«La rivoluzione è giunta a Damasco. Per Bashar al-Assad la sorte è segnata. È solo questione di giorni. Attorno a lui si sta facendo il vuoto: se in questi giorni c'è stata un'accelerazione sul piano militare è anche perché figure-chiave nell'apparato di sicurezza del regime si sono sfilate o disertando o offrendo dall'interno informazioni fondamentali per portare l'attacco al cuore del regime, colpendo centri nevralgici del suo sistema di sicurezza. Bashar farà di tutto pur di aggrapparsi a ciò che resta del suo potere. È un uomo disperato, braccato, all'angolo. Sa di non avere scampo, ma non vedo in lui uno “shahid” (martire, ndr). Proverà ad alzare il prezzo del suo ricatto verso la comunità internazionale, cercando di estendere il conflitto oltre i confini siriani. È interesse di tutti fermarlo. Noi faremo la nostra parte». A parlare è una delle personalità più in vista dell'opposizione siriana: Burhan Ghalioun, già presidente del Consiglio nazionale siriano, l'organismo più rappresentativo dell'opposizione a Bashar al-Assad. L'Unità lo ha intervistato in esclusiva. Attentati, combattimenti strada per strada, uccisioni mirate... Siamo alla resadeiconti a Damasco? «Siamo alla battaglia finale, all'atto conclusivo di una rivolta trasformatasi col passare del tempo in una rivoluzione popolare. Attorno ad Assad si è creato il vuoto. Coloro che lo hanno abbandonato hanno compreso che per il regime il tempo è scaduto. E se oggi si combatte a Damasco è perché ad abbandonare Assad sono stati anche quei settori sociali che il regime riteneva ancora di avere dalla sua parte. Un errore che costerà caro ad Assad e al suo clan». MentreaDamascosicombattealPalazzodiVetrosidiscuteecisidividesultestodiunanuovarisoluzionesulla Siria. «Ognuno dei protagonisti di questa discussione si assumerà le proprie responsabilità davanti al popolo siriano e alla storia. Se Assad ha potuto portare avanti la sua guerra contro il popolo siriano, se le sue squadracce della morte hanno potuto macchiarsi di crimini orrendi, di massa, è anche perché il regime ha potuto contare sulla copertura di potenze che lo hanno sostenuto non solo sul piano politico ma anche fornendogli armi, addestramento militare…Penso alla Russia, alla Cina, all'Iran. Ma questo sostegno non ha arrestato la rivoluzione. Più volte Assad ha affermato di accettare i piani di pace messi a punto dalla Lega Araba e, ultimo, quello predisposto da Kofi Annan. Ma era solo un modo per guadagnar tempo e dividere la comunità internazionale. La verità è che Assad conosce e pratica un unico linguaggio: quello della forza. Nessuna trattativa è possibile con un dittatore che ha dichiarato guerra al suo popolo. Il suo posto è in un'aula di tribunale per essere giudicati dei crimini contro l'umanità di cui si è macchiato. È questa la fine che merita. Nessun salvacondotto, nessuna immunità». C'èchisostienechel'opposizionenonè in grado di garantire la transizione, altri temono che il dopo-Assad sia una frantumazionedellaSiriaindiversi«staterelli»etnico-confessionaliedeterodiretti. «Che esistono posizioni diverse è noto, ma non esiste tra di noi alcuna divergenza sulla necessità di mantenere unita la resistenza contro il regime. Quanto poi alla frantumazione della Siria, o il suo diventare una sorta di califfato qaedista, questi sono tutti argomenti utilizzati dal regime per legittimare agli occhi del mondo la sua brutale repressione. Assad ha provato a fare credere che la sua non era la guerra contro il popolo siriano ma una guerra contro il terrorismo. Ha giocato questa carta, ma deve spiegare che terroristi sono i bambini uccisi a centinaia, o le donne stuprate e sgozzate dalle milizie assoldate dal regime. In una rivoluzione popolare convivono varie istanze, che nella transizione potranno trasformarsi in partiti, movimenti politici... Ma la Siria del dopo-Assad sarà uno Stato unitario, plurale, rispettoso dei diritti di tutte le minoranze. Non sarà uno Stato teocratico, anche se l'Islam avrà una sua incidenza». Questoèilfuturo,mailpresenteèancoralabattagliadiDamasco.RitienepossibilecheAssaddecidadifarusodellearmichimichechefannopartedell'arsenaledel regime? «Più che un rischio, è una certezza. Lo ripeto: Assad è un uomo disperato, all'angolo, e per questo pronto a tutto pur di mantenere il potere. Pronto anche a distruggere il Paese e a far esplodere la polveriera mediorientale. Per questo va fermato, prima che sia troppo tardi». L'ANALISI LUIGIBONANATE L'INTERVISTA La battaglia di Damasco si trasforma in un attacco devastante al cuore del regime siriano. Mercoledì 18 luglio: è il giorno della paura e del sangue per Bashar al-Assad e gli uomini più vicini al presidente siriano. Il ministro siriano della Difesa, Dawoud Rajiha, e il suo vice Assef Shawkat (cognato di Assad) sono morti nell'attentato contro il quartier generale della sicurezza a Damasco dove era in corso un vertice tra il governo Assad e i capi dell'intelligence. Non è ancora chiaro se si sia trattato di un attacco kamikaze o di una bomba lasciata nel palazzo probabilmente da un infiltrato. Nell' esplosione sarebbero rimasto ferito anche il capo dell'intelligence, Hisham Bekhtyar, che è stato sottoposto ad un' operazione chirurgica. Feriti «in maniera critica» anche alti funzionari della sicurezza. È morto anche il ministro dell' Interno, Mohamed Ibrahim Al Shaar. Mentre è stato ucciso anche il generale siriano Hassan Turkmani, capo della «cellula di crisi che coordina le azioni contro i ribelli». Per la tv di Stato siriana si tratterebbe di un kamikaze, mentre fonti della sicurezza parlano di una bomba piazzata da un «interno». Quel che è certo è che nel palazzo nel quale è avvenuto l'attentato le misure di sicurezza sono severissime e zona sulla Piazza Rauda nel quartiere di Abu Roummaneh vicina alle ambasciate italiana e americana, è una delle più blindate della capitale siriana. Difficile dunque evitare i controlli, tanto che, tra le ipotesi emerse c'è anche quella di un ruolo attivo nell'attentato di un ex body-guard di funzionari vicini ad Assad. Secondo l'Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria, «tutti i membri dell'unità di crisi», che dirige le operazioni contro i ribelli, «sono morti o sono rimasti gravemente feriti». Rajha, 65 anni, apparteneva alla piccola comunità cristiana siriana. Era vice capo di stato maggiore dell' Esercito e vice presidente del consiglio dei ministri, e già lo scorso maggio sarebbe sfuggito a un primo tentato omicidio da avvelenamento. La tv di Stato ha annunciato che il governo siriano ha nominato il generale Fahd al-Furayj come suo successore. ASSALTOFINALE Il Libero esercito siriano (la milizia dei ribelli anti-Assad) ha rivendicato l'attentato e ha smentito si tratti di un attentato kamikaze. «Questo è il vulcano di cui abbiamo parlato, abbiamo appena iniziato», ha avvertito il portavoce Qassim Saadedine. «Il Vulcano di Damasco e il terremoto della Siria» è il nome dell'operazione lanciata lunedì dai ribelli contro le forze di Assad. Anche un gruppo islamista di opposizione al regime siriano, Liwa al-Islam, ha rivendicato su Facebook la responsabilità dell'attentato. La Guardia repubblicana ha circondato l'ospedale Shami, dove sono stati portati i feriti. Nel frattempo le truppe fedeli al regime siriano di Bashar al-Assad si sarebbero ritirate dal quartiere di Midan, nella periferia di Damasco, dove da giorni combattono con le milizie dell'opposizione. Lo ha annunciato Abu Bakr, capo della brigata Abu Omar che fa capo all'Esercito siriano libero, alla tv satellitare al-Arabiya. I soldati di Assad avrebbero anche abbandonato in strada alcuni mezzi militari. A provocare l'esplosione potrebbe essere stata una bomba lasciata prima della riunione tra ministri e funzionari da qualcuno «interno» all'apparato di sicurezza e non un kamikaze, come riferito dalle fonti ufficiali. Ma a causare l'attentato potrebbe essere stato anche un kamikaze che indossava una cintura esplosiva. L'uomo sarebbe appartenuto alla ristretta cerchia delle guardie del corpo incaricate di proteggere i principali gerarchi del regime. Ma Assad non molla. In un comunicato letto alla televisione di Stato, le forze armate siriane hanno detto che rimangono «più determinate che mai ad affrontare tutte le forme di terrorismo e a tagliare le mani di chi mette in pericolo la Siria». Il comunicato aggiunge che l'attentato odierno è opera di «mani prese in prestito da stranieri». Poi la minaccia: «Le forze armate sono determinate a finire di uccidere le bande terroristiche e i criminali e a ricercarli ovunque si trovino». La diplomazia internazionale è al lavoro per trovare una soluzione alla crisi. Ma lo stallo all'Onu sembra destinato a proseguire. Mosca si oppone ad una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che significherebbe il sostegno delle Nazioni Unite ad una «rivoluzione» in Siria, dove sono in corso «combattimenti decisivi». Il ministro degli esteri russo Serghiei Lavrov, dopo l'incontro l'altro ieri a Mosca tra l'inviato dell'Onu Kofi Annan e il presidente Putin, ha chiarito la posizione della Russia: «In Siria sono in corso combattimenti decisivi. E l'adozione della risoluzione (occidentale, ndr), sarebbe un sostegno diretto al movimento rivoluzionario. Se è questione di una rivoluzione, l'Onu non ha alcun rapporto con essa», ha aggiunto il capo della diplomazia russa, citato dall'agenzia Itar-Tass. Al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite «si voterà domattina (ogg, ndr) alle 10», le 16 italiane: ad annunciarlo è l'ambasciatore francese al Palazzo di Vetro Gerard Araud. Il rappresentante permanente tuttavia ha detto di non essere ottimista sull'esito delle consultazioni, in quanto la Russia non si sta impegnando in maniera significativa per raggiungere un compromesso. SEGUEDALLAPRIMAL'Iraq è lì vicino, e abbiamo visto che tragedia è stata. Poi iniziò la «primavera araba», e a tutti noi sembrò che il vento della democrazia avesse incominciato a spirare in modo inarrestabile: così in Tunisia, così (più o meno) in Egitto, e poi in Libia, più brutalmente certo, ma Gheddafi era anche peggio degli altri dittatori. L'Occidente, l'Onu, la Nato, e quant'altri, dimostrarono la loro assoluta incapacità, sia da soli sia insieme, di risolvere o pacificamente o con eventuali limitati, ma perentori e definitivi interventi anche armati, le diverse situazioni critiche. Su questo scenario la crisi siriana si stagliò nella sua paradossalità: per molti anni abbiamo blandito Assad pensando che mostrasse il volto gentile del dispotismo arabo; era moderno, laico, pacifico, e abbastanza taciturno. Dall'inizio della crisi, a lungo, in Occidente, abbiamo creduto che Assad avrebbe concesso un po' di democrazia, tutti saremmo stati contenti e ci saremmo occupati d'altro. Ma le due classiche e decisive clausole dei problemi internazionali erano rimaste sul tavolo inevase: sono una, la questione politica, l'altra la questione giuridica. Dal primo punto di vista, si è scoperto che non c'è accordo nel mondo sulle condizioni di intervento degli stati negli affari interni l'uno dell'altro. Se la Russia e la Cina si oppongono a ogni ingerenza, è perché hanno imparato la lezione dalla storia del mondo occidentale che ha sempre sostenuto che ogni Stato è padrone in casa sua (il principio del riservato dominio) e nessuno può imporre alcunché dal di fuori, e poi perché temono che la giustificazione dell'intervento potrebbe un giorno o l'altro essere usata proprio contro di loro, cosicché continuano a ritenere che la soluzione alla crisi siriana debba essere trovata all'interno. Ma quando si capisce che tale volontà è inesistente e che la situazione sta degenerando, ecco che viene sollevata la leva giuridica: in effetti, sì, dobbiamo intervenire e far cessare questo massacro. Ma a chi tocca farlo? L'Onu ha le mani doppiamente legate: da una parte, ovviamente, dal potere di veto di Russia e Cina, che difendono improbabili soluzioni pacifiche e «Il raìs è disperato: intorno a lui ormai c'è il vuoto» POLVERIERAMEDIORIENTE Kamikaze a Damasco Colpito al cuore il regime di Assad Attentato durante un vertice ministeriale Uccisi il ministro della Difesa, quello degli Interni e il cognato del presidente Altri due generali disertano I ribelli: è solo l'inizio UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it È un infinito bagno di sangue del quale siamo tutti responsabili . . . La Russia s'irrigidisce Lavrov: «Si tratta di una rivoluzione, l'Onu non dia l'avvallo» BurhanGhalioun Il leaderdell'opposizione siriana:«Ilpresidente cercheràdialzare ilprezzodelsuoricatto Luièprontoa distruggere il suoPaese» . . . «Il dittatore è stato abbandonato anche dai settori sociali vicini al regime» Le forze di sicurezza di siriane in azione contro i ribelli a Damasco FOTO ANSA U.D.G. udegiovannangeli@unita.it 2 giovedì 19 luglio 2012
C'era una gran caldo a Pa-lermo vent'anni fa.C'era un'aria soffocanteche non sapevi se mette-re in conto all'estate, sta-gione che da quelle parti è fatta di sole sfolgorante, calura, cielo azzurro intenso fino a sera o all'angoscia che ti accompagnava nel percorrere le strade di una mattanza che sembrava non finire mai. C'era un grande dolore. Tra le persone e nelle cose, quei fiori e quei biglietti che mani pietose avevano deposto nell'itinerario di una strage che in poco meno di due mesi aveva distrutto le vite di Giovanni Falcone, della moglie Francesca e della sua scorta, e poi di Paolo Borsellino e dei suoi angeli custodi saltati in aria in un pomeriggio di festa. Era domenica quel 19 luglio in cui fu eseguita, davanti a quel palazzone di via D'Amelio che, nel silenzio rispettoso, sembra avere tanti occhi sbarrati, con quelle finestre sventrate dal tritolo, la condanna a morte di un uomo giusto che aveva dedicato tutta la sua vita alla lotta alla mafia. Come il suo amico Giovanni. E non gli era stato perdonato. Una città sgomenta, attonita, che non riusciva a trovare risposte alla domanda che si rincorreva su cosa ancora sarebbe potuto accadere. Uno Stato che non riusciva a entrare in sintonia con una realtà difficile, stremata dagli eventi, stanca di parole, che stava pagando un tributo altissimo e rischiava di perdere il filo della speranza che il solo presidente Scalfaro riuscì ad intercettare con la sua «preghiera privata». Famiglie distrutte dal dolore ma, oltre le lacrime, consapevoli che l'eredità dei loro morti si accingeva a essere fonte inesauribile di impegno e dedizione alla causa che li aveva portati all'estremo sacrificio. Cominciava a fiorire l'albero davanti alla casa di Falcone. La città si riempiva di messaggi, di fiori, di simboli. L'ITINERARIO DEL DOLORE In quei giorni a Palermo, trascorsi tra il Palazzo di Giustizia dove si stava allestendo la camera ardente ed i veleni si erano per un attimo come fermati e la chiesa dei funerali, Santa Luisa di Marillac, la parrocchia di Paolo Borsellino, dove il giudice andava a pregare e a compiere con la sua famiglia i riti di un credente. I giorni trascorsero tra via D'Amelio e le carcasse delle auto annerite nell'esplosione omicida, anch'esse monumento al sacrificio di uomo schivo che fino all'ultimo aveva voluto preVia D'Amelio, ferita ANTONIOINGROIA MAGISTRATO Non ci sarà solo la politica a commemorare il ventennale della strage di via D'Amelio, dove la mafia uccise con un auto bomba Paolo Borsellino e gli agenti Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Ci saranno soprattutto ragazzi, giovani, studenti, ma anche gente comune, arrivati da tutta Italia per ricordare la strage ma anche per chiedere la verità su chi ha piazzato quel tritolo e da chi è stato coperto. Ieri il «popolo delle agende rosse» che ha mutuato il nome della famosa agenda che Borsellino portava con sé e che subito dopo l'esplosione è scomparsa misteriosamente - si è dato appuntamento davanti al tribunale di Palermo. «Siamo qui - dicono - perché Paolo si ricorda anche manifestando solidarietà ai pm di Palermo che indagano sulla trattativa Stato-mafia». Sugli striscioni che hanno affisso si legge: «Difendiamo chi indaga sulla trattativa Stato-mafia». E ancora: «Vogliamo la verità». «Quando ci sono state le stragi del '92 - racconta Marco, milanese avevo 18 anni. Mi è sempre sembrato giusto mostrare una reazione civile. Purtroppo il lavoro dei pm è molto difficile perché hanno a che fare anche con tanti condizionamenti». Il riferimento è anche all'intervento del Capo dello Stato sulle intercettazioni delle sue conversazioni con l'ex ministro Mancino, indagato nella trattativa. «Se un capo dello Stato dice certe cose crea sempre dei problemi», dice. Quest'anno con Marco c'è anche il fratello Francesco, 17 anni. Nel '92 non era nato. «Anche se non ho vissuto quegli anni - spiega - ho deciso di venire perché siamo davanti a vicende che hanno ripercussioni pesanti sul presente». Col popolo delle Agende Rosse anche il fratello di Borsellino Salvatore che ha guidato il corteo arrivato al Castello Utveggio. Per le vie della città, hanno anche manifestato gli scout, in un corteo organizzato dall'Agesci. Con loro il figlio di Borsellino, Manfredi, che oggi fa il commissario di polizia, che non è riuscito a trattenere le lacrime mentre leggeva il discorso pronunciato vent'anni fa dal padre per ricordare Giovanni Falcone. L'ultimo appuntamento della giornata alla facoltà di Giurisprudenza per il convegno, organizzato da Antimafia Duemila, sul tema «Trattative e depistaggi: quale stato vuole la verità sulle stragi?» con gli interventi - tra gli altri di Salvatore Borsellino, Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo, Roberto Scarpinato, Domenico Gozzo. Le iniziative culmineranno oggi, anniversario della strage, in via D'Amelio dove un albero d'ulivo raccoglie i messaggi e le testimonianze di solidarietà portate negli anni. Quell'albero e quel luogo, però, secondo la famiglia Borsellino non devono «essere meta di rappresentanti delle istituzioni venuti a portare corone di fiori. Vogliamo che ci siano persone che scelgono di fare memoria». Polemiche che non sono passate inosservate, tanto che Gianfranco Fini, presidente della Camera, farà visita solo in forma privata. Il presidio in via D'Amelio avrà inizio alle 8 dando spazio alle iniziative della società civile e soprattutto ai bambini per i quali sono previsti, dalle 9.30 alle 13, animazione ludica e didattica e percorsi di «Legalità». La giunta distrettuale dell'Anm di Palermo commemorerà il giudice con un convegno alle 11 nell'aula magna del palazzo di giustizia con un incontro aperto dal titolo: «Paolo Borsellino. Venti anni dopo» a cui parteciperanno anche il segretario nazionale del Pdl Angelino Alfano e il presidente della Camera, Gianfranco Fini. Alle 16.58 ci sarà il minuto di silenzio. Alle 17.15 sono previsti gli interventi dei familiari di Paolo Borsellino e della scorta. In via D'Amelio arriverà in serata anche la fiaccolata organizzata da Giovane Italia che partirà alle 20 da piazza Vittorio Veneto. VENT'ANNIDOPO NICOLALUCI ROMA OGGITORNEREMO IN VIA D'AMELIO,20ANNI DOPO. Un po' più stanchi, un po' più soli, un po' più consapevoli. Un ventennio è sufficiente per un bilancio. Delle luci e delle ombre, delle conquiste e delle perdite, dei pieni e dei vuoti. Torneremo sui luoghi di quella tremenda strage col rimpianto delle perdite e con la consapevolezza della memoria. In coloro i quali quel giorno vi accorsero con la morte nel cuore prevarranno ricordi amari ed un insopprimibile senso di vuoto, la sensazione di una ferita profonda, mai rimarginata, delle assenze più delle presenze, perché le cose che abbiamo smarrito soverchiano quelle che abbiamo conquistato. La scomparsa di uomini, insostituibili punti cardinali come Borsellino e Falcone, della cui lezione avvertiamo quotidianamente lo smarrimento. Eredità non soltanto scomode, ma soprattutto inattuali in una Sicilia, in un'Italia, che da uno scandalo all'altro ha lasciato alle proprie spalle ogni questione morale ed ogni principio di responsabilità, penale, politica, etica. Quelle istituzioni, che specie negli ultimi giorni avevano voltato le spalle a Borsellino in vita, sembrano avergliele voltate anche da morto. Dimenticato, tranne che nei giorni delle commemorazioni ufficiali. Dimenticata, soprattutto, la sua intransigenza morale, che viene perfino dissimulata, mistificata, diffondendo false santine per far dimenticare la forza delle sue denunce pubbliche, come quella dell'estate del 1988 sullo smantellamento del pool antimafia e del suo metodo, che gli fece rischiare il procedimento disciplinare, e come il suo aspro j'accuse del 25 giugno 1992 alla biblioteca comunale, quando, alludendo alla vicenda della mancata nomina di Falcone al posto di consigliere istruttore, ricordò che, anche a causa del tradimento di un «Giuda», «il paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò a farlo morire il 1° gennaio del 1988», fino a definire «nefasti» certi interventi della Cassazione che «continuarono a far morire Giovanni Falcone». Un Borsellino addolorato ed amareggiato certamente, ma giammai accomodante. Ecco perché con lui sembra sconfitta anche quella civile capacità di indignarsi, come lui sapeva, di fronte al «puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità». Sopraffatta dalla Ragion di Stato e dalle ragioni della politica. E disonorata la sua sete di verità e di giustizia. Con la rimozione della lezione di Borsellino e Falcone, di cui non abbiamo, come Paese, saputo fare tesoro. E non soltanto scomparse di uomini e di eredità, ma anche scomparse di documenti. Come l'agenda di Borsellino che forse conteneva e probabilmente contiene la chiave dell'accelerazione del progetto stragista, da ricercare nei suoi ultimi incontri. Come certe sentenze di condanna, definitive e non, di imputati «eccellenti», che vanno ignorate, nascoste all'opinione pubblica, cancellate, perché raccontano una verità diversa da quella che interessa diffondere. Perché sostenere che tutti i «colletti bianchi» processati per collusione mafiosa sono stati assolti serve ad alimentare la falsa rappresentazione di una realtà mafiosa fatta soltanto di latitanti braccati e qualche lontano «cugino» e «zio d'America», una mafia estranea alla «buona società» siciliana, che da quelle sentenze risulta invece pienamente integrata nella realtà criminale. E che dire della scomparsa dei fatti? Della scomparsa di quei fatti che hanno più volte fatto scrivere ai giudici dei vari processi per la strage di avere acquisito «riferimenti, allusioni, elementi concreti che rimandano altrove, ad altri centri di interesse a coloro che in linguaggio non giuridico si chiamano i “mandanti occulti”, categoria rilevante non solo sotto il profilo giuridico ma anche sotto quello politico e morale». Fatti sui quali sembra gravare una congiura del silenzio, sintomo di una palese remora a fare i conti con la parte più oscura ed imbarazzante della nostra storia. E' amaro constatare che questi ultimi venti anni sono stati troppo spesso appuntamenti mancati con la verità e la giustizia, teatro di troppi accomodamenti e trattative inconfessabili. Difficile essere ottimisti in questo contesto. Ma la lezione di Borsellino ci aiuta ancora una volta: non abbassare mai gli occhi e guardare oltre le macerie, saper valorizzare i pochi ma preziosi successi, le conquiste più sofferte che danno nuovi orizzonti. Non sono stati venti anni inutili, gettati al vento. Dipende da ciascuno di noi saperne trarre il meglio, dimostrando di essere all'altezza di un passato così importante. Ma ciò sarà impossibile fin tanto che non si riuscirà a dare una «scossa» al nostro Paese, fin tanto che non venga avviata una vera politica delle riforme, a cominciare da un'autentica riforma della giustizia e della legislazione antimafia, senza la quale resteremo cittadini di una democrazia fragile, dove i poteri democratici appaiono deboli ed in balia di altri centri di potere MARCELLACIARNELLI ROMA Il ricordo della strage tra nuove fiaccolate e vecchie polemiche Paolo, la lezione di un uomo coraggioso Losgomentodellacittàdi nuovoferita, l'odoreacre del fumoe le lacrimedella moglieAgnese.Ungiorno checambiòpersempre lastoriadelnostroPaese . . . Il presidente della Camera Fini farà una visita solo in forma privata LASTORIA Il popolo delle agende rosse ha manifestato ieri a Palermo Striscioni in favore dei magistrati 8 giovedì 19 luglio 2012
Finalmente libera Rossella Urru ENRICOLETTA PAG.8 FUSANIPAG. 9 L'uomo cheguardava lapianura Franceschinipag. 17 LUIGIBONANATE ILCOMMENTO ANTONELLOMONTANTE È allarme spread a Palazzo Chigi. Ieri Monti ha visto Napolitano in un incontro, definito dal Capo dello Stato «urgente» e «imprevisto», durante il quale si è esaminata la situazione e i provvedimenti in Parlamento. Il rischio speculativo sui nostri mercati in agosto è alto. Il governo si prepara all'emergenza e non sono esclusi altri tagli. In Germania la maggioranza Cdu-liberali è a rischio sul voto per gli aiuti alle banche spagnole. ANDRIOLO SOLDINIPAG. 4-5 Quel coraggio umanitario L'INTERVENTO ANDREARICCARDI Anniversario della strage di via D'Amelio. Le indagini e i depistaggi. Oggi le celebrazioni tra le polemiche U: Finito l'incubo: un sequestro durato 9 mesi La cooperante italiana è stata rilasciata in Mali con due volontari spagnoli MASTROLUCA, SIASAPAG.6 FA MALE CHE UN ANNIVERSA-RIOCOSÌDOLOROSOEDENSO DI IMPLICAZIONI SERIE E DRAMMATICHEcome quello di oggi - i 20 anni dalla strage di Palermo, in cui persero la vita Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina - venga «sporcato» da una ridda di polemiche a tal punto strumentali. Su via d'Amelio vogliamo, anzi pretendiamo, la verità. SEGUE APAG. 15 Chi sporca il ricordo L'ANALISI RINALDOGIANOLA Veltroni: l'ombra dell'anti-Stato PAG.7 CIARNELLI PAG.8 Venter,dalgenoma alla tutela del pianeta Tolapag. 19 Terrore nel cuore dell'Europa Attentato in Bulgaria contro un bus israeliano: otto morti, venti feriti Tel Aviv accusa l'Iran Siria attacco al regime: uccisi due ministri e il cognato di Assad BERTINETTO, DE GIOVANNANGELI PAG. 2-3 CI SONO MOMENTI NELLA STORIA INCUI NON SI PUÒ TENTENNARE, E DIVENTAMORALMENTEOBBLIGATORIOPRENDEREPOSIZIONE.Questo, della battaglia di Damasco è uno di quelli: dopo più di 17 mila morti siamo alla stretta finale. Che sarà un bagno di sangue, del quale - diciamolo chiaro - siamo tutti responsabili. Le ragioni sono tantissime. Alcune vengono da lontano, e stanno racchiuse nell'isteria con cui gli Usa impostarono il dopo 11 settembre fatto di violenza cieca e assoluta incapacità politica. SEGUEAPAG. 2 Il silenzio su Damasco La situazione attuale in cui si trova la Sicilia è quella che già qualche anno fa, con molta preoccupazione, avevamo in larga parte previsto. La responsabilità del dissesto è da addebitarsi all'ultimo ventennio in cui, in modo incontrollato, la cultura del clientelismo ha dilaniato il tessuto politico, economico e sociale di questa terra, rendendola incapace di reagire contro l'incombente immobilismo. SEGUE APAG. 15 La Sicilia cambi rotta Olimpiadi tutte da leggere Filipponipag. 18 Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti e mettere in guardia i nostri lettori L'imparzialità è un sogno, la probità è un dovere GaetanoSalvemini Staino Borsellino, ferita d'Italia Un mistero lungo vent'anni Dell'Utri indagato Berlusconi e figlia convocati dai pm Monti, allarme per agosto In arrivo nuovi tagli? La bella notizia della liberazione della cooperante italiana Rossella Urru ci riempie di gioia per una donna coraggiosa che finalmente viene restituita ai suoi affetti, dopo mesi di angosciosa trepidazione. SEGUE APAG.6 Ingroia: la lezione di un uomo Anche Pomigliano d'Arco si ferma. Lo stabilimento Fiat che per primo aveva accolto come una grande speranza, come un sogno il progetto Fabbrica Italia, si arrende alla crisi, alla caduta verticale del mercato dell'auto che torna drammaticamente ai livelli del 1979. SEGUE APAG. 15 L'industria rischia la deriva Palermo, l'orrore di una città ferita 1,20 Anno 89 n. 198Giovedì 19 Luglio 2012
GIANNI PAVESE ROMA «SCUSATEPERL'ATTESA,VOGLIORINGRAZIARE IL PARIS SAINT GERMAIN PER IL LAVORO FATTO, HANNO RESO POSSIBILE QUELLO CHE SEMBRAVA IMPOSSIBILE, È UN ALTRO SOGNO CHE DIVENTA REALTÀ». ZLATAN IBRAHIMOVIC da ieri è ufficialmente un giocatore del Psg in quello che è stato ribattezzato il dream team messo nelle mani di Carlo Ancelotti. «Quando sono arrivato a Parigi ho capito quanto sia importante questa squadra - ha detto lo svedese durante la conferenza stampa di presentazione al Parco dei Principi - Sono molto felice, è un progetto molto interessante di cui voglio far parte. Sono qui per far parte della storia del Psg, sono qui per vincere». Ibra rivolge un ultimo sguardo al passato e confessa di essere «stato felice al Milan, conservo bei ricordi e non voglio mettere in ombra la mia esperienza in rossonero. Ho una visione positiva di quella esperienza, auguro al Milan tutto il meglio, ho dato il massimo nelle mie due stagioni lì ma continueranno a vincere anche senza di me». Qualcuno gli ricorda che aveva detto di voler chiudere la carriera in rossonero. «Oggi sono qui, con questa penna, ho appena firmato il mio contratto - replica - È vero che avevo detto che quello col Milan sarebbe stato l'ultimo ma non si sa mai cosa può succedere, adesso sono qui e quello che conta è lasciare anche qui qualcosa di me». Ibra ci tiene a precisare che dire addio al Milan per il Psg «è stata una mia scelta, non volevo altro. È un nuovo capitolo della mia vita, continuerò a dare il massimo sia in campo che fuori, voglio continuare a vincere». E il Psg è il posto giusto per farlo. «Sono in un dream team, una squadra da favola e faremo di tutto per vincere - insiste Ibra - Voglio far parte del futuro di questa squadra, ci sono altri giocatori di alto livello, non dimentichiamo Thiago Silva, finché c'è lui non devo guardarmi alle spalle. Questo è il futuro e io ci credo, considero questa squadra al livello di tutte le altre in cui ho giocato, ci sono campioni ma anche giovani talenti come Verratti. Non so se siamo tra le prime 5 o 10 d'Europa ma siamo lì e ora dobbiamo dimostrare in campo cosa sappiamo fare». Senza di lui la serie A perde una grande stella «ma se ho lasciato l'Italia è perché il futuro è in Francia, cosa succederà in Italia non è più un mio problema». «Perdere due giocatori come me e Thiago Silva è grave, non solo per il Milan ma anche per tutto il calcio italiano, sarà un campionato più povero, con meno qualità ma di contro ci sarà un campionato francese più interessante». Lo svedese ribadisce infine che «sin dal primo giorno, da quando il Psg ha contattato il Milan, sapevo che sarebbe stata una questione di dettagli e che sarei arrivato qui. Quale sarà il mio numero di maglia? Non abbiamo ancora deciso, lo deciderà Leonardo». LeandroCastanè ufficialmente un giocatore dellaRoma.Lasocietà giallorossa,attraversoun comunicato,haconfermato l'acquisto del 25ennedifensore brasiliano dalCorinthians per 5milionidi euro. Ilgiocatore, cheha sottoscritto uncontrattodi durata quadriennale(finoal 30 giugno2016), saràpresentato oggi ai tifosi giallorossinelcorso dell'evento inprogramma nelpomeriggio allo stadioOlimpico.Assiemea Castanci saranno anchegli altri volti nuovi della rosadi Zeman, ovveroDodò e Bradley, e dovrebbeesserepresente anche ilgiovane registagrecoTachtsidis (in arrivodal Genoa). Piùcomplicato invece portare giàoggi nella Capitale,MattiaDestro. La trattativa per arrivareall'attaccante- il cui cartellino è ametà traGenoa e Siena- è entratanel vivo aMilano dove ildsSabatini e l'adgiallorosso Fenucci hannoprima incontrato ilpresidente delGenoa, EnricoPreziosi, epoi i procuratoridelgiocatore. SPORT CALCIOMERCATO/2 UNINFINITOTHOMASVOECKLERSPIANAIPIRENEI,ACCIUFFAUNAVITTORIAEPICA,PRIMOSUTUTTIICOLLIDI GIORNATA, E NEL GIORNO DELLA CRISI DEFINITIVA DI EVANSEDELDOPPIO,BELLISSIMOATTACCODINIBALI, SIVESTEAPOISECONQUISTADEFINITIVAMENTEEPER SEMPRE IL CUORE DEI FRANCESI. Eroico e tutto solo l'alsaziano arriva sfinito a Bagnères-de-Luchon, è la sua seconda vittoria di tappa, la quinta di sempre al Tour. Quattro salite leggendarie, tre uomini imprendibili, Wiggins, Froome, Nibali, una sola vittima vera, Cadel Evans, quasi cinque minuti la tassa che l'australiano deve al terzetto anglo-italiano, ormai solido e inattaccabile fino a Parigi. Era il giro della morte, un tempo, ora Aubisque, Tourmalet, Aspin e Peyresourde sono salite per tanti, pedalabili, lunghe sì, ma dure solo in pochissimi tratti, e poi la tappa è disegnata quasi scientificamente per aiutare Wiggins, con le due salite più dure all'inizio. Che non sia la tappa giusta per fare rivoluzioni Nibali lo capisce presto, non manda nella fuga a trentotto che parte a inizio tappa uomini Liquigas. Dentro invece c'è gente di varia estrazione e di censo diverso. Un minuto prima che la fuga parta, Voeckler è in gruppo, tranquillo, in coda, pare disinteressato alla giornata, il suo Tour è già ottimo così. Un minuto dopo è già davanti a dare battaglia. Vuole la maglia a pois, per prenderla ha una sola possibilità, passare primo su tutti i colli di giornata e staccare Kessiakoff. Fa un caldo da togliere il fiato. Passa primo sull'Aubisque, in volata su Kessiakoff. Poi sul Tourmalet pianta tutti gli altri e se ne va con Feillu. La strada sale, è il versante meno classico del Tourmalet, ma il più bello. Voeckler e Feillu vanno di comune accordo, il gruppetto esplode, Kessiakoff prova a reagire, ma rimbalza indietro, con lui anche due italiani, Caruso e Stortoni. La coppia va, Voeckler passa in testa sul Tourmalet, fa tutta la discesa a tomba aperta, si inoltra nella valle di Campan, scala l'Aspin, ancora primo in vetta. Sul Peyresourde finalmente si sbarazza di Feillu e procede tutto solo verso una vittoria leggendaria. È un tripudio, qualcosa di esagerato, la gente si accalca, lui entra in un cunicolo strettissimo d'asfalto in mezzo a mani che si sporgono, che lo spingono e lui spinge a sua volta, se ne libera, e intanto pedala, fa smorfie, pronuncia a se stesso frasi incomprensibili, guarda l'asfalto e non sente la fatica immensa di una giornata intera trascorsa sui Pirenei, tutto solo o in ridottissima compagnia. I francesi impazziscono per lui, lui si lancia in discesa, mentre dietro si alternano i suoi inseguitori, Sorensen, Feillu, un immenso Vinokourov, che alla fine sarà quarto e arrabbiato, Izaguirre, non gli guadagnano un metro, non lo vedono mai. In qualunque modo finirà questo Tour, per i francesi il vincitore si chiama Thomas Voeckler. GRUPPO La tappa è scissa in due, dieci minuti tra le due corse. Il gruppo dei migliori va compatto fino all' imbocco dell'Aspin, poi improvvisamente la Liquigas, con Nerz e Basso, si porta davanti. La telecamera allarga, manca Evans, l'australiano è dietro, a remare, dentro una crisi delle sue. Il ritmo di Basso è forte, Nibali pedala benissimo, Wiggins e Froome tranquilli, la Bmc lavora e riporta dentro il suo capitano in discesa. Ma, ovviamente, sul Peyresourde si torna al via, Evans si ripianta, Basso spinge, il gruppo si riduce, a tre dalla vetta poi parte Nibali. Uno scatto potente, lui non si accontenta, l'obiettivo è Evans, sì, ma il siciliano un occhio a Wiggins lo getta. Fa un piccolo vuoto, poi Froome riporta dentro il capitano. Prima della vetta ancora Nibali, ma è Wiggo a prenderlo. Di là i tre, isolati e soli, non si perdono più di vista. Evans paga sul traguardo 4'47" al terzetto, adesso è settimo nella generale, superato da Van den Broeck, Zubeldia e Van Garderen. Il podio di Nibali è praticamente sicuro, ma lui guarda oltre: «Ho provato, a Parigi manca ancora tanto, il podio c'è, ma dobbiamo ancora lavorare. Ivan è stato bravissimo». Parigi, nei pensieri di Nibali, è una cosa più grande, anche più di un già immenso terzo posto. Oggi è l'ultimissima occasione per avvicinare quella cosa grande e gialla. Prima del duro arrivo in salita di Peyragudes ci sono Menté (Ocaña ci perse un Tour in maglia gialla nella sua tremenda discesa), Ares, Port de Balés (ricordate il salto di catena di Andy Schleck e l'attacco di Contador, due anni fa?), Peyresourde e la salita finale. C'è la giusta distanza tra le vette, ogni salita è un po' più dura della precedente. Sul Balés, se Nibali ne ha, ora che il podio è cosa fatta, deve provare l'azzardo massimo. Ieri losvedeseèstato presentato inmaniera ufficiale.«Senzamee ThiagolaSerieAsarà piùpovera» Destrosemprepiùvicino allaRoma. Intanto il club annunciaCastan «Jovetic restaallaFiorentina» Trattativaarenatasulprezzo richiesto:30milionidieuro Joveticadessoèa tuttigli effettiungiocatore dellaFiorentina,un giocatorestraordinario, che ogni tecnico vorrebbeallenare. Da partenostra edella società èstatoribadita spesso finora la volontàdi tenerlo». CosìVincenzo Montella, alla suaprimaconferenza stampadal ritiro diMoena, parlandodel talentomontenegrino semprepiù oggettodeldesiderio dellaJuventus. «Ho parlatocon lui -ha continuato l'allenatore viola edècomprensibileche inquesto momentosia pensieroso.Quellocheci siamodetti ce lo teniamo inprivato, di sicuro lo vedo allenarsi beneanchese levoci che lo riguardanosono continue.Ma questoè il calcio di oggi,bisogna abituarsi,non dobbiamo farci condizionareda situazioniparticolari».Abloccare la partenza del talentomontenegrino in realtà sarebbe ilprezzo chiestodaiDellaValle:30 milioni di euro.«A questecondizioninontrattiamo» ha detto il direttoresposrtivo dellaJuve Beppe Marotta. Nibali stacca soloEvans SuiPirenei l'italianoattacca WigginseFroomeresistono ThomasVoecklerconquista ilprimotapponefrancese. Crolla ilvincitoredelTour delloscorsoanno Oggi leultimesalite COSIMOCITO sport@unita.it Nibali,Froome e lamagliagialla BradleyWiggins insieme al traguardo FOTO DI GUILLAUME HORCAJUELO/EPA Ilnuovosognodi Ibra sichiamaParigi «Qui vinceremo tutto» CALCIOMERCATO/1 U: giovedì 19 luglio 2012 23
C'È IL MISTERO TIPICO DEI GIALLI, C'È LO SPORT, C'È LA PASSIONE PER LAMUSICA ELEMOTO MA-SOPRATTUTTO - C'È LA VITA DI TUTTI I GIORNI nel primo libro di Paolo Foschi Delitto alle Olimpiadi (Edizioni e/o, 169 pagine, 14 euro). L'autore, giornalista del Corriere della Sera e prima ancora de l'Unità, in gioventù è stato atleta e ha iniziato la vita in redazione seguendo eventi sportivi di varie discipline. E così il suo romanzo d'esordio - già dal titolo non poteva non essere legato allo sport. Appartengono a questo mondo la vittima, l'ostacolista Marinella Paris speranza azzurra ai Giochi di Londra, e il commissario Igor Attila, ex pugile defraudato di una medaglia d'oro a Seul '88, al quale vengono affidate le indagini in quanto titolare della «Sezione crimini sportivi» della questura di Roma. Un nucleo formato da “scarti”, furbetti in odore di doping o giovanotti con la passione per le scommesse, tutti campioni mancati - non sempre per responsabilità proprie - che, fino a quel momento, non erano mai stati operativi. Il racconto è di pura fantasia ma parecchi sono gli spunti attinti dal reale. Una vena di triste attualità accompagna il lettore: la scarsa qualità dei programmi tv, la pessima gestione dei fondi nell'organizzazione degli eventi internazionali, la sofferenza per una crisi - non solo economica sempre più dilagante. In attesa di tornare a sentirsi un Paese unito e solidale nel tifare gli Azzurri alle Olimpiadi di Londra, l'Italia è alle prese con la recessione. I tagli imposti dal governo coinvolgono anche le forze dell'ordine. E così, con pochi mezzi a disposizione e una burocrazia che non lascia scampo, il commissario Attila - poliziotto politicamente scorretto con una medaglia d'argento sempre in tasca e il rancore nel cuore - avvia un'indagine resa ancora più complicata dalle pressioni dall'alto e dalla necessità di non deconcentrare gli atleti italiani impegnati nella rifinitura in vista dei Giochi. Foschi si muove con destrezza all'interno dell'ambiente sportivo. Un mondo che l'autore conosce bene: la cerchia ristretta degli “eletti”, ragazze e ragazzi con qualità fisiche superiori. Ma, tra le eccellenze del movimento a cinque cerchi votate spesso al sacrificio e alla rinuncia (il “ritiro” collegiale in vista di grandi eventi non ricorda le privazioni della vita monastica?), non mancano atleti affascinati dalle prospettive di fama e guadagni facili. Ed è così che i “deboli”, grazie agli ultimi ritrovati del doping, fortificano i loro corpi già snelli e scattanti. Come una gara di 800 metri (a questa disciplina appartengono i due maggiori sospettati), il libro mantiene sempre un ritmo molto alto. E i passaggi si snodano fluidi tra Ostia - luogo del delitto nonché sede del ritiro degli Azzurri d'atletica Roma e Londra. Con il colpo di scena finale (una sorpresa che va ben al di là della scoperta dell'assassino) che si affianca e si sovrappone alla volata per l'assegnazione della medaglia olimpica. Anche se - soprattutto questa volta - non è «tutto oro quello che luccica». NICOLASBETTI Anticipiamoun capitolodelsaggio «Giochidipotere»di NicolaSbetticheesce il23perLeMonnier CINQUECERCHI Excronista sportivo,PaoloFoschi si cimentaora conun romanzo giallo LEOLIMPIADIDELLASECONDAMETÀDEGLI ANNI SETTANTA E DELLA PRIMA METÀ DEGLI OTTANTA FURONO INDELEBILMENTE SEGNATE DA TRE MASSICCI BOICOTTAGGI. Quest'arma era già stata adottata precedentemente – basti pensare alle campagne dei Paesi arabi contro Israele che lo obbligarono a una migrazione sportiva dall'Asia all'Europa – ma i giudizi sulla sua efficacia restano contraddittori. È indiscutibile però che il boicottaggio sportivo rappresenti uno strumento diplomatico-sanzionatorio nelle mani dei governi. Data la natura periferica dello sport si tratta di un metodo privo di rischi per esprimere disappunto nei confronti di un Paese e delle sue politiche, uno strumento di ritorsione il cui costo in termini politici ed economici è pressoché nullo e che, a prescindere dall'efficacia, non colpisce direttamente le relazioni vitali tra i Paesi coinvolti. L'attenta analisi delle risposte a un appello di boicottaggio sportivo è inoltre funzionale a una migliore comprensione delle relazioni internazionali, in quanto le decisioni di politica sportiva tendono a riflettere quelle politiche. Nei Paesi non democratici le scelte sportive coincidono sempre con quelle politiche, nelle democrazie mature invece gli attori governativi devono fare i conti anche con l'opinione pubblica e soprattutto con istituzioni sportive formalmente autonome. L'assenza di sanzioni ai Cno (Comitati nazionali olimpici) boicottatori nei Giochi del 1976, per evitare che i Paesi potessero ritirare l'appoggio al movimento olimpico, legittimò la possibilità di utilizzare nuovamente questo strumento nel 1980 e nel 1984. Per depotenziare la forza del boicottaggio olimpico, il Cio (Comitato internazionale olimpico) disponeva di un'arma formidabile in quanto poteva dare l'opportunità ai singoli atleti di gareggiare. Benché nella retorica olimpica si sottolinei continuamente come i Giochi non siano una competizione tra nazioni ma tra individui, di fronte ai boicottaggi di massa il Cio non permise la partecipazione individuale. Era la stessa struttura dei Giochi ad impedirlo, in quanto la partecipazione degli atleti era categoricamente collegata all'appartenenza degli stessi ad un Cno. Almeno fino al 1992 – anno in cui di fronte a una situazione di disgregazione geopolitica eccezionale furono introdotte delle deroghe – un individuo senza rappresentanza nazionale non poteva partecipare ai Giochi. Il velocista della Guyana, James Gilkes, per esempio, chiese di gareggiare a Montreal 1976 nonostante il boicottaggio del suo Cno, ma la richiesta venne rigettata. Gli atleti, come spesso accade in questi casi, furono le principali vittime. L'esempio più eclatante è forse quello del keniano Henry Rono, primatista mondiale dei 10.000 metri, 5000 metri, 3000 metri e 3000 siepi, il quale fu costretto dalle scelte del suo Cno a rinunciare sia ai Giochi del 1976 che a quelli del 1980. Afflitto da problemi di alcolismo finirà in un ospizio per senza tetto prima di riprendersi e diventare allenatore in New Mexico. Diversi Paesi terzi cercarono di trarre vantaggi dai boicottaggi olimpici. In cambio della loro partecipazione a Mosca, le Filippine si fecero comprare delle noci di cocco invendute, le Fiji ottennero trattori e camion e la Giordania beneficiò di una tournée gratuita del balletto del Bolshoi. Nel 1984 la Romania ebbe importanti benefici economici dagli Stati Uniti mentre la Grecia, in tutte e tre le edizioni dimezzate, non mancò di esternare un'antica ambizione: essere sede permanente dei Giochi. Nel 1976 e nuovamente nel 1980 e nel 1981, il primo ministro, poi presidente greco Kostantinos Karamanlis propose Atene come sede permanente dei Giochi, sostenendo che questa scelta avrebbe messo al riparo i Giochi dalla strumentalizzazione politica. La proposta venne rifiutata in quanto la sede unica era in palese contraddizione con il progetto coubertiniano ed esistevano solidi dubbi sulla stabilità politica ed economica della Grecia. I boicottaggi che colpirono le edizioni dal 1976 al 1984 rappresentarono una sfida che mise in seria crisi il movimento olimpico: quello africano del 1976 fu quasi una prova, volta ad affermare il nuovo peso specifico del «Continente Nero» in seno al Cio, quello antisovietico a guida statunitense del 1980 si rivelò il più grande sforzo diplomatico mai intrapreso in collegamento con una celebrazione olimpica, mentre quello del 1984 parve poco più di una ripicca. BIOGRAFIEDIGITALI Unomicidio al fotofinish L'esordiodelgiornalista PaoloFoschicomeautore «DelittoalleOlimpiadi»è il titolodel romanzoper le Edizionie/o.Unastoria amaraambientatanelmondo durodell'atletica MASSIMOFILIPPONI mfilipponi@unita.it IGiochiboicottati: un'armaspuntata nellaguerratraStati TommieSmitheJohn Carlosalle OlimpiadidiCittà delMessico nel ‘68 immortalati inundiscodei Ratm SolosuEbook le100storie degliatletiolimpici Le100biografie degli atleti chehanno legato le loroviteaun'edizione olimpica negliEbook dellaGarzantina .Troverete le storiedi Dorando Pietri ai Giochidel 1908, JimThorpe in quellidel 1912,Nedo Nadinel 1920, PaavoNurmi nel 1924, JesseOwensnel 1936, Mark Spitznel 1972, UsainBoltnel 2008. Centograndissime storiedi sport.Appassionanti.Memorabili. U: 18 giovedì 19 luglio 2012
TV 06.45 Unomattina Estate. Attualita' 10.10 Unomattina Vitabella. Rubrica 11.00 Unomattina Storie Vere. Rubrica 12.00 E state con noi in TV. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.00 TG1 - Economia. Informazione 14.10 Verdetto Finale. Show. 15.15 Rosamunde Pilcher: Quattro Stagioni - Primavera. Film Commedia. (2008) Regia di Giles Foster. Con Senta Berger, Tom Conti, Frank Finlay. 16.50 TG Parlamento. Informazione 17.00 TG 1. Informazione 17.15 Heartland. Serie TV 18.00 Il Commissario Rex. Serie TV 18.50 Reazione a catena. Show. 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Techetechetè. Rubrica 21.20 Superquark. Documentario 23.00 Tg1 60 Secondi. Informazione 23.35 I Nostri Angeli. Evento 00.55 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.15 Che tempo fa. Informazione 01.20 Sottovoce. Talk Show. 02.00 Rai Educational In Italia. Educazione 02.30 Mille e una notte - Documenti. Documentario 07.30 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 10.15 La complicata vita di Christine. Serie TV 10.35 Tg2 Insieme Estate. Rubrica 11.20 Il nostro amico Charly. Serie TV 12.10 La nostra amica Robbie. Serie TV 13.00 Tg 2. Informazione 13.30 TG 2 E...state con Costume. Rubrica 13.50 TG 2 Si, Viaggiare. Rubrica 14.00 Senza Traccia. Serie TV 15.30 Guardia Costiera. Serie TV 16.15 The Good Wife. Serie TV 17.00 One Tree Hill. Serie TV 17.50 Tg2 - Flash L.I.S.. Informazione 17.55 Rai TG Sport Informazione 18.15 TG 2. Informazione 18.45 Cold Case. Serie TV 19.35 Ghost Whisperer. Serie TV 20.30 Tg2. Informazione 21.05 Private Practice. Serie TV Con Kate Walsh, Taye Diggs, Audra McDonald. 22.25 Private Practice. Serie TV Con Kate Walsh, Taye Diggs, Audra McDonald. 22.40 Brothers & Sisters. Serie TV 23.25 Tg2. Informazione 23.40 Rai 150 anni. La Storia siamo noi. Documentario 00.45 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 08.00 Un marito per Anna Zaccheo. Film Drammatico. (1953) Regia di Giuseppe De Santis. Con Silvana Pampanini 09.45 Rai 150 anni. La Storia siamo noi. Documentario 10.35 Cominciamo Bene. Rubrica 12.00 TG3. Informazione 12.01 Rai Sport Notizie. Informazione 12.15 Cominciamo Bene. Rubrica 13.10 La strada per la felicita'. Soap Opera 14.00 Tg Regione / TG3. Informazione 14.45 TGR Piazza Aari. TG3 - L.I.S.. Informazione 14.55 Rai Sport Ciclismo. Tour de France Sport 18.00 GEOMagazine 2012. Documentario 19.00 TG3./ Tg Regione. Informazione 20.00 Blob. Rubrica 20.15 Cotti e mangiati. Sit Com 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 Law&Order. Serie TV Con Jeremy Sisto, Linus Roache, Alana Truglio. 22.00 Law&Order. Serie TV 22.40 Tg Regione. Informazione 22.45 Tg3 Linea notte estate. Informazione 23.20 Borsalino. Film Gangster. (1970) Regia di Jacques Deray. Con Jean-Paul Belmondo, Alain Delon. 01.20 Rai Educational - Cult Book. Reportage 06.50 Magnum P.I.. Serie TV 07.45 Più forte ragazzi. Serie TV 08.40 Sentinel. Serie TV 09.50 Monk. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Pacific Blue. Serie TV 12.55 Distretto di Polizia II. Serie TV 12.50 Renegade. Serie TV 14.05 Forum Rubrica 15.10 Wol un poliziotto a Berlino. Serie TV 16.05 My Life - Segreti e passioni. Soap Opera 16.30 Un tassinaro a New York. Film Commedia. (1987) Regia di Alberto Sordi. Con Alberto Sordi. 17.07 Tgcom. Informazione 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.10 Siska. Serie TV 21.10 Due imbroglioni e... Mezzo. Serie TV Con Claudio Bisio, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso. 23.03 Cinema d'Estate - Gioni '12. Rubrica 23.05 We shall overcome - Una lezione di Vita. Film Commedia. (2005) Regia di Niels Arden Opley. Con Janus Dissing Rathke. 23.51 Tgcom. Informazione 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.35 Miracoli degli animali. Documentario 08.47 I segreti della lettera. Film Drammatico. (2010) Regia di Simone Van Dusseldorp. Con Hanna Obbeek. 10.02 Tg5. Informazione 10.58 Gioni film festival. Informazione 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.12 Rosamunde Pilcher: Il servizio da The. Film Commedia. (2007) Regia di Dieter Kehler. Con Christian Wol. 15.31 Tgcom. Informazione 16.31 Tre signore e una grande impresa. Film Commedia. (2008) Regia di James A. Contner. Con Pam Grier, John Colton. 18.30 La ruota della fortuna. Show. 20.00 Tg5. Informazione 20.40 Veline. Show. 21.21 Paolo Borsellino. Film Tv Drammatico. (2004) Regia di Gianluca Maria Tavarelli. Con Giorgio Tirabassi, Ennio Fantastichini, Andrea Tidona. 01.00 Tg5 - Notte. Informazione 01.30 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 02.01 Media Shopping. Shopping Tv 02.15 Padri e figli. Serie TV Con Natalino Balasso. 07.10 La stella di laura. Film Animazione. (2004) Regia di Thilo Graf Rothkirch, Piet De Rycker. 07.46 Tgcom. Informazione 08.40 Cartoni animati. 10.30 Dawson's Creek. Serie TV 12.15 Gioni - Il sogno continua. Informazione 12.25 Studio Aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 Futurama. Cartoni Animati 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 Dragon ball. Cartoni Animati 15.00 Gossip girl. Serie TV 15.55 Le cose che amo di te. Serie TV 16.45 Friends. Serie TV 17.35 Mercante in fiera. Gioco A Quiz 18.30 Studio Aperto Informazione 19.00 Studio spor Informazione 19.25 C.S.I. New York. Serie TV 21.10 Human Target. Serie TV Con Mark Valley, Jackie Earle Haley, Chi McBride. 22.00 Human Target. Serie TV Con Mark Valley, Jackie Earle Haley, Chi McBride. 23.00 La città verrà distrutta all'alba. Film Horror. (2010) Regia di Breck Eisner. Con Timothy Olyphant, Radha Mitchell, Joe Anderson. 23.57 Tgcom. Informazione 00.00 Meteo. Informazione 07.00 Omnibus Estate 2012. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. 11.00 In Onda (R). Talk Show. 11.40 Agente speciale Sue Thomas. Serie TV 12.30 I menù di Benedetta (R). Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Movie Flash. Rubrica 14.10 Topkapi. Film Avventura. (1964) Regia di Jules Dassin. Con Maximilian Schell, Melina Mercouri, Peter Ustinov. 16.10 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 18.00 I menù di Benedetta (R). Rubrica 18.55 Cuochi e fiamme. Show. 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 In Onda. Talk Show. 21.10 Bersaglio mobile. Talk Show. Conduce Enrico Mentana. 23.00 N.Y.P.D. Blue. Serie TV 23.55 Tg La7. Informazione 00.00 Tg La7 Sport. Informazione 00.05 N.Y.P.D. Blue. Serie TV 01.00 Movie Flash. Rubrica 01.05 Cold Squad. Serie TV 02.35 In Onda. Talk Show. 21.10 Per sfortuna che ci sei. Film Commedia. (2010) Regia di Nicolas Cuche. Con François-Xavier Demaison, Virginie Efira, Armelle Deutsch. 22.50 Captain America: Il primo vendicatore. Film Azione. (2011) Regia di Joe Johnston. Con Chris Evans, Hugo Weaving, Tommy Lee Jones. SKY CINEMA 1HD 21.00 Le cronache di Narnia - Il viaggio del veliero. Film Avventura. (2010) Regia di M. Apted. Con B. Barnes, S. Keynes. 23.00 Beverly Hills Chihuahua 2. Film Commedia. (2011) Regia di A. Zamm. Con B. Mendler, C. Lakin. 00.30 Pesi massimi. Film Commedia. (1995) Regia di S. Brill. Con D. Goldman, J. Wayne Miller. 21.00 Figlia del silenzio. Film. (2008) Regia di M. Jackson. Con H. Thompson O. Pattison. 22.35 Le donne del 6° piano. Film Commedia. (2011) Regia di P. Le Guay. Con F. Luchini S. Kiberlain. 00.25 Qualcosa è cambiato. Film Commedia. (1997) Regia di J. Brooks. Con J. Nicholson H. Hunt. 18.15 Adventure Time. Cartoni Animati 18.40 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.40 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.05 Ben 10. Cartoni Animati 20.30 Ninjago. Serie TV 20.55 Adventure Time. Cartoni Animati 21.20 Brutti e cattivi. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Come è fatto. Documentario 19.30 Come è fatto. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Top Gear USA. Documentario 22.00 Deadliest Catch. Documentario 23.00 La febbre dell'oro: Mare di Bering. Documentario 18.55 Deejay TG. Informazione 19.00 Una splendida annata. Show. 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Una splendida annata. Show. 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 Lincoln Heights. Serie TV 23.30 Jack Osbourne No Limits. Reportage DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.20 Ninas Mal. Serie TV 21.10 I Soliti Idioti. Show. 22.50 Mike Judge's Beavis and ButtHead: Il Ritorno. Serie TV 23.10 Mike Judge's Beavis and ButtHead: Il Ritorno. Serie TV 23.40 Speciale MTV News: Story of The Day. Informazione MTV RAI 1 21.20: Superquark Documentario con P. Angela. I più grandi misteri del creato verranno spiegati in modo semplice. 21. 05: Private Pratice Serie Tv con K. Walsh. La dottoressa Allison e il suo sta sono spesso alle prese con questioni di cuore. 21.05: Law&Order Serie Tv con G. Dzunza. Un team di avvocati e una squadra di detective per far trionfare la giustizia. 21.10: Due imbroglioni e mezzo... Serie Tv con Claudio Bisio. Gina e Lello devono occuparsi di Lino, intanto il commissario è sulle loro tracce. 21.21: Paolo Borsellino Film con G. Tirabassi. Il giudice Borsellino, impegnato contro la mafia, mette in piedi un pool. 21.10: Human Target Serie Tv con M. Valley Chance si occupa del caso di un Procuratore minacciato dalla mafia. 21.10: Bersaglio mobile Talk Show conduce E. Mentana Appuntamento con l'informazione di Enrico Mentana. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY SE CI ATTACCANO IN AGOSTO? CONQUESTO INTERROGATIVO SPAVENTOSOCOMINCIAVAIERIla rubrica economica di Sky tg 24. Come se fossimo in guerra e ci aspettassimo da un momento all'altro i bombardamenti nemici. Benché siano ormai numerose le generazioni nate e cresciute in tempo di pace, seppure interrotta da «bombe intelligenti» o addirittura «umanitarie». Nonché dalla vera e propria spedizione militare in territorio iracheno decisa dal governo Berlusconi in appoggio all'amico Bush. Perché, quando parliamo di Berlusconi e dei suoi «agghiaccianti» ritorni, non dovremmo mai dimenticare quella guerra, incostituzionale e disastrosa, dichiarata al solo scopo di far partecipare il piccolo leader al tavolo dei Grandi. Una soddisfazione personale pagata a caro prezzo dal bilancio dello Stato e dal sangue degli iracheni. Perché non di solo bunga bunga vive l'uomo che ancora si bea delle senili prodezze erotiche, inventate e messe in giro a pagamento dai sottoposti e soprattutto dalle sottoposte. Ma, tornando alle minacce sull'agosto imminente, si tratta di pessime previsioni economiche che pendono sul nostro futuro come spade di Damocle. E la cosa più insopportabile di tutte è che ora, a proporre soluzioni e ricette infallibili, sono quegli stessi che ci hanno ridotto come siamo ridotti. Perché Berlusconi non significa solo Nicole Minetti ma anche Brunetta e soci, che continuano a sproloquiare dalle tv come se non fossero stati al governo e dintorni per gran parte degli ultimi vent'anni. Una compagnia di giro che, di partito in partito e di poltrona in poltrona, si è fatta ricca e prepotente usando tutto il peggio a disposizione, dal razzismo leghista al clientelismo sudista. E intanto intonavano «meno male che Silvio c'è», grati di quanto ricevuto. Ma, ora che lui è costretto a vendere Ibrahimovic, qualcuno si riscopre liberale. Leminacce diagosto e la compagnia digiro dei «berluscloni» FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO U: giovedì 19 luglio 2012 21
SEGUEDALLAPRIMA Pomigliano va in cassa integrazione a fine agosto per dieci giorni perchè la Nuova Panda non tira e, possiamo aggiungere, perchè il modello organizzativo e sociale imposto da Sergio Marchionne non funziona, crea divisioni e tensioni mentre ci sarebbe bisogno di seguire altre strade condivise. I lavoratori della Fiat hanno accettato tutti i sacrifici, tutte le condizioni decise dall'amministratore delegato, ma oggi nessuno ha la certezza del lavoro, nè tantomeno la sicurezza di poter continuare a produrre nel prossimo futuro. Oltre duemila lavoratori dello stabilimento campano sono in cassa integrazione da tre anni e non sanno se potranno mai essere assunti nella newco. Quelli che hanno avuto la fortuna di essere assunti adesso vanno in cassa integrazione e si interrogano sul futuro. Pomigliano, Cassino, Mirafiori sono in difficoltà, forse una o due di queste fabbriche sarà costretta a chiudere. Ma le difficoltà della Fiat e la crisi dell'industria dell'auto, di cui abbiamo spesso parlato, non sono isolate, vanno inquadrate in un processo di esaurimento che può portare al collasso del cuore dell'intero sistema industriale italiano. Non va l'auto, il mercato del motociclo è in caduta libera (circa il 45% di vendite in meno sul 2011), un colosso come Finmeccanica, un autentico motore delle politiche industriali in Italia, ha un piano di vendite di attività rilevantissime (Ansaldo Energia e Ansaldo Sts), i primi sedici grandi gruppi attivi in Italia hanno performance ancora nettamente inferiori a quattro anni fa quando iniziò la crisi e accentuano i ritardi storici (dimensioni troppo piccole, scarsa internazionalizzazione, pochi capitali). A Piombino l'Acciaieria, La Magona e Dalmine sono in crisi e mettono in allarme l'intera comunità locale. E poi c'è l'Ilva di Taranto, dodicimila dipendenti, il centro industriale vitale per un'intera regione. Il più grande polo siderurgico d'Europa potrebbe essere sequestrato dalla magistratura perchè non ancora in regola con le emissioni, perchè avvelena i cittadini, anche se in molti sono pronti a rischiare la vita piuttosto che perdere l'unica fonte di reddito. Governo, sindacati e amministrazioni locali affronteranno oggi questa emergenza che come larga parte delle emergenze industriali nazionali viene da lontano, non è nata ieri, come se non fosse possibile trovare per tempo soluzioni credibili e condivise. Da queste incapacità, da questi ritardi derivano ulteriori problemi a un tessuto produttivo già lacerato, frammentato, indebolito dalla lunga recessione. Quando la Confindustria parla di un'economia di guerra non lo fa solo per propaganda o per tutelare interessi di parte. Quando Giorgio Squinzi avverte il pericolo di una “macelleria sociale”, suscitando la dura reazione di Mario Monti, sa di cosa sta parlando perchè da industriale che ci mette la faccia conosce le enormi difficoltà in cui operano oggi le imprese italiane, soprattutto quelle familiari che rischiano in proprio assieme ai propri dipendenti, che fanno fatica a difendersi sui mercati, che non possono contare su salotti che concedono aiuti o salvataggi per interessi di cordata o di schieramento. Eppure se vogliamo uscire dalla crisi, c'è una sola strada che può portarci fuori da questo guado opprimente: l'unica opzione è il salvataggio, il sostegno, il rilancio della nostra industria, della valorizzazione della nostra attitudine alla manifattura, attività in cui abbiamo storia, idee, professionalità, capacità senza paragoni. Anche se oggi siamo messi male, anche se lo spread ci opprime e temiamo il nuovo attacco speculativo di agosto, la nostra industria manifatturiera resta la seconda in Europa dopo la Germania e ha le possibilità di riprendersi, di guidare la ripresa del Paese. Per questo ci vogliono innovazione, investimenti, coraggio, confronto e collaborazione tra le parti sociali. La difesa del tessuto produttivo, la battaglia per evitare che la deriva industriale si sommi allo squilibrio dei conti e al debito pubblico troppo alto, sono impegni che devono trovare allineati su un unico fronte governo, mondo del lavoro, imprese, amministrazioni. È necessario che questa battaglia diventi la priorità per le forze politiche che si candidano a governare il paese perchè senza industria noi non andiamo da nessuna parte. È bene sapere che se chiude l'Ilva, se cessa di produrre Pomigliano, il giorno dopo non avremo geni come Bill Gates o Steve Jobs a regalarci, dalla sera alla mattina, una nuova economia. Negli ultimi mesi i francesi hanno preso Parmalat, i tedeschi la Ducati, simboli del valore della nostra industria. Stiamo perdendo dei campioni senza crearne di nuovi. Così rischiamo la retrocessione e non ce la possiamo permettere. SEGUEDALLAPRIMA Un immobilismo che ha causato favoritismi, precariato e tante sacche di inefficienza pubblica. Dalla parte opposta di coloro che, per convenienza personale, hanno avallato questo stato di cose ci sono i lavoratori, gli imprenditori e i professionisti siciliani che amano il proprio lavoro, e adesso probabilmente aspettano che il governo centrale presenti il cahier de doleance rispettando però questa faccia della Sicilia. Il mio auspicio personale è che si decida di utilizzare strumenti efficaci e adeguati per rendere più efficiente l'intero sistema e individuare il percorso giusto per garantirne la salvezza. Mai come in questo momento, molto critico, la politica dovrebbe fare un passo indietro per accantonare gli interessi di parte e scegliere una via d'uscita il più possibile condivisa, perché corrispondente ad un evidente interesse generale. Gli obiettivi sono: evitare il default, costruire le basi per sviluppare la competitività, liberare la Sicilia dalla zavorra culturale del clientelismo e lanciare le basi per costruire gli asset di un modello economico pubblico, in sintonia con le realtà private, quindi piú moderno ed efficiente. Per troppo tempo abbiamo assistito alla quasi fatale convinzione che niente potesse risolvere questa situazione di stallo totale, dove alcune fette della società continuavano a stare bene, incuranti del disastro in corso, e il resto della collettività rimaneva senza speranza ma consapevole che questo fardello sociale ed economico prima o poi avrebbe messo in pericolo il loro lavoro. Il momento fatidico in cui bisogna rimboccarsi urgentemente le maniche pare sia arrivato. La fase successiva non sarà per niente facile. Tra non molto la Sicilia dovrà cambiare il governo e dovrà scegliere un candidato che, oltre a garantire un adeguato posizionamento tra queste complicate strettoie dovute al bilancio e alla spesa pubblica della Regione, deve essere di indubbia moralità etica. Questa complessa attività di ridefinizione dell'intera governance deve avvenire in piena sinergia con il governo centrale. La divisione tra le parti potrebbe essere deleteria. Bisogna indurre tutte le componenti politiche e sociali, così come quelle imprenditoriali e sindacali, a rimanere unite. Non dimentichiamo che con il mare mosso la nave di salvataggio della mafia è sempre pronta a salpare per soccorrere le sue stesse vittime. Senza una presa di coscienza collettiva non si può parlare né di futuro né di sviluppo della Sicilia, così come di salvataggio. Le tante nefandezze compiute nell'ultimo ventennio hanno impoverito il Pil interno: tante occasioni di crescita perse solo per ingrossare i vasi elettorali collegati con indotti clientelari. A questo scenario si aggiunge la mancanza di competitività di vari settori del sistema economico, sia pubblico che privato, che fa da cornice ad un ritratto che si dovrebbe cambiare subito. Quando si individuerà la strategia e si sceglieranno gli strumenti bisognerebbe potenziare e far partire subito le eccellenze interne che potrebbero fare da apripista e allo stesso tempo potrebbero attrarre l'attenzione di investitori esteri in un territorio frontiera al centro del Mediterraneo, che si guarda con il Medio oriente, con i Paesi nord-africani e con il resto d'Europa Ciò che manca infine alla Sicilia, e che non può più essere rimandato, è un piano industriale ad hoc che garantisca lo sviluppo industriale nel breve e lungo termine e possa fare da base a tutti i settori portanti della Regione su cui bisogna investire senza creare postifici pubblici inattivi che non incrementano il Pil, ma sono solo dei costi che gravano in modo pesante su tutti i siciliani. Enrico Letta Vicesegretario Pd Rinaldo Gianola Vicedirettore Il commento Il cambio di rotta che serve alla Sicilia Antonello Montante Presidente Confindustria Sicilia SEGUEDALLAPRIMA È un obbligo di trasparenza assoluta e di ricostruzione rigorosa della memoria storica di questo Paese, al quale non intendiamo in alcun modo sottrarci. Vogliamo e dobbiamo sottrarci, invece, al gioco politico inscenato attorno alla presunta trattativa Stato-mafia. Un gioco che nulla ha a che vedere con l'accertamento della verità oggettiva dei fatti, delle responsabilità penali e delle connivenze di allora, ma che si lega a doppio filo alla cronaca politica di oggi e alla ricerca, misera, di consenso sulla pelle e sulla sensibilità degli italiani. Ad orchestrare questo gioco pericoloso si sono distinti prima Maurizio Gasparri e poi Antonio Di Pietro. Quest'ultimo, con una spregiudicatezza inusitata persino per lui e con le armi del populismo affinate dallo studio ossessivo della retorica grillina, si scaglia ormai quotidianamente contro il Colle. Al solo scopo di colpire il Quirinale e di insozzare la sua immagine. Perché? Cosa c'entra Giorgio Napolitano con i fatti di vent'anni fa? Nulla. Lo confermano gli stessi magistrati palermitani che hanno escluso un coinvolgimento del presidente in qualsivoglia azione insabbiatrice connessa alla presunta trattativa. E allora - ripeto - per quale ragione Di Pietro accusa il Quirinale di mortificare le istituzioni della Repubblica e di boicottare l'accertamento della verità? Perché arriva a tacciare il Colle di azioni eversive, suscitando peraltro la dissociazione formale di un esponente di primissima fila dell'Idv come Donadi? Come mai si accanisce su una questione tecnico-giuridica - quella dell'intercettabilità o meno del capo dello Stato - che non investe la ricognizione delle responsabilità su via D'Amelio? La risposta è una sola ed è, purtroppo, meschina e gravissima: infamando deliberatamente Napolitano, Di Pietro mira a destabilizzare un quadro politico già di per sé assai frammentato e instabile. Mira a togliersi dall'angolo in cui è piombato. Mira a scuotere l'architrave del sistema che rende possibile la fase di responsabilità nazionale che fa riferimento al governo Monti e, al contempo, ad allontanare il Pd da chi della legalità, della lotta alle mafie, del contrasto alla devianza sistemica dalle regole ha fatto una ragione di impegno civico nobile e coraggiosa. Così agendo, semplicemente, Di Pietro pensa di avere una chance in più per contrastare Grillo sul terreno dell'indignazione anti-sistema, con l'obiettivo di sottrargli, in extremis, segmenti di elettorato. Ma è una rincorsa verso il nulla e, soprattutto, verso il fondo. Perché sfruttare, per meri interessi partigiani, la morte e la memoria di tanti servitori dello Stato cos'altro è se non il fondo? E mettere Napolitano contro Falcone e Borsellino è operazione bieca, intollerabile, indecente. Che fa male a tutti: a chi ha dato la vita per il Paese e a chi, come il presidente, continua a servirlo con onore, supportato dal sostegno della stragrande maggioranza degli italiani. Il Quirinale, nel richiedere alla Corte Costituzionale di pronunciarsi sulla questione del conflitto d'attribuzione, ha con tutta evidenza preso un'iniziativa volta a tutelare la funzione e le prerogative della Presidenza della Repubblica. Un'azione indispensabile per perimetrare, entro i confini stabiliti dalla Costituzione, il rapporto tra poteri dello Stato e a scongiurare il rischio concreto che la vicenda possa tramutarsi in un precedente dalle conseguenze imprevedibili. Per tutte queste ragioni Bersani ha risposto con nettezza alle parole di Di Pietro. Perché questa vicenda - sia chiaro a tutti - non può essere interpretata come una polemica ordinaria e, quindi, accettabile e legittima nella dialettica tra forze politiche e, in particolare, tra partiti i cui rappresentanti convivono al governo di tante amministrazioni locali e regionali. Questa vicenda costituisce un attacco alla stessa ragion d'essere del Pd, inteso primariamente come partito al servizio dell'interesse generale del Paese. La nostra reazione continuerà ad essere all'altezza della sfida. COMUNITÀ Maramotti L'analisi L'Italia industriale rischia la deriva . . . Senza industria non ci salviamo, niente sviluppo Se chiude Pomigliano non c'è un Bill Gates di scorta . . . Necessaria una svolta dopo tanto immobilismo. Le forze sociali, imprenditoriali e sindacali restino unite . . . Si mira a destabilizzare il quadro politico . . . È una rincorsa verso il nulla L'intervento Strage di via d'Amelio Chi sporca il ricordo giovedì 19 luglio 2012 15
CDARAI Della mortificazione edella verità. Come faredell'una e dell'altra uncanovaccio politico; unparadigma di riferi-mento attraverso il quale colpire la prima carica dello Stato. Il regista, Antonio Di Pietro, leader dell'Italia dei Valori, è avvezzo a imbastire la trama. Lo fa da tempo. Ma la scena della mortificazione istituzionale e quella della verità oscurata segnano l'acme della sceneggiatura dipietrista, di cui il presidente Giorgio Napolitano è, suo malgrado, protagonista. Prima l'accusa di «mortificare le istituzioni», poi quella di «non voler far sapere la verità dopo venti anni», a seguire il «pieno conflitto di interessi». Insomma il Capo dello Stato peccherebbe di omertà, di personale interesse e «arroganza istituzionale»; sarebbe tra quelli che sulla trattativa Stato-mafia non vorrebbero far sapere. Un'accusa pesante. Un'affermazione «diffamatoria», come ha scritto il consigliere per l'Informazione del Presidente della Repubblica, Pasquale Cascella, «gravi espressioni alle quali il Presidente non può reagire». Lui no, certo. Ma la gravità del crescendo accusatorio del leader Idv è tale che ha finito per sollevare dissenso e segnare distanze nel suo stesso partito. Tanto che c'è stata una convocazione dei parlamentari. Un primo passo, il più clamoroso, mosso a marcare la differenza lo ha fatto il capogruppo alla Camera Massimo Donadi: «La scelta del Presidente Napolitano di sollevare un conflitto di attribuzione con la Procura di Palermo è un atto assolutamente legittimo sotto il profilo giuridico costituzionale e merita pertanto rispetto sotto il profilo politico e istituzionale». Punto. E poi a capo: «La questione è tecnica, al limite burocratico-costituzionale - continua Donadi - ritengo che la Corte sia il soggetto naturalmente legittimato a dirimere la controversia». La distanza da Di Pietro è racchiusa in una parola: rispetto. Poche lettere che indicano però due atteggiamenti politici più che lontani. «Penso che il Presidente della Repubblica in questo drammatico momento svolga un ruolo straordinario di coesione e unità del Paese - afferma Donadi a l'Unità - ed è bene tenerlo fuori da polemiche politiche. Non condivido la scelta di chi lo fa, né nella forma, né nei toni. Mi auguro che siano toni estemporanei, seppur sbagliati, legati al momento - aggiunge il capogruppo a Montecitorio - ma spero che non ci sia una strategia, né un'ulteriore escalation». Del resto benché quella di «Di Pietro sia la linea del partito, non c'è stato alcun dibattito su questo». Scarsa condivisione. Diversità. «Io sono sempre stato contrario all'idea dell'unanimismo di partito - dice Francesco Pancho Pardi, senatore Idv - certo su alcune questioni deve esserci una linea unitaria, ma in altri casi, come questo, penso sia bene avere una pluralità di punti di vista. Il partito ci guadagna». Pardi riconosce che «il parere espresso da Di Pietro è la linea del partito», ma «poi sul parere possono esserci varietà di apprezzamenti. Per quel che mi riguarda - aggiunge se fosse toccato a me avrei usato altri termini». Magari gli stessi di Donadi il cui «giudizio è giusto e legittimo, ho apprezzato che l'abbia detto». Non si può dire lo stesso però per il capogruppo al Senato Felice Belisario. «Il partito ha una linea comune e a me non pare affatto che Donadi abbia preso le distanze. Tutti siamo d'accordo sullo smascherare la trattativa», dice. E infatti non è su questo che dissentono. L'unione è solo sul leit motiv dell'accertamento della verità: «Noi chiediamo soltanto questo». Belisario nega qualunque accanimento contro Napolitano, «non abbiamo niente contro di lui, non è il nostro obiettivo. Non facciamo riunioni segrete o carbonare pensando a un impeachment». Però via libera a chi accusa di più. «Criticarlo non è un reato di lesa maestà, e se c'è chi pensa che qualcuno di noi ha commesso un reato con le sue affermazioni facesse una denuncia». Detto questo non bramano il miracolo come l'amico Grillo: «L'Idv prenderà atto della fine del settennato di Napolitano», commenta Belisario, senza gridare al miracolo. «Il Paese vive una situazione di difficoltà e il primo problema è tirarlo fuori da questa situazione». Che Napolitano sia stato il primo ad assumersene la responsabilità poco importa. Anzi. Meglio fare della difesa della verità una bandiera da usare a piacimento. Marcello Dell'Utri indagato per estorsione. La vittima sarebbe Silvio Berlusconi convocato come teste e parte offesa. Ma anche Marina, la figlia, potrebbe sapere. Dunque convocata pure lei, come teste e parte offesa. L'inchiesta è quella sulla trattativa tra Stato e Cosa Nostra, il presunto, non ancora dimostrato, solo in parte ammesso in una sentenza (Tagliavia, bombe 1993,Firenze, marzo 2012) patto tra lo Stato italiano e la mafia per mettere a tacere le bombe di mafia. Si tratta di un nuovo capitolo di un'inchiesta divisa in tre (Palermo, Caltanissetta, Firenze) e che nel capoluogo siciliano va avanti, in pratica, dal 1996, anno in cui Dell'Utri risultò indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Sullo sfondo c'è il pensiero, la tesi verosimile ma finora smentita dalle sentenze Dell'Utri (ultima quella della Cassazione che ha rinviato in Appello il processo), che la discesa in politica di Berlusconi nel 1994 sia stata dettata oltre che da interessi personali (la copertura dei debiti Fininvest) anche da interessi da parte di Cosa Nostra disperatamente in cerca di un nuovo referente politico. Ecco perchè, è l'ipotesi dei magistrati, furono all'improvviso messe a tacere le bombe di mafia (non è mai avvenuto il progettato attentato all'Olimpico del gennaio 1994). Ora, di questa faccenda Berlusconi avrebbe le scatole piene. Soprattutto dopo che le sentenze Dell'Utri hanno spiegato che se è vero che il fidato collaboratore nonchè fondatore di Publitalia è stato realmente il tramite tra Cosa Nostra e il Cavaliere, è altrettanto vero che mai ci fu sponsorizzazione politica. E che Berlusconi è stato semmai vittima di quel rapporto. È bastato un titolo di giornale per scatenare la canea di sempre. Il ritorno alle accuse ai giudici (Dell'Utri: «Ingroia è pazzo. Io e Berlusconi? Colpevoli di tutto»), al repertorio stantio: «Giustizia ad orologeria», «Berlusconi in campo e subito tornano i giudici». Un incubo. In tutti i sensi. L'invito a comparire era per lunedì. Ma al loro posto, nella stanza del procuratore aggiunto Antonio Ingroia, è arrivata la lettera degli avvocati con la descrizione dei rispettivi legittimi impedimenti. Una nuova convocazione è prevista per il 25 luglio. Come testimoni sono obbligati, o prima o dopo, ad andare e a rispondere. E in procura, stavolta, non potendo scattare alcun tipo di immunità, neppure nella scelta del luogo. Era il 26 novembre 2002 quando il pm Ingroia andò a palazzo Chigi per sentire Berlusconi, allora premier, nell'ambito del processo Dell'Utri. Fu deciso di sentirlo come teste assisitito. Si avvalse della facoltà di non rispondere. Questa volta, come teste, non può farlo. Il nuovo capitolo della vecchia storia si alimenta con l'acquisto da parte di Berlusconi della villa di Dell'Utri sul lago di Como. Il rogito è avvenuto all'inizio di marzo, alla vigilia della sentenza della Cassazione. Ma ad insospettire i magistrati è soprattutto il prezzo. Il Cavaliere avrebbe pagato la lussuosa dimora 20 milioni e 970 mila euro. Ma nel 2004 lo stesso immobile è stato valutato 9,3 milioni di euro. Non sarebbe questo l'unico passaggio di danaro “sospetto”. Tra gli accertamenti della Guardia di Finanza, sono finiti anche 10 milioni che l'ex premier ha versato all'amico-collaboratore tra il 2008 e il 2011. Agli atti dell'inchiesta della procura di Roma sulla P3, sono rimasti inspiegati almeno tre prestiti infruttiferi. Tre diverse dazioni di danaro. Non solo. Tra le domande dei pm anche il contenuto di un'intercettazione del 5 dicembre scorso quando Ezio Cartotto, uno dei padri fondatori di Forza Italia, informò palazzo Grazioli di essere stato convocato a Palermo in procura. «Io non ho ricattato nessuno, soprattutto il mio amico Silvio», replica Dell' Utri che definisce «morbosi» i magistrati e lamenta nei suoi confronti «un processo politico». Per Dell'Utri «i 9 milioni sono quelli indicati nella perizia fatta per accedere al mutuo che precede la ristrutturazione. È una stima per difetto». Secondo la difesa quelli ricevuti dal senatore sono prestiti fatti in nome dell' amicizia di una vita, rimasta salda nonostante i guai giudiziari. Resta però la stravagante coincidenza dell'acquisto perfezionato la sera prima della sentenza della Cassazione che il senatore, secondo indiscrezioni, avrebbe atteso in un paese sudamericano non vincolato all' estradizione con l'Italia. E se i 20 milioni avessero dovuto assicurare al vecchio amico una latitanza dorata? Anche questo i pm chiederanno a Berlusconi. Il quale potrebbe essere chiamato ad una seconda trasferta «giudiziaria»a Palermo. Ieri si è aperto il processo d'Appello bis per Dell'Utri. Il pg Luigi Patronaggio ha chiesto alla Corte la citazione dell'ex premier. «In questo processo - ha detto in aula il pg - non è mai stata sentita la persona offesa dal reato». Il berlusconiano Travaglio Ricordate quando Berlusconi si scagliava contro i giudici della Corte costituzionale perché comunisti, in quanto nominati da presidenti comunisti come Scalfaro, Ciampi e Napolitano? Ricordate gli argomenti usati: le sentenze erano di parte perché non corrispondevano a desideri e interessi del Cavaliere. In nessun Paese un personaggio pubblico potrebbe permettersi di delegittimare pregiudizialmente un organismo di garanzia, senza coprirsi di vergogna. Speravamocheil declino diBerlusconi portasseviaanchequestapenosa,tuttaviaeversiva, contestazione. Ma ieri il prode Marco Travaglio l'ha riesumata e fatta propria nell'articolo su il Fatto Quotidiano dedicatoalladecisionedelCapodelloStatodisollevare il conflitto di attribuzioni contro la Procura di Palermo. La Consulta, per Travaglio,è«pienadiamici»diNapolitano«e/o di nominati da lui». Dunque l'avvio della proceduraaltrononèche«soavecorrispondenza di amorosi sensi». Insomma, un concentrato di cultura giuridica berlusconiana:ildirittoèbuonosescrivoiolasentenza, altrimenti i giudici sono corrotti. Chi ha a cuore lo Stato di diritto rispetta le sentenze, anche quando le critica. La delegittimazionepreventivanonèdirittodicritica: è berlusconismo allo stato puro. IL CORSIVO Trattativa tra Stato e mafia, il nuovo capitolo vede il senatore accusato di estorsione ai danni dell'ex premier Il Cavaliere e la figlia Marina hanno dato forfait lunedì scorso, riconvocati il 25 POLITICAEGIUSTIZIA . . . 20 milioni per la villa acquistata alla vigilia della sentenza Dell'Utri e altri 10 tra il 2010 e il 2011 Dell'Utri indagato per estorsione I Berlusconi testi Marina Berlusconi, convocata dai pm siciliani insieme al padre FOTO ANSA CLAUDIAFUSANI ROMA Accordo sul contratto del dg. Sulle deleghe Pdl spaccato Iniziodifficile per il nuovo Cda Rai.Lo scogliodel contrattoal direttore generale,LuigiGubitosi,presente ieri, è statosuperato con un accordo:a tempo indeterminatoma con unaparte fissa di 400milaeuroe250mila per l'indennità della funzione(perLorenza Leierano 500mila,che continueràaprendere, e 150mila).Piùdibattuto e rimandatoa stamattina il votosulledeleghe alla presidente, sulqualeGubitosi hadetto, edirà, la sua; oggipotrebbero passare conuna maggioranza anomala: settea due,segnando unasconfitta per i due contrari, ipidiellini VerroeRositani (più morbidiPilati eTodini). Al Cda le nomineeditoriali (reti, testate,generi comela Fiction, Teche eConsociate), allapresidente ledirezioni Personale, Legale,Finanza eRisorse tv,conteso gangliodove passano tutte lescritture artistiche,dallestaralle “starlette” e i contratti con iproduttori esterni.Un bottinoche ilPdlnon vuolemollare. Alla presidente la firmadi contratti finoa 10 milionidieuro, anziché finoa 2,5. N.L. CRISTOFOROBONI Escalationdell'expm: «Napolitanoarrogante, cosanasconde?» Cascella:«Frasi gravementediffamatorie» Donadi:Tonino,orabasta ILCASO . . . L'avvocato Longo: «Un colabrodo la Procura siciliana». Messineo: «Io faccio il mio mestiere» Di Pietro assalta il Colle, tensioni nell'Idv TULLIAFABIANI ROMA giovedì 19 luglio 2012 7
Fmi: in Italia ci vorranno almeno 4 anni per tornare all'occupazione pre-crisi Un «normale incontro periodico» tra Capo dello Stato e presidente del Consiglio, sdrammatizzano da Palazzo Chigi. Ma era stato Giorgio Napolitano, abituato a calibrare le parole e ad utilizzarle in modo accorto, a creare suspense annunciando ieri mattina l'incontro «improvviso e urgente» con Mario Monti. Salutando i giuristi che partecipavano a un seminario di studi, promosso dalla Sapienza, infatti, il presidente della Repubblica si era scusato per l'intervento «breve» che avrebbe dovuto pronunciare per via dell'incontro «improvviso e urgente» con il premier. Un vertice «imprevedibile», aveva aggiunto, come «l'accavallarsi delle scadenze politico-istituzionali interne e internazionali». C'era abbondante materia per immaginare un'emergenza incombente. Nulla di tutto ciò, però, a sentire - poche ore dopo - Quirinale e Palazzo Chigi. «Un semplice incontro di valutazione della situazione e di indirizzo», alla fine, quello di ieri. Senza entrare nel merito delle scelte che il governo potrà compiere nel percorso dei provvedimenti all'esame del Parlamento, si sottolinea, il colloquio ha «fornito anche l'occasione al premier di riferire della sua recente missione negli Stati Uniti». Monti, in realtà, aveva chiesto udienza al Colle martedì pomeriggio anche per spiegare al presidente della Repubblica la ratio della lettera inviata poco prima al governatore della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo. Certo che premier e Capo dello Stato ieri abbiano parlato di questo, in una giornata ancora segnata - tra l'altro - dalla decisione di Napolitano di sollevare conflitto di poteri con la procura di Palermo e dalle «gravi espressioni diffamatorie alle quali il presidente non può purtroppo reagire» stigmatizzate dal portavoce del Quirinale, Pasquale Cascella. ATTENZIONE ALPAESE Mentre non si placava l'eco delle polemiche che prendevano di mira il Quirinale, l'annuncio dell'incontro «urgente» con Monti dava il segno di un presidente della Repubblica concentrato, soprattutto, sui problemi dell'Italia e dell'Europa. E forse era proprio questa la rassicurazione che il Colle intendeva inviare con le parole della mattina. Ma oltre al problema Lombardo - e al pericolo default in Sicilia - Monti ha parlato con Napolitano anche delle modifiche ai decreti che dovrebbero essere convertiti in legge prima della pausa estiva. Sulla spending review, ad esempio, si registrano difficoltà con forze politiche ed enti locali. Toccherà al presidente della Repubblica emanare quei decreti viene ricordato al Colle - ecco perché si è reso necessario uno scambio sulle correzioni che il governo intende apportare. Ma l'altro tema centrale dell'appuntamento di ieri è stata «l'emergenza economica» e la «preoccupazione» che questa genera ad ogni livello. All'indomani del vertice di palazzo Chigi con Grilli e Visco, e alla vigilia dell'Eurogruppo di venerdì prossimo, Monti mette si confronta «sugli orientamenti» che intende assumere il governo» se la crisi economica dovesse aggravarsi ulteriormente. Da palazzo Chigi si tende a sdrammatizzare e a non diffondere allarmismi. «Agosto è sempre un mese particolare, ma noi non dovremmo essere a rischio assicura Grilli - Abbiamo solo un'asta dei bot il 14...». Lo stesso ministro, però, ascoltato alla Camera sul fiscal compact, ha spiegato ieri che «a fronte di circostanze straordinarie sono necessarie risposte straordinarie». ILPIANO STRAORDINARIO Palazzo Chigi esclude «baratri incombenti» ma non intende «farsi trovare impreparato». Ieri, parlando con Napolitano del suo viaggio a Sun Valley per la conferenza promossa da Allen&Co con i guru dell'economia americana il presidente del Consiglio ha rimarcato «la fiducia che c'è su di noi in America, mentre qui combattiamo con lo spread che si impenna». Al netto dello spettro Grecia escluso ed esorcizzato, tuttavia, il governo mette le mani avanti per fronteggiare ogni eventuale guerra d'agosto contro la speculazione. Un «piano straordinario» da fare scattare in situazione d'emergenza: a questo lavora Monti. Per il quale, tra l'altro, lo scudo anti spread in Europa è un dato «ormai acquisito», anche se l'Italia non intende, al momento, farvi ricorso. Venerdì, tra l'altro, il premier potrà vantare a Bruxelles, durante la riunione dell'Eurogruppo, la ratifica del Fiscal compact e degli impegni relativi al nuovo fondo salva stati. «Nessun ritardo, quindi», commenta il Pd, Sandro Gozi. Niente «manovre» aggiuntive, assicura Grilli. Nuovi possibili tagli individuati durante la messa a punto della spending review che potrebbero essere anticipati? Il ministro dell'Economia aveva ipotizzato riduzioni di spesa per ulteriori 6 miliardi anche per evitare l'aumento dell'Iva previsto nel 2013. Ieri, tra l'altro, durante l'incontro al Quirinale, era già noto il suggerimento del Fondo monetario internazionale. L'Italia deve «tagliare le spese» per trovare le risorse necessarie a «ridurre le tasse e distribuire la correzione dei conti in modo più equo», spiega il rapporto sull'Eurozona che insiste anche sulla «crescita». ILCOMMENTO ROBERTOGUALTIERI Borse in risalita in Europa, ma si ricreano pressioni sui titoli di Stato di Italia e Spagna tra nuovi allarmismi sulla crisi dei debiti nell'area euro. A ravvivare le inquietudini stavolta è il Fondo monetario internazionale, che parla di una crisi «intensificata» che ora getta incognite «sulla stessa sopravvivenza» dell'unione valutaria. L'Italia in particolare, avverte il Fmi, deve «tagliare la spesa per diminuire le tasse e distribuire in maniera migliore il peso della correzione dei conti», oltre che «aiutare la crescita». Un invito a procedere con le riforme, insomma, e a mettere ordine nel comparto bancario. Malgrado i Paesi della zona euro impegnati nelle correzioni di bilancio abbiano poco spazio di manovra, secondo il Fondo occorre comunque non deprimere l'economia. La disoccupazione in zona rimarrà alta, con diseguaglianze enormi tra i Paesi: si passa infatti dal 5,5% della Germania al 24% della Spagna. E a molti Paesi, fra cui l'Italia, non basteranno i prossimi 4 anni per tornare ai livelli di disoccupazione pre-crisi, data la crescita troppo debole. L'obiettivo, dice il Fmi, è un'Unione più completa e il varo di «misure per la crescita immediata». Il Fondo ribadisce che a muoversi debba essere la Bce tagliando ulteriormente i tassi, immettendo liquidità alle banche e Incontro tra il premier e Napolitano sul caso Sicilia Il governo sdrammatizza il pericolo agosto ma prepara un piano straordinario FIN DAL 2008 LECLASSIDIRIGENTIPIÙAVVEDUTEDEI MAGGIORI PAESI MONDIALISI SONODATE l'obiettivo di trovare risorse da investire nella formazione e nella ricerca come risposta a breve e a lungo termine alla crisi economica. Per usare le parole del ministro statunitense dell'istruzione, ci si è impegnati per «tenere i giovani a studiare e i professori a insegnare». L'Italia ha rappresentato un'eccezione a questa strategia generale: fin dal 2005 infatti il nostro Paese ha avviato una lunga opera di ridimensionamento delle risorse pubbliche per la formazione e la ricerca. La decisione è stata giustificata con la teoria del «secchio bucato»: l'inutilità cioè di risorse impiegate in un presunto sistema inefficiente, destinato inevitabilmente a disperderle in sprechi. Questa linea ha caratterizzato governi di opposti schieramenti, sia pure con una differenza fondamentale. Negli anni del centro-sinistra, tra il 2006 e il 2008, i tagli delle risorse alla scuola, all'università e alla ricerca sono stati parte di una generale strategia di diminuzione del debito pubblico; in quelli del centro-destra invece l'intero comparto ha subìto una fortissima contrazione (la più rilevante dell'intera storia unitaria), mentre il resto della spesa pubblica si è ampliato: si è compiuto in questo modo un trasferimento di risorse pubbliche verso altri settori. Quei tagli si sono rivelati un errore grave: sono stati fatti con l'intento di concentrare la spesa sui segmenti qualitativamente migliori del sistema (di «chiudere i buchi del secchio»). Il risultato è stato il trasferimento di risorse dal Sud al Nord della penisola, dalla provincia ai maggiori centri urbani, dai ceti sociali più deboli a quelli più forti. La teoria del secchio bucato è semplicemente sbagliata. Ora c'è un fatto nuovo. L'attuale governo tecnico ha posto le premesse per un ripensamento di questa strategia: i provvedimenti di spesa pubblica sono stati preceduti da un rapporto di analisi sull'andamento della spesa negli ultimi 15 anni (il documento illustrato dal ministro Piero Giarda, nel maggio scorso), rapporto in cui la storia che abbiamo fin qui riassunto è esposta lucidamente nei suoi elementi salienti. Al momento delle decisioni, ne è scaturito però un risultato insoddisfacente: è vero che per la prima volta da sette anni una manovra di finanza pubblica non prevede riduzioni al comparto della scuola e dell'università (i 200 milioni di taglio al sistema universitario, inizialmente previsti, sono stati poi cancellati per effetto dei numerosi interventi contrari, tra cui quelli del Pd e della conferenza dei rettori, anche sull'«Unità»). Dall'altra parte però sono proposti tagli molto forti agli enti di ricerca: un provvedimento ingiustificato perché interviene su alcune delle nostre istituzioni migliori, in cui la presenza di un margine finanziario operativo eccedente al mero pagamento degli stipendi è ciò che consente all'Italia di esprimersi ancora in alcuni settori di punta della scienza. Siamo arrivati al paradosso grottesco dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, elogiato al mattino per le sue eccezionali scoperte svolte al Cern in questi giorni, e oggetto la sera stessa del taglio più pesante tra quelli programmati agli enti di ricerca. È giunto il momento che le forze politiche di maggioranza intervengano per superare l'ambiguità e aiutare il governo a compiere la svolta. Il Pd in particolare può farsi promotore presso il governo di tre azioni: primo, stralciare l'intero comparto della formazione e della ricerca dai provvedimenti di riduzione della spesa (come giustamente è stato proposto in questi giorni dai democratici di Roma). Secondo, impedire l'innalzamento della contribuzione studentesca negli atenei (e dare quindi corso all'ordine del giorno presentato dai Giovani democratici e approvato nell'assemblea nazionale del Pd lo scorso 14 luglio). Infine, aiutare il governo a trovare risorse nuove da investire sulla scuola e sull'università, risorse che possano «tenere i giovani a studiare e i professori a insegnare», e consentirci così pienamente di fare la nostra parte per superare questa crisi. L'ITALIAELACRISI NINNIANDRIOLO Monti al Quirinale Piano di emergenza contro lo spread Stralciare il comparto ricerca dalla spending review . . . L'impegno Pd per correggere il decreto Da evitare l'aumento delle tasse universitarie . . . Nei colloqui anche le modifiche ai decreti da convertire in legge prima della pausa estiva 4 giovedì 19 luglio 2012
MASSIMOSOLANI Twitter@massimosolani servare i suoi cari, anche decidendo, in quella domenica di luglio di andare da solo a trovare la sua mamma, senza moglie e figli ma con la sola compagnia dalla sua scorta e la sobria abitazione all'ottavo piano del magistrato e della sua famiglia, in via Cilea, quartiere Malaspina, edilizia residenziale ma già semiperiferia. Nessuno sfarzo, nessuna esibizione. La dimora in cui si sono radunati i familiari, la moglie Agnese, i due figli Lucia e Manfredi perché la terza Fiammetta sta tornando dalle vacanze per cui era partita solo tre giorni prima. Ed è lei che la famiglia aspetta per l'ultimo addio, per quei funerali non di Stato che nel salotto di via Cilea nessuno vorrebbe condividere con altri. Perché non c'è niente di più doloroso che dover affrontare, tra le lacrime e il senso di vuoto, lo sguardo implacabile di chi è spettatore del dolore. Ma bisogna affrontare anche questa prova. Così come meno di due mesi prima era già successo ai familiari di Giovanni Falcone e che ora, a ruoli invertiti, si trovano a rivivere lo stesso dolore. C'era Maria Falcone a casa Borsellino. C'era Antonino Caponnetto iI “padre” giuridico dei due amici, di quegli uomini di legge che hanno percorso un lungo tratto della propria vita in una straordinaria sintonia simboleggiata dal maxiprocesso che mandò alla sbarra 475 imputati. Dopo vent'anni il ricordo di Agnese Borsellino stretta alla toga nera del marito che dopo poco sarà deposta sul feretro del giudice che per l'ultima volta varcherà l'ingresso del Palazzo di giustizia di Palermo è ancora incredibilmente emozionante. Quella donna minuta e nello stesso tempo forte, non piegata dal dolore da cui è invasa, quella signora dai modi gentili che rivendica il diritto ad un dolore privato anche se consapevole di non poterlo ottenere, quella donna a cui il dolore non impedì di dire impietosa «lo Stato non meritava uomini così», ebbene il ricordo di quell'incontro resiste al passare degli anni. Paolo Borsellino è morto da vent'anni. La verità sulla sua morte ancora non c'è. Ha detto il presidente Napolitano a Palermo due mesi fa: «Procedere con profonda sicurezza circa l'esito della lotta non significa nasconderci la gravità degli errori che in sede giudiziaria possano compiersi, come se ne sono compiuti nei procedimenti relativi alla strage di via D'Amelio. E in tali casi non si deve esitare a rimettere in discussione le conclusioni a cui si è pervenuti, non si deve esitare pur di raggiungere la verità». È un canovaccio perverso quello che fa celebrare l'assassinio di Paolo Borsellino in un crocevia che intreccia una nuova citazione, come teste, dell'ex presidente Berlusconi; uno dei conflitti più duri tra poteri dello Stato, quello tra il Colle e la procura di Palermo; nuovi pezzi di verità sulla trattativa tra Stato e mafia che di quella stagione di stragi è stato contorno e ingrediente. «La magistratura non ha orologi» chiarisce subito Walter Veltroni per tacitare i cori che si alzano dalla destra, «semmai è la vita politica italiana che procede sempre in modo instabile, a fili scoperti, non risolti, che ogni tanto si toccano e vanno in cortocircuito». E a chi vede, in questo perverso crocevia, un pericolo per la verità, il deputato membro della Commissione antimafia ribatte: «Lo Stato vuole sempre la verità, l'anti-Stato no». Vent'annidopo,mancasempreunpezzo alla verità sulla strage di via D'Amelio.Si rischiaun altro misterodi Stato? «In questa indagine sono stati fatti importanti passi avanti. Merito delle procure che indagano. E della Commissione antimafia che forse mai come in questa legislatura ha trovato risposte. Ricordo che l'ex ministro Giuseppe Conso spiegò a noi, a San Macuto, tra le lacrime le vera storia di quelle decine e decine di 41 bis non confermati nell'autunno 1993. Ora, proprio per via di questo cortocircuito, mi auguro che il presidente Pisanu voglia andare avanti, proseguire e concludere con una relazione dopo aver ascoltato le nuove deposizioni dei pentiti Spatuzza e Brusca. Abbiamo chiesto di sentire anche Agnese Borsellino a cui il marito, pochi giorni prima di morire, reduce da una visita al Viminale, disse: “Ho visto la mafia negli occhi”». Parliamodell'inchiesta.Dadovecomincia? «Dai punti fermi, acquisiti, la struttura militare che è entrata in azione. E poi le bugie, organizzate e strutturate e diventate l'ossatura di una gigantesca operazione di depistaggio. Mi riferisco al finto pentito Scarantino e alla verità, sedici anni dopo, di Spatuzza. Un pezzo dello Stato aveva scientemente organizzato un'altra verità durata ben sedici anni. Quella di Borsellino è stata una morte annunciata: le carte dell'inchiesta sono cariche dell'angoscia di un uomo a cui tutti dicono che sta per essere ammazzato e però nessuno, nello Stato, provvede a tenere sotto controllo l'abitazione della madre dove va in visita quella domenica di luglio di vent'anni fa». Solo lamafia ha ucciso Borsellino? «Non solo la mafia ha partecipato all'uccisione. Partecipare significa anche andare in via D'Amelio due minuti dopo e far sparire l'agenda rossa; significa organizzare il depistaggio. Significa che pezzi dello Stato, che io definisco anti-Stato, hanno operato attivamente per costruire falsa verità. E che lo hanno fatto per una ragione: Falcone e Borsellino erano arrivati al cuore del problema. Erano in grado di dimostrare che la mafia ha un sistema di relazioni strettissime con politica, imprenditoria, istituzioni. Che la mafia è anche “le entità” di cui parla il procuratore antimafia Piero Grasso. E “le menti raffinatissime” di cui parlava Falcone». Falconeleindicòsubitodopol'attentatodell'Addaura(21giugno1989).Eperònon fu creduto.Neppurea sinistra. «È giunto il momento di dirlo: la sinistra ha sbagliato con Giovanni Falcone. É stato isolato, gli é stato rimproverato di essere andato a lavorare con Martelli. E' il vecchio vizio della sinistra di bollare posizioni non ortodosse come tradimenti» Dalleinchiestesullatrattativapassatutta la verità suvia D'Amelio? «Quelle inchieste aiutano sicuramente a capire dinamiche e relazioni che fanno da sfondo alle stragi. Le trattative avvenivano presso l'abitazione del capo politico di Cosa Nostra, Vito Ciancimino. Mi sono sempre chiesto, e ho chiesto, perchè quei luoghi non sono mai stati controllati. Ho avuto risposte vaghe, approssimative. È questo che fa infuriare». Anchei ricordia puntate? «Troppe cose sono state ricordate troppo tardi. Nel frattempo molti sono morti». Veniamoallecronachediquesti20giorni.C'èun timingperverso? «La magistratura non ha orologi. É la vita politica italiana che è sempre instabile. Più ci si avvicina alla verità sulle relazioni di Cosa Nostra e tutto diventa più difficile e scomodo. La mafia non è una monade impazzita, ha sempre avuto bisogno di un referente politico. Nel 1992 Cosa Nostra perde quel referente e, per la prima volta dopo Portella della Ginestra, torna a fare politica. Le bombe nel 1994 smettono quando trova un nuovo referente politico». Nel 2008 lei in Sicilia disse alla mafia “nonvotateci”. «Ne sono fiero. I voti non sono il fine ma il mezzo. Per i voti non si può rinunciare a tutto, all'onestà e alla legalità. Bisogna tenerlo presente alla vigilia di un voto così delicato. Per questo sono contrario alle preferenze». Se il Quirinale ha sollevato il conflitto conlaprocuradiPalermo,significache igiudicihannosbagliato? «Credo, come dice Grasso, “in buona fede”. In ogni caso il Presidente della Repubblica ha fatto bene a difendere le prerogative della carica. La citazione di Einaudi è perfetta. Chi ha sbagliato certamente toni e contenuti è stato Di Pietro.». Il conflitto complica le indagini sulla trattativa? «Spero di no. Indagano anche Caltanissetta e Firenze. La fiducia nella magistratura non cambia, Nonostante molte sentenze abbiano creduto a Scarantino». Prima laverità o le istituzioni? «Lo Stato vuole la verità. L'anti-Stato non la vuole. Credo che la lotta tra Stato e anti-Stato sia una costante della storia italiana. Ma credo anche che oggi tutte le istituzioni vogliono arrivare alla verità. Anche la Procura di Palermo ha affermato che le intercettazioni con il Quirinale sono irrilevanti e gli stessi magistrati hanno negato ogni tipo di pressione. Malgrado tutte le difficoltà credo che la verità sia più vicina». A vent'anni dall'esplosione che aprì l'asfalto in via D'Amelio e si portò via le vite di Paolo Borsellino e dei cinque agenti della sua scorta (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina) la verità giudiziaria su quel tritolo resta tutta o quasi da scrivere. Ci sono volute le parole dei pentiti Fabio Tranchina e, soprattutto, Gaspare Spatuzza a riscrivere la storia dei tre processi celebratiearrivatiasentenzadefinitiva.Spatuzza, infatti ha smontato alle fondamenta le ricostruzioni messe insieme in anni di indagini “inquinate” dalle false piste dall'ex collaboratoredigiustizia VincenzoScarantino (tre poliziotti indagati per il depistaggio), scarcerato nell'ottobre scorso assieme ad altre sei persone ingiustamente detenute per anni. Per loro il processo di revisione (Scarantino dovrà rispondere poi di calunnia) si farà più avanti ma intanto, nel marzo scorso, le parole di Spatuzza hanno portato ai primi quattro nuovi arresti per la strage. In manette il boss Salvino Madonia, ritenuto il mandante della strage, Salvatore Vitale e Vittorio Tutino, che avrebbero partecipato alle fasi realizzative, e l'ex collaboratore di giustizia Calogero Pulci, indagato per calunnia.Finiranno tuttiaprocessoinquello che sarà il “Borsellino quater” assieme a Spatuzza,cheha raccontatodiavere procuratoassieme aTutino la126 poi imbottita di tritolo. Tranchina, che ha invece confessato di aver acquistato il telecomando che innescò l'esplosione e di aver accompagnato nei suoi sopralluoghi il boss Giuseppe Graviano, che quel 19 luglio del 1992 innescò l'autobomba nascondendosi dietro un muretto in via D'Amelio, comparirà davanti ai giudici il prossimo 18 ottobre avendo scelto il rito abbreviato. Ma le nuove indagini dei pm nisseni hanno puntato i fari anche sulle fasi della trattativa che uomini dello Stato e rappresentanti della mafia avrebbero intavolato intorno al 41bis per far cessare la strategiastragista.Un'inchiestachevedeindagato per concorso esterno il generale dei carabinieri ex comandante dei Ros Antonio Subranni. A metterlo nei guai le dichiarazionidiAgneseBorsellino,mogliedelmagistrato, che ai pm ha raccontato della preoccupazione di Paolo e di una sua confidenzafattaglisoltanto quattrogiorni prima dell'attentato. «Ho visto la mafia in diretta avrebbe spiegato - mi hanno detto che il generaleSubranniera“punciutu”».Ossiaaffiliato. Soltantopochi giorni prima, hannoricostruito i magistrati nisseni, Borsellino era scoppiato in lacrime davanti ai colleghi Massimo Russo e Alessandra Camassa a cui aveva rivelato: «Un amico mi ha tradito». Per i magistrati di Caltanissetta Borsellino aveva saputo della trattativa fra Stato e mafia e probabilmente aveva cercato di dare l'allarme. Per questo, hanno scritto, «Borsellino fu percepito come un ostacolo» e ucciso a meno di due mesi dall'attentato a Giovanni Falcone. Ma sulla trattativa, sostengonoi pmnisseni, «sono rimastida illuminare diversi punti oscuri». Il primo dei quali è quello della partita giocata su centinaia di 41bis revocati o non prorogati fra l'autunno del 1993 e l'inizio del 1994. «La verità - hanno infatti messo nero su bianco i magistrati - è che si discusse approfonditamente di cosa fare del regime del 41bis, di come disfarsene a poco a poco senza che la cosa venisse percepita all'esterno». Una vicenda su cui indaga anche la procuradiPalermo nell'inchiestain questigiorni al centro delle polemiche per le telefonate intercettate fra l'ex ministro dell'Interno NicolaMancinoeilQuirinaleeperilconflitto di attribuzioni sollevato davanti alla CorteCostituzionaledalpresidenteGiorgioNapolitano. Dodici gli indagati in questo fascicolo: gli ex carabinieri del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, Massimo Ciancimino, gli ex ministri Giovanni Conso, Nicola Mancino e Calogero Mannino, il senatore Marcello Dell'Utri e i bossTotòRiina,BernardoProvenzanoeNino Cinà. Ma si tratta soltanto di uno stralcio, dicono le indiscrezioni a palazzo di giustizia, perché l'inchiesta principale punterebbe sul ruolo dei servizi segreti e sulle coperture politiche alla trattativa. Palermo 19-07-1992 Strage di via D'Amelio dove perse la vita Paolo Borsellino e la sua scorta FOTO LAPRESSE L'INTERVISTA extra-istituzionali. Il tutto mentre anche la mafia sembra attraversare analoga fase di subalternità rispetto a quel ceto politico-finanziario che è sempre stato il suo più forte alleato e che oggi ha il suo momento di massimo potere d'influenza, esercitato a più livelli ed in più sfere. Ecco perché fare tesoro della lezione di Paolo Borsellino significa tornare oggi in via D'Amelio con una maggiore consapevolezza delle difficoltà della sfida, per riproporre il coraggio civile dell'indignazione collettiva e della pubblica denuncia di collusioni e connivenze, ma anche della capacità di concepire ambiziosi progetti di riforma in grado di contrastare il predominio di un sistema politico-economico criminale sempre più pervasivo. Rinnovando l'auspicio di una coesione istituzionale, spesso smarrita, verso un unico obiettivo: la piena verità sulla strage di via d'Amelio, e sulla scomparsa di Paolo Borsellino, maestro mio e di tutti. Un verità che dobbiamo a tutti i costi. Che dobbiamo ad un Grande della nostra Repubblica, ai suoi familiari, a tutti noi, cittadini democratici. Perché senza verità non c'è democrazia. ancora aperta WalterVeltroni «Pisanuconcluda lasua relazionedopoaver ascoltatoSpatuzzae BruscamaancheAgnese Borsellino.SuFalcone la sinistrasbagliò» «C'è un anti-Stato che ha operato per costruire una falsa verità» CLAUDIAFUSANI ROMA Da Scarantino a Spatuzza, una storia da riscrivere I pm nisseni verso un nuovo processo grazie alle rivelazioni del collaboratore di giustizia Le inchieste di Caltanissetta e Palermo, il 41bis e la trattativa fra Cosa nostra e uomini dello Stato giovedì 19 luglio 2012 9
partitodemocratico.it youdem.tv BERSANI ALLE FESTE DEMOCRATIC HE FERRARA, VENERDÌ 20 LUGLIO FESTA NAZIONALE DELLE DONNE ORE 21.00 AREA RIVANA, VIA GAETANO PESCI L'unico partito ad avere delle «chance di partenza rispetto alle altre formazioni concorrenti o convergenti» per battere l'antipolitica è il Pd, sostiene il professor Alberto Asor Rosa. Ma deve dare una dimostrazione della sua forza, con un'operazione di grande coinvolgimento «popolare» e certo, aggiunge, «non penso alle primarie». Da quel coinvolgimento, ragiona Asor Rosa, potrebbe iniziare un percorso verso un unico grande partito in grado di racchiudere in sé il vero riformismo, quello a cui fanno riferimento sia Bersani sia Vendola. Professore,ilpost-montismoacuispessoleifariferimentocomeseloimmagina? «Monti rappresenta la presunta oggettività dei processi economici e finanziari alla quale si sforza di ubbidire risolvendo i problemi tecnicamente a quel livello. Mi pare non sia sufficiente a qualificare una politica di centrosinistra orientata su di una prospettiva più lunga e più ampia. Quindi torna in campo la questione del punto di vista e cioè del modo e dell'angolo visuale in cui ci si colloca per affrontare i problemi e risolverli, a partire dalla disoccupazione. Mi sembra che questa prospettiva prescinda dal punto di vista di Monti». Etoccaaipartitiriappropriarsidiunavisionedi lungo periodo piùampia? «Se parliamo di un partito politico di centrosinistra quella prospettiva montiana è chiaramente insufficiente, perché il punto di vista è diverso. Si arriva a delle conclusioni profondamente diverse nell'affrontare problemi anche economici se il punto di vista riguarda le classi subalterne o le classi dominanti. Questa differenza si è persa nel tempo e invece credo vada recuperata proprio in vista delle elezioni, quando mi auguro venga restituito alla politica il primato che le spetta». LoabbiamochiestoaVendolaelochiediamoalei: ilpopolodelleprimariepotrebbe essere rappresentato da un sologrande partito? «Ho una scarsa considerazione per l'istituto delle primarie». Nonci crede? «Mi pare poco rappresentativo come strumento. Io ho fatto una proposta diversa: se esistono forze orientate a formulare un progetto politico e una strategia di alternativa, sia al berlusconismo sia al montismo, riunirle a discutere insieme della prospettiva sarebbe un passaggio di carattere fondamentale. Per fare l'Assemblea ci vuole ovviamente un partito forte ma avrebbe un effetto di formazione politica di massa che le primarie non sono destinate ad avere in alcun caso». Lei dice: ci vorrebbe un partito forte. Il Pdnon lesembratale? «Se il Pd facesse una iniziativa del genere mostrerebbe la sua forza e sarebbe un passo in avanti per tutti non soltanto per il Pd, oltre a essere un'occasione di chiarimento al proprio interno. Quando parlo di un partito riformatore non mi riferisco ad un partito che discenda soltanto dai lombi del movimento operaio. Intendo un partito che si metta nella prospettiva di cui parlavo prima e non rinunci a elaborare una propria strategia come pare invece che facciano quelli che nel Pd pensano di proseguire nel montismo anche dopo Monti». VedeinquestaAssembleadituttiiriformisti il primo passo verso un partito che li accolgatutti? «Sarebbe un primo passo in quella direzione e per quanto mi riguarda la considererei del tutto sostitutiva delle primarie». Professore,maleprimarievengonoda tutti considerate uno strumento di grande partecipazione e lei le smonta così? «Io non sottovaluto le primarie, come strumento di partecipazione, ma credo che lo sia perché non ne esistono altri. Sono convinto che debba invece essere avviato un dibattito politico di massa che vada al di là degli stati maggiori e coinvolga chi oggi è ai margini. Le primarie, se diventano una sorta di conta elettorale potrebbero servire fondamentalmente a legittimare, per esempio, una posizione, francamente insostenibile, come quella del sindaco di Firenze, Matteo Renzi, il quale sulle questioni decisive non ha detto e non dice una parola. Prima di arrivare alle primarie con parole d'ordine organizzat iv ist iche, come “rottamazione”, bisogna che le questioni fondamentali siano messe sul tappeto e non tra i dirigenti». Mario Tronti auspica un solo grande partito «decisivo per le sorti del Paese».Potrebbe essere il Pd? «L'osservazione critica che ho fatto a Tronti riguardava l'assenza nel suo discorso delle modalità attraverso cui raggiungere quel risultato, che non può che essere il risultato di un processo che va organizzato. Per questo penso all'Assemblea, un luogo dove mettere in discussione all'esterno il punto di cui discutiamo. Un fatto così non può nascere nelle segreterie dei partiti lacerate da discussioni interne». Bersani, a propostito di lacerazioni interne, ha proposto agli alleati una cessionedi sovranità al premier perevitareirischicheportaronol'Unionealfallimento. «Mi chiedo cosa significa cessione della sovranità. Sono scettico sulle garanzie che l'ampliamento dei poteri del premier darebbe in questo senso. Credo che tutto vada portato all'esterno, come un grande partito popolare deve fare. Bisogna spezzare il cerchio di ferro che separa oggi la politica dalla gente». Se mai c'era stata una speranza di arrivare a delle modifiche costituzionali condivise dalla strana maggioranza Pd-Pdl-Udc, (con al centro la riduzione dei parlamentari e il rafforzamento dell'esecutivo), ieri il Senato ha scritto la parola fine. L'insistenza del ritrovato asse Pdl-Lega su una riforma non condivisa da Pd, Udc e Idv, e il conseguente affossamento della bozza Violante su cui c'era stato un accordo, hanno spinto Pd e Idv alla decisione di abbandonare i lavori dell'Aula. Già, perché dopo l'approvazione del Senato federale voluto dalla Lega, ora il Pdl freme per vedere approvata la propria bandierina, l'elezione diretta del presidente della Repubblica, pur consapevole che dopo il via libera del Senato il pacchetto è destinato a languire alla Camera (dove Pdl e Lega non hanno i numeri) e tutte le ipotesi di riforma (compresa la riduzione di senatori e deputati) a finire su un binario morto. Il Pd ha preso ieri la decisione di lasciare i lavori dopo che la proposta di togliere dal tavolo le riforme costituzionali - e di dedicare quindi i lavori dell'Aula ai provvedimenti anti-crisi del governo- è stata bocciata per soli 8 voti. Alcuni giorni fa, dopo l'approvazione del Senato federale, il relatore Carlo Vizzini si era dimesso, lasciando così le riforme senza relatore. A indispettire il Pd anche la neutralità del governo, che non ha preso posizione sul colpo di mano di Pdl e Lega e l'atteggiamento di Schifani che, regolamento alla mano, ha lasciato briglia sciolta alla vecchia maggioranza concedendo alle riforme le sedute fino al 25 luglio e pure il contingentamento dei tempi. E ancora: al Pd non è andata giù l'ammissione al voto dell'emendamento firmato da Luigi Compagna (Pdl) e Franca Chiaromonte (Pd), fortemente osteggiato dai democratici, che prevede la reintroduzione dell'autorizzazione a procedere per i parlamentari, eliminata a furor di popolo ai tempi di Tangentopoli. Questo emendamento si voterà stamattina (e potrebbe passare grazie all'asse Pdl-Lega e al voto segreto). Dopo questo voto, Pd e Idv usciranno dall'Aula per non rientrarvi fino al termine della discussione sulle riforme e dunque il 25 luglio. «È mortificante partecipare a questa discussione ipocrita. Nella storia delle riforme una pagina indegna come questa non era ancora stata scritta», tuona Anna Finocchiaro. «Dedichiamoci alle priorità vere, come ,la spending rewiev», ha esortato il capogruppo Udc D'Alia. «Questa sulle riforme è una grottesca e inutile sceneggiata», ha rincarato Felice Belisario dell'Idv. «Il paese ha ben altri problemi e non capisce perchè il Parlamento debba perdere tempo in un gioco pericoloso e irresponsabile». Dalle fila del Pdl si leva la voce sdegnata di Gaetano Quagliariello, per settimane uno dei grandi mediatori sulla bozza Violante e ora rientrato nei ranghi: «Il loro è un atto al limite dell'eversione». Mentre il redivivo Calderoli rialza la testa, difende il biscotto cucinato col Pdl e assicura che «le riforme si fanno o no perché lo decide il Parlamento o il popolo». E il vicepresidente Vannino Chiti (Pd) pone un problema anche al governo. «Da circa un mese, al Senato, esiste una doppia maggioranza. Così non si può andare avanti». «Non possiamo accettare con indifferenza che venga fatto strame della Carta Costituzionale: bisogna che anche il governo se ne preoccupi. Continuando così viene messa a rischio la sua tenuta», insiste Chiti, auspicando che si arrivi almeno a ridurre i parlamentari. Intanto, la vecchia maggioranza ieri è riuscita a dare una bastonata anche alle “quote rosa”. È infatti stato bocciato – con 155 no, 108 sì e 23 astenuti l'emendamento dell'Idv all'articolo 3 sulla parità di genere per l'elezione al Senato, che stabiliva che 125 dei 250 seggi previsti dalla riforma fossero assegnati a donne. Il dibattito ha infiammato l'aula, riproducendo di fatto un'altra passata maggioranza (Pdl, Lega e Udc), ma – cosa ancora più evidente – riproponendo le obiezioni e le resistenze che hanno sempre fermato l'istituzionalizzazione delle quote rosa. L'INTERVISTA ANDREACARUGATI ROMA MARIAZEGARELLI ROMA AlbertoAsorRosa «L'unicaforzapolitica ingradodi lanciare lasfidaperbattere l'antipoliticaè ilPd,ma devepuntareaunampio coinvolgimento» «Niente primarie, serve un grande partito popolare» Riforme, è finita Pd e Idv: basta farse, non votiamo . . . Finocchiaro: «Indegna discussione». E oggi il voto sul ritorno dell'immunità parlamentare . . . «Racchiudere in un unico soggetto il riformismo cui fanno riferimento Bersani e Vendola» Blitz Pdl e Lega con l'aiuto di Schifani per accelerare sulle modifiche costituzionali No alle quote rosa giovedì 19 luglio 2012 11
Il caso Sicilia ha varcato la soglia del palazzo del Quirinale, fra i dossier rilevanti e urgenti, che il premier Mario Monti ha sottoposto al Presidente della Repubblica. Napolitano e Monti hanno parlato brevemente del rischio «Grecia» per la Sicilia, soffermandosi più a lungo sui decreti in discussione al Parlamento. Ma il «commissariamento», un «golpe» per il governatore Lombardo, arrivato per posta a Palazzo dei normanni, ha tenuto banco nella politica siciliana, accompagnato dalla tifoseria di alcuni esponenti del Nord. Il segretario della Lega Roberto Maroni si è servito di twitter per proclamare il suo «basta, non fateci pagare ancora una volta i debiti folli della Sicilia». Roberto Formigoni, anche lui su twitter, si è lanciato in un siciliano maccheronico per concludere «Lombardo di lombardo ha solo il nome», dando il destro al governatore della Sicilia di rispondere che lui non è andato «a fare bagni seminudo (sic!) alle Antille». Nella lettera di Monti non si parla di commissari ma si fa riferimento al «rischio default» causato dall'enorme debito dell'isola, con i suoi pensionati d'oro, dirigenti e funzionari, ex Lsu stabilizzati nei Comuni a cominciare da Palermo oltre che alla Regione e 28.000 forestali, quindi il tema commissariamento è, in un modo o nell'altro, sul tappeto. E ha suscitato, ieri, una reazione da fiume in piena di Raffaele Lombardo. Il presidente siciliano, che dovrebbe essere in procinto di dimettersi, se l'è presa con il “killeraggio” , annunciando querela contro “Libero” e il “Giornale” che hanno titolato “Sicilia fallita”. E se l'è presa, infiammando lo scontro, con Ivan Lo Bello. L'ex presidente di Confindustria Sicilia aveva detto che «va ripensata l'autonomia e occorre un' operazione-verità» parlando di «bilanci poco trasparenti». Lombardo ha risposto molto sopra le righe che «se qualche pseudoindustriale pensa che debba licenziare 50.000 lavoratori, io non lo farò e vadano a morire ammazzati». Lo Bello ha reagito da signore: «Il presidente si trova in grave difficoltà psicologica», Lombardo si è scusato ma il sindaco di Palermo Orlando ha definito «minacce» quelle del presidente della Regione, chiamando in causa il Pd «ancora in maggioranza alla Regione» mentre da Pd, Udc e Pdl sono venute parole di solidarietà verso il protagonista delle battaglie antiracket nell'imprenditoria siciliana. Lo scontro principale è stato sui numeri. «Non c'è rischio default» dicono anche gli assessori Armao e Russo, «la Sicilia - ha spiegato Lombardo - ha 5,5 miliardi di debito su 27 di bilancio, un rapporto debito/pil di circa il 6%. Lo Stato - ha aggiunto il governatore - invece ha un rapporto del 120%». Sostiene di non avere fatto assunzioni (ci sono state però quasi 5000 stabilizzazioni) e di avere trovato le migliaia di dipendenti delle pubbliche amministrazioni. Sullo scandalo di questi giorni, le nomine di assessori e dirigenti fatte fuori tempo massimo, che fanno dire al Pd che Lombardo usa la Regione come un «comitato elettorale», sorvola. In serata un po' di ossigeno per la Sicilia è arrivato da fonti governative: «Il problema non è strutturale ma di temporanea mancanza di liquidità, già coperta con il trasferimento di 400 milioni», inoltre «i fabbisogni delle Regioni non sono automaticamente garantiti dall'Amministrazione centrale» e «la spending review riguarda anche le regioni». Da Palermo si fa sapere, anche, che si è intensificato il tavolo di lavoro «avviato da alcune settimane» con il ministro Grilli. Nella politica isolana lo scontro ruota intorno alla data delle elezioni. Lombardo accusa D'Alia (possibile candidato in una alleanza fra centrosinistra e moderati), di prendere tempo e di essere del partito di Cuffaro, vero responsabile della situazione. D'Alia risponde che ha da soli due anni «l'onore di dirigere il partito» mentre Lombardo era sodale di Cuffaro. Il segretario del Pd Giuseppe Lupo rifiuta le dietrologie: «Il Pd è per le elezioni anticipate, Lombardo deve dimettersi». Rosario Crocetta, che si è candidato alle primarie Pd, vede anche lui manovre all'orizzonte: «C'è un subdolo tentativo per guadagnare tempo di fronte al crescere del movimento che si prefigge di eleggere Crocetta presidente della Regione». VENERDI 20 LUGLIO Ore 19 Apertura della festa ANDREA FERRANTE Segretario comunale Pd Pisa ROCCO GANGEMI Segretario circolo Pd Porta a Mare, La Vettola, San Piero CLAUDIO MARTINI Presidente del Forum nazionale Politiche Locali Pd FRANCESCO NOCCHI Segretario provinciale Pd Pisa DAVIDE ZOGGIA Responsabile nazionale Enti Locali Pd Ore 21.30 Un impegno per la ricostruzione: cena di solidarietà alle popolazioni colpite dal terremoto in Emilia Romagna ENRICO CAMPEDELLI Sindaco di Carpi ROCCO GANGEMI Segretario circolo Pd Porta a Mare, La Vettola, San Piero CLAUDIO MARTINI Presidente del Forum nazionale Politiche Locali Pd DAVIDE ZOGGIA Responsabile nazionale Enti Locali Pd SABATO 21 LUGLIO Ore 21.30 Far ripartire la crescita intervista a ENRICO LETTA Vice Segretario nazionale Pd ANTONELLO RICCELLI Direttore Telegranducato Introduce: ROCCO GANGEMI Segretario Circolo Pd, Porta a Mare, La Vettola, San Piero DOMENICA 22 LUGLIO Ore 21.30 Crisi e tenuta sociale: i Comuni e il territorio come risorsa per la crescita MASSIMO CIALENTE Sindaco de L'Aquila ANDREA DI BENEDETTO Presidente nazionale Giovani Imprenditori CNA ANDREA PIERONI Presidente Upi Toscana, Presidente Provincia di Pisa Introduce e coordina: ANTONIO MAZZEO Responsabile provinciale Organizzazione Pd Pisa LUNEDI 23 LUGLIO Ore 21.30 Ricostruire l'Italia intervista a ROSY BINDI Presidente Assemblea nazionale Pd ANDREA CARUGATI giornalista de L'Unità Introduce DAVID RAGAZZONI Segreteria nazionale Giovani Democratici MARTEDI 24 LUGLIO Ore 21.30 Smart city: le città 2.0 STELLA BIANCHI Responsabile Ambiente Segreteria nazionale Pd MASSIMO BRUNO Responsabile Relazioni esterne territoriali Enel Spa MARCO CASTAGNA Responsabile regionale Smart City Pd Liguria MARCO FILIPPESCHI Presidente nazionale Legautonomie, Sindaco di Pisa ENZO LAVOLTA Assessore Progetto Smart City Comune di Torino CLAUDIO MARTINI Presidente del Forum nazionale Politiche Locali Pd GIANFRANCO SIMONCINI Assessore al Lavoro e Attività produttive Regione Toscana Introduce e coordina: ANDREA FERRANTE Segretario comunale Pd Pisa MERCOLEDI 25 LUGLIO Ore 21.30 Il vivere civile: regole, legalità, lotta alla criminalità FEDERICO GELLI Responsabile Forum legalità Pd Toscana SALVATORE LAGANÀ Presidente Tribunale di Pisa MARIA CARMELA LANZETTA Sindaca di Monasterace ANDREA ORLANDO Deputato Pd, Responsabile nazionale Giustizia STEFANO PISANI Sindaco di Pollica Introduce e coordina: CONSUELO ARRIGHI Tesoriere provinciale Pd Pisa IL PAESE DELLE CITTÀ Pisa-San Piero a Grado 20 luglio-5 agosto 2012 partitodemocratico.it youdem.tv IL RICORDO POLITICA Raffaele Lombardo, Presidente della Regione Sicila FOTO ANSA Il caso discusso al Quirinale da Napolitano e Monti In arrivo 400 milioni, il governo ridimensiona il pericolo di fallimento Il governatore: «Commissariamento? Un golpe» JOLANDABUFALINI ROMA Sicilia e rischio default Lombardo nel caos insulta Ivan Lo Bello IntitolataaMiriamMafai partedellasalastampa diMontecitorio Èstatadedicata aMiriam Mafai, scomparsa il9aprile scorso, dopo unavitadedicata alladifesa della democrazia, allapoliticae al giornalismo,un settore dellasala stampadi Montecitorio, in cui ieri è statascoperta la targa intitolata alla giornalista,dalpresidente della Camera,Gianfranco Finialla presenzadei i familiari e deicronisti parlamentari. GiorgioNapolitano, inun messaggio all'Associazionestampa parlamentare,hascrittochesi tratta di«un giustoriconoscimento del contributoal giornalismoe in particolareall'informazionepolitica diuna delle piùsignificative protagonistedeldibattitopubblico in Italia», che proprio«al giornalismo sidedicò subito dopoaver partecipatoalla resistenza romana;e dapromotricedelmovimento per l'emancipazionedella donna,da militantepolitica di forti convinzioni, mamai faziosi e dagiornalista combattivagiunse aconcorrere personalmenteallacompetizione elettoraleead assumere le responsabilitàdi parlamentarepur senzarinunciareal rapporto con i suoi lettori». Nel ricordo di Miriam Mafai,daparte diFini, della presidentedell'Asp, Alessandra Sardoni (La7),dal direttoredi RepubblicaEzio Mauroe di Maria TeresaMeli (Corrieredella Sera) sonoemersi i tratti salienti diquella cheFiniha definito«unapersonalità poliedrica»riconosciuta anche«da chi si trovava su posizionimolto diverseda lei».ESardoni ha ricordatocomenonsmise mai «di essereuna cronista,anchequando divenneeditorialista e scrittrice». . . . L'autodifesa: «Se pensano che debba licenziare 50.000 persone vadano a morire ammazzati» Mezz'ora di incontro ieri a palazzo Grazioli tra Berlusconi e il sindaco di Roma, uno degli ex An più arrabbiati per il ritorno in campo del Cavaliere, l'affossamento delle primarie e soprattutto per gli annunci poi smentiti di un ritorno a Forza Italia. «Il futuro del Pdl è una storia tutta da scrivere nei prossimi mesi. Non ci sono discorsi precostituiti ma è tutto molto aperto», ha detto il sindaco di Roma. «E non c'è alcuna Forza Italia in ricostituzione». Alemanno ha aggiunto di aver ribadito al Cavaliere la richiesta del fronte ex An per l'introduzione delle preferenze, «e lui è molto d'accordo». Ieri su un Pdl ancora molto nervoso per l'ennesimo ritorno di Berlusconi è arrivata la doccia fredda di Casini, che ha definito il remake di Arcore «un film dell'orrore» e ha chiuso ogni possibilità di dialogo, ribadendo che con un Pdl a guida Alfano, al contrario, era pronto a discutere anche di alleanze. Dal fronte Pdl sono piovuti strali contro il leader centrista, accusato di voler consegnare il Paese a Vendola e Di Pietro «in cambio del Quirinale». Casini, dal canto suo, si è fatto vedere a sorpresa a un convegno organizzato da tre liberali e montiani di ferro come Linda Lanzillotta, Gianni Vernetti e Benedetto Della Vedova, cui ha partecipato anche il direttore di Italia Futura Andrea Romano. Prove tecniche di un nuovo polo centrista, dunque, aperto a una collaborazione col Pd ma non col Cavaliere. «C'è la possibilità di un polo riformatore che si candidi a sfidare gli altri, per continuare questa stagione di riforme, superando le aggregazioni personali», ha detto Della Vedova. «Noi ci saremo, ma servono uomini, contenuti e formule politiche nuove», ha risposto Romano. Alemanno dal Cav: esclusa Forza Italia-bis 10 giovedì 19 luglio 2012
CaraUnità Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense,131/L 00154 Roma lettere@unita.it LUCI E OMBRE DELLA GIUSTIZIA. TRA LE PRIMERIENTRALANOTIZIACHEIGIUDICIHANNOASSOLTOLUIGITOSTI, ACCUSATO DI OMISSIONEDI ATTI D'UFFICIO PERCHÉ si era rifiutato di tenere udienze in un'aula in cui era esposto un crocefisso. In un primo tempo Tosti, per aver preteso la laicità dello Stato, sancita anche dalla Costituzione, era stato condannato e gli era stato sospeso anche lo stipendio. Ora è stato assolto con formula piena. Sempre a proposito di giustizia, la Cassazione ha confermato le condanne ai vertici della polizia per i fatti del G8 di Genova. Si va dai 3 anni e 8 mesi ai 5 anni per i dirigenti. È stato però prescritto il reato di lesioni gravi per 9 agenti del nucleo speciale della Mobile. D'altra parte, sono stati condannati da 8 a 14 anni di carcere i black block responsabili di devastazioni e saccheggi, ma non di danni alle persone. Dal che si deduce che è più grave distruggere un cassonetto o una serranda che massacrare di botte dei giovani manifestanti. Qualche parola sulla politica. Il Pd è alle prese con i diritti di tutti, ma quando si parla di matrimoni omosessuali, il medioevo-pensiero della componente cattolica del partito si fa subito sentire e mette il veto. Ci sono tre cose urgenti che questo governo dovrebbe fare, ma non ha la forza o il coraggio di fare: imporre una patrimoniale sui grandi patrimoni; una legge meno barbara sugli immigrati; una nuova legge elettorale che permetta ai cittadini almeno di scegliere i suoi rappresentanti. Infine, vorrei parlare di ricerca per la quale si propongono sempre tagli e accorpamenti. Ci sono in Italia due Istituti nazionali che funzionano bene e fanno ottima ricerca. Si tratta dell'Infn (Istituto nazionale fisica nucleare) e dell'Inaf (Istituto nazionale di astrofisica). Ora si vogliono accorpare. Con quali vantaggi? Più un istituto è grande, si sa, più burocrazia c'è. Inoltre i campi di ricerca tra i due istituti sono confinanti, ma diversi e richiedono macchinari e costi diversi. L'unificazione prevede un accorpamento materiale, ovvero un raggruppamento di più sedi con problemi logistici, lavori e costi ulteriori. Così finirà come al solito che assisteremo a tagli per le ricerche e nuove spese per l'accorpamento degli edifici che, come ognuno sa, è un'occasione per rinnovare l'arredamento. Salviamoil 25Aprile e il 1° Maggio Ma possibile che per risanare l'economia italiana, il governo dei professori debba sempre ed esclusivamente colpire, oltre alle classi meno abbienti, anche i simboli della democrazia nel nostro Paese, conquistati dalla lotta di liberazione e da quelle per il progresso sociale? Mi riferisco all'idea governativa di eliminare o al più accorpare le ricorrenze del 25 Aprile e del 1° Maggio. Trovo tutto ciò alquanto riprovevole ed assurdo. E mi chiedo e Le chiedo: potrebbe anche balenare per un solo momento, ai francesi, per bocca dei loro governanti, il pensiero di eliminare la festa del 14 luglio? Se ciò accade in Italia, evidentemente non si è raggiunto quel grado di coesione e condivisione nazionale, presenti in altri Stati europei. La qualcosa dovrebbe spingere chi ha responsabilità governative, a tutelare più che mai le ricorrenze del 25 Aprile e del 1° Maggio, date fondative della nostra democrazia. AureliadelVecchio IlCavaliere, i suoiavvocati, le fatture e le tasse 485 milioni di euro in parcelle per gli avvocati; quasi mezzo miliardo; praticamente 1000 miliardi delle vecchie lire. Per parlare in questo modo e con tanta minuziosa esattezza deve avere tutte le fatture emesse, con tanto di Iva, sulle quali gli avvocati devono aver pagato le relative tasse. Non sarebbe il caso di approfondire una tale affermazione? Certamente gli avvocati che lo hanno difeso non devono aver digerito tale affermazione che potrebbe rivoltarsi contro di loro. Non c'è mezzo per verificare quando affermato ? Non fosse altro che per verificare la correttezza delle parcelle; ma forse nella somma sono compresi anche i pagamenti in nero per corrompere il corrompibile. Ma se così fosse non ne avrebbe parlato, sarebbe stato un fesso a farlo, ben sapendo che poteva diventare un boomerang. Ma forse sì! RosarioAmico Roxas BentornataRossella Vorrei qui esprimere tutta la mia contentezza per la liberazione di Rossella Urru, in Mali. Finalmente dopo tante sofferenze questa ragazza può tornare a casa tra i suoi. Ilpunto Casa, lotta al degrado L'esempio di Milano Franco Mirabelli Consigliere Pd Regione Lombardia BERLUSCONI NON SI CANDIDA PER SALVARE ILPDL.BERLUSCONICANDIDAALFANOPERSALVARE IL PDL, E NON ESCLUDE LE PRIMARIE. Berlusconi candiderebbe Montezemolo per salvare il Pdl, e penserebbe alle primarie. Berlusconi candiderebbe Monti per salvare il Pdl, e dà l'ok definitivo alle primarie fra l'entusiasmo incontenibile dei suoi. Berlusconi si ricandida per salvare il Pdl, e manda a quel Paese le primarie fra l'entusiasmo irrefrenabile dei suoi. Berlusconi si ricandida per salvare Berlusconi, del Pdl non gliene può fregare di meno, figuriamoci delle primarie. Berlusconi si ricandida per inseguire Grillo, cavalcare il populismo, attaccare l'euro. Berlusconi si ricandida per proporsi con un profilo più moderato, più liberale, più europeo. Berlusconi si ricandida per fare tutto e il contrario di tutto spalmandosi in mille format su tutti i palinsesti, pare stia già registrando “Te la do io Bruxelles!” su Italiauno e “Ascolta, si fa Europa” su Radiodue. “Berlusconi si ricandida ed è un elemento positivo, se farà una politica seria e non il Masaniello”, parola di Giuliano Ferrara, noto teorico della politica sobria ed europea sintetizzata nella fortunata formula politologica “mutande libertine”, che postula un patto di stabilità continentale per l'intimo femminile. Berlusconi si ricandida per rivendicare la politica del bungabunga, e Alfano è d'accordo. Berlusconi si ricandida per mandare al rogo la Minetti, e Alfano è d'accordo. Berlusconi si ricandida per sostituire il Pdl con Forza Italia, e Alfano è d'accordo. Berlusconi smentisce che sostituirà il Pdl con Forza Italia, e Alfano è d'accordo. Berlusconi smentisce di chiamarsi Berlusconi, e Alfano è d'accordo. Berlusconi dichiara che Alfano si chiama “D'accordo”, e Alfano è d'accordo. Berlusconi sta ripensando a Forza Gnocca? Berlusconi sta mediando e pensa a Gnocca Italia? Berlusconi candidato è una buona notizia per i dirigenti del Pdl, e una fantastica notizia per Alfano. Berlusconi candidato è una buona notizia per alcuni ex Forza Italia, una terribile notizia per diversi ex An, una notizia non ancora decifrata da Rotondi, non ancora monetizzata da Lavitola, non ancora tradotta in un gruppo parlamentare da Scilipoti, e una fantastica notizia per Alfano. Berlusconi è una fantastica notizia per Alfano. Berlusconi candidato è una notizia superata, prossimamente su questi schermi Berlusconi canonizzato, Berlusconi beatificato, Berlusconi resuscitato, Berlusconi clonato, Berlusconi elevato al quadrato, Berlusconi presente, futuro e participio passato, Berlusconi candidato a sindaco di San Miniato, notizie che ci giungeranno da Berlusconi intervistato (sette volte di fila da Vespa). www.enzocosta.net enzo@enzocosta.net Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 Margherita Hack Astrofisica La tiratura del 18 luglio 2012 è stata di 95.738 copie Dialoghi LARGO RAPALLO È UN BUDELLO STRETTO TRADUE CASEGGIATI DI EDILIZIA RESIDENZIALE PUBBLICAANIGUARDA,vicino alla via Padre Monti, nota alle cronache per le vicende legate al racket delle occupazioni abusive. In uno di quei caseggiati afflitti da mille problemi di degrado, delinquenza e abusivismo alcune signore nei mesi scorsi hanno deciso di impegnarsi, sacrificando tempo e risorse proprie, per migliorare le cose. Hanno pensato che l'abbandono e il degrado spingono le persone a rinchiudersi e lasciano spazio alla illegalità, che semplicemente abbellire l'ambiente è utile per far sì che le persone sentano di poter vivere meglio e incontrarsi e considerino finalmente il cortile una cosa propria da difendere e valorizzare. Insomma che per sconfiggere la paura di chi vuole l'utilizzo esclusivo degli spazi per poter fare indisturbato il proprio comodo serviva rimuovere le masserizie sparse ovunque, curare i giardini e impegnarsi costantemente per rendere più ordinato e gradevole il quartiere. Così si è tagliata l'erba, si sono piantati fiori colorati ovunque, riempito il cortile di vasi. Tutto ciò in una situazione difficile tra l'ostilità di chi considera il territorio cosa “propria “ e l'indifferenza di altri. Tutto ciò fino a quando, l'altro giorno, è stata sgomberata una famiglia di abusivi che, tra l'altro, coi propri comportamenti minava la tranquillità e la sicurezza del quartiere. I parenti che vivono nello stesso caseggiato e gli stessi sfrattati a quel punto hanno individuato proprio in quella semplice volontà di normalità e di legalità la causa dell'intervento dell'Aler e quindi in chi in questi mesi è stata riferimento per il comitato la colpevole. Subito sono iniziate minacce e aggressioni verbali alla signora che rappresenta il comitato e poi, per due volte, sono stati strappati i fiori e divelti i vasi. Abbiamo portato la nostra solidarietà e il nostro sostegno a queste persone e abbiamo assistito direttamente alle minacce tremende di cui sono state oggetto da parte di parenti e sodali delle persone sfrattate che sono arrivate dal caseggiato di fronte e abbiamo costatato l'indifferenza e la paura di molti. Ora sta a noi, alle istituzioni, ai cittadini perbene, sconfiggere questo tentativo di restaurare un clima di paura nel quartiere, a essere isolati devono essere i portatori di illegalità e di degrado e non il comitato. Aler, Comune e Forze dell'ordine non possono aspettare che succeda qualche cosa e le forze politiche e le associazioni devono chiedere a tutti di non voltarsi dall'altra parte. Si tratta di liberare un piccolo insignificante spicchio di territorio della città in cui la convivenza civile e la legalità sono a rischio e di non lasciare sole le persone coraggiose che si ribellano se vogliamo che altri trovino il coraggio di schierarsi al loro fianco per rivendicare il diritto ad una vita serena. È una piccola vicenda di un piccolo caseggiato in un quartiere difficile ma riuscire a dimostrare che l'illegalità si può sconfiggere tutti insieme sarebbe un segnale grande. Tra lerighe Uno, nessuno e centomila Berlusconi, più Angelino Enzo Costa Giornalista COMUNITÀ Pandistelle Ricerca, accorpare gli istituti? Aumenta solo la burocrazia Alfano e la Santanché chiedono a gran voce le dimissioni della Minetti ma probabilmente la Minetti, se lascerà il posto alla Regione, vorrà in qualche modo essere risarcita per non diventare un mina vagante e pericolosa per Berlusconi, come del resto tutta la troupe dell'olgettine che si ritroveranno orfane del loro protettore e mecenate. GIGLIOLICARLO La notizia di qualche giorno fa era che Nicole Minetti aveva fatto arrabbiare la Boccassini disertando per la ennesima volta il processo che la vede imputata insieme a Fede e a Mora. Si trattava in effetti, per lei, dell'ultima occasione utile per confermare o cambiare la sua versione dei fatti e sembra abbastanza chiaro, oggi, che prendere tempo le serviva a trattare una uscita dignitosa da tutta questa vicenda. Alfano ha alzato la voce, dunque, imponendole di dimettersi dal Consiglio Regionale della Lombardia, lei non si è lasciata intimorire, ha incassato la solidarietà della Gelmini ed ha ottenuto un incontro con Silvio ad Arcore. Cosa si saranno detti? La testimonianza della Minetti sulla minore età di Ruby e sulla presenza di molte signore a pagamento nella villa di Berlusconi potrebbero rendere indifendibile la posizione del Cavaliere. Se lei manterrà la sua posizione, invece, le speranze di Ghedini di salvare ancora una volta il suo cliente dalla condanna e dalla fine della sua avventura politica si manterrebbero intatte. Avere Nicole dalla sua parte è fondamentale per il Cavaliere, avere Berlusconi dalla sua è fondamentale per il futuro di una donna arrivata troppo presto ad una carica istituzionale (troppo) importante. Inseguita dalle telecamere, il volto teso e stanco della persona che sta rischiando tutto, la Minetti ha confermato tutti questi ragionamenti dicendo candidamente che se parlasse “farebbe danni a tutti”. Avendo negli occhi la paura, però, dell'animaletto che sa di essere stato preso in trappola. L'ultimo teatrino sulla Minetti 16 giovedì 19 luglio 2012
14 giovedì 19 luglio 2012
INBREVE EURO/DOLLARO 1,2263 MAGENTA Gualaallarga la fabbrica Gualaclosures investe 18 milioni dieuroe amplia lostabilimento di Magentaper la produzione di tappi perbottiglie. Presenti all'inaugurazione ilministrodella Salute,RenatoBalduzzi, il presidentedi Confindustria, Giorgio Squinzi, il sindaco diMagenta, Marco Invernizzie il vice presidente diUnicredit,Fabrizio Palenzona. Gualaclosures,con un fatturato di 418milioni epresente in 16Paesi con25 stabilimentiproduttivi. ALITALIA Sìcondizionato all'acquistoWindjet Alitalia ottiene il via libera condizionatodell'Antitrust all'acquisizionediWindjet. La società, informa unanota,dovrà cedereslot su diverse rotte italiane:Palermo-MilanoLinate, Catania-MilanoLinatee Catania-RomaFiumicino. Le misuresononecessarie, spiega l'Antitrust,a eliminare«gli effetti anticoncorrenziali» POPOLARE DIMILANO ArrivaD'Andrea (exManiPulite) Il consiglio digestione diBanca Popolaredi Milanohanominato FedericoMaurizio D'Andrea membrodell'organismo di vigilanza.D'Andrea diventa così il quartocomponentedel nuovo odv delquale fanno giàparte, dal 18 giugno2012,Gherardo Colombo (presidente),Gabriella Chersiclae AngeloPellegatta.Nato nel 1959, colonnellodella Guardia diFinanza incongedodal 2007,D'Andrea si occupatodirettamente dialcune tra le inchiestepiùnotedel pool «manipulite» UNICREDIT DelVecchio saleoltre il2% Leonardo DelVecchio, attraversoDelfin, ha incrementato lasuapartecipazione inUnicredit al2,005%. Lo siapprende dagli aggiornamentiConsob. Adaprile laquota eraall'1,4% e amargine dell'assembleadi Luxotticaera stato lostesso DelVecchioa rendernotodi esseresalito. Intanto la nuovarete commerciale italianadi Unicredit sarà organizzata insette regionicon 77 areecommerciali A otto mesi dalla messa in soffitta del piano “Fabbrica Italia” arriva, puntuale come i dati mensili sui cali a due cifre delle vendite, l'annuncio della Fiat dei primi dieci giorni di cassa integrazione per la nuova Fip di Pomigliano. La Nuova Panda, riportata in Italia da Marchionne come uno scalpo patriottico, non “tira” come ci si aspettava. Il miraggio delle 1.050 macchine prodotte al giorno è lontanissimo, si rimane sotto quota 700. Le 19mila Panda vendute in Europa non bastano, le macchine prodotte rimangono nel piazzale dello stabilimento Giambattista Vico, il primo dello slogan “Siamo quello che facciamo”. Così, per evitare «inutili accumuli di vetture» i 2.146 lavoratori «dopo la pausa estiva» rimarranno a casa altre «due settimane, dal 20 al 31 agosto». Ma è l'ultimo capoverso del comunicato del Lingotto a gelare il sangue nelle vene degli operai riassunti e degli altri 2mila ancora in attesa: «Nei prossimi mesi la situazione sarà oggetto di continuo monitoraggio», chiara allusione ad ulteriore Cig. Qualcuno potrebbe pensare che la mossa del Lingotto sia un modo, già anticipato il primo luglio, per mettere le mani avanti rispetto alla sentenza (ancora non attuata dall'azienda) che intima alla Fiat di riassumere 145 iscritti alla Fiom. «La causa non c'entra niente - commenta Giorgio Airaudo, segretario nazionale dei metalmeccanici Cgil - quando si mette in cassa integrazione l'unico prodotto che vende significa che la Fiat ha sbagliato i tempi della crisi: diversamente da altre case, che difatti perdono meno, non ha accelerato sui nuovi modelli ad inizio crisi e ora produce 450mila auto l'anno e usa la crisi come alibi. Davanti ad una situazione come questa - continua Airaudo - serve un piano straordinario che chieda a Fiat nuovi prodotti magari puntando sull'ecologia e che punti ad attrarre nuovi produttori esteri, per esempio vendendo un marchio come Alfa Romeo che fa gola a molti ed era pubblico». Ieri intanto la Fiom ha tenuto uno sciopero a Cassino, lo stabilimento in cima alla lista delle possibili chiusure annunciate da Marchionne. Per l'azienda ha scioperato il 4 per cento dei lavoratori, per la Fiom il 15%. A proposito di produttori esteri, intanto a Pomigliano dopo la visita della Mazda, che ha un accordo con Fiat per produrre un roadster ma potrebbe allargarsi, in queste settimane un produttore europeo e uno asiatico hanno visitato lo stabilimento. Marchionne dunque porta avanti il piano B: l'idea di “affittare” gli stabilimenti pur di farli lavorare. FIM-UILM: INTERVENGAILGOVERNO Ieri intanto anche i sindacati firmatari, pur dando la colpa della Cig «alla crisi europea del mercato della domanda di auto», hanno chiesto al governo di muoversi. «La Fim - dichiara il segretario nazionale Ferdinando Uliano - ha denunciato infatti più volte la necessità da parte del governo di un cambio di marcia su settore industriale come quello dell'automotive». «Pensiamo - gli fa eco Giovanni Sgambati, segretario Uilm della Campania - che sia utile che il “sistema Paese” difenda il prodotto nazionale come fanno i nostri concorrenti europei. Ma in Italia, molto spesso, si lavora più allo “sfascio” che non a dare segnali positivi e di difesa dei nostri prodotti». Sulla stessa lunghezza d'onda il segretario Ugl metalmeccanici Antonio D'Anolfo: «La crisi dell'auto non è che uno dei riflessi di un problema più complessivo, che può essere risolto soltanto con una precisa volontà politica: se non verranno messe in campo serie strategie industriali e misure orientate a ridare ossigeno alle tasche del ceto medio-basso, l'andamento del mercato interno non subirà inversioni di tendenza, con ripercussioni negative su imprese e lavoratori». Sul piano politico da registrare la dichiarazione del leader Udc Pier Ferdinando Casini: «La Fiat negli anni ha avuto grande attenzione da parte del settore pubblico. Oggi - continua - se ne va alla chetichella e questo è negativo. Non ho visto attuare i programmi di investimento promessi. Per questo - conclude da italiano non posso santificare Marchionne». +0,43% 13.594 Ftse Mib CGIL ECONOMIA Fabbrica Italia: Pomigliano è già ferma Pomigliano d'Arco, la Nuova Panda non basta FOTO ANSA Cassa integrazione per i 2.146 dipendenti dello stabilimento campano e forti timori per gli altri 2mila che attendono l'assunzione Dopo Mazda visite al sito di altri produttori in vista del «piano B» MASSIMOFRANCHI ROMA -0,17% 14.651 All Share Milano,segnalidinuovaoccupazione Nonostante la crisi neiprimi 5 mesidel 2012perogni licenziatoci sono stati 10 assunti. «Sono statiavviati al lavorocon contrattoa tempoindeterminato quasi 60milapersonementresono stati 6.436quelli che hannoperso il lavoro permotivieconomici», fa ilpunto la Cameradel lavorodi Milano in occasionedella presentazionedel bilanciosociale. Ilquadro, secondo la Cgilmilaneseèquello di «un tentativo di reazione» che si scontracon una «debolezzastrutturale».Ad ogni lavoratoreposto in mobilità corrispondono10 avviamentia tempo indeterminato,quasi il 70%a tempo pieno,ma perla Cameradi Commercio i dativanno letti come un«progressivo macostante svecchiamento indotto dallacrisi, sia a carico delle impreseche neiconfronti dei lavoratori sebbene il datodimostri unmercatodel lavoro in fortemovimento econ caratteristiche marcatamenteterritoriali». «Nel quinto annoconsecutivo dicrisi l'economia di Milanocontinua a manifestarepesanti segnidi incertezza», sono le conclusionidellaCamera del lavoro. «Il quadro- sottolineaunanota - presenta untentativodi reazionedel sistema produttivomilaneseal qualenon consegueun incrementostrutturale dell'occupazione»a dimostrazione della«debolezza checoinvolge i maggiori settori dell'economia milanese».Secondo la Cameradel Lavoro il movimentosulmercato del lavorodeve essere«intercettato» per poterdiventare«l'obiettivodi una buonagovernance». 12 giovedì 19 luglio 2012
IL JUKE BOX DELL'ADULT ROCK DI FINE SETTANTA, ECCOCOMESUONAOGGIUNCONCERTODIROGERHODGSON, LA STORICA VOCE DEI SUPERTRAMP, quelli di Breakfast in America, The logical song e molte altre rassicuranti hit che ci sono balzate in mente durante la sua data unica al Lucca Summer Festival. Un concerto perfetto del leader Hodgson e la sua nuova band (senza dunque il vecchio sodale Rick Davies) ma con tutto i classici dei Supertramp, la band da sessanta milioni di dischi venduti che si scioglie nel 1983 proprio per la «fuga» di Hodgson: «Lo spirito e la magia che avevano tenuto insieme la band se ne erano andati da tempo. L'album Famous last words, fu il nostro ultimo tentativo, fallito, di catturare ancora quello spirito perduto. Al tempo avevo messo su famiglia e avevo già due bambini ma non sapevo ancora cosa significasse essere genitore. Così mi dissi: ok, credo sia arrivato il momento di fermarsi. Fu una decisione difficilissima quella di abbandonare il mio bambino, che erano i Supertramp, ma dovevo farlo per gli altri due figli: quelli veri. Oggi sono veramente contento della decisione e posso tornare sul palco più saggio». Nonèstraniantecontinuareacantare lesolitecanzoniultra famose? «La magia di quelle canzoni fa sì che, lo giuro, non mi stanchi mai di suonarle sera dopo sera. È la gente stessa a farmi capire che quelle canzoni non suonano vecchie ma freschissime. Molte delle cose di cui cantavo al tempo, come in Givealittle bit risultano ancor più importanti adesso, molti anni dopo. Ma anche The logical song è attualissima. Quando mi annoierò, smetterò». Eraunteenagerquandoscrissealcunedellecanzonipiù importantidella band, vero? «Non ho mai scritto una canzone pensando al suo appeal commerciale. La maggior parte delle canzoni dei Supertramp le ho scritte tra i 18 e i vent'anni. Scrivevo perché dovevo esprimermi, perché avevo un'urgenza dentro di me. Canzoni come Breakfast in America, The logical song, Give a little bit, It's raining again oppure Fool's overture o School, sono di quel periodo, ben prima che diventassimo famosi. Ero un ragazzo come tanti altri, che aveva difficoltà a relazionarsi e preferiva esprimere gioia e dolore attraverso le canzoni. Allora non avrei mai immaginato che avrebbero fatto il giro del mondo». I suoi fan sono molto legati ai primi due dischi dei Supertramp e anche naturalmente il capolavoro «Crimeof thecentury». Comeli consideraoggi? «Crime of the century è ovviamente un album speciale, è uscito in un periodo speciale e aveva un tocco, una magia, un suono unici. Catturava esattamente quello che erano i Supertramp all'epoca. I primi due li considero come un momento in cui sia io che Rick Davies stavamo cercando una nostra identità, erano i dischi dell'esplorazione delle proprie possibilità, della sperimentazione. Ma ogni disco è diverso, i quattordici anni di Supetramp per me sono stati un'incredibile avventura». Sidicepiùmaturo,peròhaancoraun'incredibilevoce... «Sono molto fortunato ma sono anche certo che la voce sia il riflesso della tua interiorità, dei periodi brutti e belli trascorsi, delle lezioni prese, e il fatto che oggi mi senta molto più forte di un tempo sono certo che si ripercuota positivamente sulla mia voce». Negli anni Settanta quali erano i contemporanei cheapprezzava dipiù? «Oh, sia nei ‘60 che nei ‘70 c'era talmente tanta buona musica... Dai Pink Floyd ai Genesis ai Traffic, la scena era ricchissima, oggi invece la trovo un po' noiosa e omologata. Io ero teenager quando esplosero i Beatles e cambiarono la faccia della musica per sempre, ma anche la mia vita, ispirandomi totalmente. Quando io e Rick formammo i Supertramp i Beatles furono i nostri maestri». Stascrivendo qualcosadinuovo? «Scrivo sempre. Ho circa 60 canzoni pronte, di solito ne faccio almeno un paio nuove a concerto ma stavolta è difficile perché la gente ne vuole sentire talmente tante del passato che non so come fare. Come musicista ma anche come intrattenitore mi sento in dovere di far contenta la gente in quelle due ore di concerto». MUSICA «Tornosulpalco piùsaggio» ParlaRogerHodgson vocestoricadeiSupertramp SILVIABOSCHERO ROMA Unconcertoperfettoconlanuovabandmacon ibrani classici,da«Givea littlebit»a«Thelogical song»:«Misento piùfortediuntempoequestosi ripercuotesullamiavoce» Lastorica banddeiSupertramp, inconcerto nell'unicadata italiana aLucca ... «Sciogliere ilgruppo fuunadecisionedifficilissima mainquelmomento eragiustofermarsi» U: 20 giovedì 19 luglio 2012
24 giovedì 19 luglio 2012
CIÒCHENOICHIAMIAMOPRESENTE,PERLUIÈGIÀILPASSATO.ILBIOLOGOCRAIGVENTER,TRAIPRIMISCIENZIATI ASEQUENZIAREILGENOMAUMANO,RACCONTALETECNOLOGIE STUDIATE DAI SUOI LABORATORI PER FARE FRONTEALLESFIDEDELFUTURO.Mentre la popolazione mondiale viaggia verso gli 8 miliardi di abitanti, la biologia si prepara a fornire soluzioni per fronteggiare carestie, pandemie e cambiamenti climatici. Con la biologia sintetica, per esempio, si può sfruttare l'anidride carbonica rilasciata dalle industrie per produrre cibo e carburanti «verdi», mentre lo studio del Dna consentirà di trasformare le informazioni genetiche scambiate via internet in materia vivente. «Possiamo trasformare questo pianeta ma la ricerca deve avanzare», dice Venter. Che aggiunge: «Le organizzazioni che non si rinnovano sono destinate a diventare un ricordo del passato. E questo vale anche per le università». Lagenetica,leisostiene,rappresentaunapromessa per rafforzare la sicurezza alimentare. Quali sono i problemida affrontare? «Entro 11 anni si prevede che avremo un miliardo di persone in più sul pianeta Terra. La popolazione è cresciuta in proporzioni preoccupanti e oggettivamente pericolose. Questo ha portato a uno sfruttamento eccessivo delle risorse dei mari, delle terre coltivabili, dell'acqua dolce, che per il 70 per cento è impiegata in agricoltura. Non stiamo vivendo a ritmi sostenibili e servono soluzioni. Stiamo provando a dimostrare che la biologia può offrire risposte a questi problemi. Il Dna sintetico ci potrebbe aiutare a creare processi biologici che possano sfruttare l'anidride carbonica presente in atmosfera. Al momento stiamo sfruttando carbone e petrolio. Bruciandoli immettiamo anidride carbonica in atmosfera. Noi vogliamo provare a riciclare quell'anidride carbonica, una sostanza che è alla base di tutto ciò che mangiamo. Possiamo quindi usarla per produrre idrocarburi e cibo. Ma dobbiamo cominciare presto, prima che l'ambiente sia compromesso per sempre. L'agricoltura, in questo senso, andrebbe incontro a trasformazioniprofonde.Siamoprontiaquesticambiamenti? «Naturalmente l'agricoltura è uno snodo decisivo nello sviluppo delle civiltà, ma bisogna ammettere che non è cambiata molto nel corso dei centomila anni di sviluppo delle culture umane. La produttività delle attività agricole è molto inferiore rispetto alle possibilità che abbiamo, come la possibilità di progettare nuove cellule. Se si prova per esempio a produrre carburanti dal mais, si ottengono poco più di 65 litri di carburante per ogni acro (0.4 ettari) (insomma ca 120 litri per ettaro). Questo è pochissimo. Stiamo lavorando sulle alghe, per ottenere da 35mila a 50mila litri per acro per anno. Dobbiamo compiere una rivoluzione del nostro modo di intendere l'agricoltura. Non significa gettare via tutte le cose buone e gustose che mangiamo a tavola, dalla frutta alle verdure, ma di intervenire su quell'agricoltura dalla quale proviene il grosso di quello che consumiamo: il mais, la soia, le farine, che occupano gran parte dei terreni. Possiamo ottenere le stesse proteine facilmente, però moltiplicando per dieci l'efficienza delle lavorazioni». «Comesiconcilianoquestiobiettiviconleposizioni dichivuoleconservareunbuonlivellodibiodiversità? «La biodiversità è molto importante. Se dovessimo produrre un ambiente geneticamente omogeneo, andremmo a creare una situazione molto fragile, a rischio di immediata scomparsa. Siamo ora in Irlanda, una nazione segnata dalla carestia causata dai raccolti di patate distrutti da una malattia delle piante. Già allora le coltivazioni erano così uniformi da porre a rischio la loro sopravvivenza. Ciascuna varietà vegetale può essere cancellata da un virus e portare le popolazioni alla fame. Non possiamo più permetterci di correre rischi di questo genere». «Apropositodisicurezzaegeni,un'altraminacciaè rappresentatadallepandemie. «Serve un metodo per seguire e conoscere esattamente i virus che ci minacciano, ricorrendo agli strumenti della biologia. La possibilità di sequenziare il Dna ci permette di sintetizzare nuovi vaccini più in fretta che in qualunque film di fantascienza. Eppure la ricerca sui vaccini viene fatta ancora sulle uova di pollo! Come se fossimo rimasti indietro di un secolo. Si creano mega-laboratori centralizzati e costosi, quando si potrebbe ricorrere a un sistema distribuito di centri di ricerca, anche grazie alla possibilità di trasferire tutto ciò che è biologico in modelli digitalizzati. Presto si potrà immagazzinare l'informazione genetica nello stesso registratore digitale che stiamo utilizzando per questa intervista e poi convertire quei dati in materia vivente. I laboratori specializzati sono una cosa del passato. In futuro avremo delle stampanti che creano materia vivente». Leisembramuoversitradiversedisciplineesioccupadidiversiproblemiallostessotempo.Qualisono ipregidi questoapproccio? «Cito l'ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, che ha detto che ogni organizzazione ha bisogno di almeno un generalista, ed è meglio che quella persona sia il capo. Ho lavorato con una squadra fantastica di 400 ricercatori, molti sono super-specializzati - ma per me la scienza è come un'orchestra che ha bisogno di un direttore che metta a frutto il meglio di ciascuno. È stato grazie a questo che un piccolo istituto di ricerca come il nostro è riuscito a compiere più scoperte di grandi organizzazioni con cento volte le nostre dimensioni, i nostri fondi e il nostro personale. Noi non abbiamo barriere, dipartimenti. La gente collabora e si specializza sui problemi che affronta. L'approccio multidisciplinare è cruciale per il futuro. Le organizzazioni che non sono in grado di trasformarsi sono destinate a diventare ricordi del passato». «Lascienzaperleièstataancheunasfidaeconomica.Comesiconciliano leattivitàdi ricercacon l'esigenza di seguire anche gli aspetti economici delle attivitàdi ricerca? «Non ho notizia di scienziati di successo che al tempo stesso non siano in parte imprenditori. Produrre risultati significa mettere in campo un approccio imprenditoriale all'attività di ricerca, non solo per quanto riguarda la ricerca di risorse ma anche nell' elaborazione dei concetti. Nel senso più vasto del termine, la scienza è la disciplina di riferimento per la ricerca della verità, di risposte, di soluzioni ai problemi attraverso la conoscenza. Non è una torre d'avorio popolata da individui irrilevanti per la società. La si può definire un "processo decisionale basato sull'evidenza dei fatti", e in questo senso è il tipo di cose che non piacciono ai politici, i quali preferiscono sempre basare le loro decisioni su presunti dati di fatto creati ad arte. La scienza, invece, più di ogni altra disciplina, è la ricerca della verità. Non interessa molto al sistema giuridico o legislativo. E neanche alla religione. I governi potrebbero avere interesse nella scienza, quanto potrebbero non averne. Resta il fatto che la scienza è l'unica disciplina basata sulla ricerca del vero, della comprensione del mondo che ci circonda, di informazioni che possano rappresentare la base di soluzioni che aiutino tutti a vivere meglio». Mentrecisonoscienziatichesostengonodinonvolersi arricchire con la scienza, sentiamo di governi chetaglianoifondiperlaricerca.Pensasipossafare ricercaanchesenza investimenti? «Purtroppo molti scienziati, se non proprio la maggior parte, sono dei "follower", sono restii a prendere iniziative di cambiamento. Le università hanno interesse ai finanziamenti che ricevono grazie ai ricercatori che ci lavorano e non sembrano interessate a una trasformazione dello status quo. Ma ovunque si assiste all'assottigliamento dei bilanci e questo ci impone di cercare nuove strategie per distribuire le risorse disponibili per realizzare il massimo beneficio per la società. Di recente ho rilasciato un' intervista in Spagna su questo. Ho detto che i governi devono riflettere. Se si taglia la ricerca di base si crea una situazione irreversibile. Se si taglia oggi, sarà inutile tentare di riavviare la ricerca l'anno prossimo perché a quel punto servono almeno 20 anni per tornare al punto di prima. I tagli spazzano via generazioni di ricercatori. Ci sono Paesi dove ormai la ricerca non è più in grado di riprendersi. Quindi i tagli sugli investimenti in ricerca sono falsa economia perché a oggi la nostra società, composta da oltre 7 miliardi di persone, dipende totalmente dalla scienza. Dalla scienza dipende il futuro. Non è un passatempo per aristocratici annoiati. Siamo troppi, consumiamo troppo, dobbiamo trovare nuove soluzioni prima che sia troppo tardi. Ecco perché le nazioni che smettono di investire in ricerca sono destinate a scomparire». ELISABETTATOLA L'INTERVISTA «I taglialla ricerca sonounsuicidio» ParlaVenter, scienziatodelgenoma Ilbiologodàungiudizio moltoseverosuiPaesi chetolgonofinanziamenti allascienza:«Sononazioni destinateascomparire» Ilprimobatterio conDna sintetico:unascoperta diCraigVenter (nella foto inbasso) edei suoi collaboratori RADIO3 SCIENZA Branidell'intervista riascoltabili in rete Questa intervista realizzata aDublino in occasionedell'Euroscience OpenForum 2012 daElisabettaTola per Radio3Scienza Pubblichiamoil testo integralementre l'intervistaè parzialmenteriascoltabile in podcastsul sitowww.radio3.rai.it e parzialmentedisponibile online in MP3 aquesto indirizzo:http://bit.ly/MI2QQu. U: giovedì 19 luglio 2012 19
SEGUEDALLAPRIMA Questo momento di festa, però, non diminuisce l'inquietudine per la sorte di un altro connazionale, Guido Lo Porto, ancora nelle mani dei sequestratori. A lui e ai suoi familiari desidero rivolgere oggi un pensiero particolare. Rossella Urru è una cooperante: una giovane determinata che ha deciso di spendere parte della sua vita per sostenere progetti umanitari a favore dei profughi in una zona particolarmente problematica del Nord Africa, attraversata da povertà, conflitti, terrorismo: una zona che rischia di diventare una polveriera, sulla quale la comunità internazionale dovrebbe presto avviare una approfondita riflessione. Sono molto preoccupato per quello che avviene nella fascia del Sahel. Temo che diventi un piccolo Afghanistan. E anche l'Italia deve superare la sua ritrosia: di fronte alle sfide della globalizzazione e di quello che avviene al di là dei nostri confini ci tiriamo indietro troppo spesso. Cooperazione è aiutare, fare solidarietà, ma anche far entrare in contatto il sistema Paese con altri sistemi, i sistemi del mondo. Rossella è stata facile obiettivo per i gruppi fondamentalisti, perché armata solo della volontà di far del bene, di aiutare persone in grande difficoltà, di promuovere il dialogo, la pace e la comprensione tra i popoli. Chi predica l'odio, l'intolleranza e la sopraffazione teme e detesta in particolare chi fa della gratuità e dell'altruismo la sua missione di vita. Rossella e gli altri cooperanti che affrontano disagi, estreme difficoltà e, spesso, gravi rischi sono la parte migliore del Paese. La parte che non si arrende, che non si accontenta. La parte che spera, crede e lotta per un futuro diverso e migliore. Per questo, mi sento di dirle, di cuore: bentornata Rossella. L'Italia e il mondo hanno ancora bisogno di te. * Ministro per la cooperazione internazionale «Libera». Le agenzie di stampa battono il flash atteso per tutta la giornata. Rossella Urru, la cooperante italiana rapita a Rabuni, in un campo saharawi in Algeria nove mesi fa, è finalmente libera. Con lei anche i due colleghi spagnoli, Ainhoa Fernández del Rincón e Enric Gonyalons, suoi compagni in questa brutta avventura. Le conferme ufficiali si sono fatte attendere per tutta la giornata, dopo che già dal mattino era circolata la voce di un suo imminente rilascio. Poi finalmente, a sera, il ministro Giulio Terzi dà l'annuncio ufficiale. Rossella è libera, stavolta per davvero. «Una bellissima notizia», dice il titolare della Farnesina che ha seguito la vicenda in stretto contatto con l'Unità di crisi, dove ieri sono rimasti in attesa anche i genitori di Rossella, confortati dal saluto del presidente Napolitano. «Speriamo di poterle parlare quanto prima», ha detto il ministro. «Sono emozionatissima, non vedo l'ora di riabbracciare mia figlia». ha detto la madre di Rossella, Marisa. Un aereo spagnolo è pronto per riportare a casa i cooperanti, l'operazione avrebbe subito un rinvio a causa di una forte tempesta di sabbia in Burkina Faso, nel punto dove era previsto il recupero. «CONDIZIONI RISPETTATE» «Considerateli liberi, perchè le nostre condizioni sono state rispettate», aveva detto nel pomeriggio all'agenzia Afp Mohammed Ould Hicham, esponente del Mujao, nelle ore in cui la liberazione sembrava ad un passo ma le incertezze erano ancora tante. Il gruppo, Movimento per l'unicità e la jihad nell'Africa occidentale considerato vicino ad Al Qaeda, avrebbe gestito almeno l'ultima fase del sequestro. Decisivo per il rilascio sembra sia stata la decisione del governo mauritano di trasferire un detenuto saharawi, recluso in un carcere vicino alla capitale Nouakchott. Mamne Ould Oufkir, accusato tra l'altro di complicità nel rapimento di Rossella Urru e degli altri, sarebbe stato trasferito all'alba di ieri in una località sconosciuta, secondo quanto riferisce l'agenzia di stampa mauritana Ani. Non è chiaro se sia già libero, come chiedeva il Mujao o se l'operazione sia ancora in corso. Non è la prima volta che si richiede il rilascio di detenuti in cambio di ostaggi occidentali sequestrati da gruppi islamisti. Ma non è questa l'unica condizione dell'accordo. Fonti d'intelligence spagnole hanno rivelato al sito Globalist il pagamento di un riscatto, che sarebbe stato versato in contanti. Si ignora l'entità della cifra, inizialmente i sequestratori avevano chiesto 30 milioni di euro. Secondo quanto appreso da Globalist sarebbero stati pagati alcuni milioni, versati congiuntamente da Italia e Spagna. Il pagamento di un riscatto è stato anche confermato da un portavoce del Mujao, che non ha specificato l'ammontare. I tre cooperanti erano stati rapiti nella notte tra il 22 e il 23 ottobre scorso, nel deserto algerino, dove lavoravano in progetti di solidarietà con il popolo saharawi. A dicembre il sequestro viene rivendicato da una costola dissidente di Al Qaeda nel Maghreb islamico, con un video in cui i tre ostaggi si presentano, ognuno nella propria lingua, chiedendo alle autorità di fare il possibile per il loro rilascio. In marzo sembra che la trattativa sia finalmente arrivata a buon punto, si sparge persino la voce dell'avvenuta liberazione di Rossella. Ci sono dettagli sulla stampa mauritana, lo scambio di un poliziotto sequestrato con un detenuto segnalato dai rapitori. Ma degli ostaggi occidentali non c'è traccia. E a maggio i sequestratori minacciano di uccidere lo spagnolo Gonyalons se le loro condizioni non saranno rispettate. La trattativa riprende in giugno e già dalla settimana scorsa a Madrid comincia a circolare un po' di ottimismo. I familiari di Rossella da Samugheo, in Sardegna, sono partiti alla volta di Roma di prima mattina, sperando di avere presto la notizia che attendevano da mesi. Il paese è rimasto con il fiato sospeso. E quando finalmente è arrivata la conferma - «è tutto vero», ha detto al telefono il fratello di Rossella, Mauro - il parroco ha sciolto le campane a festa. La notizia è stata accolta in parlamento da un applauso. «Rossella Urru rappresenta un simbolo i valori del coraggio e dell'eroismo delle nostre donne che lavorano in terreni di cooperazione estremamente difficili e che rappresentano la dignità, l'orgoglio e la grandezza dell'Italia», ha detto il ministro Terzi, nell'annunciare la liberazione. Il presidente Napolitano, con una nota, ha espresso il suo sollievo e l'«apprezzamento alle amministrazioni e ai servizi di sicurezza per la loro tenace iniziativa». Rossella, quasi trentenne, lavora da tempo per il Cispi, Comitato italiano per lo sviluppo dei popoli. Durante la sua lunga prigionia, tante le manifestazioni di solidarietà e non solo nella sua Sardegna. Geppi Cucciari ne ha fatto un simbolo di un'Italia diversa dal palco dell'Ariston a Sanremo, Fiorello ha lanciato un appello su Twitter facendone un caso. Con la liberazione di Rossella Urru resta solo un italiano in ostaggio all'estero. Anche lui un cooperante, il siciliano Giovanni Lo Porto, catturato lo scorso 19 gennaio con un collega tedesco in Pakistan. Sì, questa volta è diverso».Alle 19 di ieri, Don Alessan-dro Floris, il parroco di Sa-mugheo, ha appena senti-to al telefono i genitori diRossella e sa perfettamente che questa volta qualcosa si è mosso, che la notizia del 18 luglio non ha niente a che vedere con quella, assolutamente priva di fondamento, che aveva illuso tutti lo scorso marzo. Eppure continua ad invitare alla prudenza e alla cautela e quasi si arrabbia quando gli comunichi che è finita davvero perché stavolta la liberazione è stata confermata dall'Unità di Crisi della Farnesina. «No, per favore, non facciamo come l'altra volta, che poi non era vero niente». Non ci crede, non c'è verso. O meglio, sa bene che è reale, sa perfettamente che Marisa e Graziano Urru sono partiti alla volta di Roma già dalla mattina di ieri ma teme che una fuga di notizie possa ancora compromettere tutto e quindi inizialmente tace. Ma a distanza di pochi minuti, a Montecitorio scoppia l'applauso dell'Aula perché la deputata democratica Caterina Pes ha appena annunciato che Rossella Urru è libera, mentre il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, si trova alla Farnesina assieme ai genitori della cooperante rapita in Algeria lo scorso 24 ottobre. Fino all'ultimo le bocche rimangono cucite. A Samugheo, nel paese in cui attualmente vive la famiglia di Rossella, nessuno rilascia dichiarazioni fino alle 20, non prima che arrivi la telefonata da parte di Graziano: «È fatta», dice il padre della giovane, e nient'altro, perchè ormai non riesce più a trattenere la gioia. «Rossella, arriverà tra poco a Roma, dove incontrerà i genitori, mi è appena arrivata la conferma da parte del babbo». Lo racconta il primo cittadino di Samugheo, Antonello Demelas, mentre nella piazza, alle sue spalle, scoppiano dei petardi a festa. Fino a quel momento «c'era una sorta di silenzio profondo – dice - non c'era nessuno in giro». Improvvisamente poi, nel paesino dell'oristanese hanno iniziato a suonare i clacson delle macchine e le campane della Chiesa e allora tutti si sono riversati per strada perché tutti hanno capito subito cosa fosse successo, che la liberazione ormai era cosa certa. «Penso che i familiari fossero consapevoli fin dalla mattina del fatto che stesse per arrivare una buona notizia – spiega Demelas – il fatto che fossero partiti in fretta e furia dicendo che avrebbero dovuto occuparsi di una cosa molto urgente ci aveva subito fatto ben sperare». E infatti il sindaco li aveva appunto salutati con uno «speriamo», mentre gli Urru, provati da 10 mesi di angoscia e un falso allarme devastante, avevano semplicemente risposto «vedremo». Gli stessi genitori, in realtà, ieri mattina erano partiti al buio, dalla Farnesina gli avevano semplicemente comunicato di recarsi al più presto nella Capitale senza specificare il motivo, come tante altre volte in questi mesi era capitato. Tanto che anche di fronte alla notizia dell'avvenuta liberazione rimane una sorta di incredulità che probabilmente non si scioglierà fino a quando non riusciranno a riabbracciare fisicamente loro figlia. «Sono troppo felice - queste le uniche parole pronunciate dalla madre, emozionatissima, Marisa– Rossella dovrebbe arrivare domani sera». FINEDELL'INCUBO . . . I rapitori appartengono a un gruppo vicino ad Al Qaeda. Avevano chiesto 30 milioni di euro Bentornata: l'Italia e il mondo hanno ancora bisogno di te L'INTERVENTO ANDREARICCARDI* Nelpaesedella ragazza, dopooredisilenzio, tra clacsonepetardi, lagente siè riversatanellestrade. Diprimamattina igenitori eranopartitiperRoma LAFAMIGLIA . . . Era stata sequestrata in un campo saharawi nel deserto algerino nell'ottobre scorso Nove mesi in ostaggio «Rossella è libera» Un manifesto con la foto di Rossella Urru. La cooperante era stata rapita lo scorso ottobre in Algeria FOTO ANSA La cooperante italiana rilasciata in Mali insieme ai due colleghi spagnoli, per il sito Globalist pagato un riscatto Napolitano: «Che sollievo, un grazie ai servizi» Il ministro Terzi: «Urru un simbolo del coraggio delle donne» MARINAMASTROLUCA ROMA Gioia e lacrime a Samugheo: «Siamo troppo felici» GIULIANASIAS siasgiuliana@gmail.com 6 giovedì 19 luglio 2012
Un autobus è fermo ai margini di Sarafovo, l'aeroporto di Burgas, in Bulgaria. Dentro sono decine di turisti israeliani appena arrivati da Tel Aviv. Il veicolo sta per partire e portarli in albergo. Ma a bordo sale uno sconosciuto. Passano pochi secondi. Una tremenda esplosione squarcia il ventre del bus. È strage. I soccorritori si trovano davanti a scene strazianti, di sangue, dolore, urla. Teste mozzate, arti divelti. I bollettini ospedalieri sono un'escalation di orrore. Prima si parla di tre morti. Poi di sette. Più tardi la radio nazionale bulgara riferisce di otto morti e trenta feriti, alcuni dei quali in condizioni gravissime. Burgas è una città vicina al Mar Nero. Una località amena, meta di vacanze. Ma da ieri sera il suo nome è associato alle immagini del terribile attentato suicida. Perché di questo si tratta, come raccontano alcuni sopravvissuti, testimoni oculari. Gal Malka ha visto il presunto kamikaze salire sul mezzo. La compagna di viaggio Aviva Malka è fortunata. Era a bordo, ma nella parte posteriore, un po' lontana dalla porta attraverso cui è entrato l'attentatore suicida: «C'è stato uno scoppio fortissimo. Subito dopo io e altri siamo scappati attraverso uno squarcio nelle lamiere. Sangue dappertutto». Shoshi Ayler, un sopravvissuto, era a terra. Racconta le scene caotiche che sono seguite all'esplosione, con i superstiti che cercavano disperatamente di sapere cosa fosse davvero accaduto. Passano poche ore. A Tel Aviv il premier Benjamin Netanyahu rilascia una dichiarazione di fuoco: «Tutto induce a credere sia stato l'Iran. Israele reagirà con forza al terrore di Teheran». Il ministro della Difesa Ehud Barak assicura che il suo governo troverà e punirà i responsabili, ed esorta i connazionali a mantenere i nervi saldi e a non rinunciare ai viaggi all'estero. Esecrazione in ogni parte del mondo. La Casa Bianca condanna l'episodio «nei termini più duri possibili». L'Alta rappresentante della politica estera dell'Unione europea, Catherine Ashton, si dice sconvolta e chiede sia fatto tutto il necessario per individuare i responsabili. A sera si apprendono nuovi particolari. Sulla corriera erano 47 persone. Altre decine di israeliani si trovavano su due autobus parcheggiati nei pressi. Facevano tutti parte di una comitiva sbarcata verso le sedici con un volo proveniente da Tel Aviv. Subito dopo l'attentato, le autorità locali hanno chiuso lo scalo dirottando i voli su Varga, mentre da Israele si apprestava a decollare alla volta della Bulgaria un aereo con équipes mediche specializzate per curare i feriti e riportare in patria chi sia in condizioni di viaggiare. Netanyahu non ha precisato su quali basi poggia la convinzione che i mandanti del crimine siano iraniani. Ma è noto che nei mesi scorsi Tel Aviv ha accusato Teheran di avere ispirato altri attacchi a turisti israeliani in India, Thailandia, Azerbaijan. Lo stesso Netanyahu ha evocato la triste coincidenza cronologica fra il massacro di Burgas e il diciottesimo anniversario dell'attentato ad un istituto ebraico di Buenos Aires. Era il 18 luglio del 1994. Un'autobomba esplose davanti all'Associazione di mutuo soccorso ebraico. I morti furono 85, i feriti trecento. Ed è proprio la sensazione di un «ritorno al passato» che prova Gadi Luzzatto, studioso di storia israeliana e autore di ricerche sull'antisemitismo. «Un passato che trawmette tristezza -afferma Luzzatto-. La tecnica del colpire nel mucchio all'estero fra i civili fa venire in mente certe azioni disperate negli anni settanta e ottanta di terroristi palestinesi per attirare l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale». «Ma sappiamo troppo poco sull'accaduto -aggiunge Luzzatto- per esprimere giudizi ponderati. È possibile che chi ha ordito la strage punti a riportare in qualche modo Israele al centro dell'instabilità mediorientale. Una provocazione per spingere a una reazione Israele, che da qualche tempo si teneva in un certo senso ai margini degli eventi, mentre le vicende siriane prendevano il centro della scena». INFILTRATI DALLATURCHIA È probabile, secondo Israele, che il terrorista e i suoi eventuali complici si siano infiltrati in Bulgaria proveniendo dalla vicina Turchia. Tel Aviv sostiene di avere avvertito Sofia sulla permeabilità dei suoi confini orientali. Il primo ministro bulgaro Boiko Borisov e il ministro dell'Interno Tsvetan Tesvetanov si sono recati in volo da Sofia a Burgas non appena avuto notizia dell'attentato. Così ha fatto l'ambasciatore israeliano in Bulgaria, mentre il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman si teneva costantemente aggiornato sugli sviluppi della vicenda. L'ipotesi che la carneficina sia opera di un kamikaze è quella prevalente. Ma gli inquirenti bulgari ieri sera affermavano che non era esclusa la possibilità che l'ordigno fosse nascosto dentro una valigia. La persona salita a bordo un attimo prima dello scoppio potrebbe allora non essere l'autore dell'attentato, come le prime testimonianze lasciavano intendere. Gadi Luzzatto, da storico, ricorda come in Bulgaria durante la seconda guerra mondiale sia il re sia il primo ministro si siano opposti alla deportazione di cittadini di origine ebraica. «Pur non essendo esente da fenomeni di antisemitismo, la Bulgaria nei momenti cruciali si è comportata in maniera encomiabile». Rabbia. Dolore. Indignazione. E volontà di reagire. Sono i sentimenti che permeano le considerazioni di Avi Pazner, presidente mondiale del Keren Hayesod - United Israel Appeal (letteralmente «Fondo per le fondamenta»), una delle più importanti agenzie ebraiche, già consigliere di premier israeliani e ambasciatore in Italia negli anni ‘90. «Il vile attentato di Burgas – dice Pazner a l'Unità – segna un salto di qualità nella guerra terroristica messa in atto, non da oggi, contro lo Stato d'Israele, i suoi cittadini, il popolo ebraico. Il messaggio è chiaro, vergato col sangue di civili innocenti: tutti voi, israeliani, siete un obiettivo potenziale, da colpire in qualunque circostanza, ovunque nel mondo». Dietro la strage di Burgas, insiste l'ex ambasciatore, «c'è un odio senza limiti, che non è legato ad un progetto politico, che non ha rivendicazioni specifiche da portare avanti. Il “progetto” è sempre quello che da sempre ispira i nemici d'Israele: seminare morti e terrore, colpire Israele per quello che rappresenta e che non è accettato da colore che dietro l'antisionismo mascherano un profondo odio antisemita: Israele come focolaio nazionale del popolo ebraico». Questosanguinoso attentato non è un gesto isolato. Spiega Pazner: «Negli ultimi tempi i terroristi e i loro mandanti hanno provato più volte a colpire cittadini israeliani all'estero: in India, in Thailandia, in Georgia, in Kenya, a Cipro… C'è chi porta avanti un progetto di destabilizzazione che fa della guerra a Israele, ai suoi cittadini, un elemento portante, un collante ideologico, una forma estrema di propaganda armata. Le parole speso anticipano gli atti. E chi ha evocato a più riprese la distruzione dello “Stato sionista”; chi non ha esitato ad abbracciare le più aberranti tesi negazioniste dell'Olocausto, non ha remore nell'armare, finanziare, coprire politicamente i gruppi del terrore jihadista. Quel qualcuno siede ancora nel più importante consesso internazionale: l'Onu. Quel “qualcuno” sono coloro che detengono il potere in Iran. «Vi sono numerosi indizi – rimarca Pazner – che ci portano a seguire la pista iraniana». Il modo migliore per onorare le vittime di Burgas,. sottolinea l'ex ambasciatore israeliano, «è quello di non abbassare la guardia nella lotta al terrorismo, e di unire le forze per opporsi a una minaccia che non investe solo Israele». Una minaccia mortale che si nutre anche di simboli: «I terroristi hanno colpito nel 18mo anniversario del sanguinoso attentato contro la comunità ebraica a Buenos Aires. Noi dobbiamo onorare le vittime di ieri e di oggi con il nostro impegno a combattere i seminatori di morte. In nome della giustizia, non della vendetta”. L'autobus sventrato dall'esplosione a Burgas, a circa 400 chilometri da Sofia FOTO ANSA ILCOLLOQUIO negoziali; e dall'altra dal suo stesso Statuto che, nel sempre evocato Capitolo VII, non lascia alcuno spazio di intervento militare. Per ottenerlo, bisognerebbe dimostrare che la crisi siriana è una minaccia alla pace internazionale, ciò che con tutta la sua gravità essa però non è. La comunità giuridica aveva elaborato e votato nel World Summit del 2005 un grandioso principio relativamente alla «Responsabilità di proteggere», che scatterebbe in capo a tutta la comunità internazionale nel momento in cui si dimostrasse che un governo è impotente di fronte a una crisi acuta: la si era evocata nel caso libico, ma poi dovettero intervenire gli stati in prima persona e non in quanto tutori dell'ordine mondiale. A questo punto, insomma, il cane si morde la coda e la responsabilità giuridica ritorna nelle mani dei politici... Assad è condannato: dalla storia e anche dalla politica. È incredibile che non si renda conto della follia di cercare di restare al potere: chi mai potrà ancora amare un dittatore che ha causato la morte di decine di migliaia di persone? E che dire dei ribelli combattenti, patrioti ed eroici? E per favore, non chiamiamoli terroristi; i loro, in questi giorni, non sono attentati ma azioni di guerra che si valgono degli strumenti spietati di cui chiunque si è sempre valso in guerra. Ma non è finita: anche sul piano meramente strumentale l'Occidente democratico deve interrogarsi: abbiamo davvero fatto qualche di buono e utile a favore della crescita democratica del mondo, abbiamo aiutato le democrazie giovani ed emergenti, senza ambiguità, senza interessi particolari, ma solo per il loro bene? Perché abbiamo invece sempre venduto armi e tecnologie militari a tutti i dittatori che le chiedevano? Avevamo a cuore i nostri bilanci, o la pace mondiale? L'unica cosa che possiamo ancora fare è levarci in un grande e possente movimento di opinione popolare e democratico: Assad deve sapere che tutto il mondo lo condanna. Non importa se se ne dovrà andare vivo o morto. Quel che conta è che ceda il potere. Quel che conta è che i siriani possano decidere democraticamente il loro futuro. Almeno 8 vittime e 20 feriti in un attentato in Bulgaria Stato ebraico sotto choc. Netanyahu: tutte le piste portano all'Iran Molti giovani tra i colpiti, forse si è trattato di un kamikaze Israeliani sotto attacco Morte sul bus dei turisti «È un inquietante salto di qualità» GABRIELBERTINETTO gbertinetto@unita.it . . . La deflagrazione, potentissima, all'esterno dell'aeroporto di Burgas, sul Mar Nero . . . Dalla Casa Bianca una condanna «durissima» Il premier israeliano: «Reagiremo con forza» U.D.G. udegiovannangeli@unita.it AviPazner L'exambasciatore israelianoin Italia:«Quello inattoèunprogettodi destabilizzazione.Perdire aicittadini israeliani:vi possiamocolpireovunque» giovedì 19 luglio 2012 3
ITALIARAZZISMO L'azienda chiede «assunzione di responsabilità da parte di tutti». I sindacati esprimono «forte preoccupazione», così come gli imprenditori pugliesi. Sul caso Ilva, che sta per imboccare una svolta decisiva con un sequestro giudiziario a quanto pare imminente, le parole meno utilizzate sono ambiente e salute. In pochi parlano esplicitamente anche dell'inchiesta della magistratura di Taranto che, dopo una maxi perizia che ha certificato il preoccupante inquinamento del territorio e i rischi per la salute, sarebbe appunto arrivata al punto di mettere i sigilli ad alcuni impianti della fabbrica che, come ricorda la Confesercenti locale, con 12mila dipendenti garantisce il 20% dell'export regionale, oltre al 75% del Pil provinciale. Il tema dell'occupazione e del lavoro, appunto, occupa l'agenda delle istituzioni, locali e nazionali, per il timore dei riflessi che possono avere le iniziative e le decisioni dei magistrati della procura guidata da Franco Sebastio. Oggi il premier Monti ha convocato a Roma una riunione a cui sono stati invitati Regione Puglia, enti locali di Taranto, parlamentari pugliesi e i ministeri dell'Ambiente, dell'Economia, dello Sviluppo economico e della Coesione territoriale, oltre ai leader i leader di Cgil, Cisl e Uil (Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti). Proprio le rappresentanze sindacali, in attesa di un incontro convocato parallelamente al lavoro della magistratura, ma per qualcuno l'avverbio più adatto è «nonostante» l'indagine in corso, lanciano il grido d'allarme che sulla questione ricorre da sempre. «Esprimiamo forte preoccupazione per le prospettive del sito industriale di Taranto e di tutto il gruppo Ilva» precisa una nota congiunta delle segreterie nazionali di Fim, Fiom e Uilm, quelle territoriali di Taranto e di Genova e le Rsu dopo aver incontrato a Milano il management dell'azienda siderurgica. I sindacati considerano «importante e strategico l'impianto tarantino per il sistema industriale italiano e ritengono, perciò, fondamentale e praticabile una prospettiva che coniughi l'intera produzione industriale del sito, il mantenimento del ciclo integrale con la sua sostenibilità ambientale». Anche Nichi Vendola, atteso oggi al tavolo convocato da Monti, ha fatto sentire la sua opinione nella vicenda che riguarda molto da vicino la regione da lui amministrata. «In oltre un secolo a Taranto, tra Marina militare, siderurgia, polo della chimica e le cementerie c'è stato inquinamento di stato per decenni e decenni, e c'è un principio in Europa e che dice “chi inquina paga”». Vendola ha ribadito che la Regione metterà 100 milioni di euro «ma mi aspetto che il governo ne metta per lo meno altri duecento per almeno credibilmente cominciare le bonifiche in mare e in 150-160 chilometri quadrati». Non poteva mancare, in questa situazione in cui ognuno muove un pezzo sulla scacchiera, la presa di posizione dell'azienda i cui vertici sono sotto accusa per disastro ambientale doloso e colposo. Nell'inchiesta ci sono i nomi degli ex presidenti Emilio e Nicola Riva e l'ex direttore del siderurgico tarantino, Luigi Capogrosso. Nicola Riva e Capogrosso si sono dimessi dagli incarichi nei giorni scorsi. Il nuovo presidente è Bruno Ferrante (vice Fabio Riva) che da Milano, sede del gruppo, fa sapere: «È il momento dell'assunzione di responsabilità da parte di tutti. Per noi significa responsabilità, oggi e domani, nel fare impresa, nel tutelare i posti di lavoro e nell'essere presenti nella vita delle comunità in cui opera Ilva». Nell'incontro coi sindacati, l'azienda ha anche precisato che «il blocco dell'area a caldo del sito Ilva di Taranto metterebbe a rischio il futuro dell'intero gruppo siderurgico in Italia e non solo quello inerente allo stabilimento pugliese». Secondo le voci e le indiscrezioni che circolano, sarebbero appunto gli impianti della cokeria, oltre al parco minerario, i settori della fabbrica interessati dal sequestro. La cokeria è sotto accusa per le emissioni non convogliate di diossina dal camino 312, ossia le perdite che provengono dagli elettrofiltri. Dalle perizie effettuate per conto della procura è stato accertata la compatibilità col «tipo» di diossina rinvenuta nell'ambiente con quella rilasciata dallo stabilimento siderurgico. Il 25 luglio cominceranno le Olimpiadi di Londra a cui l'Italia si presenterà con 292 atleti, 53 in meno di Pechino 2008. Questa diminuzione non si è riscontrata nel numero di sportivi italiani naturalizzati che rimane, come ai giochi cinesi, di 24. Ovvero 24 persone non più straniere ma oramai italiane. Si tratta, però, di un numero sottostimato perché in quei 24 sono inclusi solo i nati all'estero che hanno ottenuto la cittadinanza italiana per residenza o per matrimonio. Diverso il calcolo che era stato fatto in occasione degli ultimi europei di atletica, quando il 18% della squadra italiana risultava formata da atleti di origine straniera, proprio perché non si operava alcuna distinzione tra i nati in Italia o all'estero. A questi giochi chi è diventato cittadino a 18 anni (e dopo aver presentato la richiesta non oltre il compimento dei 19 anni), rientra tra gli atleti da sempre italiani. Non si vuole qui polemizzare, ma di certo una simile distinzione non fa emergere il rischio a cui questi atleti vanno incontro: non poter gareggiare in rappresentanza dell'Italia se, tra i 18 e i 19 anni, non riescono a ottenere la cittadinanza. E questo, si sa, non è un passaggio facile o che si possa dare per scontato. Insomma anche nello sport, come in altri ambiti, la cittadinanza assume un significato escludente, e chi non ne è in possesso si vede precludere molte possibilità. Ma non è questo l'unico aspetto discriminante che si riscontra nello sport, come si legge nel bel libro di Mauro Valeri, Stare ai giochi. Olimpiadi tra discriminazioni e inclusioni (Odradek Edizioni, 2012). Valeri, sociologo e direttore dell'Osservatorio su sport e razzismo, esamina addirittura cinque tipi di discriminazione, quanti sono i cerchi olimpici. Si tratta della discriminazione di genere, di quella razziale, di quella verso le persone con disabilità, di quella nei confronti delle persone transessuali e intersessuali e di quella religiosa. La sua è un'analisi condotta attraverso la ricostruzione delle biografie di quanti, in ambito olimpico, sono stati esclusi o penalizzati per uno dei cinque motivi sopra indicati. Ma racconta anche di come lo sport diventi terreno di dibattito proprio su quelle cinque questioni. Basti pensare al connubio tra Islam e Olimpiadi, e nello specifico a come faranno gli atleti musulmani a partecipare ai giochi se, per una settimana, gare e Ramadan (che prevede l'astensione, dall'alba al tramonto, dal mangiare e dal bere) coincideranno. A Londra saranno presenti 3.000 atleti musulmani, e, nonostante il digiuno possa essere rinviato, sono molti quelli che hanno dichiarato di volerlo rispettare. Il Comitato Olimpico Internazionale, come si legge nel libro di Valeri, cerca di affrontare il tema religioso solo nelle sue implicazioni pratiche, mantenendo la religione “fuori dai giochi”. Invece molte delle richieste a cui deve far fronte sono rivendicazioni che riguardano l'identità culturale della persona. Speriamo che le Olimpiadi di Londra potranno essere anche un'occasione di confronto sul vasto e complesso tema dell'integrazione. . . . I sindacati preoccupati per il futuro del gruppo e del sito industriale che impiega 12mila dipendenti L'Ilva di Taranto a rischio chiusura Le ciminiere degli stabilimenti Ilva di Taranto visti dal mare FOTO ANSA Dopo le perizie giudiziarie sull'inquinamento si teme un sequestro degli impianti, in particolare dell'area «a caldo» Oggi vertice da Monti Vendola: inquinamento di Stato, lo Stato paghi SALVATOREMARIARIGHI ROMA VIVISEZIONE Laprocuramette isigilli aicancelli dellaGreenHill Orasuicancelli dell'allevamento GreenHilldi Montichiari,meta di numerosi corteidi protestaeanche teatrodi arrestidianimalisti che avevanofattoun blitzper liberare i canibeagle,c'è uncartello:«Area sottopostaa sequestroprobatorio». Allastruttura, incui sonoallevati 2500 canidestinati allasperimentazione, gli agentidel Corpo forestaledellostato edella Digosdella Questura diBrescia hanno infattiposto i sigilli suordine delpm Ambrogio Cassianiche ipotizza il reatodi maltrattamento di animalineiconfronti di trepersone ai verticidella GreenHill.Principalmente due i problemisollevatinel decretodi sequestro: si ipotizza che i beagle sianoutilizzatinon soloa fini scientifici,ma ancheper ricerche connesseallacosmesi equestonon sarebbe in linea con la legislazione italiana(accusacheGreenHill respingecon forzadefinendola «infondata»).Poi ci sono lecondizioni incui sono custoditi i cani: il beagle è unsegugio enecessita divivere all'ariaapertae non ingabbiecome nellastruttura bresciana. Per capire la destinazionedegli animali e le condizioni incuivivevanosono al lavorogli agentidella Digosche hannogiàsentito idipendenti di GreenHill.Ancora nonè certo il numerodei canichesi trovano nell'allevamento. Anche nello sport lacittadinanza hauncarattere escludente LUIGIMANCONI VALENTINABRINIS VALENTINACALDERONE info@italiarazzismo.it giovedì 19 luglio 2012 13
Un'altra prova del fuoco per Angela Merkel. Oggi il Bundestag dovrebbe votare sul contributo tedesco agli aiuti per le banche spagnole. È un rischio grosso per la cancelliera, la quale, come si è visto per il voto sul Fiskalpakt e sull'Esm, non può essere affatto sicura della sua propria maggioranza. E stavolta pare che non possa neppure contare sull'appoggio dell'opposizione, che il 29 giugno la salvò. Il presidente della Spd Sigmar Gabriel, qualche giorno fa, ha detto chiaro e tondo che in assenza di modifiche i socialdemocratici quel contributo non lo voteranno. Altrettanto dovrebbero fare i Verdi e, va da sé, i deputati di estrema sinistra della Linke. Inoltre c'è la fronda, che non sente ragioni, nel centro-destra: non solo tra i liberali, ma anche in settori non proprio insignificanti di Cdu e Csu. OTTIMISMOE INSICUREZZA Proprio la paura della fronda può aver spinto Frau Merkel a rilanciare, negli ultimi giorni, le manifestazioni della propria “fermezza”: senza controlli niente soldi tedeschi per nessuno. Un'escalation che è culminata ieri in una intervista alla web-tv della Cdu che ha avuto larga eco in Italia ma pochissima in Germania, poiché nelle parole della cancelliera non c'era alcuna vera novità e si capiva perfettamente che il messaggio era vòlto esclusivamente a rassicurare i suoi onde scongiurare brutte sorprese per il voto di oggi. Angela Merkel ha buttato là una frase che poteva prestarsi a qualche fraintendimento: «Sono ottimista – ha detto – ma non sono del tutto sicura che il progetto europeo funzionerà». Perché ciò avvenga – ha aggiunto – «occorrerà molto lavoro». Le perplessità al voto di oggi sulla Spagna vengono, dunque, da destra e da sinistra. A coloro che rifiutano esplicitamente l'assenso ad ogni forma di contributi tedeschi per i Paesi in difficoltà, si aggiungono quelle basate sul fatto che, essendo i soldi destinati alle banche e non allo stato spagnolo, si perpetua il metodo di premiare chi ha provocato gran parte dei disastri attuali piuttosto che aiutare le persone che vivono la crisi sulla propria pelle. È questo l'argomento che ha usato Gabriel per spiegare l'atteggiamento negativo della Spd e la sua presa di posizione è stata condivisa da molti economisti. Gli aiuti alle banche invece che allo Stato sono stati salutati come una “vittoria” dal governo spagnolo, che ha visto scongiurato il pericolo che il passaggio dei soldi nelle casse statali aggravasse la situazione del debito pubblico (che in Spagna, comunque, non è ancora al 120% sul Pil dell'Italia) e, soprattutto, fosse accompagnato da un memorandum di controlli e misure coatte come quelli imposti dalla troika ai greci. L'osservazione rimette un poco in discussione l'esito del Consiglio europeo di fine giugno, anche, forse, per quanto riguarda lo scudo anti-spread italiano. Non solo la cancelliera, infatti, ma anche ministri del governo ed esponenti del suo schieramento continuano ad insistere sul fatto che, comunque gli aiuti arrivino, Madrid deve firmare comunque un Memorandum of Understanding sul tipo di quello accettato, a suo tempo, da Atene. IL FIREWALL CHENON C'È Quanto a Roma e al suo “scudo” per ora alla cancelleria e dintorni non si parla apertamente di un Mou “italiano”, ma i toni usati da Frau Merkel, anche ieri, non possono non aver fatto correre qualche brivido sulla schiena di Mario Monti, alla vigilia dell'”Eurogruppo telefonico” che, domani, dovrebbe approfondire gli esiti del vertice di fine giugno e della riunione dei ministri di inizio luglio. Tanto più che, come ha ammesso lo stesso ministro dell'Economia Grilli, andiamo verso un mese d'agosto che potrebbe portare attacchi speculativi massicci, contro i quali senza l'Esm, bloccato dalla Corte costituzionale tedesca almeno fino a metà settembre, e con le briciole che sono rimaste nel vecchio Efsf non esisterebbe, praticamente, alcun vero firewall. A calmierare i titoli comprandone sul mercato secondario potrebbe intervenire, è vero, la Bce. Ma Draghi ha dichiarato che il tempo degli interventi dell'Eurotower è finito, e ci sarebbe comunque l'opposizione di Berlino. Criticando il criterio degli aiuti agli istituti finanziari invece che agli Stati, e quindi ai cittadini, la Spd ha rilanciato anche il discorso sulla necessità di «prendere i soldi dove ci sono», piuttosto che infierire con tasse e tagli dei servizi sociali. I super-ricchi, quelli che contano su un reddito superiore a 250mila euro, in Germania sono circa 5 milioni. Una patrimoniale una tantum, o un prestito forzoso sul modello di quello proposto dal prestigioso istituto economico Diw, farebbe affluire nelle casse dello stato intorno ai 230 miliardi di euro. Secondo molti economisti e buona parte dei commentatori, non ci sarebbe altra strada per abbassare un debito che comincia ad essere un incubo anche la Germania (più di 2mila miliardi, l'80% del Pil) e, soprattutto, per trovare denaro fresco per gli investimenti necessari alla crescita. E il discorso, fanno notare tutti, non riguarda solo Berlino. Anzi. acquistando i titoli di Stato. Tutte ricette viste come la peste dai Paesi rigoristi, Germania in testa. Fra i provvedimenti necessari, l'uso flessibile del fondo Esm che deve poter ricapitalizzare le banche deboli, altra questione delicata in Europa. LAFUGA DICAPITALI Il rapporto mette poi nero su bianco una serie di raccomandazioni per i Paesi più a rischio. Per l'Italia, appunto, oltre a diminuire le tasse e aiutare la crescita, si tratta di costituire un «surplus strutturale dell'1% del Pil». L'istituzione di Washington mette in guardia anche da una fuga di capitali dai Paesi del Sud a quelli del Nord dell'area. Un fenomeno che colpisce proprio le due maggiori economie periferiche, Italia e Spagna, che hanno visto diminuire la quota di debito pubblico in mano ad investitori esteri. All'opposto, i titoli tedeschi continuano a beneficiare di forti acquisti, che ne schiacciano i rendimenti a minimi storici. Tanto che ieri hanno segnato livelli negativi anche sulle emissioni ad un'asta di collocamento, una prima assoluta. Questo favorisce nuovi allargamenti dei differenziali di rendimento con i titoli tedeschi. In serata lo spread Btp-Bund è risalito a 488 punti base, e i rendimenti lordi dei Btp sono aumentati al 6,08%. Lo spread Spagna-Germania è a 576 punti base, con i tassi dei Bonos spagnoli di nuovo vicini alla soglia da allarme rosso del 7%. Intanto negli Usa il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke conferma il quadro di debolezza che circonda anche l'economia Usa. Sulle Borse gli investitori cercano comunque spunti positivi che contrastino il quadro macroeconomico: a Milano il Ftse-Mib chiude a più 0,43%, Madrid a più 0,50%. Più marcati i rialzi delle maggiori Borse europee. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il presidente del Consiglio Mario Monti FOTO ANSA IL CASO Oggi il Bundestag vota sugli aiuti tedeschi alle banche spagnole La cancelliera ha dubbi sull'efficacia del “progetto europeo” Grilli: sarà un agosto di forti speculazioni La scadenza per la presentazione degli emendamenti e la prima manifestazione di protesta. Oggi sarà una giornata molto importante per il cammino della Spending review. Se alle 9 Cgil e Uil si raduneranno sotto palazzo Vidoni, sede del ministero della Pubblica amministrazione, per protestare contro i tagli di personale sugli statali, a mezzogiorno a palazzo Madama scade il termine per la presentazione degli emendamenti al decreto sulla revisione delle spesa. I tempi sono strettissimi visto che già giovedì 26 il decreto andrà in Aula e sarà votato. E sarà accorpato, come annunciato martedì, con il decreto dismissioni, che confluirà in un maxiemendamento da presentare all'aula, proposta sulla quale verrebbe poi posta la fiducia. Sempre con il rischio che si unisca anche la norma sull'accorpamento delle festività, se domani uscirà dal Consiglio dei ministri. Se dal governo non si annunciano emendamenti al testo della Spending review, tra i partiti della maggioranza si annunciano moltissime richieste di modifica. Il Pd è il più attivo e, come spiega il relatore Paolo Giaretta, anche se «il provvedimento ha una sua urgenza per dare un messaggio oggettivo ai mercati, cercheremo di migliorare alcune norme come quelle sui Comuni che stanno dando dei problemi». E modifiche arriverebbero anche su sanità e farmaci. Bisogna poi «dare più tempo e coinvolgere di più i territori per esprimere il loro parere» sull'accorpamento delle Province. Va poi approfondita la questione delle società in house «perchè oltre ai “carrozzoni” ci sono società che supportato seriamente i Comuni». Sul fronte sindacale, come detto e in contemporanea con i dipendenti pubblici spagnoli, in piazza scenderanno Fp-Cgil, Flc-Cgil, Uil-Fpl, Uil-Pa e Uil-Rua che daranno «il via alla mobilitazione territoriale in tutto il Paese e chiederanno «al governo Monti e al Parlamento profonde modiche del testo» definito nuovamente «una mannaia contro i servizi pubblici». Alla manifestazione non parteciperà la Cisl che ieri ha apprezzato la convocazione di tutti i sindacati fatta dal ministro Patroni Griffi per mercoledì 25 luglio. «Un primo segnale positivo di attenzione del governo», commenta Raffaele Bonanni. La convocazione riguarda comunque la sola gestione degli “esuberi” rispetto al taglio del 10% sulle piante organiche: si partirà dai ministeri, visto che per gli enti locali bisognerà aspettare ottobre. L'unità confederale torna invece sulla richiesta «piena applicazione dell'intesa del 3 maggio tra governo e sindacati». Tornando alla spending review, Cesare Damiano, capogruppo del Pd in commissione lavoro alla Camera, chiede che con il decreto si affronti il problema degli esodati, allargando il bacino dagli attuali 55mila. Risponde l'altro relatore, Gilberto Pichetto Fratin (Pdl): «se il Governo trova i soldi...». Ieri intanto l'Anci ha presentato alcune proposte di emendamenti inviandole ai presidenti di tutti i gruppi parlamentari e ai componenti della commissione Bilancio, chiedendo un incontro al Presidente Renato Schifani e al ministro per i rapporti con il Parlamento Piero Giarda. Le principali proposte riguardano l'eliminazione del taglio al fondo di riequilibrio e delineazione di un percorso per la realizzazione di una vera spending review dei Comuni, correzioni alla normativa sul pubblico impiego locale, anche con maggiori garanzie per alcuni servizi essenziali, come quelli scolastici, razionalizzazione del patrimonio pubblico, messa in liquidazione e privatizzazione delle società. Per quanto riguarda la messa in liquidazione e privatizzazioni delle società in house (a totale capitale pubblico), oltre a un «necessario chiarimento degli ambiti di applicazione delle relative norme per salvaguardare società che forniscono servizi particolari e oggetto di specifiche disposizioni di riassetto del settore, distinguendo tra società virtuose e non», l'Anci ritiene «indispensabile tutelare i dipendenti delle società che saranno sciolte o alienate, prevedendo specifici meccanismi di salvaguardia occupazionale». A questo proposito ieri in piazza a Montecitorio sono scesi i lavoratori di Aci Informatica, la società che gestisce i servizi integrati della capostipite, con 500 posti a rischio. Infine anche Confindustria chiede al governo di rivedere alcuni tagli della spending review. Si tratta di quelli al fondo per il Made in Italy, previsto dalla finanziaria 2004 e utilizzato per le attività di promozione del marchio Italia all'estero. «Per noi - spiega il presidente Giorgio Squinzi - è di fondamentale importanza preservare le quote di mercato all'estero». Prova del fuoco per Merkel La maggioranza è a rischio . . . Nonostante le proteste è possibile l'inserimento dell'accorpamento delle festività UbiBancariorganizza Menofiliali escuresull'organico UbiBancarivede la propria struttura organizzativae, all'insegnadei risparmi,puntaa ridurre ilproprio organicodi circa 1.500dipendenti. Il pianodell'istitutoè rivolto poia contenereanche icosti annui, con unariduzione stimata inoltre 115 milionidieuroa partiredal 2014(di cuialmeno70 milionigià nel2013). L'operazionedell'istitutoguidato da VictorMassiahsi aggiungealle già pesanticuredimagranti annunciate dallealtre principalibanche italiane. Lasforbiciatadi Ubi prevede un dimensionamentocomplessivo della rete di filiali con la chiusura/venditadi 44sportelli e la trasformazionedi78 inminisportelli, nonchè interventidi razionalizzazionee semplificazione dellastruttura internadelle Banche Rete,dellacapogruppo, e diUbi Sistemie Servizi.Quanto alla riduzionedegliorganici,passerà principalmenteper i fondi di solidarietàper l'accompagnamento allapensionee da una maggiore flessibilitàdi orario. PAOLOSOLDINI paolocarlosoldini@libero.it . . . «Tenuta a rischio per l'Eurozona Occorrono misure immediate per la crescita» In piazza contro i tagli: il governo corregga il decreto Revisione della spesa: oggi si definiscono gli emendamenti mentre manifestano gli statali di Cgil e Uil Il Pd punta a modifiche su sanità, società in house e scuola Le proposte dell'Anci MASSIMOFRANCHI ROMA giovedì 19 luglio 2012 5
LAPICCOLASTAZIONEERASEMPREPULITAEORDINATA. PER ARRIVARE AI BINARI SI ATTRAVERSAVA L'ANDRONE, con la biglietteria su un lato e l'orario dei treni attaccato sul muro opposto, dietro le due panche di legno che servivano da sala d'attesa. La ferrovia passava un po' lontana dal centro del paese, perché il ponte sul Reno l'avevano costruito in un punto dove il fiume era più stretto e così, per raggiungerla, si era dovuta fare una strada lunga e diritta, costeggiata da due filari di pioppi che tagliavano la pianura. Ogni mattino presto, d'estate e d'inverno, Udilio Cesari la percorreva lentamente, appoggiandosi al bastone. Andava sul marciapiede del primo binario, entrando dal cancelletto di fianco all'edificio, senza mai attraversare l'androne della biglietteria. Poi raggiungeva una vecchia panchina di legno verde accostata al muro della stazione, la puliva appena con un fazzoletto e si sedeva. «Pensa di certo ai suoi anni in America», mormoravano i paesani in attesa dei treni. Stava appoggiato con le mani sul bastone davanti a sè, con lo sguardo fisso per ore sulla campagna oltre i binari, come se quello sfondo gli servisse solamente per proiettare il film che stava scorrendo dietro i suoi occhi. A differenza di tutti gli altri emigranti che dal giorno del ritorno in paese non avevano mai smesso di raccontare, davanti al bar, le cose, ogni volta sempre più prodigiose, che avevano visto nel nuovo mondo, Cesari non aveva mai detto una parola con nessuno sulla sua vita laggiù in America. Almeno nei primi tempi rispondeva ai saluti dei vecchi amici o a quelli dei loro nipoti che gli passavano davanti, quando scendevano dai treni pieni di studenti di ritorno dalle scuole di città, ma poi aveva smesso anche di rispondere. Stava solamente lì, fermo sulla sua panchina tutto il giorno, sino al tramonto, a guardare la pianura calma e infinita e i treni lenti che gliela nascondevano per qualche attimo. La notte del 20 maggio, alle quattro del mattino, il capostazione si alzò dal letto quando sentì il cigolio del cancelletto di ferro che si apriva. «I soliti quattro cretini ubriachi», pensò. Si avvicinò alla finestra della piccola casa di fianco alla stazione per aprire gli scuretti e cacciarli con un urlo minaccioso. Dall'alto vide invece Cesari, seduto sulla sua panchina e si domandò perché mai fosse venuto in piena notte, come in tanti anni non aveva mai fatto. «Cesari, non passano treni a quest'ora!» gli gridò, sapendo già che lui non avrebbe risposto nemmeno con un cenno del capo. Si soffermò a guardarlo nel buio, nella sua posizione di sempre, con le mani appoggiate al bastone. D'improvviso sentì un boato squarciare il silenzio, come salisse dalle viscere della pianura e poi attorno a lui tutto iniziò a vibrare e a spaccarsi in un frastuono di rumori sconosciuti. Corse giù per le scale rischiando di cadere, aprì la porta che dava sul marciapiede del binario, uscì e vide a pochi metri da lui la sua stazione che si apriva, sventrata dalla forza antica della terra che si era risvegliata. La guardò accasciarsi come fosse di carta, dentro una nube di polvere bianca nel nero della notte. Poi di colpo tutto tornò fermo come sempre e lui vide che Udilio Cesari stava ancora lì, immobile sulla panchina. Ma alle sue spalle, dove c'era la stazione, adesso si intravedeva nell'oscurità solo un cumulo di macerie e la linea lontanissima dell'orizzonte, oltre il silenzio dei campi di grano e dei frutteti. La seguì con lo sguardo, girando il capo. «Ora ha di nuovo soltanto pianura attorno a lui, pensò. Copyright: © Dario Franceschini, 2012 Giornatadisolidarietà con i terremotati ILRACCONTO L'uomo dellapianura Sisedevasullapanchina aguardare i trenie la terra LAMILANESIANA LETTURE : ApropositodiOlimpiadi:unromanzoeunsaggiosotto il segnodei cinquecerchi PAG. 18 L'INTERVISTA : ParlaVenter, lostudiosodelgenoma:«I tagli allascienzasonounsuicidio» PAG. 19 MUSICA : Supertramp, ritornoal futuro PAG. 20 U: Eratornato inpaesedopotanti inanni inAmericama adifferenzadeglialtrinonraccontavanulladellesuegesta lontanodacasa.Equellanotteentrò instazione.... DARIOFRANCESCHINI Un'immaginedeidanni del terromoto chehacolpito nelmaggioscorso l'EmilaRomagna LaMilanesiana, ideata e direttadaElisabetta Sgarbi,organizza peroggi una giornatadi solidarietàcon i terremotati realizzata su iniziativadella RegioneEmiliaRomagna con letture,proiezionie un concerto. Iproventi sarannodevoluti alla ricostruzione nellezone terremotate. Il testo chepubblichiamofaparte dell' «Introduzione letteraria» conAnna Nogara e DarioFranceschini alTeatrodal Verme(ore 21). giovedì 19 luglio 2012 17
CULTURE «Cinecittà? È inaccettabile l'idea che diventi un'altra cosa». Così Giuseppe Tornatore alla presentazione del suo prossimo film a Roma, La migliore offerta, ha commentato il progetto di trasformazione degli storici Studios. «Non conosco bene i dettagli del progetto, ma solo l'idea che diventi altro mette tristezza, soprattutto se si è conosciuta e vissuta la Cinecittà di un tempo, quella che emozionava solo a varcarne l'ingresso». Il regista premio Oscar ha però sottolineato che «non è giusto nemmeno che rimanga quella degli ultimi tempi. Cinecittà non si può perdere, è più che un simbolo, la crisi deve creare il rilancio, così come si fa con una squadra di calcio in difficoltà: auspico che arrivi qualcuno con i soldi che voglia investire nella squadra del cinema italiano che nonostante tutto continua a esistere nelle difficoltà. Spero nel rilancio di Cinecittà e del nostro cinema». Tornatore ha firmato una lettera-appello insieme a molti altri registi italiani e stranieri. NICOLASCAGE,QUARANTOTTENNEDIVOHOLLYWOODIANO CON LA PASSIONE DEI FUMETTI, HA SCOPERTO DIESSEREUNBENIAMINODEIGIOVANISSIMI.I tremilatrecento ragazzi che animano il Giffonifilmfestival lo hanno a lungo festeggiato, ieri, sia durante il «red carpet», sia nell'affollato e caloroso incontro che l'attore americano ha concesso ai piccoli fans, appassionati delle sue evoluzioni cinematografiche più vicine al mondo dei fumetti, dalla creatura diabolica di Ghost Rider al cacciatore di misteri e tesori nei film dedicati ai percorsi dei Templari. «Sono molto vicino allo spirito del Festival di Giffoni – ha sottolineato Cage -. Sono orgoglioso delle mie origini italiane e della cultura di questa terra. Secondo me, è meraviglioso che ragazzi di varie parti del mondo, che parlano lingue diverse e provengono da culture diverse, attraverso il cinema possano imparare le storie degli uomini e condividere l'importanza di stare assieme, di amarsi gli uni con gli altri, prima che gli adulti dicano loro di odiarsi proprio a causa delle differenze razziali e culturali». NOMEISPIRATO AIFUMETTI Nicolas Cage ha scelto il suo nome d'arte ispirandosi a Luke Cage, eroe dei fumetti neri Power Man creato nel 1972 dalla Marvel Comics, e ha «battezzato» con il nome di nascita di Superman, Kal-El, il figlio di 7 anni che lo ha accompagnato a Giffoni e sulla Costiera amalfitana assieme alla moglie Alice Kim. «È vero – ha aggiunto Cage – da ragazzo ero un fanatico dei fumetti, avevo l'intera collezione di Superman, e non solo. Poi, mi sono accorto che i vari Batman e Superman erano delle repliche degli eroi della mitologia e che venivano usati come modelli per i ragazzi. E ho lasciato perdere». Certo è che Batman e Superman c'entrano poco con la recente accusa di evasione fiscale per oltre 6 milioni di dollari che lo avrebbe costretto a raddoppiare i suoi ritmi produttivi: «Non sono un evasore fiscale – ha commentato con vigore l'attore -. Se avessi evaso il fisco, ora sarei in prigione, giacché negli Usa quello è un reato penale». Nicolas Cage, con Matt Dillon e Mickey Rourke, fa parte della nidiata d'autore «covata dalla chioccia» Francis Ford Coppola, nel 1984, nel film Rustyilselvaggio. «Una strada spianata in salita» è stata definita da qualcuno quella che gli ha aperto zio Francis, fratello di suo padre August Coppola, professore di Letteratura. E che i rapporti con Francis e Sophia Coppola non siano eccellenti lo si è intuito dalla secca risposta con cui Nicolas Cage ha liquidato l'argomento:«Sono felice per tutti i Coppola. E credo che anche loro siano felici per me, sebbene non abbiano i miei stessi occhi azzurri». Sono oltre 60 i film interpretati da Nicolas Cage, un Oscar (per Via da Las Vegas), due nominations all'Academy Award, un Golden Globe, ma anche varie candidature al temutissimo Razzie Award dove ha, poi, «trionfato» a causa della sua interpretazione in Ghost Rider. Scorrendo la filmografia di Nicolas Cage balza agli occhi l'incredibile altalena con cui l'attore ha alternato film d'autore (oltre allo zio Coppola, Brian De Palma, Alan Parker, David Lynch, Martin Scorsese, Ridley Scott, Oliver Stone), titoli-culto (da FaceOffa ConAire TheRock) e imbarazzanti scarti commerciali ( Ghost Rider, L'apprendista stregone). «Non cambierei niente di ciò che ho fatto – ha osservato Cage -. Ho imparato dai miei errori e ho colto le opportunità che mi ha dato il successo di misurarmi con le emozioni più diverse. Il vero sogno è di poter fare dell'arte. L'arte è fondamentale perché combatte il dolore e sconfigge il crimine. I premi non contano, l'arte sì». Tornatore:nonsipuò accettare che Cinecittà diventialtracosa MEMORIE Gli otto finalisti del «Premio DiarioPieveSantoStefano» Presentataad Arezzo l'edizione2012del «PremioDiari Pieve Santo Stefano» intitolatoda quest'annoal giornalistae fondatoreSaverio Tutino, scomparso il 28novembre dello scorso anno.Otto i finalisti: UbaldoBaldinottidi Firenze con«I guaidella guerranon eranofiniti», CastrenzeCimento diAlia (Palermo)con «L'odisseadellamia vita»,Aurelio Dimarco di Torinocon «Uscireallo scoperto», MarioFenoglio diCuneo con«Spasimo d'amorepatrio»,Giacinto MariaGuaia di Sanremo(Imperia) con«Idee nere», LiretaKatiajdi Valonacon «Le luci dell'alba»,Lilly Sammartinodi Agrigentocon «Rompo il silenzio», PaolaValli diForlì con«Dacci oggi lanostra paranoiaquotidiana».Dasegnalare che,per la primavolta, inun diario, quellodi Aurelio Dimarco, siparla diomosessualità conuna vicendadi vita risalenteagli anniCinquanta. Legiornate finali del premiosono inprogrammail 14 e 16settembre a PieveSanto Stefanoquando saràproclamato il vincitore. BREVI «IN VITRO» Abituare ipiùpiccoli alla lettura.Eccocome Allargare labase dei lettorie rendere la lettura un'abitudinesocialediffusa, partendo primadi tuttodai piùpiccoli. È l'obiettivoche sipone il progetto«Invitro»,promosso dalCentroper il libroe la lettura incollaborazionecon gliEnti Locali, leassociazionideibibliotecari, editori e librai, econ Natiper leggere,e presentato ieri mattinaaRoma. Unasperimentazioneche partirà all'iniziodelprossimo anno per la duratadi un biennio(2013-2014), con un finanziamentodi 2 milionidieuro, il coinvolgimento di cinque province(Biella,Ravenna, Nuoro,Lecce,Siracusa), unaRegione (l'Umbria),60 mila bambini. «L'artevince ilcrimine» NicolasCagetra i ragazzi delFestivaldiGiffoni Ildivo infuturoapparirà nel terzocapitolo del«MisterodeiTemplari», in«FrozenGround»evestirà i pannidelloscienziatoEdison PAOLOCALCAGNO GIFFONI INQUARTA DICOPERTINASIAVVISACHE«ILLIBRO... NONÈ UNA STORIA DEL FUMETTO, NONÈ NATOPER ESSERLO»,E L'AUTORE, DANIELE BARBIERI, NELL'INTRODUZIONEAL SUO MAESTRI DEL FUMETTO (TUNUÉ,PP. 262,EURO 14,90) lo ribadisce più volte. Del resto, l'occasione da cui il libro nasce è quella di raccogliere le introduzioni dello stesso Barbieri, scritte per una collana di volumi, usciti nel 2009 come allegati al Sole 24 Ore e a Panorama. Eppure il libro è quanto di più vicino a una Storia del fumetto si possa fare, mettendo insieme scritti diversi e tuttavia non disomogenei. Anzi, proprio la cadenza settimanale di quei volumi e il fatto di rivolgersi a un pubblico fatto, anche, di lettori non abituali del fumetto, ha favorito collegamenti e rimandi tra i vari capitoli, riferimenti al complesso dell'opera di sceneggiatori e disegnatori, cenni all'ambiente culturale in cui hanno lavorato, oltre che giudizi estetici e formali su storie e disegni. Insomma, se non proprio una Storia, una Storia in nuce, un tentativo - sviluppabile - di differenti Storie. Daniele Barbieri (1957), semiologo e uno dei più seri studiosi del fumetto, ci aveva già abituato ad altre felici sintesi sul fumetto e sui suoi linguaggi, ma questo libro ci sembra uno dei più godibili e riusciti tra i molti titoli della sua bibliografia. Da Will Eisner ad Andrea Pazienza, passando per una sessantina di autori (Crumb, Miller, Moebius, Bilal, Breccia, Muñoz, Pratt, Magnus, Sclavi, Crepax, Giardino, Mattotti...) Barbieri traccia una serie di fedeli e approfonditi ritratti di tanti maestri, affidandosi alla sua competenza e alla capacità di leggere e decifrare segni e forme. E di comunicarceli. Chi ha letto i fumetti di cui si scrive nel libro li ritroverà e ci scoprirà cose non viste; chi non li ha mai letti - ne siamo certi - incuriosito, se li andrà a guardare. Barbieri unaquasi Storia del fumetto ILCALZINODI BART RENATO PALLAVICINI IL CASO Il sindacoRenzi:avanti con la«BattagliadiAnghiari» Lasovrintendenzaal Polo museale fiorentino dia l'autorizzazione aprocedere nella ricercadella «BattagliadiAnghiari», il capolavoroperduto di LeonardodaVinci nel salone de' Cinquecentodi PalazzoVecchio aFirenze. Èquantochiede il sindacoMatteo Renzi in una lettera inviataalla SovrintendenteCristina Acidini e,per conoscenza, alministro per iBeniculturali Lorenzo Ornaghi. Nella letteraRenzi afferma che «siamoarrivati a unasvolta decisiva» e che«esistonotutte le premesseperché,dopo cinquesecoli, si possa finalmenterisolvere un misteroartistico eculturale che interessa l'umanità intera».Renzi chiede quindi, ricordandoanche il recente incontro con il ministroOrnaghi, di«volerprocedere con la seconda fasedella ricerca»con la necessitàdi «disporredi areepiù facilmente investigabili».Per il sindaco,«siamo in presenzadi una seriedi dati accertatie di opportunitàdi acquisirnetanti altri». Perquesto Renzi chiede «formalmente»che«la Sovrintendenzasi pronunci in tal senso». U: 22 giovedì 19 luglio 2012
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19/07/12

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