YOANNBURGEOISÈUNTIPINOMINUTOCHENASCONDE I SUOI 28 ANNI DIETRO UNO SGUARDO DI CIELO E UNA GRAZIADAELFO. Sorride spesso, sorride facile, con quella stessa naturalezza con la quale «cade» dalla scala e torna a rimbalzare sugli scalini. È la sua «fuga» dalla gravità, la sua versione dei fatti musicali di Johann Sebastian Bach, sulla cui Arte della Fuga - appunto - Bourgeois ha costruito un microuniverso di azioni e visioni, due delle quali portate a Teatro a Corte, suggestivo festival che sparge spettacoli tra cortili e patii delle dimore sabaude. Les Fugues di questo acrobata-attore-giocoliere-danzatore tutto insieme sono un progetto filosofico ancora prima che artistico, la capacità di cogliere l'attimo sospeso, di carambolare nel vuoto e tornare sul filo dell'equilibrio. Sono magie che durano una manciata di minuti e che l'artista francese fa sbocciare sullo sfondo mozzafiato dei Giardini della Reggia di Venaria come fiaba nella fiaba. Un omino magrittiano tra regge e nuvole, gradini bianchi e un tappeto elastico. È una danza volante da far invidia ai «fall and recovery» (caduta e recupero) di Doris Humphrey, che gioca col peso e se ne fa beffe, indugiando nell'aria con passo leggero. A Fugue/Trampolinesulla Suitenumero 3 per violoncello, Bourgeois abbina Fugue/Ballesul Contrappunto numero 2. Stesso principio: sospensione e caduta, alternanza di stabilità e instabilità applicato alla giocoleria con le palline che Yoann fa ruotare e blocca nell'aria come infilzando farfalle al volo, in alto e in basso, incrociando braccia e mani in un traffico da far girar la testa. Sembra Matrix e invece non ci sono effetti ipertecnologici dietro alle sue invenzioni di movimento, ma solo esercizio e tenacia. Con quel pizzico di surreale ironia che non poteva mancare in un artista transitato per le coreografie di Maguy Marin. Si ammira con il naso all'insù, prede di quella magia da circo che si ripete e si rinnova. Altro che animazioni in 3d, questo, signori, è il corpo che torna a rubarsi la scena. LARIVOLTA DELLASERVITÙ Tutta un'altra storia e tutta un'altra (minore) efficacia è quella che il coreografo israeliano Barak Marshall disegna con Mongernel parco di un'altra corte toccata dal Festival diretto da Beppe Navello, la lussureggiante magione di Racconigi che fu l'ultima dimora dei Savoia prima del loro esilio nel 1946. Figlio d'arte (la madre è la grande coreografa e danzatrice Magalit Oved), Barak ha oscillato tra un genere (il canto prima, con il quale è diventato famoso in Israele) e l'altro (la danza, dove è passato alla coreografia dopo un infortunio). E tra un continente e l'altro, passando da Tel Aviv alla California e viceversa. Mélange di culture che caratterizza molti coreografi d'origine israeliana con esiti inediti sui loro linguaggi. Per Marshall diventa spunto di continui attraversamenti fra teatro e danza, ma soprattutto di accenti: in Monger si alternano echi di folklore e quadri di Tanztheater, tessuti sonori fatti di jazz e colonne sonore di vecchi musical, luci caravaggesche e interni da Kabarett. Non mancano momenti interessanti, ma il vero problema è che Barak non sembra avere le idee chiare su dove voglia andare. E lo spunto scelto per lo spettacolo non gli facilita il compito: le prevaricazioni che una capricciosa signora d'altri tempi impone di continuo ai suoi camerieri. Vi si potrebbero leggere allusioni alle Servedi Genet, se Marshall non fosse uno spirito troppo allegro per introspezioni morbose che qui, infatti, si trasformano in sarabande quasi giocose di travestimenti. Né i traffici della servitù e le sottomissioni imposte sono assimilabili alle atmosfere di Gosford Park o di Quello che resta del giorno, perché manca il rigore di uno stile: Barak si lascia affascinare da stanze inglesi di fine 800 e poi vira sui salotti melò della Traviata. In mezzo, passa per il teatro grottesco e finisce con una pernacchia alla Ken Loach. Un pasticcio. Di ironico c'è che Monger debutta la sera del 14 luglio davanti a una reggia sabauda e la rivolta della servitù che chiude lo spettacolo sa involontariamente di giacobino. Anche se Carlo Alberto, buonanima, era uno che cenava spesso in cucina con i suoi valletti. FRANCESCA DE SANCTIS INVIATA A SANTARCANGELO Laperformance deldrammaturgo americanoèpartita nel2010daNewYork toccandotantecittà FESTIVAL IN FONDO IL TEATRO È ANCHE QUESTO: UNO LUOGO IN CUI POTER ESERCITARE LA PROPRIAINESPERIENZA,uno spazio dove è possibile mettersi a nudo, interrogarsi sul proprio presente. E magari creare certe condizioni che ti obbligano inaspettatamente a chiederti: «in cosa credi?». Ecco la domanda che Richard Maxwell, drammaturgo americano ancora non abbastanza noto qui in Italia, rivolge da un paio di anni agli abitanti di tante città del mondo. È partito da New York nel 2010 ed ora è approdato a Santarcangelo di Romagna, che in questi giorni ospita la sua 42ma edizione del Festival internazionale del Teatro in Piazza. Un Festival antico e magico che riesce sempre a reinventarsi. Quest'anno ha affidato ad una nuova e giovane direzione artistica (Silvia Bottiroli, Rodolfo Sacchettini e Cristina Ventrucci) il compito di indagare sui nuovi linguaggi, di seguirne i percorsi e poi convogliarli nelle piazze, negli edifici industriali, nei piccoli e grandi spazi di questo meraviglioso borgo medievale, dove i versi di Tonino Guerra – scomparso di recente – sembrano aleggiare nell'aria. Dalla scrittura al disegno, qui le arti sconfinano con naturalezza l'una nell'altra, tanto che il programma stesso è ricco di progetti «fuori formato». «Abbiamo cercato di guardare a noi e al teatro italiano ed europeo, alla sua memoria, al suo presente e alle sue forme nascenti – spiega Silvia Bottiroli - per indagare le vite comuni attraverso la lente dell'arte: individui attraversati da sentimenti ed emozioni, da visioni del mondo e da immaginari, il teatro sa coglierci nella nostra fragilità e nel legame profondo con gli altri e con la Storia». Nella realizzazione degli spettacoli sono stati coinvolti bambini, anziani, donne e uomini, santarcangiolesi e stranieri, protagonisti, per esempio, dell'interessante lavoro di Maxwell, Ads (abbreviazione di advertisement, pubblicità), dove una trentina di persone differenti per età, sesso, estrazione sociale, tentano di riprendersi il proprio spazio dichiarando pubblicamente ciò in cui credono. Con risultati disparati, a volte condivisibili, altre volte incomprensibili, altre ancora esilaranti. Un progetto che il drammaturgo ha realizzato sul territorio nei giorni precedenti il Festival e che vede ogni sera personaggi diversi prendere la parola. Capita così che in scena vengano riflessi su una lastra di vetro i corpi delle persone che si «confessano»: c'è il discorso di una femminista convinta e quello di un vegetariano, la strampalata genetista e il ragazzino che crede solo nell'amore... Tra i pezzi forti c'è senza dubbio la ragazza che odia l'ansia e dice: siamo tutti stressati («se sei in macchina e al verde non parti subito come un pilota di Formula 1 iniziano subito a strombazzarti… Ma dove corrono? Poi scopri che vanno a fare la spesa…»), dovremmo concederci tutti un'ora a settimana per guardare il tramonto, stare sdraiati al mare e stiracchiarci come i gatti al sole senza fare un bel niente…Tutti d'accordo. E giù risate. LAPOESIA DELREGISTA CROATO Ha a che fare col nostro mondo interiore anche lo spettacolo- molto poetico e commovente - di Matija Ferlin: SadSam/ almost 6/. Il regista croato è già in scena quando gli spettatori entrano: fa l'appello di tutti gli animaletti disposti a cerchio attorno a lui. Ci sono zebre, tigri, maiali, agnellini, leoni, balene… ciascuno con il proprio nome. Ed è come se volesse dirci che basta dare un nome alle cose per crearle. Con i suoi amici Ferlin gioca e si interroga: ha senso stare lì, tutti insieme? Il nostro mondo dell'infanzia viene ricostruito davanti ai nostri occhi e subito dopo distrutto, quando il cerchio si rompe e in scena resta solo un cavallino. Quel che resta è un senso di vuoto, di tristezza, come allude lo stesso titolo dello spettacolo, Sadsam, che in croato significa «adesso io sono» ma in inglese si traduce «triste Sam». Sarà che forse rimpiangiamo un po' tutti la fine del tempo dell'infanzia? Bourgeois un elfo a corte I«voli»sospesidell'artista davanti alla Reggia di Venaria FugheL'acrobata edanzatorefrancese,ospite delFestivalnelledimore sabaude,eseguevariazioni inequilibriosullenotediBach ROSSELLABATTISTI INVIATA ATORINO YoannBourgeois in«Fugue/Trampoline» presentatonell'ambito delFestival aCorte presso i Giardinidella Reggia diVenaria «Iocredoin...» Cittadini-attori in scena perRichardMaxwell MatijaFerlin, in«Sadsam/almost 6/» FOTO DI ILARIA SCARPA ... Gli stranianimaletti diMatijaFerlin allaricerca dell'infanzia U: 20 lunedì 16 luglio 2012
Tre notizie meritano una riflessione.La prima è che sarà Silvio Berlusco-ni il candidato del Pdl alle prossimeelezioni politiche. Una voce che cir-colava già da alcune settimane, ina-spettata e sorprendente se si considera che la prima “scesa in campo” è del '94, e questa è la quinta volta. Se sarà un Berlusconi diverso dal passato, a oggi, è impossibile prevederlo perché gli scenari sono in rapida evoluzione. Certo è che diciotto anni di leadership nel centrodestra - e di motivazione aggregante nel centrosinistra - hanno evidentemente lasciato il segno. L'indagine sulle intenzioni di voto sembra registrare, almeno in parte le reazioni dell'opinione pubblica, anche se l'annuncio è stato fatto verso la coda della rilevazione. L'effetto, anche se in embrione, è però evidente: recuperano consensi il Pdl e il Pd mentre scendono di poco tutti gli altri partiti, fatta eccezione per il movimento di Grillo che continua a crescere. Se si tratta di un rimbalzo momentaneo determinato dalle voci insistenti, di una casualità del tutto indipendente o di un fenomeno che annuncia una dinamica tendente a consolidarsi, sarà chiaro solo tra qualche settimana o con un'indagine più mirata. È inutile, quindi, addentrarsi adesso in analisi puntuali di come cambieranno, nei prossimi mesi, le dinamiche del consenso con il rientro di Berlusconi sulla scena politica, perché ancora è prematuro. L'annuncio della candidatura pone, invece, questioni ben più pregnanti che riguardano le scelte che i partiti sono chiamati a fare oggi. La prima riguarda la riforma elettorale. Il Presidente Napolitano ha sollecitato i partiti a fare presto. Ogni proposta, negli ultimi mesi, è naufragata tra veti incrociati e architetture istituzionali impossibili da realizzare nel poco tempo che manca alla fine della legislatura. Di recente, le ipotesi sembravano orientate verso un sistema basato su circoscrizioni più piccole, senza “premio di maggioranza” o comunque in forma ridotta rispetto a oggi. Un'ipotesi, questa, che si tradurrebbe in un rafforzamento della rappresentanza dei principali partiti e nell'indebolimento della tensione bipolare esercitata dal premio che, con la legge attuale, è assegnato alla coalizione vincente. Non sarebbero più solo le urne, quindi, a determinare la maggioranza di governo, com'è stato finora, ma anche il Parlamento (e i partiti) che concorrerebbero alla definizione, post-voto, di alleanze e di equilibri politici in grado di sostenere l'esecutivo. Ciò renderebbe politicamente più forti i partiti di centro e più deboli gli altri partiti, a cominciare da quelli che si collocano a sinistra e a destra dell'asse politico. Uno scenario inconciliabile, però, con la candidatura di Berlusconi che ha, invece, necessità di ritrovare legittimità proprio attraverso il voto, rafforzando il suo ruolo di leader popolare. Una scelta, quella di Berlusconi, che per molti aspetti diventa ingombrante anche per il governo e potrebbe accelerare il ritorno alle urne. Magari lasciando immutata la legge elettorale, fatta salva l'introduzione del voto di preferenza. Uno scenario nel complesso desolante, ove continuano a prevalere tatticismi e alchimie e dove la politica che sceglie le cose da fare sembra non trovare spazio. CONFLITTO INTERNO Oltre all'ulteriore conferma della mancanza della politica vera, quella delle idee appunto, altre due notizie hanno fatto eco. Innanzitutto, la dichiarazione del Presidente del Consiglio il quale ha usato la metafora della “guerra” per descrivere la situazione che sta vivendo il Paese per poi affermare, pochi giorni dopo, che il suo governo chiude nel cassetto la concertazione con le parti sociali. Per quanto riguarda la metafora della guerra, è innegabile che essa sia efficace e rispondente alla realtà che i cittadini vivono quotidianamente. Ma su chi sia il nemico che stiamo combattendo e, soprattutto, su cosa dobbiamo difendere, il messaggio non trapela chiarezza alcuna. Se il “nemico” possiamo agevolmente individuarlo nella speculazione finanziaria internazionale che si nutre dei nostri eccessi, è invece più difficile capire cosa si stia difendendo, visto che continuiamo ad arretrare cedendo il terreno delle conquiste sociali e civili. Tanto che viene da chiedersi, dopo le riforme che sono state avviate, se al termine della crisi l'Italia avrà ancora uno stato sociale o se i principali architravi del welfare, a cominciare dal sociale e dalla sanità, passeranno dalla prevalenza pubblica a quella privata, con una progressiva finanziarizzazione dei servizi, come ad esempio avviene negli Stati Uniti attraverso le assicurazioni private. E questo, paradossalmente, mentre gli Usa sembrano seguire il percorso inverso. Sulla stessa frequenza si colloca la posizione di Monti sulla concertazione sociale. Un no perentorio. Ma forse pochi sanno (o ricordano) che l'Italia è il Paese europeo in cui gli assetti concertativi, oltre ad essere longevi e resistenti nel tempo, hanno prodotto risultati importanti. Basta ricordare le politiche sui redditi che hanno permesso di attenuare gli effetti della pesante recessione del 1992-93. O quelle successive all'entrata dell'Italia nel sistema di cambi fissi (1996), che hanno ammortizzato gli effetti recessivi di politiche macroeconomiche restrittive. E ancora nel 1995: la concertazione bilaterale tra governo e sindacati permise di varare una riforma del sistema pensionistico che ha rivoluzionato il metodo di calcolo, passando dal sistema a beneficio definito a quello a contribuzione. È sempre grazie alla concertazione che il sistema italiano di relazioni industriali, tradizionalmente privo di regole, è cresciuto e ha assunto lineamenti ben definiti, con una chiara suddivisione del lavoro nei diversi livelli contrattuali. D'altronde, la concertazione è un metodo che riguarda la politica e che consente, oltretutto, ai governi di fare scelte difficili, ad alto rischio di conflittualità sociale. Come quelle che, negli anni '70 e '80, riguardavano la moderazione salariale e negli anni '90 il ridimensionamento dei sistemi di welfare e la liberalizzazione del mercato del lavoro. I patti concertativi degli anni '90, oltretutto, furono particolarmente difficili per i sindacati, perché non prevedevano risarcimenti ai sacrifici dei lavoratori in termini di provvedimenti di welfare più generosi o di trattamenti fiscali favorevoli ai redditi più bassi. ILVALOREDEL SINDACATO A causa dell'estrema ristrettezza delle politiche fiscali, dovuta alla necessità di rispettare i parametri di convergenza europea, i patti contenevano solo diritti di presidio sulle politiche pubbliche, per garantire che i sacrifici fossero distribuiti secondo criteri di equità. Ciononostante, da queste fasi, i sindacati ne uscirono rafforzati e non indeboliti, così come ne uscirono più forti gli stessi governi. E, naturalmente, ne uscì più competitiva l'Italia nel suo complesso. I fallimenti degli assetti concertativi in alcuni paesi, come l'abbandono della contrattazione centralizzata in Svezia nel 1983 e la fine dell'esperimento di Azione Concertata in Germania nel 1977, sono da attribuirsi alla scelta degli imprenditori di abbandonare unilateralmente il tavolo delle trattative, nel momento in cui non ritenevano più conveniente trovare un accordo. Il sindacato italiano ha mostrato, negli ultimi anni, capacità di prevenire il conflitto e mobilitare il consenso anche rispetto a scelte fortemente impopolari. Ed è proprio questa sua capacità che lo ha reso un alleato prezioso della politica. Ma per poter esercitare al meglio questo ruolo, il sindacato deve trovarsi nelle condizioni di poter mobilitare i lavoratori, perché nella misura in cui c'è conflitto potenziale, il sindacato sa come riassorbirlo e ha in mano un capitale da spendere ai tavoli della concertazione. Se non c'è conflitto o se, al contrario, il conflitto c'è, ma il sindacato non è in grado di governarlo, allora si può fare a meno della concertazione. Ma non è questo il caso dell'Italia di oggi. Gli eventi recenti hanno, inoltre, dimostrato che il sindacato italiano ha la capacità di gestire queste situazioni nei canali della contrattazione e della concertazione. Indebolirlo e svuotarlo di legittimità è un male per l'Italia. Anche perché, mentre il livello politico soffre di una crisi decennale e la soluzione non sembra immediata, la destrutturazione progressiva del modello sociale rischia di compromettere ogni tentativo di risalita. Il nostro paese vive quotidianamente esposto all'ingordigia della speculazione finanziaria e per uscire dall'impasse generale ha bisogno di una classe politica capace e di un sistema socioeconomico solido. In assenza della prima, chiudere le porta e arroccarsi in una rigida revisione dei conti, produce solo fratture e conflitti. Occorre, invece, sollecitare gli attori sociali a un protagonismo pieno, facendo crescere lo spazio di chi rappresenta interessi di massa. D'altronde, lo sviluppo non si fa per decreto e per vincere la guerra di cui parla il Presidente Monti, dovendo al momento fare a meno dei partiti, c'è bisogno della società e dei suoi rappresentanti. Lo scenario è duplice e opposto: o vince tutta l'Italia o tutta l'Italia perde. L'OSSERVATORIO VOGLIADIPOLITICA . . . Per Monti siamo un Paese in guerra ma non chiarisce chi sia il nemico E poi dice no alla concertazione Avanti Pd e Pdl Scendono gli altri tranne Grillo FOTO ANSA/MASSIMO PERCOSSI/DRN IL RITORNO IN CAMPO DI BERLUSCONI IMBARAZZA IL GOVERNO E ACCELERA LA NECESSITÀ DI VOTARE CARLOBUTTARONI PRESIDENTEDI TECNÈ La ricerca, commissionata da l'Unità, è stata condotta tra il 9 e il 12 luglio 2012 attraverso interviste telefoniche (metodo Cati), con estrazione casuale dagli elenchi telefonici e prendendo come universo di riferimento la popolazione maggiorenne su tutto il territorio nazionale. Mille le interviste realizzate, su un campione rappresentativo dell'universo di riferimento per sesso, età e area geografica. lunedì 16 luglio 2012 7
CARO DIRETTORE, MI SEMBRA DI SCORGE-RE UNA CONTRADDIZIONE TRA DUE TUOI EDITORIALIRECENTI. In uno sostieni giustamente che i governi tecnici sono eccezione e non regola e che a Monti debba subentrare un governo a tutti gli effetti politico dentro una democrazia sanamente competitiva. Nell'altro liquidi sbrigativamente la cosiddetta seconda Repubblica inscritta sotto la cifra del fallimento e il cui peccato d'origine sarebbe il premio di coalizione. Permetti qualche rilievo. Intanto osservo che, se ho inteso bene, nel difficile negoziato in corso il premio in capo alla coalizione anziché al primo partito è la tesi sostenuta dal Pd. Ma non ne faccio una questione diciamo così formale di coerenza con la linea del partito. Mi interessa la sostanza. Ecco qualche domanda. Intanto non capisco come assicurare che gli elettori possano pronunciarsi con cognizione di causa su maggioranza, governo e premier con soluzioni di stampo proporzionalistico e senza vincolo di coalizione. Segnalo che non disponiamo di due partiti alla misura di altre democrazie: il partito più grande è il Pd, che si aggira intorno al 25%. Su quale maggioranza potrebbero esprimersi gli elettori con partiti che non si impegnano sulle alleanze? Con l'aria che tira è pensabile di rimettere la decisione circa maggioranza e governo alle transazioni tra i vertici di partito a urne chiuse? Ma a sorprendermi è l'ingenerosa liquidazione degli ultimi 18 anni senza eccezioni. Tutti? Compresi i nostri governi? Quelli di Prodi, Napolitano, Ciampi, Amato, Padoa Schioppa e, lo rammento, Bersani? Associati nel giudizio ai governi Berlusconi? Se anche noi accediamo acriticamente a tale narrazione fuorviante che fa di ogni erba un fascio con quali credenziali possiamo candidarci a governare l'Italia, a rivendicare il diritto-dovere di succedere al governo Monti? È la stessa contraddizione che avvertivo nella bozza Violante che, con alta probabilità (D'Alimonte, con la logica stringente dei numeri, lo dava per certo), non sortirebbe maggioranza alcuna e dunque con il risultato di propiziare di nuovo un governo tecnico, un Monti 2, o comunque a un esecutivo di larghe intese. L'opposto di quel governo politico di centrosinistra imperniato sul Pd cui aspiriamo. Non è un caso che tale soluzione raccogliesse l'apprezzamento di quelle componenti interne al Pd che oggi invocano non la distinzione/alterità ma piuttosto la continuità con l'agenda Monti. Essi non si spingono al limite di proporre un Monti 2 (lo ha fatto mesi orsono Salvati, ideologo del primo Pd) ma la logica porta lì. Chi più di Monti può garantire con sicurezza la continuità della sua agenda? Per farla breve, essendo il bipolarismo di coalizione il solo bipolarismo possibile in Italia (come abbiamo visto il bipartitismo non gli si confà'), perché escludere l'incentivo alle coalizioni? Per questa via si possono prospettare una maggioranza e un governo di centrosinistra imperniato sul Pd e guidato dal suo leader da sottoporre lealmente al giudizio degli elettori. Obiettivo che sta a cuore a te come a me. SEGUEDALLAPRIMA Nomine e chiacchiere, chiacchiere e nomine. Invece le righe che seguono sono dedicate, scusate la digressione e la volgarità, al destino della industria audiovisiva italiana e alla sua posizione nel mondo. Siamo un Paese piuttosto grande (60 milioni di abitanti) e piuttosto ricco, crisi a parte. Siamo anche istruiti e i giovani hanno maturato una enorme competenza di web, cinema e tv. Ma abbiamo una industria audiovisiva molto piccola che occupa qualche decine di migliaia di persone mentre altri Paesi a noi simili, come la Francia e l'Inghilterra, per non parlare della Germania, dispongono di eserciti che vanno dai centomila in su. Per di più si tratta di posti di lavoro ad alta qualificazione e indenni dal rischio delle delocalizzazioni. Perché siamo ridotti così? Perché il duopolio esiste per coltivare visibilità (la Rai) o spremere rendite (Mediaset), attività che non richiedono di «produrre tv». La tv infatti la puoi mettere assieme anche senza crearne neppure un minuto. Una bella lista di successi d'oltreoceano inframezzati da chiacchiere, pubblicità e notiziari, e il palinsesto è fatto. «Produrre tv» invece è una attività creativa che si basa sia sulla interpretazione originale di generi canonici (come fa Mentana col TG o la scuola Santoro col dibattito/inchiesta) sia su prodotti originali (come film, telefilm e format) di alto costo, ma capaci di trovare clienti anche all'estero Il nostro problema è che di prodotti di quest'ultima categoria ne realizziamo pochi, belli o brutti che siano. E già questo ci taglia fuori dai mercati mondiali dove è il volume della produzione che deve essere significativo, non la singola opera, anche se ramazza premi nei festival. E inevitabilmente, non trovando risorse nelle esportazioni, Rai e Mediaset si rattrappiscono sempre più su produzioni che non guardano al di là del mercato interno. Un circolo vizioso in cui la debolezza sul mercato mondiale lascia spazio solo a iniziative di corto respiro che accentuano a loro volta la esclusione dell'Italia dal grande gioco della industria audiovisiva. Con le conseguenze che abbiamo ricordato: mentre gli altri celebrano trionfi occupazionali nell'industria dei contenuti, noi la conosciamo come la quintessenza del precariato. Il treno del mercato mondiale lo abbiamo perso a causa della espansione subitanea e canagliesca del sistema televisivo avvenuta alla fine degli anni '70. Troppe tv da riempire hanno reso inevitabile la tv delle chiacchiere e dei prodotti d'acquisto, dilatando la distribuzione a scapito della produzione. Ma quello che porta al mercato mondiale è anche un treno che può ripassare e su cui possiamo salire nel medio-lungo periodo, se da subito cominciamo a fare i compiti giusti. A partire dal ripensamento strategico della presenza pubblica. La Rai di oggi non è un editore, ma un elemosiniere, che bada a lottizzare i soldi pubblici e del resto se ne infischia. E invece, per cominciare la scalata al mercato mondiale, avremmo bisogno di un editore vero (tipo l'inglese Channel Four, per chi lo conosce) e non farlocco. In più sarebbe necessario che nel sistema della tv ci fosse più concorrenza. Perché senza concorrenza non possono esistere produttori davvero indipendenti, ma semplici appaltatori esecutivi: non fucine di idee e di azioni strategiche, ma imprese di amici degli amici. Gente che va al Billionnaire, altro che ai mercati. In ultima istanza, come è ovvio, il problema è politico. A proposito, Bersani, Renzi e altri primaristi in pectore, hanno qualche idea attorno a questi problemi? Tanto per capire perché candidarli. C'EUNATTENTOOSSERVATORIOSULLACRISIECHEAC-COMPAGNA OGNI GIORNO LE VITTIME DELLA CRISI. È UNO SPREAD SOCIALE E NON FINANZIARIO. È gestito dall'Inca-Cgil, uno dei «patronati» sindacali. La sua crescente attività è stata riportata in un «bilancio sociale» che misura, appunto, quanto è avvenuto negli ultimi mesi. Un dato salta agli occhi, l'ingresso, negli ultimi tre anni, accanto ai pensionandi, di molti giovani con contratti precari. Osserva Morena Piccinini, presidente dell'Inca, che in un solo anno, tra il 2010 e il 2011 si è registrato un aumento di richieste al patronato di oltre il 48%. Un salto enorme. È cambiata anche la qualità delle richieste di tutela. «Aumenta, infatti, in modo drammatico, la domanda di prestazioni legate alle condizioni di povertà, per anziani ma soprattutto per giovani e famiglie precipitate nello stato di indigenza». Aumentano i bisogni ma calano le possibilità reali di welfare per effetto dei «tagli». La cosiddetta riforma del lavoro e quella sulle pensioni non hanno certo alleviato il disagio crescente. Basti pensare agli anziani «che devono fare i conti con le nuove norme in materia pensionistica, costretti anche a subire le conseguenze delle numerose crisi aziendali e che non sanno come far fronte all'inasprimento dei requisiti di accesso al diritto a pensione: non c'è lavoro, mentre si allunga per tutti la prospettiva del pensionamento». Mentre sui giovani il «bilancio sociale» denuncia un fenomeno nuovo: gli «scoraggiati» aumentati nell'ultimo anno e mezzo. Sono tra i 15 e i 29 anni, non lavorano e non frequentano alcun corso di istruzione o formazione: nel 2010 erano oltre 2,1 milioni, 134mila in più rispetto al 2009 (+6,8%). Le nuove leggi non danno risposte positive ma la Cgil non si da per vinta. La partita non è chiusa. Anche perché se lo spread sociale è alle stelle anche quello legato ai mercati non consegue risultati soddisfacenti. Questo significa che la corsa al rigore, pagata dai deboli e dai «produttori», non ferma il precipitarsi nel cosiddetto «baratro». E allora bisogna dibattere non tanto di demagogico «macello sociale» quanto di una politica che punendo il lavoro e la spinta produttiva spezza le speranze di ridare all'Italia e all'Europa un futuro diverso. Ponendo mano ad una alternativa, con misure e proposte che del resto, affiorano da più parti. È questo il capitolo da approfondire e qui si poteva esperimentare un nuovo tipo di «concertazione» intesa come scambio di proposte. Ricordando che il sindacato o perlomeno la Cgil ( ma anche la Cisl carnitiana) non ha mai santificato la concertazione (anzi spesso, venne aspramente criticata). Essa venne adottata in particolari circostanze, come negli anni 90, quando lo scambio fu tra scala mobile e un complesso nuovo modello contrattuale. Oggi non c'è nulla da scambiare, se non appunto idee, proposte, misure utili a uscire davvero dalla crisi. http://ugolini.blogspot.com Sulla legge elettorale Franco Monaco ha un' opinione diversa dalla mia, e so bene che gli argomentidaluiusatihannounpesononmarginale nel confronto dentro il Pd e tra le forze politiche.Nonintendoconfutarliulteriormente, perché ho già avuto modo di esprimere le mie ragioni. Voglio però precisare alcuni punti,perchénonmiriconoscoinalcunemaschere che Monaco mi ha disegnato. Innanzitutto non mi sono mai neppure sognato di paragonare i governi Ciampi, Prodi, D'Alema e Amato con i governi Berlusconi. Perlepolitichechehannorealizzato,peririsultati ottenuti, per il prestigio internazionale di cuihannogoduto,sonostatigovernidacuiancheilcentrosinistradidomanipotràtrarreutili insegnamenti. Non si può negare però che il contesto politico e istituzionale della seconda Repubblicaèstatoperloro,forseancorpiùche per Berlusconi, motivo di sconfitte e di fallimenti. E una delle malattie più gravi del sistemaèstata,amiogiudizio,proprioilmaggioritario di coalizione. Una malattia, purtroppo, che ha accomunato il Mattarellum al Porcellum, benché la legge del '93 sia dal punto di vistatecnicoedellacoerenzacostituzionaleincomparabilmente migliore. Il maggioritario dicoalizionehaprodottoframmentazione,instabilità, trasformismo, impoverimento dei partiti, malgrado si proclamasse tutto il contrario.La favola,poi, cheilpremiodi coalizioneserveatrasferireaicittadini ilpoterediscegliere i governi è stata così tante volte smentita, da rendere ormai impossibile riproporla anche ai più tenaci dei suoi sostenitori. Mac'èun'altraquestionecheintendochiarire: sono convinto come Monaco che le elezioni del 2013 debbano produrre una competizione democratica e che il governo del dopo Monti debbaessereespressionediunasceltatraalternative politiche. Se questo non accadrà, sarà un danno grave per l'Italia. Il punto di dissenso con Monaco riguarda la riforma che possa aiutare il Paese a raggiungere meglio questo obiettivo e a recuperare una normalità democratica: secondo me, ci avvicineremmo all'Europa eliminando il premio alla coalizione. Ma sonoancheconvintochesiapiùfacilecostruire un governo di centrosinistra imperniato sul Pd con un premio di governabilità al primo partito,piuttostoche restare-da soli nelmondo-nelcampodelmaggioritariodi coalizione. Ci sarà un motivo perché in ogni Paese democraticolasfidadigovernoèaffidataaipartitie non alle coalizioni. Forse è anche per questa anomaliadella secondaRepubblicachei maggioripartitidanoidiventanosemprepiùnani, con ciò indebolendo l'intero telaio istituzionale e favorendo nuove liste e nuove avventure. Ma è chiaro che la discussione deve continuare. (CLAUDIOSARDO) L'analisi Perché alla Rai serve un editore Bruno Ugolini Giornalista Maramotti . . . Il rigore pagato dai deboli . . . Ma non si ferma la corsa al baratro La lettera «Difendo il premio di coalizione» FRANCOMONACO . . . Siamo un Paese grande ma abbiamo una industria audiovisiva piccola che occupa solo poche migliaia di persone Stefano Balassone . . . Riformare il Porcellum, ma il bipolarismo di coalizione è il solo bipolarismo possibile nel nostro Paese . . . Mentre gli altri celebrano trionfi occupazionali nell'industria dei contenuti, noi la conosciamo come quintessenza del precariato Atipiciachi? La mappa del disagio cioè lo spread sociale COMUNITÀ lunedì 16 luglio 2012 15
GI.CA. MILANO «Più che di spending review, bisognerebbe parlare di manovra economica, perché tale è». Michele Emiliano, sindaco di Bari dal 2004 alla guida di coalizioni di centro-sinistra, sintetizza in poche parole il malessere di buona parte degli amministratori locali italiani nei confronti dei tagli programmati dal governo Monti. Un malessere crescente, quello di chi deve amministrare la periferia dello Stato con sempre meno fondi a disposizione e cittadini sempre più arrabbiati per una crisi che sembra non avere fine. Anche perché sono proprio loro, sindaci e presidenti di Regione, ad essere l'interfaccia più esposto tra lo Stato e la popolazione Checosanonlepiaceinmodoparticolare della revisione della spesa pubblica messa inatto dalgoverno? «Il fatto che non fa distinzione tra gli amministratori virtuosi e quelli che lo sono stati meno, tra le entità amministrative, come comuni o regioni, che si sono distinte per il modo intelligente ed onesto con cui hanno usato il denaro pubblico e quelle che invece hanno creato seri problemi al bilancio dello Stato attraverso spese disinvolte, per non dire, in alcuni casi, scellerate». Proprionessunadifferenza? «Proprio nessuna. Da parte del governo Monti non ci sono stati suggerimenti o indirizzi particolari, ma soltanto tagli lineari come quelli fatti dai precedenti governi, che peraltro non hanno portato ad un miglioramento della spesa. Il problema è che questa spending review in realtà è una manovra economica mascherata. Senza considerare che l'intesa con l'esecutivo non era questa, non hanno tenuto fede ai patti che erano stati raggiunti». Achecosasi riferisce inmodoparticolare? «Mi riferisco all'intesa per allentare il Patto di stabilità, una camicia di forza che toglie agli amministratori la possibilità di operare bene anche se sono stati virtuosi. Si sono concesse deroghe soltanto in casi speciali, come per l'Expo milanese del 2015 e di Roma capitale. L'unica concessione fatta dal governo riguarda la possibilità di pagare vecchi crediti che lo Stato deve alle amministrazioni locali, ma parliamo di pochi spiccioli, con cui certo non si può migliorare sensibilmente la situazione». E non c'è modo di far cambiare idea a Monti riguardo ad un allentamento del pattodistabilitàperchihaamministrato bene? «Direi proprio di no. A quanto mi risulta il premier non vuole nemmeno sentir parlare di deroghe al Patto di stabilità per comuni o regioni, perché ha paura che all'estero possano essere viste come una retromarcia sul terreno delle riforme e del contenimento della spesa. Ma così la situazione non si migliora e si crea anzi un paradosso». Chechi amministramale... «Continua ad amministrare male e chi è virtuoso si chiede che senso abbia esserlo, se poi le fatiche non vengono ripagate». SecondoleicosasidovrebbefareperriuscireacontenerelaspesapubblicadiComunie Regioni? «Io penso che il problema sia la centralizzazione della spesa. Passare dalle convenzioni del Consip (la “centrale acquisti” della pubblica amministrazione ndr) spesso fa aumentare i costi, invece che diminuirli come avviene se si va sul mercato a fare delle gare pubbliche con tutti i crismi della legalità. Dare responsabilità agli amministratori, premiare quelli bravi e “punire” quelli per così dire distratti, potrebbe portare immediatamente ad un sollievo sul fronte della spesa». Il problema principale è sempre la sanità? «Guardi che la spesa sanitaria è inferiore rispetto alla maggior parte dei Paesi europei. Il problema sono i beni di servizio, che fanno aumentare a dismisura i costi» Inconcreto i tagli volutidalgovernoche cosa porteranno ad un'amministrazione comequella diBari? «A pesanti tagli su tutta la spesa corrente. Quindi avremo ancora rinunce dolorose sul fronte dei servizi sociali, della cultura e del personale. Ci sarà un po' più di libertà d'azione invece sul fronte della spesa per investimento, ma certo non basta a bilanciare la situazione, che rischia seriamente di diventare molto, ma molto difficile per chi vuole amministrare con serietà una città o una regione». L'INTERVISTA MicheleEmiliano Un piano ambizioso, ma difficilmente realizzabile. Le parole rilasciate al Corriere della Sera dal ministro dell'Economia, Vittorio Grilli, sull'ipotesi di vendere beni dello Stato per 15-20 miliardi di euro l'anno in modo da ridurre il debito pubblico italiano, si scontrano con i precedenti storici e con i timori di chi legge dietro le parole del ministro la volontà di disfarsi di beni preziosi. «L'obiettivo di Grilli è condivisibile» spiega il responsabile economico del Pd, Stefano Fassina «ma sovradimensionato rispetto alla reale fattibilità. Vendere gli immobili dello Stato è un'operazione difficile, già fallita in passato, nel 2003-2004, con condizioni economiche ben più favorevoli rispetto a quelle attuali. Se invece le parole del ministro si riferissero ad un'eventuale vendita di importanti quote statali in aziende di primo livello, come per esempio Finmeccanica, Eni o Bancoposta, allora è bene chiarire subito che il Partito democratico è totalmente contrario a questa prospettiva». Di sicuro le parole rilasciate dal ministro Grilli al Corriere della Sera hanno lasciato poco spazio a due aspetti fondamentali per il futuro dell'Italia, vale a dire quello della crescita e del lavoro. Il dato che prospetta per il nostro Paese una diminuzione del Pil del 2% per il 2012 vuole dire centinaia di migliaia di posti di lavoro in meno e centinaia di aziende destinate a chiudere i battenti. I conti pubblici così diventano solo una parte del problema, forse la meno importante, se non si mette rapidamente in moto la ripresa economica del Paese. IPRECEDENTI E come se non bastasse lo stesso Grilli, nell'illustrare il pezzo forte del suo programma, vale a dire la vendita del patrimonio immobiliare dello Stato, ha ammesso che questo è «di difficile valorizzazione, come insegnano le esperienze non felici di Scip 1 e Scip 2, le società create per vendere o cartolarizzare le proprietà degli enti». L'intervento del neo ministro dell'Economia sono state accolte in modo piuttosto tiepido da tutto il mondo politico. Il capogruppo dell'Idv al Senato, Felice Belisario, ha detto che «l'idea di ridurre il debito attraverso la cessione di beni pubblici rilanciata dal ministro Grilli non è una grande novità, l'Italia dei Valori la propone da tempo. Fermo restando ovviamente il principio che i beni di interesse storico, artistico, archeologico non si toccano. Il problema, però, è che il governo si limita agli annunci senza mai passare ai fatti. Bisogna inoltre ricordare che il debito si abbatte anche per altra via: recuperando assolutamente le centinaia di miliardi di euro che ogni anno vengono sottratti alle casse dello Stato da corruzione e evasione fiscale. Questa deve essere assolutamente una priorità per il governo». Sul fronte opposto le reazioni non sono particolarmente differenti. Il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, ha spiegato come a suo avviso i propositi di Grilli «appaiono troppo rinunciatari, quella che ci propone è una tabella di marcia troppo esitante. O l'Italia elabora un progetto che ci consenta di pagare meno interessi sul debito o avremo problemi molto seri nei prossimi anni, problemi da quali sarà molto difficile uscire». Ma c'è anche chi critica Grilli direttamente sul suo terreno. È il caso della Coldiretti, che con una nota spiega come fa sapere come lo scorso 30 giugno siano «scaduti i termini per l'emanazione del decreto con l'elenco dei terreni demaniali da dismettere con urgenza per rendere disponibili risorse per lo sviluppo, ma soprattutto per calmierare il prezzo dei terreni, stimolare la crescita, l'occupazione e la redditività delle imprese agricole che rappresentano una leva competitiva determinante per la crescita del Paese. Mentre si fanno i conti per recuperare risorse manca ancora l'applicazione del provvedimento, approvato nell'ambito della legge di stabilità lo scorso novembre 2011 (e successivamente modificato da governo e Parlamento) che può immediatamente produrre entrate allo Stato, occupazione e reddito alle imprese». Ifunzionari e dirigenti della Bar-clays Plc coinvolti nella manipola-zione del Libor, il tasso di interes-se per i prestiti interbancari fissa-to a Londra, potrebbero presto fi-nire incriminati dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. Lo rivela il NewYorkTimes che riporta fonti anonime coinvolte direttamente nell'inchiesta. Le autorità federali americane sono da tempo al lavoro per verificare se ci siano i presupposti per incriminare istituti bancari globali o loro dirigenti e le fonti del Nyt fanno sapere che la Barclays è certamente tra questi. Il caso è noto: per anni la banca britannica ha comunicato dati falsi sui tassi di interesse a cui prestava e prendeva in prestito denaro dagli altri istituti. Prima del 2008 per manipolare i tassi a suo favore e guadagnare speculando sulle previsioni; dopo lo scoppio della crisi i dati comunicati al ribasso servivano a non mostrare le difficoltà nelle quali la banca versava - il tasso a cui si prende in prestito è tanto più alto quanto maggiore è il Il sindaco di Bari : «I virtuosi così non sono premiati» Il ministro vuole ottenere 15-20 miliardi l'anno dalla vendita dei beni immobili Poche parole su lavoro e crescita economica, con il Pil del 2012 a -2% «Piùchedispending reviewbisognerebbe parlaredimanovra economica,perchétaleè Tagli linearicomequelli deigoverniprecedenti» . . . Stefano Fassina: «Obiettivi condivisibili ma difficilmente realizzabili adesso» LACRISI GIUSEPPECARUSO MILANO Un piano dismissioni per ridurre il debito Ma Grilli non convince L'affaire Barclays «esonda» negli Usa MARTINOMAZZONIS NEWYORK IlDipartimentodigiustizia èprontoa incriminare i dirigentidellabanca nelcasodei tassi truccati Intanto, ilbucoJPMorgan èpiùgrandedelprevisto ILCASO 8 lunedì 16 luglio 2012
TV CHIARI DI LUNEDÌ 06.30 TG 1. Informazione 06.45 Unomattina Estate. Attualita' 10.10 Unomattina Vitabella. Attualita' 11.00 Unomattina Storie Vere. Rubrica 12.00 E state con noi in TV. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show 15.15 Rosamunde Pilcher: Quattro Stagioni - Estate. Film Commedia. (2008) Regia di Giles Foster. Con Senta Berger. 16.50 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 17.00 TG 1. Informazione 17.15 Heartland. Serie TV 18.00 Il Commissario Rex. Serie TV 18.50 Reazione a catena. Show 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Techetechetè. Rubrica 21.20 Hindenburg: L'ultimo volo. Film Drammatico. (2011) Regia di Philipp Kadelbach. Con Maximilian Simonischek, Lauren Lee Smith, Stacy Keach. 23.35 Porta a Porta. Talk Show Conduce Bruno Vespa. 00.40 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.10 Che tempo fa. Informazione 01.15 Sottovoce. Talk Show Conduce Gigi Marzullo. 07.00 Protestantesimo. Rubrica 07.30 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 10.15 La complicata vita di Christine. 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Talk Show. 21.10 Il Divo. Film Biografia. (2008) Regia di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Piera Degli Esposti. 23.30 Film Cronaca. Talk Show. Conduce Enrico Mentana. 00.05 N.Y.P.D. Blue. Serie TV 00.55 Tg La7. Informazione 01.00 Tg La7 Sport. Informazione 01.05 N.Y.P.D. Blue. Serie TV 21.10 Super 8. Film Fantascienza. (2011) Regia di J.J. Abrams. Con E. Fanning K. Chandler. 23.10 Un perfetto gentiluomo. Film Commedia. (2011) Regia di S. Berman, R. Pulcini. Con K. Kline K. Holmes. 01.05 This Is Beat - Sfida di ballo. Film Musical. (2011) Regia di R. Adetuyi. Con T. Brown M. Morgan. SKY CINEMA 1HD 21.00 Sky High - Scuola di superpoteri. Film Fantasia. (2005) Regia di M. Mitchell. Con K. Russell K. Preston. 22.45 Il mio primo bacio. Film Commedia. (1994) Regia di H. Zie. Con A. Chlumsky D. Aykroyd. 00.30 Rapunzel - L'intreccio della torre. Film Animazione. (2010) Regia di N. Greno B. Howard. 21.00 La diciannovesima moglie. Film Drammatico. (2010) Regia di R. Holcomb. 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Serie TV 23.30 Jack Osbourne No Limits. Reportage DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.20 Ninas Mal. Serie TV 21.10 Jersey Shore. Serie TV 22.00 Pauly D.: da Jersey Shore a Las Vegas. Serie TV 22.25 Pauly D.: da Jersey Shore a Las Vegas. Serie TV 22.50 Crash Canyon. Serie TV MTV RAI 1 21.20: Hindenburg: L'ultimo volo Film con M. Simonischek. 1937: Hitler ha bisogno che l'embargo Usa venga interrotto. 21. 05: Passata è la tempesta? Show con E. Bertolino. La comicità a teatro torna sul piccolo schermo con il comico milanese. 21.05: I perfetti innamorati Film con J. Roberts. Il nuovo film che ha come protagonisti una coppia di Hollywood famosa, sta per uscire. 21.10: Training Day Film con D. Washington. Jake Hoyt è appena entrato nella Narcotici di Los Angeles. 21.20: Ciao Darwin 5 - L'anello mancante Show con P. Bonolis. Quali imprevedibili strade ha preso l'evoluzione umana? 21.10: Grey's anatomy Serie TV con P. Dempsey. Meredith, impara tutto sull'ora d'oro, periodo in cui si decide della vita... 21.10: Il Divo Film con T. Servillo. Si raccontano le vicende politiche e personali del senatore Andreotti. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY Se i sondaggi sulCavaliere nonsonopiù quelli diuna volta Enzo Costa Giornalista CIÒCHEPIÙMICOLPISCE,DELSON-DAGGIODELLACASAOFFERTOCOME STUZZICHINO DELLA RIDISCESA IN CAMPO DI SILVIO, è il pallore dell'happy end, a fronte dell'esplicita crudezza sull'infelice presente: le condizioni date, un Pdl guidato da Alfano verso il baratro, vedono il partito fra l'8 e il 12%, disastro di poco ridotto (17-21%) con l'opzione «Alfano candidato, Berlusconi papi, pardon padre nobile». Fin qui, per l'appunto, la dura sincerità dei numeri del diluvio dopo di Lui. Cosa sì scioccante, ma - per me non quanto il lumicino che si profila in fondo al tunnel: un Popolo della libertà (o come diavolo si chiamerà) che col Cavaliere ricandidato a premier è inchiodato alla miseria di un 28%, o poco più. Signora mia, non ci sono più i sondaggi di una volta sull'Unto del Signore! Onestamente (mi si perdoni l'avverbio incongruo), mi sarei aspettato ben altro, per titoli e percentuali. Riguardo le seconde, un tondo 50, a mo' di primo gradino del nuovissimo miracolo italiano in forma di ascensione sondaggistica verso l'empireo azzurro fissato a quota 100%. Certo, già il fatto che si spacci su giornali d'area, tv di proprietà e Porta a Porta la «notizia» di una percentualmente (abbastanza) tonificante Sua ridestinazione a Palazzo Chigi – sorvolando o quasi sui Suoi recenti ripetuti annunci di passi indietro e sui Suoi non lontani reiterati fallimenti di governo - ha del miracoloso. Ma resta l'imbarazzante stitichezza di quel 28% che, facendo l'opportuna tara fra numeri sfornati per il Capo fardato e realtà, fa intuire cifre anoressiche. E poi, dicevo, sgomenta anche la modestia dei titoli: Lui che dopo vent'anni è ancora lì che si candida a Presidente del Consiglio, non è più Lui. Io mi aspettavo un sondaggio sull'ipotesi Silvio I. Con numeri esaltanti per il conclave. www.enzocosta.net enzo@enzocosta.net U: lunedì 16 luglio 2012 21
ILCOMMENTO MASSIMOD'ANTONI SEGUEDALLAPRIMA E lo fa pur in presenza di evidenti sforzi di risanamento. Il voto del 2013 viene presentato come fonte di incertezza per gli investitori, e suscita negli schieramenti un dibattito sul necessario grado di continuità o discontinuità con l'attuale governo. Già, il governo Monti: sta facendo bene? Non sta facendo abbastanza? O magari sta facendo bene ciò che poteva, ma ci vuole altro? Di fronte ad un comprensibile senso di spaesamento, è utile ripartire dalla lettura prevalente, ancorché in buona parte fuorviante, dell'attuale crisi europea. Vi sono Paesi che hanno speso troppo, al di sopra dei propri mezzi, accumulando debiti privati e pubblici (spesso debiti privati che sono diventati pubblici per evitare guai peggiori), nonché alimentando deficit commerciali. Occorre dunque riportarli a comportamenti più virtuosi: ridurre la spesa pubblica (nonché quella privata, attraverso politiche di deflazione salariale), liberalizzare i mercati e avviare ampi processi di privatizzazione per ristabilire fiducia degli investitori. Gli evidenti fallimenti di tale strategia hanno portato negli ultimi mesi ad accettare che occorrano azioni più decisive per rassicurare i mercati ed evitare un tracollo del sistema creditizio. Si è insomma progressivamente abbandonata l'idea che l'austerità da sola bastasse, e il nuovo consenso sembra voler combinare austerità e misure di emergenza. Ha fatto infine breccia l'idea che nel lungo periodo all'unione monetaria debba affiancarsi un'unione fiscale e quindi politica, anche se il contenuto di queste formule non è sempre ovvio. Un tale ammorbidimento, più professato che praticato, non basta a concludere che vi sia ormai consenso sul da farsi. Credo che resti urgente affermare la specificità di una visione progressista per lo meno su due questioni. La prima è l'urgenza di allentare la stretta delle politiche di austerità. Innanzitutto per ragioni legate all'emergenza, visto che le misure ipotizzate nel recente vertice non sarebbero sufficienti a compensare il pessimismo indotto dagli effetti pesanti dell'austerità su produzione e occupazione. Ma anche in un'ottica di lungo periodo: la sofferenza del sistema produttivo rischia di provocare fenomeni di desertificazione industriale e la perdita irreversibile di quote di mercato, anche da parte di imprese efficienti che hanno però difficoltà di accesso al credito; la carenza di risorse destinate al sistema formativo, responsabile della produzione e riproduzione delle competenze, avrà effetti di lunga durata; non si capisce infine come la riduzione dei bilanci pubblici possa consentire il superamento di limiti “strutturali” del nostro Paese, ad esempio riguardo all'illegalità. La seconda questione su cui occorrerebbe marcare una propria specificità “progressista” è quella europea. Occorre insistere nel proporre una lettura diversa della crisi, che evidenzi i limiti dell'architettura della moneta unica e ne proponga quindi una revisione coraggiosa, non limitata al minimo necessario a superare l'emergenza. Il problema è più impegnativo di come possa apparire a prima vista, visto che la crisi può essere letta come manifestazione delle difficoltà di far convivere sovranità nazionale, democrazia e integrazione economica, quest'ultima declinata in particolare come integrazione dei mercati dei capitali. Si tratta di individuare l'uscita dal ciclo dello scorso trentennio, che ha subordinato l'economia reale alle esigenze dell'integrazione finanziaria e ha relegato la politica in posizione subalterna. Si capisce come un'azione di questo tipo dovrebbe mostrare grande indipendenza anche dai giudizi, spesso estemporanei, dei mercati finanziari. Un compito formidabile, ma rispetto al quale l'Italia, vantando una consapevolezza che le deriva dal soffrire nella propria carne gli effetti della crisi, potrebbe giocare un ruolo decisivo. Un compito che richiede una visione precisa del problema e delle possibili soluzioni. Continuità o no, siamo ben oltre ciò che il miglior governo tecnico o “di tregua” sarebbe in grado di garantire. Granitica, Angela Merkel. Anche ieri è tornata a tuonare le sue ricette di sempre. «Nessuna solidarietà senza controllo», ha detto la cancelliera in un'intervista alla tv Zdf sulla questione dei fondi salva-Stati: «Qualunque tentativo di dire ‘siamo solidali ma senza controllare nulla, senza alcuna contropartita', non avrà alcuna possibilità con me o con la Germania». Frau Angela ha poi ricordato che i tentativi messi in atto da alcuni Paesi per rendere più morbidi gli sforzi per spingere verso un controllo congiunto delle politiche dell'eurozona per risolvere la crisi «non avranno alcuna chance». Certo, il lavoro maggiore per affrontare la crisi «è stato fatto più negli ultimi mesi che negli anni precedenti», ma sulla responsabilità per i futuri salvataggi delle banche non ci sono ancora state decisioni. La solita Merkel, insomma. Probabilmente rivolta più al suo elettorato che non ai partner europei, a cui comunque il messaggio - in vista dell'Eurogruppo del 20 luglio - è stato recapitato. Incurante, apparentemente, dell'accesissimo dibattito che divide la Germania sulla proposta di un debito forzoso da imporre ai cittadini più ricchi per ridurre il debito sovrano. All'iniziativa del prestigioso Deutsche Institut für Wirschaftsforschung (Diw), che nel suo rapporto semestrale ha invitato il governo ad adottare il prestito ai redditi superiori a 250 mila euro o in alternativa ad applicare una tassa patrimoniale una tantum, gli specialisti economici e gli ambienti politici hanno reagito in modo molto differenziato. Su una sola cosa sembrano tutti d'accordo: l'ipotesi del prestito può essere controversa in Germania, ma sarebbe perfetta, invece, per i Paesi in gravi difficoltà con il debito: la Grecia, la Spagna e, soprattutto, l'Italia, dove, secondo la prima reazione venuta dal ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, la misura potrebbe essere «interessante» per i Paesi più esposti, contribuendo notevolmente al loro risanamento finanziario, mentre in Germania si risolverebbe in un aumento del carico fiscale dannoso nella congiuntura attuale. Lo schema «in Italia sì, da noi no» disvela un certo pregiudizio, in qualche modo giustificato dall'alto livello di evasione fiscale che esiste nel nostro Paese e della clamorosa iniquità della distribuzione del carico fiscale, ma pare non tener conto dei dati che riguardano il debito tedesco. Questo, giorni fa, ha superato i 2 mila miliardi di euro. Cioè in termini assoluti è più alto di quello italiano. Certo, nel rapporto tra debito e Pil i tedeschi stanno molto meglio di noi, ma non danno un grande esempio di virtù: con il loro 80% (contro il nostro 120) sono ben 20 punti al di sopra del vecchio criterio di Maastricht e della quota (il 60%) alla quale il Fiscal compact obbligherebbe tutti i Paesi dell'Eurozona a scendere rapidamente. Secondo i calcoli del Diw, un prestito forzoso imposto sui redditi al di sopra dei 250 mila euro, e 500 mila per le coppie, porterebbe nelle casse dello stato circa 230 miliardi, corrispondenti a nove punti del Pil. L'argomento è forte, ma non convince né la Cdu della cancelliera Merkel né, soprattutto, i suoi alleati liberali. Il capo del gruppo parlamentare della Fdp Rainer Brüderle ha detto di considerare la proposta degli economisti «un'aggressione alla proprietà delle persone», che confinerebbe «con il socialismo». Contraria, ma era scontato, la Bdi, l'organizzazione degli industriali, il cui presidente Hans-Peter Keitel ha evocato lo spettro di una massiccia fuga all'estero degli imprenditori, minaccia che si nasconderebbe, in realtà più dietro una patrimoniale che dietro il prestito proposto dal Diw. Del tutto favorevoli, invece, i socialdemocratici. Secondo il presidente della Spd dello Schleswig-Holstein Ralf Stegner, «lo charme del prestito forzoso è che esso riguarderebbe solo quelli che se lo potrebbero permettere». Ovvero circa 5 milioni di cittadini, secondo i calcoli del borgomastro socialdemocratico di Brema Jens Böhrnsen. Favorevoli, con qualche distinguo, i Verdi, che opterebbero per la patrimoniale, sulla quale hanno presentato anche una proposta di legge, e favorevolissima la centrale sindacale Dgb. ONDESPECULATIVE La consapevolezza di una situazione non proprio tranquilla per ciò che concerne i conti tedeschi si accompagna a un percepibile timore di nuove ondate speculative che, investendo la Spagna o l'Italia, troverebbero tutta l'Eurozona impreparata, anche per via del blocco in cui si trova il nuovo fondo salva-Stati Esm. Sicuramente in Germania e forse anche in Francia i dubbi sulla costituzionalità dei processi di ratifica del fondo e del Fiscal compact non verranno sciolti che dopo la fine dell'estate. E, come si è visto l'anno scorso, il mese di agosto è quello più insidioso per i mercati: è il motivo per cui il governo italiano ha insistito perché i due provvedimenti, già passati al Senato, vengano approvati dalla Camera prima del 20 luglio, giorno per cui è fissata un'altra riunione dell'Eurogruppo. Ma tutto rischia di essere vanificato dalla mancata entrata in vigore dell'Esm. Anche il meccanismo automatico anti-spread strappato dall'Italia nel Consiglio europeo di fine giugno, senza le disponibilità dei fondi non potrebbe funzionare. Anche questo timore spiegherebbe le voci su una specie di cabina di regìa per il monitoraggio continuo della crisi degli spread che il governo italiano avrebbe chiesto a Bruxelles. Per ora né dalla Commissione Ue né dalle cancellerie dell'Eurogruppo sono arrivate conferme. rischio che le altre banche prendono prestando. Barclays ha già pagato una multa da 450 milioni di dollari a Londra e Washington per questo suo manipolare i dati, ma il rischio di finire in galera è un' altra cosa e la multa amministrativa non lo evita. L'indagine del Dipartimento non riguarda solo Barclays, la manipolazione del Libor è solo uno degli aspetti su cui gli investigatori si stanno concentrando in un lavoro complessivo che mira a verificare se durante e dopo la crisi del 2008 le banche non abbiano posto in atto azioni passibili di persecuzione penale fornendo false comunicazioni ai clienti e ai mercati e speculando grazie a queste - se si forniscono dati falsi sui tassi di interesse applicati si può giocare d'anticipo. Con le sue indagini il Dipartimento di giustizia sta mettendo una pressione molto forte sulle banche e queste si affrettano a patteggiare multe salate prima che si apra un procedimento vero e proprio. Un bene perché in questo modo le casse federali vedono milioni di dollari in fretta: le indagini, che sono necessariamente globali e fanno i conti - ad esempio - con la reticenza delle autorità britanniche, dureranno anni. Naturalmente resta la possibile apertura di un caso penale. In un memoriale della nuova dirigenza della banca ai suoi dipendenti circolato ieri, si getta in qualche modo benzina sul fuoco: «Man mano che le banche addiverranno ad accordi con le autorità, più si conosceranno particolari sui loro comportamenti e più i nostri verranno visti in una prospettiva generale». Come dire che le pratiche usate da Barclays sono comuni a tutto il mondo finanziario che conta (il Libor è la media dei dati comunicati da diverse banche). Il terrore del settore finanziario e bancario è che la pessima pubblicità che si è fatto da solo negli ultimi anni abbia una nuova impennata e che la politica possa tornare a vigilare e regolare. Poche settimane fa è venuta fuori la speculazione JP Morgan, il cui buco è più grande di quanto rivelato all'inizio. Con questo nuovo scandalo la pressione aumenterà. Oggi intanto a Londra la commissione parlamentare che indaga sul caso sentirà l'ex dirigente della banca Jerry Del Missier e Adair Turner, capo dell'autorità finanziaria britannica, che forse si è girato dall'altra parte. E quella della responsabilità delle autorità di controllo è un altro capitolo enorme. GRECIA Il mercato immobiliare al centro del progetto del ministro dell'Economia FOTO LAPRESSE Allarmeeuropeo «Atenesimobiliti contro ineonazisti» Atenedeve verificare la legalità del partitoneonazista AlbaDorata, mentre ilConsigliod'Europa invierà prestouna suadelegazione in Greciaper stabilirese razzismo e xenofobiasiano in aumentonel Paese.È quantohadichiarato il Commissarioper i diritti umanidel Consigliod'Europa,Nils Muiznieks, inun'intervista rilasciata al quotidianogreco To Vima. Il commissariohadefinito Alba Dorata«il partitopiù apertamente estremistae nazista d'Europa». «La questionedaporreè se Albadorata consentirà il libero funzionamento diun regimedemocratico», ha sottolineatoMuiznieks. Il commissariohaanchechiestodi indagaresui presunti legami tra partitoe forze dipolizia. «Un prestito forzoso dai ricchi» Berlino: «Per l'Italia va bene» Polemica sull'ipotesi del prelievo ai più abbienti Merkel insiste: niente solidarietà senza controlli PAOLOSOLDINI paolocarlosoldini@libero.it Austerità e moneta unica, una sfida per i progressisti . . . Occorre insistere nel proporre una lettura diversa della crisi, non limitata all'emergenza lunedì 16 luglio 2012 9
L'ANALISI ANTONIOINGROIA Guido Crosetto e Piergiorgio Straquadanio, oltre a giornalisti come il direttore del Tempo, Mario Sechi, o Arturo Diaconale. Poi la settimana scorsa, dalla sua trasmissione su Radio24, il giornalista torinese l'ha rilanciata, come la riposta necessaria e ormai irrinunciabile di fronte al ritorno in campo di Silvio Berlusconi. «Noi che ci sentiamo liberali offesi e presi in giro in tutti questi anni», ha spiegato Giannino, «scendiamo in campo in prima persona non perché siamo delusi da Monti, ma perché non ci riconosciamo nella linea che è stata esattamente uguale a quella dei venti anni precedenti». Una critica frontale, nel suo stile, a una politica che aumenta le tasse, che «aggrava il Pil e deperisce il gettito», a nome dei sediziosi che non si riconoscono «nella linea delle patrimoniali che già ci sono, nell'Imu, il conto titoli», e che si schierano allo stesso modo contro le campagne per eliminare auto di lusso, aerei, elicotteri, e barche («abbiamo buttato via 50.000 barche dalle coste italiane con tutta l'economia che si portavano dietro»). Ecco, quindi l'appello dei sediziosi, che non si riconoscono «certo nel Berlusconi che torna, è fuori di dubbio», ma che criticano e vogliono cambiare rotta rispetto «anche questa linea che è un rigore malconcepito. Poiché non ci riconosciamo né in questo (Monti) né in quello (Berlusconi)», scandisce Giannino. Se la ricetta liberal-sediziosa parte dal principio che non c'è democrazia liberale senza partiti, via libera comunque alla tirata contro quelli attuali, i «partiti dello statalismo», che «hanno bisogno di tassare col fisco chi produce, di tartassare con la burocrazia chi lavora, di assorbire direttamente o indirettamente indefinite risorse pubbliche, di mantenere in vita carrozzoni arrugginiti, di ingravidare senza soluzione di continuità la bestia statalista». Loro, invece, tifano per i «partiti degli elettori». Come fare? La strada, dicono, passa attraverso delle primarie aperte all'americana. «Non un unico giorno - come ha spiegato Taradash ma un percorso protratto nel tempo per attraversare i luoghi e far conoscere proposte e contenuti. Primarie di conoscenza, non di ratifica». Ma i contenuti sono già definiti. Al primo punto del manifesto, gli interventi di carattere ecomico, con «la drastica riduzione di ogni interventismo pubblico, dei vincoli e delle procedure burocratiche di ostacolo alla competitività, alla concorrenza e alla crescita delle imprese». Poi le riforme istituzionali, con l'abolizione del bicameralismo, il «rafforzamento dei poteri decisionali del leader eletto e di controllo Parlamento». Infine la giustizia, con la riforma del Csm con l'introduzione del sorteggio per la sua composizione, la separazione delle carriere e una riforma della giustizia civile per garantire tempi rapidi e certi. Insomma, dicono i sediziosi, le soluzioni liberali sono quelle richieste «dalla stragrande maggioranza dei cittadini», ma che sono mancate fino a oggi all'Italia. E il tempo dell'attesa è finito. La sfida, da destra e alla destra, è lanciata. Prossimo appuntamento, dopo l'estate. SEGUEDALLAPRIMA Che può produrre frutti positivi, specie alla vigilia di quella che alcuni analisti chiamano già Terza Repubblica. Non so quanto sia realistica una siffatta prospettiva. Quel che so per certo è che ciascuno dovrebbe fare la sua parte in questa direzione. E credo che componente ineliminabile per l'avvento della nuova stagione debba essere il ripristino di buone regole del confronto anche sui terreni più delicati. Ad esempio, si è tornato a parlare di riforma delle intercettazioni, evidenziando la necessità di un ripensamento collettivo in tema di poteri della magistratura, specialmente inquirente, al fine di scongiurare ogni forma di abuso. Non servono posizioni di pregiudiziale arroccamento da parte della magistratura, visto che negli anni si sono obiettivamente rivelati limiti e disfunzioni della normativa vigente. Ma bisogna difendersi dai possibili abusi del potere, non dall'uso però. Voglio dire che si può e si deve discutere, ad esempio, di nuova disciplina del sistema per blindare ancora meglio la segretezza delle intercettazioni irrilevanti, ma occorre farlo affrontando il dibattito con serenità, senza estremismi ed esasperazioni pregiudiziali. Alzare la febbre del dibattito alimentando toni estremistici non serve. E non serve, anzi è controproducente e fuorviante per l'opinione pubblica agitare fantasmi come quando si avanzano accuse del tutto infondate di presunte violazioni di legge attribuite ai pm. Come hanno fatto, ad esempio, due autorevoli giornalisti come Eugenio Scalfari e Emanuele Macaluso che hanno accusato la Procura di Palermo di aver commesso gravi illeciti senza esserne ben informati. Gravi e ingiustificate le accuse di Eugenio Scalfari. Lo ha ben chiarito il procuratore capo di Palermo chiarendo ciò che andava chiarito. Ma Macaluso e perfino un giurista, seppur non penalista, come Ainis le hanno ribadite, perciò incorrendo negli stessi errori di diritto, senza tener conto delle ovvie distinzioni, previste dalla legge e ribadite da un illustre processualpenalista come Franco Cordero, fra intercettazione diretta ed ascolto casuale di persona non sottoposta ad intercettazione ("intercettazione indiretta"). Altrettanto infondate ed ingenerose le accuse di Macaluso sulle fughe di notizie delle intercettazioni della Procura di Palermo, visto che invece nessuna notizia segreta ne è' effettivamente uscita. Infatti, quelle divenute pubbliche sono state solo quelle regolarmente depositate, e sono state depositate solo quelle riconducibili al tema di indagine, e che quindi possono essere ritenute rilevanti da una delle parti, pm o difese che vogliano provare la non colpevolezza dei propri assistiti. Delle altre, non depositate, non è mai uscita né' una riga sul contenuto e neppure esatte notizie sul numero delle stesse. Se e quando se ne saprà di più, si dimostrerà che Macaluso sbaglia e di grosso. E mi auguro che avrà la sensibilità di ammettere l'errore di essere stato, quanto meno, precipitoso nei suoi (pre-)giudizi. La verità è che se si vuole voltare pagina bisogna anche smettere lo sport del tiro al piccione, dove il piccione sono certi pm, in questo momento la Procura di Palermo, e i tiratori sono sempre gli stessi, con qualche recente "new entry"... Non è buon sistema per creare le condizioni di un dialogo, un confronto costruttivo al fine di preparare il terreno per un futuro di riforme condivise. Se tutto è presentato come abuso, diventa facile perfino abbracciare certi progetti di legge come la "controriforma Alfano" che, presentata come il rimedio contro l'abuso delle intercettazioni, è invece una legge contro l'uso delle intercettazioni. Bisogna, insomma, saper distinguere. Un conto è il sacrosanto esercizio del diritto di critica, altra cosa è la denigrazione gratuita, la diffamazione, la calunnia. Ogni indagine giudiziaria, ogni atto di indagine può e deve essere sottoposto a vaglio critico da chiunque, dai cittadini innanzitutto, dai giornalisti, dalla politica, e così via. Purché l'uso non si trasformi in abuso, appunto. Per ricostruire un clima positivo, primaverile, prodromico al cambiamento, bisogna lasciarsi alle spalle certe prassi che hanno caratterizzato il ventennio berlusconiano, con le campagne politico-mediatiche di aggressione contra personam. Ci riusciremo? Per riuscirci, bisogna provarci. Post scriptum Essendo stato da sempre lettore (ero ancora liceale quando leggevo le prime annate di Repubblica) ed estimatore di Eugenio Scalfari, non posso nascondere che mi ha fatto male quello che lui ha scritto di me. Ho commesso un errore pensando che i suoi errori giuridici sulla legislazione costituzionale in materia di intercettazioni ed immunità fossero dovuti al fatto che non sapesse di legge. Ho appreso invece di una sua laurea con lode proprio in giurisprudenza. Mi dolgo dell'errore, peraltro dettato dal tentativo - fallito - di svelenire la polemica, anche se cambia poco in merito all'infondatezza delle sue convinzioni in materia di legislazione vigente sulle intercettazioni. Scalfari, invece, ha colto l'occasione per avanzare dubbi sulle mie capacità professionali. Questo mi offende perché la mia attività e la mia persona credo meritino un pò più di rispetto da un giornalista così autorevole. Quel che mi consola è che, con ben altra umiltà, un vero padre della Patria come Paolo Borsellino non mancò mai di riconoscermi quelle qualità professionali che Eugenio Scalfari non mi riconosce. E questo mi aiuta a farmene una ragione... sciare ad Alfano la segreteria del Pdl con tutti i vecchi arnesi e ritornare in campo con una propria lista, nome e simboli nuovi ma anche no, un mix di saggi ed esperti della vecchia guardia e facce nuove, comunque competenti». Giovani che si sono messi in luce negli enti locali, come il sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo e l'assessore all'immigrazione di Prato Giorgio Silli. Nomi nuovi dell'imprenditoria e donne, tante, «almeno il 50 per cento» dove però la bellezza non sia un criterio. La decisione è stata annunciata anzitempo e quindi bruciata, come s'è lamentato lo stesso ex premier. È aperta la caccia a chi ha spifferato la notizia a giornali amici e nemici. «Una fuga di notizie non casuale» si fa notare. Che adesso probabilmente costringe a rivedere in parte i piani. Basterebbe questo per definire lo stato di salute del centro destra italiano candidato a competere per la guida del Paese: giochini tattici di sopravvivenza invece che strategie di lungo respiro. Alfano indossa i panni del decisionista che non è mai stato, o non è mai stato messo in condizione di essere, e si mette adesso a fare pulizia. Segretario operativo di un partito che vive? O maggiordomo di una casa in dismissione? È da vedere. Lui mostra di tirare la volata al Cav, nell'intervista con Latella dissimula eventuali malumori e antepone, come dice «la riconoscenza all'ambizione». E mostra di far partire l'operazione restyling, l'epurazione di quello che Veronica Lario ebbe il coraggio di chiamare «ciarpame politico» e che, senza fare nomi, ha contribuito non poco ad alimentare l'antipolitica. «E perché chiede un deputato - Alfano non ha realizzato in questo anno quel partito degli onesti con cui ci aveva incantato? Perché i congressi non sono stati l'occasione per far fuori indagati e condannati?». Il fatto è che nelle vecchie file del Pdl, da cui è probabilmente trapelata la notizia del ritorno in campo, vedono malissimo il ritorno al progetto liberal degli anni 90. Si oppongono gli ex An e i frondisti come Beppe Pisanu e Claudio Scajola che sarebbero però fuori dal partito. E dati molto vicini all'Udc. Molti, tra restyling e ripulisti, temono la potatura quasi totale della vecchia guardia. Gli ex An sono sul piede di guerra: l'idea di confluire in una nuova Forza Italia non li convince. La Russa avrebbe fatto testare quanto vale An da sola con pezzi delle Destra sparsi qua e in là. L'unica che esce allo scoperto è Giorgia Meloni: «Tornare a Forza Italia è sbagliato, in tutta la sua storia ha ottenuto al massimo il 21% mentre il Pdl ha debuttato nel 2008 al 38 per cento». L'idea invece piace ai più giovani. E a qualche maturo, come il vicecapogruppo Osvaldo Napoli. Alfano simula di avere il controllo del partito. Ma non ha più notizie di Tremonti. E uno come Giorgio Stracquadanio è in partenza per la lista di Oscar Giannino, competitor di tutto rispetto in un futuro dove economia e finanza saranno i temi in agenda. Il segretario del Pdl, Angelino Alfano, durante il suo intervento all'Hilton Sorrento Palace FOTO DI CIRO FUSCO/ANSA . . . Meno Stato, meno tasse e meno spesa, lo slogan della neonata «Sedizione liberale» Diritti e poteri: gli usi e gli abusi sul ruolo dei pm «Via Minetti e le veline» . . . L'accusa: «Il segretario è in ritardo». Torna l'opzione spachettamento, vecchio Pdl e nuova lista lunedì 16 luglio 2012 3
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MASSIMODEMARZI TREVISO ALLAFINE,EDÈLACOSAPIÙSTRANADIQUESTATORRIDA DOMENICA SULLE COLLINE DI SCARPERIA, RESTA PERSINOILRIMPIANTO.UNSECONDO,UNSECONDOAPPENA, E VALENTINO ROSSI RESTA AI PIEDI DEL PODIO DEL GRAN PREMIO D'ITALIA. Quinto, ed è il miglior risultato stagionale sull'asciutto, ma è una storia completamente diversa rispetto al sabato di tristezza e scoramento, all'ultimo posto nella gara interna alla Ducati e ai capricci di una moto scorbutica e volubile. Sotto la bandiera a scacchi del Mugello il Dottore ristabilisce le gerarchie, si riprende la ribalta e, dopo una grande rimonta, trova persino spazio per i rimpianti: «Addirittura potevamo lottare per il podio. Se me lo avessero detto sabato li avrei presi per matti». Non ci voleva un visionario, invece, per pronosticare la vittoria in fuga solitaria di Jorge Lorenzo, la quinta stagionale, e l'ulteriore allungo mondiale su Daniel Pedrosa, secondo sul traguardo e in classifica iridata (staccato di 19 punti). Dopo aver fatto da mattatore per tutti i turni di prova, e dopo la pole sfuggita per un guasto elettronico, il maiorchino in gara sfodera un ritmo insostenibile per chiunque e fa il vuoto dietro il suo codone in pochi giri. Lontano, lontanissimo, Casey Stoner che in fondo ad un fine settimana di difficoltà e nervosismo chiude ottavo per colpa di un dritto al Correntaio (e di una Honda che non lo tiene mai in lotta per il podio) e adesso vede sfuggirgli di mano il campionato del mondo staccato com'è dalla vetta di 37 punti. Dal giorno dell'annuncio del ritiro, l'australiano ha vinto una sola gara (Assen, con Lorenzo buttato giù da Bautista alla prima curva) ed ha segnato il passo rispetto al tandem spagnolo Lorenzo-Pedrosa. Soltanto una coincidenza? Difficile crederlo. E «fortuna» che lo carambola olandese tiene ancora viva la lotta per il campionato, perché altrimenti a questo punto staremmo già parlando di un mondiale ampiamente chiuso, con l'unico interesse residuo calamitato dal mercato piloti. Dove tiene banco la corsa all'unica sella di rilievo rimasta, quella in Yamaha ufficiale accanto a Lorenzo. Andrea Dovizioso ci spera e sta facendo di tutto per guadagnarsi quel posto: terzo al traguardo ieri dopo una bella lotta con Bradl e terzo podio consecutivo con la Yamaha privata del Team Tech3. Abbastanza per puntellare la sua candidatura, non fosse che il rivale più accreditato è proprio quel Valentino Rossi che non ha ancora sciolto le sue riserve e attende un segnale dalla Audi, nuova proprietaria della Ducati, per pianificare il proprio futuro: restare a Borgo Panigale o fuggire a gambe levate e tornare a vincere in Yamaha? Lui ci ride sopra, l'ha fatto anche ieri a domanda precisa in conferenza stampa, Lorenzo fa spallucce («Se il team decide così io lo accetto, non c'è problema»), e il Dovi aspetta e spera cercando di non pensare a quella fastidiosa sensazione di essere trattato come un ripiego. Così, nell'ennesima giornata di grazia di un Lorenzo quasi perfetto e di sicuro imprendibile per Pedrosa e tutti gli altri, è di Valentino che si torna a parlare, delle sue “cadute” e delle sue risalite fulminanti. Del Valentino che al sabato prende paga dal compagno Nicky Hayden e soprattutto dalla Ducati privata di Barbera, e di quello che in gara risale dopo una partenza così così fino a chiudere quinto staccato di un solo secondo dalla coppia Dovizioso-Bradl. Una impresa che scalda il pubblico (scarso) del Mugello e ridà colore ad un fine settimana iniziato virando al grigio più tetro. «Il problema è che in prova soffro troppo con le soft, mentre poi in gara con le dure vado bene - ha spiegato Vale -. Poi sono partito male, ma dopo il passo è stato buono e potevamo addirittura lottare per il podio: se me lo avessero detto sabato li avrei presi per matti». Stregonerie da sabato notte? Soluzioni tecniche trovate dal nulla come il più famoso coniglio dal cilindro. Niente di tutto questo stando alle parole di Valentino. «Non è questione di impegno, qui tutti lavorano al 110%, ma è che la Desmosedici è diamentralmente opposta al mio stile. Credo ci sia un modo per sistemare la situazione, ma è difficile da trovare». A fare la felicità dei tifosi italiani, oltre a Dovizioso, ci pensano Andrea Iannone e Romano Fenati. In Moto2 il pilota abruzzese conquista la vittoria battendo in volata Pol Espargaro e rilanciando le proprie quotazioni nella corsa mondiale. Volata beffarda in Moto3, invece, per il baby Fenati battuto al fotofinish da Viñales. Un sorriso, finalmente, dopo i problemi delle ultime apparizioni. TREVISO, LA REGINA DELLE CITTÀ DI PROVINCIA, ABDICA. A METÀ GIUGNO L'ADDIO DELLASISLEYDALMONDODELLAPALLAVOLO,DOPONOVESCUDETTIEUNNUMEROINFINITO DI COPPE E TROFEI, SABATO È TOCCATO AL BENETTON DARE ADDIO AL BASKET. Il consiglio federale della Fip ha bocciato la richiesta del nuovo Treviso basket di subentrare alla storica Pallacanestro Treviso, autoesclusasi alcuni giorni prima dalla serie A. Se consideriamo che pochi anni fa anche il calcio era fallito, dopo aver conosciuto la gloria della massima categoria nella stagione 2005/2006, il quadro a tinte fosche è completo. Ma il pallone è sempre stato figlio di un dio minore nella Marca, terra che pulsa per la palla ovale, tanto che il rugby è l'unica realtà di vertice rimasta. Perché lì la famiglia Benetton non ha lasciato. Vent'anni e più di grande impegno ed enormi investimenti (e la creazione di un gioiello come il Palaverde di Villorba e di impianti all'avanguardia per i giovani) hanno reso grandi basket e volley, ma ad un certo punto, complice la crisi, si è deciso di abbandonare. Gilberto Benetton lo aveva annunciato nel febbraio 2011, gridando alle istituzioni e al mondo che non poteva più continuare ad investire milioni di euro per avere squadre di vertice in sport che non hanno ritorni mediatici, hanno scarso seguito di tv e sponsor e raccolgono le briciole dagli incassi al botteghino. Quando Gilberto Benetton aveva annunciato il suo disimpegno, si augurava che in quindici mesi una soluzione sarebbe stata trovata, che qualche imprenditore (o un pool di aziende) avrebbe evitato la chiusura. Magari non si sarebbero più inseguiti scudetti e coppe, ma la permanenza nella massima serie sarebbe stata garantita. Con la pallavolo si è provato, trasferendo la squadra da Treviso a Belluno, nel basket un tentativo di salvataggio fatto in extremis è arrivato fuori tempo massimo. La crisi economica ha fatto il resto e il nordest, culla della piccola e media imprenditoria italiana, non ha saputo evitare il collasso degli orogranata Sisley e dei verdi Benetton, marchi che anno fatto la storia dello sport italiano. Così la seconda disciplina italiana per numero di praticanti, la pallavolo, in autunno ripartirà con una serie A composta da appena dodici squadre, visto che anche la Roma di Mezzaroma (patron del Siena calcio) ha gettato la spugna. Nel basket, assieme a Treviso, non è stata iscritta anche Teramo e, in attesa degli inevitabili codazzi giudiziari, con annunciati ricorsi all'alta Corte del Coni e al Tar del Lazio, si ripartirà con sedici squadre in serie A. E quella Treviso che meno di dieci anni fa faceva en plein, conquistando lo scudetto in tre sport diversi ora vive di ricordi. Giocatori come Bernardi, Zorzi, Papi, Vullo, Fei, allenatori come Montali e Bagnoli, che hanno scritto la storia del volley italiano e mondiale, resteranno solo nomi per l'album dei ricordi. Come quelli di Skansi, D'Antoni e Messina, conducator della Benetton pluriscudettata nel basket, che ha portato in Italia il fenomeno Kukoc e che ha lanciato Bargnani, prima che l'azzurro volasse in Nba. Cancellati, azzerati. Domani non è un altro giorno, per una Treviso rimasta orfana. E tutto lo sport italiano, spesso ammalato di gigantismo, dovrebbe porsi il problema, per evitare che tra dodici mesi si debbano contare altre rinunce dolorose. SO LUZIO N E 1.TH 7+!!,R:H 7;2.D H5+,RG 7;3.D G 6+,E VIN CE FA CILM EN TE. Rossi, l'uomo della domenica Male inprova, ingararimonta e sfiora il podio. Lorenzo domina Valentinoèquinto«Semelo avesserodettononciavrei creduto». Ilmaiorchino allungainclassifica.Grande Dovizioso, terzoal traguardo MASSIMOSOLANI Twitter@massimosolani JorgeLorenzoguida lagaradella MotoGpsulcircuito delMugello FOTOANSA Dopolapallavolo ilbasket, lacrisi lascia aTrevisosolo il rugby Ilconsiglio federale dellaFipharigettato l'ultimotentativodi salvare lapallacanestro nellaMarca CIVITAVECCHIA IlcanebagninodiTotti salvadall'annegamento unabimbaeunanziano Ariel, il labrador diFrancescoTotti in forzaalla Scuola ItalianaCani Salvataggio, ierihamesso a segnoun doppiosalvataggio inmare:a nord di Civitavecchia, insiemeal suo conduttore, ha soccorsouna bambina di8 annie un uomo di64 cherischiavanodi annegare. Econquesta “impresa”,a seianni, hagià salvato trevite.È accadutoalle 12, nellazona di Sant'Agostino, doveacausa del forte vento la bambinasi è ritrovata indifficoltà a trenta-quaranta metri dalla riva.Piùdistanteancorac'era l'uomo. Le unitàcinofile, ovvero canie conduttori, hanno salvato in contemporaneatutti e due, riportandolia riva.Ariel è unodeidue labrador (l'altrosi chiamaFlipper) regalatia Francesco Tottie IlaryBlasi dall'allorasponsordella Roma inoccasione dellanascita del loroprimofiglio, Christian. Il capitano giallorosso decisedi destinarli ad attivitàsociali e di farli diventare “baywatch”a quattrozampe. ... Futuroemercato:Dovie Vale, lottaadueperunposto inYamaha. Iannonevince in Moto2,Fenati2° al fotofinish SCACCHI ADOLIVIOCAPECE Mamedyarov–Gelfand Mondiale ‘rapid' 2012. IlBianco muoveevince. PARTITA LA CORSA SCUDETTO Mentre Caruana è impegnato nel super torneo “Sparkassen” a Dortmund, da ieri a Civitanova Marche si giocano i campionati italiani di categoria e la Semifinale dell'Assoluto che qualifica i primi 5 per la finale scudetto di fine ottobre a Torino (sito www.scacchirandagi.com); molti i pretendenti: accanto a nomi “storici” vari ragazzini “emergenti”. lunedì 16 luglio 2012 23
La vulgata dice che i rapporti tra Casapound e il sindaco con la celtica sotto il colletto bianco siano diventati più freddi, in vista delle prossime elezioni. Non si direbbe, però, dalla sollecitudine di fine mandato con cui l'amministrazione Alemanno, nonostante tutto ciò che è accaduto in questi mesi fino al pestaggio l'altra notte del “futurista” Filippo Rossi, si sta adoperando per saldare i conti con i «Fascisti del Terzo Millennio», prima che la parola sia restituita alle urne. Ne sa qualcosa il signor Augusto Gianni, di professione pastore e agricoltore diretto, che da un anno combatte per difendere il pezzo di terra dove da decenni pascola le sue pecore. Non un pezzo di terra qualunque ma un antico fondo rustico nella Tenuta Redicicoli. Scorcio di paesaggio agrario strappato alla cementificazione. Passato di mano in mano. E di recente destinato dal gabinetto del sindaco a ospitare Iannone e i suoi amici. È una lunga storia, fatta di pressioni, atti amministrativi poco chiari, verbali di consegna firmati in mezzo alla campagna romana, come l'Unità aveva denunciato alcuni mesi fa. Nel frattempo il braccio di ferro è continuato. E nelle mani dell'amministrazione Alemanno, la storia rischia ora di concludersi nel peggiore dei modi. Con l'uso della forza pubblica se entro il prossimo 31 luglio il signor Augusto e le sue pecore non avranno tolto disturbo. In modo che i nuovi inquilini possano prendere “possesso” dei casali e di alcuni ettari attorno. Con buona pace di chi in questi mesi ha presentato interrogazioni in consiglio comunale e in parlamento per chiedere per quei ruderi, realizzati in parte con il materiale di una villa romana, migliore destinazione. Ma andiamo con ordine. Maggio di un anno fa: i militanti di Casapound hanno appena liberato lo stabile occupato in via Val d'Ala, quando il signor Augusto se li ritrova davanti come futuri nuovi inquilini. Con loro, c'è il vice capo di gabinetto del sindaco, Antonio Lucarelli (ex Forza Nuova, di recente colpito dallo scandalo dei Punti Verde Qualità) che li accompagna per un sopralluogo. Augusto ha appena il tempo di far notare che quel terreno non è “terra di nessuno”, ma è stato dato in comodato d'uso anni prima alla sua famiglia. Neppure quello sapeva l'amministrazione capitolina. La burocrazia, quando serve, è velocissima. E trascura i “dettagli”. Augusto protesta. Ma i rappresentanti del Comune firmano lo stesso l'atto di consegna dei casali e di tre ettari di terreno ad Isola delle Tartarughe, una delle associazioni della galassia Casapound, la stessa per cui transitano i fondi del 5 per mille (sic). Altri ettari di terreno e la lunga stalla accanto ai casali li assegna invece più o meno negli stessi giorni all'azienda agricola Antica Torre. Mentre ad Augusto non resta che accontentarsi della promessa di un nuovo terreno dove pascolare le pecore. È passato un anno: del terreno promesso a mo' di risarcimento, nemmeno l'ombra. In compenso, questi mesi sono stati un crescendo di pressioni e inviti ad andarsene. Il 26 maggio 2011 il pastore riceve una prima lettera da Parsitalia, società che fa capo al costruttore Parnasi. Oggetto: la restituzione dei 42 ettari ricevuti in comodato d'uso. E l'annullamento dell'ultimo contratto di comodato firmato nel 1998 da Augusto con la vecchia proprietà Edilmoderna, a cui è poi subentrata la società di Parnasi, uno dei costruttori più attivi in quel quadrante di città. Augusto ha 90 giorni per liberare il terreno di persone, animali e cose. «In difetto di adempimento... si procederà al rilascio coattivo», aggiunge la missiva. Un anno dopo, sempre da Parsitalia Augusto riceve un «atto di precetto». A cui, curiosamente, fa seguito una nuova lettera. L'oggetto è sempre lo stesso: il rilascio degli immobili e del terreno in via di Settebagni. Ma a firmarla è un dirigente del Comune di Roma. «A seguito stipula di Convenzione Urbanistica», spiega la missiva, quell'area è stata ceduta al Dipartimento Tutela Ambiente di Roma Capitale, che per altro rimprovera Augusto, pur riconoscendo che l'immobile gli era stato affidato in gestione, di aver «proditoriamente sostituito il lucchetto del cancello di accesso». Che qualcuno, per inciso, aveva forzato. Passa ancora qualche tempo. E arriva un altro papello. È di nuovo Parsitalia a farsi viva: con un preavviso di rilascio direttamente esecutivo intima ad Augusto di andarsene entro il 31 luglio. Altrimenti la parola passerà all'ufficiale giudiziario. «Quel terreno è la mia sopravvivenza», protesta il pastore. «Con Augusto ancora dentro l'atto di assegnazione a Casapound siglato a maggio del 2011 è illegittimo», osserva il suo avvocato di Augusto, Massimo Moccaldi. E poi: «Delle de l'una, o il Comune è proprietario del terreno e allora l'atto di Parsitalia è nullo oppure il proprietario è Parsitalia e allora come fa il Comune ad assegnare terreno e casali non suoi a Casapound?». Il 31 luglio sarà sgomberato il casale che il sindaco ha destinato al gruppo di Iannone Il pastore Augusto ha in usufrutto il bene ma Comune e costruttori cercano di cacciarlo da mesi CAMPIDOGLIO Sono irreperibili Francesco “Jimmy” Puglisi e Davide Vecchi, i due antagonisti che hanno avuto le condanne più alte (rispettivamente a 15 e 13 anni, con uno sconto tra 9 e 12 mesi) per le devastazioni al G8 di Genova del 2001. Le forze di polizia incaricate di eseguire l'ordine di carcerazione emesso sabato dalla Procura generale di Genova dopo la sentenza della Cassazione non sono ancora riusciti a rintracciare i due. Puglisi, catanese di 38 anni, rappresentante del centro sociale autogestito Guernica-Fabrica, è conosciuto col soprannome di “Molotov”. È stato tra l'altro ripreso in alcune immagini mentre partecipa ai cortei sia con le tute bianche in maglietta bianca, sia con i Black Bloc, con indosso una felpa scura. Nel 2000 l'uomo era stato arrestato per detenzione di esplosivi (gli furono trovati in casa trenta candelotti di dinamite, quattro detonatori e settanta metri di miccia). Sabato il legale di Puglisi, Laura Tartarini, aveva definito quella della Cassazione «una pronuncia poco coraggiosa», «basat a s u u n r e a t o , q u e l l o d i “devastazione”, che risale ai tempi del fascismo e al Codice Rocco». Ieri, invece, il legale non ha voluto commentare l'irrintracciabilità del suo assistito. L'altro irreperibile, Vecchi, è un anarchico quarantenne, originario di Calcinate (Bergamo), ma residente a Milano. Nel corso del processo aveva dichiarato di non riconoscere l'autorità del tribunale. Alcune immagini lo hanno mostrato durante l'assalto dei Black Bloc all'agenzia del Credito Italiano del capoluogo ligure. Insieme a Marina Cugnaschi, un'altra delle persone condannate per i fatti del G8, Vecchi era stato arrestato a Milano nel 2006 in seguito a scontri tra militanti dei centri sociali e forze dell'ordine. Se Puglisi e Vecchi continueranno a sottrarsi alle ricerche, le forze dell'ordine lo comunicheranno formalmente all'autorità giudiziaria. Quest'ultima, se riterrà esaurienti le ricerche svolte, li dichiarerà latitanti. L'ordine di carcerazione della procura era stato invece regolarmente eseguito domenica per due dei cinque condannati definitivi: Alberto Funaro (10 anni da scontare) e Marina Cugnaschi (12 anni e 3 mesi) si erano infatti consegnati alle Questure di Roma e Milano ed erano stati poi accompagnati in carcere. Nella Capitale, quando Funaro ha varcato i cancelli degli uffici di via San Vitale, alcune decine di anarchici si erano radunati per un sit-in di sostegno e protesta. Nella notte, poi, a Roma sono state danneggiate le vetrine della filiale della banca Unicredit in via Somalia. L'atto è stato rivendicato dagli anarchici per chiedere la libertà di Alberto Funaro: «I saccheggiatori siete voi» e «Alberto libero» alcune delle scritte vergate vicino alle vetrine infrante con un martello o, forse, con un tondino di ferro rinvenuto poco distante. Per Ines Morasca, condannata in via definitiva a sei anni e sei mesi, è stata invece sospesa la carcerazione in quanto ha una figlia piccola. La donna, residente a Messina, è fidanzata con Dario Ursino, uno degli altri cinque imputati del processo in Cassazione che restano invece in libertà, in attesa di affrontare un nuovo giudizio d'appello, ma solo per la “riponderazione” dell'attenuante di «aver agito in suggestione della folla in tumulto». Da Alemanno l'ultimo regalo a Casapound Una delle costruzioni presenti all'interno della Tenuta Redicicoli nel parco della Marcigliana MARIAGRAZIAGERINA mgerina@unita.it C'è pure un “famoso” ristorante milanese nella lista nera delle Fiamme Gialle, tornate da sabato a setacciare le vie dei divertimento e dello shopping milanese a caccia dei commercianti che non rilasciano le ricevute. La Guardia di Finanza si è trovata nel locale proprio in tempo per verificare che i soldi di ben dieci conti per un valore medio di 250 euro, venivano intascati senza compilare nessuno scontrino. i Finanzieri proporranno la chiusura del locale. Di nuovo in azione quindi le Fiamme Gialle, sei mesi dopo i primi controlli nei locali della movida e della moda milanese. Hanno ampliato il raggio di azione a tutta la città e anche fuori. A Monza, Assago, Corsico, Carugate. Ma il bilancio non cambia. I risultati sono simili a quelli della prima ondata di controlli a gennaio e febbraio: poco meno del 30% dei commercianti continua a non rilasciare scontrini. Su 500 esercenti controllati, a 150 sono state contestate violazioni sulla regolare emissione. I controlli hanno riguardato anche l'abusivismo commerciale e la vendita di merce contraffatta. Sono stati sequestrati oltre 5.500 prodotti elettronici contraffatti di vario genere (ausili per telefoni cellulari - computer - navigatori). Una persona è stata denunciata. In tema di abusivismo commerciale sono stati sequestrati circa 300 casse di prodotti ortofrutticoli perchè il commerciante non aveva le autorizzazioni previste dalla legge. In azione da sabato circa 170 militari che hanno messo in atto i controlli, in molti casi senza che neppure i clienti se ne accorgessero. Per le verifiche sugli scontrini hanno agito, per la maggior parte, in abiti civili. Quelli in divisa si sono invece occupati della prevenzione e della repressione dei fenomeni dell' abusivismo e della vendita della merce contraffatta. Soddisfazione da parte della gente, che ha collaborato ai controlli. «Si, forse non è più come una volta e i commercianti che non rilasciano gli scontrini sono sempre di meno - ha detto una signora a spasso per Corso Vittorio Emanuele con la famiglia - Ma capita ancora troppo spesso che siamo noi clienti a dover sollecitare la ricevuta, spesso ottenendo oltre a quella anche un'occhiata storta dal titolare». Blitz della Finanza a Milano 150 violazioni su 500 scontriniPiccolosidimetteda vicepresidente con unaletteraalsindaco Alla fine si è dimesso.Ha decisodi lasciarealmeno la caricadi vicepresidentedelConsiglio comunaleSamuele Piccolo, ilmr preferenzedelPdl capitolino, finito agli arrestidomiciliari venerdì scorso perassociazionea delinqueree finanziamento illecitoai partiti. Una decisionepresaper «non coinvolgere l'amministrazione comunalenella vicendaoggetto degli accertamenti», spiega il suo legale,Luca Petrucci.Motivazioni scrittenerosu bianco nella lettera cheoggisarà recapitata al sindaco Alemannoe agli inquirenti dipiazzale Clodio.«Dimissioni doverose», commenta il capogruppo delPd UmbertoMarroni, chetorna a chiamare inaula il sindaco «per riferiresui possibili legami tra l'amministrazionecomunale e le societàdella famiglia Piccolo». Il consiglieredelPdl,per boccadel suo avvocato, intanto, si dice certo «di poterspiegare nell'interrogatorio di garanzia lasua estraneitàai fatti contestati». . . . Nella notte a Roma danneggiate le vetrine di una banca e scritte in sostegno di Funaro Mancano all'appello due dei condannati per i disordini del G8 Puglisi e Vecchi devono scontare 15 e 13 anni di carcere ciascuno Gli altri due si sono già costituiti sabato PINOSTOPPON ROMA lunedì 16 luglio 2012 13
6 lunedì 16 luglio 2012
SI CHIAMA «BOOK-THERAPY». CURARE CON I LIBRI. E OGNUNOPERSÉL'HASPERIMENTATOQUANTOBENEPUÒ FARELALETTURA.Quanto un libro, letto in una particolare fase della vita, ci abbia condizionato, migliorato, cambiato, persino salvato, a volte. Ora, con metodo, questo piacere viene portato in un luogo delicato come l'ospedale e dedicato appositamente ai bambini degenti. All'interno dell'iniziativa del Policlinico Gemelli di Roma «Il cielo nelle stanze» (che propone, appunto, itinerari di lettura per i pazienti pediatrici e i loro familiari) venerdì scorso è stata una giornata particolare. A sedere tra i piccoli degenti (molti dei quali, di Oncologia Pediatrica, portavano sul corpo i vistosi segni della battaglia che stavano conducendo assieme ai loro genitori) la grande scrittrice Dacia Maraini, autrice di una bellissima graphic novel disegnata da Daniele «Gud» Bonomo La notte dei giocattoli (edizioni Tunuè). È il terzo libro per bambini dell'autrice, ma il primo in forma di fumetto. «Nasce da un mio testo teatrale – dice Maraini – ma sono stata felice di trasporlo così, è divertente e poi il mezzo grafico è importante per i bambini». Il testo (una parabola sul valore supremo della democrazia, dell'amicizia e della collaborazione) può essere letto sia dagli adulti che dai piccoli e racconta di una bambina che, lasciata sola una sera, vede i suoi giocattoli prendere vita e partecipa alle loro storie di amore, di guerra e di poesia. Finché non esce dal baule un «Uomo d'affari». Che si rivelerà spietato. E l'unica soluzione sarà la collaborazione e, in qualche modo, la rivoluzione. «È l'epoca della finanza – spiega Maraini – prima c'era il re, oggi ci sono gli arricchiti della finanza che non pensano ai danni che fanno ma solo a comandare, per questo ho immaginato un “cattivo” così. La mia storia è una denuncia della prepotenza. È una parabola politica, il messaggio è che da solo non ce la fai, solo alleandoti puoi neutralizzare il potere, in questo senso possiamo dire che è rivoluzionaria». Per le tavole Gud ha utilizzato pastelli ad olio: «volevo tornare alla mia infanzia. Come se avessi 10 anni, per questo ho disegnato personaggi “facili”, volevo i bambini se ne innamorassero e che per loro fosse facili riprodurli». Difatti l'incontro prevede proprio questo: Dacia Maraini seduta fra i piccoli che sono potuti scendere nella hall del Gemelli (per tutti gli altri le cui condizioni non lo consentivano era prevista la trasmissione dell'incontro nelle stanze con un sistema tv a circuito chiuso), Gud in piedi a disegnare man mano i personaggi su una grande lavagna con l'aiuto dei bambini. Ce ne sono anche un paio piccolissimi, nei passeggini, ma si capisce che a usufruire del raro momento di svago in questo caso sono i giovanissimi genitori. Lo stesso per le degenti anziane, sedute in seconda e terza fila che alla fine della presentazione si precipitano alla libreria interna con la loro vestaglia a comprare il libro «per i nipoti». DISEGNIE CICATRICI Il primo bambino a terminare il disegno è M., 10 anni, calabrese, una vistosa cicatrice sulla testa che ricorda a tutti dove il male l'ha colpito e una simpatia da mattatore da palcoscenico. Fa ridere tutta la sala, ma quando Gud gli regala, fra gli applausi, il disegno, nella hall scende una cappa di commozione. Una mamma indiana sul fondo piange e ride rumorosamente. Alla fine il marito la porta via per non turbare quel momento di grazia. A uno a uno i bambini vincono la timidezza e si alzano a disegnare. La scrittrice li coinvolge tutti. C'è S., che ha appena due anni, viene dall'Africa, e disegna in braccio a sua madre. C'è F, che si avvicina timida con il suo cappellino e si intuisce che sotto doveva avere gli splendidi capelli biondi della giovanissima mamma. «È rumena, ha soli 4 anni ha imparato a parlare l'italiano qui in ospedale -, dirà commossa la scrittrice alla fine -. Sono stata tante volte nelle scuole ma è la prima esperienza in un ospedale, l'impatto con la realtà è stato più forte di quello che mi aspettavo». Concluso l'incontro sarà una delle infermiere che quotidianamente svolgono il preziosissimo lavoro a Oncologia Pediatrica a sintetizzare il senso di quelle due ore: «A. è entrata con il broncio perché è qui da poco ed è ancora terrorizzata, ma è uscita sorridendo. Voi che state all'esterno non potete capire quanto è importante anche solo mezz'ora così per noi». CULTURE Itineraridi letturaper ipiccoli degenti.Ospite lascrittrice conlasuagraphic-novel trattadaunsuotestoteatrale e l'illustratore«Gud» DELIZIOSOLIBRINOEDEPICAIMPRESAPERILTRADUTTORE,MASOLINOD'AMICO,CHESIÈDEDICATOARIVERSARE INITALIANO i «nonsensi» di Lewis Carroll. I «limericks», le rime bizzarre dal significato così occulto che si trova solo sul dizionario che non c'è. È Jabberwocky, trina di filastrocche assurde che Masolino ribattezza «Ciarlestroniana» per la felicità dei bimbi e degli adulti che di sensi mantengono quello dell'umorismo. A colorare di rosso e verde menta le visioni che sbocciano tra le righe traverse è il pennino di Raphael Urwiller, giovane illustratore francese diplomatosi in Arti figurative a Strasburgo. Lesto nel disegnare con tratti tra il geometrico e la macchia la fantastica fauna di tospi agìluti e paprussi e trugòn, ma anche del temibile ciarlestrone o del giuggio uccèl. Un'avventura per bimbi coraggiosi, che si lanciano in cerca del mansone con tanto di brando vòrpido. E tornare vittoriosi in un giorno fregiato, da cavalieri raggiosi. Al grido di callò! callà! Jabberwocky, di Lewis Carroll, traduzione di Masolino D'Amico, pag.28, 18 euro, Orecchio Acerbo. CHI ÈGUD Curare con i libri LanovelladiMaraini per i bimbi dell'ospedale LUCIANACIMINO ROMA IL CIELONELLE STANZE Unciclodi incontri con scrittori per il «Gemelli» L'incontroper il libroLa notte dei giocattoli di DaciaMaraini e DanieleGud Bonomofaparte della rassegna«Il cielonellestanze», ciclodi incontri con scrittorie protagonistidelmondo del librocheraccontano ilproprio universo creativoagli «abitanti» delGemelli (medici, studenti,personale ospedaliero,degenti, familiari).Gli incontri,organizzati dal Policlinico incollaborazionecon leLibrerieArion, pur svolgendosinellahall, grazie auna Il ffusione tv acircuitochiuso, sono visibili in direttadatutte lestanzedei repartidell'ospedale.Tra gli altri hannopartecipatoGianrico Carofiglio, Margaret Mazzantini,Aldo Cazzullo,ErriDe Luca. Gliuniversi fantastici diLewisCarroll trarimeenonsense Bonomo,unacarriera tra fumettie insegnamento Nonènuovo allestorie per bambiniDaniele «Gud»Bonomo.Per la stessa casaeditrice, Tunuè,hagià pubblicatoGaia Blues, «una canzonea fumettidedicata agli uominidel futuro: ibambini», oltrea il saggioWill Eisner il fumetto come arte sequenziale (2005),unaraccolta di storiebrevi Gentes (2007), il romanzo afumetti Heidi mon Amour (2009). Inoltre dal 2001, dopola laurea inScienzePolitiche, insegna fumetti alla Scuola Internazionaledi Comics. «La storiache ho disegnato perDaciaMarainiè una favolamodernaanche peradulti che insegnache l'autoritànon è l'autorevolezza, chebisogna avereun'ideae combattereper essa» U: 18 lunedì 16 luglio 2012
ORESTEPIVETTA L'OSSERVATORIO CARLOBUTTARONI Il comico insulta Rosy Bindi: problemi con il vero amore non ne ha mai avuti Il Cavaliere disse: è più bella che intelligente. Anche Di Pietro cerca di cavalcare il confronto nel Pd ZEGARELLI FABIANIPAG.4-5 L'ANALISI STEFANOBALASSONE ILCOMMENTO MASSIMOD'ANTONI Letture per ibimbi inospedale ANTONIOINGROIA MESI FA, UN PREMUROSO ANGELI-NOALFANOCIAVEVAGARANTITO L'ARRIVO PROSSIMO della più grossa novità della politica italiana. Ci aveva addirittura promesso che avremmo assistito a un cambiamento radicale, a una rivelazione che avrebbe cambiato lo scenario politico. Ci siamo a lungo interrogati. Ovviamente eravamo perplessi. Il mistero si è svelato poco alla volta, però sono due colpi grossi nel giro di pochi giorni. Il primo: la ricandidatura di Silvio Berlusconi. SEGUE A PAG.2 L'umiliazione di Angelino CAOSPDL E Alfano dimezzato si occupa delle veline Recuperano consensi il Pd e il Pdl mentre scendono di poco tutti gli altri partiti. Fa eccezione il movimento di Grillo che continua a crescere. Sono i risultati del sondaggio elettorale svolto proprio mentre Berlusconi annunciava il suo rientro in scena. PAG.7 Salgono Pd e Pdl 5 stelle resiste PattiSmith: canterò la strage di Ustica Amentapag. 17 Grillo come Berlusconi Il cambio al vertice Rai rinfocola le logomachie sulla «tv di qualità» e il tifo per le nomine da parte dei gruppi editoriali concorrenti (Valentini su Repubblica ha le sue idee sul Tg1: sì a Gruber, no a Preziosi. Sul resto farà sapere). SEGUE APAG. 15 Alla Rai serve un editore Un vertice europeo presentato come decisivo e celebrato come un grande successo politico per l'Italia viene metabolizzato nel giro di pochi giorni, tradendo rapidamente le speranze suscitate. Un'importante agenzia di rating declassa il nostro debito. SEGUEAPAG. 9 Le vere sfide dei progressisti «Cos'altro deve accadere in Siria?». Se lo chiede Tawakkul Karman, yemenita, premio Nobel per la pace 2011 in un'intervista a l'Unità. E aggiunge: «Quante altre stragi di innocenti, quanti altri bambini, quante altre donne devono morire, o essere torturati, stuprati, perché il mondo insorga contro il regime disumano di Assad che ogni giorno si macchia di crimini ignobili, efferati?» DE GIOVANNANGELIPAG. 10 La Nobel: Assad uccide ma il mondo non si muove Lo spread non può certo migliorare con i tagli indiscriminati del bilancio statale, che rinviano la crescita, senza la quale non si potrà coprire il debito pubblico né varare le riforme. GuidoRossi DAQUALCHEMESE,PURNELLEDIFFI-COLTÀ IN CUI SI MUOVE IL PAESE REALLE DENTRO una crisi finanziaria senza precedenti, e nel caos del dibattito politico che sembra ancora troppo distante dai bisogni dei cittadini, si respira un clima diverso. È il clima promettente che, da un lato, è favorito dallo spirito di civile confronto introdotto dal governo Monti e, dall'altro lato, è sostenuto da una nuova spinta propulsiva dal basso che viene dai tanti cittadini che chiedono di poter partecipare più attivamente alla costruzione di un'Italia diversa. È una nuova stagione, forse una nuova primavera. SEGUEAPAG.3 Diritti e poteri: usi e abusi L'Europa discute della patrimoniale. La Germania si divide sul prelievo per i redditi alti: Cdu e liberali contro, anche se la ritengono utile per i Paesi «deboli» come Grecia, Spagna e Italia. La Spd invece a favore. Merkel insiste: niente aiuti dal fondo salva-Stati senza controllo. In Italia scontro sui tagli ai Comuni. Intervista a Emiliano: puniscono i più virtuosi. SOLDINI CARUSO PAG.8-9 La patrimoniale s'aggira per l'Europa La Germania si divide sul «prestito forzoso»: Cdu contro, Spd a favore. Merkel insiste sul rigore In Italia scontro sui tagli ai Comuni. Emiliano: puniscono i più virtuosi DonDeLillo: «Ildenaro ètempo» Bernellipag. 19 A giorni lo sfratto di un pastore a favore del gruppo di Iannone GERINA PAG. 13 U: ILCASO Da Alemanno l'ultimo regalo a Casapound Staino Ciminopag. 18 Alfano dimezzato si piega a Berlusconi e si occupa delle veline. Intima alla Minetti di dimettersi da consigliere regionale della Lombardia entro oggi e intanto esprime riconoscenza al suo Capo che conta più dell'ambizione. Nel Pdl lo scontro comunque è sempre più duro e il ritorno in pista del Cavaliere crea molti malumori e sempre più ampia opposizione. Oscar Giannino prepara un «manifesto liberista» anti Cav arruolando gli economisti di punta del Fatto, di Repubblica e del sindaco di Firenze Renzi. FUSANIRUBENNIPAG. 2-3 Giannino arruola gli economisti del Fatto, di Repubblica e di Renzi 1,20 Anno 89 n. 195Lunedì 16 Luglio 2012
M.ZE. ROMA «Così come è giusto che la minoranza cerchi di affermare le proprie posizioni e quindi faccia la minoranza è anche giusto riconoscere le posizioni della maggioranza». Marina Sereni, vicepresidente dell'Assemblea nazionale Pd il giorno dopo, davanti alla lettura dei quotidiani, non nasconde l'amarezza per come sono andate le cose sabato scorso. «Tutti dobbiamo farci carico di costruire una visione collettiva, questo si aspettano da noi gli elettori e questo è il nostro compito». Sereni,eppurelavisionecollettivaèstatasoppiantatadallabagarresuidiritticivili. «Mi dispiace quello che è successo perché l'Assemblea fino a quel momento è stata caratterizzata da un confronto sui contenuti: alleanze, Europa, Italia. La nostra ambizione era quella di partire dai problemi del Paese e di rendere evidente il passaggio tra questa esperienza di Monti e quello che dovrà accadere dopo le elezioni del 2013. È evidente che tutto questo rimane perché l'amplissimo consenso alla relazione del segretario e i tantissimi contributi sono il vero risultato politico anche se si è parlato soprattutto delle polemiche». Perchésietearrivatiaquestopunto,non era possibile un'altra soluzione, per esempio il votosuglio.d.g? «Attenzione, anche sul tema dei diritti c'è stata una posizione unitaria. Il documento sui diritti presentato dal Comitato, che ha lavorato per oltre un anno, è stato approvato con centinaia di voti favorevoli e soli 38 voti contrari. Vorrei che a tutti, a partire dagli elettori e i lettori de l'Unità, fosse chiaro da dove eravamo partiti. Fu proprio l'Assemblea, lo scorso anno, a dare mandato alla Comitato di approfondire questi temi, con una indicazione chiara: il documento finale non sarebbe dovuto essere un testo legislativo ma di cultura politica. I membri del Comitato, giuristi, filosofi, medici, politici, si sono confrontati a lungo su temi delicati, come il fine vita, la fecondazione, i diritti delle coppie di fatto e soprattutto su quest'ultimo tema abbiamo fatto una discussione molto approfondita. Il documento finale al quale siamo arrivati è molto ricco, ci si sono si sono riconosciute persone di culture profondamente diverse. Dico questo perché non accetto le accuse di una discussione sbrigativa». MagiànelComitatoc'erachinoncondivida il documento finale. Nonera chiaro fin da allora che il problema sarebbe eploso? «È vero, alcuni non si sono pienamente riconosciuti in quel testo e infatti il giorno prima dell'Assemblea hanno presentato un loro contributo - parlo di Cuperlo, Concia, Pollastrini - che non era affatto alternativo. Mi rammarico perché con un maggiore lavoro sul documento del Comitato avremmo potuto accogliere prima l'arricchimento ulteriore arrivato soltanto alla vigilia dell'Assemblea. Sabato di fronte al loro documento abbiamo proposto all'Assemblea di sottoporre al voto il testo del Comitato assumendo anche il contributo Cuperlo-Pollastrini e rinviare tutto ad una ulteriore sede, la direzione nazionale del partito a settembre, con una sezione dedicata solo ai diritti civili. Questa è stata la nostra proposta e questa è stata votata». Marino,enonsololui,nonlapensanocosì.Voglionoposizioni chiare. «Noi abbiamo ben presente che su questi temi non bisogna mai smettere di confrontarci con il massimo rispetto per le posizioni tutti. Io ritengo quello del Comitato un buon documento, sono disposta ad ulteriori arricchimenti, ma non posso accettare l'accusa di una gestione autoritaria dell'Assemblea. Mettere ai voti un ordine del giorno del senso contrario a quello appena approvato è una contraddizione. Questa è una negazione delle regole della democrazia. Nel documento il Pd si è impegnato a trovare una soluzione legislativa che riconosca le unioni civili, anche omosessuali e in questo non mi sembra ci siano ambiguità». «Credo che da parte di Rosy Bindi ci sia stata un'ossessiva attenzione su una parola di quel documento, che noi abbiamo elaborato come contributo integrativo e non alternativo». Per Ignazio Marino, senatore del Partito democratico «l'importante decisione sulle unioni omosessuali era uno dei punti, ma solo su quello si è concentrata l'attenzione della presidente, una scelta anche dal punto di vista mediatico». Voiinvecenoncercavatevisibilitàmediaticaproponendoundocumentosui matrimoni gay che avrebbe fatto comunquediscutere? «La visibilità è stata cercata da chi ha precluso la votazione; se il documento fosse stato ammesso al voto non ci sarebbe stata alcuna visibilità. L'ha determinata chi alzando i toni con voce alta e severa ha detto che un documento proposto da un gruppo di dirigenti democraticamente eletti, non poteva essere votato. Inoltre, ripeto che quello sulle unioni omosessuali era solo uno dei punti: si parla di ricerca, cellule staminali, fine vita, legge 40, ospedali pubblici e legge 194. Sui giornali non ho trovato questa discussione». Comunque difficile discutere di tutto questo inun giorno,non crede? «Certo, una discussione approfondita in un'assemblea nazionale che comincia alle 10 e finisce a metà pomeriggio non è praticamente possibile. Leggere i documenti e confrontarsi è un obiettivo irrealistico in tali condizioni. Forse va ripensato il format dell'assemblea; non può essere un luogo di ratifica ma una vera fucina di elaborazione dei progetti del Paese». Lodirà a Bersani? «Penso che Bersani abbia compreso che l'assemblea nazionale è un'organizzazione dove la maggior parte dei membri va con il desiderio di partecipare concretamente alle decisioni». Esollevareconflitti? «Se ci fosse stato un confronto aperto sul merito del nostro documento, che ribadisco era un'integrazione e non un'alternativa, non ci sarebbe stato conflitto. I conflitti non nascono dalle nostre proposte; noi abbiamo espresso solo disappunto per non aver potuto democraticamente votare. Non siamo noi a cercare fratture». ComegiudicaildocumentoBindisulle unioniomosessuali? «Un documento dotto nelle citazioni e vago nelle conclusioni». Nessunpassoavantiinmateriadidiritti civilidelle coppiegay? «Sinceramente no. La posizione di Romney che è un repubblicano, è molto più netta, lui è favorevole alle adozioni da parte di coppie omosessuali». Vorrebbe fosse uno degli argomenti dellacampagnaelettoraledelcentrosinistra? «La politica deve avere l'obiettivo di modernizzare la società, e disegnare un Paese dai diritti e dal volto diversi. Io milito in un partito riformista. Se devo governare per non cambiare l'Italia, non attuando alcuna riforma, non mi interessa. Chi fa politica non può accettare di non innovare pur di governare». Ildocumentoverrà riproposto? «Moltissimi appoggiano il nostro contributo e molti di questi sono della cosiddetta maggioranza bersaniana. Coinvolgeremo i firmatari e chiederemo una discussione in direzione nazionale. Ma, ribadisco, su tutto il documento e non solo sulla parola matrimonio». «Il consenso al progetto oscurato dalle polemiche» Il segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani FOTO DI MASSIMO PERCOSSI/ANSA L'INTERVISTA L'INTERVISTA (una ventina) elaborati dai gruppi di lavoro nelle sessioni dell'Assemblea Nazionale che dal maggio 2010 al febbraio 2011 abbiamo dedicato alla messa a punto del nostro orizzonte programmatico. Documenti che non sono mai stati emendati dall'assemblea che ha sempre e solo votato i testi, discussi nei gruppi di lavoro, insieme ad un verbale che dava conto anche dei dissensi e delle richieste di integrazione. Abbiamo fatto così - anche per il documento del Comitato diritti (composto da 37 componenti dall'Assemblea che ha lavorato un anno e mezzo) illustrato da Michele Nicoletti, e messo in votazione con il verbale dell'ultima riunione e con un contributo, consegnato sabato mattina, di alcuni membri del comitato che vi avevano raccolto le ragioni dei loro distinguo. Entrambi i testi sono stati distribuiti ai delegati e la votazione ha registrato 38 voti contrari su 700 delegati presenti. Non mi pare che questo risultato possa essere letto come l'ennesima spaccatura nel Pd. Semmai l'opposto. Si è trattato di un pronunciamento che ha registrato la consapevolezza e la condivisione della nostra elaborazione. Identica correttezza è stata usata per la votazione degli ordini del giorno che chiedevano i matrimoni gay, perché il documento appena approvato a larghissima maggioranza li escludeva, secondo una regola affermata e seguita in tutte le assemblee deliberative. È una prassi consolidata, che garantisce razionalità e coerenza ai processi deliberativi. Non una semplice questione formale, ma di serietà e credibilità delle procedure democratiche. Sui diritti civili il nostro partito ha fatto un importante lavoro di sintesi culturale che ha valorizzato la ricchezza del nostro pluralismo, anche per superare lo schema soffocante di quel bipolarismo etico imposto dalla destra che ha lacerato le coscienze e lasciato senza tutela giuridica troppe persone. Nel documento, che affronta molti temi delicati: dalle straordinarie potenzialità della ricerca scientifica all'affermazione delle nuove soggettività (di genere, di fede religiosa, di appartenenza culturale, di orientamento sessuale) si sottolinea con forza il nesso tra uguaglianza e differenza, tra diritti sociali e diritti civili. Come sanno i lettori dell'unità, che ha ospitato un bel dibattito sui contenuti del documento, non siamo rimasti in una sorta di «limbo dell'indeterminatezza», neppure sulla questione delle unioni civili. Il Pd ha espresso, nel suo organismo più vasto e più rappresentativo, una posizione largamente maggioritaria che, in sintonia con i pronunciamenti della Corte costituzionale, prevede il riconoscimento giuridico delle unioni civili, comprese quelle omosessuali. Mi piacerebbe che su questo approdo che considero importante e impegnativo per tutti, ci fosse anche da parte di alcuni dirigenti, la stessa maturità e la stessa consapevolezza dimostrata dagli 700 delegati presenti sabato a Roma. MarinaSereni «C'èstatounconfrontosui contenuti:alleanze, Italia, Europa.Mettereaivotiodg disensocontrarioaquelli approvatièunanegazione delleregoledidemocrazia» IgnazioMarino «Ilnostrodocumento affrontavaaspettietici importanti,bisognava affrontarli.Lavisibilità l'hacercatachi hapreclusolavotazione» «Non solo nozze gay Si discuta di legge 40 staminali, fine vita» T. F. ROMA lunedì 16 luglio 2012 5
«SEVIVIABBASTANZAALUNGO,SCOPRICHEPUÒSUCCEDERE DI TUTTO» AVEVA DETTO PATTI SMITH CHIUDENDO IL SUO INCONTRO CON IL PUBBLICO DI «COLLISIONI»EINFATTIMEZZ'ORADOPOQUESTOCRONISTAsi ritrova seduto accanto a Don DeLillo, un gigante della letteratura contemporanea, a chiacchierare della New York degli anni 70 e del suo vecchio romanzo Great Jones Street. L'autore di Rumore bianco e Underworld indossa una camicia azzurra con sul petto il marchio Tucson che pare la versione elegante di un capo da cowboy. Al polso porta un semplice Seiko con cinturino in pelle. Ha una bella faccia da anziano che nasconde bene gli acciacchi, è rilassato e di buon umore. Luogo dell'incontro, un salone nel palazzo dei Marchesi di Barolo. Tappeti persiani, un armadio del Settecento, la luce che picchia sui vigneti scoscesi e si riflette nel grande spazio che ospita DeLillo e un pugno di fortunati giornalisti. «Vicino alla Great Jones Street del romanzo, la strada di New York dove si rifugiava la rock star stanca Bucky Wunderlick protagonista del libro, c'era il leggendario rock club Cbgb's» dice DeLillo. «Ma non ci sono mai andato e non ho mai visto suonare Patti Smith e neanche l'avevo mai incontrata di persona prima di conoscerla qui a Barolo». Una rivelazione sorprendente, visto che proprio Great Jones Street con la sua descrizione della comunità rock anni 70, ambientato nelle stesse strade dove Patti Smith suonava e viveva, sembrava essere il legame più probabile tra i due. Si vede che a «Collisioni» capitano strane cose. «Dagli anni 70 di Great Jones Street a oggi sono molto cambiato come scrittore» continua DeLillo. «Anzi, posso dire di avere scoperto solo in quegli anni di essere un vero scrittore. Prima ero troppo veloce, troppo frenetico. Leggevo i racconti di Ernest Hemingway o quel grandioso libro che è Ulisse di James Joyce e scrivevo senza sapere se sarei stato pubblicato o no. Tanto meno sapevo se quello che forse un giorno sarei riuscito a pubblicare sarebbe piaciuto o no a qualcuno, anche se la possibilità di avere successo come scrittore non mi ha mai interessato granché. Poi ho imparato a rallentare perché per scrivere ci vuole moltissima pazienza, moltissimo impegno. E io quell'impegno volevo usarlo al meglio per esplorare tutte le possibilità insite nell'inglese-americano, la mia lingua». Come già accaduto nel suo incontro con il pubblico del Festival, un migliaio di persone assiepate sotto un tendone colpito dal feroce sole estivo, DeLillo non si fa pregare a dire la sua su Cosmopolis. Il romanzo del 2003, appena portato sullo schermo cinematografico da David Cronenberg, è ritenuto un'opera premonitrice della tremenda crisi in cui la speculazione finanziaria ha gettato il mondo negli ultimi anni. «Il romanzo è nato guardando tutte quelle limousine bianche che avevano cominciato a percorrere le strade di Manhattan, nel momento in cui denaro e alta finanza avevano cominciato a dominare la città, alla fine degli anni 90. Era un'immagine che faceva pensare. Il vecchio concetto “Il tempo è denaro” era stato sostituito da una nuova filosofia: “il denaro è tempo”. Ho cercato di raccontare questo cambiamento nel libro in cui il protagonista, il giovane miliardario Eric Packer, rivive la sua intera vita all'interno della limousine che lo porta da una parte all'altra di Manhattan». UNAPROPOSTA DA UN REGISTAITALIANO DeLillo dice di aver molto apprezzato la trasposizione cinematografica del romanzo. «Cronenberg è un regista che non accetta compromessi, ed è riuscito a fare un film molto immaginifico da un racconto che si svolge quasi tutto all'interno di una limousine». DeLillo confessa di aver sempre avuto una passione per il cinema. «New York degli anni 60 e 70 era un buon posto per crescere se amavi il grande schermo. Molte sale proiettavano i grandi film americani di quel periodo, ma anche quelli che arrivavano dal Giappone, dall'Europa e in particolare dall'Italia». Ridendo, Don DeLillo precisa di non essere molto informato sui registi nostrani delle ultime generazioni. «Quelli che piacevano a me sono tutti morti» dice con una battuta, e il basettone curato si arriccia in un sorriso complice. «Il mio preferito era Michelangelo Antonioni, mi piaceva molto il suo sguardo». Poi lo scrittore butta lì una notizia. «Un regista italiano si è fatto avanti per realizzare un film da un altro mio romanzo, ma non voglio dire né chi è né qual è il film di cui stiamo parlando. È un progetto appena nato, vediamo se si concretizzerà». Don DeLillo tira uno dei colpi di tosse, secchi e brevi, con i quali dà ritmo alla parlata. È tempo di chiacchierare del nuovo libro Angel Esmeralda, appena uscito negli Stati Uniti. Qui da noi verrà pubblicato da Einaudi all'inizio del 2013 ed è la prima raccolta di racconti dell'autore newyorkese. «Li ho scritti in più di trent'anni questi nove racconti, e sono tutti finiti in questo libro, non ce ne sono altri. Sono molto diversi dai miei romanzi, sia per i temi trattati che per la scrittura, e tutti sono privi di un vero e proprio finale, un po' come vuole la scuola del Classico Racconto Americano. Il libro nuovo che ho appena cominciato a scrivere sarà comunque un romanzo, anche se ancora non so come andrà a finire». In fondo, come ben sa il saggio DeLillo, nei romanzi come nella vita può davvero succedere di tutto. «COLLISIONI» CULTURE La IVedizionedel festival «Collisioni»di Barolo in Piemonte, il paese chedà il nome a unodei vini piùprestigiosi d'Italia, sededel museonazionale del vinoeche lo scorso anno havisto lapartecipazione di 60mila persone in tre giorni, hapropostoquattro giorni di incontrie spettacoli con PattiSmith, Don DeLillo,LucianaLittizzetto, CarloVerdone e moltialtri. Chiusura stasera con il sommo Bob Dylan, l'unica tappa italianadel concerto in occasionedei cinquant'annidi «Blowin' in the wind». StaserasichiudeconDylan «Ildenaro ètempo» DeLillo: inCosmopolis intuii il sovvertimento della finanza Parla ilgrandescrittore: «Homoltoapprezzato il filmtrattodalmioromanzo Cronenbergèriuscitoafare un'opera immaginifica daunraccontochesisvolge all'internodiunaLimousine» SILVIOBERNELLI SCRITTORE Loscrittore americanoDonDeLillo U: lunedì 16 luglio 2012 19
Dopo l'apertura di credito al presidente islamico, il confronto a tutto campo con il feldmaresciallo decisivo per garantire stabilità all'Egitto e un futuro alla sua giovane democrazia post-Mubarak. È il senso della missione di due giorni in Egitto del segretario di Stato Usa, Hillary Clinton. Nel suo secondo giorno, Clinton ha incontrato il leader della giunta militare, il generale Hussein Tantawi, che ha guidato il Paese dopo la caduta di Mubarak e che oggi è impegnato in duro braccio di ferro con il nuovo capo di Stato sui poteri del Parlamento. Stando a quanto riferito da un alto funzionario del Dipartimento di Stato, nell'incontro di oltre un'ora Clinton e Tantawi hanno discusso della transizione politica del Paese, del dialogo in corso tra la giunta militare e il neoeletto presidente Mohamed Morsi e di un pacchetto di aiuti economici degli Stati Uniti all'Egitto. Clinton ha anche sottolineato l'importanza di tutelare i diritti di tutti gli egiziani, compresi donne e minoranze. Secondo la Cnn, il pacchetto di aiuti Usa consisterebbe nella cancellazione di un miliardo di debito egiziano e di sostegni a innovazione, crescita e occupazione: Washington sarebbe pronto a mettere a disposizione 250 milioni di dollari in prestiti garantiti alle imprese egiziane. Washington punta sul «patto Morsi-Tantawi». Ma è un patto tutt'altro che scontato. Le forze armate e il Consiglio militare rispettano il potere legislativo e quello esecutivo, dichiara Tantawi, sottolineando però che le forze armate non permetteranno a nessuno di impedire loro di svolgere il loro incarico di proteggere il Paese. Durante una cerimonia militare Tantawi ha affermato di essere orgoglioso delle forze armate per come si sono assunte la responsabilità durante la transizione dopo la rivoluzione con «integrità, onore e sincerità incassando gli insulti e le accuse lanciate da persone manovrate dall'estero». Le forze armate continueranno ad assolvere i propri compiti fino a quando l'Egitto non sarà in sicurezza, ha osservato Tantawi, poco prima d'incontrare il segretario di Stato Usa. Sì alla transizione democratica in Egitto verso un governo civile, e i militari devono tornare ad occuparsi esclusivamente di sicurezza: con questo duplice messaggio, Clinton si è presentato all'incontro dell'altro ieri con Mohamed Morsi, il primo presidente dei Fratelli musulmani nella storia dell'Egitto. Dal colloquio Clinton ha incassato l'impegno dell'Egitto a rispettare tutti gli accordi internazionali sottoscritti. Un riferimento a quello con Israele che è stato uno dei capisaldi della politica estera sotto Hosni Mubarak, e che per gli Usa rimane un pilastro della stabilità nella regione. Morsi le ha detto di essere ben consapevole che il suo successo dipenderà dalla capacità di raggiungere un consenso fra tutti e riuscire a scrivere una Costituzione che rappresenti le varie componenti della società egiziana e che assicuri al presidente le sue prerogative. Il rischio, in caso contrario, è il timore degli Usa, è che la transizione democratica «deragli» con conseguenze negative anche per tutta le regione. «Cos'altro deve accadere in Siria, quante altre stragi di innocenti, quanti altri bambini, quante altre donne devono morire, o essere torturate, stuprati, perché il mondo insorga contro un regime disumano che ogni giorni si macchia di crimini ignobili, efferati? In Siria non è in atto una guerra civile. In Siria si sta consumando il massacro di un popolo che ha avuto il coraggio di ribellarsi contro un regime che fa della forza più brutale il suo unico codice. Il codice del disonore». A sostenerlo, nell'intervista concessa a l'Unità, Tawakkul Karman, yemenita, premio Nobel per la pace 2011. A quanti si sono ribellati al regime di Bashar al-Assad, Karman, donna-simbolo della «Primavera yemenita», dice: «Il mondo intero sa che voi siete nel giusto. Il sangue che avete versato non sarà inutile. Anche voi tornerete liberi. Così com'è avvenuto con Saleh (il presidente-despota yemenita sconfitto dalle proteste di piazza dopo 33 anni di potere, ndr), anche il tempo di Assad finirà». Tawakkul ha 33 anni, è sposata e ha tre figli. Figlia di un ex-ministro di Saleh, laureata in Scienze politiche a Sanaa, giornalista, da anni si batte per la libertà di espressione nel suo Paese. Quando è scoppiata la Primavera araba, è diventata una delle icone del movimento in Yemen, finendo anche in galera. Aderisce al partito islamico Al Islah, legato ai Fratelli musulmani, e ne incarna l'anima più moderata. La Comunità internazionale appare nei fatti impotentedi fronteaimassacri che segnanoormaidamesilaquotidianitàin Siria. «Lei parla di “impotenza”. Io aggiungerei: colpevole. Perché la comunità internazionale, a cominciare da chi siede nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, hanno gli strumenti per fermare la mano del dittatore-carnefice siriano. Ciò che manca, colpevolmente è la volontà politica di intervenire». Achisi riferisce inparticolare? «Alla Russia e alla Cina che proseguendo nel loro sostegno ad Assad, si fanno complici dei crimini perpetrati dal regime siriano. Quella che Assad sta conducendo sta conducendo è una guerra contro l'umanità. Ciò che sta accadendo è una vergogna. È una vergogna perché al-Assad è peggio di Gheddafi. Occorre fare il vuoto attorno al regime di Damasco. Il mondo non può essere complice di chi ha dichiarato guerra al suo popolo». Nelprospettareunaviad'uscitanegoziata dalla crisi siriana,c'è chi ha ipotizzato una soluzione «yemenita» per Assad. Chene pensa? «Semplice: per Assad vale quanto ho sostenuto a New York incontrando il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon in occasione di un dibattito all'Onu sullo Yemen: l'immunità è contro i principi su cui sono state fondate le Nazioni Unite. Dittatori quali Saleh e Assad devono rispondere dei loro crimini dinanzi a un Tribunale internazionale. Si tratta di giustizia, non di vendetta. Giustizia per quanti sono stati vittime di squadroni della morte che affiancano l'esercito fedele ad Assad. A quanti continuano a difendere il dittatore siriano, chiedo: ma avete letto le testimonianze raccolte da Amnesty International e Human Rights Watch? Testimonianze di rastrellamenti casa per casa, di persone finite con un colpo di pistola alla nuca o sgozzate... Una galleria dell'orrore che riporta alla memoria ciò che è avvenuto a Srebrenica, la follia della pulizia etnica. Di fronte a questo scempio di vite umane, come è possibile sostenere ancora il regime che questo scempio continua a compiere quotidianamente?». C'èchisostienechelacomunitàinternazionalenonintervieneinSiriaperchéteme un estensione del conflitto all'intero MedioOriente. «Ciò significa che Assad ricatta il mondo intero, oltre che tenere in ostaggio il popolo siriano. Per evitare “problemi” i popoli arabi avrebbero dovuto tenersi i loro dittatori, accettare di essere condannati a vita a dover sottostare a gerontocrazie considerate inamovibili. Se avessimo accettato questa logica mortifera, Mubarak, Saleh, Ben Ali, sarebbero ancora al potere. Ma così non è stato. E non lo sarà neanche per Assad. Anche il tempo del dittatore siriano finirà». Quando evoca una decisa azione della comunità internazionale, lei prende in considerazione anche l'opzione militare?Inaltritermini,fareinSiriaciòchesiè fatto inLibia? «No. Io parlo di fare il vuoto attorno ad Assad e al suo clan. Un vuoto assoluto. Il che significa ulteriore inasprimento delle sanzioni, rottura delle relazioni diplomatiche con Damasco, pieno sostegno politico ai gruppi dell'opposizione. Non chiedo l'intervento militare: di certo però non saranno le parole a fermare la mano del carnefice siriano». Allargando l'orizzonte dalla tragedia siriana alla transizione in Egitto. C'è chi, non solo in Occidente, ha interpretato l'elezionediMohamedMorsiapresidente come il trionfo dell'«Inverno islamista»sullaPrimaveraaraba «Non sono di questo avviso, per niente. L'alternativa a Morsi, un uomo che ha conosciuto le prigioni del regime di Mubarak, era un politico che Mubarak aveva scelto come primo ministro nel vivo della rivoluzione. L'Egitto ha scelto di non tornare indietro. Ed è stata una scelta matura, consapevole. D'altro canto, solo chi non conosce la storia dell'Egitto, come della Tunisia o dello Yemen, può meravigliarsi di ciò che sta avvenendo. L'Islam politico ha un radicamento sociale che non può essere cancellato dall'oggi al domani. Per anni ha rappresentato agli occhi della gente, soprattutto degli strati più deboli, un punto di riferimento alternativo. Ma Morsi, tanto per restare all'Egitto, non ha ricevuto una delega in bianco. Ed è un discorso che investe tutti i partiti islamisti che si candidano a governare i loro Paesi: se vogliono guardare al futuro, dovranno tener conto di quella domanda di libertà e di giustizia che ha permeato le Primavere arabe. A nessuno sarà consentito tradire queste aspettative. Nessuno s'illuda o provi a forzare la mano: indietro non si torna». U.D.G. udegiovannangeli@unita.it ISRAELE L'INTERVISTA Unmanifestante israeliano hatentato di immolarsi con il fuocoduranteuna marciadiprotesta aTelAviv nel primo anniversariodellnascita del movimentodi contestazioneper denunciare il carovitae le ineguaglianzesociali. L'uomoè stato ricoveratoe lesuecondizioni di salute sonodefinite gravi. L'uomo«ha lasciatoperstrada alcunefotocopie di una lettera, per noiè untentativo di suicidio»,hadichiarato lastessa fonte, aggiungendoche lavittima ha intorno ai40 anni.Alcuni testimoni, citatidal sitodi informazione webYnet, hanno raccontatoche l'uomo ha lettouna letterae poi si è dato fuoco.Dure accusealgoverno israelianosono contenute inun volantino trovatoa brevedistanza dal corpodi Moshe Silman.Nelvolantino Silman il58enne sostienedi esserestato ridotto in condizionidi massima indigenzaa causadell'atteggiamento asuo parere arbitrarioed insensibiledella previdenzasociale. «Accuso loStato di Israele, accuso Netanyahue (Yuval) Steinitz (ilministro delle finanze,ndr), quellecarogne, per le umiliazioni inflitteognigiorno agli strati sociali indeboliti... prendonodai poveriper dareai ricchi». Il gestoestremodi Silmandesta reazioni diorrore nella stampa israeliana. Secondo la polizia circa8 mila persone hannosfilato ieri seraa TelAviv. Hannoscandito i principali slogan delmovimentodella scorsaestate:«Il popolo chiede giustiziasociale» e hannochiesto le dimissionidelpremierNetanyahu. Egitto, Hillary ai militari: «Garantite la transizione» Hillary Clinton e Mohamed Tantawi FOTO ANSA Clinton vede il feldmaresciallo: «Dovete lavorare con Morsi» Tantawi: «Noi proteggeremo il Paese» MONDO TelAviv,attivistasidàfuoco:«AccusoNetanyahu» . . . «Cina e Russia con il loro sostegno al raìs si fanno complici di questi crimini contro l'umanità» TawakkulKarman IlpremioNobelper la pace:«Èvergognosoche lacomunità internazionale nonsimuova:quantealtre stragici sarannoprimache qualcunointervenga?» «Assad tiene in ostaggio tutto il mondo» Un osservatore Onu ispeziona un edificio sventrato nel villaggio di Tremseh FOTO EPA UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it 10 lunedì 16 luglio 2012
SEGUEDALLAPRIMA Ci voleva per rassicurare i mercati. Il secondo: la cacciata di Nicole Minetti, la donna dello scandalo, la regista del bunga bunga, l'eroina delle notti di Arcore, anche, per inciso, consigliere regionale, votata nell'ultrasicuro listino di Formigoni (il quale ovviamente non ne sapeva nulla, come continua a non sapere nulla dei conti milionari dei suoi amici ciellini), lussuosamente stipendiata a nostre spese. Via la Minetti dal parlamento lombardo: indegna. Una epurazione sulla strada della purificazione. Ecco le novità: la svolta moralizzatrice del partito di Berlusconi (che viene indicata anche sulla via della riconciliazione con Veronica Lario, una delle poche donne della sua vita ad aver avuto il coraggio di aver detto di lui quello che davvero pensava e che cioè, poverino, aveva bisogno di qualche aiuto). LAMORTIFICAZIONE Capita a molti. A una certa età (e lui di anni ne ha ormai parecchi) il ravvedimento è d'obbligo, è un passo forzato (anche dalla natura): mettere la testa a posto è una condizione di sopravvivenza, padri e nonni non possono permettersi quello che si faceva prima. Veronica potrebbe essere un approdo sicuro, la mortificazione di Nicole la fine di tanti patemi (non di tutti, quelli processuali restano), di tante illazioni, di tanti rimproveri da parte dei maggiordomi più in vista, potrebbe rappresentare la tranquillità e un'aura di ritrovata saggezza. Può essere anche che il Berlusconi abbia covato nell'intimo anche un (tutto sommato comprensibile) desiderio di vendetta, da quando almeno venne a sapere che la sua protetta l'aveva definito semplicemente «un pezzo di merda con l'unico obiettivo si salvare il proprio culo flaccido». Un'offesa ma soprattutto una manifestazione clamorosa di ingratitudine nei confronti di chi l'aveva promossa da igienista dentale a donna della politica e di chi, in diretta televisiva, l'aveva presentata come «una splendida persona, intelligente, preparata, seria». Aveva aggiunto il premier, per rispetto della verità: «Si è laureata con il massimo dei voti, 110 e lode, si è pagata gli studi lavorando, è di madrelingua inglese e svolge un importante e apprezzato lavoro con tutti gli ospiti internazionali della Regione». Un importante e apprezzato lavoro: non c'è traccia, però, non c'è prova, chi l'ha mai sentita in consiglio regionale. Avrebbe potuto citare il nostro Berlusconi, grande uomo di televisione, le comparsate di Nicole, recitando da velina, a “Colorado Cafè”. Lei pare si sia concessa ancora qualche tempo. Come accade in casi del genere sarebbe in corso una trattativa, con tanto di offerte e controfferte, di cui si starebbe occupando colmo dell'umiliazione - proprio il segretario disarcionato dall'ex premier. Secondo i suoi fan Minetti vorrebbe continuare nella sua missione politica, fino alla conclusione della legislatura, secondo altri invece si concederebbe ancora qualche mese di tempo, per arrivare ad ottobre, intanto per maturare il diritto al vitalizio di mille euro al mese, quindi per regalarci qualche ulteriore perdita della sua sapienza amministrativa. Al pari di quella che ci regalò quando si presentò per la strade di Milano con la maglietta che recava la scritta: «Senza sono ancora meglio». PERCHÈPROPRIOLEI Per quel poco che la conosciamo, immaginiamo che la signorina non mentisse. A ventisette anni (è nata l'11 marzo 1985) si può ben vantare qualche virtù. Che al dunque pare non le debbano servire. Ma viene da chiedersi: perché proprio la Minetti, perché tanto accanimento nei suoi confronti, quando in maggioranza s'era ormai orientati a dimenticarla (malgrado quel peso dello stipendio da pagarle). Se si legge la storiella dal punto di vista della «politica» (e scusateci l'uso così blasfemo di una parola tanto nobile), viene da credere ce la scomunica sia partita dalla volontà di dare un segno (e che segno), che il segnale l'abbiano sollecitato le altre donne di Berlusconi, in particolare la Santanchè, che in una intervista aveva sentenziato: «Il tempo della Minetti è finito». Proprio lei che in una fuoriuscita di senno l'aveva paragonata a Nilde Jotti, beccandosi i fischi di quel pezzo d'Italia, miracolata, che ancora ricorda e che ragiona. Si potrebbe dedurre che dentro quell'ex partito comandi più la Santanchè di Berlusconi: forse il ticket è meno improbabile di quanto si possa pensare. Conclusioni non se ne tirano: Minetti dentro o fuori che cosa cambia, cacciandola non si raddrizza la regione Lombardia, tantomeno si raddrizza la politica. L'epurazione d'oggi è il nuovo atto di un teatrino che ci ha regalato il peggio di questi anni. Certo, ha il sapore di una provoca-zione la lista a cui sta lavorandoOscar Giannino in vista delle prossime elezioni politiche. Che potrebbe addirittura far spaccare il Pdl. Intanto è già un manifesto. Pubblicato sul sito web di questa impresa che va sotto il nome di “Sedizione liberale”. Ma lo stesso giornalista economico pare non escludere che possa prendere la forma di un vero e proprio partito e la proposta sembra già avere la sua forza, tanto che, appena nata, già si ingrossa l'elenco delle adesioni a questa chiamata alle armi ultraliberista. Meno Stato, meno spesa, meno tasse: questo, in sintesi, lo slogan dell'iniziativa. E tra i promotori, le new entry contano ora pure tre noti economisti. A cominciare dal bocconiano Luigi Zingales, professore di finanza alla Scuola di direzione aziendale dell'Università di Chicago, editorialista del Sole 24ore, firma fissa su l'Espressoma anche consigliere economico di Matteo Renzi, che nel 2003 - anno in cui si fregiava del titolo di miglior economista under-40 del Bernacer Prize, strappato appena in tempo in termini anagrafici - ha dato alle stampe il suo saggio su come “Salvare il capitalismo dai capitalisti”. Con lui, Alessandro De Nicola, professore aggiunto di Business law alla Bocconi ed editorialista di Repubblica, e Michele Boldrin, anche lui una cattedra di economia negli Stati Uniti, volto ormai noto in tv e penna abituale del Fatto Quotidiano. Tutti sediziosi perché, come si legge nel manifesto, «alla rivoluzione liberale non ci crediamo più». L'idea, Giannino, la lanciata in grande con un'apposita convention a Firenze, appena una decina di giorni fa, insieme al radicale Marco Taradash e a esponenti del Pdl come «Nicole Minetti deve lasciare la poltrona di consigliere regionale?» chiede perentoria la giornalista Maria Latella nel faccia a faccia con Angelino Alfano su Sky Tg24. «Sì, e lo deve fare domani» ribatte il segretario del Pdl. Bye bye Nicole, compagna di bunga bunga, cene eleganti e serate mozzafiato tra statuette di Priapo e imitazioni burlesque. Il benservito lo dà il segretario in persona dopo che era già stato ventilato in questi giorni su alcuni quotidiani e nonostante l'interessata, riparata a Parigi per non andare a testimoniare in aula ai processi dove è teste ma anche imputata, ribadisca che la questione non sia all'ordine del giorno (e per cui in ogni caso sarà pronto a breve un paracadute) . Bye bye Nicole. Alfano avvia così il nuovo corso del Pdl che sta scaldando motori e macchine per il ritorno in campo del vecchio e stanco leader. Ma arriva fuori tempo massimo. E quando i buoi - il Cavaliere e con lui le nuove leve del partito - sono già scappati dal recinto. «Angelino fa adesso quello che doveva cominciare a fare un anno fa ma non è stato in grado di fare. Il Presidente gli aveva servito in mano un vassoio d'argento, doveva metterci sopra i pasticcini. Non l'ha saputo fare. E ora è troppo tardi» riferisce un giovane deputato pidiellino che ha accesso diretto alla fonte, s'intende Berlusconi. Oggi il Cavaliere parlerà al convegno economico-finanziario organizzato a villa Gernetto sul lago Maggiore da Antonio Martino, ex tessera numero 2 di Forza Italia, e alcuni più giovani pupilli come Deborah Bergamini. Tema Europa, euro e sistemi economici, rivoluzioni liberali, platea di imprenditori. «Lo spirito del ‘94, anche nei protagonisti...» piace far notare. Berlusconi potrebbe spiegare qualcosa circa il suo ritorno in campo. Ma non è detto. Perché la situazione in casa Pdl resta fumosa. Per non dire surreale. Al limite del grottesco. Di sicuro l'annuncio vero e proprio sarà in autunno, con evento idoneo alla portata dell'annuncio. Magari più sobrio, visti i tempi. Ma neppure tanto. L'opzione del Cavaliere, racconta un deputato dell'inner circle berlusconiano che non ha nulla a che vedere con il cerchiomagico e meno che mai con la deputata Maria Rosaria Rossi, prevedeva il tanto temuto spacchettamento: «LaALESSANDRARUBENNI ROMA ILCENTRODESTRA . . . Oggi la conferenza a Villa Gernetto con Martino e Bergamini. Si parla di Europa e di euro Epurare e purificare Ascesa e caduta dell'igienista Nicole . . . Il segnale lo ha lanciato Santanché, che aveva annunciato: «Il suo tempo è finito» Il Manifesto liberista di Giannino può spaccare il Pdl Dal listinobloccatodi Formigoniallecaldenotti diArcore, finoaldeclino inevitabile: troppo imbarazzante per il ritornodelcapo ORESTEPIVETTA MILANO . . . Minetti dentro o fuori cosa cambia, cacciandola non si raddrizza la Lombardia né la politica L'operazione del ritorno in campo segnata da fughe di notizie, ripensamenti e regolamenti di conti interni Il Cavaliere dà il via al restyling Ma per l'igienista è già pronto il paracadute CLAUDIAFUSANI ROMA Alfano, mossa disperata Zingales,consigliere economicodiRenzi egliopinionistidel“Fatto” e“Repubblica”,Boldrin eDeNicola,nelprogetto lanciatodalgiornalista ILCASO ILPERSONAGGIO 2 lunedì 16 luglio 2012
SI È COMMOSSA PATTI SMITH DAVANTI AI RESTI DEL DC9-ITAVIA. SI È FATTA RACCONTARE UNA STORIA LUNGA32ANNI, la storia di un aereo che il 27 giugno del 1980 era partito da Bologna diretto verso Palermo, mai atterrato a Punta Raisi. Abbattuto mentre era in volo. Un muro di gomma impenetrabile. Patti Smith, nostra signora del rock, ha ascoltato per intero la storia di un mistero all'italiana, tragico, ancora dolorosissimo. Si è mossa con passi leggeri nella grande sala che contiene l'installazione permanente di Christian Boltanski. Ha sfiorato le scatole che contengono vestiti, una maschera da sub, scarpe. La lista degli oggetti personali appartenuti ai passeggeri del volo IH 870. Ha ascoltato. Ha sentito le voci che sussurrano dagli amplificatori piazzati nella sala del Museo della Memoria di Ustica, a Bologna. Quelle voci lievi che arrivano da lontano. Ha contato le luci Patti Smith, le ottantuno luci che pendono dal soffito alto come il cielo. Ottantuno luci per ottantuno vittime. Nel 1979, un anno prima della strage, Patti Smith aveva tenuto all'Antistadio di Bologna un concerto memorabile. Nonostante le minacce, l'aria pesante degli anni di piombo e un servizio d'ordine con le pistole in tasca, aveva fatto srotolare la bandiera americana sul palco e recitato una lunga poesia in memoria di Papa Albino Luciani. «Ci guardammo negli occhi noi della band - ha raccontato un milione di volte la signora Smith - E decidemmo di scatenare l'inferno». Fu così troppo quello show, così potente ed esagerato che dopo quel tour in Italia, Patti scelse di ritirarsi dalle scene. Ne è passato di tempo. Sembrava una Giovanna D'Arco punk, allora. Oggi è una donna fatta, il volto segnato dai lutti. Forse per questo così emotiva, sensibile, quasi senza pelle ma con il cuore perennemente in tumulto. Ha ascoltato, ha osservato. E ha detto la sua. «Non finisce qui. Tutto questo va raccontato. Il mondo deve sapere cos'è la strage di Ustica Questa storia deve essere amplificata. Non siete soli». Ha detto così Patti, parlando a Daria Bonfietti che con determinata, appassionata, testarda pervicacia tiene vivo il ricordo delle vittime del Dc9-Itavia. «Una persona straordinariamente umana - spiega Bonfietti - È stato un incontro molto toccante. Il direttore del museo Mambo che parla assai bene l'inglese le ha spiegato quanto è accaduto. Lei si è lasciata coinvolgere. Si è commossa, si è emozionata». Poi, qualche ora dopo, è salita sul palco piazzato nei giardini, davanti al Museo della Memoria e davanti a tremila persone in festa ha cantato come lei sa cantare, alternando la poesia elettrica, i bagliori da visionaria con il rock'n'roll da ballare, quello che fa scorrere l'adrenalina nel sangue. Ha cantato Peoplehavethepower, la gente ha il potere, un manifesto dalla parte dei deboli. «Perché la gente ha il potere di sognare, di dettare le regole, di lottare per cacciare i folli dal mondo i folli. (....). Noi possiamo rivoltare il mondo, noi possiamo dare il via alla rivoluzione sulla terra, noi abbiamo il potere. La gente ha il potere ...». E anche quando il potere non c'è «bisogna restare uniti». Così dice Patti, la poetessa, la sacerdotessa, l'icona di un'America ruggente, lacerata, in bianco e nero come le copertine di Horses e Radio Ethiopia. Uniti. Qualche giorno fa a Milano, per presentare il suo ultimo disco, Banga, era stata molto chiara nel ribadire il concetto: «Il concerto di Bologna per me è importante. È l'occasione per esprimere solidarietà alle famiglie delle vittime, a chi ha perso le persone amate, ai parenti. Certo, è terribile sapere che tutta questa tragedia, questo disastro aereo sono circondati da risposte ancore mancanti». «Il mio ruolo - ha sottolineato - non è politico ma umano. Nonostante queste domande non abbiano ancora risposte io sono lì a portare solidarietà. E questo è l'aspetto più importante che ci caratterizza a livello umano, perché quando i nostri governi non ci possono dare giustizia, allora le persone si uniscono, pregano, oppure fanno un concerto. Questo è un modo per sentirci più vicini». Amore, unione, compassione, solidarietà e poesia. La gente ha sempre il potere quando canta Patti Smith. L'INIZIATIVAABOLOGNA «Ilmiocanto per laverità» suUstica» LavisitadiPattiSmith alMuseodellaMemoria CULTURE : Curarecon i libri, lanovelladiMarainiper ibambini ricoverati in ospedale PAG. 18 ILCOLLOQUIO : DonDeLillo:«EccocomeinCosmopolisho intuito il sovvertimentodellaFinanza» PAG. 19 INSCENA : Quell'elfodiBourgeois PAG. 20 U: Commossadavantiai restidelDc9-Itavia,nostrasignora del rockhasuonatoperesprimerevicinanzaesolidarietàai familiaridellevittime.«Racconteròquestastoria tragica» DANIELAAMENTA damenta@unita.it PattiSmith FOTO DI FABIO BUCCIARELLI/LAPRESSE lunedì 16 luglio 2012 17
CHIODI, TANTISSIMI CHIODI DA TAPPEZZIERE LUNGHIDUECENTIMETRI,SPARSIAMANCIATE.LASTRADADELMURDEPÉGUÈRENEERAPIENAINDUEPUNTI, IN CIMA ALLA SALITA E ALL'INIZIO DELLA DISCESA.Il gesto di un folle, uno dei tanti, dei troppi che affollano, che violentano le strade del ciclismo, incontrollabili, aperte a tutti, a troppa gente anche che con la bicicletta e con la fatica dei corridori non ha nulla a che fare. Gente che si mostra alla telecamera, che non osserva la corsa, che insegue, insulta, bagna i corridori. E che, come ieri, rischia di alterare il risultato della gara, di compromettere una carriera - il croato Kiserlovski è in ospedale con una spalla fratturata -, e con folle inconsapevolezza attenta alla vita di uomini dal fisico eccezionale ma totalmente scoperti e inermi di fronte a un evento imprevisto, assurdo come la comparsa di chiodi sul percorso, in un punto delicato, nel momento più importante della corsa. Passano in secondo piano la grande vittoria di Luis-Leòn Sanchez, il secondo posto di Sagan, il ritardo enorme del gruppo, più di 18 minuti. All'arrivo molti corridori sono stremati, hanno forato in trenta, Evans ha rischiato di compromettere il suo Tour, ci sono stati gesti cavallereschi e momenti di vergogna in una domenica pirenaica che non sarà facile dimenticare. La tappa è, come spesso accade, disegnata molto male, il Mur de Péguère è piazzato a quaranta dall'arrivo di Foix, gli uomini di classifica, è chiaro sin dal mattino, non attaccheranno. Prende il largo una fuga con qualche uomo interessante ma fuori classifica come Gilbert, Sanchez, Casar, l'incredibile Sagan, Izaguirre, Vorganov. La Sky lascia andare, vantaggio larghissimo, sul quarto d'ora. Prima salita, il Port de Lers, in testa al gruppo c'è Cavendish, per dire del ritmo. Davanti la battaglia invece è molto dura, sul Péguère la compagnia si riduce a cinque uomini. Sanchez è il più forte in salita e ha una paura matta di Sagan, quindi parte, ma non riesce a staccarlo. KISERLOVSKYSI FRATTURA UNASPALLA Scollinano in cinque, poi la discesa. Tra il passaggio dei battistrada e il gruppo trascorre un quarto d'ora. I chiodi compaiono in questo lungo intervallo, centinaia di chiodi sparsi sull'ultima parte della dura salita e su un tratto piuttosto lungo di discesa. Sono chiodi da tappezziere, enormi, i tubolari non si sgonfiano piano ma esplodono. Non se ne accorge nessuno però finché Evans, arrivato al Gpm, si ferma, sembra una normale foratura. L'australiano non ha una pronta assistenza da parte dell'ammiraglia e se la prende col compagno di squadra Van Garderen, che non si ferma e prosegue nella pancia del gruppo dei migliori, ricco in quel momento di una quindicina di uomini. Arriva Cummings, si ferma per dare la sua ruota posteriore a Evans, peccato sia forata anch'essa. Evans è disperato, attende altri compagni, solo molti secondi più tardi arriva Hincapie. Davanti la Sky chiede al gruppo di rallentare e di fermarsi per aspettare Evans, intanto l'ecatombe continua, i corridori si fermano a decine, Kiserlovski cade in discesa e si ritira. La Bmc si organizza e inizia a inseguire il gruppo maglia gialla, lontano già due minuti. Nibali non fora e nemmeno si accorge di nulla («I chiodi non li ho visti, ho avuto fortuna»), Wiggins cambia bici, Froome lo segue come un'ombra. A 20 dall'arrivo Rolland, il nono della generale, tenta la furbata, si lancia in discesa e stacca tra gli insulti il gruppo fermo ad aspettare Evans. Allora va la Lotto in testa, fa un ritmo forsennato e riporta tutti sul giovane francese, mentre la Bmc dietro fa una fatica del diavolo per riagganciarsi. A fine corsa Sagan sintetizzerà così il futuro di Rolland: «Da oggi è diventato la pecora nera del gruppo». A dieci dall'arrivo, davanti, Sanchez lascia la compagnia e va a vincere la sua quarta tappa in carriera al Tour, nemmeno la più drammatica - lo scorso anno vinse a Saint-Flour nel giorno del drammatico incidente di Flecha e Hoogerland, scaraventati sul filo spinato da un'auto dell'organizzazione -, da grande campione. Il gruppo arriva 18 minuti dopo, con la paura addosso, tra i veleni. Il Tour riparte oggi con una tappa per velocisti, breve e senza insidie. I Pirenei, quelli veri, iniziano mercoledì, dopo il giorno di riposo. SALVATOREMARIARIGHI ROMA Iduetecnici ingaggiatiaMoscaper lanazionaledicalcioeper ilCskabasket,confermandolavocazionedi«giramondo» SPORT ILPILAPICCOCOME LEESPORTAZIONI,MANONNELLO SPORT. TRA I PALLONI, per fortuna, il made in italy tira ancora. Lo confermano due storie di questi giorni sull'asse Roma-Mosca. Chiamateli “Fratelli di Russia”, o cosacchi italiani, o Zar de noantri. Chiamateli come volete,ma Fabio Capello e Ettore Messina sono gli ultimi cervelli in fuga per l'estero. Per la verità, i due santoni della panchina sono abituati a girovagare per l'Europa, il top dell'esportazione per lo sport italiano che non se la passa tanto meglio del paese in cui si trova. Don Fabio è stato in Spagna, prima di tentare la sontuosa avventura con i leoni inglesi. Messina viene da un anno sabbatico nella Nba, coi Los Angeles Lakers, e comunque dopo essere transitato pure lui sotto l'insegna dei “blancos” di Madrid. È da un pezzo insomma che girano per l'Europa i nostri due santoni della panchina, seminando il verbo del calcio e della pallacanestro. Sono anzi l'oro che abbiamo dato alle patrie altrui, peraltro profumatamente pagato: Capello ha guidato il Real Madrid e la nazionale inglese, Messina torna al Cska Mosca (dove ha già vinto tutto) dopo essere transitato pure lui dai “blancos” di Madrid. Li accomuna, anche, il fatto di tornare in pista dopo due spugne gettate in corsa. Capello che ha mollato i bianchi inglesi prima degli Europei, per il pasticciaccio di Terry, e Messina che ha mollato i bianchi del Real, perché anche nel baloncesto - nel basket - Madrid non ha vissuto molto bene di essere la periferia di Barcellona, ossia di «Messiland». Con loro al timone, rispettivamente della Nazionale di calcio e del Cska pallacanestro, ossia il meglio degli sport di squadra, sarà sempre meno rossa e più tricolore la Russia dove già da tempo si è accasato (e ha vinto) Luciano Spalletti, e dove “pedano” - nel senso di pedatori - i calciatori Bocchetti e Criscito. Un bella boccata di orgoglio nazionale o se preferite da esportazione, per un paese che dagli Europei di calcio è appena tornato con quattro schiaffoni e un bruciore infinito, e che alle Olimpiadi di Londra ormai imminenti ci va, come al solito, col solito schema di San Gennaro che deve fare per l'ennesima volta il miracolo. Perché tra fondi che non ci sono, impianti che mancano, settori giovanili chiusi, beghe di potere, ricambio insufficiente e vari altri problemini, in Italia anche fabbricare campioni è un'arte affidata più a qualche santo artigiano con le mani fatate, leggi le rispettive mamme sempre più rare e mai abbastanza ringraziate, piuttosto che a programmazione, investimenti e trasparenza. La migliore sintesi dei problemi dello sport italiano, quindi del «sistema Italia», l'ha coniata nei giorni un ragazzo di 19 anni, Amedeo Della Valle, figlio di Carlo, gloria cestistica degli anni ‘90, che da Monferrato passerà a giocare e studiare in Ohio, in un college Usa. «La differenza tra America e Italia? Beh, là potrò andare in palestra a qualsiasi ora, anche di notte, e per allenarmi non dovrò litigare ogni volta col custode» ha spiegato la nostra giovanissima e acuta promessa, e chissà se qualche papavero ha preso finalmente nota. Capello e Messina, in realtà, sono molto più che allenatori. Hanno cominciato la carriera quando ancora andava di moda il mister, o il coach tra i canestri, ma con le vittorie, con i campioni e con i contratti all'estero, via via sono diventati sempre più manager che insegnano a fare gol, o a fare canestro, ma anche a tenere in piedi un gruppo di atleti che la biologia e la psicologia tendono naturalmente a sfasciare, trattandosi di individualità e per giunta in contesto competitivo, e che solo la loro opera può cercare di portare addirittura alle vittorie e ai trofei. Sono ancora giovani del resto, hanno rispettivamente 66 e 52 anni, i nostri due timonieri che finiranno sicuramente per incrociare le rotte delle squadre italiane, in quei confronti amarcord per italiani che all'estero ormai ci stanno così bene che nessuno ha nemmeno più il coraggio di fargliela, la fatidica domanda: quando tornate?. IlnuovoLucio ultrà juventino «Gli scudetti sonotrenta» Gomme a terra al Tour Chiodi lanciati sulla strada, record di forature COSIMOCITO citocosimo@hotmail.com CadelEvans èunadelle vittimedei chiodida tappezziere lasciati sull'asfaltodella tappa del TourdeFrance FOTO ANSA Bucanointrentaalmeno Ipezzidimetallogettati sull'asfaltofra ilpassaggio dei fuggitoriequellodel gruppodellamaglia rosa DaCapelloaMessina,quanti italiani a cercar fortuna in Russia DISMESSO LA MAGLIA NERAZZURRA CON CUI HA VINTO TUTTO, LUCIO SI È PRESENTATO IERI AI NUOVI TIFOSI JUVENTINI COPERTO E ALLINEATO ALLA CROCIATA DEL “REAL CASA” BIANCONERA. E pazienza per il passato prossimo interista, saltato il fosso è già ora di riposizionarsi sulle lunghezze d'onda bianconere e di aderire alla campagna del “30 scudetti sul campo”, come recita la maglia ufficiale di gioco della Juventus, e delle tre stelle stampate sul pullman della squadra. «Quanti sono gli scudetti della Juve, se 28 o 30? Io penso... la stessa idea del presidente!», ha candidamente ammesso il difensore centrale argentino, fresco reduce dei tre anni in nerazzurro. Del resto, come non capirlo, sulle nuove buste paga c'è scritto Juventus e Massimo Moratti ormai è soltanto un ricordo. Lo ammette lui stesso: «Quando indosso una maglia sposo per intero il progetto e do il massimo per lei. Ora sono della Juve e sono qui per vincere». Musica per le orecchie dei tifosi juventini, che in passato hanno dimostrato più volte di non gradire in squadra ex rivali, interisti men che meno. Ne sa qualcosa Marco Borriello, che arrivato in prestito dalla Roma venne accolto da insulti e striscioni al veleno. O peggio ancora Stankovic che, in passato di saltare il fosso dall'Inter alla Juventus, fu respinto al mittente anche in virtù di una raccolta firme organizzata on line dai tifosi bianconeri. «Chi ha goduto delle nostre disgrazie, chi si è fregiato di un nostro scudetto, e l'ha festeggiato cantando “noi vinciamo senza rubare”, chi non ha mai accettato la superiorità juventina e i verdetti del campo - scrissero i promotori dell'appello - non merita di vestire la maglia bianconera». Memore, o forse nemmeno troppo, di questi episodi, Lucio ha preferito giocare sul sicuro e calare subito l'asso per conquistare punti nel cuore dei tifosi. Logica conseguenza, allora, il resto della captatio benevolentiae: «Ora gioco con la Juve e se segnerò all'Inter non sarà un problema esultare». Nessun problema di coscienza, quindi, com i compagni e amici, i reduci (pochi a dire il vero) del triplete vinto con Mourinho e quelli delle due ultime tribolate stagioni. «Nello sport la cosa più importante è il rispetto, io rispetto i miei ex compagni e quelli che ho adesso. Ogni giocatore deve difendere la propria squadra e oggi la mia squadra è la Juve». NELSORICCI ... Evansbloccatosenzaruota ilgruppoloattende LatappavaaLuisLeon Sanchez,beffatoSagan U: 22 lunedì 16 luglio 2012
CaraUnità Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta È GIUSTO ABBASSARE I COSTI DI UNA SI-RINGAMANONTAGLIAMOil posto dell'infermiere che fa le punture». Lo ha detto Bersani e sembra una frase da cui nessuno può dissentire. Ma non è così per almeno quattro motivi. In primo luogo, se l'infermiere fa male le punture è forse preferibile che si dedichi ad un altro lavoro utilizzando i soldi rispamiati del suo salario per pagare di più gli infermieri che invece sanno fare bene le punture e che, magari per anni, hanno sopperito alle lacune del collega incapace. Concorsi, sanatorie ope legis e assunzioni non basate sul merito, hanno riempito gli organici di persone che non sempre sono all'altezza dei compiti a loro assegnati e sono disposte ad impegnarsi come sarebbe necessario in uno Stato moderno: dirigenti innanzitutto, ma anche semplici dipendenti. Se lo Stato ha bisogno di tagliare la spesa pubblica, perché queste persone devono avere un diritto intoccabile a un salario pagato dalla collettività, senza nemmeno rendersi disponibili a trasferimenti in altri ambiti sotto dimensionati dell'amministrazione? In secondo luogo, se ammettiamo l'esistenza di un giustificato motivo economico di licenziamento nel settore privato, perché lo stesso motivo non deve valere anche per il settore pubblico? Quale motivo economico sarebbe più giustificato della situazione di grave crisi in cui versa lo Stato italiano? La pressione fiscale non può essere ulteriormente aumentata e la riduzione del debito deve passare anche attraverso una riduzione della spesa per il personale, come accade nelle aziende private, con tutti gli ammortizzatori sociali che in un Paese efficiente devono facilitare la transizione dei lavoratori dagli impieghi improduttivi a quelli che invece fanno crescere. Ciò porta a riflettere sul terzo motivo per cui la frase di Bersani dovrebbe lasciare perplessi. Con la sua logica, utilizzata per decenni, la spesa pubblica è stata assorbita quasi interamente dalle retribuzioni. Con posti di lavoro bloccati e salari gestiti secondo la logica del «poco a tutti» e degli incrementi basati sulla sola anzianità, gli uffici pubblici si sono trasformati in enormi falansteri che mantengono un numero eccessivo di persone alle quali, però, mancano gli strumenti (e motivazione) per lavorare. Tra breve, l'infermiere di Bersani non avrà più nessuna siringa da usare! È impossibile gestire bene un'azienda, ma anche un'amministrazione pubblica, quando oltre il 95% delle spese è costituto da voci «intoccabili». Il «fattore lavoro» in Italia, per essere meglio valorizzato, non può continuare ad essere un «fattore fisso». Considerare come inamovibili i dipendenti pubblici pone problemi di equità. Se c'è un settore in cui gli interessi di consumatori e lavoratori sono contrapposti, questo è il settore pubblico. E un'amministrazione statale inefficiente, danneggia soprattutto i meno abbienti. L'insegnante di inglese che non sa far bene il suo mestiere, l'università con troppi professori ma senza laboratori, o, restando con Bersani, l'ospedale con tanti infermieri ma senza siringhe, non sono un problema per i ricchi, che una soluzione la trovano sempre. Tutelare i dipendenti pubblici oltre ogni logica di efficienza e di equità è un costo che non pagano i «potentati economici»: lo paghiamo noi tutti, e sopratutto i più deboli tra noi. ViaOstiense,131/L,0154, Roma lettere@unita.it IL DECRETO DEL GOVERNO SULLA SPENDING REVIEWDAUNLATOEILDUROATTACCODELPRESIDENTEMONTI SULLA CONCERTAZIONE DALL'ALTRO, inducono ad alcune riflessioni di carattere generale. La proposta di revisione delle spesa interviene in modo massiccio sugli Enti locali e sulla sanità con tagli lineari e in assenza della definizione dei costi standard su cui si era iniziato a ragionare durante la discussione del federalismo fiscale, ed inoltre tali tagli si sommano alle pesanti restrizioni che negli ultimi quattro anni il governo di centrodestra aveva già inflitto alle autonomie locali. Gli interventi, invece, sull'apparato statale se esaminati in profondità, su ministeri e società controllate, sono rilevanti ma di identità minore: penso al ministero dell'Economia, della Difesa, degli Esteri e anche agli interventi sulle super burocrazie statali spesso annunciati ma mai, se non parzialmente, portati a compimento. Questi provvedimenti sulle Regioni e i Comuni non incidono solo sulle condizioni dei cittadini riducendo servizi in settori decisivi come sanità, scuola e prestazioni sociali - ma determinano un neo centralismo delle risorse e delle decisioni. Si riduce in particolare il ruolo dei Comuni quale primo presidio di democrazia e partecipazione e si alterano i rapporti costituzionali tra Stato centrale, Regioni e Comuni. Non solo quindi sulla portata e sulla sostenibilità della riduzione di spesa siamo chiamati ad interrogarci, ma anche su quale riflesso essa determinerà sulla tenuta dei poteri democratici nel nostro Paese. Pur coscienti della crisi economica drammatica nel nostro Paese e in Europa, e sul peso che il nostro debito pubblico determina per le politiche dell'oggi e per il prossimo futuro, io francamente penso che restringere il luogo della partecipazione democratica lasci il campo ad una alternativa per noi non accettabile: tecnocrazia o populismo. Le considerazioni, peraltro già note, del presidente Mario Monti sul ruolo delle parti sociali non sono solo ingiuste per la funzione che queste hanno già svolto nelle numerose crisi che il nostro Paese ha attraversato in questi anni, senza dimenticare il ruolo che Cgil, Cisl e Uil svolsero durante la stagione nefasta del terrorismo, ma ingiuste anche per il peso che su lavoratori, pensionati ed imprese hanno avuto i provvedimenti di questi ultimi mesi. Dalla disarticolazione delle rappresentanze sociali, e quindi dall'indebolimento della coesione sociale già così provata, non può uscire quella indispensabile unità d'intenti indispensabile per uscire da questa crisi economica che è anche sempre di più crisi sociale, di sistema e di futuro. La nostra Costituzione disegna un ruolo importante alle parti sociali sia per il loro presidio partecipativo e democratico e sia per la funzione di sussidiarietà che svolgono nei confronti dei cittadini. Provvedimenti di questo tipo producono centralizzazione e attenuazione della partecipazione democratica. Noi dobbiamo aiutare il governo a non assumere provvedimenti che ricadano ulteriormente e drammaticamente sulle condizioni materiali di vita dei cittadini indicando i settori dove il taglio della spesa non solo è necessario ma in alcuni casi anche utile. Il rapporto con i cittadini e l'estensione della democrazia passa attraverso la valorizzazione del sistema delle autonomie locali da un lato e dall'altro dal rafforzamento del ruolo delle parti sociali, questa è l'unica strada per sconfiggere i nuovi e vecchi populismi, non illudendoci di aver già dato per sconfitti quelli che abbiamo conosciuto negli ultimi anni. Andrea Ichino Economista Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 Madovevanno igrillini? Man mano che il tempo passa mi chiedo dove vogliamo arrivare Beppe Grillo e i suoi collaboratori, che ogni giorno di più stanno portando verso il Parlamento e i tanto attaccati palazzi del potere un movimento disorganizzato, che non ha preso posizione su temi essenziale come economia, immigrazione, diritti civili e ciononostante si propone come guida del Paese, che aspira a riformare solo contro tutti un apparato vasto come lo Stato italiano a suon di battute e critiche. Ma fino a prova contraria la politica si fa con proposte, non con grandi proclami e un clima di lotta civile come quello auspicato da Grillo quotidianamente. Fino a qualche tempo fa il Movimento 5 Stelle si proponeva, sia pur con molte incertezze, di svolgere un importante ruolo di controllo, come una sorta di guardiano del popolo, e avrebbe avuto il tempo di organizzare una vera struttura interna efficiente e democratica. Antonio(unex-estimatore delM5S) Laquestione finanziaria Il meccanismo del trading speculativo è noto. Però teniamo conto che il debito lo comprano in tanti, tra cui anche il pensionato con la liquidazione, gli enormi fondi pensioni dei sindacati americani, gli investitori istituzionali. C'è anche la speculazione, ma se un Paese è saldo (la Germania) non c'è Goldman che tenga. Ci dobbiamo per forza interessare allo spread, che è basato sul rapporto domanda/offerta dei titoli di Stato e sulle prospettive di un Paese. Se non lo facciamo noi, sarà lui (lo spread) ad interessarsi di noi, eccome! ce. SilvioS. Mamma,checos'è lo spread? «Bambini non fate troppo rumore». «E perché» «Perché altrimenti sale lo spread». «Mamma ma che cos'è lo spread?». «Lo spread è come l'uomo nero di una volta, se i bambini non stanno buoni e zitti, sale lo spread». «Ma è una persona?». «No, è una sorta di vampiro, di norma succhia il sangue della povera gente, ma se fate i cattivi...». «E perché della povera gente?». «Perché il sangue dei ricchi non gli piace, lo trova troppo dolce, un po' come il sangue blu dei nobili, anche quello gli fa schifo, gli piace solo il sangue dei poveri e dei bimbi cattivi. Scherzo, bambini, ovviamente. È un po' complicato a spiegarsi, e io non m'intendo d'economia. Però so a che cosa serve. Lo spread alle volte serve a far cadere i governi e alle volte serve a non farli cadere. Semplice, no?». ElisaMerlo Unanuovapolitica È necessaria una nuova politica italiana in un rinnovato contesto politico europeo dove finalmente si vincano le differenze culturali e finanziarie. Non sarà comunque facile, visto che da sempre il nostro vecchio emisfero boreale ha visto crescenti differenze tra il Nord della Germania, Finlandia, Norvegia, e un Sud Nord-africano da sempre travagliato da guerre e sofferenza non disgiunte da eterni problemi religiosi. L'Italia da sempre ponte tra queste due culture e centro e già erede di quell'ecumenismo culturale di antichissima origine alessandrina, ebbene quest'Italia con tutte le sue contraddizioni è l'unico faro-guida che può traghettare questo riconoscimento del “diverso”, dell'altro non come qualcosa da evitare, ma da cui imparare. In fondo i distinguo nascono dal non volersi confrontare con l'altro e capire che tutto non è misurabile solo con il metro delle entrate e delle uscite. Giovanni La tiratura del 15 luglio 2012 è stata di 102.233 copie Ho assistito alla presentazione di un libro di Massimo Fagioli, alla Festa dell'Unità di Roma. Mi sono ricordato una situazione analoga, alla quale lei era presente, una dozzina di anni fa, a Napoli. In entrambe le occasioni ho avuto l'impressione che lei partecipasse in un ruolo che conferiva una certa “ufficialità” agli eventi, ma del tutto estraneo rispetto alle motivazioni, alle finalità e, in buona sostanza, anche ai contenuti lì espressi. MARINOSISAMMO La psicoterapia, nella mia testa, è una scienza. Ad essa si contribuisce, penso io, raccontando le esperienze che si fanno e le ipotesi teoriche cui si arriva e da cui si ci lascia poi guidare. Fagioli ed io ci siamo incontrati per la prima volta negli anni '70, un tempo in cui lui stava lavorando al libro ripresentato ora alla Festa ed io avevo iniziato un avvicinamento, decisivo per la mia storia personale, alla terapia famigliare sistemica: due percorsi di ricerca subito considerati “eretici” dalla Società Italiana di Psicoanalisi da cui entrambi uscimmo poco dopo, incamminandoci su strade diverse ed arrivando, nel tempo, a riflessioni non facili da integrare. Con un punto in comune importante, a mio avviso, che è quello dell'amore profondo per una scienza, la psicoterapia, che dovrebbe essere parte integrante, secondo me e secondo lui, di una moderna cultura della sinistra. Con delle divergenze interessanti, però, a livello di teoria e di pratica del lavoro psicoterapeutico. Su cui sarà importante, in futuro, discutere, direttamente o attraverso il confronto degli allievi. Dall'interno di una consapevolezza comune: quella di far parte della stessa squadra, di essere orientati sullo stesso obiettivo di riportare allo psichico ciò che allo psichico appartiene. Combattendo insieme la cultura riduttiva e autoreferenziale degli psichiatri cui non importa ascoltare ma solo intervenire. Con i loro rituali, i loro camici e i loro farmaci. Dialoghi C'è davvero (bi)sogno di psicoterapia L'analisi Spending review, non colpite la sanità e i Comuni . . . I tagli riducono servizi decisivi . . . C'è il rischio di un nuovo centralismo Paolo Nerozzi Senatore Pd COMUNITÀ Ilpunto Pubblico impiego basta inamovibilità 16 lunedì 16 luglio 2012
I repubblicani fanno di tutto per scoraggiare la partecipazione al voto. Solo nel 2011, 17 Stati governati dal partito di Romney hanno approvato leggi che richiedono un documento di identità per presentarsi al seggio - che no, non è obbligatorio da queste parti - o altre regole che complicano la vita all'elettore. Cinque di questi Ohio, Florida, Pennsylvania, Iowa, Wisconsin - sono tra quelli dove si deciderà l'esito finale delle presidenziali di novembre. L'ultimo caso è quello della Florida: ieri le autorità federali hanno dovuto cedere alle richieste dello Stato di ottenere gli elenchi degli immigrati regolari. Washington aveva resistito per mesi ma dopo che un giudice ha dato ragione allo Stato, ha scelto di non continuare la battaglia legale. A cosa servono gli elenchi di immigrati regolari? La ragione che i repubblicani avanzano per giustificare le leggi che hanno approvato ovunque siano al potere è l'idea (falsa) che a ogni elezioni si verifichi una enorme frode elettorale. Questa avverrebbe perché le organizzazioni per i diritti civili registrano al voto gente chi non ne ha il diritto o più volte la stessa persona in contee diverse. Nel caso della Florida, immigrati non cittadini verrebbero registrati al voto e si presenterebbero al seggio. Lo Stato dichiara quindi che userà gli elenchi federali per ripulire le liste dai falsi aventi diritto. I democratici hanno protestato, ma non si dicono preoccupati: negli elenchi non si troverà nulla di strano. L'unico pericolo serio riguarda l'esercizio di voto in casi di omonimia. A meno che la ripulitura non sia a sua volta un modo di cancellare migliaia di persone che il diritto a votare ce l'hanno. La realtà è che le colossali frodi di cui parlano i repubblicani sono come il certificato di nascita falso di Obama: una gigantesca leggenda diffusa ad arte. I governatori hanno citato migliaia di esempi per giustificare le leggi, ma poi, quando hanno dovuto produrre dati in tribunale non ne hanno mai forniti. Tra il 2002 e il 2007 i casi di condanna per frode elettorale (falsa identità, non diritto o voto multiplo) sono 86 in tutti gli Stati Uniti. Parliamo di singoli individui, non di truffe organizzate. Il fatto è che queste leggi, come molte altre tecniche, sono uno strumento per scoraggiare la partecipazione di afroamericani e latinos, che votano in massa democratico e che è di media partecipano al voto meno dei bianchi. Nel caso degli Stati che richiedono il documento il trucco è un'altro. Sono afroamericani, latinos, giovani appena diciottenni e persone senza istruzione secondaria quelle che con più frequenza negli Usa non hanno la patente - per dare un dato, i bianchi sono l'8%, gli afroamericani il 25%. Tutte categorie che votano in prevalenza democratico. Non solo, parlare di frode, far circolare voci sui controlli, spaventa certi gruppi etnici, intimoriti dai rapporti con le autorità e con la polizia. Non è finita qui: in Florida una legge ha reso più difficile anche la registrazione al voto, mentre in altri Stati sono gli studenti a vedersi ristretto il diritto di risiedere nella loro università e quindi dover - se proprio ci tengono - tornare a casa per votare. Magari a diverse ore di auto, treno o aereo dal posto in cui studiano. Senza rimborso o sconto naturalmente. SOTTOLAPIOGGIA Quanto influenzeranno l'esito del voto queste leggi? Il caso dell'Ohio nel 2004 ha fatto scuola. Qui Kerry era dato in vantaggio. Ma il giorno del voto le autorità statali fecero di tutto per scoraggiare le minoranze. Il capo della commissione elettorale, per legge il Procuratore generale dello Stato, era anche il direttore della campagna Bush-Cheney. Nei seggi affollati dei quartieri neri venivano mandate meno macchine elettorali che in seggi bianchi e spopolati. Risultato: lunghe code sotto la pioggia e gente che se ne tornava a casa. Nei quartieri afroamericani quel giorno circolavano molte più auto della polizia. E così via. Alla fine Kerry perse l'Ohio. Da allora i democratici hanno mandato più osservatori ai seggi, avvocati e team giuridici sono all'erta ovunque. In totale si tratterà probabilmente di poche migliaia di voti persi. Ma molto dipenderà da come andranno le elezioni. In casi come quello della Florida nel 2000, quando Bush vinse per una manciata di schede, questi trucchi potrebbero contribuire a decidere chi siede al posto di comando della prima potenza mondiale. E dire che, se davvero un problema frodi ci fosse e se davvero i repubblicani volessero risolverlo, basterebbe istituire la carta di identità obbligatoria per tutti. ALLARGO DI CRETA Il criminale nazista più ricercato al mondo, Laszlo Csatary, 97 anni, e accusato di complicità nella morte di 15.700 ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, è stato ritrovato a Budapest. Lo ha reso noto ieri il direttore del Centro Wiesenthal in Israele. «Confermo che Laszlo Csatary è stato identificato e ritrovato a Budapest», ha affermato Efraim Zuroff. «Il quotidiano britannico TheSun ha potuto fotografarlo e filmarlo grazie alle nostre informazioni fornite a settembre del 2011», ha concluso. Nel 1944, Laszlo Csatary è stato il comandante della Polizia reale ungherese, nella città di Kassa. Responsabile per il ghetto ebraico, secondo le testimonianze il suo ruolo fu determinante nell'organizzare la deportazione degli ebrei. Le cifre sono agghiaccianti: circa 15.700 furono le persone deportate verso Auschwitz. Non solo. Csatary è anche accusato di aver esercitato la propria autorità in maniera «disumana» in un campo destinato ai lavori forzati. Fu giudicato in contumacia per crimini di guerra nel 1948: la sentenza fu una condanna a morte. L'ex capo della polizia ungherese fuggì in Canada nel 1949, acquisendo una nuova identità. Secondo le ricerche effettuate dal Centro Wiesenthal, l'uomo si rifece una vita sostenendo di essere un cittadino jugoslavo. Si stabilì a Montreal, dove divenne un commerciante d'arte, e ottenne la cittadinanza canadese nel 1955. Nel 1997, la cittadinanza venne revocata dal governo federale: l'accusa fu di aver mentito sulla sua cittadinanza originaria. Due anni dopo, Laszlo Csatary lasciò il Paese per sua stessa volontà, ma le autorità canadesi lo bandirono sine die. Ora la scoperta dei reporte del quotidiano britannico The Sun. Tra i criminali nazisti più importanti scoperti dal Centro Wiesenthal, Adolf Eichmann (considerato l'organizzatore logistico della «soluzione finale), Karl Silberbauer, l'ufficiale della Gestapo responsabile dell'arresto di Anna Frank, Franz Stangl, il comandante dei campi di concentramento di Treblinka e Sobibor, ed Hermine Braunsteiner-Ryan, una casalinga che viveva a Long Island, New York, che durante la guerra aveva supervisionato l'uccisione di centinaia di donne e bambini. Dicono che si tratti di una tragedia. Ma è difficile chiamarla semplicemente fatalità, questa volta. È successo nello Stato dell'Indiana. Un padre di famiglia stava guardando la televisione con i suoi figli, quando per caso il più piccolo di loro, un bimbo di tre anni, ha trovato una pistola carica. Non c'è stato tempo di intevenire: il piccolo l'ha agguantata e ha sparato. Uccidendo il padre, con un colpo secco. Michael Payless, 33 anni, è stato trovato morto dalla polizia nella sua abitazione a Salem venerdì notte. «Il bambino ha sparato accidentalmente... il padre è morto sul colpo», ha riferito la polizia locale. Il fatto è avvenuto quando in casa, oltre alla moglie della vittima e ai suoi tre figli, c'era anche un ragazzo che stava eseguendo delle riparazioni. Da decenni si discute negli Stati Uniti della diffusione delle armi da fuoco, della facilità con cui si può acquistare una pistola o anche un'arma automatica. Nel 2002 fece molto discutere, in proposito, il film premio Oscar Bowling a Columbine, di Michael Moore, sulla strage di Columbine, compiuta da degli adolescenti. Il film metteva il dito nella piaga, ed è passata alla storia la scena in cui il regista intervista Charlton Heston, il divo del cinema che aveva prestato il suo volto e il suo impegno alla causa della National Rifle Association, che è sì un'organizzazione di avvocatura per possessori di armi da fuoco degli Stati Uniti, ma soprattutto è considerata una delle più potenti lobby del Paese: infinite le polemiche sul fatto che spesso la Nra finanzia campagne politiche e si batte per la difesa del diritto costituzionale al possesso ed al porto delle armi da fuoco per i cittadini rispettosi della legge. L'accusa che i pacifisti e gli attivisti rivolgono più frequentemente al governo degli Stati Uniti è che l'eccessiva liberalità con cui si acquistano armi non favorisce affatto la difesa personale: al contrario, aumenta la probabilità di incidenti e reati commessi con armi da fuoco. Il corpo a terra di Michael Payless, che ha lasciato tre bambini orfani, sta lì a confermarlo. Tremembridell'equipaggio di un pescherecciosiciliano sonostati soccorsi ieri abordodi due zatteredi salvataggioe stannoper raggiungere Cretaabordo diuna motovedettadella Guardiacostieragreca.A bordodel motopescaci sarebbero state altre quattropersone (tre dellequali straniere)che non si sa che fine abbiano fatto: l'imbarcazione,aquanto risulta, nonè affondata.Sull'episodio sono in corsoaccertamenti dapartedel comandogenerale delle Capitaneriedi Porto.Lacentraleoperativa ha diramatounaricerca di soccorso, chiedendocollaborazionealleguardie costiere interessate -quellegreca, maltese, tunisina e egizianae libica -per cercaredi rintracciare ledue zattere con i tre pescatori italiani.Questi sono statiavvistati daun mercantiledelle isoleMarshall, che era statoallertato dalleautorità greche.La Guardia costieragreca haquindi inviato sul postouna propriamotovedettache ha raggiunto lezattere epreso abordo i trenaufraghi, che stanno raggiungendo Creta.Unavolta giunti sull'isola verrannonuovamenteascoltati, perchè la loroversione dei fatti nonè chiara: l'unicacosapacifica èche l'imbarcazionenon è affondata.Gli altri membridell'equipaggio sonoun italiano,due egizianieun tunisino. . . . Registrazione al voto più difficile: un modo per scoraggiare latinos e afroamericani Ritrovato a Budapest il criminale nazista Laszlo Csatary VIRGINIALORI esteri@unita.it . . . Il piccolo ha agguantato il revolver e sparato Polemica sulla diffusione delle armi in America Florida, la «truffa» di Romney Mitt Romney ed un gruppo di volontari si preparano a distribuire cibo alle vittime degl incendi nel Colorado FOTO EVAN VUCCI/AP I repubblicani fanno di tutto per allontanare dalle urne le minoranze, più favorevoli a Obama Polemiche sui diritti negati Nello Stato sondaggi sul filo del rasoio: come con Bush e Gore MARTINOMAZZONIS NEWYORK Ilgiallodelmotopesca, trestranieri scomparsi Usa: 3 anni, trova una pistola e uccide il papà EMIDIORUSSO esteri@unita.it lunedì 16 luglio 2012 11
SOLIDARIETÀ Le voci si rincorrono da settimane, un tam tam che allarma i sindacati e i dipendenti di Cai-Alitalia che la compagnia si preparerebbe a ridurre. Il condizionale è d'obbligo quantomeno sui numeri: si era infatti parlato di un taglio di mille unità all'interno di un piano che la compagnia discuterà a partire da ottobre. «Non saranno i mille di cui si parla», aveva però risposto l'amministratore delegato Andrea Ragnetti interpellato a metà giugno sulle indiscrezioni. Senza tuttavia escludere “aggiustamenti” imposti dalla congiuntura negativa del settore, dai forti extracosti dovuti all'aumento del prezzo del petrolio, delle tasse aeroportuali alla querelle sulla vendita degli slot di Linate. UNTAVOLO AOTTOBRE Al quartier generale della Magliana la posizione è rimasta quella: la questione non è ancora all'ordine del giorno, se ne riparlerà a ottobre. Nulla di più, ma neanche nulla di meno. Un «aggiustamento» dunque ci sarà. Le ultime cifre, non confermate, indicano intorno a 600 dipendenti, in particolare nel bacino del personale amministrativo a vario livello. Fonti sindacali temono, però, che il numero degli esuberi sia ben più alto, coinvolgendo in modo consistente anche gli assistenti di volo (alcune centinaia) e più contenuto i piloti (alcune decine). A cui andrebbero aggiunti i lavoratori stagionali, cioè assunti a tempo determinato (la forza media impiegata è di 500 unità), che non essendo forza lavoro strutturale non costituiscono esuberi, ma non avrebbero più il rinnovo. I sindacati chiedono chiarezza. L'ha chiesta nei giorni scorsi il segretario nazionale di Filt-Cgil mauro Rossi: «La convocazione, come richiesto da tempo e unitariamente dal sindacato, di un incontro per discutere dello stato aziendale e del piano industriale è il solo il modo di fare chiarezza», ha affermato, avvertendo che «senza un incontro ognuno si assume le proprie responsabilità. Spero non si prosegua con le indiscrezioni di stampa e che - sostiene infine Rossi l'azienda sia corretta e trasparente». Tra le possibili misure che la compagnia aerea potrebbe applicare ci sono i contratti di solidarietà a rotazione per il personale di volo con contratto a tempo indeterminato. Sarebbero una soluzione più soft rispetto alla cassa integrazione per cui non è più prevista, come avveniva in passato, l'integrazione fino all'80% dello stipendio lordo attraverso il Fondo straordinario di garanzia del trasporto aereo che è stato tagliato. Quindi gli esuberi si ritroverebbero con un assegno di mille euro al mese più o meno. Ma questi sono ragionamenti che si fanno in casa sindacale mentre dal'azienda continuano a ripetere che è prematuro parlarne. Forse quelle sindacali appaiono stime pessimistiche, oppure si basano sul ragionamento che la domanda di trasporto aereo si è sensibilmente contratta, che a causa della crisi altre grandi compagnie aeree nel mondo stanno tagliando migliaia di posti di lavoro, e che l'Alitalia - sia destinata a ridurre tratte e ore di volo e quindi anche personale navigante. Una possibilità che potrebbe concretizzarsi se l'Antitrust in ottobre dovesse imporre ad Alitalia di cedere slot (fasce orarie di decollo e atterraggio) sulla Roma-Linate ad altre compagnie. L'ipotesi sindacale di esuberi fra assistenti di volo e piloti in Alitalia prevede un numero inferiore di fuoriuscite nel caso di proposta di riassunzione in CityLiner, il braccio regionale (tratte di corto e medio raggio) della compagnia in cui gli stipendi sono più bassi. I rincari di prezzi e tariffe sono indigesti di per sé. Il malessere aumenta se, come sta accadendo da mesi, si assiste a una progressiva perdita di potere d'acquisto delle famiglie italiane: un “potere” che gli ultimi dati Istat danno al livello più basso da 12 anni. In pratica si allarga la distanza tra stipendi e pensioni e costo della vita. È sempre l'Istituto centrale di statistica a rilevare l'inflazione al 3,3% (dati relativi a giugno). L'indice per altro non pesa su tutti i beni del “paniere” allo stesso modo: il carrello della spesa, ad esempio, cioè i generi di consumo quotidiano ha fatto un balzo in avanti del 4,4% rispetto a un anno prima. Altra nota dolente sono le voci del “pacchetto” trasporti, cioè biglietti di bus e treni, assicurazioni, tariffe autostradali a cui si aggiunge la carissima benzina. A fine anno la “mobilità” costerà in media 512 euro in più dell'anno scorso secondo calcoli fatti da Adusbef e Federconsumatori. EFFETTODOMINO Un salasso che, peraltro, rischia di innescare un effetto domino «perché - spiegano le associazioni dei consumatori - i costi di questo settore determinano anche forti ricadute a causa dei costi di trasporto nella determinazione dei prezzi dei beni trasportati con ripercussione sull'inflazione e quindi sul potere di acquisto delle famiglie». Per Adusbef e Federconsumatori la via da battere è quella di «una diversa politica economica, un maggiore controllo su tariffe autostradali e dell'Rc-auto ed una riduzione delle varie tassazioni a partire proprio dai carburanti». In realtà -in generale- non sembra tiri aria di blocco delle tariffe. Il ricorso al congelamento per 18 mesi degli adeguamenti sui prezzi di autostrade e ferrovie, previsto con quello di luce, gas e acqua nelle bozze del decreto sulla spending review è saltato. Non resta che confidare - come fa il governo - nello sviluppo delle reti e in una loro maggiore efficienza che porti a un abbassamento dei costi. Nel frattempo si possono spulciare i dati dell'Istat per vedere che su base annua i taxi sono aumentati del 4,3%, i passaggi di proprietà dell'auto registrano un'impennata del 57,8%: su questa voce pesa l'aumento dell'Ipt scattato l'autunno scorso. Saliti anche i prezzi di parchimetri e pedaggi (+4,8%) e si mantengono anche alti i rincari delle assicurazioni sui mezzi di trasporto (+4,7%). Non sfugge dai rincari anche chi si sposta su mezzi pubblici: i biglietti per il trasporto extraurbano passeggeri su autobus segnano un rialzo del 6,4%. Per non parlare di quello che è accaduto sul fronte benzina: i maxi sconti praticati nei week-end da alcuni gestori non sembrano sufficienti a calmierare i prezzi impazziti nei mesi scorsi e che nel resto della settimana riprendono la corsa. A giugno, rispetto a maggio l'aumento restava tuttavia a doppia cifra (benzina +16% e gasolio +18,8%). Le previsioni di Federconsumatori e Adusbef degli aumenti 2012 sono così suddivise: treni (anche pendolari) 81 euro; bus 48 euro; assicurazione auto 78 euro; autostrade 53 euro. Per i carburanti si tratta di 252 euro (accise regionali comprese). Unmodoper “galleggiare” in tempi di crisi, aiutando icittadiniad ottenere piccoli sconti, edi conseguenza far ripartireanche ilpiccolo imprenditore. Aquestoserve lo Scec,acronimo di «SolidarietàChe Cammina», buono sconto locale emessoe distribuito gratuitamentedall'Associazione NazionaleArcipelagoScec a chiunque nefaccia richiesta, semplici cittadinio titolaridiesercizi commerciali, liberi professionisti, entie associazioni. Lo Scec,delvalore diun euro,non è quindiuna valuta complementarema unveroe proprio scontochesi può utilizzaresolo insieme all'Euro.Per capiremegliocomefunziona, eccoun esempio.A frontedi una spesadi 5 eurodalpanettiere chehaaderito con unaquota del20%al progettosi potrannoconsegnare soltanto4 Euro e1 Scec. Nokia dimezza il prezzo di Lumia 900 ECONOMIA . . . Sarebbero a rischio seicento posti I sindacati: «L'azienda ci convochi» Mezzi pubblici e automobile: un anno di rincari Mobilità sempre più costosa anche con i mezzi pubblici FOTO ANSA Per i trasporti si registrano aumenti superiori all'inflazione: nel 2012 costeranno 512 euro in più RICCARDOVALDESI ROMA Arriva loScec, ilbuonosconto locale Entro il 2012 rischia il fallimento un'impresa su tre. A questa, pesante previsione, arriva uno studio di Unimpresa che ha analizzato i dati sulle sofferenze bancarie. Il dossier parte dalla probabilità di ingresso in sofferenza entro l'arco di un anno, che viene stimata attraverso analisi di indicatori ricavati dal bilancio e dalle segnalazioni delle banche alla Centrale dei rischi, che evidenziano la presenza di tensioni sulle linee di credito. I dati statistici elaborati dal Centro studi di Unimpresa sui bilanci delle banche provano che 8 imprese in osservazione su 10 peggiorano la loro performance e salute finanziaria nei 12 mesi successivi al segnale di rischio. Ebbene, l'analisi delle probabilità di default entro il 2012 evidenzia un chiaro peggioramento rispetto al 2011: quasi un' impresa su tre. In termini assoluti, contribuiscono al complessivo deterioramento soprattutto le imprese del comparto dei servizi (30.134 su 101.257), seguito da quello manifatturiero (22.073 su 40.178) e a breve distanza dal settore delle costruzioni (16.129 su 32.402). In termini percentuali sono, tuttavia, i comparti dell'industria e dell'edilizia che stanno peggio, con almeno un'una impresa su due in sofferenza. A livello territoriale, risulta particolarmente aumentata la vulnerabilità delle imprese con sede al Sud, più di quanto dicano i dati ufficiali diffusi da Bankitalia, la cui probabilità di fallimento, per i noti problemi ambientali, si ritene debba essere considerata quasi doppia rispetto alla media nazionale. «La fase di “contenimento” del rischio basata su antiche regole impartite nelle direzioni crediti - osserva Unimpresa - è in realtà per molte imprese l'anticamera del fallimento. Se le condizioni peggiorano e l'impresa comincia a generare sconfinamenti su sconfinamenti, le possibilità di salvezza si riducono drasticamente». Pericolo fallimento per un'impresa su tre . . . I consumatori: «Ai rialzi non corrisponde peraltro una migliore qualità dei servizi resi» Mossa d'attacco sul mercato Usa per Nokia che, alle prese con un decollo difficile per il suo modello di punta, lo smartphone Lumia 900, ha deciso di dimezzarne il prezzo a tre mesi di distanza dal lancio. Ora l'apparato viene offerto nei negozi At&t a 50 dollari con un contratto di due anni contro i 99 dollari iniziali. Il taglio giunge mentre per il colosso finlandese della telefonia mobile si trova sotto pressione a causa della perdita di quote di mercato e la riduzione dei margini. E cresce l'attesa per i risultati di bilancio del secondo trimestre, attesi per giovedì. Il mese scorso - riporta il Wall Street Journal - l'amministratore delegato di Nokia, Stephen Elop, aveva annunciato ulteriori misure di ristrutturazione, incluso il taglio di 10 mila posti di lavoro e la razionalizzazione degli investimenti in ricerca e sviluppo. Un portavoce di Nokia ha minimizzato sottolineando che «si tratta di normali strategie adottate durante il ciclo di vita della maggior parte di prodotti» e aggiungendo che anche il modello Galaxy IIs della Samsung era stato sul mercato per lo stesso tempo prima di un taglio di 50 dollari del prezzo. Alitalia, tagli in arrivo per far fronte alla crisi FOTO DI UMBERTO FARAGLIA/AP MARCOTEDESCHI 14 lunedì 16 luglio 2012
TULLIAFABIANI ROMA «Rosy Bindi, problemi di convivenza con il vero amore non ne ha probabilmente mai avuti». Nel peggior stile berlusconiano, Beppe Grillo lancia insulti alla presidente dei democratici, il giorno dopo l'Assemblea nazionale del Pd. La stessa volgarità, lo stesso maschilismo dell'ex presidente del Consiglio che aveva definito Bindi «più bella che intelligente». Il comico dei 5 stelle si scopre poi un paladino dei matrimoni gay e sentenzia: il Pd «fa schifo», perché nega questo diritto «per un pugno di voti». Senza arrivare alla volgarità di Grillo anche Di Pietro cerca di cavalcare la «bagarre» che sabato si è scatenata sugli ordini del giorno: «Quella sui diritti della persona è una battaglia che dovrebbe essere trasversale e condivisa da tutti: laici e cattolici». A giochi fatti la sensazione che molti dirigenti Pd si portano addosso dopo l'Assemblea nazionale di sabato è quella di una profonda amarezza. Resa palpabile dalla lettura dei quotidiani, da questo strascico polemico che non accenna a smorzarsi e dalla velocità con cui Idv e Grillo si tuffano nella «falla» per cercare di far cassa cavalcando i temi dei diritti civili. «Una inutile bagarre finale ha offuscato un'Assemblea che ha avuto un ottimo risultato politico come ha dimostrato l'unità del partito attorno all'azione perseguita da Bersani in questi mesi- commenta Nicola Latorre -. Bersani ha ribadito il pieno e leale sostegno a Monti, ha tracciato un percorso chiaro verso le elezioni del 2013 ma tutto è andato in secondo piano. La vicenda finale si poteva tranquillamente evitare, l'assemblea è stata gestita in maniera assai discutibile, bisognava lasciare all'Assemblea stessa la decisione di votare affianco al documento del Comitato anche gli ordini del giorno». Ettore Rosato, molti vicino a Dario Franceschini punta il dito contro chi «ha voluto usare strumentalmente questi temi per attaccare il partito e il segretario. Dieci dirigenti e 30 delegati hanno esasperato il clima e qualunque formula avesse loro proposto la presidenza non sarebbe comunque andata bene. Ci sono ancora persone, nel nostro partito, che pur di crearsi spazio non si fanno scrupolo e provocano soltanto polemiche». Eppure il segretario con la sua relazione e la discussione che si è aperta dopo il suo intervento aveva puntato a parlare al Paese, a mandare un messaggio forte agli elettori a cui è appena arrivata la notizia del ritorno in campo di Silvio Berlusconi, con relativo allarme delle diplomazie di mezzo mondo, che si aggiunge a quelle per niente rassicuranti sulla finanza, l'economia, il lavoro. «Il Paese ha problemi enormi - dice al telefono Michele Ventura, mentre lavora agli emendamenti del partito sulla spending review - e il segretario con la sua relazione di ieri è all'Italia che guardava. Questo è il tema di cui si deve discutere e di cui il nostro partito è chiamato a farsi carico più di altri». Ma, aggiunge Ventura, «non era difficile immaginare quello che sarebbe accaduto su primarie e diritti civili, l'esercizio della politica comporta il saper prevedere le cose, non era pensabile che su temi così delicati la discussione sarebbe finita in pochi minuti». E se Paola Concia cerca di smorzare le fiamme, «non bisogna stupirsi se ci sono in un partito discussioni anche accese, lo trovo un segno di vitalità», il lettiano Francesco Boccia affonda: «Ieri è stata raccontata la bagarre che è avvenuta ed è evidente che l'assemblea è sfuggita di mano era già finita. Sui matrimoni gay faccio un appello ai miei colleghi di partito che hanno fatto questa sceneggiata: un partito si tiene insieme se si rispettano le regole e le maggioranze». E intanto Matteo Renzi, che sabato ha scelto di non parlare in Assemblea, ieri è tornato alla carica: alle primarie farà di tutto «per farle perdere a Bersani. Poi se le vincerò - promette - sarò io il primo ad aiutarlo a vincere le elezioni». A Bindi e gli stati generali del suo partito, come al solito, l'invito a farsi da parte. Chissà se aveva ragione chi, come Pierluigi Castagnetti, aveva suggerito di rinviare l'appuntamento nazionale perché su alleanze e data delle primarie non ci sono ancora le condizioni per fare passi avanti, soprattutto senza sapere quale sarà la legge elettorale. Ma per il segretario, anche in questa fase, era importante iniziare a gettare le basi del lavoro futuro, quella Carta di intenti da sottoporre agli alleati.. Nichi Vendola, che ha parlato con il segretario nei giorni immediatamente precedenti l'Assemblea, sabato ha seguito con grande attenzione la relazione. Ne ha tratto «spunti importanti» di approfondimento, è stato «colpito positivamente da alcuni passaggi», ma alla fine è ammutolito davanti alle polemiche sui diritti. Non commenta a caldo, poi parla con un twitter: «Crolla il muro dell'ipocrisia e la politica è costretta a fare i conti con la richiesta sacrosanta del matrimonio gay. Finalmente. Sono per il diritto al matrimonio gay perché il Medioevo italiano è durato troppo. Basta con i frammenti di diritti, vogliamo diritti interi, eguali, per tutti». «Noi facciamo la figura degli impazienti, ma non basta che il segretario dica garantisco io. Sulle primarie serve una discussione, serve una votazione. Servono risposte. Soprattutto serve una data certa. Sono mesi che la chiediamo, io, Sandro Gozi, Salvatore Vassallo e tanti altri. E adesso si è superato il limite». Pippo Civati (Pd) non arretra di un tono: non gli bastano le garanzie di Pier Luigi Bersani, non gli basta che il segretario abbia affermato che le primarie «si faranno, saranno aperte, che non sarà lui l'unico candidato, che «vanno fatte con gli altri, si affronteranno gli aspetti regolamentari e statutari e saranno affidati all'assemblea». Civati non accetta comunque un «rinvio a settembre». Chiede tempi certi e brevi, «ne va della fiducia che i cittadini hanno nei confronti di meccanismi democratici - dice - E poi così si perde anche un po' di poesia, no?». Bersani ha detto e garantito che le primarie si faranno entro la fine dell'anno, nonbasta? «No, non basta. Non basta dire garantisco io, detto così sembra Berlusconi. Questo è populismo, so che non gli piace affatto essere definito un populista. Ma stavolta glielo dico. Io come iscritto al Pd, come dirigente proprio non capisco. Non posso essere soddisfatto. L'odg sulle primarie è stato presentato in tre assemblee nazionali e mai votato. Bersani non mi può rispondere che sono “beghe”. Ribadisco: serve una votazione». Aquesto punto quando? «Così la discussione è rinviata a settembre. Ma penso che in realtà tutto sarà chiaro quando voteranno il benedetto sistema elettorale, quindi probabilmente a ottobre». Dunque,comesidiceva,primarieentro l'anno... «Si è parlato di fine novembre, che dire? Speriamo. Si parla di primarie di coalizione, ma come saranno gestite? Se si fa l'alleanza con l'Udc e Casini non vuole fare le primarie che facciamo? Io non sono preoccupato per me, vorrei solo sapere se vogliamo far partire la macchina del centrosinistra per governare il Paese o aspettare ancora». Lei sicandida? «Finché non ci sono regole precise non dico niente. Potrei essere io a candidarmi, o potrei appoggiare Renzi, o Tabacci, o lo stesso Bersani. Non lo dico per pretattica, ma perché davvero voglio prima le regole». Fa ilgiocodi Renzi? «Non faccio il gioco di Renzi. Lui fa una sua battaglia, si vuole candidare, sono fatti suoi. Io voglio solo aprire una partita in modo trasparente». Ha detto che restituirete a Bersani una candidaturaalle primarie. «Certo, perché se questo è il clima nel partito, se questo è il trattamento che ci viene riservato, ci attrezzeremo. Ma non abbiamo pensato ancora ad alcun percorso e quindi non abbiamo alcun candidato. Il mio contributo non deve essere per forza in termini di candidatura, anche se come ho detto potrei comunque farlo». Nonpensadimettereindifficoltàilpartito, rischiarerotture inunafasedelicata, mentre il centrosinistra dovrebbe prepararsi agovernare ilPaese? «No, nessuna ansia, né preoccupazione, né angoscia. La difficoltà la crea chi nega il confronto. Non sono certo io che faccio casino. I candidati del Pd sono già tanti, Boeri, Renzi... piuttosto ho l'impressione che il problema nel partito sia un altro; che ci sia la tentazione di allearsi con l'Udc e non avere Bersani come candidato premier; ho l'impressione che siano in molti a voler confondere le cose, a dire facciamo le primarie e poi mettere paletti su tutto creando ostacoli, divergenze, confusione. Penso che Pier Luigi debba stare attento a questo e non preoccuparsi di chi, come noi, chiede in modo trasparente chiarezza». L'INTERVENTO ROSYBINDI «Primarie, da Bersani atteggiamento populista» DALL'ASSEMBLEADISABATO SONO VENUTEINDICAZIONI IMPORTANTISU COMEIL PD INTENDEACCOMPAGNARE LA TRANSIZIONEdel governo Monti e preparare un nuovo orizzonte di governo in Italia e in Europa. Indicazioni che non sono affatto offuscate dalle tensioni che hanno accompagnato le fasi deliberative dell'assemblea. Al contrario penso che lo scontro, che anche l'Unita ha raccontato, sulle votazioni del Documento sui diritti e degli ordini del giorno debba essere non solo ridimensionato ma interpretato correttamente. È vero, ci sono state alcune intemperanze e qualche strumentalizazzione di troppo, ma credo sia giusto rivendicare la correttezza dell'operato della presidenza. Da parte mia non ci sono state né forzature né rigidità, ma solo il rispetto delle nostre regole. Anche sabato abbiamo seguito lo stesso metodo che ha caratterizzato tutte le assemblee chiamate ad approvare i documenti ILCENTROSINISTRA Insulti a Bindi, Grillo come Berlusconi: «Mai avuto partner» Il comico dei 5 stelle uguaglia in volgarità e maschilismo l'ex premier Amarezza nel Pd il giorno dopo l'assemblea nazionale: le proposte per il Paese in secondo piano rispetto alla bagarre sugli odg MARIAZEGARELLI ROMA L'INTERVISTA GiuseppeCivati «Il segretariononpuòdire: garantiscoio.Serveuna votazione,nonsono beghe.Candidarmi? Nonèquesto ilpunto mapotrei farlo» . . . Il ricco comico si scopre un paladino delle nozze gay e sentenzia: il Pd «fa schifo» . . . Anche Di Pietro tenta di inserirsi per trarre profitto dalla discussione interna Procedure garantite 38 no su 700 non sono una spaccatura 4 lunedì 16 luglio 2012
«So chi potrebbe essere stato il complice di Giovanni Vantaggiato nell'attentato alla scuola Morvillo-Falcone di Brindisi». Una rivelazione, tutta da verificare, quella fatta alla Procura della Repubblica di Brindisi da Cosimo Parato, l'imprenditore rimasto gravemente ferito nel 2008 in un attentato il cui esecutore materiale sarebbe stato proprio Vantaggiato. Il “mostro” di Copertino, in provincia di Lecce, è ancora agli arresti in carcere per l'atto terroristico del 19 maggio scorso contro l'istituto, in cui è morta Melissa Bassi e rimaste ferite altre cinque compagne di scuola. Parato, dunque, avrebbe fornito informazioni su una seconda persona, molto vicina a Vantaggiato, ritenendola complice del 65enne imprenditore di carburanti. Per questo gli investigatori stanno verificando l'identità del secondo uomo e cercando eventuali elementi che possano provare contatti con Vantaggiato nei giorni precedenti e successivi all'attentato alla Morvillo. Certo è che lo stesso gip che convalidò il suo arresto l'11 giugno scorso, aveva ritenuto possibile il coinvolgimento di una seconda persona, un complice che potrebbe aver giocato un ruolo nella fase organizzativa dell'attentato. Gli atti d'indagine dei sostituti Milto De Nozza (Brindisi) e Gueglielmo Cataldi (Lecce), però, hanno almeno due spunti che farebbero ipotizzare alla presenza di un complice. Ci sono due dati certi: il continuo utilizzo del plurale «con riferimento – si legge negli atti – al posizionamento dei sedili che ha detto: ‘Abbiamo tirato avanti'»; e le testimonianze di due persone che assicurano di aver visto tra le 23 del 18 maggio e l'1,40 del 19, giorno dell'attentato, una seconda persona davanti alla Morvillo, con caratteristiche fisiche del tutto differenti da quelle di Vantaggiato. LETESTIMONIANZE Il gip, riassumendo le testimonianze, ha specificato che i due testi avrebbero «notato verso l'1.30, nei pressi del chiosco (quello di panini adiacente alla scuola, ndr), un uomo che spingeva un bidone della spazzatura munito di ruote (...) L'uomo aveva corporatura robusta e spalle larghe ed indossava pantaloni e giacca neri, nonché cappello con visiera. Era alto circa un metro e ottanta ed aveva il naso pronunciato». Per il gip «questa descrizione assolutamente non corrisponde alle fattezze fisiche di Vantaggiato», e così «confermerebbe la presenza di atre persone sul luogo del delitto». Questi indizi, forniti come detto dai testimoni, si contrastano poi con quanto assicurato dal reo confesso negli interrogatori, in cui «ha ripetuto di avere indossato, sia la notte precedente all'attentato», quando giura di aver posizionato da solo l'ordigno, «sia al momento dell'attivazione», il mattino del 19 maggio, gli stessi abiti: giacca scura e pantaloni chiari. Secondo i testimoni, dunque, all'1,30 del 18 maggio un uomo diverso da Vantaggiato avrebbe posizionato l'ordigno nelle immediate vicinanze della scuola. L'obiettivo degli investigatori, dunque, è di incrociare le testimonianza con quanto detto da Parato. Inoltre saranno fatti controlli sui tabulati telefonici, anche se dagli accertamenti già eseguiti non sarebbero risultati contatti tali da ipotizzare alla presenza di un secondo complice. Infine, qualora fosse accertata la presenza di un complice, verrebbe meno anche il movente fornito da Vantaggiato. L'uomo infatti ha affermato che il gesto sarebbe nato da un profondo odio verso la società, che avrebbe toccato l'apice con una crisi una crisi economica della propria azienda di carburanti tale da provocare una perdita in termini di fatturato pari al 70%. Fonti d'indagine rivelano che potrebbe trattarsi di una versione di comodo. Il movente, infatti, mal si concilia con l'eventuale presenza di un complice, che Vantaggiato nega esserci stato, a meno che non abbia avuto le stesse motivazioni economiche paventate dal reo confesso. ITALIA «So chi è il complice del mostro di Brindisi» Un'immagine dell'attentato alla Morvillo-Falcone nel quale ha perso la vita Melissa Bassi. Sotto Giovanni Vantaggiato FOTO ANSA Parla Cosimo Parato vittima di un attentato di cui è accusato Giovanni Vantaggiato, arrestato per la bomba alla Morvillo-Falcone I dubbi dei pm «Per uccidere Melissa Bassi non ha agito da solo» IVANCIMMARUSTI BRINDISI 12 lunedì 16 luglio 2012
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16/07/12

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