EILDONCHISCIOTTE?«POSTPONED».RINVIATO.«FORSE ALL'ANNO VENTURO, MA NON SO SE DI QUESTO ANNO… O DI QUALCHE ALTRO ANNO». Vi proponiamo in apertura la domanda sul film «maledetto», ma in realtà l'abbiamo tenuta per ultima: avevamo paura che Terry Gilliam, alle parole «Don Chisciotte», ci cacciasse a pedate. Quel film tante volte saltato – e del quale un magnifico documentario, Lost in La Mancha, ha raccontato la tragicomica odissea – è ormai un incubo sul quale solo un uomo simpatico come l'ex Monty Python può scherzare. «Sto facendo a gara con Orson Welles per il film più rinviato della storia. In compenso continuo a riscriverlo, così è sempre fresco. Un giorno potrei pubblicare un libro con tutte le versioni della sceneggiatura e sarebbe più grosso della Bibbia». Chiacchierare con Terry Gilliam è uno dei piaceri della vita. Lo incontriamo a Montefiascone, in provincia di Viterbo, dove ieri sera l'Est Film Festival l'ha insignito dell'Arco di Platino alla carriera. Il cinema è l'ultimo degli argomenti. Gilliam è un artista visionario (lo testimoniano film come Brazil, Il barone di Munchhausen, LaleggendadelRePescatore, Tideland, Parnassus) ma nella vita è prima di tutto un uomo arguto, spiritoso, colto, che sprizza intelligenza da tutti i pori. Non vi tedieremo oltre con le nostre parole. Passiamo alle sue. Non servono domande, basta ascoltarlo. L'AMERICA «Sono nato a Minneapolis da una famiglia di sangue inglese, irlandese e olandese. Se avete visto Fargo, dei fratelli Coen, sapete tutto del Minnesota. L'unica cosa che mi manca dell'America è la natura, il paesaggio. Adoro il modo in cui la terra cambia, dal Midwest al Golfo del Messico fino ai deserti del Sud-Ovest. Mi spaventa, invece, il modo in cui non cambia per niente il tessuto urbano e sociale. Puoi montare in auto, guidare per due giorni e arrivare in un posto con gli stessi negozi, le stesse facce, gli stessi edifici – e dovunque ci sarà uno Starbucks! Io mi sono abituato al caffè ristretto che fanno a Napoli, figuratevi se posso tornare in America. Vivo a Londra e vengo spesso in Italia, dove ho acquistato una casa presso Montone, in Umbria, dove non c'è telefono, non c'è wi-fi, non c'è nulla. Amo l'Italia. Mi piace il vostro senso di umanità e di illegalità. Se penso ai paesi “anglosassoni” vedo regole & organizzazione. In Italia la gente è più intelligente e quindi non rispetta la legge. In Inghilterra le persone si odiano e hanno bisogno delle leggi per non uccidersi a vicenda». LONDRAE LAPIOGGIA «Mia figlia è nell'organizzazione delle Olimpiadi. Ha un “pass” che le permette di andare ovunque, è molto invidiata. La società per cui lavora deve realizzare degli effetti speciali durante le cerimonie di apertura e chiusura. Ora vi farò ridere: devono far piovere! Pioggia finta, in un certo momento dello show. A Londra piove da mesi, sembra inverno, la pioggia è l'unica cosa che abbiamo a disposizione gratis e loro la fanno con gli effetti speciali! Questo dice tutto su come funzioneranno queste Olimpiadi. Tra pioggia e divieti, si teme la catastrofe. Londra è militarizzata, la gente è incazzata, l'organizzazione ha dovuto rivolgersi all'esercito perché gli addetti alla sicurezza erano pochi o male addestrati. I prezzi sono saliti alle stelle. Per entrare nella cittadella olimpica chiunque deve attraversare un centro commerciale enorme direttamente gestito dagli sponsor. Hanno costruito il McDonald's più grande del mondo. Un bel record, eh?» BATMAN «Ho potuto leggere poco sulla strage avvenuta in Colorado, alla proiezione di Batman. Ma quel poco mi ha sconvolto. E al tempo stesso sono stupito… di non essere così stupito. Finché le leggi americane permetteranno che l'acquisto e l'uso di armi da fuoco sia così semplice, non possiamo stupirci di nulla. È spaventevole l'idea che quel tizio abbia sparato mettendosi spalle allo schermo, e che alcuni testimoni dicano di aver pensato, per qualche istante, che fosse una scena del film o una trovata pubblicitaria. Ti fa capire dove sta andando il cinema, anche se non possiamo dare la colpa ai film per la violenza che c'è nel mondo. Però alcune riflessioni vanno fatte. Io lancerei una proposta: creiamo dei videogames che, quando chi gioca perde e viene colpito da uno sparo o si sfracella in auto contro un muro, provochino dolore. Ma un dolore vero! Perché il cinema, e i videogames in particolare, hanno creato una realtà virtuale in cui il dolore non esiste. So di dire sempre la stessa cosa, ma a volte mi sembra di vivere dentro Brazil, un film che ho fatto nel 1985. Tutti sembrano fuggire dal mondo, rifugiarsi in una dimensione infantile». ILREALISMO «Mi considero un cineasta realista. I miei film non sono fantasy, parlano tutti di come la realtà che ci circonda possa essere trasfigurata. Brazil è un film realistico. La leggenda del Re Pescatore, idem. Però non sarei capace di girare un piccolo film “neorealista” come quelli di De Sica, che per inciso adoro, credo fossero le migliori sceneggiature di sempre. Sono e rimarrò sempre un disegnatore. Ho bisogno di esagerare, di deformare la realtà. Da ragazzo adoravo i classici di Walt Disney e li adoro ancora oggi. Nel cinema di oggi apprezzo molto il lavoro della Pixar. Sono 6-7 registi che decidono in piena autonomia, senza banchieri fra i piedi. Ogni volta che incontro John Lasseter gli chiedo di assumermi. Prima o poi mi dirà di sì». IMONTYPYTHON «Ma sì, parliamone. Senza i Monty Python non sareste qui a intervistarmi. È stato un periodo di meravigliosa creatività collettiva. Non dimenticherò mai quando, per il nostro primo film (MontyPython and theHoly Grail, ndr), io e Jones imponemmo il nostro slogan: “Solo i Python che si chiamano Terry possono dirigere questo film”. E gli altri quattro accettarono! Così io e Terry Jones diventammo registi da un giorno all'altro. Il nostro segreto era la fiducia reciproca. Tutti gli introiti divisi per sei, in parti uguali. Tv, film, libri, dischi: tutto alla pari, anche se a volte uno dei sei non faceva nulla o faceva tutto. Un altro momento che non scorderò è quando George Harrison ci disse che i Monty Python iniziavano dove i Beatles erano finiti. Voglio dire, è meglio di una laurea ad honorem! George ha prodotto i nostri primi film, e il mio I banditi del tempo, per il solo gusto di farci lavorare. E io gli dicevo: mi pare giusto, George, con tutti i soldi che ho speso per comprare i vostri dischi! È stato il miglior produttore che un regista possa desiderare, un uomo che mi manca molto. Oggi io e gli altri cinque siamo proprietari dei diritti di tutta l'opera-Python per tutto il mondo, tranne la Gran Bretagna. È la nostra pensione, e pazienza se lavorare nel cinema è sempre più difficile. Vogliono solo sequel, prequel e remake. Forse dovrei scrivere una storia qualsiasi, nuova di zecca, e intitolarla Brazil 2. Ci penserò». ESTFILMFESTIVAL CULTURE Aperta ieri lasestaedizioneconl'ArcodiPlatinoal regista Il registaTerry Gilliam. In basso unfotogramma diunadelleanimazioni cherealizzòcon iMonty Python TerryGilliam Imiei film?Nonsonofantasy,parlano tuttidi realtàanchesetrasfigurata L'incontroUnartista visionariochedalvivosi rivelaunuomocoltoearguto ManonparlateglidelDon Chisciotte, il film «maledetto»checontinuaa rinviaredaannieanni... ALBERTOCRESPI MONTEFIASCONE ... VivoaLondramavengo spesso inUmbria:amol'Italia Mipiace ilvostrosenso diumanitàedi illegalità Con la consegnadell'Arco diPlatino algrande registaamericanoTerry Gilliamsi è aperta ieri sera lasesta edizionedell'Est FilmFestivaldi Montefiascone,che durerà finoal 30 luglio.Per l'occasioneè statoproiettato (assiemeal film L'esercito delle 12 scimmie, del 1995) anche l'ultimo lavorodel regista, The Wholly Family, un cortometraggiorealizzatoa Napoli con attori italianie prodotto daGabriele Oricchio, che ieri era aMontefiascone assieme al regista.OraGilliamha inprogramma unfilm da girare inRomania sul qualenon vuole dire unaparola:«Dopo i disastri delDon Chisciotte sono diventatosuperstizioso. Vidico soloche non èunfilm su Vlad l'impalatore, quindinon parladi Dracula».Da oggi il festival proseguecon unprogramma ricchissimo. Il concorso, riservatoa opere prime eseconde italianedell'ultimastagione, vede in lizza filmnoti come Ciliegine diLauraMorante, Scialla di FrancescoBruni,Là-bas di GuidoLombardi, Io sono Li di Andrea Segre, I più grandi di tutti di CarloVirzì, I primi della lista diRoan Johnson e Appartamento ad Atene di Ruggero Dipaola. Unaselezionedi ottimo livello,che conferma comel'ultima stagione –nonostante la crisi – sia stataassai fertile per ilnostro cinema. Ma l'EstFilm Festivalproponemolto altro. Come i due incontri conMarco Bellocchio eGianni Amelio (martedì 24 esabato28), che verranno aparlare del loro cinema.O le serate-eventocon Ugo Dighero (stasera),DanieleAmarante (martedì24), EdoardoLeoeAmbra Angiolini (venerdì 27)egli altri concorsi riservati a documentarie cortometraggi. I premi,come èconsuetudine di Montefiascone, saranno annunciatidomenica prossima,ma i film premiati verrannoriproposti al pubblico lunedì 30 luglio.L'Est FilmFestival sembranonvoler finire mai. U: domenica 22 luglio 2012 21
Genova,un ristorante tra i carruggi,un prete chedispensa faldoniantichi e chespedisceuna giovanestudiosa amangiare daRodrigo,un tipocon la faccia lungae un segretonel cuore. Continua,comeogni domenica, laserie domenicaledi lettura «Solocinque righe in cronaca: la lungaestate nera» acura di Mila Spicola, insegnante e scrittrice.Si trattadi racconti chepartonodastorie vere,piccole notiziepubblicatenelle pagine di cronacadeiquotidiani locali. Storie autenticheche l'autricesviluppa ereinterpreta asuo modo, «vestendole»di particolari. Ogni settimanatroverete comescenariouna cittàdel nostroPaese,vera coprotagonistadell'intera vicenda. Cinquerighe incronaca MacheavevafattoRodrigoper meritare l'ergastolo?Buiopesto GENOVAPERNOICHEARRIVIAMODALSUDÈUNAMALEDIZIONE. PIOVE CHE DIO LA MANDA DA SEIGIORNISEI SENZAESITAZIONEODUBBI.DILUVIADIREI.Novembre 2001, quattro mesi dopo quel giorno infame in cui solo la fatalità mi aveva evitato il peggio. Un treno in ritardo, le voci che si susseguivano, gli allarmi, «Non vi conviene scendere a Genova, tornate indietro», e così era accaduto. Non ero tornata indietro ma avanti, avevo proseguito per Torino. Archivio Centrale dello Stato. Tre mesi. Adesso invece stavo qua, tra i caruggi, smaronnando nel percorso tra la stanza in subaffitto da universitari a vico del Fico e la Chiesa della Maddalena. Preciso meglio: l'Archivio dei padri Somaschi annesso alla Chiesa della Maddalena di Genova, sede patronale dei documenti dell'ordine. Coi piedi zuppi, i vestiti zuppi, persino i capelli zuppi, ma con lo zaino pieno di fogli, appunti e fotocopie, riparato dentro il piumino. L'acqua entra ovunque mannaggia alla miseria. Belìn dicono qua, minchia diremmo noi. Un tempo le città avevano le mura a ripararle da ogni cosa. Dalla furia degli uomini come dalle furie naturali, adesso l'acqua travolge indisturbata ogni angolo correndo come per fuggire e arrivare al mare. Padre Tommaso tarda a rispondere al mio dito piantato sul citofono. «Eccomi, eccomi sto aprendo! Chi è?». E chi vuole che sia? Sono qua da 12 giorni e non mi pare di aver visto altra anima viva oltre me in quell'archivio. Escludendo padre Tommaso, ordinatissimo, scrupolosissimo e rompicazzissimo responsabile dell'archivio. Che poi archivio… Chiamasi soffitta. Anche se onore al merito: scaffali con fascicoli ordinati in modo sublime e persino spolverati. Carte dal Cinquecento al 1948. Gli avevo spiegato al telefono: «Cerco documenti delle vostre proprietà romane del Seicento, tra quelle, per un periodo di tempo, ci dovrebbe essere un teatro, il Tordinona, oggi distrutto». «Dottoressa, mi richiami domani». La notiziona telefonica era che c'erano quattro faldoni sotto la voce Tordinona. Avevo sperato in qualche atto notarile volante… «Quattro faldoni? Ne è certo?». «Senta, saprò pur contare, dottoressa, venga quando vuole». Ed ero là. Tutte le mattine dalle 9 alle 12 e poi dalle 16 alle 19. Dalle 12 alle 16 il supplizio del vagare. «Ma non può fare un'eccezione? Un orario unico? Così finisco prima? Vago per le strade per 5 ore.....» «Torni a casa no? E si riposi. Mica son matto a star qua a farle da guardia dalle 9 alle 18. Alle 12 smamma e alle 16 ritorna». Eccierto, col diluvio? Padre Tommaso…per favore. In genere andavo a mangiare da Maria la zozza. Genova per noi implica che la tappa è quella se hai pochi soldi. L'archivista con la tonaca, senza pietà. Né dei miei abiti zuppi né di nulla. Nemmeno la stufa. «Si possono rovinare le carte, il clima deve mantenersi costante». E siccome sotto i miei occhi in quelle carte si stava dispiegando la svolta delle mie ricerche me la dovetti ingoiare l'imprecazione. «Invece di andar da Maria mangi qua dietro da Rodrigo a vico Spada, gli faccia il mio nome, si fidi che se la passerà pure meglio». Non ci fosse stata la pioggia me la sarei cavata con un panino portato da casa, mangiato in qualche angolo. Genova per noi il cazzo. Scusate. Da Rodrigo pochi tavoli, tutti occupati, ben messo, pulito, curato. Chissà quanto pagherò. «C'è posto? Posso mangiare?». Mi vergogno quasi per tutta l'acqua che si raccoglie a pozzanghera intorno ai miei piedi. «Prego prego, entri! Così si piglierà un accidente». Una cameriera armadio di età indefinita mi porge amorevole, se così si può dire, un asciugamano e mi trascina vicino a una stufa. «Le apparecchiamo qua vicino, benedetta ragazza, così si riscalda». «Mi manda padre Tommaso, dalla Maddalena, dice che devo parlare con Rodrigo..». Il quale è un gigante secco e lungo di circa, boh, 60 anni? Una specie di Gassman più secco. «Parlare per cosa?..Ah ho capito, belìn, tutti i morti di fame me li manda qua, quanto vuoi spendere?». «Beh non so..io devo stare qua una quindicina di giorni, se mi fa un buon prezzo posso venire tutti i giorni, il prete mi caccia alle 12 e con questo diluvio mi tocca vagare fino alle 16..». «E magari vorresti stare qua dentro fino alle 16? Senti... ma gliela vuoi dare una mano ad Agatina coi tavoli e a sparecchiare? Ti paghi il pranzo e rimani quanto vuoi». Bingo. Certo non l'ho mai fatto, ma tanto, chissenefrega? L'assegno di ricerca non copre le spese e almeno accantono acqua, vento e freddo. Genova per noi comincia a essere meno infame. Ha degli occhi di un colore incredibile, un grigio azzurro color mare in tempesta, a voler far la romantica e adattarlo al clima, e, per non farsi mancar nulla, ha una cicatrice lunga sull'avambraccio. Correggo: tra Gassman e capitan Uncino. Col braccio riattaccato. Andiamo bene... «Padre Tommaso, nonostante lei ho risolto». «Mi dica cara, su cosa?». E su cosa? Che prete insopportabile che la vuol raccontata tutta tutta. «È una cara persona Rodrigo. Tutto è bene quel che finisce bene». «Ma... io posso fotocopiarle queste?». «O cara ragazza, ma lei è matta? Ovviamente no. Si rovinano». «E una foto senza flash? Me lo dice lei come li riporto i disegni se non posso duplicarli?». «Certo che glielo dico: glieli duplichiamo noi, 15 euro a stampa». «Sono 36 disegni. 540 euro??!! Ma è matto?». Tirchi infami di genovesi malefici. «Non sono genovese, sono di Belluno e quest'archivio non ha finanziamenti da parte di nessuno. Comunque, adesso che dall'ergastolano ti fa mangiar gratis grazie a me, qualche spicciolo lo puoi pure spendere per il bene dell'arte italiana no?». Che fa sfotte? «Ergastolano??» IL SEGRETO DIAGATINA Ho capito che non vedeva l'ora di raccontarlo, ma a modo suo, padre Tommaso, a spizzichi e bocconi. Cioè non dicendomi nulla. «Beh sì, si è fatto 15 anni di galera quel pover'uomo». E perché? Silenzio totale. Parco. L'aggettivo genovese per eccellenza. Che non indica certo un luogo pieno di alberi. Me lo racconterà mentre pela patate Agatina, la cameriera armadio, che poi è anche aiuto cuoca, che poi è anche cassiera. A modo suo e sottovoce. Rodrigo, una moglie, tre figli. Vent'anni fa lei era andata fuori di testa, depressione, lui non lavorava, beveva, si cacciava nei guai e lo avevano cacciato dai cantieri navali. A volte li picchiava. Il più piccolo lo trovarono morto, con la testa fracassata. Lei in stato confusionale, la bimba e il terzo figlio incapaci di dire alcunché. Lui era sobrio, sobrissimo e confessò quasi subito. Tante aggravanti, picchiava la moglie, non era uno stinco di santo, la crudezza dell'omicidio. «Un tempo c'erano le mura a salvare gli uomini dentro le città dalla furia delle bestie». L'arringa dell'accusa fu terribile, com'era giusto che fosse. Lui era rimasto sempre zitto. Ergastolo e con difesa d'ufficio. Purché si occupassero della moglie e dei figli. E così era stato: lontano da Genova. La separazione, il divorzio. Lei si era risposata, una vita normale, i figli cresciuti bene. Una mattina la trovarono morta, si era addormentata la sera prima con lo stomaco pieno di pillole. Nella lettera diceva: «L'ho ammazzato io, il bambino. Piangeva sempre, non ci ho visto più, non ce la facevo più. Non ce la faccio più. Mi ordinò di non parlare. Di star zitta. Un padre che ammazza un figlio perché ubriaco e folle ci può stare, una madre no». Così lo liberarono. Prosciolto per non aver commesso il fatto e pure rimborsato. Col ristorante mandava soldi ai figli che continuavano a vivere col secondo padre. Guardo Rodrigo con la coda dell'occhio. Esplodo: «Non smette mai di piovere in questa città?». «A volte. A volte smette. Ma di che ti lamenti? Quest'acqua è stato un affare per te, certo non per me. Mangi quanto un portuale». «Giusto per non smentirti Rodrigo?». «La tirchieria a Genova è tutelata ai sensi della legge, non lo sapevi?». Sono quasi le 16 esco dalla penombra del ristorante per strada e trovo il buio. Buio pesto genovese. ILRACCONTO LALUNGA ESTATENERA ... Nel localepochi tavoli, tutti occupati.Postobenmesso, pulito,curato.Euna camerierasimileaunarmadio Sonoqui,neiquartieriantichi diGenova«doveil soledel buonDionondà isuoi raggi» Epiovesemprementredon Tommasomi lasciaavagare perore, fuoridall'Archiviodei PadriSomaschi.... MILASPICOLA Ognidomenicaunavicenda ambientata nelle città d'Italia Icaruggi diGenova ... Primac'eranolemura,ora l'acquatravolge indisturbata ogniangolocorrendocome per fuggireearrivarealmare U: domenica 22 luglio 2012 23
«C'È UN CADAVERE IN BIBLIOTECA», SI ANNUNCIAVA TRA LE MURA DI UNA RESIDENZA ARISTOCRATICA, COMEINCELEBRETITOLODIAGATHACHRISTIE.EDERASUBITOGIALLO.O più di preciso mystery, perché quel colore avrebbe identificato il genere solo in Italia, dove Alberto Tedeschi lo adottò per la fatidica collana della Mondadori. La casa editrice che oggi pubblica in Italia i romanzi di Josephine Tey, non certo minore tra le colleghe inglesi, anzi molto rappresentativa del periodo fra le due guerre, l'età dell'oro del mystery angloamericano a prevalenza britannica. Per la verità, si tratta di una scozzese, nativa di Inverness, il paesino sul Loch Ness, il lago di Nessie, l'ipotetico mostro anfibio. Ma più del folclore, conta una tradizione letteraria che annovera Stevenson e Conan Doyle, geniali creatori di enigmi, oltre che superbi maestri della narrazione. Lo spiritus loci conferì un vantaggio ad Elizabeth Mackintosh, che per i suoi libri adottò gli pseudonimi di Josephine Tey, Gordon Daviot e Craigie Howe. Le furono proficui, se alla morte il suo patrimonio ammontava a 26.718 sterline. Una somma ingente per il 1952, che peraltro non includeva i diritti delle opere. Tutto lasciato al National Trust for Places of Historic Interest or Natural Beauty, ente di tutela dell'ambiente e dei beni culturali. Decisione che la Tey aveva anticipato nelle disposizioni testamentarie di Christine Clay, l'attrice cinematografica uccisa ancor giovane in È caduta una stella, il primo romanzo con protagonista l'ispettore Alan Grant. Peccato che la scrittrice, all'epoca della sua morte per un cancro al fegato, il 13 febbraio 1952, avesse soltanto 46 anni. Era nata infatti il 25 luglio 1896. Matura, certo, ma non tanto da non poter aspirare ad un successo prolungato nel tempo come accadde per la longeva Agatha Christie. Evocare di nuovo quest'ultima è d'obbligo, se si vuole inquadrare il successo di romanzi-rompicapo nei quali non importava affatto seguire la tortuosa psicologia di assassini disturbati bensì la malefica sagacia di gente comune che decideva di uccidere con piani macchinosi di cui potevano venire a capo solamente segugi dall'intuito spettacolare: Hercule Poirot, Miss Marple o il loro collega americano Philo Vance. Tutti emuli di Sherlock Holmes e, prima di lui, del Cavaliere Auguste Dupin, frutto di Edgar Allan Poe e padre putativo della schiera di preziosi dilettanti dell'indagine criminale. Più tardi, al termine degli anni '30, le cose diventeranno brutali. Con la Grande Depressione, si ucciderà «per solide ragioni», come scriverà Chandler in Lasempliceartedeldelitto, esaltando gli investigatori privati di Hammett e della «scuola dei duri», l'hard boiled americano. Professionisti della caccia all'uomo che dovranno risolvere i casi con pugni e colpi di pistola. Rispettando la regola del Capitano Joseph T. Shaw, direttore della rivista pulp Black Mask, che ripeteva ai suoi autori: «Quando avete dei dubbi su un personaggio, fatelo sparare». Nell'Inghilterra del mystery, invece, tutto è molto sobrio, elegante, flemmatico. Aggettivi che si addicono a Josephine Tey. Inutile cercare in lei il sottotesto graffiante dei capolavori di Agatha Christie. La Mackintosh teneva moltissimo alla misura, in tutto ciò che faceva. «Beth», il suo nomignolo tra i familiari, scelse un'identità fittizia per pubblicare gialli ed escluse rigorosamente gli estranei dalla vita privata. Sarebbe vano cercare negli archivi giornalistici una sua intervista. Non ne concesse mai. Rare e laconiche le sue fotografie. Nello stesso tempo, comunque, sarebbe sbagliato costruirsi la solita immagine della personalità sfuggente ed affetta da misantropia. Al contrario. Bessie Mack, come la chiamavano le amiche di scuola, non perdeva occasione di correre e scherzare, esibendosi spesso in buffi numeri ginnici sulle parallele. L'attitudine da ginnasta si riflette nel suo corso di studi, prima alla Inverness Royal Academy, poi all'Anstey Physical Training College di Erdington, presso Birmingham. Come Christie, durante la prima guerra mondiale la Mackintosh prestò servizio da infermiera al Volunteer Aid Detachment del suo paese, ma insegnò anche ginnastica agli operai. Poi lavorò in diverse scuole a Liverpool, Oban, ed a Tunbridge Wells, nel Kent, per fare ritorno a Inverness nel1923, ed occuparsi dapprima della madre morente, quindi del padre, che sopravvisse alla moglie soltanto due anni. Già aveva cominciato a pubblicare racconti, fino al primo giallo, Tra la folla, del 1929. Lo scrisse in due settimane per partecipare ad un concorso letterario bandito dall'editore Methuen e lo firmò Gordon Deviot. L'alter ego maggiormente acclamata della Mackintosh sarà tuttavia Josephine Tey, nome in copertina dei romanzi sull'ispettore Alan Grant, che esordisce in Ècadutaunastella, del 1936. Scrive di lui P. D. James, grande proseguitrice contemporanea del mystery inglese: «Gentleman, istruzione impeccabile, stimato dai superiori, un eroe agli occhi dei sottoposti, cortese anche con il più sgradevole dei sospettati. Un poliziotto che deve il suo successo all'intelligenza e alla perseveranza, oltre che all'intuizione, quando serve». Insomma, un concentrato delle virtù che contribuiscono a suscitare l'affezione nei lettori. La Mackintosh ne ebbe due illustrissimi. L'attore Sir John Gielgud, che lei conobbe grazie alla scrittura di drammi teatrali e che sostenne fosse il palcoscenico ad interessare di più l'autrice. Il secondo, Alfred Hitchcock, che portò sullo schermo È caduta una stella con il titolo Giovane e innocente nel 1937, l'anno dopo l'apparizione nelle librerie, definendolo il suo miglior thriller fra quelli girati in Gran Bretagna, prima del trasloco a Hollywood. Il regista e la scrittrice avevano la stessa visione della realtà come contenitore di suspense. Non solo il delitto. L'imprevisto che cala ad avviluppare i personaggi è una materializzazione dei fattori di rischio anche letale nelle relazioni umane. La locandina di«Young andInnocent», il film diHitchcocktratto da«Ècaduta unastella»diJosephine Tey POKERD'ASSI Quattro intrighi perquattroromanzi CULTURE STORIAEANTISTORIA BRUNOBONGIOVANNI Pokerd'assi in libreriadaMondadoriper JosephineTey. «Ècaduta unastella»(pp. 216, euro 10) introduce l'ispettoreAlanGrant, che indagasull'assassinio diChristineClay, star in ascesadel grandeschermo, annegatasu una spiaggianelle vicinanze del suocottage. Conechi premonitoridella fine diMarilyn Monroe, sidipana l'intreccioannidato fra le quintedell'esistenza segretadell'attrice.Dal gossip alla Storia in «La figliadel tempo»(pp. 184,euro 10): Grant, costretto inospedale peruna frattura alla gamba, ricostruisceun doppioomicidio attribuito a Riccardo III e lo assolve.Scambio di identità in «Il nomedell'erede»(pp.264, euro 10):assente l'ispettore, l'intrigoverte sul sedicentePatrick, cheavanza pretese sullacospicua fortunadei Latchetts. Infine, «Lastranascomparsa diLeslie» (pp.214,Euro 10), in cui Grantvaalla ricerca diun fotografodi cui si sonoperdute le tracce. E.V. Tatuaggionazista IlbaritonoNikitin non va a Bayreuth MOLTI ITALIANI SEGUONOL'ANDAMENTODI BORSA E MERCATI COSÌCOMELOSPREAD BTP BUND,questione un anno fa sconosciuta ai più. Nel contempo seguono, con lo stesso spirito, la poltica e la pista percorsa dal diritto e dalle leggi. Ciò conferma che, come aveva sostenuto Marx, nella produzione sociale delle loro esistenze, gli uomini entrano in relazioni definite, che sono indipendenti dalla loro volontà, in particolare relazioni produttive dotate di forze materiali di produzione. La totalità di queste relazioni di produzione costituisce la struttura della società, ossia il vero fondamento su cui sorge una sovrastruttura (Überbau) politica e giuridica. Questa, nella prefazione a Zur Kritik der Politischen Oekonomie (1859), per quel che mi risulta, è l'unica volta che il termine sovrastruttura si trova nell'opera di Marx. La politica e il diritto, poi, a quel che pare, rientrano nei rapporti sociali e nell'assetto della società. Non sono fuori. Sono dentro. In Italia (location dell'idealismo) si è ampliata la presenza in Marx del termine sovrastruttura perché, a mio avviso, la si è identificata con il ben più antico concetto di ideologia. L'uso negativo del termine «ideologia», comunque, ha la sua fase più nota e influente con la descrizione elaborata da Marx ed Engels, nell'Ideologia tedesca (1845-46), della «falsa coscienza» e della giustificazione dei rapporti di potere tra le classi. Nella polimorfa elaborazione concettuale marxiana, in realtà, «ideologia» assume vari significati distinguibili. È comunque prevalentemente «mistificazione» o elemento esterno al complesso storico-sociale. La sovrastruttura, invece, è interna al complesso storico-socale. Esiste. È una cosa inglobata in altre cose, ossia i rapporti di produzione. Così, chi oggi bracca il processo dei ritmi economici non distingue tra struttura e sovrastruttura. Sa che sono un unico blocco. Come Marx. Sovrastruttura e ideologia Non facciamo confusione Ilmystery al femminile Tornanoin libreria igiallidiJosephineTey Nomed'artediElizabeth Mackintosh,venneresa famosadaHitchcock portòsulgrandeschermo il suo«Ècadutaunastella» ENZOVERRENGIA enzoverrengia@tin.it Autricemolto rappresentativa delperiodo tra ledue guerre inventò l'ispettore AlanGrant Il baritono russo Evgeny Nikitin - che avrebbe dovuto debuttare al Festival di Bayreuth, dedicato a Wagner, come protagonista della nuova produzione del Vascellofantasma - ha annullato la sua partecipazione dopo la rivelazione che ha un tatuaggio nazista sul corpo. Il tatuaggio è stato mostrato all tv tedesca nel programma culturale Aspekte: sul petto del cantante è visibile una svastica alla quale è stato aggiunto un altro motivo. Evgeny Nikitin ha confessato: «Non avevo idea del fastidio e dell'offesa che potevano suscitare questi simboli, in particolare a Bayreuth, nel contesto del Festival. Mi sono tatuato da ragazzo. È stato un grande errore della mia vita». Il legame del festival di Bayreuth con il regime nazista è uno dei capitolo più oscuri della storia della musica in Germania: Adolf Hitler era un ospite regolare del Festival. U: 26 domenica 22 luglio 2012
Non ho alcuna inten-zione di romperecon il Pd. La foto diVasto è il punto dipartenza, e può es-sere allargata ad altre forzo politiche». Massimo Donadi, capogruppo alla Camera dell'Italia dei Valori, cerca la mediazione. Parla di una «fase dominata da tatticismi», della necessità di «abbassare i toni». E non segue il leader del suo partito, Antonio Di Pietro, né sulle insistenti accuse mosse al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dopo il conflitto di attribuzione sollevato dal Qurinale contro la Procura di Palermo, né sulla volontà di rompere definitivamente col Partito Democratico. E guardare altrove. Di Pietro dice: «Ce ne andiamo». E leiche dice? «Io resto assolutamente convinto che il centrosinistra debba essere il faro della politica italiana, credo nella progettualità di una coalizione tra le forze del centrosinistra e cercherò di fare tutto quanto mi è possibile affinché ci si muova in questa direzione: come capogruppo lavorerò nel mio partito in tal senso» Tentadi ricucire lo strappo? «Siamo in una fase ampiamente dominata dai tatticismi, una fase in cui domina il momento politico più che lo scenario futuro. L'Idv però resta convinto e fiducioso che nel momento in cui si decideranno le regole elettorali si comincerà a ragionare anche di prospettive». Mailsuoleadernonpareaffattocosì convintoe fiducioso,anzi. «Io continuerò comunque a lavorare per l'unione del centrosinistra, non ho alcuna intenzione di rompere col Pd. Certo non basta che sia io a volerlo. Ma, ribadisco, è fondamentale restare uniti, essere l'ossatura politica che si propone di governare nella prossima legislatura» Lasuaè unaposizione isolata? «Il mio punto di vista non è sicuramente isolato nel partito. Ne discuteremo sicuramente, prenderemo una decisione in modo collettivo. E spero che questa posizione sia quella di maggioranza». Nonsisenteadisagioinunpartitoilcui leaderdettaun'altra linea? «Io l'Idv l'ho fondato insieme a Di Pietro, come posso non sentirmi a mio agio nella mia casa. Certo ci sono momenti di maggiore o minore convergenza. Ma questo non mi fa sentire a disagio, allo stesso tempo però tengo ferme le mie convinzioni e i miei punti di vista per farli diventare l'opinione della maggioranza». Potrebbenascereunacorrenteinterna oesserciun cambioai vertici? «No, lo escludo. Il partito è compatto. Non ci sono minoranze, né ipotesi di cambi al vertice. Niente di tuttociò è all'ordine del giorno. Il leader è per tutti un punto di riferimento. Non c'è una linea Di Pietro contrapposta a una linea Donadi». EppuresullavicendadelconflittodiattribuzionesollevatodalPresidentedellaRepubblicaleihadissentitodaDiPietro, ha chiesto di abbassare i toni, fermarel'escalationdiaccuseerispettare ilCapo delloStato. Hacambiato idea? «Assolutamente no. Resto fermo sulla mia posizione al riguardo. Con Di Pietro in questo caso c'è stata e c'è una differenza di lettura». MapropriosuquestosièacuitoloscontrocolPd.EDiPietrononparevolerdesistere. Dunque come conciliare le diverseposizioni? «Se ci fosse una moratoria dei veti reciproci, degli attacchi sarebbe una buona cosa, perché prevale una logica da collezione Panini. Si fanno polemiche più che pensare ai progetti. Stiamo sprecando mesi importanti in un dibattito sterile, con toni estremi e eccessivi. Certo questa vicenda è un tema che acuisce il conflitto, ma essendo una questione contingente, spero davvero che non pregiudichi la possibilità reale di confronto su come governare il Paese nei prossimi cinque anni». Edadove pensadi poter ripartire? «La foto di Vasto, Pd - Idv - Sel, è il punto di partenza, che può essere certamente allargato ad altre forze politiche». Tipo l'Udc? «Il punto è quale progetto, quale programma condividere. Sui matrimoni gay, ad esempio, è evidente che l'Udc non è d'accordo. C'è molto da discutere. Ma il punto purtroppo è in questa fase, ripeto, i partiti sono incerti sul da farsi, prevalgono le scelte tattiche. Come ho detto solo dopo aver deciso la legge lettorale si potrà cominciare davvero a parlare di progetti politici». I tempi? «Settembre direi». TULLIAFABIANI ROMA . . . «Continuerò a lavorare per l'unione, non ho alcuna intenzione di rompere col Pd» pietrista al Capo dello Stato è stata la vice presidente dell'Assemblea legislativa delle Marche, Paola Giorgi (Idv), che ha tolto la foto di Giorgio Napolitano dal proprio ufficio in Regione e l'ha sostituita con quella dei giudici Falcone e Borsellino, dandone notizia su Facebook. Un gesto che è stato stigmatizzato dagli del Pd marchigiano, partito che fa parte della maggioranza in Regione. LE ALLEANZE Il problema è comunque tutto politico e Antonio Di Pietro rilancia la campagna per andare al voto subito: «Mentre la Spagna è a rischio default, in Italia non possiamo sentirci al sicuro. Ieri lo spread ha superato quota 500 punti, dimostrando per l'ennesima volta che siamo ancora sull'orlo di un precipizio e che il governo Monti ha lavorato a vuoto», ha scritto il leader Idv sul suo blog; e accusa il premier di aver chiesto immensi sacrifici agli italiano ma «nella maniera sbagliata», mettendo le mani nelle tasche «della povera gente» e non di corruttori e evasori. E «senza il coraggio» di imporre una patrimoniale, lanciare lo sviluppo e allentare la burocrazia. Rivendica l'essere unica opposizione a Monti e un po' rimpiange l'era Berlusconi: «Allora il Paese aveva un'opposizione parlamentare e una stampa che denunciava gli scempi del satrapo». Adesso solo l'Idv, secondo il suo leader, difenderebbe i diritti con «pochi giornalisti dalla schiena dritta». In discussione comunque ci sono le future alleanze, e, forzando così i toni, Di Pietro sembra volersi staccarsi dal Pd per recuperare quei suoi elettori stregati da Grillo. Un distacco dell'Idv farebbe piacere al leader Udc, Pier Ferdinando Casini, che privilegia il rapporto con i democratici e punta a perdere per strada sia la sinistra di Nichi Vendola che ldv, per costruire un «fronte dei moderati». Secondo Enrico Letta, vicesegretario del Pd, il tema di fondo per le alleanze è «legato alla legge elettorale» e alle mosse di ogni partito: «Quello che è certo, è che i comportamenti di oggi, frasi di un tipo o di un altro, gli attacchi di Di Pietro a Napolitano, il sostegno o meno a Monti determineranno le alleanze». Dopo tanto rumore, tensioni, liti, contestazioni, rivalità (anche in seno alla comunità omosessuale dentro il Pd), dunque i democratici si avviano verso il modello tedesco per le unioni gay. Guardandoci dentro si capisce che, pur non essendo un matrimonio, si tratta di uno dei modelli più avanzati in Europa. Non a caso Paola Concia, una delle deputate Pd più attive sulla questione, si è “sposata” la scorsa estate in Germania con Riccarda usufruendo di questo istituto, che ha consentito alla compagna di prendere il cognome Concia e di vederselo registrato anche sul passaporto. Dopo aver partecipato a una cerimonia davanti a un pubblico ufficiale, con amici e parenti, in cui le due partner hanno pronunciato il fatidico “sì”. Bersani ha annunciato questa posizione mercoledì scorso alla festa dell'Unità di Roma, e subito sono seguite prese di posizioni favorevoli da tutte le anime del Pd, dalla Concia a Beppe Fioroni. «Credo che il sistema tedesco possa aiutarci a trovare una soluzione condivisa, perché circoscrive i soggetti a cui fa riferimento e, soprattutto, in undici anni ha avuto vari step evolutivi che possono offrirci una pluralità di approdi», ha spiegato l'ex ministro. In Germania quell'istituto si chiama «Eingetragene Lebenspartnerschaft», è in vigore dall'agosto 2001, e si riferisce solo alle coppie omosessuali. Non equipara a tutti gli effetti la convivenza al matrimonio, ma applica ai conviventi disposizioni analoghe a quelle contenute nel codice civile tedesco per la disciplina del matrimonio. I due soggetti coinvolti devono dichiarare reciprocamente, personalmente e in contemporanea, d'innanzi all'autorità competente, di voler condurre una convivenza a vita e hanno obbligo di assistenza e sostegno reciproco che persiste anche dopo eventuale separazione. La legge, inoltre, assicura pieno riconoscimento alla coppia dal punto di vista contributivo ed assistenziale, e conferisce gli stessi diritti del matrimonio in materia di cittadinanza. Inoltre, in caso di morte di uno dei partner, al convivente sono attribuiti i diritti successori, come la pensione di reversibilità, il diritto a subentrare nell'affitto e l'obbligo di soddisfare i debiti contratti dalla coppia. La legge tedesca (e anche su questo c'è una convergenza con il documento sui diritti votato sabato scorso dall'assemblea Pd) non riconosce ai conviventi il diritto di adozione congiunta. In una prima fase (fino al 2004) non permetteva neppure l'adozione dei figli del convivente. Una normativa, dunque, molto lontana dai Dico, la legge sui diritti conviventi (intesi come persone e non come coppia) su cui avevano lavorato le ministre Bindi e Pollastrini nel 2007 e che non ha mai visto la luce. Perchè allora tanta tensione tra i democratici, con le tessere degli attivisti gay restituite nell'infuocata assemblea di sabato e le successive contestazioni a Rosy Bindi alla festa dell'Unità di Roma? Qui le ricostruzioni divergono. C'è chi accusa i militanti gay (e anche l'ala più laica del partito) di aver voluto strumentalizzare alla ricerca di visibilità. E chi, dal fronte opposto, accusa la presidente Bindi di aver gestito l'assemblea in modo «burocratico» e di aver voluto «forzare la mano» impedendo il voto sulle nozze gay. Bindi sostiene che il documento sui diritti partorito della commissione da lei presieduta «ha aperto la strada alla soluzione “alla tedesca” enunciata da Bersani». Dall'altro fronte Concia replica che invece l'uscita del segretario è servita a «rendere più chiara e più avanzata la proposta del partito, come avevano chiesto oltre 200 delegato con il documento Cuperlo, superando le ambiguità del testo Bindi». Vero è che nessuno dei documenti si avventurava sul terreno dei modelli legislativi. E che il Pd, con quella bagarre di sabato, «non ha saputo valorizzare, anche all'esterno, il grande passo avanti culturale che abbiamo fatto tutti insieme decidendo di dare riconoscimento a tutte le coppie», come dice Ivan Scalfarotto, che ritiene «eccellente» la soluzione alla tedesca e difende il lavoro del comitato: «Io combatterò sempre per le nozze, ma in quella sede abbiamo fatto un grande lavoro, il Pd ha saputo evolvere». Ora sarà la direzione, convocata ad hoc per settembre, a ratificare la posizione definitiva. «Il sistema tedesco va studiato per bene, e adeguato alla nostra Costituzione», dice Bindi. «Per me resta un paletto: non si tratta di matrimonio». E la Concia sorride: «Se vogliono un ripasso su quel sistema mia moglie Riccarda è disponibile...». Il leader dell'Idv Antonio Di Pietro, in una foto di repertorio FOTO DI DANIEL DAL ZENNARO/ANSA L'INTERVISTA e rompo col Pd . . . «Si fanno polemiche più che pensare ai progetti Stiamo sprecando mesi importanti» Coppie gay, in cosa consiste il «modello tedesco» Bersani precisa la proposta dell'assemblea Sì da Concia a Fioroni Ecco i punti salienti della «partnership» ANDREACARUGATI ROMA Il capogruppoIdv allaCamera:«Lavorerò contro lerotture, ilcentrosinistraresta il faro dellapolitica italiana.Serve moratoriadeiveti» «Caro Tonino, non ti seguo E nel partito non sono il solo» domenica 22 luglio 2012 9
La battaglia di Aleppo, la fuga biblica dei civili verso il Libano. Il giallo di due italiani “fermati” a Damasco. C'è di tutto nella tragedia siriana. Trentamila profughi in fuga dalla Siria verso il Libano nelle ultime 48 ore. Quasi 125 mila le persone che hanno abbandonato il Paese nei 16 mesi di scontri. Oltre 550 i morti negli ultimi due giorni, il bilancio più grave dall'inizio dei combattimenti. I numeri forniti dall'Osservatorio siriano per i diritti umani parlano di un massacro da guerra civile. Che sembra destinato a continuare. Soltanto nella giornata dell'altro ieri sono state 180 le vittime dei sanguinosi scontri fra le forze militari di Bashar al-Assad e gli oppositori del regime. Di cui 38 militari governativi, 14 ribelli e il resto civili. Dodici le vittime segnalate a Damasco, 17 nella provincia di Homs, 15 in quelle di Idlib, 14 in quella di Daraa e 10 in quella di Aleppo. E da ieri mattina si continua a combattere in tutta la Siria. Secondo i Comitati locali di coordinamento sono già 65 le persone uccise nelle violenze, in particolare nei quartieri di Al Shakur e Al Haydariyah. Intensi bombardamenti sono ripresi ieri a Homs sui quartieri ribelli di al Khalidiya, al Qarabis e Jurat al Shayah. Le forze filo-governative dall'altro ieri hanno lanciato una massiccia controffensiva costringendo i ribelli a ritirarsi da al-Midan, quartiere centralissimo della capitale. «Ritirata tattica sotto il peso dei bombardamenti» avevano commentato i capi delle forze degli attivisti che combattono Assad. E ieri che la battaglia si è spostata ad Aleppo, seconda città della Siria e capitale economica del Paese, i Comitati locali di coordinamento, un'organizzazione dell'opposizione, parlano di «un esodo di abitanti del quartiere che temono bombardamenti del regime ed un'offensiva». Intanto ci sarebbero due nuove defezioni eccellenti nell'esercito regolare di Assad: si tratta di due generali che sarebbero fuggiti verso la Turchia durante la notte. Con loro altre 8 persone, fra cui colonnelli e membri delle famiglie dei militari I ribelli del Libero Esercito Siriano hanno riconquistato il più importante valico al confine con il nord dell'Iraq, quello di Rabiyah, che l'altra notte era stato ripreso dalle truppe lealiste: lo ha reso noto Atheel al-Nujaifi, governatore della provincia settentrionale irachena di Niniveh. Sono dunque due i varchi di frontiera che gli insorti attualmente controllano: l'altro è quello di Albu Kamal. «A partire da domani (oggi, ndr) , solo ai cittadini iracheni sarà consentito entrare in Iraq dalla Siria», ha proseguito il governatore. GIALLOITALIANO Ed in questo scenario di guerra totale, s'inserisce il “giallo italiano”. Due italiani, dipendenti di una società genovese subappaltatrice dell'Ansaldo sarebbero stati fermati in Siria mentre cercavano di lasciare il Paese per rientrare in Italia. La notizia è confermata dalla Farnesina che parla di un «fermo dai contorni poco chiari», mentre secondo Il Secolo XIX che cita un collega dei due rientrato in Italia parla di «rapiti da ribelli armati» mentre viaggiavano con altri otto colleghi. «Stavano cercando di rientrare in Italia con un aereo da Damasco, via Beirut - si legge sull'edizione online del quotidiano genovese Viaggiavano con altri otto colleghi. La loro auto è stata bloccata sulla strada per l'aeroporto da un gruppo di uomini armati». I fatti risalgono a mercoledì scorso ma la notizia è trapelata solo venerdì sera. L'Unità di Crisi, in costante raccordo con l'ambasciata a Beirut, sta seguendo la vicenda fin dall'inizio, in stretto contatto con le famiglie e l'azienda. Non è noto se i due italiani siano in carcere. Anche Ansaldo Energia sta seguendo la vicenda. E da Genova fanno sapere: «che per il momento la Farnesina ha chiesto alla compagnia il silenzio stampa». Nessun dettaglio, dunque. La persona che ha informato Il Secolo XIX racconta: «Arrivati all'aeroporto di Damasco ci siamo accorti che mancavano due di noi. Pensavamo che avessero preso un' altra strada e speravamo di incontrarli più tardi, magari a Beirut, ma di loro non abbiamo più saputo niente». Secondo quanto ricostruisce il quotidiano genovese, i due lavorano per conto di Ansaldo Energia impegnata nella costruzione di una centrale elettrica a Deir Ali su incarico statale siriano. La brutale repressionemesse in atto da Basharal-Assad segna un pun-to di non ritorno per ilregime baathista. Altempo stesso, però, è evidente che l'orrore e lo sdegno per ciò che da 16 mesi avviene in Siria, non porteranno a un intervento militare straniero». L'enigma siriano – tra raccapriccio impotenza - visto da uno dei più autorevoli studiosi europei dell'Islam e del mondo arabo: Gilles Kepel, 57 anni, direttore della cattedra Moyen-Orient Méditerranée dell' Institut d'études politiques de Paris. «La partita siriana - dice - si gioca tra le forze interne al Paese. E questo moltiplica le responsabilità della variegata opposizione ad Assad». Una tesi, quella della partita interna, che non trova pienamente d'accordo un altro dei più illustri studiosi di Islam e mondo arabo: Olivier Roy, orientalista dell'Istituto europeo di Fiesole, presso la cattedra mediterranea al Robert Schuman Centre for Advanced Studiess: «La grande novità e il grande pericolo della crisi siriana – rileva Roy - è il confronto tra due nuovi protagonisti, che finora avevano mantenuto un atteggiamento di pacifica convivenza pur appartenendo a due schieramenti opposti: l'Iran e la Turchia. I due Paesi sono oggi direttamente coinvolti nella crisi siriana. La Turchia in nome della sua nuova politica di grande potenza regionale (e non in quanto membro della Nato). L'Iran invece non aveva scelta: la caduta del regime siriano sarebbe una catastrofe per Teheran. È infatti il suo unico alleato arabo, il solo legame via terra con gli Hezbollah libanesi, che rappresentano la testa di ponte iraniana nella regione. Senza Damasco, l'intera politica regionale dell'Iran crollerebbe. Una politica che consiste nel posizionarsi come l'ultimo leader del “fronte del rifiuto” verso Israele e come difensore di un nazionalismo arabo tradito dagli altri Paesi. Di fatto il regime che sostituirà il clan Assad sarà comunque sunnita e anti-iraniano, indipendentemente dal suo colore politico. Teheran ha quindi mandato in Siria denaro, consiglieri e armi, e non esiterà a fare di più, anche a costo di mettere in gravi difficoltà il suo alleato Hezbollah». «A rendere impensabile un intervento militare straniero – incalza Kepel – è anche il fatto che sono ancora tanti gli attori mediorientali a ritenere il regime di Assad, soprattutto se indebolito, come il “male minore” e comunque preferibile all'incognita del dopo-Bashar. E tra questi attori “conservativi” c'è Israele». Ma lo studioso francese torna sulla partita interna: «Nonostante le defezioni subite e il rafforzamento militare dei ribelli, Assad non è ancora fuorigioco. A meno che – conclude Kepel - l'opposizione non riesca a convincere le minoranze che, in caso di vittoria, le rispetterà e non istituirà un regime islamista. E gli alawiti, ottenute queste garanzie, non scarichino il clan di Assad». Una partita politica, dunque, e non solo militare. Ma è proprio la militarizzazione di una parte dell'opposizione che non convince Haytham Manaa, scrittore siriano, portavoce della Commissione araba per i Diritti umani e presidente del Consiglio di coordinamento nazionale, una delle principali formazioni dell'opposizione in Siria «Il primo risultato negativo dell'uso delle armi – afferma - è stato quello di minare l'ampio supporto popolare necessario per trasformare la rivolta in una rivoluzione democratica. Esso ha reso molto più difficile integrare posizioni in reciproca competizione – rurali-urbane, laiche-islamiste, vecchia opposizione-gioventù rivoluzionaria. Il ricorso alle armi ha dato vita a gruppi frammentati che non hanno alcun programma politico. La Turchia ha addestrato dissidenti armati sul suo territorio e uno di questi gruppi ha annunciato la nascita dell'Esercito Siriano Libero sotto la supervisione dell'intelligence militare turca. Molti militanti all'interno della Siria ora portano il logo “Esercito Libero”, ma al di là del nome non c'è alcun coordinamento né armonia politica organizzata». «Una cosa è certa – annota Nabil El Fattah, già direttore del Centro di Studi Strategici di Al Ahram del Cairol'esito della guerra in atto in Siria è destinato a modificare il volto del Medioriente, come e, per certi aspetti di più di quanto hanno fin qui fatto le Primavere arabe. La posta in gioco è un nuovo equilibrio di potere tra il campo sunnita e quello sciita. Una posta strategica». Fuga di massa dalla Siria MONDO Kepelconferma il sostegnodi Israele adAssadcome“male minore”,perFattah l'esito delconflittosaràpiù esizialedellePrimavere UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it Siriani ribelli al regime di Assad festeggiano nel centro di Aleppo FOTO ANSA-EPA U. D. G. udegiovannangeli@unita.it Gli analisti: in ballo i futuri equilibri del Medioriente IL DIBATTITO Esodo di civili verso il Libano. La battaglia ora infuria ad Aleppo Due italiani spariti a Damasco 16 domenica 22 luglio 2012
28 domenica 22 luglio 2012
«L'euro è irreversibile» e i progressi verso un'Unione finanziaria e politica «sono inevitabili». Dopo la Grande Paura di venerdì, quando è parso che il contagio partito dalla Spagna fosse inarrestabile, e in vista di settimane che si annunciano roventi Mario Draghi ha cercato di immettere una buona dose di liquidità d'ottimismo nel panorama disastroso della crisi finanziaria. Si tratta di un'operazione psicologica per indurre alla calma sui mercati gli operatori più spregiudicati, che hanno tutta l'aria, ormai, di puntare apertamente sull'implosione dell'euro? Oppure il presidente della Banca centrale europea ha in mano un'arma segreta che gli consente di esprimersi in modo così impegnativo? Per cercare di rispondere è bene considerare attentamente tutta l'intervista che il Supermario di Francoforte ha concesso ieri a Le Monde. Intanto, va detto che un indizio decisivo per afferrare le vere intenzioni del capo dell'Eurotower era venuto già qualche giorno fa dal ministro spagnolo delle Finanze Cristobàl Montero Moreno. Descrivendo la situazione dei conti agli spaventati deputati delle Cortes, il ministro aveva detto che se la Spagna era ancora in grado di pagare servizi e dipendenti era solo perché la Bce era intervenuta acquistando titoli spagnoli. Sorpresa: per quanto se ne sapeva, l'istituto di Francoforte aveva dichiarato chiusa la pratica di intervenire sul mercato secondario dei titoli nella primavera scorsa, dopo gli acquisti massicci e ripetuti dell'estate 2011. Allora, prendendo la decisione di chiudere, la Bce di Draghi si era allineata alle richieste dei tedeschi, i quali, non è un mistero, considerano che a Francoforte ci si debba preoccupare solo di vigilare sull'inflazione e vedono come fumo negli occhi ogni ampliamento, anche surrettizio, del ruolo della Banca. Fu proprio la prospettiva che le acquisizioni di bond riprendessero che portò, nel settembre scorso, alle dimissioni del tedesco Jürgen Stark dal ruolo di capo-economista nel board dell'Eurotower. Per la Spagna si è fatta, evidentemente, un'eccezione e, in modo ugualmente evidente, Berlino dev'essere stata d'accordo giacché ovviamente non poteva non sapere che cosa stava avvenendo. Una deroga una tantum, o un segnale d'un qualche mutamento di strategia? A scanso di equivoci, comunque, Draghi nell'intervista è stato attento a mostrarsi ben sdraiato sull'ortodossia tedesca: «Il nostro mandato – ha precisato – non è risolvere i problemi finanziari degli stati, ma garantire la stabilità dei prezzi e mantenere l'equilibrio del sistema finanziario agendo in modo assolutamente indipendente». Parole che sembrerebbero la premessa di un no a nuovi interventi della Bce sui mercati. Ma c'è un “ma” bello grosso: il firewall europeo che era stato costruito contro le crisi improvvise e gli attacchi selvaggi della speculazione ormai si è sgretolato. Dopo l'intervento sulle banche spagnole, nel vecchio fondo salva-stati Efsf sono rimasti non più di 200, 250 miliardi. Un nulla se la situazione dovesse precipitare. Il nuovo fondo, l'Esm, è bloccato almeno fino a fine settembre (ma probabilmente anche di più) dalla Corte costituzionale tedesca, che si pronuncerà sui ricorsi il 12 di quel mese. L'unica possibilità di calmierare il mercato dei titoli è proprio la Bce, e pure se non si vuole aderire alla tesi un po' ardita secondo la quale comprare titoli, nel gran disordine attuale, sarebbe proprio un modo per «mantenere l'equilibrio del sistema finanziario», non si vede a questo punto alcuna ragionevole alternativa. Checché se ne pensi a Berlino e nelle alle altre capitali del rigore senza se e senza ma. Probabilmente è di questo che Mario Monti, prima dell'Eurogruppo di venerdì, ha parlato con Draghi e successivamente con il presidente Napolitano. E certamente, nei giorni precedenti, con la cancelliera Merkel. E di cui parlerà con il suo collega Jyrki Katainen durante la visita che il presidente del Consiglio compirà nei prossimi giorni ad Helsinki, una delle capitali “cattive” del Nord. Se si vuole essere garantiti dallo scudo anti-spread, difesa di cui l'Italia ha assolutamente bisogno come deterrente anche se non dovesse ricorrervi direttamente, occorre che la Bce rinnovi il suo interventismo sui mercati dei titoli, almeno finché non sarà a disposizione l'Esm. STAMPAREMONETA C'è anche chi si spinge più in là e chiede che l'Istituto centrale adotti una politica meno monetarista. Abbassando ancora il tasso d'interesse rispetto al minimo storico dello 0,75% raggiunto già settimane fa, come propone Peter Bofinger, uno dei “saggi” incaricati di consigliare il governo di Berlino, che ieri ha sferrato un nuovo, duro attacco alla politica recessiva promossa dal governo della cancelliera Merkel. O, come chiedono molti altri economisti, adottando le stesse strutture e la stessa politica della Federal Reserve americana, della Bank of England o della Banca centrale giapponese, le quali operano in Paesi che hanno debiti ben più alti di quelli europei. Un primo passo potrebbe essere quello di autorizzare gli Stati, almeno quelli più in difficoltà, a stampare nuova moneta. Un'eresia che farebbe orrore all'attuale inquilina della cancelleria sulla Sprea, ma che un giorno, cambiato lo scenario politico della Repubblica federale, potrebbe venire all'attualità. Napolitano scrive al re del Belgio «Ai Paesi fondatori dell'Unione il compito di rafforzare l'Europa» Ormai neanche gli scandali reali a base di caccia illegale agli elefanti distolgono l'attenzione degli spagnoli dal baratro della crisi su cui rischiano di precipitare. Ieri il Wwf iberico ha deciso a maggioranza di revocare la presidenza onorararia a re Juan Carlos dopo il safari in Botswana scoperto mesi fa, ma lo stesso i titoli più grossi dei giornali sono spettati a Mario Draghi e alla sua intervista francese in cui, tra le altre cose, ammetteva che gli spagnoli «hanno già sofferto abbastanza». Mentre a Madrid arrivavano a drappelli i disoccupati della marcia convocata dal tam tam su internet e da ciò che resta del movimento degli «indignados» 15-M, anche nel governo Rajoy iniziava a serpeggiare sgomento. Già dal mattino membri autorevoli dell'esecutivo conservatore, dopo il venerdì nero della Borsa madrilena - arrivata a perdere il 5,8 per cento in un solo giorno - e lo spread schizzato a 610 punti, hanno cominciato a parlare di «situazione insostenibile», chiedendo alla Bce di «smettere di comportarsi come una banca clandestina» e di fare di più per «fermare l'incendio del debito pubblico», che brucia in Grecia, Spagna e Italia proprio come i boschi nei roghi dolosi. Mario Draghi ha indirettamente risposto alle pressioni. Ha ricordato che l'Eurotower «non sta lì per risolvere i problemi finanziari dei Paesi». Il problema, com'è noto, è quello dei trattati. Ma la Spagna non può che battere cassa, e bussando anche forte. All'indomani della drammatica richiesta di accesso al fondo governativo di salvataggio - creato da Rajoy sul modello del fondo europeo salva-Stati - da parte della comunità di Valencia, tutte le altre regioni si sono fatte i conti in tasca per vedere lo stato delle finanze. Il risultato non è per niente consolante. A rischio sembra essere soprattutto Castilla-La Mancha, la regione di Madrid, ma anche la Murcia e la Catalogna sono considerate tutt'altro che fuori pericolo. Anzi, la già ricca Catalogna sta seriamente considerando l'opportunità di accedere al fondo Fla per gli aiuti statali. Non si ritroverebbe neanche i 500 milioni di euro necessari a pagare gli impiegati per il periodo estivo. Anche le Baleari e l'Andalusia avrebbero problemi a garantire rimborsi dei prestiti, linee di credito e pagamenti dei fornitori di beni e servizi. La liquidità è ai minimi. Ma c'è anche chi prova a resistere. In particolare l'Andalusia, roccaforte residua della sinistra, scarta per il momento l'ipotesi di rivolgersi al fondo di salvataggio governativo che, giudica, imporrebbe «condizioni leonine» di austerity e prova a mantenere livelli di servizi e prestazioni sociali anche se ridotte attaccandosi al ristretto margine di maggiore solvibilità che ha rispetto ad altre zone del Paese più indebitate. E così sembra voler fare anche l'Estremadura, altra storica roccaforte della sinistra recentemente passata, per un soffio, al Pp. La disoccupazione morde più dei cordoni stretti delle banche e interessa ormai circa 6 milioni di cittadini in tutta la Spagna. E le centinaia di disoccupati che si sono autoconvocati ieri sera alla Puerta del Sol sono solo un avanguardia del disagio sociale che cerca forme per organizzarsi. Sono arrivati in autobus da Alicante, da Siviglia, da Barcellona, dall'Estremadura e dalle Asturie sulla scia del movimento dei minatori che ha infiammato le strade della capitale solo poche settimane fa. «Sveglia, disoccupati», dicevano nei cartelli. Hanno ricevuto l'appoggio di studenti, pensionati e attivisti madrileni che li hanno ospitati e sfamati nella «cocina popular» organizzata vicino al Paseo del Prado, dove in serata c'è stata una assemblea. Niente scontri. Sono tornati alle loro regioni di partenza sperando che le ulteriori fiammate speculative a partire da lunedì prossimo non inceneriscano le ultime risorse per il «paro», l'indennità di disoccupazione. È difficile autorganizzarsi con il fiato sospeso. Da Berlino intanto in serata sono arrivati messaggi a oloro modo incoraggianti. Il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, intervistato dal settimanale Frankfurter Allgemeine Sonntagzeitung in edicola oggi ha fatto sapere che a suo dire la Spagna riuscirà a completare la propria politica di riforme economiche. E se così farà «vedranno presto la luce alla fine del tunnel». Il presidente della Bce Mario Draghi, in una immagine di repertorio FOTO DI EMILY WABITSCH/ANSA-EPA L'euro sotto l'attacco di una crisi senza precedenti che sembra poter mettere addirittura in discussione la stessa Unione europea con l'uscita da essa di alcuni Paesi. E le conseguenze della crisi che pesano sulle nuove generazioni che si trovano a misurarsi con le difficoltà di un precariato sempre più lungo e faticoso, con l'impossibilità, davanti ai dati della disoccupazione, a programmare il futuro. E la stessa preoccupazione vale per le donne, sempre più emarginate da un mercato del lavoro in sofferenza, i pensionati, chi il lavoro ce l'ha e rischia di perderlo. Tocca ai Paesi che l'Unione europea la vollero per primi impegnarsi per superare questa situazione di crisi e farsi garanti di un futuro migliore, oltre la drammatica contingenza di questi anni. Lo ha ribadito il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano nel messaggio al re del Belgio in occasione della Festa nazionale di quel Paese. «Un profondo e autentico sentimento di amicizia lega i nostri Paesi, costantemente rafforzato dalla condivisione di valori e di intenti sia sul piano bilaterale che nella comune appartenenza all'Unione europea, all'Alleanza Atlantica e agli altri fori multilaterali». Una considerazione che ha portato a confermare che «Belgio e Italia, Paesi fondatori, sono chiamati a rinnovare il L'EUROPA ELACRISI PAOLOSOLDINI paolocarlosoldini@libero.it Draghi: l'Ue e l'euro sono irreversibili I disoccupati a Madrid FOTO ANSA-EPA Spagna, la marcia dei disoccupati invade Madrid . . . «Chi immagina scenari di esplosione mal conosce il capitale politico investito nell'Ue, il sostegno che ha» RACHELEGONNELLI rgonnelli@unita.it . . . Centinaia di senza lavoro e «indignados» sfilano nella capitale, in arrivo dalle province più in crisi MARCELLACIARNELLI mciarnelli@unita.it Il governo Rajoy: situazione insostenibile, la Bce ci aiuti di più Salvataggi, a rischio Catalogna e Castilla Il governatore in una lunga intervista difende il meccanismo anti-spread e sostiene che la crescita ripartirà a fine anno L'Eurotower potrebbe però essere chiamata a nuovi interventi 2 domenica 22 luglio 2012
Caro Ricci, sindaco di Assisi, chi le scrive è una ragazza di 24 anni, che ha avuto la fortuna di incontrare la politica sulla propria strada e di spendere in un partito la propria passione per il cambiamento. Questo, pur nella diversità, dovrebbe accomunarci. Tuttavia, oltre a ciò, oggi ho anche l'onere di ricoprire il ruolo di portavoce regionale delle donne del Partito democratico. Il mio partito è infatti l'unico che, pur nelle difficoltà, ha previsto nel proprio Statuto una conferenza permanente delle donne. Questo dato non è affatto frutto di un nostalgico revisionismo del femminismo degli anni '70, al quale, pure, le ragazze come me, devono davvero molto; l'idea di avere un luogo di discussione che aiutasse a promuovere una cultura inclusiva nei confronti della sensibilità femminile e a colmare un gap prima di tutto culturale che proietta il nostro Paese agli ultimi posti in Europa, sgorga dalla convinzione che quella della parità di genere sia una questione di civiltà. Chiunque scelga di dedicare il proprio tempo alla politica si assume, come lei ben sa, un'enorme responsabilità, non tanto per quanto riguarda l'ordinaria amministrazione, ma soprattutto per la cultura che sceglie di promuovere e favorire. Per questa ragione l'atto che lei ha compiuto lo scorso 2 Luglio è profondamente sbagliato e persino grave. Lei sceglie, per la seconda volta, di escludere dalla gestione della cosa pubblica il 50% della popolazione della città che è chiamato a governare, pur consapevole di quanto importante sia garantire a tutti rappresentanza e cittadinanza. Lei afferma di non avere a disposizione competenze ed esperienze femminili adeguate, ammettendo così di non aver saputo formare e promuovere, nei cinque anni passati, che già l'hanno vista impegnato come primo cittadino, neppure una donna in grado di contribuire al governo locale. Lei sostiene che la polemica sia tutta strumentale, dimenticando che se in passato si fosse ridotta la questione di genere a semplice «polemica strumentale» le donne oggi non voterebbero, non avrebbero pari accesso ai luoghi di lavoro e dell'istruzione, né pari dignità salariale. E ancor di più Lei dimentica quello che già i Costituenti mostravano di aver compreso: occorre «rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini»; per le donne, mi creda, quegli ostacoli esistono ancora e sono davvero tanti. Una donna che sceglie di far politica deve fare grandi sacrifici: spesso i tempi della politica sono proibitivi, soprattutto se li si deve conciliare con il lavoro e con impegni familiari che, nel 2012, ricadono ancora tutti o quasi sulle spalle delle donne. Altrettanto proibitivi sono i costi delle campagne elettorali, soprattutto se il sistema è quello della preferenza unica. Ha mai pensato che possano esser queste le ragioni per le quali poche donne riescono a farsi strada in politica e non, come lei afferma, le scarse capacità, la scarsa rappresentatività o la mancanza di consenso? E ha mai pensato che proprio per questo quelle donne coraggiose e generose che scelgono, nonostante tutto, di mettersi al servizio del Bene comune, debbano essere valorizzate e sostenute? In questi anni ho incontrato molte donne che hanno deciso di non mollare. E non sa quanto sia umiliante per me e per loro dover leggere le sue parole, figlie di una cultura che ci riporta ad un passato non troppo lontano, nel quale la donna era semplicemente l'angelo del focolare. Da quella cultura deriva gran parte dell'arretratezza del nostro Paese, come ci dicono ormai tutte le statistiche. A noi che facciamo politica compete la responsabilità di combattere perché i nostri figli non conoscano quelle ombre, perché la loro società sia più giusta e più equa, perché le nostre città siano luoghi plasmati anche dalla sensibilità delle donne, luoghi di condivisione, di crescita, di scambio. Per questo è giusto che lei riveda la sua decisione; non solo perché un Tar gliel'ha chiesto, né perché l'opportunità politica sembra suggerirlo. Ma soprattutto per rispetto delle cittadine e dei cittadini di Assisi, di oggi e di domani. Vinte leelezioni, nelmaggio 2011 sotto lebandieredi unacoalizione Pdl-Lega-Udc,Ricciha formato la giuntae ciha messodentro solo uomini.Celibe, senza figli, domicilio nonconosciuto incittà, Ricciègià finitosullepagine deigiornali per quell'ordinanzachevieta, ad Assisi, di chiedere l'elemosina a500metri dai luoghidi culto.Le associazioni femminili locali equelle regionali legateaipartiti di opposizionehanno presentatoricorso al Tar che lo ha accolto, il 20 giugnodel 2012, annullandotutti idecreti e confermando l'illegittimitàdel provvedimento.MaRiccinon si èdato pervintoeha riconfermato la sua giuntadi soli uomini. Il casoè finito in Parlamento.Tredeputate Pd(Sereni, Amici,Concia)e unadi Fli (Perina) hannopresentato un'interrogazioneai ministridell'Interno e dellePolitiche sociali (due donne, Cancellieri e Fornero)perchiedere se ritengono «che la riconfermadegli stessi componenti siadaconsiderarsi rispettosadella normativa in materia dipari opportunità tradonnee uomini». Il sindaco di Assisi Claudio Ricci LabattagliadiClaudioRiccicontro lepariopportunità ITALIA Una giunta senza donne Caro sindaco, ci ripensi Il caso Assisi. Lettera aperta al primo cittadino che, malgrado la bocciatura del Tar, vuole solo assessori uomini La portavoce Pd Umbria: «Non trova persone adeguate? Non ha saputo formarle» ANNAASCANI Portavocedemocratiche umbre IL CASO 12 domenica 22 luglio 2012
Dopo esser stato licenziato, dopo aver lasciato il vertice delle Assicurazioni generali, Giovanni Perissinotto si toglie qualche sassolino dalla scarpa in un'intervista concessa all'Ansa. Mediobanca ha preferito tenere il controllo di Generali, non sposando l'idea di un Leone internazionale anche nell'azionariato grazie a possibili aumenti di capitale dice Perissinotto raccontando la sua storia di manager a Trieste. L'ex Group Ceo, 58 anni, di cui 33 alle Generali e undici da amministratore, non ha intenti polemici. «L'unica anomalia» nella sua cacciata - dice Perissinotto - riguarderebbe il fatto che «in grosse compagnie internazionali la successione si prepara in tempo», mentre «qua è stata preparata dopo». OLDITALY Il manager triestino non asseconda troppo nemmeno il giudizio del Financial Times, che ha bollato come «Old Italy» l'operazione di Mediobanca. C'è un punto che però è rivelatore di un pensiero: l'ipotetico aumento di capitale della compagnia, più volte evocato e mai concretizzato. Lo stesso Perissinotto, nell'assemblea degli azionisti di aprile, lo aveva escluso. Che ruolo ha avuto Mediobanca? La risposta dell'ex amministratore delegato è indiretta: «La scena italiana è abbastanza asfittica di capitali. O uno accetta il concetto di essere internazionale anche come azionariato, il più possibile, oppure diventa una compagnia che deve regionalizzarsi». In questo senso, dunque, Mediobanca non ha accettato una partecipazione diversificata? «Quello che si può dire oggettivamente è che rispetto agli altri siamo quelli che non hanno fatto aumenti di capitale», replica, ancora implicitamente, Perissinotto. Ma è difficile non notare il riferimento agli altri, quei concorrenti - da Allianz ad Axa a Zurich - a cui gli azionisti hanno guardato per denunciare la cattiva performance del titolo del Leone in Borsa. Il parallelo evocato tiene così conto delle operazioni sul patrimonio e dell'andamento finanziario, come a rispedire nuovamente all'azionista le critiche. Poi c'è la questione del controllo nazionale. «Che ci piaccia o no - nota Perissinotto - l'economia italiana viene da tanti anni di poca crescita o di difficoltà e quindi i capitali non si sono generati qui, basta vedere la scena di Unicredit». VISIONI Lo scontro è stato tra visioni diverse: a cosa sarebbe servito l'aumento di capitale? «Dipende dal disegno che uno ha in mente - dice Perissinotto - io ho sempre creduto alle Generali come una compagnia molto internazionale, è nel suo Dna». E dipende dalla storia, quella della Compagnia e quella, diversa, di Mediobanca. «Sono due storie profondamente diverse - conferma - noi, un anno dopo la fondazione, nel 1832, avevamo già sedi internazionali». Perissinotto ribadisce di aver sempre fatto il proprio dovere nel riassetto Unipol, rivela di non aver avuto contatti con il nuovo amministratore Greco, in arrivo a Trieste il primo agosto, ma di essere pronto a fare «una chiacchierata». Lo sguardo al Paese contempla la preoccupazione per una situazione «molto, molto difficile», con un «livello di imposizione fiscale insostenibile che allontana qualsiasi investitore». Anche per tagliare le tasse, secondo Perissinotto, «bisogna fare una spending review molto aggressiva, soprattutto sulla pubblica amministrazione», mentre per l'euro sarebbe un inizio se la «Bce avesse un mandato più ampio, che è quello di proteggere la stabilità dei prezzi». «Conclamati problemi di saturazione». È con questa motivazione, messa nero su bianco, che Parmalat ha annunciato la chiusura di tre stabilimenti a Genova, Pavia e Como. Nuovi tagli, dunque, e nuovi esuberi per l'industria agroalimentare passata ai francesi di Lactalis che non sembrano voler investire più di tanto nel suo futuro. Martedì e mercoledì del piano industriale si discuterà al tavolo di confronto tra governo, proprietà e sindacati. I lavoratori però non hanno voluto attendere e già nei giorni scorsi sono iniziati gli scioperi. Il via l'ha dato Genova dove è a rischio la centrale del latte, venerdì scorso invece due ore di sciopero e presidi in tutto il gruppo. TIMORI INSEDE La «testa» di Parmalat sembrerebbe restare fuori dalla ristrutturazione, ma è forte il timore che il «piano di semplificazione» possa via via esportare le funzioni di comando da Collecchio a Laval, in Francia, sede di Lactalis. Una verifica si avrà in autunno, riferiscono i sindacati, ed allora si saprà se Parmalat continuerà ad avere la «testa» in Italia. Qui lavorano circa 500 persone, perlopiù impiegati e amministrativi. Venerdì scorso, giornata di mobilitazione in tutto il gruppo, erano a fianco degli operai davanti allo stabilimento di Collecchio. «Abbiamo manifestato tutta la nostra contrarietà al piano industriale presentato dalla nuova proprietà fatto di chiusure di stabilimenti e licenziamenti», spiega la Flai- Cgil. Il presidio ha ricevuto la visita anche del sindaco di Collecchio Paolo Bianchi. Sindacato e lavoratori - sottolinea la Cgil - si aspettano delle risposte dall'incontro di coordinamento nazionale del prossimo 24 e 25 luglio, in caso contrario la mobilitazione non potrà che continuare ed inasprirsi. AI TEMPIDELL'OPA L'incontro in cui l'azienda ha illustrato il piano ai sindacati si è tenuto ai primi di luglio al ministero dello Sviluppo. Ed è da registrare la preoccupazione, messa a verbale, del ministero di Corrado Passera per il modo in cui «le risorse accumulate», il famoso “tesoretto” «siano state usate per un'acquisizione infragruppo» L'acquisizione a cui si riferisce è quella di Lactalis Usa (controllata americana di proprietà della capogruppo Lactalis) avvenuta nei mesi scorsi. Sembrano lontani i tempi dell'Opa quando i francesi arrivavano addirittura a ipotizzare la confluenza in Parmalat delle attività d'oltralpe relative al latte confezionato. Non se ne è fatto nulla e la multinazionale che si pensava risanata si comporta come fosse in crisi. Segnano infatti il passo gli investimenti in Italia. Dei 60 milioni annunciati poco più della metà sono destinati agli impianti e si concretizzeranno in due anni invece che in uno. I restanti milioni andranno al marketing. «Le prospettive di Parmalat sono sempre più preoccupanti - commenta il responsabile Economia del Pd, Stefano Fassina- In vista del confronto chiediamo al ministro Passera la massima attenzione e determinazione per evitare il ridimensionamento della capacità produttiva italiana e impegnare la proprietà agli investimenti previsti al momento dell'acquisizione francese». «È inaccettabile - presegue - che la ricca cassa di Parmalat venga utilizzata per ripianare i debiti della casa madre e per alimentare Lactalis Usa. Il piano industriale presentato da Lactalis-Parmalat è inadeguato e pericoloso», Il Pd chiede che passera riferisca personalmente in Parlamento dell'incontro della prossima settimana e delle iniziative che intende prendere. Parmalat, no ai tagli di Lactalis IL CASO Sindacati in piazza per gli esodati ECONOMIA . . . Privilegiato il controllo nazionale piuttosto che l'apertura internazionale con altri capitali I nuovi padroni francesi hanno incassato il tesoretto di oltre un miliardo custodito a Collecchio Ora vogliono chiudere e tagliare. Proteste dei sindacati. Martedì incontro con governo e azienda VALERIORASPELLI ROMA Imu,Romaal topdelgettitocon776,3milioni ÈRomacon 776.325.412euro il Comune italianoal top nellaclassifica deiversamenti Imu, seguitadaMilano conquasi 410milioni eda Torino con ungettito pari a202,6 milioni.È quantoemergedalle tabelle fornite dalministerodell'Economia sui versamentidigiugno relativi agli 8.095enti locali. In totale leentrate sonostatepari a9,6 miliardidi cui5,6 andrannoaiComuni equasi 4miliardi alloStato. Pagano caro località turistiche:dalleseconde casee dagli alberghidi Cortina, sono arrivatiquasi 10milionidigettito Imu per la sola primarata digiugno, staccando altre localitàdi vecchiadata comeForte dei Marmi (7,43 milioni)e Sorrento(5,39 milioni).Allacittadina ampezzanava così il bottinomaggiore tra i luoghidi vacanza:bastipensare cheha incassato9.953.705euro. È ben oltre le previsioni il risultato finale della chiusura agevolata delle controversie “minori” con l'Agenzia delle Entrate: sono circa 133mila le domande dei contribuenti che hanno usufruito della sanatoria per le liti fiscali minori fino a 20mila euro, prevista dal decreto Milleproroghe. La possibilità di aderire alla sanatoria finalizzata a sfollare le aule delle commissioni tributarie è stata raccolta in massa. L'erario ha in questo modo centrato due obiettivi: ha incassato 170 milioni di euro, contro i 112 milioni previsti; ha ottenuto uno smaltimento di piccole pratiche per concentrarsi sulle liti di maggior valore e quindi più fruttuose: i ricorsi pendenti presso le commissioni regionali, in pratica per l'appello della giustizia tributaria, la riduzione si aggira attorno al 43%. La scadenza per il pagamento, fissata originariamente al 30 novembre 2011, era stata differita con il Milleproroghe al 2 aprile scorso. Il decreto aveva anche ampliato il periodo di applicazione sulle liti che era possibile «definire», portando dal primo maggio al 31 dicembre 2011 la data entro cui doveva risultare «pendente» la lite per poter accedere alla definizione agevolata. L'ERARIOINCASSA Il «costo» per chiudere era certamente conveniente: 150 euro fino a 2 mila euro, il 10% da 2.000 a 20.000 euro se nel primo giudizio ha vinto il contribuente, il 30% se si è ancora al primo grado di giudizio, il 50% se il primo «round» aveva visto prevalere l'amministrazione finanziaria. L'estensione, e anche la convenienza, ha evidentemente favorito gli incassi che, in base ai primi dati elaborati dall'Agenzia delle Entrate e riportati sul sito Fiscooggi. it, ha già portato nelle casse dello Stato oltre 170 milioni di euro, una somma alla quale vanno aggiunti gli importi già pagati in pendenza di giudizio. Le adesioni alla sanatoria sono arrivate da tutte le regioni, la prima in classifica è risultata la Sicilia, con 21.884 domande presentate. Mini-liti fiscali: massiccia adesione alla sanatoria . . . «È inaccettabile che la ricca cassa italiana venga utilizzata per ripianare i debiti francesi» Cgil, Cisl e Uil e Ugl il 26 luglio promuovono un'iniziativa di mobilitazione per risolvere il problema di tutti i lavoratori esodati. Per i sindacati, l l'ampliamento dei lavoratori derogati dall'applicazione dei nuovi requisiti pensionistici, «è un primo, importante passo ottenuto grazie alla mobilitazione del sindacato, ma non sufficiente a risolvere il problema di centinaia di migliaia tra lavoratrici e lavoratori». Le confederazioni ritengono infatti che debba essere rimosso ogni vincolo numerico rispetto ai soggetti che vanno salvaguardati. In questo senso un confronto di merito con il sindacato, più volte richiesto al governo, avrebbe consentito di definire da subito i contorni della platea trovando una soluzione adeguata all'intera vicenda. Saranno intano contattati dall' Inps, tramite lettera, entro la prossima settimana, i primi 65mila esodati. I potenziali beneficiari delle disposizioni di salvaguardia riceveranno una comunicazione Inps che li invita a prendere visione del propio estratto conto previdenziale e ad attivarsi prenotando un appuntamento presso gli uffici territoriali nel caso in cui vengano riscontrate inesattezze. Perissinotto: Generali frenate da Mediobanca Giovanni Perissinotto FOTO ANSA R.E. ROMA domenica 22 luglio 2012 11
Lastoria L'insostenibile leggerezza del web SEGUEDALLAPRIMA Secondo Kundera, con la commovente esperienza della primavera di Praga il popolo ceco aveva conquistato quel posto agli occhi del mondo intero. Ora, Havel non intendeva certo negare il valore di quella stagione. Ma sul significato, e soprattutto sul modo di conservarne la memoria, aveva di che polemizzare. Per lui, infatti, non era ancora il momento (e forse non è mai il momento) per rivolgersi al passato con l'attitudine di chi lo celebra, considerandolo definitivamente chiuso e sigillato. Probabilmente, la stessa idea di un “destino ceco”, innalzata da Kundera, doveva spiacere ad Havel. Sicuramente non lo trovava d'accordo, anzi lo indispettiva, così come lo indispettiva lo scetticismo e l'elegante disincanto di Kundera, l'atteggiamento di inerzia politica che grazie a una vena di patriottismo esonerava da un confronto critico col presente. Questo caso da manuale di considerazione sull'utilità e il danno della storia per la vita nascondeva in realtà anche una piega personale, che è spuntata fuori oggi. Nessuno più si appassiona alle vecchie discussioni sull'impegno politico, e anche se si ammira il coraggio di Havel, disposto a finire in carcere per le sue idee, non si censura certo la scelta di Kundera, poco propenso a mettere la propria poetica a servizio di battaglie politiche o ideologie di partito. Questioni vecchie, che si ha qualche pudore a riproporre oggi. Ma oggi, dicevo, una cosa è saltata fuori: come ha raccontato su Le Monde Pierre Assouline, Milan Kundera ha proibito a Gallimard, l'editore francese delle sue opere, di distribuirle e commercializzarle su un supposto diverso da quello cartaceo. Non vedremo mai L'immortalità o L'identità in formato e-book, insomma (non, almeno, per volontà dell'autore). In fondo, ce lo si poteva attendere. Ne Lo scherzo, il primo romanzo di Kundera, allo studente Ludvìk tutto capita per aver scritto su una cartolina una spiritosaggine, che agli occhi dell'autorità nelle cui mani era finita aveva preso tutt'altro senso, precipitando il giovane nella disgrazia. Cercando di scongiurare cambi di destinazione o di fruizione ai suoi scritti, Kundera spera forse di evitare che il futuro giochi ai suoi libri brutti scherzi. Nobile ma vana impresa: già Platone, che per questo si rifiutò di mettere per iscritti i suoi pensieri più reconditi, sapeva che non c'è modo di sottrarre la scrittura al suo destino di erranza. Ho parlato sopra di opere edite da Gallimard e ho sbagliato. Perché Gallimard non ha pubblicato le opere di Kundera, al plurale, bensì l'Oeuvre: l'opera, al singolare. Una certa tendenza alla monumentalizzazione del passato era dunque evidente già l'anno scorso, quando è apparso il volume di Gallimard. Per giunta, privo degli apparati critici che fanno la fortuna di filologi e critici letterari. Kundera non ha voluto neanche questo, non sopportando l'idea che la sua opera potesse essere affidata ai sezionamenti della critica, tanto quanto oggi non sopporta che sia sbocconcellata dalle nuove possibilità di lettura offerte dalla fruizione digitale. Un estrema difesa del libro, insomma, e delle biblioteche di carta, contro i taglia e incolla di tablet e computer. Nell'epoca della digitalizzazione del mondo, una difesa disperata. Utile forse a richiamare l'attenzione sulle sorti del principale supporto di formazione della civiltà europea degli ultimi mille anni o quasi – il libro, appunto – ma non certo a metterlo al riparo dalle sue inevitabili trasformazioni. Che sopravviva o no, e in che forma, non sarà infatti il gesto di Kundera a deciderlo. D'altronde, è una storia che si ripete, a ogni nuovo progresso delle tecniche di riproduzione. Anche il grande tenore Caruso, a suo tempo, rifiutò di registrar dischi. Salvo cambiare idea, quando gli arrivò una proposta di contratto assai cospicua. Certo, non è la stessa cosa sentirlo registrato, ma, a parte il fatto che la musica dal vivo non è scomparsa, ben difficilmente si può pensare che ascoltare un disco sia esperienza di nessun valore. Orbene, non so se sia vero quanto diceva Robert Musil, che non si può mettere il broncio ai propri tempi senza riportarne danno: non so dunque se l'opera di Kundera sarà danneggiata da una simile scelta. Forse no, forse ha raggiunto uno status tale, che non sarà l'indisponibilità elettronica (ma fino a quando?) a comprometterne la circolazione. Sospetto però che qualche ragione Havel l'avesse quando al giovane Kundera rimproverava di chiudere troppo in fretta le pagine della storia, consegnandole luttuosamente al destino. Come quelle della storia, Kundera ora chiude discutibilmente anche le pagine dei suoi romanzi, e stavolta indispettisce i posteri. (Quanto invece al destino di piccole e grandi nazioni, di piccoli e grandi popoli, la cosa è fuori tema ma io ne approfitterei per rifletterci su, in tempi in cui la costruzione europea traballa, perché proprio non mi auguro che le riflessioni sopra i piccoli Stati e il destino che occorre loro in tempi di crisi tornino anch'esse di attualità). Maramotti SEGUEDALLAPRIMA Ci vuole misura, e rispetto, per la regola democratica, che resta la via maestra per il riscatto di un Paese. Come ci vuole rispetto per le istituzioni. Cosa ha a che spartire con il centrosinistra di domani un Di Pietro che evoca persino l'impeachment di Napolitano - per «tradimento» della Costituzione - solo perché il Capo dello Stato ha chiesto il giudizio della Consulta su una intercettazione telefonica che lo riguarda e che la stessa Procura di Palermo ha giudicato penalmente irrilevante e ininfluente ai fini dell'inchiesta sulla strage di via D'Amelio? Quale moralità della politica c'è dietro una volontà di conflitto, che dimentica le priorità sociali, per inseguire i demagoghi di turno? Quale credibilità c'è nel sottrarsi alla responsabilità di oggi e candidarsi magari a quella di domani? Allo stesso modo è inaccettabile il comportamento del Pdl, che per un verso protegge la propria crisi dietro la paratia della Grande coalizione e per un altro traffica con la Lega in Senato, per piccole quote di potere e un po' di propaganda, ripristinando all'occorrenza la vecchia maggioranza, quella che ha portato il Paese alla soglia del default. È uno scempio ciò che è accaduto nei giorni scorsi: pur di affossare le riforme istituzionali, hanno rialzato la bandiera del presidenzialismo; pur di nominare un senatore Pdl alla presidenza della commissione Difesa, hanno stracciato la regola più elementare di convivenza parlamentare; pur di impedire una riforma del Porcellum, sembrano ora disposti a qualunque trabocchetto. Il Pdl ha dato il via libera a Monti perché non poteva fare altrimenti. Ma non è stato capace di diventare partito e neppure di dare una successione a Berlusconi. Ora pare avere un solo scopo: impedire che il centrosinistra vinca le elezioni, a qualunque costo. Ma la responsabilità è richiesta anche al Pd e al centrosinistra. Lo spettacolo dell'ultima Assemblea nazionale è stato mortificante per i suoi sostenitori. Non tanto per il dissenso che si è manifestato attorno al tema delle unioni omosessuali: se un dissenso esiste, non c'è ragione democratica perché non si manifesti. La quasi rissa che ha concluso quella riunione, però, ha dato un senso di inadeguatezza, di irresponsabilità, appunto. Perché, come si è visto nei giorni successivi, la convergenza sul merito era assai maggiore delle diversità. Perché il documento del comitato Bindi conteneva aperture e innovazioni, che avrebbero dovuto essere discusse e valorizzate, prima di uteriori approfondimenti e critiche. E perché non ha senso, al di là delle legittime opzioni giuridiche sulla tutela delle unioni civili, mettere in discussione la natura del Pd come «partito di credenti e non credenti». Proprio ora che il Pd è chiamato a farsi carico, più di ogni altro, di una funzione nazionale. È il partito della nazione, su cui è possibile ricostruire una democrazia competitiva e un governo di respiro europeo. Se fallirà, non è detto che la nostra discussione sui diritti sociali e civili possa continuare sui paradigmi di oggi. C'è bisogno di responsabilità. E di forza politica nella battaglia. Abbiamo davanti un bivio storico, che può condurre al rinnovamento o allo stravolgimento del nostro modello sociale, che ci può far riconquistare la democrazia politica oppure ce la può far perdere decretando la servitù alla finanza, alle sue oligarchie, persino alle sue dinamiche corruttive. Non ci sarà vera uscita dalla crisi senza democrazia. Vale per l'Italia, vale per l'Europa. Chi vuole prorogare sine die il governo dei tecnici, magari spalleggiando quando serve la demagogia anti-partiti e il populismo dei leader carismatici (siano essi Berlusconi o Grillo), in realtà sta zavorrando il Paese. Altro che sviluppo. Tocca alle forze politiche, anzitutto al centrosinistra, proporre una credibile alternativa di governo. Senza più le ammucchiate modello Unione. Poi però la responsabilità sarà degli elettori. Che sia l'autunno prossimo o la primavera 2013 non ci saranno alibi. Chi era Berlusconi lo sapevano i cittadini che lo hanno votato e anche le classi dirigenti che largamente lo hanno sostenuto. L'Italia non è declinata per un destino cinico e baro. È stato il frutto di una scelta, o meglio, di una convergenza di interessi. Presto la scelta da fare sarà ancora più importante, perché la crisi brucia i tempi. Coesione o rottura nazionale. Governo europeo o populismo nostrano. Continuità nella linea economica o alleanze per cambiarla. È una responsabilità storica. Nessuno potrà scaricare su altri i propri errori. MicheleMazzarano Consigliere reg. Pd Puglia EnzoAmendola Segretario Pd Campania GiacomoFilibeck coordinat. dip. esteri Pd RobertoSperanza Segretario Pd Basilicata ADUNANNOESATTODIDISTANZADALLAPRIMAMISSIO-NEDELSEGRETARIOBERSANI,NEIGIORNISCORSIABBIAMOVISITATOILMARTORIATOMEDIOORIENTE.Facendo tappa a Tel Aviv, Gerusalemme, Ramallah, Il Cairo, abbiamo avuto modo, grazie ad una molteplicità di incontri bilaterali con i diversi protagonisti, di sostenere la proficua attività di cooperazione di cui è protagonista il Dipartimento esteri del Partito democratico. Gli eventi dello scorso anno, conosciuti al mondo come le primavere arabe hanno aperto uno scenario straordinariamente nuovo, carico di potenzialità ma gravido, al contempo, di enormi rischi per la sponda sud del Mediterraneo. L'epocale processo di democratizzazione in corso nei Paesi arabi protagonisti delle rivolte del 2011 è caratterizzato dalla evoluzione politica dei movimenti islamici. Dalla Libia alla Tunisia, le nuove forze di governo si muovono tra ricostruzione economica, piazze in continuo fermento e le timidezze dei principali attori stranieri a partire dagli Usa e dalla Ue. In Egitto, in special modo, le attese sono alte e dalla dura prova nel cruciale governo post Mubarak, si potrà comprendere la natura dei Fratelli musulmani del partito egiziano «Giustizia e Libertà». Al contempo, la guerra civile in Siria, cuore strategico mediorientale, produce scossoni negli equilibri dell'area, cambia la stessa natura della Lega Araba, apre nuovi scenari politici nei Paesi confinanti, anche se, non è difficile da registrare, ha come contraltare il ruolo sostanzialmente imbelle della comunità internazionale bloccata dai veti russi e cinesi. Il terribile massacro di Burgas conferma quello che per le vie di Tel Aviv, Gerusalemme e Ramallah si constata con nettezza ossia come il conflitto israelo-palestinese continua ad essere, anche nel nuovo Medio Oriente segnato dalla guerra civile siriana, il banco di prova fondamentale della pacificazione dell'intera area. I luoghi politici ed istituzionali, gli incontri tenuti con i principali leader delle forze politiche e dei movimenti della sinistra e del campo della pace israeliani e palestinesi trasmettono indeterminazione ed un pericoloso arretramento dalla idea cardine, per noi sempre valida, della soluzione «due popoli due Stati». Mentre la destra israeliana sembra aver pienamente codificato, con un ampio sostegno popolare, la propria idea unilaterale di sicurezza e difesa del proprio Stato, innalzando muri, violando sistematicamente le risoluzioni dell'Onu e gli appelli al dialogo, stravolgendo la geografia della Cisgiordania con un intensa opera di insediamenti di colonie che compromettono lo status di Gerusalemme, la sinistra, orfana delle leadership più forti del passato, sembra scivolare verso posizioni minoritarie e non più in sintonia con il sentimento prevalente degli israeliani. Il Labour israeliano, della cui funzione di promotore di pace non abbiamo mai dubitato, vive da anni, nonostante una ripresa nei sondaggi, una fase di grande difficoltà, combattuto tra la ricerca di nuove priorità nella propria agenda politica (crisi economica, sistema educativo, nuove forme di assistenza sociale) e la difficoltà a sintonizzarsi con le nuove sfide che attendono Israele nel campo della sicurezza e delle politiche di vicinato. È necessaria allora una nuova grande iniziativa politica, di caratura europea, che l'Italia ed in modo particolare i democratici italiani possono senza dubbio promuovere, per rafforzare la prospettiva di pace, democrazia e sviluppo economico nell'area mediterranea nel pieno rispetto dei diritti e della sicurezza israeliana come delle prerogative nazionali dei palestinesi. In questo senso la prima vera prova sarà rappresentata dal prossimo voto nell'assemblea dell'Onu alla richiesta palestinese su cui l'Italia dovrà confermare con autorevolezza il proprio ruolo. L'Italia come agente trainante di cooperazione e dialogo tra le due sponde Mediterraneo: ecco la seconda annotazione, visto lo stallo nel processo di pace e la defenestrazione dei dittatori che aprono a transizioni piene di incognite. Sembra paradossale parlarne in questi giorni con la Ue piegata nelle crisi economica e le altre potenze mondiali con agende limitate all'interesse nazionale. Ma questo scenario aperto dinanzi a noi può indicare il maggior indirizzo geopolitico per la crescita economica nazionale che l'Italia (e il suo sud) porta in dote ad una Europa in difficoltà. L'Egitto è una evidente prova. La nuova leadership egiziana giocherà un ruolo cruciale nella vicenda israelo-palestinese, ma la sfida, il cui successo avrà conseguenze significative per tutto il mondo arabo è nel risolvere la drammatica crisi economica in cui il Paese più popoloso dell'area sembra essersi avvitato. In definitiva siamo dinanzi ad una fase politica delicatissima, sono in discussione gli equilibri geopolitici del Medio Oriente e dell'intera area mediterranea. Dentro questa stagione l'Italia può e deve scegliere un ruolo di primo piano. In questo nuovo contesto i progressisti devono riaffermare i propri valori di pace, dialogo tra culture, cooperazione e rispetto dei diritti umani. L'editoriale Le responsabilità e gli opportunisti Claudio Sardo Massimo Adinolfi . . . Viaggio del Pd nei luoghi dei cambiamenti . . . Cooperazione e dialogo Ilpunto Medio Oriente in fermento L'Italia sia protagonista COMUNITÀ domenica 22 luglio 2012 17
NELLA SUA SECONDA VITA, MARX TORNA A VESTIRE I PANNI DELL'ECONOMISTA. SONO SOPRATTUTTO LE ANALISISULLACIRCOLAZIONEDELLEMERCIEDEICAPITALI,SUICICLIECONOMICI,su quella che oggi chiamiamo globalizzazione ad aver attirato l'attenzione degli studiosi e dei media. Il motivo è evidente: la crisi segna il fallimento delle politiche e delle teorie liberiste egemoni e le pagine del primo grande critico dell'ortodossia economica ridiventano una fonte di ispirazione. Accanto all'economista ricompare comunque il Marx “filosofo” e pensatore della rivoluzione. Ma c'è un aspetto della sua ricerca che non sembra venire restituito nella sua ricca articolazione: l'analisi del lavoro e dei processi produttivi. O meglio: alcune pagine marxiane hanno ispirato fin dagli anni Sessanta la lettura dell'operaismo; che si è poi evoluta nella visione dell' «impero» e della «moltitudine» narrata da Michael Hardt e Toni Negri in best-seller che hanno scaldato il cuore dei militanti no-global. Ma la complessità dell'analisi del lavoro sviluppata da Marx rimane mortificata. L'ANIMALE POLITICO Uno dei motivi di questa rimozione, che risale ben oltre il fatidico 1989, potrebbe essere la straordinaria fortuna – anche fra pensatori e pensatrici molto radicali – delle teorie di Hannah Arendt. Arendt coglie un tratto inquietante nelle società di massa occidentali, che rischia di condannarle a un destino analogo a quello dei regimi totalitari: la riduzione della vita activa a lavoro e dell' «animale politico» ad animal laborans. Perché per Arendt, come per i greci antichi, la natura umana si realizza in quelle modalità di azione che richiedono l'uso del linguaggio, la relazione fra soggetti diversi, esaltano la pluralità e non hanno come risultato la produzione di oggetti. Il lavoro, per contro – l'insieme di azioni ripetitive necessarie per la riproduzione della vita biologica – isola l'individuo dagli altri esseri umani e ci avvicina alla condizione animale. Il lavoro è una condanna, come nel racconto biblico della cacciata dall'Eden, ma con la modernità e la rivoluzione industriale nella società finisce per essere considerato la forma più alta di attività. Si afferma appunto l'animal laborans, costretto in una vita inautentica scandita dalla ripetitività di processi metabolici: un animale impolitico, perché la politica presuppone la libertà dal lavoro. Ad Arendt deve molto uno dei maestri contemporanei del pensiero democratico, Jürgen Habermas. Fin dagli anni sessanta ha denunciato l'unilateralità della visione marxiana della società, che ricondurrebbe alla sola attività lavorativa il significato e il fine dell'intera prassi sociale. Accanto alla dimensione del lavoro assume sempre più importanza la dimensione dell'interazione sociale mediata dal linguaggio, l'«agire comunicativo». E le patologie sociali derivano, più che dallo sfruttamento dei lavoratori o dai rapporti di potere nel mondo della produzione, dalla tendenza dei sistemi dell'economia e dell'amministrazione a “colonizzare” i mondi vitali. Marx, insomma, avrebbe elaborato nel modo più radicale le tendenze sociali tipiche della modernità, proclamando come unico interesse e unico fine delle vita il lavoro, a sua volta identificato con il metabolismo, o «ricambio materiale» (Stoffwechsel) fra uomo e natura. Il problema è che non è vero. Ne Il capitale si legge «il lavoro è un processo che si svolge fra l'uomo e la natura, nel quale l'uomo, per mezzo della propria azione, media, regola e controlla il ricambio materiale fra se stesso e la natura». Il lavoro non è il metabolismo, è il processo di mediazione, regolazione e controllo di quel processo. Attraverso il quale l'uomo «cambia allo stesso modo la natura sua propria»: l'attività lavorativa retroagisce sul soggetto, ha una funzione di «formazione», come già aveva visto Hegel. E d'altra parte il lavoro umano ha insita una dimensione intellettuale di consapevolezza e di progettualità. Ci sono degli architetti che dovrebbero vergognarsi rispetto alla perfezione degli alveari, aggiunge subito Marx in un passo celeberrimo; ma anche il peggiore architetto, a differenza dell'ape migliore, «ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera». L'INQUIETUDINE CREATRICE Da questi passi dell'opera più matura si può risalire agli scritti giovanili, dove già emerge questo carattere di consapevolezza e progettualità inerente al lavoro umano. E dove, in effetti, Marx scrive che «nel mondo dell'attività vitale si trova l'intero carattere di una specie, il suo carattere specifico, e la libera attività consapevole è il carattere specifico dell'uomo». È su questa idea, formulata da Marx a 26 anni, che sembrano essersi fissati Arendt e Habermas; ma è un'idea che nel corso dei suoi studi Marx ha integrato e corretto. Lo si vede bene nei materiali preparatori de Il capitale, fra le successive stesure. Marx articola l'idea del lavoro come «inquietudine creatrice» attraverso l'analisi dei processi tecnologici e di organizzazione della produzione. Alla base di tutte le forme di incremento della produttività c'è il principio della cooperazione: il risultato del lavoro coordinato e contemporaneo è superiore alla somma dei singoli lavori. La cooperazione si sviluppa nella divisione del lavoro e poi con l'introduzione delle macchine. Nella fabbrica «non è né il lavoro immediato, eseguito dall'uomo stesso, né il tempo che egli lavora, bensì l'appropriazione della sua forza produttiva generale, la sua comprensione della natura e il dominio su di essa attraverso la sua esistenza di individuo sociale – in breve lo sviluppo dell'individuo sociale – che si presenta come il grande pilastro della produzione e della ricchezza». Ma nel modo di produzione capitalistico tutto questo – la cooperazione, la conoscenza scientifica, l'individuo sociale – è estraniato , diviene un «potere ostile» che soggioga i lavoratori. Va da sé che il lavoro è per Marx tutt'altro che antipolitico; è anzi il contesto dei fondamentali conflitti per la definizione dei poteri e la rivendicazione dei diritti, come emerge nelle parti storiche de Il capitale. In numerosi luoghi appare evidente che il Marx maturo non riduce al lavoro tutto il significato dell'esistenza umana, ma particolarmente perspicua è una pagina dal Manoscritto del 1861-1863. Per Marx il tempo libero è «lo spazio dello sviluppo» soggettivo, dunque «la ricchezza stessa». Il fatto che i lavoratori debbano condurre la loro esistenza entro il «tempo soggiogato al lavoro» ha per conseguenza che «la società si sviluppa attraverso la mancanza di sviluppo della massa lavoratrice». Di questi temi quasi non si trova traccia nel dibattito avviato fin dagli anni Ottanta sulla fine del lavoro, sulla società del rischio e sulla modernità liquida, sulla globalizzazione dei mercati, la società della conoscenza e la flessibilità, sulle proposte (che piacciono sia alla sinistra radicale che ad alcuni liberisti) di reddito minimo garantito. Per non dire quando si sostiene che il posto di lavoro non è un diritto, va conquistato impegnandosi in una dura competizione. Ma questa è un'altra storia. ILDIBATTITO Lapolitica secondo Karl Studiare Marx economista nondimenticare il filosofo LUCA BACCELLI DocentediFilosofiadel diritto aCamerinoe Firenze Il dibattitosuMarx èancora vivoe inquesti tempidicrisi delmodellocapitalistico ètornato prepotentementealla ribalta . . . Questoconfrontoriprende lediscussionideglianni Ottanta.Maevidentemente ilproblemanonèstatorisolto ... Nellasuasecondavita ilpensatore«rivoluzionario» rischiadidiventaresolo unostudiosodellecrisi Si rischiadiaccantonare lacomplessitàdell'analisi sul lavoroe laproduzione All'originedella rimozione leteoriediHannahArendt U: 22 domenica 22 luglio 2012
IL SOTTOTITOLO PROMETTE BENE . «PERCHÉ CE LA POSSIAMOFARE».COSÌ,TELEGRAFICO.SENZAPUNTO ESCLAMATIVO.Una frase che detta di questi tempi, tra spread, default e crisi nera, suona strana. Perfino paradossale. Poi però leggendo il libro, Green Italy di Ermete Realacci, ci si accorge che ce la possiamo fare, ma per davvero. Basta guardarla da vicino questa Italia parallela, piena di entusiasmo e di inventiva ma che finisce poco sui giornali e in televisione. Un'Italia che dal Nord al Sud punta ad un'economia più sostenibile e innovativa. E, come scrive il presidente onorario di Legambiente, «si apre ai mercati globali e rinsalda i legami con il territorio, facendosi forte della coesione sociale e del capitale umano. È la via di un patriottismo dolce che può cambiare questo Paese. È un'idea di futuro per l'economia, la società, la politica». Ecco, un'idea di futuro. Tra etica e responsabilità, con il rispetto per l'ambiente e il territorio. Come nel caso di Domenico Cristofaro, da Gioia Tauro, un imprenditore che non è scappato dalla piana calabrese metastatizzata dalla 'ndrangheta. È rimasto a casa sua, con la tessera di Libera in tasca, e la voglia di fare. «Da qui vedo il mare, non voglio andarmene», dice. Ci ha messo dieci anni, Cristofaro, a realizzare la sua creatura. Un'azienda che si chiama Ecoplan e produce pannelli per i più svariati usi: dall'edilizia ai trasporti, dall'arredamento agli allestimenti fieristici. E lo fa usando gli scarti della lavorazione delle olive e della plastica. Nel capitolo «Gli ecopannelli tuttofare», Realacci racconta la storia emblematica di questo imprenditore che non ha mai mollato. «In Calabria ogni anno devono essere smaltite 250mila tonnellate di sansa esausta. Invece di chiedersi come disfarsi degli scarti, Domenico ribalta la prospettiva e si pone il problema di come impiegare le materie prime». Frammenti di olive, polipropilene e polietilene di scarto mescolati assieme. Il risultato si chiama Ecomat, «via di mezzo tra i pannelli di legno per l'estetica e quelli di plastica per la fortissima capacità di resistere ad agenti chimici e atmosferici». Quando con i suoi pannelli Cristofaro ha arredato la prima Accademia verde dei parrucchieri dell'Oreal a Madrid (la prima: poi sono arrivati i centri di Amburgo, Barcellona, Monaco, Bruxelles) ha capito di aver fatto centro. Poi, lo hanno chiamato ad allestire il Salone del Gusto di Torino e perfino a Venezia, per il Mose. Lui sogna di sbarcare in Cina. E non ha paura. «Quelli della 'ndrangheta? Finora non si sono fatti vedere, forse sanno che abbiamo ancora troppi debiti e pochi guadagni. Ma se si presentano, appena ci provano, vado in commissariato e li denuncio». Chapeau, Domenico. Di storie esemplari, in questo libro che ridà fiato alla speranza, ce ne sono a decine. Storie di eccellenza, di talenti. Artigiani, contadini, imprenditori. Gente che inventa tessuti e bambole per il futuro, sognatori di nanoparticelle, chimici votati all'ecologia, maghi delle Tlc e della alta tecnologia applicata alla medicina. E grandi esperienze che segnano, ci cambiano, ci rendono migliori: dal modello politico di Vassallo a Pollica alla ricerca dentro la “pancia” del Gran Sasso. Gente di provincia, spesso. Come Sergio Lupi, classe '64, ex ragazzo di bottega. Nato a Porto San Giorgio, nelle Marche. Ha creato Revolution, linea ecosostenibile. Realizza cestini con la plastica dei tappi, espositori con il Pet delle bottiglie, carrelli con la plastica recuperata dalle batterie per auto e mille altre cose. E su ogni oggetto che finisce nei supermarket della grande distribuzione (con cui ha stipulato un super contratto) descrive il processo di lavorazione. «Questo cestino è stato realizzato con il riciclo di tot bottiglie di plastica». Così a chi fa la spesa viene dato uno strumento tangibile, spiega Sergio Lupi, «per capire che fine fa la raccolta differenziata, per dare un senso alla fatica quotidiana di separare i rifiuti». Un'altra Italia. Possiamo farcela. ILPAESECHENONSIARRENDE L'Italiaverde disperanza Storiedi talentinostraniche stannobattendolacrisi SCIENZA : Laconferenzasull'Aids torna inAmerica PAG. 20 L'INTERVISTA : Terry Gilliam:neimiei film larealtàètrasfigurata P. 21 ILDIBATTITO : PoliticaeMarx PAG. 22 ILRACCONTO : Unastoriagenovese PAG. 23 CINEMA : Renoèdiventatobuono PAG. 25 U: In«GreenItaly», librodiErmeteRealacci, si raccontano leeccellenzesconosciutechepuntanosueconomia sostenibile, fantasia, territorio.Eseprendessimoesempio? DANIELAAMENTA damenta@unita.it Unabito-opera dell'artistaamericanoNickCave ... DomenicoCristofarocon isuoipannelliecoèpartito dallaCalabriaedèarrivato inSpagna,Belgio,Olanda domenica 22 luglio 2012 19
U: Il fronte dei beni comuni Nel 1969, Vaclav Havel, il futuro presidente della Repubblica ceca, prese carta e penna e scrisse un lungo articolo per criticare in maniera decisa lo scrittore Milan Kundera, che non era ancora l'autore de «L'insostenibile leggerezza dell'essere» né era in odore di Nobel (com'è ora, meritatamente), ma era già uno degli intellettuali più famosi del Paese. Ma perché parlarne oggi, visto che non cade nessuna di quelle ricorrenze grazie alle quali la storia fa capolino sui giornali quotidiani? Ve lo dico fra un momento, prima la critica di Havel. Dunque: si era all'indomani del '68, e Kundera aveva scritto un articolo sul destino delle piccole nazioni come quella cecoslovacca, in cui spiegava che a differenza delle grandi nazioni, le quali stanno in piedi e hanno un posto nella storia anche solo grazie al numero, le piccole il loro posto lo debbono conquistare. SEGUE APAG. 17 L'Italiache ce la fa èverde speranza Amentapag. 19 RONNY MAZZOCCHIRINALDO GIANOLA Il caso Non ricevono soldi dal Comune: rischiano di chiudere CIMINO PAG. 13 Così la finanza ci strangola L'acuirsi della crisi economica rende più evidente la estrema fragilità del sistema politico italiano. Il presidente del Consiglio ha messo l'accento su questa fragilità che produce incertezza sul domani. SEGUEAPAG. 6 Che c'azzecca Vendola? ILCOMMENTO EMANUELEMACALUSO TROPPA FINANZA? NON FA PERNIENTEBENE.ARIBALTAREL'ASSUNTOCHEHADOMINATOil dibattito pubblico negli ultimi trent'anni ci ha pensato un recente lavoro di Stephen Cecchetti e Enisse Kharroubi, due ricercatori della Banca dei Regolamenti Internazionali, una delle più autorevoli istituzioni mondiali in tema di analisi del funzionamento dei mercati finanziari e di regolazione dell'attività bancaria. Fino a poco prima della crisi vi era la diffusa convinzione - non solo nell'accademia, ma anche nella politica - che un sistema finanziario molto sviluppato fosse un ingrediente imprescindibile per la crescita economica. SEGUEAPAG. 3 Tutti i danni del potere di carta Denver, il killer aveva in casa un arsenale Dante e Berlusconi hanno cose in comune. Dante ha avuto fede e questo lo ha portato vicino alla madonna, Berlusconi ha avuto Fede e questo lo ha portato vicino a Regina Coeli. RobertoBenigni «Caro sindaco, deve ripensarci». Con una lettera aperta al primo cittadino di Assisi le donne del Pd riaprono il caso della giunta con tutti uomini. Nonostante una sentenza del Tar, infatti, Claudio Ricci ha riconfermato la scelta discriminatoria. «Così - scrive Anna Ascani, portavoce delle democratiche umbre esclude dalla gestione della cosa pubblica il 50% della popolazione della città che è chiamato a governare». PAG. 12 Niente donne in giunta «Caro sindaco, ci ripensi» L'ANALISI PAOLOGUERRIERI METTIAMOLA COSÌ: MENTRE MILIONIDICITTADINIEUROPEISONOCHIAMATI A DOLOROSI sacrifici per sconfiggere il tremendo spread e salvare l'Europa, un gruppo di operatori bancari, rappresentanti dei maggiori istituti di credito internazionali, hanno alterato in maniera truffaldina la dinamica per determinare i tassi di interesse da cui dipendono i rendimenti di prodotti finanziari derivati, mutui, prestiti alle imprese e interessi sulle carte di credito per un valore complessivo stimato di 800mila miliardi di dollari. La nuova truffa della finanza mondiale è esplosa nella City londinese e coinvolge in particolare la Barclays Bank, una delle storiche banche britanniche fondata tre secoli fa. SEGUEA PAG.3 Tassi d'interesse la grande truffa L'escalation di Di Pietro spacca l'Idv. I continui attacchi a Napolitano (ieri ha detto che lo indagherebbe) e i toni duri contro il Pd («siamo fuori dal centrosinistra») non piacciono. Donadi in un'intervista a l'Unità dice: io non rompo con il Pd, farò di tutto per una ricomposizione e dentro l'Idv la mia non è una posizione isolata. FABIANILOMBARDOPAG. 6-7 Di Pietro rompe col Pd e spacca l'Idv Il leader contro Napolitano: lo indagherei E al centrosinistra: siamo fuori Intervista a Donadi: non chiudo col Pd e non sono isolato nel partito CLAUDIOSARDO Staino PAG. 9 L'insostenibile leggerezza del web Lo scandalo del Libor e dei tassi manipolati: un peso enorme sta soffocando l'economia reale Studio della Banca dei Regolamenti internazionali: senza nuove regole niente crescita TerryGilliam: neimiei film non c'è fantasy Crespipag.21 Indifesa delMarx filosofo BaccelliP.22 È stato un venerdì nero per la moneta europea, col crollo verticale delle Borse, gli spread alle stelle, gli investitori esteri e europei che hanno accelerato il loro esodo dalla zona euro. La Spagna, in particolare, ha vissuto una delle peggiori giornate sui mercati finanziari negli ultimi anni e ora rischia di finire commissariata, trascinando con sé anche l'Italia. SEGUE APAG.4 Rischio Italia Monti acceleri ROMA Quei ragazzi disabili condannati da Alemanno INQUESTAESTATEINFUOCATAECOSÌCARICA DI PAURA PER LE SORTI DELL'EUROPA E PER LA STABILITÀ FINANZIARIA DEL NOSTRO PAESE, è doveroso il richiamo alla responsabilità. Nessuno istituzioni, partiti, forze sociali, cittadini - può sottrarsi. Ma l'esercizio della responsabilità non è solo la pretesa di un comportamento altrui. Il premier Monti si sta prodigando per mettere l'Italia in sicurezza, minacciata com'è dai tassi troppo elevati con cui è costretta a finanziare il proprio debito. E la sua preoccupazione è condivisibile, compresa l'indicibile riserva di elezioni anticipate in autunno qualora l'emergenza si rivelasse tecnicamente ingovernabile da un governo di tecnici. Tuttavia anche il presidente del Consiglio dovrebbe evitare di rappresentare i nostri affanni sui mercati come se questi dipendessero dal «rischio democratico» delle elezioni future: non si può passare di colpo dalla narrazione di uno spread impennatosi per colpa del governo precedente al racconto di un spread che resta alto per colpa del governo futuro. SEGUE APAG.17 Responsabilità e opportunisti MAZZONISPAG. 15 LASTORIA MASSIMOADINOLFI 1,20 Anno 89 n.201Domenica 22 Luglio 2012
Cambiare, decidere, crescere. Sono le parole d'ordine scelte da Debora Serracchiani; le basi programmatiche su cui «costruire un nuovo progetto» per governare dal 2013 il Friuli Venezia Giulia, regione da cui l'europarlamentare e segretaria regionale del Pd, ha iniziato la sua avventura politica. Dunquetorna acasa? «La mia storia politica nasce sul territorio, sono molto grata a questa regione e vorrei restituirle tutto ciò che mi ha dato. Ringrazio il segretario Bersani, perché mi ha lasciato scegliere. Certo è una sfida impegnativa, il Friuli non è una regione facile da governare». Nel2008 vinse il centrodestra. «Con una maggioranza Pdl-Lega-Udc, negli ultimi tempi sempre più sofferente. La coppia Tondo- Berlusconi ha tre grandi colpe: ha negato la crisi, ha tolto 370 milioni alla Regione per dare seguito all'accordo sul federalismo fiscale di Tremonti, mai applicato. Ha isolato la regione. In questi anni, di riforme serie non s'è vista traccia. Eppure il governatore si ricandida». E lei cosa propone? Come si traducono lesueparoled'ordinenelprogrammadi governo? «Per prima cosa tagliando gli sprechi. Una spending review friulana che ci consenta di razionalizzare la spesa pubblica, semplificare la macchina regionale. Per aprire un impianto industriale ci vogliono dai 12 ai 24 mesi per avere l'autorizzazione; per aprire un'impresa edile 76 pratiche, un'officina 73, una lavanderia 58...». Insomma, c'è da snellire la burocrazia. Poi? «Poi bisogna intervenire sulla competitività; sulle infrastrutture, sulla digitalizzazione; dobbiamo attrarre capitali esteri; investire nelle imprese, nel manifatturiero, dare un valore aggiunto alle esportazioni». Uno dei problemi però è la delocalizzazione.Comeincentivare le imprese friulanea restare sul territorio? «Ad esempio rivedendo il sistema creditizio regionale e creando una macchina amministrativa che aiuti l'attività economica. L'Austria invita le imprese straniere ad andare lì garantendo loro uno snellimento di pratiche burocratiche e una defiscalizzazione, in cambio chiede dei percorsi di formazione specifici che garantiscano il know how dei lavoratori. Ecco seguire certi esempi, sapendo che al centro di tutto il nostro programma c'è il lavoro, l'aumento della produzione, la creazione di nuovi posti». Programma ambizioso di questi tempi: molteidee,pocherisorseperò.IlFriulifa eccezione? «No anche per il Friuli c'è una situazione di emergenza: subiremo tagli per 500 milioni di euro nei prossimi tre anni. Ma il Friuli è una regione autonoma ed ha una vocazione internazionale: penso alla possibilità di recuperare risorse creando sinergie tra i porti dell'Adriatico; collaborazioni con i paesi vicini, l'Austria, la Slovenia, la Croazia. E investendo su progetti europei utili alle imprese e alla competitività del territorio». ApropositodiEuropa: lascerà ilsuol'incaricoa Bruxelles? «Per il momento le due cose stanno insieme. Poi vedrò se sarà il caso di fare una scelta. Al Parlamento europeo sto facendo un'esperienza straordinaria e penso che dovrebbe essere fatta da ogni politico, magari all'inizio della sua carriera. Tra l'altro in Commissione Trasporti si discuterà dei corridoi europei, quattro passano in Italia, due proprio in Friuli. Quindi è importante che resti a monitorare cosa succede». Quandosidovrebbevotare inFriuli? «Ci dovrebbe essere un election day, il giorno in cui ci saranno le elezioni politiche». Leiper ora è l'unica candidata? «L'assemblea del Pd ha votato in modo unanime la mia candidatura. C'è una scadenza, il 6 agosto, entro la quale verranno presentate le candidature. Se ci sarà solo la mia è evidente che il partito indicherà me quale unico candidato, se ce ne saranno altre, faremo le primarie». Senzadivisioni epolemichenel partito? «Le polemiche sono quelle che non ci fanno sembrare un'alternativa seria. È importante superare le divisioni dettate da ingenuità e incapacità a fare sintesi. Vedi il caso dei matrimoni gay». Chene pensa? «Non sono contraria, ma penso che siamo uno dei pochi paesi europei che non ha un regolamento sulle unioni di fatto. E concordo con quanto detto dal segretario sulla necessità di avere regole al riguardo. La politica deve farsi carico di questo, e il Pd come dimostra ogni giorno con l'appoggio al governo Monti è capace di assumersi le sue responsabilità per dare speranza. far crescere e cambiare il Paese». L'INTERVISTA Non sono piaciute le prime mosse dei “marziani” arrivati a viale Mazzini. Non tanto quelle della presidente Anna Maria Tarantola, quanto del direttore generale, Luigi Gubitosi. Quel suo porsi da super manager, senza conoscere nulla della televisione, è stato notato, mantenendo degli standard nella stessa Rai che in questo momento di crisi e di recessione sono insostenibili. Non solo lo stipendio da 650 mila euro (anche questo negli standard della tv pubblica, ma che stona con ogni spending review governativa infatti è sotto l'occhio del consigliere della Corte dei Conti), non solo l'indigesto contratto a tempo indeterminato che ha indignato partiti e social network, ma sembra che Gubitosi abbia intenzione di portare a viale Mazzini ben tre persone di sua fiducia dall'esterno, da Wind come da Telecom: un nuovo capo della Comunicazione, il capo dello staff del direttore generale e addirittura il capo del personale. Via Andrea Sassano (capo staff di Lorenza Lei), via Guido Paglia dalla Comunicazione, via Luciano Flussi dalle Risorse umane? Sarebbe uno spoil system anacronistico, che obbligherebbe la Rai a stilare altri tre contratti con stipendi da dirigenti, quando sono ruoli ricoperti da persone interne all'azienda. Queste le voci allarmate che girano sotto il Cavallo morente di Francesco Messina e come indiscrezioni di stampa (il Quotidiano nazionale), che fanno guardare ai vertici con apprensione, soprattutto in previsione della dieta alla quale sarà sottoposta l'azienda. Dai circa 1200 prepensionamenti alle sforbiciate alle reti già sottoposte a una cura dimagrante che poi si risente sul prodotto, anche nella fiction. Oltre alla cessione di parte di RaiWay, ancora tutta da contrattare con i sindacati. I “marziani” però si distinguerebbero fra loro: la presidente, Anna Maria Tarantola, già si è trovata suo malgrado coinvolta nella polemica sullo stipendio di Gubitosi, che lei stessa ha illustrato al Cda e che, volendo mantenere il suo profilo da «civil servant», non le ha giovato. Così è possibile che sul suo compenso, che sarà discusso nel prossimo Cda mercoledì prossimo, la presidente si autoriduca, non solo di quel terzo in meno previsto dalla cura Monti rispetto al compenso precedente da ex vicedirettore di Bankitalia, ma anche qualcosa di meno. Il suo contratto sarà a tempo per i tre anni di mandato, ma dovrebbe portare con sé da via Nazionale la fidata segretaria, se pur con un contratto temporaneo. La situazione è come sempre confusa, infatti altre voci danno come possibile un (lieve) passo indietro dello stesso Gubitosi sulla forma del contratto. Certo un manager chiamato a lasciare il suo comodo posto alla Bank of America non rinuncia più di tanto al suo standard professionale. Insomma, l'apprensione è forte, prima ancora che per il giro di nomine che avverrà a settembre, probabilmente, per la stretta che i vertici Rai metteranno in azione dopo un'estate di «studio» (che per altro hanno già svolto in parte, almeno Tarantola). Nessun libro dei conti e nessun organigramma potrà insegnare loro a decifrare il Codice Rai, però. Quello che ha fatto notare come Gubitosi sia andato a pranzo nella mensa di viale Mazzini con Salvatore Lo Giudice, capo dell'ufficio Legale Rai, già avvocato dei giornali della famiglia Berlusconi. POLITICA Bufera Rai: Gubitosi si porta lo staff La eurodeputata Debora Serracchiani FOTO DI GIAN MATTIA D'ALBERTO/LAPRESSE «Friuli, è giunta l'ora della svolta» TULLIAFABIANI ROMA NATALIA LOMBARDO ROMA DeboraSerracchiani L'europarlamentarePd sicandidaallaguida dellaRegione:«Lacoppia Tondo-Berlusconi haprovocatounacrisi senzaprecedenti» partitodemocratico.it youdem.tv BERSANI ALLE FESTE DEMOCRATIC HE IMOLA, 23 LUGLIO FESTA NAZIONALE DELLA COOPERAZIONE LUNEDÌ ORE 20 SPAZIO GD ORE 21 ARENA INCONTRO CON I GIOVANI DEMOCRATICI IL PARTITO DEMOCRATICO PER L'ITALIA DI DOMANI 10 domenica 22 luglio 2012
QUANDO SI TRATTA DI ANDARE AL MARE, PER IL CONDOMINIO-CENTROSOCIALE-AGORÀ-ACCADEMIA DELLA RESISTENZA UMANA E OLTREUMANA è piuttosto una transumanza. Perché il mare, quaggiù, è ovunque e da nessuna parte (come la 'ndrangheta e Cosa Nostra, in effetti), e di solito si devono fare congrui chilometri per raggiungerne uno: lo Ionio lungo e sabbioso e il Tirreno viola e scosceso sono parimenti infestati da palazzine e palazzinari da bagnasciuga, posatori di cancelli abusivi, sgominatori di bagnanti. Per conquistare un pezzetto di spiaggia zie e commari devono arrancare per litorali variamente occupati, come nemmeno gli uffici della Rai. «La spiaggia è la metafora di questo Paese» dice zia Mariella, che apre la fila portando l'ombrellone XXL e una delle diciotto borse di generi di conforto (crocchette filosofali, giambotta con le olive, peperoni ripieni, lettere del nonno dal carcere fascista, parmigiana da viaggio, uova bollite, santini del Che e di Gramsci, corni rossi antimalocchio, vino di Bivongi, acqua medicinale, parole crociate, codice civile, biscotti con le mandorle, caffè freddo): dicono che noi calabresi abbiamo l'ossessione della farcia, ma non è ossessione, è una contromisura storica che in tempi così grami può tornare pure utile. Perché qui non abbiamo mai smesso di aspettarci i pirati saraceni, e tutto ci conferma che abbiamo fatto proprio bene. Zio Remo, che chiude la fila portando un'anguria da venti chili – un'altra metafora: l'anguria è rossa dappertutto e inequivocabilmente, si mangia con le mani, ha noccioli neri che vedi subito e puoi sputare e non è pensabile mangiarla da soli, si deve condividere. Praticamente, la sinistra come dovrebbe essere – commenta a voce bassa: «Appunto: teoricamente è di tutti, ma poi vanne a cercare un pezzetto che non sia occupato e non condivisibile». Perché una delle cose peggiori – qui come nei Paesi fratelli di sventura – è la guerra tra poveri: non c'è niente che rassicuri i ricchi più della guerra tra poveri. E per ora l'Europa è tutto un arrancare faticoso per litorali inospitali, cercando di vivere d'autarchia e combattendo con gli altri esodati delle democrazie. «Però potremmo vederla anche in un altro modo» ha fatto zia Mariella fermandosi di colpo tra un cespuglio di oleandro – rosa veleno, mite e apparentemente innocuo e socievole come un centrista moderato – e un gazebo abusivo. Dietro di lei, la fila sudata di commari, zie e altri partecipanti alla spedizione ha sollevato la testa. «Siamo coloni. Come duemilacinquecento anni fa. Rifacciamo la Magnagrecia. Il Mediterraneo a misura d'uomo, anzi di donna e uomo. Ricominciamo l'Europa da qui». E ha affondato l'ombrellone nella sabbia. Le pietruzze brillavano che pareva oro. ViaOstiense,131/L,0154,Roma lettere@unita.it Andrea Satta Musicista e scrittore Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta Dialoghi ADDIO DISCOTECA DI STATO, ADDIO MEMORIA DELSUONO,ADDIO ITALIACHE LOTTA,CHEPREGA,CHE SI RIBELLA, CHE BALLA, che canta, che si diverte e lascia tracce. La Discoteca di Stato rischia di chiudere, lo sapete? È finita sotto la mannaia della speculazione europea, era necessario, indispensabile cancellarla, la compravendita dei titoli e dei debiti, gli abracadabra della finanza. Tutte quelle cose che non abbiamo capito, che hanno la testa come la coda e la faccia come il culo hanno reso impossibile e soffocato anche questa vita. Non è importante trattenere una identità, non conta ricostruire il percorso di un popolo attraverso i riti e i miti, le tradizioni, i passaggi che con l'arte si esplicitano meglio, il documento come segno del tempo, come invocazione popolare, non è importante, «la cultura non si mangia» - disse il poeta, lo slogan si è fatto strada. Non c'è in piedi la proposta di sopprimere le feste patronali, l'architrave secolare di tutte le differenze, di tutte le declinazioni culturali del nostro meraviglioso paese di Comuni? Solo «chi ha poca eredità d'affetti poca gioia ha dell'urna» - disse un poeta. A noi ci viene in mente il reato. «Ufficialmente siamo soppressi -, mi dice Luciano Ceri che qui, da anni si occupa della promozione dell'Istituto e cura il settore “musica leggera”. Il nostro direttore l'ha saputo il sabato mattina da gente che lo aveva letto sulla Gazzetta. Colpa della “Spending Review”. In ogni capoluogo di regione ci sarebbe dovuto essere un “progetto audioteca”, cioè la possibilità di ascoltare tutto il materiale digitalizzato e di questo ovviamente non se ne farà più nulla. Si tratta di un vero e proprio declassamento, un trasferimento di competenze, la Discoteca di Stato sarà gestita da una non meglio precisata Direzione dei Beni Culturali. Vorrei capire dov'è il risparmio. Noi, qui, non ce lo spieghiamo, andiamo verso una a-specificità. Ma come, di questi tempi ci si rammarica di non essere sufficientemente tecnici e connessi e poi si agisce nel modo peggiore? Risparmio zero, appunto. In Francia l'Ina, l'analogo della nostra Discoteca di Stato rappresenta una struttura d'eccellenza, con accordi con la televisione francese, ad esempio, ed è una realtà vivace come lo potevamo essere noi». La Discoteca di Stato è un'Arca di Noè, un po' come la Biblioteca Nazionale, conserva un campione di ogni produzione musicale, un deposito legale che tutela le orme. Adesso l'Arca scricchiola, le assi hanno subito uno scossone drammatico ed è difficile capire il destino finale di tutto questo. Sarà possibile continuare il servizio di ascolti? Chi si occuperà del deposito legale dei materiali? Chi garantirà la custodia di una patrimonio di circa 400000 mila supporti? Chi tutelerà un lascito di saperi prodotto e tramandato dal 1928? Sergio Boccadutri Tesoriere Sel Lariconversione ecologica volanoper l'economia La carenza di occupazione in Europa e particolarmente in Italia, soprattutto tra i giovani, potrebbe trovare una valvola di sfogo nella riconversione ecologica dell' economia tanto più che l' efficienza energetica è al centro della "Strategia Europa 2020 dell' UE" che punta alla transizione verso un'economia basata sull' uso efficiente delle risorse. Si tratterebbe di uno sviluppo più qualitativo che quantitativo per la difficoltà di sviluppare i consumi europei in settori saturi come il settore auto o quello degli elettrodomestici. La riconversione energetica degli edifici, delle attività commerciali, dei trasporti e dell' industria richiede ingenti investimenti che avrebbero però la capacità di creare nuova occupazione e produrre una redditività in grado di ripagare gli investimenti e generare un surplus dopo alcuni anni. Per tale motivo gli investimenti per l 'efficienza energetica del settore pubblico o i sostegni all' efficienza energetica del settore privato dovrebbero essere considerati dall' Unione Europea al di fuori dei vincoli di bilancio perché nel medio e lungo termine costituirebbero un alleggerimento dei bilanci pubblici degli Stati membri. AscanioDeSanctis Zingaretti sindacodi Roma La candidatura a sindaco di Roma di Zingaretti è una gran bella notizia per i romani e per tutti coloro che in questi anni hanno assistito ad una lenta e inesorabile decadenza della capitale. Sotto tutti i punti di vista. Un plauso quindi alla scelta del Presidente della Provincia che metterà a disposizione tutto il suo bagaglio di esperienze maturate fino ad oggi e riuscirà a ridare alla città quel lustro che merita. Un progetto che, auspichiamo, veda protagoniste tutte quelle categorie che fino ad oggi sono rimaste in silenzio ad assistere al degrado e all'umiliazione dell'Urbe, che coinvolga le forze moderate e che, soprattutto, offra nuovi spazi di crescita alle nuove generazioni e a quanti hanno a cuore il futuro di Roma capitale. Insomma un progetto che torni ad unire e non a dividere, a condividere e non ad opinare, a costruire e non a disfare. G.Zambelli, M. Coratti,M.Policastro, F.Dalia, F.Scalia Montiunicapossibilità Molti provvedimenti del governo hanno suscitato dubbi e malumori, è normale che sia così. Penso ai sindacati, a molte componenti politiche che comunque lo sostengono, è evidente che questo esecutivo non è di sinistra. È un governo tecnico. Ma non dimentichiamoci mai qual era la situazione che è stata ereditata. Ricordiamoci che quella di Monti è l'unica possibilità, in questo momento, per salvare la baracca. I rischi sono grossi e ricorrere ad elezioni anticipate adesso, ci esporrebbe alla speculazione travolgendo il Paese GianniRicci Allergico come sono alla divisione manichea tra bene e male, tra buoni e cattivi non vedo proprio perché lo Stato non debba trattare con la mafia. I mafiosi, per tale dicitura dovrebbero richiedere un'indennità risarcitoria per evidente diffamazione. Per lo Stato dovrebbero essere chiamati solo cittadini: uguali, come tutti, davanti alla legge. Ricordandoci come quasi sempre, essi praticano la religione. Una cosa, lo Stato non si offenda, più seria della politica. GIANFRANCO MORTONI «Per altri Borsellino è un eroe. Il mio eroe è Mangano. Ingroia è pazzo». C'è un Paese al mondo in cui un uomo, già condannato in primo grado per concorso in associazione mafiosa, può girare a piede libero continuando a dire battute come questa ascoltato e riverito, sulle prime pagine dei giornali e su tutte le televisioni? C'è un Paese al mondo in cui, per sfuggire ad una situazione di rischio ormai irrespirabile, utilizzando un invito dell'Onu e del governo guatemalteco impegnato nella lotta contro il terrorismo, deve essere il magistrato che comincia a capire più di quello che avrebbe dovuto mentre a restare qui sorridente e leggero è il principale indiziato di quella trattativa (o patto scellerato) fra mafia e apparati dello Stato di cui sono piene in questi giorni le pagine dei giornali? Riassumendo. C'era una volta il patto fra la Dc e i capimafiosi, simbolizzato dalla figura di Salvo Lima. Dopo un breve interregno socialista, Dell'Utri (si dice, si pensa, si sussurra) avrebbe avuto un ruolo rilevante nel far subentrare Forza Italia ed il Cavaliere in quel patto. Mentre si indaga su tutto ciò, però, Berlusconi rilancia la sua candidatura, il suo compare e sodale Dell'Utri trasferisce all'estero i soldi che lui gli ha regalato (il Cavaliere dice che non c'è stata estorsione), insulta con un sorriso i magistrati che dovrebbero indagarlo e i magistrati più “pericolosi” sono costretti ad andarsene. Tutto questo è già accaduto? A me pare di sì. Erano i primi anni del 1990 e tutti sanno come è andata a finire. Asuddelblog Le zie vanno in spiaggia Con l'anguria. Rossa CaraUnità Tutto questo è già accaduto APPROVATO IL DIMEZZAMENTO DEI RIMBORSIELETTORALIAIPARTITI,ÈFORSEPOSSIBILEDISCUTERE DEL FINANZIAMENTO DELLA POLITICA, senza essere tacciati di essere delinquenti. Sel, sul suo sito, pubblica i dati di una ricerca sul finanziamento pubblico della politica che Idea (organizzazione intergovernativa con sede a Stoccolma) ha stilato, incrociando 43 domande e 44 Paesi dell'Europa continentale. Dai dati emerge che il finanziamento pubblico non è un «male» italiano, ma rappresenta una costante in Europa. Persino in Inghilterra, dove i finanziamento sono soltanto per l'opposizione, si è aperto un acceso dibattito dopo lo scandalo Cash for access. Per una cena con un ministro o col premier Cameron c'era un prezzo, centinania di migliaia di sterline da versare al Partito conservatore. Anche sui giornali d'oltreoceano, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali, si parla della necessità di rivedere le regole del finanziamento pubblico. Basta citare alcuni dati per capire perché. Secondo il Center for Responsive Politics negli Stati Uniti negli ultimi 14 anni la spesa federale (costi dei candidati e dei partiti e quelli di terzi per marketing e comunicazione politica), è cresciuta di 450milioni di dollari ad ogni tornata elettorale biennale, raggiungendo la cifra di 5 miliardi nelle presidenziali 2008, somma che sarà superata quest'anno. Le spese per azioni di lobbing nel biennio 2009/2010 sono state di 6 miliardi. Insomma in certa misura le spese elettorali sono coperte dai lobbisti che li hanno ricevuti dalle corporation, con un meccanismo camuffato fino al 2010, quando una sentenza della Corte suprema ha liberalizzato la possibilità delle corporation di contribuire senza limiti ai candidati. Insomma gli elettori ricchi, o meglio le corporation, non vogliono rinunciare alla loro leva politica basata sulla capacità di finanziamento privato, e si oppongono a ogni espansione dei contributi pubblici. Lo slogan di Reagan era «il governo non è la soluzione dei nostri problemi, il governo è il problema», mentre i liberal di casa nostra pensano che per evitare di piegare i decisori pubblici ad interessi privati, è necessario ridurre il potere in mano alla politica, e per questa via si diminuisce anche quello squilibrio possibile col finanziamento privato. In Parlamento non hanno vergogna a rendere più vantaggiose le contribuzioni da parte delle società private. L'ipocrisia si rivela nell'art. 7 della nuova legge, che riduce per le persone fisiche a diecimila euro il tetto per la detrazione del 24% dalle imposte, il 26% dal 2014, mentre si eleva a 103mila quello per le persone giuridiche. In soldoni un cittadino recupera massimo 2600, una società più di dieci volte tanto. Questi saranno temi coi quali dovrà confrontarsi la nostra democrazia. E faccio fatica a capire come il Pd abbia potuto accordarsi su quella norma. Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 21 luglio 2012 è stata di 97.144 copie Manginobrioches COMUNITÀ Dioèmorto Se si finisce per affondare la Discoteca di Stato L'intervento Finanziamento ai partiti Questione democratica 18 domenica 22 luglio 2012
Denny Soriani, 18 anni. Sotto, il night dove è stato trovato cadavere È rimasto in silenzio davanti al giudice Salvatore Catozzi, il 55enne di Novi di Modena accusato di atti sessuali su minore. L'uomo è il tuttofare della parrocchia di don Ivan, il prete morto sotto le macerie della sua chiesa nel tentativo di salvare una statua della madonna. Lo stesso che diceva di essere il fratellastro del parroco, perché adottato dalla sua famiglia, e che lo scorso 26 giugno, davanti alla chiesa crollata, ha accolto papa Benedetto XVI. In tribunale, Catozzi si è avvalso della facoltà di non rispondere. L'avvocato difensore di Catozzi, Maria Teresa Cornicello, ha chiesto che il 55enne venga rimesso in libertà. Catozzi, ora in carcere, giovedì sera era stato sorpreso nudo in una doccia della tendopoli di Rovereto assieme a un ragazzino di 11 anni, a quanto pare originario del Marocco, da alcuni ospiti del campo. MANETTEE VISO COPERTO Era quindi stato arrestato dai carabinieri della Compagnia di Carpi che lo hanno sottratto al linciaggio. A svelare l'identità del presunto pedofilo sono stati alcuni quotidiani locali. L'arrestato è arrivato in tribunale, a Modena, con le manette e di fronte ai giornalisti si è coperto il volto con alcuni fogli. Il Gip ha sciolto la riserva in poche ore, decidendo che Salvatore Catozzi resta in carcere. Il Gip del tribunale di Modena, Domenico Truppa, nel convalidare l'arresto del 55enne di Novi di Modena accusato di atti sessuali con un minorenne, ha disposto la custodia cautelare in cella. Il fatto è accaduto nel campo di Rovereto sulla Secchia, nel Modenese, una delle strutture allestite dopo il terremoto di due mesi fa. Anche l'uomo, hanno riferito i militari della Compagnia di Carpi, era ospite della tendopoli, quindi uno sfollato. L'arrivo nella toilette di un altro ospite, che ha poi dato l'allarme, è stato provvidenziale per il minore: secondo i testimoni, infatti, il 55enne era nudo in una doccia in compagnia dell'undicenne e con un atteggiamento che non lasciava dubbi. «Tutti collaborino per garantire la massima tutela a bambini e ragazzi all'interno dei campi», esorta Sos Il Telefono azzurro onlus, impegnato da due mesi nei campi con operatori e volontari per garantire non solo il supporto psicologico ai più piccoli e alle loro famiglie, «ma anche per far sì che tutti i diritti dei bambini e degli adolescenti siano rispettati, incluso quello alla sicurezza, in sinergia con la Protezione civile». Arrestato per pedofilia assistente prete dei terremotati V.R. MODENA L'ultima notte di Denny è co-minciata in una sera cometante altre, da un anno a que-sta parte, quando il venerdìapre le porte del fine settima-na. Cena con mamma e papà, la doccia, camicia ben stirata, jeans puliti, gel e pettine, niente lusso, ma vestito come si deve. Lo attendeva, almeno così ha detto, il night dove da un po' di tempo era di casa per farci l'uomo di fatica e di fiducia, visto che teneva in tasca le chiavi del “Blue Angels”. Avrebbe compiuto 19 anni il prossimo 28 settembre, e certo non capita tutti i giorni che un ragazzino nei fine settimana veda l'alba dietro al bancone di un locale notturno. È uscito di casa con cinque euro in tasca, più che un lavoro dava una mano là dentro per una elemosina, e lo hanno trovato morto dopo 24 ore, tra i divanetti di velluto un po' sciupato del night, senza camicia addosso, con un rivolo di sangue giù dal naso, schiuma tra le labbra e il viso tumefatto, come ha raccontato l'equipaggio del 118 che è intervenuto. Il papà Valentino lo avrebbe voluto con sè a fare caminetti, per tenere su la ditta di famiglia, non là dentro con ballerine molto truccate e dagli accenti strani. Raccontano che una volta lo aveva perfino chiuso a chiave in camera per impedirgli di andarci, ma Denny si è calato dal balcone, ha camminato per i pochi metri che separano casa sua dal locale, ha attraversato la via Eridania che porta verso la pancia della provincia di Rovigo, e ci è andato lo stesso. TERRADI CONFINE Sono passate due settimane, ma resta ancora molto strana la morte di Denny Soriani, un bel tipo, uno come tanti che faceva palestra per tirarsi un po', ci teneva a uscire curato e «andava a coca cola, aveva anche smesso di fumare», come racconta Elena, la sorella più grande che ne parla come di un figlio. Intorno, a perdita d'occhio, ci sono i margini dell'impero di Zaia e Galan, il Veneto che da quelle parti è molto diverso da quello serenissimo di Venezia o dottorale di Padova, lontano dalle montagne che si intravedono già dopo Treviso. Una pianura verde e gialla dove Rovigo divide con Ferrara l'ultima fatica del Po verso il mare, mescolando dialetti e usanze con l'Emilia che sta appena dopo il grande ponte di ferro. Santa Maria Maddalena e Occhiobello, case basse, trattori e poderi, tutti in fila sotto l'argine, ma anche tanti capannoni, artigiani, grandi botteghe dove si compra ancora a buon prezzo, nonostante la crisi, come fanno quelli di Ferrara che si mettono in fila per mobili o vestiti. Una terra di confine e un'osmosi di vita tra le due sponde, resa ancora più solida dalle carezze e dagli schiaffi che il grande fiume ha distribuito democraticamente un po' in ogni famiglia, dai bisnonni in poi. UNTATTOOPER RICORDARE L'ultimo nato di casa, c'è anche un altro fratello, Enrico, è venuto su coccolato da tutti. Ma le cose sono cambiate, da poco più di un anno, non solo perché era passato dalla playstation di casa ai videopoker dove giocava di nascosto, da minorenne, nel bar davanti al night. «Un giorno anche io mi farò la Mercedes e la villona»: aveva improvvisamente cominciato a parlare come un uomo, Denny, ma aveva solo 18 anni e l'idea di sfruttare gli studi all'istituto tecnico in qualche officina. «A noi non è mai andato giù il giro che aveva» dicono in casa, e il “giro” non sono gli amici del paese che si sono fatti un tatuaggio con la caviglia, dopo averlo pianto in chiesa al funerale, la scritta “Denny” cucita addosso per sempre. La breve vita di Denny non è stata diversa da quella di tanti altri ragazzi che vivono tra Facebook e la realtà, la sua famiglia lo ha amato e rimproverato come succede in tutte le case, ma non è solo il dolore a tormentare i suoi genitori che non hanno pace perché sulla sua fine ci sono pochissime certezze. Di sicuro il cadavere di Denny, morto da diverse ore, è stato trovato dalla titolare del night sabato sera, un giorno dopo la sua uscita di casa, quando verso le 22.30 è andata ad aprire il locale. La donna, di origini ungheresi, a volte lasciava l'apertura o la chiusura a Denny di cui, dicono, parla come di un figlio. È stata lei a fare il riconoscimento del cadavere, senza documenti, insieme al maresciallo che lo conosceva, come ci si conosce tutti in paese: la famiglia abita a 200 metri da lì, eppure nessuno ha suonato il campanello. Sei ore dopo, verso l'alba, i genitori hanno ricevuto una telefonata dall'Arma. L'autopsia eseguita dal dottor Lorenzo Marinelli, senza la presenza di un consulente della famiglia, ha escluso una morte violenta, ma bisognerà attendere la relazione del medico legale. L'esame tossicologico potrebbe dare le risposte che cerca il magistrato di Rovigo, Sabrina Duò, per il fascicolo aperto in procura. La famiglia non crede al malore e dice che Denny forse ha visto qualcosa che non doveva vedere. Qui, però, finiscono le certezze e cominciano le voci. Come quella di Denny che frequentasse un gruppo di persone molto più grandi di lui, gente dell'est. In quella zona, dove il paese finisce e si aprono i campi e pullulano i night, ci sono cinesi, rumeni e altri immigrati. Hanno comprato bar e negozi, fanno gli operai e hanno figli che vanno a scuola, è un melting pot silenzioso ma capillare che si nota solo dalle insegne cambiate e per gli accenti di chi frequenta quei locali. Le indagini dei carabinieri stanno ricostruendo la vicenda e trapela una storia un po' diversa. Quel venerdì, Denny non era al “Blue Angels”, ma in qualche altro locale dove non ha certo consumato a sue spese, in compagnia di persone che lo hanno visto stare male, molto male, quasi da collasso. Chi era con lui? Cosa è successo in quel locale? Qualcuno gli ha dato qualcosa? Perché lo hanno riaccompagnato al night, dove poi è morto all'alba di sabato, invece di portarlo all'ospedale? E, soprattutto, era davvero solo quando è morto tra quei divanetti? ITALIA Un elicottero del 118 di Bergamo in servizio di soccorso è precipitato poco dopo le 18 appena sopra l'abitato di Morbegno, in provincia di Sondrio. L'incidente si è verificato in una zona boschiva delle Alpi Orobie, ma secondo quanto riferiscono i vigili del fuoco di Sondrio, non ci sarebbero vittime. Il velivolo era decollato da Bergamo, per recuperare un motociclista caduto in una scarpata. Ancora da chiarire la dinamica di quanto accaduto e le cause. Secondo le prime informazioni pare che l'incidente sia dovuto ad una errata manovra del pilota che ha portato le pale dell'elicottero a tranciare un cavo. Sul posto si sono portate le squadre di soccorso dei Vigili del Fuoco del distaccamento di Morbegno, i sanitari del 118 di Sondrio, il soccorso alpino e numerosi volontari. S ono stati estratti vivi i due piloti che si trovavano nell'elicottero del 118 di Bergamo precipitato nei boschi sopra Morbegno. Immediatamente caricati su ambulanze sono stati portati in ospedale. Le loro condizioni non erano gravi. Dentro l'elicottero, che era in missione di soccorso, non c'erano altre persone. L'elicottero aveva raggiunto una località della Valtellina per soccorrere un giovane ferito in un incidente stradale. MISSIONEINTERROTTA Successivamente si è appreso che c'era anche l'equipe medica e il ferito recuperato nell'incidente stradale a bordo dell'elicottero precipitato in Valtellina. Lo si è appreso dalla centrale operativa del 118 di Bergamo, secondo la quale tutti se la sono cavata con ferite non gravi. Il ferito dell' incidente è stato poi preso in carico da un altro velivolo di soccorso. Inutilizzabile l'elicottero Eurocopter Ec 145, in servizio dal gennaio 2007, gravemente danneggiato nell'incidente. Il velivolo era partito pochi minuti prima dall'elibase dell'aeroporto di Orio al Serio (Bergamo) e, aveva appena caricato a bordo il paziente. Da una prima ricostruzione sembra che ripartendo abbia colpito un cavo subito durante il decollo. A bordo c'erano 6 persone: il pilota, un tecnico, un medico, un infermiere, un tecnico del soccorso alpino e il motociclista. Cade un elisoccorso, tutti salvi . . . La famiglia non crede al decesso per cause naturali: «Ha visto qualcosa che non doveva» L'ultima notte di Denny Soriani Il giallo di Rovigo La strana e «dimenticata» morte di un 18enne in un night club del Veneto: la Procura indaga Ildecessonellanotte fra il6 e il7 luglio,mailcadavere èstatotrovatodallatitolare solo lasera. Inquel locale il ragazzodavaunamano: avevaanche lechiavi SALVATOREMARIARIGHI srighi@unita.it . . . L'autopsia avrebbe escluso segni di violenza, ma sul cadavere c'erano tumefazioni e sangue MARZIOCENCIONI ROMA ILCASO 14 domenica 22 luglio 2012
ILCOMMENTO EMANUELEMACALUSO E lo ha fatto per spiegare gli ultimi allarmanti dati sull'andamento dei mercati. Il Giornale del Cavaliere, spara a zero su Monti e rivaluta il governo che con i suoi comportamenti portava il Paese dove si trova oggi la Grecia e ai margini dell'Europa. L'annuncio di un ritorno di Berlusconi, candidato della destra, è un segnale – come nota l'Economist – che produce solo danni all'immagine del Paese e al sistema politico che non trova una destra in grado di esercitare una funzione di opposizione o di governo: essenziale a un sistema politico che deve fronteggiare una crisi economica e sociale. Sull'altro versante, il Pd non riesce ancora a definire un progetto alternativo sorretto da un sistema di alleanze affidabile per il futuro del Paese. Capisco bene che la crisi sociale, pesantissima, provoca difficoltà a sinistra, anche perché nel marasma trovano spazio avventurieri e demagoghi di ogni risma. Uno di questi, l'ex magistrato Di Pietro, uomo di destra per vocazione e autodefinizione, è stato, purtroppo, assunto a sinistra, per l'opportunismo dei dirigenti Ds. Un boomerang. Nel momento in cui la crisi provoca disagi il Di Pietro lo troviamo più operaista di Landini, più gay dei gay, e di tanti che con loro da anni si battono per i loro diritti di cittadini, più libertario di Pannella e più giustizialista di Travaglio, più anti Tav di chi si è arrampicato sul traliccio ferendosi, più femminista della Muraro e, soprattutto, più anti-Monti di tutti; ma anche più grillista di Grillo. Di Pietro è il “più” di tutti e di tutto. Ora, si erge come il più anti-Napolitano: e al suo “Fatto quotidiano” ha dichiarato che se fosse ancora Pm chiederebbe per il Presidente della Repubblica, «una condanna politica». Infatti, ora che fa politica (si fa per dire) chiede condanne giudiziarie. Anna Finocchiaro, finalmente, ha preso atto che Di Pietro si è messo fuori dal Centrosinistra. Mi dispiace che una persona che ha storia e radici nella sinistra, parlo di Niki Vendola, vuole condizionare la sua presenza nello schieramento di centrosinistra a quella di Di Pietro. Spero che ci abbia ripensato. Nei giorni scorsi, Rino Formica ha pubblicato un articolo sul “Foglio” su cui si può consentire e dissentire su alcuni giudizi su fatti e persone, ma conteneva una grande verità su cui occorre riflettere: la sinistra e il centrosinistra devono fare definire una linea, una posizione e una proposta su cosa è e può essere negli anni che stiamo vivendo il welfare. Anni in cui anche le strutture europee decidono – e come decidono! – su aspetti essenziali di ciò che abbiamo chiamato lo Stato sociale. La sinistra e il centrosinistra, soprattutto su questo tema, debbono avere una proposta che abbia una dimensione europea. E le forze che sono in campo su questo tema sono i partiti socialisti europei. Ripeto: la crisi scatena demagogia a sinistra ma anche le forze che vogliono liquidare tutte le conquiste sociali che hanno segnato l'opera della sinistra nel secolo scorso. Difenderle così come sono però è come dare spazio a chi vuole liquidarle, in Italia e in Europa. È quel che abbiamo visto in Grecia e stiamo vedendo in Spagna. Nel 2013 – se questa sarà la data – le elezioni non risolveranno la crisi economica e sociale. Anzi non sappiamo che dimensioni avrà. E non basta dire la parola al popolo subito, se il popolo (e anche i mercati) non sanno cosa può esserci dopo. E per il dopo, si tratta di sapere se ci sarà un sistema politico più solido e affidabile. Tuttavia, è oggi che si decide cosa saranno e diranno le prossime elezioni: quale legge elettorale, quali schieramenti, con quali proposte e quale personale per governare. Vendola chiede «discontinuità» rispetto al governo Monti, come se ha già la chiave per uscire dalla bufera. Casini chiede «continuità» senza sapere i caratteri che la crisi ha assunto dopo le elezioni. Una cosa è certa non può esserci «discontinuità» rispetto alla esigenza di attuare una politica di rigore e di equità. C'è stata poca equità? Si dica cosa e dove correggere. C'è stato un eccesso di rigore? Non lo penso. Gli sprechi e le indulgenze nella spesa pubblica statale, regionale e locale sono ancora intollerabili. E intollerabile è il fatto che in una situazione in cui richiedono sacrifici anche ai pensionati che hanno poco, ci sia tanta gente che evade il fisco. Chi evade, non può più avere licenza di esercizio, né abilitazione professionale. L'emergenza se c'è deve essere tale per tutti. Il governo Monti, a mio avviso, in una situazione disperata, ha operato con coraggio e ha evitato il peggio che era già in essere. Ora occorre più rigore, più giustizia, più crescita? È questo quel che vuole il centrosinistra? Giusto. Ma, come dicevo, renda credibile la sua proposta di governo con i fatti. L'esclusione di Di Pietro dalla coalizione è un buon inizio. «Se fossi ancora pubblico ministero farei una requisitoria chiedendo la condanna politica del presidente della Repubblica sulla base di una prova documentale, la prova principe» perché da parte di Giorgio Napolitano «c'è una confessione extragiudiziale di un reato politico». L'escalation di Antonio Di Pietro contro il Capo dello Stato arriva all'apice in una inquietante intervista al Fatto quotidiano. Dopo aver accusato il presidente Napolitano di «tradimento della Costituzione» (in pratica una richiesta di impeachment che l'ex pm non ha però il coraggio di esplicitare), il leader dell' Italia dei Valori rimette per un attimo la toga per dare una sconcertante «lezione» di diritto agli ex colleghi magistrati. Una vera e propria requisitoria per dimostrare che è stato commesso «un reato politico». In che modo? «Prima Napolitano ha spiegato nell'intervista - solleva il conflitto di attribuzione contro la Procura di Palermo perché le intercettazioni indirette delle sue conversazioni con Nicola Mancino comporterebbero una lesione delle prerogative costituzionali del presidente della Repubblica. Poi, in occasione del ventennale della strage di via D'Amelio, manda un messaggio ai familiari delle vittime in cui dichiara solennemente che “non c'è alcuna ragion di Stato che possa giustificare ritardi nell'accertamento dei fatti e delle responsabilità”. Delle due l'una». ALLUSIONICONTRO IL COLLE Non solo, insiste il leader Idv, «Napolitano poteva sollevare conflitto d'attribuzione contro la Procura di Perugia che, a quanto pare, lo ha indirettamente intercettato al telefono con Bertolaso. Non lo ha fatto, salvo cambiare idea con Palermo. A questo punto siamo autorizzati a sospettare che quelle intercettazioni, che fanno così paura, contengano giudizi pesanti sui pubblici ministeri di Palermo. In un paese normale», prosegue Di Pietro, «se non fosse “Re Giorgio”, ci sarebbe stata, non dico una rivolta popolare, ma almeno una rivolta del mondo dell'informazione. E invece sono tutti, o quasi, appecoronati e conniventi con il sistema di potere che sostiene la grande coalizione del governo Monti». Fin qui le minacce al Quirinale, in perfetto stile grillino e berlusconiano. Poi Di Pietro passa all'attacco del Pd e del centrosinistra: «I dirigenti del Pd sostiene - sono degli ipocriti. Dicono di non voler più avere a che fare con l'Idv? Benissimo, ma a queste condizioni è l'Idv che non ci sta più. Ce ne andiamo... Ma all'ultimo giorno Casini tradirà. Bersani sa perfettamente che si vince solo con una coalizione di centrosinistra, ma questi devono capire che noi non siamo yesmen del Pd. Sono degli ipocriti». A prendere sul serio la battaglia diLa Curia di Milano si scaglia contro il registro delle unioni civili proposto a Milano dal sindaco Pisapia, che domani approderà nell'aula del Consiglio comunale. In un intervento che uscirà oggi sul supplemento domenicale “Milano 7” di Avvenire, Alfonso Colzani, responsabile del Servizio per la famiglia della Diocesi, accusa il sindaco addirittura di voler introdurre la «poligamia». «Introdurre un registro comunale delle unioni civili -scrive Colzani - è un'iniziativa inefficace, forse solo un'operazione d'immagine. Il concetto di matrimonio ha una sua precisa specificità e storia millenaria e non può essere confuso con le unioni omosessuali». «Probabilmente questa giunta in qualche modo deve saldare alcuni “debiti” verso una parte di elettorato che l'ha sostenuta», sostiene la Curia, sollevando il rischio «che equiparare famiglia fondata sul matrimonio e unione civile porti a legittimare la poligamia». «L'uomo poligamo immigrato a Milano, di fatti, potrebbe richiedere il riconoscimento della propria convivenza con tutte le sue mogli come unione civile, posto che il registro non limiterebbe tale unione solo a quella tra due persone», scrive il supplemento milanese di Avvenire. «Il Comune di Milano, che non si propone solo di registrare bensì anche di tutelare e sostenere le unioni civili, finirebbe così per tutelare e sostenere un istituto quale la poligamia che nel nostro ordinamento è ritenuto contrario all'ordine». Replica il sindaco Pisapia: «Rispetto tutti, ma intendo anche rispettare l'impegno che ho preso con i milanesi. Tante coppie aspettano da troppo tempo un riconoscimento giuridico». «Crediamo fermamente che si debba andare avanti», dice l'assessore alle Politiche sociali Majorino, che invita tutti a evitare le guerre ideologiche. «Per questo salutiamo come fatto estremamente positivo il dialogo tra maggioranza e opposizione al di fuori degli steccati, come accaduto in questi ultimi giorni». «La Curia impegni i giuristi cattolici sui casi gravi che affliggono la Chiesa, come la pedofilia, e lasci stare il registro delle unioni civili», attacca Marco Maori di Arcigay Milano. «Immaginare che il Registro possa aprire alla “famiglia poligamica” è una fantasia che non trova fondamento sia nello strumento amministrativo locale, sia nella legislazione nazionale». POLITICA . . . «Di Pietro ora è più operaista di Landini, più libertario di Pannella, più giustizialista di Travaglio, più anti-Monti di tutti» L'ex pm oltre Grillo Caro Vendola che ci azzecchi? L'escalation del leader Idv: «Se fossi pm accuserei Napolitano» «Dal centrosinistra ce ne andiamo noi» VIRGINIALORI ROMA Di Pietro: attacco il Colle A Milano la Curia contesta Pisapia Attacco al registro per le unioni civili: «In certi casi può favorire la poligamia» Il sindaco: io vado avanti GIUSEPPEVITTORI politica@unita.it 8 domenica 22 luglio 2012
Un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo, anche se è difficile andare oltre vista la drammatica crisi economica che mette comunque a repentaglio l'erogazione di quei servizi pubblici sulla cui tutela è tornata nuovamente a pronunciarsi la Corte Costituzionale. È questo lo stato d'animo di molti amministratori locali all'indomani della decisione della Consulta che ha di fatto respinto il tentativo dell'allora ministro Tremonti di aggirare i risultati plebiscitari del referendum reintroducendo la possibilità di privatizzare servizi pubblici come l'erogazione dell'acqua. Fra i soggetti che sollevarono la questione dell'illegittimità costituzionale del provvedimento dell'esecutivo Berlusconi figurava anche la Regione Marche. «Mi aspettavo un esito del genere - dice ora il presidente Gian Mario Spacca - anche se quando è chiamato a pronunciarsi un organismo dell'importanza della Corte occorre sempre cautela. Allo stesso tempo è vero che con le sue decisioni la Consulta dimostra rispetto e comprensione per i problemi posti dalle Regioni». Quali sono le conseguenze pratiche delpronunciamento? «Il risultato più importante sta nell' aver fatto chiarezza. Adesso si possono organizzare i servizi pubblici in un contesto normativo più sicuro». Questochecosacomportaper icittadini? «Se viene meno l'enfasi sulla privatizzazione si torna a dare il giusto valore ad una serie di esperienze vissute sul territorio in ambito pubblico, che magari hanno un valore economico relativo a cui però si contrappone una grande importanza dal punto di vista della comunità». Adesempio? «Esistono molti servizi ed esperienze che assumono un valore prolungato, storico, sul territorio. Pensiamo alla fornitura d'energia, allo smaltimento dei rifiuti, all'educazione, alla cultura... Si tratta di un patrimonio dall'enorme valore sociale che va preservato, ma ciò non significa rinunciare a razionalizzare l'amministrazione sotto il profilo dell'efficienza e della gestione delle risorse». Nontuttilapensanoallostessomodo: difrontealpronunciamentodellaCorteilsindacodiRomahasubitoriaffermato la sua volontà di proseguire sulla stradadella privatizzazione... «È difficile esprimere dei giudizi approfonditi su altri contesti territoriali, senza dimenticare che ogni amministratore ha la sua cultura e la propria visione delle cose. L'importante, e non si tratta di retorica, è che la stella polare di ogni decisione sia la volontà di apportare dei benefici alla cittadinanza. Qui nelle Marche, e lo ritengo un valore aggiunto, esiste una lunga tradizione in tema di amministrazione regionale che crea una linea di continuità». Inche cosa consiste? «Innanzitutto nella gestione di un modello condiviso per quanto riguarda l'erogazione dei servizi pubblici. Il che non significa soltanto ottenere la soddisfazione dei cittadini per il risultato ma anche renderli protagonisti di ciò che accade sul territorio». Resta il problema della scarsità delle risorse, sempre più drammatico in tempi di crisi. Come si concilia con quanto appenaaffermato? «Il problema ovviamente esiste, è grave, ma non rappresenta certo una novità. Pur di fronte all'eccezionalità della crisi non credo occorra inventare nulla di particolare, ma anzi riaffermare e potenziare i criteri di una buona amministrazione. Nel concreto ciò significa innanzitutto spostare risorse dal funzionamento dell'apparato ai servizi per i cittadini. Nelle Marche questo ha portato ad ottenere significativi risparmi rendendo più snella la struttura burocratica e semplificando le procedure. Il risultato è stato un risparmio di circa 30 milioni, un ammontare non trascurabile per una regione di un milione e mezzo di abitanti, che si è potuto utilizzare per il soddisfacimento di bisogni primari relativi alla sanità, all'educazione, ai servizi sociali ed alla cultura. Un altro risultato importante, poi, lo abbiamo ottenuto sul fronte fiscale». Valeadire? «Siamo partiti dall'esigenza di riorganizzare le fonti finanziarie della regione per avere un gettito adeguato ai bisogni. In quest'ambito abbiamo deciso di procedere direttamente alla verifica dell'evasione per quanto attiene i tributi di competenza regionale. In questo modo sono stati recuperati circa 100 milioni in un quadriennio». Torniamo alla decisione della Consulta: non teme che le esigenze di cassa convincano l'attuale governo a ritornare all'assaltosulle privatizzazioni? «Io capisco che l'esigenza di un governo, specie questo governo, sia quella di ottimizzare i flussi economici e di trovare risorse finanziarie. Però ritengo che il compito di noi amministratori locali, seppur in tempi difficili, sia più di lungo periodo e consista nel valorizzare le esperienze sul territorio per dare vita a dei modelli duraturi. Con la standardizzazione e l'omogeneizzazione non si diventa migliori. Mi piace ricordare padre Matteo Ricci che parlava della ricchezza che nasce dalla condivisione delle diversità». L'ANALISI MASSIMOD'ANTONI L'INTERVISTA TORNAALCENTRODELL'ATTENZIONEILTEMA DEIBENICOMUNI. LA SENTENZADELLA CORTE COSTITUZIONALE ha dichiarato inammissibile il tentativo di aggirare, tramite una riformulazione meno restrittiva della norma abrogata, l'esito referendario dello scorso giugno. Per effetto di questa sentenza, la decisione sull'assetto organizzativo e proprietario nei servizi pubblici locali resta alle Regioni, che potranno decidere, ove lo ritengano opportuno, di mantenere una fornitura diretta pubblica oppure di ricorrere all'apporto di privati. L'esclusione di qualsiasi «obbligo a privatizzare» riafferma l'orientamento largamente maggioritario nell'elettorato in favore di una riappropriazione di ciò che è percepito come «comune». Non dunque un incidente di percorso nella strada di una modernizzazione intesa unilateralmente come restringimento del ruolo del pubblico; nemmeno però una barricata da opporre ad un privato sospettato di essere comunque portatore di disvalore dal punto di vista sociale. Come dicevamo, si tratta della riaffermazione della piena responsabilità politica, da parte della comunità locale, riguardo ad ogni aspetto relativo all'organizzazione economica del servizio, inclusa la scelta della forma proprietaria, pubblica privata o mista. L'auspicio è che questa assunzione di responsabilità liberi la questione del ruolo del pubblico e del privato nella fornitura dei servizi locali da ogni ipoteca ideologica, e faccia prevalere un approccio pragmatico, che parta dall'analisi del contesto, dalla considerazione delle diverse opzioni concrete, da una seria analisi costi/benefici. È certo ingenuo ritenere che il mero controllo diretto pubblico garantisca l'interesse della collettività. Conosciamo le inerzie della burocrazia pubblica, le difficoltà dei processi di decisione collettiva, e la distanza che troppo spesso esiste tra azione politica e interesse dei cittadini/utenti. Non è solo cattiva volontà: l'indefinitezza degli obiettivi, la pluralità di “principali” cui un'impresa pubblica finisce per dover rendere conto, la scarsa forza dei sistemi incentivanti nell'ambito delle imprese e gli enti pubblici, sono fenomeni ben noti e non certo specifici del contesto italiano. D'altra parte, gli stessi limiti nella capacità di tutelare gli interessi collettivi si manifestano anche con la delega ai privati; nella maggior parte dei casi, essendo i servizi erogati in regime di monopolio, il ricorso al privato può forse limitare alcune inefficienze gestionali, ma non elimina la possibilità di rendite ed extraprofitti, non meno odiosi sul piano sociale. Insomma, se neppure la ricerca economica fornisce un argomento decisivo a favore di una soluzione o l'altra in ogni circostanza, l'unica è sperimentare, se è il caso correggere, comunque vigilare. Per lungo tempo la responsabilità pubblica è stata identificata con la fornitura diretta pubblica; erano gli anni in cui l'imperativo era l'approntamento delle infrastrutture e l'accesso universale a beni e servizi primari, per cui si giustificava una certa disattenzione al tema dell'efficienza. Tema che ha assunto invece un ruolo centrale nella stagione degli anni Ottanta e Novanta, con il prevalere quale ricetta generale del modello della «delega» ai privati e il ricorso sistematico a meccanismi di tipo concorrenziale; una ricetta applicata in molti casi in modo affrettato, cioè senza la predisposizione di un quadro regolatorio adeguato, e spesso con un'enfasi eccessiva ai risultati di breve periodo. L'ottimismo ci spinge a vedere nella fase attuale l'occasione di sviluppare una visione più libera da formula preconfezionate. Tenendo conto che lo stesso privato può assumere diverse «forme», a seconda della natura del servizio fornito: dall'impresa orientata al profitto a soluzioni nonprofit. L'importante è che l'accento sia posto sulla qualità del servizio agli utenti, e che la ricerca dell'efficienza gestionale, ove è il caso anche attraverso forme di concorrenza, non avvenga a scapito di dimensioni quali l'universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo. Rispetto a tali obiettivi le soluzioni organizzative, inclusa quella relativa all'assetto di mercato, vanno correttamente inteso come un mezzo, uno strumento. Beni comuni, dalla parte del cittadino ma senza ideologie nazione pubblica senza perdere il controllo strategico da parte dell'amministrazione». LECRITICHE Parole, quelle di Alemanno, che sono state duramente criticate dall'opposizione democratica. «Dopo la sentenza della Corte costituzionale - ha affermato il consigliere comunale del Pd, Athos De Luca, - i cittadini si domandano perché il sindaco della loro città continua contro tutto e contro tutti a proporre la svendita di Acea. Una domanda cui sarebbe opportuno che rispondesse in modo convincente altrimenti non ravvisandosi più' obblighi e/o interessi pubblici si legittimerebbero i sospetti di altri interessi che trattandosi di un'azienda a maggioranza pubblica devono essere comunque esplicitati dal sindaco. Quando gli interessi di un sindaco non coincidono più con quelli della città che amministra può accadere di tutto». Sulla stessa linea un altro consigliere democratico, Monica Cirinnà: «Alemanno non può amministrare Roma come un monarca assoluto, rispetti la volontà popolare espressa in modo plebiscitario e si attenga alla sentenza della Corte Costituzionale. Dopo tre mesi di sedute consiliari dedicate quasi esclusivamente alla delibera 32 lunedì la maggioranza si presenterà in aula ancora più divisa e con molta probabilità non sarà in grado di garantire il numero legale. Forse è giunto il momento di una verifica contabile sui costi e sullo sperpero di denaro pubblico prodotti con da tante adunanze inutili dell'Assemblea Capitolina». . . . Dopo la sentenza trovare una via che non contrapponga il pubblico al privato GianMarioSpacca IlgovernatoredelleMarche: «Unamministratorehail compitodivalorizzare leesperienzesulterritorio Conlastandardizzazione nonsidiventamigliori «La Consulta ha fatto chiarezza Ora servizi pubblici più sicuri» MARCOVENTIMIGLIA MILANO . . . Athos De Luca: «I cittadini si domandano perché il sindaco continua contro tutto e contro tutti» . . . Monica Cirinnà: «Alemanno si attenga alla sentenza della Corte e rispetti il volere popolare» domenica 22 luglio 2012 7
Persone con disagio ospiti di una casa-famiglia Alle case-famiglia che accolgono handicappati il Comune deve 1.8 milioni. Promessi e mai dati All'ex maggiordomo del Papa, Paolo Gabriele, accusato di essere il corvo di Vatileaks, è stato concesso il beneficio della libertà provvisoria con gli arresti domiciliari. Lo conferma una nota dello Stato d'Oltretevere: «Il Giudice Istruttore del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, Piero Bonnet - si legge in un comunicato del portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi - essendo venute meno, dopo l'interrogatorio di oggi, le esigenze istruttorie per la permanenza dell'imputato in stato di arresto, ha disposto per il Signor Paolo Gabriele il beneficio della libertà provvisoria, concedendo gli arresti domiciliari, previa prestazione di idonee garanzie». L'ex maggiordomo del Papa era stato arrestato il 23 maggio scorso con l'accusa di aver trafugato e portato al di fuori della Santa Sede documenti confidenziali: lettere top secret indirizzate al Papa e al segretario particolare, Georg Ganswein. Gabriele risiederà quindi nella sua abitazione, con la famiglia, sempre a Città del Vaticano e dovrà osservare «quanto disposto dal Giudice per i contatti e rapporti con altre persone» prosegue la nota del direttore della sala stampa della Santa Sede . I prossimi passi del procedimento, nei confronti di Paolo Gabriele, il maggiordomo infedele del Papa, sono «attesi nello spazio di alcuni giorni» e «saranno la requisitoria del Promotore di Giustizia sulla responsabilità per il reato di furto aggravato, e la seguente sentenza di rinvio a giudizio o di assoluzione da parte del Giudice Istruttore». Padre Federico Lombardi ha precisato che «un eventuale dibattimento, se avviene, avviene in autunno inoltrato» e che Gabriele rimane «l'unico indagato». Intanto, l'avvocato di Gabriele, Carlo Fusco, annuncia che il suo assistito «intende chiedere perdono al Papa». precisando che tale richiesta esula però dalla strategia processuale della difesa e non è in vista della grazia, che Benedetto XVI può comunque concedere in qualunque momento. Si tratta invece di un desiderio spontaneo di Paolo Gabriele. «Se la fiducia in qualcuno viene intaccata, in chi la ha intaccata, se non tradita, può nascere desiderio di chiedere perdono», ha spiegato il legale, per il quale «si tratta di vedere le opportunità e il modo di fare questo». L'ex maggiordomo ai domiciliari: «Chiederà scusa a Benedetto XIV» FELICEDIOTALLEVI ROMA Quando le operatrici aprono la porta Anna, Lucrezia, Paolo (nomi di fantasia, ndr) e gli altri coinquilini sono tutti in attesa. Un ospite a cena non capita molto spesso. A parte Pasquale. Pasquale è il proprietario del supermarket sotto casa. Hanno fatto un accordo: ogni settimana porta nell'appartamento tutta la spesa che può servire e con il passare degli anni «è diventato uno di famiglia». Perché è questo che gli abitanti di via dei Colli della Serpentara, estrema periferia di Roma, si sentono: una famiglia. E questo era l'obiettivo. Lucrezia, Paolo e gli altri sono gli ospiti di una delle 56 case-famiglia che da anni si fanno carico delle situazioni di disagio nella Capitale. E che ora rischiano di chiudere, strozzate dai finanziamenti dovuti dal Campidoglio e che invece non arrivano da mesi, rendendo di fatto impossibile la gestione ordinaria di questi luoghi delicatissimi. «20 anni fa un genitore mi ha domandato: che ne sarà di mio figlio disabile dopo la mia morte?», racconta Luigi Vittorio Berliri, presidente di Casa al Plurale (associazione che riunisce 18 strutture abitative nel Lazio), «abbiamo quindi cominciato a pensare con la giunta Rutelli al modello delle case-famiglia, che accogliessero le persone con disabilità rimaste sole o con situazioni familiari particolari». QUATTROCENTOVITE Oggi sono 56 i moduli abitativi di questo tipo a Roma in convenzione con il Comune, accolgono disabilità di varia gravità e minori in difficoltà. Per un totale di circa 380 disabili assistiti (esclusi i minori). Tra di loro i “ragazzi” (anche se anagraficamente non lo sono più da un pezzo) di via dei Colli della Serpentara. Marco, sempre silenzioso che se non ha il suo giornale quotidiano «diventa triste e nervoso», sentenziano gli altri, Anna, che ci mostra nella sua camera le foto del giorno del matrimonio e quelle di quando faceva il mimo in uno spettacolo «ed ero bella tutta truccata», Paolo, il mattatore della casa, parla sempre, si autodefinisce «un pigro», «mi spetta il compito si spazzare ma non lo faccio mai», il suo unico obiettivo è «andare in vacanza, mi piacciono molto», Luca, 58 anni che nella camera che divide con Marco ha una collezione di cd da far invidia a un'adolescente, è appassionato di Bob Marley e «almeno una volta a settimana» va la cinema. Lucrezia, che si lamenta di essere la più anziana con i suoi 63 anni mentre le operatrici la incalzano «ma dai che ne dimostri 10 di meno». Ha lavorato per 23 anni alle Poste e racconta che in casa famiglia non ci voleva venire, inizialmente. «Ora è meraviglioso, ho trovato dei fratelli». «Infatti si scannano come fratelli», intervengono ridendo le operatrici mentre servono l'insalata di pollo per cena (tutti i pasti sono preparati da loro con l'ausilio di un nutrizionista). LACAMERA ÈSUA E poi c'è Michele, il classico “burbero buono”. È gelosissimo della sua camera ma ci tiene a raccontare tutto del suo lavoro di usciere presso uno dei Municipi della Capitale. «Di giorno c'è chi ha un lavoro, chi ha le ore impegnate con le molteplici attività dei centri diurni, come per esempio Sant'Egidio: dal teatro, alle attività manuali, alle gite – spiegano le operatrici ChiaraLuce e Diana – ma il punto è che alla fine hanno un posto dove tornare: una casa loro». ChiaraLuce e Diana, come quasi tutti quelli che svolgono questo lavoro sono laureate in psicologia. Diana è alla seconda laurea. Anche se servirebbe “solo” un attestato della Regione Lazio. «Ma – aggiunge Berliri –ci vogliono competenza, intelligenza e soprattutto buon cuore per fare questo mestiere, non sono quelle 4 ore al giorno, la presa in carico è totale, è per la vita». Si capisce quindi come più o meno tutte le cooperative che gestiscono le case famiglia di Roma abbiamo fatto carte false con le banche pur di far fronte alla situazione di gravissimo disagio in cui li aveva messi l'amministrazione capitolina, «Abbiamo cartolarizzato, tutto pur di pagare gli operatori. Primo perché non te la puoi prendere con i lavoratori ed è immorale farli lavorare senza stipendio per mesi, secondo non è possibile svolgere questo tipo di mansione scontenti, non si può riversare su chi ha questa responsabilità delicatissima alcun tipo di malumore», dice ancora Berliri. Ma oggi sono al collasso. «Rutelli e Veltroni stabilirono delle tariffe, certo non alte, ma almeno pagavano con regolarità, e il costo della vita era anche più basso. Inoltre ogni anno l'amministrazione versava l'adeguamento Istat». IL CAMBIODI ROTTA Dall'insediamento di Alemanno e del centrodestra tutto è cambiato. «Le rette sono diventate la metà esatta delle spese e pagate per di più con ritardi mostruosi di 8/10 mesi». E così Casaplurale, Legacoopsociali Lazio, Agci, Coonfcooperative, «che inizialmente si riunivano con l'idea di fare degli scambi intelligenti, di mettere insieme le realtà “di sinistra” con quelle cattoliche, si sono ritrovate a dare battaglia». «Stiamo passando anni difficilissimi, ogni cooperativa deve trovare i modi di non perdere gli operatori o di non farli lavorare senza stipendio, non si può abbassare la qualità del servizio in questo settore». Il 30 novembre 2011 il consiglio comunale, con il voto di maggioranza e opposizione, decise di dare alle case famiglia parte dei soldi arretrati dovuti ma mai corrisposti (circa 1 milione e 800 mila euro), utili ad allontanare il rischio chiusura per molte case. I soldi però non sono mai arrivati, «per inerzia dell'amministrazione e della burocrazia», dicono le cooperative. «Ci chiediamo con quali criteri la ragioneria del comune paga i servizi e riteniamo gravissimo che le priorità di spesa della città non siano di evidenza pubblica». «Io non voglio fare fund raising, - chiarisce Berliri quello semmai serve per gli extra: una settimana in più di vacanza, un pullmino nuovo, ma non si può chiedere ai cittadini di sostituirsi all'amministrazione pubblica. L'assistenza, il mangiare, bere, il dormire, sono dovuti». Anna e gli altri sentendo il discorso a cena si agitano. «Chi ci caccia da casa?». ChiaraLuce e Diana li tranquillizzano prima che arrivi il collega per il turno di notte, «nessuno, non succede niente». «Io confido nell'intelligenza di Alemanno che saprà che deve anche occuparsi dei cittadini più deboli». Altrimenti? «Non ci rimane che riconsegnare al Campidoglio le chiavi delle 54 case famiglia e portare i 380 disabili in piazza, queste strutture rappresentano la vita per queste persone». Panico in spiaggia al Lido El Capanno, a Ostia, in Piazza Magellano, dove ieri pomeriggio è stato trovato un ordigno. Quando sul posto sono giunti gli artificieri della polizia che hanno transennato la zona molte famiglie hanno abbandonato il posto, altri impauriti si sono messi al riparo in acqua. Dopo i primi momenti di paura, quando è stato appurato dagli artificieri che l'ordigno non poteva esplodere, i curiosi si sono avvicinati alla zona isolata dagli agenti ed sta quindi tutto tornando gradualmente alla normalità. In spiaggia c'erano famiglie con bambini e giovani. Era stata una telefonata anonima giunta al 113 a far scattare l`allarme. Una voce maschile riferiva che all`interno dello stabilimento balneare «Il Capanno» a Ostia, vi era una busta con delle scritte pubblicitarie con all`interno un telefonino collegato con dei fili ad un involucro di colore nero. Quasi in contemporanea, un bagnino addetto alla manutenzione, dopo aver notato dietro le cabine dello stabilimento una busta di cartone sospetta, ha avvertito un poliziotto del commissariato di Ostia che, pur non in servizio, si trovava da quelle parti. L`agente, accertando la presenza di materiale potenzialmente pericoloso, ha messo in sicurezza la zona, allontanando immediatamente i bagnanti che nel frattempo si erano avvicinati. Sul posto sono intervenute le volanti del commissariato di Ostia che hanno provveduto alla chiusura delle strade di accesso adiacenti. La squadraa artificieri della Questura, giunta sul posto, ha disinnescato l`ordigno, mentre altro personale del commissariato ha evacuato tutta la zona. Gli agenti hanno poi spostato il pacco ormai inoffensivo in un prato poco distante dallo stabilimento. L`ordigno, piuttosto rudimentale, era composto da un cilindro di ferro di colore nero, con all`interno dei bulloni e chiodi e una sostanza di colore giallo-verdastra, verosimilmente polvere pirica. Il tutto collegato ad un apparato cellulare privo di sim card. Pertanto il congegno non sarebbe comunque potuto essere attivato. Sono in corso indagini, da parte degli investigatori, mentre gli artificieri stanno analizzando la polvere rinvenuta. Sull'accaduto è intervenuto il presidente nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli: «Ad Ostia, e non solo, gli stabilimenti balneari sono sottoposti alle attenzioni e alle infiltrazioni delle organizzazioni criminali che hanno fiutato un grosso affare ed hanno la liquidità per impossessarsi delle spiagge. Avere in gestione una spiaggia non solo consente di fare alti profitti con canoni irrisori (ricordiamo che il canone di uno stabilimento balneare di 8000 metri che rende milioni di euro costa un canone di 1,20 euro a metro quadro. Circa 10mila euro annui: ossia 800 euro al mese) ma anche fare il riciclaggio dei proventi delle attività criminali». . . . Sono 56 strutture che accolgono 400 persone. Da otto mesi c'è il via libera ai soldi. Ma dove sono? . . . Paura sul litorale a Roma L'ordigno senza l'innesco: «Un atto dimostrativo». Chiuso l'arenile Gli artificieri a piazzale Magellano, sullitorale di Ostia FOTO OMNIROMA Anna e gli altri Alemanno scorda i disabili LUCIANACIMINO ROMA Ostia, pacco bomba in spiaggia. Non poteva esplodere VALERIORASPELLI ROMA domenica 22 luglio 2012 13
Le foto scorrono davantiagli occhi, i nomi conquelle lettere strambe.C'è Torald Mjelde con lamaglietta dei Metallica,c'è Guro Vortdal Håvoll bionda come sanno esser bionde solo le ragazze di questo pezzo estremo di nord Europa. Facce di ragazzi di vent'anni, di adolescenti di 14 o 15. Andatevele a guardare su youtube queste facce dei ragazzi ammazzati ad Utøya un anno fa giusto. Quest'anno sull'isoletta non c'è nessuno. Troppo presto, un anno è troppo poco per tornare ai campi scuola che i giovani socialisti norvegesi da anni facevano in quest'isolotto a seicento metri dalla riva di un lago interno, dono al partito di un vecchio militante e diventato – per usare una espressione familiare a noi italiani – una via di mezzo tra un campo scout e una Frattocchie. Solo per leggere i nomi di tutte le 88 vittime di quella terribile giornata di attentati (69 sull'isola di Utøya, altri 8 uccisi da una bomba nel quartiere della politica a Oslo) servono dieci minuti. Adriano Sofri (che ha seguito in Norvegia il processo per la strage) cita i versi di un poeta , Nordhal Grieg: «Siamo così pochi in questo Paese che ognuno che cade ci è fratello o amico». Sui giornali di lì si leggeva che un norvegese su quattro conosceva personalmente almeno una delle vittime. Parlarne ora, a poche ore dalla pazzesca strage di Denver dentro un cinema per la prima di Batman, ci fa subito tornare in mentre qualcosa che pensammo un anno fa: la strage in Norvegia fu per tutti un colpo, ma apparve in qualche modo assurda. Sembrava un incongruo remake di film già visti. Tornavano in mente BoowlingaColumbine o Elephant che raccontavano la strage nella Columbine High School in Colorado (sempre lì, a proposito), ad opera di due ragazzi americani che amavano i fucili automatici e le pistole e odiavano i loro coetanei. Ma forse il paragone, quasi automatico inconscio, ci portò fuori strada. Non c'era nulla di “gratuito” nella strage di Utø ya nessuna disadattata solitudine, nessuna adolescenziale fatica a fare i conti con la realtà. LAFACCIADELKILLER Abbiamo imparato a conoscere l'assassino, abbiamo fatto l'abitudine al suo nome: Anders Behring Breivik, la faccia rotonda da bravo ragazzo, una barba sottile a disegnare appena il viso. Abbiamo imparato a conoscere il suo odio al calore bianco. Breivik sapeva esattamente a chi e perché sparava. Voleva uccidere i ragazzi che “stavano dall'altra parte”, quei militanti di partito che avevano islamizzato la Norvegia. È arrivato a dire: «Non ne volevo uccidere 69, volevo ammazzarli tutti». E rivolgendosi alla donna che presiede il suo tribunale ha detto: «Lei è una donna bella e bionda. Tra vent'anni non ci saranno più donne bionde in Norvegia». Odiava la società multiculturale, tra le sue vittime sull'isola ci sono ragazzi di origine afgana o irakena. Ha ucciso guardando negli occhi le sue vittime con odio, le ha inseguite tra gli alberi, in mezzo agli scogli, ha colpito anche chi cercava di gettarsi in acqua per fuggire alla morte. Credo però che un anno dopo abbiamo un solo modo per ricordare e per trarre una amara lezione. Il modo è quello di lasciar scolorire il nome di Brejvik, di far perdere nell'oblio la sua faccia rotonda chiusa nella cella di un ospedale. Di far scomparire da internet il suo «manifesto» razzista e nazista. LAFOLLAIN PIAZZA Mi ha colpito la notizia che quarantamila persone in piazza a Oslo abbiano cantato insieme una vecchia canzone di Pete Seeger intitolata Rainbow race (e diventata in norvegese i “Ragazzi arcobaleno”) perché Breyvik aveva detto di odiarla sopra ogni altra cosa. Ecco, certe volte la politica sa scegliere strade diverse e gentili ma insieme coinvolgenti ed efficaci. Mentre il nome dell'assassino scolora dovremmo imparare a memoria quelli delle sue vittime, riscoprire le loro azioni, la loro voglia di crescere e di studiare, di mescolarsi e di comunicare. Cosa c'è di più politico di questo? C'è poco da fare, sembra un film. L'America segue in diretta Tv le operazioni della polizia attorno all'appartamento di James Eagen Holmes, lo studente che crede di essere «The Joker» e che ha ucciso 12 persone, ferendone una cinquantina, giovedì notte nel multisala di Aurora, sobborgo di Denver. L'appartamento è imbottito di esplosivi: «È pieno di fili elettrici tesi da una parte all'altra e collegati a tre grandi contenitori. Non sappiamo ancora cosa ci sia dentro» spiegava ieri il vice capo della polizia di Aurora. Gli artificieri hanno infilato delle telecamere nell'appartamento per tentare di ricostruire la situazione prima di entrare. La prima cosa che si sono trovati davanti è un filo teso dietro la porta d'ingresso pronto a innescare un meccanismo incendiario non appena questa fosse stata aperta. Poi palle della grandezza di quelle da baseball ripiene di polvere esplosiva tipo quelle dei fuochi d'artificio e alcune bottiglie piene di sostanze chimiche pronte a reagire tra loro. Ordigni chimici fatti in casa che sembrano usciti da una puntata di Breakin' bad, telefilm la cui quinta serie è appena cominciata. Le bombe in casa sono un altro elemento che rimanda ai film, dove il cattivo ha un piano di sterminio anche dopo morto. O agli attentati kamikaze di Baghdad e Kabul, dove alla prima esplosione ne segue una seconda per fare altre vittime. Non sappiamo ancora se e quanto gli ordigni nell'appartamento siano letali o quanto siano una messa in scena. La differenza con i cattivi assoluti dei film è che Holmes ha avvisato i poliziotti che lo hanno fermato e che si è arreso senza uccidersi o farsi uccidere, come di solito capita in incidenti come questo. Tra le altre informazioni diffuse dalla polizia c'è quella relativa agli armamenti di Holmes: due pistole, un fucile a pompa e uno da assalto. Tutti comprati in negozi locali o su internet in maniera legale. Come i seimila caricatori che si è portato dietro quando ha seminato il panico nel cinema. In Colorado, insomma, ci si può dotare di un arsenale senza che a nessuno venga il sospetto di venirti a citofonare per controllare cosa tu stia facendo. A differenza di alcuni casi recenti e famosi, James Holmes non ha lasciato gran traccia di sé su internet. Niente annunci su Facebook o altro se non una registrazione su un sito di contatti online per adulti, aperto solo un mese fa, nel quale chiede «Mi verrete a trovare in carcere?». I tempi coincidono: dall' inizio dell'estate a oggi Holmes ha lasciato il dottorato universitario in neuroscienze all'Università del Colorado, ha comprato le armi e si è iscritto al sito, dove la foto del profilo lo ritrae con i capelli tinti di rosso. Gli stessi di The Joker, il cattivo di Batman, e suo nickname preferito. Di Holmes sappiamo che ha completato il primo ciclo di studi universitari a Riverside, in California, dove è nato e cresciuto, e che, come dice un suo professore, «È stato uno studente brillante, laureatosi con il massimo dei voti». Come spesso capita ai giovani americani Holmes non ha amici di una vita ma una serie di amici-conoscenti. Quelli della High School, quelli del dormitorio dove viveva all'università e così via. Uno di loro racconta al Los Angeles Times: «Eravamo un gruppo di quattro, quelli un po' più bacchettoni, mangiavamo sempre insieme e avevamo lo stesso tipo di umorismo. Se mi guardo indietro posso dire fosse un po' goffo, come del resto ero io, e ricordo il suo sarcasmo e humour nero». Niente di strano per un brillante studente di una materia scientifica complicata in un campus americano. «Una persona gentile, certo timido e stranino, esattamente come ti aspetti da uno estremamente sveglio e intelligente come lui», conferma un' amica che viveva nel suo stesso studentato a Riverside. Ancora una volta l'America guarda in Tv le ricostruzioni, si chiede cosa sia successo e partecipa con le candele accese a veglie in ricordo delle vittime. I medici annunciano che per molti dei feriti gravi la vita cambierà per sempre e l'Fbi spiega che per ora non si temono imitatori. Ma la polizia controlla i cinema dove si proietta il nuovo Batman. La politica si ferma, il presidente invia messaggi di cordoglio. Ancora una volta né Obama - meno che mai Romney annunciano iniziative di qualche tipo sul controllo delle armi. La Nra , la lobby che ne promuove la libertà totale di circolazione ha più soldi, più potere e più voti dei familiari delle vittime. Passata la diretta Tv, le candele si spegneranno, il fragore si farà silenzio e loro andranno a trovare i loro cari al cimitero mentre i fucili a ripetizione continueranno a essere venduti come gelati. L'ANALISI MONDO Unincongruoremakedi filmgiàvisti.PeròBreiviksi èmosso,nella follia,con lucidadeterminazione: volevacolpire i ragazzi dellasocietàmulticulturale LUCA DI BARTOLOMEI Sangue a Denver Un arsenale in casa di Holmes Fiori in ricordo delle vittime della strage di Denver FOTO DI BOB PEARSON/ANSA-EPA L'omicida aveva in pugno pistole e fucili Usa sotto choc ma la vendita di armi resta legale MARTINOMAZZONIS NEWYORK Ridda di ipotesi sull'attentato suicida di mercoledì scorso a Burgas. Ora gli inquirenti non escludono che l'ordigno con cui il kamikaze è salito a bordo del bus sia stato azionato a distanza da un complice con un telefono cellulare. La polizia è sicura comunque che il terrorista suicida non fosse bulgaro, ma uno straniero che «soggiornava dal almeno quattro giorni in Bulgaria». Afrodita Petrova, titolare di un'agenzia di autonoleggio di Pomorie, una cittadina sul Mar Nero, a venti chilometri da Burgas, è sicura di avere incontrato qualche giorno prima dell'attentato il ragazzo dai lunghi capelli filmato dalle telecamere all'aeroporto di Burgas, che quasi certamente è l'autore della strage. Il giovane -racconta Petrova- entrò nel suo ufficio esibendo una patente di guida americana intestata a un certo Jacques Felipe Martin, residente a Baton Rouge, in Louisiana. Voleva noleggiare una vettura, ma la foto applicata sul documento non corrispondeva alla sua fisionomia. Insospettita, Petrova rifiutò con un pretesto di dargli la macchina. La donna racconta inoltre che quell'individuo aveva la pelle scura e parlava inglese con accento arabo. Tirò fuori dal portafoglio molte banconote da cinquecento euro. Aveva i capelli cortissimi. Quest'ultimo particolare fa a pugni con la folta capigliatura del presunto terrorista che nel video si vede andare su e giù per l'atrio dell'aeroporto con uno zainetto in spalla. Ma Afrodita Petrova è sicura che sia lui. E ipotizza che il giorno dell'attentato indossasse una parrucca. Sembra ormai tramontata la pista che portava a un cittadino svedese di nome Mehdi Ghezali, che in passato fu detenuto nel carcere di Guantanamo, accusato di appartenere ad Al Qaeda. Ieri una sigla sinora sconosiuta, «La base di jihad», ha rivendicato la paternità del massacro. Nel comunicato si sostiene che l'attacco è stato pianificato per celebrare l'inizio del Ramadan, il mese del digiuno islamico. Israele e Usa sospettano che i mandanti del delitto siano in Iran e che l'esecuzione materiale sia stata affidata agli integralisti libanesi di Hezbollah. GA.B. Bomba sul bus israeliano Hanno agito due terroristi . . . Ottimo studente, pochi amici. I colleghi del college: «Tipo gentile un po' goffo e strano» La furia contro la normalità Ma a Utøya fu strage politica domenica 22 luglio 2012 15
LE BUONE NOTIZIE SONO COSÌ PO-CHECHE,PERSTRAPPARCIUNSORRISO, CI VORREBBERO TUTTI I GIORNI almeno 5 minuti di Roberto Benigni per tutti. Così, ben venga il grande comico toscano a chiudere i tg con le sue trasvolate da Dante a Berlusconi, da inferno letterario a inferno politico. Ma, tra tutte le battute che i notiziari ci hanno fatto sentire dello show fiorentino, quella che ci è piaciuta di più non riguarda Berlusconi, ma il suo triste entourage. Ha detto infatti Benigni che, in confronto a Verdini, Cicchitto e Alfano, Mario Monti sembra Lady Gaga. È verissimo, con l'aggravante che, nel breve periodo in cui Berlusconi era sparito (forse per la vergogna) dalle tv, invece i berlusclonicontinuavano a farsi vedere dovunque e non ci hanno dato tregua neanche un giorno con le loro litanie. E dire che perfino Capezzone ogni tanto si riposa e forse (lo speriamo per lui) anche si vergogna un po'. Ma, tra Verdini, Alfano e Cicchitto, il più molesto è di certo Cicchitto, perché Verdini si dedica ad affari più sostanziosi che alle apparizioni tv e Alfano, da quando abbiamo saputo che piange come certe madonne pellegrine, non abbiamo più il coraggio di criticarlo. Ha già troppi pensieri a far finta di dirigere un partito che non esiste e, anche quando esisteva, era più che altro un collage di cricche, comitati, combriccole elettorali. Basta dire che è un partito nato dal cervello di Marcello Dell'Utri, per capire quale tipo di dibattito politico lo animi fin dalla fondazione. Quanto poi alla ri-rifondazione, sembra ispirarsi più ai principi della tassidermia che a quelli della politica. La salma impagliata di Forza Italia giace infatti come Biancaneve in attesa di essere baciata e risvegliata da un principe azzurro di quasi ottant'anni. All'impavido Capezzone il compito del festoso annuncio. TV 08.00 TG 1. Informazione 08.20 Easy Driver. Reportage 09.00 TG 1. Informazione 09.05 La casa del guardaboschi. Serie TV 09.55 Linea Verde Orizzonti Estate. Informazione 10.30 A Sua immagine. Religione 10.55 Santa Messa. Religione 12.00 Recita dell'Angelus da Castelgandolfo. Religione 12.20 Linea verde Estate. Attualita' 13.10 GP di Germania di F1. Sport 16.35 DA DA DA in tavola. Show. 17.00 Italia che non sai. Rubrica 18.00 Il Commissario Rex. Serie TV 18.50 Reazione a catena. Show 20.00 TG 1. Informazione 20.35 Rai Tg Sport. Informazione 20.40 Techetechetè. Rubrica 21.20 Un passo dal cielo. Serie TV Con Terence Hill, Gaia Bermani Amaral, Enrico Ianniello. 23.20 Speciale Tg1. Informazione 00.25 TG 1 - NOTTE. Informazione 00.50 Testimoni e Protagonisti Ventunesimosecolo. Rubrica 02.10 Sette note. Rubrica 02.30 Così è la mia vita... Sottovoce. Talk Show 07.00 Cartoon Flakes Week End. Cartoni Animati 08.55 Battle Dance 55. Show. Conduce Alessandra Barzaghi. 09.50 Numero 1 GP. Sport 09.55 Automobilismo: GP 2 Germania. Sport 11.30 Australia. Film Tv. Con Siegfried Rauch, Heide Keller, Horst Naumann. 13.00 Tg2 giorno. Informazione 13.45 Il commissario Herzog. Serie TV 14.45 Delitti in Paradiso. Serie TV 15.45 Omicidi nell'alta società - Torbidi segreti. Film Tv Giallo. Regia di Hans Werner. Con Fritz Wepper. 17.20 Due uomini e mezzo. Serie TV 18.05 I ricordi di Eve. Film Thriller. (2009) Regia di Philippe Gagnon. Con Emmanuelle Vaugier. 19.35 Il Clown. Serie TV 20.30 TG 2. Informazione 21.05 Ringer. Serie TV Con Sarah Michelle Gellar, Kristoer Polaha, Ioan Gruudd. 23.20 La Domenica Sportiva Estate. Informazione 00.20 TG 2. Informazione 00.40 Protestantesimo. Rubrica 01.10 Hawaii Five-0. Serie TV 02.00 Appuntamento al cinema. Rubrica 07.00 Wind at my back. Serie TV 08.00 I figli di nessuno. Film Dramma romantico. (1951) Regia di Raaello Matarazzo. Con Amedeo Nazzari. 09.35 Totò Diabolicus. Film Comico. (1962) Con Totò, Raimondo Vianello. 11.10 Agente Pepper. Serie TV 12.00 TG3. Informazione 12.10 TG3 Agenda del mondo estate. Reportage 12.25 TeleCamere - Salute. Informazione 12.55 Prima della Prima. Evento 13.25 Passepartout. Reportage 14.00 Tg Regione. / TG3. Informazione 14.30 Ciclismo. Tour de France - 20a Tappa: Rambouillet - Champs Elysees. Sport 18.00 Tour Replay. Rubrica 19.00 TG3. / TG3 Regione. Informazione 20.00 Blob. Rubrica 20.20 Pronto Elisir. Rubrica 21.00 Kilimangiaro. Documerario Conduce Licia Colò. 23.15 Tg3. Informazione 23.25 Tg Regione. Informazione 23.30 Soul Kitchen. Film Commedia. (2009) Regia di Fatih Akin. Con Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu, Birol Ünel. 00.00 Tg3. Informazione 00.10 TeleCamere - Salute. Informazione 06.55 Tg4 - Night news. Informazione 07.15 Media shopping. Shopping Tv 07.45 Vita da strega. Serie TV 08.50 Slow tour. Show. Conduce Syusy Blady, Patrizio Roversi. 09.20 Magnifica Italia. Documentario 09.25 Correndo per il mondo. Reportage 10.00 S. Messa. Religione 11.00 Pianeta mare. Reportage 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Melaverde. Rubrica 13.20 Pianeta mare. Reportage 14.02 Donnavventura. Rubrica 15.10 Dimmi la verità. Film Commedia. (1961) Regia di Harry keller. Con Sandra Dee. 16.47 Salto nel buio. Film Avventura. (1987) Regia di Joe Dante. Con Dennis Quaid. 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Colombo. Serie TV 21.30 La tempesta perfetta. Film Thriller. (2000) Regia di Wolfgang Petersen. Con George Clooney, Mark Whalberg, John C. Reilly. 22.38 Tgcom. Informazione 22.41 Meteo. Informazione 23.52 Cinema festival. Show. 23.57 The weather man - L'uomo delle previsioni. Film Commedia. (2005) Regia di Gore Verbinski. Con Nicolas Cage. 07.59 Tg5 - Mattina. Informazione 08.51 Circle of life. Serie TV 09.50 Finalmente soli. Sit Com 10.20 Tgcom. Informazione 10.43 Gioni film festival. Informazione 10.46 L'ultima estate insieme. Film Drammatico. (2010) Regia di Joseph Kell. Con Adam Arkin, Valerie Mahaey, Mark Humphrey. 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Il peccato e la vergogna. Serie TV 16.00 Baciati dall'amore. Serie TV 18.30 La ruota della fortuna. Gioco a quiz 20.00 Tg5. Informazione 20.39 Meteo 5. Informazione 20.40 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 21.21 Giù al Nord. Film Commedia. (2008) Regia di Dany Boon. Con Kad Mérad, Dany Boon, Michel Galabru, Line Renaud. 22.15 Tgcom. Informazione 22.16 Meteo 5. Informazione 23.30 Le due facce dell'amore. Serie TV 01.30 Tg5 - Notte. Informazione 01.59 Meteo 5. Informazione 07.00 Superpartes. Informazione 07.40 Cartoni Animati 10.00 Ed - Un campione per amico. Film Commedia. (1996) Regia di Bill Couturie. Con Matt LeBlanc. 11.50 Grand Prix. Informazione 12.15 Gioni - Il sogno continua. Evento 12.25 Studio Aperto. 13.00 $#* my dad says. Serie TV 13.55 Due gemelle a Parigi. Film Commedia. (1999) Regia di Alan Metter. Con Mary-Kate Olsen. 15.45 Due gemelle in Australia. Film Commedia. (2000) Regia di Craig Shapiro. Con Mary-Kate Olsen. 17.40 Le cose che amo di te. Serie TV 18.30 Studio Aperto. 19.00 La vita secondo Jim. Serie TV 19.35 Scuola di polizia 2: Prima missione. Film Commedia. (1985) Regia di Jerry Paris. Con Steve Guttenberg. 20.32 Tgcom. Informazione 21.25 Fast and furious. Film Azione. (2001) Regia di Rob Cohen. Con Paul Walker, Vin Diesel, Michelle Rodriguez. 23.35 Torque - Circuiti di fuoco. Film Azione. (2004) Regia di Joseph Kahn. Con Martin Henderson, Ice Cube, Monet Mazur. 00.22 Tgcom. Informazione 01.24 Trauma. Serie TV 06.55 Movie Flash. Rubrica 07.00 Omnibus Estate 2012. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 10.00 Ti ci porto io (R). Rubrica 11.20 Repubblica Ceca – Superbike: Gara 1 (diretta). Sport 13.00 Paddock Show. Informazione 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Regina di Spade. Serie TV 15.00 Repubblica Ceca – Superbike: Gara 2 (diretta). Sport 16.25 The District. Serie TV 18.00 Movie Flash. Rubrica 18.05 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 Cash Taxi. Game Show 21.10 Le pistole dei magnifici 7. Film. (1969) Regia di Paul Wendkos. Con George Kennedy, James Whitmore, Reni Santoni. 23.25 Tg La7. Informazione 23.30 Tg La7 Sport. Informazione 23.35 The cell. Film Fantasia. (2000) Regia di Tarsem Singh. Con Jennifer Lopez, Vince Vaughn, Vincent D'Onofrio. 21.10 Carnage. Film Commedia. (2011) Regia di R. Polanski. Con K. Winslet C. Waltz. 22.40 Manuale d'amore. Film Commedia. (2005) Regia di G. Veronesi. Con C. Verdone S. Muccino L. Littizzetto S. Rubini. 00.40 Un perfetto gentiluomo. Film Commedia. (2011) Regia di S. Springer Berman R. Pulcini. Con K. Holmes P. Dano. SKY CINEMA 1HD 21.00 Le avventure di Sammy. Film Animazione. (2010) Regia di B. Stassen. 22.30 I fratelli Grimm e l'incantevole strega. Film Fantasia. (2005) Regia di T. Gilliam. Con H. Ledger M. Damon. 00.35 Le cronache di Narnia - Il viaggio del veliero. Film Avventura. (2010) Regia di M. Apted. Con B. Barnes S. Keynes. 21.00 Ghost - Fantasma. Film Metrica/Poesia. (1990) Regia di J. Zucker. Con P. Swayze D. Moore. 23.10 Le ragazze del Coyote Ugly. Film Commedia. (2000) Regia di D. McNally. Con P. Perabo M. Bello. 00.55 Manuale d'amore 3. Film Commedia. (2011) Regia di G. Veronesi. Con C. Verdone M. Bellucci. 18.45 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.10 Ben 10 Ultimate Alien. Cartoni Animati 19.35 Young Justice. Serie TV 20.00 Ninjago. Serie TV 20.25 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.50 Adventure Time. Cartoni Animati 21.15 The Regular Show. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Top Gear USA. Documentario 20.00 Deadliest Catch. Documentario 21.00 2012 - La profezia Maya. Documentario 22.00 Curiosity. Documentario 23.00 Reazione a catena. Documentario 00.00 American Guns. Documentario 19.00 Deejay Music Club. Musica 20.00 Lorem Ipsum - Best Of. Attualita' 20.30 The Middleman. Serie TV 21.30 DJ Stories - Labels. Reportage 22.30 Living In America. Reportage 23.30 Iconoclasts. Reportage 00.30 Deejay Night. Musica DEEJAY TV 20.20 Ragazzi in gabbia. Docu Reality 21.10 The Buried Life: cosa faresti prima di morire? Show. 22.00 Il Testimone. Reportage 22.50 True Life. Reality Show. 23.40 Speciale MTV News: Story Of The Week. Informazione 00.30 Mike Judge's Beavis and ButtHead: Il Ritorno. Serie TV MTV RAI 1 21.20: Un passo dal cielo Serie TV con T. Hill. Un benefattore di S. Candido muore avvelenato: si tratta davvero di incidente? 21. 05: Ringer Serie Tv con S. M. Gellar. Appuntamento in prima serata per il gran finale di stagione. 21.00: Kilimangiaro Documerario con L. Colò. Un viaggio per il mondo alla scoperta di mete insolite e sconosciute. 21.30: La tempesta perfetta Film con G. Clooney. Il capitano Bill Tyne parte per una partita di pesca pericolosa. 21.22: Giù al Nord. Film con K. Mérad. Philippe è direttore di un ucio postale in Provenza. 21.25: Fast and furious Film con P. Walker. L'agente O'Conner si intrufola nel mondo delle corse clandestine. 21.10: Le pistole dei magnifici 7 Film con G. Kennedy. Chriss, viene ingaggiato per assaltare una prigione e liberare il capo. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY Lasalma impagliata diForza Italia comequella diBiancaneve FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO U: domenica 22 luglio 2012 25
Montepremi 2.388.249,22 5+stella Nessun6-Jackpot 15.452.643,88 4+stella 30.490,00 Nessun5+1 3+stella 1.842,00 Vinconoconpunti5 51.176,77 2+stella 100,00 Vinconoconpunti4 304,90 1+stella 10,00 Vinconoconpunti3 18,42 0+stella 5,00 Nazionale 53 57 56 28 67 Bari 45 19 35 38 78 Cagliari 1 35 46 59 55 Firenze 88 87 21 60 76 Genova 88 5 30 61 37 Milano 6 80 42 85 60 Napoli 17 35 55 21 64 Palermo 24 25 2 4 63 Roma 49 12 64 42 10 Torino 5 73 61 1 19 Venezia 20 11 85 12 56 COSIMOCITO CHARTRES DUE SETTIMANE FA AVEVA RIASSAPORATO LA GIOIA DELLE POLE SUL CIRCUITO DI SILVERSTONE, SEDE DEL GPD'INGHILTERRA.E per giunta dopo ben due anni di digiuno. Oggi a Hockenheim, anfiteatro sede del Gp di Germania, Alonso partirà ancora davanti a tutti per la seconda consecutiva, con una Ferrari F2012 che solo nelle sue mani sembra volare, persino sotto al nubifragio che ha caratterizzato quasi tutta la sessione delle prove ufficiali, con numerose uscite di pista e i piloti impegnati come funamboli. In questo contesto è infatti ancora naufragata l'altra rossa, quella guidata dal solito Felipe Massa, non qualificatosi per la sessione finale e solo 14° sulla griglia. Ormai a Maranello sfogliano la classica margherita, con una rosa di nomi che, in chiave 2013, vanno da Perez a Hulkenberg. O da Maldonado a Button. Tutto ciò al seguito della rottura delle trattativa da tempo in corso con Mark Webber, che ha rinnovato nei giorni scorsi il contratto con la Red Bull, preferendolo a una difficile convivenza, seppure alla Ferrari, con una star come Alonso. E in quanto a star, accanto a Fernando da Oviedo partirà oggi Sebastian Vettel. Terzo Michael Schumacher (Mercedes) e quarto Nico Hulkemberg (Force India). Insomma tre tedeschi dietro a uno spagnolo verace. E soprattutto tre campioni del mondo (Alonso, Vettel e Schumacher) uno dietro l'altro. In terza fila Maldonado (Williams) e Button (McLaren), poi in quarta Hamilton (McLaren) e l'altra Red Bull di Webber, autore del terzo tempo ma arretrato di cinque posizioni per aver sostituito il cambio. Oggi è previsto bel tempo, in terra di Germania. Ma Alonso è in ogni caso ottimista circa le sue possibilità, compresa l'intenzione di mantenere la testa della classifica provvisoria del mondiale piloti, che lo vede precedere Webber di 13 punti. "Ho fatto un giro molto pulito, la strategia del team Ferrari è stata perfetta – giura lui -. Abbiamo provato la monoposto in ogni tipo di condizione e siamo sempre stati competitivi. Sono state delle qualifiche davero al limite come condizioni, ma erano le stesse per tutti. Anche se devo dire al direttore di corsa e alla Fia che, a volte, sarebbe meglio controllare le condizioni del circuito, perché andare in aquaplaning a oltre 280 km/h non è certamente una cosa piacevole, oltre che pericolosa”. Sulla stessa linea anche Vettel, che però confida nella posizione di partenza: “Si è trattato di una vera e propria lotteria. Potevo fare le pole, ma le variabili, quando piove a catinelle, sono tante. Piuttosto sono contento di partire secondo, perché sulla griglia sono all'interno di Alonso e questo mi faciliterà certamente la partenza e l'attacco della prima curva. Per il resto sono convinto che la mia Red Bull non mi tradirà”. Con il morale a pezzi Felipe Massa, che a in un certo momento delle prove è quasi venuto a contatto con la monoposto gemella di Alonso: "La pista peggiorava sempre, pioveva tanto. E partire così dietro domani sarà un problema. Inutile farsi delle illusioni”. Peggio è andata alla Lotus di Gorsjean e alla Mercedes di Rosberg, rispettivamente al 20° e al 22° posto. CONLAFORZADEINERVITESI,CONUNACARICA ESAGERATA, PERSINO SPROPORZIONATA, MA ANCHE CON UNA CLASSE IMMENSA,BRADLEYWIGGINS STRAVINCE LACRONO DI CHARTRES, DÀ 1'16” A FROOME, CHIUDECONUNPUGNOALCIELO,DIRABBIA.Poteva solo vincere e doveva dare al compagno un distacco netto. L'ha fatto, galoppando a 50 di media per 53 km, inseguendo - da inseguitore su pista - l'ombra del compagno che, passando tre minuti prima nelle stesse curve, agli stessi incroci, sulle stesse, strette strade, gli dava indirettamente riferimenti e confronti. Una crono spaventosa, alla Anquetil, alla Indurain, alla Armstrong, con delle gambe magrissime attaccate a un corpo lunghissimo, esile, senza muscoli, solo ossa, talento e allenamento. Tanta pista: il busto orizzontale sull'asfalto, le braccia tese e alte sul manubrio, un ritmo costante. La differenza, tutta la differenza, Wiggins l'ha fatta a cronometro. Vincerà il Tour con 3'21” su Froome, con 6'19” su Nibali, e poi si va oltre i dieci minuti, Van den Broeck, Van Garderen, Zubeldia, gente che in salita si è sempre spostata per far passare la coppia forsennata della Sky, per assistere allo spettacolo. La giornata è assolata, nemmeno il brivido della pioggia, dell'asfalto bagnato, tutto scritto. Froome parte tre minuti prima di Wiggins e tre minuti dopo Nibali, in bici ha meno grazia del capitano, spinge rapporti più duri, muove il bacino, le spalle. Nibali è piuttosto bloccato dal dolore al polpaccio destro, la sua cronometro non sarà straordinaria, anzi, chiuderà 16° a 3'38”. Wiggins va via tutto in giallo, precipita dalla passerella in strada, è ispirato. «Il ciclismo per me è ispirazione - dirà a fine tappa -, da ragazzino guardavo in tv i grandi campioni degli anni Ottanta e Novanta e poi andavo in strada cercando di imitarli. Pensavo a loro, ai miei idoli, mentre spingevo sui pedali». Primo a tutti gli intermedi, primo sotto la cattedrale di Chartres, all'arrivo. Primo e secondo della crono sono i primi due del Tour, sono entrambi inglesi, corrono entrambi nella Sky. Nessun inglese aveva mai messo piede sul podio del Tour, Tommy Simpson era stato il primo in maglia gialla, quasi cinquant'anni fa. Wiggins la porta a Parigi e la sfila, un anno dopo, a un derelitto Cadel Evans, uscito strapazzato anche dall'ultima crono, rotolato al settimo posto della generale e anche raggiunto e superato dal compagno di squadra Van Garderen a 20 dall'arrivo. È mancato lo spettacolo in questo Tour? Wiggins ha un'altra idea: «Abbiamo vissuto una corsa molto più umana rispetto al passato, molto più equilibrata. La magia dei tempi andati, le grandi imprese in montagna forse non ci sono state, ma il ciclismo è cambiato, è in una nuova fase, molto diversa dal recente passato. Noioso? Meglio così». Le imprese, in altre condizioni, le avrebbe compiute Froome, e probabilmente il risultato sarebbe stato diverso. Gli chiedono del rapporto col giovane delfino, Wiggo elude la domanda, «siamo stati una squadra per tutto il Tour, con ruoli definiti, con grande affiatamento. Con Chris non ci sono mai stati problemi, abbiamo anche pranzato insieme prima della cronometro, lui è stato leale con me, e io con lui». L'emozione non trabocca, è un freddo Wiggins, in bici e fuori, il ciclismo è un lavoro per lui, «e arrivare a Parigi - aggiunge - in maglia gialla vuol dire per me aver fatto tutto il necessario, tutto quello che mi serviva durante l'anno per centrare il mio obiettivo». Tre ori olimpici e sei Mondiali nell'inseguimento ne fanno il primo pistard “di professione” capace di vincere il Tour de France. Ha aperto una strada. E ha vinto anche tutte le corse a tappe a cui ha preso parte nel 2012, Parigi-Nizza, Romandia, Delfinato e Tour de France. Adesso Olimpiade, da gregario per Cavendish nella prova in linea, e l'oro quasi certo della cronometro, niente Vuelta, probabilmente niente Mondiale. Non sarà un lungo dominio, ha già 32 anni e una forma probabilmente irripetibile in futuro, e poi Contador e Andy Schleck torneranno presto a correre, e Froome dovrebbe affrancarsi a fine stagione, lasciandolo orfano in salita, quindi isolato, fragile, battibile. Maglie tutte assegnate, la verde a Sagan, la pois a Voeckler, la bianca a Van Garderen. L'Italia torna sul podio dopo sette anni, ma una vittoria di tappa manca dal 2010. Oggi la sfilata elisia e l'ultimo sprint sotto l'Arco di Trionfo. InumeridelSuperenalotto Jolly SuperStar 22 24 49 58 72 85 25 52 10eLotto 1 5 6 11 12 17 19 20 21 2425 30 35 45 46 49 73 80 87 88 LOTTO SPORT ILCASO LODOVICOBASALÙ HOCKENHEIM SABATO 21 LUGLIO CircuitodiHockenheim, FernandoAlonso porta lasuaFerrari alla secondapoleposition consecutiva. FOTO DI SRDJAN SUKI/ANSA EPA IlpugnodiWiggins: domina lacronometro «Noioso? Meglio così» UnTour inglese: Bradleydovevavincere e legittimare ilprimo postosuFroome.Nibali tiene:saràsulpodio BradleyWigginsalza il pugno: la cronometroèsua, ilTourdeFrance è suo. FOTO DI GUILLAUME HORCAJUELO/ANSA EPA Class Action contro il Milan? Galliani «rimborsa» Lacampagna abbonamentidel Milan erastata lanciatacon cinque gladiatori cheesaltavano i tifosi: fra loro,oltre Boateng,Nocerino eAmbrosini, c'eranoanche Ibrahimovic eThiago Silva.Che adessosono a Parigi, a contareglieuro degli sceicchi.E il Codaconsha lanciato così l'ideadi una ClassActioncontro la societàdi Berlusconiperché «duegiocatori su cinquenon sono piùdel Milan enon si trattadi duenomiqualunque, ma di giocatori chepossonoavere influito sullascelta del consumatoredi sottoscrivere l'abbonamento allo stadioper laprossima stagione». L'associazionedei consumatori minacciaanche fare unesposto all'Antitrustperpubblicità ingannevole. «IlMilan èdisponibile fin da subitoa rimborsaregli abbonamenti sottoscritti dachinon èsoddisfatto della campagnaacquisti condottadalla società»,hacercato diparare l'iniziativaAdriano Galliani . I rossonerinon sono gliunici a dover subire il malcontento dei tifosi: a Moena,nel ritirodella Fiorentina,c'è stata la prima contestazionedella stagione,con ungruppodi tifosi che hannosrotolatostriscioni ecantato cori contro la societàviolee iDella Valle. Davantia tutti c'èsempre lui Alonso inpolesotto lapioggia Poi Vettel e Schumi, male Massa DopoSilverstone lospagnolo partiràancoradavantiagli altri.«Strategiadel team perfetta,esiamocompetitivi anchesullapistaasciutta». U: domenica 22 luglio 2012 27
CON OLTRE 3.400 MUSEI, PIÙ DI 2000 AREE E PARCHI ARCHEOLOGICI E 43 SITI UNESCO, L'ITALIA POSSIEDE ILPIÙAMPIOPATRIMONIOARTISTICODELMONDO.La grandezza di questo tesoro non è data solo dall'importanza dei nostri monumenti ma anche dalla capillare diffusione dell'arte nel territorio. Tra le piccole meraviglie che contribuiscono alla bellezza del nostro paese c'è la Pinacoteca di Città di Castello, museo comunale coinvolto insieme a Perugia e Orvieto (fino al 26 agosto) nella grande mostra, omaggio al maestro cortonese, Luca Signorelli De ingengo et spirto pelegrino. Signorelli svolse una notevole attività a Città di Castello, dominando il gusto locale e lasciando una'impronta duratura anche attraverso l'opera di imitatori e seguaci. Apprezzatissimo dalla famiglia Vitelli, signori della città durante il Rinascimento, eseguì vari ritratti dei principali membri di quel casato, ritratti oggi sfortunatamente non più a Città di Castello: Niccolò Vitelli è a Birminghan, Camillo e Vitellozzo - figli di Niccolò - a Settignano; L'AdorazionedeiMagi è oggi al Louvre, il Presepio a Napoli nel Museo Nazionale di Capodimonte, l'Adorazione dei Pastori è a Londra nella National Gallery. L'unica opera autografa del Signorelli oggi a Città di Castello è il Martirio di S. Sebastiano dipinto tra il 1497 e il 1498, una pala che esercitò un notevole fascino sul giovane Raffaello durante il suo soggiorno a Città di Castello. Situata al «centro del centro Italia», sul percorso che univa Urbino a Firenze, Città di Castello è stata «luogo di sosta» per molti pittori durante il Rinascimento. Uno, grandissimo, tra tutti, Raffaello. Che di lì passò, vi sostò e lavorò quando ancora non era l'affermato allievo del Perugino, ma il titolare della bottega urbinate ereditata dal padre Giovanni Santi. Il passaggio di Napoleone quasi tre secoli dopo fece sparire quasi tutti i dipinti che eseguì per la città: finirono in mano dei francesi i frammenti della Pala di S. Nicola da Tolentino (1500-1501) e lo Sposalizio della Vergine (1504), oggi a Milano. La Crocifissione (1503), infine, è oggi a Londra. Alla Pinacoteca è esposto l'unico dipinto del Sanzio rimasto a Città di Castello: il GonfalonedellaSS.Trinità, datato in genere al 1499. Ma non ci sono soltanto i grandi Raffaello e Signorelli appesi alle pareti delle ventuno sale della Pinacoteca tifernate: insieme ai due maestri troviamo anche Ghirlandaio, Andrea Della Robbia, Ghiberti, Vivarini, Raffaellino del Colle e Pomarancio. Non solo, meraviglia tra le meraviglie è il rinascimentale Palazzo Vitelli alla Cannoniera, nobile esempio di dimora principesca della prima metà del XVI secolo, che ospita il museo, con la sua facciata interamente decorata da graffiti realizzati dal Gherardi, detto il Doceno, su disegni del Vasari, e gli affreschi sensuali e vibranti sulla volta dello scalone realizzati dallo stesso Doceno. Quest'anno la città ha festeggiato i cento anni della Pinacoteca e le celebrazioni hanno coinvolto i cittadini e la regione Umbria. Le manifestazioni sono state aperte da una mostra di documenti, fotografie e pubblicazioni provenienti dall'archivio storico e dalla biblioteca comunale, curata da Alvaro Tacchini, che ha rievocato un evento culturale che mobilitò l'intera città e rese onore a Elia Volpi, celebre antiquario tifernate che acquistò Palazzo Vitelli, salvandolo dal degrado, per donarlo al Comune e farne appunto sede della pinacoteca. «Sanzio giovinetto conduce entro le nostre mura tele imperiture; Luca Signorelli, tavole e affreschi non indegni di stare a pari con quelli di Orvieto; Francesco da Castello fissa nelle sue pupille e a noi tramanda la delicatezza soave del Perugino; il Ghirlandaio ci lascia serti di luce e di fiori; i Della Robbia contendono con la natura stessa nella gamma dei colori; maestri di legname e orafi ne testimoniano quanto possa l'opera d'intarsio, di cesello, di bulino. Questi i tesori disse il sindaco Maioli nel giorno dell'inaugurazione della Pinacoteca - che uomini amanti del nostro passato glorioso avevano da tempo riuniti e collocati in luogo modesto». Da quel 1912 Città di Castello ha continuato orgogliosamente a coltivare le proprie tradizioni artistiche: la città rinascimentale è oggi anche la «città di Burri». Sul concetto di sincronicità di Carl Gustav Jung, ma anche ispirandosi al Libro Tibetano dei morti, Carolyn Carlson torna a riempire di danza onirica e visionaria la scena. Quella di Bolzano Danza 2012, kermesse da lei inaugurata questo lunedì con il viaggio poetico di «Synchronicity». FOTO DI MAXIME RUIX AWashingtondomani l'appuntamentoinun climamigliore: l'Hivsi puòsconfiggeresenon si riduconolerisorse Carolyn Carlson a Bolzano Danza CULTURE La conferenza sull'Aids torna inAmerica Ecisonobuonisegnali CRISTIANAPULCINELLI ROMA DOMANIAPREIBATTENTI A WASHINGTONLA XIX CONFERENZA INTERNAZIONALE SULL'AIDS. È UNA CONFERENZA PARTICOLARMENTE SIGNIFICATIVAinnanzitutto per il luogo in cui si svolge: mancava dagli Stati Uniti dal lontano 1990, anno in cui fu ospitata a San Francisco. L'International Aids Society, che organizza l'evento, decise che era giunto il momento di tornare nel 2009 quando il presidente Obama annunciò di voler togliere le restrizioni all'ingresso nel Paese che gravavano sulle persone che vivono con l'infezione da Hiv. All'annuncio sono seguiti i fatti: dal 2010 la restrizione non c'è più e la conferenza, dopo 22 anni, è di nuovo negli States. Ma a rendere l'appuntamento di quest'anno particolarmente importante è il clima positivo che si respira. Un clima che ha fatto titolare un articolo appena pubblicato dal New England Journal of Medicine The beginning of the end of Aids?(«L'inizio della fine dell'Aids?»). È vero, c'è un punto interrogativo perché come andrà a finire davvero nessuno lo sa, però la speranza che si possa controllare l'epidemia di Hiv non è mai stata così vicina. Il motivo di questo ottimismo è dato da una serie di scoperte scientifiche avvenute negli ultimi tempi. Innanzitutto alcune sperimentazioni cliniche hanno mostrato l'efficacia, almeno parziale, della chemioprofilassi sia per bocca che per uso locale, ad esempio attraverso gel vaginali, per prevenire l'acquisizione dell'infezione. Poi, dopo anni di insuccessi, un vaccino sperimentato su adulti tailandesi ha mostrato una seppure parziale protezione. Infine, la scoperta che un inizio precoce della terapia antiretrovirale può sia migliorare gli effetti della cura sul paziente, sia ridurre il rischio di trasmissione del virus al partner del 96%. Tutti risultati importanti che fanno sperare quello che fino a qualche anno fa non era nemmeno pensabile: vedere la nascita di «una generazione senza Aids», per dirla con le parole di Hillary Clinton. Tutte queste buone nuove si scontrano però con una cattiva notizia: le risorse per combattere l'Aids stanno diminuendo. Quello che potrebbe far sì che l'ottimismo si trasformi in pessimismo è proprio la mancanza di finanziamenti. Attraverso il Fondo globale per combattere Aids, Tubercolosi e Malaria e altre donazioni, i trattamenti per l'Hiv sono diventati una realtà per oltre 6 milioni di persone nei paesi in via di sviluppo. Tuttavia, ancora oggi a ricevere le cure è meno della metà delle persone che ne avrebbero bisogno. Non è solo un problema per i pazienti, ma per la popolazione in generale: i benefici di un trattamento precoce sulla prevenzione dell'infezione possono esserci solo se nel giro di pochi anni si riempirà quel gap tra chi è in trattamento e chi ancora no, il che vuol dire far arrivare i farmaci ancora a milioni di persone. Purtroppo, la crisi non aiuta questo processo. A novembre scorso, il Fondo Globale ha annunciato di aver cancellato la raccolta fondi e di aver deciso di fornire fino al 2014 solo i finanziamenti necessari ai progetti già in atto. Eppure, secondo alcuni, i soldi spesi per combattere l'infezione da Hiv sono soldi spesi bene. I benefici secondari sono molti: riduzione dei casi di tubercolosi, riduzione della mortalità materna e infantile, aumento della capacità dei sistemi sanitari, aumento dei tassi di scolarizzazione. Tanto che, secondo alcuni modelli economici, investire nella lotta all'Hiv, sul lungo periodo fa risparmiare denaro. Ma la crisi non guarda in faccia nessuno. Nuovi strumenti per la lotta alla malattia si rendono disponibili, ad esempio il primo farmaco in grado di ridurre il rischio di acquisire l'infezione, approvato recentemente dalla Food and Drug Administration degli Stati Uniti, o il test fai da te che si esegue sulla saliva e che dà il risultato in 20-40 minuti, in vendita nelle farmacie americane da pochi giorni. Il problema è riuscire a utilizzare tutte le armi a nostra disposizione nel modo giusto. A questo proposito l'International Aids Society ha approvato insieme all'università di San Francisco una dichiarazione che contiene 9 azioni da intraprendere: aumentare gli investimenti, assicurare trattamenti e prevenzione alle persone più a rischio di infezione, eliminare qualsiasi stigma e discriminazione, aumentare l'offerta di test, fornire il trattamento a tutte le donne incinte, espandere il più possibile l'accesso alle cure, identificare e trattare la tubercolosi, accelerare la ricerca, coinvolgere le comunità. Quest'ultimo punto è particolarmente importante. Tanto che il tema della conferenza di quest'anno è Turning the tide together, invertire la tendenza insieme. Il che vuol dire che solo con uno sforzo collettivo di scienziati, politici, industrie e comunità si può venire a capo del problema. Non si può aspettare troppo. Come avverte l'autore dell'articolo sul Nejm: prendere queste misure sarà costoso, ma non farlo potrebbe essere devastante: «Un futuro in cui l'infezione da Hiv è in aumento, con un numero crescente di persone che hanno bisogno di terapie a pesare ulteriormente su un sistema sanitario sovraccarico non sarebbe sostenibile». Tesori diprovincia I cento anni della Pinacoteca diCittàdiCastello ConRaffaello,Signorellie Ghirlandaio: lecelebrazioni delmuseotifernateedella suatradizioneartistica.Dal RinascimentoaBurri VALERIATRIGO CITTÀDI CASTELLO Frammentodiun AidsMemorial Quilt U: 20 domenica 22 luglio 2012
«L'istituzione di un consiglio di sorveglianza per far partecipare i dipendenti alle scelte strategiche dell'azienda: investimenti, sviluppo, delocalizzazioni». Alberto Morselli, segretario generale della Filctem-Cgil, mette la richiesta in cima ai desiderata dei sindacati del settore chimico-energetico che hanno dato il via alla stagione dei rinnovi contrattuali. Si tratta di sei comparti industriali: chimico-farmaceutico, elettrici, gomma-plastica, gas-acqua, energia e petrolio e lavanderie industriali, per un totale di mezzo milione di lavoratori. I quadri e i delegati di Filctem-Cgil, Femca e Flaei-Cisl, Uilta e Uilcem-Uil, hanno approvato le diverse piattaforme unitarie. Morselli, lei parladi “risorsaunitaria”. «Significa non permettere alle imprese di lavorare sulle divisioni tra i sindacati, cercando un equilibrio che possa smussare le asperità in nome della difesa dell'occupazione, dei salari e del lavoro». Tra le richieste comuni alle diversepiattaformec'èquelladelconsigliodisorveglianza.Che vuoldire? «Chiediamo maggiore partecipazione dei lavoratori alle scelte strategiche della azienda. Una soluzione simile ai modelli dei Paesi del nord Europa. Bisogna superare anche in Italia la netta separazione tra management e lavoratori. Vogliamo discutere di investimenti e innovazione e di come affrontare la crisi e le esigenze del lavoro». Pensache leaziendeaccetteranno? «Credo che ci sia una impresa poco moderna, restia a condividere le novità. Ma per esempio all'Eni abbiamo dato vita ad una commissione che sta studiando forme di partecipazione alle scelte aziendali sulla scorta dei modelli del Nord. Non vogliamo gestire, ci interessa discutere le scelte strategiche». Su quali altri punti comuni poggiano le vostrepiattaformeperilrinnovodeicontratti? «Sulla estensione del welfare già presente in molte realtà, per esempio. Vogliamo allargare le tutele a chi non ce le ha: i neo assunti per citare qualcuno. Chiediamo anche maggiori investimenti nella formazione, che crediamo debba diventare la scuola dell'obbligo nelle aziende. L'intento è quello di tutelare l'occupazione ma anche l'occupabilità, ovvero la capacità di reinserire nel mercato un lavoratore grazie al continuo aggiornamento delle sue conoscenze professionali. E non sfuggiremo dal tema della produttività, che per noi si traduce in maggiori e migliori investimenti nelle aziende e nel sistema Italia, cioè infrastrutture e servizi. Ci opporremo all'eventuale richiesta dell'allungamento delle ore di lavoro». Esui salari? «Richiederemo aumenti tra il sette e il nove per cento, una forbice che definiremo meglio ad ottobre, ma che comunque supera quei criteri che nel 2009 hanno fatto litigare i sindacati». Leidicechelacrisimorde.Nonchiedete troppo? «No. La crisi morde ma non si può mortificare la contrattazione né la concertazione, che è stata già presa in giro dalle favole berlusconiane e ora è screditata dal governo Monti». Sulla svendita di Acea il Campidoglio tira dritto Protesta dell'opposizione MARCOTEDESCHI ROMA L'INTERVISTA La campagna è stata inaugurata dai ferrovieri: dal primo settembre in novantamila si ritroveranno con un nuovo contratto che, tra le altre cose, allunga la settimana di lavoro da 36 a 38 ore, mentre i cugini di città, gli autoferrotranvieri, non riescono ancora a riscrivere la loro parte del cosiddetto contratto unico della Mobilità. Da domani la stagione dei rinnovi dei contratti nazionali di categoria prende vita con uno dei confronti più aspri, quello dei circa due milioni di metalmeccanici. Per la prima volta, lamenta la Fiom, Federmeccanica si riunirà solo con Fim e Uilm per riscrivere le regole delle tute blu che scadono a dicembre. Fuori dalla sede di Confindustria, l'organizzazione guidata da Maurizio Landini terrà un presidio di protesta che si ripeterà davanti alle sedi locali degli Industriali. Per l'occasione i lavoratori incroceranno le braccia. ACCORDOVIOLATO La Fiom punta il dito contro Federmeccanica, che ha invitato i metalmeccanici Cgil a un confronto separato. Invito respinto al mittente, con tanto di accusa di discriminazione: secondo le tute blu Cgil, gli industriali guidati da Pierluigi Ceccardi stanno violando l'accordo confederale del 28 giugno 2011. Ovvero l'intesa siglata da Cgil, Cisl e Uil e da Confindustria, che stabilisce la centralità del contratto nazionale e le regole della rappresentanza sindacale. Venirne meno, sostiene Landini «è un attacco alla democrazia che non ha precedenti nel nostro Paese. Siamo a rischio concreto che Federmeccanica faccia accordo con associazioni minoritarie per poi estenderlo a tutti». Per il sindacalista è la riproposizione del modello Marchionne: «La Fiat, pur uscendo da Confindustria, sta dettando la linea a Federmeccanica». Il problema è che le tute blu hanno attualmente in vigore due contratti: quello unitario del 2008, al quale fa riferimento la Fiom, e quello separato del 2009, firmato da Fim, Uilm e Federmeccanica, dopo la riforma del sistema contrattuale voluta tre anni fa da Confindustria, Cisl e Uil, e non accettata dalla Cgil. L'intesa del 28 giugno 2011 poteva rappresentare una spinta al superamento dello strappo del 2009. Ma non è andata così. Federmeccanica non ritiene di discriminare la Fiom: «Non esiste alcuna violazione dell'accordo interconfederale 28 giugno 2011». Gli industriali auspicano la «partecipazione al tavolo contrattuale anche della Fiom», ma prima chiedono a Landini di «condividere l'oggetto della trattativa, ovvero il rinnovo del contratto del 2009». Cosa che non succederà mai. In questa impasse pochi giorni fa si è inserita la Cgil. Corso Italia, come chiarisce la segretaria confederale Elena Lattuada, ha chiesto al presidente di Confindustria Giorgio Squinzi di intervenire su Federmeccanica e di far rispettare l'accordo interconfederale del 28 giugno, che impegna sindacati e Confindustria alla «certificazione degli iscritti delle singole organizzazioni e dei risultati delle elezioni delle rsu, individuando nel cinque per cento la soglia minima di legittimazione a negoziare». Sulla base di questi criteri, la Fiom ha diritto a sedere al tavolo. Insieme a quello delle tute blu, entro il prossimo dicembre sono 197 (su 262 complessivi) i contratti in scadenza e quindi da riscrivere. Interessano oltre 14 milioni di lavoratori, che sperano di ottenere maggiori tutele e un incremento delle buste paga che tamponi un po' il caro-vita. Alle ultime tornate, nonostante la riforma contrattuale non firmata nel 2009 dalla Cgil, la maggior parte delle categorie è riuscita a superare le divergenze di Camusso, Bonanni e Angeletti. Tolte le tute blu e il commercio, che scadrà solo nel 2013 (l'ultimo rinnovo non è stato firmato dalla Filcams-Cgil), gli altri settori vengono tutti da accordi unitari. Così è stato per i quasi tre milioni di edili, i quasi due milioni di tessili e chimici e quelli dell'agroindustria. Dal conteggio resta fuori anche il pubblico impiego, dove il blocco del rinnovo dei contratti voluto dal tandem Brunetta-Tremonti è stato confermato da questo governo, che ha ulteriormente inasprito le condizioni di lavoro degli statali con le misure previste dalla spending review, la revisione della spesa. SANITÀED ENTILOCALI Accade per esempio ai circa 1,8 milioni di dipendenti della sanità e degli enti locali, due delle categorie degli statali più colpite dai tagli. «Con il blocco dei contratti - ricorda Giovanni Torluccio, segretario generale Uil-Fpl - il potere d'acquisto dei dipendenti pubblici si è eroso del trenta per cento. Adesso la revisione della spesa pubblica peggiora la situazione, determinando oltretutto la riduzione del personale e quindi anche della qualità di alcuni servizi fondamentali per il cittadino. Come i pronto soccorso o le sale operatorie». Per questo martedì Cgil e Uil manifesteranno con l'Anci, mentre il giorno dopo saranno ricevute, insieme alla Cisl, dal ministro Patroni Griffi. È probabile che a settembre gli statali di Cgil e Uil indiranno lo sciopero del pubblico impiego. Anche loro avrebbero diritto al rinnovo dei contratti, che probabilmente non arriverà prima del 2014. Un corteo dei metalmeccanici per chiedere il rinnovo del contratto FOTO DI CLAUDIO PERI/ANSA “C'è chi dice no”, recita la canzone, ma se in musica il ritornello dà soddisfazione lo stesso non può dirsi in politica, almeno quando a negare l'evidenza, in tema di acqua e servizi pubblici, è il sindaco di Roma. «La sentenza della Corte costituzionale libera gli enti locali da vincoli rigidi nei processi di privatizzazione e liberalizzazione dei servizi pubblici locali, ma non rende affatto illegittima la nostra delibera sulla costituzione della holding e la vendita del 21% di Acea»: Gianni Alemanno non ha perso tempo e già venerdì sera, quando ai comuni mortali il pronunciamento della Consulta appariva come una pietra tombale sulle intenzioni della giunta capitolina, ha appunto detto no, che per lui non è cambiato un bel nulla. «Roma capitale - ha dichiarato il sindaco - deve trovare una nuova forma più moderna ed efficiente dei servizi pubblici locali, compatibili con le forti riduzioni di spesa pubblica imposte dalla crisi economica. Dunque procederemo con l'approvazione della delibera 32 che, non solo costituisce una holding che farà risparmiare alla città di Roma almeno 20 milioni l'anno di consolidato fiscale, ma che ci consente di aprire il processo di vendita di quote azionarie di Acea finalizzato ad acquisire risorse indispensabili agli investimenti e a rendere più efficiente la gestione del servizio idrico e dell'illumiL'ITALIAELACRISI Nuovi contratti al via Effetto Marchionne sui metalmeccanici Domani si apre il tavolo sul rinnovo delle tute blu Esclusa la Fiom che protesta 14 milioni i lavoratori con i salari al palo E l'inflazione corre GIUSEPPEVESPO MILANO «Un consiglio di sorveglianza anche nelle imprese italiane» G.VES. iusve@twitter.com . . . Per i dipendenti pubblici potere d'acquisto ridotto del 30% E arrivano nuovi tagli IL CASO Spendingreview: c'èanche ilnodo delle società in house Siconcentreràsusanità,Province ed enti locali il pacchetto di modificheal decretospendingreview che i relatorial Senatopresenteranno d'intesacon ilgoverno.Le proposte dovrebberoarrivare entro la giornata didomani, oal massimomartedì. Unodeinodi dasciogliere èquello della razionalizzazionee dei tagli alle società inhousedopo la sentenza dellaCorteCostituzionale cheha bocciato la privatizzazionedei servizi pubblici (norma dellamanovrabis delgovernoBerlusconi) eche potrebbequindiconfigurareun preavvisodi incostituzionalità dell'articolo4 deldecretospending review. I relatori stanno inoltre lavorandoper ridurredrasticamente lecirca2milapropostedi modifica piovutesul provvedimento in commissioneBilancioal Senato. IlPd haannunciato cheritireràgran parte dellemodifiche, edè possibile chegli altrigruppidecidano lo stesso. AlbertoMorselli Il leaderCgildeichimici edell'energiaproponeuna maggiorepartecipazione dei lavoratori allescelteaziendali 6 domenica 22 luglio 2012
Bersani e Casini ne hanno discusso, prima di lasciare Roma per raggiungere nel fine settimana le rispettive famiglie, e non ci è voluto molto per convenire che un «patto di legislatura» sia l'unica soluzione utile per il dopo-Monti. E anche che accelerare sulla riforma elettorale, a questo punto, è d'obbligo. Da un lato non rassicurano i movimenti del Pdl (il «comportamento ambiguo» tenuto nelle ultime votazioni in Parlamento non è sfuggito al segretario centrista Cesa). Dall'altro, nei discorsi che si fanno in privato all'interno delle forze che sostengono il governo, inizia a comparire una “subordinata” che non c'era fino a qualche settimana fa. La smentita di Palazzo Chigi circa l'ipotesi di una crisi pilotata ed elezioni anticipate in autunno viene data per buona dai leader di Pd e Udc, con i quali il presidente del Consiglio è in contatto costante. Ma è significativo che Enrico Letta, tra i più convinti sostenitori di Monti, con un interlocutore che nei giorni scorsi gli chiedeva una previsione sulla data delle prossime politiche abbia buttato lì una frase contenente, dopo la prima parte sentita e risentita, una seconda parte finora inedita: «Si vota la prossima primavera. A meno che Monti, d'accordo con Napolitano, non decida diversamente». Il vicesegretario del Pd, in pubblico, dice di non aver «mai sentito parlare» dell'ipotesi di una crisi pilotata, e però insiste sul fatto che a prescindere da questo «non si può pensare di votare senza cambiare la legge elettorale». Argomento affrontato da Bersani e Casini nell'ultimo incontro prima di lasciare Roma. PATTODI LEGISLATURA Il segretario del Pd è convinto che per affrontare e superare i gravi problemi che attanagliano il Paese («che non saranno superati dopo l'azione del governo Monti») sia necessaria la guida di uno schieramento più ampio del centrosinistra tradizionale, che serva cioè quell'alleanza tra progressisti e moderati perseguita da quasi due anni e che intanto ha dimostrato di essere vincente in Europa (vedi Hollande che è arrivato all'Eliseo anche grazie ai voti del centrista Bayrou). E il leader dell'Udc, dal canto suo, si è detto «consapevole» che senza il Pd non si può governare il Paese. Per definire i dettagli dell'accordo manca però un tassello tutt'altro che secondario come la legge elettorale con cui si andrà a votare. E infatti i due si sono lasciati concordando anche le prossime mosse: andare in pressing sul Pdl per arrivare prima della pausa estiva all'approvazione in almeno uno dei due rami del Parlamento del sistema di voto che dovrebbe sostituire il Porcellum; e accelerare sull'«organizzazione» dei rispettivi campi, per poi decidere, in base alla legge elettorale in vigore, come presentarsi di fronte agli elettori. CARTAD'INTENTI PROGRESSISTA Per Bersani l'organizzazione del «centrosinistra di governo» passa attraverso la presentazione di una «carta d'intenti», la definizione del perimetro (in base a chi la firmerà) delle forze progressiste, la scelta del candidato premier (con primarie a cui finora si sono candidati Bersani, Tabacci e Nencini). Il leader del Pd presenterà la sua proposta di «carta» venerdì. Si tratta di un documento sintetico, teso più ad illustrare il campo di valori a cui fare riferimento che il quadro programmatico, nel quale si insiste sulla centralità del lavoro, dei beni comuni, dell'integrazione europea e sui concetti di equità, ridistribuzione, parità di genere, diritti civili e di cittadinanza. Un documento che poi Bersani illustrerà ad esponenti di liste civiche sparse su tutto il territorio nazionale, di associazioni e movimenti, di altre forze politiche: il primo appuntamento in agenda è con Vendola, mentre con Di Pietro, soprattutto dopo gli ultimi attacchi al Quirinale, la rottura ormai viene data per assodata. Da questo giro di incontri usciranno altre proposte e, in ottobre, verrà scritta la «carta d'intenti» nella versione definitiva. L'ORGANIZZAZIONEDEI MODERATI Casini intanto lavorerà ad organizzare il campo dei moderati. Il modello Terzo polo, con Fini e Rutelli, ormai è stato accantonato. Il leader Udc non pensa a dar vita a un nuovo partito e punta piuttosto ad allargare il fronte centrista, con nuovi innesti provenienti dall'attuale esecutivo (Passera è il nome in cima all'elenco) e con una lista elettorale che alle prossime politiche aspira ad ottenere un risultato a due cifre. «La nostra è l'area della responsabilità contro il populismo», dice Casini polemizzando con il sindaco di Roma Alemanno. «Noi organizziamo questo campo, auguri agli altri». Bersani e Casini, che pure fa sapere di non voler dare né accettare «ultimatum» sui temi eticamente sensibili (in cui il leader Udc mette anche le unioni civili), aspettano di conoscere il sistema di voto con cui si andrà a votare prima di decidere come presentarsi di fronte agli elettori. Sondaggi già commissionati dicono che se restasse in vigore il Porcellum un'alleanza elettorale sarebbe necessaria, per avere la sicurezza di una maggioranza stabile al Senato. Che sia necessario siglare un «patto di legislatura» è comunque dato per assodato. Insieme a un altro fattore: in caso di crisi di governo e voto anticipato in autunno, non ci sarebbe il tempo sufficiente per organizzare il campo progressista e quello moderato. Con il rischio di andare alle elezioni con un'alleanza per così dire d'emergenza, cioè in puro stile Unione. Il presidente del Consiglio Mario Monti in una immagine di repertorio FOTO DI GUIDO MONTANI/ANSA provvedimenti varati nel summit di fine giugno - aiuto diretto alle banche e fondo salva spread - che sono per noi fondamentali, pur se per ragioni diverse. Poi c'è il fronte interno. È giusto preoccuparsi dei futuri assetti istituzionali e dei programmi di qui alle elezioni. Ma ancor di più lo è un cambio di passo nell'azione del governo, che sia diretta, da un lato, a fronteggiare il crollo del mercato interno e il rilancio di meccanismi di crescita, con misure in grado di agire a sostegno contemporaneamente della domanda e dell'offerta. Bisogna dall'altro pensare a come affiancare al percorso programmato di aggiustamento e consolidamento fiscale un piano straordinario di rientro dal nostro debito, più consistente e accelerato di quanto fin qui ventilato. Le varianti sono più d'una e di fronte all'aggravarsi della situazione va mantenuto un ampio portafoglio di opzioni. Tanto più che l'eventualità che l'Europa lasci i Paesi a fronteggiare da soli il mare in tempesta dei mercati è purtroppo molto concreta e il tempo a disposizione per prepararsi è davvero poco. LAMISSIONE Alemanno (e Frattini) cercano, per ora senza grandi risultati, di sbarrare la strada all'ennesimo ritorno di Berlusconi. Mentre Bossi (e i suoi pretoriani) si agitano per rendere la vita difficile al nuovo leader della lega Maroni, e così facendo riprendono gli annusamenti con Giulio Tremonti, il terzo protagonista, o meglio dinosauro, della fase politica pre-Monti che non ha alcuna intenzione di farsi da parte. Mentre Casini s'affanna per attrarre i moderati del Pdl, a partire da Alfano, verso il nuovo soggetto moderato che, nella prossima legislatura, potrebbe governare insieme al Pd. Questa la fotografia dei movimenti in quello che resta del vecchio centrodestra, dove, nonostante le ripetute scomuniche degli ultimi mesi, Maroni cerca in tutti i modi di intestarsi il dialogo col Cavaliere, indossando i panni che fino a poche settimane fa indossava il Senatur. «Tranquillizzo i mercati e la sinistra: non ci sarà il sesto tentativo di Berlusconi di candidarsi a premier», ha detto ieri Alemanno. «Sarebbe un ritorno indietro, lui deve limitarsi a fare l'allenatore». Frena anche Frattini, che risponde sì all'appello di Casini per un nuovo fronte moderato e dice: «Non sono sicuro del ritorno in campo di Berlusconi». Intanto nelle aule parlamentari, soprattutto alla Camera, i pasdaran di Bossi organizzano la scissione, in attesa solo di un via libera da parte del vecchio Capo. Che però alterna attacchi violenti al Bobo a precipitose retromarce, lasciando un po' smarrite le sue truppe. Che cominciano a muoversi autonomamente. Pur privi di una guida riconoscibile, visto che l'ex capogruppo Reguzzoni dopo l'addio di Bossi alla segreteria si è praticamente ritirato a vita privata. I diretti interessati parlano di 25 deputati pronti a dar vita a un nuovo gruppo a Montecitorio a settembre. Mercoledì scorso, dopo una cena carbonara a Roma, hanno mandato un emissario dal nuovo leader, con una richiesta precisa: «Devi darci un segnale di disgelo, ora non sei più lo sfidante ma il segretario, non puoi trattarci come appestati». Il rovello dei 25, o meglio la quasi- certezza, è quella di essere spazzati via dalle prossime liste per le politiche. Non a caso Bossi al congresso di Assago aveva chiesto per sé una golden share del 20% delle nuove liste, ma è stato respinto con perdite. Alle richieste dell'emissario, il Bobo avrebbe risposto in modo sibillino, senza dare garanzie. Anche perché tra i suoi barbari, dopo la vittoria, sono in molto a battere cassa chiedendo prebende, ricandidature e posti al sole. La reazione di Maroni ha alimentato i peggiori sospetti. «A questo punto, morti per morti, vendiamo cara la pelle e presentiamo una lista secessionista alle elezioni», spiega uno dei rivoltosi. «Tanto non abbiamo più niente da perdere». Pare che Bossi non abbia escluso l'ipotesi di una rifondazione leghista, ma per ora consiglia cautela: «Aspettate ancora». Giacomo Chiappori, uno dei pretoriani, tira il freno: «Quello insulta Bossi e ci provoca perché vuole che ce ne andiamo per tenersi il partito e tutti i beni immobili, compresa via Bellerio», spiega a l'Unità. «Io non me ne vado dalla Lega, ma da sindaco alle sue battaglie sull'Imu e il patto di stabilità non partecipo». I potenziali transfughi, se arriveranno allo strappo, giocoforza troveranno sulla loro strada Giulio Tremonti, che con la Lega di Maroni, come ha ribadito, non vuole avere rapporti, ma con una nuova creatura a guida Bossi sarebbe prontissimo all'accordo. Alcune settimane fa Giulio e Umberto avevano anche cominciato a buttare giù una bozza di programma comune. Poi sono arrivati gli scandali della «family» leghista. Ma i contatti tra i due non si sono mai interrotti. La nuova guardia leghista teme i movimenti di Giulio&Umberto. Che ne so? Chiedete a loro», ha risposto un nervosissimo Maroni a proposito della “strana coppia”. «Loro» che tra pochi mesi potrebbero rivelarsi i suoi più insidiosi avversari alle urne. Patto di legislatura Pd-Udc per preparare il dopo-Monti MontivolaaMosca,aSoci l'incontroconPutin Missionerussaper MarioMonti, che incontreràPutinaa Soci:oggi e domani ilpresidente delConsiglio farà lasuaprima visitadapremier in Russia.Atterrerà oggiaMosca, dove incontrerà ilpatriarca ortodossoKirill. Unsegnodi dialogotra la chiesa cattolicae quellaortodossa(l'ultimo incontrorisale aldicembre del2008, quandoNapolitano resevisitaal predecessoredi Kirill, Alessio II) in vistadiun possibile incontrofra il patriarcae ilPapa. Monti si trasferirà poia Villa Berg, sede della residenza dell'ambasciatore a Mosca,Antonio ZanardiLandi,dove ceneràcon ilgothadell'imprenditoria italianache ha interessi inRussia. Fra gli invitati, gli amministratoridelegati diEni edEnel, PaoloScaronie Fulvio Conti, il presidente e addi FinmeccanicaGiuseppe Orsi, l'amministratoredelegato di Poste italianeMassimoSarmi, il numero uno diTechint, Gianfelice Rocca. Emolti manager, con i quali Monti affronterà i nodidellacrisi, e forsedegli incentivi alle imprese.Lunedìmattina la bilaterale:aMosca l'incontro con Medvedevper siglareaccordi come quellodelle Poste nei servizi postali. Montivolerà quindia Soci, sul mar Nero,per ilprimofacciaa facciacon Putin (i duesi sono incontratimasolo brevementeal G20di LosCabos). Nessundossier specifico,«dalla collaborazioneeconomica in campo energeticoe culturale, alle questioni internazionali», spiegaunafonte governativa. . . . Letta: «Si vota nel 2013. A meno che Monti, d'accordo con Napolitano, non decida diversamente» BersanieCasinivogliono acceleraresulla legge elettorale. Il segretario democraticovenerdì presenta lacartad'intenti PoivedeVendola SIMONECOLLINI ROMA Contrordine: forse Berlusconi resta a casa Alemanno e Frattini frenano il Cav Lega: 25 deputati pronti alla scissione ANDREACARUGATI ROMA IL RETROSCENA domenica 22 luglio 2012 5
SEGUEDALLAPRIMA Maggiore era la capacità di incanalare risorse finanziarie da chi disponeva della ricchezza a chi voleva effettuare investimenti, migliori erano le performance di un sistema economico. Nel corso degli anni la ricerca scientifica non solo ha cercato di fornire spiegazioni teoriche e verifiche empiriche a questa diffusissima idea, ma è anche arrivata ad individuare un rapporto di causalità che vedeva lo sviluppo del settore finanziario come una precondizione di qualsiasi programma di crescita economica. È proprio sulla base di questa relazione che si sono giustificate e portate avanti negli ultimi tre decenni le politiche di deregolamentazione finanziaria e bancaria, dall'abolizione del Glass-Steagall alla totale liberalizzazione dei movimenti di capitale. Dopotutto, se la finanza era una cosa buona per la crescita - anzi ne era una condizione necessaria - perché non eliminare tutte le barriere che ne limitavano lo sviluppo? Inutile dire che l'arrivo della crisi ha seriamente messo in dubbio questa impostazione. In molti - in verità più nell'accademia che nella politica - hanno cominciato a riconsiderare le proprie convinzioni chiedendosi se davvero non esista un limite massimo oltre cui la finanza, invece di favorire lo sviluppo economico, finisce per ostacolarlo e danneggiarlo. Il lavoro di Cecchetti e Kharroubi prova proprio a fornire una prima risposta a questo quesito andando ad analizzare l'impatto che la dimensione e la crescita del settore finanziario può avere sull'andamento della produttività. LEGIUSTE DIMENSIONI Le conclusioni a cui giungono i ricercatori della Bri sono essenzialmente due: la prima è che - come molte cose della vita - anche per la finanza vale il detto che il troppo stroppia. Finché il settore finanziario si mantiene entro limiti accettabili, esso è davvero funzionale alla crescita dell'economia. Quando invece le sue dimensioni si fanno considerevoli e la finanza si trasforma in industria a sé stante, diventa un fardello per il sistema economico, danneggiando sviluppo e occupazione. La seconda conclusione è che una crescita troppo rapida del volume d'affari di banche e assicurazioni - simile a quella che solitamente si registra in occasione della formazione di bolle sui mercati finanziari - ha effetti negativi e permanenti sulla crescita potenziale dell'economia reale. Insomma, un settore finanziario troppo grande o in crescita troppo rapida rischia di produrre danni notevoli al sistema economico. Ma qual è la dimensione giusta per il settore finanziario? Le analisi di Cecchetti e Kharroubi individuano questo livello in un rapporto fra credito interno e Pil intorno al 90%. Al di sotto questa soglia un aumento del credito tenderà a favorire la crescita, mentre al di sopra finirà per danneggiarla. Ma qual è la situazione nei principali Paesi industrializzati? Se guardiamo ai dati di due anni fa possiamo notare come quasi ovunque questo livello fosse stato largamente superato. Gli Stati Uniti e la Spagna veleggiano ben oltre il 200%, il Regno Unito al 180%, il Portogallo al 170%, l'Italia al 125%. Ma a colpire non sono soltanto le dimensioni, ma anche la rapidità con cui il settore finanziario si è sviluppato nell'ultimo ventennio: il credito interno dell'Italia è più che raddoppiato, quello della Spagna è quasi triplicato, mentre quello di Portogallo, Grecia e Irlanda è aumentato di quattro volte. Un andamento diametralmente opposto a quello registrato ad esempio in alcune realtà dell'Asia dove, dopo lo scoppio della bolla speculativa di fine anni Novanta, il rapporto fra credito e Pil si è praticamente dimezzato assestandosi ben al di sotto della soglia critica del 90%. UNRAPPORTO DA CAMBIARE Alla luce di questi risultati è sempre più evidente la necessità di rivedere il rapporto fra finanza ed economia reale nei nostri paesi. Non si tratta soltanto di punire comportamenti truffaldini posti in essere da alcune grandi banche d'affari, che pure segnano in negativo i destini di lavoratori e imprese, come lo scandalo Libor ci ha tristemente confermato. È necessario riconsiderare criticamente il processo di deregolamentazione finanziaria e di liberalizzazione del mercato dei capitali che - praticamente senza voci contrarie - si è fatto largo negli ultimi decenni. Ma riuscirà a farlo una politica che, finora, è sempre stata forte con i deboli e debole con i forti? SEGUEDALLAPRIMA Anche se l'inchiesta è esplosa già da qualche settimana, la notizia sta faticosamente trovando lo spazio che merita sulla stampa internazionale occupata da altre emergenze monetarie ed economiche. Ma il possibile coivolgimento di altri potenti istituti di credito, come Deutsche Bank, HSBC, Crédit Agricole e Société Generale, e delle Autorità di controllo dei mercati di tutta Europa allargherà certamente l'impatto di questo nuova performance dei predatori della finanza che sta producendo danni anche nel nostro Paese. UNOSCANDALO VERGOGNOSO La crisi dei mercati e l'attacco all'euro la fanno oggi da padrone, ma quello che accaduto per anni ai vertici del sistema bancario, nelle sale operative della City è uno scandalo senza precedenti che pone, per l'ennesiva volta, il mondo delle banche e della finanza sul banco degli imputati per la voracità e la totale mancanza di etica di personaggi riveriti e premiati con retribuzioni milionarie. Questa truffa colpisce ulteriormente la credibilità della finanza internazionale, che non ha ancora finito di digerire il recente scandalo della Jp Morgan Chase che ha perso 2 miliardi di dollari sui derivati, mette in cattiva luce, per non dire di peggio, la piattaforma finanziaria di Londra, orgoglio della signora Margaret Thatcher e di Tony Blair, e arriva a colpire, danneggiare gli interessi degli umili sottoscrittori di mutui. Come si organizza una truffa sui tassi di interesse? La prima inchiesta emersa in Inghilterra è relativa al Libor, il tasso di riferimento sulla piazza di Londra per i prestiti tra banche. Il Libor è una sigla probabilmente sconosciuta al grande pubblico, compresi i milioni di cittadini che portano i soldi in banca, comprano titoli e sottoscrivono mutui. Ma il Libor è una vera di istituzione per il sistema creditizio internazionale: viene fissato ogni mattina alle 11, ora di Londra, da un gruppo di diciotto banche che propongono un tasso al quale erogare i prestiti interbancari. Ognuno fa la sua proposta, vengono scartati i quattro numeri più alti e i quattro più bassi. Sugli altri si fa la media e così viene determinato il Libor. La dinamica della fissazione del tasso di riferimento è basata su presupposti che non sono reali o matematici, ma sulle impressioni, sulle volontà, sui desideri delle banche, in un processo che risulta assai poco trasparente. Oggi le indagini si stanno allargando dalla Gran Bretagna all'Europa compresa l'Italia dove si sta muovendo la procura di Trani che ha già aperto un'inchiesta sulle agenzie di rating e riguardano anche le manipolazioni dell'Euribor, il tasso medio dal quale dipendono gli interessi dei mutui pagati dai cittadini italiani. Aggiungiamo che mentre il presidente del Consiglio Mario Monti invita giustamente gli italiani alla responsabilità per fronteggiare il drammatico momento che stiamo vivendo e per garantire la stabilità dell'Europa, la Commissione Europea non pare morsa dal sacro fuoco dell'attivismo, ha finora toccato di striscio questo scandalo e, se non ci saranno rinvii, se ne occuperà concretamente solo la prossima settimana. COMPAGNIDI MERENDE Come è stato praticamente organizzato l'imbroglio? La truffa è semplice come bere un bicchiere d'acqua, basta contare sulla connivenza e la complicità di un ristretto e fidato numero di operatori piazzati nei posti giusti. Il FinancialTimesha pubblicato alcune intercettazioni - e poi c'è qualcuno che dice che non servono - di operatori che negoziavano prestiti tra banche. “Posso avere un tasso molto basso nel pomeriggio? Grazie mille per il tuo aiuto” telefona un analista della Barclays alla sua controparte. E il compagno di merende risponde: «Certo, lo farò». Un altro ringrazia per l'alterazione favorevole dell'interesse e ringrazia giulivo: «A buon rendere amico, adesso stappo una bottiglia di champagne». E in questo clima simpatico, amichevole, che giovanotti col pallino della finanza fanno girare milioni e milioni, influenzano i comportamenti degli altri intermediari e del mercato, sotto la direzione severa ma complice dei grandi manager e poi, quando arriva il momento dell'happy hour, vanno a scolarsi una birra al pub. I primi episodi di alterazione dei tassi di interesse risalgono alla metà del 2005 e la truffa sarebbe continuata fino all'autunno, con qualche probabile coda nel 2008 e oltre. Le date sono importanti perchè tra il 2007 e il 2008 esplode la crisi americana dei mutui subprime, cioè quelli privi di garanzie, che determina il corto circuito della finanza internazionale fino al fallimento del gigante Lehman Brothers, la «banca che non poteva fallire». Nello stesso periodo inizia e deflagra il credit crunch in Gran Bretagna, in particolare fallisce Northern Bank, una banca specializzata proprio nei mutui alle famiglie. In quella lunga fase di emergenza le banche hanno iniziato ad adottare politiche di credito molto più severe del passato e l'accesso di famiglie, imprese, ma anche di istituzioni bancarie e finanziarie a prestiti e finanziamenti è diventato molto più difficile, oltre che più costoso. DOMANDESENZA RISPOSTE A questo punto si pongono alcune questioni. C'è qualche relazione tra la truffa dei signori della Barclays e dei loro complici di altre banche con la crisi finanziaria? La modifica dei tassi di interesse serviva a garantirsi margini di profitto in un momento di emergenza? C'è un regista mascalzone della truffa o il meccanismo è congenito nelle transazioni interbancarie della City? E se la manipolazione è proseguita per anni com'è possibile che la Banca d'Inghilterra e la FSA, l'autorità di controllo della City creata appositamente per vigilare sul più grande mercato finanziario europeo, non si sono accorte di nulla? Interrogativi che sono stati già posti, spesso senza trovare risposta, in occasione di altri scandali, di altre truffe miliardarie. Ora bisogna attendere l'evoluzione delle indagini, la ricerca dei colpevoli e le possibili sanzioni. L'ex amministratore delegato di Barclays, Bob Diamond, si è dimesso per lo scandalo Libor e, bontà sua, ha rinunciato alle competenze di fine rapporto che assommavano a 25 milioni di euro. I vertici della banca hanno espresso rammarico per il comportamento di alcuni dipendenti. Il Parlamento inglese ha avviato un'inchiesta e interroga i banchieri. Ma la stampa britannica ha una grande preoccupazione: tra meno di una settimana iniziano le Olimpiadi di Londra, non è il caso di danneggiarle con lo scandalo dei tassi di interesse. La finanza invadente opprime l'economia e lo sviluppo. Lo dicono anche i banchieri proprio decisivo impegno a favore del rafforzamento politico delle istituzioni comuni, verso un più forte slancio di integrazione necessario per preservare il benessere delle nostre popolazioni e ridare fiducia e opportunità ai nostri giovani». È indispensabile, quindi, una sempre forte integrazione. ISACRIFICIE LOSLANCIO L'Italia, gli italiani stanno facendo la loro parte di sacrifici anche molto pesanti. Le forze politiche hanno mostrato, con le scelte fatte in novembre, le ha ricordare il presidente l'altro giorno parlando alla cerimonia del Ventaglio, una «presa di coscienza della necessità di riconoscerci in una comune visione dell'interesse generale del Paese e in un eccezionale sforzo di coesione nazionale, questo essendo ciò che ci serve, ciò che è prezioso e vitale per reggere alle prove della crisi, per aspetti fondamentali, della costruzione europea, e di una crisi finanziaria, economica, sociale, grave come non mai da più di mezzo secolo, che ha colpito l'Italia e ne minaccia il futuro». RONNYMAZZOCCHI IL RETROSCENA Dal cuore della City ai nostri mutui, ecco la grande truffa dei tassi di interesse La sede Barclays di Londra PartedaLondra ilnuovo scandalodella finanza internazionale.Unsistema marciodovetutto,anche l'imbroglio,giustifica laricercadelprofitto RINALDO GIANOLA rgianola@unita.it UnostudiodellaBanca dei regolamenti internazionali (Bri) sostieneche l'eccessivo poterefinanziario altera ilquadroeconomico L'INCHIESTA domenica 22 luglio 2012 3
Il timore è che la battaglia contro l'euro sia stata avviata in anticipo, senza attendere agosto. Si capirà domani se l'ennesimo venerdì nero delle borse abbia anticipato una settimana nerissima anche per l'Italia. La preoccupazione è tangibile a Palazzo Chigi. Come l'«amarezza» di chi è convinto di aver fatto «tutto ciò che si poteva» per allontanare il Paese dal baratro greco, ma deve prendere atto che «fatti due passi avanti, se ne fa uno e mezzo indietro». Una situazione «complicata» e piena di incognite, quindi, che ha portato il ministro Grilli ad annullare l'asta dei Btp prevista per metà agosto. E Monti si tiene costantemente in contatto con i leader di Pd, Pdl e Udc perché «il governo» non rimanga da solo ad affrontare un'emergenza che, al momento, non si sa di che entità sarà. Si spera che la paura si riveli immotivata, naturalmente. Ma quella sorta di gabinetto di crisi formato da Monti (in contatto costante con Draghi), Grilli, Passera, Moavero e Visco pretende «il massimo di sostegno» dai partiti. Il premier chiede loro di «blindare il governo», di evitare - soprattutto in queste settimane - segnali di sganciamento che possano fornire all'estero conferme sulle «incognite della politica italiana». Ciò che accade nel Pdl, ad esempio, tranquillizza meno che mai: più di un campanello d'allarme è stato il voto parlamentare in ordine sparso sulla ratifica del fiscal compact. Per non parlare delle aperture dei quotidiani di famiglia - «Monti ha fallito», titolava il Giornale di ieri - che attaccano il governo, smentendo la lealtà all'esecutivo giurata da Berlusconi. La stessa ventilata ridiscesa in campo del Cavaliere, poi, «non rassicura né i mercati, né le cancellerie». «Una parte del Pdl non vota per il governo Monti attacca il segretario Udc, Cesa - Non viene in Parlamento o magari vota e poi fuori dice cose diverse da quelle che ha votato. Un comportamento ambiguo». E nel governo - anche a proposito del ritrovato feeling del Pdl con la Lega, evidente al Senato - c'è chi si chiede se non sia stato attribuito a Berlusconi, dallo stesso premier, «un potere di interdizione che contraddice l'indebolimento evidente del suo partito». Monti, in realtà, qualche segnale al Cavaliere lo sta inviando. L'altro ieri, prendendo spunto dal Giornale, rammentava a Berlusconi lo spread lievitato fino a 574 punti nel novembre 2011. «Punzecchiature» che contengono messaggi in codice. Se il Cavaliere dovesse «provare a staccare la spina», infatti, la cautela con la quale il premier ha trattato «il precedente governo» - senza calcare la mano sulle sue responsabilità - potrebbe essere abbandonata. Monti ritiene «letali» elezioni anticipate in autunno, e cerca di scongiurarle chiedendo ai partiti «di non allentare l'impegno e il ritmo decisionale» già ad agosto. «Fin da domani», anzi, visto che si apre una settimana piena di incognite per l'euro e per l'Italia». Dietro questo appello pubblico, però, c'è il pressing riservato su Pd e Pdl, in particolare, perché passi al più presto il decreto sui tagli di spesa - al quale potrebbe aggiungersi, nei prossimi giorni, quello sui contributi ai partiti - senza i miglioramenti chiesti, ad esempio dai democratici sulla sanità e gli enti locali. Con la Spagna che potrebbe richiedere aiuti ben più sostanziosi, che riaprirebbero con la stessa Germania il contenzioso su controlli, garanzie e sulla cessione di sovranità nazionale, «l'Italia deve fare la propria parte». FRONTECOMUNECON HOLLANDE Oggi Monti volerà a Mosca, per incontrare Medvedev. Domani, poi, si trasferirà a Soci per un vertice con Putin. Il primo agosto, infine - prima di visitare Madrid - andrà ad Helsinky, dove proverà ad allentare le tensioni nate per l'opposizione finlandese allo scudo anti spread. Il premier torna a fare la spola tra le capitali europee. Ma il vero «nodo da aggredire» riguarda la posizione di Angela Merkel. Non è più tempo di «minuetti» con la cancelliera: se la situazione dovesse precipitare si restringerebbe lo spazio per la comprensione delle sue «impuntature». Alla speculazione, infatti, bisognerà dare «risposte immediate». Accelerando sull'Unione fiscale e su quella bancaria, sciogliendo i lacci che depotenziano lo scudo anti spread, concepito come meccanismo automatico e via via depotenziato per le resistenze di Berlino e del «fronte del nord», gli eurobond «sui quali non si può più tergiversare». Intorno a queste e ad altre richieste «indispensabili per salvare l'euro» Monti intende rinsaldare l'asse con Hollande: Parigi, Roma e Madrid assieme «in modo ancora più deciso» per condizionare la Germania». Non può farsi scoprire le spalle in patria, però, da una maggioranza «rissosa e poco coesa». Smentiti, ieri, disegni attribuiti a Monti da indiscrezioni di stampa per crisi pilotate ed elezioni in autunno. «Nulla di tutto questo - sottolineano i collaboratori del professore - l'ipotesi è destituita di ogni fondamento. L'obiettivo del Presidente del Consiglio è quello di portare a conclusione la legislatura». Il premier, tuttavia, è consapevole che - con un Pdl in costante fibrillazione - «l'incidente di percorso» può verificarsi in ogni momento e «rendere ancora più gravi le incognite che pesano sul futuro dell'Italia». Schifani le esorcizza. Ma Pd, Pdl e Udc, intanto, stringono i tempi per la riforma elettorale. Niente voto anticipato, ma meglio tenersi pronti. Non si sa mai. L'ANALISI PAOLOGUERRIERI Timori per l'attacco all'euro iniziato prima del previsto Sulle manovre Pdl: «L'obiettivo è arrivare a fine legislatura ma l'incidente può scapparci sempre» SEGUEDALLAPRIMA E sì che il tanto temuto mese di agosto deve ancora cominciare. Il commento più diffuso è stato che questa tempesta di vendite sia avvenuta nonostante il varo da parte dell'Eurogruppo del piano di salvataggio, fino a 100 miliardi di euro, per le banche spagnole. In realtà, è proprio questa decisione che può aver provocato il tonfo delle Borse e dei mercati dei titoli spagnoli e italiani, in quanto ha vanificato le residue speranze degli investitori in decisioni più efficaci e coraggiose da parte dei paesi della eurozona. Va ricordato come il summit europeo di fine giugno avesse illuso molti - e per un po' anche i mercati - che le misure varate fossero finalmente il riconoscimento da parte dell'Europa della natura sistemica della crisi dell'euro. Quest'ultima non era dunque imputabile solo agli eccessi di debito e spesa dei Paesi della periferia meridionale. Quanto avvenuto nelle ultime due settimane e alla riunione dell'Eurogruppo dell'altro ieri, ha ridimensionato fortemente la portata di quelle decisioni, sia in riferimento agli aiuti diretti alle banche sia allo strumento cosiddetto salva spread. Anche le posizioni di molti Paesi, tra cui la Germania, a favore di una soluzione a lungo termine in chiave di più integrazione dell'Europa (sul piano fiscale, bancario e anche politico), al centro del Rapporto che sta coordinando il Presidente del Consiglio Europeo Van Rompuy, rischiano di rimanere vuote promesse, ponendosi in aperto contrasto con scelte di breve periodo, tardive e insufficienti, quali quelle effettuate ieri l'altro. Il risultato è che l'Eurogruppo continua a non avere una strategia efficace e coerente per contrastare la crisi, al di là delle fallimentari politiche di austerità fin qui perseguite. Una prima seria conseguenza riguarda la Spagna, una delle quattro grandi economie dell'Eurozona. Alla luce degli andamenti più recenti potrebbe non bastare più l'intervento a favore delle banche spagnole. È infatti probabile che a questi tassi (7%) il governo di Madrid finirà per perdere l'accesso al mercato dei capitali e in assenza di una rete di salvaguardia di liquidità europea (il meccanismo salva spread) si vedrà costretto a ricorrere ai finanziamenti e alle cure dell'Eurogruppo, al pari di quanto avvenuto per la Grecia, il Portogallo e l'Irlanda. Serviranno a questo scopo molto di più dei 100 miliardi già stanziati, ponendo problemi seri alle finanze del nuovo fondo Salva stati (ESM), peraltro fino al 12 settembre ancora sotto scrutinio della Corte costituzionale tedesca. A quel punto, è evidente che problemi altrettanto seri si porranno per l'Italia, come si è già visto lo scorso venerdì con l'impennata degli spread e dei tassi di interesse dei nostri titoli. Si dice spesso che l'Italia ha fondamentali più robusti e solidi di Madrid. È vero. Ma se la Spagna dovesse finire col chiedere aiuto all'Europa, tutto ciò difficilmente potrà evitarci l'effetto contagio e la firma, anche da parte nostra, di un vessatorio protocollo di assistenza. Oltre a vantare il terzo più elevato stock di debito nel mondo, il nostro Paese condivide oggi con la Spagna quella camicia di forza, impostale dalla cura dell'Eurogruppo e della Germania, in particolare, chiamata trappola dell'austerità. È un circolo vizioso in cui una volta entrati si rischia un peggioramento del deficit e dello stock di debito pubblici a causa degli effetti recessivi indotti dalle politiche di austerità, così da vanificare larga parte dei potenziali miglioramenti legati a queste stesse politiche. A quel punto lo spread può aumentare senza sosta, imponendo nuove misure restrittive e chiudendo il circolo vizioso. La drammatica deriva greca - che minaccia da vicino l'economia spagnola - al di là delle peculiarità del Paese è nata proprio così. Tanto più che la recessione si prolungherà in Spagna e Italia anche per tutto il 2013 e non si scorgono per ora segnali a medio termine di miglioramento, al di là di vaghi e confusi auspici. È necessario un grande sforzo da parte di tutti nei prossimi mesi per scongiurare la drammatica eventualità di un drastico peggioramento delle condizioni economiche e un commissariamento del nostro Paese. A cominciare, in primo luogo, dal governo, che può e deve fare di più per fronteggiare l'attuale fase di emergenza. In primo luogo sul fronte europeo, dal momento che non possiamo salvarci da soli. Va dunque intensificata la pressione sugli alti Paesi, a partire dalla Germania, perché venga perseguita con più forza e in varie direzioni l'obiettivo dichiarato da tutti di una maggiore integrazione, cercando di valorizzare l'originario contenuto dei due IL CASO L'ITALIAELACRISI NINNIANDRIOLO ROMA Il premier chiede di blindare il governo «No a crisi pilotate» L'Italia è ad alto rischio, il governo deve accelerare Sicilia:Standard&Poor's sospendeil rating Lacrisidi liquiditàdellaSicilia preoccupa leagenziedi rating. Standard& Poor'shaconfermato il giudizio«BBB+» peròhasospeso il rating«acausa della mancanzadi informazioni sufficienti» dapartedella Regione. Ilnuovogiudizio - fasapere l'agenziastatunitense- arriveràsolo dopoun incontro con i rappresentanti dell'ente,masembra cheS&Pcreda che la Sicilia nonsarà in grado di soddisfare leproprieprevisioni per il 2012,anchese nondovrebbe avereun ratingabbassato. Ma ilGovernatore sicilianoRaffaele Lombardo,chemartedìavrà un incontrocon ilpresidente del ConsiglioMarioMonti, rassicura sui contidella Regionee sidice pronto a collaborare. SuPalazzo deiNormanniperò ènuova bufera,perché, se dauna parte l'assemblearegionaleha votato il disegnodi leggechiamato «blocca-nomine»(pernon rendere permanenti le informate di fine mandato)con 45voti favorevoli su46 presenze(deputatidi Mpa eFli non hannopartecipato), d'altraparteè statobocciato l'emendamento anticorruzionediLillo Speziale, presidentedell'Antimafia siciliana: i condannatiperassociazionea delinqueredi stampomafioso, o semplice,potranno continuarea ricevere incarichi diqualunquegenere comprese leconsulenzepresso le amministrazioni regionale, provinciale ecomunale. Complice il votosegreto, 39 i no contro 32sì. . . . Se il Cavaliere dovesse provare a staccare la spina, ogni cautela verrebbe abbandonata 4 domenica 22 luglio 2012
SOON-JAÈUNABAMBINADELLACOREADELSUDDICIRCA 10 ANNI CHE VIVE NELL'ADORAZIONE DELLA BAMBOLA BARBIEECHENUTREILSOGNODITRASFERIRSINELL'ELDORADO AMERICANO DEI GIOCATTOLI E DELLA COSMESI. Soon-ja sorride felice agitando la bandierina a stelle e strisce, sulla scala mobile dell'aeroporto di Pohang, assieme al nuovo papà americano, il medico Steve, e alla nuova sorellina, la tredicenne Barbie, convinta di avercela fatta e di essere a un passo dalla realizzazione del suo «american dream». La piccola coreana ignora che la sua adozione è soltanto un pretesto e che la sua «nuova» famiglia l'ha comprata per sacrificarla a vantaggio della figlia minore di Steve, afflitta da una malattia cardiaca e bisognosa di un cuore «nuovo». Accolto con un uragano di applausi dalla giovanissima platea del Giffoni Film Festival, il realismo dolce e spietato di Barbie, del regista Sang-Woo Lee, racconta una storia vera per denunciare il crudele traffico di organi umani praticato con irrisoria facilità nei Paesi più poveri del continente asiatico. «La cronaca di questa vicenda – ci ha spiegato il regista di Barbie – risale a circa 15 anni fa. A quel tempo questa storia fece scalpore e sollevò un'enorme indignazione. Purtroppo, però, quello accaduto alla piccola Soon-ja non è un fatto isolato. Sempre più spesso, in Corea del Sud come in altri Paesi dell'Asia, tanti bambini scompaiono, più o meno illegalmente, perché gente senza scrupoli e senza un briciolo di umanità li ha adocchiati per impossessarsi dei loro organi e arricchirsi a loro spese». Ex studente dell'Università della California, a Berkeley, Sang-Woo Lee, 41 anni, è al suo quarto lungometraggio dopo aver collaborato in due film di Kim Ki-Duk. Barbie, decisamente in odore di premio al Festival di Giffoni, potrebbe rappresentare per Lee il grande salto internazionale benché il film, finora, sia stato costantemente escluso dalle competizioni occidentali. «Non voglio accusare nessuno di boicottaggio – ha commentato Sang-Woo Lee -, ma purtroppo Barbie, per ora, sta circolando soltanto sugli schermi dei Paesi Asiatici -. Ho proposto il film a vari Festival internazionali, ma me l'hanno sempre rifiutato. Giffoni è il primo concorso internazionale che mi ha concesso la possibilità di mostrare il mio film a un pubblico diverso e di lasciarlo giudicare liberamente, mettendolo a confronto con altre opere provenienti da tutto il mondo». Sang-Woo Lee ha scelto un taglio realistico, crudo e diretto, per raccontare con abbondanza di campi larghi (assai distante dallo stile documentaristico e dalla narrazione televisiva) la storia di Soon-ja. In realtà, Steve, accompagnato dalla figlia maggiore Barbie, arriva a Pohang per prelevare Soon-young, tredicenne sorella di Soon-ja. Il «deal» contratto con il violento zio Mang-tak prevede che sia la figlia maggiore del povero «down» e vedovo Mang-Woo a far parte della «nuova» famiglia americana. Soon-young, che nel frattempo ha stretto una spontanea e solida amicizia con Barbie, si rifiuta di abbandonare il padre e la sorella minore di cui si prende cura. Così, ignara della sorte che l'attende, Soon-ja riesce a sostituire la sorella e a coronare il sogno di diventare, finalmente, americana. Barbie, a sua volta, scopre casualmente la vera finalità di quest'adozione e, dopo essersi invano opposta ai disegni paterni, favorisce la sostituzione dell'amica Soon-young con la sorellina minore. «La storia è andata proprio così – conclude il regista Sang-Woo Lee -. Il mio non è un film antiamericano. Sono cresciuto negli Stati Uniti e ho tanti amici in America, che per me resta un grande Paese cui sono sinceramente affezionato». InodoredipremioalGiffoniFestival il filmdiSang-WooLee sulcrudele trafficodiorganiumani trattodaunastoriavera «PERUNAVOLTA,JEANRENOSTARÀDALLAPARTEDEI «BUONI».L'ATTOREFRANCESEPIÙPOPOLARESIPREPARA A DEBUTTARE IN TV CON UN PERSONAGGIO che la produzione di Atlantique e la prima rete d'Oltralpe, TF1, gli hanno cucito addosso per le 8 puntate della serie Jo Le Grand. «Joaquim Le Grand è un ispettore della polizia di Parigi – ci anticipa Jean Reno, 64 anni il prossimo 30 luglio, giunto alla celebrità con film come Nikita, Lèon, Les Visiteurs, Ronin, Wasabi e, attualmente sugli schermi con la commedia Chef-. Non è propriamente rispettoso delle regole e conduce le indagini alla sua maniera, direi piuttosto brusca. Ogni episodio sarà compiuto e si svolgerà a Parigi. Sono certo che sarà un ottimo prodotto. Infatti, alla guida del progetto ci sarà René Balcer, autore di oltre 200 episodi di Law & Order e recente vincitore dell'Emmy (l'Oscar della tv). Ci saranno belle donne, ottimo cibo e gente che volerà dalle finestre: non vi annoierete». La possibilità di girare l'intera serie a Parigi è stato importanteper convincerlaa debuttare in tv? «La televisione è molto diversa dal Cinema. La tv è una grande tribù, con gente che va e gente che viene: ogni giorno c'è una faccia nuova. Cominceremo a girare tra una settimana e andremo avanti per tre mesi e mezzo. Certo, Parigi è casa mia e questo ha facilitato la mia partecipazione al serial. Mi piace molto l'idea che ogni quartiere sarà al centro di ciascun episodio: La Concorde, L'Opera, eccetera. Una ricerca così compiuta su Parigi non era mai stata fatta prima». HagiratoconMarcoFerreri(ILoveYou),Michelangelo Antonioni (Al Di Là Delle Nuvole), Roberto Benigni (La Tigre e la Neve): oggi, conqualeregista italiano le piacerebbe lavorare? «Roberto dove sei? Mi manchi. Roberto e ancora Roberto: lui è un angelo, una persona straordinaria, con un cuore grande così». Qualedeisuoicelebripersonaggi leèrimastodentro? «Non è una questione di celebrità o di successo. Ogni personaggio ti resta dentro per un motivo diverso, a seconda del momento che stai vivendo. Ad esempio, Marcello era il personaggio che recitai 20 anni fa in Unamore per Rosanna: mentre ero sul set mi arrivò la notizia della morte di mio padre. E così Marcello, per me, è mio padre». Anche sullo schermo c'è un forte ritorno alla commedia:come lospiega? «Penso che la gente abbia bisogno di uscire dalla vita quotidiana. Le notizie della tv ci fanno paura, non sappiamo più dove stiamo andando e così ci rifugiamo in un'ora di evasione. La commedia è tutt'altro che un genere minore, è difficile far ridere la gente con un senso profondo. Charlie Chaplin, per me, resta il numero uno di sempre». ChenepensadeifattidiDenveredellastragecompiuta inquella salacinematograficaamericana? «Sono d'accordo con la cancellazione delle anteprime, a Parigi come altrove, relative al Cavaliere Oscuro, ultimo film della serie su Batman. Di fronte a una tragedia come quella non c'è business che tenga». Comesipreparaprofessionalmenteainterpretarei suoipersonaggi? «Ci sono due scuole, quella di Lawrence Olivier e l'altra di Dustin Hoffman. Erano entrambi sul set de Il Maratoneta e Hoffman non faceva che correre durante le pause del film; mentre Lawrence Olivier se ne stava seduto, a studiare la parte. Ad un certo punto, Olivier vide Hoffman ansimante, sudato, distrutto, e gli disse: “Dustin perché non ti limiti a recitare?”. L'ideale è di ritrovarsi nella condizione fisica di quando eravamo diciassettenni ed eravamo avidi di imparare di tutto da tutti. Ecco, bisogna restare come allora, non bere troppo, evitare le droghe, fare esercizio fisico, perché il corpo è il nostro principale strumento e occorre mantenerlo bene in forma per calarsi nel lavoro che facciamo». E in quali lavori la vedremo oltre che nel serial tv «JoLeGrand»? «Alternerò un classico, una versione de Il Gabbiano di Cechov, in cui reciterò con Kate Holmes e William Hurt, con il thriller Alex Cross, di Rob Cohen, in cui sarò un banchiere, ma non una persona perbene: il mio banchiere sarà un gran ladro». P.C. GIFFONI Nell'articolosu«Casa Ghirri»pubblicato ierièstatoerroneamentescrittoche il ruraledi Roncocesièora vuoto, in realtà la casadel fotografoè abitata. Cene scusiamocon i diretti interessati CULTURE Un'immaginedal film «Barbie» AsinistraJean Reno FOTO DI LIONEL CIRONNEAU/AP LAPRESSE JeanReno L'attorefrancesediventa«buono» permeritodella tv: saràunpoliziotto L'intervista Ildebuttosul piccoloschermoneipanni diun ispettoreaParigi.Nel suocarnetc'èancheun Cechoveunthriller ,maJean vorrebbetornarea lavorare conBenigni:«Èunangelo» PAOLOCALCAGNO GIFFONI ... «Nellaserieci sarannobelle donne,ottimociboegente chevoleràdalle finestre: nonviannoierete» Il sognoamericano diSoon-ja, bambina coreana AILETTORI Nell'articolo pubblicato ieri «I grandi nomi alValleoccupato»,ilPiccolodiMilanoeradefinitosbrigativamenteilpiùimportante«teatroprivato italiano».IlPiccoloèunaFondazionedidirittoprivato con soci misti pubblici e privati ed è classificato daministerocomestabilepubblico. LDF U: 24 domenica 22 luglio 2012
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22/07/12

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