Sciopero generale del settore pubblico a settembre. A proporlo sono Cgil e Uil, mentre la Cisl dice sì «alla mobilitazione» ma in favore di una «riorganizzazione». Sindacati dunque sul piede di guerra contro la spending review del governo. Per Cgil e la Uil il decreto «è una mannaia per i servizi pubblici resi ai cittadini e per i lavoratori che li offrono», perché a pagare sono «sempre i lavoratori e i cittadini», mentre «manca il coraggio per colpire i poteri forti». In una nota comune, i segretari generali delle federazioni di funzione pubblica e scuola di Cgil e Uil denunciano la «confusa sommatoria di tagli lineari al personale, alla spesa sanitaria, al sistema formativo, alla ricerca, alla presenza dello Stato sul territorio: dal taglio degli organici a quello ai buoni pasto, passando per un'irrazionale riorganizzazione del sistema giudiziario e un'insopportabile colpo alle autonomie locali, si abbatterà ancora una volta sulla qualità dei servizi. Quanto ai lavoratori pubblici - aggiungono Rossana Dettori (Fp Cgil), Domenico Pantaleo (Flc Cgil), Giovanni Torluccio (Uil Fpl), Benedetto Attili (Uil Fpl) e Alberto Civica (Uil Rua) - siamo di fronte alla solita operazione mediatica che punta all'odio sociale e alla riduzione dello spazio pubblico». La nota rilancia poi l'accordo sottoscritto il 3 maggio da tutti i sindacati con il ministro della Funzione pubblica Patroni Griffi e ora definitavemente cancellato «con un colpo di spugna» dal governo. «Per fare cassa si è preferita una scorciatoia, negando ogni confronto nonostante la disponibilità mostrata appena un mese fa dalle organizzazioni sindacali con la sottoscrizione di un'intesa unitaria frutto di una vera mediazione. Una disponibilità che avrebbe permesso una riforma e una revisione di spesa incisive». Poi arriva la decisione della mobilitazione: «Avvieremo un percorso di mobilitazione che dai singoli posti di lavoro giunga fino a Palazzo Vidoni per chiedere il rispetto dell'accordo sul lavoro pubblico, senza escludere l'indizione di uno sciopero generale di categoria per il mese di settembre». La risposta del ministro Filippo Patroni Griffi è arrivata a stretto giro di posta. La preoccupazione dei sindacati sulle decisioni del governo sulla spending review «è comprensibile» ma «è importante che anche loro leggano il testo definitivo che stiamo mettendo a punto», ha dichiarato il ministro, che poi ha promesso: «Credo che non appena potremo avviare il processo intavoleremo un incontro con i sindacati per il tema Contro la spending review il sindacato è sul piede di guerra La denuncia: una mannaia sui servizi Bonanni, lei era stato il primo a parlare disciopero,malaCislnonhafirmatola notasuglistatalidiCgileUil.Sietecontrariallamobilitazionegeneralecontro ildecreto? «La Cisl si mobiliterà ma lo farà per chiedere una vera riorganizzazione del pubblico impiego. Non ho mai parlato di sciopero. È stata una forzatura di qualche giornale. Sono sempre per far risparmiare ai lavoratori, specie con la crisi, i soldi di una giornata di lavoro». Ma con Cgil e Uil ci sono differenze di valutazione? «Bisogna capire bene come stanno le cose, leggere attentamente le carte. Anche la Cisl è per la mobilitazione, ma siamo ancor di più per un discussione di merito con il governo. Se poi il governo, e mi dispiacerebbe molto, non vorrà confrontarsi, oltre alla mobilitazione faremo altre iniziative insieme a Cgil e Uil. Vedo che il ministro Patroni Griffi è pronto a convocare il sindacato. Questo è positivo. Io non mi permetto di fornire al governo l'alibi dello sciopero per tirare dritto e non confrontarsi con noi. Non voglio che Monti e Patroni Griffi possano schiodarsi dalla discussione con le parti sociali dando la colpa alla mobilitazione. Se il governo poi rifiuterà il confronto, la protesta, assieme a Cgil e Uil, assumerà contorni drastici». Lascuresuglistataliperòèfortissima.Il tagliodel10percentoèuncolpodurissimo. «Il governo ha lanciato gli stracci in aria per placare i media che sono sempre stati critici con gli statali, è ricorso all'iperbole mediatica di una decimazione formale del personale statale e allo stesso tempo ha messo la sordina su provvedimenti molto più importanti che gli avevamo chiesto. Il taglio del 10 per cento dei dipendenti è sulle piante organiche che, notoriamente, sono state fissate anni e anni fa. Nel frattempo nel solo ultimo quadriennio il mancato turn-over dei pensionati ha prodotto un perdita del 5 per cento dei dipendenti. Ecco perché noi prima di parlare di sciopero vogliamo capire bene se il taglio si riferisce alle piante organiche». Lei quindi chiede al governo un confronto.Peròquelloemanatodalgovernoè undecreto... «Sì, ma fra annunciare i tagli e farli servono analisi e decisioni che dovrà prendere il ministro Patroni Griffi che, sono sicuro, vorrà discuterne con noi anche per un fatto di trasparenza. Inoltre io chiedo al governo di avere più coraggio e ho delle richiesteprecise che consentirebbero una ristrutturazione della spesa reale, senza toccare quella sociale». Quali sono i vostri suggerimenti? Pensa che Monti li prenderà in considerazione? «Chiediamo a Monti più coraggio nel taglio delle Province. Perché ne ha tagliate solo la metà? E' stato un cadeau concesso al ceto politico. Le funzioni essenziali delle Province sono tre: quella degli istituti tecnini, che può benissimo passare ai Comuni; quella di alcune strade e degli Uffici per l'impiego ed entrambi possono assorbite dalla Regioni. In più io chiedo l'accorpamento dei Comuni sotto i 10mila abitanti, come avviene in Germania». Oltre agli statali, qual è il vostro giudiziosul restodel decreto? «Apprezzo moltissimo il taglio che ha dato Bondi sugli acquisti con l'uso generalizzato della Consip che accentrerà le decisioni: come sindacato lo chiedevamo da lustri e lustri. Di più, chiediamo a Monti e Bondi di utilizzare lo stesso criterio per concessioni, esternalizzazioni e appalti: questa sarebbe una vera spending review che taglia i costi delle consorterie e delle inefficienze dello Stato. Valutiamo invece molto grave la scelta di riformare la Covip, la commissione sui fondi pensione. Al posto dei rappresentanti dei lavoratori il controllo passa ai banchieri e alla Banca d'Italia: una vergogna che spero sarà sanata o rivista nel passaggio parlamentare». SulcapitolosanitàperòleRegioniprotestanoper il taglio dei fondi. «Io sto a quello che dice Monti: non ci sarà taglio dei servizi. Ma anche qui: noi, Regioni ed Enti locali chiediamo confronto e trasparenza. Se accerteremo che il taglio ai servizi ci sarà, ci mobiliteremo». Ultima questione, gli esodati. Per i primi65milaeranostatistanziati4miliardi, per i nuovi 55mila solo 1,2 miliardi. Unastrana proporzione... «La sproporzione balza agli occhi di chiunque. La vicenda non è stata gestita in modo trasparente dal ministro Fornero. Metto in guardia il governo: non ripeta quell'errore e spieghi bene chi verrà salvaguardato e per quanto tempo. Anche qui la parola d'ordine deve essere trasparenza». Un miliardo e duecento milioniper «salvaguardare» altri 55mi-la esodati, nel giorno in cui si scopre che il promesso decreto interministeriale che doveva fissare i criteri per i primi 65mila non è ancora stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, nonostante la scadenza prevista fosse del 30 giugno. La denuncia arriva da Cesare Damiano che chiede al governo: «Che fine ha fatto il decreto interministeriale sui 65mila “salvaguardati” da tempo annunciato dal ministro Fornero? A quello che ci risulta non è ancora stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Naturalmente vorremmo essere smentiti o perlomeno tranquillizzati». La spiegazione potrebbe stare nel fatto che il governo si è accorto che i criteri decisi trattavano in modo completamente diverso le varie tipologie di lavoratori da aprire la strada a migliaia e migliaia di contenziosi giuridici. La denuncia arriva proprio nella giornata in cui il governo ha finalmente stimato i fondi necessari per mandare in pensione i lavoratori citati dalla ministra Elsa Fornero in Parlamento. Sorprende però la sproporzione tra i 5 miliardi che il governo aveva messo a bilancio nella prima manovra per salvaguardare i primi 65mila e i soli 1,2 miliardi stanziati per mandare in pensione una quantità di soli 10mila unità inferiore. Come successo per il primo decreto, il rischio è che i criteri per individuare i nuovi 55mila saranno simili a quelli utilizzati per la prima “ondata”: una scrematura del plotone totale in modo tale da far tornare i conti, salvando solo coloro che comportano spese minori. «RIMANGONOFUORI ALTRI200MILA» Nella prima pagina del comunicato stampa del governo sulla spending review si dà grande rilevanza al fatto che «grazie al risparmio ottenuto sarà possibile estendere la clausola di salvaguardia in materia pensionistica prevista dal Decreto legge “Salva Italia” ad altri 55mila soggetti, anche se maturano i requisiti per l'accesso al pensionamento successivamente al 31 dicembre 2011. Complessivamente l'importo a favore dei lavoratori “salvaguardati” è di 1,2 miliardi a partire dal 2014». Da parte sindacale, le reazioni sono infatti molto critiche. Se Susanna Camusso denuncia il diverso trattamento tra gli esodati e gli statali a cui si derogherà dalla riforma delle pensioni, consentendo al personale in esubero di andare in pensione con i vecchi criteri qualora avessero ottenuto la decorrenza del trattamento pensionistico entro il 31 dicembre 2014. Per il segretario generale della Cgil è «particolarmente sgradevole che il governo decida una deroga alle pensioni nel lavoro pubblico e non risolva il problema degli esodati: anche loro si rendono conto che quella riforma è ingestibile». Il segretario confederale Vera Lamonica invece contesta le cifre del governo: «Il problema esodati non è risolto: rimangono fuori almeno altri 200mila lavoratori». E conclude: «Anche per quelli previsti nei criteri scelti per la selezione dei 55mila rischiano di essere sottoposti ad una ennesima lotteria». Camusso attacca e sciopera con la Uil L'INTERVISTA L'ITALIAELACRISI M.FR. Twitter@MassimoFranchi RaffaeleBonanni Il leaderdellaCisl: «Prioritariaè la discussioneconleparti sociali.Sepoi ilgoverno rifiuterà l'incontro laprotestasaràdrastica» Nelgiorno incui ilgoverno stimain1,2miliardi la coperturaperaltri55mila, si scopreche laGazzetta Ufficialenonhaancora pubblicato ilprimo provvedimento ILDOSSIER M.FR. ROMA Esodati, manca il decreto per i 65mila «Pronti a mobilitarci ma la via maestra resta il confronto» MASSIMO FRANCHI ROMA 4 sabato 7 luglio 2012
Il governo prova a dare un colpo al caporalato e al lavoro nero. Sanzioni fino a mille euro per chi sfrutta gli immigrati irregolari e permesso di soggiorno di un anno per gli immigrati che denunciano i loro datori di lavoro. Ma anche «ravvedimento operoso» per quanti si autodenunciano. Una norma transitoria fortemente voluta dal ministro della cooperazione internazionale e dell'integrazione Andrea Riccardi, che entra a pieno nello schema di decreto legislativo approvato ieri dal Consiglio dei ministri. E che di fatto apre la strada ad una nuova regolarizzazione, perché se per i datori di lavoro che si autodenunciano c'è la possibilità di mettersi al riparo delle sanzioni per gli immigrati anche in questo caso c'è la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno temporaneo ma rinnovabile. Un provvedimento atteso da tempo quello approvato ieri dal governo, che recepisce in questo modo quanto previsto dalla direttiva europea 53 del 2009 in materia di contrasto allo sfruttamento dell'immigrazione irregolare. E che prova a mettere nelle mani di chi finora non aveva alternativa alla «schiavitù» uno strumento di riscatto. Che, unito alla norma transitoria del «ravvedimento operoso», dovrebbe servire a far emergere il lavoro nero. «Finalmente dopo tre anni anche in Italia diventa legge la Direttiva europea che dichiara guerra al caporalato e tutela, anche con il diritto al permesso di soggiorno, i migranti che collaborano con la giustizia», si compiace Claudio Fava (Sel), che della direttiva fu relatore al Parlamento Europeo di Strasburgo. È una delle «pochissime notizie positive di questo periodo», commenta la segretaria della Cgil Susanna Camusso. «Il provvedimento assunto dal consiglio dei ministri risponde alle richieste che da tempo abbiamo avanzato, frutto di una mobilitazione al fianco di numerose comunità di migranti che in questi anni hanno visto nel sindacato uno strumento per uscire dall'invisibilità e hanno deciso di ribellarsi», rivendica d'altra parte Stefania Crogi, segretario generale nazionale della Flai Cgil. L'unico augurio è che le nuove misure di contrasto allo sfruttamento dell'immigrazione irregolare diventino esecutive il prima possibile: «Si tratta di norme che non possono più essere rinviate se si vuole realmente contrastare l'illegalità nel mondo del lavoro e restituire dignità a tutti quei lavoratori e quelle lavoratrici, a partire dai migranti, costretti a lavorare al soldo dei caporali e sempre più spesso in condizioni di schiavitù». «Siamo di fronte a strumenti straordinari che pongono fine ad enormi ingiustizie prodotte dall'attuale legislazione in materia di immigrazione», commenta anche il responsabile immigrazione dell'Arci, Filippo Miraglia. «Si tratta di un intervento legislativo importante specie per il settore agricolo», osserva il capogruppo del Pd nella commissione Agricoltura della Camera, Nicodemo Oliverio: «Il caporalato viene con queste norme messo a dura prova e a beneficiarne sarà l'intero paese». Chi storce il naso invece è il capogruppo del Pdl al senato Maurizio Gasparri, che vede soprattutto nella norma transitoria voluta da Riccardi un possibile cavallo di Troia per una nuova sanatoria. MARIAGRAZIAGERINA mgerina@unita.it Permesso di soggiorno per gli immigrati che denunciano i caporali «A tempo» anche per chi si autodenuncia Camusso «Buona notizia, grazie alla nostra mobilitazione» Dopo Basilicata e Molise, da oggi i saldi partiranno anche in tutte le altre regioni. Secondo le stime dell'ufficio studi di Confcommercio, ogni famiglia, in occasione di questo appuntamento, spenderà in media 248 euro per l'acquisto di capi d'abbigliamento ed accessori - circa 100 euro a testa - per un valore complessivo di 3,7 miliardi. «Papà era uscito con mamma, l'altra e una tanica di benzina». Un flash, una testimonianza choc. Poi venti ore di interrogatori serrati sono riusciti a ricostruire il delitto e l'orrore. Maria Anastasi aveva 39 anni ed è l'ultima vittima della mattanza familiare contro le donne. Era incinta di sette mesi ed è stata uccisa la scorsa notte, a Trapani. Il marito Salvatore Savalli le ha sfondato il cranio con una vanga e poi le ha dato fuoco. Con lui c'era anche Giovanna P., l'amante. Ma al momento non sembra aver avuto un ruolo diretto nell'omicidio. Sono stati proprio i figli di Maria a firmare l'atto d'accusa. «A papà infastidiva che mamma fosse incinta» hanno detto ai carabinieri. Proprio lui che l'amante se l'era portata in casa e aveva costretto Maria a convivere il ménage. È stata ritrovata giovedì mattina, 20 km dalla posizione indicata dal marito, Salvatore Savalli, come quella in cui lui l'aveva vista per l'ultima volta. In quella campagna, abbandonata, morente e incinta ha compiuto 39 anni. Resta da svelare cosa sia successo esattamente in quella campagna, un'area vasta 30 km, in cui ancora non sono stati rintracciate le armi del delitto, la presunta vanga con cui è stata colpita alla testa e la tanica di benzina con cui è stato dato alle fiamme il suo corpo gravido. Restano le versioni, complesse, articolate, discordanti. Quelle del marito, attualmente indagato per omicidio, e in stato di fermo. Il Procuratore capo di Trapani, Marcello Viola, che coordina le indagini, ha inoltrato richiesta di convalida del fermo al gip. Quella dell'amante di lui in contraddizione con quanto dichiarato da Savalli, che avrebbe ammesso di aver assistito al delitto. IDUBBI La donna è stata sentita dalla Procura come persona informata sui fatti ed è al vaglio la sua posizione, attualmente non è indagata, ma l'evoluzione della vicenda è in continuo divenire. Tutto ha inizio quando Savalli denuncia mercoledì la scomparsa della moglie, raccontando di aver parcheggiato la macchina e aver accompagnato i figli a fare pipì, per poi tornare e non trovare più né la macchina, né sua moglie. Versione subito smentita dai figli che hanno negato di essere stati in quella campagna. Incalzato dagli inquirenti, Savalli ha allora stravolto il racconto: era uscito solo con la moglie per incontrare l'amante di lei, e risolvere la tensione che quel rapporto a 3 stava creando. Anche questa prontamente smentita dai figli. Era, infatti, lui ad avere un'amante, la cui presenza in casa con i figli e la moglie pare fosse molto assidua. La più grande dei figli della coppia - in tutto 3: 2 ragazze di 17 e 15, e un maschio di 13 - ha raccontato alla stampa che una volta rientrato il padre le avrebbe ordinato di mentire ai carabinieri: «Devi dire che eri con me quando la mamma è scomparsa - ha raccontato la minorenne primogenita di Maria - lui voleva salvare se stesso e la sua amante perchè anche lei è complice. Ne sono sicura». Mentre il più giovane dei figli, che non è stato sentito ancora dalla Procura, ha raccontato di aver visto il padre uscire con una tanica di benzina. «Avevamo il mostro in casa dice Anna Maria Ricevuto, zia di Maria Anastasi Sapevamo che è un violento, ma non immaginavamo che potesse arrivare a questo». VIBOVALENTIA Oggi via ai saldi Stime in ribasso ITALIA Bruciata incinta L'ultima vittima della mattanza Maria aveva 39 anni. Arrestato il marito. I figli: «Papà era uscito con mamma, l'altra e la benzina» MANUELAMODICA manuelamodica@hotmail.it Spari tra la folla inspiaggia: ucciso28enne Agguatosullespiagge delVibonese. DavideFortuna, 28anni, era insieme allamoglie e ai figli sulla spiaggiadi ViboValentia quando,nel tardo pomeriggiodi ieri, èstato raggiunto dadiversi colpidi armada fuoco. Panicotra la folladibagnanti, alcuni hannotentatodi trovare riparonei puntidietro lebarche o dietrogli scogli. Scattato l'allarme,sulposto sonoarrivati poliziae carabinieri che sudisposizionedelprocuratore della RepubblicaMarioSpagnuolo e del suo sostitutoSantiCutroneohanno avviato le indagini.Fortuna, che è mortosulcolporaggiuntoda 5/6colpi dipistola, avevarapporti di parentela conRosario Battaglia, cheera rimasto asua volta ferito in unagguato lo scorsoprimo aprile.Si indagasui contrasti all'internodei clandella criminalitàorganizzata vibonese. . . . L'omicidio a Trapani Ancora incerto il ruolo di Giovanna, l'amante del presunto assassino 12 sabato 7 luglio 2012
Usa, Russia, Germania,Francia, Gran Breta-gna, Cina, Olanda, Ita-lia, Israele e Svezia: ov-vero, il «G10» dei mag-giori esportatori di armi nel mondo. New York, Palazzo di Vetro. I leader politici hanno la storica opportunità di far vincere i diritti umani e le ragioni umanitarie sugli interessi di parte e sul profitto. Sono iniziati infatti il 3 luglio alle Nazioni Unite i negoziati finali per il Trattato sul commercio internazionale delle armi e la Coalizione Control Arms - di cui fanno parte Amnesty International, Oxfam e altre organizzazioni in oltre 125 Paesi - chiede ai governi di concordare un trattato con regole certe che assicurino il rispetto del diritto umanitario. Una richiesta che rischia di scontrarsi contro il muro del «G10» dei grandi esportatori di armi. Per decenni in ogni parte del mondo si sono subite le conseguenze del commercio delle armi che vale più di 60 miliardi di dollari e alimenta conflitti, violenza, corruzione. A causa delle armi da fuoco nel mondo muore in media una persona al minuto, mentre sono migliaia i mutilati e i feriti ogni giorno. Senza contare che ogni anno 26 milioni di persone perdono tutto durante un conflitto armato. Del resto, ogni dodici mesi vengono prodotte 12 miliardi di pallottole e otto milioni di armi di piccolo calibro. «In Siria, Sudan e nella regione dei Grandi Laghi in Africa, il mondo assiste continuamente agli effetti terribili del commercio delle armi irresponsabile e non trasparente. Quanti milioni di persone devono ancora essere uccise prima che i leader mondiali si sveglino e prendano decisioni per mettere davvero sotto controllo gli scambi internazionali di armi?», afferma Brian Wood di Amnesty International. «I negoziati sul Trattato per il commercio delle armi sono per i leader politici un test per affrontare la realtà e concordare regole che pongano fine a traffici irresponsabili che alimentano gravi violazioni dei diritti umani». «Abbiamo la storica opportunità di rendere il mondo un luogo più sicuro; questo Trattato può essere lo strumento per porre limiti a un commercio del tutto fuori controllo al momento», avverte Anna Macdonald di Oxfam. «Dal Congo alla Libia, dalla Siria al Mali, si assiste a un'infinita teoria di violenza e distruzione. Nelle prossime settimane i negoziatori alle Nazioni Unite possono cambiare il mondo o rinunciare, per l'ennesima volta». Attualmente non esistono trattati vincolanti a livello globale che regolino il commercio di armi convenzionali, mentre vuoti e lacune permangono nelle legislazioni nazionali e regionali. Per essere efficace, il Trattato sul commercio delle armi deve chiedere ai governi di regolamentare in modo severo la vendita e il trasferimento di tutte le armi, munizioni e delle attrezzature utilizzate per operazioni militari e sicurezza interna: dai veicoli corazzati ai missili, dai velivoli alle piccole armi, dalle granate alle munizioni. Ai governi dev'essere richiesto di valutare con molta attenzione il rischio prima di autorizzare una transazione o un trasferimento internazionale. I governi dovrebbero inoltre essere obbligati a rendere pubbliche tutte le autorizzazioni e i trasferimenti. LECIFRE «È assurdo che esistano regole globali per il commercio della frutta e delle ossa di dinosauro, ma nessuna regola per il commercio di fucili e carri armati», dichiara Jeff Abramson, della campagna globale Control Arms. È cruciale che in queste settimane, persone e attivisti di tutto il mondo facciano sempre più pressione sui loro leader affinché raggiungano un trattato efficace entro la conclusione dei negoziati, prevista per la fine di luglio. Negli ultimi 10 anni, secondo il Sipri, sono state vendute armi per 251 miliardi di dollari, passando dai 20 miliardi di dollari del 1991 ai 30 del 2011, di cui molte dirette (in un modo o in un altro) verso aree di crisi o di conflitto. Per quel che riguarda solo l'Italia, infatti, le nostre esportazioni sono passate dai 239 milioni di dollari del 2001 ai 1.046 del 2011. «L'augurio – afferma Maurizio Simoncelli, già docente di Geopolitica dei conflitti presso l'Università Roma Tre e membro del direttivo dell'Archivio Disarmo - è che i lavori della Conferenza si concludano positivamente, anche se si nutrono forti timori dato che alcune grandi potenze industriali (Usa, Russia, Germania, Francia, Gran Bretagna, Cina, Olanda, Italia, Israele e Svezia) sono anche i 10 maggiori esportatori di armi e, pertanto, i maggiori responsabili dell'in/sicurezza internazionale». La maggior parte degli Stati membri dell'Onu sembrano a favore di un documento forte. Ma i disaccordi rimangono parecchi. E non c'è alcuna certezza che i negoziati portino all'approvazione di un testo. Gli Usa per esempio hanno chiesto e ottenuto che il trattato venga votato all'unanimità, dando di fatto a chiunque la possibilità di bloccare il testo con il veto. Washington ha inoltre espresso diversi dubbi sulla proposta di vietare la vendita di armi nei Paesi dove esiste un rischio sostanziale di violazione dei diritti umani (fatto che impedirebbe alla Russia di fornire armi alla Siria), proponendo invece di rendere questo aspetto non vincolante e lasciato alla discrezionalità dei singoli Stati. Gli attivisti ritengono che perché sia efficace, il Trattato deve chiedere ai Paesi di regolamentare in modo severo la vendita e il trasferimento di armi e munizioni. Per il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon l'obiettivo comune è chiaro: «Bisogna approvare un Trattato forte e giuridicamente vincolante con un impatto reale sulla vita di quei milioni di persone che soffrono le conseguenze di conflitti, repressioni e violenza armata». Un risultato che per Ban è «ambizioso, ma realizzabile». Ma il «G10» non sembra dello stesso avviso. Armi, il business che fa un morto ogni minuto UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it Hanno avuto finalmente giustizia le madri e le nonne di Plaza de Mayo. Il tribunale di Buenos Aires ha condannato rispettivamente a 50 e 15 anni di carcere il primo e l'ultimo capo della dittatura militare argentina, Jorge Rafael Videla e Reynaldo Bignone, per il «furto dei bambini» sottratti alle loro madri «desaparecidos» e affidati successivamente a coppie che cambiavano la loro identità. I giudici hanno appurato che si è trattato di un «piano orchestrato in modo sistematico, in base a ordini impartiti dai vertici delle giunte militari» che governarono l'Argentina durante la dittatura dal 1976 al 1983. Anche altri responsabili della dittatura militare hanno ricevuto pesanti condanne. Quella di ieri è stata una «sentenza storica» per le Nonne di Plaza de Mayo, giunta al termine del primo processo dedicato esclusivamente a uno degli aspetti più terribili e disumani del terrorismo di Stato vissuta per quasi un ventennio in Argentina: il furto dell'identità delle persone. Nel testo della sentenza, la corte federale argentina ha stabilito che i bambini rubati alle loro madri dopo il parto - avvenuto in quasi tutti i casi in centri clandestini di detenzione, creati dai militari per torturare ed eliminare i prigionieri catturati senza mandato giudiziario - sono da considerarsi vittime di «un piano sistematico». Durante il processo, gli accusati avevano ammesso l'esistenza di casi di furti di bambini nati nelle carceri segrete della dittatura, sostenendo però che si era trattato di casi isolati, e non di un piano sistematico. I magistrati , invece, hanno appurato il contrario, accogliendo la tesi delle Nonne di Plaza de Mayo. In aula era presente anche la leader del movimento, Estela de Carlotto, che ha identificato 105 bambini rapiti, stimando in circa 500 il numero complessivo dei «bambini rubati» poi «adottati» sotto falsa identità. La donna ha ricordato come dietro a ognuno dei figli di «desaparecidos» che ha ricuperato la sua identità «si trova una storia reale, personale e drammatica di negazione, menzogna sistematica e silenzio di un'intera società». La maggior parte dei figli di «desaparecidos» sono stati affidati a famiglie di militari, poliziotti o persone in qualche modo legate all'apparato repressivo della dittatura. Per l'ex generale Videla, 87 anni, la condanna ricevuta ieri equivale ad un ergastolo. Oltre ai responsabili militari, colpevoli di aver dato gli ordini, sono stati condannati anche esecutori e complici di questo piano. «È un momento storico per l'Argentina. La giustizia è lenta ma alla fine arriva puntuale per i criminali e per le atrocità commesse dalla dittatura» è stato il commento del premio Nobel per la Pace ,Adolfo Perez Esquivel. «La sentenza del tribunale - ha aggiunto Esquivel - rafforza la democrazia nel nostro Paese, ma non c'è nulla da festeggiare perché semplicemente quelle atrocità e quella violenze non avrebbero mai dovuto accadere». MONDO Giornata storica oggi per la Libia. Dopo 48 anni si torna al voto per eleggere l'Assemblea Costituente che dovrà redigere la nuova Costituzione dell'era post-Gheddafi. L'ultima elezione era avvenuta nel 1964, durante il regno di re Idris, cinque anni prima del colpo di Stato che condusse al potere il Colonnello. Più di 2,7 milioni di cittadini - pari all'80 per cento della popolazione - si sono iscritti nelle liste elettorali. In palio ci sono i 200 seggi del Congresso Generale Nazionale, che nominerà un nuovo governo e un comitato ristretto incaricato di scrivere la Carta costituzionale. Non appena la nuova assemblea entrerà in carica, verrà sciolto il Consiglio Nazionale Transitorio, presieduto da Mustafa Abdel Jalil, che ha guidato il Paese dalla rivolta contro il rais. I candidati sono stati più di 4mila, ma la commissione elettorale ne ha ammessi 2.501 come indipendenti e 1.206 come esponenti delle liste di partito. Sono tre però le figure chiave della nuova Libia: il comandante, l'ex prigioniero politico e l'accademico che ha studiato negli Usa. Vi è Abdel Hakim Belhaj, guida dei filo islamisti del Partito della Nazione, da lui fondato ad aprile. È il guerrigliero che, il 21 agosto 2011, guidò i ribelli nella presa di Tripoli. Jihadista pentito, è stato il leader del Gruppo combattente dei libici islamici. Pare sia vicinissimo al Qatar, l'emirato che ha appoggiato le diverse Primavere Arabe. Altra figura di spicco è Mohammed Sawan, il leader di Giustizia e Costruzione, che fa capo ai Fratelli Musulmani, organizzazione costretta ad operare in clandestinità da Gheddafi. Originario di Misurata, una delle città simbolo della rivolta contro il Colonnello, Sawan è stato prigioniero politico per otto anni. Il suo partito, che schiera ben 73 candidati e spera di ripetere il grande successo ottenuto in Egitto, ha già incassato un plebiscito nelle municipali di maggio a Bengasi. Il terzo protagonista è Mahmoud Jibril: il premier del Cnt da marzo ad ottobre del 2011, prima di essere defenestrato. Guida la coalizione Alleanza delle Forze Nazionali, di stampo liberale e filo-occidentale. Ha studiato e insegnato Scienze politiche all'Università di Pittsburg in Pennsylvania. Considerato «una mente aperta» e un «interlocutore serio» dagli Usa, il suo blocco politico raggruppa 58 partiti e movimenti. La nuova Libia al voto Sfida a tre per il dopo Gheddafi MAURIZIO ROSSI esteri@unita.it . . . Ogni anno 26 milioni di persone perdono la vita in un conflitto armato Un affare da 60 miliardi All'Onuinegoziatiper ilTrattatosulcommercio dellearmi.Mac'èchinon lovededibuonocchio: imaggioriPaesiproduttori (tracui l'Italia) ILDOSSIER . . . Ci sono regole globali per la vendita delle ossa di dinosauro, ma non per quella dei mitra e dei tank Desaparecidos, 50 anni a Videla per i bimbi rubati VIRGINIALORI esteri@unita.it Un «tappeto» di armi convenzionali © FOTO CRISTIANO LARUFFA/LAPRESSE sabato 7 luglio 2012 13
SEGUEDALLAPRIMA I tagli si sostanziano infatti in una indiscriminata riduzione del perimetro delle funzioni e dei servizi pubblici, con l'effetto paradossale di colpire di più proprio quei modelli sanitari più virtuosi ed efficienti. La stessa riduzione degli organici prevista nel pubblico impiego sembra più frutto di un generico problema di riduzione dei costi che di un progetto di crescita di produttività, mentre la deroga alle nuove norme di pensionamento aprono evidenti contraddizioni con la situazione del settore privato e la mancata soluzione del problema di tutti gli esodati. Il punto che resta più allarmante della manovra è quello del suo rapporto con l'andamento dell'economia reale. Dopo i dati forniti da Confindustria, il grido di allarme dei sindacati e i numeri recenti su disoccupazione e cassa integrazione, gli stessi interventi del governatore della Bce e del direttore del Fmi fanno il punto sulle difficili prospettive della crisi e le incertezze che perdurano. E qui sta il nodo della questione. Se rallenta tutta l'economia mondiale, se i Paesi dell'Euro sono costretti a rigide politiche di rigore, se gli investimenti europei mantengono tempi lunghi, l'uscita dalla trappola rigore-recessione-rigore diventa sempre più lontana nel tempo, con un evidente e inevitabile avvitamento di recessione e disoccupazione. Questo è il nodo irrisolto che sta di fronte a tutti e, per quello che ci riguarda, al nostro Paese che da oltre 4 anni non ha visto politiche di stimolo alla domanda e agli investimenti. Il rigore senza interventi per la crescita è destinato così ad allungare la curva della recessione con gli effetti prevedibili sui consumi, la condizione delle famiglie e l'occupazione, a partire dalle nuove generazioni. Per l'insieme di questi motivi, accanto alla correzione di quella parte della manovra che taglia in modo indiscriminato i servizi pubblici fondamentali, c'è l'urgenza di mettere in campo una più forte politica anticiclica innanzitutto sul fronte degli investimenti sia privati sia pubblici, capace per questa via di evitare una caduta ulteriore del Pil. Le decisioni prese in queste stesse ore dal nuovo governo francese seguono un'altra strada. Lì si annunciano inasprimenti fiscali sui redditi alti, sui patrimoni, sulle rendite finanziarie, sulle imposte di successione e sulle compravendite immobiliari. E si riduce l'Iva sui libri e gli spettacoli dal vivo. La situazione dei due Paesi, il nostro e la Francia, non è uguale per il peso diverso del debito e perché l'economia d'Oltralpe non è in recessione e non lo sarà neanche per l'anno prossimo. Eppure colpisce il differente approccio seguito, il diverso effetto sulle economie reali, ed anche il dissimile segno di equità sociale. Parlare esplicitamente di questo vuol dire tenere aperta un'altra risposta possibile di fronte ad una crisi che non ci lascia tregua. E vuol dire anche provare a tenere assieme le ragioni del rigore e quelle della crescita non solo a parole, che per la verità non mancano mai, ma soprattutto sul terreno dei fatti e, ancor prima, su quello delle convinzioni più profonde. LAURA MATTEUCCI MILANO «Sono operazioni fatte da persone che non conoscono la realtà del Paese, che tengono conto solo dei mercati. Senza molto successo, peraltro. Siamo tutti schiavi di un meccanismo che ci costa 8 miliardi l'anno, e che si chiama spread. Niente e nessuno riesce a dominarlo, non c'è operazione in grado di placare i mercati». Il presidente della Regione Liguria Claudio Burlando è chiaro: «Non dico non esistano sacche di inefficienza nel Paese, ma il modo per eliminarle non può essere questo, questo assurdo persistere con i tagli lineari». Piuttosto? «Ribaltiamo il discorso. Qualcuno faccia delle verifiche e dica quanto spendono le Regioni pro capite, e quanto devono costare. Tenendo conto delle specificità di ognuna. Ci vuole un piano con un po' di respiro, insomma. Io a breve manderò il mio rendiconto: come Regione, credo l'unica in Italia, abbiamo ridotto la spesa corrente di oltre il 10%. E adesso ci chiedono altri tagli lineari: ma che dobbiamo tagliare ancora? Ci tolgono altri trasferimenti? Significa che fermeremo autobus e treni». Innanzitutto la sanità. «Ci sono parecchie Regioni già commissariate o in via di esserlo, noi siamo a filo: ma come si può pensare di chiederci un altro miliardo entro l'anno? A questo punto, sarebbe molto meglio sederci tutti intorno a un tavolo e chiarire quali servizi continueremo ad erogare e quali invece non potremo più offrire ai cittadini. Cambiamo i livelli di assistenza e certe voci le eliminiamo tout-court. Anche perché, attenzione: la spesa sanitaria italiana, che pesa il 6% sul Pil, nel mondo occidentale è considerata giusta, mica eccessiva. Allora: se una Regione ha creato un disavanzo, va sanzionata, commissariata e quant'altro, ma laddove c'è un sostanziale equilibrio di bilancio, perché infierire? Tra l'altro, già quest'anno in molti campi la richiesta di prestazioni sanitarie pubbliche è diminuita intorno al 10%: risultato del combinato ticket pubblici alti e privati con prezzi sempre più competitivi». Nonc'èproprionulladatagliare?Gliospedalinonsichiudono,madovretecomunquerazionalizzare iposti letto. «Nel 2012 alla sanità abbiamo già tagliato 100 milioni: abbiamo chiuso 7 ospedali su 26, tolto due aziende ospedaliere, risparmiato sui farmaci con un'operazione profonda e minuziosa. Non so, potremmo non assumere più infermieri...Tra l'altro, c'è da dire che più di un ligure su quattro è anziano, il che ovviamente significa maggiore necessità di cure. Quanto ai posti letto da ridurre, dico francamente che avrei preferito l'obbligo di chiudere i piccoli ospedali: almeno in quel caso si sarebbero tagliati costi veri. Viceversa, vorrei capire che cosa cambia se si tolgono 10 posti letto per ogni plesso». Eitribunali?InLiguriasparirebberoquelli diChiavariediSanremo. «Il tribunale di Chiavari è stato appena costruito, costato 13 milioni di investimenti. Dev'essere ancora inaugurato. Sanremo ha più abitanti di Imperia, ha un casinò, è un comune di frontiera ed è pure a rischio ‘ndrangheta. Forse questo è un tema di cui sarebbe stato meglio discutere». . . . «Sarebbe meglio chiarire quali servizi erogare ancora e quali no» «Chi decide ignora la realtà del Paese» Ma ne servono altri 6 . . . Così è sempre più difficile uscire dalla trappola «rigore recessione rigore» L'INTERVISTA L'INTERVENTO GUGLIELMOEPIFANI Unmiliardo di euro i tagli complessivi allaDifesa nelbiennio2013-2014, mezzo miliardoper anno. I risparmi riguarderannosia l'acquistodibeni e servizi sia gli investimenti: nelprimo ambitoverràattuato untaglio di 100 milionigià nel2012. L'interventosi sovrapponea quanto decisodal precedentegoverno: riduzione diun miliardoemezzo nel 2012, taglio di 700 milioninel 2013edi 800nel 2014.A questosi aggiungeranno i risparmi derivantidallacessione degli immobili al fondodeldemanio edalladecurtazione del 10% delpersonale. Ancora: tagli alle missionidi pace(8,9 milioni), agli armamenti (100milioni) ealle vittime dell'uranio impoverito (10milioni). ISTRUZIONE Scuresui trasferimenti esui trasporti Nuovi tagli strutturali perRegionied Enti locali: meno7,2 miliardi tra 2012e 2013.Oltrealla partitasanità, che le coinvolgedirettamente, trasferimenti alleRegioniordinarie sarannoridotti di 700milioninel 2012 e di 1 miliardo dall'annoprossimo inpoi.Per quellea statutospeciale meno500 milioni quest'annoe meno1 miliardodal 2013. Per i Comuni la riduzioneè di500 milioninegliultimisei mesi di quest'anno,e di2 miliardi l'annoa decorreredall'annoprossimo. Tagli che mettonoaserio rischiomolti servizi ai cittadini, e in particolare il trasporto pubblico locale.Per leProvince, meno 500milioni quest'annoe meno1 miliardodall'anno prossimo. REGIONIECOMUNI Societàpubbliche, cessioniecda leggeri Sforbiciataallesocietàcontrollate per piùdel90per cento dagli entipubblici che: senon erogano servizi aicittadini masoloalle amministrazioni,dovranno essere incorporate,vendute oaprirsi a gareesterne. Edovranno alleggerire i propriConsigli d'amministrazione. «È uncambio radicale», dice il vice ministroall'Economia,VittorioGrilli, che hastilatouna listadi 3.127società che costano7miliardiall'anno,2 deiquali soloperpagare i consigli d'amministrazione. I cdaadesso dovrannoessere dinon piùdi tre persone:un presidente edue funzionari. Dietaancheper lesocietàche svolgono serviziai cittadini: solocinque membri delcda, trepubblici. CONTROLLATE Canoni ridotti:nuovo paramentotravet/mq Il consigliodei ministri, nel decreto sullaspending review, haanche deciso didare il viaal bloccodegli adeguamenti Istat relativi aicanoni dovutidalle amministrazioniper l'utilizzodi immobili in locazione passiva. Inoltre gli impiegati statali diventeranno il termine di riferimento perquantificare la congruità dell'affittodell'ufficio incui lavora. Arriva infatti il parametro mq/dipendenteper il capitolo risparminel settore degliaffitti per la pubblicaamministrazione. L'idea èdel viceministro all'EconomiaVittorio Grilli, cheha annunciato il nuovo provvedimentoalleparti sociali a PalazzoChigi. AFFITTI È una manovra recessiva. Quando arriva la crescita? ClaudioBurlando IlpresidentedellaLiguria: «NellaSanitàabbiamo appenatagliato100milioni Il tribunalediChiavariva chiuso?Hannofinito dicostruirloadesso» Immobili ceduti epersonaleridotto DIFESA Salta il tagliodei fondi alleUniversità Salta il taglio di duecentomilionialle Universitàe iduecento milioni in piùalle paritarie,anchese per errore lemisure restanonel comunicato finaledi palazzoChigi.Tragli altri provvedimenti, viene introdotto l'obbligodi iscrizione on-lineper le scuolestatali.Anche pagelle e provvedimentidisciplinari viaggeranno in rete. Vienepoi istituito unservizio di tesoreriaunica per lescuolenel quale confluirannotutte le risorse finanziarie attualmentedepositate nellebanche. Previstaun'ulteriore riduzione del personaledocentedelle scuole italiane all'estero.Ci sarannoancheseveri vincoli al turnoverper il sistema universitarioe per gli entidi ricerca. sabato 7 luglio 2012 3
14 sabato 7 luglio 2012
Sarà vero che l'anima degli Smith si ritirerà dalle scene a 55 anni, cioè nel 2014? Nel dubbio approfittiamo del tour italiano di Morrissey: il re dell'indie pop britannico sarà stasera a Roma (Auditorium), domani a Genova, il 10 a Milano, l'11 a Firenze e il 13 a Grado. SARAANTONELLI ROMA PenguinPerpromuovere lacollanahacreato inrete ungiocolegatoalla tramadell'«Incantodel lotto49» CULTURE NELLA STESSA CITTÀ DI PETRARCA, CINQUECENTOVENTI ANNI FA, NASCEVA IL FLAGELLO DEI PRINCIPI, ILDIVINO,OSSIAPIETROARETINO,CHENONSARÀUN CLASSICOCOME IL PIÙ ILLUSTRE CONCITTADINO, MA CERTOCONISECOLISIÈGUADAGNATOL'APPREZZAMENTOCHEHASRADICATOLAFAMADUBBIAEMALEDETTA DI PORNOGRAFO CHE LO AVEVA CIRCONDATO.Certo a messer Pietro avrà fatto piacere l'interessamento di Apollinaire, ma gli farà ancor più piacere tanto brigare intorno alla sua opera, che grazie all'Edizione nazionale (per i tipi della Salerno Editrice) ha quasi tagliato il traguardo finale. L'alacrità degli studiosi fa registrare altri due titoli, che offrono un ritratto più completo della personalità letteraria e umana del nostro: le Operette politiche e satiriche (il secondo tomo), a cura di Marco Faini, e le Operereligiose (ovvero Vitadi Maria Vergine, Vita di santa Caterina e Vita di san Tommaso, anche qui il secondo tomo), a cura di Paolo Marini. Opere che parlano di altre due facce (delle tante) di questo letterato - bollato in modo sbrigativo come un anticlassicista -, quella del pasquinista e quella, più insospettabile, dell'agiografo. Scrittore febbrile e miracoloso, spesso in stato di grazia, Aretino si mosse con abilità nell'Europa del Cinquecento, attirandosi anche critiche e pugnalate. Fu tra i primi a cogliere l'importanza della stampa per scalare vette letterarie e politiche, e tra i suoi tanti pregi c'è stata l'invenzione del libro di lettere in volgare. Quasi dall'inizio della carriera si cimentò nelle pasquinate, versi satirici affissi furtivamente al busto marmoreo di Parione, a Roma, che esistevano prima di Aretino, sì, ma, come spiega Faini, è proprio con il nostro che assurgono a più raffinato strumento politico, per sferrare attacchi precisi, soprattutto contro gli ecclesiastici. Del resto la natura aggressiva e polemica del toscano bene si sposava con un genere così mordace e pungente. Leggere le pasquinate oggi significa tuffarsi nella Roma curiale, prima e dopo il devastante Sacco, in quell'affascinante luogo di incontro di arte, religione, politica e prostituzione. Ma il genere scivolò presto nella maniera, così che sotto il nome di Aretino viaggiavano testi che non erano usciti dalla sua penna. Se questa vocazione satirica non ha mai abbandonato l'Aretino (i testi recuperati da Faini vanno dal 1516 al 1556), la scrittura agiografica ce lo insegna Marini - fu un'esperienza quasi necessaria per cercare di guadagnarsi il consenso presso la Corte romana e il cappello cardinalizio. Il Flagello, in una delle tante metamorfosi, si fece «quinto evangelista», un evangelista su commissione, che pure tentava di imporsi come classico volgare. Una scrittura dettata da fini utilitaristici, che tanto dice della condizione di un letterato irrequieto, impegnato tra l'aspirazione alla libertà intellettuale e l'obbligo di sfornare opere gradite ai potenti. Eloquente è il passo di una missiva richiamata da Marini: «A me bisogna trasformare digressioni, metafore e pedagogarie, in argani che movano e in tanaglie che aprano». Se le Vite, stese e pubblicate tra il 1539 e il 1543, non brillano per qualità eccelsa, è altrettanto vero che il modo di affrontare l'argomento è tutto personale, nello stile, nuovo, labirintico e pieno di invenzioni, con quel talento che ravviva dall'interno un genere che i colleghi, supini, trattavano in maniera tradizionale. Tra Pasquino e l'evangelista parrebbe così di leggere una scissione, ma sarà meglio vederci una convivenza, pure forzata, di queste nature, che, nonostante tutto, all'interessato non sono mai dispiaciute. LA NOTIZIA, POCHE SETTIMANE FA, SECONDO CUI THOMAS PYNCHON AVREBBE ACCETTATO DI VEDER TRASFORMATI I SUOI ROMANZI IN E-BOOK HA SUSCITATO IN ALCUNI QUALCHE PERPLESSITÀ SIA PER LA FAMA DEL PERSONAGGIO- un autore che non promuove i suoi libri né si è mai mostrato in pubblico - sia perché i suoi corposi e caotici intrecci sembrano i più indissolubilmente legati alla carta ancorché a un'idea di romanzo che richiede al lettore una concentrazione prolungata e presumibilmente inadatta allo schermo, anche quando lussuosamente retroilluminato. Per convincere i più tradizionalisti che l'e-book si addice anche a Pynchon - e spingere noi a riflettere che forse non esiste altro autore che abbia saputo narrare con tanta efficacia l'interazione affettiva coi media - la casa editrice Penguin sta facendo le cose in grande. Ha prodotto, per esempio, un elegante book-trailer in cui vediamo materializzarsi sullo schermo delle frasi di apertura dei suoi romanzi e subito dopo il loro recedere risucchiando nei pixel luminosi sia le parole sia, soprattutto, il nostro sguardo. La stessa casa editrice ha poi lanciato una misteriosa caccia al tesoro intermediale. Per partecipare basta collegarsi a Google Maps e prendere nota delle 200 locations in territorio statunitense dove sono stati nascosti altrettanti adesivi che riproducono l'effige del Tristero, lo stravagante simbolo (un corno con la sordina) del sistema postale sotterraneo w.a.s.t.e che nel primo romanzo di Pynchon, L'incanto del lotto 49 (1966), la protagonista, Edipa Maas, cerca insistentemente e sempre col timore di essere diventata una paranoica. Li hanno nascosti bene, gli adesivi oppure i partecipanti debbono aver sabotato il gioco (cos'altro aspettarsi dai lettori di Pynchon?), perché al momento ne sono stati rinvenuti appena una manciata. Quel che sappiamo con certezza è che ognuno di questi, immediatamente sotto il simbolo, riporta l'Url (provate con trystero.me/12pgg) di una pagina scura su cui è riprodotta una diversa frase di Pynchon e la scritta w.a.s.t.e. Quest'ultima, una volta cliccata, fa aprire una finestra su cui è possibile scrivere e inviare messaggi. Sì, siamo dentro al Tristero. Il dato più rilevante, tuttavia, è che per arrivare fin qui abbiamo avuto bisogno di Google, del Pc e del mouse, tutti aggeggi che - proprio come l'e-book - nel 1966 non esistevano ancora e che Edipa avrebbe trovato utilissimi per i suoi scopi. Ma chi sono gli odierni destinatari dei messaggi inviati tramite il Tristero informatico? E, soprattutto, vorranno rispondere agli scriventi? Per dire loro cosa? Il video Penguin: www.youtube.com/watch?v=urNQ8S4EBGA Il tour italiano di Morrissey parte stasera da Roma ZOCCA ATTENDE TREPIDANTE IL MATRIMONIO DEL SUO CITTADINOPIÙCELEBRE,VASCOROSSI.Il rocker, 60 anni, si sposa oggi con Laura Schmidt, sua compagna da 25 anni. Sarà una una cerimonia civile privatissimissima, ha annunciato Vasco su Facebook, che ha poi argomentato così: «Considero l'evento un atto puramente tecnico, deciso soltanto per fornire le adeguate tutele legali alla donna che mi sta accanto da 25 anni. Questo perché in Italia non sono regolamentate le coppie di fatto». E ha aggiunto: «Al Vaticano non sono simpatiche e anche ai nostri politici non sono gradite. Il nostro matrimonio civile rappresenta per me e la mia futura moglie una sconfitta per le nostre convinzioni. Obbligati a vivere insieme per sempre e per forza quando solo essere liberi di andarsene ogni giorno può dimostrarci la sincerità di un rapporto». Non sono trapelati né il luogo né l'ora della cerimonia. Sembra certo soltanto che ad amministrare l'unione sarà il sindaco di Zocca Pietro Balugani. Il latoB dell'Aretino Lavenasacraeagiografica del flagellodeiprincipi L'Edizionenazionaledelle operedelloscrittore fiorentinosiarricchisce diduenuovi titoli:daiversi satiriciallevitedeisanti GIUSEPPECRIMI ROMA ILTITOLO, PERCHI HAA CUORE LASTORIADELLECLASSI SUBALTERNE, ÈSEDUCENTE:«FUTUREUMANITÀ», RIFORMULANDO INSOMMAUN VERSO DELL'INTERNAZIONALE. Ma qui le umanità sono plurali (come le culture umane), e il riferimento è anche alle humanities, ovvero agli studi umanistici, di cui la nostra società di mercato vorrebbe volentieri disfarsi, perché non apportatori di profitto. Il libro di Yves Citton (edito da Duepunti) riflette sulla natura della nostra società, che altri chiamano «società dell'informazione» o «capitalismo cognitivo»: secondo Citton l'elemento qualificante è l'interpretazione. Per quanto dato costitutivo dell'umano ab ovo, essa è oggi assolutamente dominante: inedita «è l'ampiezza della scala su cui le nostre interpretazioni sono in grado di rimodellare lo sviluppo delle nostre economie». Citton è un teorico della letteratura, e nella sua teoria la categoria dell'interpretazione è centrale, come la curatrice e traduttrice Isabella Mattazzi rileva nella postfazione (che si trova anche sul sito Nazione Indiana): solo che appunto per lui quella categoria da letteraria diventa immediatamente politica. È su questa base che Citton afferma che «il futuro dell'umanità è appeso al futuro degli studi umanistici»: solo essi possono condurci a interpretare cosa significa «una vita propriamente umana». Compito precipuo della società allora sarà quello di formare degli interpreti attraverso un'educazione che privilegi le gestione delle conoscenze all'immagazzinamento di nozioni. Forgiare «culture dell'interpretazione» è vitale, dice Citton: e, aggiunge nelle ultime pagine, è anche ciò che discrimina la sinistra dalla destra. La sinistra, o rimette in causa i codici preesistenti senza fermarsi alla realtà come dato, facendo emergere altre questioni, oppure non è sinistra. Fondamentale ricordarsene, specie oggi. Cos'è che definisce l'umano BUONEDALWEB MARCOROVELLI ConPynchon ine-book siapre lacacciaal«tristero» Vasco e Laura si sposano «Lecoppiedi fatto nonsonotutelate» U: 22 sabato 7 luglio 2012
24 sabato 7 luglio 2012
QUANDO UN ARTISTA SE NE VA, LASCIA UNO SPAZIO CHE CONTINUA A PARLARE DI LUI COME UN DISCO ROTTO. L'aveva, questo spazio, costruito anno dopo anno a propria immagine e somiglianza, in modo naturale e distratto come un gesto fatto senza pensare. Chi resta ad abitarlo abita in un regno rimasto senza re. Cetta Petrollo, la poetessa che è stata accanto a Elio Pagliarani per decenni, narra – in un luminoso libro di prose poetiche dal titolo Te la racconto così (Perrone) – proprio la storia di un re. «Una volta, molti, tanti, tantissimi anni, ho sposato un re», un re «fatto di parole» che ospitava in casa alle due di notte una passante qualunque che non sapeva dove dormire, che pagava i quaderni di poesia al «poetino spiantato», che «offriva» passeggiate sotto il sole d'agosto a chi volesse approfittarne. A quattro mesi dalla morte, dal regno di Pagliarani rimasto senza re spuntano, come sorprese, fotografie, pezzi di poesie appuntate, antichi manoscritti. Qualcuno prima o poi farà ordine – le mani sapienti di un archivista, forse – ma per ora sembra che a Cetta il disordine lasciato dal re non dispiaccia. D'altra parte, il disordine è sempre più autentico, reale dell'ordine. Nell'accumulo delle cose, nel loro sparire e ricomparire, nel loro muoversi stando ferme c'è una verità poetica che la scrittura in versi di Pagliarani non perde mai di vista. I suoi «romanzi in versi» non sono in effetti anche un vertiginoso inventario di cose pescate nel disordine del mondo? Inventario privato è un suo titolo che, da solo, spiega moltissimo. Domani a Rimini al Teatro degli Atti Sonia Bergamasco leggerà La ragazza Carla. Dà emozione scorrere con gli occhi la versione manoscritta di questo poema che nei primi anni Sessanta apre una strada nuova – una piccola rivoluzione – al racconto novecentesco dei sentimenti e dell'interiorità. A Pagliarani non piace il sentimentalismo, ma i sentimenti sì; i sentimenti sono la materia con cui riesce a commuovere proprio perché non intende farlo. «La contraddizione fra tenerezza e ironia», è stato scritto a proposito della RagazzaCarla, e il fascino della sua intera opera sta appunto nei modi che inventa per risolvere tale contraddizione. Quando pesca dal proprio «inventario privato», Pagliarani neutralizza la nostalgia (l'aspetto sentimentale del ricordo), con quell'aria da anti-crepuscolare, da trasgressivo, e per magia riesce a suscitare nel lettore uno strano, indicibile sorriso triste. «Può essere bello in Romagna chi bacia la mano / l'anno dopo del '48, attacca bottone con gli ambulanti di bomboloni e / gli intellettuali indigeni meno indigenti, non lascia / senza sorriso carezza o pacca ogni ragazza per strada». È un'autosuggestione o è proprio questo sorriso triste, sempre un sorriso, che sembrano pretendere le fotografie di casa Pagliarani? Roma, viale degli Ammiragli, una strada in salita che sembra chiusa da un bosco. C'è Pagliarani bambino con grembiule di scuola, la faccia più spiritosa e perplessa fra tutte. In quel bellissimo memoir scritto per la figlia, Pro-memoria a Liarosa (Marsilio), si descriveva come un ragazzino dall'aspetto «singolare, riflessivo e dolce; ero piuttosto paffutello, avevo un gran casco di capelli castani lisci, con una scriminatura in mezzo, e un po' di frangetta da bambina, probabilmente avevo un vocabolario più ampio della media». E tutto il suo mondo della provincia riminese, con estati che non finivano mai, transatlantici che sarebbero finiti nei film di Fellini. Un papà vetturino, una mamma che faceva il pane in casa tutte le settimane, un burattino come primo regalo, le fionde, i sassi, le pistole ad acqua. La maestra Perdicchi e la maestra Savoia, brave, proprio brave, ma dal gusto «un po' francese e un po' fascista». Le letture in una casa senza radio né grammofono. Torna, in alcune istantanee gialline, la Viserba degli anni Quaranta e Cinquanta: lui ragazzo occhialuto che studia o passeggia in canottiera sulla spiaggia; lui animatore elegantissimo di balli sull'Adriatico (come pure si racconta nella Ballata di Rudi). Poi c'è il Pagliarani che fa il professore a Cinisello Balsamo, giacca e cravatta e quasi un ghigno sulle labbra. Pagliarani, insomma, prima di Pagliarani: prima che diventasse il signore robusto che presenta il suo libro di versi o l'antologia dei Novissimi con gli occhiali scuri accanto a Ungaretti e a Sanguineti. Di questa lunga stagione da poeta conclusa con la sua morte quattro mesi fa, restano agende fitte di appunti, di versi trascritti, cose da fare, cose pensate. Bisognerà metterci il naso con calma, anche in quelle da professore di scuola: perché tra gli schemi delle sue lezioni di letteratura latina o italiana si nasconde sempre qualche deviazione, qualche nota imprevista, un disegno buffo, un ghirigori – le tracce di una mente «trasgressiva» in perenne movimento. CULTURE MARIASERENA PALIERI spalieri@tin.it Mondadoristrappa lavittoriaperduevoti superandoTrevi (PontealleGrazie) eCarofiglio(Rcs) Pagliarani, un re fattodiparole Aquattromesidallamorte spuntano foto, appunti, poesie Isuoi romanzi inversi in fondosonounvertiginoso inventariodicose pescateneldisordine diquestomondo PAOLODIPAOLO ROMA Una pagina del manoscritto di «La ragazza Carla» Sotto Elio Pagliarani con un amico a Viserba negli anni Quaranta CHIHAVINTOILLXVIPREMIOSTREGA?L'INDUSTRIA. PER QUELLO CHE IL TERMINE SIGNIFICA, NEL CASO DELL'INDUSTRIA EDITORIALE, COL SUO SOVRAPPIÙ DI APPARATO E RAPPORTI. Alessandro Piperno, entrato in cinquina con Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi, debole sia di voti (uno stacco di ventiquattro voti dal capofila Emanuele Trevi), sia di vendite (a metà giugno, sembra, ventimila copie, contro le quasi 160.000 di Gianrico Carofiglio), ha strappato la vittoria, e stappato com'è corvée per il vincitore la bottiglia dello storico liquore giallo, al Ninfeo con 126 voti. La Mondadori così ha incassato la fatidica fascetta che moltiplica le vendite, contro la Ponte alle Grazie – gruppo editoriale Mauri Spagnol - di Qualcosa di scritto (al libro di Trevi sono andati 124 voti) e la Rizzoli del Silenzio dell'onda (a Carofiglio ne sono andati 118). Un bel pezzo dopo ecco Marcello Fois che con Nel tempo di mezzo ne ottiene 48 (a chi sono andati gli altri voti con cui era arrivato in cinquina? Facile, il libro è targato Einaudi…). E in coda Lorenza Ghinelli, La colpa, Newton Compton, 16 voti a fronte dei 38 con cui era entrata. E qui si fronteggiano due ipotesi: che chi non l'ha votata, giovedì, si sia fatto convincere da argomenti «di peso», oppure che, come avviene in certe sfide elettorali a doppio turno, abbia fatto confluire i voti su un candidato con possibilità di farcela, per puro spirito «politico». Ora, questa edizione dello Strega potrà essere ricordata per una serie di fattori. Non per il divario minimo tra i primi due scrittori, perché questa non è una novità: Tiziano Scarpa nel 2009 vinse con un solo voto in più, e questo appiattimento dei risultati ha a che fare con la «medietà» dei libri che da anni vengono presentati (gli editori non rischiano con gli autori e le opere di grossa stazza). Potrà essere ricordata invece perché in finale anziché il classico duello c'è stata la competizione a tre, con lo sparigliamento dei giochi provocato dalla mole di voti riscossi, a metà giugno, da Trevi, col suo libro singolare, tra mémoir e fiction, e con la sua scuderia – Ponte alle Grazie - se non sbagliamo alla sua prima volta allo Strega. Potrà essere ricordata anche perché nell'anonimato hanno votato sessanta «lettori forti» candidati dalle librerie indipendenti e non rintracciabili dagli apparati editoriali, insomma non corruttibili. In cifre questo ha significato che la Fondazione Bellonci ha dovuto distribuire ben 550 copie di ciascuno dei libri candidati. E, quindi, è improbabile che l'anno prossimo la corroborante iniezione di onesto anonimato possa crescere, che in giuria insomma, entrino ulteriori lettori forti. Ma potrà soprattutto essere ricordata, questa LXVI edizione del Premio Strega, perché è avvenuta nell'anno della Crisi. E perché, quindi, vincere o no, per i gruppi che si fronteggiavano, aveva un particolare significato. Arrivata con un anno circa di ritardo rispetto agli altri paesi, la crisi si è abbattuta sulla nostra editoria tra l'ultimo trimestre 2011 e il primo di quest'anno con una violenza da tsunami. La strategia di tutti è una: abbassare i prezzi, vince chi vende a meno, sia la riedizione del classico fuori diritti, sia il libro dell'esordiente, sia il libro scarso di pagine. Ma c'è un altro atout che l'accentuarsi della massificazione dei consumi, e la globalizzazione, consentono di giocare. È il gigalibro, il titolo che, da solo, risana bilanci. Prendiamo il Gramellini, prendiamo il Nuzzi sul Vaticano… Prendiamo il Paolo Giordano, soprattutto, la cui Solitudine deinumeriprimigrazie alla grancassa dello Strega è passata, in copie vendute, da cifre a quattro a cifre a sei zeri. Piperno può farcela a prendere la volata dopo il torpido avvio? Vedremo. Certo, se avesse vinto Carofiglio, questo avrebbe avuto ricadute significative sui nostri assetti industriali. Perché lo scrittore-senatore-magistrato sa toccare le quattrocentomila copie, e qui partiva già con un bello zoccolo di copie, e perché il suo gruppo, Rcs, è costantemente insidiato, al suo secondo posto nella galassia editoriale, dal gruppo Mauri Spagnol. Infine, sarà ricordato questo Strega come il primo dell'epoca twitter. La quantità di tweet e post in diretta dal Ninfeo è stata epocale. Primo nell'esercizio Filippo Bologna, autore di Pappagalli, libro per Fandango sui premi letterari. E, visto che viviamo immersi in una intelligenza collettiva, sapete qual è l'immagine di copertina del libro vincitore? Pappagalli… Il peso del voto politico Pipernovince loStregaperunsoffio IlvincitoredelPremio Strega2012, AlessandroPiperno FOTO ANSA U: 18 sabato 7 luglio 2012
Pontida, palle, vino: tre parole come chiodi pronunciate ieri da Maroni, tre mattoni per la nuova Lega, tre passi indietro. Occorre precisare; dopo aver ragionevolmente concluso che la «rivoluzione» delle alabarde è già finita: il ribaltone non doveva impostare un nuovo corso politico, istituzionale, culturale, ma solo, evidentemente, consentire un nuovo organigramma, dopo aver imbalsamato Bossi. Troppo ingombrante per lasciarlo in vita, troppo simbolico per dichiararlo morto. L'ex leader ora sta lì, apparentemente sedato, par che borbotti nuotando tra le parole della Bibbia: sul palco di Assago ha lucidato il racconto di Salomone, delle due mamme, del bimbo - il partito - conteso. Ha preteso per sé il ruolo della buona madre, ha rifilato a Maroni quello della perfida pretendente e nessuno, in platea, si è scomposto di fronte a quel quadro degno di una tragedia tratteggiato con grande cupezza dall'uomo per il quale poche settimane prima avrebbero offerto, sempre a parole, la vita. 1) Pontida. Maroni, smentendo la voglia e le attese di novità, lo aveva anticipato proprio ad Assago che i vecchi riti sarebbero stati restituiti alla “nuova” liturgia. Lo ha ribadito ieri, su Facebook: «Pontida non sarà mai cancellata». Una bella marcia indietro, un'altra, dell'attuale capo del Carroccio che non pochi leghisti veneti vedono come un Bruto verde pisello. Nemmeno Napoleone ci aveva messo tanto poco a liquidare la Rivoluzione. Eppure, pareva proprio che la new age del partito avrebbe incassato il taglio netto della paccottiglia del mercatino mitologico. Lo chiedevano a gran voce gli amministratori pubblici leghisti raccolti attorno al «Manifesto della Lega che verrà». Luciano Dussin, sindaco di Castelfranco Veneto e co-estensore del Manifesto, aveva lamentato: «I riti delle ampolle, la Padania non hanno pagato come gli insulti ai meridionali e agli immigrati.... Quella Lega ci ha fatto perdere vent'anni». Ora Dussin può ricominciare a contare gli anni e insieme preoccuparsi della sua sorte politica, perché Maroni è di altro avviso e non perdona. 2) Palle: il riferimento alla dotazione virile pareva dovesse essere riposto sul caminetto della Lega, come trofeo dei tempi andati; Bossi ne faceva un uso per alcuni entusiasmante, per altri «drogato». Invece, sempre Maroni lo ha spolverato, assieme a Pontida: «Le cercano tutte per romperci le palle». Si riferisce al fatto che qualche giornale avesse ripreso l'ipotesi, come si è visto interamente leghista, di abbandonare quelle gagliarde adunate: dalle ampolline del Po al sacro prato di Pontida. Per finire con l'acqua della ampolline versata, core 'n mano, nelle incolpevoli fanghiglie della Laguna di Venezia. 3) Vino. E resta anche l'appuntamento di Venezia, avverte Maroni. Tutto come prima, e chi aveva pensato che il colorito rosario del turismo identitario leghista sarebbe cambiato, «è qualcuno che - annota il leder della restaurazione - ha bevuto troppo vino». Dussin? A Castelfranco si fa un vino mostruosamente buono, ma non vuol dire. Certo, l'obiezione rivoluzionaria era nata nel Veneto, veneti erano e sono i migliori testimonial del partito, veneto è persino Federico Caner, il vicario che Maroni ha voluto accanto a sé, e Caner è un intelligente federalista, culturalmente lontano da quel pandemonium di simboli barocchi. Vino al vino. stro Guardasigilli Paola Severino che ha bisogno di concludere entro la pausa estiva due partite delicatissime. La prima è la cosiddetta norma Pini sulla responsabilità civile dei giudici. Mercoledì il ministro ha spiegato in Commissione al Senato il suo emendamento che mette un filtro tra il cittadino danneggiato da una sentenza sbagliata e il magistrato che l'ha provocata. Il risarcimento dei danni sarà cioè pagato dallo Stato che poi si potrà rivalere sullo stipendio della toga caduta in errore. La Lega ovviamente non è d'accordo: Pini è uno dei suoi uomini di punta e considera quello della responsabilità civile «un principio sacrosanto in linea con le direttive europee». Il Pdl era rimasto in un primo momento defilato rinviando al dettato del ministro. Ma l'approvazione alla Camera, a colpi di fiducia, del disegno di legge contro la corruzione - pieno di nuovi reati giudicati nefasti dagli onorevoli avvocati dell'ex premier - ha armato nuovamente i falchi del Pdl. E il senatore Nitto Palma - ministro Guardasigilli per un mese - ha presentato emendamenti che riportano la questione alla casella della Lega: il magistrato deve pagare di tasca propria per i suoi errori. La norma Pini, già approvata alla Camera, potrebbe avere il voto definitivo al Senato e diventare legge entro l'estate. Il Pd, vista la brutta aria, punto allo stralcio della norma. Meglio non correre rischi. Ma sarà un braccio di ferro. L'altra sfida, con relativo rischio di ricompattamento tra Lega e Pdl, è il disegno di legge contro la corruzione. Vista la pessima aria che tira soprattutto in Senato, sta prendendo piede l'idea di rinviare il voto di palazzo Madama e la relativa approvazione definitiva a settembre. Sarebbe, per il premier Monti e il ministro Severino, un brutto rospo da ingoiare visto che di quel disegno di legge hanno fatto uno dei pilastri della ripresa e della credibilità del sistema-Paese costretto a subire ogni anno un danno di 60 miliardi euro mangiati dalla corruzione. Giovedì, in Commissione Affari costituzionali e Giustizia, il ministro ha fatto la relazione ed è cominciata la discussione generale. Ma il piano di approvare in via definitiva il disegno di legge entro l'estate non è stato neppure nominato. «Nessuno ha parlato di scadenze», riferisce Silvia Della Monica, capogruppo Pd in Commissione Giustizia. «Non solo aggiunge - la tabella di marcia prevede una seduta a settimana. Abbiamo, se va bene, cinque settimane di lavori parlamentari, trovo assai improbabile che il provvedimento possa arrivare in aula». Il Pd è l'unico che insiste sulla tempistica. Sulla corruzione il Pdl aveva mostrato intenzioni belluine, dal segretario Alfano al capogruppo Cicchitto. «O lo cambiate o noi approviamo la norma Pini», hanno promesso a brutto muso. Il governo in questo momento, con tredici decreti in scadenza, non è in grado di affrontare anche questa battaglia. Per cui, in ogni caso, Pdl e Lega, il vecchio ticket Alfano-Maroni, fanno asse comune. Il nuovo leader, sistemati i suoi uomini al potere, usa ormai lo stesso linguaggio di Bossi: «Le cercano tutte per romperci le balle» TONIJOP politica@unita.it PARMA Pdl e Lega puntano alla paralisi L'ultima retromarcia di Maroni «Pontida non sarà mai cancellata» Il neo segretario della Lega Nord, Roberto Maroni FOTO DI MATTEO BAZZI/ANSA L'exsindacoVignali indagatocolsuovice edue imprenditori L'exsindaco diParma PietroVignali, l'exvicesindacoPaolo Buzzi (Pdl), l'immobiliaristaPaolo Borettini e NandoCalestani, expresidente di Spip, società partecipatadel Comune emiliano, sono indagati perconcorso inabuso d'ufficio.L'inchiesta ruota intornoallevicende chehanno portato all'indebitamentoprima ealla messa in liquidazionepoi diSpip, società costituitaper la creazionedeinuovi quartieri artigianali e industriali alle portedella città. I quattro avrebbero ricevuto l'avviso diproroga delle indagini.Le vicendediSpip eranogià finiteal centrodelle cronachequalche mese fa,quandoemerseroalcune circostanzedell'acquisizione,con l'istantaneopassaggio dimano, con aumentoesponenziale delprezzo,di alcuni terreni destinati aospitare gli insediamenti. Il ministro della Giustizia, Paola Severino, durante una conferenza stampa a Palazzo Chigi FOTO DI GUIDO MONTANI/ANSA . . . Eppure pareva proprio che la new age avrebbe tagliato di netto la paccottiglia mitologica . . . Smentito chi diceva: «Coi riti delle ampolle e gli insulti a meridionali e immigrati persi 20 anni» Diana Maria Osorio Iriarte, la giovane colombiana amica di Ruby citata oggi in aula nel processo a carico di Lele Mora, Emilio Fede e Nicole Minetti è finita indagata per falsa testimonianza e calunnia nei confronti della Procura. A chiedere la trasmissione degli atti per l'apertura di un fascicolo, istanza accolta dal tribunale, è stato il pm Antonio Sangermano al termine dell'esame della donna la quale, nonostante le venissero contestate delle dichiarazioni da lei messe a verbale e alcune intercettazioni con la giovane marocchine, ha negato di aver svolto attività di prostituzione così come ha ripetuto di non sapere se Ruby si prostituisse o meno. La testimone ha inoltre affermato che le parole messe nero su bianco quando venne ascoltata dai magistrati nel corso delle indagini gli furono estorte. Un'altra testimone Serena Facchineri, l'ex fidanzata di Luca Risso, dopo essere stata ammonita ha ammesso che l'interrogatorio della giovane marocchina avvenuto il 6 ottobre 2010 in uno studio a Milano alla presenza dell'allora suo avvocato Luca Giuliante di Lele Mora, di «un emissario di lui» e di una persona che verbalizzava, era stato organizzato «evidentemente per proteggere Silvio Berlusconi». È questo uno dei passaggi della testimonianza 'resa in aula dall'ex fidanzata di Risso che ha rischiato, visti i richiami del pm e del tribunale, di essere indagata per falsa testimonianza. Dopo una breve interruzione della sua deposizione per darle il tempo di «pensarci su» la giovane, di fronte alla contestazione di una telefonata del 28 ottobre con l'ex fidanzato, ha ammesso inoltre che Risso le disse che «Ruby era stata alle feste ad Arcore dove le ragazze ballavano, si spogliavano, si toccavano e Berlusconi guardava». E quando alla testimone è stato chiesto, sempre in base alla telefonata contestata che risale al 28 ottobre 2010 ed è quindi successiva al presunto interrogatorio di Ruby nello studio milanese, se Risso le avesse detto che «lui vi ringrazierà», Serena Facchineri ha risposto in modo affermativo. Rubygate Teste colombiana ora è accusata di calunnia Karima El Mahroug FOTO /AP-LAPRESSE sabato 7 luglio 2012 11
QUALE RISPARMIO GARANTIRÀ, NEI PROSSIMI ANNI, LARIFORMA PREVIDENZIALE TARGATA ELSA FORNERO? Nella stagione che stiamo attraversando, caratterizzata da sofferenza sociale e da una drammatica scarsezza di risorse, la questione assume un valore strategico ed esige una risposta chiara e lineare da parte del governo. Risposta che però non è ancora arrivata. C'è infatti una contraddizione molto forte nelle cifre fornite fino a questo momento. Partiamo dai dati ufficiali. L'esecutivo afferma che, «a regime», la riforma determinerà risparmi pari a 20 miliardi l'anno. Il problema è che tale equilibrio, secondo il ministero, è destinato a verificarsi non prima del 2020. Nell'immediato, invece, il risparmio sarebbe assai limitato: 280 milioni nel 2012 e 315 nel 2013. Somme non esorbitanti, che lascerebbero ben poco spazio ad azioni coesive e redistributive. Queste stime, però, non convincono, perché mal si conciliano con un altro dato ufficiale: quello relativo alla spesa necessaria per la salvaguardia dei 110mila “esodati” coperti finora dal governo. Secondo le tabelle governative la doverosa tutela di queste persone impegnerà le finanze pubbliche per circa 10 miliardi. C'è una palese contraddizione tra gli annunci sui risparmi negli anni a venire e le dichiarazioni sulla dote necessaria a ristabilire, almeno parzialmente, l'equilibrio precedente. Delle due l'una: o si è sovrastimato il costo dell'operazione sugli esodati, oppure si è sottostimata l'entità dei risparmi della riforma nel breve termine. La discrepanza di questi numeri rende quantomeno legittimo il sospetto che i risparmi nell'anno in corso e in quelli a venire siano in realtà molto consistenti. Un sospetto rafforzato da uno studio specifico del dipartimento economico della Cisl, secondo cui nel 2012 rimarrebbero in cassa già 2,8 miliardi e nel 2013 altri 6, per complessivi 8,8 nel biennio. Risparmio che andrebbe crescendo esponenzialmente nel tempo, determinando in dieci anni un “tesoretto” di circa 140 miliardi. Per superare questo nodo e far luce sulla reale entità dei risparmi riferibili alla nuova previdenza, il Pd propone l'istituzione di una specifica commissione di indagine. Un organismo che stabilisca con chiarezza numeri e date, aprendo il parlamento ai contributi delle istituzioni e del corpo sociale, e restituendo in breve tempo un risultato univoco e affidabile. Non è certo un ruolo di supplenza al governo quello che un simile strumento sarebbe chiamato a svolgere. Al contrario, il lavoro della commissione si integrerebbe con quello dell'esecutivo nella ricerca di risorse che devono essere impiegate a sostegno delle fasce e delle categorie più deboli. A cominciare degli esodati. Il governo ha varato una riforma del sistema previdenziale rigorosa e coerente. Tutti lo riconoscono. Ma il carico di sacrifici che il nuovo corso porta con sé ha senso solo se produce risorse indirizzate anche su strumenti redistributivi, capaci di creare occupazione, crescita e integrazione. Questo è lo spirito che ha animato l'operazione. Questa la promessa del governo. Verificare le risorse disponibili vuol dire realizzare il primo passo in questa direzione. SEGUEDALLAPRIMA Parafrasando i risultati recenti della ricerca scientifica, il governo sembra alla continua ricerca dell'«algoritmo di Dio», che consenta di ricondurre ad una formula aritmetica, presuntamente oggettiva, le scelte di riduzione della spesa. In questo modo volendo disconoscere apparentemente qualsiasi valenza e valore alla scelta politica. E invece di politica ce n'è tanta in queste scelte annunciate, scelte che principalmente penalizzano Regioni, enti locali e la tutela della salute dei cittadini: su questi tre filoni sono concentrati oltre 12 miliardi di tagli alla spesa di qui al 2014, cioè l'impatto principale di questa manovra, mentre troppo poco si fa sulla spesa corrente delle Amministrazioni centrali (12 miliardi sono l'equivalente degli F35 dell'aeronautica militare). Sulla Sanità si è ormai superato un limite invalicabile, oltre il quale c'è solo il peggioramento della qualità delle prestazioni sanitarie, dei servizi e della prevenzione. Al di là delle vulgate qualunquiste deve essere chiaro che il sistema sanitario universalistico italiano è mediamente uno dei più efficienti ed efficaci al mondo, che garantisce una alta percentuale di successo terapeutico, una alta capillarità del servizio, con costi per assistito e costo complessivo pro capite che sono tra minori di Europa (comunque inferiori a tutti i grandi Paesi, Germania inclusa). Se abbiamo la speranza di vita alla nascita più alta al mondo dopo il Giappone, parte del merito va al sistema sanitario nazionale. Poi è vero che all'interno del sistema esistono forti disparità territoriali, negli sprechi, nell'efficienza con performance e comportamenti in alcuni casi scandalosi. Qui bisogna intervenire con determinazione, ma le motivazioni sono da ricondurre a scelte organizzative, di gestione e prima di tutto politiche. Questi casi non si risolvono certo con tagli lineari o soluzioni aritmetiche. Nonostante la resistenza posta dal ministro Balduzzi, l'ipotesi delineata di un taglio di cinque miliardi è insostenibile, se non peggiorando i livelli di cura e assistenza, alla lunga peggiorando le speranze di vita; già recenti studi dimostrano, che specie nel Mezzogiorno, da alcuni anni la vita media dei ceti più poveri comincia ad accorciarsi: è un pessimo segnale. D'altra parte l'ulteriore taglio di 7,2 miliardi ad enti locali e Regioni costituisce un intervento indiscriminato, con un effetto pro-ciclico devastante sull'economia ed in particolare sull'economia locale, sulle piccole e medie imprese. Infatti l'unico modo per offrire un po' di aiuto immediato all'economia è proprio quello di ridare un po' di fiato alla spesa pubblica regionale locale, che viene ulteriormente depressa. Lo stesso parametro apparentemente sensato dei consumi intermedi non è sensato: da un lato si propugna l'esternalizzazione dei servizi e dall'altro invece si penalizza chi li ha esternalizzati. Risultato: si riducono i servizi e i livelli di prestazione, ovviamente in particolare per i più deboli che non hanno la possibilità di accedere al mercato. In questo modo si lascia agli enti locali solo la strada dell'imposizione fiscale diretta o attraverso un ulteriore consumo indiscriminato del territorio, che negli anni poi non fa altro che produrre ulteriori costi da esternalità. Non è tutto oro quello che luccica nemmeno nella stessa scelta di chiudere indiscriminatamente le società di servizi alla Pubblica amministrazione. Anche qui molto spesso l'utilizzo di queste società costituisce un calmieramento ai prezzi di mercato, o comunque un approvvigionamento meno costoso dei servizi. Soprattutto, però, mettere sul mercato queste società, in questa fase specifica, distrae i pochi capitali disponibili da impieghi ben più utili per il rilancio dell'economia nei settori privati della produzione di beni e servizi. Se questo fosse poi il prodromo delle privatizzazioni nelle utilities, sarebbe devastante: il capitalismo italiano ama storicamente impegnarsi quando è possibile nella gestione dei servizi a tariffa e a reddito certo, in alternativa alla competizione e al rischio sui mercati internazionali. Insomma la spending review non è questa. Bisogna entrare nel merito della spesa di ogni amministrazione, della qualità e dell'efficacia della stessa, all'interno di ciascun capitolo di bilancio, verificando anche gli assetti organizzativi, questa volta a partire dalle Amministrazioni centrali: altrimenti succederà come con i tagli lineari di Tremonti che alla fine, non si sa come, determinarono un aumento della spesa corrente dello Stato (chissà dove era finita la vigilanza del Tesoro, vero ministro Grilli?). Se le ipotesi annunciate saranno confermate non rimane che una strada: una profonda modifica in Parlamento. Il commento Il decreto va cambiato in Parlamento L'università Salviamo la «soggettività» per selezionare i migliori Luca Illetterati Vicepresidente Società Italiana di Filosofia Teoretica COMUNITÀ Maramotti Paolo Bonaretti C'È UNA CERTA AGITAZIONE IN QUESTI GIORNIALL'INTERNODELMONDOUNIVERSITARIOEDELLECOMUNITÀSCIENTIFICHEDOPOLAPUBBLICAZIONE DAPARTEDELMINISTEROdella procedura per la formazione delle commissioni nazionali per il conferimento delle abilitazioni e da parte dell'Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universitario (Anvur) degli indicatori da utilizzare per selezionare gli aspiranti commissari e per valutare i candidati. Un'agitazione certamente giustificata (come ben testimoniano gli interventi di Mazzarella e Banfi apparsi su questo giornale), ma che per non risultare semplicemente corporativa e difensiva rispetto a rendite di posizione acquisite deve aprirsi e diventare una profonda e radicale riflessione intorno al modello di università che i dispositivi apparentemente solo tecnici che si sono avviati in questi anni di fatto veicolano. Se non ci si muove in questa direzione i documenti di protesta, le prese di distanza e in generale tutte le critiche per quanto argomentate rischieranno di cadere dentro il calderone delle lagnanze insignificanti di chi si sente depauperato di un potere al quale non intende in alcun modo rinunciare. Il decreto in questione sblocca, di fatto, una situazione di stallo relativa alla possibilità di scorrimenti di carriera e di nuovi ingressi all'università che rischiava di diventare (se già non è diventata) foriera di situazioni patologiche dagli effetti davvero infausti: esclusioni di intere generazioni dal mondo della ricerca, invecchiamento dei ricercatori, frustrazioni da stagnazione, ecc. Una carta – questa dello sblocco – che viene evidentemente utilizzata per far passare in fretta e furia alcuni elementi che non riguardano solo le abilitazioni, ma che riflettono, più profondamente, un modo di pensare l'università e la ricerca scientifica che forse meriterebbe una attenzione diversa sia da parte delle forze politiche sia da parte delle comunità scientifiche. Il nuovo regolamento si propone, infatti, di imprimere una svolta in relazione alle pratiche concorsuali introducendo alcuni elementi che dovrebbero premiare il merito, selezionando sia i commissari tra i docenti ritenuti “migliori”, sia i candidati, imponendo loro delle soglie relative alla produzione scientifica che dovrebbero dire chi può e chi non può concorrere per l'abilitazione. La pretesa di far passare criteri quantitativi come criteri di valutazione della qualità per distinguere i migliori dai peggiori è uno dei punti di maggiore criticità della normativa in questione. Una tale pratica è stata al centro di un ampio dibattito a livello internazionale, dove perlopiù si sostiene che indicatori di questo tipo se mai possono avere (e non è detto che abbiano) una qualche funzione nella valutazione della produttività di una struttura, non possono però essere considerati indicatori di qualità degli individui. L'identificazione di produttività e qualità nella ricerca può essere fonte di danni enormi, trasformando dall'esterno e nel profondo le stesse pratiche di ricerca, disincentivando, ad esempio, ricerche di lunga durata che non si depositano in una cospicua numerosità di prodotti, intralciando l'avvio di ricerche innovative e transdisciplinari, tendendo all'omologazione nella ricerca verso modelli mainstream. Nell'ambito dei settori “scientifici” già si è sollevata la voce dell'Unione matematica italiana, secondo la quale l'uso automatico di parametri bibliometrici e strumenti statistici per la valutazione degli individui è una pratica inaccettabile e condannata dalla comunità scientifica internazionale. Dall'altro lato, in ambito umanistico, il presidente dell'Associazione dei costituzionalisti, Valerio Onida, ha evidenziato come nel dispositivo si faccia dipendere scorrettamente la valutazione della qualità della produzione scientifica da un elemento estrinseco (“classe” di appartenenza delle riviste su cui sono comparsi gli articoli) definito peraltro ora per allora e con effetto retroattivo. Ma c'è anche un'altra riflessione da fare. Se, per valutare la qualità delle persone, si sceglie di affidarsi ad indicatori quantitativi, di fatto lo si fa per relativizzare il giudizio di chi valuta. E che c'è di male, si dirà, nell'eliminare il giudizio? Non è forse proprio dalla soggettività, e quindi dall'arbitrarietà, dei giudizi che dipendono molti dei mali dell'università italiana? Non è proprio qui - nella soggettività del giudizio - che si annidano e si originano le patologie più profonde del sistema universitario italiano? Io credo stia proprio in questo tentativo di far fuori il giudizio e la soggettività l'elemento di più radicale distorsione su cui si fonda la retorica della meritocrazia che costituisce l'ideologia, per molti aspetti populistica, che sorregge questo tipo di normative. Non è introducendo meccanismi e automatismi che si eliminano le storture e i vizi dell'università italiana. E non è all'adesione a criteri di tipo quantitativo che si può ridurre l'oggettività. Nella valutazione della ricerca e nella valutazione delle persone che fanno ricerca l'oggettività non può e non deve prescindere dall'assunzione di responsabilità della soggettività che è chiamata a valutare. Meccanismi e automatismi non fanno parte di una cultura della responsabilità. Una cultura della responsabilità è una cultura in cui chi decide e chi giudica (e chi abbia un po' di esperienza internazionale sa che accade per lo più così dappertutto), mette il proprio nome (la propria faccia, i propri valori, e dunque la propria soggettività) a sostegno del proprio giudizio. E mettendo in gioco la propria soggettività si espone e si mette in gioco di fronte alla comunità dalla quale viene poi chiamato a rendere conto delle proprie scelte. La retorica populistica della meritocrazia rischia di produrre una cultura della valutazione che invece di incentivare scelte responsabili, tende a innestare un enorme meccanismo deresponsabilizzante in cui nessuno è responsabile di nulla, nessuno risponde di alcunché, perché a decidere è, appunto, il meccanismo stesso. Sergio D'Antoni Deputato Pd . . . C'è il rischio che si riducano i servizi in particolare per i più deboli che non possono accedere al mercato Ilpunto Risparmi e riforma pensioni Qualcosa non torna sabato 7 luglio 2012 15
IL MIO AMICO LUCIANO RAPOTEZ, 93 ANNI, EX COMAN-DANTEPARTIGIANONELLAZONADIMUGGIA - oggi segretario dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, sezione di Udine - non cessa di ripetere questa frase: «I dolori della tortura non vanno in prescrizione». In breve, la vicenda che lo portò a subire la crudele esperienza della tortura: dieci anni dopo la fine della guerra di Liberazione, Rapotez fu arrestato sotto casa sua a Trieste con l'accusa di triplice omicidio. La città giuliana viveva in quegli anni una lacerazione da guerra civile perdurante ed era pervasa da un forte revanscismo fascista. L'accusa era stata costruita ad arte per incastrare degli ex partigiani. Per farlo confessare gli agenti di polizia e di custodia, ex fascisti, lo sottoposero a 306 ore di tortura, nella forma di ogni sorta di tormento che il sadismo del torturatore alambicca contro la sua vittima inerme: ripetute percosse, privazione continua del sonno, negazione dell'acqua, del cibo e della soddisfazione dei bisogni corporali per giorni e giorni. Rapotez fu rimesso in libertà dopo l'assoluzione in assise per interessamento dell'onorevole Aldo Moro che era rimasto sconvolto dal suo caso e in seguito assolto in ogni grado di giudizio. Nel frattempo però la sua famiglia si era distrutta, non trovò più lavoro e dovette emigrare in Germania dove si rifece una vita. Dal momento della sua liberazione, Luciano Rapotez ha cominciato la battaglia per ottenere giustizia per le torture brutalmente subite. Ha inoltrato petizioni a ogni nuovo presidente della Repubblica, alle autorità giudiziarie, ai Presidenti delle Camere ma senza risultato. In Italia tutt'oggi il reato di tortura non è previsto dal nostro codice penale malgrado il nostro Paese abbia ratificato la convenzione ONU contro l'odiosa pratica. Rapotez, dopo 45 anni stava per abbandonare la battaglia, quando vide ciò che accadde a Genova in occasione del G8 e decise di riprendere la lotta che lo vede impegnato ancora e senza posa. La verità sull'orrore di stampo fascista dei fatti di Genova oggi è finalmente emersa nell'ultimo grado di giudizio del lungo processo. Giustizia è stata fatta ma solo parzialmente. La criminale pratica medievale della tortura, ad opera di esponenti degli apparati dello Stato, è - a tutti gli effetti - lecita. E questo sarebbe un Paese civile, un grande Paese democratico? Questo è un Paese barbaro con gran parte della classe politica vile e opportunista che, con l'eccezione dei radicali e di pochi generosi esponenti della sinistra, tollera la più infame delle violenze e il fatto che nel corpo sano delle forze dell'ordine impegnate, spesso a rischio della vita, nella tutela dei cittadini e nella lotta alle mafie, si annidino sadici e fascisti nutriti di odio contro chi manifesta per i diritti. CaraUnità Ilcommento Bene la riorganizzazione ma niente tagli lineari Davide Zoggia Responsabile Enti Locali del Pd Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense,131/L 00154 Roma lettere@unita.it I TAGLI DELLE RISORSE DESTINATE AGLI ENTILOCALICIPREOCCUPANOMOLTO.Negli ultimi anni comuni e enti locali hanno pagato la finanza creativa di Tremonti e l'incapacità di Berlusconi di fronteggiare la crisi, sempre negata dalla destra. Dai comuni dipendono servizi diretti ai cittadini, soprattutto per quelli più deboli. Su quel punto bisogna chiedere al Governo di correggere in fretta i provvedimenti di taglio delle risorse contenuti nella spending review. Nello stesso tempo dobbiamo dire con chiarezza che il piano di riordino degli enti locali varato dal governo è in piena sintonia con il lavoro svolto in questi anni dal Partito Democratico. Basti ricordare in proposito i documenti approvati dall'Assemblea nazionale del Pd a Busto Arsizio, nell'ottobre del 2010, e la proposta di legge depositata nel giugno 2011 sulla riduzione e l'accorpamento delle Province, primi firmatari il segretario Pier Luigi Bersani e il capogruppo alla Camera, Dario Franceschini. Per questa ragione sento il dovere, anche da queste pagine, di impegnare il partito a lavorare intensamente a livello parlamentare e a livello territoriale, perché questa parte del disegno normativo possa essere tradotta nella realtà presto e soprattutto bene. Va in questa direzione la necessità, riconosciuta anche dal decreto legge del governo, di un coinvolgimento vero del sistema delle autonomie territoriali. Si tratta di un'opportunità per riorganizzare il territorio in maniera moderna, efficace: è un processo destinato a produrre risparmi e ad evitare doppioni. Con la creazione, dal 1 gennaio 2014, delle 10 città metropolitane, è stata inoltre riconosciuta l'esigenza di ammodernare lo Stato garantendo una buona amministrazione e una buona rappresentanza democratica: finalmente si attua ciò che si pensa sia giusto da vent'anni, ma che è sempre rimasto sulla carta. Le norme contenute nel decreto offrono la possibilità di creare città metropolitane che non siano mere sostituzioni delle province esistenti, ma vere sfide per la competizione europea dei grandi agglomerati urbani. In questo contesto, la collaborazione tra il sindaco della città capoluogo e i sindaci degli altri centri è e sarà fondamentale. Accanto a queste novità bisogna infine segnalare l'eliminazione di almeno 3000 tra società, Ato, enti intermedi vari, e la riduzione o l'accorpamento di uffici periferici dello Stato. Al riconoscimento della positività di questi provvedimenti credo sia necessario accompagnare il riconoscimento di un merito importante agli amministratori locali per come hanno saputo, intelligentemente, condividere questa riforma, difendendo un legittimo lavoro pro-tempore, ma allo stesso tempo accettando di mettere in discussione il proprio ruolo. Saranno loro gli attori decisivi dei prossimi mesi. Il giudizio positivo su questa parte del decreto rende ancora più forti il rammarico e la preoccupazione del Pd per i tagli lineari al sistema delle autonomie e delle Regioni. La depauperazione delle risorse disponibili mette in difficoltà proprio coloro che nei prossimi mesi dovranno essere protagonisti del rinnovamento, rischiando di far gravare questi interventi direttamente sui cittadini meno abbienti, che più hanno bisogno dei servizi sociali offerti dalle comunità locali. Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 6 luglio 2012 è stata di 89.704 copie Sono un professore dell'Università degli Studi di Milano, ex coordinatore del mio circolo cittadino del Pd, iscritto al Pds, ai Ds e da ultimo al Pd. Il governo Monti, che noi sosteniamo, vuole recuperare risorse tagliando sanità, scuola e università. La sinistra aveva sempre fatto della sanità, della scuola pubblica e dell'Università il suo fiore all'occhiello. Monti sta affossando tutto questo mondo e se il Pd lo sosterrà rischia di rimanere solo. ALBERTOVERTOVA Spending review o tagli lineari? Ricerca attenta delle spese che è possibile tagliare o tentativo di spulciare qua e là per ottenere un risultato economico da esibire in Europa? L'impressione è ancora una volta che prevalga la seconda. Con tanto di tagli all'istruzione e alla giustizia. Con grande prudenza nell'azione di controllo sui settori di spesa più impegnativi e discutibili della sanità dove più potenti sono, ancora oggi, le resistenze dei capitalismi di Stato e con mano molto ferma, invece, sulle strutture pubbliche: ospedaliere e non. Con durezza alla Brunetta contro gli statali, di cui si continua a «suggerire» che sono dei privilegiati e dei fannulloni. Continuando a sorvolare, però, sulle pensioni d'oro e sugli F35 e perfino su quel blocco delle tariffe su cui i redditi bassi avevano avuto “speranze”. Perché? Per coerenza con il liberismo che si insegna alla Bocconi? Per far capire all'Europa che questo governo piace agli industriali e non ha paura di scontrarsi con il sindacato? Difficile, davvero, capire. Anche per chi è convinto del fatto che Monti rappresenta un passo avanti nei confronti del Berlusconi da cui comunque ha contribuito a liberarci. Penso che il Pd debba battersi per ottenere cambiamenti. Dialoghi Una spending review solo molto malinconica Vocid'autore Il calvario di Luciano e la licenza di tortura Moni Ovadia Musicista e scrittore COMUNITÀ . . . I Comuni pagano l'incapacità di Berlusconi di affrontare la crisi. Ora il governo deve correggere i provvedimenti UnaCorte irraggiungibile La Corte dei Conti indaga, la Corte denuncia, la Corte condanna. Non passa ormai giorno senza che la «Corte» non sia chiamata a pronunciarsi. Oggi anch'io mi sono finalmente deciso a contattare la Procura delle Marche alfine di segnalare una decisione assai discutibile di un ente locale. Credo che a rispondere al telefono sia stata direttamente una dirigente alla quale ho chiesto l'indirizzo mail per inviare la relativa documentazione. «Attenda un attimo» è stata la prima risposta. «Attenda ancora un attimo» ha poi continuato, con voce sempre cordiale e gentile. Infine mi ha passato un altro interlocutore che si è qualificato come “direttore” della Procura. Tale Pandolfi, il quale ha riferito qualcosa in ordine al «processo telematico» e ai limiti stabiliti dalla legge. Ho provato a riformulare la domanda: «L'indirizzo, prego?» Mi ha risposto di consultare il sito della Corte. «Vuol dirmi che non l'avete» ho insistito incredulo? «Consulti il sito» ha ribadito il sedicente direttore. Non mi è rimasto che inoltrare tutto alla Corte dei Conti di Roma, unico indirizzo disponibile. Auspico che qualcuno di buona volontà rigiri il materiale al destinatario. Ma in che mani siamo? AndreaRaschia Ilbosone chenonsi trova nelPd Sembra che in natura esista un elemento in grado di far si che tanti singoli componenti vengano attivati e formino così una massa; si tratterebbe del bosone di Higgs, presente tanto nell'infinitamente grande come le galassie o come l'autoesaltazione di Berlusconi, quando nell'infinitamente piccolo; mancando il bosone allora quelle componenti rimangono inerti, ferme nella loro condizione di singolo componente, che da solo non serve a nulla. L'impressione attuale e che il frutto della ricerca possa fornire ulteriori chiarimenti sulla composizione della materia, ma si è dovuto ricorrere ad una «particella di Dio»; non così accade nel microcosmo del PD, le cui singole componenti inerti, rimangono tali per l'assenza del bosone, che, in questo caso, non sarebbe nemmeno una «particella di Dio» ma basterebbe che fosse una «particella di buona volontà». RosarioAmicoRoxas Falsi ciechieveri ciechi Premesso che è interesse dei veri ciechi smascherare e condannare i truffatori, stiamo osservando nei giornali, nelle televisioni e nei siti internet continue sensazionali notizie di presunti falsi ciechi. Abbiamo l'impressione che si mandi in pasto all'opinione pubblica notizie senza che venga prima verificata la reale condizione del soggetto e le relative leggi a tutela. Ci piacerebbe sapere se alle persone indagate dalla Guardia di Finanza venga mandato avviso di garanzia come è previsto per politici e comuni cittadini o se il soggetto a sua insaputa, senza potersi difendere e presentare relativi documenti sulla sua condizione visiva, venga subito condannato e additato al pubblico ludibrio. Come categoria, i ciechi, gli ipovedenti e i retinopatici sentono che c'è in atto una sottile guerra per danneggiare la loro immagine; non riusciamo a capire quali siano i reali scopi di questa continua denigrazione senza che vengano mai riportate le notizie sugli avvenuti accertamenti delle reali condizioni della patologia del presunto falso cieco, Attendiamo una risposta a questi interrogativi altrimenti ci vedremo costretti ad indire una class action per danni all'immagine. MaddalenaBertante ATRI ONLUS - ASSOCIAZIONE TOSCANA RETINOPATICI ED IPOVEDENTI Laprossimavolta stiamopiùattenti Cara Unità, dopo l'ennesimo ceffone inferto dal radicale Beltrandi all'opposizione e soprattutto al Pd, nelle cui liste sono stati eletti i 9 radicali, mi auguro che non si commetta l'errore di reimbarcarli alle prossime elezioni politiche. Ricordo con rabbia quando durante una seduta parlamentare tutta l'opposizione abbandonò l'aula, i radicali furono gli unici a rimanere a far corona a Berlusconi e quando ciò fu stigmatizzato dal Partito, il sapientone Pannella ci definì dei poveracci. Spero, pertanto, di poter votare prossimamente soltanto per dei poveracci e non anche per i “fini” radicali. GennaroSchisano 16 sabato 7 luglio 2012
INUNBLOGLETTERARIODIQUALCHETEMPOFAHOLETTO UNA DEFINIZIONE DI RICK MOODY, CHE MI È PIACIUTA:SCRITTOREFANTA-REALISTICO.Insomma scrittore di fantascienza e insieme interprete di realtà presenti. Nella buona fantascienza è sempre così: vale per gli androidi di Philip Dick come per i condomini di Ballard, anticipazione del futuro e allo stesso tempo metafora dei mali correnti della nostra società. Moody è ancora più vicino, più diretto: ci sono righe nel suo libro che sembrano scritte scrutando la sfera di cristallo. In un quadro generale: quando immagina, apocalittico, la crisi americana nel segno dell'impoverimento, la storia che abbiamo imparato a soffrire dal crollo delle torri gemelle a quello dei mutui subprime, da Bush a Obama. In un disegno più dettagliato, quando ad esempio scrive, oltre che di violenza religiosa, povertà, sovrappopolazione, del «collasso economico delle democrazie dell'Europa Centrale». Lo immaginava qualche anno fa. Il libro in questione, che appare in questi giorni in Italia, Le quattro dita della morte, pubblicato nel 2010 in America, lo scrisse infatti tra il 2005 e il 2007, subito dopo Diviners. I rabdomanti. Immaginazione: parola chiave per capire Moody, che non si rassegna agli strumenti del realismo, quando già tutto è stato scritto, filmato, fotografato, documentato, quando ad esempio sequenze storiche come appunto l'accasciarsi in una nuvola di polvere delle Twin Towers sono state mandate a memoria da milioni di persone. Moody pronuncia “immaginazione” per fissare la condizione del romanziere. Lo è sempre stato a questo modo, dal suo romanzo d'esordio, Garden State, dei primi anni novanta, poi con Tempesta di ghiaccio, Rosso americano, Il velo nero, Tre vite (proprio sull'America sopravvissuta all'11 settembre), vicino per temperamento e idealità a Vonnegut, Heller, Pinchon, Auster, ai più recenti Eggers o Safran Foer (con alcuni di loro e con altri come Stephen King, Joyce Carol Oates, Jeffrey Eughenides è stato tra i compilatori del Futuro dizionariod'America, paradossale campionario della lingua e dei personaggi americani, dove il presidente Bush, cespuglio o sottobosco in inglese, diventa «arbusto velenoso in via d'estinzione»). Proprio con una dedica a Kurt Vonnegut, l'autore di Mattatoio n.5, scomparso pochi anni fa, si apre Lequattroditadellamorte (che non sono altro che l'avanzo di una braccio bionico che continua ad agitarsi seminando il panico). PerchéVonnegut?Perchélafantascienza?RispondeMoody, cinquantenne dal visoben piùgiovane, cappelluccio nero in testa tipo bombetta ad ala stretta. «Vonnegut perché è un maestro. La fantascienza ho cominciato a conoscerla da ragazzo, ho letto moltissimo, quando ancora non era considerata letteratura, era tollerata come un sottogenere commerciale. Ora vedo che le lodi si sprecano. La fantascienza ha cercato di dire sulla nostra vita qualche cosa di più di quanto potessero raccontare la cronaca o il realismo di certe narrazioni. Aiutandoci a capire il presente, offrendoci punti di vista difformi e anticipando, con successo, qualcosa, spesso il peggio, del futuro». Comeènato«Lequattro dita»…? «Nel ricordo di un film, un horror con questa mano che vaga… La mano strisciante». Il regista si chiama Herbert L. Strock. Del film non ho trovato traccia in Italia (ma in dvd potete vedere il fondamentale Attacco alla base spaziale U.S.). Una mano che si muoverebbe grazie a particolari sensori è in vendita per ventiquattro euro, anche in Italia. Comunque quella della mano è una storia di fantascienza dentro una storia di fantascienza prossima: nell'America affamata e disoccupata, uno scrittore, Montese Crandall vince giocando a scacchi la possibilità di scrivere in forma di romanzo il remake del film… Montese Crandall vuole dimostrare il suo mestiere. Ma la sua aspirazione è un'altra: «scolpire» romanzi assoluti di una riga. Il suo motto è: tagliare tagliare tagliare. Lei è riuscito a scrivere un romanzo di novecento pagine.Potrebberiassumerlo inunariga? «Me lo hanno già chiesto. Sai che mi piaci tanto: le cinque parole che pronuncia lo scimpanzé parlante». Giusto, anche perché la cornice del remake è una lovestory.MonteseamaTara,gravementeammalataaipolmoni.AllafineTaramuore.Unastoriatriste edolcissimainsieme,dovel'amoreincrociaqualcosadisimileallatubercolosieuntrapiantodipolmoni. «Esatto. È una love story». Ci dica qualcosa rispetto a brevità-lunghezza. E poi:scrivesullabasediunastrutturabenpensatao partedaun'ideaecontinuaper accrescimenti? «Parto da una idea. Poi via via s'aggiungono sentimenti, luoghi, personaggi. La brevità è di Montese. Io la rifiuto. Tagliare è una tendenza molto diffusa nella fiction. Tagliare è un obbligo imposto dalle nuove comunicazioni on line. La massima accelerazione è una conseguenza di quel flagello che è il mondo di internet…» Unabestemmia! «No. Non si può ridurre tutto a poche righe, non si può consegnare tutto delle short stories, come se universalmente si soffrisse di un disturbo dell'attenzione e se nella lettura non si potesse andare oltre le due righe di un blog. Così si perde la ricchezza, la complessità, la diversità della vita e della letteratura. Così si perde, con il piacere della lingua, anche l'uso della lingua». Qualcunohadefinitobaroccalasualingua.Micolpisce lo scarto tra alto e basso: quando racconta dell'espiantodeipolmonidelgiovaneGeorge,morto in motocicletta, accanto ai precisi riferimenti scientificisileggediqueltessutospugnosochefinisce in una cassetta-frigo che potrebbe contenere seiootto lattine dibirra…Ilmutismo,pernoi,della scienzae lavoce della quotidianità… «Alto e basso: userò d'ora in poi questo concetto. A proposito di barocco, mi sembra la bella definizione di uno stile molto articolato e attento al dettaglio. I termini scientifici (attenzione: non ho mai studiato medicina, ho studiato filosofia e ho visto tanti film) ci conducono all'astrazione in una sorta di illusione del bene e dell'indispensabile, le lattine di birra ci riportano alla concretezza della nostra esistenza e allo stesso modo danno vita, evidenza comune, a oggetti, strumenti, situazioni, che non conosciamo». Lequattrodita? «Sono ciò che rimane di una missione spaziale usa, partita alla conquista di parte. Tornano sulla terra, nella navicella che si schianta nel deserto dell'Arizona. Ovviamente nascondono un segreto». Nondiciamoquale.Machestoriaèquesta?Imperialista? «È una storia ancora dei tempi di Bush. È la storia della nostra ansia, quando tante sicurezze americane sono andate in polvere». LETTERATURA : Parolee immagininegli ineditidelpoetaElioPagliarani P.18 IDEECONTROLACRISI : Unluogocomunepercondividerespazieprogetti P.19 FESTIVAL : ACastiglioncello fa tendenza il teatro-verità P.20 U: INTERVISTAARICKMOODYImmaginazionealpotereFanta-realismo nei romanzidelloscrittoreamericano L'autorede«Lequattroditadellamorte»appenauscito anchein Italiasi racconta.Storiedi fantascienzamacon unastraordinariacapacitàdiguardareoltreeprevedere ORESTEPIVETTA opivetta@yahoo.it «BiomechanicWorld»: un'operadiGiger sabato 7 luglio 2012 17
Il «momento delle scuse», lo chiama il capo della polizia Antonio Manganelli. Ci sono voluti undici anni e venticinque condanne passate in giudicato perché arrivasse. Anni di pena e di offesa per le vittime del massacro compiuto la notte del 21 luglio durante il G8 di Genova tra i sacchi a pelo della scuola Diaz. Anni in cui, mentre loro, in aula, raccontavano scene da «macelleria messicana», le forze dell'ordine facevano quadrato attorno ai colleghi in divisa che si erano resi protagonisti del massacro. Anni in cui alcuni di quelli che sarebbero stati individuati come responsabili di quanto accadde alla Diaz venivano promossi in ruoli di comando. Ora basta però. Davanti alla sentenza definitiva della Cassazione, lo stesso capo della polizia si inchina. «Di fronte al giudicato penale, è chiaramente il momento delle scuse», scandisce per tutti Antonio Manganelli. Che pure ancora difende la decisione rimasta ferma in questi undici anni, di non sospendere dal servizio e anzi anche di promuovere in molti casi i poliziotti prima indagati e poi condannati, ma non ancora in via definitiva. Alla luce del «principio costituzionale della presunzione d'innocenza, l'istituzione che ho l'onore di dirigere - insiste Manganelli - ha sempre ritenuto fondamentale che venisse salvaguardato a tutti i poliziotti un normale percorso professionale, anche alla luce di non pochi risultati operativi da loro raggiunti». Di fronte alla verità giudiziaria fissata una volta per tutte dalla sentenza della Cassazione però cade tutto, anche l'ultimo appiglio della presunzione d'innocenza. E non resta che pronunciare quelle scuse taciute in questi undici anni. Scuse «dovute», scandisce ora Manganelli. Rivolte a quanti «hanno subito danni», spiega con una perifrasi. Ma anche «a quelli che, avendo fiducia nell'istituzione-Polizia, l'hanno vista in difficoltà per qualche comportamento errato ed esigono sempre maggiore professionalità ed efficienza», aggiunge, rivendicando a fronte della verità giudiziaria stabilita dai giudici della Cassazione l'orgoglio di «essere capo di donne e uomini che quotidianamente garantiscono la sicurezza e la democrazia di questo Paese». Parole che «gli fanno onore», commentano i Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante. Le scuse pronunciate dal capo della polizia - suggeriscono i due Ecodem - sono «la via più saggia e diretta per restitiure piena dignità alle forze dell'ordine, il cui impegno a difesa dei cittadini e della legge non può tollerare macchie come quella finalmente evidente nel caso delle violenze di Genova». Ma quelle scuse - osservano - fanno anche risaltare ancora di più il silenzio del predecessore di Manganelli, Gianni De Gennaro, oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio e già capo della polizia nei giorni del G8 di Genova. Anche lui inquisito, nell'ambito dell'inchiesta sulla Diaz per istigazione a falsa testimonianza, ma poi assolto in Cassazione dopo una condanna. «Sarebbe auspicabile che parole ugualmente sagge e responsabili venissero ora anche da De Gennaro», attaccano i due parlamentari del Pd. «Il suo silenzio sulla sentenza della Cassazione - insistono - comincia a farsi assordante». Come pure quello «dei dirigenti e dei funzionari infedeli condannati in Cassazione». È stato «folle lasciarli ai vertici della Polizia», attacca il segretario dei radicali Marco Staderini. Mentre il leader di SeL Nichi Vendola davanti alle condanne e all'indulto che eviterà comunque il carcere ai condannati torna a invocare il reato di tortura, non previsto dalla legge italiana. «Basterebbero dieci giorni al parlamento per introdurlo», insiste Vendola. C'è un altro convitato di pietra, però, che la sentenza non tocca: «sono le responsabilità della politica», denuncia l'ex portavoce del Genoa Social Forum Vittorio Agnoletto, che torna a puntare il dito contro «le responsabilità gravissime del centrodestra e di Fini (allora vicepresidente del consiglio ndr), che mentre avvenivano quei fatti era nella caserma centrale dei carabinieri e non si capisce perché», ma anche contro «una parte del centrosinistra che fino all'ultimo istante ha cercato di salvare i massimi dirigenti della polizia». Quello che si aprirà invece nei prossimi mesi è il capitolo dei risarcimenti. Sono oltre 80 le persone che hanno diritto a un risarcimento danni da parte del Viminale e dei poliziotti ritenuti responsabili delle violenze avvenute alla scuola Diaz. Con la sentenza di ieri, infatti, la Cassazione ha confermato la condanna del Viminale in qualità di responsabile civile, e aperto la strada ai processi civili nei quali andrà stabilita l'entità delle somme risarcitorie. LANOTTEDELLAREPUBBLICA Il capo della Polizia dopo le condanne «Scuse dovute alle vittime e a chi crede nell'istituzione» Sono ottanta le persone che hanno diritto ad un risarcimento da parte del Viminale MARIAGRAZIAGERINA mgerina@unita.it Diaz, Manganelli: «Arrivato il tempo di chiedere scusa» Oltre 5mila firme in poche ore. L'appello di «Articolo 21» alla Rai perché trovi modi e tempi per trasmettere il film Diaz e consentire a tutti i cittadini di conoscere i fatti, ha avuto risposta immediata. E Antonio Di Bella, direttore di Raitre, ha reso noto proprio ieri di aver chiesto alla Rai l'acquisto dei diritti per poter trasmettere il film di Daniele Vicari. È stato proprio Di Bella, ad aderire fra i primi all'appello in tal senso dell'Associazione Articolo 21 e che segue ad analoga iniziativa sul sito del Tg3. «Abbiamo trasmesso questa mattina (ieri, ndr) vari estratti di Diaz - ha affermato Di Bella - e già da alcune settimane abbiamo chiesto a RaiCinema di poter acquisire i diritti del film. Già altre volte abbiamo stravolto il palinsesto per affrontare temi di stringente attualità, come abbiamo fatto di recente mandando in onda proprio il documentario Black bloc di Carlo Augusto Bachschmidt che ricostruisce i fatti del G8 di Genova». La richiesta di Articolo 21 è stata presentata a poche ore dalla Cassazione. «Con una sentenza non possono essere risarciti coloro che hanno subito danni fisici e psicologici così pesanti - hanno detto Stefano Corradino e Giuseppe Giulietti - . Ma contribuisce a quella richiesta di verità e giustizia che tanti hanno urlato a gran voce in questi undici anni: associazioni, movimenti, giornalisti e registi come Daniele Vicari che con il suo Diaz ha realizzato un'importante opera di impegno civile con una puntuale ricostruzione basata sugli atti processuali e sulle testimonianze di persone che hanno avuto la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Trasmettere un'opera di impegno civile come Diaz può servire come antidoto contro la perdita della memoria». Articolo 21: la Rai trasmetta «Diaz» Antonio Di Bella chiede i diritti della pellicola 8 sabato 7 luglio 2012
TV 08.00 Tg 1. Informazione 08.20 La piccola moschea nella prateria. Sit Com 09.00 TG 1. Informazione 09.10 La casa del guardaboschi. Serie TV 10.05 Un ciclone in convento. Serie TV 10.55 Overland - Venticinque anni sulle vie della seta. Documentario 12.00 La prova del cuoco. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.00 Linea Blu. Rubrica 15.30 Quark Atlante - Immagini dal pianeta. Documentario 16.00 Musica e Luce. Evento musicale dedicato a Papa Benedetto XVI. 17.00 Tg 1. Informazione 17.15 A Sua immagine. Religione 17.45 Homicide Hills - Un Commissario in campagna. Serie TV 18.50 Reazione a catena. Show. 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Rai Tg Sport. Informazione 20.35 Techetechetè. Rubrica 21.20 Il pranzo della domenica. Film Drammatico. (2003) Regia di Carlo Vanzina. Con Massimo Ghini, Barbara De Rossi, Elena Sofia Ricci. 23.20 Last Cop Serie TV 00.55 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.05 Che tempo fa. Informazione 01.10 Cinematografo Speciale. Attualita' 02.10 Sabato Club. Rubrica 07.00 Cartoon Flakes weekend. Cartoni animati 09.25 The Latest Buzz. Serie TV 09.50 The Elephant Princess. Serie TV 10.15 Sulla Via di Damasco. Rubrica 10.50 Rai Parlamento - Territori. Rubrica 11.30 La nave dei sogni - Thailandia. Film Commedia. (2000) Regia di Michael Steinke. Con Heide Keller. 13.00 Tg2 - Giorno. Informazione 13.30 Automobilismo: Gran Premio di Gran Bretagna di Formula 1. Sport 15.30 Squadra Speciale Lipsia. Serie TV 16.20 Squadra Speciale Stoccarda. Serie TV 17.05 Chaos. Serie TV 17.40 Due uomini e mezzo. Serie TV 18.05 In Buona Salute. Rubrica 18.35 Sea Patrol. Serie TV 19.30 Il Clown. Serie TV 20.25 Estrazioni del Lotto. 20.30 TG 2 - 20.30. 21.05 Piano perfetto. Film Thriller. (2010) Regia di Tristan Dubois. Con Emily Rose, Lucas Bryant, Jonathan Watton, Cristina Rosato. 22.40 Brothers & Sisters. Serie TV 23.30 TG 2. Informazione 23.45 TG 2 - Dossier. Informazione 00.30 TG 2 Storie - I racconti della settimana. Rubrica 01.10 TG 2 Mizar. Rubrica 08.00 Nessuno mi può giudicare. Film Dramma romantico. (1966) Regia di Ettore M. Fizzarotti. Con Laura Efrikian, Fabrizio Moroni. 10.00 Rai Educational Magazzini Einstein. 11.00 Rai Educational Istituzioni. Informazione 11.10 Agente Pepper. Serie TV 12.00 Tg3. Informazione 12.10 Rai Sport Notizie. Informazione 12.25 TGR L'Italia de Il Settimanale. Informazione 12.45 Geo Magazine. Rubrica 13.10 14° Distretto. Serie TV 14.00 Tg Regione. /Tg3. 14.50 Rai Sport Ciclismo: Tour de France; 7a tappa: Tomblaine - La planche des Belles Filles. Sport 18.10 Le sorelle McLeod. Serie TV 19.00 Tg3. / Tg Regione. 20.00 Blob the Bestial. Rubrica 20.15 Un caso per due. Serie TV 21.00 Agente 007 Vivi e lascia morire. Film Spionaggio. (1973) Regia di Guy Hamilton. Con Roger Moore, Yaphet Kotto, Jane Seymour. 22.50 Tg3. / Tg Regione. Informazione 23.40 Storie maledette. Rubrica 00.20 Tg3. Informazione 00.30 Tg3 - Agenda del mondo. Attualita' 00.45 Tg3 - Sabato Notte. Rubrica 07.10 Media Shopping. Shopping Tv 07.40 Gsg9 - Squadra d'assalto. Serie TV 09.50 Monk. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 11.55 Meteo. Informazione 12.00 Cuore contro cuore. Serie TV 12.55 Distretto di Polizia I. Serie TV 13.50 Forum: sessione pomeridiana del sabato. Rubrica 15.10 Suor Therese. Serie TV 17.00 Lie to me. Serie TV 17.55 Pianeta mare. Reportage 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Colombo. Serie TV 21.10 The mentalist. Serie TV Con Simon Baker, Robin Tunney, Amanda Righetti. 22.10 The mentalist. Serie TV 23.00 The mentalist. Serie TV 23.57 Terrore nel buio. Film Thriller. (2007) Regia di Robert Malenfant. Con Mae Whitman, Jason Gray-Stanford, Matthew Smalley. 00.43 Tgcom. Informazione 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.51 Circle of life. Serie TV 10.35 Appuntamento con un angelo. Film Fantasia. (1987) Regia di Tom McLoughlin. Con Michael E. Knight, Phoebe Cates, Emmanuelle Béart. 11.29 Tgcom. Informazione 11.30 Navigare informati. Informazione 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Something new. Film Drammatico. (2006) Regia di Sanaa Hamri. Con Sanaa Lathan, Simon Baker, Golden Brooks. 15.04 Tgcom. Informazione 15.05 Navigare informati. Informazione 15.45 Doc west - La sfida. Serie TV 17.45 Anni '50. Serie TV 20.00 Tg5. Informazione 20.31 Veline. Show 21.10 Scherzi a Parte. Show. Conduce Claudio Amendola, Valeria Marini, Cristina Chiabotto. 23.30 Avvocati a New York. Serie TV 00.30 Tg5 - Notte. Informazione 01.00 Veline. Show. 01.35 Tg Bau&Miao. Rubrica 02.15 Rocco. Film Commedia. (2003) Regia di Nicolò Bongiorno. Con Nicolò Centioni, Federica Citarella, Antonello Fassari. 07.00 Mowgli - Il ragazzo della giungla. Serie TV 07.40 Cartoni Animati. 11.00 Garfield - A zampa libera. Film Animazione. (2007) Regia di Kyung Ho Lee. 12.25 Studio aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.30 Grand Prix. Informazione 13.55 Campionato Mondiale Motociclismo - Prove G.P. Germania MotoGP. Sport 15.10 Campionato Mondiale Motociclismo - Prove G.P. Germania Moto2. Sport 16.00 Finn - Un amico al guinzaglio. Film Commedia. (2008) Regia di Mark Jean. Con Ana Gasteyer, Ryan Belleville. 18.05 Friends. Serie TV 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Zathura - un'avventura spaziale. Film Fantascienza. (2006) Regia di Jon Favreau. Con Tim Robbins. 19.57 Tgcom. Informazione 21.10 Alla ricerca dell'isola di Nim. Film Avventura. (2008) Regia di Jennifer Flackett. Con Jodie Foster, Abigail Breslin, Gerard Butler. 22.07 Tgcom. Informazione 22.10 Meteo - Studio Aperto. Informazione 23.05 Land of the lost. Film Avventura. (2009) Regia di Brad Silberling. Con Will Ferrell, Anna Friel, Danny R. McBride. 00.02 Tgcom. Informazione 07.00 Omnibus Estate 2012. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 10.00 That's Italia. Talk Show. Conduce Filippa Lagerback, Pino Strabioli. 11.00 Due notti con Cleopatra. Film Commedia. (1953) Regia di Mario Mattoli. Con Alberto Sordi, Sophia Loren, Ettore Manni, Paul Müller, Rolf Tasna, Alberto Talegalli. 12.30 L'erba del vicino (R). Tutorial 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Missione Natura Album. Documentario 16.10 J.A.G. - Avvocati in divisa. Serie TV 18.00 Movie Flash. Rubrica 18.05 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Cash Taxi. Game Show 21.10 Impero. Documentario. Conduce V. M. Manfredi. 23.35 N.Y.P.D. Blue. Serie TV Con Dennis Franz, Gordon Clapp, David Caruso, Amy Brenneman, Sherry Stringfield, Gail O'Grady, Sharon Lawrence. 00.35 Tg La7. Informazione 00.40 Tg La7 Sport. Informazione 00.45 m.o.d.a.. Rubrica 01.25 Movie Flash. Rubrica 21.00 Sky Cine News - Cose dell'altro mondo. Rubrica 21.10 Captain America: Il primo vendicatore. Film Azione. (2011) Regia di J. Johnston. Con C. Evans T. L. Jones. 23.20 Un perfetto gentiluomo. Film Commedia. (2011) Regia di S. Berman, R. Pulcini. Con K. Kline K. Holmes. SKY CINEMA 1HD 21.00 Fuchsia, una strega in miniatura. Film Fantasia. (2010) Regia di J. Nijenhuis. Con M. Hensema A. Malherbe. 22.35 Smitty - Un amico a quattro zampe. Film Drammatico. (2010) Regia di D. Evans. Con B. Tyler Russell P. Fonda. 00.20 Le cronache di Narnia: Il leone, la strega e l'armadio. Film Fantasia. (2005) Regia di A. Adamson. Con T. Swinton. 21.00 Manuale d'amore 3. Film Commedia. (2011) Regia di G. Veronesi. Con C. Verdone M. Bellucci. 23.10 Striptease. Film Drammatico. (1996) Regia di A. Bergman. Con D. Moore B. Reynolds. 01.15 Via dall'incubo. Film Drammatico. (2002) Regia di M. Apted. Con J. Lopez B. Campbell. 18.45 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.10 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 19.35 Young Justice. Serie TV 20.00 Ninjago. Serie TV 20.25 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.50 Adventure Time. Cartoni Animati 21.15 The Regular Show. Cartoni Animati 18.00 L'ultimo sopravvissuto. Documentario 19.00 American Guns. Documentario 20.00 Sons of Guns. Documentario 21.00 Londra 2012: l'altra faccia della medaglia. Documentario 21.30 Come è fatto: Sport Edition. Documentario 22.00 James Cracknell: spedizione impossibile. Documentario 18.55 Deejay TG. Informazione 19.00 Deejay Music Club. Musica 20.00 Jack on tour 2. Reportage 21.00 Born to mix - 100% Barman. Talent Show 22.00 Iconoclasts. Reportage 23.30 DVJ. Musica 01.30 Deejay Night. Musica DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.10 Ragazzi in gabbia. Docu Reality 20.20 Pauly D.: da Jersey Shore a Las Vegas. Serie TV 20.45 Pauly D.: da Jersey Shore a Las Vegas. Serie TV 21.10 Punk'd. Show. 22.00 Pranked. Serie TV MTV RAI 1 21.20: Il pranzo della domenica Film con M. Ghini La borghese Franca resta vedova e riversa le proprie attenzioni sulle tre figlie . 21. 05: Piano perfetto Film Thriller con E. Rose. Lauren, agente immobiliare in tempi di crisi, trova l'opportunità della vita... 21.00: Agente 007 - Vivi e lascia morire Film con R. Moore. Bond ferma un uomo di colore che vuole assoggettare i bianchi con una droga. 21.10: The Mentalist Serie Tv con S. Baker. Il CBI sta indagando su un omicidio commesso da un emulatore di Red John. 21.10: Scherzi a Parte Show con C. Amendola. Rivediamo gli scherzi più riusciti ai tempi della conduzione di Claudio Amendola. 21.10: Alla ricerca dell'isola di Nim Film con J. Foster. Nim vive con il padre. Molto spesso rimane sola, ma in aiuto interviene Alex Rover. 21.10: Impero Documentario con V. M. Manfredi. La storia e l'archeologia illustrate attraverso reportage. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY ÈUNMOMENTODIGRANDEESPOSI-ZIONETELEVISIVAPERILLEGHISTA MATTEO SALVINI. Non c'è dibattito cui non partecipi, forse anche perché, al momento, sono pochi i leghisti che abbiano il coraggio di mostrare la faccia. Lui no, lui porta con tranquilla arroganza la sua espressione malmostosa. Sarebbe a dire qualcosa tra la faccia da schiaffi e la faccia da leghista, appunto, la sua, che a noi fa venire in mente lo spot del cinghialetto abbarbicato allo stomaco di un poveraccio. Ora si parla di Salvini come successore designato di Maroni e già questo dice come la Lega non sia proprio messa bene. Fatto sta che, in queste ore difficili, in cui, tra tagli e ritagli, passano decisioni complesse ed esposte al vaglio internazionale, Salvini ha una ricetta semplice semplice: i tagli si facciano, ma al Sud. Il Nord non si tocca perché il Nord è pulito e al Nord di sprechi non ce ne sono. E mai che uno dei convenuti ai talk show mattutini o serali gli ricordi che il suo Nord è stato (e purtroppo è) la patria di Tangentopoli, sempre più largamente infiltrato dalle mafie e dalla corruzione politica, come dimostra ogni giorno la indifendibile gestione della Regione Lombardia. E la corruzione è proprio lo spreco che non ci possiamo più permettere, oltreché lo schifo che non possiamo più sopportare. Uno schifo che, di recente, ha avuto nello scandalo bossiano uno dei suoi apici più casarecci. Ma, forse perché le cazzate dei leghisti sono talmente tante che ormai nessuno si cura più di contestarle, Salvini va avanti a ripetere il suo verso di dibattito in dibattito. Del resto, è la linea del recente congresso organizzato per l'acclamazione di Maroni segretario: dopo la caduta a livello nazionale, chiudersi nelle regioni cosiddette padane, continuare a mercanteggiare con Berlusconi e vedere che cosa si riesce a «portare a casa». Unarichiesta per l'estate: qualcuno ci salvi daSalvini FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO U: sabato 7 luglio 2012 21
LA SI CREDEVA ABROGATA, E INVECE LA “LEGGE DEL GIARDINIERE”ÈTORNATAACOMANDARE.A poche settimane dai trentuno anni un regale Roger Federer ha piazzato l'asso, sgambettato il numero uno e campione uscente dei Championships, prenotato un inimmaginabile ritorno in vetta alla classifica dopo qualcosa come 25 mesi e compiuto un passo, forse decisivo, verso il suo settimo Wimbledon. Nel pomeriggio dei miracoli tutto è girato in favore dell'ex marmocchio di Bottmingen, il ragazzo tuta e capelli striati di mèches che Mirka Vavrinec ha plasmato all'inverosimile fino a renderlo un modello di stile capace di incantare le folle e, meno liricamente, di fatturare quanto un'azienda di medie dimensioni. Anche il tempo, il clima si intende, ha giocato in favore di Roger: la complicità della pioggia londinese ha convinto i tentennanti responsabili dell'All England Club a far disputare la prima semifinale con il tetto chiuso sul Centre court. Un regalo per lo svizzero, cui le condizioni di pseudo-indoor rendono senz'altro i colpi più efficaci e ficcanti, il servizio in particolare, e un lieve danno per il tennis da pugilato di Nole Djokovic: non c'è impianto di aerazione e deumidificazione che tenga, pur studiato dagli architetti trendy del celebre marchio Populous, perché al coperto l'erba è comunque meno secca, la palla rimbalza meno e controllarla diventa più complicato. È un po' più erba, insomma, rispetto all'organismo geneticamente modificato che oggigiorno consente di palleggiare come sulla terra rossa. Il resto della magia, però, è uscito dal cappello di un Federer in versione deluxe. Intoccabile in battuta, mister Sedici Slam - ma l'ultimo in Australia al principio del 2010 - è riuscito a rendere la partita veloce: condizione necessaria, vitale perché Nole non entrasse nella “zona Djokovic”, quella dei match con scambi prolungati a ritmo infernale. Uno sport nel quale Novak ha sopravanzato anche Superman Nadal. Invece il tutto è durato appena due ore e venti minuti e Federer, mai sconfitto in semifinale a Wimbledon, era comunque chiamato all'impresa: età e precedenti recenti avevano convinto le agenzie di scommesse, solitamente oculate, ad assegnare un legittimo ruolo di favorito a Djoker, stranamente poco in vena di istrionismi. Anzi: all'indirizzo del suo folto clan di famiglia, Nole non avrebbe che rivolto improperi in lingua madre e sguardi assenti, per la evidente incapacità di imporre le sue regole a una partita rimasta in equilibrio per due set, tecnicamente persa nel terzo parziale, clamorosamente abbandonata a suon di pallate cieche nel quarto (6-3 3-6 6-4 6-3 il finale) . Otto finali a Wimbledon non si erano mai viste: la facile replica è che un Roger Federer, il tennis non lo aveva mai avuto. ILSOGNODIANDY, 74ANNI DOPO Nella domenica che fermerà la Gran Bretagna intera gli inglesi deglutiranno con un sorso di tè le origini scozzesi di Andy Murray per sospingere un suddito della Regina al successo: hanno tenuto in serbo cori e preghiere per 74 anni, dal pomeriggio d'anteguerra in cui Henry “Bunny” Austin non era riuscito a fermare il rovescio d'oro dello yankee Don Budge, primo uomo al mondo a completare il Grand Slam, nella finale del 1938. Austin non c'è più, benché sia sopravvissuto abbastanza a lungo per presenziare, ormai morente, alla cerimonia del Millenio di Wimbledon 2000. Ci sarà, invece, Andy: per lui la quarta semifinale a Wimbledon, la più potabile, ha spalancato la porta alla sfida con Federer. L'ultimo sole di Londra ha baciato un Murray in lacrime di consapevolezza per le aspettative di un Paese che al tennis ha dato i natali, al termine di un match a tratti divertente contro Jo Wilfried Tsonga. Il Cassius Clay della racchetta le ha provate tutte, comprese le soluzioni di rovescio a una mano e il solito campionario di tuffi e attacchi all'arma bianca. Non ha funzionato, benché Jo non si sia spinto lontano da un incerto quinto set (punteggio: 6-3 6-4 3-6 7-5). Federer e Murray, quindi. Un duello mai visto su campi altri che non fossero in cemento, con parziali in sostanziale equilibrio. Eppure, scavalcato il passo più irto di insidie, sarà Roger a poter menare le danze, salvo ritorni di fiamma di un mal di schiena di cui lo svizzero ha già fatto esperienza in questi Campionati. La gente avrà ciò che sognava: il Migliore da una parte, un campione della Union Jack nato, ahilui, in un'èra di fenomeni dall'altra. Sarà un pomeriggio di gloria, di quelli che valgono una vita. COSIMOCITO sport@unita.it LoslovaccoaMetzbatteGreipeleGross.Petacchial7˚posto, 8˚Paolini.Oggi lasettimatappaconilprimoarrivo insalita SPORT TRIPLETE SAGAN, VITTORIA NUMERO 16 IN STAGIONE, DANUMEROUNOASSOLUTO,DACAMPIONESCONFINATO.Anche in volata - si sapeva - il 22enne slovacco è un'iradidio, a Metz batte di cattiveria Greipel e Goss, impedisce la tripletta consecutiva al tedesco e imita Hulk sul traguardo, eh già, vestito com'è del verde della classifica a punti. Disastro ai meno 18, mezzo gruppo va a terra, restano indietro Schleck, Hesjedal, Valverde, Gesink, Scarponi, Rolland e Voeckler tra gli altri. E oggi c'è il primo arrivo in salita. Peter Sagan sta diventando il protagonista assoluto del Tour, l'uomo da marcare, da attaccare, da contrastare. Finora, dove ha potuto e dove c'è stato, ha vinto sempre lui, su uno strappo a Seraing, di astuzia e di classe a Boulogne-sur-Mer, di potenza assoluta a Metz, in volata poi, una delle sue innumerevoli specialità. Nessuno ha vinto quanto lui e come lui in questa stagione, e nessuno è più personaggio di lui in questo momento, nemmeno Wiggins, nemmeno Evans che probabilmente si giocheranno il Tour. Sorpresa alla partenza, la bici di Sagan ha un campanello, l'ha applicato lui, caduto il giorno prima, è per farsi spazio, per chiedere strada, ed è anche uno scherzo, naturalmente. Lo toglie in partenza, poi assiste alla sgroppata di Zabriskie, Kroon, Zingle e dell'italiano Davide Malacarne, lunga quasi tutta la tappa. L'americano è l'ultimo ad arrendersi, ai 1300 metri Sagan, tirato da Nibali, imposta la sua volata, qualche secondo più tardi ha le braccia alzate e imita Hulk, il mostro verde del Tour è lui. Petacchi chiude settimo, Paolini ottavo, ma non è stata una tappa normale. Ai meno 18 maxi caduta di gruppo, restano a terra tanti pesci grossi, quello messo peggio è Hesjedal, il canadese sorpresissima del Giro, 13 minuti lasciati sull'asfalto e addio podio. Vanno in albergo a pezzi e con un pesante passivo anche Schleck e Valverde, 2'09" buttati via malamente, stesso ritardo per Scarponi, Brajkovic, Rolland, Mollema, Voeckler paga 6 minuti, Cavendish non fa la volata, gli umori sono neri. Bravi Nibali e Basso, giunti nel gruppo buono con Evans e Wiggins, il siciliano è settimo ed ha superato la prima nervosa settimana senza cadute importanti. E ora è là. Oggi il primo arrivo in salita, l'inedita Planche des Belles Filles, sui Vosgi. Tappa complessivamente non durissima, due aperitivi di terza categoria, poi la breve e micidiale ascesa finale, 6 km all'8,5 per cento di media, con alcuni tratti di fatica assoluta e ultimi mille metri oltre il 14. Ultimo giorno di Cancellara in giallo, poi si vedrà, uomini di classifica chiamati alla battaglia, Nibali chiamato a dare risposte, giornata importante, fondamentale. Nesta sceglie Montreal, «rifugio» degli italiani Federer, obiettivo trono Se domani batte Murray, lo svizzero torna n.1 FEDERICOFERRERO LONDRA Wimbledon,Djokovicko controRogermentreTsonga si inchinaalloscozzese.Oggi SerenaWilliamsprovaafare suoil5˚ titoloa10annidal 1˚ Sagan,noncen'èpernessuno: terza vittoria al Tour de France C'ÈUN'ISOLASEMPREPIÙITALIANATRABOSCHI E LILLÀ. CANADA NUOVA FRONTIERA DEL CALCIO A GETTONE, DI CAMPIONI AL TRAMONTO E OVER 35 IN CERCA DI ESPERIENZE “DIVERSE”. Un'isola di nome Montreal Impact, una delle tre squadre canadesi iscritte alla Major League Soccer americana che ieri ha ufficializzato un nuovo colpo: Alessandro Nesta. Svincolato dal Milan, a 36 anni il difensore ha scelto di unirsi al suo vecchio compagno ai tempi della Lazio, Marco Di Vaio, passato agli Impact da meno di un mese. «Nonostante alcune offerte per continuare la carriera in Europa - ha detto Nesta - stavo cercando una nuova sfida e così eccomi qui. Dopo aver fatto visita all'amico Di Vaio e averlo visto giocare la prima partita con il Montreal (attualmente terz'ultimo in Eastern Conference, ndr), ho incontrato delle persone fantastiche in questo club. Mi è piaciuto molto ciò che ho visto e mi sono convinto che Montreal era il posto ideale». Nesta sarebbe potuto rimanere anche in Italia, se è vero che la Lazio lo aveva cercato. Oltre a Di Vaio, nella città del Quebec, ci sarà anche un altro ex laziale, Bernardo Corradi, e l'ex romanista Matteo Ferrari. Sono loro i quattro paladini a servizio di mister Jesse Marsch per far decollare la squadra alla sua prima stagione nel massimo campionato Usa. Ferrari è anche la causa per cui Nesta dovrà rinunciare al suo inseparabile numero 13, maglia già sulle spalle dell'ex giallorosso, così Nesta si è accontentato del 14. «Il Canada è una scelta di vita più che di soldi, Nesta si sente già parte del team. Per un giocatore che ha vinto la Coppa del Mondo e ha giocato ai massimi livelli per 20 anni, ed estremamente umile, era facile arrivare ad un accordo», ha detto Joey Saputo, businessman di origine italiana proprietario di un omonimo colosso che produce «salsa per spaghetti». Lui l'artefice del miracolo italiano degli Impact, il magnate che tre anni fa ha deciso di regalare una squadra di calcio alla città canadese e che da quest'anno è riuscito a portarla in Major League. «È eccitante non solo per la squadra, ma anche per il club, avere un giocatore del suo pedigree, un campione del mondo nel 2006 e uno dei difensori migliori al mondo», ha aggiunto il direttore sportivo Nick De Santis. I tifosi sono già in estasi: «Grande acquisto, Joey - scrive un supporter sul twitter del club - facciamo di Montreal un'alternativa alla Cina e al Sudamerica». Ed è vero che il suo stipendio non rientra nel salary cap (non è stato inserito come giocatore di franchigia), ma se avesse voluto c'erano i cinesi del Guangzhou pronti a fare ponti d'oro pur di regalare Nesta a Marcello Lippi. Ora i quattro moschettieri di Montreal si confronteranno con i Los Angeles Galaxy di David Beckham, con i New York Red Bull di Thierry Henry, e con i Seattle Sounders di Mauro Rosales. Peraltro, dopo la parentesi dei Cosmos di Chinaglia (a proposito, nel 2013 i mitici NYC potrebbero ricostituirsi con Pelè presidente onorario), gli italiani stanno tornando a interessarsi agli States, anche se stavolta la Ellis Island del calcio non è più la Grande Mela ma piuttosto la francofona Montreal. Che, assicurandosi le prestazioni di Nesta, detiene ora i cartellini di oltre il 50% degli italiani nel calcio americano. Gli altri sono sconosciuti nostri compaesani: il portiere dei Chicago Fire, Paolo Tornaghi, e l'attaccante dei L.A. Galaxy, Stefano Lacedonia. E c'è anche Gabriele Rocca, capitano degli sfortunati Toronto F.C., la squadra ultima in classifica generale che proprio per questo pochi giorni fa ha dovuto esonerare l'ex interista Aron Winter. SIMONEDISTEFANO ROMA L'esultanzadiRoger Federerdopo il 6-33-66-4 6-3suNovakDjokovic.Lo svizzerogiocherà domani la suaottava finalea Wimbledon ... Ibookmakerdavanofavorito il serbocheperò, troppo nervoso,nonèriuscitoquasi maia imporre il suogioco U: sabato 7 luglio 2012 23
IlministroBalduzzi siè battutocontroGrilli e ancheGiardaha maldigerito lemisure: sonotagli lineari comequellidiTremonti Non è stato solo Rena-to Balduzzi a battere ipugni sul tavolo l'al-tra notte e a contra-stare fino all'ultimo itagli alla Sanità. Anche Piero Giarda non è stato affatto tenero. Anzi. La sua voce si è levata chiara e forte. L'obiettivo era il viceministro Vittorio Grilli, sempre statuario, immobile. Ormai tutti mormorano dell'insoddisfazione del ministro dei rapporti con il Parlamento. Colui che doveva essere il titolare della spending review non era neanche presente il giorno in cui a Palazzo Chigi sono state ricevute le parti sociali. Vero: Enrico Bondi lo ha chiamato lui. Ma poi il supercommissario ha lavorato in stretto contatto con Ragioneria e tecnici del Tesoro. Il risultato è stato un testo che taglia con l'accetta (checché ne dica il premier) la spesa pubblica, senza tener conto di sprechi, di inefficienze, di razionalizzazioni. È questo che non è andato giù a Giarda. «Questi sono tagli lineari come quelli di Tremonti», avrebbe detto il ministro. A riprova della sua tesi c'è il fatto che una volta decisa la somma da tagliare, a ciascun ministero è stata richiesta una quota parametrata al suo peso specifico. Insomma, come si fa nei condomini con il sistema millesimale. Se non sono tagli lineari questi. Della scure si è reso conto anche Giampaolo Di Paola, che sperava di liberarsi degli uomini, ma di mantenere le risorse destinate ai loro stipendi. Il titolare della Difesa si era detto consenziente a ridurre la «truppa», ma non il suo bilancio, per consentire di rimpinguare i fondi per gli armamenti e onorare i contratti per gli F35. Ma non è stato così: via gli uomini e anche le risorse relative ai loro stipendi. Che questa non sia affatto una revisione della spesa, ma semplicemente un taglio (anche poderoso, soprattutto perché arriva a metà anno) lo stanno denunciando un po' tutti in queste ore. «Nonostante vi siano misure apprezzabili e si enuncino intendimenti per certi versi rivoluzionari, come quello di dimezzare entro la fine dell'anno il numero delle Province, bisogna però dire che questa non è una spending review», scrive Tito Boeri su la Voce.info. In realtà siamo di fronte a una sfilza di numeri, che dicono poco sull'organizzazione della macchina pubblica (a parte i capitoli sugli acquisti). Non c'è una mappatura degli organici pubblici, non c'è un'indicazione precisa sulle aree da colpire. Questa è una manovra bella e buona. Questo avrebbe osservato Giarda all'indirizzo del titolare dell'Economia. A sostegno della sua posizione c'è anche il fatto che tutta l'operazione sul pubblico impiego manca di alcuni semplici accorgimenti, che sarebbero stati utili a eliminare aree di spreco e di inutili prebende. Con una semplice disposizione, del tipo «a una posizione corrisponde una retribuzione», si sarebbe disboscata quella giungla di doppi stipendi che invade le figure apicali del Moloch pubblico. Magistrati comandati presso altri uffici che si portano dietro i loro stipendi, a cui si aggiunge l'indennità per il nuovo. E pensare che su quel punto c'è stata un'iniziativa parlamentare (Salvatore Vassallo, Pdl), eppure è «sfuggita» a «Mr.Risparmi» Bondi. Che dire, poi, delle doppie poltrone, che spesso sfuggono al tetto introdotto in manovra, visto che quella soglia si applica soltanto alla Pa e «salva» gli enti pubblici, come quelli previdenziali. Tagli per 26 miliardi DaAsleospedali cinquemiliardi SANITÀ Dopo la lunga maratona notturna che ha varato la spending review, ieri si è passati alla riduzione e l'accorpamento di 37 tribunali e di 38 procure, e altri ritocchi alla geografia della giustizia, con risparmi di spesa, pari a circa 2,9 milioni per il 2012, oltre 17 per il 2013 e 31 per il 2014. Altre sforbiciate, dunque, che tuttavia non sono bastate a eliminare del tutto l'aumento dell'Iva. Le misure di revisione di spesa dell'altra notte consentiranno un congelamento fino al 30 giugno del 2013, e permetteranno un aumento di un solo punto nel 2014. Dunque, lo spettro rincaro non è del tutto fugato. Anche se lo stesso decreto rinvia alla legge di Stabilità per risolvere alla radice il problema, attraverso la revisione delle agevolazioni fiscali (insomma, meno sconti), come prevedeva l'ultima manovra Tremonti. Per centrare l'obiettivo bisognerà trovare altri 6,5 miliardi. La cura dimagrante non è finita. MENO POSTI LETTOE REPARTI I 23 articoli del testo definitivo della revisione di spesa, reso pubblico ieri pomeriggio ed elaborato nella lunga nottata di Palazzo Chigi non senza tensioni, puntano a circa 26 miliardi di risparmi nel triennio. Quest'anno si reperiscono 4,5 miliardi, altri 10,5 l'anno prossimo e 11 nel 2014. Secondo il governo, che lo scrive nero su bianco nel comunicato finale del Consiglio dei ministri, «la riduzione della spesa non incide in alcun modo sulla quantità di servizi erogati», tanto che il decreto viene titolato «disposizioni urgenti per la riduzione della spesa pubblica a servizi invariati». Non la pensano così né i presidenti di Regione, né i sindacati, che già annunciano battaglia. In effetti la sanità, che da sola contribuisce per 5 miliardi nel triennio, di cui uno entro quest'anno, è ad alto rischio. «Si darà il colpo di grazia alla sanità italiana che si rifletterà direttamente sulla condizione di milioni di anziani e pensionati», sottolinea Spi-Cgil in un comunicato. Il fatto è che sommando gli attuali 5 miliardi agli 8 già previsti dalle manovre passate, il comparto perde oltre il 10% della sua dotazione. Con i nuovi parametri per i posti letto «rischiano di saltare circa 1000 reparti ospedalieri» e altrettanti primari, calcola la Cgil Medici. Salvati (per ora) i piccoli ospedali, si sa comunque che i posti letto dovranno diminuire di almeno 20mila unità. Altro che niente tagli ai servizi. Confsalute denuncia il fatto che sarebbero a rischio circa 2mila prestazioni. La «favola» della razionalizzazione delle spese non tiene alla prova dei fatti. UN'ALTRABATOSTA Se le Regioni piangono (non solo per la sanità, anche per i tagli del trasporto pubblico locale), i Comuni non ridono. Gli enti locali dovranno contribuire ai risparmi per 7,2 miliardi nel biennio. I sindaci lasceranno sul terreno 500 milioni quest'anno e 2 miliardi nel 2013. Ad essere sforbiciati saranno il fondo di riequilibrio del federalismo e il gettito Imu. Un'altra batosta, dopo quella dello scippo della tassa comunale sugli immobili. «Non accetteremo i due miliardi di tagli che ci propone il governo, i nostri bilanci scoppierebbero - attacca Graziano Delrio, presidente Anci - Abbiamo già dato 8 miliardi di risparmi in questi anni come Comuni, altri non possono dire d'aver fatto altrettanto». Delrio è un fiume in piena. «Un altro risparmio di spesa? Il governo - ha proseguito - dica alle banche che, attraverso un contratto unico nazionale, le commissioni di spesa pagate dai Comuni per le operazioni bancarie vengono ridotte del 20%. Può farlo. Altro che intervenire accentrando le tesorerie in una tesoreria unica (come prevede il testo, ndr), che ci ha tolto risorse e non ha risolto i problemi di liquidità dello Stato». Per le Province rimaste dopo il dimezzamento non andrà meglio: anche per loro sforbiciata sul fondo di riequilibrio e sull'Rc auto. Il campo di battaglia decisivo sarà comunque il pubblico impiego. Per la prima volta si ridefiniscono le piante organiche, con il possibile esito di migliaia di esuberi da mandare a casa, nonostante un percorso di prepensionamenti e scivoli definito nel testo. Secondo calcoli riportati dal Sole24ore sugli organici effettivi dei ministeri il taglio del 10% della pianta organica (teorica) peserà per il 4,6%, pari a circa 7mila dipendenti di troppo da gestire. I dirigenti che sarebbero espulsi dall'organico sarebbero quasi 300. Il risultato è il saldo tra organici ancora scoperti e quelli sopra il numero effettivo previsto. PATRONIGRIFFI Ma il ministro Filippo Patroni Griffi difende il provvedimento. Recupero dell' efficienza del pubblico impiego, un maggior equilibrio delle piante organiche, riordino delle competenze degli uffici, eliminazione delle duplicazioni, stop alle promozioni facili: secondo Patroni Griffi sarebbero questi gli obiettivi del testo. «Lo Stato - ha aggiunto il ministro - si migliora e, puntando al recupero dell'efficienza della macchina burocratica, risponde a una politica di riduzioni dei costi. Basta con promozioni facili, ora la parola d'ordine deve essere “riequilibrare”. Non deve più accadere che in un ufficio pubblico ci siano più dirigenti che funzionari». Evidentemente la cura Brunetta deve aver fatto più male che bene, se le cose stanno davvero ancora così. Esclusa all'ultimo minuto la scuola dai tagli del provvedimento, resta in piedi tutto il «piano» Bondi per la razionalizzazione degli acquisti, con l'accentramento alla Consip per tutte le spese delle amministrazioni. Il vero limite dell'operazione resta quell'ipotesi di disdetta dei contratti già in essere, che potrebbe far saltare i numeri del provvedimento. Ma il lavoro del governo da questo punto di vista non è finito. Nelle prossime settimane è atteso un nuovo provvedimento di riorganizzazione della spesa e non solo: saranno riadattate le agevolazioni fiscali ed è prevista un' ulteriore revisione strutturale della spesa e dei contributi pubblici. In pratica è in arrivo una nuova stretta, in quella che sembra prospettarsi come una manovra a tappe, una manutenzione dei conti pubblici che passa attraverso step progressivi. L'ITALIAELACRISI ILRETROSCENA Posti letto decurtati e meno fondi per i trasporti B. DI G. ROMA I ministri Piero Giarda ed Elsa Fornero FOTO ANSA Pazienti stazionano in un pronto soccorso in attesa del ricovero FOTO ANSA . . . Un nuovo step per evitare definitivamente l'aumento Iva slittato all'anno prossimo Tagli alla spesa per farmaci, acquisti, e ancheper i posti letto.Asle ospedali dovrannorisparmiare incinque anni cinquemiliardie mezzo,così suddivisi: unmiliardo di euroquest'anno,due miliardinel 2013 ealtri due l'anno seguente.Pergliospedali, fattesalve le piccolestrutture chenon saranno costretteachiudere automaticamente, ci saràcomunqueuna riduzione dei posti letto,vistoche la percentuale dovràpassare dal4 permille abitanti attualeal3,7 per mille,«adeguando coerentemente ledotazioni organiche deipresidiospedalieripubblici». Nei piccoliospedali, si dovrà promuovere la riconversioneverso il ricoverodiurno, l'assistenzaambulatoriale e domiciliare. Riduzionedel5% per le forniture Tagliatidel5% gli appaltidi fornitura di benie servizi nella sanitàpubblica. «Gli importie leconnesse prestazioni relativeacontratti inesseredi appalto diservizi e di fornitura di beni e servizi si legge nel testo- con esclusione degli acquistidei farmaci, stipulatidaaziende edenti delServizio sanitarionazionale, sonoridotti del5% per tutta la durata deicontrattimedesimi; tale riduzione per la fornitura didispositivi medici opera finoal 31dicembre 2012». Per i contrattigià stipulatiè possibile la rinegoziazionee anche la facoltà di recessodapartedelle Asl. Per i dispositivimedici, previsto l'abbattimentodella spesadel5% quest'annoe del4,8%nel 2013. ACQUISTI Inarrivomobilità eprepensionamenti Riduzionedelpersonale delle amministrazioni, comprese quelle autonome,del20%per la dirigenzae del 10%per gli altridipendenti. Sospesi i concorsiperdirigenti finoal 2015.Per i dipendenti in esuberosi apronodue strade:quella delprepensionamento o quelladellamobilità (perdue anni stipendioall'80%,poi si viene ricollocati o licenziati).Arriva anche lapagella, definita«valutazione dellaperformance deidipendentipubblici». PergliEnti localiverranno fissati i «parametri di virtuosità»:chi supera del20%la media nazionaledella spesaper ilpersonale rispettoalla popolazionedovrà bloccare leassunzioni. Chi lasupera del 40%dovràtagliare. Varati spending review e riordino dei tribunali Comuni e Regioni sulle barricate: servizi a rischio BIANCADIGIOVANNI ROMA PUBBLICOIMPIEGO Via IsvapeCovip, nasce l'Irvap Soppressi l'Istituto per la vigilanza sulle assicurazioniprivatee di interesse collettivo(Isvap)e la Commissione di vigilanzasui fondi pensione(Covip). Le funzionideidue enti saranno accorpate dall'Ivarpchenascecome unico istituto per la vigilanzasulle assicurazionie il risparmioprevidenziale.Cessano di esistereanche l'Entenazionale per il microcredito, l'Associazionestudi cooperativiLuzzatti e la fondazione Valore Italiaper ildesign italiano.Verrà chiusaanche lasocietà Arcusspa, vigilatadal Ministerodei Beniculturali e daquello delle Infrastrutture e Trasporti, la cuimission è la promozionedi iniziative legateai beni culturali eal mondo dellospettacolo. ENTISOPPRESSI In ventitré articoli il piano di revisione della spesa Sanità, pubblico impiego ed enti locali sono i settori più colpiti . . . Con i nuovi organici potrebbero andare a casa 7mila travet e 300 dirigenti pubblici Non chiamatela revisione della spesa 2 sabato 7 luglio 2012
Parla di primo mattino con il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani e con quello dell'Anci Graziano Delrio, oltre a molti altri amministratori locali sparsi in tutta Italia, per ascoltare la loro valutazione. E il discorso che Pier Luigi Bersani ascolta è ogni volta lo stesso: questa spending review non è sostenibile. Col passare delle ore emergono poi tutti i dettagli del decreto varato dal Consiglio dei ministri. E l'allarme lanciato da sindaci e presidenti di Regione, soprattutto per quel che riguarda i tagli alla sanità e i trasferimenti agli enti locali, si dimostra tutt'altro che infondato. «È paradossale che il titolo del decreto sia “revisione della spesa pubblica ad invarianza dei servizi ai cittadini”», scuote la testa Bersani. Perché i servizi, a leggere le 73 pagine del testo, inevitabilmente saranno a rischio. E nel Pd già si inizia a discutere di quali emendamenti presentare in Parlamento quando (molto probabilmente dopo la chiusura delle Camere per la pausa estiva) ci dovrà essere la conversione in legge del decreto. Questo passaggio per il Pd rischia di essere anche più delicato di quanto non sia stato quello riguardante la riforma del mercato del lavoro. Con i sindacati sul piede di guerra, gli enti locali che lanciano un grido d'allarme e i potenziali alleati che o attaccano duramente il governo (il leader di Sel Nichi Vendola parla di «decreto ammazza-Italia») o lo sostengono senza se e senza ma («la spending review è cura dimagrante dello Stato, tagli sprechi e burocrazia inutile, noi con Monti, gli altri facciano quel che vogliono», dice il leader Udc Pier Ferdinando Casini) il crinale su cui Bersani deve muoversi è stretto e scivoloso: né può venir meno all'impegno di sostenere Monti, né può assecondare le misure decise dal governo, senza peraltro il confronto chiesto nei giorni scorsi (contatti diretti tra presidente del Consiglio e il segretario Pd non ci sono stati). E allora Bersani ricorda che «non si può dare ora la colpa al pompiere» per il fuoco appiccato da chi c'era prima («negli ultimi dieci anni di governo Pdl-Lega la spesa ha sempre sforato e poi tra Ruby e bunga bunga stavamo facendo la fine della Grecia») e ricorda anche che quella di sostenere Monti è stata una «scelta di responsabilità» che verrà rispettata con «lealtà» dal suo partito. Ma aggiunge anche che il Pd dirà come «la pensa» e cosa «farà». ILPDRAGIONASUGLI EMENDAMENTI E allora non manca, da parte di Bersani, l'apprezzamento per le misure volte a razionalizzare l'organizzazione pubblica, la riduzione dei costi per le auto blu, la sforbiciata alle Province. Ma non mancherà neppure una battaglia in Parlamento, in particolare su sanità e trasferimenti agli enti locali, quando i partiti potranno dire la loro. «Nella prospettiva dei prossimi due anni, per la sanità, a Tremonti si aggiunge Monti: ci sono troppi “Monti” da scalare, 12 miliardi di tagli sono troppi», dice Bersani ricordando la scure che già si è abbattuta col governo Berlusconi. Ricorre alla battuta, di fronte ai giornalisti che di primo mattino gli chiedono un commento su quelli che sembrano essere i contenuti della spending review, perché pensa ci sia ancora qualche margine di manovra, e infatti lancia un ultimo appello ad uso e consumo del governo: «Attenzione a non dare una mazzata al Servizio sanitario nazionale». Poi le indiscrezioni diventano parole messe nere su bianco nelle 73 pagine uscite nel primo pomeriggio da Palazzo Chigi. «Ci sono cose che ci preoccupano molto», dice Bersani facendo poi capire che quel “ci” non riguarda soltanto il suo partito. «I governatori hanno ragione, è gente che pensa, non sono azzeccagarbugli o agit-prop». Tra gli amministratori locali la tensione è alle stelle. Il presidente dell'Emilia Romagna Errani, che come presidente della Conferenza delle Regioni ha chiesto un incontro «urgentissimo» a Monti, parla di «tagli lineari insostenibili», mentre il sindaco di Reggio Emilia Delrio dice a nome dei Comuni italiani: «Non accetteremo i due miliardi di tagli che ci propone il governo, i nostri bilanci scoppierebbero, abbiamo già dato 8 miliardi di risparmi in questi anni come Comuni, altri non possono dire d'aver fatto altrettanto». Ma non è solo il capitolo sanità a preoccupare il Pd. Il responsabile Trasporti della segreteria Matteo Mauri fa notare che con i tagli alle Regioni il trasporto pubblico locale finirebbe in una «situazione drammatica», e diversi parlamentari lanciano un allarme sui rischi che comporta nella lotta alla criminalità organizzata la chiusura di diversi tribunali (soprattutto in Calabria, ma Michele Meta cita anche il caso di Cassino, che fa da «diga» alle infiltrazioni camorristiche). Nel Pd, la voce scevra di accenti critici è quella di Enrico Letta, che dice: «Ricordiamo che la spending review serve ad evitare l'aumento dell'Iva che serviva ad evitare il taglio alle esenzioni fiscali sul welfare deciso dal governo Berlusconi». C'è però anche chi fa notare che l'aumento dell'Iva è solo rinviato a luglio del prossimo anno. Insomma sarà l'eredità lasciata da Monti al prossimo presidente del Consiglio. ILCASO ILCASO Ilcomunicato finale diPalazzoChigi sullaspendingreviewloda le135milamail inviate dacittadinieassociazioni coni lorosuggerimenti ILCASO Il governo ringrazia «Cielobuio» e invita tutti a spegnere la luce BIANCADIGIOVANNI ROMA L'ITALIAELACRISI Bersani con i sindaci e le Regioni: tagli non sostenibili Il leader democratico su Monti: «Non si può dare la colpa al pompiere per il fuoco appiccato da Pdl e Lega». Ma avverte che «il Pd dirà come la pensa e come farà» SIMONECOLLINI ROMA Occhetto:sìal rigore maconequità,come chiedevaBerlinguer «Ilgoverno continuaadadottare misuredi tagli lineari, che quindi non tengonoconto delledifferenze di cetonédi capacità».Questo il commentosulla revisione della spesadi AchilleOcchetto, intervenutoa Portici allaFesta regionalediSel. «Alcune- ha aggiuntoOcchetto- possono essere ancheforme di razionalizzazione giuste,ma altresi inseriscono in quellemetodologie che hanno portatoalla riforma delle pensioni, eda colpire fondamentalmente la partepiù poveradella popolazione». L'esponentedi Sel siè detto «completamented'accordo sul rigore» edha ricordato che «Berlinguerper primo pose la questionedell'austeritàma - ha aggiunto - questadeve accompagnarsialla questione della equitàed alladistribuzione tra ricchi epoveridel rigoreedei sacrifici». Gelmini: Buttiglione antiberlusconiano di sinistra Maquale moderato,quello di Buttiglioneèvero antiberlusconismo. Paroladi Maristella Gelmini, laex ministradell'Istruzione che ieri si è lasciataandare a una lunga dichiarazionecontro il professore. «Sorprendono i toni egli argomenti addottidalprofessor Buttiglione perchédeboli ealienidalconcettodi moderato. Il pensionamentodei leader -ha dettoGelmini -non lo decide Buttiglioneatavolino, magli elettori che invece hannoattribuito dasempre aBerlusconi moltocredito econsenso. Cadere in questoantiberlusconismo tipicodella sinistra èsintomaticodi una mutazionegenetica dell'Udcche ultimamentetendea scivolarea sinistra.La sfidaper rappresentare il cetomedio produttivosi gioca sulla coerenza, sul coraggiodelle riformee sullealleanzecompatibili. E l'elettoreè più informato eastutodiquanto credanoButtiglionee amicidell'Udc». . . . «Per la sanità a Tremonti si aggiunge Monti: adesso ci sono troppi “Monti” da scalare» In fatto di risparmio gli italiani so-no imbattibili. Lo dicono i datisui depositi bancari, e anchequelli del sito di Palazzo Chigi,che ha ricevuto ben 135mila con-sigli di cittadini su dove tagliare per definire la spending review. I messaggi sono «piovuti» da tutte le aree della Penisola, a dimostrazione del fatto di quanto sia «popolare». Oggi nel Belpaese il tema dei tagli. Basta che riguardano gli altri, naturalmente. C'è chi pensa a tagliare la benzina, chi a eliminare le auto d'ordinanza. Slogan e pie intenzioni che si rincorrono da anni sui giornali e nei documenti pubblici italiani. Ma stavolta c'è uno scatto in più, un'idea che ci mancava: quella di spegnere la luce. Semplice semplice. A proporla con un pressing senza precedenti è l'associazione «Cielobuio», che viene onorata della citazione nel comunicato governativo come quella che ha segnalato le migliori «buone prassi». L'associazione si prefigge obiettivi planetari: difendere il cielo notturno. Insomma, più stelle, più lucciole (ci sono ancora?) più luna, e meno elettricità. Idea geniale, davvero «luminosa». ILLUMINAZIONI Le cose per la verità non sono così semplici. L'associazione «premiata» studia illuminazioni ecocompatibili, a basso consumo e basso impatto ambientale. Altro che luna. E ci si sono messi di buona lena a mandare consigli al governo per risparmiare risorse. Ma fino all'altroieri era tutto finito nel buio (è il caso di dirlo). Tanto che l'associazione ha pensato bene di scrivere una lettera aperta al premier. «Questa poca considerazione riservata ad un modo 'indolore' di risparmiare una cifra sicuramente superiore a mezzo miliardo annuo ci lascia alquanto delusi», scrivono i fautori delle tenebre. Eppure - continuano hanno mandato il loro studio parecchi giorni fa, con tanto di studi e elaborazioni ingegneristiche. Ma dal governo niente. Fino all'alba dell'altroieri. Dopo 7 ore di consiglio dei ministri, dopo il braccio di ferro con il titolare della sanità intenzionato a dar seguito alle richieste delle Regioni, dopo la «tosatura» dei dipendenti pubblici, Palazzo Chigi ha trovato anche la forza di rispondere a «Cielobuio», che a questo punto avrà visto la luce. La proposta dell'associazione viene citata per esteso: una riduzione dei tempi e dei punti di illuminazione negli uffici pubblici. Un consiglio che si aggiunge alle decisioni appena prese dal governo: diminuzione delle superfici dei ministeri e riduzione degli affitti. Meno spazio e meno luce: un binomio mortale. Nessuno pensava di tornare allo sfavillio luccicante dell'era Berlusconi, ma pensare di staccare le lampadine forse stavolta è un po' troppo. Già da tempo si chiede agli uffici di evitare di sprecare la carta, ora arriveranno i ticket ridotti a 7 euro (che in Lombardia significa un taglio di 5 euro al giorno), poi ci sarà il trasferimento in sedi meno «sfarzose». E naturalmente nel breviario del buon travet dovrà comparire una serie di principi disciplinari: tornare a casa a piedi (niente auto blu), condividere la scrivania con un collega e naturalmente, l'ultimo spenga la luce. 6 sabato 7 luglio 2012
MASSIMOSOLANI twitter@massimosolani «A Genova si sbagliò nel modello politico di ordine pubblico. Un modello che puntava esclusivamente a difendere il summit senza prevedere alcuna difesa della città, soprattutto dal punto di vista della prevenzione, che fu invece lasciata indifesa di fronte alle devastazioni. Ma non credo affatto che si sia trattato di una semplice sottovalutazione». Claudio Giardullo, segretario del Silp Cgil, non vuole commentare la sentenza della Cassazione sui fatti della Diaz. «Perché le sentenze si rispettano in silenzio», dice. Vuole invece, come fa da undici anni a questa parte, che quel pronunciamento riaccenda l'attenzione pubblica su quelle che furono le scelte del governo Berlusconi che portarono al disastro di Genova. «Perché la realtà - dice - è che quel modello di gestione dell'ordine pubblico, e probabilmente anche l'escalation di tensione che portò ai giorni del G8, erano funzionali ad un obbiettivo politico: separare in piazza i moderati dai progressisti». Cheintende dire? «Per quel governo la piazza era un incubo e probabilmente qualcuno pensò che la cosa giusta da fare era evitare che la protesta sui temi del summit poi potesse ripetersi in autunno contro le scelte economiche e sociali di quel governo. Delegittimare la piazza, inasprire i toni e scegliere la repressione: oggi mi pare che si possa dire si sia trattato di una strategia chiarissima e mi pare che si possa affermare altrettanto che sia stato questo obbiettivo strategico a causare poi gran parte delle scelte sbagliate che hanno fatto dei giorni del G8 il dramma che tutti ricordiamo». Si spiegherebbe così anche la presenza di Gianfranco Fini ed altri parlamentari diAnnellasalaoperativadiGenovanelleoredegli incidenti in strada? «Aldilà dei singoli episodi, fatti come questo confermano che c'era una attenzione politica del governo a come veniva gestito l'ordine pubblico. E c'era purtroppo anche un messaggio, che a mio avviso purtroppo ha pesato molto su quanto avvenuto in quei giorni, che l'esecutivo mandava alle forze di polizia: il governo è e sarà sempre con voi a prescindere da quello che succederà. In un momento così delicato e di grandi tensioni, quel genere di messaggio ha aiutato a creare le condizioni perché una minoranza di operatori si lasciasse andare a comportamenti e azioni gravissime». Il ministro dell'Interno di quei giorni, Claudio Scajola, rivelò poi di aver dato ordine di sparare nel caso di violazioni dellazonarossa... «Ma era la creazione stessa della zona rossa che rientrava in quell'idea di gestione “pesante” dell'ordine pubblico al posto della scelta di utilizzare piccoli nuclei agili con capacità di movimento veloce. È vero che con il tempo abbiamo iniziato a conoscere a fondo le tecniche di guerriglia urbana dei black bloc, ma è evidente che in quelle condizioni sarebbe servita molta prevenzione nei confronti di coloro che avevano intenzione di creare disordini e una tutela maggiore di chi invece era in piazza per manifestare pacificamente». EppureneigiorniprecedentialG8c'eranostatinumerosiavvertimentisuglispostamenti e la presenza del blocco nero. Nessunofece nulla... «Ma ripeto: tutto il modello era di tipo pesante, militaresco e finalizzato unicamente alla repressione. Non era adatto alla prevenzione che sarebbe stata invece l'arma vincente per garantire, per quanto possibile, la sicurezza delle manifestazioni. Il modello era sbagliato, ma era stato scelto esattamente quel modello perché rispondeva ad un obbiettivo politico». Orache lavicendadella Diazsièchiusa, cheinsegnamentopossonotrarreleforzedipolizia per il futuro? «Innanzitutto l'importanza della formazione degli operatori. L'istituzione della scuola di ordine pubblico ha dato un ottimo contributo, perché la formazione è un assetto strategico a tutela degli operatori e dei cittadini. Peccato che il governo Berlusconi, che a parole si diceva sempre dalla parte delle forze di polizia, negli anni abbia tagliato drammaticamente i fondi per il comparto sicurezza minando soprattutto lo strumento fondamentale della formazione». Èla giornata più buia perl'amministrazione dellaPubblica sicurezza. «Il mo-mento più basso perchè leconseguenze di questasentenza sono devastanti» dice di prima mattina un prefetto mentre negli uffici del Polo dirigenziale a Cinecittà si aspettano i colleghi Francesco Gratteri e Gilberto Caldarozzi che dovranno fare le casse e lasciare gli uffici. La pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici per cinque anni scatta subito. Una vita a dare la caccia, con successo, a mafiosi (è la squadra che ha arrestato Provenzano), criminali (hanno individuato l'attentatore omicida di Brindisi) e terroristi finisce per gli errori palesi ma mai ammessi di quella notte di undici anni fa al G8 a Genova. Prima di passare dall'ufficio Gratteri e Caldarozzi vanno al Viminale dove li aspetta Il Capo, Antonio Manganelli. È un incontro che nessuno di loro avrebbe mai voluto fare, da rispettare nell'intimità del dolore e di una sconfitta che strazia il cuore. Alla vigilia, nelle stanze del Viminale, erano convinti che la Cassazione avrebbe in parte riformato o rinviato la sentenza in Appello. A luglio 2013 sarebbe arrivata la prescrizione e fine di questa agonia lunga undici anni. Non è andata così soprattutto perchè in questi undici anni nessuno, proprio in quell'amministrazione, si è assunto la responsabilità di ammettere gli errori di quella notte e di fare valere così le attenuanti. È stato deciso il muro contro muro. E ora non ci sono prigionieri. Solo colpevoli sconfitti. Senza possibilità di appello. Alle otto di mattina comincia al Viminale una riunione che va avanti quasi fino alle tredici. Col passare delle ore arrivano anche i capi delle squadre mobili di Firenze (Ferri) e L'Aquila (Ciccimarra), il capo della Polfer di Torino (Spartaco Mortola). Coloro che da oggi, seppur giovani, sono in mezzo a una strada, senza stipendio, senza possibilità di trovare un impiego nella pubblica amministrazione almeno per cinque anni. L'amministrazione garantisce solo il 50 per cento del vitto. Top secret gli argomenti della riunione. Viene attuato il piano B, quello delle sostituzioni. Al posto di Gratteri, alla guida del DCA (Direzione centrale anticrimine), va Gaetano Chiusolo, a lungo capo della Criminapol dell'Emilia Romagna. Al posto di Caldarozzi, alla guida dello Sco, Maria Luisa Pellizzari, dirigente di razza. Ma questa è solo la schiuma, la parte che si vede di una riunione drammatica. «Non abbiamo commesso nessuno falso (aggravato è il reato per cui sono stati condannati; gli altri, arresto arbitrario e calunnia, erano già prescritti, ndr)» ripetono i funzionari. «Forse - insistono - abbiamo commesso delle ingenuità, forse non dovevamo firmare, ma in quei momenti non c'era tempo di pensare. La nostra coscienza è a posto e questa condanna è ingiusta». La sentenza sull'irruzione scellerata nella scuola Diaz segna la fine dell'era De Gennaro in polizia. Si chiudono in modo certamente non alto vent'anni in cui l'attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti ma a lungo Capo della polizia, prima dell'antimafia e poi dei servizi segreti è stato il potentissimo dominus incontrastato. De Gennaro era Capo della polizia nel 2001. Seguiva passo passo le operazioni nei giorni del G8 dalla sala operativa di Roma pur avendo delegato sul posto due dei suoi uomini migliori, Arnaldo La Barbera e Ansoino Andreassi. Pagarono subito, entrambi, con la sospensione. Il primo è morto nel 2002. Andreassi è andato in pensione. Ma è stato l'unico degli alti dirigenti a testimoniare in aula, al processo, e a spiegare come funzionava la catena di comando. Catena di comando che la Cassazione ha voluto condannare in quanto responsabile di quanto è successo insieme con chi materialmente entrò nella scuola e picchiò selvaggiamente i 93 ragazzi e ragazze “scambiandoli” per pericolosi no global. De Gennaro non è mai stato imputato in questo processo. Ma la verità giudiziaria, specie se è in discussione la tenuta delle istituzioni, non può prescindere da quella politica e storica che altri dovranno ora scrivere. Molti ora si aspettano che De Gennaro dica o faccia qualcosa. Quelli condannati, rimasti in mezzo alla strada, sono i suoi ragazzi. Molto più che di Manganelli che ieri ha detto: «Ora è il momento delle scuse». Ora, perchè la sentenza è definitiva ed era obbligo dell'amministrazione tutelare la presunzione d'innocenza fino al verdetto finale. «Anche le promozioni di questi funzionari negli anni - spiega una fonte vicina a Manganelli - sono tutte motivate. Poteva non essere promosso Caldarozzi dopo che ha arrestato Provenzano nel 2006?». Una riunione piena di rimpianti. Bastava tenere un comportamento processuale più collaborativo e sarebbero scattate le attenuanti sufficienti per stigmatizzare le colpe ma evitare le pene accessorie. La democrazia avrebbe saldato il suo credito con la barbarie e la «macelleria messicana» andata in scena alla Diaz. I funzionari si sarebbero salvati, seppur nell'onta degli errori. Ma ancora una volta la direttiva ufficiale è stata di ignorare i processi. «Una strategia» è stato spiegato «è l'accusa che deve far valere la prova». Se finisce così sarà una sentenza monca. Un'altra occasione sprecata. L'INTERVISTA FEDERICOALDROVANDI «Furono le scelte politiche a causare il disastro di Genova» DCA SCO L'addio dei condannati Finisce l'era De Gennaro Unaletteraallamammaperchiedereperdono «Ègiunto il momentodi farvi avere le nostrescuse equandoe sevorrà sarei felicedi incontrarlanuovamente». Il capodellaPolizia AntonioManganelli, permano del questoredi FerraraLuigi Mauriello,ha fatto recapitare le sue scusealla famiglia diFederico Aldrovandi, ildiciottenne mortoper le violenzesubite da quattroagenti il6 luglio2009. Una letterache Patrizia Moretti, la mammadi Federico, ha reso notasoltanto in alcunipassaggi.Nella missiva, scritta amano, il capodella poliziaha fatto riferimento anchealla commissionedisciplinare alla quale verrannosottoposti i quattropoliziotti condannaticon sentenza definitivaa treanniemezzo per l'omicidio colposo.Nel settembre scorso Manganelli aveva incontrato in forma privatacon igenitori econ il fratello minoredi Federicoe in quella sede avevapromesso il suo intervento dopo lasentenza definitiva. Ieri inoltre,dallepaginedel Corriere dellaSera, il ministrodell'Interno AnnamariaCancellieriha annunciato l'intenzionedi far visita allamamma di Federico.«Voglio farle sapere- ha detto -chenoi siamocon lei.Voglio spiegarleche la Polizia èun'altracosa». Cancellieriha ancheannunciato, in meritoagli insulti scritti su Fb da uno deipoliziotti condannati, che insede di procedimentodisciplinare «la linea dovràessere quelladella fermezza e dell'intransigenza.Un atteggiamento cosìarrogantenon si può sopportare». LagiornatadelViminale: una lungariunionepoi le nominedeinuovivertici. Chiusoloalpostodi GratteriallaDca,Pellizzari alloScodopoCaldarozzi ILRETROSCENA CLAUDIAFUSANI ROMA ClaudioGiardullo Il segretariodelSilp-Cgil: «IlgovernoBerlusconi scelsedigestire l'ordine pubblicosoltantocon lamilitarizzazionee larepressionedellapiazza» Poliziotti all'ingresso della scuola Diaz di Genova in una immagine di repertorio FOTO DI FILIPPO MONTEFORTE/ANSA Maria Luisa Pellizzari Servizio Centrale OperativO Haguidato laCriminalpol in EmiliaRomagnae Liguria. Èstato questoredi ParmaeBrescia poi Direttorecentraleper i Servizi antidrogadel Dipartimentodella Pubblicasicurezza Gaetano Chiusolo DIREZIONECENTRALE ANTICRIMINE Haprestato servizioalla squadra Mobileealla Criminalpol di Roma.Ha ricopertonumerosi incarichidirigenziali in amministrazione,dal gennaio guidava la poliziastradale. sabato 7 luglio 2012 9
Il Tar gli ha bocciato la giunta. Non rispettava le quote rosa; anzi, per essere precisi, di quote rosa non c'era neanche l'ombra. Ma lui, tenace sindaco pidiellino, non ci sta. E rinomina la sua squadra proprio come era prima della sentenza: che ognuno torni al suo posto da assessore. Succede ad Assisi, dove il primo cittadino Claudio Ricci è ripartito dal via, nonostante la decisione del tribunale amministrativo dell'Umbria, che ha accolto il ricorso sulle cosiddette “quote rosa” che era stato presentato a settembre dello scorso anno da alcune associazioni e da esponenti politici dell'opposizione. I giudici - il presidente Cesare Lamberti e i consiglieri Carlo Luigi Cardoni e Stefano Fantini - hanno detto sì alle ragioni delle donne escluse dalla giunta. Tra le motivazioni del ricorso veniva citato un principio costituzionale, alcune leggi dello Stato, ma soprattutto un paio di articoli dello statuto comunale, in cui si faceva esplicito riferimento al rispetto delle quote rosa. Ma subito su quella sentenza si è aperta una guerra: giudicata un po' sibillina, per chi sta dalla parte di Ricci si tratterebbe di un pronunciamento che dà un colpo al cerchio e uno alla botte, dicendo che sì, il sindaco avrebbe fatto male a non nominare donne, ma che se in fondo spiegasse bene perché non lo ha fatto, ebbene, una giunta tutta al maschile non sarebbe di per sé illegittima. E quindi, mentre sulla stampa locale si consumava una battaglia rovente, ecco che lui (che il 20 giugno si diceva «pronto a ricorrere al Consiglio di Stato», e il 22 giugno spiegava di essere di fronte a «una sentenza senza vincitori» e che presto ci sarebbero state nuove nomine), presto si convinceva che «l'opposizione ha sostanzialmente perso il ricorso al Tar» e si avviava verso il «ripescaggio» dei suoi assessori. Tutti uomini. Nomine «fatte nel rispetto della volontà degli elettori», dice lui, e con l'inserimento «comunque alla presidenza del consiglio, di una donna». Del resto, Claudio Ricci, non è certo persona che manchi di iniziativa. A maggio, insieme alla sua giunta, aveva «simbolicamente» occupato l'ospedale locale, per protestare contro la paventata chiusura del punto nascita. «È dal 1300 - pare abbia detto - che nasciamo qui. Senza il nostro reparto non avremo più una Chiara o un Francesco di Assisi». Chissà se stavolta la spunterà. Lui, sindaco di Assisi dal '97, che però nel 2010 avrebbe volentieri lasciato l'incarico per candidarsi come presidente della Regione. Almeno così si raccontò allora, quando però Berlusconi gli preferì Fiammetta Modena. Che almeno - avrà pensato ora Ricci - si salvi la giunta. Caro Nichi, colgo nel-la tua riflessionepubblicata ierisull'Unità alcunispunti significativisui quali si può costruire un confronto serio tra il Pd e il tuo movimento. Sai quanto io consideri importante il ruolo che Sel può svolgere per affermare quel progetto di cambiamento che serve alla società italiana. E poiché penso che il dibattito nel centrosinistra rischia di svolgersi con evidenti limiti, penso sia arrivata l'ora di verificare se è possibile collocare in un comune orizzonte le nostre scelte di oggi. L'attuale discussione sulle alleanze, infatti, è inquinata da un approccio che ripropone il vecchio vizio italiano del pregiudizio ideologico. Quel pregiudizio che ha alimentato tra gli schieramenti e negli stessi schieramenti contrapposizioni difficilmente sanabili e che, lungi dal risolvere i problemi, ha condotto a un loro aggravamento. Ora bisogna compiere un salto di qualità, non è più il tempo di restare nel vago, «l'urgenza appassionata dell'adesso», direbbe Martin Luther King, ci impone d'essere realisti e di passare alle scelte concrete e coraggiose. La prospettiva politica indicata da Pier Luigi Bersani dell'alleanza tra progressisti e moderati è la strada giusta per chiudere in Italia la parentesi populista e liberista della nostra epoca. Perché abbia successo è fondamentale sciogliere alcuni nodi strategici, a iniziare da quello di unire tutti i progressisti, nelle forme e nei tempi possibili, nello stesso soggetto politico. Questo processo, già avviato con la nascita del Pd, che ha unito la parte maggioritaria dei riformisti con gli eredi del cattolicesimo democratico, ora deve arricchirsi della partecipazione di Sel, delle forze socialiste e di quella grande parte della società italiana, impegnata anche fuori dai partiti, che non vuole rassegnarsi a subire una pericolosa deriva neopopulista. Non possiamo più temporeggiare: lo stesso mondo del lavoro in un momento di grandi cambiamenti come quelli attuali reclama una ancora più solida rappresentanza politica. Oggi c'è un governo eccezionale per gestire una situazione eccezionale. E questo non solo per la natura e la drammaticità della crisi che espone il Paese a rischi enormi. Ma anche perché siamo al punto massimo di discredito della politica e delle stesse istituzioni. Fatta salva quella rappresentata dal presidente Napolitano che ha avuto un ruolo decisivo per la stessa tenuta democratica e al quale non cesseremo mai di essere grati. La stessa configurazione della maggioranza parlamentare che sostiene il governo Monti e la sua natura cosiddetta tecnica nascono proprio da questa eccezionalità. Con ragionevole certezza possiamo affermare che abbiamo evitato il peggio all'Italia. Si tratta ora di curare le conseguenze delle misure adottate per fronteggiare l'emergenza risolvendo quei problemi che riguardano la vita di tante persone in difficoltà a partire da quello più urgente degli esodati, e avviare qualche concreta iniziativa per la crescita e il lavoro. Senza sprecare il tempo che ci separa da qui alla fine della legislatura per perseguire una seria rigenerazione della politica, approvare una nuova legge elettorale e ridurre il numero dei parlamentari. Sono profondamente convinto che nonostante il nostro differente atteggiamento nei confronti del governo Monti ci siano tutte le condizioni per costruire un comune progetto di governo su cui chiedere il consenso degli italiani. D'altro canto, proprio perché eccezionale, l'attuale maggioranza parlamentare cesserà con la fine della legislatura. E per il bene del Paese le elezioni del 2013 devono essere l'atto di nascita di una nuova fase della vita politica e istituzionale in netta discontinuità con quella precedente. Una stagione che ha visto i conservatori al governo di quasi tutti i Paesi europei portatori di quelle politiche liberiste che hanno prodotto la crisi attuale e favorito la crescita a dismisura del potere di ristrette oligarchie economiche e finanziarie. La crisi non avrà soluzione compiuta se non quando la politica avrà riequilibrato il suo rapporto con l'economia. E su questo si gioca anche il futuro della democrazia. Io credo, caro Nichi, che in questa discussione si possano ritrovare tutti gli elementi di un comune progetto politico. Ecco perché occorre distinguere tra un confronto finalizzato esclusivamente ad alleanze elettorali e una discussione che guarda a un più ampio orizzonte. Anche per questo non ho condiviso la tua recente iniziativa con Di Pietro poiché a tutt'oggi sugli aspetti essenziali di un progetto di governo futuro, Di Pietro è impegnato solo a esasperare i motivi di scontro con il Pd. Mettiamo da parte le pur rispettabili esigenze tattiche e privilegiamo un più ambizioso progetto strategico fondamentale per cambiare l'Italia. Napolitano invita i ricercatori del Cern Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani in una immagine di repertorio FOTO DI FABIO CAMPANA/ANSA LanascitadelPdhaunito riformistiecattolici democratici.Oraquesto processodevearricchirsi dellapartecipazionediSel edell'Italiachenonaccetta laderivaneopopulista L'INTERVENTO NICOLALATORRE vicepresidentedei senatori Pd I giudici avevano azzerato la squadra di governo per il mancato rispetto delle quote rosa L'appuntamento è fissato «in occasione di un vostro passaggio a Roma per essere aggiornato sulle prospettive di una così importante scoperta». Il presidente della Repubblica ha invitato al Quirinale i ricercatori che hanno contribuito alla scoperta del bosone di Higgs che «onora il prestigio della scuola di fisica italiana che ci ha reso famosi nel mondo». Nella lettera inviata al professor Sergio Bertolucci, direttore della ricerca scientifica del Cern di Ginevra, il presidente Napolitano è tornato sull'importanza dell'«unanime riconoscimento del successo degli studi e delle applicazioni pratiche della scoperta» aggiungendo che «il vostro lavoro rappresenta inoltre un traguardo di straordinaria importanza per l'avanzamento della conoscenza dell'universo e un messaggio di speranza per il futuro». Quindi a nome suo personale e di tutte le Istituzioni italiane ha voluto rivolgere «a lei, ai suoi colleghi, Fabiola Gianotti e Guido Tonelli, a tutti i ricercatori italiani coinvolti nel progetto, le più sentite congratulazioni». Nella lettera il presidente non ha mancato di ricordare la sua visita al Cern nel marzo del 2011 «in occasione della quale mi avevate illustrato le ricerche in corso» e che «mi ha permesso di apprezzare ulteriormente il valore della cooperazione internazionale in campo scientifico e di verificare il peso e la qualità della componente rappresentata dai ricercatori più giovani. Il vostro successo sarà per loro uno straordinario incentivo per continuare ad impegnarsi nelle attività di ricerca». L'INCONTRO AGINEVRA I giovani. L'importanza della ricerca. La necessità che anche in tempi di crisi come questa che stiamo vivendo non si proceda, ove possibile, a tagli che mettano in discussione lo sviluppo e la crescita. Lo aveva riaffermato anche incontrando i ragazzi del Cern a cui aveva confermato il suo impegno «a sostenere la causa della ricerca scientifica». Ed aveva ribadito che «abbiamo spesso discussioni, in Italia, su una fase che è senza dubbio di inevitabile restringimento della spesa pubblica perché abbiamo sulle spalle, accumulato da molti decenni, uno stock di debito pubblico che dobbiamo assolutamente riuscire ad alleggerire e in tempi non troppo lunghi, secondo una direzione di marcia che sia costante e coerente. Ora, io non ho poteri di governo: sono, come si usa dire, un Presidente “non esecutivo” ma devo rappresentare, ed è parte della mia funzione, quelle che considero ragioni fondamentali di sviluppo della comunità nazionale e anche esigenze di riconoscimento del ruolo dell'Italia in Europa e nel mondo. Così, continuo a esprimere e a cercare di far valere l'opinione che in una fase di restrizioni - per dirla anche più brutalmente: di tagli della spesa pubblica - occorrerebbe non intervenire con il machete e non mettere sullo stesso piano tutti i capitoli di spesa del bilancio dello Stato». Fuor di retorica, dunque, il presidente sollecitò pubblico e privato a non tagliare le risorse. E affermò che «quando si parla di quello che si può tagliare e di quello che non si deve tagliare nelle voci e nei capitoli di spesa del bilancio dello Stato» bisogna aver ben presente «che non possono essere sacrificati in modo schematico e alla leggera investimenti nel nostro futuro, nel futuro della nostra società, delle nostre giovani generazioni, della nostra scienza». Assisi, giunta maschile Il sindaco resiste al Tar VIRGINIALORI ROMA Caro Nichi, non è più tempo di tatticismi Serve un partito per tutti i progressisti . . . Nella lettera il presidente ricorda la visita al centro nel marzo 2011 e chiede di essere «aggiornato» . . . Il primo cittadino di centrodestra va contro la legge e rinomina gli stessi assessori Il presidente Napolitano FOTO TM-NEWS MARCELLACIARNELLI ROMA Il Capo dello Stato invita i giovani scienziati che hanno contribuito a Ginevra alla scoperta del Bosone di Higgs sabato 7 luglio 2012 7
Lapresenzaumanacontro l'isolamentodei social-networkpiùnoti daFacebookaTwitter «WE HUB THE WORLD». PERSONE, PRATICHE E IDEE CHECAMBIANOILMONDO,PARTENDODALBASSOE DA UN PRINCIPIO: «se in passato eravamo quello che possedevamo, ora siamo quello che condividiamo» (C. Leadbeater, We think). Aprirà finalmente a Roma, dopo l'esperimento riuscito di Milano che segue Londra e altre 33 città nel mondo, The Hub. Definirlo uno spazio di coworking (cioè condividere un luogo di lavoro per abbattere i costi) è riduttivo. The Hub è prima di tutto un manifesto. Vuole essere certo uno spazio fisico (curatissimo nel design, tutto eco e solidale) d'ispirazione per lavoro, incontri, formazione, scambio di conoscenze, ma soprattutto uno spazio di connessione e sviluppo di idee innovative nel quale affermare soluzioni e modelli d'impresa sostenibili. «Il co-working non è il fine, ma il mezzo», dice Ivan Fadini, uno dei fondatori del polo romano. Come tutti gli altri cofondatori, anche Ivan ha esperienze nel sociale, «ma credo nel network, nella rete, credo che le opportunità generino altre opportunità per questo credo in Hub». Non è solo un luogo in comune dove lavorare e farsi venire idee (o aiutare altri a svilupparle) bevendo un caffè. The Hub Roma è anche una piattaforma virtuale dove mettere in rete le proprie intuizioni, aspirazioni, bisogni. «Sono le esperienze e le competenze che arrivano dal globale ad aiutare il locale», spiega Dario Carrera. Dario faceva un dottorato in Social Innovation a Londra (oltre a essere stato allenatore della squadra di calcio Liberi Nantes, composta da rifugiati politici e richiedenti asilo e patrocinata dall'Unhcr, ndr) quando è stato «attratto dal virus dell'hub». Ha cofondato quello di Milano. Ora parte con quello di Roma. «Ogni hub si caratterizza localmente e fa leva sulle risorse del territorio. A Milano la community ha i tratti distintivi dei designer, dei comunicatori, vedremo a Roma come si disegnerà. Qui c'è tanta pubblica amministrazione ed è una città dispersiva sia logisticamente che mentalmente. Certo The Hub non è un garage da riempire, a noi non interessano i curricula della gente interessa la volontà di incidere in meglio nella società, di contaminare». «Io conosco questa città, le migliori idee naufragano ma noi saremo bravi a far si che ciò non accada», commenta Alessandro Messina, economista, per anni si è occupato di no profit con Sbilanciamoci! e con Lunaria ma ha lavorato moltissimo con il Campidoglio nella promozione degli incubatori d'impresa. «Di quella esperienza nell'hub non ci sono i punti di debolezza ma ci sono i punti di forza, in più l'hub è autogestito, parte dal basso, punta tutto sull'innovazione e sulla cooperazione». Lo scrivono a caratteri cubitali nel manifesto: «The Hub Roma è il luogo di istituzionalizzazione dell'Innovazione Sociale dentro l'economia». «È il “sindacato” di tutti coloro che pensano, scrivono e fanno Innovazione Sociale», il cui impatto deve andare a beneficio della collettività. «Le persone che verranno da settembre qui a lavorare devono pensare di voler cambiare in meglio il quotidiano – aggiunge Dario – va bene scendere in piazza, ma questa è la scintilla che poi va declinata per farla diventare realtà. Se c'è continuità nell'idea c'è più efficacia nel territorio. Una iniziativa deve essere non solo sostenibile dal punto di vista ambientale e delle persone ma anche del tempo, solo così ci saranno benefici. Le grandi idee che si sgonfiano subito non hanno effetti». «L'innovazione sociale può essere un prodotto, un processo, una tecnologia, ma anche un principio, un idea, un atto normativo, un movimento, un'azione o combinazioni di queste». Per questo quello che gli hubber propongono «cambiare il processo produttivo – spiega Ivan – . Ogni oggetto ha una storia che racchiude un messaggio: bisogna intervenire sul come si lavora». Tutto questo sarà racchiuso in uno spazio iperflessibile bello, ecologico e funzionale a San Lorenzo, nel cuore di Roma, che da settembre diventerà uno luogo di coworking ma anche di eventi «facilitatori» per scambio di competenze e collaborazioni: dai reading, ai corsi di formazione, al teatro. «Fra due anni immaginiamo una Roma dove siano sempre di più gli spazi di lavoro in condivisione, più o meno formalizzati – dicono gli hubber - sia per un bisogno economico sempre più stringente, sia per un bisogno di condivisione, magari alcuni saranno peculiari. Siamo certi che The Hub Roma sarà il motore di questo cambiamento». www.hubroma.net. GIANCARLOLIVIANO D'ARCANGELO ROMA CULTURAESOCIETÀ DopoMilanoanche lacapitaleavràun luogo fisicoevirtualedove mettere inrete leproprie intuizioni,aspirazioni ebisogni.Dasettembre aSanLorenzo LUCIANACIMINO ROMA È COME SE GLI ECCESSI TECNOLOGICI CHE PERVADONO LE NOSTRE VITE ABBIANO GIÀ INIZIATO A CREARE, IN AUTONOMIA, GLI ANTICORPI PER AUTO DEBELLARSI. Il coworking, la necessità di scambiare e rimodellare il proprio lavoro creativo in uffici e spazi condivisi dove è possibile affittare postazioni, e dove la condivisione delle idee avviene attraverso la presenza umana in carne e ossa e per mezzo della condivisione reale dei luoghi di lavoro, ribalta nell'essenza la dimensione esistenziale tipica dei social-network più noti, ovvero l'isolamento. I lavoratori free-lance, oltre a dover affrontare, in Italia, un mondo del lavoro «conservatore» in larga parte strutturato su criteri irriducibili di gerarchia e controllo che mal si legano al concetto di libera prestazione fuori dalla catena di montaggio (e dell'orario canonico 9-18), hanno dovuto fronteggiare, almeno fino all'attuale e sempre crescente diffusione del coworking, anche l'inevitabile diminuzione del numero di occasioni favorevoli all'ampliamento del proprio ventaglio di rapporti umani, sia a scopo professionale che nella vita privata. In quest'ottica il passivo Facebook, l'epilettico Twitter, il dispersivo Linkedin, utilizzati per lavoro o per svago, sono chiari esempi di umanità del tutto sottomessa alla tecnologia, al mezzo, allo strumento; arti artificiali che esalano il vuoto incolmabile di rapporti solo simulati, e spingono l'utente medio all'uso compulsivo, o per meglio dire all'abuso consumistico. Si comunica con tutti, ma su un piano sottosensoriale, alla lunga frustrante. Il coworking si configura invece come una specie di social network di nuova generazione in cui la tecnologia, dalla possibilità d'interagire con il proprio committente in ogni momento e da ogni luogo attraverso una connessione, alla facilità di trasportare il materiale lavorativo grazie ai dispostivi elettronici, è realmente a servizio dell'esigenza umana d'incontrare dal vivo i propri simili, di scambiarsi conoscenza, di trasmettersi sensazioni, pareri e stati d'animo. Tutto ciò che rende interessante la vita, insomma. Immaginare uffici condivisi in tutto il mondo e in Italia a Roma, Milano, Napoli, Bologna ma anche in città di provincia come Belluno, Terni, Forlì, Pesaro o Pordenone, e postazioni che si possono affittare a poco, appare, in certo senso, davvero rivoluzionario. E non solo perché il concetto di coworking si può strumentalizzare come esempio dell'uomo che resiste e crea spazi di eccellenza dove la creatività torna l'elemento chiave delle vite individuali per fronteggiare le insensatezze del mondo trasformato in appendice dell'economia finanziaria; ma soprattutto perché lavorare in cooperativa fuori dalla virtualità dei rapporti, oltre che lontani dall'oppressione tentacolare del sistema azienda, è la prova che l'unica idea di futuro che ha davvero un futuro è quella che prevede l'uomo come fine. Proprio come diceva Moravia su un NuoviArgomenti del 1963. TheHubRoma Ecco uno spazio dove poter condividere il lavoroesviluppare idee innovative ... Glihubberpropongono dicambiare ilprocesso produttivo, intervenendo sulcomesi lavora Il coworking, lavoraredalvivo Il logo della Fiera del libro per ragazzi del 2011 ... L'unica ideadi futuro chehadavverounfuturo èquellacheprevede l'uomocomefine U: sabato 7 luglio 2012 19
Staino PAOLOBONARETTIILCOMMENTO GUGLIELMOEPIFANI Maria Luisa Pellizzari e Gaetano Chiusolo al posto di Gilberto Caldarozzi e Francesco Gratteri. Poche ore dopo la sentenza sulla Diaz, il ministro Cancellieri cambia i vertici della Polizia accogliendo le proposte di Manganelli. Che dice: «È ora di chiedere scusa a tutti i cittadini». APAG.8-9 Manganelli: è ora di riconoscere le colpe della Polizia Sostituiti i vertici dopo la sentenza della Cassazione Una donna al servizio centrale operativo U: Il governo vara la spending review Dimezzate le Province, accorpati 37 tribunali Spesa sanitaria ridotta di un miliardo, enti locali in difficoltà: sono i punti più dolenti della manovra Cgil e Uil verso lo sciopero ILRETROSCENA CLAUDIAFUSANI Ideeanticrisi Iprecari associati In Occidente per un dentifricio si utilizza un nudo femminile, nei Paesi islamici si svilisce la donna mantenendola ai margini della società. La strada per la parità è ancora lunga ShirinEbadi Nobelper laPace L'INTERVENTO NICOLALATORRE Sentenza storica per le Nonne di Plaza de Mayo: il tribunale di Buenos Aires ha condannato a 50 e 15 anni di carcere il primo e l'ultimo capo della dittatura militare argentina, Jorge Rafael Videla e Reynaldo Bignone, per il «furto dei bambini» sottratti alle loro madri «desaparecidas». Per i giudici si è trattato di un «piano sistematico» voluto dai vertici delle giunte militari che governarono l'Argentina durante la dittatura dal 1976 al 1983. APAG. 13 Figli rubati ai desaparecidos 50 anni di condanna a Videla Strega: vincere (eperdere) perduevoti Palieripag. 18 CIÒCHESTUPISCEEDÈINACCETTABI-LENELL'IMPOSTAZIONEDELLASPENDINGREVIEW è l'ostinata e pervicace ricerca di parametri che risolvano i problemi, che evitino di entrare veramente nel merito e nella qualità della spesa pubblica. SEGUE APAG.15 Cambiare in Parlamento L'ANALISI GIOVANNIPELLEGRINO Ciminopag. 19 Moody: «Benvenuti nel fanta-realismo» Pivettapag. 17 Tagli a sanità e Comuni: così non va Giunta maschile: sindaco di Assisi si ribella al Tar La manovra del governo è un insieme di tagli alla spesa pubblica con una previsione triennale e crescente di effetti. A fronte di ciò viene posticipato di quasi un anno il temuto aumento dell'Iva con una diversa modulazione dei suoi importi. Che si tratti o meno di una correzione dell'andamento dei conti pubblici, è comunque evidente il carattere ciclico della manovra nella sua componente di riduzione di servizi, investimenti e occupazione. Mentre, infatti, gli interventi decisi in ordine alle spese superflue, alla riduzione di sprechi o sovrapposizioni di società ed enti pubblici, alla centralizzazione e trasparenza degli acquisti pubblici, rispondono ad un condivisibile e corretto criterio di efficienza generale, gli altri tagli non generano equità né svolgono una funzione anticlica. La Sanità può essere ragionevolmente assunta come metafora di questa affermazione. SEGUEA PAG.3 Una manovra recessiva De Gennaro non è mai stato imputato in questo processo. Ma molti ora si aspettano che l'ex capo della Polizia dica o faccia qualcosa. Quelli condannati, rimasti in mezzo alla strada, sono i suoi ragazzi. APAG. 9 Finisce l'era De Gennaro Il governo prova a dare un colpo al lavoro nero: sanzioni fino a mille nero per chi sfrutta gli immigrati e permesso di soggiorno di un anno per coloro che denunciano i loro «caporali». La norma transitoria fortemente voluta dal ministro Riccardi. La segretaria della Cgil: una buona notizia che arriva dopo la nostra mobilitazione. Il provvedimento recepisce quanto previsto dalla direttiva europea del 2009. GERINAAPAG. 12 Immigrati, permesso a chi denuncia i caporali FOTO DI ANDREA SABBADINI/BUENAVISTA APAG.7 Caro Vendola, accetta la sfida Armi, il business che fa un morto ogni minuto Tensione nell'esecutivo sulle misure considerate da alcuni ministri «tagli lineari in pieno stile Tremonti» Rapporti difficili con il viceministro Grilli DIGIOVANNIA PAG.3 ILRETROSCENA Da Giarda a Balduzzi il fronte anti-forbici Diaz, undici anni per chiedere scusa APAG.7 DEGIOVANNANGELI APAG.13 Il settore della Giustizia è uno di quelli che funzionano peggio. Eppure l'ossessiva reiterazione di posizioni inconciliabili anche all'interno dello schieramento progressista conduce il dibattito a una situazione di stallo. APAG. 10 Giustizia, paura di cambiare APAG. 2-5 2,00 l'Unità+Left (non vendibili separatamente)Anno89 n. 186 Sabato 7 Luglio 2012
L'allarme dell'organo di autogoverno della magistratura sulle norme in discussione che regolano la responsabilità civile dei giudici sono state rappresentate dal vicepresidente del Csm, Michele Vietti, al presidente della Repubblica che il Csm lo presiede. E il Capo dello Stato, ricevendo nel pomeriggio il ministro della Giustizia, Paola Severino, non ha mancato, nell'ambito di una ricognizione su tutti provvedimenti in discussione in Parlamento sulla questione giustizia, di illustrare le preoccupazioni che il Csm ha ratificato anche con il voto del Plenum. Un confronto per così dire a distanza, ognuno a illustrare le proprie tesi e i propri impegni, tra chi i magistrati li rappresenta ed il Guardasigilli, dunque, con un portavoce di eccezione, il Capo dello Stato, che le questioni della giustizia le ha sempre affrontate con la decisione, l'impegno e la consapevolezza di come esse rappresentino un snodo fondamentale nella vita democratica del Paese. E che ha sollecitato a che in Parlamento si trovi un'adeguata soluzione. Michele Vietti, ancora nei giorni scorsi, ha pubblicamente sostenuto che «la legge sulla responsabilità civile e diretta dei giudici va assolutamente abbandonata, sarebbe una sciagura che porterebbe al collasso il sistema» ed anche, dopo l'emendamento presentato dal Guardasigilli, che esso « resta e rimane una materia molto delicata che non può essere semplicemente affidata alle logiche della maggioranza o della minoranza». E questo accogliendo la possibilità che sia il Governo stesso a farsi carico di un intervento risolutore, sul tema. Avere un magistrato terzo e imparziale, libero da condizionamenti, è nell'interesse stesso dei cittadini». Allo stato attuale, nel merito, c'è l'emendamento depositato in commissione Politiche Ue del Senato dal Governo sull'articolo 25 del Ddl Comunitaria 2011. Bisognerà vedere come proseguirà il confronto parlamentare. Si possono azzardare tre ipotesi. O si decide di andare alla conta sul testo approvato alla Camera già sapendo che a votare a favore sarebbe una maggioranza diversa da quella che sostiene il governo dato che, già alla Camera Pdl e Lega si sono ricompattati sulla materia. O l'emendamento già presentato dal governo riuscirà a cambiare la situazione e portare ad un'approvazione da parte di una platea più larga. Ma i dubbi, anzi l'allarme, espresso non solo dal Csm fanno intravedere questa strada come molto difficile da percorrere. E c'è poi l'ipotesi di uno stralcio della norma, che potrebbe essere motivato con la necessità di avere una disciplina più organica e completa in una materia così delicata, e quindi il ministro della giustizia dovrebbe impegnarsi a trovare una soluzione adeguata alle questioni poste da più parti. Ma il colloquio al Quirinale tra il Capo dello Stato e il ministro della Giustizia Paola Severino è stato anche l'occasione per fare una ricognizione su tutti i provvedimenti in materia. Tra i più rilevanti la ragionevole durata dei processi su cui la Corte europea dei diritti dell'uomo ha più volte richiamato l'Italia perché si arrivi ad una normativa più rapida. E che tenga conto dei danni che al cittadino derivano, economici e morali, davanti a lungaggini ingiuste. Al presidente il ministro ha anche illustrato il piano di riorganizzazione delle circoscrizioni giudiziarie. L'ANALISI GIOVANNIPELLEGRINO Il blitz, inatteso, è stato due settimane fa con le riforme istituzionali: dalla sera alla mattina Calderoli ricominciò a flirtare con Quagliariello e Gasparri, fecero scambio di figurine, il primo disse sì al semipresidenzialismo, il secondo diede disco verde al Senato federale. Risultato: il pacchetto riforme è stato affondato per sempre. La prova generale è stata nei giorni scorsi con la Rai. Questa volta è sceso in campo addirittura la seconda carica dello Stato, Renato Schifani. È stato sostituito il candidato dissidente del Pdl e rimpiazzato con un soldatino. Risultato: il Pdl, con la collobarazione di una Lega in cerca di autore, ha ottenuto la maggioranza nel cda Rai. La prossima mossa della rinata alleanza è attesa nel campo minato della giustizia, guarda caso con Rai e riforme ciò che più sta a cuore al Cavaliere. Forti dei sondaggi che danno il Pdl in leggera ripresa (un punto e mezzo, due) da quando l'appoggio a Monti si è riempito di “se” e di “ma” e di assenze in aula nei voti di fiducia, lo stato maggiore dell'ex partito di maggioranza continua a lavorare su due direttrici: la riconquista di Casini secondo il disegno della casa comune del Partito popolare europeo; larghe intese con la Lega che, rimosso l'ostacolo Bossi, può puntare con il neo segretario Bobo Maroni a un profilo un po' più elevato. Il ricompattamento Lega-Pdl sul fronte della giustizia è vissuto con terrore da Pd, Terzo Polo e Idv ma anche dal miniDopo la Rai, la giustizia Il vicepresidente Csm: «Quel testo va assolutamente abbandonato, sarebbe una sciagura che porterebbe al collasso il sistema» MARCELLACIARNELLI ROMA «L'ITALIADEVEFARCELA»AMMONISCEIL CAPO DELLO STATO;EDÈ OPINIONELARGAMENTE CONDIVISACHE PER FARCELA siano necessarie riforme atte a superare l'ossificazione di un Paese vecchio e ad aprire prospettive di futuro per le giovani generazioni. Nel momento in cui, però, il dibattito si sposta su specifici progetti di riforma, il quadro diviene molto più contraddittorio e confuso, perché ogni categoria, ogni corporazione sollecita innovazioni che riguardano altri, mentre rifiuta di essere riformata, chiudendosi a difesa di diritti e tutele negli anni acquisite. Nel Paese è diffusa una sindrome «nimby», in cui ciascuno pretende che la vanga riformista dissodi i terreni altrui, ma non intacchi il verde del proprio giardino. Il settore della giustizia è uno di quelli che funzionano peggio, così da rendere generale l'auspicio di una riforma che almeno ci avvicini a standard di efficienza europei; e però questa aspirazione diffusa si scontra con il conservatorismo autoreferenziale delle corporazioni degli addetti al settore; innanzitutto di quella cui appartiene chi scrive: l'avvocatura italiana, che, pur reclamando intense riforme di sistema, insorge compattamente (le posizioni di dissenso sono rarissime) a difesa di un ordinamento professionale che pure è derivazione diretta del corporativismo fascista; e almeno localmente si fa vessillifera di istanze campanilistiche, protestando contro la progettata chiusura di uffici giudiziari. Analogo e in qualche modo speculare è l'atteggiamento dei giudici italiani, che ad alta voce pretendono maggiori risorse e implementazioni del personale ausiliario e auspicano modificazioni delle norme processuali, che accelerino i tempi della giustizia, quale la riduzione delle possibilità di appello e di ricorso per cassazione. E tuttavia rifiutano che della magistratura siano posti in discussione diritti quesiti e prospettiva di carriera, negandosi a ogni confronto sul proprio modulo organizzatorio e in particolare su quello della magistratura di accusa che pure stride con un rito processuale di tipo accusatorio e con il progettato modello di un Pm europeo. Sono chiusure corporative non sorprendenti a una osservazione serena, perché in tutto il mondo gli operatori del diritto tendono a reagire con irritazione a ogni annuncio di modifica dei ferri del mestiere. Su questo in anni lontani Stefano Rodotà fu autore di un memorabile saggio giovanile; sicché, se le corporazioni sono naturalmente conservatrici, non può meravigliare che corporazioni di operatori del diritto siano conservatrici al quadrato! Si tratta quindi di resistenze in qualche modo naturali in gruppi specifici, che ben potrebbero essere superate da una politica avveduta capace di valutarne il contrasto con l'interesse generale. Il guaio è che sui problemi della giustizia l'intero Paese – per lascito deteriore del berlusconismo – è spaccato in due tra una destra che fa della riforma della magistratura (più che della giustizia) un obiettivo dichiarato e una sinistra che più o meno convintamente fa propria la posizione conservatrice dei giudici, sostenendo che nel settore i problemi più urgenti sono altri e che quello del modulo organizzatorio della magistratura andrà affrontato, se andrà affrontato, in tempi più lontani. In questa divisione del Paese (abbastanza manichea) ascolto notevole ottengono opinionisti che, pur dichiaratamente schierati a sinistra, assumono posizioni complessivamente ascrivibili a quella ideologia law and order che nel mondo occidentale è tipica di militanze politiche nel campo conservatore (o addirittura in quello della destra estrema), mentre della sinistra intellettuale e politica è più tipica una opzione liberal, che laicamente ritiene necessario un controllo critico della pubblica opinione sull'esercizio di ogni potere, ivi compreso il potere dei giudici e il potere d'accusa (per lo più strutturati come poteri diversi). È un approccio critico aprioristicamente rifiutato da quanti si atteggiano nel loro insieme come un vero e proprio partito dei giudici o meglio ancora come un partito dell'accusa, se è vero che manifestazioni di dissenso su sentenze assolutorie sono abbastanza frequenti, mentre netto è il rifiuto di ogni discussione sulle modalità con cui la prosecution viene esercitata. Muovendo dal presupposto che i Pm hanno sempre ragione, è facile sconfinare in posizioni di estremismo fazioso, che spingono a trascurare concetti giuridici elementari; così quando disinvoltamente si afferma che il Presidente della Repubblica è un cittadino come tutti gli altri e come tale soggetto alla legge, dimenticando che la Costituzione legge delle leggi - gli attribuisce uno statuto speciale di insindacabilità; ovvero quando si definisce fantomatico il principio di leale cooperazione tra i poteri, che pure è stato tante volte affermato dalla Corte costituzionale; o ancora quando si esclude che un criterio di opportunità possa entrare a far parte di valutazioni giudiziarie, rispolverando il mito del magistrato «bocca della legge», meccanicistico applicatore della sua volontà generale e astratta; mito che la riflessione costitutiva di Magistratura democratica aveva riposto in soffitta già nei primi anni sessanta. Queste fragilità culturali nutrono indisponibilità a ogni forma di civile confronto, non soltanto con la destra, quanto soprattutto con chi a sinistra abbia la ventura di pensarla in maniera diversa. Così l'ossessiva reiterazione di posizioni inconciliabili anche all'interno dello schieramento progressista conduce il dibattito a una situazione di stallo, rendendo difficile pronosticare che nel programma di una sinistra di governo possano rientrare progetti di riforma della giustizia, di cui pure il paese ha urgente bisogno. È cioè difficile pronosticare uno schieramento progressista che sul problema della giustizia sappia superare contrasti ideali e particolarismi corporativi, rinvenendo nel suo lessico parole davvero capaci di descrivere un ordine migliore delle cose. POLITICA Sulla responsabilità civile e sulla legge anti-corruzione l'Asse del Nord si ricompatta È già avvenuto per le nomine nella tv pubblica e con l'affossamento delle riforme istituzionali CLAUDIAFUSANI ROMA Il segretario del Pdl, Angelino Alfano, durante una manifestazione del centrodestra FOTO DI CIRO FUSCO/ANSA Vietti e Severino al Quirinale Norme sui giudici, è allarme . . . Due strade possibili: l'emendamento del governo o l'ipotesi dello stralcio . . . Il Guardasigilli illustra gli interventi sulla durata dei processi e sul riordino delle circoscrizioni Quella strana sinistra «legge e ordine» che blocca le riforme 10 sabato 7 luglio 2012
della mobilità». Da Cecina, dove ha partecipato al Meeting antirazzista, il segretario generale della Cgil Susanna Camusso ha commentato in maniera molto dura il decreto sulla spending review. «Nei fatti è in corso un'altra manovra di carattere recessivo, che taglia molto lavoro, più di quello che non dichiari. Noi - ha continuato - eravamo molto interessati a fare un'operazione vera sugli sprechi e abbiamo fatto molte proposte. Ciò che non ci aveva mai visto d'accordo era l'idea di tagli lineari e soprattutto la riduzione dei servizi e delle reti di welfare dei cittadini o la penalizzazione del lavoro». Su questo argomento il comparto più citato è quello della sanità: «Siamo di fronte, nella somma tra le manovre Berlusconi e questa, a 13 miliardi di tagli nella sanità, cioè all'impossibilità di garantire i servizi. La stessa operazione di ulteriore taglio degli enti locali è una messa in discussione dei servizi. Il problema non è il nome: questo è un taglio lineare del welfare ai cittadini», ha concluso Camusso. Sempre in campo sanitario, secondo uno studio dello Spi-Cgil con la spending review «si darà il colpo di grazia alla sanità che si rifletterà sulla condizione di milioni di anziani: i 4 miliardi di euro sottratti al Fondo sanitario nazionale si aggiungono, infatti, agli oltre 12 miliardi già tagliati dal governo Berlusconi, per un totale di 16 miliardi nel triennio 2012-2014. Anche la riduzione dei posti letto previsto dalla revisione della spesa targata Monti - continua lo Spi Cgil - si somma a quella operata da chi lo ha preceduto: si arriverà così alla cancellazione di 80mila posti letto e alla chiusura di centinaia di presidi sanitari sul territorio». ANCHEUGLE USB MOBILITATI Anche gli altri sindacati sono pronti alla mobilitazione. L'Ugl ha proclamato lo stato di agitazione di tutto il pubblico impiego contro le misure della spending review. Mercoledì verrano decise le iniziative di lotta. «Sono misure - spiega il segretario confederale Fulvio De Polo - volte solo a fare cassa a danno di una categoria che ha già fortemente subito misure ingiuste e inique, facendo i conti con carenze di personale e di mezzi adeguati a fornire un servizio efficiente». Chi invece sta già protestando è l'Usb, la confederazione che riunisce i sindacati di base. Ieri a Milano un gruppo di lavoratori ha occupato il tetto dell'ex assessorato alla Sanità regionale srotolando uno striscione sull'edificio. A Roma in serata si è tenuta una fiaccolata dal ministero della Funzione Pubblica fino a piazza Montecitorio. Volano gli spread e le Borse vanno a picco. Un venerdì nerissimo ad una settimana esatta dalla grande euforia post Consiglio europeo che contagiò i listini di tutto il mondo, con Milano che guadagnò il 6,5 % e il differenziale tra Bund e Btp che si ridusse a 423 punti. Piazza Affari ha chiuso, ieri, a -2,53%, mentre lo spread è schizzato a 470 punti. Mercati in affanno in tutta Europa, però: Parigi -1,88 %, Francoforte -1,92%. Londra -0,53%, Madrid (maglia nera) -3,10%. Questo mentre la moneta unica tocca un nuovo record negativo crollando a 1,2266 dollari e la Grecia torna a chiedere due anni in più per il risanamento. Il ministro delle Finanze tedesco, Schäuble, avverte allarmato che la fine dell'euro porterebbe ad una «catastrofe economica» per la Germania, l'Europa e il mondo. Sempre ieri, a Wall Street, l'indice Dow Jones cedeva, a metà giornata, lo 1,30% e il Nasdaq scendeva dell'1,68%. L'ennesimo venerdì di passione, quindi, dopo un giovedì già caratterizzato dal segno rosso, malgrado il taglio ai tassi di sconto - sceso al minimo storico - deciso dalla Bce. In realtà, già l'altro ieri, Draghi aveva provveduto a raffreddare gli entusiasmi disegnando un quadro economico «peggiorato rispetto a un mese fa» e confermando che «la ripresa sarà lenta e debole e non arriverà prima della fine dell'anno». Alla doccia fredda del presidente della Banca centrale europea, si è aggiunta - ieri - quella gelata della direttrice del Fondo monetario internazionale, Chistine Lagarde, che ha fatto balenare perfino un peggioramento della situazione. L'uno-due di Bce e Fmi ha pesato sui mercati alla fine di una settimana aperta dai segnali decisamente positivi indotti dall'intesa su crescita, scudo anti spread, ecc. raggiunta al vertice di Bruxelles. RISPOSTESOLO TEORICHE Che si sono volatilizzati in pochi giorni. Perché, spiega l'economista Giacomo Vaciago, ci vogliono fatti e i fatti non si sono visti. E il vertice bilaterale Italia-Germania, al di là delle dichiarazioni d'intenti, ha dimostrato che in realtà gli strumenti sono solo teorici e ognuno continua ad andare per conto suo. Tanto che la Finlandia ha minacciato di uscire dall' euro piuttosto che pagare i debiti degli altri. Mentre fonti Ue non sono state più rassicuranti sul ruolo della troika chiamata a vigilare sullo scudo anti spread. Secondo Bruxelles, infatti, hanno ragione sia Monti che Merkel, nel senso che l'intervento ci potrà essere ma dovrà essere modulato nei controlli a seconda del grado di affidabilità del Paese richiedente. E se Monti esclude «commissariamenti» a cairco dei Paesi che dovessero ricorrere allo anti spread, alla vigilia dell'Eurogruppo che si riunirà lunedì a Bruxelles non c'è ancora chiarezza sui meccanismi dello scudo. Un'incertezza che gli investitori bocciano. Sul capitombolo di ieri, tuttavia, hanno pesato anche le notizie provenienti dagli Stati Uniti sul mercato del lavoro: 80mila nuovi posti a fronte dei 100mila previsti per il mese di giugno e disoccupazione inchiodata all'8,2 per cento. L'EUROPADEVEFARE DI PIÙ Ma non si può addossare né sulle dichiarazioni di Draghi né su quelle di Lagarde, che fotografano una realtà non certo rosea, la responsabilità di una crisi che ha in Europa il suo epicentro. Nella stessa Unione che - al di là dei risultati positivi di questo o quel Consiglio di capi di Stato e di governo, ottenuto tra l'altro (Monti ne sa qualcosa) faticosamente - stenta a reagire coralmente e speditamente. «Occorre fare di più» - esorta da Tokyo Lagarde, anche perché lo scenario economico mondiale «sta peggiorando». E se l'Europa «ha fatto progressi» il lavoro da portare avanti per risolvere la crisi del debito sovrano europeo è ancora molto. Secondo il direttore generale del Fondo monetario internazionale, le ultime misure adottate dalla Bce e quelle decise dal Consiglio europeo la settimana scorsa sono «incoraggianti». Passi importanti sono stati fatti, spiega, ma il percorso da compiere per rafforzare la moneta unica è lungo e passa attraverso «l'unione bancaria e l'unione fiscale». Le scelte compiute fino adesso possono apparire ai mercati come passaggi lenti, anche se sono «sufficientemente veloci per i principi democratici». Nel mondo «interconnesso di oggi, la crisi si muove veloce - sottolinea Lagarde - colpisce tutti gli angoli e bussa a tutte le porte». E il peggioramento dell'economia mondiale riguarda l' Europa e gli Usa, ma anche i «mercati emergenti, come Brasile, Cina e India, che stanno rallentando» in modo più o meno marcato. E le stime aggiornate del World economic outlook registreranno una visione al ribasso: «non si tratta di un cambio enorme - spiega il direttore del Fondo monetario - ma c'è la variazione negativa». Investimenti, produzione, occupazione, ecc: molti indicatori economici sono peggiorati in pochi mesi. Per Lagarde, infine, le economie di tutto il mondo devono adottare misure per ridurre il debito pubblico che attualmente preme negativamente sulla crescita. Mentre il settore finanziario deve essere risanato in modo che torni a sostenere le economie, piuttosto che a destabilizzarle. Una manifestazione dei lavoratori del pubblico impiego in una immagine di repertorio FOTO DI FILIPPO MONTEFORTE/ANSA Quasi il 50% in meno. È questo Il saldo della spending review nel settore delle Province, visto che l'accorpamento porterà ad una netta riduzione: dalle attuali 107, diventeranno 48. Il piano sarà completato entro l'anno corrente e la definizione esatta dei parametri per la dimensione territoriale e la popolazione sarà completata entro 10 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto sulla spending review licenziato dal Consiglio dei ministri. L'iter da seguire prevede che il governo trasmetta al Consiglio delle autonomie locali, istituito in ogni regione, la propria deliberazione con i criteri. Successivamente, ogni Consiglio approverà il piano di riduzione entro 40 giorni. I Comuni capoluogo di Regione sono esclusi dagli interventi di accorpamento e riduzione. Le Province che resteranno in vita avranno le seguenti competenze: ambiente (soprattutto per il settore discariche) e trasporti e viabilità (anche per quanto attiene la costruzione, la classificazione e la gestione delle strade). METROPOLI Inoltre il decreto prevede che entro il primo gennaio 2014 vengano istituite le Città metropolitane, dieci in tutto: Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli, Reggio Calabria. Contestualmente, verranno soppresse le relative Province. Il risparmio complessivo previsto dal taglio delle Province è di 500 milioni di euro per quest'anno e di 1 miliardo di euro a decorrere dal 2013. Il ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, commentando il decreto sulla spending review ha detto che «è stata ridisegnata l`architettura istituzionale dello Stato sul territorio, e così il sistema delle autonomie (Province, Unione dei Comuni e Città metropolitane) e amministrazioni periferiche dello Stato, saranno riorganizzate per dare migliori servizi ai cittadini e ridurre costi e sprechi. L`Italia compie in questo modo una vera e propria svolta nell`assetto dello Stato. Basta con i microfeudi, ora è il momento di una riorganizzazione che deve essere il fulcro per uno Stato nuovo, innovativo, snello e più utile ai cittadini. Per la prima volta nella storia repubblicana si è deciso di ridurre il numero delle Province. Si compie così un lungo dibattito che si è sviluppato nel Paese e che con il Consiglio dei ministri dell`altra sera giunge a una decisione, a una scelta compiuta con saggezza e lungimiranza». «Il processo che lo Stato sta compiendo» ha continuato il ministro «può diventare anche una guida per le realtà private. Il decreto sulla spending review ridurrà gli sprechi e migliorerà sensibilmente la vita di tutti i cittadini». Le misure prese dal governo però non convincono tutti. Costantino Boffa del Pd ha definito «ancora utili le piccole Province, contrariamente a quanto si dice, in quanto servono per coordinare il sistema dei piccoli comuni e per garantire una competitività e un dinamismo territoriale che a scale più piccole non sarebbe certo possibile garantire». Critico anche Antonio Di Pietro, leader dell'Idv, ma per motivi opposti: «Il professor Monti si è finalmente deciso a sforbiciare le Province. Ma mica tutte. Meno della metà, se tutto va bene. L'altra metà ce la teniamo, anche se non servono a niente e succhiano solo soldi allo Stato. Si vede che alle richieste dell'Europa si obbedisce sempre, tranne quando fanno a pugni con le esigenze dei partiti e delle loro clientele. Questo aspetto emerge in modo molto chiaro, è una riforma a metà». ILCASO . . . Patroni Griffi: «Preoccupazioni comprensibili ma leggete il testo definitivo» Male le Borse e lo spread Allarme Fmi: la crisi peggiora NINNIANDRIOLO ROMA Christine Lagarde FOTO ANSA-EPA Cancellata la metà delle Province MARCOTEDESCHI MILANO Tagliallagiustizia: via tribunalieProcure risparmiodi50mln Soppressionedi 37 tribunali e di 38 procure,cancellazione di 220sezioni distaccateesistenti in tutta Italia. Questo il contenuto del provvedimento inmateria di revisionedelle circoscrizioni giudiziariemessoa puntodal GuardasigilliPaola Severinoe approvatodal Consigliodeiministri. I taglinon riguarderannocomunque i capoluoghidi provincia. Prevista anche la ridistribuzione sul territorio delpersonaleamministrativo e dei magistrati . Aquesta riorganizzazionesi aggiunge quella degliufficideigiudici dipace cheha giàportato all'individuazionedi 674 sedichesarannosoppresse. SecondoPalazzo Chigi, la riduzionedegliufficigiudiziari comporteràcomplessivamente risparmidi spesadi oltre51 milionidi euro indue anni. Piazza Affari chiude a meno 2,53%. Un altro venerdì nerissimo Schäuble: una catastrofe la fine dell'euro Il risparmio previsto è di 500 milioni di euro per quest'anno e di un miliardo di euro a partire dal 2013 . . . Mercati europei in affanno Lagarde: la Ue deve fare di più . . . La Grecia torna a chiedere altri due anni per il risanamento sabato 7 luglio 2012 5
CULTURE SEMBRA FARSI AVANTI UNA NUOVA NECESSITÀ NEL TEATROCONTEMPORANEOEDÈLAVERITÀ.LAVERITÀ DEL VISSUTO, NON PIÙ DEL CORPO DELL'ATTORE MA DEL CORPO ATTORE. Carcerati che esprimono in scena l'alienazione dell'essere rinchiusi, genitori e figli che portano sotto i riflettori frammenti della loro intimità (vedi Iodice in Tuttoquestosaràtuo a Napoli) e ancora avanti, in una drammaturgia sempre più spinta nella ricerca di adesione totale al reale, che sorpassa persino Stanislavskij. Tendenza che si evidenzia in mutevoli forme anche sulle «nuove scene fra teatro e danza» del festival Inequilibrio a Castiglioncello, sebbene non cercata di proposito dal direttore artistico, Andrea Nanni. Qui, al Castello Pasquini, - come già successo al cinema con La guerra è dichiarata dove Valérie Donzelli porta sul grande schermo la storia del suo bambino malato di cancro e il percorso fatto assieme al compagno, Jérémie Elkaïm, per uscire dal gorgo - Leonardo Capuano sfoga con rabbia la frustrazione di non essere uscito invece da quell'inferno. Parole di Dostoevskij e dentro le lacrime e il dolore feroce di quel lutto infinito – e purtroppo vero - ne La sofferenza inutile. Ha ali grandi e respiro di poesia, con lieto fine, lo spettacolo a cui abbiamo assistito di Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi, Duepassi sono. Due creature delicate in una stanza chiusa, oppresse da un tempo scandito dalle medicine da prendere e dalle precauzioni nel fare. Vivere in una bolla, attratti e spaventati da una semplice passeggiata all'aria aperta, una carezza, il sogno di un amore. Giuseppe e Cristiana conoscono attraverso il loro corpo, minuto e segnato, quello che esprimono in scena. Traggono ispirazione diretta dai diari di giorni solitari, tristezze concrete, portandosi dietro il peso di un fisico diverso e la zavorra della cautela che diventa ossessione. Un vissuto che diventa teatro perché loro ne sanno fare una pièce leggera, un fumetto buffo, un Copi decantato dall'amarezza e dalla crudeltà. Aprendosi a una parabola di liberazione, una fuga da sposi incontro all'amore. Anche nel laboratorio che Egumteatro ha condotto con Piero Cencini e Lucio Vagaggini, sfociato nell'allestimento di E chi siete voi?, liberamente ispirato al Cavaliere inesistente di Italo Calvino, si affaccia il fantasma del passato. Piero e Lucio sono due ospiti della Casa famiglia Lorenzo Mori di Trequanda, anche loro, in fondo, due «cavalieri inesistenti» nel mondo, di cui si sa poco o niente delle origini. ALUNNISURREALI La regia di Annalisa Bianco li colloca in un'aula surreale, alunni vestiti da militari reduci da chissà quale battaglia. Una classe morta in cui una suora (Olga Rossi, attrice professionista) detta loro le gesta di Carlo Magno che passa in rassegna i suoi cavalieri e chiede le generalità. Echisietevoi?La domanda ripetuta e ingigantita diventa l'eco tormentosa, uno sghignazzo sghembo, la frase-emblema di un'esistenza fantasma, tra un giro di ballo e un'allocuzione al pubblico. Iniziata suggestivamente, squarcio di luce nel cono d'ombra di un istituto, la pièce si ripiega come una pagina sgualcita, incapace di tenere la barra nella furia di emozioni disordinate. Ancora gesto naturale e gesto teatrale si scambiano i connotati nella lunga esplorazione che Virgilio Sieni sta conducendo da tempo, spostandosi da soggetto a soggetto. La spontaneità dei bambini, la saggezza delle nonne e adesso, in Igiardinieri e le fatine, anche la nodosa abilità dei giardinieri, capaci di tagliare rami, assestare, riordinare e, nel disboscamento, rivelare la meraviglia di fate bambine, gli incanti segreti che ci stanno sotto agli occhi ma che, senza la mediazione della danza, non riusciremmo a scorgere. Rientra, a suo modo, nelle «incursioni» nel reale, la pièce di Stefano Massini, drammaturgo da sempre attento alla storia che lo circonda (o lo precede) che stasera in Balkan Burger prende spunto da una vicenda vera. Quella di Razna, nata in una delle tante comunità ebraiche rimaste illese dall'invasione turca e che dovrà riassestare la sua vita su binari diversi, inseguendo le vicissitudini dei Balcani. Sullo sfondo di una Bosnia Erzegovina, in cui, come scrive Massini, «se preghi Dio si girano in quattro». Laverità delvissuto ACastiglioncellocarcerati e frammentidi intimità ROSSELLABATTISTI CASTIGLIOCELLO Festival Inequilibrio Inscenaspettacolichesembrano spingersisempredipiùnella ricercadiadesionetotale al reale,daCarulloeMinasiaEgumteatro,Massini,Sieni Unascenadi«Duepassi sono» della compagnia Carullo/Minasi U: 20 sabato 7 luglio 2012
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07/07/12

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