma Maurizio Lupi. «La spending review del governo Monti va nella direzione giusta, quella di uno Stato sano e non sprecone... l'esecutivo non ceda alle pressioni strumentali dei sindacati», afferma la vicecapogruppo Isabella Bertolini. «È bene che Monti segua il percorso appena iniziato senza cedere alle resistenze e ai veti del “partito della spesa pubblica”, che trova autorevoli e numerosi iscritti tra burocrazie di ogni livello e in una certa casta sindacale. Su questa linea il premier potrà contare sull'appoggio del Pdl», assicura Anna Maria Bernini. L'ITALIAELACRISI . . . Ferrero: «Se questa non è una manovra allora Ruby è la nipote di Mubarak» Dal federalismo-aziendalista alla manovra anti-Comuni . . . Allo Stato che dà forma al territorio l'asse del nord ha opposto il territorio che de-forma lo Stato . . . Oggi domina uno strano statalismo liberista che impone dall'alto l'eutanasia del pubblico L'ANALISI MICHELEPROSPERO PAROLE POVERE SEGUEDALLAPRIMA Allo Stato nazionale che con politiche pubbliche dà forma inclusiva al territorio, l'asse del nord ha opposto l'immagine del territorio che de-forma lo Stato e sconquassa la cittadinanza. Il risultato perverso non si è fatto attendere: meno diritti, con più spese e più tasse. Eppure, ben altre erano le promesse del ventennio, la cui ideologia era condita con delle dosi massicce di retorica aziendalista. La ricetta era molto semplice: immettere i codici dorati del mercato nella città, i canoni di comando propri dell'azienda nell'amministrazione, gli stampini della sacra proprietà privata nella sfera pubblica e tutto funzionerà alla perfezione, con costi ridotti e rendimento assicurato. La chiacchiera aziendalista sull'efficienza e l'efficacia degli obiettivi gestionali verificabili, il lessico economicistico che irrompeva nel cuore dell'amministrazione trasferendovi pratiche negoziali o la forma privatistica del contratto, ha prodotto però solo incertezze, irrazionalità, sprechi ulteriori. Il liberismo, promosso come paradigma unico di una governance multilivello situata oltre lo Stato, ha registrato un clamoroso fiasco, di cui poco si parla. Al di sotto del credo aziendalista, riverito come una nuova divinità, rimaneva in questi anni la realtà frammentata e diversificata che ha accompagnato lo Stato unitario sin dalle origini. E cioè regioni (soprattutto quelle centrali, eredi del grande riformismo sorto all'ombra della subcultura rossa) con una spiccata capacità di governo e di innovazione, malgrado le restrizioni e i tagli, e altre esperienze territoriali invece contrassegnate da sprechi, inefficienze, parassitismi. Il fallimento del miscuglio perverso di federalismo e aziendalismo, che si è rivelato un fattore di irrazionalità e di decrescita, non viene affatto sfiorato dalla spending review, che anzi s'abbatte alla cieca su tutto il comparto pubblico, senza nessuna apprezzabile lettura delle segmentate situazioni concrete. C'è un odio del pubblico che inquieta. Anche la consueta demonizzazione delle società partecipate dai Comuni, denunciate in quanto tali come la spia di chissà quale devianza criminogena, da curare con le nuove ondate di privatizzazioni, appare del tutto incomprensibile. Spesso proprio dalla partecipazione a enti e servizi, i Comuni traggono le risorse minimali oggi necessarie per conservare nei territori le tracce di una antica civiltà di buon governo, preservata miracolosamente da bravi amministratori malgrado la drastica strozzatura delle entrate. Che grazie a una raffica di tagli più o meno lineari nell'intera macchina pubblica si possano risanare i conti e favorire la crescita è soltanto un atto di fede preteso dall'ortodossia liberista ancora imperante. Oggi domina uno strano statalismo liberista che, in spregio a politiche pubbliche capaci di coesione sociale, conquista il centro del potere e impone con decisioni dall'alto ulteriori dismissioni, tagli, semplificazioni, chiusure, privatizzazioni, dirottamenti di risorse per le grandi banche. Costruire un deserto di diritti di cittadinanza, favorire una eutanasia delle politiche pubbliche e poi confidare nel miracolo della crescita spontanea degli spiriti animali è però una credenza veteroliberista del tutto assurda in tempi di cruda recessione che mostrano come la crisi del mercato non sia meno profonda della crisi dello Stato. La ripresa economica non può in alcun modo prescindere da una rinnovata stagione del pubblico (inteso alla maniera di oggi: non solo Stato, ma enti territoriali molteplici, settori di società civile). Essa non può quindi che partire dai livelli più vicini alle inquietudini e ai bisogni dei cittadini, cioè dalle autonomie locali che devono partecipare alla gestione di grandi obiettivi pubblici condivisi. E se, per la crescita, invece delle cieche forbici alla Tremonti, che in realtà ci vedono bene perché spostano la domanda sociale dai beni pubblici ai beni privati, si usasse per una volta un po' di sana cultura delle istituzioni democratiche? Pd: no scure sociale Il Pdl a Monti: ignori i sindacati Francesco Barbato cacciato dall'aula alza il dito medio verso il Pd FOTO ANSA I democratici: «Questa volta è meglio che il governo ci ascolti» La destra allineata alle posizioni più dure GIUSEPPEVITTORI ROMA Barbato,machice l'hamandato? «Coglioni», la parolaè coglioni.Anzi, «avete rotto i...»:dopoBerlusconi, che con il termine amava definiregli elettoridi sinistra, ci hapensato un deputatodell'Idv, FrancescoBarbato, a tenere alta la bandiera dell'hardfolk, questavolta in aula aMontecitorio. Il parlamentare inquel momentosi voleva fare interprete del sentimento popolare,e più tardi spiegherà che, appunto,avevatrasferito tra i banchi dellaCamera ciòchesecondo lui i giovanipensanodell'attuale maggioranzae delgoverno Monti.Fini haprovvedutosubito ad allontanare Barbatodall'aula.Accompagnato dagli incitamenti aduscire intrecciati nelcoro dellamaggioranza, l'espulso siè voltatoverso i colleghidelPde, fortedella suaproprietà linguistica, li hacalorosamente salutatimostrando ilditomedio.Un leone,poliglotta. Perchéusciredall'aulaa quel modo, ruggendocontro la sinistrae consigliandoledi far buon usodi quel ditoè ilprototipo di una figura retorica cheoggihagran mercato. Sevuoi che iblog si infiamminoe ruggiscano dicendo«Bravo,glielehai cantate», devi fare propriocosì. E lui, chetempo fasiera paragonatoaGiordano Bruno per la sua temerarietà autolesionista, loha fattosapendo cosane avrebbe guadagnato.Saràun leonemaè furbo e leale comeBelen e Corona. Il suo partitosi è scusato, sinceramente.Ma DiPietroche giàci ha regalato Scilipotie DiGregorio, nonè che potrebbecontrollare i doniprima di scartarli inParlamento? TONI JOP 4 mercoledì 4 luglio 2012
COMEORMAI SAPPIAMO, IL PDHAAFFIDATO AQUATTRO ASSOCIAZIONIRAPPRESENTATIVE di un bel pezzo di società civile il compito di indicare due consiglieri (Gherardo Colombo e Benedetta Tobagi), e l'ha fatto per senso di responsabilità: di fronte a un governo paralizzato dai veti berlusconiani, Bersani ha voluto comunque garantire a Mario Monti che la Rai – un'azienda per più del 90 per cento di proprietà del Tesoro non sarebbe stata lasciata andare alla deriva per colpa del Pd. Convinto che solo una nuova legge avrebbe potuto rilanciare e salvare dalla cattiva politica il servizio pubblico, Bersani con un gesto forte e inatteso ha fatto capire che comunque vada questo sarà l'ultimo cda nominato con la Gasparri. E che da oggi si apre una fase nuova di proposta per il futuro della Rai: movimenti, associazioni, sindacati, partiti, disponibili a confrontarsi sulla necessità di liberare la Rai dal peso della partitocrazia, sono tutti invitati e sfidati a immaginare un futuro per il servizio pubblico nell'età della rivoluzione digitale. Insomma questo cda per quel che ci riguarda rappresenta una transizione, imposta, mal sopportata. E tuttavia siamo anche consapevoli che c'è transizione e transizione! Se il nuovo presidente Anna Maria Tarantola (che presto dovrà ottenere i due terzi dei voti della Vigilanza) avrà, per esempio, le deleghe che Monti ha immaginato, ecco che comunque un piccolo passo avanti sarà stato fatto per emancipare la Rai dal soffocante controllo dei partiti. Insieme al nuovo direttore generale Luigi Gubitosi che dovrà formalmente essere votato dal nuovo cda, potrebbe crearsi in Rai una diarchia: se presidente e dg sapranno marciare uniti ecco che tutti gli investimenti importanti e tutte le scelte che toccano le direzioni aziendali di prima e di seconda fascia potranno essere sottratte al vergognoso “mercato dei favori” in cui di fatto la legge attuale ha trasformato i lavori del cda. Peccato che Monti non abbia avuto il coraggio (o la possibilità?) di prevedere più deleghe al presidente anche sulle nomine politicamente più sensibili, come quelle dei direttori dei telegiornali e delle reti. E si sa che per certi partiti quel che conta sono soprattutto i direttori del Tg 1 e della prima Rete, ma anche dei tg regionali. Non so quanto tempo i nuovi arrivati a viale Mazzini ci metteranno a capire quanto sia complessa e difficile l'amministrazione del servizio pubblico. Il primo segnale che ci aspettiamo è semplice: la fissazione di un'agenda delle priorità, alcune dettate dai bisogni immediati di risanamento economico e altre consigliate da una strategia almeno di medio termine. A tutti, intanto, suggerirei la lettura della dichiarazione sui “Valori del servizio pubblico” approvata all'unanimità due settimane fa dall'Assemblea generale dell'Uer, l'Unione europea radiotelevisiva che abbraccia ben 65 broadcasters, che può contare su 150 milioni di telespettatori e su risorse investite per oltre 30 miliardi di euro l'anno. Le parole d'ordine sviluppate nel documento sono forti e chiare: universalità, indipendenza, eccellenza, diversità, attendibilità/credibilità, innovazione. Sapere bene che cosa si chiede oggi a un servizio pubblico radiotelevisivo è propedeutico anche ai fini dei tagli e dei risparmi. Ha senso avere 14 reti tv in digitale terrestre, quando le risorse per mantenerle dignitosamente mancano? E poi servono tutte 14 per garantire un servizio pubblico? E non è una follia avere 13 testate giornalistiche, con direttori, vice direttori e capi redattori in eccesso? Prima di chiudere sedi estere che servono all'immagine dell'Italia nel mondo, prima di sforbiciare in maniera drastica e drammatica gli investimenti in fiction, non sarebbe il caso di puntare su un piano In questi tempi difficili in cui i miti,anche ingiustificati, sono facili a na-scere (ma fortunatamente anche tramontare) il presidente della Repubblica, in conclusione della celebrazione dei 150 anni dell'Unità d'Italia che non poteva avvenire che a Caprera, ha reso omaggio a Giuseppe Garibaldi. «Un mito, una leggenda, un eroe affascinante» che, tratto distintivo di chi ha coscienza piena di sé e di quanto può dare, va ricordato anche «per la sua capacità di riconoscere i limiti del suo ruolo e temperare il suo orgoglio, concorrendo a quel concerto di volontà che fu determinante per raggiungere il grande obiettivo della unificazione nazionale sotto la guida del Piemonte sabaudo e sotto la regia sapiente di Cavour», nella consapevolezza che il risultato finale è quello che conta, al di là dei personalismi. Ed è questo l'atteggiamento troppo spesso dimenticato dai politici di questi tempi difficili. Il presidente ha reso omaggio ai luoghi garibaldini, lì dove l'Eroe dei due Mondi visse gli ultimi anni e morì. Alla tomba e poi al Memoriale a lui intitolato, il primo museo nazionale italiano dedicato interamente a una figura storica, allestito nell'ex forte Arbuticci, che sorge nell'area nord dell'isola. Ad accompagnare Napolitano nell'itinerario che ricostruisce, attraverso i materiali provenienti da diverse collezioni, la vita intensa e straordinaria dell'eroe, c'erano Giuliano Amato, il presidente del Comitato dei Garanti per le celebrazioni e il sottosegretario Paolo Peluffo. «Mi auguro che diventi un luogo di pellegrinaggio, di orgoglio e di consapevolezza nazionale, soprattutto per le giovani generazioni», ha detto Napolitano parlando di un'opera che è stata completata, come ha spiegato il sottosegretario Peluffo, grazie all'impegno dello Stato e delle fondazioni bancarie associate all'Acri. LE RICHIESTEDEISINDACATI Ma la mattinata di Napolitano in Sardegna non poteva concludersi che con un confronto con la realtà dell'isola oggi. I problemi del lavoro innanzitutto, di cui ha parlato con le rappresentanze sindacali che avevano organizzato un sit-in in previsione dell'arrivo anche del premier Monti. «Ma Napolitano non si accoglie così», hanno detto i leader sindacali di Cgil, Cisl e Uil che hanno affidato al presidente, al termine del colloquio, un documento con le loro richieste. Che è innanzitutto una, il lavoro «quello che manca e quello che c'è ma rischia di scomparire». E poi «le difficoltà degli individui e delle famiglie, l'inadeguatezza delle forme e delle misure di assistenza e di inclusione sociale, il presidio e l'efficienza dei pubblici servizi, la desertificazione industriale e l'abbandono del territorio». I sindacati hanno chiesto la mediazione di Napolitano con il governo, perché venga salvaguardata l'occupazione e garantita la cassa integrazione in deroga per circa 2.000 lavoratori sardi. Nel testo è stata fotografata una situazione di crisi e «di sofferenza economica e sociale» aggravata, a detta dei sindacati, dalle scelte del governo nazionale. Il presidente della Regione Sardegna Ugo Cappellacci ha ricordato Rossella Urru, la cooperante rapita ormai da molti mesi in Algeria, e ha chiesto a Napolitano di aiutare la Sardegna a tenere viva l'attenzione e l'impegno per la liberazione della cooperante sarda. E il presidente, che nel corso dell'ultima visita nell'isola incontrò i genitori della ragazza, ha assicurato l'impegno per giungere alla soluzione di una vicenda comunque molto difficile. ILCOMMENTO CARLOROGNONI Una fumata grigia dopo l'altra in commissione di Vigilanza, con il Pdl frantumato a caccia di un traditore. Oggi alle 13,30 la terza votazione per i sette consiglieri di amministrazione della Rai. Il primo voto, alle venti, ha rivelato il caos nel Pdl, nonostante l'aiuto in extremis della Lega che, dopo aver annunciato pubblicamente di votare scheda bianca, alle otto di sera ha invece tentato di regalare al Pdl il quarto consigliere, concedendo però il voto a una donna. Un pezzo forte, l'imprenditrice Luisa Todini, ma in pieno conflitto d'interessi avendo il marito produttore cinematografico. Ma alle otto di sera due pidiellini non hanno votato la «mente forte» del sistema berlusconiano, Antonio Pilati, mettendolo fuori; uno di loro ha invece votato per Flavia Piccoli Nardelli, scelta dall'Idv, Perina di Fli, Milana dell'Api e Giovanna Melandri (Pd) e indicata dalle donne di «Se non ora quando?» che ha ottenuto cinque voti. Il colmo della confusione è stato l'errore di un parlamentare Pdl, che ha scritto «Verri» anziché Verro Antonio (un trucco per votare di nuovo). Il Pdl ha preteso il nuovo voto (con schede aperte per scoprire il «traditore», che ha votato scheda bianca), il Pd ha ottenuto che fosse immediato. Ma non è andata perché due hanno ottenuto la parità con 4 voti: Flavia Piccoli Nardelli e Pilati. Il Pd ha scelto Gherardo D'Ambrosio e Benedetta Tobagi, indicati dalla società civile; i tre certi del Pdl sono Verro, Guglielmo Rositani (per gli ex An) e Luisa Todini. Per l'Udc Rodolfo De Laurentiis. Con Flavia Nardelli le donne sarebbero 4 su 9 oltre il 30% con la presidente Tarantola indicata da Monti, e che deve essere ratificata. A San Macuto si è ricreato l'asse Pdl Lega. E ha «sparigliato» la mossa dell'Italia dei Valori che alla fine, per strappare il quarto consigliere al Pdl e nominare una donna, ha deciso di partecipare alle nomine: mettendo insieme ai voti di Pardi (da sempre contrario all'Aventino dipietrista) e Formisano, quelli della finiana Flavia Perina e di Riccardo Milana dell'Api su Flavia Nardelli, segretaria generale dell'Istituto Don Sturzo, un petalo della rosa indicata da Snoq nella lettera alle istituzioni. Dei trecento curricula arrivati a San Macuto non si sa più nulla, l'Idv aveva chiesto che si scegliesse fra quelli, ma, «a questo punto, infatti, al di là dei nomi, parteciperemo al voto per fare in modo che almeno il principio costituzionale della parità di genere venga garantito», ha spiegato Di Pietro in una nota nel pomeriggio. Non si è mosso invece l'intransigente radicale Marco Beltrandi che non vuole «partecipare a queste sceneggiate». Però fa scendere a 11 i voti del Pd. La Lega ieri ha fatto esercizio di capriole: in mattinata il capogruppo Davide Caparini annuncia: votiamo scheda bianca, per noi la Rai va privatizzata e POLITICA Napolitano a Caprera «Garibaldi d'esempio contro i personalismi» La statua del «Cavallo Morente» di Francesco Messina, all'ingresso della Rai in viale Mazzini FOTO ANSA/ GUIDO MONTANI Il Presidente Napolitano a Caprera FOTO ANSA L'omaggioaconclusione dellecelebrazioni per i 150anni.E in SardegnailPresidente ribadisce il suo impegno per il casodiRossellaUrru ILCASO MARCELLA CIARNELLI mciarnelli@unita.it Il servizio pubblico davanti alla prova della transizione La votazione finisce in parità. Oggi si replica Testa a testa tra Nardelli voluta da Snoq e il berlusconiano Pilati NATALIA LOMBARDO nlombardo@unita.it Rai, scontro totale 8 mercoledì 4 luglio 2012
Per ricordare Sergio Pinin-farina, l'imprenditorescomparso ieri a Torinoall'età di 85 anni, bisognavolgere lo sguardo indie-tro nel tempo, guardare al passato, dissodare il duro terreno delle memoria. Come spesso succede nelle storie del capitalismo familiare italiano sono le origini, i primi passi coraggiosi, l'entusiasmo delle passioni e il rischio delle scelte a caratterizzare le dinastie, a determinare il dna imprenditoriale, a delineare le aspirazioni, la filosofia dell'industriale e dell'azienda. Sergio Pininfarina è stato l'artigiano che dava la forma e l'anima all'auto, capace di sognare e di inventare, ma anche di «battere la lamiera» come dicevano i formidabili carrozzieri torinesi, il padre Battista «Pinin» Farina, la famiglia Bertone, Giorgetto Giugiaro, tutta gente che ha accompagnato la grande industria dell'auto italiana, a partire dalla vicina Fiat, ma in anni lontani anche la gloriosa Alfa Romeo di Stato del Portello e di Arese, la Maserati, la leggendaria Ferrari. Eleganti e belle, potenti e affascinanti, le auto di Pininfarina hanno raccolto successi, consensi, applausi ovunque nel mondo, dimostrando di essere per decenni un ambasciatore affidabile dell'industria e della creatività tricolore. UNMOMENTODIFFICILE La morte di Pininfarina coincide con un momento drammatico della nostra industria e in particolare del settore automobilistico che ha sempre fatto da traino all'economia e che oggi evidenzia non solo le difficoltà di una congiuntura negativa troppo lunga ma anche la mancanza di progetti ambiziosi e di rischi industriali, l'abdicazione di grandi imprenditori, l'assenza di una politica industriale del Paese. L'ex presidente di Confindustria, da tempo malato, colpito duramente quattro anni fa dalla scomparsa del figlio Andrea, vittima di un incidente stradale alle porte di Torino, al quale aveva affidato la guida del gruppo di famiglia, si congeda mentre le fabbriche dell'auto sono ferme e le nuvole nere della crisi e della desertificazione industriale si avvicinano minacciose. La Bertone di Grugliasco è finita alla Fiat, Marchionne ha promesso di produrre 50mila Maserati all'anno. Ma si sa come sono i piani di Marchionne, un giorno ci sono e il giorno dopo, come per magia, sono scomparsi. Giorgetto Giugiario ha scelto di consegnarsi a un gigante, alla Volkswagen, per continuare, in un'altra dimensione, la sua opera creativa. La Pininfarina da tempo è in difficoltà. Delle varie attività è rimasto il centro di stile di Camdiano, mentre la De Tomaso e oltre mille ex dipendenti della Pininfarina, oggi in mano a Gianmario Rossignolo, combattono una battaglia disperata per sopravvivere. Ieri la Borsa crudele ha accolto la notizia della scomparsa di Sergio Pininfarina con un forte rialzo del titolo, reazione tipica del cinismo del mercato che spera di trarre vantaggio da qualsiasi novità, anche dai lutti. Ma non succederà niente, almeno nel breve periodo, perché la quota di controllo della Pininfarina è da tempo in pegno alle banche, a garanzia dei debiti accumulati nel tempo dal gruppo. Tra gli anni Novanta e il primo decennio del nuovo millennio, infatti, la famiglia Pininfarina aveva cercato nuove strade, proponendosi anche come produttore di auto, sviluppando modelli da portare fino al consumatore finale. L'idea non ha funzionato e la crisi ha fatto il resto, mettendo a rischio l'indipendenza e la continuità stessa della creatura di Sergio Pininfarina. Ora toccherà ai due figli Lorenza e Paolo mantenere la barra dritta, per difendere il passato e proiettarsi nel futuro come diceva il capofamiglia. Ma anche questa bella storia di capitalismo familiare italiano sembra arrivata al momento in cui si voltano le pagine più dure e faticose. DATORINO AL MONDO Nato a Torino l'8 settembre 1926, Sergio Pininfarina sognava di fare il direttore d'orchestra, il musicista, ma trae dal padre «Pinin» (il presidente della Repubblica Gronchi concederà con decreto di cambiare il cognome originario Farina in Pininfarina, in onore del fondatore) la passione per le quattro ruote, cercando nei disegni, nelle linee, nello sviluppo industriale, di proporre modelli nuovi, tecnologicamente avanzati, esteticamente belli. L'industriale ha messo la sua firma su auto di enorme successo, spesso portate al grande pubblico anche attraverso il cinema, come la Lancia de «Il sorpasso» e l'Alfa Romeo duetto de «Il laureato», come si conviene per prodotti industriali destinati a diventare simboli di un passaggio storico, di mode e tendenze, di evoluzione delle culture e degli stili di vita. Auto per la strada e finite poi nei musei. Pininfarina, «un galantuomo» secondo la definizione di Gianni Agnelli, si è trovato anche in prima fila sul fronte delle associazioni degli imprenditori, guidando per quattro anni la Confindustria tra il 1998 e il 1992 in un periodo in cui il tessuto produttivo si avviava a fronteggiare una crisi profonda e una dura riconversione. Non è mancato il suo impegno politico come parlamentare europeo e poi come senatore a vita. Pininfarina era un liberale, un liberale torinese, un uomo di altri tempi. Stava nel Pli. Suscita quasi tenerezza pensare che gli industriali per bene una volta si ritrovavano tra i liberali. Categoria da ripensare oggi che pure Silvio Berlusconi si definisce liberale. UNASTORIA ITALIANA LANCIA AURELIAB24 ALFA ROMEODUETTO DAL PADRE«PININ» AENZO FERRARI NAPOLITANO «Cordoglioper la mortediunagrande figuradell'industria» «Partecipocon animocommosso al generalecordoglioper la scomparsadi Sergio Pininfarina, figuraaltamente rappresentativa delmondo dell'industria italiana, chehasvolto un ruolodi particolare rilievoper lo sviluppodi un compartoproduttivo fondamentale ehacontribuitocol suo talento innovativoall'apertura internazionaledell'impresa italiana».Così il Presidente della Repubblica,Giorgio Napolitano, in unmessaggio inviatoalla signora GiorgiaPininfarina. «Lepeculiari dotidiequilibrio edi capacitàdianalisi -prosegue il Capodello Stato- loguidarono anchenegli incarichi ricoperti al verticedell'organizzazione degli industriali che gli valsero alti riconoscimentinellavita civile coronatinel2005dalla nominaa senatorea vita.Nel ricordare la signorilitàche lo contraddistinsee insieme il coraggio e la dignitàcon cuivisse il momentoper lui personalmentepiùdoloroso, desidero fargiungere a lei,gentile signora,eai familiari tutti le espressionidel mio sentitoe partecipecordoglio». LascomparsadiSergio Pininfarina, industriale torinese, liberale, senatore avita.Successiecadute, famigliaemercati, la metaforadelcapitalismo LA STORIA RINALDO GIANOLA rgianola@unita.it Gassman al volante nell'Italia del miracolo LaLancia AureliaB24 disegnatada Pininfarinaè l'auto de «il Sorpasso»capolavorocinematrografico di DinoRisi.Vittorio GassmaneJean Louis Trintignant in giroper l'Italia delboom economico,del ritrovato benessere.Un«road movie»all'italiana che hasegnato unastagione culturalee socialedelnostropaese «Il laureato»sullestraded'America L'AlfaRomeo spider 1,6 è unodeicapolavori uscitidalla mentedi Pininfarina.La famosa “Duetto” rossa infiammala finedegli anni Sessantaquando arrivasugli schermi con il film «Il laureato», diretto daMike Nichols, protagonista DustinHoffmann conAnne Bancroft, colonnasonora diSimon &Garfunkel. Conimaghidellequattroruote Dalpadre Battista«Pinin» Farinae daEnzo Ferrari,dal disegnoe dalla “battituradella lamiera», SergioPininfarina hacoltivato la sua passioneper l'auto,creando modelli famosi in tutto ilmondo. Il suo rapportoprofessionale e di amiciziacon Enzo Ferrari e la casadi Maranelloè durato tutta lavita Pininfarina, l'artigiano che dava forma all'auto Sergio e Andrea Pininfarina (scomparso nel 2008), al salone dell'auto di Ginevra del 2004 FOTO DI ROBERTO MONALDO/LAPRESSE mercoledì 4 luglio 2012 11
TV 06.45 Unomattina Estate. Attualita' 08.00 TG 1. Informazione 10.10 Unomattina Vitabella. Rubrica 11.00 Unomattina Storie Vere. Rubrica 12.00 E state con noi in TV. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show. 15.15 La mia casa nel bosco. Film Dramma romantico. (2005) Regia di Stephen Bridgewater. 16.50 TG Parlamento. Informazione 17.00 TG 1. Informazione 17.15 Heartland. Serie TV 18.00 Il Commissario Rex. Serie TV 18.50 Reazione a catena. Show. 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Techetechetè. Rubrica 21.20 Porta a Porta. Talk Show. Conduce Bruno Vespa. 23.45 XXXIII Premio Ischia Internazionale di Giornalismo. Evento 01.00 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.30 Che tempo fa. Informazione 01.35 Sottovoce. Talk Show. Conduce Gigi Marzullo. 02.05 Rai Educational. Documentario 02.35 Mille e una notte - Musica. Rubrica 07.10 Vite sull'onda. Serie TV 07.30 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 10.20 La complicata vita di Christine. Serie TV 10.40 Tg2 Insieme Estate. Rubrica 11.25 Il nostro amico Charly. Serie TV 12.10 La nostra amica Robbie. Serie TV 13.00 Tg2. Informazione 13.30 Tg2 - E...state con Costume. Rubrica 14.00 Senza Traccia. Serie TV 15.00 In diretta dalla Camera dei Deputati “Question Time”. Interrogazioni a risposta immediata. Informazione 15.45 Crazy Parade. Serie TV 16.10 The Good Wife. Serie TV 17.00 One Tree Hill. Serie TV 17.50 Tg2 - Flash L.I.S.. Informazione 17.55 Rai TG Sport. Informazione 18.15 Tg 2. Informazione 18.45 Cold Case. Serie TV 19.35 Ghost Whisperer. Serie TV 20.30 Tg2. Informazione 21.05 Squadra Speciale Cobra 11. Serie TV Con Almut Eggert, Charlotte Schwab, Erdogan Atalay, Friedrich Karl Praetorius. 22.00 Squadra Speciale Cobra 11. Serie TV 23.05 Eva. Show. Conduce Eva Riccobono. 00.10 Guardami. Rubrica 00.55 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 07.00 TGR Buongiorno Italia. Informazione 07.30 TGR Buongiorno Regione. Informazione 08.00 Abbasso la ricchezza!. Film Commedia. (1946) Regia di Gennaro Righelli. Con Anna Magnani. 09.25 La Storia siamo noi. Documentario 10.20 Cominciamo Bene. Rubrica 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. Informazione 12.15 Cominciamo Bene. Rubrica 12.25 Tg3 - Fuori TG. Rubrica 13.10 La strada per la felicita'. Soap Opera 14.00 Tg Regione. / TG3. Informazione 14.55 Rai Sport Ciclismo: Rouen, Tour de France; 4a tappa: Abbeville - Rouen. Sport 17.50 Geo Magazine 2012. Documentario 19.00 TG3. / Tg Regione. 20.00 Blob. Rubrica 20.10 Cotti e mangiati. Sit Com 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 Chi l'ha visto?. Attualita' 23.15 Tg Regione. Informazione 23.20 Tg3 Linea notte. Informazione 23.25 Meteo 3. Informazione 23.55 Doc 3. Rubrica 00.45 Rai Educational Magazzini Einstein. Documentario 01.45 Fuori Orario. Cose (mai) viste. Rubrica 02.00 Rainews. Informazione 06.35 Media shopping. Shopping Tv 06.50 Magnum P.I. Serie TV 07.45 Più forte ragazzi. Serie TV 08.40 Sentinel. Serie TV 09.50 Monk. Serie TV. 10.50 Ricette di famiglia. 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Docu Reality 15.45 Parenthood. Serie TV 16.45 Tg5 - 5 minuti. Informazione 16.51 Un battito d'amore. Film Drammatico. (2007) Regia di Andy Wolk. Con Samantha Mathis. 17.45 Tgcom. Informazione 18.45 Il Braccio e la Mente. Gioco A Quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.31 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 21.10 Le due facce dell'amore. Serie TV Con Nathalie Rapti Gomez, Daniele Liotti, Lorenzo Flaherty. 23.35 Hush little baby - Chi giace nella culla. Film Drammatico. (2007) Regia di Holly Dale. Con Victoria Pratt, Johanna Black. 00.29 Tgcom. Informazione 01.15 Tg5 - Notte. Informazione 01.50 Meteo 5. Informazione 07.20 Hannah Montana. Serie TV 08.10 Cartoni Animati. 10.35 Dawson's Creek. Serie TV 12.25 Studio aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 Futurama. Cartoni Animati 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 Dragon ball. Cartoni Animati 15.00 Gossip girl. Serie TV 15.55 Le cose che amo di te. Serie TV 16.45 Mammoni - Short. Reality Show. 17.10 Friends. Serie TV 17.35 Mercante in fiera. Gioco A Quiz 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.25 C.S.I. New York. Serie TV 21.10 Mistero. Show. Conduce Paola Barale. 00.30 Terrore sott'acqua. Film Thriller. (2003) Regia di Charles Robert Carner. Con Lou Diamond Phillips, Kristy Swanson, Coolio. 01.27 Tgcom. Informazione 02.20 Saving Grace. Serie TV 03.10 Studio aperto - La giornata. Informazione 03.25 Highlander. Serie TV 07.00 Omnibus Estate 2012. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. 11.10 Ti ci porto io (R). Rubrica 12.30 I menù di Benedetta (R). Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 In fuga per la libertà. Film Dramma romantico. (2002) Regia di Éva Gárdos. Con Kathy Baker, Paul Dano, Katie Stuart. 16.10 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 18.00 I menù di Benedetta (R). Rubrica 18.55 Cuochi e fiamme. Show. Conduce Simone Rugiati. 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 In Onda. Talk Show. Conduce Filippo Facci, Natasha Lusenti. 21.10 S.O.S. Tata. Reality Show. 00.05 Tg La7. Informazione 00.10 Tg La7 Sport. Informazione 00.15 N.Y.P.D. Blue. Serie TV 01.15 N.Y.P.D. Blue. Serie TV 02.10 Movie Flash. Rubrica 02.15 Cold Squad. Serie TV 03.00 In Onda (R). Talk Show. Conduce Filippo Facci, Natasha Lusenti. 21.10 Mean Girls 2. Film Commedia. (2011) Regia di M. Mayron. Con M. Martin D. Lamkin. 22.55 Benvenuti al Sud. Film Commedia. (2010) Regia di L. Miniero. Con C. Bisio A. Siani. 00.45 This Is Beat - Sfida di ballo. Film Musical. (2011) Regia di R. Adetuyi. Con T. Brown M. Morgan. SKY CINEMA 1HD 21.00 Pesi massimi. Film Commedia. (1995) Regia di S. Brill. Con D. Goldman J. Wayne Miller. 22.45 Tom e Thomas - Un solo destino. Film Commedia. (2002) Regia di E. Lammers. Con S. Bean I. Ba. 00.45 La banda Olsen e il mistero della miniera d'argento. Film Avventura. (2006) Regia di A. Lindtner Naess. Con O. Hogasen Maehlen 21.00 Don Juan De Marco - Maestro d'amore. Film Metrica/Poesia. (1994) Regia di J. Leven. Con J. Depp M. Brando. 22.50 Neverland - Un sogno per la vita. Film Drammatico. (2004) Regia di M. Forster. Con J. Depp K. Winslet. 00.35 Insieme per caso. Film Commedia. (2002) Regia di P. Hogan. Con K. Bates R. Everett. 18.15 Adventure Time. Cartoni Animati 18.40 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.40 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.05 Ben 10. Cartoni Animati 20.30 Ninjago. Serie TV 20.55 Adventure Time. Cartoni Animati 21.20 Brutti e cattivi. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Come funziona?. Documentario 19.30 Come funziona?. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Sons of Guns. Documentario 22.00 Addestramento Estremo. Documentario 23.00 Moonshiners: la febbre dell'alcol. Documentario 19.00 Una splendida annata. Show. 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Una splendida annata. Show. 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 Life as we know it. Serie TV 22.30 Shuolato 2.0. Rubrica 23.30 Jack Osbourne No Limits. Reportage DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.20 La vita segreta di una Teenager Americana. Serie TV 20.20 Il Testimone. Reportage 20.45 Il Testimone. Reportage 21.10 Reaper. Serie TV 22.00 Skins. Serie TV 22.50 My Super Sweet World Class. Show. MTV RAI 1 21.20: Porta a Porta Attualità con B. Vespa. Nel salotto più famoso di Raiuno si trattano temi d'attualità del Paese. 21. 05: Squadra Speciale Cobra 11 Serie Tv con E. Atalay. Il meteorologo Jan Berger inizia a notare minacciosi fenomeni atmosferici. 21.05: Chi l'ha visto? Attualità con F. Sciarelli. Il programma contribuisce alle indagini su omicidi e sparizioni. 21.10: The Chase. Serie tv con K. Giddish. L'agente Annie dovrà arontare un pericoloso ricercato. 21.10: Le due facce dell'amore Serie Tv con D. Liotti. “Il Duca”, boss di quartiere, torna a Roma e rincontra Caterina: tra i due è amore 21.10: Mistero Show con P. Barale. Il consolidato gruppo di detective ci porta alla scoperta di nuovi casi. 21.10: S.O.S. Tata Real Tv. Le educatrici capitanate da Tata Lucia, aiuteranno, per la sesta stagione, famiglie disperate. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY ALÉ,VIAANCHEGADLERNER.LATVSI SPOPOLA PERCHÉ FA LE VACANZESCOLASTICHE.ANCHESE,COMESCUOLA,NONSIPUÒDIRECHESIASEMPREEDUCATIVA. Comunque, tutti al mare, a mostra' le chiappe chiare, come cantava la splendida Gabriella Ferri. A non andare in ferie sono però i lottizzatori, perché è in via di ricambio (secondo le regole volute da Berlusconi e fedelmente attuate da Maurizio Gasparri) il Consiglio di amministrazione della Rai. Questione di ore e sapremo chi andrà a occupare le nuove cadreghe a nome e per conto del Pdl. La Lega, come ha detto Salvini a l'Infedele, si tira fuori, ma non per gli stessi motivi del Pd. Come noto, Bersani ha chiesto ad alcune organizzazioni della società civile di proporre dei nomi e sono stati segnalati Gherardo Colombo e Benedetta Tobagi. La Lega, per coerenza, dovrebbe rivolgersi a organizzazioni della società incivile (ce ne sono tante: basta chiedere a Belsito), ma vedrete che alla fine sarà tutta una finta, utile solo a contrattare qualche altra poltrona con Berlusconi. Perché la nuova gestione maroniana si annuncia altrettanto cinica di quella bossiana. Giusto come il milanesone milanista Salvini che, partecipando alla puntata finale della trasmissione di Lerner, ha confermato il suo stile. Lo stile di uno che aveva proposto di dotare la metropolitana di carrozze esclusive per milanesi. Una sorta di apartheid meneghina che poi, di fronte allo scandalo, si affrettò a definire «soltanto una provocazione». Ora l'episodio diventa più memorabile perché sembra che Maroni abbia già in qualche modo “incoronato” Salvini come suo delfino. Cosicché, ora abbiamo, oltre al successore di Bossi, anche il successore del Trota. Ma forse sarebbe meglio dire il succedaneo. Anche se Salvini ha fatto il classico, come ci tiene a far sapere, e non si è ancora dotato di laurea albanese. Ma domani chissà. LaRai chiude per ferie Ma i lottizzatori nonvanno invacanza FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO U: mercoledì 4 luglio 2012 21
David LaChapelle è il fotografo del set, dell'immagine costruita maniacalmente in ogni dettaglio, il fotografo dall'irrefrenabile passione per le celebrities. Ora una mostra a Lucca (Palazzo Boccella) ripercorre la sua carriera con una cinquantina di scatti. AFA ASSASSINA, CERTO. MA NON È COLPEVOLE DELLA MORTE DI LAURA GRIMALDI, CHE DI GIALLO, SI OCCUPÒ PERUNAVITA.APORTARLAVIAÈSTATOILMALECHELE AVEVANO DIAGNOSTICATO DA TEMPO. Lo sapevano benissimo i lettori del suo ultimo libro, Faccia un bel respiro (Mondadori, pp. 112, Euro 10,00), sarabanda divertita nell'universo ospedaliero che la accoglieva. Qui l'istituzione totale, secondo la definizione di Erving Goffman, diveniva ultima occasione di assemblaggio narrativo per una donna con la vocazione delle trame. Laura Grimaldi ne conobbe parecchie da quando iniziò a tradurre per Mondadori. La sua macchina da scrivere ricreò in italiano l'inglese variamente articolato di Eric Ambler, maestro dello spionaggio d'alta classe, di John Dickson Carr, evocatore di incubi a cavallo tra passato e presente, e Raymond Chandler, il più tenero della «scuola dei duri». La frequentazione degli autori in lingua originale produce empatia. E la Grimaldi ne fece tesoro per poi rigenerare collane da edicola ormai consolidate ma bisognose probabilmente di un rimescolio contenutistico. Dal 1962, toccò a lei la redazione del «Giallo Mondadori», creatura di Alberto Tedeschi da tenere al passo con i tempi. Intanto il cinema innescava la mania della spy-story, grazie al successo di James Bond. Perciò, sempre in casa Mondadori, si inaugurava «Segretissimo», al quale la Grimaldi prestava la sua conoscenza di un genere letterario già affermatissimo oltre confine. E malgrado «Urania» prosperasse con Fruttero & Lucentini, anche la fantascienza fu un campo nel quale lei poté esprimere un'eccellente capacità di editor, in epoche ancora prive di questo concetto sul versante italiano. Fu per merito di Laura Grimaldi che moltissima scrittura peninsulare virò al giallo. Con l'avvento dei «giovani autori» e dei «cannibali», si comprese che il potenziale virulento, sanguinario ed estremo della cronaca dava una misura, per quanto negativa, della contemporaneità, ed andava assimilata alla letteratura. Lei, fiorentina di origine, ne aveva un esempio nella natia toscana. Il mostro, che imperversava dal 1968 e nessuno, fino a tempi recentissimi, identificava in un unico serial killer. Nel 1989, Laura Grimaldi lo racconta nel romanzo Il sospetto. Da un'angolazione incredibile. La madre che, inesorabilmente, entra nel risucchio di un'agnizione temutissima. La crudeltà psicopatica degli omicidi a sfondo sessuale potrebbe ricondursi al figlio. Ben prima che arrivassero ai vertici delle graduatorie librarie Thomas Harris, Patricia Cornwell e tutti i nomi che hanno fatto lo psychothriller. MILANOELA SUABORGHESIA Laura Grimaldi dichiarò una volta: «Mi piace il noir che è caos, il giallo d'indagine è ordine e mi pare che per noi che le regole le rispettiamo, ce ne siano già troppe...» All'epoca, si accingeva a fondare una sua casa editrice, la Tropea, che di libri fedeli a questi principi ne avrebbe pubblicato numerosi, tutti bene accolti. Diceva ancora la Grimaldi: «Io viaggio sui mezzi pubblici, sono una signora vecchio stile, sto con gli occhi aperti, colgo nelle facce la disperazione per il non futuro, la solitudine». Parole che si attagliano a questa trapasso di millennio, con un riferimento preciso alla realtà metropolitana che la Grimaldi conosceva di prima mano: «È Milano e la sua borghesia, anzi un pezzetto della sua borghesia che mi interessa. I miei sono esempi estremi, questo pezzetto di borghesia e la periferia disperata. Il romanzo si nutre di estremi, altrimenti sarebbe un saggio. Voglio raccontare lo scontro tra i borghesi della nuova generazione e la Milano disperata». Progetto che realizzò in Lacolpa, uno dei gialli più rappresentativi di quest'Italia ormai configurata come un thriller senza fine, se non quella in serbo per chi come Laura Grimaldi, incontra il killer assegnato dal destino. GABRIELLAGALLOZZI ggallozzi@unita.it Sezioni fotocopiaaquelledellaMostra.Così leduerassegne diventanoancorapiùsimilie il«conflitto»aumenta... CULTURE ENZOVERRENGIA enzoverrengia@tin.it IL ROMAFILMFEST ERA MÜLLER? LA FOTOCOPIA DI QUELLODIVENEZIACHEHADIRETTOFINOALLOSCORSOANNO.DOPOLEPOLEMICHE, ISUSSURRIELEGRIDA CHE HANNO ACCOMPAGNATO il cambio dei vertici della kermesse capitolina, tutto si ricompatta come l'acqua dello stagno dopo che il sasso è andato a fondo. E pensare che l'arrivo di Müller a Roma, oltre ovviamente al prestigio e all'indubbia professionalità, era stato indicato - soprattutto dai suoi sponsor Polverini e Alemanno - come necessario per dare un'«anima» ad un festival ancora in cerca di identità. Si era parlato dunque di puntare su una sorta di prolungamento dell'estate romana. Di una kermesse in grado di coinvolgere l'intera città. Di qualcosa, insomma, che non «sbattesse» col più antico e storico festival di Venezia, da dove ai tempi - quando era in sella come direttore - lo stesso Müller aveva tuonato, accusando Roma di «scippo». Tutte chiacchiere. Ieri, infatti, il Romafilmfest ha diramato con un comunicato quello che sarà il suo nuovo regolamento per il 2012. Eccolo: un concorso ufficiale (max 15 titoli in prima mondiale); un Fuori concorso; una sezione Cinema XXI secolo («riservato ad opere che esprimono la ridefinizione continua del cinema all'interno del continente visivo contemporaneo»...) e Prospettive Italia dedicato esclusivamente al prodotto italiano. Esattamente come è accaduto fin qui a Venezia: Concorso, Fuori concorso, Orizzonti e Controcampo italiano. Quest'ultimo, in particolare, contenitore utilissimo per inserire i titoli italiani dell'ultima ora o quelli a cui non si può dire di no. Insomma cambiano i nomi ma non la sostanza. Per il resto ritroviamo il mercato (Business Street) e la Fabbrica dei Progetti/New Cinema Network, spazio dedicato alle coproduzioni per il quale il neodirettore ha chiesto il coinvolgimento delle varie associazioni: Anica, 100autori, Anac, Agpc e Indicinema. «Alice nella città», lo spazio dedicato al cinema per ragazzi, resiste ma come sezione autonoma. Ricomincerà dunque la guerra Roma/Venezia? Certo, con questa formula lo scontro sarà inevitabile. E il processo di reciproca «vampirizzazione» molto probabile. Riuscirà finalmente la direzione generale cinema del Ministero a farsi carico della situazione? Sembra impossibile, infatti, che non si riesca a trovare un coordinamento che impedisca la guerra tra festival. Quest'anno, infatti, a farne le spese sarà anche Torino in programma dal 23 novembre al primo dicembre. Appena sei giorni dopo la kermesse romana, in corso dal 9 al 17 novembre. Qualcuno riuscirà a rimediare a questa ennesima anomalia del sistema Italia? David LaChapelle tra celebrità ed eccessi kitsch LAPRIMASEZIONEDELTARDELLAZIOHARESPINTO, GIUDICANDOLOINAMMISSIBILE,ILRICORSOPRESENTATODAL CODACONS CONTROLE MODALITÀDIAFFIDAMENTO A TOD'S DELLA SPONSORIZZAZIONE DEILAVORIDIRESTAURODELCOLOSSEO.Lo riferisce il presidente dell'associazione di consumatori Carlo Rienzi, che annuncia un appello al Consiglio di Stato. La vicenda è nata nell'agosto 2010 con la pubblicazione di un avviso per la «ricerca di sponsor per il finanziamento e la realizzazione di lavori secondo il piano degli interventi Colosseo, Roma» (sponsorizzazione tecnica). Si sono presentati così due candidati, Ryanair e Tod's, le cui offerte «sono risultate non conformi alle modalità previste, motivo che condusse l'amministrazione a ricorrere a una procedura negoziata per il solo finanziamento degli interventi (sponsorizzazione pura) invitando a parteciparvi la Tod's, la Ryanair, la Fimit». Romafilmfest:Müllerporta ilmodelloveneziano LauraGrimaldi lasignora ingiallo Morta la scrittrice ed editrice chesièdedicataaimisteri NeglianniSessanta fudirettricedicollane famosissimecome «IlGialloMondadori» «Segretissimo»e«Urania» AVEVA RAGIONESTAVOLTAMASSIMOGIANNINISU «REPUBBLICA». IL VERO FOKLOREAL POTERESONOMARCHIONNE ESQUINZI. IL PRIMODISPREZZAIDIRITTI DEI LAVORATORI ELESENTENZEDELLA MAGISTRATURA,MENTRE MINACCIADI DELOCALIZZARELEPRODUZIONI FIAT IN CINA. Il secondo definisce boiata pazzesca le riforma del mercato del lavoro, alla vigilia del vertice europeo e dopo aver definito a suo tempo inutile lo scontro sull'articolo 18. Ma che classe dirigente è questa? Marchionne è uno che guadagna come cinquemila operai e non inventa macchine vendibili in Europa. Ci riesce facendosi pagare i salari da Serbia e Polonia. O con i finanziamenti pubblici negli Usa, e grazie ai fondi pensione sindacali. Quanto all'Italia, Fiat ha usufruito di robusti aiuti di stato anche negli anni recenti. E per ringraziamento questo signore Italo-canadese, che paga le tasse in Svizzera, tratta l'Italia da zerbino! Quanto a Squinzi, la boiata pazzesca è l'apparato industriale italico. Legga le statistiche invece di parlare come Fantozzi. Siamo ai primi posti come ore lavorate: più di Germania e Usa. E agli ultimi come produttività oraria. Colpa di una borghesia che non investe in innovazione e che sfrutta la flessibilità più alta in Europa: metà di quella tedesca. Queste sono le vere boiate pazzesche! Ma chi ha permesso a questi signori di parlare e comportarsi così? Certo la destra, il monetarismo, l'egemonia liberale diffusa, etc. Ma ci abbiamo messo del nostro, non contrastando questa egemonia. Bene, è tempo di invertire la tendenza. Di cacciare la destra dall'Europa e dall'Italia. E di mettere al centro un'altra idea dell'economia. Dove l'impresa è legittima solo se crea lavoro, non se specula, sfrutta o tira i remi in barca. Quel tempo è arrivato. Cogliamolo in tempo. Magari con qualche autocritica. L'assalto diSquinzi e Marchionne TOCCOERITOCCO BRUNOGRAVAGNUOLO Colosseo, ilTardiceno al ricorso del Codacons contro il restauroTod's U: 22 mercoledì 4 luglio 2012
Staino Successi e cadute di una famiglia metafora del capitalismo GIANOLA APAG.11 ILLUTTO Addio Pininfarina artigiano dello stile RISPOSTE AREICHLIN Cuperlo: vagoni nuovi per il treno della sinistra APAG. 15 Marchionne annuncia: se il mercato europeo non cambierà ci saranno interventi «Nel Paese c'è uno stabilimento di troppo» Pd, rinviamo l'assemblea Oggi laverità sulBosone diHiggs Grecopag. 18 L'ANALISI ROCCOCANGELOSI Noi viviamo molto vicini Quindi il nostro scopo nella vita è aiutare gli altri. E se non possiamo aiutarli almeno non facciamo loro del male. DalaiLama U: Prima la notizia dell'acquisto di nuove quote Chrysler, poi la doccia fredda sull'Italia. «Se le attuali capacità di assorbimento in Europa rimangono tali per i prossimi 24-36 mesi rispetto alle necessità, c'è almeno uno stabilimento extra in Italia»: lo ha detto ieri sera Sergio Marchionne a margine della presentazione della nuova 500L. «Se riusciamo a indirizzare la capacità produttiva verso l'America questo problema scompare ma ci serve la tranquillità di produrre in Italia». APAG.10 QUESTA SPENDING REVIEW SOMI-GLIASEMPRE DI PIÙ A UNA ENNESIMA MANOVRAECONOMICACORRETTIVA.Il nome solo di manovra ci viene risparmiato, forse per incutere meno spavento dinanzi allo spettro di ennesimi sacrifici improduttivi richiesti da sua maestà il rigore. La sostanza purtroppo non cambia. Ed è la prosecuzione di tagli (lineari?) che paiono destinati a incidere sulla qualità dei servizi e quindi sulla vita delle persone. Le forbici sono ancora una volta lo strumento principale brandito dal governo per affrontare il riordino dei conti pubblici rimasti fuori controllo. Dopo vent'anni di retorica federalista, che innalzava il mito della periferia come l'antidoto più efficace agli sprechi annidati nella grande macchina statale centralista, si scopre che proprio la devoluzione di poteri ai territori rigonfiava la spesa spingendola al di là di ogni possibile contenimento. SEGUE APAG.4 MICHELEPROSPERO Rossi: «Salviamo trasporti locali e sanità» LENOSTRE INTERVISTE Tagli nel pubblico: blocco degli stipendi, ferie coatte e stop ai concorsi Via il 10% dei dipendenti e il 20% dei dirigenti Sanità: i posti letto calano del 10% Sindacati sul piede di guerra: così lo sciopero sarà inevitabile Il Pd: il governo ci ascolti, niente forbici sul sociale Nonuccidere icomuni Veronesi: adotto «La grande guerra» Crespipag. 17 Scure del governo sugli statali Nell'ultima direzione del partito è stata approvata all'unanimità la proposta di Bersani di svolgere in autunno le primarie per scegliere il candidato del centrosinistra alla presidenza del consiglio. Per la verità l'assemblea era divisa tra chi era più e chi era meno convinto. Personalmente ero tra i primi, non solo perché so che le primarie sono la «cifra costitutiva» del Pd. SEGUEA PAG.5 L'INTERVENTO PIERLUIGI CASTAGNETTI A PAG.2-4 Il tango libero diPiazzolla Montecchipag. 19 Angela Merkel giunge a Roma. È la terza volta che la cancelliera nel giro di pochi mesi si reca nella capitale italiana per discutere con Mario Monti le soluzioni da apportare alla persistente crisi dell'eurozona. SEGUE APAG.7 Cosa chiedere alla Germania «Un passo avanti nella direzione che noi vogliamo»: è il bilancio del vertice di Bruxelles tracciato ieri da Monti al Senato. E oggi, prima di incontrare Angela Merkel in visita a Roma, sarà la volta della Camera. Ma il professore replica anche a chi lo aveva accusato di non alzare a sufficienza la voce in Europa. ANDRIOLO APAG. 6 Monti: ora gli Eurobond non sono più un tabù Il premier al Senato rivendica i risultati di Bruxelles «Finlandia e Olanda insofferenti, ma li convinceremo» Merkel oggi a Roma Il governo non scopre le cifre: non lo fa con i presidenti di Regione e i sindaci e tantomeno con i sindacati. Ma i numeri ci sono, e sono pesantissimi: 25 miliardi da reperire da oggi al 2014. Tutto sulle spalle di dipendenti pubblici, delle amministrazioni centrali e periferiche, e della spesa sanitaria. DIGIOVANNI APAG. 2 FRULLETTI A PAG.3 La Fiat vuole chiudere una fabbrica in Italia Il tradimento del federalismo COLLINI APAG. 9 Violante: «Dico no a una nuova Costituente» L'appello: raccolti 20mila euro per ricostruire l'edificio FANTOZZIA PAG. 12 TERREMOTO I bambini di Alberone: restituiteci la scuolaBondi: le sfide che valgono per noi liberali APAG. 15 1,20 Anno 89 n. 183Mercoledì 4 Luglio 2012
GIOVANNI VERONESI È STATO UN TALENTO PRECOCE. NON AVEVA NEMMENO 25 ANNI QUANDO HA ESORDITO NELLA REGIA CON «MARAMAO», DELIZIOSO FILM «SUI» (NON NECESSARIAMENTE «PER») BAMBINI IN CUI GLI ADULTIVENIVANOINQUADRATISOLODALLAVITAINGIÙ, come nelle strisce di Charlie Brown. Contemporaneamente, lavorava come sceneggiatore per Francesco Nuti e più tardi avrebbe seguito tutta la carriera di Leonardo Pieraccioni. Ma da anni Veronesi è regista in proprio, sia di film di grande successo (come la serie Manualed'amore) sia di opere più personali (come i vecchi, e stranissimi, Per amore soloperamore e Silenziosinasce, o il recente, corale e toccante Genitoriefigli:agitarebeneprimadell'uso). Assieme a Virzì e a pochissimi altri, è uno degli eredi a pieno diritto della grande tradizione della commedia all'italiana. Ma la sua adesione al mondo di Mario Monicelli non è solo artistica. È anche umana, personale, esistenziale. Questoèunodeicasiincuipossiamodirlo:«Lagrandeguerra»èiltuofilm«dellavita». «Sì, è così. Io penso che tutti coloro che fanno la commedia in Italia debbano avere un punto di riferimento, un punto di partenza. Per me, è Lagrande guerra. Penso che sia il film nel quale sono racchiuse le cose più belle della commedia all'italiana. Un film nel quale c'è tutto: lo scenario apocalittico della guerra, la vigliaccheria e l'eroismo degli italiani, i dialetti. Ci sono due grandi attori come Sordi e Gassman, c'è la comicità, la commozione, la tragedia, il cinismo, l'ironia. È stata forse l'unica commedia a vincere il Leone d'Oro a Venezia, e se dovessi scegliere un titolo che riassuma, che rappresenti tutta la commedia all'italiana sarebbe proprio La grande guerra. Ha forse il più bel finale del cinema italiano, e penso che soltanto un grande come Monicelli sarebbe riuscito a trasformare un film del genere, nel quale i due protagonisti muoiono fucilati, in un'opera così popolare. Se lo esaminiamo con attenzione è un film con ambizioni enormi e affronta temi molto alti: la guerra, l'amicizia, il tradimento, la morte. Ma è anche un raro esempio in cui il massimo dell'ambizione incontra il massimo del popolare. Se tu mi chiedi di dire un nome, io dico Monicelli, non Fellini. O, se vuoi, dico che lui è il mio Fellini. In vita, soprattutto agli inizi, è stato molto sottovalutato anche perché era uno che non si “vendeva”, non frequentava salotti. Oggi la gente lo ricorda, ma forse pochi oserebbero dire che come regista sta alla pari con Antonioni. Io lo dico. E se dovessi scegliere un regista italiano con cui trascorrere l'eternità, sceglierei lui, anche se magari Antonioni era più simpatico». Tuhaicominciatoascriverefilmcomicidagiovanissimo.Lacommediaall'italianaèsemprestata il tuo puntodiriferimento? «Devo confessare che a 18-20 anni ero letteralmente infoiato di Woody Allen e conoscevo poco il cinema italiano. Quando ho cominciato a lavorare con Nuti ho provato ad andare alle radici del cinema che facevamo, e ho scoperto una cosa tutt'altro che ovvia: la commedia, in quanto genere, c'è in tutte le cinematografie del mondo, ma quella italiana, o “all'italiana”, è unica. Non credo ci sia un altro paese in cui un genere cinematografico si è a tal punto identificato con un popolo, con le sua abitudini, la sua mentalità, il suo modo di essere». Gliel'haimaidetto,cheloconsideraviunautore? «Per carità! Lui sosteneva di esser contento del suo ultimo film, Le rose del deserto, proprio perché era privo di stile. Lo stile era una cosa che gli dava fastidio». Però«Lagrandeguerra»ègiratoinmodostraordinario.Iltonosaràminimale,malostilevisivoèepico. Cisonodeipiani-sequenzamoltocomplessi,degni diAngelopulos. «È vero, è girato in modo un po' diverso rispetto ad altri film di Monicelli. Però ha la qualità che io ho sempre amato in Mario, quella che ho già nominato: l'essenzialità. La semplicità con la quale racconta gli accadimenti di un film. Lagrandeguerranon si può rifare, perché Mario l'ha fatto nell'unico modo giusto. Per come è girato, per come sono diretti gli attori. Lui va all'essenza delle cose e si mette al loro servizio. Perché la grande virtù di Monicelli è la sua capacità di mettersi al servizio della storia. Senza fronzoli. Era essenziale, raccontava la storia andando dritto al bersaglio. E lo centrava nel 99% dei casi. Almeno». Èunfilmalqualenonsipotrebbetogliereun'inquadratura,vero? «Una volta Mario mi ha fatto una delle sue battute folgoranti, e io ora la racconto sempre. Mi chiese: ma perché quando uno ha finito un film, e lo proietta per la prima volta ai produttori, salta sempre fuori qualcuno che ti dice “è bellissimo ma ci sono 5 minutini di troppo, e se riesci a levare quei 5 minutini diventa perfetto”. Ma perchè dicono così? Che cazzo c'hanno da fare in quei 5 minuti? Gli parte un treno, hanno un appuntamento dal medico? Che gli cambiano, quei 5 minuti? Ma fregatene, stai lì seduto, stai zitto e non rompere i coglioni». Ognunodinoihalesuestorie,suMonicelli.Negliultimiannieraunpiacerechiacchierareconlui. «Si era ammorbidito. Io ne ho approfittato. L'ho frequentato parecchio, adoravo fare quattro chiacchiere con lui, e credo di aver goduto del fatto che non aveva più la forza e la voglia di mandare affanculo il prossimo. Ogni tanto mi diceva: “Un giorno sarai libero e farai il TUO film”. Speriamo. Una volta, tornando a casa dopo una cena mi disse una cosa che non dimenticherò mai: “Vedi, io adesso arrivo a casa e mi verrebbe voglia di fare i gradini a quattro per volta, ma non ce la faccio più. Al massimo riesco a farne due, di gradini. È quello il guaio: io penso ancora di avere il fisico di un ottantenne”. Ovviamente di anni ne aveva 93, forse 94. Che geniale paradosso!» È come quando diceva che non frequentava più le tavolatedaOtelloallaConcordia,lastoricatrattoria romanadellacommediaall'italiana,perchéc'erano solovecchi.Eilpiùvecchioeralui. «Solo all'anagrafe. Dentro, era un ragazzino. Infatti s'è ucciso quando ha ritenuto di doverlo fare. Hai mai visto un centenario che si ammazza? Il suicidio è roba da ragazzi, da adolescenti inquieti. Infatti». «Leviedel cinema»(finoall'8 luglio a Narni) festeggia i 18anni mantenendo inalterata la formuladel«cinemadi papà», grazie allaquale daanni registi delpresente scelgonofra i restauri dellaCinetecaNazionale il loro film preferitoe lo presentanoal festival. Una formulache quest'annodiventaancheun libro,«Il cinemadi papà»,curatoda Alberto Crespi:41 interviste a registialle prese con il filmdella lorovita. 18anni: lakermesse diventamaggiorenne SCIENZA : AgguatoalBosone,oggidaGinevra lanotiziaattesadaanni P. 18 L'ANNIVERSARIO : OmaggioaPiazzolla, il tangueroribelle, liberoetestardo P. 19 LETTURE : LamontagnachefaResistenza, ilnuovo librodiMarcoRovelli P. 20 U: ILFILMDELLAVITA«Ho adottatoMonicelli»SandroVeronesi e«Lagrandeguerra» Unascenade«La grandeguerra» diMarioMonicelli LeviedelcinemaèancheunvolumecuratodaAlberto Crespinelqualesi raccontano41registiallepresecon l'operae il cineastaalqualesonopiù legatiaffettivamente ALBERTOCRESPI NARNI ILLIBRO EIL FESTIVAL mercoledì 4 luglio 2012 17
FORSE IL CENTROSINISTRA DOVREBBE«PECCARE» DI PIÙ E RIFIUTARE IL RICATTO di un tempo di crisi destinato per ciò stesso a ridurre le ambizioni della politica. È vero il contrario: proprio dalle grandi crisi tendono a scaturire le rotture più profonde. La stessa unificazione dell'Europa, per quanto incompiuta, origina da una tragedia immane - la guerra - e da un'élite di giganti che replicò a quelle macerie morali e materiali con la più radicale delle fantasie: la pacificazione di un continente che nei trent'anni precedenti aveva contato cento milioni di morti. Certo, non è compito dei tecnici a Bruxelles coltivare l'utopia. Quello dovrebbe essere mestiere degli statisti e di un pensiero non schiavizzato da emergenze e compatibilità. Prendete l'ultimo scritto di Habermas. È del tutto interno alla crisi più pesante che ha investito l'Europa da decenni, ma non esita a coltivare la prospettiva di una «società mondiale retta da una Costituzione», e lo motiva nel richiamo all'efficacia globale di una politica dei diritti umani. Fuga dal mondo? Insisto, forse no. Forse il nostro compito, allo scadere del primo lustro di crisi, è nell'immaginare le alternative rispetto al corso storico degli ultimi quarant'anni. Credo sia l'opposto dell'andare per farfalle. In questo senso fa bene Reichlin a collocare gli eventi - compreso l'esito felice dell'ultimo vertice europeo - dentro quel clima di rabbia che ci inchioda a domande drammatiche. Perché la crisi questo produce. Disancoraggi, paura, ribellismo, o anche solo rassegnazione. Il 36% di disoccupazione giovanile, un impoverimento spaventoso, le donne penalizzate due volte, come ieri e come sempre. Basterebbe questo a spiegare perché la nostra lealtà al governo non si discute. Detto ciò non ha senso cavarsela sul dopo in nome di una continuità «programmatica e di uomini» come ha detto l'altro giorno Enrico Letta. Servirà agire in continuità su molte cose ma su altre - non secondarie - a noi viene chiesto di sperimentare un'altra via, altre soluzioni, per offrire a chi oggi sta in fondo al pozzo la speranza e la spinta di una risalita. Di questo si parla quando diciamo che «dopo Monti deve tornare la politica». Non è, né potrà essere la «rivincita» dei partiti. Saremmo incoscienti solo a pensarlo. Dev'essere la saldatura del disagio con l'emancipazione dell'Europa dai totem dottrinali della destra. Almeno se vogliamo prendere in parola il capo della Bce quando ci ammonisce sulla fine del modello sociale europeo. Perché se ha ragione - e probabilmente ce l'ha - tocca a questa parte del campo scavare le fondamenta di un altro modello. E serve farlo prima che le spinte populiste e disgreganti muovano un attacco violento a quell'edificio politico dell'Europa che, di suo, palesa segni d'instabilità. Ora, quali chance la sinistra è in grado di giocare su questo scacchiere? Direi due sulle altre. La prima è che è la sola famiglia politica dotata tuttora di un proprio «esperanto». Di una lingua comune - o comunque abbastanza condivisa - che le consente di proporsi a centinaia di milioni di elettori come il timoniere alternativo cui affidare la rotta. Forse è bene ricordarlo: Monti ha gestito con maestria il braccio di ferro notturno a Bruxelles, e certo l'asse con Madrid ha contribuito alla causa, ma senza la svolta socialista dell'Eliseo avremmo letto altri editoriali e commenti diversi. Dunque, mai come adesso l'alleanza dei progressisti, e la sua apertura a forze moderate e responsabili, è la sola risposta al disegno dell'austerità. La seconda opportunità è che quella democratica e progressista è la sola famiglia in grado di mobilitare un popolo. E questo non perché le spinte più estremiste che si diramano come i cerchi nell'acqua siano prive di retroterra sociale. Ma perché quelle pulsioni, negando legittimità all'Europa e alla sua matrice (no Euro, no migranti, no debito….) tendono a riparare nell'antico incubo nazionalista. Ciò non rende quelle forze meno pericolose, anzi. Ma le sottrae a uno spazio comune di strategie e indirizzi. Il punto però è che solo la dimensione comunitaria può aggredire le cause della crisi. E quindi solo un di più di istituzioni politiche ha la forza di superare gli ostacoli davanti a noi. In questo senso, altro che «distruzione creativa». Il collasso temuto dell'Euro ha reso evidente il fallimento, anch'esso politico, di una divisione del lavoro che prevedeva l'affido della stabilità monetaria a un istituto «tecnico» come la Bce, mentre i singoli Paesi avrebbero spicciato, ciascuno per sé, l'intera disciplina della stabilità finanziaria, dell'equità e della crescita. Qui si è consumato l'errore. Qui le leadership degli anni '90 e '00 si sono mostrate timide e renitenti all'utopia. Accelerare l'integrazione politica, fiscale e sociale non era una corsa imprudente nel futuro, ma condizione per scortare il varo della moneta con una nuova costituzione materiale, fondata almeno per noi, cittadini d'Europa - sul sogno a occhi aperti di Habermas e di tanti con lui. La più grande area commerciale del pianeta - perché questo siamo, e tuttora integrata in un modello di civiltà che nessun'altra nazione o continente è in grado di elaborare. Non è solo la combinazione classica tra democrazia, coesione e sviluppo. È l'idea di una sinistra di governo che sulle macerie della crisi ricolloca nella politica il primato della dignità umana consentendo a un principio morale - l'uguaglianza di ogni persona - di plasmare nuovamente il diritto e la legislazione. Vuol dire fare davvero dei diritti una realistica utopia. Insomma, dopo decenni di dominio dell'economia sulla politica e sulla morale è giunto il tempo di una riscossa della democrazia e dell'etica. In fondo altre epoche, per molto meno, hanno scatenato rivoluzioni. La prova per noi è meno cruenta. Si tratta di scardinare un pensiero egemone, ma percorrendo la via del consenso e ridando orgoglio a popolazioni stremate. Senza questa leva, del resto, non si sarebbero riempite le piazze parigine e neppure - fatti i dovuti distinguo - quelle milanesi di Pisapia. È un peccato non vedere la portata di tutto questo. Insomma, la crisi ha messo ciascuno dinanzi alla propria storia. La destra, soprattutto in Italia, ne sta uscendo lacerata e implosa. Noi possiamo trarre da questo passaggio le conferme del nostro certificato di nascita e buoni spunti per una futura identità. Per farlo però non possiamo salire sui vecchi vagoni. Tocca allestire un altro treno. In fondo se crediamo di avere delle cose da dire, e soprattutto da fare, perché dovremmo temere la sfida? L'intervento/1 Vagoni nuovi per il treno della sinistra L'intervento/2 Per noi liberali, Obama meglio dei repubblicani Sandro Bondi Senatore Pdl Maramotti LE RIFLESSIONI DI ALFREDO REICHLIN COSTITUI-SCONO OGNI VOLTA UN PUNTO DI RIFERIMENTO PER UN UTILE CONFRONTO E PER UN NECESSARIO APPROFONDIMENTO.«Il mondo e una domanda di sinistra», pubblicato ieri sulle pagine de l'Unità, pone problemi sui quali anche una forza politica di ispirazione liberale e riformista, come quella che intende essere il Pdl, ha il dovere di riflettere e di prendere una posizione. Su un punto dissento nettamente dall'analisi di Reichlin, laddove punta il dito contro il governo di «una meschina destra europea». Francamente faccio fatica a riconoscere e a distinguere questa «destra europea» anche nelle vicende di questi ultimi giorni, soprattutto in concomitanza con le conclusioni del vertice europeo. A me sembra di scorgere invece un panorama in cui governi di sinistra e governi di destra si affannano, non sempre con successo, alla ricerca di soluzioni difficili a problemi per la maggior parte inediti. E qualche volta accade che delle soluzioni, sia pur parziali e provvisorie, com'è accaduto nel corso dell'ultimo vertice europeo, si ottengano grazie all'intesa e alla collaborazione fra governi di orientamento politico diverso. Questo significa essenzialmente, a mio parere, che alcune distinzioni appartengono ormai irrimediabilmente alla storia e al lessico del Novecento. Ciò non significa ritenere che tutte le soluzioni si equivalgano e abbiano lo stesso valore di principio. Questo no, ma credo che, così come giustamente Reichlin si muove alla ricerca di un nuovo centro-sinistra anche a livello europeo, così anche noi, una forza - lo ripeto - che voglia essere l'erede del liberalismo riformista europeo, ha il dovere di costruire un'alleanza che affronti di petto certe questioni, che non possono essere considerate di esclusivo interesse della sinistra. A me sembra che queste questioni siano essenzialmente tre: innanzitutto il tema dello sviluppo nell'ambito di un'economia sociale di mercato; in secondo luogo il problema del superamento delle diseguaglianze; infine la questione giovanile che si presenta soprattutto in Italia in termini drammatici. La questione dell'eguaglianza è forse la più importante in questo momento perché ha un impatto diretto sull'economia e sulla coesione di una società democratica. Una società in cui le diseguaglianze sociali crescono a dismisura rischia di mettere a rischio lo sviluppo economico e la sua tenuta complessiva. La grande sfida lanciata da Obama negli Stati Uniti, soprattutto attraverso la riforma della sanità, chiama in causa proprio la natura di una società che si sviluppa armoniosamente tenendo insieme tutte le diverse classi sociali che la compongono, secondo un principio di libertà, di solidarietà e di appartenenza a una comune tradizione. Per queste ragioni, il Pdl non potrà mai identificarsi completamente con le posizioni del partito repubblicano americano, soprattutto quando combatte una legge di civiltà come quella che estende la copertura sanitaria a più di 50 milioni di americani, né tanto meno con quelle circoli del Tea Party, che cercano di radicarsi anche in Italia. Per queste stesse ragioni, la sfida che noi vogliamo condurre con la sinistra delineata da Reichlin consiste in fondo nel rispondere alle stesse sfide, primariamente la costruzione di un'Europa politicamente unita, e agli stessi principi di civiltà, distinguendoci semmai per la natura delle soluzioni e per l'approccio sostanzialmente diverso alla questione fondamentale della libertà, che non a caso Reichlin richiama con una citazione, solo apparentemente paradossale, di Carlo Marx. IN ATTESA DELLA SENTENZA DELLA CASSAZIONE, LACUI CONFERMA O MENO DEL GIUDIZIO DI CONDANNA DELLACORTED'APPELLO,AVRÀCOMEEFFETTOPRATICOPIÙ EVIDENTE,LAPOSSIBILITÀOMENO di alcuni alti funzionari dello Stato, a vario titolo coinvolti nell'assalto alla Diaz, di continuare a ricoprire le loro cariche, vale la pena riflettere sulle conseguenze che la sentenza potrà avere sul modo in cui tanta parte della nostra società, e in particolare gran parte dei giovani, guardano allo Stato e alle sue Istituzioni. In tempi di grandi tensioni economiche, politiche, sociali. La stragrande maggioranza di quelli che erano a Genova per il G8 del 2001, e di quelli che trovarono ospitalità nella scuola Diaz, non avevano nessun atteggiamento pregiudiziale verso le istituzioni. Le loro iniziative consuete avevano bisogno di una interlocuzione istituzionale. Volevano uno Stato che in tutte le sue articolazioni aprisse spazi alla loro azione solidale e mettesse a disposizione risorse e opportunità. Lo volevano cambiare, non abbattere. L'aggressione della polizia, come spesso capita, prese di mira proprio i più miti e indifesi. Non li fece passare, per lo meno la maggioranza di loro, sul fronte dell'estremismo rivoluzionario, ma provocò una sfiducia nella possibilità di cambiare. Una perdita della credibilità complessiva delle istituzioni. Fra i più giovani fece sorgere un senso di sfida permanente verso le forze dell'ordine. L'abuso di potere fu individuato come il peggiore dei crimini. Si saldò progressivamente con stati d'animo maturati negli stadi e nelle notti metropolitane. Chi era a Roma alla manifestazione di «Uniti contro la crisi», ha visto come i giovani ribelli più arrabbiati fondessero il ricordo di Carlo Giuliani con quello del tifoso laziale Sandri ucciso da un poliziotto a un autogrill e a quello di Cucchi, entrato a Roma e mai uscito dalla cella in cui venne rinchiuso. Una ferita grave questa, che dura. Ha provato a sanarle il giudice che nella sentenza d'appello per la Diaz ha chiesto che i colpevoli pagassero per la colpa gravissima di aver fatto perdere a tanti giovani e alle loro famiglie fiducia nelle istituzioni democratiche e in chi dovrebbe far rispettare la legge. Occorrerebbe ripartire da lì, e che la politica si rendesse conto dei danni enormi che l'impunità di cui troppo spesso godono i tutori della legge, è un fattore determinante dello scollamento fra tanta parte della giovane generazione e l'esercizio della democrazia. Siamo certi che la Corte di Cassazione giudicherà con imparzialità e competenza. Ma ci stupisce che l'Avvocato dello Stato, che dovrebbe rappresentarci tutti e che ascolta ed è ascoltato da chi ci governa, abbia richiesto sostanzialmente di rifare il processo, con ciò avallando la tattica dilatoria, di fatto mirante alla prescrizione dei reati, fin qui seguita dalla difesa degli imputati delle forze dell'ordine. Speriamo vivamente che non sia questo l'esito. E la lucida requisitoria del procuratore generale della Corte di Cassazione che ha chiesto la conferma delle condanne, fa ben sperare. Non è affidabile uno Stato che al vertice delle istituzioni che dovrebbero garantirne la sicurezza schiera persone impegnate ad evitare un giudizio su di loro o, ancor peggio, dei «prescritti». COMUNITÀ Gianni Cuperlo Deputato Pd . . . Credibilità dello Stato: l'impunità provoca danni enormi . . . Dopo il dominio dell'economia sulla politica e la morale, è giunto il tempo di una riscossa della democrazia e dell'etica . . . Vogliamo rispondere alle stesse sfide della sinistra distinguendoci semmai per la natura delle soluzioni e per l'approccio Il commento Diaz, perché è importante evitare la prescrizione Andrea Ranieri mercoledì 4 luglio 2012 15
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04/07/12

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