Quel che il Pd «farebbe» e quel che il Pd «farà». Di questo parla oggi Pier Luigi Bersani aprendo l'Assemblea nazionale del suo partito ma soprattutto aprendo di fatto il percorso che porterà alle prossime elezioni. L'appuntamento sulla carta si preannuncia non privo di discussioni interne, visto che Anna Paola Concia e altri stanno valutando l'ipotesi di presentare degli ordini del giorno per superare le «ambiguità» del documento riguardante anche le unioni civili di coppie omosessuali messo a punto dal Comitato diritti (la presidente Rosy Bindi oggi lo presenterà), mentre Sandro Gozi, Pippo Civati e Salvatore Vassallo hanno già preparato tre ordini del giorno per chiedere di fissare subito la data delle primarie per il candidato premier (e che comunque non si vada oltre dicembre), di far rispettare il limite dei tre mandati per i parlamentari e di scegliere ai gazebo (dovesse rimanere il Porcellum) anche i candidati deputati e senatori. Ma Bersani aprirà i lavori con un intervento che nelle sue intenzioni dovrebbe disinnescare ogni mina e permettere invece una discussione sui problemi del Paese e su come affrontarli quando toccherà al Pd governare. Come? Da un lato, rassicurando sul fatto che col centrosinistra al governo si farà una legge sulle unioni civili anche tra persone dello stesso sesso, sul fatto che «entro la fine dell'anno» si faranno primarie aperte per scegliere il candidato premier e che sul limite dei mandati si rispetterà lo statuto, che prevede tre mandati salvo un numero limitato di deroghe (sulla scelta dei candidati parlamentari ha già avuto modo di dire che si ricorrerà a metodi di «ampia partecipazione» nel caso rimanesse il Porcellum, eventualità che però il Pd non vuole neanche prendere in considerazione). Dall'altro lato, proverà a tenere alto il livello della discussione insistendo sui rischi che corre il Paese e facendo appello al senso di responsabilità dell'intero gruppo dirigente del partito: «Tocca a noi presentare un programma di governo per il 2013, con una maggioranza solida politicamente. Guai a guardarsi adesso la punta delle scarpe. Il Pd deve essere uno strumento per la ricostruzione economica, sociale, civica del Paese». Il punto di partenza del ragionamento che farà Bersani di fronte ai membri dell'Assemblea nazionale (ci sarà anche Matteo Renzi, che adesso non intende aprire alcun fronte polemico col segretario) è la grave crisi che attraversa l'Italia, «la più grave dal dopoguerra ad oggi», e il rischio che questa situazione dia maggior fiato a «posizioni regressive e formazioni populiste». «È necessario porre un argine a questa deriva», è l'appello che il leader del Pd lancerà ai suoi ma anche alle altre forze interessate a dar vita a un «centrosinistra di governo» (Bersani ormai utilizza il primo termine soltanto in aggiunta del secondo) e alle forze moderate (partiti e non). CONTI IN ORDINEEVALORI Oggi Bersani, che di fatto è stato il primo a candidarsi per il 2013 (Berlusconi, a cui il leader Pd non dovrebbe dedicare neanche un passaggio della relazione, si è aggiunto tre giorni fa) illustrerà i capisaldi della «carta d'intenti» che dovrà disegnare il perimetro del fronte progressista (solo chi la siglerà potrà poi partecipare alle primarie per la scelta del candidato premier), a partire da quei «valori fondanti» su cui il Pd insisterà in campagna elettorale e poi (in caso di vittoria alle politiche) nell'azione di governo: Europa come orizzonte, rispetto per la Costituzione, lavoro al centro, legalità, eguaglianza, redistribuzione delle ricchezze e ridefinizione del carico fiscale, primato dell'economia reale, coesione sociale, diritto di cittadinanza. Una sorta di decalogo («nessun librone») a partire dal quale Bersani vuole impostare la campagna elettorale del Pd. «Noi oggi sosteniamo questo governo, anche se non ogni sua scelta ci piace del tutto, perché ci siamo caricati la responsabilità di salvare il Paese. Ma dopo Monti noi garantiremo la tenuta dei conti con le nostre scelte, partendo dai nostri valori». E il titolo scelto per l'Assemblea di oggi è un po' già uno slogan per l'oggi e soprattutto per il domani: «Dalla parte dell'Italia con responsabilità e fiducia». ILNODO LEGGEELETTORALE Una parte dell'intervento, e della discussione che seguirà, riguarda la legge elettorale. Bersani, che dell'argomento ha parlato anche con il segretario Pdl Alfano e col leader Udc Casini, ribadirà che il Pd è per il doppio turno e i collegi uninominali, ma che pur di superare il Porcellum è disposto anche a trovare soluzioni alternative. A patto che vengano garantiti tre paletti: scelta dei parlamentari in mano agli elettori, governabilità e che la sera stessa delle elezioni si sappia chi sarà a governare. Quanto alle preferenze, richieste sia dal Pdl che dall'Udc, la discussione non mancherà, visto che il fronte dei favorevoli, dentro il Pd, si va allargando, da Fioroni a Follini, da Boccia a Letta (per il quale su questo il Pd «non deve fare barricate» e per il quale, prendendosi insulti dai grillini, «è preferibile che i voti vadano al Pdl piuttosto che disperdersi verso Grillo»). Bersani, sostenuto in questo da Veltroni e dai due capigruppo Franceschini e Finocchiaro, non intende però cedere. La Lega cancella Bossi anche dal simbolo elettorale TULLIAFABIANI ROMA Se il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, alla notizia che due assessori della sua Giunta vogliono candidarsi alle primarie di coalizione del centrosinistra, risponde con un secco «la libertà è uno dei beni che ancora esistono in Italia. Ognuno è libero di fare le scelte che decide di fare», l'europarlamentare Pd, Antonio Panzeri, eletto proprio nel Nord, è di tutt'altra opinione. Panzeriperchécel'haconStefanoBoeri eBrunoTabacci? «Mi sembra difficile riscontrare elementi di serietà in questa situazione. Capisco che ormai siamo in una fase di cambiamenti repentini, molto più di quanto immaginiamo, ma ho l'impressione che una costante della politica debba essere proprio la serietà». Le sembra poco serio volersi candidare alleprimarie? «Voglio ricordare che queste primarie, che sono molto importanti, servono a decidere chi guiderà il Paese. Chi le vincerà dovrà candidarsi alla premiership e se vince le elezioni dovrà incontrare Hollande, la Merkel, Obama... Vorrei ci fosse la consapevolezza della posta in gioco». StadicendocheidueassessoridiMilano nonsarebbero all'altezza? «Sto dicendo che mi auguro ci sia questa consapevolezza, non voglio esprimere un giudizio sulle persone, quello lo faranno gli elettori. Le primarie non sono un gioco. E poi stiamo parlando di due assessori che hanno una responsabilità importante, Bilancio e Cultura, e sono stati nominati un anno fa». Non sarebbe corretto nei confronti dei milanesimollarel'incaricoprimadeltempoperrincorrereilsognodellapremiership? «È come se ci fosse stato un contratto tacito con l'opinione pubblica milanese. Noi ci siamo candidati e abbiamo vinto promettendo di fare cose nuove, di governare in modo diverso rispetto a chi c'era prima. Una volta che l'impegno si è assunto mi parrebbe giusto mantenere fede proprio per quella categoria della responsabilità che dovrebbe appartenere alla politica. Immagino che lo stesso sindaco di Milano un problema se lo dovrebbe porre se due pregiati assessori della sua giunta dopo soltanto un anno lasciano il loro incarico per andare a fare le primarie, perché è evidente che dovrebbero dimettersi per andare a fare la campagna elettorale». EppurePisapiasembrasereno... «Non dovrebbe. Non ci si può limitare a registrare un fatto anche se capisco che le persone sono libere di fare quello che vogliono. Quando si amministra la cosa pubblica si deve rispondere di quello che si fa e di quello che si dice all'opinione pubblica. Ripeto: credo che serva una valutazione un po' più approfondita, di carattere politico». E di Matteo Renzi, che pensa? Anche lui vuolecandidarsi,malgradonelleprimarie di coalizione il Pd dovrebbe presentarsiconuncandidatosenonvuolesuicidarsicomeèavvenutoproprioaMilano. «Bersani ha tracciato un percorso: prima la Carta di intenti, poi la delimitazione del campo del centrosinistra e alla fine le primarie. Mi sembra invece che la tentazione sia quella di discutere subito e solo di primarie, senza preoccuparsi del programma e delle alleanze. Bersani tra l'altro ha anche dichiarato la sua disponibilità a modificare lo Statuto per permettere a più candidati del Pd di partecipare, quindi mi sembra corretto rispettare quel percorso che giustamente indicato durante la direzione nazionale». Masecondoalcunidemocratici,chehannogiàscrittogliordinidelgiornodapresentare all'Assemblea nazionale, il tempostringeesarebbeilcasodiparlareanchediprimarie. «Io invece penso che durante questa Assemblea sia necessario fissare i punti della Carta di intenti da sottoporre a chi vuole allearsi con il Pd. Sono anche sicuro che una volta individuate alleanze e programma sarà lo stesso segretario con un'altra Assemblea ad affrontare il tema delle primarie con regole e tempi. Le cose vanno fatte tenendo ben presente quali sono le priorità». Oggi l'Assemblea nazionale del Pd: il segretario illustrerà la proposta per la «carta d'intenti» Sul dopo Monti: «Garantiremo la tenuta dei conti con i nostri valori» L'INTERVISTA L'avrà letta anche Umberto Bossi l'email che sancisce ufficialmente la cancellazione del suo nome dal simbolo della Lega Nord? Se non lui, certamente l'hanno letta tutte le segreterie regionali e provinciali, e per conoscenza, le sezioni del Carroccio a cui ieri la segreteria federale ha inviato il messaggio di posta elettronica. Oggetto: il «Nuovo simbolo Lega Nord per l'Indipendenza della Padania». Un nuovo simbolo per un nuovo corso: via il nome di Bossi sotto la figura di Alberto da Giussano, e al suo posto la dicitura «Padania». Con una precisa richiesta: utilizzare il nuovo logo «in ogni ambito». La necessità di precisare e comunicare il cambiamento sarebbe nata dalla richiesta di chiarimenti partita da alcune sezioni. Un cambiamento però che il neo segretario Roberto Maroni ha preventivamente minimizzato: già in una conferenza stampa prima del congresso federale Maroni aveva spiegato infatti che non si trattava di una cancellazione del nome di Umberto Bossi dal simbolo, perché il simbolo del Carroccio, anche nel vecchio statuto, era l'Alberto da Giussano sopra la scritta «Padania». Senza rinunciare a precisare però che il simbolo del movimento era stato poi modificato in vista delle politiche del 2008: alla scritta «Padania» era staL'ITALIAELACRISI SIMONECOLLINI ROMA Primarie, programmi, alleati: Bersani traccia la strada per il voto AntonioPanzeri L'europarlamentarePd: alleprimariedueassessori chehannouna responsabilità importante, CulturaeBilancio, nominati solounannofa . . . «Pisapia sbaglia a sottovalutare. E queste primarie sono molto importanti, non un gioco» . . . Ordini del giorno sulla data della consultazione e sul limite dei mandati per i parlamentari «Boeri e Tabacci candidati? Poco serio per Milano» MARIAZEGARELLI mzegarelli@unita.it 6 sabato 14 luglio 2012
LAURAMATTEUCCI lmatteucci@unita.it Sui massicci tagli al servizio sanitario pubblico, il braccio di ferro tra governo e Regioni, appena iniziato, promette di essere lungo e agguerrito. Anche il confronto in Senato sul decreto della spending review, che partirà martedì, si preannuncia vivace. Del resto, per la sanità si sta parlando di 21 miliardi di tagli negli ultimi tre anni, compresa l'ultima manovra di Monti. Mentre la spesa privata ha superato i 30 miliardi. Tagli che, essendo lineari, cioè operati sui saldi finali, non colpiscono gli eventuali sprechi di alcune Regioni, ma incidono in ugual misura sulla spesa di tutte, anche di quelle che, faticosamente, sono riuscite a mantenere il pareggio di bilancio. Il che significa che queste Regioni, a questo punto, per comprimere ancora la spesa dovranno necessariamente ridurre in quantità e qualità i servizi. Questo almeno è quanto denunciano i presidenti, ma non solo loro. Dello stesso avviso è anche Giovanni Bissoni, già assessore alla Sanità in Emilia-Romagna ed ora presidente dell'Agenas (l'Agenzia per i servizi sanitari regionali), per il quale il livello di finanziamento raggiunto prima delle ultime manovre «poteva consentire al sistema di sopravvivere, ma è evidente che negli ultimi anni da parte dello Stato ha prevalso la leva finanziaria», come ha ricordato anche all'ultima iniziativa del Pd sul tema di qualche giorno fa. Anche perché da anni non è più lo Stato a ripianare eventuali deficit, ma le Regioni stesse, con lo scatto di alcuni automatismi, come ticket e aliquote fiscali. «Nel rapporto Ocse, in quello della Corte dei conti, il nostro sistema è giudicato positivamente - continua Bissoni Siamo in una crisi economica spaventosa, ma non si smantella per questo il Ssn. Prendiamo i provvedimenti sul personale: certo, fanno risparmiare, ma il livello di tensione è alto. Le risorse umane sono indispensabili, e non sono “altro” rispetto ai servizi». COSTISTANDARD E se il governo continua a proporre tagli alle forniture, Bissoni ricorda che standardizzare i costi delle siringhe è abbastanza semplice, ma già per le protesi è molto più complicato. Questione di materiali e tecniche usati, nonché dei professionisti cui ci si affida. Il presidente dell'Emilia-Romagna, Vasco Errani, ricorda anche che mancano totalmente investimenti in innovazione e nuove tecnologie: «La domanda è: che ne sarà del sistema sanitario tra 5 anni?». Renata Polverini, presidente del Lazio, parla di «manovra tombale per le Regioni in piano di rientro come la nostra. Non saremo più in grado di assicurare alle famiglie i minimi servizi perché da 6 miliardi di trasferimenti si è scesi a 200 milioni. Lo dico ad Alfano: nessun governo, anche sostenuto dal Pdl, potrà mai costringermi a licenziare 2.500 persone delle società in house». Tutti d'accordo, comunque, sulla necessità di cambiamento nel Ssn. Come dice il senatore Pd Ignazio Marino: «Una società che cambia ha bisogno di una sanità che non può non cambiare. Siamo i quartultimi in Europa per investimento in sanità pubblica. Tutti i grandi Paesi europei spendono il 25% in più del nostro in salute. Se aumenta l'età dei cittadini, come gli studi dimostrano, deve crescere l'investimento in sanità. Si stima che una bambina su 2 che nascerà a Roma compirà 100 anni». Il tema delle Regioni virtuose penalizzate dalla nuova manovra, quasi tutte al Nord, lascia molto spazio alle polemiche della Lega. Ma non è solo una questione di contrapposizione politica, se il governatore del Veneto Luca Zaia, se ne esce con una controproposta: un'idea «che coltivo da tempo e che sta diventando progetto», dice. «È vero o no che le Regioni del Nord stanno tagliano la spesa in misura più coraggiosa di quella proposta da Monti? Se così è - prosegue Zaia noi chiederemo si applichi il modello di spending review del Veneto, piuttosto che della Lombardia e delle altre Regioni del Nord. Dimostreremo che così si avrà più equità e, al tempo stesso, più gettito». I tagli lineari alla Sanità non colpiscono gli sprechi di alcune, ma incidono in ugual misura su tutto il territorio L'avere i conti in regola non serve a salvaguardare quantità e qualità dei servizi L'ITALIAELACRISI L'ingresso del pronto soccorso dell'ospedale Galliera di Genova FOTO DI LUCA ZENNARO/ANSA Le Regioni «virtuose» non ci stanno a pagare 8 sabato 14 luglio 2012
VALERIOROSA ROMA Il conduttoreradiofonicodellapiùpopolaretrasmissione sportivasièspento ierinelgiornodelsuo78° compleanno ALFREDO PROVENZALI SI È SPENTO IERI, NEL GIORNO DEL SUO SETTANTOTTESIMO COMPLEANNO. FINO ALL'ULTIMO ERA STATO AL TIMONE DI TUTTO IL CALCIO MINUTO PER MINUTO, LA TRASMISSIONE-SIMBOLO DEL SERVIZIOPUBBLICO,CHE,COMEAMAVARIPETERE,«NEL MARE PROCELLOSODEI DIRITTI HA SAPUTO TENERE ALTA E TESA LA BANDIERA DEI DOVERI». La sua ferma e pacata autorevolezza e il suo understatement d'altri tempi conferivano solennità al rito del calcio domenicale. Così lo ricorda Massimo De Luca, suo predecessore a “Tutto il calcio”: «Alfredo era quasi l'ultimo dei Mohicani di quella straordinaria generazione: se Ciotti vantava un eloquio immaginifico, che attingeva da un vasto repertorio culturale, e Ameri aveva una grande voce e un grande ritmo, lui era una sintesi perfetta tra i due. Da appassionato di sport acquatici, aveva seguito le imprese di Novella Calligaris, e immagino quanto gli sarebbe piaciuto raccontare l'attuale generazione di fenomeni del nuoto. A differenza dei cronisti più giovani, che sanno tutto, lui dava l'anima». Filippo Corsini è il suo erede naturale alla guida di “Tutto il calcio”: «Non si era occupato solo di calcio e nuoto: fece anche una straordinaria cronaca del record dell'ora di Moser. Con lui ho condiviso quindici anni di vita professionale, tutte le domeniche. Mi resta impressa la sua grande signorilità: non l'ho mai sentito parlare male di un collega. Per chi amava il calcio, istituzioni comprese, era un punto di riferimento. E poi era una persona umile, come Nando Martellini, che dopo ogni intervento telefonico in diretta mi richiamava per domandarmi se fosse andato bene. Ricordo il caffè e la sigaretta durante gli intervalli tra i primi e i secondi tempi, e il suo fastidio per il calcio-spezzatino, che proprio non digeriva». «L'avevo sentito giusto una settimana fa», ci racconta Riccardo Cucchi, «quando ancora non sembrava che le sue condizioni dovessero precipitare in modo così drammatico. Mi aveva detto: tenetemi il posto caldo, perché da agosto voglio ricominciare. E questo era Alfredo, un lavoratore incredibile. Con l'esempio quotidiano ci ha insegnato che l'orologio non si guarda mai. Veniva quattro ore prima della trasmissione, preparava tutto con scrupolo, non si permetteva nessuna distrazione. Ci diceva sempre che il microfono va rispettato». Bruno Pizzul è della stessa generazione di Provenzali: «In una delle mie prime esperienze in Rai seguii con lui un girone di qualificazione dei mondiali del 70. Da allora in poi ci ha legato un rapporto di amicizia privilegiato, che andava oltre la stima professionale. Alla radio ha rivestito per anni un ruolo di primaria importanza, che ha interpretato con grande discrezione, senza sentirsi mai un personaggio. Non era un presenzialista, ma si prestava volentieri a dare la sua testimonianza in occasioni legate alla solidarietà». E se Gianni Rivera piange la perdita dell'amico, Piero Chiambretti lo ricorda da ascoltatore: «La sua voce mancherà all'orecchio e al cuore. Agli appassionati di oggi ricordava il calcio di ieri, un calcio che non c'è più, di cui sapeva regalare una rappresentazione onirica. Faceva parte di una scuola che non aveva cloni: erano pochi e preparati e arrivavano al microfono per selezione naturale. Oggi sono quasi tutti surrogati di qualcun altro». Provenzali era nato a Genova ed era entrato nel gruppo di “Tutto il calcio” nel 1966. CONCORSO IN FRODE SPORTIVA, DIETRO IL DERBY BARI-LECCE DEL 15 MAGGIO 2011. Questa l'ipotesi della Procura di Bari, che ieri ha notificato la chiusura indagini preliminari nel filone derby, all'ex patron del Lecce Pierandrea Semeraro, all'imprenditore Carlo Quarta e a Marcello De Lorenzis, uno dei faccendieri di cui si sarebbe servito l'ex difensore del Bari, Andrea Masiello, per manipolare l'incontro. Nei loro confronti è ipotizzato il concorso in frode sportiva, reato che prevede una pena blanda e che potrebbe anche essere sospesa con la condizionale. Così non è per le eventuali sanzioni di tipo sportivo, che potrebbero portare il Lecce ad una seconda retrocessione in Lega Pro dopo quella, maturata sul campo, dalla serie A. Il 18 luglio prossimo, infatti, l'ex patron Semeraro dovrà comparire davanti al procuratore federale Stefano Palazzi, per difendere il club dalle accuse della Procura di Bari. Stessa cosa, intanto, è stata fatta anche dall'allenatore della Juventus, tirato in ballo nell'inchiesta Calcioscommesse di Cremona, dal calciatore Filippo Carobbio. In particolare il difensore ex Siena arrestato lo scorso 19 dicembre avrebbe chiamato in causa il suo ex allenatore in Toscana accusandolo di aver preso parte alla combine di due gare (Novara-Siena e Albinoleffe-Siena). «Sono contento, ho chiarito tutto e sono totalmente soddisfatto – ha spiegato al termine delle quasi quattro ore audizione in Procura federale – Finalmente ho potuto raccontare la verità. Ora torno in Valle d'Aosta a fare ciò che mi riesce meglio: vincere». Tre ore e 40 minuti di confronto con Palazzi, per svelare che nessun ruolo ha giocato in quella sospetta combine, di cui è accusato anche il presidente del Siena Massimo Mezzaroma e per “spegnere” le accuse del pentito Carobbio riducendole ad una questione di acrimonie personali e litigi fra rispettive consorti. L'INCHIESTA BARESE A Bari, intanto, il procuratore capo Antonio Laudati e il sostituto Ciro Angelillis, mettono un punto al primo filone Calcioscommesse. Secondo le indagini, l'ex presidente Semeraro avrebbe «nella qualità di presidente della squadra di calcio Us Lecce e in concorso con Quarta che svolgeva la funzione di intermediario» offerto «300mila euro al calciatore della squadra di calcio A.s. Bari, Masiello (che ne riceveva materialmente 200mila) (…) al fine di raggiungere un risultato diverso da quello conseguente al corretto e leale svolgimento della competizione». Da una parte dunque ci sono i leccesi, che avrebbero operato col fine di non far retrocedere la squadra nel campionato di serie A 2010-2011. Dall'altra, invece, ci sono i baresi, in testa fra tutti Masiello, vera mente dell'associazione per delinquere di cui è accusato con Gianni Carella e Fabio Giacobbe. L'ex difensore biancorosso sarebbe stato sul “mercato” non già nel senso sportivo, ma «nella deteriore eccezione mercantile del termine», scrisse il gip Giovanni Abbatista che dispose il suo arresto. Come dire, che si sarebbe venduto le partite della propria squadra in cambio di ricche somme. La stessa Procura fa la distinzione tra i due gruppi, i salentini e i baresi, evidenziando i rispettivi interessi. Scrivono i magistrati nell'avviso di chiusura indagini, che «Quarta, Carella, Giacobbe e Di Lorenzo (il primo d'intesa con Semeraro, gli altri tre d'intesa con Masiello) prendevano gli accordi che consentivano alla squadra del Lecce di vincere la partita per 2 a 0, grazie al comportamento in campo del Masiello che, tra l'altro, proprio al fine di assicurare la buona riuscita dell'accordo, in occasione del 2° goal deviava volontariamente il pallone nella propria rete». Gli atti dell'inchiesta sono composti soprattutto dagli interrogatori di Masiello e Carella, oltre che da alcune dichiarazioni indiziarie di un altro ex calciatore del Bari, Marco Rossi. Secondo Carella, al primo incontro in cui fu organizzata la combine, ci sarebbe stato anche l'ex patron Semeraro, riconosciuto esclusivamente perché visto «in televisione». Il denaro, tra le 200-230mila euro sarebbe stato pagato da Quarta a Masiello in circa 5-6 tranche. Noto l'incontro del 22 agosto 2011 all'hotel Tiziano, a cui partecipò anche l'avvocato penalista Andrea Starace. Il nome del professionista è stato stralciato dall'inchiesta madre e fonti investigative rivelano che la sua posizione è destinata all'archiviazione in quanto non avrebbe avuto alcun ruolo se non quello di accompagnare Quarta. RIPOSODEIBIG,LUNGAFUGA EUNGRANDE VECCHIO DEL GRUPPO CHE RITROVA DOPO NOVE ANNI LA VITTORIA AL TOUR. Fa festa David Millar ad Annonay Davézieux nella tappa più lunga, 226 km complicati, senza colpi di scena, ma lo stesso molto duri e nervosi. Le facce al traguardo sono tirate e stanche, Nibali non se ne meraviglia, «questo è il Tour, non esistono qui giornate facili». Lo scozzese della Garmin batte in volata il francese Peraud e porta a quattro il suo conto totale nella Grande Boucle. Tra il primo e il secondo Millar una lunga squalifica per doping, dal 2004 al 2006, a dividere in due nettamente una carriera che prometteva splendidamente. Il primo aveva sognato in grande, il secondo è un onesto lavoratore molto bravo a cronometro e molto intelligente nelle fughe. Ha 35 anni, farà l'Olimpiade, l'ha voluto a tutti costi in squadra l'amico Cavendish. Ieri ha vinto di intelligenza e di pazienza. Buffa partenza, Quinziato cade da fermo mentre il sindaco di Saint-Jean de Maurienne abbassa la bandierina, taglio profondo alla mano e lungo inseguimento sin dal centimetro 0. Mentre Quinziato insegue, davanti si isola un gruppo di 19 uomini. La tappa prevede Grand Cucheron e Granier nella prima metà, poi discesa e pianura. Il gruppetto si restringe, mentre Sagan attacca sulla seconda salita e prova a rientrarvi, senza successo. La Sky controlla facilmente, non lascia andar via uomini pericolosi e a metà corsa molla l'ancora, fuga andata. Restano in cinque davanti, Millar, Kiserlovski, Peraud, Martinez e Gautier, vantaggio anche di undici minuti. Comune accordo fino ai quattro km, poi iniziano gli scatti, Peraud resta da solo, Millar è l'unico capace di riacciuffarlo. Vanno in due, si studiano, si affrontano in volata, vince Millar, più veloce del francese, più esperto. La Garmin aggiunge una vittoria di qualità alla sua stagione incredibile. Il gruppo arriva a 7'53”. La volata la vince Goss, ma col trucco: Sagan è rimonta netta e lo passerebbe, allora l'australiano si allarga quanto basta per ostacolarlo, la giuria inverte i piazzamenti nell'ordine d'arrivo, Sagan è sesto, Goss settimo. Generale invariata e invariabile oggi, tappa molto facile fino alla Costa Azzurra, a Le Cap d'Agde, 217 km per fughe o per velocisti. SPORT AlTourbrilla laseconda vita del vecchio DavidMillar Il tecnicodella JuventusAntonio Conteal suo arrivonegliuffici della Procura federale allaFigc aRoma FOTO DI MASSIMO PERCOSSI/ANSA Lecce,underbydiguai Chiusa l'inchiesta sullagara col Bari.Conte inFigc IVANCIMMARUSTI ivan-cimmarusti@libero.it «Hochiaritotutto» Il tecnico bianconerodavantiagli007 federali ribattealleaccuse IlpresidenteSemeraro accusatodi frodesportiva Provenzali,«Tutto ilcalcio» inunavocechehafatto lastoria AlfredoProvenzali siè spentonella nottedi giovedìaGenova. Avrebbe compiuto ieri 78 anni. FOTO DI LUCA ZENNARO/ANSA COSIMOCITO citocosimo@hotmail.com ... Il clubgiallorossoavrebbe pagato300milaeuroa Masiellopervincere2-0 lagaracontro i«cugini» U: sabato 14 luglio 2012 23
CRISTIANAPULCINELLI cristiana.pulcinelli@gmail.com TRA I TANTI PARADOSSI CHE DOMINANO LA NOSTRA EPOCACEN'ÈUNOCHERIGUARDAILCIBO:SULLATERRAUNMILIARDODIPERSONESOFFRELAFAMEe due miliardi sono obese o in sovrappeso. A guardare bene, però, il paradosso è solo apparente, perché carenza ed eccesso di cibo sono due facce della stessa medaglia: la malnutrizione. In effetti i due fenomeni spesso coesistono nelle stesse aree: in India, ad esempio, sono in aumento entrambi. Qualcosa, dunque, non va nel sistema alimentare mondiale. Secondo David Stuckler e Marion Nestle, autori di un articolo appena pubblicato su Plos Medicine, il perché va cercato nel fatto che i sistemi alimentari non hanno come obiettivo fornire una dieta ideale agli esseri umani, ma massimizzare il profitto. Insomma, dietro al fatto che mangiamo male ci sarebbe sempre lui: il dio denaro. A dominare i sistemi alimentari mondiali è l'industria multinazionale del cibo e delle bevande che ha un potere di mercato enorme e concentrato in poche mani. La chiamano Big Food, probabilmente perché come Big Foot, una specie di Yeti che vivrebbe nelle foreste dell'America settentrionale, schiaccia con gli enormi piedi tutto quello che ha la sfortuna di trovarsi sul suo cammino. Dieci aziende controllano la metà di tutte le vendite di prodotti alimentari negli Usa e il 15% nel mondo. Oltre il 50% delle bevande che si vendono nel mondo sono prodotte da compagnie multinazionali, Coca cola e Pepsi in testa. Tre quarti delle vendite di cibo nel mondo riguardano alimenti trasformati, ovvero che hanno subito processi di lavorazione industriale. E le industrie più grandi detengono un terzo del mercato mondiale. Come si vede, quello alimentare non è un mercato competitivo, ma un oligopolio. Purtroppo, gli alimenti trasformati non fanno bene alla salute. Spesso sono troppo ricchi di sale, zuccheri e grassi. È stato dimostrato già da alcuni anni che consumi elevati di questi cibi si accompagnano ad obesità e diabete. Anche le bevande gasate sono state accusate di favorire l'obesità infantile e, sul lungo periodo, il diabete di tipo 2 e le malattie cardiovascolari. Ora però assistiamo a due novità ben descritte dalla serie di articoli che la rivista Plos Medicine ha dedicato a questo tema nelle scorse settimane. La prima novità è che Big Food si sta espandendo nei Paesi poveri del mondo. Il mercato nei Paesi sviluppati ormai è saturo, ma nel mondo c'è ancora spazio per conquistare nuove fette di consumatori, visto che ogni abitante della Terra spende il 20% di quello che guadagna in cibo. E allora, ecco Big Food alla conquista dei paesi in via di sviluppo. È lì che negli ultimi 4-5 anni si registra la maggiore crescita nelle vendite di cibi preparati e bibite. Un esempio per tutti: il Brasile. In questo Paese, il consumo di cibo preparato forniva il 20% delle calorie a un individuo negli anni 80 del secolo scorso, oggi ne fornisce il 28% e si prevede che raggiungerà presto il 60%. Parallelamente, l'obesità colpisce il 14% degli adulti, ma sta crescendo e si prevede che possa raggiungere i livelli di Gran Bretagna (24%) e Usa (34%). L'impatto di questa trasformazione non è solo sanitario. Lo snack comincia a sostituire il pasto, momento centrale della vita familiare. I produttori di cibo locale, così come i distributori, vengono tagliati fuori. La cultura e l'identità regionale e nazionale si cominciano a perdere. Inoltre, obesità e malattie croniche come quelle causate da questo tipo di alimenti sono anche fonte di perdita economica. L'altra grande novità è che Big Food si maschera. Le industrie alimentari si rifanno il look e si presentano come società esperte di nutrizione in grado di offrire conoscenze nel campo della scienza dell'alimentazione e dispensare consigli su come risolvere problemi di malnutrizione e obesità. Negli ultimi anni si sono create così numerose collaborazioni tra pubblico e privato con lo scopo di mettere in piedi azioni collettive per migliorare il benessere delle persone. Nei Paesi in cui il mercato è già saturo di cibi ultra trasformati (ovvero cibi a cui sono stati aggiunti grassi, oli, zuccheri, sale, aromi, amidi, residui di carne), queste commissioni si concentrano sulle proposte per modificare la composizione dei prodotti in modo che contengano meno sale o meno grassi o più micronutrienti sintetici. L'altra faccia della medaglia è che queste modifiche permettono alle industrie alimentari di pubblicizzare i loro prodotti come «salutari», il che ha come conseguenza un maggior consumo di questi cibi a scapito dei cibi freschi. O permettono di far aggirare le leggi che proibiscono la pubblicità rivolta ai bambini. INLOTTA CONTROLE ETICHETTE Il rischio è che le industrie alimentari possano influenzare le politiche dei Paesi per combattere le malattie non trasmissibili. Un esempio viene riportato da Deborah Cohen sul British Medical Journal: quando in Europa si discuteva dell'adozione delle etichette nutrizionali a semaforo che segnalano utilizzando i colori rosso, giallo e verde se il contenuto di grassi o zuccheri è eccessivo o giusto, le aziende cercavano di persuadere i membri del Parlamento del fatto che una restrizione dell'industria alimentare avrebbe portato inevitabilmente a perdite dei posti di lavoro. L'industria alimentare attaccò così l'etichettatura a semaforo che non passò. Non mancano poi esempi di aziende alimentari che legano il proprio nome ad associazioni che hanno nobilissimi fini. Unicef Canada, si legge su un articolo del Canadian Medical Association Journal, ha prestato il suo nome per vendere barrette di cioccolato marca Cadbury. E Save the Children, un'organizzazione che si batte per migliorare la vita dei bambini, era una accanita sostenitrice della tassa sulle bibite, poi però le cose sono cambiate e ha fatto sapere che sostenere questa tassa non rientrava nelle sue priorità. Forse è solo una coincidenza, scrive l'autore dell'articolo, che l'associazione abbia preso un finanziamento di 5 milioni di dollari dalla Pepsi e ne abbia chiesto un altro alla Coca cola. Per precauzione, meglio non dimenticare quello che scrive l'autore dell'editoriale che accompagna la serie di articoli su PlosMedicine, «il primo obbligo delle industrie alimentari è quello di trarre profitto vendendo cibo». LENOSTREINTERVISTE : AdrienBrodyfa l'insegnante(comesuopadre) eAlanStivell torna«celtico» P.18 ECOLOGIADELLAMENTE : Psicoanalistie filosofi aconvegnosulsilenzio P.19 MITI : I centoannidiWoodyGuthrie, il ribelle P.20 BigFoodCongrassiezuccheri ineccessoconquistaanche iPaesipoverima lemultinazionali si lavano lacoscienza sostenendoorganizzazioniumanitarieecampagnesalutiste U: ALIMENTAZIONE&AFFARIIl cibotrashsi finge buonoL'industria tentadisalvare la faccia con la beneficienza Ilcelebrepupazzo-denuncia dell'artistaamericanoRonEnglish sabato 14 luglio 2012 17
Il cibo spazzatura si finge buono Pulcinellipag. 17 G8, pene ridotte (di poco) ai no global LaCassazione conferma il reato di saccheggio edevastazione. Subito incarcere cinqueattivisti APAG.12 VINCENZOVISCO Passera, una lista anti-Montezemolo U: Dove vola Berlusconi IL COMMENTO MICHELEPROSPERO Lasciamo parlare il silenzio EMILIOBARUCCI Doveva essere la prima apparizione in pubblico della sua «ridiscesa». Invece al meeting dei Cristiano Riformisti Berlusconi non si è presenta. Nella motivazione prima si parla di «troppo caldo» poi di «impegni». FUSANISOLANI APAG.4-5 Il ministro punta al centro e sulle associazioni cattoliche Italia Futura apre sedi in tutta Italia ma i risultati non si vedono La Lega toglie Bossi dal simbolo Domiciliari per Samuele Piccolo: associazione per delinquere Siria, una mattanza a Tremseh Le vittime sono oltre duecento e adesso c'è anche l'incubo delle armi chimiche DEGIOVANNANGELI APAG. 13 L'INTERVISTA Terzi: «Finora l'Onu è stata paralizzata» Polla-Mattiotpag. 19 L'Italia si ribella a Moody's L'agenzia taglia di due gradini il nostro rating Monti: «Siamo virtuosi e ci puniscono» Dubbi Ue: «Tempistica inappropriata» Piazza Affari ignora il giudizio ma spread a 480 Brandendo dei fasulli sondaggi segreti a lui favorevoli, Berlusconi somiglia sempre di più a quell'orribile idolo pagano che soleva succhiare il nettare dal cranio degli uccisi. La prematura morte politica di Alfano è la condizione per la resurrezione del condottiero di Arcore. SEGUE APAG.4 Pdl, scontro su Alfano E il Cav vuole un aquilone Da Mr. Ferrari a Oscar Giannino: l'elenco degli outsider che cercano di comporre liste elettorali si allunga. Uno dei tentativi più consistenti è quello di Corrado Passera. Il ministro dello Sviluppo economico starebbe lavorando ad una lista di centro in dialogo con Pd e Udc e in concorrenza con Italia Futuradi Montezemolo. Ma per tutti l'affanno è molto grande. CARUGATI APAG.7 La prospettiva del disastro non garantisce che le nazioni facciano quel che devono fare. Soprattutto se orgoglio e pregiudizi rendono i leader poco inclini a vedere ciò che dovrebbe essere ovvio PaulKrugman L'ex premier dà forfait all'Ergife e studia il logo La Lega cancella Bossi dal simbolo elettorale IL MOTTO «TACETE, IL NEMICO VIASCOLTA»RISPOLVERATO DI RECENTEDAQUESTOGIORNALEDOVREBBEESSERERIVOLTOATUTTIGLIATTORIDELLAVITA POLITICAEUROPEAEDITALIANA. Il declassamento dell'Italia da parte di Moody's (ben due scalini: da A3 a Baa2) mostra - se mai ce ne fosse stato bisogno - che siamo in guerra per salvare l'euro e che i provvedimenti presi nel vertice di fine giugno non convincono affatto il vero «nemico»: i mercati finanziari che scommettono sul disintegrarsi dell'euro. Tecnicamente, il declassamento significa che Moody's giudica deteriorata la capacità dell'Italia di ripagare il proprio debito. SEGUEA PAG.3 Colpa dell'Europa che non decide Guthrie una leggenda ribelle Reynoldspag.20 HO L'IMPRESSIONE CHE SPESSO, NELDIBATTITO CHE SI È APERTO SULLE PROSPETTIVEDELLASINISTRA,sul governo Monti, ecc. si sovrappongano e si confondano piani diversi di ragionamento che andrebbero tenuti distinti ai fini di una analisi corretta. Un primo aspetto riguarda la fase che si è aperta con la grande crisi 2007-2008. È evidente che essa segna, o dovrà segnare, la conclusione e una discontinuità netta con la fase storica precedente svoltasi all'insegna dell'egemonia culturale, oltre che economica, del liberismo e dell'individualismo. SEGUEAPAG.9 La vera sfida è governare la crisi Staino Nuova bufera sul Campidoglio. Dopo gli scandali di parentopoli, questa volta finisce nei guai Samuele Piccolo, il numero due del consiglio comunale ai domiciliari con il padre e il fratello. È accusato di associazione per delinquere e finanziamento illecito ai partiti. Il Pdl lo sospende. La Gdf gli sequestra 2 milioni. Il Pd chiede conto al sindaco Alemanno della gestione scellerata della capitale. Piccolo, ex An poi passato al Pdl, era stato la «new entry» politica più votata durante le scorse elezioni comunali. GERINA SEGUE APAG. 10 Uccisi casa per casa. L'inferno siriano non ha fine. Kofi Annan si dice sconvolto e inorridito, la Casa Bianca denuncia le nuove atrocità di regime. Bombardamenti per ore. L'opposizione accusa le Nazioni Unite e l'Iran. E sul conflitto in Siria aleggia anche l'ombra dell'uso di armi chimiche. APAG. 13 CAMPIDOGLIO Alemanno perde pezzi: arrestato mr preferenze 2,00 l'Unità+Left (non vendibili separatamente)Anno89 n. 193 Sabato 14 Luglio 2012
AFFACCIARSI AL SILENZIO E TENTARE DI ESPRIMERLO (PARLARNE, CONDIVIDERNE L'ESPERIENZA) È UN PARADOSSO NELL'ESATTO SENSO ETIMOLOGICO: contrario all'opinione corrente, al buon senso e anche all'abitudine, alla prassi, al «così fan tutti» in un mondo che ha eletto la comunicazione a parametro dell'esistenza. Ciò che non è comunicato, semplicemente non è. Invece parliamo del silenzio, vuoto, nulla, assenza, sospensione (ed eccezione) dalle normali regole d'interazione. Facciamo di più: azzardiamo un paradosso sul paradosso, e cioè che il silenzio sia un'efficace forma di comunicazione e relazione. Uno strumento linguistico, espressivo e dialogico. Poiché il paradosso è la premessa, si comincia (e si finirà) con due esempi e due ipotesi paradossali. Il primo è il visionario racconto di Douglas Coupland in Generazione A: la storia di un venditore di silenzi, che fonda un sito di «suonerie da camera delle celebrità». Per 4 dollari e 99, offre ai suoi clienti la possibilità di scaricare un'ora di silenzio, registrata nella camera di tutta una serie di personaggi, per lo più cantanti famosi, da Mick Jagger a Lou Reed. Intervistato sugli sviluppi del suo progetto, annuncia un grande ampliamento del business: il lancio di una nuova linea di suonerie, chiamata Notturni: panorami acustici serali. Perché - spiega c'è differenza fra il silenzio diurno e il silenzio notturno. Immaginate di trovarvi in una stanza completamente buia con gli occhi chiusi. Poi aprite gli occhi. «È buio esattamente come quando hai gli occhi chiusi, eppure è un buio completamente diverso da quello di prima». Un meraviglioso imbroglione che però ci suggerisce, con la sua intuizione-truffa, che non c'è un solo silenzio, ce ne sono diversi, e possono essere diversamente percepiti. C'è un silenzio a occhi e orecchie chiuse e un silenzio a occhi e orecchie aperte. Il secondo esempio è un'esperienza artistica. Protagonista Marina Abramovic e la sua performance al Moma di New York: The artist is present. L'assunto è semplicissimo: l'artista è presente, a disposizione del pubblico, totalmente affidata al suo sguardo e ai suoi tempi. Ciascuno può sedersi davanti a lei quanto vuole, tre minuti o tre ore, in silenzio. Abramovic, che pure è avvezza a lavorare con fuoco, lame, serpenti, sangue, brandelli di carne, lesioni autoinferte, dichiara: «Sarà la performance più radicale della mia vita». E per prepararsi si impone «una preparazione rigorosissima: non parlerò per tre mesi». La mostra ha un successo enorme, un fotografo documenta le reazioni della gente: moltissimi piangono. Un po' come dentro un gioco rovesciato del silenzio, dove ci si guarda negli occhi e scappa da ridere. «Mentre hai lo sguardo fisso su di me - spiega l'artista - cominci a guardare te stesso. Io sono una scintilla, uno specchio: le persone prendono coscienza della loro vita, della loro vulnerabilità, del loro dolore... Piangono per se stesse». Lacrime, emozione, risa. Difficilmente il silenzio lascia indifferenti, lasciarlo «parlare» significa lasciare le emozioni libere di affiorare. Ma come e con che cosa si ascolta il silenzio? Sarebbe bello fare come il pittore Plasson che dipinge il mare con il mare. Enormi tele bianche che conservano la memoria invisibile di pennellate d'acqua. Allo stesso modo poter evocare la consistenza acustica del silenzio per semplici associazioni. Riuscire a sentire la grana soffice di un silenzio ovattato, un po' ottundente, un silenzio di culla e di sonno, di passi felpati e ambienti protetti. E mettergli a fianco un profondo silenzio, che già allude e si sporge sull'abisso, interno ed esterno, e lascia intravvedere l'eco di remoti, sovraumani silenzi. Ci sono silenzi pesanti e silenzi leggeri, silenzi irritanti e silenzi carezzevoli, silenzi avvolgenti e assordanti, silenzi densi (che sembrano potersi toccare) e silenzi rarefatti, silenzi taglienti (che attraversano, da parte a parte) e silenzi impenetrabili. Come cogliere le differenze? Con quali strumenti? Esiste un organo del silenzio? Le orecchie non bastano. L'approccio è necessariamente sinestesico e ci riporta a un livello più profondo e insieme arcaico, a volte regressivo, di fusione dei sensi, a una dimensione pre-verbale, pre-razionale. Il silenzio ha un odore, un colore e un sapore oltre che un suono e un'immagine. Gli si possono prestare occhi, mani, tatto, palato. Quel che si ricerca è la percezione silenziosa dell'esserci e di tutto quel che ci sta intorno. Dalla percezione all'emozione, qualsiasi stato di forte agitazione psichica, la passione, l'amore, la meraviglia, l'indignazione, la collera, la delusione cocente lasciano a bocca aperta, incapaci di esprimersi. Le emozioni forti agiscono da detonatore della congruenza grammaticale, la lingua si incespica, il pensiero si confonde, si finisce attoniti, ammutoliti, sopraffatti da quel che proviamo. Bello o brutto che sia, trascinante o devastante, esaltante o desolante. Ci sono regioni ineffabili per la loro profondità, positiva o negativa, dove le parole sono troppo strette, scomode, imperfette, logore, ripetitive per contenere «l'animo nostro informe». PARMIGGIANI:UNA PAROLASOVVERSIVA Spesso possiamo solo dire con Montale «quello che non siamo, quello che non vogliamo». Racconta Pascoli che Ulisse, ormai vecchio, è colto dalla nostalgia del mare e riparte con i compagni antichi, lasciando Itaca ritrovata, per ripercorrere, a ritroso, l'itinerario dei suoi ricordi. Ascolterà di nuovo il canto delle Sirene, per riprovare il piacere terrifico della conoscenza e rifare la domanda che continua a guidare il suo errare senza fine: «Chi sono io?» Ma il passato mitico non torna e quando la barca raggiunge gli scogli desiderati e temuti, le Sirene restano mute e immobili. Ulisse è tutti noi e Ulisse è Nessuno. Eppure è proprio quel vuoto, quella perdita così umana di centralità e di senso, quell'interrogativo che resterà eternamente senza risposta, che ha la nostra forma: è il nostro essere nel cercare senza fine. Chiudo con due riflessioni, paradossali. La prima di ecologia della mente. Si parla tanto di emergenza clima, risorse in esaurimento del pianeta. E se lo fosse anche il linguaggio? Se le parole, a forza di usarne e abusarne, nel continuo scialo verbale, si esaurissero? Come nel racconto di Jonathan Safran Foer e di Thomas, l'uomo che prima «parlava, parlava, parlava e non riusciva a tenere la bocca chiusa» e poi perde, via via, pronomi, aggettivi, congiunzioni, nomi, tutto. Ebbene la provocazione, l'esercizio di fantasia che vi chiedo è questo: se rischiassimo di esaurire il linguaggio, voi quale parola vi terreste cara, quale non sareste disposti a spendere tanto facilmente, quale vi terreste per ultima? Amore? Caro/cara? Voglio? Sì? No? La seconda riflessione è che il paradosso è (anche) la strada della conoscenza. E - ben lo spiega Claudio Parmiggiani - come un'arma non è mai «un gesto di buona educazione, rassicurante, ottimista, salottiero, decorativo, ma un atto sovversivo». In questo sta la sua verità. Eversiva «perché non ha obiettivi, non serve a niente, non è in funzione di niente. È esistenza, pura esistenza. …Per la società è un assurdo, ma questo assurdo è dentro di noi e di questo assurdo noi abbiamo bisogno. Il termine sovversione oggi significa silenzio. Silenzio è una parola sovversiva ed è sovversiva perché è uno spazio meditativo». LACOLLANACENTROSTUDI GRADIVA CULTURE Un'operadell'artistae registabritannica Sam-TaylorWood Piccoli libriper impararea«staccare»Questoricchissimonulla Il silenzio lasciamolo parlare Direonondire?Filosofi,musicisti epsicoanalistiacongresso Anticipiamounbranotratto dalla relazionediNicoletta Polla-Mattiotper l'incontro diLavarone:oggisoprattutto gliartisti ci insegnanola forza emotivaed«ecologica» del tacere NICOLETTA POLLA-MATTIOT LAVARONE Lunedìalle 17 aLavarone(Biblioteca Sigmund Freud) appuntamento perun pomeriggio ancoradedicato al silenzio,omeglio alla presentazionedi unapiccola deliziosacollana: i «taccuini del silenzio», editadaMimesis, epensatae realizzata dall'AccademiadelSilenzio, nataa Anghiari daun'ideadiDuccio Demetrio (ordinariodi filosofia all'universitàMilano Bicocca) ediNicoletta PollaMattiot (giornalista, ricercatriceesaggista) che nesonoanche i fondatori.Tre libridi piccolo formato epiccoloprezzo (60 paginea euro 4,90).Tre percorsi di riflessione,meditazione, poesia, ricchi diesercizi esuggerimenti praticiper imparare a«staccare». Unformato che sta in unamano,per ritagliarsiunapausa, soloper sé, in treno, inmetrò, inviaggio... Silenzi, dunque, tascabili questi primi tre titoli: «Pause» diNicoletta Polla-Mattiot (un viaggioattraverso lesensazioni e leemozionia cui le parolenon bastano); «I sensi del silenzio» di DuccioDemetrio (esercizi per riscoprire ilpiacere di scrivere,di noi,dellanatura, degli altri, eper coltivaree difenderestati d'animo ignoti, chesolo nel silenzio possono emergere);«Il silenzio» di FrancoLoi (lostupore, l'incanto, la sorpresa dellaparola, attraverso la poesia,esplora il silenzio che lega l'uomoa se stessoeall'essenzadi ogni cosache nonha nome). Siapronooggi aLavarone, coordinatidal CentroStudi Gradiva, i lavori dellaXXIedizione delcongresso leFrontiere dellapsicoanalisi che quest'annohaquale tema «Il silenzio». Seèvero, come ripeteva il premioNobel José Saramago,che «siparla troppo»,giunge opportuna unariflessione apiùvoci… sul silenzio, questoricchissimo«nihil», che perdirlacon Zanzotto -non ècerto vuoto! Dialoghi serrati allora fra psicoanalisti, filosofi,musicisti esemiologi (fra i moltiFrancesca Rigotti, DanielaFederici, EmilianoBattistini, Roberto Mancini):un corodi appassionatidel silenzio. Unsilenzio che può indicare sia la vitache la morte,occupamomenti creativi o distruttivinelle sedute dianalisi. Un silenzioche si fa metodoperascoltare,generatore di fragore, di invenzionio di silenzialtri. E perchi –dopo l'assaggio aLavaronevogliaproseguire,e esercitarsinella praticadel silenzioe nella comunicazionesenza parole, adAnghiari,dal 30 agosto al 1 settembre, avrà l'opportunitàdi trascorrere tregiorni in Toscanaseguendo i laboratoridella scuoladi Accademiadel silenzio. Sei i seminari proposti, a scelta (conun limitemassimo di20 partecipanti):dal silenzio poetico alsilenzio escursionistico,dallameditazioneal cinema (per iscrizionie informazioni: www.lua.it/accademiasilenzio-0575/788847) U: sabato 14 luglio 2012 19
SONO PASSATI CENTO ANNI DA QUANDO WOODY GUTHRIE HA VARCATO LA SOGLIA DELLA STORIA NELL'ANONIMO E POVERO OKLAHOMA, EPPURE SEMBRAPASSATAUN'ETERNITÀ.PECCATOche il mondo occidentale di cui Woody fu uno dei più arcigni cantori non sia cambiato granché e stia attraversando oggi una delle crisi economiche e di identità culturale più nere dai tempi della Grande Depressione, quella di cui Woody parlò più spesso nelle sue opere. Il 14 luglio, anniversario anche della presa della Bastiglia, il rivoluzionario Woody Guthrie sarà salutato quasi universalmente come «il cantautore», l'uomo con la chitarra a tracolla, sempre pronto a saltare su un treno merci in corsa, a prendere una sbornia in compagnia o a correre dietro a una sottana, ma anche a rischiare le bastonate dei bravacci di un latifondista e a portare una canzone di conforto e, magari, pure qualche soldo ai diseredati. Un po' in tutto il mondo si celebrerà un secolo dalla nascita del cantastorie più incredibile che l'America abbia avuto, un Dna ribelle e controverso quanto solo le più grandi menti riescono a essere. Woody Guthrie fu sempre un personaggio scomodo, persino per i suoi stessi familiari. Dal rapporto conflittuale con il padre, un avventuriero romantico di vedute conservatrici, al non edificante ruolo di padre di famiglia da lui stesso esercitato, con tre mogli e otto figli in larga parte trascurati per rincorrere i propri sogni e placare i propri impulsi, Woody fu l'icona di un mondo in rapida trasformazione e la perfetta incarnazione delle debolezze umane. Non sorprende che il ritratto di questo personaggio assuma sfumature di chiaroscuro. Woody fu un uomo come tanti, con le sue fragilità, ma fu anche un raro talento creativo. Come mi confessò un paio d'anni fa sua figlia Nora, curatrice del suo sterminato archivio, «Frugare tra le sue carte personali non è stato facile. Ho trovato appunti e schizzi in cui mio padre descrive in dettaglio cosa ha fatto insieme a chi. Mi riferisco a donne che non erano mia madre. Ma mio padre era anche quello: un genio ribelle, un marito e un genitore amorevole, ma anche un monellaccio». Non sottovaluterei l'impatto che sulla sua psiche ebbero le numerose tragedie che colpirono la sua famiglia. WoodyGuthrieAmerican Radical (pp. 330, euro 22, Arcana) di Will Kaufman non è una biografia di Woody. O meglio, non la è nel senso classico, prefiggendosi di analizzare soprattutto l'aspetto cardine dell'opera di Woody, cioè il suo pensiero politico. Sembrerebbe una banalità, considerato che molti dei testi più noti di Woody sono intimamente politici, ma ci si scorda che nella sua vita ne scrisse diverse migliaia, di fatto occupandosi delle tematiche più disparate. L'americano Kaufman, a sua volta ottimo musicista nonché studioso di storia e cultura americana presso un'università inglese, ha la passione per dare a queste pagine la giusta anima e la scientificità per non cadere nella trappola dell'agiografia. Le sue lezioni-spettacolo sulla poetica di Woody non a caso hanno ricevuto l'imprimatur di Ry Cooder, suo maestro e icona. È seguendo tale linea guida che troviamo riferimenti anche duri ai tentennamenti che spesso condizionarono il percorso politico di Woody, soprattutto l'imbarazzo di fronte alla posizione degli Usa nella guerra a Hitler e all'ambiguità dell'Urss di Stalin. Woody si dichiarò spesso comunista o, come stava scritto con orgoglio sulla sua chitarra, un «ammazza-fascisti», ma la sua ingenuità politica è anche un punto forte della sua enorme comunicativa. Per anni Woody rimase incerto su dove posare il cappello: sulla bocca del fucile americano, pronto a sparare anche sui «compagni» sovietici, oppure sulla punta della stella rossa, malgrado le crescenti lagnanze internazionali e l'opportunismo da banderuola di Stalin? Woody Guthrie, come molti conterranei, abbandonò la desolazione dell'Oklahoma della Dust Bowl per il miraggio della California. Ecco l'analisi di DoReMi (ve ne ricordate una splendida versione di John Mellencamp, un erede radicale di Woody?): «La California è il giardino dell'Eden, un paradiso da visitare o in cui abitare, ma, che ci crediate o meno, non la troverete così accogliente, se non avete i dindini». C'è davvero tutta la poetica di Woody nel suo sarcasmo. Tra le pagine del libro di Kaufman troverete, oltre ai principali eventi statunitensi e internazionali, un capitolo dedicato a un episodio poco noto della recente storia americana: il pestaggio di Peekskill, nello stato di New York, avvenuto nel 1949, quando un'associazione per i diritti civili indisse un raduno dei suoi simpatizzanti nel corso del quale si sarebbe dovuto esibire un noto artista di colore, raduno che venne disperso a suon di bastonate e lanci di sassi da squadracce organizzate di esponenti della supremazia bianca, praticamente con l'avallo della polizia. Woody, molto turbato, riversò le sue ansie e frustrazioni sulla carta, traducendole in liriche al vetriolo, come sua abitudine. Ma per capire il vero Woody, basta prendere in esame ThisLandIsYourLand, la sua canzone più celebre, una specie di inno americano non ufficiale, in risposta alle falsità zuccherose di God Bless America di Irvine Berling. This Land Is Your Land è l'inno dell'America che non ha una voce e un volto, non a caso sventolata con orgoglio da Springsteen anche in occasione dell'insediamento di Obama alla Casa Bianca, con al suo fianco proprio quel Pete Seeger che si trovò in forte imbarazzo a cantarla insieme a Jimmy Collier «nel 1968, quando l'attivista Sioux Oglala Henry Crow Dog li incalzò così: “Ehi, vi sbagliate... (Questa terra) appartiene a me”». Questione di punti di vista. Woody se la sta probabilmente ridendo alla grande. 9 Maggio-Giugno 2012 Focus: Soldi e democrazia ALTRI CONTRIBUTI Scienziati sociali, politici e la suocera di Ilvo Diamanti Dalle città per far ripartire l'Italia Alfio Mastropaolo Sergio Gentili Vanni Bulgarelli online il numero di maggio-giugno 2012 Denaro e potere, realtà ambivalenti Etica della trascendenza e creazione della ricchezza Contro la privatizzazione della democrazia Berlinguer e la terza Repubblica I partiti nella legislazione europea Giannino Piana Giorgio Benigni Geminello Preterossi Paolo Corsini Pier Luigi Castagnetti La personalizzazione della corruzione al tempo della “partitopenia” Conflitto di interessi, vulnus alla democrazia Stampa di partito tra crisi e metamorfosi Promemoria sul caso Lusi Fabrizio Di Mascio Luigi Zanda Giuseppe Caldarola Franco Monaco Dimezzamento e riforma del finanziamento ai partiti Innovare guardando all'Europa Le peculiarità del caso Usa Partiti sazi e inadeguati Quando i soldi sono spesi bene: la formazione politica Antonio Misiani Paolo Borioni Rodolfo Brancoli Mario Barbi Annamaria Parente ROCK REYNOLDS rockreynolds@libero.it CULTURE Ancheunlibropercelebrare l'artistanelcentenario dellanascita. Il suo innofu sceltodalBoss inoccasione dell'insediamentodiObama STORIAD'AMERICA La leggenda ribelle WoodyGuthrie tramusica ebattagliaper idiritti U: 20 sabato 14 luglio 2012
Siamo virtuosi ma invecedi premiarci ci punisco-no...». Dall'Allen & Com-pany Sun Valley confe-rence, rigorosamente aporte chiuse, rimbalza in Italia il giudizio di Monti sulla bocciatura di Moody's. Che, tuttavia - a ben leggere - dà ragione al premier italiano su due fronti caldi dell'impegno di queste settimane. Il pressing sull'Europa perché si faccia carico delle difficoltà dei Paesi più esposti, in modo da evitare la frana della moneta unica. E il forcing sulle forze politiche italiane perché quel «dopo Monti» che allarma cancellerie e mercati diventi meno indefinito. Sull'Italia, sottolinea Moody's pesa l'incognita greca e la crisi delle banche spagnole, rischi che il premier - a ben ricordare - aveva posto alla base della sua battaglia al Consiglio europeo, la stessa che non fa riscontrare al momento tangibili risultati. E dal governo - malgrado le reazioni dure di Passera («fuorviante e ingiustificato» il declassamento di Moody's) o sferzanti di Terzi («stiamo parlando della stessa agenzia che dava a Lehman Brothers altissimi rating poche ore prima del crollo?») - c'è chi ricorda (sottotraccia) che «malgrado quel giudizio negativo e ingiusto che aiuta la speculazione e risulta sospetto per il tempismo che lo contraddistingue», l'agenzia di rating «dà ragione alle preoccupazioni di Monti che mette in guardia dai punti deboli sui quali può concentrarsi l'azione della speculazione». Moody's mette l'accento sul «clima politico» che, «specialmente con l'avvicinarsi del voto della prossima primavera, è fonte di un aumento dei rischi»? Il monito riguarda l'oggi, e - assieme - il domani e il 2013, cioè. Visto che non si esclude un ulteriore declassamento dell'Italia se dovesse affievolirsi la politica (montiana) del rigore. «Il debito pubblico italiano potrebbe essere declassato ancora, in caso di un ulteriore concreto deterioramento delle prospettive economiche del Paese», avverte l'agenzia di rating. Allarme per il futuro (senza Monti) e apprezzamento per le misure adottate (oggi) dal suo esecutivo, quindi. Promosso, anzi, il «programma di riforme che ha davvero le potenzialità per migliorare notevolmente la crescita e le prospettive di bilancio». CARTUCCEPERUN MONTIBIS Ce n'è abbastanza per fornire cartucce ai sostenitori italiani (e non solo) di un Monti bis nella prossima legislatura. «Invece di premiarci ci puniscono», lamenta il premier da Sun Valley, Idaho, Stati Uniti, parlando davanti a una platea affollata da big del calibro di Murdoch, Gates, Zuckerberg, Cook, Page, ecc. Questo il commento dopo la sentenza che retrocede l'Italia da A3 a Baa2. Premier infuriato? Non solo con l'agenzia di rating. Con l'Europa e soprattutto con la politica italiana. ITALIANI, CHE FORTUNA... La missione del premier negli Usa per pubblicizzare il Paese divenuto «affidabile» grazie all'«austerity» somministrata dal suo governo, ha coinciso con la bocciatura di Moody's che - tuttavia - non ha messo in discussione gli «apprezzamenti» riservati a super Mario (resi pubblici da imprenditori made in Italy presenti alla conferenza di Sun Valley) e le considerazioni sugli italiani «fortunati» perché possono contare su un premier come il professore. La Commissione europea mette l'accento sullo «strano tempismo» di Moody's, che boccia l'Italia mentre è alle prese con un'azione di risanamento «a lungo termine e di ampio respiro»? Ieri era prevista l'asta dei Btp che, tuttavia, non è stata influenzata dai giudizi dell'agenzia di rating. Piazza affari, tra l'altro, ha archiviato col segno più una giornata particolarmente concitata, mentre il «il rischio di un altro venerdì nero era evidente e non si poteva non calcolare». Monti, intervenendo ieri all'Allen&Company Sun Valley conference - secondo quanto riferito da Gianfranco Zoppas ha messo in evidenza, non solo che l'Italia, malgrado gli sforzi, viene punita, ma che il nostro Paese ha dato molto all'Europa ricevendo in cambio poco. Gli «shock» che mettono in difficoltà il nostro Paese? Secondo Monti, sarebbero la conseguenza delle difficoltà di «paesi terzi» (Grecia, Spagna, ecc.). Il sistema bancario italiano?«Solido», garantisce il premier. E mentre Moody's declassa il debito sovrano - una pesante eredità del passato (direbbe Monti) - e promuove il professore, lui ripete dall'Idaho che lascerà Palazzo Chigi nella primavera del 2013. Senza di lui il diluvio, come fa capire l'agenzia di rating? ISTAT Il premier Mario Monti al suo arrivo alla conferenza di Sun Valley, nell'Idaho FOTO DI ANDREW GOMBERT/ANSA-EPA ILCOMMENTO EMILIO BARUCCI I lavoratori dell'Istat instato di agitazionehannooccupato ieri il centrodiffusionedati dell'Istituto.È quantofasapere Flc Cgil, il sindacato dei lavoratori dellaconoscenza.Dopo l'occupazionedella sala stampa, avvenuta in mattinata, la protesta è proseguita«come assembleaesterna, nellestrade intorno all'Istituto, spostandosinel centrodiffusionedati dell'Istat».L'assemblea, fasapere il sindacato,«compostadaalcune centinaiadi lavoratori, ha decisoquindi dioccupare lo spazioe rispondereal presidenteGiovannini - che ieri aveva lanciatounallarme sullostato dell'Istat - sottolineando chenon bastano le dichiarazionipubbliche, serveun cambiodi rotta, all'interno eall'esterno dell'Istituto».L'assembleapermanente dei lavoratori edei sindacatidell'Istat (precari, sottoinquadratievincitori di concorsi chenon vedonoriconosciuta la loroposizione) chiede anchedi «cancellare lenorme dellacosiddetta spendingreview chebloccano il turnover, tagliano l'organicoe i fondi agli entipubblici di ricerca». NINNIANDRIOLO ROMA ILRETROSCENA SEGUEDALLAPRIMA Un giudizio che non può essere preso a cuor leggero in quanto comporta che di qui in avanti i titoli italiani varranno di meno rinfocolando la «scommessa» sull'uscita dell'Italia dall'euro. Nell'attesa che le agenzie di rating vengano regolamentate, ognuno deve fare la propria parte e questo non sembra che stia accadendo. Il vero problema non sta in Italia, ma in Europa. I mercati non credono che la politica deflazionistica di austerità avrà successo nel risolvere il problema dell'elevato debito pubblico dei Paesi periferici. Comunque la si veda la coperta è corta: i conti possono essere messi in ordine, ma l'economia non cresce e quindi servirà una cura ancora più forte per raggiungere gli obiettivi; se questo si riuscirà a fare la recessione sarà talmente pesante da mettere a rischio la governabilità dei Paesi. La via maestra in Europa è una mutualizzazione del debito (eurobonds) o una sua monetizzazione. Comunque sia c'è bisogno di un «salvataggio» da parte dei Paesi forti nei confronti di quelli deboli. Ambedue le strade sono state praticate (dal Fondo salva Stati e dalla Bce), ma la cecità della Germania ha impedito di farlo in modo chiaro e nell'entità adeguata allo scopo. I mercati si convincono solo di fronte al cosiddetto big bazooka: una diga bella alta e senza crepe. Così non è stato, la mediazione ha prodotto misure complicate nel loro funzionamento e limitate che finivano per tappare una falla che diventava via via più grande. Questo è successo anche nel caso del meccanismo anti spread. Dopo il vertice di fine giugno si invocava chiarezza su tre fronti: ammontare delle risorse, automatismo, condizioni per la sua attivazione. L'Eurogruppo di questa settimana non ha fornito parole chiare su questi punti. Un meccanismo automatico con risorse adeguate equivarrebbe ad una monetizzazione del debito, la Germania non lo vuole e ha annacquato il tutto nell'indeterminatezza delle interpretazioni e dei passaggi procedurali. Sarebbe sbagliato buttare via tutto, il Fondo anti spread rappresenta un'occasione da non sprecare. Piuttosto che mettere in evidenza i limiti del meccanismo e le difficoltà del governo Monti, occorre agire in Europa affinché lo spiraglio si ampli. Anche in Italia dobbiamo fare di più. Il rapporto tra governo Monti, partiti e parti sociali non è di sicuro un matrimonio riuscito, indagarne i motivi non aiuta. Il voto sarà comunque a primavera, fino ad allora occorre dare segno di unità su alcuni punti evitando il dibattito astratto e strumentale sul dopo Monti che rischia davvero di fare il male del Paese. In primo luogo la tentazione di uscire dall'euro al grido del «tanto peggio tanto meglio» non deve albergare da nessuna parte. In secondo luogo ci sarebbe davvero bisogno di una bella manovra espansiva, ma stante le condizioni questa strada non è fattibile. Questo significa che il saldo della manovra non si può toccare, la sua composizione deve essere però definita da governo, partiti e forze sociali limitando l'impatto recessivo e le ricadute in termini di equità sennò si rischia il corto circuito: i mercati finanziari sono un vincolo importante, ma anche il disagio sociale lo può diventare. Fino a quando non si allenta il vincolo del rigore a livello europeo la strada è comunque obbligata. Infine, il Parlamento deve darsi una regolata, siamo sull'orlo del baratro e assistiamo a spettacoli indecorosi su Rai e riforma elettorale: le responsabilità sono assai diverse tra i vari attori, ognuno deve assumersi le proprie, ma soprattutto è necessario che gli schieramenti antagonisti riescano almeno a definire una proposta convincente di riforma del voto in tempo utile per le prossime elezioni. Uscire dai tatticismi è necessario, perché questo stallo continua a fare dell'Italia un Paese dalla scarsa credibilità. Se non ci si adopera in questa direzione, nel futuro del Paese non ci sarà Monti, ci sarà soltanto il commissariamento. L'Europa non decide e noi rischiamo il commissariamento . . . «Invece di punirci dovrebbero ringraziarci...» Il governo fa quadrato I ricercatorihannooccupato l'istituto Missioneper tranquillizzare i mercatie l'amministrazione americana.C'èsemprechi vuole ilMontibis.Ma lui assicura:«Nellaprimavera del2013 lascerò» L'ira del premier Ma intanto incassa i complimenti Usa sabato 14 luglio 2012 3
Per i profughi stranieri l'Italia è un inferno. Ai richiedenti asilo viene riservato un «trattamento inumano e umiliante». I migranti rischiano di condurre una vita «al di sotto della soglia di povertà», e quasi sempre sono costretti a vivere senza un tetto sulla testa. Giudizi impietosi, scolpiti nel marmo. Come si parlasse della Siria, o della Libia. Invece è il Bel Paese a essere nel mirino. Stiamo parlando di una sentenza del tribunale civile di Stoccarda, che con quelle argomentazioni vieta alle autorità tedesche il trasferimento di una famiglia di rifugiati palestinesi in Italia. La notizia campeggiava ieri con grande evidenza sul sito on line dello Spiegel. Che non mancava di ricordare che «l'Italia è uno degli Stati fondatori dell'Unione europea, è un Paese che si vanta della sua ospitalità e - nonostante la crisi attuale - è ancora la terza economia dell'Eurozona». È dall'Italia che la famiglia palestinese era giunta in Germania. È vero, ammette lo Spiegel, che il Paese è letteralmente travolto dai richiedenti d'asilo. Però non è la prima volta che un tribunale stabilisce che dei profughi non debbano essere rispediti in Italia. Come riportato il mese scorso da l'Unità, una sentenza emessa il 25 aprile dal tribunale di Darmstadt «aveva dato ragione a una donna somala che, approdata in Germania non voleva essere rinviata in Italia, il Paese che per primo le aveva dato asilo. La giustizia tedesca, a cui si era rivolta, le ha dato ragione». Il motivo: il nostro Paese non garantisce ai richiedenti asilo i diritti fondamentali. Non a caso, la deputata della Linke Ulla Jelpke ha chiesto al governo federale di impedire d'ora in poi qualsivoglia trasferimento di profughi verso l'Italia. «La situazione è davvero così grave?», si chiede lo Spiegel. La risposta che si dà l'autorevole testata è affermativa: si ricordano le condizioni indegne con cui vengono accolti i migranti che arrivano via mare - spesso dopo odissee dall'esito tragico, come la vicenda dei 55 eritrei morti disidratati nel Mediterraneo - e viene citata ovviamente l'emergenza continua di Lampedusa. Ma lo Spiegel riporta anche altri dati: secondo le organizzazioni umanitarie, la grande maggioranza dei richiedenti asilo, dopo il passaggio nei vari Cpa, vive nel migliore dei casi da baraccati o da homeless oltre le estreme periferie delle grandi città. Solo a Roma, su 6000 rifugiati al massimo 2200 hanno posti letti degni di questo nome. E ancora: il commissario per i diritti umani del Consiglio europeo, Nils Muiznieks, la settimana scorsa è venuto in Italia per vedere con i propri occhi quale trattamento venga riservato ai profughi stranieri, molti dei quali in arrivo da situazioni belliche o di povertà estrema. Il suo rapporto è implacabile. «I profughi vengono obbligati a vivere in condizioni orrende», e lui stesso ha potuto constatare di persona «le condizioni intollerabili in cui 800 rifugiati sono costretti a vivere in un edificio abbandonato nella città di Roma: inaccettabile per un Paese come l'Italia». Secondo l'avvocato Dominik Bender, che ha realizzato un'indagine per conto dell'associazione «Pro Asyl», «le autorità italiane non fanno altro che spingere le persone verso altri Paesi europei attraverso una strategia di immiserimento». Scrive lo Spiegelche il governo di Berlino, di fronte a questa situazione, preferisca fare orecchie da mercante. L'Italia, per conto suo, tace. Ragion di Stato: sulla pelle dei migranti. C'è un orrendo neologismo che dovrebbe spiegare la tempesta abbattutasi sulla Tav Torino-Lione. È il «fasaggio», che significa una diversa modulazione dei lavori, tenendo conto delle risorse disponibili. Spiega Mario Virano, commissario del governo italiano per la Tav, dopo aver parlato con l'ambasciatore francese Alain Le Roy, che «tutto nasce dalla ricognizione di spesa che il nuovo governo francese sta facendo». Come aveva raccontato Le Figaro nell'articolo che ha fatto brindare la galassia italiana “No Tav”, in Francia sono previste 15 nuove linee ad alta velocità, 14 interne e una, il corridoio adriatico, internazionale. Poiché i programmi devono fare i conti con la penuria di risorse, «vanno definite le priorità». Ma, afferma il ministro Passera parlando all'Ance, il progetto «è totalmente confermato». I francesi faranno «quello che l'Italia sta già facendo», spiega Virano, ovvero le gallerie geognostiche che poi diventeranno di servizio, rinviando a momenti successivi le altre fasi dei lavori. E Virano ha ottenuto, ieri sera, dal suo omologo francese, Louis Besson, presidente della commissione intergovernativa, la conferma che aspettava: «La sola dichiarazione ufficiale delle nuove autorità francesi è quella del Presidente Francois Hollande, del 22 giugno scorso a Roma». Hollande a Roma aveva detto della Tav «se ne è parlato tanto, si farà». Besson si dice «abbastanza sereno» perché entro la fine dell'anno è già previsto un vertice italo-francese che avrà la Tav come «tema centrale» e perché c'è «un cantiere in corso d'opera con i suoi 9 chilometri di discenderie scavati sul versante francese e gli 800 milioni di euro impegnati», che «beneficia di finanziamenti ripartiti su tre fronti con i contributi» di Italia e Francia «e quello dell'Unione europea ad un tasso privilegiato, come non è il caso di nessun altro progetto». «Ho parlato con il ministro francese ha detto Corrado Passera - Il progetto della Torino-Lyon è totalmente confermato da noi e dai francesi». E il ministro francese del Bilancio Jerome Cahuzac: «Stiamo valutando la correttezza degli investimenti pubblici annunciati da Sarkozy e gli stiamo dando un ordine di priorità». I francesi, nel confermare gli impegni, insistono sull'argomento della caratura internazionale dell'opera: «L' alta velocità Torino-Lione è legata ad accordi internazionali e a un trattato», comunica il ministero parigino dei trasporti, aggiungendo: Francia e Italia «hanno messo la loro parola e ritornare su questa parola è fuori discussione». Però: «Serve un nuovo accordo che tenga conto dei finanziamenti disponibili, in particolare europei». La risposta del Commissario europeo ai trasporti: «Gli Stati dell'Unione non danno sostegno alle infrastrutture e noi non possiamo spendere soldi che non abbiamo», ha detto l'estone Siim Kallas. La fonte principale dei progetti Ten-T, ha spiegato Kallas «sono gli Stati membri, e la parte di competenza comunitaria è relativamente modesta», ma il progetto della Torino e Lione «è prioritario e sostenuto dall'Ue». L'accordo fra Italia e Francia, firmato a fine gennaio scorso, prevede il 42,1% dei costi a carico di Parigi e il 57,9% dell'Italia; il costo stimato del tratto di 66 km fra Sain Jean de Maurienne e Bussoleno/Susa (48,6 km in Francia, 17,4 in Italia) è di 8,2 miliardi. Il contributo dell'Unione europea può arrivare a un massimo del 40% del totale, pari a circa 3,28 miliardi. Ad alimentare le polemiche italiane ci sono i due argomenti portati dal quotidiano conservatore francese sulla effettiva utilità dell'opera: il volume in forte calo del traffico merci e il costo elevato. Per i “No Tav” parla, fra gli altri, Guido Fissore, uno dei 46 indagati per gli scontri in Val Susa dell'estate scorsa: «Gli argomenti francesi sono gli stessi che noi sosteniamo da anni». A dare man forte scendono in campo anche gli anti-tav liberal di Onlit (Osservatorio sulle liberalizzazione nelle infrastrutture e nei trasporti): «Con i francesi si allunga la lista dei paesi europei che aprono una riflessione sulla sostenibilità finanziaria delle grandi opere ferroviarie», dicono. Brennero, Frejus, Terzo Valico «costano 27 miliardi di euro» e, dice il presidente di Onlit, Dario Ballotta, possono «far impennare definitivamente il debito pubblico italiano», mentre «il San Gottardo è quasi ultimato e a costo zero, visto che è stato pagato dagli elvetici». IL CASO Tav, i francesi vogliono rifare i conti Una recente manifestazione No Tav FOTO DI TONINO DI MARCO/ANSA Parigi conferma l'impegno: «Ma serve un nuovo accordo» La Ue: «Non abbiamo fondi» JOLANDABUFALINI ROMA Deidda: «Liberalizzare ledrogheleggerepuò farcalare ilconsumo» «Unacauta liberalizzazione farebbe calare il consumo delle droghe leggere».È l'opinione diBeniamino Deidda,procuratoregenerale di Firenze.Deiddahaspiegato diessere favorevolea«una progressivae cautadepenalizzazioneda un latoe liberalizzazionedall'altro. Controllare ilmercatosignifica anchecontrollare laqualità delladroga, cioè garantire aiconsumatori chenon saranno vittimediqualità scadenti. Laqualità ècontrollataoggi soltantodai trafficanti. Iquali hannomano libera senzachenessuno possaseriamente intervenire».Per ilpg l' argomento in Italiaè tabù perchè«c'èun pòdi fariseismoe l'ideologia prevalesu unaserena valutazione». «Paroleche fannotristezza», il commentodella strutturadiSan Patrignano. . . . Entro fine anno Monti e Hollande parteciperanno ad un vertice a Lione sul dossier alta velocità Sentenza tedesca: «Per i profughi l'Italia è un inferno» ROBERTOBRUNELLI rbrunelli@unita.it Un tribunale civile: negati i diritti umani Spiegel: ai rifugiati viene riservato un trattamento disumano sabato 14 luglio 2012 11
Tutto rinviato. Nei tempi ma non nei contenuti. Ufficialmente è «troppo caldo». E in quella stanza di cemento seminterrata dell'hotel Ergife, periferia ovest di Roma, piena di umanità sudata, compresi i pensionati fatti arrivare con i pullman, che si sventola da ore con i programmi sarebbe stato fisicamente poco consigliabile per il settantacinquenne Berlusconi anche solo affacciarsi. Figurarsi candidarsi. Per la sesta volta in carriera. Ufficiosamente è una lezioncina a chi ha mancato di rispetto al segretario Alfano, che infatti chiude la convention dei Cristiano Riformisti di Antonio Mazzocchi. A quel Diego Volpe Pasini, soprattutto, politico friulano che da quando è diventato “amico” e “consulente” di Silvio Berlusconi nonchè depositario del progetto del nuovo Pdl, ha inanellato un paio di errori mostruosi. La prima relativo al dossier farlocco su Matteo Renzi in cui il sindaco di Firenze veniva lanciato come candidato del centro destra, La seconda, la peggiore, sul segretario del partito Angelino Alfano. «È in condizioni psicologiche molto difficili perchè è stato catapultato in un ruolo non suo. Ieri a Palazzo Grazioli ha anche pianto» ha dichiarato ieri mattina Volpe Pasini. Raccontano che Berlusconi sia andato su tutte le furie perchè «lui ad Angelino vuole bene» e vuol fare il possibile per tutelarlo nel ruolo di segretario del partito. In tutto ciò arriva l'ultimo “Lavitola di turno” - così è stato definito Volpe Pasini dai fedelissimi dell'ex premier - a sputare sentenze e distribuire dossier. Se il buongionro si vede dal mattino, quello del nuovo Pdl Il Cav rinvia l'esordio Il prossimo appuntamento è fissato per martedì mattina. Il Cda della Rai sarà chiamato a prendere atto del voto in Vigilanza (il parere vincolante che rende efficace la nomina di Anna Maria Tarantola alla presidenza) e ad esprimere il nome del direttore generale, candidato unico Luigi Gubitosi. Nello stesso giorno dovrebbe tenersi anche l'assemblea degli azionisti, pronta a ratificare la decisione del Cda. Quindi si passerà alle deleghe del presidente e ai suoi poteri, più o meno super, tema che potrebbe essere affrontato nel Consiglio del giorno dopo, mercoledì. Si preannuncia quindi a viale Mazzini una due giorni intensa. L'avvio della nuova gestione “tecnica” che dovrebbe impegnarsi innanzitutto, parole della presidente Anna Maria Tarantola subito dopo la sua nomina, «sulla qualità del prodotto» nell'esecuzione di un mandato da portare avanti «con equilibrio, indipendenza e trasparenza». Nei giorni successivi, la riunione della commissione di Vigilanza. Ma lo stile dei tecnici che, almeno in apparenza, non sembrano appassionarsi granché al ricambio delle poltrone, dovrà piegarsi all'esigenza che ad alcune dovranno provvedere in tempi rapidi. Per evidente necessità. Ci sono quelle dei vice direttori generali che dovranno affiancare Luigi Gubitosi che avrà bisogno di collaboratori esperti del mondo Rai venendo lui da tutt'altro ambiente. E poi bisognerà decidere chi mettere alla guida del Tg1, la rete ammiraglia, per ora condotto da Alberto Maccari che ha un contratto in cui c'è scritto chiaro che il suo incarico a termine poteva essere revocato da un Cda nella pienezza dei poteri. Al momento, quindi, se possibile anche prima della pausa estiva, è solo necessario nominare il direttore del Tg1 anche se in presenza di un nuovo consiglio di amministrazione tutto potrebbe essere possibile\. Il Tg1 quindi. La testata che Augusto Minzolini rivendica ancora per sé poiché «se vengo assolto, per legge, io devo tornare al mio posto...». Il giudizio farà il suo corso. E poi si vedrà. Intanto è cominciato inevitabile il totodirettore, in verità già legato a un riordino di molte poltrone anziché a quella sola realmente nella disponibilità dei vertici. GIRANDOLA DINOMI Si parla di un ritorno in Rai di Lilli Gruber, una delle punte di diamante de La7 che, però, se nominato si troverebbe a dover fare i conti, in positivo e in negativo, con lo stato di ex che non sempre si è rivelato un vantaggio. Gli altri nomi sono quelli del direttore del Messaggero, Mario Orfeo, di Mario Calabresi cui già la direzione era stata offerta in altra occasione ma che aveva scelto di restare a La Stampa, preferendo restare nel mondo della carta stampata con in prospettiva il Corriere della Sera. E, interno Rai, il direttore del Gr, Antonio Preziosi, il cui nome circola a ogni tornata di nomine. Ma i tecnici, indicati a sorpresa dal governo tecnico, potrebbero anche decidere di puntare su un altro tecnico. Un giornalista del mondo a loro più vicino, magari proveniente dal gotha dei giornalisti economici. Ma qualsiasi nome rientra in un gioco di società estivo. Comunque è chiaro che la fibrillazione è forte. E non solo per quanto riguarda la nomina più immediata ma anche per l'inevitabile valzer di poltrone e poltroncine che comunque è prevedibile in qualche mese ci sarà. Anche perché ci sono alcuni nomi illustri da sistemare. Come l'ex direttore generale Lorenza Lei, difesa fino all'ultimo dal Pdl, ma che poi ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco. Aspettando un'altra autorevole collocazione che potrebbe essere quella della direzione della prima rete. Da RaiUno Mauro Mazza potrebbe passare alla direzione di RaiDue o di Raifiction. Ma queste sono ipotesi ancora tutte in fieri. Si vedrà a tempo debito. Ora bisogna pensare al risanamento aziendale. Il motivo principale per cui Anna Maria Tarantola dopo 41 anni in Bankitalia è stata chiamata in viale Mazzini. Le cose vanno male dalle parti del cavallo che rischia di stramazzare del tutto. Anche sotto il peso dell'evasione del canone, che è costante. ILCOMMENTO MICHELEPROSPERO L'ITALIA E LACRISI Il presidente del Pdl Silvio Berlusconi in una immagine di repertorio FOTO DI MASSIMO PERCOSSI/ANSA Berlusconi dà forfait: deluse le truppe assiepate all'Ergife Tutta colpa delle sortite contro il segretario del nuovo guru Volpe Pasini L'ex premier vuole l'aquilone come simbolo del partito CLAUDIAFUSANI ROMA Rai, martedì il giorno di Gubitosi E parte il totonomine per il Tg1 Già fissata la data per designare il nuovo dg A cascata, non sono poche le poltrone da sistemare MARCELLACIARNELLI ROMA SEGUEDALLAPRIMA È vero che il Cavaliere si riprende il comando perché sente che attorno a lui non opera un vero partito. Ma è altrettanto certo che a destra nessun partito potrà nascere se ogni delfino tra i piedi si ritroverà sempre un padrone scomodo che decide a sua discrezione assoluta il leader, il nome, il simbolo. Alfano mette la parola chiuso ai cantieri per edificare un partito della destra perché non ha osato sfidare il capo. All'origine del suo fallimento c'è la volontà subalterna di rimanere all'ombra di Berlusconi rinunciando a sfidarlo apertamente. Così, nella Lega, ha fatto Maroni che ha promosso un nuovo gruppo dirigente e ora cancella il nome di Bossi dal simbolo del partito. Non si esce da un partito personale (e padronale) senza una grande discontinuità. Finché in giro si agita il Cavaliere, il partito, inteso come una struttura organizzata autonoma e quindi provvista di procedure e di organi indipendenti, può attendere. Quello che per lui davvero conta è di avere delle truppe fedeli disposte all'obbedienza estrema. I deputati servono solo per proteggerlo nella titanica difesa degli interessi d'azienda ritenuti minacciati. Un progetto politico nel Cavaliere non emerge, se non come una mossa strumentale per l'autotutela del suo potere economico. Anche Berlusconi sa bene di essere precipitato ai margini del gioco politico principale. In vista della prossima tornata elettorale, se manterrà fede al proposito di dare fuoco alle polveri e non cederà a qualche consiglio di calcolare meglio le convenienze, egli conta di presentarsi a Montecitorio alla testa di un centinaio di deputati sempre fedeli alla causa. Non spera certo di trionfare, ma conta di disporre comunque di una compatta pattuglia personale-patrimoniale pronta a negoziare, minacciare, contrattare l'agenda con il vincitore. Se poi dal voto uscisse confermato il disegno per il quale lavorano da mesi anche molti grandi giornali, e cioè una sostanziale condizione di ingovernabilità, per la presenza in aula di tante liste e di cordate antipolitiche non coalizzabili, allora potrebbe anche sperare di essere (proprio lui che invocava il ritorno alla lira) arruolato tra le armate irregolari dei responsabili, disposti a consegnare di nuovo le chiavi del potere in mano al tecnico. Quello che torna a sbandierare i sondaggi che narrano di un inesistente miracoloso effetto leader, non è un Berlusconi bipolare che da guastatore sfida il mondo con lusinghe e castighi, ma è un Cavaliere rassegnato che cerca di sbarrare la strada alla sinistra con una nuova arma letale, quella del pareggio non in bilancio, ma in aula. Gli piace questa condizione di indecisione permanente (finché nulla turba le pretese di Mediaset nel campo dell'etere). Con l'illusione di sospendere la politica grazie alla soluzione tecnica gradita ai mercati, si strapazza in realtà solo la buona politica, quella che ovunque si divide in maniera fisiologica tra una destra e una sinistra, mentre si favorisce la presa di massa delle degenerazioni dell'antipolitica, che cavalca la santa guerra contro la casta. I giornali di famiglia di Berlusconi annusano che nel silenzio coatto della politica si può persino sognare il colpo grosso. Quando qualcuno alza la voce contro la concertazione fonte di ogni male, irride il lavoro inteso come diritto e sfida i pensionati, minaccia il lavoro pubblico, gli enti locali, tutti i giornali di destra esultano. Sperano che dopo queste provocazioni, al Pd tocchi la sorte di Dorando Petri, cioè quella di accasciarsi in vista del traguardo, perché destrutturata ad arte la sua forza vitale che è proprio nel lavoro, nel ceto medio. Il Berlusconi che dismette i panni del Masaniello per indossare alla svelta quelli di supporto al tecnico non ha un coerente disegno di sistema. Altrimenti, nell'ipotesi della sconfitta, avrebbe favorito il consolidamento della figura di Alfano che avrebbe messo i mattoni di una parvenza di partito. La tenuta del sistema Paese oggi è minacciata proprio da talune conversioni tecnocratiche. Una riedizione del governo di tregua renderebbe stabile quanto oggi si verifica già sulla legge elettorale, su cui si procede a rilento malgrado le insistite esortazioni del Colle. La paralisi, il ricorso a raffiche di voti di fiducia, il rinvio renderebbero sterile il funzionamento della macchina istituzionale, con gravi ricadute storico-politiche sulla qualità della democrazia. Perciò, quale che sia la legge elettorale, una alleanza costituzionale tra progressisti e moderati rimane la sola alternativa valida per gestire l'emergenza economica, per restituire prestigio ed efficacia alle istituzioni e per rianimare una cultura politica altrimenti congelata. Nel silenzio coatto della politica, il sogno del colpo grosso Che sia Berlusconi oppure Alfano a guidare una coalizione di centrodestra, non cambia granché per gli attuali equilibri elettorali. È quanto si evince da un sondaggio di Ipr marketing, che il 12 luglio ha intervistato un campione di 1.000 italiani. In entrambi i casi, infatti, questa coalizione (Pdl, Lega, La Destra, con altri partiti della galassia del centrodestra) si fermerebbe al 30% (nel 2008 la somma di Pdl, Lega e La Destra fu invece del 46.5%). Un'eventuale coalizione di centrodestra guidata dal Cavaliere verrebbe ampiamente superata da un centrosinistra che mettesse in campo Pd, Udc e altri partiti minori, a sostegno della candidatura di Pier Luigi Bersani a Palazzo Chigi, arrivando al 41-42% dei consensi. Il Movimento 5 Stelle invece si attesterebbe sul 20-21%. In generale, il giudizio sul governo Berlusconi rimane ancora fortemente negativo: il 64% degli italiani ne ha un ricordo negativo, contro il 34% che invece esprime ancora oggi giudizi positivi. Ma se questa è la media italiana, i numeri sono diversi se si guarda dentro al M5S: il 61% dei grillini infatti esprime un giudizio negativo su Berlusconi, mentre ben il 39% ne ha un'opinione positiva. Sondaggi: Silvio come Angelino A destra nessun recupero in vista 4 sabato 14 luglio 2012
LA SFIDA CUI SONO DI FRONTE IL PD E ILCENTROSINISTRANONÈQUELLODISUPErare la distinzione tra la sinistra radicale e quella riformista, ma costruire un nuovo pensiero riformatore. Non solo perché non si capirebbero le ragioni del Pd (hanno ragione Rosy Bindi ed Emanuele Macaluso), ma perché tutti i grandi temi che ci stanno di fronte - lavoro, welfare, diritti, democrazia - richiedono nuove ricette e anche nuove parole. A partire dalla consapevolezza che oggi la giustizia sociale deve essere la stella polare non solo della sinistra, ma di tutte le forze che vogliono far tornare a crescere il nostro Paese e l'Europa, ridare forza e linfa alla democrazia. C'è una questione cruciale che è stata ed è ragione fondativa della sinistra su cui dobbiamo cimentarci tutti: cosa significa e come si costruisce una politica popolare oggi? Penso che una nuova classe dirigente debba essere misurata, valutata e promossa nella capacità che ha di rispondere a tale sfida. Fa bene dunque il nostro segretario Pierluigi Bersani ad insistere sulla politica che guarda negli occhi le persone e, dunque, costruisce un legame diretto perché penso che qui vi sia la radice di una politica popolare, alternativa al populismo, capace di costruire una democrazia efficace. Due sono le direttrici dell'innovazione. 1) La dimensione sovranazionale della politica che comporta nuovi assetti istituzionali, ma anche una dimensione di cittadinanza che superi la sua identificazione con la nazionalità e che definisca i diritti e i doveri in relazione alla dignità della persona e non solo del cittadino. 2) Una democrazia inclusiva che promuova l'ideale dell'eguaglianza non solo garantendo pari opportunità di accesso ma anche promuovendo le capacità della persona, e dunque un suo ruolo attivo nella società. Le radici di una moderna politica popolare, di cui artefici fondamentali dovrebbero essere i partiti politici, sono iscritte nell'articolo 3 della Costituzione: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto, la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Questo rapporto tra giustizia sociale, lotta alle diseguaglianze e partecipazione attiva dei cittadini è un tratto moderno della nostra Costituzione che va riscoperto e rimesso a tema. Perché ci pone la questione dell'efficacia delle politica di welfare al fine di promuovere crescita e inclusione, ma anche di come le istituzioni e la politica promuovono la partecipazione attiva dei cittadini alla vita pubblica. Che è al contempo ingrediente e misuratore della giustizia sociale. Fare in modo che le classi subalterne diventino classe dirigente. Questo era il tema di ieri. Lo è tanto più oggi. Lo è anche nell'era di internet e delle nuove forme di comunicazione, che sono uno straordinario strumento di promozione e di opportunità. Ma internet da sola non basta: ci vuole quella politica che costruisca relazioni umane e legami sociali. Che consenta alle persone di stare insieme, di avere opportunità formative, di discutere, di costruire punti di vista condivisi, di occuparsi insieme dei problemi della propria comunità. Altrimenti non si combatte la diseguaglianza e non si crea giustizia sociale. Guardiamole in faccia le diseguaglianze che attanagliano il nostro Paese: l'impoverimento culturale, fragilità delle relazioni umane, isolamento sociale sono fenomeni che si accompagnano al lavoro precario, al reddito inadeguato, ai servizi inefficaci ed insufficienti. La diseguaglianza soffoca «le capacità» delle persone a partire da quella dei bambini e dei ragazzi. La politica deve farsi carico di questi diversi volti della diseguaglianza ed essere consapevole che la combatte non solo con misure adeguate di crescita di sviluppo, di welfare, ma anche con una azione quotidiana che coinvolga le persone, condivida i loro problemi, consenta loro di elaborarli in proposte ed in partecipazione consapevole. Dunque, c'è bisogno di una politica che faccia uscire dal guscio, che promuova legami sociali, che costruisca nella vita quotidiana il senso e il valore della socialità e dunque della partecipazione attiva. Sarebbe utile e bello costruire un decalogo su come si costruisce una politica popolare sul territorio e fare una raccolta delle buone pratiche. Provo a dire cosa scriverei nel decalogo. Innanzitutto promuovere una conoscenza puntuale del territorio e dei suoi luoghi di lavoro. Farsi carico dei problemi e cercare di risolverli: la scuola, l'ospedale, il servizio sociale, il degrado urbano. Essere in contatto con le tante esperienze associative, dare loro sostegno, imparare da loro su come si interviene per risolvere i problemi, per esempio quando ci sono situazioni di povertà. Promuovere la formazione, a cominciare dai corsi di lingua italiana per gli immigrati e contemporaneamente chiedendo loro di raccontarci del loro Paese, come hanno fatto a Saviano (Napoli) o nella periferia sud di Roma, ad Anagnina. Costruire battaglie e vertenze per promuovere i diritti. Creare occasione di formazione politica per il giovani e coinvolgere le persone anziane a trasmettere ai giovani il loro sapere e la loro competenza. Ecco, credo che questa sia la politica sulla base della quale si seleziona oggi una classe dirigente. L'intervento/1 Riscoprire una politica popolare L'intervento/3 Dal no al liberismo un nuova sinistra Gennaro Migliore Segreteria nazionale di Sel Maramotti LAPOLITICANONPUÒDIVENTARELAFAB-BRICADELL'OBBEDIENZA, LO SPAZIO SENZA ALTERNATIVE, il circoscritto reparto di una specializzazione tecnica. Per questo ho trovato la discussione aperta da Mario Tronti sull'Unità una vera e propria boccata d'aria, di fronte al dilagante conformismo di maniera. Tronti, seguito da Vendola ed altri autorevolissimi contributi, parla di noi, della sinistra e della sua soggettività politica, per parlare del mondo e delle cose che possono provare a trasformarlo. È un esercizio di onestà intellettuale che non appartiene ai tardi epigoni di Margaret Thatcher, che soleva dire, in spregio ai suoi oppositori, che solo con T.i.n.a. (There is no alternative - al liberismo - of course) avrebbe potuto affrontare i problemi del suo Paese. È un vecchio vizio dei conservatori travestire d'oggettiva necessità le loro scelte. Neppure l'azzardo dell'affermazione della propria ragione contro il torto altrui, solo l'annullamento sistematico della legittimità dell'altro. Il pragmatismo liberista è vissuto di questa rendita e ha fagocitato, con le sue leggi «oggettive» e il «neutro» interesse del mercato, la sfera dell'economia e poi quella della politica. Le parole di Tronti come pure quelle di Rosi Bindi, per dire di chi non viene dalla mia storia, hanno affrontato il problema da un' angolazione che critica il paradigma liberista, cosa che condivido profondamente. Il tema è, quindi, individuare quale spazio per costruire un nuovo campo in cui far crescere le idee differenti dal «liberismo necessario», di cui ci parlano in continuazione, e quali pratiche democratiche per rompere la principale conventio ad escludendum dei tempi nostri, quella delle persone. Per me l'oltrepassamento delle due sinistre, non la loro fusione frigida, parte da queste due ambizioni. Il primo terreno è quello europeo. La proposta degli Stati uniti d'Europa sta in piedi solo se si riuscirà a configurare un vero demos europeo. Per farlo non ci servono discussioni grottesche sulle identità, che per fortuna esistono e rappresentano una ricchezza, ma sulla possibilità di strutturare un patto di cittadinanza, la cui base non può che essere l'unificazione di politiche attive (welfare, energia, ambiente, diritti sindacali, politiche industriali, infrastrutture). Con ciò sarà più forte il coordinamento delle politiche fiscali e di bilancio. Questo è il primo terreno di convergenza che vedo tra noi, il Pd e tante forze sociali e civili, come viene giustamente esplicitato da Latorre e Vita. Per praticare tale strada dobbiamo decidere se in Italia possa esistere una soggettività politica che contribuisca alla critica del paradigma liberista e che progetti una proposta di governo alternativa a quello esistente. Il Pse, che in Europa sta affrontando con serietà la critica al quindicennio neoliberista blairista, è il campo privilegiato di questa convergenza. Per un tentativo del genere va archiviato Monti, il montismo e il tatticismo esasperante che ha introiettato l'assenza di alternative. Persino il tanto invocato rinnovamento, necessario e non rinviabile, deve essere in primo luogo un cambio di politiche e di persone che le sostengono. In questa prospettiva non vedo come sia praticabile ciò che alcuni chiedono, a partire da Casini, ovvero impegnarsi fin d'ora a proseguire le politiche di Monti. Non mi convince la tesi di Macaluso e non vedo, dopo i provvedimenti votati per la «salvezza» dell'Italia, come si possa ancora negare la natura classista di Monti che loda i fallimentari Mussari e Marchionne mentre non perde occasione per additare come nemici del popolo e della «patria» tutti quelli che si permettano di contestare le sue scelte, a partire dai sindacati. Infine, credo che il terreno per un nuovo inizio per le forze di rinnovamento nel nostro Paese sia quello di praticare una democrazia diretta e radicale. Non un estenuante rinvio delle proprie responsabilità, un eterno processo referendario, ma una pratica di relazioni che consenta alle idee di attraversare i partiti e non viceversa. Del resto, le proposte più innovative venute dalle primarie sono state anche quelle vincenti. Costruiamo luoghi dove si possa decidere insieme a tanti cittadini che credono nella politica come strumento per il cambiamento quali siano i nostri obiettivi, impegnandoci a mantenere i patti con il nostro popolo anche dopo le elezioni. Non una resa di conti tra storie che, ha ragione Bindi, appartengono effettivamente al passato, ma un luogo comune e plurale di costruzione del presente e del futuro. VORREIDAREANCH'IOUNCONTRIBUTOALL'UTILEENECES-SARIA RIFLESSIONE AVVIATA SULLE COLONNE dell'Unità da Mario Tronti sul futuro e sulle prospettive della sinistra in Italia e in Europa. Non c'è dubbio che è stato ampiamente superato il modello novecentesco, sia quello ideologico (marxismo vs liberalismo) sia quello post ideologico (riformismo vs radicalismo), quest'ultimo al centro della dialettica interna alla sinistra degli anni '90. La crisi o, come penso sia più giusto definirla, la fase di transizione economica esplosa negli Stati Uniti quasi un quinquennio fa con il crack di alcune delle principali banche d'affari al mondo ha segnato la fine di un modello di sviluppo e la necessità di riscrivere, in primo luogo da sinistra, le coordinate culturali, sociali e politiche su cui rilanciare l'iniziativa e ricostruire i soggetti protagonisti e interpreti di questo percorso. La dicotomia tra riformisti e radicali è ormai anacronistica e superata. Come ha scritto, secondo me a ragione, Michele Prospero, questa divisione ha rappresentato uno degli elementi rovinosi del nostro dibattito interno. L'idea che esistesse una sinistra portatrice di una cultura liberare e liberista, seppure mitigata rispetto a quella della destra, e un'altra sinistra che fosse testimone e custode acritica delle conquiste sociali e civili del passato, non ha consentito una lettura e un confronto con la realtà, con il contesto sociale ed economico in rapido e mutevole cambiamento ed ha impedito l'elaborazione di una piattaforma culturale, programmatica e politica al passo con le sfide della globalizzazione. Il Partito democratico da un lato e Sinistra e Libertà dall'altro sono state, in Italia, due felici intuizioni messe in campo per abbattere questo muro di incomunicabilità e di subalternità della sinistra. Ora però occorre che ci si scrolli definitivamente di dosso di tutte le pastoie che finora hanno impedito il compimento di questo processo di profondo cambiamento. Sul piano della prospettiva, i riferimenti europei sono l'esperienza di Hollande in Francia e il tentativo, attraverso la costituzione dell'eurogruppo parlamentare dei Socialisti e Democratici, di aprire il Partito Socialista Europeo alle forze progressiste, laburiste, ambientaliste, democratiche oltre che a quelle forze civiche e ai tanti movimenti che sempre più animano la vita pubblica e politica del panorama europeo, e non solo. La vera sfida, culturale e programmatica, della sinistra oggi sta nel trasformare le libertà e le conquiste dell'individuo del mondo globale in diritti universali dell'uomo e della persona. In questo senso, le priorità sono tre. In primo luogo la questione dei beni comuni: acqua pubblica, accesso alla conoscenza, mobilità, welfare, tutela ambientale e diritto alla casa sono obiettivi da tutelare e promuovere sempre e comunque. In secondo luogo, il lavoro: occorre ribaltare l'attuale modello delle strategie anticrisi messe in campo con l'austerità, partendo dalle misure economiche necessarie alla crescita e su queste costruire i necessari strumenti finanziari che le rendano sostenibili. In questo quadro, è il lavoro a riacquisire centralità nelle politiche di creazione e redistribuzione del benessere. In terzo luogo, occorre un nuovo percorso di partecipazione democratica: bisogna ricostruire e riorganizzare le forze politiche dando valore a meccanismi aperti per la selezione dei gruppi dirigenti e a organizzazioni che riprendano a vivere e a rilanciare le loro iniziative partendo dal contatto con il cosiddetto ‘paese reale', innanzitutto nei luoghi di lavoro. C'è infine una quarta priorità, che riguarda specificatamente la sinistra italiana, ed è la questione-Mezzogiorno dentro un nuovo rapporto Nord-Sud. La Seconda Repubblica è stata caratterizzata da una deriva «leghista» di questo rapporto, fino al punto paradossale di un modello ribaltato che ha visto la questione settentrionale prendere il sopravvento nell'agenda delle priorità di governo. Questo è avvenuto, spesso, anche con la complicità di tanta parte della classe dirigente della sinistra che ha subito il modello culturale padano. Anche su questo versante c'è bisogno che emerga con sempre più nettezza il protagonismo di una nuova classe dirigente di sinistra, consapevole del ruolo nazionale e dell'importanza che ha per l'intero Paese cambiare il volto del Sud, farne ripartire la crescita, liberarlo dalle mafie e dalla criminalità organizzata, dare l'opportunità ai suoi tanti giovani di poter esprimere talento e capacità senza esser costretti a emigrare. La realizzazione di questo percorso ha nelle esperienze di governo di Vendola in Puglia e di de Magistris a Napoli due oggettivi punti di riferimento. È necessario un progetto politico che dal Mezzogiorno parli a tutto il Paese e costruisca, insieme al Partito Democratico, le basi per la futura proposta di governo a partire dal 2013. Una nuova aggregazione può innanzitutto dare maggiore forza elettorale al centrosinistra, intercettando consenso tra quelle categorie sociali, soprattutto i giovani, oggi tentate dall'astensionismo o da avventure neopopuliste. Una prospettiva di governo tanto più è credibile, quanto più riesce a riconquistare e costruire fiducia intorno a scelte ed atti indispensabili a rimettere in moto un Paese da troppi anni fermo, socialmente ed economicamente. È solo in un clima di unità che a sinistra possiamo vincere queste sfide difficili. Da questa prospettiva, dopo le elezioni, può e deve nascere il cantiere del nuovo soggetto. Non la Cosa 4 o la Cosa 5, ma l'altra gamba della sinistra che con il Pd costruisce la prospettiva di una forza politica dal respiro e dalla prospettiva europea finalmente anche in Italia. COMUNITÀ Livia Turco deputata Pd L'intervento/2 Quattro priorità per aprire il cantiere del cambiamento Andrea Cozzolino Vicecapodelegazione Pd al Parlamento europeo sabato 14 luglio 2012 15
Quando, da un giorno all'altro, con quella faccia da «nipotino della porta accanto» tappezzò i muri della capitale con un dispiego di mezzi di sapore berlusconiano, tutti si chiesero: «Ma chi è questo Samuele Piccolo?». E soprattutto: «Da dove prende tutti questi soldi?». Di lui si sapeva solo che aveva organizzato la «Festa dei nonni» e che era vicino a Comunione e Liberazione: a 24 anni, da perfetto sconosciuto, alle elezioni comunali del 2006, fu eletto (come indipendente nelle liste di An) consigliere con 9mila preferenze. Due anni dopo, quando le preferenze arrivano a 12mila, di lui continuava a sapersi molto poco. Si cominciò a capire qualcosa di più quando, alle elezioni regionali del 2010, scoppiò il pasticciaccio della lista romana del Pdl, e molti bisbigliarono il suo nome come uno di quelli su cui si erano divisi fino alla morte i vertici del Pdl. Il mistero su Samuele Piccolo, però, diventato nel frattempo con Alemanno vicepresidente del consiglio comunale, comincia a sciogliersi ora che è finito agli arresti domiciliari, insieme al padre Raffaele e al fratello Massimiliano, in carcere a Rebibbia. L'inchiesta condotta da Mario Palazzi, Paolo Ielo e Barbara Sargenti, prova a far luce in particolare sulla campagna elettorale che incoronò Alemanno sindaco e Samuele Piccolo, suo futuro delegato alla sicurezza, Mr preferenze della lista Pdl. Dal lavoro svolto dal Nucleo Tributario della Guardia di Finanza diretto da Virgilio Pomponi emerge un elenco lunghissimo, circa 8mila persone, pagate come «RdL» rappresentanti di lista da Mr preferenze. E centinaia di migliaia di euro per decine di cene elettorale, pagate con il tesoretto di famiglia. Una vera e propria contabilità «occulta», decine di milioni di euro di false fatture emesse da una miriade di società che fanno capo al fratello di Samuele, Massimiliano, vero «dominus» del gruppo Piccolo. Nella frode fiscale è impegnata tutta la famiglia, madre compresa. E lo stesso Samuele compare a vario titolo nelle società che emettono false fatture e intascano dallo Stato i rimborsi per l'Iva. «Ho massima fiducia nel lavoro della magistratura», si trincera nella più classica delle formule, il sindaco Alemanno, prima di ammutolire di fronte all'ennesimo scandalo giudiziario e politico che travolge il Campidoglio. Di lavoro, in effetti, la sua amministrazione ne, infarcita di ex fascisti, Parentopoli e fedelissimi con strane connessioni con la criminalità organizzata, ne ha dato parecchio alla magistratura. Piccolo, però, non è esattamente un fedelissimo del sindaco di Roma. Piuttosto, è uno che, all'interno del sistema Alemanno, ha provato in ogni modo a conquistarsi una nicchia sempre più vasta di potere, ingaggiando sulla delega per la sicurezza un braccio di ferro persino con il generale Mori. Non è un caso forse che il Pdl, alla notizia del suo arresto, gli ha subito impartito una sospensione. «Senza neppure concedere il contraddittorio», lamenta il suo legale, Luca Petrucci, lo stesso dell'ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi. Secondo la magistratura, che ieri ha perquisito il suo ufficio comunale, sequestrando alla sua famiglia beni per 2 milioni di euro, anche dietro al prodigio politico di Mr preferenze ci sarebbe un tesoretto accumulato illecitamente. E altrettanto illecitamente utilizzato per il finanziamento illecito della sua campagna elettorale. Un altro capitolo riguarda l'utilizzo delle risorse messe a disposizione di Piccolo dall'amministrazione capitolina. Come l'autista di servizio, utilizzato come chauffeur di famiglia. Tra i dipendenti di una delle società del gruppo Piccoli compare invece il nome di Giorgio Ciardi, un altro dei tanti delegati alla sicurezza del sindaco, pur non citato nell'inchiesta. Per lui, il Comune di Roma arrivava rimborsare alle società dei Piccolo fino a 22mila euro in un mese. Roma, arrestato il vice presidente del Consiglio Samuele Piccolo ai domiciliari assieme al padre In carcere il fratello. Il Pdl lo sospende Finanziamento illecito L'accusa: frodi al fisco e società apposite per dirottare fondi alla politica Alemanno fa le ronde anti-prostitute in moto Giacca a vento, casco integrale e foto postate in diretta su Twitter. Notte in strada, quella fra giovedì e venerdì, per il sindaco di Roma Gianni Alemanno che si è fatto immortalare nella sua «ronda» notturna con i vigili urbani impegnato in una operazione antiprostituzione (foto postate su twitter da @LucaBaccarelli1») Samuele Piccolo FOTO ANSA Dopo l'apertura del fascicolo d'inchiesta con l'ipotesi di accusa di stupro motivata sulla relazione di una psicologa del Policlinico Umberto, sono ancora moltissimi i dubbi che circondano quanto accaduto nella notte tra mertedì e mercoledì a una turista australiana di 22 anni in vacanza a Roma, soccorsa all'alba vicino alla stazione Termini, sotto shock, completamente ubriaca, mentre perdeva sangue dalle parti intime. La giovane, che era stata poi operata in ospedale, aveva dichiarato alla polizia nell'imediatezza del fatto che poco prima aveva avuto un rapporto sessuale in strada, particolarmente irruento, con un tunisino conosciuto in serata e che tale rapporto era stato dall'inizio alla fine consesuale. Tuttavia giovedì la procura aveva deciso di indagare per il reato di violenza sessuale aggravata il tunisino per capire se la giovane si fosse trovata in quel momento in uno stato di soggezione psicologica dovuta alla massiccia assunzione di alcool ( dai test aveva un tasso pari a 2,7, vicino al coma etilico) tale da farla ritenere incapace di poter scegliere di accetare o meno il rapporto sessuale. Questo anche alla luce di quanto dichiarato dalla psicologa del policlinico Umberto I che ha parlato a lungo con la ragazza, medicata con due punti di sutura e dimessa ieri dall'ospedale. «Dal colloquio che ho avuto con lei emergerebbe un possibile stupro che la giovane ha voluto nascondere per la vergogna e la difficoltà di trovarsi in un paese straniero – aveva detto la dottoressa Pamela Bruni - Forse era consenziente inizialmente ma non credo lo sia stata anche dopo». ACOLLOQUIOCOI PM Per questo la giovane ieri è stata riascoltata in questura con l'assistenza di una psicologa da parte degli agenti della squadra mobile, su delega da procuratore aggiunto Montelerone e del pm Terracina. Secondo il ragionamento che ha spinto i magistrati a tale ulteriore verifica la giovane poteva aver detto alla polizia, in un primo momento, che quel rapporto era consenziente per paura e vergogna di un eventuale processo o anche solo per il comprensibile desiderio di fare al più preso ritorno in patria. Secondo quanto trapelato, però, la ragazza ieri non avrebbe cambiato la sua versione dei fatti, che tra l'altro coincide non soltanto con quella del tunisino, rintracciato in poche ore dalla polizia, ma anche con quanto rilevato dalle immagini delle telecamere puntate sulla strada, che hanno mostrato tutte le fasi dell'amplesso e anche quelle successive, fino a quando i due partner si sono accorti del sangue che colava dagli shorts della giovane. Subito dopo i due erano stati immortalati mentre si dirigevano, mano nella mano, verso l'hotel San Marco, non lontano dal luogo del fatto, dove la ragazza alloggiava insieme a una comitiva di connazionali partita con lei per la capitale. Le telecamere hanno mostrato chiaramente che i due giovani, probabilmente a causa dello stato di ubriachezza, all'inizio non si sarebbero accorti dell'emorragia. E che quando ciò e avvenuto, entrambi sono stati presi da uno stato di forte agitazione. La ragazza, in particolare, aveva iniziato ad agitarsi e il giovane aveva tentato di calmarla e di aiutarla, offrendole un bicchiere d'acqua fino a quando la giovane aveva deciso di allontanarsi da lui. Solo a quel punto il tunisino l'aveva lasciata sola, comunque in stato di coscienza. E si era allontanato senza dare l'idea di scappare. Tutto comincia con una pioggia di carte, fascicoli e hard disk dal terzo piano di via degli Schiavonetti, quartiere generale della famiglia Piccolo, dove - secondo gli inquirenti - è custodita l'origine dei soldi e della fortuna del “Mr preferenze”, Samuele Piccolo. È il 13 luglio 2011, è in corso una ispezione da parte dell'Agenzia dell'Entrate e qualcuno da una stanza del terzo piano provvede a far sparire come può le prove. Sotto, in strada a raccogliere i fogli, c'è il papà del consigliere comunale, Raffaele Piccolo («capo e promotore» dell'associazione a delinquere, secondo gli inquirenti) che provvede a gettarli nella spazzatura. È la prima traccia di quella che gli inquirenti definiscono una vera e propria «contabilità» parallela «occulta e illegale». Gli inquirenti annotano somme «quantificabili in un importo mensile compreso tra 250mila euro e 350mila euro». E circa 19milioni di euro di Iva che, in gran parte, i Piccolo (una vera «associazione a delinquere» per gli inquirenti) riescono a mettere in tasca grazie alle false fatturazioni di una miriade di società fittizie. Soldi che, oltre ad arricchire la famiglia, servono a finanziare l'ascesa politica di Samuele Piccolo. A cominciare dai 122mila euro che la Gruppo servizi globali, una delle tante società di famiglia, sborsa per pagare Almaviva Contact Spa. Dietro la fortunata campagna elettorale che porterà nel 2008 Samuele Piccolo in consiglio comunale con 12mila preferenze c'è un call center, 268 postazioni, che lavora 8 ore al giorno per portare voti. I “ragazzi” del call center hanno una lista di 500mila persone che devono chiamare per reclutare l'esercito di rappresentanti di lista e commensali che, tra cene elettorali e ricompensi per l'opera prestata, dovranno portare Piccolo al successo. Nel computer del “tesoriere” del gruppo, gli inquirenti hanno ritrovato 149 file copiati probabilmente da una chiavetta usb (la cartella che li racchiude è denominata «Pennetta Claudia»). Si tratta di lunghissimi elenchi, circa 8mila persone di cui sono scrupolosamente riportati i nomi, il numero di cellulare, i dati anagrafici, il municipio e la sezione di appartenenza. Ciascuno è contrassegnato da una sigla: RdL che sta per rappresentante di lista, e RdP che sta rappresentante di plesso. Con tanto di «ricevuta», «pagato», «prelevato», segnato accanto a ciascun nome. Il sistema funziona: Samuele Piccolo è il più votato del consiglio comunale, eletto con 12mila preferenze. Due anni dopo, ci riprova. Piccolo vuole fare il salto verso il consiglio regionale e il salvadanaio di famiglia si rimette in moto. La società cooperativa Logistica stacca, senza mettere a bilancio la cifra, 47mila euro per le cene elettorali presso il ristorante La Fontanina di Roma. In tutto gli inquirenti annotano 13 cene al ristorante «Ar Montarozzo» (20mila euro); al ristorante «I ruderi» (13mila euro); 14 a «Le Grotte Vere» (25mila euro), 7 a «La Piemontese» (10mila euro). ITALIA MARIAGRAZIAGERINA ROMA Presunto stupro: i pm ascoltano la giovane turista Restano i dubbi ANGELACAMUSO ROMA Nei pc la contabilità occulta di «Mr Preferenze» MA.GER. mgerina@unita.it 10 sabato 14 luglio 2012
14 sabato 14 luglio 2012
IL PIANISTA, PREDATORS, MIDNIGHT IN PARIS, KING KONG. ADRIEN BRODY AMA VARIARE NELLA SCELTA DEI FILM CHE INTERPRETA, MA QUANDO AL GRANDE BLOCKBUSTER PREFERISCE UN TEMA PIÙ IMPEGNATO GLIPUÒCAPITAREDIVINCEREL'OSCAR.Era successo nel 2003 per IlPianistadi Polansky, potrebbe succedere di nuovo con Ildistacco, ora nelle sale italiane distribuito in 70 copie. Il distacco è un film a stelle e strisce ma molto poco americano: il senso di angoscia non è risparmiato allo spettatore, in questa pellicola che parla del sistema scolastico statunitense. Diretto da Tony Kaye, il controverso regista di American History X, il film vede nel cast anche James Caan, Christina Hendricks, Marcia Gay Harden e racconta di Henry Barthes, un supplente di letteratura al liceo, un uomo solitario che porta dentro di sé un'antica ferita e cerca di tenere gli altri a distanza. Henry entra ed esce dalla vita degli studenti, cercando di lasciare qualche insegnamento come può, nel poco tempo che ha a disposizione con loro. Quando un nuovo incarico lo porta in una degradata scuola pubblica di periferia, il mondo di Henry viene lentamente alla luce attraverso i suoi incontri con gli studenti - giovani senza speranze per il futuro - e gli altri insegnanti disillusi. Ciò che sconvolge di più la sua solitaria vita è, tuttavia, l'incontro con Erica, una prostituta adolescente scappata di casa e a cui Henry darà ospitalità. Lei e gli studenti della scuola del suo ultimo «distacco», fra cui una ragazzina molto dotata il cui talento rischia di essere inficiato dall'ottusità del padre, entrano suo malgrado e in modo travolgente nella vita di Henry, rompendo gli argini e azzerando quella distanza che aveva tentato di frapporre tra lui e il mondo. Brody racconta il perché ha voluto fare questo film che non promette riscatti buonisti hollywoodiani: «Mio padre era un insegnante in una scuola pubblica e per me è sempre stato una grossa fonte di ispirazione, i suoi studenti sono stati parte del mio desiderio di fare questo film. Avere una figura paterna positiva è importantissima nello sviluppo della personalità di un ragazzo e non tutti hanno questa fortuna, io l'ho avuta, gli studenti di mio padre l'hanno avuta. Mio padre ha amato insegnare, Henry cerca di non farsi coinvolgere, ma alla fine non ci riesce». PerchéHenryècosì distante? «Ha sofferto moltissimo quando era un ragazzo. E questa sofferenza ha creato un meccanismo difensivo che è piuttosto comune. L'esperienza di vita di ogni essere umano porta alla creazione di certe difese che sopraggiungono soprattutto quando si subisce una ferita inferta da altri. È normale, ma questo porta a una involuzione e alla creazione di uno stato mentale isolato che non porta a nulla di buono. Henry, lungo lo svolgersi della storia, affronta le sue paure e lo stress creato da una situazione che non aveva previsto». Leiè bravo a gestire lo stress? «Non tanto. È incredibile quanto lo stress faccia parte della vita di tutti i giorni di molti di noi. La cosa migliore da fare sarebbe eliminare il problema che ci stressa, quando non è possibile faccio sport. Lo sport è incredibilmente utile contro lo stress, quando per un film devo allenarmi molto poi mi chiedo come ho fatto a vivere senza tutto quel salutare sforzo fisico, e mi riprometto di fare la stessa cosa anche quando non ho l'obbligo creato dal film, ma poi la vita mi prende il tempo manca e spesso scordo buoni propositi». Henry ha molta rabbia dentro, e lo fa capire ai suoi studenti. «Già, ho dovuto lavorare di fantasia, io non sono così, fortunatamente ho molti meno problemi di controllo del mio personaggio, ma grazie al mestiere che faccio ho passato la vita cercando di capire le emozioni, non solo le mie ma anche quelle degli altri, dei miei interlocutori. È per me una forma di meditazione e training, che mi fa essere più cosciente e simpatetico con gli altri. Interpretare un insegnante poi è molto utile, un insegnante deve essere nella testa di ognuno dei suoi studenti. Intendiamoci, non è che non abbia cedimenti emotivi. Credo sia importante però non essere vittima dei tuoi stessi cambiamenti umorali, tanta gente lo è. Non vive bene». Questo è un film intenso. Non adatto ai depressi. Henry parla di «peso del mondo sulle sue spalle». Lei lo ha provato? «Certo, chi non l'ha provato? Le persone forti lo accettano e si adattano». Questo è un film che critica il sistema scolastico americano? «Questo è un film che racconta il sistema scolastico pubblico americano. Ho voluto farlo perché era una sfaccettatura dell'esperienza di mio padre, che io ho vissuto in maniera indiretta. Non ho avuto bisogno di fare ricerche sulla scuola americana. Era la mia esperienza di figlio di un insegnante e il percorso di Henry lo porta, alla fine, ad arrivare ad essere l'insegnante che io vedevo in mio padre». Unadellecritichechesimuovealsistemascolastico americano è quelladi essere più focalizzato sui risultati deitestchenonsullacrescitapersonalee culturaledei ragazzi. «È più facile insegnare nozioni che non la complessità delle relazioni sociali, sì, ci vorrebbe più guida e meno nozionismo ma credo che sia un po' l'intero sistema sociale ad essere in difetto nei confronti delle nuove generazioni. I ragazzi di oggi spess o n o n hanno una g u i d a a scuola e ma non l'hanno neppure in famiglia e questo è un problema enorme, capace di inficiare il futuro della maggior parte di loro». La fama di TonyKayeèrinomata, com'èstatolavorare con un registacomelui? «Tony è un genio creativo. La sua spontaneità nel creare il suo mondo è stata per me una fonte di ispirazione. È stata un'esperienza molto creativa. Il distacco è un film molto complesso e Tony è riuscito a dare uno sguardo reale e allo stesso tempo stilizzato al mondo precario in cui molte persone vivono la propria esistenza. Ma Il distacco è anche una storia piena di speranza. Tony davvero non poteva fare lavoro migliore». GIANCARLOSUSANNA ROMA NON ACCADE SPESSO CHE UN MUSICISTA POSSA INDIVIDUARE CON PRECISIONE LA DATAD'INIZIODELLASUAVICENDAARTISTICAEUNODEINUMEROSIMOTIVIDIFASCINO DI ALAN STIVELL È ANCHE QUESTO, come lui stesso ci ha cortesemente raccontato in una breve conversazione. Assolutamente consigliato per avere un'idea della novità straordinaria della sua visione è quindi l'Olympia Concert, di recente rimasterizzato come tutta la discografia del grande Bretone. La Alan Stivell Band sarà oggi a Roma; il 15 luglio a Terni; il 16 ad Asti e il 18 a Trieste nell'ambito di Folkest. Questo tour è una sorta di celebrazione degli inizidelsuo lungoviaggiomusicale.Cosa ricordadipiù diquelperiodo? «Per essere più precisi è il quarantesimo anniversario di un concerto all'Olympia di Parigi (il 28 febbraio 1972), un concerto che ha determinato da quel momento in poi l'ondata musicale bretone. Avevo fatto tour e dischi per diversi anni (in Italia nel 1966). Quella serata fu trasmessa in diretta dalla radio e circa sette milioni di persone cambiarono in modo positivo il loro parere sulla musica Bretone. Il numero crebbe nei mesi successivi. Quella sera avvenne il mio incontro per me totalmente inaspettato con un enorme pubblico Francese e Bretone. Anche molti dei nuovi gruppi e artisti Bretoni cominciarono la loro carriera nei mesi seguenti. Da alcuni fu considerata una moda, ma per fortuna questa “moda” esiste ancora oggi, quarant'anni dopo. La mia carriera internazionale cominciò subito dopo». Lei è stato il primo - o uno dei primi - a usare la parola “Celtico”. Qual è la sua opinionesuimovimentipoliticididestra -comelaLegainItalia-chesonocontrari all'incontrocon altre culture? «Sono completamente in opposizione con il significato di una lotta per la cultura Celtica. Prima di tutto, è una cultura minoritaria, amica naturalmente di tutte le minoranze e dei popoli oppressi. In secondo luogo, la cultura Celtica è per principio contraria agli stati e agli imperi; è piuttosto anti machista e a favore di una maggiore uguaglianza tra uomini e donne; è a favore della ricerca di un'armonia migliore fra tutti; molto propensa all'incontro e alla fusione tra i popoli e le culture. Tutti questi aspetti sono in opposizione totale ai movimenti di destra. L'uso del termine “Celtico” da parte di questi movimenti è un abuso e una falsificazione. Usano anche falsi simboli Celtici: per esempio la loro “croce Celtica” non è una croce Celtica». NellenotediEmeraldleiparladiinfluenzegaeliche,anglosassoni, indianeoafricane.Lasuamusicaeilsuomododicantare nascono dalla “fusione” di queste culture.Cipuòdirecomehaavutol'idea dimettere insiemetutte queste cose? «Sono sempre stato influenzato da musiche e culture differenti. La stessa musica Celtica è naturalmente un ponte fra molte culture, in primo luogo fra quella Europea e quelle non-occidentali. Ho sempre pensato che piuttosto che unire la musica Bretone con una sola altra musica e una sola cultura, sarebbe stato meglio per il futuro della nostra cultura, unirla con un grande numero di musiche differenti, con tutte le musiche del Mondo, se fosse possibile. L'influenza Francese sulla musica Bretone è pesante. Il primo modo per bilanciarla era riportare a casa influenze di altre nazioni Celtiche. Inoltre le influenze Inglesi o Anglo-americane sono un buon antidoto a quella Francese. Anche quelle Africane, Asiatiche e Indiane d'America sono un buon contrappunto a molta cultura Europea Classica. Il Celtic soul è molto più profondamente legato alla musica Indiana, per esempio, che a quella Europea, anche se un ascolto superficiale dà una sensazione contraria». Chemusica ascolta inquestoperiodo? «Non ne ascolto spesso. Ci lavoro, piuttosto. Cerco di trovare il tempo per ascoltare i dischi che ricevo da altri artisti. Per esempio Cecile Corbel o Gwenael Kerleo». Cipuòdirequalcosasuquestotourcelebrativo? «Tra gli altri concerti di questo tour, quello dell'Olympia di Parigi dello scorso febbraio è stato emozionante come quello del 1972. Ovunque il pubblico è stato caldo e ben disposto. Non vedo l'ora di cantare suonare per il pubblico italiano. Ne ho davvero molto bisogno!» Untourper festeggiare il40esimoanniversario delsuoconcerto all'OlympiadiParigi L'arpistaoggiaRoma LE INTERVISTE AlanStivell inconcerto Oggi l'artista siesibiràa Roma «Miopadre che insegnante!» ParlaAdrienBrody,diretto da Kaye nel film «Il distacco» Unlungometraggiosulla scuolaamericana: «Ilproblemaenorme dioggièche i ragazzi nonhannounaguida» FRANCESCAGENTILE LOSANGELES AlanStivell «Lamusicaceltica? Unpontefraculture» CHIÈ Fusuopadreafar nascere in lui lapassione per lapropria terra Èunnome magico,quello diAlan Stivell, unnome cheevocauna musicasuggestiva eaffascinante, un suonocheha resistito quasi integro al trascorreredegli anni.Nel 2009, in coincidenzacon l'uscitadell'album, Emerald, la Dreyfuse l'Egea hanno riproposto i primidischidel musicista Bretone.Alan Cochevelou,per l'anagrafe francesesi chiama così, nasce il6 gennaiodel 1944a Riom, neldipartimentodel Puy-de-Dame, in Alvernia,dove la famiglia, originaria delMorbihan, inBretagna, si era trasferita.Èsuopadre Georges Cocheveloua costruirgli la prima arpaBretone ea farnascere in lui la passioneper lamusica della sua terra. U: 18 sabato 14 luglio 2012
TV 07.00 Tg 1. Informazione 07.05 Road Italy. Rubrica 07.15 La casa delle sette donne. Serie TV 09.10 La casa del guardaboschi. Serie TV 10.05 Un ciclone in convento. Serie TV 10.55 Overland 13 - Venticinque anni sulle vie della seta. Documentario 12.00 La prova del cuoco. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.00 Linea Blu. Rubrica 15.30 Quark Atlante - Immagini dal pianeta. Documentario 16.15 Dreams Road. Documentario 17.00 Tg 1. Informazione 17.15 A Sua immagine. Religione 17.45 Homicide Hills - Un Commissario in campagna. Serie TV 18.50 Reazione a catena. Show. 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Rai Tg Sport. Informazione 20.35 Techetechetè. Rubrica 21.20 Una notte per Caruso - Premio Caruso 2012. Evento 23.50 Nastri d'argento 2012. Evento 00.55 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.10 Cinematografo Estate. Attualita' 02.10 Sabato Club. Rubrica 02.11 Il mio migliore amico. Film Commedia. (2006) Regia di Patrice Leconte. Con Daniel Auteuil, Dany Boon, Julie Gayet, Julie Durand. 07.00 Cartoon Flakes weekend. 09.25 The Latest Buzz. Serie TV 09.50 The Elephant Princess. Serie TV 10.15 Sulla Via di Damasco. 10.50 Rai Parlamento - Territori. Rubrica 11.20 La nave dei sogni - Thailandia. Film Commedia. (2000) Regia di Michael Steinke. Con Heide Keller. 13.00 Tg2 - Giorno. Informazione 13.30 Sereno Variabile Estate. Informazione 14.00 Suburban Girl. Film Commedia. (2007) Regia di Marc Klein. 15.30 Squadra Speciale Lipsia. Serie TV 16.20 Squadra Speciale Stoccarda. Serie TV. 17.00 Chaos. Serie TV 18.05 In Buona Salute. Rubrica 18.35 Sea Patrol. Serie TV 19.30 Il Clown. Serie TV 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 21.05 Caccia al buio. Film Thriller. (2009) Regia di Philippe Gagnon. Con Tricia Helfer, Jonathan Scarfe, Kris Holden-Ried, James Gallanders. 22.40 Brothers & Sisters. Serie TV 23.20 TG 2. Informazione 23.25 TG 2 - Dossier. Informazione 00.30 TG 2 Storie - I racconti della settimana. Rubrica 01.10 TG 2 Mizar. Rubrica 07.30 Rai Educational Magazzini Einstein. 08.30 Rai Educational Istituzioni. Informazione 09.20 Perdono. Film Dramma romantico. (1966) Regia di Ettore M. Fizzarotti. Con Laura Efrikian, Fabrizio Moroni. 11.10 Agente Pepper. Serie TV 12.00 Tg3. Informazione 12.10 Rai Sport Notizie. Informazione 12.25 TGR L'Italia de Il Settimanale. Informazione 12.45 Timbuctu: I viaggi di Davide. Rubrica 13.10 14° Distretto. Serie TV 14.00 Tg Regione. / Tg3. Informazione 14.50 Ciclismo: Tour de France: St. Paul Trois Chateaux - Le Cap d'Angle. Sport 18.00 Le sorelle McLeod. Serie TV 19.00 Tg3. / Tg Regione. Informazione 20.00 Blob the Bestial. Rubrica 20.10 Un caso per due. Serie TV 21.00 Agente 007- L'uomo dalla pistola d'oro. Film Spionaggio. (1974) Regia di Guy Hamilton. Con Roger Moore, Christopher Lee, Britt Ekland. 23.40 Storie maledette. Rubrica 00.20 Tg3. Informazione 00.30 Tg3 - Agenda del mondo. Attualita' 00.45 Tg3 - Sabato Notte. Rubrica 01.00 Appuntamento al cinema. Rubrica 07.25 Media Shopping. Shopping Tv 08.05 Gsg9 - Squadra d'assalto. Serie TV 09.50 Monk. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 11.55 Meteo. Informazione 12.00 Distretto di Polizia I. Serie TV 12.55 Distretto di Polizia I. Serie TV 13.50 Forum: sessione pomeridiana del sabato. Rubrica 15.10 Suor Therese. Serie TV 17.00 Lie to me. Serie TV 17.55 Pianeta mare. Reportage 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Colombo. Serie TV 21.10 The mentalist. Serie TV Con Simon Baker, Robin Tunney, Amanda Righetti. 22.00 The mentalist. Serie TV 22.55 The mentalist. Serie TV 23.57 Avenger. Film Thriller. (2006) Regia di Robert Markowitz. Con Timothy Hutton, Jamie Bartlett, Sam Elliott. 00.43 Tgcom. Informazione 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.51 Circle of life. Serie TV 11.13 Lou, storia di un sentimento. Film Drammatico. (2010) Regia di Belinda Chayko. Con John Hurt, Lily Bell Tindley, Emily Barclay. 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Email to Bill Gates. Film Drammatico. (2007) Regia di Josh Broecker. Con Joel Eisenblatter, Katharina Böhm, Jörg Schüttauf. 15.45 Non smettere di sognare. Serie TV. 18.00 Anni '60. Serie TV 20.00 Tg5. Informazione 20.31 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 21.21 Il principe e il pirata. Film. (2001) Regia di Leonardo Pieraccioni. Con Leonardo Pieraccioni, Massimo Ceccherini. 23.31 Domani è un'altra trua. Film Commedia. (2005) Regia di Pierfrancesco Pingitore. Con Enzo Salvi, Maurizio Matioli. 00.30 Tg5 - Notte. Informazione 01.32 La donna velata. Film Thriller. (2009) Regia di Edoardo Margheriti. Con Evelina Manna. 07.00 Mowgli - Il ragazzo della giungla. Serie TV 07.40 Cartoni Animati 11.00 Momo alla conquista del tempo. Film Animazione. (2001) Regia di Enzo D'Alò. 12.25 Studio aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.30 Grand Prix. Informazione 13.55 Campionato Mondiale Motociclismo - Prove G.P. Italia MotoGP. Sport 15.10 Campionato Mondiale Motociclismo - Prove G.P. Italia Moto2. Sport 16.00 Karate Kid 4. Film Commedia. (1994) Regia di Christopher Cain. Con Noriyuki Pat Morita. 18.20 Bugs Banny. 18.30 Studio aperto. Informazione 19.00 Bugs Bunny. Cartoni Animati 19.30 Stuart Little un topolino in gamba. Film Commedia. (2000) Regia di Rob Minko. Con Geena Davis. 20.27 Tgcom. Informazione 21.10 Stuart Little 2. Film Commedia. (2002) Regia di Rob Minko. Con Geena Davis, Hugh Laurie, Jonathan Lipnicki. 22.07 Tgcom. Informazione 22.45 Congo. Film Avventura. (1995) Regia di Frank Marshall. Con Dylan Walsh, Laura Linney, Ernie Hudson. 23.42 Tgcom. Informazione 23.45 Navigare informati. Informazione 07.00 Omnibus Estate 2012. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 10.00 That's Italia. Talk Show. Conduce Filippa Lagerback, Pino Strabioli. 11.00 Totò cerca moglie. Film Commedia. (1950) Regia di Carlo Ludovico Bragaglia. Con Totò, Mario Castellani. 12.30 L'erba del vicino (R). Tutorial 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Il fiume dell'ira. Film Drammatico. (1983) Regia di Mark Rydell. Con Mel Gibson, Sissy Spacek, Scott Glenn. 16.10 J.A.G. - Avvocati in divisa. Serie TV. 18.00 Movie Flash. Rubrica 18.05 L'Ispettore Barnaby. Serie TV. 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Cash Taxi. Game Show 21.10 Impero. Documentario. Conduce V. M. Manfredi. 23.20 Vestito per uccidere. Film Thriller. (1980) Regia di Brian De Palma. Con Michael Caine, Angie Dickinson, Keith Gordon. 01.20 Tg La7. Informazione 01.25 Tg La7 Sport. Informazione 01.30 m.o.d.a. Rubrica 02.10 Movie Flash. Rubrica 21.10 Kung Fu Panda 2. Film Animazione. (2011) Regia di J. Yuh. 22.50 Prom - Ballo di fine anno. Film Commedia. (2011) Regia di J. Nussbaum. Con A. Teegarden N. Braun. 00.40 Age of Heroes. Film Azione. (2011) Regia di A. Vitoria. Con S. Bean D. Dyer. SKY CINEMA 1HD 21.00 Duma. Film Avventura. (2005) Regia di C. Ballard. Con H. Davis C. Scott. 22.45 African Cats. Film Informazione. (2011) Regia di A. Fothergill K. Scholey. 00.35 Le cronache di Narnia: Il principe Caspian. Film Fantasia. (2008) Regia di A. Adamson. Con T. Swinton B. Barnes. 21.00 Meant to Be - Un angelo al mio fianco. Film Commedia. (2010) Regia di P. Breuls. Con K. Reilly J. Rhind-Tutt. 22.55 Le regole della casa del sidro. Film Drammatico. (1999) Regia di L. Hallström. Con T. Maguire C. Theron. 02.55 Rio. Rubrica 18.45 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.10 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 19.35 Young Justice. Serie TV 20.00 Ninjago. Serie TV 20.25 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.50 Adventure Time. Cartoni Animati 21.15 The Regular Show. Cartoni Animati 18.00 L'ultimo sopravvissuto. Documentario 19.00 American Guns. Documentario 20.00 Sons of Guns. Documentario 21.00 Come è fatto: Sport Edition. Documentario 21.30 Come è fatto: Sport Edition. Documentario 22.00 James Cracknell: spedizione impossibile. Documentario 18.55 Deejay TG. Informazione 19.00 Deejay Music Club. Musica 20.30 Jack on tour 2. Reportage 21.30 Born to mix - 100% Barman. Talent Show 22.30 Iconoclasts. Reportage 23.30 DVJ. Musica 01.30 Deejay Night. Musica DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.10 Ragazzi in gabbia. Docu Reality 20.20 Pauly D.: da Jersey Shore a Las Vegas. Serie TV 21.10 Punk'd. Show. 22.00 Pranked. Serie TV 22.50 I Soliti Idioti. Serie TV 23.40 Maratona Mike Judge's Beavis and ButtHead: Il Ritorno. Serie TV MTV RAI 1 21.20: Una notte per Caruso - Premio Caruso 2012 Evento con P. Saluzzi e L. Ward. Una serata per ricordare il celebre tenore. 21. 05: Caccia al buio Film con T. Helfer. Julia negli ultimi tempi, sta ricevendo un sacco di lettere dal fratello galeotto. 21.00: Agente 007 - L'uomo dalla pistola d'oro Film con R. Moore. Un regalo arriva alla società di copertura dell'Intelligence. 21.10: The Mentalist Serie Tv con S. Baker. Jane collabora con il Cbi e cerca di smascherare John il Rosso. 21.21: Il principe e il pirata. Film con L. Pieraccioni. Leopoldo è un tranquillo maestro elementare di Firenze. 21.10: Stuart Little 2 Film con G. Davis. Dopo 3 anni, Stuart si è integrato nella nuova famiglia, ma si sente solo. 21.10: Impero Documentario con V. M. Manfredi. Il programma tratta principalmente storia e archeologia. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY È ADDIRITTURA OVVIO CHE LA RAINON POSSA OSCURARE I PROGRAMMIAISUOIABBONATI,che sono anche abbonati a Sky. E dunque pagano due volte, per non vedere i programmi più appetibili (come per esempio i campionati europei). Eppure, neanche dopo la sentenza del Tar, sembra che la tv pubblica voglia accettare un principio così sacrosanto. A suo tempo, la Rai agì con la motivazione di colpire il concorrente Sky, mentre andava a colpire i suoi stessi spettatori per favorire il concorrente Mediaset. Ora, chissà che, in vista delle Olimpiadi e dopo i cambiamenti ai vertici Rai, non ci sia un ritorno di ragionevolezza, che convinca l'azienda a fare anche gli interessi degli utenti e non solo quelli di Berlusconi. Il quale, non a caso, tramite i suoi incaricati dei servizi più personali, sembra disposto a tutto tranne che a cedere il controllo sulla Rai, considerando un caso di lesa maestà ogni scelta che non sia decisa direttamente da lui. Ricordiamo infatti che, mentre era capo del governo, tentò di convincere Fiorello a lavorare per le sue reti invitandolo platealmente a casa sua. Senza considerare le intrusioni sugli organigrammi Rai perpetrate contro Biagi, Santoro e Luttazzi, nonché le scelte censorie e l'uso (intercettato e provato) della tv pubblica per piazzare le sue orgettine, pardon: olgettine dismesse o in esubero. Insomma, noi teleutenti ne abbiamo subite già troppe di mortificazioni, tra le quali quella di sorbirci i sermoni di Minzolini al Tg1. E Minzolini, attualmente in attesa di giudizio, ancora ieri minacciava a mezzo stampa di tornare sulla poltrona di direttore, forse ringalluzzito dalla annunciata riesumazione politica di Berlusconi. Un ritorno grottesco, da parte di chi è convinto che basti una rinfoltita per fregare di nuovo tutti. Mentre c'è una cosa che neppure lui può comprare (anche se vende Ibrahimovic) e cioè il tempo. Perché il tempo è denaro, ma non viceversa. Il ritorno grottesco diBerlusconi e il destino dellaRai FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO U: sabato 14 luglio 2012 21
Condanne “più lievi” per otto dei dieci imputati di devastazioni e saccheggi nel corso delle manifestazioni anti G8 avvenute a Genova nel luglio 2001: per cinque di loro, da ieri, si aprono le porte del carcere. Una settimana dopo le condanne confermate ai vertici della polizia per quei giorni di 11 anni fa, ieri sera la decisione della Prima sezione penale della Cassazione che ha ribadito la condanna d'appello per due imputati. Tutti, però, sono stati riconosciuti responsabili del reato di devastazione e saccheggio. La Suprema Corte ha infatti annullato con rinvio, limitatamente al diniego delle attenuanti, la sentenza della Corte d'Appello di Genova che aveva condannato Carlo Arculeo e Carlo Cuccomarino a 8 anni di reclusione, Luca Finotti a 10 anni e 9 mesi, Antonino Valguarnera a 8 anni e Dario Ursino a 7 anni. Per questi cinque imputati, i giudici d'appello genovesi dovranno riesaminare il caso esclusivamente sulla mancata concessione delle attenuanti. La Cassazione, poi, ha diminuito la pena inflitta a Luca Finotti, Marina Cugnaschi (12 anni e tre mesi), Vincenzo Vecchi (13 anni e tre mesi) e Francesco Puglisi (15 anni), annullando senza rinvio la condanna esclusivamente per il reato di detenzione di bottiglie incendiarie, che ha ritenuto assorbito nel resto delle contestazioni. OLTREIL CANCELLO Per Puglisi, dunque, la pena è stata diminuita di un anno, per Finotti, Cugnaschi e Vecchi di nove mesi ciascuno. Confermate, invece, le condanne inflitte ad Alberto Funaro (10 anni di reclusione) e Ines Morasca (6 anni e sei mesi), i cui ricorsi sono stati rigettati. Per questi ultimi cinque No Global la condanna è subito esecutiva e si apriranno quindi subito le porte del carcere. Da quei giorni di Genova, per tutti, la vita è comunque andata avanti, aspettando la fine di una vicenda che continua a far discutere. Undici anni dopo gli imputati, all'epoca dei fatti ancora ragazzi, sono adulti e genitori. Funaro è infermiere in un ospedale romano, Arculeo gestisce un agriturismo a Palermo. Ines Morasca e Dario Ursino sono diventati genitori di una bambina e vivono a Messina. Vecchi è di Milano e fa il muratore. La requisitoria del magistrato è stata dura e perentoria. Nel suo intervento, il procuratore generale ha chiesto la conferma delle condanne per devastazione e saccheggio emesse dalla Corte di appello di Genova. Davanti alla prima sezione penale della Suprema Corte, il pg ha chiesto il rigetto dei ricorsi dei 10 imputati, sui quali, complessivamente, gravava una condanna a 98 anni e nove mesi di reclusione. «Per la vastità dei fatti accaduti, le devastazioni compiute a Genova durante il G8 si collocano verso i vertici di una ipotetica scala di gravità sociale del reato e la partecipazione agli atti criminosi di questi 10 imputati non trova la minima giustificazione». DECINEDI ANNI Per gli imputati, in appello, il 9 ottobre 2009, era stata confermata la responsabilità per il reato di devastazione e saccheggio, con un aumento della pena. In primo grado, le condanne erano state 24, per complessivi 108 anni di reclusione, ma in appello per diversi imputati era stata dichiarata la prescrizione o l'assoluzione. L'avvocato Francesco Romeo, difensore di uno degli imputati (Dario Ursino), ha puntualizzato che «adesso cinque persone devono entrare in carcere e altre cinque devono rifare il processo per la rivalutazione delle attenuanti ma ingiustizia è fatta per la sproporzione abissale delle pene, per danni solo a cose, merci, edifici, rispetto ai funzionari e agenti della polizia che, pochi giorni fa, hanno chiuso un percorso processuale per sevizie senza pagare alcun prezzo alla giustizia. Perchè le dimissioni dalla polizia sono una sanzione amministrativa». Durante la lunga udienza, decine di ragazzi sono riuniti a piazza Cavour. Migliaia di firme sono state raccolte con una petizione per chiedere l'annullamento delle condanne ai 10 manifestanti. Il comitato per la campagna «10x100» ha consegnato l'appello con trentamila firme di personalità della cultura e dello spettacolo. Tra le firme raccolte a difesa degli imputati con la campagna «Genova non è finita. Dieci, nessuno, 300mila», ci sono quelle di nomi noti del mondo della cultura e dello spettacolo: hanno aderito, infatti, tra gli altri, Erri De Luca, Ascanio Celestini, Moni Ovadia, Margherita Hack, Elio Germano, Valerio Mastandrea e Daniele Vicari. Quest' ultimo è il regista del film sui fatti avvenuti alla scuola Diaz di Genova, nei giorni del G8. L'INTERVISTA La Corte sui 10 No Global accusati di devastazione e saccheggio: per 5 ora c'è la cella VINCENZORICCIARELLI ROMA . . . Condanne confermate Rinviato all'appello l'esame delle attenuanti per cinque degli imputati Una Commissione parlamentare d'inchiesta sui giorni del G8 di Genova. Non è un refuso ripescato da vecchie cronache ma la proposta di Andrea Orlando, deputato del pd e responsabile del Forum Giustizia. «Un modo – dice – per risolvere ingombranti eredità non chiarite». Onorevole Orlando, a 11 anni dai fatti sembra una proposta d'antan, fuori tempo massimo visto che la legislaturaèa finecorsa.... «La Commissione dovrebbe formalmente iniziare nella prossima legislatura. In questi mesi potremmo avviare un lavoro istruttorio decidendo chi sentire con l'aiuto di esperti internazionali sui diritti dell'uomo» . PerchèilprossimoParlamentodovrebbe realizzare un'agenda decisa da altri? «E' interesse di tutti oggi, senza distinzione di appartenenza politica, capire cosa è veramente successo in quei giorni a Genova. Siamo, e saremo, in un periodo di forti tensioni sociali che dobbiamo avere la certezza di poter affrontare avendo ben chiaro quale il modello di ordine pubblico da mandare in piazza. Solo in questo modo possono essere evitate quelle pericolose mitologie dietro le quali possono crescere fenomeni a volte sottovalutati. Sia sul fronte dell'istituzione forze dell'ordine che su quello dei manifestanti». Chiarireoggi ilmodellodiordinepubblico per impedire, nel futuro, eccessi diambiguitàneiconfrontidi fenomeni dipiazza? «Significa assumere gli anticorpi giusti per garantire meglio chi va in piazza per manifestare un democratico dissenso. E chi nelle stesse piazze va perchè comandato a farlo per tutelare il bene pubblico. Per evitare colpevoli sottovalutazioni, da una parte e dall'altra, di certi fenomeni. Penso alle relazioni pericolose tra il legittimo movimento No Tav e frange dell' estremismo». Inunasettimanasonoandatiasentenzadefinitivailprocessosull'incursione eipestagginellascuolaDiaz.Siaspettava che i vertici della polizia fossero condannati? «Francamente no. E le sentenze sono sovrane». ChesensohachiedereunaCommissioned'inchiesta adesso? «In questi 11 anni il Parlamento l'ha negata per evitare pericolose sovrapposizioni. Ora la sentenza dice molto ma non i presupposti politici di quei giorni. E su questo serve una risposta importante. Occorre sapere quale impatto ha avuto quella vicenda sugli apparati di sicurezza e nei rapporti tra apparati e politica. Le inchieste giudiziarie non potevano rispondere alla domanda più importante: quali i rapporti tra politica e struttura del ministero dell'Interno non hanno funzionato?». Facciamonomie cognomi. In queigiorni delluglio2001aGenovailvicepremierFiniera nella sala operativa dei carabinieri. L'allora ministro dell'Interno Claudio Scajolaavevadatoordinedisparareachi violava la zona rossa. L'ex ministro della Giustizia Roberto Castelli era a Bolzaneto, luogodiorribili torture.... «Ecco, appunto. É importante ricostruire il clima di quei giorni. Il mandato piú o meno implicito dato alle forze dell'ordine a Genova, il perché di presenze eccellenti ed incongrue rispetto alla catena di comando. Elementi importanti per ricostruire le responsabilità politiche non tanto per punire ma per imparare. E non sbagliare piú». In vista, anche, delle ipotizzate alleanze del Pd con il Terzo Polo? Con Casini ma anchecon Fini? «Per chiarire a che titolo Fini fosse in quella sala operativa non credo sia necessaria una Commissione d'inchiesta. Basterebbe che fossero superate certe reticenze. E certi silenzi. Ero a Genova in quei giorni. Sono testimone di quelle giornate, ho respirato quel clima. Non vorrei oggi chiamare in causa la politica. Capivo che c'era qualcosa di strano e preoccupante. Di sicuro chiarire il senso di quelle presenze non è marginale in una prospettiva di alleanza politica per governare il paese». Il capo della polizia Antonio Manganelli hachiesto scusa. L'allora capo della polizia Gianni De Gennaro ha parlato di “dolore”per levittime. Sufficiente? «Credo che De Gennaro abbia perso l'occasione per chiarire. Ci avrebbe dovuto dire perchè i reparti mobili intonavano quei cori. Quale clima, e aspettative, si erano create con il cambio di maggioranza politica. Sono domande che continuano a circolare, giustamente, undici anni dopo. Servono risposte chiare». ITALIA G8, la Cassazione riduce le pene ma c'è il carcere Sit-in di solidarietà in attesa della sentenza in Cassazione FOTO DI CIRO FUSCO/ANSA? !"##$% &$'(%)"*#% + ,"-.&$*"/%-+-*&)&$$& '&) (" #&-+*" +& 0&- ,,%0( + ')%')&*"! 1%,2-"(&-$&)*-&('"-% +&((&"(&-"/%- 3" 4 3 5 67 6 77!"' 77 8 1 99988868 3 6 $7 & ' *: 3 ; ; ;3 ;3 <3; .=:; ; 3 & + $ ISOLACAPO RIZZUTO Lemanidelle ‘ndrinesull'eolico:31 indagati Sono in tutto 31 lepersone indagatea vario titolonell'ambito dell'operazione dei finanzieridelGico delNucleodi Polizia tributaria di Catanzaro,che, con l'ausiliodei militaridelComando provincialedi Crotone, hanno eseguitoun sequestrodi beni del valoredi circa350milionidi euro. Il sequestroha interessato, in particolare, il parcoeolico denominato «Windfarm IsolaCapo Rizzuto» situatonell'omonimocomune del crotonese,dotatodi 48 aerogeneratorie considerato fra i più grandid'Europaper estensionee potenzaerogata. Secondo la Ddadi Catanzaro la realizzazionee la successivagestionedell'interoparco eratotalmente inmano allacosca Arena,egemonesul territorio,ma si indagaanchesupresunte irregolarità connesseal rilascio da partedella RegioneCalabriadelle autorizzazioni necessarieper la costruzionedella struttura.Gli indagati sono accusati, a vario titolo,con accusechevanno dai reaticontro la pubblica amministrazioneall'interposizione fiduciarianella titolarità di beni, a violazioniurbanistiche, con l'aggravantedella «mafiosità»per aver«agito- ritengono gli inquirenti al fine di agevolare le illecite attività consortili facenti capo allacosca Arena».Fra gli indagatianche PasqualeArenaclasse '53, dirigente delComunedi IsolaCapo Rizzuto, fratellodi Carmine -mortonel 2004 in unagguato - nonchénipotediretto del vecchiocapo clan,Nicola Arena. AndreaOrlando Il responsabilegiustizia delPd:«Nellaprossima legislatura.Ora impostiamo il lavoro istruttorio Dopolaveritàgiudiziaria servequellapolitica» «Il Parlamento deve indagare sui fatti di Genova del 2001» CLAUDIAFUSANI cfusani@unita.it 12 sabato 14 luglio 2012
«L'orribile massacro di Tremseh, compiuto, come rimarcato da Kofi Annan, dalle forze armate del regime di Assad, è l'ennesima, tragica conferma di quanto noi italiani stiamo dicendo da diverse settimane, vale a dire che questa crisi sta sempre più diventando una enorme catastrofe per il popolo siriano». A sostenerlo, nell'intervista esclusiva concessa a l'Unità, è il ministro degli Esteri, Giulio Terzi. La Siria - ribadisce il titolare della Farnesina - è la preoccupazione massima della nostra politica estera» ed è una crisi molto difficile «perché fino ad ora non c'è stato impegno tangibile di tutti membri del Consiglio di sicurezza dell'Onu». Signor ministro, il mondo assiste sgomento ad un nuovo, terribile massacro in Siria. Qual è in merito la posizione dell'Italia? «Il massacro di Tremsheh conferma, tragicamente, quanto l'Italia sostiene da diverse settimane a questa parte: questa crisi sta diventando una enorme catastrofe per il popolo siriano. Sempre più vittime, uccise in modo sempre più orribile, senza che sul piano diplomatico al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si determini un vero punto di svolta nella gestione della crisi. In queste ore, mentre noi stiamo parlando, sono contrapposti due proposte di risoluzione: una è quella della Russia, che è basata su quella che definirei una gestione “ordinaria” di una situazione che, invece, è assolutamente eccezionale. La risoluzione russa prevede una semplice estensione di tre mesi della missione di osservatori; missione che non solo si è dimostrata finora paralizzata dall'atteggiamento del regime, ma che anche in prospettiva non dispone evidentemente dei mezzi per operare con efficacia...». Esull'altroversante diplomatico? «Sull'altro versante, al Palazzo di Vetro vi è l'iniziativa di Usa, Gran Bretagna, Francia e Germania. Ne ho parlato a lungo l'altro ieri a Londra con il collega William Hague. Questa impostazione si basa, come l'Italia auspica da almeno due mesi, su un'azione incisiva e vincolante del Consiglio di Sicurezza che renda obbligatorio il piano Annan, che ponga un termine breve, di dieci giorni, per passare, nel caso di perdurante inadempienza siriana, a misure sanzionatorie in base al Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. La nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza deve servire ad aumentare la pressione sul regime e costringere il presidente Assad a farsi da parte». IlCapitoloVII, inparticolarel'articolo41, a cui lei fa riferimento, prevede anche l'usodella forza. «Sì, ma non è però questa l'intenzione dei Paesi occidentali in Consiglio di Sicurezza, se non per quello che riguarda, a quanto mi consta, l'eventuale attribuzione a una missione di osservatori di mezzi più adeguati. Ciò che vorremmo, anche come Italia, è mettere in campo una missione più incisiva e muscolare, che possa avere anche la possibilità di difendersi». Restail fattocheall'Onusicontinuaadiscutere,mentreinSiriasicontinuaamorire, inmodo semprepiùatroce. «È vero che in superficie abbiamo tutti la sensazione, angosciante, di una completa paralisi. Vi sono però delle dinamiche che non devono essere sottovalutate». Quali, signorministro? «La prima, è il numero crescente di Paesi - ormai la metà della comunità internazionale - che sostengono apertamente la necessità che l'opposizione siriana sia vista come l'elemento fondamentale di una soluzione politica della crisi. Al tempo stesso, sono in atto grandi sforzi per tenere più unite le diverse anime di una opposizione che risponde a condizioni, realtà, storie assai lontane fra loro: mi riferisco, ad esempio, alle differenze da sempre esistite tra i curdi, le componenti cristiane, le confessioni islamiche. Certo, le notizie che anche in queste ore continuo a ricevere da New York non vanno nella direzione da noi auspicata». Acosa si riferisce? «Al fatto che la Russia continua ad ostacolare una risoluzione che contempli il Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, e questo perché Mosca ancora oggi sembra temere una possibile riedizione dell'esperienza libica. È importante che l'inviato speciale dell'Onu e della Lega Araba, Kofi Annan, abbia esplicitamente addebitato il massacro di Tremseh al regime di Assad, quando ha constatato che le uccisioni erano avvenute ad opera di artiglieria pesante, elicotteri da combattimento e carri armati: tutti mezzi di cui solo il regime dispone, e non certo quelle “forze terroristiche” a cui il regime ha tentato di attribuire la responsabilità del massacro di oggi (ieri, ndr). Una presa di posizione, quella di Annan, confortata anche da quanto affermato dal generale Robert Mood (capo della missione di osservazione dell'Onu in Siria, ndr) L'evidenza dei fatti dovrebbe costituire una pressione potente sulla posizione russa, che dovrà tener conto delle ricadute negative che il mantenimento dell'attuale posizione potrebbero determinare non solo sull'immagine ma sul futuro stesso degli interessi di Mosca nel mondo arabo». Ministro,c'è chi evocaunruolo diAssad inun ipoteticoprocesso di transizione. «Non sono di questo avviso. Nel processo di transizione politica Assad non potrà avere un ruolo non perché lo decidiamo noi ma perché ha perso qualsiasi legittimità proprio agli occhi del popolo». L'INTERVISTA U.D.G. udegiovannanngeli@unita.it GERMANIA Kofi Annan si dice «sconvolto, inorridito». La Casa Bianca denuncia l'ennesima «atrocità del regime». Ancora immagini di decine di corpi senza vita allineati per terra, ancora una voce fuori campo che saluta «i martiri» e aggiunge l'invocazione «Allah Akbar», Dio è grande. Sono i video che gli attivisti dell'opposizione hanno diffuso del massacro di Tremseh, nella provincia di Hama, avvenuto l'altro ieri. Una strage efferata, a colpi di armi pesanti, e non solo. La missione delle Nazioni Unite ha «osservato operazioni militari ancora in corso» anche nella giornata di ieri, riferiscono fonti della stessa missione. E l'inviato speciale dell'Onu Kofi Annan accusa: a Tremseh «l'esercito ha utilizzato armi pesanti, come artiglieria, carri armati ed elicotteri, in violazione degli impegni presi con il piano di pace». I bombardamenti «sono durati diverse ore» e i caschi blu hanno visto «i missili lanciati sulla città dagli elicotteri», emerge da un rapporto interno della missione. È ora, ha tuonato Annan, che il Consiglio di Sicurezza dell' Onu mandi al presidente Bashar al Assad un segnale che vi saranno «conseguenze». Alcune fonti dell'opposizione hanno parlato di oltre 200 morti. L'Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus) afferma che le vittime sono circa 150, tra le quali «decine di ribelli» che erano asserragliati nel villaggio sunnita di un migliaio di anime, bombardato per ore dalle forze governative prima dell'assalto finale. Diversi testimoni citati dai media internazionali affermano che quando i soldati sono entrati nel villaggio erano accompagnati dai miliziani fedeli al regime Shabiha, che hanno ucciso, anche a colpi di coltello, civili che si erano rintanati nelle loro case o che cercavano di fuggire per i campi. Quasi una replica del massacro di Hula, il 25 maggio, quando furono uccisi 108 civili, tra cui molti bambini. L'agenzia governativa Sana, parlando di «oltre 50 civili uccisi», addossa la responsabilità a gruppi di «terroristi». I militari siriani sono entrati a Tremseh «dopo una richiesta dei residenti», ha affermato la tv di Stato, e negli scontri, «sono stati uccisi tre soldati». L'esercito, ha aggiunto, ha inflitto «forti perdite ai terroristi», e non tra i civili. I comitati locali di coordinamento dell'opposizione affermano che ieri almeno 66 persone, tra le quali molti civili, sono morte in scontri tra forze di Damasco e ribelli, in bombardamenti governativi e nella repressione di manifestazioni. Come ogni venerdì, i raduni di ieri erano stati indetti con un tema, e questa volta a farne le spese è stato l'inviato dell' Onu, giudicato incapace di fermare la violenza: «Ritirate Annan, servo di Assad e dell'Iran». E i Fratelli musulmani chiamano in causa per il massacro di Tremseh, oltre al «mostro Assad», anche «Kofi Annan, i russi e gli iraniani». ALLARMECHIMICO Come se non bastasse, sul conflitto in Siria ora sembra aleggiare anche il fantasma delle armi di distruzione di massa. Le forze armate siriane stanno muovendo dai loro depositi parte del vasto arsenale di armi chimiche di cui dispongono, secondo quanto affermano fonti di intelligence statunitense. Damasco nega, ma gli Stati Uniti sono in allarme. L'arsenale di armi chimiche e biologiche di cui dispone il regime è il più vasto dell'intero Medio Oriente, e da tempo è fonte di preoccupazione per Washington e per i suo alleati nella regione. Diversi funzionari dell'amministrazione statunitense, citati in forma anonima ieri dal Wall StreetJournal, esprimono il timore che tali armi possano segnare una ulteriore escalation dello scontro in Siria. «Si potrebbe fissare un precedente in cui armi di distruzione di massa vengono usate sotto i nostri occhi», ha affermato un funzionario Usa aggiungendo che si tratta di un aspetto «estremamente pericoloso per la nostra sicurezza nazionale». In realtà, secondo lo stesso giornale, le analisi a Washington sul significato di questo nuovo sviluppo sono divergenti. Alcuni esponenti politici temono che il regime intenda usare le armi chimiche contro i ribelli e civili nell'ambito di una operazione di pulizia etnica. Altri ritengono che Damasco potrebbe invece aver deciso di nascondere le controverse armi per complicare ulteriormente gli sforzi delle potenze occidentali per individuarle. Altri ancora che potrebbe solo trattarsi di «una finta» per allarmare sia i ribelli che le capitali occidentali. «Siria, all'Onu finora c'è stata la paralisi» Merkelvuolplacare l'iradellacomunitàebraica . . . Bombardamenti per ore L'opposizione accusa Onu e Iran: «Voi avete permesso che succedesse» IlministrodegliEsteri: «Ènecessariaun'azione incisivaevincolante delConsigliodiSicurezza Finoraèmancatoun impegnotangibiledi tutti» MONDO UMBERTODE GIOVANNANGELI ROMA Ilgoverno tedescostacercandodi fermare l'indignazione e la rabbia delle comunitàebreo-musulmane in seguitoalla sentenzadel tribunaledi Coloniache afine giugno havietato in Germania la circoncisione suibambini permotivi religiosi. Ilportavocedella cancellieraAngelaMerkel, Steffen Seibert,hadetto aigiornalisti che Berlinoè «preoccupata» in meritoalla sentenza.«Èassolutamente chiaro che ilgovernovuole la libertàdi religioneper gli ebreie imusulmani in Germania - haspiegato Seibert - la circoncisionepraticata inmodo responsabilenondeve essere perseguita in questoPaese». Il portavocediMerkelha aggiuntoche «èurgentee necessariostabilire una certezza legale». I consiglieridella cancellierastanno lavorando perdare unabase legale allapratica, cheogni annoriguarda decine di migliaiadi bambininel Paese. Alvaglio vi sarebberotreopzioniper una nuova bozzadi leggeche tuteli le circoncisioniper motivi religiosi.Nei giorni scorsi il divietodella pratica ha scatenato le ire deigruppie delle comunitàdiebrei emusulmani di tutta Europa,nonchèuna condannadel CentroWiesenthal, cheè arrivato a ricordarea Berlino «la fine delnazismo e l'orribile eredità dell'Olocausto». . . . «Assad non può avere un ruolo nella transizione: ha perso ogni legittimità di fronte al suo popolo» GiulioTerzi Il villaggio martire: «Li ammazzavano casa per casa» Massacro a Tremseh: «I morti sono oltre 200» L'ombra delle armi chimiche Annan: «Orrore» A Homs un ragazzo mostra un manifesto con la scritta: «Ecco cosa succede dopo le conferenze stampa» FOTO AP/SHAAM NEWS NETWORK sabato 14 luglio 2012 13
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SEGUEDALLAPRIMA Questa fase è stata promossa e iniziata dalle riforme di Reagan e Thatcher all'insegna delle deregolamentazioni e privatizzazioni e si è basata sul semplice capovolgimento dell'assioma keynesiano, in base al quale per evitare guai la finanza doveva essere contenuta da regolamentazioni strette a livello nazionale, mentre il resto dell'economia poteva (e doveva) globalizzarsi. Il dominio della finanza negli ultimi 30 anni ha prodotto come era inevitabile, l'indebolimento della politica e degli Stati nazionali, la restrizione degli spazi democratici e del ruolo dei parlamenti, la ossificazione dei sindacati costretti in spazi sempre più limitati e corporativi, la corruzione dei ceti politici, una enorme redistribuzione del reddito dalle classi medie (più che da quelle povere) al vertice della piramide dei redditi e della ricchezza, una sequela continua di crisi finanziarie, ecc. ESSEREINTRANSIGENTI Non c'è dubbio che su questi aspetti la posizione da tenere sul piano culturale e della battaglia politica deve essere netta, radicale e intransigente: si tratta infatti di scelte di civiltà. Va quindi prospettata la visione di un mondo diverso fondato su diversi valori. Più in concreto, e ahimé più limitatamente, questo significa sostenere nei consessi internazionali tutte le misure correttive o che indicano una discontinuità rispetto all'ortodossia prevalente (dalla tassa sulle transazioni finanziarie, alla separazione tra banche commerciali e banche d'affari, alla lotta ai paradisi fiscali e ai centri offshore, ecc.). È evidente comunque che questioni epocali come quelle evocate non possono essere risolte a livello di singolo Paese, né possono tradursi in politiche nazionali che, all'insegna della discontinuità e della lotta al neoliberismo, giustifichino di fatto politiche vecchio stile: oltre che velleitario sarebbe inutile e dannoso. In questo contesto la critica al blairismo, come fase auto difensiva, ma anche di subalternità culturale della sinistra appare corretta, sempre che essa non diventi l'occasione per una mera regressione culturale. Infatti ci si dovrebbe chiedere perché di fronte alla evidenza del fallimento del modello neoliberista fatichino tanto ad affermarsi visioni politiche alternative organiche. E in verità il motivo è molto semplice: tutti (o molti) ricordano infatti che la fase precedente, quella che (impropriamente) si può definire keynesiana, si concluse a sua volta in un fallimento, legato agli abusi della politica, all'aggressività e agli eccessi dei sindacati, agli sprechi pubblici, ecc, che insieme sfociarono nella grande inflazione degli anni '70 del secolo scorso. Di fronte agli evidenti fallimenti dei mercati di oggi ci si rammenta anche dei fallimenti dello Stato di ieri. In altre parole come prospettiva di uscita dalla crisi attuale non è utile, non serve, non è credibile, riproporre semplicemente un ritorno al passato. Questo punto - essenziale - viene sempre rimosso. Vi è però un secondo livello di ragionamento che è quello relativo all'Europa che non può confondersi con quello globale appena tracciato. L'Italia è parte integrante dell'Europa e ne subisce i limiti e i condizionamenti, così come ne ha goduto i benefici in passato. AUSTERITÀ SBAGLIATA Ora è del tutto evidente che la politica di austerità generale imposta dalla Germania all'intero Continente è errata e ingiustificata e crea recessione, disoccupazione e crisi sociale e populismi in tutta Europa. Tuttavia va innanzitutto sottolineato che questa politica ha poco a che vedere col neoliberismo (anche se essa può apparire a prima vista coerente con le affermazioni della estrema destra americana del Tea-party); la signora Merkel non può essere considerata neoliberista: le sue posizioni infatti trovano le loro radici in un vecchio conservatorismo teutonico, basato su una visione mercantilista delle economie, su un monetarismo elementare, su un approccio etico alle scelte economiche, che tuttavia convivono con lo Stato sociale generoso e una società cooperativa, anzi concertativa. Oggi inoltre esse si nutrono anche di robusti interessi nazionali di breve periodo e di una radicalizzazione nazionalistica delle opinioni pubbliche che, vista in prospettiva storica, è molto inquietante. MARGINIRISTRETTI Inoltre, è evidente a chiunque che per quante critiche si possano - giustamente - fare alla signora Merkel e ai partiti conservatori del nord Europa, i nostri margini di autonomia nazionale sono ristretti se non inesistenti. Se si esclude l'opzione di una uscita dall'euro che per noi sarebbe devastante e peggiore di ogni altra alternativa, non si può che accettare (subire) le decisioni che ci vengono imposte non dimenticando che dobbiamo scontare la nostra mancanza di credibilità e serietà passate, salvo batterci per cercare di cambiare gli equilibri e quindi le politiche in Europa. Operazione non facile ma possibile, a sua volta legata agli equilibri politici interni dei diversi Paesi. Questo è quanto sta facendo Monti oggi, e devo dire in modo eccellente. Ne deriva che non è possibile assumere in Europa posizioni protestatarie e di rifiuto che alla fine sarebbero respinte dalla gente perché non in grado di fornire prospettive credibili, come pure talvolta è stato fatto e si fa. Vi è infine un ulteriore (e finale) livello di ragionamento, e riguarda l'Italia. Anche in questo caso è bene essere intellettualmente onesti: i nostri problemi sono molto seri, e sono aggravati dalle politiche e dai tempi di risanamento che ci vengono imposti. Tuttavia in buona misura le nostre difficoltà hanno origine in Italia, vengono dal passato e sono nostra responsabilità. L'Italia non cresce da oltre 10 anni perché non è in grado di fare aumentare la produttività del lavoro e dei fattori della produzione, perché c'è la corruzione, l'evasione fiscale, la mafia, la camorra e la'ndrangheta; perché le imprese sono piccole e non investono, la pubblica amministrazione non funziona, la scuola è in dissesto, le infrastrutture sono carenti, così come le prospettive e le speranze. È con tutto ciò che dobbiamo fare i conti come sinistra di governo di una fase costituente come è quella che si annuncia per la prossima legislatura. A poco serve recriminare sulle politiche di risanamento poste in essere, talvolta non condivisibili, spesso poco consapevoli, sempre dolorose, ma comunque inevitabili nella situazione attuale, dopo 10 anni di non governo e sotto la pressione dell'Europa e dei mercati come ognuno di noi sa. Il governo Monti del resto è nato proprio per risolvere il problema degli equilibri della finanza pubblica una volta per tutte in modo da poter cominciare a pensare anche ad altro. Cerchiamo quindi di ragionare lucidamente, evitare confusioni e predisporci ad affrontare le questioni reali poste da una situazione veramente difficile. A meno che non si ritenga di dover limitare il ruolo della sinistra a quello di mera testimonianza. L'allarme dell'Ance: investimenti a livello degli anni ‘70 Buzzetti no all'Imu sull'invenduto BIANCADIGIOVANNI ROMA ILCASO L'ANALISI VINCENZOVISCO «Siamo logorati da anni di crisi, durante i quali si sono persi, compreso l'indotto, 500mila posti di lavoro. La perdita produttiva tra il 2008 e il 2012 ha raggiunto il -26% in termini reali - ovvero 43 miliardi in meno - e ha riportato i livelli di produzione a metà degli anni '70». Questi i numeri della crisi per i costruttori, divulgati ieri dal presidente dell'Ance Paolo Buzzetti all'assemblea annuale dell'associazione. Una crisi nerissima, che ha visto chiudere 40mila imprese dalla fine del 2009, e anche chi non ha chiuso non è lontano dal farlo. Le costruzioni soffrono lo stop degli investimenti pubblici e privati, previsti in calo anche per il 2012 (-6%). In cinque anni la quota di capitale investito sarà scesa di un quarto, tornando ai livelli degli anni ‘70. A soffrire sono tutti i comparti: le nuove abitazioni sono quasi dimezzate nell'ultimo quinquennio (-44,4%9, nonostante il profluvio di piani casa annunciati da Silvio Berlusconi. L'edilizia non residenziale privata ha perso il 27,9%, i lavori pubblici registrano una caduta del 37,5%. E l'analisi del bilancio dello Stato per il 2012 conferma la «ritirata» dello Stato dalla spesa in conto capitale, in particolare nei lavori pubblici. RECESSIONE È la fotografia della recessione, che porta con sé anche il rallentamento delle compravendite delle abitazioni, anche per via degli irrigidimenti del settore del credito. I costruttori edili indicano un -19,6% di compravendite nei primi tre mesi del 2012 (rispetto allo stesso periodo del 2011). Nomisma conferma: non sono mai state così in calo, sono scese ai livelli degli anni '90. Inutile negarlo, l'arrivo dell'Imu e l'aumento del prelievo fiscale hanno il loro peso. In questa situazione Buzzetti ha molto da chiedere al governo: anche se rispetto allo scorso anno (quando l'allora ministro Altero Matteoli fu subissato dai fischi) i costruttori apprezzano i passi avanti dell'ultimo decreto sullo sviluppo. Si spera nei project bond (ma ancora si devono vedere), si apprezza l'intesa con le banche per il recupero dei crediti con la pubblica amministrazione (anche se una tecnicalità burocratica sta impedendo l'avvio delle operazioni), si confida negli stanziamenti delle riunioni del Cipe sul piano città e sull'edilizia scolastica. Ma la situazione resta pesantissima. «Il carico fiscale è diventato davvero insostenibile, siamo al 45% del Pil, che raggiunge, in termini reali, il 54,5% - denuncia Buzzetti - Solo sugli immobili, il fisco pesa ormai per 55 miliardi di euro l'anno, anche a causa della nuova patrimoniale sulla casa introdotta con l'Imu, balzello che è valso all'erario, solo per la prima rata, 9,5 miliardi di euro». Per il presidente si tratta di una «patrimoniale sul pensionato - dichiara a margine - Allora sarebbe stato meglio varare una patrimoniale vera, alla francese, sulle grandi ricchezze». Ma l'Imu così com'è non va. «È un “cantiere aperto”, che deve necessariamente cambiare - continua il presidente - Non è giusto che le nostre imprese, uniche nel mondo industriale, paghino l'Imu sui “prodotti” che realizzano per la vendita. Noi partecipiamo allo sforzo della comunità e quindi subiamo, come tutti del resto, il costo dell' Imu sugli immobili che utilizziamo per la nostra attività, ma non accettiamo di pagare un'imposta patrimoniale su prodotti realizzati per essere venduti. È una grave distorsione». Costruttori: dal 2008 persi 500mila posti di lavoro IlTesoroUsa nel2008lanciò l'allarmesulLibor Il segretario americanoal Tesoro, TimothyGeithner,giànel 2008 lanciò l'allarmesul funzionamento delLibor, unodei più importanti indicatoridi riferimentoper imercati finanziari. Il WashingtonPost hascovato unamail delgiugnodi quattroanni fa, quando Geithnerera ancorapresidente della Feddi NewYork, incui si mettevano inguardia i verticidellaBank of Englande lealtreautorità divigilanza britannichesui rischi legatial tasso interbancariodiventato pietradello scandalo.Scandalo cheha portato alledimissioni unodegli uomini più potentidellaCity londinese, l'amministratoredelegatodi Barclays BobDiamond,eche ora rischiadi estendersibenoltre. La mail dimostrerebbecomein quelgiugno diquattroanni fa - inpienabufera finanziariaper la crisidei mutui subprimeea poche settimane dal crollodiLehman Brothers -Geithner già fosseconscio dei rischi legati al metododi calcolo delLibor, elencandoalmeno sei raccomandazionisu come riformarlo. Apartiredall'eliminazionedi quegli incentivi chepotessero incoraggiare lebanchea manipolare il tasso. Tasso chevienecalcolato quotidianamente dallaBritishBankers' Association in baseai tassid'interesse praticatidelle principalibancheoperanti sul mercato interbancario londinese, tra cui tutte leprincipali banche americane. Èutile lacriticaalblairismo eallesubalternitàdel ventenniopassato,ma sarebbeuntragicoerrore tornareadunpassato ancorapiù lontano Bruxelles, la sede della Commissione europea . . . Vanno evitate confusioni, la situazione è veramente difficile e chiede di affrontare questioni reali . . . A meno che non si ritenga di dover limitare il ruolo della sinistra a mera testimonianza Antiliberisti sì, ma la sfida vera è governare la crisi sabato 14 luglio 2012 9
Dopo 26 anni di gran-deur, coppe e campa-gne acquisti miliona-rie, il Milan sceglie l'au-sterità e rinuncia in uncolpo solo a Thiago Silva, il miglior difensore al mondo, e Ibrahimovic, l'uomo della provvidenza che aveva riportato a Milanello lo scudetto soltanto la scorsa stagione. «Ho risparmiato 150 milioni», annuncia gongolante Berlusconi allo stato maggiore del Pdl. Ossigeno fresco per le casse in rosso della finanziaria di famiglia, certo, ma fa strano che l'annuncio della vendita arrivi in pratica in contemporanea con la nuova discesa in campo, la nuova sfida elettorale rilanciata dopo le dimissioni del novembre scorso. E così, in tempi di austerity nazionale, il Cavaliere è costretto a mettere a dieta anche la sua macchina da voti preferita. Il gioiello (costoso) che dal 1994 è servito a puntellare ogni suo slancio politico. Ogni campagna elettorale una campagna acquisti, ogni trionfo un comizio. «Abbiamo ancora davanti agli occhi l'ennesima grande affermazione del nostro Milan che ha conquistato il titolo di Campione d'Italia», scriveva nel maggio scorso, alla vigilia delle Comunali di Milano, il presidente onorario dell'associazione Milan Club Sandro Capitanio a tutti i tesserati. Poi la chiamata alle urne: «In questi giorni in cui festeggiamo il nuovo scudetto, si decide anche per il governo della nostra Milano. Il nostro presidente, Silvio Berlusconi, ancora una volta, dietro le insistenze di tutti noi, ha accettato di guidare la lista del Popolo della Libertà». Festeggiamo, in sostanza, e riconoscenti votiamo. Del resto, di quanto il calcio e i successi possano rappresentare, Silvio Berlusconi se n'era reso conto già durante i festeggiamenti per il primo scudetto vinto da proprietario rossonero, con Arrigo Sacchi in panchina, nel 1988. Una folgorazione in tempi non sospetti. «Un tifoso mi ha urlato: “Silvio, se vuoi votiamo tutti per il partito che dici tu. Diamo otto milioni di voti a chi vuoi tu. Poterli dare a te personalmente sarebbe il massimo” - raccontò tempo dopo - Ho fatto fermare la macchina e ho ringraziato quel tifoso: “Amico mio, ci sto davvero pensando a fondare un partito tutto mio”». Ci pensò per sei anni prima di scendere in campo davvero. «Nella mia vita ho già compiuto tre miracoli. Da costruttore, edificando i più bei quartieri del Nord - si beava durante la sua prima campagna elettorale - e da sportivo, diventando con il Milan campione d'Italia, poi campione d'Europa e infine campione del mondo. Da editore, creando un gruppo multimediale che non ha eguali in Europa. Adesso, tutti insieme, dobbiamo fare un nuovo miracolo italiano». Una commistione di ruoli, interessi e mezzi che non poteva non far inorridire. Scriveva Claudio Rinaldi nel 2001: «Sette anni fa, mentre si batteva contro Luigi Spaventa per un seggio di deputato a Roma Silvio Berlusconi usò brutalmente i successi del Milan di allora per ridicolizzare l'avversario: “Spaventa prima vinca qualche coppa!”. Nei giorni scorsi, dettando alla Mondadori la scheda autobiografica per il suo ultimo libro, “Discorsi per la democrazia”, il Cavaliere ha dedicato ben 5 righe su 36 a quella fortunata stagione (…) Da buon populista, il capo di Forza Italia è convinto che i trionfi sportivi siano la componente essenziale della sua popolarità». Una fonte che adesso potrebbe improvvisamente diventare un pericoloso boomerang perché i tifosi, con la stessa facilità con cui si esaltano per i successi, hanno la tendenza a deprimersi e diventare rancorosi. «Il sondaggista Luigi Crespi glielo ripete spesso: “Dottore, occhio al Milan, 6 milioni di tifosi, 6 di elettori” - raccontava Gian Antonio Stella nel 2001 - Chi tifa Milan lo vota più volentieri se la squadra fa punti e spettacolo. Dunque, le sue fortune politiche sono inseparabili da quelle calcistiche». Berlusconi e il Pdl se ne accorgono, una volta di più, nel 2009 quando la cessione del brasiliano Kakà al Manchester City sfuma in extremis in chiusura del mercato invernale. A maggio, però, le voci dell'imminente trasferimento dell'attaccante al Real Madrid si fanno insistenti «Sono anni che compri bidoni e figurine – recita uno striscione esposto in curva Sud il 23 maggio – quest'anno chi compri... le veline?». E ancora: «Vendi Kaká per risanare la società, e non spendi più i tuoi milioni. Caro Berlusconi grazie di tutto e vai fuori dai coglioni». A giorni si voterà per la provincia di Milano e il candidato del Pdl Guido Podestà è dato in pericoloso ribasso nei sondaggi: la parola d'ordine fra i tifosi è «Voto Podestà solo se resta Kaká». Per questo il deputato Antonio Palmieri, responsabile Internet del Partito, il 4 giugno si premura di inviare una mail a tutti gli iscritti alla newsletter del sito “forzasilvio.it” per fornire alcuni argomenti da «usare nel dialogo con amici tifosi delusi». Una sorta di decalogo del venditore porta a porta «Cosa penserebbero gli italiani se il presidente del Consiglio pagasse ingaggi milionari ai calciatori mentre il Paese è ancora scosso dalla crisi economica? Mischiare calcio e politica è proprio ciò che vuole chi da 15 anni butta fango addosso a Berlusconi e dunque non votare Pdl per ripicca significa fare un grosso favore» ai suoi avversari. Oggi quel testo può tornare di nuovo utile. nell'era Pasini, non è un granchè. Così, nonostante la smentita ufficiale di palazzo Grazioli, e la retromarcia dello stesso Pasini, ieri anche lui a sventolarsi all'Ergife («non ho mai detto che Alfano sta male e ha pianto, solo che era naturalmente commosso dopo l'annuncio di Berlusconi di candidarsi a premier»), Berlusconi ha dato buca al convegno di Mazzocchi. E ha mandato Alfano. Come dire: 1-0 e palla al centro per il segretario. Fino a oltre le 18 truppe di cronisti, microfoni e telecamere convenute tra le maledizioni nell'infernale sauna di cemento, hanno atteso l'arrivo del Cav. per l'annuncio della nuova discesa in campo. La presenza di Roberto Gasparotti, uomo ombra di Berlusconi, sul posto aveva rassicurato circa la concretezza dell'evento. E invece è proprio Gasparotti alle 18 a passare il cellulare a Mazzocchi, che è anche uno dei questori della Camera. C'è Berlusconi all'apparecchio: «Scusa non vengo, troppo caldo, anche il medico (Alberto Zangrillo, presente in sala, ndr) me lo ha sconsigliato». La verità è il fastidio per le esternazioni di Volpe Pasini e la necessità di dare spazio ad Alfano, Cicchitto e gli altri. Stia tranquillo Mazzocchi: sotto processo non ci sono nè la logistica della sua convention nè lui a cui Alfano riconosce gratitudine fino a nominarlo sul campo «membro ufficiale del direttivo del partito». Ora occorre lasciare l'Ergife e tornare a Grazioli per rimettere in fila quanto sta succedendo nel Pdl. Al netto delle pensate di Volpe Pasini. E per capire il rinvio del Cavaliere. «Che non è un ripensamento» precisano alcuni fedelissimi. A due giorni dall'annuncio continuano ad essere squadernati sui tavoli i sondaggi. Quelli che (fonte Euromedia research) hanno spinto il Cav al fatidico sì davano tre opzioni secche: Pdl a guida Alfano tra l'8 e il 12%; Alfano candidato con il Cav padre nobile tra il 17 e il 21%; ticket con Berlusconi candidato tra il 25 e il 28%. In queste 48 ore altri istituti di ricerca hanno corretto sensibilmente il tiro. L'operazione che Berlusconi ha in mente, raccontata da alcuni suoi collaboratori, non è così lineare. La sua sarebbe una candidatura con un doppio obiettivo e nella consapevolezza che una vittoria sarebbe una quasi mission impossible. Dunque non puntare tanto a palazzo Chigi, il centro sinistra in ogni sua combinazione sarebbe troppo avanti, Ma a tutelare il patrimonio umano e di idee e di territorio di una destra liberale sprovvista di leader. Salvare insomma il partito dall'annientamento delle urne del 2013 - lui comunque lo manterrebbe a percentuali da primo partito dell'opposizione - consentire ad Alfano di crescere e rafforzarsi nel percorso di rinnovamento. Che è necessario. Ieri si attendevano il nuovo nome e il nuovo simbolo. Forse un aquilone. Di sicuro ci sarà la parola Italia. Se poi la nuova legge elettorale avrà preferenze e premio di maggioranza, intorno al 10%, al partito e non alla coalizione, si racconta che il Cavaliere avrebbe ancora in testa la Grande coalizione. Per salvare l'Italia nel dopo Monti. ILCASO Minetti resiste al pressing: «Dimettermi? Scordatevelo» Il caso Alfano agita il Pdl Calcioepolitica: l'eterno connubiochehasegnato l'eradiBerlusconi.Ma stavoltanonètempodi fastiedimiracoli.ESilvio siadatta:via IbraeThiago MASSIMO SOLANI twitter@massimosolani Cdu:colCavaliere rapportipiùdifficili tra ItaliaeGermania Il ritornodi SilvioBerlusconi aPalazzo Chigi renderebbepiù complicata la situazione italiana. E a risentirne sarebberoanche i rapporti con la Germania.Neèconvinto il vicecapogruppoal Bundestag dell'Unionecristianosociale (Cdu-Csu) algoverno, MichaelFuchs. «Se fosse davveroeletto Berlusconi la situazione per l'Italianon diventerebbe affatto più facile, certamenteno»,hadetto Fuchs.«In molti anni Berlusconinon ha fattonulla, o comunque hafatto molto pocosul frontedelle riforme.E non ha portato l'Italia suuna strada ragionevole».«Le relazioni fraMonti e laCancelliera sonobuone -hadetto fra l'altro -ma c'èdadubitare che possadirsialtrettanto di quelli fra la cancellieraeBerlusconi. Negliultimi annici sonostate delle difficoltà». Il rapporto fra Italia eGermania, dunque, «certamentenon migliorerebbe». I giocatori del Milan Zlatan Ibrahimovic e Thiago Silva in partenza per Parigi FOTO DI PIERPAOLO FERRERI/ANSA . . . Cosa penserebbero gli italiani davanti a ingaggi milionari ai calciatori mentre il Paese è in crisi? Ieri, ondata di sdegno nelle file del Pdl, e tutti contro Nicole Minetti, durissima con lei persino la signora Daniela Santanché che alzando la voce ha tuonato: «È finito il tempo delle Minetti». Questa ultima cosa non si capisce benissimo: si presta a differenti interpretazioni, ma mentre l'altissimo senso morale di Santanché trovava spazio, l'opinione pubblica vacillava di fronte ai sali-scendi di una voce, e di una notizia, choccante. Si diceva che la responsabile del palo di Arcore fosse stata messa nelle condizioni di lasciare il suo posto in Consiglio regionale lombardo. Storia intrigata, anche perché la stessa voce insisteva nel dire che sarebbe stato proprio Berlusconi, il titolare del celebre palo da lap-dance, a disporre l'espulsione della sua grande amica dai banchi del consiglio. Ai più sembrava una strategia senza senso, addirittura autolesionista, che il nuovo candidato premier del Pdl mai e poi mai avrebbe potuto elaborare: come si fa a scaricare un testimone così importante, così informato sui fatti, così coinvolto. Era, infatti, proprio Nicole Minetti la persona inviata da Berlusconi a strappare Ruby dalle mani della Questura milanese nella famosa notte in cui l'allora premier voleva dare protezione di Stato a una sconsiderata ragazza, tuttavia certamente nipote di Mubarak. Sempre la signora Minetti aveva immediatamente provveduto a mettere in salvo Ruby affidandola alle mani di una prostituta che aveva, nel cellulare, il numero privato del Presidente del Consiglio. Ancora lei, secondo diverse testimonianze, a organizzare, spesso travestita da suora, il buonumore attorno a Berlusconi al termine di dure giornate di governo e di battaglia con la magistratura di mezza Italia. Ne sa di cose, la preziosa consigliera regionale. Che senso avrebbe avuto sacrificarla sull'altare del «rinnovamento» con il rischio che all'improvviso ricordasse particolari non utili alla sesta «rinascita» della candidatura di Silvio? Infatti, Nicole ha smentito: dice che per quanto riguarda la voce sulle sue dimissioni dal Consiglio si tratterebbe solo di «indiscrezioni», che lei resta dov'è. Così, invece di presentarsi ieri, come avrebbe dovuto, in tribunale, Minetti, agitata, è salita su un aereo che l'ha portata a Parigi, facendo arrabbiare la pm Boccassini. Il suo avvocato ha riferito che è andata a farsi visitare dal suo medico: Nicole non sta bene. Panico. Ma chi la conosce giura che ha sofferto tanto di fronte alle parole ingenerose di Daniela Santanché, che ha sentenziato acida la fine dei tempi delle Minetti. Sul caso non sono, a sorpresa, intervenuti né Mora né Fede e questo ha reso il quadro anche più sconfortante. Poi, qualcuno ha ripreso in mano le registrazioni dei colloqui tra Minetti e Berlusconi e ha trovato la chiave. L'allora premier aveva rassicurato la brava consigliera regionale: «Quando si fanno le elezioni vieni in Parlamento». Le elezioni sono alle porte e lui è uomo di parola, per questo merita il voto degli italiani. TONIJOP politica@unita.it Berlusconi vende le stelle: vuole mostrarsi austero anche col Milan ILCASO sabato 14 luglio 2012 5
Montezemolo, certo.Ma il presidentedella Ferrari è sem-pre meno solo trale “new entry” chesi affollano ai box delle prossime elezioni politiche. C'è Tremonti che scalpita, ha voglia di tornare in campo senza il Pdl, sponsorizzato da unpool di imprenditori euomini d'affari. Ma soprattutto c'è Corrado Passera. Nonostante i modesti risultati dell'azione da ministro ( vedi il capitolo liberalizzazioni), e la tegola dell'indagine giudiziaria per reati fiscali che lo vede coinvolto come ex ad di Banca Intesa, il ministro dello Sviluppo, lasciati definitivamente i panni di banchiere (rinunciando a una robusta buonuscita “alla Profumo” proprio per non urtare l'opinione pubblica) ora punta con forza a proseguire l'esperienza politica. Sta lavorando ad una lista di centro, cercando appoggi nell'ala più moderata di quell'associazionismo cattolico che ha dato vita al seminario di Todi nel 2011. Mondo cislino, la Coldirettidi Sergio Marini, laConfartigianato di Giorgio Guerrini. Ma sarebbe il sindacato bianco il vero bacino di consensi cui punta il Superministro, tanto che si parla di un corteggiamento serrato verso Raffaele Bonanni per una possibile candidatura. Voci che riguardano anche un altro ministro del governo Monti, Lorenzo Ornaghi, il titolare dei Beni Culturali ed ex rettore dell'Università cattolica di Milano: anche lui inserito tra i possibili big della nuova lista. Anche il capo della Comunità di Sant'Egidio e ministro dell'Integrazione Andrea Riccardi guarderebbe con interesse alle manovre in corso. L'operazione, che viene valutata con attenzione Oltretevere, potrebbe vedere coinvolta anche l'Udc di Casini, quantomeno nel progetto di governo. La lista Passera, infatti, nascerebbe con l'obiettivo di far parte di un nuovo centrosinistra insieme al Pd e all'Udc (anche se i sondaggi per ora non vanno oltre il 4%). Solo chiacchiere? Di certo c'è che i Passera boys, i giovani e brillanti collaboratori del ministro (si tratta di Stefano Firpo, Leonardo Senni, Riccardo Monti e Alessando Fusacchia, tutti trenta-quarantenni con robusti curriculum internazionali) stanno lavorando pancia a terra sul nuovo progetto. E che la tegola giudiziaria non ha interrotto i lavori in corso. Entro fine luglio il Superministro dovrebbe organizzare una grande assemblea con i mondi di riferimento, probabilmente a Roma. Nonostante l'impegno diretto, Passera non intende dimettersi anzitempo. Anzi, intende dare alla sua permanenza al governo un tratto di «necessaria continuità» tra il suo impegno presente e quello futuro. Tra il governo Monti e quello che verrà. Sul fronte opposto si muove invece il giornalista economico Oscar Giannino, sempre più deciso a dare vita a una lista “Anti tasse” di marcata impronta liberista. Lo scorso 7 luglio ha organizzato una riunione pubblica a Firenze dal nome inequivoco, «Sedizione liberale», cui hanno partecipato anche il radicale Marco Taradash e i pidiellini Guido Crosetto e Giorgio Stracquadanio. Giannino sostiene di avere dalla sua «una miriade di imprenditori del Nord», pronti a sostenere anche economicamente la sua impresa «meno Stato e meno tasse». I rumors parlano di uncorteggiamento versoGiorgia Meloni, mentre è un fatto che a Giannino guardino con interesse i Tea Party italiani (oltre a Fabrizio Corona, che lo ha definito «bellissimo ed elegantissimo»). Quello che più conta politicamente, però, è l'interesse della nuova Lega di Maroni. Che guarda assai poco a Tremonti e molto più a Giannino, come ha confermato al congresso di Assago Matteo Salvini: «Lo vorrei coinvolgere nel nostro progetto...»). In mezzo a tutto questo profluvio di liste liberali, rischia di passare in secondo piano la novità di Italia Futura di Montezemolo. Proprio oggi era il giorno della prevista convention romana in cui Montezemolo avrebbe dovuto annunciare la discesa in campo della lista. Ma poi gli uomini di Italia Futura hanno preferito rinviare tutto a metà settembre, sperando in qualche certezza in più sulla legge elettorale. E soprattutto dopo aver portato a termine il radicamento sul territorio dell'associazione che in queste settimane sta procedendo con rapidità sotto la guida del coordinatore nazionale Federico Vecchioni. Le regioni di maggior penetrazione di If sono Piemonte, Veneto, Lombardia, Puglia, Abruzzo e Calabria. Gli uomini di Montezemolo hanno aperto sedi in quasi tutte le province earruolato fette di classe dirigente: imprenditori, soprattutto, ma anche professionisti e transfughida Pd e Pdl, come il marchigiano Gerardo Marcantoni (ex Forza Italia) e il veneziano Alessio Vianello, ex assessore delle giunte Cacciari. In Puglia a capo di If c'è il costruttore Salvatore Matarrese jr, in Calabria l'imprenditore Floriano Noto, in Piemonte la manager Cinzia Pecchio, in Abruzzo il presidente della banca del Vomano Giulio Sottanelli. Sarà concorrenza spietata tra queste nuove liste? Non è detto. Perché anche in italia Futura (per ora la più robusta nei sondaggi) sta cominciando a circolare l'idea di un'alleanza tra gli outsider. I rapporti tra il presidente Ferrari e Passera non sono dei migliori, ma Vecchioni gode di molta stima presso il Superministro. Che ha ottimi rapporti anche con Giannino. Insomma, Tremonti a parte, gli “altri outsider ”si parlano. Accomunati dall'obiettivo di archiviare Berlusconi e il Pdl. E dialogano anche con i “vecchi” partiti. A partire da Casini, sempre più deciso a liberarsi di Fini e Rutelli. L'INTERVENTO STEFANOFASSINA Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani in una immagine di repertorio FOTO ANSA LASCIAMO STARE LE AGENZIE DI RA-TING,FIGLIEDELL'IDEOLOGIALIBERISTADELL'AUTOREGOLAZIONE dei mercati, al loro destino di irrilevanza: cantano, come sempre, quando il sole è già alto. Guardiamo, invece, ai fondamentali per capire quanto avviene nell'euro-zona e provare a cambiare rotta prima di colpire l'iceberg. L'euro ha un “difetto congenito”: è insostenibile date le divergenti dinamiche di competitività tra i Paesi membri e la condivisibile indisponibilità dei nord-europei alla transfer union. Per i suoi primi 10 anni di vita, il credito facile delle banche internazionali (tedesche incluse) ai Piigs ha finanziato i deficit delle loro bilance commerciali e trainato la crescita dell'ex-area del Marco. Siamo stati una private debt union, un'unione fondata sull'indebitamento delle famiglie (la Grecia è caso unico). Poi, nel 2008, la giostra si è fermata per lo sgonfiamento delle bolle immobiliari e finanziarie e la conseguente zavorra sulle banche. La diagnosi è condivisa a Berlino, Bruxelles e Francoforte. Lo scontro culturale e politico, tra conservatori e progressisti, nell'euro-zona è sulla cura. La ricetta dei conservatori e di larga parte delle tecnostrutture comunitarie prevede, per ciascun Paese in deficit di bilancia commerciale, la “svalutazione interna”: contrazione della domanda, attraverso politiche di bilancio soffocanti, per ridurre l'import; riduzione del costo del lavoro, attraverso l'ulteriore indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori e delle lavoratrici, per aumentare l'export. È la linea imposta anche al governo italiano, raccomandata ancora due giorni fa nell'ultimo bollettino della Bce. A Francoforte e Berlino sono soddisfatti dei nostri interventi di finanza pubblica, ma delusi dall'incapacità del governo di indebolire i sindacati e quindi preoccupati per l'insufficiente riduzione delle retribuzioni. Per rimediare, dopo il tentativo a vuoto di smantellare l'art 18, si passa a delegittimare le rappresentanze di lavoratori e imprese. Colpevoli, quest'ultime, per visione lungimirante del proprio interesse, non per generosità, di cercare un patto tra produttori, invece che procedere ad atti unilaterali stile Fabbrica Italia. Al di là delle conseguenze drammatiche sulle condizioni di lavoratori e lavoratrici, imprenditori piccoli, medi e grandi, giovani e meno giovani senza lavoro, la strada della svalutazione interna seguita nell'area euro non funziona. Gli spread elevati sono soltanto colpa degli avvoltoi della finanza? Non illudiamoci. Sono conseguenza di politiche di austerità auto-distruttive che ampliano le divergenze economiche tra i Paesi euro e rendono insostenibile sul piano economico, sociale e politico la moneta unica. In Italia, abbiamo raggiunto, tra impennate di tasse e tagli a servizi sociali fondamentali, un avanzo primario intorno al 4% del Pil (il doppio della Germania), innalzato brutalmente a livelli record l'età di pensionamento, scolpito l'equilibrio del bilancio pubblico in Costituzione, approvato al volo un Fiscal Compact impossibile. In Grecia, il povero Papandreu ha realizzato un abbattimento del deficit senza precedenti storici e determinato sull'economia e sulle persone gli effetti di una grande guerra. Irlanda, Portogallo e Spagna continuano a tagliare welfare e retribuzioni. Eppure, tagli di spese, aumenti di imposte e regressione delle condizioni del lavoro non sono mai sufficienti a ridurre il debito pubblico. Perché? Perché affossano l'economia reale. E, dati i legami economici e finanziari, spingono fuori asse anche i conti pubblici in Olanda e frenano la Germania in una inevitabile stagnazione. A quanto deve arrivare la disoccupazione, in particolare giovanile e femminile, per prendere atto che il modello tedesco non è generalizzabile? Affinché qualcuno abbia un attivo di bilancia commerciale (la Germania), qualcun altro deve avere un passivo (i Piigs). È, per costruzione, un gioco a somma zero. Non può essere a somma positiva. Insistere sulla strada deflattiva della svalutazione interna per correggere gli squilibri macro-economici porta inesorabilmente alla fine della moneta unica. È urgente cambiare rotta. Va realizzata subito una fiscal union e dato all'eurogruppo il potere di autorizzare la presentazione della legge di bilancio ai Parlamenti nazionali. Va allentata la morsa dell'austerità autolesionistica e attribuita al Fondo “Salva-Stati” licenza bancaria per svolgere funzioni di deterrenza credibili a garanzia dei debiti sovrani. Va sostenuta la domanda aggregata privata e pubblica attraverso la redistribuzione del reddito e gli investimenti innovativi finanziati da project bonds per ridurre le divaricazioni di competitività. Insomma, sul piano politico, nell'area euro e in Italia, è urgente che le forze progressiste prendano il timone e promuovano un Patto tra produttori, orientato a ridurre il debito pubblico attraverso lo sviluppo sostenibile. Altrimenti, l'involuzione economica e democratica in corso è irreversibile. to sostituito il nome «Bossi» per esigenze meramente elettorali. Bossi del resto sosteneva di essere stato costretto a tale soluzione sulla scia di quanto fece l'allora alleato Silvio Berlusconi. Il simbolo «appartiene al movimento», aveva poi chiarito Maroni e può essere «modificato in qualsiasi momento dal consiglio federale». E il momento, in vista delle prossime politiche, è arrivato. Che Bossi sia il fondatore ha poca importanza ormai per i leghisti, e il simbolo ora sta lì a evidenziarlo: «Chiamare Bossi ancora ‘capo' no, il capo ora è Maroni - ribadisce Federico Caner, vicesegretario della Lega Nord, ai microfoni di Radio24 - Lo ha deciso il congresso. Bossi è rimasto il padre fondatore, ma si metta l'anima in pace. Abbiamo voltato pagina». E con essa aperto un altro capitolo sulle alleanze. Salvo Berlusconi in campo. Maroni sulla ricandidatura dell'ex alleato e sulla possibilità che a sostenerla sia anche il Carroccio afferma: «Conoscendo l'uomo, non mi stupisce per niente ma, detto questo, ho altre questioni di cui occuparmi adesso». E aggiunge: «Prima del prossimo anno ci sono tanti mesi, tante questioni di cui mi devo occupare, le alleanze sono all'ultimo punto dell'agenda, per quanto mi riguarda». Ne parla invece il sindaco di Verona, Flavio Tosi: «Dipenderà molto da quello che avverrà in Lombardia. Se si vota per le regionali, inciderà anche sullo scenario delle politiche, è chiaro che per la Lega è prioritaria la posizione del governatore della Lombardia. Se invece non si andrà al voto in Lombardia - aggiunge Tosi - la scelta di andare da soli alle politiche è scontata». Senza Bossi, col nuovo simbolo. Gli affanni delle liste outsider Passera sfida Montezemolo Il ministro Corrado Passera FOTO ANSA ANDREACARUGATI ROMA Un patto tra produttori per ridurre il debito pubblico . . . Fra le new entry, l'ultimo è Oscar Giannino: vuole dare vita ad una lista «anti-tasse» . . . La comunicazione relativa al logo «ripulito» è arrivata ieri per e-mail a tutte le sezioni IlministrodelloSviluppo puntaacoinvolgere l'associazionismocattolico ItaliaFuturaapresedi in tutte le regioni:ma isondaggisonodeludenti ILRETROSCENA sabato 14 luglio 2012 7
Italia declassata e pericolosamente vicina al livello dei Paesi più speculativi. Moody's abbassa il rating del nostro Paese a Baa2: un salto indietro di due posizioni rispetto all'ultimo A3 e molto vicino al «voto» dei titoli spazzatura. Il giudizio dell'agenzia americana (la più grande delle tre «sorelle») è arrivato la notte prima di una giornata importante per il «guardiani del debito» del nostro Paese, con un'importante asta di Btp triennali, per circa 3,5 miliardi. Nonostante il colpo, l'asta va a segno con rendimenti in calo. Il Tesoro è riuscito a collocare i titoli in scadenza al 2015, e la richiesta è stata quasi doppia (circa 6 miliardi) rispetto all'offerta. Il rendimento è sceso al 4,65%, dal 5,30% dell'asta precedente. Alla fine la Borsa riesce a recuperare, chiudendo «piatta» a +0,96. Ma il differenziale tra i Btp e i Bund resta a livelli da «febbre», chiudendo a quota 480. Proprio la coincidenza tra l'intervento di Moody's e il calendario delle aste ha provocato parecchie reazioni negative. Durissima la reazione dell'Ue. Il portavoce della commissione Simon O' Connor ha ribadito il giudizio positivo sugli «sforzi senza precedenti» che l'Italia sta facendo per le riforme e il risanamento dei conti pubblici. «Non commenterò il contenuto dell'analisi di Moody's - ha detto - ma legittimamente ci si può interrogare sul suo timing, e non è la prima volta». La difesa del governo italiano è a tutto campo. La Commissione sottolinea gli sforzi per il risanamento dei conti «determinata, a lungo termine e di ampio respiro». Inoltre, continua O'Connor, è «pioniere nell'applicazione del fiscal compact con il recente inserimento della regola sul pareggio di bilancio nella sua Costituzione». A fianco dell'operato del governo si schierano compatte le imprese. In mattinata il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi ricorda che «l'Italia e il nostro sistema manifatturiero sono molto più forti di quello che appare nelle valutazioni di Moody's». Fa seguito, nel pomeriggio, un comunicato congiunto di tutte le associazioni che definisce «irresponsabili» il giudizio. «È oramai evidente che i giudizi espressi non appaiono equi e assomigliano a mere profezie la cui capacità di avverarsi dipende però dalla profezia stessa - scrivono Abi, Ania, Alleanza delle Cooperative Italiane, Confindustria e Rete Imprese Italia La natura commerciale delle società di rating, la composizione della loro governance, le indagini in cui sono coinvolte suscitano forti perplessità circa la loro reale indipendenza e l'appropriatezza del termine '”agenzie” ». LETRESORELLE In effetti sulle agenzie di rating ormai da tempo sono aperte indagini di ogni tipo. Ad avviare un accertamento sul loro comportamento era stata la Consob italiana nel 2011, quando ancora deteneva la titolarità della vigilanza, poi passata all'autorità europea (Esma). Solo qualche giorno fa anche l'Esma aveva aperto un'indagine sulle procedure seguite nella loro valutazione della solidità patrimoniale delle banche. Anche la procura di Trani ha aperto un'inchiesta sempre sui giudizi sulle banche, sottolineando «scelta mirata nei tempi» del report, diffuso in mattinata a mercati aperti, con tecniche argomentative «suggestive», così da fornire «intenzionalmente ai mercati finanziari informazioni tendenziose, distorte (e come tali anche falsate) sull'affidabilità del sistema bancario italiano». Si sa anche che dal momento in cui scoppiò la crisi dei subprime, le agenzie sono alla sbarra per le loro valutazioni errate. Ma proprio quegli errori hanno prodotto un irrigidimento successivo dei loro giudizi. Sulla coincidenza del declassamento dell'Italia con l'asta dei Btp Moody's fa sapere che «gli emittenti piazzano bond sui mercati in maniera continuativa». Impossibile dunque evitare tale coincidenza. Inoltre «la tempistica delle azioni di rating di Moody's - continuano dall'agenzia - si basa sul monitoraggio della qualità creditizia di un emittente e il nostro giudizio riguardo a quando le circostanze giustifichino un cambiamento di rating». Insomma, l'agenzia si muove quando il rating non corrisponde più alla realtà. L'ultima «pagella» sull'Italia risaliva a mesi fa, un periodo di tempo considerato adeguato dagli operatori. ILGIUDIZIO Le ragioni del declassamento risiedono nei maggiori costi di finanziamento del debito rispetto a 5 mesi fa, dovuti alla minore fiducia del mercato, oltre che al maggiore rischio di contagio dalla Grecia e dalla Spagna. «Il rischio che la Grecia esca dall'euro - si legge nel comunicato - è aumentato, il sistema bancario spagnolo avrà perdite superiori a quelle previste». Insomma, l'Europa è un campo minato. Quanto all'Italia, la recessione è più grave del previsto, con maggiore disoccupazione. Anche se il governo ha fatto molte riforme strutturali, persistono dubbi sulla loro applicazione, per non parlare del «clima politico - si legge ancora - che con l'avvicinarsi delle elezioni nella primavera del 2013, è un'altra fonte di rischio». Mai così in basso la Cina dal 2009. In basso per così dire, visto che il prodotto nazionale lordo nel secondo trimestre di quest'anno è salito del 7,6%, un tasso che la maggior parte dei Paesi sviluppati non riesce nemmeno a sognare. Ma in un Paese che nel 2011 registrava una crescita economica del 9,2% e nel 2010 addirittura del 10,4%, il dato fornito ieri dall'Ufficio nazionale di statistica (Uns) non può non suscitare allarme. Anche perché il balzo all'indietro rispetto al trimestre precedente è di ben mezzo punto percentuale e fra gli esperti si fa strada l'ipotesi che il trend negativo sia destinato a proseguire. Sheng Laiyun, portavoce dell'Uns, afferma che l'andamento è «dovuto principalmente al continuo deteriorarsi della situazione internazionale, che ha ulteriormente fatto contrarre la domanda estera». A preoccuparsi non sono solo i cinesi. Sino a poco tempo fa, nel pieno dello sconquasso economico globale, sia gli Usa che l'Europa guardavano con fiducia all'esplosiva dinamicità dello sviluppo nella Repubblica popolare. Il colosso comunista sembrava l'ancora di salvezza per il capitalismo mondiale in crisi profonda. Pechino garantiva a Washington e a varie capitali del Vecchio continente: niente paura, non farete bancarotta, continueremo a comprare i vostri titoli di Stato. Fu quello il messaggio rassicurante che Hu Jintao fece perveniere a Barack Obama l'estate scorsa, mentre il mondo assisteva con il fiato sospeso al drammatico braccio di ferro fra Democratici e Repubblicani al Congresso sulle misure per ridurre il gigantesco debito federale. Normale che sulle due sponde dell'Atlantico si seguano con apprensione le novità che stanno maturando nel più popoloso Paese del pianeta, che da solo produce un quinto della ricchezza mondiale. Edmund Phelps, docente di economia politica alla Columbia University non è però pessimista. Secondo lui la Cina dispone di munizioni sufficienti per contrastare il rallentamento della sua economia, e sta già usandole. La Banca centrale ha ridotto i limiti delle riserve obbligatorie dei singoli istituti finanziari e nel giro di un mese ha già tagliato due volte i tassi di interesse. Lo scopo è quello di favorire l'erogazione di nuovi crediti per rilanciare la domanda e invertire la tendenza negativa. Pochi giorni fa il premier Wen Jiabao ha definito la ripresa degli investimenti una fattore cruciale per stabilizzare la crescita economica. La dichiarazione è stata interpretata come il preannuncio di ulteriori interventi dello Stato per stimolare la ripresa. Altri analisti sottolineano però l'andamento contradditorio delle recenti scelte governative in campo economico. Ricordano come lo stesso Wen Jiabao abbia definito lo sviluppo cinese «squilibrato, scoordinato e insostenibile». E notano come le promesse nuove iniezioni di valuta nelle attività imprenditoriali rischino di provocare un sovradimensionamento produttivo, alimentando la costruzione di «ponti che non portano da nessuna parte, aeroporti vuoti e centinaia di migliaia di chilometri di rotaie per treni ad alta velocità al di fuori di alcuna logica economica». Lo sostiene Edward Chancelor, esperto di strategie globali alla Gmo, un'azienda di consulenze manageriali con sede a Boston. I provvedimenti governativi per contrastare il rallentamento contrastano effettivamente con quelli messi in atto solo un anno fa, che perseguivano un obiettivo opposto: impedire il surriscaldamento economico, frenare l'inflazione, evitare lo scoppio della bolla speculativa immobiliare. Le banche vennero invitate ad innalzare la soglia minima dei loro depositi valutari e a chiudere i rubinetti del credito. Qualcuno si chiede se certi repentini cambiamenti di rotta dimostrino grandi doti di duttilità e adattamento alle circostanze, oppure siano solo un segno di stanchezza ed incertezza. Le agenzie declassano: una sigla, un numero e i mercati fibrillano. L'Europa trema in balia dei giudizi sul rating. La Commissione Ue commenta la mossa di Moody's sul debito pubblico italiano criticandone il timing e parlando di «tempistica inappropriata». Il portavoce Simon Ò Connor ribadisce il giudizio positivo sugli «sforzi senza precedenti» che l'Italia sta facendo per le riforme e il risanamento dei conti pubblici. Ma resta l'atto d'accusa verso un sistema di potere, quello delle agenzie di rating, difficile da arginare. Da più parti si chiede un intervento netto e tempestivo da parte dell'Europa. E un'accelerazione sui provvedimenti. La Commissione affari economici e monetari (Econ) ha votato infatti il 19 giugno scorso un progetto di riforma legislativa destinata a regolamentare le attività delle agenzie. Il progetto è attualmente in discussione a livello di Commissione Parlamento e Consiglio Europeo. «Si dovrà trovare un punto di convergenza, ma non sarà un percorso semplice - ammette Leonardo Domenici (Pd), parlamentare europeo e relatore del provvedimento - se riuscissimo a concludere la discussione entro ottobre si potrebbe approvare la riforma a novembre». Un percorso comunque lungo e complicato. «Il peso lobbistico delle agenzie è forte e questo condiziona il lavoro, perché man mano che si va avanti le posizioni, anche a livello politico e istituzionale, si fanno più flebili». Uno degli obiettivi della riforma è rendere le attività delle agenzie più responsabili, trasparenti e indipendenti. E soprattutto aumentare la protezione per investitori e consumatori. «Quello che è accaduto con Moody's è l'ulteriore conferma dell'importanza del provvedimento. Il principio è non far fare e non far dire le cose quando vogliono loro, regolamentare il timing - spiega Domenici - la crisi del debito nell'Eurozona ha dimostrato infatti che le agenzie sono troppo influenti, al punto da incidere e interferire sull'agenda politica perciò abbiamo rafforzato le regole relative al rating sul debito sovrano e al conflitto di interessi. Le agenzie dovrebbero fornire servizi di informazione e non dare giudizi politici. Inoltre il loro lavoro dovrebbe essere soggetto a un sistema di responsabilità civile». Nella riforma vengono vietate fusioni e acquisizioni di agenzie di rating da parte di altri operatori del settore che controllano più del 20 per cento del mercato Ue. La prospettiva resta comunque quella di un'agenzia europea pubblica e indipendente «che svolga un'attività di valutazione» perché, spiega Domenici «non è accettabile che le entità pubbliche siano valutate solo dal settore privato». L'ITALIAELACRISI La Cina frena Pil al 7,6%, allarme debiti sovrani GABRIELBERTINETTO gbertinetto@unita.it La sede di Moody's ILCASO ATranichiuse le indagini sullasocietà Glianalisti diMoody's Abercromby e Wassemberg«fornivano intenzionalmenteai mercati finanziari informazioni tendenziose, distorte (e, cometali, anche falsate) in merito all'affidabilitàcreditizia del sistema bancario italiano, idoneea disincentivare l'acquisto di titoli bancari italiani e deprezzarne,così, il valore».Lo sottolinea ilpm diTrani nell'attodichiusura delle indagini. Secondo ilpm,gli indagati«ponevano inessere«artifici» acarattere informativoconcretamente idonei:a incidere inmodo significativo sull'affidamentoche ilpubblico(degli investitorinazionalie internazionali) riponenellastabilità patrimonialedi bancheo digruppibancari italiani; a provocareun sensibile deprezzamentodei titoli bancari italiani». Insomma «sideterminava, perun verso,un minoreaffidamento delpubblicodegli investitorinella stabilitàpatrimoniale deigruppi bancari italiani e,per l'altro,un sensibiledeprezzamento dei titoli bancari italiani quotati». . . . Nel 2010 era oltre il 10% Gli esperti prevedono che il trend negativo è destinato a durare Moody's contro l'Italia Tutti contro l'agenzia Brusca frenata dell'economia. Pechino: colpa della crisi globale Timori di contraccolpi in Occidente Doppio downgrade Gli industriali: dubbi sull'indipendenza del giudizio L'Ue: valutazioni inopportune BIANCADIGIOVANNI ROMA L'Ue cerca di fermare le lobby TULLIAFABIANI ROMA Domenici (Pd) è autore a Strasburgo del progetto di riforma delle agenzie «Si può fare in novembre» 2 sabato 14 luglio 2012
ÈTEMPODICECHOV.UNCECHOVGIOVANE,SNELLITO,RISCOPERTOERIVISITATODALLENUOVEGENERAZIONI A TEATRO: DOPO MAROS –GELO DA TRE SORELLE CHERENATAPALMINIELLOha proposto a «In equilibrio» di Castiglioncello, al festival «Teatro a Corte» di Torino debutta uno stringente e intenso ZioVanja per la regia di Emiliano Bronzino. Classe 1974, torinese, a lungo assistente di Luca Ronconi alla regia, Bronzino rientra nell'eterna, in Italia, «fascia di giovani» che aspirerebbe a diventare di «meno giovani», ovvero riconosciuti almeno come artisti consolidati. Scontro più vasto in una società come la nostra in cui la gerontocrazia impera e la meglio gioventù langue senza futuro. Il regista under 40 lo esprime a teatro con l'allestimento di questo Zio Vanja «ritoccato» in una partita a cinque personaggi, dove accende la contrapposizione generazionale tra il maturo professore Serebriakov e i quattro giovani che in modi diversi tiene sotto scacco. La figlia di primo letto, Sonja, e lo zio di lei, Vanja, che da anni sacrificano le loro esistenze all'ombra dei magnificati e presunti talenti del professore. Quegli stessi meriti sbandierati che hanno abbagliato la sua seconda moglie, Elena, e che offuscano le idee progressiste ed ecologiche del medico/filosofo Astrov. L'età dell'oro e dell'innocenza è già alle spalle con Cechov, che sosta invece in zona crepuscolo, quando sentendo già in bocca il sapore amaro della sconfitta, ci si lancia negli ultimi sforzi, come animali presi al lacciuolo che si dibattono disperati. Nella trappola ci si ritrova tutti, spettatori e attori, sotto una pergola brulla di rami ormai secchi, stagione di speranze appassite. Entra Astrov (un vigoroso e scattante Ivan Alovisio) e parla di come si sia fatto stressante il suo lavoro, in condizioni estreme, in una sorta di allocuzione al pubblico che pare una cronaca tratta dai giornali. L'arrivo di Vanja - un sanguigno e nervoso Lorenzo Gleijeses - estende la malinconica constatazione a un senso di disfatta più generale. Condensato intorno al matrimonio del professore, alla vergine che si è immolata al drago, la bella Elena (Fiorenza Pieri, sognante e un po' straniata) e dietro alla cui avvenenza si avvinghiano i cuori di ambedue, Vanja e Astrov, mentre Sonia (la trepida e sensibilissima Maria Alberta Navello) invano cerca di attirare a sua volta l'attenzione del medico. Basta poco al professore – l'imperturbabile e compassato Graziano Piazza, perfetto nella parte –, pochi numinosi cenni, per trattenere gli altri nei loro ruoli perdenti, come se un dado tratto e sbagliato non concedesse repliche. La regia di Bronzino procede in levare, evidenziando quel che nel testo già è detto e straordinariamente in assonanza con l'oggi (impressionanti le istanze ambientaliste di Astrov). Mantenendo quel senso di struggimento lento della Russia fine Ottocento di Cechov che torna a macerare il nostro presente. Due ore di ascolto incantato, immersi nella nebbia di rimpianti vicini e lontani per uno spettacolo da ritrovare nella prossima stagione del Tpe – che lo ha prodotto – sempre qui al Teatro Astra di Torino. INBREVE PORDENONELEGGE Premio aIanMcEwan La 13maedizionedi Pordenonelegge.it, è statapresentata ieri.Dall'incontro con Ian McEwan, cui verràattribuito il riconoscimento «La storia inun romanzo»,a quello con Todorov, saranno centinaiagli eventi neiquattrogiorni -dal 19al 23 settembre-del festivaldel libro con gliautori. L'aperturaufficialeè affidataaNiccolòAmmaniti. CULTURE ROSSELLABATTISTI INVIATA ATORINO 0CCUPYCINECITTÀ Abetesmentisce (maconferma) «Stavenendofuori un messaggio esattamenteoppostoaquello reale, edè assolutamente falso» dichiara il presidentedi Cinecittà StudiosLuigi Abete,chegiudica strumentale l'occupazione.Ma poiconferma il discussopiano industrialesugli studi cinematograficidi Romache i lavoratorihannodenunciato: «Cinecittàdovràtrasformarsi in un grandehub per la produzione internazionale.Ci saràda costruire, suun terrenoche è eresta dello stato,un albergoa trequattro stelle di 150-200camere perchi vienea girarequi unfilm. Inprogettoanche l'areafitness annessa,uffici e un nuovograndeteatrocome il5». VIAREGGIOREPACI Scelte le terne dei finalisti Ecco i finalistidel ViareggioRepaci. Per la narrativa:Antonia Arslan, Il libro di Mush (Skira), NicolaGardini, Le parole perdute di Amelia Lynd (Feltrinelli)eGiovanni Greco, Malacrianza (Nutrimenti).Per la poesia:Sauro Albisani,La valle delle visioni (Passigli), Antonella Anedda, Salva con nome (Mondadori);Nino DeVita, mini (Mesogeaeditrice). E per lasaggistica:Pietro Boragina Vita di Giorgio Labò (Aragno),FrancoLo Piparo I due carceri di Gramsci (Donzelli);AnnaLevi, Storia della biblioteca dei miei ragazzi (Bibliografiae Informazione). La premiazioneavrà luogo il 7 settembre aViareggio. VENEZIA Ecco lagiuriadella BiennaleCinema Èstata definita la Giuria InternazionaledelConcorsodella 69esimaMostra Internazionale d'ArteCinematograficadella Biennaledi Venezia(29 agosto- 8 settembre2012).Ne farannoparte, oltreal presidente MichaelMann, l'artistaeperformer serba Marina Abramovic, l'attricee modella franceseLaetitiaCasta, il produttore eregista diHong KongPeterHo-Sun Chan, il regista italiano Matteo Garrone, la regista franco-svizzera UrsulaMeier, l'attricebritannica SamanthaMorton, il regista e produttoreargentino PabloTrapero. LaGiuriaassegnerà ai lungometraggi inconcorso ipremi ufficiali. Aigiovani piaceCechov Unintenso«ZioVanja» per la regiadiBronzino «Teatroacorte»ospita l'allestimento«ritoccato» inunapartitaa5personaggi chemette l'accento suicontrastigenerazionali ANCHECHI ABBIA POCADIMESTICHEZZACON LAPOESIA SA RICONOSCEREUNOSCAR MONDADORI (CHE,SIBADIBENE, PRECEDEBERLUSCONI EGLISOPRAVVIVERÀ): e capisce dunque quanto la pubblicazione di tutte le poesie in quella collana sia una sorta di consacrazione del valore condiviso e riconosciuto dell'opera di un autore. È questo il caso di Franco Buffoni (poeta che ho avuto la fortuna di frequentare virtualmente nella comune esperienza della redazione del litblog Nazione Indiana), le cui poesie dal 1975 al 2012 - una dozzina di raccolte - sono state riunite in un Oscar. Difficile dire in poche righe il percorso di Buffoni, della sua voce lombarda (sulla linea sereniana) che s'intreccia con gli amati inglesi (a cominciare da Byron) di cui Buffoni è magistrale traduttore, del suo continuo divenire tra il particolare biografico e l'universale storico, del suo comporre, su piani diversi, la complessità della condizione umana. Come accade esemplarmente in quella splendida raccolta che è Guerra: definita da Guido Mazzoni, come ricorda Massimo Gezzi nella prefazione, «uno dei migliori esempi di poesia inclusiva che la letteratura italiana abbia prodotto negli ultimi decenni». Ma il 2012 è stato un anno felice per Buffoni anche in virtù del suo romanzo, pubblicato da Fazi, Il servo di Byron. L'autore - con una sapienza documentale che rende questo romanzo anche una sorta di saggio in maschera - ha scritto le immaginarie memorie del servo-amante del lord che tutta Europa immaginava come seduttore seriale di signore e che in realtà poteva amare soltanto ragazzi: verità tuttora taciute dalle biografie ufficiali. In continuità con l'infamia di una persecuzione degli omosessuali che nella «liberale» Gran Bretagna è stata più lunga e feroce che altrove. «Non so quando, ma sono convinto che verrà un giorno in cui a Piccadilly due ragazzi potranno camminare tenendosi per mano». UnOscar per i versi diFranco Buffoni BUONEDALWEB MARCOROVELLI Unafotodi scenadallo spettacolo «ZioVanja». FOTO DI LORENZO PASSONI U: 22 sabato 14 luglio 2012
L'OPERA BUFFA TRAGICOMICA MESSA INSCENASULPALCOSCENICOITALIA,CONTInua a dispetto di tutto. A dispetto della crisi che perdura, si allarga e massacra i ceti deboli, a dispetto della soglia minima di decenza richiesta anche nel governo di un condominio, a dispetto della traballante Europa e persino a dispetto del più elementare buonsenso. Il principale responsabile del disastro nazionale e dell'universale discredito internazionale di cui ha abbondantemente goduto l'Italia negli ultimi quattro lustri, si ricandida a Presidente del Consiglio. Non è una delle sue barzellette, come a questo punto sarebbe ragionevole aspettarsi, ha davvero deciso di ri-ri-ridiscendere in campo sulle ali di un aquilone in seguito ad una virulenta ricaduta della malattia del predellino. I politici europei sono rimasti letteralmente interdetti: «Ancora non riesco a credere che, dopo un totale fallimento politico ed economico, qualcuno possa pensare di riproporsi agli elettori», confida Hannes Swoboda, il capogruppo del Pse al Parlamento europeo. «Tutto quello che Monti sta facendo è cercare di porre rimedio ai danni provocati da Berlusconi. La sua ricandidatura non sarà bene accetta in nessuna capitale perché costituisce un danno per l'immagine dell'Europa che appare come una democrazia in cui non si sanno trarre le conseguenze delle esperienze negative». Il capogruppo del Partito socialista europeo signor Swoboda, evidentemente non conosce l'Italia. Nel Belpaese è tutto possibile, la tanto apprezzata serietà del presidente del Consiglio Mario Monti è un'eccentricità, quasi una deviazione dalla norma. In Italia, un sedicente politico come Silvio Berlusconi che in qualsiasi altro Paese civile non avrebbe potuto neppure sedere nel consiglio comunale di un piccolo paese, non solo siede in un Parlamento democratico, ma è stato a lungo presidente del Consiglio e può pretendere di continuare ad esserlo. In primis per curare i propri affari, quindi perché nel partito che ha fondato e modellato come il pongo è impensabile che i suoi cortigiani, beneficiati, sdoganati, gli facciano opposizione - coraggio e dignità sono parole ignote nel vocabolario dei berluscones - e da ultimo perché anche se non dovesse essere eletto - il che non è detto considerato il pauroso tasso di creduloneria fra gli italiani - fare il “premiere” in carica o da candidato è un gran bel mestiere. Ti permette di tenere per i testicoli la pochissimo credibile politica italiana ricattandola ad ogni piè sospinto per conservare i privilegi e le posizioni dominanti, in particolare quelle detenute nello strategico settore dei media. . . . Il principale responsabile del disastro nazionale si ricandida a premier E non è una barzelletta... Toglierepocoa molti edare moltoapochi? Oggi in Italia il 15% della popolazione possiede il 60% dell'intera ricchezza nazionale, con un progetto (vedi programma della P2) che avrebbe dovuto portare il 10% della popolazione a possedere l'85% della ricchezza nazionale, praticamente una forma plateale di “argentinizzazione” dell'economia. Come ha fatto questa modesta fretta della popolazione a possedere tanta parte della ricchezza nazionale? Basta guardare il debito pubblico e analizzarne il come si sia sviluppato, per capire il nesso che lega un simile possesso ai servizi che rende la politica ai suoi complici. La ricchezza nazionale, secondo gli esperti, sarebbe valutata in 10.000 miliardi di euro; se il 15% ne possiede il 60%, significa che 9.000.000 di persone possiedono il 60% di 10.000 miliardi, mentre il resto della popolazione diventa partecipe, in parti uguali con quel debito pubblico che ha prodotto quelle ricchezze. Ciò significa che 9 milioni di persone possiedono, mediamente, 1.111.111 (un milione centoundicimilacentoundici) euro.; tutto il resto deve essere diviso per i restanti 51 milioni di italiani, che si accollano il debito pubblico. Ecco cosa significa: sottrarre poco a molti affinché pochi possano accumulare molto. RosarioAmicoRoxas Iparchie laCultura Leggo su l'Unità l'appello al Presidente della Repubblica contro i tagli alla cultura e in particolare alla tutela dei Beni culturali vicini al coma. Lo firmano intellettuali e giornalisti autorevoli impegnati da sempre su questo fronte. L'appello segue e si aggiunge a quello recente del Fai sul paesaggio a cui si richiamò anche il presidente della Repubblica in visita a Portovenere e alle zone alluvionate della Liguria e della Toscana. Segue ad altre denunce ora sulla gestione del suolo alla Bertolaso ora ai tagli ai parchi e delle aree protette specialmente marine dove imperversano disastri e guai come al Giglio e all'Arcipelago Toscano. La dipartita della Prestigiacomo avvenuta senza rimpianti aveva in effetti fatto sperare ad un cambio di registro anche su questi temi sui quali il nostro Paese si gioca una partita decisiva per il suo presente e futuro. Purtroppo finora nonostante questa ripresa di impegno civile sui beni comuni non si registrano cambiamenti di rotta. Una ragione in più anche per istituzioni e non solo centrali per farsi sentire più di quanto siano riuscirete a fare. RenzoMoschini GRUPPO DI SAN ROSSORE PER IL RILANCIO DEI PARCHI Leelezioni inun sologiorno Sì, direttore, non c'è motivo perché in Italia si debba aspettare la sera del secondo giorno per sapere il nome del premier e della maggioranza che lo sosterrà per l' intera legislatura. Non le sembra allora, opportuno lanciare una campagna, affinché la nuova legge elettorale - semmai ci sarà – renda l' Italia un paese europeo normale, in fatto di elezioni? MarianninaGiangravè Iconti diBossi Bossi ha detto: «Berlusconi ci ha dato molto. Sarà la storia a fare i conti». Quanto a quel "ci", non v'è dubbio che Berlusconi abbia dato molto alla Lega, ma all'Italia ha tolto, e moltissimo. E quanto alla storia, essa ha già fatto i conti sul periodo berlusconiano. Siamo in pieno rosso. Che poi Bossi dica che nella Lega comanda ancora lui, beh, lo dica a Maroni, non a noi. CassibbaVincenzo L'ultimadi Alemanno Non è bastato lo scandalo dell'Ama e neppure la gestione scellerata della città di Roma. Non è bastata la svendita di Acea per cui è sceso in campo il Consiglio di Stato bloccando tutto. Adesso noi romani dobbiamo subire anche quest'ultimo caso grottesco e di malaffare: l'arresto del numero 2 del Campidoglio, Samuele Piccolo. La speranza ora è che gli elettori del centrodestra della Capitale aprano finalmente gli occhi. Noi, che abbiamo subito uno dei peggiori sindaci nella storia dell'Urbe, ci auguriamo che si giri velocemente pagina e che Roma torni ad essere governata con serietà. CiroSalvemini CaraUnità Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta Vocid'autore Il ritorno di Berlusconi Incubo vero e proprio Moni Ovadia Musicista e scrittore ViaOstiense,131/L_0154_Roma lettere@unita.it Dialoghi Lo strappo di Monti sulla concertazione è una ferita grave AVOLTEPERILPUBBLICORISULTADIFFICILECOMPRENDE-REILSIGNIFICATODELLESCOPERTEDELLASCIENZA,quali quella del bosone di Higgs, annunciata la scorsa settimana. La difficoltà sembra riscontrarsi anche quando si parla delle peculiarità e dell'organizzazione degli enti di ricerca italiani che hanno dato un contributo fondamentale a queste scoperte, come l'Istituto nazionale di fisica Nucleare (Infn). È infatti della scorsa settimana l'annuncio dei tagli programmati nella spending-review che colpiscono pesantemente l'Infn, basti ricordare che l'importo del taglio Infn è pari a 24 milioni di euro a fronte dell'importo totale per tutti gli enti di ricerca pari a 50 milioni. Benché in questo caso il governo non abbia applicato tagli lineari, ma abbia seguito un metodo che cerca di tener conto delle diverse situazioni, questa manovra colpisce in modo devastante l'Infn a causa della sua organizzazione e delle sue attività che risultano uniche nel panorama nazionale. L'Infn è infatti un ente con due peculiarità, da una parte possiede una grande dimensione internazionale, svolgendo molte delle proprie attività di ricerca in laboratori esteri, come il Cern di Ginevra. Dall'altra gestisce importanti infrastrutture di ricerca sul territorio nazionale. Questo implica che le spese dell'Infn per Beni e Servizi, su cui si sono concentrati i tecnici ministeriali per predisporre i tagli della spending-review, contengano diverse voci di considerevole importo direttamente legate alle attività di ricerca dell'Ente e quindi non comprimibili a meno di non voler comprometterle pesantemente. Ad esempio, a differenza degli altri Enti, l'Infn spende molto in missioni, specialmente all'estero. Questo è del tutto naturale visto che il “nostro” più grande laboratorio è a Ginevra, il Cern. Potremmo dire che ne siamo proprietari per statuto al 11,5% (quota proporzionale al Pil). Lì nostri ricercatori, borsisti e dottorandi si recano frequentemente e per periodi anche lunghi per costruire e far funzionare le complesse apparecchiature di avanguardia dei diversi esperimenti, nell'ambito di collaborazioni i cui ricercatori provengono da tutte le parti del mondo. Dalla partecipazione a queste attività, oltre ai ritorni di immagine, ne ricaviamo anche commesse industriali, rendendo competitivo un intero settore di imprese italiane di alta tecnologia. Nel capitolo formazione spendiamo una cifra definita esorbitante (circa 8 milioni di euro), ma in essa sono incluse le borse di dottorato che l'Ente finanzia alle Università, con cui abbiamo una stretto legame di collaborazione, i Post-Doc finanziati su fondi interni e quelli co-finanziati, nonché le borse per stranieri che per essere competitive a livello europeo devono avere un adeguato importo. In questo modo formiamo giovani che dovrebbero formare la futura classe dirigente del nostro paese, con cultura e contatti internazionali e conoscente tecnologiche d'avanguardia, in sostanza stiamo finanziando il futuro del nostro paese. Inoltre, rispetto agli altri Enti, il consumo di energia elettrica dell'Infn, è molto elevato, questo è dovuto al fatto che tra le infrastrutture di ricerca che l'Ente gestisce sul territorio nazionale ci sono diversi acceleratori di particelle ed un centro di calcolo tra i più grandi ed efficienti al mondo. Tutti questi finanziamenti servono non solo alle ricerche dei ricercatori dell'Infn, ma anche a quelle di circa 3000 ricercatori e docenti universitari. Come ultimo punto bisogna anche sottolineare come anche il prolungamento del viincolo del turnover al 20% e le limitazioni sul personale abbiano un impatto molto negativo, infatti i nostri giovani migliori, non avendo una prospettiva di impiego in Italia se ne vanno a lavorare all'estero. Come dice il presidente dell'Infn, Fernando Ferroni: «Se l'Italia vuole uscire dalla crisi con una visione di lungo periodo, la scienza non può essere letta esclusivamente come un problema contabile. Anche perché le risorse tagliate sono, in termini assoluti, molto piccole, ma in termini di possibilità di operare, devastanti». Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 13 luglio 2012 è stata di 90.016 copie L'affondo di Monti al ruolo delle parti sociali è imbarazzante nel metodo e nel merito. Spero in una risposta immediata dei partiti, a partire dal Pd che alla conferenza per il lavoro di Napoli ha ribadito la centralità della concertazione per superare la crisi. CLAUDIOGANDOLFI L'asprezza delle parole pronunciate da Mario Monti sulla concertazione è poco in linea con il personaggio. Il professore universitario di alto profilo, il ricercatore bocconiano ha sempre espresso con chiarezza le sue idee ma di rado è stato così intollerante con quelle degli altri. La concertazione è dialogo e il dialogo è indispensabile nella ricerca scientifica come in politica semplicemente perché nessuno sa tutto e nessuno ha in mano (o in testa) la ricetta giusta per risolvere con un guizzo della sua sola intelligenza i problemi del Paese. Guardando a Monti e alle sue dichiarazioni con occhio di psicologo, certo, lo stress di questi primi sette mesi di attività portata avanti all'interno di una bufera economica senza precedenti è sicuramente sufficiente a giustificare una reazione fuori controllo come quella di mercoledì. Amplificato dai media, tuttavia, questo attacco forte e male argomentato alle parti sociali e a Ciampi, costituisce un ulteriore vulnus in una situazione politica già troppo confusa e propone al presidente del Consiglio ed al suo governo un problema serio d'immagine. La supponenza scivola facilmente nell'arroganza mentre quello di cui c'è bisogno oggi in Italia ed in Europa, è soprattutto l'umiltà di chi si rende conto della complessità enorme dei problemi che abbiamo davanti e che dobbiamo affrontare insieme. L'intervento Il futuro bosone e la ricerca massacrati dai tagli AntonioZoccoli Giunta Istituto nazionale di Fisica nucleare COMUNITÀ . . . La scure sull' Infn è di 24 milioni Per tutti gli altri enti una «dieta» di 50 milioni 16 sabato 14 luglio 2012
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