Braccio di ferro maggioranza-governo sugli emendamenti al decreto Sviluppo che devono modificare alcuni aspetti della riforma del lavoro. A margine della presentazione dei dati Inail si è infatti creato un improvvisato vertice. Da una parte il ministro del Lavoro Elsa Fornero e quello per i Rapporti con il Parlamento Piero Giarda, dall'altra Cesare Damiano (Pd) e Giuliano Cazzola (Pdl), i registi dell'accordo di maggioranza che lunedì ha fissato in un unico emendamento i dieci punti-richieste del documento delle parti sociali (sindacati e imprese) sottoscritto anche da Udc, Fli e gruppi minori. L'oggetto del contendere riguarda innanzi tutto il costo di alcuni emendamenti, come il mantenimento delle aliquote per le partite Iva al 27% (elevate al 33% dalla riforma) e come il rinvio di un anno dell'entrata in vigore dell'Aspi, il nuovo ammortizzatore sociale che sostituisce la cassa integrazione (ordinaria, straordinaria e in deroga) e la mobilità. Su tutti questi problemi la ministra Elsa Fornero però non ha voluto dare giudizi definitivi, limitandosi ad un conciliante «stiamo valutando, non c'è fretta». Al momento quindi il governo non ha deciso se dare o meno parere negativo all'emendamento. Ferma invece la posizione di Cesare Damiano. Il capogruppo del Pd in commissione Lavoro ribadisce che «l'emendamento parte da un impegno d'onore preso dal presidente del Consiglio Mario Monti alla Camera. Per questo la vicenda va conclusa al più presto e il governo ha la soluzione nelle sue mani. Per noi - continua Damiano - tutto si tiene e dunque l'emendamento rimane unico, non si può spacchettarlo in singole misure perché deriva da un accordo delle parte sociali e all'interno della maggioranza». L'esponente Pd poi ribalta il ragionamento sulla presunta copertura necessaria per lo slittamento di un anno dell'Aspi: «Davanti ad una riforma delle pensioni che dal 2020 al 2060 produrrà per lo Stato un risparmio di 660 miliardi non ci si può bloccare o creare problemi per una copertura che, sebbene a me non risulti, ammonterebbe a poche centinaia di milioni». Più disponibile a modifiche è Giuliano Cazzola. L'esponente Pdl spiega che «la cosa più probabile è che lo stesso emendamento venga presentato invece alla Spending review al Senato, dove ci sarebbero meno problemi anche sotto l'aspetto della ammissibilità». L'iter del decreto Sviluppo alla Camera prevede un primo parere, solamente consultivo, della commissione Lavoro. La vera partita si giocherà nelle commissioni referenti, quelle Finanze ed Attività produttive che invece daranno pareri vincolanti e decideranno sulla ammissibilità degli emendamenti. Oggi alle 13,30 inizieranno l'esame in contemporanea e saranno i presidenti di commissione, Gianfranco Conte (Pdl) per le Finanze e «l'inflessibile» Manuela Dal Lago (Lega Nord) per le Attività produttive a decidere sull'ammissibilità degli emendamenti, con il rischio concreto di escluderli per «estraneità di materia». Sarà poi in questa sede che il governo dovrà decidere quale parere dare sugli emendamenti. A complicare la partita potrebbe essere il numero enorme di emendamenti presentati, ben 1.901 proposte di modifica al decreto sviluppo. Il relatore Alberto Fluvi (Pd) chiosa: «Se l'emendamento della maggioranza verrà considerato ammissibile, faremo di tutto per portarlo a casa». La spending review inizia l'iter al Senato, e le piazze si riempiono, mentre nelle stanze di ministeri si aprono confronti con le categorie interessate. Ieri è toccato al ministro Renato Balduzzi incontrare in serata i rappresentanti di Farmindustria, dopo che i farmacisti avevano organizzato una manifestazione in piazza Montecitorio. Oggi resta la sanità in prima fila, con un incontro tra governo e Regioni (presente Mario Monti), che continuano a respingere il taglio di 4,5 miliardi al fondo sanitario nel triennio, oltre alla sforbiciata di circa 700 milioni che peserà sul trasporto pubblico locale. Prima di incontrare Monti i presidenti di Regione riuniranno la conferenza straordinaria. Ma sarà anche Palazzo Vidoni a dover aprire nuovi confronti. La Cisl funzione pubblica e Cisl Scuola (Giovanni Faverin e Francesco Scrima) hanno scritto a Filippo Patroni Griffi per rivendicare «il necessario confronto con le parti sociali», come prevede l'intesa del 3 maggio scorso. Insomma, il cammino appare accidentato: stavolta sarà molto complicato comprimere la conversione in legge del decreto. Le farmacie confermano la serrata per il 26 luglio. Trecento delegati sindacali delle 120 associazioni territoriali dei titolari di farmacia hanno manifestato oggi davanti a Montecitorio contro le misure «inique ed economicamente insostenibili» poste a carico delle farmacie dal provvedimento. Nel pomeriggio si è riunita l'Assemblea Nazionale di Federfarma, che ha ribadito la richiesta -già reiteratamente avanzata al governo- di apertura immediata del Tavolo per definire un nuovo sistema di remunerazione della farmacia -previsto da una legge del 2010 finora rimasta inattuata. Preoccupate anche le farmacie comunali. La federazione italiana delle farmacie comunali ha «urgentemente chiesto un incontro con il ministro della Salute e il presidente dell'Anci, Graziano Delrio, al fine di individuare un percorso di sviluppo e sopravvivenza della farmacia comunale nel rispetto degli obiettivi di spending review», si legge in una nota diramata ieri. Secondo Assofarm il provvedimento colpisce «in maniera ingiusta e sconsiderata la farmaceutica territoriale» e porterà ad un calo dei margini per farmacia quantificabili in circa 12.000 euro all'anno. In gioco c'è la sopravvivenza stessa delle farmacie comunali, denunciano gli operatori. NUMERIDEL SETTORE Al settore farmaceutico si chiedono risparmi per complessivi 900 milioni nel 2012. Più della metà di questa cifra deriva dalla voce beni e servizi, che prevede una rinegoziazione dei contratti con un taglio del 5%. Circa 235 milioni verranno dallo sconto obbligatorio richiesto all'industria farmaceutica, mentre alle farmacie convenzionate con il territorio si chiedono 90 milioni. Ma i numeri diventano molto più pesanti negli anni successivi. Alle farmacie convenzionate si chiede uno sconto ulteriore di 190 milioni nel 2013 e di altrettanto (da sommare) nel 2014, per un taglio complessivo di 470 milioni nel triennio. Il contributo dell'industria, invece, si azzera negli anni successivi al 2012. Diventa pesante, invece, l'intervento richiesto alle farmacie convenzionate con le strutture ospedaliere, che nel 2013 dovranno garantire maggiori sconti per 557 milioni e altrettanto l'anno successivo. Il contributo del comparto no finisce qui: si reperiranno altri 70 milioni dagli acquisti di prestazioni erogate dai privati. ILFRONTE SICUREZZA Nel frattempo si apre un altro fronte di battaglia, stavolta molto delicato per l'esecutivo. «Con il decreto sulla spending review, nonostante le assicurazioni che erano state fornite nelle ultime settimane, il governo taglia oltre alle province anche la sicurezza», accusa Claudio Giardullo, segretario del sindacato di polizia Silp-Cgil. «La soppressione di svariate province - continua Giardullo - determinerà, infatti, la chiusura di altrettante prefetture e questure e l'assegnazione delle funzioni ad altri uffici nel territorio. Al momento il governo non ha fatto conoscere quali misure vorrebbe adottare per evitare un pericoloso calo dei livelli di sicurezza, specie in province come Crotone, Vibo Valentia, Caltanissetta, Enna e Ragusa, che sono aree ad alta presenza mafiosa e che sembrerebbero a rischio di chiusura. Certamente l'idea che in quelle aree un commissariato potrebbe sostituire una questura dimostrerebbe soltanto che il governo non ha chiaro il livello di pericolosità delle organizzazioni criminali che vi operano». I poliziotti temono anche per il taglio al personale, che si prospetta molto pesante. «Il decreto prevede una possibilità di copertura del turn-over degli operatori di polizia del solo 20% nel triennio 2012-2014 e del 50% per il 2015 - prosegue Giardullo - cioè una perdita di oltre cinquemila operatori per la sola Polizia di Stato, cioè per un' amministrazione che è già sotto di dodicimila unità in organico. E tutto questo dopo i tagli del governo Berlusconi, e mentre si sostiene che la sicurezza non verrà toccata». L'ITALIAELACRISI Anche i farmacisti contro il governo Serrata il 26 luglio La lobby ieri già davanti Palazzo Chigi: «Il provvedimento penalizza i guadagni» Preoccupazione del sindacato di Polizia per i tagli: così la sicurezza è a rischio BIANCADIGIOVANNI ROMA Sviluppo, sugli emendamenti braccio di ferro con il governo MASSIMOFRANCHI ROMA . . . I Governatori vogliono verificare con il premier le cifre sui tagli al sistema sanitario nazionale ISTAT Continua laprotesta di42ricercatori inattesadiassunzione Continua laprotesta di 42ricercatori e tecnologi dell'Istat, che hanno manifestato il lorodisagio anche in occasionedella diffusione del comunicatostampasulla produzione industrialedi maggio.Si trattadi vincitori diun concorsoper cuinon vedonoriconosciuta la loro posizionedacirca dueanni. È quantofannosapere i ricercatori stessi intervenendo in sala stampa durante il briefing. I ricercatori chiedonoal premierMarioMonti di firmare il decreto (Dpcm) per l'autorizzazionedelle loro assunzioni. «L'espressionedello statodi disagiocausatoda questa situazionesipaleserà anche attraverso la partecipazione ad iniziativedi protestae mobilitazioni, interneedesterne all'Istat, che potrannoanchemettere in discussione le uscitedeiprossimi comunicati stampa», sottolineano i ricercatori. . . . La ministra Fornero diplomatica: «Stiamo valutando, non c'è fretta» TREND Produzione industriale, subaseannua giùdel6,9% Nelmesi di maggio,produzione industriale+0,8% subase mensile destagionalizzatae contrazioneparia 6,9%subase annua.A livello tendenziale la diminuzionepiù marcata riguarda il raggruppamento deibeni intermedi (-8,7%), macali significativi si registrano ancheper i benidi consumo (-6,7%), si trattadel nonomeseconsecutivo sottozero, l'ultimoconsegno più fu registrato nell' agosto2011 (+0,6%), forte contrazioneperquelli aduso durevole (-12,2%).Maleanche i benistrumentali -5,7%.diminuisce in modopiù contenuto l'energia (-3,3%) .Nel confronto tendenziale,gli unici settori increscitasono quellidell'attività estrattiva(+2,3%) edella produzione diprodotti farmaceutici di basee preparati farmaceutici (+2,2%). Le diminuzionipiùampie si registrano per i settori della fabbricazionedi articoli ingomma e materie plastiche, altriprodottidella lavorazionedi minerali nonmetalliferi (-12,2%),delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-11,5%),della fabbricazione diapparecchiature elettriche e apparecchiatureper uso domestico nonelettriche (-9,7%). IlCentro studi diConfindustria stimaun calodella produzione industriale dell'1,3%. Si attestaal -23,4% la distanzadal picco diattività pre-crisi (aprile2008) mentre il recupero daiminimi della recessione(marzo2009) si riduceal 3,5%.L'attività industriale nellaprima metàdel2012, spiega ilCentrostudiè diminuita inmedia dello0,9% mensile dadicembre 2011 (-5,3% cumulato). Con la stimadigiugno, si registranel secondotrimestreuna diminuzione dell'1,7%sulprecedente. La proposta di rinviare l'attuazione dell'Aspi fa discutere Modifiche, si decide sull'ammissibilità 6 mercoledì 11 luglio 2012
Una lettera con la richiesta al Pd di portare avanti l'agenda Monti anche durante la prossima legislatura ed un'assemblea convocata ad hoc per il 20 a luglio a Roma per ribadire il concetto. L'iniziativa è di quindici parlamentari Pd e tra questi Giorgio Tonini che in questa intervista ne ha per tutti. Tonini, il Pd non sostiene abbastanza il governoMonti? Nasce daqui la lettera? «Diciamo che lo sostiene nei fatti e un po' meno nelle parole. Usando il Vangelo si dovrebbe recitare: “Fate quello che dicono e non quello che fanno”, qui invece accade il contrario, c'è una scissione tra quello che facciamo in modo leale in Parlamento e quello che alcuni dicono. È come se avessimo un certo imbarazzo a dire quello che stiamo facendo fino in fondo, a dire che l'agenda del governo è la nostra agenda». Esageratelecriticheanchesugliesodati osui tagli a sanitàe servizi? «Da parte di alcuni, non direi Bersani, sì e mi riferisco a persone della segreteria». Si riferiscea Fassina e Orfini? «Certo, e non solo a loro. Non sono dei passanti, hanno ruoli di responsabilità importanti». Achialtri si riferisce? «Anche a l'Unità, a quella copertina che associava un intervento di Monti ad un manifesto di epoca fascista. L'ho trovata di pessimo gusto». L'UnitànonhamaiassociatoMontial fascismo. Ha ironizzato sulla diffida a Squinzi, messo all'indice come anti-italiano solo per aver espresso una critica. Sicurochenon è lei adesagerare? «Affatto. Solo qualche giorno fa titolavate “Fornero ministro incostituzionale”». Avevaappenadetto il contrariodell'art. 4 della Costituzione: che il lavoro non è undiritto. Lepareuna gaffe dapoco? «Se avesse detto così non sarei stato d'accordo, ma il suo testo era molto più complesso: non si può aspettare che qualcuno garantisca il tuo diritto. Insomma, la propaganda che fanno alcuni dirigenti di partito e alcuni organi di stampa a noi vicini, seppur legittima, dà il senso di un disagio». Quindi il governo andrebbe sostenuto “senza se e senza ma” da tutti, giornali compresi? «Non dico che bisogna tacere le nostre critiche ma se siamo convinti che il governo sta facendo il bene del Paese, e lo sta facendo, lo dobbiamo sostenere. I giornali hanno tutto il diritto di dire la loro ma è evidente che a volte creano disorientamento». Nella lettera sostenete che l'agenda Monti debba essere mantenuta anche durante laprossima legislatura. «Direi di sì, dobbiamo essere i primi a candidarci a proseguire l'opera iniziata da Monti anche durante la prossima legislatura». Bersanioggièstatofreddinonelreplicarealla vostra iniziativa. «Mi sembra abbia risposto che non si occupa di metafisica. Neanche noi: questa è politica, il Pd sta lavorando alle proprie proposte per la prossima legislatura e noi quindici, che non contiamo niente, pensiamo che nel costruire questo programma si dovrebbero privilegiare gli elementi e i tratti di continuità anziché il contrario». Una “contro-assemblea” subito dopo quelladel partito? «Molti organizzano iniziative per dire che votano i provvedimenti del governo turandosi il naso, noi vorremmo organizzarne una per dare voce a chi, e sono tanti, appoggia convintamente l'esecutivo e anzi vorrebbe incalzarlo affinché sia ancora più riformista affondando il bisturi nel Paese perché così com'è non va bene. L'Italia spende troppo per il passato e sacrifica il futuro». Già qualche ora prima che Mario Monti da Bruxelles escludesse una sua candidatura nel 2013, Pier Luigi Bersani aveva smorzato gli ardori del variegato fronte favorevole a una grande coalizione e un Monti bis nella prossima legislatura. Con questo argomento: «Io penso che l'Italia abbia diritto di essere una democrazia come le altre, con un centrodestra che si confronta con il centrosinistra e il centro decide con chi stare. Questo è lo schema democratico e io non rinuncerò mai all'idea che l'Italia respiri con gli stessi polmoni con cui respirano le altre democrazie». Il leader del Pd guarda con attenzione ai tentativi disperati del Pdl, diviso al suo interno e con una politica delle alleanze ferma al palo, di farsi promotore di un Monti-bis. Ma guarda con molta attenzione anche ai movimenti di un possibile alleato come l'Udc (dopo l'apertura a un patto di governo tra progressisti e moderati Pier Ferdinando Casini ha evitato di entrare nella fase dei dettagli, su questo) e a quelli tutti interni al suo stesso partito. LAPROSSIMALEGISLATURA Una quindicina di deputati e senatori del Pd ha fatto pubblicare sul “Corriere della Sera” di ieri una lettera appello in cui si chiede di portare l'agenda Monti anche nella prossima legislatura. Tra i firmatari ci sono Tonini, Maran, Morando, Follini, Ichino, Vassallo, Ceccanti, Ranieri, tutti convinti che dal Pd debba uscire ogni «residua ambiguità sul giudizio circa l'azione svolta fino a oggi dal governo Monti» e che vadano bloccate «inaccettabili inversioni di marcia sulle iniziative di riforma dell'esecutivo». I firmatari (ma anche Walter Verini giudica «stimolante e in gran parte condivisibile» l'appello) si sono dati appuntamento per il 20 con un obiettivo chiaro: «promuovere nel Pd una trasparente discussione sulle strade che vanno intraprese perché obiettivi e principi ispiratori dell'agenda del governo Monti possano permeare di sé anche la prossima legislatura». Bersani, a chi gli chiede un commento su quest iniziativa, si limita a dire che non si occupa di «problemi metafisici»: «Mi interessano invece i problemi sul tappeto». E su questo dà appuntamento all'Assemblea nazionale del Pd che si terrà sabato: «Parlo e concludo io». Come a dire che tocca a lui e non ad altri indicare il programma di governo con cui il Pd si candiderà alle prossime elezioni. E che non è «ambiguità» chiedere di «ragionare in Parlamento» per apportare alcune correzioni alla spending review, o di risolvere la drammatica situazione degli esodati (ieri Bersani ha avuto un confronto serrato con alcuni di loro, nella sede del Pd, e ha assicurato che su questo il suo partito non mollerà, anche se il sostegno leale all'esecutivo non mancherà: «Non vi risolverebbe il problema se il governo cadesse»). CONFRONTOINASSEMBLEA L'Assemblea di sabato si annuncia comunque piuttosto vivace. Bersani illustrerà quelli che a suo giudizio dovranno essere i capisaldi della «carta d'intenti» che sarà alla base della coalizione dei progressisti (che poi sceglieranno il loro candidato premier con le primarie). Ma dovrà fare i conti con i cosiddetti “montiani”, che non sono solo quelli che hanno messo la firma sotto la lettera spedita al “Corriere”. Il loro obiettivo è non chiudere con l'esperienza Monti nella prossima primavera. Dice Gentiloni: «Penso che l'Italia avrà bisogno dopo il 2013 del professor Monti, vedremo in quali funzioni e prendiamo atto delle sue dichiarazioni. Deve però essere certa una cosa: al di là delle decisioni personali, il percorso avviato negli ultimi mesi non può essere fermato». Ma Bersani dovrà fare i conti anche con i cosiddetti “rottamatori”, che dopo aver letto sulla convocazione dell'Assemblea nazionale che l'argomento primarie non è all'ordine del giorno si sono organizzati. All'appuntamento di sabato, a cui parteciperà anche Matteo Renzi, presenteranno tre ordini del giorno su premiership e candidature. Il primo prevede le primarie obbligatorie per la selezione dei parlamentari (tutti, fuorché il segretario del partito). Il secondo che chi ha già svolto tre mandati non possa essere ricandidato. Il terzo che vengano fissate entro settembre regole e data delle primarie «di partito o di coalizione per la scelta del nostro candidato alla guida del governo, da tenersi entro la fine del 2012». E se altre volte analoghi ordini del giorno non sono stati messi in votazione, questa volta Pippo Civati mette in chiaro: «A scanso di equivoci, questa volta chiederemo di votare. In ogni caso». La raccolta di firme per poterli presentare è già partita. portamento dei partiti finita questa breve esperienza». Una incertezza che, dice il premier, aumenta via via che l'esecutivo si avvicina al termine del mandato. LOSCUDOE LA PRUDENZA Monti ostenta fiducia nelle possibilità che ha l'Italia di superare questa crisi. Ma pur continuando a ritenere che non avremo bisogno di far ricorso allo scudo anti-spread incassato al Consiglio europeo di fine giugno, dice che sarebbe «ardito» escludere una simile eventualità per il futuro. In questo, correggendo in parte quanto detto all'indomani di quel combattuto confronto con sostenitori della linea del rigore. «Sarebbe ardito dire che l'Italia non avrà mai bisogno di questo o di quel fondo», risponde a domanda precisa Monti al termine dell'Ecofin. «Il principio della prudenza induce a non dirlo». Ribadisce comunque che per ora non è prevista una richiesta da parte nostra di aiuti pari a quelli chiesti da Grecia o Irlanda. «Confido ancora oggi che l'Italia, essendosi messa sulla dura ma largamente condivisa strada dei conti in ordine, non si appresti ad avere bisogno di interventi del primo tipo», dice alludendo alle misure utili ad intervenire nello squilibrio dei conti di uno Stato membro. «Credo possa però avere interesse ad interventi del secondo tipo»: ovvero modalità di intervento che consentirebbero un sostegno temporaneo ai titoli emessi da uno degli Stati membro «a scopo di contenimento delle fluttuazioni dello spread». L'INTERVISTA «Monti va sostenuto, le critiche disorientano» S.C. ROMA MARIAZEGARELLI ROMA IL COMMENTO MASSIMO ADINOLFI GiorgioTonini «Stiamocon ilgoverno nei fatti,macon leparole unpo'meno.Edèunerrore Miriferiscoapersone chenelpartitohanno responsabilità importanti» . . . Gentiloni: «L'Italia avrà bisogno del professore anche dopo il 2013» SEGUEDALLAPRIMA In verità, non c'è bisogno di filosofeggiare per capire l'importanza politica delle parole del premier Monti. Ieri il premier ha detto che esclude di guidare il governo anche dopo il 2013. La parola torna ai cittadini, la politica si riprende il suo spazio, e, com'è giusto, conduce la sua giusta (possiamo dirlo?) lotta per il potere. L'esperienza del governo Monti è stata ed è importante, al di là (anche se è sempre difficile andare al di là) delle cose buone e delle cose meno buone fatte o da fare. Ma è ancora più importante l'esperienza alla quale il Paese si consegnerà con le elezioni politiche. Che non sono un ostacolo, un fastidio o un ingombro, ma un'occasione, anzi l'unica vera occasione per mettere davvero il Paese su una nuova e più fruttuosa strada. Scegliendo, e investendo con convinzione sul valore della propria scelta. Per questo, se è grande la responsabilità che il premier sta portando in questi mesi, aiutando l'Italia e l'Europa a tirarsi fuori dalla più grave crisi nella quale s'è mai potuta cacciare, ancor più grande sarà quella che porteranno i partiti in campagna elettorale. E se lo spread, allora, salisse? E, peggio: se qualcuno usasse, se non ha già usato, questo argomento per comprimere gli spazi della democrazia, i luoghi della critica, le possibilità di cambiamento? In quel caso gli si ricorderà quel che la democrazia deve sempre ricordare, per tenere in pugno le ragioni della sua legittimazione, cioè che essa è nata per sconfiggere l'uso politico della paura, di cui quell'argomento è soltanto l'ultima versione. Monti lo sa, e non ha inteso usarlo, né ha inteso sequestrare il futuro al Paese. Sta ai partiti, e in primo luogo al Pd, indicare come intende disegnarlo. Come si fa a giocare la speranza contro la paura, la fiducia nel meglio contro il timore del peggio. Che se poi lo spread salisse davvero, salisse ancora (come se poi finora fosse sceso precipitevolissimevolmente), beh, lo diciamo come un paradosso: sarebbe una buona ragione per farle subito le elezioni, non certo per rimandarle o per preconfezionarne l'esito. Un bel segnale Votare contro la paura Bersani: «L'Italia ha diritto a una democrazia normale» Il segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani FOTO DI GUIDO MONTANI/ANSA Appello di 15 parlamentari Pd a favore dell'«Agenda Monti» Il segretario: «Problemi metafisici» mercoledì 11 luglio 2012 3
I cancelli del Giambattista Vico sono ancora off limits per i 145 iscritti alla Fiom che la Fiat deve assumere. Ciro e gli altri 18 che hanno vinto la causa rimangono al di qua dei tornelli, mentre i loro ex colleghi entrano nella fabbrica che produce la Nuova Panda. Insieme a loro all'ingresso 2 c'è il segretario generale Maurizio Landini che volantina. «Tutti in fabbrica», si legge sul proclama della Fiom. L'idea, ribadita fin dalla prima ora dopo la sentenza del giudice di Roma Anna Baroncini, è quella di invitare le altre organizzazioni sindacali «a riconsiderare la logica subalterna e mettere in campo una serie di iniziative per consentire il rientro di tutti gli operai, ricordando che fuori ci sono tante famiglie monoreddito». Le loro tesi intanto sembrano fare proseliti e breccia tra gli oltre 2mila lavoratori che non sono stati ancora riassunti nella nuova Fabbrica Italia Pomigliano. Alcuni di loro hanno già sottoscritto un mandato per un ricorso al tribunale di Nola per la violazione dell'articolo 2112, sul trasferimento di azienda, che prevede la prosecuzione dei contratti da una società all'altra. Il ricorso chiede che vengano riconosciuti i diritti individuali dei lavoratori, in continuità tra un'azienda e l'altra. La sentenza del giudice Ciocchetti del luglio scorso aveva invece considerato legittimo l'uso da parte della Fiat di una new-co ma l'aveva condannata per comportamento anti-sindacale. Come aveva anticipato a l'Unità in precedenza Maurizio Landini aveva discusso con i suoi iscritti le «azioni eclatanti da programmare nei prossimi giorni perchè le istituzioni intervengano in merito alla sentenza che ha condannato Fiat ad assumere 145 iscritti Fiom». Landini ha poi incontrato don Peppino Gambardella, parroco della chiesa San Felice in Pincis di Pomigliano, che da anni è impegnato a sostenere i lavoratori della Fiat nelle loro vertenze occupazionali, e che il giorno dopo la sentenza del Tribunale di Roma definì lo stesso Landini «un uomo giusto». «Dopo aver rilasciato quelle dichiarazioni - ha spiegato don Peppino a Landini - ho ricevuto una lettera anonima in cui mi si invitava “a non impicciarmi”, “a fare il prete”, e non parlare della vertenza tra Fiat e Fiom. Una lettera che lascia il tempo che trova, perché ritengo che tutti dovrebbero godere della sentenza di Roma, perché un giudice ha riconosciuto il diritto dei lavoratori». Un emozionato Landini, da parte sua, ha risposto di «non aver parole» per i complimenti ricevuti dal parroco. «Quello che abbiamo fatto e stiamo facendo - ha spiegato il leader della Fiom - non lo abbiamo fatto per i nostri iscritti, ma per tutti i lavoratori. La Fiat infatti ha annunciato sì il ricorso, ma ha anche sostenuto che non può riprendere altri lavoratori, minacciando cassa integrazione o mobilità. Così non si va da nessuna parte». E che la partita non sia limitata a Pomigliano, lo confermano le stesse prese di posizione di altre realtà. «La stessa Federmeccanica - ha aggiunto Landni - sostiene che il rinnovo del contratto nazionale va fatto a particolari condizioni, rifacendosi, guarda caso, al contratto Fiat. Ma se in Italia si consente di non applicare le leggi esistenti, si corre il rischio di andare incontro alla repressione ed alle sue conseguenze». Landini, infine, ha annunciato che nei prossimi giorni convocherà una riunione con tutti i rappresentanti degli altri stabilimenti Fiat per evitare «contrapposizioni dovute ai “giochini” del Lingotto sulle dichiarazioni di eventuali chiusure o altro, tese a dividere i lavoratori». La prima decisione presa dalla Fiom è quella di far sottoscrivere a tutti i suoi iscritti (che sono più dei 145 che dovrebbero assunti) una “messa in mora” nei confronti della Fip. In questo modo i lavoratori si dichiarano disponibili all'assunzione e, nel caso assai probabile che la querelle giudiziaria si concluda fra mesi, potranno farsi riconoscere lo stipendio da oggi e non dal giorno della reale assunzione. Allo stesso tempo gli iscritti alla Fiom hanno precettato la controparte con una «intimazione ad adempiere» all'assunzione. Trascorsi i dieci giorni previsti dal deposito del precetto, gli stessi poi presenteranno un ricorso al tribunale competente (probabilmente quello di Nola) per chiedere che vengano fissate le modalità di assunzione. Ieri intanto sul piano giudiziario la Fiom ha registrato altri due successi. Il Tribunale di Milano ha condannato la Sirio di Arese (gruppo Fiat) per condotta antisindacale ripristinando il diritto della Fiom ad avere rappresentanza sindacale all'interno dell'azienda. Il Tribunale di Ancona, invece, ha condannato la Cnh di Iesi, altra società del gruppo Fiat, per il rifiuto alla richiesta dei lavoratori iscritti a voler provvedere a versare i contributi sindacali alla stessa Fiom. Il Presidente Umberto Cecchi, il C.d.A. e i dipendenti del Teatro Metastasio, esprimono le più sincere condoglianze per la prematura scomparsa di MARA CONTI giornalista autentica e preziosa. Finita la tregua tra i produttori di lattee l'Europa.Sono tornati a Bruxellesconun centinaiodi trattori amanifestarecontro «laperdita di7 centesimiogni litro di latte che producono».Così,al grido«le misure delpacchetto lattenon sono sufficienti»,circa500 produttori giuntidallaLombardiae dal Nord Europa,hannochiestoalla Commissioneeuropea uno stanziamentodi500 milioni dieuro persostenere unariduzione volontariadella produzioneper complessivi2 milionidi latte.Riuniti nell'EuropeanMilk Board(Emb), i produttori italiani,belgi, francesi, tedeschi, irlandesi, austriaci e altri, hannovolutodimostrare la loro determinazione inondandocon 5mila litri di latte la Place de Luxembourg,di fronteal Parlamento europeo. La commissione Trasporti della Camera sta valutando la possibilità di ridurre gli importi delle multe stradali, ritenuti in molti casi eccessivi. L'obiettivo è arrivare ad uno «sconto» tra il 10% e il 20% sulla multa comminata, nel caso in cui venga pagata immediatamente. La ratio della discussione è chiara: «Nell'ambito della rivisitazione di alcuni punti del codice della strada - spiega il deputato Pd Michele Meta, che fa parte della Commissione - siamo tutti d'accordo nel non infierire sull'automobilista, già tartassato da tasse varie, bollo e aumenti della benzina. E di arrivare quindi ad una riduzione delle multe». Del resto, ne dà notizia anche lo stesso presidente della commissione, Mario Valducci, intervenuto ieri ad un convegno sulla sicurezza stradale organizzato dal Centro Diss di Parma. Quanto ai tempi di realizzazione, fermo restando che le ipotesi dovranno comunque passare al vaglio del Senato, potrebbero non essere lunghissimi, e non superare l'estate. La commissione sta esaminando anche altri temi relativi al Codice: soprattutto quello delicato degli omicidi stradali. Dal convegno intanto emergono gli ultimi dati sugli incidenti stradali: ogni anno in Italia ne avvengono oltre 200mila, che provocano 4mila morti e 300mila feriti, con costi sociali che ammontano a 30 miliardi, il 2 % del pil. Dimezzare entro il 2020 i costi economici e sociali investendo nella ricerca scientifica e nell'innovazione tecnologica applicate alla sicurezza stradale è l'obiettivo che si prefigge il Diss, il Centro di ricerche interuniversitario per la sicurezza stradale creato nel 2010 per iniziativa dell'Università di Parma, che ha presentato l'attività svolta in questi due anni. «Il Diss - ha sottolineato Lorella Montrasio, direttore del Centro - si propone di diventare l'organismo di supporto alle istituzioni dedicato alla ricerca applicata alla sicurezza stradale, un organismo tuttora assente in Italia a differenza di altri Paesi europei». La proposta è di adottare subito a livello nazionale il progetto Data - S3T (Street), basato sull'innovazione tecnologica per la raccolta dei dati e monitoraggio di incidentalità. «Il nostro obiettivo - aggiunge Montrasio - è fungere da volano per lo sviluppo del nuovo comparto economico sicurezza stradale che entro il 2020 porti l'Italia a dimezzare il numero delle vittime della strada e quindi ridurre i costi dell'incidentalità dagli attuali 30 miliardi annui, pari al 2% del pil, a 15 miliardi». Multe stradali Sconti in arrivo ma solo per chi paga subito LAURAMATTEUCCI MILANO Rallenta l'erogazione dei prestiti da parte delle banche a maggio, mentre i tassi d'interesse restano sostanzialmente invariati. A maggio il tasso di crescita sull'anno dei prestiti al settore privato è sceso allo 0,7% rispetto all'1,7% di aprile. Il tasso di crescita dei prestiti alle famiglie ha rallentato all'1,4% dall'1,8 del mese precedente. I prestiti alle società non finanziarie sono diminuiti dello 0,4% rispetto all'analogo periodo dell'anno prima. È la Banca d'Italia ad informare sugli ultimi dati. I tassi d'interesse sui finanziamenti erogati nel mese di maggio alle famiglie sono rimasti stabili: quelli per l'acquisto di abitazioni al 4,33% (4,37% il mese precedente); quelli sulle nuove erogazioni di credito al consumo al 9,98% (9,95% ad aprile). Da Bankitalia, il direttore centrale per la Vigilanza bancaria, Luigi Federico Signorini, informa anche del fatto che «l'ammontare complessivo di aiuti di Stato erogati alle banche italiane dall'inizio della crisi rimarrà assai contenuto nel confronto internazionale, con riferimento sia alle ricapitalizzazioni sia alle garanzie statali». In sostanza, tra dicembre 2008 e giugno 2012 il sostegno statale mediante Tremonti bond è stato pari a 4,1 miliardi. Ne hanno beneficiato quattro banche: Banco Popolare, Banca Polare di Milano, Credito Valtellinese e Banca Mps. A questi si aggiungono 86 miliardi (5,4% del Pil) per la garanzia concessa dallo Stato sulle passività bancarie, che gli istituti hanno utilizzato a partire dal 2012. In base ai dati della Commissione europea emerge anche che «le misure di sostegno pubblico adottate in Italia sono assai modeste rispetto a quelle approvate negli altri Paese europei in seguito alla crisi». DISCONTINUITÀPER MPS In questo contesto, il piano d'intesa approvato dal cda di Monte dei Paschi di Siena per il periodo 2012-2015 e presentato al mercato il 27 giugno «si pone in linea di forte discontinuità con la gestione precedente ed è caratterizzato da incisivi interventi gestionali e operativi», come spiega sempre Signorini. «Un eventuale intervento diretto dello Stato nel capitale Mps attraverso l'acquisto diretto di azioni ordinarie sarebbe stato percepito a livello europeo come una vera e propria nazionalizzazione - ricorda Signorini - e avrebbe potuto produrre effetti depressivi sul prezzo delle azioni». Poi raccomanda: «I nuovi titoli dovrebbero essere molto simili ai Tremonti bond». Il piano di impresa sarà un elemento fondamentale del piano di ristrutturazione che, così come previsto dalla disciplina comunitaria sugli aiuti di Stato, e vagliato dalla Banca d'Italia e dal Mef, per essere infine sottoposto all'autorizzazione della Commissione europea. Prestiti bancari in calo, ma tassi invariati Quote latte Protestano iproduttori italiani Il segretario Fiom Maurizio Landini fa volantinaggio all' esterno dei cancelli della Fiat di Pomigliano FOTO DI CESARE ABBATE/ANSA Fiat, ricorsi firmati anche da altri sindacati A Pomigliano l'iniziativa legale per i reintegri non è solo della Fiom Landini ieri ha volantinato davanti la fabbrica MASSIMOFRANCHI ROMA ECONOMIA LA. MA. MILANO ILCASO . . . Il Lingotto si è opposto alla sentenza della Corte di Cassazione favorevole agli operai . . . Aiuti di Stato a quattro istituti di credito: tra il 2008 e il 2012 erogati 4,1 miliardi 12 mercoledì 11 luglio 2012
Anno 2014: al Teatro alla Scala il 7 dicembre presentazione di una nuova autovettura, nel foyer un cantante e un pianista ricordano che in questo giorno si teneva l'inaugurazione di una stagione operistica; all'Auditorium di Roma gran serata bingo con in premio una barca di lusso; a Venezia al posto della Biennale, mostra mercato dell'abito griffato; al Teatro di San Carlo a Napoli un defilé di armi da guerra. Uno scenario da incubo? È quanto sembrava profilare la “spending rewiev”, con la cancellazione dei finanziamenti pubblici ad Associazioni e Fondazioni culturali, cosa che ieri ha causato forti reazioni. In serata è arrivata però una smentita da parte del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali che ha rassicurato tutti. Ma la revisione di spesa del Governo in discussione in questi giorni in Parlamento colpisce anche il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e, come al solito più duramente degli altri dicasteri. La frase incriminata è al comma 6 dell'articolo 4 della “spending rewiev” che recita: «gli enti privati che forniscono servizi alle Pubbliche Amministrazioni –dallo Stato ai Comuni passando per Regioni e Province (ndr)–, anche a titolo gratuito non possono ricevere contributi a carico delle finanze pubbliche». Dettato non limpidissimo, come molti altri punti del provvedimento, e passibile di varie interpretazioni, tra cui quella che vedeva cancellati i già magri finanziamenti pubblici agli enti privati dell'intero settore cultura. Vincenzo Vita, capogruppo del Pd alla Commissione cultura del Senato, paventando un effetto Fahrenheit aveva chiesto un chiarimento al Governo, e nel pomeriggio un laconico comunicato di Federculture aveva pronosticava la sparizione dell'intero settore delle attività culturali. In serata dal Mibac arrivava un chiarimento: «Il provvedimento non riguarda le fondazioni lirico-sinfoniche e tutte le fondazioni culturali legate al Mibac, nessuna esclusa». Tranquillizzato, ma non tranquillo, Vita ribadisce che «per il settore cultura comunque la “Spending rewiev” è un pessimo provvedimento, brutto e negativo». I motivi di un giudizio tanto pesante nascono da evidenti fattori: a un Ministero come quello dei Beni e delle Attività Culturali, da anni fortemente sotto organico, è chiesto di rinunciare al 10% dei suoi dipendenti e al 20% dei dirigenti. Circa 2300 persone, ed è abbastanza incerto come saranno allontanate dal loro lavoro, visto che i prepensionamenti, anche fatti in base alle norme pre-riforma Fornero, non potranno mai raggiungere quella cifra: il rischio di creare nuovi esodati è evidente. Ancor più grave è che un simile taglio finisca su un dicastero che ha specifiche competenze di tutela territoriale ieri anche sul paesaggio, oltre che sui beni artistici, architettonici, archeologici e storici. Compiti che nella migliore delle ipotesi già oggi sono affrontati con fatica: «Così come è –stigmatizza Matteo Orfini, coordinatore del dipartimento cultura del Pd– la “spending rewiev” è un problema poiché colpisce il corpo già martoriato di un ministero che ha subito tagli pesantissimi negli ultimi dieci anni. È evidente che non si potranno più garantire servizi primari della tutela». A peggiorare le cose, il fatto che il personale non sarà pensionato selettivamente, ma per anzianità: dunque avremo sovrintendenze archeologiche senza archeologi, archivi senza archivisti, restauri senza restauratori, biblioteche senza bibliotecari. Ancora più pesanti i tagli alle risorse economiche del Mibac con 23 milioni di euro in meno in 3 anni, al netto delle future finanziarie che potrebbero ulteriormente peggiorare la situazione. Inoltre con lo scioglimento di Arcus, il ministero riassorbe appena 30 milioni di euro l'anno sugli oltre 100 che erano il budget complessivo di questa società, ed è una ulteriore diminuzione di risorse. E per fortuna che il governo aveva assicurato che non avrebbe tagliato nel settore cultura. Ma proprio su Arcus sembra consumarsi una vendetta dei tecnici di Monti: tra le molte società soppresse dalla “spending rewiev” è l'unica il cui personale, appena 4 dipendenti, non sarà riassorbito dai ministeri: perché? ILCOMMENTO NICOLACACACE L'esterno del teatro dell'Opera di Roma FOTO DI ALESSANDRO DI MEO/ANSA La protesta dei farmacisti contro Monti ieri davanti a Piazza Montecitorio FOTO DI MASSIMO PERCOSSI/ANSA Spending Review va bene, smantellamento del Welfare, SSN, sistema sanitario nazionale, cultura, scuola, No! Da tutti i confronti internazionali il Sistema sanitario italiano, pur con tutte le sue deficienze, era sempre piazzato ai primi posti, talvolta dopo la sola Francia considerata la numero uno al mondo. E questo risultato era dovuto sia ai parametri di salute, vita media, mortalità infantile, etc. che a quelli di costo 9% del Pil di cui 7% spesa pubblica. Naturalmente tutti sappiamo che sprechi, spese inutili e corruzione non sono assenti dal variegato quadro italiano. Ma nessuno pensava che la giusta e rigorosa «revisione della spesa» dovesse condurre ad un peggioramento continuo del sistema sino a temere un suo allineamento col peggior sistema sanitario che, secondo l'Organizzazione mondiale della Sanità è per costi e risultati quello americano. Gli Stati Uniti sono infatti l'unico tra i 27 Paesi industriali dell'Ocse a spendere quasi il doppio degli altri grandi Paesi industriali, 17% del Pil contro valori che vanno dall'11% di Francia e Germania al 9% di Italia e Spagna, con risultati assolutamente peggiori, come lunghezza di vita, mortalità infantile, etc.. L'America ha una mortalità infantile del 30% superiore a quella europea ed una speranza di vita alla nascita di due anni inferiore rispetto agli europei e di quattro ai giapponesi, che spendono in Sanità esattamente la metà degli americani. È il classico esempio di fallimento della Sanità privata. L'America è infatti l'unico paese industriale dove la spesa sanitaria è in prevalenza privata, essendo quella pubblica riservata solo ai più poveri tra i poveri. E la recente battaglia del presidente Obama, sinora vittoriosa dopo i fallimenti di Clinton, è stata proprio diretta a alla creazione di un sistema di assicurazione obbligatoria (come da noi è per le auto), privata ma agevolata dallo Stato, rivolta a quei 30 milioni di cittadini senza copertura sanitaria, perché non troppo poveri per aver diritto all'assicurazione pubblica né abbastanza ricchi da potersene fare una privata. UNAGARA SBAGLIATA Purtroppo da qualche anno, la giusta battaglia per allineare la qualità del Sistema sanitario italiano ai parametri di costo e risultati migliori tagliando sprechi e clientelismi si sta trasformando in una gara, all'italiana, di tagli orizzontali indiscriminati che, invece di eliminare spese inutili e gonfiate, personale amministrativo e direttivo superfluo, primari inadatti perché nominati in modo clientelare, corruzione, etc.intervenendo con sane tecniche manageriali sull'organizzazione degli ospedali, si accanisce indiscriminatamente ed orizzontalmente contro i letti, il personale medico e paramedico con conseguente peggioramento dei servizi. E il peggioramento tocca sia la qualità che la quantità, con tempi e costi di degenza che crescono mentre le liste di attesa si allungano in modo inaccettabile. In nessun paese civile si deve aspettare una anno per una Tac! Di fronte ad un invecchiamento della popolazione che aumenta in Italia e nel mondo la domanda di sanità, l'Italia è l'unico paese la cui spesa sanitaria si è ridotta in termini reali negli ultimi anni. Con 115 miliardi di spesa sanitaria pubblica nel 2011 e quasi 35 privata, in Italia assistiamo a due fenomeni unici, l'aumento continuo della quota privata sulla spesa complessiva, l'arretramento continuo della posizione dell'Italia come spesa sanitaria procapite, eravamo al 13mo posto sui 27 paesi OCSE nel 1990, al 14mo nel 2000, siamo al 19mo nel 20101. ALL'ULTIMOPOSTO Di questo passo saremo ventisettesimi, cioè ultimi, per spesa sanitaria procapite nel 2020 ed allora anche i problemi di crescita di produttività e di Pil del Paese, oltre quelli della salute dei cittadini, saranno ancora peggiorati: caro prof. Monti, come Ella ben sa una popolazione mal trattata non è mai molto produttiva. ILCASO Sulla Sanità rischiamo un passo indietro pericoloso . . . Nel 2020 rischiamo di trovarci all'ultimo posto tra i paesi Ocse per spesa nel settore Inps: ildeficit Inpdapmettearischio il sistema «L'assunzionedaparte dell'Inpsdel deficit imputabile al soppresso Inpdap comporterànel breve periodo un problemadisostenibilità dell'intero sistemapensionisticopubblico». Lo scrive il Consigliodi indirizzoe vigilanza,nella primanotadi variazione dibilancio2012 del SuperInps, incui chiedeal governo«interventi correttivi». «Pertantoapparedoveroso ed urgente- si leggenel documento - che talesituazionesia sottoposta all'attenzionedelgoverno edei ministerivigilanti al fine di consentire agli stessidi adottareadeguati interventi correttiviper sanare il disavanzoeconomicoe patrimoniale dellagestione ex Inpdap e quindi garantire - vienesottolineato - la sostenibilitàdella spesapensionistica». IlCiv«ribadisce - si leggeancora - la necessitàche tutti i fondi ogestioni che presentanounandamento economico-patrimonialenegativo sianosottoposti adunattento monitoraggio,nonchè l'urgenzadi aggiornareal piùpresto i bilanci tecnici con i quali valutare la futura evoluzione»degli stessi«nonchè la sostenibilitàdell'intero sistema». INPS: Con la confluenzadell'Inpdape dell'Enpalsnell'Inps e,quindi, la nascita delSuper-Inps, l'incidenza della spesa perprestazioniprevidenziali e assistenziali sulPil «siattesta al 19,22%» nel2012 «rispetto al 13,79%delle previsionioriginarie». Losi legge nella primanotadi variazionedel bilancio preventivo2012 dell'Istitutodi previdenza, il primobilanciodel cosiddettoSuper-Inps,approvata oggi dalCiv, il Consigliodi indirizzoe vigilanza. . . . In tre anni il Mibac vede una progressiva riduzione delle risorse: situazione insostenibile . . . L'articolo 4 della spending review lascia punti interrogativi sui finanziamenti Meno finanziamenti in vista Allarme per i beni culturali Il ministero con una nota cerca di spegnere i timori diffusi Il provvedimento non riguarderebbe le Fondazioni legate al ministero e gli enti lirico-sinfonici LUCADELFRA ROMA mercoledì 11 luglio 2012 7
CaraUnità IlMarocco e la Shoah Nel giugno del 1940, quando i francesi, umiliati militarmente, si arresero alla Germania nazista, i territori del Maghreb sotto amministrazione francese (Marocco, Algeria e Tunisia) vennero considerati parte della cosiddetta Francia «non occupata», ossia di quella parte di territorio metropolitano che il vecchio maresciallo Pétain aveva creato, sotto la tutela nazista, uno Stato collaborazionista e reazionario. Accadde allora che alle popolose minoranze dell'ebraismo sefardita, residenti da secoli nel Maghreb, vennero via via applicate, a partire dall'autunno del 1940, le misure vessatorie del regime di Vichy: come in Algeria, dove fu tolta agli ebrei algerini, dopo settant'anni, la cittadinanza francese ottenuta in virtù del decreto Crémieux del 24 ottobre 1870. E il fatto che i loro diritti politici fossero tornati a essere quelli degli «indigeni musulmani algerini» costituì soltanto una prima deminutio, cui ne tennero dietro altre che li privarono dei diritti alla proprietà, all' istruzione scolastica, all'esercizio delle professioni, di movimento. Anche in Marocco, il governatore francese tentò varie volte di introdurre norme anti ebraiche, ma la tenacia di S. M Mohamed V fu tale che di fatto vanificò le norme del governo di Vichy, basti ricordare l'opposizione del sovrano a consegnare al governatore del governo del Maresciallo Petain l'elenco dei cittadini marocchini di religione israelita, sostenendo che in Marocco non esistevano “esistevano in Marocco sudditi ebrei, ma solo sudditi marocchini”. Tale gesto permise di fatto la salvezza della comunità ebraica marocchina negli anni tremendi della Shoah. Ricordare questo evento , significa, riportare alla luce una pagina di Storia spesso dimentica e ricordare la grande figura di un Sovrano, che negli anni difficili della Shoah con solo atto di saper dire di “no “ a leggi moralmente ingiuste salvo molte vite umane e permise di continuare la lunga tradizione di tolleranza del Marocco, una tolleranza che ancora oggi resiste e prospera. MarcoBaratto ASSOCIAZIONE CULTURALE EUROMEDITERRANEA Il conto delle stelle Moltissimi anni orsono, trascorrevo le vacanze in un paesino del Pinerolese. Non dirò che allora le stelle erano più grandi e numerose (non sono tornato a verificare). Ma difficilmente riuscirò a dimenticare le sere, quando una piccola compagnia di attori dilettanti riuniva “villeggianti” e contadini e allestiva spettacoli teatrali nel cortile di una cascina. Il palcoscenico al piano più basso del fienile. Il palco d'onore sul balcone al primo piano; tutti gli altri stavano su panche di fortuna in mezzo all'aia. E tutto questo mi è tornato alla mente domenica scorsa, primo luglio, mentre la folla si riuniva in piazza Vittorio a Torino per assistere alla Finale di coppa europea (purtroppo una grande delusione, ma non di questo volevo parlare). Il maxischermo rappresenta una faccia, neppure la più moderna ma comunque contemporanea, delle nostre liturgie popolari. Sarebbe molto bello utilizzarlo di più e anche per trasmettere concerti di musica classica o pop e rock, opere liriche e teatrali, poesie, letture, sketch... tutto ciò che a buon diritto “fa” la nostra cultura, e non solo lo sport. Risulta comunque più economico che un concerto dal vivo e sicuramente più coinvolgente e sociale che guardare la televisione da soli, a casa. Male che vada si farà il conto delle stelle. MassimoRondi Lapropostadi IgnazioVisco Caro direttore, desidero segnalare una proposta formulata da Ignazio Visco qualche giorno fa e che - se non erro - non ha avuto particolari riscontri. Perciò scrivo a l'Unità per richiamare la proposta del Governatore. Si tratta di un ampio progetto di manutenzione immobiliare dell'Italia di cura del territorio di una terapia contro il dissesto idrogeologico. Il Governatore auspica che si diano gli incentivi giusti soprattutto a chi ha cura della messa in sicurezza dell'ambiente e della sua estetica. I terremoti purtroppo insegnano. Auspica il Governatore che si faccia un piano pubblico e privato con il concorso dei fondi europei. Mi pare che la proposta sia di estremo interesse; va sviscerata opportunamente analizzata e potrebbe essere modellata avendo riguardo alle giovani generazioni sulla base delle loro professionalità ed esperienze. Ci sarà bisogno di un coordinamento tra le varie istituzioni e il sistema scolastico ai vari livelli. Perché non provarci? Perché non aprire un confronto di idee su questo tema individuando in particolare le direttrici di lavoro da imboccare? AldoBacchiocchi Rettifica Su l'Unità di ieri, a pagina 16, nella rubrica “CaraUnità” è stata pubblicata la lettera di Michele Mulè, presidente del Comitato Azione Legale. Il titolo di tale lettera, «Siamo commercianti truffati e vogliamo giustizia», è stato realizzato dal curatore della rubrica. L'espressione «Siamo commercianti truffati», infatti, non compariva nel testo della lettera inviata. Il ricordo No al femminicidio in nome di Eleonora Tiziana Agostini Assessora alla Cittadinanza delle donne, Comune di Venezia Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense,131/L 00154 Roma lettere@unita.it De Gennaro esprime dolore per le persone massacrate dai suoi agenti. Ma manifesta solidarietà anche con i condannati. Ma lui che ha fatto in tutti questi anni per scoprire la verità? Perché non ha fornito nessuna collaborazione alla giustizia, coprendo i colpevoli? Uno che si comporta così, non merita di occupare il posto di governo che gli è stato affidato. Deve fare una sola cosa. Dimettersi. NEVIOPELINO La sentenza dice che la mattanza ci fu ed esprimere dolore per le vittime da parte di chi, allora, era il capo della polizia è un po' poco. Esprimere solidarietà per i colpevoli che da lui dipendevano è un po' troppo. Da qualsiasi punto di vista la si guardi, la dichiarazione di De Gennaro uomo è inopportuna e la dichiarazione di De Gennaro uomo di governo è inaccettabile. Portando avanti oggi il tentativo maldestro, durato 11 anni, di negare e coprire l'insieme delle responsabilità politiche di quello che fu e resta uno degli episodi più vergognosi nella storia della nostra democrazia. Era il tempo, io vorrei qui ricordarlo, in cui il governo Berlusconi, appena eletto, condivideva ed esaltava le scelte di guerra dei Bush e dei Blair chiudendo con loro occhi ed orecchie di fronte alle proteste che venivano da quelli che, giovani e meno giovani, segnalavano l'immoralità di quelle scelte e il disastro economico cui ci avrebbero condotto. Chiudere a manganellate la bocca di chi non era d'accordo fu un atto di fascismo senza se e senza ma. Verso cui, davvero, sembra inaccettabile, oggi, esprimere una qualsiasi forma di solidarietà e di cui ci si dovrebbe, invece, vergognare. A meno che la solidarietà non voglia solo voler dire: «Io me la sono cavata ma ero lì con voi. E avevamo ragione». Dialoghi Quella solidarietà non può essere accettata OGGISICOMMEMORAELEONORANOVEN-TA, LA GIOVANE DI 16 ANNI CHE L'11 LUGLIO DEL 2010 venne freddata con un colpo di pistola dal fidanzato trentenne che stava lasciando. Accadeva ad Asseggiano quartiere di Mestre in quella che divenne un'estate da non dimenticare per la scia di sangue di donna che lasciò alle sue spalle. Appena cinque giorni prima a Spinea Roberta Vanin era stata uccisa dall'ex compagno. Crimini che hanno un nome: femminicidio, donne uccise in quanto donne, perché avevano trovato il coraggio e la determinazione per emanciparsi da relazioni buie con uomini aggressivi e pericolosi, seppur apparentemente normali. Un fenomeno che non ha patria né classe sociale, colpisce il Nord come il Sud del nostro Paese: la violenza che nasce da una cultura patriarcale oscurantista è trasversale, ha molti volti ed un'unica espressione. A distanza di due anni possiamo dire che l'uccisione di Eleonora ha portato tutta la Comunità ad una riflessione profonda. In primo luogo i ragazzi e le ragazze che con Eleonora condividevano il tempo della scuola oltre che quello libero. Insieme al Centro donna e con il benestare della famiglia Noventa, questi studenti hanno messo in scena uno spettacolo teatrale che ha anche l'obiettivo di individuare e prevenire oltre che stigmatizzare la violenza di genere. Stiamo lavorando sui giovani e le giovani affinché sappiano riconoscere sul nascere comportamenti discriminanti che possono creare un solco dal quale a volte non si torna indietro. La famiglia di Eleonora crede in questa azione, crede nella prevenzione, perché un atto criminale come quello subito dalla figlia, non si ripeta più. I ragazzi a loro volta reagiscono positivamente ed agiscono in modo creativo, rifiutando il modello autoritario che c'è alle spalle del femminicidio. Oggi 11 luglio ricordiamo Eleonora, nostra coraggiosa concittadina così com'era: sorridente e con lo sguardo rivolto al futuro, certe che la scommessa educativa può essere vinta per costruire un domani libero dalla violenza di genere. LE ULTIME SETTIMANE SI SONO INCARICATE DI SPIEGARE ACHINONL'AVESSEANCORACAPITOE,DALLEPARTIDELGOVERNO SONO IN MOLTI, quanto sia profonda la crisi che si è aperta in Occidente e nel mondo. È una crisi del capitalismo finanziario, a cui fa a malapena il solletico quell'insieme di misure e di terapie - tutte fondate su un rigorismo ottuso e antisociale - che le destre europee hanno imposto a molti Stati, passando sopra alla sovranità popolare e ad una storia pluridecennale di conquiste, che va sotto il nome di «modello sociale europeo». Lo spread tra i Bpt italiani e i Bund tedeschi è poco sotto i 500, come nel periodo peggiore dell'ultimo Berlusconi. Sono stati bruciati i sacrifici fatti e pagati solo dai redditi medio-bassi, dal lavoro dipendente, dai ceti medi, dai pensionati, dal lavoro, dal Mezzogiorno e dalle famiglie con l'Imu. Come nel gioco dell'oca siamo tornati alla casella di partenza. E in più: con l'intollerabile disoccupazione di giovani e di donne, con un Paese in recessione e un governo che non ha un'idea per la crescita. A ciò si aggiungono i tagli al settore pubblico che mescola strumentalmente interventi giusti contro sprechi e scarsa efficienza di molti settori, con mazzate formidabili a settori come la sanità, la scuola e la ricerca, la giustizia. Il colpo violento inferto all'Istituto nazionale di Fisica nucleare, nei giorni del successo italiano nella ricerca sulla «particella di Dio» non è un semplice incidente di percorso. La Germania è più competitiva perché ha mantenuto e sviluppato un forte settore pubblico, ha investito nella ricerca e nella cultura, crede nell'intervento dello Stato. Ora, viene alla luce con più nettezza il duplice problema che caratterizza la transizione italiana: l'ideologia liberale e liberista di cui è intriso questo governo, con importanti eccezioni, secondo cui il pubblico è per antonomasia un fardello da ridurre al minimo; e il carattere tecnico, volto a incanalare la profondissima sfiducia popolare nei confronti dei partiti e della politica in direzione di una tecnocrazia legata a doppio filo a banche, sistema finanziario, editoria e che vorrebbe ancora Mario Monti alla guida del governo anche nella prossima legislatura: è il segreto di Pulcinella. Alla domanda relativa a che cosa fare nei dieci lunghi mesi che ci dividono dalle elezioni del 2013, di cui sei bloccati dal «semestre bianco», è difficile trovare una risposta convincente: se non quella di assistere al tentativo di logoramento dell'unica prospettiva di passare a un governo politico, fondato su una maggioranza scelta dagli elettori, rappresentata dal Partito democratico. Ciò però non dovrà accadere. È per questo che è indispensabile che l'Assemblea nazionale del Pd prenda una forte iniziativa politica, adeguata a questo passaggio difficilissimo. Il Pd oggi, per non farsi logorare, deve guardare al Paese, e smetterla di discutere delle persone; cedere alla personalizzazione della politica, è come pensare di costruire una casa dal tetto. Deve fare semplicemente tre cose: 1) indicare i punti di programma per il lavoro e lo sviluppo sostenibile, proponendo la patrimoniale, che Monti ha rifiutato di fare, la lotta alla speculazione finanziaria e all'evasione fiscale; l'esempio francese - pensiamo al programma con cui François Hollande ha vinto le elezioni- va decisamente raccolto; 2) proporre al confronto di tutte le forze che si sono opposte a Berlusconi e al centro-destra «il programma» e farlo diventare, attraverso una grande mobilitazione popolare, il cuore del confronto sociale e culturale con la società italiana (primarie di programma, una grande assemblea comune per un progetto democratico per l'Italia) e stabilire un vero e proprio patto di legislatura; 3) escludere fin d'ora ogni forma di grande coalizione o governi di solidarietà nazionale anche sotto forma tecnica. Il tempo è poco, e la fiducia dei cittadini è scarsa. Da settembre comincia di fatto una lunga campagna elettorale nella quale il Pd deve mettere in gioco tutta la sua forza e intelligenza. E, quando sarà il momento, con la stessa determinazione del sostegno a Bersani, bisognerà operare per selezionare in modo democratico e partecipato le candidature al Parlamento, con un grande e coraggioso rinnovamento. Matteo Renzi vuole rovesciare l'ordine dei processi, e cominciare dalla scelta del candidato premier? L'unica strada, che ha è quella di chiedere un congresso straordinario in cui si decida se cambiare politica, segretario e candidato, per fare Renzi segretario e candidato sulla base della sua politica tardo liberista. Sarebbe una cosa da marziani. Ma c'è qualcuno che sembra davvero fuori dal mondo. PietroFolena SergioGentili CarloGhezzi Pd - Laboratorio Politico per la Sinistra Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 10 luglio 2012 è stata di 90.396 copie L'intervento Il Pd non deve farsi logorare Lanci subito la sfida di governo . . . Raccogliamo l'esperienza di Hollande . . . Poi le primarie di programma COMUNITÀ 16 mercoledì 11 luglio 2012
In c oll ab or az io ne co n l'U nio ne Ita lia na R ist or ato ri Nei punti vendita Gusti ritrovati, sapori autentici, profumi che credevi perduti. Conad ti viene incontro con Sapori&Dintorni Conad: prodotti.tipici italiani da gustare e degustare. da Gustare e deGustare 14 mercoledì 11 luglio 2012
L'ANALISI PAOLO GUERRIERI MASSIMO ADINOLFI Scudo antispread l'Europa ci prova Per gli ospedali cura sbagliata ILCOMMENTO NICOLACACACE Federfarma lancia l'allarme: «Con questi tagli, le farmacie che vivono di servizio sanitario saranno costrette a chiudere», dice il presidente Alessandra Racca, annunciando la serrata del 26 luglio e minacciando la disdetta della convenzione. Intanto c'è agitazione tra le forze di polizia («A rischio i servizi per i cittadini») e nelle fondazioni culturali per le voci sui mancati finanziamenti. APAG. 6 È sperabile che nel commentare l'esito dei summit europei di questi ultimi due giorni si eviteranno stavolta l'uso di toni trionfalistici, di stampo calcistico, con cui a fine giugno si è celebrata una presunta vittoria del nostro Paese ai danni della Germania. Abbiamo visto poi com'è andata col brusco cambiamento di opinione dei mercati. Anche gli ultimi incontri di Bruxelles hanno ribadito, in realtà, le posizioni contrastanti oggi esistenti nell'Eurozona. SEGUE APAG.4 Rai, il cda vota Tarantola Ma c'è una trappola Pdl L'INTERVENTO EMILIOBARUCCI La democrazia contro la paura L'Ora, quelle pagine contro la mafia Bufalinipag. 19 Monti si ferma al 2013 Il premier esclude un secondo mandato e dice: lo spread cresce per l'incertezza del voto «Aiuti all'Italia? Non ne abbiamo bisogno ma sarebbe ardito escluderli» Napolitano: l'euro è una conquista irrinuciabile Bersani: l'Italia ha diritto a una democrazia normale APAG.2-3 I ministri finanziari dell'Unione hanno confermato quanto già deciso al vertice del 28 giugno: sì all'anti-spread (fortemente voluto dall'Italia) e permesso alla Bce di agire come «agente» del Fondo salva-Stati. Ma le decisioni più importanti sono quelle prese nei confronti della Spagna, con gli aiuti per le banche (30 miliardi di euro già a luglio) e la concessione di un anno in più per riportare il deficit al 3% del Pil (2014 anziché 2013). DI GIOVANNIAPAG.4 A PAG.7 Tagli, cresce l'allarme per sicurezza e sanità La crisi non è il sintomo di un fallimento degli Stati ma l'effetto di un fallimento del mercato che a sua volta è stato salvato dagli Stati AmartyaSen PremioNobelper l'Economia L'eurogruppo trova un primo accordo sulla misura proposta dall'Italia e sul ruolo della Bce Sbloccati 30 miliardi per la Spagna Allarme Ocse I disoccupati europei sono 47,7 milioni: si tratta del dato più alto dal 2007 L'Italia rischia moltissimo Bene ha fatto l'Unità a dare il via con Mario Tronti al dibattito sul superamento del dilemma delle due sinistre: quella di governo e quella contestatrice. Se irrisolto, questo dualismo rischia infatti di diventare il catalizzatore di un dibattito del tutto privo di concretezza. SEGUE APAG. 15 La sinistra e la persona Erano rimasti senz'acqua, a bordo di un gommone in pessime condizioni. Stavano tentando disperatamente di raggiungere le coste della Sicilia. Sono morti in 54, «si sono spenti uno dopo l'altro», come racconta l'unico superstite all'Alto Commissariato Onu per i rifugiati. APAG. 13 L'unico sopravvissuto: «Si sono spenti uno ad uno, uccisi dalla sete» Erano tutti eritrei, diretti in Sicilia a bordo di un gommone che si stava sgonfiando Markaris: il fisco èunromanzo D'evasione Pivettapag. 17 DITANTEMANIEREPERAMARELADE-MOCRAZIA CE N'È UNA CHE È LA MIGLIOREDITUTTE,EDÈQUELLADICONSIDERARE PREGI I SUOI PRESUNTI DIFETTI. PERCHÉLADEMOCRAZIADIDIFETTINEHA: uno vorrebbe che venissero eletti ogni volta i migliori, i più preparati, i più incorruttibili, ma nella conta dei voti queste qualità non sempre spiccano e alla fine le cose non vanno proprio così. Uno si augurerebbe sempre il trionfo della verità, e invece la democrazia fa dell'opinione la regina del mondo. Uno vorrebbe infine un po' di stabilità, di sicurezza, di lunga durata, e invece la democrazia costringe periodicamente i cittadini al rito elettorale, affida la vittoria ora agli uni ora agli altri, rovescia i governi, e cambia volentieri i rappresentanti del popolo. Ora, se vogliamo far nascere davvero dalle ceneri della crisi un'Italia migliore, è forse venuto il momento di dire che tutto questo non è una iattura, ma una fortuna. Che la democrazia scommette sul cambiamento, ha fiducia nel futuro, mette in gioco ogni volta le sorti del Paese perché confida che il Paese saprà scegliere, magari imparando dai suoi errori. Lo fa non perché suppone cinicamente che la verità non esiste, e allora tanto vale fare la conta dei voti, ma al contrario va sempre nuovamente ricercata, e per questo è meglio farlo tutti insieme. SEGUEA PAG.3 Fuga tragica dalla Libia, 54 morti U: Staino Sarah:meglio spogliarellista che giornalista Disco verde del cda alla nomina di Anna Maria Tarantola a presidente della Rai che, per «garbo istituzionale», come si legge in una nota, non ha partecipato alla votazione. Adesso bisognerà attendere il parere della commissione di Vigilanza, convocata per domani alle 14,30, la cui decisione dovrà essere espressa con una maggioranza qualificata di due terzi. Intanto il Pdl ribadisce le proprie critiche ai nuovi poteri del presidente. EMILIANI,LOMBARDO APAG.9 Russopag.18 1,20 Anno 89 n. 190Mercoledì 11 Luglio 2012
C'è voluta un'altra nottata a Bruxelles per definire i contorni tecnici dell'intesa politica raggiunta al vertice di fine giugno. Alla fine i ministri finanziari dell'Unione hanno confermato «senza distinguo - dichiara Mario Monti - il percorso delineato dal vertice del 28 giugno con riferimento a quelle che abbiamo definito “misure a breve termine per la stabilità dell'area dell'euro”, la cui necessità avevamo sostenuto con forza nel dibattito dei Capi di Stato». Sul fronte dell'anti-spread (misura fortemente voluta dall'Italia), c'è stata la firma un accordo che permetterà alla Bce di intervenire sui mercati del debito sovrano come «agente» dell'attuale fondo salva-Stati temporaneo, l'Efsf (e, più tardi, dell' Esm, suo successore). In queste ore si stanno definendo gli ultimi dettagli tecnici sulle linee guida dei fondi da limare. Lo strumento, tuttavia, sembra già in grado di entrare in funzione se un Paese dovesse richiederlo. Ma le decisioni più importanti sono quelle prese nei confronti della Spagna, con gli aiuti per le banche (30 miliardi di euro già a luglio) e la concessione di un anno in più per il raggiungimento dell' obiettivo di riduzione del deficit al 3% del Pil (nel 2014 invece che 2013). Per l'attuazione del meccanismo servirà una nuova riunione tecnica il 20 luglio (forse in teleconferenza), ma c'è già il via libera dei ministri finanziari per la ricapitalizzazione delle banche spagnole attraverso l'attuale fondo temporaneo Efsf, con un primo prestito di 30 miliardi di euro e scadenza fino a 15 anni, che sarà erogato entro la fine di luglio, ha riferito Juncker durante la conferenza stampa finale. Per ora sarà il Frob, un fondo pubblico, che riceverà i fondi europei e gestirà gli aiuti agli istituti creditizi, con aggravio dell'indebitamento pubblico. La ricapitalizzazione diretta delle banche sistemiche in crisi da parte del Fondo salva Stati permanente (Esm) invece non comporterà garanzie da parte dello Stato membro in cui hanno sede le banche stesse, sempre che sia stata prima rispettata la condizione preliminare della creazione del nuovo supervisore bancario centralizzato a livello della Bce. Quest'ultima operazione richiederà più tempo. La Commissione presenterà la sua proposta, che dovrà poi essere approvata dai ministri finanziari, probabilmente entro al fine dell'anno. Secondo altre fonti comunitarie, si tratterà di una proposta di regolamento, in modo da essere applicato immediatamente. Molto attesa in Italia la decisione sull'anti-spread, visti gli andamenti dei differenziali rimasti alti anche ieri. D'altro canto lo stesso Fmi ha ricordato nel suo rapporto annuale che l'Italia resta un Paese «vulnerabile al contagio della crisi dell'area dell'euro, con conseguenze di ricaduta per l'intera area e il resto del mondo», nonostante gli «enormi sforzi» compiuti. Il Fondo prevede una ripresa solo dal prossimo anno, con il rialzo delle esportazioni anche se il tasso di crescita continuerà a rimanere indietro rispetto al resto dell'eurozona senza riforme importanti. La questione su cui l'Italia si è battuta riguarda le cosiddette condizionalità. L'aiuto del Fondo sarà condizionato «al pieno e continuato rispetto del percorso di consolidamento fiscale di attuazione di riforme strutturali già contenuto nelle Raccomandazioni per paese (Country Specific Recommendations)», spiega Monti. In altre parole, non ci sarà una cessione di sovranità alla troika, come avvenuto per la Grecia, ma ci sarà un memorandum che «fotograferà» l'attuazione degli impegni. Dire che l'Italia non utilizzerà mai il salva-spread «è un azzardo», spiega Monti. Tuttavia il nostro Paese ha spinto per questo intervento «non perché intenzionata a farne uso nell'immediato - ha continuato il premier - ma per arricchire lo strumentario dei meccanismi per la stabilità dell'area dell'euro, finora troppo concentrato, a nostro avviso, sulle misure per i Paesi affetti da gravi squilibri macroeconomici e severe difficoltà finanziarie (vedi la Grecia, ndr) per i quali, pertanto, l'assistenza finanziaria si accompagna necessariamente a condizionalità aggiuntive e a continui monitoraggi esterni». ILPUZZLEDELLE NOMINE La partita spagnola per la concessione di un anno in più per il rientro del deficit si è sbloccata grazie al pacchetto sulle nomine. La riconferma di Juncker era fortemente voluta dalla Francia per evitare la sua successione immediata con il tedesco Wolgang Schäuble (o forse per consentire, quando i tempi saranno più maturi, una staffetta fra Schäuble-Moscovici alla guida dell'Eurogruppo, come sostiene il tedesco Spiegel), ma il presidente dell'Eurogruppo aveva dato la propria disponibilità solo a condizione che il governatore della Banca centrale lussemburghese, Yves Mersch, ottenesse il posto nel direttorio della Bce lasciato vacante dallo spagnolo José Manuel Gonzalez Paramo, a cui Madrid non voleva rinunciare. Oggi il puzzle si è ricomposto con un passo indietro degli spagnoli. ILCOMMENTO PAOLOGUERRIERI La marcia dei minatori nella Spagna della crisi Eurogruppo, accordo su Bce e salva-Stati, subito 30 miliardi per le banche iberiche Monito del Fondo monetario: il nostro Paese è «vulnerabile» nonostante gli sforzi SEGUEDALLA PRIMA Posizioni contrastanti sia sullo scudo anti-spread che sugli aiuti alle banche. Il clima rimane teso e la partita è tuttora aperta dopo i due giorni di trattative. Il dato confermato è che la posta in gioco per il nostro Paese è davvero elevata. C'è innanzi tutto un fatto nuovo, per molti versi sconfortante, di cui ha preso atto l'Eurogruppo: i segnali decisi di un indebolimento generalizzato dell'economia mondiale anche rispetto alle stime di appena due mesi fa. Sono in forte rallentamento gli Stati Uniti e anche le grandi economie emergenti, che finora hanno continuato a marciare, in primo luogo Cina e poi India e Brasile. La maggiore responsabilità di questa frenata è proprio dell'area Euro. Le condizioni di ristagno e recessione che interessavano la periferia dell'Europa si sono ormai diffuse ai Paesi più solidi del centro, inclusa la Germania. È l'esito, pressoché scontato, delle politiche marcatamente deflazionistiche applicate in questi ultimi 12-18 mesi. In queste condizioni, i processi di aggiustamento e consolidamento fiscale in corso nei Paesi più indebitati dell'eurozona - tra cui l'Italia - andranno incontro ad accresciute difficoltà. Anche perché la terapia per risolvere la crisi, fatta di austerità fiscale e piani di riforme nazionali, non verrà modificata, al di là di qualche correzione nelle modalità e quantità delle dosi somministrate ai singoli Paesi. Tutto ciò nonostante i risultati scadenti ottenuti finora. È una strategia venata da una grave contraddizione di fondo, tra l'indicazione di obiettivi a lungo termine largamente condivisi e assai ambiziosi, quali l'unione finanziaria, fiscale e politica dell'Eurozona e gli interventi sul breve, diretti a governare l'emergenza, che si rivelano decisamente inadeguati a perseguire tali finalità ultime. È una contraddizione che ha caratterizzato anche le trattative che hanno seguito l'ultimo Consiglio europeo di fine giugno, su alcune questioni chiave, dirette ad incidere in profondo sul futuro dell'area euro. La prima riguarda l'uso del Fondo salva Stati Efsf-Esm per calmierare le oscillazioni degli spread e abbassare i costi dell'indebitamento dei Paesi - come l'Italia - più esposti alla speculazione. La seconda interessa la creazione di un'unica autorità europea di vigilanza bancaria e la conseguente erogazione di aiuti alle banche più in crisi, a partire da quelle spagnole. Nel primo caso si tratta di stabilire risorse e modalità di intervento del Fondo salva Stati che non siano eccessivamente vincolanti - come chiedono i Paesi del Nord (Germania, Finlandia e Olanda) ma che lo mettano in grado di effettuare, in caso di necessità, acquisti massicci sul mercato primario e secondario così da sostenere le quotazioni dei titoli sovrani dei Paesi in difficoltà (come chiedono Italia e Spagna). Nel caso delle banche vanno definiti tempi rapidi di intervento del Fondo salva Stati a favore degli istituti finanziari spagnoli sull'orlo del collasso, senza dover passare per il bilancio pubblico del Paese beneficiato. Il negoziato è complesso e il suo esito incerto, ed è rimasto tale anche dopo l'Eurogruppo e l'Ecofin di ieri e l'altro ieri. È stata sostanzialmente ribadita la divisione tra il gruppo dei Paesi del Nord e quelli del Sud in difficoltà (Spagna e Italia), in un clima di forte sfiducia reciproca, decidendo di rinviare le decisioni che contano a un secondo incontro che si svolgerà probabilmente il 20 luglio. Qualche passo in avanti è stato fatto su primi interventi a favore delle banche spagnole, che verranno comunque ufficializzati anch'essi nella nuova riunione dell'Eurogruppo. C'è da aggiungere che la posta in gioco per il nostro Paese era e resta elevata su entrambi i fronti. Un salvataggio delle banche spagnole che venisse effettuato, da parte del Fondo salva Stati, su scala modesta e in tempi eccessivamente diluiti, legandolo alla creazione, più o meno definitiva, di un sistema di sorveglianza centralizzata a livello europeo, finirebbe per peggiorare le condizioni di accesso al mercato dei titoli sovrani della Spagna, costringendola a ricorrere a un piano ufficiale di aiuti gestito dalla Troika (Commissione, Banca centrale europea e Fmi), non più limitato questa volta alle banche, ma esteso all'intera economia. A quel punto, il nostro Paese diverrebbe il bersaglio preferito della speculazione internazionale, con una brusca impennata degli spread, il rischio elevato di perdita di accesso ai mercati dei titoli sovrani e la necessità, in ultimo, di dover richiedere anch'esso il salvataggio della Troika e un programma di aggiustamento ad hoc. È uno scenario ventilato anche nel Rapporto del Fmi, reso pubblico ieri, allorché si afferma che l'Italia, nonostante alcuni progressi registrati sul piano dei conti pubblici, rimane vulnerabile al contagio della crisi dell'area euro. Un rischio tanto più elevato se anche il meccanismo anti-spread si rivelasse un'arma spuntata e di fatto inutilizzabile, a causa di risorse inadeguate del Fondo salva Stati e condizionalità d'accesso eccessivamente onerose. In questa prospettiva, è importante ovviamente tutto ciò che potremmo fare nel futuro più o meno immediato per intervenire a livello domestico sulle due variabili chiave dello stock di debito e dell'andamento del Pil. Potrebbe certamente rafforzare la nostra capacità di resistenza ai rischi di contagio che si profileranno nell'area euro. Ma non illudiamoci, dal momento che il contesto europeo e la sua evoluzione rimarranno decisivi. Dobbiamo esserne consapevoli. «Minatore in marcia, sentiti come a casa». La scritta su una parete nella periferia di Madrid è solo una delle prime avvisaglie dell'accoglienza che la capitale spagnola ha preparato ai minatori del nord, in vista delle grande manifestazione in programma per oggi. In sciopero da 43 giorni, circa 300 di loro sono arrivati ieri nella capitale dalle Asturie, dalla Castiglia e Leon e l'Aragona. A piedi. Ma l'ingresso ufficiale era fissato per ieri sera, con fiaccole e caschi attraverso il centro di Madrid fino alla Puerta del Sol. Al loro seguito, le decine di organizzazioni e movimenti che hanno assicurato il proprio appoggio alla «marcia nera» di oggi che finirà di fronte al ministero dell'Industria, disperato tentativo di salvare il futuro del settore dopo gli ultimi tagli del governo. FORTICOMETORI Accampati nel centro sportivo dell' Università Complutense alle porte della città, i minatori riposavano per recuperare in vista della grande manifestazione, dopo 18 giorni e 400 chilometri di marcia, lungo le autostrade e attraverso i piccoli paesi che hanno ceduto scuole e centri sportivi per ospitarli. «Ma sono come tori, sono abituati al lavoro duro», spiega una massaggiatrice accorsa come volontaria ad accogliere L'EUROPAELACRISI BIANCADIGIOVANNI ROMA Sì all'anti-spread Ma per l'Fmi restiamo «contagiosi» Tanta incertezza, il nostro Paese rischia moltissimo . . . Secondo Lagarde & co il tasso di crescita italiano rimarrà indietro rispetto al resto dell'eurozona 4 mercoledì 11 luglio 2012
«Sono morti uno ad uno. Di sete. I venti ci hanno spinto lontani, proprio mentre ci stavamo avvicinando alle coste italiane». È sempre più cimitero Mediterraneo. Una nuova strage in mare nel nostro mare: ci sarebbero almeno 54 cadaveri tra le coste libiche e quelle italiane. Profughi morti nel tentativo di giungere in Italia fuggendo dalla Libia. La denuncia arriva dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), che ha raccolto la testimonianza di un unico superstite: si tratta di un cittadino eritreo, che ha raccontato che erano in 55 ad essersi imbarcati in Libia. Un racconto terribile, una discesa agli inferi in nome della disperazione. A detta del superstite, tutti gli altri passeggeri sarebbero morti di disidratazione dopo un calvario durato almeno quindici giorni. Come si legge in un comunicato diffuso dallo stesso Unhcr, alcuni pescatori hanno avvistato l'uomo due notti fa a largo delle coste tunisine e hanno allertato la Guardia Costiera tunisina che ha soccorso il superstite. L'uomo è stato immediatamente portato all'ospedale di Zarzis dove è ricoverato per assideramento e disidratazione. Operatori dell'Unhcr hanno incontrato in ospedale il sopravvissuto che ha dichiarato di esser partito da Tripoli a fine giugno. Dopo un giorno di navigazione l'imbarcazione sarebbe giunta in prossimità della costa italiana ma i forti venti l'avrebbero spinta indietro. Nel giro di pochi giorni il gommone ha iniziato a sgonfiarsi. In base alla testimonianza del sopravvissuto non c'era acqua a bordo ed i passeggeri avrebbero iniziato a morire di disidratazione. Molti, compreso il superstite, hanno bevuto acqua marina. L'uomo è stato soccorso mentre era aggrappato a resti dell'imbarcazione ed una tanica. Secondo quanto riportato dall'uomo circa la metà dei deceduti erano di nazionalità eritrea, compresi tre suoi parenti. L'ONDA UMANA Dall'inizio dell'anno ad oggi circa 1.300 persone sono giunte via mare in Italia dalla Libia. Un'imbarcazione con 50 fra eritrei e somali è tuttora in mare aperto dopo che ieri l'altro i passeggeri hanno rifiutato il soccorso delle forze armate maltesi. Nel 2012 fino ad ora sono giunte a Malta circa mille persone, in 14 sbarchi. Altre due imbarcazioni sono state intercettate dai maltesi ma hanno continuato il loro viaggio verso l'Italia. L'Unhcr stima che quest'anno siano circa 170 le persone morte o disperse in mare nel tentativo di giungere in Europa dalla Libia. Sotto accusa, però, non è soltanto la povertà in Eritrea e la guerra civile di fatto che imperversa in Libia, che spinge migliaia di persone a cercare disperatamente fortuna a queste sponde del Mare nostrum. Nel mirino c'è l'incaopacità di affrontare il tema dei grandi flussi migratori con politiche di lungo respire. Proprio di questo ha parlato ieri anche il ministro Andrea Riccardi. «Vogliamo lavorare sul Mediterraneo non solo con interventi emergenziali, ma con una politica complessiva di sicurezza. Le recenti elezioni in Libia ci fanno ben sperare in un governo stabile con cui parlare. Lavoriamo con la Tunisia, con il Marocco e io mi sono recato in Niger».Così ha detto il titolare della Cooperazione Internazionale Riccardi, che ha incontrato al suo arrivo a Mazara del Vallo (Trapani) il vescovo Domenico Mogavero, il prefetto di Trapani Marilisa Magno, il vicesindaco mazarese Pietro Ingargiola e le autorità militari locali. Dopo una visita alla Casa della Comunità speranza delle suore francescane missionarie di Maria, che fanno corsi per bambini stranieri, e alla casbah della città, il ministro è andato al porto nuovo per incontrare una rappresentanza degli equipaggi dei tre pescherecci mazaresi sequestrati dalle milizie libiche a Bengasi con l'accusa di aver operato in acque territoriali libiche e rilasciati la scorsa settimana. Riccardi è salito a bordo di uno dei motopesca e da lì ha lanciato in acqua una corona di alloro in ricordo delle vittime del mare, mentre le barche suonavano le loro sirene. E ancora non sapevano della nuova strage a pochi chilometri di distanza. L'Alleanza della Chiesa patriottica legata al governo di Pechino lo scorso 6 luglio ha nominato un vescovo senza il consenso del pontefice. Ieri è arrivata la preannunciata condanna vaticana per l'ordinazione episcopale considerata «illegittima» perché avvenuta «senza il mandato pontificio» del reverendo Giuseppe Yue Fusheng, avvenuta ad Harbin, nel nord della Cina. Nella nota si sottolinea come al religioso fosse stato più volte comunicato che questo assenso non ci sarebbe stato e che quindi la sua ordinazione sarebbe stata considerata un atto di rottura verso il Papa e la Chiesa di Roma. E come per lui e per tutti coloro che avessero presenziato alla sua ordinazione, sarebbe scattata la scomunica automatica. È questo che prevede, infatti, il Codice di Diritto Canonico. La presa di posizione vaticana contiene anche altro. A Pechino si chiede coerenza, perché se si vuole un effettivo dialogo non vanno compiuti gesti contrari, di rottura. Il braccio di ferro tra il Vaticano e il governo cinese è fatto di proteste, riconoscimenti, gesti di chiusura ma anche tiepide aperture. La stessa nota della Santa Sede esprime, infatti, «apprezzamento per tutti i cinesi che hanno pregato per il ravvedimento del reverendo» e confida nell'effettivo desiderio di dialogo delle autorità governative cinesi. Vi è quindi l'invito a prendere atto del fatto che è sempre più significativa la realtà di cattolici che guardano al Papa e che per loro occorre rispetto. Al tempo stesso il Vaticano tenta di fare il vuoto attorno a quei religiosi «ribelli» che accettano le ordinazioni illegittime rompono il vincolo di fedeltà al pontefice. Come per il reverendo Yue Fusheng che «è privo dell'autorità di governare i sacerdoti e la comunità cattolica nella provincia di Heilongjiang». Se per lui è scattata la scomunica, meno automatica è per quei vescovi «che hanno preso parte all'ordinazione episcopale illegittima». Dovranno riferire «alla Santa Sede circa la loro partecipazione alla cerimonia religiosa». Potrebbero, infatti, essere stati obbligati a presenziare all'ordinazione. Il Vaticano esprime, invece, «apprezzamento e incoraggiamento» per l'altra ordinazione, questa «legittima», del reverendo Taddeo Ma Daqin a vescovo ausiliare della diocesi di Shanghai, avvenuta il 7 luglio. Ma del neo vescovo da sabato si sarebbero perse le tracce. Secondo alcune fonti sarebbe stato trattenuto dalla polizia cinese all'interno del seminario di Sheshan dopo il suo annuncio di voler lasciare l'Associazione patriottica dei cattolici cinesi. . . . La denuncia dell'Alto Commissariato Onu per i rifugiati: altri 50 sono ancora alla deriva La sfida dura dodici minuti. Un tempo sufficiente per dimostrare che il Parlamento esiste ancora e che è schierato dalla parte del presidente. Sale la tensione in Egitto, dove il Parlamento si è riunito ieri mattina nonostante sia stato disciolto dai militari lo scorso mese, a seguito della decisione della Corte suprema di annullare le elezioni politiche vinte dai Fratelli musulmani, per un vizio giuridico nella legge elettorale. La scorsa domenica il nuovo presidente Mohamed Morsi, esponente del gruppo islamista, ha emesso a sua volta un decreto per ripristinare il Parlamento, sfidando apertamente i militari e la Corte suprema. «Ci siamo riuniti oggi per esaminare la sentenza della Suprema Corte Costituzionale. Voglio sottolineare che non stiamo contraddicendo tale sentenza ma intendiamo studiare un meccanismo per attuarla», ha spiegato il presidente del Parlamento Saad al-Katatni, esponente dei Fratelli Musulmani, ad un aula affollata da suoi compagni di partito e da salafiti mentre liberali e sinistra hanno boicottato la sessione. «I Fratelli musulmani hanno deciso di andare allo scontro con lo Scaf ma noi non parteciperemo perché a soffrirne sarà il popolo egiziano», rimarca Emad Gad del gruppo socialdemocratico Esdp, i cui 16 deputati hanno disertato la sessione di ieri. Anche il partito di sinistra Tagammu (3 deputati) boccia l'uscita presidenziale definendola «incitamento al caos». Tra i liberali del New Wadf Party (38 seggi) il dibattito è aperto. RICORSOINCASSAZIONE Subito dopo il breve discorso di al-Katami, i deputati hanno deciso di ricorrere in Cassazione, che sarà così incaricata di dirimere il conflitto istituzionale che sta paralizzando il Paese nel post-Mubarak. «In una democrazia compiuta – dice a l'Unità Said Rifaat , leader di Tagammu - il Capo dello Stato non può mancare di rispetto alla magistratura. Gradite o no da Morsi, le decisioni giudiziarie devono essere comunque rispettate». Ta gli analisti politici al Cairo c'è anche chi considera la convocazione del Parlamento più che una prova di forza di Morsi e dei Fratelli musulmani davanti ai militari, un tentativo di dialogo: sessione di lavori breve, nessuna risoluzione approvata, richiesta di parere ad un'altra Corte. E nel frattempo Morsi potrà cercare un compromesso con i generali. Nel giorno della «sfida parlamentare», decine di migliaia di egiziani - in gran parte sostenitori dei Fratelli musulmani e salafiti – si sono riuniti in piazza Tahrir nel pomeriggio convocati sin dall'altro ieri in una «manifestazione milionaria» . La manifestazione aveva l'obiettivo di respingere le prese di posizione contro il decreto presidenziale venute sia dalla Corte, sia in modo più sfumato dal Consiglio militare che aveva retto la presidenza della repubblica dalla deposizione di Mubarak, nel febbraio 2011, fino all'elezione di Morsi. Intanto gli Stati Uniti guardano con crescente inquietudine al braccio di ferro istituzionale in atto in Egitto. Il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha lanciato un forte appello affinché tutti i partiti coinvolti nella crisi politica egiziana dialoghino tra loro. «Chiediamo un dialogo intenso tra tutti i protagonisti» per permettere una soluzione della crisi, ha detto Clinton da Hanoi. Entrambe le parti necessitano di lavorare insieme per evitare che il processo democratico del Paese venga compromesso, ha detto, aggiungendo che attende con ansia di poter vedere Morsi e gli altri funzionari egiziani per discutere della questione. La Clinton sarà in Egitto nel fine settimana. MONDO La Corte penale internazionale (Cpi) ha condannato Thomas Lubanga, ex capo della milizia delle Repubblica democratica del Congo, a 14 anni di detenzione per aver arruolato e fatto combattere bambini-soldato. Il 51enne è la prima persona condannata dalla Corte, istituita dieci anni fa. Lui non ha reagito quando il giudice Adrian Fulford ha letto la sentenza. L'accusa aveva chiesto una condanna a 30 anni di reclusione. «I giudici della Corte dell'Aja hanno inviato un chiaro messaggio agli autori dei crimini: non resterete impuniti», ha affermato l'ufficio del procuratore in un comunicato. In Congo è attualmente in corso una recrudescenza della violenza, ha precisato l'ufficio del pubblico ministero: «Le popolazioni locali, compresi i bambini, continuano ad essere esposte a drammatiche conseguenze per colpa della guerra tra gruppi armati». «Bosco Ntaganda, diventato generale dell'esercito congolese, è tra i responsabili di questa situazione». Ntaganda è oggetto di un mandato d'arresto della Cpi dal 2006. Condannato Lubanga, arruolò i bimbi-soldato Profughi, 54 corpi in mare «Sono morti uno ad uno» Thomas Lubanga mentre ascolta la sentenza dei giudici della Corte dell'Aja FOTO DI JERRY LAMPEN/ANSA-EPA Il racconto dell'unico superstite: «Tutti eritrei, sono finiti disidratati» «Partiti dalla Libia, un'odissea di 15 giorni» EMIDIORUSSO esteri@unita.it . . . Dall'inizio dell'anno sono 1300 le persone arrivate da noi attraverso il Mediterreaneo UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it Egitto, blitz del Parlamento: i deputati sfidano i militari Il Vaticano scomunica il vescovo «ordinato» da Pechino ROBERTOMONTEFORTE CITTÀDELVATICANO mercoledì 11 luglio 2012 13
L'Europa non sta bene, l'Italia anche peggio. Il quadro sulla disoccupazione offerto dai dati dell'Ocse raccolti a maggio di quest'anno ci parla di un Continente che vede aumentare i senza lavoro ed di un'Italia, duramente colpita dalla crisi, in cui il peggio però dovrà ancora arrivare. L'Italia, poi, è devastata dal fenomeno della precarietà: secondo i dati della Cgia di Mestre, i precari italiani sono esattamente 3.315.580: lo stipendio è mediamente di 836 euro netti al mese (927 euro per i maschi e 759 per le donne), solo il 15% è laureato, la Pubblica amministrazione è il principale datore di lavoro e nella maggioranza dei casi lavora nel Mezzogiorno (35,18% del totale). Sfatato in un colpo solo il luogo comune che identifica il precario con un giovane con un titolo di studio molto elevato. INUMERI Nell'area Ocse i disoccupati sono tornati ad aumentare: a maggio se ne sono registrati 300 mila in più rispetto al mese precedente, mentre il tasso di disoccupazione è rimasto invariato al 7,9%. L'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha contato 47 milioni e 700 mila disoccupati totali nei Paesi membri, 14,1 milioni in più rispetto ai valori che si registravano nel 2008. Nell'area euro invece la disoccupazione ha raggiunto un nuovo massimo storico, toccando l'11,1 per cento a maggio. Si tratta di 3,8 punti percentuali in più rispetto ad un minimo del 7,3 % che era stato registrato nel marzo del 2008. E tutti dell'area euro sono i Paesi dove si registrano i maggiori livelli di disoccupazione dell'intera area Ocse: in Spagna il 24,6%, in Portogallo il 15,2% e in Irlanda il 14,6%. In Italia a maggio la disoccupazione ha registrato una limatura al 10,1% (10,2% ad aprile). Il problema della mancanza di lavoro continua a pesare particolarmente sui giovani, anche se la catalogazione statistica, tarata sulla fascia di età 15-24 anni, sta da mesi sollevando critiche da vari osservatori. Ad ogni modo in questa fascia di età il tasso di disoccupazione sale al 16,1% nell'area Ocse, al 22,6% nell'area euro e a valori ancora più acuti in vari paesi dell'Unione valutaria, tra cui l'Italia con un 36,2 per cento. Ma anche in questo caso la maglia nera la ottiene la Spagna, con la disoccupazione che riguarda purtroppo più di un giovane su due: il 52,1%. Nella ricerca viene evidenziato con forza che «la creazione di posti di lavoro continuerà a restare debole in molti Paesi dell'Ocse e il tasso di disoccupazione potrebbe rimanere intorno all'8% anche nel 2013 (8% nel 2012 e 7,9% nel 2013, ndr)». Inoltre per l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico rimane particolarmente preoccupante la situazione occupazionale dei giovani e delle persone scarsamente qualificate. In Italia è precario un giovane su due. Dall'inizio della crisi il lavoro per le persone scarsamente qualificate è diminuito di quasi 5 punti percentuali mentre per i giovani ha fatto registrato una flessione di quasi 7 punti percentuali. Non solo. Aumenta anche la disoccupazione di lungo termine e il numero dei disoccupati «demoralizzati» che escono dal mercato del lavoro. L'ITALIA Analizzando poi più nel dettaglio i dati dell'inchiesta che riguardano il nostro Paese, le previsioni sono preoccupanti. La disoccupazione in Italia dovrebbe salire dall'8,4% del 2010 e del 2011 al 9,4% nel 2012 e al 9,9% nel 2013. L'Ocse sul mercato del lavoro conferma poi le stime del pil diffuse a maggio scorso: -1,7% nel 2012 e -0,4% nel 2013. Tra il 2010 e il 2011 è cresciuta in Italia la disoccupazione di lunga durata. L'anno scorso il 51,9% dei senza lavoro lo era da più di 12 mesi contro 48,5% nel 2010. L'occupazione in Italia dovrebbe registrare un calo dello 0,3% nel 2012 e nel 2013 rispetto all'anno precedente. La disoccupazione giovanile nel nostro Paese è passata dal 26,8% del 2010 al 27,1% del 2012: particolarmente colpite le donne il cui tasso è passato dal 29,4 al 32,1%. Secondo l'inchiesta condotta dall'Ocse la riforma del lavoro voluta dal governo Monti «ridurrà i costi sociali e occupazionali delle prossime recessioni, perché una minor incidenza del lavoro a termine e di altre forme contrattuali atipiche e precarie dovrebbe favorire la capacità del mercato del lavoro italiano di affrontare future recessioni, riducendone anche i costi sociali. La riforma estende la copertura dell' indennità di disoccupazione a una platea più ampia di lavoratori, riducendo così i costi sociali legati ad un aumento della disoccupazione». L'Ocse fornisce poi dei dati sulla disoccupazione a livello mondiale, dai quali emerge che il paese con meno lavoratori senza impiego è la Corea del Sud, con un 3,2%. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, sono invece già disponibili i dati di giugno, quando la disoccupazione è rimasta invariata rispetto al mese precedente, all'8,2%. In Germania le «toghe rosse» ci sonodavvero e in questi giorni sono al cen-tro dell'attenzione. La sorte della strategia anti-crisi dell'Europa non si gioca a Bruxelles, e neppure a Berlino, ma in una piccola città del Baden-Württemberg, fatta costruire sulle rive del Reno dal margravio Carlo III Guglielmo così come l'aveva sognata in una pausa di riposo durante una battuta di caccia. A Karlsruhe, ieri, gli otto giudici del primo collegio della Corte costituzionale tedesca, in tocco e toga d'un rosso brillante, hanno ascoltato per tutto il giorno le ragioni del sì e del no ai cinque ricorsi urgenti presentati da esponenti della Spd e dei Verdi, della Csu e di organizzazioni della società civile e vòlti a bloccare l'entrata in vigore del Fiscal compact e dell'Esm, il Fondo salva-Stati europeo che dovrebbe sostituire il vecchio Efsf. Anzi: che avrebbe dovuto entrare in funzione con l'inizio di luglio, o al più tardi l'altro ieri, aggiungendosi per il momento a quello già esistente. Invece niente. I giudici si sono presi il tempo per studiare bene la questione, che investe un principio fondamentale di democrazia: il coinvolgimento del parlamento nelle decisioni di spesa. In un primo tempo s'era detto che la sentenza sarebbe arrivata prima della fine di luglio, ma ieri il presidente della Corte Andreas Voßkuhle ha evocato la prospettiva di «un lavoro di molti mesi». Che cosa accadrà nel frattempo è del tutto incerto: il presidente della Repubblica Joachim Gauck in attesa del verdetto nega la firma dei provvedimenti, che erano stati votati il 29 giugno dal Bundestag in un modo che aveva proiettato brutte ombre sulla cancelliera Merkel, la quale s'era accorta di non avere più tutti i voti della «sua» maggioranza. CONFLITTOISTITUZIONALE Lo scontro, ieri, è stato duro. Al ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, che aveva «messo in guardia» i giudici «sulle conseguenze disastrose che il rinvio rischia di avere non solo sulla Germania ma su tutta l'Europa» e agli altri politici che invitavano la Corte a non «intromettersi» in una decisione politica, Voßkuhle ha risposto secco che «i princìpi della Costituzione valgono sempre, anche nei periodi di crisi». Un conflitto istituzionale di questa portata non s'era mai visto nella Repubblica federale, ma la questione non riguarda soltanto la Germania. L'Esm è uno strumento fondamentale per intervenire a sostegno dei Paesi in difficoltà di bilancio. Fra l'altro è la premessa indispensabile anche per il meccanismo anti-spread proposto da Mario Monti, la cui prospettiva è stata confermata l'altra notte dai ministri dell'Eurogruppo. In teoria si potrebbe arrivare al paradosso di un Fiscal compact e di un Esm ratificati dalla maggioranza dei Paesi necessaria per entrare in vigore, ma non dalla Germania, che ne è stata lo sponsor più prepotente e da cui, per quanto riguarda il fondo, arriva il contributo più forte, anche se non abbastanza, comunque, da costituire una quota di blocco. Ciò indebolisce inevitabilmente le chance di Klaus Regling, l'economista tedesco vicino alla cancelliera del quale fino a qualche giorno fa si dava per scontato il passaggio dalla guida dell'Efsf a quella dell' Esm. A parziale consolazione, i duri dell'austerity possono considerare la nomina di Yves Mersch tra i sei membri del direttorio della Bce. Il lussemburghese è un monetarista spinto ed è considerato un falco. E poi la sua nomina ha impedito che arrivasse uno spagnolo. A questo punto è chiaro che lo sblocco del Fiscal compact e dell'Esm non arriverà in tempo per la prossima riunione dell'Eurogruppo, tra soli nove giorni. Sui giornali e tra gli addetti ai lavori è un gran discutere sugli gli effetti che la defaillance di Berlino avrà sullo sviluppo della strategia europea anti-crisi. Qualcuno, ieri, evocava la possibilità di nuove ondate speculative, che a questo punto investirebbero l'Italia e la Spagna ma non resterebbero senza effetti sulla Germania, che sta suo malgrado attirando gli investitori che si ritirano dai Paesi a rischio. In ogni caso, la mancanza di liquidità provocata dal ritardo dell'entrata in funzione del nuovo fondo renderà più difficile l'attuazione effettive delle misure prese a Bruxelles dal Consiglio europeo e ribadite dall'Eurogruppo l'altra notte. Tra queste anche lo scudo anti-spread. In questa situazione confusa, un'altra grana si è intanto abbattuta sulla cancelleria: la polemica che sta montando sulla legge che facilita la vendita ad aziende private di indirizzi e dati personali prelevati da internet, voluta dal governo e approvata dal Bundestag semivuoto e distratto mentre la Germania giocava con l'Italia agli europei di calcio. Una evidente violazione dei princìpi della privacy che ieri è stata stigmatizzata con insolita durezza da Viviane Reding, commissaria europea alla Giustizia e ai diritti dei cittadini e che ha provocato una vera e propria rivolta nel Paese. Angela Merkel ha capito che rischiava grosso ed è tornata sui suoi passi, sconfessando il progetto che era stato presentato proprio dal suo governo. Un'ennesima manifestazione di debolezza. Il ministro alle Finanze del Cipro Vassos Chiarly legge un documento durante l'Ecofin FOTO DI YVES LOGGHE/AP-LAPRESSE la marcia. Abituati, da 22 anni nel caso di Miguel, minatore di Teruel, a scendere a 2400 metri di profondità, a lavorare nei cunicoli. Succede così anche in cittadine come Arijo (Aragona), da dove viene Juan Lu¡s, che lavora in miniera da circa 12 anni. È giunto a Madrid con le mani sporche di carbone e porta la stessa maglietta che le «donne dei minatori», vestivano nella manifestazione di due settimane fa di frone al Senato. La sopravvivenza dell' area, spiega Juan Luis, dipende dal loro lavoro: «Tutti hanno almeno un minatore in famiglia. Farla finita con le miniere significa farla finita con tutte le attività nell'area, non solo con un settore». Secondo i sindacati, la dipendenza è tale che per ogni posto di lavoro scomparso se ne perdono altri tre. Tutti ripetono la rivendicazione, il senso della marcia: esigere che il ministro dell'Industria, José Manuel Soria, rispetti l'accordo strategico rinnovato nel corso degli anni tra governo e sindacati. Un patto che prevede, oltre al lancio di un «nuovo modello di sviluppo» per le zone miniere, aiuti per tutto il 2012 prima di un progressiva chiusura delle miniere entro il 2018. I nuovi tagli imposti dalla crisi significano invece la chiusura immediata di tutte le strutture, sostengono i sindacati e i grandi industriali del settore. Il conflitto non è nuovo, è iniziato quando la liberalizzazione del mercato del carbone ha reso impossibile la concorrenza con il minerale importato dall'estero, con la conseguente chiusura, all'inizio degli anni '90, dell' 85 per cento delle aziende spagnole del settore. Europa, apocalisse lavoro In Italia uno su due è precario Una manifestazione di disoccupati GIUSEPPECARUSO MILANO . . . C'è chi teme nuove ondate speculative, che colpirebbero soprattutto Spagna e Italia Igiudicicostituzionalidi Karlsruhehannodeciso diprendersipiùtempo per i ricorsi suFiskalpakt edEsm.Schäuble:così si rischia lacatastrofe ILCASO PAOLOSOLDINI paolocarlosoldini@libero.it . . . Il flagello precarietà: si campa con 836 euro netti al mese e solo il 15% è laureato . . . Arrivano oggi a Madrid, a piedi da 400 km: «Per ogni licenziamento, si perdono altri tre posti» Merkel e l'euro ostaggi delle «toghe rosse» tedesche L'Ocse: nel Vecchio Continente quasi 48 milioni di disoccupati Atipici, nel nostro Paese sono 3,5 milioni mercoledì 11 luglio 2012 5
Diminuiscono gli incidenti sul lavoro stando ai dati diffusi dall'Inail che nel suo rapporto annuale conferma che nel 2011 sono stati 725 mila gli infortuni denunciati, meno 6,6 per cento rispetto ai 776 mila del 2010. Sono stati invece 920 i morti, in calo del 5,4 per cento rispetto ai 973 dell'anno precedente. Il dato positivo non deve, però, indurre ad abbassare la guardia in termine di prevenzione. La sollecitazione giunge anche dal Quirinale che sottolinea come «pur in presenza di una flessione del fenomeno negli ultimi anni, si conferma la necessità di superare le carenze e contraddizioni da tempo rilevate nelle azioni volte alla salvaguardia della salute dei lavoratori e nella diffusione degli strumenti di sicurezza sui luoghi di lavoro». Il segretario generale, a nome del presidente, ha invitato ad «una ulteriore riflessione sull'accertato tasso di crescita delle denunce per malattie professionali: un fenomeno che sta emergendo anche in virtù di una migliore sensibilizzazione sul tema e che merita la più attenta vigilanza considerata la natura spesso silente di patologie fatali». Sui dati contenuti nel Rapporto, è lo stesso Istituto a sottolinearlo, ha certamente influito, in una certa misura, la crisi economica che ha colpito il Paese dal 2009 in poi con pesanti riflessi sul piano produttivo e occupazionale. La stessa puntualizzazione è stata fatta dai rappresentanti sindacali. Nel 2011, però, a differenza dei due anni precedenti in cui l'Istat aveva rilevato un calo nel numero degli occupati rispettivamente dell'1,6 per cento nel 2009 e dello 0,7 per cento nel 2010, si registra un lieve aumento dell'occupazione (+0,4 per cento) e una sostanziale stabilità (+0,1 per cento) del dato delle unità di lavoro. Nel 2011 sono state controllate 21.201 aziende (il 63 per cento aziende del terziario, il 32 per cento del settore industria): 18.145 sono risultate irregolari (l'85,59 per cento). L'alta percentuale denota l'efficienza dei sistemi di scelta, della procedura cosiddetta di “business intelligence” che individua gli insiemi da controllare. Lo ha sottolineato il presidente dell'Inail, Massimo De Felice, illustrando i dati da cui si evince che sono stati regolarizzati 48.716 lavoratori (nel 2010 erano stati 56.751), di cui 41.207 irregolari e 7.509 “in nero” (4.426 nel terziario, 2.675 nell'industria). «Molte tragedie, anche recenti, sui luoghi di lavoro, confermano l'importanza della missione istituzionale affidata all'Inail al fine di ridurre il fenomeno infortunistico, assicurare i lavoratori che svolgono attività a rischio, garantire il reinserimento nella vita lavorativa degli infortunati sul lavoro» si legge nel messaggio del Presidente del Senato, Renato Schifani. «Anche nel 2011, la soglia dei morti sul lavoro è scesa sotto i mille casi, con una diminuzione del 5,4 per cento rispetto al dato definitivo del 2010. È un piccolo segnale positivo che, ovviamente, non ci esime dal compiere uno sforzo aggiuntivo per rilanciare con determinazione, soprattutto attraverso una più intensa collaborazione tra imprese e lavoratori, quella cultura della sicurezza che trova nella prevenzione il suo punto più qualificante» ha sottolineato il presidente della Camera Gianfranco Fini. Sulla sicurezza sul lavoro «non siamo in ritardo nel nostro Paese» ha detto il ministro del Lavoro Elsa Fornero, intervenendo alla presentazione del Rapporto. Il ministro ha ribadito che salute e sicurezza sul lavoro richiedono «un radicamento diffuso della cultura della prevenzione» e poi ha assicurato che l'attuazione con i relativi decreti del testo unico avverrà «entro la fine dell'anno». «È positiva l'affermazione del ministro, come da noi più volte sollecitato. Proseguire sulla strada tracciata al tempo del governo Prodi con il decreto 81 significa dare un contributo sostanziale alla diffusione della cultura della salute e della sicurezza e a prevenire incidenti mortali e infortuni sul lavoro» ha detto Cesare Damiano capogruppo Pd in commissione Lavoro. . . . Messaggio dal Quirinale: «Bisogna riflettere sull'aumento delle malattie professionali» . . . Il ministro Fornero: «Servono cultura e prevenzione. la sicurezza è fattore di crescita» ITALIA Lavoro, morti in calo ma molti fuori regola Due operai al lavoro in un cantiere edile a Pisa FOTO DI FRANCO SILVI/ANSA I dati dell'Inail: 920 gli “omicidi” bianchi nel 2011, 725mila gli infortuni. Controllate più di 20mila imprese e nell'85% dei casi ci sono violazioni delle norme sulla sicurezza MARCELLACIARNELLI ROMA 10 mercoledì 11 luglio 2012
24 mercoledì 11 luglio 2012
Montepremi 1.976.180,03 5+stella Nessun6-Jackpot 12.565.357,93 4+stella 47.900,00 Nessun5+1 3+stella 2.035,00 Vinconoconpunti5 74.106,75 2+stella 100,00 Vinconoconpunti4 479,00 1+stella 10,00 Vinconoconpunti3 20,35 0+stella 5,00 Nazionale 76 46 25 88 79 Bari 43 79 35 87 77 Cagliari 32 30 29 47 60 Firenze 1 62 4 73 44 Genova 61 62 46 6 35 Milano 45 77 61 40 28 Napoli 71 12 14 80 56 Palermo 61 59 21 1 72 Roma 31 69 64 25 67 Torino 42 28 44 31 32 Venezia 77 20 46 65 32 MASSIMODEMARZI ROMA DOPO AVER RINUNCIATO A ROBERTO MANCINI, “BLINDATO” DAL MANCHESTER CITY FINO AL 2017, SONO FRENETICHE LE TRATTATIVE DELLA FEDERCALCIO RUSSA PER TROVARE IL NUOVO COMMISSARIO TECNICO.SONOADDIRITTURAINTREDICI INOMISULTAVOLO E DUE SONO ALLENATORI ITALIANI DI GRANDE NOME: FABIOCAPELLOEMARCELLOLIPPI.Tra i candidati anche Benitez, Bielsa, Byshovets, Gazzayev, Kobelev, Krasnozhan, Nepomnyashchy, Pisarev, Redknapp, Syomin e Pep Guardiola. Ma in cima alla lista dei dirigenti moscoviti ci sarebbe Capello, che secondo Radio Sport, potrebbe avere un incontro col presidente ad interim Nikita Simonian e il direttore esecutivo Alaiev già nella giornata odierna: per Don Fabio sarebbe pronto un ricchissimo contratto biennale con opzione fino al 2016. Intrigo Destro: con Pazzini destinato a lasciare l'Inter, sembravano proprio i nerazzurri i favoriti, ma la Juve non molla la presa e nelle ultime ore la Roma avrebbe sorpassato tutti. Per bocca del ds Sabatini (che ha rimproverato Totti per aver manifestato la sua insoddisfazione per il mercato giallorosso) sarebbe prossima la cessione di Borini al Liverpool per una cifra vicina ai 15 milioni di euro. Con quel gruzzolo, inserendo un giocatore come contropartita tecnica, il club capitolino punta a portare a casa il gioiello più ambito del mercato 2012. Il Milan, invece, malgrado Galliani abbia smentito grandi colpi (o perché conta di vendere Ibra o Thiago Silva), sta corteggiando Dzeko e Tevez, in uscita dal Manchester City: l'ostacolo è l'altissimo ingaggio dei due attaccanti, per questo non è da escludere la pista Carroll, il gigante inglese che in questi giorni si è offerto ai rossoneri. Il Napoli punta al talentuoso fantasista del Bologna Ramirez e intanto ha prolungato il contratto al veterano Grava, uno di quelli che avevano fatto parte del progetto De Laurentiis fin dalle serie inferiori. Dopo che Astori ha rifiutato di volare in Russia, il Cagliari sembra intenzionato a cedere l'altro difensore centrale, Canini, sul quale il Genoa è in vantaggio sul Torino. I granata, che hanno praticamente definito col Milan per Mesbah (e ora puntano il baby Strasser), potrebbero pagare il loro indecisionismo sul fronte Maxi Lopez: con Pazzini finito nell'orbita Psg, la Samp si è buttata sull'argentino del Catania e già oggi potrebbe arrivare la fumata bianca. Capitolo Del Piero: nelle prossime ore sono attesi in Italia gli emissari del club thailandese del Muang Thong United con un'offerta principesca (5 milioni a stagione), ma l'ex juventino sogna Los Angeles e l'approdo ai Galaxy. Dodici mesi fa l'Anzhi soffiava Eto'o all'Inter, oggi i russi puntano a ripetere il grande colpo, acquistando Sneijder. A Moratti l'ultima parola. InumeridelSuperenalotto Jolly SuperStar 19 32 33 66 75 78 21 36 10eLotto 1 4 12 20 28 29 30 31 32 3542 43 45 59 61 62 69 71 77 79 IN QUESTO TOUR DE FRANCE IL PIÙ FORTE DI TUTTI QUANDOLASTRADAÈSTESA,ESIARRIVAINVOLATAÈ UNINGLESE (MARK CAVENDISH, DELL'ISOLA DI MAN). Il più forte (finora, ma il bello deve ancora venire) quando la strada è in salita è un inglese, addirittura keniota, perché nato a Nairobi, ma suddito di sua maestà per origine, familiari, crescita, e dunque naturalizzato: Chris Froome. Sempre in questo scorcio di Tour de France, quello più bravo quando si corre da soli contro il tempo e il più forte nella sintesi di tutto ciò che è accaduto in dieci giorni di corsa è un inglese, Bradley Wiggins, per la verità nemmeno lui nativo dell'isola britannica, ma di Gand, in Belgio, dove si trovava la famiglia in quei mesi per assecondare il lavoro del padre (ciclista anche lui, il vecchio Gary, e pistard di rilievo negli anni ottanta: il Belgio paga bene le kermesse). Presto ci fu il trasferimento in Inghilterra, dove Bradley cominciò la stessa vita del padre, sempre girando attorno all'anello dei velodromi. A dirla tutta, fece meglio di papà: nel 2004 ai Giochi olimpici di Atene Bredley divenne infatti il primo atleta britannico in 40 anni (dopo Mary Rand ai Giochi di Tokyo nel 1964) a vincere tre medaglie nella stessa edizione dei Giochi, aggiudicandosi l'oro nell'inseguimento individuale, l'argento nell'inseguimento a squadre e, insieme a Rob Hayles, il bronzo nell'americana. L'oro individuale fu doppiato a Pechino, nel 2008, quando aggiunse anche quello a squadre (con due primati del mondo). Poi uscì dai velodromi, per pedalare in strada. Quarto al Tour, terzo alla Vuelta, lo scorso anno, primo podio in un grande giro ma non primo inglese: secondo arrivò Froome, che “perse” due settimane a fargli da gregario, e quando si emancipò era troppo stanco per resistere alle scorribande di Cobo. Insomma, gli inglesi sono i dominatori del ciclismo orfano di Contador. Impossibile da immaginare fino a pochi anni fa. Cent'anni di ciclismo passati invano: mai un inglese è salito sul podio del Tour de France, mai è salito su quello del Giro d'Italia. Appena due presenze su quello della Vuelta, due secondi posti di Robert Millar, a metà degli anni ottanta, quando il giro di Spagna era snobbato dai maggiori ciclisti, per la sua collocazione anticipata alla primavera: adesso, a ridosso dei mondiali, serve almeno per fare la gamba in vista della domenica iridata. Millar è stato anche l'unico inglese a vincere una delle classifiche principali del Tour, essendo miglior scalatore nel 1984 (lo fu anche al Giro d'Italia nel 1987): Cavendish, nonostante la sua grandinata di tappe non è mai stato maglia verde (quella a punti) sui campi Elisi. Millar, agile scalatore scozzese, capace di buoni numeri ma fragile su altri terreni, ha anche un altro primato: oggi vive nel Dorset, ha un seno pronunciato e si fa chiamare Philippa York, avendo cambiato sesso. Il ciclismo inglese su strada è stato poca roba, e drammatica: il maggiore di tutti è stato infatti Tommy Simpson, campione del mondo nel 1965 (titolo poi ritrovato da Cavendish 46 anni dopo) e vincitore di un Giro delle Fiandre, un Lombardia e una Milano-Sanremo. Però non è per questo che viene ricordato: di lui, resta quella salita sghemba sul Mont Ventoux, nel Tour del 1967, imbottito di anfetamine, sotto il solo vigliacco della montagna provenzale. C'è una lapide su quella salita che ricorda com'è finita. Non sono esempi benauguranti, ma Wiggins e Froome sembrano così padroni e forti da non dover preoccuparsi. Questa novità è figlia di una serie di combinazioni e di molta programmazione: intanto, c'è stata la scommessa di trasformare un campione della pista in un campione della strada: la qualità c'era. Poi è arrivato il team Sky, ricco, mediatico, forte. Invoglierà tutto il movimento a dedicarsi alla strada. Poi c'è di mezzo l'anno olimpico: quando è così, le federazioni di “casa” spingono al massimo per ottenere i risultati storici. Fatto sta che il Tour è inglese, e i francesi chissà come s'incazzano. Doping, DiGregorio finisce inmanette SPORT LOTTO ChrisFroome,Bradley WigginseRichie Porte: i punti fortidelTeamSky per laclassificadel Tour FOTO DI BERNARD PAPON/ANSA EPA ALTOURNONSISCHERZA.DAL1998LALOTTA ALDOPINGÈCOMBATTUTAFIANCOAFIANCO DAORGANIZZATORIEMAGISTRATURAEFEDERAZIONE. Costerà qualcosa in termini di successo (i francesi fanno fatica a entrare fra i primi cinque...) ma è l'unico modo per ripulire l'ambiente. Ieri, durante il giorno di riposo è arrivata la gendarmeria: il francese Remy Di Gregorio del team Cofidis è stato arrestato con l'accusa di assunzione e traffico di sostanze illecite. La polizia francese ha fatto irruzione e perquisito l'hotel dove il team di Di Gregorio soggiorna a Bourg-en-Bresse, una località della Francia orientale vicina a Macon, da dove il Tour riprenderà oggi con la sua decima tappa. Il ciclista è stato trasferito a Marsiglia per essere interrogato insieme ad altre due persone non identificate. La reazione della Cofidis non si è fatta attendere: il team ha annunciato la sospensione immediata di Di Gregorio: «Questo caso isolato non deve mettere in discussione la partecipazione del team al Tour de France e penalizzare quelli che non hanno nulla da rimproverarsi. In questo momento - aggiunge la nota - sappiamo ben poco di questa vicenda, ma i sospetti che pesano sul capo di Remy di Gregorio non ci lasciano altra strada che quella di sospendere il ciclista con effetto immediato, in attesa di maggiori dettagli sul caso. Se i sospetti saranno confermati - conclude il comunicato di Cofidis - Di Gregorio sarà licenziato in tronco, secondo quanto prevede il suo contratto e in linea con la politica etica del team». Christian Prudhomme, direttore del Tour, ha detto che l'arresto di Remy Di Gregorio conferma l'impegno di enti pubblici e autorità nella lotta al doping. «Testimonia molto chiaramente - ha detto - che UCI (Unione Ciclistica Internazionale) e AFLD (Agenzia autorità francesi per la lotta contro il doping) non si arrendono. Stanno facendo un grande lavoro, il messaggio è che chi imbroglia prima o poi viene preso». Il Tour non intende però escludere dalla corsa la Cofidis: «Quello di Di Gregorio è un caso isolato». GIANNIPAVESE BOURG-EN-BRESSE MARTEDI 10 LUGLIO Remy Di Gregorio Unafugaall'inglese IlTourèdiWiggins,Froome,Cavendish Impossibileda immaginare solopochianni fa.Maiun britannicoèsalitosulpodio.Si erafattonotareMillar,miglior scalatore:oggièunadonna FELICEDIOTALLEVI BOURG-EN-BRESSE Lippieglialtri: tredici incorsa perunpugnodi rubli LaFedercalciorussaalla ricercadel tecnico.DaGuardiola aCapello, sondati tutti inomipiù importanti: i soldici sono U: mercoledì 11 luglio 2012 23
SAREBBEL'ORA,VERREBBEDAPARAFRASAREDOPOLA LETTURA DI Era L'Ora che, attraverso le testimonianze di chi vi lavorò (o anche di chi, come Roberto Lagalla, partecipava al «rito» pomeridiano in edicola: «è uscito l'Ora?») racconta la storia del quotidiano che ha inseminato con i suoi cronisti (diventati inviati e direttori) le maggiori testate italiane. Il volume, uscito di recente, segue una mostra e un convegno organizzati a Palermo dall'Istituto Gramsci nel 2010. Ne viene fuori il ritratto del leggendario direttore Vittorio Nisticò, e però anche un trentennio, sino all'epilogo traumatico della chiusura nel 1992, in cui la vicenda de l'Ora si intreccia con la storia di Sicilia e d'Italia e dunque, alla fine, si traggono dal libro spunti che vanno ben al di là della storia del giornalismo. Direttore tosto, incazzoso, «sono caduta nelle grinfie di un nevrotico abbarbicato al suo tavolino 16 ore di fila», scriveva Giuliana Saladino. Emerge dai ricordi, ancora oggi, il terrore davanti alla porta chiusa del direttore, la gioia intima e fortissima per un apprezzamento. E l'orgoglio per essere cresciuti a quella scuola, laboratorio che sfornava al pomeriggio non più di 12-16 pagine. L'Ora «divenne in breve la fonte più accreditata sui fatti di mafia, il mito della controinformazione si identificava in sostanza con una informazione completa e corretta», scrive Vincenzo Vasile. Roberto Ciuni: «Il giornalismo palermitano non si scomodava per assistere alla guerriglia dietro casa: pigro, codino, metteva un ruffiano S.E. davanti ai nomi dei ministri, prefetti, sottosegretari, magistrati, generali, ambasciatori». C'è il tributo di sangue dei giornalisti uccisi, Cosimo Cristina (maggio 1960), Mauro De Mauro (settembre 1970), Giovanni Spampinato (delitto fascista, ottobre 1972) ma la prima avvisaglia della guerra fu una bomba al tritolo che squassò la sede del quotidiano nel 1958, quando era in corso la prima inchiesta fra mafia e politica. Il titolo dell'edizione straordinaria fu: «La mafia ci minaccia l'inchiesta continua». Allora come ora le inchieste vere disturbavano il manovratore. Nisticò non era un eretico, era stato nominato da Amerigo Terenzi, editore dei giornali del Pci, con l'accordo dei vertici del partito. Eppure (annota nelle memorie) dopo la bomba, ebbe «una sensazione spiacevole di isolamento rispetto alle forze siciliane dello schieramento amico». UN'AVVENTURA DI LIBERTÀGIORNALISTICA A cosa si deve l'alchimia che produsse quei vent' anni (1954-1975) di una straordinaria avventura di libertà giornalistica? Marcello Sorgi: «La sua impazienza cominciava dal primo mattino, quando ancora non erano disponibili a Palermo i giornali nazionali, e si informava al telefono delle aperture, dei commenti e delle articolazioni delle prime pagine. Non si è mai accontentato dell'orizzonte locale». C'è il rapporto forte con il Pci e con il progetto di cambiamento che in Sicilia significava, alla Togliatti, prima di tutto autonomia. Ma Nisticò sa che da giornalista deve rispondere prima di tutto ai lettori («dovevamo essere i cani da guardia dei cittadini, specialmente di quelli che non hanno voce», Francesco La Licata. «Garantisti verso tutti non verso i potenti», Vincenzo Vasile). Il 1958 non è solo l'anno della bomba, è anche l'anno della rivolta milazziana che esclude la Dc dal governo regionale. Per il giornale è un passaggio delicatissimo, nella maggioranza trasversale ci sono anche contiguità mafiose. Ma, sul piano politico, racconta Nisticò (Accadeva in Sicilia, Sellerio 2001): «L'Ora aveva precorso a modo suo, cioè facendo giornalismo, perché le idee politiche non fanno da sole un giornale e d'altro canto io stesso, per quanto affascinato dalla politica, non riuscivo a viverla, se non in una dimensione giornalistica». La dimensione giornalistica gli consente di sfamare una curiosità onnivora: l'aristocrazia palermitana, la mondanità; le vacanze all'estero dei redattori servono per raccontare, in un giornale povero, il mondo. Cerca la collaborazione di intellettuali dai caratteri e dalle idee anche opposte: Sciascia e Danilo Dolci, Nino Sorgi e Francesco Renda, Giuliana Saladino, Marcello Cimino, Gioacchino Lanza Tomasi, Italo Calvino. Le foto d'archivio mostrano Claudia Cardinale in redazione, al tempo in cui Visconti girava a Palermo il Gattopardo. Sguinzaglia i fotoreporter (Scafidi, Petyx, Letizia Battaglia, Lo Bianco) perché senza la foto il pezzo di nera si può anche buttare. Colleziona querele, come ricorda nel libro Etrio Fidora. Attento spasmodicamente alla concorrenza, Sergio Sergi mi ha raccontato di quando un giornale concorrente titolò: «Ho visto la madonna piangere». «E tu? – ringhiò il direttore al cronista – dov'eri?». PRAGA E LAGRECIA DEICOLONNELLI Kris Mancuso ricorda come approdò agli esteri. 1968, era di nuovo inviata al festival di Sanremo, dove aveva realizzato l'ultima intervista a Luigi Tenco, appena prima del colpo di pistola. Ma c'era stato il terremoto del Belice, chiamò: «Il cronista si rifiuta di riferire di questo mondo luccicante e chiuso mentre fuori accade …». «Sei diventata pazza?». Il primo reportage fu da Praga: «Tre mesi dopo, era l'agosto 1968, guardavo sul teleschermo le sequenze della repressione della Primavera, e piangevo». Poi fu la Grecia dei colonnelli, Panagoulis, gli esuli e l'oscura persecuzione dei servizi segreti italiani per i suoi contatti con gli studenti greci a Palermo. Ho conosciuto Nisticò come lo racconta Alberto Spampinato, dopo, a Roma: «È diventato l'opposto del terribile direttore che scagliava il portacenere contro il malcapitato cronista. Vittorio si è addolcito, è diventato premuroso». Però era sempre direttore, riuniva a cena le persone più diverse, e domandava, interrogava. Poi, facendo volare quelle sue mani magre come di fronte a un pianoforte, sintetizzava fatti e punti di vista. Sulla fine de L'Ora Nisticò se la prende con i colonnelli di Berlinguer. Poi ci sono stati i sergenti e i caporali. Alberto Stabile: «Avremmo dovuto capire per tempo che politica e editoria sono incompatibili». Vincenzo Vasile, che è stato l'ultimo direttore: «L'Ora non poteva sopravvivere in una stagione segnata dallo svilimento». Vale però la pena di riprendere un editoriale di Nisticò, citato da Michele Figurelli, in polemica con il Giornaledi Sicilia: «Degasperiano finché De Gasperi non cadde, pelliano per la pelle fino a che Scelba non silurò Pella … nessuno potrà sorprendersi se dovesse svegliarsi filocomunista, se le sinistre tornassero al governo. Nessuna sorpresa neppure se in futuro dovessimo fare i conti con qualche piccolo Beria di casa nostra. Sarà il GiornalediSicilia ad accusarci per la semplice ragione che, pure allora, lui sarà per Beria e noi, se Dio ci darà vita, per i diritti del popolo e per le libertà». Era l'ora, a cura di Michele Figurelli e Franco Nicastro, XL, 2012, 14 euro Canedaguardia contro lamafia Lastoriadelquotidiano«L'Ora» dai tempid'oroallachiusura CULTURE Attenzione alla società: il caso di Franca Viola ClaudiaCardinale in redazione. «Il Gattopardo»fuoccasionedigrandi discussionipro econtro Unvolumedell'Istituto Gramscisiciliano sulgiornaleprotagonista digrandibattagliesociali ecivili finoallatraumatica conclusionediquella straordinariaesperienza JOLANDABUFALINI ROMA Vito Ciancimino, «L'Ora» anticipa i magistrati Liggio latitante. Sopra: «L'Ora» dopo l'attentato Paginoni di storia: l'affare Notarbartolo e la mafia U: mercoledì 11 luglio 2012 19
Un dibattito, quello sulle alleanze, che finirebbe gioco forza per evidenziare l'incapacità di governo della sinistra. Se vogliamo uscire da questo dilemma, occorre dare conto di quella che è stata la sinistra negli ultimi venti anni, degli stravolgimenti che ha dovuto fronteggiare e fornire qualche indicazione per il futuro. Cosa è stata la sinistra italiana negli ultimi venti anni? Nelle parole di Tronti e di Vendola sembra che quella di governo sia stata poco autonoma, vittima delle suggestioni della terza via blairiana, addirittura succube del liberismo. Liquidare così l'esperienza di governo della sinistra appare ingeneroso, e non fa i conti con la realtà. Questa interpretazione tralascia di ricordare i limiti dell'azione di governo della sinistra più radicale e non tiene conto di alcuni mutamenti che hanno cambiato il suo mondo di riferimento e di conseguenza messo in crisi la sua proposta. Pensare che la fine del berlusconismo e la crisi finanziaria creino le condizioni per regolare i conti con la cultura liberista infiltrata a sinistra sarebbe illusorio. La cultura liberista è stata infatti una risposta a cambiamenti della nostra società che non scompaiono dall'oggi al domani. Occorre riflettere su almeno tre mutamenti. Il primo è che il blocco del lavoro per lo più dipendente si è frantumato (precari, autonomi, piccoli imprenditori). Il conflitto capitale-lavoro ha perso di centralità. Questo ha portato alla perdita del blocco sociale di riferimento per la sinistra. Di pari passo la società si è articolata attorno a una miriade di temi (ambiente, diritti civili, giustizialismo, localismo) che l'hanno resa complessa. Una moltitudine di individui che si attiva su questioni che assumono natura totalizzante. Sebbene la diseguaglianza sia aumentata, oggi si fanno battaglie che non sempre sono quelle classiche della sinistra. Il secondo elemento è quello della sostenibilità delle conquiste sociali. Una società sempre più complessa ha dovuto fare i conti con bisogni crescenti e con insidie difficili da governare (invecchiamento della popolazione, concorrenza dei Paesi emergenti). Questo ha portato all'accumulo di un ingente debito pubblico e, negli anni recenti, ad un arretramento rispetto agli standard di tutele e di welfare raggiunti negli anni '80. L'insostenibilità delle conquiste sociali è stata un brusco risveglio: non siamo più di fronte ad un processo cumulativo senza arretramenti. Il terzo passaggio è rappresentato dalla globalizzazione. Un fenomeno che non riguarda solo i mercati, anche le istituzioni di governo si sono globalizzate spesso senza regole mentre le forme di rappresentanza (partiti, sindacati) hanno segnato il passo. Accanto a queste trasformazioni abbiamo la rivoluzione tecnologica che ha contribuito al frantumarsi del blocco lavoro: le potenzialità del singolo sono enormemente cresciute, oggi ognuno può ben dirsi imprenditore di se stesso. Questo mix di fattori ha creato i presupposti per una nuova centralità dell'individuo padrone delle proprie scelte, conscio dei suoi diritti, quasi arrogante. Se si vede il bicchiere mezzo pieno si parla di liberalismo, se lo si vede mezzo vuoto di individualismo. Di fatto la figura dello Stato è divenuta più distante, la rappresentanza dei partiti si è rarefatta, l'intreccio dei corpi intermedi si è indebolito. Il vero corto circuito degli ultimi venti anni è che questo assetto non si è rigenerato ed ha finito per lasciare l'individuo senza difese di fronte al mercato. Questo ha prodotto la degenerazione del liberalismo in liberismo: il mercato diviene nei fatti il luogo ultimo della mediazione sociale. In questo quadro, la sinistra di governo negli anni 90 è stata sicuramente poco autonoma, ha proceduto a tentoni, ha fatto errori ma in larga misura non è stata succube dell'equivoco. Da dove ripartire? Mi limito a individuare tre pensieri di fondo. L'esperienza comunista e quella del cattolicesimo democratico portavano con sé un disegno salvifico per l'uomo. Questo disegno si è perso: il gioco politico si concentra solo sugli strumenti e non sul fine ultimo che è la persona. La sinistra deve riappropriarsi di questa dimensione ridefinendo l'insieme dei diritti che fanno la dignità di una persona e battersi per loro uscendo dalla logica delle battaglie di retroguardia e della vuota uguaglianza dei punti di partenza. Secondo, dal pieno riconoscimento della centralità dell'individuo non si torna indietro, su questo occorre essere coerenti non si può aprire sui diritti sociali e della persona e tirare il freno su quelli economici. Bisogna però recuperare la categoria tanto cara a Marx del «potere» che pregna ancora di sé i rapporti economici. Il mercato e le eteree autorità di regolazione non bastano, serve un nuovo ruolo del pubblico, nuove forme di partecipazione e di rappresentanza che diano voce a chi è svantaggiato. Infine occorre fuggire l'idea che una società con più tutele sia garanzia di un futuro migliore: potremmo essere più uguali ma anche più poveri. La sfida si gioca ancora sul fronte della competitività, solo con la crescita avremo meno diseguaglianza. I mutamenti che abbiamo descritto non ci permettono di pensare all'Italia come un'isola felice da organizzare secondo il nostro ideale di giustizia sociale. Questa illusione di ritorno ai bei tempi andati sarebbe davvero un errore fatale che la sinistra non può permettersi. L'intervento È il momento di avere di nuovo coraggio Vincenzo Vita Maramotti HA INVOCATO IL SUPERAMENTO DELLE“DUE SINISTRE” MARIO TRONTI SU L'UNITÀ DELLOSCORSO5LUGLIO. E ha ragione. Vendola ha ripreso il discorso positivamente. Tuttavia, è utile dire più apertamente: perché Partito democratico e Sinistra, ecologia e libertà non si danno un percorso unitario il cui sbocco sia la fusione in un medesimo contenitore? I temi e i motivi della rottura del 2007 (all'ultimo congresso dei Democratici di sinistra) e le stesse ragioni che diedero vita a Sel sono ancora staticamente attuali o, piuttosto, richiedono un mutamento profondo di entrambi i poli dialettici? Ovviamente, è di una rivoluzione della morfologia del sistema politico del centrosinistra che c'è bisogno, mettendo in linea gli orologi con il tempo inedito che viviamo. È il tempo della crisi della politica, della incapacità di quest'ultima di rappresentanza e nel contempo - di rappresentazione. Si tratta di ricostruire, annodandoli in una trama rinnovata, i fili di una soggettività alternativa. Che si candidi a governare l'Italia dopo il periodo (così deve essere) di transizione eccezionale interpretato da Monti. In quel vecchio dibattito sbagliammo tutti. Il Pd si è rivelato un'operazione fatta a freddo, senza un'anima. È diventato, purtroppo, una sorta di confederazione di correnti, pur guidata con buon senso da Bersani. Però rispondeva ad una giusta logica difensiva, in un periodo di smottamento del concetto (e della pratica) del “partito”. A sinistra il rilancio è avvenuto solo lasciandosi alle spalle il periodo rissoso dell'Arcobaleno, grazie alla collocazione esterna ma unitaria scelta da Vendola e dal suo gruppo dirigente. Ora si tratta di avere il coraggio di una rottura di continuità. Per ricostruire una sinistra moderna, in grado di riaprire il dialogo con una società mutata nelle sue fondamenta. Liquida, decostruita, popolata da nicchie spesso sconnesse e disperate, mondializzata e “mediatizzata”, ma plasmata da una folla di solitudini, richiede una lettura realistica. Appunto, un nuovo realismo, come ha detto un rilevante e obliquo dibattito culturale. E il partito, piuttosto che un'aggregazione stabile, deve diventare una rigorosa “parzialità”, dialogando con lavoro manuale e lavoro intellettuale, quarto e quinto stato. Anzi. Il partito ha da essere un software aperto, capace di liberare energie e di riprodurre forme innovative di politica. Senza copyright. Un contenitore più adatto al tempo reale che stiamo vivendo in rete, utilizzata quest'ultima non come bacheca, bensì come luogo di organizzazione partecipata. Obama docet. Partito 2.0, si dice, ma senza chiacchiere alla moda. Nichi Vendola indica tre coordinate: lavoro, Stati uniti d'Europa, valori e moralità, come i riferimenti obbligati del percorso da avviare. Giusto. Da aggiungere, declinandoli a mo' di criteri generali, l'universo delle culture e dei linguaggi digitali, e l'approccio dei beni comuni. Cosa osta, allora, a superare sul serio le “due sinistre”? L'ubriacatura liberista, che ha “occupato” la componente maggioritaria del mondo progressista negli ultimi venticinque anni, è in rotta. Travolta dai suoi stessi spiriti animali, trascinati dal e nel finanzcapitalismo, oscura origine della geometrica potenza della crisi attuale. Che gli economisti classici hanno tardato a capire, proprio perché vittime delle loro stesse macchinazioni. Si apre di necessità un'era ben differente, in cui la posta in gioco è la medesima sussistenza dello spirito pubblico. Della politica intesa nella sua versione più autentica di pòlis. In due parole: la sinistra o è la nuova politica o non è. In fondo, la vittoria di Hollande nasce così. Guai ad arrampicarsi sui bla-bla dei programmi, divenuti l'alibi per tutte le avventure. Il programma non è un elenco infinito di capitoli, contraddittori e spesso sbiaditi per le defaticanti mediazioni della scrittura. Vi ricordate Lenin di “soviet+elettrificazione”? Appunto, qualcosa, mutatis mutandis, del genere. Un'utopia possibile: lavoro e democrazia digitale. Servono a tal fine le “primarie”? Sì, ma solo a condizione che abbiano un percorso politico aperto che accompagni il voto, diventando la premessa per lo sbocco politico unitario. Non per contarsi, per contare tutti insieme. Rimangono irrisolte due questioni contigue, ma “altre”: il processo di confronto, indispensabile, con l'Italia dei valori e quello con la Federazione della sinistra. Con l'Idv va riaperto il dialogo in Parlamento. Ci si può candidare al governo dell'Italia, se non si sa agire l'unità delle diversità? Il popolo del centrosinistra è uno solo. E di questo si deve tener conto. MA SIAMO SICURI CHE LE SINISTRE SONO SOLODUE? LA DOMANDANON È RETORICA, PERCHÉ LA RIDUZIONEADUEÈTIPICADIQUELLOSCHEMADIALETTICO, in cui o si trova la mediazione o ci si scontra, che spesso ha impedito il dialogo e l'accoglimento delle diversità al proprio interno e soprattutto nel vasto mondo che ci circonda e che per fortuna ha qualche problema a farsi ridurre dentro quello schema dialettico. Questo problema fu già presente al momento della costruzione del Pd, quando si confrontarono due esigenze, quella di mettere insieme due culture riformiste - in estrema sintesi quella socialdemocratica e quella cattolica -, e quella di confrontarsi con il nuovo che era nato fuori e qualche volta contro di noi. Le culture del femminismo, dell'ambientalismo, dei beni comuni, dell'associazionismo di base, del pacifismo radicale. Prevalse la prima esigenza, senza oltrettutto arrivare ad una sintesi politica, ma ossificando le differenze in filiere di appartenenza, in cui il due si moltiplicava in tanti sottogruppi che riflettevano le differenze esistenti dentro le stesse culture originarie, fino ad arrivare alla iper personalizzazione dei punti di riferimento. I gruppi parlamentari del Partito democratico sono in gran parte il frutto di questa cultura organizzativa a “canne d'organo” che usò spregiudicatamente il “porcellum” per consolidarsi. Nel frattempo la sinistra antagonista andò incontro ad un disastro elettorale, sperimentando come lo stesso antagonismo non fosse in grado di dare rappresentanza politica a quel modo cresciuto fuori dagli schemi tradizionali della sinistra. Fortunatamente la gente ha continuato a fare politica anche fuori da quegli schemi. Coi referendum sui beni comuni, con il grande movimento delle donne “se non ora quando”, nelle tante reti che uniscono le persone che cercano di ripensare la politica a partire dai luoghi dove lavorano e dove abitano. Assumendo su di sé il compito fondamentale e il prerequisito di ogni processo di trasformazione. Rifare società. Quella società frantumata dal distaccarsi da essa dell'economia, e dall'imporsi del personalismo mediatico come modo prevalente di fare politica. Sperimentando come dal proprio “locale” si potevano fare molte cose, e maturando da lì una nuova domanda di politica, capace di aprire spazi alla loro azione, di contrastare quel potere sempre più distante e impersonale, il mitico mercato, che rende sempre più difficile la progettazione di una azione sociale più libera, più consapevole, più responsabile. Credo che la sinistra che verrà dovrà avere come problema fondamentale quello di aiutare a crescere queste reti di azione diretta, senza pretendere di guidarle, sapendo che non saranno mai sue, ma sapendo al contempo che senza di esse sarà impossibile vincere e governare. Una sinistra che si proponga questo non può più essere né centralista né leaderista. Il problema non è scegliere il leader che ha la “narrazione” migliore, quello che la racconta meglio, ma quello di far emergere, di mettere in rete le tante narrazioni di chi non ha piegato la testa di fronte alla crisi, di chi si è impegnato a fare cultura, società, impresa nel proprio territorio e nel proprio posto di lavoro, facendo i conti da lì con la globalizzazione, e spesso trovando risposte che la politica non cerca e non trova. La sinistra che verrà non potrà non avere nel suo Dna il federalismo, perché è nei territori che è possibile pensare e d agire una strategia di sviluppo sostenibile, che vada oltre l'attesa, tra l'altro irrealistica, di veder ripartire quella crescita che è stata alla base della crisi economica, sociale, ambientale entro cui siamo immersi. Ed è solo in una sinistra federalista, capace di valorizzare la ricchezza e il senso globale del suo agire locale, che potrà nascere una nuova idea dell'Europa, della sua centralità per opporsi alla globalizzazione deregolata e per aprire spazi a quello sviluppo territoriale capace di tenere insieme la competitività e la coesione sociale, la qualità del lavoro e quella dell'acqua e dell'aria che respiriamo. Andrea Ranieri L'intervento La sinistra deve ripartire dalla “persona” Emilio Barucci L'analisi Siamo sicuri che le sinistre siano solamente due? SEGUEDALLAPRIMA . . . Il federalismo deve entrare nel dna dei progressisti perché è nei territori che si può pensare e agire COMUNITÀ mercoledì 11 luglio 2012 15
«CONIMIEILIBRIVORREICONTRIBUIREACAMBIARELA NARRAZIONE DOMINANTE A PROPOSITO DI QUELLE CHE NOI CHIAMIAMO COSTITUZIONI DEMOCRATICHE». Pochi giorni fa a Milano al Centro Sociale Il Cantiere, con queste parole apriva la sua lunga discussione pubblica David Graeber, cinquantenne antropologo libertario americano arrivato in Italia per presentare i suoi ultimi lavori. E gli oltre duecento spettatori, fra i quali parecchi giovani, subito hanno capito che il confronto sarebbe stato assai stimolante, perché cambiando le narrazioni della realtà si cambiano tutte le prospettive. Professore alla Goldsmiths University of London (prima era a Yale ma l'hanno cacciato per aver dato solidarietà a una sua studentessa militante), Graeber e uno dei più ascoltati intellettuali del movimento «Occupy Wall Street», un pensatore fertile e imprevedibile che non ha alcun timore a definirsi anarchico ma che allo stesso tempo si mantiene lontano da ogni retorica nostalgica, provando a immaginare nuove strategie politiche e culturali per il futuro dei movimenti anticapitalisti. L'occasione del suo viaggio italiano è la contemporanea uscita di due suoi libri: Critica della democrazia occidentale (Elèuthera, pag 119, €10) e Debito (Il Saggiatore, pag. 525, €23). E se il primo è un pamphlet acuto e turbolento che smitizza la mistica legata al termine stesso democrazia, il secondo è senza ombra di dubbio la sua opera più importante, il culmine di anni di studi antropologici e storici sul ruolo del denaro, del mercato e quindi del debito nello sviluppo delle società contemporanee. Ma per quanto diversi nella forma e nei contenuti, entrambi i libri dopo poche pagine hanno la capacità di mettere in discussione verità e assiomi che in modo forse un po' troppo meccanico siamo abituati a considerare come punti fermi di qualsiasi confronto civile, mostrandoci allo stesso tempo quanto angusto sia in nostro sguardo e quanto breve e transitoria l'esperienza politica che stiamo vivendo. In fin dei conti, negli ultimi decenni la narrazione occidentale è stata questa ed è stata dominate fino a raggiungere plateali forme di ottusità. Che dire infatti del termine stesso democrazia - troppo spesso confuso con quello di repubblica - che solo fino due secoli fa era sinonimo di estremismo, confusione, caos, corruzione e malgoverno e ora è una sorta di feticcio spendibile in ogni occasione, dimenticando quanto questa diventi una formula vuota in mancanza di libertà civili, opportunità condivise, tutela sindacale, parità nei mezzi di informazione e via dicendo, storia che noi italiani conosciamo fin troppo bene e ciò nonostante non ci ripara dal cadere sempre negli stessi errori. Graeber è lucido e spietato nel mostrare le troppe incongruenze storiche del concetto stesso di democrazia, come i crimini commessi in suo nome. CINQUEMILAANNIDI STORIA PARALLELA Questo approccio d'indagine scientifica diventa magistrale in Debito, dove Graeber analizza i nostri ultimi cinquemila anni raccontandoci una storia parallela, una storia che parte da una semplice domanda: «Ma è sempre giusto ripagare i propri debiti?» Cambiamo le narrazioni, cambiano anche gli obbiettivi politici. Partendo da questo presupposto, Graeber pone in serio dubbio l'esistenza stessa del baratto come modello di rapporto commerciale dominante – assioma storico che nessuno ha mai pensato di mettere in discussione – dimostrando che oltre lo scambio di beni ci sono forme di confronto sociale basate sulla condivisione, o anche sulla gerarchia, ovvero la violenza prevaricante. Graeber comincia quindi un affascinante viaggio nella storia delle diverse civiltà, analizzando i diversi modelli di organizzazione del commercio nell'antica Mesopotamia, nella Roma repubblicana e nell'Atene di Pericle, per poi passare nella Cina imperiale, nel luminoso Medio Evo islamico ma anche l'Irlanda contadina, tra gli indiani di America e i villaggi tribali del Madagascar. Scorrendo le pagine di Debito, ripercorriamo la nascita della moneta nei diversi continenti, vediamo mutare il rapporto, anche semantico, fra debito, onore e proprietà privata. E quindi assistiamo quasi compiaciuti alle numerose quanto travolgenti crisi di debito della storia che non poche volte si sono conclude con un azzeramento totale dello stesso. E a un certo punto della lettura ci rendiamo conto che un diverso mondo è possibile e che è bastato cambiare per un attimo lo sguardo, o la narrazione decidete voi, per recuperare un poco di speranza. I recenti stravolgimenti finanziari che hanno colpito gli Stati Uniti e l'Europa hanno mostrato senza appello la vulnerabilità del capitalismo, un modello etico ed economico fin troppo recente che come ricorda Graeber: «incorpora il giocatore d'azzardo come una parte essenziale del suo funzionamento». Mi auguro che nessuno voglia davvero che il nostro futuro possa essere messo nelle mani di un lanciatore di dadi. Contestare lostrapotere delmondofinanziario. AlloYerbaBuena Centerdi San Franciscoha preso il via«Occupy BayArea», un'esposizione incentratasulmovimento dicontestazione che hapresopiede lo scorsosettembre aZuccotti Park,aNewYork -Occupy Wall Street - e dilagatopoi in altrecittà americane e del mondo.Unmovimentoche «ArtDaily»ha definitocome«ciò checontinuaa risuonare nellacoscienza degli americani».Attraverso opereche lascianotrasparireun forte senso dell'azione, i 25artistioriginari dellaBaia di San Franciscocheprendonoparte aquestamostra comeJesusBarraza, Melanie Cervantese AlexandraFischer - hanno unsolo scopo: sosteneregliobiettivi delmovimento.«Sono moltigli artistidi questazonache combattonoa favoredella giustiziae chehanno creato questi meravigliosi lavori» hadetto Betti-SueHertz, direttoredellearti visivedel YerbaBuena Center,precisandoche «questomovimentoha contribuitoad avereun'immagine miglioredel nostro futuro».Fannopartedella mostraanche videoe fotodelmovimento diprotesta. CULTURE «OccupyBayArea»: alcune delleopere inmostraaSan Franciscoche hacoinvolto 25artistioriginari della Baia Artisti inmostra percelebrare ilmovimento diZuccottiPark DEBITO Iprimi5000 anni DavidGraeber TraduzionediL. Larcher eA. Prunetti pagine521 euro23,00 Il Saggiatore L'anarco-economia Graeber, intellettualedi«Occupy» provaarileggere lanostrastoria L'antropologoamericano invisita in Italia perpresentaredue libri chepropongonounanuova narrazionedel ruolo delmercatoedeldenaro nelledemocrazieoccidentali ALESSANDROBERTANTE SANFRANCISCO CRITICADELLA DEMOCRAZIA OCCIDENTALE Nuovimovimenti, crisi dellostato, democrazia diretta DavidGraeber TraduzionediA. Potassa Cravani pagine 120,euro 10,00 Eleuthera U: 20 mercoledì 11 luglio 2012
CHI TEME L'AGENZIA DELLE ENTRATE NON CONOSCE L'ESATTORE. SI PRESENTA ANONIMO, CON UNA LETTERA,PUNTAILDITOCONTROGLIEVASORI,PRETENDEIL SALDO E NON PERDONA: SE NON PAGHI, TI AMMAZZO. Con una iniezione di cicuta. Tradizioni storiche: la cicuta ci restituisce l'epoca antica di Socrate, che era greco, proprio come l'Esattore, protagonista dell'ultimo poliziesco («crime story», precisa l'autore) di Petros Markaris, gagliardo settantacinquenne inventore del commissario Kostas Charitos in servizio ad Atene. Precisiamo solo che l'Esattore esegue puntuale le sentenze: si muore d'evasione fiscale. Intanto pentiti e scampati restituiscono rapidamente quanto devono allo stato, che in dieci giorni recupera così otto milioni di euro. In crisi il nostro commissario: con il cuore sta dalla parte del vendicatore, in coscienza sa che il suo compito è difendere la legalità. PetrosMarkaris, lei dache partesta? «Nell'edizione greca del libro, ho aggiunto un Nota Bene: questo non è un esempio da imitare. Molti greci mi hanno scritto criticandomi: con quell'avvertimento ci hai impedito di fare la cosa giusta. Se penso alla corruzione che dilaga in Grecia! L'evasione fiscale alimenta la corruzione. Chi non paga le tasse dimostra di ritenersi libero da qualsiasi vincolo morale nei confronti della collettività, cancella le regole, legittima qualsiasi forma di abuso. Una rovina per la democrazia». L'Esattore comeRobin Hood? «Ma Robin Hood era un rivoluzionario: toglieva ai ricchi per dare ai poveri. L'Esattoreè statalista. Riscuote per restituire allo Stato. Difende le istituzioni». PetrosMarkaris,natoaIstanbulnel1937,padrearmeno, madre greca, studi in economia, una lunga storia come sceneggiatore, ad esempio di molti film di Anghelopulos, insieme con Tonino Guerra, compreso L'eternità e un giorno, Palma d'oro a Cannes nel 1998, e poi di una lunga serie (tre anni) di polizieschi,Anatomiadiuncrimine,infinescrittoresulle orme del commissario Charitos. Però, Markaris, abbiamoscopertocheleièstatoancheattore.Nessunadelle sue biografie lo riporta. «Sì. È successo proprio con Anghelopulos al suo secondo film, Igiornidel'36. Mi scelse per una piccola parte: morivo molto presto. Una parte l'ho avuto anche per L'eternità e un giorno. Avevo confidato al regista che non mi piaceva partecipare alle riprese. Mi infastidivano il trambusto, il rumore, il movimento. Lui mi chiamò dicendomi che aveva bisogno di aggiustare la sceneggiatura. Arrivai e inopinatamente mi infilò in un gruppo di turisti, con una macchina fotografica al collo, in una scena del film. Non è stata una gran carriera…». Incompensoè comparso in filmimportanti.L'ultimo per la Palma d'oro. Il primo per la storia che si racconta:quelladellanascitadelladittaturadiMetaxasalla finedegli anni trenta. «Un momento cruciale, cui ne seguirono altri, l'occupazione tedesca, la guerra civile, infine la dittatura dei colonnelli…». Allaqualesirichiamaspessoneisuoiromanzi.Èun passato sempre presente nella memoria del suo commissario. «Certo, perché ricordare quei tempi è necessario per comprendere il presente, che è un presente ancora, malgrado tutto, di democrazia. Io credo che lì, nella Grecia dei colonnelli, si sia affermato qualche cosa di importante: il principio che destra e sinistra potessero collaborare, che si potesse ridimensionare quella divisione ideologica che aveva contrapposto i due schieramenti. Il risultato è la politica di oggi: nessuno rinuncia alle sue prerogativa, alle proprie identità, però in uno spirito di costruzione di una via d'uscita alla crisi». Leimostrauna grandepassionepolitica. È lastessadei giovaniche scendono inpiazza? «La ragione della passione politica sta nella biografia di una generazione, che ha conosciuto direttamente guerra e dittatura. Lo era per Theo, di due anni più vecchio. Lo era per tanti miei coetanei. Non lo è per i giovani, lontani invece dalla politica, che protestano in piazza con furore, per rabbia, per vendetta, anche per un senso di ingiustizia subìta, che si corrompe e si esaurisce però nella violenza. La loro è una rivolta che non rispetta il contesto, ancora democratico. Nella lontananza dalla politica di quei giovani si capisce il successo di una formazione neonazista come Alba dorata». Torniamoallaletteratura.Gialliopolizieschierano un sottogenere letterario snobbato dall'accademia. Oggi tutti scrivono gialli e polizieschi, tutti li leggono. C'è il giallo scandinavo, quello dell'est, quellomediterraneocheallineaSimenon,ilpiùantico, il nostro Camilleri e naturalmente il greco Markaris.Come spiega quest'inversionedi rotta? «A un certo punto si è scoperto come, dopo il delitto, si potesse investigare non solo alla ricerca di un colpevole, ma anche nel corpo di una società, rivelandone aspetti prima insospettati. Si è scoperto come un racconto criminale potesse trasmettere contenuti politici e sociali. Credo che ad esempio che il diffondersi del giallo scandinavo sia in qualche modo legato all'assassinio di Olof Palme che rivelò quanto quella società, che si immaginava protetta dal suo welfare, fosse corrotta dal denaro, dal razzismo, dai pregiudizi più diversi. Altrettanto potrei dire di una data, il 1989, caduta del muro di Berlino: da una parte il via alla globalizzazione, dall'altra l'affermazione del dominio del denaro su tutto». Lei usa una bella espressione: la cultura della povertà. «Con quelle parole voglio dire che la Grecia, quand'era povera, possedeva una propria cultura, anche popolare, d'alto livello, una cultura che esprimeva tensioni, sentimenti, verità profonde. Dagli anni ottanta, grazie anche agli aiuti europei, sono arrivati i soldi e con i soldi una sola ambizione: comperare e consumare. Adesso, dopo l'euforia, anche Pluto, il dio della ricchezza, che Aristofane ha immaginato cieco e trascinato da una parte e dall'altra da una serie di questuanti, è rimasto con le tasche vuote». PetrosMarkaris, scrittore greco,con un passato disceneggiatore televisivoe cinematografico,è in Italia (è statoaFregene, a Viterboe aMilano per il ciclodi incontri dellaMilanesiana) per presentare il suo nuovo libro, l'ultimaavventura delcommissarioKostas Charitos,«L'esattore» (Bompiani,pp.342, euro 18,50). Bompianiha pubblicatosei romanzi di Markaris, da«Ultime dellanotte»a «Ioe KostasCharitos». Loscrittoreospite della«Milanesiana» GAY : Lascuredei tagli sull'ufficiochecombatte lediscriminazioni PAG. 18 MEMORIA : Ilquotidiano«L'Ora»,canedaguardiacontro lamafia PAG. 19 OCCUPY : L'antropologo libertariorilegge l'economiadi5000annidistoria PAG. 20 U: L'INTERVISTAMorired'evasione«L'Esattore», nuovo romanzo dell'autoregrecoMarkaris UndisegnodiDavidPrudhomme Deigiovanidice:«Purtroppoprotestano inpiazzacon furore,per rabbia,pervendetta,ancheperunsenso di ingiustiziasubìta,chesiesaurisceperònellaviolenza» ORESTE PIVETTA MILANO L'APPUNTAMENTO mercoledì 11 luglio 2012 17
Omaggio a Luigi Ghirri in occasione dei 20 anni della morte: fino al 26 agosto la Triennale di Milano ospita una selezione di foto da «Viaggio in Italia», il progetto curato dal fotografo nel 1984 che divenne il manifesto della «scuola italiana di paesaggio». Nella foto: «Lido di Spina» 1973 ALLAFINEVIENEADDIRITTURADADIFENDEREILPOVEROALLEVIGIOVANNI,PIANISTACLASSICO, IDOLO DEIGIOVINETTIEDIQUALCHEPOLITICONOSTRANO, nonché prediletto obiettivo di tante finte polemiche. Stavolta contro di lui si solleva addirittura un Conservatorio, quello di Mantova che, oramai è d'uopo, vuol far rete contagiando altri conservatori. Tutti contro Allevi, perché è stato assoldato per risollevare le sorti del più importante concorso violinistico italiano intitolato a Niccolò Paganini che si tiene a Genova. A capo della fronda, personaggi come il violinista Paolo Ghidoni più i musicologi Enzo Restagno e Quirino Principe: gente talmente seria che merita tutto il rispetto, quindi, cari miei, obiettivo sbagliato. Qui c'è poco da prendersela contro il povero Giovanni, è il Comune di Genova che ha ordito la luminosa operazione coprendosi di ridicolo, per non usare un'espressione più colorita. Ora s'immagini che questo trust di cervelli comunali e genovesi ha immaginato addirittura che Allevi, un pianista che crea i suoi pezzi ma non certo compositor di professione, debba scrivere un pezzo per violino che i concorrenti saranno costretti a eseguire alle prove accanto a quelli di Paganini: e stiamo parlando di un concorso di livello internazionale. È del tutto evidente che le menti che hanno partorito una idea tanto perversa abbiano urgente bisogno di seri trattamenti medici, ed è forte la preoccupazione che, con la scusa dei tagli dalla spending rewiev alla sanità, poi non ci siano le terapie per persone così bisognose d'aiuto. Se il Comune di Genova vuole ridicolizzare il suo concorso, Allevi – sia detto senza ipocrisia – ha poche responsabilità: lo chiamano e lui va. E perché mai dovrebbe rifiutarsi il povero Giovanni, in fin dei conti è oramai avviato sul viale di un tramonto tutt'altro che dorato, ma polveroso come accade agli pseudo-musicisti famosi. Sono finiti i tempi dell'ascesa rampante, un successo che si era guadagnato con fatica, sì, ma facendo leva su meccanismi mediatici con cui si vende un prosciutto, un paio di scarpe griffate e anche un pianista, purché naturalmente non commetta musica. E lui, Giovanni, non si è mai azzardato: onore al merito. Da giovane provò prima come clavicembalista nella musica antica con esiti scarsi, poi come jazzarolo fusion e andò anche peggio, poi toccò al cross-over con la musica classica, e arrivò la notorietà. Un trionfo dovuto però alla protervia del suo produttore e soprattutto a un meraviglioso look giovanilistico, con i ricciolini e le scarpe da ginnastica: un idiota felice, secondo alcuni l'immagine del genio, o forse il destino dell'uomo contemporaneo? Si insiste sempre sulla modestia della musica di Allevi, ma ingenerosamente: quest'uomo produce sottofondi musicali per chi cucina, fa la doccia, la spesa, gioca a carte, chiacchiera. E a suo modo funziona, perché provate a fare queste cose, che so, ascoltando la ponderosa Arte della fuga di Bach o i Sechs kleine Klavierstücke di Schönberg. È facile comprendere come per Allevi e la sua musica sia più importante il riscontro mediatico che quello sonoro, e in questo è stato sovente accontentato da una stampa compiacente. Su di lui, quando fu scelto per il concerto di Natale al Senato, si alzò il braccio vindice di Uto Ughi che prese la difesa della vera cultura. Curioso che a indignarsi allora, era il 2008, sia stato un violinista in disarmo ormai da anni: uno scontro tra due non musicisti, una lotta tra titani con lungo strascico di polemiche e inevitabile visibilità per tutti e due Ora poi che è in fase calante, più che il posto da consulente al Concorso Paganini, per Allevi conta l'essere tornato a far notizia. Parlatene bene, parlatene male, purché ne parliate. VALERIOROSA ROMA NanniMoretti leggebranidall'ultimoromanzodiAlanPauls Parla loscrittore:«Neglianni70sognavamolarivoluzione» CULTURE LUCADELFRA arfled@fastwebnet.it RICONOSCIAMO MARCO CASSINI, L'EDITORE DI MINIMUM FAX, A UN TAVOLINO DEL BAR DEL NUOVO SACHERDIROMAEdecidiamo di rovinargli l'aperitivo: «Dov'è Alan Pauls?». «È lui», risponde indicando il signore abbronzato e dall'aria rilassata che gli siede accanto, uno scrittore, giornalista e critico letterario argentino che ama il cinema di Nanni Moretti («Di lui mi piace tutto!», proclama scoppiando a ridere). Tra poco Moretti leggerà in pubblico alcuni passi del suo ultimo romanzo, Storia dei capelli (Sur, pp. 200, euro 15): «È il secondo volume di una trilogia sugli anni 70 in Argentina», ci spiega Pauls, «Un periodo complicato che mi sono riproposto di affrontare da un punto di vista diverso da quello consueto, entrando in qualche modo dalla porta di servizio. Così ho scelto tre elementi, il pianto, i capelli e il denaro, attraverso cui il protagonista legge e filtra il mondo in cui vive. Sono ossessioni individuali, ma anche proprie di quell'epoca; sono tanto personali che politiche. Più degli anni della dittatura militare, rispetto ai quali non c'è molto da indagare, visto che si sa con chiarezza chi siano state le vittime e chi i carnefici, mi interessava la prima parte del decennio, in cui i ruoli non sono ben definiti ed ogni cosa appare confusa, complessa, paradossale, per mostrare come si formi la sensibilità di un personaggio adolescente in un periodo come quello». Ma come mai proprio quegli anni? «Perché è l'ultimo momento della storia dell'Occidente in cui la politica è stata davvero una passione, nel significato più euforico e più sinistro della parola. In tutto il mondo si è sognata la rivoluzione. Ed è un sogno che ha un futuro. Il passato può tornare in ogni momento: lo dimostra l'incredibile revival che gli anni 70 stanno vivendo oggi in Argentina». Inevitabile l'accenno a Bolaño, che definì Pauls uno dei migliori scrittori latinoamericani viventi: «Credo che Bolaño sia riuscito a mettere insieme due tradizioni apparentemente incompatibili: quella selvaggia, spontanea, avventurosa, beatnik, alla Kerouack, con quella colta, letteraria e concettuale, alla Borges, recuperando una certa energia, propria degli anni 70, per renderla romantica. Ha trasformato la sconfitta del sogno rivoluzionario in un sogno poetico». La sconfitta del sogno rivoluzionario: tornano alla mente i primi lungometraggi di Moretti, che pochi minuti dopo leggerà le pagine più morettiane di Storia dei capelli, una lunga tirata sui «capelli nefasti degli anni Settanta, quelli che attraversano un'epoca intera degradandola e devastandola come la coda di una cometa ignominiosa», in un'epoca in cui tutto ciò che nasce e cresce dalla terra è figlio del sangue. Omaggio a Luigi Ghirri Il suo «Viaggio in Italia» in mostra a Milano Gianni Amelio, Marco Bellocchio, Bernardo Bertolucci, Costantinos Costa Gavras, Ugo Gregoretti, Ken Loach, Citto Maselli, Franco Nero, Vanessa Redgrave, Pasquale Scimeca, Ettore Scola, Bertrand Tavernier, Giuseppe Tornatore. Ecco i primi firmatari dell'appello al presidente Napolitano e a Monti lanciato dall'Anac (la storica associazione degli autori italiani insieme a quelli europei, la Fera) per salvare Cinecittà dallo smantellamento. L'altra mattina, infatti, una delegazione dell'Anac (Maselli, Scola, Gregoretti, Scimeca) ha portato il sostegno ai lavoratori che da 6 giorni occupano gli studi e che hanno deciso di proseguire lo sciopero ad oltranza. Nel corso di un'accesa assemblea Maselli e Scola hanno sottolineato, tra l'altro, il clima di “isolamento” che circonda questa durissima battaglia. Grande assente, infatti, il mondo del cinema tutto. Ad eccezione dei «grandi padri» dell'Anac che hanno fatto la storia della cinematografia italiana ed unici, continuano a difenderla. GA.G. Tutticontro Giovanni Allevi Ilpianistaèsottoattacco per il concorso«Paganini» IlComunediGenova loha chiamatoper risollevare lesortidellapiù importante garadiviolino.Contro di luiperfino ilConservatorio CISPIACE PERGIAMPAOLO PANSA. MAILSUO BESTIARIOÈ DIVENTATOUNA AUTOCARICATURA Già, c'era una volta la celebre rubrica su l'Espresso, ironica, sferzante, rutilante. Dopo la svolta a destra dell'illustre giornalista, trasmigrata a Libero, nel cuore del berlusconismo sauvage, la testatina è ridotta a esercizio malinconico. A triste piroetta narcisistica. Dove il gran giornalista parla di sé e dei suoi malincuori. Autocommiserandosi per interposta persona. Con pathos plutarcheo da vite parallele. Come nella bruciante «recensione» all'ultimo libro di Fabrizio Cicchitto: La linea rossa (Mondadori). «Bruciante» perché tempestiva, ma anche perché Pansa non sembra aver letto una riga del mattone, che ammonta a 417 pagine ed è una sorta di libro nero del Pci, dal Gramsci in carcere... al Pd. Con dentro una ben precisa lettura della Prima Repubblica e della sinistra italiana, non senza escursioni sulla crisi finanziaria e sulla crisi del governo Berlusconi, fino a Monti. Ebbene di tutto questo non c'è una parola nella recensione di Pansa. Ma solo un ritornello: Cicchitto nobile perdente, tradito dal destino cinico e baro. Uomo generoso e anticasta! E il tutto condito dalle rimembranze di Pansa, che trova il modo di eroicizzare, (fin da quando aveva i «calzoni alla zuava») anche Bettino Craxi, impavido nemico di Togliatti e Longo. Anche lui Bettino, trafitto ingiustamente, dopo i fasti dello storico Midas e fino alla tragedia di Tangentopoli. Sicché tono eschileo in Pansa, che pure di Bettino fece «trippa» e ben più che i compagni delle salamelle alla festa de l'Unità! Lo stesso Pansa che di Berlinguer fece invece un «Papa rosso» sul baldacchino del famoso «partitone», per cui si sbracciò e tifò a spada tratta. E a più riprese sulle colonne di quei giornali, Repubblica, Espresso che il suo recensito maledice nel libro: esattamente per la sponsorship a Berlinguer, di cui Pansa fu magna pars. Ma c'è un'attenuante: Pansa il libro non lo ha letto. Poco male. Avendolo smaltito, ve lo racconteremo noi, a breve. E Pansa finìdivorato dal suo «Bestiario» TOCCO & RITOCCO BRUNO GRAVAGNUOLO Leossessioni individuali durante la dittatura argentina DaLoachaRedgrave l'Anacmobilita gliautori perCinecittà U: 22 mercoledì 11 luglio 2012
TV 06.45 Unomattina Estate. Attualita' 10.10 Unomattina Vitabella. Rubrica 11.00 Unomattina Storie Vere. Rubrica 12.00 E state con noi in TV. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.00 TG1 - Economia. Informazione 14.10 Dreams Road. Rubrica. 15.00 Question Time A cura di Rai Parlamento 15.45 Ricominciare a vivere. Film Drammatico. (2007) Regia di Giles Foster. Con Suzanne Von Borsody, Rutger Hauer, Iain Glen 16.50 TG Parlamento. Informazione 17.00 TG 1. Informazione 17.15 Heartland. Serie TV 18.00 Il Commissario Rex. Serie TV 18.50 Reazione a catena. Show. 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Techetechetè. Rubrica 21.20 Porta a Porta. Talk Show. Conduce Bruno Vespa. 22.55 Tg1 60 Secondi. Informazione 23.45 Obiettivo Castrocaro. Show. Conduce Alessandro Greco. 00.35 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.05 Che tempo fa. Informazione 01.10 Sottovoce. Talk Show. Conduce Gigi Marzullo. 01.40 Rai Educational. Documentario 07.30 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 10.15 La complicata vita di Christine. Serie TV 10.35 Tg2 Insieme Estate. Rubrica 11.10 Il nostro amico Charly. Serie TV 12.00 Diretta dalla Camera dei Deputati A cura di Rai Parlamento 12.15 La nostra amica Robbie. Serie TV 13.00 Tg2. Informazione 13.30 Tg2 - E...state con Costume. Rubrica 13.50 Medicina 33. Rubrica 14.00 Senza Traccia. Serie TV 15.30 Guardia Costiera. Serie TV 16.15 The Good Wife. Serie TV 17.00 One Tree Hill. Serie TV 17.50 Tg2 - Flash L.I.S.. Informazione 17.55 Rai TG Sport. Informazione 18.15 Tg 2. Informazione 18.45 Cold Case. Serie TV 19.35 Ghost Whisperer. Serie TV 20.30 Tg2. Informazione 21.05 Squadra Speciale Cobra 11. Serie TV Con Almut Eggert, Charlotte Schwab, Erdogan Atalay 22.00 Squadra Speciale Cobra 11. Serie TV Con Almut Eggert, Charlotte Schwab, Erdogan Atalay 22.50 Tg2. Informazione 23.05 Eva. Show. Conduce Eva Riccobono. 00.10 Guardami. Rubrica 08.00 Nipote Sabella. Film Commedia. (1958) Regia di Giorgio Bianchi. Con Tina Pica, Peppino De Filippo. 09.35 Rai 150 anni. La Storia siamo noi. Documentario 10.30 Cominciamo Bene. Rubrica 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. Informazione 12.15 Diretta dalla Camera dei Deputati A cura di Rai Parlamento 13.30 Geo Magazine Rubrica 14.00 Tg Regione / TG3. Informazione 14.45 TGR Piazza Aari. Informazione 14.50 TG3 - L.I.S.. Informazione 15.00 Rai Sport Ciclismo: Tour de France Sport 17.50 Geo Magazine 2012. Documentario 19.00 TG3./ Tg Regione Informazione 20.00 Blob. Rubrica 20.10 Cotti e mangiati. Sit Com 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 Troppo forte. Film Commedia. (1986) Regia di Carlo Verdone. Con Carlo Verdone, Alberto Sordi, Stella Hall. 23.05 Tg Regione. Informazione 23.10 Tg3 Linea notte. Informazione 23.55 Doc 3. Rubrica 00.35 Rai Educational Magazzini Einstein. Documentario 01.05 Fuori Orario. Cose (mai) viste. Rubrica 06.50 Magnum P.I.. Serie TV 07.45 Più forte ragazzi. Serie TV 08.40 Sentinel. Serie TV 09.50 Monk. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Cuore contro cuore. Serie TV 12.55 Distretto di Polizia I. Serie TV 14.05 Il tribunale di Forum. Rubrica 15.10 Wol un poliziotto a Berlino. Serie TV 16.05 My Life - Segreti e passioni. Soap Opera 16.30 U-112 Assalto al Queen Mary. Film Commedia. (1967) Regia di Jack Donohue. Con Frank Sinatra 17.07 Tgcom. Informazione 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.10 Siska. Serie TV 21.10 The Chase. Serie TV Con Kelli Giddish, Cole Hauser, Jesse Metcalfe. 21.50 The Chase. Serie TV Con Kelli Giddish, Cole Hauser, Jesse Metcalfe. 22.45 The Chase. Serie TV 23.53 Cinema d'estate. Show. 23.55 The hard corps. Film Azione. (2006) Regia di Sheldon Lettich. Con Jean-Claude Van Damme, Razaaq Adoti 00.41 Tgcom. Informazione 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.36 La magia della vita. Film Drammatico. (2009) Regia di Vic Sarin. Con Connie Nielsen, Aidan Quinn, John Bell. 10.01 Tg5. Informazione 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.11 Ritorno alla natura. Film Tv Regia di Bradford May con Jonathan Silverman, Peter Strauss. 16.10 Il ritmo della vita. Film Commedia. (2009) Regia di Rossella Izzo. Con Anna Safroncik, Antonio Cupo, Corinne Cléry. 18.45 Il Braccio e la Mente. Gioco A Quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.31 Veline. Show. 21.21 Shark Swarm - Squali all'attacco. Film Thriller. (2008) Regia di James A. Contner. Con Daryl Hannah, John Schneider, Armand Assante 23.31 La rivale. Film Thriller. (2006) Regia di Douglas Jackson. Con Tracy Nelson, Heather Tom, Linden Ashby. 00.15 Tg5 - Notte. Informazione 00.44 Meteo 5. Informazione 00.45 Veline. Show 07.20 Hannah Montana. Serie TV 08.10 Cartoni animati 10.35 Dawson's Creek. Serie TV 12.25 Studio aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 Futurama. Cartoni Animati 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 What's my destiny Dragon ball. Cartoni Animati 15.00 Gossip girl. Serie TV 15.55 Le cose che amo di te. Serie TV 16.45 Friends. Serie TV 17.35 Mercante in fiera. Gioco A Quiz 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.25 C.S.I. New York. Serie TV 20.20 C.S.I. New York. Serie TV 21.10 2 single a nozze. Film Commedia. (2005) Regia di Andrew Waller. Con Owen Wilson, Vince Vaughn, Rachel McAdams. 22.07 Tgcom. Informazione 22.10 Meteo. Informazione 23.45 Lei è troppo per me. Film Commedia. (2010) Regia di Jim Field Smith. Con Jay Baruchel, Alice Eve, Krysten Ritter. 00.42 Tgcom. Informazione 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus Estate 2012. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. 11.10 Ti ci porto io (R). Rubrica 12.30 I menù di Benedetta (R). Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.10 La più bella serata della mia vita. Film Grottesco. (1972) Regia di Ettore Scola. Con Alberto Sordi 16.10 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 18.00 I menù di Benedetta (R). Rubrica 18.55 Cuochi e fiamme. Show. 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 In Onda. Talk Show. 21.10 S.O.S. Tata. Reality Show. 00.05 Tg La7. Informazione 00.10 Tg La7 Sport. Informazione 00.15 N.Y.P.D. Blue. Serie TV Con Dennis Franz, Gordon Clapp, David Caruso 01.15 N.Y.P.D. Blue. Serie TV 02.05 Movie Flash. Rubrica 02.10 Cold Squad. Serie Tv. 02.55 In Onda. Rubrica 21.00 Sky Cine News - Richard Gere. Rubrica 21.10 Il mistero delle pagine perdute - National Treasure. Film Azione. (2007) Regia di J. Turteltaub. Con N. Cage, D. Kruger. 23.20 Bad Teacher - Una cattiva maestra. Film Commedia. (2011) Regia di J. Kasdan. Con C. Diaz, J. Timberlake. SKY CINEMA 1HD 21.00 La partita perfetta. Film Drammatico. (2009) Regia di W. Dear. Con C. Collins Jr., C. Marin. 23.00 I mattacchiorsi. Film Commedia. (2002) Regia di P. Hastings. Con C. Walken, S. Tobolowsky. 00.35 Ant Bully - Una vita da formica. Film Animazione. (2006) Regia di J. Davis. 21.00 Chicago. Film Musical. (2002) Regia di R. Marshall. Con R. Gere, C. Zeta-Jones. 23.00 L'amore infedele - Unfaithful. Film Drammatico. (2002) Regia di A. Lyne. Con R. Gere, D. Lane. 01.10 A proposito di Steve. Film Commedia. (2009) Regia di P. Traill. Con S. Bullock, B. Cooper. 18.15 Adventure Time. Cartoni Animati 18.40 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.40 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.05 Ben 10. Cartoni Animati 20.30 Ninjago. Serie TV 20.55 Adventure Time. Cartoni Animati 21.20 Brutti e cattivi. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Come funziona?. Documentario 19.30 Come funziona?. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Sons of Guns. Documentario 22.00 Addestramento Estremo. Documentario 23.00 Moonshiners: la febbre dell'alcol. Documentario 18.55 Deejay TG. Informazione 19.00 Una splendida annata. Show. 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Una splendida annata. Show. 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 Life as we know it. Serie TV 22.30 Shuolato 2.0. Rubrica 23.30 Jack Osbourne No Limits. Reportage DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.20 La vita segreta di una Teenager Americana. Serie TV 21.10 Reaper. Serie TV 22.00 Skins. Serie TV 22.50 My Super Sweet World Class. Show. 23.40 Speciale MTV News. Informazione 00.00 I Soliti Idioti. Serie TV MTV RAI 1 21.20: Porta a Porta Talk Show conduce Bruno Vespa Lo storico presentatore come sempre accoglie gli ospiti nel salotto di Rai 1 21.05: Squadra Speciale Cobra 11 Serie tv con E. Atalay La squadra speciale Cobra 11 fa parte della polizia autostradale tedesca. 21.05: Troppo Forte Film con Carlo Verdone Oscar sogna di fare lo stuntman e per farsi scritturare inscena un incidente. 21.10: The Chase Serie Tv con Kelli Giddish Gli sceri federali hanno a che fare con dei ricercati molto pericolosi 21.21: Shark Swarm - Squali all'attacco Film con Daryl Hannah. Squali minacciano la costa Californiana 21.10: 2 Single a nozze Film con O. Wilson I due amici di una vita condividono l'hobby di auto invitarsi ai matrimoni 21.10: S.O.S. Tata Reality Show Le tate dovranno , con i genitori, riprendere il controllo della situazione RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY IL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITIOBAMA HA DICHIARATO DI VOLER ABBASSARELETASSEATUTTI,MANONAI RICCHI.Anzi, ha detto proprio: «Ai ricchi come me». Questo ci ha fatto venire in mente Berlusconi che, invece, dell'essere ricco ha fatto il suo maggior vanto, la prova materiale della sua capacità di governo. Ma, come possiamo toccare con mano ogni giorno, la sua capacità di governare il Paese era del tutto inesistente se non coincideva con i suoi interessi personali. Ed infatti, eccolo che ancora strenuamente li fa valere in ogni ramo della politica, a partire dalla Rai, alla legge elettorale, alle norme anticorruzione, senza alcuna vergogna per sé e per i suoi. Infatti, ogni giorno appaiono in tv i delegati Pdl a sostenere qualunque cosa gli piaccia. Del resto, sono stati capaci di votare in Parlamento come un solo uomo che Ruby era la nipote di Mubarak. E ancora questa claque lavora (si fa per dire) per perpetuare un potere personale ormai smascherato nei suoi peggiori difetti umani e politici, facendo leva sulle sue grandi qualità patrimoniali. E, a proposito di patrimoni, abbiamo ripensato alle dichiarazioni del capo della Confindustria e allo scalpore che hanno suscitato. Scalpore legato soltanto alle critiche rivolte al governo, che Squinzi ha dovuto attenuare, mentre è passato assolutamente in sottordine il suo dichiararsi a favore di una tassazione patrimoniale. Questione che colloca il presidente degli industriali non solo vicino a Susanna Camusso, ma addirittura collaterale alla Fiom. Perché tassare i patrimoni, cioè la ricchezza (perfino quella di Berlusconi!) da noi è una bestemmia, una cosa che non si può dire e nemmeno pensare. E se qualcuno la pensa e addirittura la dice, va subito oscurato. Fosse pure il capo della associazione dei capitalisti maggiori, che ormai sono meno ricchi e cattivi dei loro manager e finanzieri. Lezionedagli StatiUniti: anche i ricchi piangono Se li tassano FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO U: mercoledì 11 luglio 2012 21
LIBERITUTTI LAVORADAANNICONTROTUTTELEDISCRIMINAZIONI, INCLUSE QUELLE SULLA BASE DELL'ORIENTAMENTO SESSUALE E DELL'IDENTITÀDIGENERE,ma ora la spending review ne mette a serio rischio l'operatività. L'Unar (www.unar.it), ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, che grazie a un provvedimento del 2010 dell'allora ministro Mara Carfagna si occupa anche di pregiudizi e violenze contro gay e trans, potrebbe subire tagli pesantissimi al personale, nonché alla direzione. L'Ufficio nei primi sei mesi del 2012 ha gestito 14.179 contatti (rispetto agli 8.952 del primo semestre 2011) e trattato 876 istruttorie, quasi il doppio di quelle dell'anno precedente. È dal 2010 che il Call center, attivo dal 2005, è stato trasformato in Contact center, provvisto non solo di un numero verde gratuito (800 90 10 10), ma di una piattaforma informatica che consente a testimoni o vittime di fare una segnalazione anche on line o con una mail. Ha al suo attivo un osservatorio media e web, pronto a segnalare le dichiarazioni lesive ai danni dei cittadini che viaggiano su quotidiani, blog e tv. Organizza tutti gli anni tramite bandi una settimana contro la violenza e una contro il razzismo nelle scuole, sta costituendo di concerto con enti locali e associazioni «antenne» sparse quasi per tutto il Paese per affinare sensibilità e competenze nell'ambito delle discriminazioni. Ha organizzato un tavolo con le associazioni trans per monitorare la difficilissima situazione dell'accesso al lavoro o del mantenimento del posto. Eppure, come dichiarato dal nuovo Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Nils Muižnieks, al termine della sua visita in Italia, Unar non rischia una semplice riduzione del personale ma drastici tagli. L'ufficio, che dipende dalla Presidenza del consiglio dei ministri, sulla carta dovrebbe avere 23 dipendenti. Invece ne aveva già 13 a maggio quando una circolare del governo emanata per ridurre i costi della spesa pubblica ha stabilito che i dipendenti che non fanno parte dei ministeri devono ritornare ai posti di partenza. Dei 13 al lavoro presso Unar ben 9 provengono da altre amministrazioni pubbliche dove devono fare ritorno entro ottobre 2012. Ne rimarrebbero 4: diciannove in meno del previsto. Non solo, a rischio anche il direttore, Massimiliano Monnanni. La spending review prevede che i contratti di tutti i dirigenti esterni alla presidenza del Consiglio cessino al cadere del governo dei tecnici e che nel frattempo quelli in scadenza non vengano rinnovati, quale è quello del direttore Unar che dovrebbe concludersi intorno alla seconda metà di luglio. ILPROGRAMMA EUROPEO Con l'Unar decapitato e senza personale, difficile pensare a una buona riuscita del programma avviato con il Consiglio di Europa in febbraio alla presenza del ministro Fornero, che prevede un biennio di azioni di contrasto delle discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere, e che in questi giorni dovrebbe passare alla fase operativa, vale a dire la raccolta dei consensi delle singole associazioni i cui progetti attendono di essere finanziati dal Consiglio di Europa (vedi www.pariopportunita.gov.it). Smantellare Unar può voler dire bloccare importanti fondi europei, depotenziare la lotta ai pregiudizi, ostacolare l'Italia nel suo già difficile percorso verso la convivenza civile. Licenziataperavereunaltro lavoroosé,èora famosadopo averdenunciato lo«HoustonChronicles» perviolazionedeidiritti civili PIPPO RUSSO nedoludiforever@yahoo.it La leggefirmatada Obamanel 2010per renderepiù severe le regoledel sistema finanziario travoltodallacrisi porta il suo nome:Dodd-FrankAct. OraBarney Frank,72anni, hasposato un imprenditoredi 42 annicon cuista insiemeda lungotempo, diventando ilprimo membro del Congressoa contrarreun matrimoniogay. Lacerimonia, tenutasia Boston,è stataofficiata dalgovernatore del Massachusetts,DevalPatrick. Molti ospiti illustri hannosottolineato il fattoche Franksiada decenni dentro le istituzioni un paladinodei dirittidei gay,della moralizzazione diWall Streetedi una maggiore trasparenzadel mondo della finanza. NONTUTTIPOSSONOFARELADOPPIAVITACHEVORREBBERO. L'HA SCOPERTO SARAH TRESSLER, TRENTENNE GIORNALISTA CHE FINO ALLO SCORSO MARZO LAVORAVA PRESSO LA REDAZIONE COSTUME E SOCIETÀ DELLO «HOUSTONCHRONICLES», ECHEALL'IMPROVVISOSIÈRITROVATA LICENZIATA. Motivo ufficiale del provvedimento: aver omesso, al momento di presentare la domanda d'assunzione, di avere un secondo lavoro come spogliarellista. Una mancanza che la società editrice del quotidiano pubblicato nella città texana ha giudicato sufficiente per giustificare il licenziamento in tronco. Niente moralismi, hanno assicurato dalla direzione del giornale. Solo un motivo di correttezza e trasparenza nel rapporto di lavoro. Quale che fosse quel secondo lavoro, andava dichiarato. E nemmeno sotto tortura i capi dello HoustonChroniclesammetterebbero che, fra i tanti aspetti spiacevoli della vicenda, il più urticante è l'essere stati messi in ridicolo dalla concorrenza su piazza. Perché a scoprire e rendere pubblica la storia sono stati i cronisti del concittadino Houston Press, settimanale a distribuzione gratuita che macina una media di 300.000 lettori a numero. Accadde nell'edizione del 26 marzo, quando su un articolo accompagnato da una vecchia foto di Sarah in mise da stripper campeggiava un titolo impietoso: «Sarah Tressler: cronista di costume di giorno, spogliarellista di notte». Uno scoop che fu un colpo bassissimo alla testata concorrente, accompagnato da un ulteriore dettaglio: Sarah gestiva già allora un frequentatissimo blog nel quale racconta le sue esperienza da stripper. Il titolo è eloquente: «Diary of an angry stripper». E così, per la cronista che era stata assunta soltanto il 19 gennaio di quest'anno dopo aver lavorato come freelance, il 27 marzo è arrivato il licenziamento. La sua carriera allo Houston Chroniclessi è fermata dopo soltanto due mesi e otto giorni in carica. A occhio e croce un record. E certo c'è da capire il disappunto della testata, dovuto a almeno tre motivi: aver preso un buco dalla concorrenza; averlo preso per un fatto di casa propria; e aver rimediato una figura grottesca per non aver sospettato quale fosse il secondo lavoro della propria redattrice. Ma la testata rischia adesso di pagare in modo pesante la scelta di licenziare la giornalista. PALADINADELLE LIBERTÀSESSUALI Sulle prime Sarah ha cercato di giustificare la propria doppia vita. Dichiarando che il secondo lavoro da spogliarellista le serve per estinguere il debito da 100.000 dollari, contratto per laurearsi presso la New York University; e che la mancata menzione del lavoro da spogliarellista nel curriculum è dovuto al fatto che si tratti di un'occupazione informale, non contrattualizzata. Giustificazioni deboli, a esser generosi. Certo inefficaci, al punto da convincerla a cambiare del tutto strategia. Sicché lo scorso 11 maggio ha presentato denuncia contro lo Houston Chronicles per discriminazione di genere, affidando il patrocinio a un avvocato di grido: Gloria Allred, specialista in cause riguardanti i diritti delle donne. A guardarla in fotografia, o nel video della conferenza stampa tenuta a fianco di Sarah, sembra uscita da Kramer contro Kramer. Fossimo al posto di chi regge le sorti dello HoustonChronicles, cominceremmo a preoccuparci sul serio. Pareva trattarsi soltanto di una questione di diritto del lavoro, e invece si è trasformata in una spinosa controversia nel campo dei diritti civili. Comunque vada, l'immagine della testata ne è già uscita gravemente danneggiata sotto ogni punto di vista. Chi invece si sta giovando della vicenda è proprio Sarah Tressler. Che dopo l'imbarazzo iniziale sta convertendo a proprio vantaggio la vicenda, impersonando una figura da eroina delle libertà sessuali. Il suo blog adesso spopola e moltiplica contatti su Facebook e Twitter. E nei giorni scorsi, come riferisce il Las Vegas Review Journal, inizierà uno «strip tour» che la porterà coast to coast per gli Usa a rivendicare il proprio diritto a essere giornalista e spogliarellista. Tappe previste: Los Angeles, Chicago, New York, Miami, Tampa e Atlanta. I post del suo blog sono stati trasformati in un libro dal titolo omonimo, in vendita a 20.98 dollari. Per 4 dollari in più è possibile acquistare la maglietta con la scritta «Diary of an angry stripper». E poi c'è il prezziario per le foto di Sarah in intimo: 5,99 per la sola immagine, 6,98 se la si vuole autografata, 8,99 per chi la desidera personalizzata. Perché va bene la protezione dei diritti civili, ma se la si associa allo sfruttamento dei diritti commerciali è anche meglio. delia.vaccarello@tiscali.it Frank,primodeputato a sposare un altro uomo CULTURAESOCIETÀ Tagliancheall'ufficio chedifende igay dallediscriminazioni Ladoppia vitadiSarah Megliospogliarellista chegiornalista Sarah Tressler ospite di una trasmissione tv Un ritratto autoironico di Barney Frank L'Unarvantaanche unosservatorioweb Oltreallascure rischiadi rimanere senzadirettore DELIAVACCARELLO STATIUNITI U: 18 mercoledì 11 luglio 2012
Faticosamente, a singhiozzo fra uno scontro politico e un cavillo, con il segnale lanciato dal Pdl per la prossima guerra in commissione di Vigilanza domani alle 14,30, Anna Maria Tarantola è stata designata presidente della Rai con sette voti favorevoli e l'astensione del berlusconiano Antonio Verro. Il segnale di avvertimento del Pdl al premier Monti e alla presidente: non si tocchino le deleghe, nessun potere in più al presidente di viale Mazzini. Una guerra aperta, che Monti tratterà con Berlusconi e Alfano, ma che ieri ha rischiato di far saltare il sostegno del Pdl al governo, pur di mantenere saldo e immutato il controllo sul Cavallo Rai e sulle direzioni gestionali, sia in vista delle elezioni che come terreni di potere, dalle “veline” agli appalti esterni. Il segretario Pd Bersani avverte che l'ipotesi commissariamento resta in piedi: «Basta protervia! Se il governo dice che vuole modificare i poteri e le deleghe si fa così», se «il Pdl fa saltare il tavolo, il governo trovi una soluzione». All'insediamento del neo cda era assente la presidente designata dall'assemblea degli azionisti, Tarantola, per «garbo istituzionale e per rispetto verso il consiglio d'amministrazione, per lasciare allo stesso la libertà di votarla come presidente», ha spiegato in una lettera ai consiglieri e una telefonata al consigliere anziano Rositani. Nota per il suo spirito da “civile servant”, la ex vicedirettrice di Bankitalia si vuole tenere fuori dalle diatribe politiche, e soprattutto, rispetta i passaggi istituzionali, quindi non si sarebbe potuta presentare «in veste diversa» che da presidente (e non da consigliere) al settimo piano. La prima tappa, se pur in salita, è stata raggiunta, ora lo scoglio del voto di ratifica in Vigilanza con la maggioranza dei due terzi, (che il Pdl ha tentato ancora di rinviare). Poi il conferimento delle deleghe che Monti ha indicato come unica possibilità di governare la Rai in modo funzionale. Senza questi poteri in più, difficile che Tarantola possa accettare di essere un «presidente di garanzia» che finisce in minoranza. E ieri Paolo Garimberti ha salutato il nuovo cda e ha chiuso il suo mandato. Iniziato il cda alle 12, dopo mezz'ora la prima sospensione. Al piano terra il bivacco di giornalisti in attesa di una conferenza stampa alle 13. Che sarà poi annullata per «opportunità» mancando la presidente, è costretto a spiegare imbarazzato due ore dopo Guido Paglia, responsabile Relazioni esterne (l'ufficio stampa non ha convocato i cronisti). A combinare il pasticcio sarebbe stato invece Rositani, ex An, che nel consiglio ha chiesto il rinvio di 24 ore del voto sulla presidenza Tarantola, spalleggiato da Luisa Todini e dagli altri pidiellini, con un ordine del giorno di Pilati poi bocciato, tirando fuori un cavillo procedurale inesistente sul Testo unico della tv. Il Pdl temeva, con il voto a Tarantola, di dare il via libera al passaggio di deleghe, e Pilati ha presentato un ordine del giorno perché la questione sia discussa «in Parlamento». Il rinvio avrebbe slittato il voto in Vigilanza a martedì prossimo, ma Rositani già sognava una settimana di gloria da presidente facente funzione davanti alle telecamere. Così, dopo una doppia interruzione di quasi due ore, riunioni e giri di telefonate frenetiche dei consiglieri Pdl ai colonnelli portavoce di Berlusconi, Romani, Gasparri e Alfano, alle 14 il cda ha votato. Ma sarebbe stato proprio Pilati, (come fa capire anche il Pd Gentiloni in un tweet), a spiegare ai colleghi del Pdl che secondo la legge Gasparri (che lui ha ideato) il cda doveva votare la presidente indicata dall'azionista. Procedura che ha fatto presente anche il consigliere Udc De Laurentiis: all'odg è il voto del presidente, sulle deleghe si discuterà. E in mezzo c'è la nomina del cda sul direttore generale, Luigi Gubitosi (prima che si stufi) quando Tarantola sarà operativa dopo il voto a San Macuto. Alle 14,30, mandati a casa i giornalisti a taccuini intonsi (e senza il cortese caffè Rai tagliato dalla spending review), resistono alle domande Gherardo Colombo e Benedetta Tobagi, con lei che si fa sfuggire un «forse era meglio Caterpillar» e l'ex pm di Mani pulite “abituato” alle resse dei fotografi. A quell'ora dal settimo piano parte il fax per Palazzo San Macuto: Tarantola presidente, si voti. Qui è toccato al presidente Sergio Zavoli vedersela con il Pdl che lo attaccava e voleva far slittare il voto, prendendo ispirazione dal radicale Beltrandi nel chiedere prima un'audizione di Tarantola. Una procedura non prevista dalla legge. Il Pd, col capogruppo Fabrizio Morri, ha insistito perché si votasse domani e Zavoli ha convocato la seduta con le 48 ore di regola. «Pdl e Lega si prendano la responsabilità di far saltare Tarantola e di dare un segnale negativo al governo», ha detto Morri. Ora si vedrà la compattezza del centrodestra, che un po' vacilla. L'ex ministra Mara Carfagna fa gli auguri a Tarantola e apprezza la scelta di Monti su una donna dall'«elevato profilo tecnico». Proprio ciò che temono Berlusconi e la schiera di uomini che da un decennio comanda la Rai, da Comanducci al leghista Marano, da Nardello a Del Noce. Pensionando che dovrebbe lasciare il ricco posto di Rai Fiction a Lorenza Lei, avrebbe deciso da tempo il Pdl. VERSOLE COMUNALI IL COMMENTO VITTORIOEMILIANI Roma, nei sondaggi Zingaretti batte Alemanno . . . Per uscire dalla paralisi Monti tratterà direttamente con Berlusconi e Alfano SULLARAISIPROFILA UNAPARTITA APOKERDAITEMPILUNGHI, VOLUTA DABERLUSCONIE DAISUOI. MENTRE l'azienda di Viale Mazzini ha bisogno di tempi brevi per ridarsi un assetto imprenditoriale, editoriale, produttivo, tecnologico in grado di farla risalire dal buco nero nel quale è finita, con conti pesanti, canone in caduta libera, pubblicità in crisi profonda (più di Mediaset che fa ascolti inferiori), pluralismo ingessato, conduttori e autori in fuga verso altre tv, ecc. Il nuovo cda, è vero, ha avallato la designazione di Anna Maria Tarantola alla presidenza, con la sola astensione del berlusconiano Verro, ma il dibattito è stato acceso fra i consiglieri di centrodestra e quelli indicati dalle associazioni e votati dal Pd. La posta in gioco? Naturalmente gli accresciuti poteri del presidente in materia di tetti alla spesa e di nomine. Assente per ragioni «di garbo» la presidente designata, il duro confronto è stato arbitrato dal consigliere anziano Guglielmo Rositani (ex An, più volte deputato, già sindaco, dall'86 al '92, della Rai stessa, poi suo consigliere, espertissimo in navigazioni clientelari). La partita ora si sposta in commissione parlamentare di Vigilanza, dove a maggioranza qualificata di due terzi (27 voti su 40) dovrà venire convalidata la nomina del presidente Tarantola. Si chiede che tale convalida avvenga giovedì prossimo, ma non è detto che sia così e che anche i tempi di questa votazione non si dilatino. Già il consigliere Antonio Pilati, da sempre uomo di stretta fiducia del Cavaliere, ha presentato una mozione per discutere dei trasferimenti di deleghe – da lui definiti «contra legem» - dal cda al presidente e al direttore generale (pure da eleggere) voluti dal premier per restituire efficienza e speditezza alla Rai appesantita dai lacci ad essa imposti dalla legge Gasparri, fatta apposta per vincolare l'azienda ai partiti, alla maggioranza di governo. Un segnale aggressivo. Ma perché Silvio Berlusconi ha tanto interesse a rallentare i tempi di insediamento del vertice voluto da Monti a Viale Mazzini? I suoi uomini più fidati, ad esempio l'ex ministro Maurizio Gasparri o il capogruppo in Vigilanza Alessio Butti, sostengono di esercitare soltanto le prerogative di legge assegnate al Parlamento e si stupiscono se qualcuno pensa male di loro. In realtà ribadiscono, in modo solare, il potere dei partiti sull'emittente radiotelevisiva di Stato e lo fanno con una spregiudicatezza da pokeristi collaudati. Berlusconi alza ostacoli per perdere tempo e poter così trattare alcune faccende (tutt'altro che “ideali”) che gli stanno, dal punto di vista aziendale e famigliare, molto a cuore (specialmente ora che Mediaset versa in grave crisi, di ascolti e di conti). Intanto c'è ancora in ballo la questione delle nuove frequenze che il governo vuol fargli pagare. Già, ma quanto? Traccheggiando, la vecchia volpe conta di portare a casa accordi meno sfavorevoli. Analogamente per le concessioni, cioè per quello che volgarmente si chiama affitto dell'etere. Esse sono ampiamente scadute e vanno rinnovate. Ma come? Trattando sui canoni delle medesime dalle posizioni di forza su cui l'ex premier nonché padrone di Mediaset pensa di attestarsi meglio, rallentando il processo di riassetto della concorrente Rai. Poi ci sono le nomine “politiche”. Ad esempio, quelle dei nuovi direttori del Tg (urgenti per Tg1 e Tg2) e di altri dirigenti in posti-chiave. O quella che concerne la fiction, settore strategico per il quale competono più direttamente Rai e Mediaset ora che si è indebolita la capacità di fare ascolti dei film (per i quali Berlusconi è stato sempre su posizioni di forza). Rallentando rallentando, egli sa che finirà per aprirsi, su ognuna di queste materie che aziendalmente e politicamente tanto gli premono, una trattativa. Dalla quale ha tutto da guadagnare. Come sempre. Si è detto che l'ostruzionismo di fondo in cda miri a sfiancare un presidente assai poco abituato in Banca d'Italia a queste sorde guerre di posizione e quindi a creare le condizioni per un commissariamento dell'azienda pubblica. Per il quale sarebbe già pronto il consigliere anziano di lungo corso Guglielmo Rositani. Come può essere messa in crisi questa defatigante tattica pokeristica? In un solo modo: andando a vedere le carte, cioè il bluff. Berlusconi non può permettersi il lusso – coi sondaggi e col partito che ha in mano – di rischiare una crisi del governo Monti per non voler mollare la presa sulla Rai. Se però Monti non “va a vedere”, è possibile che la Rai – che nessun organismo ad essa sovraordinato mette in sicurezza (a differenza di Bbc, di France Télévision o delle pur potenti Ard e Zdf tedesche) – rimanga in questa micidiale palude. Gira e rigira, torniamo sempre lì. NicolaZingarettibatte Gianni Alemannoper 4punti. Inun ipotetico scontroelettorale per il Campidoglio, l'attualepresidentedella Provincia di Roma(ancoranonufficialmente candidato)otterrebbe il 52%delle preferenzecontro il48% dell'attuale sindacodi Roma.Arilevarlo è il sondaggio“Verso le elezioni comunalidi Roma”realizzatoda Tecnè,che purerileva al 44%la quota dicittadini ancora incertio che hanno decisodi non andareavotare. Al primoturno, però, secondo il sondaggionessuno dei duecandidati riuscirebbeaprendere il 51%esi andrebbequindial ballottaggio. Decisivepotrebberoessere le alleanze.Per lepolitiche, il rilevamentoregistraun calogenerale deipartiti,ma con una maggiore tenutadel Pd, cheaRomasarebbe il primopartito con il33% (afronte del 41%delleprecedenti consultazioninel 2008),mentre il Pdl sarebbe incaduta dal40%al 21%,con icentristi stabili inveceal 12%. Ilpartito di Grillo raccoglierebbe il 12%, seguito dall'Idv all'8%(contro il 5%del 2008), da Sel con il 6%,da LaDestra stabileal 4%e dallaFds al 2%(nel 2008 sipresentò insiemeaSinistra,Ecologia eLibertà nellaSinistraArcobalenoprendendo il 4%).Più in generale il 35% degli interpellati sceglierebbe l'area di centrosinistrae il34% il centrodestra. . . . Bersani: se il centrodestra fa saltare il tavolo il governo trovi una soluzione Tra scontri e cavilli, in una seduta a singhiozzo, il cda nomina Anna Maria Tarantola. Ma il Pdl è deciso a mantenere il controllo sull'azienda Domani il nodo del voto di ratifica in Vigilanza I pokeristi del Cavaliere al lavoro per favorire Mediaset Rai, è guerra sui poteri del presidente I nuovi consiglieri Rai, Gherardo Colombo e Benedetta Tobagi FOTO DI CLAUDIO ONORATI/ANSA NATALIA LOMBARDO ROMA mercoledì 11 luglio 2012 9
ILCORSIVO FRANCESCOCUNDARI «Escludo di considerare una esperienza di governo, per quanto mi riguarda, che vada oltre le prossime elezioni politiche, cioè oltre la scadenza naturale del governo che ho l'onore di presiedere. Naturalmente sono, e resterò anche dopo di allora, membro del Parlamento in quanto senatore a vita». Mario Monti approfitta della conferenza stampa al termine dell'Ecofin per smentire che intenda proseguire l'esperienza di governo dopo la primavera 2013. Non è la prima volta che il presidente del Consiglio lo fa: l'ultima, neanche quindici giorni fa, mentre era sempre a Bruxelles per ritirare il premio dell'Associazione dei contribuenti europei. Ma è servito a poco: indiscrezioni giornalistiche su alcune frasi dette dal premier durante una cena a Aix en Provence hanno fatto pensare a una sua «velata disponibilità» a candidarsi per la prossima legislatura. «L'ho sempre escluso e lo escludo anche oggi», dice quindi il presidente del Consiglio ai giornalisti che incontra dopo la riunione dell'Ecofin. D'OBBLIGO SALVAREL'EURO È al futuro dell'Euro e dell'Italia che adesso pensa Monti, e a giudicare dalle parole che pronuncia a Bruxelles, il presidente del Consiglio guarda con maggior apprensione al secondo che al primo. Dopo la riunione dell'Ecofin gli appare evidente la «volontà di volere fare tutto ciò che è necessario per salvaguardare la nostra moneta e far progredire il progetto politico europeo». Monti, dopo il Consiglio Ue di fine giugno e l'Ecofin di questi ultimi due giorni, guarda positivamente al fatto che si dimostri crescente la consapevolezza che i problemi gravi dell'Eurozona possono essere risolti soltanto muovendo «altri passi verso l'integrazione politica». E oltre ad appoggiare le proposte dell'Europarlamento su «golden rule» e «redemption fund,» si dice anche «convinto» dell'importanza delle proposte delineate nel rapporto dei quattro (Consiglio Ue, Commissione Ue, Eurogruppo e Bce), che definiscono «un processo che dovrà condurci verso il traguardo di una vera e propria, genuina come dice il testo inglese, unione economica e monetaria». LOSPREAD EIL FUTURO Rimane però lo spettro dello spread ad aleggiare sul futuro comunitario e italiano. Se dopo il Consiglio Ue il distacco con i Bund tedeschi è tornato a livelli di guardia potrebbe essere per il fatto che «c'è una sfiducia ancora maggiore di quanto si pensava da parte dei mercati nell'intera costruzione dell'Euro»: «Ma io spero che non sia così - precisa Monti - anche perché altrimenti non ci sarebbe stato l'iniziale benvenuto dei mercati». La seconda ipotesi attiene invece al meccanismo decisionale in seno all'Unione, e cioè al fatto che alcune decisioni vengono anche prese all'unanimità, «ma se poi c'è chi non è molto contento del risultato raggiunto» può fare dichiarazioni che «riducono la portata delle decisioni agli occhi del mercato». Per l'Italia a questo si aggiunge anche un altro possibile meccanismo psicologico, che fa salire lo spread, e riguarda l'incertezza dei mercati sulla «capacità di governance» che avrà l'Italia dopo il governo Monti, e che «dipende dalle riforme istituzionali e dal comLe forze politiche le aveva sollecitate, poco prima della sua partenza da Lubiana, a portare a termine il percorso della riforma elettorale. Ed è parlando in Slovenia che il presidente della Repubblica ha voluto mandare un messaggio rassicurante all'Europa e ai mercati sull'impegno delle forze politiche italiane a proseguire, oltre il voto della primavera del 2013, nel difficile risanamento avviato dal governo tecnico. «Le forze politiche italiane sono in questo momento tre importanti partiti convergenti nel sostegno alla politica del governo Monti, con distinguo e riserve ma anche con contributi molto propositivi, mentre le altre forze sono su linee completamente diverse. Io naturalmente sono convinto che i partiti che sostengono attualmente il governo siano determinati a dare, anche dopo il voto, un conseguente sviluppo a politiche di maggiore integrazione europea, a politiche che garantiscano, per quello che riguarda il nostro Paese, la liberazione dal peso soffocante del debito pubblico accumulato in passato e, nello stesso tempo, aprano la strada a una politica di cui abbiamo assoluto bisogno anche al fine di riequilibrare i conti pubblici». Questo deve essere l'impegno. «Oltre questo non vedo cosa altro si possa chiedere. Ciascuna delle forze politiche che sostengono il governo Monti ha le sue strategie, le sue tattiche, i suoi preparativi per quello che sarà il confronto elettorale». Napolitano si è però detto «sicuro che più noi daremo ai mercati l'immagine di un Paese le cui forze fondamentali, e non solo quelle politiche ma anche quelle sociali, hanno una comune consapevolezza e un comune senso di responsabilità, più ne potremo guadagnare anche dal punto di vista della fiducia degli stessi mercati finanziari». Un atteggiamento indispensabile per affrontare una situazione «ampiamente condizionata dallo spread», contro cui la moneta unica rimane «una conquista irrinunciabile» di un'Europa che deve cercare «risposte e nuove prospettive in una unione politica vera e propria che è diventata oggi una necessità oggettiva e non solo una scelta ideale». Non è facile comprendere i meccanismi dei mercati finanziari, bisognerebbe essere «maghi» per riuscirci riconosce il presidente per cui a condizionare le oscillazioni sui titoli del debito pubblico ci sono diversi fattori, «in parte oggettivi, che non riguardano solo Italia e Spagna», come dimostra l'impatto che hanno sui mercati anche le notizie sulla crescita americana. Non c'è dubbio però che «ci sono fattori speculativi e fattori strumentali» che interessano i mercati e che colpiscono in particolare l'Italia. Proprio per combatterli allo scorso Consiglio europeo di Bruxelles è stato deciso come intervenire. Nel corso della sua visita di Stato in Slovenia il presidente Napolitano ha svolto un intervento all'Assemblea nazionale, primo presidente di uno Stato straniero a farlo. Ha parlato degli ottimi rapporti tra i due Paesi, delle prospettive che li vedono uniti in un comune impegno per l'Europa che «deve essere capace di parlare con una voce sola» senza cedere «a meschini approcci nazionalistici e persino a nuove tentazioni nazionalistiche», delle medesime difficoltà che i due Paesi si trovano ad affrontare. «I venti dell'instabilità finanziaria internazionale hanno pesantemente soffiato, e soffiano, contro le nostre economie». Per molti versi «Italia e Slovenia condividono strozzature economiche interne che impediscono significativi tassi di crescita o un più copioso afflusso di investimenti dall'estero. I nostri governi sono pertanto chiamati ad affrontare, anche con provvedimenti dolorosi, nodi ineludibili di mercati del lavoro frammentati o di procedure amministrative che soffocano vitalità e competitività delle nostre imprese». L'Europa tutta insieme, unita, dare essere capace di risposte certe a «gente disorientata». TUTTI OQUASITUTTI IPRESIDENTIDELCONSIGLIO DEGLI ULTIMIVENTI ANNIHANNO COMINCIATO IL PROPRIOMANDATO lamentando la pesante eredità dei governi passati. E certo, per sostenere una simile tesi, nessuno ha mai avuto più solidi argomenti di Mario Monti, che dal predecessore, Silvio Berlusconi, aveva ereditato un Paese sull'orlo della bancarotta economica, politica e civile. Un dato di fatto che non può diventare un alibi per giustificare qualsiasi scelta, si capisce, ma che certamente giustifica molto (e spiega quasi tutto). Meno convincente appare invece l'argomento con cui ieri il presidente del Consiglio ha sentito la necessità di giustificare i non brillanti risultati ottenuti sul fronte del contenimento dello spread, nonostante i pesanti sacrifici sopportati da tanti italiani. Lo spread, ha spiegato Monti, sarebbe determinato dall'incertezza dei mercati sulle scelte che compirà la politica italiana dopo di lui, quando il professore non sarà più a Palazzo Chigi, e cioè, come ha confermato anche ieri, dopo le elezioni del 2013. Quando saranno gli italiani a decidere da chi vorranno essere governati. In altre parole, dopo avere scontato il pesante lascito dei governi passati, ora Monti vorrebbe vedersi sgravato anche dalla pesante eredità dei governi futuri. Un po' troppo, obiettivamente. Se non altro perché il sistema democratico si fonda sul principio di responsabilità, cioè sull'obbligo di rendere conto delle proprie decisioni (e dei loro effetti) davanti agli elettori. Ma se un giorno è colpa delle scelte passate e il giorno dopo di quelle future, in modo tale che non si possa mai discutere seriamente e serenamente delle scelte presenti, come potremo mai aspirare ad avere un dibattito pubblico minimamente informato, ancorato ai fatti, non pregiudiziale? Il premier esclude il secondo mandato SIMONECOLLINI ROMA Il premier Mario Monti e il ministro delle finanze spagnolo Luis de Guindos FOTO DI JULIEN WARNAND/ANSA-EPA Napolitano: i partiti proseguiranno il risanamento Il Capo dello Stato «Anche dopo il voto la politica punterà a una maggiore integrazione europea» La moneta unica è «una conquista irrinunciabile» MARCELLACIARNELLI mciarnelli@unita.it L'ITALIA E LACRISI Salva-Stati «Ardito dire che l'Italia non avrà mai bisogno di aiuti» Euro «Faremo il necessario per salvaguardare la moneta» Spread «Dipende anche dall'incertezza legata al voto nel 2013» . . . «Più daremo ai mercati l'immagine di un Paese consapevole dei problemi e più ne guadagneremo» Monti e lo spread Pesante eredità dei governi futuri . . . «Da parte dei mercati c'è una sfiducia nell'euro ancora maggiore di quanto si pensava» . . . Monti: «Non considero una esperienza di governo che vada oltre le prossime elezioni» 2 mercoledì 11 luglio 2012
In un recente intervento su l'Uni-tà (“Atenei, non svendiamo ilnostro patrimonio”), MaurizioMori ha svolto alcune impor-tanti considerazioni alle qualidesidero anzitutto associarmi. Mori denunciava un difetto, relativo ai criteri di reclutamento del personale universitario, che in realtà è antico: ricordo ad esempio progetti di riforma dell'università notoriamente ispirati dai rettori dei più importanti politecnici italiani e così via. Il difetto è quello di estendere a tutte le discipline e a tutti i settori della ricerca quei criteri che rispecchiano le esigenze e il costume internazionale della ricerca e della didattica nelle discipline scientifiche. Non è difficile però comprendere che ciò che è opportuno per i fisici, per i biologi, anche per gli economisti ecc. non trova adeguato riscontro nelle discipline umanistiche, filosofia inclusa. Non si sa se ignorare questo fatto, non inserire (come è accaduto) una adeguata rappresentanza di docenti dell'area umanistica nelle commissioni al lavoro sui criteri generali, sia più effetto di grave inconsapevolezza oppure di arroganza da parte dei politici e da parte dei colleghi scienziati. È tempo che un consistente numero di voci della cultura italiana si levi responsabilmente a denunciare uno squilibrio di valutazioni e di propositi che costerà caro a tutti i cittadini, sia in termini di immagine, sia di patrimonio morale e anche, letteralmente, materiale. Non a caso l'Italia è il primo Paese nel mondo per ricchezza di tradizioni storiche e geografiche, una specie di luogo privilegiato per la ricerca e la formazione nelle aree umanistiche, come sanno benissimo tutti gli studiosi della terra, spesso stupefatti di fronte alla nostra inerzia e, diciamo così, a una perdurante distrazione riguardo alla tutela e all'incremento di un patrimonio e di un retaggio di studi, di scuole, di documenti e di materiali incomparabili. Non si tratta, ovviamente, di approfondire il solco tra le cosiddette due culture; si tratta di evitare la riduzione della ricerca a un unico parametro, senza ragionevoli differenziazioni ove siano opportune. Di queste opportunità già in molti si sono accorti. Per esempio è insensato privilegiare, nelle materie umanistiche, il saggio o l'articolo rispetto alla monografia, la cui logica, struttura e gestazione è tutt'altra cosa dalla comunicazione di poche pagine e molte formule rivolta da un fisico alla comunità scientifica internazionale. Già ora diversi colleghi mi hanno segnalato che un loro articolino pubblicato su una rivista inglese o americana, un lavoretto occasionale meramente informativo o riassuntivo, con gli attuali criteri sarebbe valutato assai di più del loro libro migliore, al quale hanno dedicato anni di lavoro: queste assurdità devono assolutamente scomparire, così come un troppo accentuato appiattimento della valutazione sulla produzione degli ultimi anni. Demenziale è poi il privilegio della lingua inglese, privilegio che nelle discipline umanistiche è sia un controsenso, sia un esempio clamoroso di provincialismo culturale (cioè il contrario di ciò che pretenderebbe di essere). Inattendibili le valutazioni quantitative che non si confrontino adeguatamente con il contenuto qualitativo dei lavori, e così le riserve editoriali (ci sono piccole case editrici italiane il cui valore culturale è immenso e insostituibile). Insensato il ricorso a valutatori stranieri: i migliori di loro non saranno di certo attratti da un compito arduo e mal retribuito. Resteranno i peggiori, gli amici degli amici, gli italiani compiacenti che insegnano all'estero: un procedimento macchinoso che ripeterà antichi vizi e poco encomiabili comportamenti. Non ultimo va sottolineato il fatto che queste norme finiranno per suggerire ai più giovani ricercatori comportamenti prevalentemente opportunistici, ai fini di una carriera universitaria già oggi così aleatoria e socialmente poco considerata. Sarà, come si dice, il colpo di grazia: anziché la legittima coscienza di appartenere a una tradizione di monumenti e di studi che tutto il mondo ci invidia e che è nostro onere e onore proteggere e incrementare, la voglia del camuffamento scientifico e internazionale presunto, l'ipocrisia, l'astuzia, il servilismo, il cinismo: tutti fantasmi che, purtroppo, appartengono anche loro al nostro costume. S'erano dati tre settimane e ne sono passate quattro con un nulla di fatto. E allora, tempo scaduto, carte in tavola, i segretari dei partiti ci mettano la faccia, litighino in pubblico e passo indietro dei cosiddetti sherpa che nelle segrete stanze hanno palleggiato senza toccare palla. Dieci giorni e finalmente si saprà qualcosa sulla nuova legge elettorale. Ma non è detto che quello che salterà fuori sarà meglio dell'attuale Porcellum. Anzi, non è escluso un nulla di fatto. O una formula di compromesso che aprirebbe il campo alla grande coalizione. Prosecuzione di un modello Monti per il dopo 2013. Il Quirinale ha suonato il gong con la lettera ultimatum di lunedì e i presidenti di Camera e Senato, cui era indirizzata, hanno risposto. Il presidente Fini ha lasciato volentieri il passo al presidente Schifani che, convocata la capigruppo ieri pomeriggio, ha prontamente deliberato: il presidente della Commissione affari costituzionali Carlo Vizzini istituirà un Comitato ristretto che in dieci giorni presenterà una bozza di testo unificato da presentare alla Commissione. Tale testo potrà contenere, per riprendere le parole del Capo dello Stato, punti non concordati che saranno oggetto di «confronto in sede parlamentare». Significa che se su alcuni punti non ci sarà l'accordo, l'aula deciderà a maggioranza. La decisione, prevedibile dopo la lettera di Napolitano, arriva poco dopo le quattro del pomeriggio. Ed è come una scossa del sesto grado che rompe la palude del dibattito sulla riforma e apre concretamente scenari non previsti. Nuova legge elettorale significa infatti un nuovo sistema politico. Di cui però non si conoscono ancora attori, protagonisti, comparse, persino i numeri visto che non è ancora noto quanti saranno i parlamentari delle prossima legislatura. Il Pdl ha deciso ieri sera in una cena a palazzo Grazioli con Berlusconi, Alfano, Verdini, Letta, Cicchitto la proposta da mettere sul tavolo. Ma subito dopo la capigruppo del pomeriggio ha fissato paletti che non preludono a nulla di buono. «L'esame della legge elettorale deve restare àncorata al discorso delle riforme costituzionali sulle quali l'aula potrebbe decidere già tra martedì e giovedì prossimi (tra il 17 e il 19, ndr)» dice Maurizio Gasparri, presidente dei senatori Pdl. Che nessuno pensi, quindi, che il vagone della legge elettorale freni la locomotiva del semipresidenzialismo su cui il Pdl ha stretto una nuova alleanza con la Lega in cambio del via libera al senato federale. Il che dà al vecchio Polo la maggioranza al Senato. Sulla legge elettorale il Pdl vuole le preferenze e un premio di maggioranza basso (10 per cento) da affidare al primo partito. Un sistema che trova convergenze nella Lega e dalle parti dell'Udc. «Alla fine non cambierà nulla perchè non conviene a nessuno» scrolla la testa deputato Pdl. E forse i più spiazzati ieri sembravano proprio i deputati Pd. «Abbinare riforma elettorale e costituzionale è paralizzante» ha detto Anna Finocchiaro, presidente dei senatori Pd. Nell'ultima bozza circolata il partito di Bersani vuole collegi uninominali, il doppio turno, il premio di maggioranza tra il 15 e il 20% e dice no totale alle preferenze «perchè fanno lievitare i costi della campagna elettorale e sono a forte rischio di condizionamenti». Per il segretario Bersani il combinato disposto di un premio di maggioranza basso e delle preferenze «porterebbe l'Italia a metà strada tra Tangentopoli e la Grecia». Tutto cambia molto in fretta e con veri e propri capovolgimenti di fronte sul tavolo della riforma elettorale. In serata nel Pd si apre infatti un inaspettato varco per l'opzione preferenze sulla scheda. A cui si aggrega, tappandosi naso-bocca e orecchie, addirittura Finocchiaro: «Meglio una nuova legge elettorale con le preferenze che l'attuale porcellum» posta la senatrice sul web. Sulle barricate Grillo che immagina il suo movimento alle politiche del 2013 come «Tex contro tutti». «Stanno facendo di tutto - attacca il comico - per impedire al M5S di avere il premio di maggioranza qualora vincessimo le elezioni». Sente puzza di bruciato Di Pietro: «I partiti stanno facendo una legge su misura per loro e per tenere fuori le cosiddette estreme con le soglie di maggioranza alte». PAROLE POVERE POLITICA . . . Il vizio: estendere a ogni disciplina ciò che va bene per i fisici o gli economisti ma non per gli altri Legge elettorale, si riparte E Grillo difende il Porcellum Schifani: riforma in aula tra dieci giorni Il Partito democratico: «Sganciare il sistema di voto dalle riforme costituzionali» Si apre un fronte favorevole alle preferenze CLAUDIAFUSANI ROMA . . . Bersani: «Il rischio è quello di trovarsi tra Tangentopoli e la Grecia» Forse ai Cinque Stelle piace l'Iran TONIJOP Il Grillo di ieri è da collezione. Sul blog ha citato la parola chiave «porcellum», ma la notizia è che ne ha parlato come di un prezioso gelato che spetta al Movimento 5 Stelle e che gli altri partiti, quelli di sinistra compresi, vorrebbero cancellare per impedire alla sua creatura di avere il premio di maggioranza. Grillo, tra un tuffo e un tanga, si allinea così ancora una volta sulla frontiera della destra. Quella fetecchia di meccanismo elettorale che ha scippato agli elettori il diritto di scegliersi i candidati. Il Porcellum è stato inventato, promosso e attivato dalla destra più becera del Dopoguerra. Lo stesso meccanismo assegna al primo partito un premio di maggioranza mostruoso in grado di blindare perfino il governo di un palese mascalzone. Le forze di sinistra e di centro lottano da anni contro questo «gelato» antidemocratico mentre Bossi fino a un anno fa ripeteva che era la migliore legge elettorale del mondo, assecondando le peggiori pulsioni del suo amico Berlusconi. Tutto questo è storia, sarà chiaro? Ora, Grillo, forse consigliato dal suocero che parla tanto bene del regime iraniano, ha deciso che il Porcellum è buono e fa bene, non solo: gli piace, gli spetta di diritto. Si capisce che è sicuro di vincere le elezioni, di far saltare il banco, di mandare tutti a casa: sarà come deve essere; dubitiamo, ma tutto è possibile. Perfino avere a che fare con un massacratore balneare dei “vecchi ordini” delle cose innamorato di un eccitante Porcellum allevato ad Arcore. Lui pensa: siccome «vinciamo io», con l'aiuto del Grande Porcellum i miei ragazzi saranno autosufficienti, mio suocero deciderà la politica estera e io governerò a mille chilometri da Roma da una poltrona vista mare, in costume, ciapaquà. E poi a Parma facciano quello vogliono: finalmente, chi se li filerà più? Bagnino! Daicriteriper reclutare idocenti finoaipunteggi per lepubblicazioni: così il sistemaitalianopenalizza gli studidiareaumanistica chetutto ilmondoci invidia L'INTERVENTO CARLOSINI . . . Il Pdl trova convergenze con Lega e Udc sull'opzione preferenze Riunione serale a Grazioli Un scrutatrice estrae le schede dall'urna elettorale FOTO DI DANIEL DAL ZENNARO/ANSA Se università e ricerca dimenticano la filosofia 8 mercoledì 11 luglio 2012
Tanto per dire: nel dicembre dell'anno scorso Carmine Sarno, fratello di Ciro, potentissimo boss ormai in disgrazia, fu costretto a chiedere aiuto a quello stesso Stato che la sua famiglia combatte da generazioni. «Vogliono ridurmi sul lastrico, mi stanno succhiando il sangue», raccontò l'uomo, che di mestiere fa l'impresario di cantanti neomelodici, al pm antimafia Vincenzo D'Onofrio. «Loro» erano le famiglie Casella e Circone, diventate potenti subito dopo il pentimento dell'ultimo, romantico padrino del rione Ponticelli, soprannominato 'o sindaco come don Antonio Barracano, il guappo della Sanità raccontato da Eduardo in una delle sue commedie più riuscite. Ponticelli, Barra, Gianturco, estrema periferia orientale di Napoli, sono terre di rom, che si sono insediati nelle aree lasciate libere dalle tante industrie dismesse. Accampamenti di fortuna attrezzati tirando su baracche di latta lì dove un tempo c'erano le ciminiere. Ai nuovi padroni del quartiere, quegli zingari non sono mai andati giù. Rappresentano un “fastidio” per residenti e commercianti, questi ultimi sottomessi alla durissima legge del pizzo. E un clan, per farsi rispettare, deve sapere dare ascolto alle istanze del “suo” territorio, o rischia di perderne il controllo. Soprattutto quando sono istanze che, in quella eterna capitale dei paradossi che è diventata Napoli, ridefiniscono perfino la gerarchia sociale: il sottoproletariato delle banlieue minacciato da chi sta un gradino sotto. Nessuna integrazione è possibile, stabilì il quartiere nel dicembre di due anni fa. E una delegazione incontrò i boss. «Quegli zingari devono smammare» fu il succo della richiesta, accompagnata da una motivazione che fa venire i brividi anche sotto le altissime temperature di questi giorni: «Noi i nostri figli a scuola con i loro bambini non ce li mandiamo più». NON SI RASSEGNARONO Prima di rivolgersi all'antiStato, ci avevano provato con lo Stato, ma il direttore delle scuole elementari del quartiere era stato irremovibile: «Hanno gli stessi diritti vostri, rassegnatevi». I Casella – Circone, raccolti intorno al boss Antonio Circone, invece, non se lo fecero ripetere la seconda volta. Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre del 2010 una “paranza” del clan debitamente equipaggiata fece irruzione nel campo, avviando con il fuoco la pulizia etnica richiesta dai residenti. Le fiamme, fortunatamente, furono domate in fretta, e nessuno si fece male. Ma i rom capirono che non tirava aria, e si spostarono in un altro spazio libero. La notizia dell'incendio trovò spazio in poche righe nelle cronache locali, in quei giorni intasate dai resoconti delle centinaia di roghi appiccati dai napoletani esasperati ai cumuli di spazzatura che paralizzavano e appestavano la città. Ora quella vicenda dimenticata viene fuori da un'inchiesta della procura antimafia, che ha chiesto e ottenuto dal gip del Tribunale di Napoli 18 ordinanze di custodia cautelare in carcere, eseguite all'alba di ieri da carabinieri e polizia a carico di altrettanti gregari, sottopanza e capi della cosca che ha sostituito il clan di Ciro Sarno nel controllo dei traffici e delle attività illegali nella periferia orientale. I magistrati napoletani non hanno fatto sconti: oltre alle imputazioni classiche di estorsione e associazione mafiosa, ne hanno formulata una, «danneggiamenti aggravati dall'odio razziale», che rappresenta un precedente assoluto nella storia della camorra campana. Un'imputazione, ha spiegato il procuratore aggiunto Rosario Cantelmo, giustificata dalla «lunga serie di atti vili e feroci» che il clan ha perpetrato per mesi ai danni dei rom. Ma la vicenda, con ogni probabilità, è destinata a non finire qui. C'è da individuare chi ha armato la mano della cosca, che del resto aveva un proprio precipuo interesse a sloggiare gli zingari. Su quelle aree, trasformate in suoli edificabili alla fine degli anni Novanta, si concentrano molteplici interessi speculativi. Qualcuno riconducibile anche a imprese sospettate di collegamenti con il cartello dei clan Casalesi, aggiudicatarie di alcuni lotti di edilizia residenziale pubblica. Sembrerebbe un'altra storia, ma forse non lo è: negli ultimi anni, le baraccopoli hanno subìto diversi assalti. E non si contano gli episodi di intimidazione, seguiti da sgomberi immediati. Resta ancora un mistero, ma solo dal punto di vista processuale, una vicenda risalente al 2008, quando l'intero quartiere di Ponticelli si sollevò, in un clima da caccia alle streghe, contro una giovane rom, accusata di aver cercato di rapire un bambino. Da successivi accertamenti risultò che si era trattato di una gigantesca montatura, orchestrata sotto l'abile regia del clan Sarno. Ma i rom furono costretti ad abbandonare un insediamento in via Argine, a Ponticelli, sul quale partirono quasi subito i lavori per la costruzione di numerosi alloggi da parte di una ditta di Casapesenna, paese del superboss Michele Zagaria, poi bloccata da un'interdittiva antimafia. Solo di recente “rimossa” da una sentenza del Tar. ILDATO L'Aquila nuova partenza, nuove polemiche. La nuova partenza è un emendamento che metterà la parola fine alla stagione del commissario e che, disegnando una nuova governance della ricostruzione, sarà presentato nel decreto sulla crescita del ministro Passera. Sarà quindi, con ogni probabilità, legge il prossimo 31 luglio. Con il commissariamento escono di scena il presidente della Regione Chiodi, che mantiene i poteri derivanti dalla legislazione ordinaria, e la struttura di missione guidata dall'architetto Gaetano Fontana. Nasceranno, invece, due uffici speciali che il ministro Fabrizio Barca considera «strumento fondamentale» perché - sostiene - vanno contemperati due interessi: «quelli locali e quelli della comunità nazionale che assume la ricostruzione come una priorità». Dunque agli uffici speciali spetta il coordinamento fra i sindaci del Cratere e le tante sedi governative a cui devono fare capo, dal ministero delle infrastrutture a quello dello sviluppo economico, allo stesso ministero per la coesione territoriale. E spetta anche il monitoraggio su come si spendono i soldi, con rigore e coerenza sugli obiettivi. Già in piedi, per esempio, c'è il problema del 60% dei contributi per le scuole che sono andati fuori dal Cratere: improbabile che tante scuole abbiano subito danni fuori dalla zona maggiormente colpita dal sisma del 2009. Il monitoraggio sulla ricostruzione dell' edilizia pubblica ha rivelato molto più caos di quello sulla privata. Quando l'iter legislativo sarà completato, dunque, ci sarà il delicatissimo passaggio della nomina dei vertici dei due uffici. Le prime avvisaglie polemiche si sono addensate dopo la lettura di una bozza circolata on line, rispetto alla quale Barca dice «non è il testo definitivo, è una delle tante bozze». Il nodo principale appare un no secco ai contributi al 100 per 100 per le seconde case nei borghi. Spiega il ministro: «A L'Aquila gli edifici dove non vi sono prime case sono rari e non si possono lasciare buchi nel tessuto cittadino, ma non saprei come giustificare la spesa nei borghi a cui, peraltro, abbiamo chiesto dei numeri che non abbiamo ricevuto». Le nuove norme non modificano le procedure già avviate, aggiungono delle «facoltà», come la possibilità di delegare al comune il progetto, soprattutto se particolarmente complesso. In questo caso vi sono delle premialità. Una novità molto importante riguarda le risorse umane sulle cui spalle cadrà la responsabilità di una ricostruzione «veloce e di qualità». Si farà un bando della presidenza del Consiglio dei ministri con una riserva al 50% per coloro che già lavorano alla ricostruzione. Attualmente si tratta di circa 600 persone con contratti co.co.co. Il concorso, per un lavoro a tempo indeterminato, sarà per 300 persone. «Oggi, con il lavoro precario, si spendono 35 milioni l'anno. Noi ne spenderemo 13,8». Dunque, sostiene il ministro, si raggiungono due obiettivi: lavoro a tempo indeterminato, costruendo una importante task force tecnica e «spending review». I costi delle risorse umane ricadranno sui fondi per la ricostruzione solo per il 20 per cento, saranno finanziati al 60% dai comuni, il restante 20 % sarà a carico del ministero per la coesione territoriale. Lasta but not Least: oggi l'annuncio dell'avvio del restauro di un palazzo simbolo, quello del governo. Era sede della prefettura e l'immagine dell'architrave spezzato fece il giro del mondo. ITALIA . . . Bando di concorso per 300 tecnici che lavoreranno alla ricostruzione I genitori chiesero ai clan: «Mandate via quei rom» L'incendio appiccato al campo Rom di Ponticelli FOTO DI CIRO FUSCO/ANSA Diciotto arresti per i roghi ai campi nomadi del dicembre 2010: al clan dei Casella Circone si erano rivolte le famiglie della periferia Motivazione agghiacciante: «Non vogliamo i loro bambini a scuola con i nostri figli» MASSIMILIANOAMATO NAPOLI PASSAIL DECRETO Ideputati: i risparmi dellaCameraper la ricostruzione in Emilia Nelgiorno in cui - con la fiducia - il decreto legge sui fondi per il terremotodell'Emilia passaalla Camera,va segnalata l'iniziativa dei deputatidellearee colpite dal sisma: destinare i 150 milionidi euroricavati dai tagliper i prossimi tre annialle spesedella Cameraalla ricostruzione dellezonecolpite dal sisma, chesi è abbattutosul territorioemilianoe veneto.Questo il sensodella proposta presentata in unaconferenza stampa aMontecitorio daGabriele Albonetti (Pd),ManuelaGhizzoni (Pd), Mauro Libè(Udc),AngeloAlessandri, (Lega), SilvanaMura(Idv),TommasoFoti (Pdl)eMassimoMarchignoli (Pd).La propostabipartisan,ha vistoanche l'interessamentodel presidente della CameraGianfrancoFini, che ha inviatouna letteraa Monti per informarlodell'iniziativa.«È la prima voltache la dotazionedella Camerasi riducee lo fa così sensibilmentespiegaAlbinetti - si tratta diun sacrificionecessario al quale cerchiamodi aggiungere un significatoparticolare, lanciareun messaggio importante aicittadini, comequello della ricostruzione». 50miliardi:MafiaSpae lemanisull'agricoltura Piùdi240reati algiorno, otto ogniora, oltre350mila agricoltori (unterzo del totale)chesubisconoglieffetti della criminalitàorganizzata che, comeuna piovra,allungasemprepiù i suoi micidiali tentacoli sullecampagne italiane. Furti di attrezzatureemezziagricoli, usura, racket, abigeato, estorsioni, il cosiddetto «pizzo»,discaricheabusive, macellazioni clandestine,danneggiamento e incendi allecolture, aggressioni, truffe nei confrontidell'Unione europea, «caporalato»,abusivismoedilizio, saccheggiodelpatrimonio boschivo, agropirateria, controllo delle filiere agroalimentari,dalla produzionealla distribuzione. Così l'agricolturaproduce «reddito»per l'azienda«Mafie S.p.a.»per oltre 50 miliardidieuro all'anno, paria poco menodi unterzo dell'economia illegale nelnostroPaese(169,4miliardi). È la denunciadelRapportosulla «Criminalità inagricoltura»della Cia-Confederazione italianaagricoltori incollaborazione con laFondazione Humus. L'Aquila, via i commissari entro luglio le nuove norme Il centro storico de l'Aquila ancora chiuso FOTO DI CLAUDIO LATTANZIO/ANSA JOLANDABUFALINI ROMA mercoledì 11 luglio 2012 11
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