Superato il nonpossumusdei cattolici democratici, a palazzo Marino la maggioranza ricompone almeno in parte la frattura sul voto al registro delle unioni civili. I quattro consiglieri che per due giorni hanno fatto temere un voto contrario alla delibera consiliare che istituisce il registro delle coppie di fatto si astengono dal voto. E il Consiglio può arrivare così all'approvazione del provvedimento senza troppe difficoltà. Anche perché la mediazione trovata con l'area cattolica del partito tiene conto di alcune richieste avanzate dai quattro consiglieri del Pdl favorevoli all'istituzione del registro. Fino a ieri il nodo stava tutto nel termine «famiglia». Il Pdl aveva presentato un emendato per l'istituzione di un registro delle unioni civili distinto da quello delle «famiglie anagrafiche», che esiste già in ogni Comune e comprende per esempio i conviventi o gli studenti che dividono l'appartemento. Il Pdl avrebbe così evitato di inserire il termine «famiglia» nel registro. La maggioranza a palazzo Marino avrebbe anche accettato l'emendamento, ma i cattolici del Pd si sono opposti minacciando il voto contrario. Il motivo sta nel fatto che, secondo i «dissidenti» democratici, un registro delle sole unioni civili avrebbe potuto portare in futuro alla celebrazione di matrimoni gay. INMEDIOSTAT VIRTUS La soluzione trovata è una via di mezzo. La spiega così Carmela Rozza, capogruppo milanese del Pd: «Faremo un registro delle unioni civili diverso da quello della famiglia anagrafica ma collegato. In questo modo, si scongiurerà il rischio della poligamia e si darà dignità alle unioni civili. Sarà un registro a parte che mantiene le fondamenta nelle leggi della famiglia anagrafica. Escludo che questo possa aprire la strada ai matrimoni gay». Un concetto ripreso anche dal sindaco Pisapia, accusato nei giorni scorsi dalla Lega di dover pagare pegno agli elettori omosessuali: «Escludo che questa delibera apra alla possibilità di matrimoni gay - ha detto il sindaco di Milano - Questo è un provvedimento di carattere amministrativo. Per avere i matrimoni gay servirebbe una legge del Parlamento e, probabilmente, un provvedimento di ordine costituzionale». Dal testo della delibera verrà cancellato quindi il termine «famiglia anagrafica» e sarà sostituito con «unioni civili», ma verrà fatto un riferimento esplicito alla normativa nazionale del 1982 che disciplina la stessa famiglia anagrafica. Una soluzione che si avvicina a quanto richiesto dai favorevoli del Pdl e va bene soprattutto ai cattolici del Pd, come ha confermato in apertura di seduta il consigliere Andrea Fanzago. «Ci hanno tranquillizzato sui contenuti - ha spiegato - ma il nostro voto di astensione rimane». AZIENDEOLTRE LA LEGGE È così che dopo tre giorni di dibattito e 75 emendamenti Milano si aggiunge all'elenco delle 86 città che già ospitano un registro delle unioni civili. Tra le ultime Torino e Cagliari. Ma in assenza di una legge nazionale sulle coppie di fatto, oltre a qualche Comune sono le aziende ad organizzarsi. Diverse garantiscono l'estensione dei benefici che di solito danno ai coniugi dei dipendenti anche alle coppie di fatto, comprese quelle omosessuali. Avviene già da qualche mese all'Ikea, dove i benefit riservati ai coniugi dei dipendenti e alle coppie di fatto sono stati estesi da maggio anche alle coppie omosessuali. Anche in Alitalia avviene qualcosa di simile. I cosiddetti «biglietti staff», scontati per dipendenti e familiari, vengono garantiti ai conviventi senza alcuna discriminazione di sesso. Alle Fs, invece, la Carta di Libera Circolazione, riferiscono i sindacati, viene concessa solo al coniuge e può essere ritirata in caso di divorzio. In alcuni settori, poi, come nel recapito alcune multinazionali hanno inserito nei contratti di secondo livello il termine «coppie di fatto». Avviene alla Tnt per quanto riguarda la «banca ore» che si aggiunge ai permessi di paternità e maternità. Stessi accordi sono presenti nel mondo bancario e assicurativo. Mentre la cassa di assistenza integrativa dei giornalisti (Casagit) contempla tra i «familiari» dell'iscritto che hanno titolo all'assistenza (sempre a pagamento) il «coniuge o la convivente more-uxorio anche dello stesso sesso». ITALIA . . . I quattro consiglieri che per due giorni hanno fatto temere il voto contrario si sono astenuti Unioni civili, accordo sul registro separato Non più «famiglia anagrafica», la modifica piace ai cattolici Pd Maggioranza unita a Palazzo Marino GIUSEPPE VESPO MILANO Il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, durante il consiglio comunale FOTO LAPRESSE . . . Milano si aggiunge all'elenco delle 86 città che già hanno fatto una scelta analoga 10 venerdì 27 luglio 2012
VALERIOROSA vlr.rosa@gmail.com WEEKENDLIBRI QUASISEICENTOPAGINEDILISTE,AVOLTESEMPLICIELENCHI,INALTRICASISUCCESSIONIDIBREVISTORIE,CONCUIOFFRIREALLETTORE, PIÙ CHE UNA VISIONE DEL MONDO, il distillato di una vita. Una vita di letture, viaggi, riflessioni, come se questa Enciclopedia capricciosa di tutto e di niente, dello scrittore e traduttore francese Charles Dantzig, fosse in realtà un autoritratto, un atlante personale di cose viste e sentite, con tante certezze che non ammettono repliche e poche domande a cui è impossibile rispondere («A cosa pensano le donne quando, sedute, compiono il misterioso gesto di accarezzarsi lentamente l'incavo del braccio, la testa chinata come quella di un cigno?»). Ma è evidente che non tutti possano permettersi di scrivere un libro del genere. Una cultura smisurata e un'esperienza non comune degli uomini e del mondo sono requisiti necessari, ma tutt'altro che sufficienti ad evitare che il capriccio sconfini nell'arbitrio, nel gusto personale che pretenda di farsi legge universale. Perché il gioco di inventare liste secondo la propria sensibilità diventi una forma di letteratura serve innanzitutto uno sguardo disilluso, con sfumature ironiche, sarcastiche, amare o compassionevoli a seconda delle circostanze, sulle debolezze umane («L'uomo è buono: dimentica il male che ha compiuto», troviamo nella Lista dell'uomo in generale). Altrimenti si rischia la fine di certi personaggi alla moda, che la televisione manda allo sbaraglio come missionari della redenzione del popolo bue attraverso la Parola: non a caso Dantzig consiglia vivamente di «aggredire i vecchi tromboni. Ne uscirete rinfrescati, ringiovaniti, popolari». Ma bisogna anche spaziare dall'alto al basso, senza precludersi uno sguardo curioso verso ciò che ripugna ai tromboni di cui sopra, chiamando a numi tutelari l'Eliano delle Storie varie, Li Shangyin e Sei Shonagon, ma anche confrontandosi con il cinema popolare, interrogandosi sulle ragioni del successo di Madonna, inserendo nella lista di quelli che sono stati belli per una settimana il principe William («Si è equinizzato»). Non ogni affermazione, naturalmente, è da condividere: risultano superate, per esempio, le generalizzazioni su base geografica, e non è detto che le complicazioni siano odiose prima dei quarant'anni e deliziose dopo. Ma l'Enciclopedia di Dantzig, se sfogliata quotidianamente e presa ogni volta in piccole dosi, può diventare una compagnia piacevole, un catalogo di arguzie, un'occasione per mettere le proprie convinzioni alla prova, uno strumento per imparare qualcosa. PERNON VERGOGNARSIDELLEANTIPATIE Ed anche uno stimolo a non vergognarsi di antipatie e inattitudini: difficile non ritrovarsi nella sana e anarchica perplessità, per non dire insofferenza, verso i rituali, gli obblighi e le convenzioni che appesantiscono e intralciano i liberi movimenti degli uomini, costretti ad ammantare il sesso di giustificazioni («La carne non impegna in alcun modo. Questa è la ragione per cui la società, nata per legarci, le impone vincoli di ogni sorta; la Chiesa li chiama sacramenti, lo Stato leggi») e indotti ritenere la solitudine una malattia. Notevole, a tale proposito, questa tirata sulla scuola: «La società, che esiste solo divisa in gruppi, organizza sin dall'infanzia la guerra contro la solitudine. Nelle scuole, i bambini solitari, prima ancora di preoccupare gli insegnanti, vengono disprezzati dagli altri. La civilizzazione, che si manifesterà più tardi con bombardamenti, comincia con la coalizione tra i violenti e i maestri, al fine di impedire alle individualità di emergere». Queste parole potrebbero rivelare il senso dell'apparente capriccio di Dantzig: un dispetto verso forme letterarie ed opinioni tradizionali, una rivendicazione di indipendenza di pensiero, uno sberleffo anticonformista all'indirizzo di ciò che è opportuno dire e fare per non turbare mamme, maestre e gendarmi. La civiltà progredisce grazie a ribellioni del genere. E un artista, afferma Dantzig, è il trionfo della solitudine contro la società. GLIALTRILIBRI Stripbook www.marcopetrella.it ENCICLOPEDIA CAPRICCIOSADI TUTTO EDI NIENTE CharlesDantzig trad.diFrancesco Bergamasco pagine600 euro30 Archinto Enciclopedia d'artista con sberleffo ribelle Seicentopaginedi listeedelenchi peroffrireal lettoreunavisione disicantatadelmondo.Loscrittore franceseCharlesDantzigstila il suo personaleatlantedell'esistenza Guariento:gruppo didieciangeli seduticon globo eflabellogigliato LA VITA È COME UNA PARTITA A SCACCHI SENZAVINCITORE,PERCHÉILDESTINOÈUN COMPAGNODIVIAGGIOSUBDOLOCHESEMINA MALINCONIE E DISTACCHI E NON DÀ RISPOSTE.Il senso profondo del disagio, delle occasioni mancate dall'individuo nel disegno complesso della Grande Storia, è al centro dell'ampio romanzo d'esordio della ventinovenne americana Jennifer duBois (Storia parziale delle cause perse, Mondadori, traduzione di Silvia Pareschi, pp. 407, euro 19,50): ispirazione perfetta, tracciato narrativo che a volte soprassiede troppo sugli stessi concetti, ma la storia del grande scacchista russo Aleksandr Bezetov e della giovane professoressa Irina Ellison è di quelle che lasciano un segno nel cuore dei lettori che non si accontentano. Il disegno narrativo - epico, documentato, mai casuale - parte da una Leningrado del 1980 in cui il giovane Bezetov approda dalle remote campagne siberiane per diventare campione di scacchi. L'incontro con alcuni coetanei dissidenti crea in lui i primi dubbi verso il Partito, e la sua scelta lo porterà a diventare, nei decenni, il più aspro contestatore del potere, fino a metterlo in aperto scontro elettorale - simbolico in quanto perso in partenza - con l'odiato Putin. D'altro canto, in un'America spenta e disillusa del 2006, la trentenne Irina Ellison sta per soccombere all'orribile male che ha ucciso suo padre, la corea di Huntington, ma la mancata, remota risposta che il genitore mai ricevette dal suo mito lontano, lo scacchista Bezetov, lascia in sospeso un'intera vita. Irina va in Russia, trova il vecchio ex-campione, diventa sua collaboratrice, capisce che il gioco dei destini è racchiuso nella casualità dei percorsi epocali, nelle rivoluzioni mancate, nei sogni spenti al risveglio. È arduo riassumere la nobile complessità di un romanzo che è travaglio privato e sociale, strizza l'occhio al mélò ma lascia intatta la ricerca di larghe psicologie umane, trova una sua efficace riuscita nella dimensione delle cose non dette, delle risposte mai spedite, delle grandi cause perse che hanno sempre una volontà epica alle spalle ma affondano nell'incompiutezza che caratterizza ogni destino umano. La ricerca di un sogno - o di una risposta - fa parte dei bisogni individuali, che diventano lotta politica per Bezetov e - per la giovane Irina - volontà di lasciare un segno prima di sprofondare nel buio della malattia. Un romanzo che cerca una sola, grande risposta ai dubbi della vita: come si affronta una partita quando sai già di aver perso in partenza? L'importante è giocare e provare a crederci, ci dice la duBois, anche contro il disegno del destino, per poter dire di aver vissuto con dignità la propria piccola storia. Jennifer duBois, l'importante ègiocare SERGIOPENT s.pent@libero.it Lapassione, l'amicizia, gli amori folli, falsi o ideali analizzati attraversoopere filosofichee letterarie.Da Kant a Bauman,dai filosofigrecialle paroledel «Cirano»diFrancesco Guccini,da OmeroeSaffoal mondo della rete, deiblogedi Facebook.Un viaggio frasecoli eculture per rispondere allastessadomanda: «la veritàvi pregosull'amore», secondo iversi diWystanHugh Audene la consapevolezzachetutti hanno bisognodi essereamati. QUATTRO MODI DELL'AMORE Maria Bettetini pagine 145 euro 14,00 Laterza Trascrizionedidue taccuini di appunticompilati dall'autore americanonelcorso di unviaggio clandestino inSiria,nelloscorso gennaio.Duesettimane trascorse aHoms,nel cuore deiquartieri che sioppongono al regime.Untesto scritto incondizioni estreme, dove iprotagonisti rischiano la vitaogni istante.Un'inchiestaautenticasul campochetestimonia lavita quotidianadelpopolo siriano in rivolta, la resistenza deidisertori dell'esercito, leatrocitàcommesse dalle forze governative. TACCUINO SIRIANO JonathanLittel Trad.diMargherita Botto pagine 193 euro 17,00 Einaudi L'essenzadelpotere in due dialoghi filosofici («Dialogosul potere»e «Dialogosul nuovo spazio»)dalla strutturadivere e propriepièceteatrali. Il filosofo tedesco, infatti, li haconcepiti nel 1954peressere recitati alla radio. Trasmessinellostessoanno da un'emittentetedesca hannoavuto talesuccesso daessere stati riprogrammati.Nel ‘55sono apparsi suuna rivistaper poi esserepubblicati in un volume unico in Spagnae Germania. DIALOGOSUL POTERE CarlSchmitt Acuradi Giovanni Gurisatti pagine 124 euro7,00 Adelphi U: venerdì 27 luglio 2012 19
LONDRA2012 «La polizia veglierà sulla sicurezza nelle strade, dal cielo e dal mare, appoggiata da uno dei migliori eserciti del mondo». Ed ancora: «La principale preoccupazione è sempre stata quella che i Giochi si svolgano in condizioni di sicurezza. Questo è ciò che conta più di tutto». Parola di David Cameron, primo ministro britannico; parole «nervose», usate da Cameron in risposta ai dubbi avanzati dal candidato alla presidenza Usa Mitt Romney, che in visita a Londra aveva parlato di «sconcertanti» notizie sulla sicurezza ai Giochi. «A Mitt Romney dico di guardare a quello che siamo riuscirti a realizzare anche in questi tempi di crisi economica», afferma, stizzito, il premier britannico, «Come primo ministro mi assumo la personale responsabilità di tutto questo», aggiunge l'inquilino di Downing Street, parlando davanti allo stadio dell'Olympic Park. GIOCHIBLINDATI «La nostra priorità deve essere quella di garantire la sicurezza delle persone». A protezione di atleti e pubblico, verrà schierato un contingente di 40mila persone, fra militari e personale civile, e secondo il capo del governo si tratta della più vasta operazione di sicurezza della Gran Bretagna in tempo di pace. «Ci sono agenti per tutte le strade di Londra, viene controllato lo spazio aereo e le acque del Tamigi e hanno il sostegno di uno dei migliori eserciti del mondo. Niente sarà lasciato al caso», insiste Cameron. Londra venne colpita da un attacco terroristico al proprio sistema di trasporti il 7 luglio del 2005, proprio all'indomani della designazione di città ospita dei Giochi di quest'anno. Giochi «blindati». Un dispiegamento di sicurezza senza precedenti, come senza precedenti è la concentrazione di ospiti illustri ai Giochi: saranno circa 50mila gli spettatori eccellenti che presenzieranno alle gare olimpiche: tra questi 140 capi di Stato o di governo, 200 ministri, cento esponenti di famiglie reali e 150 membri del Comitato Olimpico Internazionale. Il dispositivo di sicurezza per le Olimpiadi - il cui bilancio è stato quasi raddoppiato nel dicembre scorso, a circa 660 milioni di euro - prevede l'impiego, di aerei, navi da guerra e missili terra aria; oltre che di quasi 25mila persone, tra esercito, sicurezza privata e volontari. Il governo inglese ha richiamato circa 3.500 soldati impegnati in Afghanistan e dirottati sulle strade della capitale, andando così a rimpolpare l'attuale schieramento di 13.500 militari già destinati alla sicurezza. Il piano di sicurezza aerea include l'impiego della più grande nave della Marina militare britannica, la portaelicotteri «HMS Ocean», ormeggiata lungo il Tamigi. In attesa di sapere se saranno i Giochi dei record, una cosa è certa: quelle che si aprono oggi a Londra, saranno le Olimpiadi più militarizzate della storia. Con l'ordine di usare forza «letale» se necessario. A proteggere la capitale anche alcuni elicotteri, pronti a partire da una base collocata nella parte est della città, con a bordo tiratori scelti; cacciabombardieri Typhoon e altri elicotteri da guerra dispiegati nella base di Northolt. Oltre alle controverse piattaforme di lancio per missili terra-aria in sei punti della città. A Londra saranno presenti anche 500 agenti dei servizi segreti americani e una «squadra» del Mossad. Lo Stato ebraico - ha scritto il Sunday Times - teme che una cellula iraniana in Europa stia pianificando un attentato , a quarant'anni dall strage di Monaco '72, contro i 38 atleti che gareggeranno con la bandiera della stella di David. ILLIBRO Il tuffatore azzurro Michele Benedetti durante gli allenamenti nella piscina londinese FOTO DI ETTORE FERRARI/ANSA Il premier inglese Cameron replica alle critiche di Romney L'ordine: «Se necessario, forza letale» «In queste settimane speriamo con le medaglie di fare dimenticare agli italiani lo spread: ma il momento è difficile e oggi onestamente non avrei chiesto i Giochi di Roma del 2020». Ecco, oggi finalmente i Giochi di Londra partono e chissà se gli azzurri, come ha detto ieri il presidente del Coni Gianni Petrucci, riusciranno a far dimenticare e le piccolezze e le debolezze di questo Paese. A farci ritrovare, anche per un piccolo tempo, l'orgoglio di veder sventolare il nostro tricolore. Che poi è il senso e il succo della visita del presidente della Repubblica Napolitano che ieri si è intrattenuto a cena con i nostri atleti al villaggio olimpico. È tempo di sogni, quindi. Se i nostri uomini riusciranno nell'impresa è tutto da vedere. A Pechino portammo a casa 27 medaglie e rimanemmo tra le grandi dieci nazioni dello sport. Oggi il ranking mondiale ce ne accredita 32. Ma è dura totalizzarle. Le varie Federazioni hanno fatto proiezioni e studi sugli sport che potrebbero portare medaglie (l'oro vale 140mila euro). La scherma ad esempio. E si potrebbe aggiungere, come al solito: tre ori arriveranno. Il fioretto a squadre femminile, una ciascuna dai due fioretti individuali maschili e femminili. Poi una da tiro a segno (Cambriani) e una da tiro a volo (Falco, Pelliello o la Cainero hanno tutti grosse chances). Nel ciclismo su strada femminile Giorgia Bronzini è la favorita. Nel pugilato, un oro ce lo dovrebbero portare Russo o Cammarelle. Così come Daniele Molmenti nella canoa slalom e le “farfalle” della ginnastica ritmica. Pallanuoto e volley, maschi come femminile, sono tornati ai vertici mondiali. E poi c'è il nuoto con la Pellegrini. Anche se va a fasi alterne. Al momento è sesta nel ranking mondiale dei 200 stile, nona in quello dei 400. Eppure lei ci ha abituato a rimonte impossibili. Chi dovrà superarsi sarà l'atletica leggera. Senza la Di Martino, potrebbe portarci un oro, come a Pechino, con Alex Schwazer nella 50 chilometri di marcia. Ma il calcolo, in questo sport durissimo, ha troppe incognite. Poi il vuoto. In tutto, hanno calcolato i vertici del nostro sport, sono 14 le discipline che ci potranno portare medaglie. Ma poi si potrà sognare, tanto non costa nulla. Le Olimpiadi sono imprevedibili. Lo hanno dimostrato ieri i calciatori giapponesi che hanno sconfitto per uno a zero gli spagnoli campioni del mondo e freschi campioni europei. Ed è proprio questo tipo di emozioni che gli oltre diecimila atleti potranno dare ai quattro miliardi di spettatori collegati da tutto il mondo. La cerimonia prenderà il via sotto il nome di «isole della meraviglia», con la mediazione del direttore artistico Danny Boyle (il regista di Trainspotting e Slumdog Millionaire) e l'ingresso alla parata delle delegazioni di tutte le nazioni partecipanti guidate dai loro alfieri. L'Olympic Stadium si trasformerà in una campagna inglese e la scena d'apertura vedrà la presenza di animali addestrati a sfilare secondo un certo ordine: cavalli, mucche, capre, pecore e galline. Tra le autorità in tribuna anche la regina Elisabetta, accolta dal presidente del Cio, Jacques R ogge. La sovrana inglese pronuncerà dunque l'apertura ufficiale dei giochi olimpici e la fiamma accenderà il braciere, che illuminerà le manifestazioni per tutto il corso della kermesse. Le squadre si presenteranno seguendo l'ordine alfabetico della lingua del Paese ospitante, con l'esclusione della Grecia, che entrerà per prima perché patria dei giochi olimpici antichi, e della Gran Bretagna, che entrerà per ultima. MISTEROSULL'ULTIMOTEDOFORO Continua, intanto, il toto-ultimo tedoforo, nel quale è entrato anche un nome reale: quello della principessa Anna, secondogenita della sovrana e abile amazzone, improvvisamente balzata in testa alla classifica dei papabili per l'accensione del tripode. Potrebbe essere il modo migliore, scrive la stampa britannica, per chiudere la «rissa» scoppiata tra gli olimpionici Steve Redgrave e Daley Thompson. Nota stonata: per oggi il meteo prevede l'avvicinarsi di una perturbazione che nel weekend interesserà la capitale londinese, portando una discreta instabilità sulla colonna d'aria, con il rischio di rovesci più probabili il pomeriggio e nelle prime ore serali. Le temperature saranno tuttavia gradevoli, con massime intorno ai 24-25 gradi. E, forse, qualche goccia di pioggia. Via. DarwinPastorin racconta cinque storie acinquecerchi «È l'operazione di sicurezza più vasta in tempo di pace» Cerimonia di apertura ore 21.00 (Rai1 e RaiHd 501) Tiro con l'arco dalle 10.00 individuale e a squadre Domani Appuntamento con nuoto e ciclismo Olimpiadi, la Regina apre i Giochi Questa sera un grande spettacolo di musica e luci darà il via alla XXX edizione La speranza azzurra è superare le 27 medaglie di Pechino Ieri prima sorpresa: nel calcio Spagna ko col Giappone PINOSTOPPON LONDRA Cinquestorie come i cinquecerchi. Un filoconduttore che lega l'affastellarsidelleedizioni olimpiche nelcorso degliultimi settantaseianni eunisce valori ademozioni, storia e simbolismocon una letturasemplice eoriginale.Originale perché semplice.Ci sono libri e libri e poici sono lechicche, i gioiellini, i regali d'autore.«Le grandi olimpiadi. Cinque storie indimenticabili» di DarwinPastorin (EditoriRiuniti, 7,90 euro)èuno di questi, un ritratto delle olimpiadivisto attraversocinque solestorie diatleti chehanno rappresentato inqualche modo(in grandimodisoprattutto) l'essenza piùveradeiGiochi. Comesi può farecon una materia cosìestesa?Dadove partire, conuna geografiadi specialitàcosì variegata?Pastorinscioglie questi dubbiutilizzando l'atletica leggera, la reginadegli sport, comebase di partenzae gli episodiche secondo lui rappresentano semplicità, uguaglianza, sacrificio. Insomma deglieventi che insegnanoqualcosa. Cosìeccoarrivare JesseOwens, il nerostatunitenseche umiliòHitlera Berlino1936 vincendo 100,200 4x100,masoprattutto capacedi superare il campionetedesco Luz Longnel salto in lungo.Così spunta LivioBerruti il ragazzo congli occhiali ingrado di stupire ilpubblico diRoma1960 nei 200; epoi Bob Beamon, il coloredUsadall'infanzia difficile, che in un '68 utopicoe drammatico, saltanel lungo come mainessuno aveva fatto, in Messico. ESaraSimeoni, l'angelodi Rivoli Veronese,che incanta ilmondocon il suosorriso dopo aversuperato 1,97 conun fosburya Mosca 1980 (avrebbepoi superatoanche i 2.01). InfineUsainBolt, la saetta giamaicana, l'uomo piùveloce del mondonei 100e 200(Pechino 2008).Tuttoè inquadrato in maniera essenzialecon riferimenti storici e politicie con citazionid'autore (Ormezzano,Arpino,Giuntini, Jacomuzzi).Storie bellissimee affascinanti, vissutedapersone normaliedeccezionali allo stesso tempoche col loroesempioci danno unavera e propria lezione divita. ALDO QUAGLIERINI UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it 14 venerdì 27 luglio 2012
Un video pulp trash con Monti, Bersani, Alfano e Casini ritratti come zombie con i volti i sanguinati. Colpiti per di più dal lancio di oggetti da parte di alcuni cittadini terrorizzati. E lui, Tonino, che tuona col piglio degli anni ruggenti di Mani Pulite quando terrorizzava davvero il Palazzo: «In questo Parlamento esistono solo morti viventi che hanno paura di andare a votare perché saranno mandati a casa a calci nel sedere dagli elettori» Se c'era qualche dubbio, dentro e fuori l'Idv, sulle reali intenzioni del Tonino nazionale dopo la campagna di attacchi al Quirinale che ha lacerato gli ultimi fili di dialogo col Pd, ci ha pensato ieri lo stesso Di Pietro a dissolverlo. Col video sui morti viventi pubblicato sul sito Idv e con la proposta che ha lanciato, dopo un colloquio alla Camera con Nichi Vendola: un «asse dei non allineati» per le prossime politiche con dentro anche Sel e il movimento di Grillo. «Vogliono fare una legge elettorale per ghettizzarci, fanno bene a temerci, perché saremo noi il futuro partito di maggioranza», spiega il leader Idv. «E sappiano pure che troveremo sempre il modo per sfuggire alle loro furbizie». E Vendola? «Ci sentiamo più volte al giorno», sorride Di Pietro. «Dopo aver visto Nichi alla Camera, ci siamo risentiti pochi minuti fa per telefono». E tuttavia il leader di Sel non ha alcun interesse alla proposta di Di Pietro. Anzi, parlando con alcuni amici ha raccontato il suo stupore per l'uscita di Tonino: «Da quello che ci siamo detti mi sembrava che volesse riaprire il dialogo col Pd...». Di certo, Di Pietro non ha fatto parola con Vendola del progetto di un'alleanza con Grillo, che comunque viene rispedita al mittente: «La sinistra che ho in mente ha due nemici: il liberismo e il populismo che semina veleni», spiega il governatore pugliese a l'Unità. «Una strategia non s'improvvisa, e comunque la mia linea resta chiara: voglio costruire un'alternativa di governo di centrosinistra, abbiamo davanti una grande responsabilità nazionale: ridare speranza alle giovani generazioni e fare dell'Italia uno dei protagonisti della ricostruzione di un'Europa sociale». Niente cartelli con Grillo, dunque. Vendola insiste per costruire «un centrosinistra largo, forte e credibile», interessato al dialogo con altri movimenti, come quello delle donne e il mondo ambientalista. L'unico sì arriva dal leader Prc Paolo Ferrero: «Un'ottima idea, serve una coalizione alternativa di chi si oppone al montismo». GELONELL'IDV L'uscita del leader nell'Idv viene accolta freddamente. «Non la definirei neppure una proposta, piuttosto una provocazione», spiega Massimo Donadi, il capogruppo alla Camera che ha aperto il fronte interno dei dissidenti con un'intervista a l'Unitàalcuni giorni fa. «Se fosse stata una proposta politica seria ne avremmo prima dovuto discutere nel partito, visto che non si tratta di una decisione di poco conto». E aggiunge: «A me pare una giusta provocazione rivolta a Pd, Pdl e Udc, che stanno trattando sulla legge elettorale come se fosse “cosa loro”. Ma le regole sono di tutti». Quanto al video con i leader insanguinati, Donadi alza le spalle: «Certo, sono cose che non aiutano...», sospira. Neppure nel dibattito interno, dove in tanti, a partire da lui e dal senatore Lannutti che ha lasciato il partito, avevano chiesto di abbassare i toni e di lavorare per ricucire col Pd su una prospettiva di centrosinistra. Una richiesta finita nel cestino, a quanto pare. «L'horror non è il mio genere», manda a dire Donadi dopo aver visto il video. Dal Movimento 5 stelle nessuna risposta. Grillo non degna Tonino di una parola, i suoi uomini spiegano che «Beppe lo ha già detto mille volte, noi andiamo da soli». Insomma, la genuflessione dell'ex pm che ormai copia spudoratamente toni e argomenti del comico genovese non sembra dare frutti. La notizia dell'approdo grillino di Di Pietro era dall'aria da giorni. Si parla con insistenza anche di un'ipotesi di scioglimento dell'Idv per confluire in un listone da apparentare con i grillini. Ipotesi per ora smentita dal leader Idv e dal fedelissimo senatore Belisario. Ma è chiaro che, sondaggi alla mano, i rapporti di forza sono decisamente a favore dei 5 stelle, dunque Di Pietro e i suoi possono solo bussare alla porta per ottenere di salire sulla scialuppa genovese, non certo dettare condizioni. Si parla dell'appuntamento di Vasto a settembre (dove lo scorso anno era stata scattata la famosa foto con Bersani e Vendola) per l'annuncio ufficiale della svolta grillina. Ma prima di allora i dissidenti, nonostante le lettere di smentite attivate ai giornali sull'esistenza di una «fronda», faranno sentire la loro voce. «Un chiarimento ci vuole», spiega Pancho Pardi. «Vasto non può ratificare scelte già fatte», aggiunge Donadi. Il senatore Nello Formisano, capo dell'Idv in Campania, dice a chiare lettere che «per me la coalizione è con il Pd, non certo con Grillo. La foto di Vasto va addirittura allargata ai moderati». I frondisti arriveranno a una scissione? Presto per dirlo. Intanto, dopo aver visto il video horror, il Pd chiude definitivamente ogni porta: «Un lessico disgustoso», tuona il vice capogruppo Michele Ventura. «Fa bene Di Pietro ad aggrapparsi all'asse con Grillo perché con noi non ha da tempo più nulla da spartire». L'ex pm cerca di uscire dall'angolo annunciando un patto dei «non allineati» Ma il leader di Sel lo gela: lavoro a sinistra di governo. E il comico non lo degna di risposta Da un lato straccia l'accordo con Pd e Udc sulla nuova legge elettorale, che martedì sera era stato faticosamente raggiunto dagli sherpa. Dall'altro, il partito di Berlusconi immagina un blitz al Senato, da portare a termine entro la prima decade di agosto con la complicità della Lega: approvare una una riforma del Porcellum «a maggioranza», come ha detto lo stesso Berlusconi dopo aver bocciato l'intesa raggiunta dal suo fedelissimo Denis Verdini con Maurizio Migliavacca su un sistema con i collegi sul modello delle provinciali. «Se non si trova un altro modello ci approviamo una legge a maggioranza», si è sfogato il Cavaliere. «Anche Napolitano ha detto che si può fare...». Eccola qui, la tentazione d'agosto del Cavaliere, confermata da ambienti leghisti di palazzo Madama. Sul modello si sta trattando con il Carroccio: la bozza è proporzionale, con una sola preferenza e il premio di maggioranza. Il sistema delle regionali in Friuli è una base di partenza. Maroni l'ha rilanciato alcuni giorni fa, Calderoli ci sta lavorando. Sarebbe tagliato su misura per Pdl e Lega, soprattutto se sarà introdotto lo schema leghista che prevede un premio di maggioranza solo per la coalizione che supera il 45%. Troppo alto per un'alleanza Pd-Sel. Difficile da raggiungere anche se si unisse l'Udc. Una proposta insidiosa, dunque. Su cui Pdl e Lega sognano di andare fino al voto in Aula a palazzo Madama. E pazienza se il Pd e Udc faranno le barricate. Lo schema è quello della riforma presidenziale: si va avanti, si approva e poi si scarica la colpa sui democratici per la mancata intesa. Uno stratagemma perfetto per raggiungere il vero obiettivo dei due alleati della vecchia maggioranza: prendere tempo, allontanare il più possibile la data del voto. Sul fronte della trattativa con Pd e Udc, non ci sono novità. Martedì sera gli sherpa erano arrivati a definire l'intesa sul 75% di parlamentari eletti col Provincellum nei collegi e 25% con le liste bloccate. Si era anche raggiunta l'intesa sul premio al primo partito e (ridotto) anche alle forze ad esso apparentate. Ma il Pd si era detto disposto anche a limitare il premio, sopra il 10%, solo al primo partito, pur di chiudere l'accordo. Ma il Pdl ha mandato tutto alle ortiche. Senza una motivazione confessabile. Tranne quella di non voler tornare alle urne, e dunque di voler prendere tempo. O, come è apparso più chiaro ieri, di tentare il blitz con la Lega, per dimostrare di non essere loro i “frenatori”. «Il Provincellum? Un meccanismo infernale», ha detto ieri Cicchitto. «E i cittadini non scelgono». Ora c'è da capire se Schifani, che mercoledì è stato ricevuto al Colle per parlare di riforme, e ha ribadito il suo impegno per arrivare a un'intesa, sarà disposto ad accogliere il blitz. Il recentissimo precedente sul presidenzialismo non fa ben sperare. Ieri Casini ha lanciato una proposta di mediazione, collegi al Senato e preferenze alla Camera, ma non sembra aver sbloccato la situazione. Ha proposto anche un vertice con Alfano e Bersani per la prossima settimana, ma per ora l'incontro non è stato fissato. «Vedremo», fanno sapere dal Pd. Oggi pomeriggio potrebbero però rivedersi gli sherpa: oltre a Migliavacca e Verdini anche Cesa dell'Udc. Ieri Di Pietro a sorpresa ha annunciato che l'accordo tra Pd e Pdl era stato trovato, ma è stato rapidamente smentito da Franceschini e Quagliariello Al Colle è stato ricevuto ieri il presidente della Camera Fini: «Si può andare a votare anche con questa legge elettorale, ma sarebbe una iattura», ha spiegato. «Sarebbe molto difficile chiedere consenso dopo aver certificato la mancanza di volontà nel risolvere una questione che tutti ritengono importante per dare alla politica maggiore legittimazione». Fini si è fatto dunque interprete delle preoccupazioni del Quirinale, che restano intatte, tanto da non escludere un nuovo intervento pubblico di Napolitano nei prossimi giorni sul tema della legge elettorale. Del resto, gli incontri con Fini e Schifani, oltre ai contatti informali del Colle con i leader, hanno certificato che l'intesa non è a portata di mano. Nonostante l'appello del premier Monti, che ha sostenuto che anche i mercati sarebbero «rassicurati» da un accordo sulla riforma. Quasi impossibile che si arrivi a un testo condiviso entro la prima decade di agosto, dunque. Possibile invece che possa andare a segno il blitz di Pdl e Lega. Ma i pidiellini, nel vertice di martedì sera, sono stati avvisati. «Se fate un altra mossa del genere vi assumete la responsabilità della rottura definitiva della legislatura», li ha avvertiti Migliavacca. Tradotto: il Pd non starebbe con le mani in mano e a quel punto la maggioranza e il governo sarebbero davvero al capolinea. Con la conseguenza di un ritorno alle urne anticipato in autunno. Insomma, i vertici del Pd, dopo lo strappo del Pdl sul semipresidenzialismo, non hanno intenzione di accettare ulteriori schiaffoni. D'Alema, nell'intervista di alcuni giorni fa a l'Unità, è stato molto chiaro: «La situazione è insostenibile per colpa del Pdl, e questo deve essere chiaro a tutti...». DOMANILEFT L'ITALIAELACRISI ANDREACARUGATI ROMA Di Pietro: io, Grillo e Sel Vendola: non ci sto . . . Il Pd pronto a chiedere le urne se si ripeterà lo strappo avvenuto con le riforme costituzionali . . . Dopo aver stracciato l'intesa con il Pd Ora la forzatura studiata con Calderoli . . . Sul sito Idv video trash con le maschere di Monti, Bersani, Alfano e Casini come zombie insanguinati Pdl e Lega preparano il blitz sul dopo Porcellum Approvare la riforma a maggioranza è il tentativo in Senato ispirato da Berlusconi La bozza: modello proporzionale con premio per la coalizione che supera il 45%, una preferenza A.C. ROMA Patrimoniale,chiciguadagnaechiciperde Latassapiù belladel mondo si chiama patrimoniale.Èequa,perché fortementeprogressiva.Maè anche efficiente,perché colpiscesolo la ricchezzachenon vieneusata in manieraproduttiva. InunPaese disegualecome l'Italia,dove il 10per centopiù riccopossiede lametà della ricchezza(edove lametà piùpovera neha soloundecimo) porterebbe nellecassedelloStato 15 miliardi.Da impiegareper ridurre le impostesul lavoro(le piùalte d'Europa)e far partire ipiccoli cantieri bloccati dal pattodistabilità. Perchéallora la patrimoniale nonsi fasubito?Noi un'ipotesi la abbiamo: Berlusconipagherebbe qualcosa come80 milioni l'anno. Nonacaso, forse, èdifficile trovare inParlamentounpidiellino dispostoa votarla. Leftvi racconta le ipotesidi patrimoniale in campo,daquella shockavanzatada Amato, aquella “francese”della Cgil, fino alla propostadi una tassasui grandi patrimoni immobiliari avanzata dal Pd.E intervista EnricoLetta, vicesegretariodei Democratici, secondocui la tassasui ricchi «non è untabù «ma«primaci sono altre priorità,apartire dallavendita delle proprietàpubbliche». 6 venerdì 27 luglio 2012
CONTINUIAMOAROVISTARENELLERETROVIEDEL PREMIO STREGA.LORENZAGHINELLI,ULTIMA ARRIVATA DELLACINQUINA, con La colpa e già col Divoratore (Newton Compton) ha conquistato altre mete: la top ten. Ghinelli, trentunenne romagnola, è insomma tra quanti, in queste stagioni di crisi, pompano un po' di ossigeno alla nostra editoria inventando il best-seller di genere all'italiana. Il divoratore ha per protagonista Pietro, un quattordicenne autistico. Un altro personaggio di ragazzino autistico è stato, negli ultimi mesi, protagonista di una clamorosa scalata alle classifiche: in coppia col padre compie il viaggio il cui racconto è stato raccolto da Fulvio Ervas in Se ti abbraccio non aver paura (Marcos y Marcos). Ma ricorderete anche il piccolo autistico di Mark Haddon, nello Strano caso del cane ucciso a mezzanotte (Einaudi), ormai un long-seller. Più nelle retrovie è rimasto invece il libro bellissimo che Gaia Rayneri ha tratto dalla sua vicenda familiare, Pulce non c'è (Einaudi), da cui il film di Giuseppe Bonito: al centro la sorellina piccola dell'autrice, l'amatissima autistica Pulce. Quando dei libri, come in specie qui quello di Ervas, deflagrano al contatto col pubblico, senza essere «di genere», c'è da chiedersi il perché. Perché La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano fece il botto? Titolo e copertina a parte (due atout) noi pensiamo sia stato il suo tema segreto: l'anaffettività. Tema immenso, immensamente pervasivo. Ora, nell'autismo – sindrome chissà se oggi più diffusa oppure meglio diagnosticabile - evidentemente c'è qualcosa che «attrae»: il mistero. E, naturalmente, che turba. La profondissima solitudine di chi non comunica tocca il nocciolo profondo di solitudine che ciascuno di noi custodisce, seppure messo a tacere da musica in cuffia, fracasso, social networks… Perché hanno successo i romanzi sull'autismo LAFABBRICA DEI LIBRI MARIASERENA PALIERI «Bed Time», l'ossessione diesserespiati ALBERTOCRESPI ALTRO WEEKEND SUPER-ESTIVO, CON USCITECINEMATOGRAFICHENONAPPASSIONANTI, MA CON UN'ECCEZIONE… E UNACURIOSITÀ:doveva proprio arrivare agosto per assistere a una presenza massiccia di cinema spagnolo sui nostri schermi. In realtà la Spagna, negli ultimi anni, ha prodotto più film dell'Italia, ma pochi arrivano sui nostri schermi (e molti non escono nemmeno in Spagna, essendo destinati all'America Latina: è uno dei vantaggi di parlare una lingua diffusa in mezzo mondo). Oggi escono un curioso fantasy che ammettiamo di non conoscere, Il cavaliere del Santo Graaldi Antonio Hernandez, e il notevole BedTime di Jaume Balaguero. È, costui, un catalano che fra gli appassionati di cinema di genere contende a Pedro Almodovar il titolo di regista spagnolo più noto nel mondo, grazie alla fortunata saga horror-reality di Rec. Di recente è passato per Roma, per promuovere un film che avrebbe meritato un'uscita meno estiva. Ma tant'è, è comunque bene che il film esca, i brividi che provoca potrebbero rivelarsi un efficace antidoto alla calura – ed è doveroso segnalare che la sceneggiatura è di un italiano, Alberto Marini, che collabora da tempo con Balaguero. Chiacchierando con il regista, abbiamo tirato fuori – per fare bella figura… - i nomi di coloro che, secondo noi, sono i maestri dell'horror ispanico, da El Greco a Goya, ma Balaguero ci ha messo smentito: «Io sono cresciuto con Dario Argento e con i thriller americani, non mi sento l'erede di una tradizione culturale spagnola, anzi: la paura è internazionale». Siamo allora passati a una fonte meno accademica – L'inquilinodelterzopiano di Polanski – e a quel titolo Balaguero si è aperto a un sorriso: «Sì, è uno dei miei film-culto». Meno male. BedTimeha un titolo spagnolo molto bello – Mientras duermes, «mentre dormi» – che allude a una paura ancestrale sulla quale è costruita, ad esempio, tutta la saga di Nightmare: l'angoscia di non sapere cosa succede mentre dormiamo. Ad essa si collega, in BedTime, un'altra ossessione: quella di essere spiati. César, il protagonista del film, lavora come portiere in un palazzo di Barcellona e si dedica a spiare la vita di Clara, giovane inquilina troppo bella, troppo solare, troppo allegra. «Il Male si nutre del Bene, lo divora, lo distrugge: molte persone sono invidiose della serenità altrui», dice Balaguero. Luis Tosar, l'attore protagonista, assomiglia curiosamente a Ulrich Muhe, la spia della Stasi nel capolavoro tedesco Le vitedeglialtri. Abbiamo chiesto a Balaguero se César è il simbolo di una vecchia Spagna fascista e repressa che non sopporta l'esistenza di una Spagna nuova, e su questo il regista ha ammesso: «Non ci avevo pensato, ma l'idea mi piace, e Levitedeglialtriè bellissimo». SIGNORI,GIÙILCAPPELLO:IRAGAZZACCIDELLAPREMIATA FORNERIA MARCONI HANNO ABBASTANZA IDEEEDENERGIE,DAMETTEREINFILALENUOVEGENERAZIONI DI PIAGNONI E URLATRICI PRODOTTE IN SERIE DALLA TELEVISIONE. Potrebbero crogiolarsi nel ruolo, peraltro incontestabile, di entità quasi metafisiche del rock italiano, e invece sono sempre in viaggio, a girare là dove c'è musica, con sei spettacoli diversi. Stasera, al Parco Isola di Brescia di San Giovanni in Marignano, apriranno la tre giorni del festival «Remember Woodstock 1969 - Musica non stop anni 60/70» (in cui suoneranno anche il Banco, le Orme, i New Trolls e l'Equipe 84), con il concerto Pfmin classic. Da Mozart a Celebration. Un'operazione ambiziosa, accolta con favore ovunque sia stata proposta, che ci viene spiegata da Franz Di Cioccio: «In questa rassegna siamo il ponte che va verso il futuro, perché proponiamo un concerto altamente sperimentale, che affonda le radici nella musica classica, la madre di tutte le musiche. Abbiamo voluto affrontare con visionarietà partiture di Mozart, Verdi, Rimskij-Korsakov, per dare una nuova veste a suggestioni classiche, non tanto in chiave rock, quanto piuttosto elettrica. Per noi è un modo di unire mondi distanti, ma non distinti, come a un ascolto superficiale potrebbe sembrare. Il pubblico ogni volta resta sorpreso: i giovani ci seguono perché siamo imprevedibili, curiosi più che inquieti, e dunque sempre attivi, sempre disposti a metterci alla prova, e grazie a noi scoprono nella musica classica motivi di interesse che non sospettavano; esperti e melomani sono invece contenti di scoprire nuove letture di ciò che già conoscevano. Ci siamo domandati in che modo Mozart avrebbe composto se avesse avuto a disposizione l'elettricità. Lo abbiamo immaginato alle prese con l'hammond e il moog e ne è venuto fuori un Flauto Magico in cui non si capisce, per citare un vecchio slogan, dove finisca la caramella e dove cominci la Golia. E tutto questo ci rende dei ragazzini incoscienti, fedeli allo spirito del verbo inglese “to play”, che vuol dire suonare ma anche giocare». L'interesse nei vostri confronti, ancora forte dopodecennidicarriera,sispiegaancheconundesideriogenerale,nonsolomusicale,dicosefatte bene? «Cose buone dal mondo, potrei aggiungere. Noi facciamo quello che abbiamo sempre fatto, sin da quando abbiamo osato aprire la struttura tradizionale della canzone a forme che mettessero in luce le nostre capacità di strumentisti. Abbiamo abolito il cantante fisso e, in Impressioni di settembre, anche il refrain cantato. La musica classica ci è rimasta dentro sin da quando abbiamo cominciato, alimentando un sogno che ora, con quasi cinquemila concerti alle spalle, realizziamo in questo modo. Le racconto un aneddoto. Tempo fa, a Guastalla, abbiamo suonato il Nabucco di Verdi. Convinti che il vecchio Peppino avesse un animo blues, abbiamo sfidato un pubblico pronto a trafiggerci con occhiatacce, vista la severa sensibilità con cui gli emiliani valutano ogni interpretazione verdiana. Alla fine ci hanno applaudito in piedi e hanno preteso il bis istantaneo: non ci era mai successo». Franco Mussida, riscontri del genere fanno ben sperare… «Non solo, ma vedo che i ragazzi cercano la musica più per un bisogno che per la necessità di entrare nei meccanismi dell'entertainment. Che questo accada in un periodo della vita in cui si forma la personalità e si comincia a sentire il mondo, è un segnale che mi fa guardare con fiducia al futuro. E noi continuiamo a cercare la musica perché la riteniamo una sorgente inesauribile. Siamo convinti che mantenga ancora l'ethos morale che le attribuivano i Greci». Manonrischiateanchevoidirifugiarvinelpassato,inunperiodoincuinellamusicanonsiinventa nulladi nuovo? «Il nostro progetto dimostra proprio il contrario. Nei nove brani classici che suoniamo inseriamo parti completamente nuove. Non si tratta di rivisitare, ma di far vivere nella modernità elementi che sono disciolti nel nostro quotidiano. È un dialogo tra compositori. Però è vero che in generale ci sia molta paura del nuovo: l'immaginario collettivo sedimenta piaceri e il nuovo è il coraggio di creare nuovi piaceri». Addio allo scultore Franz West CULTURE È morto a Vienna lo scultore austriaco Franz West, Leone d'oro alla carriera alla Biennale di Venezia 2011. Considerato uno degli artisti austriaci contemporanei più importanti, West, 65 anni, è deceduto in seguito a una lunga malattia, come annunciato dal cognato al quotidiano austriaco Kleine Zeitung. FOTO DI GEORGIOS KEFALAS/ANSA EPA Mozartsuona l'hammond Stasera laPfminconcerto apre «Remember Woodstock» L'intervista«Classicaeelettronica: siamounponte euniremoduemondidistantimanondistinti».Saranno al festivalanche ilBanco, leOrme, iNewTrollse l'Equipe84 VALERIOROSA vlr.rosa@gmail.com Il filmdiBalagueroalludeadunapaura:quella dinonsaperecosaaccadementredormiamo U: 22 venerdì 27 luglio 2012
Sotto i tre registi italiani in concorsoaVenezia:Marco Bellocchio,Francesca ComencinieDaniele Ciprì U: VerràdaUdine ilLeone d'Oro? Il registadi«Labella addormentata», film ispiratoallavicendadiLuana Englaro,ècandidato automaticoalpremio BELLOCCHIO, CIPRÌ, COMENCINI: IN RIGOROSO ORDINE ALFABETICO, QUESTI SONO I TRE ITALIANI IN LIZZA ALLA69ESIMAMOSTRADELCINEMADIVENEZIA.Due erano quasi sicuri fin dalle chiacchiere della vigilia: Bella addormentata di Marco Bellocchio - che racconta in modo immaginifico la drammatica storia di Eluana Englaro - è «il» film italiano di questa seconda metà di 2012, l'opera attesissima di un grande maestro, e sarebbe stato stupefacente se Venezia non l'avesse preso in considerazione. È stato il figlio di Daniele Ciprì era in predicato fino all'ultimo momento per andare a Cannes: è anch'esso un film atteso, l'opera prima da regista «in solitario» del leggendario artefice - assieme a Franco Maresco - dell'epopea di CinicoTv. La sorpresa è Ungiornospeciale di Francesca Comencini, film a basso budget ispirato al romanzo di Claudio Bigagli Ilcieloconundito. L'aspetto più curioso della selezione è che il Ciprì regista sarà in gara contro il Ciprì direttore della fotografia: dopo Vincere, ha firmato anche le immagini di Bella addormentata. È un bel trio, con il quale Alberto Barbera sembra voler sottolineare la situazione schizofrenica nella quale si trova il cinema italiano: disprezzato dalla classe politica (berlusconiana e non), impallinato dalla crisi economica, messo in discussione in quelli che sono i suoi simboli (l'attacco politico-immobiliare a Cinecittà), il nostro cinema attraversa nonostante tutto una fase di bella creatività. I film validi non mancano e, per paradosso, anche alcune assenze veneziane confermano questa tendenza: dispiace ad esempio non vedere al Lido il nuovo film di Giorgio Diritti, che probabilmente virerà su altri luoghi festivalieri (Roma? Torino?); esattamente come un anno fa non passò a Venezia quello che si sarebbe rivelato il miglior film italiano della stagione 2011-12, Il primo uomodi Gianni Amelio. Fra i tre titoli in concorso, quello di Marco Bellocchio è un candidato automatico al Leone d'oro, non fosse per il tema e per il carisma del suo autore; ma bisognerà capire i gusti e i meccanismi della giuria, presieduta da un cineasta - l'americano Michael Mann - che persegue un'idea di cinema molto diversa. Ma non vuol dire: a volte i registi apprezzano film diametralmente opposti ai propri. Il resto del concorso è curioso e stimolante. Personalmente, dopo quasi un trentennio di frequentazioni lidensi/cannensi, siamo molto felici quando partiamo per un festival senza certezze. Scoprire che a Venezia ci saranno, in competizione, alcuni titoli di registi dei quali ignoriamo pressoché tutto è molto piacevole. Speriamo di essere sorpresi. A dire il vero, ci sono anche due-tre nomi (Harmony Korine, Brillante Mendoza, il Takeshi Kitano degli ultimi tempi) dei quali ci sembra di sapere fin troppo, e che non avremmo particolare voglia di incrociare nuovamente sul nostro cammino. Ma tant'è, anche in questo caso affidiamoci all'ottimismo e confidiamo nella sorpresa. I nomi, per così dire, garantiti non sono molti. C'è Terrence Malick, finalmente colto da frenesia creativa in questa fase della sua carriera: si sapeva che parallelamente a The Tree of Life stava montando un altro film, ed eccolo qua, si intitola TotheWonder ed è interpretato da Ben Affleck, Rachel MacAdams, Javier Bardem e dall'italiana Romina Mondello. Le trame che compaiono in internet sono sufficientemente vaghe per garantire che, intorno a Malick, si infittisca il mistero: «A romantic drama centered on a man who reconnects with a woman from his hometown after his marriage to a European woman falls apart», un dramma romantico su un uomo che torna in contatto con una donna della sua città natale, dopo che è finito il suo matrimonio con una donna europea. In Malick le trame contano poco. Sappiate comunque che i siti meglio informati assegnano al regista di La sottile linea rossa altri tre progetti già girati o in via di definizione. Uno, VoyageofTime, sembrerebbe il fantomatico «documentario» sulla nascita dell'universo del quale si favoleggia fin dagli anni '70. L'unica cosa sicura è che Malick sta diventando più prolifico di Woody Allen. Bene così. Molto interessanti, sulla carta, anche i film di Olivier Assayas, di Brian DePalma, di Robert Redford (fuori concorso) e del coreano Kim Ki-Duk. A Orizzonti gareggia il nuovo lavoro del sardo Salvatore Mereu (Bellas mariposas), un altro talento su cui è doveroso scommettere. Sarà una Mostra interessante. Barbera è ripartito con il piede giusto. ALBERTOCRESPI ROMA DISCHI : EnricoRava, l'omaggiodel jazzistaaMichaelJackson P.18 LIBRI : L'atlante dell'esistenza,cioèdi tuttoedinientedel franceseCharlesDantzing P.19 ARTE : Agnetti inmostraaFoligno, l'artedidimenticareamemoria P.20 LAMOSTRADELCINEMA Tre italiani aVenezia Bellocchio,ComencinieCiprì in lizzanellasezioneufficiale venerdì 27 luglio 2012 17
Diecicanzoni sotto l'ombrellone 02TheIsleyBrothers Summerbreeze 03MungoJerry Inthesummertime 04Righeira L'estatesta finendo 05BrunoMartino Estate 06FrancoBattiato Summeronasolitary 07VascoRossi Vadoalmassimo 08Mina Un'estatefa 09GinoPaoli Saporedisale 10Fabrizio DeAndré Canzoneper l'estate squidoo.com PAOLOODELLO pa.odello@alice.it ENRICORAVA,UNATROMBADALSUONOINCONFONDIBILE,UNMUSICISTAINNAMORATODELLAMUSICA,TUTTA,CHEDOPOOLTRECINQUANT'ANNIDICARRIERARIESCEANCORAASTUPIRECONLACOINVOLGENTEVIVACITÀDIUNRAGAZZO.Un tipo strano, che ha paura di annoiarsi se non esplora nuove strade, se non sperimenta nuovi suoni. Un musicista che arrivato ad essere uno dei più noti jazzisti in circolazione, e superato allegramente il giro di boa dei settanta, invece di fermarsi a raccogliere i frutti di una lunga e onorata carriera decide di mettersi ancora una volta in discussione, e lo fa esplorando il repertorio della più famosa popstar di ogni tempo. Il suo ultimo lavoro è, infatti, un inaspettato omaggio a Michael Jackson, RavaOntheDance Floor , live realizzato in collaborazione con la Parco della Musica Jazz Lab e del maestro Mauro Ottolini che ne ha curato gli arrangiamenti, e pubblicato da Ecm. Una scelta che può aver fatto arricciare il naso a qualche purista e magari anche spinto qualche sorrisetto di troppo. «Non direi, di gente che abbia arricciato il naso non ne ho trovato, e se ci sono stati non li ho incontrati», commenta Rava. Raggiunto telefonicamente in una pausa di un'estate fitta di concerti si racconta volentieri e subito affronta la domanda che ancor prima della sua uscita accompagna il suo ultimo lavoro: che cosa avranno mai da spartire il jazz e il pop? «Non capisco tutto questo stupore intorno a una scelta che si muove all'interno della più pura tradizione jazz. Dagli anni '20 in poi i musicisti jazz hanno sempre attinto a piene mani nella popular music, Bix e Armstrong tanto per fare un esempio... nel repertorio pop dei loro tempi ovviamente. Io ho fatto la stessa cosa con quella dell'epoca che sto vivendo». Perché proprio Michael Jackson? «La mia passione per la sua musica è cosa piuttosto recente, risale più o meno a tre anni fa. Come ho raccontato nelle note di copertina di Michael Jackson e della sua musica ne avevo una conoscenza molto superficiale. Non so perché, ma mi sembrava molto distante dai miei gusti. Poi, alcuni giorni dopo la sua scomparsa, tornato a casa dopo un concerto, ho trovato mia moglie Lidia che guardava il dvd del concerto di Bucarest. È stato come essere investito da un tornado. Da quel momento non ho più potuto fare a meno di quella musica. Mi sono procurato tutti i cd e tutti i dvd di questo artista straordinario. I miei lunghi e noiosi viaggi in auto si sono trasformati in splendide sedute d'ascolto. Giorno dopo giorno scoprivo nuovi tesori, finché ho sentito la necessità di entrare ancora di più dentro il mondo di Michael. C'era un solo modo per fare ciò: suonare la sua musica. Quel micidiale riff di Smoof Criminal ha fatto da detonatore, da lì è partito tutto». Per poi concentrare l'interesse sulla sua ultima produzione. «L'ultimo Jackson l'ho trovato subito più affascinante, si avverte una profonda vulnerabilità unita a un assoluto controllo della situazione, e questi sono gli elementi che amo in un artista». E senza dimenticare che lavorare sulla musica di Jackson significava pure continuare il progetto iniziato da tempo con il Parco della Musica Jazz Lab. «Certamente e sono stato felice di poter aggiungere al nucleo di base altri elementi che ritenevo imprescindibili per la realizzazione del progetto, Andrea Tofanelli e Claudio Corvini, due trombettisti fantastici. Bravissimi lo sono tutti, Dario Deidda al basso elettrico, il migliore in assoluto per questo genere di cose, e poi Zeno De Rossi alla batteria, mi ha sorpreso per come ha saputo muoversi dentro un tipo di musica che non avrei pensato potesse adattarsi al suo stile, ne sono entusiasta. Oggi la qualità dei jazzisti italiani è notevolmente aumentata, girando fra concerti e sale d'incisione nelle varie formazioni trovi sempre un jazzista italiano di ottimo livello che sta lì alla pari con gli altri e che dice la sua. Come gli Scandinavi di qualche anno fa. Merito di quella stagione, '70 e '80, che Feste dell'Unità e grandi concerti ha dato spazio al jazz facendo dell'Italia un mercato importante, ai livelli della Francia». DANIELA AMENTA damenta@unita.it Lapiùnotahardcorebanditaliana,dopo20annidi silenzio, pubblica inuncofanettoduegrandicdeuna lungalettera Lovin' Spoonful WEEKEND DISCHI ENRICO RAVA Ravaonthedance floor Ecm ERAMUSICAVELOCISSIMA,POTENTE.MUSICACOMEUN CALCIO NELLO STOMACO, COME IL VUOTO NEL DIAFRAMMA NELL'ATTIMO IN CUI SI VOLA DA UN PALCO. Era un urlo in faccia al futuro. Mordere la vita e masticarla in fretta. Era militanza, uno stato dell' anima, passione, rabbia. Erano i Negazione, da Torino, quelli dell'hardcore punk che cantavano poesie sbilenche, andavano andavano, a bordo di un furgone scassato andavano in giro a suonare. E non bastava mai. Un'esperienza umana e professionale durata fin troppo per quei tempi, quasi nove anni e mezzo, 1983-1992. Poi fine. Addio, ciao per sempre. E ora, vent'anni dopo arriva Ilgiornodelsole, dal titolo di una delle canzoni più belle, laceranti. Manifesto d'intenti. Un cofanetto edito dalla Shake che contiene i due dischi più importanti nella storia della band: Condannatiamortenelvostro quietovivere e Lo spirito continua. Ma a dare un senso compiuto a questa storia, oltre i suoni, ci sono le parole. Un testo di 63 pagine scritto dai protagonisti: Guido “Zazzo” Sassola alla voce, Roberto “Tax” Farano alla chitarra, Marco Mathieu al basso. È il racconto dei giorni furibondi di uno dei pochi gruppi italiani ad avere credito e seguito anche all'estero, è una lettera, soprattutto, dedicata ad Elia, il figlio del batterista Fabrizio Fiegl, scomparso l'anno scorso a soli 46 anni. Ebbene, l'hardcore spiegato a un bambino ha lo stesso impatto che quella musica estrema aveva per chi la ascoltava nei «giorni del sole». Un fiume di energia, una valvola di libertà, l'impegno messo a servizio di un collettivo improbabile che viveva negli squat, nei centri sociali. Il web non c'era, si faceva “rete” in altro modo: fanzine fotocopiata, cassette da duplicare e far girare, lettere col francobollo spedite da ogni angolo del pianeta. E poi, a un certo punto, c'erano i concerti per incontrarsi, ritrovarsi. Scrive Mathieu, che oggi fa lo scrittore e il giornalista: «C'erano altre creature nel mondo simili a te con cui condividere rabbia e divertimento... Rivoluzione minimale». Elia in questo disco troverà suo padre che picchiava duro e i suoi amici, fratelli gemelli, soci e sodali in un periodo irripetibile. «Incazzati che ridevano molto». A noi restano le tracce di una band che ci ha messo il cuore e ce l'ha fatto battere forte. Lo spirito continua. «Summer in thecity» Ilpianoforte di Moronie il «canto» libero del sax tenore di Ionataper immergersi nella rilettura creativadell'eredità musicaledi duefra ipiù geniali artisti del '900.Nel loro lavoro il racconto fedele e partecipatodellapassionecheda semprenutrononei confrontidella musicadel Duca,edel suo ispiratore Bill Strayhorn. Amorecheha finito per incrociarne lestradeeche orasi ritrovano intatti nel raffinatodialogo a due.La loro riletturadiventapretesto e invitoall'esplorazionedisonorità e colori cheEllington eStrayhorn inventaronogettando lebasi armoniche emelodichedi un linguaggioche precorreva i tempi di parecchidecenni. DADO MORONI. MAX IONATA Twofor Duke ViaVenetoJazz Rava inpista (daballo) Nelnuovolavoro l'omaggio del jazzistaaMichaelJackson Ilpunkestremospiegato ai figlidelTerzomillennio NEGAZIONE Ilgiorno del sole ShakeEdizioni SCRITTEAL SOLE GLIALTRIDISCHI Duevignettedi Altandedicate aEnrico Rava Ilgriot afro-calabrese, come lui stessosi definisce,è tornato con un nuovogran disco.BabaSissoko,musicista delMali giàa fiancodell'Art Ensambleof Chicago,YoussouN'Dour,SalifKeita, continuaaraccontare la sua terracon lo strumentodella memoriae con isuoi fidati«ngoni» (la chitarra tipica dell'Africaovest) e «tamani», il tamburo parlantedicui èvirtuoso. SI.BO. BABA SISSOKO Africangriot groove Goodfellas/ Afrodisia Ètra ipiù intensiautori rock inglesi del momento.Attore(nei «Committements»e nel film «Once»)e soprattutto leader primadeiFramese poideiSwellSeason, esce col suo primo discosolistachetanto ricorda ilmiglior VanMorrison. Adaccompagnarlo musicistidiBruce Springsteen(la sezioni fiati), BobDylan,e lecordedi NicoMuhly eRob Moose,già conBon Iver. SI.BO. GLENN HANSARD Rhythmand repose Epitaph U: 18 venerdì 27 luglio 2012
TV 08.00 Tg 1. 08.55 Che tempo fa. 09.00 TG 1. 10.05 Che tempo fa. Informazione 10.10 Unomattina Vitabella. 11.05 Un ciclone in famiglia. Serie TV 12.00 E state con noi in TV. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.10 Don Matteo. Serie TV. 15.15 Toscana andata e ritorno. Film Tv Commedia. (2008) Regia di Imogen Kimmel. Con Sabine Postel 17.00 Tg 1. 17.15 Heartland. Serie TV 18.00 Il Commissario Rex. Serie TV 18.50 Reazione a catena. Show. 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Techetechetè. Rubrica 21.10 XXX Giochi Olimpici Londra 2012. Sport 22.00 Cerimonia di apertura. Evento 01.00 Postcollegamento Cerimonia di apertura. Evento 01.15 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.50 L'Appuntamento. Rubrica 02.20 Sottovoce. Rubrica 02.35 Rai Educational. Informazione 07.30 Cartoon Flakes. Cartoni Animati 10.15 La complicata vita di Christine. Serie TV 10.35 Tg2 Insieme Estate. Rubrica 11.20 Il nostro amico Charly. Serie TV 12.10 La nostra amica Robbie. Serie TV 13.00 Tg2 giorno. Informazione 14.00 Senza Traccia. Serie TV 15.30 Guardia Costiera. Serie TV 16.15 One Tree Hill. Serie TV 17.52 Meteo 2. Informazione 17.55 Rai TG Sport. Informazione 18.15 Tg 2. Informazione 18.50 Cold Case. Serie TV 19.35 Ghost Whisperer. Serie TV 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 21.05 N.C.I.S.. Serie TV Con Mark Harmon, Micheal Weatherly, Pauley Perrette. 23.25 TG2. Informazione 23.40 Anna Winter - Colpevole d'omicidio. Serie TV Con Alexandra Neldel, Clemens Schick, Erhan Emre. 01.10 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 01.20 Meteo 2. Informazione 08.00 Cuori nella tormenta. Film Commedia. (1984) Regia di Enrico Oldoini. Con Carlo Verdone. 09.40 Rai 150 anni. La Storia siamo noi. Documentario 10.35 Cominciamo Bene. Rubrica 12.00 TG3. 13.10 La strada per la felicita'. Soap Opera 14.00 Tg Regione. 14.20 TG3. 14.55 La casa nella prateria. Serie TV 17.10 Geo Magazine 2012. Documentario 17.30 Il richiamo della foresta. Film Avventura. (2009) Regia di Richard Gabai. Con Christopher Lloyd. 19.00 TG3. 19.30 Tg Regione. Informazione 20.00 Blob. Rubrica 20.15 Cotti e mangiati. Sit Com 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 La Grande Storia. I conti col fascismo. Documentario 23.20 Tg Regione. Informazione 23.25 Tg3 Linea notte estate. Informazione 23.30 Meteo 3. Informazione 23.55 Lucarelliracconta. Informazione 01.05 Appuntamento al cinema. Rubrica 01.15 Rai Educational Zettel - La filosofia in movimento. Rubrica 07.45 Più forte ragazzi. Serie TV 08.40 Sentinel. Serie TV 09.50 Monk. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Pacific blue I. Serie TV 12.55 Distretto di Polizia III. Serie TV 14.05 Forum. Rubrica 15.35 My Life - Segreti e passioni. Soap Opera 16.07 Colpo grosso. Film Commedia. (1960) Regia di Lewis Milestone. Con Frank Sinatra. 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.31 Meteo. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.10 Siska. Serie TV 21.10 Julie Lescaut. Serie TV Con Mouss Diouf, Jennifer Lauret, Véronique Genest. 22.50 Cinema d'estate. Show. 22.52 La sottile linea rossa. Film Guerra. (1998) Regia di Terrence Malick. Con Sean Penn. 01.58 L'Italia che funziona. Rubrica 02.17 I due sergenti del generale Custer. Film Comico. (1965) Regia di Giorgio Simonelli. Con Franco Franchi. 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.36 Un fratello a quattro zampe. Film Commedia. (2004) Regia di Peter Timm. Con Maria Ehrich. 11.00 Forum. Rubrica 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.12 Un soldato, un amore. Film Tv Dramma romantico. (2010) Regia di Harvey Frost. Con Lori Loughlin 16.30 Un domestico milionario. Film Commedia. (2006) Regia di Bettina Woernle. Con Michael Degen 18.30 La ruota della fortuna. Show. 20.00 Tg5. Informazione 20.29 Meteo 5. Informazione 20.30 Veline. Show. 21.20 Ma chi ce lo doveva dire? Speciale Ficarra e Picone. Show. Conduce Salvatore Ficarra, Valentino Picone. 23.31 Perdiamoci di vista. Film Commedia. (1994) Regia di Carlo Verdone. Con Carlo Verdone,. 01.30 Tg5 - Notte. Informazione 01.59 Meteo 5. Informazione 02.00 Veline. Show. 02.31 Media Shopping. Shopping Tv 08.10 Cartoni Animati. Cartoni Animati 10.30 Dawson's Creek. Serie TV 12.25 Studio Aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 Futurama. Cartoni Animati 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 What's my destiny Dragon ball. Cartoni Animati 15.00 Gossip girl. Serie TV 15.55 Glee 3. Serie TV 16.45 Giovani campionesse. Serie TV 17.35 Mercante in fiera. Gioco A Quiz 18.30 Studio Aperto. Informazione 18.58 Meteo. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.25 C.S.I. New York. Serie TV 21.10 Terminator 3 - Le macchine ribelli. Film Fantascienza. (2002) Regia di Jonathan Mostow. Con Arnold Schwarzenegger. 23.20 Arctic Predator - Terrore tra i ghiacci. Film Azione. (2010) Regia di Víctor García. Con Erbi Ago. 01.15 Nip/tuck. 02.10 Rescue me. Serie TV 02.55 Studio Aperto - La giornata. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.45 Coee Break. Talk Show. 11.00 In Onda. Talk Show. 11.40 Agente speciale Sue Thomas. Serie TV 12.30 I menù di Benedetta (R). Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Movie Flash. Rubrica 14.10 Piedipiatti. Film Commedia. (1991) Regia di Carlo Vanzina. Con Renato Pozzetto. 16.10 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 18.00 I menù di Benedetta (R). Rubrica 18.55 Cuochi e fiamme - Celebrities. Show. 20.00 Tg La7. 20.30 In Onda. Talk Show. 21.10 La donna di paglia. Film Drammatico. (1964) Regia di Basil Dearden. Con Sean Connery. 23.20 Tg La7. Informazione 23.25 Tg La7 Sport. Informazione 23.30 L'amante. Film Drammatico. (1991) Regia di Jean-Jacques Annaud. Con Jane March. 01.40 Movie Flash. Rubrica 01.45 N.Y.P.D. Blue. Serie TV Con Dennis Franz 21.10 A spasso nel tempo - L'avventura continua. Film Commedia. (1997) Regia di C. Vanzina. Con C. De Sica M. Boldi. 22.50 Bad Teacher - Una cattiva maestra. Film Commedia. (2011) Regia di J. Kasdan. Con C. Diaz J. Timberlake. 00.30 Lara Croft Tomb Raider - La culla della vita. Film Azione. (2003) Con A. Jolie G. Butler. SKY CINEMA 1HD 21.00 Megamind. Film Animazione. (2010) Regia di T. McGrath. 22.40 Tesoro, mi si è allargato il ragazzino. Film Commedia. (1992) Regia di R. Kleiser. Con R. Moranis. 00.15 La banda Olsen e il re dei ladri. Film Commedia. (2010) Regia di A. Lindtner Naess. Con T. SteneJohansen. 21.00 Sleepwalking. Film Drammatico. (2008) Regia di B. Maher. Con N. Stahl A. Robb. 22.45 Sylvia. Film Drammatico. (2003). Con D. Craig G. Paltrow. 00.45 Bella, bionda... e dice sempre di sì. Film Commedia. (1991) Regia di J. Rees. Con A. Baldwin. 02.40 Belli d'estate. Rubrica 21.20 Brutti e cattivi. Cartoni Animati 21.45 The Regular Show. Cartoni Animati 22.10 Young Justice. Serie TV 22.35 Hero: 108. Cartoni Animati 22.55 Virus Attack. Cartoni Animati 23.20 Titeuf. Cartoni Animati 23.45 Polli Kung Fu. Serie TV 21.00 Miti da sfatare. Documentario 22.00 Fuori tutto!. Documentario 23.00 Scemo di viaggio. Documentario 00.00 Come è fatto. 01.00 Top Gear. Documentario 02.00 L'ultimo sopravvissuto. Documentario 03.00 Swords: pesca in alto mare. Documentario 20.20 Una splendida annata. Show. 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 Fino alla fine del mondo. Reportage 23.30 Jack Osbourne No Limits. Reportage 00.30 Shot by Kern. Reportage 01.00 Deejay Night. Musica DEEJAY TV 21.10 It Gets Better. Rubrica 22.00 Prof Sex. Docu Reality 22.50 The Buried Life: cosa faresti prima di morire?. Show. 23.40 Speciale MTV News: Story of The Day. Informazione 00.00 I Soliti Idioti. Serie TV 00.50 Crash Canyon. Serie TV. MTV RAI 1 21.10: XXX Giochi Olimpici Londra 2012 Sport In diretta da Londra la cerimonia inaugurale dei giochi Olimpici. 21. 05: N.C.I.S. Serie TV con M. Harmon. Continuano le investigazioni della squadra capitanata da Gibbs. 21.05: La Grande Storia Documentiario Documentari sui fatti e gli avvenimenti più importanti della storia. 21.10: Julie Lescaut Serie TV con M. Diouf. Le indagini di Julie Lescaut, commissario di un sobborgo di Parigi. 21.20: Ma chi ce lo doveva dire? Show con Ficarra e Picone. Dal Teatro Tenda Fiera di Milano, il primo spettacolo teatrale del duo siciliano. 21.10: Tarminator 3 Film con A. Schwarzenegger. John Connor ha 22 anni e vive in incognito ma non è al sicuro. 21.30: La donna di paglia Film con S. Connery. Anthony cerca di mettere a termine la tirrannia dello zio. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY ACCIDENTI. MARIO DRAGHI NONAVEVAANCORAFINITODIPARLARE che già le borse cominciavano a risalire e lo spread a scendere. E che cosa ha detto di tanto eccezionale? Ha assicurato che nessun Paese uscirà dall'Euro. Ma allora, ci siamo chiesti noi incompetenti, se bastava dirlo, perché non l'ha detto prima? Invece, pare che lo cose non funzionino così. Anche le parole giuste vanno dette al momento buono, perché facciano il loro effetto; mentre ci sono cose che sono sbagliate in tutti i momenti, in tutti i continenti e anche in tutte le ere galattiche. Come per esempio quelle dette, tanto per fare un esempio, da Maurizio Gasparri ieri mattina ad Omnibus. Il senatore del Pdl non si è limitato a ripetere il refrain d'ordinanza, e cioè la tesi secondo la quale, se lo spread con Monti è risalito, vuol dire che Berlusconi era un grande statista. Gasparri è andato più indietro nel passato e ha spiegato che, se le cose oggi vanno male e la crisi imperversa, la colpa è di Prodi, che ci ha portati nell'euro. Ovviamente, questa teoria non è nuova né originale, come tutto ciò che sostiene Gasparri. Perché le parole alle volte sono pietre e altre volte sono aria fritta. Molto dipende anche da chi le pronuncia e dalla sua credibilità. Per questo Mario Draghi non appare tutti i giorni in tv a dire qualsiasi cosa per compiacere il suo “editore” di riferimento. Ma ugualmente fa specie notare come le Borse (che il diavolo se le prenda) siano mobili e sensibili a ogni venticello, giusto come la calunnia. A noi incompetenti resta sempre il dubbio di essere presi in giro e soprattutto ci resta il rimpianto che i nostri sudati soldini siano sempre lì e non capita mai che, svegliandoci un mattino, magari con una bellissima idea in testa, scopriamo che stipendio o pensione siano improvvisamente cresciuti. Neanche dopo che Mario Draghi ha detto il suo abracadabra. Eccoperché leparole diMario Draghi pesano così tanto FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO U: venerdì 27 luglio 2012 21
INBREVE EURO/DOLLARO 1,2301 ANSALDOSTS Fortecrescita degliordinativi Ricavi paria568 milionidi euro (-0,1%), risultato operativo a51 milioni (-3,1%)e utile nettodi 30 milionidieuro(-7,5%): sono i risultatiprincipali dellasemestrale diAnsaldo Stsapprovata dalcda chehaconfermato gliobiettiviper l'anno.La societàcontrollatadi Finmeccanicaregistranuovi ordini per796 milionidieuro (+19,2%)e unportafoglio ordinia 5.689 milionidieuro(+23,2%). INDESIT Mercatodifficile, piùricavi Nonostante lecondizioni di mercato»per IndesitCompany «il fatturatoè tornatoa cresceree la quotadi mercatoè superiore al 2011».L'ad MarcoMilani lo sottolineacommentando la relazionesemestrale. Inun contesto«diarretramentodel mercatoeuropeo,nel trimestre la quotadi mercatosi attesta al 13%, increscita rispetto al 2011,e i ricavi aumentanodell'1,1%. In riduzione il margineoperativo». FACEBOOK Unosmartphone prontoper il2013 Dopo Amazonancheunche un altrocolosso delWebsi accinge a fare il suo ingressonel mercato degli smartphone.Facebooksi è infattialleata con ilproduttore Htc per lanciare un propriomodello entro il 2013. Le dueaziende, secondoBloombergNews, volevanosvelare il dispositivogià alla finedi quest'anno,ma hanno posticipato la data diuscita per dedicarepiù tempo al prodotto. «Incertezza e danni che provoca la gestione europea della crisi»: la frase, tanto dura quanto esplicita, non appartiene a qualche gruppo antagonista o a soggetti collocati ben fuori dall'area euro. La sua paternità è invece nientemeno che di Confindustria, a questo punto forse destinata ad entrare anche nel mirino di Bruxelles dopo aver sollevato pochi giorni fa con le sue critiche l'ira del premier Mario Monti. Le parole sono estrapolate dalla "Congiuntura Flash" del Centro Studi Confindustria, un documento che davvero ben poco spazio all'ottimismo. «Lo scenario globale è ulteriormente peggiorato - si legge -. E in Italia la diminuzione del Pil proseguirà. La chiusura del secondo trimestre con tutti gli indici in negativo annulla le probabilità di rilancio». Del resto, che non ci sia alcunché da sorridere lo ha ribadito anche ieri il presidente degli industriali, Giorgio Squinzi. Interrogato relativamente al colloquio telefonico avuto nella mattinata con il presidente della Repubblica, ha risposto secco: «Molta preoccupazione. C'è davvero molta preoccupazione». SPIRALEDEPRESSIVA In particolare, l'analisi mensile di Viale dell'Astronomia sottolinea che «il secondo trimestre si è chiuso con tutti gli indicatori congiunturali in ribasso, soprattutto i nuovi ordini, annullando le probabilità di rilancio nella seconda metà dell'anno». Unica consolazione, la considerazione che esiste «qualche timido segnale di rallentamento della flessione a partire dall'estate inoltrata». Il centro Studi aggiunge però che «quasi tutto ora dipende dall'evoluzione del quadro in Eurolandia, che sempre più appare intrappolata in una spirale depressiva, a causa non tanto di aggiustamenti ineluttabili (sgonfiamento delle bolle immobiliari, riduzione della leva delle banche, più parsimonia delle famiglie) quanto dell'incertezza e dei danni che la gestione europea della crisi provoca, tra l'altro con l'adozione di politiche di risanamento troppo restrittive». L'analisi contenuta nella Congiuntura Flash prosegue con la constatazione che pur essendo «partita dalla periferia, la contrazione dell'attività economica ha ormai coinvolto le economie core». E così dall'Eurozona le onde recessive si allargano al resto del mondo, che di per sé non gode di ottima salute, anche perché «la Banca centrale europea agisce in misura limitata sia con gli strumenti ordinari (tassi) sia con quelli straordinari (acquisto diretto di titoli di Stato), per vincoli politico-culturali più che istituzionali». Per quanto riguarda lo specifico italiano, il Centro Studi di Confindustria stima un calo della produzione a giugno dell'1,3% rispetto al mese precedente che «ha portato a -1,7% la contrazione nel secondo trimestre (con un -0,6% trasmesso al 3°). Si tratta di un andamento purtroppo «coerente con un'ulteriore diminuzione del Pil (-0,8% nel primo trimestre)». Il documento prosegue evidenziando che in giugno «sono migliorate le attese su produzione (-5, da -8) e ordini (-2, da -6) ma resta forte il ritmo di contrazione indicato dalla componente ordini, anche se la necessità di ricostituire le scorte, ritenute molto basse, potrà sostenere l'attività». Altra parte interessante della Congiuntura Flash è quella relativa all'andamento dei consumi e dell'erogazione del credito. Per quanto attiene i primi, risultano in forte calo con un -0,9% del relativo indicatore Icc a maggio mentre nel mese successivo si è registrato un -3,1% delle immatricolazioni auto. Secondo il Centro Studi si accentua poi il cosiddetto "credit crunch". «In Italia - sottolinea lo studio - a maggio i prestiti alle imprese sono scesi dello 0,7% dopo il recupero di aprile che aveva interrotto sei mesi di cali consecutivi, e sono dell'1,8% sotto il livello di settembre 2011». RETRIBUZIONI In attesa dell'incontro tra Fiat e sindacati all'inizio di agosto, l'amministratore delegato Sergio Marchionne è intervenuito ieri sulla crisi dell'industria dell'auto in Italia e in Europa con un'intervista all'Internation Herald Tribune in cui se la prende anche con l'aggresiva politica dei prezzi della Volkswagen. L'industria automobilistica europea è in una crisi che non ha precedenti e la politica di sconti aggressivi messa in atto da Volkswagen «è un bagno di sangue sui prezzi e sui margini » sostiene Marchionne. «Non l'ho mai vista così difficile», precisa il manager di Fiat-Chrysler riferendosi alle sfide di un'industria dell'auto europea allo stremo, con un'eccesso di capacità produttiva e di personale impiegato, mentre non ci sono politiche sovranazionali capaci di fronteggiare la crisi e di difendere al competitività delle case autombilistiche. L'amministratore delegato di Fiat torna a fare appello alla Commissione europea: «dovrebbe coordinare una razionalizzazione del settore in tutte le compagnie» e «quelli che davvero non si sono mossi in questo senso sono i francesi e i tedeschi, che non hanno ridotto minimamente la capacità». Il tema della riduzione della capacità produttiva è centrale, ma pare abbia effetti solo in Italia dove la Fiat ha già chiuso Termini Imerese e dove potrebbe fermare un'altra fabbrica qualora la situazione del mercato non migliorasse. Il governo francese è intevenuto su Peugeot che aveva annunciato la chiusura di uno stabilimento con 8000 dipendenti mentre la Germania non è intenzionata a ridurre la propria capacità che trova nuovi protagonisti nella Polonia, Slovenia e Inghilterra che produrrà quest'anno 1,6 milioni di auto. Intanto nel negoziato per il ritorno di Fiat in Russia «sono sorte complicazioni» e per ora non è stato raggiunto un accordo definitivo, dicono fonti governative e del settore al quotidiano Kommersant. Secondo l'interlocutore della testata economica russa, «ci sono difficoltà riguardo le condizioni di finanziamento del progetto e Fiat non si è ancora definitivamente accordata con il principale investitore, Sberbank». Secondo queste fonti, il Lingotto «vorrebbe che la banca finanziasse completamente il progetto e (Fiat) ci metterebbe la licenza per la produzione». Insomma, «la situazione attorno al progetto Fiat resta poco definita e non vi è chiarezza sui tempi del lancio». Nemmeno sul luogo dove costruire l'impianto produttivo ci sarebbe un'intesa. Il progetto del Lingotto per il ritorno in Russia prevede uno stabilimento nell'area di San Pietroburgo e anche l'assemblaggio presso gli stabilimenti della Zil, leggendaria fabbrica moscovita, che dal 1916 al 1919 produsse camion su licenza della casa torinese. Fiat e Psa Peugeot Citroën, infine, hanno siglato l`accordo che prevede il trasferimento a Psa della quota detenuta da Fiat nella joint venture SevelNord (veicoli commerciali) entro il 31 dicembre 2012 a valore simbolico. Marchionne attacca Volkswagen: troppi sconti ECONOMIA Confindustria: «Il calo del Pil non si fermerà» Una foto di repertorio di una catena di montaggio FOTO ANSA Il Centro Studi prevede il protrarsi della recessione almeno fino al termine del 2012 Il presidente Squinzi: «Nel colloquio con Napolitano è emersa molta preoccupazione» MARCOVENTIMIGLIA MILANO +5,62% 13.210,04 Ftse Mib +5,25% 14.249,54 All Share Aumentisotto l'inflazione,contratti in ritardo Nelmesedi giugno l'indice delle retribuzionicontrattualiorarie aumentadello 0,2% rispettoal mese precedenteedell'1,5%rispettoa giugno2011.Nella media delperiodo gennaio-giugno2012 l'indice è cresciuto,nel confrontocon lostesso periododell'annoprecedente, dell'1,4%.Lo rileva l'Istat. Con riferimentoai principali macrosettori, a giugno le retribuzioni orarie contrattuali registrano un incremento tendenzialedel 2,0% per i dipendenti del settore privatoeunavariazione nullaper quellidella pubblica amministrazione. I settori chea giugno presentanogli incrementi tendenziali maggiori sono: tessili, abbigliamento e lavorazionepelli (2,9%),chimiche (2,7%),energia epetroli edestrazione minerali (2,6% inentrambi i settori). Si registrano, invece,variazioni nulle per agricoltura, telecomunicazionie tutti i compartidellapubblica amministrazione.Alla fine di giugno 2012 icontratti collettivi nazionalidi lavoro in vigoreper laparte economica corrispondonoal 71,0%degli occupati dipendentieal 67,2% delmonte retributivoosservato.A giugno, tra i contrattimonitoratidall'indagine,non siè registrato nessun rinnovo.Alla fine digiugno laquota deidipendenti in attesadi rinnovo èdel29,0% nel totale dell'economiaedel 7,6%nel settore privato.L'attesa del rinnovoper i lavoratoricon il contrattoscadutoè, in media,di 31,3 mesiper l'insieme degli occupatiedi36,6mesi per il settore privato. Sergio Marchionne FOTO ANSA MARCOTEDESCHI MILANO 12 venerdì 27 luglio 2012
«Le parole non bastano più. I fatti sono molto più importanti e dopo questa riunione, sono convinto che avremo dei risultati concreti». Questo il messaggio che ha voluto lanciare il presidente della Commissione Europea, Josè Manuel Barroso, al temine del suo incontro con il primo ministro greco Antònis Samaràs, ieri sera ad Atene. La visita di Barroso, per quanto riguarda la gestione della crisi greca, non ha fatto emergere forti novità di sostanza, ma ha contribuito almeno a far nuovamente presente a coloro che si esercitano in dichiarazioni quotidiane e spesso catastrofiche sul futuro di Atene che «siamo, veramente, tutti sulla stessa barca ed è grave che alcuni mostrino di non comprenderlo». Samaràs, da parte sua, ha ripetuto che «i cambiamenti strutturali andranno avanti, per poter ridurre il deficit e riuscire, parallelamente a far ripartire l'economia». «Combatteremo con maggiore decisione l'evasione fiscale e la burocrazia», ha promesso il primo ministro greco. Il problema, è come riuscire a gestire, nell'immediato un Paese che quest'anno rischia una recessione del 7%. Come tagliare altri 11,5 miliardi di euro dal budget dello Stato ( è la cifra richiesta dalla Troika) senza che ci sia un impatto letale sui servizi sociali, sulle le pensioni, i redditi minimi. Poche ore prima dell' arrivo di Barroso, i leader dei tre partiti che sostengono il governo di Atene, si sono incontrati nel tentativo di individuare, appunto, delle misure «umanamente sostenibili». Samaràs- oltre a primo ministro è anche presidente di Nuova Democrazia- il socialista Evanghelos Venizelos e il segretario di Sinistra Democratica, Fotis Kouvelis, secondo quanto è trapelato, si rendono conto che la situazione è durissima ed è impresa molto ardua imporre ulteriori sacrifici ai greci. A un Paese che non riesce neanche più a curare i malati di tumore, per mancanza di medicine nei suoi ospedali pubblici. «Bisogna insistere nel chiedere una dilazione del programma di risanamento dei conti pubblici, di almeno quattro anni», è la linea comune dei governo di Atene. Si teme che la coesione sociale non regga, che dopo qualche mese di tranquillità le strade di Atene, Salonicco, e di tutte le altre città tornino a riempirsi di manifestanti. Non a caso, con le sue dichiarazioni l'ex ministro dell'Economia e presidente del Pasok, Venizelos, ha volutamente usato toni polemici: «C'è chi vorrebbe sacrificare la Grecia come una nuova Ifigenia per far spirare un vento favorevole alle vele dell' Eurozona. Ma commettono un grave errore, poiché questo sacrificio si tradurrà in un suicidio per tutta l'area della moneta unica», ha tuonato aulico. Appare chiaro, ormai, che le conclusioni della Dove non arrivano i politici europei arriva Mario Draghi. Dopo una settimana di allarmi crescenti per la tenuta dell'economia spagnola e greca, e dopo gli inviti di Madrid e Parigi ad accelerare l'applicazione delle decisioni dell'ultimo summit Ue, ieri sono state le parole del presidente della Banca Centrale europea a convincere gli investitori internazionali del fatto che l'Eurozona non si disintegrerà sotto il peso dei suoi debiti pubblici. «Nei limiti del suo mandato la Bce è pronta a fare tutto quello che serve per difendere l'euro e credetemi: basterà», ha scandito in mattinata Draghi di fronte alla platea della Global Investment Conference di Londra, dove erano seduti proprio quei finanzieri e quegli imprenditori che da oltre due anni scommettono e speculano sul crollo della moneta unica europea. Un messaggio più netto del solito quello del presidente dell'Istituto di Francoforte, che è riuscito a convincere anche perché lui è l'unica persona in Europa ad avere le chiavi della cassa comune e ad essere in grado di usarle in modo tempestivo, in attesa che i leader europei riescano a mettere in piedi gli strumenti decisi nell'ultimo summit come lo scudo anti-spread, un fondo salva-Stati più efficace e l'unione bancaria. Tutte misure che certamente non vedranno la luce ad agosto e che in sostanza dovranno servire proprio ad attingere ai soldi europei, la cassa comune, per aiutare quegli Stati schiacciati dai debiti pubblici nazionali. Le piazze finanziarie europee hanno accolto le parole di Draghi innescando un rally rialzista con in testa la borsa di Madrid, che ha chiuso la giornata a +6,06%, seguita da quella di Milano, con l'indice Ftse-Mib balzato a +5,62%. In netto calo anche gli spread, i differenziali di rendimento con i titoli di Stato tedeschi, che in Italia sono passati da un allarmante 523 punti base a 473, mentre in Spagna sono scesi da 618 a 561. Il governo di Madrid ha tirato un sospiro di sollievo soprattutto per il ritorno dei rendimenti dei titoli di Stato decennali al di sotto del 7%. È stata quella infatti la soglia dell'insostenibilità che in passato a fatto scattare i piani di salvataggio europei per Grecia, Portogallo e Irlanda, con la conseguente imposizione di Bruxelles dei piani di austerità. LABACCHETTA MAGICADICHRISTINE Le dichiarazioni dell'ex presidente di Bankitalia sono state «accolte con favore» anche dall'Fmi. Secondo il suo portavoce David Hawley queste sono «la conferma di un impegno ben conosciuto della Bce per fare tutto quanto è necessario» per salvaguardare l'euro. Ma per l'Fmi, ha aggiunto Hawley, il taglio dei tassi di interesse deciso dall'Eurotower a luglio non basta, serve «un ulteriore Mario Draghi in una immagine di repertorio FOTO DI UWE ZUCCHI/ANSA L'ANALISI PAOLO GUERRIERI Draghi: «Difenderò l'euro» TEODOROANDREADIS Il presidente della Bce interviene a sostegno della moneta unica: «Faremo di tutto contro gli speculatori» Ossigeno per i mercati. In Italia e Spagna forte calo degli spread SEGUEDALLAPRIMA Se le affermazioni di Draghi, fatte intervenendo alla Global Investment Conference di Londra, confermano, da un lato, la decisione della Bce di scendere apertamente in campo perché consapevole della fase drammatica in cui versa la crisi europea, rimane aperto, dall'altro, il quesito di come interpretare la portata e il possibile impatto di questi interventi. Al riguardo, le dichiarazioni più rilevanti sono state soprattutto due: la Bce è pronta a intervenire facendo tutto quello che è necessario per salvare la moneta unica, sempre nell'ambito del mandato affidatole come banca centrale, qualora l'euro rischiasse l'estinzione; la soluzione del problema degli spread se i premi richiesti dal mercato sui costi di finanziamento dei paesi dovessero danneggiare il meccanismo di trasmissione della politica monetaria rientrerebbe pienamente nel mandato della Bce. Ora che la crisi dell'Eurozona sia ormai giunta a uno stadio così avanzato da mettere a rischio l'intero sistema e la stessa sopravvivenza della moneta unica è un dato di fatto da settimane sotto gli occhi di tutti. Allo stesso tempo, un altro fatto è che la situazione dei Paesi debitori - a partire da Spagna e Italia - si sia deteriorata drammaticamente nel periodo più recente, a causa di livelli anomali degli spread determinati più da aspettative legate ai rischi e ai fallimenti sistemici del funzionamento dell'area euro che a comportamenti e responsabilità dei singoli Paesi. Se teniamo conto di tutto ciò, una prima possibile interpretazione della presa di posizione di Draghi è quella di un messaggio forte inviato ai mercati che proietta l'immagine di una Bce pronta a realizzare massicci acquisti di titoli di Stato attraverso operazioni di mercato aperto, fatte non per finanziare i Paesi interessati (in quanto espressamente vietato alla Bce) ma per fornire la liquidità necessaria a ripristinare un ordinato funzionamento dei mercati e la conseguente trasmissione della politica monetaria. Interventi di questo genere possono non aver limiti e in quanto tale assumere un effetto deterrente di grande portata nei confronti dei mercati così da determinare una rapida intensa discesa degli spread e dei tassi di interesse dei Paesi più indebitati. In questo caso saremmo di fronte a un segno di forte discontinuità rispetto a quanto accaduto finora, con rendimenti dei titoli sovrani di Paesi come l'Italia e la Spagna che sono stati totalmente in balia di valutazioni erratiche dei mercati finanziari e delle forze speculative in essi operanti. Va considerato il fatto, tuttavia, che la Bce opera all'interno di un mandato molto più limitato delle altre banche centrali, per esempio proprio rispetto alle operazioni di mercato aperto. Ciò può sollevare forti dubbi sulla possibilità di veder realizzati nelle prossime settimane interventi del genere sopra richiamato. Per non parlare della forte opposizione che questi ultimi incontrerebbero da parte della Bundesbank. C'è allora un secondo modo di interpretare la mossa di Draghi, che ridimensiona la portata degli interventi realizzabili da parte della Bce e quindi anche il prevedibile impatto sulla crisi. Da mesi la Bce ha sospeso il programma acquisto di titoli di stato dei Paesi più indebitati (il cosiddetto Smp), tra cui quelli spagnoli e italiani, che era stato avviato sotto la guida dell'ex presidente Jean-Claude Trichet. Alla luce delle affermazioni di Draghi tale programma potrebbe essere ripreso. In questa eventualità, la Bce potrebbe mirare a alleggerire, innanzitutto, la pressione sui bonos spagnoli e dal momento che la Spagna ha già firmato un Memorandum di impegni per ottenere il pacchetto di aiuti di 100 miliardi in favore delle sue banche, gli acquisti di titoli sovrani spagnoli, attraverso il Smp, avverrebbero con le condizionalità che interventi di questo genere richiedono. La probabile riduzione degli spread sui bonos spagnoli avvantaggerebbe, di riflesso, anche i nostri titoli sovrani. Ma è evidente che interventi della Bce di questo genere avrebbero tempi e limiti ben definiti, come già avvenuto in passato, e potrebbero garantire solo una fase di transizione in attesa che il fondo salva-Stati - l'Esm - sia reso operativo e in grado di sostituirsi quale meccanismo anti-spread. Mario Draghi ha in effetti ribadito sia che l'Istituto centrale non vuole affatto sopperire ad azioni che possono essere messe in atto dai governi dell'euro sia che gli accordi stipulati al summit europeo di fine giugno rappresentano un passo avanti fondamentale e vanno resi operativi. Il che finirebbe per ridare la palla ai governi dell'euro e alla necessità che mettano in piedi, al più presto, adeguati sostegni di liquidità per intervenire in futuro sui mercati dei debiti sovrani a favore di quei Paesi - come Italia e Spagna - che seppur in regola con le raccomandazione delle politiche economiche comuni non vedono i loro sforzi di aggiustamento riconosciuti dai mercati. In questa seconda interpretazione, la Bce rilancerebbe un programma di acquisti attraverso l'Smp avviando interventi di liquidità diretti a riportare ordine sui mercati, ma con l'effetto più limitato di guadagnare solo un po' di tempo e garantire una fase di transizione i cui esiti resterebbero tutti nelle mani dei governi e della politica europei. Per quanto visto in questi ultimi tempi c'è dunque molto da temere. Messaggio forte ma è limitato il mandato Bce MARCOMONGIELLO BRUXELLES Manovra con altri tagli per 11,5 miliardi varata ieri Venizelos: «La Grecia non sarà un'Ifigenia inutile» L'EUROPAELACRISI Barroso ad Atene: «Sulla stessa barca» Samaràs si prepara a un tour europeo 8 venerdì 27 luglio 2012
Passi avanti sulla sanità e i tagli agli enti locali, poche possibilità di miglioramento su società in house e allargamento della platea degli esodati. Con le lobby all'attacco «che non passeranno», come promette direttamente Mario Monti, il decreto sulla spending review ha vissuto l'ultima notte di trattativa prima del voto e dell'arrivo in aula del Senato che, a meno di colpi di scena, è previsto per oggi. Il governo metterà poi la fiducia. La lunga trattativa fra maggioranza, relatori e governo ha prodotto nuovi emendamenti soprattutto sul tema sanità e in particolare sulla spesa farmaceutica. In commissione Bilancio si è arrivati ad «un accordo che cambia profondamente il testo precedente distribuendo meglio gli oneri sull'intera filiera per evitare di appesantimenti eccessivi sulla finanza regionale», spiega il relatore Pd Paolo Giaretta. Sempre per venire incontro alle richieste delle Regioni, che mercoledì hanno deciso di non firmare il Patto sulla salute contestando il governo, la commissione ha approvato un emendamento del Pdl che prevede un aumento dell'Irpef nelle otto regioni con un debito della sanità da ripianare. Si è preferito dunque dare la possibilità alle regioni con extra-deficit sanitario (Piemonte, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia) di anticipare dal 2014 al 2013 la maggiorazione dell'aliquota addizionale regionale Irpef, dallo 0,5% all'1,1%. Dai relatori giovedì notte era anche arrivata la riscrittura delle norme sulle società in house, le aziende di proprietà dei Comuni che offrono servizi ai cittadini, che il testo originario imponeva di vendere per fare cassa. Non saranno chiuse automaticamente ma ci sarà la possibilità di una selezione. «In questo modo si riconosce finalmente la legittimità delle tre forme di gestione ammesse dalla normativa comunitaria e ribadite anche dalla Corte costituzionale - sottolineano Raffaella Mariani e Alessandro Bratti, deputati Pd della commissione Ambiente - Importante è la valutazione nel merito della qualità della gestione e quindi anche la verifica puntuale dell'esistenza di elementi che possono giustificare la presenza di gestioni in house, senza far venir meno la trasparenza dei bilanci». Sugli esodati invece il Pd si era mosso per allargare di 2mila unità la platea dei secondi 55mila salvaguardati nel decreto. Problemi di copertura finanziaria adotti dalla Ragioneria generale e dal ministero dell'Economia sembrano però aver reso impossibile l'operazione. Tra le modifiche approvate una riguarda i Comuni, dopo le proteste dei sindaci dei gironi scorsi. Nelle loro casse arriveranno altri 800 milioni: 300 verranno girati loro dalle Regioni e altri 500 arriveranno dal Fondo per i rimborsi fiscali alle aziende. Quindi alle imprese verrà meno altra liquidità. La commissione ha pure approvato un emendamento della Lega che pone un tetto di 300mila euro agli stipendi di dipendenti e manager della aziende a partecipazione pubblica, Rai compresa. Ma il nuovo si salverà perché le norme si applicheranno dal prossimo rinnovo del Consiglio. «TAGLIPENALIZZANO ENTILOCALI» Proprio ieri è poi arrivata la denuncia della Corte dei Conti: lo Stato taglia le spese e riduce i trasferimenti, ma con un diverso trattamento tra centro e periferia. La scure si abbatte infatti con più forza sugli enti locali, che in due anni si sono visti ridurre le risorse trasferite dallo Stato di quasi del 20%. Sempre ieri intanto è andata in scena la serrata dei farmacisti. Serrande abbassate e sit-in in tutta Italia per dire “No” ai tagli previsti dal decreto sulla spending review. Per Federfarma l'adesione «è stata alta, oltre il 90%». Con qualche disagio per i cittadini che, in caso di necessità, hanno però potuto rivolgersi alle farmacie in turno obbligatorio rimaste aperte per garantire le urgenze. «Le farmacie - sottolinea la presidente di Federfarma, l'associazione che rappresenta le 18mila farmacie private italiane, Annarosa Racca - hanno aderito compatte alla iniziativa di protesta. L'elevata partecipazione allo sciopero dimostra chiaramente - afferma Racca - che le farmacie non possono tollerare ulteriori insostenibili tagli, che riducono il servizio ai cittadini, e pagare per gli sprechi e le inefficienze di altri». Il decreto accolla alle farmacie e alle aziende farmaceutiche una parte degli oneri per tagliare questo tipo di spesa, ma la maggioranza, specie il Pdl, sta cercando soluzioni diverse soprattutto per salvare le farmacie, un po' come era accadute per il decreto liberalizzazioni. Ma la protesta non si esaurisce con la serrata di ieri: «Sciopereremo ancora. Questa - annuncia Racca - è la prima di una serie di manifestazioni che i farmacisti faranno, finché la loro voce non sarà ascoltata». Troika sullo stato dell' economia e della pubblica amministrazione greca, arriveranno solo a settembre. Il rappresentante del Fondo monetario internazionale, Poul Thomnsen, ha fatto sapere solo di sentirsi, a grandi linee, «soddisfatto da come procedono i vari contatti e colloqui». Il problema immediato da risolvere, però, è come far fronte ai pagamenti di stipendi e pensioni per il mese di agosto, dal momento che i nuovi sostegni europei arriveranno, in caso, dall'autunno in poi. Secondo fonti de l'Unità, Samaràs si prepara ad un tour diplomatico in piena estate, che potrebbe toccare Berlino, Parigi, Bruxelles, e probabilmente anche Roma. Il primo ministro greco cercherà così di convincere i partner europei, che si deve mostrare più solidarietà fattiva verso la Grecia, i cui cittadini sopportano continui tagli e sacrifici , da ormai quasi tre anni. Si cercherà, infine, di mandare avanti a ritmi serrati il programma di privatizzazioni, che pone, però una serie di problemi: la vendita della maggioranza del pacchetto azionario dell'ente dell' energia elettrica Dei incontra degli ostacoli di tipo legislativo, mentre quella della società idrica, Eydap, ha fatto nascere reazioni contrarie all' interno del partito socialista. Molti nomi noti del Pasok pensano che l'acqua- come avvenuto in Italia- debba poter rimanere un bene pubblico. Anche in tempi di crisi e povertà. allentamento e misure straordinarie». E la presidente del Fondo, Christine Lagarde proprio ieri, quasi di rincalzo a Draghi, ha voluto sottolineare che se avesse «la bacchetta magica» «farei in modo che l'Europa creasse più Europa», aggiungendo poi che . «il summit di giugno deve essere primo passo verso una confederazione degli Stati uniti d'Europa». Da quando è alla guida della Bce, lo scorso primo novembre, già più volte Draghi aveva rassicurato sulla solidità della moneta unica. La sua credibilità però era limitata dal fatto che formalmente i Trattati europei impediscono alla Bce di soccorrere finanziariamente gli Stati dell'Eurozona e che nei fatti è sempre stata la Germania, insieme a Paesi come Olanda e Finlandia, a vegliare sul principio: i soldi europei non si toccano senza prima una condivisione di sovranità sui bilanci nazionali. Di fronte all'aggravarsi della crisi però i falchi dell'Eurozona sembrano ora disposti a tollerare un maggiore attivismo della Bce, che ieri ha potuto rassicurare i mercati dando un'interpretazione più ampia del suo mandato. L'aumento degli spread, ha spiegato Draghi, «rientra nel mandato della Bce nella misura in cui il livello di questi premi di rischio impedisce la giusta trasmissione delle decisioni di politica monetaria». In altre parole Francoforte può intervenire in nome della stabilità dei prezzi, forse comprando titoli di Stato italiani e spagnoli per calmierare gli spread, come ha già fatto la scorsa estate, o in prospettiva finanziando direttamente il fondo salva-Stati. Per vedere che tipo di misure straordinarie arriveranno bisognerà aspettare la riunione del Consiglio della Bce di giovedì prossimo. Nel colmare per l'ennesima volta il vuoto e le esitazioni della politica europea il presidente della Bce ha ricordato che non è sua intenzione sostituirsi ai governi. Insomma, con le misure straordinarie si può superare l'emergenza estiva ma poi tocca alla politica mettere le ali alla moneta unica. «Anni fa – ha detto Draghi - alcune persone dicevano che l'euro era come un calabrone», che secondo un modo di dire anglosassone riesce a volare anche se non si sa bene come, «ora è arrivato il momento di farlo diventare una vera ape». IL CASO In piazza al Pantheon il presidio unitario dei sindacati Camusso: cattiveria gratuita dividere i casi Lavoratoridelle comunicazioni:due giornidi sciopero Facce incerte e conciliaboli fitti per cercare di capire la propria sorte. Gli esodati tornano a protestare perché la stragrande maggioranza di loro non sanno ancora se si sono salvati o lo saranno. «Siamo ancora in una piazza per riaccendere il fato sulla condizione di tante migliaia di persone che sono nella terra di nessuno». Le parole di Susanna Camusso racchiudono il senso con cui, ad otto mesi dall'entrata in vigore della riforma delle pensioni, è ancora possibile riempire il Pantheon. Ieri mattina, come il 13 aprile a piazza Santi Apostoli i sindacati confederali sono uniti sul palco. Parlano nel giorno in cui dalla commissione Bilancio del Senato arrivano notizie contrastanti: voci su emendamento che allarga di altre due mila unità la platea dei secondi 55mila “salvaguardati”, ma allo stesso tempo nessuna apertura sulla richiesta unanime di togliere l'ingiusto limite sugli accordi di mobilità firmati entro il 31 dicembre: nel testo della Spending review si contemplano solo gli accordi sottoscritti in sede ministeriale mentre moltissimi sono stati stipulati territorialmente presso gli Uffici provinciali del lavoro. «NOATRATTAMENTODIVERSI» «I decreti sui primi 65mila e sugli ultimi 55mila hanno in sè elementi di iniquità - ha attaccato dal palco il segretario generale della Cgil Susanna Camusso - . Continuiamo a dire che non è una questione di numeri, ma di diritti e tutti vanno salvaguardati. Non si può dividere la platea, non possiamo ammettere che le grandi aziende che hanno sottoscritto accordi al ministero siano salvate e le piccole e i singoli lavoratori che si stanno pagando i contributi da soli e chi si sta pagando le ricongiunzioni siano esclusi dalla salvaguardia. Si tratta di una cattiveria gratuita - ha continuato Camusso - come quella di concedere ai soli lavoratori pubblici le vecchie regole. Il ministro Fornero ha ammesso di aver sbagliato, ma non ancora abbastanza. Anche su questo tema - ha concluso - il governo non si confronta con noi perché non ha proposte all'altezza». Il segretario confederale della Uil Domenico Proietti ha ricordato come «con la nostra mobilitazione abbiamo ottenuto il risultato di altri 55mila, però non è abbastanza e per questo continueremo la mobilitazione finchè il governo non ci ascolterà». Dopo di lui è toccato al leader Cisl Raffaele Bonanni rilanciare proprio sul tema degli accordi sulla mobilità sottoscritti in sede territoriale: «Chiediamo ai parlamentari di ascoltarci e di sostenere le nostre richieste perché gli accordi fatti agli uffici provinciali del lavoro hanno lo stesso valore di quelli firmati al ministero e non riconoscerli aprirebbe la strada a migliaia di ricorsi. E comunque il governo sappia - ha chiuso Bonanni che continueremo questa battaglia fino a che non avremo definito fino all'ultimo esodato, senza che qualcuno continui a dare i numeri». A margine del suo intervento poi il segretario generale della Cisl ha parlato del pubblico impiego a seguito della spending review: «Sullo sciopero decideremo cosa fare lunedì dopo a Palazzo Vidoni con il ministro Patroni Griffi», ha spiegato. Allo sciopero generale del settore pubblico indetto da Cgil e Uil per il 28 settembre sembre invece aderire subito l'Ugl. «Se la politica del governo sugli esodati e sulla spending review non dovesse cambiare, l'Ugl non avrebbe alcun problema a scioperare con Cgil, Cisl e Uil», ha detto Giovanni Centrella, segretario generale durante la maratona oratoria tenuta sotto Palazzo Vidoni. Per Centrella «in un Paese civile non può accadere che a persone nella stessa condizione, che hanno firmato gli stessi accordi, possano essere applicate regole diverse». Borse in volo . . . Bonanni: continueremo finché non saranno salvati. Sullo sciopero dei pubblici decidiamo lunedì Uilcom-Uil, Slc-Cgil, Fistel-Cislhanno proclamato,dopo la rottura del confrontoconAsstel sulcontratto nazionale, il blocco delle prestazioni straordinarieed aggiuntivea decorreredal mesediagosto e due giornatedisciopero, la prima il 17 settembree laseconda il 19di ottobre,conmanifestazione nazionalechesi svolgerà aRoma. «Dal22 digiugno ad oggi - spiega il segretarionazionale dellaUilcom-Uil SalvoUgliarolo - speravamodi riprendere il confrontonell'intentodi arrivareallapossibilitàdi rinnovare il Ccnl.Purtroppo,malgradogli sforzi messi in campo, nonabbiamo trovato la volontàda partediAsstel a riprendere la trattativa». Esodati, la battaglia continua Cgil-Cisl-Uil: siano tutelati tutti MASSIMOFRANCHI ROMA Spending review, notte decisiva Miglioramenti sulla sanità Al Senato si chiude sul testo che andrà in aula per la fiducia Accordo sulla spesa farmaceutica VALERIORASPELLI ROMA . . . Il Pd: bene il cambio della norma sulle società in house, quelle sane verranno salvate venerdì 27 luglio 2012 9
U: Di Pietro lancia il listone, ma Sel lo liquida Di Pietro lancia l'ipotesi di un «listone» con dentro Grillo e Vendola ma riceve un no secco da Sel. Il leader dell'Idv accentua la sua rottura con il centrosinistra. Sul suo sito mette addirittura un video pulp trash con Monti, Bersani, Alfano e Casini ritratti come zombie che vengono colpiti dal lancio di oggetti da parte di cittadini terrorizzati. Ma il risultato finale è un certo isolamento. Perché Vendola gli fa sapere che lavora a una «sinistra di governo» contro il populismo. E Grillo non lo degna nemmeno di una risposta. CARUGATIPAG. 6 Cinema, tre italiani alla sfidadi Venezia CrespiP. 17 L'atlante capriccioso dellavita RosaP. 19 L'ANALISI PAOLOGUERRIERI RINALDOGIANOLA Ognuno di noi può cambiare il mondo. Anche se non ha alcun potere, anche se non ha la «minima importanza». Ognuno di noi può cambiare il mondo VáclavHavel Il gip blocca la produzione dell'Ilva, otto dirigenti agli arresti domiciliari Operai in corteo: qui è la nostra vita. Il governo: la fabbrica non si fermerà NICHIVENDOLA Taranto non deve chiudere «Atroce è il mio rammarico per una campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose». Sono dure le parole con cui Napolitano annuncia la morte di Loris D'Ambrosio, consigliere del Quirinale tirato in ballo per le telefonate con Mancino. Un «servitore dello Stato» che raccoglie il commosso saluto del mondo politico. Ma Di Pietro insiste: repingiamo al mittente le strumentalizzazione. CIARNELLIFUSANI PAG.5 Napolitano: D'Ambrosio ingiuriato Muore d'infarto il consigliere del Quirinale «intercettato» con Mancino Il presidente: rammarico atroce per una «campagna violenta». Ma l'Idv insiste GIUSEPPEPROVENZANO COLLINIPAG.6-7 ILRICORDO PIEROFASSINO Draghi spinge le Borse: farò di tutto per l'euro EnricoRava il jazz sposa ilpop OdelloP. 18 Sono bastate alcune nette e decise affermazioni del presidente Draghi a favore di un intervento della Bce a sostegno dell'euro per provocare una spettacolare conversione a U nei mercati europei, con le Borse in forte ripresa e un allentamento della tensione sui debiti sovrani. Lo spread dei nostri Btp è retrocesso fino a 473 punti base rispetto agli oltre 530 punti toccati ieri. SEGUE APAG.8 Messaggio forte azione limitata E COSÌ SIAMO ARRIVATI UN'ALTRAVOLTA DAVANTI AL DRAMMA di una città, di una comunità, di migliaia di operai con le loro famiglie. SEGUEA PAG.3 La questione industriale Unioni civili: Milano dice sì con registro separato VESPOPAG. 10 A MORDERE NELLA POLPA MINERA-RIA E CHIMICA DELLA GRANDE INDUSTRIA, si può cogliere il sapore amaro della lunga sconfitta in cui vive e muore, oggi, la platea immensa di lavoratori subordinati che un tempo chiamavamo «classe operaia». Una moltitudine di donne e uomini spaventati, orfani di quel valore sociale che trasformava il lavoro in architrave dell'incivilimento e della democrazia, protagonisti precari di lavori sempre più poveri di contenuto produttivo e sempre più spogli di capacità negoziale. Operai senza «classe»: variabili dipendenti dell'ideologia dominante, ostaggi ammutoliti degli idoli pagani del liberismo, dotati di una rappresentazione mediatica e politica sempre più avara e distratta. SEGUE APAG. 15 Lavoro e ambiente vincono insieme La protesta dei lavoratori Ilva nelle strade di Taranto FOTO ANSA/INGENITO TARANTO, CUORE D'ACCIAIO E SAN-GUEAVVELENATO, SIÈ FERMATA. Ma non può essere troppo tardi, di fronte a questo dramma economico e sociale. SEGUEAPAG. 2 La questione meridionale Staino Legge elettorale Monti preme ma Pdl e Lega pronti al blitz Ho avuto la fortuna di conoscere e lavorare con Loris D'Ambrosio quando nel 2001 ricoprii l'incarico di ministro della Giustizia e Loris era il capo di gabinetto del ministro. In realtà era molto di più: un vero segretario generale del Ministero, amato, stimato, riconosciuto. SEGUE APAG.5 Un uomo delle istituzioni Draghi lancia un messaggio chiaro alla speculazione: faremo di tutto per salvare la moneta unica. E aggiunge: l'Eurozona è forte, più solida di quanto si pensi. Le dichiarazioni del governatore della Bce sono state accolte con entusiasmo dalle Borse che hanno segnato consistenti recuperi. Milano ha chiuso con un +5.6%, lo spread è sceso a 473. Allarme della Corte dei Conti: sugli enti locali pesante la scure dei tagli. FRANCHIMONGELLO PAG. 8-9 Intervento deciso del presidente della Bce: stop agli speculatori Mercati positivi: Milano chiude a +5,6% lo spread scende a 473 1,20 Anno 89 n.206Venerdì 27 Luglio 2012
WEEKEND ARTE DA QUALCHE TEMPO LE LUCI DELLA RIBALTA SONO RITORNATE A ILLUMINARE VINCENZO AGNETTI (1926-1991), DOPO UN INGIUSTIFICATO PERIODO DI LATENZA. Poco fa il Museo di Rovereto e Trento gli ha dedicato una personale, gli Anni Settanta in corso a Milano gli hanno riservato una bella sala, ora Foligno ne fornisce una retrospettiva esauriente. Ci si può subito collegare a un suo coetaneo dal destino in buona misura parallelo, Fabio Mauri, entrambi esponenti di una linea nostrana che parte dal «concetto», ma quasi nell'accezione barocca del termine, per procedere ogni volta a convincenti materializzazioni di certe «belle pensate», per dirla col fondatore stesso dell'estetica, nel lontano 1750, il tedesco Baumgarten. Forse questo destino prevede perfino un certo ritardo, nella partenza, infatti Agnetti, a Milano, inizi dei '60, sembrava propenso a darsi alla critica, sulle pagine della rivista Azimuth, come sostenitore di una stagione che aveva al centro Piero Manzoni, assoluto caposcuola della linea di cui stiamo dicendo. Furono per il nostro artista anni di incertezza, che lo videro anche allontanarsi dall'Italia. Ma poi, dal '66 vi rientra, ed è subito pronto a darci un'opera del tutto indicativa del suo modo di procedere, la Macchinadrogata, una calcolatrice che però non emette numeri, bensì lettere, liberamente affidate al caso. Questo appunto l'esempio di un «concetto» che si può estendere a tutta la poetica di Agnetti, per lui infatti si tratta di drogare i procedimenti di ogni comunicazione, di dirottarli dai binari previsti. Per una sorta di manifesto di questa via, basta esaminare la foto in cui Agnetti si produce in una Autotelefonata, con due cornetti incollati alle orecchie, l'uno per trasmettere, l'altro per ricevere. Altrettanto tipico, tanto da meritare l'onore della copertina del catalogo, il Libro dimenticatoa memoria, un volume che però non contiene pagine da sfogliare, ma ci appare scavato al suo interno, come un baratro beante, come un gigantesco ed allarmante buco nero. Del resto, se ci si pensa, questo slogan del «dimenticato a memoria» è ugualmente tipico della filosofia del nostro artista, con le due nozioni che si escludono a vicenda, o vanno a costituire un ossimoro, negando tutte le abili tecniche di memorizzazione dei nostri giorni, destinate a scomparire nel nulla. Oppure ad essere salvate, ma solo attraverso opportune traduzioni in altri codici, in una disperata lotta contro la perdita di senso. Come conviene fare anche a proposito di certe scritture ormai sepolte nella lontananza dei secoli, al modo del cuneiforme babilonese. Anche a questa lingua sepolta nell'oblio Agnetti rivolge un tentativo di salvataggio. Naturalmente una rotta del genere lo porta a colludere con i «concettuali» propriamente detti, assiepati soprattutto nel mondo anglosassone, dagli statunitensi Joseph Kosuth, Robert Barry, Lawrence Weiner, agli inglesi del gruppo Art & Language. Ma in loro le scritte scorrono aride, uniformi nei caratteri, snocciolando austere massime para-filosofiche, invece le frasi di Agnetti recano sempre uno spessore psicologico, sono come mozziconi di un diario personale: Inattesadise stesso, Piacevole e compiaciuta di farsi fotografare in braccio a se stessa. Insomma, mai l'ortodossia, l'andamento rettilineo, bensì l'infrazione, la deviazione. Invitato da me, nel '77, a una Settimana internazionale della performance, Agnetti se la cavò nel modo più semplice e nello stesso tempo arguto, simulando l'andata al tavolo di un conferenziere che però nel breve percorso incespica, e i fogli si spargono al suolo, così perdendo ogni possibile sequenza logica. Ma non si contano le «belle pensate» nate da questo talento corrosivo, sempre pronto ad agire in contropiede nei confronti dell'universo dei diagrammi, delle curve statistiche, applicandoli per esempio non si sa se al salvataggio o al definitivo affondamento dell'individuo, come succede nel '74 quando prende una serie di foto di una modella a varie sue età e ne ricava un volto medio statistico, una risultante di tutti i passaggi temporali, un identikit mostruoso e aberrante. Nei suoi ultimi anni Agnetti ebbe la percezione che si stava abbandonando la geometria euclidea, di assi rettilinei, per una più estrosa morfologia dei frattali, fu subito pronto a impadronirsene, incidendoli, graffiandoli su lastra fotografica, e così ottenendo un'arcana e misteriosa vegetazione. Agnetti, «Libro dimenticato a memoria» SASSUECORRENTE 1930-1943 Acuradi ElenaPontiggia eAlfredo Paglione Chieti,Palazzo de'Mayo Finoal7/10 -Catalogo Allemandi U: Agnetti, talento corrosivo Torna l'attenzione sull'artista chedirotta lacomunicazione VINCENZOAGNETTI Acuradi BrunoCoràe ItaloTomassoni Foligno,Centro italiano artecontemporanea Finoal9 settembr Catalogo3Arte RENATO BARILLI FOLIGNO «Verdade»(Verità) si riferiscealla memoriadiquanti hannosofferto la detenzione inuno deipiù spietati sistemidi prigioniadel mondo: lecarceri brasiliane,durante ilperiodo della dittaturadal 64all'84. L'artista (Biella 1975)presentadodici opere inedite di piccolo formato, sortadi«reliquiari» che recano incastonatinelle cornicioggetti appartenuti aidesaparecidos, equindici dipintidi grandi dimensioni. Inautunno lamostra saràpresentata al MACdi Rio deJaneiro. F.M. LEALTRE MOSTRE Nelcentenario della nascita diAligi Sassu(Milano 1912 - Mallorca2000) l'esposizioneprende le mossedaun importantenucleodi dipintidell'artista, legati aun momentocruciale del suo percorsopittorico,quello della «rivoluzionedelcolore», per passare poia raccontare l'avventura di «Corrente». Il movimento,natonel 1938 intornoall'omonimarivista fondatadal diciottenneErnestoTreccani, vide la partecipazione,oltrechedello stesso Sassu,di Birolli,Guttuso, Cassinari, Manzù,Migneco, Morlottie altri. F.M. ROBERTOCODA ZABETTA.VERDADE Acuradi G.Bueno, M.Savarese,M. Siniscalco Capri, Certosa diSan Giacomo Dal28/7 al2/9 -Cat. AdEst dell'Equatore 20 venerdì 27 luglio 2012
L'angoscia e il dolore. E l'esplicito «atroce rammarico per una campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose» cui Loris D'Ambrosio «era stato di recente pubblicamente esposto». Il presidente della Repubblica ha voluto «annunciare» in prima persona, «con animo sconvolto e profondo dolore» la morte repentina del suo «prezioso collaboratore», così come lo era stato di Carlo Azeglio Ciampi, che «ha per lunghi anni prestato alla Presidenza della Repubblica l'apporto impareggiabile della sua alta cultura giuridica, delle sue molteplici esperienze e competenze di magistrato giunto ai livelli più alti della carriera». La morte del Consigliere per gli Affari dell'amministrazione della giustizia del Quirinale è stata improvvisa. Un infarto lo ha stroncato a 65 anni mentre stava lavorando a un testo giuridico nella casa editrice con cui doveva pubblicarlo. Un evento drammatico che conclude in modo tragico le polemiche strumentali in cui Loris D'Ambrosio è stato coinvolto per le telefonate, intercettate e pubblicate, con Nicola Mancino, nelle quali l'ex senatore sfogava con il consigliere del presidente la sua preoccupazione per il coinvolgimento nel procedimento sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, che ora lo vede tra i dodici rinviati a giudizio anche se per falsa testimonianza. Una vicenda in cui si è cercato di tirar dentro anche il Capo dello Stato per un paio di telefonate intercettate, a dispetto di qualunque prerogativa presidenziale, in cui lui parlerebbe direttamente con Mancino e che ha portato al ricorso del Quirinale alla Corte Costituzionale per conflitto di attribuzione. Una decisione, spiega Napolitano, «dettata - fuori da qualsiasi logica di scontro - dal dovere di promuovere un chiaro pronunciamento, nella sola sede idonea, su questioni delicate di equilibri e prerogative costituzionali, ponendo così anche termine a una qualche campagna di insinuazioni e sospetti senza fondamento e al trascinarsi di polemiche senza sbocco sui mezzi di informazione. Non ho nulla da nascondere, ma un principio da difendere, di elementare garanzia della riservatezza e della libertà nell'esercizio delle funzioni di Capo dello Stato. Mi spiace che da parte di qualcuno non si intenda la portata di questa questione». Giorgio Napolitano, colto dalla notizia mentre era in partenza per Londra per assistere oggi alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi dopo aver incontrato la Regina, mentre l'incontro con i nostri atleti ieri sera non si è concluso con la cena programmata, ha voluto dire il suo dolore assoluto. Ha voluto stringersi «con infinita pena e grandissimo affetto alla consorte, ai figli, a tutti i famigliari e al mondo della magistratura e del diritto». Ma ha anche voluto esprimere tutto il suo «atroce rammarico» per «una campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose cui era stato di recente pubblicamente esposto, senza alcun rispetto per la sua storia e la sua sensibilità di magistrato intemerato, che ha fatto onore all'amministrazione della giustizia del nostro Paese». Possono essere interpretate come un duro e non solo addolorato atto d'accusa le parole del presidente in memoria «di un infaticabile e lealissimo servitore dello Stato democratico, impegnato in prima linea anche al fianco di Giovanni Falcone nel costruire più solide basi di dottrina e normative per la lotta contro la mafia, così come è stato coraggioso combattente della causa della legalità repubblicana contro il terrorismo. In tutte le collaborazioni che da magistrato ha esplicato al servizio delle istituzioni di governo e infine presso la più alta magistratura dello Stato, ha guadagnato generali riconoscimenti e attestati di stima non solo professionale ma innanzitutto morale». Sono parole di amara constatazione che debbono indurre a una riflessione (e, perché no, anche a una saggia autocritica) sulle conseguenze, pur non volute, del dolore insostenibile che determinate azioni possono determinare. Che Napolitano ha dettato personalmente dalla macchina che lo portava all'aeroporto senza riuscire, in alcuni momenti, a trattenere la commozione. «Può darsi che la mia scelta non risulti comoda per l'applauso e mi esponga a speculazioni miserrime. Ma non è stato semplice neppure richiamare senza infingimenti, come da tempo faccio, l'aggravarsi dei problemi del Paese e l'urgere dei cambiamenti e dei sacrifici da compiere. E tuttavia continuerò a non cedere ad alcuna tentazione di discorsi facili e di confortevoli opportunismi. Parlare un linguaggio di verità e di responsabilità è parte dei doveri del Presidente» aveva aggiunto Napolitano per motivare il suo ricorso alla Corte. Ma fin dai primi attacchi a D'Ambrosio e a lui, il Capo dello Stato aveva parlato di «una campagna di insinuazioni e sospetti nei confronti del Presidente della Repubblica e dei suoi collaboratori, una campagna costruita sul nulla». Il pm Antonio Ingroia si dice «il primo a essere addolorato». Unanime il rammarico e lo sgomento del mondo politico per la morte di «un servitore dello Stato» come hanno detto il ministro Severino e un colpito Bersani. «Il suo lavoro era prezioso, attento, lineare» per Alfano. Il Csm e l'Associazione nazionale magistrati si sono inchinati davanti ad «uno degli uomini migliori» come ha detto il presidente del Senato, Schifani, che «operava con capacità, onesta e saggezza». Per D'Alema «un uomo che ha servito le istituzioni con straordinaria lealtà, competenza e passione». Da Di Pietro cordoglio, ma respinge «strumentalizzazioni». La Camera ardente sarà aperta da questa mattina al Quirinale. ILRICORDO PIEROFASSINO Morto D'Ambrosio Napolitano accusa SEGUEDALLAPRIMA Non solo dotato di una competenza giuridica indiscussa, ma uomo di straordinario senso dello Stato, un vero grand commis pubblico, leale alle istituzioni e dedito al loro miglior funzionamento e prestigio. Univa a tutto ciò una intensa umanità, un garbo, una capacità di ascolto e di relazione che accresceva ancor di più la sua autorevolezza. La sua lealtà, la sua competenza, il suo senso dello Stato, il suo coraggio - che lo vide in prima linea nelle inchieste sul terrorismo - erano punto di riferimento non solo per me, ma per l'intero ministero che in Loris sapeva di avere una guida forte e sicura. Per me è stato molto di più di un collaboratore prezioso. È stato un amico che con affetto e pazienza mi ha introdotto in quel mondo complesso che è l'universo giudiziario, accompagnandomi con mano sicura e lieve ogni giorno nel compito difficile e delicato di dirigere un dicastero così impegnativo. Un'attenzione e un affetto che è proseguito tra noi in tutti questi anni, a conferma di quanto Loris credesse nelle relazioni interpersonali e fosse capace di generosa amicizia. Anche per questo ho trovato ingiuste e offensive le accuse che gratuitamente, in tempi recenti, gli sono state indirizzate. Chiunque abbia conosciuto Loris D'Ambrosio non ha dubitato neanche per un istante della sua profonda lealtà allo Stato e alla Repubblica. E oggi insieme alla sua famiglia, ai suoi amici, ai suoi colleghi, piango con dolore la perdita di un uomo buono e giusto. . . . Pd: competenza e passione Di Pietro: cordoglio ma niente strumentalizzazioni Un uomo delle istituzioni leale e coraggioso È il 16 giugno quando alcuni quotidiani cominciano a riportare le intercettazioni tra Loris D'Ambrosio, consigliere giuridico del Quirinale, e l'ex vicepresidente del Csm Nicola Mancino. L'inchiesta è quella sulla presunta trattativa tra Stato e Cosa Nostra, indagine per cui in quei giorni la Dda di Palermo aveva depositato l'avviso di chiusura indagini (che comporta il deposito degli atti e quindi la caduta del segreto). L'ex senatore e ministro e n.2 del Csm Nicola Mancino, uno dei pilastri della Prima Repubblica sopravvissuto anche alla seconda, è indagato in quell'indagine per falsa testimonianza perchè su quello che successe nel biennio ‘92-‘94 sulle stragi di mafia non avrebbe ricordato tutto quello che doveva. E sapeva. D'Ambrosio non è indagato. La sua voce è rimasta comunque incastrata in quelle telefonate. E ora è costretto a vederle trascritte sui giornali che si riempiono di frasi mozzicate che nulla significano dal punto di vista penale ma hanno il peso di una bomba. Mancino è molto preoccupato per l'inchiesta. E tempesta di telefonate D'Ambrosio chiedendogli di far intervenire il procuratore nazionale antimafia, il procuratore generale, lo stesso Presidente della Repubblica (sulle cui telefonate, infatti, è stato aperto il conflitto tra poteri dello Stato davanti alla Consulta). D' Ambrosio e Mancino si conoscono e si può dire che lavorano insieme da oltre vent'anni, da quando il primo era al ministero della Giustizia e il secondo al Viminale. Tra i due confidenza e consuetudine. In nome delle quali Mancino tempesta di telefonate D'Ambrosio tra novembre 2012 e gennaio. Il consigliere giuridico a volte esprime commenti non simpatici sulla procura di Palermo. «Va bene Presidente (Mancino, ndr), si faccia il Natale tranquillo, tanto questi (la procura di Palermo, ndr) non arriveranno a niente, stanno facendo solo confusione». A dicembre Mancino diceva a D'Ambrosio: «Sono tomentato, voglio parlare al capo dell'Antimafia senza che nessuno sappia nulla....». Richieste, preoccupazioni che D'Ambrosio ascoltava. Un'altra volta Mancino chiede informazioni sul collegio del Tribunale di Palermo per poter eventualmente intervenire. D'Ambrosio lo frena: «Intervenire sul collegio è una cosa molto delicata... È più facile parlare con il pm...». Sono almeno sette intercettazioni che cominciano a girare sui giornali per giorni e giorni. Non sono un fulmine a ciel sereno. Un mese prima D'Ambrosio era stato sentito come persona informata sui fatti dai magistrati di Palermi, i suoi colleghi. «Si sente sotto pressione e telefona tutti i giorni» aveva spiegato. È chiaro che per un uomo di legge come D'Ambrosio, tutto d'un pezzo, mai chiacchierato, testimone e protagonista di battaglie epocali in difesa del diritto e dell'autonomia della magistratura, doversi leggere in quelle intercettazioni è stato un po' come cominciare a morire. Adesso poi, con la richiesta del processo, altri atti sarebbero divenuti pubblici. E altre spiegazioni sarebbero state necessarie. Soprattutto: cosa sapeva D'Ambrosio della trattativa tra Stato e Cosa Nostra? Il Presidente della Repubblica l'ha definita «campagna irresponsabile e violenta». Una toga che ama parlare molto poco, anzi mai, come l'aggiunto di Milano Ilda Boccassini ha dichiarato ai microfoni de La7 che D'Ambrosio è stato «oggetto di attacchi ingiusti e violenti». Le polemiche per le telefonate trascritte e diffuse . . . Al ministero della Giustizia è stato per me amico e collaboratore prezioso . . . Al profondo senso dello Stato univa un'intensa umanità e una forte capacità di ascolto . . . Severino: lealtà espressa in sofferto silenzio Ingroia: sono il primo ad essere addolorato Loris D'Ambrosio in una foto dello scorso febbraio FOTO DI MASSIMO PERCOSSI/ANSA Un infarto uccide il consigliere del Quirinale, chiamato in causa dai pm palermitani per le telefonate di Mancino Il Capo dello Stato: contro di lui campagna irresponsabile e violenta MARCELLACIARNELLI ROMA venerdì 27 luglio 2012 5
SEGUEDALLAPRIMA E di conseguenza spesso rancorosi con i partiti e diffidenti persino con i loro sindacati. In questi giorni la solitudine operaia ha fatto il nido a Taranto. La Taranto della siderurgia, capitale di un Sud dapprima deposito di manodopera per l'economia di tutti i Nord, poi laboratorio e anche un po' cavia di una modernità etero-diretta dalle centrali dell'industria pesante. Una città bellissima e ferita, che ha cumulato nel suo ventre e nei suoi polmoni oltre un secolo di inquinamento di Stato: a cominciare dai veleni sversati nel Mar Piccolo e nel Mar Grande dall'Arsenale Militare, per finire alle aziende pubbliche come l'Italsider, oggi azienda privata del gruppo Riva nota nell'universo mondo come Ilva. Ed è inquietante vedere, nel cuore del dramma sociale che si profila qualora si determinasse la chiusura dell'area a caldo e la messa in sicurezz a d e g l i a l t i f o r n i ( o v v e r o l o “spegnimento” della fabbrica, la fine della produzione, la perdita del “posto” per decine di migliaia di lavoratori), lo scontro mortale tra due beni, entrambi necessari, indispensabili: l'industria contro l'ambiente, la salute contro il lavoro. Come se questa partita potesse giocarsi solo estremizzando il gioco: o vince l'industrialismo cieco di chi non si accorge del dolore e della morte causati dall'inquinamento industriale, o vince quel fondamentalismo ideologico che nel nome dell'ambiente nutre disprezzo - un disprezzo schiettamente reazionario - per l'industria ed evoca riconversioni retoriche e esodi traumatici dallo sviluppo industriale. Anche la vita operaia è un eco-sistema da proteggere. E io penso che la vera moderna questione del lavoro riparta da un'agenda più complessiva di diritti: il diritto ad un contesto urbano e lavorativo pulito, salubre, sostenibile, non può che integrarsi col diritto al reddito e al Welfare. Ma c'è un punto che non può essere censurato dalla precessione di luoghi comuni e di pregiudizi che assediano il grande mostro tarantino: nel capoluogo ionico sono accaduti in questi anni molti fatti nuovi e l'Ilva non è certo all'anno zero dal punto di vista dei processi di ambientalizzazione degli impianti. Dico solo poche cose: la Regione Puglia ha imposto normative - sulle diossine e i furani, poi sul benzoapirene, poi sul PM10 e sulle polveri sottili - che sono considerate all'avanguardia nel contesto europeo. Se fino a pochi anni fa i camini industriali sputavano mezzo chilo all'anno di diossina, gli ultimi rilevamenti dell'Arpa ci dicono che oggi vengono sputati 3 grammi e mezzo all'anno. Non si può dire che tutto sia rimasto fermo. Nonostante il gruppo Riva abbia sempre cercato di rinviare quell'appuntamento necessario e indilazionabile con le domande di salute e ambiente di una comunità che oggi rischia di tenersi tutto il cancro partorito dai cumuli di veleni più tutta la povertà sbocciata da un nuovo sterminato deserto industriale. Non occorre sottolineare che la paventata chiusura dell'Ilva avrebbe riverberi drammatici sull'intera industria manifatturiera nazionale e regalerebbe ad altri protagonisti europei quei 10 milioni di tonnellate di acciaio che attualmente vengono prodotti in Puglia. E dunque bisogna capire se, tutti insieme ciascuno nel proprio ruolo, e cioè tutti gli organi dello Stato, tutta la politica, tutta la cultura del nostro Paese, vorranno giocare la partita della vita o quella della morte. Nello squilibrio violento, nella frattura della relazione tra ambiente e lavoro, difficile dire che vinca qualcuno. Perdiamo tutti. L'analisi L'importante passo del Pd sulle unioni civili Luigi Manconi Il corsivo Quando il liberale applaude i comunisti cinesi QUALCHEBUONANOTIZIA,NONOSTANTETUTTO.Eppure, per quanto possa sembrare stravagante, c'è di che rallegrarsi. La discussione all'interno del Pd sulla questione delle Unioni civili ha sortito più di un risultato positivo. Il primo, completamente sottovalutato, corrisponde a un autentico ribaltamento nella concezione e nel metodo del programma politico, fino a costituire un fattore di provvidenziale discontinuità. Occuparsi, infatti, di diritti individuali di libertà a meno di un anno dalla scadenza elettorale e nel pieno di un cataclisma economico finanziario, quale quello attuale, sarebbe sembrato - fino a pochi anni fa - una scelta irresponsabile. Praticamente tutte le culture politiche - con la sola eccezione di quella Radicale - e tutti i partiti e i movimenti hanno accettato per un secolo l'idea che vi sia una gerarchia fissa e immutabile di bisogni e di diritti; e che gli obiettivi di natura economico-sociale debbano sempre e comunque prevalere - tanto più in una congiuntura procellosa come la nostra - rispetto agli obiettivi correlati alla tutela dell'identità personale e della soggettività individuale. Per capirci, il verso di Bertold Brecht - «Quali tempi sono questi quando discorrere di alberi è quasi un delitto perché su troppe stragi comporta il silenzio» - ha rappresentato l'ispirazione di un ordine rigido e irreversibile delle priorità da perseguire. E questo ha finito col diffondere un senso comune che vedeva i diritti della persona, le garanzie individuali, le libertà civili (ma anche “gli alberi”: l'ambiente, cioè) come un bene, se non superfluo, indubbiamente “di lusso”. Ovvero, bisogni immateriali che è possibile tutelare in tempi di vacche grasse, ma che - in un'epoca di risorse scarse - vanno messi in secondo piano o decisamente accantonati. La discussione sulle Unioni civili ha avuto il merito di rovesciare questo luogo comune: e non perché abbia formulato una nuova graduatoria che collocherebbe al primo posto i diritti individuali, ma perché ha fatto ben intendere che questi ultimi non sono comprimibili e non sono altra cosa rispetto ai bisogni materiali e alle garanzie sociali. E, soprattutto, ha affermato nitidamente che i diritti della persona sono il fondamento essenziale e ineludibile di tutti gli altri diritti. Non solo. È giusto criticare aspramente le affermazioni di Pier Ferdinando Casini che non ha voluto rinunciare nemmeno a qualche grossolanità («le unioni incivili» sono «una distorsione della natura»); ma va considerato che il leader dell'Udc - nel contestare le idee del Pd e nel riaffermare fieramente le proprie - non ha potuto esimersi da una importante dichiarazione di intenti: «Garanzie giuridiche per le coppie conviventi». Importante, questa affermazione, intanto perché mai in precedenza era stata formulata da parte di quell'area politica; e, poi, perché supera una posizione che sembrava immutabile. E che, finora, aveva bloccato sul nascere l'elaborazione di una legislazione capace di garantire diritti effettivi all'unione tra persone dello stesso sesso. Casini, infatti, con la massima prudenza e una malcelata ritrosia, parla di “coppie”. Qui sta il nodo, non sempre così evidente, dell'intera controversia: ovvero quei diritti e quelle garanzie vanno attribuiti in via esclusiva ai singoli individui, anche omosessuali, oppure se ne prevede il conferimento a una entità («formazione sociale») che è, appunto, la coppia? Se è quest'ultima la risposta (come indica anche la Consulta nella sentenza 138/2010), siamo sulla via giusta - anche se solo ai primi passi - per un riconoscimento giuridico di piena dignità alle unioni civili anche tra persone dello stesso sesso. Il cosiddetto “documento Bindi” afferma tutto ciò con chiarezza. Si legga la seguente frase: «Il Pd, auspicando un più approfondito bilanciamento tra i principi degli articoli 2, 3, e 29 della Costituzione, quanto in specie alle libere scelte compiute da ciascuna persona in relazione alla vita di coppia ed alla partecipazione alla stessa, opera dunque per l'adeguamento della disciplina giuridica all'effettiva sostanza dell'evoluzione sociale, anche introducendo, entro i vincoli della Costituzione e per il libero sviluppo della personalità di cui all'art. 2, speciali forme di garanzia per i diritti e i doveri che sorgono dai legami differenti da quelli matrimoniali, ivi comprese le unioni omosessuali». È una formulazione assai prudente, ma poteva essere diversa? Ovvero, sarebbe stato possibile trovare una definizione differente, capace di ottenere il consenso dell'intero partito e, soprattutto, in grado di aggregare una maggioranza, all'interno di questo o del prossimo Parlamento, per arrivare all'approvazione di una legge giusta in materia? Francamente penso di no (e quanto sta avvenendo in queste ore, all'interno del Pd milanese, sembra confermarlo). In quella formulazione, per quanto complessa, c'è tutto l'indispensabile: «speciali forme di garanzia» e quell'«unioni omosessuali» che è la definizione, ancora più diretta ed esplicita, dell'espressione «unioni civili». Certo, non compare la categoria di «matrimonio omosessuale», la cui assenza ha suscitato le contestazioni dei critici, ma tale categoria, d'altra parte, non è stata fatta propria dal segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, e non poteva costituire, prevedibilmente, il punto finale di intesa tra le diverse componenti del partito. Il che era immaginabile: perché tanti sono quelli che non la condividono e perché il matrimonio omosessuale è una, e solo una, delle soluzioni normative possibili per affermare quel riconoscimento giuridico, che pure altre soluzioni garantiscono. In ogni caso, qui sta - a mio avviso - il cuore del problema. Ovvero, quali sono i requisiti essenziali e le condizioni irrinunciabili che possano assicurare piena dignità alle coppie omosessuali? Due, a mio parere: la parità di diritti, effettivi ed esigibili, rispetto a quelli delle coppie eterosessuali; la definizione di un vincolo, differente da quello matrimoniale e, tuttavia, riconosciuto dall'ordinamento. Questo, nel “documento Bindi”, indubbiamente c'è. Premessa invereconda che, in quanto tale, colloco alla fine. Una delle leggi più imperiose della politica è: chi si loda s'imbroda. In altre parole, la politica si gioca - oggi più che mai - sul qui e ora: conta solo ed esclusivamente ciò che si dice e si fa in questo preciso momento. Non è una gran conquista perché, con ciò, si incrementa un processo di smemoratezza collettiva che azzera, non dico la storia, ma persino la cronaca che si riferisca all'altro ieri e, magari, a qualche periodo ancora precedente. In altre parole, è francamente insopportabile che, oggi, un'intera folla si dica incondizionatamente favorevole al “matrimonio omosessuale”; e si dichiari addirittura stupefatta che una tale posizione non sia condivisa all'unanimità. Viene voglia di dire: fuori i documenti. Ovvero, andiamo a verificare quando, in quali circostanze, con quali atti concreti, ma mi accontento anche di parole inequivocabili, ci si è espressi limpidamente a favore della piena dignità e parità del vincolo coniugale tra persone dello stesso sesso e del vincolo coniugale tra persone di sesso diverso. Come scriveva vent'anni fa, Piergiorgio Bellocchio («io sono comunista»: «me lo dimostri»), sarebbe bello che ciascuno potesse esibire il suo curriculum, magari dopo averlo fatto autenticare da una società di certificazione. Qui non si tratta (solo) di vanagloria, ma di ben altro: avere una lunga militanza su questo tema (nel mio modesto caso dal 1988) e aver avuto la ventura di presentare il primo disegno di legge sulle unioni civili (1996), ha fatto sì che non veda proprio l'ora di ottenere qualche risultato concreto. È questo che mi rende così “ragionevole” e così disponibile ad apprezzare i passi avanti - anche piccoli ma concreti - e le mediazioni intelligenti. Le affermazioni di principio, anche le più vigorose e accaldate, quando non sono seguite da risultati positivi, rischiano di avere il suono stridulo delle trombette di latta. COMUNITÀ L'intervento Lavoro e ambiente vincono insieme Nichi Vendola Presidente Regione Puglia A LUNGO PUNTA DI DIAMANTE DEL FRONTE LIBERAL-RIGORI-STA ,ANCHE IL CORSERA SEMBRA ACCORGERSI CHE LA RICETTANONFUNZIONA. E che anzi è alla base del circolo vizioso di cui soffre l'Europa: il rigore comprime la domanda, genera recessione e si ripercuote negativamente sui conti dello Stato. Ieri Dario Di Vico, liberale e firma economica del quotidiano, ha pagato il suo tributo ai tempi nuovi. Lo ha fatto raccontando della polemica keynesiana contro le ricette anticrisi liberiste. Polemica rilanciata da un appello di otto economisti sul Manifesto, con Luciano Gallino in testa, contro il pensiero unico. Che fa dipendere i guai dell'economia da spesa pubblica e ruolo eccessivo dello Stato. Accusati dai liberali di aver generato il ciclone, con un indebitamento fomite di bancarotta e speculazione. Che le cose non stiano così è dimostrato dai fatti: i tagli di salari e pensioni creano recessione e ulteriore indebitamento, a tassi di interesse crescenti. Fenomeno perverso, i cui antecedenti stanno nella crisi del capitalismo globale. Sempre più dipendente dalla finanza. E dai meccanismi del credito al consumo: per alzare il potere di acquisto che i salari flessibili non possono sostenere. Di qui avvitamento e crolli a catena, coperti dal 2008 ad oggi da tre trilioni di dollari erogati in Europa alle banche e scaricati sui contribuenti. Dunque la partita del debito sovrano è affare complesso e non dipende dalla «casta» o solo dagli sprechi. È stato il capitalismo monetario e manageriale a generare il dramma. A indebitarsi e a indebitare i Paesi, senza regole serie né politiche in grado di governare la finanza e rilanciare l'economia. Ma il Mantra di questi anni è stato un altro: meno salario, più flessibilità, meno welfare, meno servizi pubblici. E ancora: più benefits fiscali e meno lacci e lacciuoli. Con le note ricadute. Ora il peso degli sprechi è esiziale, e una sana disciplina di bilancio è vitale per fugare nel breve l'assalto speculativo e del rating. Però da questi decenni andrebbe pur tratta una morale, già nota peraltro: il mercato non può autoregolarsi. E per fare funzionare il Capitale ci vuole una politica. Redistributiva e a sostegno della domanda - controllando tasso di inflazione ed eccessi di spesa - ma tesa alla piena e buona occupazione (anche redistribuendo il lavoro). Invece qual è la morale di Di Vico? Eccola: «No al derby tra liberisti e anti, tra von Hayek e Keynes. Aveva ragione Deng Xiao Ping quando diceva che non conta il colore del gatto ma il suo lavoro di acchiappatopi». Formidabile. Il liberale Di Vico dopo aver bombardato per anni articolo 18, contratti e sindacato, prima butta la palla in tribuna e non prende posizione. Poi invoca Deng, e il suo capitalismo di comando pubblico dall'alto. Come liberali non c'è male: stanno finendo sotto le bandiere del Partito comunista cinese. Bruno Gravagnuolo . . . Nel '96 fui io a presentare il primo disegno di legge sul tema. Per questo apprezzo il documento Bindi e le mediazioni intelligenti . . . No allo scontro tra due beni necessari. E a Taranto non consentiremo che l'Ilva venga chiusa Maramotti venerdì 27 luglio 2012 15
Cinque pescherecci di Mazara del Vallo sono stati sequestrati a circa 22 miglia dalle coste egiziane. A rivelarlo è il presidente del Distretto della pesca Cosvap, Giovanni Tumbiolo. Si tratta del «Flori», dell'«Atlantide», «Eros», «Ghibli I» e del «Luna Rossa». Secondo le prime informazioni sarebbero in tutto una trentina i marinai a bordo delle cinque imbarcazioni. Interpellata sui pescherecci siciliani fermati in Egitto, la Farnesina ha reso noto che il ministro degli Esteri Giulio Terzi, che ha appreso della vicenda mentre si stava imbarcando per fare rientro in Italia dal Cairo, ha dato istruzioni all'ambasciatore in Egitto Claudio Pacifico di attivarsi immediatamente, e di prendere diretto contatto con il ministro degli Esteri egiziano Kemal Amr, che il titolare della Farnesina aveva incontrato nel pomeriggio, e con il quale lo stesso Terzi si ripromette di parlare nelle prossime ore. «Mi sono già messo in contatto con l'ambasciatore Pacifico e con il nostro ministro Terzi», ha spiegato ancora il presidente del Distretto della pesca di Mazara del Vallo. Che ha aggiunto: «Mario Vinci, il console di Alessandria, dove sono diretti i pescherecci in questo momento - continua Tumbiolo -, si sta già attivando per assistere i nostri pescatori». Tumbiolo ha contattato il ministro Giulio Terzi, che nel pomeriggio ha concluso una sua visita in Egitto. Il sequestro dei cinque pescherecci giunge nel giorno della missione diplomatica di Terzi al Cairo. L'Italia sostiene il processo di transizione democratica in Egitto, che sta attraversando ora una fase particolarmente delicata con il perdurare del confronto tra capo dello Stato e militari, e d'altra parte ottiene dalla nuova leadership egiziana la garanzia che gli investimenti e le imprese italiane, grandi e piccole, saranno garantite e accolte in un clima amichevole. È questo il messaggio emerso dalla visita al Cairo del titolare della Farnesina che ha incontrato, per la prima volta dalla sua elezione lo scorso 30 giugno, il presidente Mohammed Morsi, esponente dei Fratelli musulmani, al quale ha portato i saluti del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e una lettera personale del premier Mario Monti. Terzi ha rilevato il personale impegno di Morsi nella risoluzione di «contenziosi difficili dovuti a tensioni legate non solo a piazza Tahrir». L'Italia è d'altronde il primo partner commerciale europeo dell'Egitto e la nuova leadership ha confermato al capo della Farnesina la «fortissima volontà» di garantire gli investimenti italiani e di continuare a sviluppare una cooperazione economica con «grandi e piccole imprese». Aguardarla da vicino lapolitica americananell'anno delle elezioniha davvero qualcosa diparadossale. Il conten-dente repubblicano accumula una gaffe dopo l'altra, il Congresso conduce battaglie epocali che non producono nulla e i contendenti alla Casa Bianca si massacrano a colpi di spot televisivi. In questi giorni in tour europeo per mostrare di avere credenziali internazionali e parlare male della politica estera di Obama, Mitt Romney ha inanellato una serie di brutte figure. Succede ogni volta che parla a ruota libera. In un'intervista ha detto, parlando delle Olimpiadi, di essere sconcertato da alcuni problemi relativi alla sicurezza e al possibile sciopero degli agenti di frontiera. La risposta del primo ministro David Cameron è stata piuttosto secca: «Stiamo organizzando i Giochi in una delle città più grandi e trafficate del mondo, non in un posto in mezzo al nulla». Cameron non lo dice direttamente, ma quel posto in mezzo al nulla è Salt Lake City, città dove Romney è stato capo del comitato olimpico invernale. Un giorno prima un membro anonimo dello staff di Romney aveva spiegato che il viaggio è importante perché questi restituirà vigore alla speciale relazione con Londra, una relazione dovuta alle comuni «radici anglosassoni che il presidente Obama non coglie appieno». Apriti cielo: l'africano non capisce la relazione speciale tra anglosassoni. Ma come, non era Obama a essere troppo europeo? La frase pubblicata sul britannico Telegraph è stata smentita dalla campagna di Romney. Ma il danno è fatto. Non è finita: incontrando il leader laburista Ed Milliband, Romney ha detto «buongiorno mister leader», come se non avesse bene idea di chi stesse incontrando. Ieri sera Romney presenziava a una cena di finanziamento alla quale aveva assicurato la sua presenza un dirigente - dimissionario - di Barclays, la banca al centro dello scandalo sul tasso di interesse interbancario Libor. Quando la notizia è circolata il dirigente ha fatto sapere che non sarebbe andato. Il suo assegno da 2.500 dollari lo aveva già versato. LE TASSEAIRICCHI Mercoledì, mentre era notte in Italia, il Senato ha approvato una legge che rinnova i bonus fiscali per i redditi sotto i 250mila dollari, ma non quelli ai più ricchi. I democratici, che propongono la legge, hanno votato a favore. I repubblicani contro. Due paradossi. Il primo è che nonostante sia un taglio alle tasse i repubblicani decidano di votare contro, pronti ad affossare il provvedimento con la loro maggioranza alla Camera. Il secondo è che la legge non è, come i democratici tendono a sostenere, un colpo ai più ricchi. La legge è infatti uno sconto anche ai ricchi sui primi 250mila dollari di reddito. Il centro di ricerca sul sistema fiscale Tax Policy Center ha infatti calcolato che se entrasse in vigore taglierebbe le tasse dei più ricchi per 15mila dollari. La versione che vorrebbero i repubblicani, invece, produrrebbe un taglio di 75mila dollari. A essere onesti la proposta democratica è quella di introdurre una nuova tassa sulle ricchezze sopra il milione. Ma non è contenuta nella legge in questione. In queste ore si consumano fiumi di retorica su un provvedimento economico che non è uno strumento di equità come lo dipingono i democratici, e meno che mai un provvedimento che mette le mani nelle tasche della gente, come vogliono far credere i repubblicani. I democratici hanno dalla loro il fatto che a fare ostruzionismo su tutto da due anni a questa parte sono i repubblicani. Il cui unico obbiettivo è mandare a casa Obama. Una dinamica altrettanto poco costruttiva è quella della corsa per le presidenziali. Mitt Romney risponde all'offensiva di Obama sulla scarsa trasparenza nella sua dichiarazione delle tasse e sui conti bancari nei paradisi fiscali montando le frasi di un discorso del presidente in maniera da modificarne il significato. Lo spot di Romney fa dire a Obama: «Se hai un'impresa, c'è qualcuno che ti ha aiutato, non lo hai messo in piedi tu». Allo spot si accompagna un sito Built by Us, sul quale una serie di imprenditori dicono al presidente che il loro business lo hanno messo in piedi da soli. Il presidente risponde con uno spot Tv nel quale si mostra il discorso vero, nel quale dice più o meno: le strade, le ferrovie, le infrastrutture che aiutano la tua impresa non le hai fatte tu ma sono importanti. Nello spot si accusa Romney di essere pronto a manipolare la realtà pur di vincere. Ora la campagna elettorale si combatte a colpi bassi. Con una differenza. Obama ha anche un registro positivo, rivolto alle cose fatte e al futuro. Circola un video sui matrimoni omosessuali dove coppie anziane e giovani, con o senza figli recitano il discorso di Obama. E il presidente, parlando della strage in Colorado, ha detto -finalmente - che «gli Ak47 sono roba da soldati» e che «il bando sulle armi da guerra non dovrebbe essere un tema controverso». Una legge c'era e il presidente sta pensando di reintrodurla. Il killer di Denver James Holmes, accusato di aver ucciso 12 persone in un cinema durante la prima del film di Batman, spedì prima della strage a uno psichiatra della sua ex università un quaderno e dei disegni con i dettagli del suo folle piano. A renderlo noto l'emittente Fox news. Secondo fonti locali, però, il pacchetto rimase nella cassetta postale dell'università del Colorado per giorni e venne aperto solo lunedì scorso, alcuni giorni dopo il massacro avvenuto venerdì. La polizia ha fatto sapere che i disegni presenti nel pacco ritraevano delle figure stilizzate e dei fucili. Lo psichiatra dell'università ha avvertito immediatamente la polizia dopo aver visto l'indirizzo con il nome del killer della strage. Ora le autorità stanno cercando di fare luce sul giorno della spedizione del plico, mentre in molti cominciano a chiedersi se forse, vedendolo prima, si sarebbe potuto fare qualcosa per evitare il massacro. Oltre a lamentarsi per il cibo che riceve nel penitenziario dove è recluso, il 24enne in isolamento nel penitenziario della contea di Arapahoe, alla periferia di Denver pare abbia chiesto a una guardia carceraria: «Hai visto il film? come va a finire?» a proposito della pellicola che si stava proiettando nel cinema Aurora durante la strage. Questa sarebbe stata una delle sue poche interlocuzioni da quando è stato arrestato. Taciturno davanti al giudice, dice di non ricordare niente del massacro che ha compiuto. Il giovane studente, fanatico di armi e esplosivi, avrebbe comprato il fucile mitragliatore usato per compiere il massacro il 7 giugno scorso poche ore dopo aver fallito un importante esame orale alla University of Colorado. Appena tre giorni dopo, James ha annunciato di voler abbandonare il suo corso al Dipartimento di Neuroscienze senza dare motivazioni. Egitto, sequestrati cinque pescherecci di Mazara . . . Dice di non ricordare niente ma aveva disegnato il suo piano e spedito a un professore CINA LaCina processerà Gu Xilai, lamoglie delpolitico cinese BoXilai, accusata diaverucciso unbritannico, secondo quantoriferito daimedia di Stato, nell'ultimoepisodio di uno scandalo cherappresenta il piùgrave scandalo politicodellaCina postmaoista arrivandoa scuotere ilgoverno di Pechino.L'ex avvocata,53enne, donnacarismaticae intraprendente, potrebbeoraessere condannataalla penadimorte. Ilmarito Bo èstato espulso dalPartito comunista -allacui guida era candidato-eora Gu e il collaboratore ZhangXiaojunverrannoprocessati con l'accusadi averavvelenato l'uomod'affari britannicoNeil Heywoodconcui la coppia aveva legami d'affari. L'omicidioèavvenuto loscorsoannoesecondo l'agenzia di stampadiStato, Xinhuasarebbe statomotivato da «conflitti su interessieconomici».Gu eZhang andrannoa processoa Hefei, una cittàdellaCina orientale, lontano da Chongqing, il centro del sudovest dallaCina dove Heywoodèstato uccisoedove Bo siè affermatocome leadercomunistaanti corruzione. VIRGINIALORI Spunta un diario del killer di Denver UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannageli@unita.it MONDO . . . Il fermo delle barche italiane mentre era in corso la visita di Stato del ministro Terzi Obama: «Al bando le armi da guerra» Barack Obama a New Orleans FOTO DI SKIP BOLEN/ANSA EPA Omicidioper interesse l'incriminazione per lamogliediBoXilai Nuoveclamorosegaffe delcandidatorepubblicano MittRomney:conCameron suiGiochidiLondra edàalpresidenteUsa del«non-anglosassone» MARTINOMAZZONIS NEWYORK . . . Varata legge sugli sgravi fiscali sotto i 250mila dollari, paradossalmente i repubblicani contrari Il ministro degli Esteri Giulio Terzi al Cairo FOTO DI KHALED ELFIQI/ANSA EPA IL DOSSIER venerdì 27 luglio 2012 13
Montepremi 1.940.530,71 5+stella Nessun6-Jackpot 16.567.764,86 4+stella 37.438,00 Nessun5+1 3+stella 1.833,00 Vinconoconpunti5 26.461,79 2+stella 100,00 Vinconoconpunti4 374,38 1+stella 10,00 Vinconoconpunti3 18,33 0+stella 5,00 Nazionale 51 72 28 77 36 Bari 79 51 83 26 63 Cagliari 20 81 42 18 4 Firenze 70 77 40 50 65 Genova 49 34 70 24 66 Milano 43 45 80 8 47 Napoli 29 11 6 37 31 Palermo 36 16 72 27 46 Roma 30 62 54 29 67 Torino 36 38 90 56 35 Venezia 30 27 21 61 20 TREDICISQUADREDEFERITEE45TESSERATIRINVIATI A GIUDIZIO (33 ILLECITI), TRA CUI IL TECNICO DELLA JUVENTUS ANTONIO CONTE PER UNA DOPPIA OMESSADENUNCIA,IBIANCONERISIMONEPEPEELEONARDOBONUCCI.Numeri (ed eventuali conseguenze) dei due deferimenti separati che il pm federale Stefano Palazzi ha notificato ieri. Il Calcioscommesse entra definitivamente nella serie A, coinvolgendo ufficialmente l'allenatore campione d'Italia e due giocatori nel giro della Nazionale. Hanno pesato le rivelazioni dei due pentiti Filippo Carobbio e Andrea Masiello. Il primo ha aperto il varco sul caso-Siena e sul suo ex tecnico, Masiello ha aggiunto dettagli sul derby e su Bonucci e ciò gli vale un patteggiamento. Il Lecce è chiamato per responsabilità diretta dell'ex presidente Pierandrea Semeraro, e ora rischia la retrocessione in Lega Pro. Come il Grosseto per il coinvolgimento del suo presidente, Piero Camilli, in merito alla presunta combine Ancona-Grosseto. Il processo relativo a Cremona inizierà l'1 e 2 agosto, quello per Bari il 3 e 4 agosto. POSIZIONI Conte temeva l'illecito, ora dovrà difendersi da una doppia denuncia. Più facile scardinare la prima accusa di Carobbio relativa a Novara-Siena. «Conte ci disse di stare tranquilli che avevamo raggiunto l'accordo per il pareggio», rivela Carobbio, aggiungendo nel dettaglio che Sestu a sorpresa non fu compreso tra i titolari, e che Larrondo gli chiese durante il riscaldamento come si sarebbe dovuto comportare in partita: «Fai movimento e non segnare», la risposta dell'esperto in combine. Nell'interrogatorio Conte smentisce questo episodio, evidenziando come nel suo discorso pre-gara incitò a vincere e proseguendo sul filone dell'acredine con il suo ex giocatore per uno screzio tra la sua compagna e la moglie di Carobbio. Unico non ricordo del tecnico: «Non ricordo perché ho tenuto fuori Sestu». Per la procura federale, Carobbio resta credibile, a tal punto che una sua dichiarazione su AlbinoLeffe-Siena («Conte ha lasciato ai calciatori la decisione finale del risultato da conseguire») da un lato scagiona il tecnico da un illecito che Palazzi riteneva possibile, dall'altro fornisce l'assist alla difesa. Per quella gara, pagano con l'illecito il suo vice Stellini, oltre a Coppola, Terzi e Vitiello. Mentre per il resto dello staff tecnico del Siena (Alessio, Savorani, D'Urbano, Faggiano) scatta l'omessa denuncia. «A nome della società – ha detto Andrea Agnelli - ribadisco il pieno sostegno ad Conte, Alessio, Stellini, Bonucci e Pepe». Questi ultimi due chiamati a processo per Udinese-Bari 3-3. Leo Bonucci sta peggio, in quanto Masiello conferma di avergli chiesto della combine: «Ci raggiunse in ritiro e proprio lì gliene parlai ricevendo in risposta la sua personale disponibilità alla combine», ha riferito in procura federale, aggirando così la difesa di Bonucci («Ero in ritiro con la Nazionale»). La difesa farà leva sul fatto che Masiello aveva riferito che l'incontro si svolse a Bari e non a Udine. Dentro anche Pepe, per omessa denuncia di una presunta chiamata di sondaggio di Salvatore Masiello, che però produsse rifiuto dello juventino. Dalle dichiarazioni di Andrea Masiello, esce con le ossa rotte il Bari, compreso in ben sei gare, tutte per responsabilità oggettiva. Palazzi potrebbe chiedere dai 12 ai 15 punti in meno, con rischio di retrocessione in caso di afflittività. In Lega Pro rischia di finire più il Lecce per il derby Bari-Lecce. I soldi per farlo li avrebbe forniti Semeraro, allora patron dei giallorossi. Circa 300mila euro che il suo amico, Carlo Quarta, avrebbe offerto al sodalizio di Masiello in un incontro all'hotel Tiziano. I tabulati forniti dalla procura di Bari confermano, nonostante le smentite si Semeraro che per Palazzi sono «prive di riscontro» e non appaiono «né credibili, né verosimili alla luce del granitico quadro probatorio». Il segno dell'avvenuto accordo sarebbe stato un incontro tra Vives e Masiello nel tunnel dello spogliatoio. La frase in codice: «Ci scambiamo le maglie?». Vives paga con la richiesta di illecito. Cesena-Bari fu oggetto combine di Bellavista, Masiello e Belmonte, mentre per le pressioni degli ultras, pagano con l'omessa denuncia Mutti e il ds Angelozzi. Bari-Sampdoria sembra oggetto di «due differenti tentativi di combine». Il primo con Stefano Guberti, il secondo con gli «zingari». Le dichiarazioni di Masiello su Guberti sono clamorose: «Mi disse che la Sampdoria lottava per la salvezza e che era disposta ad offrire 45/50mila euro per vincere la gara». Guberti ammette l'incontro ma nega il fine illecito, per la procura basta a deferire Guberti per illecito e la Samp, ma solo per oggettiva. Quanto a Bologna-Bari, i felsinei evitano la stangata dell'omessa denuncia generale, tutta la colpa finisce su Portanova e Masiello, per Di Vaio solo omessa denuncia. InumeridelSuperenalotto Jolly SuperStar 11 18 30 59 76 77 5 54 10eLotto 11 16 20 27 29 30 34 36 38 4243 45 49 51 62 70 77 79 81 83 CALENDARIO2012-2013 LOTTO SPORT Nonèunastangata Tra i 44 deferiti c'è Conte. Bonucci rischia NellaprimagiornatadiA ilParmasfida icampioni SampaSanSirocon ilMilan GIOVEDÌ 26 LUGLIO IL DEFERIMENTO DI LEONARDO BONUCCI con l'accusa di illecito sportivo potrebbe costringere la Juventus a tornare sul mercato per assicurarsi un altro difensore. In caso di squalifica, riferisce calciomercato.com, i bianconeri punterebbero su un giocatore italiano. I primi nomi sulla lista del dg Beppe Marotta sono quelli di Salvatore Bocchetti e di Davide Astori. Il primo (classe 1986, ex Genoa) gioca in Russia nel Rubin Kazan, con cui è sotto contratto fino al 2013. Astori, di un anno più giovane, milita nel Cagliari dopo essere cresciuto nel settore giovanile del Milan e nelle scorse settimane ha rifiutato un'offerta dello Spartak Mosca. Sullo sfondo restano poi i nomi di tre stranieri: il portoghese Bruno Alves dello Zenit San Pietroburgo, il colombiano Cristian Zapata del Villarreal (ex Udinese) e il giovane brasiliano Dedè del Vasco da Gama. VIVIANOEDELLAROCCA INVIOLA In attesa dell'ufficializzazione da parte della Fiorentina, Emiliano Viviano e Francesco Della Rocca ieri pomeriggio all'ospedale di Careggi a Firenze si sono sottoposti alle visite mediche di rito. La doppia operazione, che prevede il prestito oneroso del portiere con diritto di riscatto a favore dei viola e il prestito del centrocampista, era stata definita da oltre due settimane dalla Fiorentina con il Palermo: la società siciliana però doveva accordarsi con l'Inter proprietario dell'altra metà del cartellino di Viviano. Un tira-e-molla che ha allungato oltremodo i tempi. Intanto, la società viola sta definendo anche l'acquisto del centrocampista cileno con passaporto comunitario Mati Fernandez, 26 anni, dello Sporting Lisbona. RUSSIA, INIZIAL'ERACAPELLO Nella prima conferenza stampa da ct della Russia, Fabio Capello è stato chiaro: «Il contratto è di due anni e l'obiettivo è quello di partecipare ai Mondiali brasiliani del 2014 portando una “mentalità vincente” in una squadra “con grandi potenzialità” e “giocatori di ottimo livello”». «Avevo ricevuto anche altre proposte - ha dichiarato il tecnico di Pieris - ma non ho accettato». Nel suo staff cinque italiani: l'ex dirigente sportivo Oreste Cinquini; Massimo Neri (preparatore atletico); Franco Tancredi (allenatore dei portieri); Cristian Panucci e Italo Galbiati in qualità di collaboratori di campo. Bocchetti oAstori LaJuve corre ai ripari MARZIOCENCIONI ROMA Per l'allenatoredellaJuve niente illecitosportivosolo omessadenunciaLa posizionepiùcomplicataper ildifensoredellaJuve SIMONEDISTEFANO ROMA SopraAntonioConte, l'allenatore della Juveè statosolodeferito. SottoLeonardo Bonucci. Per lui laposizione èpiùdelicata FOTO ANSA Il sorteggio deicalendari, tenutosi ieri aMilano, hastabilitoche la Juventusesordirà incasa contro ilParma nellaprima giornatadella Serie ATim2012-2013.Lo stessoesordio dell'anno scorso(successo deibianconeriper 4-0)anche seda calendarioera la secondagiornata,dal momentoche la primafu rinviata per lo scioperodeicalciatori.Debutto in casaanche perMilan e Roma, rispettivamentecon Sampdoriae Catania,mentre l'Inter vaa Pescara.Questo ildettaglio dellaprimagiornata (si inizia sabato 25 edomenica 26agosto2012): Atalanta-Lazio;Chievo-Bologna; Fiorentina-Udinese;Genoa-Cagliari; Juventus-Parma;Milan-Sampdoria; Palermo-Napoli;Pescara-Inter; Roma-Catania; Siena-Torino.L'ultimagiornata del torneo è in programmail 19maggio2013. ... LecceeGrossetoper «responsabilitàdiretta» potrebberoessere retrocesse. 13 iclubcoinvolti U: venerdì 27 luglio 2012 23
Nel momento in cui Paesi comeCina e Arabia Saudita sono im-pegnati in una vera e propria corsa alla terra, cercando di accaparrarsi terreni agricoli in tutto il mondo, e non sempre con un fare eticamente e politicamente corretto, soprattutto nei territori africani, l'Italia rinuncia in maniera sempre maggiore a parte del suo, naturalmente vasto, patrimonio di suoli fertili. Una ricchezza che non è confinata al solo campo agricolo, ma che si estende a quello paesaggistico, storico e culturale, che caratterizzano il nostro Paese e che sono alla base di importanti attività economiche, prima fra tutte quella turistica. Secondo quanto illustrato dallo studio condotto da Istat, Ispra e Inea per il ministero dell'Agricoltura, dal titolo «Costruiamo il futuro: difendere l'agricoltura dalla cementificazione», tra il 1971 e il 2010 la superficie agricola coltivabile si è ridotta del 28%, cioè 5 milioni di ettari pari a all'insieme di regioni come Lombardia, Emila-Romagna e Liguria. Dati che fanno dell Italia il terzo Paese dell'Unione europea e il quinto a livello mondiale per deficit di suolo agricolo che ammonta quasi a 49 milioni di ettari. Per coprire i consumi della propria popolazione in termini di cibo, fibre tessili e biocarburanti l'Italia avrebbe bisogno di 61 milioni di ettari di Sau mentre quella attuale supera appena i 12 milioni di ettari. Un fenomeno dunque allarmante, che se da un parte è caratterizzato dall'abbandono delle terre da parte di agricoltori che non considerano più remunerativo il proprio lavoro, dall'altra su di esso incide in maniera altrettanto rilevante la massiccia attività di cementificazione; basti pensare che ogni giorno si cementificano 100 ettari di suolo. Tra i due aspetti, è sicuramente quest'ultimo a destare maggiori preoccupazioni dal momento che si tratta di un processo irreversibile e con conseguenze negative maggiori, soprattutto per l'ambiente. Questo fenomeno interessa i nostri terreni migliori, come le pianure, e ha causato un abbattimento della produzione agricola, con effetti nefasti anche sul volto del Paese. Tutto ciò risulta ancora più grave se si pensa che alla diminuzione di suolo agricolo corrisponde una maggiore dipendenza alimentare e il nostro livello di autoapprovvigionamento è già molto basso, con il 20% dei consumi nazionali coperto dalle importazioni, come ha detto il ministro Catania. Questo fenomeno è più accentuato nelle aree agricole di prossimità urbana, che sono sottoposte a pressioni eccezionali che ne limitano l'utilizzo. In realtà la loro vicinanza alla città potrebbe offrire importanti opportunità alle aziende visto il progressivo allargamento della vendita diretta e quello dei mercati rionali. Lo studio ha dato lo spunto al ministro per farsi promotore di una vera e propria battaglia fondamentale per l'intero Paese. Una battaglia ancora più importante se pensiamo alla fase di crisi che stiamo vivendo, dalla quale possiamo uscire puntando su un nuovo modello di sviluppo che si basi sulla qualità e sulla creatività che da sempre caratterizzano il meglio delle nostre produzioni, non solo in ambito agricolo. Sottolineando quanto sia fondamentale quindi cambiare la rotta e dettare nuove regole, Catania ha presentato la bozza del disegno di legge, da lui redatta, per la valorizzazione delle aree agricole e il contenimento del consumo del suolo. Un testo che ha l'obiettivo di fornire risposte concrete al problema, con delle misure che possano essere efficaci già nel breve periodo. Tra i provvedimenti inseriti nel documenti, emerge, per importanza e audacia, l'interruzione di quel circolo vizioso in base a cui i Comuni autorizzano la conversione di terreni agricoli in terreni edificabili, incentivando quindi la costruzione edilizia sul proprio territorio, ed utilizzando le risorse ricavate da questa urbanizzazione per le spese correnti. L'intento del ministro è infatti quello di abolire, per i Comuni, l'utilizzo di quegli oneri derivanti dalla cementificazione. L'insieme delle misure contenute nel decreto verranno presentate a settembre al Consiglio dei ministri, in attesa anche che si pronunci anche l'Anci. FOODPOLITICS Cementificazione selvaggia a Giugliano (Na) sull'Appia Antica FOTO DI CIRO FUSCO/ANSA Il Consiglio di Stato, “organo di ri-lievo costituzionale”, si veste daazzeccagarbugli e trova modo dibocciare l'opinione dei milanesiespressa democraticamente inun referendum, l'iniziativa di una pubblica amministrazione, votata ed eletta democraticamente, un provvedimento in atto da sette mesi (dal 16 gennaio scorso) accolto tra polemiche e perplessità ma tra la soddisfazione dei più, per giunta sperimentato, rodato, modificato per accogliere anche le ragioni di molti tra i contrari. Con alcuni risultati: il calo di un terzo del traffico privato, l'aria un po' meno inquinata, la circolazione (pubblica e privata) un filo più svelta. Grazie all'ordinanza del Consiglio di Stato, l'Area C, cioè l'area del centro alla quale è consentito l'accesso ai mezzi meno inquinanti e a pagamento, da ieri non esiste più. Cancellata così, spente le telecamere, invasione libera, automobilisti esultanti, negozi in festa (quei pochi, peraltro, che avevano promesso sommosse popolari contro il divieto), autorimessa (quella del ricorso accolto) imbandierata. Con una spiegazione chiara e mortificante: “Il Consiglio di Stato, ravvisando un pericolo per l'interesse economico di Mediolanum Parking, ha sospeso cautelativamente il provvedimento”. Il Comune non si arrende. Il sindaco Pisapia critica il Consiglio di Stato: “Il diritto alla salute deve prevalere su interessi di carattere economico. Mi sembra che sia stato anteposto l'interesse personale all'interesse pubblico. Non si è tenuto conto che il Comune ha già predisposto una convenzione con tutte le autorimesse di Area C”. L'assessore Maran ricorda le numerose decisioni del Tar Lombardia, che “si era sempre espresso in modo inequivocabile respingendo tutte le richieste di sospensiva presentate”. Sarà ancora il Tar a decidere, questa volta nel merito. Protestano ovviamente gli ambientalisti, il Codacons, il Wwf. Non mancano i contenti. Tra questi Formigoni, che in modo sfacciato e saccente ringrazia il Consiglio di Stato che in un colpo solo gli ha concesso due carte: la prima per sottrarre un po' d'attenzione al suo caso, politico morale e giudiziario, la seconda per bacchettare il nemico Pisapia. Sono contenti alcuni commercianti, “bottegai” a Milano, quelli che fanno corporazione renitente e vociante, ricattatrice e potente, quella parte che ha sempre manifestato insanabile allergia di fronte a qualsiasi novità: non toccare nulla, non toccare soprattutto il traffico, non toccare un marciapiede a disposizione di auto in sosta vietata. Naturalmente la motivazione è sempre “il danno subìto”, in polemica feroce quando il centrosinistra pedonalizzò corso Vittorio Emanuele e il centrodestra della giunta Formentini pedonalizzò via Dante: poche centinaia di metri che scatenarono la categoria, salvo dover verificare poi la crescita esponenziale dei transiti in strade restituite ai pedoni e alle passeggiate e quindi delle consumazione (con scontrino fiscale o senza). Tra le tante voci riferite un tempo di protesta e ora di soddisfazione quella di un parrucchiere di via Tivoli, zona Brera, capopopolo nella rivolta, accusando l'abbandono dei suoi clienti costretti a migrare in periferia. Peccato che il suo negozio si trovi in un quartiere tra i più infrastrutturali di Milano tra metropolitana tram e bus, quindi di massima accessibilità. E' possibile che i suoi clienti hanno scelto un altro taglio di capelli. C'è da immaginare che da qui a settembre o ottobre (la data di convocazione del Tar non è nota) si moltiplicheranno i ricorsi. Lo spirito d'imitazione o d'emulazione produce danni, confermando una cultura vecchia di secoli, incapace di misurarsi con nuove regole, nuovi mercati. Corporativismo? Egoismo? Individualismo? Forse solo gretta stupidità. Per le autorimesse del centro esistevano corsie preferenziali (sconti, eccetera eccetera), per i negozi vale la condizione del parrucchiere: non si può dire che la politica del trasporto pubblico abbia penalizzato piazza del Duomo e dintorni e i trasporti pubblici milanesi non sono poi così inefficienti e soprattutto costano poco (rispetto ad altre città europee). Poi dovrebbero valere una coscienza dell'interesse collettivo e una banale intelligenza del presente: si risparmia lasciando a casa la macchina, si risparmia evitando di trasformare strade e marciapiedi in parcheggi e piazze in ingorghi. Si spera solo che la giunta Pisapia, rispettando quanto espresso da quel referendum sul traffico, confermi l'Area C, magari la estenda, metta in atto altre misure di limitazione e regolazione del traffico, che finalmente decida nuove isole pedonali e piste ciclabili autentiche (non fantasmi disegnati da una striscia gialla), verso la periferia e l'hinterland. Come ci insegnano altre città (da Parigi a Londra, dove hanno inventato la congestion charge anni e anni fa, la loro Area C) la strada è un bene comune: chi la vuole per sé è pregato di pagare. In 30 anni la superficie agricola si è ridotta di 5 milioni di ettari Il progetto del ministro Catania ACURADI MAURO ROSATI maurorosati.it Il triste record italiano: la cementificazione del territorio rurale . . . Il decreto a settembre Impedisce ai Comuni l'utilizzo degli oneri per l'edificazione Milano non torna indietro nella lotta a smog e traffico L'area C a Milano è stata sospesa FOTO DI MATTEO BAZZI/ANSA L'interesse diunparcheggiononpuò prevaleresuquello collettivodellasalute edellacorrettagestione dellestradedellacittà ORESTEPIVETTA MILANO La CGIL invita tutte le persone che vogliono dare l'ultimo saluto ad ANDREA AMARO alla camera ardente allestita in via Leopoldo Serra, 31 Roma, oggi 27 luglio dalle ore 10.00 alle 12.00. La Segreteria nazionale Spi Cgil esprime il proprio dolore per la scomparsa del compagno ANDREA AMARO Un militante, un amico, un dirigente Cgil che fino all'ultimo si è speso per difendere i diritti del mondo del lavoro. La Segreteria Nazionale della FLAI-CGIL ricorda con commozione e partecipazione il compagno ANDREA AMARO prematuramente scomparso. Le compagne e i compagni della Filctem-Cgil nazionale si uniscono al dolore dei suoi famigliari per la improvvisa scomparsa del caro compagno ANDREA AMARO stimato e apprezzato dirigente sindacale, per lungo tempo alla guida della Federazione dei lavoratori dell'energia Cgil Adriana, Betty, Edy, Elisa, Mara e Marisol si uniscono al dolore di Liliana per la scomparsa del caro ANDREA AMARO La Cgil e la Flai calabrese partecipano al dolore per la scomparsa del compagno ANDREA AMARO Ricordandone la sua passione civile e democratica, la sua umanità e il suo impegno per i lavoratori e gli emigranti italiani. Aldo Tortorella, Alfiero Grandi, la Presidenza ARS partecipano al dolore per la morte del compagno ANDREA AMARO Il compagno ANDREA AMARO ci ha lasciato. La sua straordinaria umanità, la sua cultura e la sua passione politica hanno reso più bella e più ricca la nostra vita. Una luce si è spenta ma il ricordo di quanto ci ha dato non si disperderà e ci aiuterà a proseguire. A cinque anni dalla scomparsa di COSTANTINO FANFANI la moglie Gina la figlia Makara i fratelli Danilo Pietro Lucia e familiari tutti lo ricordano con immutato affetto. Firenze 27/7/2012. IL DOSSIER venerdì 27 luglio 2012 11
24 venerdì 27 luglio 2012
CaraUnità Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 26 luglio 2012 è stata di 96.641 copie ORAIREATIPERCUIÈFORMALMENTEINDA-GATO GIUSEPPE ORSI, AMMINISTRATORE DELEGATO DI FINMECCANICA, SONO DUE. Oltre a corruzione internazionale e riciclaggio, connessa alla vendita al governo indiano di 12 elicotteri Agusta Westland, c'è anche quella di finanziamento illecito alla Lega. La magistratura farà il suo lavoro, speriamo in tempi rapidi. Ma intanto spetta al governo dissipare le nebbie che ancora avvolgono il futuro di Finmeccanica e il futuro dei lavoratori. Appare infatti ancora più insensata la scelta, sostenuta dall'attuale amministratore delegato ed ex capo proprio di Agusta, di concentrare la presenza di Finmeccanica sul militare e l'aeronautica, ridimensionando se non addirittura abbandonando la propria presenza nell'energia e nei trasporti. Da un punto di vista morale. Il militare è da sempre il terreno privilegiato dei rapporti perversi tra industria e politica. Da un punto di vista industriale. Quasi tutti i Paesi diminuiscono - è uno dei pochi effetti positivi della crisi - i loro investimenti nel militare. È paradossale concentrare la presenza pubblica nell'apparato industriale nazionale in un settore declinante. Al contrario tutti i Paesi industrializzati sembrano aver scelto la riconversione verde dell'economia, mettendo al centro dei loro programmi di sviluppo gli investimenti sul risparmio energetico, sulle energie rinnovabili, sulla mobilità intelligente. I grandi progetti di collaborazione internazionale hanno al centro questi temi. Una presenza pubblica nell'apparato industriale oggi ha senso se si colloca dentro questa strategia, che è al contempo la sola che può ricostruire un rapporto fra sviluppo industriale e sostenibilità della vita sul pianeta, e la sola da cui può nascere innovazione, ricerca, nuova occupazione. Le partecipazioni statali ebbero un ruolo decisivo, ai tempi del boom economico, nel sostenere lo sviluppo quantitativo del Paese investendo in industria di base, la siderurgia innanzitutto, e in quei settori, ad alta intensità di ricerca e a redditività differita, su cui i privati erano restii ad investire, ma che furono la condizione essenziale per la crescita delle industrie dei beni di consumo durevoli, le automobili, i frigoriferi, le lavatrici. Svolsero una grande funzione nazionale. Oggi, ai tempi della sostenibilità e dell'economia della conoscenza, questa funzione nazionale ha senso se aiuta a promuovere lo sviluppo qualitativo del Paese, ad essere elemento di punta della riconversione verde dell'economia. E la presenza nei trasporti e nell'energia è decisiva per svolgere questa funzione. Del resto anche le città si stanno muovendo in questa direzione. Le smart cities, le città intelligenti che hanno scelto di ridurre drasticamente le emissioni di CO2, si moltiplicano in Europa e nel mondo. È forse possibile a partire da qui dare un senso completamente diverso alla geopolitica. Non più le città che incidono sulle localizzazioni industriali a partire dalla loro capacità di interlocuzione e vicinanza politica col potere centrale, ma sulla base di attivare una nuova domanda di sviluppo, coerente con le priorità che il Paese decide di darsi. Una vera nuova politica industriale, la cui assenza è stata ed è tuttora alla base delle collusioni improprie fra industria e politica, e degli stessi fenomeni di corruzione. Una politica industriale che non si limiti a parlare alle borse, ma che entri in relazione col desiderio delle persone di un mondo in cui sia più facile e bello vivere ed abitare. «SIAMO,SECONDOME,AUNASVOLTA,NONSOLTANTOPO-LITICAMAANCHEESOPRATTUTTOUMANAESOCIALE!Ovviamente il terremoto ha esasperato tutte le dinamiche e tutte le relazioni. E possiamo decidere di cambiare oppure possiamo continuare a parlare esclusivamente a noi stessi come fin troppo si è fatto fino ad ora! Io non posso stare in un partito fatto così, fatto di persone prima che di idee, fatto di piazzamenti prima che di impegno, indeciso su temi centrali quali le alleanze, la legge elettorale, i diritti civili e così via. A quando il rinnovamento di cui si parla? E non mi riferisco ad un rinnovamento anagrafico (il terremoto mi ha insegnato che nuovo e sicuro non sempre sono sinonimi!). Vorrei una rivoluzione! Una rivoluzione culturale, delle idee di futuro, senza paura di abbandonare schemi ormai obsoleti, strutture ormai fuori dal tempo e con il coraggio di proiettarsi verso il domani prendendo per mano i nostri simpatizzanti, i nostri elettori e, più in generale, i nostri cittadini». Queste parole mi sono sembrate belle ma soprattutto vere e le condivido. Per questo ho deciso di metterle in comune tra noi. Sono scritte in una mail indirizzatami da Luca Gherardi, giovane democratico, generoso e vivace amministratore di uno dei comuni emiliani colpiti dal terremoto. Gli proporrei solo una piccola integrazione: benissimo prendere per mano cittadini ed elettori, ma indispensabile anche farsi prendere per mano da loro. Le ho rimuginate a qualche giorno di distanza da quell'Assemblea nazionale che ha lasciato molti con l'amaro in bocca. Non tanto per la polemica sulle coppie di fatto, tema che mediaticamente ha dominato e coperto tutto, ma per il metodo con cui è stata condotta a conclusione. Per quella scelta di fare appello al regolamento parlamentare per evitare che venissero messi al voto altri ordini del giorno che definirei semplicemente «innocenti» o normali come quello relativo alla richiesta di rispettare un principio previsto dallo Statuto laddove, all'articolo 22, si dice in modo chiaro che non si è candidabili per più di tre mandati (ma vanno letti anche i commi 6 e 7 dello stesso articolo) o che si richiedono primarie per i parlamentari. Io amo le regole quando siano poche, chiare, finalizzate a rendere più libero e più efficace il confronto politico, quando siano rispettate e fatte rispettare da tutti. Ma detesto l'ossessione regolamentare che già mentre si realizza, lascia intendere che, alla bisogna, si troveranno gli opportuni aggiustamenti. Ho apprezzato senza esitazioni la scelta di Bersani di indire primarie rinunciando al diritto di candidarsi alla premiership come lo Statuto prevede. Intelligenza politica e saggezza sanno spesso andare oltre le regole senza violarne lo spirito. Questo non è accaduto in Assemblea dove abbiamo visto e subito comportamenti non rispettosi della democrazia, con atteggiamenti più simili a quelli di un ragioniere alle prese con i i conti che della politica che sa guardare avanti: tre mandati devono equivalere a 15 anni pieni. Se la si vuol mettere sul piano ragionieristico si potrebbe replicare chiedendo che allo scadere del 15mo anno, l'eletto si dimetta lasciando subentrare altri. È triste vedere ridotta la politica del Pd così. Eppure la rivoluzione che chiede il giovane amministratore emiliano (e assicuro che è in grande, grande compagnia!), arriverà: quando il Pd sarà di chi ne sa interpretare lo spirito e la cultura politica. Stanno ben fissate nel Manifesto dei valori. È curioso ritrovarci persino le stesse parole del giovane amministratore: «La nascita del Partito Democratico - vi si legge - ha creato le condizioni per una svolta non soltanto politica, ma anche culturale e morale, nella vicenda italiana…». E poco più sotto prosegue: «ridare voce ai giovani è essenziale perché sono loro a porre quella domanda di valorizzazione dei talenti e delle energie e di liberalizzazione della società che è ormai ineludibile. La possibilità e la necessità stessa di questo disegno sono nelle cose». Ed è davvero singolare che dalle pagine di un quotidiano nazionale, il sindaco Pisapia - che stimo sinceramente - indichi ai democratici la via che l'Ulivo prima e il Pd poi (ma più spesso sulla carta che nei fatti) hanno esplorato e percorso ben prima di lui con successo innestando società civile nell'organizzazione partitica, disegnando il programma dal basso, parlando alla gente, anzi prendendola per mano, portando idee nuove capaci di guardare al futuro. Solo così si è vinto quando si è vinto. Solo così saremo il Pd che, unica forza politica nel Paese, può salvarlo. Colpa nostra se non siamo stati capaci di tenercele strette quelle due vittorie e di distinguere il grano dal loglio. Non si illudano i ragionieri: il futuro bussa già alle nostre porte. Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta ViaOstiense,131/L 00154 Roma lettere@unita.it Dialoghi Il peso della crisi economica e i paradisi fiscali Iohocreduto nellebibliotechescolastiche Ho affrontato la professione, forse tra le più difficili del mondo, quella di insegnante con entusiasmo e senso di responsabilità. All'inizio della mia carriera ho lavorato in Paesi belli e poco abitati situati nel centro montuoso della mia regione, spostandomi dalla mia provincia, diventando «fuori sede» non per studio ma per lavoro, dunque. Poco male, era il prezzo da pagare per poter lavorare subito dopo la laurea. Con un po' di fatica, allora si poteva. Avevo raggiunto una posizione sociale migliore di quella dei miei genitori. Avevo raggiunto la mia indipendenza economica. Lo dovevo a loro, certamente, ma lo dovevo anche allo Stato, in parte, che non aveva reso impossibili i sogni e un minimo di giustizia e di equità sociale. Allora la scuola era pubblica e il nome stesso del ministero lo ricordava. Così ho insegnato, sino a rendermi conto che una, all'inizio lieve, perdita di udito problematizzava il mio rapporto con gli alunni e con l'ideale di relazione che avevo sempre creduto possibile e realizzabile. Può essere che abbia sbagliato. La legge prevedeva, allora, parlo del 1997, che gli insegnanti, i quali nel corso della loro carriera fossero incorsi in patologie, da lavoro o meno, tali da renderli meno efficienti nell'espletamento dei loro compiti, potessero, presentando regolare richiesta e certificazione, usufruire di una utilizzazione, sempre all'interno della scuola, in compiti legati alla loro professionalità, quella docente, ma non direttamente legata alla lezione frontale giornaliera. Così, molti insegnanti, ed io tra questi, si sono avvalsi di quella legge, impegnandosi più che proficuamente all'interno delle biblioteche scolastiche, realizzando tutto ciò che la biblioteca, come centro di diffusione dell'informazione e della cultura, come aula aperta, come stimolo all'autonomia del pensiero e della ricerca, può essere. Tutto questo, poche le parole, grandissime, importanti e ricche le vite che ci stanno dietro, è stato spazzato via dal decreto sulla spending review dei commissari tecnici del governo Monti. Si è deciso che fosse meglio ed indispensabile per le sorti della finanza pubblica declassare gli insegnanti utilizzati presso le biblioteche scolastiche, e che sino ad oggi mantenevano la loro posizione giuridica ed economica di docenti, alla categoria di Assistenti Tecnici e Amministrativi (Ata). M.Tiziana Fois BIBLIOTECA LICEO ARTISTICO “FILIPPO FIGARI” DI SASSARI Idubbi sullavendita alla scoperto Leggo su Wikipedia che «la vendita allo scoperto è un'operazione finanziaria che consiste nella vendita di titoli non direttamente posseduti dal venditore. Più in generale con questa terminologia si denominano tutti i tipi di operatività finanziaria attuata con l'intento di ottenere un profitto a seguito di un trend o movimento ribassista delle quotazioni di titoli (azioni, strumenti, beni) prezzati in una borsa valori». Insomma, una operazione altamente speculativa. Embè, perché non la si mette al bando definitivamente data la situazione finanziaria che viviamo dal 2007? Perché la si consente, poi la si vieta, poi la si riconsente e, ieri, la si è vietata? Quale strabismo assale le autorità finanziarie? VincenzoCassibba Lo spread è alle stelle, soltanto due lavoratori su dieci saranno assunti a tempo indeterminato, la Grecia crolla, la Spagna quasi. Come se non bastasse, tutti gli esperti annunciano che la crisi non è finita, ma che dovremo tenere duro, ancora. ANTONIO DI FURIA Nei paradisi fiscali giace tranquillo e indisturbato, intanto, l'equivalente del Pil di Usa e Giappone. Trentamila e ottocento miliardi di dollari, secondo l'organizzazione britannica Tax Justice Network, che appartengono a 91.000 super ricchi e che vengono sottratti con l'aiuto (pagato) delle grandi banche d'affari, a qualsiasi tipo di controllo fiscale. Con alcune osservazioni importanti da fare nella fase di crisi che stiamo attraversando. La prima, la più semplice, è quella che riguarda l'assenza della voce «paradisi fiscali» dal dibattito attuale fra i «grandi» dell'economia: se ne parlò, fugacemente, in alcuni G8 intorno al 2006, si è smesso di parlarne da allora. La seconda, la più assurda, è che la Golden Sachs è, insieme a UBS e Credit Suisse, la principale responsabile di questi movimenti con cui vengono messi in salvo, insieme ai capitali degli evasori, i guadagni «netti» delle organizzazioni criminali. La terza è che (lo scrive Roberto Maria su Repubblica del 23 u.s.) tassando al 30% un guadagno minimo del 3% di questi soldi (tassando il reddito, cioè, senza «toccarli») se ne ricaverebbero 280 miliardi: il doppio di quanto spesso dall' Ocse per i Paesi in via di sviluppo. L'ultima e la più importante: non si fanno «patrimoniali» per evitare che i soldi vengano portati via. Per evitare la fuga dei capitali non sarebbe più ragionevole e più efficace attaccare con forza, tutti insieme, il meccanismo vergognoso dei paradisi fiscali? Sta nella loro stessa esistenza, infatti, e nella libertà di cui godono, la ragione prima di questa fuga continua dei grandi capitali. O no? Ilpunto Finmeccanica non può ridursi solo al militare Andrea Ranieri L'intervento Può vincere solo un Pd più vicino ai cittadini Sandra Zampa Deputata Pd COMUNITÀ . . . Eliminare il settore “civile” è una scelta paradossale perché dobbiamo costruire una nuova politica industriale 16 venerdì 27 luglio 2012
Se gli yacht potessero parlare certamente si saprebbe di più di quelle vacanze del Governatore finite sotto la lente dei magistrati. «Ad Maiora», «Ojala» e «Cinghingaia», sono i nomi delle barche di lusso sulle quali Formigoni avrebbe passato tra il 2007 e il 2011 momenti felici per un valore di almeno 4,5 milioni di euro. È la spesa più grossa degli oltre sette milioni di euro (e non 8,5 come inizialmente calcolato) che, secondo i magistrati milanesi, il lobbista della sanità Pierangelo Daccò avrebbe pagato negli anni al presidente lombardo in cambio delle delibere di Giunta - quindi non solo di Formigoni - che avrebbero garantito alla fondazione Maugeri rimborsi per duecento milioni di euro in dieci anni. È su questa ipotesi che si fonda la presunta corruzione aggravata di cui è accusato il «Celeste». Il resto, stando sempre ai pm, sarebbe stato pagato con altre vacanze e viaggi per ottocentomila euro, con uno sconto di almeno 1,3 milioni di euro all'amico e coinquilino del Governatore Alberto Perego, che avrebbe acquistato una villa in Sardegna. E ancora seicentomila euro sarebbero stati spesi per l'«organizzazione di eventi» e altri settantamila per il Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione. INVETTIVEAPIOGGIA Ma è senza dubbio l'affitto delle barche di lusso il «benefit» più caro, tra quelli individuati dai pm Laura Pedio, Antonio Pastore e Gaetano Ruta. Quelle stesse barche (di lusso) sulle quali piovono le peggiori invettive, secondo il governatore della Lombardia. Formigoni però ribadisce: «Me ne fotto degli intellettuali da strapazzo che criticano il presidente - appunto a bordo delle proprie barche». Un concetto già anticipato in un'intervista di qualche giorno fa e ripetuto ieri. Del resto, ogni ripartenza del Governatore, in questi mesi di bufera sul Pirellone, è stata caratterizzata da frasi celebri: il «pirla» al consigliere Idv che lo attaccava dopo il voto di sfiducia all'ex presidente del consiglio lombardo Davide Boni, lo «sfigato» al giornalista che rendeva conto proprio delle vacanze in barca. Così, il giorno dopo l'informazione di garanzia e l'avviso a comparire sabato davanti ai magistrati - appuntamento che slitterà, come ha ribadito ieri in procura l'avvocato Salvatore Stivala - Formigoni è di nuovo davanti alle telecamere per parlare di spending review, revisione della spesa. E attacca. «È inaccettabile consegnare le sorti di un governo a un avviso di garanzia, poi non si possono usare due pesi e due misure: l'ordine è di lasciare tranquilli Errani e Vendola (per il primo i pm chiedono il processo per concorso in falso ideologico, per il secondo per concorso in abuso di ufficio, ndr) e di attaccare Formigoni. Che pena, che pena». Quindi passa alle critiche al sindaco di Milano Pisapia, alle prese con il voto sul registro delle unioni civili («un atto inutile, mi auguro che non passi») e con la sentenza del Consiglio di stato che blocca l'«area C», che limita il traffico nel centro città («un tribunale di altissima importanza ha messo in mora la politica del comune di Milano»). Infine, la politica e il futuro: «Sono tranquillissimo e sicuro di me, nulla mi scalfisce». Avanti così fino al 2015. Lega permettendo, però. Oggi Roberto Maroni incontrerà il governatore. «Non ci siamo ancora visti dopo il congresso della Lega. Sarà un'occasione per fare il punto sul governo della Regione e parlare di questioni nazionali». Formigoni è convinto che il Carroccio non voglia andare ad elezioni nel 2013. Per il momento il sostegno al «Celeste» è garantito: «Andare al voto adesso vorrebbe dire mettere in ballo la maggioranza della Regione più importante d'Italia- dice a l'Unità Matteo Salvini, segretario della Lega lombarda. «E comunque se il criterio dovesse essere l'avviso di garanzia, allora la Puglia e l'Emilia Romagna dovrebbero andare al voto domani. Non lo ritengo giusto». Il pm Antonio Ingroia FOTO ANSA È con «piena fiducia, perché così si chiarirà che non ho commesso alcun reato» che dopo l'estate il presidente della Regione Emilia-Romagna Vasco Errani, commissario straordinario per la ricostruzione post-sisma, in prima linea contro il decreto governativo sulla spending review da numero uno della Conferenza Stato-Regioni, affronterà un suo personalissimo, nuovo, terremoto davanti a un giudice. Il 7 novembre, il governatore comparirà di fronte ad un Gup per difendersi dall'accusa di falso ideologico. L'ipotesi della Procura di Bologna, che per lui nei giorni scorsi ha formulato la richiesta di rinvio a giudizio, è che Errani abbia occultato documenti e informazioni così da favorire il fratello Giovanni, fino a gennaio 2010 numero uno della coop vitivinicola Terremerse, in una gara d'appalto da un milione di euro. «Mi presenterò davanti al giudice con fiducia - è stata la reazione di Errani -. Sono certo di ciò che ho fatto e faccio da presidente di Regione, e non ho mai favorito o sfavorito qualcuno». L'inchiesta è quella legata al finanziamento di viale Aldo Moro alla coop di Bagnacavallo (Ra) presieduta da Giovanni Errani, per la costruzione di uno stabilimento. I magistrati, che aprirono un fascicolo dopo un articolo de IlGiornale datato 2009, ipotizzano che i fondi siano stati illegittimamente concessi alla coop, che non avrebbe rispettato i termini di costruzione. E nei giorni scorsi, il procuratore di Bologna Roberto Alfonso e la pm Antonella Scandellari hanno chiesto per il governatore il rinvio a giudizio: l'accusa è di falso in concorso con due funzionari, per aver creato un pasticcio di carte per favorire Terremerse. «Abbiamo ritenuto che gli elementi acquisiti fossero tali da sostenere il giudizio - dice Alfonso -. Sarà il giudice a stabilire se siano idonei oppure no». Ma per il legale di Errani, Alessandro Gamberini, quello dei magistrati è «un grave errore: in questi mesi abbiamo compiuto indagini difensive. E quello che emerge è che i funzionari della Regione abbiano agito in buona fede. Se comunque anche così non fosse stato, tutto da dimostrare è che lo stesso Vasco Errani abbia istigato il direttore generale Filomena Terzini, e gli altri funzionari della Regione, a mentire per un suo tornaconto personale». In Procura, e di sua spontanea volontà, Errani era stato subito dopo l'uscita dell'articolo su IlGiornale. E qui sta il paradosso: perché è sulla base della memoria difensiva con la quale si attestava la correttezza di viale Aldo Moro, che i pm lo hanno indagato, riscontrando a loro giudizio delle incongruenze nella relazione. Compatto l'intero Pd, dal segretario regionale Stefano Bonaccini a quello bolognese Raffaele Donini, fino al sindaco felsineo Virginio Merola, nel difendere la correttezza di Errani. Mentre i “grillini” in Regione chiedono che il governatore si dimetta se rinviato a giudizio, e la Lega invoca elezioni anticipate. POLITICAEGIUSTIZIA . . . Il presidente dell'Emilia Romagna: non ho commesso alcun reato, ho piena fiducia nei giudici Formigoni contro tutti Sul voto decide Maroni Il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni durante la conferenza stampa di mercoledì FOTO DI DANIEL DAL ZENNARO/ANSA GIUSEPPEVESPO MILANO . . . «Me ne fotto degli intellettuali da strapazzo che mi criticano a bordo delle proprie barche» . . . Dimissioni e elezioni anticipate nel 2013? La Lega prende tempo sul da farsi Non sosterrà la pubblica accusa nel processo contro boss, politici e investigatori che avrebbero trattato con Cosa Nostra. Se anche quel processo dovesse andare a dibattimento, non sarà Antonio Ingroia la toga che dovrà sostenere in aula le ragioni dell'accusa. Ieri il Consiglio superiore della magistratura ha dato via libera all'incarico in Guatemala presso le Nazioni Unite per cui aveva fatto richiesta Ingroia. Non è stata una decisione facile anche se il plenum di palazzo dei Marescialli non si è spaccato. Hanno votato a favore quasi tutti membri togati (17), 4 contrari e tre astenuti. Era stato l'aggiunto della Dda palermitana a chiedere di essere messo fuori ruolo per poter svolgere questo incarico. Non, quindi, un incarico subìto. Nè un modo per mettere fuori gioco un magistrato scomodo. Anche se la tempistica della decisione, che si accavalla con le polemiche sulla richiesta di rinvio a giudizio per i 12 sospettati di aver trattato con Cosa Nostra, sta adesso lasciando spazio a letture ed interpretazioni di questo genere. Che aggiungono polemiche e veleni. Uno per tutti Grillo, subito pronto ad attaccare: «Mandano Ingroia al confino...». Polemiche che Ingroia, tra il dire e il non dire, non sembra voler spengere. In questi giorni il magistrato ha ripetuto in più sedi di aver accettato l'incarico perchè «l'esperienza italiana in materia di lotta alla mafia è un modello ricercato altrove». Aggiungendo anche: «Certo, se i magistrati fossero più ascoltati in Italia forse avrebbero meno voglia di andare all'estero». Intervistato dai RaiNews24, Ingroia ha negato che le polemiche di questo mese con il Quirinale, che ha sollevato il conflitto tra poteri davanti alla Consulta perché il presidente della Repubblica è stato intercettato “indirettamente” dalla Procura siciliana, abbiano influito sulla sua scelta. «Non mi sento isolato per via delle polemiche - ha detto - e non è stata questa la motivazione decisiva. Però non posso nascondere una certa amarezza per essere bersaglio da anni. Fa venire voglia di andare lì dove magari si è apprezzati pienamente». La tensione sulla Procura antimafia siciliana va oltre Ingroia. Il Csm infatti ha aperto un fascicolo sul pg di Caltanissetta Roberto Scarpinato, per anni compagno di Ingroia sui banchi dell'accusa e ora in corsa per diventare procuratore generale a Palermo insieme con il numero 1 della Procura Messineo. Nell'anniversario di Borsellino, Scarpinato ha scritto una lettera immaginaria molto dura, senza fare nomi, contro politici e istituzioni. L'Anm si schiera contro l'apertura della procedura disciplinare a carico di Scarpinato e si definisce «sorpresa e preoccupata». Il Csm dice sì a Ingroia all'Onu e apre fascicolo su Scarpinato C.FUS. ROMA IL CASO Sitowebneonazista insulta ilministro AndreaRiccardi Ilministro per la cooperazione internazionalee l'integrazione, AndreaRiccardi, è stato attaccato dal sitoantisemitaeneonazista «Stromfront»:«Riccardi collabora con il giudaismo internazionale e dichiaradi voler oscuraresiti antimondialisti», è il titolo della discussione,enei postgli utenti scrivono:«Il ruolodel ministro è proprioquello dimeticciare e far spariregli italiani... chevolete che facciaunapersonadelgenere?». Riccardi, alla sinagoga di Roma, avevaespresso la volontà del governodi oscurare i siti webche incitanoa razzismo eantisemitismo. Solidarietàdalmondo politicoe dalla comunitàebraicadi Roma.La ministradell'Interno,Cancellieri condanna il«delirante attacco», invitaa «nonabbassare la guardia»e ammette:«Nonsempresi riescono adisolare questi rigurgitineonazisti e ilbrododi coltura che li alimenta». Errani, il pm chiede il processo per «falso» GIULIAGENTILE ggentile@unita.it Il giorno dopo la notizia delle accuse di «corruzione», il Governatore contrattacca: «È inaccettabile consegnare le sorti di un governo a un avviso di garanzia» Slitta l'invito a comparire, fissato inizialmente per domani 4 venerdì 27 luglio 2012
Sei pagine, due ordinanze, con cui il caso Ilva diventa un'emergenza nazionale. Il gip del tribunale di Taranto ha firmato due provvedimenti con cui vengono sequestrati sei impianti dello stabilimento e con cui si dispone la custodia cautelare per otto indagati. Una svolta giudiziaria largamente annunciata nei giorni scorsi, nell'ambito di un'inchiesta che mette sotto accusa i vertici della grande acciaieria per «disastro ambientale doloso e colposo». Il giudice Patrizia Todisco ha disposto gli arresti domiciliari per Emilio Riva e per il figlio Nicola, titolari dell'omonimo gruppo, per l'ex direttore dello stabilimento, Luigi Capogrosso, per i dirigenti Ivan Di Maggio e Angelo Cavallo e per altri tre manager. «La gestione del siderurgico di Taranto è sempre stata caratterizzata da una totale noncuranza dei gravissimi danni che il suo ciclo di lavorazione e produzione provoca all'ambiente e alla salute delle persone» scrive tra l'altro il Gip nella sua ordinanza che aggiunge: «Ancora oggi gli impianti dell'Ilva producono emissioni nocive che, come hanno consentito di verificare gli accertamenti dell'Arpa, sono oltre i limiti e hanno impatti devastanti sull'ambiente e sulla popolazione». Il «sequestro senza facoltà d'uso» degli impianti sotto accusa non implica lo stop degli stessi, come auspicato dal ministro Passera - così come da gran parte delle istituzioni e del mondo politico - che ha chiesto venga garantita «la continuità operativa». STOPRITARDATO Per spegnere gli impianti in questione, che hanno dimensioni gigantesche e caratteristiche molto particolari, è necessario seguire una serie di procedure tecniche che richiederanno alcune settimane. Non è un caso, ad esempio, che l'altoforno - uno degli impianti oggetto di sequestro - viene costantemente tenuto sotto controllo dalle cosiddette «comandate», squadre di operai e tecnici specializzati che verificano il corretto funzionamento dell'impianto. Sono in particolare nell'area a caldo gli impianti più critici posti sotto sequestro dal gip. Si tratta prima di tutto della «cokeria», impianto sotto accusa per le «emissioni diffuse e fuggitive» di benzoapirene e altri Ipa, acronimo di idrocarburi policiclici aromatici. Poi l'area agglomerati dove il camino E 312, alto centinaia di metri, a causa del malfunzionamento degli elettrofiltri che provocano dispersione di diossina. Ridotta sensibilmente negli ultimi anni nell'ordine del 90%, anche perché i valori in passato erano più che preoccupanti: 150-200 grammi all'anno, tanto che è stato stimata in 7,7 chili la quantità dispersa al suolo. Per dare un'idea, più di tre volte quella che aveva avvelenato Seveso. Infine il parco minerale, dove le materie prime vengono stoccate a cielo aperto e da cui si alzano fitte quantità di polveri di ferro e di carbone. Per quanto riguarda l'ordinanza di sequestro, il Gip si è avvalso tra l'altro - nelle motivazioni del provvedimento - delle conclusioni dell'incidente probatorio del 30 marzo scorso, con cui erano state discusse le due parti della maxi perizia disposta dalla Todisco. NUMERIDA INCUBO Gli esperti nominati dal tribunale hanno prodotto due lunghi e certosini approfondimenti, uno sull'inquinamento dell'ambiente e del territorio e l'altro dal punto di visto medico-epidemiologico. Da dati e numeri messi in evidenza dagli esperti nelle perizie consegnate al tribunale all'inizio del 2012, risulta che nel 2010 dai camini dell'Ilva sono state emesse tra l'altro oltre 4mila tonnellate di polveri, 11 tonnellate di diossido di azoto, 11mila e 300 tonnellate di anidride solforosa e 1 tonnellata e 300 chili di benzene: in totale, 150 chili per ogni residente. Secondo i periti e i carabinieri del Noe di Lecce che hanno svolte le indagini guidate dalla procura pugliese, la fuoriuscita di gas e nubi rossastre (slopping, in termine tecnico) si può stimare in 544 tonnellate di polveri all'anno. Secondo la ricerca di un gruppo di esperti e scienziati europei in campo siderurgico (Atmospheric Environment 43 (2009) 2070–2079), nemmeno la migliore delle tecnologie possibili potrebbe garantire nel raggio di 1700 metri da una cokeria una concentrazione di benzoapirene inferiore a 1 nanogrammo per metro cubo, ossia quello previsto dalla normativa in vigore. Ciò significa, per esempio, che almeno un intero quartiere, quello del Tamburi, e i circa ventimila abitanti che lo popolano, non possono essere messi al sicuro da uno dei più pericolosi agenti inquinanti. Numerose le reazioni ai provvedimenti della magistratura che erano attesi da giorni, tanto che già nei giorni scorsi migliaia di operai e dipendenti Ilva avevano manifestato le loro preoccupazioni con mobilitazioni e blocchi stradali. «Chiederò che il provvedimento di riesame avvenga con la massima urgenza» fa sapere il ministro dell'Ambiente. «L'Ilva di Taranto non va fermata. La situazione dell'Ilva di 10-15 anni fa era molto diversa da quella attuale. Oggi si può dire che l'Ilva è uno stabilimento in cui è in atto un processo di trasformazione della produzione per renderla adeguata agli obiettivi nazionali e alle direttive europee», rileva Clini. «L'auspicio è che al primo giudice possa seguire uno che ne dia un giudizio diverso al riesame» ha detto Nichi Vendola, annunciando anche la costituzione di parte civile della regione Puglia in caso di processo. Sulla vicenda sono intervenuti anche i leader di Cgil, Cisl e Uil, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, già convocati dal governo al tavolo per l'accordo di programma sul futuro dell'azienda. Dai sindacati, «grande preoccupazione» per «la drammatica situazione occupazionale» dell'Ilva di Taranto. «La produzione di acciaio è indispensabile non solo per garantire l'occupazione a Taranto e lo sviluppo produttivo dell'area, ma anche per tutelare il sistema produttivo italiano, che si vedrebbe costretto ad importare da paesi terzi una materia prima indispensabile». ROMA L'ANALISI Nonc'èsolo loscontro traambientee lavoro Èingiocolastessa possibilitàper ilSuddi avereunfuturo industriale edidarloall'Italia GIUSEPPEPROVENZANO Nelsecondoappuntamento in programmaal tavolo convocatodal governo, ieri aRoma èstato messoa punto l'accordoprogrammatico pergli interventipiùurgenti sull'Ilva. Ilpiano messoa puntosotto la regia del ministrodell'Ambiente, Corrado Clini, prevededi rivedere la strategia di bonificadell'interosito diTaranto per trovaremodalità di intervento più efficaci. Il documento siglato al ministeroprevede «certezzadegli obiettiviedei tempi di approvazionee realizzazione». Ilprotocollod'intesa «per interventi urgentidibonifica, ambientalizzazione eriqualificazione diTaranto sottoscrittodai ministeri dell'Ambiente, delloSviluppoeconomico,della Coesioneterritoriale,dallaRegione Puglia,da provincia ecomune di Taranto- prevede risorseper «interventidi riqualificazione ambientale»pari a «un importo complessivodi336 milionidi euro»: 329pubblici e 7,2privati.Di questi 119 milionivanno allebonifiche, 187 milioni per interventiportuali, e30milioni per il rilancio industriale per investimenti produttivicaratterizzati da unelevato livello tecnologico.È previstauna «cabinadi regia» presiedutadal presidentedella regionePuglia eun «Comitato»perassicurare la realizzazionedegli interventi. Inoltre il ministerodell'Ambientesi impegna«a garantireogni utileaccelerazioneper la definizionedel procedimentodi riesamedell'Aia (Autorizzazione integrataambientale)dello stabilimento».Tra gliobiettivi del Piano,che ha unaduratadi5 annie sarà sottopostoancheal Cipe, losviluppo di interventi infrastrutturali complementarialla bonifica, misure per ilmantenimento e il potenziamentodei livellioccupazionali, incentiviper le impresegià insediate che puntanosu eco-tecnologieeperattirare nuovi investimentie realizzazione distudi su impatti ambientali esalute. SEGUEDALLAPRIMA Gli operai dell'Ilva e dell'indotto sono pronti a tutto pur di non perdere il lavoro. E si tratta di ventimila famiglie, la maggior parte monoreddito. La città, due mari e polveri rosse, stretta tra il porto, l'Arsenale e questa grande fabbrica che fu di Stato, è la questione meridionale, il suo braccio forte che va in cancrena. Cos'è Taranto oltre l'acciaio?, si chiedono laggiù. E cos'è l'Ilva, quest'azienda che secondo le perizie in mano ai magistrati produce morte, nel Sud di oggi? Già fiore all'occhiello dell'industrializzazione di Stato - che qualche intellettuale dalla pancia piena, qualche giovane scrittore come Mario Desiati, liquida alla buona, trasognando forse un Sud tutto di capperi e muretti a secco, non avendo mai conosciuto miseria e violenza delle campagne del dopoguerra - dopo decenni di inefficienza pubblica, in cui la questione ambientale non fu mai posta, in pochi anni dalla privatizzazione ha volto, persino insperabilmente, le sue produzioni all'efficienza. Con l'impegno congiunto degli investimenti aziendali e dei lavoratori, ora produce il 40% del fabbisogno di acciaio dell'industria metalmeccanica nazionale e regge una buona fetta dell'export meridionale: successi economici che la crisi ha scalfito solo in parte. Però l'Ilva, un'azienda con un'età media molto bassa (31 anni), è soprattutto un monumento del lavoro nel Mezzogiorno: pressoché l'unico rimasto, in quel deserto industriale che sta diventando il Sud, da cui sono sparite anche le cattedrali, lasciando disastri ambientali altrettanto gravi e forse più, perché vi s'aggiunge quello peggiore della dimenticanza. Se l'impegno aziendale sulla sostenibilità degli impianti è stato tardivo e «forzato», l'allarmismo riflesso di queste ore non può far dimenticare infatti che la Puglia, dopo decenni di colpe e omissioni tarantine (in nome dell'occupazione o delle collusioni con l'azienda), ha cercato di affrontare la questione ambientale, approvando una legge sulla diossina che il resto del Paese si sogna e strumenti come la «valutazione di impatto sanitario», avviando un processo difficile di risanamento in un'area industriale avvelenata, che racchiude un grosso pezzo di economia nazionale (tra cui l'Eni che raffina il petrolio lucano), a ridosso della città già carica di amianto e inquinamento - spesso di Stato. Sono troppe le responsabilità del passato, sulla salute e sull'ambiente, per cui occorre avere rispetto per l'operato della magistratura. Tuttavia, l'auspicio è che nel breve spazio di tempo rimasto, si riesca a scongiurare la chiusura dello stabilimento. Bisogna guardarle bene queste facce di operai, vecchi e giovani che indossano tute come corazze. La loro condizione umana è sempre più separata dalla città in cui pure vivono, in quel quartiere dei Tamburi, popolato un tempo dai metal-mezzadri con la loro identità divisa, che confina proprio con l'area a caldo. Proprio lì è maggiore l'incidenza di malattie e tumori derivanti dall'inquinamento industriale, e di morti pianti nel silenzio delle case, dopo aver pianto per anni quelli sul lavoro, sempre col ricatto della fame. Il dramma è che l'ambientalismo militante sembra essere loro distante e nemico - affollato a Taranto da un certo «professionismo», con punte di miseria intellettuale quando è pronto a chiudere lo stabilimento, possa pure andare ad inquinare a mille km di cielo più in là, in Africa o in Albania. La città, in mezzo, vive contiguità e separatezza con la fabbrica, e con rassegnazione l'alternativa inevitabile tra disoccupazione e inquinamento: un poco pensa alla salute, che se ne va, e un po' alla crisi, che non se ne va più. Così, è l'intero Mezzogiorno, nella sua spirale economica e sociale. Col futuro dell'acciaieria di Taranto, non è in gioco solo un'emergenza sociale, ma soprattutto una scommessa a cui non si può rinunciare: l'avvio di quel processo - forse tardivo, ma ormai sancito - per la bonifica e la riqualificazione dell'area industriale, e per l'ambientalizzazione dell'impianto, al fine di rendere ancor più sostenibile, come altrove, la produzione dell'acciaio. Questa è l'unica strada nello scenario meridionale di poli industriali in crisi e disastri ambientali, da Gela a Napoli. Spenti gli altiforni nottetempo, qualcuno potrebbe vagheggiare un Sud tutto giardini e bellezza – e chi riparerà alle bruttezze abbandonate, alla fine del benessere sociale di un lavoro produttivo? Sognano un luogo per farci solo le vacanze? Per troppi giovani emigrati è già così. ILCASO ILVA SALVATOREMARIARIGHI ROMA Sequestrata l'acciaieria Il governo: non si fermerà Firmatoilprotocollo conregiadelgoverno Stanziati336milioni Il lungo corteo dei lavoratori dell'Ilva che ieri hanno sfilato nelle strade di Taranto FOTO ANSA/INGENITO Ecco il dramma della questione meridionale . . . Il giudice: «La gestione del siderurgico caratterizzata da una totale noncuranza dei gravissimi danni» . . . Il governatore Vendola: «La Puglia si costituirà parte civile in caso di processo» Il gip blocca la produzione in sei impianti dello stabilimento di Taranto Custodia cautelare per otto indagati Passera: troveremo soluzioni che tutelino occupazione e sostenibilità 2 venerdì 27 luglio 2012
IVAN CIMMARUSTI TARANTO In ottomila sono usciti dallo Stabilimento, quello con la «S» maiuscola, dalla fabbrica che a Taranto decide vita e morte. Una parte sono entrati dalla città vecchia e attraversato il ponte girevole hanno raggiunto la prefettura. Altri hanno bloccato la statale 106 jonica, la statale 100, il ponte girevole della città vecchia. Preoccupati del loro futuro e di quello delle loro famiglie le tute blu dell'Ilva hanno avvolto l'intero capoluogo, l'hanno fatto proprio, ribadendo Taranto e acciaio sono ormai un binomio che non si può spezzare se non a costo di mettere in ginocchio un'intera Regione. Gli operai hanno scelto di scdendere in strada quando hanno saputo del sequestro dell'area a caldo del siderurgico della famiglia Riva. D'altronde la decisione era nell'aria, dopo le analisi dell'Arpa che hanno dimostrato un'emissione nell'atmosfera di diossina al di fuori delle norme e dei limiti. Non a caso leucemia e tumori sono diventati lo spettro del quartiere Tamburi, un'area popolare a metà strada tra il centro cittadino e l'Ilva. «Ai Tamburi quando c'è il vento da nord chiudiamo le finestre – racconta una signora che osserva il corteo di operai –, perché ci porta in casa i veleni. La parete che punta verso la fabbrica della palazzina dove abito è ferrosa, lo stesso colore delle polveri che si accumulano lungo le strade». Ma se il disastro ambientale è evidente, presto lo sarà anche quello legato all'impiego. L'area a caldo, infatti, rappresenta il nodo centrale di tutta la vicenda: è lì che i minerali vengono fusi, creando i problemi ambientali. Ma è anche l'area più importante dello stabilimento, in quanto gli altri reparti lavorano ciò che esce da lì. Questo blocco, dunque, potrebbe colpire l'intero stabilimento siderurgico, il cui valore della produzione si attesta ad oltre il 50% del Pil provinciale, generando anche il 77% delle movimentazioni portuali. Tutto questo potrebbe subire un grave stop, generando un tracollo economico non solo di Taranto, ma di tutta la Puglia. Senza parlare della perdita di posti di lavoro. Secondo le stime, l'azienda dà lavoro a 11mila 820 operai provenienti non solo dal capoluogo e provincia jonica, ma anche da Bari, Lecce, Foggia, Cosenza (Calabria), Matera e Potenza (Basilicata). Poi c'è l'impiego indiretto, legato a lavori di imprese di subfornitura, che risulta essere pari a 2.702 unità. Insomma, la chiusura dell'area a caldo potrebbe danneggiare gravemente tutti. I lavoratori, dunque, chiedono certezze, presentate anche al prefetto di Taranto in un incontro avuto ieri. «Le responsabilità di alcuni non possono ricadere su tutti – spiega Mauro Liuzzi, Rsu di Uilm – Ci sono operai che ogni mattina, anche da 30 anni, vengono a lavorare per mantenere le famiglie. Noi rivendichiamo il diritto al lavoro, coniugandolo ovviamente col diritto alla salute e all'ambiente». E aggiunge: «Sono mesi che ci parlano di nuove ricette per implementare il lavoro, che si può sviluppare il turismo e altre risorse. Ma sempre, e dico sempre, non sanno mostrarci gli ingredienti. L'unica certezza che noi abbiamo è legata all'Ilva. Se l'area a caldo chiude, anche gli altri reparti sarano bloccati». Marco, invece, ha 50 anni e da 30 lavora nello stabilimento, con una lunga permanenza proprio nell'area a caldo. «Ricordo quando le condizioni di lavoro lì dentro erano allucinanti, insopportabili. Ho visto morire molti miei compagni di cancro. Oggi, però, è tutto diverso. La Regione ha fatto del suo, con la legge antidiossina e anti benzopirene. Anche l'azienda ha finanziamento un'evoluzione tecnologica, per limitare al massimo i danni ambientali e per la salute». Secondo altri operai, «i veri problemi ambientali sono stati creati all'inizio, negli anni '60 e poi '70, '80 e ‘90. Solo che allora nessuno diceva niente perché era un carrozzone pubblico». La proprietà è passata al Gruppo Riva a partire dal 1° maggio del 1995. Da allora, secondo le stime, tanto sarebbe stato fatto per l'ammodernamento tecnologico al fine di tutelare salute e ambiente. Dagli studi Svimez emerge che circa l'80% degli investimenti disposti su tutti gli impianti italiani dei Riva, sono stati dirottati sullo stabilimento di Taranto, considerato di importanza strategica. Dal 1995 sono stati investiti 3 miliardi 843 milioni di euro, dei quali 907 milioni per l'ambiente e l'ecologia. «Non mi sono fatto un'idea chiara di cosa stia succedendo – racconta Luca, 20 anni di Matera, neo assunto nello stabilimento – Il disastro ambientale è davanti agli occhi di tutti. Ma molto stanno facendo per prevenire altri problemi. Credevo di essere uno dei pochi fortunati della mia comitiva di amici, quasi tutti disoccupati e senza prospettive. L'unico che si era guadagnato un contratto a tempo determinato e che stava già pensando a mettere su famiglia con la mia fidanzata. Invece ora sento parlare della chiusura del reparto a caldo. Quello è il punto fondamentale per l'azienda, senza la fusione dei minerali noi cosa lavoriamo? Ho paura, che essendo l'ultimo arrivato sia il primo ad essere mandato. Il 12 di ogni mese ci arriva lo stipendio. Speriamo che per questo mese non ci siano problemi». SEGUEDALLAPRIMA Tutti di fronte al ricatto di un lavoro a qualsiasi costo, a qualsiasi rischio, comprese la malattia e la morte, oppure la disoccupazione, la disperazione, anche la criminalità. Nessuno si deve sorprendere che la vicenda dell'Ilva di Taranto sia arrivata fino al provvedimento di sequestro dell'impianto da parte della magistratura, fino a misure cautelari nei confronti dei vertici e dei dirigenti del polo siderurgico, di un famoso industriale come Emilio Riva, il “ragionier” Riva, che da quasi vent'anni controlla l'impianto siderurgico. Non c'è niente che già non sapessimo, è tutto chiaro e risaputo non da oggi ma da anni. Veleni e inquinamento, malattie e morti. La storia della “fabbrica tra gli ulivi», come venne definita l'acciaieria mezzo secolo fa quando lo Stato padrone decise l'industrializzazione del Mezzogiorno, ha sempre vissuto sul ricatto indecente tra lavoro e morte, anche se ci sono voluti tanti anni perchè apparisse a tutti come un autentico scandalo, un affronto. L'Italia sa tutto da molto tempo. E se un'osservazione possiamo fare, e forse tutti possiamo condividere, è che anche questo tremendo caso industriale, sociale, ambientale, testimonia i limiti del nostro Paese, l'incapacità di questa povera Italia a governare i grandi processi produttivi, a tutelare il reddito e la salute dei cittadini, a garantire che le fabbriche possano convivere con le comunità dove sono insediate senza diventare minacce di morte. Siamo, in realtà, un Paese malato, anche un po' vigliacco, che scarica su undicimila operai che vivono con 1200 euro al mese la responsabilità, anzi la “colpa”, di tenere in vita una fabbrica, la più grande fabbrica del sud, il più importante polo siderurgico, che certo avvelena e uccide con la sua diossina e il suo piombo. Si ripete quella mascalzonata già vista in altre occasioni, come nel referendum alla Fiat di Pomigliano d'Arco dove la classe dirigente e di governo, invece di fare la propria parte, ha affidato a 5000 operai la scelta di cambiare le regole, i contratti, i rapporti tra impresa e lavoro. Ma quale scelta ci può essere se fuori dai cancelli c'è solo malavita e disoccupazione? Taranto e l'Ilva, dunque. Come in tutte le vistose contraddizioni di questo malmesso Paese, non riusciamo a uscirne, a decidere, a trovare una strada giusta capace di tenere insieme uno sviluppo sostenibile e un'industria dignitosa, socialmente responsabile. La verità è che nel momento in cui si profila il blocco della produzione di acciaio all'Ilva dobbiamo ammettere tristemente che questa fabbrica non può chiudere, ne abbiamo bisogno come il pane come quegli operai che hanno manifestato per le strade della città e hanno coraggiosamente affermato che sì, è vero, possono rischiare la vita ma non rinunciano alla loro unica fonte di reddito legittima e pulita. Anche in questa scelta troviamo un filo rosso che lega l'Ilva di Taranto ad altri drammi storici della nostra Italia industriale. L'Acna di Cengio, il petrolchimico di Priolo, l'Eternit di Casale Monferrato, la Fibronit di Broni...quante storie di industria e di inquinamento, di malattia, di morte abbiamo vissuto e raccontato, senza riuscire mai ad assicurare davvero scelte imprenditoriali responsabili, investimenti industriali sicuri, occupazione sana e duratura. Ci vorrebbe una politica industriale, suggeriranno i commentatori più attenti, per evitare che l'acciaio italiano muoia lasciando campo aperto ai tedeschi e ai francesi. Ci vorrebbe certo una strategia per sostenere il nostro tessuto industriale, anche il nostro acciaio che fin dai tempi del Piano Sinigaglia ha accompagnato lo sviluppo di imprese e lavoro, ha dato una mano decisiva alle auto torinesi, ai frigoriferi e alle lavatrici del signor Borghi, alle mitiche Lambretta e Vespa. Oggi l'Ilva, che fornisce tutta l'industria nazionale, rischia di essere a lungo bloccata. A Piombino l'Acciaieria, la Magona, la Dalmine vivono un momento difficile. Tra crisi e minacce di chiusura, tra recessione e inquinamento, tra paure e tensioni sociali, attraversiamo un capitolo importante, molto difficile, della nostra storia industriale. L'unico epilogo che oggi possiamo concederci è un modello di sviluppo che combini le imprese di un grande paese industriale e la tutela della salute, il rispetto di lavoratori e cittadini. Altre opzioni non ce ne sono. Ottomila operai invadono Taranto «Non può chiudere, è la nostra vita» . . . Camusso: «La produzione di acciaio è indispensabile non solo per garantire il lavoro»LEGAMBIENTE «Noasoluzioni frettolosechehanno portatoaldisastro» «Il sequestroè il risultatodiannidi politiche, soprattutto industriali, davvero irresponsabili. Esprimiamola nostra più profondapreoccupazioneper la situazionechesi èvenutaacreare aTaranto.Agli annosi e drammaticiproblemiambientali e sanitariora si aggiungequello occupazionale». Loafferma in unanotadi ieri pomeriggioStefanoCiafani, vicepresidentenazionale di Legambiente, riferendosial sequestrodi sei reparti acaldo dell'Ilva.«Si è finiti - secondo Legambiente- inun vicolocieco dacui si rischiadiuscire con soluzioni frettolose chenon risolverebbero i problemiche hannoportato aquesto sequestro». Morte o lavoro per «la fabbrica tra gli ulivi» . . . La fabbrica inquina ma ne abbiamo bisogno . . . Il limite di uno sviluppo senza regole e governo IL COMMENTO RINALDOGIANOLA Sono usciti subito dopo aver appreso la notizia Bloccati tutti gli accessi della città venerdì 27 luglio 2012 3
Non è entrato nel meri-to della questione,non ha manifestatopreferenze per una ol'altra delle soluzioniin campo. Però l'auspicio che la riforma elettorale si faccia in fretta sì, questo Mario Monti lo ha espresso. Al Pier Ferdinando Casini, ieri ricevuto a Palazzo Chigi dopo che mercoledì aveva visto Pier Luigi Bersani e Angelino Alfano, ma non solo. Sarebbe un modo per rassicurare mercati ed elettori italiani, è stato il messaggio affidato ai leader di Pd, Pdl e Udc. Ma è stato un modo per mettere anche in chiaro che non sarà certo lui a mettersi di traverso, nel caso in cui le forze che lo sostengono in Parlamento concordino sull'opportunità di andare a elezioni in autunno. L'obiettivo di questo governo, ha spiegato Monti ai suoi interlocutori, «non è arrivare ad ogni costo a fine legislatura ma assolvere alla funzione per cui è stato chiamato, mettere in sicurezza il Paese». E se fosse opinione condivisa che la soluzione migliore per farlo siano le elezioni in autunno, bisognerà farsi trovare pronti (aver cioè approvato una nuova legge elettorale) e imboccare questa strada. SGUARDOVERSOL'EUROPA Il presidente del Consiglio guarda con preoccupazione ai prossimi mesi, ma non per le fibrillazioni all'interno della sua maggioranza, che pure ci sono. Il giro di consultazioni con i leader di Pd, Pdl e Udc lo ha rassicurato sul fatto che nessuno gli farà mancare l'appoggio promesso. È sul fronte europeo che Monti vede addensarsi nubi sempre più nere. Le misure decise al vertice di Bruxelles del mese scorso sono rimaste sulla carta e bisognerà aspettare metà settembre per il pronunciamento della Corte costituzionale tedesca sul fondo salva-Stati Esm. Ieri lo spread a quota 473 e la Borsa che ha fatto registrare un +5,6% hanno fatto tirare un sospiro di sollievo. Ma la preoccupazione per i prossimi mesi non è stata nascosta nei colloqui avuti con il presidente di Confindustria Squinzi né da Monti né da Napolitano. Il quale oltre a ricevere i presidenti di Senato e Camera Schifani e Fini, ha chiamato al Quirinale ieri anche il ministro per gli Affari europei Moavero Milanesi. TRABILATERALI ENUOVI IMPEGNI I problemi a cui si deve far fronte travalicano i nostri confini e Monti intende impegnarsi nelle prossime settimane da un lato per sollecitare risposte da Berlino e per convincere gli interlocutori europei dell'affidabilità dell'Italia ora che ha svolto i suoi «compiti a casa» (è già in programma per il primo agosto un bilaterale ad Helsinki), dall'altro per mettere a punto una nuova agenda di impegni. Niente nuove manovre, ha assicurato Monti a Casini, dopo averlo già detto a Bersani e Alfano, e nessuna operazione sulle tredicesime: «Abbiamo già chiesto molti sacrifici agli italiani per il loro benessere futuro e bisogna evitare altri allarmismi ingiustificati», dice al Tgcom24 della sera. Il governo però già lavora alla terza fase della spending review e presto presenterà i provvedimenti frutto del lavoro di Giuliano Amato e Francesco Giavazzi sui finanziamenti ai partiti e sugli aiuti alle imprese. Se questo è il compito del governo, Monti chiama però anche i partiti alle loro responsabilità, a cominciare dal trovare una convergenza per superare il Porcellum. «Se riuscissero, come Napolitano spesso sollecita a fare, a trovare un accordo per la riforma della legge elettorale, si darebbe il senso di un progresso realizzato e anche i mercati e i cittadini, che sono più importanti dei mercati, sarebbero rassicurati», dice il premier in un'intervista al Tgcom24 della sera. Un'intervista in cui Monti esplicita anche parte dei ragionamenti fatti in privato, come quando dice che l'obiettivo del governo «non è durare» ma fare il possibile «per mettere la società italiana sulla strada della crescita», per poi «lasciare quando sarà completato il suo compito»: «Dobbiamo lasciare un'Italia meno in emergenza e con i muscoli meglio allenati per una buona crescita economica, sociale e civile». Monti, in un'intervista a Sette, dice che se ci troviamo in questa situazione è perché «le risposte corrette l'Italia avrebbe dovuto darle dieci, venti anni fa, gestendo in modo diverso la politica e la politica economica, pensando di più al futuro e un po' meno all'immediato presente». E poi «non bisogna più avere paura, come è stato per venti-trent'anni dopo l'inizio di Reagan e Thatcher, di parlare di politiche contro le eccessive disuguaglianze e di fiscalità progressiva». Sul futuro più immediato, dice che saranno i politici a poter dare rassicurazioni: «E credo che i mercati, se hanno considerato rigorose le politiche degli ultimi mesi, è perché il governo non le ha condotte da solo ma anche con il consenso del Parlamento, che è composto da politici. Spero che continuino, anche con l'avvicinarsi delle scadenze elettorali». Anche se alla domanda su quali siano i politici più detestabili, risponde con questa battuta: «Non vorrei dimenticarne qualcuno». Ignazio La Russa si batte il petto in Largo Goldoni, cuore di Roma, sotto un gazebo e davanti a un microfono: «Voglio fare il deputato solo se mi scelgono i cittadini, solo se sono frutto di una preferenza. Non ho più voglia di farmi insultare da persone che non mi conoscono». Si vede che c'è la stoffa del vecchio comiziante. Funziona, la gente si ferma e firma: sì alle preferenze. Arriva Giorgia Meloni, l'ex ministro, un'altra voce con piglio da comizio: «Andiamo avanti per avere la democrazia al 100%. L'unico modo per combattere l'antipolitica è fare scegliere tutto ai cittadini» dal Presidente della Repubblica ai parlamentari, «le liste bloccate e i collegi fanno contare troppo le segreterie dei partiti e non gli italiani». Funziona anche con i volti meno noti, l'onorevole Marco Marsilio, ad esempio: è lui il primo, poco dopo mezzogiorno, che rompe gli imbarazzi e spiega ai passanti le ragioni di quella raccolta di firme sotto le bandierine del Pdl. La gente ascolta, si ferma e firma: sì alle preferenze, sì alle primarie nel Pdl, sì all'elezione diretta del Presidente della Repubblica. Gli ex An vanno in piazza per far vedere che esistono ancora nel Pdl e che non moriranno mai azzurri di Forza Italia. Giochi di corrente, tattiche al rialzo, minacce che non fanno paura a nessuno perchè in realtà il primo che li vorrebbe vedere fuori è proprio Silvio Berlusconi. E allora agitarsi un po' serve ma senza esagerare. Tanto che la tre giorni iniziata ieri e lanciata una settimana fa per minacciare l'uscita dal partito, dopo l'annuncio di Berlusconi del ritorno di Forza Italia, e la creazione di un nuovo partito di destra, si trasforma in una manifestazione trasversale, dove vanno anche il capogruppo Fabrizio Cicchitto, il critico e pugnace Guido Crosetto. Tra cene, gazebi, correnti e tatticismi vari una cosa è certa: nel Pdl e dintorni non c'è nessuna voglia di andare a votare in autunno. Anzi, sarebbe una totale iattura. Il Cavaliere non vuole e sta facendo l'impossibile per evitare adesso una nuova legge elettorale che sarebbe il via libera al voto anticipato in autunno. Meglio temporeggiare, lavorare per possibili modifiche da varare però non prima di ottobre-novembre in modo che il semestre bianco, gli ultimi sei mesi di Napolitano al Quirinale, congelino di fatto ogni possibilità di urne. Con un occhio al tavolo di riforma della legge elettorale e l'altro agli spread, agli indici economici e alle intenzioni di Monti, il Pdl è sempre di più un gruppo di suonatori stonati in un'orchestra allo sbando, senza maestro nè spartito. Spingono sulle preferenze, si battono il petto per le primarie, vogliono, chiedono e raccolgono firme. In realtà alle fine poi gli andrebbe bene più o meno tutto. L'importante per gli ex An, è mantenere non tanto la quota originaria del 30%, percentuale impossibile vista l'Apocalisse che chiuderà le porte di Montecitorio ad almeno 130 deputati rispetto agli attuali 210. Ma rivendicare nel partito un peso e un ruolo. Perchè il rischio, da più parti sussurrato, è che Berlusconi in realtà voglia sbarazzarsi di quello che sa di vecchio e già visto, la vecchia politica, e candidarsi con un suo partito che magari si chiama Forza Italia. Il Cavaliere tace. Il segretario Alfano, che ormai si muove - raccontano «senza più concordare nel dettaglio le sue mosse e ha ridotto al minimo i rapporti con lo stato maggiore del partito», ha detto che «anche Berlusconi vuole le preferenze, così come An». Non è vero. Ma è un modo per tenere ancora unito il partito e tacitare minacce di scissioni. In realtà non sono le preferenze il problema. Il punto è, subito dopo Monti, se come e quando Berlusconi vuole scendere in campo. Perchè in risposta ai gazebo di An, oggi va in piazza a Milano, in piazza San Babila, l'altra faccia del partito. Quella che vorrebbe il nuovo, ricominciare da capo, ricominciare dall'inizio, dal 1994 e dallo spirito riformista liberale. È la manifestazione «Sognando Forza Italia» messa in piedi da Diego Volpe Pasini, nè guru nè consigliere politico del Cavaliere visto che ogni volta che apre bocca palazzo Grazioli lo smentisce. Eppure uno che si permette di maneggiare quel simbolo, quello che significa e ha i soldi per farlo. Uno che anche ieri ha detto: «Berlusconi deve mollare il Pdl e ripartire da Forza Italia. Lo dicono i sondaggi». Ma se non c'è il Cavaliere, chi c'è dietro Volpe Pasini? Prove. Esperimenti. Iniziative. Tatticismi di cui alcuni credono che il regista sia proprio Berlusconi che vuol vedere cosa funziona e perchè. L'importante è non andare a votare in autunno. E continuare a far saltare il tavolo della legge elettorale. Per motivi diversi ma in questo momento coincidenti: per il Pdl o anche solo per Forza Italia sarebbe una sconfitta drammatica. Nel 2013 l'obiettivo resta «un pareggio che ci spingerebbe verso una grande coalizione». Ora è primario tenere controllate le braci sotto la cenere. Ci pensa Alfano: «Gli italiani pensano che Berlusconi sia il leader. Se sarà ricandidato lo voteranno. I sondaggi ci danno al 20%, un bel numero». E Monti guida un governo «che sa tenere un difficile equilibrio». Che nulla cambi nei prossimi mesi. «Ex An, chi?», replica Andrea Augello, ex An, appunto. Ascoltato sia da Alemanno che da Berlusconi. Piuttosto scettico sui sogni di gloria di chi vorrebbe tornare alle rispettive casemadri. Che siano i suoi antichi compagni di partito. O quelli con cui ha condiviso l'ultimo tratto di strada nel Pdl, che oggi scenderanno in piazza «sognando Forza Italia». «Non andranno lontano». Lui a Berlusconi ha prospettato uno scenario da primarie all'americana. Aperte a tutti. Anche a Montezemolo, se ci sta. Stavolta però è dura farsi sentire. Intantoal grido«primarie»haconvocato la sua manifestazione: non è che sognaanche lei una sua ForzaAn? «No, io ho un panorama onirico più ampio. E di solito non sogno partiti». Nel Pdl invece in questo momento pare siano inparecchi a farlo? «Auguro a tutti loro prospettive oniriche migliori. Per quanto mi riguarda vorrei fare a meno di questo ridicolo derby proiettato all'indietro, tra ex Fi ed ex An. Se guardi indietro il futuro ti prende alle spalle. E può non essere piacevole». Chevuol dire? «Non nascondiamoci dietro la crisi della politica, quando il problema è un certo modello di partito. Servono le primarie: per riaprire gli orizzonti». Leisi candiderebbe? «Io le canzoni le scrivo, non le canto». EAlemanno? «Vedremo. Per me anche Montezemolo potrebbe candidarsi. O il sindaco di Firenze: se vuole correre per le primarie, non credo che avrà altre occasioni. Fuor di battuta: penso a primarie aperte, all'americana. Se passasse lo sbarramento al 6% anche Micciché o Storace potrebbero essere interessati». EseBerlusconi dicessedino? «Certo non faccio il bambino e fondo un mini-partito di destra». Altriperòtra gli ex Anpotrebberofarlo. «Sì, leggo così sui giornali. E mi chiedo: ex An chi? Senza la parte romana, sarebbe un partito di dimensioni contenute». Anche Alemanno potrebbe essere interessatoperò... «No, io non credo che nessuno sia davvero intenzionato a rifondare An». L'INTERVISTA Antonio Di Pietro e il leader del Movimento 5 stelle Bebbe Grillo in una foto di repertorio FOTO DI ROBERTO MONALDO/LAPRESSE Gli ex An vanno in piazza per rivendicare la loro forza all'interno del Pdl Tentano di appropriarsi della questione della scelta dei parlamentari dopo aver «stoppato» la rinascita di Forza Italia CLAUDIAFUSANI ROMA Voto anticipato, Monti non chiude «Fate presto la legge elettorale» . . . Premier preoccupato per come si sta affrontando la crisi a livello europeo Augello: primarie con Montezemolo MARIAGRAZIAGERINA mgerina@unita.it Finito ilgirodi incontri aPalazzoChigi:«Obiettivo delgovernononèarrivare adognicostoafine legislaturamamettere insicurezza ilPaese» SIMONECOLLINI ROMA I gazebo di La Russa: «Le preferenze? A noi» ILRETROSCENA venerdì 27 luglio 2012 7
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