Il Cavaliere ci ripensa e si candida: senza di me centrodestra al tracollo Maroni: «Scende in campo? Dove, a San Siro?» E Berlusconi riscende in campo L'ANALISI MICHELECILIBERTO Il presidente del Consiglio all'assemblea delle banche: dobbiamo affrontare situazioni difficilissime Grilli nominato ministro dell'Economia Casini propone un documento comune dei maggiori partiti prima della competizione elettorale del 2013 ANDRIOLO,DIGIOVANNI, FRANCHI APAG.2-3 CLAUDIOSARDO NUOVOSCONTRO Il premier: no concertazione I sindacati reagiscono IL COMMENTO GUGLIELMOEPIFANI Via le tredicesime,scontri inSpagna IncidentiaMadrid dopo il pianodiausteritye l'aumento dell'Iva.Minatori in piazzaper i sussidi L'annuncio lo dà Angelino Alfano, cioè l'uomo chiamato a sostituirlo alla guida del partito: il candidato alle elezioni del 2013 non sarà lui, Alfano, ma ancora Berlusconi. «Tanti chiedono al presidente di candidarsi. Io sono il primo. Se deciderà di farlo sarò al suo fianco», dice il segretario del Pdl. Sarcastica la Lega, mentre Bersani dice: «Almeno lo scontro sarà tra destra e sinistra e non tra politica e antipolitica». COLLINIFUSANI APAG.4 GRANDIMANOVRESONOINCORSOPERRESTRINGERESINEDIELOSPAZIO DELLA POLITICA. E non è un caso che a distinguersi nelle operazioni per bloccare sul nascere ogni tentazione di ritorno a un normale gioco politico sia il Corriere della Sera. L'immaginario del quotidiano di via Solferino prevede un bizzarro condominio. Da una parte abita Monti, celebrato con aggettivazioni persino mitiche quando gonfia i muscoli e mette a tacere i partiti e le organizzazioni sociali. Dall'altra imperversa Grillo, osannato perché i suoi seguaci sono degli abili tecnici in pectore, con l'aggiunta di un giovanile vitalismo, da benedire soprattutto quando si scaglia contro gli odiati «capponi di partito». È chiaro che se questo è lo scenario agognato, un carnevale in cui il tecnico e il comico conducono la danza, non rimane che gettare polvere addosso al solo partito rimasto faticosamente in vita in questi anni turbolenti. Antonio Polito nell'articolo di fondo di ieri arriva a scomodare il massimo della ingiuria rivolta a un politico di sinistra, cioè quella di essere in preda alla demoniaca doppiezza togliattiana (è inutile rammentare all'editorialista che Togliatti fu il critico della doppiezza). SEGUEA PAG. 15 MICHELEPROSPERO U:RollingStones:i loro primi50 anni Boscheropag. 17 Monti: «Percorso di guerra» Se non ci saranno ulteriori novità sarà ancora Silvio Berlusconi a guidare il Pdl alle elezioni del prossimo anno. Certo, è una notizia abbastanza raccapricciante, se si pensa al Paese e alle macerie lasciate dal berlusconismo. SEGUEA PAG.4 Il partito ad personam Premio di coalizione, male del sistema CAMBIARE LA LEGGE ELETTORALE ÈUN DOVERE POLITICO E MORALE. Pur di arrivare a un'intesa che cancelli il Porcellum bisogna accettare rinunce e sacrifici. In Europa le preferenze sono quasi sconosciute: il collegamento tra elettore ed eletto è assicurato dal collegio uninominale oppure da circoscrizioni ristrette. Le preferenze sono state da noi, soprattutto nell'epilogo della cosiddetta Prima Repubblica, una fonte di corruzione. È giusto battersi fino in fondo per i collegi uninominali: se tuttavia le preferenze fossero il solo modo per evitare lo scempio delle lunghe liste bloccate, probabilmente bisognerà accettare anche questo terreno di confronto, magari combinando l'«anomalia» con rigorosi limiti di spesa alle campagne elettorali e con più piccole circoscrizioni. Speriamo che non sia necessario. C'è tuttavia un punto del Porcellum che rappresenta il suo nucleo fondante, e al tempo stesso la sua distorsione più grave rispetto a qualunque altro sistema occidentale: è il premio di coalizione. Se non si cambia qui, non si può dire di aver cambiato davvero il Porcellum. Una riforma che conservi il «maggioritario di coalizione» non sarebbe una riforma, ma solo una verniciatura a un impianto senza eguali in Paesi dotati di Costituzione democratica. SEGUE APAG.5 HenryMoore e l'arte delle stringhe APAG.2-3 Proprio mentre Monti in Italia decide di attaccare la concertazione, Hollande in Francia sceglie la strada opposta e apre al dialogo sociale. Chi, tra i due, sta compiendo la scelta sbagliata? A PAG.3 Ma Hollande fa il contrario Due sinistre? C'è già il Pd L'INTERVENTO EMANUELEMACALUSO Kansas, il calcio (daridere) fagol in libreria Filipponipag. 18 Chi vuole solo tecnici e comici Mi chiamano il banchiere dei poveri, allora gli altri sono i banchieri dei ricchi? Però i dati dimostrano che la nostra banca ha riavuto tutto ciò che aveva prestato, mentre tutte le altre sono in crisi MuhammedYunus Ho seguito il dibattito che l'Unità ha aperto sull'articolo di Mario Tronti sulle «due sinistre». Confesso che dopo aver letto tutto quello che avete pubblicato sono molto perplesso anche sul senso che ha oggi un dibattito su questo tema. SEGUE APAG. 15 Staino PAG. 9 Emmerpag. 19 1,20 Anno 89 n. 191Giovedì 12 Luglio 2012
L'ondata di antipolitica chesta colpendo diverse de-mocrazie avanzate è lafebbre che segnala il disa-gio prodotto da una crisiche scava solchi profondi nel corpo sociale. Non si commetta però l'errore di scambiare il sintomo con la malattia. Per eliminare il primo occorre curare la seconda. La metafora medica può aiutare a non dare giudizi affrettati ai processi in corso che, come di norma i fenomeni sociali, sono stratificazioni composte da venature diverse, in alcuni casi chiaramente contraddittorie. Stratificazioni destinate ad aumentare in un momento di «distruzione creatrice», per dirla con Joseph Schumpeter, la cui natura è intimamente imprenditoriale. Che vi siano germi di antipolitica dovuti alla necrosi di intere parti del sistema politico italiano è evidente: i sondaggi parlano di livelli di fiducia nei partiti e nelle loro classi dirigenti così bassi da lasciar ben pochi dubbi sul distacco tra élite e popolo. Una tendenza che ha trovato ulteriore conferma nelle recenti elezioni amministrative, in cui l'astensionismo ha toccato punte molto elevate. Vi è tuttavia un'altro lato della medaglia. Infatti, proprio mentre aumentano i segnali preoccupanti, si sviluppano anche dinamiche opposte, che indicano l'emergere di un rinnovato interesse verso la politica o, almeno, di una ricerca, magari confusa e approssimativa, ma che comunque muove interi gruppi sociali tradizionalmente poco avvezzi a questo tipo di sensibilità, fra i quali anche alcune frange giovanili. Se si guarda con attenzione, è possibile scorgere alcuni segnali che sembrano suggerire che siamo di fronte anche al sorgere di nuove sensibilità politiche. La grave crisi finanziaria, economica e occupazionale che colpisce l'Italia e altri Paesi del Sud Europa trasmette all'opinione pubblica una sensazione di sostanziale fallimento, come se ci si rendesse conto non solo che il Paese ha buttato via vent'anni, ma anche che il futuro appare seriamente compromesso. E qui sta il punto. La reazione popolare, confusa e contraddittoria, nonché esposta a derive pericolosissime, appare molto più realistica e delle troppo spesso asfittiche riproposizioni di argomenti e discussioni che segnalano la difficoltà, da parte delle “élite del potere”, di capire quanto profondo sia il disagio prodotto dal mutamento in corso. Di fronte all'accumularsi dei problemi interni, nel quadro delle radicali trasformazioni internazionali in atto, dal profondo della società italiana sale un grido, confuso e contraddittorio, di rinnovamento. Se le cose stanno così, allora è chiaro che il passaggio in corso ha in sé anche la forza di terremotare l'attuale sistema politico. E qui sta tutta la pericolosità del momento. Il tema, infatti, è quello di un cambiamento che permetta alla società italiana di interrompere la spirale negativa in cui sembra avvitarsi, permettendo la fase creatrice e senza limitarsi a quella distruttiva. Secondo Vilfredo Pareto, la circolazione delle élite definisce la fisiologia di qualunque sistema politico. Le élite, infatti, sono sempre soggette alla tensione del rinnovamento, che si attua rimuovendo gli elementi devianti o accogliendone di nuovi. Ciò avviene attraverso una molteplicità di meccanismi: per via ereditaria, per cooptazione, per contrapposizione. Di fronte a questa complessa dinamica, il problema è sempre lo stesso: come risolvere, da parte dell'élite dominante, la tensione tra la volontà di permanere e la necessità di cambiare, includendo nelle proprie fila membri nuovi e, dunque, con caratteristiche diverse dalle proprie. Le società che riescono a gestire in maniera sensata questo processo sono quelle che rimangono dinamiche. Nella modernità, ciò si realizza principalmente stabilizzando canali di selezione che permettano ai nuovi venuti di sostituire gradualmente i più vecchi. Laddove questo processo non accada, i passaggi risultano più problematici, poiché i cambiamenti, a lungo osteggiati, avvengono in modo traumatico. In Italia, il movimento della circolazione delle élite non funziona: chi acquisisce una posizione di potere o, meglio, chi entra nel circolo delle élite sa che, in linea di principio, non ne uscirà più. A meno che non adotti comportamenti apertamente eterodossi e, quindi, visti come ostili rispetto a un ceto che, al di là delle sue divisioni e articolazioni interne, condivide l'interesse di fondo a conservare lo status quo. Per questo, nelle élite italiane è molto raro trovare innovatori: a essere prevalente è la pressione omologante del gruppo - in grado di offrire, a chi ne fa parte accettandone le regole implicite, una buona circolazione orizzontale grazie alla quale si è sempre recuperati lateralmente -, che arriva a determinare un elevato livello di conformismo. Tale immobilità non caratterizza solo le élite politiche, ma è trasversale all'intera società: la stessa cosa vale, infatti, per l'ambito economico, accademico e associativo. Per questo, l'avvicendamento, quando avviene, si produce a valle di passaggi storici difficili, nei quali si riscontrano assestamenti profondi dell'intero sistema sociale. È avvenuto così dopo la prima e la seconda guerra mondiale e, più di recente, con Tangentopoli. Il cambiamento traumatico, però, si rivela spesso deludente. Passata la prima fase di entusiasmo, i difetti di sempre tendono a tornare a galla. La profondità della crisi economica, unitamente alla sequenza senza fine di scandali e casi di corruzione, crea oggi le condizioni per una nuova ristrutturazione sistemica. Di fronte alla incapacità di un'élite di potere di ammettere la forza del cambiamento in corso e di favorire il necessario rinnovamento, la febbre dell'antipolitica sale pericolosamente, come ha dimostrato anche il voto delle ultime elezioni amministrative, il quale ha decretato quanto rapida sia la disgregazione dell'attuale sistema politico. Sommando il voto attribuito alle tante liste civiche e alla lista di Grillo con l'astensionismo, si scopre che la maggior parte degli italiani ha un problema con l'attuale sistema politico e la sua classe dirigente. Di fronte a questo scenario, il rimedio all'antipolitica è accelerare il rinnovamento dell'offerta e del ceto politico, evitando, se possibile, che tale processo avvenga in maniera traumatica per poi riassestarsi in modo casuale. In un Paese che tende sempre a creare contrapposizioni rigide, vincerà chi, senza cadere nel nuovismo e senza cedere al populismo, saprà concretamente interpretare questa profonda domanda di cambiamento, accettando l'appello che viene dal popolo: non ne possiamo più! Rispondere a questa invocazione è la vera strada per riassorbire l'antipolitica. POLITICA MAURO MAGATTI SociologiaGenerale, Univ. CattolicaMilano Le élite bloccano il rinnovamento dell'Italia Sulnumerodi Italianieuropei inedicola il temadellacrisidella politica: riportiamoampi stralcidell'intervento diMauroMagatti L'ANTICIPAZIONE 10 giovedì 12 luglio 2012
Un «atto dovuto» quello di Montiche si dichiara indisponibileper un bis nel 2013, a sentire Casini. E tanto per dar fiato a chi maligna sui «giochi di sponda» con il premier, il leader Udc ha rilanciato, ieri, «l'agenda Monti» anche per la prossima legislatura. Chiedendo all'attuale maggioranza di formalizzare una sorta di minimo comun denominatore. Un «impegno» da sottoscrivere, cioè, prima del voto per «tranquillizzare» gli ambienti internazionali preoccupati dall'Italia del dopo professore. Agitando lo spettro della crisi che si aggrava; del debito pubblico che non si doma, dello spread che vola e del commissariamento da parte della troika (Fmi, Bce, Commissione Ue), ambienti diversi (economici; editoriali; politici, ecc) puntano a stringere il cerchio per mettere tra parentesi il diritto che «l'Italia torni a essere una democrazia normale». E il richiamo di Monti che, ricordando il G20 di Cannes, parla delle «pressioni sgradevolissime e prossime all'umiliazione» cui fu sottoposto Berlusconi per costringere l'Italia «a cedere buona parte della sua sovranità e discrezionalità», appare - in realtà - un monito. L'avvertimento, cioè, che se il prossimo governo non dovesse seguire la strada tracciata dall'attuale, si andrebbe incontro a una situazione simile a quella della Grecia. Il premier mette in chiaro che Atene non è Roma (che ha fatto i compiti a casa). Nello stesso tempo, però, torna a mettere l'accento sulle preoccupazioni di Bruxelles, Berlino, Helsinki e Amsterdam, per il dopo 2013. E non esclude la possibilità che l'Italia - in un imprecisato futuro possa avvalersi di uno dei diversi «fondi» europei o, più verosimilmente - visto che il salva Stati ha una cassa insufficiente e il nostro non è un piccolo Paese - del Fondo monetario. ILMEMORANDUM Monti annuncia l'uscita di scena nel 2013, ma mette in guardia dalle conseguenze del suo farsi da parte. Casini, nel frattempo, rilancia l'«agenda» del professore per rassicurare «l'Europa, i mercati e soprattutto gli italiani». Un documento d'intenti confezionato in patria (dai partiti dell'attuale maggioranza? Da settori di essi?) che richiama una parola che viene pronunciata sottovoce, ma con crescente timore, visto che circola anche a Berlino: memorandum. Un elenco di buoni propositi che Palazzo Chigi ha teso in queste settimane a sdrammatizzare - riconducendolo a «riassunto» dei compiti che l'Italia sta già facendo per risanare i conti pubblici -, ma la cui sostanza è stata oggetto di un duro confronto tra diplomazie sulla via dell'intesa sull'anti spread. COMPITI UE PER DUE ANNI Un'idea - quella del memorandum da sottoscrivere con l'Ue per poter accedere eventualmente allo scudo (per il momento il ricorso alla troika sembra tramontato) - che riporta le lancette dell'orologio indietro di un anno. Alle polemiche sulla lettera della Bce che sconvolsero lo stesso governo Berlusconi. Con l'aggiunta che il memorandum potrebbe prescrivere all'Italia «compiti» non certo leggeri per almeno due anni. «L'agenda Monti» di Casini richiama, in realtà, le preoccupazioni che circolano in Europa - e con insistenza, a volte sospetta, anche in Italia - e «il pressing» internazionale sul professore perché il suo impegno a Palazzo Chigi continui alla guida di un governo di larghe intese. Di un'esecutivo, cioè, frutto - magari - di una legge elettorale che non indichi «vincitori chiari» e che richiami in prima linea, alla fine, «riserve della Repubblica» del calibro del professore. Il Pdl che rimette in campo Berlusconi - «un modo per aumentare le preoccupazioni internazionali sul dopo...», commentano ambienti di governo - sembra dire «no», in realtà, alle larghe intese. Perché «con il Cavaliere in campo, un accordo Alfano, Bersani, Casini è improponibile». Come appare accidentato, al momento, il percorso indicato da Casini. Dal Pd nessun commento ufficiale. Ma dal Nazareno, sede della direzione nazionale, ricordano che sulla politica internazionale (come su altro) i democratici si sono mostrati responsabili perfino nella fase del governo Berlusconi. E che in Parlamento il «forte sostegno» alle iniziative europee di Monti è stato sempre dimostrato. Non c'è alcun bisogno, quindi, di sottoscrivere imprecisate agende di impegni, anche perché non è con queste che si tranquillizzano né l'Europa né gli italiani. «L'Italia ha iniziato una guerra durissima, che non è ancora finita». Chissà cosa avranno pensato i «signori dello spread» di un premier in tenuta da combattimento contro (nell'ordine): i pregiudizi, l'autosottovalutazione, gli effetti di decisioni passate e soprattutto contro «aspetti strutturali» della nostra economia e del suo sistema sociale. Detto in chiaro: contro le parti sociali e la concertazione. Pratica che l'attuale esecutivo sta «ridimensionando» (parole sue), e per questo qualcuno non nasconde irritazione (leggi: Giorgio Squinzi). Quanto ai compiti del governo, secondo il presidente del Consiglio sono stati tutti fatti. A cominciare dal fatto che si è evitata quell'«umiliazione» che al G20 di Cannes era stata inflitta al suo predecessore, a cui si richiedeva di cedere sovranità. Cosa manca a questo punto? Solo che se ne accorgano i mercati (che ostinatamente non vedono) e l'economia reale. Ma gli effetti sull'economia reale «arriveranno sicuramente nel 2013, non si sa quando esattamente». TENUTADACOMBATTIMENTO È un Mario Monti con elmetto e baionetta affilatissima quello che si presenta davanti all'assemblea Abi, ultimo appuntamento pubblico da ministro ad interim dell'Economia, il giorno dopo il braccio di ferro in Europa. Ma il «nemico da abbattere» non paiono i falchi dell'Eurogruppo, bensì sindacati e Confindustria. I quali «devono essere consultati dal governo - continua Monti ma su gran parte delle materie le parti sociali restano parti, importanti e vitali, ma non soggetti nei confronti dei quali il governo generi una sorta di outsourcing di responsabilità». L'esecutivo Monti non ci sta a «cedere sovranità» alle parti sociali - sostiene Monti - tanto che ha varato la riforma delle pensioni (nel giro di 24 ore e senza scioperi, lasciando nell'incertezza decine di migliaia di lavoratori), e una del mercato del lavoro (su cui aveva promesso modifiche, che non hanno ancora trovato il binario parlamentare. Esecutivo credibile?). Iniziando la sua prolusione il presidente del Consiglio ci tiene a sottolineare che quella dei banchieri è l'unica assemblea a cui ha preso parte (per la verità era in videoconferenza anche con le fondazioni bancarie, potenti azionisti degli istituti di credito), affrettandosi a dichiarare che «questo governo non è mai stato tenero con le banche» (davvero? E gli sgravi sulle ricapitalizzazioni che oggi servono, guarda un po', quasi esclusivamente alle banche, varati dall'ex banchiere Corrado Passera?). «Ciononostante confermiamo il nostro sostegno al settore», aggiunge subito, concedendo al presidente dell'associazione Giuseppe Mussari ampie citazioni dal suo intervento introduttivo. La parte che apprezza di più è quella che rivede il ruolo dello Stato nei rapporti con le altre rappresentanze. «Per decenni l'Europa e l'Italia hanno avuto nello Stato e quindi nella finanza pubblica - aveva detto Mussari - il luogo in cui le contraddizioni residue al confronto tra le parti trovavano la loro definitiva compensazione. Quel ruolo è finito, quel luogo è definitivamente chiuso». Monti ripete declamando il passaggio. Ma si guarda bene dal rispondere all'unica vera richiesta partita dalla presidenza dell'Abi: il destino degli esodati, attualmente gestiti dal fondo di solidarietà pagato dalle imprese e dai lavoratori. Con la riforma Fornero che fine faranno? Dal primo ministro nessuna risposta. Sullo sfondo resta un'economia in pesante contrazione, come affermato (colpevolmente?) dal centro studi di Confindustria e sostanzialmente confermato dall'intervento del governatore Ignazio Visco, che ha parlato di un «consenso» verso il -2% (stima vicina a quella che verrà divulgata la prossima settimana da Bankitalia), contro il -1,2% stimato in aprile dal governo. In primo piano si impongono quelle critiche piovute sui provvedimenti, che per Monti dovrebbero invece essere considerati nel più ampio contesto di politica economica complessiva. Stilettate velenose - debitamente allusive - contro il leader di Confindustria, presente in platea, che reagisce con un imbarazzato silenzio. Bruciano le sue dichiarazioni, finite sotto il fuoco di fila dei maggiori quotidiani. Mentre lo spread resta altro (anche se è sceso di una decina di punti ieri) e la Borsa debole. Brucia il risultato a metà dell'Eurogruppo, dove si fanno «progressi lenti rispetto a una realtà impensabilmente veloce». Al summit di fine giugno e all'appuntamento dei ministri economici dell'altroieri si sono fatti «passi avanti significativi - insiste Monti - Ora occorre consolidare i risultati nella sostanza, e nella disciplina comunicativa, visto che ciascun Paese parla alla propria constituency (riferimento alla Germania?). È facile che i messaggi assomiglino a una tela di Penelope». Brucia il fatto che non venga percepito «il rilevante progresso che l'Italia ha compiuto sul fronte del disavanzo pubblico, del pareggio di bilancio nel 2013 e la creazione di un surplus primario». I risultati «sono lenti a venire, tanto da innervosirci», ammette Monti. Il mercato non cambia la sua percezione sull'Italia, qualunque cosa faccia Monti o dica Squinzi. Il premier lascia l'interim Grilli giura al Quirinale da ministro dell'Economia Casini rilancia l'«agenda» per il dopo governo tecnico Il capo del governo imputa molti mali del Paese al coinvolgimento delle parti sociali «Al G20 di Cannes Berlusconi fu umiliato, noi abbiamo evitato che questo si ripetesse» Ormai se l'aspettavano tutti, ma la «promozione» è arrivata concretamente ieri pomeriggio. Mario Monti ha lasciato l'interim dell'Economia a Vittorio Grilli, che nel pomeriggio ha giurato al Quirinale come ministro. Il premier, tuttavia, non lascia completamente le redini della politica economica. Subito dopo il giuramento, infatti, è stato anche costituito un Comitato per il coordinamento della politica economica e finanziaria presieduto da Monti e di cui faranno parte, oltre a Grilli, anche Corrado Passera e altri ministri competenti. Il coordinamento potrà invitare alle riunioni anche il governatore di Bankitalia Ignazio Visco. Il neoministro si è presentato emozionato all'appuntamento con il presidente della Repubblica, attraversando i saloni del Quirinale con l'ultima dei suoi quattro figli in braccio. «Papà!» ha esclamato la bimba mentre il padre firmava la nomina davanti a Giorgio Napolitano, il quale poi ha chiesto ai bambini se fossero «i sottosegretari Grilli». È stata l'unica parentesi spensierata di una giornata fitta di impegni. Subito dopo il passaggio di consegne a Via L'ITALIAELACRISI BIANCADIGIOVANNI ROMA «Percorso di guerra» E Monti seppellisce la concertazione Il leaderdell'Udcguarda allaprossimalegislatura echiedeal restodella maggioranzaun impegno per«tranquillizzare» gliambienti internazionali NINNIANDRIOLO ROMA B. DI G. ROMA . . . Nel risanamento i risultati «sono lenti a venire, tanto da innervosirci», ammette il presidente del Consiglio ILRETROSCENA 2 giovedì 12 luglio 2012
Alfonso Gianni Direttore della Fondazione «Cercare ancora» CaraUnità L'intervento I morti e i salvati del Mediterraneo Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense,131/L 00154 Roma lettere@unita.it Dialoghi Un disperato, accorato bisogno di politica «PRENDOILGIORNALEELEGGOCHEDIGIU-STIALMONDONONCEN'È».COSÌ INIZIAVA IL“MONDOINM7”,UNBRANOmusicale che scalò le classifiche. Era il 1966 e bastava infilare una moneta da 50 lire nel juke-box perché i bar del centro e della periferia delle città si riempissero della voce di Adriano Celentano e si gonfiassero di indignazione. Il suo rap ante litteram soffiava sul fuoco che covava sotto la cenere. Eravamo ai preliminari della grande contestazione del '68. Da allora la giustizia nel mondo non è aumentata, al contrario dell'assuefazione alle terribili notizie. Mercoledì 11 luglio 2012, prendo il giornale e leggo che 54 immigrati provenienti da Tripoli sono morti in mare. Ma la notizia non fa grande clamore. Un naufragio di Costa Crociere fa più audience. Sono morti di sete, non annegati, come invece capitò a Fleba il fenicio, il fluttuare delle cui membra nelle acque marine è cantato da Thomas Stearn Eliot, rendendolo così eterno. Non esiste una classifica di morti terribili. Eppure morire di sete in una distesa d'acqua ci appare ancora più assurdo e mostruoso, come annegare in una pozzanghera nel deserto del Sahara. Solo che quest'ultimo è un paradosso mentale, l'altra una tragica realtà quotidiana. L'acqua è un bene comune. Sì, ma a costo di grandi lotte e comunque non in mare. Là il non possesso traccia il confine tra la morte e la vita. Erano partiti in 55, uno solo può raccontare il progredire della micidiale disidratazione collettiva. Ma di che vita vivrà? I sommersi e il salvato. Primo Levi, in conclusione della sua splendida trilogia, scriveva che in fondo tutto quello che aveva voluto dire è che l'immane tragedia dell'olocausto, per il solo fatto di essere già accaduto, avrebbe potuto ripetersi. È vero, ma qui la tragedia si ripete con frequenza infinita. La bella stagione è amica della morte, ancor più della cattiva. 170 morti dall'inizio del 2012? Quelli sicuramente accertati. Ovvero non meno, ma quanti siano stati in realtà nessuno lo può realmente dire. E di tutto ciò resta solo qualche dichiarazione dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Il nostro ministro Riccardi ha auspicato il rafforzamento del dialogo e della cooperazione. Altri neppure questo. Qualcosa si è mosso nel nostro Paese per regolarizzare le presenze di cittadini extracomunitari. Too little too late, direbbero gli inglesi. Intanto il mare nostrum continua a funzionare come un cimitero liquido di capacità illimitate. La vecchia Europa sprofonda nella crisi creata dalle assurde regole imposte dalle elite che la comandano, mentre le giovani generazioni d'Africa muoiono di guerra, di fame, di sete. È il nuovo mondo, cui bisognerebbe ribellarsi, non più in M7, in G20. FINOAGLIANNI70NASCERETALASSEMICIEMO-RIREENTROI10ANNIDIVITAINSARDEGNAERA UN EVENTO FREQUENTE E INELUTTABILE. Circa il 13% della popolazione isolana era portatrice della malattia. Una coppia su 10 era a rischio di procreare un figlio talassemico. In assenza di qualsiasi forma di prevenzione e di educazione sanitaria le coppie in età feconda si affidavano alle imprevedibile e spesso crudele lotteria genetica. Da secoli l'anemia mediterranea faceva un'impressionante prelievo di vite umane ma siccome la sua origine era dentro i cromosomi anche la medicina scientifica la considerava incurabile. Nel 1974 avvenne però un fatto che si sarebbe rivelato culturalmente e socialmente rivoluzionario. La direzione della Clinica pediatrica di Cagliari viene affidata al prof. Antonio Cao che trova nella sua terra circa 2.000 pazienti affetti da thalassemiamajor. Ragazzi curati solo con continue emotrasfusioni o lasciati lentamente morire nelle loro povere e rassegnate famiglie. Col sangue si arginava l'anemia cronica ma si trasmettevano anche infezioni e un sovraccarico di ferro che determinavano complicanze quasi sempre letali. Antonio Cao spezzò quel circuito di rassegnazione e di morte. Agli studenti, ai giovani pediatri, alle famiglie, alle coppie in età feconda e sopratutto ai responsabili della sanità pubblica Cao trasmise un messaggio radicalmente alternativo. Aprì un orizzonte di speranza e di vita e anche di riscossa culturale collettiva. In una terra chiusa da millenni nel suo isolamento geografico e riproduttivo, dove la malaria aveva selezionato gli etero zigoti della betatalassemia, bisognava innanzitutto sconfiggere l'idea che la Sardegna fosse abitat a d a u n p o p o l o “tarato”. La talassemia viene dai nostri geni ma ha anche cause sociali e culturali. La talassemia si può prevenire. La procreazione può essere responsabile e consapevole. La ricerca scientifica ci può aprire strade terapeutiche inesplorate e risolutive. Il trapianto di midollo, la diagnosi prenatale, la terapia genica. Con una combattiva associazione dei familiari dei talassemici e con una nuova generazione di pediatri Antonio Cao guidò una straordinaria campagna di informazione e di screening nel territorio. Nel nuovo Istituto delle Microcitemie, che gli fu affidato nel 1982, dalla prima Giunta Regionale di Sinistra sottraendolo ai tentacoli della lottizzazione baronale e politica, il prof. Cao non solo migliorò le cure e l'assistenza ma diede soprattutto un impulso eccezionale alla ricerca scientifica. La genetica, la biologia molecolare, il collegamento con le avanguardie mondiali della ricerca biomedica, l'incessante sostegno ai giovani talenti, la sensibilità verso le malattie rare hanno fermentato uno straordinario laboratorio umano e scientifico. Antonio Cao ci ha lasciato pochi giorni fa all'età di 83 anni. Ci consegna però un immenso patrimonio culturale e civile. Ha fondato una scuola di assoluto rilievo internazionale. Ha avuto i più alti riconoscimenti come pediatra-scienziato compreso quello della American Society of Human Genetics. Cao ha speso bene la sua vita e ha messo a frutto il suo eccezionale talento per il bene comune dando un contributo indelebile al miglioramento della condizione sanitaria della sua terra, dello stato di salute e della speranza di vita di una moltitudine di esseri umani nel mondo. Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 11 luglio 2012 è stata di 88.945 copie Non si toccano i grandi patrimoni, perché se no i ricchi scappano. Non si mette la tassa sulle transazioni finanziarie, altrimenti i capitali fuggono. Mentre noi Italiani ed Europei cerchiamo di non disturbare i ricchi, Obama decide la sua “patrimoniale”, abolendo esenzioni fiscali per i contribuenti più facoltosi. MASSIMO MARNETTO L'Unione europea è d'accordo sulla spending review. La Bce e il Fondo monetario sono d'accordo parlandone addirittura come di una “riforma”. Gli industriali, a parte Squinzi, sono d'accordo. Il Pdl di Berlusconi è talmente d'accordo da ipotizzare che Monti sia premier anche dopo il 2013. Su cosa, tuttavia, sono d'accordo? Su tagli, che ricadono, ancora una volta, sulla scuola e sulla sanità, sulla ricerca e sugli impiegati dello Stato. Un furore di risparmio sulle tasche e sul lavoro degli altri, che, esclude, rigorosamente, la possibilità di “disturbare” i ricchi che potrebbero “scappare”. Verso l'Inghilterra magari dove il premier Cameron già invita i ricchi francesi minacciati da Hollande mentre io, come tanti altri, leggo e cerco di capire. Repubblica, per esempio, che di fronte ai provvedimenti, purtroppo molto simili, di Tremonti faceva fuoco e fiamme mentre approva oggi, sostanzialmente, la “spending review”. O Il Fatto Quotidiano che continua nella sua, appunto, quotidiana ricerca di “scandali” senza più preoccuparsi ormai della questione e delle scelte politiche. E mi sento ogni giorno più in difficoltà perché, davvero, i tecnici vanno bene e le denunce dei corrotti sono importantissime ma la politica di sinistra non è solo antiberlusconismo, e mi manca l'aria se qualcuno non riprende a dirlo. Con tutta la forza di cui c'è bisogno. Il ricordo Antonio Cao, il pediatra dei talassemici . . . Ci ha lasciato pochi giorni fa all'età di 83 anni . . . Ha aperto un orizzonte di speranza e di vita Emanuele Sanna Pediatra COMUNITÀ Laspendingreview, ilCovip e i fondipensione La spending review sembrava avviata a diventare una non divertente riedizione del gioco della pentolaccia. Ma ecco che arriva la randellata ai fondi pensione contrattuali a chiarirci le idee. Il Decreto approvato prevede la soppressione della Covip, commissione di vigilanza sui fondi pensione, e il suo inglobamento nell'Isvap, l'istituto che vigila sulle imprese assicuratrici. Purtroppo non si tratta di un colpo alla cieca, ma del completamento del processo di svuotamento della previdenza contrattuale iniziato con il DLgs 252/05 attraverso l'equiparazione dei fondi contrattuali alle forme individuali e l'accesso dei Pip al Tfr dei lavoratori, scelta che ha creato pesanti oneri amministrativi all'interno delle imprese e confusione nel mercato. Che cosa tutelerà la nuova Isvap, pudicamente chiamata Ivarp, l'equilibrio dei bilanci delle assicurazioni o l'interesse degli iscritti ai fondi pensione? Interverrà su i contratti stipulati dai fondi pensione perché troppo onerosi per le compagnie o interverrà a tutela dei lavoratori contro le costose patacche previdenziali con cui alcune assicurazioni stanno inondando il mercato? Finora non abbiamo notizie di iniziative in merito! Purtroppo è da tempo che si è affermata questa stravagante accoppiata «chiudiamo l'Isvap… e anche la Covip!». Ma com'è fondata praticamente e teoricamente questa simmetria? Sul nulla e infatti alla fine si chiuderà solo Covip con una scelta che ha almeno una limpida chiarezza strategica: via la previdenza complementare contrattuale (che resterà confinata nelle grandi aziende) e largo alle assicurazioni, costano da 5 a 10 volte di più del fondi pensione negoziali, se la suonano e se la cantano tutta in house, ma evidentemente sono “tecnicamente” più trendy. Una proposta: accorpate la Covip con l'autority sulle tariffe elettriche. Il grado di razionalità e i risparmi sono equivalenti ma almeno ci risparmiamo nuovi conflitti d'interesse. FlavioCasetti SEGRETARIO GENERALE ASSOFONDIPENSIONE Undemansionamento dolorosoe inutile Ed eccomi qui in un momento ho cambiato tutti i pensieri, ho infranto i progetti, ho cominciato a staccarmi dalle cose. Ormai lo faccio da molto tempo e sono un po' stanca, mi chiedo se è questo il destino per cui sono nata. Forse è così, forse per l'essere umano è sempre un cambiare pensieri, paure, gioie, sempre un distacco. Questa volta il distacco che mi si chiede è più duro e più feroce dovrà essere la mia battaglia. Secondo la proposta (che dovrà passare in Parlamento) io diventerò automaticamente ATA (personale amministrativo, tecnico e ausiliario) cioè verrò impiegata in segreteria. Non mi sarà data nessuna possibilità di scelta. Non è mobilità, attenzione. è demansionamento, che nel privato può essere considerato mobbing, ma se lo fa lo Stato è risparmio. Verrò demansionata: una persona in attesa del posto di ATA non lavorerà. Chissà a chi “ruberò” il posto? Sarà, penso, una donna, magari non giovanissima, magari sul punto di avere il posto fisso. Potrebbe essere sola, o con figli o comunque aver bisogno di lavorare... e io sarò al posto suo, senza alcuna competenza, solo perché io sono malata e puniscono me e lei. Nel frattempo i 15000 libri della mia biblioteca torneranno negli armadi chiusi, polverosi, negli scatoloni. Hanno respirato per un anno, ora, incolpevoli, tornano nella loro clausura forzata. E i miei, i nostri progetti? MariaRosa Panté Ilprotagonismoinaccettabile dei radicali Dopo l'ennesimo ceffone inferto dal radicale Beltrandi all'opposizione e soprattutto al PD, nelle cui liste sono stati eletti i 9 radicali, mi auguro che non si commetta l'errore di reimbarcarli alle prossime elezioni politiche. Ricordo con rabbia quando durante una seduta parlamentare tutta l'opposizione abbandonò l'aula, i radicali furono gli unici a rimanere a far corona a Berlusconi e quando ciò fu stigmatizzato dal Partito, il sapientone Pannella ci definì dei poveracci. Spero, pertanto, di poter votare prossimamente soltanto per dei poveracci e non anche per i “fini” radicali. GennaroSchisano 16 giovedì 12 luglio 2012
Ciampi la considerava parte della Costituzione materiale dello Stato. E tutti i commenti alle parole di Mario Monti sulla concertazione richiamano l'ex presidente della Repubblica e l'accordo del 1993. Quella politica dei redditi che Ciampi firmò con le parti sociali e che rappresenta il frutto più importante della concertazione. Sindacati e imprese criticano all'unisono il discorso del presidente del Consiglio all'Abi. La più dura di tutti è Susanna Camusso. Il segretario della Cgil si trovava al convegno della Filt sui contratti nei trasporti. Le bastano pochi minuti per rispondere. Prima sul metodo: «Le lezioni di democrazia sono sempre utili, le rappresentanze sociali sono elette e misurate sulla base del consenso, ma prendere lezioni di democrazia da chi è cooptato e non si è misurato con il voto è un po' imbarazzante per il futuro democratico del Paese - attacca Camusso - . Farlo nella platea delle banche e degli interessi bancari nella crisi meriterebbe una riflessione». Poi entra nel merito: «Credo che il premier non sappia di cosa sta parlando - rincara la dose - . Vorrei ricordargli che l'ultima concertazione nel nostro Paese è quella del 1993: quell'accordo salvò l'Italia dalla bancarotta e si fece una riforma delle pensioni equa, al contrario di quella fatta dal suo governo, che permise l'ingresso del Paese nell'Euro. Forse il presidente del Consiglio non si ricorda che al governo arrivò la destra che cancellò la concertazione. Sono 20 anni che non abbiamo concertazione» e da allora sono arrivate «le leggi della precarietà, di cui la riforma del mercato del lavoro di questo governo è l'ultima tappa. Quando parla dei giovani dovrebbe pensare a queste leggi», conclude Camusso. Bocche cucite e nessun commento invece da parte di Confindustria, bersaglio evidente di molti dei passaggi del discorso del premier. Giorgio Squinzi, scottato dalle polemiche dei giorni scorsi sullo spread e sull'asse con la Cgil, ha deciso di rimanere silente. Ma certamente la sua storia di imprenditore che ha sempre concertato con i sindacati qualsiasi decisione e contratto non può trovarlo d'accordo con le parole di Mario Monti. Cisl e Uil invece sono sulla stessa linea della Cgil. «Non c'è alternativa alla concertazione in nessun Paese a democrazia matura e ad economia avanzata commenta Raffaele Bonanni -. I governi, per quanto autorevoli e composti da personalità di altissimo profilo, non possono guidare da soli questa difficile stagione di cambiamenti e di riforme senza un ampio consenso sociale». «Proprio perché abbiamo intrapreso un percorso da guerra, come dice il presidente del Consiglio Monti - prosegue il leader della Cisl - bisogna moderare i toni sia da parte di chi ci governa, sia delle parti sociali, e collaborare tutti insieme, come è successo in altre stagioni complicate della vita del Paese. Il governo non può pensare di avere il dono dell'infallibilità, ma nello stesso tempo le forze sociali devono partecipare alla ricerca delle soluzioni più idonee, senza porre veti al confronto». Sulla stessa lunghezza d'onda è Luigi Angeletti: «Oggi l'Europa consiglia il dialogo sociale come strumento per la crescita. Ma il nostro Presidente del Consiglio è più realista del re: pensa di poter salvare l'Italia senza preoccuparsi di salvare gli italiani. Forse - prosegue Angeletti - un ascolto più attento delle aspettative di lavoratori e pensionati ci farebbe uscire dalla crisi, tutti insieme, prima e meglio. Il presidente Monti, apparentemente, come molti, sembra confondere la concertazione con la consociazione: la prima serve a trovare la migliore soluzione senza che si accettino, ovviamente, diritti di veto; la seconda, invece, è il confronto per trovare il punto di mediazione: il merito è indifferente, ciò che importa è che siano tutti d'accordo». Non si discosta dai giudizi delle altre confederazioni, Giovanni Centrella, segretario generale dell'Ugl: «È riduttivo oltre che irrispettoso nei confronti dei sindacati e dei lavoratori affermare che siano stati gli esercizi di concertazione a generare i mali contro cui oggi il Paese lotta. Quando è vero - annota Centrella - il confronto porta sempre a ottimi risultati, come dimostrano tante crisi industriali superate senza fare clamore». RETEIMPRESE:È STRADAMIGLIORE Da parte imprenditoriale interviene Rete Imprese Italia, l'associazione che riunisce medie e piccole imprese. «La concertazione, nel suo significato più autentico, è la strada migliore per trovare soluzioni condivise, utili ed efficaci per uscire dalla crisi - commenta il presidente Giorgio Guerrini - . Se si sono potute fare importanti riforme in questi anni in Italia è anche perché gli imprenditori, con senso di responsabilità, hanno fatto la loro parte per mantenere la coesione della società», ha aggiunto Guerrini, sottolineando che Rete Imprese ha «pieno titolo per contribuire, insieme alle altre parti sociali e fermo restando il ruolo proprio del governo e del Parlamento, alla formazione delle scelte che riguardano il futuro del Paese». IL C0MMENTO GUGLIELMOEPIFANI Il giuramento di Vittorio Grilli davanti al Presidente Giorgio Napolitano FOTO DI ANTONIO DI GENNARO/ANSA PROPRIO MENTRE ILPRESIDENTEDELCONSIGLIO, PARLANDO ALL'ASSEMBLEA DELL'ABI,DEDICA UNA PARTEDEL SUO INTERVENTOAL RIDIMENSIONAMENTODEL RUOLO DELLACONCERTAZIONE CON LE PARTI SOCIALI, accusata di aver favorito solo interessi di parte e mai interessi di carattere generale, in Francia si svolgono due giornate degli Stati generali della concertazione. Nella prima giornata discutono di metodo e senso della concertazione il presidente Hollande con i segretari delle organizzazioni sindacali francesi e i presidenti delle associazioni di impresa, nella seconda il confronto prosegue sui temi dell'agenda economica e sociale, a partire dall'occupazione per finire con il lavoro pubblico, alla presenza del nuovo primo ministro al quale sono anche affidate le conclusioni del confronto. Chi dunque, tra Monti e Hollande, compie la scelta giusta e chi quella sbagliata? E perché la Francia con forza rilancia il dialogo sociale e addirittura la concertazione per aumentare la coesione sociale e politica nel corso di una crisi così insidiosa mentre il governo italiano fa e teorizza il suo contrario? Non c'è solo questa anomalia che colpisce e stupisce. C'è insieme un problema ancora più grande. È corretto quello che Monti ha detto? È proprio vero che in Italia la concertazione ha avuto un ruolo così negativo? È corretto, se si pensa ai primi anni '90 con i governi di Amato e Ciampi, ritenere che la concertazione, invece di salvare il Paese, ne preparò in realtà negativamente il futuro? Se poi ci si volesse riferire al rischio vero, cioé al fatto che un consociativismo deteriore può a volte far prevalere una logica corporativa rispetto all'interesse generale, perché confondere i piani e chiamare a risponderne un metodo che, quando è gestito correttamente e senza confusioni di ruoli, non ha alternative migliori nella esperienza democratica europea? Non è facile dare una risposta a queste domande e neanche capire cosa abbia motivato un'affermazione che di solito ha connotati molto di destra e non è mai stata fatta propria dal fior fiore dei governi a guida tecnica avuti in Italia. Lo stesso Monti solo due anni fa era stato invitato al congresso della Confederazione europea dei sindacati dove aveva svolto un intervento molto attento al ruolo del sindacalismo e del mondo del lavoro, e anche in ragione di questo venne molto apprezzato. E quel congresso si svolse ad Atene, in una città già percorsa da proteste e manifestazioni sindacali. Qualunque sia la risposta, bisogna solo sperare che questa non tragga origine dalle posizioni prese dai sindacati verso singole misure assunte dal governo, anche perché l'uso della critica, la richiesta di cambiamento o di correzione di errori o sottovalutazioni compiuti, è l'essenza di una democrazia. Resta il paradosso. Con la concertazione si è salvato il Paese dalla bancarotta nel '92, si è praticata la politica dei redditi a partire dagli accordi del '93 e si è riusciti ad entrare nell'euro. La destra al governo non l'ha più praticata negli ultimi dodici anni, gli anni del declino, e spesso ha lavorato a dividere i sindacati e le parti sociali. È la non concertazione che ci ha portato dove siamo, se si vuole guardare alla realtà dei fatti nel rispetto delle vicende storiche dell'ultimo ventennio. Resta poi un'ultima e non capziosa domanda. Per affrontare una discussione di questo tipo non era preferibile una sede diretta di discussione e confronto? E con tutto il rispetto, era proprio il mondo delle banche e della finanza la sede migliore per parlare di responsabilità e limiti della concertazione,di equità sociale e difesa dei giovani? Venti Settembre, il ministro ha partecipato al tavolo con le Regioni sui tagli alla sanità, mantenendo il punto sui saldi da rispettare. VIAXXSETTEMBRE Per Grilli il Tesoro è quasi una seconda casa. Ci è arrivato a metà degli anni ‘90 (ministro Ciampi), nel gruppo di giovani professori voluti dall'allora direttore generale Mario Draghi per seguire il piano di privatizzazioni. L'esperienza non dura molto: il ministro sceglie il mercato e vola a Londra come managing director alla Credit Suisse First Boston. Sarà Giulio Tremonti a richiamarlo come Ragioniere generale nel secondo governo Berlusconi. Esperienza con luci e ombre, visto che sulla tenuta dei conti l'Italia subisce un richiamo dall'Europa. Con il blitz di Domenico Siniscalco, Grilli diventa Direttore generale, incarico che ha mantenuto fino ai primi mesi delgoverno Monti. Con Tommaso Padoa-Schiopppa i rapporti non furono sempre facili. Va meglio con il ritorno di Tremonti, il quale lo sponsorizzerà fino alla fine come successore di Draghi in Bankitalia. Ma il salto verso Palazzo Koch non riesce, anche perché Draghi (governatore uscente) sponsorizza invece un interno. Se non è Fabrizio Saccomanni (che in realtà viene stoppato) dovrà essere Ignazio Visco. E così sarà. In quell'occasione i rapporti con Draghi, prima ottimi, si raffreddano parecchio. Grilli resta al suo posto e assicura la continuità con il nuovo ministro ad interim Monti, con cui ha condiviso tutte le scelte e le «fatiche» europee. Oggi entra nella stanza di Quintino Sella, ma c'è già un comitato a fare da comprimario. Sembra un destino da eterno secondo. Sindacati e imprese all'attacco «Il premier non sa di che parla» Il segretario generale della Cgil Susanna Camusso FOTO DI FABIO CAMPANA/ANSA MASSIMOFRANCHI ROMA Hollande sceglie la strada opposta: il dialogo sociale . . . Bonanni: «Non si governa senza consenso sociale» Angeletti: «Più ascolto per uscire dalla crisi» . . . Ma la materia resta in capo al presidente del Consiglio, attraverso un nuovo comitato . . . In Francia sono in corso le due giornate di Stati generali sulle politiche del lavoro . . . Così il nostro Paese si salvò dalla bancarotta nel ‘92. Il guaio è stato, poi, il mancato confronto Susanna Camusso: «Imbarazzante prendere lezioni di democrazia da chi non è stato eletto» giovedì 12 luglio 2012 3
EMIDIORUSSO esteri@unita.it In una Madrid scossa dalle proteste dei minatori e dagli scontri con i manifestanti, Mariano Rajoy è salito alla montagna di Bruxelles e ne è ridisceso con dieci comandamenti scolpiti nella pietra. Fuor di metafora, la sterzata di austerità impressa ieri dal governo Rajoy assomiglia tremendamente a un compito «fatto a modino» come quelli che cui l'Europa ha già assistito ad altre latitudini. E, in fondo, Rajoy non fa niente per nasconderlo. «Non sono misure gradevoli - ha detto in Parlamento, citando il bellico sangue-lacrime-sudore di Churchill - ma sono imprescindibili. Abbiamo bisogno che ci prestino soldi e siamo chiusi in un circolo da cui dobbiamo uscire. È un momento cruciale per il nostro futuro. Facciamo cose che non ci piacciono, io per primo, ma non c'è alternativa». Eccoli, allora, i dieci comandamenti di Rajoy. Uno: aumento dell'Iva per i beni di prima necessità dall'8 al 10%. Due: aumento dell'Iva per i beni «generici» dal 18 al 20. Tre: aumento delle tasse per chi produce inquinando. Quattro: soppressione delle deduzioni sulla casa. Cinque: soppressione dei bonus e di ferie extra per i funzionari pubblici (compresa la tredicesima per gli statali). Sei: riduzione del sussidio di disoccupazione dopo i primi sei mesi. Sette: riforma delle pensioni. Otto: riduzione del 30% dei consiglieri in ogni livello amministrativo. Nove: taglio di 600milioni dai bilanci dei vari Ministeri. E dieci: taglio del 20% ai finanziamenti pubblici a partiti e sindacati. «Questo è il vero programma del Pp», ha sbottato il socialista Alfredo Pérez Rubalcaba. Un programma «obbligato», secondo quanto riferiscono i popolari, direttamente da Bruxelles. Un colpo d'ascia che va a sommarsi ai 27 milioni di tagli già operati a dicembre e agli altri 15 milioni fatti da Zapatero (a dire il vero, in due anni). Un programma che fa a cazzotti con quanto ripetuto da Rajoy appena qualche mese fa. «Non aumenteremo l'Iva perché non è nel nostro programma», disse il leader della destra rivolto ai socialisti. «Avete aumentato l'Iva anche ai chicchi per i bambini», aveva tuonato mesi fa davanti a un attonito Rubalcaba. Di più: il Pp lanciò una campagna anti-socialista che invitava a non pagare l'imposta sul valore aggiunto. E adesso, di ritorno dalla montagna di Bruxelles (dove si è svolto il Consiglio europeo su spread, eurobond e tagli ai bilanci nazionali), l'Iva si è trasformata nell'unica ancora di salvezza per l'economia spagnola. «Dobbiamo uscire da questo pantano – sono state le sue parole prima di lasciare il Parlamento – dobbiamo farlo il prima possibile». Nessun accesso al patto sociale, a «uscire insieme» dal pantano, hanno detto i minatori che, nelle stesse ore, occupavano le strade di Madrid. Rubalcaba ha criticato le 10 misure senza però entrare nello specifico ma offrendo al governo un «patto nazionale» di due anni e mezzo per affrontare insieme il momento. Una sorta di «compromesso storico» in chiave spagnola che parte, secondo quanto dichiarato dal socialista, da «un azzeramento completo delle proposte» avanzate da Rajoy. «I suoi primi sei mesi di governo - è stato il giudizio di Rubalcaba - hanno contribuito a peggiorare ulteriormente tutti i parametri economici». SASSIBOTTIGLIE E PETARDI Intanto, però, la tensione nel Paese sta crescendo. I tagli ai sussidi hanno scatenato la protesta dei minatori, che ieri sono arrivati a Madrid a migliaia per protestare contro la dismissione del settore minerario: una tragedia, con tre posti di lavoro persi per ogni licenziamento. Ma la manifestazione si è allargata: sono stati lanciati sassi, bottiglie e petardi contro la polizia in tenuta anti-sommossa, che ha reagito sparando proiettili di gomma. Il bilancio degli scontri è di 76 feriti lievi: tra questi decine di minatori, 12 poliziotti e anche due giornalisti. Gli agenti hanno inoltre arrestato cinque persone. Le forze dell'ordine si sono difese con i propri scudi dal lancio di oggetti e hanno sparato in aria i proiettili di gomma per disperdere la folla. «C'è stata una carica di fronte al ministero dell'Industria», ha informato un portavoce della polizia di Madrid. Cinque persone sono state arrestate. A poche centinaia di metri di distanza, un altro gruppo di manifestanti, all'esterno dello stadio del Real Madrid (il Santiago Bernabeu), ha lanciato pietre e lattine contro gli agenti. «Via, via», hanno urlato i manifestanti. «Queste sono le nostre armi», hanno proseguito, alzando le mani. In questo clima, gli analisti spagnoli, al termine della seduta parlamentare, si sono messi a studiare il possibile impatto di questa manovra d'emergenza sui conti pubblici e, calcolatrice alla mano, hanno fissato in 65miliardi di euro il risparmio netto per lo sconquassato deficit di Madrid. Una fetta del 6,5% del prodotto interno lordo da qui al 2014. Per ogni famiglia spagnola, questa manovra inciderà per 450 euro all'anno. «Nient'altro», sono state le ultime parole che Rajoy ha rivolto al presidente del Parlamento e agli spagnoli tutti. Nient'altro. I sindacati – Ccoo e Ugt – hanno rispedito al mittente la manovra, presentando un calendario di scioperi di categoria a partire dalla prossima settimana e iniziando con quelli dei dipendenti pubblici, i primi ad essere colpiti dai tagli. Una «mobilitazione generale», quella presentata dai due segretari sindacali, Ignacio Fernández Toxo e Cándido Méndez, che potrebbe trasformarsi in sciopero generale a inizio autunno. Intanto, già dalla prossima domenica o al più tardi da lunedì 16 luglio, la manovra diventerà effettiva con l'immediato aumento delle aliquote Iva. La situazione «è pericolosa, molto pericolosa: tutti gli Stati vogliono mantenere l'euro ma ci sono divergenze sulle misure da adottare». Non solo. «Tutti, compresa la Finlandia, fanno ipotesi circa la possibilità che, malgrado noi, tutto possa fallire». Lancia messaggi allarmistici il premier della Finlandia Jyrki Katainen: la situazione dell'area euro «è molto pericolosa», ha affermato insistentemente al quotidiano finlandese HelsinginSanomat, un po' sulla scorta di quanto fece il commissario europeo per il commercio Karel De Gucht, quando evocò «un piano B», un worst casescenario, da tenere pronto in caso di tracollo dell'euro. Le dichiarazioni di Katainen - poi stemperate da fonti del governo di Helsinki del genere «la Finlandia non ha piani di uscita della moneta unica» - rischiano di accendere di nuovo le polveri e i nervosismi già più o meno espliciti tra i vari partner europei. Anche perché ha insistito pure sulle questioni che hanno innescato recenti polemiche, in particolare con l'Italia, sulle nuove misure anti-crisi decise all'ultimo vertice europeo, quello del 28 e 29 giugno. «Tutti i Paesi vogliono mantenere l'euro. Le divergenze riguardano il tipo di misure che questo richiede», ha rilevato. Ma soprattutto il premier finlandese ha avvertito che ormai nell'Unione valutaria «tra Stati e popolazioni non ci si fida più come prima». E «tutti i Paesi, inclusa la Finlandia, fanno ipotesi sull' eventualità in cui, nonostante la nostra volontà, tutto dovesse fallire. Se la zona euro implodesse le conseguenze sarebbero incalcolabili. La situazione sarebbe caotica». Salvo poi puntualizzare che a Helsinki «non lavoriamo sulla disintegrazione dell'euro - ha detto ancora Katainen - ma per la sua sopravvivenza e per il mantenimento della Finlandia nellìeuro. Tutti i giorni e vigorosamente». VISIONIDIVERSE La scorsa settimana la ministra delle Finanze Jutta Urpilainen aveva affermato che la Finlandia era contraria a farsi carico dei debiti pubblici degli altri Paesi (in sostanza si trattava di una presa di distanza degli eurobond, che invece a Bruxelles stanno ancora sul tavolo), mentre ancor prima Katainen sembrava aver rimesso in discussione alcune delle misure antri crisi concordate al vertice Ue, in particolare lo scuso anti-spread voluto dall'Italia. Ad ogni modo lunedì scorso i ministri delle Finanze dell'Eurogruppo hanno proseguito i lavori sui meccanismi di stabilizzazione concordati dai leader Ue. Il problema è che a questo punto, al di là delle dichiarazioni ufficiali, la sensazione è che tra i vari Paesi dell'eurozona vi sia tutt'altro che identità di vedute su come uscire dal pantano. C'è poi il fattore tempo. E qui entra in gioco la Corte di Karlsruhe, l'equivalente tedesco della nostra Corte costituzionale, che ancora non ha deciso in merito ai ricorsi sulla legittimità del Fondo salva-Stati Esm, la cui ratifica in Germania continua a rimanere ferma, rischiando di bloccare tutto il processo di salvataggio dell'euro. Insomma, il clima non è allegrissimo. Anche in Francia ci potrebbe essere una nuova stangata, nonostante la recente manovra correttiva da 7,2 miliardi di euro: in vista c'è un nuovo aumento delle tasse nei prossimi mesi, in particolare, con un innalzamento della Csg, il contributo sociale generalizzato, la tassa imposta a tutte le fasce di reddito che finanzia il welfare. I premier Jean-Marc Ayrault, parlando off the recordcon i fedelissimi, non usa mezzi termini: «I prossimi mesi saranno terribil. Bisogna far capire ai francesi che la crisi non è ancora arrivata al suo apice». Qualcuno teme addirittura un autunno caldo. Una fonte dell'Eliseo, citata dal settimanale satirico LeCanardEnchainè, ritiene che «un innalzamento della Csg sia inevitabile, l'anno prossimo, ma non è il momento di annunciarlo». I mercati potrebbero non apprezzare. ILCASO L'arresto di un manifestante a Madrid FOTO LAPRESSE Helsinki: allarme euro. Ayrault: saranno mesi terribili L'EUROPAELACRISI IlConsiglioUe predica lacrescita mapoi la taglia IlCoreper, il comitato degli ambasciatoripermanentidegli Statimembri presso l'Ue che prepara le riunioni ministerialidei 27,haapprovato ieri aBruxelles taglidi spesaper5 miliardidi euro daalcunevoci delbilancio comunitarioper il 2013,di cui3,5 miliardinelcapitolo ‘sviluppo sostenibile', comprese leazioniper sostenere lacrescitaeconomica e stimolare l'occupazione.Lo riferisce, in unanota, il commissario Ueal Bilancio, il polaccoJanusz Lewandowski,dicendosi «stupefatto»peruna decisioneche «raccomandaesattamente il contrariodi ciòche i27 capi di Statoe di governohanno dichiarato il 29 giugno,quando il Consiglioeuropeo hasollecitato investimentiper rafforzare la competitivitàe haadottato il Patto per la crescitae l'occupazione. Spagna, tagli per 65 miliardi I minatori in piazza: 76 feriti Il pacchetto del premier Rajoy: meno ferie e zero tredicesime Scontri a Madrid: lanci di sassi, la polizia spara proiettili di gomma LEONARDOSACCHETTI leonardo.sacchetti@inwind.it Il primo ministro finlandese Jyrki Katainen FOTO DI JULIEN WARNAND/ANSA-EPA Il premier finlandese lancia l'allarme: troppe divergenze sulle ricette In Francia prevista una nuova stangata giovedì 12 luglio 2012 9
Continuano le schermaglie sulle modifiche alla riforma del lavoro. Gli emendamenti al decreto Sviluppo presentati dalla maggioranza per modificare la riforma Fornero sono stati riammessi a tarda sera, sotto il pressing di maggioranza e presidenza. In mattinata infatti i presidenti delle commissioni Attività produttive (Manuela Dal Lago della Lega) e Finanze (Gianfranco Conte del Pdl) della Camera hanno dichiarato «inammissibili» gli emendamenti presentati al testo del decreto Sviluppo e le relativi alle modifiche alla riforma del mercato del lavoro richieste da un documento comune di tutte le parti sociali, in quanto non «recano disposizioni strettamente connesse o conseguenziali a quelle contenute nel testo del decreto legge». NUOVOACCORDO SULLAMOBILITÀ A quel punto la maggioranza, guidata da Cesare Damiano, ha rilanciato. Con due mosse. Per prima cosa ha fatto ricorso contro la decisione. Ma nel frattempo, seconda mossa, ha trovato un nuovo accordo sottoscritto dai cinque gruppi di maggioranza (e vincendo le resistenze del Pdl) che prevede di mantenere la versione attuale della Mobilità fino a tutto il 2014, modificando dunque la previsione del testo di riforma che sull'abbassamento di 6 mesi ogni anno, fino alla sparizione dell'assegno di mobilità nel 2017. L'accordo fa poi parte della relazione che la commissione Lavoro ha approvato rispetto al testo del decreto Sviluppo. «Il parere pone particolare attenzione ai temi del mercato del lavoro sui quali si è sviluppato nei giorni scorsi un intenso dibattito tra i partiti che sostengono il governo - spiega Cesare Damiano, capogruppo Pd in commissione Lavoro - . Il parere raccoglie sostanzialmente i contenuti dell'accordo raggiunto da Pd, Pdl, Udc, Fli e Pt nei giorni scorsi, che recepiva a sua volta l'avviso comune di Cgil, Cisl e Uil e Confindustria. Per quanto la parte relativa agli ammortizzatori sociali (Aspi) il testo contiene una innovazione - continua Damiano - : fa riferimento esclusivo all'attuale meccanismo di mobilità, che va da un minimo di 12 ad un massimo di 48 mesi di tutela per i lavoratori, che rimarrà in vigore nella proposta anche per tutto il 2014. Si tratta di un passo avanti che da risposta al prolungarsi della crisi oltre il 2012, e rassicurare i lavoratori e le imprese che potrebbero affrontare nei prossimi anni processi di ristrutturazione. Inoltre, il parere conferma gli interventi a favore delle partite Iva e sulla flessibilità in entrata. Con questi contenuti e con le ultime correzioni approvate unitariamente - conclude Damiano si darebbe coerentemente seguito agli impegni assunti dal presidente del Consiglio; Mario Monti, circa le correzioni da attuare su ammortizzatori sociali e flessibilità in entrata». Anche questo accordo però trova la resistenza della ministra del Lavoro Elsa Fornero, la quale, citando la Ragioneria generale, sostiene che necessita di una copertura economica difficile da trovare. INSERATAILDIETROFRONT In serata quindi i presidenti Conte e Dal Lago hanno ribaltato il loro giudizio ammettendo gli emendamenti, visto che tutti i gruppi parlamentari convenivano sulla ammissibilità degli stessi (è il principio del diritto parlamentaNuovo round tra le Regioni e il governo sulla spending review. Prima la riunione dei governatori, poi in serata l'incontro a Palazzo Chigi con Monti. Con un obiettivo: spezzare il tiro alla fune per cui la stessa spending review secondo il governo non produce necessariamente tagli ai servizi per i cittadini (l'ha ripetuto ancora ieri lo stesso Monti), come invece accadrà secondo le Regioni. I governatori, con il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, hanno proposto al governo un patto politico: verificare tecnicamente la reale possibilità di continuare ad erogare i servizi, ed eventualmente correggere i tagli con la legge di Stabilità di settembre. Su questo il governo non ha risposto, aprendo però ad un confronto tecnico tra Regioni e Bondi, coordinato da Grilli (oggi nuovo incontro «per una verifica sui numeri»), che dovrebbe fornire dati certi entro qualche settimana. Sull'entità dei tagli, invece, nessun dubbio: «I saldi che abbiamo non cadono dal cielo, sono una camicia di forza: l'impegno del governo è di non cambiare i saldi», ha chiarito il neoministro all'Economia Vittorio Grilli, presente all'incontro insieme ai colleghi agli Affari regionali Piero Gnudi e alla Sanità Renato Balduzzi, al sottosegretario Antonio Catricalà e al commissario Enrico Bondi. Grilli ha però escluso che i risparmi avverrano sui Lea, i livelli di assistenza: «Non parliamo di questo, ma degli acquisti». Tagli che hanno un rilievo davvero importante, in quantità. I capitoli dolenti sono quelli legati alla sanità e al trasporto pubblico locale, sui quali si sono concentrate le critiche dei governatori. Per la sanità, la sforbiciata è di 900 milioni per il 2012 (a esercizio in corso), 1,8 miliardi nel 2013 e 2 nel 2014. Per i trasporti la riduzione è pari a 700 milioni per il 2012 e 1 miliardo per il 2013. Questo ridimensionamento risulta a titolo generale, ma, essendo il finanziamento al Tpl l'unico trasferimento strutturale ancora in vita da parte dello Stato alle Regioni, viene considerato da queste ultime direttamente riferibile al trasporto pubblico locale. Con i tagli del 2010 i trasferimenti del Tpl passarono da 2,05 miliardi a zero. Più tardi, a seguito di un accordo con le Regioni, il governo ha stanziato di nuovo al settore portandolo a 1,74 miliardi per il 2012. Anche questo tema è stato affrontato nell'incontro di ieri, insieme a quello delle società in house (la governatrice del Lazio Renata Polverini avrebbe spiegato che con l'intervento sulle società in house sarebbe costretta a licenziare 2.500 lavoratori). PATTOPER LASALUTE Se il Patto per la salute verrà siglato entro il 30 luglio, potrà essere quello lo snodo per rimodulare gli interventi di taglio alla Sanità, ma a saldo invariato. Il punto, afferma l'assessore alla Sanità del Veneto e coordinatore degli assessori regionali alla Sanità, Luca Coletto, «è che i tagli rimangono: la rimodulazione sta solo nel fatto che si decide dove collocarli». Per le Regioni, il criterio non può essere quello orizzontale (tagli uguali per tutti), ma va ricercata, afferma Coletto, «una forma di perequazione e di equilibrio». Le cifre in gioco sono chiare: «Da Tremonti a Monti, complessivamente - chiarisce l'assessore - calcoliamo 12,2 mld di tagli per la sanità, dei quali 7,5 sono quelli già previsti nel Patto per la salute 2013-2015 da concludere». La prima richiesta, afferma Coletto, «è che nell'ambito del Patto si adotti un criterio premiale: le regioni virtuose, quelle che hanno cioè già attuato una razionalizzazione, vanno in qualche modo tutelate». Ma il Patto per la salute l'accordo finanziario e programmatico tra il governo e le Regioni, di valenza triennale, in merito alla spesa e alla programmazione del Servizio Sanitario, finalizzato a migliorare la qualità dei servizi, a promuovere l'appropriatezza delle prestazioni e a garantire l'unitarietà del sistema - potrebbe comunque rappresentare uno snodo. Inserendovi criteri e costi standard. Come spiega Enrico Rossi, presidente della Toscana: «Nonostante i tagli subiti da Tremonti-Berlusconi in sanità, siamo andati avanti garantendo gli stessi livelli qualitativi del servizio sanitario». «Ora Monti - continua - propone altri e pesanti tagli. Per la Toscana si parla di 120 milioni (50 per la sanità e 70 per il resto) solo per il 2012. E poi ancora peggio per il 2013-2015. Quella della spending review, così impostata, è una logica perversa che serve solo a fare cassa con i tagli lineari mettendo in discussione l'assetto universalistico del servizio sanitario. A volte verrebbe da dire: “Prendetevi le deleghe e venite voi a governare”». Il punto, secondo Rossi, è che si sarebbe dovuta «fare una cosa diversa, magari rinunciando a qualche F35, pensando a una patrimoniale sui grandi patrimoni, tornando sopra ai capitali scudati». Mentre sul tema sanità si riunisce oggi la consulta sanitaria dell'Udc (presente il ministro Balduzzi), con le Regioni avviato anche il confronto del ministro all'Istruzione Francesco Profumo, «per raggiungere un'ampia condivisione su criteri certi e ragionevoli per la riorganizzazione della rete scolastica». Il Cipe, intanto, ha approvato lo sblocco e la programmazione di risorse del Fondo Sviluppo e Coesione per il Sud per quasi 1,4 miliardi di euro. POLIZIA Nelgiorno in cuiSilvioBerlusconi decidedi rimettersi incampo (poi perché)si vieneasapere cheMediaset decidediesternalizzare ben dieci sedi regionalidiVideotime. Unascelta improvvisache getta nellosconforto 74 lavoratori,per laquasi totalità cameramane montatori. I sindacati sono contrari alla cessioneda partediMediaset del ramod'azienda di Videotimedelle sedi regionali. «Dopo la comunicazioneaziendaledel gruppo Mediaset -affermano Slc-Cgil, Fistel-Cisle Uilcom- cheprevede la cessionedel ramo d'azienda di Videotimedelle sedi regionali, le segreterienazionali esprimono il loro dissensosuquesta iniziativa aziendale». I sindacati - aggiungonoSlc, Fistel e Uilcominuna nota congiunta - «hanno chiestoun incontro immediato, già previstonella giornatadel 16 luglio a ColognoMonzese,congiuntamente allaRsue alleorganizzazioni sindacali territoriali. Inquesto contesto i sindacatideciderannotutte le iniziativee le propostenecessarieper cambiare la decisioneadottata». Nonè la primavolta chesuccede, macertonon saràproprio una marcia trionfalequellaverso leelezioni per l'expresidente delConsigliocon tutta unaserie diquestioni aziendalida risolvere: se la lineadura lo salveràsul pianoeconomico,non lotutelerà su quellopolitico. Lestrutture di Videotime,controllateda Rti, sono fondamentaliper l'attività di produzionedi Mediaset,dei programmidi ogni tipo. La riunionedi lunedìsi annuncia infuocata.Lerappresentanzedei tre sindacati sonodecise acontestare quantostabilito ieri.Non è escluso, se dovesseesserciun nulla di fatto, che vengaproclamato ilgiorno stessouno sciopero. MASSIMOFRANCHI ROMA L'ITALIAELACRISI Regioni, Grilli non cede «I saldi non cambiano» Spending review Incontro con il governo: per il ministro i tagli «si fanno sugli acquisti» Restano tesi i rapporti con i governatori che chiedono una verifica tecnica sui servizi ai cittadini LAURAMATTEUCCI lmatteucci@unita.it Una sala di un pronto soccorso FOTO DI LUCA ZENNARO/ANSA Ognicentoagenti inpensioneassunti soloventi Ogni 100poliziotti che andranno in pensionenesarannoassunti solo20 finoal 2014 edal 2015 saranno50 i nuoviassunti. effettipraticidella ormai famosa spendingreview governativasul sistema della sicurezza in italia. E il sindacato dipolizia Siapsi dice«veramentepreoccupato» sul «comesi intenderà garantire la sicurezzanel nostroPaese nei prossimianni». «Conquali strumenti - si èchiesto il segretariogenerale Siap,Giuseppe Tiani - si intenderà sopperireal progressivo invecchiamentodell'organico? Una riduzionedrasticache rischia di paralizzare l'apparatosicurezza e i dispositividi prevenzionee repressione.Gli uomini e ledonne dellapolizianon possono continuarea lavorare in emergenza continuae, semprepiù, insituazioni limiteche li esponea rischi di ogni genere». ILCASO Mediasetesternalizza diecisedi regionali diVideotime . . . Parte un tavolo tecnico per verificare la sostenibilità della manovra da 25 mld . . . In mattinata il “No” sull'ammissibilità da parte dei presidenti di Commissione . . . Poi le pressioni della maggioranza fanno cambiare idea in tarda serata Lavoro, via libera agli emendamenti Le commissioni Attività produttive e Finanze accolgono la proposta Pd-Pdl Resta il no di Fornero 6 giovedì 12 luglio 2012
QUANDO L'UOMO SIMBOLO DELL'ELEGANZA MOD, QUELLADEIPANTALONIASIGARETTA,ICRAVATTININERIE LE GIACCHETTE SIXTY'S, si presenta a torso nudo con una sigaretta appena rollata tra le labbra, l'accento cockney ammaestrato dall'educazione british e riesce a non perdere un briciolo di classe, ecco, allora quell'uomo è Paul Weller. Che poi l'antifona si era capita: è giunto il momento della forza fisica, del rock suonato ad alti volumi, della muscolosità e della rabbia. D'altronde cos'altro è il suo ultimo disco SonikKicksse non una reazione fisica all'indolenza dei tempi in cui viviamo? «Di musica ne ascolto tanta e non passa giorno che io non compri un disco. Credo di averne decine di migliaia. Ma sempre più frequentemente preferisco andare indietro nel passato, la roba di oggi mi lascia troppo spesso stremato dall'inconsistenza totale. Mi trovo ad ascoltare una cosa e a dire: e allora?». E allora perché il buon Weller, protagonista di una serie di sudatissimi concerti italiani (stasera l'ultimo al Castello Sforzesco di Vigevano) non ci regala anche le sue vecchie cose? Jam e Style Council su tutti? Lui che ha cavalcato tre decenni di grande musica rock passando dal punk nervoso e tagliente della sua prima formazione all'eleganza di matrice soul dei suoi stilosissimi compari di anni Ottanta? «Perché sono tutto meno che un nostalgico, e non mi piace ripercorrere le strade già sperimentate. SonikKicks in fin dei conti spinge l'acceleratore in avanti proprio per fare un salto, per staccare dal passato, per cercare un nuovo linguaggio, se vuoi più violento, con chitarre che suonano differenti da prima, con cui affrontare i nostri giorni». QuindiWellercosapuòpensaredeisemprepiùfrequenti tour di reunion dellevecchie glorie? «Non li capisco, io non farei mai una cosa del genere anche se fosse solo per denaro. Io non posso pensare che i miei migliori anni siano dietro di me, penso sempre che debbano ancora arrivare! Il mercato della nostalgia non è il mio genere». EppureilsuograndeidoloPaulMcCartney(unodei sette figlidiWeller si chiamaJohn Paul)nonrifiuta maidifareiljukeboxdeisuccessideiBeatlesadiscapitodellesue composizionipiù recenti... «È vero, ma fa malissimo perché a mio parere i suoi ultimi tre dischi, in particolare Memory Almost Full, sono dei capolavori assoluti che meriterebbero di venir suonati per esteso dal vivo. Che poi il suo ultimo show, che ho visto recentemente, sia strepitoso, non c'è dubbio. Dal canto mio, è vero... sono poco generoso con i miei estimatori di vecchia data, ma loro mi conoscono, sanno cosa non aspettarsi da me. Qualcuno ci rimane male ma... sono fatto così. (sorride) E poi non c'è paragone, stiamo parlando dei Beatles, cioè di un patrimonio dell'umanità». Sia l'ultimo disco che questo tour dimostrano un PaulWellerreattivo,arrabbiato,conlalinguaaffilatachesiesprimeintestimoltofortiediretti.Sitratta diuna nuovaattitudine? Piùpolitica? «Nel disco c'è una canzone in particolare, Kling I Klang, dove parlo della guerra in Afghanistan, ma in generale non amo che al musicista venga affibbiato il ruolo di commentatore sociale, o ancor peggio politico. Noi abbiamo un altro compito. Poi, da essere umano, da privato cittadino, è normale che manifesti le miei idee pubblicamente e capita, anche se a me raramente, che succeda in una canzone». UnaltropersonaggiofondamentalenellaformazionediWeller,echetornaancheevocatonell'ultimo lavoro,èDavidBowie(adunaltrofiglioètoccatoil nomedelDucaBianco).Malasuaèstataunalezionesolo musicale o ancheestetica? «Beh, Bowie è talmente immenso... non è una questione di copiare come si vestiva o le canzoni che faceva, qui parliamo di una sua grandezza, della sua unicità, della capacità che ha avuto di cambiare il corso della musica. Questo lo hanno fatto in pochi». Dagrandeconsumatoredimusicachecosanepensadel«vizio»ditanticolleghiinglesi,daDamonAlbarnaRobertPlant,diandareapescareispirazione inAfrica? «Io sono cresciuto con Little Richard, Chuck Berry, i Beatles, e tutta questa roba deriva dall'Africa. Se ascolti certa musica africana concentrandoti sui ritmi, puoi sentire le radici del blues del rock and roll, dell'R&B chiaramente. Dunque per me tutta, ma proprio tutta la musica, arriva da lì. Normale che si torni a ricercare quella radice che oramai ci appartiene». Siguardamaiindietroandandoagiudicaresestessonel periododei Jamo degli StyleCouncil? «No, sono allergico a questo tipo di cose e non amo riascoltare i miei dischi recenti, figuriamoci quelli passati. Faccio un album e poi mi muovo avanti. Ma se mi capita di ascoltarmi per radio, penso quello che penserei con la musica di chiunque: quel pezzo non è male, quest'altro è una schifezza... Sono piuttosto indulgente perché mi piacciono molte cose, ma assolutamente non provo mai nostalgia». Ci sono due dei suoi figli nel nuovo album «Sonik Kicks». Che tipo di padre è il 53enne in splendida formaPaulWeller,unochesisiedeeascoltalamusica in famiglia? «Innanzitutto è strano pensare di fare un disco coi propri figli. Con mio padre non sarebbe potuto succedere perché lui, a differenza mia, lavorava duro. Coi miei figli sì. Ascoltiamo spesso la stessa musica, poi una delle bambine ovviamente è pazza di Justin Bibier, un'altra ascolta R&B e un'altra ancora solo musica giapponese. E io mi tengo aggiornato». SILVIABOSCHERO boschero@hotmail.it CULTURE PaulWeller del futuro «Nessunanostalgia guardosolo inavanti» PaulWeller, il re deiMod L'intervista Il«re»deiMod spiegaperchéneisuoi concerti«dimentica» gliStyleCouncilpersuonare solocanzoninuove . . . Stasera ultima tappa del suo tour italiano al Castello Sforzesco di Vigevano con i pezzi di «Sonic Kiks» U: 20 giovedì 12 luglio 2012
IN UN TEMPO IN CUI LA DIMENSIONE DEL VIAGGIO SI CONFONDESEMPREPIÙCONQUELLADELLIFESTYLEO DEL BENESSERE, DELL'EVASIONE FUGACE IN VISTA DELRIENTRONELLAGIDUGLIADELL'ATTIVITÀPRODUTTIVA, LEGGERE GLI SCRITTI DI VIAGGIO DI CESARE BRANDI («VIAGGI E SCRITTI LETTERARI», BOMPIANI) è come maneggiare le avventure di qualche supereroe mascherato in un tempo fantascientifico che non esiste più, e che non si sa bene se identificare con un passato umanista ormai estinto o con un futuro apocalittico in cui il mondo è restituito alla sua dimensione più autentica. Brandi era professore, storico e critico dell'arte, oltre che il direttore dell'Istituto Centrale per il Restauro, e in ogni suo racconto, in ogni analisi in presa diretta dei luoghi visitati in tutto il mondo dalla Cina alla Valle d'Itria, accade qualcosa di magico e al tempo stesso di incredibilmente rituale: i paesaggi, le costruzioni umane, le invenzioni della natura, le consunzioni che il tempo impone a certi monumenti, così come il burbero palesarsi degli agenti atmosferici, si legano tra loro in modo indissolubile, al punto che anche una semplice constatazione sullo stato di conservazione della campagna toscana, greca o pugliese, assume la forza narrativa di una trama appassionante, e la presenza vitale dei protagonisti occasionali di saghe lunghe un attimo come vento, casupole, muri a secco, trulli o rovine diviene senso archetipico, metafisico, dell'esistenza umana. Insomma, si crea nelle sue pagine l'effetto della migliore poesia. La lingua di Brandi, del resto, è poetica. È sensoriale. Coglie con esattezza le metamorfosi in atto nella vita biologica dei luoghi, mimando nel periodare il pantarei eracliteo. È quasi lunatica nel sorvegliare sensazioni momentanee di gioia, estasi, indignazione, malinconia, rabbia e vitalità, sempre vissute col cuore, con la massima partecipazione, per un assaggio di formaggio in masseria o per la bellezza di certi scenari, per l'insensatezza di un cattivo restauro o per la nociva stupidità di certe manomissioni umane al territorio, destinate a rimanere eterne e impunite. Umanità e natura, unite nel loro rendezvous sempiterno, sono allora i temi profondi dell'intera opera di Brandi, quasi che la suddetta ordalia assomigli a uno di quei matrimoni combinati tipici della nobiltà, in cui due neonati già promessi sposi si conoscono in tenera età e si frequentano da infanti con la consapevolezza che saranno costretti a sopportarsi per la vita intera, e dunque imparano a farlo con acume e sensibilità; tradendosi, certo, guerreggiando, mirando ognuno alla distruzione dell'altro, e al contempo, affinando la capacità subconscia di intuire e riconoscere la necessità dell'altro, e in ultima istanza, di derogare allo scontro per dar vita, condividendo come per magia il quando e il come, a miracoli assoluti di bellezza, comprensione reciproca e creazione della vita. Brandi, senese, tratta i luoghi che visita con lo stesso trasporto, che s'innamori o che li detesti. Di tutti i luoghi cerca di cogliere il magico o l'indemoniato, l'autenticità o l'alienazione, e a prova di come sia personale, profondo il racconto che Brandi lega a ogni luogo, ci viene in soccorso il suo concetto di tempo, inteso non come grandezza quantitativa ma qualitativa, come tempo giusto o sbagliato per legare la propria anima alla particella di mondo che sincronicamente fascia il nostro sguardo. Dai luoghi della Grecia antica come Creta, Delfi o l'Acropoli all'Africa sahariana, da Beirut a Gerusalemme, dalla Puglia delle cripte rupestri a Martina Franca, cittadina che quasi miracolosamente travolge Brandi con le sue fascinazioni, dal Nilo alla Sicilia e dalla Cina alla Persia, all'India, al Portogallo, non c'è luogo che non abbia trasmesso ricchezza a Cesare Brandi, e a cui Brandi non abbia restituito un virgulto dell'anima, un anelito profondo di ammirazione o di innamorata indignazione. E del resto, non è questo, in definitiva, il viaggio? Un cimento, un palio che serve a mettere alla prova sé stessi in senso circolare, affinché sia mimato, nello spirito il meccanismo di contraddizione tra andata e ritorno, tra irrequietezza e bisogno di pace, tra angoscia o volontà del nuovo e tra nostalgia o rimpianto del passato? Di certo non può che essere così quando viaggio e letteratura s'incontrano in un così proficuo idillio amoroso. L'icona Steve Jobs a Civitanova Marche Al festival «Popsophia» (che propone una scorpacciata di mostre in città) «Il vangelo secondo Steve Jobs. Apple tra tecnica e filosofia»: da oggi al 31 ottobre una mostra per raccontare una rivoluzione tecnologica e culturale, un'icona pop, una nuova filosofia. Tra le opere l'icona realizzata da Marc Burckhardt (nella foto) INBREVE CULTURE GIANCARLOLIVIANO D'ARCANGELO ROMA INVITOALLA DANZA Il«Lago»delballetto diSanPietroburgo Per la primavolta in Italia, arriva a Roma,nell'ambitodi «Invitoalla Danza» aVilla Pamphilj, il Ballettodi San Pietroburgocon «Il lagodeicigni», capolavorodi Petipa/Ivanovsu musica immortaledi Ciaikovskij. La compagnia èstata fondatanel 1990 dauna famiglia di solistidel TeatroMariinsky, iBruskin, conpiù di centoanni di storia. Il cast dellacompagniaècomposto da solisti formatinella celebre Accademia Vaganova, la più antica scuola di balletto fondata nel 1738. L'appuntamentoèper stasera alle21,30. ... Nonc'èPaeseacui l'autore nonabbiarestituito unvirgultodell'anima ounanelitodiammirazione Come diventare Disney dagrandi NICOLETTABRASCHI Incidented'auto aCesenaper l'attrice Nicoletta Braschiè stata ricoverata a Cesena lunedì, dopo un incidente d'automentresi trovava nellacittà romagnola.Ha riportato traumial volto, manonè graveed è stata dimessa ieri pomeriggio.Secondo la ricostruzione dell'incidente, il conducentedell'auto su cuiviaggiava l'attrice,mogliedi RobertoBenigni, è finito contro un palo della luce, forseabbagliatodal riverberodel sole. L'autosi è ribaltata edè andata completamentedistrutta. Lievementeferito l'autista. LARASSEGNA ScenediGreciadaoggi aTeatridiVita Cinema,musiche, teatri,danze, lettere ecibi daunpaeseche resiste e sorprende.Agli artistigreci Teatridi Vita dedica luglio (fino al 29),accogliendoli nel suoparco.Li affiancherà il nuovo lavorosu Copi diAndrea Adriatico. NAOMIWATTS-LADY D. L'attricegira aTrieste«Diana» Oggie domaniNaomiWatts saràa Triesteper girare il filmdi Oliver Hirschbiegeldedicatoallaprincipessa Diana. Il Caffèdegli Specchidiventerà l'HotelRitzdi Parigi,dacui LadyD. e DodiAlFayed uscirono inseguiti dai paparazzinellanottedel 31agosto 1997.«Sono eccitata e onoratadi interpretare il ruolo diuna donna veramentestraordinaria, che haavuto un impatto positivo e profondosulla vitadellepersone», ha dichiarato l'attrice. Tuttoscorre come il viaggio GliscrittidiCesareBrandi suimille luoghida luivisitati PoesiaeresocontiDallaGreciaallaPersiaumanità enaturaunitenel loro«rendezvous»sempiterno sonoi temiprofondidell'interaopera OCCUPYCINECITTÀ Lamobilitazione continua I sindacatie i lavoratoridegli Studidi Cinecittàhanno deciso,al termine dell'assembleatenutasi ieri,di continuare la mobilitazionee l'occupazionedella sededi via Tuscolana in attesadellaconvocazione del tavolodi confrontoproposto dal ministroOrnaghi e diconoscere le reali prospettivedi risoluzione della vertenza.Solidarietà daSel: «Tutte le Istituzionidevono stringersiattorno a questamobilitazione,a rischioè il futurodell'industria cinematografica dellaCapitale». Disegnareè terapeuticoe riservasorprese.Puòservireacalmare i bambini,a farli starbuonicon l'aiutodi un fogliodi cartae qualche pastello.È successo a Hergé, quando i genitori lo portavano in visita dai parenti un po' noiosi e lui scalpitava. La sorpresa è che, cominciando proprio da quegli schizzi, è cresciuto un maestro che, con Tintin, ha illuminato il mondo. Non accadrà così a tutti, perché il talento è un'altra cosa, ma ci si può provare, magari con l'aiuto di un buon manuale come Fumetto Disney - Manuale di sceneggiatura e disegno (Disney Libri, pagine 240, euro 16,90) e tentare di diventare come Disney, anche se è noto che zio Walt, poco disegnava e molto pensava, fornendo idee a tanti straordinari disegnatori della sua factory. Il libro non è soltanto una guida pratica per imparare tecniche e trucchi del mestiere di fumettista, ma è anche una godibile lettura per chi vuole capire come nascono e funzionano i personaggi a fumetti. E scoprire, ad esempio, le differenze tra la postura di Topolino o quella di Paperino; o perché le bocche piccole e contratte caratterizzano meglio i personaggi cattivi come la matrigna di Cenerentola; o ancora perché le W.i.t.c.h. abbiano gli occhioni così grandi. Inoltre il volume si rivela prezioso per capire il significato di termini tecnici come «model sheets», «ballon fulminato», «tartufo» (il naso tipico degli animali antropomorfi in stile Disney). Il manuale, realizzato da disegnatori della Disney (eredi della tradizione dell'Accademia Disney che ha avuto tra i suoi maestri il grande Giovan Battista Carpi) e arricchito con tavole e contributi di De Agostini Publishing Italia, si articola in due sezioni: Carta & Matita, espressamente dedicato a chi vuol disegnare, e Carta & Penna, per chi vuole imparare come si scrive e si sceneggia una storia a fumetti. r.pallavicini@tin.it ILCALZINODI BART RENATO PALLAVICINI U: 22 giovedì 12 luglio 2012
Per la terza volta in tregiorni il presidente del-la Repubblica è torna-to sulla necessità di ar-rivare alla riforma del-la legge elettorale nei tempi, ormai brevi, concessi da una fine della legislatura che incombe. Napolitano è tornato ad incalzare i partiti e li ha richiamati a una responsabilità che pure essi si erano assunti proprio con lui all'inizio dell'anno e che poi, per interessi contrapposti, non è finora arrivata a buon fine. Prima la lettera ai presidenti delle Camere in presenza del fatto incontrovertibile che «stanno purtroppo trascorrendo le settimane senza che si concretizzi la presentazione in Parlamento della legge elettorale anche rimettendo a quella che sarà la volontà maggioritaria delle Camere la decisione sui punti che non risultassero oggetto di più larga intesa preventiva e rimanessero quindi aperti ad un confronto conclusivo». Poi l'impegno richiesto ai partiti di rassicurare l'Europa oltre la scadenza naturale della legislatura impegnandosi nella continuità delle scelte del governo Monti. E infine, ieri, la sollecitazione a «una intesa o comunque ad un confronto conclusivo nella sede parlamentare», lì dove ognuno sarà chiamato, al di là del risultato dei confronti avvenuti «nell'ambito di consultazioni riservate tra partiti» alla propria responsabilità di dare al Paese una legge elettorale che cambi quella attuale, non a caso definita Porcellum e sconfessata da tutte le forze politiche, a cominciare da quelle che avevano dato un contributo determinante alla stesura. «Ho ritenuto che fosse ormai il momento di portare alla luce del sole l'esito dei tentativi di intesa che ci sono stati» ha detto il presidente Napolitano, lasciando Lubiana al termine della visita di Stato in Slovenia, ma evitando di entrare in valutazione dell'attuale situazione di confronto tra i partiti che potrebbe, ma anche no, portare a un accordo. Una valutazione della situazione «spetta a loro: io non ho notizie di accordi tentati, conseguiti in parte o falliti. Perciò mi sono rivolto ai presidenti delle Camere chiedendo anche il loro sforzo di persuasione verso le forze politiche». IDIECIGIORNI Lo scossone provocato dalle parole di Napolitano ha sortito l'effetto di un rinnovato impegno delle forze politiche, ufficialmente mai negato, a trovare una soluzione anche se i tempi ristretti rischiano di diventare la foglia di fico per chi una soluzione non è intenzionato a trovarla. Sono dieci i giorni a disposizione della commissione Affari Costituzionali del Senato, il ramo del Parlamento cui tocca avviare l'iter al di là di ipotizzato braccio di ferro con Montecitorio, per mettere a punto un testo da presentare in Aula capace almeno di arrivare ad una sintesi nonostante le posizioni dei partiti siano ancora distanti. La necessità di giungere a un'intesa o, comunque, a un confronto conclusivo non c'è nessuno che non la sostenga. Ma il pessimismo sembra essere il sentimento prevalente. «La situazione è difficile e non sono certo che si arrivi ad una soluzione», ha detto il presidente della commissione, Carlo Vizzini, per cui «è giusto riportare nella sua sede naturale una materia che è come un libro giallo... e non si sa nemmeno se leggerete l'ultima pagina». Anche i due correlatori, Lucio Malan (Pdl) ed Enzo Bianco (Pd), non nascondono la loro preoccupazione per un buon esito. Malan: «Un romanzo aperto». Bianco, un ottimista di natura si dice alle prese con «una mission impossibile». Quest'oggi il comitato ristretto comincerà a lavorare e i nodi, a cominciare dalle preferenze fino al semipresidenzialismo e il doppio turno, verranno inevitabilmente «alla luce del sole». Per ora i partiti hanno confermato la disponibilità a cambiare nonostante nel dibattito a distanza continui a emergere una distanza difficile da colmare. ze, delle strategie. Le facce sui divani del Transatlantico di Montecitorio sono eloquenti. Gli Alfano boys, come Fitto e Crosetto, ma anche Frattini e Gelmini e Prestigiacomo, chi aveva lavorato nel tempo per pensionare il padre putativo e fare largo al nuovo, cioè Alfano, siedono distrutti e con lo sguardo fisso. Difficile per loro adesso tornare su quel carro là, quello di Silvio. Anche se Alfano lancia il ticket, è chiaro che Berlusconi saprà ricordare chi gli è stato fedelissimo senza se e senza ma. E chi invece ha osato criticarlo e spingerlo al pensionamento. I più giovani quindi, i quarantenni, che non sono però stati in grado in questi sette mesi di creare un vera alternativa. «Se Berlusconi torna è perché noi, i più giovani, non siamo stati capaci di affascinare l'elettorato» ammette un giovane alfaniano. Torna in fretta nella casa del padre Maristella Gelmini per cui «Berlusconi saprà fare la differenza». Ufficialmente nessuna voce si leva per contestare la discesa in campo. Ma in Transatlantico non si parla d'altro. E non mancano giudizi impietosi su come Alfano ha abbassato la testa dicendo: «Sarò io il primo a chiedere che torni in campo». Esultano invece i falchi della vecchia guardia, da Matteoli («non è una sopresa») alla Santanchè («con lui il 30 per cento è assicurato»). Perplesso Maroni: «Berlusconi scende in campo? Dove? A San Siro». Ma in realtà la Lega da qualche settimana sembra aver ritrovato un filo comune con il Pdl. Le variabili sono e restano molte. Prima di tutto la legge elettorale. «Alfano e Berlusconi, attendono di capire quale legge elettorale», spiega l'ex An Gasparri. Al Cavaliere serve un Porcellum ritoccato con le preferenze e premio di maggioranza alto al partito. Se poi il Parlamento dovesse approvare il semipresidenzialismo, il gioco è fatto. Poi le alleanze. Le liste civiche di area liberale (l'ultima di cui si parla porterebbe il nome del giornalista Oscar Giannino) potrebbero essere benzina per il motore della nuova Forza Italia, specchietti per recuperare consenso. Ma cosa farà adesso Casini? Difficile immaginare un fraseggio con il Cavaliere. In teoria Berlusconi in campo lo spingerebbe più verso Bersani, in un'ipotetica grossekoalition. Con il Terzo Polo ma senza Vendola né Di Pietro. ILCOMMENTO CLAUDIOSARDO continua a essere nella vita italiana, alla sua incapacità di darsi forme, assetti, leader moderni, a differenza di quanto accade in altre parti dell'Europa con conseguenze gravi sull'intero sistema politico italiano che, proprio per mancanza di una destra moderna - e quindi di una ordinaria dialettica democratica viene attratto in modo costante da pulsioni consociativistiche, tendenzialmente trasformistiche, sempre uguali a se stesse, riproposte negli assemblaggi più diversi, ma con uno scopo costante: tenere lontano le sinistre dall'assunzione di responsabilità dirette di governo. Non è un mistero, del resto, che lo stesso Berlusconi, preoccupato per lo stato di disgregazione del suo movimento, abbia puntato molte sue carte su un governo di Grande coalizione guidato da Monti, pur tenendo sempre aperta la possibilità di una sua diretta «discesa in campo», quando avesse verificato l'indisponibilità della prima ipotesi, come ora sembra accaduto. Sono facce di una stessa politica, di una medesima strategia, da giocare, l'una o l'altra, a seconda dello sviluppo della situazione. Le cose sono dunque in movimento, sulla destra dello schieramento politico; né è difficile immaginare il peso che in questa accelerazione possono aver avuto le dichiarazioni di Monti a Bruxelles e le vicende sia della legge elettorale che della Rai - unum et idem per Berlusconi. Non è un quadro piacevole, con una postilla non trascurabile. Se davvero persiste su questa linea, e si presenterà alle elezioni come capo e candidato premier e del Pdl, Berlusconi contribuirà, di fatto, a mettere in crisi l'ipotesi di Grande coalizione su cui hanno puntato, e continuano a puntare tanti esponenti delle tradizionali classi dirigenti italiane. Non è detto che persista su questa linea, né che possa ottenere in questo modo risultati elettoralmente significativi: è stato troppo attratto, e per troppo tempo, dalle «alcinesche» seduzioni dei tecnici. E soprattutto l'Italia resta nel pieno della crisi. Ma una cosa è andare alle elezioni con una ipotesi di Grande coalizione, un'altra con forze che si disputano il governo del Paese in un orizzonte bipolare, cioè nella prospettiva di una moderna democrazia competitiva. Né può esserci dubbio sulla scelta da fare: è di una normale, ordinaria dialettica democratica che oggi ha bisogno l'Italia. . . . Vizzini: «È come un libro giallo ma non sappiamo se arriveremo all'ultima pagina» SEGUEDALLAPRIMA Purtroppo questo rischio c'è. Anzi, è un rischio molto alto. E speriamo che la buona volontà e il buon senso riescano infine a prevalere, dopo l'ennesima, estrema spinta che il Capo dello Stato ha dato al Parlamento. L'argomento ricorrente usato a sostegno del premio di coalizione è che i cittadini sarebbero così posti nelle condizioni di conoscere in anticipo le alleanze tra i partiti, e dunque disporrebbero di maggior potere. Che si tratti di un argomento estremamente fragile è dimostrato dall'intero ciclo della Seconda Repubblica. Le alleanze si sono composte e sfasciate in Parlamento come prima, hanno prodotto molto più trasformismo di prima e hanno recato danni istituzionali assai maggiore di prima (basti pensare che un partito ha incassato il premio di coalizione e poi, nella stessa legislatura, è finito all'opposizione). La verità è che il premio di coalizione è stato, nella torsione plebiscitaria di Berlusconi, il surrogato di un presidenzialismo di fatto, il trampolino su cui lanciare il mito del premier «eletto direttamente». Questo è il cuore, o forse sarebbe meglio dire il morbo, del Porcellum. Non c'è Paese democratico in cui le elezioni non siano competizione tra partiti. E ovviamente non c'è Paese dove i partiti nascondano le proprie intenzioni (cioè il leader e le alleanze) agli elettori. Qualcuno davvero pensa che in Italia le forze politiche, in un sistema che torna normale dopo la stagione del Porcellum, farebbero domani la campagna elettorale senza dire nulla agli elettori? Sia in Germania, che in Gran Bretagna, che in Spagna, che in Svezia la sera del voto è chiaro a tutti (salvo eccezioni rarissime determinate da sostanziali pareggi, dunque dalal volontà del popolo) chi sarà il premier e quale sarà la composizione del governo. Non fa differenza il proporzionale pieno, il proporzionale corretto, il maggioritario assoluto: perché non è il modello elettorale a determinare il vincolo di maggioranza. La prova è semplice: in tutti gli altri Paesi le eventuali coalizioni reggono una legislatura senza avere il premio di coalizione, mentre da noi non reggono nonostante il premio. Tra gli imbrogli della Seconda Repubblica c'è anche questo: aver detto che il maggioritario di coalizione serviva a stabilizzare i governi. Una fesseria colossale e una mostruosità giuridica: per stabilizzare gli esecutivi servono regole parlamentari, come insegnava il costituente Perassi, ideatore della «sfiducia costruttiva» poi applicata in Germania. Il maggioritario di coalizione è stato il giogo per impedire ai partiti di avere autonomia politica, di rispondere direttamente ai cittadini, di contrastare il potere crescente delle oligarchie del Paese. È stato anche il cavallo di Troia dei partiti personali, della frammentazione esasperata, dunque dell'impotenza dei governi. Bisogna reagire. È difficile, costoso, ma guai a perdere l'occasione. Per il Pd è particolarmente difficile perché, in un passaggio così complicato, tornare a una decenza costituzionale rischia di indebolire la sua politica di alleanze. Ma il Pd è o non è il partito della Costituzione? Dalle difficoltà può anche nascere una virtù. Perché le primarie del Pd, da organizzare insieme a Sel e ai movimenti civici, non possono diventare il perimetro di un partito rafforzato e rinnovato? La possibilità di cancellare davvero il Porcellum esiste: lo hanno dimostrato le trattative di questi mesi. Si può dare un premio al partito primo arrivato (fino al 10%): non sarebbe un unicum europeo e non potrebbe mai consegnare il potere ad un partito privo di solide basi di consenso. Ancor meglio si può riprendere il modello «ispano-tedesco» che, pur senza premi, rafforza i partiti maggiori, tiene alto lo sbarramento e consente una eventuale maggioranza parlamentare senza troppi partiti. Cambiare si può. Il leader del Pdl Silvio Berlusconi FOTO DI ANDREW MEDICHINI/AP-LAPRESSE Silvio Berlusconi Premio di coalizione, malattia del sistema MARCELLACIARNELLI ROMA Il presidente Napolitano FOTO ANSA Legge elettorale, il Colle insiste «Intesa o parola alle Camere» «È arrivata l'ora di portare alla luce del sole il confronto tra i partiti» Al lavoro il comitato ristretto Sul dopo Monti: «Garantire gli impegni» giovedì 12 luglio 2012 5
Tornano sempre. Talvolta può essere veramente troppo. Quasi insopportabile. Pasquale De Lise, ad esempio: 75 anni, fino a febbraio scorso potentissimo presidente del Consiglio di Stato, era già rientrato in gioco a Natale nel ruolo di direttore generale dell'Agenzia delle infrastrutture stradali e autostradali voluta dal ministro Passera. Creatura superflua, oltre che costosa, nel panorama di tagli e risparmi imposto dal governo Monti e così subito messa da parte. Il 9 giugno il Grand Commis con ottime sponsorizzazioni a Palazzo Chigi, da Gianni Letta al suo erede Antonio Catricalà, è riemerso come l'araba fenice dalla meritata oltre che ben remunerata pensione, nel ruolo di membro dell'Autorità dei Trasporti, la potente struttura di cui l'Italia difetta da almeno sette anni - da tanto ce la chiede l'Europa - con il ruolo terzo di vigilare e regolare tariffe e servizi nel delicato settore dei trasporti. Il 9 giugno infatti il nome di De Lise è riemerso con quello di Mario Sebastiani e Barbara Marinara, due tecnici del settore, come membro dell'Authority. Lo sponsor di De Lise è stato ancora una volta il ministro Passera. Da quel giorno è iniziata una battaglia tutta parlamentare, capofila il Pd guidato da Michele Meta, per impedire la ratifica di quella nomina da parte delle commissioni parlamentari senza il cui via libera il Quirinale non può firmare la nomina. Una battaglia contro cui De Lise, e il governo, stanno facendo ogni tipo di resistenza possibile. E inspiegabile visto che a 75 anni De Lise potrebbe tranquillamente dedicarsi alla sua ricca pensione. Prima di capire i termini della battaglia, bisogna capire il perché dell'ostilità del Pd. De Lise infatti è diventato famoso al di fuori delle mura di palazzo Spada, sede del Consiglio di Stato, durante l'inchiesta sugli appalti del G8 alla Maddalena e dei Grandi Eventi gestiti dalla cricca di Balducci, Anemone e soci. In quell'inchiesta, in cui non è mai stato indagato, risultò un suo interessamento - ai tempi (2008) era presidente del Tar Lazio - nella storia delle piscine dei Mondiali di nuoto del gruppo Anemone. E una sua invidiabile capacità nell'acquistare e vendere immobili. Insomma, un profilo penalmente non rilevante ma forse discutibile. Per questo quando il suo nome emerge a Natale come direttore generale dell'Agenzia delle infrastrutture gli scudi si levano da ogni dove. I giornali si permettono di ricordare, e trascrivere, i colloqui telefonici e la mappa delle fortune immobiliari della famiglia De Lise. La proposta di Passera finisce nel dimenticatoio. Che rispunti fuori, in un ruolo e in un contesto simile, il 9 giugno fa sentire indiscutibilmente puzza di bruciato. E il Pd dichiara guerra. Solo contro tutti, però. Anche ieri sera, quando, convinto di aver sventato per sempre la nomina dell'ex presidente del Consiglio di Stato grazie al no vincolante della commissione Trasporti, si trova davanti il sottosegretario Improta che chiede un nuovo rinvio del voto «per approfondimenti». Rinvio a quando? Il punto è questo: se la commissione vota entro il 14 luglio, è necessaria la maggioranza di 2/3 e De Lise non avrebbe i numeri. Dopo quella data basta la maggioranza semplice. Per De Lise sarebbe il via libera. Il Pd rilancia e chiede al governo di «sostituire almeno uno dei tre nomi». Come dire: lo stallo ha un colpevole, occorre rimuoverlo. De Lise rinvia la bocciatura Il Pd dà battaglia Pasquale De Lise FOTO ROBERTO MONALDO / LAPRESSE Il governo ottiene un «approfondimento» prima di passare al voto sull'Authority dei trasporti CLAUDIAFUSANI cfusani@unita.it Dieci mesi fa - in piena decomposizione del governo Berlusconi - esordì alla Camera la puzza (tale da costringere a interrompere i lavori d'Aula), adesso - nel giorno in cui Monti parla di «guerra», per dire - è la caduta o il crollo. Quello di un pezzo di intonaco del soffitto della sala della Lupa, una delle più frequentate di Montecitorio. Un metro quadro di cielo, la venticinquesima parte dell'affresco raffigurante l'Allegoria di Roma, dipinto nel 1884 da Ignazio Perricci, venuto giù (per fortuna) nella notte. Impossibile appunto scampare all'allegoria o alla metafora, ragion per cui si procederà qui a brevi cenni di cronaca. La sala della Lupa, regno del presidente della Camera Fini è la sede in cui si celebrano i più importanti incontri e convegni e commemorazioni. Il punto del pavimento sul quale sono stati ritrovati i frammenti di intonaco, ieri mattina, coincide con quello in cui viene piazzata la sedia presidenziale di Giorgio Napolitano, quand'egli partecipa agli eventi. La sala è quella in cui nel giugno del '24 i deputati dell'opposizione decisero la protesta dell'Aventino contro il governo fascista dopo la scomparsa di Giacomo Matteotti. È anche quella in cui nel giugno del '46 fu proclamato il risultato del referendum sulla Repubblica. Federica Galloni, direttore regionale dei Beni culturali, dice che sull'affresco sarà applicata una «carta giapponese» per evitare che cadano altri pezzi, ma anche che «mancano i fondi» per la manutenzione costante che sarebbe necessaria. Ieri sera, non fosse crollato il soffitto, alle 19 avrebbe dovuto tenervisi la presentazione del libro del Papa «La carità politica. Discorsi agli uomini e alle donne impegnati nelle istituzioni civili». La carità, ecco. SUSANNA TURCO Sala della Lupa crolla il «cielo» giovedì 12 luglio 2012 11
TV 06.30 TG1. Informazione 06.45 Unomattina Estate. Attualita' 10.10 Unomattina Vitabella. Rubrica 11.00 Unomattina Storie Vere. Rubrica 12.00 E state con noi in TV. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show. 15.15 La magnifica coppa. Film Commedia. (2009) Regia di Michael Steinke. Con Christian Wol. 17.00 TG 1. Informazione 17.15 Heartland. Serie TV 18.00 Il Commissario Rex. Serie TV 18.50 Reazione a catena. Show. Conduce Pino Insegno. 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Techetechetè. Rubrica 21.20 Superquark. Documentario 23.35 Obiettivo Castrocaro. Show. Conduce Alessandro Greco. 00.25 TG 1 - NOTTE. Informazione 00.55 Che tempo fa. Informazione 01.00 Sottovoce. Talk Show. Conduce Gigi Marzullo. 01.30 Rai Educational In Italia. Educazione 02.00 Mille e una notte - Documenti. Documentario 07.10 Vite sull'onda. Serie TV 07.30 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 10.15 La complicata vita di Christine. Serie TV 10.35 Tg2 Insieme Estate. Rubrica 11.25 Il nostro amico Charly. Serie TV 12.10 La nostra amica Robbie. Serie TV 13.30 TG 2 E...state con Costume. Rubrica 13.50 TG 2 Si, Viaggiare. Rubrica 14.00 Senza Traccia. Serie TV 15.40 Due uomini e mezzo. Serie TV 16.00 Dal Senato “Question Time” interrogazioni a risposta immediata. Informazione 17.55 Rai TG Sport. Informazione 18.15 TG 2. Informazione 18.45 Cold Case. Serie TV 19.35 Ghost Whisperer. Serie TV 20.30 Tg2. Informazione 21.05 Private Practice. Serie TV Con Kate Walsh, Taye Diggs, Audra McDonald. 22.40 Brothers & Sisters. Serie TV 23.25 Tg2. Informazione 23.40 Rai 150 anni. Attualita' 00.40 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 00.50 Hawaii Five-0. Serie TV 01.40 Meteo 2. Informazione 07.00 TGR Buongiorno Italia. 07.30 TGR Buongiorno Regione. Informazione 08.00 Il delitto Giovanni Episcopo. Film Drammatico. (1947) Regia di Alberto Lattuada. Con Aldo Fabrizi. 09.30 La Storia siamo noi. Documentario 10.35 Cominciamo Bene. Rubrica 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. Informazione 12.15 Cominciamo Bene. Rubrica 13.10 La strada per la felicita'. Soap Opera 14.00 Tg Regione. / TG3. Informazione 14.55 Ciclismo: Tour de France 11a Tappa: Albertville - La Toussuire Les Sybelles. 18.00 GEOMagazine 2012. Documentario 19.00 TG3. / Tg Regione. Informazione 20.10 Cotti e mangiati. Sit Com 20.25 Blob. Rubrica 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 Sulle tracce del crimine. Serie TV Con Xavier Deluc, Virginie Caliarì, Kamel Belghazì, Chrystelle Labaudi. 23.00 Tg Regione. Informazione 23.05 Tg3 Linea notte. Informazione 23.45 Il figlio del gangster. Film Drammatico. (1976) Regia di José Giovanni. Con Alain Delon, Charle Vanel, Carla Gravina. 01.20 Rai Educational - Cult Book. Reportage 06.50 Magnum P.I. Serie TV 07.45 Più forte ragazzi. Serie TV 08.40 Sentinel. Serie TV 09.50 Monk. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Cuore contro cuore. Serie TV 12.55 Distretto di Polizia I. Serie TV 13.50 Forum. 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Con Sylvia Leifheit, Thomas Schar. 16.11 Un paradiso per due. Film Tv Commedia. (2009) Regia di Pier Belloni. Con Vanessa Incontrada, Giampaolo Morelli, Laura Esquivel. 18.45 Il Braccio e la Mente. Gioco a quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.40 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 21.21 Le pagine della nostra vita. Film Drammatico. (2004) Regia di Nick Cassavetes. Con Ryan Gosling, Rachel McAdams, Sam Shepard. 23.47 Segreti. Film Drammatico. (1997) Regia di Jocelyn Moorhouse. Con Jessica Lange, Michelle Pfeier, Jennifer Jason Leigh. 00.19 Tgcom. Informazione 00.20 Meteo 5. Informazione 06.30 Il mondo di Patty. Serie TV 07.20 Hannah Montana. Serie TV 08.10 Cartoni Animati. 10.30 Dawson's Creek. Serie TV 12.25 Studio aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 Futurama. Cartoni Animati 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 Dragon ball. Cartoni Animati 15.00 Gossip girl. Serie TV 15.55 Le cose che amo di te. Serie TV. 16.45 Friends. Serie TV 17.35 Mercante in fiera. Gioco a quiz 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.25 C.S.I. New York. Serie TV 21.10 Human Target. Serie TV Con Mark Valley, Jackie Earle Haley, Chi McBride. 22.05 Human Target. Serie TV 23.00 Nightmare. Film Horror. (2010) Regia di Samuel Bayer. Con Jackie Earle Haley, Kyle Gallner, Rooney Mara. 23.57 Tgcom. Informazione 01.00 Nip/tuck. Serie TV 07.00 Omnibus Estate 2012. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. Conduce Tiziana Panella, Enrico Vaime, Paolo Sottocorona. 11.10 Ti ci porto io (R). Rubrica 12.30 I menù di Benedetta (R). Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Movie Flash. Rubrica 14.10 Mister mamma. Film Commedia. (1983) Regia di Stan Dragoti. Con Michael Keaton. 16.10 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 18.00 I menù di Benedetta (R). Rubrica 18.55 Cuochi e fiamme. Show. Conduce Simone Rugiati. 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 In Onda. Talk Show. Conduce Filippo Facci, Natasha Lusenti. 21.10 Ricky & Barabba. Film Commedia. (1992) Regia di Christian De Sica. Con Christian De Sica, Renato Pozzetto. 23.00 La valigia dei sogni. Rubrica 23.40 N.Y.P.D. Blue. Serie TV 01.40 Movie Flash. Rubrica 01.45 Cold Squad. Serie TV 03.15 In Onda (R). Talk Show. Conduce Filippo Facci, Natasha Lusenti. 21.10 Un tuo nel passato. Film Commedia. (2010) Regia di S. Pink. Con J. Cusack R. Corddry. 22.55 Come l'acqua per gli elefanti. Film Drammatico. (2011) Regia di F. Lawrence. Con R. Witherspoon R. Pattinson. 01.00 Limitless. Film Fantascienza. (2011) Regia di N. Burger. Con B. Cooper. SKY CINEMA 1HD 21.00 Le cronache di Narnia: Il principe Caspian. Film Fantasia. (2008) Regia di A. Adamson. Con T. Swinton B. Barnes. 23.35 Balla con noi. Film Musical. (2011) Regia di C. Bomoll. Con A. Bellagamba A. Montovoli. 01.30 Il castello errante di Howl. Film Animazione. (2004) Regia di H. Miyazaki. 21.00 Prima e dopo. Film Drammatico. (1996) Regia di B. Schroeder. Con L. Neeson M. Streep. 22.55 Bond of Silence. Film Drammatico. (2010) Regia di P. Werner. Con K. Raver G. Grunberg. 00.30 Amore & altri rimedi. Film Metrica/Poesia. (2010) Regia di E. Zwick. Con J. Gyllenhaal A. Hathaway. 18.40 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.40 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.05 Ben 10. Cartoni Animati 20.30 Ninjago. Serie TV 20.55 Adventure Time. Cartoni Animati 21.20 Brutti e cattivi. Cartoni Animati 21.45 The Regular Show. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Marchio di fabbrica. Documentario 19.30 Marchio di fabbrica. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Top Gear USA. Documentario 22.00 Deadliest Catch. Documentario 23.00 La febbre dell'oro: Mare di Bering. Documentario 18.55 Deejay TG. Informazione 19.00 Una splendida annata. Show. 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Una splendida annata. Show. 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 Lincoln Heights. Serie TV 23.30 Jack Osbourne No Limits. Reportage DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.20 La vita segreta di una Teenager Americana. Serie TV Con Shailene Woodley, Kenny Baumann, Mark Derwin. 21.10 I Soliti Idioti. Show. 22.50 Mike Judge's Beavis and ButtHead: Il Ritorno. Serie TV 23.40 Speciale MTV News: Story of The Day. Informazione MTV RAI 1 21.20: Superquark Rubrica con P. Angela. I più grandi misteri del creato, spiegati in modo semplice da grandi esperti. 21. 05: Private Practice Serie Tv con K. Walsh. Bizzy è di nuovo in città, e pretende che Addison salvi il suo compagno. 21.05: Sulle tracce del crimine Serie Tv con X. Deluc. Sii fa luce su casi complessi e delicati: sottrazioni di minori, rapimenti, omicidi. 21.10: L'urlo dell'odio Film con A. Hopkins. Un miliardario porta in Alaska la moglie e il fotografo che la deve immortalare. 21.21: Le pagine della nostra vita Film Drammatico con R. Gosling. Tratto dall'omonimo romanzo di Sparks: per tutti gli amanti del sentimentale. 21.10: Human Target Serie Tv con M. Valley. Chance prosegue le ricerche del fratello di Aaron. 21.10: Ricky & Barabba Film con R. Pozzetto. Un finanziere sull'orlo della rovina e del suicidio viene salvato da un barbone. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY ALL'IDEA CHE DAVVERO IL POVEROALFANO AVREBBE GUIDATO IL PDL (QUALUNQUE COSA o sigla possa diventare) non ci ha creduto mai nessuno. E forse meno di tutti Alfano. Ma il fatto che Berlusconi faccia circolare la sua intenzione di ricandidarsi come niente fosse, sfoderando i soliti sondaggi ad personam e magari un altro contratto da Bruno Vespa, lascia ugualmente stupefatti. Soprattutto perché tutto è avvenuto nello stesso giorno in cui il premier in carica ha ricordato la terribile umiliazione subita dall'Italia in sede europea ai tempi in cui Berlusconi sosteneva che tutto andava bene, madama la marchesa, e i ristoranti erano sempre pieni. Ora, naturalmente, i berluscones incaricati diranno che Monti parla perché ha in mente di farsi un suo partito, anzi lo ha già fatto e aspetta solo il momento buono per presentare le liste. Anche se lui ha appena dichiarato che non intende candidarsi allo scadere del suo mandato. Ma si dà ormai per scontato che, in politica, tutti siano come Berlusconi: dire e smentire, ma soprattutto mentire a piacimento. Tanto, anche se milioni di persone hanno sentito la dichiarazione in tv, hanno tutti la memoria corta. Perché noi italiani siamo tutti smemorati di Collegno e due mogli (o due mariti) si contendono il nostro cuore e soprattutto il nostro modello 730. Anche se è veramente troppo credere che il popolo sia così bue da farsi infinocchiare un'altra volta dal vecchio sporcaccione, coi suoi castelli in aria e i piedi ben piantati nei suoi (e nostri) terreni televisivi. Lui però fa finta di crederci, sperando in questo modo di spingere gli avversari a quelle cosiddette larghe intese che gli consentirebbero di governare anche non essendo votato. Dopo aver dimostrato di non saperlo fare neanche disponendo della più ampia maggioranza della storia repubblicana, tuttora controllata, benché ottenuta a caro prezzo sul libero mercato. L'Italiaumiliata inEuropa e l'annuncio del ritorno delCavaliere FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO U: giovedì 12 luglio 2012 21
DI CHE SQUADRA SIETE? ORMAI LA GUERRA NON SI COMBATTEPIÙTRABEATLESIANIESTONSIANI, ILTEMPOHAPORTATOAGALLALAPICCOLATRUFFACHEFU QUELLO SBANDIERATO ANTAGONISMO. Ora si vota per Keith o per Mick, che si fronteggiano a distanza, sornioni e furbi come faine, facendo crescere l'ansia per la loro taumaturgica eventuale riapparizione assieme. Oggi, esattamente cinquanta anni fa, il 12 luglio del 1962, quattro ragazzi suonarono assieme per la prima volta sul palco del Marquee di Londra dando vita alla leggenda dei Rolling Stones. Adesso superstar pensionate, allora ragazzini scapestrati con tutto il futuro davanti: «l'inverno del ‘62 fu bello tosto racconta Jagger - arrivammo al punto di dover mettere dello scotch sugli squarci delle braghe». E oggi? Che faranno quei quasi settantenni ultra milionari? Ci sarà o no la benedetta reunion celebrativa? Mai! Risponde Jagger, soprattutto dopo quello che ha dichiarato Richards nella sua totemica autobiografia Life, dove non va per il sottile quando parla del collega. E l'altro? Gigioneggia, divaga, si astiene. Nel frattempo, il mondo ripassa la loro storia grazie a tre uscite editoriali che li riguardano. L'ultima, l'unica che Richards ha dichiarato di apprezzare («lo posso leggere per dire: yeah è andata proprio così», dichiara in copertina) è la la bio scritta da Stanley Booth Le vere avventure dei Rolling Stones, appena ripubblicata da Feltrinelli (la prima volta uscì nel 1984). Un volume di oltre cinquecento pagine che si concentra sugli anni cruciali 1968-1969 e termina con la tragica morte del chitarrista Brian Jones e il terribile concerto di Altamont, durante il quale il servizio di sicurezza gestito dagli Hell's Angels scatenò l'inferno e persero la vita tre persone. Ed è proprio la fotografia di quegli anni Sessanta, simbolicamente chiusi con la perdita dell'innocenza e la spensieratezza ad Almont, che fa di questa ristampa un ottimo documento per capire a fondo chi erano gli Stones: unici perché frutto di un'epoca-epopea unica e irripetibile. Anni in cui giovani e selvaggi tra un sold out e un altro se ne scappavano con le rispettive fidanzate (Marianne Faithfull e Anita Pallemberg) tra il Perù e il Brasile e Keith faceva in tempo a scrivere Honky Tonk Woman ispirandosi ai cowboy neri della Pampas. Anni in cui, già famoso, Keith si sentiva atterrito e adorante quando si trovava in presenza di Chuck Berry e in cui, tutti e quattro strabiliati, non riuscivano a credere di poter suonare assieme al loro idolo Bo Diddley. Un libro fitto di punti di vista alternativi, come quello del decano del british blues Alexis Korner per cui il vero «mostro» degli Stones era il chitarrista Brian Jones: «All'inizio Brian, ben più di Mick, rappresentò l'immagine dell'aggressione negli Stones (…) quando Brian arrivava sul palco incitava ogni maschio presente in sala a colpirlo»; e di dettagli sugli esordi: «Stiamo cercando di far decollare questa band, ma senza nessuna speranza concreta. In quel momento usciva il primo disco dei Beatles e noi eravamo veramente depressi». QUELLASERATAALMARQUEE Dichiarazioni raccolte proprio poco prima quel 12 luglio del 1962, quando la serata al Marquee (che allora serviva per racimolare due soldi e sopravvivere un altro po'), sarebbe diventata il trampolino di lancio di una leggenda. E fa sorridere leggere come Korner considerasse Jagger «non un granché come cantante, proprio come lo è adesso in linea di massima» soprattutto sfogliando un altro volume, MickJagger-Glieccessi,la pazzia, il genio di Christopher Andersen (Sperling & Kupfer), volume ben più celebrativo e virato sul lato scandalistico-gossip del Jagger amatore da guinness dei primati (ma come diavolo avrà fatto ad avere quattromila donne, fare tutti quei dischi e quei concerti?). Vien da pensare che il modo migliore per celebrare questi giganti capricciosi sia ascoltarsi uno dei loro ventidue album ufficiali (parliamo solo di quelli registrati in studio, dall'esordio del 1964 a ABiggerBang) e sfogliare le tantissime immagini protagoniste del mastodontico volume di Rizzoli 50: 350 pagine di foto spettacolari con brevi ed esaustive didascalie, dai primissimi tempi fino al 2007. Cinquant'anni di storia della musica popolare e del costume. E domani? U: COMPLEANNI Mezzosecolo daStones Il12 lugliodel 1962salirono sulpalcoper laprimavolta Seriedi tatuaggi«Rolling Stones» LIBRINELPALLONE : Leemozionidelcalcio inquarantascrittorie laRomadaridere diKansasCity1927 P.18 ARTEESCIENZA : ALondra lesculture«matematiche» diHenriMoore P.19 L'INTERVISTA : PaulWellerpiùarrabbiatochemai P.20 AspettandounareunioncheadettadiJaggernoncisarà mai,mentreRichardsdivagaesparladelcollegasu«Life» Intanto ilmondoripassa la lorostoriagrazieatre libri SILVIABOSCHERO . . . La morte del chitarrista Brian e la tragedia di Altamont segnarono la perdita di innocenza negli anni Sessanta giovedì 12 luglio 2012 17
nuvolaital iana. i t c l o u d p e o p l e . i t Seguici su: 8 giovedì 12 luglio 2012
24 giovedì 12 luglio 2012
Fujtevenne!». Andate via,finché siete in tempo, di-ceva trent'anni fa Eduar-do De Filippo ai giovaninapoletani che gli chiede-vano cosa fare in una città devastata dal (dopo) terremoto e da una rapidissima deindustrializzazione. Napoli sta rinunciando al suo futuro. E l'unica prospettiva per voi giovani napoletani è andare via. «Fujtevenne!». Sembra dire Fernando Ferroni, coraggioso presidente dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, ai giovani ricercatori che hanno appena contribuito a intercettare il «bosone di Higgs» – una delle scoperte più importanti degli ultimi decenni in fisica – e che, quasi in premio, hanno subito un drastico taglio al bilancio del loro Ente e, di conseguenza, alle loro ricerche. L'Italia sta rinunciando al suo futuro. E l'unica prospettiva per voi giovani italiani è andare via. Che la spending review del governo abbia colpito duro il settore della ricerca (ma anche quello dell'università) sono i numeri a dirlo. L'Istituto Nazionale di Ricerca sugli Alimenti e la Nutrizione (INRAN), vigilato dal ministero dell'agricoltura, è stato soppresso. Non si conosce, allo stato, quale sarà la sorte dei singoli ricercatori (che intanto, per protesta, sono saliti sui tetti). Mentre i 12 enti vigilati dal ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca hanno subito tagli ai fondi ordinari che, per il 2012, ammonteranno a 19 milioni di euro su un bilancio complessivo che ammonta a oltre 1.400 milioni di euro. Non sembra molto: una sforbiciata inferiore all'1,4%. Ma occorre tenere in conto che interviene a metà anno. Mentre i programmi di ricerca sono già in corso. E molte spese già effettuate. I tagli saranno maggiori nel 2013 e nel 2014, quando saliranno a 102 milioni per anno. Una diminuzione dei fondi ordinari pari al 7,3% nel 2013 e al 7,8% nel 2014. Se si considera che una parte notevole del bilancio di quasi tutti gli enti pubblici di ricerca è costituita dagli stipendi dei ricercatori (in genere, piuttosto anziani) ed è dunque incomprimibile, il risultato è chiaro: verranno sacrificati gli investimenti in ricerca e i giovani con contratto precario. L'Infn, quello del “bosone di Higgs”, vedrà ridotti in particolare il suo budget ordinario di oltre 9 milioni di euro (3,8%) nel 2012 e di 24,3 milioni (10,1%) nel 2013 e nel 2014. E questo per il semplice motivo che è stato così bravo da raggiungere un'alta percentuale di spesa in ricerca e da minimizzare la spesa per gli stipendi. La (doppia) virtù – scientifica e amministrativa – è stata punita. Il governo ha per ora sospeso ogni decisione su eventuali altre soppressioni, con accorpamento dei ricercatori presso altri istituti. Ma restano in pre-allarme l'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), i cui ricercatori per numero e qualità delle pubblicazioni scientifiche risultano i migliori d'Italia e tra i più bravi al mondo, l'a Stazione Zoologica “Anton Dohrn” di Napoli (il più antico centro di biologia marina al mondo), l'Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale (OGS) di Trieste. Ora la soppressione con accorpamento di questi Istituti difficilmente farebbe risparmiare anche un solo euro. Anzi, come spiega Giovanni Bignami, presidente dell'Inaf, in un editoriale pubblicato su La Stampa, quasi certamente produrrebbe costi aggiuntivi. In ogni caso il rischio che vadano distrutte competenze scientifiche e messi in crisi progetti di ricerca (per lo più internazionali) è elevatissimo. Una punizione non meritata per chi lavora in queste Enti e produce nuova conoscenza. Aggiungiamo a questi il taglio ulteriore di ben 200 milioni di euro per le università (che costituisce la rete primaria di ricerca nel nostro paese), che – come ricordava Walter Tocci ieri su l'Unità – si aggiunge ai 400 milioni già decisi dal governo Berlusconi e ai 150 milioni di tagli per borse di studio e attività ricerca. Per recuperare questi soldi, le università hanno una sola possibilità: raddoppiare le tasse di iscrizione. Scaricare sugli studenti il peso dei tagli. Una simile situazione è grave in sé. E dovrebbe scatenare un dibattito serio e appassionato nel Paese. A ogni livello: politico, sociale e culturale. Ma c'è di più. Il combinato disposto di queste scelte dimostra che neppure il governo dei tecnici ha compreso qual è la causa profonda del declino economico e non solo economico dell'Italia: un declino che dura senza soluzione di continuità da vent'anni. Non abbiamo compreso che nell'era della «nuova globalizzazione» non c'è più posto per la vecchia specializzazione produttiva dell'Italia. Che non possiamo più pensare anche solo di galleggiare continuando a produrre con le nostre industrie beni a media e bassa tecnologia. Perché da quasi vent'anni, appunto, abbiamo perso i due vecchi fattori competitivi: il basso costo relativo del lavoro e una moneta debole, svalutabile a piacere. Oggi abbiamo un costo relativo del lavoro alto rispetto alla gran parte dei paesi a economia emergente e in via di sviluppo. E abbiamo l'euro: una moneta che, nonostante tutto, è molto forte. E comunque non svalutabile a piacere. In questa situazione il declino può essere solo momentaneamente rallentato, non certamente invertito, adottando il “dumping sociale” teorizzato da molti liberisti: ovvero comprimendo il costo del lavoro e il sistema di welfare. Se vogliamo dare ai giovani italiani – gli adulti di domani – una piccola chance occorre che l'Italia impari a competere nei settori dell'industria, dell'agricoltura e dei servizi ad alto tasso di conoscenza aggiunto. Ma per fare questo occorre investire. Soprattutto nei settori della ricerca e dell'alta formazione. È quello che ha fatto la Germania solo un anno fa: a fronte di tagli al bilancio pubblico per 80 miliardi di euro, ha aumentato gli investimenti in ricerca e università di 13 miliardi di euro. È quello che sta facendo la Corea del Sud, che in appena trent'anni è passata da un numero di laureati nella fascia di età giovanile (tra i 25 e i 34 anni) inferiore al 10% nel 1980 a una percentuale monstre del 63% nel 2010. re neminecontradicende). La riammissione degli emendamenti non ferma per altro le trattative tra la maggioranza e il governo sulla riformulazione di alcuni emendamenti. Al di la delle norme sul lavoro, il decreto sviluppo da oggi sarà oggetto di esame delle commissioni Finanze e Attività produttive. Sotto la scure dei presidenti di commissione sono rimasti comunque 887 dei 1.901 emendamenti depositati nei giorni scorsi al decreto. Il ricorso alla bocciatura era stato presentato dal presidente della Commissione Lavoro, Silvano Moffa e da tutti i capigruppo. Nel ricorso si sottolineava che l'emendamento è «chiaramente finalizzato a favorire un miglior funzionamento del mercato del lavoro e, conseguentemente, a favorire lo sviluppo economico». Una cosa è sicura. I tempi dell'esame del decreto Sviluppo si allungano. Slitterà infatti di una settimana l'approdo in aula alla Camera del decreto. Su richiesta delle commissioni, infatti, la capigruppo di Montecitorio ha stabilito che andrà in aula lunedì 23 luglio anzichè mercoledì prossimo. I presidenti delle commissioni Finanze e Attività Produttive della Camera hanno scritto una lettera chiedendo ai presidenti dei gruppi di avere ancora la settimana dal 16 al 20 per l'esame del provvedimento. TERMINI IMERESE PIETROGRECO Un colpo mortale alla scienza e al futuro dei giovani «La riforma della geografia giudiziaria è una misura imprescindibile per realizzare un assetto organizzativo più moderno» e rappresenta «il vero cambio di marcia»: così il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, partecipando ad un convegno organizzato dall'Udc sulla giustizia civile per la crescita e lo sviluppo del Paese. «È dunque necessario che il suo iter venga portato a termine con rigore e che le dimensioni dell'intervento non siano ridotte. Siamo consapevoli - ha detto Squinzi - delle fortissime resistenze localistiche e corporative che vi si frappongono, ma l'importanza dell'intervento è tale da non permettere arretramenti». Il presidente di Confindustria ha, quindi, sottolineato «la convinzione che l'efficiente funzionamento del sistema giudiziario sia un fattore determinante di competitività del sistema produttivo, oltre che di attrazione di investimenti dall'estero». Inoltre Squinzi ha evidenziato «con favore anche le innovazioni introdotte con il dl sviluppo, che contiene misure importanti per migliorare l'efficienza della giustizia civile. Gli interventi sul giudizio di appello rappresentano una misura essenziale. L'appello costituisce, infatti, il vero collo di bottiglia della giustizia italiana. Condividiamo queste misure perché vanno nella direzione auspicata dalle imprese di ripensare il principio dei tre gradi di giudizio per ogni tipo di lite, in modo da ridurre il livello patologico della domanda di giustizia e accelerare i tempi dei processi. Pertanto auspichiamo che se vengano confermate dal Parlamento in sede di conversione, seppure con i correttivi eventualmente necessari per chiarirne la portata applicativa». Siparietto tra il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini e il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi poco dopo. In attesa dell'arrivo al convegno del ministro della Giustizia Paola Severino, Casini rivolto alla platea con una battuta ha sottolineato: «Abbiate fede nel governo». «Sempre fede», ha aggiunto subito dopo il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi. Il riferimento alla polemica del fine settimana scorso è puramente casuale. IcinesidiCherydisponibili ad investire Finalmente,dopo mesi di annunci, a Termini Imerese sonoarrivati i cinesi. In mattinata ilpatrondi DrMotor Massimo DiRisio haaccompagnatonellavisita dell'exstabilimento Fiat i verticidi Chery, costruttorediauto cinese. Insiemea loroancheYukselMermer, presidenteesecutivo dellaMermerler, importatoreufficialeper laTurchiadelle autoprodotte inCina. Lagiornataera peròpartitacon unagaffe. Degna di un'aziendache dasei mesi non riescea portareavanti un piano sottoscritto in pompamagna.Dallostaff di DrMotor in mattinatasi fa trapelare la notiziache nelpomeriggioa Romaè previstoun incontrodi Massimo DiRisio eBiren Zhou,vicepresidentedi Chery automobile, con ilministrodello Sviluppoeconomico, Corrado Passera. Peccatoche ilministrosiaa Moscae tengaunaconferenza stampa dall'ambasciata italiana sulcommercio estero. In serataun incontro nellasede delMisesi tiene. Ma è con il viceministro ClaudioDe Vincenti. Il ministeroaspetta comunque la riunione di lunedì per pronunciarsi su un possibile rientro in giocodi Drmotor, considerato invece fuoridall'ultima riunionedelmesedi giugno.Possibile, come auspicano i sindacati, che ilministero punti a trattaredirettamentecon i cinesidi Chery, consideratipiùaffidabili dell'imprenditoremolisano. Vero invece l'incontro con il presidentedimissionario dellaRegione SiciliaRaffaele Lombardo, incui la delegazionecinese«ha manifestato interesseadentrare nelcapitaledella Dr Motor», ritenendo idonei gli stabilimenti diTermini Imerese, incui intravedono le potenzialitàper unaespansione del marchioChery nelmercato europeo». DapartediDr, considerataoramai fuori dallostesso Passera, sipunta «a fare in modoche uno deidue gruppi,quello cineseo quello turco,ci affianchi in questoprogetto econsenta la ricapitalizzazioneda15 milioni necessaria.Unarispostadefinitiva si potràaveresolo lunedì durante l'incontro fissato alMise tre leparti. Se il nostroprogettodovesse andare in porto, la produzione inizierà entro la finedel 2012». M.FR. Laspendingreview toccherà inmodopesante gli istitutidi ricerca italiani all'avanguardianelmondo Inpiùgli studenti pagherannopiùtasse IL DOSSIER . . . Se vogliamo dare agli adulti di domani una piccola chance occorre imparare a competere . . . Nei settori dell'industria, dell'agricoltura e dei servizi ad alto tasso di conoscenza aggiunto Squinzi: giusto l'intervento sugli uffici giudiziari MARCOTEDESCHI MILANO giovedì 12 luglio 2012 7
ITALIARAZZISMO Un quadro in chiaroscuro, lo definisce il ministro Fornero, sul cui intervento nella sala polifunzionale delle Pari Opportunità pesano i pesanti tagli appena inflitti al ministero. Un ritratto in movimento per il ministro Andrea Riccardi, per il quale il report Istat sui “migranti visti dai cittadini” mostra «l'evoluzione di una mentalità collettiva». Effettivamente uno degli aspetti più interessanti dell'indagine è la diversa modulazione della valutazione della presenza degli immigrati in Italia, a seconda dell'età e del tipo di rapporto. A cominciare dalla conoscenza diretta: il 38,4 per cento del campione fra i 18 e i 74 anni conosce immigrati perché sono colleghi di lavoro, il 32,1 ha un amico immigrato; per l'11,6 % c'è un membro della famiglia di origine straniera e per quasi il 10% c'è un compagno/a di scuola o di università. Un grado di compenetrazione nei luoghi di lavoro e di studio che probabilmente spiega la percentuale straordinariamente alta degli italiani che sono favorevoli al riconoscimento alla nascita della cittadinanza italiana ai figli degli immigrati: 72,1%. Gli italiani sono, invece, in maggioranza contrari al diritto di voto amministrativo per gli immigrati che risiedono in Italia da alcuni anni ma non sono cittadini: la media dei favorevoli al voto è 42,6% ma, se si suddivide il campione per classi di età, si vede che il 46,5% dei giovani fra i 18 e i 34 anni è favorevole al voto amministrativo mentre solo il 38% degli anziani fra i 65 e i 74 anni non è contrario. Analoghe le percentuali sul diritto di cittadinanza, la stragrande maggioranza del campione è favorevole (91,4%), per ottenerla il 38% degli intervistati pensa che dovrebbero essere sufficienti 5 anni di soggiorno regolare, per il 42 gli immigrati dovrebbero aspettare 10 anni. La vicinanza sul posto di lavoro e di studio influisce sulla percezione di atteggiamenti discriminatori verso gli immigrati. L'80% ritiene infatti che per gli stranieri la vita è più difficile a causa di questi comportamenti e quasi il 90% ritiene «ingiustificabile» prendere in giro uno studente, trattare meno bene un lavoratore perché straniero, per il 72 per cento non è giusto «assumere un dipendente senza riconoscere le qualifiche richieste» e per il 63% non è giustificabile non dare in affitto la casa «perché immigrato». Appare contraddittorio con questi modi di pensare il fatto che la maggioranza degli italiani ritengono che in tempi economicamente difficili si debba dare lavoro prima agli italiani e che, a parità di requisiti, la casa popolare debba essere assegnata prima agli italiani. A commento di questi dati il presidente dell'Istat Enrico Giovannini invita a completare il quadro con le altre ricerche Istat sul tema dell'immigrazione: «quando vediamo che il reddito medio degli immigrati è la metà di quello degli italiani e che il 40% dei figli degli immigrati lascia in anticipo la scuola, ci rendiamo conto che stiamo disseminando mine sociali che prima o poi rischiano di scoppiare». E il ministro dell'integrazione Riccardi spiega che l'Italia è in mezzo al guado di una «radicale trasformazione del nostro mondo». l'immigrazione - dice - «è una questione nazionale di importanza pari a quella che fra nel XIX e XX secolo investiva i confini, allora si trattava di territori, ora si tratta di popolazioni». La popolazione che suscita maggiore diffidenza negli italiani è quella rom/sinti. I matrimoni misti sono ben visti ma il discorso cambia quando si tratta della propria figlia, l'85 per cento degli intervistati «avrebbe molti o qualche problema» se la ragazza sposasse un rom, se il promesso sposo fosse un romeno il 69 per cento manifesta le stesse perplessità. Se si allarga la prospettiva, però, il 60% considera positiva la presenza degli immigrati in Italia perché «permette il confronto fra le culture». Percentuale che fra i giovani crese al 66%. Elevate le percentuali di coloro che temono un incremento del terrorismo e dei reati, il degrado dei quartieri e il fatto che gli stranieri «tolgono lavoro agli italiani». La diversità religiosa non costituisce un problema ma il 41 per cento non vorrebbe una moschea vicino casa. Lo scorso 6 luglio la Corte costi-tuzionale ha dichiarato illegit-timo un aspetto del provvedimento di regolarizzazione del 2009 (sentenza 172/2012). Si tratta della parte in cui quella legge rigettava automaticamente l'istanza di regolarizzazione del lavoratore straniero condannato per uno dei reati previsti dall'art. 381 del codice penale, senza prevedere l'accertamento della concreta pericolosità della persona. Nonostante per i reati indicati sarebbe ammissibile l'arresto in flagranza, questo è comunque subordinato alla verifica della gravità del fatto, ovvero della pericolosità del soggetto. Una pericolosità, dunque, desunta - come recita la norma - dalla sua personalità o dalle circostanze del fatto. Questo significa che, se anche per procedere all'arresto in flagranza è necessaria una specifica valutazione «di elementi ulteriori rispetto a quelli consistenti nella mera prova della commissione del fatto», a più forte ragione - secondo la Consulta - non può desumersi automaticamente dalla condanna per questi delitti la pericolosità sociale del soggetto. In questo senso, è illegittimo rigettare l'istanza di regolarizzazione senza accertamenti ulteriori. La Consulta ha precisato come l'automatismo di questa presunzione assoluta di pericolosità sociale sia tanto più irragionevole in quanto lede i diritti fondamentali della persona. Diritti - ha ancora una volta precisato la Corte - dei quali è titolare anche lo straniero non comunitario, perché la condizione giuridica dello straniero non deve essere «considerata - per quanto riguarda la tutela di tali diritti - come causa ammissibile di trattamenti diversificati o peggiorativi». Né diritto penale d'autore, quindi, né sotto-sistemi giuridici speciali per i migranti, pena la violazione dei principi di eguaglianza e ragionevolezza. Ma non è stato solo l'articolo 381 del codice penale a determinare la selettività della sanatoria del 2009. La stessa, infatti, doveva essere rivolta esclusivamente a colf e badanti escludendo così tutti i lavoratori impiegati in altre mansioni. È successo, quindi, che molti stranieri impiegati irregolarmente in altri settori si affidassero a datori di lavoro fittizi, sborsando enormi somme per accedere alla sanatoria e finendo in preda al racket. Su un altro aspetto, altrettanto selettivo, si era espresso il Consiglio di Stato nel marzo del 2011. Si tratta del fatto che numerose domande di regolarizzazione avevano ottenuto parere negativo a causa della presenza di provvedimenti di espulsione non ottemperati, rischiando, al tempo, la reclusione fino a quattro anni. Il Consiglio di Stato non aveva dichiarato esplicitamente che il reato di mancato ottemperamento non doveva essere considerato ostativo ma aveva precisato che tale decisione dovrà tener conto del fatto che, a causa della direttiva comunitaria sui r impatri (2008/115/CE), era a rischio la sussistenza dello stesso reato. Anche quello era stato un piccolo passo verso la tutela dei diritti delle persone straniere. Dall'inizio dell'anno ad oggi circa 1.300 persone sono giunte via mare in Italia dalla Libia, con almeno 170 persone decedute durante il percorso. Lo sostiene in una nota l'Unhcr che ha definito «una tragedia» la notizia dei 54 immigrati morti in mare mentre cercavano di raggiungere le coste italiane proprio dallo stato nordafricano. «Un'imbarcazione con 50 fra eritrei e somali è tuttora in mare aperto - prosegue l'Unhcr - dopo che ieri i passeggeri hanno rifiutato il soccorso delle forze armate maltesi». Nel 2012 fino ad ora sono giunte a malta circa 1.000 persone, in 14 sbarchi. Altri due scafi sono stati intercettati dai maltesi ma hanno continuato il loro viaggio verso l'Italia. E mentre gli sbarchi si succedono anche in Salento (a Leuca sono arrivati 30 pakistani, proprio martedì notte), diventa difficile per chi lavora in mare orientarsi sulle cose da fare. Ieri l'Ansa ha raccolto una testimonianza che è in fondo una richiesta d'aiuto a chi governa queste politiche sull'immigrazione: «Noi facciamo il nostro lavoro. Usciamo in mare e percorriamo centinaia di miglia ogni giorno. Ma, quando cala la sera, ogni punto della costa, ogni banchina, ogni caletta, può essere il punto di partenza di una barca, di un peschereccio, di un gommone che si perdono nel buio con la gente stipata dentro di loro». L'ufficiale della Guardia costiera tunisina risponde al telefono e parla con la consapevolezza che il suo e quello dei suoi uomini è un lavoro difficile e che, per avere successo, l'opera di prevenzione o repressione dovrebbe cominciare sulla terra, bloccando i sentieri tortuosi attraverso i quali a migliaia giungono sempre più dal Corno d'Africa e dal Medio Oriente - coltivando il sogno di potere arrivare in Europa. Con il tempo che, ormai da molti giorni, è al bello e con il mare appena spazzato dal vento, le possibilità che i viaggi riprendano sono aumentati moltissimo, soprattutto dalla Libia dove, con la morte di Muammar Gheddafi, s'è allentato lo spietato dispositivo di sicurezza che bloccava le partenze e riduceva chi sperava di potere salire su una delle imbarcazioni dirette in Italia a carne da prigione, se si potevano chiamare così i lager nel deserto dove somali ed eritrei, così come migliaia di negri dell'Africa equatoriale venivano rinchiusi e dimenticati. I milioni di clandestini pronti a partire che ciclicamente Gheddafi usava come leva per cercare di spremere denaro dall'Europa - e in prima battuta dell'Italia - forse non sono mai esistiti come tali, ma erano un numero potenzialmente realistico. E se è vero che sembra essersi pressochè arrestato il flusso che, per mesi, partendo dalla Tunisia ha messo in ginocchio Lampedusa, l'assedio c'è e porta il nome e i dialetti di altri Paesi: dalla Siria, da dove fuggono in migliaia all'Afghanistan (chi arriva da lì ha praticamente in tasca lo status di rifugiato), dall'Iraq ai Paesi del Corno d'Africa. Tutti a guardare all'Europa. . . . Secondo il sondaggio però agli italiani deve essere riservata la precedenza per assunzioni e affitti «È italiano chi nasce in Italia» Immigrati partecipano ad una lezione di italiano in una scuola di Firenze FOTO DI CARLO FERRARO/ANSA L'Istat ha presentato la ricerca “I migranti visti dai cittadini” Per il 72% degli intervistati «chi è nato in Italia deve avere la cittadinanza» Il 90% condanna le discriminazioni a scuola e sul lavoro JOLANDABUFALINI ROMA INPOLEMICACON FORNERO Direttore inesubero abbandona il tavolodei relatori Esordiocon polemica per la presentazionedel rapporto Istatsui migranti.Quando il capo dipartimentoPariopportunità PatriziaDeRose ha lodato la professionalitàdeldirettore dell'Ufficiocontro la discriminazione razziale,Monnanni ha lasciato il tavolodei relatori edè uscito dalla Sala . Il gestoè stato fatto in aperta polemicacon ilministro Forneroe condella sceltadelgoverno Monti chehadeciso di ridurre l'organico da 13a4 personee disostituire il direttorepur riconoscendone in pubblico lecapacità. Alnomedi Monnanni la platea insala ha applauditoec'è stata quasiuna standingovation permanifestare solidarietàal direttoreuscente.«I vostri applausi testimoniano- ha esorditoFornero- quantosia serioe preparatoMassimilianoMonnanni». Il ministrodelWelfare hapoi spiegato quellache lei stessahadefinito«una contraddizione».«Io avevoappena confermato ildottor Monnanni , purtroppodietro la spending review sicelano decisionimoltodifficili . Abbiamodiverse persone checome Monnannihanno lavorato inmaniera impegnata, l'esattocontrario della rappresentazionecorrentedei funzionari.Purtroppomolte di questepersonedovranno lasciarci per lescelte difficilidelgoverno». Pericolosità sociale: se laCassazione «boccia» le norme della sanatoria 2009 LUIGIMANCONI VALENTINABRINIS VALENTINACALDERONE info@italiarazzismo.it . . . I «nuovi» sbarchi: la Libia non fa più filtro, si parte dal Corno d'Africa, ma si fugge anche dai regimi arabi I migranti arrivano anche dal Medioriente VINCENZORICCIARELLI ROMA ITALIA 12 giovedì 12 luglio 2012
Una ragazza straniera sanguinante, sconvolta, in strada, a pochi passi dalla stazione Termini a Roma. È quasi l'alba e lei perde molto sangue dalle parti intime, i soccorritori chiamano il 118, la giovane è ubriaca e sotto shock e non riesce a spiegare cosa è accaduto ma al Policlinico Umberto I i sanitari ritengono opportuno chiamare la polizia. Si sospetta con forza uno stupro, comunicano agli agenti i sanitari, e la notizia rimbalza sugli organi di stampa. Stavolta, però, si tratta di una “bufala”: sarà la stessa ragazza, nel pomeriggio, dopo essersi ripresa dai fumi dell'alcool, a confermare di aver fatto sesso in strada, consenziente, con un barista tunisino conosciuto in serata e con il quale aveva trascorso ore a bere in un locale del centro insieme a una comitiva di suoi connazionali. Lei è australiana, 22enne, in vacanza a Roma con un gruppo di amici. In ospedale le trovano un tasso alcolemico pari a 2,7, il che significa che la giovane ha sfiorato il coma etilico. Lui viene identificato e rintracciato e le versioni dei due coincidono anche con le immagini registrate dalle telecamere. Nei filmati il momento dell'amplesso consumato, dopo essersi distaccati dalla comitiva, a ridosso di una macchina parcheggiata in via Vicenza; e poi i minuti successivi, con le telecamere che riprendono i due allontanarsi, mano nella mano, verso l'albergo dove l'australiana era alloggiata. A quanto risulta dai racconti del tunisino e della ragazza si sarebbe dunque trattato semplicemente di un rapporto sessuale particolarmente irruento che ha provocato nella ragazza un forte sanguinamento. La giovane, tuttavia si sarebbe accorta solo in un secondo momento dell'emorragia e dunque a carico del tunisino non è ipotizzabile neanche un'accusa di omissione di soccorso, visto che quando il giovane si è congedato da lei la ragazza era cosciente. Di fatto, il pm Giuseppe Cascini che era di turno non ha aperto nessun fascicolo sulla vicenda. Ciò prelude dunque a una conclusione definitiva del giallo mediatico, senza ulteriori strascichi. La ragazza, al suo ingresso in ospedale, era stata giudicata grave ma successivamente il quadro clinico si è molto ridimensionato ed è stata medicata con due punti di sutura. A creare l'allarme, le dichiarazioni direttore del Dea del policlinico Umberto I, Claudio Modini: «La ragazza è stata vittima di un atto violento a sfondo sessuale - aveva detto a un'agenzia di stampa il medico Questo è quanto è risultato a noi visitandola. La giovane è stata quindi sottoposta ad un'operazione eseguita dai nostri ginecologi e che ha avuto esito positivo. La ragazza ci è stata portata verso le 5 di mattina in condizioni gravi, sanguinante e sotto choc». IPRIMISOCCORSI A confermare i sospetti iniziali, anche i racconti dei testimoni, in particolare da parte di una signora di una bancarella del mercato di via Milazzo, nei pressi della stazione Termini. È stata lei a coccorrere per prima la giovane, intorno alle 4 del mattino. A chiamare il 118 anche il portiere dell'hotel. Da quanto si è appreso il tunisino e la ragazza si sarebbero accorti insieme della grave perdita di sangue e il tunisino avrebbe cercato di aiutarla, ma la giovane era agitatissima e a un certo punto presa dal panico si sarebbe messa a correre fino al mercato dove poi è stata soccorsa, mentre il tunisino, anche lui spaventato, avrebbe deciso di allontanarsi. È stato grazie agli accertamenti svolti dagli agenti della IV sezione della squadra mobile, diretti da Mario Parente, che presto si è fatta luce sul caso. Tramonta definitivamente l'era della Protezione Civile modello Guido Bertolaso voluta da Silvio Berlusconi e travolta dagli scandali giudiziari. Il Senato ha dato il via libera definitivo per alzata di mano (con il solo voto contrario della Lega Nord) al decreto legge che riordina il dipertimento riformando in modo sostanziale i poteri, le modalità d'intervento e di finanziamento dell'organizzazione ora guidata da Franco Gabrielli. Alla Protezione civile viene innanzitutto tolta la gestione dei cosiddetti «grandi eventi» e si prevede che le gestioni commissariali ancora attive siano chiuse entro il 31 dicembre di quest'anno, fatto salvo l'Expo 2015. Il provvedimento restituisce la gestione della fase successiva al verificarsi di gravi catastrofi naturali alle autonomie locali. L'altro elemento importante è rappresentato dalla disciplina introdotta per garantire alla protezione civile un assetto finanziario il più possibile stabile e razionale, con specifico riguardo alle risorse occorrenti per fronteggiare le emergenze e gli stati di calamità che dovranno alimentare il fondo nazionale per la protezione civile, anche attraverso il reintegro del Fondo di riserva per le spese impreviste. L'esame dell'articolato è stato condizionato dall'imminenza della scadenza del decreto, circostanza che aveva portato in Commissione a concordare l'approvazione del testo licenziato, con molte modifiche, dalla Camera. A causa dei tempi stretti, numerose istanze migliorative proposte dai partiti hanno trovato sbocco in una serie di ordini del giorno che sono stati accolti dal governo. In particolare, Palazzo Madama ha approvato un emendamento della senatrice Emanuela Baio (Api-Terzo Polo) trasformato in ordine del giorno, con cui si propone, ai fini del reperimento dei fondi per risanare il Fondo nazionale per la protezione civile, di aumentare l'imposizione sul gioco d'azzardo anziché le accise sulla benzina come previsto nel decreto. Il governo si è impegnato a introdurre tale previsione nel decreto relativo al Corpo dei vigili del fuoco o in quello recante gli interventi per la spending review ancora all'esame delle Camere. LEREAZIONI La conversione in legge del decreto è stata salutata positivamente praticamente da tutti i partiti. Il testo, infatti, rappresenta «netta discontinuità rispetto alla linea dei “grandi eventi” che, nell'ultimo decennio, ha fortemente segnato l'immagine pubblica e la stessa identità della Protezione Civile», ha spiegato il vicepresidente dei senatori del Pd Luigi Zanda. «Con questa legge la Protezione civile torna a fare il suo mestiere - ha proseguito - e al dipartimento il Parlamento italiano chiede non solo di proteggere nelle emergenze i cittadini, i loro beni, il territorio, ma di farlo all'interno di un ben definito quadro regolatorio, avendo sempre presente la delicatezza e la straordinarietà di quel potere di ordinanza che l'ordinamento prevede esclusivamente per le grandi emergenze». «Il primo significato del provvedimento è, quindi, quello d'aver meglio definito e delimitato lo stato d'eccezione sulla cui base è attribuito alla Protezione Civile il potere di emanare ordinanze con una forza, addirittura, in grado di derogare a larga parte della legislazione vigente - ha proseguito Zanda - Questo è un punto centrale della nuova disciplina e il provvedimento affronta il problema e lo risolve in modo accettabile. Da un lato la dichiarazione dello stato d'emergenza è affidata al Presidente del Consiglio, dall'altro è prevista la facoltà di delegare al Capo del Dipartimento della Protezione Civile un potere di ordinanza forte, ma estremamente limitato nel tempo e collegato ad una maggiore trasparenza nelle gare d'appalto. Il decreto - ha spiegato inoltre Zanda - fa ulteriormente avanzare una formula organizzativa “a rete”, che ruota intorno a un sistema organico di più enti, dotati ciascuno di distinte competenze, coordinati da un'autorità centrale. Il risultato atteso - è stata la conclusione - è una maggiore efficienza di un sistema nel quale, accanto alle amministrazioni dello Stato e agli enti locali, assumono sempre maggiore importanza i volontari e più in generale, i cittadini». A favore del testo ha votato anche l'Italia dei Valori. «Anche se si tratta di una “mezza riforma”, con questo provvedimento ci siamo definitivamente liberati della vecchia concezione di Protezione civile, intesa come formidabile macchina di propaganda quasi ad esclusivo vantaggio dell'allora presidente del Consiglio - ha spiegato il deputato dell'Idv Pancho Pardi - Quello negativo è che si tratta dell'ennesimo decreto legge blindato». CAMERADEI DEPUTATI Iniziaoggi aPollica, Acciarolie Pioppi inprovinciadi Salerno, “festambiente e legalità”, il festivaldi Legambiente contro leecomafiee dedicatoalla memoriadiAngelo Vassallo, il sindaco uccisocon alcuni colpid'arma da fuoco il5settembre del2010. Unatre giornidi convegni, incontri, concerti, presentazionie laboratori per fare di PollicaedelCilento, spiega Legambiente,«lacapitale della legalità,dellasostenibilità e della corresponsabilità». Il festivalavrà iniziodomanicon l'approdo della GolettaVerdee il conferimentodella cittadinanzaonoraria adon Luigi Ciotti, fondatore di Libera. Dirittiestesianche aipartneromosex Fini:«Èdoveroso» . . . Un ordine del giorno per reperire fondi alzando le tasse sul gioco d'azzardo e non le accise ITALIA Protezione civile, addio Grandi Eventi La zona restaurata dalla Protezione Civile, per il G8 del 2009, dell'ex arsenale de la Maddalena FOTO DI ANTONIO SATTA/ANSA Approvata la riforma: gestione emergenziale ridotta, limitato potere di ordinanza e assetto finanziario garantito Contraria solo la Lega Zanda, Pd: «Così si torna alla missione originaria» PINOSTOPPON ROMA ANGELACAMUSO ROMA POLLICA EACCIARIOLI FestivalLegambiente inricordo diAngeloVassallo Estendereanche aicompagnidello stessosesso i diritti riconosciutidal Regolamentodi Montecitorioai conviventidei deputati:questa la propostache,entro la fine della legislatura, il presidente dellaCamera GianfrancoFini sottoporrà all'Ufficio dipresidenza, sullabasedella richiestaavanzata dalladeputata del PdPaolaConcia. Ladeputata,che ha sposato lo scorso anno in Germania la sua compagna, RicardaTrautmann,hachiestodi averediritto all'assistenzasanitaria ancheper la coniuge.A Montecitorio l'assistenzasanitariaè infatti riconosciutaper i coniugi, i figli e i conviventidei parlamentari: ora il Parlamentodovrà sceglierese riconoscereuguali diritti alla coppia compostada Conciae suamoglie. Nell'annunciare lacosa, in occasione dellapresentazionedel librodella deputataPd edella giornalistaMaria TeresaMeli, Fini non hanascosto il proprio favore versounadecisione positivadell'Ufficiodi presidenza.«Ho garantitoche lapronuncia - hadetto avverràentro fine legislatura. Ho chiamato l'ufficiodi presidenzaa pronunciarsi, nonsaràsemplice ma credosia doveroso. Nonsi può nascondere la testanella sabbiacome gli struzzi. Nonsaràsemplice -ha conclusoFini - ma credosia doveroso perché la questione varisolta con una risposta, in unsenso onell'altro». Ferita e sanguinante in strada, poi ammette «Nessuno stupro» Turista australiana soccorsa all'alba vicino alla stazione Termini «C'è stata violenza» l'allarme dei medici giovedì 12 luglio 2012 13
Bene, è un elemento dichiarezza». Poi, certo,arrivano anche tutte lecritiche, l'accusa di averportato il Paese sull'orlodel baratro, l'aver prodotto una perdita di credibilità a livello internazionale, il ricordo delle «cricche», dei condoni, delle leggi ad personam e di tutto quel repertorio che ha contraddistinto i governi Berlusconi. Però la prima reazione di Bersani, quando gli riferiscono che l'ex premier intende ricandidarsi alle prossime elezioni, è di segno positivo. Perché porta un po' di «chiarezza» sul tipo di confronto che si aprirà per il post-Monti. Perché adesso la sfida è tra destra e sinistra, non tra politica e antipolitica («semmai tra cattiva e buona politica»). E perché con Berlusconi in campo i margini di successo per il fronte progressista non farebbero che aumentare. Dice infatti con un sorriso Rosy Bindi: «Gli italiani apprezzeranno questa grande novità...». Solo le prossime settimane diranno se la candidatura dell'ex premier sia da prendere sul serio (ultimamente si è direttamente o indirettamente proposto come federatore dei moderati, ministro del Tesoro di un ipotetico governo Alfano, Presidente della Repubblica) o se non si tratti piuttosto di tattica utile a preparare operazioni diverse. E solo il seguito del confronto sulla legge elettorale farà capire come si presenteranno di fronte agli elettori le diverse forze politiche. Ma ai piani alti del Pd, l'uscita del segretario del Pdl sul ritorno da protagonista di Berlusconi viene giudicata un punto a favore, in vista delle prossime politiche. CONFRONTOTRA DESTRAE SINISTRA Quando una ventina di giorni fa Berlusconi fece intendere di voler tornare in campo, Bersani rispose a distanza con una battuta: «Non c'è limite al peggio», disse con un sorriso. Per poi aggiungere: «Dieci anni di berlusconismo e leghismo ci sono bastati e Monti sta cercando di tirarci via dai guai principali». Ma la verità è che la candidatura dell'ex premier facilita la realizzazione dei piani bersaniani. Il ragionamento che fa il leader del Pd è che dopo Monti, «superata questa fase di emergenza», debba tornare il confronto politico tra destra e sinistra, col centro che «dovrà decidere con chi stare»: «Questa è la democrazia». E la candidatura di Berlusconi, che arriva poche settimane dopo che lo stesso Bersani si è candidato a guidare il fronte progressista alle prossime politiche, non solo innesca questo confronto, e non solo può aiutare a ricompattare un centrosinistra che fatica a parlarsi (Vendola è fermo sul: senza Di Pietro non ci sto neanch'io), ma può fornire un'ulteriore spinta alla creazione di quell'alleanza tra progressisti e moderati su cui da almeno due anni insiste il leader Pd. Casini per ora non scopre le carte: «Nell'aria c'è qualcosa di nuovo oggi, anzi di antico», dice ironicamente citando «L'aquilone» di Pascoli. «Mi fa piacere che Berlusconi non abbia perso la sua verve, gli faccio gli auguri di buon lavoro». E ai cronisti che gli domandano se la nuova discesa in campo dell'ex premier possa avvicinare di più l'Udc al Pd, risponde come il leader centrista sempre fa quando non vuole aggiungere altro, e si allontana salutando col sorriso sulle labbra: «Pace e bene». Anche nel Pd si guarda con attenzione e cautela alle mosse di Casini, che dopo aver aperto al patto tra progressisti e moderati con un eventuale sostegno tanto alla premiership di Monti quanto a quella di Bersani, ha come tirato il freno a mano su questo argomento. E ha invece lanciato nuove proposte. L'idea che ieri ha avanzato il leader Udc, quella cioè di «un documento da sottoscrivere tra tutti quelli che hanno sostenuto il lavoro di questo governo, che rassicuri i mercati e gli italiani», non è piaciuta in casa Pd. Il sospetto è che il sogno centrista di una grande coalizione anche nel 2013 non sia tramontato. MIRACOLIA ROVESCIO La «transizione», dicono invece i dirigenti democratici, non può andare oltre marzo prossimo, quando dovrà tornare il confronto politico. Che dovrà essere tra un centrosinistra che con Ciampi, Prodi, Padoa Schioppa, Visco (e lo stesso Bersani) ha portato l'Italia nell'Euro, dimostrato di saper far tornare a posto i conti e approvato riforme e liberalizzazioni utili agli italiani e un centrodestra che sia tra il 2001 e il 2006 che dal 2008 all'arrivo di Monti ha, dice Bersani, «fatto miracoli a rovescio e portato il Paese sull'orlo del precipizio». Sarà all'Assemblea nazionale del Pd convocata per sabato a Roma che Bersani inizierà a riempire di contenuti la sua candidatura alla premiership, illustrando i capisaldi della «carta d'intenti» che dovrà disegnare il perimetro del fronte progressista e la base programmatica per la «ricostruzione del Paese». Una ricostruzione che per il leader Pd sarà possibile soltanto «se innovazione e coesione sociale andranno insieme» (nel Pd non sono piaciute le frasi pronunciate ieri dal presidente del Consiglio Monti contro la concertazione tra governo e parti sociali) e se non si aprirà una faglia incolmabile tra governo centrale ed enti locali (il Pd presenterà in Parlamento degli emendamenti alla spending review, prospettando delle soluzioni per mantenere i saldi invariati e non produrre tagli al sistema sanitario). L'ANALISI MICHELECILIBERTO Allora è tutto vero: Berlusconi sarà candidato premier nel 2013, il Pdl cambierà nome e tornerà qualcosa di lessicalmente «molto simile a Forza Italia» racconta un berluscones. Punta, il Cavaliere, a una legge elettorale non dissimile dal Porcellum attuale, l'importante è che il premio di maggioranza sia consistente e vada al partito. È tutto vero perché lo dicono i sondaggi, quelli veri, commissionati non solo da Palazzo Grazioli e via dell'Umiltà: se c'è lui, la sua faccia, il suo nome, il partito, comunque si chiami, recupera una decina di punti percentuali e arriva intorno al 25 per cento. Che non è il 30 sbandierato ma sempre un ottimo punto di ripartenza per una campagna elettorale. Le prime indiscrezioni erano scappate fuori dalla cena di Palazzo Grazioli martedì sera. Ieri mattina la conferma con il cinguettio via Twitter del segretario Alfano. Non troppo allegro, a dir la verità. Sicuramente imbarazzato: «Tanti chiedono al Presidente Berlusconi di candidarsi. Io sono in testa a questi. Se deciderà di farlo sarò e saremo al suo fianco. Credo che alla fine deciderà di farlo». E a qualsiasi medio lettore della vita politica italiana non può non venire in mente quello che fino a un mese fa era il verbo ufficiale del partito: Alfano candidato premier del Pdl; Berlusconi padre nobile ma fuori dai giochi al grido condiviso: «È escluso un mio ritorno in politica». Comunque vada a finire, perché i giochi da qui alla primavera 2013 sono ancora lunghi e complicati, la sortita del Cavaliere brucia per sempre le ambizioni di Alfano già tartassato dalla «mancanza del quid» (così constatò Silvio a marzo) e, a seguire, anche dello sprint e del carisma da leader. Il segretario non cerca neppure di migliorare la sua posizione quando aggiunge: «Per chi come lui ha governato in anni così complessi, ha ceduto il passo a un nuovo governo tecnico senza mai essere stato battuto in aula e senza avere perso le elezioni; per chi come lui è stato il protagonista di questi anni - conclude Alfano - è giusto e legittimo chiedere un giudizio al popolo italiano sulla storia di questi anni e su una nuova chance di governo». Sarebbe troppo facile qui e adesso ricordare le volte in cui in questo ultimo anno, da quando è diventato segretario, il delfino designato ha descritto il suo ruolo e il suo progetto: il fraseggio con Casini e la rivendicazione della casa comune Ppe; le primarie del Pdl, il partito 2.0, quello dei giovani, degli onesti e della partecipazione diretta. Troppo facile qui e adesso raccontare come il delfino da designato è diventato spiaggiato. Ridotto al rango di comprimario in un ipotetico ticket. Verrebbe da pensare a una valletta. La notizia di Berlusconi candidato premier, pur nella consapevolezza che ogni annuncio è legato a doppio e triplo filo a che tipo di legge elettorale verrà fuori dal Parlamento, ridisegna ancora una volta il campo delle alleanSEGUEDALLA PRIMA Sbagliavano, dunque, quelli che pensavano di essersi liberati di questa malattia e che la vita politica nazionale potesse indirizzarsi in altre direzioni aperte dall'azione salvifica del governo tecnico. Sbagliavano per una serie di motivi. Anzitutto perché hanno continuato a non capire la profondità della presa del berlusconismo sulla società italiana, gli effetti devastanti che esso ha avuto nella costituzione interiore del Paese nel conformare nuovi modelli antropologici e nuovi sensi comuni profondamente penetrati in un ampio spettro di ceti e di strati. Pensare che tutto questo potesse sparito da un giorno all'altro significa non conoscere la storia italiana, non aver capito da quali motivi strutturali, e di lungo periodo, fosse stato reso possibile il triplice successo elettorale di Berlusconi. Significa non comprendere quale vasto e ramificato blocco di interessi egli sia riuscito a raccogliere intorno a sé, in un momento di vasta crisi della vita politica e della democrazia nel nostro Paese. Significa non intendere, per un diffuso pregiudizio, la forza e l'energia della sua leadership. Certo, è curioso che non se ne siano resi conto anche i suoi seguaci, i quali hanno pensato di poter fare a meno di lui, salvo essere costretti, come ha fatto ieri Alfano, a tornare, un po' penosamente, sui loro passi dai risultati elettorali, dall'affermarsi di Grillo nel loro elettorato, dalla conoscenza di sondaggi, dai quali il tracollo e la fine del Pdl appare, giorno dopo giorno, un fatto non solo probabile ma ormai possibile. Forse anche loro, per legittima difesa, hanno cercato di dimenticare una verità elementare: il Pdl è un partito personale, si basa sulla identificazione con un leader carismatico; casereccio, ma carismatico. Quelli che non l'hanno dimenticato, mai, sono stati i suoi elettori, cioè il blocco sociale vasto e articolatissimo che si è raccolto intorno a Berlusconi, i quali o hanno votato Grillo per protesta, oppure si sono chiusi in un sordo, e infrangibile, astensionismo da cui non si sono mai mossi, e dal quale solo Berlusconi ha qualche possibilità di farli uscire, se non è passato, anche per lui, troppo tempo. La crisi del Pdl è infatti evidente, ma Berlusconi non è stato un accidente nella recente storia del Paese: forse i vari opinionisti politici che si esercitano nelle lodi quotidiane di Monti, auspicando una sua permanenza al potere anche dopo il 2013, farebbero bene a leggersi qualche pagina non dico di Marx (troppo eversivo!), ma di Benedetto Croce il quale interpreta l'«utile» come uno dei quattro gradi della vita spirituale. Gli interessi non si sciolgono come neve al sole. Naturalmente, se si pensa che Berlusconi possa essere il capo dello schieramento della destra alle prossime elezioni, viene da riflettere su quello che la destra italiana Bersani: il Cav torna in campo? «Almeno porta chiarezza» Per ilPdadesso lasfida ètradestraesinistra, nontrapolitica eantipolitica Attenzioneecautela per lemossediCasini SIMONECOLLINI ROMA L'eterno ritorno del Cavaliere: «Senza di me il centrodestra tracolla» Alfano accetta di fargli da valletto CLAUDIAFUSANI ROMA Pdl, il nuovo che avanza: L'Italia senza una destra decente Il segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani FOTO DI GUIDO MONTANI/ANSA ILRETROSCENA L'ITALIA E LACRISI . . . All'Assemblea nazionale del Pd Bersani inizierà a riempire di contenuti la sua candidatura . . . Ricostruzione possibile solo «se innovazione e coesione sociale andranno insieme» 4 giovedì 12 luglio 2012
AL TOUR, PRIMA O POI, IL GIORNO DI THOMAS VOECKLERARRIVASEMPRE,ÈCOMEUNATASSAANNUALE,UN APPUNTAMENTO IRRINUNCIABILE. È il giorno della fuga da lontano, delle smorfie, degli sguardi cattivi, dei litigi in corsa. È un rito, ogni volta una piccola odissea, sempre una grande impresa. Rischiava di non esserci quest'anno il giorno-Voeckler. Il capitano della Europcar ha un problema al ginocchio, e poi girano alcune voci sulla squadra francese relative al 2011, l'anno magico di T-Blanc, quarto a Parigi, dieci giorni in giallo, e Rolland, decimo nella generale, una tappa vinta sull'Alpe d'Huez, la maglia bianca. Ma serve altro per neutralizzare il grandissimo Voeckler. Va in fuga con Michele Scarponi, Luis Leon Sanchez e il belga Devenyns, combatte, si sbatte e poi li batte nello sprint finale, in cima a una rampa di un km a Bellegarde-sur-Valserine, mentre dietro, giù dal Grand Colombier, si scatena il talento di Vincenzo Nibali, che stacca i migliori in discesa, guadagna un minuto e costringe la Sky a un superlavoro, prima di essere raggiunto. Era il massimo che si potesse tentare, col poco materiale scalabile a disposizione, ed è anche un segnale, Nibali ha motivazioni feroci e non si accontenta di nulla. Primo assaggio di Alpi, tre colli, il Grand Colombier a metà tappa, è la prima salita hors catégorie di questo morbido Tour. Folta fuga iniziale, poi la salita, restano in quattro. Scarponi ha un buon passo, collabora poco, segue Sanchez e Voeckler nei loro spostamenti, senza prendere mai l'iniziativa. Sono gli uomini da battere, insieme a loro il belga Devenyns, poco più indietro Voigt, Casar e molti altri esperti nell'arte della fuga. Gpm lungo 17 km, i quattro soffrono insieme, Voeckler si prende i punti in cima, Scarponi secondo. Il gruppo maglia gialla sale senza sbalzi e senza imprevisti, inamidato dall'armata Sky. La discesa è tecnica, Nibali guarda indietro, cerca Evans con lo sguardo, vorrebbe una mano, l'australiano non lo segue. Cambia poco, Nibali, con l'aiuto di uno scatenato Sagan, si butta in discesa e mette paura a Wiggins, stacca il gruppo di un minuto, se ne va poi solo sull'ultimo Gpm, il Richemond, terza categoria. Wiggins fiuta il pericolo e frusta i suoi destrieri Froome e Porte, in pochi km l'assalto di Nibali si trasforma in un tentativo bello e fallito - ma non fallimentare -. Davanti la lotta si fa seria, Voigt rientra e scatta, poi tocca a Devenyns. Il belga va via, Voeckler si sbraccia ma non trova collaborazione, poi parte lui, Scarponi resta troppo incollato a Sanchez, dimenticandosi della regola-Voeckler. Esce quando ormai è tardi, ed è secondo con un rimpianto grande: «Curavo Luis Leon, quando è partito Voeckler non l'ho seguito subito, sperando che lo facesse lui, ne avevo ancora, ero il più fresco. Ma qui siamo al Tour, per vincere non si può sbagliare nulla». Voeckler e Scarponi sono primo e secondo anche nella classifica della maglia a pois, sarà l'obiettivo per entrambi fino a Parigi. Pinot vince la volata del gruppo, classifica invariata, un grande Nibali: «Sapevo che la discesa era tecnica, è il mio terreno, ci ho provato, sono soddisfatto». Troppa Sky davanti in salita, più confusione in discesa. È là che il Tour può ancora essere rivoltato, servirebbe però gente coraggiosa e collaborazione, anche trasversale. Ma Evans, purtroppo, non sembra troppo scontento del suo secondo posto. Chissà se Madeleine (25 km), Croix de Fer (22), entrambe oltre i 2000 metri, Mollard e l'arrivo a La Toussuire, 18 km lunghi, infiniti, faranno perdere la bussola alla Sky. Tappa breve, 148 km, tutta in salita e discesa, nemmeno un metro di pianura, difficile da controllare con la squadra. Se qualcosa può ancora cambiare, deve cambiare oggi. MASSIMODEMARZI TORINO ANDREAAGNELLIÈENTRATODECISO,MANDANDO AL DIAVOLO LE FRASI CIRCOSTANZA: «NOI NON RICONOSCIAMO IL CONTEGGIO DEGLI SCUDETTI FATTO DALLA FEDERCALCIO». Nel giorno della presentazione delle nuove maglie, prologo alla partenza per il ritiro di Chatillon, il numero uno bianconero ha acceso la polemica, rispondendo a tono su chi aveva ironizzato sugli scudetti vinti dalla Vecchia Signora, con Zeman che aveva detto che 28 era già troppi e Allegri che aveva parlato di 31, ricordando la serie B vinta. Chi pensava che lo scudetto conquistato a maggio avesse placato la «fame di giustizia» della Juve era stato servito già con la scelta della bandiera con 30 scudetti esposta sul pennone della sede e con la gigantografia del numero 30 in bella vista all'ingresso dello Juventus Stadium. Ma il meglio doveva ancora venire. E ieri se ne è avuta conferma. All'ora di pranzo è andata in scena la presentazione delle nuove maglie: sotto il colletto la scritta «vincere non è importante, è l'unica cosa che conta», tanto cara a Giampiero Boniperti, mentre sotto il logo juventino, all'altezza del cuore, la scritta «30 sul campo» al posto delle stelle che, dopo il titolo vinto lo scorso anno, sarebbero dovute essere tre. E la scelta di togliere le stelle (due o tre che fossero, a seconda dei punti di vista) è stata così spiegata da un Agnelli molto duro e polemico: «Noi juventini, mettendo in fila tutti gli scudetti ne contiamo 30. La federazione, invece, ne salta due, secondo lei sono 28. Non ci troviamo d'accordo. Così abbiamo deciso di togliere le due stelle: non riconosciamo l'aritmetica della federazione. Ecco il perché della scritta sotto il simbolo della Juve». Agnelli ha continuato come un fiume in piena, ritornando anche sui fatti del 2010 e la seconda tranche di calciopoli, che aveva investito anche l'Inter, ma che non ha portato sotto processo i nerazzurri per via della prescrizione: «Noi abbiamo rispettato le sentenze, poi sono emersi fatti nuovi ed infine s'è deciso di non decidere da parte della Federazione. A quel punto sono partite azioni legali da parte nostra per la tutela e la dignità della società che rappresento sia come presidente che come tifoso juventino». Rispettare le senze significherebbe anche non rivendicarne la conclusione opposta a ogni occasione: se mancano due scudetti nella maglia della Juventus è solo perché la sua dirigenza mise in piedi un'associazione a delinquere per condizionare a suo favore quei tornei. Questo dissero le sentenze, che la Juve ha subito, perché alla legge non si sfugge, ma non sembra affatto rispettare. Guai, quindi, a pensare che la società bianconera abbia deciso di sotterrare l'ascia di guerra: «I ricorsi che abbiamo fatto non li abbiamo dimenticati, stanno procedendo. Ora spero che si cambi il codice di giustizia sportiva, che a detta di tutti è obsoleto e che ci sia più sinergia tra la giustizia ordinaria e quella sportiva». Ma proprio quella “ordinaria” scrisse, per Moggi e Giraudo: «Associazione a delinquere». Poi, finalmente, si è parlato anche di calcio giocato, ripartendo da quanto era successo il 6 maggio, da uno scudetto incredibile (ad inizio stagione), conquistato con la griffe dell'imbattibilità: «Abbiamo terminato una stagione incredibile, indimenticabile, su cui nessuno avrebbe scommesso. Ora sarà difficile riconfermarsi ma ci riproveremo: disputeremo tre manifestazioni e puntiamo a vincerle tutte come è nel nostro dna». E mentre Vucinic, modello d'eccezione della nuova maglia bianconera assieme a Vidal, ha tirato la volata al connazionale Jovetic («Stevan è un gran giocatore, ci farebbe comodo»), Agnelli ha parlato anche dell'appuntamento che domani avrà il suo allenatore Conte, che sarà sentito dagli inquirenti per raccontare la propria versione dei fatti nell'intricata vicenda scommesse. «A Roma lo aspetta Palazzi e Antonio finalmente potrà dire la sua. Lo conosco da 20 anni e so quali sono i suoi valori. Da quando si alza al mattino, fino a quando va a dormire e persino nei sogni pensa solo e soltanto alla vittoria». E a chi parlava di un Capello tenuto in stand by nel caso le cose dovessero precipitare, Agnelli ha risposto seccamente: «Sono sereno sugli sviluppi che ci saranno, non esiste nessun piano B. Conte dimostrerà la sua posizione e tornerà serenamente ad allenare la squadra a Chatillon». Dove, per la prima volta dopo 19 anni, non c'è Alex Del Piero. La bandiera dello storico capitano è stata ammainata dal presidente senza tanti giri di parole: «La maglia numero 10? I ragazzi decideranno a chi andrà. Auguro a chi la indosserà gli stessi successi del predecessore». Pinturicchio è già il passato. CALCIOMERCATO SPORT AssaltoPsg: IbraeThiagoSilvaper60milioni VincenzoNibali all'attacconella decimatappa delTourdeFrance: dopounasuperba discesa saràpoi ripreso. FOTO DI NICOLAS BOUVY/ANSA EPA LaJuvegiocadasola: «Scudetti?Rifiutiamo ilcalcolodellaFigc» Sullenuovemaglie tolte le«stelle»:per la Federcalcionon potevanoessere3«ma inostri titoli sono30...» Asamoah,Marrone eVucinic con le nuovemaglie della Juventus, rigorosamenteNike FOTO ANSA «I tifosi delMilan possono stare tranquilli»: cosìmartedìaveva parlato AdrianoGalliania propositodella permanenzadiThiago Silva e Ibra.Ma le viedel mercatosono infinite e «tuttoè aperto». Ieriè (ri)partito l'assaltodel ParisSaint GermaindiLeonardo e Ancelotti ai duerossoneri, conuna offertadi60 milionidieuro.L'Equipe lo avevaanticipatoe la confermache dalla Franciasi stava facendosul serioè arrivataquando nella sede divia Turati si èpresentato Mino Raiola, agente di Ibrahimovic,perun verticedimercato duratoquattroore, al terminedel quale nessunoha voluto rilasciare dichiarazioni.Bolle in pentolaqualcosa digrosso,è evidente, idirigentidel Milan voglionosentire cosa nepensa Ibrae poi,visto cheRaiola èanche il procuratorediBalotelli,magari imbastire il discorsorelativo all'erede dellosvedese. Oranon restache attendere,ma la sensazione èche stavolta ilParis vogliaandare fino in fondoe non fermarsial primo nodivia Turati, come avvenne agennaio per Patoe unmesefa per Thiago Silva. Wiggins, Nibali nonsièarreso Ilsicilianofuggeindiscesa ma è ripreso. Vince Voeckler Tour,bel tentativofallitoma nonfallimentare.Davanti, icoraggiosi fuggitivi sigiocanolatappa,cheva alpiùtosto,comeognianno COSIMOCITO BELLEGARDE U: giovedì 12 luglio 2012 23
Un Paese in trincea. UnPaese «murato». È Israe-le. Oltre mille chilome-tri di filo spinato, di ce-mento armato… Israele«mura» i suoi confini con il Libano, bissa con l'Egitto. Poi, c'è il «Muro» per antonomasia: quello che corre per l'intera Cisgiordania. Oggi, il nuovo pericolo per Israele si chiama immigrazione irregolare. Un nemico contro cui far fronte, murandosi ancora di più. A quanto risulta a l'Unità, il premier Netanyahu sta «seriamente valutando» di dar via libera alla realizzazione di una nuova barriera da erigere al confine con la Giordania (costo stimato: 131 milioni di euro). Obiettivo: fermare l'immigrazione clandestina. «Di fronte a infiltrazioni quotidiane, questa strada appare ormai l'unica percorribile», conferma a l'Unitàuna fonte di Tel Aviv. Entro la fine dell'anno tutti i confini israeliani, oltre mille chilometri, saranno protetti da muri, barriere, protezioni fisiche. Filo spinato. Cemento. Acciaio. Sensori ottici. Fossati. Altro che «ponti». In Terrasanta è tempo di Muri. Muri contro i kamikaze. Muri contro il contrabbando. Ora muri contro l'immigrazione clandestina. Muri - o barriere - che spezzano in mille frammenti territoriali la Cisgiordania. Muri che chiudono in una morsa d'acciaio - e non è una immagine metaforica - la Striscia di Gaza. Muri che costeggiano la frontiera tra Israele ed Egitto. Ed ora, muri che dovrebbero anche spezzare la Valle del Giordano. Quanto alla Barriera con l'Egitto – uno sbarramento di circa 253 km - ha comportato l'innalzamento di reticolati - sotto l'ombra di un sofisticato sistema di controllo radar - lungo l'intera linea di confine che separa l'estrema propaggine meridionale del deserto israeliano del Neghev dal Sinai egiziano. La Barriera - un investimento da 372 milioni di dollari - sarà completata entro la fine del 2012 e formata da uno spezzone di 60 km a sud dell'area di Rafah e un altro della stessa lunghezza a nord di Eilat. Il tratto intermedio, considerato poco soggetto alle infiltrazioni a causa del terreno accidentato, sarà protetto da apparecchi elettronici. SCELTESTRATEGICHE «Ho preso la decisione di chiudere la frontiera sud d'Israele a infiltrati e terroristi», ha ribadito più volte Netanyahu. «Si tratta di una scelta strategica diretta a tutelare il carattere ebraico e democratico di Israele», ha aggiunto, sottolineando come non sia a suo parere possibile sostenere l'ingresso di «decine di migliaia di lavoratori illegali che (provenienti dal continente africano) inondano il Paese attraverso i suoi confini meridionali». «Il governo non vuole profughi e dimentica che anche noi siamo stati profughi e abbiamo bussato alle porte degli altri», ribatte Zahava Galon, ex deputato del partito progressista Meretz. Un nuovo muro, stavolta a nord sul confine con il Libano, è stato realizzato in tre mesi. La barriera, che in alcuni punti è alta anche 11 metri, corre sulla linea del cessate il fuoco del 2000 inizialmente per un chilometro, tra le pianure di Khiam e la cittadina libanese di al-Addaiseh, passando per l'ex valico di frontiera di Fatima Gate. I muri, ovvero la sanzione di un fallimento della politica. Per Israele è la barriera di sicurezza. Per i palestinesi il «muro dell'apartheid». La Barriera-muro, nella parte già completata, si dipana per 709 chilometri e il suo tracciato corre per l'85% all'interno del territorio palestinese della Cisgiordania e solo per il 15% a ridosso della linea di frontiera. Nei punti più alti, il muro in questione raggiunge l'altezza di 8 metri e si estenderà, al suo completamento, per oltre 752 km. Al suo confronto, il Muro di Berlino era un «nano», lungo «solo» 155 km e alto 3,6 metri. Una volta completato, il muro annette di fatto il 50% della Cisgiordania, isolando diverse comunità in cantoni, enclavi o «zone militari». Quasi il 16% dei palestinesi in Cisgiordania vivranno «fuori» dal muro, sottoposti a condizioni di vita insopportabili - la perdita di terra, possibilità di commercio, mobilità e mezzi di sussistenza - e minacciati di espulsione. Questi comprendono gli oltre 200 mila abitanti di Gerusalemme Est, che dopo la costruzione del muro si vedranno isolati dal resto della Cisgiordania. Il muro in cemento, presente a Qalqilia, parte di Tulkarem e Gerusalemme Est, è alto 8 metri, con torri di guardia armate ed una zona cuscinetto larga fino a 100 metri destinata a barriere elettriche, trincee, telecamere, sensori ed al pattugliamento dei militari. In altri luoghi, il muro consiste in diversi livelli di filo spinato, zone sabbiose per rintracciare le impronte, fossati, telecamere di sorveglianza e, in mezzo, una barriera elettrica alta tre metri. Nella valle del Giordano è previsto un altro muro, 20-30 km all'interno della Cisgiordania occupata, con l'obiettivo di tagliare fuori i palestinesi da terre fertili, risorse idriche e da ogni sbocco verso la Giordania. In tal modo verranno annesse sia la valle del Giordano che il «deserto della Giudea». Qui, ragioni di sicurezza s'intrecciano a quelle, non meno rilevanti, del controllo delle risorse idriche. Il completamento del muro porterà di fatto all'annessione da parte d' Israele della fertilissima Jordan Valley, al confine con la Giordania. «Nessun Paese moderno può circondarsi di mura», annota uno dei padri dello Stato ebraico, Yigal Allon. Ma così è. I pionieri sionisti, quelli che aspiravano a fare di Israele un Paese normale, oggi non sarebbero felici. Un concerto. Quale dono più gradito per papa Benedetto XVI. Quello tenutosi di ieri pomeriggio, nella ricorrenza di san Benedetto, tenutosi nel cortile «giardino del Moro» del palazzo apostolico di Castel Gandolfo lo è stato particolarmente. Sia per gli esecutori, la West-Eastern Divan Orchestra diretta dal maestro israelo-argentino Daniel Barenboim, che per il repertorio: la Quinta e la Sesta sinfonia di di Ludwig van Beethoven. Quella diretta dal maestro Barenboim non è un'orchestra qualsiasi. Lo ha ricordato lo stesso pontefice nel discorso di ringraziamento. Si tratta di un gruppo in cui suonano insieme musicisti israeliani, palestinesi e di altri Paesi arabi; persone di religione ebraica, musulmana e cristiana. «Un'orchestra come questa, è nata dalla convinzione, anzi, dall'esperienza che la musica unisce le persone, al di là di ogni divisione; perché la musica - ha continuato il pontefice - è armonia delle differenze, come avviene ogni volta che si inizia un concerto, con il ‘rito' dell'accordatura». Ha ricordato come sia «dalla molteplicità dei timbri dei diversi strumenti» che «può uscire una sin-fonia» e questo grazie «all'impegno del direttore e di ogni singolo musicista. Un impegno paziente, faticoso, che richiede tempo e sacrifici, nello sforzo di ascoltarsi a vicenda, evitando eccessivi protagonismi e privilegiando la migliore riuscita dell'insieme». Il Papa musicologo ha accostato la Quinta e la Sesta Sinfonia alla grande «sinfonia della pace tra i popoli», ancora «non del tutto compiuta». Quindi ha ricordato come la sua generazione e quella dei genitori del maestro Barenboim «abbiano vissuto le tragedie della seconda guerra mondiale e della Shoa». Le due sinfonie eseguite - ha aggiunto - «esprimono due aspetti della vita: il dramma e la pace, la lotta dell'uomo contro il destino avverso e l'immersione rasserenante nell'ambiente bucolico». Il messaggio da trarne anche oggi, è che «per giungere alla pace bisogna impegnarsi, lasciando da parte la violenza e le armi, impegnarsi con la conversione personale e comunitaria, con il dialogo, con la paziente ricerca delle intese possibili». A conclusione del suo saluto ha augurato all'orchestra e al maestro «di continuare a seminare nel mondo la speranza della pace attraverso il linguaggio universale della musica». Ospiti d'onore sono stati il presidente Napolitano e la consorte, signora Clio che si sono trattenuti a cena con il pontefice. L'orchestra della pace in concerto per Ratzinger ROBERTOMONTEFORTE CITTÀDELVATICANO Scontro Pechino-Tokyo per le isole contese Il muro che divide la zona araba da quella israeliana di Gerusalemme FOTO ANSA MONDO Mettetevi in testa che nell'Oceano Pacifico comanda la Repubblica popolare cinese. Un implicito ma perentorio messaggio, ripetuto nel corso di tre dispute territoriali esplose nel giro di soli quattro mesi. Prima con il Vietnam per il mini-arcipelago delle Paracels. Poi con le Filippine per un banco di sabbia affiorante dalle acque che porta il cacofonico nome di Scarborough. E ora con il Giappone per cinque disabitati isolotti chiamati Shenkaku daTokyo e Diaoyu da Pechino. Cominciamo dalla fine, cioè da ieri. Motovedette cinesi passano vicino alle Shenkaku-Diaoyu. «Per scortare i nostri pescherecci», è la spiegazione ufficiale. Ma il governo giapponese che amministra di fatto quei miseri scogli convoca l'ambasciatore cinese e protesta a viva voce. «È evidente sia storicamente sia secondo il diritto internazionale che le Shenkaku appartengono a noi», sentenzia un alto funzionario del governo, rispondendo a un collega di Pechino che le aveva definite «sacro territorio cinese». Perché scannarsi, seppure a parole, per pochi metri quadri di terra sperduti nell'Oceano? C'entra in parte il prestigio nazionale. Nel 2008 Tokyo e Pechino presero una decisione intelligente: sfruttiamoli assieme. Fatti conseguenti non se ne sono visti, solo polemiche e punzecchiature. L'arrivo di navigli cinesi è la risposta a un'inattesa dichiarazione del premier giapponese Yoshihiko Noda, sabato scorso: lo Stato intende comprare le Shenkaku. Da chi, si chiederà qualcuno, visto che il Giappone sostiene siano sue? Da un ricco cittadino giapponese che ne è proprietario e non sa più che farsene. Insomma le Shenkaku-Diaoyu non hanno patria ma hanno padrone. Un bel guazzabuglio giuridico nel quale sguazzano le contrapposte diplomazie. L'argomento sarà affrontato al vertice dell'Asean (Nazioni del Sudest Asiatico) in questi giorni in Cambogia. Cina e Giappone sono invitati così come gli Usa e altri Paesi del Pacifico. Inevitabilmente i colloqui toccheranno le altre dispute territoriali. Sentiremo parlare di Paracels e di Scarborough. Pechino dirà che le prime sono indubitabilmente sue visto che le occupa dal 1974. Hanoi obietterà parecchio, ma non troverà sponde dato che le sue rivendicazioni di sovranità sono in concorrenza con analoghe ambizioni di Malaysia, Brunei, Taiwan e Filippine. Quanto al minuscolo Scarborough, Manila sta cercando di coinvolgere Washington nella disputa, e questo a Hu Jintao e compagni non piace affatto. Dopoquellocon l'Egitto e laCisgiordania, il governoNetanyahu staprogettandounnuovo murolungoilconfine conlaGiordania.Costo: 130milionidieuro UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it Israele, un Paese «murato» per 1000 km GABRIELBERTINETTO gbertinetto@unita.it . . . Lo Stato ebraico è sempre più isolato Questa volta il motivo è bloccare l'immigrazione ILDOSSIER 14 giovedì 12 luglio 2012
LAPRESTIGIOSATHE ROYAL SOCIETYALONDRAHALE SUEORIGINI INUNASERIEDI INCONTRICHEALCUNI«FILOSOFINATURALI»INIZIANOAORGANIZZAREALLAMETÀDEL1640,CONL'INTENTODIPROMUOVERELACONOSCENZAtramite le osservazioni e gli esperimenti, in poche parole per promuovere la scienza. La fondazione ufficiale ha luogo il 28 novembre del 1660 quando un gruppo di 12 persone si incontrano e decidono di fondare un «College per promuovere la conoscenze delle scienze matematiche e fisiche». Motto della Società «Nullius in verba», traducibile in «non credere a nessuno sulla parola», non credere alle persone cosidette autorevoli ma verificare ogni affermazione tramite gli esperimenti. Il Re Carlo II dette la sua approvazione ed il suo appoggio. Agli inizi la Società non aveva un nome, sarà nel 1661 che per la prima volta appare stampato il nome TheRoyalSociety. Nel 1662 la Società ottiene il permesso di pubblicare il primo volume e nel 1665 uscirà il primo numero di una rivista destinata a diventare molto prestigiosa, i Philosophical Transactions. Sono la più antica rivista scientifica che ha sempre continuato le sue pubblicazioni. Solo nel 1710 sotto la presidenza di Isaac Newton la Società acquisisce la sua sede, due costruzioni in Crane Court. Dal 1967 la sede è in Carlton House Terrace, un palazzo bianco, completato nel 1829, che era riservato in origine «solo ai membri della più alta società Britannica». Vicinissimo al Mall, il grande viale che porta a Buckingham Palace. In questo prestigioso palazzo, sede di una delle più importanti società scientifiche del mondo ha fatto il suo ingresso l'arte moderna. Piccola premessa: un'altra mostra d'arte insolita si svolse a Parigi dal 20 gennaio al 17 febbraio 1963. Insolita prima di tutto per il luogo nel quale si teneva: il Palaisde laDécouverte, il tempio della divulgazione della scienza in Francia fino all'apertura agli inizi degli anni ottanta della CitédesSciences della Villette. Una mostra dal titolo Forme: Mathématiques: peintres sculpteurs contemporains. Una mostra in cui erano esposte opere di artisti di grande rilevanza: tra i pittori Max Bill, Paul Cézanne, Robert e Sonya Delaunay, Albert Gleizes, Juan Gris, Le Corbusier, Jean Metzinger, Piet Mondrian, László Moholy-Nagy, Georges Seurat, Gino Severini, Sophie Täuber-Arp, Victor Vasarely. Tra gli scultori Max Bill, Raymond Duchamp-Villon, Georges Vantongerloo. Non partecipò a quella mostra lo scultore inglese Henry Spencer Moore. Ed avrebbe perfettamente potuto parteciparvi, tanto più che alla mostra parigina erano presenti modelli di superfici che lo interessavano molto: le superfici rigate. Una superficie rigata è generata dall'insieme di tante rette. Un matematico francese Théodore Olivier (1793-1855), allievo di Gaspard Monge (1746-1818), inventore della geometria descrittiva, realizzò molti modelli, articolati e con parti movibili, delle superfici di Monge utilizzando stringhe colorate. Questi modelli divennero molto famosi ed è certo che colpirono molto il giovane Henry Moore che andò a vederli al Science Museum di Londra, museo che ne possiede una intera collezione. Negli anni trenta del secolo scorso era grande l'interesse degli artisti per le nuove idee della matematica, della geometria in particolare. I matematici cominciavano ad interessarsi a superfici meno regolari e più sorprendenti per le loro forme. Alcune di queste superfici e le nuove idee della geometria (geometrie non euclidee, quarta dimensione, curve non regolari, e più tardi la teria della relatività) colpiranno profondamente la fantasia di alcuni scrittori e artisti. A partire da H.G. Wells e Marcel Duchamp che erano affascinati dalla quarta dimensione. L'artista e fotografo surrealista Man Ray ha realizzato negli anni trenta una serie di fotografie di modelli matematici che si trovavano nell'Institute Poincaré a Parigi. In Italia Leonardo Sinisgalli iniziava ad interessarsi alla matematica e scopriva i modelli dell'Istituto di Matematica Castelnuovo a Roma, realizzando alcuni anni dopo un film, Lezione di geometria, che vincerà il Leone d'argento per il documentario al festival del Cinema di Venezia nel 1948. Negli stessi anni Henry Moore stava realizzando nuove forme utilizzando stringhe, sotto la diretta influenza dei modelli matematici che aveva visto. «Ero rimasto affascinato dai modelli matematici che ho visto... Non era lo studio scientifico di questi modelli ma l'abilità di osservare attraverso le stringhe come in una gabbia di uccelli e vedere una forma dentro l'altra che mi affascinava». INCONTROTRASUPERFICI Questo incontro tra le superfici di Olivier ricordata da Moore e le sculture influenzate da quei modelli è l'oggetto della mostra Intersections: Henry Moore and stringed surfaces che si svolge sino al 17 luglio alla Royal Society di Londra, curata da Barry Phipps, dell'università di Cambridge. Nella piccola mostra si possono vedere i modelli delle superfici che provengono dal Science Museum di Londra, i disegni preparatori di Moore per realizzare delle sculture ispirate dai modelli. Alcuni dei disegni sono esplicitamente indicati con le parole Stringed Figures, tutti i disegni sono degli anni 1937-38. Infine dieci sculture di Moore, tra le altre, Stringed Figure, in bronzo e stringhe elastiche, due bellissime Mother and Child del 1938, bronzo e stringhe, e Stringed Head, sempre in bronzo e stringhe. Completano la mostra tre animazioni di superfici matematiche di Nicholas Mee, i manifolds di Calabi-Yau che si incontrano nella moderma Teoria delle Stringhe, a cui accenna in un breve testo John Toland del Isaac Newton Institute di Cambridge, istituzione che ha collaborato alla mostra. Una piccola mostra, con opere di piccole dimensioni, che entrano tutte in una piccola sala della RoyalSociety, l'istituzione scientifica di cui fu presidente anche Isaac Newton. Completa la mostra un libretto con le immagini di tutte le opere, sia dei modelli, che dei disegni, che delle sculture, e dei brevi testi sulla storia matematica dei modelli e sulle suggestioni che influenzarono Moore in quegli anni. Una mostra che merita di essere vista. DiHenri Moore, ildipinto«Ideas for Stringed FigureSculptures» (1937)eadestra la scultura «MotherandChild» (1 938) CULTURE QuandoMoore provòlestringhe InmostraaLondraalcunesueopere ispirateaimodellimatematici Scienzaeartesi incontrano presso lasedediuna dellepiù importanti società scientifichedelmondo: laRoyalSociety,dove l'esposizione,curatadaBarry Phipps,si svolgefinoal 17 MICHELEEMMER LONDRA ... Èneglianni30chegliartisti cominciaronoainteressarsi per lenuove ideescientifiche inparticolaredellageometria Iperboloide e cono asintotico (Science Museum, Londra, 1872) .. . Dagiovane loscultoreandò avederegliesempidiOlivier unmatematicofrancese creatidallesuperficidiMonge U: giovedì 12 luglio 2012 19
SEGUEDALLAPRIMA Il Pd sarebbe un inaffidabile manipolatore che finge di appoggiare il governo in nome della responsabilità nazionale, ma poi in sostanza lo avversa in maniera subdola distinguendosi in modo aperto dai provvedimenti sgraditi. La stravaganza dell'argomentazione lascia senza parole. Su materie altamente simboliche (la riforma dell'articolo 18), e su scelte dell'esecutivo che incidono in maniera pesante sulla vita delle persone (i tagli lineari alla sanità e alla ricerca, gli annunciati licenziamenti nel pubblico impiego, la questione scottante degli esodati), un partito proprio perché responsabile non può certo tacere. Deve anzi esplicitare in modo forte la sua critica e cercare ogni strada parlamentare utile per correggere in maniera significativa delle decisioni che paiono non solo sbagliate, ma anche inefficaci. Che un partito, per un malinteso senso del dovere, debba crocefiggersi, spezzare legami con la sua parte di società (quella peraltro che paga i costi più elevati delle riforme strutturali avviate), lasciare che il Paese si abbandoni in una spirale recessiva è una classica pretesa inesigibile perché del tutto sciocca. L'interdizione della sinistra politica e sindacale, pronta a esercitare terribili ricatti, non c'entra proprio nulla. A nessun partito può essere chiesto il gesto estremo del suicidio. Davvero poi è un interesse generale del Paese che il maggior partito, impegnato nell'arduo compito di evitare la catastrofe economica sostenendo una maggioranza anomala anche al prezzo di una emorragia di consenso, venga travolto dalle macerie di una società presa dallo sconforto dinanzi a una crisi senza prospettive? Appoggiare, correggendole, le scelte necessarie per il risanamento, evocando al tempo stesso che il tempo del governo del centrosinistra avrà un'altra attenzione al malessere sociale non solo non è una pratica disdicevole, ma aiuta il sistema politico a non restare vittima di spinte irrazionali in agguato. Il silenzio dei partiti pronti a scattare sull'attenti per obbedire ai comandi, quali che siano, non aiuta affatto la capacità della democrazia di gestire la crisi. È un colossale errore tecnico quello di auspicare l'afonia dei partiti. Essi al contrario devono parlare, e anche contrastare le tendenze istituzionali deteriori (come il ricorso costante ai voti di fiducia). È vergognosa la descrizione che Polito fa degli scenari politici che si aprirebbero con la prospettiva che il Pd guidi uno schieramento di progressisti e moderati dopo il voto del 2013. Sembrano di nuovo annunciarsi orde di cosacchi pronti a spezzare ogni vincolo europeo, a ballare ubriachi dinanzi alla tragedia del default, a spezzare ogni vincolo di bilancio per scialacquare la residua ricchezza della nazione. Stupidaggini colossali, che cozzano contro ogni verità storica. I bistrattati governi dell'Ulivo e dell'Unione hanno portato al minimo storico il rapporto tra debito e Pil (venti punti in meno di quelli raggiunti da Berlusconi, a cui andava il sostegno colpevole di buona parte delle classi dirigenti nostrane). Il governo Prodi invece ha portato l'Italia nell'euro. Il bilancio del governo D'Alema vanta tuttora il minimo di spesa pubblica dell'ultimo trentennio. E la lista potrebbe continuare a lungo. Nessuno impedisce al Corriere di sognare ad occhi aperti una grande coalizione permanente. Però potrebbe evitare di tacciare come traditore della patria chi opera per non chiudere la democrazia (che sa gestire l'emergenza con le sue risorse), per dare un programma coerente e quindi più incisivo al governo (purtroppo quello attuale non è un vero programma perché poggia sulla non ostilità esplicita di forze politiche che non si reputano neppure alleate). Il teorema di Polito, per cui alla maggioranza attuale non ci sono alternative perché solo chi ha votato la fiducia al governo Monti (quindi anche Di Pietro?) e chi non si è opposto in aula ad esso (quindi anche Vendola che non ha seggi?) può stringere un patto per la prossima legislatura è solo una cattiva metafisica. Chieda pure alla Merkel se, dopo la Grande coalizione, ha rinunciato ad allearsi con i liberali perché erano all'opposizione. O lo chieda alla Spd se ha deciso di troncare per sempre ogni patto di governo con i Verdi perché erano rimasti fuori dalla grande Coalizione. Tutti gli argomenti del Corriere zoppicano, proprio come un sistema politico dove i sostenitori dei tecnici e quelli del comico si danno la mano per sospendere la politica. L'intervento C'è il Pd, che senso ha parlare di due sinistre? Emanuele Macaluso HO L'IMPRESSIONE, AMARA, CHE MENTRE TUTTI PARLANODI CRESCITA, SIA POCO CHIARO IN CHE COSA ESSA CONSISTA. L'Italia non riesce a crescere da circa un decennio. La crescita è soprattutto un fatto strutturale, che necessita oggi di misure urgentissime, visto che la gente soffre, sta malissimo; ma ha bisogno, contemporaneamente, di misure strategiche. Essa non può essere un'opzione miracolistica. Non ci si salverà con misure statalistico-assistenzialistiche, perché nella società della conoscenza l'unica strada da imboccare risolutamente è lo smart growth, la crescita qualificata. Abolire privilegi e rendite corporative è certo la precondizione per lo sviluppo, che si può cogliere però solo puntando sull'«Europa dell'innovazione». È la conoscenza il valore aggiunto dell'impresa, degli investimenti e della rimodulazione del lavoro. Purtroppo soltanto una minoranza del mondo produttivo è sintonizzata in Italia su questa lunghezza d'onda. Del resto anche nello stesso campo socialista, salvo eccezioni, non si riesce a fare della società della conoscenza l'architrave della propria azione, politica, culturale e sindacale. Eppure ci sono stati nella nostra storia momenti in cui il sindacato ha avuto chiara questa scelta di campo. Senza arretrare ai primi anni 70, basti pensare agli accordi del 1993. Teorico e insieme artefice di quella strategia fu Bruno Trentin (tra qualche settimana ricorrerà il quinto anniversario dalla scomparsa). Oggi quelle scelte andrebbero riprese con coraggio, come una priorità assoluta, non un aspetto del problema. Si pensi al confronto aspro tra Fiat e Fiom, oppure all'attuale dibattito sulla riforma del mercato del lavoro: da un lato c'è il riproporsi dell'ossessione liberista della flessibilità in uscita e l'illusione (strumentale) che essa possa generare nuovo lavoro; dall'altro c'è chi vorrebbe affidare quasi solo a norme rigide la difesa dei diritti e lo sviluppo dell'occupazione. Pregnante il pensiero di Trentin: nessuna pregiudiziale anti-flessibilità. Ma «c'è una flessibilità ideologica e una flessibilità reale». Egli rifiutava la strumentalità della prima, ma raccomandava (coraggiosamente) l'apertura riformistica alla seconda. Una organizzazione flessibile del lavoro rispettosa dei diritti è condizione di produttività, competizione, sviluppo; purchè i costi (formazione, reinserimento, mercato del lavoro) vengano coperti adeguatamente da una fiscalità equa e da un impegno delle imprese. Ciò è possibile soltanto attraverso l'intreccio tra lavoro e sapere. Qui siamo deboli, in Italia. Ricordiamoci che la popolazione attiva (pure se in aumento) non va oltre il 50%, mentre nel Nord Europa raggiunge anche il 75% della collettività. Perché non si affronta qui fino in fondo la crisi della disoccupazione strutturale dei lavoratori “over 45 anni”? Nel nostro Paese i 55enni occupati sono il 35%, contro il 70% dei Paesi scandinavi. Perché facciamo finta di ignorare che la Svezia ha sviluppato un'attività di formazione permanente (degli adulti) che ha fatto raggiungere il diploma di scuola media superiore ad una percentuale altissima di cittadini? Il rapporto sistemico tra conoscenza e lavoro si affronta su due piani e produce due risultati: quello capace di influenzare significativamente la produttività e, insieme, quello di contribuire a cambiare l'impianto educativo del Paese. In Germania è stata ridotta sensibilmente la disoccupazione giovanile anche promuovendo una radicale riforma dell'apprendistato, contaminando lavoro e sapere, fra loro, esperienza produttiva e studio-insegnamento non (solo) cattedratico. Altrettanto è successo in alcuni Paesi dell'Europa per i cittadini adulti, dove si è provveduto alla riqualificazione costante del cittadino-lavoratore, favorendo la ricostruzione della cultura di base, garantendo allo stesso tempo aggiornamento e ristrutturazione professionali e aggiornamento del profilo intellettuale della cittadinanza, agendo sul fronte del sapere e del saper fare. Introducendo sia nello studio, sul versante educativo, quanto su quello del lavoro esecutivo, la cultura del risultato, la responsabilizzazione. Qui occorre operare nell'ambito della contrattazione sindacale, con l'inserimento organico del concetto di "salario in natura", la professionalizzazione, o l'"assicurazione della mobilità professionale verso l'alto", come raccomandava Bruno Trentin. È in questo quadro che si rinnova la scuola e, con la contrattazione, si favoriscono la partecipazione attiva e responsabile dei lavoratori all'organizzazione aziendale. Socialismo, solidarismo cattolico, movimento operaio, i democratici devono fare i conti con questa sfida. Così si rinnova la base teorica della sinistra. Così si può superare l'infausta stagione delle due sinistre, come hanno ben scritto Tronti, Prospero, Vita e Ranieri su queste pagine. Non basta, però, l'attenzione al “sapere”. È decisivo “quale sapere, e come”. Va cambiato il vecchio modello educativo, di pura trasmissione delle nozioni. L'apprendimento diviene protagonismo studentesco nell'accesso al sapere, come il lavoro diviene protagonismo nella produzione del benessere collettivo. E la libertà, in una società aperta, diventa valore costitutivo della persona umana, acquista pregnanza e forza se si la arricchisce di conoscenza, è vera libertà se un posto di lavoro non diviene un'elemosina. È la piena occupazione che consente la realizzazione di se stessi nel lavoro, che libera dal bisogno di lavorare. Sapere e lavoro sono la sfida di oggi, la colonna portante del benessere e della vera libertà. Il commento Chi vuole solo tecnici e comici SEGUEDALLAPRIMA La questione cui accenno è quella apertamente e limpidamente sollevata nel suo intervento da Rosi Bindi. La quale, dopo aver fatto brevi considerazioni sui danni prodotti dal «paradigma neoliberista» e posta l'esigenza di mettere in campo una vera alternativa culturale e politica pone una domanda: «Siamo in grado di fare avanzare questa alternativa e farla diventare proposta credibile e vincente di governo»? E risponde: «L'alternativa è possibile a patto di riconoscere e far vivere, sul piano delle idee dell'azione politica, la discontinuità - novità costituita dal partito democratico». E a coloro che hanno aperto e dibattuto sulle «due sinistre» dice: «Non vorrei che il Pd restasse inchiodato a un confronto tra ex sulla natura della sinistra o sull'eterna contrapposizione tra riformisti e rivoluzionari». Roba vecchia ribatte Bindi che, però, «rischia di smarrire la vera posta in gioco: quella di elaborare un nuovo paradigma culturale e politico». Ben detto. Infatti non a caso da anni dico che il Pd non ha una «base politico culturale» e certo non può darsela alla vigilia di elezioni. Ed è anche vero che non è questo il momento per discutere se, come e quando le «due sinistre» possono stare insieme, dato che non si sa quali sono e come radunarle. Mario Tronti dice: «Per un centro-sinistra diverso è indispensabile una sinistra diversa». Il trattino rimesso da Tronti presuppone l'esistenza di un partito di sinistra e uno di centro. Ma dov'è il partito di sinistra? Oggi - qui Bindi ha ragione - c'è il Pd, partito di centrosinistra. Il quale con i limiti che, a mio avviso, costituzionalmente ha dal momento che è nato - è il riferimento di tutte le forze che vogliono costruire un'alternativa alla destra populista berlusconiana e al grillismo. E su questo punto che il dibattito nel centrosinistra si è arenato e la prospettiva è sempre più nebulosa. È chiaro che il nodo è il rapporto con il governo Monti. In tutte le democrazie i partiti quando si presentano agli elettori dicono quel che hanno fatto (all'opposizione o al governo) e quel che vogliono fare. Il giudizio sul governo Monti, i comportamenti delle forze politiche rispetto al suo operare, cosa fare per fronteggiare la crisi con cui fare i conti anche nel 2013 e dopo, sarà il tema centrale della campagna elettorale. Di Pietro ha detto che Monti è «l'aguzzino del popolo»: il suo personale partito può stare nello schieramento del Pd? Vendola, dice e non dice, ma ritiene che il governo Monti svolge una politica antipopolare, il Pd, però, vota la fiducia a tutti i suoi provvedimenti. Cosa diranno agli elettori? Ma anche nel Pd le cose non sono chiare: io non penso che il partito di Bersani e Rosi Bindi deve identificarsi col governo che è sorretto anche dal Pdl. Ma se l'Unità si identifica con chi ritiene che questo governo fa «macelleria sociale», un problema si pone. Io penso che questo governo - con tutti i suoi limiti e contraddizioni inevitabili con quella maggioranza - non maggioranza che lo regge ha evitato la «macelleria sociale» che, invece, vediamo in Grecia. Sia chiaro, il disagio sociale è grande, le condizioni dei lavoratori e soprattutto dei giovani sono pesantissime. Come uscirne? Questo è il tema che va affrontato su due versanti: 1) Quali sono le proposte che il Pd e i suoi alleati fanno per fronteggiare la crisi e sollecitare la crescita? Occorre, quindi, sapere chi sono gli alleati del Pd e se c'è un progetto comune anche per il sistema politico da prefigurare con la legge elettorale. 2) Lo scontro politico si è trasferito nelle sedi dell'Ue e l'autorevolezza di chi rappresenterà il governo è oggi essenziale. Monti ha dichiarato che la sua azione politica si ferma con le elezioni del 2013. Questo significa che non guiderà nessun schieramento. Ma il problema resta e riguarda non un partito o una coalizione ma l'Italia tutta. COMUNITÀ Michele Prospero . . . Il disagio sociale è grande Il vero problema da affrontare è quello del come uscirne L'analisi Riprendiamo con coraggio il riformismo di Bruno Trentin Luigi Berlinguer . . . Vergognoso dimenticare che i governi di centrosinistra hanno già condotto politiche di risanamento Maramotti giovedì 12 luglio 2012 15
È IN TESTA ALLE CLASSIFICHE DI VENDITA. Categoria «varia» che - come commentano loro - vale di più perché «comprende tutto». Simone Conte e Diego Bianchi (alias Zoro) sono i creatori della pagina facebook KansasCity1927 rivelazione dell'anno, autori del libro omonimo (libro + cd, 272 pagine / euro 18,00 / Isbn) che - grazie ai contributi audio di Valerio Mastandrea, Elio Germano e Pierfrancesco Favino nell'allegato cd - spopola nella hit. Già dagli albori della stagione Bianchi e Conte intuirono che il 2011-2012 sarebbe stato un anno calcistico complicato e capirono che - da tifosi dotati di pazienza infinita e parecchio senseof humor - la nuova tecnologia (facebook) sarebbe stata lo strumento migliore per elaborare della vecchia passione calcistica le (poche) gioie, i (molti) dolori ma soprattutto le (infinite) preoccupazioni. A parte l'esordio del presidente americano Tomas Di Benedetto, la stagione si caratterizzava per il debutto in Italia da tecnico di Luis Enrique, ex calciatore spagnolo di talento, assertore del possesso palla e ambasciatore del «modello Barcellona». Per arrivare da Testaccio al Camp Nou ci voleva una rivoluzione, anzi la revuloción yellow-red, come scrivono i Kansas. Il tifoso sa bene com'è andata: 16 partite perse (2 derby su 2) su 42, tracolli clamorosi intervallati da timidi raggi di luce, un progetto (anzi «projecto» per dirla con Luis) mai decollato nonostante i dirigenti giallorossi abbiano sempre confermato fiducia al tecnico («Le può anche perdere tutte») e parte della tifoseria si sia addirittura spinta in uno striscione («Mai schiavi del risultato») incomprensibile per il resto del mondo. Un anno di sofferenza «rallegrato» solo dall'ironia e dall'arte dissacratoria dei Kansas che «partita dopopartita,cronacadopocronaca,delusionedopobrodino, esaltazione dopo batosta» hanno visto crescere a dismisura la comunità in Rete, migliaia di romanisti (e non) affascinati dall'acume di Simone e Diego che in ogni testo scritto amano inserire citazioni, più o meno dotte legate alla storia, alla musica, al cinema, al teatro nonché riferimenti all'attualità politica e cronaca. Il primo giornale ad accorgersi che un passatempo di due amici stava diventando fenomeno di massa fu l'Unità che il 1° ottobre pubblicò un'intervista dal titolo Il balón rotola in Rete in cui i due Kansas (all'epoca anonimi) illustravano gusti e passioni ovviamente in salsa giallorossa. Nonostante il numero sempre crescente di fan e «piacitori» (i dispensatori di I like su facebook, giunti a sfiorare le 20mila unità), i Kansas hanno continuato a nascondersi, i loro nomi di battesimo rimanevano un mistero, così come ai più inspiegabile appariva il mancato esonero dell'allenatore. Lo spread in classifica con Juve e Milan saliva mentre lievitavano le visite sulla loro pagina. Romanisti e non, assertori del «projecto» e scettici, giovani e meno giovani. In tantissimi il giorno dopo la partita attendevano le cronache in stile romanesco moderno, con lo scritto che si sovrappone al parlato diventandone spesso caricatura, per esorcizzare sorridendo i tanti scivoloni dei loro beniamini ribattezzati con soprannomi arguti divenuti poi veri e propri cavalli di battaglia: er putto cantero (Bojan), er cannicane (Heinze, per «lo stile difensivo particolarmente rabbioso ai limiti della bestialità), Lady Gago (Fernando Gago), Supplìcio/Labambolaassassina(Simplicio) e altre delizie di questo tipo. Si ride ma non solo. Prendere per i fondelli gli avversari è da bambini, attaccare gli arbitri e i palazzi del potere è fin troppo banale, irridere se stessi è da geni. È questo che insegna Kansas City 1927. E, alla fine della stagione e del libro, dopo l'amara constatazione che non c'era «gniente da capire» (De Gregori), un'impressione diventa certezza: Simone e Diego - padri dell'autosfottò - una revolución l'hanno avviata: sdrammatizzare il calcio si può e si deve. Soprattutto quando c'è poco da ridere. VALERIOROSA vlr.rosa@gmail.com Leemozionidel pallone:dallavittoria deimondialidi30anni faai raccontipersonali di40scrittori CULTURAESOCIETÀ UNA SERA DITRENT'ANNI FA FUMMO FELICI. URLAMMO CON TARDELLI ED ESULTAMMO CON PERTINI. L'inattesa conquista del Mundial spagnolo sollevò un Paese intero dall'incubo del terrorismo e dalla cupezza dell'austerity. Le canzoni di Sanremo rispecchiavano lo spirito dei tempi: «e vola vola si va, sempre più in alto si va», ma anche Felicità, che era proprio dell'82. E quando Marco Lodoli, laziale sfegatato, una vasta bibliografia («ho scritto alcuni tra i libri più tristi degli ultimi venti anni») e una non meno rispettabile anamnesi di ossa e legamenti rotti nel suo passato di ala sinistra, si domanda cosa possa aspettarsi ancora dalle domeniche intasate dal calcio, la risposta è, inevitabilmente, questa: «La felicità. Una felicità assurda, senza giustificazioni né ragioni sensate, una sorta di regalo che vorrei mi fosse consegnato solo perché lo desidero tanto». Non è poco per un calcio livido e sprofondato per sua stessa mano, gestito male e raccontato ancora peggio da sadici violentatori seriali della lingua italiana, immiserito dalla pochezza morale dei suoi protagonisti e umiliato da scandali e porcherie assortite, e nonostante ciò irrinunciabile, necessario, soprattutto per chi, da bambino, ha sperimentato la gioia di correre all'aperto con un pallone tra i piedi: una sensazione prossima, appunto, alla felicità. Lodoli è uno dei quaranta scrittori che, su invito di Carlo D'Amicis, hanno raccontato il campionato di serie A 2011/2012, ognuno una giornata, ognuno a modo suo, nel tentativo di andare oltre i consueti tic gergali, ed oltre le solite banalità, polverose e stantie, che giustificano il disgusto di Emanuele Trevi: «Il fatto è che tutte queste cose relative al campionato sono assolutamente cretine, una delle caratteristiche principali del campionato di calcio (non del calcio in sé) è di ispirare rigorosamente dei pensieri cretini, di nessun conto, che hanno anche il torto di essere laboriosi, pervasivi. E tutte le occasioni sono l'occasione di un certo numero di cazzate». Ne è venuto fuori un volume, C'è un grande prato verde (pagine 232, euro 14,00, Manni), che mostra un'interessante varietà di stili e di punti di vista. Non tutti vanno a segno: i più giovani, in particolare, si accontentano di stupire la folla con qualche numero a beneficio dei fotografi, perdendo di vista il risultato finale; qualcuno esegue il compitino con la stessa ottusa insipienza di quei cronisti da cui dovrebbe differenziarsi; altri ancora si lasciano accecare dall'appartenenza tifosa e dalla premura di sbandierare le proprie antipatie. E non manca la prevedibile quota di nostalgici e masochisti, che stavano meglio quando si stava peggio e le partite si potevano solo immaginare alla radio, altro che dirette in alta definizione. Se si trattasse di giocatori, li si manderebbe in tribuna per scelta tecnica. I più funzionali al progetto, come amano ripetere i direttori sportivi, sono quelli che azzardano sconfinamenti dalle contingenze sportive, come Alessandro Perissinotto, che misura la distanza immorale tra la bolla in cui vive una minoranza di privilegiati (non solo i calciatori, ma anche i tagliatori di teste delle aziende) e le difficoltà quotidiane del resto del Paese. O come Cristiano Cavina, che lascia sullo sfondo le vicende della massima serie per concentrarsi sulla passione autentica e sanguigna dei tifosi di provincia. O come Gian Luca Favetto, Giosuè Calaciura e Roberto Barbolini, i più abili a servirsi del calcio come pretesto per dipanare le trame di brevi racconti e suggerire punti di vista non ortodossi sul mestiere di vivere, intrecciando storia collettiva e piccole storie private. SEC'È LUINON CISONO IO Tra i migliori in campo va segnalata anche Elisabetta Liguori, che mette subito le cose in chiaro («Io e il calcio siamo in competizione. Se c'è lui di solito non ci sono io, ma se, per caso, ci siamo entrambi, allora è guerra»), prima di lanciarsi in una brillante e ironica variazione sul tema eterno della contrapposizione tra i sessi in nome del calcio («Niente attira il maschio più di una palla, è provato. Ogni maschio rotola verso la palla per sua natura»). Ma il goal che decide la partita è un tiro dal limite di Cosimo Argentina, col pallone che si insacca dove il portiere non può arrivare: «Il mondo andava avanti. Il mondo va sempre avanti e tu non sei che un frammento di poco conto nel bilancio dell'umanità che si ciba di sogni e di chimere. Gli eroi del calcio, dello sport, del palcoscenico e dell'arena sono palliativi per cercare di farcela». LaRomadiLuis è tutta da ridere Unannodicalciogiallorosso rivisitatodaKansasCity 1927 Primal'exploitsuFbora il successodel librodiSimone ConteeDiego«Zoro» Bianchi.ConlevocidiFavino GermanoeMastandrea MASSIMOFILIPPONI mfilipponi@unita.it LaperplessitàdiLuis Enrique,ex tecnicodella Roma,durante l'1-2 con laFiorentina.Lo spagnolo siè dimesso il 10 maggio FOTO DI ETTORE FERRARI/ANSA Ilgrandepratoverde dovefioriscono speranzaefelicità U: 18 giovedì 12 luglio 2012
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