PAOLOCALCAGNO GIFFONI «LABOCCAPIÙSEDUCENTEDIHOLLYWOOD»SORRIDE EINCANTAMENTREPERCORREILREDCARPETINAUGURALE DEL GIFFONI FILM FESTIVAL ACCOMPAGNATA DALLEURLAEDAGLIAPPALUSIDEITREMILATRECENTO piccoli giurati della la 42ma edizione del prestigioso appuntamento di Valle Piana con il Cinema internazionale. Jessica Alba, 31 anni, non è la solita bambola ben fatta che dopo qualche filmetto a Hollywood e un paio di serie-tv più o meno azzeccate vive di rendita e di sorrisi senz'anima, ammiccando al mondo della moda e disposta a farsi mantenere dall'industria della cosmesi. La bellezza di Jessica, californiana di origine messicana da parte del padre, è solare, abbagliante. Un paio di pantaloni caraibici, un corpetto multicolore pastellato, zatteroni, Jessica ha sfoderato un'autoironia gradevole quanto imprevedibile postando su Twitter una serie di foto dedicate alla sua scoperta della Costiera amalfitana: mare, cibo, gente e persino se stessa in bikini color arancio, accanto alla madre e alle sue due bambine. E a chi gli ha chiesto degli autoscatti messi on-line, la «donna invisibile» de I Fantastici 4 ha replicato con uno sguardo stralunato e la stoccata liquidatoria di uno strabugiardo «Non lo sapevo». UNAVITA DA NOMADE Obbligata a vita da nomade a causa del mestiere del papà pilota e a un certo isolamento per l'infanzia segnata da diverse malattie, Jessica ha raccontato di essere riuscita a superare tanti problemi grazie alla sua voglia di arte. «Fin da bambina ho desiderato di diventare un'attrice – ha confermato Jessica Alba -, Ho cominciato a recitare a 12 anni e a 16 mi sono diplomata e, poi, iscritta All'Atlantic Theater Company di David Mamet. Perciò, sono completamente dalla parte dei giovani e giovanissimi giurati di Giffoni Film Festival, che nei 10 giorni di questa manifestazione cercano e stabiliscono un rapporto intenso con la vita artistica, il Cinema e la musica, sotto forma di riunioni, partecipazioni collettive, analisi dei film presentati in anteprima e non solo. Penso che sia molto importante coinvolgere i ragazzi nel discorso artistico per questo ho accettato con gioia di inaugurare questo Festival dedicato e gestito dai giovanissimi». Cresciuta a pane e Mamet, Jessica Alba ha debuttato presto in serie tv di una certo appeal, come Flipper e Beverly Hills 90210; in seguito James Cameron le ha cucito addosso il personaggio strasexy di Dark Angel, la donna cyber più seducente del piccolo schermo. «È vero che mi ero lamentata e che avevo usato il termine “oggettivizzata” – ha sottolineato l'attrice americana -, ma non era mia intenzione lanciare una crociata contro la commercializzazione del corpo femminile. Qualcuno ha “frainteso” le mie parole e queste hanno avuto una risonanza che non intendevo darle. Del resto, se un ruolo non ci piace, oggi è più facile anche per le donne sceglierne un altro. Infatti, sono sempre di più le donne che scrivono, producono e dirigono film e serie tv, perciò i ruoli e i personaggi disponibili sono molto più numerosi e vari di una volta quando primeggiava il solito stereotipo femminile». Lo studio della danza la favorisce quando il regista Robert Rodriguez, spalleggiato da Quentin Tarantino, la sceglie per Sin City film tratto dal celebre fumetto Marvel in cui Jessica si esibisce in volteggi ad alta temperatura erotica. La rivista Playboy ne approfitta e pubblica una foto rubata da una scena del film: Jessica querela la rivista e la fa ritirare. Poi, distrugge tutto, perfino il suo incantevole viso «morandiano» e si fa massacrare la faccia, a mani nude, da Casey Affleck nel film di Winterbottom TheKillerInsideMe. «C'è così tanta rappresentazione di violenza che la gente non si accorge che vede sempre lo stesso eroe muscoloso fare a pezzi i “cattivi”. In quel film , invece, il “cattivo” massacra di pugni la ragazza che lo ama e questo ha creato uno choc, ma è una violenza molto più reale. Quanto a Hugh Hefner mi ha fatto piacere obbligarlo a pagare versando il risarcimento a favore di due associazioni benefiche da me indicate». Qualcuno la provoca invitandola a darsi al musical. «Mi piacerebbe, ma prima avrei bisogno di tantissime lezioni di canto: sono negata. Mi darò, invece, alla produzione e, forse, chissà anche alla regia. Per ora, aspetto di girare i sequel di Sin City e di Machete, spero che Rodriguez si decida a farli. Intanto, ho doppiato un cartoon, FugadalpianetaTerra e mi sono divertita da morire». Stallone jr trovatomorto nella sua casa di Hollywood Ilpapà:«Sonodistrutto» GA.G. CULTURE Ricoverato ilcentenario DeOliveira Jessica,diva sexytra ipupi AlGiffoni, festival per ragazzi arriva l'attricecaliforniana Èstata ladonna invisibiledei«Fantastici4»,poi l'eroinadi «Sincity»edicedisé:«Hosognatodi fare l'attrice fin dabambina.E il cinemamihafattosuperare tantiproblemi» JessicaAlba, ospiteal festival diGiffoni LA SETTIMANASCORSA SIERAAFFRONTATOL'ATTACCO ODIERNO all'istruzione. Che inevitabilmente corrompe persino la stessa cultura. Da dove arriva quest'ultima? Il termine deriva dal verbo colere, ossia «coltivare», e, naturalmente, venerare una divinità, da cui proviene il termine «culto». E la cultura diventa poi da una parte la spinta disciplinatrice all'istruzione e dall'altra il complesso delle conoscenze intellettuali-materiali, la cura fisica rivolta al corpo (da cui il «culturismo»), la cura argomentativo-scientifica rivolta alle facoltà della mente e infine la cura spirituale e morale rivolta alla sistemazione teologica di ciò che, al di sopra del mondo, osserva e governa il mondo stesso. Il «culto» si autonomizza infine dalla cultura e quest'ultima concerne in un primo tempo soprattutto la coltivazione. Pian piano si arriva alla consapevolezza che esiste una cultura d'élite e una cultura popolare. Sino a che, fra 8 e 900, si fanno strada i concetti sociologici, di «cultura di classe», «cultura borghese», «cultura proletaria», «cultura politica», e, con diffusione implacabile, «cultura di massa» (che ingoia tantissima arte e letteratura, cinema, sport, giornalismo, fumetto, design, divulgazione scientifica, tv). Nell'Italia fascista viene istituito nel 1937 il Ministero della Cultura Popolare, noto con l'acronimo ben presto barzellettistico MinCulPop. Intanto, però, a partire in particolare dall'Essai sur les moeurs (1756) di Voltaire, si affaccia la differenziazione tra natura specificità del genere umano e dell'habitat in cui si situa - e appunto cultura, che comprende i costumi, gli usi, le mode, il che fa slittare il discorso sul terreno dell'antropologia. I tedeschi, all'inizio del 900, non esitano, in particolare con Spengler, a distinguere tra Kultur (somma dei valori) e Zivilisation (progresso materiale). È l'ultimo sussulto conservatore della cultura aristocratica assediata dalla talora più astutamente autoritaria cultura di massa. Lacultura inbilico tra pop ed élite STORIAEANTISTORIA BRUNO BONGIOVANNI Il regista portoghese Manoel De Oliveira, 103 anni, è stato ricoverato in ospedale per problemi respiratori. Stando a quanto reso noto dalla figlia Adelaide Trepa, il cineasta ha avuto un problema polmonare che gli ha causato un'insufficienza respiratoria. «Le sue condizioni si sono stabilizzate - ha detto all' agenzia portoghese Lusa - sta recuperando e rispondendo bene alle cure». Il regista ha girato ultimamente un cortometraggio di 20 minuti a Guimaraes (vicino a Porto). FORSEUNCOCKTAILDIPILLOLE.MALEINDAGINI SONO APPENA COMINCIATE E NON C'È ANCORA ALCUN INDIZIO. I GIORNALI SCANDALISTICI, però, si stanno già scatenando: la morte del figlio di un divo è per definizione tema di gossip. Questo, infatti, è il destino toccato in sorte a Sage Moonblood Stallone, secondogenito di Sylvester, ritrovato morto l'altro giorno nella sua casa di Hollywood: aveva 36 anni. Sage era nato dal primo matrimonio di Stallone, conclusosi dopo dieci anni nel 1985: con Sasha Czack, alla quale l'ex marito rivolge «la propria pietà e il proprio pensiero». Sage aveva esordito sul grande schermo proprio al fianco del padre nel 1990, in RockyV, dove interpretava il ruolo del figlio, già toccato in precedenza al fratello maggiore Sergheo. Insieme al padre aveva recitato sei anni più tardi in Daylight-Trappolaneltunnel, un autentico flop al botteghino. In tutto aveva partecipato come interprete a una quindicina di pellicole, producendone tre tra le quali Vic, di cui nel 2006 curò anche regia e sceneggiatura oltre a comparirvi come attore. Insieme ad un socio aveva fondato Grindhouse Releasing, un'associazione per il recupero dei B movie degli anni '70 e '80. «Era un giovane di grande talento, una persona meravigliosa», commenta Sylvester che si dice «distrutto e sopraffatto dal dolore» per l'improvvisa notizia che l'ha raggiunto durante il tour promozionale del suo ultimo film, Expandable 2: unità speciale. U: 26 domenica 15 luglio 2012
TV Quelle interviste in tv sullaviolenza contro ledonne FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO 07.00 TG 1. Informazione 09.05 La casa del guardaboschi. Serie TV 09.55 Linea Verde Orizzonti Estate. Informazione 10.30 A Sua immagine. Religione 10.55 Santa Messa Religione 12.00 Recita dell'Angelus da Castelgandolfo. Religione 12.20 Linea verde Estate. Attualita' 13.30 TG 1. Informazione 14.00 Una voce per Padre Pio XIII edizione. Evento 16.25 Che tempo fa. Informazione 16.30 TG 1. Informazione 16.35 Italia che non sai. Rubrica 17.20 Dear Prudence, vacanze con delitto. Regia di Paul Schneider. Con Jane Sweymour. 18.50 Reazione a catena. Show 20.00 TG 1. Informazione 20.35 Rai Tg Sport. Informazione 20.40 Techetechetè. Rubrica 21.20 Un passo dal cielo. Serie TV Con Terence Hill, Enrico Ianniello, Gaia Bermani, Katia Ricciarelli. 23.25 Speciale Tg1. Informazione 00.55 Testimoni e Protagonisti Ventunesimosecolo. Rubrica 02.10 Sette note. Rubrica 02.30 Così è la mia vita... Sottovoce. Talk Show. Conduce Gigi Marzullo. 07.00 Cartoon Flakes Week End. 09.00 Battle Dance 55. Show 10.00 McBride - Sinfonia di un delitto. Film Giallo. (2006) Regia di Mark Griths. Con John Larroquette. 11.20 La Nave dei Sogni. Film. Con Siegfried Rauch. 13.00 Tg2 giorno. Informazione 13.45 Il commissario Herzog. Serie TV 14.45 Delitti in Paradiso. Serie TV 15.45 Omicidi nell'alta società - Memorie segrete. Film Giallo. (2011) Regia di Hans Werner. Con Fritz Wepper, Sophie Wepper, Gregor Bloeb. 17.20 Due uomini e mezzo. Serie TV 18.05 Nessuno vuole credermi. Film Thriller. (2007) Regia di Michael Rowitz. Con Barbara Rudnik, Tobias Oertel. 19.35 Il Clown. Serie TV 20.30 TG 2. Informazione 21.05 N.C.I.S. Los Angeles. Serie TV Con Linda Hunt, LL Cool J, Chris O'Donnell. 21.50 Ringer. Serie TV. 23.25 La Domenica Sportiva Estate. Informazione 00.30 TG 2. Informazione 00.50 Sorgente di vita. Rubrica 01.20 Hawaii Five-0. Serie TV 02.05 Meteo 2. Informazione 07.00 Wind at my back. Serie TV 07.50 L'angelo bianco. Film Drammatico. (1955) Regia di Raaello Matarazzo. Con Amedeo Nazzari, Yvonne Sanson. 09.20 I quattro monaci. Film Commedia. (1962) Regia di Carlo Ludovico Bragaglia. Con Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi. 12.00 TG3. Informazione 12.25 TeleCamere - Salute. Informazione 12.55 Prima della Prima. Evento 13.25 Passepartout. Reportage 14.00 Tg Regione. / TG3. Informazione 14.30 Rai Sport Ciclismo. Tour de France - 14a Tappa: Limoux-Foix. Sport 17.30 Tour Replay. Rubrica 18.10 I misteri di Murdoch. Serie TV 19.00 TG3. / TG3 Regione. Informazione 20.00 Blob. Rubrica 20.20 Pronto Elisir. Rubrica 21.00 Kilimangiaro. Documentario Conduce Licia Colò. 23.15 Tg3,Tg Regione. Informazione 23.30 Good Morning, Aman. Film Drammatico. (2009) Regia di Claudio Noce. Con Valerio Mastandrea, Anita Caprioli, Said Sabrie. 00.00 Tg3. Informazione 00.05 Meteo 3. Informazione 00.10 TeleCamere - Salute. Informazione 06.55 Tg4 - Night news. Informazione 07.15 Media shopping. Shopping Tv 07.45 Vita da strega. Serie TV 08.50 Slow tour. Show. Conduce Syusy Blady, Patrizio Roversi. 09.25 Correndo per il mondo. Reportage 10.00 S. Messa. Religione 11.00 Pianeta mare. Reportage 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Melaverde. Rubrica 13.20 Pianeta mare. Reportage 14.02 Donnavventura. Rubrica 14.44 Noi uomini duri. Film Commedia. (1987) Regia di Maurizio Ponzi. Con Renato Pozzetto. 15.34 Navigare informati. Informazione 16.34 Meteor. Film Fantascienza. (1979) Regia di Ronald Neame. Con Sean Connery. 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Colombo. Serie TV 21.30 Mission: Impossible. Film Azione. (1996) Regia di Brian De Palma. Con Tom Cruise, Jon Voight, Emmanuelle Béart, Henry Czerny, Jean Reno, Ving Rhames, Kristin Scott Thomas, Vanessa Redgrave. 23.42 Cinema festival. Show. 23.47 L'esorcista. Film Horror. (1973) Regia di William Friedkin. Con Ellen Burstyn, Max Von Sydow, Linda Blair. 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.51 Circle of life. Serie TV 11.13 Piccole pesti vanno in guerra. Film Commedia. (2010) Regia di Martin Miehe Renard. Con Peter Mygind, Mathilde Høgh Kølben, Sebastian Kronby. 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Il peccato e la vergogna. Serie TV 16.01 Rosamunde Pilcher: neve d'aprile. Film Sentimentale. (1996) Regia di Rolf Von Sydow. Con Fiona Schwartz, Patrick Winczewski, Julius Plass. 18.00 Baciati dall'amore. Serie TV 20.00 Tg5. Informazione 20.39 Meteo 5. Informazione 20.40 Dopo Tg5. Attualita' 21.21 I mostri oggi. Film Commedia. (2009) Regia di Enrico Oldoini. Con Diego Abatantuono, Sabrina Ferilli. 23.30 Le due facce dell'amore. Serie TV 01.30 Tg5 - Notte. Informazione 02.02 La rivincita di Natale. Film Dramma romantico. (2003) Regia di Pupi Avati. Con Diego Abatantuono, Alessandro Haber. 02.55 Tgcom. Informazione 07.00 Mowgli - Il ragazzo della giungla. Serie TV 07.40 Cartoni animati. 10.45 Campionato Mondiale Motociclismo - Gara G.P. Italia Moto3. Sport 12.00 Studio Aperto. Informazione 12.15 Campionato Mondiale Motociclismo - Gara G.P. Italia Moto2. Sport 14.00 Campionato Mondiale Motociclismo - Gara G.P. Italia MotoGP. Sport 16.00 Facciamo fiesta. Film Commedia. (1997) Regia di Angelo Longoni. Con Alessandro Gassman, Gianmarco Tognazzi. 18.00 Friends. Sitcom 18.30 Studio Aperto. Informazione 19.00 La vita secondo Jim. Serie TV 19.30 Scuola di polizia. Film Commedia. (1984) Regia di Hugh Wilson. Con Steve Guttenberg, Kim Cattrall. 20.27 Tgcom. Informazione 21.25 Penelope. Film Commedia. (2006) Regia di Mark Palansky. Con Christina Ricci, James McAvoy. 23.30 Confessione reporter. Informazione Conduce Stella Pende. 00.55 Donnie Darko. Film Thriller. (2001) Regia di Richard Kelly. Con Jake Gyllenhaal, Holmes Osborne. 03.30 Media Shopping. Shopping Tv 03.45 Journeyman. Serie TV 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus Estate 2012. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 10.00 Ti ci porto io (R). Rubrica 11.45 Totò e le donne. Film Comico. (1952) Regia di Steno, Mario Monicelli. Con Totò, Franca Faldini, Peppino De Filippo. 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Tuono blu. Film Azione. (1983) Regia di John Badham. Con Roy Scheider, Malcom McDowell, Daniel Stern. 16.20 The District. Serie TV 18.00 Movie Flash. Rubrica 18.05 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Cash Taxi. Game Show 21.10 I Magnifici Sette. Film Western. (1960) Regia di John Sturges. Con Yul Brynner, Horst Buchholz, Steve McQueen. 23.30 Tg La7. Informazione 23.35 Tg La7 Sport. Informazione 23.40 Fur - Un ritratto immaginario di Diane Urbus. Film Biografia. (2006) Regia di Steven Shainberg. Con Nicole Kidman, Robert Downey Jr. 21.00 Sky Cine News. Rubrica 21.10 London Boulevard. Film Thriller. (2011) Regia di W. Monahan. Con K. Knightley C. Farrell. 23.00 Il mio miglior nemico. Film Commedia. (2006) Regia di C. Verdone. Con C. Verdone S. Muccino. 00.55 X-Men - L'inizio. Film Azione. (2011) Regia di M. Vaughn. Con J. McAvoy. SKY CINEMA 1HD 21.00 I fantastici viaggi di Gulliver. Film Avventura. (2010) Regia di R. Letterman. Con J. Black E. Blunt. 22.30 Ella Enchanted - Il magico mondo di Ella. Film Fantasia. (2004) Regia di T. O''Haver. Con A. Hathaway C. Elwes. 00.10 The Librarian 2 - Ritorno alle miniere di Re Salomone. Film (2006) Regia di J. Frakes. Con N. Wyle G. Anwar. 21.00 Amore in sciopero. Film (2006) Regia di J. Fall. Con J. Stamos E. Dane. 22.35 Piovuta dal cielo. Film Commedia. (1999) Regia di B. Hughes. Con S. Bullock B. Aeck. 00.25 The Hours. Film Drammatico. (2002) Regia di S. Daldry. Con N. Kidman M. Streep. 18.45 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.10 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 19.35 Young Justice. Serie TV 20.25 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.50 Adventure Time. Cartoni Animati 21.15 The Regular Show. Cartoni Animati 21.40 Lo straordinario mondo di Gumball. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Top Gear USA. Documentario 20.00 Deadliest Catch. Documentario 21.00 La febbre dell'oro: Mare di Bering. Documentario 22.00 L'ultimo sopravvissuto. Documentario 23.00 Come è fatto. Documentario 18.55 Deejay TG. Informazione 19.00 Lorem Ipsum - Best Of. Attualita' 19.30 Shuolato 2.0. Rubrica 20.30 The Middleman. Serie TV 21.30 DJ Stories - Labels. Reportage 22.30 Living In America. Reportage 23.30 Iconoclasts. Reportage DEEJAY TV 20.20 Ragazzi in gabbia. Docu Reality 21.10 The Buried Life: cosa faresti prima di morire?. Show. 22.20 Il Testimone. Reportage 22.50 True Life. Reality Show. 23.40 Speciale MTV News: Story Of The Week. Informazione 00.30 Mike Judge's Beavis and ButtHead: Il Ritorno. Serie TV MTV RAI 1 21.20: Un passo dal cielo Serie Tv con T. Hill. Pietro è il burbero “Uomo delle montagne” dal cuore buono. 21. 05: N.C.I.S. Los Angeles Serie Tv con C. O'Donnell. Seguiamo la squadra speciale della Marina degli Stati Uniti nelle sue indagini. 21.00: Kilimangiaro Documentario con L. Colò. La presentatrice accompagna i telespettatori in un viaggio per il mondo. 21.30: Mission: Impossible Film con T. Cruise. L'agente segreto Ethan Hunt viene accusato di aver ucciso dei colleghi. 21.21: I mostri oggi Film con D. Abatantuono. Film a episodi che riecheggia il cult di Dino Risi. 21.25: Penelope Film Commedia con C. Ricci. Penelope è nata con il viso di un maiale per colpa di una maledizione. 21.10: I Magnifici Sette. Film Western con Y. Brynner. Un gruppo di cowboys viene assoldato per difendere un villaggio messicano. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY «NEUCCIDEPIÙLAFAMIGLIADELLAMAFIA».ÈQUANTOSOSTIENEILPRESIDENTEDEGLIAVVOCATImatrimonialisti italiani, Gian Ettore Gassani, che ha raccolto una impressionante documentazione nel libro intitolato «I perplessi sposi». Se ne parlava l'altra sera a Linea notte in una puntata tutta dedicata al tema della violenza sulle donne, con interviste davvero scioccanti. Ma più di tutto sono scioccanti le cronache di questi giorni, con storie che nessun autore di horror sarebbe in grado di superare in sadismo. E l'avvocato Gassani spiegava come il momento critico, che dà l'avvio alla furia omicida sia quasi sempre la scelta della donna di separarsi. Ecco che allora l'uomo violento scopre di non poter fare a ameno di lei, mentre in realtà non può fare a meno del potere di vita e di morte che esercitava. Ma il parallelo con la mafia non sappiamo quanto sia utile, nel senso che, come sostengono gli esperti, l'organizzazione criminale ha come scopo il guadagno. La violenza è il mezzo attraverso il quale l'impresa si afferma, si sviluppa e si evolve, senza fermarsi davanti ad alcun ostacolo legale o etico. Mentre l'esaltazione della violenza in sé è parte di quella ideologia fascista che sopravvive in gruppi organizzati capaci di farsi beffe della Costituzione, magari mettendosi sotto l'ombrello di qualche falsa etichetta culturale. È il caso di Casa Pound, che giusto ieri ha organizzato l'ennesimo pestaggio ai danni del giornalista Filippo Rossi, noto ai telespettatori per aver partecipato a numerosi dibattiti e inviso ai suoi aggressori forse in quanto «finiano» e critico del berlusconismo. Siccome un'altra caratteristica dei fascisti è la vigliaccheria, di solito picchiano in tanti contro uno e sempre facendosi scudo di qualche autorità. Come per esempio quella del sindaco Alemanno, che sembra aver risvegliato il peggio della destra romana in quanto a squadrismo e affarismo. U: domenica 15 luglio 2012 25
CaraUnità Romache cosa insegna il casodi SamuelePiccolo L'arresto con l'accusa di criminalità organizzata per il consigliere di Roma Capitale, Samuele Piccolo, desta profonda preoccupazione e dovrebbe far aprire una questione non solo romana ma nazionale. Tanto più a pochi mesi dal voto politico e amministrativo in tante città, Roma inclusa. A titolo di esempio, facciamo i conti della serva sulle amministrative romana. Nella lista del primo partito della coalizione che vince servono ragionevolmente 3000 preferenze per essere eletti. Mettiamo, come pura ipotesi, che qualcuno avesse la possibilità di organizzare 13.000 voti (tanti quanti ne ha presi Piccolo da solo) e «spalmarli» sui candidati in modo scientifico: quel qualcuno potrebbe controllare ben quattro consiglieri comunali. Visto che il nuovo Consiglio comunale di Roma Capitale sarà composto da 48 consiglieri, basterebbero proprio quattro consiglieri eletti nelle fila della maggioranza per mettere sotto scacco sindaco e giunta. Insomma, se la Capitale fosse quotata in borsa dovremmo essere molto preoccupati: con meno dell'un per cento si potrebbe condizionare l'intera azienda. Come cittadini e come democratici dobbiamo esserlo ancora di più: si profila il rischio che poche migliaia di voti possano bastare a controllare la capitale del Paese. L'unico modo per evitare tale rischio è un'attenzione maniacale alle liste della coalizione e ai candidati a tutti i livelli; senza fare caccia alle streghe ma anche senza ipocrisie e falsi perbenismi. Alcune situazioni possono infatti essere «intuibili» prima ancora che arrivi un'indagine della magistratura. E se nel caso del Comune o nei Municipi può essere il clientelismo a farla da padrone, alla Camera o al Senato potrebbero essere poteri più forti. E ci riferiamo alle mafie. Senza scomodare la figura dell'avvocato del diavolo, tuttavia dei meccanismi di certosino controllo vanno preventivamente messi in campo. Nell'interesse della comunità locale – Roma è solo uno dei possibili casi - e nell'interesse dell'intero Paese. GianlucaSantilli, responsabile ComunicazionePd Roma PierluigiRegoli, responsabile Cultura PdRoma Questione legge elettorale Non sono un esperto di leggi elettorali .e quando uno non è esperto prova a guardarsi intorno per capire... Ci sono nazioni in Europa che hanno sistemi elettorali diversi; ma che assicurano il governo di quei Paesi. Qui in Italia sono state fatte o modificate le leggi elettorali a secondo dei momenti storici e delle convenienze... Sbagliatissimo! Ps: ingenuamente si potrebbe ritenere utile una Assemblea Costituente adatta alla ricostruzione delle regole... Però siamo in «guerra» ( come ha sostenuto Monti... ) e finché non è finita la «guerra» non è possibile... Mario L'importanteè l'unità Seguo il dibattito nel Partito democratico. Le critiche quando nascono alla luce del sole sono sempre bene accette. È la sostanza della democrazia, e nei partiti il dibattito è simbolo di vitalità. Ricordiamoci però che il bene primario che abbiamo, noi democratici, è quello dell'unità. Quindi, sì a critiche e differenze di visione, ma l'unità sia sempre la nostra stella polare. RobertoOrlandi Chic'eraprima Non dimentichiamoci mai chi c'era prima. Insomma, il governo Monti non è uno governo di sinistra, non è il mio governo, questo è chiaro. Nell'affrontare questo argomento non dimentichiamoci però qual era la situazione soltanto qualche mese fa: situazione economica disastrosa, debito fuori controllo, credibilità all'estero azzerata, spread alle stelle, problemi incombenti per il pagamento degli stipendi. Quindi, critichiamo pure il governo ma non dimentichiamo mai la stiuazione di partenza. SilviaDeRossi Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta L'ITALIA A DORSO DI MULO, IL VIAGGIOANTICO E LO SGUARDO ATTUALE, DA PORTELLA DELLA GINESTRA AL QUIRINALE. DUE RAGAZZI SICILIANI sono partiti il primo maggio e a Roma sono arrivati da poche ore. Mirko Adamo, trent'anni, fa il musicista, Federico Bruno, stessa età, l'eco-designer. Attraverso l'isola, su e giù per la primavera e il grano verde, poi le notti gelate sui Nebrodi a milleottocento metri, lo Stretto e la Calabria. Se la sono fatta costeggiando il mare, tutta la spiaggia possibile, quella risparmiata dal cemento e qualche lembo di pineta lasciata dal buon cuore dei costruttori, dell' “indefinito permanente” come il mio amico Peppe Voltarelli definisce lo stile calabro di costruzioni, e già il sole s'era fatto rovente e alto dal mattino presto. La Lucania, invece è stato un fendente verso Settentrione, risalendo la fresca Valle del Noce da Maratea verso Rivello e addentrandosi poi per la solitudine dell'interno tra il Sirino e il Coccovello. I tratturi regi hanno fatto da guida rossa, da traccia principesca. In Molise sono stati ad Altilia pre-romana e tutto il Sannio li ha visti passare. Solo nel Lazio, nel risalire i fiumi fino al Sacco, non sapevano come non essere troppo in vista dell'autostrada, da Cassino Roma a dorso di mulo è ancora molto, molto lontana. Lo Stato Pontificio confrontava le dogane coi Borboni poco sotto Isola Liri. Si saranno dissetati alle acque che lavavano le stoffe delle divise dei soldati e le tele e le vele delle navi prima che diventassero carta, quella, un tempo era la Manchester del Sud. Li hanno fatti mangiare, li hanno fatti bere, hanno parlato con tutti, hanno fatto milleduecento chilometri. Sono rossi di sole e di aria aperta, sanno di fieno e di campagna, conoscono le erbe giuste per gli animali, sanno dove potersi fermare per la notte, sanno che l'acqua non può mancare, che fa caldo, che si suda tanto a camminare. È un viaggio nuovo costruito su un antico sapere. Ci sono quattro giovani registi che nelle cineprese catturano quello che la mente può scordare, il sogno e la fatica, il sudore e il perché. Portano il messaggio della terra e della mente, portano il coraggio di molti che si oppongono alla mafia che uccide la voglia di fare, hanno scelto la velocità che gli occhi possono comprendere. Paola e Giovanni si chiamano i muli e quando dormono lo fanno sdraiati, offrono la parte più indifesa, la pancia, si fidano, sanno di essere fra amici, ascoltano la musica e se gradiscono ruotano le orecchie nel senso del piacere. Mirko il giorno in cui è salito su un cavallo non se lo ricorda, tanto era piccolino. Benvenuti ambasciatori di semplicità, un piatto di pasta e un bicchiere di vino. Evviva la Sicilia che vi ha mandato. ViaOstiense,131/L_0154_Roma lettere@unita.it DOVEPORTAL'ATTACCOALLASANITÀ?PERCHÉDIQUESTOSI TRATTA: DI UNA VERA E PROPRIA OFFENSIVA, condotta da Grilli e grillini di vario genere, volta a ridimensionare il Servizio sanitario nazionale e aprire la strada, causa «insostenibilità finanziaria», allo sviluppo di un «pilastro» privato parallelo al sistema pubblico. Come leggere altrimenti la miopia e la sordità con cui il governo sta insistendo sui tagli lineari alla spesa sanitaria, già sottoposta ad una poderosa cura dimagrante da Tremonti? Non basta il «leit motiv» del dirigismo imposto dai mercati a giustificare una tale scelta. Non si può equiparare la sanità pubblica, ovvero la tutela della salute dei cittadini, a qualsiasi altro servizio e definirla solo come fonte di sprechi. Certo la revisione della spesa è necessaria. Anzi è una occasione da non perdere per combattere le inefficienze, colpire il malaffare dov'è, scoprire l'opacità di talune gestioni. Ma ciò non può avvenire con misure indifferenziate. IL Pd lo ha detto pochi giorni fa incontrando gli operatori della sanità. Ha ascoltato il malessere diffuso. Ha proposto una via per riqualificare il sistema e la spesa sanitaria. Una via che non può prescindere dalla difesa dei livelli essenziali di assistenza. Il punto di partenza è ovviamente la necessità di fare i conti con l'emergenza crisi e il contenimento della spesa pubblica. Per quanto riguarda il sistema sanitario oggi siamo ad un punto, estremamente critico nella tenuta del sistema: si tratta di una situazione sull'orlo del collasso. La prima ragione è nella riduzione delle risorse destinate al Ssn attuata in questi anni, e l'impatto più pesante è quello previsto per il triennio 2012/2015: fra tagli vari e tickets è già programmata una «botta» di 17 miliardi (governo Berlusconi) ai quali vanno ad aggiungersi i 5 decisi dal Monti. L'incidenza dei tagli, che ha ridotto il peso della spesa sanitaria sul Pil italiano, già più basso degli altri Paesi europei, è riconosciuta da tutti, a partire dalla Corte dei Conti. I dati ci dicono che è oggettivamente in discussione la possibilità di salvaguardare il diritto alla salute per tutti. Insistere sui tagli lineari vuole dire mettere in discussione il livello dei servizi ai cittadini. Che l'allarme sulla spesa sanitaria fuori controllo e madre di tutti gli sprechi è ingiustificato lo dicono le stesse cifre della «Relazione generale sulla situazione economica del Paese» che parla di una calo sensibile del disavanzo in sanità. Per queste ragioni il Pd ha ribadito la contrarietà ai tagli e a nuovi tickets in sanità, comunque in un quadro che non consente certamente di pensare in termini di incremento della spesa pubblica. Quindi non sono in discussione gli obiettivi della spending review. Ma vanno rivisti e corretti per ciò che attiene al comparto della sanità. Non è accettabile un meccanismo in cui la revisione della spesa diventa comunque un taglio indifferenziato. Il rischio è quello di un livellamento verso il basso, verso le pratiche peggiori. Accettiamo tuttavia la sfida che la revisione della spesa sia la via per recuperare risorse, ma consideriamo dannose scelte che portano tutte le Regioni, anche quelle virtuose, in una logica di piani di rientro. Con la conseguenza di un aumento generalizzato dei tickets che vanno a gravare sui redditi delle famiglie. Pensiamo che sia possibile cambiare il decreto senza pregiudicare il raggiungimento degli obbiettivi e in tal senso ci muoveremo in Parlamento. Fondamentale in proposito è il dialogo e la responsabilizzazione delle Regioni. Sbagliano coloro che pensano che il problema sia ritornare indietro dalla regionalizzazione della sanità. Basta pensare a cosa era prima, con il centralismo e i bilanci basati sulla spesa storica e sul ripiano dei debiti a posteriori. Certo ci sono ancora molte cose da migliorare; ce lo dice innanzitutto l'enorme divario nella qualità delle prestazioni che c'è tra le stesse Regioni. Ma i progressi del nostro sistema sanitario negli ultimi quindici anni sono indiscutibili. Per questo abbiamo parlato dell'assoluta necessità di mettere al primo posto il tema della riorganizzazione del Ssn. A partire da quella esigenza di omogeneizzazione di governo del sistema individuata nell'attuazione della legge 42 sul federalismo fiscale. E abbiamo chiamato l'insieme del mondo sanitario a fare i conti con la necessaria razionalizzazione, che non è solo quella, anche se è importante, di ridurre i posti letto o chiudere i piccoli ospedali. Riorganizzare significa rivedere il rapporto ospedali-territorio e il ruolo dei medici di famiglia in un ottica di rete di integrazione socio-sanitaria. Regolare più chiaramente gli accreditamenti con le strutture private. Istituire un meccanismo di verifica e di valutazione trasparente sugli indirizzi delle Regioni. Rilanciare la prevenzione. Tutto questo è però possibile se non si affossa il sistema salute, compresa la sua realtà produttiva. Paolo Fontanelli Deputato Pd COMUNITÀ Dioèmorto Attraverso l'Italia a dorso di mulo Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 14 luglio 2012 è stata di 102.233 copie Che un gommone pieno di esseri umani possa attraversare senza essere visto il mare tra Tunisia e Italia, essere respinto dai venti e infine restare alla deriva per tanti giorni mentre muoiono tutti… suona come un'enorme bugia. PAOLO IZZO Morire di sete su un barcone alla deriva. Morire in 54, uno dopo l'altro, sotto gli occhi dell'unico superstite. Erano eritrei, dicono le cronache, diretti verso l'Italia e con ogni probabilità, dunque, rifugiati politici in fuga da un Paese in cui di guerra, si continua a morire. Navigavano, nota Paolo Izzo, in “mari solcati e inquinati da milioni di navi, traghetti, aliscafi, pescherecci e petroliere che trasportano e nutrono e fanno vivere noi benestanti turisti del mondo ed in cui è davvero impossibile che ci si accorge con tanto ritardo di una tragedia come questa” e nessuno se ne stupisce più di tanto, però, perché pur essendo stati educati al sogno dell'uguaglianza e dei diritti di tutti gli esseri umani da generazioni di cittadini democratici e preparati sin da bambini dalla religione ad avere rispetto e amore e compassione per gli ultimi, gli italiani (gli europei) sono in difficoltà nel momento in cui la bontà programmata dalle loro anime deve tradursi in atti concreti nei confronti di persone vere e perché, corpi sudati, occhi fissi nel vuoto, questi 54 eritrei sono morti al di fuori dello spazio piccolo dei loro interessi e della loro capacità di vedere. Quello di cui ci occupiamo oggi noi, protetti dall'aria condizionata e dai consigli dei medici (che giustamente ci dicono di bere molto!) sono lo spread e il salvataggio delle banche "rovinate" dalla speculazione, loro e dei loro concorrenti, non la sorte di chi muore cercando di avvicinarsi ad un mondo cui piace ancora tanto presentarsi come “democratico” e “civile”. Dialoghi Noi proprio non li abbiamo voluti vedere? L'intervento Rivediamo i conti ma non si può cancellare il diritto alla salute . . . Dalla Sicilia a Roma: viaggio antico e sguardo attuale Partiti il 1°maggio i due ragazzi sono arrivati da poco Andrea Satta Musicista e scrittore 18 domenica 15 luglio 2012
VIVIAMO DISPERATEMENE DIGITALI, MA MORIAMO ANCORA TREMENDAMENTE ANALOGICI. CHE NE SARÀ DELLA NOSTRA VITA ELETTRONICA QUANDO QUELLA FISICA SARÀ ALFINE ESTINTA? Chi aprirà la nostra casella email? Chi accederà al nostro conto on line? Chi disporrà delle foto caricate sulla nostra pagina Facebook? All'origine di questi interrogativi, degni di un Amleto 2.0, c'è Justin Ellsworth un Marine americano, morto ventenne in Afghanistan nel 2005. Su richiesta della famiglia del soldato la Probate Court della Oakland County del Michigan, ordinò al provider statunitense Yahoo di consegnare ai genitori tutta la corrispondenza giacente nella casella di posta elettronica dello sfortunato giovane militare. Una circostanza contribuì a rendere il caso particolarmente interessante sul piano giuridico: secondo le condizioni generali d'uso di Yahoo (così come quelle di molti altri gestori di posta e servizi on line), in caso di morte del titolare la casella deve essere soppressa insieme all'intero suo contenuto. Ed è così che, da quel momento, giuristi ed esperti stanno lavorando per incasellare nel giusto contenitore legale i rapporti e le tracce sempre più immateriali, ma non meno decisive, della nostra esistenza. Negli Usa solo 5 Stati su 50 hanno regole in materia e in Italia non esiste una legislazione su questi temi. Ma il nostro Paese affida da sempre il delicato passaggio tra l'aldiqua e l'aldilà ad una figura ben precisa: il notaio. Sono i notai italiani, infatti, ad aver stilato un decalogo di suggerimenti per rendere più semplice e gestibile la nostra «eredità digitale». La regola principale è quella di affidare tutte le credenziali d'accesso (password e username di caselle email, social network, memorie cloud, ecc.) ad una persona di fiducia che, naturalmente, può essere anche un notaio. «Attenzione - spiega Ugo Bechini, membro della commissione informatica del Consiglio Nazionale del Notariato meglio non affidare tutto al proprio partner... In caso di separazione, tutte quelle informazioni si possono trasformare in un'arma a doppio taglio». Notai, secoli di carte bollate, esperienza e consigli cinici ma giusti... Dunque, individuata la nostra persona di fiducia dobbiamo anche lasciare istruzioni chiare sul da farsi in caso di decesso. Come gestire la corrispondenza, quale salvare, quale distruggere, quale consegnare agli eredi. «Si chiama mandato post mortem ed è ammesso dal nostro diritto spiegano ancora i notai -. Poi ci possono essere anche adempimenti da assolvere verso terze persone. Come il caso di un fotografo che doveva consegnare i suoi scatti digitali ad un cliente, o chi ha la disponibilità di dati che appartengono al datore di lavoro: di regola questi devono essere restituiti». Un consiglio sensato, che però appare di difficile applicazione, è quello che i notai danno a proposito della sede dei nostri dati digitali. «Se social network, gestori di posta elettronica e servizi cloud sono all'estero, c'è il rischio di lunghe e costose controversie internazionali - suggerisce ancora Bechini - anche perché, al netto del caso del soldato Ellsworth, molti di quei fornitori adottano ancora la regola della cancellazione di tutti i dati alla morte dell'utente. Solo Facebook “congela” temporaneamente la pagina dando agli eredi la possibilità di accedere alle informazioni caricate. Qui in Italia, invece, ci siamo confrontati con Telecom che ha deciso di consegnare la posta elettronica agli eredi del defunto». Resta il dubbio di come faccia, ad esempio Google, a sapere della nostra dipartita... ma forse avrà inventato un algoritmo che legge i necrologi di tutto l'universo. Fino a qui la questione dei dati, sensibili, certo, ma senza valore patrimoniale. Ma cosa succede con i conti on line, le disposizioni testamentarie e le altre vicende di rilevanza economica? «Affidare la password del conto a qualcuno non significa lasciargli la risorsa in caso di morte: un conto online non è altro che l'estensione virtuale di un conto reale. Quindi, per esempio, in una coppia non sposata e senza figli, saranno comunque fratelli e genitori ad ereditare la giacenza sul conto on line, in assenza di un testamento. Gli eredi potranno quindi reclamare quanto loro spetta attraverso i canali tradizionali» spiegano ancora i notai. Ma se il caro estinto ha scritto una email in cui stabilisce chiaro e tondo che la collezione di francobolli di valore deve andare al compagno di scoperte numismatiche? Non vale nulla come ogni disposizione testamentaria non olografa (cioè non scritta a mano). Spetterà al buon cuore degli eredi accontentare la volontà digitale del de cuius... CESAREBUQUICCHIO Twitter@cbuquicchio Sottoformaldeide: «The Inescapable Truth» di DamienHirst (2005) ProfiliFacebook eTwitter,blog,conto on lineeposta elettronica.Chiuserà lenostrepassword ecome?Uncaso inAmericaapre ildibattitoametàtra ilwebelaprivacy UMBRIAJAZZ : SonnyRollins, il colossodelsax P.20 L'INTERVISTA : QuentinTarantino racconta il suo«Django» P.21 MARXFOREVER : Tornano in libreria iquaderni P.22 ILRACCONTODELLADOMENICA : Cinquerighe incronaca P. 23 U: INRETE Unaemail dall'Aldilà Comegestiredopolamorte letraccedigitali lasciate invita domenica 15 luglio 2012 19
Dopo la Germania la Francia? Anche a Parigi si potrebbe arrivare a uno stop della ratifica del Fiscal compact e del nuovo fondo salva-Stati, l'Esm, perché contraria alla Costituzione. Paradossalmente, gli strumenti individuati come essenziali nell'attuale strategia europea contro la crisi verrebbero bloccati proprio nei due Paesi più importanti dell'Eurozona, quelli che peraltro (al tempo dell'idillio tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy) di più avevano fatto perché entrassero in vigore. A parte il significato politico dei dubbi di costituzionalità evocati in Germania e in Francia, va precisato che senza la ratifica di Berlino e Parigi, che concorrono al fondo rispettivamente con il 27,1 e il 20,3%, l'Esm non potrebbe proprio entrare in funzione, neppure se venisse sostenuto, insieme con il Fiscal compact, da una maggioranza di almeno 12 Paesi dell'Eurozona su 17, così come prevede il patto di stabilità approvato da 25 su 27 stati dell'Unione nel marzo scorso. Attualmente, salvo cambiamenti dell'ultim'ora, i Paesi che hanno già ratificato sono otto: Grecia, Portogallo, Slovenia, Romania, Irlanda, Austria, Svezia e Danimarca. Quelli in cui l'approvazione dovrebbe arrivare prima di agosto sono altri quattro: Italia (dove c'è già stato il voto al Senato), Spagna, Polonia, Lettonia. Tutto da decidere, invece, nei Paesi Bassi, in Belgio, dove dovranno esprimersi anche i parlamenti di Fiandra e Vallonia, Bulgaria, Cipro, Estonia, Finlandia, Ungheria, Lituania, Lussemburgo, Malta e Slovacchia. I Paesi dell'euro «sicuri» in questo elenco sono già 7 ed appare probabile che alla fine si raggiungerà il numero magico di 12. Il problema è: quando? E, soprattutto, che faranno Germania e Francia? Senza il loro contributo che insieme raggiunge il 47,4% dell'intero fondo, i 500 milioni di dotazione dell'Esm sarebbero un sogno lontano. E invece, se si vogliono contrastare attacchi speculativi sui paesi più esposti e si vuole davvero dar corso al meccanismo anti-spread chiesto dall'Italia, il fondo dev'essere in funzione il più presto possibile e con un'adeguata potenza di fuoco. IDUBBIDELL'ELISEO Il blocco della ratifica francese potrebbe essere deliberato dal Conseil costitutionnel, l'organismo che giudica la legittimità costituzionale delle scelte del Parlamento e del governo. Come la Corte di Karlsruhe, che in Germania è nella stessa situazione, il Consiglio francese non potrà decidere, su una questione così delicata, nel giro di qualche giorno. E neppure di qualche settimana. Ci vorranno mesi. La conseguenza a Berlino sarà che il presidente della Repubblica Joachim Gauck continuerà a negare la sua firma sulla ratifica. Le conseguenze a Parigi non sono ancora del tutto chiare, ma è certo che sul Fiscal compact, strumento fortissimamente voluto da Angela Merkel, si addensano nuvole sempre più scure. E sull'Esm pure. L'aspetto politicamente più significativo è che a chiamare in causa il Conseil costitutionnel è stato il presidente della Repubblica in persona. I suoi dubbi François Hollande li aveva abbondantemente espressi durante la campagna elettorale, sostenendo che il Fiscal compact andava «rinegoziato» o, quanto meno, accompagnato da un patto altrettanto impegnativo sulla crescita e l'occupazione. Ieri, smentendo tutti quelli che avevano scommesso su un suo ammorbidimento dopo l'ascesa al potere, Hollande ha ribadito che la Francia «non accetterà mai» la cosiddetta goldenrule, ovvero il recepimento dell'obbligo al pareggio di bilancio nella Costituzione, che è un asse portante del patto. Quanto alle misure in favore di crescita e di occupazione, esse non dovrebbero essere oggetto di un altro patto, come quello che è stato discusso nel Consiglio europeo di fine giugno, ma integrate in un unico documento con le misure sulla disciplina di bilancio. Quanto sia intenzionato a portare avanti il suo impegno sui temi del lavoro, il presidente francese lo ha testimoniato anche ieri, con il durissimo (e alquanto insolito) giudizio che, nell'ufficialissima intervista tv per il 14 luglio, ha riservato all'intenzione della Peugeot di licenziare 8 mila lavoratori e di chiudere lo storico stabilimento di Aulnay, alle porte di Parigi. Il piano, ha detto Hollande, «non è accettabile e deve essere rinegoziato». In Germania, intanto, si sta sviluppando un intenso dibattito sulla proposta lanciata dal prestigioso Deutsche Institut für Wirtschaftsforschung (Diw) di un prestito forzato da imporre a chi supera il reddito di 250 mila euro. I pagamenti da parte dello stato verrebbero in parte effettuati in titoli pubblici, riscattabili dopo un congruo periodo di tempo a prezzi di mercato. Rispetto all'idea di un'estensione della patrimoniale, il prestito avrebbe il vantaggio di evitare possibili fughe di capitali. E anche qui si registra una significativa novità. Il governo rosso-verde della Renania Westfalia avrebbe comprato per 3,5 milioni di euro dalla sede svizzera di una banca scozzese un cd con i nomi di molte migliaia di tedeschi che avrebbero portato nella Confederazione elvetica capitali «per milioni e milioni di euro». Se le autorità fiscali italiane fossero interessate, potrebbero chiedere notizie a Düsseldorf. SPAGNA Inpiazzacontro i tagli, scontriaMadrid L'EUROPAELACRISI Il Fiscal compact s'impantana anche in Francia Scontrie arrestinella nottedi venerdì aMadrid,dove migliaiadi persone sonoscese in piazzaper protestare contro lemisure di rigoredecisedal governoRajoy.Al gridodi «dimissioni»e «vergogna» i manifestantihanno affollato lestrade dellacapitale spagnolapartendo dalla sededeiPopolari, finoalladirezione delPartitosocialista,accusatodi incompetenzadi frontealla crisi come ladestra, infine verso ilCongresso.La poliziaè intervenuta per far indietreggiaregli indignadosspagnoli iniziandoa lancire lacrimogeni per disperderli. Sette personesono state arrestate,diversi i feriti. Intanto ieri i dipendentipubblici spagnoli sciopererannoa settembrecontro le nuovemisure diausterity, per 65 miliardidi euro,decisedal governo.Lo haannunciato unportavoce. «Abbiamostabilito lo sciopero.La dataverrà decisapiù in là», hadetto. PAOLOSOLDINI paolocarlosoldini@libero.it . . . L'ira del presidente sul caso Peugeot: «No al taglio di 8000 posti di lavoro» . . . Senza le ratifiche dei francesi e dei tedeschi non sarà possibile varare il fondo Esm Il presidente francese alla parata per il Giorno della Bastiglia FOTO EPA Parigi alle prese con un possibile stop, come Berlino Cresce l'incertezza nella Ue: il Conseil costitutionnel non prende una decisione Hollande: no alla «golden rule» sul pareggio in bilancio 6 domenica 15 luglio 2012
Nei giorni scorsi il pro-curatore capo di Pa-lermo, Messineo, ri-spondendo con unalettera a Scalfari, cheaveva mosso serie obiezioni al fatto che «indirettamente» era stato intercettato il Presidente della Repubblica (a telefonare era Mancino), replicava sul merito delle obiezioni e concludeva che quelle telefonate non hanno alcun interesse per le indagini per cui erano state chieste e autorizzate e intanto sono state secretate in attesa di essere distrutte. Giovedì, però, Marco Travaglio concludeva il suo editoriale, dedicato sempre ad aggredire il Capo dello Stato, con queste parole: «in quelle due telefonate c'è qualcosa che noi non sappiamo e non dobbiamo sapere?». Chiedo: le intercettazioni servono solo ai processi? E quelle che a questo uso non sono idonee debbono essere date a Travaglio? Il quale, nel suo articolo, usa interrogativi retorici per dire che lui sa di che si tratta. Infatti, ci informa che le telefonate sarebbero «due» e non una o tre: come fa a saperlo? Ma il dottor Messineo non ha detto che lui custodisce quei documenti in attesa di essere distrutti? Può dirci chi informa il Travaglio? Forse non è difficile capirlo. Ieri Paolo Flores D'Arcais, sempre sul “il Fatto”, ha ripreso la polemica sulla «legge bavaglio», inventando pressioni che verrebbero da ogni parte. Per quel che mi riguarda, ho già detto, su questo quotidiano, che il giornalista che ha una notizia, anche secretata, deve darla: dipende da lui e dal direttore valutarne la opportunità e l'onestà del contenuto. Nessuna censura. Cosa diversa è la responsabilità del magistrato al quale la legge affida l'uso delle intercettazioni e la loro diffusione o secretazione. È il caso che ho già sollevato per l'intercettazione della conversazione tra il generale Mori e un suo collega che parlano di fatti che non hanno alcuna attinenza con i processi o con indagini in corso, abusivamente distribuita agli avvocati per diffonderla. Caso su cui la Procura di Palermo ha taciuto. Caso che mi riguarda personalmente e se non avrò una risposta da parte del procuratore mi rivolgerò al Consiglio superiore della magistratura per sapere se i diritti dei cittadini sono tutelati dalla legge o no, anche quando sono chiamati in causa i magistrati. Oggi riprendo il tema discutendo il recente articolo di Travaglio. Flores nel suo editoriale dice che, a proposito delle intercettazioni del Quirinale, ci sarebbe una campagna contro i magistrati che prendono sul serio il principio della «legge uguale per tutti». No. In questo caso si tratta di sapere se «La legge è uguale per tutti» si ferma alle soglie della Procura di Palermo. E proprio su questo punto, per quel che mi riguarda non mollerò sino a quando il chiarimento non arriverà. PAROLE POVERE POLITICA DailFattounacampagna contro ilCollesullabase diuna intercettazione «dinessun interesse inattesadiessere distrutta».Mailgiornale alludeeattacca EMANUELEMACALUSO Travaglio, Flores e le intercettazioni vietate . . . La legge è uguale per tutti Mi aspetto che questo principio sia applicato in tutte le Procure Le epurazioni igieniche di Grillo TONIJOP «Max igiene e riservatezza»: sarà anche il motto di Grillo in questa sua opera di decontaminazione dell'elenco utenti? Ormai viene quasi a noia registrare i casi di defenestrazione che il capo-popolo sottoscrive quando gli pare. Poi, nei blog ti accusano di aver ficcato il naso in affari che non ti riguardano, consigliandoti di spendere meglio il tuo tempo facendo le pulci alla sinistra, tu che sei un pennivendolo, uno che scrive su commissione. Così reagivano – senza per questo voler fare d'ogni erba un Fascio - i neofascisti, i terroristi di tutti i colori, i leghisti più integralisti. Operatori igienici molto riservati, gradiscono il silenzio sul loro lavoro. Per esempio: nei giorni scorsi, Grillo ha sfalciato dal Movimento una signora che nelle liste dei Cinque Stelle era stata votata sia al Comune di Modena che in consiglio regionale. Ma per impedirle di occupare la sedia che le spettava in quest'ultimo consesso avevano organizzato una consultazione interna per cancellare in pratica le sue preferenze. Seconda puntata: dopo che Grillo aveva espulso dal Movimento un altro militante “eretico”, Vittorio Balestrazzi, già nel consiglio comunale modenese, la signora Poppi, prima dei non eletti, si è fatta avanti. Ha chiesto lumi al partito e non ne ha ricevuti, son trascorsi dieci giorni dal suo insediamento e il leader le ha dato il benservito: sei fuori, le ha detto lieve dalla tromba del suo blog. Avanti il prossimo, ma non fa ridere. . . . Il dottor Messineo che custodisce i documenti può dirci chi informa Travaglio? LALETTERA 10 domenica 15 luglio 2012
Scontineiweek-ende aumentineigiorni feriali Eppure la leggeprevede ilmodoperavere prezzipiùcompetitivi tutta lasettimana Rivedere i contratti per frenare davvero i rincari della benzina Ècrolloper i mutui dellacasa. Il dato emergedauno studiodi Bankitalia secondocuidal 2008 al 2011 il numero dimutui concessidallebanche per l'acquistodi abitazioniè diminuitodi oltre il 20%rispetto al quadriennio 2004-2007. Il fenomeno ha interessatosoprattutto i mutuataripiù giovani (gli under35 )e gli extracomunitari,mentrenon ha toccatochiha redditielevati. Lostudio hautilizzato le informazioni sucirca duemilionidi contrattidi mutuoper l'acquistodell'abitazione. Dal2008 al 2011 il numero deinuovi mutuiconcessi si è ridotto mediamentedel 9,1%ogni anno,a frontedi unaumento medio dell` 8,5% nei tre anniprecedenti. La riduzioneè stataparticolarmente accentuataper le famigliepiùgiovani e quelle originariedi Paesi non appartenenti all'UnioneEuropea.Nel quadriennio 2008-2011 il numerototale dicontratti stipulatidagli individui conmenodi 35 anniè diminuitodioltre il 30%rispetto alquadriennio2004-2007. LaCgiadiMestre con un suostudio spiegachementrecalano i prestiti ed i mutui, crescononel portafoglio delle banche i titoli diStato. Negliultimi6mesi dagli istituti di credito i prestiti alle famiglie sono diminuitidello0,3% e alle imprese dello0,8%,nel contempo, sarebbe statoregistrato unaumento del44% degli acquistidi titolidi Stato. Il tutto a frontedi unfinanziamento di 255 miliardidi eurodallaBceal tasso dell'1%. Il taglio per i prestiti alle famiglieè di 1,29 miliardidi euroe di altri 7,9 miliardialle impresecontro un aumentodi 92,89miliardiper l'acquistodi titoli statali. Allarme Cig. Sono ormai più di mezzo miliardo le ore di cassa integrazione negli ultimi sei mesi. Al giro di boa del 2012, il bilancio sulla richiesta di ore si fa sempre più pesante, collocando in cassa a zero ore oltre 500mila lavoratori con un taglio del reddito per oltre 2 miliardi di euro, quasi 4.000 euro per ogni singolo lavoratore. Questa è la fotografia della crisi di imprese e occupazione in Italia scattata nel rapporto di giugno dell'Osservatorio Cig della Cgil nazionale, che ha raccolto ed elaborato i dati rilevati dall'Inps. Da inizio anno fino a giugno il totale di ore di cassa integrazione ha fatto segnare un incremento sui primi sei mesi del 2011 pari al 3,16%, e con un'impennata della cassa integrazione ordinaria (+41%). Secondo Elena Lattuada, segretario confederale della Cgil, si tratta di un «segnale forte ed inequivocabile di come il sistema produttivo non si attenda a breve una ripresa e per questo registriamo un inquietante assestamento della crisi su livelli estremamente negativi, peggiori di quelli dello scorso anno, con un trend nella richiesta di ore che mira al miliardo anche per il 2012». Andando più nel dettaglio, la Cig a giugno ha fatto registrare il terzo mese con il ricorso più alto alla cassa tra gli ultimi dodici. Nel rapporto della Cgil si rileva come la cassa integrazione ordinaria (Cigo) abbia fatto registrare un aumento del 40,77% sul primo semestre del 2011. La richiesta di ore per la cassa integrazione straordinaria (Cigs) a giugno, è in aumento sul mese precedente dell' 1,04%, mentre il dato dei primi sei mesi del 2012 segna un -16,38% sullo stesso periodo dello scorso anno. Infine la cassa integrazione in deroga (Cigd) evidenzia a giugno una flessione sul mese precedente del -20,11%. Anche la Uil ha pubblicato un'analisi dei dati Cig in cui si mette in evidenza che l'industria e il Nord d'Italia sono sempre al primo posto per numero di ore di cassa integrazione. Si consolida la doppia cor-sa dei listini dei carburan-ti: sconti nel fine settima-na e aumenti nei giorni fe-riali. Se nei week-endl'iniziativa dell'Eni ha innescato una competizione virtuosa tra le compagnie, con gli altri marchi “costretti” a rincorrere il Cane a sei zampe con riduzioni nell'ordine di 20-21 centesimi al litro, durante il resto della settimana per tutte le compagnie prevale il segno più sui prezzi della verde e del diesel. Al di là degli “scontoni” praticati nei fine settimana, il prezzo medio della benzina nella modalità servito nei giorni feriali rincara e negli ultimi dieci giorni è aumentato di circa 3 centesimi al litro passando da 1,804 a 1,831 mentre quello del gasolio ha raggiunto quota 1,721 contro i 1,695 per litro registrato il 4 luglio lungo la rete. Una doppia corsa che non lascia troppe alternative agli automobilisti in cerca di risparmio anche se esisterebbe un modo per garantire agli automobilisti prezzi più competitivi tutti i giorni attraverso la «liberalizzazione delle forme contrattuali» tra gestori e compagnie, prevista dalla legge Cresci-Italia e richiamata recentemente dal presidente dell'Antitrust. «La liberalizzazione delle forme contrattuali - ha ricordato Giovanni Pitruzzella durante la relazione annuale - è potenzialmente in grado di aumentare il numero dei proprietari - gestori che decidono di non utilizzare più i marchi delle società petrolifere e seguire modalità di approvvigionamento e fissazione del prezzo indipendente e più concorrenziale». Riforme che «consentiranno ai gestori di competere con il sempre maggior numero di “pompe bianche”, praticando sconti sui prezzi finali». Sulla questione spetta al governo prendere l'iniziativa visto che le compagnie non sembrano affatto interessate a rivedere i rapporti contrattuali con i gestori. Filippo Bubbico, senatore del Pd, è stato uno dei relatori del decreto liberalizzazioni ed è membro della commissione Industria del Senato: «Siamo in una fase di stallo ed è nostra intenzione chiedere al governo come intende rispettare le scadenze previste e dare attuazione a una norma approvata dal Parlamento». La possibilità di rivedere i rapporti commerciali tra gestori e compagnie, anche modificando il cosiddetto «vincolo di esclusiva», è previsto dall'articolo 17 del cosiddetto decreto liberalizzazioni, convertito nella legge Cresci-Italia. Cosa prevede la norma? Entro il 31 agosto previo accordo tra le «organizzazioni di rappresentanza dei titolari di autorizzazione o concessione (le compagnie petrolifere, ndr) e dei gestori maggiormente rappresentative», possono essere rivisti, i contratti di comodato e fornitura che legano i benzinai alle compagnie. Tre le nuove condizioni contrattuali è prevista anche quella «non in esclusiva», purché venga riconosciuto alla compagnia un'adeguata remunerazione rispetto agli investimenti effettuati e allo sfruttamento del marchio. Per i gestori insomma si affaccia la possibilità di poter acquistare il carburante sul libero mercato, come fanno le pompe bianche e quelle della Gdo, dal fornitore che di volta in volta pratica il prezzo più basso. Nel caso in cui, poi, entro il 31 agosto non vengano stipulati i nuovi accordi di settore, «ciascuna delle parti può chiedere al ministero dello Sviluppo economico, la definizione delle suddette tipologie contrattuali». A favore della liberalizzazione delle forme contrattuali si schiera la Fegica-Cisl, uno dei sindacati dei gestori. Spiega Alessandro Zavalloni: «Esprimiamo forte preoccupazione per le resistenze che l'industria petrolifera continua a esercitare per impedire la piena applicazione delle norma contenuta nel decreto liberalizzazioni. Chiediamo che il mercato venga dotato di regole che consentano maggiore concorrenza e prezzi stabilmente più bassi tutti i giorni». La palla ora passa governo. Ma il premier Monti e il ministro Passera come intenderanno muoversi? «Dopo il 31 agosto - prosegue il senatore Bubbico - scatteranno i poteri sostitutivi del governo e proprio per questo vogliamo conoscere quali sono le intenzioni dell'esecutivo e come ci si sta predisponendo per dare attuazione a una norma che può rendere stabilmente più dinamico il settore della distribuzione dei carburanti». Quasi dieci miliardi di euro. È la cifra raccolta dai Comuni italiani (9,6 miliardi nel dettaglio) per il pagamento della prima rata dell'Imu, la tassa sulla casa che tanto scontento e tensioni ha creato nel nostro Paese. A rendere noto l'ammontare dei versamenti è stato il ministero dell' Economia, che ieri ha diffuso la tabella con la ripartizione per provincia, in cui Roma è nettamente in testa con un gettito di oltre 1 miliardo (1.000.786.735), con una quota di importo ripartita in 630,6 milioni di euro per il Comune e 370,1 milioni per lo Stato. La Capitale da sola ha raccolto praticamente quanto Milano e Torino, che risultano rispettivamente seconda e terza per quanto riguarda i versamenti effettuati. Nella classifica delle province, in base alle tabelle del ministero, seguono appunto Milano, con un gettito di 680.985.332 euro (401.759.658 al Comune e 279.225.674 allo Stato), T o r i n o c o n 4 2 8 . 2 1 2 . 3 3 3 (263.008.636 al Comune e 165.203.697 allo Stato), Napoli con 317.602.288 euro (186.044.399 di quota comunale e 131.557.889 di quota statale) e Genova con 214.863.235 euro (130.789.989 al Comune e 84.073.246 allo Stato). Chiudono la speciale classifica Vibo Valentia (11.166.875 euro di cui 5.990.941 al Comune e 5.175.933 allo Stato) e la provincia sarda del Medio Campidano con 7.785.581 euro ( 4.485.138 di quota comunale e 3.300.443 di quota statale). Per quanto riguarda il bilancio complessivo relativo ai 9,6 miliardi di euro raccolti per il pagamento della prima rata, la suddivisione è di 5.647.605.851 di quota comunale e 3.955.016.435 di quota statale. POLEMICHE Le cifre riportate dal ministero dell'Economia potrebbero servire a smorzare le polemiche sorte negli ultimi mesi tra i sindaci da una parte ed il governo dall'altra sulla distribuzione delle risorse. L'Anci ( l'associazione nazionale dei Comuni italiani) aveva addirittura minacciato di non raccogliere la nuova tassa, perché ai Municipi sarebbero finite soltanto le briciole. Alla fine invece è prevalso il senso di responsabilità e l'operazione è andata in porto. Rimane aperto il problema politico, vale a dire quello di una tassa che non piace per nulla alla popolazione italiana ed a molti suoi rappresentanti, ma che al momento appare ineluttabile. LebanchetaglianoimutuiecompranoBot Alunni in aula in una scuola elementare LUCA CASTELLANI/ANSA / DBA L'ANALISI Boom della cassa integrazione ordinaria: +41% Taglio del reddito di oltre 2 miliardi di euro ILCASO Imu: la prima rata porta in cassa 9,6 miliardi di euro . . . Allo Stato finiranno 3.955 milioni di euro ai Municipi andranno i restanti 5.647 MARCOTEDESCHI MILANO Roma è in testa alla classifica: è stato versato quasi quanto Milano e Torino messe insieme ENRICOCINOTTI ROMA Cig da record: 500mila a casa domenica 15 luglio 2012 9
Definire il candidato alla Casa Bianca. Specie se sconosciuto alle masse. Questo è il compito estivo delle campagne e di tutta la macchina politica che gli sta attorno. Ad agosto arrivano le convention, i dibattiti televisivi, la caccia all'ultimo voto. Prima però si è cercato di dare un'idea dell'avversario in maniera talmente ossessiva da farla fossilizzare nella testa degli elettori. Lo fece Bush contro Kerry nel 2004 e funzionò molto bene. La campagna Obama ci sta provando e in parte riuscendo con Mitt Romney, dipinto come un personaggio votato al profitto senza scrupoli anche a scapito degli interessi del Paese e di chi lavora. Il repubblicano comincia a perdere la pazienza. Il punto centrale sui cui insistono i democratici è il ruolo del candidato repubblicano come manager e sull'anno in cui ha lasciato la sua Bain Capital. Romney ha sempre detto di aver lasciato l'impresa nel 1999. Il BostonGlobe ha rivelato nei giorni scorsi che nel 2002 questi era ancora il padrone e l'amministratore delegato. La impresa che possedeva e dirigeva ha comprato e smembrato diverse fabbriche, ha aiutato a esternalizzare all'estero, ha licenziato. Il tipico atteggiamento da capitalismo d'assalto che vede opportunità mordi e fuggi in aziende in crisi compra, ristruttura e poi rivende. La campagna Obama ha trovato diversi operai licenziati disposti a raccontare la loro storia davanti alle telecamere, a dire, in sostanza, «Romney mi ha licenziato per arricchirsi». Uno spot di Obama diffuso ieri tiene sullo sfondo il repubblicano che canticchia Americathe Beautiful, canzone patriottica di fine ‘800, associandolo ad immagini di fabbriche chiuse, titoli di giornali che parlano del lavoro da tagliatore di teste di Romney e dei suoi conti correnti in Svizzera e alle Isole Cayman. LOSHOW DIMITT Il contrattacco di Romney è passato per cinque apparizioni negli show politici della domenica mattina durante i quali ha cercato di distinguere la sua posizione tra manager e padrone dell'impresa. «Dopo il 1999 mi sono dedicato solo alla gestione delle Olimpiadi invernali di Salt Lake City, aspettando di trovare una soluzione efficace per lasciare Bain, che è arrivata nel 2002». Come dire, io non c'entro con quelle chiusure di fabbriche. Dalle quali però ha continuato a guadagnare e per le quali, sositene Obama, è responsabile. Il presidente ha detto: «Io sono responsabile per gli impiegati federali. Anche se non dipendono direttamente da me, il loro capo sono io. Questo vale anche per chi ha il titolo di amministratore delegato di un'impresa». La linea di Obama è chiara: mentre Romney attacca il presidente perché «la sua politica economica non ha funzionato ed è fatta di tasse e deficit» - il diavolo per certo pubblico americano - il presidente risponde spiegando che le idee di Romney sono quelle che portano lavoro all'estero e conti nei paradisi fiscali per non pagare le tasse. L'altro tassello dell'attacco è proprio quello fiscale. Il miliardario mormone non ha reso pubbliche le sue dichiarazioni dei redditi se non per il 2010. Gli si chiede di andare indietro nel tempo, per sapere quanto guadagnava e che aliquota pagasse - nella dichiarazione resa pubblica poco più del 13% grazie a meccanismi fiscali complicati che usano i vuoti di legge. E infine se e fino a quando Bain Capital fosse una fonte di reddito. «Se non ha niente da nascondere che ci faccia vedere», dicono alla campagna Obama. Per ora sembra che gli attacchi stiano funzonando: nei sondaggi l'immagine di Romney è piuttosto sbiadita e la gente interrogata risponde di essere sorpresa negativamente dal modo di essere manager del repubblicano. Per adesso contenuti pochini. Dall'una e dall'altra parte. Obama parla del suo piano lavoro e Romney elenca programmi sui quali è molto vago. Il repubblicano chiede anche le scuse del presidente per un epiteto («criminale») usato da un membro dello staff di «Obama 2012» per definirlo. Obiettivo è togliere al democratico la maschera di persona posata e corretta: anche il presidente attacca senza scrupoli. In questo Romney ha il vantaggio dei SuperPac. Gli attacchi peggiori al presidente non arrivano infatti da lui ma da questi comitati indipendenti che raccolgono fondi anonimi e che partecipano alla campagna elettorale con loro spot. Non hanno nessun legame formale con i candidati. E quando si lanciano in campagne denigratorie, a volte non troppo accurate dal punto di vista dei fatti, il candidato può dire: «Io non c'entro». Troppo facile, però: il rischio è che gli elettori capiscano. Drogata al volante. No, vittima di un malore. La versione della polizia contro quella della famiglia. Kerry Kennedy, figlia di Robert, finisce sotto i riflettori mediatici non per una delle tante battaglie combattute in difesa dei diritti umani, ma per un incidente automobilistico avvenuto ieri mattina vicino Bedford, nel Massachussetts, dove vive. La dinamica dell'episodio è chiara sino al momento in cui la polizia trova la donna seduta nell'auto in panne, ferma lungo la statale 22, presso North Castle. Intorno alle otto del mattino al centralino per le chiamate d'emergenza, il 911, arrivano una dopo l'altra varie telefonate d'allarme. Raccontano che a North Castle una Lexus 2008 ha urtato un trattore. La vettura ha continuato la corsa nonostante avesse un pneumatico a terra. Poi ha abbandonato la superstrada 684. Procede a sbalzi. Infine, l'automobile è ferma sul margine della carreggiata. Notizia bomba: Kerry Kennedy ha avuto un incidente mentre guidava sotto l'effetto di stupefacenti. È la versione dei fatti che trapela immediatamente dalle fonti ufficiali. Le quali per il resto della giornata si chiudono nel mutismo più assoluto, rifiutando di confermare o smentire le informazioni che arrivano dagli ambienti vicini alla donna. «Kerry Kennedy ha fatto volontariamente il test dell'etilometro e si è sottoposta alle analisi del sangue e delle urine», dichiara il portavoce dei Kennedy, Ken Sunshine. «I risultati non hanno mostrato alcuna traccia di droga o alcol, le accuse sono state formulate prima che diventassero noti gli esiti degli esami» A Firenze, dove ha sede la «Fondazione Robert Kennedy d'Europa», di cui Kerry è presidente onoraria, riferiscono di una conversazione telefonica nella quale «ci ha rassicurato sulla reale versione dei fatti». «Ha avuto un calo di pressione - spiegano - mentre in macchina stava raggiungendo la palestra». Chi conosce Kerry Kennedy per avere partecipato con lei a molte attività umanitarie, manifesta piena incredulità sull'ipotesi che fosse drogata. «La conosco da tanti anni - afferma Walter Veltroni, del Partito Democratico -. Siamo amici, abbiamo collaborato in Italia e all'estero. Kerry è una donna straordinaria, forte e generosa, protagonista di tante iniziative di solidarietà e di sostegno ai più deboli in ogni parte del mondo. La sua voce è un contributo essenziale alla causa dei diritti umani». «Kerry -aggiunge Veltroni- è una donna limpida ed escludo che l'incidente che le è occorso possa essere avvenuto nelle circostanze che le sono state addebitate, come confermano tutti i test a cui si è volontariamente sottoposta. Per questo voglio esprimerle tutta la mia amicizia e solidarietà». LA«MALEDIZIONE» La chiamano la maledizione dei Kennedy. Spesso al centro della cronaca per eventi tragici o comunque ad altissimo tasso emotivo. L'assassinio del padre Robert che puntava alla Casa Bianca, e dello zio John Fitzgerald che alla Casa Bianca era arrivato. L'incidente automobilistico da cui l'altro zio Ted uscì indenne mentre la segretaria rimase uccisa. E poi ancora, la sciagura aerea in cui perse la vita nel 1999 il nipote John junior, pilota dilettante, inabissatosi con moglie e cognata nelle acque dell'Atlantico. Più recentemente il suicidio di Mary Richardson, ex-moglie di Robert jr, uno dei dieci fra fratelli e sorelle di Kerry. Mary si è impiccata due mesi fa. Lei sì, fu trovata imbottita di farmaci. Lei sì, aveva ingaggiato un duello con l'alcolismo e la depressione dal quale era uscita infine sconfitta. La sua scomparsa colpì profondamente Kerry, come lei stessa ammise: «Eravamo inseparabili. Dividevamo gli amici, un armadio, il bancomat». Fu Kerry a tenere il discorso funebre a Bedford. «Mary - disse con la voce rotta dal pianto - soffriva di depressione, una malattia che affligge così tanti, tanti, tanti americani. Mi viene in mente - aggiunse in quell'occasione Kerry - la storia dell'Arcangelo Michele, che doveva combattere le forze del male e impedire a Satana di entrare in Paradiso. È quello che Mary ha fatto durante la sua intera esistenza». Dopo 50 anni di blocco dei collegamenti marittimi Usa-Cuba, il primo cargo proveniente da Miami è finalmente arrivato all'Avana: la nave «Ana Cecilia» trasporta aiuti umanitari, soprattutto cibo e medicine, come tali esenti dall'embargo americano. Si tratta, fondamentalmente, di beni donati dalla comunità cubana esiliata a Miami. Però c'è voluto mezzo secolo per compiere di nuovo il tragitto, 160 km che dividono l'isola caraibica dal punto più a sud degli Stati Uniti. L'imbarcazione, lunga 90 metri, è uscita dal Miami River (il fiume di Miami), attraverso lo Stretto della Florida, per poi approdare al Porto dell'Avana. E, come in tutti gli eventi di grande valore simbolico, non è mancata un po' di suspense: partita dall'America il mercoledì, ci ha messo oltre 48 ore per terminare il suo percorso. Colpa di intoppi burocratici: il comandante dell'equipaggio era così teso per l'importanza della missione che ha finito per compilare i moduli sbagliati. Ora però il cargo compirà il cammino regolarmente, due volte a settimana, coprendo una rotta che non era servita dal 1962. A febbraio di quest'anno si sono infatti completati 50 anni dall'embargo economico. Una decisione che, secondo Cuba, si è trasformata in un pregiudizio da circa 104 milioni di dollari. Il vento è cominciato a cambiare con Obama: da quando è arrivato alla Casa Bianca, è diventato più flessibile l'invio di rimesse di denaro nonchè i viaggi di cubano-americani verso l'isola, così come gli interscambi accademici, sportivi, religiosi e culturali. . . . L'avversario costretto a difendersi: io non c'entro più nulla con quella societàBarack Obama durante il suo discorso a Roanoke, in Virginia FOTO EPA/JIM LO SCALZO Dopo 50 anni di embargo arriva a Cuba una nave Usa STATIUNITI MONDO Usa, la svolta di Obama: all'attacco contro Romney Cambia la strategia del presidente: la sua campagna tira fuori il caso Bain Capital «Il repubblicano licenzia per arricchirsi e chiude le fabbriche» In uno spot: «Così ha portato i suoi soldi alle Isole Cayman» MARTINOMAZZONIS NEWYORK Florida, lasceltaambientalistadelpresidente Torna inprimo piano l'ambiente nellacampagna elettoraledel PresidenteamericanoBarack Obama,con l'annuncio di altri 80 milionididollari per il ripristinoe la tuteladi Everglades, la regione paludosanel sud dellaFlorida. È spettatoal Segretario dell'Agricoltura,Tom Vilsack, ricordarecome il presidenteObama abbia fatto della tutela dell'ecosistemadi Everglades «una prioritànazionale»,avendo stanziatooltre 1,5miliardodi dollari a partiredal2009. Il nuovoprogetto da80milionipunterà in particolarea sostenereagricoltorie allevatori nellaprotezione delle terre agricole edelle riserve naturali. «Questi investimenti stanno dandofrutti - ha rimarcato- con la creazionedi quasi 7.000postidi lavoro inFlorida e la tuteladi migliaiadi acri di preziose paludida tramandare alle future generazioni»,ha sottolineato il Segretario,citato ieri dalGuardian. L'incidente di Kerry Kennedy «Drogata». «No, un malore» Kerry Kennedy GABRIELBERTINETTO gbertinetto@unita.it Le accuse dopo uno scontro con un trattore Secca smentita: «Ho chiesto io l'etilometro» domenica 15 luglio 2012 11
È APPENA RISUONATA L'ESCLAMAZIONE «HANNO AMMAZZATO COMPARE TURIDDU!», GLI ULTIMI ACCORDI D'ORCHESTRASIDISPERANOEUNATTONITOPIPPODELBONOCONSOLAMAMMALUCIA.È giusto dire subito che il ricordo della madre, scomparsa questa primavera, innerva Cavalleria Rusticana messa in scena da Delbono al Teatro di San Carlo a Napoli. La percorre come tensione sotterranea, e a vista in una serie di immagini come spiega lo stesso regista nel prologo da lui interpretato, unica sua aggiunta alla partitura. Chi ricorda il suo debutto nel teatro musicale 5 anni fa al Lirico Sperimentale di Spoleto, con Obra Maestra di Giuseppe Mancuso tagliata e rimontata come plastilina, resterà sorpreso dalla misura con cui stavolta si è avvicinato all'opera di Pietro Mascagni. Dell'iconoclasta di lungo corso non v'è traccia, ma resta tutto l'universo Delbono: la sua voce microfonata dell'inizio, Bobò, il suo attore feticcio, immagini alla Bertolucci -Novecento-, il teatro danza interpretato da lui stesso a commento di quanto accade nell'opera e perfino qualche brandello di Pina Bausch. Se la maestria con cui Pippo mette in scena sé stesso supera di gran lunga qualche pretestuosità, meno limpido è il rapporto con la partitura. La sicilianità dell'originale novella di Verga, l'irruzione del proletariato all'opera, il sordido delitto d'onore, forse considerate chincaglieria teatrale, non sembrano interessarlo troppo: è piuttosto l'oscura tensione di morte che Delbono vuole far emergere. Nasce così una Cavalleria per sottrazione, e un'opera che si svolge tutta all'aperto, la ritrovi nel chiuso di una grande stanza rosso sangue - belle le scenografie di Sergio Tramonti, quest'anno onnipresente sui palcoscenici operistici, ma anche le luci Alessandro Carletti e i costumi di Giusi Giustino. Lo spettacolo procede un po' a corrente alternata: quando al centro della scena c'è Santuzza, essenza del thanatos, tutto marcia a ritmo serrato e le emozioni si sprecano, in altri momenti le cose sembrano un po' statiche per una partitura, che al di là di ogni giudizio estetico, sarebbe una macchina inesorabile. Così i pezzi di colore paiono tirati via e il coro è vero che si muove benissimo, ma si muove anche pochissimo. LACONVINZIONE DEICANTANTI Eppure un emblema del Verismo musicale come Cavalleria così astratta ha un suo fascino, anche perché va lodato il lavoro di Delbono con i cantanti e la convinzione con cui questi hanno aderito alle sue idee. Si guardi Stuart Neill con quel suo fisicone a due ante da tenore d'una volta che si muove perfino con leggiadria, e poi la assai ricettiva Giuseppina Piunti, brillantissima Lola, Susanna Branchini, vocalmente un'ottima Santuzza, fino a Elena Zilio, una adeguata Lucia ma ancorata alla tradizione. Lascia perplessi invece la direzione d'orchestra di Pinchas Steinberg: per carità un lavoro professionale, un'alta routine con anche una buona intesa con l'orchestra, tuttavia sulla scia di una tradizione enfatica ed effettistica, poco rispondente a quanto avviene sulla scena. Peccato, anche perché una Cavalleriapiù trasparente nella concertazione svela un Mascagni più stimolante. Ma, aldilà di questo spettacolo che è in replica fino al 19 luglio, c'è da augurarsi in generale una maggiore compenetrazione tra interpretazione musicale e scenica in un'estate che vede molte regie operistiche arrivare dal teatro contemporaneo: dallo Sferisterio (Leo Muscato, Bohéme e Serena Sinigaglia Carmen) al Rossini Opera Festival (Teatro Sotterraneo Signor Bruschino), alla Sagra Malatestiana (la mise en éspace del ciclo liederistico Harawidi Olivier Messiaen a Santasangre). FESTIVAL ALDOGIANOLIO PERUGIA Unicadata italiana delsassofonista: a83anninonrinuncia adimostrarediessere ancoraungrandesolista «Cavalleria» rossosangue Una matura regia di Delbono nel ricordodellamadre AlSanCarlodiNapoli unamessa inscena incui resistonotutti glielementicariall'artista magiocaticonmisura LUCADELFRA NAPOLI Unascenadella CavalleriaRusticana direttada PippoDelbono al SanCarlodiNapoli FOTO LUCIANO ROMANO SE SONNY ROLLINS AVESSE CONTINUATO NELL'ULTIMAORADELSUOCONCERTOCON LA STESSA FORZA E INTENSITÀ DELLA PRIMA MEZZ'ORA, NON CE NE SAREBBE STATO PERNESSUNALTROJAZZISTA,sia per quelli che si rifanno ai modelli del passato che per quelli che sperimentano cercando di trovare nuove vie e modi di espressione. Rollins, uno dei geni musicali del Novecento, a ottantadue anni, pur in ottima forma, non ha certo più la forza e la vitalità dei verdi anni, ma non vuole ancora rinunciare (probabilmente a ragione) all'immagine di impetuoso e torrenziale solista che si è costruito durante la carriera, da una parte dando tutto sé stesso all'inizio dei suoi concerti attuali, impostati ancora come quando era nel pieno delle forze (per poi prendere fiato nel prosieguo); dall'altra ancor più impreziosendo e rendendo persino più audace il suo fraseggio che, costruito a scatole cinesi, trasforma in un flusso continuo di spezzoni melodici che si allontanano sempre più dal centro tonale (cioè dalla scatola di partenza) per infilzare una serie ininterrotta di politonalità spiazzanti ed eccitanti. «PATANJALI» Così a Perugia, per Umbria Jazz, dopo aver anche ricevuto con grande solennità al Palazzo dei Priori il Baiocco d'oro, l'antica moneta del Comune, Rollins, nell'unica sua esibizione italiana, venerdì scorso, all'Arena Santa Giuliana, con la sua spessa criniera di capelli e la barba bianchi, due minuscoli occhiali neri e incurvato sul sassofono tenore, ha esordito sbalordendo (ed esaltando) con Patanjali, un suo temino orientaleggiante costruito su semplici riff che ritornava a presentarsi circolarmente servendo ogni volta da base per ulteriori interminabili slanci solistici proseguiti ininterrottamente per ben quindici minuti; poi ha continuato con uno speciale trattamento della ballad di Michael Edwards Once In A While come se in una chiara mappa di un semplice territorio pianeggiante avesse cambiato completamente il disegno immettendovi colline e montagne con sentieri impervi e via-vai arzigogolati, riassumendovi tutto il jazz, da Coleman Hawkins ad Albert Ayler passando attraverso Paul Gonsalves, ma rimanendo, naturalmente, soprattutto Sonny Rollins; terzo brano, Nishi, ultimo su cui si è inerpicato instancabile per diversi minuti per strade impervie, altra sua composizione di poche note ribattute, espediente per costruire un immaginario fantasmagorico e sorprendente. Un'indimenticabile mezz'ora, si è detto, in cui ha dato evidentemente tutto, perché poi ha tirato i remi in barca, centellinando le forze ma continuando il concerto per un'altra ora buona, dando molto spazio ai compagni: il fedele contrabbassista (e bassista elettrico) Bob Cranshaw, il chitarrista Peter Bernenstein, suo nipote trombonista Clifton Anderson e una sezione ritmica composta da Kobie Watkins alla batteria e Sammy Figueroa alle percussioni. Ma questi pur bravi e dignitosi comprimari non sono riusciti a riempire il vuoto: si aspettava solo il suo ritorno, il ritorno del Saxophone Colossus, che però solo a tratti ha riproposto la bellezza della vitalità e dell'umanità iniziali, come in Serenade, What I Did For Love, Professor Pavil, They Say It's Wonderful e, quello che fu il suo cavallo di battaglia, Don'tStopThe Carnival, qui però risultata solo una idea, quasi ne fosse un riassunto, delle travolgenti performance storiche degli anni Ottanta e Novanta. Negli ultimi giorni molte altre cose sono successe a Perugia: un Pat Metheny che non si è risparmiato, mandando in sollucchero gli amanti del genere; Fabrizio Bosso e Paolo Fresu che hanno interpretato (quasi filologicamente) dischi storici di Gil Evans con l'orchestra americana di Ryan Truesdell, allestita adhoc; il giovane e spettacolare trombettista Ambrose Akinmusire; la Lydian Sound Orchestra di Riccardo Brazzale e Wayne Shorter. DAPAT METHENY AMONK Umbria Jazz finisce oggi, aspettando il quarantennale della prossima edizione, per la quale il direttore artistico Carlo Pagnotta non vuole sentire parlare nemmeno lontanamente di crisi, anche se quest'anno aleggiava un poco. Oggi pomeriggio, alle 17,30, al Teatro Morlacchi, quattro grandi pianisti, tutti insieme, che omaggiano Thelonious Monk (Kenny Barron, Mulgrew Miller, Eric Reed e Benny Green); stasera, alle ore 21, grande chiusura con Sting, all'Arena Santa Giuliana. AUmbriaJazz lamezz'oramagica diSonnyRollins SonnyRollinsaUmbria Jazz U: 20 domenica 15 luglio 2012
Stupisce loscarsospazio dedicatoal temadella riconversioneecologica dell'economia:eppure è larisposta fondamentale allacrisidelcapitalismo L'INTERVENTO GIANNI MATTIOLI EMASSIMOSCALIA C'è qualcosa che non tor-na nel modo in cui lastampa italiana ha rac-contato queste giornatedi ansia sui mercati e in-sieme di calda approvazione e incoraggiamento, per l'Italia e per il suo presidente del Consiglio, da parte dei principali partner europei, dei vertici della Commissione e anche dei più autorevoli esponenti dell'economia e della finanza americana riuniti venerdì in Idaho. Tutti i giornali di ieri sottolineavano, mostrando di condividerla pienamente, l'ira di Mario Monti, ma anche della Commissione europea, per il declassamento dell'Italia da parte dell'agenzia di rating Moody's, accusata nemmeno troppo implicitamente di manovrare contro l'euro. «Monti e la Ue, processo a Moody's», titolava Repubblica in prima pagina. «Chi non vide Lehman ci mette sotto le Bahamas», accusava il Corriere dellaSera, ricordando come Moody's attribuisse il massimo dei voti alla banca Lehman Brothers fino a poche ore prima del suo clamoroso fallimento. Allo stesso tempo, tutti i giornali sottolineavano con non minore enfasi il grande apprezzamento incontrato dal nostro presidente del Consiglio proprio in quel prestigioso consesso dal quale si era scagliato contro Moody's. «Da Bill Gates a Buffett, i supermanager Usa promuovono il Professore», titolava Repubblica. «“Noi virtuosi”. Monti applaudito dai guru Usa», titolava il Corriere, che in prima pagina metteva proprio una foto di Bill Gates e Warren Buffett. Tanto nell'invettiva contro le agenzie di rating quanto nell'enfasi circa l'apprezzamento per Monti da parte di «guru» di Wall Street come Buffett, però, c'è più di qualcosa che non torna. Non foss'altro perché Warren Buffett, con la sua Berkshire Hathaways, è il principale azionista di Moody's. Dunque, delle due l'una: o ce la prendiamo con le agenzie di rating, strumenti di una finanza anglosassone che dietro la propaganda su liberismo e concorrenza nasconderebbe soltanto l'interesse del più forte, e un interesse che non esiterebbe a difendere con ogni mezzo e in spregio a ogni regola e principio pubblicamente proclamato; oppure ci entusiasmiamo per le grandi lodi che gli esponenti di punta di quello stesso establishment finanziario tributano al nostro presidente del Consiglio. Un entusiasmo che assume però un retrogusto amaro, quando si accompagna ai presunti timori di un Bill Gates per le future elezioni italiane, e di tanti magnati americani che «a microfoni spenti» manifesterebbero la speranza che il governo Monti potesse procedere anche oltre la naturale scadenza della legislatura, e le successive elezioni, nella primavera del 2013. Quale che sia il giudizio sulle agenzie di rating, sul funzionamento dei mercati e sul potere di influenza che i pochi «guru» della finanza acquistano sui governi di ogni Paese, non si può prescindere dall'elementare constatazione che con questo stato di cose oggi l'Italia deve fare i conti, e deve farlo, com'è evidente, da una condizione di particolare debolezza. In questa condizione, disporre ancora di una classe dirigente che goda di prestigio, ascolto e apprezzamento nel mondo, e in particolare in quel mondo, è risorsa non da poco, una delle poche che ci sono rimaste. Ma forse non è sufficiente. LALOGICADEL PREGIUDIZIO Quando per esempio il Wall Street Journal, nel descrivere ai suoi lettori la battaglia sulla riforma del mercato del lavoro, dice che in Italia l'articolo 18 in pratica vieta alle imprese con più di quindici dipendenti di licenziare (non che vieta di farlo «senza giustificato motivo», che lo vieta e basta), anche questo ha un peso, nell'alimentare sui mercati un pregiudizio contro l'Italia, o meglio una serie di pregiudizi, che forse pesano anche più dei giudizi delle agenzie di rating. Lo confermano le recenti parole di Monti sulla «concertazione» come radice di tutti i mali con cui ora faremmo i conti, dove probabilmente «concertazione» era un lapsus (rivelatore) per «consociativismo». Lo confermano le dichiarazioni rilasciate qualche tempo fa, proprio al WallStreetJournal, dalla ministra Elsa Fornero, sul fatto che i giovani italiani avrebbero questa inveterata tendenza a considerare il posto di lavoro come un diritto, invece che come un obiettivo da conquistare a prezzo di sforzi e sacrifici. Si tratta di pregiudizi profondamente introiettati da buona parte delle classi dirigenti italiane in questi anni, su cui si è fondata la demonizzazione della cosiddetta Prima Repubblica e la costruzione della Seconda. Una rivoluzione che in nome della lotta a simili tare genetiche del sistema e persino del carattere nazionale - assistenzialismo, consociativismo, clientelismo - ci ha regalato vent'anni di berlusconismo. Che è poi, anche dal punto di vista culturale, la vera origine dei mali con cui oggi ci dobbiamo confrontare. . . . Quei presunti timori di Buffett e di Bill Gates sul «dopo Monti» SEGUEDALLAPRIMAE quel che più conta l'economia reale va sempre peggio non solo in Italia, ma nell'Europa nel suo complesso. E questo non lo dice Moody's. Il punto è che la speranza che alla messa in atto di credibili politiche di riduzione del debito pubblico e di «riforme di struttura» i mercati avrebbero risposto rilanciando investimenti e consumi, dando luogo alla cosiddetta contrazione espansiva, si sta rivelando, come molti prevedevano, un'illusione. Anzi l'effetto recessivo delle politiche intraprese tende a vanificare gli sforzi per ridurre il deficit pubblico: in questo momento 14 Paesi sui 17 dell'area euro sono al di sotto dell'obiettivo dichiarato ed ora il nuovo ministro dell'economia italiano ha dichiarato che mancano ancora 6 miliardi. Il problema politico che ne deriva sta nella crescente percezione che i duri sacrifici richiesti non solo non generano un ritorno positivo, ma sono essi stessi causa del peggioramento della situazione. Il peggioramento avviene con intensità diversa nei diversi Paesi; lo svantaggio dei Paesi periferici sta aumentando in quanto le politiche di austerità colpiscono innanzitutto loro, i tassi di interesse sono ormai a livelli superiori di quelli di prima dell'euro, il tasso di cambio continua a favorire i Paesi forti ed i flussi di capitale si sono invertiti e ora si dirigono soprattutto verso la Germania. Questo dà alla Germania un ulteriore vantaggio sia per la gestione del debito pubblico sia per la competitività delle imprese: quelle tedesche possono finanziarsi a tassi incredibilmente più bassi delle concorrenti. Le imprese italiane, che stanno rispondendo alla crisi meglio di quanto non si riconosca consentendo all'Italia di essere ancora il secondo Paese manifatturiero in Europa, stanno perdendo dall'inizio della crisi quota di mercato a vantaggio delle imprese tedesche. Aumentano le divergenze nell'area euro e questo rende più critica la situazione della moneta unica. Allo stesso tempo è in corso una rinazionalizzazione dei debiti n quanto le politiche della Commissione europea e della Bce spingono le banche ad acquistare i titoli dei propri Stati: il mercato finanziario europeo si sta frantumando. Se vogliamo dirla in tutta chiarezza il processo di dissolvimento dell'euro è in atto e all'avverarsi di tale eventualità i mercati assegnano già un buon livello di probabilità. Non si tratta allora di invocare la continuità, ma di battersi per cambiare sostanzialmente la strategia europea entro la quale il governo italiano sta operando. Le proposte alternative sono già tutte sul tappeto: coordinamento delle politiche economiche che assegni ai Paesi in condizioni diverse obbiettivi opposti in termini di domanda interna e definisca una politica dei redditi che consenta a livello europeo di ristabilire il rapporto tra salari e produttività; esclusione delle spese per investimenti dal calcolo dei deficit pubblici; vera unificazione bancaria; riconoscimento alla Bce del ruolo di vera Banca centrale ed al Esm di natura di banca; strategia di investimenti pubblici a livello europeo che utilizzi gli eccessi di risparmio presenti nei Paesi forti ed infine la parziale europeizzazione del debito dei diversi Paesi. Questo insieme di proposte delinea una strategia ben più complessa del semplice sostegno della domanda attraverso i deficit pubblici. Del resto un semplice sostegno quantitativo della domanda in una situazione caratterizzata da profondi squilibri riprodurrebbe tali squilibri. La crescita delle diverse componenti della domanda e soprattutto di quella per investimenti deve essere orientata anche a livello europeo a cambiare il tipo di crescita a ridurre gli squilibri ed ad una nuova qualità dello sviluppo. Il governo ha avanzato alcune di quelle proposte, senza ottenere finora grandi risultati come anche i mercati hanno ritenuto. D'altro canto quell'insieme di proposte delineano una coerente strategia alternativa che non può essere ridotta ad uno spezzatino. Partiti che si candidano a governare il Paese dopo la transizione non possono rinunciare ad ingaggiare l'elettorato su questo terreno a dare il loro racconto della crisi e soprattutto della via da seguire per rispondere ad essa, anche per sfuggire al dilemma ‘o sacrifici o la catastrofe' quando invece alla catastrofe ci sta portando la strada finora seguita. Nella confusione un potenziale punto di forza appare la crescente convergenza delle posizioni del mondo del lavoro e di quello delle imprese. Per notarla non sarebbe neanche necessario citare le recenti esternazioni del presidente della Confindustria: da tempo, ad esempio, le posizioni espresse dal giornale di quella associazione esprimono una linea coerentemente contraria alla strategia seguita a livello europeo. Del resto la generalità delle imprese sta sperimentando sulla propria pelle le conseguenze di quella strategia. Per chi si accinge a governare il Paese questa potrebbe essere una leva importante. L'austerità aiuta solo i Paesi forti L'ANALISI SILVANOANDRIANI I l fallimento sempre più evidente del-le politiche di austerity imposte aPortogallo, Irlanda, Grecia e Spagna prolunga quelli conseguiti negli ultimi vent'anni dal Fondo monetario internazionale all'insegna del neoliberismo – deregulation e feroci tagli alla spesa pubblica – negli interventi «a favore» dei Paesi in via di sviluppo, e qui in Italia assistiamo alle reazioni preoccupate di Confindustria nei confronti della ricetta del tardo-liberista Monti. La «macelleria sociale» evocata da Squinzi in mezzo a clamori e polemiche ha alle sue spalle lo stato comatoso dell'economia italiana, in particolare dell'industria manifatturiera. E l'attacco del premier alla concertazione non è davvero ignoranza della storia del Paese degli ultimi vent'anni, ma appare piuttosto il lucido annuncio di una politica deflattiva contro i lavoratori. Cioè, altra recessione. Ormai comincia a essere ampio il fronte di lavoratori e imprenditori che reputano le politiche di austerity generatrici soltanto di recessione. E, sulla scorta dei vari Stiglitz o Krugman, ricompare Keynes e la sua laudatiodel debito pubblico «buono»: per rilanciare la crescita lo strumento fondamentale restano gli investimenti a carico dello Stato. Il rapporto tra economia e democrazia ridiventa un tema di grandissima rilevanza, mentre la «regressione» del lavoro – la sua perdita di peso sociale e politico, la riduzione dell'occupazione – viene riconosciuta come causa stessa della crisi. In un contesto dove, peraltro, non c'è alternativa alla difesa dell'euro; i piani B di uscita dall'euro, che populismi di destra e di sinistra propongono, corrispondono a esiti sociali sanguinosi quanto quelli delle politiche deflattive nella testa di Monti, allo sbriciolamento della residua coesione sociale, alla rinuncia disastrosa a quell'Europa politica che resta pur sempre un grande riferimento di generazioni passate, presenti e future. Nell'agitarsi di queste idee stupisce lo scarso spazio dedicato dagli economisti – anche nella recente giornata sul «programma per l'alternativa» promossa dall'Associazione per il Rinnovamento della Sinistra e dalla Fondazione Di Vittorio – al tema della riconversione ecologica dell'economia, se non in termini di una maggior attenzione alla domanda. Eppure la riconversione resta una risposta fondamentale all'attuale crisi di sovrapproduzione capitalistica e al nuovo carattere, che la globalizzazione le conferisce, di impossibilità della crescita della domanda di adeguarsi alla crescita dell'offerta. La lenta tartaruga non raggiungerà il piè veloce Achille, mentre la crisi ambientale, segnata dai drastici cambiamenti dovuti al passaggio all'instabilità climatica, annuncia inesorabile il «time over» per ogni risposta economica tradizionale, anche neo-keynesiana. Su questo ritardo della cultura economica della sinistra, a destra neanche a parlarne, abbiamo almeno vent'anni di mancato ascolto. Sarebbe però inaccettabile, nel momento in cui si palesa almeno in Italia la plausibilità di un «patto» tra imprenditori e lavoratori contro la recessione, che sul terreno dei programmi concreti ognuno tirasse fuori le sue ricette gelosamente elaborate e custodite, a rischio di incomprensioni e perdite di tempo, mentre c'è già un «avviso comune» delle tre maggiori confederazioni sindacali, e con Confindustria, sul «Piano di efficienza energetica 2010 – 2020» presentato a settembre 2010 da Confindustria. Anche a non essere interessati alle positive conseguenze ambientali, e sanitarie, del Piano e alla sua adesione agli obiettivi Ue – il 20% di emissioni di anidride carbonica tagliate entro il 2020 in virtù del risparmio del 20% di combustibili fossili – è proprio sull'aspetto occupazionale che si raggiungerebbero risultati mai conseguibili, anche rispetto ai settori produttivi coinvolti, con altro tipo di investimenti (come quelli alla Passera per capirci): un milione e seicentomila unità lavorative annue attivate sul decennio a fronte di un investimento pubblico di complessivi 16,7 miliardi di euro. Sarebbe colpevole e autolesionistca omissione se sindacati e Confindustria non mettessero quel Piano sul tavolo delle politiche per lo sviluppo del governo. Un patto «verde» nel nome di Keynes Una lunga storia di pregiudizi che pesa più di qualsiasi rating . . . Sindacati e imprese rimettano sul tavolo il piano per l'efficienza energetica Moltideigiudizipiùpesanti sull'Italiasonofiglidiuna letturademonizzantedella Repubblicache lenostre classidirigentihanno profondamente introiettato ILCOMMENTO FRANCESCOCUNDARI fcundari@unita.it . . . La stampa oscilla tra invettive contro Moody's e entusiasmo per i giudizi dei «guru di Wall Street» domenica 15 luglio 2012 7
COSÌCOMEÈACCADUTODINUOVO150ANNIDOPO,NEL 1857, GLI STATI UNITI FURONO TEATRO DELLO SCOPPIO DI UNA GRANDE CRISI ECONOMICA INTERNAZIONALE, LA PRIMA DELLA STORIA. Tale avvenimento generò grande entusiasmo in uno dei suoi più attenti osservatori: Karl Marx. Dopo il 1848, infatti, Marx aveva ripetutamente sostenuto che una nuova rivoluzione sarebbe avvenuta soltanto in seguito a una crisi e, quando questa giunse, si decise a riassumere gli intensi studi condotti dal 1850 presso il British Museum di Londra e a dedicarsi, nuovamente, al progetto di scrivere una critica dell'economia politica. Risultato di questo lavoro furono 8 voluminosi quaderni: i cosiddetti Grundrisse, ovvero la prima bozza de Il capitale. Dopo quindici anni di assenza, questo importante testo è di nuovo disponibile in libreria (Lineamenti fondamentali di critica dell'economia politica, manifestolibri 2012, 60 €- 631 pp.) grazie alla ristampa dell'ottima traduzione, del 1977, di Giorgio Backhaus. LATARDA DIFFUSIONE Dopo la morte di Marx, i Grundrisse rimasero per lungo sconosciuti e quando furono dati alle stampe per la prima volta, a Mosca tra il 1939 e il 1941, rappresentarono l'ultimo importante manoscritto marxiano reso noto al pubblico. Tuttavia, la loro pubblicazione, a ridosso della Seconda Guerra Mondiale, fece sì che l'opera restasse praticamente sconosciuta. Le 3.000 copie realizzate divennero presto molto rare e solo pochissime di esse riuscirono a oltrepassare i confini sovietici. Per la loro ristampa si dovette attendere sino al 1953. Essi cominciarono a circolare in Europa soltanto alla fine degli anni Sessanta, quando apparvero, dapprima in Francia (1967-68) e poi in Italia (1968-70), su iniziativa di case editrici indipendenti dai partiti comunisti. La traduzione inglese giunse soltanto nel 1973. Essa fu eseguita da Martin Nicolaus, che nella premessa al libro scrisse: «I Grundrisse sono il solo abbozzo dell'intero progetto economico-politico di Marx e mettono alla prova ogni seria interpretazione di Marx finora concepita». D'altronde – già un decennio prima – Eric Hobsbawm aveva affermato che «qualsiasi discussione storica marxista che non aveva tenuto conto di quest'opera (…) doveva essere riesaminata alla luce di essa». A partire dal 1968, i Grundrisse conquistarono alcuni dei protagonisti delle rivolte studentesche, che cominciarono a leggerli entusiasmati dalla dirompente radicalità delle loro pagine. Per lo più, essi esercitarono un fascino irresistibile tra quanti, soprattutto nelle file della nuova sinistra, erano impegnati a rovesciare l'interpretazione di Marx fornita dal marxismo-leninismo. Pur con diverse sfumature, i vari interpreti si divisero tra quanti considerarono i Grundrisse un testo autonomo, cui potere attribuire piena compiutezza concettuale, e coloro che, invece, li giudicarono come un manoscritto prematuro e meramente preparatorio de Il capitale. Il retroterra ideologico delle discussioni sui Grundrisse (cuore della contesa era la fondatezza o meno della stessa interpretazione di Marx, con le conseguenti ed enormi ricadute politiche) favorì lo sviluppo di tesi interpretative inadeguate. Tra i commentatori più entusiasti di questo scritto, vi fu, infatti, chi ne sostenne la superiorità teorica rispetto a Ilcapitale, nonostante questo comprendesse i risultati di un ulteriore decennio di intensissimi studi. Allo stesso modo, tra i principali detrattori dei Grundrisse, non mancarono quanti affermarono che, nonostante i significativi brani sull'alienazione, essi non aggiungevano nulla a quanto già noto di Marx. In generale, comunque, a partire dalla metà degli anni Settanta, i Grundrisse conquistarono un numero sempre maggiore di lettori e interpreti. Diversi studiosi videro in questo testo il luogo privilegiato per approfondire una delle questioni più dibattute del pensiero di Marx: il suo debito intellettuale nei confronti di Hegel. Altri, ancora, furono affascinati dalle profetiche enunciazioni racchiuse nei frammenti dedicati alle macchine e alla loro automazione. Oggi, a distanza di 150 anni dalla loro stesura, i Grundrisse mostrano la persistente capacità esplicativa del modo di produzione capitalistico da parte di Marx. In essi, il grande ruolo storico del capitalismo, ovvero la creazione di una società sempre più progredita e cosmopolita rispetto a quelle che la hanno preceduta, è perspicacemente delineato assieme alla critica degli ostacoli che esso frappone a un più compiuto sviluppo sociale e individuale. Inoltre, i Grundrisse hanno un valore straordinario perché racchiudono numerose osservazioni (tra queste quelle sul comunismo) che il loro autore non ebbe più modo di sviluppare negli scritti che riuscì a pubblicare in vita (com'è noto, Marx diede alle stampe solo il volume primo de Il capitale). Se appare probabile che anche le nuove generazioni che si avvicineranno all'opera di Marx subiranno il fascino di questi avvincenti manoscritti, è certo che essi sono ancora molto utili per quanti, nel nostro tempo, vogliano interrogarsi, con serietà, sulle crisi del capitalismo e sulle trasformazioni del presente. I LINEAMENTI DELL'ECONOMIA CULTURE Tradotti in22 lingue Il laboratorio diKarlMarx IGrundrisse tornano in libreria dopo15annid'assenza Sugli8voluminosiquaderniè apertadatempounadisputa: sonodaconsiderareuntesto autonomoosi trattasolo di«appunti»per ilCapitale? PICCOLI FILOSOFI MonumentodiKarlMarx a Chemnitz Dietro la statua lascritta«Proletari di tutti iPaesi unitevi!» IGrundrisse sono statipubblicati integralmente in22 lingue. Senza fare riferimento alle tante traduzioniparziali, sono stati stampati in circa 500.000copie:un numero chesorprenderebbe moltocolui che li redassecol solo fine di riepilogare,ase stessoe in tutta fretta, gli studi dieconomiasvolti finoal momentodella loro stesura.È l'operadi Marxche ha ricevuto il maggiornumero di nuove traduzioninegli ultimi 20anni: èandataalle stampeanche inGrecia (1989-92),Turchia (1999-2003),Corea del sud (2000)e in lingua portoghese(Brasile 2011). MARCELLO MUSTO DocentediScienzepolitiche all'università diToronto Lottadiclasseperbambini «È la legge delmercato!» tuona il signor Capitale, col suo sigaro in boccanel libro illustrato Il fantasma di Karl Marx (Isbn)di Ronande Calan, docentedi filosofia,e l'illustratoreDonatienMary, cheesce il 19 luglio nellacollanaPiccoli Filosofi,destinataai bambiniapartire dai7 anni.Spettro ormai bicentenario,maancoramolto rispettato, Karl Marx,anzi il suo fantasma, introduce i piccoli lettori appassionatidi filosofiaalla storia della lottadi classe, checomincia inGermania nel 1800,quando i contadinivanno nellecittà a cercare lavoro comeoperai. U: 22 domenica 15 luglio 2012
Salvate l'Ufficio antidiscri-minazioni razziali (Unar)da una applicazione“indiscriminata” dellaspending review che lo ri-durrebbe alla paralisi. L'appello al governo è diventato un coro che unisce la Cei, la Fnsi, l'alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr) e le più grandi sigle dell'associazionismo italiano, tra cui Acli, Fish, Arcigay. È l'effetto di un lavoro di anni contro tutte le discriminazioni: perché la mentalità che fa leva sui pregiudizi non risparmia nessuno e colpisce i Rom come i portatori di handicap, i bambini come le persone omosessuali e trans. I retroscena: l'organico di Unar che dipende dalla presidenza del Consiglio viene ridotto da 24 dipendenti previsti sulla carta, che di fatto sono già 13, a 4 addetti poiché una circolare vuole che restino al lavoro solo i ministeriali e che torni nel posto di provenienza chi appartiene ad altre amministrazioni pubbliche. Non solo, il direttore, Massimiliano Monnanni, anima della felice stagione Unar, viene silurato. «È bravo, ma deve andare via», ha dichiarato Elsa Fornero. La spending review prevede che i contratti dei dirigenti esterni alla presidenza del Consiglio cessino al cadere del governo dei tecnici e che quelli in scadenza non vengano rinnovati, quale è quello di Monnanni deadline 22 luglio. Lo smembramento di Unar sarebbe un duro colpo per la Fondazione della Cei Migrantes: «Ha aiutato profondamente l'opinione pubblica e la classe politica a segnalare i casi di discriminazione. Da questo intenso lavoro sono nati - ricorda Migrantes - due strumenti fondamentali, attesi e più volte sollecitati dall'Onu e dall'Europa: il Piano nazionale contro il razzismo e la Strategia nazionale sui rom». Allarme condiviso da Laurens Jolles di Unhcr che scrive ad Elsa Fornero auspicando la riconferma di Monnanni per «la continuità dell'azione, almeno per mettere in atto gli adempimenti internazionali assunti dal governo italiano nei confronti delle Nazioni Unite e della Commissione Europea». Se si interrompe la continuità, ricorda Migrantes, ci saranno «gravi infrazioni di obblighi derivanti da trattati e direttive dell'Unione» ma soprattutto pesanti e «concrete sofferenze per la vita di tante persone». A firmare l'appello un cartello trasversale e inedito di sigle tra cui Acli, Agedo, Arcigay, Cgil, Comitato italiano per l'Unicef, DiGay Project, Edge, Enar, Fnsi, Federazione Rom e Sinti Insieme, Fish Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap, Mit, Nuova proposta, Osservatorio sulla legalità e sui diritti, Parks, Sinti nel mondo. Lanciano appelli anche i partiti, il Pd con Scalfarotto, l'Idv con Franco Grillini. Mentre domani una interrogazione parlamentare al ministro Fornero verrà presentata da Jean Leonard Touadi deputato Pd, sottoscritta al momento da Zampa, Zaccaria, Sarubbi. Ma è solo colpa della spending review? «È una operazione sottile. L'incarico a Monnanni poteva essere prorogato - dichiara Touadi - Non è tutto tecnico quel che tale si vuol fare apparire. La direzione Monnanni per la sua indipendenza è stata più volte attaccata dalla Lega che ha considerato Unar ente inutile. Unar ha dato fastidio soprattutto per la questione Rom su cui l'Italia è molto inadempiente. Adesso ciò che non ha fatto la Lega, potrebbe riuscire al governo tecnico». IL CASO Continua a mietere consensi e adesioni la manifestazione che i sindaci di tutta la penisola terranno a Roma martedì 24 luglio. Dopo l'adesione del primo cittadino di Bologna, Virginio Merola, ieri hanno usato parole forti i sindaci di Torino e Napoli. Per Piero Fassino serve «un'azione molto attenta in Parlamento nell'esame della spending review», occorrono «correzioni» perché se è condivisibile l'obiettivo di fondo, il rigore di bilancio, «non tutti i provvedimenti sono coerenti con questa finalità e alcuni rischiano di incrinare rapporto tra amministratori e cittadini». Per il suo collega di Napoli Luigi de Magistris la spending review avrà un «contraccolpo drammatico» che mette a rischio fin da settembre l'apertura delle scuole. «Con il provvedimento del governo - spiega De Magistris - non si aprono asili nido e scuole materne, ma noi lo impediremo facendo una delibera per l'apertura delle scuole materne e degli asili nido nella nostra città. Non me la sento di comprimere i diritti primari della Costituzione repubblicana, di fronte a scelte in contrasto con questi principi. Se la spending review viene intesa come tagli agli sprechi ha l'appoggio incondizionato di questa amministrazione, ma - conclude - se significa tagliare diritti costituzionali ci opporremo nelle sedi competenti». La manifestazione si terrà davanti al Senato perché è quello il ramo del Parlamento che per primo sta affrontando la conversione del decreto sulla “Revisione di spesa”. La commissione Bilancio ha avviato la discussione esaminando il programma di approfondimenti fatti con l'acquisizione di memorie scritte. Il termine per gli emendamenti è fissato per giovedì 19. Il governo spera di approvare il provvedimento al Senato prima della pausa estiva. Anche il sindaco di Lamezia Terme, Gianni Speranza, ieri ha attaccato le conseguenze della spending review, prima fra tutte la chiusura del tribunale della sua città. Speranza ieri ha scritto al ministro di Giustizia Paola Severino, ai presidenti ed ai membri delle Commissioni Giustizia di Camera e Senato e ha chiesto ai parlamentari calabresi «di incontrarsi lunedì (domani, ndr) prima dell'avvio dei lavori parlamentari per concordare le iniziative da portare avanti», spiegando la ragione «non campanilistica ma oggettiva» di mantenere in città gli attuali uffici giudiziari: «Lamezia è la seconda città per estensione della Calabria e la terza per popolazione. L'applicazione di criteri molto astratti, contenuti nella delega, in Calabria produrrebbe quindi - secondo il sindaco - la soppressione dei nostri uffici giudiziari ed il loro mantenimento in sei città più piccole per estensione, rispetto a Lamezia ed in cinque di loro inferiori per numero di abitanti». PROPOSTEALTERNATIVE Oltre ai Comuni, anche le Regioni, in modo bipartisan, sono sul piede di guerra. E la Toscana è in prima fila. Ieri un documento della maggioranza che guida la Regione ha chiesto una modifica della manovra governativa avanzando tre proposte: «Si acquistino meno caccia F-35, si recuperino alcuni miliardi tassando adeguatamente i detentori dei capitali scudati e si imponga una patrimoniale sulle grandi ricchezze». Nessuna decisione è stata quindi presa sui provvedimenti da assumere per far fronte ai tagli. L'impegno è quello di concentrare l'azione per scongiurare interventi che avrebbero un impatto sociale pesante sui servizi, sulla sanità e sui trasporti. L'idea è quella di sviluppare iniziative con le forze sociali, e i cittadini, coinvolgendo anche i parlamentari eletti in regione, per far modificare la manovra nel cammino parlamentare. «I tagli del governo alla sanità e al sociale - ha spiegato il presidente Enrico Rossi - sono davvero pesanti. Prima la cura di Tremonti e poi quella di Monti rischiano di ridurre all'osso i servizi sanitari anche in Toscana. Noi non vogliamo mettere i ticket, vogliamo che il governo modifichi la manovra: si comprino meno caccia F35, si chieda qualche miliardo ai detentori dei capitali scudati e si metta una minipatrimoniale sulle grandi ricchezze». Sempre sul fronte Regioni si registra la presa di posizione del presidente del Consiglio regionale del Lazio, Mario Abbruzzese. «Senza modifiche al testo della legge sulla spending review, la Regione Lazio sarà costretta a sopprimere le sue aziende in house entro il 31 dicembre: Lite, Lazio Service, Sviluppo Lazio. In più sono società indebitate e non possono essere collocate sul mercato e quindi per il personale si prospetta la mobilità», ha spiegato. L'ITALIAELACRISI Rischioparalisiper l'Ufficio antidiscriminazioni razziali pesantementecolpito dallarevisionedellaspesa Mobilitazionetrasversale perché ilgovernoci ripensi . . . È bipartisan la richiesta di correzioni al decreto sulla revisione della spesa pubblica . . . Martedì 24 luglio manifestazione dei primi cittadini davanti al Senato Rivolta di sindaci e governatori «Tagli da rivedere» MASSIMOFRANCHI ROMA Ricerca, Profumo si ribella al Tesoro «Dobbiamo dare un contributo al Paese che è in grande difficoltà: siamo disponibili a farlo ma vogliamo essere noi a dire quali sono gli enti che hanno la possibilità di dare maggiori contributi. Il fatto che ci si dica dove tagliare non è la strada corretta». Lo ha detto il ministro della Pubblica Istruzione, Università e Ricerca (Miur) Francesco Profumo a proposito della spending review. Insomma, se c'è bisogno di risparmiare, che almeno non si spari nel mucchio. Il ministro, che nei giorni scorsi ha incontrato i presidenti dei 12 enti di ricerca controllati dal suo dicastero, si prepara dunque a lavorare su un doppio binario: con il Parlamento per ridurre il più possibile l'entità della “revisione” di spesa, e con gli enti stessi con i quali a settembre aprirà un tavolo per un percorso condiviso. Decidano i diretti interessati, questo il metodo giusto per procedere secondo Profumo che piuttosto che di tag l i p r e f e r i s c e p a r l a r e d i “razionalizzazione” finalizzata a una maggiore efficienza degli enti vigilati e a una maggiore competenza che permetta a loro e agli atenei di mettere le mani su fondi europei partecipando a bandi di gara che spesso vedono l'Italia assente. La partita del Miur è delicatissima. Gli enti in questione vanno dal Cnr all'Istituto di fisica nucleare, dall'Istituto di geofisica all'Agenzia dello Spazio. Da questi ed altri ci si aspettano risparmi per 33 milioni entro la fine dell'anno. Ma da tutto il sistema-ricerca, quindi anche da enti controllati da altri ministeri (Istat, Istituto superiore di sanità, Enea Isfol e altri), il “contributo” atteso è di 88 milioni a regime dall'anno prossimo. Il tempo per presentare emendamenti al decreto scade giovedì. Sono iniziate intanto le proteste. Venerdi sono stati i ricercatori dell'Istat ad occupare la sala stampa della sede di via Balbo preoccupati per le conseguenze che la spending review può avere sul loro istituto e su tutta la ricerca italiana. Timore condiviso dal presidente dell'Istat Enrico Giovannini: da gennaio, ha detto, «non riusciremo ad assolvere alla nostra funzione: fornire dati di qualità, affidabili, tempestivi». Dalla Cei all'Arcigay un coro di no alla scure sull'Unar DELIAVACCARELLO ROMA De Magistris: a Napoli a rischio l'apertura di scuole e asili La Regione Toscana chiede al governo di rinunciare agli F35 Anche il Lazio denuncia: dovremo tagliare le aziende miste 8 domenica 15 luglio 2012
«BASTARDISENZAGLORIA»,L'ULTIMOFILMDIQUENTIN TARANTINO,ERAL'INIZIO,ORACON«DJANGO»,ILREGISTA DI «PULP FICTION» HA CONSOLIDATO UN FILONE, QUELLO DELLA SUA PARTICOLARE CINEMATOGRAFIA, SPLATTEREPIENADIOMAGGIAPELLICOLEDELPASSATO, CON PERÒ ANCHE UN MESSAGGIO SOCIOLOGICO E POLITICO.Se in Ingloriuos Basterds ad essere prese di mira erano le brutture del nazismo e dei suoi esponenti, in Django Unchainded, in uscita a Natale negli Stati Uniti e in Italia a gennaio, il regista racconta, a modo suo lo schiavismo dell'America di fine Ottocento. Il film, alcuni spezzoni del quale sono stati presentati a Cancun, appartiene ad un genere sinora inesplorato, anche se molto amato, da Quentin Tarantino: lo spaghetti western. A partire dal titolo, naturalmente, e da quel Django di Sergio Corbucci, era il 1966, a cui il film è ispirato. Tanto che Franco Nero, protagonista del film di Corbucci, appare in questo secondo film, con un cameo. Il Django di Tarantino però è nero, è uno schiavo liberato, ed è innamorato.«È soprattutto una storia d'amore», dice del film Jamie Foxx, che interpreta appunto il protagonista del titolo. Una storia d'amore alla Tarantino, ovviamente: il sangue non manca di sgorgare a fiumi. Ha una sua poesia la scena del bianco di un campo di cotone macchiato dal rosso del sangue di uno sparo. Alla realizzazione di un western Tarantino ci pensava da dieci anni. «Avevo anche già il titolo, Django Unchained, appunto, ma non avevo la storia. Poi ho trovato l'ispirazione in Giappone, durante il tour promozionale di Bastardi senza Gloria. Da quelle parti gli spaghetti western sono un culto. Avevo appena comprato dei cd di colonne sonore western che negli Usa non si trovano. Con la musica nelle orecchie mi è venuta in mente la prima scena. Il difficile è cominciare, poi una volta scritta la prima sequenza, la storia va avanti da sola, sono i personaggi che ti indicano la strada da fare. Succede una cosa, loro reagiscono, io scrivo. È questo il suo processo creativo? Non ha idea, quandoiniziaascrivere ilcopione,dicomeandràa finire? «Quando inizi a scrivere, cercare di determinare come arriverai in fondo è da pazzi, o semplicemente inutile, perché, tempo di arrivare alla seconda metà del copione e tutto è cambiato. Quindi, sì, non ho idea, non posso ipotizzare una trama che dall'inizio porti alla fine, prima di avere terminato il copione. Potrei arrivare a metà, non certo al come va a finire. È un processo che non riguarda la produzione vera e propria, ma la fase precedente, la scrittura». I suoi film sono spesso una commistione di generi. Comedefinirebbequesto? «In Django c'è Nonpredicare... spara!, c'è BossNigger, ci sono gli spaghetti western, ma anche i western americani, e i black western. È la storia di uno schiavo liberato che si allea con un ex dentista reinventatosi cacciatore di teste, insieme cercheranno di liberare e vendicare la moglie di Django, Broomhilda, venduta alla piantagione del terribile Calvin Candie». ÈverocheLeonardoDiCaprioeraentusiastadi fare il cattivo? «Sì, quando gli ho raccontato chi era Calvin Candie, si è dimostrato subito entusiasta. È il suo primo ruolo da cattivo. Un po' più difficile è stato mettere insieme il resto del cast, ci sono state anche un paio di defezioni, Kevin Costner primo fra tutti. Will Smith era stato preso in considerazione per il ruolo di Django ma poi Jamie Foxx ha avuto la meglio. Sei attori sono stati presi in considerazione per il ruolo. Foxx è stato l'ultimo provino fatto. Subito dopo ho preso il telefono e avvisato gli altri cinque che avevo trovato il mio Django». CosaavevaJamieFoxxpiùdeglialtri? «Era un vero cowboy. Jamie è nato in Texas e si è presentato dicendo che aveva già il cavallo e raccontandomi la sua infanzia di ragazzo di colore nel sud degli Stati Uniti. Tony, il cavallo di Django è il cavallo personale di Jamie Foxx». Christoph Waltz invece, ormai sembra essere una presenza costante nei suoi film. «Cosa vorrei far comprendere è la squisitezza della nostra collaborazione, la fiducia che abbiamo uno per l'altro e l'affetto. Con queste premesse è facile e bello lavorare insieme». Ci raccontaanche del rapporto fraFoxxeWaltz? «Ho invitato Jamie Foxx e Christoph Waltz a casa mia e quando si sono incontrati era chiara l'alchimia fra i due. Si sono messi a parlare, tantissimo e non solo di aneddoti o delle loro impressioni sul copione. Hanno parlato delle cose vere. Christoph è austriaco, la sua percezione sui fatti dell'Ottocento riguardo allo schiavismo e alla situazione degli afro-americani negli Usa era per forza di cose diversa dalla nostra, un regista americano, e un attore afro-americano. È stato molto interessante. Alla fine dell'incontro si sono abbracciati». La musica è un aspetto importante di tutti i suoi film,ci racconta comesceglie la colonna sonora? «È un processo che nasce molto presto, spesso in fase di scrittura del copione, altre volte ancora prima, quando penso ad un film scorro nella mia collezione musicale per trovare cosa meglio starebbe per quella trama. È come se cercassi di trovare il cemento che lega insieme la casa che sto cercando di costruire. La prima cosa che devo individuare è la giusta musica per i crediti di apertura, che contestualizza tutto il film. Una volta trovata quella, e se poi è molto buona, allora inizio ad entusiasmarmi, mi viene facile trovare il resto. È un processo che funziona nei due sensi». Cosa intende per due sensi? «Quando scrivo tendo a farlo tutto di un fiato ma quando sono un po' a corto di idee e ho bisogno di una pausa allora mi metto ad ascoltare i brani che ho già scelto, mentre li ascolto è come se osservassi nella mia testa, vedo le scene. E poi mi vedo al Cinerama Dome o al Palais du Cinéma a Cannes, e mi immagino mentre sto guardando il film, e ritrovo le energie per tornare a scrivere». CULTURE Racconta asuomodo loschiavismo dell'America di fine Ottocento... «Cipensavo dadiecianni» IL REGISTAIl mio Django dicolore Quentin Tarantino debutta nellospaghettiwestern FRANCESCAGENTILE LOSANGELES Quelgiovanotto appassionatodelcinema italianodigenere QuentinTarantino (classe ‘63)diventaQuentin Tarantino,cioè autoreculto per i cinefili, col suo secondofilm, «Pulp Fiction», 1994, vincitore dellaPalmad'Oro e diun Oscar per la sceneggiatura.Amantedelgenere, maniacalmentecinefilo, daquesto momento lui stessodiventaun genere: dovec'èsangue, violenzae citazionia piùnon possodai B movie, dagli italiani «poliziotteschi»,horror e western spaghetti, si dice ormai«alla Tarantino».Èsu questocinema, infatti, che ilgiovaneQuentin si è formato. Ha studiatoe continuaa rendere omaggio in tutti i suoi film. Come nel penultimo «Bastardi senza gloria», ispiratoda«Quel maledetto treno blindato», film di guerra,di EnzoCastellari, del ‘78. Inquest'ultimo,«Django Unchained»,poi, l'omaggioallacelebre pellicoladi Corbucci è esplicito fin dal titolo. Il riferimentodirettoè il film diSergioCorbuccidel ‘66 tantocheFrancoNero appare inuncammeo AJamieFoxx il ruolodel protagonista,unoschiavo liberatoedinnamorato LeonardoDiCaprio in«Django» nel remakefirmato Quentin Tarantino Sotto il registasul set del film U: domenica 15 luglio 2012 21
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28 domenica 15 luglio 2012
SEGUEDALLAPRIMA Per trovare qualcosa di simile nel secolo scorso dobbiamo tornare alle guerre mondiali, oppure al '29. E non vi usciremo come siamo entrati. Possiamo ritrovare la via di uno sviluppo sostenibile, pur a saldi decrescenti, rinnovare il modello sociale europeo e salvaguardare le nostre democrazie. Ma possiamo anche precipitare nella depressione economica e nel collasso democratico, finendo preda di populismi e autoritarismi. Rispetto al passato c'è una variabile, in grado di moltiplicare vantaggi e svantaggi. La variabile si chiama Europa. Non c'è soluzione nazionale alla crisi: ma se il percorso europeo è in qualche modo obbligato, al tempo è reso più difficile dagli squilibri interni tra i Paesi e dalle dinamiche nazionali del consenso. Abbiamo una grande responsabilità. Come la ebbero i capi della Resistenza, o i leader dei partiti antifascisti tra il '43 e il '45, o i nostri padri costituenti. Salvare il Paese, innanzitutto le classi più deboli, e ricostruire una democrazia partecipata. Salvare il Paese vuol dire anche salvare l'Europa. E salvare la democrazia vuol dire affrontare la più grande e inedita battaglia del nostro tempo: contro la servitù che la finanza globale impone alle istituzioni statuali. Ma il nostro dibattito pubblico smarrisce spesso il senso di questo passaggio d'epoca (eppure 100 punti di spread costano agli italiani 3 miliardi di euro l'anno, cioè posti lavoro, servizi, risorse per la scuola e la ricerca). In certe élite italiane, preoccupate soprattutto di preservare le distorsioni del capitalismo nostrano dagli effetti della globalizzazione, va di moda sostenere il governo Monti in chiave anti-partitica e al tempo stesso strizzare l'occhio al populismo di Grillo: salvo poi accorgersi, quando si alza lo spread appunto, che la soluzione tecnocratica di per sé non ci pone al riparo della tempesta. Anche a sinistra però si incontrano superficialità, e talvolta eccessi di tattica. Il tema non può essere il grado di continuità che bisogna fin d'ora assicurare nel dopo Monti: il centrosinistra deve garantire ovviamente il rispetto degli impegni europei e l'azione di risanamento, ma al tempo stesso ha il dovere morale e politico di costruire l'alternativa. Non ci sarà riscatto per l'Italia se alle prossime elezioni non potremo scegliere tra alternative legittime. La ricostruzione democratica del Paese, dopo le macerie del decennio berlusconiano, è parte inscindibile della ricostruzione sociale e civile. Ed è l'altra metà dell'impresa per il risanamento e un nuovo sviluppo. Sbagliano anche coloro che scaricano sul governo Monti tutte le colpe, come se fosse diventato di «sinistra» sostenere che Monti rappresenta la continuità di Berlusconi: questa è una sciocchezza. E lo possiamo dire noi che non risparmiamo la critica ogni volta che - dal decreto salva Italia, alla riforma del mercato del lavoro, alla spending review - ci siamo trovati di fronte a norme che non abbiamo condiviso e che abbiamo cercato, o stiamo cercando, di modificare. Il tempo del governo tecnico è esattamente il tempo di una battaglia, non di una tregua. Per questo va utilizzato al meglio. Per cambiare la legge elettorale. Per affrontare l'emergenza con serietà e anche con spirito critico verso le ricette sbagliate del passato. Per cercare in Europa le alleanze giuste, ora che la Francia di Hollande ha aperto la porta ad un cambiamento di strategia. Per costruire il programma e le alleanze sociali dei progressisti, a partire da una più equa distribuzione dei sacrifici oggi. Nessuno può permettersi di far prevalere interessi egoistici. Tanto meno può farlo il Pd, partito su cui poggia il carico maggiore della responsabilità nazionale. C'è una tenaglia che vuole schiacciarlo: da un lato il populismo di Berlusconi, che cerca solo di salvare i resti del suo ex-partito, dall'altro il populismo di Grillo, che soffia sul fuoco della sfiducia senza rispetto per la povera gente che sarebbe travolta dai propositi di lasciare l'euro oppure di dichiarare l'insolvenza del Paese. Dalla crisi si esce con una svolta. Che va preparata oggi. L'emergenza non può diventare una formula politica. Non ci sarà una soluzione tecnocratica o oligarchica alla crisi. Questione democratica e questione sociale sono legate a doppio filo: è la prova del fuoco per il Pd. Anche un fallimento avrebbe una drammatica portata storica per la sinistra italiana. ANOI,QUAGGIÙNELSUD,EINCALABRIAINPARTICOLA-RE,NONSPAVENTACIÒCHERITORNA.NEABBIAMOVIste troppe. Saraceni sulle coste, briganti tra i monti, spagnoli, borboni e terremoti ovunque (qui il verbo «spagnarsi» vuol dire ancora «avere paura». Anche se oggi sarebbe più attuale «tedescarsi» o «merkelarsi», e chissà che non ci si arrivi, per il prossimo Zingarelli). E poi Savoia, Democrazia cristiana, vassalli valvassori e valvassini di quasi ogni partito. Per noi la cometa di Halley, col suo carico di sventure, passa ogni dieci anni circa (ma negli ultimi diciassette anni, certo, è passata molto più spesso, praticamente a ogni tornata elettorale, amministrative incluse). Dunque nel condominio-centro sociale-centro di coltivazione diretta e indiretta di democrazie e tolleranze non siamo precisamente spaventati da questa pur spaventosa minaccia del ritorno dei morti viventi. Ma un poco preoccupati sì. «Io ve l'avevo detto» va gongolando commare Mille-e-una-notte, che è l'ala catastrofista del movimento nonché appassionata cultrice dell'«iotelavevodettismo» (la prima causa di divorzio in Italia e forse nel mondo). «Quello lì l'osso non lo molla», aggiunge, ma senza mai pronunciare il nome di Silvio, come si fa con Voldemort nel mondo di Harry Potter. «Lo sapevamo tutti, che Berlusconi sarebbe tornato» replica zia Mariella-Hermione, scandendo bene le sillabe, solo per non darle soddisfazione e infrangerle il tabù linguistico: le parole, dopotutto, sono la prima risorsa etica di cui disponiamo. Che poi è il motivo per cui la colonizzazione del linguaggio e dei linguaggi fatta dal berlusconismo è stata quasi più rovinosa e devastante di tutto quello che ha fatto o disfatto. «Ma non crediate che ora sia più difficile di prima, rifondare questo Paese» ha aggiunto, gnomica. Perché il problema non è certo Berlusconi e il suo folclore – che pure, inspiegabilmente continua a sedurre qualcuno (nel quartiere c'è ancora la fidanzata del prete, a sospirare e dire «Quando c'era Lui, caro Lei») – ma l'aumento vertiginoso di sfiducia e disaffezione, le dimissioni di massa da cittadini ed elettori che, in questi anni e – ahinoi – in questi mesi sono state presentate senza che nessuno si disturbasse a preoccuparsene o si sentisse, anche solo vagamente, responsabile. «Quello che ci spaventa, ora – dice la zia combattente calabra, che pure è impavida per statuto e per dna – è fare i conti con le macerie morali: il partito che ha la maggioranza, in questo momento, è il partito del disincanto. Un avversario, quello sì, spaventoso». «E allora, zia?» le abbiamo chiesto, inquieti. «Allora disincantiamoci dal disincanto. C'è un Paese da rigovernare». Ilpunto Eppure la concertazione salvò il Paese dal baratro Sergio D'Antoni Deputato Pd IERI, A CASTIGLIONCELLO, NEL CORSO DELLACERIMONIA PER IL CONFERIMENTO DEL PREMIO CHE porta il nome di Giovanni Spadolini ricevuto insieme a Gustavo Zagrebelsky - ho affrontato, nel mio intervento, un tema rimasto di strettissima attualità nel dibattito politico. In una intervista rilasciata al Corriere della Sera del 9 agosto 1992, Spadolini affermò: «Non si tratta di confinare le forze politiche tradizionali in una specie di museo archeologico. Si tratta di far sì che i partiti italiani ritrovino la via che la Costituzione aveva tracciato per loro, una via troppo spesso abbandonata: quella di contribuire a determinare, con metodo democratico, la politica nazionale. Guidare la politica e non gestire le banche, le Usl, i teatri dell'opera, l'informazione tv e, perfino, in qualche caso, i giornali. Solo così riavremo il consenso dei giovani, che abbiamo perduto». In Italia non si è avvertito per tempo che un ruolo dei partiti, quello di sostegno fondamentale e anche di supplenza alle istituzioni repubblicane nate dalla Resistenza, era venuto meno proprio per il consolidamento della democrazia e per il divenire la Costituzione sempre più un riferimento dei cittadini, del pluralismo culturale, politico, religioso, territoriale del Paese. I partiti protagonisti della prima fase di vita della Repubblica non hanno saputo governare il necessario cambiamento. Al tempo stesso la divisione del mondo in due blocchi ideologico-militari contrapposti, che attraversò l'Italia rendendo impraticabile per quasi cinquant'anni una reale alternanza nei governi, produsse quella questione morale, denunciata con forza da Enrico Berlinguer, che segnò non solo casi di disonestà personale, ma meccanismi di ingerenza di partiti o loro componenti nella vita economica, negli appalti, nelle aziende di Stato. Da questo tracollo nacque quella che è stata chiamata seconda Repubblica, fondata tuttavia prevalentemente non su una riforma delle istituzioni, ma su leggi elettorali, su una costituzione materiale che tende a prevaricare su quella scritta, su una caduta preoccupante di spirito pubblico, infine su un indebolimento e talora precarietà degli stessi partiti. Nei quasi vent'anni che sono alle nostre spalle si è assistito, più che al rinnovamento dei partiti, al nascere e rapido morire di tante formazioni politiche, messe in campo spesso non per corrispondere a fondamentali innovazioni strategiche, a discontinuità storiche bensì ad ambizioni di singoli protagonisti. Dei partiti la democrazia ha bisogno, anche se non risiede più solo in essi la titolarità dell' agire politico: vi è tuttavia l'esigenza di partiti che siano presenti, magari contribuendo a rinnovarle culturalmente e organizzativamente, nelle famiglie politiche europee; che si caratterizzino per processi decisionali realmente democratici. Vi sono partiti che non hanno neppure svolto, nell'arco di tanti anni, i normali congressi. Una forza politica che può accedere al governo del Paese, deve assicurare trasparenza e partecipazione democratica nella sua vita interna. Solo così si risponde a quanto la Costituzione affida ai partiti. Attuarne l'articolo 49 e approvare una legge elettorale che cancelli il porcellum - dopo il dimezzamento del finanziamento pubblico ai partiti - sono prossimi passi da compiere. Claudio Sardo Asuddelblog A volte tornano... e l'incubo terrorizza il condominio COMUNITÀ UNAPESSIMARICOSTRUZIONESTORICA.UNACRI-TICA SBAGLIATA E SMENTITA DALLE ESPERIENZE di altre grandi nazioni europee. Un attacco gratuito, che rischia solo di allargare il solco tra governo e il corpo sociale. Le parole di Mario Monti sulla concertazione, «origine di tutti i mali contro cui lotta l'Italia», evocano un pregiudizio che si fatica a non definire ideologico. La concertazione ha contribuito a risolvere i problemi del Paese, non certo a crearli. Ce lo ricorda l'esperienza del '92-'93 con gli accordi dei governi Ciampi e Amato, che tirarono fuori l'Italia da un terribile vortice inflazionistico rilanciando crescita, occupazione e valore reale dei salari. Quel biennio pose le basi di un risanamento che ci permise di entrare da protagonisti in Europa e nell'Euro. A spingere il Paese nella palude in cui ci troviamo è stato piuttosto il successivo decennio berlusconiano, in cui la concertazione è stata scientificamente accantonata a favore di una impostazione unilateralista e falso-decisionista. È la retorica disgregante dell'uomo solo al comando che ha letteralmente bloccato il paese. I dati parlano chiaro. Dal 2000 al 2010 la spesa pubblica si è impennata del 45 per cento, passando da 542 miliardi, dove l'aveva lasciata il governo Amato, a 786. Sorte opposta è toccata all'avanzo primario, lasciato al 5 per cento nel 2000 e azzerato prima del 2006. Nello stesso arco di tempo sono poi aumentati paurosamente gli indici relativi alla cattiva distribuzione della ricchezza, con particolare riferimento al divario tra i redditi da lavoro (rimasti immobili) e rendite da capitale (+40 per cento) e a quello relativo al dualismo sociale ed economico Nord-Sud. Ridurre il metodo concertativo a un intreccio di veti incrociati in cui non si decide mai o, peggio, alla più becera pratica consociativa, vuol dire non rendere giustizia alla verità storica. La sfida del nostro tempo consiste proprio recuperare la coesione sociale e ricucire ciò che è stato frammentato in questi lunghi dieci anni. Significa riconoscere a tutti i membri della comunità una parte di responsabilità nel necessario processo di cambiamento. Lavorare per far sentire tutti parte di un percorso comune, in cui si condividono vittorie e sacrifici e ci si assume assieme una parte degli oneri nel complessivo disegno di riforma. I detrattori del metodo concertativo non si rendono conto di quanto la cooperazione dei soggetti collettivi su obiettivi strategici comuni riesca infondere fiducia anche nei soggetti individuali. Concertare vuol dire governare insieme il consenso, allargare il campo delle responsabilità per incidere realmente sulle dinamiche della politica economica, oltre gli interessi delle singole costituency. Non c'è miglior modo per realizzare riforme durature. Lo sa bene la Germania, con il suo sistema partecipato di relazioni industriali. Lo sa bene la Francia di Hollande, che intende costituzionalizzare il metodo concertativo. E in Italia? La modalità «meramente informativa» che ha caratterizzato fino a questo momento gli incontri del governo con le parti sociali, deve lasciare il passo a un confronto costruttivo, realmente partecipativo. Non vuol dire arrendersi a diritti di veto, ma comprendere che dal dialogo operoso dipende la capacità di fare riforme strutturali, perché realmente eque. E di infondere una fiducia indispensabile ad attirare investimenti e creare nuova occupazione. L'analisi Cancellare il Porcellum Primo passo da compiere Vannino Chiti Vicepresidente del Senato L'editoriale La sfida storica che abbiamo davanti diManginobrioches Maramotti domenica 15 luglio 2012 17
La paralisi del Consiglio di Sicurezza dell'Onu sulla crisi siriana equivale a «un permesso al massacro». Un j'accuse pesantissimo, tanto più significativo perché a pronunciarlo è il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, facendo riferimento alla strage di giovedì a Tramseh e ai suoi oltre 150 morti. Il numero uno del Palazzo di Vetro ha chiesto al Consiglio di Sicurezza, ancora diviso sulla crisi siriana, di «inviare un messaggio forte a tutto il mondo, dicendo che ci saranno conseguenze» se il regime di Damasco non rispetterà le risoluzioni Onu e il piano di pace di Kofi Annan, ritirando i militari e le armi pesanti dalle città siriane. «Chiedo a tutti gli Stati membri (del Consiglio di Sicurezza, ndr) di prendere una decisione collettiva e determinata per fermare immediatamente la tragedia in Siria», ha dichiarato Ban. «L'inazione equivale a un permesso al massacro», ha insistito, definendo la strage di Tramseh «un massacro orribile». A parole, la condanna del regime di Bashr al-Assad è quasi unanime. E durissima. A parole. Il segretario della Lega Araba Nabil el Araby ha bollato come «crimine odioso» il massacro di Tramseh, sostenendo che, come nel caso della strage di Hula, si tratta di «pulizia etnica». In una dichiarazione sul sito della Lega, el Araby ha detto che la responsabilità di questo crimine ricade sul regime siriano che «utilizza armi pesanti per aggredire i civili». El Araby ha fatto appello – l'ennesimo di una interminabile serie - al Consiglio di Sicurezza Onu perché adotti una risoluzione vincolante che obblighi Damasco a cessare le violenze. «Non c'è più molto da dire riguardo alla Siria. Questo massacro disumano, questo tentativo di genocidio non sono altro che segnali premonitori della caduta del regime», incalza Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan. Da Ankara all'Eliseo. Nel corso di un recente incontro a Parigi, «ho detto al presidente Vladimir Putin che la cosa peggiore che possa succedere è una guerra civile in Siria e che bisogna lavorare insieme per trovare una soluzione politica ed evitare una guerra civile. Siamo ancora in tempo», dichiara il presidente francese, François Hollande Ma il tempo in Siria non lavora per la pacificazione. Il tempo, in Siria, è scandito da massacri pressoché quotidiani. I morti, dall'inizio della rivolta, sono oltre 17mila, in gran parte civili, e ancor di più sono gli sfollati. Sono ormai praticamente a quota 40mila i profughi e disertori siriani rifugiati in Turchia secondo la Direzione per la gestione delle emergenze e dei disastri (Afad) di Ankara. Ai 38.914 siriani ospitati già l'altro ieri nelle province lungo il confine, si sono aggiunti ieri altre 549 persone in fuga dai combattimenti in corso nel Paese arabo. Nove degli ultimi arrivati, feriti, sono stati ricoverati negli ospedali della provincia turca di Hatay riferisce l'agenzia Anadolu. Fra i profughi che hanno trovato rifugio in Turchia ci sono 4511 minori. L'ATTACCO DEISOLDATI Intanto centinaia di soldati siriani, supportati da elicotteri da combattimento, hanno attaccato ieri una città nel sud del Paese. «I soldati sono entrati senza incontrare resistenza, perché i ribelli dell'Esercito libero siriano hanno lasciato la città», ha raccontato Bayan Ahmad, attivista della città di Khirbet Ghazaleh, nella provincia di Daraa. L'attacco è stato riferito anche dall'Osservatorio siriano per i diritti umani. «I bombardamenti hanno causato il ferimento di decine di persone, ma noi non abbiamo i mezzi necessari per curarle», ha aggiunto l'attivista. Un convoglio di 11 mezzi Onu è arrivato ieri a Tramseh, stando a quanto riferito dal portavoce della missione delle Nazioni Unite, Sausan Ghosheh. Una pattuglia di ricognizione si era recata l'altro ieri nel villaggio nel centro della Siria, per garantire il via libera agli osservatori, ha ricordato Ghosheh. Venerdì la pattuglia «ha valutato la situazione per accertarsi che i combattimenti fossero cessati e che avessimo accesso alla città» e sabato, «abbiamo inviato un convoglio per verificare i fatti». Ancora cronaca di guerra: almeno 30 persone, di cui 22 civili, sono rimaste uccise ieri nelle violenze in Siria, dopo le 120 contate l'altro ieri, secondo l'Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus). L'organizzazione non governativa, con sede a Londra, precisa che sette civili, compresi una donna e quattro bambini, di cui tre della stessa famiglia, sono morte quando un proiettile di mortaio è caduto sulla casa in cui si trovavano nel quartiere di Al Jubeila a Dayr az Zor. Sei ribelli sono invece stati uccisi in scontri con le forze governative vicino alla frontiera con la Turchia, nella cittadina di Al Tel. E la mattanza continua, mentre all'Onu va in scena il solito copione. ILCOMMENTO ENZO BIANCHI Èunaprimaassoluta per la televisionedi statoegiziana. La nuova corrispondentepresso lapresidenza saràunagiornalistavelata.Lo ha stabilito la redazione centrale dell'emittentepubblica cheha nominatoLamiaa Mouafi, scrive il quotidianoal Shorouk. La decisione hagiàscatenato unaondatadi polemicheanche se la politica di non consentirealle giornaliste velate di andare in video si ègiàammorbidita dopo larivoluzione che, a febbraio delloscorsoanno, ha rovesciato Mubarak.Mouafi lavorada dodici anni alla tv pubblicaeda ottoporta il velo, il che l'aveva tenuta lontano dalvideo e leconsentivadi fare i suoi servizi per la radio pubblica. Nellacampagna elettoraleper lepresidenziali, leè statoaffidato l'incarico di seguire MohamedMorsi.Con lavittoriadel candidatodei Fratellimusulmani la televisioneha decisodi confermarla. Il Concilio è ancora la bussola per le difficoltà della Chiesa I talebani si tirano indietro: non siamo stati noi ad uccidere Ahmad Khan Samangani, deputato, ex-comandante guerrigliero, uno dei personaggi più influenti dell'etnia uzbeka che abita il nord dell'Afghanistan. L'attentato ieri mattina ad Aybak durante una festa nuziale. La sposa è la figlia di Samangani. Gli invitati vanno e vengono. Uno arriva, abbraccia il padre della giovane. Ed è subito inferno. Sotto il vestito nascondeva una bomba. L'esplosione dilania l'assassino, la vittima designata e altri 22 ospiti, fra cui il capo dell'intelligence locale. I primi sospettati sono i seguaci del mullah Omar. L'attentato kamikaze è una delle loro armi d'attacco preferite. Ma il portavoce Zabiullah Mujahid, abituato a rivendicare orgogliosamente assalti e stragi, esclude che la sua organizzazione «abbia un ruolo nella vicenda». E spiega: «Ahmad Khan era un personaggio notorio e molta gente potrebbe avere avuto problemi con lui». A partire da Rashid Dostum, che attraverso i decenni ha conteso a Samangani il controllo delle zone uzbeke e delle milizie del nord. Una faida fra fazioni locali? In Afghanistan situazioni simili sono la norma. Ma c'è un'altra ipotesi. I mandanti dell'omicidio potrebbero appartenere al Movimento islamico uzbeko, un gruppo fondamentalista alleato ad Al Qaeda, che opera a cavallo della frontiera fra Afghanistan e Uzbekistan. Due comandanti del gruppo sono stati arrestati nei giorni scorsi. L'attentato potrebbe essere una ritorsione, visto che Samangani è considerato un amico del presidente Karzai. Storie complesse di violenza e di alleanze, esemplari della situazione in cui versa l'Afghanistan. Dove il conflitto principale fra il governo di Kabul spalleggiato da Usa e Nato e il movimento talebano si interseca con una miriade di lotte tra fazioni a carattere regionale. Dove non è chiaro quanto la strategia dei nazional-integralisti che fanno capo al mullah Omar sia in sintonia con le scelte delle milizie qaediste internazionali e dei cosiddetti talebani pakistani. Afghanistan, il giallo della strage al matrimonio GABRIELBERTINETTO gbertinetto@unita.it Lagiornalistavelata allatvpubblica SEGUEDALLAPRIMA I «padri conciliari» ancora vivi sono pochissimi e più nessuno esercita ancora un ministero pastorale (il teologo Joseph Ratzinger vi prese parte come «perito»), abbondano ormai studi e ricostruzioni storiche basate su archivi, diari e documenti di ogni tipo... Eppure la lettura non può essere «distaccata» perché le energie spirituali suscitate e i cambiamenti innestati dal Concilio sul tronco vivo e vitale della tradizione bimillenaria della Chiesa sono attualissimi ancora oggi, nonostante vi sia chi, anche nella Chiesa purtroppo, lavora contro quella che Giovanni Paolo II definì «la grazia più grande fatta da Dio alla Chiesa del XX secolo … l'evento ecclesiale più significativo e determinante». Davvero il Concilio resta ancora da attuare pienamente: non si dimentichi che, ancora all'inizio del nuovo millennio il Papa aveva chiesto a tutte le Chiese locali di interrogarsi sulla ricezione del Concilio e di ritornare ai testi emanati dal Vaticano II, in modo da conoscerli e assimilarli. Del resto la storia ci insegna che eventi epocali come un'assise ecumenica necessitano di diversi decenni per divenire patrimonio condiviso da tutta la Chiesa e questa progressiva assimilazione non può essere accelerata semplicemente da mezzi di comunicazione più rapidi. Tuttavia chi ha vissuto con consapevolezza la Chiesa negli anni precedenti al Concilio può misurare il cambiamento, leggendo con relativa oggettività e soprattutto con uno spirito di ringraziamento il cammino già percorso. La vicenda cristiana è un «ricominciare» sempre, nella vita del singolo cristiano come nella vita della Chiesa: mutamento quindi non significa che il Vangelo cambia, ma - come osava dire il beato Giovanni XXIII - che siamo noi, la Chiesa, a comprenderlo sempre meglio. In questo senso appare sterile e artificiosa una polarizzazione tra «rottura» e «continuità»: la Chiesa non è tanto un'istituzione quanto il corpo di Cristo, un organismo vivente che conosce stagioni e che esige la «riforma», la quale sempre dovrebbe ricondurre gerarchia e popolo di Dio a una rinnovata fedeltà al Vangelo e al suo Signore. Se anche oggi vi è chi piange sulla situazione della Chiesa e scorge segni di disfacimento e di crisi, in realtà il fuoco ardente del Vangelo è ancora ben presente sotto la cenere: basta un fascio di legna secca, un bastone per scostare la cenere, un soffio e la fiamma torna a riaccendersi, a illuminare e scaldare. Basterebbe pensare alla qualità della fede di molti cristiani quotidiani, alla consapevolezza della chiamata universale alla santità cristiana, alla presenza della parola di Dio al cuore delle comunità ecclesiali, alla capacità di dialogo che la Chiesa ha acquisito nei confronti delle altre confessioni e delle altre religioni... Non si tratta di fare una lettura apologetica degli anni post-conciliari: inadempienze al Vangelo e contraddizioni in diversi ambiti e su diversi temi sono ancora presenti, ma la strada imboccata con il Concilio per ora non è smentita, né dimenticata. Se volessimo evidenziare un aspetto che ancora attende piena realizzazione è che la Chiesa, scopertasi con il Vaticano II essenzialmente «comunione», lo diventi in profondità, fino a essere «casa comune» per tutti i cristiani e, di conseguenza, scuola di comunione anche per tutti gli uomini. La sinodalità deve trovare nuove vie per esprimersi; l'unità della chiesa deve inventare strade di maggior comunione e corresponsabilità tra vescovi, presbiteri e fedeli, pur nella differenza dei doni e dei ministeri; la ricerca della verità deve sempre più manifestarsi nella dolcezza della compagnia degli uomini. Forse proprio in questo campo il Concilio può essere una chiara bussola per orientare con rinnovato slancio il continuo cammino di ritorno della Chiesa al suo Signore. MONDO «Siria, se l'Onu non agisce è licenza di massacro» L'autobomba esplosa venerdì sull'autostrada Mazzeh a Damasco FOTO EPA/SANA/HANDOUT L'ira di Ban Ki-Moon dopo il massacro al villaggio di Tremseh Hollande, duro attacco a Cina e Russia Ancora bombe a Homs UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it EGITTO . . . Cinquant'anni fa l'assise ecumenica convocata da Giovanni XXIII: ancora va attuata pienamente domenica 15 luglio 2012 13
ILCASO APalermo è il giorno delFestino di Santa Rosa-lia. E Giuseppe Lupospera nel miracolo:«La processione diquesta sera è la prima senza la destra al governo della città, c'è un'aria diversa». Il miracolo siciliano sarebbe il successo di un'alleanza di centrosinistra con i moderati dell'Udc, «una sintonia nuova per il governo della Regione, il superamento delle lacerazioni che hanno segnato le amministrative palermitane». Il segretario siciliano del Pd è un fondista più che uno scattista, più che a un intervento della Santuzza si affida al tempo galantuomo: al varco, dopo le amministrative, lo aspettava una mozione di sfiducia del parlamentino di partito che non è andata nemmeno al voto, resa obsoleta dai risultati elettorali. All'ultima direzione, lunedì scorso, ha ottenuto una larga maggioranza sulla sua linea, 4 i voti contrari, 4 gli astenuti. E il perno della sua politica è l'aver «escluso ogni possibilità di alleanza con Lombardo e i lombardiani», quale che sia il nome che si darà il movimento politico che fa capo al presidente della Regione. E a rafforzare l'intento di chiudere in modo irreversibile la «pagina triste del governo Lombardo» c'è la mozione di sfiducia presentata insieme all'Udc. Non è stata messa ai voti, spiega Lupo, «perché il presidente dell'Ars ha deciso che lo farà solo se Lombardo non mantenesse l'impegno di dimettersi il 31 luglio», ma «per noi è come se fosse stata votata». Il segretario Pd va giù duro contro il presidente della Regione e, se Gianpiero D'Alia, segretario Udc chiede il commissariamento della Regione, Lupo non si tira indietro: «Lombardo va fermato, non gli si può consentire di fare e disfare, trasformando il governo della Sicilia in un comitato elettorale». Martedì si vota la legge blocca nomine, «per noi - sostiene Lupo - è inaccettabile che Lombardo utilizzi i poteri presidenziali per occupare ogni spazio di potere, dalle nomine di nuovi assessori a quelle delle partecipate fino alle aziende ospedaliere». E in questa gestione da “ultimi giorni di Pompei” è in tutto coinvolto l'assessore alla sanità Massimo Russo, «che ha fatto qualcosa di buono per il risanamento dei conti e non per la qualità dei servizi, e ora sta cercando di costruire la sua personale forza politica candidando medici e operatori sanitari». «Lombardo va fermato», dice il segretario del Pd, «va fermato questo saccheggio elettorale, anchecon interventi del governo nazionale, perché il governo tecnico non c'è più, sostituito dal monocolore di una sola persona, senza più maggioranza». Lupo ricorda che sono state le stesse forze sociali, imprenditoriali e sindacali, a consegnare a Napolitano, quando è andato a Corleone per i funerali di Stato a Placido Rizzotto, a chiedere il commissariamento. Però il Partito democratico è stato una colonna portante del governo Lombardo. Giuseppe Lupo spiega così la parabola: «Noi abbiamo sostenuto un governo tecnico nell'emergenza, ma non siamo mai stati per il ribaltone». Il governo tecnico rispondeva a una situazione di emergenza, ma «è venuto meno il consenso delle stesse forze economiche siciliane che lo hanno sostenuto». La Sicilia ha il tasso di disoccupazione più alto d'Europa, uno dei Pil più bassi e spreca le risorse europee, «Io chiedo le elezioni dalla primavera del 2011 ma il governo Lombardo è politicamente morto il 1° marzo, quando per la prima volta nella storia della Sicilia imprenditori e sindacati hanno manifestato insieme sotto Palazzo d'Orleans». PRIMARIE SÌPRIMARIENO Ora il nodo è portare tutta la coalizione al tavolo con i moderati dell'Udc, «costruiamo insieme le linee guida del programma con le forze di centrosinistra - sottolinea Lupo - poi al confronto con Udc». D'Alia effettivamente ha detto che in Sicilia c'è più vicinanza con il Pd ma non avrebbe problemi a parlare con il Pdl, se non fosse diviso. «Il Pdl - analizza Lupo - in Sicilia è in macerie». Mentre l'alleanza fra progressisti e moderati che propone Bersani «ha una particolare ragion d'essere nella situazione disastrosa dell'isola, per aprire una fase drammatica di ricostruzione, di riscatto civile». Fra tavoli e incontri sulle linee programmatiche resta irrisolto il nodo delle primarie. «O si trova una figura capace di unire», dice Lupo che sembra preferire questa soluzione, «oppure si faranno primarie di coalizione». Questo significa che attualmente «il Pd non ha candidati», Rosario Crocetta, europarlamentare del Pd ha posto la sua candidatura ma non è espressione del Partito democratico. Piero Grasso, di cui pure è circolato il nome, «sarebbe una candidatura eccellente» ma «in considerazione del suo delicato incarico di procuratore antimafia, io non propongo né commento». puto tacere persino lui. Perchè in effetti aver disvelato il piano ora, in piena estate e in pieno attacco speculativo, non serve certo al pdl. Semmai è un favore agli altri, al Pd e all'Udc che finalmente sanno contro chi dovranno combattere. Nel colloquio con Vespa, Berlusconi conferma che vorrebbe avere «Alfano al suo fianco» in un ipotetico ticket. Ma il segretario, presente al colloquio, rassegna il suo passo indietro. «Il candidato è lui, io mi occupo del partito». Smentite voci di ticket con donne legate al mondo dell'impreditoria. Con chi, con quale simbolo (l'Aquilone è suggestivo perchè, si spiega, «è il sogno di tutti perdere la gravità e volare in alto ma è solo una delle ipotesi») e quale nome, sembrano al momento solo dettagli. Quello che farà la differenza sono la riforma istituzionale che Berlusconi declina con l'unica voce del «presidenzialismo» e la riforma elettorale che deve prevedere il premio di maggioranza al partito. E le preferenze che sgombrerebbero il campo dal problema di chi candidare e chi lasciare a casa visto che, fatti due conti, nella prossima legislatura i parlamentari del Pdl potrebbero essere dimezzati. Una volta in lista, con il meccanismo delle preferenze, dipende solo da loro riuscire a farsi eleggere. Tra i berluscones serpeggia l'idea che «il Capo si sia buttato in campo senza avere le idee troppo chiare». È difficile per tutti, anche per i più vicini, avere informazioni certe su tempi e modi. Alla fine il più informato resta sempre Alfano «perchè tra i due c'è una vera amicizia». E Berlusconi, si sa, tra tanti difetti, ha il pregio di non tradire chi gli ha dimostrato di essere fedele. La riunione con gli industriali domani a villa Germetto potrebbe essere già una buona occasione per saperne di più. In campo, ad esempio, per vincere? O solo per salvare il partito? Diego Volpe Pasini, dalle stelle del ruolo di nuovo guru alla polvere per via di dichiarazioni «drammatizzate» e di cui «sono dispiaciuto e mi scuso» su Alfano «in lacrime» e «distrutto dopo l'annuncio», è convinto che Berlusconi scenda in campo «per vincere. O anche solo per pareggiare che nel 2013 sarebbe come vincere» visti i numeri da cui parte il partito e che si aggirano, senza il Cav., tra il 16 e il 18 per cento. È persuaso, il politico friulano («non sono il consulente ma un amico che collabora dando idee che sono ancora nella fase dell'analisi e neppure in quella della sintesi»), che la soluzione per Berlusconi, visto che prima non è stato cambiato nulla, è una sola: «Resta il Pdl e Berlusconi crea una sua lista satellite». Si torna al progetto della bad company, il Pdl, con tutte le sue magagne, i vecchi coordinatori (che più di tutti infatti dicono il peggio possibile di Volpe Pasini) e le ingombranti veline e velone. E alla nuova lista, facce nuove, quarantenni non compromessi con la politica nazionale ma magari con buone performance a livello locale. Gli Alfano boys, chi più di tutti ha scommesso sul segretario. Che venerdì, per l'appunto, ha chiuso con serenità e maestria la convention dei Cristiano riformatori. Leggeelettorale, èscontro sullepreferenze Ma è caos pure su Berlusconi Sicilia, il segretarioLupo: «Attopolitico importante lamozionedisfiducia alpresidentedellaRegione presentata insieme aimoderati» JOLANDABUFALINI jbufalini@unita.it IlPdlalza ilmuro di fronte alla posizioneespressa daBersani sulla riformaelettorale, che ritiene «inaccettabile»per il no alle preferenze. Il tutto allavigiliadi una settimanaclou per la riformacon il comitato ristrettodellacommissione affari costituzionalidelSenato che torneràmartedìa riunirsie nella quale i partitidovranno metterenero subianco leproprieposizione in materia.Allostato, dunque, èdifficile ipotizzarechesi arrivi ad unasintesi nei 10giorni che ilSenato siè preso perprovare aelaborare un testo, al nettodi novitàche potrebbero arrivaredalla segreteriache la Lega haconvocatoper lunedì proprio sulle riforme,ma anchedalvoto che dovrebbeesserci inAula laprossima settimanadove, all'ordinedelgiorno, ci sarannogli emendamenti sul presidenzialismovoluti dal Pdl. Raffaele Lombardo FOTO DI MAURO SCROBOGNA /LAPRESSE Il segretario Pdl Angelino Alfano con i capigruppo Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri FOTO ROBERTO MONALDO / LAPRESSE Il Pd: «Lombardo va fermato Patto fra centrosinistra e Udc» ILCASO QUANDOBERLUSCONIFAUNACOSA,È PERCHÉHAGIÀ SENTITOSONDAGGISTI, PROFESSIONISTIDEL MARKETING e maghi della comunicazione. E dunque: se sulla scrivania di Palazzo Grazioli c'è in pista di lancio «L'Aquilone», è perché quella bella riunione di cervelli ha valutato che al restyling del centrodestra gioverà la più banale delle associazioni di idee che il nome suggerisce. Quella con i bambini, le scuole per l'infanzia, o al limite le case vacanze. Oppure l'idea è farina del sacco di Berlusconi. In tal caso, di sicuro il Cavaliere si sarà accorto che non mancano in Italia neanche le case di cura e le case di riposo che, giustamente, dovendo trasmettere un'idea di pace e di serenità ai loro anziani ospiti, ricorrono volentieri all'immagine dell'aquilone, sempre costellata da larghi cieli azzurri, spazi aperti e liberi. «C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole», dice lieto il poeta. Peccato che la poesia dedicata all'aquilone, che comincia con gaie grida di fanciulli e arditi colpi di vento, finisce in improvvisa tragedia, con un urlo strozzato e la morte prematura di un compagno di giochi. E la domanda mesta del poeta, se non sia meglio morire prima di conoscere le delusioni dell'età adulta. Non è questa la sorte nera che auguro all'aquilone di Berlusconi. Ma immagino come possano prenderla i maggiorenti di quello che fu un partito, poi una casa, infine un popolo, e si ritrova ora ad essere una comitiva di ragazzini in gita (nonostante la non più verde età). Io già li vedo, Alfano o Gasparri, La Russa o la Brambilla, partecipare a comizi e manifestazioni, provando al termine a lanciare sorridenti nel cielo un bell'aquilone variopinto. Oppure no: non ce li vedo. L'unico che può farlo è lui, Berlusconi, e qualche nuovo candidato di bell'aspetto e giovanili speranze. Non è il ritorno a Forza Italia, che col nome dava invece un segnale di energia e combattività, ma una cosa torna, una si sublima, e un'altra infine si aggiunge. Quel che torna è la volontà di dribblare il principio di realtà, che era già nei primi sfondi azzurrini del Cavaliere. Quel che si sublima e tocca il suo culmine è l'alleggerimento da vincoli e strutture (e soprattutto da metodi democratici di partecipazione) come forma dell'azione politica di un partito ancora e sempre carismatico e personale. Quel che si aggiunge è l'infantilismo come fase suprema del berlusconismo. Che non può neppure essere (soltanto) ridicolizzato. Sondaggisti, professionisti del marketing e maghi della comunicazione, infatti, insegnano: l'infantilizzazione dei consumi è un fenomeno in costante crescita, è anzi l'ethos del capitalismo contemporaneo, ed è l'unico mercato che non crolla. Non solo, ma accompagna e favorisce la privatizzazione del cittadino e il restringimento della sfera pubblica. Perciò sorridiamo ma pensiamoci: la sfida c'è, non è una scampagnata all'aria aperta. L'Aquilone della libertà per l'eterno fanciullino ILCOMMENTO MASSIMOADINOLFI domenica 15 luglio 2012 5
Sarà anche «futurista», come lo ha definito chi lo ha dato, ma lo schiaffone ha prodotto non solo un occhio nero a Filippo Rossi, direttore del quotidiano on line "il Futurista" e direttore artistico di "Caffeina". Rossi è stato aggredito la scorsa notte. al termine di una serata della kermesse culturale in corso a Viterbo, da alcuni militanti di Casapound guidati dal leader Gianluca Iannone che ha colpito il giornalista. Secondo quanto ricostruito dalla polizia, intorno all'1,30 Rossi si era fermato con alcuni membri del suo staff nello stand della segreteria operativa della manifestazione, in piazza san Pellegrino, per fare il punto della serata, quando sono arrivati alcuni esponenti dell'associazione di destra. Secondo la vittima dell'aggressione, «Gianluca Iannone mi ha avvicinato chiedendomi di parlare, mi ha detto che dovevamo entrare in segreteria perché doveva parlare con calma, ma a quel punto ha cominciato ad aggredirmi verbalmente, ad accusarmi, a darmi dell'infame». «Alla fine - continua Rossi - mi ha dato una manata, un cazzotto sull'occhio, io sono cascato a terra e un altro dei suoi mi ha dato un calcio e mi ha sputato in faccia». Sarebbe stato identificato intanto anche il secondo aggressore, il giovane che ha colpito Rossi con un calcio mentre era disteso sul pavimento a causa dello «schiaffo futurista» che gli era stato inferto pochi istanti prima da Iannone, fondatore e presidente di Casapound Italia. Si tratterebbe di un giovane militante viterbese. Dopo alcuni interrogatori, la Digos avrebbe individuato quasi tutti i componenti del gruppo che ha accompagnato Iannone, anche se solo quattro di loro sono entrati all' interno del locale in cui è avvenuta l'aggressione. Nella maggior parte dei casi si tratterebbe di giovani viterbesi. INCHIESTADELLAPROCURA La procura della Repubblica di Viterbo avrebbe aperto un fascicolo e la Questura sta procedendo d'ufficio per il reato di lesioni. Rossi ha avuto una prognosi di 5 giorni per una ecchimosi nella regione orbitale sinistra. Le acredini tra Rossi e Iannone affondano le radici nell'agguato di Firenze dello scorso dicembre, quando un «simpatizzante» di Casapound uccise due senegalesi e ne ferì altri quattro in un raid razzista nel centro di Firenze. Un episodio da cui il movimento però prese subito le distanze. «Conoscevo superficialmente Iannone - ricorda il giornalista - ma con lui ho avuto una serie di polemiche sui social network» dopo l'agguato di Firenze. «Il fatto che mi abbia aggredito dopo tanti mesi conclude - dimostra che è stata un' azione a freddo, quindi più pericolosa». «Quante storie per uno schiaffone futurista come quello di Umberto Boccioni a Ardengo Soffici, che il direttore de “Il Futurista” dovrebbe conoscere bene, niente di più, altro che spedizione punitiva. Questo il senso di quanto è accaduto ieri notte a Viterbo - ha spiegato Gianluca Iannone - Una discussione tra vecchi amici che amici non sono più, in cui la ricerca di un chiarimento verbale è finita in un gesto di marinettiana memoria, dopo che Rossi, che più volte è venuto a Casapound a parlare, ha ripetutamente diffamato il nostro movimento in maniera del tutto pretestuosa». Solidarietà bipartisan è stata espressa da tutti i partiti politici, con i dirigenti di Fli in testa a condannare quanto avvenuto. Ha parlato di «vile aggressione» il presidente della Camera Gianfranco Fini, mentre il vicepresidente del partito, Italo Bocchino, ha scritto: «Tutti con Filippo Rossi contro la violenza». Vicinanza a Rossi e condanna dell'aggressione è arrivata anche da tutte le istituzioni locali, dal sindaco di Roma Gianni Alemanno al presidente della Provincia Nicola Zingaretti, al presidente della Regione Lazio, Renata Polverini. E ancora da esponenti del Pd e di Sel. Su Twitter Roberto Saviano, in passato già ospite della manifestazione “Caffeina”, ha definito l'agguato un'«aggressione fascista, inspiegabile, ottusa e criminale». PINOSTOPPON ROMA Aggredito a Viterbo il direttore de «Il futurista» e ideologo di Fli Il leader Iannone «Solo uno schiaffone» «Prima di tirarmi il pugno mi ha gridato “sei un traditore”. Ma traditore rispetto a che? Io non ho niente a che fare con questo, con questi mondi, da anni. Con Iannone avrò scambiato trenta parole, non sono in alcun modo “contiguo”. Sono loro a considerarmi affine: io li guardo e li analizzo da fuori, come cosa altra». Con l'occhio sinistro blu tumefatto e una notte insonne passata tra pronto soccorso e questura dopo essere stato picchiato (un pugno, un calcio, uno sputo in faccia) dal fondatore di Casapound Gianluca Iannone e altri tre-quattro “fascisti del terzo millennio”, nel pieno svolgimento a Viterbo di Caffeina cultura, Filippo Rossi prova a mettere ordine. E distanza, fra sé e loro. Ex ragazzone lungo lungo, intellettuale finiano, genialoide e instancabile, già autore con Luciano Lanna del proto-neofiniano e speciale saggio “Fascisti immaginari”, presentato proprio nella sede di Casapound a Roma, animatore da sei anni di “Caffeina cultura” («meglio la misticanza che la militanza» era lo slogan dell'anno scorso, quanto di più lontano dalla politica, specie se coi paraocchi), cacciato dal Secolo d'Italia con Flavia Perina e gli altri eretici, infine direttore del Futurista, giornale vicino a Fli che qualche mese fa – con sprezzo del pericolo editoriale – ha fatto divenire quotidiano on-line («ottomila lettori al giorno, senza finanziamenti, stiamo combattendo per continuare»), Rossi è in effetti l'estremo opposto di Iannone e di ciò che rappresenta. Tant'è, che rifiuta di definire «fascista» l'episodio di violenza di cui è stato vittima. «Macché fascista - dice - È stata un'aggressione, e basta. Una spedizione punitiva». Vuolminimizzare? «Per niente. Ho un occhio blu, poteva andarmi peggio, o meglio, ma considero in ogni caso molto grave che siano entrati così, in casa mia, terrorizzando i volontari di Caffeina e le persone che si godevano la serata. Grave e preoccupante. Non so cosa sarebbe successo se mi avessero incontrato da solo». Spiega Iannone che il suo è stato un gesto futurista. «Futurista? Lasciamo perdere». Dice anche che la penna ferisce più deipugni. «E allora, se si è sentito attaccato, poteva rispondermi con le parole». Macosaavetescrittosul Futurista per farloarrabbiare tanto? «Questa è la cosa che mi ha sorpreso e allarmato di più. Credo che sia la risposta al fatto che li ho criticati dopo l'assassinio dei due immigrati senegalesi a Firenze, da parte di un militante di Casapound. Ma è roba che risale a gennaio: vuol dire che è stata un'aggressione premeditata, a freddo». Le è arrivata la solidarietà di Fini, oltre che di tutta Fli, e di Alemanno. Messaggida Storace? «Fini mi ha chiamato all'alba. Storace non lo so, ma che cambia?». Adesso il Futurista moltiplicherà gli abbonamenti… «Se deve accadere per questo, meglio chiuderlo… Scherzo. Noi continuiamo la nostra strada di una politica non militarizzata. Non ci facciamo fermare da schegge impazzite di una politica morta». Nella parodia di Max Paiella il sindaco di Roma Alemanno quando non sa che altro fare balbetta: «Chiamo esercito». Nella realtà, all'indomani dell'ennesima bufera politica scoppiata con l'arresto del vicepresidente del consiglio comunale, Samuele Piccolo, Alemanno manda avanti il suo fedelissimo Luca Gramazio, capogruppo del Pdl, che, mentre l'opposizione invoca l'uscita di scena dell'arrestato e chiama il sindaco a riferire in aula, replica: «La decisione relativa a una sua eventuale sospensione, anche temporanea spetta al prefetto». Come se davvero il caso del “Mr 12mila preferenze” del Pdl indagato per finanziamento illecito dei partiti fosse solo un caso giudiziario e non anche un caso politico, l'ennesimo che travolge l'amministrazione Alemanno. «Il sindaco venga lunedì a riferire in Aula Giulio Cesare sulla vicenda», lo richiama il capogruppo del Pd Umberto Marroni, che incalza anche su un altro capitolo, non ancora indagato dalla magistratura. Quello dei «possibili rapporti intercorsi tra l'amministrazione comunale e alcune aziende capitoline con le società della famiglia Piccolo». Una miriade di cooperative di servizi, che si occupano di pulizie, di assistenza alla persona e di società. Utilizzate con assoluta spregiudicatezza - secondo quanto ricostruito dal Nucleo Tributario della Guardia di Finanza - per frodare il fisco e accumulare il tesoretto servito tra l'altro a finanziare l'ascesa politica del giovane Piccolo nel Pdl. Una parabola la sua che richiama quella di un altro consigliere comunale del Pdl indagato, Francesco Maria Orsi. Finito nel mirino della magistratura per una brutta storia di truffe e riciclaggio di denaro sporco. Anche lui, spuntò fuori dal nulla e fu eletto. Con molti meno voti di Piccolo ma con un bel dispendio di cene, spot, iniziative elettorali. Due vicende parallele. Con un nome, che ritorna anche nelle carte dell'inchiesta che ha portato all'arresto di Piccolo. Quello di Fausto Baccari, «consulente finanziario del gruppo», con un chiaro «vincolo di subordinazione» al fratello del consigliere comunale, Massimiliano Piccolo, vero deusexmachinadelle strategie familiari. Lo stesso Fausto Baccari, che fu iscritto insieme a Orsi nel registro degli indagati più di un anno fa. Un ex socio di Orsi, durante il patteggiamento, raccontò ai magistrati che l'idea di come fare soldi anche in vista della scalata politica del futuro consigliere comunale era stata sua. Anche Orsi è ancora al suo posto in consiglio comunale. Quanto a Piccolo, l'unica certezza è che, essendo agli arresti, domani sarà assente dall'Aula. Così replica il capogruppo del Pdl Gramazio, mentre nei corridoi qualcuno vocifera delle mire di Piccolo anche sull'azienda capitolina Multiservizi. E lo stesso Storace minaccia di non far iniziare i lavori se per allora “Mr preferenze” non si sarà dimesso. «È ora di fare pulizia», scandisce il capogruppo del Pd Marroni: «Dobbiamo votare delibere delicate, sul futuro di Acea e del bilancio capitolino», spiega chiedendo la sospensione di Piccolo. E sollevando il dubbio anche su altri due consiglieri: Giorgio Ciardi e Giuseppe Lafortuna, politicamente (e non solo) vicini a Piccolo. Per Ciardi l'anagrafe degli eletti registra quasi 300mila euro di rimborsi versati dal Comune alle aziende del gruppo Piccolo. «È un degrado ormai irreversibile quello che avvolge l'amministrazione Alemanno», scandisce Massimiliano Valeriani (Pd). E al sindaco «ostaggio degli scontri di potere interni alla maggioranza» suggerisce: «Meglio che getti la spugna». L'INTERVISTA I bravi ragazzi di Casapound Calci e pugni al giornalista Caso Piccolo, «Mr Preferenze» non si dimette. Alemanno tace ITALIA FilippoRossi «Credochetuttonasca dallecritichecheho mosso lorodopogli omicidideisenegalesi commessidaun loro simpatizzante» «Una spedizione punitiva, mi hanno chiamato traditore» MARIAGRAZIAGERINA mgerina@unita.it Gianluca Iannone, leader di Casapound durante una manifestazione FOTO LAPRESSE . . . «Ma io non ho niente da spartire con quel mondo da anni, loro sono una politica ormai morta» SUSANNATURCO ROMA Il vice presidente del Consiglio ai domiciliari, ma il Pdl nicchia Il Pd punta il dito su possibili appalti 14 domenica 15 luglio 2012
CORRE SUL LUNGOMARE DI TRAPANI LA MATTINA PRESTO,ALLE 5,MASSIMOALLE 5EMEZZA ÈGIÀFUORICASA.LASCIALAMACCHINAAVILLAMARGHERITA,imbocca il lungomare e corre. Poi gira a destra per via Cappucinelli e inizia una gimkana sempre diversa dentro la città vecchia, in senso contrario, per ritornare al punto di via. Fa fresco a quell'ora e l'aria profuma di mare non di anidride carbonica. C'è il silenzio, il sole che sorge, l'orizzonete rosso e giallo, Favignana, Marettimo, Levanzo che certe mattine ne disegni la forma e certe altre le individui come macchie dai contorni indefiniti e sai per certo che quello è caldo. Caldo infame che ti infesterà le carni per tutto il giorno. È estate però, fa caldo, perché stupirsi? Questa novità di dar nomi al caldo, Caronte, Minosse, Lucifero. All'inizio pensava romanticamente di trovare la città dormiente a quell'ora. Palle. Le città non dormono, meno che mai su un lungomare e meno che mai al porto. Lo sapeva ma non ci aveva riflettuto abbastanza che, a quell'ora per alcuni estranea, per altri era già giorno da un pezzo. Sono tutte quelle minchiate libere che ti possono venire mentre corri, prima che ti travolgano il respiro e il cuore e tutte le vene e non pensi più a nulla se non a sentire i passi e a pesarli uno dopo l'altro, uno dopo l'altro. Odore e rumori. E tatto. Potrebbe correre con gli occhi chiusi ormai. Fino alla meta sempre uguale, la macchina a villa Margherita. Un caffè al bar e risale a casa mentre ancora dormono tutti. Dottor Egisto Livii, medico legale. «Tutta la mattina allo studio e dalle 14 all'obitorio, stacco il telefono fin quando finisco, se hai qualcosa da dire parla prima delle due o taci per sempre almeno fino a stasera. Tu dove sei stamattina?». «Aspetto un po' prima di svegliarlo e poi in ospedale». Andrea “si porta” latino e greco anche quest'anno, figlio infame. Cloroformio e stantìo. E freddo. Finalmente freddo. Quattro cadaveri su quattro letti da obitorio. Normali, col lenzuolo sopra a coprirli per intero e le gambe d'acciaio che spuntano da sotto. Ormai non guarda più dopo tanti anni, vede soltanto e ogni gesto è meccanico e professionale. Verrebbe da dire familiare, ma chi non è del mestiere difficilmente lo capirebbe. Si è letto verbali e incartamenti inviati dal commissariato, «ha conferito con le autorità preposte» che conosce benissimo. L'ultima volta qua dentro era stata a gennaio e ci pensano entrambi, lui e l'assistente. La temperatura qua dentro non cambia con le stagioni, stessi gradi, stesso cloroformio, stesso odore stantìo di carni morte, stesse miserie umane. Cambia l'infermiere però. «Marino è in ferie, rientra il 20». A gennaio erano quattro cadaveri tutti della stessa famiglia, bruciati pure quelli. Non c'era stato bisogno di farseli indicare perché erano tutti da esaminare. Avevano iniziato da destra. Questo se lo ricorda. Trapani. 13 Gennaio 2012. È prevista oggi l'autopsia sui quattro corpi recuperati nell'abitazione di via Omero. L'esame, predisposto all' obitorio del cimitero comunaledovesonostatetrasportatelesalme,serviràastabilirelecausedeidecessi,ancheperchéladinamicadell'eccidioappareancoraconfusa.«Laricostruzioneècomplicata a causa del liquido versato dai vigili del fuoco per spegnere l'incendio». L'autopsiapermetterà diaccertare intantoselequattrovittimeeranogiàprivedivitaquando è stato appiccato il fuoco nell'appartamento, ovvero se i decessi sono avvenuti per asfissia, in conseguenza del fumo che ha invaso le stanze. Il medico legale, in questa direzione, dovrà esaminare anche alcune ferite presenti suduedeiquattrocorpi,peraccertaresesitrattidi lesionimortali. Sembracerto,comunque,che nonsitrattadi feriteprovocatedaarmidafuoco.Riguardoallamotivazione del delitto, invece, gli inquirenti non hanno dubbi: «Stiamo approfondendo - dicono - la pista passionale». Beati loro, non hanno dubbi. Eppure non si è riusciti a capire ancora adesso cosa accadde in quella casa. Un padre, due figli e una figlia. L'uomo, quasi sessantenne, risultava morto a causa di una emorragia, conseguenza di circa una decina di coltellate rintracciate in più punti del corpo semicarbonizzato, alla testa, alla schiena e alla parte alta del torace. Letale la coltellata che aveva provocato le lesione della carotide. Due coltellate non letali sul corpo della figlia vicino al fegato. Tracce fumo nei polmoni di tre dei quattro cadaveri. 32 anni la donna, 35 e 37 i fratelli. L'abitazione era quella del padre. Nessun segno di violenza sugli altri corpi. E nemmeno di colluttazione. Pista passionale? Bah. Le indagini rilevavano che il sessantenne aveva contratto negli ultimi tempi una marea di debiti con diverse persone anche con i figli, nati da un matrimonio finito da anni. Pista passionale de che? Più probabili questioni di soldi. O chissà. Non si è capito nemmeno se ci fosse di mezzo qualcun altro ancora. Almeno dieci ricostruzioni. A volte esaminando i corpi vengono fuori dettagli, particolari che conducono a soluzioni. Le ferite disposte in un certo modo, la profondità, la disposizione dei corpi. Negli anni ha imparato a studiare bene le foto delle scene dei delitti. Se quei cadaveri fossero stati tutti nella stessa stanza…E invece no. Sparsi in quattro stanze diverse. A volte ci azzecca, altre volte no. E nessuna indagine riesce a venirne a capo. L'INSOSTENIBILE BANALITÀ Casi insoluti. Come quello della commessa di Erice. Tre anni fa. Sempre su uno di questi quattro letti. Venti coltellate. Tutte concentrate sull'addome. Ventinove anni, sparita dopo la chiusura del negozio e ritrovata cadavere due giorni dopo sulla riva dello Stagnone. «Bellissima ragazza». Nessuna pista, vita irreprensibile, fidanzato emigrato a Milano. Forse un pazzo, chissà. “Pista passionale”. Nutre una certa diffidenza verso le passioni. Livii non ha né dubbi nè certezze. Delle passioni qua dentro rimane l'odore del cloroformio. In quei casi lì ha imparato a guardare senza vedere. È un medico. E basta. Lo dice spesso che ormai è come se a certi umani di tutti i sensi fossero rimasti solo gli occhi a definire e capire e dedurre e valutare ogni cosa. E di tutti gli aggettivi ne fossero rimasti solo due: bello e brutto. Per mestiere, per condizione, per esperienza e per indole lui gli occhi li ha rimossi qua dentro. Non guarda più, osserva e valuta. È diverso dal guardare. Così prevale la testa non la pancia. Così si usa dire oggi, no? «Parlare alla pancia». Giusto per dare un nome alle stupidaggini o alle bestialità. Di bestialità su quei quattro letti ne vede passare. Ha imparato che olfatto, tatto, udito, gusto “parlano” direttamente al cervello e sono insieme più affidabili degli occhi. Si portano dietro migliaia e migliaia di altri aggettivi. Ben oltre il bello e ben oltre il brutto. Gli occhi invece delimitano le cose infinite, le persone, a due soli aggettivi. «Gli ultimi tabù: bellezza e bruttezza. L'insostenibile banalità degli esseri umani. Meglio gli altri sensi, molto meglio». Quando riflette così, ad alta voce l'assistente lo osserva prima perplesso, poi gli dà corda e iniziano conversazioni lunghe quanto un'autopsia intervallate da “forbici” e “tampone”. «Roberto, noi siamo come quegli strani esseri che vivono nelle cavità speleologiche più profonde e hanno perso gli occhi aumentando la funzione degli altri sensi a dismisura». È bravo Roberto, lo assiste da quasi un anno. Educato anche nell'esprimere il dissenso. «Ma sai, non è che ne sarei tanto certo, stiamo qua a misurare con gli occhi ogni dettaglio, ogni centimetro di carne e di organi. Con gli occhi». «Lo capirai col tempo, imparerai a guardare senza vedere». «E certo Egisto, se vogliam fare filosofia …» e sorride. «Dai, cominciamo, iniziamo dal modulo o lo scriviamo tutto insieme dopo?». «Infermiere qual è il cadavere?» «Dottore è questo. Questo più alto». «Alzi il lenzuolo, grazie». «Trapani.7luglio2012.Lunedìpomeriggionell'obitoriodelcimiterocomunalediTrapani,coninizioprevisto alle 14, sarà eseguita l'autopsia sul cadavere semicarbonizzatodiM.A.,lacasalingadi39annitrovataduegiorni fa con il cranio fracassato nelle campagne di Trapani». Trapani,unduplice delitto.E sempre la solitapista «passionale».Terzo appuntamentocon Mila Spicola, insegnante escrittrice,per laserie domenicale di lettura «Solocinque righe in cronaca»:una lunga estatedicronacanera. Si trattadi racconti chepartonoda unastoriavera oda piccole notiziepubblicate nellepaginedicronaca deiquotidiani locali. Storieautenticheche l'autricesviluppa ereinterpreta a modosuo,aggiungendo particolari, cambiandonomi e luoghi.Ogni settimana troveretecomescenario una cittàdelnostroPaese, co-protagonistadella vicenda.Un'Italiaa tinte foschema purtroppo tragicamenteautentica. Cinquerighe incronaca Lapista«passionale»,unduplice delittoesempre lostessoobitorio ILRACCONTO ... Avolteesaminandoicorpi vengonofuoridettagli eparticolaricheaiutano atrovareunasoluzione Quattrosensiequattro vittimesullosfondodi Trapanimentreunmedico legalecercadicapire laverità senzapiùguardare.Ma osservando,analizzando, annusandol'aria MILASPICOLA LALUNGA ESTATENERA Vistasul lungomaredi Trapani . . . Cloroformioestantìo Efreddo.Finalmentefreddo Icadaveri sui lettidi ferro copertidai lenzuoli Ognidomenicaunavicenda ambientata nelle città d'Italia U: domenica 15 luglio 2012 23
Rifiuto questa interpreta-zione nel modo più cate-gorico, mi sto anche al-terando». Lo stop diCarlo Luzzatti, già presi-dente della Commissione ministeriale d'inchiesta sulla strage di Ustica, arriva dopo circa 12 minuti di intervista e prelude a un brusco congedo. «Mi sto alterando», ripete, «tra l' altro per questa inchiesta ho avuto anche problemi di carriera, che fortunatamente ho superato grazie alla mia professionalità». Non è impossibile credergli. Si deve anche alla Commissione da lui presieduta se l'ipotesi del cedimento strutturale del Dc 9 precipitato il 27 giugno dell'80, sponsorizzata tra gli altri dall'Aeronautica militare, fu rapidamente rottamata. Ed è proprio nei documenti della Commissione Luzzatti, istituita da Rino Formica, allora ministro dei Trasporti, che si cominciò a parlare della possibilità che ad abbattere l'aereo fosse stato un missile, come già suggerito dal National Transportation Safety Board, l'ente che vigila sulla sicurezza dei voli negli Stati Uniti, e successivamente confermato nell'ordinanza firmata nel '92 dal giudice istruttore Rosario Priore. Oggi sappiamo che intorno al Dc 9 di Ustica volavano 21 jet di nazionalità sconosciuta e che l'abbattimento avvenne all' interno di uno scenario di guerra aerea. Dopo 32 anni, non sappiamo ancora chi abbia premuto il grilletto. LE CARTE Che la vita non fosse semplice per chi allora si occupava di queste cose è testimoniato anche da un documento senza data e firma emerso dall'archivio Craxi, di cui l'Unità ha conto poche settimane fa nel 32° anniversario della strage di Ustica. Si tratta di una lettera dello stesso Luzzatti indirizzata al ministro dei Trasporti in carica, con ogni probabilità il socialista Vincenzo Balzamo, in cui testualmente si afferma che «l'indirizzo delle indagini, ivi compresa la scelta della scala di priorità, per il privilegio delle ipotesi di lavoro, debba scaturire da una valutazione che tenga conto delle ripercussioni…su interessi superiori del Paese». È di questo documento che Luzzatti, oggi presidente della Sogeaal, la società che gestisce l'aeroporto di Alghero, ha accettato di parlare dopo il silenzio religiosamente osservato nel corso di trent'anni. Ed è proprio dopo una domanda su quella richiesta di chiarimenti che la conversazione si è interrotta. Luzzatti, che nel corso della sua carriera ha anche ristrutturato i sistemi di sicurezza di Fiumicino dopo l'attacco alle Torri Gemelle, ha però risposto quando gli è stato chiesto di raccontare come il ministro avesse replicato alla sua lettera. «Entrambi i ministri (Formica e Balzamo ndr) ci dissero di lavorare sereni e tranquilli perché l'interesse primario era accertare cosa fosse successo». Presidente, se abbiamo frainteso ce lo dica lei, ma è strano che una Commissione d'inchiesta che ha il compito di accertare la verità chieda all'autorità politica quale debba essere? «Non ci siamo, assolutissimamente». Non è così? Ci dica lei quale senso attribuire a quella frase, non vogliamo mettercene uno noi. «Ve l'ho detto, a questo punto vi saluto. Statemi bene». ILAVORI DELLACOMMISSIONE La Commissione Luzzatti concluse i suoi lavori nell'82 aggiungendo all'ipotesi del missile quella della bomba a bordo, mai confermata dalle indagini successive, ma sicuramente più facile da gestire sul piano internazionale. Per capire quale consistenza la pista avesse all'epoca, tornano utili le parole di Aldo Davanzali, presidente di Itavia, la compagnia a cui apparteneva il Dc9 di Ustica, affondata dalla strage e dall'ipotesi del cedimento strutturale del velivolo. Fu proprio Davanzali, morto nel 2005, a sostenere che il gruppo coordinato da Luzzatti era giunto ad affermare con certezza che l'aereo era stato abbattuto da un missile, e che la parola «probabile» assegnata all'ipotesi faceva sicuramente parte di una terminologia barocca tipica delle Commissioni d'inchiesta. In altre parole, non c'era stata nessuna bomba a bordo, come peraltro si ricavava dai tracciati radar dei frammenti del Dc9, improvvisamente proiettati a 90 gradi rispetto alla traiettoria iniziale del velivolo: la direzione era la stessa del velivolo intercettatore; dalla presenza di fosforo ritrovata in una scheggia e dal fatto che questa provenisse dal carrello dell'aereo, traiettoria impossibile se ad esplodere fosse stata una bomba piazzata, come sostenuto da alcuni, nella toilette dell'aereo; infine dalla decompressione improvvisa che aveva ucciso pressoché istantaneamente equipaggio e passeggeri. Elementi che Davanzali aveva tratto dalle conclusioni di John Macidull, presidente del Ntsb americano che, forte della sua esperienza in materia di guerra aerea, già nel dicembre 80 aveva assegnato all'ipotesi “missile”, il 99% delle probabilità, cioè la quasi certezza. Davanzali era di sicuro parte in causa, ma come presidente di Itavia avrebbe potuto accogliere con serenità qualsiasi spiegazione contraddicesse quella di una possibile falla nella sicurezza dei suoi velivoli, ma cassò con decisione quella dell'ordigno a bordo. NESSUNCEDIMENTO STRUTTURALE Anche nella lettera di Luzzatti al ministro, la possibilità del duello aereo nei cieli di Ustica, cominciava a emergere con molta nettezza. Parlava di un evento «istantaneo e catastrofico» e sottolineava la presenza di fosforo «su un elemento di struttura situato nel vano di un carrello», come «già accertato dalla Commissione presso i laboratori Ntsb Usa». La conclusione era per l'epoca dirompente: «È lecito attendersi a questo punto delle indagini che la Commissione nella sua collegialità si esprimerà nel senso di escludere l'ipotesi del cedimento strutturale spontaneo». Quali erano le ipotesi che all'epoca avrebbero potuto danneggiare quelli che lei ha definito «interessi superiori del Paese»? «Credo che ci sia stato da parte mia un eccesso di prudenza - risponde Luzzatti - Comunque i ministri non ci influenzarono in alcun modo, su questo voglio essere assolutamente chiaro». Lei scrisse di ritenere doveroso rappresentare al ministro quella preoccupazione: come mai? «Ero un dirigente della Pubblica Amministrazione e dovevo dire al ministro come stavano le cose. Non ero stato incaricato da un privato ma da un ministro e presiedevo un commissione tecnico formale». Commissione che aveva escluso l'incidente, e privilegiato quella della strage, non si sa se provocata da missile o bomba. E che chiedeva al ministro come regolarsi in relazione a «superiori interessi del Paese». ROMA La Procura Generale di Genova ha emesso ieri gli ordini di carcerazione relativi alla sentenza della Corte di Cassazione nei confronti dei dieci “No global” condannati per i fatti del G8 di Genova del 2001. Scattano le manette immediate per quattro di loro: Alberto Funaro, condannato a 10 anni si è presentato ieri alla Questura di Roma ed è stato accompagnato a Rebibbia; Vincenzo Vecchi a 13 anni; Marina Cugnaschi a 12 anni e 3 mesi; Francesco Puglisi a 15 anni. Per Vecchi, Cugnaschi e Puglisi vi sarà uno sconto di pena compreso tra i 9 e i 12 mesi per l'annullamento della condanna di detenzione di molotov, ma scatta comunque la carcerazione immediata. È stato invece sospeso l'ordine di carcerazione per Ines Morasca, che ha avuto 6 anni e 6 mesi. La donna, fidanzata con un altro imputato (Dario Ursino, per il quale ci sarà un nuovo processo), ha da poco dato alla luce una bambina e per questo al momento non andrà in carcere. Gli altri cinque imputati restano invece in libertà, in attesa di affrontare un nuovo giudizio, ma solo per la “riponderazione” dell'attenuante di «aver agito in suggestione della folla in tumulto»: Carlo Arculeo, che in appello aveva avuto 8 anni; Antonino Valguarnera, 8 anni; Luca Finotti, 10 anni e 9 mesi; Carlo Cuccomarino, 8 anni e Dario Ursino, 7 anni. Per tutti (condannati e imputati) 3 anni di pena sono comunque coperti dal condono. Non si placano, però, le proteste per la sentenza della Cassazione. «Una pronuncia poco coraggiosa», ha commentato Laura Tartarini legale di Francesco Puglisi, basata sul reato di “devastazione”, che risale ai tempi del fascismo e al Codice Rocco. «Sinceramente - ha commentato - speravo che ci fosse più distanza emotiva da parte della Corte sui fatti. Siamo di fronte a imputati cui non erano contestati reati contro persone, ma contro cose». L'avvocato Tartarini, come altri difensori, aveva chiesto un declassamento del reato a semplice danneggiamento. Duro anche il commento di Daniele Vicari, regista del film “Diaz”, uno dei firmatari dell'appello in favore dei “No global” imputati: «comminare pene dagli 8 ai 14 anni per fatti di strada e violenza contro le cose, a fronte di prescrizioni per fatti di sangue compiuti dalle forze dell'ordine italiane nella scuola Diaz e a Bolzaneto - ha spiegato - ha il sapore di un evidente disequilibrio della giustizia». G8, si aprono le porte del carcere per quattro condannati «Ustica, la mia carriera in salita dopo l'inchiesta» CarloLuzzatti,presidente dellaCommissionetecnica, suldocumento inedito svelatoda l'Unità:nessuna pressioneministeriale, solo uneccessodiprudenza GIGIMARCUCCI CORARANCI Il relitto dell'aereo di linea DC9 precipitato vicino all'isola di Ustica, il 27 giugno 1980, facendo 81 vittime FOTO ANSA . . . La lettera: «Le indagini devono tenere conto delle ripercussioni su interessi superiori del Paese» ILDOSSIER domenica 15 luglio 2012 15
120°Anniversario della nascitadiGiuseppeDi Vittorio LUNEDÌ16LUGLIO2012,0RE21.OO FESTADEMOCRATICASAVONA Giardini del Prolungamento a Mare Luigi Leone vicedirettore del Secolo XIX intervista MASSIMOD'ALEMA GUGLIELMOEPIFANI Lunedì 16 luglio 2012, alle ore 19.30 cerimonia di intitolazione della piazza dedicata al (presso il Centro “Le Officine”) sindacalista Giuseppe Di Vittorio 16 domenica 15 luglio 2012
Staino IL COMMENTO FRANCESCOCUNDARI CLAUDIOSARDO Cinquant'anni fa Giovanni XXIII annunciava il Concilio Vaticano II. Cinquant'anni sono un arco di tempo significativo per una lettura di quella «nuova pentecoste» che ha attraversato la Chiesa cattolica e il suo rapporto con le altre confessioni cristiane, con le altre religioni e il mondo contemporaneo. SEGUEAPAG. 13 SILVANOANDRIANI L'ex premier a dieta stretta per perdere otto chili e rimettersi in gioco. «Pur di salvare il Pdl», dice a Bruno Vespa. Attorno al Cavaliere il solito «cerchio magico» di fan e sostenitori. Ma anche molte critiche interne: «Si è buttato in campo senza avere le idee chiare». Attesa per l'incontro con gli industriali domani a Villa Gernetto. FUSANIAPAG.4 Berlusconi: a me basta salvare il Pdl Attorno al Cavaliere si stringe il solito gruppo dei «Silvio forever» Ma sono molti i mal di pancia interni: «Si è buttato in campo senza avere le idee chiare» Grundrisse il laboratorio diMarx Mustopag.22 L'ITALIA E L'EUROPA CONTINUANOADESSEREINPERICOLO.LAPOLITICA NONÈANCORACAPACEDIMETTEREINSICUREZZAICITTADINI.E la sfiducia, unita alla paura, minaccia la tenuta stessa delle istituzione democratiche. Questa è la sfida terribile che abbiamo davanti, di cui lo spread è un freddo indicatore, mentre invece l'impoverimento dei ceti medi, il furto di futuro ai danni dei giovani e la crescita delle disuguaglianze ne sono il drammatico costo sociale. Ci troviamo davanti a un tornante storico. Non è questa una crisi ciclica. SEGUE APAG. 17 Abbiamo davanti una sfida storica U:Tarantino: ecco il mioDjangodi colore Gentilepag.21 Bersani: il mio piano per l'Italia Per il segretario Pd è «agghiacciante» il ritorno del Cavaliere Renzi tiene la sfida sulle primarie: «Non sono come Alfano» Intervista a Tabacci: «Mi candido anch'io COLLINIEFABIANI APAG.2-3 Molti dei giudizi più pesanti sull'Italia, da parte dei mercati e non solo, sono figli di una lettura demonizzante della storia della Repubblica e persino del carattere nazionale. Una visione carica di pregiudizi che le nostre stesse classi dirigenti hanno profondamente introiettato. A PAG.7 Il rating del pregiudizio ENZOBIANCHI Un raid in piena regola. A farne le spese il direttore del quotidiano online «Il Futurista», Filippo Rossi, ideatore e animatore di Caffeina Cultura, in corso di svolgimento a Viterbo. L'uomo è stato aggredito con pugni e calci da alcuni militanti di Casapound. Iannone del gruppo di estrema destra: «Solo uno schiaffone futurista». E il giornalista picchiato dice a l'Unità: «Ma non è stata violenza fascista». TURCOAPAG. 14 Viterbo, raid di Casapound Botte a Rossi del Futurista Unamail chearriva dall'Aldilà Stavo camminando su un nastro di strada Sopra di me vidi un cielo infinito, sotto di me vidi una valle dorata Questa terra è stata fatta per te e per me WoodyGuthrie Cinquant'anni dopo il Concilio LASCIAMO PERDERE MOODY'S EMET-TIAMOLA COSÌ: IL GOVERNO MONTI STA PUNTIGLIOSAMENTE FACENDO i compiti a casa e questo gli viene riconosciuto da tutti, dalla Commissione europea, dal governo tedesco etc. Ha realizzato la «riforma delle pensioni», la «riforma del mercato del lavoro» e più interventi per ridurre il deficit pubblico, compresa la spending review. Lo spread, tuttavia, dopo essere sceso all'entrata in carica di Monti di circa un punto e mezzo, che pare misuri l'effetto Berlusconi, oscilla ormai da sei mesi tra il 4% e il 5%, molto al di sopra di quel 2% evocato dal governatore della Banca d'Italia. SEGUE APAG.7 L'austerità aiuta solo i Paesi forti Pressing bipartisan di Comuni e Regioni sul governo per ottenere una correzione al decreto sulla revisione della spesa pubblica. Martedì 24 i primi cittadini sfileranno davanti al Senato contro la scure. La Toscana scende in campo e chiede all'esecutivo di rinunciare agli F35, mentre il Lazio minaccia: dovremo tagliare le aziende «miste». De Magistris denuncia: a Napoli a rischio l'apertura di scuole e asili. FRANCHI APAG.8 Sindaci e governatori uniti: «I tagli sono da rivedere» Buquicchiopag. 19 Finale polemico all'assemblea del Pd. Lo scontro non è sulla linea proposta dal segretario, ma su alcuni ordini del giorno, a favore dei matrimoni gay e delle primarie, che non sono stati messi in votazione. Il documento del comitato Bindi sui diritti, come la relazione di Bersani, erano stati approvati a larga maggioranza. Poi però è scattata la contestazione perché i documenti Concia e Civati sono stati giudicati inammissibili. Il segretario è intervenuto di nuovo in assemblea: «Basta beghe». CARUGATIA PAG.3 DEMOCRATICI Nozze gay e primarie: è scontro sugli odg Bagarre in sala quando Bindi non mette ai voti le nozze tra omosessuali 1,20 Anno 89 n. 194Domenica 15 Luglio 2012
«Roba da matti». Pier Luigi Bersani scuote la testa mentre torna al suo posto e cerca un mezzo Toscano tra il disordine di fogli e cartelline che c'è sul tavolo della presidenza. L'Assemblea nazionale del Pd si è svolta fino a quel momento come aveva auspicato lui, che aveva aperto i lavori dicendo «siamo davanti a un Paese molto turbato, oggi parleremo dunque di Italia, di politica e di Pd in quanto utile a una buona politica per l'Italia» e poi discusso per sei ore, lui e tutti gli altri intervenuti, su come sostenere Monti lavorando in Parlamento per correggere le misure non condivise, di quale legge elettorale sostituire al Porcellum, del progetto con cui presentarsi alle prossime elezioni e del tipo di governo a cui bisognerà dar vita nella prossima legislatura. Ma poi, negli ultimi minuti, dopo l'approvazione praticamente all'unanimità della relazione del segretario (un contrario e cinque astenuti), mentre molti delegati sono già pronti coi trolley in mano a scappare verso treni e aerei, scoppia il caos sugli ordini del giorno riguardanti matrimoni gay e data e regole delle primarie. Bersani lascia che Rosy Bindi e Marina Sereni, per la presidenza, gestiscano la situazione, ma il disordine alimentato da una ventina di delegati aumenta invece di diminuire e allora il leader del Pd decide di andare al microfono: «Attenzione, noi siamo il primo partito del Paese, dobbiamo dire con precisione all'Italia che cosa vogliamo, e il Paese non è fatto delle beghe nostre». Applausi dalla gran parte dei delegati, mentre Bersani torna a sedersi e cerca un Toscano da accendersi per calmarsi, ma ormai è già chiaro che mediaticamente questa polemica oscurerà tutto il resto della discussione. RITORNIAGGHIACCIANTI Ed è un peccato, per Bersani, che ribadendo quel «tocca a noi» coniato nelle ultime settimane, in questo appuntamento ha delineato non solo quale sarà la sua agenda di governo in caso di conquista di Palazzo Chigi (equità, riequilibrio fiscale, redistribuzione, lavoro, beni pubblici, conflitto di interessi) ma ha anche elencato agli eventuali alleati una serie di «impegni da sottoscrivere». E allora, dopo aver liquidato con una sola battuta l'annuncio di ricandidatura di Berlusconi («si vedono agghiaccianti ritorni»), dopo aver ribadito che «entro la fine dell'anno» si faranno primarie aperte («non possiamo decidere da soli i tempi e i modi, non sarà il congresso del Pd, si parlerà dell'Italia e del governo del Paese») in cui non vi sarà la «candidatura esclusiva» del segretario Pd (come statuto vorrebbe), dopo aver assicurato che il suo partito «non si arrende all'idea di tenerci il Porcellum» (e parla di premio di maggioranza dato o alla singola lista o alle liste collegate, senza esplicitamente chiudere alle preferenze caldeggiate dal Pd e da non escludere per Enrico Letta, Beppe Fioroni e altri), e dopo aver ribadito «lealtà» a Monti e invitato tutti ad evitare discussioni e ricerche di distinzioni «metafisiche, stucchevoli e fastidiosissime per la nostra gente» come quella sul grado di continuità con questo esecutivo (il Pd, sottolinea, non avrebbe fatto le stesse scelte sulla riforma delle pensioni, sull'Imu, sulla spending review, sulla Rai), Bersani detta le condizioni per l'alleanza di governo. IMPEGNIDASOTTOSCRIVERE «Ad esempio quello di affidare alla responsabilità del candidato premier una composizione del governo snella, rinnovata, competente e credibile internazionalmente», dice per mettere subito in chiaro che non ci dovranno essere estenuanti trattative come per il governo dell'Unione. Né si dovranno rivedere spaccature in Parlamento, perché tra gli impegni da sottoscrivere Bersani mette anche «quello di consentire una cessione di sovranità e cioè di sciogliere controversie su atti rilevanti attraverso votazioni a maggioranza dei gruppi parlamentari». C'è lo spettro di divisioni sulle missioni militari all'estero, in caso di alleanza con Sel? E allora tra gli impegni ci dovrà essere «quello di rispettare gli obblighi internazionali». Qualcuno storce il naso all'ipotesi di un patto con l'Udc? Altro impegno: «Quello di avanzare una proposta comune verso tutte le forze democratiche ed europeiste disposte a contrastare la deriva berlusconiana e leghista ed ogni forma di regressione populista». Qualcuno (leggi Di Pietro) attacca gli alleati? Bisogna fin d'ora «mostrare nel campo progressista una civiltà di rapporti che renda davvero credibile agli occhi degli italiani la promessa di governabilità». Il prossimo governo, per dirla con Massimo D'Alema, dovrà andare «oltre Monti» (perché non sarà condizionato dal peso della destra) ma «con Monti»: «C'è bisogno di una svolta profonda, ma sarà possibile in quanto ci presenteremo come continuatori dell'azione di risanamento avviata in questi mesi». Per Fioroni sarà necessario «coinvolgere tutti i moderati, non solo Casini ma anche i delusi da Berlusconi». Dice Letta che però la priorità ora è superare il Porcellum: «Altrimenti, qualsiasi cosa faremo, non riusciremo a rilegittimare la politica». Si va avanti con gli interventi, poi la replica del segretario, e infine il caos sugli ordini del giorno. Prossimo appuntamento, dopo l'estate, quando si decideranno regole e data delle primarie. Equità, redistribuzione,conflitto di interessi, rie-quilibrio del carico fisca-le, beni comuni, svilupposostenibile, orizzonte eu-ropeo, parità di genere, diritti di cittadinanza. E «il lavoro come cuore del progetto». In pratica, è l'agenda con cui Bersani si candida a governare l'Italia nel dopo-Monti. In autunno, dopo una serie di iniziative con intellettuali, associazioni, movimenti e dopo un confronto con le altre forze che vorranno dar vita alla coalizione dei progressisti, si scriverà la «carta d'intenti» vera e propria. Ma intanto il leader del Pd mette sul tavolo la sua proposta per avviare «la riscossa civica, economica e sociale del Paese», elencando all'Assemblea nazionale del suo partito «i cardini del progetto». Parte dalla «buona politica» (come risposta all'antipolitica) e dall'obiettivo di «legare il necessario rigore al cambiamento, all'equità, al riavvio della crescita». Bersani parla di un'«Italia protago Primarie «Si faranno entro l'anno, ma non possiamo decidere da soli per tutti» Alleanza «Impegni chiari da sottoscrivere per chi vuole far parte della coalizione» GIOVANIDEMOCRATICI Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Matteo Renzi opta per la seconda ipotesi, davanti ai cronisti che lo avvicinano all'Eur dopo la relazione di Bersani. «Ha detto che le primarie si faranno, che il governo lo sceglie il premier senza bilancini, che non saremo il partito delle tasse. Io lo vedo mezzo pieno...». Parole di circostanza, ma l'aria che tira attorno all'enfant prodige del Pd non è delle migliori. Resta all'assemblea Pd solo per il tempo della relazione, poi scappa al bar, coi suoi amici di Firenze commenta le parole del segretario e la riunione con ben altre parole: «Du palle...». Poteva essere il Renzi day, quello della consacrazione del giovane sfidante contro la vecchia nomenklatura. E invece quella di ieri per il sindaco fiorentino è stata una giornata un po' così. Seduto a metà platea, confuso tra i delegati. Insomma, un po' sotto tono. E soprattutto con un interrogativo. «Rinviando il discorso sulle primarie tutto a settembre, Bersani pensa di metterci in saccoccia», spiega Renzi. «Si sbaglia di brutto perché noi in questo mese ci organizziamo sul territorio e a settembre siamo pronti. Non siamo mica come Alfano...». E ancora: «Se le primarie si fanno il 3 dicembre invece del 14 ottobre abbiamo tempo in più per lavorare. Vuol dire che andiamo a fare campagna al Sud, l'abbiamo un po' trascurato». Proprio il segretario del Pdl è l'esempio che il giovane sindaco non intende seguire. E infatti mostra ai cronisti dal telefono un tweet di “Angelino”, che si dice pronto a sostenere ventre a terra il ritorno del Cavaliere. E dice: «È stato desolante vedere tanti giovani del Pdl che si sono immediatamente rimessi in ordine appena Berlusconi ha detto “scendo in campo io”. Noi faremo l'opposto». Sarà lui il candidato? «I giovani del Pd non si faranno indietro, e decideranno nei tempi e nei modi previsti dal regolamento chi sarà il candidato». «Di certo», aggiunge, «non vogliamo che le primarie siano un concorso di bellezza». E tuttavia tra i giovani ribelli, quelli come Civati e Gozi che ieri hanno dato battaglia sui matrimoni gay, Renzi non è molto in sintonia: li separano non solo rivalità personali, ma anche visioni diverse sull'economia. A dispetto dei toni sempre battaglieri, il sindaco è preoccupato. Consapevole di non avere truppe nell'assemblea Pd, che sarà chiamata a scrivere le regole delle primarie. Nonostante qualche appoggio solista (come quello di Andrea Sarubbi) il nucleo duro dei cattolici, da Marini a Franceschini, lo vede come il fumo negli occhi. Compreso Fioroni, che pure in passato aveva simpatizzato per la novità del sindaco. Insomma, nonostante le aspirazioni mai sopite da rottamatore, il sindaco cerca sponsor di peso. Così viene letta la visita di fine giugno a casa di Romano Prodi. Il sindaco fiorentino negli ultimi tempi ha fatto più volte visita in Emilia, per incontrare altri colleghi come Delrio di Reggio Emilia e Dosi di Piacenza. Per stringere contatti con giovani amministratori pronti a sostenerlo alle primarie. Ma soprattutto per parlare col Prof. Che lo ha esortato a tirar fuori «idee nuove», che riguardino tanto l'economia che il progetto di società che ha per il Paese. Ma gli ha detto anche che non ci saranno endorsment plateali, come conferma la portavoce Sandra Zampa. «Così come ha ricevuto Renzi, riceverà anche gli altri candidati che glielo chiederanno, ma non intende schierarsi con nessuno». Ieri poi c'è stato anche uno “scontro fisico” sfiorato con Stefano Fassina, nel bar dietro l'assemblea Pd all'Eur. Uno entrava, l'altro usciva, si sono sfiorati. «Ciao, lieto di conoscerti», ha detto Renzi. Fassina allunga la mano, ma non dice una parola. POLITICA SIMONECOLLINI ROMA Bersani: «Berlusconi? Ritorno agghiacciante Ma ora tocca a noi» «Noall'aumento delletasse universitarie» Unapiccolavittoriaper i Giovani Democratici.Tra gliordinidelgiorno approvatidall'assemblea nazionale delPd, cene è unoa cui tenevano particolarmente: l'impegno per i gruppiparlamentari achiedere l'abrogazionedellanorma, contenutanel decretosulla spending reviewcheconsente agli atenei di aumentare le tasseuniversitarie. Se nondovessere esserecorretto, «l'aumentodelle tassepotrebbe arrivare finoal 60%»,avverte FedericoNastasi, coordinatoredella ReteUniversitariaNazionale, che rivolgeun appelloallo stesso Profumo.Forte dell'impegno sottoscrittodall'assemblea. Poche righepreceduteda un lungo cahier dedoleances chevadal diritto allo studioal blocco del turnover, al definanziamentodegli entidi ricerca, chenonha risparmiatoneppure gli scienziati impegnati nella scoperta delBosonediHiggs. E Renzi punge: «Non sono come Alfano» Il sindaco di Firenze: «È stato desolante vedere tanti giovani del Pdl rimettersi in riga dietro il Cavaliere» A.C. ROMA . . . Il sindaco è stato più volte in Emilia per tessere la sua rete. Prodi lo ha esortato a trovare «idee nuove» . . . «Non avremmo fatto le stesse scelte di Monti su spending review, pensioni, Imu e Rai» Equità e lavoro: ecco il piano per l'Italia InvistadellaCarta di intenti, il segretario illustra il suoprogetto perunariscossacivica, economica esocialedelPaese S.C. ROMA ILDOSSIER 2 domenica 15 luglio 2012
Lo dice anche il suo medico di fiducia, il fedelissimo Zangrillo: «Il Cavaliere è pronto per la campagna elettorale, sta bene, anzi, l'adrenalina è la sua medicina, non è carattere da stare in panchina. Perderà otto chili». Quattro li ha già persi. La “buca” di venerdì alla convention dei Cristiano Riformisti è stata alla fine soprattutto una scelta tattica: platea troppo cheape scarsamente glam per il grande annuncio. Tutto il resto la lite a distanza tra il consulente Volpe Pasini e il segretario Alfano, lo sconforto di quest'ultimo nei panni di quello usato e gettato, il caldo, la tempistica, lo smarrimento tra tutte le anime, esclusi i Galan e le Santanchè quelli che Silvio for ever - sono dettagli di una decisione presa e confermata. Ai taccuini del solito Bruno Vespa. «Torno in pista per salvare il Pdl» dice. Con la tempistica inappuntabile del giornalista e conduttore che aveva fissato in precedenza i colloqui per la stesura del libro dell'anno, Vespa si ritrova così ad essere il primo e per ora unico interlocutore esterno alla dirigenza del partito che può confermare non solo il ritorno ma anche le ragioni del sesta discesa in campo del Cavaliere. Questione di numeri, come sempre: «Alle elezioni politiche del 2008 abbiamo preso il 38%. Se alle prossime dovessimo scendere per assurdo all'8%, che senso avrebbero avuto 18 anni di impegno politico?». L'ex premier spiega che avrebbe «voluto dare l'annuncio più in là, magari all'inizio dell'autunno. Ma qui non si riesce a tenere niente di riservato...». Non che lui sia un campione di riservatezza, ma questa volta forse avrebbe saGià nella bufera giudiziaria per l'utilizzo a fini personali dei fondi destinati al partito, ora sull'ex tesoriere della Margherita si apre un altro fascicolo. La Procura di Roma infatti non procederà nei confronti degli ex esponenti Dl, Francesco Rutelli e Enzo Bianco, in relazione a quanto affermato in sede di interrogatorio da Luigi Lusi. I pm indagheranno, invece, quest'ultimo, per calunnia in relazione alle accuse mosse, dopo il suo arresto, contro gli ex vertici del partito. Un'altra doccia fredda per il senatore che dopo il via libera all'arresto da parte di Palazzo Madama si trova in carcere a Rebibbia, per rispondere dell'ammanco di circa 25 milioni di euro. L'accusa di calunnia nei confronti di Lusi riguarda le sole affermazioni in cui il senatore ha tirato in ballo Rutelli. Agli inquirenti, Lusi aveva detto che «c'era un patto fiduciario» e che «le assegnazioni del denaro si decidevano a voce, non c'erano verbali. In parte era prassi e in parte per non lasciare traccia; di scritto c'erano solo i bilanci». E, tra le altre cose, aveva affermato che “verbalmente” fu disposto un bonifico per il Centro per il futuro sostenibile, la Fondazione di Francesco Rutelli. Dopo l'interrogatorio di Lusi, ra stato proprio l'ex leader della Margherita a denunciare il vecchio tesoriere, il 26 giugno scorso, sottolineando «la mostruosa e grossolana attività calunniatrice operata in mio danno da Lusi» Nella sua denuncia, Rutelli sottolineava come non esistesse alcun nesso tra il ladrocinio architettato, organizzato e gestito dall'ex tesoriere e le legittime attività politiche della Margherita-Dl. E si soffermava sulla corrispondenza tra lui e Lusi, depositata da quest'ultimo al gip Simonetta D'Alessandro. In particolare, Rutelli citava una mail ricevuta il 24 ottobre 2009 che «documenta significativamente il tentativo di Lusi, poi frustrato, di farsi nominare, nei fatti e subito, liquidatore del partito con pieni poteri; la mia lagnanza sul mancato pieno utilizzo dei fondi attribuiti dal Parlamento europeo al Pde - rimarcava Rutelli - è fin troppo ovvia, ed emersa in modo trasparente nelle sedute del Pde». Riprendendo poi la parte di deposizione di Lusi relativa all'indicazione di Rutelli quale suggeritore della necessità di investire parte della liquidità della Margherita in immobili, il presidente dell'Api parlava di una versione calunniosa «sia che venga attribuita interamente al sottoscritto, sia a una cosiddetta “corrente rutelliana”», definendo la versione di Lusi «radicalmente falsa e gravissimamente calunniosa». Questo, scriveva Rutelli nella denuncia, in quanto «non è mai esistito e non esiste qualsiasi atto scritto riferibile a tale “mandato fiduciario”. È fuori da ogni logica che il fiduciante non abbia una dichiarazione scritta rilasciata dal fiduciario che lo tuteli nel caso di inottemperanza del patto fiduciario». I legali di Lusi però si dicono tranquilli. «Se c'è una denuncia, l'iscrizione è un atto dovuto. La situazione non si è modificata rispetto a prima», hanno fatto sapere gli avvocati Luca Petrucci e Renato Archidiacono, commentando la decisione di indagare per calunnia il loro assistito. «Aspettiamo di conoscere i risultati degli accertamenti fatti dalla Procura a seguito dell'interrogatorio di garanzia. Attendiamo, comunque, - concludono i penalisti - che Lusi venga sottoposto a un nuovo interrogatorio per chiarire la sua posizione». Non nasconde la soddisfazione invece Francesco Rutelli. «Sono stati mesi di sofferenza. Ma in Italia chi è vittima di reati può e deve avere fiducia nella giustizia». Anche se, aggiunge, «il cerchio sarà chiuso solo col ripristino dei danni che ho e abbiamo subito e il recupero di tutti i soldi rubati alla Margherita, che andranno allo Stato, cioè ai cittadini italiani». «Siamo soddisfatti, perché questo è il segno della coerenza con la quale la Procura di Roma sta affrontando questo delicato caso», affermano i legali della Margherita, gli avvocati Alessandro Diddi e Titta Madia, alla notizia che si procederà contro Lusi per calunnio. E aggiungono: «Attendiamo che si concluda rapidamente l'indagine principale di questa vicenda». IL LIBRO BRUNO GRAVAGNUOLO POLITICA Silvio Berlusconi FOTOAP LUCA BRUNO «Solo io salverò il Pdl» Attesa per l'incontro con gli industriali, domani a villa Gernetto Il guru Volpe Pasini: «Il Cavaliere è l'unico che può far vincere o pareggiare il centrodestra alle prossime elezioni» CLAUDIAFUSANI ROMA I pm non credono a Lusi e lo indagano per calunnia VIRGINIALORI ROMA TITOLO NON PROPRIOORIGINALE,MARIASSUNTIVODIUNATESI: La linearossa. Più elaborato il sottotitolo: DaGramsci aBersani. L'anomalia della sinistraitaliana (Mondadori, pp. 417, Euro 20). Eccola la chiave del libro-manifesto di Fabrizio Cicchitto, capogruppo alla Camera del Pdl, ex Psi confluito in Forza Italia, «testa pensante» del berlusconismo. E il senso è questo: il vero male italiano sta nella storia e nelle doppiezze della sinistra. A partire dalla «linea rossa» tracciata dal Pci fin dalle origini, malgrado l'originalità di Antonio Gramsci. Nel mirino di Cicchitto (come già in Galli Della Loggia) ci sono perciò Togliatti e il suo «partito nuovo», tappo malefico contro il «riformismo» e matrice di sviluppi negativi. Che hanno portato quel partito - nelle sue «metamorfosi» - alla dissoluzione e al «giustizialismo». E al «massimalismo» irrisolto dentro il Pd, reo a sua volta di aver inchiodato l'Italia a un bipolarismo selvaggio. Nonostante le promesse «post-ideologiche». Insomma, una vera requisitoria contro il ruolo e l'eredità di quella che fu la maggiore forza della sinistra italiana, senza sconti al cattolicesimo sociale, a Dossetti, Moro e alla sinistra Dc. Tutte realtà accomunate nel complesso «mediatico-giudiziario», governate obliquamente da «poteri forti» e grande stampa. Contro Berlusconi. Lasciamo da parte il complottismo». E fermiamoci su quel tanto di storiografico che pure c'è, nel lungo saggio. Ad esempio, il nesso Gramsci-Togliatti. Tesi curiosa quella di Cicchitto. Da un lato per l'autore, il Migliore avrebbe falsificato Gramsci. Dall'altro è costretto a riconoscere che Togliatti, nel contesto geopolitico di allora usò bene Gramsci e le sue idee. E le rese fruibili. Fino a costruire «genialmente» un partito di massa con un vasto insediamento di alleanze, roba impossibile senza la lezione gramsciana. Ma allora i conti non tornano, e delle due l'una. O Togliatti tradì Gramsci o lo applicò. Lo stesso autore parla di un Gramsci «revisionista», ma comunista. Ancora: Togliatti e la Svolta di Salerno. Anche qui Cicchitto è preda di luoghi comuni. E finisce sulla scia di Aga-Rossi e Zaslavski, col parlare di una «duttilità» togliattiana del tutto prona a Stalin, senza originalità alcuna. Una sciocchezza, contraddetta da fatti e documenti. Perché è ben vero che il disco verde a Togliatti sul governo Badoglio venne da Stalin, tra il 3 e 4 marzo 1944. Ma è indiscutibile che quella soluzione di «unità nazionale», Togliatti l'aveva annunciata di suo, fin dal settembre 1943. Reiterandola fino al gennaio 1944, quando fu «bloccato» dalla pregiudiziale antimonarchica ciellenista (incluso il suo Pci). E dalla pausa impostagli dall'Urss, che attendeva di venir riconosciuta dal governo Badoglio. Poi lo «sblocco». Con Stalin consenziente, ma su una originaria intuizione togliattiana: «in fase» con gli equilibri geopolitici di Yalta. E non manca la litania su «Pci e Br», cavallo di battaglia di Rossanda, della destra e dell'ultimo Pansa. Tema connesso all'«illegalismo» del Pci, moderato da un Togliatti prudente, ma pur sempre pronto a fare la rivoluzione con Longo e Secchia. Stucchevole, vien voglia di dire. Se non fosse per un particolare curioso: l'ammirazione malcelata di Cicchito per il capolavoro luciferino e astuto costituito dal Pci nella storia d'Italia. Invidia rimossa di un vecchio socialista di sinistra, nei confronti del suo ex fratello maggiore? Il resto è la «storia» del Pci, Pds, Ds, sopravvissuto ideologicamente per via «giudiziaria». Entità «anomala», confluita alfine nel Pd. E poi quella del manicheismo «amico-nemico» dei «cattocomunisti», contro l'àncora di salvezza democratica offerta all'Italia da Berlusconi. Fino al Pd di oggi, a Monti e ai dilemmi del dopo Monti. E ancora una volta riemerge il paradosso che segna tutto il libro: da un lato Cicchitto maledice la persistenza delle radici materiali e ideali delle culture di centrosinistra. Dall'altro le magnifica vituperandole. Senza spiegarsi la loro lunga durata. Quanto a Berlusconi, per Cicchitto è caduto per via dei mercati finanziari, dei giudici e del rigore di Tremonti. Non già per suoi errori. Cicchitto si ostina ancora a vederlo come fondatore incompreso di un «bipolarismo normale», che a destra dovrebbe andare «oltre Berlusconi». Uno schemino falsificato dalla dura realtà, visto che Berlusconi si ricandida, e la destra è nel marasma. Mentre il Pd si sta rilanciando come autentico partito. In conclusione ne risulta capovolto il teorema sull'«anomalia» della sinistra in Italia. Anomala e senza identità risulta ormai solo la destra. Quella su cui scommise il socialista di sinistra Cicchitto. Da Togliatti a Bersani: la strana storia che ossessiona Cicchitto La proposta choc è arrivata da un consigliere comunale del Pdl. E così, in provincia di Reggio Emilia, è scoppiata la polemica. Succede in un piccolo paese, a Pieve Saliceto di Gualtieri, dove fra il 1900 e il 1904 Benito Mussolini insegnò nelle scuole elementari, a pochi chilometri da Brescello. Ora la scuola elementare della frazione sulle rive del Po non è più utilizzata per gli studenti, ma è stata ristrutturata dal Comune per altri usi, come sala polivalente, seggi elettorali e sede Avis. Così un consigliere pidiellino, Giovanni Iotti, consigliere anche dell'Unione Comuni della Bassa, ha annunciato che al prossimo consiglio comunale presenterà un ordine del giorno in cui si chiede di intitolare l'edificio a “Benito Mussolini, maestro”. Al Resto del Carlino ha spiegato: «Intendo far ricordare la figura di Mussolini insegnante nelle scuole elementari di questa nostra frazione. I vecchi del paese, figli e nipoti di coloro che furono suoi alunni, ne hanno sentito parlare come di un maestro severo, ma bravo e preparato. Alla proposta si è subito opposto il vicesindaco, Francesco Villani, che ricorda: « Quando Mussolini venne a visitare la scuola durante il Ventennio era già un dittatore». «Intitoliamo la scuola al Duce» Proposta choc nel reggiano Rutelli commenta la decisione: «Chi è vittima di reati in Italia può aver fiducia nella giustizia» 4 domenica 15 luglio 2012
TULLIAFABIANI ROMA La scintilla si accende in unattimo, quando Rosy Bin-di, presidente dell'assem-blea Pd, mette ai voti il do-cumento sui diritti, elabo-rato da una commissione da lei stessa presieduta in oltre un anno di lavoro, nel catino infuocato dell'Eur. «È un primo grande passo avanti», scandisce Bindi, ma dal lato destro della platea - dove si sono accatastati, in piedi, i “ribelli laici”- si alza in piedi un signore magrolino, Enrico Fusco, militante Arcigay e dirigente del Pd pugliese: «È falso, quel testo è una presa per il culo!». E ancora: «È un testo arcaico, irrispettoso, offensivo della dignità delle persone, si torna ai Dico, che non dicono nulla». Dall'altro lato della platea partono dei «Buuu», i ribelli invece lo applaudono. Tra loro anche Aurelio Mancuso, Paola Concia, Pippo Civati, il professor Ignazio Marino. Tutti insoddisfatti per quella «sintesi» faticosamente trovata che esclude le nozze gay e «non dice parole chiare neppure sulle unioni civili». Fusco guadagna il palco, dove continua a tuonare: «Fini è più avanti di noi!». Il documento Bindi viene votato, 38 i contrari su alcune centinaia di presenti. Ma la partita è appena cominciata. Si passa al voto sui due ordini del giorno pro nozze gay, uno di Concia e uno di Scalfarotto (la cui rivalità sui temi caldi resta intatta), entrambi con una quarantina di firme di sottoscrittori (c'è anche quella del braccio destro di Veltroni, Walter Verini). La presidenza dice che il voto è «precluso», visto che si è già votato sul testo Bindi. Riscoppia la bagarre, più forte di prima. Scalfarotto illustra il suo odg, parla degli altri Paesi europei e non, dove le coppie gay sono tutelate: «Perché da noi no? Il Paese è pronto». Niente voto. In platea, maglia arancione, si agita il delegato di Domodossola Moreno Minacci. «Ma in questo partito non si vota maiii». Poi si avvicina a Bersani: «Se andate avanti così gli elettori ci spazzano via». Furioso anche Andrea Benedino, per anni responsabile dei diritti civili per i Ds, che restituisce la tessera al banco della presidenza. Lo stesso fanno Fusco e Aurelio Mancuso. «Ma di cosa avete paura?», si accalora la delegata Giulia Morini da Modena. «Il Pd è ormai un partito “precluso”», sorride amaro Civati. «In fondo è l'anniversario della Bastiglia», sussurra Marino. «La democrazia pretende delle regole», si accalora dal palco la vicepresidente Marina Sereni. I volti dei big sono terrei. Bersani, Finocchiaro, Enrico Letta: tutti ammutoliti. David Sassoli si gratta la testa preoccupato. Tocca all'odg Concia, stessa sorte. D'Alema in platea è assorto in un origami: «Bisognava accogliere la mediazione di Cuperlo e Pollastrini», risponde. Già, perché la bagarre di ieri ha un antefatto. Nella notte una pattuglia di membri della commissione diritti, composta anche da Marino, Claudia Mancina e dal responsabile diritti della segreteria Ettore Martinelli aveva elaborato un testo «integrativo» a quello della Bindi, che a ora di pranzo è stato discusso in una tesissima riunione del comitato dietro le quinte. «Alcune sottolineature e integrazioni», spiegano i promotori. Ma basta una veloce lettura per capire che quel testo era molto più avanzato di quello originale. Parlava, ad esempio, di «stessi diritti per le coppie gay ed etero», di «riscrittura» della legge 40 sulla fecondazione assistita, di possibilità di rinuncia, tramite il testamento biologico, a nutrizione e idratazione. «C'erano tutti quei sì e quei no chiari che la nostra gente ci chiede», spiega Marino. La Bindi però non ha messo al voto i due testi congiunti, si è limitata a prendere quello nuovo «seriamente in considerazione», insieme ad altri, e a rinviare la discussione all'autunno, a un'apposita riunione della direzione dedicata a questi temi. Pare che a fare infuriare la presidente sia stata la firma di Martinelli, membro della segreteria, e dunque il sospetto che dietro ci fosse una mossa di Bersani. Alla fine Martinelli ha ritirato la firma. In platea, intanto, è bagarre. Viene precluso anche un odg di Civati e Vassallo sulle primarie per il leader (con la scadenza di settembre per decidere data e regole) e altri due sulle primarie per i parlamentari e il tetto dei tre mandati. «Argomenti già votati con la relazione di Bersani», spiegano dalla presidenza. I ribelli si scatenano, urlano «voto, voto». Bersani sale sul palco: «Sentite un attimo... per la prima volta il Pd prende l'impegno per una regolamentazione giuridica delle unioni gay, e vedo gente che dice “vado via”?». E sulle primarie: «Ho detto che saranno aperte, ma non le convochiamo da soli. Noi siamo il primo partito e dobbiamo parlare chiaro, il Paese non è fatto delle nostre beghe!». Alla fine viene approvato un documento della presidenza (con 20 tra contrari e astenuti) che impegna a fare primarie per i parlamentari e a rispettare il tetto di 15 anni di mandato. Ma il clima è quello che è. «Sono degli incapaci», si lascia scappare Franco Marini all'indirizzo della presidenza. «Che catastrofe», sussurra Nicola Latorre. Errani fa da paciere con Civati e Vassallo: «Ma davvero temete che Pierluigi non voglia le primarie?». La replica: «Non mi fido più». Bindi non si scompone: «ma quale spaccatura, ci sono solo stati solo 38 contrari! Dai Dico abbiamo fatto passi avanti decisivi. Sul matrimonio gay non potevamo votare: il documento già approvato lo esclude, e anche la Costituzione». Le polemiche però non si esauriscono. «Un errore clamoroso non votare sui diritti», protesta Gozi. «Una gestione burocratica», dice Michele Meta. E Rosy risponde: «Abbiamo rispettato tutte le regole». Martinelli però precisa: «Bindi non faccia scherzi. L'accordo nel comitato diritti è stato chiaro: l'integrazione Cuperlo-Pollastrini è parte integrante del documento approvato, e Bersani è d'accordo. Daremo seguito all'impegno sul modello delle partnership inglesi». «La domanda è: il Pd vuole fare primarie di coalizione o vuole fare da solo? La coalizione è fatta tra diversi e io non penso quindi di dare fastidio». Bruno Tabacci, assessore al Bilancio al Comune di Milano (Api), prepara la sua corsa alle primarie del centrosinistra. Non considera la sua candidatura incompatibile con l'attuale incarico, «nessun problema circa la continuità dell'impegno amministrativo». E a chi come l'eurodeputato pd Antonio Panzeri ne fa una questione di incompatibilità e serietà replica: «Considero Panzeri una persona per bene e credo debba considerare una disponibilità su un'iniziativa seria come le primarie. E poi io non sono né un dirigente, né un sostenitore del Pd, si tratta di primarie di coalizione no?». Leiperòèassessoredapocopiùdiunanno,haresponsabilitàimportantiaMilano, chefa abbandona? «Ma per favore. In una competizione dove partecipano il sindaco di Firenze e il governatore della Puglia, come si può porre la questione della credibilità circa la continuità amministrativa. Io la continuità la garantisco. Non si preoccupi chi pensa il contrario». Ma perché si candida, vuole disturbare il Pd? «La mia proposta è tutt'altro che di disturbo. Penso sia di aiuto di fronte allo schema Grillo - Berlusconi; parlare del debito pubblico come di una cosa che non ci riguarda, questa sì che è roba poco seria. Invece servono rispetto civico e rigore morale. L'Italia deve essere messa nella condizione di creare una vera alternativa a quello schema ed essere governata da una coalizione di centrosinistra». CertodettodaunesponentedelfuTerzo polo... «Il Terzo polo ormai l'ha sciolto Casini dopo averne lucrato i vantaggi e non ho problemi al riguardo. C'ero dentro e ne vedevo le contraddizioni. Non ho mai pensato che si potesse riaprire alcun discorso con Berlusconi. Né mi convince Fini che dà per scontata una grande coalizione, paralizzata e paralizzante come dimostra la vicenda Rai». Quindipienaconvergenzacolcentrosinistra? «Per me Milano è il paradigma. Ricordo quando Giuliano Pisapia veniva definito un sovversivo. Ecco io ho una certa attitudine a dialogare con i sovversivi». Perciòsi ècandidato lei enon Rutelli? «Rutelli è stato solidale con me e determinante per la mia candidatura. Io ero su questa posizione politica già nei mesi scorsi, sennò certo non sarei stato assessore della Giunta Pisapia. Ho cercato di interpretare questa nuova fase senza personalismi». L'Apièprossima allo scioglimento? «L'altro giorno c'è stato un intenso direttivo nazionale dove è stata decisa la mia candidatura. È stato un importante momento di confronto dopo mesi difficili. Il punto adesso è il tragitto da fare: non abbiamo avuto dubbi al riguardo, abbiamo registrato il venire meno del Terzo polo anche prima che Casini lo evidenziasse». Puntaaunincaricoinuneventualeprossimogoverno? «Punto a un equilibrio possibile, che lasci emergere una futura composizione di governo. Le elezioni si fanno per governare». Ipuntidel suoprogramma? «Tema centrale è l'Europa e la necessità di una forte politica per mettere a freno la disinvoltura della finanza: regolazione delle attività bancarie, controllo della spesa pubblica. Ma soprattutto lo sfondo di un'Europa federale altrimenti la moneta non la teniamo. Sono un europeista convinto e penso che la dimensione europea sia la chiave di volta». Qualecoalizione prefigura? «Il profilo della coalizione dovrà essere definito in autonomia e spero che sia accompagnato da una nuova legge elettorale. Le primarie servono a mettere insieme l'esperienza del Pd con altre esperienze politiche. Mi auguro e mi aspetto che la sinistra sia rappresentata, che ci sia Nichi Vendola. Mentre non ritengo valida la tesi dei rottamatori che più che porsi i problemi del Paese si pongono quelli della classe dirigente in termini generazionali». C'èchiponeancheilproblemaprimariee dubitache si facciano davvero. «Non scherziamo su questo punto. I cittadini se le aspettano, sono uno strumento utile e importante. E penso che Bersani si metterà attorno a un tavolo per discuterne». Un iscritto del Pd restituisce la tessera a Bersani in polemica sui diritti civili FOTO DI MASSIMO PERCOSSI/ANSA L'INTERVISTA nista del destino europeo», di una «democrazia saldamente costituzionale» e di una politica «che rivendica il suo ruolo ma riduce i suoi confini e conosce i suoi limiti, più sobria, meno invasiva e che costi meno». Alle spalle il «liberismo finanziario», mentre il lavoro sarà il «cuore del progetto»: «Il lavoro che oltre all'antagonismo classico fra operai e impresa sta subendo una nuova forma di sfruttamento per garantire i guadagni e i lussi vergognosi della rendita finanziaria. E allora l'alleggerimento fiscale a carico di rendite di gradi patrimoni finanziari e immobiliari. E allora il contrasto alla precarietà ed alla competizione al ribasso. E allora la rottura della spirale perversa fra bassa produttività e compressione dei salari e dei diritti». Nel suo piano per l'Italia Bersani mette anche il «primato delle politiche dell'istruzione e della ricerca», lo sviluppo sostenibile e la «centralità dell'economia reale», l'uguaglianza, «in un Paese che è diventato fra i più disuguali del mondo»: e allora bisognerà «afferrare la ricchezza mobiliare e immobiliare che fugge nel mondo e rifiuta il vincolo della solidarietà». E poi «la redistribuzione per via fiscale e attraverso la garanzia dei fondamentali presidi del welfare, il diritto d'accesso dei giovani ai mestieri e alle professioni, un servizio-giustizia che funzioni per i diritti e la dignità di tutti i cittadini». Nell'agenda di governo dovranno trovare spazio anche i beni comuni (sanità e istruzione come energia e acqua), che non andranno lasciati «in balia del mercato», la libertà d'informazione, i conflitti d'interesse e legislazioni antitrust «in ogni area del mercato contro posizioni dominanti, rendite di posizione, disprezzo del consumatore». E poi i diritti, a cominciare da quelli «negati», dalla parità di genere. «E dicendo che una coppia omosessuale ha diritto ad una dignità sociale e ad un presidio giuridico e che l'omofobia è una vergogna che va contrastata con la forza della legge». Questa è l'agenda che propone Bersani ad eventuali alleati, sottolineando che chiunque voglia far parte della coalizione dovrà ragionare sulla «responsabilità» e l'«affidabilità» che ha. «Il governo dell'Unione ha lasciato una traccia profonda nella memoria degli italiani. Adesso c'è il Pd. Dobbiamo saper mostrare che l'Italia potrà contare su un governo e una maggioranza stabili e coesi». «Mi candido per dare più forza e serietà alla sfida Pd» ILCASO Sugli odg non si vota. È scontro su primarie e matrimoni gay La parlamentare Paola Concia FOTO ANSA/MASSIMO PERCOSSI BrunoTabacci L'assessoremilanese: «Pocoserio?Ricordo cheallacompetizione partecipanoil sindaco diFirenzee ilgovernatore dellaPuglia» Il testodellacommissione dirittipassaa larga maggioranza Poi lecontestazioniper l'esclusionedeidocumenti diConciaeCivati ANDREACARUGATI ROMA domenica 15 luglio 2012 3
Montepremi Nonpervenuto 5+stella Nessun6-Jackpot 14.900.000,00 4+stella 42.210,00 Nessun5+1 3+stella 2.153,00 Vinconoconpunti5 30.048,85 2+stella 100,00 Vinconoconpunti4 422,10 1+stella 10,00 Vinconoconpunti3 21,53 0+stella 5,00 Nazionale 59 80 15 27 89 Bari 68 73 80 70 18 Cagliari 89 66 28 77 7 Firenze 59 89 32 87 37 Genova 74 85 27 41 60 Milano 39 38 34 15 14 Napoli 38 70 65 12 56 Palermo 63 21 67 28 41 Roma 13 69 68 73 84 Torino 72 77 89 21 2 Venezia 41 80 26 46 34 InumeridelSuperenalotto Jolly SuperStar 27 38 70 75 78 82 69 28 10eLotto 13 21 28 32 38 39 41 59 63 6668 69 70 72 73 74 77 80 85 89 ORMAI MANCA SOLTANTO L'ANNUNCIO UFFICIALE, MA CHE SIA FATTA LO HA DIMOSTRATO IERI IL CAPITANO DELLA NAZIONALE ANDREI ARSHAVIN, CHE SUL SUO SITOUFFICIALEHA SCRITTO: “ILNUOVOCTDELLA RUSSIA È STATO SCELTO, SARÀ FABIO CAPELLO. GLI AUGURO GRANDISUCCESSI”.Per il tecnico italiano più vincente degli ultimi vent'anni, dopo la traumatica (e prematura) fine dell'avventura alla guida dell'Inghilterra, una nuova avventura all'estero come selezionatore. Una decisione che ne conferma la vocazione globale (nel suo curriculum anche la doppia esperienza alla guida del Real), che porta l'ennesimo allenatore italiano alla guida di una nazionale, ma anche la fine delle voci maliziose che volevano Capello “gufare” Allegri, aspettando la prima occasione buona per tornare al Milan. THIAGO, ADDIOUFFICIALE In casa rossonera, prima che si concludesse la scorsa stagione, si era parlato di un Allegri non più saldo sulla panchina, di frizioni con molti senatori e di una volontà di Berlusconi di mettere alla guida della squadra un tecnico di maggiore spessore. Tutti gli indizi portavano proprio a Capello, ma quanto è successo negli ultimi giorni ha rinsaldato la panchina del livornese. L'addio a molti dei veterani invisi al tecnico era già stato un chiaro segnale, l'imminente cessione di Ibra (che non era stato tenero con l'ex allenatore del Cagliari nel recente passato) e quella ufficiale di Thiago Silva (ieri i comunicati ufficiali) non sono certo il segnale che un Capello vuole, visto che da sempre il tecnico di Pieris è abituato a farsi comprare grandi campioni, non ad andare ad allenare una squadra che ha dato l'ok a cessioni illustri. Allegri sarà il trait d'union tra il vecchio Milan e quello del nuovo corso, che potendo contare su 65 milioni di euro (che diventeranno addirittura più di 100, considerando il risparmio sugli ingaggi dei due giocatori) garantiti dal Psg per Ibra e Thiago Silva, per la difesa punterà sul cagliaritano Astori e proverà a stuzzicare il Torino per il gioiello Ogbonna, anche se il nome più caldo è quello di Rolando del Porto, il cui procuratore (Davide Lippi) ieri si è incontrato con Galliani a Forte dei Marmi. Il problema è il prezzo, al momento non inferiore ai 15 milioni. Poi il Milan cercherà di convincere il City a cedere il mancino Kolarov, ma soprattutto andrà a caccia di un top player in attacco. E proprio coi citizens si lavora su un doppio binario: il sogno di Galliani si chiama sempre Carlitos Tevez, mentre il preferito di Allegri è l'ariete Dzeko. Ma il Milan è della corsa anche per il giovane Destro, sul quale la Roma pare essere in vantaggio rispetto alla concorrenza. PSGSCATENATO Domani dovrebbe essere il giorno delle firme e dell'annuncio ufficiale di Ibrahimovic, ma sul fatto che sia un giocatore del Psg ormai non esistono più dubbi. Ieri il medico del club francese è volato in Brasile per far sostenere le visite mediche a Thiago Silva, mentre l'agente Paulo Tonietto stava lavorando per ottenere un ritocco all'ingaggio (prologo all'annuncio). Lo stesso lavoro che da giovedì vede impegnato Mino Raiola con Leonardo e i dirigenti del Paris Saint Germain per definire il contratto di Ibra. Secondo l'Equipe l'accordo sarebbe stato trovato per un triennale da 14,5 milioni a stagione. Nei prossimi giorni dovrebbe arrivare anche l'intesa per il talento del Pescara Verratti (12 milioni la valutazione del cartellino per il presidente Sebastiani). Considerato quanto è stato fatto (con Lavezzi e non solo) e quanto intende ancora fare (ad iniziare da Balzaretti), il Psg è la regina europea del mercato 2012. LUCASTRA MOU EINTER Il brasiliano del San Paolo, da tempo nel mirino di Branca, rischia di non vestirsi di nerazzurro. Su Lucas, oltre al Manchester United, nelle ultime ore si è tuffato anche il Real Madrid (che ha offerto 38 milioni al Tottenham per Modric). Mourinho, quindi, potrebbe fare uno sgarbo alla sua ex Inter, che pure ha il vantaggio di essersi accordata già da tempo con il padre-procuratore del giocatore. La Fiorentina, dopo aver perso Gamberini e Behrami, destinati al Napoli, prova a consolarsi con l'ex leccese Cuadrado: la firma è imminente, come quella del portiere Viviano, il cui vice dovrebbe essere lo svincolato Lupatelli. Intanto i viola trattano col Genoa per Kucka, mentre il Toro attende il sì di Mesbah, dopo aver raggiunto l'accordo con il Milan. COSIMOCITO citocosimo@hotmail.com Il tedescovinceallosprintbattendodiunsoffioPeterSagan Evanssimuove insalitae il kazakodàspettacolonel finale LOTTO SPORT NON ESISTONOTAPPEFACILIALTOUR,LUNGOILMARE POI TUTTE LE CORSE SONO COMPLICATE, ROGNOSE, COLME DI INSIDIE E CARICATE DAL VENTO. Le Cap d'Agde premia la tenacia di André Greipel, al terzo centro in questo Tour de France, tre a tre nello scontro diretto con Peter Sagan, ma aggiunge una nuova pagina di grandezza alla carriera di Alexandre Vinokourov, ripreso solo nel finale di una tappa che meritiva come nessun altro. In classifica cambia nulla, ma quanti ventagli e quanti rischi per gli uomini di classifica, mentre il Tour si affacciava sul mare per l'ultima volta quest'anno. Inizio velocissimo, la Sky non tiene la corsa e lascia muovere una fuga dalla quale presto si isola, da solo, il danese Morkov. Il vantaggio resta comunque a portata di mano, ma è la GreenEdge a fare il lavoro. C'è una salita piuttosto dura nel finale, la corsa esplode là. Evans mette davanti i suoi e prova un blando allungo, nel tentativo di stirare il gruppo e isolare Wiggins. Finisce isolato lui, in mezzo a una lingua d'asfalto ridottissima dall'incredibile numero di persone sul percorso. Nibali non si muove, in breve Evans, scattato insieme all'italiano della Katysha Giampaolo Caruso, viene recuperato. Discesa e pianura, una decina di km in tutto. Là partono in due, Vinokourov e Albasini. Vino va, innesta il lungo rapporto, è un lavoro di Sisifo e lo sa, ma lui spinge lo stesso, chiedendo pochi cambi e pescando chissà dove la forza per guadagnare 30” col vento contrario. La fuga a due andrebbe, la Sky non ha interesse a lavorare. La Lotto però si ritrova Greipel un po' a sorpresa e ha il dovere di faticare per rientrare sui due. La lotta è durissima. Vino, dodici mesi dopo la frattura al femore, a 39 anni, cerca l'ultimo colpo, il grande addio. Ci va vicino il vecchio kazako, vicinissimo, ma la Lotto è troppo organizzata. Ai meno 3 fuga annullata, mentre i corridori, per bucare il vento, si organizzano in molti ventagli. Finale complicato, nel gruppo c'è Boasson Hagen, Wiggins lo vede e si mette davanti, come un umile apripista delle volate, in maglia gialla per pilotare il norvegese. Lo sprint se lo giocano però in due, Greipel e Sagan, vince il tedesco di venti centimetri, terzo colpo che Cavendish, staccato di molti minuti, avrà sentito sulla pelle, fortissimo. Sagan incrementa nella classifica a punti, tranne sorprese la maglia verde parigina sarà sua, e sarà il più giovane di sempre a indossarla. Oggi giornata delicata, aperitivo velenoso di Pirenei, due salite, Port de Lers e Mur de Péguère, con l'ultimo Gpm, 10 km al 7 per cento, ultimi 3 tutti oltre il 10, che può fare selezione, come la discesa, lunghissima, quasi 20 km, prima dell'arrivo di Foix. Tappa piena di insidie, tappa adatta a colpi di mano, anche ad altissimo livello. Pedrosa pole alMugello LaDucatic'è Valentinono SABATO 14 LUGLIO «Tovarish»Capello Sarà lui il nuovo ct russo. Ufficiale Thiago al Psg MASSIMODEMARZI ROMA LoannunciacapitanArshavin Per IbraaParigimancano solo idettagli,poi loseguirà Verratti.Milan:Tevezo Dzekoperrifondare l'attacco Tour, terzo centro per Greipel machecuore il leone«Vino» L'ARIADICASA,ILFACCIONESORRIDENTEDI GIANNIMORANDISTAMPATOSULNUOVOCASCO E L'AFFETTO COME AL SOLITO STRARIPANTEDEITIFOSI.Gli ingredienti del Mugello ci sono tutti, ma neanche i saliscendi delle colline toscane sembrano in grado di rivitalizzare la stagione di Valentino Rossi, sempre più vicina al bivio a scegliere il futuro. Ancora in Ducati, per ritentare una sfida ad oggi disastrosa o quasi, o lontano da Borgo Panigale a caccia di nuovi stimoli, una sella vincente e l'ultimo contratto di una carriera troppo stellare per potersi chiudere nella malinconia delle retrovie. Da dove Valentino non riesce ad emergere nemmeno nelle prove del Mugello che chiude decimo («Speriamo che con il passo gara possa andare meglio - commenta sconsolato - Ma dove si possa intervenire per migliorare la situazione proprio non lo so...» ) nella giornata che riconsegna alla MotoGp una Ducati finalmente all'altezza delle moto migliori. Non quella del Dottore, però, ultimo nella gara tutta interna alla factory bolognese, e lontano dalle meraviglie compiute da Hector Barbera per issarsi fino al terzo posto che vale la prima fila e da quelle di Nicky Hayden, quarto. Entrambi neanche troppo lontani da Daniel Pedrosa che sullo scadere della sessione si è preso la pole approfittando di un problema tecnico che ha frenato il leader del mondiale Jorge Lorenzo nell'ultimo (e velocissimo) giro buono. Il pilota Yamaha, però, sull'asfalto toscano ha messo giù un ritmo che potrebbe permettergli la fuga solitaria allo spegnersi del semaforo rosso. Pedrosa proverà a guastargli la festa, rivitalizzato dalla vittoria di una settimana fa al Sachsenring che gli è valsa il secondo posto nella classifica mondiale. Più difficile, almeno sulla carta, che possa farlo invece Casey Stoner: il campione del mondo, infatti, dopo il ruzzolone nella sabbia tedesca al Mugello non è mai riuscito a trovare il feeling con la RC213V ed è rimasto costantemente fuori dalla lotta per la pole chiudendo solo quinto. Il momento più emozionante della giornata, però, lo hanno regalato al paddock la Honda e i genitori di Marco Simoncelli, tornati nel box per la prima volta dopo il drammatico incidente di Sepang. A papà Paolo e Mamma Rosella la Hrc ha donato la moto con cui correva il Sic, che sarà esposta nel museo dedicato allo sfortunato pilota, e una moto speciale serigrafata con il marchio 58 che andrà all'asta per la Fondazione Simoncelli. MASSIMOSOLANI Twitter@massimosolani FabioCapello inpassatohaallenatoMilan, Real Madrid,RomaeJuventusedèstatocomissario tecnicodell'Inghilterra. FOTO DI VASSIL DONEV/ANSA ... Lucassiallontanadall'Inter BehramieGamberinial Napoli, Il Torinoaspetta Mesbah.ModricaalReal U: domenica 15 luglio 2012 27
12 domenica 15 luglio 2012
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