Staino Nuovo vertice a Roma La cancelliera: bene le riforme dell'Italia, ora l'Europa va rafforzata Il premier difende i tagli «per dare lavoro ai giovani» Monti a Merkel: non ci serve alcun aiuto U: Al di sotto delle parti Il presidente del Senato sostituisce in Vigilanza il senatore Amato che aveva disobbedito al Pdl Pd e Udc insorgono e Fini apre un conflitto istituzionale Zavoli reagisce alla paralisi: in commissione si voti a oltranza APAG.2-3 LoStregasecondo Trevi eCarofiglio Battisti,Guarella,Palieripag. 18-19 Rai, colpo di mano di Schifani Conl'Algeria sempre nelcuore Lakhouspag.20 Lafine deicapi carismatici Gravagnuolopag. 17 Cittadinanza, questione morale MARIOTRONTI Congratulazioni di cuore ai fisici del Cern, è straordinario vedere un risultato così importante Non avrei mai immaginato di raggiungere tutto questo da vivo PeterHiggs MASSIMO D'ANTONI Fiat spegne l'illusione di Fabbrica Italia Il vero obiettivo è il welfare «Non si uccidono così anche i cavalli». Era un bellissimo film di Pollack su una gara di ballo a oltranza, dove non vince chi è più bravo ma chi resiste di più. È quello che accade in questi giorni a palazzo San Macuto dove la commissione di vigilanza dovrebbe eleggere il nuovo cda Rai. Dovrebbe. Perché i balletti e le giravolte del Pdl puntano a questo: resistere, resistere, resistere. SEGUE APAG.15 L'EDITORIALE LUCA LANDÒ GIANOLA, FRANCHI APAG.4-5 Confermata la scure da 5 mld sulla sanità Poste, 1152 uffici verso la chiusura DI GIOVANNI, VESPOAPAG.6-7 Ecco la particella di Dio Gli articoli di Greco e Perugini. Il commento di Hack A PAG. 12-13 Esistono ancora idee e valori capaci di distinguere nitidamente tra conservazione e progresso, tra posizioni reazionarie e posizioni riformiste e - in buona sostanza - tra destra e sinistra? SEGUE APAG.10 IL COMMENTO LUIGI MANCONI ÈVEROQUESTAVOLTAQUELLOCHEDICONO UN PO' TUTTI. IL RECENTE VERTICEDI BRUXELLES MARCA INDUBBIAMENTE UN PASSAGGIO DI FASE. Se ne sono sottolineati fin qui gli effetti macroeconomici, sia a livello nazionale, sia a quello sovranazionale. L'attenzione andrebbe portata sugli effetti di quadro politico, interno. La situazione in certo modo si stabilizza. Si squadernano, davanti a noi, questi dieci mesi, di qui alle elezioni politiche. La proposta per un'alternativa a sinistra da offrire al Paese, ha questo tempo per organizzarsi. Pensare strategicamente e operare nella congiuntura misurano qui le loro necessarie compatibilità. Più d'uno i livelli: distinti, ma intrecciati. L'attività parlamentare vive l'urgente bisogno di recuperare una sorta di legittimità perduta: credibilità, fiducia, efficacia, decisione. La parte a sinistra dell'emiciclo ha il compito certo di contribuire responsabilmente all'uscita dalla fase acuta della crisi economico-finanziaria, ma ha un compito supplementare: contenere, quanto più possibile, i danni, i disagi, a volte le ferite, che le misure da prendere infliggono al suo popolo. Qui, il dialogo quotidiano con il fondo del Paese reale e forme periodiche di vera e propria concertazione con le forze sindacali, diventano indispensabili. SEGUE APAG. 15 È ora di superare le due sinistre ACHIPERUSCIREDALLACRISIRIPRO-PONELAVECCHIATESILIBERISTAPER CUI LA VIA DELLA CRESCITA PASSA PER UN RIDIMENSIONAMENTODELRUOLODELPUBBLICO,le forze progressiste hanno il dovere di opporsi. La risposta rischia tuttavia di essere debole se si limita ad una difesa dell'esistente. La sfida di ripensare modi e confini del pubblico, e di farlo entro un quadro non subalterno alla visione a lungo dominante, può e deve essere raccolta. Senza alcuna pretesa di esaurire l'argomento, ecco alcuni criteri che credo possano caratterizzare un approccio progressista al tema. In primo luogo, occorre abbandonare l'idea che il pubblico sia un ostacolo allo sviluppo di un'economia di mercato. Se storicamente l'estensione del ruolo del pubblico è andata di pari passo con la crescita economica è perché, al contrario, il primo è stato un ingrediente essenziale del secondo. L'istruzione pubblica ha garantito l'accesso universale a codici di comunicazione condivisi, necessari allo sviluppo capitalistico, la sanità pubblica ha innalzato il livello di salute della popolazione a costi più bassi delle alternative private, l'estendersi dei sistemi di welfare ha consentito l'assorbimento collettivo di rischi che altrimenti avrebbero compromesso lo stesso funzionamento del mercato. SEGUE APAG.5 Una nuova idea di pubblico Le scelte di Marchionne segnano la volontà degli Agnelli di portare lontano investimenti e attività Cassino, lo stabilimento «di troppo» non ci sta APAG. 15 L'ANALISI FRANCESCOCUNDARI ANDRIOLO APAG.8 Ospedali da tagliare scontro nel governo 1,20 Anno 89 n. 184Giovedì 5 Luglio 2012
Marisa Rodano insieme con i figli, ricorda con gratitudine ed affetto VITTORIO TRANQUILLI presenza continua e preziosa nella loro vita pensatore forte, militante appassionato e generoso difensore degli ultimi e dei dannati della terra. La Presidente Anna Finocchiaro, i vicepresidenti Luigi Zanda, Nicola Latorre, Felice Casson, le senatrici e i senatori, i dipendenti del gruppo del Pd del Senato partecipano con profonda tristezza al dolore della senatrice Mariangela Bastico per la morte della cara MAMMA Roma, 5 luglio 2012 ITALIA Le mafie fanno affari sempre più ricchi aggredendo l'ambiente e sfruttando l'intera filiera dei reati ecologici. È la fotografia scattata dal rapporto Ecomafia 2012 di Legambiente, presentato ieri a Roma e dedicato quest'anno a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e a tutte le vittime degli attentati mafiosi. Stando ai numeri di Legambiente il fatturato degli ecocrimini ha raggiunto quota 16,6 miliardi di euro, una torta che si spartiscono 296 clan in tutta Italia, 6 in più rispetto all'anno scorso. Nel 2011 sono stati quasi 93 al giorno i reati ambientali scoperti, per un totale di 33.817, in aumento del 9,7% rispetto all'anno precedente. I sequestri sono 8.765, 305 gli arresti, quasi 28mila le persone denunciate e 18 le amministrazioni comunali sciolte per infiltrazione mafiosa. Secondo il report, inoltre, aumentano i reati contro il patrimonio faunistico, gli incendi boschivi, i furti di opere d'arte e di beni archeologici. Si triplicano gli illeciti nel settore agroalimentare, mentre ricchissimo resta il giro d'affari legato al ciclo illegale del cemento. L'abusivismo edilizio ha fatto registrare 25.800 casi per un business che si conferma stabile intorno a 1,8 miliardi di euro. Sono invece in lieve flessione i reati nel ciclo dei rifiuti: 5.284 crimini e 5.830 denunce per un totale di spazzatura illegale sequestrata pari a 346 mila tonnellate. La maggior parte dei reati, si legge nel dossier di Legambiente, pari al 47,7%, riguarda le quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa: in testa la Campania con 5.327 infrazioni, seguita da Calabria (3.892), da Sicilia (3.552) e dalla Puglia (3.345); al quinto posto il Lazio con 2.463 infrazioni, mentre la prima regione del nord in classifica è la Lombardia con 1.607 reati. «Il confine tra legalità e illegalità - dichiara Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente - è sempre più labile, lecito e illecito si mischiano grazie al collante della corruzione». «La novità che sta emergendo è l'intensificarsi delle attività di riciclo del denaro sporco e un'internazionalizzazione finanziaria più spinta dei proventi delle attività criminali», osserva Enrico Fontana, responsabile dell'Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente. «Ma c'è anche da rilevare per la prima volta una flessione del ciclo illegale legato ai rifiuti e al cemento: segno di una pressione delle indagini che comincia a produrre i primi effetti». Gli sforzi, però, possono non bastare se il paese non sarà in grado di dotarsi si una struttura normativa moderna e in grado di far fronte alle nuove sfide criminali. Anche per questo, in un telegramma inviato al presidente di Legambiente, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ricordato che «è necessario ricorrere a nuove metodologie di accertamento, adeguare il quadro normativo e, principalmente, realizzare una incisiva azione di contrasto con la piena collaborazione di tutti i soggetti istituzionali che, anche a livello sovranazionale, sono coinvolti nella tutela del territorio».«Fondamentale - ha continuato il capo dello Stato - è anche lo sviluppo di una intensa attività di prevenzione, da attuarsi ricorrendo ad iniziative - come quelle in cui si sono sempre distinti i volontari di Legambiente che promuovano, soprattutto tra i giovani, la cultura del rispetto e della tutela del territorio». Un augurio condiviso anche dal procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso secondo il quale «sarebbe utile razionalizzare i controlli sul territorio attraverso una cabina di regia centralizzata che eviti sovrapposizioni tra le stesse zone e le diverse forze di polizia. Tra l'altro, sarebbe a costo zero, il che in momenti di crisi come questo non guasta». «Lavoriamo con i mezzi che abbiamo ha ammesso Grasso -. È da tempo che chiediamo un titolo del codice penale per l'ambiente e l'associazione finalizzata ai traffici ambientali». Per Grasso, infine, «serve una visione globale del fenomeno per trovare una soluzione anche a livello internazionale». Ma è nel controllo del territorio, o meglio nel mancato controllo, che l'azione di contrasto alle ecomafie si indebolisce. «Dove i reati ambientali sono più diffusi è piu scarsa la capacità di governo - ha ammesso il ministro dell'Ambiente Corrado Clini - Anche le procedure sono più complicate dove si è meno capaci di governare. Il problema è poi che a fronte di un certo numero di reati ambientali abbiamo anche un alto numero di addetti: questo è il punto, e cioè che l'ambiente serve spesso come bacino elettorale». Ci saranno Luciana Littizzetto e Fabio Fazio. Ma anche Geppi Cucciari e Milena Gabanelli, Arisa e Gianni Morandi, Enrico Bertolino e Victoria Cabello, Maurizio Crozza e Corrado Formigli: una santa alleanza tra comici e giornalisti, fortemente voluta dal produttore bolognese Beppe Caschetto (Itc2000) per una serata in piazza Maggiore, nel capoluogo emiliano-romagnolo, che ha l'obiettivo di raccogliere fondi per una scuola di Crevalcore - l'istituto Gaetano Lodi - lesionata dal sisma dello scorso maggio. RIALZIAMOLATERRA DALSOLE Si chiama «Rialziamo la terra dal sole» (titolo tratto da un brano del poeta Roberto Roversi) la kermesse che si svolgerà stasera (dalle 21.30) sul Crescentone tanto amato dei bolognesi e che rappresenta la seconda, grossa, iniziativa di solidarietà per i terremotati organizzata sotto le Due Torri. Qui si punta sulla generosità degli spettatori, in quanto l'ingresso è a offerta libera (caché e costi di allestimento saranno coperti dagli organizzatori), ma i nomi del cast - in gran parte beniamini della tv - sono effettivamente stellari e fanno ben sperare. TANTISSIMESTAR TELEVISIVE Se la Littizzetto promette di coinvolgere il pubblico con uno dei suoi dialoghi botta e risposta con l'amico Fazio, il professor Flavio Caroli parlerà dell'arte emiliana, con i piccoli tesori spesso nascosti nelle pievi colpite dalle scosse, Arisa canterà un brano di Lucio Dalla, a cui è dedicata la serata, l'ex «Iena» Pif presenterà un suo video sul terremoto dell'Aquila, Gianni Morandi rinverdirà i fasti sanremesi in un trio con Luca e Paolo, Geppi Cucciari dirà la sua sugli emiliani, Daria Bignardi racconterà la sua vita trascorsa a Ferrara. E ancora: Paolo Cevoli (noto ai più come l'assessore dell'immaginario paese di Roncofritto) metterà a confronto la generosità delle famiglie emiliane e di quelle romagnole, Michele Serra leggerà una sua satira preventiva sulla ricostruzione. A fare domande ai sindaci in prima linea nel gestore l'emergenza ci sarà la Cabello, mentre il vulcanico Crozza e Giovanni Floris, conduttore di Ballarò, appariranno in un video. MARZIOCENCIONI ROMA A.BO. abonzi@unita.it Ecomafie, un business da 17 miliardi di euro Legambiente: 93 reati al giorno, +9,7 rispetto al 2011 296 i clan coinvolti nel ricco affare dei crimini ecologici Napolitano: «Servono nuove metodologie di accertamente e leggi più efficaci e moderne» VINCENZORICCIARELLI ROMA La demolizione il 22 maggio 2009 dello “Scheletrone” sull'Isola Palmaria, considerato dagli ambientalisti la costruzione più brutta d'Italia FOTO DI LUCA ZENNARO/ANSA La procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio dell'ex ad di Selex Marina Grossi, moglie dell'ex presidente di Finmeccanica Pierfrancesco Guarguaglini, e di altre cinque persone coinvolte in uno dei filoni sulle presunte irregolarità legate agli appalti Enav: quello relativo alla corruzione di un membro del cda Enav, Ilario Floresta. I pm Paolo Ielo e Giovanni Bombardieri hanno chiesto il processo, oltre che per Grossi e Floresta, anche per Tommaso Di Lernia, titolare della Print Sistem, Marco Iannilli, commercialista, Lorenzo Cola, ex consulente esterno di Finmeccanica e titolare della “Arc Trade”, e Manlio Fiore, ex direttore commerciale di Selex. Nella vicenda sono coinvolte, come soggetti giuridici, le società Selex, Arc Trade e Print Sistem. Il filone di indagine è quello delle dazioni a Floresta, espressione del Pdl all'interno del Cda Enav, per assicurare a Selex Sistemi Integrati, senza gara, l'appalto per la realizzazione del sistema Ads-B, che consente il monitoraggio continuo degli aerei in volo. A tutti gli imputati, per fatti avvenuti tra il 2009 ed il 2010, è contestato il concorso in corruzione. Per l'accusa Iannilli d'intesa con Cola, il quale avrebbe agito di concerto con Grossi e in accordo con Fiore, avrebbe promesso a Floresta 15 mila euro al mese (una sola tranche versata da Di Lernia) su conti intestati a Floresta in Egitto e attraverso società cipriote riconducibili allo stesso Di Lernia. Non solo, Iannilli avrebbe dato al membro del Cda 299 mila euro per l'acquisto di una sua casa, della quale voleva liberarsi, a El Gouna (Hurghada), in Egitto, e promesso di assegnare una commessa relativa all'Ads-B a una società alla quale era legato suo figlio. Per Marina Grossi è la seconda richiesta di rinvio a giudizio fatta dalla procura di Roma dopo quella per un giro di false fatture per operazioni inesistenti. Appalti Enav, i pm chiedono il processo per Marina Grossi e altri cinque . . . Il filone di indagini è quello legato alla presunta corruzione di un membro del Cda . . . Calano i crimini legati al ciclo dei rifiuti e del cemento. Mafie sempre più internazionali Sisma, la solidarietà in piazza giovedì 5 luglio 2012 11
24 giovedì 5 luglio 2012
Stanca ma soddisfatta. Edorgogliosa perché «sonofermamente convinta chesia un onore per la sinistraessere il vero difensore del-le famiglie e dell'uguaglianza. Un onore e, insieme, un dover essere, perché battersi per l'uguaglianza in ogni campo, è un tratto identitario della sinistra». Parola di Dominique Bertinotti, 58 anni, ministra francese della Famiglia. L'Unità la raggiunge telefonicamente il giorno dopo l'annuncio del premier Jean-Marc Ayrault che dal 1˚ settembre 2013 in Francia sarà possibile anche per le coppie omosessuali, «senza alcuna discriminazione» sposarsi legalmente e adottare dei figli. La conferma di Ayrault è arrivata a pochi giorni dalle celebrazioni del Gay Pride a cui ha simbolicamente partecipato anche la ministra della Famiglia Dominique Bertinotti. Di recente la ministra della Sanità, Marisol Touraine, ha annunciato che agli omosessuali sarà anche permesso di donare il sangue. «L'anno prossimo le persone dello stesso sesso che lo desiderano potranno sposarsi e adottare insieme – ribadisce a l'Unità la Dominique Bertinotti -. Avranno gli stessi diritti e gli stessi doveri delle altre coppie sposate». Per la ministra si tratta di «una visione generosa che include e non esclude. Non c'e un unico modello di famiglia - prosegue -. È un onore per la sinistra essere il vero difensore delle famiglie e dell'uguaglianza». E aggiunge: «Spero che il dibattito sia condotto in nome del principio di uguaglianza tra tutte le famiglie. Io sono la ministra di tutte le famiglie». Un concetto, quest'ultimo, che sta molto a cuore alla ministra socialista: «Al giorno d'oggi - riflette Bertinotti - è necessario vedere la società così come è: abbiamo famiglie monoparentali, sempre più numerose e che spesso sono le più esposte alle difficoltà economiche e di accesso all'educazione per i propri figli. Abbiamo famiglie ricongiunte, famiglie composte da solo un genitore, famiglie tradizionali e anche famiglie omoparentali. Dobbiamo lavorare sui principi di uguaglianza: stessi diritti, stessi doveri. Perché fare discriminazioni? Se da un lato riconosciamo che oggi abbiamo differenti tipologie di famiglie e dall'altro che abbiamo l'istituzione del matrimonio, è giusto che ogni tipo di famiglia abbia accesso all'istituto del matrimonio. Il discorso si amplia e investe - dice Dominique Bertinotti - quel “Patto con i francesi stretto da Francois Hollande in campagna elettorale; un patto che non è rimasto sulla carta, confinato nell'ennesimo libro delle buone intenzioni rimaste tali, ma si sta trasformando in atti legislative che hanno riguardato sia grandi questioni sociali sia i diritti civili e di cittadinanza. E tutto ciò è stato fatto prestando ascolto alle associazioni, gruppi di base, Ong, che operano con passione e in un impegno quotidiano, su queste tematiche». Il percorso, prevede la ministra, non sarà facile: il dibattito sulla parità di diritti anche per lesbiche e gay è «caldo» in Francia, soprattutto per quanto riguarda le adozioni o la possibilità di avere figli con l'inseminazione artificiale. Sabato scorso, la stessa Bertinotti era stata fischiata dalle associazioni delle famiglie francesi durante una conferenza a Tolone dopo aver invocato «uguaglianza tra le famiglie». «So che quello dell'uguaglianza tra le famiglie - spiega la ministra francese - è un tema delicato, che incrocia tante sensibilità diverse, ognuna delle quali merita rispetto e verso cui la politica deve prestare ascolto. Allo stesso tempo, però, il concetto stesso di famiglia va aggiornato, coniugato al plurale e nessuna delle tipologie familiari va discriminata. Gli stili di vita evolvono, emergono nuovi bisogni, e il governo di cui faccio parte è intenzionato, come ribadito dal premier Ayrault, rispondere a questi nuovi bisogni in nome del principio di uguaglianza». Prestare ascolto: un metodo che già di per sé è sostanza politica. Riflette in proposito la ministra socialista: «Chi assume responsabilità di governo deve essere giudicato per quello che realizza, o per gli impegni mancati, ma guai a presumere che prestare ascolto alla società civile e alle sue istanze organizzate sia un esercizio “didascalico”, una perdita di tempo. Al contrario, questo, l'ascolto attento, partecipe, è il modo giusto per arricchire il sistema democratico e per dare nuova linfa vitale alla vita politica. Anche questo, per me, è essere di sinistra». E contribuire a ridare una idea alta, nobile, del fare politica. «L'autorevolezza di una classe dirigente - aggiunge la ministra della Famiglia - si verifica e si rafforza nella sua capacità di far vivere gli ideali, la visione della società e della comunità nazionale, il senso dello Stato di cui è portatrice, nell'azione di governo. Questa è la sfida del cambiamento in cui siamo impegnati». ILCOLLOQUIO Uno sfratto si è trasformato in un tragico bagno di sangue a Karlsruhe, in Germania. L'inquilino, armato, ha aperto il fuoco e poi ha preso in ostaggio 4 persone che si erano presentate nella sua abitazione per liberare l'appartamento. Dopo tre ore di sequestro, le teste di cuoio hanno fatto irruzione, trovando tutti morti, compreso l'omicida. «Famiglie tutte uguali Vittoria della gauche» È il passato che non passa. E che riporta di attualità una vicenda (volutamente) mai chiarita: la morte di un leader scomodo, non solo per il nemico israeliano ma anche per una parte della nomenklatura palestinese. Riemerge dal sepolcro la salma di Yasser Arafat, prossima a essere riesumata dall'Autorità nazionale palestinese (Anp) sull'onda di una nuova raffica di sospetti sulla morte del rais e dell'ipotesi di un presunto avvelenamento radioattivo a base di polonio. Ad agitare le acque sono stati questa volta i risultati di una ricerca svizzera, diffusi l'altro ieri con enfasi da un documentario della tv panaraba Al Jazira, che accreditano la presenza di tracce anomale di polonio (la micidiale sostanza che avrebbe fra l'altro ucciso nel 2006 l'ex spia russa Aleksandr Litvinenko, transfuga a Londra), sullo spazzolino, fra i vestiti e sulla celeberrima kefiah di «Abu Ammar» (il nome di battaglia di Arafat: deceduto nell'ospedale militare francese di Percy (sud di Parigi), nel 2004, dopo una misteriosa infermità sfociata in un repentino (e per molti inspiegabile) deperimento. La «rivelazione» è detonata come una bomba a Ramallah e nei Territori palestinesi, dove la morte del «presidente martire Arafat» è da sempre denunciata come un omicidio: frutto d'un avvelenamento ordito da Israele (secondo quanto affermato pubblicamente appena pochi mesi fa dal nipote dello scomparso ed ex ambasciatore palestinese all'Onu, Nasser al-Qidwa), magari in combutta con traditori interni all'establishment dell'Anp. Dalla Muqata - sede della presidenza palestinese ai tempi di Arafat e oggi residenza del suo successore, Mahmud Abbas (Abu Mazen), anche lui in passato sfiorato da velenosi sospetti - è riecheggiato l'impegno a «fare chiarezza», anche a costo di disseppellire a questo punto il cadavere del defunto per un accurato esame dei resti. «L'Anp, come sempre, è pronta a collaborare con chiunque per indagare le vere cause che condussero al martirio di Yasser Arafat», dichiara il portavoce presidenziale Nabil Abu Rudeinah, annunciando il via libera all'esumazione della salma - a patto che i familiari l'autorizzino - dopo un incontro con Tafuq Tirawi, responsabile di un organismo d'inchiesta locale. Saeb Erekat, capo negoziatore dell'Anp, si è spinto a lanciare un appello alla «formazione di una commissione d'indagine internazionale, sul modello di quella creata per far luce sull'assassinio dell'ex premier libanese Rafik Hariri». La sollecitazione a riesumare il cadavere - custodito solennemente dalla stessa Anp nel mausoleo della Muqata - era rimbalzata già martedì, non senza accenti polemici, dalla vedova del rais, Suha Arafat, che vive in una sorta di esilio di fatto a Malta da dove nei mesi scorsi aveva provveduto in prima persona a mettere a disposizione dei laboratori elvetici citati da AlJazira oggetti personali del marito. Dalla Svizzera, tuttavia, i responsabili della ricerca che ha fatto riesplodere il caso mettono le mani avanti. «Posso confermare solo che abbiamo misurato livelli sorprendentemente e inspiegabilmente elevati di polonio-210 fra gli effetti di Arafat», ha detto Francois Bochud, direttore dell'Istituto di Radiofisica di Losanna, puntualizzando come i sintomi che accompagnarono la fine del leader palestinese non sembrano poter essere messi in diretta relazione con tale sostanza. La sua conclusione è che le analisi fatte finora non sono in realtà in grado di determinare con certezza se avvelenamento ci sia stato oppure no. Per tagliare la testa al toro occorrerebbe davvero esaminare i resti. Ma bisognerà farlo in fretta - ha avvertito Bochud - perché il polonio, nel giro di qualche anno, decade senza lasciar traccia. Laministra francese rivendica lasceltadelsì allenozzetragay: «Lanostraèunavisione generosache include» UCRAINA Germania, si ribella allo sfratto: 4 morti MONDO UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it DominiqueBertinotti Kiev,botteescontri dopola legge sul russo comelinguaufficiale Botte in Parlamento, scontri in centro aKiev, mentre ilpresidente tentadi trovareun accordo. La leggeche innalza lostatus della lingua russa scatenanuove tensionipolitiche in Ucraina,Paeseche havelocemente archiviato la treguapolitica durata il tempodeicampionati dicalcio europeie che negliultimi duegiorni ha ritrovato la litigiositàe ledivisioni di sempre.Lascintillaèstata l'approvazionemartedì sera,con un colpodi manodellamaggioranza,di unprogetto di leggeche amplia consistentemente l'usodella lingua russanelle regioni dove questasia parlata, come primo idioma, da almeno il 10% dellapopolazione. Per l'opposizioneucraina, cheha tentato invanodi bloccare lavotazione, si trattadi una inammissibile cessionedi sovranità,mentre ilPartitodelle Regionichefa capo al presidente Yanukovich(e cheha presentato il progettodi legge) parladi diritto delle minoranze.E ieri un migliaio di manifestantihaprotestato presso la «CasaUcraina»:quandoè intervenuta lapolizia, sonoscoppiati gli scontri, consvariati feriti e lancidi lacrimogeni. Arafat avvelenato col polonio? L'Anp riesuma la salma U.D.G. udegiovannangeli@unita.it 14 giovedì 5 luglio 2012
SEGUEDALLAPRIMA Poi, c'è il terreno politico-istituzionale. La volontà di un'autoriforma di sistema va messa in campo con più coraggio. Primo, nuova legge elettorale, subito. Secondo, quel minimo di modifiche costituzionali, possibili, in questo tempo, che per esse è molto breve, senza quei macroscopici stravolgimenti, agitati più per propaganda che per reale effettualità. La vera legislatura costituente sarà la prossima. Ed è indubbio che bisognerebbe inventarsi una sede inedita in grado di approntare una proposta finalmente complessiva. Ragionevole, mi sembra, l'idea, di grande valore simbolico, che sta circolando: una Commissione dei Settantacinque, chiamata a istruire la materia. Da precisare forse in questo modo: personalità autorevoli, non elette direttamente, ma indicate dai partiti, prese dal loro bacino di competenze, proporzionalmente alla rappresentanza conquistata nelle prossime elezioni politiche. Al nuovo Parlamento quindi l'assunzione, la possibilità di modifica, l'approvazione della proposta. Vedo conseguenze virtuose: i partiti riprendono la loro funzione dirigente, in sintonia con la capacità di utilizzare una tecnicalità, questa volta politica, di alto livello. C'è anche qui il bisogno di fermarsi davanti a un baratro: un default istituzionale, per eccesso di domanda antipolitica. Ma quanto detto fin qui è solo la premessa del vero discorso che voglio fare, spostando l'asse di ragionamento, che si è riaperto su alleanze, coalizioni, in Italia, per l'Europa. I gruppi parlamentari dell'attuale centro-sinistra sono perfettamente in grado di gestire al meglio quelle urgenze sociali e istituzionali, senza bisogno di consigli da mosche cocchiere. C'è invece un secondo fronte piuttosto da aprire. Lo dico in una frase, che poi va spiegata: per un centro-sinistra diverso è indispensabile una sinistra diversa. I dieci mesi vanno anche impiegati per definire una mappa di percorso che miri a delineare la forma organizzata con cui il progetto di governo della sinistra si presenta di fronte al paese. Il dopo '89 ha consegnato alla cosiddetta seconda Repubblica - e questa ne ha fatto un motivo quasi costituente - la teoria e la pratica delle “due sinistre”. Se è vero che queste due cose seconda Repubblica e due sinistre - stavano insieme, allora insieme cadono. Il terremoto che ha devastato l'Italietta berlusconiana ha messo a nudo anche queste rovine. Ma direi di più. È tutta la fase neoliberista del capitalismo-mondo che ha prodotto e tenuto in piedi quella teoria e quella pratica. Da un lato la radicalizzazione movimentista no-global e new-global, dall'altra le Terze Vie e il neue Mittel. Nemmeno antagonisti e riformisti, piuttosto contestatori e liberisti. Fallimentari sia lo scontro nelle piazze, sia la coalizione al governo. Due entità, infatti, imprecise, e provvisorie, non autonome, incapaci di vera autonomia, culturale e politica, sia l'una che l'altra, vittime o delle proprie parole d'ordine o dei propri atti gestionali. Chiediamoci, realisticamente, se questa separatezza, con queste conseguenze, abbia ancora senso. E chiediamoci se il popolo della sinistra è ancora disposto a sopportarla. Due no, rispondono a queste due domande. Dunque: bisogna fare qualcosa. Il processo va aperto, senza ansie di prestazione, con rigore, con metodo, tenendo fermo l'obiettivo, nei tempi necessari. L'atto conclusivo va messo a dopo le elezioni, ma il processo le deve attraversare, perché è un momento di chiarezza, e di mobilitazione. Le vere primarie sono queste: non la scheda con questo o quel nome, ma una grande partecipazione, dal basso, al dibattito sul destino strategico della sinistra: che cos'è, che cosa è stata, che cosa deve essere, quale forma deve prendere, quali risposte, quali proposte. La fase è favorevole. La crisi paradossalmente aiuta, perché fa vedere le contraddizioni di sistema, la debolezza delle attuali classi dirigenti, la necessità, l'urgenza, di sostituirle. E spinge il vento d'Europa, che cambia direzione, dalla Francia verso di noi, ma non solo per mettere meglio a posto i conti, piuttosto per cominciare a fare i conti con i veri responsabili dello sfascio attuale delle economie, delle società, delle istituzioni, della politica. Insomma, veniamo tutti dallo stesso spettacolo e le metafore vengono spontanee. Forse è il momento di cambiare schema di gioco. Non si può rifare la stessa partita. È cambiata, tra l'altro, la squadra avversaria. Non c'è più da metter via Berlusconi. La cosa è un po' più seria. Dobbiamo proprio riadattarci al programma minimo? Monti al posto che fu di Prodi? Grazie, abbiamo già dato. Il nostro popolo si merita finalmente qualche cosa d'altro. È sempre solo a quello che bisogna guardare, fisso negli occhi, per capire, e per fare. Maramotti Francesco Cundari L'analisi Chi spara sugli sprechi per colpire il welfare BLOCCO DEGLI STIPENDI AGLI STATALI, TA-GLIODEIPOSTILETTONEGLIOSPEDALI,PERSINO UN TAGLIO AL FONDO PER LE VITTIME DELL' URANIO IMPOVERITO. Dopo anni di campagne martellanti, a giornali unificati, sulla montagna di sprechi accumulati nella spesa pubblica da una politica corrotta e clientelare, le anticipazioni sui risultati della spending review sono assai sorprendenti. Smentite e precisazioni su questa o quella misura, questa o quella bozza, non diminuiscono lo stupore: se la vera ragione della crisi in cui ci troviamo sono gli sprechi accumulati dalla politica, se questa è la vera storia della Repubblica, perché tante difficoltà? Ora che al governo ci sono tecnici senza macchia e senza paura, dov'è il problema? Che bisogno c'è di bloccare gli stipendi degli statali o ridurre i posti negli ospedali? Evidentemente, come ci risponderebbero senz'altro i diretti interessati se rivolgessimo loro queste ingenue domande, le cose sono un po' più complicate. Ecco, appunto: tagliare sprechi, ridurre inefficienze, cancellare privilegi è certamente possibile e doveroso, ma non è facile. E coloro che insistono nel dire il contrario, come fa Maurizio Belpietro su Libero, sostenendo che bisogna semplicemente mollare il bisturi e imbracciare l'«accetta», non lo scrivono perché pensano che questo sia l'unico modo per tagliare gli sprechi. Al contrario, dicono così perché sanno che è il modo più sicuro per tagliare la spesa sociale: i racconti dell'orrore sulle folli spese delle amministrazioni pubbliche, la demonizzazione dei pubblici dipendenti, dipinti tutti come fannulloni, non servono a colpire né gli sprechi né i fannulloni. Tutto questo serve semplicemente a giustificare, e a rendere accettabile agli occhi degli elettori, il taglio dello stato sociale, che per i liberisti è un bene in sé. Di qui l'impazienza della destra, testimoniata ieri anche dal titolo del Giornale della famiglia Berlusconi: «Basta, adesso tagliate». Seguito dalla pronta denuncia dei veri nemici delle riforme: «Sindacati e casta remano contro». Non sarebbe onesto, però, attribuire soltanto ai giornali della destra berlusconiana la lunga campagna di delegittimazione dell'idea stessa di spesa pubblica, che ha invece origini molto più antiche. Il fatto è che per tutto il trentennio che ha preceduto la crisi economica scoppiata nel 2007-2008, come documentano i rapporti dell'Ocse, le diseguaglianze nella distribuzione dei redditi sono cresciute in misura esponenziale, specialmente in quei Paesi anglosassoni che tante volte ci sono stati portati a modello (e infatti, nelle statistiche sulla crescita delle diseguaglianze, l'Italia viene subito dopo Stati Uniti e Gran Bretagna). Fino alla grande crisi, tutto questo è stato giustificato con la tesi secondo cui la ricetta liberista, lasciando l'economia libera di correre a perdifiato sul mercato globale, promuoveva una crescita costante, e così, alla lunga, avrebbe portato benefici per tutti. Ora però che la corsa è finita nelle sabbie mobili della recessione, quella tesi non è più sostenibile. La delegittimazione di ogni intervento pubblico ne è dunque il surrogato: non potendo più dire che su quella strada si costruisce il migliore dei mondi possibili, si dice che l'alternativa è il peggiore degli inferni. Il dibattito europeo sulla crisi dei debiti sovrani offre molti esempi di una simile operazione ideologica. Nella stessa intervista in cui afferma che la Germania non accetterà gli eurobond né ora né mai, il ministro degli Esteri tedesco, il liberale Guido Westerwelle, dice alla Stampa che anche «troppa solidarietà» mette a rischio l'Europa. A dimostrazione di quanto, dietro tanti discorsi tecnici, pieni di numeri e dati apparentemente freddi e oggettivi, si nascondano sempre concetti, interessi e principi molto caldi e concreti. SEGUEDALLA PRIMA Lo hanno fatto ieri con l'aiuto del presidente del Senato Renato Schifani che, smessi per l'occasione i panni della figura istituzionale, dunque super partes, è sceso in campo a dare una mano alla propria squadra, il Pdl. Una scena inaccettabile, tanto da spingere il presidente dell'altra Camera, Fini, a rompere il galateo istituzionale e a chiedere al “collega” senatore di chiarire la propria decisione. A convincere Schifani a buttare il fischietto e menar calci, è stato il grido di allarme del Pdl che, dopo le prime due votazioni in commissione di vigilanza, aveva capito che il cda della Rai, per la prima volta dopo dieci anni, avrebbe potuto avere una maggioranza non più berlusconiana, anche a causa del voto disobbediente del senatore Amato il quale, anziché indicare un nome del Pdl ha preferito puntare su Flavia Nardelli. Il punto è proprio la Nardelli che, sostenuta dall'Idv, Flavia Perina e Giovanna Melandri, rischiava seriamente di soffiare il settimo posto (decisivo in una situazione di parità) al centrodestra. Ed è qui che entra in gioco Schifani. Alle 12,40 di ieri, il presidente del Senato si è improvvisamente ricordato che in commissione vigilanza il Pdl era sovrarappresentato e dunque avrebbe dovuto rinunciare a uno dei propri membri. Destino toccato, guarda caso, proprio al dissidente Amato. Premesso che lo squilibrio in commissione a favore del Pdl esiste da almeno un anno, è assai curioso che il presidente Schifani abbia deciso di affrontare la questione solo ieri e proprio durante le votazioni. C'è poi un altro fatto che rende ancora più sorprendente il comportamento del presidente dei senatori. L'articolo tre del regolamento della commissione dice in sostanza che i membri della stessa possono essere sostituiti solo per uno dei seguenti motivi: cessazione del mandato parlamentare (è stato il caso di Salvatore Cuffaro), sopraggiunto incarico di governo (è accaduto più volte) o dimissioni. La vicenda del senatore Amato non rientra in nessuno di quei tre casi, comprese le dimissioni che lo stesso senatore ha più volte ripetuto ieri, anche al nostro giornale, di non avere mai rassegnato. Perché Schifani ha ignorato questo articolo e quelle regole? Perché ha proceduto alla sostituzione? È ovvio che c'è stato un ordine «superiore», cioè di Berlusconi. Che il Pdl sia pronto a tutto pur di non perdere la partita è evidente e non sorprende. Quello che invece è difficile da accettare è che ci sia una figura istituzionale che si presti al gioco. Paolo Gentiloni, ministro delle Comunicazioni nel governo Prodi, ha detto ieri che «quando c'è di mezzo la televisione, in Italia vengono meno le più elementari regole del fair play istituzionale». In questo caso si è fatto qualcosa di più, visto che si tratta di un autentico colpo di mano. Nel frattempo la Rai continua ad essere un servizio più privato che pubblico, con l'obiettivo evidente di non alimentare la concorrenza con Mediaset. Una Rai al bromuro, con tanti saluti a audience e pubblicità (calata in solo anno dell'8,2%). Ma anche una Rai generosa, visti i continui regali a Sky per quanto riguarda i diritti di F1, MotoGp e mondiali di calcio. Per non parlare del metodico smantellamento della satira e dei programmi di alto ascolto come Santoro e Fazio-Saviano. E se a questo aggiungiamo la rivoluzione digitale (che aumenta l'offerta ma frammenta gli ascolti) il sospetto, anzi la certezza, è che la tv pubblica sia ferma sulle gambe proprio quando avrebbe bisogno di cominciare a correre. Certo, non basta un nuovo cda per raddrizzare le sorti di un'azienda sottoposta a decenni di pressioni, ingerenze ed errori. Per farlo, ci vorrebbe un'autentica svolta e una nuova visione. Ma è indubitabile che, senza nuove mani e senza nuova guida, la Rai di domani sarà la copia anastatica di quella di ieri e di oggi. Vedremo questa mattina, alla ripresa delle votazione, se la sostituzione in corsa del “traditore” Amato permetterà al Pdl di chiudere a proprio favore la partita, magari con un ripensamento della Lega che finora ha votato scheda bianca. In caso contrario, è assai probabile che il balletto di questi giorni del centrodestra avrà molte repliche. Se così fosse, si porrà seriamente il problema di come interrompere questo spettacolo triste se non indecente, visto che riguarda un servizio pubblico, cioé di tutti. Esiste un solo modo: il commissariamento. Che è parola grossa e antipatica, ma indica l'unico strumento capace di tirar fuori dalla palude il cavallo di Viale Mazzini. Prima che schianti sfinito a terra come i ballerini di Pollack. Il commento È ora di superare le due sinistre Mario Tronti . . . Schifani ieri ha gettato il fischietto per cercare di salvare il Pdl da una sconfitta . . . Ospedali, stipendi degli statali, fondi per le vittime dell'uranio: sarebbero questi i soldi «buttati» dallo Stato? L'editoriale Senato, un Presidente al di sotto delle parti . . . È il momento di cambiare schema di gioco. È cambiata la squadra avversaria: non c'è più Berlusconi Luca Landò COMUNITÀ giovedì 5 luglio 2012 15
L'INTERVENTO MARCOMANCINI * «Sono contrario a chiudere gli ospedali. È un'operazione che non si può fare da Roma: semmai ciascuna Regione potrà approntare un piano». Nel lungo confronto sulla spesa sanitaria con i presidenti di Regione il ministro della Salute Renato Balduzzi ha preso le distanze dalla «tagliola» sui posti letto confezionata dalla ragioneria generale dello Stato. Un vero e proprio sfogo contro chi vuole smantellare ospedali e posti letto. La «bozza» presentata al tavolo del ministero prevede la soppressione di circa 18mila posti, con l'obiettivo di arrivare a una media di 3,7 posti per mille abitanti. Il ministro ha escluso un taglio automatico, contestando l'ipotesi di agire sulle strutture con meno di 80 o 120 posti, confermano alla delegazione guidata da Vasco Errani che l'ipotesi è ancora in via di definizione. Ma il tempo stringe: il consiglio dei ministri è stato anticipato a oggi pomeriggio alle 17. E proprio sui metodi e sui tempi i presidenti hanno puntato i piedi, contestando i tagli lineari che vengono proposti. «Dateci degli obiettivi di risparmio, e ciascuno di noi selezionerà le voci da cambiare - ha dichiarato il presidente della Toscana Enrico Rossi - Il metodo che voi proponete punisce chi ha già ottenuto una razionalizzazione della spesa, perché impone gli stessi sacrifici a tutti». Insomma, non si tratta di «bisturi», per dirla con il premier Mario Monti, ma di «accetta», che cala su un sistema già colpito pesantemente negli ultimi anni. Il ministro non ha escluso la possibilità di una razionalizzazione della rete ospedaliera «che porti a una riduzione di costi di gestione e ad una maggiore appropriatezza delle prestazioni - ha dichiarato Balduzzi in una nota - in vista di un più stretto rapporto tra ospedale e territorio». Ma sulla materia, ricorda il ministro, sono le Regioni ad avere «piena responsabilità». Per la riorganizzazione, dunque, bisognerà attendere piani regionali. Ciò non toglie che alle amministrazioni decentrate si chieda un contributo pesantissimo alla revisione della spesa. Circa 5 miliardi nel triennio, uno già quest'anno e due per ciascun anno successivo, anche se sul 2014 resta ancora aperto qualche spiraglio. A questi numeri bisognerà aggiungere la «cura dimagrante» sul personale, con la riduzione media del 10% dei dipendenti e del 20% dei dirigenti, la revisione delle spese, per un contributo di circa 700 milioni quest'anno e 1 miliardo l'anno prossimo. Una cura da cavallo, che rischia di pesare Un braccio di ferro che durerà fino a stasera, quando si riunirà il Consiglio dei ministri. Da una parte i tecnici del ministero del Tesoro, con tagli per circa 200 milioni al fondo di finanziamento ordinario degli atenei. Dall'altra quelli del ministero dell'Istruzione, decisi a dimostrare che di sforbiciate lineari non c'è alcun bisogno. È l'ultimo «duello» emerso dal magma ancora informe (ma molto caldo) della spending review. «Siamo stati i primi ad aderire alle ricognizioni iniziali della spending review, avviate in marzo dal ministro Giarda spiegano a Viale Trastevere - non abbiamo un atteggiamento pregiudiziale. Ma siamo altrettanto convinti che non si possono colpire asset importanti del Paese e che ci sono altri modi che consentono risparmi. La scuola deve restare al centro degli asset del Paese». Dagli uffici del ministro Francesco Profumo fanno sapere che quella amministrazione «ha già dato» all'altare dei risparmi, con la riduzione del 60% delle spese dell'ufficio stampa, l'avvio della diminuzione delle sedi del dicastero (da cinque a due il prossimo anno), la razionalizzazione della spesa per l'acquisto di beni e servizi oltre ai i risparmi conseguiti con il «plico telematico», introdotto in occasione degli esami di maturità. Su questi suggerimenti operativi si sta giocando la partita con gli uomini della Ragioneria. Assolutamente priva di fondamento, invece, la lettura di alcuni osservatori secondo cui i 200 milioni sottratti al servizio pubblico verrebbero «girati» alle paritarie. In realtà quel fondo da 200 milioni rappresenta la dotazione ordinaria per le private. PROTESTE Il clima tuttavia torna pesante tra gli studenti, pronti a scendere in piazza in caso di aumenti di tasse universitarie e di tagli ai servizi. I sindacati Cgil, Cisl e Uil si sono già schierati in difesa del diritto allo studio. Sul ring è salita anche la commissione cultura della Camera, che ha chiesto di evitare i tagli all'Università. In poche ore il nodo Università andrà sciolto. Così come si dovrà definire una volta per tutte il piano Severino che ridisegna la geografia giudiziaria, preso di mira dalle associazioni degli avvocati (che oggi si asterranno dal lavoro in segno di PUNTUALECOME UNOROLOGIO SVIZZERO,SISAREBBEDETTOUNAVOLTA.ECCO ARRIVARE L'ENNESIMO“TAGLIO” al sistema universitario. Mentre per settimane ci si è interrogati sul merito, sulla crescita, sullo sviluppo; si è dibattuto sull'ingresso dei giovani nel sistema della ricerca con nuove procedure; si sono organizzati fior di convegni nei quali ci si è riempita la bocca con espressioni trite e ritrite come la famigerata «economia della conoscenza», la famosa «cultura come motore di competitività», le mitiche «università come driver per lo sviluppo» e via dicendo, chi stava preparando la spendig review si è limitato a fare quello che hanno fatto i ministri delle Finanze del passato. Semplice: la cultura, la ricerca, le università in questo Paese? Comprimibili. E quindi si tagliano, ieri in favore degli autotrasportatori, oggi per le scuole private o per l'Ici (peraltro ripristinata). Tutto è meno sacrificabile. Non importa quanti tagli abbiano subito in passato. Le università si fanno valutare e ricevono fondi di conseguenza (tra le poche amministrazioni pubbliche in Italia). Benissimo. Ma come si può parlare di valutazione se non ci sono le condizioni oggettive per produrre i livelli richiesti, dalla didattica alla ricerca? L'internazionalizzazione: già con i tagli subiti gli atenei non sono più nelle condizioni di pagare le missioni all'estero, la partecipazione ai congressi internazionali, figuriamoci gli scambi, le collaborazioni e le ricerche! Qui non ci sono orientamenti politici o ideologie che tengano. Era stato detto in sede autorevolissima «niente più tagli lineari»? Acqua passata, preistoria. Dall'economia della conoscenza alle economie sulla conoscenza. La proposta che sta girando in vista del Consiglio dei ministri di venerdì prossimo è di togliere altri 200 milioni di euro al finanziamento ordinario degli Atenei, accompagnata dall'impresentabile provvedimento di destinare quegli stessi 200 milioni alle scuole private. Le scuole private. Nemmeno Tremonti era arrivato a tanto! Anzi, l'allora ministro delle Finanze, dopo aver minacciato nel 2010 “tagli” micidiali, era tornato sui propri passi e a più miti consigli. Per capire come stanno le cose facciamo due conti. Il finanziamento delle università statali per il 2013 è fissato a 6,514 miliardi; nel 2009 era di 7,485 miliardi. Come si vede la spending review alle università è stata già applicata, molto prima dell'intervento del “commissario tagliatore”, come lo hanno ribattezzato alcuni giornali. Ed è stata applicata duramente: quasi 1 miliardo in meno, un taglio in tre anni di circa il 13%. Cui si è affiancata una drastica riduzione degli organici passati da circa 60 mila a 50mila unità, con un bassissimo indice di sostituzione per turn-over. Le spese per stipendi e le obbligazioni per legge (in sostanza soldi già vincolati alla fonte) ammontano per il 2013, secondo un calcolo della Conferenza dei rettori, a 6,4 miliardi di euro tutto compreso. Dunque, come più volte sostenuto, una situazione ai limiti del collasso, con un margine di finanziamenti “liberi” rispetto ai trasferimenti dallo Stato pari a poco più dell'1%. Su questo 1% dovrebbero gravare le nuove assunzioni (si sono appena avviate le nuove abilitazioni), gli acquisti di beni e servizi (attrezzature per laboratori, libri, computer), le spese edilizie. Poi ci si stupisce che i ricercatori italiani fanno scoperte come quella annunciata ieri della “particella di Dio” all'estero. Come competiamo in Europa a queste condizioni? E come possiamo vincere un campionato se giochiamo in 7 e non in 11? Nemmeno alle qualificazioni arriviamo. Se togliamo altri 200 milioni di euro siamo alla bancarotta. Dopo la drastica cura dimagrante, per il 2013 si sarebbe dovuto ripristinare un minimo di vivibilità restituendo al sistema 400 milioni per rimetterla in pista e limitarsi a confermare il finanziamento del 2012 (non un euro in più). Sembrava ci si fosse finalmente resi conto che i Paesi oggi con i più alti tassi di crescita, nei momenti di crisi, anziché tagliare, hanno investito in ricerca. Oggi l'università va sostenuta, non uccisa. I fondi vanno aggiunti, non tolti. Altrimenti questo sventurato Paese (che sta applicando al pubblico impiego norme “greche”) precipiterà rapidissimamente alle ultime posizioni di qualunque classifica: altro che valutazione, efficienza, internazionalizzazione e ranking degli atenei di cui si compiacciono molti giornali (magari sbagliando come è accaduto su Repubblica)! Vogliamo sperare che non ci si limiti a contemplare questo scempio. Le università non potranno e non dovranno farlo. * Presidente della Conferenza dei rettori Ospedali da chiudere battaglia nel governo BIANCADIGIOVANNI ROMA Istruzione contro Tesoro: già dato Braccio di ferro tra Profumo e Grilli Stasera si conoscerà l'entità dei sacrifici «Ridotte e razionalizzate tutte le spese, di più non si può» B. DI G. ROMA L'ITALIAELACRISI Confermati i tagli di 5 miliardi al Fondo sanitario Balduzzi in conflitto con la Ragioneria sui piccoli nosocomi Province, più di 60 destinate a sparire 7 miliardi in meno agli Enti locali Sull'università un altro scempio 6 giovedì 5 luglio 2012
Buonasera senatore Amato, ma lei si sta dimettendo dalla commissione di Vigilanza? «No, quali dimissioni. Poi se lo farò lo farò e basta». Mail presidente Schifani l'ha giàsostituitaconViespoli,comepuòfarlosenza le suedimissioni? «Formalmente può, perché secondo la procedura del Senato il presidente può bypassare la decisione del singolo senatore. È una azione corretta e io devo rispettarla, si doveva dare rappresentanza a un gruppo che non l'aveva. Certo non la condivido…» Èstatosostituitoproprioleicheaveva votatocontro l'indicazionedelPdl. “Be'…una coincidenza temporale». Ma ricorda il caso Villari, che nessuno riuscì a smuovere dalla Vigilanza finchénonsièdimesso.ÈsicurocheilpresidenteSchifani possa farlo? «In quel caso era la presidenza. Non so, bisognerebbe vedere i regolamenti. Ma Schifani è il garante…». LeimartedìserahavotatoFlaviaPiccoli Nardello anziché Antonio Pilati. Perché? «Sì, anche ieri ho votato Flavia Nardelli perché ho voluto dare un segnale di dissenso, non possiamo come partito chiedere i curricula alla società civile e poi ignorarli totalmente. Ho letto il suo, ho visto che è una persona di valore, di una certa area e l'ho votata». ConleicisarebberostatequattrodonnenelCdaRai,unsegnaleimportante. Oradipendeda lei. «Sarebbe stata indubbiamente una novità nel Paese. Dipende da me? Non so». Nardellièdiareacattolica,Pilatièmoltovicino aBerlusconi, non lepiace? «Ma non è questo. I candidati del Pdl erano tutti di spessore e preparati, ma ho voluto dare un segnale. È giusto che i componenti del Cda Rai abbiano una loro autonomia, sennò va solo chi viene dalle segreterie di partito». GuardacasoperòicapigruppoGasparrieQuagliariellohannodettoaSchifanidisostituireproprioleichehadissentito.Comecièrimastoquandohasentito il suo nome? «E già. Be', un po' me l'aspettavo… Certo è un errore politico, ma va bene così». Un'epurazione,vecchimetodideiregimididestra e di sinistra,no? «Eh sì…(ride, ndr) Un metodo vecchio quanto il mondo». Comunque lei non siè dimesso. «No, perché dovrei? Ci sono tanti senatori che hanno votato in dissenso, anche sulle fiducie o hanno detto cose incredibili e non si sono dimessi, perché dovrei farlo io? Vorrebbe dire che nel Pdl non si possono dimostrare diversità di vedute». Infatti l'hanno rimossa. «Se viene letta così la cosa è preoccupante» Sipuòpensarecheleabbianopromesso un'altra poltrona, magari in un Ente… «Ah no, assolutamente no. Se l'avessi voluta avrei fatto altro. Invece ho agito in trasparenza. Se viene considerata una colpa politica l'aver dato attenzione alle candidature della società civile e uno viene punito, dove siamo? Comunque va bene così». Hamandatoun segnalea Berlusconi? «No, lui è molto più attento verso la società civile di tanti altri dirigenti del Pdl. Indovinando o sbagliando, lo è». Allora al suo capogruppo, Gasparri? Leivieneda Forza Italia «A Gasparri? Se sono contrario glielo dico. Insomma, non mi piace come si sta muovendo il Pdl ora. Anche in Rai avremmo dovuto seguire una logica da grande coalizione, il Pd ha dato un segnale di apertura, noi no. Io rivendico la libertà creativa di FI, che era molto diversa dal Pdl. Qui sono molte le cose che non mi piacciono». Resterànel gruppoPdl? «Si, poi contesterò la linea politica». Allora stamattina va in Vigilanza a votareFlaviaPiccoli Nardelli? «Non posso. Ho ricevuto da qualche ora la lettera del presidente Schifani per la sostituzione. Me l'ha portata un messo del Senato. Devo rispettarla e prendere atto, anche se non la condivido… Come faccio a presentarmi lì?» L'INTERVISTA «Ho scoperto da un messo che oggi non potrò votare» Quando si parla di Rai, nel Pdl comanda Berlusconi, al punto da far saltare per la terza volta il rinnovo del consiglio di amministrazione e compiendo spericolate forzature istituzionali che hanno fatto scoppiare un caso. Oggi alle nove si vota di nuovo in commissione di Vigilanza, ma la tv pubblica è paralizzata, ormai da fine marzo senza vertice, tanto che Pier Luigi Bersani aveva avvertito già in mattinata: «Se c'è un impasse o la destra fa trucchi c'è una sola strada: il commissariamento». Della stessa idea anche Pier Ferdinando Casini con il Terzo Polo e la Federazione della Stampa. Lo stallo è «intollerabile» per il presidente della Vigilanza, Sergio Zavoli. I giornalisti dell'Usigrai confermano lo sciopero, i dirigenti Rai si sono rivolti preoccupati al premier Monti, l'assemblea degli azionisti è rinviata a oggi. Di trucchi i parlamentari pidiellini ieri ne hanno messi in atto diversi. Insieme ai leghisti, di nuovo alleati, hanno fatto mancare il numero legale in Vigilanza ma, soprattutto, il presidente del Senato, Renato Schifani, ha compiuto uno strappo sostituendo, su richiesta dei capigruppo Pdl, il senatore “ribelle” Paolo Amato che non aveva votato Antonio Pilati, bensì una donna indicata da «Se non ora quando?», Flavia Piccoli Nardelli, impedendo così che il centrodestra mantenesse la maggioranza nel Cda Rai. E anche il radicale Marco Beltrandi ha contribuito a rendere vana la seduta di ieri alle 13,30, perché con lui Pd, Idv, Terzo Polo avrebbero raggiunto il numero sufficiente per poter votare il nuovo Cda. Ieri mattina prima del voto l'incauto Amato (vicino a Pisanu) annuncia alle agenzie che avrebbe votato Nardelli, facendo di nuovo imbufalire Berlusconi che vedeva allontanarsi il quarto consigliere fidato come Pilati, la “mente” della legge Gasparri. Prontamente Maurizio Gasparri e il suo vice Gaetano Quagliariello in una nota dicono che Amato «ci ha comunicato la sua volontà di dimettersi dal gruppo del Pdl», dopo la sua «sorprendente dichiarazione a un'agenzia», quindi va sostituito e non si può votare. Amato non aveva mai pensato alle dimissioni, viene anche accusato di far parte di «un complotto» ma la truppa pidiellina, sempre con la stampella leghista (che, come con Bossi, difende le postazioni in Rai, da Marano a Casarin alle testate regionali a Paragone e altri), diserta il voto in Vigilanza e si riunisce. Gasparri e Quagliariello prendono spunto dalla protesta (non casuale) che la sera prima avevano sollevato i senatori di Coesione nazionale (ex finiani rimasti incollati a Berlusconi) per avere un membro in Vigilanza, e chiedono a Zavoli la sostituzione di Amato in commissione. Sarà Schifani a prendere carta e penna e avallare il cambio, chiedendo ai capigruppo Pdl: a quale senatore volete rinunciare? A Paolo Amato, ovvio. Bene allora da oggi in Vigilanza entra Pasquale Viespoli, neppure fosse un cambio di giocatore. La mossa del presidente del Senato ha scatenato l'ira del Pd, dell'Idv, dell'Udc, di Fli e anche del suo corrispettivo alla Camera, Fini: «Da Schifani un atto inaudito». Un'altra grana è invece il radicale Marco Beltrandi che si rifiuta di votare per questioni di metodo sulla mancata audizione dei candidati (trecento curricula), ma con la sua scheda bianca nella seconda votazione ha causato il pareggio Nardelli/Pilati che ha invalidato il voto. Beltrandi fu quello che per principio votò a favore del blocco dei talk show in campagna elettorale. Sergio Zavoli, che avrebbe informato dell'insostenibile stallo il presidente Napolitano, prima della fumata nera si è appellato ai presidenti delle Camere per risolvere la questione, poi ha riunito l'ufficio di presidenza e confermato il voto per oggi. A lui Pd e Terzo Polo, che si sono appellati a Fini e al Capo dello Stato, hanno chiesto di non tollerare il cambio di parlamentare durante il voto. Il presidente del Senato sostituisce il «commissario pidiellino dissidente» Fini: «Inaudito» Il senatorePdl:obbedisco manoncondivido.Nonho avutonulla incambio.Ho votatoeavreivotato ancheoggiFlaviaNardelli: ha ilmigliorcurriculum POLITICAE INFORMAZIONE Così, giusto per fare un paragone con le cronache recenti, è stato un po' come se l'arbitro di una partita importante degli europei avesse indossato la maglia di una delle squadre in campo. Renato Schifani, dimentico di essere il presidente del Senato, quindi l'arbitro, non ha esitato un attimo ed è tornato ad indossare la maglia della sua squadra, attività peraltro già tentata in un recente passato, ma non in modo così spudorato e, per certi versi, di «inaudita gravità» per dirla con Gianfranco Fini, il presidente della Camera che non ha accettato l'iniziativa di sostituire il consigliere Amato in dissenso con le indicazioni del Pdl, quindi di Berlusconi, e colpevole di aver rivendicato libertà di pensiero e, quindi, di azione e, quindi, di voto. LE RIVENDICAZIONI Il dodicesimo uomo in campo, forte dei suoi poteri e di un regolamento che pare glielo consenta, è intervenuto a gamba tesa nella vicenda della Commissione di Vigilanza Rai e del voto tormentato sul nuovo Consiglio di amministrazione di Viale Mazzini. E ha provveduto con inusitata solerzia a dare, proprio ieri e proprio davanti a quanto accadeva in Vigilanza, una risposta positiva alla rivendicazione del gruppo “Coesione nazionale” che, attraverso il senatore Viespoli, il 12 giugno scorso si era lamentato di non avere, così come prevede la legge, rappresentanza in Commissione ricevendo da Fini la risposta che la questione poteva essere risolta solo nell'ambito dei senatori poiché a Montecitorio il gruppo di “Coesione nazionale” non è presente. L'arbitro di parte, Renato Schifani, la richiesta quindi ce l'aveva sul tavolo da più di venti giorni. Però, ieri, davanti ad un Amato deciso a pensare con la propria testa, non ha trovato di meglio che dare una risposta positiva alla richiesta di Viespoli che è diventato membro della Commissione ed ora potrà contribuire a far sì che il nuovo consiglio di amministrazione non sia un altro luogo dove Berlusconi è costretto ad arretrare. Anzi a non contare più. Danno inaccettabile per uno che ha fatto per anni il bello e il cattivo tempo nei suoi canali (ed è legittimo) ma anche in quelli pubblici. L'attacco di Fini alle decisioni di Schifani ha segnato la fine di una giorPaoloAmato . . . «Dimettermi? No, perché dovrei? Ci sono tanti senatori che hanno votato in dissenso» . . . Il Pd: «Riferisca subito in aula, quello che sta accadendo è incredibile Siamo senza parole» N. L. nlombardo@unita.it Rai, blitz di Schifani Berlusconi fa saltare per la terza volta il rinnovo del cda L'ira di Zavoli: si vota a oltranza NATALIA LOMBARDO ROMA Caos a Viale Mazzini Pd e Udc chiedono un commissario Il presidente del Senato Renato Schifani in una foto di repertorio FOTO ANSA MARCELLACIARNELLI ROMA 2 giovedì 5 luglio 2012
«Quando tocca a noi, la prima norma che il nuovo governo farà, sarà sulla cittadinanza. Chi nasce qui è italiano. Stiamo parlando di ragazzi nati qui, che lavorano e pagano le tasse e non sono nè italiani nè immigrati. Ed invece sono italiani e non è lui fuori dal mondo nuovo ma noi». Così Pier Luigi Bersani ha rilanciato, intervenendo al sit-in, promosso ieri dal Pd davanti a Montecitorio, la battaglia per il riconoscimento del diritto di cittadinanza sulla base dello ius soli ai figli di immigrati. «Un grande paese - ha aggiunto - deve capire che questa è una battaglia di civile, morale e etica se vuole offrire un grande futuro ai propri figli. Un milione di Balotelli che ci sono in Italia devono veder riconosciuti i propri diritti». Bersani ha poi ricordato che «l'articolo 3 della Costituzione . parla chiaro e deve essere la nostra bandiera. Lo facciamo per i diritti negati di questi ragazzi. Ci siamo impegnati in questo percorso per rendere esplicite agli italiani le nostre intenzioni - ha continuato - dobbiamo tirar via questo tema dal 'non detto', dove è stato relegato da anni di ideologia di destra, che ha fatto danni al paese non solo economici ma anche di natura civile e sociale». Presenti in prima fila i protagonisti della seconda generazione di figli di immigrati, centiniaia di giovani provenienti da diverse città italiane, assieme a parlamentari ed esponenti del Partito Democratico. Sono quasi un milione di giovani e bambini figli di immigrati con il permesso di soggiorno nel Paese dove sono nati o cresciuti. Cambiare la legge attuale - è stato ribadito - è una questione di civiltà democratica. E adesso finalmente, dopo anni di battaglie e centinaia di migliaia di firme raccolte, su iniziativa del Pd, approda in Parlamento la proposta di riforma della legge sulla cittadinanza, che il centrodestra in questi mesi ha continuato a bloccare, basata sul principio secondo cui chi nasce e cresce in Italia è italiano. Sul palco Livia Turco, responsabile immigrazione del Pd, ha ribadito il no a leggi al ribasso: «La nostra posizione è chiara e dice che chi nasce in Italia ed è figlio di immigrati regolari da almeno 5 anni possa fare domanda di cittadinanza. Mentre chi viene da adolescente può farla al completamento del primo ciclo scolastico». Kalid Chaouki, responsabile Nuovi Italiani del Pd ha lanciato un appello a tutti i parlamentari: «Guardateci negli occhi e diteci come intenderete votare in occasione della discussione della legge in Parlamento. Come nuovi italiani impegnati nel Partito Democratico non ci rassegneremo perché siamo certi che questa battaglia la vinceremo tutti insieme, innanzitutto per il bene dell'Italia». E Marco Pacciotti, coordinatore nazionale del Forum Immigrazione: «Siamo determinati a continuare il nostro impegno perchè l'Italia finalmente si doti di una legge che rispetti il cambiamento avvenuto nella società e che ridia finalmente un po' di giustizia e di civiltà in un Paese che ne ha un bisogno assoluto». ILCOMMENTO LUIGIMANCONI . . . «Un milione di Balotelli che vivono in Italia devono veder riconosciuti i propri diritti» SEGUEDALLAPRIMA Il mondo è cambiato dalle fondamenta, le ideologie si sono sgretolate e le appartenenze via via deperiscono e, soprattutto, le fratture sociali seguono percorsi nuovi e imprevedibili. Eppure. Eppure resistono contraddizioni e conflitti che, tuttora, consentono di aggregare movimenti e di mobilitare energie e passioni intorno alla tutela dei diritti fondamentali della persona e della sua dignità. Contraddizioni vecchie e nuove e conflitti antichi e moderni. Quando questo è il terreno di confronto, scegliere diventa più agevole e, talvolta, ineludibile. Consideriamo le due frasi seguenti: «Cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia? È senza senso» e poi: «Senza il reato di immigrazione clandestina, l'Italia diventerà la cloaca d'Europa». La prima di queste citazioni è di Beppe Grillo e nessuno se ne stupirà. La seconda è, in apparenza, di più difficile attribuzione: ma se ci pensate un attimo, la prosa preziosa, la selezione sofisticata dei termini, l'inesorabile sequenza logica denunciano che l'autore non può essere altri che Antonio Di Pietro. Si tratta di due affermazioni che vale la pena memorizzare in queste ore: intanto perché ieri, davanti a Montecitorio, il Forum immigrazione ha tenuto una manifestazione in vista del dibattito parlamentare sulla riforma della cittadinanza; e poi perché questo obiettivo (una nuova normativa sulla cittadinanza) è stato indicato dal segretario del Pd come il primo punto del programma di governo del centrosinistra per la prossima legislatura. E c'è una terza ragione. Qualche giorno fa, il Corriere della Sera, riprendendo le parole di Massimo D'Alema, chiede a Nichi Vendola, «quali valori di sinistra» veda in Di Pietro. Il leader di Sel risponde ribaltando la critica su chi lo contesta, accusato di votare «insieme al Pdl lo sfregio dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori» e altre simili nequizie. La replica è abile e, tuttavia, Vendola sorvola su quali siano «i valori di sinistra» di Di Pietro. (Di Beppe Grillo, ovviamente è meglio tacere). Non si tratta di una polemica futile. Tutt'altro. E qui soccorre il tema della cittadinanza. Quest'ultimo e, in generale, la questione relativa a migranti e profughi, così come altri temi incandescenti e controversi (dal mercato del lavoro alle garanzie del sistema penale, dall'autodeterminazione del paziente ai diritti delle minoranze sessuali) costituiscono un test cruciale. Non solo per agitare «le belle bandiere», ma anche per disegnare i tratti concreti di una organizzazione sociale più equa e più libera. Si tratta di problematiche fortemente politiche, destinate a tradursi in norme e misure conseguenti, a contribuire a produrre mutamenti sociali e cambi di mentalità, a influire sulla qualità della vita di tutti. E sono, allo stesso tempo, opzioni morali, in quanto hanno strettamente a che fare con la nostra idea di bene collettivo e di società giusta. Per questo il tema della cittadinanza ha già oggi, ed è destinato ad assumere sempre più, il valore di una grande questione pubblica ad alta intensità etica. Perché dà a un termine fin troppo abusato, quale inclusione, il senso così concreto di processi sociali che riguardano uomini e donne e bambini e il loro stesso destino. Perché allude a cosa siano i diritti fondamentali della persona in un contesto geo-politico che non è più quello angusto e discriminatorio degli antichi stati nazionali. Perché, infine, rimanda a una possibile idea, faticosa e ancora tutta da costruire di «cittadinanza umana» capace di accogliere e di elaborare, in senso profondamente innovativo, il meglio di quanto è stato prodotto dalle culture più fertili della storia europea: il cattolicesimo sociale, il riformismo del movimento operaio, la tradizione radicale, liberale e libertaria, il pensiero ecologista. A fronte di questo c'è quella frase di Antonio Di Pietro prima ricordata: «Senza il reato di immigrazione clandestina, l'Italia diventerà la cloaca d'Europa». Come sempre, la scelta del vocabolario è fattore qualificante e dirimente: quella «cloaca d'Europa» è, inequivocabilmente, linguaggio fascistoide; o, se preferite, immorale. Un impasto di corruzione intellettuale e di quel disturbo del comportamento, non esclusivo delle fasce adolescenziali, che è la coprolalia. L'Italia a Kiev purtroppo ha perso, i nuovi italiani invece hanno vinto. Può sembrare un paradosso, ma è la verità emersa in queste ultime giornate di campionato europeo di calcio. Milioni di italiani hanno scoperto grazie alla doppietta di Mario Balotelli che esistono anche i “neri italiani”, un popolo di un milione di ragazzi e ragazze che sono italiani di fatto, ma ancora stranieri per una legge ingiusta e ingiustificata. Balotelli è diventato cittadino italiano solo a diciotto anni e fino a quell'età aveva in tasta un permesso di soggiorno nel comune dov'è nato. A Mario Balotelli va quindi il merito di aver posto al centro dell'attenzione popolare non tanto la rivendicazione del diritto alla cittadinanza italiana, quanto la semplice esposizione di una realtà che mai prima d'ora era stata così al centro dell'attenzione. In tutti i bar delle piazze d'Italia, anche nei paesini più remoti della provincia, terre padane comprese, il nome di Mario Balotelli, la sua storia, il suo abbraccio alla madre e le sue lacrime dopo una finale durissima sono state oggetto di commenti e discussioni. La questione dei “nuovi italiani” è diventata finalmente una questione largamente popolare. Finalmente ci siamo almeno per metà del lungo viaggio che dovrà condurci verso una riforma giusta e civile della legge sulla cittadinanza in Italia basata sullo Ius Soli: è italiano chi nasce o cresce in Italia da genitori immigrati. Da oggi in poi raccontare le storie e la discriminazione a cui sono sottoposti i “nuovi italiani” sarà sicuramente più semplice anche di fronte alle platee più scettiche o meno informate. Ma al contempo si dovrà riflettere in modo serio su quanti altri Balotelli e a quante altre “doppiette” stiamo volutamente rinunciando danneggiando il complesso della nostra società e alimentando pesanti frustrazioni in chi quest'Italia la ama veramente, nonostante tutto. Quanti bravi avvocati, giornalisti, medici, poliziotti, magistrati, sindaci, diplomatici, funzionari pubblici e tante altre figure professionali a cui oggi rinunciamo per una legge stupida e arretrata. Giovani che con il trenta e lode all'università continuano a vivere con la minaccia della perdita del permesso di soggiorno nel Paese dove sono nati o cresciuti. A questo punto della lunga battaglia e in vista della discussione della legge sulla cittadinanza in Parlamento su richiesta del Partito Democratico, dobbiamo essere in grado di rilanciare il tema della cittadinanza sotto il profilo non solo dei diritti legittimi dei “nuovi italiani”, ma anche per il diritto dell'Italia di non vedersi sciupata una straordinaria opportunità. Senza Mario Balotelli non saremmo arrivati in finale, senza i “nuovi italiani” l'Italia perde una marcia in più. D'altronde come immaginare la scuola italiana oggi senza decine di bambini portatori di culture lontane ma straordinariamente radicati nei quartieri e negli oratori vicino alle proprie case? Come immaginare la propria città senza il negozio di alimentari gestito dall'ormai amico di famiglia di origine pakistana, la propria nonna senza la sua assistente di origine moldava o la propria pizzeria senza il bravissimo cuoco egiziano? L'Italia è diventata tutto questo. Un nuovo paese multiculturale, trasformato rapidamente nell'arco di vent'anni, ma senza particolari incidenti di percorso grazie alla giusta dose di convivenza all'italiana. ITALIA Giovani immigrati alla manifestazione organizzata dal Pd in piazza Montecitorio a Roma FOTO DI GUIDO MONTANI/ANSA Una questione morale per chi è di sinistra . . . Non per caso Beppe Grillo è contrario. E Di Pietro parla di immigrazione in modo inaccettabile Cittadinanza Il Pd scende in piazza La sfida dei nuovi italiani KHALID CHAOUKI ResponsabileNuovi ItalianiPD Manifestazione davanti a Montecitorio per chiedere una legge che stabilisca lo ius soli: chi nasce in Italia è italiano. Bersani: «Sarà il nostro primo atto quando andremo al governo» GIUSEPPEVITTORI ROMA 10 giovedì 5 luglio 2012
Il mercato lo dà per scontato: il governing council della Bce oggi dovrebbe ridurre il costo del denaro di un quarto di punto, a 0,75. La discesa sotto l'1% è un record per l'Europa, primato tutto particolare (e tardivo) visto che le altre banche centrali «viaggiano» già da tempo intorno allo zero. I conoscitori della «gestione Draghi» dell'istituto centrale non escludono tuttavia sorprese dell'ultimo minuto. Più volte il presidente ha stupito gli operatori, con decisioni inattese che hanno agito da «frustate» per un mercato spesso asfittico. Così c'è chi non esclude che il taglio possa essere più corposo, cioè di mezzo punto. La seconda «arma non convenzionale» che l'Eurotower conta di mettere sul tavolo per aumentare la liquidità è l'azzeramento del tasso sui depositi che le banche aprono presso la Bce. Oggi è allo 0,25%, un rendimento non indifferente considerando la montagna di euro (circa 800 miliardi) che vengono «parcheggiati» dagli istituti di credito nei forzieri di Francoforte. Con l'azzeramento quella massa di denaro potrebbe fluire sul mercato, favorendo la ripresa che tutti in Europa stanno cercando di intercettare. Secondo altri osservatori, tuttavia, le banche finirebbero per «parcheggiare» quelle somme presso altri istituti, con un effetto nullo sulla liquidità circolante. Sta di fatto che Mario Draghi cercherà di dare una spinta per favorire l'utilizzo delle risorse nell'economia reale. Molti osservatori, però, sono convinti che sia un'illusione fare crescita con la sola politica monetaria: se manca la domanda la liquidità resterà inutilizzata. PRESSIONIESTOP Nelle ultime ore aumenta inoltre il pressing per nuove operazioni di acquisti di titoli di stato sotto stress, al fine di evitare la speculazione. Ma la partita non è affatto semplice: anche Draghi, come Mario Monti, su questo tema si scontra con le obiezioni e le chiusure dei Paesi mitteleuropei. «Questo programma è stato messo in ibernazione e così deve restare», ha affermato il governatore della banca centrale dell' Olanda, Klaas Knot, che come tutti i suoi colleghi dell'area euro siede nel Consiglio direttivo della Bce. «Se bisogna aiutare il sud Europa è agli altri Stati che tocca farlo, non alla Bce - ha aggiunto Knot - Non dobbiamo farci trascinare nuovamente nei giochi politici. Se bisogna aiutare il sud Europa è agli altri Stati che tocca farlo, non alla Bce. Non dobbiamo farci trascinare nuovamente nei giochi politici». Da rilevare che l'Olanda è uno dei Paesi più ostili anche all'uso dei fondi salva Stati europei per effettuare acquisti calmieranti di bond governativi sotto stress. Ad ogni modo Knot ne fa un problema sui rischi che questi acquisti creano sul bilancio della Bce. «Non si può continuare infinitamente», ha detto. Pesa in quel dell'Aja l'ultima decisione politica del consiglio europeo, che sarà trascritta tecnicamente all'Eurogruppo di lunedì. Una decisione, quella sul salva-spread, che stando a indiscrezioni non sarebbe piaciuta neanche a Draghi, grande sponsor invece della misura salva-banche. Il presidente Bce avrebbe osteggiato la prima proposta italiana, che prevedeva un meccanismo automatico di acquisti oltre una certa soglia di tassi e di differenziali. In ogni caso la Bce ha sempre definito solo momentanei gli acquisti di titoli sovrani sul secondario destinati a calmare la speculazione. Oggi si scopriranno le strategie che l'Eurotower metterà in campo. Intanto le Borse hanno chiuso tutte in terreno negativo in atetsa proprio delle decisioni di Francoforte. Milano chiude in ribasso ( - 0,78%) con indici in rosso a causa delle incertezze sui titoli bancari. La spending review non è rimasta assente dal bilaterale e dalle dichiarazioni, dirette in particolare all'opinione pubblica tedesca, con le quali Angela Merkel ha lodato le «ottime riforme strutturali adottate da Monti» e le sue «decisioni fondamentali prese in tempi rapidissimi». Ribadendo che le scelte sugli strumenti per affrontare la crisi del debito -e quindi anche lo scudo anti spread -sono state assunte «all'unanimità dal consiglio Ue», la cancelliera ha preso le distanze dalle minacce di veto giunte nei giorni scorsi da Finlandia e Olanda. La correzione di rotta dell'Aia «non ci opponiamo in tutti i casi» all'acquisto di titoli di bond sul mercato secondario da parte del fondo salva Stati anzi, ha dato a Monti, già prima del bilaterale italo-tedesco di ieri, la prova che i risultati politici raggiunti a Bruxelles avrebbero sostanzialmente tenuto anche nella traduzione tecnica che dovrà realizzare l'Eurogruppo del 9 luglio. La spending review, quindi. Assieme alla riforma delle pensioni e alle misure assunte in questi mesi per mantenere l'impegno al pareggio di bilancio entro il 2013, i tagli alla spesa pubblica che il governo italiano si appresta a varare («entro la settimana») dovranno dimostrare ai tedeschi quella che Monti definisce «la nostra determinazione a proseguire sulla strada del risanamento di bilancio». La cancelliera non ha puntato, ieri, a recuperare platealmente punti rispetto al premier italiano che era stato dipinto dalla stampa tedesca come il vincitore di Bruxelles a dispetto di Berlino. E, dopo il sapiente e intenso gioco diplomatico che ha preparato il summit di villa Madama, ha puntato sulla necessita di decisioni comuni per il bene della crescita e dell'Europa. «Sono sempre riuscita a trovare un'intesa con Monti ovunque sia stato necessario farlo - - ha spiegato Angela Merkel - e dobbiamo condividere bene ciò che ci accomuna». Germania e Italia, ha aggiunto tra l'altro, condividono la volontà di superare «assieme» la crisi economica e la Germania è consapevole che se i suoi partner dell'area euro «non stanno bene» la stessa economia tedesca non potrà prosperare visto che «il 60 per cento dell' export tedesco è diretto ai Paesi dell' area Ue». PUNTOD'EQUILIBRIO L'intesa che si fa strada in vista dell'Eurogruppo, in realtà, punta a trovare l'equilibrio tra necessità di tranquillizzare l'opinione pubblica tedesca - niente automatismi per il riscorso allo scudo anti spread, ruolo di garanzia di Commissione Ue e Bce -e l'impraticabilità della strada preferita dalla cancelliera che implicava una sorta di commissariamento da parte della troika del Paese che intenda avvalersi dello scudo. L'Italia, ha ribadito Monti, «non presenterà domanda» per avvalersi dell'anti-spread. E anche questa certezza sarà decisiva per «l'offensiva d'immagine» che Angela dovrà portare avanti in patria per far capire che «a Bruxelles non ci sono stati né vinti, né vincitori». L'Italia, ha vantato Monti, «si sta sforzando di contribuire alla stabilità mettendo sotto controllo il disavanzo e infatti avrà nel 2012 un disavanzo pari al 2% del pil, metà di quello medio Ue. Mentre il disavanzo previsto per il 2013 avrà un avanzo in termini strutturali». Il nostro Paese, quindi -altro messaggio confezionato per i tedeschi (e per gli italiani), «non ha bisogno di aiuti». Sta facendo per bene «i compiti a casa». Monti, in sostanza, incassa la stabilizzazione dei risultati conseguiti in Europa. Lui ha bisogno della cancelliera per guadagnare punti nell'Unione e Merkel ha bisogno di lui per evitare l'isolamento del quale ha percepito la possibilità a Bruxelles. In un'ora di faccia a faccia tra ministri italiani e tedeschi - era presente anche Schäuble - Monti e la cancelliera «hanno dissipato i malumori, ammettendo che ce ne fossero stati», spiegano fonti vicine al premier. Il faccia a faccia tra capi di governo, che ha preceduto i bilaterali tra ministri, si è incentrato molto sullo scudo anti spread. La decisione è che i meccanismi tecnici verranno definiti di comune accordo il 9 luglio. «Io e Angela - ha dichiarato il premier - lavoriamo bene insieme perché crediamo, lei tedesca e io italiano, tutti e due in una cosa che si chiama economia sociale di mercato altamente competitiva». «Abbiamo trovato una soluzione soddisfacente per tutti - spiega Merkel - Ma ciò che conta per me è che gli strumenti elaborati dal vertice Ue vadano avanti su regole già in vigore». E il premier con una affermazione sorprendente che desta subito polemiche, torna sulla riforma del mercato del lavoro, che ha avuto «cattiva stampa» perché sindacati e imprenditori l'avrebbero svilita. «Le parti che rappresentavano i lavoratori e i datori di lavoro hanno assunto un atteggiamento che faceva emergere il desiderio di stravincita da un lato e di straconservatorismo dall' altro», spiega, lanciando una freccia avvelenata. «Per la prima volta, infatti, i pubblici poteri hanno ritenuto di dovere responsabilmente fare questa riforma, nel pubblico interesse» e senza lasciare spazio ad un risultato «consociativo». BIANCADIGIOVANNI ROMA ILCASO Parigi e Berlino vogliono un «Super Mister Euro» . . . Lavoro, la stoccata del Professore: la riforma è stata «svilita» da sindacati e imprese L'EUROPAELACRISI Monti & Merkel mettono in scena il grande idillio Vertice bilaterale a Villa Madama, con uno stuolo di ministri Il premier: «All'Italia non servono aiuti, insieme per la crescita La cancelliera: «L'Ue ha bisogno di noi» NINNIANDRIOLO ROMA Gli occhi puntati su Draghi: oggi ridurrà i tassi a 0,75?L'Olanda:siamoreticenti,manoncontrariall'intesa Noicontrari allo scudoanti-spread? Equandomai? Apparentemente, i PaesiBassi fanno retromarciasul cosiddetto«scudoMonti». Dopo due giorni incui a livello europeo praticamentenon si è discusso d'altro,dal governoolandese arriva unacuriosa precisazione: l'Olandaè sì«reticente», ma,al contrario della Finlandia,«nonsi oppone in tutti i casi»all'acquistodi titoli di bondsul mercatosecondario dapartedel fondosalvaStati Esmin funzione anti-spread.Laprecisazione è del ministrodelle FinanzedeiPaesi Bassi, Jan Kees de Jager, citato dall'agenziaAnp. DeJager, cosìdice, privilegiaun approcciopragmatico. «Bisognaguardareall'efficacia delle misure»,hadetto il ministro, secondo ilqualebisogna esaminare il nuovo strumentoprevisto dall'accordo «in modocritico».La domanda,oggia BruxellescomeaRoma,è: perchéci sonovoluti due giorniper rettificare? La Francia e la Germania vogliono un «super mister euro»: è quanto rivela il sito internet del quotidiano LeFigaro. In particolare, secondo il giornale francese, Parigi e Berlino intenderebbero no rafforzare il ruolo del futuro presidente dell'Eurogruppo, una poltrona attualmente occupata dal premier lussemburghese Jean-Claude Juncker. L'obiettivo di farlo diventare «pari grado» con il presidente della Banca centrale europea e con il direttore del Fondo monetario internazionale e che possa quindi partecipare ai summit del G20. Il rafforzamento del ruolo del presidente dell'Eurogruppo dovrebbe portarlo allo stesso livello del presidente della Bce, Mario Draghi, e della direttrice del Fmi, Christine Lagarde, scrive ancora Le Figaro.fr, che cita fonti francesi e tedesche. Il mandato sarebbe di cinque anni e la funzione diventerebbe esclusiva, vale a dire che «Mister Euro» dovrebbe abbandonare le sue responsabilità nazionali. Il nuovo titolare dell' Eurogruppo potrà così partecipare ai Attesa sui mercati per la decisione della Bce C'è chi ipotizza addirittura un sforbiciata di mezzo punto 8 giovedì 5 luglio 2012
Inutile chiedere spiegazioni aSergio Marchionne sui piani del-la Fiat nei prossimi anni e chenon vi venga in mente di ricor-dargli le promesse, i numeri, gliinvestimenti contenuti in “Fabbrica Italia”, il piano strategico annunciato solo due anni fa ma che ormai non si può nemmeno citare. Ancora più inutile domandare a John Elkann, presidente di Exor e della Fiat, quale sarà il futuro degli Agnelli in Italia. Il nipote dell'Avvocato potrebbe rispondere con una citazione, come ha fatto nella lettera agli azionisti di Exor, utilizzando il drammaturgo romeno Eugène Ionesco: «Puoi prevedere cosa accadrà solo dopo che è accaduto». Potremmo, dunque, farla finita subito con le preoccupazioni, le domande relative al futuro della Fiat in Italia, alla produzione di auto nelle vecchie fabbriche del maggior gruppo industriale privato. Nella logica della Fiat e dei suoi storici azionisti il Paese, le istituzioni, le comunità locali, dipendenti dovrebbero solo attendere in silenzio, passivamente le scelte del gruppo, magari stendendo «un tappeto rosso» a Marchionne, come suggeriva un paio d'anni fa un importante amministratore locale. UNPERICOLOSO RITIRO La realtà oggi è che la Fiat ha una presenza industriale più ridotta in Italia, quasi residuale per l'auto e i suoi numeri sono deludenti sul fronte della produzione, delle vendite, delle quote di mercato. Due anni fa, non è passato un secolo, Marchionne annunciò al Lingotto il piano “Fabbrica Italia” che, in sintesi, prevedeva il rilancio dell'industria dell'auto grazie a un piano di investimenti di 20 miliardi di euro che la Fiat avrebbe realizzato in quattro anni. L'obiettivo era il raddoppio della produzione nazionale di auto, da 650vetture del 2009 a 1,4 milioni nel 2004, con dieci modelli nuovi e sei restyling. Il 65% di questa produzione, parole di Marchionne, sarebbe stato destinato all'esportazione. Per tutti gli stabilimenti italiani, ad esclusione di Termini Imerese destinato alla chiusura, l'amministratore delegato aveva elencato gli obiettivi di utilizzo degli impianti e di aumento della capacità produttiva. Il 2014 si sta avvicinando, ma del famoso piano non si parla più, i nuovi modelli non si vedono, la nuova 500 ad esempio è stata dirottata da Mirafiori a Kragujevac in Serbia grazie ai generosi contributi pubblici del governo di Belgrado. Negli stabilimenti italiani solo Pomigliano d'Arco ha ottenuto un modello, la Nuova Panda, ma più della metà degli ex dipendenti è ancora fuori. La produzione di auto della Fiat in Italia non è finora decollata. I numeri sono desolanti e i paragoni aiutano a capire. Lo stabilmento della Nissan di Sunderland in Gran Bretagna, con circa 5000 dipendenti diretti, ha prodotto nel 2011 ben 480mila auto, un numero paragonabile all'intera produzione della Fiat in Italia. Il nostro Paese, a causa della crisi e del rinvio degli investimenti della Fiat, è diventato uno dei più modesti produttori di auto in Europa, dopo esser stato per decenni ai vertici con Germania e Francia. Lo scorso anno la produzione italiana di auto e veicoli industriali (circa 790mila unità) è stata inferiore non solo a Germania, Francia, Spagna, Gran Bretagna ma anche a Repubblica Ceca, Polonia, Tirchia e si sta avvicinando pure la Slovacchia. L'Europa ha un problema di eccesso di capacità produttiva, ma perchè devono chiudere le nostre fabbriche mentre a Sunderland si pianificano altri modelli e la creazione di 3000 nuovi posti di lavoro? L'ITALIASENZA PRODUZIONE Il problema della caduta della produzione di auto non riguarda solo la Fiat che, come dice sobriamente Mario Monti per non disturbare il manovratore, deve produrre dove più ha convenienza, ma coinvolge l'intero Paese, decine di migliaia di lavoratori, centinaia di imprese dell'indotto e più in generale l'idea stessa di una presenza industriale rilevante, storica, che rischia di svanire con grave danno per molti. Marchionne naturalmente deve fronteggiare una congiuntura nerissima in Italia e in Europa ed è comprensibile, dal semplice punto di vista degli interessi e del profitto, che egli preferisca produrre in Polonia o in Serbia, oppure godersi la ripresa dell'auto in America, invece che privilegiare le radici italiane. Questo richiamo nazionalistico non serve a nessuno. Al nostro Paese oggi farebbe un gran bene poter contare su altri produttori di auto e di veicoli commerciali di livello internazionale capaci di utilizzare gli impianti, le capacità professionali, la passione di manager e lavoratori italiani. Per cambiare le sorti dell'industria dell'auto in Italia non si può più fare affidamento solo sulla Fiat i cui interessi sono sempre più lontani e che ha dimostrato, nelle gestione Marchionne, di non poter tollerare nemmeno l'assunzione di dipendenti iscritti a sindacati non graditi, che osano esprimere democraticamente il loro dissenso. Le scelte di Marchionne possono piacere o meno ma non sorprendono, rappresentano in modo evidente e diretto le strategie, le aspirazioni, gli interessi dei suoi azionisti, della famiglia Agnelli i cui eredi sembrano proiettati sempre più in una dimensione internazionale. L'evoluzione degli investimenti degli ultimi anni, le scelte strategiche, il progressivo ridimensionamento dell'Italia come territorio d'affari, sono segnali chiari di una strategia che porta gli eredi Agnelli altrove. AGNELLID'AMERICA Qualche numero può aiutare a capire. Il 62% dei ricavi di Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli che ha preso il posto della vecchia Ifi, è stato realizzato al di fuori dell'Europa nel 2011. La composizione dei ricavi della holding guidata da John Elkann è così ripartita: il 33% nell'area di libero scambio del Nord America (Nafta) , il 38% in Europa, il 29% nel resto del mondo (in particolare America Latina e Asia del Pacifico). Il principale singolo mercato per Al possibile «stabilimento di troppo», facce tese e poca voglia di parlare. Buona parte dei 3.900 lavoratori della Fiat di Cassino scoprono le parole di Marchionne all'uscita dal primo turno. «Per arrivare alle 6 qua si va a letto presto», spiega Giuliana. Sotto il sole cocente nella piana di Piedimonte San Germano legge una copia de LaStampache l'azienda regala agli operai all'uscita. In prima pagina c'è la foto della “500L” e solo nell'occhiello si citano le parole del «capo»: «Se le vendite non ripartono in Italia c'è uno stabilimento di troppo». Giuliana legge e commenta: «Di essere a rischio lo sapevamo, di certo non chiuderanno in Serbia dove fanno questa nuova Cinquecento». Fra l'una e mezza e le due, l'ingresso numero 1 dello stabilimento Fiat Group Automobiles è ancora un formicaio di centinaia di autobus blu provenienti da tre regioni e auto che escono dai parcheggi. A parlare meno volentieri sono i lavoratori non sindacalizzati o quelli iscritti ai sindacati “firmatari” degli accordi stile-Pomigliano. La preoccupazione la si legge sui volti. Come quello di Ilenia, 35 anni, capello corto e passo svelto, «iscritta alla Uilm», che spiega: «Certo che abbiamo paura, la possibilità che chiudano c'è e anche se i nostri del sindacato ci rassicurano, non dormiamo certo bene». Come quello di Tiziana, 36 anni, di Cassino, iscritta alla Fim Cisl e da anni 15 anni al reparto Montaggio: «Ho due bimbi piccoli e sono separata, è chiaro che se chiudesse la fabbrica per me e la mia famiglia sarebbe la fine. Già con 2 giorni di cassa a settimana lo stipendio supera di poco i mille euro ed è già dura, ma almeno lavoriamo». Se provi a chiedere da quanto tempo va avanti la cassa integrazione che quasi dimezza i giorni di lavoro, le risposte sono diverse: «Da tanti mesi che sembra da sempre - sintetizza Costanzo Caramadre, dell'Ugl -. Siamo spaventati dalle parole di Marchionne ma l'unica cosa che possiamo fare è continuare a lavorare al meglio per dimostrargli che lo stabilimento da chiudere non è Cassino». In pochi conoscono la storia de Lascelta di Sophie, il film citato da Marchionne per spiegare mesi fa che per lui decidere quali (a quel tempo erano due) stabilimenti da chiudere era come per una madre scegliere quale figlio mandare a morte. Però capiscono benissimo la strategia del manager nato a Chieti, esattamente cento chilometri da qui. «Puntano sulla nostra paura e così sperano di piegarci, ma la vittoria di quelli di Pomigliano ci dà fiducia», spiega Lucio Ribaudo, ex rsu della Fiom. Chi c'era quasi fin dall'inaugurazione del 1972, «quando facevamo la 126», è Antonio, 63 anni di Sora. Barba bianca e faccia tirata, Antonio ricorda «come se fosse oggi lo sciopero indetto dal Pci nell'ottobre del ‘79, quando continuava ad uscire gente con il corteo già lontano un chilometro. Eravamo in 15mila a lavorare qui, praticamente ogni famiglia della Provincia aveva un parente in Fiat». Quello spirito non tornerà più? «Beh, qualche segnale che le cose stiano cambiando c'è». «Anche perché - gli subentra Delio, 45 anni di Formia, anche lui dei Cobas e «pronto ad una candidatura in Parlamento con Beppe Grillo» - secondo i rumors i primi a saltare saranno i capi e quindi anche loro iniziano a capire che seguire le direttive dell'azienda senza fiatare non li salva». Qui a Cassino non è ancora arrivato il pannello stile-Pomigliano e Kragujevac “Noi siamo quello che facciamo”. Agli ingressi campeggia invece la pubblicità della Giulietta che rimanda ai versi di Shakespeare: «Sono Giulietta e sono fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni». Si tratta dell'unico modello prodotto a Cassino che «tira, anche se solo sul mercato estero». Cassino è in cima, insieme a Melfi, per il toto-chiusura per un motivo molto semplice: produce modelli vecchi: «Bravo e Delta rischiano di uscire di produzione a fine anno - ammettono anche i sindacalisti “firmatari” - e la Giulietta è un'auto che non può L'addio degli Agnelli e la triste illusione di Fabbrica Italia RINALDO GIANOLA MILANO Cassino, «lo stabilimento di troppo» non ci sta L'ITALIAE LACRISI . . . Exor, la finanziaria degli Agnelli, realizza ormai il 62% dei ricavi lontano dall'Europa Laproduzionediauto in Italiaper laFiatèresiduale MalesceltediMarchionne segnanolavolontàdella famigliadiportare lontano investimentieattività L'INCHIESTA . . . Produciamo meno auto di Polonia, Repubblica Ceca, Turchia. E Marchionne annuncia altre chiusure MASSIMO FRANCHI INVIATO A CASSINO(FR) Qui lavorano in 3mila 900 e ora hanno paura Già si lavora solo tre giorni a settimana 4 giovedì 5 luglio 2012
PIETROGRECO pietrogreco011@gmail.com L'annuncio al Cern di Ginevra La potenza della teoria unita alla potenza della tecnologia La particella catturata nel superacceleratore Lhc È la base per una spiegazione del perché della massa È la vittoria di due potenze, quella annunciata ieri al Cern di Ginevra dall'italiana Fabiola Gianotti, spokeperson dell'esperimento Atlas, e dall'americano Joe Incandela, spokeperson dell'esperimento Cms. Una è quella della tecnologia scientifica di frontiera, incarnata (o meglio, imbullonata) in Lhc: la macchina (appunto) più potente mai costruita dall'uomo. L'altra è la potenza della teoria: capace di prevedere un fenomeno sconosciuto, la cui realtà verrà provata dopo molti mesi o, addirittura, molti anni. Sono queste due potenze congiunte che hanno realizzato quella che può essere considerata, ormai a ragione, la più importante scoperta in fisica degli ultimi decenni. Forse dell'ultimo mezzo secolo. Se la «potenza della tecnologia» è chiara a tutti fin dai tempi di Galileo, quando il toscano mise a punto un cannocchiale più potente, lo puntò al cielo e vide – letteralmente – cose mai viste prima, meno nota, ma non meno importante, è la «potenza della teoria». Per trovarne un esempio altrettanto limpido di quella manifestata dal Modello Standard della Fisica delle Alte Energie, in particolare, dall'elaborazione del Modello Standard quel signore di 83 anni le cui guance ieri sono state solcate da (meritate) lacrime di gioia, lo scozzese Peter Higgs, occorre risalire alla teoria dell'elettrodinamica quantistica elaborata da Paul Dirac alla fine degli anni '20 e racchiusa in una formula (elegante) che prevedeva l'esistenza di un tipo di materia – l'antimateria – di cui mai nessuno aveva prima parlato. L'esistenza dell'antimateria fu empiricamente provata pochi anni dopo. DAEINSTEIN ENEWTON Ancora, la «potenza delle teoria» si era manifestata nel 1919, quando l'inglese Sir Arthur Eddington misurò la deviazione della luce da parte del campo gravitazionale del Sole proprio dell'angolo previsto dalla teoria della relatività generale del tedesco Albert Einstein. Con quella misura, titolò con una certa enfasi il New York Times in prima pagina, Einstein detronizzò Newton. Ancora. Una manifestazione della «potenza della teoria» si ebbe quando il chimico russo Dimitri Ivanovic Mendeleev elaborò la «tavola periodica degli elementi», prevedendo non solo l'esistenza di elementi chimici fondamentali fino ad allora sconosciuti, ma anche le loro precise proprietà chimiche. Ieri si è manifestata di nuovo, con limpida chiarezza, la «potenza della teoria», accanto in virtù della «potenza della tecnologia». Perché è stata individuata una particella – il bosone di Higgs – messaggera di un campo di forze, il «campo di Higgs», le cui esistenze erano del tutto sconosciute prima che Peter Higgs le immaginasse. Le sue lacrime, ieri, hanno salutato il nuovo trionfo della «irragionevole efficacia della matematica nelle scienze naturali». Vero è che Fabiola Gianotti e Joe Incandela hanno mostrato un filo di prudenza nel presentare i loro dati. Hanno detto che con una probabilità statistica di 5 sigma – il che, tradotto dal linguaggio dei fisici e dei matematici, significa tecnicamente una probabilità abbastanza solida da poter parlare a ragion veduta di certezza pressoché assoluta e, dunque, di «scoperta» – hanno individuato una particella sconosciuta di massa pari a 125 GeV (giga elettronvolt) con le caratteristiche di un bosone. Ma che c'è bisogno di ulteriori studi per assicurarsi che il bosone catturato sia effettivamente il «bosone di Higgs». Tuttavia, proprio la «potenza della teoria» suggerisce che la particella catturata non possa essere altro che la particella prevista da Peter Higgs. Il quale non a caso è stato convocato a Ginevra e non a caso ha pianto di gioia. REALTÀCOSMICA Resta da vedere, tuttavia, se il bosone la cui cattura è stata annunciata ieri abbia solo le caratteristiche previste da Peter Higgs. O, invece, non abbia anche proprietà che spalancano a «nuova fisica». O meglio, come spiega il Cern in un suo comunicato ufficiale, alla possibilità di trovare una qualche spiegazione a quel 96% di realtà cosmica di cui non conosciamo la natura. Viviamo infatti in un universo costituito al 73% da un'energia (chiamata, appunto, oscura) e al 23% da una materia (chiamata, anch'essa, oscura) di cui non sappiamo spiegare origine e costituzione. Il bosone di Higgs finalmente individuato potrebbe fornirci la chiave per gettare un po' di luce su tanta – è il caso di dirlo – oscurità. Il che dimostra come i fisici – a Lhc, ma non solo a Lhc – siano già al lavoro per andare oltre il Modello Standard, il cui ciclo si è ormai chiuso con la scoperta annunciata ieri. Il Modello Standard funziona (eccome!) ma non ci dice tutto sulla realtà fisica. Occorre, appunto, andare oltre. E proprio la grande macchina può aiutarci a fare i primi passi in questa ricognizione ancora più approfondita. Non sarà sfuggito ai più attenti tra i lettori dell'Unità il contributo italiano alla scoperta. L'esperimento Atlas è diretto da Fabiola Gianotti (figlia di un geologo piemontese e di un'umanista siciliana, laureata a Milano); l'esperimento Cms è stato diretto fino a poco tempo fa da Guido Tonelli, dell'Infn (Istituto nazionale di fisica nucleare) di Pisa; italiano è anche il direttore scientifico del Cern, Sergio Bertolucci. Si tratta di una nuova evidenza empirica, è il caso di dirlo, che in alcuni settori la nostra comunità scientifica è all'avanguardia. E questa sua capacità le viene riconosciuta a livello internazionale. Ma è anche evidente – anche questa è, ahimè, un'altra ineludibile evidenza empirica – che la scienza italiana, anche quella di punta, è sottoposta a ristrettezze economiche senza pari e crescenti. E che in queste condizioni difficilmente il futuro – anche in fisica – potrà essere luminoso com'è il presente e com'è stato il passato. Bene ha fatto, dunque, il presidente dell'Istituto nazionale di fisica nucleare, Fernando Ferroni, a sottolinearlo, nel franco dibattito telefonico con il ministro Francesco Profumo. Ma bene faremmo anche noi a tenerlo presente. Ce lo insegna la storia del pianeta degli ultimi sessant'anni (ma, a ben vedere, ce lo insegna la storia intera dell'umanità): non c'è nessuna crescita possibile, non c'è tantomeno alcuno sviluppo socialmente ed ecologicamente sostenibile, se un paese rinuncia a investire nella conoscenza. E la mancanza di investimenti (ovvero di fiducia) nella conoscenza è tanto più commendevole per un Paese che detiene – fingendo di non saperlo, fingendo di non vederlo – un patrimonio come quello che si è espresso ieri a Ginevra. LASCOPERTA Il «candidato» del bosone di Higgs in una ricostruzione al computer FOTO ANSA-EPA Il bosone di Higgs La verità dell'universo in una sola particella . . . Fabiola Gianotti e Joe Incandela hanno individuato una particella sconosciuta pari a 125GeV .. . La «nuova fisica»: si tratta di una delle scoperte più importanti dell'ultimo mezzo secolo BERSANI IN BASILICATA GIOVEDÌ 5 LUGLIO 2012, ORE 21.30 Iniziativa Pubblica Park Hotel, SS 407 Basentana VENERDÌ 6 LUGLIO 2012, ORE 9.30 Prima Conferenza Programmatica PD Potenza “Salone Fortunato”, Park Hotel, SS 407 Basentana MATERA VENERDÌ 6 LUGLIO 2012, ORE 16.00 Conferenza Programmatica Cinema Comunale, Piazza Vittorio Veneto POTENZA partitodemocratico.it youdem.tv 12 giovedì 5 luglio 2012
La tiratura del 4 luglio 2012 è stata di 91.672 copie Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta «SE CI SARANNO ALTRE SCOSSE SARÀ UNDISASTRO.SENONCISARANNOSIDIMENTICHERANNODINOI:LOHANNOGIÀFATTO». Così un cittadino emiliano, così in molti. Alcuni giornali (non questo) non parlano quasi più del terremoto e solo il caldo torrido sull'Emilia fa notizia. Fra qualche mese scriveranno delle piogge e del freddo sulle tendopoli: tutto già visto, tutto nella norma. Invece nulla è tornato normale. Le case cadute sono ancora a terra, le bande bianche e rosse sono ancora legate attorno agli stabili pericolanti, l'economia fatica a riprendere. Nessuno sa quante scuole potranno essere aperte in autunno, quante chiese, quanti teatri, quanti musei. Molti danni diffusi ovunque (oltre ai grandi crolli), molti edifici dichiarati prudentemente inagibili, anche troppi. I centri storici delle città colpite si sono svuotati: in tanti quartieri i bar sono chiusi il sabato pomeriggio perché non c'è nessuno. Molta gente si è avvolta in un fatalismo che non gli appartiene. Impossibile stimare l'ammontare dei danni e delle cifre necessarie per tornare alla situazione di prima. Sono valori impressionanti, ben lontani dai fondi stanziati dal governo (mai arrivati) e dagli sforzi encomiabili della solidarietà. Oltre alla produzione si sono interrotte le relazioni fra imprese, non solo quelle industriali. Se il Museo Sorolla di Madrid chiede, in via amichevole, la restituzione anticipata dei quadri esposti al Palazzo dei Diamanti di Ferrara (pur agibile) è segno che con il terremoto si sono incrinati anche i rapporti di fiducia costruiti negli anni. L'azzeramento del turismo culturale in una capitale italiana della cultura è stato conteggiato tra i danni del terremoto? Con il sisma si è messa in pericolo l'identità culturale di una comunità. Valori che non si misurano in punti di Pil. Non serve essere emiliani per sapere che quelle terre e quella gente ce la faranno a recuperare la loro ricchezza e la loro coesione sociale: a «tener botta». E ce la faranno soprattutto contando sulle proprie risorse economiche, professionali e culturali. Hanno superato molti immani disastri nei secoli: alcuni “naturali” come le alluvioni, altri meno, come le guerre. Il vero punto è un altro: qual è il migliore aiuto per favorire questo processo di autoricostruzione, oltre alla solidarietà? Il governo (centrale, regionale e locale) cosa può fare? Sono senz'altro necessarie risorse ingenti (non virtuali) ma anche linee di indirizzo e coerenze, per evitare errori. Si può restaurare ciò che si è lesionato e ricostruire ciò che si è distrutto; oppure si può edificare seguendo criteri antisismici; e si può dare inizio a una edilizia a risparmio energetico e non tradizionale. Per intraprendere questa via non serve rendere più laschi i vincoli urbanistici e le norme sui subappalti: l'Irpinia prima del terremoto del 1980 era abitata per paesi e borghi, oggi lo è per case sparse ovunque. Si può “rispondere” al terremoto innovando il sistema regionale per aumentare la coesione tra i territori: i trasporti, le telecomunicazioni, i servizi web e wifi, la salute e il welfare per gli anziani. Si può razionalizzare il sistema dei servizi pubblici e anche immaginare una maggiore integrazione tra ricerca, università e lavoro. Si può ricominciare a produrre cultura. Per imboccare questa strada occorre un progetto di riqualificazione condiviso. Servono le volontà dei commissari e soprattutto il coinvolgimento delle istituzioni locali. A partire dai Comuni che, da molti secoli, sono i veri motori del sistema regionale emiliano romagnolo. Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 UN NUOVO PARTITO DI ISPIRAZIONE CRISTIANA NEL PA-NORAMAPOLITICO,GIÀSUFFICIENTEMENTEFRASTAGLIATO,DELNOSTROPAESE?È la domanda che agita molti commentatori politici e non. Mi limito a tre secche considerazioni che, credo, rispondono più a criteri oggettivi che non a semplici considerazioni personali. Innanzitutto il pluralismo politico dei cattolici è ormai un dato storicamente acquisito. La lezione e l'eredità conciliare, su questo versante, non possono più essere messi in discussione. E la fine della Democrazia cristiana, su questo aspetto, segna uno spartiacque difficilmente revisionabile. Del resto, l'unità politica dei cattolici è sempre stata legata a precisi fatti storici e mai, tranne esigue minoranze clericali e confessionali, a valutazioni di carattere religioso, o teologico, o dottrinario o etico. E la stessa esperienza, straordinaria e irripetibile, della Dc era il frutto e il prodotto di quella contingenza storica. Vagheggiare, oggi, una rinascita della Dc non può che essere una operazione astratta o puramente illusionista, priva di ancoraggi storici, politici e culturali definiti se non nella ripetizione di una esperienza che ormai è entrata nella storia del nostro Paese per quello che ha rappresentato in quella lunga, e per certi versi, drammatica fase storica. In secondo luogo, però, il patrimonio storico, politico e culturale del cattolicesimo democratico e del popolarismo di ispirazione cristiana non può dissolversi perché la contingenza politica non prevede la ricostituzione di un «partito cattolico». E lo stesso dibattito sulla «irrilevanza» dei cattolici in politica non lo si affronta e non lo si risolve soltanto con un nuovo partito. Questo patrimonio è possibile difenderlo ed inverarlo nella società contemporanea in molti modi. Dalla politica alla straordinaria e feconda galassia dell'associazionismo, dal mondo della cultura a quello economico e sociale e del terzo settore. Insomma, non si esaurisce solo nell'alveo della politica e dei partiti l'originalità del cattolicesimo democratico. Certo, la politica è il settore più esposto e i riflettori si accendono di più su quel versante che non sull'opera quotidiana, incessante e meticolosa di chi dedica parte della propria vita agli altri. Diventa pertanto una discussione un po' astratta, se non virtuale, quella concentrata sulla presunta «irrilevanza» dei cattolici nella dimensione pubblica del nostro Paese se non c'è un partito di riferimento. Fuorchè si pensi, almeno per chi fa propria quella denuncia, che sia necessario oggi riproporre in tutta la sua interezza ed organicità un «partito cattolico». E, probabilmente, gli stessi propugnatori di quella tesi sarebbero gli stessi che, dopo qualche tempo, ci spiegherebbero che in nome - giustamente – della laicità dell'azione politica, della laicità dello Stato, del pluralismo politico ormai acquisito, della autonomia del temporale ecc. la presenza di un «partito cattolico» sarebbe, semplicemente, un progetto vecchio e forse anche un po' confessionale. Ecco perché allora, ed è la terza ed ultima considerazione, la vera sfida oggi la si gioca in campo aperto. Cioè nella cosiddetta «pluralità» che caratterizza il profilo e la stessa identità di molti partiti, Pd compreso. Una «pluralità» dove, paradossalmente, dovrebbe vedere proprio i cattolici ancora più presenti ed incisivi nella definizione concreta della proposta politica del partito. Una presenza, ovviamente laica, ma decisiva nel saper declinare il proprio patrimonio culturale nel nuovo soggetto politico e, soprattutto nel saper incidere sulle singole politiche. Una presenza non riduttivamente confessionale dove si viene interpellati solo e soltanto su alcuni temi di stretta pertinenza religiosa. E cioè, una sorta di rinnovata presenza degli «indipendenti di sinistra» degli anni 70 o dei «testimonial» cattolici degli anni 90. No, la presenza dei cattolici democratici anche nel Pd deve essere visibile, continuativa ed efficace. Senza derive clericali e senza scivolamenti confessionali ma con la consapevolezza che si è «veri cattolici solo quando si è veri cittadini». Solo così, credo, potremmo essere fedeli alle nostre origini senza cadere nella trappola di chi vorrebbe confinare ancora di più i cattolici invocando, seppur in buona fede, la formazione di un nuovo partito cattolico. Giorgio Merlo Deputato Pd Dialoghi CaraUnità Gaetano Sateriale Cgil «Io tifo per l'Italia, viva l'Italia!..», mi dice con sorridente entusiasmo la bella ragazza di Albona-Labin che parla quasi perfettamente l'italiano, sulla carretta del mare che da Spalato-Split porta a Fiume-Rijeka nella calda e afosa serata di giovedì 28 giugno, cioè la sera di Italia-Germania agli Europei di calcio. Ma è l'Italia che vince o sono quei baldi e atletici undici giocatori che pregustano già il premio in denaro promesso loro in caso di vittoria? CLAUDIO COSSU Quando il giornale Libero ha titolato, all'indomani della sconfitta in finale con la Spagna, che a portare jella era stato Monti, ho subito pensato a come, in altri tempi, la Nazionale di Pozzo, di Combi, di Piola (il calciatore che da bambino era stato il mio idolo) era stata utilizzata da Mussolini per esaltare l'Italia del Duce e dell'era (Era) fascista. Quelli che si esprimono intorno al calcio, però, non sono solo gli entusiasmi retorici alla base di una retorica nazionalista o di una denigrazione dell'avversario politico ma anche i sentimenti di appartenenza di cui abbiamo un estremo bisogno in questa fase. Come ben dimostra il sorriso della giovane albanese che tifa Italia e ci dice, dicendolo, che vorrebbe essere nostra amica, che vorrebbe sentirsi una di noi nel Paese in cui ha scelto di vivere la sua vita. La nave va intanto e la vita va avanti, anche se quella che sarebbe davvero importante ritrovare è l'idea di uno sport meno disturbato dall'odio e dalla disonestà che l'eccesso di denaro finisce sempre per introdurre nelle attività degli esseri umani. Dove l'importante, di nuovo, sarebbe partecipare, divertirsi e non solo vincere, alla ricerca dell'armonia e della bellezza prima che degli ingaggi e dei premi partita. Gli spagnoli hanno vinto, mi chiedo, perché si divertono ancora quando giocano? La ragazza albanese che tifa per l'Italia L'analisi Prezioso l'impegno dei cattolici ma non serve un'altra Dc . . . La pluralità è importante anche nel Pd . . . I credenti pesino nel progetto politico COMUNITÀ ViaOstiense,131/L 00154 Roma lettere@unita.it Il commento Emilia, i Comuni motori della ricostruzione Lavita deiprigionieri subsahariani Il 29 giugno, dodici prigionieri subsahariani sono fuggiti dal campo di Abu Saniah. Tre di loro sono stati assassinati, come riportato all'attivista Hamdy Al-Azazy. Nove eritrei, invece, hanno raggiunto la casa del filantropo beduino Muhammad Ali, che li ha ospitati e curati. La situazione dei traffici nel Sinai è fuori controllo. Le autorità di forza pubblica e l'esercito conoscono i nomi dei trafficanti (molti di loro sono pluriomicidi) e i campi di concentramento in cui sono detenuti i profughi, tuttavia non agiscono per liberarli. Le istituzioni egiziane, anche ai massimi livelli, ignorano le denunce e non perseguono i criminali. Hamdy Al-Azazy è ancora in pericolo, anche se l'OHCHR, l'UNHCR e alcune organizzazioni stanno preparando un'azione per tutelare le sua incolumità. In questo momento è importante che tutte le organizzazioni che proteggono i profughi avvertano i gruppi di giovani migranti che si trovano in Eritrea, Sudan o Etiopia di non recarsi nel Sinai, dove il rischio di cadere nelle mani dei criminali è altissimo. RobertoMalini EVERYONE GROUP Citaretutto il “centrosinistra” Quando si cita il "centrosinistra" si parla di forze parlamentari PD e IDV e, volutamente, da parte della stampa si aggiunge una forza che in Parlamento non c'è: SeL di Vendola, chissà perché nel contempo non si citano forze come la Federazione della Sinistra (PdCI-PRC-Socialismo 2000- PL) ma chissà perché la citazione è nella foto di Vasto e non per esempio di quella manifestazione delle forze comuniste del 12 giugno a Roma contro il governo Monti e contro l'abrogazione dell'articolo 18, contro chi ritiene che nella attuale riforma del lavoro (penalizzante soprattutto per i lavoratori dipendenti) vi sia qualcuno che sostenga la tesi degli industriali, la riforma va respinta perché tutela troppo i lavoratori! OsvaldoBossi Achi assomiglia ilDiavolo? Monsignor Andrea Gemma, durante la trasmissione Vade retro, andata in onda il 9 giugno scorso su TV 2000, il canale di proprietà della Cei, ebbe a dire: «Il posseduto dal diavolo ha le movenze, il portamento simile a un down». Giustamente 52 genitori di ragazzi affetti dalla sindrome, hanno scritto una lettera di protesta al giornale Repubblica: «È un pregiudizio sbagliato, il parlare senza sapere, il voler a ogni costo giudicare senza conoscere. Esigiamo le scuse del vescovo». A mio parere, il vescovo prima di scusarsi, dovrebbe praticare gli esorcismi su se stesso. Accade alle volte che un medico si buschi la malattia del paziente che sta curando. Del resto, siccome il diavolo essendo diavolo è per sua natura furbissimo, non si può escludere che vada a nascondersi in persone al di sopra di ogni sospetto. Monsignor Gemma potrebbe anche chiedere aiuto a don Amorth. Sapete chi è? È il re degli esorcisti, quello che nel suo libro Un esorcista racconta, consiglia di mettere un pizzico di sale esorcizzato nei quattro angoli delle stanze per tener lontano il demonio. VeronicaTussi 16 giovedì 5 luglio 2012
TV 06.45 Unomattina. Rubrica 08.00 TG1. Informazione 10.10 Unomattina Vitabella. Rubrica 11.00 Unomattina Storie Vere. Rubrica 12.00 E state con noi in TV. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show 15.15 Luci d'estate. Film Drammatico. (2011) Regia di Wolf Gremm. Con Ruth-Maria Kubitschek. 16.50 TG Parlamento. Informazione 17.00 TG 1. Informazione 17.15 Heartland. Serie TV 18.00 Il Commissario Rex. Serie TV 18.50 Reazione a catena. Show 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Techetechetè. Rubrica 21.20 Superquark. Documentario 23.35 Premio Strega. Evento 00.30 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.05 Sottovoce. Talk Show. Conduce Gigi Marzullo. 01.35 Rai Educational In Italia. Educazione 02.05 Mille e una notte - Documenti Documentario 02.06 Unmatched fino all'ultima battuta. Documentario 07.30 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 10.20 La complicata vita di Christine. Serie TV 10.40 Tg2 Insieme Estate. Rubrica 11.25 Il nostro amico Charly. Serie TV 12.10 La nostra amica Robbie. Serie TV 13.00 Tg 2. Informazione 13.30 TG 2 E...state con Costume. Rubrica 13.50 TG 2 Si, Viaggiare. Rubrica 14.00 Senza Traccia. Serie TV 15.30 Guardia Costiera. Serie TV 16.15 The Good Wife. Serie TV 17.00 One Tree Hill. Serie TV 17.45 Tg2 - Flash L.I.S. Informazione 18.15 TG 2. Informazione 18.45 Cold Case. Serie TV 19.35 Ghost Whisperer. Serie TV 20.30 Tg2. Informazione 21.05 Private Practice. Serie TV Con Kate Walsh, Taye Diggs, Audra McDonald. 22.25 Private Practice. Serie TV 22.40 Brothers & Sisters. Serie TV Con Sally Field, Dave Annable, Calista Flockhart. 23.25 Tg2. Informazione 23.40 Rai 150 anni. Attualita' 00.40 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 08.00 Il romanzo della mia vita. Film Biografia. (1953) Regia di Lionello De Felice. Con Luciano Tajoli. 09.35 Rai 150 anni. La Storia siamo noi. Documentario 10.35 Cominciamo Bene. Rubrica 12.00 TG3. Informazione 13.10 La strada per la felicita'. Soap Opera 14.00 Tg Regione. Informazione 14.20 TG3. Informazione 14.55 Rai Sport Ciclismo: Tour de France; Quinta tappa: Rouen - Saint Quentin. Sport 18.00 GEOMagazine 2012. Documentario 19.00 TG3. / Tg Regione Informazione 20.10 Cotti e mangiati. Sit Com 20.25 Blob. Rubrica 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 Sulle tracce del crimine. Serie TV Con Xavier Deluc, Virginie Caliarì, Kamel Belghazì, Chrystelle Labaudi. 23.00 Tg Regione. Informazione 23.05 Tg3 Linea notte. Informazione 23.40 Notte sulla città. Film Crimine. (1972) Regia di Jean-Pierre Melville. Con Alain Delon, Richard Crenna, Catherine Deneuve. 01.20 Rai Educational - Cult Book. Reportage 06.50 Magnum P.I. Serie TV 07.45 Più forte ragazzi. Serie TV 08.40 Sentinel. Serie TV 09.50 Monk. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 11.55 Meteo. Informazione 12.00 Cuore contro cuore. Serie TV 12.55 Distretto di Polizia I. Serie TV 14.05 il tribunale di Forum. Rubrica 15.10 Wol un poliziotto a Berlino. Serie TV 16.00 Ieri e oggi in Tv. Show 16.12 Sing Sing. Film Commedia. (1983) Regia di Sergio Corbucci. Con Enrico Montesano. 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.30 La signora in giallo. Serie TV 21.10 Il mandolino del Capitano Corelli. Film Drammatico. (2001) Regia di John Madden. Con Nicolas Cage, Penélope Cruz, John Hurt. 23.50 Sognando Italia. Rubrica 00.45 Cinema d'estate. Show. 00.47 She's so lovely - Così carina. Film Commedia. (1997) Regia di Nick Cassavetes. Con Sean Penn, Robin Wright Penn, John Travolta. 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.46 Un salto verso la libertà. Film Drammatico. (2007) Regia di Petter Nass. Con Ali Abdulsalam. 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.45 Extreme Makeover Edition. Docu Reality 15.45 Parenthood. Serie TV 16.45 Tg5 - 5 minuti. Informazione 16.51 Rosamunde Pilcher: L'uomo dei miei sogni. Film Drammatico. (2007) Regia di Dieter Kehler. Con Eva-Maria Grein. 18.45 Il Braccio e la Mente. Gioco A Quiz 19.44 Tg5. Informazione 20.31 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 21.10 Quinta colonna. Attualita' 00.00 Rubicon. Serie TV Con Arliss Howard, Dallas Roberts, James Badge Dale. 01.00 Tg5 - Notte. Informazione 01.30 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 02.01 Media Shopping. Shopping Tv 02.15 Canterbury's Law. Serie TV Con Julianna Margulies, Aidan Quinn, Jeremy Zorek. 07.20 Hannah Montana. Serie TV 08.10 Cartoni Animati. 10.30 Dawson's Creek. Serie TV 12.25 Studio aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 Futurama. Cartoni Animati 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 What's my destiny Dragon ball. Cartoni Animati 15.00 Gossip girl. Serie TV 15.55 Le cose che amo di te. Serie TV. 16.45 Mammoni - Short. Reality Show. 17.10 Friends. Serie TV 17.35 Mercante in fiera. Gioco A Quiz 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.25 C.S.I. New York. Serie TV 21.10 Human Target. Serie TV Con Mark Valley, Jackie Earle Haley, Chi McBride. 23.00 The ring 2. Film Horror. (2005) Regia di Hideo Nakata. Con Naomi Watts. 01.05 Nip/tuck. Serie TV Con Dylan Walsh, Julian McMahon, Joely Richardson. 02.05 Saving Grace. Serie TV Con Holly Hunter, Leon Rippy. 02.45 Studio aperto - La giornata. 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus Estate 2012. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. 11.10 Ti ci porto io (R). Rubrica 12.30 I menù di Benedetta (R). Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Come uccidere vostra moglie. Film Commedia. (1964) Regia di Richard Quine. Con Virna Lisi. 16.10 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 18.00 I menù di Benedetta (R). Rubrica 18.55 Cuochi e fiamme. Show. 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 In Onda. Talk Show. 21.10 Johnny Stecchino. Film Commedia. (1991) Regia di Roberto Benigni. Con Roberto Benigni, Nicoletta Braschi, Paolo Bonacelli. 23.30 La valigia dei sogni. Rubrica 00.10 Tg La7. Informazione 00.15 Tg La7 Sport. Informazione 00.20 N.Y.P.D. Blue. Serie TV 02.10 Movie Flash. Rubrica 02.15 Cold Squad. Serie TV 21.00 Sky Cine News - Risate in anteprima. Rubrica 21.10 London Boulevard. Film Thriller. (2011) Regia di W. Monahan. Con K. Knightley C. Farrell. 23.05 Faccia d'angelo - 1a parte. Serie TV 00.45 Il Signore degli Anelli - Il ritorno del Re. Film Fantasia. (2003) Regia di P. Jackson. Con V. Mortensen I. McKellen. SKY CINEMA 1HD 21.00 Le cronache di Narnia: Il leone, la strega e l'armadio. Film Fantasia. (2005) Regia di A. Adamson. Con T. Swinton J. McAvoy. 23.25 Step Up 3. Film Musical. (2010) Regia di J. Chu. Con S. Vinson R. Malambri. 01.30 Porco rosso. Film Animazione. (1992) Regia di H. Miyazaki. 21.00 Bella, bionda... e dice sempre di sì. Film Commedia. (1991) Regia di J. Rees. Con A. Baldwin K. Basinger. 23.05 Il padre e lo straniero. Film Drammatico. (2011) Regia di R. Tognazzi. Con A. Gassman A. Waked. 01.00 Pollock. Film Drammatico. (2000) Regia di E. Harris. Con E. Harris J. Connelly. 18.40 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.40 Redakai. Cartoni Animati 20.05 Ben 10. Cartoni Animati 20.30 Ninjago. Serie TV 21.20 Brutti e cattivi. Cartoni Animati 21.45 The Regular Show. Cartoni Animati 22.10 Young Justice. Serie TV 22.35 Hero: 108. Cartoni Animati 22.55 Virus Attack. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Come funziona?. Documentario 19.30 Come funziona?. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Top Gear USA. Documentario 22.00 Deadliest Catch. Documentario 23.00 La febbre dell'oro: Mare di Bering. Documentario 19.00 Una splendida annata. Show. 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Una splendida annata. Show. 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 Lincoln Heights. Serie TV 23.30 Jack Osbourne No Limits. Reportage 00.30 Fuori frigo. Attualita' DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.20 La vita segreta di una Teenager Americana. Serie TV 20.20 Il Testimone. Reportage 21.10 I Soliti Idioti. Show. 22.50 Mike Judge's Beavis and ButtHead: Il Ritorno. Serie TV 23.40 Speciale MTV News: Story of The Day. Informazione MTV RAI 1 21. 20: Superquark. Rubrica con P. Angela. I misteri del creato, spiegati in modo semplice e diretto da grandi esperti. 21. 05: Private Practice. Serie Tv con Kate Walsh. Le vicende della dott.ssa Addison Forbes, nella clinica di Los Angeles. 21.05: Sulle Tracce del crimine. Serie Tv con X. Deluc. Una sezione della polizia indaga sui casi più complessi e delicati. 21.10: Il mandolino del Capitano Corelli. Film con N. Cage. Un soldato si innamora, ma il fronte non aspetta. 21.10: Quinta colonna. Attualita' con S. Sottile. Programma giornalistico per far luce sui più importanti fatti di cronaca. 21.10: Human Target. Serie TV Con M. Valley. Christopher è una guardia di sicurezza che assume l'identità delle persone che protegge. 21.10: Johnny Stecchino. Film con R. Benigni. Dante è il sosia perfetto del capo mafioso Johnny, tanto da poter essere lui. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY FINALMENTE STANATO IL BOSONEDI HIGGS, detto affettuosamente particella di Dio. Benchè tutti i tg abbiano dato la notizia, cercando pure di spiegarne la portata, ne sappiamo quanto prima e cioè quasi niente. Mentre invece, della dannata spending review, apparentemente sappiamo tutto, ma non ne capiamo proprio il senso. Almeno per certi aspetti indigeribili, tipo il taglio del 10 % degli statali. E dove cominceranno a tagliarli, dai piedi o dalla testa? Perché se li tagliano tutti interi, si tratterebbe di espellere altre 300.000 persone, da aggiungere ai milioni di disoccupati che tutti dicono di voler riportare al lavoro. Ma se gli «esuberi» vanno solo mandati in prepensionamento, ovviamente in deroga alle nuove norme Fornero, diventeranno 300.000 esodati in più, da aggiungere ai circa 400.000 (fonte Inps) già censiti. E allora, perché diavolo l'hanno fatta, la riforma delle pensioni, se poi devono prendere in carico tutti questi prepensionati? Avevano detto che serviva per fare largo ai giovani, ma non c'è chi non veda che la disoccupazione giovanile aumenta di giorno in giorno, quasi quanto il calcolo degli esodati. Insomma, nonostante tutti i simpatici economisti schierati in tv in questi mesi, per noi telespettatori l'economia rimane un mistero (tra i meno gloriosi). Una via crucis che, di tappa in tappa, incontra sempre gli stessi dolori e gli stessi doloranti poveracci. Ai quali oltretutto va la colpa del dissesto, perché, accidenti a loro e allo stato sociale, se sono vecchi pretendono la pensione, se si ammalano vogliono essere curati e se sono disoccupati si arrogano il diritto di sopravvivere lo stesso. In più, siccome odiano tutti quelli che possiedono grandi ricchezze senza pagare le tasse in proporzione, peggiorano il clima morale del Paese e ne abbassano la spiritualità. Laschiera dipoveracci doloranti e il mistero dell'economia FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO U: giovedì 5 luglio 2012 21
Sindaco,secondoalcunestimelarevisione di spesa peserebbe su Regioni e Comuniper ben 7,2 miliardi.Se così fosse? «Quello per cui sono molto preoccupato, al di là delle cifre, è l'impostazione dell'esecutivo. Così salta ogni princìpio di federalismo e di leale collaborazione tra le istituzioni. Siamo di fronte a una visione centralista dell'azione del governo, in cui non si tiene in alcun conto come la crescita sia un obiettivo perseguibile solo con l'apporto degli enti locali. Allora però lo si dica, si dica che modificheremo la Costituzione, che rinunciamo ad attuarne il titolo V: perché parlare di autonomie se non vengono rispettate? E ancora: siamo di fronte a tagli lineari, a una scorciatoia che non risolve il problema». Qualierano lealternative? «L'esecutivo ha rinunciato a definire i costi standard dei servizi, cosa che avrebbe permesso di individuare realmente chi spreca, un lavoro avviato di concerto con il governo che ora viene interrotto violentemente. Le aspettative sulla revisione di spesa erano altre, doveva essere un'operazione selettiva, con cui si paragonavano costi e ricavi sui diversi fronti. Così invece si continua a colpire nel mucchio, con riduzione dei fondi statali, tagli alla sanità e alla pubblica amministrazione. Da questo punto di vista c'è un arretramento culturale insidiosissimo, si rompe l'unica strada per riportare il Paese a crescere. Perché si finisce per creare disoccupazione e colpire non chi spreca ma chi fa investimenti e punta alla qualità dei servizi». È ilcaso dell'Emilia-Romagna? «Certo. Qui non si può parlare di sprechi, ma di dotazioni, se si fosse guardato ai costi standard questo sarebbe stato evidente. È vero che abbiamo più impiegati di altre regioni nella pubblica amministrazione, ma siamo anche il territorio in cui i comuni con proprio personale si fanno carico di nidi e asili, la piena occupazione qui è stata raggiunta anche grazie al welfare che ha sostenuto donne e famiglie. Quanto alla sanità, un'ulteriore riduzione del Fondo nazionale non è sostenibile, così si fa della macelleria sociale, è a rischio la stessa universalità di accesso ai servizi sanitari. Senza peraltro individuare dei veri margini di recupero». Uncolpo al“modello emiliano”? «Dobbiamo fare di tutto perché non si arrivi a questo. È evidente che questi tagli colpiscono di più chi già ben governa i propri bilanci. Qui il welfare non è vissuto come un costo ma come un veicolo di crescita, di sviluppo economico. Più in generale, non credo poi che si possa scindere il futuro del Paese dalla tenuta dei servizi, o saremo a rischio di forti conflitti sociali». Rischi che il governo non vede. Perché agirecosì, secondo lei? «Temo ci sia una componente prevalente, che vede l'azione degli enti locali solo come costo e spreco. Io concordo sulla necessità di contenere i costi, non ignoro cosa ci chiede l'Europa, il punto è come lo si realizza: se con elementi rigidi a livello nazionale, che prescindono dalle azioni riformatrici già attuate a livello locale, non posso che dissentire. Occorre invece la massima collaborazione tra tutti i livelli di governo». sulle tasche dei cittadini più deboli, in termini di medicine da pagare e minori servizi. FARMINDUSTRIA È questa l'accusa dei presidenti di Regione, che chiedono all'esecutivo più chiarezza: nessuna mossa prima di una nuova definizione dei livelli essenziali di assistenza, che si decideranno entro il 31 ottobre con la firma del Patto per la salute del 2013. La cura della sanità ha già provocato la reazione durissima di Farmindustria. «Non costringeteci a chiedere lo stato di crisi - ha dichiarato ieri il presidente delle case produttrici - L'industria del farmaco è un patrimonio che l'Italia non può perdere. Gli ultimi tagli potrebbero costare 10mila posti di lavoro». L'ipotesi sul tavolo del governo prevede che salirà dal 35% al 50% la quota a carico delle aziende dell'eventuale sforamento del tetto della spesa farmaceutica nazionale. A partire da gennaio 2013, le industrie del farmaco dovranno quindi partecipare in modo più «corposo» rispetto a quanto già previsto dalla manovra del luglio scorso. L'altro 50% sarà invece a carico delle sole Regioni che hanno superato il tetto di spesa, in proporzione al rispettivo disavanzo. ENTILOCALI Regioni, Province e Comuni contribuiranno alla manovra complessiva per oltre 7 miliardi. Le Province, già «depotenziate» con il Salva-Italia, saranno accorpate o soppresse in base a diversi criteri. Il primo parametro prevede almeno 3mila metri quadrati di estensione, il secondo 350mila abitanti e almeno 50 Comuni al loro interno. Le Province che non dovessero superare almeno due dei parametri, verrebbero soppresse. Dalle attuali 107 amministrazioni si scenderebbe a 61, comprese le 10 città metropolitane. Tra le «salvate» si sono aggiunte le 9 Province delle Regioni a statuto speciale (in origine escluse) e le 10 amministrazioni maggiori che dovranno diventare città metropolitane (Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria). Tagli «Inaccettabili» per il presidente dell'Unione province italiane, Giuseppe Castiglione. Infine, per i Comuni sarebbero previsti tagli per 500 milioni di euro per il 2012 e di due miliardi per il 2013. Il presidente Anci Graziano Delrio dal sito dell'associazione dei Comuni ribadisce il giudizio negativo sulla spending review, soprattutto sul metodo. «Il governo non ci ha fornito dati sulla spesa per il nostro comparto. Per realizzare una buona operazione ci voleva un'alleanza più forte e trasparente con i Comuni, al di là dei principi che condividiamo - scrive Delrio - Non dandoci i numeri definitivi sull'entità dei tagli, il governo si assume la responsabilità di fare anche interventi di riduzione che magari non sono giusti». E infatti «i tagli prospettati dal commissario Bondi sono estemporanei e parziali» aggiunge Delrio. protesta) e appoggiati dai parlamentari Pdl, che hanno presentato un ordine del giorno contro la chiusura degli uffici. Tra i tribunali più piccoli potrebbero essere soppresse 32 unità (a fronte di una richiesta di 36), mentre saranno 674 gli uffici di giudice di pace da chiudere. In via di soppressione anche 220 sedi distaccate. Ma i numeri continuano ad essere «ballerini». Secondo le ultime voci gli uffici giudiziari di Castrovillari, Lamezia Terme, Rossano, Caltagirone, Sciacca, Mondovì e Cassino non si salveranno, nonostante i ripetuti ttentativi degli ultimi giorni. È «evidente» l'incostituzionalità del provvedimento di revisione delle geografia giudiziaria. Lo rileva il presidente dell'Organismo unitario dell'Avvocatura, Maurizio de Tilla che annuncia: «ci rivolgeremo alla Corte Costituzionale» perché «lo schema di decreto legislativo sugli uffici dei giudici di pace, è incostituzionale e il ragionamento è, evidentemente, estendibile a tutta la revisione della geografia giudiziaria». Parte la battaglia di carte bollate, ma da Via Arenula gli uffici non fanno una piega: il testo si atterrà alla delega varata dall'ultimo governo. Ci sono anche i Comuni terremotati di Mirandola, Concordia e San Felice sul Panario, tutti in provincia di Modena, tra quelli che vedranno chiudere i propri uffici postali. Oltre al piano di riorganizzazione dei «servizi di recapito», partito in cinque Regioni con ampie ricadute sui dipendenti (i sindacati stimano a regime migliaia di esuberi), la multinazionale delle lettere ha messo nero su bianco in questi giorni la propria spending review. UFFICI INCHIUSURA Un progetto che prevede per il 2012 la chiusura di 1.152 uffici postali e la «razionalizzazione», da intendersi come apertura ad ore o a giorni, di altri 634 uffici. Non esiste ancora una stima dei dipendenti interessati, ma se per assurdo ve ne fossero due per ogni agenzia sarebbero oltre duemila quelli coinvolti nella serrata e altri 1.200 nella razionalizzazione. Sul fronte dei risparmi, una stima provvisoria parla di un recupero per le casse delle Poste di circa venti milioni di euro. Briciole in un bilancio che conta un utile netto di 846 milioni di euro. Ad ogni modo, la settimana scorsa il nuovo piano interventi è stato messo su un documento elettronico exceldall'ufficio Risorse umane di Poste Italiane sotto il nome «Chiusure/ Razionalizzazione». È facile immaginare che i sindacati si opporranno al progetto, sia a livello territoriale sia a livello nazionale. Anzi, proprio su questo fronte si potrebbe saldare l'unità delle sigle confederali, Slc-Cgil, Slp-Cisl e Uil poste. Slc e Slp sembrano sulla buona strada. Si vedrà nei prossimi giorni se anche la Uil sarà della partita. Del resto, l'unica cosa certa è che il piano ha tempi strettissimi, considerato che l'azienda presieduta da Massimo Sarmi prevede di portare tutto a compimento entro l'anno. Saranno coinvolti uffici periferici, per intenderci come quello di Castellabate, Salerno, divenuto famoso per il celebre film «Benvenuti al Sud», ma anche agenzie di Comuni medi o grandi. Oltre ai citati paesi colpiti dal terremoto, verranno interessati dalla prevista serrata diversi centri di tutte le Regioni: da Stelvio, Bolzano, a Granieri (Caltagirone, Catania), e poi ancora da Camogli, Genova, a Linosa, Agrigento. RAZIONALIZZAREMONTECITORIO Il piano non risparmia nessuno, nemmeno la «casta»: tra gli uffici oggetto di «razionalizzazione», ovvero per i quali è prevista l'apertura solo in alcune ore o in alcuni giorni, c'è pure Montecitorio: «Roma Camera dei Deputati». Anche gli abitanti di Exilles, paesino della Val di Susa conosciuto per l'antico forte e per il movimento No Tav, dovranno accontentarsi di un'agenzia aperta a singhiozzo. Quella prevista dalle Poste è una revisione della spesa che assomiglia a una ritirata dal territorio da parte dell'azienda maggiormente radicata nel Paese. È un po' come se venissero chiuse le caserme dei Carabinieri, i più antichi presidi dello Stato. Sul sito del gruppo postale si legge che la mission è «diventare un'azienda di servizi ad alto valore aggiunto che, valorizzando i suoi asset fondamentali ed in particolare la presenza capillare sul territorio, soddisfi le specifiche necessità della clientela tutta (...)». TAGLIALRECAPITO Ma in tempi come questi per ogni azienda, anche per quelle che vanno bene, le parole d'ordine sono «ottimizzare», «tagliare» e, appunto «rivedere la spesa». I sindacati pensavano di averla già vista la spendingreview in casa Poste con il piano di riorganizzazione del servizio «recapito» appena partito. Un pacchetto che prevede già il ridimensionamento dei centri di meccanizzazione postale - i nodi in cui viene smistata la corrispondenza - di Pisa e Novara, oltre ad una lista di esuberi riportata così dalla Slc-Cgil: 426 persone in Toscana, 429 in Emilia, 402 in Piemonte, 50 in Basilicata e 103 nelle Marche. Secondo i sindacati, quando quest'ultimo piano verrà esteso al resto del Paese, si potranno contare fino a 12mila dipendenti da considerare in eccesso. Un'ipotesi che crea allarme: nei giorni scorsi Emilio Miceli, segretario Slc-Cgil e Mario Petitto, segretario Slp-Cisl, hanno scritto una lettera ai presidenti delle associazioni dei comuni italiani: Graziano Delrio dell'Anci, Franca Biglio dell'Anpci e Enrico Borghi dell'Uncema, sono stati sollecitati ad «un intervento presso Poste Italiane e presso l'azionista pubblico affinché non si dia seguito al progetto». Anche in questo caso, l'azienda ha predisposto tutto in tre documenti dai nomi inequivocabili: «Efficientamento e nuovi assetti», «eccedenze e reimpieghi capisquadra-recapito» e «consistenze stabilimenti». «Non abbiamo mai licenziato nessuno», ha risposto Poste Italiane sollecitata sul piano esuberi legato ai «servizi di recapito» e già partito in cinque Regioni. Se ci sono dei ridimensionamenti, fanno sapere da Poste Italiane, «il personale viene sempre rivalorizzato e riconvertito». «Vogliono colpire il modello emiliano» . . . Altre sedi saranno razionalizzate: significa che apriranno solo in alcune ore del giorno L'INTERVISTA Poste, spariranno 1.152 uffici nel 2012 Poderosa spending review di Sarmi A rischio sedi anche nei paesini colpiti dal terremoto Piano da attuare entro pochi mesi Con i tagli al «recapito» ci saranno 12mila esuberi Sindacati in lotta GIUSEPPE VESPO MILANO . . . Enrico Rossi: «Dateci obiettivi di risparmio e noi selezioneremo le voci da cambiare» ADRIANACOMASCHI BOLOGNA DanieleManca Sindacodi Imola, presidentedell'Anci Emilia-Romagna:salta il federalismoeilprincipio di lealecollaborazione tra le istituzioni Una corsia di ospedale giovedì 5 luglio 2012 7
«DOVE HO LASCIATO L'ANIMA» DI JERÔME FERRARI È UN ROMANZO DI GRANDE POTENZA, LA CUI FORZA D'IMPATTOSIPUÒMISURARESUPIÙLIVELLI.ANZITUTTO È UN'OPERA IMPORTANTE SU UN PIANO LOCALE, PER COME GETTA LUCE SUL LOGORANTE CONFLITTO CHE PER OTTO ANNI HA CONTRAPPOSTO ALGERINI E FRANCESI. In secondo luogo è significativa su un piano globale, poiché il tema centrale del libro, la tortura, appare oggi più che mai attuale, e la stessa situazione rievocata da Ferrari si ripresenta tale e quale, in tutta la sua drammaticità, in molte odierne zone di guerra, con il classico corredo di motivazioni a giustificazione di una pratica brutale che non può in alcun modo essere giustificata. Per quanto riguarda il primo livello di lettura, ci si ritrova subito a fare i conti con un problema spinoso. Proprio nel momento in cui ricorre il cinquantenario dell'indipendenza algerina ci si accorge che la data del 5 luglio 1962 segna sì la fine del conflitto militare, con il referendum che ha decretato l'emancipazione dell'Algeria dalla Francia e la nascita del nuovo Stato, ma non corrisponde affatto alla chiusura di questo dolente capitolo di storia, il cui esito ha lasciato numerose ferite mai rimarginate. RIFLESSIONECOLLETTIVA L'uscita di questo libro s'inserisce, a mio avviso, nel contesto di una riflessione collettiva inaugurata da un celebre e importante documentario del 2002 che ha avuto una vastissima risonanza in Francia e in Algeria: L'ennemiintime (Il nemico intimo), e non a caso il titolo stesso del romanzo di Ferrari riprende una frase pronunciata in questa sede da un capitano francese. L'autore del film è Patrick Rotman, un giornalista di grande spessore che è andato a intervistare molti di coloro che si erano resi complici, sia direttamente che indirettamente, di torture in Algeria. Ne sono venute fuori le testimonianze di numerosi soldati che all'epoca erano giovanissimi, dato che il servizio militare era obbligatorio e a diciotto-diciannove anni i ragazzi venivano mandati a combattere, parecchi dei quali si erano trovati ad affrontare un orizzonte di crudeltà e morte senza essere minimamente preparati. Anche se bisogna riconoscere che l'impiego della violenza bruta allo scopo di ottenere informazioni dai nemici non era una prerogativa esclusiva della parte francese, ma che anche il Fronte di Liberazione Nazionale algerino ricorreva a ogni mezzo per la propria causa, arrivando a tenere sotto ostaggio, in un clima di terrore, l'intera popolazione algerina, cui era addirittura fatto divieto di fumare sigarette, considerate un costume coloniale, pena l'amputazione di labbra e naso. Tanto più coraggioso, pertanto, appare lo sforzo compiuto da Ferrari nel rivolgere lo sguardo e nell'indirizzare una dura critica in primo luogo verso la propria parte (specie nel contesto politico degli ultimi anni, in cui lo stesso ex presidente Sarkozy si è più volte riconosciuto in de Gaulle, e si è quindi dimostrato ben lontano dal voler porgere scuse ufficiali all'Algeria in nome della nazione francese), sulla scia di quanto fecero tanti intellettuali francesi, tra cui Sartre, nel Manifesto dei121 del 1960. Uno sforzo che non può non sollecitare anche noi, scrittori algerini, affinché completiamo l'opera da una prospettiva opposta e complementare. Leggendo i densi paragrafi del romanzo di Ferrari ci accorgiamo che i suoi personaggi vivono come in trappola, presi in un meccanismo che li trascende, in cui il libero arbitrio di ognuno naufraga contro le esigenze e le volontà di ordini superiori. E soprattutto il vero protagonista, il capitano Degorce, è una figura propriamente tragica, che non scorge alcuna via d'uscita alla propria condizione di aguzzino. Molti come lui hanno partecipato, in gioventù, alla lotta di liberazione contro il nazismo, molti hanno forti convinzioni religiose e principi morali saldi, e soprattutto molti durante la Resistenza sono stati vittime della Gestapo e hanno subito quelle medesime vessazioni e quegli stessi atti di tortura che adesso, a ruoli invertiti, sono costretti a perpetrare nei confronti dei resistenti algerini. Il senso di disperazione che si scatena dal conflitto interiore di questi personaggi è quindi rovente, ed è reso ancora più lampante dai rimandi biblici posti in esergo all'inizio di ciascuno dei tre capitoli, che scandiscono un doloroso percorso di autocritica e i passaggi ineludibili di una tortura inflitta a se stessi. L'opera di Ferrari testimonia inoltre un fatto importante, ovvero che la letteratura, attraverso i suoi mezzi specifici, sta iniziando finalmente a riappropriarsi di un argomento che finora è stato lasciato quasi solo nelle mani dei politici, dei militari, degli storici. Poiché è la letteratura che, più di ogni altra forma discorsiva, può assolvere al ruolo fondamentale di risvegliare le coscienze delle persone, di torturarle, persino. Con l'obiettivo di non lasciare mai in pace il lettore. Ecco, è questo ciò che più conta: il romanzo di Ferrari è un romanzo che non lascia in pace, che non risparmia nulla alla «mauvaise conscience», che pone fondamentali questioni morali che non riguardano solo i francesi o gli algerini, ma che toccano l'umanità nel suo complesso. Cosa significa essere umano? Come si fa a curare le ferite della memoria? È possibile perdere la propria anima? E soprattutto come si fa a recuperarla? Ferrari riesce a coinvolgere fin nel profondo il lettore, seguendo l'ispirazione di queste domande fondamentali, e accostandosi a questo romanzo – che nella sua misura contenuta è un concentrato stilistico di grandissima forza espressiva, che riesce a dare la parola, senza elargire giudizi esterni, a diverse voci che emergono in tutta la loro pregnanza e autonomia – chi legge non può rimanere indifferente, ma è portato a interrogarsi in prima persona sulle istanze etiche poste dall'insieme delle diverse posizioni incarnate dai tre protagonisti e a sviluppare una partecipazione intellettuale reattiva nei confronti della vicenda narrata. C'è un passaggio chiave in cui il capitano Degorce dice: «Non sono in pace con me stesso»; anche noi lettori, a nostra volta, non dobbiamo sentirci in pace con noi stessi. (...) Conl'Algeria nell'anima Postfazioneal librodiFerrari dedicato alla lotta di liberazione QUANTA ENERGIA C'È IN UN ATTIMO? 50.enel.com 50 ANNI DI ENERGIA, MILIONI DI ATTIMI INSIEME. E MOLTI ALTRI ANCORA DA CONDIVIDERE. CULTURE AMARALAKHOUS SCRITTORE Anticipazione«Unromanzodigrandepotenza»,come scriveLakhous,chenelcinquantenariodell'indipendenza proseguelariflessionecriticasugliannidiguerraetorture Unascenadel film «La battaglia diAlgeri» Il 5 luglio 1962,dopo otto anni, si concludeva laguerra franco-algerinae l'Algeria conquistava la propria indipendenza.A cinquant'annida quelladata, il romanzo diFerrari, pluripremiato inFrancia, fa i conticon unadellepiù lacerantivicendestorichedel secondoNovecento eriflette sullemenzogne morali implicite inogni guerra. Algeria, 1957.Nel pienodiuna guerra ferocee logorante, tre uomini si trovanoriuniti nello stesso luogo,unavilla sferzatadalvento del deserto,a condividereun angolodi inferno. DOVE HOLASCIATO L'ANIMA JérômeFerrari Postfazione diAmaraLakhous Traduzione diMaurizioFerrara pp. 168 - euro 13,00 FaziEditore U: 20 giovedì 5 luglio 2012
Divisi sul «premio» e sui collegi: in salita la legge elettorale Tre settimane per trovare un'intesa sulla legge elettorale, era stata la sfida lanciata da Alfano. Bersani l'ha raccolta. E però ora che le tre settimane sono abbondantemente passate, non è stato siglato alcun accordo per superare il “Porcellum”. Anzi, ultimamente le distanze tra Pdl e Pd sono aumentate, ed è già alle spalle l'ipotesi di una legge che assegni il 50% di seggi in collegi uninominali a un turno e l'altro 50% col proporzionale in circoscrizioni medio-piccole e lo sbarramento al 5%. È soprattutto su due punti che si è bloccata la trattativa: quale meccanismo introdurre per permettere agli elettori di scegliere i loro rappresentanti in Parlamento e come garantire la governabilità. Insomma, i due punti cardine. E a poco è servito che sia cambiata la compagine degli sherpa che stanno portando avanti il confronto. Gli ultimi colloqui tra Maurizio Migliavacca (Pd), Denis Verdini (Pdl) e Ferdinando Adornato (l'Udc) non sono bastati a trovare la quadra. PREFERENZECONTRO COLLEGI A rendere impossibile l'accordo, spiegano nel Pd, sono le divisioni e le ambiguità che dominano nel Pdl. Nel Pdl puntano invece il dito contro il niet posto dal Pd all'introduzione delle preferenze. Sono vere entrambe le cose. I vertici di via dell'Umiltà sono divisi tra chi vuole le preferenze, chi i collegi uninominali e chi delle liste bloccate corte. E un vertice notturno a palazzo Grazioli non è servito a scegliere una posizione univoca. Berlusconi, spiega chi ha partecipato all'incontro, si sarebbe detto favorevole alle preferenze (opzione che per l'ex premier premierebbe la scelta di presentare insieme alla lista del Pdl una serie di liste civiche utili a interecettare il voto degli indecisi). In questo segnalando già un primo asse con il leader leghista Roberto Maroni («utile introdurre almeno una preferenza», dice). Ma già ieri mattina una fetta del partito si è scagliata contro l'ipotesi, parlando del «peggio della vecchia politica» (Capezzone) e di aumento esponenziale dei costi della politica «con tutte le conseguenti degenerazioni» (Calderisi e La Loggia)». È esattamente questa la posizione del Pd, che per la scelta dei parlamentari propone di ricorrere ai collegi: anzitutto maggioritari, per ricostruire un legame con i territori, ma con una quota anche di proporzionale. Bersani, dopo il muro alzato dal Pdl nei confronti del doppio turno, ha inviato alla controparte un messaggio molto esplicito sul fatto che il suo partito non accetterà una riforma al ribasso basata sul sistema delle preferenze. È vero che tra i Democratici c'è anche ci non vede di cattivo occhio questo strumento (Beppe Fioroni in primis). Ma non si aprirà su questo nessun braccio di ferro, nel Pd. Anche perché l'Udc, storicamente difensore delle preferenze, è disposto a rinunciarvi pur di portare a casa una riforma che faccia superare il “Porcellum”. ILNODO PREMIODIMAGGIORANZA C'è poi un'altra questione su cui Pd e Pdl sono in disaccordo: come garantire la governabilità. Il che si traduce in una discussione sul premio di maggioranza. Il Pd non accetta che si assegni il 55% dei seggi alla Camera a chi arriva primo qualunque sia la percentuale di voti incassata alle urne. Tra le ipotesi in discussione c'è la previsione di un premio che vada dal 10 al 15%, e che verrebbe assegnato soltanto in caso di un 35-40% ottenuto alle urne (al di sotto scatterebbe un meno consistente premio di consolidamento). Dopodiché la discussione non manca su chi potrebbe ottenere il premio, ovvero il partito o la coalizione. E anche, nel caso si decida per la seconda opzione, se escludere dall'assegnazione dei seggi ulteriori le forze della coalizione che non abbiano superato la soglia di sbarramento (che dovrebbe essere fissata al 4 o 5%). SIMONECOLLINI ROMA Il capo dello Stato mostra interesse per l'iniziativa di Pera sulle riforme: «Ma senza prorogare il mandato» «Lascio nel 2013» Da Napolitano no a proroghe Non è la prima volta che il presidente della Repubblica torna a ricordare che il suo mandato scadrà nel maggio 2013 e che lui non ha intenzione di prendere in considerazione l'ipotesi di un nuovo mandato, intero a termine che sia, che pure è diventata l'esercitazione teorica privilegiata di alcuni giornali, sia nella versione favorevole che in quella contraria. Così anche da parte di rappresentanti di forze politiche diverse a cominciare dal senatore Marcello Pera che, ricevuto al Quirinale il 21 giugno scorso, ebbe modo di illustrare al Capo dello Stato la sua proposta di un'assemblea costituente da eleggere assieme a Senato e Camera, contenuta in un disegno di legge da lui «autonomamente presentato». In esso punto essenziale è «la proroga del mandato dell'attuale presidente della Repubblica» come ha spiegato lo stesso Pera. ILPERCORSORIFORMISTA Ed allora «in relazione ad alcuni commenti di stampa, negli ambienti del Quirinale si fa presente che quando lo scorso 21 giugno - il senatore Marcello Pera ha illustrato al Presidente della Repubblica la proposta di legge presentata in Senato per l'elezione di una Assemblea Costituente, il Capo dello Stato gli ha manifestato attenzione e interesse per le motivazioni e le finalità di tale iniziativa, ma ha al tempo stesso ribadito il suo fermo intendimento di considerare conclusa alla scadenza del mandato, nel maggio del 2013 - la sua esperienza al Quirinale». Il consueto e da sempre ribadito interesse per quel percorso di riforme che mostra, al momento, solo difficoltà ad avviarsi nonostante l'impegno preso da ogni parte politica davanti alle sue numerose sollecitazioni, è stato quindi anche in quell'occasione ripetuto da Napolitano. Avendo ben chiare tutte le scadenze fissate a cominciare da quella del mandato presidenziale. Che lui non pensa assolutamente di prolungare come disse, e fu la prima volta, nel marzo scorso quando, rispondendo alla domanda di un giovane studente ricevuto con i suoi compagni al Quirinale, affermò che «è necessario passare la mano, è necessario che si facciano avanti altri anche per la carica di presidente della Repubblica. Quindi, dopo il maggio del 2013 ci potremo vedere di nuovo, quando vorrete ma sarà da privato cittadino». Anche perché «effettivamente la stanchezza c'è e poi non si deve mai ritenere di essere insostituibili. Sono una persona che ha lavorato molto, ha avuto molte soddisfazione molte responsabilità ma sono una persona molto avanti negli anni». Ed in quell'occasione sollecitò le donne a far sentire la loro voce: «Più le donne si faranno sentire, prima arriverà - mi auguro presto - il momento in cui ci sarà anche una candidata donna a presidente della Repubblica e potrà essere eletta». Non è molto il tempo che resta per arrivare al traguardo delle riforme in questa legislatura. Per questo Napolitano, solo pochi giorni fa, ha lanciato l'allarme sulle tensioni che segnano i rapporti politici e che, di conseguenza, allontanano l'intesa che pure su alcuni punti era stata trovata. Quindi «le pur legittime proposte di più radicale riforma costituzionale» inevitabilmente devono essere accantonate in questo periodo di fine legislatura. Ma si possono ancora portare a compimenti quelle più circoscritte a cominciare «da una nuova legge elettorale la cui necessità è stata riconosciuta dal più ampio arco di forze parlamentari da me consultate all'inizio dell'anno». FESTAUNITÀ nata per certi versi drammatica cominciata con le dichiarazioni del senatore Amato che costringeva il Pdl a disertare la riunione della Vigilanza nel tentativo di ricondurre a ragione il senatore in cerca di libertà, almeno di decisione, o di metterlo fuori dal luogo della decisione. La lettera di Viespoli è diventata un'imprevista zattera di salvataggio. E così Schifani ha preso carta e penna ed ha comunicato al presidente della Vigilanza, Zavoli e quindi al senatore in dissenso che si doveva fare da parte per lasciare libero il posto che, guarda un po', negli ultimi venti giorni nessuno si era sognato di chiedergli. Il senatore Viespoli aveva reiterato la sua richiesta a proposito della rappresentanza in Vigilanza ed a lui non è parso vero di dargli ragione essendo il gruppo di Coesione nazionale da sempre molto riconoscente. «Alla luce del ricalcolo proporzionale dei 20 seggi spettanti ai gruppi costituiti presso il Senato, risulta che il gruppo del Popolo della libertà, attualmente rappresentato da 9 senatori, debba vedere ridotta la propria quota di un componente». Gasparri, presidente del gruppo, ha accettato il sacrificio e, guarda un po', a stretto giro, in zona Cesarini ha fatto fuori Paolo Amato per far posto al pressante Pasquale Viespoli. «Sono sereno e tranquillo» ha detto Schifani davanti alla polemica suscitata dalla sua decisione stigmatizzata da Fini e da tutti gli esponenti del centrosinistra. «Non è sulla correttezza formale della sostituzione del senatore amato che bisogna riflettere, bensì sulla tempistica della decisione del presidente Schifani. Mi auguro che egli sentirà il dovere di chiarire perché essa sia improvvisamente maturata solo oggi, con la Commissione di Vigilanza già costituitasi in seggio elettorale per eleggere i membri del Cda Rai, e dopo che, andate a vuoto le precedenti votazioni, il senatore Amato aveva pubblicamente annunciato di votare liberamente e secondo coscienza, disattendendo le indicazioni del suo gruppo di appartenenza» ha chiesto il presidente di Montecitorio. «Quel che sta accadendo attorno al rinnovo del Consiglio di amministrazione della Rai ha dell'incredibile. I modi e i tempi della sostituzione del senatore Amato lasciano senza parole. Credo che a questo punto sia indispensabile e urgente che il presidente del Senato riferisca in aula come ha giustamente chiesto la presidente del gruppo parlamentare del Pd, Anna Finocchiaro. Quanto alla Rai, questa invereconda commedia imbastita dal Pdl sulle sorti di una delle più importanti aziende pubbliche italiane deve finire: o domani si chiude in modo positivo questa vicenda o il governo deve finalmente prendere in mano la situazione e garantire una gestione straordinaria della Rai». Così Pier Luigi Bersani, segretario del Pd. M.CI. ROMA D'Alema:èBersani ilnostrocandidato allaguidadelPaese MassimoD'Alema è intervenuto ieri indiretta streamingallo standde l'Unitàalla festadi Roma.«Le misure disolidarietà decise dall'Uesono misuresignificativema la battaglia continua.Certo, lecose sono cambiateecertamente Montiha unacredibilità inEuropa che ci consenteanche di affermarealcune esigenze dell'Italia».A propositodel premier,ha aggiunto:«Se avessi volutocandidare Montiavrei detto "CandidoMonti", perché ioamo fare così.Questa èuna notiziadel Velino chesi commenta dasola»E dunque il candidatopremier del centrosinistra deveessere il segretariodelPartito democratico? «È il nostro impegno - ha confermatoD'Alema - lo abbiamo decisonella direzione del nostro partitoeabbiamo deciso di candidareBersani alla guida del Paese.Se avessiavuto delle obiezioni lo avreidetto in quella sede». per salvare il Pdl . . . A rendere più difficile l'accordo sono le divisioni e le ambiguità che dominano nel Pdl . . . Anche di recente il presidente ha ribadito che «è necessario passare la mano» . . . Sotto accusa la tempistica: perché solo ora si accorge che c'è un gruppo non rappresentato? La statua del «Cavallo» all'ingresso della sede Rai di viale Mazzini a Roma FOTO DI GUIDO MONTANI/ANSA giovedì 5 luglio 2012 3
LAVITADAROMANZODIOSCARPISTORIUSAVRÀALONDRA IL CULMINE, LA PAGINA PIÙ ATTESA E FINALMENTE OTTENUTADOPOANNIDISOFFERENZE,BATTAGLIELEGALI, COLPI DI SCENA, OCCASIONI MANCATE E IPOCRISIE. L'atleta sudafricano sarà in gara nella staffetta 4x400. La qualificazione è arrivata grazie al 45”20, miglior tempo sudafricano dell'anno sul giro di pista. Pistorius è stato anche ripescato a sorpresa dalla sua federazione per la gara individuale: sufficiente il 45”52 ottenuto in Benin durante i campionati africani. E così finalmente è giunta per “Blade Runner” la possibilità di giocarsi una medaglia olimpica tra i normodotati. È una data storica: non era mai accaduto nella storia che un atleta con disabilità motoria partecipasse a una gara di corsa nell'ambito del programma olimpico dell'atletica. A 26 anni per Pistorius, quattro ori paralimpici tra Atene 2004 e Pechino 2008, è il momento di una felicità nuova, imprevista, inseguita: «È uno dei più bei giorni della mia vita - recita la sua pagina Facebook -, ringrazio tutti quelli che hanno contribuito a rendermi l'atleta che sono, Dio, la famiglia, gli amici, i miei tifosi e i miei avversati: ci avete messo tutti del vostro». Pistorius gareggerà nella prima frazione della staffetta che tradizionalmente chiude il programma in pista dell'atletica. Lo scorso anno fu argento a Daegu insieme alla 4x400 sudafricana correndo però solo la semifinale di un Mondiale che aveva guadagnato sul filo di lana, ottenendo il tempo minimo di qualificazione (45”07) durante il meeting di Lignano Sabbiadoro. Ci furono polemiche di ogni tipo sul carattere della menomazione di Pistorius, amputato di entrambe le gambe dal ginocchio in giù dall'età di undici mesi e dotato di due protesi in carbonio all'avanguardia che secondo alcuni, paradossalmente, lo avvantaggerebbero rispetto ai normodotati. Nel 2008 la Iaaf si frappose alla possibile partecipazione di Pistorius ai Giochi di Pechino. Fu poi il Tas a riabilitare il ragazzo, che però non riuscì a ottenere il tempo minimo di qualificazione all'olimpiade cinese durante i trials sudafricani. Pistorius non è il primo atleta paralimpico a partecipare a un'Olimpiade. Già nell'atletica l'americana Marla Runyan, cieca, riuscì a partecipare ai Giochi di Sydney 2000 nei 1500, ottenendo un grandissimo ottavo posto. Il primo atleta diversamente abile iscritto a una gara olimpica fu George Eyser, sei ori a Saint Louis 1904 in diverse specialità della ginnastica artistica. L'americano aveva perso una gamba durante un incidente ferroviario e gareggiava con un arto di legno. L'ungherese Oliver Halassy vinse due ori nella pallanuoto nel '32 e nel '36 senza una gamba. L'amazzone danese Lis Hartel fu due volte argento nel dressage negli anni Cinquanta, era poliomelitica. La neozelandese Neroli Fairhall, paraplegica, partecipò alla gara individuale di tiro con l'arco ai giochi di Los Angeles '84. L'azzurra Paola Fantato, colpita da poliomelite all'età di otto mesi, partecipò alle gare di tiro con l'arco di Atlanta '96, individuale e a squadre, dopo cinque ori vinti in cinque diverse edizioni delle Paralimpiadi, dal 1988 al 2004. A Pechino 2008 la sudafricana Natalie Du Toit chiuse al 16˚ posto la 10 km di nuoto in acque libere pur priva di una parte della gamba sinistra, amputata dopo un incidente stradale avvenuto sette anni prima. Nel tennistavolo la polacca Natalia Partyka, amputata di un braccio, affrontò singolare e doppio. Pistorius, nato senza i peroni di entrambe le gambe, gareggerà anche alle Paralimpiadi londinesi, dove tenterà un doppio record: la vittoria nelle quattro gare veloci dell'atletica e l'accoppiata di ori olimpico-paralimpico mai riuscito a nessuno nella storia dello sport mondiale. FEDERICOFERRERO LONDRA 32volte inungrandeSlam,unrecordTra luie la finaledi Wimbledonc'èDjokovicchehabattutoFlorianMayer Il sognodiOscar Pistorius correrà ai Giochi. È il primo con protesi La 4ª tappa del Tour de France, Abbeville-Rouen, è stata vinta in volata dal tedesco Andre Greipel. Al 2˚ posto Alessandro Petacchi. Al 38enne velocista spezzino non è riuscita l'impresa. La frazione è stata caratterizzata da una maxi caduta che ha coinvolto anche il favorito Mark Cavendish. FOTO DI GUILLAUME HORCAJUELO/ANSA EPA QUANDOAVRÀSMESSOPERDEDICARSIALLEGEMELLE MYLA E CHARLENE ALLORA SARÀ PIÙ CHIARA A TUTTI, ANCHE AI FACILONI DA BAR CHE NE IMPUTANO I RECORDALL'ASSENZADICONCORRENZA,LAMOSTRUOSITÀ DEI PRIMATI DI FEDERER. Tra questi non figurerà il pacchetto confezionato a Talentino Youzhny, un «gran giocatore e combattente», dice Roger, che mai lo ha sconfitto in quattordici (!) sfide lungo dodici anni di frequentazione del Tour. Eppure il russo risulterà iscritto nel club dei top ten, non dei giocatori della domenica. Il record di ieri, tuttavia, è altro: lo svizzero ha messo piede nella semifinale Slam numero 32. Cifra impensabile per un trentenne: Jimbo Connors, per metterne insieme 31, dovette giocare ai massimi livelli da Wimbledon 1974 - quando infranse il sogno di “nonno” Rosewall in finale - agli Us Open 1991, dove si presentò imbottito di antidolorifici e alle soglie dei quaranta. Al collerico Jimmy toccò trascendere le epoche, raccogliendo i primi successi contro i tirannosauri del tennis per lasciare quando già Sampras e Agassi spadroneggiavano. Per Federer, che di Slam ne ha raccolti 16 - il doppio rispetto a Connors - sono state sufficienti le prestazioni dai Championships del 2003, anno del suo primo titolo, all'edizione 126 dei Campionati. La variabile più imprevedibile per le stelle dei quarti di finale si è dimostrata il tempo: qualche minuto di sospensione che ha scacciato dal Royal box il principe William e consorte. Mentre Federer ammaestrava Youzhny e scacciava le preoccupazioni per un perfido mal di schiena comparso nel match contro Malisse, il campo 1 era riservato al primo giocatore al mondo. Novak Djokovic ha affilato la lama del suo spadone sui tagli di Florian Mayer, un ragazzone cui va il merito di aver inventato un tennis che nessuno insegna: un Fabrice Santoro in scala fisica maggiore e risultati più dimessi. Gli informati lo rammentavano, ventenne, già capace di sfruttare le tipicità dell'erba per raccogliere un ottimo quarto di finale a Church Road; un attentissimo Nole ha però risolto il rebus con straordinaria facilità, lasciando strettissimi spazi di manovra al suo rivale così a-tipico. Sicché avremo quanto ci auguravamo: Federer e Djokovic a disputarsi il passaggio alla finale. Un duello dal fascino speciale, giacché Wimbledon restava l'unico Slam mancante alla storia della loro rivalità che, nei grandi tornei, li ha voluti per 9 volte su 10 uno in faccia all'altro nelle semifinali. Preferire Djokovic asseconda la ragione; presagire Federer è un omaggio al padrone di casa e un atto di fede. Verso chi, come scrisse Foster Wallace, ha elevato il tennis a esperienza religiosa. SPORT Tour, 4ª tappa in volata Vince il tedesco Greipel sul 38enne Petacchi Dopoaver fallito le qualificazionisui400metri il sudafricanohaottenuto ilpassnellastaffetta4x400 LaprimavoltaalleOlimpiadi Federer insemifinale,neanche Connors aveva fatto così tanto DI CALCIONONCAPISCOMOLTO.UNADELLEPOCHE VOLTEIN CUI MENE SONOOCCUPATODAGIORNALISTA TELEVISIVOFU QUANDOIL BRASILE VINSE LACOPPARIMETDEL '70, BATTENDO IN FINALEL'ITALIA. La gente era ancora talmente euforica per l'epico 4-3 alla Germania, che festeggiava per strada come se i mondiali li avessimo vinti noi. Ricordo i ragazzotti delle borgate che si tuffavano nella Fontana di Trevi. La Rai mi mandò in giro per Roma a bordo di una spider, a intervistare i tifosi, con il commento da studio dello psichiatra Cancrini. Pochi mesi prima avevo girato il film Contratto: l'autunno caldo dei metalmeccanici, e nella festosità del clima, in quel tifo gioioso che nulla aveva a che fare con il becerume e la volgarità degli ultras, mi sembrava di rivivere il fermento delle lotte operaie. Sei anni prima, invece, avevo amato i giocatori e gli allenatori. A Roma si disputava lo spareggio tra Bologna e Inter per l'assegnazione dello scudetto. Insieme al poeta siciliano Ignazio Buttitta raccontammo la partita alla maniera dei cantastorie, epicizzandola in chiave di racconto popolare, con le gesta Jair il Moro, allusioni a presunte pratiche dopanti di cui già allora si parlava, pianti e momenti da brivido. Ma, a parte questi episodi, con il calcio non ho rapporti, e questa è forse la conseguenza del fatto che né mio padre né mio nonno erano tifosi di qualche squadra. Ho capito che se il tifo è uno stigma trasferibile in eredità, lo è anche il suo contrario, la mancanza di sentimenti “squadristici”, in senso non solo calcistico. Eppure la Nazionale un po' mi intriga, più che altro per un blando patriottismo, che peraltro sfuma in un baleno quando sento i commentatori, che da un po' di tempo in qua vanno sempre in coppia. Mi fa ridere la loro capacità di rotolare da un eccesso a un difetto, da un'esaltazione esagerata al disfattismo più cupo nell'arco di un'ora e mezza. Col fatto che si era vinto con la Germania, davano tutti per scontata la miracolosità della squadra azzurra. E pure io che, ripeto, non ne capisco niente, mi ero accorto che la Nazionale era moscissima. Anche gli spagnoli sembravano limitati nell'attività motoria, ma moscio per moscio segnavano un goal dopo l'altro. La nostra era una tranquillità disarmata e disarmante, la loro era apparente, perché sotto c'era una logica di gioco, un'intesa minuta tra i vari giocatori: la loro staticità improvvisamente produceva un goal, la nostra invece generava commiserazione. A sentire le euforie, le iperboli e i superlativi non solo dei telecronisti ma dei media in generale, che non hanno scherzato in enfasi e in spaccio di attese ingiustificate, si sarebbe dovuto ripetere il miracolo italico di una squadra straordinaria che insegna calcio a tutto il mondo. Non mi è sembrato un esempio di docenza a livello planetario. La nostra sconfitta era un evento comprensibile da chiunque, un fatto naturale, oggettivo, come un'eclissi, in cui tutto diventa buio e tutti lo vedono. Ma questo fa parte dello sport. Peccato per certi evitabili corollari. Quanto alla prima pagina di Libero, che lunedì titolava “Monti porta sfiga”, direi che se davvero Monti ha questi poteri così sviluppati, non li eroghi soltanto nello sport, ma per esempio li diriga anche verso Libero. Ma perché in tv i commentatori del calcio vanno sempre in coppia? ILCOMMENTO UGOGREGORETTI COSIMOCITO ROMA ... Per“BladeRunner” lapossibilitàdigiocarsi unamedagliaolimpica tra inormodotati U: giovedì 5 luglio 2012 23
Compton). E allora decodifichiamo quel «però»: Gems (Gruppo editoriale Mauri Spagnol) è, tra i tre maggiori gruppi editoriali italiani, quello più milanese, con meno postazioni a Roma (per capirci: il gruppo Mondadori ha una sua costola di spicco, Stile Libero di Einaudi, che ha base nella capitale, anche per via dei rapporti che il marchio intesse con l'industria romana dell'audiovisivo). Però Trevi di per sé ha una rete di rapporti con l'intellighenzia mediatica romana, e il soggetto del suo libro – un singolare testo su Pasolini, partendo dalla postazione che, nel Fondo Pasolini coordinato da Laura Betti, Trevi ha ricoperto da giovane – non poteva non accendere l'interesse della stessa. Dunque, ecco che il quarantottenne critico-scrittore (che dedica il libro a suo padre, il maestro junghiano Mario da un anno scomparso) spariglia i giochi. E il duello previsto tra Piperno e Carofiglio viene messo in dubbio. Di Piperno prima del 13 giugno si diceva che «dovesse» vincere: per il semplice motivo che l'anno scorso vinse Bompiani (Rcs) con Storia della mia gente di Edoardo Nesi. Ora su di lui l'interrogativo è questo: il gruppone riuscirà a convogliare anche i voti andati a Fois e, quindi, a farlo gareggiare con Trevi? Si sa che Einaudi ha una propria particolare conformazione, per cui non è detto che quanti hanno scelto Fois al primo turno siano disposti sic et simpliciter a trasferire voti su Mondadori. Però per Trevi sorgono altri interrogativi. Perché Gems, almeno fino all'ultima stagione, ha professato idiosincrasia per l'«andreottismo» che regna al premio Strega, palude sotto le cui acque stagnanti avvengono scambi d'ogni natura. Tant'è che Andrea Vitali arrivò con Garzanti (Gems appunto) in cinquina nel 2009 forte delle centinaia di migliaia di copie vendute, e ne uscì con una manciata di voti. Ma anche Piperno ha zavorra che pesa sulle ali: il fatto che il libro, nato per diventare un best-seller, abbia fino qui venduto un quinto o un decimo di quanto si prevedeva. Quanto a Fois e Ghinelli non dovrebbero esserci sorprese: fuori dai giochi. E allora, con meno certezze del consueto, con un pizzico di suspense in più, via alle danze, e che nel Ninfeo la conta cominci… NELLA CINQUINA FINALE DEL PREMIO STREGA LA GRANDE SORPRESA È LA PRIMA POSIZIONE DI EMANUELETREVI.CON92VOTILOSCRITTOREROMANOE ILSUOQUALCOSA DI SCRITTO -EDITODAPONTEALLE GRAZIE - HA PRESO LA MAGGIORANZA DEI VOTI DEI460GIURATI. Il romanzo (sul quale il nostro giornale ha approfondito nei mesi scorsi con Angelo Guglielmi, con Paolo Di Paolo e, poche settimane fa, con Luca Canali) è ambientato a Roma nei primi anni 90, dove lo scrittore, allora trentenne, trova impiego presso il Fondo Pasolini, allora ancora diretto da Laura Betti. È nell'apocalittico rapporto con la Betti e nell' attenta analisi di quella che è probabilmente la più complessa fra le opere pasoliniane, ovvero Petrolio (Qualcosa di scritto è il titolo dell'Appunto 37), che l'autore passa la sua personale linea d'ombra e prende definitivo possesso della realtà. Di rientro dalla trasferta organizzata a Mosca dalla Fondazione Bellonci per i cinque finalisti dello Strega (è la prima volta che il prestigioso premio letterario approda in Russia) e in attesa della cerimonia di premiazione finale che stasera al Ninfeo di Valle Giulia proclamerà il vincitore di questa edizione 2012, raggiungiamo al telefono Emanuele Trevi. Sei riuscito a conquistare la vetta della cinquina sbaragliandoautoriecaseeditrici:Trevisorpresa delloStrega.Soddisfatto? «Sì certo è stata una bella soddisfazione. D'altra parte, bisogna vivere queste cose con un po' di distacco. Ma la regola è sempre la stessa: se non hai sperato di vincere, non vincerai mai. Mettersi in gioco significa questo: accettare di rimanere delusi». Unrisultatosorprendenteottenutoancheadispettodichi,inalcuni casi, ha rilevato il fatto che il tuo libro non fosse propriamente un romanzo ma semmai un insieme di generi diversi e pertanto non ascrivibile ai canoni classici delle operedaPremioStrega.Pensisia fondatounappunto del genere? «No, penso che sia assolutamente infondato, conservatore, fondato su un'idea troppo limitata della scrittura letteraria. E passi per la limitazione. Il problema è che il tipo di letteratura che si può definire "propriamente" un romanzo non è affatto un valore da difendere, dal punto di vista estetico. Non che ci sia niente di male nello scrivere un romanzo, intendiamoci. La storia della letteratura è fatta in parte notevole da meravigliosi romanzi. Ma oggi lo squilibrio è totale, l'ossessione del marketing rende incapaci gli editori di pensare in grande». Se la regola del romanzo tout court non appare così vincolante neanche per una «giuria ufficiale»… questo, insieme ad altri, potrebbe essere presocomeunsegnocheitempi,lescrittureepersino i lettori cambiano. È possibile a partire da questofareunragionamentopiùcomplessivosul mestieredelloscrivereoggi? «Devo confessare una cosa: quando sento dire "i libri devono vendere" vengo preso da una profonda irritazione. Perché da un lato è una banalità, dall'altro una maniera di nascondere la pigrizia e il cinismo dietro una specie di inattaccabile buonsenso. I libri devono avere una durata, questa è la verità. E se hanno tempo, venderanno anche. Ma se un'opera che ha chiesto al suo autore tre anni per essere scritta poi ha due- tre settimane prima di sparire, che senso ha il nostro lavoro? Anche le istituzioni che promuovono la lettura dovrebbero riflettere su questo punto cruciale: come restituire ai libri la loro naturale durata». Credi che il risultato della cinquina che con te ha premiato una casa editrice, diciamo così, «minore»rispettoaigrandigruppieditorialichedasemprehannodominato lo Stregapossa essere letto come un segnale di cambiamento necessario all' internodegliequilibrichesinorahannosorrettoil Premio? «Non è corretto dire che Ponte alle Grazie non appartenga ai grandi gruppi editoriali, essendo in Gems, che è il secondo/terzo gruppo, sarebbe meglio far riferimento ai “grandi marchi editoriali”. Io credo che il Premio Strega sia una forma di democrazia, con tutti i limiti e i pregi della democrazia. Da giurato, posso affermare di non aver mai subito una pressione grave. Gli editori sono fastidiosi, ma non mordono ! Se gli dici di no, il giorno dopo ti vogliono bene lo stesso». Nel tuo libro restituisci un ritratto di Laura Betti che, da alcuni, è stato ritenuto irriverente, a tratti offensivo.L'umanitàpuòessereresasoloconcrudezza? «In effetti, mi è stata fatta questa critica, che proprio non capisco. Il ritratto che intendevo fare della Betti è una specie di monumento, il riconoscimento di una grandezza umana e di un'autenticità senza compromessi. Idem per Pasolini. Evidentemente, c'è sempre qualche custode del decoro pronto a scandalizzarsi, a invocare il rispetto dei morti. Non si rendono conto che è proprio il decoro l'insulto più grave». Per rimanere nei luoghi del libro, di Laura e delle profezie traslate daPPP, lasiglaconcui ti riferiscia Pasolini,pensianchetucheiltalento da solo sia destinato a non andar lontanoseadaccompagnarlo easospingerlo nonc'è la rabbia? «Sì la rabbia è quell'energia che permette di raggiungere un punto oltre se stessi e le proprie possibilità. Non è una tecnica, non si può suscitare ad arte, non si impara e non si insegna». «Vi racconto Laura Betti e lasuarabbia» EmanueleTrevie i ricordidegliannipassati con l'attricealFondoPierPaoloPasolini Loscrittorevive lavigilia delgiorno«X»:«Mettersi ingiocosignificaquesto: accettareanche di rimaneredelusi» ... Gliequilibrie lealternanze fra lecaseeditrici sonounodeicriteri chevienerispettato QUALCOSADI SCRITTO EmanueleTrevi pagine246 euro 16,80 PontealleGrazie MARCOGUARELLA orienta@iol.it Emanuele Trevi Michiedo chesensoabbia ilnostro lavoro seun'operache hachiestotre annidi faticaha poi3settimane primadisparire? L'attriceLaura Betti giovedì 5 luglio 2012 19
Ci sono voluti mesi di vera e propria battaglia politica, ma alla fine il Parlamento europeo, con un voto schiacciante di 478 deputati contrari e solo 39 a favore, ha respinto Acta, l'accordo commerciale anti-contraffazione che, tra le altre cose, dettava nuove regole per la protezione del copyright su Internet e finito sotto l'occhio del ciclone perché fortemente sospettato di ledere i diritti e le libertà fondamentali. L'attenzione si era alzata ieri in giornata, quando nei corridoi dell'europarlamento era circolata la voce, poi rilanciata dalle agenzie, di un possibile slittamento del voto per un blitz per del Ppe. Il tentativo effettivamente c'è stato, con la richiesta da parte del Partito Popolare di rinviare il voto, ufficialmente col pretesto di attendere il pronunciamento della corte di Giustizia Ue sulla compatibilità dell'accordo con la Carta dei Diritti fondamentali dell'Unione, dopo il ricorso presentato dalla Commissione europea nei mesi scorsi. L'Aula ha però a grande maggioranza prima bocciato la richiesta, e poi l'accordo. «Il ricorso alla Corte di Giustizia era un diversivo - spiega Luigi Berlinguer, europarlamentare democratico e coordinatore del gruppo S&D nella commissione giuridica del Parlamento europeo - il problema non era la conformità con la legge, ma il gravissimo errore di considerare alla stessa stregua il crimine della contraffazione dei prodotti con la cosiddetta pirateria on-line, e dunque l'accesso talvolta anche non legale, ma di certo non criminale, alla rete. Al di là delle intenzioni della Commissione, con il voto di oggi Acta può considerarsi morto». NEGOZIATOSEGRETO La storia di Acta parte nel 2007, anno dell'avvio di un 'negoziato segreto' tra la Commissione europea, 39 Paesi tra cui Stati Uniti e Giappone, associazioni di categoria e multinazionali, che ha escluso sia i parlamenti nazionali che il Parlamento europeo. Fin dalle prime indiscrezioni sul contenuto dell'accordo, tenuto praticamente segreto per più di tre anni e venuto alla luce grazie a numerose interrogazioni dell'Europarlamento a Consiglio e Commissione, Acta ha scatenato una vera e propria mobilitazione internazionale, con tre milioni di firme raccolte da associazioni e movimenti di tutto il mondo per la sua cancellazione. Per comprendere la portata della questione, basti pensare che le sanzioni previste per la violazione del diritto d'autore arrivavano fino alle pene carcerarie. «Acta è stato un gravissimo errore politico - spiega ancora Berlinguer perché ha provocato una reazione enorme. Oggi questo movimento è diffuso non solo in Europa ma nel mondo, e rende impossibile procedere su quella strada». «Èstata sconfitta la linea della destra, di cui Sarkozy è stato uno dei principali interpreti, di voler tutelare gli autori col codice penale e la criminalizzazione - è la lettura dell'europarlamentare-. Ora in Europa si sta cominciando ad affrontare correttamente e spero efficacemente una revisione del diritto d'autore, ma era necessario togliere dai piedi Acta. E questo il Parlamento ha fatto gloriosamente con un risultato straordinario anche in termini numerici». Il presidente del Gruppo dei Socialisti e democratici, l'austriaco Hannes Swoboda, ha dichiarato che «per la prima volta il Parlamento europeo ha usato il potere previsto dai trattati di respingere un accordo internazionale. Commissione e Consiglio devono essere consapevoli che non è possibile scavalcare la volontà del Parlamento, che difende e rappresenta i cittadini. Adesso diciamo alla Commissione di voler lavorare insieme per la lotta alla contraffazione e la protezione del copyright. Stavolta però lo faremo alla luce del sole, coinvolgendo fin dall'inizio l'opinione pubblica e i cittadini». Angela Merkel ricevuta ieri a Villa Madama dal premier Mario Monti FOTO ANSA «Benedetto XVI rinnova la fiducia al cardinale Bertone»: così in prima pagina titola l'Osservatore Romano pubblicando per intero la lettera autografa del pontefice al suo segretario di Stato. Di fronte alle «ingiuste critiche levatesi verso la sua persona» negli ultimi mesi il pontefice gli conferma la sua fiducia. Esprime il suo «rammarico» per quelle critiche che bolla come «ingiuste». Per il suo più stretto collaboratore ha parole di «profonda riconoscenza» «per la sua discreta vicinanza e per il suo illuminato consiglio» che - puntualizza in modo significativo - «ho trovato di particolare aiuto in questi ultimi mesi». A Bertone il Papa non rinuncia. Lo considera essenziale. Questa è la risposta ferma a chi ha cercato di mettere in discussione il suo rapporto di fiducia con il segretario di Stato o a chi ne ha evidenziato i limiti di governance. Proprio in questi tempi particolarmente tempestosi per la Curia Romana, segnati dalle polemiche e dall'offensiva mediatica di «Vatileaks», dalla fuga di notizie riservate che hanno portato all'incriminazione del suo maggiordomo, Paolo Gabriele, il Papa ringrazia Bertone. A chi ha chiesto la testa del segretario di Stato, il pontefice risponde con questa sua lettera scritta lo scorso 2 luglio, alla vigilia della sua partenza per la residenza estiva di Castel Gandolfo, ma resa nota ieri. Nulla è cambiato. Richiama quanto scritto il 15 gennaio 2010 quando ha respinto le sue dimissioni presentate come consuetudine al compimento dei 75 anni. Ratzinger ricordava le ragioni di questa profonda fiducia. Il «delicato lavoro» svolto da segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede ed anche le sue qualità umane. «Ho sempre ammirato - scriveva - il suo “sensus fidei”, la sua preparazione dottrinale e canonistica e la sua “humanitas”, che ci ha molto aiutato a vivere nella Congregazione per la Dottrina della Fede un clima di autentica familiarità, unita ad una decisa e determinata disciplina di lavoro». Per tutte queste qualità lo aveva voluto al suo fianco come segretario di Stato nell'estate del 2006. «E sono oggi la ragione per la quale - scriveva - anche in futuro, non vorrei rinunciare a questa sua preziosa collaborazione». Nulla è cambiato da allora per Papa Ratzinger. Rassicura e difende l'unità della Chiesa. La sua linea è quella della «ferma mitezza» e dell'unità. È così che intende affrontare i mali presenti nella Chiesa e nella Curia romana. Anche l'opposizione esplicita a Bertone di chi aveva in mano le redini di comando della curia sotto Wojtyla, la «diplomazia» che lo accusa di mancanza di visione globale, ma anche per una gestione personalistica e poco collegiale, a volte arrogante. La lettera del Papa può aver tranquillizzato chi, Oltretevere, ha interpretato come un segno di incrinatura di questa fiducia la decisione di Ratzinger di voler incontrare sulla situazione della Chiesa e sul caso Vatileaks sabato 23 giugno sei porporati «di grande esperienza», espressione di sensibilità diverse presenti nella Chiesa (l'arcivescovo di Sydney George Pell, il prefetto della Congregazione per i vescovi Marc Ouellet, Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, l'italiano Camillo Ruini, vicario generale emerito per la Diocesi di Roma e Jozef Tomko, già Prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli). Una riunione di cui ha dato notizia la Sala Stampa vaticana, a cui era assente il segretario di Stato. Il Papa ascolta e poi decide. Già lo scorso 30 giugno all'udienza generale, mentre infuriava la polemica su corvi e fughe di notizie riservate, Benedetto XVI ha rinnovato la sua fiducia e il suo incoraggiamento ai suoi più stretti collaboratori e «a tutti coloro che quotidianamente, con fedeltà, spirito di sacrificio e nel silenzio mi aiutano nell'adempimento del mio ministero». C'è da chiedersi se con questa sua ultima lettera Benedetto XVI intenderà confermare al suo posto il salesiano Bertone, anche quando a dicembre compirà 78 anni. È impensabile una sua sostituzione condizionata da pressioni esterne. Sarà solo Ratzinger a decidere quando. CONSIGLIODIFESA Ratzinger rassicura Bertone «Piena fiducia, critiche ingiuste» Papa Benedetto XVI, in una immagine di repertorio FOTO TM NEWS-INFOPHOTO ROBERTOMONTEFORTE CITTÀDELVATICANO Sìallemissioniall'estero,mariducendoicosti L'Italia resta impegnata nelle missioni militari all'esterosotto l'egida diOnu, UeeNato macon attenzione alla «riduzionedegli oneri finanziari connessi».È quanto haribadito il Consigliosupremodella Difesache è statopresieduto oggi dal presidente dellaRepubblica GiorgioNapolitano al Quirinale.«Sullabasedegli sviluppi intervenutinegli scenaridi crisi, il ConsiglioSupremodella Difesaha esaminato ilquadrodella partecipazionedelleForze Armatealle missioni internazionali - si leggenella notaconclusiva diffusadal Quirinale nellaprospettivadiproseguire la riqualificazionedelcontributo militare, con la riduzione degli oneri finanziari connessi, fermorestando l'impegno del Paese, inambito Onu,UnioneEuropea e Nato,per la sicurezza e la stabilità». E a propositodel«progressivo disimpegno di Isaf entro il 2014,èemerso il convincimentodi promuovere iniziative dicooperazionetra gruppianche ristrettidipartner europei, così daavere ‘piùEuropa' nellosviluppo e nell'impiegodelle capacitàmilitari» La lettera: nessun cambio della guardia Risposta a Vatileaks, il Papa ringrazia il segretario di Stato summit del G20, dal quale Juncker è stato sempre escluso. Angela Merkel e François Hollande dovrebbero affrontare la questione in occasione dell'incontro di domenica prossima a Reims, in Francia, quando celebreranno insieme il cinquantesimo anniversario dell'incontro De Gaulle-Adenauer. Ma non è, ovviamente, tutto così semplice come potrebbe sembrare a prima vista. Se Frau Merkel e l'inquilino dell'Eliseo sembrano d'accordo per rafforzare il ruolo di «Mister Euro», i due rischiano però di trovarsi in disaccordo sul nome del candidato, visto che entrambi i Paesi ambiscono a quella poltrona. Intanto, comunque, sul futuro dell'attuale presidente dell'Eurpogruppo si è espresso anche il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz: Jean Claude Juncker deve restare. «In questo momento serve un presidente esperto che sia in grado di conciliare tutte le posizioni e i pareri divergenti, qualcuno in grado di tenere insieme Francia e Germania». Infatti, ha aggiunto, «è stato detto che Lussemburgo è come un topolino fra due elefanti e tutti sanno che gli elefanti hanno paura dei topolini: deve rimanere perché Francia e Germania ne hanno bisogno». Per Juncker, in scadenza a breve, si prospetta una proroga, dopo che era stata ventilata una candidatura del tedesco Wolfgang Schäuble. «È riuscito finora a conciliare bene il compito di premier lussemburghese con quello di capo dell'Eurogruppo e penso possa continuare a farlo ancora per un po'». Internet, trattato Acta bocciato a Strasburgo Respinto con 478 no il controverso accordo anti-contraffazione Luigi Berlinguer: «Abbiamo messo fine ad un errore politico gravissimo» Il Ppe voleva far slittare il voto CARLAATTIANESE STRASBURGO . . . Swoboda: «Ora un nuovo testo: ma alla luce del sole, coinvolgendo l'opinione pubblica» giovedì 5 luglio 2012 9
PICCONATODALLEREPLICHEDELLASTORIA,ILFANTASMARESISTEIMPAVIDO.ENONC'ÈMODODIESTIRPARLO.ÈILFANTASMADEL«CAPOCARISMATICO»,e della doppia sindrome che lo accompagna: populismo e antipolitica. Come mai nonostante le rovine dei totalitarismi novecenteschi, sindrome e fantasma riemergono ancora? Di nuovo al centro c'è l'Europa. Nazionalismi, xenofobia periferici certo. Ma anche corposi fenomeni sia pur di minoranza in Francia, in Gran Bretagna, Mitteleuropa, Paesi slavi, Grecia, ma anche Olanda, Danimarca e altre realtà scandinave. Per non parlare dell''Italia, che dopo il caso Dreyfus, è stato la culla vincente di populismo e carismatismo, al punto da far scuola col fascismo. Fino a rifar scuola col berlusconismo, forma di populismo light ma altresì rovinosa e protratta. Eppure, si dice, i partiti personali sono finiti, almeno in Italia, e Pdl e Lega docent, visto il vortice distruttivo in cui hanno trascinato se stessi, a furia di strappi, arbitri e familismi. Quei due partiti personali hanno dissolto politicamente il blocco sociale di cui pure erano portatori, consegnandolo all'astensione, o allo spettacolo corrosivo di Grillo (altro esempio di capo carismatico, radicalmente più comico del Cavaliere). Ma ciò che più inquieta è questo: il fascino discreto del capo carismatico alligna anche nello schieramento progressista. Nel fondamentalismo delle primarie intese come atto fondativo del partito liquido e imperniato sul leader. Ovvero, Il partito personale programmatico, su cui Michele Prospero ha scritto cose incisive nel suo ultimo libro (Ilpartitopolitico, Carocci, 2012): traviamento della stessa lezione di Max Weber e che non esiste nemmeno negli Usa. E alligna quel fascino persino in un certo gradimento che anche a sinistra paiono avere presidenzialismo, premierato a elezione diretta e semi-presidenzialismo. Benché sia evidente che acclamazione e potere del leader codificato in Costituzione rappresentino una de-strutturazione tanto del partiti come corpi intermedi democratici, quanto uno spiantamento integrale della repubblica parlamentare. Ma allora perché il fantasma del carisma infuria ancora e così nel profondo? Perchè, visto che poi né gli Usa col loro presidente bilanciato e le loro primarie di partito, né l'Inghilterra, né tutti gli altri Paesi di lunga tradizione democratica - compresa la Francia dell'anti-carismatico Hollande - valgono come esempi realizzati di carisma e partito personale in politica? Il sospetto è che si tratti di una malattia latente della modernità, anche di quella tarda e globale. Come è noto il capo carismatico è invenzione di Max Weber in Economiaesocietà, anno 1922 (Comunità, 1961). Un'idea ricavata dal ruolo che Weber assegnava al ruolo del «sacro» nella secolarizzazione: un'irruzione teologica e mistica, antitradizionale. Nel fuoco dell'inerte potere burocratico legale, paralizzato dai divieti incrociati, dal «politeismo dei valori» e dalla gabbia della tecnica. Weber si ispirava ai doni spirituali elargiti agli apostoli (i carismi), alla grazia per dono. E distingueva il carisma trasmesso in continuità dall'istituzione ecclesiastica e ispirata al servizio paolino verso la comunità, dal nuovo carisma della «democrazia dei capi». Gladstone era il suo eroe liberale, che manteneva però un nesso con la macchina partitica, l'unica in grado di generare altri capi e di routinizzare il carisma. Dunque una specie di dialettica, di rotture e discontinuità, dove l'alone del capo riproduceva sempre l'antico statunascendidei movimenti carismatici nella storia, concentrandoli in una figura del destino, oggetto di agnizione emotiva da parte dei sottoposti. Si sa, il liberalismo europeo, da Weber a Croce e anche Einaudi, non disdegnava le maniere forti per domare il movimento operaio, benché fosse molto al di qua di certe torsioni autoritarie. Resta però delineato in embrione il nucleo di un ben preciso corto-circuito: la fusione masse e capi. Che travalica i partiti e le assemblee «discutidore». Spaccando classi e ceti, e riunificando gli individui atomizzati nella calamita immaginaria del decisore plebiscitato. LERIFLESSIONIDI GRAMSCI Ne parla anche Antonio Gramsci nei Quaderni del carcere, teorizzando una sorta di modernità antimoderna: «una fase primitiva dei partiti di massa...che ha bisogno di un papa infallibile». E che torna in certe fasi di «crisi organica», quando lo scontro sociale non permette la vittoria di un gruppo su un altro, e la situazione immediata «diventa delicata e pericola, perché il campo è aperto alle soluzioni di forza, all'attività di potenze oscure rappresentate da uomini provvidenziali e carismatici» ( e cfr. Q.2, 75,e Q. 13,23,ed. Gerratana, Einaudi, 1975). Inutile dire che per Gramsci il cesarismo è sempre primitivo ancorché possa essere «progressivo» (Cesare, Napoleone). E resta inteso che per il pensatore del carcere un capo, anche carismatico, ha senso solo se aiuta la formazione di gruppi dirigenti e la nascita di altri capi. All'interno di un modello in cui il vero capo è il partito come intellettuale collettivo, agente di liberazione democratica di soggetti e gruppi subalterni. Sta di fatto che Gramsci intende bene la patologia del fenomeno, frutto di un processo molecolare catastrofico e per lo più reazionario. Ma c'è un altro autore decisivo che capisce molto bene la sindrome: Sigmund Freud. Nel 1921, in Psicologiadellemasse masse e analisi dell'Io ( Bollati Boringhieri, 1975), sostiene: «i seguaci mettono il capo al posto del proprio ideale dell'io». Che significa: identificazione eroica e immediata dei soggetti con la potenza del leader. Fine dell'io. Fine di ogni morale soggettiva e senso critico. E alienazione in una «Servitù volontaria», che fa regredire i singoli alle fasi più primitive maniacali e onnipotenti della formazione del sé. Il tiranno introiettato - come nel celebre pamphlet cinquecentesco di Etienne La Boétie - fa diventare tutti tiranni in sedicesimo. Con i benefici del sado-masochismo di massa e del gregarismo condiviso. Tutte cose su cui torneranno anche Adorno e Horckheimer. Ma che c'entra tutto questo con la dimensione post-moderna o post-industriale? C'entra. Perché media, finanza e capitalismo globale non solo hanno distrutto le forme di coscienza collettiva e di conflitto incarnate in radici politiche. Colonizzando in senso edonista e narcisista la politica (anche a sinistra). Ma hanno condotto l'area Euro-americana sull'orlo dell'abisso, creando di nuovo i presupposti di quella che Gramsci definiva «crisi organica», con ciò che ne consegue: liquefazione dell'individuo e delle sue difese, odio per i partiti, invocazione di un capo e omogeneità populista. Ecco perché occorre ricominciare di qui. Dalla distruzione del mito allucinatorio del «carisma» personale. E dalla ricostruzione di un altro orizzonte immaginario: partiti, associazioni e movimenti civici democratici. Ma soprattutto dai partiti di massa come espressione valoriale di interessi. Prima che la crisi organica ci consegni ad altri incantatori di serpenti. Tecnici, comici o aziendalisti che siano. VERSOLOSTREGA : Le intervisteaTrevieCarofiglio, sono loro iduellantidelpremio letterario? PAG. 18-19 CULTURE : Algeria: il librodiFerrarie lapostfazionediLakhous a50annidall'indipendenza P.20 FRONTEDELVIDEO : Ilmisterodell'economia P. 21 U: RAGIONAMENTILa finedeicapicarismaticiIlsuper leadere il rischio dipopulismoeantipolitica Particolareda«Occhi diEdipo» diAdolfGottlieb Vadistrutto ilmitoallucinatoriodelcarismapersonaleeva ricostruitounaltroorizzonte immaginariofattodipartiti, associazioniemovimenticivicidemocratici BRUNOGRAVAGNUOLO bgravagnuolo@unita.it giovedì 5 luglio 2012 17
le attività della famiglia Agnelli è oggi di gran lunga gli Stati Uniti d'America che garantiscono il 27% dei ricavi complessivi. La famiglia Agnelli, dunque, ha portato i suoi interessi prevalenti non solo fuori dall'Italia, ma anche fuori dall'Europa secondo questi numeri, diventando nei fatti un gruppo con una vocazione e una forte presenza americana. Questo cambiamento, ovviamente, non può essere casuale, non è determinato solo dalla grande opportunità della Chrysler, ma da una scelta più ponderata, profonda. Evidentemente John Elkann e i suoi azionisti di famiglia hanno accentuato quegli storici legami, quegli interessi che già Gianni Agnelli aveva realizzato con l'altra sponda dell'Atlantico nel dopoguerra. E tutto questo è avvenuto mentre l'attività industriale principale in Italia, com'è quella dell'auto, ha visto un progressivo ridimensionamento che nemmeno le promesse, finora mancate, di “Fabbrica Italia” hanno potuto compensare. In questo contesto sono davvero sorprendenti e preoccupanti la connivente latitanza del governo, i silenzi del ministro del Lavoro, la torinese Elsa Fornero, l'imbarazzo di certi amministratori, di fronte alle parole di Marchionne che un giorno dice al Corriere della Sera che potrebbe chiudere due fabbriche in Italia e poi limita a solo una la minaccia di eliminazione, come se il destino di un'attività industriale e le sorti di qualche migliaio di lavoratori con le loro famiglie fossero il banale risultato dell'evoluzione delle quote di mercato e delle battute di un manager con una retribuzione da 17 milioni di euro l'anno. avere grande futuro, pure in America: non abbiamo nuovi modelli per il futuro». E se Melfi rischia di chiudere per la possibile decisione della Fiat di abbandonare il segmento B (utilitarie come la Punto), Cassino rischia di pagare la poca copertura del segmento C (le medie compatte). «GIÀDECISI65 LICENZIAMENTI» A stare peggio però sono i 2mila lavoratori dell'indotto. E ancora peggio stanno quelli della Industrie Plastica, ditta prima interna e poi esternalizzata (ma di proprietà Magneti Marelli) che produce paraurti e plance. L'azienda ha deciso di licenziarne 65 su 301 e già ieri perfino Fim, Uilm, Ugl e Fismic hanno convocato un'assemblea per decide il da farsi. «Noi e i Cobas - spiega Annino Salvucci, delegato Fiom - stiamo decidendo se scioperare e così bloccare l'intero stabilimento perché senza di noi, anche se ci hanno esternalizzato, le macchine non escono. Ci avevano già provato un anno fa - racconta - ma nell'incontro sono riuscito a smontare il piano dimostrando che nel frattempo avevano assunto una ventina di persone e intanto continuiamo a fare migliaia di ore di straordinario». Il rischio è che siano solo i primi di una lunga serie. Ma Cassino, e tutto il Frusinate, non vogliono essere «lo stabilimento di troppo». SUSANNATURCO ROMA ILCOMMENTO MASSIMOD'ANTONI Il «mattone» che aveva «sullo stomaco» si è spostato, dice a fiducia rinnovata. Le resta, però, la «sofferenza» per l'essersi dovuta sottoporre alla prova del fuoco incrociato, e soprattutto la furia per quel bugiarda («ha mentito sapendo di mentire») tiratole contro in aula da Antonio di Pietro, e da lei restituito a bassa voce («bugiardo»), come incontenibile commento tra sè e sè, dai banchi del governo. Finita la seduta Elsa Fornero, ministro del Lavoro, «professoressa» come la chiamano almeno tre volte in aula, lascia la Camera in fretta, perché deve prepararsi al prossimo vertice e non ha tempo da perdere. «DICO LAVERITÀ» «Adesso andrò avanti con lo stesso impegno di prima», assicura, precisando però di non «aver mai mentito, né da ministro né prima». È quell'accusa che le brucia, anche se la Camera ha appena bocciato la mozione di sfiducia individuale presentata contro di lei da Lega e Idv. Con numeri, peraltro, sostanzialmente corrispondenti alle attese: 435 no, 88 sì 18 astenuti, ed assenze - nell'area del centrodestra - che confermano (ma senza esplosioni) le inquietudini del Pdl e la volontà che serpeggia di indebolire il governo. Nel partito di via dell' Umiltà, infatti, sono in quattro a votare sì alla sfiducia al ministro (Cirielli, Miserotti, Mussolini, Pili), in 31 non partecipano al voto (a partire da Silvio Berlusconi, ma anche Giulio Tremonti, Michela Vittoria Brambilla, Guido Crosetto, Margherita Boniver, Denis Verdini, Ignazio La Russa, Massimo Corsaro), 9 sono assenti perché in missione, 16 si astengono; a costoro si aggiungono i 10 deputati di Popolo e territorio che pure al voto non partecipano. DEFEZIONIANCHENEL PD Qualche defezione anche nel gruppo del Pd, richiamato alla compattezza da Dario Franceschini in una riunione subito prima del voto: si tratta dell'operaio della Thyssen Stefano Boccuzzi, Stefano Esposito, Marialuisa Gniecchi (ex sindacalista Cgil), Lucia Codurelli (ex Fiom), Sabina Rossa (figlia di Guido), gli unici cinque assenti non giustificati (su 19 non partecipanti al voto). Complessivamente, un risultato buono per il governo e per chi lo sostiene, ma anche tale da far dire al capogruppo della Lega alla Camera Gianpaolo Dozzo che è «rimasto contento dell'esito delle votazioni perché tra sì e assenti si arriva a 195 deputati ed è un buon numero». Più delle parole a (sofferto) sostegno spese in aula da Pd, Pdl e Udc, e persino più della lunga lista di accuse fatte dalla Lega, è in effetti proprio il numero fatto da Antonio Di Pietro durante le dichiarazioni di voto a movimentare la seduta. Il leader dell'Idv, infatti, parla di «imbroglio gravissimo»: «Il ministro ha affermato il falso, ha mentito sapendo di mentire sul numero degli esodati. Sapeva che il dato da lei riferito era falso e lo ha fornito comunque», insiste Di Pietro dopo aver premesso che sarebbe stato «sobrio» e «rispettoso». Fornero nemmeno lo guarda ma a un certo punto esonda: «Ma quale rispetto, quale rispetto. Bugiardo», mormora, offesissima, mentre restituisce l'offesa con gli interessi («In politica le parole si dicono e si dimenticano, per me invece hanno un valore»). La ministra del Lavoro Elsa Fornero alla Camera dopo il voto della mozione di sfiducia nei suoi confronti FOTO DI GIUSEPPE LAMI/ANSA SEGUEDALLAPRIMA Non solo: in alcuni Paesi (tra cui il nostro) lo stato imprenditore ha svolto un ruolo essenziale come volano di sviluppo industriale, e anche nell'esperienza più recente di Paesi dalle tradizioni liberali più marcate sono pubblici gli investimenti che hanno consentito alcune delle principali innovazioni tecnologiche. L'idea che il rilancio dell'economia coincida con l'arretramento della responsabilità pubblica, tanto popolare nell'ultimo ventennio, non trova riscontro fattuale, visto che molti dei Paesi che godono delle più elevate condizioni di benessere e crescita sono paesi ad alta spesa pubblica. Secondo, bisognerebbe evitare di parlare del pubblico in generale. La raccolta dei rifiuti, la manutenzione delle strade, la sanità e l'istruzione non sono la stessa cosa. Diverse sono le motivazioni per il coinvolgimento del pubblico, diverse quindi le risposte e le modalità con cui il pubblico può esercitare la propria responsabilità nei confronti dei cittadini. Anche a questo riguardo, pensare in termini di contrapposizione è fuorviante: la responsabilità pubblica non coincide con la gestione pubblica diretta, ma può limitarsi in molti casi al ruolo di regolazione, avvalendosi dell'iniziativa e delle competenze degli operatori privati. E, d'altra parte, il ricorso al privato non va inteso come una scorciatoia per affrontare i problemi di cattivo funzionamento del pubblico: un pubblico che funziona male sarà un cattivo gestore, ma risulterà un altrettanto cattivo regolatore, incapace di contenere gli interessi di un gestore privato. è un governo forte e autorevole quello che può permettersi un rapporto proficuo con il privato, orientandone l'iniziativa al perseguimento dell'interesse dei cittadini. Terzo, occorre evitare di ridurre l'economia a bilancio. La nozione di efficienza economica è ben più ampia di quella contabile di contenimento del bilancio pubblico. Dimenticandosi di questa differenza, si sono spesso ottenuti risparmi di spesa pubblica al prezzo di uno scadimento nella qualità o aumenti del costo sopportato dall'utenza, come se tali effetti non fossero rilevanti ai fini di un corretto calcolo di costi e benefici. Se taglio una linea di autobus e aumento l'uso del mezzo privato, la collettività non ha fatto un buon affare, anche se paga qualche euro di imposte in meno. Infine, occorre superare l'idea che parlando di pubblico la questione dei diritti riguardi primariamente il lavoro pubblico e non invece l'utenza, i cittadini in quanto fruitori di servizi. Mi rendo conto che questo è un punto difficile, anche per una parte della sinistra. Ma senza partire dalla funzione svolta, dal servizio fornito, c'è il rischio che ogni battaglia sia intesa come difesa dell'occupazione pubblica invece che difesa di beni e servizi forniti a vantaggio di tutti. In special modo di chi non avrebbe possibilità di provvedere alle proprie necessità acquistando quei beni sul mercato, cioè coloro che, in ultima analisi, finiscono per pagare in misura maggiore sia il cattivo funzionamento della pubblica amministrazione che un suo ridimensionamento senza criterio. Costruire una nuova idea di pubblico . . . L'industria dell'auto in Italia può esser difesa solo chiamando nuovi produttori stranieri . . . Non bisogna contrapporre lo Stato con il mercato. L'uno serve all'altro Scontro Di Pietro-Fornero Respinta la sfiducia «Esodati, non ho mentito» giovedì 5 luglio 2012 5
UNO A UNO:FINISCE IN PAREGGIOL'«AMICHEVOLE»AL TEATRINODELLESEIDIMARCOCALVANIENEILLABUTE, OSPITI AL FESTIVAL DEI DUE MONDI DI SPOLETO con il progetto binario AdA. Ovvero Author directing Author, l'uno che scrive il testo mentre l'altro dirige e viceversa. Li ha spinti a collaborare un comune sentire drammaturgico per temi contemporanei, solitudini e cinismi che si intrecciano. Li porta sul palco un dittico a specchio, Roba di questo mondo firmato da Calvani e diretto, appunto, da LaBute, e Incantevole/Lovely Head dove si invertono i ruoli. Le regole del gioco, o meglio del play, prevedevano un soggetto in comune, in questo caso la famiglia, e un'ambientazione scenica simile (un salotto con minime varianti). E le trame che ne derivano, non è chiaro quanto casualmente, risultano quasi a specchio. Calvani parla di una madre predatrice che domina il figlio maschio, giungendo a «darlo in pasto» a mature amiche affamate di sesso. Ne è protagonista Andréa Ferréol, attrice al cinema per Marco Ferreri (La grandeabbuffata) e François Truffaut (L'ultimometrò) che si butta con voracità nel ruolo di questa gorgone implacabile. Dalle iniziali apparenze di semplice casalinga ciarlona, una Winnie domestica, immersa in poltrona a sfogliare riviste femminili e riversare parole sul marito che le legge libri accanto senza batter ciglio (Bing Taylor nel ruolo dell'imperturbabile consorte-soprammobile). Le attenzioni manipolatorie della signora si spostano poi gradualmente su un «maggiordomo» da lei vessato in ogni modo. Si scopre presto che si tratta del figlio (ben sostenuto da Alberto Alemanno), che cerca inutilmente di frenare l'onda scomposta della madre. LaBute appoggia l'intelaiatura a tratti surreale di Calvani con chiodi di provata solidità, inizio beckettiano, andante pinteresco e pennellate genettiane. Ma il contenuto si sfalda e non tiene la strada nonostante lo sforzo generoso di tutti. Molto più convincente il secondo tempo a ruoli alternati, dove LaBute tratteggia l'ambiguo incontro tra un uomo maturo e una ragazzina poco più che maggiorenne (ma anche no, probabilmente). Urbano Barberini è nel fisico del personaggio, teneramente goffo nell'intrattenersi con la giovanissima e spregiudicata (una pimpante Elisa Alessandro) che gli piomba a casa, peraltro su appuntamento prenotato e pagato. Il «servizio» richiesto, però, e soprattutto lo scopo, è ben diverso da quanto lascerebbe supporre il contesto iniziale. Un equivoco la cui tensione è diretta da Calvani con scambi inattesi di energia, dove chi sembrava duro e crudo è fragile e chi appariva imbranato e problematico sa benissimo quel che sta facendo. Uno per il testo di LaBute e uno per la regia di Calvani. Aspettiamo il prossimo round. UNADONNA TUTTASOLA È una donna tutta sola quella che si immerge in un bagno di parole/pensieri/emozioni poco distante, nella penombra dell'Auditorium della Stella. La donna è Chiara Caselli, il flusso di coscienza quello della Molly di James Joyce, morbidamente adagiato dalla regia di Panici sul corpo dell'attrice, distesa su un letto sfatto. Una partitura intima che Chiara sfoglia con spettinata spontaneità. Ruvida e un po' sfacciata come lo si può essere a tu per tu con i propri pensieri scandalosi. Misurando, comparando, lasciandosi libera di fantasticare erotica e tornare poi romantica. Spigliata e naturale con quella pronuncia sdrucciolata che in Molly ci sta come un vezzoso neo sulla guancia. Ancor meglio sarebbe, senza amplificatori-detonatori di suono. Parte dal Gianicolo lacampagna perriappropriarsi del«Va'pensiero» Lucio Dalla non ha lasciato nessun testamento: i suoi beni, quindi andranno agli eredi legittimi escluso dunque il suo compagno - che hanno accettato di condividere l'eredità lasciata. I parenti potranno dar vita alla Fondazione Dalla. CULTURE ROSSELLA BATTISTI INVIATA ASPOLETO DAL MAUSOLEO DEI CADUTI PER LA DIFESA DELLA REPUBBLICA ROMANA DEL 1849 AL GIANICOLO, la sera del 3 luglio è stata rilanciata con forza la campagna per la «riappropriazione» patriottica di Va' pensiero da parte degli Italiani che credono nell'Unità e si battono contro la secessione. «Diciamo basta a questo scempio da parte della Lega che espone striscioni contro “l'Italia di merda” e poi canta il coro di Verdi», si è affermato fra gli applausi. Alla bella manifestazione promossa ogni 3 luglio da Enrico Luciani presidente dell'Associazione Amilcare Cipriani (l'eroe dei Mille e della Comune di Parigi), la banda di Testaccio diretta dal maestro Cortesi e il coro guidato da Giovanna Marini hanno eseguito canti garibaldini e risorgimentali. Alla fine, dopo l'illustrazione della illuminata Costituzione della Repubblica Romana (ripresa in più punti dai costituenti del 1946-48) da parte del prof. Daniele Arru, hanno suonato e cantato in modo emozionante Va' pensiero coi versi libertari di Pietro Gori che terminano con: «Date fiori ai ribelli caduti, al veggente poeta che muor». E quel poeta è Goffredo Mameli sepolto sul Gianicolo insieme a tanti ragazzi accorsi, magari coi padri, a difendere la Repubblica Romana, in prevalenza emiliano-romagnoli, lombardi e romani. Come quell'apprendista maiolicaro di 18 anni, Antonio Cotogni, che doveva poi diventare uno dei più grandi baritoni della storia, scelto da Verdi per il suo Don Carlo, nel 1867. Festa «patriottica, e quindi per niente nazionalista», è stato precisato. «Incredibile», ha esclamato il prof. Corey Brennan, premiato, fra battimani scroscianti, quale direttore dell'American Academy che molto ha collaborato alla ricostruzione dell'itinerario garibaldino del Gianicolo (gli Stati Uniti furono il solo Stato sovrano a riconoscere la Repubblica del ‘49). Dal Gianicolo la «riappropriazione» di Va'pensieroè dunque partita con rinnovata forza. VITTORIOEMILIANI ROMA Interniosceni di famiglia LaButeeCalvanisi sfidano ateatroconundittico IlprogettoAdAprevede dueautori registiprontia scambiarsidi ruolosullo stessopalcoscenico:quello delFestivaldeiDueMondi GUANDA È STATOUNO DEIPRIMI EDITORI ITALIANIGENERALISTI A CREDERENELGRAPHIC NOVEL, inaugurando, fin dal 2007, una propria autonoma collana. Con titoli di buona qualità, il più delle volte «ancorati» alla letteratura, «traduzioni» a fumetti di opere come Il Maestro e Margherita di Bulgakov (di Andrzej Klimowski e Danusia Schejbal) o La Metamorfosi di Kafka (di Peter Kuper); o pastiches storico-artistici come il godibile Chi vuole uccidere Picasso di Nick Bertozzi. Viene dalla narrativa scritta anche questo Carne (pp. 80, euro 18) di Marcello Fois e Daniele Serra. Il racconto originale di Fois è già apparso, infatti, nell'antologia Pene d'amore (Guanda 2008), curata da Gianni Biondillo, che metteva insieme 7 racconti erotici visti dal lato maschile. Ovviamente l'eros, in Carne, c'è fin dal titolo (anche se in realtà è l'abbreviativo di Filippo Carnevali, il poliziotto protagonista) ma, trattandosi di Marcello Fois, a dominare è il lato oscuro e noir non solo del sesso. Carnevali è il classico sbirro alle prese con il lavoro sporco: dovrebbe sorvegliare un testimone scomodo che sta per mettere nei guai un boss mafioso, e invece, mentre se la spassa con una prostituta (ma si scoprirà che indulge anche ai servizietti omosessuali dal collega Vitali) il pentito viene fatto fuori. Carne indaga e finisce sempre di più nello sporco, ambiguo nel corpo e nell'anima secondo i canoni dell'hard boiled. Che Daniele Serra (talentuoso illustratore con un nutrito carnet di collaborazioni internazionali) ben rende graficamente, immergendo le sue tavole in un nero di sfondo su cui fa risaltare le sue vignette dai colori pastosamente freddi. E il soliloquio del protagonista si trasforma in un mosaico di didascalie che galleggiano su un mare di pece nera. r.pallavicini@tin.it Anima nera e«Carne» debole ILCALZINODI BART RENATO PALLAVICINI Cinecittà insciopero Alvia l'occupazione degli studios Presidio, striscioni e tendoni montati sul tetto dei teatri di posa. La protesta dei lavoratori di Cinecittà entra nel vivo ed è il primo passo verso l'occupazione. Sono cinque i giorni di sciopero proclamati dai lavoratori di Cinecittà Digital Factory e Cinecittà Studios al centro di una durissima vertenza contro il nuovo piano aziendale che prevede, di fatto, lo smantellamento degli storici studi. La protesta è rivolta a sollecitare l'intervento delle istituzioni che, fin qui, si sono mostrate completamente indifferenti. A parte la promessa di «intervento» da parte del ministro Ornaghi fatta nei giorni scorso nel corso di un'audizione al Senato. I sindacati si dicono «contrari a qualsiasi forma di spacchettamento o dismissione». La protesta partita ieri annunciano: è solo l'inizio. «Faremo di tutto - proseguono per difendere i diritti dei lavoratori, perché non possono essere loro a pagare la colpa di una gestione sbagliata». Leggi quella di Abete, cominciata con la privatizzazione degli Studios del ‘97. DatiSiae,è il cinema ilpiùcolpito dalla crisi economica Dopo un 2010 a tutti gli effetti d'oro, è il cinema la prima vittima della crisi che attanaglia l'Italia, con il teatro che non se la passa molto meglio, mentre ancora si spende per concerti, sport e mostre. Italiani in fuga dal grande schermo che nel 2011, rivela la Siae nel suo annuario dello Spettacolo, vede scendere del 7,2% gli ingressi, del 9,78% la spesa al botteghino, dell'11,58% la spesa complessiva del pubblico e del 9,59% il volume d'affari. Ma se la situazione non è rosea a livello nazionale, con la spesa al botteghino per lo spettacolo in generale che scende dello 0,98% e il numero degli spettacoli che si contrae (-1,84%) è dal Sud e dalle isole, in particolare la Sardegna, che arrivano le cifre più preoccupanti, con la maglia nera del Molise (- 17,53%) seguito da Sardegna (-12,92%), Puglia (-11,51%) e Calabria (-8,79%). «Uno scenario con più ombre che luci», commenta il presidente dell'Agis Paolo Protti, tanto più che per cinema e teatro anche le proiezioni del 2012 non lasciano ben sperare. Lucio Dalla niente testamento I beni agli eredi U: 22 giovedì 5 luglio 2012
«Sono davvero molto irritato. Un giorno veniamo elogiati perché siamo eccellenza del Paese e il giorno dopo veniamo sottoposti a tagli. Non si può continuare a lavorare così». Fernando Ferroni, presidente dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), proprio non ce la fa a trattenere la sua rabbia e la sua irritazione. Appena terminata la telefonata con la quale ieri, il ministro Profumo è intervenuto direttamente alla presentazione degli straordinari risultati raggiunti anche dalla ricerca italiana per congratularsi proprio con i protagonisti di questo successo mondiale, si è sfogato. Con chi ce l'ha Ferroni, con il ministro Profumo? «La mia non è una critica rivolta al ministro, anzi. So che all'interno del governo esistono posizioni diverse e so che il ministro Profumo ha tutti gli strumenti per comprendere che non possiamo essere messi nel calderone del lavoro pubblico. Spero che sappia far valere la sua voce e che sappia evidenziare che i tagli indiscriminati anche nei confronti di chi rappresenta l'eccellenza, non sono produttivi. Però il mio timore è che nel governo in generale non ci sia questa volontà di distinguere». Perché è così preoccupato? Ci sono dei tagli in arrivo anche per gli enti di ricerca? «La verità è che non sappiamo niente, salvo che il governo ha annunciato di voler tagliare il 10 per cento dei dipendenti pubblici, senza indicare criteri di valutazione. Anche noi ricercatori siamo dipendenti pubblici, solo che, a differenza degli altri, siamo anche sottoposti alla valutazione da parte dell'Anvur, e per continuare il nostro lavoro abbiamo bisogno di pianificare, le ricerche, le risorse umane e anche gli investimenti. La scoperta del Bosone di Higgs è emblematica. Il nostro Istituto di ricerca ha investito molto da venti anni a questa parte su questo settore e oggi ne raccogliamo i risultati. Però oggi, io, in qualità di presidente non so né quanti dei miei ricercatori andranno in pensione, e nemmeno quanti giovani scienziati riusciremo ad assumere per sostituire quelli che se ne vanno. Così è impossibile programmare. Con il risultato che molti dei ragazzi che abbiamo formato, spendendo in media 500 mila euro ciascuno, se ne vanno in Francia, in Germania e negli altri Paesi ad arricchire le loro industrie». Però tutto il Paese sta facendo dei sacrifici.Nonpensacheanchelacomunità scientifica debba essere coinvolta inquestorisanamento? «Di questo sono certo, ma non accetto che questa operazione di miglioramento della produttività venga fatta senza ascoltarci. Aspetto con ansia di essere ascoltato dal governo». Da una parte FabiolaGianotti, con la suapolo rossa, i capelliraccolti dietro l'orec-chio, e le mani che sinascondevano nelle enormi tasche dei pantaloni color cachi. Dall'altra, Peter Higgs, con i suoi pochi capelli bianchi e gli enormi occhiali da vista. Entrambi ieri mattina nell'emiciclo della sala conferenze del Centro di ricerche nucleari (Cern) di Ginevra, si sono scambiati spesso gli sguardi. Era infatti dai dati che Fabiola Giannotti stava illustrando al mondo intero, che l'anziano ricercatore aspettava la conferma - attesa per una vita intera - che la sua intuizione, era esatta. Era infatti nel lontano 1964, mentre camminava sulle colline scozzesi, che la sua mente partorì il bosone che poi sarebbe stato chiamato «di Higgs». Come spesso accade, l'idea arrivò all'improvviso al punto che Higgs fuggì lasciando tutta la compagnia di stucco, perché aveva avuto una «big idea» e aveva bisogno di doverla fissare. Ieri mattina, quella sua Big Idea, che avrebbe potuto mettere insieme una teoria che riuscisse a spiegare almeno in parte il funzionamento dell'Universo, veniva snocciolata, da una donna italiana di 48 anni, che sul grande schermo non faceva che rovesciare dati, numeri e grafici in sequenza impressionante. Da un lato il vecchio professore delle Highlands e dall'altro una ricercatrice, figlia dell'Unità d'Italia nata a Torino da padre piemontese e di professione geologo e madre siciliana amante delle lettere, Fabiola Gianotti ha vissuto e studiato a Milano. L'Europa è anche questo. L'EMOZIONE Per l'ormai ottantetrenne scienziato britannico i circa 40 minuti della presentazione di Fabiola devono essere sembrati davvero interminabili, anche perché dalla bocca della fisica italiana non è mai uscita la frase «abbiamo scoperto il bosone di Higgs». Gianotti è infatti stata sempre molto prudente e non ha mai tradito l'emozione. «Ci sono forti indicazioni della presenza di una nuova particella attorno alla regione di massa di 126 GeV», ha detto. «È il bosone più pesante mai trovato», ha aggiunto. «Siamo dinanzi a risultati preliminari sottolinea - e prima di sbilanciarci troppo è necessario ancora un po' di tempo». Ma quando una scienziata dice «abbiamo osservato chiaramente una nuova particella, con probabilità di 5 sigma», significa che c'è una probabilità di errore dello 0,000028%. Così mentre tutto il mondo aspettava che venisse pronunciata quella frase, solo la platea dei fisici che era lì a Ginevra riusciva a cogliere il significato: anzi, loro direbbero, «la consistenza» di tutti quei dati. Lì in prima fila, tra gli altri grandi della fisica italiana ed europea, proprio Peter Higgs, che quando la Gianotti ha concluso la sua presentazione, non è riuscito a trattenere le lacrime della commozione. Mentre tutti in sala applaudivano, e urlavano e gioivano per il grande risultato raggiunto e per la grande fatica che è stata necessaria per raggiungerlo. «È la cosa più incredibile che sia successa nella mia vita». Sono le sole parole che Peter Higgs è riuscito a dire mentre tutti lo guardavano con affetto e mentre Fabiola Gianotti gli si è avvicinato e lo ha abbracciato. Ora per il fisico, ne sono sicuri in molti, si tratterà solo di aspettare novembre, quando verrà annunciato il premio Nobel. Mentre per Fabiola Gianotti, l'altra grande protagonista della giornata, si aprono ancora di più le frontiere della ricerca, a cui, lei stessa con il suo lavoro, ha contribuito non poco ad allargare l'orizzonte. «Non avrei mai scommesso che la mia vita sarebbe andata così», confessa. «Spero che la mia esperienza sia da stimolo a tutte le giovani donne a intraprendere questa strada. Una strada ricca di ostacoli ma ineguagliabile come emozioni e soddisfazioni». Ora l'avventura di Gianotti si fa sempre più affascinante. «Non so dove i nostri risultati ci porteranno -conclude -ma sarà fantastico avere l'opportunità di fare ricerca su campi ancora inesplorati». Il commosso abbraccio fra Peter Higgs e Fabiola Gianotti ieri al Cern di Ginevra FOTO DI DENIS BALIBOUSE/ANSA-EPA ILCOMMENTO MARGHERITAHACK «Ma non si può continuare a tagliare sulla ricerca» Coronatedall'emozione di ieri,duestorieche si incrociano:quelladiun grandefisicoormai inodor diNobelediunagiovane «eccellenza»italiana ILRITRATTO L'INTERVISTA IFISICI DELLE PARTICELLESTAVANOCERCANDO ILBOSONE DIHIGGSDAPARECCHI MESI,ORA SEMBRAPROPRIO CHE L'ABBIANO TROVATO. Si tratta di una bella conferma della teoria chiamata Modello Standard. Il Modello Standard spiega concretamente vari comportamenti delle particelle elementari, ma, per fare questo, ipotizza che ci sia una particella più grossa del protone, il Bosone di Higgs appunto, che spiegherebbe come si formano tutte le altre particelle che conosciamo. Sarebbe questo Bosone, infatti, a dare a tutte le altre particelle la massa. Il Bosone di Hoggs sarebbe, quindi, un po' come il babbo e la mamma di tutte le particelle elementari. Io lo chiamo addirittura dio. Se dio infatti ha fatto tutto quello che vediamo, allora la particella che spiega come si forma la materia delle altre particelle dalle quali poi deriva tutto - le stelle, gli elementi che abbiamo sulla Terra, compresi quelli che compongono gli esseri umani - è veramente dio. Questa particella però non era mai stata trovata. Come l'hanno cercata? Noi sappiamo che esiste un'eguaglianza tra massa ed energia, da questa conoscenza possiamo dedurre che se c'è sufficiente energia, si può creare una particella. Large Hadron Collider (Lhc), l'acceleratore di Ginevra, avrebbe potuto trovare questa particella perché è il più potente, quello che raggiunge livelli di energia mai raggiunti finora in laboratorio. Così Lhc ha cominciato a funzionare alla massima energia nella speranza di trovare il Bosone di Higgs. Sembra ci sia riuscito. Ora si comincia a capire concretamente la struttura della materia. Qual è il prossimo passo? Dal punto di vista della fisica delle particelle non saprei dirlo, però so che noi astrofisici cerchiamo di capire cosa siano la materia oscura, che costituirebbe la maggior parte della materia dell'universo e sarebbe fatta da particelle elementari ancora sconosciute, e l'energia oscura. Non so se il Bosone di Higgs ci possa dare un aiuto in questa direzione, ma è possibile. Poi bisogna cercare di capire perchè l'universo è fatto di materia e non di antimateria. Oggi l'astrofisica riesce a vedere direttamente come era fatto l'universo 400mila anni dopo l'inizio dell'espansione. Dalle temperature e dalla densità della materia in quel momento, come i fisici, anche noi possiamo risalire ai valori di temperatura e densità della materia che si trovavano frazioni infinitesimali di secondo dopo il Big Bang. E.P. e.perugini@30righenews.it EMANUELEPERUGINI e.perugini@30righenews.it FernandoFerroni Ilpresidentedell'Istituto nazionaledi fisicanucleare: «Èormai impossibile fare programmazione:così diventa inutileelogiarci perchésiamoeccellenza» È un raggio di luce sull'oscurità Fabiola e Peter l'abbraccio della scienza giovedì 5 luglio 2012 13
Quello che vedete in queste pagine è il duello che, virtualmente, potrà svolgersi stasera al Ninfeo di Villa Giulia, per la sessantaseiesima edizione del Premio Strega. Diciamo «virtualmente» perché i giochi quest'anno sono molto meno prevedibili degli altri anni. A sorpresa, infatti, nel passaggio dalla dozzina alla cinquina, il 13 giugno, si è imposto su tutti Emanuele Trevi con Qualcosadiscritto, libro pubblicato da Ponte alle Grazie, casa editrice che non fa capo a uno dei due gruppi che nell'ultimo decennio si sono contesi il riconoscimento, cioè la holding Mondadori e la holding Rcs (fatta salva l'eccezione del premio andato nel 2006 a Feltrinelli con Il viaggiatore notturno di Maurizio Maggiani). Ponte alle Grazie fa capo al gruppo editoriale Gems. «Però» Trevi, con questa scuderia, ha riportato novantadue voti, contro i settanta di Gianrico Carofiglio con Il silenzio dell'onda (Rizzoli), i 68 di Alessandro Piperno con Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi (Mondadori), i sessantaquattro di Marcello Fois con Nel tempo di mezzo (Einaudi) e i trentotto di Lorenza Ghinelli con La colpa (Newton PAROLEMISURATE,SCANDITECONCALMAEAVOCESERENA:ILPASSATODIMAGISTRATOSISENTENELLACOMPOSTEZZA DI GIANRICO CAROFIGLIO, NELL'ABITUDINE DIUNINTERLOQUIREsenza scoprire il fianco, senza scarti bruschi. Ragionevoli passi nel dialogare di sé e del proprio fare. Diventare scrittore era un desiderio antico, nato leggendo da ragazzo Zanna Bianca. E allora perché sostare tanto in zona legislatura, in quellacheleichiama«laparentesi»?Unareticenza dovuta al fatto di avere una madre scrittrice, Enza Buono? «No. Mamma si occupava soprattutto di saggi e solo in età avanzata, intorno al 1985, ha scritto il suo primo romanzo. Direi piuttosto per paura. Quando provi a fare qualcosa davvero non hai più scuse. E per pigrizia. Scrivere è faticoso». Il successo haaiutato? «È che adesso sento di avere delle cose necessarie da raccontare. All'inizio erano solo delle trame e c'era inevitabilmente molto materiale scadente. Ma ora so come funziona e ho voglia di farlo: c'è un lungo itinerario da percorrere». Ha cominciato con i thriller legali dell'avvocato Guerrieri,mapoi lohamessodaparte.Cominciava aessereingombrantecomeMontalbanoperCamilleri? «Tornerà, tornerà presto. Mi è simpatico». Unpersonaggiocheinqualchemodoleèsovrapponibile.Hascopertoqualcosadi sé, scrivendodi lui? «Se si scrive in maniera onesta si scoprono cose che non piacciono. A quel punto o le scrivi o le censuri. Se scegli verità preconfezionate, sei morto. Se invece decidi di raccontare le zone d'ombra, puoi permetterti il lusso di tirar fuori anche le cose cattive». Peresempio? «Una certa incoerenza esistenziale fra le cose dichiarate e quel che faccio». Apropositodelfare,comesenatoredelPdinParlamento, lei rientra nella «casta». Come ribaltare dall'internoun'immaginepoliticachesièdeteriorataecheilgoverno«tassativo»diMontinonhafatto crescere inpopolarità? «Mi pongo da tempo il problema del discredito degli uomini di potere nei cittadini. Vorrei stilare un decalogo dei comportamenti del buon politico. Forse anche con delle ovvietà che però oggi è necessario ribadire. Il dovere di disinteresse: separare il personale dal pubblico. La coerenza: se sono un consumatore di cocaina non posso fare il segretario del partito per la lotta alla droga. Il divieto di arroganza: è insopportabile l'identificazione narcisistica fra ruolo e persona. La capacità di dire “mi sono sbagliato” o “di questa materia non sono competente”. La capacità e l'intelligenza di chiedere scusa...» Un decalogo applicabile anche ai comportamenti comuni... «Esattamente. Ritrovare una dimensione umana della politica. Non esercitare il potere se non per le ragioni per le quali lo devi avere. Il decoro: ecco lo intitolerei così questo decalogo». Anchenelsuosaggio«Lamanomissionedelleparole» riporta cinque vocaboli-chiave - vergogna, riflessione, ribellione, bellezza, scelta - a cui occorre una “manutenzione”. La ritiene una lezione adatta anche per nuove generazioni disincantate e con unapercezionedelmondodiversadachisièformatosui libri inveceche sulweb? «Non si tratta di modelli percettivi diversi o di usare altri codici di comunicazione. La regola fondamentale è niente parole inutili, che non significa necessariamente poche parole ma tutte le parole che servono a esprimere un concetto, non una di più, non una di meno. Einstein diceva di pensare per immagini, e questo ha a che fare con l'intuizione, con le nuove idee. Poi però le nuove idee valgono solo se puoi comunicarle, se hai un codice: i simboli matematici o, appunto, le parole». Lei è stato anche sostituto procuratore antimafia presso laProcuradiBari: a vent'annidalla mortedi Falcone e Borsellino, secondo lei a che punto è la lottacontro la mafia? «Falcone diceva che la mafia è una cosa umana e come tale ha avuto un inizio e avrà una fine. Dei risultati straordinari sono stati raggiunti e la situazione è migliorata. Bisogna continuare». Restandoallasuaterrad'origine,laPuglia,cheidea siè fattodell'attentatore di Brindisi? «Un gesto mostruoso dettato dalla pura frustrazione. Lo avevo intuito prima che confessasse e non è stato difficile: è la banalità del male, sconvolgente perché non c'è nessun piano dietro». Sembrerebbeperòcheoggi-nonostanteavanzate tecnologie di indagine scientifica - sia più difficile «incastrare» i colpevoli se non lo ammettono loro stessi. Molti i casi rimasti in sospeso, dal delitto di MeredithKercher a Sarah Scazzi... «È una leggenda metropolitana. L'assoluzione di un imputato è uno degli sbocchi fisiologici di un processo e non significa di per sé che le indagini siano state fatte male. Detto questo: oggi la capacità investigativa è più alta e si ottengono risultati impensabili in passato. Se alcuni casi vistosi fanno pensare il contrario è solo perché non viene adottata un'analisi ragionata su basi statistiche». StaseraverrànominatoilvincitoredelloStrega.Lei ènellacinquinafinalistacon«Ilsilenziodell'onda», ma per ora secondo rispetto a «Qualcosa di scritto» di Emanuele Trevi. Che pensa del libro del suo «avversario»? «È un buon libro, in una media piuttosto alta degli altri». Leicredecheunpremiofacciadavveroladifferenzanel vendereun libro? «Dipende. Lo Strega e il Campiello, sì». Leggeancora «Tex»? «Qualche volta. Preferisco però rileggermi le vecchie avventure, tipo Tex contro Yama. Dovrebbe essere il numero 127. Mi faccia vedere... (controlla rapido su Internet, ndr) Ecco qui: dal 125 al 128!» M.S.P. ROMA «Per i librici sono riconoscimentichefanno ladifferenza.Per ipolitici occorrerebbeundecalogo dicomportamento» LE INTERVISTE Sonoloro iduellanti per il Premio Strega? «Cloud Gate», sculturadi AnishKapoor aChicago, Illinois illuminatadai designer multimediali diLuftWerk «Scrivereèsvelare lemiezoned'ombra» GianricoCarofiglioparladeisuoimestieri: magistrato,senatore, romanziere ROSSELLABATTISTI rbattisti@unita.it Stasera ilviaallaconta Maquest'annoigiochi sono piùcomplessidel solito perdecidere ilvincitore: vi spieghiamoperché Gianrico Carofiglio IL SILENZIO DELL'ONDA GianricoCarofiglio pagine300 euro 19,00 Rizzoli U: 18 giovedì 5 luglio 2012
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