Tutti aspettano il mercoledì 31 luglio. Quel giorno a Torino si terrà il confronto tra Sergio Marchionne e i sindacati firmatari degli accordi. A due giorni dalle parole del manager Fiat-Chrysler sullo «stabilimento di troppo», anche Fim Cisl, Uilm e Ugl iniziano a porre condizioni ai vertici del Lingotto. Se fra i sindacalisti nessuno vuole nemmeno prendere in considerazione l'ipotesi che sia Cassino lo stabilimento da chiudere, la politica si è subito mossa per chiedere rassicurazioni alla Fiat. «Mi auguro che la Fiat voglia smentire - attacca il segretario del Pd Lazio Enrico Gasbarra - Il trasferimento di produzioni a Pomigliano e il taglio dell'occupazione sarebbero il totale tradimento degli impegni assunti da Fiat e rappresenterebbero un dramma sociale ed economico per l'area». LA MINISTRAE ILMANAGER Da parte sindacale i toni sono meno perentori ma comunque decisi. «Non ci prestiamo ad interpretare gli esercizi matematici di Marchionne che mette in relazione la perdita di 210mila auto con duemila lavoratori in meno - spiega Ferdinando Uliano, segretario nazionale e responsabile auto della Fim Cisl - Noi Marchionne lo abbiamo già criticato quando ha deciso di ritardare gli investimenti per i nuovi modelli di Punto e Bravo e continueremo a chiederne conto il 31 luglio». «Non andiamo dietro a cose che non ci sono, dopo la chiusura di Termini Imerese non ci saranno altre chiusure - puntualizza Eros Panicali, segretario nazionale della Uilm - Marchionne ha ripetuto le stesse cose dette a febbraio. Noi il 31 gli chiederemo di confermare gli investimenti per Mirafiori e di accelerare sui nuovi modelli perché è vero che investendo ora con il mercato in forte calo rischi di bruciare qualche fondo, ma è anche vero però che è l'unico modo per aggredire il mercato. Di certo non prendiamo neanche in considerazione che la Punto non venga prodotta in Italia, in quel caso, sì, saremmo ad un cambio di programmi inaccettabile». «Adesso, più che le sue parole, a preoccuparci sono le drammatiche condizioni di mercato - sottolinea Antonio D'Anolfo, segretario Ugl metalmeccanici - che stanno colpendo non solo Fiat, ma tutte le aziende del comparto metalmeccanico. È su questo che dovrebbe concentrarsi l'attenzione, perché è la crisi ad essere all'origine di tutto quello che sta accadendo». Ieri intanto la Banca europea per gli investimenti (Bei) ha accordato un finanziamento da 350 milioni a Fiat Industrial per progetti che saranno realizzati presso cinque siti europei di Fiat Industrial dedicati ad attività di R&S, localizzati in Italia (83% del totale della linea di credito). I progetti riguardano attività di ricerca e sviluppo in tecnologie motoristiche e relativi componenti conformi alle nuove normative sulle emissioni e loro applicazione su veicoli industriali e commerciali e sulle macchine per l'agricoltura. Su questo tasto spinge forte la Fim. «Se la Bei e Obama intervengono, non capiamo perché non lo possa fare il governo italiano - attacca Uliano - chiediamo a Monti di finanziare politiche industriali per l'impatto ecologico. Se poi il governo, oltre a convocare Fiat, vorrà convocare anche noi, sarebbe una vera rivoluzione». Su questo fronte ieri Elsa Fornero non ha dato grandi notizie: «Con Marchionne non ci siamo sentiti ha detto la ministra del Welfare - sento molte persone, abbiamo tante cose tutti i giorni e le faremo con calma». Spostamenti a rischio domani a Roma, Napoli ed in alcune altre città a causa di una serie di scioperi del trasporto pubblico locale proclamati a livello regionale con modalità e orari diversi. A Roma ed in tutto il Lazio Filt Cgil, Fit Cisl, Uil Trasporti e Ugl trasporti, hanno proclamato uno sciopero di 24 ore. Nella stessa giornata, una seconda protesta, ma di otto ore, è stata proclamata dal sindacato Fast Confsal. Saranno quindi a rischio tutte le linee di bus e tram urbane ed extraurbane oltre che i collegamenti delle linee della metropolitana e quelli ferroviari Roma-Lido, Termini-Giardinetti e Roma-Civitacastellana-Viterbo. Come sempre, saranno garantiti i servizi durante le fasce orarie protette a garanzia degli utenti: pertanto lo sciopero sarà attuato dalle 8,30 alle 17 e dalle 20 a fine servizio. Il campidoglio ha comunicato che le per tutto il giorno i varchi delle Ztl del centro storico e Trastevere non saranno attivi. A Napoli lo sciopero generale durerà 4 ore e riguarderà tutti i comparti del trasporto ad eccezione di quello aereo. Tra le altre proteste, a Torino ferma per 24 ore la metropolitana. Lo sciopero che interesserà solo il personale di movimento, è stato indetto dalle Rsu. A Genova lo stop riguarda la ferrovia Genova-Casella che sarà ferna dalle 11.30 alle 15.30. In Toscana infine, lo sciopero proclamato dalla Uilta durerà 4 ore e avrà diverse modalità a seconda delle città. Protesta davanti ai cancelli dello stabilimento Fiat di Cassino FOTO DI MASSIMO PERCOSSI/ANSA Sono previsti interventi di: Associazioni, Amministratori locali Parlamentari, Rappresentanze Sindacali Roma, lunedì 9 luglio 2012, ore 10.00/19.00 Sala Conferenze, sede nazionale PD, via Sant'Andrea delle Fratte 16 Relazione introduttiva di Paolo Fontanelli ore 10.30, dibattito ore 13.30, pausa lavori ore 14.00, dibattito ore 17.30 Conclusioni di PIER LUIGI BERSANI partitodemocratico.it Incontro nazionale con operatori, associazioni dei cittadini e amministratori del sistema sanitario IL PD PER IL DIRITTO ALLA SALUTE Per accedere alla Sala Conferenze occorre essere accreditati. È necessario pertanto segnalare la propria adesione alla segreteria organizzativa al n. 06.67547920 o all'indirizzo: salute@partitodemocratico.it Diretta su tv Partecipa il Ministro della Salute Prof. RENATO BALDUZZI Interverrano inoltre: Fiorenza Bassoli, Giovanni Bissoni Lionello Cosentino, Vasco Errani Catiuscia Marini, Ignazio Marino Margherita Miotto, Enrico Rossi Presiede Giuseppe Fioroni Coordina Roberta Agostini Cig e disoccupazione in crescita. Connubio inconfutabile che certifica l'impasse del lavoro e dell'economia, e soprattutto l'assenza di una politica industriale per il Paese. Crescono entrambe le variabili. Aumentano le richieste di cassa integrazione, che a giugno con 95,4 milioni di ore autorizzate segna un più 16 per cento rispetto allo stesso mese dell'anno scorso. A nulla, o quasi, serve dunque il netto calo che sempre il mese scorso fa segnare su maggio (meno 9,6 per cento): «È un dato ciclico, stagionale, ma il trend del primo semestre 2012 nel suo complesso si assesta in linea, peggiorando leggermente, rispetto a quello dello scorso anno. E questo conferma la situazione del sistema economico e produttivo», spiega il presidente dell'Inps, Antonio Mastrapasqua. Il manager, nei giorni scorsi attaccato dalla ministra Fornero sul numero degli «esodati», aggiunge poi che ad aumentare è in particolare la cassa integrazione ordinaria, quella che si concede in caso di riorganizzazione o di crisi di grandi aziende, e «questa non è una buona notizia». URGONO POLITICHEINDUSTRIALI Lo sanno bene i sindacati, che dall'inizio della crisi chiedono ai governi, prima Berlusconi ora Monti, un rilancio attraverso la pianificazione di un politica industriale da troppo tempo latitante. Il livello delle richieste di Cig resta «ancora elevatissimo», dice a questo proposito il segretario generale aggiunto della Cisl, Giorgio Santini, che evidenzia come l'aumento della cassa ordinaria prospetti «un pericoloso allargamento» delle aziende coinvolte nella crisi. È il motivo per cui la Cisl chiede al governo di agire con priorità sul rilancio dell'occupazione. Anche la Uil con il segretario confederale Guglielmo Loy lancia l'ennesimo allarme e avverte che «l'argine» della Cig «rischia di non essere sufficiente a frenare l'emorragia dei posti di lavoro». Dunque non sono più rinviabili le misure per favorire la crescita. Parla di crisi economica e produttiva ormai «cronica» il segretario confederale della Cgil, Elena Lattuada, che definisce «allarmanti» i dati. «Sono la dimostrazione di come le aziende non si attendano a breve una ripresa produttiva, determinando il mantenimento di tensioni occupazionali molto gravi». Per Lattuada «è ora che il governo prenda atto che servono interventi concreti di politica industriale da un lato e di politica fiscale dall'altro, con un'azione sui redditi da lavoro e da pensione. Non sarà di certo il decreto sviluppo a poter garantire la ripresa produttiva e la crescita». La controprova è nei numeri delle domande di disoccupazione, richiesta nel mese di maggio per 72mila volte. Un dato in crescita del 6,7 per cento rispetto al mese di maggio del 2011 (67mila domande), mentre le richieste di mobilità presentate lo scorso mese sono state 8.500, a fronte delle 8.900 (-3,9) di maggio 2011. ECONOMIA G.VES. MILANO I sindacati: ora Monti intervenga su Marchionne La Fim-Cisl: Obama e la Bei fanno qualcosa mentre il governo italiano resta a guardare MASSIMOFRANCHI ROMA Oggi sciopero dei trasporti In molte città bus a rischio . . . La “cassa” ordinaria salita in un anno del 66% Le richieste di indennità di chi è senza lavoro del 6,7 Cig e disoccupazione è boom di domande 12 venerdì 6 luglio 2012
Indietro tutta, anche perché non c'era altra scelta. Con una decisione unanime e obbligata, il direttorio della Bce (la banca centrale europea ndr) ieri ha deciso di tagliare il costo del denaro allo 0,75%, stabilendo così un record per quanto riguarda il minimo storico dall'introduzione dell'euro, datata primo gennaio del 1999. Da Francoforte, sede della Bce, hanno quindi deciso di diminuire di 25 punti base il tasso a cui presta il denaro agli istituti di credito. Le Borse non hanno però risposto positivamente. Soprattutto perché Draghi ha sottolineato che la congiuntura si è indebolita nel secondo trimestre, l'incertezza resta molto elevata e tutte le misure di sostegno sono temporanee. Inoltre non c'è stato un annuncio molto atteso, vale a dire quello di una nuova Longer-term refinancing operation (Ltro) che i mercati si aspettavano. L'ECONOMIA FRAGILE Il presidente della Bce, Mario Draghi, parlando del taglio del costo del denaro ha spiegato che «l'economia resta fragile, con un secondo trimestre più debole, sebbene ci attendiamo una lenta e graduale ripresa alla fine del 2012. Il taglio dei tassi ha trovato spazio anche per una pressione inflazionistica destinata a scendere nella seconda parte di quest'anno, con i prezzi al consumo che dovrebbero tornare sotto il 2% nel 2013». Dunque su livelli compatibili con l'obiettivo di stabilità dei prezzi nel medio termine fissato intorno al 2%. La sforbiciata sul costo del denaro ha interessato anche il tasso sui prestiti marginali alle banche, sceso all'1,50%, e quello sui depositi che è stato azzerato. Proprio su quest'ultima mossa si concentravano le attenzioni degli analisti. L'azzeramento della remunerazione offerta dalla Bce alla banche che depositano liquidità presso la Banca centrale dovrebbe stimolare le banche a ridurre le riserve in eccesso prestandole all'economia reale. A Francoforte il livello dei depositi viaggia spesso a quota 800 miliardi, ma non è detto che l'assenza di remunerazione sortisca gli effetti sperati, in quanto non tutte le banche dell'Eurozona ridepositano i soldi presso la Bce, lo fanno solo quelle che hanno liquidità in eccesso. Si tratta dei gruppi bancari dell'Eurozona del nord, che continuano ad avere accesso al mercato dei capitali poiché immuni dal «mal di spread», ma preferiscono non prestarli alle banche dell'Eurozona meridionale, tutte afflitte dal «rischio Paese». Draghi ieri ha ricordato le tre principali ragioni che spingono gli istituti di credito a questa comportamento: «Le banche non prestano denaro per l'avversione al rischio, per l'insufficienza di capitale e per le difficoltà di raccolta. Noi abbiamo rimosso solo questo terzo fattore», riferendosi alle due operazioni di rifinanziamento triennale con cui Francoforte, a dicembre e a fine febbraio, ha rifornito le banche dell'Eurozona con mille miliardi di euro. LENOVITÀ Ma il numero uno della Bce ha anche detto che «ora per le banche è molto facile prestare all'economia reale: perché facendolo in un certo senso creano dei collaterali che possono usare per ottenere i nostri rifinanziamenti». Draghi ha poi valutato positivamente le decisioni assunte dall' euro-summit dello scorso 28-29 giugno, come per esempio il passo in avanti verso la centralizzazione della vigilanza bancaria europea in capo a Francoforte: «Si tratta di un passo verso un singolo mercato finanziario, quindi di un passo importante. La Bce sarà rigorosa e indipendente nel ruolo di supervisione del sistema bancario, come tutti si aspettano». Quindi il numero uno della Banca centrale europea ha parlato delle risorse dei due fondi salva-Stati, che a suo avviso sono «adeguate per fronteggiare i rischi, ma è chiaro che deve essere soggetto al rispetto di condizionalità, è una questione di credibilità per tutta la zona dell'euro. Non bisogna drammatizzare sui tempi dell'entrata in vigore dei fondi salva-Stati. Nella ricapitalizzazione diretta delle banche, per esempio, si avrà un temporaneo balzo del debito del Paese che ha salvato le banche e che rientrerà quando i fondi interverranno. Dobbiamo scegliere di fare le cose bene e con calma». Questi chiarimenti hanno subito innescato la pressione sui titoli di stato della periferia dell'Eurozona, con il rendimento del titoli decennali italiani e spagnoli che è risalito fino a quote preoccupanti. Insomma, la strada è ancora lunga e piuttosto pericolosa. bilizzare i mercati - chieste con determinazione ai 27 dall'Italia - raggiungeranno la riva, quindi. Non come il «grande pesce» dilaniato dagli squali che il pescatore de Ilvecchio e il mare trascina in porto nel romanzo di Hemingway. Nell'intervento predisposto dallo staff di Palazzo Chigi, Monti si imbatte nella metafora. Se ne meraviglia e sorride. «Mi viene proposta un'espressione... troppo letteraria». La metafora del marlin, in realtà, venne utilizzate da Altiero Spinelli, per la prima volta, nel 1983 quando l'Aula di Strasburgo approvò a larga maggioranza il contenuto politico del progetto per il Trattato europeo. Spinelli ricordò il romanzo di Hemingway per affermare che «quando voterà, fra qualche minuto, il Parlamento avrà catturato il pesce più grosso della sua vita, ma dovrà portarlo a riva. Facciamo quindi ben attenzione perché ci saranno sempre degli squali che cercheranno di divorarlo. Tentiamo di non rientrare in porto con soltanto la lisca». Monti, ieri, ha assicurato che l'Eurogruppo non ridurrà l'anti-spread ad uno scheletro. E si è dichiarato lieto «che il Parlamento europeo, con un voto a larga maggioranza, si sia compiaciuto per la possibilità del ricorso, in modo flessibile ed efficace, agli strumenti del Fondo salva-Stati e del meccanismo di stabilità per gli Stati membri che rispettano le raccomandazioni specifiche per Paese». L'IMBARAZZO DICICCHITTO «È bene soffermarsi sulle luci, ma anche sui limiti del Consiglio europeo», ha affermato Cicchitto, che deve tener conto delle bocciature di Brunetta e delle continue chiusure/aperture di Berlusconi. «Non c'è stata svolta sui contenuti», ha sottolineato il capogruppo Pdl accennando, però, alla possibilità che il governo Monti diventi politico e «non emergenziale». Il vertice non è fallito nonostante i «molti corvi che volavano sul cielo di Bruxelles», sottolinea Walter Veltroni. Per Sandro Gozi, responsabile Europa del Pd, «il Pdl ha scommesso sul fallimento del vertice ma è stato preso in contropiede. L'ANALISI EMILIOBARUCCI GRECIA SEGUEDALLAPRIMA Questo episodio riporta al centro della discussione il tema delle regole della finanza dopo la crisi dei mutui subprime. Un ripensamento che non può limitarsi ad una generica criminalizzazione delle banche, occorre piuttosto individuare i problemi emersi nel corso della crisi e qualche via d'uscita. In primo luogo la crisi ha mostrato che i mercati finanziari sono ben lontani dalla visione romantica che li vuole agire per rendere l'economia più efficiente e distribuire il rischio nel modo migliore possibile. Questo è quello che si insegna nelle aule universitarie, la realtà è ben diversa: i mercati sono frequentati da intermediari che operando a leva sono in grado di manipolare il mercato, molti prodotti finanziari sono opachi e sono scambiati in mercati non regolamentati. Gli operatori sono talmente interconnessi che il fallimento di uno di loro (anche piccolo) può avere effetti disastrosi per l'intera economia con l'emergere del rischio sistemico. Il secondo nodo riguarda la natura della banca. È possibile sostenere che sono delle imprese private e poi intervenire per salvarle temendo gli effetti per l'economia reale? È un bene che siano banche private a definire le condizioni dei prestiti o sarebbe bene tornare a quelle pubbliche che agiscono come una burocrazia? Fino a cinque anni fa le risposte erano scontate, adesso molto meno. Terzo, i grandi conglomerati finanziari sono bombe ad orologeria. La dimensione li rende ingovernabili, opachi, le strutture di comando e i controlli deboli. Nelle grandi banche si tollera che buona parte del business operi al limite della regolazione con l'unico obiettivo di generare profitti anche a costo di assumersi rischi elevati. Il meccanismo dei bonus sui profitti prodotti da ciascun operatore contribuisce a questa degenerazione. Nei fatti esistono zone franche. Come se ne esce? Proviamo ad avanzare tre proposte: Limitare l'ingegneria finanziaria che produce strumenti opachi (i derivati) puntando su una loro standardizzazione e incentivi affinché le banche operino in mercati regolamentati. I mercati non vanno segmentati, conviene agire sulla libertà d'azione degli operatori finanziari. Introdurre una separazione tra attività creditizia tradizionale e quella di investment banking e di capital market. La prima deve essere fortemente regolata e non può essere lasciata fallire, in questo quadro è bene che rimanga comunque un affare tra privati; alla seconda deve essere lasciata una maggiore libertà d'azione, deve imposto un limite sulla capacità di indebitamento e può essere lasciata fallire. Questi operatori debbono tornare ad essere più piccoli. Ripensare il ruolo del pubblico nell'accumulazione del risparmio. Negli anni a venire dovremo fronteggiare una forte avversione al rischio nei risparmiatori, il pubblico direttamente o indirettamente dovrà fornire prodotti a basso rischio e creare le condizioni affinché gli individui tornino ad investire in capitale di rischio. Il rischio sistemico non può essere che affrontato in una prospettiva pubblica. Le riforme messe in atto fino ad ora (Basilea III) vanno nella direzione giusta ma non affrontano questi nodi cruciali. La scorsa settimana si sono compiuti i primi passi verso un'unione bancaria europea, prima di gioire occorre capire bene dove vogliamo andare. Non si deve sprecare questa occasione. Avere un'unione bancaria con queste regole rischia di essere un pessimo affare. Occorre pensare ai problemi che la crisi finanziaria ha posto sul tappeto e alle possibili soluzioni. Per una volta non si deve temere di fare scelte radicali, le dimissioni di Diamond mostrano che i piccoli aggiustamenti non bastano più. Lo scandalo Barclays e le regole da cambiare Samaras incontra laTroika:gliaiuti vannorinegoziati Ilprimoministrogreco Antonis Samarashaavviato lediscussioni con laTroika, i tecnici diCommissione europea,Bce e Fmi,con cui Atene vuole rinegoziare i terminidel programmadiaiutiottenutonei mesi scorsi.Perparte sua la Grecia afferma divoler accelerarealcuni degli aspettidelprogramma, comele riformestrutturali e leprivatizzazioni, suiquali comunque è rimasta nettamente indietro rispettoalla tabelladimarcia prevista. Intanto ha appenaprestatogiuramento il neo ministrodelle Finanze Yannis Stournaras,presumibilmente in tempoperpartecipare esso stesso in caricaaquesto avvio di trattative. Il tuttomentredalle autorità europee e daalcuni Paesidell'areaeurosono giunte limitatemanifestazioni di disponibilitàaalleggerire, almenonei tempi, la portatadelle misuredi risanamentorichieste alla Grecia. In generalevieneritenuto comunque quasi inevitabileche sidebba concertareun nuovo piano di sostegnicon la Grecia, dopo idue pianogià sottoscritti, ondeevitare una insolvenzasuipagamenti. La Bce taglia i tassi Draghi preoccupato «Troppa incertezza» Il presidente Bce Mario Draghi FOTO EPA Il denaro costa 25 punti in meno Il numero uno della Banca centrale: «Bene il summit di Bruxelles» GIUSEPPECARUSO MILANO l'anti-spread» . . . Durante il discorso una citazione di Hemingway. Poi si ferma: «Troppo letteraria» venerdì 6 luglio 2012 7
SONOPIÙDICENTOIDISEGNIDICARAVAGGIOCHEAFFIORANO IMPROVVISI DALL'OSCURITÀ DEI SECOLI: È QUESTALANOTIZIA CHEÈESPLOSAIERI. IN REALTÀÈ DAL FONDO PETERZANO del Castello Sforzesco di Milano dragato da due studiosi, Maurizio Bernardelli Curuz e Adriana Conconi Fedrigolli, che escono questi disegni, disegni che sono pubblicati oggi da Amazon in un e-book in cui gli studiosi presentano la loro scoperta. I due studiosi hanno confrontato i disegni di teste e di corpi ritrovati alle figure dei grandi quadri caravaggeschi, ipotizzando, anche tramite rielaborazioni al computer, che il corpus di disegni sia stato usato da Caravaggio per fissare sulla tela alcune delle sue immagini più potenti. Naturalmente la scoperta sarebbe di importanza fondamentale per la Storia del pittore maledetto più amato dal pubblico delle mostre, ma susciterà sicuramente le perplessità, i dubbi e gli attacchi della litigiosa comunità degli storici dell'arte e degli esperti di attribuzioni. Tutti vorranno prendere visione degli originali da vicino, pretenderanno di studiarli autonomamente, e come sempre accade in questi casi ci saranno scettici e convinti, e grande sarà il polverone. Di fatto si parla già di un valore approssimativo di settecento milioni di euro, il che, vista l'appartenenza dei disegni al Comune di Milano, sarebbero una manna piovuta dal cielo per i buchi di bilancio. DINOBILIORIGINI? Ma, bilanci a parte, se i disegni fossero accettati come autentici dall'intera comunità scientifica, ci sarebbe una mostra: e chi non si sposterebbe per vedere i disegni del genio adolescente? E anche nell'incertezza, i disegni eserciteranno una forte attrazione sul pubblico: ognuno vorrà vedere con i suoi occhi la carta, il segno, la pallida o scura traccia che il Maestro ha forse lasciato sul foglio. La scoperta trascinerebbe con sé anche una piccola rivoluzione nella biografia di Caravaggio, per esempio svelando, secondo le parole della Conconi Fedrigolli riportate dall'Ansa, che la madre di Caravaggio sarebbe stata di famiglia patrizia, o legata a famiglia patrizia, e esattamente a Costanza Sforza Colonna; Costanza Colonna avrebbe poi ospitato Caravaggio a Roma nel suo palazzo; e dopo l'omicidio compiuto dal pittore lo avrebbe ospitato in segreto in un suo feudo laziale e a Napoli: con l'ipotesi che il soggiorno presso i Cavalieri di Malta sarebbe stato compiuto per l'affiliazione, che avrebbe messo Caravaggio al sicuro dalla giustizia. INATTESADI VERIFICHE Rivoluzione? Un terremoto, e soprattutto ancora una maniera di sognare e raccontare storie intorno al misterioso artista che sembra incarnare per noi una precoce e fascinosa modernità. Tutto accertato? Gli studiosi e la loro ricerca sono serissimi, ma il tempo per giudicarla ora è poco. Si può invece, in omaggio al geniale Michelangelo Merisi, la cui velocità di esecuzione era proverbiale, e che adoperava molti dei trucchi tecnici del suo tempo per affrettare ulteriormente la lavorazione delle tele, si può intanto andarsi a guardare alcuni di questi disegni, e giocare con essi: Caravaggio non disdegnava affatto il gioco. Alcuni disegni del Fondo Peterzano sono visibili in rete, e sono estremamente interessanti per chi vuole «giocare» ai confronti, ai riconoscimenti e agli incroci. C'è per esempio una Testadi vecchio che ha un'incredibile somiglianza con certi disegni di Van Gogh, un altro pittore di culto per frequentatori di mostre: è una testa dal tratto modernissimo, aguzzo, che mostrerebbe in Caravaggio un precursore; c'è poi uno Studio di testa che è invece leonardesco, somigliante, e moltissimo, ai disegni e alle caricature che Leonardo amava fare delle facce e dei corpi di vecchi e vecchie. Che vuol dire? Solo che l'arte è metamorfica, fatta di incroci e continue derivazioni o anticipazioni, e che il mito dell'originalità è solo un mito. Sarà vero tutto? Sarà tutto dimostrabile? Questo lo sapremo, ora la sola cosa da fare è consigliare agli studiosi di dragare con cura l'Italia e i suoi fondi. E se si scoprisse un affresco di Leonardo? E un dipinto di Botticelli? E una statua di Michelangelo? Mostre, folle, miliardi di euro e fondi, sì, ma di investimento: e l'arte, disprezzata dai tecnopolitici, salverebbe il Belpaese… LASCOPERTA Miracolo Cavaraggio Trovaticentotradipinti edisegnigiovanili Paragonefra il visodiCristo ne«La cenadi Emmaus»euno studioper la testa fatto inetà giovanile FOTO ANSA ILNOSTROWEEKEND/CINEMA : SorprendeSpiderman in3D P.20 MUSICA : Umbria jazz 2012,sipartestasera P. 21 TEATRO : FannyeAlexander, ilnuovoinquietante progetto P. 22 LIBRI : QuelgiovaneDylan P. 23 ARTE : LeangoscediMauri P. 24 U: Duestudiosihannorintracciato il tesorodopouna lunga caccia.EraconservatonelcastelloSforzescodiMilano Ilvaloredelleoperesiaggirasuisettecentomilioni GIUSEPPEMONTESANO venerdì 6 luglio 2012 19
La notte in cui in Italia fu sospesa la democrazia adesso ha dei colpevoli. Undici anni dopo giustizia è fatta. In nome del popolo italiano e di quei 93 ragazzi e ragazze ridotti in fin di vita. Il sangue della scuola Diaz adesso può essere lavato dai termosifoni e dalle pareti della scuola che nei giorni del G8 di Genova ospitava il quartier generale del Genoa social forum. Non può essere lavato dalla memoria, perchè le mattanze con l'alibi della divisa non possono mai essere ammesse in un paese civile. Ma, almeno, dalla lista dei conti in sospeso. Adesso si può tutti guardare avanti, le vittime, i magistrati, anche i condannati che non pagheranno con il carcere ma con l'interdizione dai pubblici uffici (per 5 anni) oltre ai risarcimenti. A suo modo, anche questa, una rivoluzione: tra i condannati in via definitiva per falso aggravato ( arresto arbitrario e calunnia sono già prescritti), ci sono infatti i vertici della polizia, il capo del DCA (divisione centrale anticrimine) Francesco Gratteri e Gilberto Caldarozzi, uno dei suoi collaboratori più stretti. Si tratta degli uomini, ottimi investigatori, che tre settimane fa hanno consegnato alla giustizia l'attentatore di Brindisi, solo l'ultimo dei successi di una squadra di investigatori che ha segnato la storia dell'antimafia e dell'anticrimine ma che quella notte del 21 luglio 2001 a Genova ha sbagliato tutto, non l'ha mai ammesso e - l'errore più grave - non ha mai chiesto scusa. Condannato in via definitiva anche Gianni Luperi, capo sezione analisi dell'Aisi (ex Sisde), Filippo Ferri (oggi capo della squadra mobile di Firenze), Fabio Ciccimarra (numero 1 della Mobile a L'Aquila). Sono i “pezzi grossi” tra i 27 imputati che annoverano anche la manovalanza e i quadri intermedi dei reparti mobili che quella notte decisero e fecero l'irruzione nella scuola alla ricerca di pericolosi black bloc armati di molotov e spranghe e invece si trovarono davanti solo ragazzi e ragazze che stavano dormendo nei loro sacchi a pelo esausti dopo tre giornate d'inferno. Eppure, nonostante l'evidenza dell'errore, quegli agenti non si fermarono. Nessuno esulta alle sette di sera nell'aula magna della Cassazione quando il presidente della V sezione Giuliana Ferrua legge il dispositivo dopo nove ore di camera di consiglio segnate dal caldo e dal nervosismo. Assenti, come sempre in questi anni, gli imputati. Delusione tra i banchi dei legali. Ma non c'è voglia di esultare neppure tra i pochi protagonisti di quella notte. Ci vuole tempo per comprendere il verdetto. E forse lo si capisce di più e prima guardando le facce degli avvocati dei poliziotti. Lorenzo Guadagnucci è un giornalista di QN, quella notte era nel suo sacco a pelo al primo piano della scuola e ne uscì in barella con altri 92. È il protagonista del film «Diaz» (interpretato da Elio Germano) nonchè l'autore di due libri-testimonianza, Noi della Diaz (2002, ed Altra economia) e L'eclisse della democrazia (Feltrinelli, insieme con Vittorio Agnoletto). Temeva, come molti, il peggio: assoluzioni parziali, soluzioni piolatesche, qualche rinvio in Appello, altre dilazioni che avrebbero significato la pietra tombale su un processo già sbranato dalla prescrizione. «Ringrazio la Cassazione - dice - per aver scritto parole di giustizia nonostante le condizioni di estrema pressione. La Corte è l'unica istituzione che ha saputo e voluto cogliere quest'ultima chance dopo undici anni in cui tutte le altre istituzioni, Governo, Parlamento, Polizia di stato, hanno sempre deciso di stare dalla parte sbagliata accettando la copertura e nascondendo l'evidenza che quella notte c'è stata una spaventosa lesione dei diritti umani». Una sentenza inattesa quella della V sezione. Molti, quasi tutti, erano convinti che la Suprema Corte non avrebbe mai avuto il coraggio di confermare la sentenza di Appello che nel maggio 2010 aveva condannato tutti gli imputati ribaltando il verdetto di primo grado (novembre 2008) che aveva assolto quasi tutti, tranne gli agenti che avevano materialmente alzato i manganelli. Come se non ci fossero stati ordini superiori a farli alzare, quei manganelli. Ordini superiori che invece hanno deciso a tavolino di fare quel blitz a freddo, nei modi e nei tempi della mattanza. I giudici dell'Appello avevano sentenziato che per quei fatti dovevano essere ritenuta colpevole tutta la scala gerarchica, i capi e gli esecutori, chi ha dato gli ordini e chi li ha eseguiti. E, sempre l'Appello, aveva anche deciso che non potevano scattare le attenuanti (che avrebbero già fatto scattare la prescrizione) perchè «dai servitori dello Stato si deve pretendere un comportamento integerrimo sempre, anche durante il processo». Invece in questi anni ci sono state omissioni, reticenze, 20 imputati su 28 non hanno voluto testimoniare in aula. È questo alla fine che ha pesato di più: l'atteggiamento di sufficienza, non aver mai preso coscienza e consapevolezza di quello che era successo. Quando ricopri certi ruoli, quando sei responsabile della sicurezza di un Paese, l'assunzione di responsabilità è un obbligo morale prima ancora che giudiziario. «La catena di comando è stata condannata e questo è un grande risultato. La Diaz però pagina nera per la democrazia italiana e il Parlamento non ha mai voluto una Commissione per individuare le responsabilità politiche» dice l'avvocato Francesco Romeo. Una sentenza severa. Dura. A suo modo beffarda: gli otto capisquadra del VII Nucleo Speciale della Squadra Mobile di Roma, i primi e gli unici ad essere condannati in primo grado per lesioni, si sono salvati grazie alla prescrizione che non fa scattare la pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici. Ora scatta l'obbligo del ricambio dei vertici della polizia. «Attueremo il dettato della Cassazione» dice il ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri per cui la sentenza «chiude una vicenda dolorosa che ha segnato tante vite in queste undici anni». Ma, aggiunge Vittorio Agnoletto all'epoca portavoce del Genoa Social Forum, «se sono stati condannati il numero 2, 3 e 4 della polizia dell'epoca, come è possibile che non ci siano conseguenze per l'allora n˚1 Gianni De Gennaro che oggi è addirittura sottosegretario del governo?». De Gennaro non è mai stato imputato per questo processo. Aveva delegato La Barbera (scomparso nel 2002). Lui, Il Capo, seguiva e concordava ogni passo da Roma. AMNESTYINTERNATIONAL Diaz, azzerati i vertici della polizia Importante, ma nessuno ha ancora chiesto scusa LANOTTEDELLAREPUBBLICA «Unasentenza importante,ma resta l'amaro in boccaperchénessuno ha chiestoscusa». Così Amnesty International sulla sentenzadella Corte diCassazione su quantoavvenuto a Genovanel luglio 2001.«Finalmente e definitivamente -dice Amnesty - , anchesemolto tardi, riconosceche agentie funzionari delloStato si resero colpevolidi graviviolazionidei diritti umanidipersone cheavrebbero dovutoproteggere». Tuttavia, Amnesty ricordache i fallimentie le omissioni delloStatonel rendere pienamentegiustiziaalle vittime delle violenzedel G8 diGenova sonodi tale entitàchequestecondanne lasciano comunque l'amaro in bocca:arrivano tardi, con peneche nonriflettono la gravitàdeicrimini accertati -eche in buonaparte nonverrannoeseguitea causadellaprescrizione- easeguito di attività investigativedifficili ed ostacolateda agenti edirigenti di poliziache avrebberodovutosentire il doveredi contribuireall'accertamento di fatti tantogravi. Soprattutto,queste condannecoinvolgonoun numero moltopiccolo dicoloro che parteciparonoalle violenze edalle attivitàcriminali voltea nascondere i reati compiuti. . . . Guadagnucci, una vittima: «Ai giudici il merito di aver saputo decidere nonostante le pressioni» Condanna in Cassazione. Cancellieri: attueremo le disposizioni Prescritte le lesioni per gli altri agenti CLAUDIAFUSANI ROMA 10 venerdì 6 luglio 2012
Federico, lo chiameremo così, ha solo undici anni. Sua sorella, appena nove. Ma sa già come funziona la violenza, sa che ha un andamento ciclico. Sa che per quanto terribile sia l'esplosione di rabbia, prima o poi, finirà. E dopo, comunque, tornerà una specie di calma. Per questo mentre guarda sua fratello che si dimena, non si scompone. Federico sembra una furia. Urla, tira calci. Non c'è verso di calmarlo. E chi ci prova, si ritrova un morso sul braccio. Sua sorella, invece - Sofia la chiameremo se ne resta in disparte. Assiste impassibile alla scena. «Non vi preoccupate», rassicura le operatrici del Centro Antiviolenza dove lei e Federico sono ospiti da qualche giorno insieme alla madre: «Fra un po' si calma, papà fa la stessa cosa con mamma e poi smette...». Scene dall'inferno domestico, da cui con fatica le donne vittime di violenza cercano di risalire, insieme ai loro bambini. In un anno, più di mille donne vittime di violenza si sono rivolte al Telefono Rosa, in cerca di aiuto. In nove casi su dieci, a picchiarle sono i loro mariti, compagni, fidanzati. In otto casi su dieci, le donne sono madri. E questo significa che dietro di loro, ci sono altre vittime, i loro figli: 760 minori, 404 di età compresa tra gli 0 e gli 8 anni, 356 ragazzini tra i 9 e i 17 anni, 438 maggiorenni, che da bambini non hanno ricevuto l'aiuto di cui avevano bisogno. Il paradosso è che spesso proprio il pensiero dei figli a convincere le madri a restare, almeno fin tanto che sono «troppo piccoli». «Meglio un padre violento che nessun padre», è la regola che si ripetono per uno, due, cinque anni. Molte si illudono di poter tenere al riparo i bambini. Con stratagemmi che riempiono di pena. «Ormai - ha spiegato una giovane madre a Paola Matteucci, psicologa e volontaria del Telefono Rosa - so riconoscere quando arriva l'esplosione di violenza: mi prende per i capelli e allora io piano piano mi trascino in stanza da letto, così i bambini non vedono e non sentono nulla». Poi, arriva il giorno che anche quella convinzione crolla. E le madri sono costrette a fare i conti oltre che con la loro sofferenza con quella inflitta ai loro figli. La letteratura scientifica la chiama «violenza assistita», ma è un termine che non dà abbastanza conto dell'orrore che i bambini nati in una delle tante case dove si consuma la violenza sulle donne sono costretti a subire. Figli di padri violenti e vittime, come le loro madri, anche quando sembrano non vedere e non sentire quello che il papà fa alla mamma. La «trasmissione della violenza» avviene lo stesso. Di padre in figlio, di madre in figlia, seguendo tutte le traiettorie possibili. Le bambine reagiscono chiudendosi in se stesse, con una timidezza che non lascia varchi. I bambini invece più spesso reagiscono imitando il padre. E allora le esplosioni di rabbia, i calci, i morsi. Violenza infantile, che è ripetizione della violenza adulta. ASCUOLA Nel caso di Federico e di Sofia è successa una cosa a che purtroppo spesso non accade. A scuola, gli insegnanti si sono accorti che qualcosa nel loro comportamento non andava. E da lì è iniziata la risalita. Per loro, e per Antonia. La chiameremo così, la loro mamma. Un giorno, Antonia, dopo l'ennesimo episodio di violenza, si è presentata a scuola con i suoi figli, esausta. Aveva appena capito sulla sua pelle che poteva davvero rimetterci la vita. E ha chiesto aiuto. La preside ha chiamato i carabinieri. E quando il papà è andato a prendere i bambini lo hanno arrestato. Ora lui è agli arresti domiciliari. Mentre lei, dopo tre mesi presso il Centro Antiviolenza gestito dal Telefono Rosa, è tornata a casa. Insieme ai suoi bambini. Il cerchio si è spezzato, la vita è ricominciata. La violenza, almeno per loro, è una trasmissione interrotta. «Anche questa storia ci dice che è la scuola il luogo più importante dove agire», spiega la presidente di Telefono Rosa Maria Gabriella Moscatelli: «È lì che dobbiamo intervenire in aiuto dei bambini e degli insegnanti che hanno bisogno di strumenti mirati per imparare a riconoscere nei bambini i comportamenti sintomo di violenza domestica». Con il Dipartimento delle Pari Opportunità, durante la settimana contro la violenza, il Telefono Rosa quest'anno è riuscito a raggiungere 100 scuole. Ma la prevenzione dovrebbe essere condotta a tappeto, «anche a partire dalla scuola dell'infanzia». Il punto - attacca Maria Moscatelli - è che «per portare avanti delle politiche all'altezza dell'emergenza che abbiamo davanti, 71 donne uccise dai loro mariti dall'inizio dell'anno ad oggi, ci vorrebbe un ministero vero con poteri e portafoglio». I bambini sono i primi a pagare per le brutalità domestiche FOTO DI LUCA ZENNARO/ANSA ITALIA RAZZISMO I l percorso per ottenere la cittadi-nanza si conferma lungo, tortuosoed estenuante. Ecco una testimonianza, particolarmente istruttiva, inviata a questo giornale. «Sono uno studente palestinese di religione cristiana (Chiesa Greco-Ortodossa) costretto a lasciare Gaza per le ragioni che si possono intuire. Sono arrivato in Italia il 30 dicembre 2004 ed ho ottenuto un permesso di soggiorno per motivi di studio. Dal mio arrivo ho conseguito una laurea in Scienze e Tecnologie Orafe presso l'Università Milano Bicocca e, attualmente, frequento il Master in Ingegneria nel settore orafo presso il Politecnico di Torino, sede di Alessandria. In questi anni ho pagato le tasse universitarie svolgendo un lavoro part-time come guardiano notturno presso la Fondazione “la Vincenziana”. Il 15 ottobre 2008 ho presentato domanda per asilo politico ed il 6 novembre dello stesso anno ho ottenuto lo Status di rifugiato politico. Nel 2010 ho fatto la richiesta per ottenere la cittadinanza italiana, presso la Prefettura di Milano. A un anno dalla domanda, ho ricevuto comunicazione dalla Prefettura da cui si deduce che per concedere la cittadinanza si tiene conto non degli anni di residenza in Italia (che nel mio caso, nel 2010, sarebbero stati 6) ma della data in cui ho ricevuto lo Status di rifugiato politico, il 2008. Solo da quel momento partiva il conteggio dei 5 anni utili perché un rifugiato possa richiedere di diventare cittadino. In seguito a questo parere ho fatto ricorso al TAR, vincendolo. Ad aprile di quest'anno il mio avvocato ha inviato i documenti alla prefettura di Milano, ma a oggi non ho ricevuto alcuna risposta. Il motivo principale per il quale chiedo che mi venga concessa la cittadinanza italiana nel più breve tempo possibile è che mi è stato offerto di lavorare presso una importante azienda orafa nel Canton Ticino, Svizzera, e lo Status di rifugiato politico è incompatibile con la normativa dell'Ufficio svizzero di Immigrazione. Se avessi la cittadinanza italiana, invece, potrei lavorare come “frontaliero”, senza neppure togliere la possibilità di impiego ad alcuno in Italia. La mia famiglia vive in Australia. Anche loro, come me, sono rifugiati. Per andarli a trovare ho chiesto il visto all'Ambasciata australiana ma mi è stato negato perché sono rifugiato in Italia. Sono molto amareggiato e mi domando come non sia possibile trovare un rimedio che consentirebbe a me di risolvere una questione vitale, alla società svizzera di trovare il collaboratore tecnico che da tempo cercava e allo Stato italiano di applicare le imposte sulle mio reddito in quanto residente in Italia». La storia dello studente palestinese, ormai rifugiato, non è così singolare. Ogni anno numerose persone, oltre 40mila, presentano la richiesta di cittadinanza e dovrebbero ottenere una risposta entro 730 giorni, come prevede l'attuale legge in materia. Ma bisogna ricordare che i tempi sono rispettati solo in una percentuale irrisoria di casi. Ai più si prospettano anche tre, quattro anni di attesa. Non è forse giunta l'ora di darci un taglio? MARIAGRAZIAGERINA ROMA Ilgip diGrosseto Valeria Montesarchio harevocatogli arrestidomiciliari al comandantedellaCostaConcordia FrancescoSchettino.Dovrà osservare soloun obbligodi dimoraaMeta di Sorrento.Lo haresonoto il suo difensore, l'avvocatoBruno Leporatti. Schettinohaanchescritto un memorialenel qualeha ricostruito la serradell'incidente. «Inquel momento unamano divina siè sicuramente posatasulla mia testa -si legge -Se avessicontinuato suquella rotta, avremmocolpito lo scogliocon la prua.Sarebbe stataun'ecatombe». «C'èchi, a verbale, hadichiarato che l'impattocon la poppa è statocausato dauna miaallucinazione, chemi avrebbefattovirare adestra provocando la scodataversosinistra... Altrocheallucinazione! PiuttostoscriveancoraSchettino - è stato ilmio fiuto, ilmestiere, il saper riconoscere il marea farmi fare quella sterzata repentinaadritta». Il comandanteha ancheaffermatodi nonessere un codardoesprimendo le sue condoglianzealle famigliedelle vittime.«Ildilemmaera:evacuare o nonevacuare la nave? Maevacuare oltre4mila personecon una nave in movimentoha i sui rischi». . . . In un anno più di mille donne hanno chiesto aiuto all'associazione Coinvolti 760 minori È di Maria Nastasi, la donna di 40 anni la cui scomparsa era stata denunciata mercoledì, il cadavere bruciato ritrovato dai carabinieri in contrada Zafarana, nelle campagne attorno a Trapani. Il marito, Salvatore Savalli, è in stato di fermo. Indaga il pm Andrea Tarondo che ha disposto l'autopsia. Da un primo esame e da quanto detto dai familiari, la vittima doveva partorire tra 14 giorni il terzo figlio; era infatti madre di due bambine, la più grande delle quali ha 12 anni. Il cadavere è stato trovato dai carabinieri avvertiti da un contadino. Il marito aveva sostenuto che l'aveva vista l'ultima volta da tutt'altra parte, in contrada Tangi, dove si sarebbe recato con la moglie in auto: poi sarebbe sceso dalla vettura qualche attimo e al suo ritorno non l'avrebbe più vista. Per tutta la mattina, dunque, i militari hanno effettuato in quella zona le ricerche, fino alla segnalazione del contadino. Altro dettaglio inquietante: il marito ha denunciato la scomparsa solo ieri a mezzanotte, dopo le pressanti insistenze della figlia, in particolare della maggiore, preoccupate per la prolungata assenza della madre. L'uomo è stato trattenuto in caserma, sottoposto a fermo investigativo. È sospettato e a suo carico non c'è alcun provvedimento giudiziario. La coppia aveva tre figli, un maschio di 13 anni e due femmine di 15 e 16 anni. Il marito della vittima è operaio in una segheria di Custonaci e la casa di famiglia è a Trapani. I vicini hanno descritto i due come persone tranquille e hanno dichiarato di non avere mai sentito liti particolari. I carabinieri hanno perquisito l'abitazione e stanno interrogando i familiari di lei e di lui che è ancora in caserma. Dai rilievi, inoltre, è emerso che la donna non è stata uccisa dove è stata trovata, in contrada Zafarana, nelle campagne attorno a Trapani; bensì è stata ammazzata altrove e abbandonata successivamente nel luogo del rinvenimento del cadavere. La pista privilegiata dagli investigatori è quella della gelosia che si sarebbe accentuata durante la gravidanza della vittima, incinta di 9 mesi. L'abitazione della coppia, in via Dell' Angelo, è stat presidiata dai carabinieri per tutto il giorno. I tre figli sono stati ospitati dai parenti. Anche loro saranno ascoltati nelle prossime ore. È stata una telefonata anonima a indicare la presenza del corpo ai carabinieri. L'esame medico legale non ha ancora accertato le cause della morte. Se i sospetti sul marito dovessero essere confermati l'omicidio di Maria Nastasi sarebbe l'ennesima morte consumata tra le mura domestiche. Solo nei primi 6 mesi del 2012 sono state uccise 71 donne. «Questo dato dovrebbe bastare per far capire che la situazione in Italia è inaccettabile» ha detto la presidente di Telefono Rosa, Maria Gabriella Moscatelli. LUIGIMANCONI VALENTINABRINIS VALENTINACALDERONE info@italiarazzismo.it «Unamanodivinasièposatasullamiatesta» ITALIA Laburocrazia e lo studente palestinese «sospeso» Sono i figli le altre vittime della violenza domestica Ricerca choc di Telefono Rosa La brutalità dei genitori viene ereditata dai bambini La storia di Federico e Sofia inghiottiti nell'inferno creato da un padre che picchia la propria moglie COSTACONCORDIA,SCHETTINO TORNA LIBERO Uccisa e bruciata, era incinta di nove mesi PINOSTOPPON TRAPANI 16 venerdì 6 luglio 2012
Fukushima, atto d'accusa «Il disastro? Colpa umana» GABRIELBERTINETTO gbertinetto@unita.it il giorno 3 luglio 2012 e' mancato all'affetto dei suoi cari FERDINANDO CINELLI di anni 89 ne danno il triste annuncio la moglie e la figlia.Il funerale avra' luogo sabato 7 c.m. alle ore 10 presso la medicina legale di Bologna. Bologna, 06 luglio 2012 Ciao FABIETTO un anno dopo con l'affetto di sempre. Ivano Daniela Valentina Simone Durissimo rapporto della commissione parlamentare Responsabili della tragedia, più dello tsunami, il governo, la Tepco e le agenzie di controllo Intanto il Paese riapre al nucleare Nessuna fatalità. La tragedia nucleare dell'11 marzo 2011 a Fukushima è dipesa da inadeguati interventi nei giorni dell'emergenza, sommati alla mancata attività di prevenzione negli anni precedenti. A questa conclusione è arrivata la commissione parlamentare d'inchiesta, che comprendeva esperti di chiara fama come Koichi Tanaka, premio Nobel per la chimica nel 2002. Nel suo atto di accusa la commissione coinvolge il governo, l'azienda che gestisce gli impianti e le agenzie statali di controllo. Il rapporto, elaborato attraverso sei mesi di indagini e novecento ore di deposizioni e colloqui con oltre mille persone, afferma testualmente che «sebbene innescato da eventi cataclismici, l'incidente allo stabilimento Fukushima Daiichi non può essere considerato una sciagura naturale», ma al contrario «un disastro provocato in larga misura dall'uomo». Che poteva «essere previsto e prevenuto». La pubblicazione del documento è destinata a ravvivare le polemiche sull'opportunità che Tokyo perseveri nel suo programma nucleare, anziché puntare sulle energie alternative come richiede un fortissimo movimento di opinione pubblica. Solo domenica scorsa è stata riattivata a Ohi la prima di 50 strutture atomiche bloccate in seguito alla catastrofe. Secondo il governo il passaggio dal nucleare ad altre fonti di energia è un processo «irreversibile». Per ora però del nucleare non si può fare a meno, e dunque una dopo l'altra molte centrali riapriranno. Gli inquirenti puntano l'indice contro l'incredibile leggerezza dimostrata dalle autorità di regolamentazione e dalla Tepco (società proprietaria di Fukushima), che non hanno evidentemente tratto alcun insegnamento dalle spaventose conseguenze del maremoto che sconvolse l'Asia nel dicembre 2004. Eppure sia l'Authority sia la Tepco «erano consapevoli già dal 2006 del rischio di un black-out completo di Fukushima in caso di tsunami e della possibilità di danneggiamento dei reattori». «Pur avendo avuto una serie di opportunità per adottare misure -si legge nella relazione- hanno deliberatamente rinviato le decisioni, non hanno intrapreso azioni di tutela». Non si sa per quale motivo, ma l'altezza massima preventivata per un'onda anomala che avesse investito quella zona in caso di tsunami, era di soli 4 metri. Ben al di sotto di quella che si abbattè sull'impianto, che ne misurava 14, e di altre onde che in certi punti arrivarono ad elevarsi sino a 23 metri. Errori a monte. Errori a valle. Nelle ore e nei giorni successivi al sisma, gli organismi governativi «non funzionarono correttamente», ci furono problemi di comunicazione fra la Tepco e il Kantei, cioè l'ufficio del primo ministro. Il Kantei ad esempio si mise in contatto diretto con la direzione della Tepco e con il sito di Fukushima, anzichè passare attraverso un organismo intermedio previsto per circostanze simili. Cosicché ne risultò alterato il funzionamento della catena di trasmissione degli ordini. Il rapporto elenca una serie di clamorosi passi falsi. La visita dell'allora premier Naoto Kan a Fukushima subito dopo il terremoto servì solo a distogliere personale dai soccorsi. Il Kantei tardò a dichiarare lo stato d'emergenza. Persino l'evacuazione dalle aree a rischio fu compiuta in maniera confusa. «Solo il 20% dei residenti sapevano che c'era stato un incidente quando ricevettero l'ordine di abbandonare le case situate nel raggio di tre chilometri dalla centrale. Alcuni poi furono spostati verso zone fortemente radioattive...». PROFONDERIFORME Più in generale l'incidente nella sua gravità fu il frutto di una collusione in comportamenti sbagliati da parte di governo, Tepco e organismi di regolazione. Questi ultimi sono due, l'uno collegato al gabinetto del premier, l'altro al ministero dell'economia. Dalla loro contemporanea duplice e separata attività di controllo verso il governo e verso l'azienda che gestisce il nucleare, dovrebbe in teoria scaturire la presunta indipendenza dell'intero sistema di regolamentazione. Invece gli organismi addetti alla regolamentazione «non monitorarono la sicurezza nucleare, ed evitarono di assumersi responsabilità dirette, lasciando che i gestori applicassero le norme solo su base volontaria». «La loro indipendenza dalla politica e dagli operatori -prosegue il rapportoera una presa in giro». Ne facevano parte individui «incapaci, privi di conoscenze adeguate e della volontà di assicurare la sicurezza dell'energia nucleare». Oltre alle critiche severe, la commissione formula proposte per «profonde riforme delle agenzie nucleari e delle leggi in materia». Sette milioni e mezzo di cittadini suggeriscono rimedi più radicali: l'abbandono completo del nucleare. Lo hanno chiesto firmando una petizione consegnata venti giorni fa al primo ministro Yoshihiko Noda. Non vogliono correre il rischio di un altro dramma come quello del marzo 2011. Bilancio in rosso per la Santa Sede. Una quindicina di milioni di euro di passivo. È questo il dato del «bilancio consuntivo consolidato» relativo al 2011 approvato nei giorni scorsi dal consiglio dei cardinali «per lo studio dei problemi organizzativi ed economici della Santa Sede» presieduta dal segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone. Il bilancio si riferisce ai conti dell'Apsa, per il funzionamento dei dicasteri della Curia romana e delle nunziature. Sui conti in rosso pesano in modo particolare il passivo di Radio Vaticana e dell'Osservatore Romano, i settori che registrano il maggior numero di occupati, che al 31 dicembre 2011 complessivamente contavano 2.832 unità. Ma ancora di più ha pesato l'andamento negativo dei mercati internazionali. Dai cardinali è giunto un invito alla prudenza e al contenimento delle spese. Ma senza licenziare nessuno. Il disavanzo è stato attenuato da quel più 7,5% a «sostegno» del servizio che la Curia romana presta alla Chiesa universale» assicurato dalle conferenze episcopali di tutto il mondo e da Istituti di Vita consacrata, Società di vita apostolica e Fondazioni. Nel primo caso si è passati dagli oltre 27 milioni di dollari del 2010 agli oltre 32 milioni del 2011. Dagli ordini religiosi si è passati dai circa 747.600 del 2010 ai 1.194.217. Positivo, invece, è stato il bilancio del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, che ha un'amministrazione autonoma. La struttura dei servizi interni al piccolo stato registra, infatti, un attivo di 21,844 milioni di euro. Merito soprattutto dell'apporto dei Musei vaticani che con gli oltre cinque milioni di visitatori dello scorso anno hanno prodotto ricavi superiori ai 91 milioni di euro. Nel 2010 erano stati poco 82,400 milioni. Oltre a tutto questo va considerato l'Obolo di san Pietro, (le offerte dei fedeli per l'attività di carità del Papa) aumentata lo scorso anno di 2 milioni di dollari. Anche per il 2011 non è mancato il contributo dello Ior, l'Istituto per le Opere religiose: 49 milioni di euro messi a disposizione del santo Padre «a sostegno del suo ministero apostolico e di carità». Vi è stato anche negli anni scorsi. Al consiglio dei cardinali, il direttore generale dello Ior, Paolo Cipriani, ha presentato «la situazione economica dell'istituto», chiarendone alcuni aspetti. La crisi arriva Oltretevere: un «rosso» di 15 milioni per il Vaticano ROBERTOMONTEFORTE CITTÀDELVATICANO Messico, accuse di brogli al voto Al via il riconteggio delle schede La commissione elettorale messicana ha annunciato che vi sarà un riconteggio di metà dei voti delle presidenziali del 1 luglio poiché sono state rilevate alcune «incongruenze». Le urne hanno decretato la vittoria del candidato del Partito Rivoluzionario Istituzionale, Enrique Pena Neto, ma il progressista Andres Manuel Obrador, piazzatosi secondo con un distacco del 6,5 per cento, ha denunciato brogli e chiesto che i voti vengano ricontati. L'esponente della sinistra, che già nel 2006 si era rifiutato di riconoscere la vittoria di Felipe Calderon, ha accusato il Pri di aver comprato un milione di voti. Il riconteggio, ha sottolineato il segretario esecutivo dell'Istituto federale elettorale, Edmundo Jacobo, è «una dimostrazione di apertura e trasparenza». Il segretario, riferisce la Bbc, ha aggiunto che il controllo riguarderà le schede di 78.012 seggi elettorali sui 143.132 totali. Secondo l'accusa di Lopez Obrador, gli elettori avrebbero scattato una foto con il cellulare alla propria scheda elettorale in modo da provare la loro preferenza per il Pri e ottenere in cambio dei buoni acquisti con il marchio della confederazione dei lavoratori messicani, sindacato vicino al partito di Nieto. Lo scarto dei voti sarebbe di circa tre milioni di voti, un margine più alto delle ultime presidenziali, ma più sottile di quanto era stato previsto dai sondaggi. L'istituto federale elettorale ha tenuto una riunione di emergenza, mentre fuori dalla sede si tenevano manifestazioni di protesta. . . . Il disastro poteve essere «previsto e prevenuto» Molti evacuati spostati in zone radioattive Il ministro dell'Ambiente nipponico, Goshi Hosono, ispeziona il reattore n.4 della centrale di Fukushima FOTO ANSA MONDO 14 venerdì 6 luglio 2012
Un giovane militante del Genoa Social Forum ferito dopo la perquisizione nella cuola Diaz FOTO LUCA ZENNARO/ANSA L'INTERVISTA LA CASSAZIONECONFERMA LECONDANNE.CADE ILRISCHIODELLA PRESCRIZIONE.QUALCOSAS'AGGIUNGE ALLAVERITÀ CHE SISAREBBEDOVUTA COSTRUIRENEL CORSODI UNDICIANNIFAATTORNO A QUEL LUGLIO DIGENOVA, IL LUGLIO DELG8. La sentenza riguarda quanto avvenne nella notte alla scuola Diaz: quattrocento agenti a caccia di no global, giovani, ragazzi e ragazze, anche qualche signore e qualche signora di mezza età, tutti coricati nei loro sacchi a pelo sul pavimento della palestra della scuola Diaz. Accanto ad ognuno di loro la borsa, con gli indumenti di ricambio, lo spazzolino da denti, i biscotti, i barattoli di marmellata, qualche libro, qualche giornale. Questa la scena del delitto: una «scena» che secondo i «vertici» di polizia e carabinieri meritava l'assalto, lo sfondamento dei cancelli (aperti) con i gipponi, le botte, le manganellate, il sangue… Nel cuore della notte. Davanti al mondo intero. La coraggiosa sentenza, che certifica falsificazioni, bugie, i soliti tentativi di insabbiare, dice molto. Non tutto però. Undici anni dopo ancora non sappiamo perché. Ricordo le parole, il giorno dopo, di un appuntato della pubblica sicurezza, non più giovane, uno che, agente in strada, aveva seguito tanti cortei, tante manifestazioni, dal nostro Sessantotto in poi: «Qui hanno perso tutti la testa». Ricordo quanto ancora testimoniò, Michelangelo Fournier, all'epoca dei fatti vicequestore aggiunto del primo reparto mobile di Roma: «Sembrava una macelleria messicana». Mi è capitato di assistere alla macelleria messicana, di raccogliere le voci delle vittime e quelle di chi, dalle case attorno, risvegliate nel cuore della notte, vi aveva assistito e la mattina dopo constatava di persona: la palestra ridotta a un tappeto di banali oggetti di ogni giorno; i caloriferi, alti termosifoni di ghisa, impiastrati di sangue; i gradini delle scale allo stesso modo sporchi di sangue, mentre qui e là ciocche di capelli erano l'evidenza di un corpo trascinato giù per le scale; le porte dei gabinetti, un ingenuo rifugio nel caos, sfondate; i computer di un'aula tecnica rovesciati a terra; fino alla staccionata che chiudeva il corridoio, perché dall'altra parte era aperto il cantiere di un'ala dell'edificio in ristrutturazione (non è un particolare da poco, perché due mattine più tardi, per la conferenza stampa dei carabinieri, erano stati esposti come corpi di reato, martelli da carpentiere, chiodi da carpentiere, qualche asse spezzata). Tutto nella sequenza di quei giorni, dagli scontri ai primi cortei delle “tute bianche” alla morte di Carletto Giuliani in piazza Alimonda, dall'assalto alla Diaz all'ultimo attacco alla manifestazione popolare, alle violenze nella caserma di Bolzaneto, ai cori fascisti, tutto continua a stupire, scandalizzare, inorridire, perché dai tempi di Scelba, dei caroselli con le jeep, delle cariche a cavallo, dei morti in strada (l'altro luglio, quello del Sessanta), malgrado il terrorismo, malgrado le bombe e i depistaggi, malgrado le perdite di memoria di ministri e generali, qualcosa sembrava cambiato nel rapporto tra istituzioni, forze dell'ordine, cittadini, e nel segno della democrazia. Genova, piazza Alimonda, la Diaz, Bolzaneto furono un salto nel buio di un passato, un salto cercato, voluto, pensato, come una rivincita e una vendetta, rispetto al quale non teneva e non tiene una giustificazione che si richiama alle tensione di quei giorni, alla forza dei “neri” spacca vetrine. Come se invece si fosse cercata la “lezione”. Per questo un conto sono i poliziotti o i carabinieri violenti, un conto sono quanti hanno armato quei poliziotti e quei carabinieri, quanti li hanno “istruiti”, anche ingigantendo le paure e le minacce. Molti, giudicando quelle vicende, si sono chiesti che cosa avesse ordinato Berlusconi; quali disposizioni avesse dato il ministro Scajola; che cosa ci facessero a Genova tra i tavoli dei comandi dei carabinieri o della polizia Fini e il suo parlamentare Filippo Ascierto. Loro potrebbero raccontare, dire, ricordare, aiutarci a dissolvere la nebbia, che le condanne non hanno dissolto, perché certo si possono indicare le responsabilità dirette della “catena di comando”, ma siamo lontani dal dare un nome e un cognome a chi architettò quell'esplosione di violenza sotto gli occhi del mondo e per quale ragione. Dopo undici anni, si potrebbe (e qualcuno lo farà) organizzare il bilancio dei condannati e degli assolti (la maggioranza), sommare gli anni di pena, contare le prescrizioni, elencare quanti non hanno visto neppure le porte di un tribunale. Si potrebbero confrontare le accuse (per lo più falso aggravato, calunnia, lesioni gravi). Si potrebbero citare quanti hanno fatto carriera. Qualcuno è andato in pensione. Molti abbiamo imparato a conoscerli: Gratteri, Luperi, Mortola, Canterini (ha lasciato per limiti d'età), eccetera eccetera. Si potrebbe… Resta inevasa quella domanda: perché? Cioè, di chi fu la responsabilità politica. Resta, dopo undici anni, una pagina oscura, scritta con impressionante e imperscrutabile (per noi) determinazione. «C'è poco da festeggiare. Questa vicenda è talmente grave che neanche la sentenza definitiva rende giustizia». Daniele Vicari è il regista di “Diaz. Non lavate questo sangue”, il film che ha sconvolto il festival del cinema di Berlino, vincendo il premio del pubblico, e che ha riportato alle cronache le violenze della “macelleria messicana” di Genova 2001. «Tuttavia - dice - queste condanne possono essere un punto di partenza per una discussione pubblica, interna alle istituzioni, ai partiti, ai movimenti e alle associazioni, che prenda in esame il tema dei diritti civili». Perchépropri idiritti civili? «Perché il fatto che in Italia non esista una norma sul reato di tortura rende vicende come quelle di Bolzaneto e della Diaz ripetibili. Per questo dico che non c'è molto da festeggiare: invece di metterci a saltare sui marciapiedi dobbiamo metterci a lavorare, perché fin quando non saranno affrontati e risolti i nodi che hanno portato alla degenerazione di momenti della nostra vita sociale corriamo il pericolo di riviverli». In questo senso il film è servito. È come seavesserisvegliatoilpaesedaunpreoccupantetorporedella memoria. «Io ho avuto istintivamente la voglia di raccontare non tanto le trame delle vicende, quanto il modo in cui sono state massacrate le persone che erano alla Diaz e a Bolzaneto, il modo in cui sono state costruite le prove false e come è stato comunicato in maniera distorta l'accaduto alla stampa. A mio avviso queste tre cose sono importantissime, perché riguardano tre principi fondamentali della convivenza civile: la libertà delle persone e la loro integrità, il rispetto delle regole da parte delle forze dell'ordine e la libertà di pensiero e di informazione». Nella preparazione del film lei ha incontratoalcunedellepersonechefuronopestate nella Diaz e ha rivissuto attraverso le loro parolequelleore terribili.Che impressioneneha avuto? «Chi era lì non dimenticherà mai quello che ha vissuto e visto. Soprattutto chi, arrestato nella scuola, è stato poi portate a Bolzaneto. Un incubo durato giorni per persone ridotte all'impotenza, torturate e umiliate. Persone che non avevano commesso alcun reato improvvisamente spogliate della loro identità e private di ogni diritto per giorni e giorni, un tempo lunghissimo trascorso a convivere spalla a spalla con la paura di essere uccisi. Questo non può succedere in un paese democratico». Che tipo di accoglienza ha avuto la sua pellicolanel pubblico? «Quella del film è una narrazione molto dura, eppure il pubblico l'ha sempre accolta favorevolmente. Soprattutto la cosa che più mi ha colpito e stupito maggiormente è la passione con cui la gente poi è venuta da me per parlare di ciò che è accaduto. Nelle loro parole ho letto lo spaesamento e l'incredulità. “Ma è possibile che siano davvero accadute queste cose?”, ho sentito chiedermi più e più volte. È la stessa incredulità che si leggeva negli occhi delle persone che erano state arrestate alla Diaz, gli sguardi di quei ragazzi feriti che uscivano guardandosi intorno incapaci di credere a cosa gli era capitato». Diversa l'accoglienza del dipartimento di pubblica sicurezza che, come raccontòmesifal'Unità,hadifattovietatoaipoliziottidiparlaredel film con la stampa. «La settimana corsa sono stato invitato a Bologna da un gruppo di agenti che hanno deciso di manifestare il proprio dissenso nei confronti della circolare. Io credo che quel documento mortifichi non solo il ruolo delle persone che vestono una divisa, ma mortifichi anche la loro intelligenza». Serve una discussione pubblica, dicevamo.Mapartedellapoliticahafattofallire il tentativo di istituire una vera commissioneparlamentare di inchiesta. «La stampa mi chiama per commentare la sentenza, ma perché non si chiede invece conto ai politici? Perché non si chiede a loro il motivo per cui non hanno voluto affrontare questioni che oggi sono una bomba atomica all'interno delle istituzioni? Quei poliziotti condannati ai tempi erano dirigenti importanti, ma oggi rappresentano i vertici della polizia italiana. Il trauma che queste condanne portano dentro le istituzioni è enorme, e chi si prende la responsabilità di tutto questo?». Undici anni dopo ma ora devono spiegarci il perché . . . Siamo lontani dal dare un nome e un cognome a chi architettò quella esplosione di violenza DanieleVicari Parla il registadel filmDiaz «Queidirigenticondannati oggisonoaivertici. La stampamichiama,ma perchénonsichiedeconto aipoliticidiallora?» «Senza il reato di tortura quell'incubo può ripetersi» MASSIMOSOLANI ROMA ILCOMMENTO ORESTEPIVETTA . . . Le persone che quella notte erano lì non potranno dimenticare ciò che hanno visto venerdì 6 luglio 2012 11
28 venerdì 6 luglio 2012
Difesa d'ufficio del proprio operato, spiegazioni fornite in nome del «rispetto e della lealtà reciproca» rispolverati nemmeno ventiquattro ore dopo il blitz in Commissione di Vigilanza, l'impegno, se non la minaccia, di «riequilibrare» tutte le altre commissioni. E così se ce ne fosse bisogno nessuno potrà dire, se gli viene sfilata la poltrona, che non era stato avvertito. È andata in scena nell'aula del Senato, in un pomeriggio che di tregua non è stato nonostante l'avvenuta elezione dei sette membri del nuovo consiglio di amministrazione della Rai, l'exusatio del presidente Schifani petita da Pd, Udc, Api e Idv a cui la seconda carica dello Stato ha deciso di rispondere, bontà sua, poiché, è la prima precisazione che fornisce all'aula «di norma le decisioni della Presidenza sono inappellabili e su di esse non si apre di regola alcuna dibattito». Però, certo, quando a contestare l'operato c'è anche il presidente della Camera, forse l'autodifesa non poteva essere rinviata ancora di molto. LE MOTIVAZIONI Dato il clamore e i dubbi che la sua decisione di cambiare il membro dissidente in Commissione di Vigilanza per accontentare, più di venti giorni dopo la richiesta, le rivendicazioni del senatore Viespoli a nome dei rassicuranti esponenti del gruppo di Coesione nazionale, Schifani ha deciso che era meglio rispondere alla sollecitazione dei colleghi indignati davanti all'audace esibizione del giorno prima a proposito della sostituzione del senatore Amato con il senatore Viespoli in Vigilanza. E spiegare, ai richiedenti e agli interdetti italiani, le motivazioni della decisione. Anche se poi, a testo acquisito, quella che è apparsa evidente è stata innanzitutto la straordinaria capacità di interpretazione delle norme. Per il resto molto ci sarebbe ancora da chiarire. Anche per mettere le mani avanti dato che Renato Schifani ha promesso analoghi interventi «d'imperio»anche nelle altre Commissioni se i partiti non colmeranno i ritardi anche se un'azione del genere «non è mai stata fatta da questa presidenza». Tranne l'altro giorno, ma è meglio glissare. Ha provveduto Gianfranco Fini a riportare in auge il linguaggio calcistico a cui i recenti europei ci avevano abituato. «La decisione del presidente del Senato è legittima. Diciamo però, per usare una metafora calcistica, che può capitare anche all'arbitro più imparziale di fischiare un rigore inesistente per far vincere la squadra del cuore. È accaduto», ha detto il presidente della Camera, aggiungendo che «come tutti hanno evidenziato il presidente del Senato e il presidente della Camera hanno assunto due posizioni molto diverse su una questione così delicata e spinosa». E «la mia è stata una valutazione politica, ma ovviamente essendo il presidente della Camera ci sono anche degli aspetti istituzionali». A stretto giro Schifani ha risposto: «Quando ero giovane preferivo giocare a pallone piuttosto che fare l'arbitro» ed ha invitato gli esponenti del suo partito a non proseguire nella polemica. Inascoltato poiché immediatamente Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera, ha definito «paradossale nella sua contraddittorietà» la posizione di Fini che è «dettata da ragioni politiche». Il presidente del Senato ha spiegato, dunque, le ragioni del suo solerte agire con una rapidità che fino alle dichiarazioni in dissenso del senatore Amato non aveva ritenuto di dover mettere in campo. Poi le cose sono andate come sono andate. Berlusconi si è preoccupato davanti all'ipotesi di un Cda che avrebbe potuto creargli altri problemi, ed allora si è ravvisata la necessità di dare una risposta a Viespoli. Forti anche del fatto che lo stesso Fini aveva ritenuto corretta la richiesta di rappresentanza. Non c'era stato bisogno di molta moralsuasion, pur evocata da Schifani nel suo intervento, nei confronti del capogruppo Pdl per individuare l'agnello sacrificale e trovare il sostituto. E poi, ha affermato lo stesso Schifani, per rispondere all'obiezione di una violazione portata avanti in presenza di seggio elettorale aperto, se vogliamo dirla tutta anche il senatore Zavoli, presidente della Vigilanza, ha fatto la sua parte. «Si ricorda che ogni seduta della Commissione di vigilanza, anche se convocata per l'elezione di un organismo esterno, è in sé compiuta. Infatti, come può facilmente evincersi dai resoconti, al termine di ciascuna delle quattro riunioni - che non hanno avuto esito - tenutesi tra il 26 giugno e il 4 luglio, il Presidente ha dichiarato “tolta” (e non sospesa) la seduta. Si è trattato infatti di tre (quattro, con quella di questa mattina) distinte sedute e non di un unico seggio elettorale. Pertanto, legittima è stata la nomina del senatore Viespoli, nel rispetto di una norma di legge che prevede la rappresentanza obbligatoria di tutti i Gruppi parlamentari, e legittimamente il senatore Viespoli ha potuto partecipare ai lavori». E, quindi, anche votare. Anna Finocchiaro, capogruppo Pd: «Spiace constatare che in un momento tanto difficile, proprio quando nella Camera alta dovrebbe regnare il più alto senso delle Istituzioni democratiche, la seconda carica dello Stato abbia abbandonato la sua imparzialità e autonomia influenzando con le sue scelte gli esiti delle votazione». (l'ex An, ex missino della prima ora) non mette all'ordine del giorno il voto sul dg, resta in sella Lorenza Lei. Berlusconi avrebbe così fatto bingo, mantenendo le redini del Cavallo Rai, già sfiancato dalle emorragie della pubblicità, della cassa e di pezzi forti (come Santoro a La7 e Celentano a Mediaset). Si capirebbe così perché tutti gli ex An hanno rinunciato ad altri candidati per confermare il consigliere anziano. Un bel “pacco” preparato nei vertici con Berlusconi, Paolo Romani che infatti non dà «nulla per scontato», e magari anche da Pilati, ex controllore dell'Agcom, ideatore della Gasparri. Non era stato previsto, però, il taglio del 30% ai compensi dei consiglieri Rai che ieri ha deciso l'assemblea degli azionisti (99,9% il Tesoro, il resto la Siae): una sforbiciata che li riduce a 67mila euro l'anno lordi. La Lega maroniana si è accaparrata di nuovo una poltrona di «Roma ladrona» rivestita col modello Confindustria di Luisa Todini, votata anche da Pasquale Viespoli, il senatore di Coesione nazionale che Schifani ha fatto entrare eliminando il dissidente Paolo Amato. Sulla legittimità dell'atto del presidente del Senato ha seri dubbi Paolo Gentiloni del Pd: in base all'art. 3 del regolamento della Vigilanza «la sostituzione di membri avviene in caso di dimissioni, di incarico governativo, di cessazione del mandato elettorale» e vengono sostituiti con altri (art. 2), nominati dai presidenti delle Camere su indicazioni dei gruppi in base alla rappresentanza proporzionale. «La precondizione - spiega Gentiloni - è il consenso del sostituito, qui non c'è perché Amato non si è dimesso. Non è mai accaduto». L'ex ministro Pd sta approfondendo la questione, memore, twitta, di chi diceva «che Meocci non era incompatibile», salvo poi far pagare alla Rai una maxi multa di 14 milioni di euro. Sul piano politico la bufera infuria. Pier Luigi Bersani stigmatizza gli eventi «inauditi» e punta il dito sulla Gasparri: «Questo meccanismo di governance Rai non può funzionare», ripete che «va cambiata radicalmente, se non ce la faremo in questa legislatura lo faremo nella prossima». Di Pietro grida al «golpe». Il capogruppo Pd in Vigilanza, Morri, condanna la «prepotenza istituzionale» che ha cambiato le carte, ma fa notare che «il Pd ha onorato il suo impegno con i candidati espressi dalle associazioni della società civile», che ieri Bersani ha incontrato, e fa gli auguri a Benedetta Tobagi (che già vede il «compito duro» che l'aspetta) e Gherardo Colombo. Tira un sospiro di sollievo il presidente Zavoli, che, al di là dei «malesseri» trova che «non sarà più come prima nel rapporto tra una politica malintesa e l'azienda» e lamenta la perdita di Santoro. Il Pd non ha voluto forzare la mano disertando il voto e avvicinando il commissariamento. Il radicale Beltrandi avrebbe potuto far saltare tutto (votando Nardelli il pareggio a 5 voti avrebbe vanificato la votazione) ma chiede le dimissioni di Zavoli perché ha aperto il seggio. Gli risponde il Pd Zanda: «È strepitoso, Beltrandi non se la prende con Schifani ma attacca Zavoli». prendersi anche il presidente VIRGINIALORI ROMA Zavoli: da oggi cambia il rapporto con la politica «malintesa» POLEMICHE PaolaFerrarivuole querelareTwitter E ilwebsi scatena PaolaFerrari èdecisa:«Querelerò Twitterperdiffamazione». Alla giornalista televisiva nonsono andati giùgli insulti ricevuti«in forma anonima»sul social media, durante la conduzionedi StadioEuropa per gli Europei2012. Bersagliatada«pesanti allusioni fisiche, insulti riferiti all'etàe apresunti rifacimentiestetici», la conduttriceha decisodi farecausa allapiattaformaweb. All'annuncio dellaquerela,gli utentidi twitter si sonosbizzarriti con icommenti, tanto che#QuerelaConPaola èdiventato in breve il primotrending topic italiano, ossia l'insiemedi tweeta maggiore incrementodipopolarità. «Sto valutandoancoracomeprocedere legalmente -ha sottolineato la giornalista -, in Italia c'èungrande buco legislativosui social network.La miabattagliaècontro la diffamazione vigliaccaeanonima». . . . Le spiegazioni a Palazzo Madama richieste con una lettera da Pd, Udc, Api e Idv MARCELLACIARNELLI ROMA . . . Fini ancora all'attacco «È stato come un arbitro che fischia un rigore inesistente» Schifani si giustifica ma convince solo i suoi Autodifesa in Aula del presidente del Senato Finocchiaro: ha abbandonato la sua imparzialità «Lasciatemi dire: ero e rimango un ottimista; sebbene senza illusioni, come diceva Kennedy». Al termine della votazione in commissione di vigilanza, dopo giorni di tensioni e polemiche che sembrano dover continuare a paralizzare la situazione, il presidente Sergio Zavoli cita Kennedy e commenta: «Stavolta non so se ha vinto l'ottimismo, specie il più ostinato, come il mio, o lo stato di necessità. Eppure, nonostante circostanze rese difficili da più di una temperie, credo di poter dire che abbiamo indebolito, se non proprio sbugiardata, la regola secondo cui nessuno va tanto lontano come chi non sa dove sta andando». Secondo Zavoli, con questo passaggio cambia il rapporto tra la Rai e la politica. O meglio, con una «politica malintesa», come la chiama lui. Che con decisione rivendica alla commissione la consapevolezza del risultato che era necessario raggiungere. «Sapevamo di dover condurre in porto la nave, anche quando il viaggio si è fatto periglioso e inquietante. Ma sapevamo di non essere la Concordia, con il suo progetto di fare l'inchino a qualcosa d'altro, tradizionale omaggio della grande marineria: a noi - sottolinea il presidente della Vigilanza, rivendicando un atteggiamento di indipendenza - spettava inchinarci solo di fronte al dovere di contribuire, per la nostra parte, al compito che il Parlamento si assume, attraverso questa Bicamerale, di vigilare sulla crescita di un'azienda incaricata di svolgere un servizio pubblico». Dunque, se è alla luce di questo, come indicato statutariamente, che deve essere interpretata la natura, il carattere e la forma della Rai, quest'ultima - scandisce ancora il presidente della Vigilanza - è la più importante impresa culturale e civile del Paese». E a questo riguardo ci tiene «per inciso, ricordare se non sia per caso proprio in funzione di un servizio pubblico l'ingaggio del giornalista Michele Santoro, annunciato stamane (ieri mattina, ndr) da una tv reputata sempre più commerciale». Dopo la bufera dei giorni scorsi, e dopo il duro scontro istituzionale esploso tra i presidenti delle due Camere, ora che si è sbloccata l'impasse sulla nomina dei sette membri “politici” del cda Rai, per Sergio Zavoli ci si può comunque «compiacere che, al di là di imprecisioni e incongruenze, contraddizioni e malesseri, manifestati legittimamente anche in quest'aula, qualcosa da oggi non sarà più come prima nel rapporto tra una politica malintesa e l'azienda». Perché «il segno dell'apertura di un varco c'è stato e va colto in un momento difficile per il Paese, che chiede a tutti legittimità e confronto, coesione e spirito costruttivo». venerdì 6 luglio 2012 5
L'INTERVISTA Il consiglio dei ministri è iniziato con un capitolo pesantissimo della spending review ancora aperto: la sanità. Il ministro Renato Balduzzi è arrivato a Palazzo Chigi con un mandato chiaro dalle Regioni, e lo ha posto subito sul tavolo. Il piano della sanità va riscritto. Quei 5 miliardi che il Tesoro vuole nel giro di tre anni (uno subito e due più due fino al 2014) andranno reperiti con un sistema diverso, non si possono pretendere oggi. «Altrimenti cambia il modello sanitario che abbiamo avuto fino a oggi», hanno detto a chiare lettere i presidenti di Regione. E Balduzzi non ha chiuso la porta. Anzi, si è impegnato a comunicare ai colleghi ministri le loro richieste. Così la seduta (ancora in corso mentre scriviamo e che si preannuncia fiume) si è trasformata in un braccio di ferro tra il titolare della Salute e Vittorio Grilli, indicato dalle indiscrezioni come l'autore (insieme al capo di gabinetto Vincenzo Fortunato e il suo vice Marco Pinto) dei tagli «con l'accetta». Intervento troppo simile ai «famigerati» tagli lineari del passato governo. Di questo si sarebbe lamentato anche il ministro dei rapporti con il Parlamento Piero Giarda. Insomma, Grilli in trincea (come spesso accade per gli inquilini di Via Venti Settembre) a difendersi dagli assalti dei colleghi «di spesa». Secondo fonti vicine all'esecutivo si sarebbe così deciso di chiudere l'esame del decreto sulla revisione della spesa in serata e di riprendere il consiglio per esaminare il piano Severino sul riordino della geografia dei tribunali oggi. ITAGLI Cifre ancora molto «ballerine» sulla portata complessiva dell'intervento di riduzione della spesa. Dopo una lunga discussione ci si sarebbe fermati a 4,5 miliardi, con l'impegno a procedere successivamente in due altre fasi, di qui al 2013. Stando alle ultime indiscrezioni per ora il decreto sull'Iva resterebbe invariato: aumento di 2 punti in ottobre, e di un ulteriore mezzo punto nel 2013. Solo in una seconda fase si studierebbe il modo di evitare l'aumento. Un'altra ipotesi prevede che si eviti definitivamente l'aumento di un solo punto: l'imposta aumenterebbe quindi dal 21 al 22 per cento ad ottobre di quest'anno, e di un altro mezzo punto nel 2013. Secondo altri si starebbe pensando a congelare l'aumento fino a luglio dell'anno prossimo e poi farlo scattare di due punti e mezzo, sperando nel frattempo di creare le condizioni di sterilizzarlo. Qualsiasi previsione sui numeri, tuttavia, resta molto azzardata, perché basta modificare un parametro per spostare miliardi. I presidenti delle Regioni si sono detti disponibili a «ragionare» sul taglio immediato di circa un miliardo «perché capiamo che c'è l'Iva da eliminare, ci sono gli esodati, c'è il terremoto», spiega Enrico Rossi della Toscana. Ma sul percorso successivo chiedono subito l'apertura di un tavolo per un nuovo patto per la salute. Di fatto le risorse vengono falcidiate: sommando i tagli di Tremonti a quelli di Monti nel 2014 il fondo per la salute avrà perso 10,5 miliardi. Includendo l'effetto inflazione significherebbe un taglio del 15%. Insostenibile senza modificare i servizi. L'intervento delle Regioni è comunque servito a modificare la parte sui piccoli ospedali, che non verrebbero più chiusi automaticamente. La scelta sui posti letto da eliminare verrebbe affidata alle Regioni. PUBBLICOIMPIEGO Acque meno agitate, ma certo non proprio calme, sull'altro capitolo pesante del provvedimento: il pubblico impiego. Filippo Patroni Griffi ha costruito un percorso in diversi step per la contrazione dei pubblici dipendenti. Sicuramente il coltello affonda in modo pesante nel corpo vivo della pubblica amministrazione: nessuno si attende che il sindacato accetti senza riserve. Ma le soluzioni soft non mancano. La riduzione delle piante organiche (-10% per i dipendenti e 20% dei dirigenti) prevede una deroga alla riforma delle pensioni di Fornero per quei lavoratori che avrebbero avuto i requisiti con il vecchio sistema. Il Tfr sarà concesso subito a chi aveva maturato i vecchi requisiti entro il 2011, e solo al compimento dei 65 anni a chi li ha maturati dopo quella data. Il ministero prevede anche processi di mobilità, e uno scivolo verso la pensione fino a 48 mesi «laddove il personale collocato in disponibilità - si legge nel testo - maturi entro il predetto arco temporale i requisiti per il trattamento pensionistico». Ciascun percorso è comunque sottoposto al confronto con il sindacato. La prima parte del decreto riguarda la spesa per beni e servizi, affidata alla Consip con vincoli strettissimi. Si prevede inoltre l'accorpamento di molte società pubbliche. ILCASO UnaAssembleastraordinariadei PresidentidiProvincia euna lettera apertaa tutti i partitipoliticiper denunciare l'insostenibilitàdei tagli agli Enti locali previsti dalla spending review,checolpiscono principalmente gli entivirtuosi. Loha deciso l'Ufficiodi Presidenzadell'Upi, che siè riunito Romaperdiscutere le normedel governo.«Si tratta di tagli linearia Regioni,Province eComuni, chenon premiano l'efficienza degli enti e incidonodirettamentesui servizi ai cittadini», si leggenella letterache l'Upi invieràai segretari dei partiti. «Nonc'è nessunariqualificazionedella spesaprosegue la letteradell'Upi -ma l'ennesimamanovrache fa pagare i contidellacrisi agli Enti locali, equindi direttamenteai cittadini. Perquanto riguarda le Province, il tagliodi500 milionidieuro perquest'anno edi 1 miliardo l'anno prossimoporterà al sicurodissesto degli enti». Asettembre-segnala lalettera - si rischia lanon riapertura delle scuole, «perchénonavremo i soldiperché non potremogarantire la messa insicurezza enon potremo pagare leutenze. Ma il taglioèstrutturale, ecomporta, di fatto, l'impossibilitàper leProvince di assolverealle loro funzioni: non avremo piùrisorse per la manutenzionedelle strade,per lescuole,per effettuare i servizidi salvaguardiaetutela del territorio,dovremochiudere iCentri per l'impiego.Come sipuò proprio in un momentocomequello che stiamo attraversando,privare icittadini sempre piùcolpitidalla crisi, anche dei servizi pubblici essenziali?». «Questa non è spending review. Siamo di fronte, ancora una volta, a tagli lineari, che vanno ad aggravare ulteriormente la situazione già drammatica in cui versa la sanità. Quelle del governo sono ipotesi insostenibili e del tutto sbagliate. Adesso attendiamo di capire come risponderà alle nostre proposte». Vasco Errani, presidente della Conferenza delle Regioni oltre che dell'Emilia-Romagna, parla a nome di tutti i governatori, usciti dall'incontro con il ministro della Salute Renato Balduzzi determinati a contrastare quella che definiscono una «manovra subdola» perché «viola i precedenti accordi sottoscritti con le Regioni». L'ipotesi di tagli, ancora in via di definizione, punta a risparmiare 5 miliardi di euro nei prossimi due anni e mezzo in sanità (3 tra 2012 e 2013, altri 2 nel 2014). Nel caso in cui il documento della spending review venisse approvato come annunciato, i presidenti delle Regioni minacciano la rottura istituzionale e il ricorso al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, come garante della Costituzione. E, mentre si rincorrono le voci sulla chiusura dei «piccoli» ospedali, annunciata, ritirata, riproposta, e sull'entità dei tagli, hanno messo a punto la loro contromossa. Errani, al governo avete presentato una controproposta:di chesi tratta? «La premessa è che intendiamo farci carico del problema. Ci chiedono di tagliare un miliardo nel 2012? Per noi è troppo, ma siamo comunque disposti nelle prossime settimane ad individuare un meccanismo per ridurre ancora la spesa, diciamo di un po' meno di un miliardo, senza però intaccare i servizi. Un'operazione che dev'essere fatta in modo equo e non lineare. Per il 2013 e 2014, poi, nessuna spending review: mettiamoci intorno ad un tavolo, costruiamo col governo un patto per la salute in grado di garantire il sistema sanitario nazionale. Bisogna capire che oltre alle pure questioni economiche occorre avere in testa la qualità del sistema, perché se ragioniamo solo in termini ragionieristici perdiamo di vista la sostanza delle cose». Reazionida partedelministro? «Attendiamo una risposta. All'incontro di oggi (ieri, ndr) abbiamo avanzato queste ipotesi al ministro della Salute, ora vediamo come verranno accolte. Auspico davvero che il governo colga questa opportunità, e questa disponibilità da parte delle Regioni, anche perché se decidesse di andare avanti con le proprie idee si aprirebbe un conflitto che finirebbe per compromettere l'intero sistema. La nostra posizione è molto determinata. È una questione di sostenibilità: con il piano prospettato tutte le Regioni rischierebbero il default». Menotagli epiù concertati, insomma? «Il governo non può e non deve intervenire unilateralmente, questo è certo. Semmai, se dobbiamo discutere di come ridurre la spesa, facciamolo sulla base di un patto per la salute. Gli interventi unilaterali non sono costituzionali, e comunque non tengono conto di una drammatica realtà oggettiva: la Sanità è il comparto di spesa pubblica che negli ultimi anni ha subìto più riduzioni. Solo con le manovre degli ultimi due anni, e comprendendo anche i tagli già programmati anche per il 2013 e 2014, stiamo parlando di una riduzione reale di qualcosa come 20 miliardi. Non c'è più alcuna sostenibilità». Siete disposti a recuperare quasi un miliardo nel 2012: da quali capitoli di spesa?Li avetegià individuati? «È un percorso da fare con il governo. Il nostro obiettivo è che si possa decidere noi, insieme con il ministro della Salute, a partire però da un confronto serio. Finora si sono sprecate tante parole, tirate fuori un sacco di tabelle senza alcun reale fondamento, e avanzate proposte assurde: quella della chiusura degli ospedali, per esempio, è profondamente sbagliata. Un'operazione di questo genere non può essere gestita centralmente, in modo burocratico, senza contare che finirebbe per comportare anche costi più alti per la mobilità sanitaria. Così non può funzionare. Se il governo ritiene di coinvolgerci in un ragionamento serio di riduzione della spesa noi siamo pronti. Ma le proposte presentate finora non le condividiamo, di tagli lineari non vogliamo più discutere. E, ripeto: per quanto riguarda i prossimi due anni, già le manovre fatte in precedenza pesano in modo drammatico e insostenibile». L'ITALIAELACRISI Renato Balduzzi, ministro della Sanità FOTO MAURO SCROBOGNA /LAPRESSE Il ministro Balduzzi di traverso sui tagli lineari nella Sanità Cdm fiume con forti contrasti tra i ministri L'incremento dell'Iva potrebbe essere scaglionato in due fasi o slittare nel 2013 BIANCADIGIOVANNI ROMA Tagli per 4,5 miliardi Scontro sugli ospedali Iva, l'aumento resta VascoErrani Ilpresidentedell'Emilia Romagna:«Sacrificiperun miliardo?Discutiamo, purchénonsiaggravi la situazionegiàdrammatica incuiversa laSanità» LeProvince: senza dinoidanniai servizi per icittadini . . . Salute: sommando i tagli di Tremonti a quelli di Monti nel 2014 il fondo avrà perso 10,5 miliardi . . . Per il 2013 e 2014 nessuna spending review: mettiamoci intorno a un tavolo . . . Costruiamo col governo un patto per garantire che il sistema funzioni a tutela dei cittadini «No a tagli lineari, così si compromette il futuro» LAURAMATTEUCCI MILANO 2 venerdì 6 luglio 2012
L'ANALISI ROBERTOWEBER SOCHEGLIELETTORI IN QUESTIONENONAMANO SENTIRSELODIRE,MA OGGICHI È ALLARICERCA DIVALORI TRADIZIONALI,MAGARICONDITICON UN FILODICONSERVATORISMO e non scevri da un certa dose di moderazione, deve guardare al centro, al centro-sinistra e a sinistra. Non c'è da stupirsene: il grande studioso americano Tony Judt, in uno dei suoi ultimi lavori, sostenne che è sempre stato compito della sinistra (concetto che lui naturalmente utilizzava in termini piuttosto inclusivi) difendere le cose che andavano giustamente conservate a fronte della aggressività trasformativa delle varie forme di capitalismo. E non c'è nemmeno da vergognarsene: un certo spirito patriottico, un più forte sostegno all'Europa, una maggior consapevolezza del valore dei cosiddetti beni pubblici (dall'acqua all'energia, al territorio, alla sanità, etc), una faticosa difesa dell'intervento pubblico nel mercato e nella vita dei cittadini, sono sempre stati al centro dell'attenzione della sinistra (fosse essa cattolica, comunista o per certi versi socialista). Così è stato e così è. È molto probabile quindi, anzi è certo, che le elezioni primarie verranno vinte in buona misura da chi saprà interpretare, o meglio da chi - simbolicamente - riuscirà a rappresentare questi valori, in misura più o meno intensa. Salvo prendere in considerazione un nuovo e diverso scenario: potrebbe infatti accadere che alla luce di una situazione economica suscettibile di inasprirsi, al riverbero di certi non chiusi pasticci politici, di fronte alla scarsa incidenza della proposta politica e al contemporaneo chiacchiericcio che l'accompagna, l'insofferenza e la rancorosità che pure intaccano nel profondo anche gli elettori del cosiddetto centro-sinistra travalichino e sfocino in una domanda nettissima di cambiamento dell'attuale personale politico. In questo caso - è abbastanza evidente - il candidato vincente sarebbe quello che, oltre a quei valori che abbiamo citato, saprà farsi carico anche della promessa di cambiamento, naturalmente qui ed ora e non in una supposta stagione che verrà. Fino a oggi i sondaggi dei vari istituti di ricerca hanno assegnato un certo vantaggio a Bersani, rispetto a Vendola e Renzi. Un vantaggio che tende ad accentuarsi all'interno della platea tendenzialmente votante e ad attenuarsi nella platea (finora) di opinione, ma obiettivamente siamo ancora piuttosto lontani dal voto e in tempi di forte volatilità come quelli attuali è bene sospendere il giudizio e quindi le agevoli pre-visioni. Credo tuttavia ci siano alcuni punti fermi: conteranno i valori di cui abbiamo detto, conterà quasi certamente un bisogno di cambiamento, ma conterà ancor più un bisogno piuttosto diffuso di radicalità, di discontinuità. Non basterà per affermarsi né la formula dell'usato sicuro, né l'invito alla rottamazione condito da tweet, né il lirismo di sinistra. Qualcuno potrebbe obiettare che vi sia una contraddizione fra quel conservatorismo di cui abbiamo parlato e la contemporanea richiesta di radicalità cui abbiamo fatto cenno. Credo invece che le due cose convivano, si compenetrino, abbiano un forte bisogno di rappresentazione e siano l'esito di una stagione politica per molti versi esasperante per i moltissimi che pure sulla politica continuano a investire. E credo che gli elettori primaristi chiederanno ai loro candidati di uscire da quella mediaticità che li avvolge tutti, di apparire insomma veri, liberi da filtri. Il paradosso - ma è il paradosso di sempre - è che per farlo Bersani, Renzi, Vendola dovranno comunque affidarsi ai media, accettando la subdola sfida di essere o apparire veri. Come tutti sanno, infatti, solo raramente le due cose coincidono. SEGUEDALLAPRIMA E soprattutto dalla parola eguaglianza, così densa di storia e ancora piena di promesse. È proprio la diseguaglianza prodotta dal finanz-capitalismo ad essere la radice della crisi di convivenza, ripartire da qui è indispensabile. Abbiamo poi immaginato una nuova grammatica, fatta di relazioni tra persone vive e non di mediazione tra apparati e blocchi di potere morti. Per noi, che amiamo la Costituzione repubblicana, nulla è più straordinario della pratica della democrazia, meglio se diretta e partecipata: in primo luogo nei luoghi di lavoro e poi nelle istituzioni rappresentative, mai tanto mortificate. Una grammatica nuova che scoprisse anche la forza delle primarie, con il primo obiettivo di aprire le scatole cinesi che hanno imprigionato i partiti. Ad un certo punto della nostra storia siamo stati chiusi nel vicolo cieco delle due sinistre. Oggi, come giustamente ammonisce Tronti, la crisi non permette più dispute nominalistiche, ma richiama l'ambiziosissimo obiettivo di essere lievito per la nascita di una sinistra nuova e unitaria, moderna e legata alle sue radici vitali. Per questo Sel ha subito dichiarato di volersi mettere a disposizione di un processo più vasto, un comune campo che potesse costruire una comune soggettività politica. Oggi questa meta, che appena pochi anni fa pareva una chimera, è a portata di mano. Il berlusconismo è rovinato nella polvere, ma è l'intera «fase neoliberista del capitalismo-mondo», per usare la definizione adoperata da Tronti, che svela tutta la sua potenza distruttrice, proprio nel momento in cui più è in crisi. A fronte di questa realtà, molti degli ostacoli ideologici che impedivano di ricostruire una sinistra moderna avrebbero dovuto dissolversi. Penso che sia il nostro comune interesse guardare a questo livello i problemi, non ritornando alla pigra riedizione del terreno dell'alternanza. Il rapporto con i moderati rischia di essere solo tra ceti politici e, ancora peggio, tra i ceti politici interni ai nostri partiti. Del resto è opinione comune che il Pd non abbia affrontato tanti punti controversi che invece sarebbero facilmente risolti rivolgendo il proprio sguardo agli elettori del Pd stesso e di tutto il centrosinistra, dai diritti civili a quelli del lavoro. Il punto oggi è come affrontare la prossima scadenza elettorale e, soprattutto, con quale progetto. Monti fa parte dell'orizzonte dopo il 2013? Il suo essere stato un governo «eccezionale per uno stato d'eccezione», tesi che per altro non ho mai condiviso, si è trasformato in norma, rigore e regola? Lo pensa sicuramente chi ha nostalgie del quindicennio blairiano, anche dentro il Pd. All'epoca si vinceva, alcuni dicono, eppure è da allora, come ci ricorda spesso Jacques Delors, che si sono aperte le via al trionfo della destra liberista, che oggi detta l'insostenibile linea dell'austerità. La nuova sinistra non può accontentarsi di temperare gli appetiti del neoliberismo e fare da sentinella alla casta dei superfinanzieri che hanno prodotto la crisi. La nuova sinistra deve essere invasa dall'irruzione del suo popolo, che oggi accumula distanza e rancori, piuttosto che speranze e fiducia. A questo servono le primarie, e sono, esse stesse, soltanto un primo passo. Noi per primi non sapremmo che farcene se dovessero ridursi a un berlusconiano concorso di bellezza, a una gara di telegenicità. Esse devono essere il terreno privilegiato per confrontare le diverse idee dell'Italia. Una nuova e unitaria sinistra ha quindi bisogno di idee e di gambe per sostenerle. Ci sono tre aspetti irrinunciabili, che ritengo costituenti in Italia ed in Europa. Il primo e fondante è una nuova valorizzazione del lavoro, invertire il metodico processo di sgretolamento della dignità del lavoro che ha costituito l'essenza dell'egemonia neoliberista. Mettere al centro il lavoro significa anche garantire reddito a chi il lavoro non ce l'ha o lo ha solo in via saltuaria e precaria. Per questo abbiamo proposto un reddito minimo garantito per tutti, per liberare il lavoro e per disegnare un moderno welfare universale. Vale la pena sottolineare che il lavoro incrocia la base materiale di una società diseguale, anche nel rapporto maschile-femminile, e che il lavoro non può più estrarre ricchezza dalla dissipazione dell'ambiente. L'uguaglianza modernamente oggi vive nella parità di genere, nella critica della svalorizzazione delle diversità, in una nuova profezia laica fondata sul custodire i beni comuni, la bellezza del creato, la dignità di ogni singolo individuo. In secondo luogo bisogna costruire gli Stati uniti d'Europa. Dall'alto, integrando i processi istituzionali e politici, a partire dall'elezione diretta del presidente del Consiglio europeo, garantendo una governance federale della finanza pubblica continentale ed un controllo forte sugli eccessi della finanza. Dal basso, mettendo insieme soggetti politici e sindacati che non si richiudano negli egoismi nazionalisti. Per me non è più tollerabile che un operaio greco sia contro uno tedesco, ed entrambi contro quello italiano, mentre i loro affamatori speculano allegramente insieme sulle loro disgrazie. Infine, credo che sia fondamentale mettere all'ordine del giorno la crisi morale e di valori che l'ingordigia neoliberista, e a maggior ragione da noi il berlusconismo, ci lascia come pesantissima eredità. La miseria della politica sta proprio nell'essersi ridotta a riflesso e incarnazione di questo degrado etico, senza alcuna capacità di affrontarlo offrendo un orizzonte, un progetto complessivo e una speranza fondata. Una narrazione e il rinnovamento dei narratori, questo è il nostro obiettivo. Su questa strada non c'è distinzione tra gli elettori dell'una o dell'altra forza della sinistra, o tra molti di quelli che, stomacati e disillusi, non votano più. È il nostro terreno comune, la somma di domande uguali per tutti alle quali dobbiamo rispondere cogliendo, perché anche in questo Mario Tronti ha ragione, la preziosa occasione che la crisi ci offre. NAPOLI L'INTERVENTO Via libera ieri alla destinazione dei fondi dei partiti ai terremotati FOTO ANSA Bassolinoricoveratoperunmalore Lapaurae poi il sollievo.Antonio Bassolinoè statoricoverato ieri all'ospedaleLoreto Mare diNapoli per quellache i medici hannoaccertato essereuna ulceraduodenale. L'ex ministrodelLavoro,già sindaco di Napolie governatoredella Campania, siè sentito male ierimattina mentre saliva le scaledel palazzodicorso Umbertocheospita lasededella FondazioneSud, da lui fondatae presiedutadopo la finedel suo mandatoacapo della Regionenel 2010. Imedici hanno appuratochesi trattavadi un'ulcera duodenale cheha provocatouna perditadi sangue internadaalcunigiorni, finoalmalore di ieri. L'ex ministro dovrà restare in ospedaleper tre-quattro giorni. Accantoa lui, ieri, lamoglie, la senatricedelPdAnna MariaCarloni, duesorelleed un fratello. Numerose le telefonatechegli sono arrivate, tra cui quelledel segretario PdPerLuigi Bersani,dell'amicoMassimo D'Alema, diRosa Russo Iervolinoe del sindaco deMagistris. Tra i primiad andarloa trovare,PaoloCirino Pomicino. Alle primarie vincerà un mix di conservazione e radicalità . . . Gli elettori chiederanno ai candidati di uscire da quella «mediaticità» che li avvolge tutti . . . Il governo Monti è stato una scelta di emergenza o è diventato già norma, rigore e regola? . . . Fondamentale mettere all'ordine del giorno la crisi di valori lascito del berlusconismo Il leaderdiSelscrive inrispostaall'articolo diMarioTronti pubblicato ieri su l'Unità Dopo le due sinistre una forza fondata su lavoro e uguaglianza NICHIVENDOLA presidenteRegionePuglia venerdì 6 luglio 2012 9
Taglio a statali, scuole, am-ministrazioni locali e uffi-ci periferici, tribunalicompresi. Oltre, ovvia-mente, al dossier sanità.Sono i macro-capitoli su cui si tiene la riduzione delle spese pubbliche che, insieme al pacchetto del supercommissario Bondi, consentiranno di sterilizzare l'aumento dell'Iva quest'anno. Ma è in forse l'aumento di due punti dell'Iva previsto, l'aliquota base dovrebbe rimanere al 21%, quella ridotta al 10. Ma no c'è certezza. Entro il 15 ottobre il governo presenterà la nuova legge di Stabilità che dovrà contenere le misure (tagli alle agevolazioni fiscali, riordino delle strutture pubbliche) per azzerare il previsto aumento anche dopo il luglio 2013. Scompare però il blocco delle tariffe pubbliche per i prossimi 18 mesi. Ecco le ultime indiscrezioni dell'intervento così come previsto dalle bozze in entrata, ieri sera, al Consiglio dei ministri. PACCHETTO BONDI Con un target di 5 miliardi, dovrebbe essere la parte più corposa ed abbattersi su tutte le amministrazioni. Si tratterebbe di un meccanismo per eliminare i picchi in alto della spesa pubblica per l'acquisto di beni e servizi, per il quale è previsto un taglio del 5-10%. Come nel caso della sanità. Si fissa il prezzo migliore per un bene (quello che si spunta sul mercato unica telematico, ad esempio quello che fa la Consip) e si taglia tutto quello che eccede il livello fissato. FUNZIONE PUBBLICA Dopo una verifica della Funzione Pubblica si procederà al taglio del 10% del personale e del 20% della dirigenza. Unica rassicurazione è che si derogherà alle regole introdotte dalla riforma Fornero, quindi niente esodati nel pubblico impiego. I dipendenti avranno meno spazio per lavorare: meno uffici e meno metri pro-capite. I buoni pasto si ridurranno a 7 euro, le ferie e i permessi non goduti non potranno essere monetizzati. Sembra scomparsa la norma che prevedeva la chiusura automatica per una settimana a Ferragosto, e tra Natale e Capodanno. Sospesi i concorsi per dirigenti di prima fascia fino al 2015. Inoltre, arriva una sorta di pagella del ministeriale che prevede l'individuazione di «criteri per la valutazione organizzativa e individuale dei dipendenti pubblici». PICCOLI OSPEDALI Questione assai controversa. Ma i piccoli ospedali, rassicura il governo (le 154 strutture con meno di 80 posti letto o addirittura con meno di 120, come circolato in una prima bozza) non spariranno per decreto. Ci sarà un'analisi legata alle necessità del territorio. In ogni caso tra le chiusure, il taglio dei posti letto, il taglio alle spese farmaceutiche e per l'acquisto di beni e servizi sono attesi 5 miliardi. Sforbiciata anche al Fondo sanitario: 1 miliardo in meno quest'anno, 2 in meno il prossimo. ESODATI Si conferma l'aumento di 55mila esodati salvaguardati. Il testo indica quattro diverse categorie interessate, una delle quali rappresenta una ulteriore riapertura (fino ad un massimo di 1.600 lavoratori) rispetto ai lavoratori inseriti nel precedente decreto. ENTI LOCALI Arriva una stretta sul personale degli enti locali. Secondo la bozza del dl, fermo restando i vincoli già previsti, entro il 2012 verranno stabiliti «i parametri di virtuosità per la determinazione delle dotazioni organiche, tenendo prioritariamente conto del rapporto tra dipendenti e popolazione residente». PROVINCE Dovrebbero essere quasi dimezzate (dalle attuali 110 si passerebbe a una sessantina) ma non subito. Se ne parlerà forse con un decreto già il mese prossimo. Ma calano intanto i trasferimenti per Regioni, Province e Comuni. Tra gli altri interventi anche quello sui Cda della miriade di società pubbliche (potranno avere solo 3 membri). COLPO AI SINDACATI In caso di revisione degli organici i sindacati saranno solo informati, e sarà possibile farlo anche dopo che il dirigente di turno avrà deciso. Saranno tagliati i permessi retribuiti per assentarsi dal lavoro per attività sindacali (taglio del 10%). E un taglio sempre del 10% ai trasferimenti dei Patronati. Infine i compensi ai Caf: scende da 14 a 13 euro per dichiarazione. TRIBUNALI ESUPERPREFETTURA Finora le ipotesi circolate prevedono la chiusura di una trentina di tribunali, di 37 procure e di 220 sedi distaccate. Gli avvocati per protesta si incatenano. Arrivano intanto le superprefetture. Gli uffici territoriali dello Stato del Comune capoluogo di Regione assorbiranno le funzioni di tutte le amministrazioni periferiche che hanno sede nella stessa regione. SCUOLA Meno 200 milioni alle Università, +200 milioni alle scuole private: l'operazione sarebbe a saldo zero ma sta già scatenando molte polemiche. Tra i tagli delle bozze c'è infatti un solo segno più ed è a favore delle scuole non statali alle quali arriverebbero 200 milioni. La stessa cifra sarebbe però risparmiata con tagli alle Università. DIFESA Dovrà calare il numero dei militari in servizio, in misura non inferiore al 10% del totale degli organici delle forze armate. Ma anche gli alloggi della Difesa saranno ceduti con maggior facilità. Si taglia il fondo per le missioni di pace (-8,9 milioni), ma non i 100 milioni l'anno per il biennio 2013-2014 per gli armamenti. Ne fa le spese anche il progetto della mini-naja voluto dal precedente governo (-5,6 milioni). MINISTERI Prevista la riduzione degli stanziamenti per le politiche dei singoli ministri senza portafoglio e sottosegretari, con un risparmio complessivo non inferiore a 20 milioni di euro per quest'anno e di 40 milioni dal 2013. Per Palazzo Chigi è previsto un taglio di 5 milioni per il 2012 e di 10 milioni a decorrere dal 2013. AUTOBLU Il taglio previsto è del 50% rispetto alla spesa sostenuta per acquisto e manutenzione nel 2011. MARIAGRAZIAGERINA mgerina@unita.it Il ministro Profumo se la prende con chi, davanti ai tagli ipotizzati nella spending review, grida in soccorso della scuola e dell'università italiana. Riflessi condizionati, più degni dei «cani di Pavlov» che di «autorevoli commentatori», assicura l'ex rettore del Politecnico. La bistecca, però, per stare alla metafora suggerita dallo stesso Profumo, c'è. Ed è grossa e indigesta. Un taglio da 200 milioni, che alla fine - ripetono da viale Trastevere - non sarà applicato al Fondo di finanziamento ordinario, ma che gli atenei italiani dovranno lo stesso mandare giù. E lo stesso dovranno fare enti di ricerca e scuole pubbliche, alle prese con esuberi, mobilità e blocchi del turn over, totale per i bidelli. Mentre per il diritto allo studio le risorse “aggiuntive”, 90 milioni, non bastano a ripristinare adeguatamente il fondo. Dov'è allora il riflesso condizionato di chi grida in soccorso della scuola? Per tentare di spiegarlo, il ministro ha fatto diramare una nota, pubblicata anche sul sito del Miur. Con tanto di foto di pastore tedesco ad illustrare il concetto. Titolo, per chi non avesse capito: «Il cane di Pavlov». «Come infatti il noto cane dello scienziato russo Ivan Pavlov aveva una forte salivazione da acquolina in bocca anche in assenza del cibo se semplicemente veniva fatto suonare il campanellino che per mesi aveva accompagnato la pappa, così», spiega con tono irritato e didascalico la nota del Miur, «è bastata l'identità della cifra proposta per il taglio al fondo di funzionamento ordinario delle Università (200 milioni) con quella postata in bilancio (come ogni anno, prima dell'estate) a completamento della dotazione ordinaria per le scuole paritarie, oltre che la coincidenza temporale, a far scattare in prestigiosi commentatori un vivacissimo riflesso condizionato: si toglie all'università pubblica per dare alla scuola privata». La lista dei commentatori, a cui la nota piuttosto esplicitamente pare riferirsi, è piuttosto lunga. In testa agli “indiziati”, il presidente della Conferenza dei rettori, Marco Mancini, che ieri sull'Unità ha criticato aspramente le misure messe in campo dal governo Monti: «Nemmeno Tremonti era arrivato a tanto!». Il ministro, suo ex collega, sembra non abbia gradito per niente. Su tutte le furie, ha attaccato a testa bassa. E con insolita veemenza. Ma al netto della metafora canina, nella sua risposta non ci sono molte rassicurazioni. Se non che i 200milioni alle scuole private sono in realtà una cifra con il segno meno rispetto ai finanziamenti stanziati in precedenza. E che i tagli alle università sono un «processo ancora in itinere, che deve essere preso seriamente e dunque valutato alla fine». Di certo, non si sono sentiti per niente rassicurati studenti e sindacati. «Si tagliano risorse alle università, si conferma il quasi azzeramento del diritto allo studio, si accorpano e sopprimono enti di ricerca, si riducono ulteriormente gli organici nel sostegno, si tagliano i collaboratori scolastici, già drasticamente ridotti negli anni scorsi, per appaltare all'esterno le pulizie a costi superiori», passa in rassegna i tagli il segretario della Flc Cgil Domenico Pantaleo, invocando lo sciopero generale. Mentre gli studenti della Rete della conoscenza avvertono che se lo «scempio» verrà confermato, loro non staranno a guardare. Istruzione Profumo critica i critici Ma i fondi sono in bilico Labozzadellaspending review, l'ultimacircolata primadelCdmfiumedi ieri sera. Inbilico ladecisione sulleprovincedatagliare, riduzioniper imilitari LASCHEDA Statali ridotti in numero e spazio Meno auto blu, no blocco tariffe . . . Sarebbero confermati i fondi per «salvare» altri 55mila esodati che si aggiungono ai 65mila . . . Giustizia: in bilico una trentina di tribunali, 37 Procure e 220 sedi distaccate venerdì 6 luglio 2012 3
IERI È STATO IL GIORNO DI CINECITTÀ. «RACCONTATO» ATTRAVERSO DUE FILM, GIRATI IN CONTEMPORANEA E DAICONTENUTIOPPOSTI.EDICONSEGUENZA,DALL'EFFETTOSURREALE.DAUNAPARTE,NELLALUSSUOSASEDE DEL MINISTERO DEI BENI CULTURALI nel cuore di Roma, presentazione in pompa magna dell'accordo tra Istituto Luce Cinecittà e YouTube, grazie al quale lo straordinario patrimonio video dell'archivio storico del Luce (candidato per essere riconosciuto dall'Unesco) sarà disponibile all'intero mondo della rete. Le parole più gettonate, oltre ai sorrisi e alle gaffe (Paola Cortellesi che confonde i video di propaganda con le candid camera) sono state «memoria», «patrimonio storico» e «culturale del'Italia». Esattamente tutto quello per cui si stanno battendo i lavoratori di Cinecittà che dall'altra sera hanno occupato gli Studios, alla periferia della città, su via Tuscolana, offrendo l'altro racconto, l'altro film della giornata. L'ALTRO«FILM» Quello di cui nella sede istituzionale del Ministero dei beni culturali non si fa parola. Non si parla. Anche se non può che venire da qui la soluzione. Lo stop al definitivo smantellamento degli storici studi, messo a punto dal piano industriale di Abete (ai vertici di Cinecittà Studios) che prevede lo «spacchettamento» della società, l'esternalizzazione dei lavoratori (al parco a tema di via Pontina) e, dulcis in fundo, la cementificazione con alberghi e centri benessere. Quest'ultima «appoggiatissima» dalla Direzione generale del cinema. «L'atteggiamento portato avanti dai vertici del ministero dei Beni culturali è a dir poco pilatesco», spiega Alberto Manzini, segretario generale della Slc Cgil Lazio. «Gli Studios è vero che sono privati, ma sono comunque in affitto su un terreno pubblico. Se l'inquilino mi distrugge la casa che gli ho dato in locazione posso ben decidere di mandarlo via». I terreni di Cinecittà, infatti, sono interamente di proprietà pubblica (del Ministero del Tesoro). E pubblica è anche la quota del 20% all'interno degli Studios, che hanno il vincolo della produzione cinematografica. «Quindi, non ci sono alibi - incalza Vincenzo Vita del Pd -. Ci attendiamo qualche segnale prima che un primato storico dell'Italia, ci ricordiamo Fellini? ci ricordiamo la qualità straordinaria delle maestranze che il mondo ci invidia? finisca come la Olivetti». Per tutto questo i lavoratori di Cinecittà sono in sciopero (un primo pacchetto di 5 giorni) ed hanno occupato gli storici studi. Le tende montate sul tetto, sacchi a pelo e gli striscioni sulla facciata: «Abete, no cinema, no party», «Cinecittà okkupata»...Manuela Calandrini è una dipendente di Cinecittà da 27 anni. Daniele Barlone da oltre venti. Tutti sono lì per difendere il loro posto di lavoro, con tutto quello che rappresenta per la nostra cultura. «Questo governo sta demolendo lo stato sociale e la cultura italiana - dice Stefania Brai di Rifondazione -. Si sopprimono istituti di ricerca, si tagliano 200 milioni all'università pubblica per darli alle scuole private. Nulla si fa per impedire lo smantellamento di Cinecittà, nulla si fa in difesa della cultura italiana, una delle risorse più importanti per la crescita economica e sociale di questo paese, per la stessa democrazia». Nel pomeriggio di ieri i lavoratori si sono riuniti in un'assemblea pubblica. E martedì saranno nuovamente ricevuti al ministero (il giorno prima, lunedì, toccherà ad Abete). «Ci riconvocano dopo averci già convocato - sottolinea ancora Alberto Manzini - mentre la Regione e il Comune non mandano alcun segnale. Anzi sono consenzienti con lo smantellamento». È ormai una corsa contro il tempo, poiché il cosiddetto piano industriale, pezzo per pezzo, è già in fase di attuazione. Insomma, davvero un brutto film. GIANNIBORGNA ROMA Dallecomposizionidodecafonicheallecolonnesonore per igrandidelcinemaedella tv.StamanecerimoniaaRoma CULTURE QUESTAMATTINATRALE10ELE12ALCIMITEROACATTOLICODIROMA(VIACAIO CESTIO, 6)GLIAMICIDARANNO l'ultimo saluto a Benedetto Ghiglia. Nato a Fiesole nel 1921, Ghiglia, inizialmente influenzato dalla musica dodecafonica, è stato un pianista e un compositore di assoluto rilievo. Dopo gli anni trascorsi alla Scala di Milano e il proposito di diventare direttore d'orchestra, si volse al teatro e al cinema, dove poté esprimere tutto il suo talento e la sua sensibilità artistica. Non si contano gli spettacoli che lo hanno annoverato come curatore della parte musicale. Anche il cinema gli diede molte soddisfazioni. Ghiglia ha lavorato con alcuni dei nostri registi più grandi. Con i Taviani firmò la colonna sonora di uno dei loro capolavori, S. Michele aveva un gallo. Con Scola lavorò a uno dei suoi primi film, un po' dimenticato ma cruciale nella sua filmografia, Trevico-Torino. Per Pasolini compose le musiche di Porcile, che il grande poeta-regista aveva in realtà pensato per il teatro. E difatti, quando Roberto Guicciardini lo portò in scena nel 1989, Ghiglia lavorò ancora alle musiche dello spettacolo. Nell'ultima parte della sua vita, sempre molto attivo e creativo, ha lavorato principalmente per la televisione e in particolare per il programma La grande storia in prima serata di RAI3. La sigla del programma, peraltro, è sua, ed è desunta dalla colonna sonora di uno dei migliori film televisivi di Nicola Caracciolo, I600giornidiSalò. Con Caracciolo ha realizzato le musiche originali di quasi tutti i suoi programmi, da Succedeun Quarantotto a ICiano e ai tanti realizzati sulla storia del fascismo e sulla figura di Mussolini. Ho avuto la fortuna di far parte anch'io di questo gruppo (la «bottega», come la definiva Caracciolo) e devo dire che è stato sempre un piacere inventare soluzioni musicali e stilistiche su materie così complesse sempre illuminate dall'estro di Caracciolo e di Ghiglia. Come un piacere è stato per me avere al mio fianco Benedetto quando pochi anni fa realizzai per l'Istituto Luce, con la collaborazione di Antonio Debenedetti, Città aperta, la storia culturale del dopoguerra romano, che credo sia stato uno degli ultimi lavori in assoluto firmati magistralmente dal Maestro. Ma questo breve ritratto non sarebbe completo se non parlassi del Ghiglia militante politico, impegnato per l'intera sua vita sul fronte dell'antifascismo e dell'appartenenza alla sinistra (dalla lunga militanza nel Pci a quella a fianco del Pd). E sul fronte dell'impegno per la rinascita culturale del nostro Paese. Ghiglia mancherà tantissimo alla sua adorata compagna Adriana Martino, ma anche a noi, che gli abbiamo voluto bene e lo abbiamo sempre apprezzato come musicista e come uomo. Torna il FestivalFilosofia, da venerdì 14 a domenica 16 settembre a Modena, Carpi e Sassuolo, con quasi 200 appuntamenti fra lezioni magistrali, mostre, concerti, spettacoli e cene filosofiche. Dopo il terremoto, un segnale preciso per tutti, dai sindaci delle tre città a Remo Bodei e Tullio Gregory, del Comitato Scientifico della manifestazione, questo di ripartire dalla cultura, riportando le persone a stare insieme, a discutere e confrontarsi per riacquistare fiducia, senza dimenticare quale volano economico sia ormai il Festival, quindi adesso più necessario che mai. Il tema di quest'anno sono le «cose», ovvero la domanda filosofica sulle cose e le varie declinazioni contemporanee delle cose, tracciando linee tematiche che affrontano la questione della «cosa stessa», lo statuto della produzione e i suoi processi, le implicazioni del consumo, il carattere di feticcio assunto dalle cose, nonché le passioni che esse suscitano, ricordandoci che diventano oggetti quando acquistano un'utilità. Fuori i mercanti daCinecittà GliStudiosoccupaticontro ilpianodismantellamento Intanto ierièstatoanche il giornodelgrandeannuncio: l'archiviostoricodelLuce èdisponibilesuYouTube www.archivioluce.com GABRIELLAGALLOZZI ROMA DI SOLO STREGA VIVE L'EDITORIA?CERTO CHENO. ECOSA FANNO, NELGIORNODEL GRAN PREMIO,GLI EDITORICHENON PARTECIPANO? Ieri per Feltrinelli, marchio quest'anno lontano dalla lizza del Ninfeo, due appuntamenti. A Roma in via del Corso ha aperto Red (acronimo per Read, Eat, Dream), il primo spazio dove, grazie alla joint venture con la palermitana Antica Focacceria, libro farà rima con pastasciutta… Farà bene al libro? Farà bene agli spaghetti? Vedremo. Sempre ieri per la collana «Zoom», all'opera da dicembre scorso, in uscita cinque titoli. «Zoom» propone al prezzo record (all'ingiù) di euro 0,99 testi solo in formato digitale. Ieri sono arrivati sullo scaffale virtuale La miracolosa stranezza di essere vivi di Paolo Di Paolo, Il polacco Maciej di Veronica Tomassini, L'orso di Emiliano Gucci, Maledetta Cina di Paolo Rumiz e Perché si dice addio di Giulia Carcasi. Sarà il nome, che allude a vicinanza e velocità, ma cade l'occhio su uno dei dati con cui questi testi si presentano all'acquirente: il numero di battute. Dalle 51.623 di Rumiz alle 9.661 di Carcasi. Ora, nella simbologia dei numeri che, complice la crisi, ha invaso l'editoria, queste sono cifre nuove. Ci sono numero di copie e posizione in classifica, ci sono i prezzi, con quei decimali da mesi a farla da padrone (la virgola e il 90), ci sono le pagine e, nell'editoria digitale, ecco le battute. Diciamolo, dà l'aria di un invito all'acquirente: comprami, costo poco e non ti faccio faticare, finisco presto… Era questa l'idea? Ah, Feltrinelli è l'editore che cinque anni fa offrì ai lettori un libro (Dentro le mie mani le tue di Marosia Castaldi, 721 pagine) definendolo all'opposto in quarta di copertina opera «maestosa, mastodontica». Se non ricordiamo male, fu un flop. C'è ancora l'aurea via di mezzo? spalieri@tin.it Quando l'editoria dà inumeri LAFABBRICA DEI LIBRI MARIASERENA PALIERI AddioaBenedettoGhiglia musicistaa360gradi Dopoterremoto Torna inEmilia ilFestivalFilosofia Ilavoratori diCinecittà in lottadavanti agli storici studidi viaTuscolana Ilpianodi smantellamento ègiàavviato U: 26 venerdì 6 luglio 2012
FRANCESCADESANCTIS INVIATA SPOLETO WEEKEND TEATRO ALL'INTERNODELFESTIVALESTIVO«DAVICINONESSUNO È NORMALE», PER MILANO UN APPUNTAMENTO IMPORTANTE,CHESISVOLGE NELTEATRO DELL'EXOSPEDALEPSICHIATRICOPAOLOPINI,ha debuttato il nuovo, interessante progetto del gruppo ravennate Fanny& Alexander Discorso, ideato da Luigi De Angelis e Chiara Lagani. Un progetto a puntate che avrà sei interpreti diversi da Marco Cavalcoli a Chiara Lagani, da Lorenzo Gleijeses a Francesca Mazza, da Fabrizio Gifuni a Sonia Bergamasco. Un viaggio quasi romanzesco che si concluderà nel 2014, dedicato alla parola e più specificamente al discorso in tutte le sue forme: politico, pedagogico, religioso, sindacale, giuridico, militare per affrontare il potere fascinoso eppure spesso così simile a quella melassa mortuaria che avvolge tutte le cose, costruito sulla retorica delle frasi fatte, di una comunicazione unidirezionale quando non fasulla. Un colore per ogni ambito dal grigio al rosso, che simbolicamente riempirà, di volta in volta, tutta la scena, peraltro quasi vuota. La prima tappa si intitola Discorso grigio e riguarda la politica, il modo di parlare della politica e le sue rotture che passano per «novità» e invece sono solo populismo. Una parola che coinvolge tutto e tutti in una babele di suoni, apparentemente senza senso. In questo Discorso grigio di cui è protagonista un funambolico, bravissimo Marco Cavalcoli, tutto è grigio: la scena che sembra una camera oscura, l'abito con camicia bianca e cravatta che indossa lui, il protagonista assoluto, il Presidente che sta per fare un importante discorso. Il Presidente assomiglia a un attore che in camerino fa il suo training di preparazione e di riscaldamento per una prova fisica ed emotiva che si intuisce importante: scatti, movimenti spezzati, suoni lancinanti che provengono da chissà dove, quasi un balletto astratto mentre da fuori entrano folate di voci, immediatamente riconoscibili. Voci del nostro oggi e del nostro ieri. Queste voci costellano la preparazione continuamente interrotta di questa specie di Charlot dei tempi moderni. Perché il Presidente è una maschera, anzi la Maschera. Eccolo è qui a raccontarci la sua «discesa in campo» e mentre parla la sua voce cambia: è Berlusconi, ma anche Bossi, Bersani, La Russa, Casini, Bertinotti, Napolitano, Grillo in un impossibile dialogo con Monti… e c'è il passato che torna con la voce di Berlinguer e più lontana quella di Churchill. Parole vere, da discorsi veri, per un inquietante scenario. L'attore è attraversato da queste voci è maschera e megafono di tutte questi voci, le «incarna» tutte in un delirio sonoro e fisico: un microfono a piede gli è sufficiente. Perché questo è lo spazio della parola che si interroga sul senso della sua appartenenza, sulla sua possibilità di essere condivisa, vissuta. Di diventare pubblica, insomma, pericolosamente forma di potere se è solo una fascinazione, se non è condivisa. In realtà - ci mostra l'interprete - il potere è solo, ridotto quasi all'afasia, un illusionista in guanti bianchi che riesce ancora a catturare l'uditorio. Ma ecco un clown dalle grandi manone gialle di gomma che ruotano vorticosamente ad appoggiare un discorso fintamente popolare da comico second life dove tutto sembra vero ma tutto è falso, esagerato. Un mondo di pupari per un uomo solo dalla grande testa di cartone rubata a qualche carnevale che ha le fattezze un po' sfatte di Berlusconi… L'attore si toglie il mascherone, improvvisamente tace, ci guarda in silenzio. Buio. Ma ecco che torniamo all'inizio, a quell'attesa per l'importante discorso che verrà, fatto da un uomo che però non c'è, non esiste: lascio tutti i mie beni allo Stato, dice. Fra finzione e realtà, inquietante. CINQUE DONNE, UNA PIÙ BIZZARRA DELL'ALTRA, CHI PIÙ ROMANTICA, CHI PIÙ FOLLE, CHI PIÙ ASSATANATA... UNA«GIOSTRA»TUTTAALFEMMINILEdove gli spettatori sono invitati a salire e a scendere lasciandosi guidare dai racconti di queste cinque donne dai curiosi cappellini. E fra un giro e l'altro di giostra sfilano caratteri, ossessioni, desideri, che venendo fuori dalla penna di Stefano Benni, non possono che avere toni graffianti e divertenti. Certo, è l'occhio maschile a spiare il mondo femminile e la sua complessità, dunque il punto di vista non può che essere parziale. Le beatrici è una raccolta di monologhi che Benni ha scritto e pubblicato lo scorso anno per Feltrinelli. Prima ancora è stato uno spettacolo teatrale prodotto dal Teatro dell'Archivolto di Genova. Ora torna di nuovo al teatro, stavolta con la regia dello stesso scrittore bolognese e del collettivo le Beatrici (aiuto regia Walter Leonardi), che in questi giorni lo portano in scena nel bellissimo chiostro di San Nicolò a Spoleto, nell'ambito del Festival dei 2 Mondi (repliche fino al 14 luglio, una produzione Bis Tremila in collaborazione con Bottega Rosenguild, con il sostegno del Teatro Excelsior di Reggello). Sul palco cinque strampalate attrici: Valentina Chico, Elisa Marinoni, Alice Redini, Gisella Szaniszlò, Valentina Virando. Ovvero una moderna Beatrice dantesca non così innocente e ingenua; una manager spietata che si ciba degli operai in esubero; una suora assatanata; una donna in attesa; un'adolescente esibizionista e una romantica licantropa. Bel gruppo eh? In effetti non si sa se ridere o se piangere, ma trattandosi di Benni alla fine si finisce per sorridere anche di fronte ai paradossi più crudeli dei nostri tempi. E così cediamo alla lettura dei tarocchi della Beatrice dantesca e ridiamo a crepapelle quando suor Filomena - la suora che mena e che si esprime in rima, prediligendo il turpiloquio inizia ad improvvisare versi e a parlare di frate Marcello famoso per il suo limoncello... Alle fine viene fuori una bella tavolozza di colori in cui si mescolano i temi cari a Benni (il linguaggio giovanile, il desiderio di apparire, l'erotismo in ambito religioso... ) ad argomenti più o meno nuovi come il cinismo industriale, per esempio, con una presidentessa che dispensa consigli su come liberarsi dei dipendenti in eccesso. Brave le attrici, nonostante le battute non sempre così brillanti. Scandiscono il ritmo dello spettacolo le ballate musicali che fra cappellini e fisarmoniche rendono tutta l'atmosfera un po' sognante. Così si finisce per chiedersi: «chi è sveglio e chi dorme»? Ildiscorso del presidente Fanny&Alexander: ilnuovo einquietanteprogetto ParoleBerlusconimaanche Bossi,Bersani,Bertinotti eGrillo inun impossibile dialogoconMonti... Undeliriosonoroefisico MARIAGRAZIA GREGORI MILANO Unafotodi scenadallo spettacolo«Discorso» conMarcoCavalcoli Cinque«Beatrici»unapiù folledell'altra AlFestivaldei2MondidiSpoleto lospettacolo diStefanoBenni,ungirodigiostranelmondofemminile Unascenadallo spettacolo«Lebeatrici» di StefanoBenni inscena aSpoleto finoal 14 luglio LEPRIME Chisiete voi?Aquale razza, religione, nazionalità, casta, classe, famiglia, sesso appartenete?Da questi interrogativi nasce il lavoro chevede inscenadue ospitidellaCasa famiglia LorenzoMoridi Trequanda. ECHI SIETEVOI? regiadiAnnalisaBianco EgumteatroalFestival Inequilibrio Castiglioncello,CastelloPasquini h.18,30 Nell'assortitomenù diarti misteproposto daTeatro a Crote si riaffaccia la coreografa ispano-francesegià ospitedue anni facon il sorprendente Le jardin des délices eche orapropone untuffonell'elektro-dance scopertanellebanlieues francesi. ELEKTROKIF coreografiadiBlancaLi FestivalTeatro aCorte Torino,Teatro Astrastaserah.21 Pettoruti, cosciuti edai lunghiciglioni: sono le«ballerine»più spassosedel mondo: i celeberrimiTrockscheportano ingiro la danzaclassica nel mondo insenso latoe in sensostretto. Cigni«en travesti»chevi farannopiangere...dalle risate. LESBALLETSTROCKADERO DEMONTECARLO Festival Invitoalla Danza Roma,Teatro VillaPamphilj, stasera U: 22 venerdì 6 luglio 2012
MICHELEDE MIERI micheledemieri@libero.it WEEKENDLIBRI DOPO OLTRE UNA DOZZINA TITOLI, PER STARE SOLO A QUELLI DISPONIBILIINITALIANO,EMOLTIPREMILETTERARI,L'ULTIMO,IL VON REZZORI, ARRIVATO QUALCHE SETTIMANA FA A FIRENZE PERESPLORATORI DELL'ABISSO,ECCOUNALTROVILA-MATAS D'ANNATA, L'ULTIMO USCITO IN SPAGNA, UN'ARIA DA DYLAN. Questo autore, nato a Barcellona sessantaquattro anni fa, è uno dei casi più avvincenti di quella letteratura costituita dal suo stesso dedalo, dal suo pensarsi come unico spazio possibile per scrutare il mondo. Vila-Matas si è inoltrato dentro il labirinto della letteratura e degli autori indagando prima le sue possibilità combinatorie, poi la crisi, la fuga di quei tanti Bartleby che preferirono dire di no alle lusinghe e alle fatiche delle opere possibili, ora, da qualche anno insegue nei sui libri personaggi che sono essi stessi degli scrittori (che ammirano, e odiano, altri colleghi), dei romanzieri in crisi di fronte alle infinite diatribe fra realtà e finzione, oppure tra sperimentalismo e tradizione. Succedeva al giovane Montano (Il mal di Montano) incagliato nelle maglie della sua fissazione per gli scrittori scomparsi e pure al dottor Pasavento del libro omonimo che scriveva per scomparire, per assentarsi. Un'ariadaDylan gioca al raddoppio del racconto dell'inazione letteraria: c'è uno scrittore, che è il narratore della vicenda, che dopo tanti libri ha deciso non solo di non scrivere più ma addirittura di non parlare più, in attesa di mettere in opera questi due propositi ci narra del suo incontro con Vilnius Lancastre, un giovane barcellonese che somiglia al Bob Dylan giovane, e che è figlio del famoso scrittore Juan Lancastre, passato a miglior vita da pochi giorni. Il narratore comincia a pedinare il giovane Vilnius mentre questi è impegnato ad esporre il suo progetto dell'Archivio Generale del Fallimento. Operazione in cui, ovviamente, si augura di non riuscire. Se non bastasse il giovane vuole pure ispirare una lega di emuli di Oblomov, così con la sua bella compagna Debora, già amante del padre, decide che non si può generare più di un'idea al giorno. La vita di Vilnius è complicata, fin dall'avvio della vicenda, dalle strane intrusioni dello spirito (spettro) paterno che sembra infilare i suoi ricordi nella memoria del figlio. Il giovane sosia di Dylan è inoltre fissato con quelle che lui chiama le «frasi motore» e da quando si è imbattuto una sera in un vecchio film hollywoodiano del 1938, Trecamerati di Frank Borzage, tratto da Remarque e sceneggiato da otto autori tra cui Francis Scott Fitzgerald, parte per avere conferma che la frase «Quando fa buio, abbiamo sempre bisogno di qualcuno» è dell'autore di Tenera è la notte. Ben presto la macchina citazionista di Vila-Matas innesta il racconto degli autori frustrati dal sistema hollywoodiano con quello delle avanguardie europee, la tragedia di Amleto con le indagini alla Marlowe-Chandler. Un via vai di libri letti e film visti che avvolgono le vite di tutti noi e quindi anche del narratore e dello smarrito Vilnius che, nel frattempo, ha saputo che il suo non amato padre non è morto accidentalmente ma forse è stato ucciso, mentre non si trova il manoscritto di Memorieabbreviate, l'autobiografia che stava scrivendo prima di morire. Vilnius e Debora nel frattempo devono scontrarsi con la madre di lui e col suo amante (Claudio), mentre due tizi che dicono di chiamarsi Rosencraz e Guildestern li cercano nell'albergo dove la giovane coppia alloggia. Non mancano lettori accaniti che si ritrovano in una libreria, sono gli interrompitori, mentre sempre Vilnius e Debora vogliono realizzare delle opere infrasottili (se vi vengono in mente i poeti realvisceralisti dei DetectiveSelvaggidi Bolaño non sbagliate di certo). Un tour de force di citazioni, un'aria da film noir mentre si racconta di tentativi di libri e film sperimentali, un'ennesima prova della sofisticata maestria di Enrique Vila-Matas, un'altra occasione per ammirare la narrazione al lavoro. FRESCHIDISTAMPA ANILDA IBRAHIMI (VALONA, 1972) È UN TIPODISCRITTRICECHEINDUCEACHIEDERSI SE L'INTRECCIO TRA MODERNITÀ E ARCAICITÀ, CON CUI IMPASTA STORIE E SCRITTURA, SIA UN SUO TRATTO PERSONALE OPPURE SE A CONSISTERE IN QUESTO SINGOLARE MIX DI MODERNITÀ E ARCAICITÀSIAILSUOSTESSOPAESE,L'ALBANIA. Benché ci fronteggi di là dall'Adriatico, l'Albania mantiene il mistero del suo quarantennio di isolamento sotto un regime dai tratti più di un dispotismo asiatico che di un «socialismo reale» all'europea. Ed è un mistero che le sue scrittrici - Ibrahimi, Ornela Vorpsi, Elvira Dones, e i suoi scrittori, dal grande Kadaré in giù - non addomesticano. Né, con i loro romanzi, lo sciolgono. Dunque, eccoci al terzo romanzo che Anilda Ibrahimi pubblica in italiano: dopo il magnifico Rosso come unasposa e il bello, ma meno compiuto, L'amore e gli stracci del tempo, prime due parti di un'ancora incompiuta trilogia, arriva Non c'è dolcezza, un atto unico (pagine 230, euro 17,50, Einaudi). FINALMENTEIL FIGLIO MASCHIO Due ragazzine, Lila ed Eleni, sono legate dall'infanzia e innamorate dello stesso ragazzo, Andrei. Ma Andrei si sposa con un'altra, la bellissima Mandeta, e Lila finisce per sposarsi anziché con lui con suo fratello Niko. Passato del tempo Mandeta abbandonerà Andrei che, senza mai dimenticarla, si sposerà con Eleni. E intanto Lila mette al mondo delle bambine e, di nuovo incinta, decide di regalare il nuovo nato all'amica, perché lei e il marito non possono avere figli. Così, quando nasce Arlind - finalmente un maschio! - lo porta in dono. Però, con sua sorpresa, con la morte nel cuore. E questa morte dilaga e rovina quanto di felice c'era prima. Arlind - che ha occhi di ghiaccio - viene messo a balia da una zingara. E concepisce un intenso strano legame con sua figlia. E poi ci sono quelli che muoiono, e quelli che tradiscono, che fuggono e che riappaiono… Non c'è dolcezza è un libro che attraversa la storia del paese dal dopoguerra, con le faide tra resistenti e collaborazionisti, al comunismo con il suo orizzonte di urbanizzazione (via dai villaggi, tutti in città), alla fine del regime di Hoxha e alla «normalizzazione» («Vogliamo o non vogliamo che il nostro Paese sia come il resto d'Europa?» si chiedono gli abitanti, senza sapere in cosa esattamente questo consista). Lo fa con concretezza storica e, com'è caratteristico della scrittrice, con vena ironica e amore per il paradosso. Ma il cuore che pulsa sotto è la circolarità di affetti, di latte, di sangue, di vita, di morte che lega la comunità umana. E questo - ci dice Anilda Ibrahimi - è un sottofondo che resiste a ogni Storia, sempiterno e un po' pagano. Il cuore chepulsa sotto lastoria dell'Albania MARIASERENA PALIERI spalieri@tin.it L'ESATTORE Petros Markaris traduzione Andrea DiGregorio pagine341 euro 18,50 Bompiani Stripbook www.marcopetrella.it UN'ARIADA DYLAN Enrique Vila-Matas traduzione ElenaLiverani, pagine303 euro 19,00 Feltrinelli Quel giovane sosia diDylan IlnuovoromanzodiVila-Matasha l'ariadiun filmnoirmentreracconta dei tentatividi scrivere libriegirare filmsperimentali.Protagonista Vilnius,cheassomiglia tantoaBob Ilcantautore americano BobDylan Untrentennedisadattatoche gira per i cimiteri a fantasticare sul passatodeivolti impressi sulle lapidi, inuna Torinosenza futuro. Poic'è Alexandra:bella, fresca e conturbante,ma costrettaad accantonare la sua laurea in lingueper esercitare clandestinamente il mestierepiù anticodel mondo.Esattamente l'oppostodi Ivana, la donna maturaevissuta, ex terroristache nonriesce a lasciarsialle spalle un passatotormentato. Tutti inun equilibrio instabile. PIOVEANCHE AROMA SergioPent pagine249 euro 16,00 Aliberti editore Findai suoesordio con la prosadi Le mille luci di New York, Jay Mclnerneyha ricevutomolti riconoscimenti.Tra i tanti c'èanche quellodi «miglior scrittore divini» daparte della rivistaSalon. I piaceri dello cantina raccoglie i testi, scritti nell'arco di oltrecinque anni,che testimoniano il continuo viaggiodell'autore alla ricerca di novità,diclassici, di sorprese, solleticandosia ilpalatosia la curiositàdei lettori.Unaguida sfaccettataalle infinitevarietà di vinoche presenta. IPIACERI DELLA CANTINA JayMcInerney traduzione AndreaSilvestri pagine261 euro18,50 Bompiani Il commissario Charitosè dinuovo alleprese con leconseguenze dellagrandecrisi economica. Nell'ombraagisce un «Esattore», unvendicatore che inviaa noti evasori fiscali una lettera in cui li invitaasaldare quantodevono al fisco;mase non ottienequanto chiede, l'Esattore uccide i malcapitati conuna iniezione di cicuta.KostasCharitossi immerge nelnuovo casocon un sensodi smarrimento:vittimee colpevoli si scambianocontinuamentedi ruolo. U: venerdì 6 luglio 2012 23
Dopo il no convinto del SenatoUsa all'etichettatura specifi-ca per i prodotti alimentari geneticamente modificati, ecco che si riapre il controverso dibattito sui pro e contro dell'utilizzo degli Ogm. Non è bastata una percentuale altissima (quasi il 91%) dell'opinione pubblica statunitense a favore di tale etichettatura a portare a compimento uno dei punti del programma della campagna elettorale, nel 2007, del presidente Obama. E nemmeno la mission di sensibilizzazione di «Just label it», il movimento che con la sua petizione presentata alla Food and Drug Administration è riuscita comunque a far tornare sull'argomento l'ente governativo americano che si occupa di prodotti alimentari nonostante l'ennesimo parere contrario di quest'ultima sull'etichettatura Ogm in quanto priva di evidenza scientifica degli effetti avversi sulla salute. La battaglia degli oppositori statunitensi delle agrobiotecnologie ricomincia proprio da qui. Con il referendum sull'etichettatura dei prodotti agroalimentari geneticamente modificati previsto per il novembre prossimo in California. A nutrire ulteriormente di polemiche la controversia, a livello europeo, è la recente decisione dell'Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa). Per la prima volta, infatti, Efsa in qualità di ente preposto, ha espresso il proprio parere favorevole alla coltivazione, in Europa, di soia geneticamente modificata. Lo ha fatto accogliendo la richiesta avanzata da Monsanto, la multinazionale nordamericana specializzata in biotecnologie agrarie, di poter vendere le sue sementi di soia transgenica (fino ad ora soggetto di solo importazione), da piantare in Europa. La decisione ha subito suscitato la reazione contraria degli oppositori delle tecniche di trasformazione biogenetica. Tra gli argomenti oggetto di contestazione sono i rischi legati ai residui dell'erbicida (a base di glifosato) associato a questa varietà di soia e la mancanza di un monitoraggio reale degli effetti di questi residui sulla salute e anche sull'ambiente, nonostante le indicazioni previste in tal senso dal quadro legislativo comunitario. Il conflitto ambientale causato dall'agrobusiness in generale in Sudamerica e nello specifico, quello che si sta consumando attualmente in Argentina dalla monocultura di soia Monsanto, ha creato un precedente al quale fanno riferimento, per quanto riguarda l'impatto negativo ambientale e socio-economico, le organizzazioni no Ogm. Inoltre, le vittime del pesticida in Argentina hanno fatto causa proprio all'industria della soia Ogm. In Europa, comunque, l'autorizzazione per la soia Monsanto ancora non c'è. L'ultima parola spetta alla Commissione Ue e ai singoli Stati. In attesa anche delle conclusioni della 75esima sessione plenaria del Comitato Ogm dell'Efsa, tenutasi nei giorni scorsi a Parma, sulla propria decisione a favore della coltivazione europea di soia geneticamente modificata, la speranza è quella di riuscire ad avere una visione più chiara sia sulle evidenze scientifiche sul controverso argomento, sia sulla posizione della Ue riguardo alle politiche da adottare. In questo contesto di grande confusione Al semplice cittadini resta un solo compito; quello di vigilare. In attesa che le istituzioni preposte facciamo chiarezza. FOODPOLITICS «Qualità senza risparmio o risparmio senza qualità?». Nessuna delle due: solo risparmio. La crisi smentisce anche la pubblicità e restituisce un Paese che nello stringere la cinghia riduce volumi e pregio dei prodotti acquistati. Questo avviene anche sul fronte degli alimenti, ed è il motivo per cui il fenomeno desta clamore. Perché l'Istat, nel suo rapporto sui consumi delle famiglie, non parla solo di una riduzione di scarpe o vestiti (che c'è), di mobili o accessori per la casa, e neanche del classico taglio sulle spese per svago o cultura: cinema, libri, viaggi o cose del genere. Avviene anche questo, ma non solo. Il 35 per cento delle famiglie nel corso del 2011 avrebbe diminuito i consumi alimentari rispetto all'anno precedente: il 65,1 per cento dichiara di aver ridotto solo la quantità, mentre nel 13,3 per cento dei casi diminuisce anche la qualità dei prodotti. La cosa sembra non collimare col fatto che comunque la spesa media è in leggera crescita rispetto al 2010. È un'illusione ottica? Piuttosto è la conferma che il costo della vita resta molto alto. E a questo punto viene da chiedersi come faccia un pensionato o un giovane precario a fare fronte ad una spesa media mensile che, nonostante l'inflazione (in crescita di 2,8 punti percentuale), si attesta per le famiglie a 2.488 euro (più 1,4 per cento rispetto al 2010). Nel calderone rientrano la Lombardia, che si afferma come la regione con la spesa media mensile più elevata (3.033 euro), seguita dal Veneto (2.903 euro). Mentre la Sicilia si conferma fanalino di coda con 1.637 euro al mese: ovvero 1.400 euro in meno delle regioni più ricche. Che i consumi stiano subendo una rivoluzione degna un'analisi sociologica trova conferma anche in un altro rapporto, redatto da Coop Italia per l'assemblea nazionale della Coldiretti che si è tenuta ieri. Secondo l'associazione, l'incertezza economica induce le famiglie a rivedere i menù casalinghi e a cambiare l'ordine (e forse il peso) delle portate. La pasta resta sempre il primo piatto, anzi si conferma decisamente sulla carne, che viene ridotta in media del sei per cento. Cresce anche il pollo, ma in generale sono i carboidrati a schizzare in vetta al menù, con il pane che lievita di tre punti percentuali. Mentre vanno male l'ortofrutta e il pesce (entrambi in calo di tre punti). DIMMIDOVECOMPRI... Non solo cosa, anche dove acquistiamo rivela molto. Se il 43 per cento degli italiani sembra che abbia ridotto la frequenza dei negozi tradizionali, una percentuale del 29 per cento ha invece aumentato quella nei discount. Mentre il 57 per cento ha mantenuto stabili i propri acquisti nei supermercati. Purtroppo per i bar, la colazione si fa molto più spesso a casa. Lo si evince anche dal fatto che latte e biscotti, fette biscottate e miele, non mancano mai in cucina. E più in generale, si registra un calo dei vizi di adulti a bambini: meno caramelle e liquori, cioccolato, bibite e dessert. Il dato non si traduce in un calo generalizzato della golosità. Anzi. Torna invece di moda fare i dolci in casa, e cresce la vendita di farina, burro, uova ma anche di preparati per il pane, la pasta, la pizza, le conserve, gli yogurt o le confetture. Sembra di rivedere nonna Italia in cucina. E se non fosse per le condizioni generali e lo stato di salute dell'economia del Paese, potremmo dire che è un bene. Alimenti Ogm La polemica riparte dalla California Referendum sull'obbligo di etichettatura E l'Europa decide sul via libera alla soia Monsanto Anche il mondo delle cooperative soffre la crisi ma può rivendicare di essere riuscito a reagire in modo positivo alla congiuntura, difendendo l'occupazione e non rinunciando al mercato, sostenendo il vecchio ma non rinunciando a nuovi modelli di sviluppo «per costruire un mondo migliore». Il bilancio di un settore così importante del mondo produttivo è stato tracciato in occasione della celebrazione, alla presenza del presidente della Repubblica, della Giornata internazionale delle cooperative nell'anno, questo difficile 2012, dedicato dall'Onu a questo settore che a Napolitano appare come «un esempio unitario molto eloquente». Il presidente ha detto, lasciando il convegno, di avere apprezzato i ripetuti riferimenti «al valore fondamentale della solidarietà e dell'equità che certamente deve valere ancora di più nel mondo economico e nella sfera delle attività economiche». Sottolineando che «le confederazioni cooperative hanno dato prova di grande serietà saldando la loro collaborazione nel quadro di un'alleanza che rappresenta il superamento di qualsiasi concorrenzialità». UNNUOVO MODELLODISVILUPPO La crisi economica «ha portato alla riscoperta delle cooperative che hanno resistito e reagito alle difficoltà meglio di altre imprese» ha affermato Luigi Marino, presidente di Confcooperative e dell'Alleanza delle cooperative italiane «che ha facilitato il dialogo con le istituzioni e la collaborazione con le principali associazioni imprenditoriali e sindacali, in una logica di coesione e di spinta alla crescita». E Giuliano Poletti, presidente di Legacoop e coopresidente dell'Alleanza ha individuato la strada per uscire dalla crisi «in un nuovo modello di sviluppo fondato sul protagonismo delle persone e delle comunità, su un nuovo protagonismo sociale». Il primo rapporto sulla cooperazione elaborato dal Censis ha puntato i riflettori su 80mila imprese che danno lavoro a un milione e 382mila persone. I soci dell'Alleanza sono più di dodici milioni, il fatturato delle imprese aderenti è di 140 miliardi di euro. La crisi si è fatta sentire ed ancora c'è. Il 40,2 per cento delle aziende conferma di vivere un momento di stazionarietà, il 24,6 è in fase di consolidamento, il 17,4 è in crescita, e il 17, 7 per cento è in grosse difficoltà. Emerge una straordinaria capacità di tenuta. Per il Censis dal 2007 al 2011 l'occupazione è aumentata dell'8 per cento grazie al boom della cooperazione sociale. Settori strategici sono sanità, assistenza sociale, trasporti e logistica, servizi di supporto alle imprese. ACURADI MAURO ROSATI maurorosati.it Si risparmia sulla quantità e si sostituisce la carne con la pasta Aumentano gli acquisti ai discount . . . Nel rapporto Istat la foto di un Paese alle prese con una forte riduzione del potere d'acquisto Resistenza e sviluppo delle cooperative, in tempo di crisi . . . L'Autorità per la sicurezza alimentare ha dato parere positivo alla coltivazione . . . Ma l'ultima parola ora spetta alla Commissione Ue e ai singoli Stati Un terzo delle famiglie taglia la spesa per il cibo GIUSEPPE VESPO MILANO MARCELLACIARNELLI ROMA venerdì 6 luglio 2012 13
«PROPRIO DALLE GRANDI CRISI TENDONOASCATURIRELEROTTUREPIÙPROFONDE», scriveva qualche giorno fa Gianni Cuperlo, sollecitando il Pd e le forze progressiste a non rinunciare a coltivare l'utopia, la prospettiva di un cambiamento radicale. Condivido. Siamo di fronte al fallimento di un modello in cui è stata egemone la destra su scala mondiale e rispetto al quale la sinistra di governo, in Europa e non solo, non è stata in grado di elaborare una visione alternativa e credibile. Questa inadeguatezza ha coinciso con la perdita di peso della politica, organizzata ancora in gran parte su scala nazionale, nei confronti dei poteri globali della finanza e della comunicazione. È dunque indispensabile prendere le mosse da una riflessione strategica sull'Europa che affronti le contraddizioni che questa crisi ha fatto emergere drammaticamente. Queste contraddizioni possono avere un effetto deflagrante oppure spingere l'Europa, e i soggetti politici che credono nell'utopia realistica del progetto originario, a compiere una svolta. «In ogni singolo stato dell'Europa - scrive Ulrich Beck - si è finora potuta adottare la metafora nota e diffusa secondo cui quanto più è grande la torta da spartirsi, tanto più saranno grandi le fette che toccheranno ai singoli paesi. Finora non era mai accaduto che la spartizione fosse in negativo. (…) Negli Stati Uniti la disparità concerne gli individui, nell'Unione Europea le nazioni. (…) Sulla scia della crisi finanziaria globale si inasprisce la differenza tra stati creditori e stati debitori, il che provoca reazioni antieuropeistiche e xenofobe in entrambi i gruppi di Paesi». L'attacco all'Euro ci costringe a fare in fretta. È bene non alimentare miti e dirci che su questo terreno il confronto in Europa non è semplicemente riconducibile alla dialettica destra/sinistra, conservatori/riformatori. Ha ragione Bersani quando dice, anche in riferimento all'esito positivo dell'ultimo Consiglio Europeo, che a Bruxelles come a Roma c'è spazio e bisogno di un'alleanza tra tutte le forze che intendono contrastare le pulsioni populiste e antieuropee. Ciò non significa che siano venute meno le ragioni di una competizione tra destra e sinistra e che non sia necessario, per tornare alla suggestione di Cuperlo, cogliere l'occasione di questa crisi, e dell'implosione che essa sta provocando in Italia nel campo conservatore, per misurarci con la sfida di dare alla sinistra una nuova identità, di allestire un treno fatto di vagoni nuovi. Proporrei di tematizzare questo lavoro e di metterlo definitivamente al centro dell'agenda politica di questi mesi come grande discussione pubblica nel Pd e con le forze vitali della società italiana. «La società post-industriale, la globalizzazione portano con sé dilemmi in larga misura nuovi: equità-efficienza, tutele-merito, protezione-concorrenza, diritti sociali-competitività. Dilemmi che non possono essere ricondotti al confronto pubblico-privato. Se i progressisti, i riformisti, vogliono essere una forza che aspira a governare gli eventi e non a subirli devono accettare la sfida di questi cambiamenti». Così iniziava il documento conclusivo del nostro ultimo incontro di Cortona in cui identificammo alcune questioni-chiave che mi sembra possano risultare utili per riassumere la natura della sfida: democrazia e rappresentanza, ovvero come dare governo democratico ai processi politici ed economici e come regolare la sfera pubblica per rendere più efficiente la pubblica amministrazione e l'azione di governo; bene comune, ovvero come rileggere criticamente la stagione delle privatizzazioni senza liberalizzazioni e come costruire ambiti e meccanismi in cui gli attori economici interagiscano tra di loro fuori dai puri rapporti di potere o di forza economica; protezione, per una comunità aperta e inclusiva, ovvero come ridare centralità al lavoro e rileggere il welfare alla luce delle trasformazioni avvenute in questi decenni; nuovo patto per il futuro, ovvero come premiare il merito e offrire opportunità. Sono soltanto dei titoli, che provano tuttavia a scendere dai valori e dai principi alla concretezza delle proposte politiche, sapendo che per un tempo non breve l'Italia - e più in generale l'Europa - dovranno fare i conti con una disciplina di bilancio stringente. A risorse decrescenti dobbiamo far corrispondere un tasso crescente di innovazione e fantasia, per proporre un'idea dello sviluppo e del benessere capaci di dare valore ai beni relazionali, alla qualità, alla conoscenza, alla sostenibilità ambientale. Ecco, se nei prossimi mesi - a partire dall'Assemblea del 14 luglio - potessimo confrontarci su questi temi, sul merito della nostra idea di cambiamento dell'Italia e dell'Europa, credo troveremmo anche la risposta più equilibrata sul grado di continuità/discontinuità che possiamo immaginare tra la proposta che il Pd porterà agli elettori nel 2013 e l'esperienza complessa del Governo Monti che noi stiamo sostenendo. Il ricordo Don Diana, esempio per tutti i credenti Francesco Scoppola L'analisi Fiat e Italia, regine dei primati negativi Nicola Cacace IL4LUGLIO SCORSOSIÈTENUTOILCINQUAN-TAQUATTRESIMO ANNIVERSARIO DALLA NASCITADIDONPEPPEDIANA, il sacerdote campano di Casal di Principe barbaramente ucciso dalla camorra con cinque colpi di pistola nel marzo del 1994 mentre stava per celebrare la Messa. Nel ricordare questo anniversario crea sgomento la tragica coincidenza di quanto avvenuto pochi giorni fa a Pignataro Maggiore, nel Casertano, dove nei terreni confiscati alla camorra ed affidati ad una cooperativa di Libera Terra, che porta il nome di don Diana, è scoppiato un incendio che ha mandato letteralmente distrutti circa 12 ettari di grano, con il quale veniva prodotta la pasta della cooperativa e riducendo così del 50% il raccolto della mietitura. Un incendio dalla natura evidentemente dolosa che ha due aspetti da considerare: lo sfregio simbolico ad un luogo che porta la memoria di chi ha pagato con la propria vita l'impegno contro la camorra, che ha vissuto in maniera piena le proprie terre, che ha combattuto una battaglia di liberazione, che ha urlato «per amore del mio popolo non tacerò» evidenziando l'importanza delle persone e della voce nel combattere la schiavitù dalla criminalità ed ancora la potenza della distruzione della terra e dei suoi frutti, come paradigma della sconfitta della capacità di costruire una cultura della legalità fondata sul lavoro, sullo sforzo e sulla condivisione di buone pratiche. Nei giorni scorsi Benedetto XVI ha dato l'annuncio della prossima beatificazione di padre Pino Puglisi, il parroco del quartiere Brancaccio di Palermo ucciso nel 1993. Tale passaggio riveste grande importanza soprattutto per le motivazioni difatti viene concluso che tale omicidio avvenne «in odio alla fede» riconoscendone quindi il martirio. Le due storie, quella di Puglisi e Diana, seppur operanti in territori diversi, sono collegate in maniera inscindibile per la forza della testimonianza giunta sino al sacrificio della propria vita e per la fedeltà alla visione profetica della Chiesa che ha operato nel contesto sociale cercando di migliorarlo ed operando in mezzo alla gente, dimostrando che nulla è scontato. Su questo passaggio non si può non auspicare come, alla luce delle parole del Papa, si debba avviare in maniera definita la causa di beatificazione per don Diana. In tale direzione sono importanti le parole di don Palmese, vicario del cardinal Sepe a Napoli, il quale si augura che la causa di beatificazione di padre Puglisi sia «la prima di una serie». Un auspicio che speriamo presto si concretizzi. I DUE INDICATORI DELLA CONDIZIONE DEL LAVORO INITALIA PRESI PIÙ COSTANTEMENTE A RIFERIMENTO SONO LA DISOCCUPAZIONE E LA CASSA INTEGRAZIONE, ma a questi si aggiungono l'enorme bacino del lavoro nero e la precarietà. In totale si tratta di 8/9 milioni di persone in grandissima difficoltà col lavoro. La situazione della precarietà è stata spesso edulcorata da una propaganda asfissiante, il cui principale slogan era: meglio un lavoro qualsiasi che non lavorare, un lavoro temporaneo come trampolino verso la stabilizzazione. Fiumi di polemiche si sono levate contro chi denunciava un uso abnorme dei contratti precari. La pubblicazione delle comunicazioni obbligatorie sulla attivazione e cessazione dei rapporti di lavori, fin'ora trattate come un segreto, fa giustizia di queste polemiche. Cosa riportano i dati? Che nei 3 anni presi a riferimento (nel 2012 la situazione è peggiorata) solo poco più del 18% delle assunzioni è a tempo indeterminato (calando di 5 punti in 3 anni). Il 3% in apprendistato e tutto il resto con forme di lavoro precarie: prevalentemente a tempo determinato (quasi il 70%), con contratti di collaborazione e altre forme sparse. Ma non basta. Nelle comunicazioni si rileva anche la alta discontinuità lavorativa dei precari. Fra rapporti di lavoro attivati e lavoratori reali la differenza è alta(1,79 per le donne,1,64 per gli uomini). Circa il 30% dei contratti a termine ha durata inferiore ad un mese e quattro lavoratori a termine su 10 hanno durata inferiore ad un anno. Sono solo alcuni dei tanti dati che si possono rilevare, ma significativi per alcune considerazioni. La teoria delle magnifiche sorti della precarietà sostenuta dal precedente ministro del lavoro ne esce definitivamente seppellita (ecco perché questi dati non venivano resi pubblici). Ma anche la legge appena approvata e le teorie dell'attuale ministro ne escono male. Un esempio per tutti: i dati erano ovviamente da tempo in possesso del ministero e allora perché togliere la causale fino ad un anno per i contratti a termine? Cosi, come i numeri dimostrano, l'80% dei contratti temporanei (ma scommetto che aumenterà) sarà acausale, potrà essere usato per qualsiasi attività senza alcuna motivazione e al termine rescisso senza nessuna possibilità di tutela del lavoratore. La disoccupazione dei giovani è al 36%, ma come si vede contemporaneamente l'occupazione è altamente precaria. Adesso è certificato che l'80% delle nuove assunzioni non è fatto con quella che è definita come forma comune o prevalente dalla legislazione italiana. Questa è la realtà. Se si vuole davvero fare qualcosa per loro non serve propaganda, non servono leggi sbagliate ma atti concreti finora non pervenuti. LA FIAT, OLTRE A MOSTRAR DISPREZZO PER LEG-GI ED ISTITUZIONI, NON PERDE OCCASIONE PER MESSAGGIINTIMIDATORI: «Se il mercato europeo continuerà ad andar male, c'è uno stabilimento di troppo in Italia, specie se non ci lasciano tranquilli in modo che si possa produrre per l'export». È l'ultima uscita di Marchionne, dopo quella recente del presidente Elkann: «Per continuare a produrre in Italia ci deve essere la volontà del Paese», parole implicitamente giustificate anche dal prof. Monti dopo l'incontro del 16 marzo: «Fiat ha diritto di scegliere dove investire». Difficile capire cosa significhi la «volontà del Paese», per chi si appella al libero mercato. Anche perché, alla luce dell'esperienza, in passato la volontà del Paese è stata fortemente condizionata dalla Fiat, per esempio nel tenere lontano americani e giapponesi che volevano produrre in Italia. Col bel risultato che siamo l'unico Paese europeo dove una industria nazionale senza alcuna concorrenza interna ci ha fatto diventare l'ultimo produttore d'auto d'Europa, a grande distanza da Germania e Francia, ma anche da Gran Bretagna, Spagna, paesi senza produttori nazionali, oltre che da Polonia e Turchia. La Fiat ignora completamente tutti gli altri privilegi che gli Stakeholders, cioè i portatori di interesse oltre gli azionisti, lavoratori, fornitori, territori, governi, le hanno concesso in questi anni. Non ultimo il salvataggio dal fallimento tramite il famoso “prestito convertendo”. Resta l'amara realtà di oggi: l'Italia, Paese più ricco di allori nel settore auto e con marchi ancora prestigiosi, ha tutti primati negativi: l'unico paese europeo con un solo produttore di auto che produce meno di 500mila auto, contro i 2-4 milioni di Francia e Germania, i circa 2 milioni di Gran Bretagna e Spagna; l'unico Paese con la più bassa quota di mercato interno detenuto dalla produzione nazionale, l'unico grande produttore che produce “in patria” meno del 30% delle auto prodotte nel mondo. Non tutte le delocalizzazioni sono da accettare. Ci sono quelle “buone” (ma non è questo il caso dell'auto) e quelle “cattive” quando sono motivate solo dall'obiettivo di massimizzare i profitti. Come è il caso della Apple, fortemente criticata dal presidente Obama, che produce in Cina tutti i suoi prodotti Ipd, Iphone, PC, solo per aumentare un utile già stratosferico. La Fiat, anche con la sua uscita da Confindustria, si schiera sempre più decisamente sulla sponda del vecchio capitalismo, quello del massimo profitto comunque ottenuto, e non quello del capitalismo moderno, delle aziende a pluralità di fini, che oltre agli interessi degli azionisti si fa carico anche di quello degli stakeholder, lavoratori, fornitori, territorio. Peccato che il governo dei tecnici, dopo quello Berlusconi, approvi una condotta aziendale eticamente ed economicamente sbagliata. L'intervento La sfida del cambiamento per ripartire Marina Sereni Vicepresidente Partito democratico Ilpunto Lavoro, basta chiacchiere Ora serve concretezza . . . La nuova identità della sinistra deve essere al centro dell'agenda politica del Pd e della società civile Fulvio Fammoni COMUNITÀ Maramotti venerdì 6 luglio 2012 17
DARIO ZONTA dariozonta@gmail.com ALBERTOCRESPI In Italiaquellostranomododi riciclare iclassicinonebbe moltafortuna.Questauscitaestivapuòessereunrisarcimento WEEKEND CINEMA IL RITORNO DI SPIDERMAN SUL GRANDE SCHERMO È SEGNATODAUNREBUT,COMETECNICAMENTESIVUOLCHIAMARE IL RIAVVIO DI UNA SAGA CHE AVEVA GIÀ INFORNATOBEN3EPISODI, tutti diretti da Sam Raimi alle prese con la stessa squadra di attori capitanata da Tobey Maguire. Sono passati molti anni da quando, sull'onda allora nascente degli adattamenti cinematografici dei fumetti della Marvel, esordì il primo Spiderman dell'era contemporanea; era il 2002 e ha firmarlo fu chiamato, non senza coraggio, un regista di culto, autore di film horror, cinefilo e da cassetta allo stesso tempo, come La casa, ma anche di film ispirati da fumetti e altri più impegnativi come Soldi sporchi. Il suo primo Spiderman incassò una cosa come 800 milioni di dollari e fu seguito da altri due, lanciando la coppia Kirsten Dunst e Tobey Maguire. Dunque, lo Spiderman secondo Sam Raimi, non avendo termini di paragone, si era imposto con una certa forza nell'immaginario collettivo e si era, giocoforza, colorato dei sapori del tempo, come anche delle ombre che lo attraversavano. Ad esempio il primo episodio uscì nel 2002 e fu facile darne una lettura socio-politica legata anche alla tragedia dell'11 settembre, e il motto che ricorre in tutto il film, «una grande forza comporta una grande responsabilità», non poteva che trovare sicura eco nelle decisioni allora imminenti dell'amministrazione americana. E poi Spiderman (che di tutti i supereroi è il più complesso, unico, o tra i pochi, ad avere la faccia completamente coperta, tanto da celarne non sono l'identità ma anche l'origine così che agli occhi dei suoi contemporanei poteva essere anche un cinese, un nero, un indiano o un wasp) è proprio a New York e tra i suoi grattacieli che muove le sue gesta, e in nessun'altra città americana avrebbe potuto farlo se non in quella che più di altre garantisce il facile approdo alle ragnatele volanti. Quindi Spiderman ormai era uno e uno solo, senza termini di paragone. Poi è successo che il quarto episodio è stato cancellato dopo essere arrivato a uno stadio avanzato, come anche azzerata è stata tutta la squadra da Sam Raimi in giù, attori, attrici, via tutto. Insomma una rivoluzione, una pazzia, sulla carta. Il nuovo Uomo Ragno sarebbe stato affidato ad altro regista e ad altro attore, e non solo, questa nuova versione avrebbe lanciato la sfida al primo capitolo, ridefinendosi con un rebut. Mark Webb, un perfetto quasi sconosciuto, è stato chiamato a portare il nuovo Spiderman, con l'aiuto decisivo degli sceneggiatori James Vanderbilt, Alvin Sargent, Steve Kloves, nel nuovo decennio. Sulla carta un potenziale disastro, e invece TheAmazingSpiderman cancella con un solo colpo (sempre che questo sia possibile) l'esordio di Raimi, facendo del ragazzino con super poteri un campione di intelligenza, sensibilità e forza fisica. EFFETTO3D La chiave di volta di questo lavoro è di sicuro nella sceneggiatura, da una parte, e nella regia in 3D, soprattutto quando azzarda un'eccezionale soggettiva dell'Uomo Ragno che vola di palazzo in palazzo, e noi con lui. Ecco, questa sì che è una soluzione adeguata del 3D. Però attenzione, l'avvenenza della nuova tecnologia si esplica solo in quei momenti in cui si penzola tra le vette dei grattacieli, per il resto è un film molto costruito sul dialogo, sulla definizione dei personaggi sulla costruzione del cotesto, e lì potete anche togliervi gli occhialini. Altra sfida vinta dalla nuova versione è quella di Andrew Garfield, già co-protagonista per The Social Network, attore ventinovenne, per metà inglese, di lunga gavetta su palchi teatrali e ormai idolo dei teenager. Con quella faccia spigolosa, offre un antidoto a Maguire, ai suoi occhi azzurri e alla faccia da bravo ragazzo. Speriamo che The Amazing Spiderman possa risollevare le sorti della distribuzione estiva in sala, visto che si tratta dell'unico vero grosso film in prima visione in questa estate italiana. ÈUNAVERAGODURIA,PERUNAVECCHIALENZADELLA CRITICACOMEILSOTTOSCRITTO,POTER(RI)RECENSIRE INQUESTAAFOSAESTATEDEL2012FILMcome La carica dei 101 (è accaduto qualche settimana fa) o Le iene di Quentin Tarantino. Merito di distributori fantasiosi, grandi e piccoli (tra la Walt Disney e la Paco Pictures c'è una discreta differenza in quanto a potenza di fuoco), che stanno trasformando questo scorcio di stagione in qualcosa di nuovo e di antico. Una volta le riedizioni estive erano un fatto normale. Siamo molto felici che stiano tornando di moda. Leiene viene rispedito nei cinema del circuito The Space in occasione del suo ventennale. È un risarcimento dovuto, perché nel 1992 il film, in Italia, non fece una lira. Fu distribuito addirittura con due titoli: dopo il successo del secondo film di Tarantino, Pulp Fiction, tentarono di rilanciarlo ribattezzandolo Cani da rapina. Forse speravano che il pubblico credesse trattarsi di un film nuovo, ma nessuno abboccò. Al grande pubblico italiano, questa frammentaria messinscena di una rapina, con insistenti flash-back, scene di efferata violenza e dialoghi fluviali, non piacque proprio. Qualcosa, però, venne seminato. Per onestà intellettuale dobbiamo confessare che il film, visto a Cannes in proiezione notturna nella primavera del '92, non ci aveva sconvolto. In più, la notizia subito circolata che si trattava sostanzialmente di un remake non confessato (il film è simile a CityonFiredi Ringo Lam, thriller hongkonghese del 1987) lo rendeva poco simpatico. Ma non dimenticheremo mai un commento che, su Le iene, ci fece Marco Risi: questo Tarantino è sorprendente, ci disse il regista di Mery per sempre, perché fa cinema con materiali di risulta, con cose che noi cineasti più tradizionali butteremmo via. Il dialogo su LikeaVirgin di Madonna (a un certo punto i rapinatori quasi litigano per decidere cosa voglia dire il testo di quella canzone) è una cosa che uno sceneggiatore classico potrebbe anche scrivere, ma sicuramente la taglierebbe in fase di revisione della sceneggiatura. Risi aveva capito tutto. Tarantino stava creando non un genere nuovo, ma un modo diverso di «rivivere» e riciclare i generi classici. Con Pulp Fiction l'operazione sarebbe divenuta evidente, in Le iene era ancora latente ma teoricamente ancora più forte. Non è un caso che oggi, 20 anni dopo, un giovane regista come Guido Lombardi (autore di Là-bas) stia pensando a una versione «napoletana» di Leiene : una volta che il riciclaggio è partito, può andare avanti all'infinito. Spiderman sorprende in 3D Nuovaregiaenuovivolti per l'episodio 2012 della saga THE AMAZINGSPIDERMAN RegiadiMark Webb ConAndreiGarfield, EmmaStone,Rhys Ifans, MartinSheen,Usa 2012 ColumbiaPictures Unascenadel film «The AmazingSpiderman», conregia in3D «Le iene»diTarantino tornanovent'annidopo LE IENE RegiadiQuentinTarantino ConHarveyKeitel, Tim Roth, MichaelMadsen, Steve Buscemi,Chris Penn. Usa, 1992 Distribuzione:Paco Pictures «Le iene»di QuentinTarantino GLIALTRIFILM Daun testo teatrale,una commedia franco-belgaches'intestardisce intornoa unacena, traamici, decisi a risolvere l'enigmadi una coppiachedeve scegliere il nomeper il nascituro.Cinema diparola, e a tavola, tutto in un astanza. Esempi cene sonoa bizzeffe. D.Z. UNACENATRA AMICI RegiadeLa Patellière,Delaporte ConPatrickBruel eValérie Benguigui Francia,Belgio2012,EaglePictures Lasempremolto bella EvaGreen presta il voltoper una storianon facile sul tema dellaclonazione. Innamorata di Tommy, lo perde in un incidentee decidedi clonarlo rivolgendosial dipartimentodi clonazione genetica.Lanuova vitacon il nuovo Tommynon è idilliacacome pensava. D.Z. WOMB Regiadi BenedekFliegauf ConEvaGreen eMattSmith Germania,Ungheria,Francia, 2010,Bolero ÈtornatoPeter Weircheavevamo lasciato inbaliadelle onde in «Master & Commander».Ora è alleprese con un'altra avventura, ispirataal librodi memorie di SlawomirRawicz, incui racconta la fuga di seiuominidaun gulagsiberiano nel 1940 alla ricercadella libertà. D.Z. THE WAYBACK Regiadi PeterWeir ConColinFarrell,Dragos Bucur,Ed Harris Usa2012, 01 Distribution U: 20 venerdì 6 luglio 2012
TV 06.45 Unomattina Estate. Attualita' 08.00 Tg 1. Informazione 10.10 Unomattina Vitabella. Rubrica 11.00 Unomattina Storie Vere. Rubrica 12.00 E state con noi in TV. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show. 15.15 Nel flusso della vita. Film Drammatico. (2011) Regia di Wolf Gremm. Con Ruth Maria Kubitschek. 16.50 TG Parlamento. Informazione 16.51 Previsioni sulla viabilità. Informazione 17.00 Tg 1. Informazione 17.15 Heartland. Serie TV 18.00 Il Commissario Rex. Serie TV 18.50 Reazione a catena. Show. 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Techetechetè. Rubrica 21.20 La straniera. Film Drammatico. (2009) Regia di Marco Turco. Con Kaltoum Boufangacha, Ahmed Sonia Bergamasco, Claudio Gioé. 23.35 TV 7. Informazione 00.40 L'Appuntamento. Rubrica 01.10 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.40 Che tempo fa. Informazione 01.45 Sottovoce. Talk Show. 07.30 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 10.20 La complicata vita di Christine. Serie TV 10.40 Tg2 Insieme Estate. Rubrica 11.25 Il nostro amico Charly. Serie TV 12.10 La nostra amica Robbie. Serie TV 13.00 Tg 2. Informazione 13.30 TG 2 E...state con costume. Rubrica 13.50 TG 2 Eat Parade. Rubrica 14.00 Senza Traccia. Serie TV 15.30 Guardia Costiera. Serie TV 16.10 The Good Wife. Serie TV 17.00 One Tree Hill. Serie TV 17.50 Tg2 - Flash L.I.S. Informazione 17.55 Rai TG Sport. Informazione 18.15 Tg 2. Informazione 18.45 Cold Case. Serie TV 19.35 Ghost Whisperer. Serie TV 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 21.05 N.C.I.S. Serie TV Con Mark Harmon, Micheal Weatherly, Pauley Perrette. 22.40 Brothers & Sisters. Serie TV 23.25 TG2. Informazione 23.40 Emozioni. Rubrica 00.55 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 01.05 Hawaii Five-0. Serie TV 01.55 Meteo 2. Informazione 07.00 TGR Buongiorno Italia. 07.30 TGR Buongiorno Regione. 08.00 Il segno di Venere. Film Commedia. (1955) Regia di Dino Risi. Con Sophia Loren. 09.35 La Storia siamo noi. Documentario 10.35 Cominciamo Bene. Rubrica 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. 12.15 Cominciamo Bene. Rubrica 12.45 Sabrina vita da strega. Serie TV 13.10 La strada per la felicita'. Soap Opera 14.00 Tg Regione. / TG3. Informazione 14.55 Rai Sport Ciclismo: Metz, Tour de France; Sesta tappa: Epernay - Metz. 18.00 Geo Magazine 2012. Documentario 19.00 TG3. /Tg Regione. Informazione 20.00 Blob. Rubrica 20.10 Cotti e mangiati. Sit Com 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 Gli Archivi della storia. Documentario 23.20 Tg Regione. Informazione 23.25 Tg3 Linea notte. Informazione 23.30 Meteo 3. Informazione 00.00 Lucarelliracconta. Informazione 00.55 Rai Educational Zettel - La filosofia del movimento Libertà. Documentario 01.05 Appuntamento al cinema. Rubrica 06.50 Magnum P.I. Serie TV 07.45 Più forte ragazzi. Serie TV 08.40 Sentinel. Serie TV 09.50 Monk. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Cuore contro cuore. Serie TV 12.55 Distretto di Polizia I. Serie TV 13.50 Forum. Rubrica 15.35 My Life - Segreti e passioni. Soap Opera 16.05 I tre moschettieri. Film Avventura. (1948) Regia di George Sidney. Con Gene Kelly, Lana Turner, June Allyson. 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.31 Meteo. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.10 La signora in giallo. Serie TV 21.10 Le indagini di Padre Castell. Serie TV Con Francis Fulton-Smith, Christine Döring, Hans Peter Hallwachs. 23.05 Criminal intent. Serie TV 23.54 Navigare informati. Informazione 23.55 Cinema d'estate. Show. 23.57 Silent trigger - Grilletto silenzioso. Film Azione. (1996) Regia di Russell Mulcahy. Con Dolph Lundgren. 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.35 Karla e il sogno di Jonas. Film Commedia. (2010) Regia di Charlotte Sachs Bostrup. Con Elena Arndt-Jensen. 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.10 Centovetrine. Soap Opera 14.45 Extreme Makeover Edition. Docu Reality 15.45 Parenthood. Serie TV 16.51 Baci a la carte. Film Sentimentale. (2008) Regia di Dietmar Klein. Con Janine Kunze,. 17.45 Tgcom. Informazione 18.45 Il Braccio e la Mente. Gioco A Quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.31 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 21.10 Resto umile world show. Show. Conduce Checco Zalone. 23.30 Supercinema. Rubrica 23.55 Tg5 - Notte. Informazione 00.25 Meteo 5. Informazione 00.26 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 00.56 Media Shopping. Shopping Tv 01.10 Telefilm. Serie TV 02.15 Telefilm. Serie TV 07.20 Hannah Montana. Serie TV 08.10 Cartoni Animati 10.35 Dawson's Creek. Serie TV 12.25 Studio aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 Futurama. Cartoni Animati 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 Dragon Ball. Cartoni Animati 15.00 Gossip girl. Serie TV 15.55 Le cose che amo di te. Serie TV 16.45 Mammoni - Short. Reality Show. 17.10 Friends. Serie TV 17.35 Mercante in fiera. Gioco a quiz 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.25 C.S.I. New York. Serie TV 21.10 V - Visitors. Serie TV Con Elizabeth Mitchell, Morris Chestnut, Joel Gretsch. 22.07 V - Visitors. Serie TV 23.00 V - Visitors. Serie TV 23.50 V - Visitors. Serie TV 00.50 Nip/tuck. Serie TV 01.45 Saving Grace. Serie TV 02.40 Studio aperto - La giornata. Informazione 02.55 Highlander. Serie TV 07.00 Omnibus Estate 2012. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. Conduce Tiziana Panella, Enrico Vaime, Paolo Sottocorona. 11.10 Ti ci porto io (R). Rubrica 12.30 I menù di Benedetta (R). Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 I leoni della guerra. Film Guerra. (1977) Regia di Irvin Kershner. Con Yaphet Kotto, Horst Buchholz, James Wood, Charles Bronson. 16.10 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 18.00 I menù di Benedetta (R). Rubrica 18.55 Cuochi e fiamme. Show. Conduce Simone Rugiati. 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 In Onda. Talk Show. 21.10 Orizzonti di gloria. Film Guerra. (1957) Regia di Stanley Kubrick. Con Ralph Meeker, Adolphe Menjou, George MacReady. 23.00 Rapina a mano armata. Film Poliziesco. (1955) Regia di Stanley Kubrick. Con Sterling Hayden, Coleen Gray, Vince Edwards. 00.55 Tg La7. Informazione 01.00 Tg La7 Sport. Informazione 01.05 N.Y.P.D. Blue. Serie TV 21.00 Sky Cine News. Rubrica 21.10 Game of Death. Film Azione. (2009) Regia di G. Serafini. Con W. Snipes Z. Bell. 23.05 Faccia d'angelo - 2a parte. Serie TV 00.30 L'ultimo dominatore dell'aria. Film Avventura. (2010) Regia di M. Shyamalan. Con N. Ringer N. Peltz. SKY CINEMA 1HD 21.00 Il Dottor Dolittle. Film Commedia. (1997) Regia di B. Thomas. Con E. Murphy O. Davis. 22.30 Un genio in pannolino. Film Commedia. (1999) Regia di B. Clark. Con K. Turner C. Lloyd. 00.10 Keith. Film Drammatico. (2008) Regia di T. Kessler. Con E. Harnois J. McCartney. 21.00 Green Card - Matrimonio di convenienza. Film Commedia. (1990) Regia di P. Weir. Con A. MacDowell G. Depardieu. 22.55 Beauty Shop. Film Commedia. (2005) Regia di B. Woodru. Con Q. Latifah A. Silverstone. 00.45 Heaven. Film Drammatico. (2002) Regia di T. Tykwer. Con C. Blanchett G. Ribisi. 18.40 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.40 Thundercats. Cartoni Animati 20.05 Level Up. Serie TV 20.55 Adventure Time. Cartoni Animati 21.20 Brutti e cattivi. Cartoni Animati 21.45 The Regular Show. Cartoni Animati 22.10 Young Justice. Serie TV 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Come funziona?. Documentario 20.00 Top Gear USA. Documentario 21.00 Miti da sfatare. Documentario 22.00 Fuori tutto!. Documentario 22.30 Fuori tutto!. Documentario 23.00 Scemo di viaggio. Documentario 19.00 Una splendida annata. Show. 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Una splendida annata. Show. 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 Fino alla fine del mondo. Reportage 23.30 Jack Osbourne No Limits. Reportage DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.20 La vita segreta di una Teenager Americana. Serie TV 20.20 Il Testimone. Reportage 20.45 Il Testimone. Reportage 21.10 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 22.00 Ragazzi in gabbia. Docu Reality MTV RAI 1 21.20: La straniera Film con K. Boufangacha. Clandestina in Italia, la marocchina Amina inizia a prostiruirsi. 21. 05: N.C.I.S. Serie Tv con M. Harmon. La squadra investigativa indaga su reati commessi in seno alla Marina USA. 21.05: Gli Archivi della storia Documentario con L. Bizzarri. La Struttura Storia di Raitre ci ripropone alcune puntate di “La Grande Storia”. 21.10: Le indagini di Padre Castell Serie Tv con F. Fulton-Smith Mons. Simon Castell è assistito nelle indagini dal commissario Marie Blank. 21.10: Resto umile world show Evento con C. Zalone. La comicità smaliziata del comico più cattivo mai nato dal cabaret di Zelig. 21.10: V - Visitors Serie Tv con E. Mitchell. Un altro appuntamento con il remake della serie anni ‘80 creata da K. Johnson. 21.10: Orizzonti di gloria Film con G. MacReady. Un generale francese ordina un attacco contro un fortino tedesco inespugnabile. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY IERI MATTINA, ACCENDENDO LA TVSU OMNIBUS, CI SIAMO IMBATTUTI NELLA FACCIA DI SALLUSTI (E GIÀ È UN'ESPERIENZADURA, IN AVVIODIGIORNATA) E LA PRIMA FRASE CHE GLI ABBIAMO SENTITO PRONUNCIARE È ESATTAMENTEQUESTA: «Il centrodestra ha diritto di governare la Rai perché è stato votato da 12 milioni di italiani». Ovviamente era inutile ricordare al direttore de il Giornale che il governo nel frattempo è cambiato e che il Pdl al momento raccoglie meno consensi di Beppe Grillo. Perché, quando si tratta di Rai, i berluscones non sentono ragioni, ma solo gli ordini del boss. Come sembra sia successo al presidente del Senato Renato Schifani, che ha rovinato in un giorno anni di tentativi personali per sembrare quasi degno della seconda carica della Repubblica. Schifani ha sostituito al volo un componente pidiellino della Commissione di vigilanza Rai, che aveva dichiarato di voler votare liberamente e secondo coscienza. Il che avrebbe significato votare per il cda Rai un nome non voluto da Berlusconi e neppure dalla Lega (che, come avevamo previsto nei giorni scorsi, si è adeguata in attesa di contropartita). Cosicché, dopo giorni in cui la ex maggioranza aveva cincischiato e tergiversato, è stata trovata la pezza peggiore del buco e Schifani ci ha messo la faccia in attesa di chissà quali prospettive future. A noi non resta che consolarci con le solite «dure reazioni», tra le quali a fare più scalpore, per il rilievo istituzionale, è stata quella di Gianfranco Fini. Mentre quella che, personalmente, ci ha impressionato di più è questa di Casini: «È incredibile. Si cambia in corso d'opera il corpo elettorale». Ci preoccupa il fatto che possa succedere la stessa cosa anche in campo nazionale; cioè che, non avendo più voti, Berlusconi decida di cambiare i votanti. Sallusti eSchifani Lemanovre delladoppiaS sullaRai FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO U: venerdì 6 luglio 2012 25
RICERCA CHOC Sono i figli le altre vittime della violenza domestica Errani: «Violati tutti gli accordi con le Regioni» Ora qualcuno ci spieghi perché Ritornano «LeIene» di Tarantino Crespipag.20 Confermate lecondanne per ilmassacroallaDiaz NICHIVENDOLA Piano Pdl per avere la presidenza Rai ILCOMMENTO VITTORIOEMILIANI Miracolo Caravaggio Trovati 100disegni Montesanopag. 19 Tagli, scontro sulla Sanità IL COMMENTO ORESTEPIVETTA Dopo le due sinistre Per i dirigenti della Poliziascatta l'interdizione, loha promesso ilministro Cancellieridopo laconferma in Cassazione dellecondanneper leviolenze durante il G8diGenova. Prescritti i reati di lesione pergli agenti. Finalmente la Rai ha il proprio “governo” e può quindi tentare di risollevarsi dalle crisi. Si può criticare il fatto che Monti abbia nominato al vertice di Viale Mazzini due “guardiani dei conti” i quali poco sanno di Rai e di multimedialità. Ma va aperto loro tutto il credito necessario. SEGUEAPAG. 4 L'INTERVENTO WALTERVELTRONI ALLACAMERA Monti: «La Ue dirà sì allo scudo» U: Con l'aiuto di Schifani e l'astensione del radicale Beltrandi, il Pdl è riuscito a mantenere la maggioranza del cda Rai. Pilati, Verro, Todini e Rositani sono i membri scelti da Pdl e Lega; Colombo e Tobagi quelli del Pd e De Laurentiis per l'Udc. Il centrodestra potrebbe ora bloccare la conferma di Anna Maria Tarantola a presidente. In questo caso la carica più alta passerebbe al membro più anziano del cda: Rositani del Pdl. LOMBARDOAPAG.4-5 Staino EMILIO BARUCCI Telefono Rosa: i bimbi introiettano le brutalità GERINA A PAG. 16 Il ministro della Salute si oppone alla chiusura dei piccoli ospedali Iva: l'aumento resta ma potrebbe slittare al 2013 Province, rinviata la riorganizzazione Salta il blocco delle tariffe Tagli confermati per gli statali Ridotti tribunali e Procure DI GIOVANNIAPAG.2-3 Sting,Rollins ereggae aUmbria jazz Amentapag.21 MATTEUCCI APAG. 2 HO LETTO CON GRANDE INTERESSE EPROFONDA CONDIVISIONE LA RIFLESSIONE DI MARIO TRONTI PUBBLICATA IERI SU L'UNITÀ. Tronti squaderna la domanda che in tanti si stanno facendo, ovvero se esista la possibilità di costruire una soggettività politica di sinistra autonoma, che non sia più incastrata tra riformisti succubi dell'egemonia neoliberista e i radicali avvolti nelle scarlatte bandiere della testimonianza. Siamo partiti dalla nostra parzialità. Non volevamo un ennesimo «nuovo partito» ma provare a «riaprire la partita». La nascita di Sinistra ecologia libertà è tutt'uno con la domanda «si può uscire dalla crisi da sinistra?». Abbiamo iniziato dalle parole, dal vocabolario di un nuovo progetto di liberazione: beni comuni, diritti civili, diritti dei lavoratori, energie rinnovabili, sviluppo sostenibile... SEGUE APAG.9 Nelle pitture di Caravaggio ci sono effetti di luce Ma l'interruttore non sai mai dove sia BrunoMunari A Bruxelles il governo ha ottenuto un grande risultato. Ma non ha vinto l'Italia, né ha perso la Germania. È l'Europa che ha fatto un passo avanti. APAG.6 Ora tocca a noi il cambiamento Dimezzati i fondi ai partiti: soldi destinati all'Emilia COLLINIA PAG.3 ANDRIOLO APAG.6 SEGUE APAG.11 Rianimare il Cavallo Eletti i sette consiglieri del cda Flavia Nardelli esclusa dal non-voto radicale Pd, Idv e Udc accusano Schifani per il colpo di mano FUSANI SOLANIAPAG. 10-11 ROBERT DIAMOND, AD DI BARCLAYSBANK, SIÈ DIMESSO ASSUMENDOSI DI FATTOLARESPONSABILITÀDELLEMANIPOLAZIONIeffettuate dai suoi traders sui tassi di interesse (euribor e libor). A sua insaputa, i traders avrebbero alterato i mercati per rimpinguare i profitti della banca e per ottenere lauti bonus per loro stessi. Si tratta di mercati importanti che determinano il tasso a cui sono legati i mutui delle famiglie e i prestiti delle imprese (anche italiane). SEGUE APAG.7 Lo scandalo e le regole 1,20 Anno 89 n. 185Venerdì 6 Luglio 2012
Le denunce, e le vittorie, con-tro i caporali sono servite apoco. Arriva l'estate e pun-tuale riparte la “tratta de-gli schiavi” nelle nostrecampagne. La Flai Cgil stima che siano 80mila «uomini e donne giunti nel nostro paese con la falsa promessa di un permesso di soggiorno e di un lavoro regolare che non è mai arrivato» e che vivono in queste «condizioni vergognose». Ieri da Nardò (Lecce) è partita la campagna della Flai Cgil dal titolo “Gli invisibili delle campagne di raccolta”. Un progetto che avrà durata biennale e che vuole dare assistenza a 360 gradi a tutti lavoratori, spesso di origine straniera, impegnati nelle campagne di raccolta. La Flai, insieme alla Cgil e ai suoi servizi, con camper attrezzati raggiungerà lavoratori e lavoratrici per portare loro assistenza con medici, avvocati, assistenza fiscale e contrattuale, dando un supporto concreto per conoscere e far valere i propri diritti. Questi lavoratori, spesso invisibili, arrivano in Italia e si spostano seguendo le attività stagionali di raccolta: dalle angurie a Nardò alla raccolta dei pomodori nella Capitanata; dalle olive e ortaggi in Salento alla raccolta delle patate e degli agrumi nel Siracusano; dalle pesche e ortaggi nel casertano agli agrumi nella piana di Gioia Tauro; dalla raccolta dei pomodori in Basilicata ai prodotti orticoli a Latina; dall'uva in Veneto alle mele in Trentino, dal Piemonte con frutti e ortaggi vari e il caso di Castelnuovo Scrivia con gli schiavi trovati malnutriti dalle forze dell'ordine la scorsa settimana. Le condizioni in cui si trovano a dover lavorare e vivere, da Nord a Sud, sono vergognose per un paese civile: mancato rispetto dei contratti, lavoro nero, sotto salario, senza orari e senza sicurezza, obbligati a comprare dal caporale cibo e acqua. «Partiamo da Lecce per poi andare in Sicilia, Campania, Veneto, Trentino per porre il problema dei lavoratori immigrati - spiega Gino Rotella, segretario nazionale Flai Cgil -. Parliamo degli operai visibili, ma senza diritti e di quelli “invisibili”, anche se non per tutti. Infatti, sono visibilissimi ai caporali, alle aziende che li sfruttano, ma non sono visti dalle autorità, dal mondo imprenditoriale serio con cui vogliamo cercare di interloquire per risolvere le questioni che i lavoratori immigrati pongono. Si tratta - continua Rotella - di questioni di natura contrattuale e di vivibilità, quindi contratti, giuste retribuzioni, ma anche alloggi e accoglienza. Assistiamo troppo spesso a situazioni che non sono degne di un paese civile e per noi sono inaccettabili. La stessa legge Bossi-Fini, non serve solo per fare le espulsioni, ma - conclude - andrebbe rispettata anche quando dice che il lavoratore straniero regolare deve poter accedere ad alloggi messi a disposizione». NIENTEÈCAMBIATO «A Nardò non è cambiato niente». La scelta di partire da Nardò è tutt'altro che casuale. La cittadina salentina è stata teatro l'anno scorso dello sciopero dei braccianti immigrati e della prima denuncia per caporalato. Quei lavoratori, guidati da Ivan Jean Pierre Sagnet, vivevano nella Masseria Boncuri, uno spazio messo a disposizione dei migranti dove, seppur non fosse un paradiso, c'erano corrente elettrica, acqua corrente, bagni chimici. Quella stessa masseria quest'anno rimarrà chiusa per decisione del prefetto di Lecce. «Abbiamo ricevuto una lettera del prefetto che motiva la mancata apertura con il fatto che quest'anno non ci sarà produzione agricola per ragioni di poche piogge - denuncia Gino Rotella, segretario nazionale Flai Cgil - . La lettera cita l'intervento di un presidente di Coldiretti che anticipava la previsione. Ma i fatti smentiscono la decisione - attacca Rotella - : oggi con il nostro camper abbiamo potuto constatare che i lavoratori sono gli stessi dell'anno scorso, stanno raccogliendo cocomeri e presto inizieranno altre raccolte. Senza la masseria sono in una villa diroccata o dormono all'aperto, controllati dai caporali: le loro condizioni sono insostenibili». Inchiesta Idi Il Vaticano autorizza la perquisizione della Finanza ARSIERO(VICENZA) Nardò, un anno dopo la rivolta di nuovo schiavi Imprenditoresparòai ladri,dovràrisarcirli Parte lacampagnadella FlaiCgilperdenunciare gli invisibilidellecampagne di raccolta. InPuglia,ma anche inCalabria, tuttoè tornatocomeprima ILDOSSIER MASSIMOFRANCHI mfranchi@unita.it ITALIA R.M. CITTÀDELVATICANO Giura«che non lorifarebbe più»e si difendesostenendo «dinon aver volutouccidere, solo difendere lasua roba».ErmesMattielli, 59anni, imprenditorediScalini diArsiero, non assomiglianella bramosiaper l'accumuloal contadinoMazzarò della novelladi Verga maper ilpatrimonio dellasua impresa nel 2006 èarrivato a spararecontro duenomadi, ferendoli. Unacolpachegli è costataora la condannadel tribunaledi Schioadun anno,con sospensionedella pena,e adun risarcimentoprovvisionale di 120milaeuronei confronti deibanditi. Per ilgiudice è responsabiledi lesioni e diaversupposto erroneamentedi potersi avvalere deldirittodella legittimadifesa. «Andremoin appello»annuncia il suo legale, MaurizioZuccollo, cheaveva chiesto l'assoluzione. Idue ladri, Cris Caris e BluHelt, 27e 32anni, conprecedenti specificiper furto, si erano introdotti di nottenell'azienda per rubaredei ferri vecchi. «Erodisperato: avevogià subitouna ventinadi furti in treanni. Quandome li sonovisti venirecontro armati di spranghedi ferro - sigiustifica Mattielli -ho aperto il fuoco.Ho avutopaura, eropresodal panico. Così ho premuto ilgrilletto». Ilgovernatore delVeneto, LucaZaia,hachiesto la revisione delle normesulla legittima difesa. «Il messaggiochederiva daquesta sentenzaè chedaoggi i ladri, i malviventi, i malfattori, coloro che vivonoabusandodel lavoroe del patrimonioaltrui - sentenzia -possono stare tranquilli: c'è una leggedello statoche lidifende». In Puglia, Calabria e Campania sono tornati gli schiavi dei campi FOTO DI CIRO FUSCO/ANSA . . . Dormono all'aperto, controllati dai caporali: le loro condizioni sono insostenibili Disco verde vaticano alla Guardia di Finanza. Gli uomini del nucleo di polizia tributaria hanno potuto effettuare anche in uffici di via della Conciliazione, che godono dell'extraterritorialità, le perquisizione ordinate dalla Procura di Roma che indaga sulle presunte irregolarità relative alla gestione amministrativa dell'Idi, l'Istituto dermopatico dell'Immacolata di Roma. In un primo momento era stata opposta l'extraterritorialità ai militari che ieri mattina si sono presentati allo stabile numero 3 di via della Conciliazione - dove si trovano gli uffici affittati alla Congregazione dei Figli dell'Immacolata Concezione, l'ordine religioso proprietario dell'Idi. Dopo alcune ore la segreteria di Stato vaticana ha autorizzato la perquisizione. Lo spiega il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi. «Essendo il Palazzo extraterritoriale, ma non essendolo gli uffici in questione, perché in affitto a un ente non della Santa Sede, i Superiori della segreteria di Stato hanno dato il consenso all'ingresso nel Palazzo e alla perquisizione, che è stata compiuta dal personale della Guardia di Finanza italiana, in presenza di personale della Gendarmeria vaticana». «Le attività- osserva - si sono svolte in clima di piena collaborazione, nel rispetto delle rispettive prerogative istituzionali». Di clima «sereno» parlano anche ambienti della Procura. Quella di via della Conciliazione non stata l'unica perquisizione operata dagli uomini del generale Virginio Pomponi. Hanno visitato gli uffici che gestiscono la contabilità dell'Idi e dell'ospedale San Carlo di Nancy ed anche gli uffici e le abitazioni di Giuseppe Incarnato, già al capo della struttura sanitaria e di padre Franco Decaminada. L'inchiesta della procura di Roma, coordinata dal procuratore aggiunto Nello Rossi, verte su presunte appropriazioni illecite di denaro (in tutto 800 mila euro) dalle casse dell'Idi, associazione a delinquere ed emissione di fatture false. Sette gli indagati: padre Franco Decaminada, fino allo scorso gennaio consigliere delegato dell'Idi, il suo successore Aleandro Paritante, Eugenio Lucchetti, capo della Congregazione dei Figli dell'Immacolata, Giuseppe Incarnato, direttore Idi, Domenico Temperini, direttore amministrativo, Giovanni Rusciano, imprenditore, e Antonio Nicolella, addetto alla sicurezza. venerdì 6 luglio 2012 15
Lo scudo anti spread arriverà in porto quasi integro, così com'era stato concepito nella notte di Bruxelles contrassegnata dal doppio confronto, politico e calcistico, tra Italia e Germania. Parola di Mario Monti che, dopo il vertice con Angela Merkel di Villa Madama, assicura ai deputati - aula semideserta durante il dibattito - che l'Eurogruppo non cancellerà il risultato strappato dal governo che, tra l'altro, ha alzato la voce, come il Parlamento aveva «sollecitato» a fare. La «coesione» delle forze politiche che sostengono il governo? Un «carburante essenziale» per il premier. Eseguiti correttamente, quindi, i compiti che le Camere aveva assegnato al professore. Che - stoccata a chi, soprattutto dal Pdl, lo accusava di eccessiva arrendevolezza in Europa rivendica ancora una volta di aver «battuto i pugni sul tavolo», ma negli stessi «termini proficuamente diplomatici» utilizzati «in tutti questi mesi». «I risultati sono arrivati e non perché ho prestato maggiore attenzione a Cicchitto, Gasparri o Brunetta, ma perché li ho costruiti con determinazione per settimane»: questo in soldoni la stilettata del professore. «Si è detto molto anche sul fatto che restano incertezze riguardo all'applicazione delle conclusioni del Consiglio europeo - sottolinea il premier - Credo che su questo punto possiamo essere sereni, ma sempre con gli occhi molto aperti. Le conclusioni del Consiglio europeo non cambiano il giorno dopo o tre giorni dopo». SDRAMMATIZZARE Monti ridimensiona l'appuntamento del 9 luglio, nel corso del quale i ministri Ue delle Finanze dovranno tradurre in pratica le decisioni del Consiglio sullo scudo. Lo «scontro» sarà meno cruento di quello che veniva annunciato dalle minacce di veto di Olanda e Finlandia. Il premier italiano e la cancelliera tedesca si sono trovati d'accordo intorno all'esigenza di sdrammatizzare. La trattativa per lo scudo ha già individuato un punto di equilibrio. Monti lo porterà a casa scritto nero su bianco, Merkel rinuncerà ad insistere sulla troika e sul commissariamento di fatto dei Paesi che intendono ricorrere all'anti-spread. Potrà vantare in patria, tuttavia, il «rispetto delle regole già in vigore»: nessun automatismo; ruolo di garante per Bce e Commissione (senza l'entrata in scena, però, del Fondo moneta internazionale); impegni dei governi «virtuosi» (che hanno avviato un percorso di risanamento) da sottoscrivere in un memorandum ancora da definire. L'Italia non intende ricorrere allo scudo, ma se fosse costretta ad avvalersene non verrebbe messa sotto tutela e commissariata. «Credo che su questo punto possiamo essere sereni», assicura Monti. Che, tuttavia, invita tutti a tenere «sempre gli occhi molto aperti». Le misure a breve termine per staDue cose non abbiamoil diritto di permetter-ci. Il provinciale trion-falismo nazionalistacon la conta arrogan-te e rischiosa dei vincitori e dei vinti e il tentativo di iscrivere a questo o a quello schieramento europeo o italiano il grande risultato che il governo italiano ha ottenuto a Bruxelles. Non ha vinto l'Italia e non ha perso la Germania, o il contrario. Ha fatto un passo in avanti l'Europa. Abbiamo dimostrato di poter essere non un problema per l'Europa, ma un soggetto decisivo per tenere unite le diverse culture e i diversi interessi che legano nazioni così dissimili. Ma l'Europa non può restare un'opera incompiuta. Viviamo una condizione certo inedita, ma la storia ci dovrebbe aver ammaestrato sui rischi di declino di nazioni e civiltà. Il presidente Monti ha detto parole giuste, di accorata preoccupazione, circa lo stato della democrazia in Europa. Le nostre istituzioni, nazionali e comunitarie, faticano a decidere, zavorrate da lentezze intollerabili agli occhi di cittadini scossi dalla prospettiva di una inaspettata retrocessione sociale e, peraltro, abituati ad una società veloce in tutto, dalle tecnologie alla comunicazione. Per questo vorrei dire oggi che il principale contributo al veleno dell'antipolitica spesso viene proprio dalle furbizie e dalle ipocrisie della politica. Nel momento in cui il vostro lavoro è iniziato le regole di ingaggio prevedevano che il governo cercasse di arrestare il rischio del declino o del tracollo del Paese e che i partiti facessero due cose: la riforma istituzionale e quella elettorale. Si può discutere la qualità dell'azione del governo, è legittimo farlo. Ma non che abbia provato e in parte sia riuscito. È la politica in ritardo, in grave ritardo. Un accordo sulla riduzione del numero dei parlamentari e sul miglior funzionamento dell'esecutivo e delle Camere è stato stracciato in nome di una manovra propagandistica volta a riagganciare vecchi schieramenti politici. Lo dico con dolore perché penso che una seria discussione sul modello istituzionale ed elettorale francese sarebbe stata legittima. Ma, come è evidente, non si passa da un sistema parlamentare ad uno semipresidenziale con un emendamento. È materia da affrontare in una sede costituente, ormai necessaria. Il risultato è che l'accordo raggiunto è stato fatto irresponsabilmente saltare. E lo stesso è con la legge elettorale. Non si riporti il Paese, tra un anno, a votare con un sistema incivile come il Porcellum. Il tempo sta scadendo, chi ritarda se ne assumerà la responsabilità. Ma è il contrario di quello che il Pd auspica. Questo è un tempo di decisioni difficili, non di slogan. Ed è un tempo nuovo, davvero nuovo. Viverlo e affrontarlo con il bagaglio o la rassicurante corazza delle ideologie non aiuta nessuno. Per questo vorrei che abbandonassimo le due che più danneggiano il nostro Paese oggi. La prima è quella di un liberismo che ha poco a che fare, davvero poco, con la cultura liberale. È l'ideologia dello Stato minimo, della deregulation, del liberi tutti. È l'ideologia della finanza che sovrasta l'economia reale, la fatica, il talento, il coraggio di chi intraprende e lavora. Roba vecchia, ormai. Una idea della modernità che, per dirla con Calvino, assomiglia a «un cimitero di macchine arrugginite». Le democrazie non possono essere minacciate da poteri invisibili e sottratti ad ogni controllo. La seconda ideologia è quella della conservazione sociale. Nulla si può mai toccare, per fare efficienza, per combattere sprechi e disonestà, per tutelare i meno protetti. Ci si scaglia contro il lavoro di chi contrasta l'evasione fiscale dimenticando che solo se pagheremo tutti pagheremo meno. Si difende l'esistente in un legittimo, ma devastante, esercizio di particolarismi che, per me, è il contrario di ciò di cui l'Italia ha bisogno: riformismo, equità, opportunità, innovazione. Non dobbiamo aver paura del nuovo, specie noi. Sarebbe paradossale se proprio le culture progressiste, finissero, magari involontariamente, col difendere l'esistente e col sostenere, sempre involontariamente, che questa società è, in fondo, la migliore possibile e che è meglio non cambiarla. No, questo Paese è un pozzo senza fondo di diseguaglianza e di ingiustizia sociale, di corruzione e di immobilismo. È un Paese devastato, più di ogni altro, dalla criminalità organizzata che è sempre più forte e controlla affari e politica in misura sempre crescente. È un Paese cattivo con i suoi giovani. Non si può continuare ad aumentare le tasse, e l'Iva non può crescere, come il governo precedente aveva stabilito. Allora bisogna tagliare. I lavoratori che faticano sanno che gli sprechi sono il loro peggior nemico. Se la presidenza della Regione Sicilia ha più dipendenti di Downing Street è evidente che c'è qualcosa che non va. Ricordo quello che diceva un grande sindacalista come Lama: «I lavoratori sono parte di un tutto, una parte che lotta, che si batte, ma che è pur sempre collocata all'interno di quella cornice che è l'interesse generale del nostro Paese». Lo dico in primo luogo a me stesso e alle culture della mia vita. Ma lo dico anche al governo, che si appresta, solo nell'interesse del Paese, a nuovi tagli. A voi dico, pensate agli ultimi. Pensate ai ragazzi che non trovano lavoro, ai cinquantenni che lo perdono, ai piccoli imprenditori che stanno decidendo se chiudere l'impresa di famiglia. So che il tempo che ci è dato di vivere è il più difficile dal dopoguerra. E so anche che forse dovremo rivedere in Occidente standard che si sono ininterrottamente espansi per decenni. Ma rinunci per primo chi ha. Non chi sta al confine con la sopravvivenza, non chi deve costruire il Paese del futuro, non chi rischia con il proprio lavoro o con il proprio talento. Tagliate sprechi e privilegi, ovunque li troviate. Abolite carrozzoni e snellite le istituzioni, senza esitazioni. Ma salvate e migliorate lo Stato sociale, salvate la più grande conquista del secolo scorso. Potenziate la scuola, l'università, la ricerca, la cultura, l'ambiente. Una società dinamica, equa, aperta. Ci vorrà tempo, fatica e coraggio. Ci vorrà di ritrovare le parole sepolte sotto la polvere di quelle troppo usate, parole come solidarietà, comunità, sussidiarietà. L'Italia è un grande Paese. Monti a Bruxelles lo ha fatto pesare. Alla politica il compito di sostenere oggi, lealmente e unitariamente, questo lavoro e domani di indicare, ciascuno per la sua parte, un cammino di vero, radicale, cambiamento dell'Italia. Il discorso del premier Mario Monti ieri a Montecitorio FOTO ANSA «Non fermeranno Con un stanziamento di 230 milioni di euro in garanzie, il Parlamento europeo ha dato luce verde al progetto pilota per i project bond, ossia i prestiti obbligazionari per il finanziamento di progetti che la Commissione europea aveva proposto l'anno scorso e che l'ultimo vertice europeo aveva caldeggiato, inserendoli nel «pacchetto per la crescita». È forse anche per questo che il consenso dell'aula di Strasburgo è stato pressoché unanime (579 sì, 32 no e 9 astenuti), dando il via libera - a dispetto dei mal di pancia di alcuni Paesi del nord Europa, Regno Unito in testa all'accordo lampo raggiunto col Consiglio. In questa prima fase, i project bond saranno emessi per gli anni 2012 e 2013, sotto la regia finanziaria della Bei, per il supporto agli investimenti in infrastrutture europee nei settori dell'energia (10 milioni), dei trasporti (200 milioni) e delle tecnologie dell'informazione (20 milioni). La decisione presa ieri non comporterà un aumento del Bilancio dell'Unione, quanto piuttosto una ricollocazione all'interno di programmi già esistenti e, secondo le stime, dovrebbe garantire investimenti per 4,6 miliardi di euro. «Finalmente, le conclusioni del Consiglio hanno parlato non solo di austerità ma anche di investimenti condivisi è il commento dell'eurodeputata del Pd e membro della Commissione Bilancio del Parlamento europeo, Francesca Balzani -. Da oggi, i Paesi europei hanno un progetto di cui tutti sono protagonisti, c'è dunque coscienza della necessità di andare avanti insieme, Ue, Bei e privati, perché gli investimenti strategici si fanno solo se si fa squadra». Il fabbisogno di investimenti in infrastrutture della Ue è di 1500 miliardi per il periodo 2010-2020, ma, spiega Balzani, «il progetto approvato ha la funzione di costituire un modello, un format che potrebbe poi essere usato anche per altre cose». È che qualcosa stia cominciando a muoversi, nelle sabbie mobili in cui era finita l'Europa, si capisce anche dalle parole del presidente della Commissione Barroso e del commissario agli Affari economici Olli Rehn, che hanno parlato dei project bond come di «una realtà». A questo va ad aggiungersi la proposta della Commissione di estendere la fase pilota per il periodo 2014-2020 con un investimento di 50 miliardi. L'EUROPAELACRISI «Il governo fa bene Ora tocca a noi cambiare il Paese» Pubblichiamoampistralci deldiscorsopronunciato ieriaMontecitorio durante ildibattitosul recenteConsiglio europeodiBruxelles L'INTERVENTO WALTERVELTRONI Il premier Monti difende alla Camera i risultati del vertice Ue «Grazie alla coesione della maggioranza» NINNIANDRIOLO ROMA Project bond, il sì di Strasburgo Pacchetto crescita Quasi unanimità al Parlamento europeo 230 milioni, emissioni garantite dalla Bei CARLAATTIANESE STRASBURGO . . . Il Professore ridimensiona la portata dell'Eurogruppo del 9: «I risultati già ci sono» 6 venerdì 6 luglio 2012
Secondoavclub.com 02FountainsofWayne Itmustbesummer 03JoniMitchell Thehissingofsummer lawns 04PalaceMusic Gulfshores 05RedHousePainters GraceCathedralPark 06Thetwilightsad Thatsummer,athome... 07Bananarama Cruelsummer 08Kinks Lazyoldsun 09RJD2feat.Copywrite June 10BeachBoys Thewarmthofthesune PAOLO ODELLO Bassista,compositoreeproduttoreonnivorohascelto dispiazzarciancora.Stavoltacon il supportodiDr.John Motels WEEKEND DISCHI UMBRIA JAZZ 2012 NEL SEGNO DELLE COMMISTIONI E CONDUEEVENTIDACELEBRARE:ILCENTENARIODELLA NASCITADIGILEVANSEILTRENTENNALEDELLAMORTE DITHELONIOUSMONK.Cartellone ricco come al solito, sornione il giusto e rutilante il necessario per riempire Perugia e gli spazi appositi: l'Arena Santa Giuliana (dove si esibiranno gli special guest), il teatro Morlacchi, e i piccoli palchi disseminati tra giardini, botteghe, ristoranti e librerie. Protagonisti degli show di punta ci sono da una parte Sonny Rollins, l'anziano e amatissimo Colosso del sax, che si esibirà il 13 per l'unica data italiana e riceverà il Baiocco d'oro, le chiavi della città, dall'altra Sting che chiuderà il 15 la rassegna arrivando a Umbria Jazz con il «Back to bass tour» per festeggiare i 25 anni di carriera e l'anniversario del 1987 quando proprio a Perugia si esibì con l'orchestra di mastro Evans. Sul main stage si comincia stasera con un doppio duo pianistico, di prestigio, Stefano Bollani e Chick Corea, e a seguire ancora Bollani ma accompagnato da Hamilton de Holanda, virtuoso di bandolim, mandolino a dieci corde. Domani a tutto funk, fusion e jazz elettrico con Herbie Hancock in quartetto. L'8 appuntamento con una curiosa superband. Si chiamano Spectrum Road e sono formati da Jack Bruce, bassista dei Cream, Vernon Reid, chitarrista dei Living Colour, il versatile tastierista John Medeski e la scatenata Cindy Santana, moglie di Carlos, alla batteria. A seguire un duo consolidato: il sassofonista David Murray e Macy Gray, voce neo soul di velluto. Il 9 tocca a John Scofield, chitarrista virtuoso, che presenta la Hollowbody Band con Bill Stewart alla batteria. E se vi rimane ancora fiato, subito dopo, salirà sul palco Esperanza Spalding, capelli alla Angela Davis e grinta da vendere. Giovanissima, talentuosa: suona il contrabbasso e canta. E ha già un Grammy in salone. Il 10 è la volta del Sound Prints, il nuovo quintetto del trombettista Dave Douglas e del sassofonista Joe Lovano con l'ottimo Joey Baron alla batteria impegnati in un omaggio dell'opera di Wayne Shorter. Poi, imperdibile, Enrico Rava con l'Orchestra del Parco della Musica alle prese con una rilettura di Michael Jackson, la defunta star del pop che il trombettista triestino considera un genio (ma, d'altraparte, apprezza assai anche Lady Gaga). L'11 due grandi voci: il funambolico Al Jarreau e la travolgente Erykah Badu. Immancabile, il 12, ritorna Pat Metheny con la Unity band, ovvero Chris Potter al sax (strumento che mancava dal gruppo e dalla musica di Metheny dal 1980), Ben Williams al basso e il fedele Antonio Sanchez alla batteria. Cambio di suoni e prospettiva il 13 con Rollins e il 14 con una serata a tutto reggae grazie a Stephan e Rita Marley e all'ivoriano Alpha Blondie. Si chiude, appunto, con Sting. Da segnalare proprio il 15, al Morlacchi, il concerto omaggio a Monk eseguito da quattro pianisti: Kenny Barron, Mulgrew Miller, Eric Reed e Benny Green mentre tutte le sere del festival la Ryan Truesdell Eastman Orchestra celebrerà Evans con il supporto, tra gli altri, di Stefano Di Battista, Paolo Fresu e Fabrizio Bosso, la crema del jazz nostrano. «SENTOCHESTIAMOVOLTANDOPAGINA,INOSTRIULTIMIEROICISTANNOLASCIANDOESTIAMOENTRANDO IN UNA NUOVA ERA, SIA POLITICAMENTE CHE CULTURALMENTE.Ma la musica non è rivoluzionaria come lo sono i media. Èil momento per una rinascita» Marcus Miller presenta così Renaissance, il suo nuovo lavoro in studio. Lavoro intenso e ispirato con cui Miller torna ad esplorare nuovi linguaggi, pronto a rimettersi in discussione come musicista e compositore. Frutto di un'idea maturata e cresciuta durante il TutuRevisitedTour, una lunga serie di concerti dove Miller si avvalso della collaborazione di alcuni giovani musicisti per ridare smalto alla musica scritta per Miles Davis un quarto di secolo prima. L'affiatamento e la vitalità trovata all'interno del gruppo hanno contribuito a convincere Miller ad allestire il nuovo progetto scrivendo e arrangiando nuova musica per quello stesso gruppo. Animato da questo spirito e circondato dal suo cast di giovani musicisti Miller è tornato in studio e ne è uscito con Renaissance. «Ho sentito che per me si apriva una fase, questo il motivo della scelta del titolo» dichiara ora. Il risultato è un lavoro intenso, che si racconta fra otto nuove composizioni originali e cinque riletture di altrettanti classici, tra cui Tightrope di Janelle Monae e Setembro di Ivan Lins. Al suo fianco Alex Han al sax contralto, Adam Agati e Adam Rodgers alla chitarra, Maurice Brown e Sean Jones alla tromba, Louis Cato e Jamon Yslas alle percussioni, Kris Bowers e Federico Pena Gonzales al pianoforte e Fender Rhodes. Al nucleo originario si aggiungono come ospiti speciali i cantanti Gretchen Parlato, Rubén Blades e Dr. John. Senza dubbio uno dei migliori bassisti elettrici del panorama internazionale, artista poliedrico e inafferrabile, Miller non lo si può costringere dentro una solo genere. Sperimentatore onnivoro, sempre alla ricerca di nuovi linguaggi da esplorare, nella sua trentennale carriera i generi li ha incontrati e vissuti tutti. Dal rock con Donald Fagen e Clapton, al jazz – collaborazioni con George Benson, Dizzy Gillespie, Wayne Shorter -, il pop di Paul Simon e Mariah Carey. Poi il rhythm&blues con Aretha Franklin e Chaka Khan, l'hip hop, ancora blues, new wave con Billy Idol, fino a diventare collaboratore di Miles. Insieme hanno riscritto la definizione di jazz contemporaneo. Suddenly last summer PIEROSANTI Super cocktail Umbria jazz Edizione2012conSting, Rollinseunanottereggae PERUGIA dal6 al 15 luglio ArenaSantaGiuliana eTeatroMorlacchi DANIELA AMENTA damenta@unita.it Nuovipezzienuovaband: la rinascitadiMarcus MARCUS MILLER Renaissance Dreyfuss ESTATE TRISTE GLIALTRIDISCHI APOCHIMESIDIDISTANZADALLAPUBBLICAZIONEDI MUSIC, FILM. MUSIC (RACCOLTA CHE COMPRENDE PARTIDELLEMIGLIORICOLONNESONORErealizzate da Teho Teardo per alcuni dei film italiani più importanti degli ultimi anni: La ragazza del lago, IlDivo…) esce Diaz (Radiofandango), colonna sonora originale integrale dell'omonimo film di Daniele Vicari. La musica di Teardo, come al solito, oltre ad essere intimamente legato alle immagini, rivendica, ottenendola, una propria autonomia espressiva tanto da apparire allo spettatore come una sorta di sottotesto della storia, piuttosto che un semplice commento alla pellicola. L'effetto si manifesta in maniera eclatante quando dalla visione del film si passa all'ascolto del disco che è capace di evocare la drammaticità delle scene e allo stesso tempo di suggerire differenti scenari altrettanto emozionanti. Anche per quest'opera sono presenti come esecutori il prestigioso Balanescu Quartet e la violoncellista Martina Bertoni. Teardo dirige e suona chitarre, basso, tastiere, elettronica e pianoforte. L'ennesima riprova della sua grande capacita di compositore, arrangiatore ed esecutore di splendidi paesaggi sonori. Diaz,musiche perunmassacro secondoTeardo IlcompositoreTehoTeardo Dopotanti dischi realizzati con lo strumentoacustico, l'apprezzato chitarristacagliaritanosi ripresenta questavoltacon un trio elettrico.Con lui la giovanepromessa GianlucaDi Iennoall'organo hammonde lavecchia conoscenzaMaxxFurian allabatteria. Oltrealleconsuete atmosfere funky-jazz, il percorsosonoro impostatodaFerradecolla spesso versospazidecisamente rarefatti e psichedelici. P.S. BEBO FERRA SpecsPeople TukMusic Leultime notizie la davano come baristaaChicagoe quando ormai si eranoperse lesperanzadi potersentire unsuo nuovodisco (l'ultimo,Because it feel good, èdel2001) eccoquesta bella raccoltadi tredici canzoni, scritte per lei daalcunideinomimigliori dell'indiepop/alternativecountry internazionale:daAndrew Birda Robyn Hitchcock,da MatthewWard aVic Chesnutt.Lei le faproprie conraffinata autorevolezza, spalleggiatada un quartettodi veteranidel rhythm'n'soul capeggiatidal tastieristaBooker T. Jones . P.S. KELLY HOGAN I like to keep myself in pain AntiNatonel 2007 comeestemporaneo gruppodi musicistidi strada,con il tempoe vari cambi di formazione, il quartettotorinese ha iniziatoa incidere inproprio ea far girare branioriginali ottenendoottimi riscontri.Questo è il debuttosulla lungadistanza. Il loroè un rockelettroacusticodalle atmosfere spessoscombussolatedai sassofoni free funksuonati daAmedeo Spagnolo. Un'interessanteversione,più pacatae cantautorale,deimaidimenticati Morphine. P.S. MEDINITALI Coltivare piantegrasse Libellulamusic U: venerdì 6 luglio 2012 21
In coda alle faticosissime nomine nelconsiglio di amministrazione dellaRai - del tutto imperscrutabili per il grande pubblico - ecco una nota di colore che fa brillare la complessità delle culture custodite dal Pd e insieme contribuisce a delineare un autentico personaggio dei nostri giorni. Si chiama Marco Beltrandi ed è deputato radicale eletto nelle file del Pd. Ottima persona, ma ieri, polemizzando con i suoi colleghi di schieramento, è riuscito ad accusare Luigi Zanda di essere un comunista. Il senatore Zanda, Pd, ha maturato un ricchissimo passato navigando nel mare della Dc e perfino a un esame lombrosiano risulterebbe del tutto estraneo alla sofferta fisiognomica comunista. Ma Beltrandi è sicuro di quel che dice: «Capisco - ha detto rivolto al povero Zanda - che per le influenze della cultura comunista i fini giustifichino sempre i mezzi...». Ci vorrebbe una foto di Zanda; poi, bisognerebbe spiegare perché Beltrandi si è arrabbiato e capire com'è che dentro il medesimo partito ci possa essere un radicale, eletto coi voti della base Pd, che accusa un ex democristiano, ora Pd, di essere un comunista. Proviamo. Torniamo a quando pareva che il partito di Berlusconi sarebbe riuscito a far collassare ogni tentativo di dare alla Rai un Cda rinnovato. Il Partito democratico stava introducendo un elemento di rottura nei confronti della melina spartitoria del passato. Infatti, il Pd si è rifiutato di partecipare alla spartizione chiedendo alla società civile l'espressione di un paio di nomi al di sopra di ogni sospetto sui quali si sarebbe impegnato poi a votare. Fatto. Bisognava agire in fretta, altrimenti la tagliola del Pdl avrebbe terminato di spezzare le reni alla Rai congelando gli equilibri di potere nel Cda costruiti a vantaggio di Berlusconi. Schifani fa il suo mestiere: patrocina l'eliminazione del consigliere di Vigilanza (Amato) non più «affidabile» per Berlusconi e la sua «opportuna» sostituzione (con Viespoli) in vista delle votazioni, alla velocità di un bosone. Beltrandi, intanto, provvede a non votare togliendo la possibilità concreta di ridimensionare il ruolo del Pdl nel Cda e grazie solo alla sua assenza passa il nome di Pilati, grand commis berlusconiano. Poi, a rinnovo fortunatamente concluso, attacca Zavoli «per la sua gestione di regime» (gasp!) mentre in seconda battuta lamenta con morigerata formalità «l'errore» («grave», ammette ma in un inciso) di Schifani. Zavoli sarebbe colpevole, secondo il deputato radicale, di non aver vagliato i curricula degli aspiranti, cosa che il presidente non avrebbe potuto fare, a rigore di normativa. Ma conta la sostanza, soprattutto in tempo di guerra e questo tempo lo è. Tanto è vero che Pilati è passato, il Pdl conserva per questo il controllo berlusconiano sulla Rai e intanto Beltrandi - rigoroso pannelliano - se la prende con Zavoli. Zanda replica a Beltrandi: ma cosa dice? Zavoli ha salvato la Rai dal marasma che era nelle intenzioni del Pdl. Beltrandi conclude che Zanda respira un'aria comunista. Ma il radicale è l'uomo che provvide a suo tempo a votare, con il Pdl in vena di dispetti, Riccardo Villari alla presidenza della Commissione di Vigilanza, azzerando le scelte del Pd al quale anche Villari apparteneva. Beltrandi fu il promotore di quel bavaglio normativo anti-Santoro che avrebbe voluto, in campagna elettorale, conduzioni bipartisan, a due quindi, nei talk show politici. Una demenzialità quasi affascinante. Lui, infine, fu il responsabile di uno storico scacco ai danni dei costi della politica e a vantaggio del partito di Berlusconi, quando con il suo voto riuscì a disaccoppiare le amministrative dai referendum. Quattrocento milioni di euro. Beltrandi iniziò a forare il velo dei personaggi contemporanei e il suo busto fu posto nella rastrelliera dei “mandarini”. Con il rigore concesso alla squadra del cuore dall'arbitro Schifani, come ha detto Fini, il Pdl è riuscito nel blitz in commissione di Vigilanza vincendo la partita con un 4 a 3, la maggioranza dei consiglieri di amministrazione Rai. Prossimo obiettivo: far saltare i due nomi indicati dal premier Monti come presidente, Anna Maria Tarantola, e direttore generale, Luigi Gubitosi. Ieri mattina la fumata bianca a Palazzo San Macuto, i pidiellini e la stampella leghista sono andati a votare. I sette consiglieri sono: Gherardo Colombo e Benedetta Tobagi votati dal Pd, Antonio Pilati, Antonio Verro, Luisa Todini, Guglielmo Rositani per Pdl e Lega, Raffaele De Laurentiis per l'Udc. È fuori l'indipendente Flavia Piccoli Nardelli, con quattro voti, dall'Idv, da Perina di Fli e Melandri del Pd. Il radicale Beltrandi non ha votato, di nuovo si è fatto pedina decisiva. Per il centrodestra. Più che un blitz, quella del Pdl è una manovra ben studiata, che mira a bloccare la presidenza per Tarantola (indicata ieri dall'assemblea degli azionisti che ha nominato il Cda e il consigliere Marco Pinto). Come? Facendo mancare la maggioranza dei due terzi in Vigilanza che servirà martedì prossimo a ratificare la nomina della signora di Bankitalia, così il nuovo Cda sarebbe guidato da Guglielmo Rositani che, in quanto consigliere anziano, farebbe le veci del presidente Rai. A quel punto sarebbe a rischio anche Gubitosi come direttore generale, osteggiato dai berlusconiani. E finché il presidente facente funzioni ILCOMMENTO VITTORIOEMILIANI POLITICAE INFORMAZIONE L'ex premier Berlusconi con il presidente del Senato, Renato Schifani FOTO ANSA/ALESSANDRO DI MEO Rai, il Pdl ha un piano: La destra punta a far mancare la maggioranza dei due terzi sulla Tarantola, così il cda sarebbe guidato dal consigliere più anziano (Rositani) La manovra può mettere in mora anche il dg NATALIA LOMBARDO ROMA Nonvotando,haconsentito l'elezionedelpidiellino Pilati.Maquestaèsolo l'ultimamossadeldeputato cheèstatopromotore delbavaglioai talkshow ILRITRATTO TONIJOP politica@unita.it Beltrandi, il fine radicale che non si giustifica mai SEGUEDALLAPRIMA Certo, il centrodestra, con le solite manovre di basso livello (avallate in corsa da un presidente del Senato sdraiato sulla sua parte politica) si è assicurato di nuovo la maggioranza in Cda. Come ai cari vecchi tempi. Grazie a Schifani e grazie all'assenza in Vigilanza del solito Marco Beltrandi radicale (ma l'impassibile Pannella denuncia, come un disco rotto, lo «scempio partitocratico» della Rai…). Ai nuovi amministratori Rai (che il Pd ha concorso a eleggere seguendo con saggezza le corrette indicazioni delle associazioni) va ricordato che le crisi da affrontare sono parecchie. I conti non vanno per niente bene, ma minacciano di venire appesantiti dalla più generale crisi di identità del servizio pubblico, del suo rapporto con gli abbonati. Un caso fresco: la Rai ha avuto ascolti altissimi con gli europei di calcio e però, trasmettendo tutto - gol inclusi - sul digitale terrestre, ha escluso gli abbonati che ancora vedono i programmi dalla piattaforma Sky nonché gli abbonati di Sicilia e Puglia appena passate al digitale senza adeguata copertura. Quei programmi criptati hanno intaccato ancor più la popolarità della Rai, facendo imbufalire i suoi utenti che si servono (legittimamente) della piattaforma Sky. Verso di loro la Rai si è comportata come una pay-tv, contro ogni regola. Lo dimostra l'accordo realizzato in Gran Bretagna per consentire anche ai non abbonati di vedere gratis sulla piattaforma satellitare di BskyB i match trasmessi dalle tv terrestri, Bbc inclusa. Alla Rai la falla del calo pubblicitario è recente, ma negli ultimi anni evasione/morosità del canone hanno scavato una voragine facendo mancare oltre 1/3 degli introiti. Come recuperare credito presso i teleutenti se - grazie alla imposizione da parte di Berlusconi della piattaforma satellitare comune Tivùsat in luogo di Sky - una parte di loro subisce esclusioni tanto detestabili? Direttive europee e delibere Agcom prescrivono da anni che gli eventi di particolare rilevanza sociale siano trasmessi in chiaro. V'è di più: nella crisi Rai entra con forza l'emorragia, subita e/o incoraggiata, di conduttori/autori/attori costretti a emigrare. Dal prossimo autunno Michele Santoro non sarà più soltanto un “ospite”, ma farà parte - come Lerner, come Gruber, come altri - de La7, organicamente. Farà ascolti elevati e attrarrà prestigio e pubblicità. Doppia, tripla perdita secca per la Rai che, dal 2002 a oggi, ha rinunciato ormai a tutta la satira, all'intrattenimento intelligente, e quindi di prestigio. È sotto gli occhi di tutti l'autentico botto fatto da Corrado Guzzanti su Sky con «Aniene». Veniamo alla raccolta pubblicitaria, strettamente legata peraltro all'offerta dei palinsesti. Nel 2012 il calo riguarda tutti, in modo speciale le tv generaliste, in modo specialissimo la Rai. Che paradossalmente batte Mediaset negli ascolti e però registra negli spot quasi un - 11 % contro il - 9,6 di Mediaset. Il presidente dell'Upa Lorenzo Sassoli de Bianchi ha previsto per il 2012 investimenti pubblicitari in calo per 700 milioni. Con una notazione che si attaglia anche alla Rai. «Troppo rigore può essere una terapia che, invece di guarire, intossica. Di questo passo il ceto medio rischia di polverizzarsi». Certo, a Viale Mazzini e dintorni c'è parecchio da tagliare, con rigore. Fino a dieci anni fa i compensi di presidente, direttore generale e consiglieri erano contenuti. Vennero raddoppiati di colpo dopo il 2002, in una gestione, temo, «di garanzia» (?). Poi la crescita è continuata, anzi, a quanto leggo, dilagata. E non parlo del solo vertice. Tuttavia una politica di salassi diffusi farebbe crollare a terra il cavallo di Messina a viale Mazzini e quello di Ceroli a Saxa, nel momento in cui la Rai ha bisogno di investimenti «di qualità» (anche sul piano degli autori, un parco decisamente impoverito). Si riparla di vendere Rai Way, ma con quale ricavato con la crisi planetaria in atto? La cessione del suo 49% ai texani di Crown Castle decisa nel 2001 dal Cda Zaccaria, subito cancellata, con contorno di insulti, dal neo-ministro Gasparri, aveva messo in banca circa 900 milioni di euro di oggi. Come e a chi venderà ora la Rai? Con quale ribasso? Ecco i frutti avvelenati della politica di un centrodestra dominato dagli interessi di Berlusconi & famiglia. E il Cda appena eletto ha quella stessa maggioranza. Ricordiamolo. Per prima cosa rianimare il Cavallo Left, domani inchiesta sulla Rai Parlano Gabanelli e Iacona È dedicata alla crisi della Rai la copertina di questa settimana di left, in edicola sabato con l'Unità. I nuovi vertici della Rai saranno in grado di proporre idee capaci di fermare l'emorragia di ascolti e il calo drammatico della pubblicità? Ne parlano Riccardo Iacona (PresaDiretta), Corrado Formigli (Piazzapulita) insieme a Mario Morcellini, docente di Scienza delle Comunicazioni. In una intervista la conduttrice di Report Milena Gabanelli spiega le ragioni della crisi della creatività, mentre Loris Mazzetti, storico dirigente Rai mette a fuoco la crisi dell'azienda pubblica e l'ingerenza della politica. 4 venerdì 6 luglio 2012
Montepremi 1.960.497,66 5+stella Nessun6-Jackpot 11.254.006,20 4+stella 51.398,00 Nessun5+1 - 3+stella 2.437,00 Vinconoconpunti5 147.037,33 2+stella 100,00 Vinconoconpunti4 513,98 1+stella 10,00 Vinconoconpunti3 24,37 0+stella 5,00 Nazionale 51 23 66 75 4 Bari 32 63 11 20 81 Cagliari 6 56 31 16 10 Firenze 87 17 70 21 59 Genova 31 79 6 73 36 Milano 11 87 42 30 59 Napoli 2 61 81 80 25 Palermo 65 33 5 42 20 Roma 66 74 20 28 4 Torino 62 66 78 20 28 Venezia 10 55 52 68 15 COSIMOCITO sport@unita.it 5ªtappadelTour Il tedescoGreipelbattedinuovotutti involata.Loslovaccocoinvolto inunacadutaa2kmdalla fine InumeridelSuperenalotto Jolly SuperStar 15 59 64 65 76 79 17 26 10eLotto 2 6 10 11 17 31 32 33 42 5556 61 62 63 65 66 70 74 79 87 È stato sempre un modello per i giocatori più giovani. Ora che Damiano Tommasi è presidente dell'Associazione calciatori, da modello è diventato punto di riferimento. L'ex capitano della Roma, azzurro ai mondiali del 2002, riflette sul calcio italiano e sul contratto dei calciatori che sopravvive ai rimandi dei club, in un contesto in cui troppi guardano solo al proprio particolare e pochi all'interesse generale del movimento. Dopo l'assemblea di Lega di mercoledì qualcosa sulcontrattos'è mosso,a chepunto siamo? «L'assemblea della Lega di A ha espresso la volontà di prorogare l'accordo collettivo fino al 30 giugno 2013. Un tempo nel quale potremo discutere di tutti i temi che ci stanno a cuore. Mi è sembrato, inoltre, d'intuire la volontà di andare avanti senza intoppi, avremo così modo di confrontarci sulla convezione promo-pubblicitaria e sulle sue modifiche». Siprocedeper proroghe,quali sono inodi chenon hannopermessounaccordo definitivo? «Ci sono argomenti che devono essere approfonditi, sia per loro che per noi: dalla convezione promo-pubblicitaria, appunto, al fondo di garanzia, che va certamente ristrutturato. Ritengo che ci siano margini per trovare un accordo anche su questo». L'annoscorsoloscioperoscatenòlapanciadell'opinionepubblicacontroicalciatori“ricchieviziati”… «Siamo consapevoli che il giocatore è visto come una persona che guadagna tanti soldi senza merito, è difficile far capire che proprio il mercato del calcio e l'attenzione che c'è attorno permettono a certi presidenti di firmare determinati contratti di lavoro dipendente. Pochi sanno, inoltre, che il minimo contrattuale in serie A è di 1.500/1.800 euro, eppure per arrivarci si fanno grandi sacrifici, ma il discorso economico è in secondo piano». Cioè? «Sul tavolo dell'accordo collettivo non ci saranno i soldi, bensì i diritti e doveri che i calciatori hanno verso le società e queste verso i giocatori, cercando di mettersi alle spalle comportamenti che sono il retaggio del passato». DurantegliEuropei,quattrograndiclubdiAsisono incontrati con Murdoch per parlare di Super Lega, mentre Prandelli chiedeva più spazio per la Nazionale. Quale dovrebbe essere la strada maestra del calcio italiano? «L'aspetto sportivo deve tornare primario rispetto a tutto il resto. Ci sono tanti soldi e interessi ma l'obbligo della Federazione e del Ct credo sia proprio quello di provare a spostare il baricentro. Alla fine uscire male dalle coppe europee è un aspetto sportivo che si ripercuote sul ranking Uefa, sull'attenzione mediatica e sugli investitori, quindi anche su quello economico». AbetehaattaccatofrontalmentelaLega,nonèche proprioicalciatoririschianodirimanereschiacciati tra i duepoli d'attrazione? «L'Europeo, tra le altre cose, ha dimostrato che nei momenti di difficoltà ci si aggrappa a chi va in campo, alle loro prestazioni, al loro modo di porsi e comunicare. Il ruolo dei calciatori è di grande responsabilità e troppo spesso vengono strumentalizzate le piccolezze a discapito di ciò che è importante. Nonostante ciò, rimangono dei punti di riferimento per i ragazzi e i tifosi grazie al loro attaccamento alla Nazionale e alla professione». Cosarestadi questosecondopostoeuropeo? «Siamo stati la vera sorpresa, Prandelli ha cambiato il modo di giocare e molti giovani hanno risposto bene alla prima grande esperienza internazionale, conquistando anche l'accesso alla Confederations Cup». La ricetta Tommasi: seconde squadre per contrastareil fenomenodellecombine.Credecheilsistemaspagnolopossaessereinnestatoinquelloitaliano? «Al di là dei sistemi diversi, l'idea è di dare uno scopo che non sia solo quello della classifica o del risultato, bensì quello della prestazione e della crescita. Offrire ai più giovani un obiettivo diverso per tenere lontani gli interessi negativi che girano intorno al pallone». Il calcioscommesse è un problema internazionale, ma il football italiano ciclicamente torna nelle aule dei tribunali,perché? «È giusto andare sino in fondo per conoscere i colpevoli, punire i responsabili e dare risposte certe a tutti quelli che si comportano bene, rispettando le regole, e che hanno a cuore il nostro sistema calcio. In Italia si fanno indagini, altrove è tabù, ma la stragrande maggioranza del movimento è un esempio di professionalità e sportività». L'UOMO CHIAMATO «GORILLA» SFRECCIA A SAINT QUENTIN, FA DUE SU DUE IN VENTIQUATTR'ORE E INIZIAASPAVENTARE-ADESSOSÌ-SERIAMENTECAVENDISHINVISTADELLAVOLATAOLIMPICA.André Greipel è al momento il miglior velocista del Tour, il più potente e quello dotato di miglior squadra. La Lotto corre quasi tutta per il tedesco, amministra i tempi della volata, lo lancia, sa quando farlo. Greipel è un velocista di grosso cabotaggio, ha bisogno di un rettilineo comodo davanti e di una squadra che lo porti ai 100 metri. Poi esplode, alla Cipollini. È nato a Rostock come Jan Ullrich, è uomo da venti vittorie l'anno, razziatore di traguardi minori, ma anche capace in passato di acuti al Giro e alla Vuelta. Nel 2011 vinse a Carmaux la sua prima tappa del Tour. È più vecchio, meno scaltro e più insicuro di Cavendish, ma ha una potenza devastante e un fisico muscolatissimo. Cavendish, ancora acciaccato dopo la caduta dell'altro ieri, finisce quinto e scontento, Petacchi ottavo. Un'altra caduta ai due km, ne fa le spese Sagan, che resta a terra, poi si rialza e chiude senza problemi. Tutti salvi i big, Cancellara resta in giallo, Wiggins lo tallona, Nibali è sempre ottavo, primo degli italiani in una classifica che ha quindici nazionalità diverse ai primi quindici posti, un record che racconta molte cose del ciclismo globalizzato di oggi. La tappa è sonnacchiosa, evadono in quattro, Urtasun, Ghyselinck, Ladagnous e Simon, partono al km 0 e si fanno 196,2 km da soli, a cuocersi nella campagna della Piccardia. La tappa di km ne misura 196,5. Alla fuga sono mancati 300 metri. A un certo punto pare fatta, il gruppo però, anche se spaventato e menomato dalla caduta, ha una capacità incredibile di amministrare i chilometri e il tempo, è la Lotto a riportare tutti sotto, è ancora la Lotto a organizzare il treno, a tirare la volata e ad esultare con Greipel, che batte il superpiazzato australiano Goss e l'argentino Haedo, piuttosto nettamente. L'ultima rotonda ha tradito Petacchi: «Ho sbagliato lì - dice il 38enne velocista ligure - e l'ho pagata a caro prezzo. Però c'è troppa bagarre, le squadre dei big vogliono stare tutte davanti, restare in piedi è davvero difficile». E sarà ancor più difficile oggi, fino a Metz, 207 km ad alto rischio cadute, piatti, per velocisti. Necessario per Cavendish un colpo dopo la caduta, il fantasma di Greipel si allunga pericolosamente su The Mall, sull'ultimo km della prova olimpica che l'inglese, davanti al suo pubblico, «deve» vincere. Gol fantasma addio, laFifa introduce latecnologia LOTTO SPORT Secondoilnumerouno dell'Associazionedei calciatori:unannoper raggiungere l'accordoconla Legasudirittiesoldi VIA LIBERA ALLA TECNOLOGIA PER EVITARE I GOAL FANTASMA MA ANCHE RILANCIO DELLA COMPONENTE UMANA, SOTTO FORMADIARBITRIDIPORTA.La Fifa ha deciso di adottare la tecnologia del cosiddetto «occhio di falco» per scongiurare i deprecati goal-non goal, ma ha deciso anche che lo strumento tecnologico verrà in supporto alla «cinquina» arbitrale, composta da arbitro, 2 assistenti-guardialinee e 2 arbitri di porta. Il massimo organismo mondiale in tema di calcio, riunito a Zurigo, ha deciso dunque di prendere una decisione salomonica: introdurre sì elementi di tecnologia, come il «detector» posto sulla linea della porta, che avrà il compito di vedere se il pallone è entrato o meno completamente, ma non rinunciare alla positiva esperienza degli arbitri di porta, che hanno integrato in questi ultimi due anni la terna arbitrale collocandosi a fianco delle porte. L'occhio di falco verrà introdotto al mondiale per club in programma in dicembre a Tokyo, alla prossima Confederation Cup del 2013 e alla Coppa del Mondo che si giocherà in Brasile nel 2014. Sul piano della tecnologia, la Fifa ha promosso entrambi i sistemi che avevano già superato la prima fase di sperimentazione: l'occhio di falco, basato sul riconoscimento ottico attraverso le telecamere (sei per porta), e il GoalRef, che sfrutta campi magnetici e pallone col microchip. La decisione, ha fatto sapere il segretario generale della Fifa, Jerome Valcke, è stata presa all'unanimità e le due tecnologie, in caso di esito positivo al Mondiale per club, saranno utilizzate anche nella Confederations Cup del 2013 e nella Coppa del Mondo 2014 in Brasile. Luce verde anche per gli arbitri di porta che potranno essere utilizzati in qualsiasi competizione gli organizzatori riterranno opportuno ricorrere a questa soluzione. L'introduzione della tecnologia, già in avanzata fase di sperimentazione, ha avuto un'accelerazione per via di un episodio del recentissimo campionato europeo di calcio disputato in Polonia e Ucraina. Nel corso del torneo e, a dispetto dell'introduzione della cinquina arbitrale, si è, infatti, verificato un caso di goal fantasma nel corso dell'incontro tra Ucraina e Inghilterra, che la nazionale inglese ha vinto per 1-0. L'Inghilterra in vantaggio di un goal, subì il pareggio ucraino ma il gol di Marko Devic non fu convalidato. PINOSTOPPON ROMA Il presidentedell'Associazione calciatori DamianoTommasi mercoledìscorso aCortonaharicevuto ilpremio FairPlay GIOVEDÌ 5 LUGLIO «Contro lecombine lesecondesquadre» Tommasi:«Unostessoclub inseriediverse come in Spagna. Il contratto? Ce la faremo» FRANCESCOCAREMANI CORTONA Il«Gorilla»concede ilbis ChepauraperSagan ... «Inquestomodononsipensa soloallaclassificaesi potrebberovalorizzare i giovaniper laNazionale» U: venerdì 6 luglio 2012 27
La tiratura del 5 luglio 2012 è stata di 90.949 copie CI SONO ARGOMENTAZIONI, USATE ANCHE DA ALCUNIESPONENTIDELNOSTROPARTITONELLADISCUSSIONESUI DIRITTICIVILIEILMATRIMONIOTRAPERSONEDELLOSTESSOSESSO, CHE PUR SFORZANDOMI FACCIO FATICA A CAPIRE. Iniziano con una premessa: non si vuole discriminare, il Pd è un partito progressista che riconosce i diritti (e ci mancherebbe, direi). Tutti sono uguali MA è indispensabile promuovere una «piattaforma di diritti differenziati», così dice - su l'Unità di giovedì - l'onorevole Lucà. Le variazioni sul tema sono molteplici. Chi ha una situazione difforme rispetto ad un “diritto naturale” non può rientrare con pienezza tra chi gode di diritti civili uguali per tutti. Ha bisogno di una piattaforma di “dirittucci”: concessi perché siamo buoni. Parliamo di quei diritti civili che, all'atto del loro godimento, non limitano la libertà di nessuno. La cornice è lo Stato di diritto, laico per antonomasia: la laicità comprende le differenze, le rispetta e le tutela. Si incardina su alcuni principi fondamentali: tra questi quello dell'uguaglianza e quello della libertà. Non può esistere l'una senza l'altra. Consentire il matrimonio tra persone dello stesso sesso non impedisce ad altri di godere dello stesso diritto. Si può tranquillamente credere nella sacralità del matrimonio, ci si può sposare tra eterosessuali, davanti all'altare o vestiti di bianco. Il matrimonio civile è un contratto tra due persone davanti alla Comunità civile: gli articoli del Codice che lo regolano implicano diritti e doveri tra le due parti. Si parla di coniugi, al plurale. Al di là della propria convinzione etica, sono quelli che regolano la famiglia come patto di mutua solidarietà e responsabilità tra due persone. Faccio fatica ad escludere Daniele, Andrea, Massimo o Roberta e i loro compagni/e da questo perimetro. Introdurre un generico riconoscimento delle coppie di fatto, siano DICO o PACS, appanna di un velo di ipocrisia la questione: le coppie eterosessuali un'opzione ce l'hanno, possono sposarsi civilmente. Sono le coppie omosessuali che sono private della libertà di scelta. Le argomentazioni che vengono portate dai fautori dei “dirittucci” contengono dei forti elementi di ambiguità. Come ci fosse un non detto: la propria sensibilità etica deve permeare le scelte del legislatore. Deve valere per tutti in quanto si suppone maggioritaria. Però non si può essere “un po' laici”, come non si può essere “un po' incinta”, “un po' antirazzisti”. Se si è laici e si crede nei principi di libertà e di uguaglianza bisogna ammettere che le proprie convinzioni personali o collettive rappresentano, comunque, una parte del tutto. Pretendere non venga limitata la propria libertà garantendo di non limitare quella degli altri. Lo sforzo della politica, in particolare la nostra, è di rappresentare il tutto tenendo conto delle parti. Accettando l'evoluzione sociale e il cambiamento in società sempre più complesse e plurali che non possono essere, usando una sineddoche, ridotte ad una parte sola. Ad un modello che vuole dirittucci per cittadinucci, io credo si debba opporne uno che vuole diritti per i tutti. Nell'uguaglianza e nella libertà. Allargando il perimetro dei diritti per concorrere a quella democrazia inclusiva di cui parlava Bobbio. In quanto a me sono eterosessuale, donna, nei comportamenti appartenente alla maggioranza. Ma non riesco a sentirmi libera ed eguale se non lo sono tutti. IL 4 OTTOBRE 1949, AL SECONDO CONGRESSODELLACGIL,GIUSEPPEDIVITTORIOLANCIÒDAGENOVA L'IDEA DI UN «PIANO ECONOMICO E COSTRUTTIVO»DAPROPORRE «al popolo italiano». Idea che fu poi messa a punto nella Conferenza economica tenuta a Roma nel febbraio 1950. Era così nato il Piano del lavoro. Tre le direttrici del Piano: energia, agricoltura, edilizia. E cioè: costruire centrali idroelettriche per avere più energia disponibile, sia per l'apparato produttivo che per le case degli italiani. Realizzare opere di bonifica e di irrigazione, per accrescere l'estensione delle terre coltivabili e coltivate. Costruire case popolari, scuole, ospedali. Insomma, innescare un processo di sviluppo che massimizzasse l'uso delle risorse date, trascinando con sé anche l'industria, creasse occupazione e migliorasse le condizioni di vita dei lavoratori. Una storia vecchia? Certo, molte cose sono cambiate, in Italia e nel mondo, nei sessant'anni che ci separano dalla geniale intuizione di Di Vittorio. Ma il fatto stesso che la Cgil, nel vivo di una prolungata crisi economica di dimensioni globali, abbia elaborato oggi la bozza di un nuovo Piano del lavoro e abbia deciso di avviare su di essa una discussione ampia e aperta, ci dice che quella idea torna ad avere una sua indiscutibile attualità. Ovviamente, tra i problemi che Di Vittorio si proponeva di affrontare allora col suo Piano e quelli che stanno ora di fronte al nostro Paese vi sono grandi differenze. Innanzitutto, la crisi economica - fatta di disoccupazione e arretratezza - che travagliava allora l'Italia si configurava come un'incapacità, almeno apparente, del Paese a ripartire dopo i gravissimi colpi subiti con la guerra. Oggi, invece, siamo innanzitutto di fronte all'incapacità di ritrovare un ruolo proficuo dentro alla nuova divisione internazionale del lavoro, figlia della globalizzazione. In secondo luogo, nel dopoguerra il soggetto principe della politica economica era lo Stato-Nazione, mentre oggi i nostri problemi possono essere concepiti e affrontati solo in una dimensione europea. Ciò detto, il perdurare stesso della crisi attuale riporta nuova attenzione e nuovo interesse verso una delle proposte di maggior respiro che siano mai state avanzate per dare una direzione razionale alla nostra vita economica. Su questa base, l'associazione Casa Di Vittorio - presieduta dalla senatrice Baldina, figlia del grande sindacalista - ha organizzato tempo fa all'Università di Foggia un convegno intitolato Storia e attualità del Piano del lavoro. Si può fare a meno di una strategia europea di sviluppo perl'ItaliaeperilSud?. Dal convegno è nato un libro, ora pubblicato da Donzelli (Crisi, rinascita, ricostruzione, pp. 128, euro 25), che consente di rileggere il Piano nelle sue diverse implicazioni. Passando dagli anni Cinquanta a oggi attraverso quattro livelli. Il primo livello è costituito dal testo delle relazioni, oggi quasi introvabili, tenute allora da Di Vittorio, a Genova e a Roma. Il secondo dalle analisi (di Giuseppe Berta, Piero Craveri e altri) che collocano il Piano nel suo contesto storico. Il terzo da una tavola rotonda - coordinata da Fabrizio Barca, con Marco Magnani, Renato Soru e altri - in cui il Piano viene riesaminato insieme ai problemi dell'oggi. Il quarto è l'introduzione, già anticipata su queste colonne il 13 giugno, in cui Barca, che nel frattempo è divenuto ministro della Coesione territoriale, rivisita e attualizza l'idea stessa di programmazione. A differenza di Barca, Di Vittorio non era un economista, ma, senza aver probabilmente mai letto una riga di Keynes, aveva intuito che la disoccupazione e la mancanza di investimenti erano in qualche modo due facce della stessa medaglia: un insufficiente impiego delle risorse potenzialmente disponibili. E che quindi (e qui c'è forse un influsso del New Deal rooseveltiano) la spinta dell'intervento pubblico era necessaria per far ripartire la macchina dello sviluppo. D'altra parte, il Piano rispondeva anche alla duplice ossessione politica di Di Vittorio: tenere uniti i lavoratori e tenere unito il Paese. Due obiettivi, a dir poco, ancora attualissimi. Luigi Cancrini Psichiatra e psicoterapeuta Dialoghi Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 CaraUnità L'intervento Tutta l'attualità del “Piano del lavoro” di Di Vittorio Unbel faccia di tolla! Domenica pomeriggio ho ascoltato, trasmesso da Rai News 24, il discorso di Maroni, che mi ha profondamente indignata. Ma che faccia di tolla! (I milanesi capiranno bene questa espressione.) Come se la Lega non fosse stata corresponsabile delle difficoltà in cui oggi ci dibattiamo... Come se i grandi corruttori non fossero sciamati verso il Centro-sud dal Nord! Il discorso di Maroni, che ha incitato ripetutamente i leghisti a non pagare l'Imu e a impegnarsi per la secessione dall'Italia mi è parso pericolosamente eversivo. È possibile intentare, come cittadini, un'azione legale contro Maroni? Spero che l'Unità se ne faccia promotrice. Malgrado i miei pesanti 86 anni, mi attiverò per la raccolta delle firme. LiciaRotunno DonRodrigo e il conte zio L'avvio delle indagini a carico dei complici di Don Verzè richiama alla mente il grande amico di quest'ultimo. Se il clan di quel sant'uomo è sospettato di aver provocato non uno ma due incendi ai vicini di casa per costringerli a vendere un terreno che si ostinavano a non voler cedere, Berlusconi servendosi dei buoni servigi dell'avvocato Cesare Previti riuscì a strappare ad una sprovveduta orfanella la villa di Arcore con l'annessa immensa tenuta, nella quale sorse Milano2. Due grandi amici, due storie simili, due modelli di prevaricazione che fanno apparire dilettanti perdigiorno Don Rodrigo e il conte zio. EzioPelino Inche Paese viviamo? Nella Regione Piemonte la lista dei Pensionati per Cota è stata condannata in due gradi di giudizio, ma il suo rappresentante continua a fare il consigliere regionale con stipendio e ufficio pagati dalla Regione. Ma non basta. Un altro famoso personaggio politico della Lega Padana è stato condannato a 4 anni e due mesi di reclusione per presunte irregolarità nella raccolta delle firme alle elezioni regionali (senza essere eletto in Regione), ma continua a fare il consigliere in Provincia. Quasi sicuramente nella Ue non esistono delle situazioni del genere, perché nei Paesi più seri i politici indagati, o che commettono reati contro le Istituzioni, danno subito le dimissioni e lasciano dal mondo politico, oppure, vengono sospesi senza tanti complimenti. Comitato2012 IlCentrodi ematologia del policlinicodi Roma Sono sempre più rari i momenti in cui fa piacere vivere in Italia, soprattutto se si parla di sanità. Poi, nella sfortuna di un linfoma non hodgkin che ha aggredito mia figlia, si ha la fortuna d'imbattersi nel centro di Ematologia del Policlinico Umberto 1 di Via Benevento a Roma, e nello staff diretto dal professor Robin Foà, nel Servizio Prime Visite della dr.ssa Luisa Bizzoni e nella professionalità del dr. Maurizio Martelli. Competenza, serietà e accoglienza contraddistinguono il personale medico ed infermieristico di questi settori ai quali va il mio ringraziamento più convinto. Questa è davvero l'Italia migliore. RobertoDalPrà Lanostalgiadi Carosello «Siamo alle solite Calimero, tu non sei nero sei solo sporco, Oplà». La pubblicità rappresenta epoche della nostra vita più di altre forme di comunicazione. Carosello, per esempio, ha segnato un'epoca nei costumi e nelle abitudini sociali degli italiani. Di fronte agli spot dei nostri giorni, è difficile non provare nostalgia per la genialità o la sobria eleganza di alcuni dei messaggi di Carosello. Da «la pancia non c'è più» al caffè di Carmencita, da Calimero a «basta la parola», una galleria dei motti e delle immagini che hanno segnato l'infanzia di molti. «Laggiù nel Montana fra mandrie e cowboy c'è sempre qualcuno di troppo fra noi.... e vedendo la carne Montana che stringo alè vengon tutti a mangiare con Gringo». Carosello, ormai, fa parte della storia del costume prima che di quella della pubblicità. Il cui principale obiettivo è far conoscere marchi e vendere prodotti. Perciò, accontentiamoci degli spot moderni. Noiosi, invasivi. Scoccianti. Rivoglio Carosello. Rivoglio quella televisione. E... dopo Carosello tutti a nanna! MarioPulimanti Il commento Non possono esistere diritti e dirittucci Ilda Curti Assessore all'Urbanistica Comune di Torino COMUNITÀ ViaOstiense,131/L 00154 Roma lettere@unita.it Fernando Liuzzi Fiom Avanti con le riforme per ammodernare il Paese. Riforma delle rappresentanze politiche uguali agli altri Paesi a democrazia parlamentare e stesso costo di queste rappresentanze. Sapendo che negli Stati Uniti costano 5,20 euro per abitante e da noi 26,50 euro (fonte Corriere della Sera). E niente privilegi di casta per favore: dove paga il cittadino paghi anche l'onorevole. DINOBELLINI Quando fui nominato assessore regionale alla cultura e alla formazione professionale della Regione Lazio (era l'agosto del 1977 ed io ricoprii quell'incarico per più di 4 anni) il partito, cui direttamente arrivavano i miei emolumenti, mi disse che quello che sarebbe stato dato a me era il corrispettivo di un metalmeccanico con la mia anzianità di servizio. In aspettativa senza assegni dall'Università dove ero assistente presso l'Istituto di Psichiatria (la Neuro) alleggerivo (di poco) la situazione con le collaborazioni a l'Unità e a Paese Sera, con alcune attività di formazione nei servizi per le dipendenze e per la salute mentale oltre che con la possibilità di utilizzare la casa che mi era stata data dalla famiglia. Altri tempi. Ricordarli e rifletterci è importante, tuttavia, per capire perché il Pci di allora abbia accettato (e, a tratti voluto) che gli stipendi dei parlamentari diventassero, in Italia, i più alti d'Europa: per sopravvivere e per poter svolgere il suo ruolo di contrappeso alla Democrazia cristiana di allora, in una situazione in cui lo strapotere economico degli avversari rischiava di determinare la fine della democrazia politica. Molte cose sono cambiate da allora, la guerra fredda e le limitazioni della sovranità che ad essa si collegavano sono finite. Per recuperare la fiducia della gente nei politici oggi c'è bisogno di una inversione forte di rotta: cancellando quelli che si sono trasformati da presidi della democrazia in privilegi di singoli sempre meno politici. Il costo delle rappresentanze politiche 18 venerdì 6 luglio 2012
Alla faccia di quanti (Idv in testa) hanno detto e diranno che è poco, quasi nulla, Mauro Agostini, capogruppo Pd in commissione bilancio di Palazzo Madama ed ex tesoriere del Nazareno, è sinceramente e pienamente «orgoglioso» della legge che dimezza l'entità dei rimborsi ai partiti (da 182 a 91 milioni), destina ai terremotati 165 milioni frutto del taglio dei finanziamenti sul 2012 e 2013 e introduce tetti di spesa e nuovi criteri di trasparenza nei bilanci. LuigiLi Gotti dell'Italia dei valori parla di «occasione sprecata». Rutelli dice che «è ancora insufficiente». Si poteva fare dipiù? «Forse. Ma oggi abbiamo messo in campo un percorso di portata epocale, e abbiamo dato un segnale concreto, fatti, per rispondere alla disaffezione dei cittadini verso la politica. Certo, si tratta ancora di una riforma incompiuta, perché bisogna ora affrontare, lo farà la Camera, il disegno di legge sullo statuto dei partiti. Ma si è iniziato un salto di cultura: la gestione delle risorse dei partiti non può essere dominata da criteri di riservatezza, che poi diventa opacità: non sono “soldi nostri” come dice Bossi, sono soldi dei contribuenti, denaro del quale rendere conto». Equesto accadrà? «Per la prima volta, i controlli non saranno più formali, ma sostanziali. È previsto l'obbligo di certificazione del bilancio, da parte di una società di revisione contabile di carattere internazionale. Non sarà un documento appiccicato all'ultimo momento, ma un controllo continuo dei movimenti nel corso dell'anno, tale per cui si passa da una generica trasparenza a una vera e propria tracciabilità di tutte le operazioni. Inoltre, ci sarà una commissione ad hoc di magistrati di Corte dei conti, consiglio di Stato e Cassazione, che farà una verifica di merito sui bilanci e comminerà sanzioni anche pesanti. Insomma, non sono cose che possono essere sminuite, come fa l'Italia dei Valori». Eranonecessarigli scandali suibilanci di LegaeMargheritaperarrivareaquesto? «Sono problemi di cui si parla da decenni, ma la ridotta credibilità dei partiti ha reso indispensabile il salto. E il Pd deve essere doppiamente orgoglioso di questa legge, perché tutti i controlli che oggi diventano obblighi erano già contenuti dall'inizio nello statuto del partito: prima la nostra era considerata una stravaganza, oggi è una dimostrazione di lungimiranza». I partiti battono un colpo e approvano la legge che dimezza i rimborsi elettorali e destina la tranche di luglio ai terremotati dell'Emilia e dell'Abruzzo (165 milioni in due anni). Il via libera definitivo è arrivato al Senato con 187 sì, 17 no e 22 astenuti. A favore hanno votato Pd (tranne Ignazio Marino, Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, che non hanno partecipato), Pdl, Terzo Polo (ma il leader dell'Api Francesco Rutelli ha definito «grave errore» l'approvazione di questa legge «piena di lacune») e il gruppo di Coesione nazionale-Grande Sud. Contrari l'Idv (perché il testo «non impone la rinuncia integrale del finanziamento», hanno detto annunciando la raccolta di firme per un referendum abrogativo), e i tre senatori Radicali, che hanno denunciato «un ritorno al finanziamento pubblico per legge» nonostante il referendum del ‘93. Astenuti i senatori leghisti, sostenendo che avrebbero voluto «che i partiti non pesassero più sulle tasche dei cittadini». La legge è stata approvata senza apportare modifiche rispetto al testo uscito dalla Camere a fine maggio. L'accordo siglato dai partiti di maggioranza prevedeva tempi stretti, per poter “girare” la tranche di luglio alle popolazioni delle zone terremotate, e tutti gli emendamenti sono stati bocciati. L'operazione porterà in Emilia Romagna e Abruzzo 91 milioni nel 2012 e 74 nel 2013. Somme che saranno risparmiate sui rimborsi elettorali alle forze politiche, che ora prenderanno 91 milioni annui tra rimborso spese per le elezioni e contributo per l'attività politica (70% del totale) e cofinanziamento (30%). LENUOVENORME La legge prevede anche una serie di norme per garantire la trasparenza (sarà istituita una Commissione composta da cinque magistrati provenienti da Corte dei conti, Consiglio di Stato e Cassazione), sanzioni a chi non rispettasse i criteri stabiliti (è prevista la parziale o totale decurtazione dei rimborsi), e l'obbligo di dotarsi di uno Statuto per accedere al finanziamento (di cui potranno godere i partiti che abbiano conseguito almeno il 2% alla Camera o eletto almeno un parlamentare o un consigliere regionale). PD,PROMESSAMANTENUTA Soddisfatto per l'approvazione in tempi rapidi il Pd, che con la capogruppo Anna Finocchiaro parla di «promessa mantenuta». Erano stati infatti i Democratici i primi a chiedere che i rimborsi venissero dimezzati e che quanto risparmiato venisse utilizzato per aiutare i terremotati. Ma non c'è solo questo a lasciare soddisfatto il Pd, perché ora tutti i partiti dovranno rispettare determinate norme che garantiscano la trasparenza sui fondi pubblici. Anche se, sottolinea Finocchiaro, questo «successo» deve essere completato in tempi brevi con l'attuazione dell'articolo 49 della Costituzione: «Restiamo convinti che non si può parlare di una vera moralizzazione della spesa del finanziamento pubblico ai partiti se prima non si dota ciascun partito di norme interne che stabiliscano la democrazia interna, la controllabilità e la trasparenza dei bilanci». Se la capogruppo del Pd parla di successo da completare, a vedere il bicchiere mezzo vuoto sono stati Della Seta, Ferrante e Marino. I primi due non hanno apprezzato una legge che, dicono, «non scioglie i nodi che hanno fatto delle vecchie norme sul finanziamento pubblico dei partiti il simbolo più perfetto delle ragioni che danno forza e fiato all'antipolitica». E il senatore-chirurgo ha ritenuto un errore la bocciatura dell'emendamento che chiedeva la tracciabilità del denaro assegnato ai partiti tramite spese documentate, così come che non si sia assegnato il controllo dei bilanci a un organismo come la Corte dei conti. Si tratta però di posizioni minoritarie nel Pd (e Marino spiega che ha deciso di non partecipare alla votazione soltanto dopo essersi reso conto che la sua decisione non avrebbe inficiato l'approvazione della legge), nel quale invece è presente un nutrito gruppo di senatori dell'Emilia Romagna (da Bastico a Nerozzi, da Sangalli a Soliani, da Vitali a Zavoli) che vede un doppio successo in questo passaggio parlamentare. «Finalmente il Parlamento, su impulso del Pd, è riuscito a rispettare un impegno che aveva preso con le popolazioni dell' Emilia colpite dal terremoto», scrivono in una nota. Dopo la pubblicazione della legge sulla Gazzetta ufficiale il ministero dell'Economia avrà 15 giorni di tempo per accertare i risparmi ottenuti dall'approvazione di questo testo e destinarli con un decreto alle popolazioni dell'Emilia Romagna e dell'Abruzzo colpite dal sisma. Una giornata anziché due e niente discussione sulle regole delle primarie. L'Assemblea nazionale del Pd si svolgerà il 14 (inizialmente era prevista l'apertura venerdì 13, ma causa lavori parlamentari si è deciso altrimenti). E, stando a quanto scrive la presidente Rosy Bindi nella lettera di convocazione spedita ieri, si parlerà della situazione politica italiana, degli sviluppi nel panorama Europeo, del confronto sulla legge elettorale e su come «avviare la definizione dei punti programmatici per l'alternativa che il Pd intende presentare al Paese». Si adotterà anche il documento elaborato dal Comitato diritti del Pd, spiega sempre Bindi nella lettera di convocazione, mentre nel testo arrivato ai membri dell'Assemblea nazionale non c'è alcun riferimento alle primarie per scegliere il candidato premier del centrosinistra. Nei giorni scorsi, tra i membri della Direzione, si era sparsa la voce che all'Assemblea si sarebbe approvata una deroga che consentisse a qualunque iscritto e non soltanto al segretario del Pd (com'è da Statuto) di correre per la premiership del centrosinistra. Una deroga che consentirebbe a Matteo Renzi di candidarsi stando in regola con le norme previste dal suo partito. Ma ora la mancanza di ogni riferimento alle primarie ha fatto scattare l'allarme tra quanti temono che l'appuntamento con i gazebo possa saltare. Sandro Gozi chiede che il 14 si stabilisca la data delle primarie e parla di «un ordine del giorno vuoto, che arriva dopo una serie di dichiarazioni di diversi dirigenti del Pd miranti a smontare la decisione presa in Direzione». Renzi interviene via web dicendo che vuole confrontarsi «sulle idee per il futuro dell'Italia, non sulle meschine questioncine tattiche interne». E poi: «Dopo che Bersani aveva annunciato le primarie per il 14 ottobre, ci comunicano dalla regia che probabilmente la data slitterà e che la prossima Assemblea del Pd forse fisserà la data, ma rinvierà le regole. Molti vorrebbero stracciarsi le vesti e fare polemica, ma io credo che Pierluigi Bersani sia un galantuomo e che manterrà l'impegno preso». In realtà Bersani non ha mai annunciato primarie per il 14 ottobre (in Direzione disse «entro la fine dell'anno»). E a decidere la data saranno tutti quelli che sigleranno la cosiddetta «carta di intenti». È proprio per «rimettere ordine alla discussione», spiegano al quartier generale dei Democratici, che si è deciso di non discutere all'Assemblea del 14 di primarie, foss'anche di regole interne al solo Pd. Bersani vuole rispettare il percorso annunciato alla Direzione, che prevede innanzitutto una proposta politica e la scrittura della «carta d'intenti», poi la costruzione del perimetro dell'alleanza dei progressisti (ne farà parte chi siglerà la «carta») e infine la sfida per la premiership (ovvero le primarie, che difficilmente potranno tenersi prima della fine di novembre o dell'inizio di dicembre). Diversi dirigenti del Pd, dopo la Leopolda di Renzi e l'accendersi della discussione sulle primarie, avevano espresso perplessità sul fatto che «di fatto» si stesse «partendo dalla fine» (Massimo D'Alema) e avevano anche consigliato, dopo l'apertura di Casini a un patto tra progressisti e moderati, di rinviare l'Assemblea del 14 (Pierluigi Castagnetti). Bersani ha deciso di confermare l'appuntamento, ma anche di approfittarne per «mettere ordine» ridando forza al percorso politico. Così il 14 aprirà i lavori con una relazione in cui inizierà a delineare le linee guida di quel «decalogo» che nelle sue intenzioni dovrà essere la «carta di intenti». Tra le parole che daranno il titolo ai diversi paragrafi ci sono questione democratica e questione sociale, civismo, riforme, responsabilità. Ci sarà anche una parte dedicata alla necessità, per chi volesse far parte della coalizione dei progressisti, di cedere una parte di sovranità in Parlamento, prevedendo decisioni prese a maggioranza tra i gruppi e il vincolo a rispettarle. L'INTERVISTA POLITICA Primarie, l'Assemblea del Pd non ne parlerà Renzi: rispettare i patti Bersani vuole seguire il percorso annunciato in Direzione: prima il programma, poi la sfida Bindi: «Avviare la costruzione dell'alternativa» S.C. ROMA MauroAgostini Il senatorePd:«Previsto l'obbligodicertificazione delbilancio.Sipassa daunagenerica trasparenzaaunavera tracciabilità» PDL Alfano:«Noalarghe intesenel2013» «LeprossimePolitichevedranno noi dauna partee ilPde isuoi alleati dall'altra.Questo è unelemento di trasparenzademocratica».Lo ha detto ieri AngelinoAlfano, intervenendoalle«Governiadi» organizzatedal Pdl.Del resto, assicura il segretariodelPdl,Monti «ha già escluso»di essere ilprossimo candidatoper palazzoChigi. «È una personaseria e leale, dunque credo nonsarà il candidato. Lui lo hadetto e iogli credo». Menocertezze, invece, perquantoriguarda l'eventuale ricandidaturadi SilvioBerlusconi. «Io nonescludo- afferma Alfano - che SilvioBerlusconipossascendere in campo,madico chese equando decideràdi farlo, lo dirà lui, senza affidarsiai retroscena,perché è personadalledecisionichiare enette». Quanto infine all'idea, lanciatada MarcelloPera, diuna costituente per modificare la Costituzione, la bocciaturaènetta: «C'è giàoggi la possibilitàdiuna stagionecostituente, con la possibilitàdi approvare il presidenzialismo». . . . Il segretario vuole delineare il decalogo su cui comporre la «carta di intenti» della coalizione Partiti, tagliati i fondi 165 milioni per il sisma Bandiere del Pd sotto Montecitorio FOTO ANSA Dimezzati i rimborsi Idv e Radicali votano no Mantenuta la promessa fatta ai terremotati dell'Emilia SIMONECOLLINI ROMA «Finalmente controlli efficaci» SUSANNATURCO ROMA 8 venerdì 6 luglio 2012
WEEKEND ARTE SI DICE CHE GLI ARTISTI ITALIANI HANNO LE MANI D'ORO, CON UNA INNATA CAPACITÀ DI TUFFARLE NELLA FRAGRANZA DEI COLORI. SARÀ ANCHE VERO, ma certo è che hanno saputo pure affermare una sorprendente abilità nel non far niente con le mani, bensì nel progettare dei «teatri filosofici», forti di un'evidenza affidata alle cose ricostruite con aiuti esterni. Basti pensare alla mirabile serie dei Piero Manzoni, Gino De Dominicis, Vettor Pisani, Vincenzo Agnetti, Maurizio Cattelan. Fratello maggiore di questa onda esuberante è stato Fabio Mauri (1926-2009), cui in vita non è andata un'attenzione sufficiente, mentre ora post mortem si corre ai ripari, come fa una rigorosa e ben articolata mostra al Palazzo Reale di Milano, e come attesta pure l'attuale Documenta convocando lo scomparso in diversi punti del proprio percorso. Del resto, l'intellettualità era il pane quotidiano di Mauri, come voleva la sua appartenenza a una famiglia dedita all'editoria, imparentata a Bompiani e in stretto rapporto con Umberto Eco. Ci sono i lati negativi, nell'assunzione di un simile ruolo, per esempio i pur numerosi bozzetti che sfilano nelle sale della mostra milanese non valgono in sé, ma solo come appunti di lavorazione, al modo dei disegni con cui uno dei maggiori registi dei nostri anni, Bob Wilson, anticipa le sue geniali messe in scena. Quando si trattava di realizzare, Mauri, al contrario, spegneva, negava ogni facile emozione che non scaturisse dalla forza intrinseca degli oggetti. A cominciare dagli schermi, che sono stati una delle sue prime preoccupazioni negli anni 60, quando Roma era sede di una variante nostrana della Pop Art. Ma mentre gli schermi di Schifano riflettevano una realtà policroma, quelli di Mauri si chiudevano alla visione, la negavano, o si precipitavano a proclamare un «the end», che è anche il titolo globale della mostra. Meglio non vedere, o invece sì, prendere atto di una realtà assurda, atroce, renderla talmente palpabile, da non richiedere alcun commento. Mauri era angosciato dall'Olocausto, dalle torture che erano state inflitte agli ebrei, pur non avendo nessun legame di sangue con loro. Non c'è nulla di più tremendo della «poltrona in pelle ebrea», quel mobile di squallido, greve design, rivestito di una pelle marroncina, sprizzante minaccia, repulsione. E attorno ad essa, tutta una famiglia di reperti similari, i denti estratti nelle torture dei campi di sterminio, e incastonati come gioielli di nuovo conio, e ancora tanti altri rivestimenti in pelle umana, un cavallo, perfino un paio di sci, e le saponette ricavate dal grasso delle vittime, a fare da macabro riscontro alla variopinta merce dei supermarket che intanto si stavano imponendo in un indifferente mondo occidentale, Ma subito un ammonimento, dato da una superficie di nero assoluto, indicata come il simbolo del pensiero ariano, di cui c'è da vergognarsi se ha portato a quegli esiti macabri. Infine, il Muro del pianto, l'opera forse più celebre di Mauri, una barricata eretta con valige, involucri, povere masserizie rimaste come scorie, relitti di chi se n'è andato travolto da qualche bufera. VARIETÀDI MATERIALI Da risoluto «concettuale», ma nel senso con cui questo termine valeva già nella cultura barocca, l'artista dichiarava gli intenti, e poi andava ad eseguire, scegliendo di volta in volta le soluzioni adeguate, mobilitando ogni possibile attrezzo utile allo scopo, come per esempio le lavagne, per ospitare i da lui denominati «numeri malefici», e in ciò si portava a contatto col tedesco Joseph Beuys, più anziano di pochi anni. E soprattutto, un continuo ricorso alle installazioni, al coinvolgimento dei materiali più vari e inopinati, basti riportare una didascalia in cui sono elencati: «fotografia, gabbia di ferro, impianto acustico, frammento di affresco di Giotto». Il banale, il quotidiano, il sublime tutto chiamato in causa per dare concretezza a queste «pensate» ingegnose, ma pur sempre ispirate a una visione cupa, negativa, da anziano saggio buddista che medita sulle rovine del mondo, come risulta da un ritratto dell'autore nei suoi tardi anni, un volto rugoso, di testuggine in cui si sono inscritte quelle che Virgilio avrebbe definito le «lacrimae rerum», il pianto universale delle cose. Ma poi, qualche volta, la distensione, l'ironia, anzi l'autoironia, con macchine complesse erette solo al fine di «forare acquerelli», l'austero sacerdote dei tempi oscuri tende la mano allo scapricciato Cattelan. U: «Ebrea 9» di Fabio Mauri «Theend» nonèhappy Olocaustoetorture, leangoscediFabioMauri FABIO MAURI, THE END Acuradi FrancescaAlfano Miglietti Milano,Palazzo Reale Finoal23 settembre CatalogoSkira RENATO BARILLI MILANO Il titolo dellamostra,promossa dalla FondazionePrada, fa riferimento al sogno, trasmesso dalleavanguardie storicheagli artistidi oggi,di arrivare alladiffusionedemocratica dell'arte, attraversounamoltiplicazionedella produzioneartistica.Con oltre 600 edizioni,multipli eprototipi, ilpercorso espositivodocumenta,nell'arco cronologico1901-1975, le trasformazioni nelmodo dipercepire econsiderare l'unicitàdell'oggetto artistico. F.M. LoSharddiRenzoPiano INMOSTRA «Quellocheho fatto l'hodimenticato a memoria:èquesto ilprimodocumento autentico».Sono paroledi Agnetti (Milano1924-1981) protagonista outsidernegli anni60e 70 euno dei massimiesponenti dell'arteconcettuale internazionale.Sonoesposte 50opere, tracui alcuni lavorinoti come la «Macchinadrogata»(1968), una calcolatriceOlivetti i cuinumeri sono stati sostituiti dall'artista con le lettere dell'alfabeto. F.M. VINCENZOAGNETTI Acuradi ItaloTomassoni eBruno Corà Foligno (PG), Centro ItalianoArte Contemporanea Finoal9/09. Catalogo 3Arte THESMALLUTOPIA. ARS MULTIPLICATA AcuradiGermano Celant Venezia,CàCorner della Regina Finoal 25/11 CatalogoProgetto PradaArte SHARD RenzoPiano Londra, zonaasud delTamigi LoShard, ilgrattacielo piùaltod'Europa firmatoda RenzoPiano, è stato inauguratoa Londra.Con la sua formaconica, i suoi310metri di altezza, i suoi 95pianie il suo osservatorio promettedi diventare unadelle nuove attrazioni turistichedi Londra. «Adoro la donnapesce/ dal riflesso sfuggente./Quella ioadoro/che all'oscuro/ fa luce/ esubito dispare».La mostra,dedicata al poetaRaffaele Carrieri,presenta 35 dipintidagli anni 80 aoggie 44carte tutte recenti. Ispirandosi alleoperediBonichi ilmaestro Damiano D'Ambrosiohacomposto la suite per orchestra«Seirenes», che verràeseguita inprima assolutadomanialle22,mentre alle24si terrà la performancecoreutica «L'artistae la Sirena». F.M. CLAUDIOBONICHI. LADONNA PESCE Acuradi MicheleSaponaro Maratea (PZ), Palazzo De Lieto Dal7/07 ore20, finoal 28/07 CcatalogoGelsorosso 24 venerdì 6 luglio 2012
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