L'INTERVISTA Più poveri? Economica-mente sì, e pure di molto,ma nella vita per fortunac'è anche altro». QuandoMauro finisce la frase halo sguardo rivolto verso la culla in cui riposa il piccolo Aurelio, tre mesi. Primo figlio e grande scommessa per lui, 35 anni e disoccupato da più di uno, e la moglie Valeriana, 33 primavere ed un lavoro precario in uno studio di architetti a Milano. «È vero, umanamente ci sentiamo miliardari e al tempo stesso anche molto preoccupati» aggiunge lei «ma se non facevamo un figlio adesso c'era il rischio di non farlo mai, ed ecco che abbiamo compiuto il grande passo. Adesso però assieme alla grande felicità c'è anche l'incertezza per il futuro immediato». Mauro e Valeriana sono una coppia milanese piuttosto comune in questi anni di crisi. Fidanzati per sette anni, poi il matrimonio nel 2008 con l'idea di avere subito dei figli. Ma le cose non vanno esattamente come previsto, perché Valeriana perde il posto (precario) nello studio per cui lavorava pochi mesi dopo le nozze. Per fortuna la nostra coppia può fare affidamento sullo stipendio di Mauro, webengineer (creatore di sti internet ndr) in una società specializzata nel settore: «Prendevo più di duemila euro al mese, con tredicesima e premi produzione. Non male, anche se a Milano la vita è tra le più care d'Europa. Avevo un contratto a tempo indeterminato e mi sentivo abbastanza sicuro, perché l'azienda era una delle prime nate in Italia nel settore. Poi però le cose sono andate gradualmente peggiorando, proprio a partire dall'anno in cui ci siamo sposati. Fino a quando, era la fine del 2010, l'azienda ha dovuto chiudere i battenti. Tutti a casa, anche se a quel punto non eravamo rimasti in molti». I due si definiscono comunque dei «privilegiati», perché hanno famiglie in grado di poterli aiutare, ma da quando è arrivato Aurelio il bilancio familiare è un rebus. «Io guadagno poco più di mille euro al mese» ci spiega Valeriana «mentre mio marito, da quando si è dovuto mettere in proprio, non ha entrate fisse, dipende dal periodo: in certi mesi arriva del lavoro, in altri no. E comunque, facendo una media, non supera i 650/700 euro. Capisce anche lei che così è un vero problema, nonostante i nostri genitori siano molto presenti, sia dal punto di vista economico che affettivo. Ma non è bello essere aiutati di continuo». «Un bambino costa tanto» aggiunge Mauro « e lo Stato, al di là delle dichiarazioni di principio sulla famiglia dei vari politici, in concreto fa veramente poco. Comprare pannolini, latte in polvere e cose del genere è un esborso veramente notevole. Il futuro? Ma, al momento lo vediamo molto duro e soprattutto non riusciamo ad andare oltre il prossimo mese. Sembra quasi che ancora il peggio debba venire, così più che a vivere come uno vorrebbe, si pensa a sopravvivere. Meno male però che adesso abbiamo il nostro Aurelio». «La famiglia come welfare alternativo non regge più» La famiglia, grande ammortizzatore sociale nel nostro Paese, non ce la fa più a reggere il peso, i redditi modesti diventano sempre più vulnerabili, e a vederla in prospettiva la situazione non sta affatto migliorando». Peròl'Istatparladiunasostanzialestabilitàdellapovertà relativa. «I problemi di fondo restano gli stessi, ma stavolta ci sono alcuni segnali ancora più preoccupanti». La sociologa Chiara Saraceno analizza il rapporto Istat 2011 sulla povertà in Italia: 8 milioni di persone povere, tre quarti delle quali risiedono al Sud, mentre il 7,6% delle famiglie vive appena sopra la soglia critica, col rischio di scivolare per una qualsiasi spesa imprevista. Quali sono i segnali piùpreoccupanti? «Il fatto che la povertà sia in aumento anche tra le famiglie con uno o due figli, quindi non solo tra quelle più numerose. E soprattutto che sia peggiorata la situazione delle famiglie in cui il reddito di riferimento - peggio ancora, l'unico - è operaio. Gli operai, insomma, sono sempre meno in grado di far fronte ai costi familiari: per colpa dell'inflazione e dell'effettiva riduzione del reddito, che deve spesso fare i conti con la cassa integrazione e con l'impossibilità di integrare con gli straordinari. In più, moglie e figli nel mercato del lavoro non riescono proprio ad entrarci, il che significa che non c'è più compensazione, né integrazione, come invece accadeva più diffusamente fino ad un paio di anni fa. Adesso anche il principale percettore di reddito arranca. Fanno più fatica in generale i lavoratori dipendenti, inclusa una buona quota di autonomi». Le famiglie a reddito modesto, insomma,noncelafannopiù:osonogiàpovere,orischiano didiventarlo. «Di sicuro, non possiamo continuare a pensare che “tanto ci pensa la famiglia”, che il reddito scarso o intermittente dei giovani venga integrato con quello degli adulti. Di converso, chi ha migliorato in termini relativi la propria situazione sono i pensionati: non che si siano arricchiti, ovvio, è solo perché possono contare su un reddito fisso, sicuro. Il problema è che tutta questa situazione rischia solo di peggiorare». Èlatendenzaadesserenegativa,insomma. «Esatto. Perché il mercato del lavoro non sta migliorando, anzi: i dati dei due trimestri 2012 non sono affatto rosei, peggiora la situazione dei giovani, che ovviamente sempre meno si possono permettere di uscire di casa, aumenta la cassa integrazione, i salari non crescono, le donne fanno sempre più fatica, e i servizi si vanno riducendo». Itagliallasanità(enonsolo)previstidallaspendingreviewnon aiutano. «Rischiamo l'effetto avvitamento: più donne - quelle in famiglie con reddito modesto - costrette a casa per il lavoro di cura. Poveri sempre più poveri, insomma. Se spending review si traduce nel tagliare i servizi, invece che gli sprechi, significa che si sta selezionando chi può rivolgersi al privato e chi no». Ma la riforma del mercato del lavoro nondoveva agevolare igiovani? «Chiamiamola con il suo nome: quella è una, parziale, riforma degli ammortizzatori sociali per costruire protezioni più adeguate per chi non ne aveva affatto. Ma non fa sviluppo, né crescita, né aiuta a creare e aumentare il lavoro per nessuno. L'hanno enfatizzata come soluzione alla scarsa flessibilità, ma non è certo quello il problema del lavoro». Una situazione sociale che si fa insostenibile: comearginarla? «Io sono sempre molto perplessa quando vedo che tutta la spesa sociale viene considerata improduttiva. E credo che nel capitolo investimenti vadano considerati anche l'istruzione e i servizi, intesi come infrastrutture sociali. Bisognerebbe fare come col Fondo sociale europeo per il Mezzogiorno: sono investimenti in capitale umano, in coesione sociale, in una società un po' più equa. In una parola, nel futuro. E, tra i molti, un comparto produttivo cui mettere mano è senza dubbio il turismo: se ci superano Grecia e Spagna è perché il nostro è troppo costoso e non di eccelsa qualità». Solo mille euro in due Per lasociologa coni tagliallasanità si rischia l'avvitamento: donneacasaper il lavoro dicura,e ilnucleodiventa semprepiùpovero Nell'Italia della recessione ci sono numeri e parole. I primi si succedono, ormai senza soluzione di continuità, ad evidenziare questo o quell'aspetto della crisi. Ma ancor più dei dati possono, appunto, spaventare le parole, specie quella utilizzata ieri dall'Istat: povertà. Dal rapporto relativo al 2011 appare chiaro ed incontrovertibile che l'area dell'indigenza si allarga, essendo più di otto milioni le persone coinvolte, famiglie che si ritrovano loro malgrado in una situazione di estrema difficoltà, quella che si riteneva destinata ad un'ineluttabile diminuzione nelle cosiddette società del benessere. Ed il rischio è che fra un anno ci ritroveremo a commentare con ancor maggiore allarme il prossimo rapporto, se è vero che proprio ieri Bankitalia ha ribadito la pesante flessione, intorno al 2%, a cui è destinato il pil del Paese nel 2012. Un'Italia dove sono sempre di più quelli che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese, che non riescono a spendere, in due, più di 1.011 euro, livello al di sotto del quale una famiglia è considerata in condizioni di povertà. Un'area ormai composta da 8,1 milioni di persone che rappresenta l'11,1% dei nuclei familiari residenti nel nostro Paese. E tanti di questi cittadini, 3,4 milioni (5,2 famiglie su 100), vivono in condizioni di povertà grave. Sono dati allarmanti, quelli contenuti nel report Istat «La povertà in Italia», «sostanzialmente stabili» tra il 2010 e il 2011, ma soltanto perché sono peggiorate le condizioni delle famiglie in cui vi sono operai, o non vi sono redditi da lavoro, e migliorate quelle delle famiglie di dirigenti o impiegati. INTANTIARISCHIO D'INDIGENZA Gli 8 milioni e 173mila poveri in Italia rappresentano il 13,6% dell'intera popolazione e l'11,1% delle famiglie (2 milioni e 782mila). Andando più in profondità emerge che il 15,4% (15,1% nel 2010) dei nuclei in cui vi sono operai è relativamente povero, mentre il 7,5% (6,4% nel 2010) è assolutamente povero. Migliora, come detto, la condizione delle famiglie di dipendenti o dirigenti: nel 2010 era relativamente povero il 5,3% e assolutamente povero l'1,4%, nel 2011 i valori si fermano invece al 4,4% e all'1,3%. Assieme alle famiglie operaie peggiorano anche le condizioni dei nuclei senza occupati né ritirati dal lavoro (l'incidenza della povertà relativa passa da 40,2% a 50,7%) e di quelli con tutti i componenti ritirati dal lavoro (dall'8,3% al 9,6%). Ed ancora, risulta relativamente indigente il 10,4% (4% in povertà assoluta) delle coppie con un figlio, il 13,5% (5,7%) di quelle con un figlio minore. Nel 2010 erano rispettivamente il 9,8% (2,9%) e l'11,6% (3,9%). Il 28,5% delle famiglie con cinque o più componenti è relativamente povera, incidenza che al Sud raggiunge il 45,2%. La povertà è inoltre superiore alla media nelle famiglie con due o più anziani (14,3%). Dall'analisi geografica emerge che Sicilia e Calabria sono le regioni più povere con un'incidenza di povertà rispettivamente pari al 27,3% e al 26,2%. I valori più bassi li registrano invece la provincia di Trento (3,4%), la Lombardia (4,2%), la Valle d'Aosta e il Veneto (4,3%). Ma ci sono altri milioni di italiani che non se la passano affatto bene. Il rapporto Istat, infatti, parla di un 7,6% di famiglie a rischio d'indigenza. Sono quei nuclei che si trovano di poco al di sopra della linea di convenzionale di povertà e che, ad esempio a causa di una spesa improvvisa, potrebbero «scivolare» al di sotto. Di questi il 3,7% presenta valori di spesa superiori alla linea di povertà di non oltre il 10%. Considerando le famiglie povere (6% appena povere e 5,1% sicuramente povere) e quelle a rischio, una famiglia su 5 (18,7%) tra quelle residenti in Italia risulta indigente o quasi indigente. Dall'Istat a Bankitalia, che ha diffuso ieri il suo bollettino economico. Un documento che prevede per il pil italiano una flessione del 2% nell'anno in corso e dello 0,2% nel 2013 se lo spread si manterrà intorno ai 450 punti. Secondo via Nazionale «nel complesso, la fase recessiva si estenderebbe alla seconda parte di quest'anno, ma a ritmi più contenuti rispetto ai primi due trimestri, ed avrebbe termine all'inizio del 2013». Senonché, nel bollettino si legge anche che «nel corso del prossimo anno la dinamica del prodotto resterebbe appena positiva, per poi riprendere vigore successivamente». L'andamento dell'inflazione viene invece visto da Bankitalia in aumento al 3% per quest'anno, mentre per il 2013 viene prevista una netta discesa che dovrebbe portare all'1,8% il caro prezzi. L'ITALIAELACRISI LAURAMATTEUCCI MILANO Una donna paga la frutta che ha comprato al mercato a Pontedera, Pisa FOTO ANSA . . . Peggiorano le condizioni degli operai Fanno fatica le coppie con un figlio Mauro e Valeriana, giovani genitori in cerca di futuro ChiaraSaraceno Unacoppiamilanese,un figliodi tremesied il lavorocheèsoltanto precario.Storiadiuna (purtroppo)tipicagiovane famiglia italiana GIUSEPPECARUSO MILANO . . . Sicilia e Calabria le regioni che stanno peggio Bankitalia: il Pil a meno 2% nel 2012 8 milioni di poveri: per l'Istat a rischio l'11,1% delle famiglie Al Sud in difficoltà un nucleo su quattro MARCOVENTIMIGLIA MILANO . . . Comprare pannolini e latte in polvere è un esborso notevole LASTORIA 2 mercoledì 18 luglio 2012
L'iniziativa di Napolitano: parlano Casavola e Grasso ALLARMESPREAD Vertice Monti-Visco Bersani: basta tagli U: Stop di Monti a Lombardo: vada via LASTORIA MARINAMASTROLUCA Vendola: dal Pd passi importanti L'alleanza parte dal welfare ILCOMMENTO GIOVANNIPELLEGRINO Quando il razzismo diventasistema Murard-Yovanovitchpag. 17 Più poveri nell'Italia della crisi Per l'Istat a rischio 8 milioni di persone: più colpiti i giovani e il Sud. Da Bankitalia allarme disoccupazione Festività Sindacati e Anpi contro l'ipotesi del governo di abolire Primo Maggio e 25 aprile CARUSOFRANCHI MATTEUCCI VENTIMIGLIAPAG.2-3 Sudanchoc: unbambino rischia la forca Calatayudpag.19 Vi racconto laToscana borderline Benvenutipag. 18 Una Nazione non dovrebbe essere giudicata da come tratta i suoi cittadini migliori, ma da come si comporta con i suoi cittadini quando questi vengono detenuti in carcere NelsonMandela Staino Dopo aver chiamato «sforzi» i sacrifici e «spending review» i tagli lineari, il governo continua nell'elegante revisione lessicale ribattezzando «valorizzazioni» quelle che un tempo si sarebbero chiamate cessioni del patrimonio dello Stato. L'idea di nuove dismissioni aveva già fatto capolino, ma è tornata prepotentemente dopo l'intervista al neo-ministro dell'Economia Vittorio Grilli sul Corriere della Sera. SEGUEAPAG. 5 Dismissioni? Così sono inutili L'ANALISI RONNYMAZZOCCHI Un permesso speciale per chi subisce le mafie Droga leggera, carceri piene Ma legalizzare resta un tabù Il presidente del Consiglio sembra aver preso molto sul serio l'appello di Ivan Lo Bello, vicepresidente di Confindustria Sicilia e leader della battaglia anti-mafia e anti-racket. Il premier ha scritto al governatore Lombardo per avere conferma «dell'intenzione di dimettersi il 31 luglio». Il governo teme il crac economico dell'isola: «Vanno prese soluzioni adeguate e in tempi stretti». Lombardo replica: andrò via. Ma non menziona la data. La lettera di Monti ha riaperto lo scontro politico. BUFALINI APAG. 10 Sicilia a rischio crac Il premier raccoglie l'appello di Ivan Lo Bello e chiede al governatore di dimettersi il 31 luglio Dopo la lettera si accende lo scontro politico ANDRIOLOCOLLINIPAG.4-5 Il suo nome può non dire gran che a molti in Italia, ma Google Earth e Google Maps sono creature sue. Quando nel ‘99 venne assunta, Marissa Mayer era la prima donna ingegnere a varcare la soglia. Ora Yahoo l'ha scelta come Ceo e spera in lei per risollevarsi. PAG. 13 Una mamma per leader ZEGARELLI PAG.7 APAG. 11 APAG. 9 Ciò che resta da chiarire Dopo la decisione di Giorgio Napolitano di sollevare il conflitto di attribuzione sulle intercettazioni della Procura di Palermo, l'Unità intervista Francesco Paolo Casavola e Piero Grasso. Per il presidente emerito della Consulta si tratta di «iniziativa a difesa della Costituzione». Per il procuratore antimafia i pm «sono in buona fede ma la registrazione va esclusa». Di Pietro e Grillo attaccano il Quirinale. CIARNELLIFABIANI FUSANIPAG. 8-9 NICOLACACACE Un detenuto su tre sconta la pena, nelle patrie galere, per reati connessi allo spaccio di sostanze stupefacenti. E solo in Toscana il 40% dei carcerati è dentro per reati minori. Se venissero liberalizzate le droghe leggere lo Stato italiano intascherebbe ogni anno 5 miliardi di euro. All'estero il dibattito sul tema è avanzato: ne discutono politici, medici ed economisti. Da noi, invece, siamo fermi alla Fini-Giovanardi. SOLANI A PAG. 12 OGNI GIORNO SIAMO GIUSTAMENTEPREOCCUPATIPERL'ANDAMENTOPERICOLOSO DELLO SPREAD DEI NOSTRI BTP SUI BUND TEDESCHI, NEL MENTRE LO SPREADSOCIALEaumenta senza soste in modo drammatico. Dagli ultimi dati dell'Istat apprendiamo, infatti, che ormai una famiglia su cinque è povera o sulla via di divenirlo. Il 20% delle famiglie è già entrato nell'area della povertà o sta per entrarci. E il peso della povertà è molto più forte per i giovani ma anche per i cittadini del Mezzogiorno: va dal 30% al 40%. Sono record del tutto negativi che non si registrano in alcun Paese europeo, eccetto forse la Grecia alle prese con la difficilissima crisi di oggi. Questo scenario è il risultato di venti anni di crescita zero dell'Italia, del sacrificio a cui è stata sottoposta una intera generazione di giovani, dell'abbandono delle politiche di sviluppo del Mezzogiorno e della recessione attuale, accelerata da politiche di austerità e di rigore senza equità e soprattutto senza alcuno stimolo allo sviluppo. SEGUEA PAG.3 Da tempo cresce la diseguaglianza 1,20 Anno 89 n. 197Mercoledì 18 Luglio 2012
Era nell'aria da giorni e in qualche modo annunciato dalla stessa Moody's l'ulteriore taglio del rating che ha colpito 10 banche, 10 società e 23 enti locali. Dall'esecutivo «se lo aspettavano», senza caricare l'attesa di particolare drammaticità. La preoccupazione «è più complessiva, a prescindere dalle decisioni delle agenzie di rating», spiegano ambienti del governo. Significativa, ieri, la coincidenza tra i nuovi tagli di Moody's e quanto scriveva il bollettino economico di Bankitalia a proposito del downgrade dell'Italia stabilito il 13 luglio scorso dall'agenzia di rating. «La decisione» di rivedere al ribasso il merito di debito sovrano, «resa nota subito prima di un'asta di titoli dello Stato italiano» - sottolineava significativamente via Nazionale «Non ha avuto effetti sostanziali sulla domanda o sui rendimenti». VERTICEAPALAZZOCHIGI Proprio ieri, tra l'altro, Monti aveva invitato a Palazzo Chigi, assieme al ministro Grilli, il governatore Ignazio Visco, per una colazione di lavoro. Al centro dell'incontro non solo i risultati del viaggio del premier italiano nell'Idaho per partecipare alla conferenza promossa da Allen & Co. dove è stata registrata una significativa «apertura di credito nei confronti dell'Italia» da parte di «grandi investitori internazionali». Il tema all'ordine del giorno, naturalmente, è stato lo spettro di un possibile attacco speculativo nelle prossime settimane. Agosto si avvicina e Palazzo Chigi studia le contromisure. Tra queste quella di «sedare gli allarmismi che possono diffondersi nell'opinione pubblica». Attenzione elevata, quindi. E «preoccupazione». Ma senza prefigurare «scenari da incubo», malgrado lo spread tra Btp e Bund si sia fermato ieri sui 479 punti, dopo aver oscillato tra i 501 e i 470. L'Italia «non chiede aiuti», ribadiscono dal governo, ma aggiungono un significativo «per il momento» che non esclude il deterioramento della crisi nelle prossime settimane e le incognite di uno scudo anti spread non ancora sperimentato, né pienamente operativo. «Già da oggi un Paese sotto scacco potrebbe chiederne l'attivazione», spiegano. Le incognite, però - al di là delle assicurazioni sulle prescrizioni aggiuntive che «non ci saranno», riguardano sia i contenuti del memorandum che la nazione richiedente dovrebbe presentare per potersi avvalere dello scudo anti spread, sia i controlli internazionali. «Il fatto che non si preveda la presenza del Fondo monetario internazionale - spiegano - non basta da sola a garantire da limitazioni di sovranità sempre incombenti». Se per Palazzo Chigi la questione è chiusa («il summit di fine giugno e l'Eurogruppo sono stati chiari: il Paese virtuoso che chiede l'aiuto del fondo non deve essere costretto a nuove misure, basta che prosegua sulla strada intrapresa»), Finlandia, Olanda e Germania potrebbero pretendere nuovi impegni. LOSPETTRODI ANGELA Non è scontato, tra l'altro, che l'Eurogruppo del prossimo 20 luglio possa risolvere la questione. «Non avranno chance tutti i tentativi di chiedere solidarietà senza alcuna contropartita», ha ripetuto Angela Merkel nei giorni scorsi. Pesa come un macigno, tra l'altro, il rinvio al 12 settembre della decisione della Corte costituzionale tedesca sui ricorsi contro il voto con il quale il Bundestag ha dato via libera al Fiscal compact e al nuovo fondo salva Stati. Monti chiede che si acceleri la ratifica dell'uno e dell'altro «per mettere l'Italia in regola e in condizione di avere forza contrattuale». Ma senza la firma del presidente della Repubblica federale tedesca - possibile solo dopo il responso della corte di Karlsruhe l'Esm non potrà contare (ad esempio) sulle risorse della Germania. Lo Efsf (l'attuale fondo) conta su risorse limitate ad un centinaio di miliardi di euro. Secondo la Commissione Ue le dichiarazioni della cancelliera non cambiano gli accordi sugli acquisti di bond da parte di Efsf/Esm in funzione anti-spread presi nel vertice di fine giugno e nell'Eurogruppo. «Non c'è nulla da aggiungere - afferma il portavoce del vicepresidente Olli Rehn - la questione è stata discussa lunedì sera, un accordo è stato firmato tra Bce e Efsf e questo ha fatto progredire gli accordi politici firmati nel vertice dell'eurozona». E dal governo italiano ricordano che «le posizioni della Merkel sui controlli europei in cambio di aiuti ai Paesi che vogliono avvalersi dello scudo erano note da tempo». L'ennesimo declassamentodell'economia italiana, se-guito da quello di 10 ban-che, 23 enti locali, poste e va-rie società, inflitto ancorauna volta da un'agenzia di rating, ha suscitato numerose reazioni indignate da parte di autorità italiane e brussellesi, adducendo motivi di inopportunità, per il mancato riconoscimento del percorso virtuoso intrapreso dal nostro governo e attribuendo la causa principale del giudizio di Moody's all'incertezza politica italiana, accentuata dalla discesa in campo di Berlusconi. Ma le agenzie di rating fanno il loro mestiere e giocano il gioco dei grandi speculatori e di coloro che di qua e di là dell'oceano scommettono sulla caduta dell'euro. Le potenti lobby finanziarie di Wall Street, i fondi pensione americani, i fondi sovrani dei Paesi arabi stazionati in America si preparano ad un forte attacco speculativo destinato a concentrarsi soprattutto su Spagna e Italia, come dimostra lo spread che sfiora ormai rispettivamente i 570 e i 500 punti, mentre la Corte costituzionale tedesca rinvia a settembre la sua valutazione sulla costituzionalità del meccanismo europeo di stabilità (l'Ems), da cui dipende anche il finanziamento del meccanismo anti-spread. La realtà è che la nostra economia versa in una situazione di crescente gravità, in un contesto europeo ed internazionale indebolito dalle rinnovate tensioni sui debiti pubblici come segnala il Fmi, e dal rallentamento della crescita negli Usa e nei Paesi emergenti. Le misure adottate dal nostro governo per recuperare «la credibilità del Paese», si stanno rivelando inadeguate. L'aggiustamento fiscale è in via di miglioramento, ma a spese del tasso di occupazione e della produzione industriale, precludendo ogni reale possibilità di ripresa. Il nostro debito pubblico invece di ridursi sta salendo e si sta ormai avvicinando al traguardo dei 2mila miliardi pari a circa il 125% del Pil. Si rivelano inconsistenti gli avanzi primari registrati, a fronte di una drammatica caduta del Pil di oltre il 2,4%, di un crollo verticale dei consumi delle famiglie e della produzione industriale, accompagnate da un aumento impressionante del tasso di disoccupazione. Monti si è mosso con grande abilità e ha ottenuto dei buoni risultati, ma nell'ambito del perimetro negoziale assegnatogli dalla signora Merkel e dai suoi alleati del nord, che comporta crescenti interventi per la riduzione del debito e del deficit pubblico, ma senza adeguate contropartite. I risultati del consiglio europeo del 29 giugno non possono essere considerati all'altezza della gravità della situazione. Di questo i mercati sono ben consapevoli. L'Italia, la Spagna e la Francia non sono riuscite ad intaccare la teoria del rigore d'abord, né a ottenere misure credibili per il rilancio della crescita. Gli impegni presi per l'unione bancaria sono certamente positivi, ma tutti da verificare quanto alla loro attuazione pratica. Non facciamoci quindi illusioni. Ci aspetta un agosto molto caldo con un attacco speculativo nei confronti dell'euro che intende essere risolutivo. Questa crisi si può battere solo con la politica, cambiando i termini del problema e non accettando di combattere sul terreno della finanza che i cosiddetti mercati prediligono e dove sono incontrastati dominatori. QUESTIONEDI CREDIBILITÀ L'Europa deve dare dimostrazione di credibilità e deve far comprendere di essere determinata ad agire come una vera e propria entità statuale. Non possono bastare i 4 building blocks contenuti nel rapporto dei 4 presidenti (Van Rompuy, Barroso, Draghi, Juncker), che si limitano ad elencare gli obbiettivi di un quadro integrato, finanziario di bilancio, ed economico con un vago riferimento alla legittimità e alla responsabilità democratica. Occorre far presto: ogni tentennamento, ogni manovra diversiva può essere fatale. Le risposte dei mercati sono impietose, le tensioni sociali sempre più incontenibili. Se non si lancia con decisione l'Unione politica con un programma, un metodo, un percorso ben delineato ogni tentativo di resistenza risulterà come i precedenti tardivo ed inefficiente. Non si tratta di raggiungere tale obiettivo da subito. Sarebbe irrealistico pretenderlo, ma di ottenere un solenne impegno che sia chiaramente «committal» per i Paesi pronti a sottoscriverlo. Nel frattempo occorre munire l'unico organismo autenticamente federale di cui dispone l'Europa, ovverosia la Bce, di tutti i poteri e strumenti normativi per combattere la speculazione. Padoa Schioppa ricordava sempre che è già nei poteri della Bce stabilire autonomamente le condizioni per prestare denaro alle banche, senza necessità di memorandum di intesa aggiuntivi, destinati a inasprire la condizionalità a danno della liquidità e a rallentare l'azione dell'Istituto di Francoforte, circorscrivendone il raggio di azione. Se gli stakeholders del Consiglio europeo, e in primis la Germania, non vogliono andare oltre le decisioni del 29 giugno, anzi sembrano addirittura arretrare, non è escluso che stiano seriamente prendendo in considerazione altre via di uscita, preparandosi a una diversa eventualità come quella tanto paventata di una zona euro ristretta ai Paesi forti, con l'esclusione dei Paesi della periferia, considerati campioni degli sprechi, dell'approssimazione e dell'instabilità politica. Se questo è il progetto, il nostro governo deve saperlo e non può trovarsi impreparato nel contrastarlo. Non basteranno le doti del premier e la sua introduzione negli ambienti finanziari più esclusivi a salvare il Paese dalla catastrofe annunciata. Il gioco si sta facendo duro e nessuno se ne avvede o finge di non avvedersene. L'annuncio dei benzinai: «Serrata dal 3 al 5 agosto» Ma il Garante dice no Distributori di benzina chiusi, self service compresi, da venerdì 3 a domenica 5 agosto. Lo hanno deciso le organizzazioni dei gestori Faib Confesercenti, Fegica Cisl e Figisc/Anisa Confcommercio, che accusano l'industria petrolifera di spingere al fallimento i gestori e il Governo di «assistere muto alla violazione delle leggi». «I comportamenti di governo e industria petrolifera non lasciano altra possibilità che adottare iniziative estreme di protesta e di difesa verso una aggressione gravissima, insopportabile e ingiustificata», affermano in una nota congiunta i gestori, che hanno deciso un pacchetto di iniziative che «si auspica possano finalmente consentire al governo di attivarsi, avviando quell'azione di composizione delle vertenze collettive che, istituzionalmente, gli compete». Il pacchetto di iniziative prevede: da oggi, campagna di informazione e sensibilizzazione verso i cittadini e gli automobilisti; da lunedì 23 luglio, sospensione degli accordi collettivi per la parte riguardante il prezzo massimo di rivendita sui carburanti; da lunedì 30 luglio a domenica 5 agosto, sospensione dei pagamenti del rifornimento carburanti attraverso carte di credito, pago bancomat e carte bancarie; da venerdì 3 a domenica 5 agosto, chiusura di tutti gli Il premier convoca Grilli e il governatore: si studia come reagire alla speculazione «Non chiederemo aiuti, né attiveremo lo scudo» Pesano i nuovi declassamenti ILDOSSIER Monti incontra Visco Gran consulto sul pericolo spread ROCCOCANGELOSI L'ITALIAELACRISI NINNIANDRIOLO ROMA L'ondaspeculativaarriverà dalle lobbydiWallStreet edai fondideiPaesiarabi Inutilemeravigliarsi se Moody's taglia i rating: ènecessariaunasvolta . . . Gli irrigidimenti della cancelliera sui fondi salva-Stati: «Niente di nuovo», secondo la Ue Non si perda più tempo. L'Italia alzi la voce in Europa 4 mercoledì 18 luglio 2012
14 mercoledì 18 luglio 2012
La battaglia di Damasco investe il cuore della capitale siriana. I comitati locali di coordinamento dell'opposizione affermano che scontri, con intense sparatorie, sono avvenuti nel centro di Damasco, sulla Via Baghdad e nel quartiere degli Abbassidi. «Colpi d'arma da fuoco sono udibili nell'area», riferiscono i comitati. Intanto le forze governative continuano a bombardare i quartieri di al Midan e Nahr Aisha. Nel sobborgo di Deir Asafir, invece, sono stati fatti affluire rinforzi appoggiati da carri armati e mezzi blindati. I ribelli dell'Esercito libero siriano (Esl) hanno detto all'Afp di aver lanciato «la battaglia per la liberazione» di Damasco e che non si fermeranno fino alla conquista della città. «Andremo avanti fino alla vittoria», afferma il colonnello Kassem Saadeddine, portavoce dell'Esl. «Abbiamo portato la battaglia alla capitale. Abbiamo un piano chiaro per controllare tutta la città. Abbiamo armi leggere ma sono sufficienti», aggiunge. E avverte: «Aspettatevi sorprese». Il vice capo del Dipartimento di polizia di Damasco, generale Issa Duba, è stato ucciso negli scontri nel quartiere meridionale di al Midan, secondo quanto riferiscono fonti ufficiali siriane. Da tre giorni alcuni quartieri di Damasco vicini al centro sono teatro dei più violenti scontri avvenuti in città dall'inizio della crisi, 16 mesi fa. L'episodio più clamoroso è avvenuto ieri, quando ribelli armati hanno aperto il fuoco contro posti di blocco sulla Via Baghdad e sulla Piazza Bare Bahrat, dove normalmente sono organizzate le manifestazioni in favore del regime. L'esercito ha invece bombardato sacche di resistenza a Midan, nel sud, Kafar Suseh, nell'ovest, e Qabun, nel nord della città. Il bilancio di una nuova giornata di violenza è di almeno 45 morti. In serata i ribelli annunciano: «Abbiamo abbattuto un elicottero da combattimento» delle forze lealiste. DISTRUZIONEDIMASSA Ma la battaglia di Damasco potrebbe essere combattuta, da parte del regime, anche facendo uso di armi di distruzione di massa. Bashar al Assad è pronto ad usare armi chimiche, anzi in base a notizie non confermate sarebbero già state utilizzate contro la città di Homs. Lo sostiene, parlando con la Bbc, Nawaf Fares, ex ambasciatore siriano in Iraq e l'esponente più di rilievo del regime ad essere passato dalla parte dell'opposizione. «Ci sono informazioni, naturalmente non confermate, che armi chimiche siano state utilizzate parzialmente contro la città di Homs», ha detto Fares, L'ex ambasciatore, che in passato ha svolto ruoli di primo piano nel partito di governo Baath, ha definito Assad «un lupo ferito e messo all'angolo». La Casa Bianca mette in guardia il presidente siriano sulle responsabilità nell'utilizzo di armi chimiche. «Ci sono certe responsabilità che vanno di pari passo con lo stoccaggio e la sicurezza di armi chimiche», ha detto il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, da bordo dell'Air Force One diretto in Texas, rispondendo ad una domanda sulla presunta presenza di armi chimiche in Siria. «Crediamo che coloro che sono responsabili di far fronte a queste sfide, dovrebbero e saranno considerati tali», ha aggiunto spiegando tuttavia di non poter commentare su eventuali informazioni d'intelligence sull'argomento. Come gli Usa, anche la Francia si è detta «preoccupata» per alcune «informazioni che parlano di un movimento di armi chimiche in Siria da parte del regime di Damasco. Parlando alla stampa a Parigi, il portavoce del ministero degli Esteri, Bernard Valero, ha anche detto che Parigi sta «cercando di verificare» questa informazione. «La crisi siriana si trova ad un bivio, questo è un momento chiave e di svolta»: lo ha detto l'inviato dell'Onu e Lega Araba per la Siria Kofi Annan incontrando il presidente russo Vladimir Putin. «Spero di tornare a Mosca non per un motivo così tragico ma quando sulle mie spalle non ci sarà più una responsabilità così pesante», ha aggiunto. Intanto, la battaglia di Damasco continua. Assad ha spostato una parte delle sue forze militari dal Golan, al confine con Israele, verso Damasco e altre zone del Paese dove sta tentando di reprimere la ribellione: a sostenerlo è il capo dei servizi militari israeliani, il generale Aviv Kochavi. «Assad ha ritirato molte delle sue forze dalle alture del Golan spostandole verso le zone di conflitto» interne, aggiunge Kochavi. Damasco si prepara allo scontro finale. MarissaMayer lasciaStreet viewesarà ilnuovocapo dell'aziendarivaleche tenta il rilancio.Conun tweetannuncia:«A ottobrenasceràmiofiglio» MARINAMASTROLUCA mmastroluca@unita.it ILPERSONAGGIOIl suo nome può non dire granche a molti in Italia, ma GoogleEarth e Google Maps sono crea-ture sue. Quando nel ‘99 appe-na uscita da Stanford venne as-sunta da quello che ancora non era il gigante del web che è ora, Marissa Mayer era la prima donna ingegnere informatico a varcare la soglia, per una scelta deliberata dei fondatori di Google intenzionati a bilanciare il gap di genere in azienda. Ventesima nella lista degli assunti, oggi a 37 anni è stata assoldata come nuovo ceo da Yahoo per frenare un allarmante declino e indicare nuove mete visionarie. Neanche il tempo di dare la notizia ufficialmente, che lei, Marissa, che non assomiglia neanche un po' allo stereotipo del genio dell'informatica, ma è elegante, bella e all'occorrenza porta tacchi a spillo, ha annunciato che avrà presto un figlio: nascerà in ottobre, sarà un maschietto. E sì, Yahoo lo sapeva già in corso di trattativa. «Si vede che sono evoluti», ha commentato la futura mamma, che prevede di restare appena qualche settimana lontana dalla sua scrivania, ma di continuare a lavorare, «mi piace stare nel flusso delle cose». «Non vedo l'ora di cominciare». Non è stato difficile voltare pagina, dopo tredici anni passati alla Google e una carriera di tutto rispetto, ma non abbastanza: nel 2010 Marissa era diventata vice-presidente del settore che include Google Maps, l'anno successivo avevano promosso un altro al posto suo come vice senior, lasciandola ancora in seconda fila. Un posto che le stava stretto, tanto più che nel tempo era diventata un po' il volto-immagine della Google, per di più con buone relazioni alla Casa Bianca - per inciso è tra i maggiori finanziatori di Obama. Lunedì scorso Marissa ha annunciato le sue dimissioni per telefono, un lusso che sa di rottura assaporata con gusto. Ieri si è insediata nel suo nuovo ufficio ed è diventata la star dei notiziari americani. Perché donna, giovane, arrivata ai vertici in un settore dominato dai maschi, e per di più incinta. Tutti i riflettori puntati su di lei, quando a stento nei mesi scorsi è stata notata la nomina del suo predecessore, Scott Thompson, costretto poi a dimettersi perché ha avuto la dabbenaggine di inserire nel proprio curriculum una laurea informatica mai ottenuta. Marissa no, lei una laurea ce l'ha davvero e, anche se adesso qualche liberal legge come una discriminazione sottintesa la sorpresa suscitata dalla sua nomina, non ne ha mai fatto una questione di genere. A Stanford la sua bionda presenza in un corso frequentato solo da ragazzi ne aveva fatto un'icona tra gli universitari, era finita persino su un giornale locale. «Ho capito allora che stavo facendo qualcosa di insolito», racconta. Eppure tutte le volte - e ce ne sono state - che le hanno chiesto cosa ne pensasse della scarsa presenza femminile nelle stanze dell'informatica, ha risposto che la domanda era mal posta. «La verità è che non produciamo abbastanza scienziati informatici, punto». La verità, spiega lei che ha immaginato auto che si guidano da sole e prodotto applicazioni che ti raccontano sul telefonino che cosa c'è di bello da vedere vicino a dove ti trovi dopo averti individuato con il Gps, la verità insomma è che anche a prendere per buona la disaffezione femminile per scienze e matematica non si arriva al punto. «COME SPIEGARLOAMIAMADRE» «La differenza tra un buon programmatore e un grande programmatore è l'abilità verbale», dice la neo-leader di Yahoo, la capacità di spiegare il mondo in parole semplici: quelle degli utenti che accendono il computer. Marissa ha una bussola tutta sua per capire se una cosa funziona, qualcosa che non si impara su i libri. «Penso a mia madre. È molto intelligente, ma un po' intimidita dalla tecnologia. Così quando viene fuori una nuova idea io penso: “Come la spiegherei a lei?”». È questo che ha fatto per anni. Per Yahoo, che solo pochi anni fa era sinonimo di internet e che poi ha mancato l'appuntamento con i social network e ha perso terreno - e denaro, il suo valore dimezzato da 44 a 22 miliardi di dollari in tre anni - aver strappato Mayer alla Google è un colpo grosso. Marissa ha un bagaglio d'esperienza da fare invidia, ha attraversato tutti i settori dell'azienda passando dalla programmazione alla Google Mail, per finire di recente ai servizi locali, che a dispetto del nome sono un piatto ghiotto per la pubblicità e una fonte d'entrate ultra-miliardaria. Lei già parla di «portare prodotti innovativi, contenuti e esperienze personalizzate a utenti e inserzionisti in tutto il mondo», lavorando sui punti di forza di Yahoo, mail, informazione sportiva e finanziaria. Naturalmente mettendo a frutto i talenti disponibili sul mercato e provando a rimescolare le carte nel web. Quanto al bimbo in arrivo, Marissa non vede problemi. Non ha mai ragionato in termini di equilibrio tra tempi di vita e lavoro. «Non credo nella conciliazione, non nei termini classici». Sarà la tecnologia a trovare una soluzione. O almeno, questa è l'intenzione. MONDO Una mamma per leader, Yahoo scippa Google Damasco, i ribelli all'attacco Un veicolo in fiamme sul viale nella zona di Naher Aisha a Damasco FOTO ANSA UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it Quelli che il presidente palestinese Abu Mazen ha avuto a Roma sono stati colloqui con i vertici di un Paese amico, che ha sempre ribadito l'impegno a che si superi lo stallo nel processo di pace. L'Italia ha solidi rapporti con l'Anp, ma altrettanto forti legami con le autorità israeliane e questo ne fa da sempre un interlocutore attento. Il primo incontro di Abu Mazen è stato al Quirinale con il Presidente della Repubblica. «Sappiamo che la strada è ancora molto difficile e ardua, ma noi riteniamo che vi siano le condizioni per aprire uno spiraglio», ha detto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al termine dell'incontro al Quirinale con il leader palestinese con cui poi si è trattenuto a colazione. L'Italia, ha ricordato, «segue con grandissimo interesse l'azione di Abu Mazen per l'unità del popolo palestinese e una pace durevole in Medio Oriente, per il superamento di un conflitto ormai storico tra Israele e rappresentanza palestinese». E a Israele il Capo dello Stato si è rivolto direttamente. «L'Italia vanta una storica e tradizionale amicizia con lo Stato di Israele e auspica vivamente la massima attenzione dell'autorità israeliane per le esigenze e le proposte palestinesi» ha detto, invitando a «fare passi avanti in un mondo che cambia». Abu Mazen ha voluto ribadire il suo grazie «al governo e al popolo italiano amico per tutto quello che stanno facendo per aiutare il popolo palestinese, per il sostegno leale che offrono alla pace in Medio Oriente». «Conosciamo i buoni rapporti tra Italia e Israele e speriamo che l'Italia continui a svolgere il consueto ruolo a favore dell'intesa», ha insistito. Quanto all'Anp, Abu Mazen ha ribadito «la disponibilità della parte palestinese a tornare al tavolo dei negoziati se Israele dovesse mantenere gli impegni assunti». Il leader palestinese ha incontrato anche il premier Mario Monti e i presidenti di Senato e Camera. Abu Mazen da Napolitano «Insieme per la pace» M.CI. ROMA . . . Unica ragazza del suo corso all'università Oggi finanzia Obama e immagina il futuro del web Violenti scontri nella capitale siriana Gli attivisti: abbiamo abbattuto un elicottero del regime Allarme armi chimiche, il monito di Casa Bianca e Parigi Tel Aviv: il raìs sta spostando truppe dal Golan alla capitale mercoledì 18 luglio 2012 13
GIANCARLOLIVIANO D'ARCANGELO ROMA IlMantra del dandy Giannino C'ÈUNATRADIZIONEDIBRITISHPOP-ROCKCHEPARTORIRÀSEMPREGRANDIINTERPRETI,EDOPOLEEREDIOASISEBLUR,QUESTISONOGLIANNIDEIKASABIAN,GRUPPO NATO A LEICESTER A FINE ANNI NOVANTA GRAZIE ALL'ESTRODITOMMEIGHANEDELCHITARRISTADIORIGINE ITALIANA SERGIO PIZZORNO, UNITI IN UNA CITTADINA UN PO' CINEREA NEL CUORE DELL'INGHILTERRA DOVE LA MUSICA E IL CALCIO SONO L'ANTIDOTO ALLE AVVOLGENTI GIORNATE DI PIOGGIA. E se non avesse fatto il musicista Tom Meighan avrebbe tentato la strada del pallone di cuoio nella squadra locale, nel solco di Roberto Mancini (quattro presenze nel Leicester City nel 2001) e di Brian Clough, la cui storia, (dalla seconda divisione al titolo col Derby County e dalla seconda divisione alla dei Coppa dei campioni con Nottingham Forest), nel cuore di Tom e di ogni ragazzino albionico, è diventata un film (The damned United). È proprio Tom, il giorno del concerto romano dei Kasabian all'Ippodromo delle Capannelle per il Postepay Rock in Rome, a raccontare un po' di sé, dei Kasabian, e della loro musica. Tom, quattro album registrati in studio, due live e unaraccolta.PeriKasabianègiàtempodiguardarsiindietro.Com'ècambiatalavostramusicadalprimoalbum a«Velociraptor»? «Naturalmente è cambiata, guai se non fosse così. Siamo partiti da sonorità più vicine all'elettronica e al rock, ma per Velociraptor nelle nostre intenzioni c'era un disco più popolare, decisamente più melodico, e credo sia il nostro lavoro più bello, più riuscito». Visentitelibericomeagliesordioilmercato,eilsuccesso,hanno inqualche modo modificato il vostro approccioallecanzoni? «Io mi sento assolutamente libero, faccio la musica che mi piace e per fortuna non avverto nessuna limitazione da parte di ciò che il mercato sul nostro modo di esprimerci, anche perché non saremmo capaci di suonare altro, di comporre musica diversa da quella che amiamo e suoniamo». Comehai rimarcato, il trattopiùstraordinariodella vostramusicaèlagrandeaperturaallecontaminazioni, dalla dance, all'elettro-music, al rock, senza dimenticareisoundammaliantidellecolonnesonore cinematografiche, il tutto integrato al meglio in una grande armonia melodica. Quanta musica ascoltano iKasabianogni giorno? «Personalmente ascolto moltissima musica ogni, giorno, di tutti i tipi come hai giustamente ricordato, comprese le colonne sonore. L'ascolto di musica che non è la nostra è un passaggio molto importante, una vera e propria fonte d'ispirazione, e per quanto mi riguarda, appena posso, durante il giorno, mi metto ad ascoltare musica di tutti i generi, e appena sento qualcosa che mi piace e che può rientrare nel nostro stile, sperimentiamo». Tom,tuseiilfront-mandellaband,l'uomochedeve guardare in faccia migliaia di fan sotto al palco e il tuo lavoro è renderli gioiosi. Ci si può annoiare di una sensazione così? Quanta passione hai ancora per il live? «Prima ancora di cominciare era il palco l'emozione più grande che cercavo. Il contatto col pubblico è la cosa più bella, ciò che da un'adrenalina incredibile, e non credo smetterò mai di amare questo aspetto del mio lavoro, anche perché se dovesse accadere, se un giorno avvertirò stanchezza o anche un briciolo di passione in meno, credo proprio che sarà arrivato il momento di smettere». Internetèunbeneounmaleper lamusicadiqualità? «Quando abbiamo cominciato, a fine degli anni Novanta, il mondo della musica era molto diverso. C'era lo studio, e c'erano i concerti. Poi, è arrivato Internet che per me è una cosa meravigliosa per la musica, ha moltiplicato le possibilità di farsi ascoltare. Io credo che Internet sia davvero una cosa fantastica per un musicista». StaserasuonereteliveaRoma.Haianticipazionisullascaletta? «I nostri fan italiani sanno bene cosa aspettarsi, ma niente anticipazioni, non posso certo dirle a te adesso, no?» Anche perché svanirebbe l'effetto sorpresa, e addio visibilio in curva. Veltroni«interroga» ilministroOrnaghi FerrarieLabaki giurateaVenezia2012 CULTURE CRANIO LUCENTE,BARBAE BAFFIALLACECCO PEPPE, LOOK VAUDEVILLE,BASTONEDA PASSEGGIO. NON ÈUN CANTANTEPOP.È OSCAR GIANNINO,GIORNALISTA ECONOMICO DALLAVOCETTASTRIDULA.Cinico e spiritoso e pure progressista, come un dandy di primo 900. Vagamente nichilista ma dalle idee ben chiare, almeno su un punto: extra liberismus nulla salus. Già, s'è visto! E però il dandy Giannino, che nei «talk» trattano come Gesù al Tempio, lancia ora il suo proclama su Radio 24. E che accade? «La rivolta dei liberali offesi e presi in giro in questi anni». Contro le tasse, la spesa, le promesse mancate di Berlusconi, etc. Roboante, ma un po' vecchiotto. Compreso il solito appello alla società civile, e al liberalismo nuovo, quello vecchio. Sembra l'Adornato di una volta. Le braccia cascano quando alla fine Giannino ammica a «Italia futura», che ha dato voce «al disagio di buona parte del Paese». Auguri! Peccato che questa «Italiafutura» sia ancora allo stadio di «Cortinadiscute» e «Italia dei carini», magnificamente analizzati da Crozza. Ma in attesa di scegliere tra Luca (di Montezemolo) e Oscar come leader, diciamole due parole, anzi tre, sulla lagna del liberalismo vecchio e nuovo: sono la stessa cosa. Almeno in politica. Nient'altro che la favoletta del libero mercato, che produce beni e lavoro come la cornucopia. Appunto, s'è visto. «Ma è questione di regole!», dicono i dandy alla Giannino, da destra a sinistra. Altro Mantra per gonzi. Già, perché le regole se sono serie non sono un guardalinea che sbandiera. Sono norme sostanziali. Che domano la finanza, plasmano l'economia a fini sociali, fanno ripartire la domanda e redistribuiscono, in un quadro di compatibilità sociali. È proprio con il look colorato delle idee alla Giannino che siamo arrivati (quasi) alla catastrofe. Ma festa è finita. E anche il carnevale liberale. CINETECA DISTATO Verso la Mostra di Venezia in programma dal 29 agosto all'8 settembre. È stata definita anche la giuria internazionale della sezione Orizzonti che sarà presieduta da Pierfrancesco Favino. Ne fanno parte la direttrice del Museo del Cinema di Amsterdam Sandra den Hamer; la video artista inglese di origini bengalesi Runa Islam; il produttore statunitense Jason Kliot; la regista e attrice libanese Nadine Labaki; il regista macedone trapiantato a New York Milcho Manchevski; l'iraniano Amir Naderi. La giuria del Premio Venezia Opera Prima «Luigi De Laurentiis», invece, sarà composta da Isabella Ferrari con lo sceneggiatore e regista Usa Matt Reeves, il critico e studioso cinematografico franco-ellenico Michel Demopoulos e il produttore discografico e dj Bob Sinclar. A presiederla sarà il regista e produttore indiano Shekhar Kapur. La Giuria assegnerà il premio tra tutte le opere prime di lungometraggio nelle diverse sezioni competitive della Mostra (Selezione ufficiale e Sezioni autonome e parallele). Lo scorso hanno il Leone del futuro è andato a La-bas di Guido Lombardi. IKasabian melodici ParlaMeighan, front-man del gruppo che suona a Roma DiceTom:«Siamopartitidall'elettronica,poiabbiamo scoperto lecontaminazioni.Adoro lamia libertàdimusicista e ilcontattocon ilpubblico».Stasera il concerto TOCCO& RITOCCO BRUNOGRAVAGNUOLO Unsettore vitaleper lacultura come quellodella musicaedell` audiovisivo è inunasituazionedi incertezza estrema.Èsu questo temache WalterVeltroni intervienecon una interrogazione alministro Ornaghi dopo le recentidecisioni chehanno visto«scomparire» l'IstitutoCentrale per i BeniSonoried Audiovisivi cheè statoabolito egenericamente trasferitoalla«competentedirezione generaledelministero». IKasabian, dopo il concerto di staseraa Roma incontrerannoi fandomani aMilano, dalle 17 alFnacdi viaTorino Bob Dylan pubblicherà dopo l'estate il suo 35esimo album in studio: si intitolerà Tempest, conterrà 10 tracce inedite e uscirà l'11 settembre. L'ha annunciato ieri mattina su Facebook il cantautore americano, che ha mostrato in anteprima la copertina del disco. Risalgono al 2009 le ultime uscite discografiche di Dylan, con Together Through Life, disco di inediti che ha ottenuto il consenso della critica e del pubblico, e Christmas in the Heart, compilation di canzoni natalizie. Intanto già si rincorrono in rete le indiscrezioni sulle canzoni contenute nel nuovo album. Sembra che tra i dieci brani che compongono Tempest ve ne sia uno della durata di circa quattordici minuti e un altro dalla durata di nove minuti. Il nuovo disco di Bob Dylan dovrebbe avere una durata di circa 68 minuti, 68 minuti di buona musica. Il cantautore americano, che a marzo ha festeggiato 50 anni di carriera, si è esibito l'altra sera in Italia al Festival Collisioni di Barolo (in provincia di Cuneo) di fronte a migliaia di fan e sarà in Francia per tre date oggi, il 20 e 22 luglio. Il ritornodiBobDylan con«Tempest» U: 22 mercoledì 18 luglio 2012
UN VIAGGIO NEL TEMPO ALLA SCOPERTA DEI SEGRETI DELL'ANTICO ARSENALE DELLA REPUBBLICA DI GENOVA. PROMO ESTATE 1 BIGLIETTO RAGAZZI OMAGGIO OGNI 2 ADULTI PAGANTI Valida fino al 31/07/2012 e non cumulabile con altre in corso TI ASPETTO A BORDO DELLA GALEA COMUNE DI GENOVA I DAL 6 LUGLIO AL GALATA MUSEO DEL MARE DI GENOVA www.galatamuseodelmare.it Scopri tutte le novità su 24 mercoledì 18 luglio 2012
. . . Damiano: recepite le nostre richieste . . . Cgil: ma il decreto va rivisto MASSIMOFRANCHI ROMA SEGUEDALLAPRIMA L'Italia soffre soprattutto di un calo verticale della domanda, conseguente a decenni di sacrificio del lavoro, di aumento della precarietà, di riduzione del valore reale di salari e pensioni. Sentiamo aleggiare invece intenzioni governative. abbastanza stupide, come quella di intervenire sulla crisi riducendo tre o quattro festività, 1 maggio, 25 aprile, 2 novembre, nel tentativo di far aumentare la produzione, quando il problema attuale più urgente del Paese è quello di aumentare la domanda. Spero che il premier Monti e i tecnici al governo si chiedano: chi comprerà quell'1% di superproduzione rispetto all'attuale, teoricamente ottenibile con 4 giorni di lavoro in più? E chi compenserà invece le ulteriori perdite di produzione e di occupazione di uno dei pochi settori che ancora vivacchia, cioè il turismo, in conseguenza della cancellazione delle festività? Spero proprio che la lucidità dei nostri governanti non arrivi ad attuare un provvedimento ingiustamente punitivo, economicamente inutile come quello dell'abolizione di alcune festività, già minacciato improvvidamente qualche settimana fa da un sottosegretario in cerca di visibilità e sicuramente privo di lucidità. I problemi del Paese sono ben altri, oltre quello dell'attacco dei mercati finanziari ai punti deboli di una Europa che ancora non riesce ad essere Europa compiuta, economica, politica e solidale. Sono i problemi di uno dei Paesi a più alta diseguaglianza del mondo dove il 50% della ricchezza è nelle mani del 10% delle famiglie. Un Paese sempre più vecchio che invecchia male perché povero sul fronte dell'innovazione. Infatti, è vero che l'Italia è tra i Paesi più vecchi del mondo con 45 anni di età media (nel Medio oriente siamo a 25 anni) ma il nostro problema non è solamente anagrafico. Anche la Germania, con 45 anni di età media è un Paese vecchio come l'Italia, ma evidentemente l'età biologica della Germania è assai più bassa se essa è stata capace di attuare le riforme necessarie e di utilizzare appieno una risorsa preziosa, quella degli innovatori e dei giovani, un fronte sempre più strategico nel mondo globale di oggi. E la Germania non ha certo puntato su monete false come quelle che in passato hanno inguaiato l'Italia ed ancora minacciano di inguaiarla. La Germania non ha infatti puntato sulla quantità della produzione ma sulla qualità, l'unica che nel mondo globale consente ai Paesi industriali di competere con Paesi a basso costo lavoro come Cina ed India. Infatti la Germania ha ridotto le ore lavorate annualmente a meno di 1500 contro una media italiana di più di 1700, concertando il tutto con le parti sociali. E sembra che entrambe le procedure, concertazione e produttività da qualità più che da quantità, abbiano funzionato bene. È una lezione che, anche alla luce del continuo aumento delle diseguaglianze italiane, con povertà e Mezzogiorno che peggiorano, i nostri ministri farebbero bene a meditare con attenzione, invece di attardarsi in provvedimenti punitivi ed inefficaci. Una donna anziana davanti ad una sfera con la scritta «crisi» a Torino FOTO ANSA L'ANALISI NICOLACACACE C'è anche una norma per evitare il ripetersi della «vergogna» esodati all'interno delle modifiche alla riforma del lavoro approvate ieri. L'emendamento al decreto sviluppo votato dalle commissione Finanze e Attività produttive della Camera istituisce «l'archivio dei contratti e degli accordi collettivi di gestione di crisi aziendali». In questo modo sarà sempre possibile tenere sotto controllo i numeri dei futuri «esodati». Il testo nel suo complesso ha subito una riformulazione dopo la trattativa tra partiti che sostengono al maggioranza e il governo. Prevede dieci punti di modifica della riforma Fornero che entra in vigore domani. Molte nelle novità fanno parte delle richieste contenute nell'avviso comune sottoscritto da sindacati e Confindustria. Le principali riguardano la proroga al 31 dicembre 2014 della mobilità secondo le regole attuali. Sul fronte della flessibilità in entrata vengono ridotti gli intervalli tra un contratto e l'altro a tempo determinato, nel caso dei lavori stagionali. La definizione delle pause di lavoro sono demandate alla contrattazione. L'emendamento poi spalma su due anni (anziché uno, come previsto nella riforma) due criteri che servono a individuare le fase partite Iva, cioè la collaborazione con lo stesso committente per più di 8 mesi e l'importo del reddito fino a 18 mila euro. Altra novità per le partite Iva e gli iscritti alla gestione separata dell'Inps è il blocco dell'aumento delle aliquote pensionistiche che nel 2013 restano al 27%. Per compensare le mancate entrata derivanti dal blocco viene accelerato l'aumento delle aliquote dei pensionati che hanno collaborazioni (l'aumento al 24% previsto nel 2018 viene anticipato al 2016). Altre modifiche: le aziende in crisi con prospettiva di ripresa potranno utilizzare la cassa integrazione straordinaria fino al 2015, si agevola il trasferimento dei rami d'azienda per quelle in crisi e si stabilisce che i contratti a termine fino a 6 mesi non siano inclusi nel conteggio del numero dei dipendenti. Nel solo 2013 sarà poi possibile per i «percettori di prestazioni integrative del salario o di sostegno al reddito» integrare il reddito fino a 3 mila euro. Il confronto tra Ministero del Lavoro e parti sociali per una «ricognizione delle prospettive economiche e occupazionali» al fine di «verificare la corrispondenza a tali prospettive della disciplina transitoria e proporre eventuali conseguenti iniziative» infine è previsto entro il 31 ottobre 2014. «La battaglia condotta dal Pd - commenta soddisfatto Cesare Damiano, regista dell'emendamento - ha conseguito un importante risultato dando attuazione all'impegno del presidente Monti. La scelta di prolungare la mobilità a tutto il 2014 - aggiunge - mette al sicuro i lavoratori e le imprese di fronte al protrarsi della crisi. Abbiamo concluso positivamente l'intervento di correzione del mercato del lavoro e possiamo dedicarci nella spending review ai cosiddetti esodati. Sono previsti solo 55mila nuovi salvaguardati, un numero insufficiente a risolvere il problema», conclude. «Sono modifiche che recepiscono le indicazioni delle parti ma che non cambiano il giudizio negativo sull'impianto di una riforma che va ridiscussa e modificata - commenta Serena Sorrentino, segretario confederale Cgil - tre toppe non fanno l'abito nuovo». Più positivi i commenti dagli altri sindacati. «Le modifiche vanno nella giusta direzione e ne miglioreranno l'efficacia: la proroga della mobilità e la clausola di salvaguardia per una verifica dei nuovi ammortizzatori sono importanti», spiega il segretario generale aggiunto della Cisl, Giorgio Santini. «La celerità con la quale il governo ha accettato le integrazioni proposte unitariamente dimostra che il confronto tra le parti sociali è l'unico metodo per trovare le soluzioni necessarie per accompagnare il Paese fuori dalla crisi», afferma il segretario confederale della Uil Gugliemo Loy. «Quando parti sociali, Parlamento e governo si confrontano è possibile raggiungere soluzioni utili per il Paese - afferma il segretario confederale dell'Ugl Paolo Varesi - ma la partita per uscire dall'emergenza è ancora molto lunga». È l'Italia che non ce la fa Sono vent'anni che aumentano le diseguaglianze . . . Sbagliate le politiche di rigore senza equità . . . Nel Paese troppa precarietà Ammortizzatori e flessibilità Corretta la riforma Fornero Coldiretti: più richieste di pacchi alimentari Proroga della mobilità, più tutele per le partite Iva e maggior controllo sul numero degli esodati Gli italiani poveri che hanno chiesto un pacco alimentare o un pasto ai canali no profit che distribuiscono le eccedenze alimentari sono saliti nel 2011 a 3,3 milioni, rispetto ai 2,7 milioni del 2010, secondo l'Agea. Lo afferma la Coldiretti, secondo la quale «la spesa alimentare è il problema principale che devono quotidianamente affrontare le famiglie povere. La stragrande maggioranza dei poveri (il 69 %) ha modificato quantità e/o qualità dei prodotti acquistati con un nucleo familiare su cinque (20 %) tra quelli con i livelli più bassi di spesa che si rivolge agli acquisti low cost nei discount. Alla tendenza da parte di un crescente segmento della popolazione ad acquistare prodotti alimentari a basso prezzo nei discount, può corrispondere anche una bassa qualità, con il rischio che il risparmio sia solo apparente. Risparmiare oltre un certo limite sul cibo può, infatti, significare - conclude la Coldiretti - nutrirsi di alimenti che possono avere contenuto scadente con effetti negativi sul piano nutrizionale, sulla salute e sul benessere». mercoledì 18 luglio 2012 3
LA CULTURA DELLA SINISTRA PUÒ FRUT-TUOSAMENTECONTENEREDUEANIMEEANCHE PIÙ. UN PROGETTO POLITICO finalizzato all'azione di governo no. Non c'è dubbio che la situazione mondiale è in grande trasformazione e che necessitano studi e riflessioni approfondite, capaci di superare i limiti teorici e pratici del neoliberismo: per gli intellettuali della sinistra si apre un grande campo di lavoro, senza limiti preconcetti; un lavoro che i partiti dell'area di sinistra dovrebbero patrocinare e sostenere. Alla lunga esso dovrebbe dotare la politica di nuove visioni e proposte. Altro è però il discorso che ha come traguardo le elezioni del 2013: un traguardo eccezionalmente problematico, per non dire drammatico, per il nostro Paese; una occasione che, come sinistra, non possiamo assolutamente rischiare di perdere, perché il ritorno della destra, e di questa destra, sarebbe una sciagura per tutti, anche per coloro che non possono o non vogliono rendersene conto. Con un intervento a mio avviso mirabile per lucidità e concretezza Vincenzo Visco ha già detto in proposito tutto l'essenziale su questo giornale il 14 luglio scorso («La vera sfida è governare la crisi»). Vorrei ricordare anche l'intervento di alcuni giorni prima di Eugenio Mazzarella, che sottolineava, con esempi efficaci e originali, l'importanza del compromesso nella politica attiva. Come elettore desidererei che si arrivasse all'appuntamento del 2013 con un programma preciso, essenziale e circostanziato, sul quale fossero chiamate a pronunciarsi le forze politiche che intendono realizzarlo. Vorrei che questo impegno venisse messo preventivamente al riparo da colpi di mano, fughe in avanti astrattamente radicali, bastoni tra le ruote da destra e da sinistra, improvvisi scrupoli «morali» e relativi, molto ipocriti e furbeschi, non possumus. Le cose da fare, almeno all'inizio, saranno poche (perché urgenti), difficili, sicuramente dolorose e, sempre come elettore, mi aspetto che i politici che desidero votare abbiano il coraggio e l'onestà di parlare chiaro a tutti noi, distinguendosi in modo evidente dai Pinocchi, Pulcinella e Masanielli di turno, che certo non mancheranno. Il programma non potrà ignorare che le nostre scelte operative necessitano dell'accordo con la comunità europea e più in generale con l'economia reale della parte del mondo cui apparteniamo. Ulteriori condizionamenti verranno sicuramente dal fronte interno, cioè dal dialogo con la Confindustria e con altri gruppi di potere non precisamente di sinistra e non necessariamente illuminati o mossi davvero dal bene comune. Entro un quadro generale di lealtà laicista, di preoccupazione per le fasce sociali più deboli, di sforzo inventivo in grado di appoggiare una ripresa tanto auspicata quanto ardua da delineare davvero, sarà necessario mettere in campo collaborazioni il più possibile ampie e duttili, che è condizione perché siano efficaci e rapide. Sarà necessario insistere costantemente sulla differenza tra credo privato, che ognuno ha il diritto di coltivare e perseguire liberamente, e azione pubblica, che deve invece garantire uguale libertà per tutti e difesa da prepotenze ideologiche e materiali intollerabili. Sarà necessario denunciare in modo efficace alla pubblica opinione ogni eventuale comportamento volto a disattendere gli impegni presi. Bisognerà coltivare la capacità di parlare ai cittadini in modo chiaro, sincero e unitario relativamente alle decisioni prese, evitando, non il confronto anche aspro delle opinioni (che è sempre preventivamente prezioso), ma il ricorso ad astuzie mediatiche, uscite tattiche, colpi di coda, sgambetti alle spalle: la gente è stanca di questi coloriti teatrini e oggi ha cose ben più serie delle quali preoccuparsi. Una coalizione di governo assume un impegno con i cittadini. L'impegno è davvero tale se stabilisce in modo chiaro le cose che intende fare e perché; quindi se cerca, con la necessaria duttilità e ingegnosità, i mezzi per realizzarle: sembra così semplice! Sappiamo che non lo è affatto, ma sappiamo anche che dobbiamo provarci, perché questa volta non abbiamo alternative. Poi, certo, anche la grande discussione sui massimi principi e sui grandi problemi del mondo è aperta, ma le due cose hanno tempi e logiche molto differenti, sebbene sia lecito sperare che in un qualche punto del futuro almeno in parte possano incontrarsi. Il commento La sinistra pensi al governo. Con serietà Maramotti Ilpunto Cinecittà e il resto: così si uccide un patrimonio Gianni Borgna COMUNITÀ Carlo Sini Filosofo NEI GIORNI SCORSI ERO A BARCELLONA DO-VESTOLAVORANDOAUNPROGETTOINTERNAZIONALECHEUNISCE,OLTREALNOSTRO,PAESI COMELAGERMANIA,LAFRANCIAELASPAGNA.Da lì l'Italia sembrava ancora più surreale. Sfogliavamo i giornali e ci sembrava di leggere delle assurdità. Il Centro Sperimentale di Cinematografia a rischio di chiusura. «Cosa!?», esclamavano, prima ancora di me, i miei colleghi europei. Cinecittà smantellata. «Che!?», replicavano con un'aria ancora più incredula. Spiegavo loro che questi, e molti altri, potrebbero essere gli effetti della «spending review» (l'espressione stessa suonava innaturale alle loro orecchie). Quando poi lessi che la Discoteca di Stato era stata già di fatto soppressa con un comma di un articolo del decreto-legge suddetto pensai di avere letto o capito male io stesso. E invece era tutto vero. I colleghi, intanto, mi guardavano con quell'aria di ironico compatimento con cui ormai ci guardano sempre più spesso all'estero. Allora, per limitarci a questi tre casi (ma a rischiare sono centinaia di altri enti e istituti di immenso valore scientifico, culturale e artistico), vediamo di cosa stiamo parlando. Gli stabilimenti di Cinecittà (che – leggo – dovrebbero essere almeno in parte cementificati e trasformati in uffici, alberghi, ecc.) sono uno dei nostri fiori all'occhiello. Inaugurati nell'aprile del 1937, sono tuttora considerati tra i migliori al mondo, al punto da competere ancora con quelli di Hollywood (non di rado anche i grandi registi americani continuano a preferirli). Il Centro Sperimentale (che verrebbe addirittura soppresso) nacque persino prima, nel 1935. E' una scuola di cinema tra le più prestigiose e apprezzate a livello planetario e vanta anche una cineteca e una biblioteca di inestimabile valore. La Discoteca, infine, è stata tenuta a battesimo ancora prima, nel 1928, ed è di fatto la vera e propria memoria sonora e musicale del nostro Paese. Quale mai sarebbe il risparmio dello Stato se queste improvvide decisioni venissero realmente attuate? Risparmio? Sperpero, semmai, dilapidazione di risorse pubbliche. La Discoteca, ad esempio, ha un numero molto contenuto di addetti, i quali, essendo impiegati pubblici, verrebbero assorbiti dal Ministero dei Beni Culturali e comunque stipendiati; ma tutto quello che contiene, e ne fa un'istituzione preziosa e insostituibile, dove andrebbe a finire? Certamente verrebbe deprezzato perfino dal punto di vista venale. Stesso ragionamento, più o meno, anche per le altre istituzioni. Ma, continuando la lettura, scoprii che a rischio sono anche centinaia e centinaia di società culturali di interesse territoriale. Forte della mia lunga esperienza in questo campo, chiedo prima di tutto: è giusto, è lecito, è costituzionale che il governo centrale sopprima a colpi di sciabola quanto costruito in decenni da Comuni, Province, Regioni? Quanto costruito – si badi – perché reso possibile, almeno come facoltà, proprio da leggi dello Stato. In un giornale vedo che si adombra la possibilità che venga sciolta Zétema, cioè la società costituita dal Comune di Roma per gestire “in rete” i musei comunali. Una società grazie alla quale quei musei sono diventati un gioiello e sono riusciti a competere con quelli dei più evoluti Paesi europei. Cosa facciamo? Torniamo alla gestione comunale diretta? Torniamo, cioè, agli anni bui in cui eravamo sinonimo di arretratezza di fronte al British, al Prado, al Louvre? Con custodi sbracati, servizi pessimi, orari impossibili? Avremmo, cioè, sudato le proverbiali sette camicie per creare un sistema museale efficiente e apprezzato da tutti, per ripiombare ora agli anni della Rometta provinciale? E il risparmio sarebbe? Vi assicuro che quei musei inefficienti e impresentabili, gestiti direttamente dal Comune, costavano e costerebbero ancora di più. Ma poi, è serio tutto questo? O non lo sarebbe molto di più se, invece di ragionare all'ingrosso (come se non parlassimo di cose molto diverse), fossimo finalmente in grado valutare questi enti uno ad uno, distinguendo quelli certamente inutili da quelli altrettanto certamente necessari e, aggiungo, virtuosi? I miei colleghi mi guardavano sconsolati. Costituivano, del resto, un campione molto rappresentativo di questa Europa in mano alla finanza e allo spread. Alcuni tedeschi: e vagli a dire, con tutto il loro rigorismo, che si toccano non dico i Berliner ma anche solo i piccoli teatri territoriali. Alcuni francesi: i quali la crisi non fa recedere di un passo dalla convinzione che la cultura è l'anima di una società, la cosa a cui meno d'ogni altra si può rinunciare. Alcuni spagnoli: in questo momento più inguaiati anche di noi, ma cui non passa nemmeno per l'anticamera del cervello di chiudere i musei o di sacrificare al dio-denaro un'istituzione musicale o una scuola di cinema. L'intervento E se ripartissimo dall'Italia che studia e ricerca? Andrea Ranieri MI SEMBRA SEMPRE PIÙ EVIDENTE L'IMPASSE IN CUI SITROVA LA SINISTRA CHE SOSTIENEIL GOVERNO MONTI. ALGOVERNONONSIPUÒCHIEDERE più di un'azione volta a proteggere e a stabilizzare il più possibile il Paese di fronte ad una crisi globale che si aggrava. Con molta lucidità lo stesso ministro Barca ha detto che per affrontare i nodi strutturali della crisi e impostare un nuovo modello di sviluppo è necessario un governo eletto dal popolo su discriminanti valoriali e sociali inequivoche. Ma al contempo ogni giorno che passa dimostra che senza avviare un nuovo sviluppo nessuna stabilizzazione è possibile. C'è chi pensa che proprio per questo bisogna affrettarsi ad andare alle urne. Non mi pare una prospettiva auspicabile, non solo e non tanto perché ci esporrebbe a contraccolpi disastrosi sul fronte del debito e dello spread, ma anche per le difficoltà del centrosinistra a mettere davvero al centro della propria riflessione questi temi. L'approssimarsi delle urne tende anzi ad accentuare i posizionamenti dei partiti e dei gruppi e sottogruppi che li compongono, piuttosto che lavorare ad una prospettiva comune. È stata emblematica l'Assemblea nazionale del Pd, che doveva discutere della questione programmatica, e che ha finito per l'ennesima volta per dare quasi per scontati i contenuti programmatici presenti nella relazione del segretario e parlare ancora una volta di primarie e preferenze, fino all'incomprensibile, dato il contesto, scontro finale sulle coppie gay. Si finisce insomma quasi sempre per parlare delle cose di cui parlano i giornali, forse perché l'andare sui giornali è ancora, nonostante la gravità della crisi, la preoccupazione prevalente di gran parte del gruppo dirigente del centrosinistra. Si finisce allora per trascurare i segnali di un altro agire possibile,e sottovalutare i segnali positivi che vengono dallo stesso governo che si sostiene. Penso all'avviso per la presentazione di idee progettuali per le smart cities e l'innovazione sociale, emesso dal Miur il 5 luglio scorso. In esso si invitano le imprese, grandi e piccole, le Università e gli istituti di ricerca, con un ruolo decisivo delle istituzioni territoriali, a cui spetta evidenziare la «domanda pubblica» a cui i progetti devono rispondere, a presentare in maniera congiunta progetti che rispondano al duplice obiettivo di implementare il livello di innovazione tecnologica del nostro tessuto produttivo e rendere le nostre città più accoglienti e più vivibili. Le idee progettuali devono riguardare la mobilità e il risparmio energetico, la scuola e l'invecchiamento attivo della popolazione, il patrimonio culturale e una più efficiente amministrazione della giustizia, il ciclo dei rifiuti e la gestione delle risorse idriche etc. La politica industriale e della ricerca è sollecitata all'innovazione a partire dalle domande di «buon vivere», per una qualità più alta del lavorare e del consumare. «Cooperare per competere» è l'idea chiave della proposta, che chiama tutti i soggetti a superare i particolarismi, gli idiotismi e le gelosie disciplinari, per concorrere ad un progetto unitario, in cui pubblico e privato si impegnano congiuntamente per il bene comune. Il progetto del Miur ha come punti di forza la sua coerenza con le azioni intraprese nel Mezzogiorno dal ministro Barca per rifinalizzare le risorse comunitarie non spese, e di essere in sintonia con le priorità indicate dalla Unione Europea, che ha rinnovato il suo impegno sulle smart cities con il bando uscito il 10 di questo mese. Il punto di debolezza è che le risorse messe in campo sia nazionali che comunitarie, pur non irrilevanti dato i tempi che corrono, appaiono ancora limitate, se davvero assumiamo la conoscenza e la sostenibilità ambientale e sociale, come assi prioritari della ripresa possibile. A livello europeo sarebbe necessario intrecciare questi obiettivi alla discussione sugli eurobond per lo sviluppo. A livello nazionale occorre valutare seriamente le conseguenze che può avere per l'implementazione di questa strategia una «spending review» fatta di tagli lineari, che rischia di bloccare la possibilità degli enti locali e del mondo dell'Università e della ricerca di essere parte attiva e protagonista del progetto. Incalzare con più decisione il governo su questi temi, provare a coordinare e a indirizzare l' azione delle autonomie territoriali e della ricerca, potrebbe essere il compito di fase più rilevante per il centrosinistra, e il modo per provare a collegare il progetto per il futuro alle difficoltà e alle opportunità del presente. . . . Come elettore desidererei che si arrivasse alle elezioni con un programma preciso, essenziale e circostanziato mercoledì 18 luglio 2012 15
All'inizio degli anni Ottanta il re della mozzarella di bufala era tecnicamente fallito. Senza futuro. Aveva prelevato somme per 400 milioni di lire dall'azienda di famiglia, mettendola a rischio di chiusura, e si era lasciato docilmente trasportare sull'orlo del baratro dalla passione per il gioco. Furono, raccontano i pentiti del clan La Torre di Mondragone, un tempo antagonista e oggi alleato del cartello Casalese, 300 milioni di assegni staccati al tavolo verde senza copertura alcuna, a spingere Giuseppe Mandara, rampollo di una potente dinasty imprenditoriale trasferitasi nel Casertano da Agerola all'inizio degli anni Sessanta (ma già nel 1800, la scritta Mandara campeggiava sulla vetrina di un negozio di Brooklyn nella Grande Mela in cui gli avi dell'imprenditore si erano trasferiti alla ricerca di fortuna producendo mozzarella di vacca e latticini freschi per gli emigrati), tra le braccia della camorra. A quel tempo il reggente del clan era Tiberio Francesco La Torre e il proprietario di quello che successivamente sarebbe diventato uno dei più prestigiosi caseifici d'Italia uno degli zii di Peppe Mandara. Ma l'operazione di «salvataggio» dell'azienda che rischiava il tracollo la condusse la «seconda generazione» delle due famiglie: da una parte, Augusto La Torre, oggi collaboratore di giustizia, dall'altra lui, l'«Armani della mozzarella di bufala», Peppe Mandara. Settecento milioni di lire, provento di estorsioni e contrabbando, bastarono e avanzarono per evitare il crac del caseificio e quello personale di Mandara. In cambio, al clan La Torre fu riconosciuta una quota consistente di quello che, negli anni successivi, sarebbe diventato un vero e proprio impero nel settore della produzione di latticini. Qualche cifra. Trenta milioni di prodotti l'anno, con esportazioni in ogni angolo del Paese. Stabilimenti e punti vendita in tutta Italia. La Mandara Group, nata come srl e trasformatasi in spa in seguito al provvidenziale intervento della camorra, produce fino a 78mila pezzi al giorno tra mozzarella di latte vaccino, di bufala e altri tipi di formaggio per 170 referenze. Circa 180 i dipendenti fissi del Gruppo, 100 fornitori di latte della zona per produrre la mozzarella di bufala esportata in tutto il mondo. Da ieri l'impero (valore complessivo oltre 100 milioni di euro) è sotto sequestro, e Peppe Mandara, con il suo fido braccio destro Vincenzo Musella, agli arresti, accusato di associazione mafiosa. Incastrato dalle rivelazioni fatte ai magistrati della procura distrettuale antimafia di Napoli dall'amico di una vita: Augusto La Torre, che quando era un semplice studente dell'Isef, soggiornava per lunghi periodi nella sua casa napoletana di via Nicolardi, ai Colli Aminei. Indagando sulla mozzarella dei Casalesi, il nucleo antisofisticazioni dei carabinieri e la Dia di Napoli hanno portato alla luce la spregiudicatezza grazie alla quale Mandara avrebbe costruito le proprie fortune, arrivando ad essere un elemento di punta dell'Associazione dei produttori della mozzarella di bufala dop, che alla notizia dell'arresto lo ha immediatamente cancellato dalle proprie fila. SOFISTICAZIONI Tre gli episodi riportati nell'ordinanza firmata dal gip del Tribunale di Napoli Alberto Capuano che testimoniano l'assoluta mancanza di remore morali del re dell'oro bianco. Il primo riguarda una partita di provoloni «normali» smerciati in Toscana come «provolone del monaco dop», un alimento sottoposto ad un rigido protocollo di produzione. Più grave ancora il secondo, che emerge da un'intercettazione telefonica risalente al dicembre del 2008. Nel caseificio di Mondragone l'improvvisa rottura di un macchinario fa sì che nell'impasto delle mozzarelline di bufala, commercializzate prevalentemente sui mercati del Nord Italia, finiscano alcuni frammenti di ceramica. Perfettamente conscio del pericolo che corrono i consumatori, Mandara non fa niente per ritirare la partita di mozzarelline adulterate dal commercio. Ma nei guai, destinatari di provvedimenti interdittivi, sono finiti anche il responsabile qualità dell'azienda e uno dei «certificatori» della qualità del prodotto. Sono accusati di aver stilato dei rapporti di prova di autocontrollo dal contenuto mendace per far apparire come derivante da latte di bufala la produzione di lavorati caseari avvenuta mediante l'utilizzo di quote predominanti di latte vaccino. La mozzarella della camorra, arresto per Mandara La Fiom annuncia con dolore la prematura scomparsa del compagno GIANFRANCO TOSI amato e apprezzato dirigente del sindacato metalmeccanici Cgil a Roma, nel Lazio e presso la Fiom nazionale, e si stringe con affetto ai suoi familiari. L'ultimo saluto gli sarà dato al cimitero del Verano (Tempietto Egizio) alle ore 11:00 di mercoledì 18 luglio. Alfredo Borrelli è ingegnere presso l'Ater, l'azienda che gestisce le case popolari di Roma, nei giorni scorsi è andato volontario nelle zone del terremoto in Emilia per prestare la sua competenza tecnica alla messa in salvaguardia e alla ricostruzione degli abitati distrutti. L'azienda in cui lavora ha riconosciuto, in base alla legge, questa attività di volontariato. Quando Alfredo, domani, andrà in Abruzzo per ricordare, nell'anniversario della strage di via D'Amelio, la storia della sua famiglia, lo farà utilizzando le ferie. Il papà di Alfredo, Francesco, era carabiniere elicotterista ma non era in servizio quando è stato ammazzato a Cutro, in Calabria. Si trovava in piazza quando si rese conto che da un'auto a tutta velocità sarebbero partiti dei colpi contro il boss Antonio Dragone. Invece di tirarsi indietro il maresciallo cercò di mettere in guardia la gente intorno che affollava la piazza e fu colpito a morte. Salvo Vecchio ora fa lo stesso mestiere del padre quando fu ucciso a Catania, il direttore d'azienda. Francesco Vecchio fu ammazzato insieme a Alessandro Rovetta, ad della Megara di Catania, il 31 ottobre 1990. «Solo nel 2005 - racconta Salvo - ho incontrato Libera. Fino ad allora avevo sofferto in solitudine, puntando il dito contro. Poi finalmente mi sono chiesto: cosa sto facendo io per cambiare le cose? Ed è scattato l'impegno». Le storie di Alfredo e Salvo sono simili a quelle di molti altri familiari di vittime della mafia e del terrorismo. Sono persone normali che però convivono con una ferita che non si rimargina mai. Hanno, però, saputo affiancare il dolore al racconto per i ragazzi delle scuole, secondo l'insegnamento ricordato da Pina Picierno, di Giovanni Falcone: «Abbiamo sì bisogno di un esercito, ma di un esercito di maestri». La testimonianza di Alfredo Borrelli e di Salvo Vecchio è servita a illustrare una proposta di legge di soli otto articoli, presentata da Pina Picierno, parlamentare eletta nel casertano, insieme a Sabina Rossa, anche lei parlamentare e figlia di Guido, «il testimone con i calli alle mani», lo ricorda Don Luigi Ciotti. Il titolo della proposta è «disposizioni per favorire la testimonianza e la memoria storica sui fatti di mafia e terrorismo» e, fra i firmatari, ci sono deputati di tutti gli schieramenti, da Granata (Fli) a Cimadoro (Idv) a Versace (Pdl). E l'assunto è sinteticamente questo: «Le vittime di reati mafiosi o di terrorismo e di strage possono richiedere al ministero dell'Interno un attestato di «testimone della memoria storica», l'attestato non ha nulla a che vedere con i risarcimenti previsti dal codice civile, serve invece ad autorizzare un massimo di 150 ore di permesso straordinario al fine di consentire che queste persone portino nelle scuole e nelle università la loro testimonianza. Il relatore Mario Tassone (Udc) ha annunciato che proporrà alla conferenza dei capigruppo il voto in Aula, sebbene si tratti di norme che possono essere approvate in commissione, per dare rilievo alla decisione. Don Luigi Ciotti, nel sostenere l'iniziativa, sottolinea che in Italia ci sono molte celebrazioni e poca memoria. Fa due esempi: il 75% delle vittime di mafia non conosce la verità, e invece «prima dei percorsi di legalità ci sono i percorsi di verità», a Palermo sono apparse delle scritte “Caselli boia”, dopo gli arresti per gli scontri fra No Tav e forze dell'ordine. «Scritte del genere, dopo 7 anni di Caselli alla Procura di Palermo, indicano che la memoria del paese è troppo corta, c'è troppa confusione». Invece i racconti come quello di Sabina Rossa, di Vecchio e Borrelli sono «parole di carne» attraverso cui il «commuoversi si trasforma in muoversi». Ciotti lancia anche l'allarme su ciò che sta accadendo con i beni agricoli confiscati alla mafia e gestiti come bene sociale dalle cooperative: «Il 2 giugno Napolitano nel sobrio festeggiamento della Repubblica ha offerto il vino e le mozzarelle prodotte nelle terre confiscate alla mafia». Da allora, ovunque, in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, scoppiano incendi e dove «l'erba è verde e non si può appiccare il fuoco, compaiono mucche e pecore a mangiare il grano e l'orzo prima che siano raccolti. C'è una strategia?». Attenzione, continua Don Ciotti, «perché quando la politica è debole la mafia è forte». I segnali si moltiplicano e ci si deve muovere, «a cominciare dal problema di ben 3300 beni confiscati che sono sotto ipoteca bancaria e quindi sottratti alla possibilità del loro uso sociale». «Aiutiamo i testimoni della memoria» Un cartello davanti ad una azienda sequestrata alla mafia FOTO DI LIRIO ABBATE/ANSA COMMISSIONEINTERGOVERNATIVAPER LATAV Agenti della Dia nello stabilimento Mandara di Mondragone (Ce) FOTO DI CIRO FUSCO/ANSA MASSIMILIANOAMATO MONDRAGONE(CE) ITALIA La proposta di legge Un permesso speciale per i familiari delle vittime di mafia e terrorismo L'impegno con Libera Potranno assentarsi dal lavoro per partecipare a incontri nelle scuole JOLANDABUFALINI ROMA . . . Sabina Rossa: «Chi ha subito la violenza non chiede risarcimento ma giustizia» SièdimessoMasera,al suopostoVirano RainerMaserasiè dimesso da PresidentedellaCommissione Intergovernativa italo-francese sulla TavTorino-Lione. Loha resonoto l'onorevoleStefano Esposito (Pd). Al suoposto Alsuoposto ilministro per le Infrastrutture Corrado Passeraha nominatoMario Virano,commissario straordinario per laTav. «Lemie dimissioni -ha poispiegato Masera -non determinerannoritardi nelle procedure»per la realizzazione dellaTav. «Ledimissioni -ha spiega to l'ormai ex presidentedella Commissione Intergovernativa Italo-francese- sonocontestuali alla chiusuradellastruttura di missione sullaTorino-Lionepresso la presidenzadel Consigliodei ministri», trasferitaal ministerodelle Infrastruttureapartire dalloscorso 30giugno nell'ambitodelle misure dellaspending review.«Non ci sarannoritardi perviadelle dimissioni», ribadisceMasera, sottolineandoche«il governo ha fatto lesuescelte». Insieme a Masera -standoalle informazioni circolateaTorino - si sarebbe dimessoanche il segretario generaledelladelegazione italiana all'internodella Commissione intergovernativa italo-francesesulla Torino-Lione. Il nuovo segretario generale -si èsaputonel capoluogo piemontese- è stato nominatodal Governonei giorni scorsie si tratterebbedell'ingegnereRossella Napolitano. mercoledì 18 luglio 2012 11
CREDIAMO DI SAPERE «IN FONDO» CHE COSA SIA IL RAZZISMO, RITENUTO TROPPO SPESSO UN RESIDUO DELPASSATO.Ma siamo sicuri di conoscere come funzioni oggi? Negli ultimi decenni si è profondamente mimetizzato, producendo forme nuove, massicciamente introiettate. Un neorazzismo culturalista, che senza fare direttamente uso della «razza» come concetto biologico, ormai risaputa per essere scientificamente infondata e globalmente condannata, «razzizza» alcuni gruppi sociali, in Italia: migranti e rom. A rilanciare la necessaria riflessione, due libri usciti di recente, Razzistiperlegge.L'Italiachediscrimina(Edizioni Laterza) di Clelia Bartoli, e Ilrazzismo di Alberto Burgio e Gianluca Gabrielli (nuova collana Fondamenti di Ediesse). L'Italia attuale è affetta da razzismo? Entrambi rispondono affermativamente. Il primo, basandosi su un'accurata analisi della produzione di norme, leggi e politiche discriminatorie, che negano diversi diritti agli stranieri; per dimostrare che nel Bel Paese si è avviato un razzismo «istituzionale» - di sistema - che coinvolge istituzioni, media e pubblica opinione e genera una discriminazione cronica con effetti duraturi. Il secondo libro, fondandosi su un'analisi storica, dall'antisemitismo, passando per il colonialismo, e la propoganda nazista (con due casi studi su Stati Uniti e Sud Africa), indaga il nesso strutturale tra razzismo e modernità; non «effetto collaterale», ma «istituzione-chiave della modernità europea, uno dei capitoli fondamentali della sua biografia intellettuale e morale». Un dispositivo logico che, pur nella diversità dei contesti storici, ha una sua configurazione unitaria. Il razzismo non è, infatti, una questione di «melanina», ma di legge (Bartoli), di costruzione simbolica. Definendo ufficialmente «categorie» di persone, il diritto costruisce la «razza», determina chi sia «bianco» o «nero». Come insegnavano le analisi del Black Power, il pregiudizio struttura la propria conferma nella realtà della marginalizzazione: diventa «vero». Per Burgio-Gabrielli, invece, il razzismo è l'invenzione di pseudo nessi psico-fisici, con connotazioni di giudizi negativi, che fabbrica la differenza. Non è quindi necessario a questo nuovo razzismo di usare il discreditato concetto di «razza» biologica, supplita da altre categorie e terminologie: l'uso semantico del «noi» e «loro», per distinguere autoctoni e migranti; la nazionalità, percepita quasi come «dato» biologico dal quale è impossibile sbarazzarsi. Come allertava già il sociologo francese Pierre-André Taguieff, il neorazzismo odierno ha operato una pericolosa «svolta culturalista», che essenzializza le differenze culturali (tradizioni, religioni, lingue…) e genera un velenoso lessico razzista sotto mentite spoglie. Caso esemplare in Italia, l'«extracomunitario», il cosiddetto «clandestino», prodotto da una politica migratoria unicamente «emergenziale» e securitaria, imbastita a colpi di decreti e circolari. Come analizza lucidamente la Bartoli, la clandestinità diventata «reato», status di eccezione sinonimo di pericolosità e di criminalità, radicalizza la «differenza» quasi fosse «per natura». I clandestini, una sorta di «neo-razza». In generale, è in corso nella società italiana un processo di criminalizzazione dei migranti, ma anche di «rom», «zingari» e «devianti»; malgrado biografie e origini diverse, vengono imprigionati in gabbie identitarie rigide e perimetrate, inferiorizzanti. Da marxisti «doc», Burgio e Gabrielli rileggono il razzismo in chiave di etnicizzazione del conflitto sociale e di esclusione delle classi subalterne. Bartoli, in chiave di norme discriminatorie e xenofobia crescentemente istituzionalizzata, a opera, cioè dello Stato. Pure molto diversi nei loro intenti, i due saggi rifiutano entrambi l'assunto assai divulgato e piuttosto ambiguo stando al quale il razzismo sarebbe un residuo del passato; smantellano anche l'altra vulgata dominante che esso scaturirebbe dalla «paura del diverso», dall'angoscia dell'altro. Il razzismo è invece costruzione pianificata e normativa dell'alterità, una delle strategie sociali più razionali nella competizione per le risorse materiali e per l'affermazione di una certa classe a scapito di un'altra. Questi due libri di utilità pubblica, che hanno il pregio di tesi esposte con estrema chiarezza, dovrebbero diventare manuali per le scuole. Nel panorama editoriale italiano, ci si aspetta ancora però un'analisi approfondita della psicopatologia di massa alla radice di quest'ideologia. Nell'ora in cui riappaiono svastiche e vecchi «deliri» in un'Europa fortezza, non è mai stato così urgente pensare alla cura. L'APPROFONDIMENTO Il razzismo disistema Unastrategiasocialedietro l'attaccocostanteaimigranti VOCED'AUTORE : AlessandroBenvenuti:vi racconto laToscanaborderline P. 18 ILLUTTO : AddioaJonLord, tastieristadeiDeepPurple P. 18 ILREPORTAGE : Sud Sudan,cosìuccidonounbambino P. 19 LETTURE : Lavitaagradeipastori P.20 U: Duesaggi,unofirmatodaCleliaBartolie l'altrodaBurgio eGabrielli, analizzanolaxenofobia in Italia.Nevienefuori il ritrattodiunPaesemiopechediscriminapercostrutto FLORE MURARD-YOVANOVITCH floremy2@gmail.com BonomoFaita, «Il sogno»(2011) . . . Sono libri scritti in modo molto chiaro e di pubblica utilità che dovrebbero essere letti e studiati anche nelle scuole mercoledì 18 luglio 2012 17
Il premier Monti sembra aver raccolto l'appello di Ivan Lo Bello, il vice presidente di Confindustria, protagonista in Sicilia della battaglia antiracket: «Intervenga - aveva chiesto Lo Bello - per evitare il default siciliano». Monti, che evidentemente non sottovaluta affatto il rischio di un crac, ha scritto a Lombardo per avere conferma «della intenzione, di dimettersi il 31 luglio», il governo, infatti «dovrà tenere conto della situazione del governo regionale». Solo che la lettera del premier ha suscitato nell'isola un vespaio politico gigantesco, con schieramenti pro e contro l'intervento del governo nazionale che rappresentano il clima pre-elettorale siciliano. Se Lombardo si dimette il 31 luglio e, nel caso non lo facesse, c'è una mozione di sfiducia presentata da Pd e Udc che sarà posta in votazione, si andrà a votare il 29 ottobre. Dunque c'è una parte che legge nel messaggio del premier il rischio di un commissariamento e del rinvio del voto. «Va ripensata l'autonomia - aveva detto Lo Bello - e in ogni caso Monti deve mettere mano ai conti per scongiurare il rischio che la Sicilia diventi come la Grecia». Sulla stessa lunghezza d'onda di Confindustria il segretario Udc siciliano Gianpiero D'Alia: «L'intervento di Monti ha il doppio merito di contribuire a evitare che l'isola precipiti nel default e consentire di preservare i fondi europei di cui l'intera economia regionale ha bisogno». Ma D'Alia si era espresso per il commissariamento dell'isola anche qualche giorno fa e, i Senato, c'è una sua proposta di modifica dello Statuto che impone un passaggio costituzionale. Così altri soggetti dell'agone politico siciliano esprimono il timore che tutto ciò possa significare un rinvio delle urne. Così il coordinatore siciliano di Fli Briguglio: «Lettera irrituale che viola le prerogative dell'autonomia siciliana». E Bocchino: «Monti ha compiuto un atto troppo politico per il profilo tecnico del suo governo». Gioiscono dell'intervento di Monti gli esponenti del Pdl che furono mandati all'opposizione a causa della rottura del centro destra siciliano ma Francesco Cascio, presidente dell'Ars di cui si ipotizzò la candidatura a sindaco di Palermo per il Pdl considera la lettera «anomala e irrituale». Lombardo e i suoi assessori, Russo (sanità), Armao (bilancio) negano che la Sicilia sia sull'orlo del default. Emanuele Macaluso si rivolge direttamente a Lo Bello: «Illusorio pensare che la deriva clientelare burocratica della Regione si risolva con un commissario, c'è un problema di classi dirigenti e lui dovrebbe mettersi in gioco, senza porsi il problema dello statuto di Confindustria, c'è una emergenza». Rosario Crocetta, che si è candidato alle primarie del Pd: «Non si deve lasciare alla destra la bandiera della autonomia siciliana, Lombardo se ne deve andare perché la sua situazione giudiziaria è incompatibile con la carica e poi i siciliani hanno il diritto di andare a votare». Il segretario del Pd siciliano, Giuseppe Lupo: «Il Pd siciliano ha chiesto, già l'anno scorso, con forza le elezioni anticipate». Il segretario del Pd attacca Lombardo: «La situazione è così grave che Monti ha esercitato un diritto-dovere, e Lombardo dovrebbe rispondere con chiarezza alla domanda se intende dimettersi il 31 luglio». E Lombardo, che il 24 luglio incontrerà Monti, risponde: «Intendo dimettermi». Ma non fa menzione della data del 31 luglio. POLITICA Monti a Lombardo «La Sicilia rischia Dimissioni subito» Il presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo FOTO ANSA Il premier incalza il governatore davanti al pericolo crac: «Vanno prese soluzioni adeguate» JOLANDABUFALINI ROMA L'ex ministro delle Politiche agricole e leader del Pid, Saverio Romano, è stato assolto dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. La sentenza è stata emessa dal gup di Palermo Fernando Sestito, che ha processato Romano con il rito abbreviato. Il gup ha applicato la formula del secondo comma dell'articolo 530 del codice di procedura penale, che prevede l'assoluzione quando la prova manca, è contraddittoria o insufficiente. La Procura aveva chiesto la condanna a 8 anni per Romano - già segretario dell'Udc siciliano e poi, da deputato, fondatore dei Popolari di Italia Domani e infine dei Responsabili - che fu nominato ministro da Berlusconi quando già pendeva su di lui l'accusa di concorso esterno. Il verdetto è arrivato dopo una camera di consiglio di meno di due ore. «Finalmente è finita. Sono stato assolto perché il fatto non sussiste», ha commentato Romano, mentre dal Pdl piovevano dichiarazioni di soddisfazione e di indignazione per l'«accanimento giudiziario» che avrebbe guidato i pm. «La giustizia - dice il segretario del Pdl Angelino Alfano - gli restituisce la meritata serenità. Resta l'ombra dell'accanimento mediatico e politico che ha subito per anni in modo ingiustificato e strumentale». Sullo stesso tono anche l'ex ministra Maristella Gelmini: «La sua totale estraneità ai fatti è stata sancita dopo mesi di strumentalizzazioni politiche e massmediatiche. Finisce un incubo che Romano ha affrontato con grande dignità». Mafia, assolto l'ex ministro Saverio Romano 10 mercoledì 18 luglio 2012
TV 06.30 TG 1. Informazione 06.45 Unomattina Estate. Attualita' 10.10 Unomattina Vitabella. Rubrica 11.00 Unomattina Storie Vere. Rubrica 12.00 E state con noi in TV. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show 15.15 Rosamunde Pilcher: Quattro Stagioni - Inverno. Film Commedia. (2008) Regia di Giles Foster. Con Senta Berger 17.00 TG 1. Informazione 17.15 Heartland. Serie TV 18.00 Il Commissario Rex. Serie TV 18.50 Reazione a catena. Show 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Techetechetè. Rubrica 21.20 Le note degli Angeli. Evento 23.30 Gala Tango. Evento 01.30 Sottovoce. Talk Show. Conduce Gigi Marzullo. 01.40 Rai Educational. Documentario 02.30 Mille e una notte - Musica. Rubrica 02.31 Senza Rete. Show 04.45 DA DA DA. Videoframmenti 05.45 Euronews. Informazione 07.10 Vite sull'onda. Serie TV 07.30 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 10.15 La complicata vita di Christine. Serie TV 10.35 Tg2 Insieme Estate. Rubrica 11.20 Il nostro amico Charly. Serie TV 12.10 La nostra amica Robbie. Serie TV 13.00 Tg2. Informazione 13.30 Tg2 - E...state con Costume. Rubrica 13.50 Medicina 33. Rubrica 14.00 Senza Traccia. Serie TV 15.30 Due uomini e mezzo. Serie TV 16.15 The Good Wife. Serie TV 17.00 One Tree Hill. Serie TV 17.55 Rai TG Sport Informazione 18.15 Tg 2. Informazione 18.45 Cold Case. Serie TV 19.35 Ghost Whisperer. Serie TV 20.30 Tg2. Informazione 21.05 Squadra Speciale Cobra 11. Serie TV Con Erdoğan Atalay, René Steinke, Carina Wiese. 21.55 Una scatenata coppia di sbirri. Serie TV Con Jorg Schuttauf, Dominic Boeer. 22.50 Tg2. Informazione 23.05 Eva. Show. Conduce Eva Riccobono. 23.55 Hawaii Five-0. Serie TV Con Jack Lord, James Mc Arthur, Zulu Kam Fong. 08.00 Storia di fifa e di coltello. Film Comico. (1972) Regia di Mario Amendola. Con Franco Franchi. 09.40 Rai 150 anni. La Storia siamo noi. Documentario 10.35 Cominciamo Bene. Rubrica 12.00 TG3. Informazione 13.10 La strada per la felicita'. Soap Opera 14.00 Tg Regione. Informazione 14.20 TG3. Informazione 14.55 Tour de France 16° Tappa: Pau - Bagnères de Luchon. Sport 18.00 Geo Magazine 2012. Documentario 19.00 TG3. Informazione 19.30 Tg Regione. Informazione 20.00 Blob. Rubrica 20.15 Cotti e mangiati. Sit Com 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 L'emigrante. Film Commedia. (1972) Regia di Pasquale Festa Campanile. Con Adriano Celentano, Claudia Mori, Sybil Danning. 23.05 Tg Regione. Informazione 23.55 Doc 3. Rubrica 00.45 Rai Educational Magazzini Einstein - Oggetti desueti. Rubrica 01.05 Fuori Orario. Cose (mai) viste. Rubrica 06.50 Magnum P.I.. Serie TV 07.45 Più forte ragazzi. Serie TV 08.40 Sentinel. Serie TV 09.50 Monk. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Pacific blue I. Serie TV 12.55 Distretto di Polizia II. Serie TV 14.05 Il tribunale di Forum. Rubrica 15.10 Wol un poliziotto a Berlino. Serie TV 16.05 My Life Segreti e passioni. Soap Opera 16.40 Due improbabili seduttori. Film Commedia. (1995) Regia di Howard Deutch. Con Jack Lemmon. 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.10 Siska. Serie TV 21.10 The Chase. Serie TV Con Kelli Giddish, Cole Hauser, Jesse Metcalfe. 23.50 Law&Order: Criminal Intent. Serie TV Con Vincent D'Onofrio, Kathryn Erbe, Jamey Sheridan. 00.42 Il coraggio delle aquile. Film Commedia. (2006) Regia di Jean-François Davy. Con Jules Sitruk, Damien Jouillerot, Jonathan Demurger. 01.20 Tg4 - Night news. Informazione 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.35 Miracoli degli animali. Documentario 08.47 Il primo amore di Anne. Film Commedia. (2011) Regia di Anne Sewitsky. Con Maria Annette. 10.58 Gioni Film Festival. Rubrica 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.12 Il momento di tornare. Film Commedia. (2009) Regia di Stephen Bridgewater. 16.31 L'ambizione di Eva. Film Commedia. (2007) Regia di Thomas Nennstiel. Con Anja Kling, Henning Baum. 18.30 La ruota della fortuna. Show. 20.00 Tg5. Informazione 20.40 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 21.20 The Storm - Catastrofe annunciata. Film Azione. (2009) Regia di Bradford May. Con James Van Der Beek, Teri Polo, Treat Williams, Marisol Nichols, David James Elliott. 00.06 Tg5 - Notte. Informazione 00.36 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 01.30 Padri e figli. Serie TV Con Natalino Balasso, Vittoria Belvedere. 07.10 Il segreto del bosco. Film Animazione. (2005) Regia di Juan José Elordi. 08.40 Cartoni Animati. 10.30 Dawson's Creek. Serie TV 12.15 Gioni - Il sogno continua. Evento 12.25 Studio Aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 Futurama. Cartoni Animati 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 What's my destiny Dragon ball. Cartoni Animati 15.00 Gossip girl. Serie TV 15.55 Le cose che amo di te. Serie TV 16.45 Friends. Serie TV 17.35 Mercante in fiera. Gioco A Quiz 18.30 Studio Aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.25 C.S.I. New York. Serie TV 21.10 M&M - Matricole & Meteore. Show. 23.55 New York taxi. Film Commedia. (2004) Regia di Tim Story. Con Queen Latifah, Jimmy Fallon, Henry Simmons. 01.50 Rescue me. Serie TV Con Denis Leary, John Scurti, Daniel Sunjata. 02.40 Studio Aperto - La giornata. Informazione 02.55 U-Zone. Videoframmenti 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus Estate 2012. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. 11.00 In Onda. Talk Show. 11.40 Agente speciale Sue Thomas. Serie TV 12.30 I menù di Benedetta. Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.10 I gigli del campo. Film Drammatico. (1963) Regia di Ralph Nelson. Con Sidney Poitier. 16.10 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 18.00 I menù di Benedetta. Rubrica 18.55 Cuochi e fiamme. Show. 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 In Onda. Talk Show. 21.10 Missione Natura. Documentario 23.15 N.Y.P.D. Blue. Serie TV Con Dennis Franz, Gordon Clapp, David Caruso. 00.10 Tg La7. Informazione 00.15 Tg La7 Sport. Informazione 00.20 N.Y.P.D. Blue. Serie TV 01.15 Movie Flash. Rubrica 01.20 Cold Squad. Serie TV Con Julie Stewart, Michael Hogan, Joy Tanner. 21.00 Sky Cine News - Clive Owen. Rubrica 21.10 The Conspirator. Film Drammatico. (2011) Regia di Robert Redford. Con Robin Wright, James McAvoy, Jonathan Gro. 23.20 S.P.Q.R. 2000 e 1/2 anni fa. Film Comico. (1994) Regia di Carlo Vanzina. Con Christian De Sica, Massimo Boldi. SKY CINEMA 1HD 21.00 Tommy e il mulo parlante. Film Commedia. (2009) Regia di A. Stevens. Con Ice-T G. Barker. 22.40 Fuchsia, una strega in miniatura. Film Fantasia. (2010) Regia di J. Nijenhuis. Con M. Hensema, A. Malherbe. 00.15 Tom e Thomas - Un solo destino. Film Commedia. (2002) Regia 21.00 Amore senza confini - Beyond Borders. Film Drammatico. (2003) Regia di M. Campbell. Con A. Jolie C. Owen. 23.10 Trust. Film Drammatico. (2010) Regia di D. Schwimmer. Con C. Owen C. Keener. 01.00 Domeniche da Tiany. Film Metrica/Poesia. (2010) Regia di M. Piznarski. Con A. Milano E. Winter. 18.15 Adventure Time. Cartoni Animati 18.40 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.40 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.05 Ben 10. Cartoni Animati 20.30 Ninjago. Serie TV 20.55 Adventure Time. Cartoni Animati 21.20 Brutti e cattivi. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Come è fatto. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Sons of Guns. Documentario 22.00 Addestramento Estremo. Documentario 23.00 Moonshiners: la febbre dell'alcol. Documentario 18.55 Deejay TG. Informazione 19.00 Una splendida annata. Show. 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Una splendida annata. Show. 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 Life as we know it. Serie TV 22.30 Shuolato 2.0. Rubrica DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.20 Ninas Mal. Serie TV 21.10 Reaper. Serie TV 22.00 Skins. Serie TV 22.50 My Super Sweet World Class. Show. 23.40 Speciale MTV News: Story of The Day. Informazione 00.00 I Soliti Idioti. Serie TV 00.50 Pranked. Serie TV MTV RAI 1 21.20: Le note degli angeli Evento con M. Giletti, S. Rossi. Spettacolo musicale di solidarietà in diretta da Pompei. 21.05: Squadra speciale Cobra 11 Serie tv con E. Atalay. Le vicende della Polizia Stradale che si occupa della sicurezza sulle autostrade. 21.05: L'emigrante Film con A. Celentano. Peppino Cavallo parte da Napoli alla ricerca del padre scomparso da anni. 21.10: The Chase Serie tv con K. Giddish. Una squadra di agenti federali è alla ricerca di pericolosi malviventi. 21.20: The Storm Film con J. Van Der Beek. Un'esplosione colpisce l'atmosfera, causando catastrofici eventi ambientali. 21.10: Matricole & Meteore Show con N. Savino. Scopriamo gli esordi dei divi attuali con Matricole & Meteorre. 21.10: Missione Natura Show con V. Venuto. Alla scoperta dei luoghi più selvaggi e insesplorati della natura. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY PER FORTUNA C'È LA7, CHE CONTI-NUA A MANDARE IN ONDA QUASI TUTTE LE SUE RUBRICHE di informazione, nonostante la canicola. E quando i titolari vanno in ferie, mette alla prova altri conduttori, in modo da farli crescere e magari scoprire che sono più bravi di quelli in carica. Come forse è il caso di Natascha Lusenti e Filippo Facci, che stanno conducendo «In onda». Lei sembra già molto a suo agio, mentre lui fa ancora un po' fatica a mettersi nei panni di chi deve porre le domande, essendo da parecchio abituato a rispondere. Cosicché, spesso riesce più a mettere in luce il suo parere che a far capire quello dell'intervistato. Da parte sua, l'altra sera, l'onorevole Cicchitto era più interessato a respingere le domande che a chiarire le sue posizioni e quelle del suo partito. Deve esserci molto malanimo nei confronti di Facci da parte di alcuni del Pdl, perché il ping pong è risultato piuttosto inutile, oltreché sgradevole per lo spettatore, che non ha il dovere di conoscere le faide interne al pre-post-berlusconismo. Magari gli autori dovrebbero premettere uno schemino con le frecce, per far capire a noi poveri telespettatori chi è contro chi. Sempre che lo sappiano, visto il casino che governa il partito che non c'è più. Cicchitto ne ha approfittato per svicolare su tutte le vicende più imbarazzanti, premettendo che la questione era malposta e poi sproloquiando a dismisura e dando sulla voce agli altri. In più, alla domanda se Nicole Minetti si debba dimettere o no ha risposto: della Minetti non parlo. Mentre invece, intervistato da Rainews, il ruvido Crosetto ha detto a chiare lettere che, prima di Nicole Minetti, si dovrebbero dimettere tanti altri. Ha anche precisato di avere una lista pronta, ma purtroppo non l'ha letta. Modestamente, ne abbiamo una anche noi: inizia con Berlusconi Silvio e finisce con Silvio Berlusconi. ECicchitto neldibattito in tv adomanda nonrisponde FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO U: mercoledì 18 luglio 2012 21
MariaPia Garavaglia Senatrice Pd CaraUnità Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense,131/L 00154 Roma lettere@unita.it CARO DIRETTORE, MI RIVOLGO A TECON L'ARTIFICIO DELLA LETTERA, PER RICHIAMAREUNPUNTO che avrei voluto sviluppare nel dibattito all'Assemblea nazionale del Pd di sabato scorso. Il segretario Bersani ed altri, ricordo Franceschini ad esempio, non hanno potuto evitare di dire «qualcosa» sulla legge elettorale e sui criteri per la scelta delle candidature. Mi arrischio io che, come per le altre colleghe sedute al tavolo della presidenza, non ho avuto bisogno delle quote rosa, di ricordare quale fu l'entusiasmo (e le conseguenti prese di posizione) lo scorso 13 febbraio, quando le piazze italiane furono meravigliosamente occupate da cittadine, autoconvocate, che reagirono al disprezzo con cui la dignità delle donne - e anche di donne elette - era stata anch'essa messa in piazza. «Se non ora quando?» Il Pd deve rispondere: «Ora!». Non a caso in questi stessi giorni si ripropongono cose agghiaccianti (una Consigliera regionale lombarda deve dimettersi: perché?). Competenza e radicamento nel territorio ha chiesto Franceschini per le candidature; parità di genere ha elencato tra le caratteristiche delle liste Pd, il segretario. Il Partito democratico ha già precorso alcune norme, che vorremmo divenissero generali, col suo statuto. Tuttavia bisogna ricordare, innanzitutto a noi stessi, che un conto è la parità in lista e ben altro è la parità tra gli eletti! La forza di cambiamento che le donne immettono nella società (non ho qui la possibilità di richiamare la Womenomics) aiuta il partito a scegliere sobrietà e trasparenza per la campagna elettorale. Le preferenze, coi costi correlati, non sarebbero adatte alle possibilità delle donne. Ricordo qui la campagna elettorale austera che Zaccagnini impose alla Dc: tetto di spesa e manifesti senza facce! Contano programmi e idee del partito più che i faccioni sui muri… Figurarsi il semipresidenzialismo: quando mai una donna sarebbe in grado di allestirsi una campagna presidenziale? Del resto il Parlamento non ha quasi mai sbagliato a scegliere i presidenti della Repubblica (meno male che Giorgio c'è). Caro Pier Luigi, dì qualcosa al femminile. Le elettrici sono oltre la metà dell'elettorato. All'università e in molte professioni la quota rosa è ormai percentualmente dominante, ma a causa dei tempi di vita e di lavoro (quando l'hanno) sono ancora discriminate. La famiglia, con il suo carico di problemi, è imperniata sulla donna (chi conosce meglio di lei il welfare sostitutivo?). Il futuro del Paese è legato a quanto le donne contribuiranno a riempire le culle. Caro segretario, sai bene che ci sarebbe ancora molto da dire, ma rispondi, con tutto il nostro Pd: «Ora!» CaroPresidente Monti Sta cercando di salvare l'Italia e tutti dovremmo essergliene grati. Già, tutti. Quello che non riesco a capire è perché più volte Lei ha utilizzato il termine "tutti" riferendosi a chi sta facendo sacrifici: tutti dobbiamo fare sacrifici! Ma mi illumini: una persona che guadagna uno o due milioni di euro che sacrifici sta facendo? Una persona che guadagna oltre 500.000 euro (limite sociale di profitto, 999 persone su 1.000 guadagnano di meno) non dovrebbe dare di più di quel misero 43% che è la tassazione massima, ben minore di quella che c'era 40 anni fa? Non sto pensando solo alla frustrazione di chi non arriva a fine mese, ma anche a quella del piccolo imprenditore o del professionista che guadagna 75.000 euro, magari ha una moglie e 2-3 figli a carico, lavora 10 ore al giorno e ha lo stesso trattamento fiscale di chi guadagna 10 o 100 volte tanto. Una Sua risposta pubblica su questo tema sarebbe gradita e ingigantirebbe ulteriormente la sua immagine verso gli italiani. GiovanniC. Ildeclassamento chepiù famale Sono preoccupato perché l'Italia ha subito un declassamento grave. Non mi riferisco a quello di Moody's, ma al giudizio dei tribunali tedeschi. Che ritengono talmente "disumane" le condizioni con cui trattiamo i richiedenti asilo, da non procedere ai rinvii nel nostro Paese. Abbiamo un debito di giustizia sociale enorme, perché stiamo perdendo il rispetto per i più deboli. Cioè, stiamo perdendo civiltà. MassimoMarnetto Unasentenza chemi lascia perplesso Ho appreso con stupore della condanna emessa nei confronti di cinque persone ree di devastazione e saccheggio durante il G8 di Genova. Sono sorpreso non per la condanna in sé: non sta bene saccheggiare e devastare. E, forse, neanche per l'entità della condanna: in verità pesantissima se si considera cosa significhi “vivere” in carcere nel nostro Paese. Mi stupisce invece ciò che, stando a quanto riportato dai giornali, avrebbe dichiarato il pm Anna Canepa: «Nessun accanimento su quei ragazzi, Genova fu devastata e saccheggiata». Questa affermazione suona paradossale: come si può mettere in relazione la devastazione di una città con la condotta di una decina di manifestanti? Manco Attila in persona avrebbe potuto tanto. Se invece l'intento è quello di far pagare ai pochi “beccati” quanto determinato nel corso di eventi che hanno visto all'opera, tra forze dell'ordine e forze del disordine, almeno trecentomila persone, non di giustizia si tratterebbe ma di rappresaglia, di punizione esemplare. Una brutta cosa. Inoltre, dopo undici anni da quegli eventi accanirsi nei confronti di persone che non sono più i delinquenti di allora, contrasta con il principio costituzionale della funzione rieducativa della pena. GaspareBisceglia In ricordo diLuigi Sandirocco È scomparso a Pescara, Luigi Sandirocco, dirigente comunista e presidente della Filef. Aveva aderito al Pci durante la seconda guerra mondiale, giovane ufficiale sul fronte russo. Al rientro in Italia è a capo delle lotte per l'occupazione delle terre del Fucino, imprigionato e successivamente liberato a seguito della mobilitazione contadina. Per molti anni Sindaco di Luco dei Marsi e successivamente deputato del Pci. Da sempre a fianco dei lavoratori italiani emigrati e degli immigrati, negli ultimi 25 anni ha presieduto la Filef, storica organizzazione dei migranti fondata da Carlo Levi. Nel ricordare la generosità, la simpatia e l'intelligenza di Gigetto, la Filef si stringe alla sua famiglia e a quanti hanno avuto la fortuna di conoscerlo e condividere la sua stagione. StefaniaPieri, Federazione italiana lavoratori emigrantie famiglie Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 NEL 1981 L'ALLORA CARDINALE RATZINGER PROPONE-VA AI POLITICI CATTOLICI DEL SUO PAESE, LA GERMANIA,UNELOGIODELCOMPROMESSOINPOLITICA,come valore in sé, anche sui «valori», la cui attualità, per laici e cattolici, mi sembra ancor oggi stringente. «Essere sobri e attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l'impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale. Il grido che reclama le grandi cose ha la vibrazione del moralismo: limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra pragmatismo da meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell'umanità dell'uomo e delle sue possibilità. Non è morale il moralismo dell'avventura, che tende a realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell'uomo e compie, entro queste misure, l'opera dell'uomo. Non l'assenza di compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell'attività politica». Un approccio che nelle intenzioni di Ratzinger segnalava ai politici cattolici del suo Paese la via per assicurare un'effettiva rilevanza politica ai valori di cui si sentivano portatori. È un elogio del compromesso, e della vera moralità politica, cui non sarebbe male ponesse attenzione la politica che si interessa ai «valori» nel suo complesso, e non solo i «politici cattolici». Un'osservazione quasi obbligata, dopo l'infelice bagarre finale sul voto relativo al documento del Comitato diritti presieduto da Rosi Bindi all'ultima assemblea del Pd. Perché - nel riconoscimento che certo non sempre è possibile negoziare i valori, e talora neppure opportuno, ma sempre è possibile, e si deve, negoziarne la convivenza - non possiamo chiedere agli altri meno di quanto chiediamo a noi stessi come Pd. Nessuno nel Pd può permettersi, se davvero deve valere questa esigenza che è nell'idea «democratica» che a nessuno è chiesto di negoziare al ribasso i propri valori ultimi, ma a tutti è richiesto di negoziarne la convivenza, di rifiutarsi di negoziare tra noi la convivenza dei nostri valori. Ne perderemmo di credibilità nel dibattito pubblico e nello stesso spazio proprio della negoziazione politica, quello legislativo dove si propone e si legifica, se ci si riesce, insieme agli altri. Bene ha fatto, dunque, Bersani a chiudere la bagarre ricordando che mentre per la prima volta il Pd esprimeva in modo ufficiale il suo orientamento alla tutela delle unioni omosessuali in un documento che lo impegna a promuoverne un presidio giuridico nella legislazione del Paese mettendolo al passo di legittime attese a lungo inevase, era del tutto fuori luogo trasmettere agli italiani uno spettacolo di beghe interne, che per essere sui «valori» non sono meno beghe, e forse lo sono anche di più, se danno anche solo la sensazione che servono solo a «farsi spazio» (?) nelle dialettiche interne. E che nessuno può tirarsi fuori dall'impegno a far convivere i propri valori invocando l'argomento che o gli altri cedono al proprio convincimento, o non ci può essere una posizione comune, al netto dell'ovvia riserva di coscienza e di obiezione su questi temi nel percorso politico e legislativo. Che per farsi legge per altro devono sapersi articolare, in un lessico moralmente e politicamente condiviso; intercettando le misure «sostenibili» dal sentire comune, e dagli equilibri politici che vi si rispecchiano, se si vuol dare un senso sincero alle istanze di uomini e donne che sottendono e non giocarsi una partita di «rappresentanza». Non abbiamo bisogno di bandierine a congresso, ma di reciproca disponibilità a fare il nostro meglio di uomini e donne al momento. Se è compromesso ben venga. C'è più buon senso politico in questo, che in un estenuante appello al meglio, da chiunque venga, che si può sempre fare, che intralcia sempre la praticabilità del bene alla portata di domani, e che per altro non abbiamo ancora tra le mani. L'intervento Elogio del compromesso Meglio della bagarre Eugenio Mazzarella Deputato Pd La tiratura del 17 luglio 2012 è stata di 95.434 copie Sono molto arrabbiata: restituirò la tessera del Pd e non lo voterò se il partito non prenderà una posizione chiara, coraggiosa e lungimirante sui diritti civili a cominciare dalle coppie di fatto testamento biologico fine vita ecc. Aggiungo che anche la tortura deve trovare un posto nel nostro ordinamento giuridico se vogliamo continuare a definirci nazione civile. Non di solo Spread vivono gli esseri umani. PAOLA MOSCONI Non credo che la sua sia una posizione giusta. Stare insieme ad altri con le proprie idee è fondamentale per alimentare la dialettica interna di un partito. Andarsene serve a qualcosa? Discutere spiegando quello che si pensa e ascoltando quello che pensano gli altri a me pare sempre fondamentale per chi crede nelle cose che dice con quel tanto di distacco critico che è alla base di ogni discussione costruttiva. Chiedendosi, per esempio, in un caso come questo, se dipende davvero solo dalla «protervia» del Vaticano la difficoltà che tanti hanno ancora oggi ad accettare l'idea per cui le coppie gay possano avere o adottare dei figli. Per quello che mi riguarda personalmente io non ho particolari difficoltà su questo punto ma non posso non registrare il fatto che altri, di cui ho stima, le hanno. Discutere serve, dunque, e studiare perché sui figli cresciuti con delle coppie di omosessuali, soprattutto donne, c'è oggi un insieme di dati che consentirebbero, se ben esaminati, degli approfondimenti utili. Mentre assai meno capisco le critiche al Pd sul tema del testamento biologico e della fecondazione assistita dopo che Rutelli, la Binetti ed altri «cattolici» intransigenti se ne sono andati e Ignazio Marino è diventato il punto di riferimento naturale dei deputati e dei senatori del Pd. Sono questioni, certo, non semplici ma il lavoro politico altro non è che questo, tessitura paziente di discorsi che portano ad una maturazione complessiva del sentire e del pensare di tutti. O di una maggioranza significativa di persone. Dialoghi COMUNITÀ La lettera «Il Pd punti sulle donne Se non ora quando?» . . . A nessuno è richiesto di rinunciare ai valori . . . Ma a tutti è richiesta la convivenza Il dibattito sui diritti civili deve andare avanti 16 mercoledì 18 luglio 2012
Ci avevano già provato Tremonti e Berlusconi. Ora torna all'attacco l'ineffabile sottosegretario all'Economia Polillo, spalleggiato da una parte del governo. L'idea è quella di accorpamento le festività, comprese 25 aprile e 1° maggio, con l'obiettivo di far crescere il Prodotto interno lordo, in profondo rosso da anni. Dopo il parere richiesto a quattro ministeri dal sottosegretario alla presidenza Catricalà, se ne discuterà nel Consiglio dei ministri di venerdì. Se ci sarà il “via libera” il provvedimento poi potrebbe arrivare addirittura come emendamento alla Spending review e diventare legge prima della pausa estiva. Come detto il tema era già stato affrontato dal governo Berlsuconi, che aveva dovuto fare marcia indietro dopo le proteste bipartisan, limitandosi alla facoltà di spostamento per le feste patronali «rilevanti e non accorpabili alla domenica», salvo quelle frutto di intese con il Vaticano, come i patroni di Roma San Pietro e Paolo, il 29 giugno. Ci riprova ora il governo Monti riprendendo il sasso lanciato nello stagno alcune settimane fa dal sottosegretario Polillo che aveva sottolineato come ridurre il numero di giorni non lavorati di una settimana avrebbe portato all'aumento del Pil di un punto percentuale. Polillo in serata ha illustrato meglio il suo pensiero: «Lavorare nove mesi all'anno a un Paese come il nostro non basta più. La concorrenza internazionale ci sottopone a uno stress che va fronteggiato diversamente: anch'io avrei preferito che si potesse continuare come prima, ma non si può. L'unico modo - sottolinea il sottosegretario per rimettere in moto il sistema è questo. Anche la Germania lo fece nel 2001, poi ha restituito con gli interessi i sacrifici chiesti ai cittadini». Peccato che in Germania i giorni festivi siano stabiliti dai 16 Lander e che l'unica festività presente nella Costituzione e valida per tutti a livello federale è il 3 ottobre, Giorno dell'Unità tedesca. Ci sono poi altre 8 festività (compresi Natale, Capodanno e Pasqua) riconosciute da tutti i Lander, ma alcune regioni hanno più “feste”: il primato è della ricca Baviera, con ben 13 giorni festivi, dimostrazione che il numero di “giorni liberi” dal lavoro non penalizza la produttività. Polillo poi annuncia che «la possibilità di un'intesa, aggiunge Polillo, «dipenderà da noi, in parte, e in parte dagli accordi sindacali. Sul tavolo, c'è un massimo di 12 giorni di festività che potrebbero essere ridotti o tagliati (dunque comprese anche Primo maggio e Liberazione, ndr). Alcune aziende, penso all'Alenia, si sono portate avanti con accordi molto innovativi che - conclude - permettono il pieno utilizzo degli impianti, sette giorni su sette. Ma ripeto: l'importante è che si arrivi a discuterne». UNCORO DINO Forti le reazioni, soprattutto a sinistra. Per il segretario del Pd Pier Luigi Bersani «voglio credere che il governo rifletta, è molto opinabile che il problema della produttività si risolva così. Ma poi - continua Bersani - alcune festività sono il senso stesso del nostro Paese, che è già demoralizzato: sarà meglio non togliere altri simboli». Molto critica anche la Cgil. «Se questo è il modello che Polillo e il governo vuole affermare, saremmo di fronte ad un modello autoritario ed imposto alle parti, che segnerebbe un'ulteriore regressione democratica - commenta il segretario confederale della Cgil Elena Lattuada - . I calendari di ferie ed utilizzo delle festività - mette ancora in rilievo Lattuada - sono prerogative delle parti sociali nei contratti nazionali e ancor di più nella contrattazione aziendale, anche perché così si risponde alle reali esigenze delle imprese e dei mercati». Dura anche l'Associazione dei partigiani: «Il 25 aprile, il primo maggio e il 2 giugno non si toccano. Sono i valori su cui si fonda la Repubblica. Non ci si dica che non ci sono altri strumenti per incrementare la produttività e far crescere il Pil. Non abbiamo ovviamente obiezioni di fronte ai sacrifici che possono essere chiesti ai cittadini in una fase difficile per il Paese, ma che si debba rinunciare alla storia, a quelli che sono i fondamenti comuni del nostro vivere civile, ci sembra davvero troppo. Ci sono festività che nascono da consuetudini o semplici abitudini, che forse possono consentire qualche operazione. Altre, come quelle citate, rappresentano il nostro passato migliore, i valori su cui si fonda la nostra Repubblica: sono, in una parola, la nostra storia. E non vanno toccate». Anche dal versante imprese arriva un “No” secco: «tagliare le festività significa mettere in ginocchio il settore turistico», attacca Confesercenti. Sepulveda sostiene che una verità leggermente contraffata è peggiore di una menzogna, ed è quanto sta accadendo in Italia. Orbene se si vuole veramente combattere questa situazione, si reagisca fermamente in sede europea riproponendo la parziale mutualizzazione dei debiti pubblici, la flessibilizzazione dei criteri del Fiscal compact, con lo scorporo degli investimenti produttivi per ridare fiato all'economia, si pretenda un meccanismo anti-spread credibile, ovverosia dotato di liquidità sufficiente e di meccanismi di intervento semiautomatici, ma soprattutto si metta con forza sul tavolo il problema dell'Unione politica, andando a verificare le affermazioni di Angela Merkel in proposito. Ci sono sul tavolo dell'Europa due calendari: le misure a breve per rispondere alla speculazione e agli attacchi all'euro, e le misure a medio e più lungo termine destinate a dotare l'Unione di istituzioni credibili e di un bilancio federale in grado di sostenere gli shock asimmetrici determinati dai debiti sovrani e garantire un'equa redistribuzione delle risorse. Nessuno dei due calendari deve essere subordinato all'altro: essi devono scorrere paralleli nella consapevolezza che le misure previste nell'uno e nell'altro sono complementari e funzionali all'obiettivo della salvaguardia del patrimonio che l'Ue rappresenta per le future generazioni. Il presidente del Consiglio Mario Monti nel cortile di Palazzo Chigi FOTO ANSA L'ANALISI RONNYMAZZOCCHI GRANDIBANCHE impianti di rifornimento carburanti, self service compresi, sia su rete ordinaria che autostradale, sulla cui viabilità verrà adottata una specifica articolazione delle chiusure, integrata con le azioni in corso, che verrà comunicata in seguito. I gestori accusano l'industria petrolifera per: «Accordi collettivi scaduti e non rinnovati; margini tagliati unilateralmente fino al 70%; licenziamenti forzati degli addetti alla distribuzione; rifiuto di adottare diverse tipologie contrattuali; discriminazioni sui prezzi che spingono fuori mercato migliaia di impianti senza possibilità di reazione alcuna, vendite autostradali totalmente cannibalizzate». Comportamenti, affermano i sindacati, «in aperta violazione delle leggi esistenti che l'industria petrolifera sta adottando sistematicamente, colpendo oltre 20.000 piccole imprese di gestione che occupano circa 120.000 persone». Tuttavia, il Garante sugli scioperi ha già emesso il suo altolà. Il weekend dal 3 al 5 agosto i benzinai non potranno fare sciopero perchè è periodo di franhigia. Lo dichiara Roberto Alesse, Presidente dell'Autorità di garanzia sugli scioperi, lanciando un appello alla responsabilità nelle zone colpite dal sisma. «Colgo l'occasione - sottolinea il Garante degli scioperi - per rivolgere un appello affinchè nelle due giornate di sciopero, ove confermate, siano puntualmente garantite le prestazioni indispensabili e si valuti, con senso di responsabilità da parte delle sigle proclamanti, l'opportunità di escludere dal fermo le zone colpite dal sisma in Emilia, ove vige lo stato d'emergenza». Sulla questione interviene anche il Codacons: «Siamo pronti a denunciare sia alla Procura che alla commissione di garanzia i gestori che, nonostante il richiamo del garante, aderiranno alla serrata». SEGUEDALLAPRIMA Il problema da risolvere è, come sempre, l'immensa mole di debito pubblico che grava sulle spalle degli italiani e che costa 85 miliardi l'anno di interessi. Quattro pesanti manovre finanziarie fatte di tagli e tasse e una durissima e assai poco equa riforma delle pensioni sembrano non aver scalfito minimamente il rapporto fra indebitamento e ricchezza nazionale che le ultime previsioni dell'Fmi danno addirittura in aumento ben oltre il 125% nei prossimi anni. Come fare per invertire la rotta? Poco più di un anno fa si pensava di effettuare un prelievo straordinario sui patrimoni più elevati. Ma mentre l'appassionante dibattito si sviluppava sulle pagine dei principali quotidiani nazionali, i capitalisti nostrani - o almeno quelli rimasti a risiedere in Italia - spostavano i loro averi oltre confine non mancando di confermare per l'ennesima volta l'amara considerazione di Luigi Einaudi secondo cui la borghesia italiana avrebbe il cuore di un coniglio e le gambe di una lepre. A conti fatti la patrimoniale poi si è fatta, anche se in una versione diversa da quella annunciata: in versione light, ordinaria, solo sugli immobili e a carico di tutti. I grandi mecenati che dovevano dare dimostrazione di amore patrio e farsi carico del risanamento del Paese sono rapidamente svaniti uno dopo l'altro e, come purtroppo è sempre accaduto nella storia nazionale, a pagare il conto sono stati i tanti anonimi cittadini cui non è mai garantita la benché minima ribalta. Archiviato in modo inglorioso il capitolo dell'imposizione straordinaria, è arrivato il turno delle dismissioni. Il ministro Grilli sostiene che un programma pluriennale di vendita di beni pubblici per 15-20 miliardi l'anno potrebbe far diminuire di un quinto il nostro debito pubblico nei prossimi cinque anni. Scartati gli asset strategici come Eni, Enel o Finmeccanica e tenuto presente che la cessione di Poste, Rai e Ferrovie richiederebbe complesse operazioni di spacchettamento, resterebbero sul piatto le numerose municipalizzate e pezzi di patrimonio immobiliare. La cessione alla Cassa depositi e prestiti, formalmente fuori dal perimetro dello Stato, potrebbe essere una buona opzione visti anche i recenti casi di vendita di Sace, Simest e Fintecna che hanno garantito al Tesoro ben 10 miliardi di euro. Una strada che difficilmente potrà essere contestata dalla Germania che di queste forme di maquillage contabile si è largamente servita. Resta però aperta la questione relativa all'effettivo impatto di tali cessioni sul livello di indebitamento. Grilli sostiene che con un avanzo primario del 5% annuo e un tasso di crescita del Pil nominale del 3% - due punti di inflazione e uno di crescita reale - il nostro rapporto debito-ricchezza potrebbe assestarsi in poco tempo leggermente al di sopra del 100%. Ed è forse su questi punti che il suo ragionamento si fa più debole. A mantenere per almeno un quinquennio un saldo primario stabilmente superiore al 5% ci riuscì solo il Belgio fra il 1997 e il 2002, ma in condizioni di ciclo economico internazionale ed europeo completamente diverse da quelle attuali. Un tasso di inflazione leggermente più vivace potrebbe senza dubbio dare una mano a svalutare lo stock di debito, ma affinché questo non penalizzi la nostra competitività sarebbe necessario che una analoga operazione venisse messa in atto su scala europea, cosa piuttosto difficile da immaginare nell'immediato vista la persistente opposizione tedesca. Resta quindi solo la crescita. Ma le previsioni sull'andamento del Pil reale sono deprimenti: agli effetti delle politiche di austerità si somma una crescita potenziale che si è ormai posizionata su valori prossimi allo zero. Proprio su quest'ultimo punto l'azione del governo è stata totalmente deficitaria. La speranza che una macchina con il motore ingolfato potesse ricominciare a sfrecciare in poco tempo senza riparazioni e schiacciando contemporaneamente il freno è forse stata una delle peggiori illusioni degli ultimi mesi. Sarebbe bene rendersene conto prima che sia troppo tardi. Il colossobancario britannicoHsbc è statoaccusatodal SenatoUsa diaver consentitoa deicartelli di narcotrafficantidi utilizzare la propria rete di filiali per riciclare denaroattraverso il sistema finanziariostatunitense,e diaver ignorato i legamicon il terrorismodi alcuni suoiclienti. In unrapportodi 335pagine le autoritàamericane hannodenunciato che le segnalazionidialcuni suoidipendenti sonostate ignorate dai vertici dell'azienda.Labanca,afferma una nota,«chiederà scusae s'impegnerà perchè le fallevengano chiuse». . . . I sindacati denunciano una situazione da far west: accordi non rispettati, licenziamenti forzati Nel mirino 1° maggio e 25 aprile Anpi e sindacati: «Non si toccano» Dismissioni inutili se non si torna a crescere IlSenatoUsa accusa laHsbc di riciclaggio L'iradell'Anpi:«Dinuovo qualcunovuole infilare ledatefondantidella Repubblicatra le festività daaccorpare».Molto criticaanche laCgil MASSIMOFRANCHI ROMA ILCASO mercoledì 18 luglio 2012 5
Sottoscrivere il vincolo di maggioranza come propone Bersani? «Sono d'accordo perché non possiamo esporci alle stesse sceneggiate che hanno determinato, con il protagonismo nefasto di Mastella, la caduta del governo Prodi. E anche perché dobbiamo tracciare una linea netta con il liberismo, soltanto così i riformisti diventano egemoni di una svolta non solo italiana ma europea». Il leader di Sel, Nichi Vendola, dice sì alla cessione di un pezzo di sovranità da parte degli azionisti della futura maggioranza, ma sui diritti civili alza la posta: «Non mi basta più il riconoscimento delle coppie di fatto. Adesso si parla di matrimonio gay». Vendola, lapiattaformaindicatadaBersani la convince? «Prima di ogni altra considerazione chiedo al Pd di entrare nelle aule di Camera e Senato con la schiena dritta sui finanziamenti al servizio sanitario nazionale, i trasporti e la privatizzazione delle società “in house”: sono tre capitoli della spending review devastanti sul piano sociale, di destra. Il governo lo sa che queste misure significano riduzione dei livelli essenziali di assistenza, difficoltà di mobilità per studenti, lavoratori e danni enormi alle pubbliche amministrazioni con il taglio indiscriminato delle società in house? Il Pd ha tutta la forza e l'autorevolezza per imporre il proprio punto di vista al governo Monti, che mi sembra addirittura più cinico di Tremonti». Il presente può compromettere il futuro?Èquestoche intende? «Dico che l'interlocuzione non può riguardare soltanto il futuro governo perché vorrei che fosse positiva sul “qui e ora”. Per questo chiedo al Pd di ottenere un mutamento radicale di provvedimenti così iniqui». Lovedenell'agendadigovernotracciataall'Assemblea nazionale? «Ho seguito con grande attenzione la relazione di apertura e quella di chiusura che sono state un passo in avanti importante benché completamente oscurato dalla coda vivacemente polemica. Bersani indica nel centrosinistra il protagonista dell'alleanza che deve portare l'Italia sul sentiero del cambiamento e indica una svolta di politica economica e sociale che non è solo il seppellimento del berlusconismo, ma un elemento di cesura con il governo Monti. Sempre più spesso c'è chi sovrappone il profilo di Monti a quello di Francois Hollande mentre a me sembra che si sovrapponga di più a quello della Merkel. Hollande ha detto un no secco alla possibilità di mettere in Costituzione il pareggio di bilancio: quella è una scelta di destra, che l'Italia ha fatto». Mailcentrosinistrasaràingradodimanteneregliimpegniconl'Europacambiandoricetta eallentando sul rigore? «Sgombriamo il campo da atteggiamenti che rasentano il delirio mistico. Monti non ha dato risposte alla crisi, l'ha peggiorata. In Italia la crisi è sicuramente conseguenza di quella europea, di un ventennio di potere berlusconiano, delle acrobazie di Tremonti e dell'irresponsabile negazione della crisi stessa, ma oggi è anche frutto del fallimento delle politiche del governo Monti che impoveriscono il ceto medio, il lavoro e tolgono ossigeno all'economia. Le ragioni della crisi non vanno individuate nei decenni di “buonismo sociale”, come sostiene Monti: il welfare è benzina nel motore dell'economia e l'idea che è un lusso che non ci possiamo consentire è pura follia». Vendolaurteràparecchiesensibilitàdemocratichecon il suo attacco a Monti. «Bersani ha indicato una piattaforma molto positiva ma tra quello che lui ha detto e quello che il Pd fa, compresa la polemica sui diritti, c'è una grande differenza. Penso che il centrosinistra non possa presentare un programma fatto di mezzi diritti. Ci deve essere la ricostruzione e il rafforzamento degli architravi della civiltà del lavoro, a cominciare dalla restaurazione di quel capolavoro sfregiato che è l'articolo 18. Così come ci dovranno essere diritti sociali pieni: su questo Sel intende giocare la propria partita». Casini apre sui diritti alle coppie di fatto masuimatrimonigay èchiusura totale. «Casini apre alle coppie di fatto? Quando l'ha detto? Parlava sotto voce perché io non l'ho sentito. Comunque credo che spetti al centrosinistra aprire il cantiere del futuro e costruire il programma con una grande partecipazione democratica e un pezzo dovrà essere scritto dalle primarie. Deve tornare al centro dell'agenda il tema della “libertà dei moderni”, della libertà dalla sopraffazione, dal confessionalismo, dalla miseria, dalla precarietà e dall'analfabetismo di ritorno. C'è un' Europa che si sta squagliando, tornano in forme incredibilmente arcaiche ma anche moderne, tutti i nemici della libertà: razzismi, nazionalismi, mitologie negative di qualunque forma di diversità. L'Europa è attraversata da un esercito di fantasmi, da Alba Dorata in Grecia a Berlusconi in Italia, mettendola di fronte a qualcosa che sembrava appartenere ad un repertorio ormai andato. Perciò sono una speranza Hollande all'Eliseo, Schulz alla presidenza del Parlamento Ue... La dimensione minima della lotta politica è in Europa». EseafarequestalottapoliticainEuropa fosseununicograndepartitodicentrosinistracheraccoglieilpopolodelleprimarie?Le sembra fantapolitica? «Il tema della inadeguatezza dei partiti ha a che fare con la crisi radicale che ha attraversato la forma partito novecentesco e a noi si pone il problema di quali debbano essere le forme dell'agire politico in futuro. Non voglio essere un distruttore dei partiti, ma il tema del soggetto politico del cambiamento, della sinistra post-ideologica, popolare, plurale, lo dobbiamo affrontare con la disponibilità a fare scelte coraggiose». Veniamoallaleggeelettorale.IlPdlspingeperilpremiodimaggioranzaalprimo partito.Dispostoa parlarne? «Affatto. Il premio di maggioranza serve a garantire governabilità e quindi ha un senso se viene attribuito alla coalizione». tuno avere più tempo, cercare altre soluzioni e riprendere il confronto a settembre». Masel'agendaèdecisainEuropacomesi fa? «Se il problema sono i numeri da dare all'Europa allora ognuno farà al meglio la sua parte. Noi sindaci faremo la nostra, il governo la sua». IntantomanifesteretedavantialSenato il24 luglio,poi? «Ieri abbiamo presentato al segretario Bersani una serie di emendamenti e correttivi per uscire da una situazione così ristretta e aprire un tavolo di confronto: verificare la possibilità di agire su altre spese dello Stato e avere un tempo congruo per tagliare davvero dove è necessario». Se non doveste ottenere risultati, nessun correttivo, niente proroghe? «Saremo obbligati a tagliare i servizi. Per Livorno si parla di due milioni di euro in meno che sommati ai 28.700 miliardi di tagli già avuti sulla spesa corrente fanno una bella somma. Così è difficile chiudere il bilancio. Temo, per fare un esempio, che le due Rsa di lunga degenza che oggi abbiamo non ce le potremmo più permettere». Chiama la polizia, denuncia di essere seguita e importunata, sotto i tacchi finisce un consigliere della Lega costretto alla cure del pronto soccorso. Una furia, Nicole Minetti che arriva al Pirellone, non si dimette, chiarisce che «è meglio che non parlo, per il bene di tutti» e peggiora non di poco il precario e instabile stato di salute del Pdl che pure dovrebbe godere di buona salute visto che ha appena ritrovato il suo leader carismatico. Leggere il caso Minetti per capire che tempo che fa in casa azzurri. Se parli con stato maggiore e fedelissimi va tutto bene. «Il Capo ha tenuto banco per otto ore ieri a Gernetto davanti a economisti e premi Nobel (a dir la verità uno solo, ndr) per individuare la ricetta liberal per uscire dalla crisi. Sta pensando al programma, di certo non al nome o al simbolo, quelli sono dettagli», racconta un fedelissimo. Per la cronaca erano tre i deputati pidiellini presenti al seminario in villa, il professor Antonio Martino, Giuseppe Moles e Deborah Bergamini. Anche il caso An, se parli con il solito stato maggiore, «è ampiamente rientrato. Anche perchè a leggere bene l'intervista sulla Bild non c'era alcun annuncio di ritorno al simbolo e al nome Forza Italia. Nel testo se ne parla come di un'ipotesi, un'idea, l'evocazione dello spirito di quel tempo...». Giorgia Meloni, la più lesta ieri a dire «mai sotto Forza Italia, mai sottomessi», attraversa a passo deciso e treccia da Amazzone il Transatlantico. Non sembra avere uno sguardo così risolto circa il punto in questione. Scissione congelata. Ma non certo rientrata. Il problema esiste. Bocchino (Fli) ci zuppa il dito: «La Russa sarà costretto cantare l'inno di Forza Italia». Come esiste, e grosso come una casa il caso Alfano-Minetti. L'ex ballerina di Colorado cafè, poi igienista dentale promossa nel 2010 a consigliere regionale grazie a listini bloccati, s'è fatta un baffo dell'ultimatum del segretario che domenica aveva ammonito: «24 ore e Minetti lascia l'incarico». La 27enne romagnola imputata di sfruttamento della prostituzione s'è presentata al Pirellone, ha creato l'immaginabile scompiglio e ha mandato messaggi: «Non parlo, nell'interesse di tutti». Non è qui importante sapere se stia trattando per la sua buonuscita, cosa più che probabile, anzi certa, 10 milioni, venti. Il punto è che per gli osservatori a questo punto vale più l'organizzatrice delle feste ad Arcore del giovane segretario. A togliere i residui dubbi arrivano le dichiarazioni di Mario Mantovani, coordinatore regionale del Pdl: « Non stiamo valutando di espellere Minetti dal gruppo in regione Lombardia. Aveva manifestato lei l'intenzione di lasciare ma c'è stato qualche ripensamento. L'importante è che faccia bene il consigliere regionale. Le dimissioni non sono volute da me o da Alfano». Il quale, a questo punto, poiché è impossibile che abbia dato l'ultimatum senza il via libera dal Cavaliere, dovrebbe essere costretto a rivedere la scala dei valori. «Viene prima la riconoscenza dell'ambizione», ha detto per giustificare il suo passo indietro dopo l'annuncio del Cav. Adesso però sono in gioco onore e dignità. «Alfano aveva una mission, ricucire con Casini» ha spiegato il capogruppo Cicchitto. Ha fallito. Ecco perché torna in campo Berlusconi. Senza offesa per nessuno. Ma adesso farsi sbugiardare anche dalla Minetti, sembra troppo. Sabina Began, l'Ape Regina, si sfoga ai microfoni de La Zanzara. «Minetti è un'ingrata. In un'intercettazione ha detto che Silvio ha il cu... flaccido. Non è vero, ce l'ha sodo e tosto. E sembra un toro». Un conto è farsi mettere da parte dal Cavaliere. Ma da una coppia come Minetti-Began... L'INTERVISTA MARIAZEGARELLI ROMA Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, durante l'assemblea nazionale del partito al Salone delle Fontane FOTO ANSA CLAUDIAFUSANI ROMA «Vincolodimaggioranza? DicosìaBersani,non ripetiamoglierroriche portaronoallacadutadi Prodi.Montipiùvicinoa MerkelcheaHollande» «Dal Pd passi avanti importanti L'alleanza comincia dal welfare» Caos Pdl, Minetti umilia Alfano Began difende Silvio: «Un toro» NichiVendola Per lo stato maggiore del partito è «rientrata» la scissione degli ex An Il Cav lavora al programma mercoledì 18 luglio 2012 7
È stato arrestato ieri per riciclaggio attraverso i conti Ior il sacerdote Salvatore Palumbo, detto Mariano, nato a Ischia 49 anni fa ma in servizio nella capitale, reggente dell'importante e popolosa parrocchia, molto attiva nel sociale, di San Gaetano, che raduna i fedeli dell'altolocato quartiere di Collina Flemming. Insieme a lui altre dieci persone, tra le quali un esponente della banda della Magliana vicino a Cosa Nostra, Ernesto Diotallevi. Degli affari sospetti di don Palumbo ne parlò per prima l'Unità, in un articolo che indicava il sacerdote al centro dell'inchiesta del pm Rocco Fava insieme ad altri tre prelati: il 62enne monsignor Emilio Messina, dell'Arcidiocesi di Camerino – San Severino Marche, il catanese Orazio Bonaccorsi, 37 anni, e infine don Evaldo Biasini, 85 anni, soprannominato, in un'inchiesta della procura di Perugia sui “Grandi eventi”, don Bancomat. Palumbo era entrato nel mirino degli investigatori due anni fa, quando dalla Banca d'Italia arrivò una segnalazione su una transazione di cui risultava beneficiario un allora fantomatico reverendo «S. Palumbo», del quale, però, non c'era alcuna traccia sul sito ufficiale della Santa Sede in quanto don Palumbo risultava registrato col nome di Mariano. Fatto sta che a suo favore era stato girato, tramite bonifico, l'importo derivante da un assegno di 151mila euro versato da una anonima cliente della Barclays Bank Plc, che si era presentata agli sportelli di una filiale romana della Barclays con un assegno emesso dalle Poste, filiale romana di piazza San Silvestro, sostenendo che si trattava di una somma derivante dalla vendita di un appartamento di sua proprietà, senza però fornire agli sportelli alcun documento che lo provasse. Quattro giorni dopo, la donna aveva trasferito l'intera somma, tramite bonifico, su un conto corrente Ior a favore appunto del reverendo «S. Palumbo» con la causale «obolo opera di bene risanamento convento». Successivamente si era scoperto che la donna autrice del bonifico, Giulia Valentina Carmela Timarco, era in realtà una truffatrice ai danni di compagnie assicurative. Ma ci sono voluti diversi mesi di indagini per scoprire quale fosse l'esatta provenienza del denaro e con quali personaggi il sacerdote, secondo l'accusa, era entrato in affari. Quei 151mila euro, secondo gli investigatori, sono arrivati allo Ior ufficialmente per don Palumbo, attraverso la signora Timarco, da parte di un noto truffatore romano, Simone Fazzari, ex avvocato radiato dall'ordine che però era riuscito sotto falso nome a iscriversi di nuovo all'albo forense di Civitavecchia e che con tale titolo falsificava di sana pianta sentenze civili, riuscendo tra le altre cose a farsi pagare dalla Telecom, per una fantomatica causa persa, otto milioni di euro. Fazzari è colui che teneva i collegamenti con Ernesto Diotallevi, processato e assolto per l'omicidio del banchiere Roberto Calvi e famoso per essere ai tempi della banda della Magliana l'uomo di fiducia di Pippo Calò. In particolare Fazzari avrebbe di recente riciclato i soldi guadagnati con le truffe acquistando un hotel a Fiuggi che poi avrebbe preso in gestione lo stesso Diotallevi, che vive nella capitale commerciando auto di lusso. Non a caso, i soldi finiti a don Palumbo sarebbero il frutto, secondo i pm, di una truffa all'Ina Assitalia avente per oggetto l'importazione di una Ferrari da corsa incidentata che Fazzari attraverso carte false aveva fatto risultare una Ferrari. Legalizziamo le droghe, e icrimini di strada crolleran-no». L'economista MiltonFriedman lo scriveva nelmaggio del 1972 e la sua,più che una proposta concreta, sembrava solo una provocazione. Quarant'anni dopo, però, il tema della legalizzazione delle droghe, almeno per quanto riguarda le droghe leggere, è diventato argomento di riflessione serissima ma troppo spesso confinata fuori dai grandimedia odagliambienti dellapolitica. A poco, in questo senso, sono serviti anche gli «endorsement» del procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia («undibattito interessante,nonsonocontrario.Anzisonoper ilsì»),del procuratore generale diFirenze Beniamino Deidda («serve una cauta depenalizzazione e una cauta liberalizzazione»), del governatore dellaToscanaEnricoRossi («sonofavorevole ad una distinzione fra droghe leggere e pesanti e a forme di legalizzazione di quelle leggere») o di Roberto Saviano. L'argomento, purtroppo, resta un tabù perché, per dirla col procuratore Deidda, «c'è un po' di fariseismo e l'ideologia prevale su una serena valutazione dei fatti». ILDIBATTITO ALL'ESTERO Il tema però, almeno all'estero, è di grandissima attualità e ampiamente dibattuto. Gran parte del merito di aver infranto un muro di silenzio e ideologia va sicuramente tributato «Global Commission on Drug Policy», il panel di esperti guidato dall'ex presidente dell'Onu e premio Nobel Kofi Annan di cui facevano parte, tra gli altri, l'ex presidente brasiliano Ferdinando Cardoso, l'ex segretario di Stato Usa George Shultz e l'ex premier greco George Papandreu. Nelle loro conclusioni, un anno fa, gli esperti decretavano infatti che «la guerra mondiale alla droga ha fallito con devastanti conseguenze» e che «le politiche di criminalizzazione e le misure repressive - rivolte ai produttori, ai trafficanti e ai consumatori - hanno chiaramente fallito nello sradicarla». La prova, secondo il panel, stava esattamente nei dati: nel 1998 il consumo di oppiacei riguardava 12.9 milioni di persone mentre nel 2008 17.35 milioni (+34.5%). Nel 1998 il consumo di cocaina riguardava 13.4 milioni per passare, dieci anni dopo, alla cifra di 17 milioni (+27%) Stesso trend anche per i consumatori cannabis: nel 1998 erano 147.4 milioni, per passare 160 milioni nel 2008 (+8.5%). Riflessioni e numeri che, in giro per il mondo,hanno spintodiversigoverni ainterrogarsi sul tema. Compresi molti esecutivi del Sudamerica, dove la piaga del narcotrafficoe delleviolenzeadessolegate rappresentano ogni anno un costo sociale insopportabile. E così, da qualche mese, di legalizzazione si parla in Guatemala come in Colombia, in Uruguay comeinBrasile. Discussioni lacuieco èarrivata fino in Europa. In Francia, ad esempio, la nuova ministra verde Cécile Duflot sièspintaadichiarareche«bisognaconsiderare la cannabis come il tabacco o l'alcool». Una posizione condivisa anche dall'exministrodell'InternosocialistaDanielVaillant. Delresto, comescrisse l'Economistnel 2009, «il proibizionismo ha stimolato la criminalità su scala globale a un livello mai visto prima». ILRITARDOITALIANO E da noi? Poco, o quasi nulla si sta muovendo nonostante il rapporto Onu World Drug Report 2012 assegni all'Italia la palma di paese leader in Europa per consumo di cannabis (il 14,6% dei cittadini fra i 15 e i 65 anni) e nonostante, secondo le stime, i proventi per le mafie del traffico di droga oscillino attorno ai 60 miliardi di euro all'anno. L'Italia, infatti, è ferma alla legge Fini-Giovanardi del 2006 che non riconosce alcuna distinzione fra droghe pesanti e leggere e azzera di fatto la distizione fra possessoe spaccio. Un irrigidimento legislativo che, come ampiamente prevedibile, ha prodotto sfacelli. Un'occhiata ai numeri: «in soli 5 anni - hanno infatti scritto i curatori del III Libro bianco sullaFini-Giovanardi - i detenuti per violazione della leggesulladrogasonoquasiraddoppiati: dai 15 mila nel 2006 ai 28 mila del 2011. È l'impatto carcerario della legge antidroga la principale causa del sovraffollamento». Numeri che sono ancora più drammatici se solo si tiene conto che, nel periodo fra il 2006 e il 2007, migliaia di persone hanno lasciato gli istituti di pena dopo l'approvazione dell'indulto. I dati del rapporto, curato da Antigone, Cnca, Forum Droghe e Società della Ragione, con l'adesione di Magistratura Democratica e Unione Camere Penali, fanno paura: aumentano gli ingressi in carcereperdrogainrapporto altotaledegli ingressi, dal 28% del 2006 al 33,15% del 2011 (25.390 su 90.714 e 22.677 su 68.411); aumentano le denunce, specie per l'art. 73 della legge (detenzione illecita a fini di spaccio), da 29.724 nel 2006 a 33.686 nel 2011 (14.680 per cannabis, pari al 41%, 8.535 per hashish, 5.211 per marijuana, 1.416 per coltivazione di piante). E se, come fotografa il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, si considera che al momento i detenuti presenti in carcere per reati legati alla droga sono 26.559 (il 34% circa del totale) ben si capiscono le dimensioni del problema, specie se si tiene conto del fatto che, come riporta il Libro Bianco, «sui 37.750 detenuticoncondannapassataingiudicato, presenti al 27 novembre 2011, ben 14.590 (38,90%) lo sono per violazione della legge sugli stupefacenti». Eclatante il dato della Toscana dove, secondo una ricerca, «il 40% dei detenuti sono in carcere per reati di droga minori: si tratta spesso di consumatori che semplicementedetenevano quantitàsuperiori al limite tabellare e sono stati trattati alla stregua di spacciatori». Nel frattempo aumentano i sequestri di marijuana (+54,19% nel 2011) e hashish (+29,43%) mentre crollano quelli di eroina (-45,97%). Ma il tema della legalizzazione delle droghe leggere, oltre che da un punto di vista repressivo-carcerario, può rappresentare una svolta anche dal punto di vista economico. Lo sanno bene i senatori del Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferranteche nel novembre scorso hanno presentato un disegno di legge contenente«normeperla legalizzazionedeiderivati della cannabis indica». «Uno studio del professor Marco Rossi dell'Università La sapienza di Roma - hanno scritto nella loro relazione - stima le imposte ricavate sulla vendita della cannabis in 5,5 miliardi di euro l'anno». Con la depenalizzazione,poi,sistimache sipotrebberisparmiare un altro miliardo per le sole spese carcerarie. In tempi di crisi, forse vale la pena rifletterci. Conti Ior, in manette un parroco e un ex della Banda della Magliana ITALIA ROMA 14,6% I consumatori di cannabis in Italia, secondo l'Onu, nella fetta di popolazione fra i 15 e i 65anni. 33,15% Gli ingressi in carcere nel 2011per reatidi droga rispettoal totale.Erano il 28%nel 2006 anno della Fini-Giovanardi (25.390su90.714 contro i 22.677su68.411) 41% Le denunce perdetenzione illecitaai finidi spaccio relativeallamarijuana 5,5 mld Il ricavato da imposte chesi genererebbedallavenditadella cannabissecondo lo studiodel professorMarco Rossi ILDOSSIER . . . L'accusa: è riciclaggio Il sacerdote è Salvatore Palumbo della parrocchia romana di San Gaetano Droghe leggere, più carcerati Ma la legalizzazione è tabù Se si liberalizzassero le droghe leggere lo Stato intascherebbe ogni anno 5 miliardi di euro FOTO ANSA EPA Falsiquizper farsi assumere inbanca Tregliarresti Unmigliaiodi giovanineolaureati arrivatia Romadatutta Italia, nell'arcodi dueanni, con la speranza diessere assuntiper un posto in bancaalla Bnl: concentrati suiquize intenti adaffrontarecolloqui in lussuosialberghi dellacapitale. Ma eratutta una truffa. Hanno venduto illusionie intascato in tutto cifre milionarie, le tredonnearrestate dallapolizianellaCapitaleper i falsi testdiaccessoallaBnl. Equando le vittimefiutavano«odoredi bruciato» nonraggiungendo il tantosognato «posto inbanca» la risposta secca era:«Colpadei tagli di Monti».A finire in manettesonostate un'impiegatadiuna filialedelcentro diRoma,una suaex collega in pensionee una sessantacinquenne proprietariadiun atelier cheaveva conoscenzenel mondodella moda. INUMERI Solo inToscana il40%è dentroper reatiminori connessialladroga In Italiaundetenutosutre sconta lapenaperspaccio distupefacenti MASSIMOSOLANI Twitter@massimosolani ANGELACAMUSO ROMA 12 mercoledì 18 luglio 2012
«Quella del presidente della Repubblica è stata una iniziativa opportuna. Con essa ha compiuto la difesa del bene supremo che è la Costituzione». Sul ricorso del Capo dello Stato alla Consulta sul conflitto di attribuzione per le decisioni prese dalla Procura di Palermo sulle intercettazioni pur indirette di telefonate dello stesso Napolitano, non ha dubbi Francesco Paolo Casavola, presidente emerito della Corte Costituzionale ma innanzitutto, ed è lui stesso a volerlo puntualizzare, «storico del diritto romano che, ne sono convinto, è l'asse più lungo della civilizzazione occidentale, ancor più del cristianesimo». Professore come valuta l'iniziativa presadalpresidenteNapolitano? «Straordinaria certamente poiché gli altri due precedenti di ricorso alla Consulta, su questioni di bilancio e inerenti alla concessione della grazia, non sono riconducibili alla materia in questione. Ma è straordinaria essenzialmente per la motivazione che nel decreto si legge. Il presidente ha parlato in modo esplicito di un suo “dovere” nel sollevare il conflitto di attribuzione per evitare che ai suoi successori si trasmetta una prerogativa indebolita affermata dalla Costituzione e che verrebbe inficiata da una iniziativa giudiziaria ancora embrionale». Lei parla della citazione delle parole di Einaudi? «Quelle parole sono la spiegazione di come da parte del presidente non ci sia stata un'iniziativa personale, non si è trattato di un'azione riferita a ragioni contingenti, ma come invece all'origine di essa ci sia una questione di trasmissione integrale ai successori delle prerogative, di opportuna difesa della Costituzione da mettere al riparo da derive che pure sono state, anche in questi ultimi tempi, ipotizzate». Comelihavissutiquestitentativiestemporanei, lei che ha sostenuto che dietro e dentro ogni Costituzione c'è sempre, epiùdiognialtracosa,lastoriaelaculturadi unpopolo? «Un organo nuovo, nuove regole non si scrivono in questo modo. Non si teorizza una Costituente se non davanti a situazioni straordinarie, a una rottura del sistema, a una crisi grave. Finora sono stati tre i tentativi per studiare e proporre modifiche ma nessuno ha avuto esito. Il ricorso all'ipotesi di una salvifica Costituente mi sembra segni più la debolezza, l'incapacità di decidere di chi dovrebbe proporre e sostenere le riforme». Se il presidente ha dovuto difendere le sue prerogative allora i magistrati hannosbagliato? «Non hanno sbagliato ma hanno agito secondo la logica secondo cui ognuno nel prendere una decisione è guidato dalla propria prospettiva più a ragionare per quel che è il proprio compito che nel complesso. I magistrati di Palermo hanno pensato che in una intercettazione telefonica, anche casuale, ci siano due parti. Una per così dire “guasta”, che non può essere usata per le note limitazioni. Ma poi c'è l'altra che può essere conservata per essere presentata ad altri soggetti e utilizzata nel processo. Questa non è una visione condivisibile. Neanche una mela può essere divisa in questo modo. O è mangiabile o non lo è. E non va dimenticato mai il significato anche simbolico che ha una di quelle metà». Secondo lei quelle intercettazioni vannodistrutte? «La distruzione è indispensabile se si vuole conservare integra la non responsabilità del Capo dello Stato». Eppurec'èchisostienechenessunaleggeprevede ladistruzione... «Ognuno è portato a ragionare per quello che è il proprio compito. Fare il proprio dovere non è facoltà illimitata, fare di più del proprio dovere può essere pericoloso». Maunapartedellapoliticastacavalcando questa situazione riproponendo la questionedelle intercettazioni... «La politica volentieri sceglie di dare uno spettacolo gladiatorio, si aizzano i poteri degli uni contro gli altri, si imboccano percorsi che vanno in rotta di collisione. È allora stato giusto portare il conflitto davanti al giudice più alto, la Corte Costituzionale». Laquestione intercettazioni restaaperta, torna ciclicamente di attualità, ed è stataevocataancheinquesteorefacendounagranconfusionetralimitiepossibilità, tra chi può essere intercettato e chino.Comela vede? «A quelli che chiedono una legge vorrei dire che l'errore è stato mettere tanta carne al fuoco. Per questo i risultati sono stati quelli che finora si sono visti. A proposito dell'uso del telefono vorrei consigliare di non abusarne. Mi ricordo un film di Totò in cui lui faceva il maggiordomo. In una scena squilla il telefono, uno di quelli che una volta era attaccato al muro nel corridoio delle abitazioni. Totò va a rispondere e subito si rende conto che non è una telefonata amichevole per il suo datore di lavoro. Prima dice all'interlocutore “ha sbagliato numero”, poi taglia corto “noi il telefono non lo abbiamo proprio”». Quindi? «Certe volte è meglio non telefonare. Questione di buon gusto». L'INTERVISTA ILCOMMENTO GIOVANNIPELLEGRINO Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano FOTO ANSA FrancescoPaolo Casavola L'iniziativa del Quirinale pone alla Corte Costituzionale un problema più complesso di quanto sia apparso a molti commentatori, pronti secondo costume nazionale a schierarsi aprioristicamente a difesa gli uni dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura, gli altri della insindacabilità del Capo dello Stato, ovviamente tutti «senza se e senza ma». La Consulta è infatti chiamata a definire gli ambiti di applicabilità di due norme (non di rango, ma di rilievo costituzionale) emanate dal legislatore ordinario a distanza di anni l'una dall'altra, recanti la più antica (legge n. 219/89) «nuove norme in tema di reati ministeriali e di reati previsti dall'articolo 90 della Costituzione», la più recente (legge n. 140/03) «disposizioni per l'attuazione dell'articolo 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato». È infatti avvenuto che a Eugenio Scalfari che - per primo - ha addebitato loro una violazione dell'articolo 7 della legge più antica, i pm palermitani hanno opposto che il testo della norma conteneva soltanto il divieto di intercettazioni dirette del Capo dello Stato, non escludendo quindi la legittimità di intercettazioni indirette o occasionali. Della norma i pm hanno quindi prospettato la necessità di una stretta interpretazione, legittimata dal suo testo letterale e dal suo carattere eccezionale di limite al potere di indagine in via generale proprio della magistratura inquirente. Senonché gli stessi pm palermitani sono apparsi preoccupati della conseguenza, cui conduceva la limitazione del divieto alle sole intercettazioni dirette del Capo dello Stato; e cioè quello di considerarlo quanto alle intercettazioni indirette o occasionali alla stregua di «un cittadino come tutti gli altri», come l'on. Di Pietro vorrebbe che fosse, mentre la Costituzione repubblicana esclude che sia. Mossi da questa comprensibile preoccupazione i pm hanno prospettato che alle registrazioni dei colloqui Mancino-Napolitano, di cui hanno più volte dichiarato la irrilevanza nelle indagini appena concluse, fosse applicabile l'articolo 6 della legge n. 140/03; e ciò almeno quanto alla loro conservazione e alla loro eventuale distruzione su decisione del gip assunta sentite le parti e in camera di consiglio. Si tratta però di una disposizione emanata in attuazione dell'articolo 68 della Costituzione, che attiene al regime di immunità relativa attribuita ai singoli parlamentari; non quale forma di tutela personale, ma a presidio della funzionalità delle assemblee, come ha precisato la Corte Costituzionale nella sentenza n. 390/06, che i consueti laudatores dei pm si sono affrettati a richiamare, avallati dallo stesso pm Ingroia, quando ha prospettato che la registrazione dei colloqui Mancino-Napolitano avrebbe potuto essere liberamente utilizzata nei confronti del primo, se avesse contenuto, come invece non è avvenuto, elementi corroboranti la falsità della testimonianza, per cui la Procura palermitana procede nei suoi confronti. A ciò si aggiunga che la legge n. 140/03, dopo che la Corte Costituzionale con la sentenza n. 49/04 ha dichiarato illegittimo il suo primo articolo (il cosiddetto lodo Schifani), non contiene più nel testo attualmente vigente alcuna norma, che riguardi il Presidente della Repubblica, ma soltanto disposizioni nella quasi totalità riferibili ai membri del Parlamento e in piccola parte e solo indirettamente ai componenti del governo. Non vi è dubbio quindi che, prospettandone una riferibilità al Capo dello Stato, i pm dell'art. 6 della legge n. 140/03 propongono un'applicabilità in via di analogia secondo il criterio contenuto nel secondo comma dell'art. 12 delle disposizioni della legge in generale, per cui «se una controversia non può essere decisa con una precisa disposizione si ha a riguardo alle disposizioni che regolano casi simili o materie analoghe». È quindi questo il compito, cui il conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale chiama la Corte Costituzionale: decidere cioè innanzitutto se rientri o meno nei compiti della magistratura ordinaria (pm e gip) valutare la rilevanza ai fini del procedimento in corso delle registrazioni di conversazioni del Capo dello Stato indirettamente o occasionalmente intercettate nel corso di indagini penali riguardanti terzi e nella negativa disporne la distruzione, sentite le parti in camera di consiglio. Con la conseguenza che se la Consulta ritenesse che ciò non rientra nelle attribuzioni della magistratura, la lacuna dell'ordinamento non potrebbe che essere colmata attraverso una interpretazione dell'articolo 7 della legge n.219 del 1989, che al di là della lettera della legge estenda il divieto anche alle intercettazioni indirette o occasionali del Capo dello Stato per dare consistenza ed effettività alla garanzia prevista per lo stesso dall'art. 90 della Costituzione. Con la conseguenza ulteriore che una volta che una intercettazione indiretta o occasionale di conversazioni del Capo dello Stato con terzi è comunque avvenuta, della stessa il pm è tenuto senza indugio a procedere alla distruzione. Il problema ha quindi una sua delicatezza, ma non è arbitrario pronosticare che nel risolverlo la Consulta tenga conto che di norme eccezionali, quali indubbiamente sono quelle contenute sia nell'articolo 7 della L. 219/89 sia nell'articolo 6 della legge n. 140/03, è vietata una applicazione analogica, mentre è consentita una interpretazione estensiva, soprattutto quando questa è corroborata dai principi generali dell'ordinamento giuridico dello Stato, in cui l'art. 90 della Costituzione indubbiamente rientra. La decisione del Capo dello Stato è stata quindi opportuna (anche se è agevole presumere sofferta), perché quando un potere non si attiene a un criterio di autolimite, è pur necessario che un regolamento intervenga da parte del giudice neutrale dei poteri; che è appunto il ruolo attribuito dall'ordinamento alla Corte Costituzionale. Va chiarito come si applicano quelle norme «eccezionali» . . . «I magistrati di Palermo hanno agito senza considerare la questione nel suo complesso» Potrebbe essere una carta da giocarsi nel Cda convocato oggi sul passaggio di deleghe. Condizione irrinunciabile per accettare il mandato che Tarantola intende svolgere «con equilibrio e indipendenza di giudizio», ha detto ieri nel suo discorso di insediamento. E ha piantato i suoi cinque «pilastri»: «Una buona governance» che distingua «ruoli e di responsabilità senza sovrapposizioni, aree grigie, interferenze». Dalla politica. Poi i conti, una voragine rossa: «una situazione economico-finanziaria-patrimoniale in equilibrio e sostenibile nel tempo» (dismissione del patrimonio immobiliare e RaiWay) per una concorrenza sul mercato. La gestione aziendale «basata sull'autonomia e sul merito» e «attenta ai giovani e alle donne». La linea editoriale a cui sembra tenere molto, «rispettosa del pluralismo» attenta alla «finalità pubblica» e che «ridia forza e ulteriore significato alla dignità e alla presenza della donna»; e poi il lavoro di squadra «coesa». L'Usigrai è pronta «a raccogliere la sfida sul rilancio». Oggi la battaglia sui poteri da parte del Pdl si annuncia meno dura di prima: l'accordo preventivo con Monti prevede che il Cda mantenga il potere sulle nomine editoriali intese in modo ampio: reti, testate e direzioni di peso (e di soldi) Rai Fiction, Cinema, Intrattenimento, Risorse. Il passaggio delle deleghe alla presidente è previsto dallo Statuto all'articolo 26 e deve essere votato dal Cda, senza modifiche statutarie sulle quali il Pdl Rositani ha posto il veto. I berluscones vogliono mantenere il controllo sul prodotto, al quale Tarantola porrà attenzione, oltre ai conti. Ha parlato di pluralismo e di cultura: «Non una cultura elitaria, o accademica e specialistica», né «casuale e superficiale ma una cultura inclusiva», «laicamente aperta» e rispettosa dei diritti religiosi. Parole chiare che sono piaciute («senza un termine inglese», ha detto un dirigente pensando agli anglismi di Masi). Tarantola più che una marziana appare «più normale di noi», dicono a viale Mazzini. Marte è lì, il pianeta Cencelli. Le nomine saranno un secondo capitolo, a parte il Tg1 e RaiUno per Lei. Ilpresidenteemerito dellaConsulta: «Unattostraordinario perevitarecheai successorisi trasmettano prerogative indebolite» «L'iniziativa di Napolitano è a difesa della Costituzione» MARCELLACIARNELLI ROMA mercoledì 18 luglio 2012 9
È' una trama spietata quella che intreccia il ventennale dell'uccisione di Paolo Borsellino e il conflitto di attribuzione tra Quirinale e procura di Palermo per una storia di intercettazioni che hanno a che fare con l'inchiesta sulla trattativa tra Stato e Cosa Nostra. Che di quella stagione di stragi di vent'anni fa è stata protagonista. È un intreccio infernale i cui fili vanno tenuti separati e distinti. Per evitare strumentalizzazioni. Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso li prende uno ad uno. E li spiega. Ha appena concluso un'audizione in Commissione giustizia alla Camera. E accetta di rispondere alle domande. Il conflitto sollevato dal Quirinale, prima di tutto. «Il Capo dello Stato - precisa il procuratore nazionale - non può essere e non potrà mai essere intercettato. La procura di Palermo lo ha ascoltato in modo occasionale», un bersaglio indiretto a colloquio con uno diretto, l'ex vicepresidente del Csm Nicola Mancino che invece è indagato per falsa testimonianza nell'inchiesta palermitana sulla trattativa. Ma se Costituzione e procedure sono chiare nel dire che il Capo dello Stato non può essere intercettato (esclusi i casi previsti all'articolo 90 della Carta), è vero che non lo sono altrettanto nel dire cosa fare se il Presidente è un bersaglioindiretto. «E' previsto il caso dei parlamentari per cui va incardinata l'udienza stralcio in cui decidere cosa fare con le intercettazioni. Ma non il Capo dello Stato. In questo senso - spiega Grasso - si può dire che c'è un vuoto nella legge. In questo senso è giusto che un giudice terzo, la Consulta, decida come bisogna comportarsi». Il procuratore è uomo che sa camminare in equilibrio su fili molto sottili. Condivide la scelta del Quirinale che farà chiarezza una volta per tutte. Ma non per questo bacchetta i colleghi palermitani: «Hanno agito in buona fede, secondo come ritenevano fosse giusto applicare la legge. Ora la questione è in buone mani. Deciderà la Consulta». Sarà coperta, una volta per tutte, quel «vuoto nella legge». Anche se, ad ascoltarlo bene, una soluzione il procuratore nazionale l'aveva già trovata quando guidava la procura di Palermo. «Avevo fatto una circolare per cui le intercettazioni indirette di parlamentari venivano valutate prima di essere allegate agli atti» ricorda. Come dire che quello che veniva pescato occasionalmente e valutato «irrilevante» veniva subito distrutto, neppure trascritto. E non se ne parlava più. Certo, ancora una volta si parlava di parlamentari. Non era mai successo di pescare occasionalmente il Capo dello Stato. In questa faccenda, che va avanti da quasi un mese, ci sono alcune intercettazioni tra Mancino e Loris D'Ambrosio, consigliere giuridico del Quirinale, in cui l'ex numero 2 del Csm chiede di far intervenire Grasso e di far valere i suoi poteri di coordinamento. Pressioni, quindi, sullo stesso Grasso. Il quale per la prima volta risponde sul punto. «Dal Quirinale - spiega - sono stato chiamato a dare contezza della mia funzione istituzionale di coordinamento, non ho subito alcuna pressione. E neanche i magistrati di Palermo hanno subito pressione». Poi, un invito: «In un'indagine chi cerca la verità non può farlo sotto pressione, ma è importante anche la collaborazione degli altri: per vicende così datate nel tempo serve qualcuno che ricostruisca quello che è successo tanti anni fa, servono le dichiarazioni spontanee di chi sa». Un monito a chi in questa inchiesta sulla trattativa ha ricordato troppo tardi. E troppo poco. E continua ancora a ricordare a tappe. Ci si interroga, poi, da più parti sulla reale competenza della procura di Palermo ad indagare sulla trattativa tra Stato e Cosa Nostra. Grasso chiarisce il punto una volta per tutte. «Siamo davanti a una duplice competenza» dice, dipende quale filo viene tirato, di quale trattativa si sta parlando (Grasso precisa sempre: «Ma cos'è la trattativa?»). «Se ha a che fare con l'associazione mafiosa in genere, allora è competente Palermo. Se invece la trattativa sviluppa dalle stragi in cui sono stati uccisi Falcone e Borsellino, allora la competenza è di Caltanissetta (titolare delle indagini sui magistrati del distretto di Palermo, ndr). Al procuratore non sfugge che la verità sulla strage di via D'Amelio passa anche dall'inchiesta sulla trattativa tra Stato e Cosa Nostra. «Ma a noi - ripete servono prove, non bastano le illazioni». Viene da chiedersi, poi, in questa chiacchierata, se vengano prima le istituzioni e la loro tutela o la verità. «La verità, sempre e prima di tutto, sono un magistrato» è la risposta secca di Grasso. Ma le democrazie e i sistemi giuridici danno anche altre valutazioni, «tanto che esiste il segreto di Stato che riconosce in certi casi il primato delle istituzioni». Ma in questa vicenda specifica, sottolinea il procuratore, «non si pone un problema di verità perchè la stessa procura ha giudicato irrilevanti le intercettazioni con il Presidente della Repubblica». Quale sia la decisione della Corte Costituzionale sul conflitto di attribuzione sollevato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, quale sia la posizione tenuta dalla Procura di Palermo, alcuni aspetti della vicenda sono imprescindibili e inequivocabili: la segretezza delle telefonate del Capo dello Stato, la scelta «istituzionalmente correttissima» da parte del Presidente e la distinzione necessaria in tema di utilizzazione delle intercettazioni, secondo quanto previsto dalla legge. Non lascia spazio a strumentalizzazioni, né ad accuse il ministro della Giustizia Paola Severino. Anzi a chi, come il leader dell'Idv Antonio Di Pietro, accusa Napolitano di mortificare le istituzioni e interpretare «con una scelta drastica e chiusa» la Costituzione, offre spunti per chiarirsi le idee e usare buoni argomenti. Ieri, nel corso di una visita istituzionale a Mosca, il ministro Severino torna a ribadire che è la legge costituzionale a prevedere «quella particolare tutela» destinata al Capo dello Stato, e non una «elaborazione di carattere sociologico, o politico». Il punto, spiega poi il ministro entrando negli aspetti più controversi della questione, «non è se il comportamento tenuto dalla Procura di Palermo sia stato corretto dal punto di vista dell' intercettabilità di una telefonata. Se si è trattato di un'intercettazione casuale, si è trattato di un'intercettazione che poteva essere fatta - osserva - ma il tema non è si poteva o non si poteva. E' se debba avere prevalenza una certa interpretazione della legge circa le garanzie del Presidente della Repubblica, o se si debba applicare la normativa comune in materia di utilizzazione e utilizzabilità delle intercettazioni. Se si deve valutare un'intercettazione telefonica, si deve ricorrere a una procedura, l'udienza filtro, alla quale sono ammesse le parti per decidere poi se quelle intercettazioni sono utilizzabili o meno, sempre tenendo conto delle garanzie del Presidente. Il tema è tutto qui. La questione non è trattare in maniera diversificata, situazioni uguali. Piuttosto trattare in maniera diversa situazioni diverse». Perciò il Guardasigilli concorda con le parole del Procuratore Francesco Messineo, intervistato da l'Unità, sul fatto che si tratti di una interpretazione della legge, ma aggiunge: «Ho letto però delle interpretazioni che portano a una visione non corretta del problema». Tra le visioni non corrette del problema ci sono quelle tese a strumentalizzare politicamente la storia: brilla quella del Pdl, ostinato a fare della vicenda l'ennesimo pretesto per smontare la legge sulle intercettazioni: Maurizio Gasparri, capogruppo al Senato, si preoccupa che la questione non oscuri una «necessaria normativa per regolamentare diversamente le intercettazioni». In chiaroscuro interviene anche Fli: il deputato Giuseppe Consolo cita «l'ennesimo caso di intercettazioni telefoniche nei confronti di parlamentari o di ministri, che lambisce questa volta la più alta figura istituzionale» e perciò «bene ha fatto Napolitano». Poi c'è la categoria di visioni Grillo-Di Pietro. Il primo elencando i ‘miracoli' attesi nel 2013 mette in cima alla lista Napolitano che «si ritirerà a vita privata. Dopo 7 anni non moniterà più. Si godrà la pensione con la nostra benedizione». Il secondo, al grido di resistere-resistere-resistere rivolto alla procura di Palermo - fa l'inquisitore e interroga: «Proprio su questo processo, Signor Presidente, Lei ha trovato opportuno sollevare una questione di conflitto di attribuzione? Si rende conto che una scelta così drastica non nobilita le istituzioni, ma le mortifica? Ecco perché mi sento mortificato per la sua scelta». Ma per il Pd se c'è qualcuno che mortifica le istituzioni quello è proprio Di Pietro. «È una cosa indecente, le affermazioni che ho sentito sono indecenti» ha commentato il segretario Pier Luigi Bersani. Per Anna Finocchiaro, presidente del gruppo Pd al Senato, «Di Pietro sta superando ogni limite negli attacchi al Capo dello Stato. La scelta del Quirinale è un gesto opportuno e doveroso che non lede assolutamente le prerogative della Procura che sta indagando su una vicenda molto delicata sulla quale vogliamo tutti sia fatta piena luce». Di aggressione parla Andrea Orlando, responsabile Giustizia del partito: «Si aggredisce chi ha salvaguardato il prestigio delle nostre istituzioni in Italia e all'estero rafforzando il sentimento di unità nazionale». Mentre Enrico Letta, vicesegretario Pd, a proposito di 2013 dice: «Di Pietro ha deciso di seguire Grillo e non il Pd. Auguri». Rai, Gubitosi nominato dg Verro si astiene ancora Oggi le deleghe a Tarantola ILCOLLOQUIO Il Guardasigilli: «È la Carta a tutelare il Colle, non sono elaborazioni politiche» Il leader Idv sempre più pesante: «Il Presidente mortifica le istituzioni» Il Pdl non rinuncia a dare un segnale di avvertimento con l'astensione di Antonio Verro sulla nomina di Luigi Gubitosi a direttore generale. Un segnale al premier Monti sulla partita dei poteri alla presidente, che si apre da oggi a viale Mazzini, e una sfida sulla spending review. Verro, infatti, polemizza sul compenso da circa 650mila euro e il contratto a tempo indeterminato che avrebbe pattuito Gubitosi. Cinquantun anni, napoletano, vent'anni in Fiat, ex ad di Wind ha lasciato la Bank of America-Merryll Linch per venire in Rai chiamato da Monti. Eppure nel primo Cda in mattinata con la neo presidente Anna Maria Tarantola, Gubitosi era stato indicato all'unanimità, alle 16 formalizzato nell'assemblea degli soci, poi la nomina è stata rivotata dal consiglio: otto sì e un'astensione. Verro (già astenuto sulla presidente), punta il dito sui sacrifici chiesti dal governo, «avrei auspicato maggiore sobrietà sulle clausole relative al compenso del nuovo dg». Quanto prendeva Lorenza Lei con 150mila di indennità da dg, che le verrà tolta. Verro ha allertato il rappresentante della Corte dei Conti e protesta perché ai consiglieri è stato ridotto a 67mila euro, e gira voce che potrebbe dimettersi. CLAUDIAFUSANI ROMA CONFLITTOISTITUZIONALE TULLIAFABIANI ROMA Severino col Quirinale Di Pietro e Grillo vanno allo scontro . . . Il capo dei Cinque Stelle insulta: «Fra i miracoli del 2013, il ritiro di Napolitano» . . . Bersani: «Ho sentito affermazioni indecenti» Finocchiaro: «Superato ogni limite» NATALIA LOMBARDO ROMA PieroGrasso IlProcuratorenazionale antimafia:«Laquestione è inbuonemani,deciderà laConsulta.Traveritàe istituzioni,vienesempre primalaverità» «Pm in buona fede, ma l'intercettazione va esclusa» 8 mercoledì 18 luglio 2012
LIBERITUTTI «CARA FAMIGLIA, IO VI TENDO LA MANO. VI PREGOSOLODINONFARMISENTIREUNPARIA.Un miscredente. Io sto, a modo mio, nella continuità della vostra storia. Dalle origini. Io non posso offrirvi niente perché voi siate socialmente fieri di me. Oggi. Non è questo il mio obiettivo. Io non amo la fierezza, sentimento che rende immobili. Io sogno il dialogo». Inizia così la lettera dello scrittore Abdellah Taia inviata alla madre. Omosessuale e marocchino: una realtà che espone molti fuori dal Marocco a discriminazioni multiple, perché gay e immigrati, e che impone grandi sforzi perché non scattino irremovibili chiusure. Molto spesso nei Paesi di approdo le comunità di origine sono più radicate nei valori tradizionali e purtroppo anche nei pregiudizi di quanto non sia chi rimane in patria. Il tema, al centro della bellissima missiva di Abdellah, pubblicata in un quotidiano nazionale in Marocco, è stato ripreso in questi giorni dal film IamgayandMuslim. Documentario del giovane regista Chris Belloni già presentato al festival Mix di Milano, sta facendo il giro delle rassegne internazionali e verrà proiettato in Paesi dove è notevole il tasso di omofobia. Belloni ha vissuto per quasi tutto il 2011 in Marocco e ha contattato i suoi intervistati mettendo un annuncio in una chat. Hanno risposto numerosi. Raccolte oltre 50 storie, il documentario passa al setaccio le vite di Azar, Samir, Soufian, Abdelwahid, Rayan e il francese Sébastien, compagno di Rayan. Samir è stato sposato, ora è divorziato e padre. Abdelwahid è stato oggetto di lunghi pedinamenti da parte del genitore deciso a spiare i suoi incontri. Samir vive alla luce del sole il suo amore, Azar al contrario finge di amare il calcio per confermare l'idea che lui sia un vero «macho». Tra immagini bellissime del Marocco che fanno da sfondo al racconto degli intervistati, spiccano le parole di Azar: «Dentro di me c'è un bambino che applaude e dice: “Si, Azar, sei gay e devi esserne orgoglioso!”. Poi, quando mi ritrovo in mezzo alla gente, dentro di me c'è un uomo adulto che dice:“Ascolta, sei ancora in Marocco, le regole non sono cambiate e devi stare attento”». Non tutti nella pellicola mostrano il volto : essere gay in Marocco può costare tre anni di carcere. Una realtà resa nota anche grazie alle opere edite in Italia da Playground di Rachid O e Abdellah Taia che vivono entrambi a Parigi. Nella lettera alla madre, Abdellah si definisce «scandaloso» e manifesta il desiderio di spiegarsi ai suoi cari che non hanno letto bene il messaggio annidato nelle sue opere. Nei suoi libri l'omosessualità non è dimensione separata dall'appartenenza al proprio Paese, alla religione islamica, dalla vocazione politica, ma è un grido che rivendica dignità rivolto a tutti coloro, familiari compresi, che tendono a considerare i gay come «paria». « Al di là della mia omosessualità, che rivendico e di cui mi faccio carico – scrive l'autore -, so che cosa vi sorprende, cosa vi fa paura: che io vi sfugga. Io sono sempre lo stesso, sempre magro, sempre questo eterno volto di bambino, eppure non sono più lo stesso....Mamma: lo so che tu non condividi le mie scelte, ma che continui a pregare per me. E questo mi commuove. Io ho bisognodi credere che anche tu reinventi il mondo e le preghiere musulmane». OLIMPIADI Polemiche omofobe Pretestuosapolemicaa Londra dapartedel tiratore australianoRussellMark, acui il Comitatoolimpicohachiesto dinon dormire nelvillaggio insiemeallamoglie e che si riterrebbediscriminatoperché etero laddove«tonnellate di gay» ,asuodire, «dormono insiemenel villaggio olimpico».La rivista inglese Advocate si chiedechi siano tuttiquesti atletiomosessuali vistoche per il momentosi ha notiziacheparteciperà ai giochiMatthewMitcham primotuffatoregay dichiarato chefece comingoutnella scorsaOlimpiade. In realtà dietro il divieto impostoa Mark, lacomparsa della foto dellamoglie, anche leinel team, in bikinie conun fucile nellacopertina di una rivista per«soli uomini» . ALESSANDROPORTELLI delia.vaccarello@tiscali.it DELIAVACCARELLO NELLO INNOCENTI, CONTADINO, POETA E PASTORE DI PALESTRINA,UNGIORNO MICANTÒ,SUL FILODELL'OTTAVARIMA,ILCANTODI«ERMINIAFRAIPASTORI»DALLA «GERUSALEMME LIBERATA». Ne fui sconcertato: ma non si accorgeva, mi chiedevo, che il «pastorale» non aveva niente a che vedere con la materiale durezza della vita da pastore che aveva conosciuto? Ci misi un po' di tempo per capire che era proprio perché conosceva quella vita che coltivava quell'idillio: la povertà, le umiliazioni, la violenza (...) erano compensate simbolicamente dalla visibilità utopica che gli conferiva il poema. Non era così la vita del pastore, ma sarebbe stato bello se lo fosse stato. Perché i pastori li hanno reinventati e raccontati in tanti e da sempre, da Caino e Abele alle parabole evangeliche, dall'Arcadia ai deserti dell'Asia sotto la luna («dimmi o luna: a che vale/ al pastor la sua vita?»): metafore di cura, di natura elementare, dell'insensata solitudine umana. Ma quasi mai siamo stati ad ascoltare in che modo i pastori si sono raccontati da soli. Perché infine, come dice uno dei narratori di Iltamburo del diavolo, il pastore è sempre «furastiéro»: sta fuori, dorme all'aperto per terra, non ha luogo. Ma ha voce, e uno storico orale colto e partecipe come Giuseppe Colitti l'ascolta, la riscrive, la traduce minuziosamente, la commenta, e ce la rende accessibile. Spiega uno degli intervistati: «Era pastore, Dio, era pastore. Guardava le pecore, insomma». Se il pastore è forestiero, è forestiero il suo Dio? (...) Le storie che Colitti ha ascoltato e che noi leggiamo sono storie del Novecento; appartengono a quella che Ernst Bloch ha chiamato «contemporaneità del non contemporaneo», un tempo e un luogo in cui coesistono mondo magico e progresso tecnico, Stato moderno e gerarchie arcaiche. «Il “lungo medioevo” di cui parla J. Le Goff scrive, - è durato, specialmente negli strati popolari, e in particolare nel mondo arcaico dei pastori, ben oltre la svolta illuministica del Settecento». Il «secolo dei lumi» per i pastori del Vallo di Diano è il secolo in cui la notte si illumina con l'elettricità. Quando l'alone di mistero si scioglie nella luce dei lampioni, il racconto dei pastori scivola dal mito alla storia. Qui sta uno dei doni più importanti di questo libro: fra le contese fra Dio e il diavolo per le pecore e le capre e la crisi dell'industria casearia c'è una continuità; conoscere il mondo arcaico ha senso se questa conoscenza reagisce con il mondo presente, e non sappiamo che cos'è il mondo contemporaneo se non ne immaginiamo lo spessore mitico, sacro, rituale dimenticato ma non cancellato. Non è solo un mondo, durissimo e non rimpianto, che va in crisi: con gli animali e le pratiche della pastorizia se ne va anche un rapporto con Dio e con la creazione. «La Germania ha fatto venire la fine delle pecore»: questi pastori si confrontano sia con le forze ctonie della tempesta, dei sotterranei, dei confini fra vita e morte, sia con le forze storiche dei rapporti di classe, dell'economia, delle migrazioni. Anche per questo qui non c'è praticamente mai un senso di nostalgia. Erano tempi orribili di fame, fatica e maltrattamenti, si viveva mischiati con gli animali («Mangiavi coi porci in casa (…)stavi con le pecore accanto al fuoco»; «Tutta la masseria eravamo fino a mille, certe volte sei, settecento animali», corsivo mio), tanto che in confronto chi vive adesso se la passa da signore («Adesso si sta nell'oro. Noi siamo andati scalzi e nudi. Adesso mangiare buono, vestiti e divertimenti pure»). Ma i tempi sono cambiati anche per la rabbia, l'impegno, la dedizione di chi non ha mai pensato che fosse quello l'unico mondo possibile e ha fatto di tutto per tirarsene fuori - letteralmente, prendendo la via dell'America o della Germania («Quelli che hanno emigrato negli Stati Uniti, a New York, erano tutti pastori: lasciavano le pecore e se ne andavano in America»: e mi domando che cosa avranno visto, e come, questi migranti sbalzati dal lungo medioevo alla punta di diamante del futuro in formazione); politicamente, inventandosi cooperative, partiti, sindacati, imprese, forme di mutuo soccorso («Allora non c'erano caseifici. Il primo caseificio l'abbiamo avuto negli anni venti. C'erano le mandre, cioè si univano dieci, venti contadini, secondo le zone, e a turno si portava il latte per dieci giorni presso Tizio, per dieci, dodici presso Caio (…) Quando un contadino aveva una perdita, gli moriva una mucca, i componenti della mandra cercavano di alleviargli il danno, comprando parte della mucca morta»). «Chi è attivu è attivu», spiega a 93 anni il pastore-contadino Michele Di Santi, nato nel 1897: e in questa storia, di gente passiva ce n'è poca. La letteradiTaia scrittore,eundoc con50storie fanno lucesuunacondizione moltodifficile ILTAMBURODEL DIAVOLO Mitiecreature del mondodei pastori GiuseppeColitti Pref.diAlessandroPortelli pagine272 euro30,00 Donzelli CULTURE Ioomosessuale marocchino islamicoe immigrato Lavitaagra narratadaipastori Storie in prima persona da un mondo dovecoesistonomagiaetecnica L'anticipazioneUnostudio omaggia lavitapastorale, lesuecreaturee isuoimiti edàvoceai testimoni: un«medioevo»invia d'estinzione.Viproponiamo unbranodellaprefazione MellaJaarsma,«Refugee Only» (2003) U: 20 mercoledì 18 luglio 2012
Montepremi 1.992.575,47 5+stella Nessun6-Jackpot 14.464.994,68 4+stella 33.485,00 Nessun5+1 3+stella 1.754,00 Vinconoconpunti5 37.360,79 2+stella 100,00 Vinconoconpunti4 334,85 1+stella 10,00 Vinconoconpunti3 17,54 0+stella 5,00 Nazionale 75 58 41 62 71 Bari 61 82 13 14 20 Cagliari 40 49 87 77 22 Firenze 17 44 58 51 73 Genova 37 4 12 54 79 Milano 36 15 63 88 49 Napoli 9 22 1 27 18 Palermo 44 33 6 48 45 Roma 1 89 20 73 16 Torino 41 30 22 46 11 Venezia 65 82 4 68 53 InumeridelSuperenalotto Jolly SuperStar 8 28 35 53 57 61 36 14 10eLotto 1 4 9 13 15 17 22 30 33 3637 40 41 44 49 61 65 82 87 89 10all'inizio: l'Olimpiade totalediSky LOTTO SPORT CISONOIPIRENEI,ESIPOTREBBEDIREFINALMENTE. DUEGIORNIDIFATICA,TRECENTOTRENTACHILOMETRI TRA SALITE INFINITE E DISCESE SFRENATE, PER DARE UN SENSO A UN TOUR PIATTO E ASFITTICO. Ci sono i Pirenei e mai come quest'anno erano attesi. In primo luogo proprio dall'organizzazione, che ha modellato un percorso che fino a questo momento ha costeggiato le montagne invece di scalarle, e che alla fine si è trovata fra le mani una corsa che ha fatto parlare di sé solo quando qualche scriteriato ha deciso di lanciare una cassetta di chiodi da tappezziere sull'asfalto. Ma le montagne, quelle vere, sono attese anche dai ciclisti, in particolar modo dagli inseguitori dell'inglese Bradley Wiggins che fino a questo momento ha condotto la classifica, anche grazie a una squadra stellare, senza fare troppa fatica. E forse non è un caso che il principale avversario se lo ritrovi proprio in casa. È un dato di fatto che se Chris Froome, suo compagno di squadra nel team Sky, secondo nella classifica generale a due minuti e cinque secondi, non avesse forato in una delle prime tappe, accumulando più di un minuto di ritardo, oggi staremmo a raccontare un'altra storia. Quella di un ragazzo nato in Kenya, ma bianco come il latte, allevato ciclisticamente in Italia, come spesso accade alla maggior parte dei campioni di questo sport massacrante, che a 27 anni avrebbe i numeri per diventare già campione della corsa più affascinante. Lui nega, dice che aiuterà Wiggins ad arrivare primo al traguardo. Ma le parole sono un conto e la strada è un'altra. Alla fine le cose potrebbero cambiare e i ruoli ribaltarsi. E su questo dualismo sperano anche gli altri. Spera sicuramente Vincenzo Nibali, il siciliano che stacca tutti in discesa più che in salita. Il calcolo per il ciclista della Liquigas, staccato di due minuti e ventitré secondi, è semplice e lineare per la sua logica: se Wiggins andrà in crisi questa potrebbe portare a fondo anche Froome costretto per motivi di squadra a tenere a freno la sua corsa. Va detto che il calcolo dell'italiano ha qualche variabile di troppo che potrebbe anche far saltare il risultato. Se Wiggo molla non è detto, ad esempio, che il Team Sky, venuto in Francia per dominare, freni Froome. Senza contare poi che dietro le spalle del messinese c'è anche una vecchia volpe dei pedali: l'australiano Cadel Evans, vincitore del Tour dello scorso anno, un uomo che pedala male, fatica tanto ma non si arrende mai. E che in questa gara non ha ancora avuto modo di poter dire la sua, piegato da un percorso che Christian Prudhomme, il direttore del Tour, ha tracciato per il capitano inglese del Team Sky. I due giorni di salita potrebbero dare a Evans quella piccola luce di speranza per raddrizzare la sua corsa amara. Dunque i Pirenei. Da sempre montagne indecifrabili. Indecifrabile, ad esempio, è l'origine del loro nome - che potrebbe derivare dal verbo greco «peiro» che vuol dire «infilzare», o dalla ninfa Pirene, che secondo la leggenda dopo aver partorito un serpente morì proprio su queste cime -, ma indecifrabile è anche la fatica che si fa per arrivare in cima. Oggi si parte da Pau per arrivare a Bagnères de Luchon. È la tappa del mito con i quattro storici colli pirenaici: l'Aubisque (16,4 chilometri al 7,1%), il Tourmalet (19 chilometri al 7,4% e tetto del Tour a 2115 metri), l'Aspin (12,4 chilometri al 4,8%) e, infine, il Peyresourde (9,5 chiloemtri al 6,7%). Finalmente si sale davvero. MARTEDÌ 17 LUGLIO Ecco i Pirenei BrividoTour Ultimetappedimontagna In4per la magliagialla Duegiornidi saliteper ravvivareunacorsapiattae senzaspunti.Wiggins, Froome,NibaliedEvansper ilprimopostofinale GIANNIPAVESE sport@unita.it Il Toursi infiamma.Oggi iPirenei.Corsaper quattro:Wiggins, Froome,Nibali edEvans, si contendonola magliagialla NASCELAPRIMAEDIZIONEDEIGIOCHI“ALL LIVE” DELLA TV ITALIANA. Sky prepara una vera e propria maratona olimpica di oltre 2.000 ore, con le esclusive live di sei sport. Non solo i momenti salienti e le medaglie, ma l'Olimpiade raccontata minuto per minuto e disciplina per disciplina. A dieci giorni dalla cerimonia d'apertura, la tv saltellitare ha presentato la sua offerta olimpica che sarà ben sette volte più ricca rispetto a quella garantita in Italia per Pechino 2008. L'obiettivo è la copertura totale e per raggiungerlo il dispiegamento di forze è senza precedenti: 12 canali dedicati in Hd e, per la prima volta in Italia e nel mondo, un canale 3D completamente dedicato, 2.000 ore di gare live, con tutte le 959 medaglie in palio e il 100% delle competizioni degli azzurri commentate dai giornalisti Sky e da una “squadra” di 64 atleti che hanno fatto la storia dello sport italiano mettendo insieme 600 medaglie. L'ultimo arrivato è Massimiliano Rosolino in un gruppo che comprende, fra gli altri, Mario Cipollini, Fiona May, Stefano Baldini, Jury Chechi, Diana Bianchedi, Ettore Messina e Maurizia Cacciatori. Già nei primi giorni di competizioni si potrà assistere in esclusiva live a sei grandi sport: i primi turni della boxe e del tennis femminile, i gironi di qualificazione del volley femminile e del Settebello azzurro campione del mondo di pallanuoto. E ancora, fino alle semifinali, il basket e il calcio olimpico. Si potrà accedere alle 12 finestre del mosaico olimpico con il tasto verde: si potranno vedere tutte le discipline in onda in contemporanea e scegliere quella da vivere live. Gli “alert olimpici”, attivabili su tutti i canali anche non sportivi, avviseranno lo spettatore prima dell'inizio di una gara da medaglie. U: mercoledì 18 luglio 2012 23
ANDREACAMBI,CHE TUTICHIEDIPERCHÉ. PERCHÉ QUELTALENTO NON PORTIFELICITÀ. PERCHÉ NON PORTIRICCHEZZAE ANZICHÉ REALIZZARLOCOME ARTISTA, SEMBRA INVECE LO FACCIA STARE SOLO MALE. Questo sarà il leit-motiv del nostro saltuario rapporto e credo di molti dei suoi rapporti con gli altri e con qualunque altra cosa da sè. Un rapporto minato da un mal di vivere che colpisce le persone più fragili. Ma quanta forza c'è nei «fragili»! Andrea è stato, finché è vissuto, uno dei più efficaci e sinceri cantori di una toscana non più solo furba e vernacolare, ma spettacolarmente ripiegata nel suo dolore. Io lo conobbi grazie a un amico pratese. Lo utilizzai come personaggio di secondo piano in un mio sfortunato film: CainoeCaino, e avrei tanto voluto riaverlo ancora con me assegnandogli stavolta una parte più importante in Ritorno a casa Gori, ma… stava male. Provai a convincerlo durante un complicato colloquio che lui affrontò con occhi rossi e lucidi, che tenne quasi sempre abbassati. Ebbi rispetto per il suo malessere e non riuscii a convincerlo. Con il senno di poi, se anche l'avessi fatto, non credo che per lui sarebbero cambiate le cose. Passa il tempo. È il 2005. Un po' il caso, un po' la volontà ci fanno di nuovo incontrare. Andrea ha avuto molti rovesci ma adesso sembra in grado di ricominciare. Per questo scrivo per lui m.m. (me medesimo). Lo porta in scena, non senza fatica, in una, per me, indimenticabile serata al castello Pasquini di Castiglioncello ospite del festival teatrale «In equilibrio». Lo spettacolo verrà rappresentato una sola volta. Poi, per lui, la gioia di essere ancora padre e poco dopo la morte. Ci sono persone che riescono a farsi voler bene in un istante. Lo stesso istante che basta a chiunque per morire. Andrea era così. Per me, portare in scena in forma di lettura m.m. (me medesimo) è diventato un modo per onorare la sua memoria, cantando una Toscana disperata, iconoclasta e borderline, piena di rabbia e di poesia: le due cose che rendono umoristico un testo, che a volerne grattare la pelle, rivela solo il dolore e l'inadeguatezza della gente che non sembra più avere né un pensiero, né una patria nei valori della quale continuare a credere. Sen'èandatoa71anni Maestrodell'organo Hammondhafondato unodeigruppipiù roventieoriginali SILVIABOSCHERO WWW.UNITA.IT QUANDO JON LORD SI INVENTÒ LA GRANDEIMPRESAINTANTIERANOSCETTICI.UNIRE L'HARD ROCK CHE I SUOI DEEP PURPLE AVEVANO CONTRIBUITO AD INVENTARE ALLA MUSICA CLASSICA, SALIRE SUL PALCODELLAROYALALBERTHALLDILONDRA ASSIEME ALLA ROYAL PHILARMONIC ORCHESTRA DIRETTA DAL MAESTRO MALCOLM ARNOLD SUONAVA COME UN'ERESIA.O perlomeno un esperimento ardito, soprattutto pensando al sound roccioso e sferzante della band, soprattutto per quel 1969, anno d'oro del rock. Anno gioioso, fantasioso e sfrontato come quello straordinario tastierista, Jon Lord, maestro dell'organo hammond, fondatore di uno dei gruppi più originali e roventi dei tempi, scomparso due giorni fa a 71 anni dopo aver lottato inutilmente contro il cancro al pancreas. BACHE JIMMYSMITH Perché se è vero che già nel 1967 i Beatles si erano uniti carnalmente con un'orchestra di quaranta elementi su A day in the life, stavolta si trattava di creare un ibrido ben più dissonante. Ma Lord ci credeva, ed era andato avanti, anche contro il parere della critica. Non era di primo pelo, e la musica quel ragazzo nato a Leicester nel 1941 da una coppia di strumentisti la conosceva bene. Prima di incontrare nel 1968 il chitarrista Ritchie Blackmoore e fondare la band, aveva suonato in una marea di gruppi forte di una formazione musicale apertissima. Amava Bach e la musica medievale, i grandi del blues (su tutti l'organista Jimmy Smith), i Vanilla Fudge e il jazz (aveva suonato il pianoforte in piccoli gruppi jazz), senza soluzione di continuità. Fu la sua apertura alla «classicità» (assieme a quella di Blackmore, a dire il vero, un altro grande appassionato) a forgiare il sound primo periodo dei Deep Purple, band capace di equilibrare furore hard-blues e grande raffinatezza (per alcuni ai limiti del barocco). Già nel terzo disco, l'omonimo del 1969, Lord si era sbizzarrito usando un'orchestra sinfonica da lui stesso arrangiata (sul brano April) e imprimendo il suo marchio inconfondibile su molte altre canzoni, ma l'apoteosi sarebbe arrivata proprio con quel celebre Concerto for group & orchestra, che però, paradossalmente, segnerà la fine del suo periodo da leader nella formazione. L'anno dopo il suono dei Deep Purple verrà riequilibrato da Blackmoore con un disco-manifesto: Deep Purple in rock (con Ian Gillan alla voce), come a dire: ok con le sperimentazioni classiche, ma ora è arrivato il momento di picchiare duro sugli strumenti. Da quel momento in poi Deep Purple travolsero il mondo con una serie di concerti ferocemente leggendari su cui brilla ancora oggi il doppio indimenticabile Made In Japan. Non si adageranno mai sugli allori, e negli anni seguenti tenteranno spesso la strada della sperimentazione inanellando successi su successi: dall'immortale Child in time alla cavalcata di Highway Star (guidata proprio dall'organo indiavolato di Lord), fino alla fortunatissima Smoke on the water, il loro gigantesco successo commerciale ispirato all'incendio che gli aveva impedito di registrare un live al Casino di Montreux, queste ultime entrambe contenuti in da Machine Head del 1972. Tutti brani dove Lord imprimeva il suo tocco sparando le melodie del suo Hammond attraverso l'amplificazione esagerata delle casse Marshall sparate a volume altissimo. Dopo i furenti anni Settanta i Deep Purple subirono una serie infinita di modificazioni: Lord è rimasto fino al 1974 per poi ricominciare dieci anni dopo (per altri dieci album), ma dalla partenza di Blackmoore e Gillan (che vennero e andarono diverse volte) i fan della prima ora hanno faticato a seguirli nelle varie peregrinazioni musicali. Il loro declino, all'inizio gli anni Ottanta, coincise paradossalmente con la nuova onda dell'heavy metal inglese, che tanto, tantissimo, doveva ai Deep Purple. Oggi tutti piangono la scomparsa di Jon Lord, da Tom Morello dei Rage Against the Machine a Geezer Butler dei Black Sabbath fino ai Whitesnake, con i quali (assieme a David Coverdale, che fu cantante anche nei Deep Purple dal 1973) aveva inciso ben sei album prima di dedicarsi completamente alla sua carriera da solista. JonLord: ilDeepPurple cheunì l'hardrock allamusicaclassica CULTURE AlessandroBenvenuti venerdì indiretta sul sito delnostro quotidianowww.unita.it dalTeatro RomanodiCassino (Fr) Il teatro diqualità torna in direttastreamingsul nostrositowww.unita.it.Duegli appuntamenti inprogramma. Il primoconAlessandro Benvenuti,protagonista dim. m. (me medesimo), un monologo incui l'attore toscanoci racconta la storiadi Cencio, un uomo incrisi lavorativa,artistica, familiare... (venerdì alle21). Il secondocon MassimoWertmuller, AnnaFerruzzo,DomenicoAscione,con lo spettacoloDal Risorgimento (27 luglio). Entrambe leserate sarannotrasmesse dal TeatroRomanodi Cassino (Fr) aconclusione della rassegnadi teatro civile«CassinoOFF» organizzatadall'associazioneCittàCultura. Conrabbia epoesia AlessandroBenvenuticanta unaToscanaborderline «Memedesimo»inscena venerdìaCassinoe indiretta sulsitodell'Unità,è lastoria diCencio,unuomoincrisi... InmemoriadiAndreaCambi ALESSANDROBENVENUTI attore,drammaturgo, regista JonLordal«suo» Hammond Dal lavoroprecario alRisorgimento, torna il teatrocivile . . . «La gente non sembra più avere né un pensiero, né valori nei quali continuare a credere» U: 18 mercoledì 18 luglio 2012
JOSÉMIGUELCALATAYUD «NONHOMAIDETTODAVANTIALGIUDICEDIAVERUCCISOQUALCUNO».ALPHONSEKENYIHA15ANNIEDÈRINCHIUSONELL'ULTIMAALADELLAPRIGIONEDIJUBA, RISERVATAAI CONDANNATI AMORTE.È stato arrestato nell'ottobre del 2009 e condannato per omicidio quando aveva soltanto 14 anni. Lo accusarono di essere membro di un gruppo chiamato niggers che vagava per la città uccidendo le persone. La sua storia è il rovescio della medaglia di un processo d'indipendenza che dovrebbe dare speranze per il futuro. Dopo una guerra durata 22 anni contro il nord, Juba è oggi la capitale più giovane al mondo ed è una città ottimista proiettata verso il futuro. Questo sentimento di speranza raggiunge la prigione centrale fino al corridoio della morte dove i condannati sperano che il nuovo stato conceda loro la grazia. Alphonse è il più giovane fra i prigionieri, è il sesto di sette fratelli ed è l'unico ad essere andato a scuola anche se soltanto per due anni. I genitori, entrambi disoccupati, non potevano pagare l'istruzione ai loro figli. Si trasferirono nella capitale per poter curare il padre malato e Alphonse come tanti altri bambini raccoglieva bottiglie di plastica per la strada per poi rivenderle. CONFESSIONEESTORTA Ma questa libertà è durata soltanto un anno e nell'ottobre del 2009 Alphonse è stato arrestato con l'accusa di omicidio plurimo. «C'erano stati degli spari e dei morti in un sobborgo di Juba così la polizia ha iniziato a cercare e arrestare qualsiasi persona che avesse un'uniforme o una pistola. Vennero a casa mia e videro l'uniforme di mia madre, mi presero e mi portarono al commissariato» racconta Alphonse. Juba, la capitale del Sud Sudan è una città in fermento. Quasi totalmente distrutta dalla guerra che terminò nel 2005, oggi è un cantiere a cielo aperto. Torri di cristallo che ospitano hotel e banche si innalzano accanto a edifici semi distrutti. La prigione è proprio in centro e le condizioni igieniche all'interno sono pessime. L'ufficiale responsabile dei minori Fabian Serit ci racconta di Alphonse: «Un gruppo chiamato niggers si aggirava per la città uccidendo le persone, la polizia ne arrestò alcuni obbligandoli sotto tortura a svelare i nomi dei loro seguaci e così venne fuori quello di Alphonse. Ma lui è innocente e poi è un bambino. Così lo portammo dal medico che confermò l'età la sua età: 14 anni». Nel gennaio del 2010 il Sudan modificò le leggi aumentando l'età minima dei condannati a morte da 15 a 18 anni. Il metodo di esecuzione adottato dal carcere è la forca. «Ti misurano e ti pesano per regolare la forca. Se non viene regolata nel modo giusto ti può staccare la testa e se questo accade gli addetti alla regolazione vengono a loro volta incarcerati …» continua Fabian. PICCOLIPRIGIONIERI Ci sono 50 condannati a morte tra cui Alphonse, e oltre a lui nel carcere ci sono altri 46 bambini che condividono le celle con altri mille prigionieri adulti. E ci sono anche 5 bambine nell'edificio adiacente assieme alle donne. La maggioranza dei detenuti sono ex guerriglieri che hanno combattuto nella guerra civile e tra i crimini più comuni sono il furto, l'adulterio, la violenza sessuale e l'omicidio. In caso di condanna per omicidio, la pena dipende dalla decisione dei familiari della vittima. I familiari possono chiedere all'assassino una certa somma di denaro come risarcimento, il cosiddetto blood money. La legge stabilisce che si possono chiedere al massimo 30.000 libre (circa 8250 euro) ed è questa la cifra richiesta in quasi tutti i casi. Ma se i familiari della vittima vogliono che l'assassino venga giustiziato allora così sarà fatto, sono loro che decidono e non c'è nulla da fare anche se il condannato è un minore. «Mi hanno umiliato, picchiato volevano che confessassi cose che non avevo fatto. Mi hanno rinchiuso in una cella con altri detenuti adulti. Mi hanno portato in tribunale dicendo che ero un assassino e il commissario disse che tutti noi avevamo confessato e per questo ci condannarono a morte. Ma io non avevo mai detto di aver ucciso qualcuno. Al commissariato, la polizia usava coltelli e aghi per estorcere una confessione ma io non ammisi mai nulla. Mi infilavano l'ago sotto l'unghia facendomi un male terribile e poi mi staccavano l'unghia con un coltello». Alphonse alza gli occhi e mi mostra le dita martoriate che portano ancora le cicatrici di quelle torture. James Warnyang, un altro funzionario responsabile dei minori ci racconta «lui ormai non crede più che lo libereranno, è sicuro che verrà giustiziato». James e Fabian stanno lavorando duramente per dimostrare che si tratta di un bambino e che non deve essere ucciso. Hanno preparato un fascicolo dettagliato su questo caso che è già stato approvato dal direttore del carcere e successivamente da un tribunale di prima istanza, ora si attende la risoluzione della Corte Suprema. Ho visto Alphonse per l'ultima volta parecchi mesi fa. Poi ho cercato di parlato al telefono alcune volte con Fabian, ma sempre con grandi difficoltà. Alphonse è ancora in quella prigione, ma nessuno conosce - probabilmente lui per primo – i dettagli della sua sorte e i tempi della sua condanna a morte. Non smetterò di cercarlo, naturalmente. Voglio raccontare la sua storia, fino in fondo. ... Il raccontodelletorture subite.Oraduefunzionari chesioccupanodiminori lottanopersalvargli lavita Un bambino alla forca SudSudan: incellaspera diottenere lagrazia TRIESTE ILREPORTAGE Giornalista free lance di«ElPaís»vince ilPremioLuchetta AlphonseKenyièstato condannatoamorte l'anno scorsoquandoaveva14anni «ElPaís» loha intervistato inuncarcere fatiscente Leimmagini dellapagina sonofoto scattatedaJosè MiguelCalatayudnel carcere doveèrinchiusoAlphonseKenyi TRIESTELacorrispondenze del freelance JosèMiguelCalatayud sulquotidiano «El País»,dedicataal casodelgiovanissimo AlphonseKanyi, condannato amorte nelSud Sudansenza alcunaprova deicrimini di cuiè accusato,havinto lasezione DarioD'Angelo perstampaeuropea delPremioGiornalistico internazionaleMarco Luchetta2012, promossodalla «Fondazione Luchetta, Ota, D'Angelo,Hrovatinper ibambini vittimedellaguerra» in collaborazionecon la Raie sotto l'Alto Patronatodel Presidente dellaRepubblica.Nella sezione tv la giuriaha scelto il reportagedel giornalistaBbcFergal Keane, sul«caso» Siria, e sulleviolenze sistematichedelgoverno del Paeseai danni deibimbie degli adolescenti sirianineimesi convulsidella repressione. Domanigiovedì 19 lugliosuRai1 insecondaserata, appuntamentocon «INostri Angeli»2012, cerimoniadi premiazionedel Premio Giornalistico Internazionale Marco Luchetta. Info:www.premioluchetta.it www.fondazioneluchetta.org U: mercoledì 18 luglio 2012 19
Pd, Pdl e Udc lavorano per presentare emendamenti unitari che impediscano tagli lineari nel settore sanitario, mentre il governo prepara un maxiemendamento su cui porre la fiducia. Sulla spending review il confronto tra l'esecutivo e la maggioranza che lo sostiene in Parlamento non sarà in discesa. E il fatto che i tempi per la discussione siano stretti non aiuta a trovare un punto di convergenza prima di arrivare alle votazioni: il termine per presentare le proposte di modifica scade domani a mezzogiorno, dopodiché la commissione Bilancio del Senato discuterà fino a mercoledì prossimo, quando il decreto sarà portato in Aula. Sarebbe a questo punto, secondo quanto trapela da Palazzo Chigi, che il governo accorperebbe il decreto dismissioni nella spending review, presentando un maxiemendamento su cui l'esecutivo è pronto a porre la fiducia. Il problema è che l'opera di razionalizzazione della spesa pianificata dal governo preoccupa seriamente non soltanto enti locali e sindacati, ma anche quelle forze politiche che garantiscono a Monti una maggioranza in Parlamento. A cominciare dal Pd, che dopo aver visto fallire gli incontri tra esecutivo e Regioni e Comuni punta ora a modificare la spending review in Parlamento. Pier Luigi Bersani in questi giorni ha più volte discusso dell'argomento con il presidente della Conferenza delle Regioni (oltre che dell'Emilia Romagna) Vasco Errani e con quello dell'Anci Graziano Delrio. Ieri ha anche incontrato nella sede del Pd i sindaci (membri dell'ufficio di presidenza Anci) di Livorno Alessandro Cosimi, di Lodi Lorenzo Guerini, e di Bologna Virginio Merola, per ragionare con loro sugli scenari che si aprirebbero per i Comuni, anche quelli virtuosi, nel caso fossero confermati i tagli prospettati dal governo. E non ci è voluto molto per capire, in base alle simulazioni fatte durante l'incontro dal senatore del Pd Paolo Giaretta, che è relatore per il decreto sulla revisione della spesa, che dopo le misure approvate nelle precedenti manovre, ulteriori tagli sarebbero insostenibili per le realtà territoriali. E di conseguenza, come dice il responsabile Enti locali del Pd Davide Zoggia sottolineando che sarebbe «impossibile pensare di mantenere la stessa efficienza e diffusione dei servizi» nel caso il governo andasse avanti, per i cittadini. La convinzione di Bersani è che gli enti locali siano fondamentali per la ripresa del Paese e che continuare con i tagli lineari non sia la ricetta giusta per farci uscire dalla crisi. Per questo invia al governo un estremo messaggio di allarme, dopodiché il confronto si sposterà a colpi di voti in Parlamento. Agli emendamenti sta lavorando un gruppo di lavoro creato ad hoc e guidato dal responsabile Economia del Pd Stefano Fassina. Ma in queste ore sono in corso contatti anche con i parlamentari di Pdl e Udc, per arrivare per domani a mezzogiorno con proposte di modifica blindate in partenza. FACCIAA FACCIA CONCASINI Ma la preoccupazione di Bersani va al di là della spending review. I dati economici dicono, per il leader del Pd, che il governo deve fare di più e meglio sul fronte crescita e sviluppo, che non sia sufficiente approvare nuove norme sul lavoro per affrontare il drammatico nodo della disoccupazione che e invece siano necessarie politiche economiche, investimenti, misure che aiutino le imprese in una crisi che, ormai va ripetendo Bersani negli ultimi giorni, «è la peggiore dal dopoguerra ad oggi». Una preoccupazione che il leader del Pd condivide con Casini. Ieri i due si sono incontrati alla Camera e hanno discusso di economia, degli attacchi speculativi, delle scelte del governo e di quel che sarebbe necessario facesse per portare il Paese fuori dalLa crisi. «La situazione è seria e siamo preoccupati - dice il leader dell'Udc al termine del faccia a faccia - non si può fare una manovra al mese». Altra cosa che allarma Bersani è la reazione dell'establishment di fronte a questa situazione. Non si capacita, il leader del Pd, come sia possibile da parte dei principali organi di informazione dare tanto spazio a vicende come il ritorno di Forza Italia, il simbolo dell'Aquilone, la vicenda Minetti, e così pochi approfondimenti sulla crisi economica. «Invece di colpire gli sprechi ci costringono a ridurre i servizi» Un provvedimento «senza qualità». Della spending review il sindaco di Livorno ha questa idea. «Manca la volontà di selezionare gli obiettivi dei tagli, di colpire davvero là dove si spreca». Alessandro Cosimi (Pd) è al secondo mandato come sindaco della sua città. E presiede l'Anci Toscana. «Nel 2004 le auto blu del Comune erano cinque, adesso ce n'è una. E se togliessero anche questa a me non importa. Al limite prendiamo una moto blu». Alloraqualè ilproblema? «Il problema è nella necessità di raggiungere in assoluto un obiettivo di quantità e quindi fare solo tagli lineari senza badare ai veri sprechi e alla tenuta dei servizi fondamentali: dall'assistenza sanitaria alla scuola materna». Sipotrebbefare diversamente? «Si potrebbero fare tagli di qualità. Agire sulle spese generali dello Stato, penso ai ministeri...». Eppurecen'èabbastanzaancheperloro. «Sì, anche se i Comuni sembrano i destinatari di tutta la spending review, nonostante abbiano raggiunto da tempo l'obiettivo di restituire i 13 miliardi che dovevano allo Stato. Risparmi sono stati fatti già nelle manovre precedenti, noi siamo arrivati al limite». Chepropone? «Tagliare gli sprechi, ma attraverso scelte ponderate, ad esempio: tutti i comuni pagano per le assicurazioni. Il governo faccia una gara unica, decida una tariffa e noi staremo tutti dentro questo contratto». Èunesempio,manonbasta.Siparladi miliardi... «Certo, il fatto è che il governo ha bisogno di abbattere la spesa pubblica in tempi brevi. Invece sarebbe opporGay, ilPddiTorino: suidiritti andiamooltre ildocumentoBindi Sarà pur vero che è un tem-poreggiatore, che nel suostaff erano in molti a chie-dergli di anticipare la di-scesa in campo a luglio,proprio in questi giorni, con una grande convention a Roma. E che è stato lui, Luca di Montezemolo, a decidere, in solitudine, di rinviare tutto a settembre, o forse addirittura dopo. E tuttavia la macchina di Italiafutura è tutt'altro che ferma. Con la Sicilia, lunedì, si è praticamente completato l'insediamento in tutte le regioni italiane. Una rete piuttosto capillare di circoli che, in alcune aree, già surclassa quelle di Pdl e Lega, per non parlare dell'Udc. E il 25 luglio, nella sede romana a due passi del Vaticano, Montezemolo riunirà tutti i vertici regionali di If per studiare la campagna d'autunno. Con lui ci saranno il coordinatore Federico Vecchioni (ex leader di Confagricoltura), Carlo Calenda e Simone Perillo (manager ex Confindustria ed ex Ferrari), responsabile dello sviluppo territoriale del partito che non c'era. Già, perché con l'opera di radicamento quello di Montezemolo oggi appare come l'unico nuovo soggetto con una qualche consistenza, nel magma del centrodestra dove spuntano liste come funghi, da Tremonti a Passera e Oscar Giannino. Di questo i “Luca boys” sono molto consapevoli tanto da poter guardare con una certa sufficienza il tentativo del ministro dello Sviluppo di costruire una lista a trazione cattolica. «Bolla mediatica», è il giudizio sull'operazione Passera. L'obiettivo di Italia futura è quello di diventare il timone del nuovo centro, alternativo al Pdl di Berlusconi (il ritorno in campo del Cavaliere viene festeggiato come una benedizione, «così sarà tutto più chiaro»), e il Pd di Bersani. Ma, è questa la novità, il ritorno dell'uomo di Arcore sposta giocoforza a sinistra (e questo piace ai tanti ex Pd confluiti man mano) il baricentro di If. Subito dopo le amministrative, la strategia era quella di ricostruire un centrodestra liberale da contrapporre alla foto di Vasto. Ora l'idea di una collaborazione post voto con il Pd, magari con la permanenza di Monti a palazzo Chigi, viene presa seriamente in considerazione. If infatti spinge per un sistema proporzionale senza premi, per pesarsi nelle urne e poi prepararsi a governare con le forze «più responsabili», e cioè Pd e Udc, in continuità con i professori, ma «con più coraggio sulle riforme liberali, a partire dalle dismissioni del patrimonio pubblico», spiegano. Insomma, Montezemolo potrebbe essere il leader di quei moderati che costruiscono una nuova formula di governo insieme ai progressisti. Questo almeno è lo schema su cui si sta ragionando in queste ore. E Casini? Se restasse il Porcellum una qualche forma di apparentamento «sarà inevitabile», altrimenti ognun per sè. Montezemolo insiste per una corsa in solitaria, i suoi collaboratori invece lo spingono verso l'ipotesi di federatore di un centro che contenga «tutti i nuovi», da Passera a Giannino, e anche quel che resta del terzo polo. Con il superministro dello Sviluppo i rapporti sono molto freddi (Lcdm non ha dimenticato che Passera è stato all'inizio tra i fondatori di If, poi si è rapidamente allontanato), e tuttavia, davanti alla prova delle urne, una qualche di collaborazione potrebbe essere inevitabile, soprattutto se Passera si porterà dietro solide truppe dell'arcipelago di Todi 2, a partire dalla Coldiretti di Sergio Marini, dalla Confartigianato di Giorgio Guerrini e soprattutto da ampi settori cislini. Il patron della Ferrari per ora tiene il piede schiacciato sul freno. «Senza sapere con che legge elettorale si voterà è impossibile pianificare una strategia», è il ritornello che va ripetendo ai suoi collaboratori sempre più in fibrillazione. Intanto sembra tramontare l'ipotesi di Irene Tinagli come candidata premier. Una «fuga in avanti», secondo l'opinione di altri big di If. E comunque la preferenza è per evitare qualsiasi forma di personalizzazione della sfida elettorale, di dare l'idea di una squadra, sul modello del movimento 5 stelle, le cui dinamiche organizzative e comunicative vengono seguire con grande attenzione dagli strateghi di Montezemolo. Intanto, da un rapido sguardo al nuovo potere locale in If, emerge una classe dirigente di manager, imprenditori, liberali in fuga da Pd e Pdl, come il piemontese Gianluca Susta e la veneta Giustina Destro. In Piemonte la leader è la manager Cinzia Pecchio, in Lombardia Alberto Fontana del cda di Telethon, in Puglia il costruttore Salvatore Matarrese jr, in Abruzzo il presidente della banca del Vomano Giulio Sottanelli. Il leader Pd incontra l'Anci: «Enti locali decisivi per la ripresa» Colloquio con Casini, allarme per il precipitare della crisi «Non si può fare una manovra al mese» ILCASO L'INTERVISTA L'ITALIAE LACRISI Bersani al governo: basta tagli, serve di più per lo sviluppo SIMONECOLLINI ROMA «IlPd di Torinochiede alladirezione nazionaledi affrontare l'argomento deidiritti civili con lo spiritodi chi si candidaal governo delPaese». Così il segretarioPd torinesePaola Bragantinimette l'accento sull'ordinedelgiornoapprovato dalladirezione provinciale, riguardo il riconoscimentogiuridico delle unioniomosessuali. «Il documento dellacommissionediritti, presentatoall'Assembleanazionale daRosyBindi eapprovato anche in direzioneprovinciale è unbuon puntodipartenza per poterentrare nelmeritosu basiculturali saldee condivise,ma unpartito, al di là degli enunciati - sottolinea Bragantini - deve poi entrarenel meritoed avanzareproposte concrete». Il25summitcontutti idirigenti localiper lacampagnad'autunno di Italiafutura «La listadiPassera? Unabollamediatica» ANDREACARUGATI ROMA TULLIAFABIANI ROMA AlessandroCosimi IlsindacodiLivorno: «Servonoscelteponderate, nonsforbiciate generalizzate.Pernoi, con altri2milioni inmeno,sarà difficilechiudere ilbilancio» Luca Cordero di Montezemolo FOTO ANSA Montezemolo ora ha le sedi. Per i voti vuole sfidare Casini ILRETROSCENA 6 mercoledì 18 luglio 2012
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18/07/12

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