LIBERITUTTI SCRIVERE DELLA SCOMPARSA DI UN AMICO E COMPAGNOCARISSIMO,CONCUIHOCONDIVISOSCELTEELOTTE POLITICHE PER UN QUARANTENNIO, È COSA ASSAI DOLOROSA E DIFFICILE. Incominciammo a lavorare insieme quando assunsi la responsabilità della sezione culturale ed egli si occupava della scuola. E la comune visione di quel che dovesse e potesse essere la sinistra ci ha portato, insieme, sino ad ieri. Ci separavano pochi anni, quello che bastava perché lui non potesse partecipare alla Resistenza e vivere quella esperienza che portò parecchi di noi, allora studenti, alla adesione al Pci. Chiarante seguì una strada completamente diversa, che diverrà esemplare di coraggio politico e di forza morale. Partecipe del mondo cattolico, iniziò il suo percorso nel movimento giovanile della Democrazia cristiana, di cui divenne rapidamente uno dei massimi dirigenti, schierato con la sinistra di Giuseppe Dossetti, uno dei principali estensori della Costituzione repubblicana. Protagonista nel 1953 della fondazione della corrente di Base, che raccolse l'eredità di Dossetti fattosi sacerdote, venne eletto, poco più che ventenne, nel consiglio nazionale della Dc al congresso del 54 che vide l'affermazione di Amintore Fanfani. Erano, quelli, gli anni più aspri della guerra fredda. La contrapposizione tra i blocchi, e il monopolio statunitense dell'arma atomica, faceva temere la possibilità di una nuova catastrofica guerra. Chiarante, con altri esponenti di parte cattolica e molti intellettuali indipendenti di ogni parte d'Europa, decise di partecipare come osservatore al congresso costitutivo del movimento internazionale dei «partigiani della pace», subito bollato come filosovietico. Ne nacque una dura polemica con Fanfani, culminata con il rifiuto dell'autocritica e con l'espulsione. Da allora si fece più stretto l'incontro di Chiarante - e del gruppo che faceva capo a lui e a Lucio Magri - con le posizioni dei comunisti cattolici di Franco Rodano, con cui fondò la combattiva rivista «Il dibattito politico». Quell'incontro sfociò, poi, nella adesione al Pci. Chiarante, come giornalista, era, intanto, divenuto vice direttore di Paese sera, quotidiano progressista indipendente di ampia diffusione. Nella discussione interna al partito, egli portò le posizioni di chi, pur condividendo pienamente la scelta democratica e gradualista di Togliatti, sottolineava la necessità di marcare le esigenze riformatrici e trasformatrici, particolarmente dopo il superamento dell'arretratezza e l'avvenuta trasformazione dell'Italia in un Paese industriale avanzato. La discussione divenne più acuta dopo la scomparsa di Togliatti - con cui Chiarante si era già misurato sulle colonne di NuoviArgomenti - quando si incominciò ad intravedere che venivano maturando tempi nuovi e temi fino a quel momento sconosciuti. Si era alla vigilia del 68, e dei mutamenti ma anche delle involuzioni di quel moto che fu, in Italia, giovanile e operaio. Chiarante fu allora con i compagni che sentivano il fascino delle posizioni di Ingrao, ma non parteciparono poi alla esperienza del Manifesto, pur rifiutandone la radiazione avvenuta sulla base di uno statuto che cambierà troppo tardi. La differenza di opinioni non impediva però, allora, la assunzione di responsabilità rilevantissime. Chiarante fu responsabile della politica per la scuola, e poi delle politiche per la cultura, e direttore di Rinascita, la rivista settimanale edita dal partito: ovunque portando il peso della sua personalità pacata e ferma, come la sua scrittura. Il primato della scuola, della ricerca, della cultura per un Paese che voglia dirsi moderno e avanzato ebbero in Chiarante un interprete rigoroso e creativo. E la legislazione italiana per la difesa del nostro patrimonio culturale gli deve molto. Ma proprio perciò egli, come accadde a me e ad altri, temette, nel momento in cui fu proposto il mutamento del Pci in altro da sé, la dispersione di una comunità e di un grande patrimonio che non era solo di memorie e di sentimenti pur cari, ma di elaborazioni concrete e precise, perfettibili certamente, ma non così povere da dover rincominciare da zero. Non comprendevamo l'ansia di tagliare le proprie radici che non erano le medesime di quelle che avevano prodotto frutti avvelenati, anche se capivamo il bisogno di rinnovamento di una nuova generazione. Perciò non volemmo la scissione. E Chiarante assunse, anzi, quale esponente della minoranza congressuale, la responsabilità del gruppo senatoriale e della commissione di garanzia del nuovo partito reggendole entrambe con grande capacità e lealtà. Parve a lui, e a me, che la nostra storia di partito dovesse concludersi con il bombardamento di Belgrado. Eravamo nel ‘98. Non ci convinceva la lacerazione tra le due sinistre, tema che oggi si ripropone, e perciò, assieme ad altri, partecipammo alla costruzione di una associazione per il rinnovamento e per l'unità della sinistra, di cui Chiarante è stato animatore determinante. Egli ha riassunto la sua storia, che è gran parte della storia del dibattito nel gruppo dirigente del Pci tra il ‘60 e il ‘90 in due densi volumi. Chi li legge può vedere non solo quante realtà egli avesse visto in anticipo. Ma quanta fermezza e coerenza vi sia stata nella sua volontà di una sinistra veramente nuova e aperta al futuro. Ciò che non si può leggere è che persona squisita fosse, quanta forza trasmetteva la sua serena coscienza, mai esibita. Anche per questo rimarrà non solo nei suoi scritti ma nell'animo di chiunque l'abbia conosciuto. CROCIERE,VIAGGIINLOCALITÀRINOMATEOPERMANENZEINALCUNEZONEDEL NOSTROPAESECHEHANNOSPIAGGE,LOCALI, HOTEL E PENSIONI FRIENDLY E ORGANIZZANO EVENTI CULTURALI PER GAY E LESBICHE. Per fuggire la sensazione di sentirsi «pesci fuor d'acqua», avere un sereno relax e la possibilità di fare nuovi incontri non mancano le occasioni: le crociere organizzate per i giorni centrali di agosto prevedono itinerari nel mediterraneo con tappe gettonate tra Grecia e Turchia, passando per Malta e Palermo. Il tutto su navi pensate per divertimento e relax dove non c'è bisogno di fare coming out, perché già partecipare è una forma di svelamento. Ad organizzarli tour operator specializzati facilmente rintracciabili nel web, agenzie nate di recente visto che, secondo Tourist intelligence international, il turismo internazionale è composto per un buon dieci per cento da gay e lesbiche. Tra le mete prescelte per chi parte alla spicciolata svetta la Spagna con le sue isole, la vita intensa di Barcellona e l'atmosfera di un paese aperto e vicinissimo a noi. Apprezzate molto anche le metropoli: Berlino, con i suoi quartieri gay, e Parigi dove a «Le Marais» convergono giovani stilisti emergenti, comunità ebraica e locali di tendenza per gay e lesbiche. Chi resta in Italia può scegliere. A Torre del Lago, ad esempio, da anni i locali si moltiplicano e così le iniziative come la «mardi gras parade» o l'appuntamento con «lesweek», le giornate per le ragazze lesbiche. Resta di grande attrazione la spiaggia «Lecciona», un ampio tratto di costa che va da Torre del Lago a Viareggio con i suoi caratteristici tronchi in legno levigati dall'acqua di mare che somigliano a vere e proprie sculture. Sempre in Versilia si trova il primo arenile attrezzato per lesbiche, gay e trans d'Italia, «Mama Dune beach». Di qualche attrazione anche l'Abbruzzo con locali e punti di ritrovo intorno a Pescara. In grande ascesa da qualche anno il Salento, che ha numerose spiagge bellissime tra queste alcune dichiaratamente friendly. Notevole Punta della Suina: scogli, sabbia e acqua azzurra raggiungibili dopo una lunga passeggiata attraverso la folta macchia mediterranea. Numerosi gli spettacoli e i concerti per intrattenere i turisti anche di sera, ma la vera attrazione sono la cucina e il paesaggio. Intorno alle bellezze naturali sono sorti ristoranti e bad and breakfast che offrono i piatti migliori della cucina locale, strutture aperte al turismo gay e lesbo intorno a Gallipoli (chiamata anche «gaypolis»), dove nessuno si sorprende né batte ciglio se due donne o due uomini viaggiano insieme e prenotano una matrimoniale. Anche la Sicilia non manca di località aperte al turismo omosessuale. Taormina resta meta gay, come in passato, e offre tra le altre bellezze la spiaggia di Letojanni. Catania si anima con locali per disco e aperitivi intorno alla «scalinata Alessi» punto di ritrovo ormai tradizionale di gay e lesbiche anche giovanissimi. Non mancano calette e tratti incontaminati: tra questi la riserva naturale orientata detta «l'avanposto» a Barcarello in provincia di Palermo. La montagna sovrasta la costa a cui non possono avvicinarsi le barche a motore, luogo selvaggio di mare e natura, spiccatamente friendly, che offre tramonti mozzafiato. delia.vaccarello@tiscali.it CULTURE Barcellona,Berlino eParigi: lemete preferitedeigay Chiarante, forza gentiledelPci DissidenteDcneglianni50 scelse ilpartitodiTogliatti LascomparsaEntrò incollisioneconFanfanie fu espulsodalpartito. I suoi temi furonopace,scuolaecultura perunasinistradel futuro ALDOTORTORELLA Il quartiere berlinese di Kreuzberg che ospita molti locali gay Invacanzaanche in Italia:Viareggio, Versilia,Taormina, Gallipoli.Framare emontagna DELIAVACCARELLO OLIMPIADI Cerimonia inaugurale conbacio lesbico Anchese le primeproteste non mancanoper la scarsa visibilitàgay alleOlimpiadi diLondra, affidata soloauna guidae alla distribuzione dellespillettecon labandiera rainbow,si deveaDanny Boyle, il registadella cerimonia inaugurale del27, l'immaginedel primo bacio lesbicotrasmesso insieme adaltri baci«storici»e diffuso anchedalle tv arabe. Boyleha inserito dentro il montaggio il primo bacio tradonne mandato in ondada una televisione inglese in fasciaprotetta:un episodiodellasoap «Brookside»del 1993 incui Bethbacia Margaret.Le emittentiarabe chehannoseguito la cerimoniadiapertura dei giochi hannodiffuso anchequelbacio durato15 secondi. È scomparso Giuseppe Chiarante, intellettuale di provenienza dossettiana e poi membro della segreteria Berlinguer. Direttore di Rinascita, si contrappose alla svolta di Occhetto. Il cordoglio di Napolitano, che onora la figura di uno dei dirigenti più prestigiosi e del movimento operaio. Il saluto di Anna Finocchiaro che ne ricorda il ruolo chiave nel dialogo tra cattolici e sinistra, quello di Vendola che parla della sua mitezza. E il richiamo alla sua attività parlamentare da parte di Schifani. U: 18 mercoledì 1 agosto 2012
Lo sguardo dell'eretico agli schermidori olimpici restituisce sensazioni contrastanti. L'eleganza danzante dei gesti opposta alla sguaiataggine da curva per ogni autentica, falsa o presunta stoccata, come a volerla sfangare con l'inganno. Del resto la stessa romantica anzianità dell'arte si accompagna con impaccio al monitor mimato con gli indici a disegnare un rettangolo, segno convenzionale della moviola immediata. Il fioretto resta una disciplina nobile che l'Italia coltiva con amore spesso restituito in medaglie: dalla gara individuale maschile ne attendevamo, con ottimismo, magari più d'una. Invece il numero uno dalla mente fragile, l'iridato Andrea Cassarà, soffriva le pene dell'inferno, stretto tra la furia del minuscolo Yuki Ota e le importune défaillance del sistema wi-fi, e senza il tempo di rifiatare pagava il prezzo più alto nei quarti: una quasi indifendibile sconfitta per mano del ragazzino egiziano Alaaeldin Abouelkassem, che ringrazia Allah per esserci e Cassarà per aver scordato chi fosse l'uomo il migliore. Non andava meglio a Valerio Aspromonte, una spremuta di adrenalina consumata anzitempo e sostanziata in una serie negativa di undici stoccate consecutive, contro un incredulo Lei Sheng nei quarti: «Lo capite cosa significa cancellare quattro anni in trenta secondi di buio?», sibilava scuotendo la zazzera bionda, rivolto al pubblico profano. Non lo capiranno gli schiavi della sottocultura che santifica i vincenti e bolla le rimanenze col marchio del brocco. Ogni speranza rimaneva in consegna alla tempra di Andrea Baldini, con il gruppo di affezionati dal tifo con la ‘c' aspirata, le magliette stampigliate e la carica ultrà mutuata dal Livorno calcio. Uno strano effetto nel chiuso dell'immenso Excel Center, ma la bolgia da selvaggio west e led multicolori a Baldini piace, ci sguazza anche perché è uno che tira di nervi, di tensione. Chissà, poi che quella inverosimile leggerezza del 2008, costatagli un'accusa di doping e il depennamento dalla lista dei Giochi, non abbia giocato la sua parte nello smantellare il teenager Imboden e un tiepido Cheremisinov sulla strada della torre Lei Sheng per la finale da oro. Un incrocio non lontano dalla disonestà: l'allungo del cinese, atleta fuori taglia, copre un quarto di pedana senza dover muovere un passo. Il normotipo Baldini è piccolo e fiero, come recitano le T-shirt dei suoi primi tifosi, e può mettere sul piatto la reattività garantita dal circuito più corto tra testa e mano. Non basta, non per Lei Sheng. Può essere sufficiente, invece, per Choi Byungchul. Si devono aspettare le venti e oltre per l'assalto che è bizzoso, si tira più con la testa che col cuore, si sbaglia tanto e si contesta tutto. Gli ufficiali di gara sono chiamati a tenere a bada i due e vedersela con i black-out elettrici dei paramenti che fanno rimpiangere l'era analogica, tutto col loro francese così cavalleresco e anacronistico. Da lepre del pomeriggio, Baldini rincorre con ispirazione intermittente: un'idea geniale, una sciocchezza, un'ingenuità imparentata con l'esaurimento nervoso. A otto secondi dalla fine resuscita sul 14 pari, solo per soccombere alla stoccata decisiva. È l'epilogo mortifero di una medaglia cercata per un tempo innaturale, otto anni. Mancarla così non brucia il doppio, ma infinitamente di più. Ci hanno infilzato Golding: il mio argento per l'Ilva Volley f. Le azzurre, a punteggio pieno, contro la Gran Bretagna Tennis Ottavi di finale: Pennetta-Kvitova Pugilato Esordio di Roberto Cammarelle e Clemente Russo Canottaggio Si assegnano le prime medaglie Vela Alessandra Sensini nel RS-X Il fioretto maschile non conquista medaglie L'olimpionico Cassarà eliminato ai quarti dall'egiziano Alaaeldin Abouelkassem Quarto Baldini sconfitto da un cinese e da un coreano FEDERICO FERRERO LONDRA FUMO DILONDRA M. BUC. Andrea Baldini esulta per la qualificazione alle semifinali FOTO DI JONATHAN BRADY/ANSA-EPA «Dedico la mia medaglia d'argento ai lavoratori dell'Ilva. È un peccato ciò che sta succedendo, mi dispiace veramente e spero che la situazione si possa ancora risolvere. Non togliete a nessuno il lavoro». Il tiratore danese Anders Golding, secondo nello skeet a Londra 2012, ha una dedica particolare da fare. «Passo a Taranto una sessantina di giorni all'anno - spiega - e mi alleno con il mio ct Pietro Genga nel poligono all'interno della fabbrica. Vorrei dire a tutti quegli operai che il mio cuore è con loro». Golding, ieri secondo dietro al fuoriclasse americano Hancock (5° l'azzurro Luigi Lodde), 28 anni, di lavoro fa il carpentiere. Si allena solo di pomeriggio, e utilizza le ferie, che prende quando nel suo Paese è inverno, per andare a Taranto ad allenarsi con il suo ct Pietro Genga ed altri compagni di nazionali, «in tre alla volta». «Da loro in certi periodi dell'anno fa 21 sotto zero - spiega Genga - e non potrebbero assolutamente allenarsi. Quindi vengono dalle mie parti, e spesso sono miei ospiti a pranzo e cena». Per questo i tiratori della Danimarca, e quindi anche Golding, conoscono bene la situazione dell'Ilva: «da voi ci alleniamo sempre lì». «So cos'è successo e mi dispiace - spiega Golding -: sono un lavoratore anch'io, e capisco quella gente». Anche il tarantino Pietro Genga dedica l'argento vinto da tecnico, «ai lavoratori dell'Ilva, oltre che a mia moglie ed alla bambina che stiamo per avere. Lavoro come ct danese part-time, perché faccio parte del Corpo Forestale dello Stato, e proprio in questo ruolo dico che all'Ilva ci si doveva pensare prima. Spero comunque che la situazione si risolva e che questo nostro risultato possa essere una boccata d'ossigeno». ticolare, gli steroidi anabolizzanti, ormoni che aumentano forza e potenza. Si tratta di un gruppo nutrito di sostanze il cui numero è destinato a crescere perché piccole modifiche nella molecola permettono di aggirare il test antidoping. Gli steroidi mimano il modo in cui il testosterone opera nell'organismo, facendo aumentare il tessuto muscolare. L'uso di queste sostanze associato all'esercizio fisico può portare a un aumento del 38% della forza nell'uomo e anche di più nella donna. Un'altra sostanza comunemente usata è l'ormonedellacrescita: la sua presenza fa aumentare i livelli del fattore di crescita insulino-simile1 (Igf1) che a sua volta stimola la crescita muscolare. Negli sport di resistenza, invece, gli atleti ottengono risultati notevoli con il doping del sangue il cui scopo è aumentare il numero di globuli rossi che portano l'ossigeno. Questo obiettivo si può ottenere o con vere e proprie trasfusioni o prendendo un altro ormone: l'eritropoietina o Epo. Si calcola che il doping del sangue faccia aumentare la resistenza del 34% e uno studio recente ha mostrato che ha un effetto anche sul cervello, facendo crescere la motivazione dell'atleta. Poi ci sono i farmaci normalmente usati per curare patologie, come ad esempio quelli pensati per trattare la distrofia muscolare e alla cui base c'è la capacità di bloccare la miostatina, una proteina che tiene sotto controllo la crescita muscolare, e che vengono usati in modo illecito dagli atleti. E ancora c'è il gruppo degli integratori alimentari, che sono legali, ma il cui effetto è spesso sovrastimato. Uno che sembra funzionare è la creatina che contribuisce alla sintesi della molecola Atp che trasporta energia durante l'esercizio fisico. Naturalmente la maggior parte di queste sostanza ha effetti collaterali. Gli steroidi possono causare aumento della pressione del sangue, ispessimento delle valvole cardiache, diminuzione della fertilità e della libido, restringimento dei testicoli negli uomini e comparsa di peli sul petto nelle donne. Il problema è che queste sostanze sono state sperimentate su persone malate e quindi non si sa con certezza quali possano essere gli effetti sugli atleti, ma progettare sperimentazioni cliniche su persone sane aprirebbe questioni etiche insanabili. C'È UNASFIDA DENTROQUESTEOLIMPIADI CHENONTROVA SPAZIONEIRESOCONTI UFFICIALI.Si disputa fra il municipio e l'industria del porno, più precisamente la divisione delle hotline di quell'esercito di venditori di sesso. Il campo di battaglia è uno dei simboli di Londra, metafora di un certo stile british: la mitica red telephone box, la cabina del telefono rossa. I pornografi sono in vantaggio 2-1, noi speriamo almeno nel pareggio entro il 12 agosto, per poterlo testimonare. La partita è questa: le deliziose costruzioni sono appestate da adesivi con annunci illustrati. Il campionario di prestazioni si può intuire. Per tutti i gusti e tutte le tasche, come chiariva senza fronzoli la signorina che offriva le sue grazie a prezzo ribassato del 50% in caso di studenti, o l'altra collega altruista che praticava sconti comitiva, ma non più di 5 alla volta. Gli annunci - visti alla vigilia dei Giochi - sono stati tolti dai volontari e dagli agenti del municipio e le cabine erano tornate se non proprio utili, almeno pudiche. Ieri mattina le due cabine incontrate nella passeggiata verso Hyde Park erano tornate posti buoni per maniaci, con annunci perfino raddoppiati, in cerca di turisti olimpici che soffrono di solitudine. È un po' come se nei mitici taxi neri, quei black cabs bombati come auto anni 40, invece del navigatore satellitare con le informazioni su Londra passassero un film con Rocco Siffredi. Le red telephone boxe sono davvero un pezzo di storia: la prima, K1, del 1920 e in calcestruzzo, è roba da museo del 1920. Ne esistono ancora poche e sono nella piazza del mercato di Trinity. Nel corso di 60 anni la commissione delle Belle Arti ne ha approvate otto versioni (numerate dopo la K), fedeli al progetto originale in ghisa rossa e vetro. Il modello K3 è l'unico che ha una variante bianca, introvabile. Dal '52 la produzione è “marchiata” dalla regina Elisabetta con la corona (la Crown Tudor). Nel 2012 Svletana ci ha appiccicato anche il suo, di stemma. La battaglia dei box rossi fra Corone e Svletana MARZIOCENCIONI sport@unita.it Anders Golding FOTO ANSA mercoledì 1 agosto 2012 11
TRALEMILLEPROMESSEDELFUTUROTECNOLOGICO,OLTREALLAVERTIGINEDELLACRESCITAPERENNE,ALLALIBERAZIONE DEFINITIVA dalla fatica e al consolidamento della civiltà globale, è sempre esistita l'idea dell'estrema semplificazione all'accesso nel mercato del lavoro. Con internet, in altre parole, si pensava, sarebbe stato infinitamente più facile avvicinare domanda e offerta, annodare le reciproche esigenze di lavoratori e imprese, e anche il contatto più fortuito tra parti in causa, ovvero l'invio dei curriculum e l'archiviazione in database di rapida consultazione, avrebbe dovuto agevolare in modo drastico una nuova utopia di mobilità. In minima parte tutto questo è accaduto, specialmente ai tempi in cui l'utilizzo della rete era una corsa all'oro che lasciava spazio a idee e creatività non ancora disperse nel mare magnum. Poi, come spesso accade, la congestione ha complicato i piani. Oggi approcciarsi al mondo del lavoro attraverso la rete, non aiuta moltissimo chi ha bisogno di trovare un impiego. Le insidie e i bug del sistema sono molti. Esistono numerosissimi siti di recruiting on-line (tra i più importanti ricordiamo Monster, Jobrapido, Infojobs, Miojob, Cambiolavoro) che pur offrendo un importante servizio di mediazione tra chi cerca e chi offre, sono piuttosto carenti sul piano della verifica della serietà delle informazioni. Gli usi aberranti, o le concessioni all' esigenza di moltiplicare il traffico sul proprio portale, spingono alla superficialità, e a puntare sulla quantità più che sulla qualità. Anche i portali sono intrinsecamente portati a proporsi come vetrine ridondanti di prodotti, come se il disoccupato fosse nient'altro che un consumatore alla ricerca di un bene di prima necessità: il proprio impiego ideale. Ma la vertigine dura poco, e gli esempi non proprio virtuosi abbondano. Pullulano ad esempio molte offerte che riguardano lavori creativi, scrivere su pubblicazioni on line di arte, musica, cinema letteratura. Nella stragrande maggioranza dei casi quelle offerte nascondono collaborazioni non pagate, contratti di stage che prevedono al massimo un rimborso spese, e, non di rado, richieste d'iscrizione a corsi di specializzazione di scrittura on-line o di tecniche Seo (posizionamento nei motori di ricerca) che hanno un costo di qualche migliaio di euro e sono conditio sine qua non per l'accesso al canonico periodo di prova. Non siamo troppo lontani, dunque, da quelle che nel Codice del consumo sono chiamate pratiche commerciali scorrette. NOAD ESBORSI INIZIALI Una regola aurea per non incorrere in brutte sorprese quando si cerca lavoro on-line, è di scartare a priori qualsiasi prospettiva di lavoro comporti un esborso iniziale da parte di chi cerca. Insomma, il lavoro non si compra. Altre difficoltà sui siti di recruiting nascono dall'organizzazione interna: alcuni servizi aggiuntivi risultano a pagamento sia per le imprese che per gli utenti vogliosi di accedere a informazioni più particolareggiate. E se di fronte all'offerta di un servizio effettivo, è difficile contestare la richiesta di un pagamento, è pur vero che esiste una prassi consolidata e diffusa sul web, secondo cui si presume di poter sfruttare le potenzialità della rete del tutto gratuitamente. Questo fa sì che anche i servizi aggiuntivi a pagamento siano abbastanza inefficaci, e che molte aziende preferiscano privilegiare altri canali di assunzione. Anche perché, come spesso accade sul world wide web, l'abbondanza di offerte e proposte volge al frastuono che tanto somiglia al silenzio più assoluto. Su internet è più facile proporsi come impostori: è facile restaurare i propri curricula, ed è facile tacitare condizioni di lavoro precarie difficili da valutare con lucidità al momento di un colloquio, sotto il ricatto del bisogno e della penuria di occasioni. Più efficaci, in un universo così congestionato, appaiono allora i social network professionali, come Linkedin, Viadeo, Spoke e Xing, che puntando sul contatto diretto tra conoscenti con la possibilità di mediare tra candidati amici e uffici del personale, danno vita a una forma virtuosa di cooptazione lontana da quella più tipicamente made in Italy, basata sul nepotismo. Anche in quell'odissea che è diventata oggi la ricerca di un impiego allora, è sempre meglio affidarsi a una voce amica che al fin troppo armonioso canto delle sirene. SOCIETÀ Il lavoro nonfarete Cercandoilpostosulweb fratranellie finteofferte LASCOMPARSA : AldoTortorella ricordaGiuseppeChiarante P. 18 L'INTERVISTA : «MrsDalloway»secondolanuovatraduzionediAnnaNadotti P.19 MUSICA : NotedipacenelconcertodellaPalestineYouthOrchestra P. 20 U: Leinsidiesonomolte.Dalle richiestedidanaro incambio di informazioniaicurricula fasulli, allecollaborazioni nonpagate.Meglio i socialnetworkprofessionali GIANCARLOLIVIANO D'ARCANGELO SCRITTORE NinaKatchadourian's «NewYorkSoundtrack» mercoledì 1 agosto 2012 17
sidente francese Monti ha avuto un lungo colloquio nel palazzo dell'Eliseo a cui hanno partecipato anche il ministro dell'Economia Vittorio Grilli e quello per gli Affari europei Enzo Moavero. L'intesa tra Italia e Francia è più solida che mai e nel comunicato congiunto i due non hanno mancato di sottolineare che «diversi Paesi della zona euro oggi devono rifinanziarsi a tassi di interesse troppo elevati, anche se stanno realizzando le riforme economiche necessarie ma difficili». Tutte le istituzioni europee, continua la nota, «devono adempiere ai propri obblighi al fine di mantenere la stabilità e il funzionamento della zona euro e del mercato interno» e gli strumenti indicati nel summit Ue di giugno, tra cui lo scudo anti-spread, «devono poter essere utilizzati nel minor tempo possibile, qualora necessario». Sul medio termine Monti e Hollande hanno chiesto di trovare «una nuova spinta politica» per riformare la zona euro e l'Unione europea e si sono ripromessi di lavorarci nelle prossime settimane. Per dicembre, infine, è stato confermato il vertice bilaterale tra Italia e Francia che si terrà a Lione. Il clima d'intesa con Parigi però sarà difficilmente replicabile oggi a Helsinki, dove Monti incontrerà il premier finlandese Jyrki Katainen, considerato l'osso duro tra i falchi della zona euro che non vogliono permettere ai Paesi mediterranei spreconi di finanziare i propri debiti con i soldi comuni. L'obiettivo non è chiedere «solidarietà», ha spiegato Monti, ma cercare di dimostrare che i meccanismi di difesa della moneta unica sono «nell'interesse dell'intera Europa, della Finlandia e dell'Italia». Il braccio di ferro diplomatico con i paladini del rigore si annuncia duro. Ieri il ministro delle Finanze tedesco ha fatto sapere di essere contrario a concedere la licenza bancaria al fondo salva-Stati. In questo modo la Bce potrebbe finanziare in modo illimitato il debito dei Paesi in difficoltà. Il segretario della federazione delle banche pubbliche tedesche Voeb Hans Reckers ha fatto eco spiegando che una simile ipotesi «farebbe rientrare dalla finestra un'ulteriore condivisione illimitata dei debiti pubblici, che invece è da rifiutare nettamente». La presa di posizione di Berlino ha spinto al ribasso le Borse europee che hanno chiuso in negativo una giornata contrastata. Milano ha perso lo 0,62%, anche sull'onda dei dati negativi arrivati dalla Fiat, Madrid lo 0,94% e Parigi lo 0,87%. Lo spread italiano è tornato ai massimi di seduta di 480 punti, mentre quello spagnolo è risalito a 551 punti. L'INTERVISTA USA ILCOMMENTO MASSIMOD'ANTONI «La costruzione di una nuova Europa è innanzitutto una grande questione democratica, e proprio per questo deve investire l'opinione pubblica e non essere un affare per pochi». A sostenerlo è Emma Bonino, vice presidente del Senato, autrice assieme a Giuliano Amato, Jacques Attuali e Romano Prodi del manifesto-appello «Il federalismo che può salvare l'Europa». Perché e come il federalismo potrebbe salvare l'Europa? «Una premessa è d'obbligo. Quella a cui stiamo assistendo oggi è una tregua che non dobbiamo sprecare ma utilizzare non solo per dare soluzione alla crisi ma anche e soprattutto per gettare le basi di una unione politica in tempi brevi». Questalapremessa.Elaprospettivastrategicaper cui il federalismo può salvare l'Europa? «Innanzitutto per dimensione di scala. Nel senso che in un mondo globalizzato, nessun Paese europeo da solo, neppure la potente, per ora, Germania, ha le dimensioni adeguate per essere influente. Ma al di là di questo dato che oggi è più evidente a tutti il federalismo rappresenta il superamento di quella peste bubbonica che è il nazionalismo ovunque nel mondo e che è stato in Europa. Tant'è che nostri padri fondatori avevano in mente gli Stati Uniti d'Europa “proprio per la pace”». Si tratta dunque di una questione politicae non«contabile»? «Assolutamente sì. Dall'inizio della crisi non mi stanco di ripetere che essa non è tanto finanziaria ma è una crisi di governance politica. Non è mai esistita al mondo una moneta unica, stabile e forte, senza uno Stato di riferimento. Helmut Kohl (il cancelliere della riunificazione tedesca e del Trattato di Maastricht, ndr) disse: Oggi abbiamo l'accordo per la moneta, la politica seguirà». E invece? «Di fatto l'euro è stato un tale successo che la necessità dell'integrazione politica si è come anestitizzata. Tanto è vero che c'è stato un lunghissimo periodo in cui anche solo dirsi federalisti era una cosa a metà tra peccato e reato. E siamo rimasti in pochissimi in questo periodo a tenere viva e necessaria l'integrazione europea». Quali passaggi concreti per rafforzare questaprospettiva federalista? «Il primo passaggio concreto, per me, è l'informazione all'opinione pubblica: dar vita a una campagna per una nuova Europa che consenta un vero dibattito europeo sulle elezioni del 2014. L'integrazione non può essere solo burocratica o finanziaria, ma deve avere procedure ed istituzioni democratiche in cui i cittadini europei possano riconoscersi per davvero. Penso ad una integrazione politica che, facendo tesoro delle lezioni di questa crisi, arrivi, ad esempio, ad una politica estere e di difesa comune. Di una cosa sono arciconvinta: la costruzione di una nuova Europa è innanzitutto una grande questione democratica, e proprio per questo deve investire l'opinione pubblica e non essere un affare per pochi e di pochi. Mi pare cresca la consapevolezza che aver ri-nazionalizzato tutte le scelte, da quando è scoppiata la crisi, è stata la scelta sbagliata. Oggi tutti sembrano rendersi conto che si è agito troppo poco, troppo tardi, senza avere una chiara visione del futuro». MuoversisullastradadiunaEuropafederalenonimplicacessionedisovranitànazionaledapartedeisingoliStatidell'Ue? «Certamente implica una cessione di parte di sovranità nazionale verso e per una sovranità accresciuta con tutte le garanzie democratiche necessarie. Non è una perdita di sovranità nazionale, è un accrescimento di sovranità condivisa. Il federalismo europeo oggi è l'unica strada per salvare l'Europa. E lo è anche perché l'evoluzione del pensiero federalista ha superato i confini dei piccoli gruppi» JacquesAttali,parladifederalismodinecessità «Non è la mia definizione. Per quanto mi riguarda, e non certo da oggi, preferisco parlare di un federalismo per convinzione». «Serve una nuova Europa, entro il 2014» ObamaalCongresso «Tagliare le tasse allaclassemedia» Ilpresidente americano,Barack Obama,«nonè soddisfatto» dello statodell'economiaamericanae tornaachiedereal Congressodi agireper spingere la crescita. Loha detto ilportavocedella Casa Bianca, JayCarney.«La Camera dovrebbe approvare i tagli alle tasse per la classemedia, ovvero il98%dei contribuenti americani.Questo darebbecertezze e aiuterebbe l'economiaacrescere piùveloce e crearepiùpostidi lavoro», hadetto Carney, sottolineandoche l'amministrazioneè impegnataa sostenere i programmia favore del settore immobiliare peraiutare i proprietaridicasa in difficoltà a far fronteai propri impegni ea restare cosìnelleproprie abitazioni. Nonè la primavolta che la Casa Biancarichiama ilCongressoad usciredallo stallo, in largaparte dovutoai veti repubblicani,per promuoveremisureanti-crisi. EmmaBonino Vicepresidente delSenato,èautricecon Amato,AttalieProdi delmanifesto-appello perundiversofederalismo inunaUnioneriformata SEGUEDALLAPRIMA La possibilità di agire virtualmente senza limiti a sostegno dei debiti sovrani è ciò che ha reso credibile, e quindi efficace anche senza impegno effettivo di risorse, l'annuncio di Mario Draghi di voler fare «tutto il necessario» per difendere l'euro. Il presidente della Bce è stato molto abile nel ricondurre tale intervento ai compiti istituzionali della banca, ma a convincere è stato senza dubbio anche l'appoggio esplicito ricevuto dal governo tedesco. Su questo fronte i giochi sono ancora aperti: Angela Merkel, per una volta più attenta all'Europa che agli equilibri politici interni, dovrà vedersela con i maldipancia degli alleati liberali e non solo. Se è troppo presto allora per cantare vittoria, è però probabile, a meno di clamorosi dietrofront, un agosto meno turbolento di quanto si potesse temere. L'errore più grave sarebbe tuttavia adagiarsi nell'illusione che l'emergenza sia superata o che il cambio di gioco della Bce sia sufficiente a rendere efficaci le politiche adottate fino a questo momento. Se rompere la spirale perversa tra aspettative e costo dell'indebitamento per Spagna e Italia era certamente la cosa più urgente, il superamento della crisi richiede altre misure, su cui c'è ormai ampio consenso tra gli economisti, ma ancora scarso accordo politico. Un quadro convincente del minimo insieme di misure necessarie è stato recentemente offerto da un gruppo di autorevoli studiosi riuniti sotto gli auspici dell'Institute for New Economic Thinking (Inet). Rispetto all'emergenza tale insieme include, oltre all'azione diretta della Bce sui mercati dei titoli: l'adozione di una politica monetaria più espansiva, che consenta un riallineamento dei costi tra periferia e centro senza passare per una deflazione di prezzi e salari; forme temporanee di garanzia dei debiti, attraverso meccanismi quali il fondo di redenzione del debito; la sperimentazione di forme di ristrutturazione del debito su base volontaria. Nel medio periodo dovranno essere intraprese le azioni necessarie per superare i limiti dell'architettura attuale della moneta unica: la creazione di un'unione bancaria con meccanismi di assicurazione dei depositi a livello europeo; una riforma complessiva del sistema finanziario; la creazione di attività finanziarie «senza rischio» che evitino che i rischi di insolvenza degli Stati determinino movimenti finanziari destabilizzanti tra Paesi; una revisione del Fiscal compact che consenta l'attuazione di politiche fiscali anticicliche; l'attribuzione al Fondo salva-Stati di una licenza bancaria per liberare la Bce dal ruolo di prestatore di ultima istanza. Sono proposte che, riducendo al minimo il rischio di trasferimenti tra Paesi, hanno il pregio di essere insieme economicamente efficaci e politicamente praticabili. La distinzione tra le azioni necessarie per superare l'emergenza e il disegno della nuova architettura della moneta unica è un aspetto importante. Serve in primo luogo per rassicurare i Paesi «forti», che temono l'istituzionalizzazione di soluzioni che portino ad un trasferimento indefinito di risorse verso le aree più deboli. Ma il vantaggio di affrontare l'emergenza con strumenti dichiaratamente ad hoc e temporanei è ovvio anche per Paesi «deboli», nei quali il rinvio di azioni risolutive rischia di determinare una compressione degli spazi di democrazia. Il nostro Paese soffre di problemi strutturali che preesistono alla crisi dell'euro e che vanno compresi e affrontati con consapevolezza. Il timore che in assenza di un'adeguata pressione esterna la spinta riformatrice si affievolisca è comprensibile; ma il vincolo esterno non può arrivare al punto di togliere ogni possibilità di scelta del modello economico-sociale, in nome di una pretesa neutralità tecnica. L'auspicio è dunque che l'azione della Bce, allentando la pressione dei mercati finanziari sul nostro Paese, lasci spazio ad un aperto confronto tra diverse soluzioni e ricette. Lo schema delle riforme calate dall'alto, da accettare in quanto «ce lo chiede l'Europa», è stato incoraggiato in passato per vincere le resistenze interne, ma nella situazione attuale sarebbe, al di là di tutto, una soluzione estremamente rischiosa, perché finirebbe per alienare in modo irreparabile il consenso a favore dell'integrazione europea. La Bce ha reagito ma da sola non basta «Difenderemo l'euro» UMBERTODE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it mercoledì 1 agosto 2012 5
wwf.it/riutilizziamolitalia Non serve un altro territorio da consumare, serve un grande progetto di riqualificazione per riscoprire un'altra Italia. Compila la scheda di segnalazione delle aree dismesse o abbandonate della tua cittá e proponi la tua idea per riconvertirle a un migliore utilizzo. Hai tempo fino al 31 ottobre. SEGNALA LE AREE DEGRADATE O DISMESSE FAI SENTIRE LE TUE IDEE PER REINVENTARE IL TUO TERRITORIO 24 mercoledì 1 agosto 2012
Luigi Cancrini psichiatra e psicoterapeuta Dialoghi Questo giornale è stato chiuso in tipografia alle ore 21.30 La tiratura del 31 luglio 2012 è stata di 92.922 copie SEGUEDALLAPRIMA Non vi è stato nemmeno dibattito all'Assemblea regionale, ed è persino comprensibile: non uno dei deputati che siedono a Palazzo dei Normanni, «nel Parlamento più antico d'Europa», può dire di non averlo sostenuto, almeno in un paio dei suoi cinque governi in quattro anni o poco più. È il mesto epilogo di una stagione che ora segna le troppe incognite - sugli schieramenti e sulle candidature - della battaglia per le elezioni di ottobre. Lombardo si ritirerà in campagna e può sembrare incredibile, ma solo a chi non conosce le viscere di un certo modo di essere siciliani. Da privato cittadino affronterà i passaggi giudiziari che seguono una lunga e controversa indagine della magistratura catanese, sfociata nell'imputazione coatta per concorso esterno in associazione mafiosa. Per un po', forse, non se ne parlerà più. Chissà se verrà un tempo per ridiscutere la sua complessa figura - l'indagato per mafia che ha portato al governo un'antimafia vera di magistrati, ex-prefetti e imprenditori - che suscita interesse persino in certi tratti psicologici. È difficile immaginarne l'eredità politica, perché il tempo di quella politica forse è definitivamente scaduto. Lombardo ne è stato l'ultimo, consapevole, interprete. Un'espressione autentica del finale di Seconda Repubblica, e insieme un fenomeno tutto siciliano, troppo siciliano. Da un lato era la «territorializzazione» della politica nella crisi dei partiti nazionali - il «sudismo» (ignorante e bizzarro: un siciliano neoborbonico!) speculare al leghismo cui occhieggiava - che finiva per rappresentare egoismi e miserie dei territori, e al Sud un rivendicazionismo deteriore (vecchie classi dirigenti e privilegi da difendere). Dall'altro si muoveva all'interno del perimetro isolano in una crisi più profonda, che ha determinato il crollo di «berlusconismo» e «cuffarismo», la deflagrazione del «centrodestra più forte d'Europa». I vincoli stringenti di finanza pubblica mettevano in discussione non tanto un sistema di potere (Lombardo vi ha sostituito il suo…) ma un vero e proprio «modello di società» - fondato sull'assistenzialismo, l'intermediazione burocratica, clientelare e, non di rado, mafiosa - plasmato dal Moloch politico-amministrativo (la Regione a Statuto speciale) a cui tutto si sacrificava. Un modello che spazzava via ogni opposizione o la riduceva al consociativismo: una democrazia «sequestrata», che ha portato la Sicilia al capolinea. Lombardo al governo si rese conto che quel «modello» - di cui lui e Cuffaro sono stati figli illustri e predestinati, con l'eredità comune di 60 anni di classi dirigenti isolane - era un «paradiso perduto» insostenibile finanziariamente, che le riforme erano necessarie, anche solo per evitare il commissariamento generalizzato che avrebbe impedito l'esercizio del potere (nomine e clientele). E grazie al Pd, dei cui pur gravi limiti ed errori in questa stagione si dovrà ancora discutere, vennero approvate alcune riforme legislative - sanità, rifiuti, burocrazia regionale - che determinano la rottura del blocco conservatore, perversi interessi costituiti e vincoli politici e umani pluridecennali. Però poi è rimasto in mezzo al guado, il passato si mangiava il presente, come un pentito che non voleva o poteva pentirsi del tutto. Alle riforme - con alleanze che segnavano già la crisi del bipolarismo - non è seguita un'azione amministrativa coerente, paralizzata poi dall'alea dell'inchiesta giudiziaria. Soprattutto, le impalcature del malgoverno, dove cova l'eccesso di intermediazione politica, sono rimaste tutte in piedi a soddisfare gli appetiti di un personale politico, quello del movimento autonomista, largamente raccolto nei bassifondi del potere. L'aver fatto convivere ottime persone alla guida di assessorati cruciali e pessime pratiche di sempre (ora con un solo terminale, il Governatore) ha dato l'idea sventurata di una Regione irriformabile. E il fallimento maggiore è proprio sull'essenziale dell'impresa lombardiana. «Io sono l'Autonomia», disse una volta. Ecco, la parabola di questi anni, ha dato forse il colpo mortale all'Autonomia regionale, rendendola definitivamente invisa al resto del Paese e incapace di incidere sulla vita della maggioranza dei siciliani. Che cosa resta di quest'ennesima «eccezione», di questa storia siciliana che finisce e non finisce? Resta la Sicilia e la sua fame. La lunga stagione antimeridionalista di Berlusconi, e dei suoi ascari del Sud, ha avuto un peso grave e decisivo. Ma di chi è la responsabilità d'aver sprecato le opportunità di investimento produttivo dei fondi europei, dell'aver consolidato un modello di macchina pubblica che inficia ogni capacità di intrapresa privata e frustra le nuove generazioni, spingendole alla «fuga»? Ora, l'Isola è un deserto produttivo, al collasso economico e sociale, in una spirale di invecchiamento demografico, povertà e ignoranza. Servirà coraggio, «tenace concetto». Il Pdl da un lato sostiene il governo (perché la politica portata avanti da Monti è vicina agli interessi delle classi che il Pdl intende rappresentare), dall'altro si considera svincolato dalla maggioranza (per cercare di favorire il bonapartismo berlusconiano e la legge elettorale). Cosa può fare il Pd? Io staccherei la spina alla maggioranza. VINCENZOCASSIBBA La forzatura del Pdl sulla legge elettorale, probabilmente, non avrà seguito. Votare in autunno con il porcellum diventerebbe inevitabile se loro rompessero le trattative e toglierebbe alle armate ormai in rotta di Berlusconi (e Maroni) l'ultimo presidio di cui dispongono: una maggioranza parlamentare lacerata e divisa ma in grado ancora di far pesare la sua consistenza numerica. Una domanda resta aperta a sinistra: il senso di responsabilità dimostrato finora da Napolitano e da Bersani è stato eccessivo? Quello che fa bene sperare, però, è il modo in cui una quantità importante di persone sta cominciando ad apprezzare questo modo di fare politica onesto e tranquillo, capace di anteporre con chiarezza il bene comune a quello di parte. La stima e un giorno, forse, l'amore per la politica possono essere ricostruiti in un numero sufficiente di persone, penso, solo con la calma di chi si affida a un progetto: quello di sostenere oggi il governo dei tecnici per tornare domani, con regole nuove, a sondare la volontà degli elettori. Senza preoccuparsi più di tanto del fatto che una fase di politica chiacchierata sotto gli ombrelloni favorisca il discorso dei politici tutti uguali fra loro e tutti da buttare via. Contro il qualunquismo, purtroppo, si può soltanto portare pazienza. Gli immigrati: nostro presente e futuro Gli immigrati sono il nostro presente e il nostro futuro. Bisogna dare atto al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitanodi aver lanciato un forte appello di solidarietà ed integrazione. Va riconosciuto l'impegno dei movimenti cattolici e delle associazioni laiche che, insieme a quei partiti, Regioni e semplici cittadini, hanno promosso la campagna L'Italia sono anch'io. Si deve attestare alla Provincia di Pesaro (la prima in Italia) la civile incombenza di aver portato in Consiglio la delibera per il riconoscimento della cittadinanza italiana ai figli dei migranti. E ancora: bisogna dare atto al segretario nazionale del Pd Pier Luigi Bersani il quale, in una delle ultime direzioni nazionale del suo partito, ha annunciato che se i Democratici vinceranno le prossime elezioni una delle prime leggi che licenzieranno dovrà riconoscerà il diritto di cittadinanza ai figli dei migranti. Insomma, le condizioni ci sono e i tempi sono maturi perché venga cambiata l'attuale legge sulla cittadinanza e si possa aprire, per i migranti di seconda generazione che vivono , studiano e lavorano nel nostro Paese, la strada che li porti a diventare italiani a tutti gli effetti. MIMMO MASTRANGELO C'È UN CONFLITTO SILENZIOSO CHE SI STACONSUMANDO IN QUESTI MESI SOTTO IL FRAGORE DELLA GRANDE GUERRA ALLO SPREAD. È la battaglia delle arance, uno scontro drammatico e asimmetrico che vede contrapposte le grandi multinazionali delle bibite gassate a decine di migliaia di piccoli agricoltori, molti meridionali. Al centro della contesa un progetto di legge che, se approvato, determinerebbe l'innalzamento della concentrazione minima di succo nelle bibite a base di frutta dall'attuale 12 per cento al 20. La norma imporrebbe inoltre la tracciabilità della provenienza della frutta sull'etichetta delle bottiglie. Un'eresia per colossi delle bollicine del calibro di Coca Cola che, uniti nella sigla confindustriale di Assobibe, hanno avviato insieme una campagna lobbistica che mira ad affossare questo testo. Gli argomenti ufficiali delle corporation possono essere così sintetizzati: le norme proposte determinerebbero una limitazione per i consumatori, i quali sarebbero privati della possibilità di scegliere prodotti a più bassa concentrazione di frutta, causando serie difficoltà per l'industria senza beneficio per gli operatori agricoli. Argomenti francamente risibili e chiaramente strumentali. Anzitutto, il progetto di legge non impedisce affatto la produzione di bibite a bassa concentrazione. A patto, questo sì, di sostituire la dicitura «a base di succo di arancia». Non una postilla burocratica, ma il giusto riconoscimento ai marchi e ai prodotti che puntano sulla qualità, riducendo l'utilizzo oggi preponderante di aromi artificiali e soprattutto di zucchero. La cui elevata concentrazione, oltre a mascherare la scarsa qualità del prodotto, crea dipendenza e danno alla salute, specialmente nei bambini. Quanto al rapporto tra industria e settore agricolo italiano, è il caso di ricordare che le grandi compagnie imbottigliatrici applicano su una bottiglia di aranciata un ricarico di oltre il 4000 per cento rispetto al costo reale di produzione; che un litro di aranciata al 12 per cento, venduto mediamente a 1,30 euro, contiene appena 3 centesimi di euro di arance; che il prezzo proposto alle imprese calabresi e siciliane per le arance non supera i 0,08 euro al chilo, sei dei quali vanno alla sola raccolta dei frutti. In pratica, la metà dell'equo prezzo stimato da Coldiretti in 15 centesimi al chilo. Questo non è profitto, questo è sfruttamento. Quelli appena illustrati non sono dati secretati o chiusi in chissà quale cassetto, ma numeri ufficiali, diffusi dai più importanti osservatori del settore. È davvero necessario ricordare le condizioni in cui vivono migliaia di persone coinvolte nella raccolta e nella trasformazione delle arance? È già dimenticato il nesso che lega la rivolta dei migranti del 2009 alle politiche ricattatorie applicate sui prezzi dalla più grande compagnia imbottigliatrice del mondo? Rosarno ci dice ancora qualcosa? Approvare rapidamente la nuova legge sul settore vuol dire offrire maggiori garanzie ai consumatori e un'adeguata tutela della salute dei cittadini. Ma significa anche assicurare un dignitoso salario ai lavoratori. Redistribuire un'infinitesima parte dei profitti delle grandi industrie sulle realtà sociali e produttive più deboli. Una priorità assoluta, sia sotto il profilo etico che economico. Perché è da una più equa distribuzione delle risorse e delle opportunità che dipende la capacità del Paese di uscire dalle secche in cui è finito. Maramotti L'ultimo presidio del Pdl Il commento La lezione dei governi Lombardo . . . È stato un ciclo politico carico di contraddizioni: «sudismo» deteriore e riforme, clientelismo e rottura del blocco della destra Giuseppe Provenzano L'intervento La guerra delle arance coi colossi delle bollicine . . . La battaglia dei piccoli agricoltori per la legge che aumenta il livello di succo nelle bibite Nicodemo Oliverio Deputato Pd COMUNITÀ 16 mercoledì 1 agosto 2012
U: Pellegrini ancora in ritardo Primo giorno senza medaglie Quellenote dipace per resistere DoniP.20 Staino ILCOMMENTO GIUSEPPE PROVENZANO L'ex senatore resta in carcere, la decisione al Riesame FABIANIPAG. 9 Il lavorosul web tranelli in agguato LivianoD'ArcangeloP.17 STEFANOSEMPLICI Monti-Hollande, spinta all'Europa SENTENZA Caso Lusi, la Cassazione annulla l'arresto EMANUELEMACALUSO ILRETROSCENA SIMONECOLLINI ILCOMMENTO MASSIMOD'ANTONI OLIMPIADI MARCOBUCCIANTINI Bersani, sfida per il governo Una recente manifestazione davanti l'Università La Sapienza di Roma FOTO ANSA Il leader Pd presenta la Carta di intenti: «Noi siamo pronti» Lavoro, Europa, uguaglianza i punti centrali del programma Diritti: cittadinanza ai bambini immigrati e unioni civili per i gay PAG.2-3 Chiarante forzagentile delPci TortorellaP. 18 Sì all'aumento delle tasse universitarie. Al contrario di quel che prevedeva un emendamento Pd il governo ha deciso di andare avanti. Rincari per tutti (in corso e fuori corso) tranne che per i « regolari» con reddito Isee fino a 40mila euro. Gli studenti annunciano giornate di mobilitazione. Il segretario dei Giovani democratici: una scelta insensata. Contraria anche la Cgil. Intanto il Senato vota la fiducia alla spending review ma il commissario per i tagli Bondi annuncia: a settembre nuovi interventi. CARUSO MATTEUCCI PAG.6-7 Pane e coraggio ci vogliono ancora che questo mondo non è cambiato pane e coraggio ci vogliono ancora sembra che il tempo non sia passato IvanoFossati È una storia siciliana che finisce. Raffaele Lombardo esce di scenA, fin troppo in silenzio, dopo l'eco anche internazionale - dell'inedito passaggio istituzionale sulle finanze regionali, mentre nell'Isola è il fragore per l'ultima manciata di nomine all'impazzata. SEGUEA PAG.16 Finisce l'epoca di Lombardo ILGOVERNOHAINFINEDECISODIAU-MENTARE LE TASSE UNIVERSITARIE PER TUTTI. È una scelta grave, prima di tutto per una questione di metodo. Si era partiti con un comma del decreto legge sulla «revisione della spesa» che, con un artificio tecnico da addetti ai lavori, rendeva possibile un incremento della «contribuzione studentesca» che avrebbe potuto anche superare il 50 per cento per gli studenti in corso ed era teoricamente illimitato per i fuori corso. Di fronte alle ovvie reazioni, i relatori in commissione Bilancio al Senato avevano messo a punto un emendamento, che correggeva radicalmente la prospettiva dell'intervento. SEGUE APAG.7 La grave scelte del governo Si rafforza il fronte a difesa dell'euro. Monti incontra Hollande e insieme chiedono «subito le misure Ue» perché non c'è «tempo da perdere». Il premier dice che la «fine del tunnel è vicina». E raccoglie il monito di Napolitano: basta risse, approvare la legge elettorale. Spunta un piano segreto per difendere la Spagna. Intervista a Emma Bonino: «Serve una nuova Europa». DEGIOVANNANGELIMONGIELLO SOLDINI PAG.4-5 Patto Italia-Francia per l'euro: subito le misure Ue Accordo segreto tra i leader per salvare Madrid DOMENICA SCORSA ANTONIO IN-GROIA HA RILASCIATO UNA INTERVI-STAALQUOTIDIANOLAREPUBBLICAper dire che nella vicenda della cosiddetta «trattativa Stato-mafia» peserebbe come un macigno «una ragione di Stato che impedisce l'accertamento della verità sulla base del diritto penale». La questione è posta con un interrogativo retorico, dato che nel corso dell'intervista il dottor Ingroia mostra di essere certo che quel macigno c'è. Infatti afferma: «Dalla politica debbono venire parole chiare: se si ritiene che debbano essere sottratte alla verifica della magistratura temi o territori coperti dalla ragione di Stato, lo si dica». SEGUE APAG.8 Mafia, la vera trattativa Bersani e Vendola oggi si vedono, ma al centro della discussione non ci sarà la «carta d'intenti»: il governatore già ne conosceva i contenuti e non ci sono passaggi per lui indigesti. Piuttosto, l'argomento che i due dovranno affrontare è come presentarsi alle prossime elezioni. SEGUEA PAG.3 Ipotesi lista unitaria con Sel PULCINELLIFERRERO PAG.10-11 Che la banca centrale fosse l'unica istituzione in grado di modificare le aspettative degli investitori è sempre stato chiaro, e che al momento opportuno essa sarebbe intervenuta per evitare il peggio era la previsione di molti. SEGUE APAG.5 La Bce da sola non basta PAG. 10 Una regina senza trono Tasse universitarie rivolta degli studenti Il maxiemendamento ripristina gli aumenti sopra i 40 mila euro Spending: fiducia ok Ma Bondi avverte: resa dei conti a settembre 1,20 Anno 89 n.211Mercoledì 1 Agosto 2012
Non parla di avvio della campagna elettorale. Però dice: «Siamo qui per cominciare un cammino». E non mostra fretta di andare alla sfida elettorale. Però mette in chiaro: «Noi del Pd siamo pronti ad ogni evenienza». Pier Luigi Bersani presenta la «carta d'intenti» ed è chiaro che si tratta della piattaforma con cui si candida a governare e dell'avvio di un percorso che ha le urne come traguardo. Non si sa quando si andrà a votare, ma intanto il leader del Pd mette sul tavolo le sue carte e rende esplicito il fatto che il «patto di legislatura» con le forze moderate andrà siglato partendo da qui. I primi incontri per discutere la «carta» saranno però interni al fronte progressista. Si parte oggi, con Nichi Vendola. Poi sarà la volta di esponenti del terzo settore (domani), dei sindacati, dell'associazionismo laico e cattolico. PATTOPROGRESSISTI EDEMOCRATICI Uguaglianza, lavoro, sviluppo sostenibile, redistribuzione, riequilibrio fiscale: il «patto dei progressisti e democratici» che il leader Pd illustra di fronte al gruppo dirigente del suo partito e a militanti e simpatizzanti che affollano il Tempio di Adriano è un documento dall'impianto valoriale prima ancora che programmatico, sintetizzato sotto il titolo, che campeggia alle spalle di Bersani, «Italia bene comune». Scenografia essenziale, con il colore rosso a dominare. Per il portavoce del Pdl Daniele Capezzone il «monocolore» è di per sé «già tutto un programma». «Non avendo argomenti per contrastare i contenuti espressi, pur di criticare se la prendono con i colori di una scenografia», controbatte il responsabile Comunicazione del Pd Stefano Di Traglia. Ma è vero che la scelta cromatica è tutt'altro che casuale. Bersani con questa operazione ha voluto calcare la connotazione del Pd come partito sì progressista, sì riformista, sì democratico, ma alla fin fine: di sinistra. «Vogliamo avviare un percorso di alternativa. Non a Monti, ma alle destre e alle loro politiche sbagliate», dice non a caso tra le prime cose. E poi è tutto un marcare la distanza con la «destra», tutto un illustrare le proposte del Pd per la prossima legislatura in contrapposizione a quanto fatto in passato dalla «destra». «Noi non crediamo all'ottimismo delle favole, quello venduto nel decennio disastroso della destra», è scritto non a caso in apertura della «carta d'intenti». Dice Bersani: «Faremo le riforme liberali che la destra non può fare, contro le posizioni dominanti e i conflitti di interessi». Poi: «La politica europea così non va, la destra ha disperso la materia prima per uscire dalla crisi, la solidarietà». E ancora: «Serve un patto di legislatura per far argine alla destra condizionata dai populisti». È essenziale per Bersani, adesso che il Pd si sta assumendo l'impegno di sostenere Monti insieme al partito di Berlusconi, mostrare le distanze rispetto al Pdl e indicare quel che intende fare quando sarà a Palazzo Chigi. La «lealtà a Monti» viene riconfermata. Ma a parte la sottolineatura sul «siamo pronti ad ogni evenienza», Bersani precisa: «Sosteniamo con le nostre idee questa fase di transizione, in quel che ci piace e in quel che non ci piace. E ci sono cose che non ci piacciono, a cominciare dalla vicenda degli esodati, alla quale va dato rimedio assolutamente». Al centro del progetto bersaniano c'è il lavoro e un'azione di governo che favorisca la redistribuzione della ricchezza e il riequilibrio fiscale. «Il primo passo da compiere è un ridisegno del sistema fiscale che alleggerisca il peso sul lavoro e sull'impresa, attingendo alla rendita dei grandi patrimoni finanziari e immobiliari». Ma siccome sa che nella prossima legislatura servirà ricostruire anche il tessuto civile e sociale, sfibrato da un quindicennio berlusconiano, Bersani dice anche che come prima legge il suo governo approverà un testo riguardante non misure economiche, ma i diritti: cittadinanza italiana per i figli di immigrati nati nel nostro Paese. E ampio spazio Bersani lo dà anche alla questione dei diritti civili: «Daremo sostanza normativa al principio riconosciuto dalla Corte costituzionale per il quale una coppia omosessuale ha diritto a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico». La «carta d'intenti» contiene però anche una parte riguardante gli «impegni vincolanti» che le forze alleate dovranno siglare in vista della prossima legislatura. A cominciare da quello a «sostenere in modo leale e per l'intero arco della legislatura l'azione del premier scelto con le primarie», ad affidare a chi guiderà la maggioranza «la responsabilità di una composizione del governo snella, sottratta a logiche di spartizione» e a «vincolare la risoluzione di controversie relative a singoli atti o provvedimenti rilevanti a una votazione a maggioranza qualificata dei gruppi parlamentari convocati in seduta congiunta». Norme che dovrebbe evitare il ripetersi di un'esperienza di governo come quella vissuta dall'Unione. Il gruppo dirigente del Pd commenta in modo positivo la «carta d'intenti», con Marco Follini che apprezza la «miscela di montismo e hollandismo». Il leader dell'Idv Antonio Di Pietro definisce invece Bersani «uno e trino». Dice il segretario Cgil Susanna Camusso che la «carta» «è utile a definire quale potrebbe essere un altro governo e un altra modalità di governare questo paese». Decreto Emilia, sventato il blitz del Pdl: volevano sanare gli abusi campani L'unica cosa certa è che il clima trai partiti della “strana maggioran-za”, in tema di riforma della legge elettorale, è meno pesante. Parlare di distensione, dopo che il Pdl aveva vagheggiato un colpo di mano con la complicità della Lega, sarebbe un azzardo. Ma il nuovo appello del Capo dello Stato per uno «sforzo responsabile» sembra aver allontanato l'idea del blitz in Senato dell'asse forzaleghista, e rimesso in moto il lungo e defatigante dialogo tra Pd e Pdl per arrivare a una riforma condivisa del Porcellum. Una tessitura complicatissima, sempre soggetta ai repentini strappi del Cavaliere, che però è faticosamente ricominciata. Difficile, quasi impossibile che si arrivi a un'intesa su un testo prima della pausa estiva. Ma il comitato ristretto del Senato (gli 8 esperti incaricati di trovare una bozza condivisa) ha deciso di provarci. Almeno a fissare un percorso, una road map, per arrivare a un accordo in Aula per ottobre. Si vedranno oggi pomeriggio, e poi «altre due o tre volte» nel giro di pochi giorni, prima di andare in ferie. La base di lavoro resta quella delle ultime settimane: un proporzionale con sbarramento al 5%, con una quota intorno al 30% di parlamentari eletti con liste bloccate e un 70% scelto con collegi o preferenze. Anche l'ipotesi di mediazione resta quella di cui si è parlato: il Pd potrebbe accettare un premio di seggi al primo partito (ma solo se superiore al 10%) e il Pdl rinunciare alle preferenze e accettare i collegi uninominali proposti dai democratici. A corroborare l'ipotesi di una retromarcia del Cavaliere ci hanno pensato ieri il presidente del Senato Schifani e Gaetano Quagliariello, uno dei mediatori del Pdl. Il primo ha fatto due passi indietro rispetto alle sue parole di venerdì, quando ipotizzando un via libera «a maggioranza» sembrava aver dato il suo timbro all'ennesimo strappo Pdl-Lega. «Io non non tifo per una legge scritta da una stretta maggioranza», ha detto Schifani alla tradizionale cerimonia del Ventaglio. E ha aggiunto: «Auguro un accordo tra i partiti di maggioranza sulla legge elettorale per evitare ripercussioni sul governo». Ancora più chiaro Quagliariello: «Il Pdl non ha alcuna intenzione di cercare maggioranze alternative sulla legge elettorale a quella che sostiene il governo Monti». Ieri il Pdl ha comunque depositato in Senato la sua proposta, che prevede il premio del 10% al primo partito, e tre preferenze (di cui almeno una a una donna, pena la nullità delle preferenze espresse dopo la prima). Nella proposta Pdl, oltre allo sbarramento al 5% per la Camera, ce n'è uno all'8% a livello regionale per il Senato e la clausola salva-Lega, che consente di avere deputati anche alle forze che non arrivano al 5% su base nazionale, purché superino il 10% in 5 circoscrizioni. Oggi nella seduta del comitato ristretto anche Enzo Bianco, relatore in quota Pd, presenterà un «documento di lavoro». Non batterà i pugni sull'ipotesi ufficiale dei democratici (il doppio turno alla francese), ma farà un ragionamento su un modello di tipo ispano tedesco, su cui c'era stato accordo nella scorsa legislatura (la cosiddetta “bozza Bianco”) e su cui avevano lavorato nei mesi scorso Violante e Quagliariello; un «mix di uninominale e proporzionale» aperto a vari approdi. Nel Pd non si sono ancora del tutto dissipati i dubbi sull'affidabilità del Pdl. Anzi, c'è il sospetto che non si voglia arrivare all'intesa neppure in autunno, e che gli stratagemmi e i diversivi non siano finiti. Prima il tentativo di blitz con la Lega, ora la nuova apertura al dialogo. «Tutti mezzucci per prendere tempo e non cambiare il Porcellum», spiega una fonte Pd. E tuttavia stavolta i democratici vogliono costringere il Pdl a scoprire le carte. Mostrandosi più «flessibili», anche sul premio al primo partito. «In questo modo il Cavaliere non avrà più alibi...». Il vicesegretario Enrico Letta ha esplicitato questa linea ieri a un convegno sul tema promosso dal Forum di Todi, cui hanno partecipato anche Quagliariello e Casini: «Siamo pronti a ragionare anche su ipotesi diverse dalle nostre su premio e preferenze: ma bisogna fare in fretta, anche tenendo aperte le Camere in agosto. Schifani non usi tattiche dilatorie...». Italia bene comune Il segretario Pd lancia le proposte per il governo del Paese Tra i punti anche la cittadinanza per gli immigrati e i diritti per le coppie gay Ci hanno provato ancora una volta, i parlamentari campani del Pdl, a far passare il condono per gli abusi edilizi che hanno devastato la regione, squassato il territorio di Ischia e delle isole pontine. Un blitz tentato ieri al Senato, approfittando del decreto legge sul terremoto in Emilia, e «sventato» dal governo che, a sorpresa, ha posto la fiducia al dl di sostegno alle popolazioni colpite dal sisma. I diciannove senatori del Pdl, tra i quali l'ex ministro della Giustizia Nitto Palma, avevano infilato nel decreto un emendamento che avrebbe permesso una sanatoria dell'abusivismo in Campania. Il tentativo, ancora una volta, era quello di bloccare la demolizione delle case abusive, una vera piaga per il Sud. Così nell'aula di Palazzo Madama 19 senatori campani del Pdl e di Coesione nazionale hanno depositato l'emendamento, provocando malumori negli altri gruppi. E, per indorare la pillola si stabiliva che il 50 per cento dei soldi che sarebbero entrati nelle casse dello Stato con la «sanatoria» edilizia, sarebbero andati ai territori colpiti dal sisma in Emilia. I firmatari dell'emendamento trappola erano: Sarro, Palma, Giuliano, De ILDOCUMENTO L'ITALIAELACRISI S.C. ROMA Bersani lancia la sfida dei democratici: «Noi siamo pronti» . . . L'ipotesi di mediazione: il Pd accetta il premio al primo partito, il Pdl apre sui collegi IlpresidentedelSenato oraauspicauntesto condiviso.Riprende latrattativatra ipartiti maormaièsfumato ilvotoprimadell'estate ANDREACARUGATI ROMA IL CASO NATALIA LOMBARDO ROMA Allepagine 14e15 ampi stralcidella«Cartad'intenti»,presentata ieri daPier LuigiBersani come baseper ilPatto dei democraticie dei progressisti Legge elettorale, intesa possibile ma la destra rallenta 2 mercoledì 1 agosto 2012
Medaglia d'oro alla disoccupazione, che segna un nuovo record a giugno e si posizione a quota 10,8 per cento. Un primato che vale solo in casa nostra e non basta ancora a sbaragliare la media dell'Eurozona, dove in diciassette Paesi con la moneta unica il tasso dei senza lavoro è di 0,4 punti più alto di quello italiano e si contano diciotto milioni di braccia conserte. Di questi, quasi tre - 2 milioni e 800mila per l'esattezza - hanno residenza in Italia e spesso sono donne e giovani. Ma anche gli uomini non scherzano: col tempo la crisi cerca di livellare le discriminazioni di età, genere e provenienza (geografica). UNACIFRA MAIVISTA I ritmi di crescita della disoccupazione, dice l'Istat, segnano aumenti di tre decimi percentuali da maggio a giugno e di 2,7 punti in un anno: in termini assoluti si trasforma in un record storico assoluto, una cifra mai vista almeno da quando sono cominciate le rilevazioni statistiche, cioè dal lontano 1992. Unica nota positiva, se così può dirsi, è che il mostruoso 35 per cento di giovani (15-24 anni) disoccupati nel mese di maggio a giugno si è ridotto di un punto. In seicentomila restano in giro per agenzie di lavoro in cerca di un'occupazione, che è sempre più precaria (otto assunzioni su dieci). Complessivamente i disoccupati sono aumentati di 760mila unità in un anno. In un quadro del genere c'è chi riprende le parole del premier, che ieri ha iniziato a vedere la luce in fondo al tunnel. Luigi Angeletti, per esempio: «Se per uscire dalla crisi si intende il tentativo di salvare l'euro - dice il segretario Uil - credo forse l'operazione è raggiungibile. Se per la crisi si intende quella vera, ovvero la perdita di posti di lavoro e la recessione, allora non siamo per nulla all'uscita del tunnel». Dalla Uil alla Cgil, che imputa lo stallo del mercato del lavoro alle scelte del governo tecnico. E nell'evidenziare «l'urgenza dell'adozione di un piano straordinario per il lavoro», la segretaria confederale Serena Sorrentino punta il dito contro la ministra Fornero: «Il provvedimento sul lavoro - dice la sindacalista - con l'annessa diminuzione delle coperture sugli ammortizzatori, combinato con l'allungamento dell'età pensionabile ha determinato un corto circuito nel mercato del lavoro». «È troppo presto per vedere gli effetti della riforma», sostiene per contro Giorgio Santini, segretario Cisl, che vede con timore un possibile nuovo record, quello dei tre milioni di senza occupazione. «Ridistribuire il carico fiscale a tutela dei redditi più bassi e delle famiglie e attuare politiche di rilancio», è l'unica via che vede il sindacato di Raffaele Bonanni per uscire dal tunnel del (non) lavoro. Un concetto ripreso dal democratico, ex sindacalista proprio della Cisl, Sergio D'Antoni, che chiede al governo di non commettere «l'errore più grave che si può fare in questo momento: distinguere la questione economica dalla questione sociale». Per il resto, il fronte politico - opposizione e maggioranza - punta quasi tutto il governo. ALPALO Tornando ai numeri, l'altro lato della medaglia è l'occupazione. L'Istat sostiene che a giugno di quest'anno gli occupati sono diminuiti di un decimo di punto rispetto al mese precedente. In Italia, questa primavera, lavoravano quasi 23 milioni di persone (22,9). Lavoravano spesso in imprese e industrie che, secondo l'ultimo rapporto di Mediobanca sulle cinquanta maggiori società quotate italiane, hanno perso da qualche parte gli ultimi quattro anni. Dal 2008, il margine operativo netto delle società analizzate è salito del 3,8 per cento solo grazie alle acquisizioni all'estero, come quella di Enel sulla spagnola Endesa e di Fiat sulla americana Chrysler. Mentre in casa «l'attività nazionale langue». GIUSEPPE VESPO MILANO IL COMMENTO STEFANOSEMPLICI Studenti all'università La Sapienza di Roma FOTO ANSA L'APPELLO Disoccupazione, un altro record I sindacati accusano l'esecutivo Senza lavoro 2,8 milioni di persone Mediobanca: l'industria italiana non cresce da anni SEGUEDALLAPRIMA In sostanza, l'intervento veniva limitato ad una sorta di disincentivo «punitivo» per gli studenti in ritardo nella tabella di marcia, e comunque fissando un tetto del 25 per cento di aumento per la stragrande maggioranza degli interessati. Il ritardo nel conseguimento della laurea è spesso motivato da ragioni diverse dalla pigrizia degli studenti, a partire dal diffuso disinteresse di troppi docenti per le loro responsabilità didattiche, ma il segnale acceso su quella che resta una evidente patologia del nostro sistema universitario era opportuno e lo strumento, per quanto discutibile, non assomigliava comunque a una scure. Ma poi in Aula è arrivata la sorpresa. Nel suo maxi-emendamento il governo ha cambiato una parola e, così facendo, ha cambiato tutto, tornando sostanzialmente all'impostazione originaria. Tutti gli «importi» a carico dei fuori corso, e non più solo gli «incrementi» rispetto alla contribuzione prevista per gli studenti «in regola», sembrano nuovamente esclusi dal calcolo della cifra complessiva delle tasse che le università possono far pagare ai loro studenti. Un confronto che è stato serrato, ma sincero e nel quale il governo aveva ribadito l'intenzione di non voler scaricare sui giovani il costo del progressivo definanziamento dell'università pubblica, è risultato alla fine inutile. Ci saranno più tasse potenzialmente molte più tasse per tutti coloro il cui Isee familiare supera i 40 mila euro. Con l'aggravante che le parole per spiegare e giustificare arriveranno solo ora che il Senato ha approvato un testo che è radicalmente diverso da quello, sul quale era stato raggiunto un ragionevole consenso e che è passato così quasi di soppiatto. Il tema delle tasse universitarie va affrontato senza preclusioni ideologiche e senza dimenticare che l'attuale sistema ha anche perversi effetti redistributivi a vantaggio di chi meno ne avrebbe bisogno. Ma non si può accettare che provvedimenti di questa portata vengano varati senza aver percorso fino in fondo la strada di parole chiare e distinte, pronunciate a viso aperto, che sono le uniche delle quali la politica italiana ha bisogno in questo difficilissimo momento. Si può solo sperare che il governo ritrovi subito il coraggio di queste parole, che pure ha saputo usare in questi mesi in diverse occasioni, insieme alla misura che caratterizzava anche il testo uscito dalla commissione Bilancio del Senato e che è purtroppo ormai perduto. Resta, per il momento, anche la perplessità sul merito, sulle conseguenze di questo provvedimento. Si trasmette l'idea che lo Stato continuerà a ridurre il suo impegno anche in questo settore, il che può apparire inevitabile quando tutti sanno che rivedere la spesa significa in questo momento semplicemente tagliarla, e non spendere meglio e magari di più riducendo gli sprechi. Ma è proprio per questo che sarebbe necessario almeno uno sforzo di rilancio dell'idea di università. Uno sforzo che, purtroppo, non si vede, come non si è visto il provvedimento per la valorizzazione della capacità e del merito, ma anche della responsabilità educativa e sociale nella scuola e nell'università che il governo aveva annunciato come imminente. Anche intorno a quel testo si era subito acceso un dibattito di forti argomenti e passioni. Ma è da quell'obiettivo che occorre ripartire. È triste aver rinunciato a far crescere il livello della responsabilità educativa e sociale nelle nostre università per accontentarsi di aumentare quello delle tasse. Perché la scelta del governo è inaccettabile TRASFERIMENTI Per leRegioni lasforbiciata ai trasferimentivale 700 milioni nel 2012,un miliardo i successivi due anni.Per iComuni si trattadi500 milioni in menoquest'anno, 1,5 miliardi in meno ilprossimo. Ottocentomilioni verrannosbloccati perpagare i debiti contratti con le imprese.Salta l'obbligoper le autonomie localidi tagliareo accorpareenti eagenzie,ma resta l'obiettivodi ridurne la spesa almeno del20%. Escluse dai tagli le istituzioni chegestisconoservizi socio-assistenziali, educativi e culturali.Resta l'incognitache riguarda il trasportopubblico locale, chesicuramentesubiràdei tagli nonostante l'emendamentoche vincola leRegioni aspendere soloper ilTpl i soldi che lo Stato trasferisce. SANITÀ Entronovembre leRegionidovranno tagliare i posti lettoad un livellodi 3,7 ogni 1000abitanti (oggi è 4).Tagli anchealle remunerazioniche ricevono i convenzionati.Mini-svolta per i farmaci:nella ricetta -stabilisce ilmaxi-emendamento-va indicato il principioattivodel farmaco. Con l'ultimamodifica, cherappresenta unaparziale marcia indietrosul filo di lana, ilmedico può indicare anche la marcadel farmaco che, se accompagnatada spiegazione, diventavincolante per i farmacisti. Quantoalle farmacie,vengono limati gli scontia caricodelle farmacieche scendonodal 3,65al 2,25, mentre quelli acarico delle aziende scendonodal 6,5%al 4,1%.Poidal 2013dovrà partire il nuovo«sistema di remunerazionedella filiera». ImpreseaMonti:unpattoper l'Italiae l'euro Unappelloal governoe ai partiti, un nuovopattodelle impreseper l'Italia, l'Europae per l'euro.Unanno dopo la prima iniziativa che levide parlare conuna vocesola, leorganizzazioni imprenditoriali sono di nuovo insieme eoggi presentano undocumento di propostecondiviseda presentare all'esecutivo.Confindustria, Abi,Rete imprese Italia,Aniae Alleanza delle cooperative firmano un documento didiecipunti imperniatosulla necessitàdi «ulteriori riforme strutturali»chepossano «consolidare lacredibilitàdel Paese»e «rilanciare lacompetitività» dell'economia italiana.Untesto ampio che indica strumentie obiettiviper il risanamentodeiconti pubblici inuno spiritoche le impresedefiniscono «assolutamentepropositivo» con Monti.È già lungo ilpercorso comune fatto finqui, con forti presedi posizionenei momenti piùdelicati dellacrisi, enei passaggi chiavedel percorsodi riforme. Diun certo peso fu l'iniziativa - dai toni anche drammatici - presa il4agostodi un annofaquando, con l'Italia sul precipiziodella crisidell'eurodebito, leparti sociali, questavolta con insiemeai sindacati,presentaronoa palazzoChigi sei capitoli fittidi proposteper spingere ilgoverno Berlusconiavarare«un drastico programmaper rilanciare la crescita».A fine settembre l'assesi rinnovòcon«manifesto delle imprese», sei capitoli dimisure dal fiscoalle pensioni e allapubblica amminsitrazione.Fino all'appello di oggichesarà illustrato dal presidente diConfindustria GiorgioSquinzi, quellodell'Abi, GiuseppeMussari,da AldoMinucci (Ania)dal presidente di turnodiRete Imprese Italia Giorgio Guerrini, e quello dell'Alleanza delle cooperativeLuigi Marino. . . . Il testo è radicalmente cambiato rispetto a quello su cui era stato raggiunto un compromesso Menofondi perglienti locali Servizia rischio Scuresuiposti letto Salvati i farmaci con lagriffe . . . In 12 mesi l'esercito è cresciuto di 760mila unità. A casa il 35% dei giovani tra 15 e 24 anni . . . Si trasmette l'idea che lo Stato continuerà a ridurre il suo impegno anche in questo settore mercoledì 1 agosto 2012 7
L'Italia ce la farà se ce la farannogli italiani. Se il Paese che lavora,o che un lavoro lo cerca, che stu-dia, che misura le spese, che dedi-ca del tempo al bene comune,che osserva le regole e ha rispetto di sé, troverà un motivo di fiducia e di speranza. L'Italia perderà se abbandonerà l'Europa e si rifugerà nel suo spirito corporativo, se prevarrà l'interesse del più ricco o del più arrogante. Se speranza e riscatto non saranno il capitale di un popolo ma scialuppe solo per i furbi e i meno innocenti. Questa Carta d'Intenti vuole descrivere l'Italia che ce la può fare, che ce la può fare ricostruendo basi etiche e di efficienza economica; che ce la può fare con uno sforzo comune in cui chi ha di più dà di più. Sappiamo che la politica ha le sue colpe. E che quanto più profonda si manifesta la crisi, tanto più le classi dirigenti devono testimoniare il meglio: nella competenza, nella condotta, nella coerenza. Questo sarà il nostro impegno e la bussola per il nostro compito. Con la stessa sincerità, diciamo che non siamo tutti uguali. Non sono uguali i partiti, le persone, le responsabilità. Gli italiani sono finiti dove mai sarebbero dovuti stare perché a lungo sono stati governati male. Noi vogliamo chiudere quella pagina e aprirne un'altra. L'Italia, come altre grandi nazioni, è immersa nella fine drammatica di un ciclo della storia che ha occupato l'ultimo trentennio (...). Questo è il momento di decidere cosa vogliamo diventare. Quale ruolo dare a una nazione con la nostra tradizione, situata nel cuore di un Mediterraneo che le rivolte giovanili stanno modificando come mai era accaduto. Quale democrazia rifondare, dopo una crisi che ha corretto i confini della sovranità dei singoli stati. Insomma questo è il momento di ricostruire l'Italia che lasceremo a chi verrà dopo. Il prossimo Parlamento e il governo che gli elettori sceglieranno avranno tre compiti decisivi. Dovranno guidare l'economia fuori dalla crisi rimettendola salda sulle gambe. Dovranno ridare autorità, efficienza e prestigio alle istituzioni e alla politica, ripartendo dai principi della Costituzione. Dovranno rilanciare - in un gioco di squadra con le altre nazioni e i loro governi - l'unità e l'integrazione politica dell'Europa. Vogliamo dunque proporre la traccia di una discussione aperta sull'Italia attorno ad alcune idee fondamentali. Cerchiamo un patto con le forze politiche democratiche, progressiste e di una sinistra di governo, con movimenti e associazioni, con amministratori, con ogni persona e personalità che voglia contribuire a un progetto per uscire da una crisi senza eguali nella nostra memoria. Una crisi che affrontiamo con la zavorra di un debito pubblico da ridurre drasticamente e che richiederà scelte responsabili, di rigore e allo stesso tempo di enorme coraggio (...). VISIONE Noi non crediamo all'ottimismo delle favole, quello venduto nel decennio disastroso della destra. Crediamo, invece, in un risveglio della fiducia e soprattutto nel futuro degli italiani, a cominciare dai più giovani e dalle donne. I problemi sono enormi e il tempo per aggredirli si accorcia. Le scelte da compiere non sono semplici né scontate. Ma la speranza che ci muove vive tutta nella convinzione che si possano combinare rigore e cambiamento. Che si possa agganciare la crescita in un quadro di equità. Il nostro posto è in Europa. Lì dove Mario Monti ha avuto l'autorevolezza di riportarci dopo una decadenza che l'Italia non meritava. Noi collocheremo sempre più saldamente l'Italia nel cuore di un'Europa da ripensare e, in qualche misura, da rifondare. Lo faremo assieme a quelle forze progressiste che cercano in un tempo difficile di non tradire il sogno di un'Europa unita nell'impronta della sua civiltà. In “casa” dovremo colmare la faglia che si è scavata tra cittadini e politica. Qui non bastano le parole. Serviranno i comportamenti, le azioni, le coerenze. Cercheremo di andare nella direzione giusta: di fare in modo che la buona politica e una riscossa civica procedano affiancate. Il traguardo è ricostruire quel patrimonio collettivo che la destra e i populismi stanno disgregando: la qualità della democrazia, la dignità di ciascuno, legalità, cittadinanza, partecipazione. La realtà è che mai come oggi nessuno si salva da solo. E nessuno può stare bene davvero, se gli altri continuano a stare male: è questo il principio a base del nostro progetto, sia nella sfera morale e civile che in quella economica e sociale. Vogliamo che il destino dell'Italia sia figlio della migliore civiltà dell'Europa (...). DEMOCRAZIA Dobbiamo sconfiggere l'ideologia della fine della politica e delle virtù prodigiose di un uomo solo al comando. È una strada che l'Italia ha già percorso, e sempre con esiti disastrosi. In democrazia ci sono due modi di concepire il potere. Usare il consenso per governare bene. Oppure usare il governo per aumentare il consenso. La prima è la via del riformismo. La seconda è la scorciatoia di tutti i populismi e si traduce in una paralisi della decisione. Per noi il populismo è il principale avversario di una politica autenticamente popolare. In questi ultimi anni esso è stato alimentato da un liberismo finanziario che ha lasciato i ceti meno abbienti in balia di un mercato senza regole. La destra populista ha promesso una illusoria protezione dagli effetti del liberismo finanziario innalzando barriere culturali, territoriali e a volte xenofobe. Anche quando questo populismo ha pescato il suo consenso all'interno di un disagio diffuso e reale, il suo esito è sempre stato antipopolare. La sola vera risposta al populismo è in una partecipazione rinnovata come base della decisione. E questo perché la crisi della democrazia non si combatte con “meno” ma con “più” democrazia. Il che significa più rispetto delle regole, una netta separazione dei poteri e l'applicazione corretta e integrale di quella Costituzione che rimane tra le più belle e avanzate del mondo. In questo senso siamo convinti che il suo progetto di trasformazione civile, economica e sociale sia vitale e per buona parte ancora da mettere in atto. Vogliamo dare segnali netti all'Italia onesta che cerca nelle istituzioni un alleato contro i violenti, i corruttori e chiunque si appropri di risorse comuni mettendo a repentaglio il futuro degli altri. Per noi ciò equivarrà alla difesa intransigente del principio di legalità, a una lotta decisa all'evasione fiscale, al contrasto severo dei reati contro l'ambiente, al rafforzamento della normativa contro la corruzione e a un sostegno più concreto agli organi inquirenti e agli amministratori impegnati contro mafie e criminalità, vero piombo nelle ali per l'intero Paese. Sono questi gli impegni inderogabili e le coerenze richieste alla politica se vogliamo che i cittadini abbiano di nuovo fiducia nella democrazia. Sulla riforma dell'assetto istituzionale, siamo favorevoli a un sistema parlamentare semplificato e rafforzato, con un ruolo incisivo del governo e la tutela della funzione di equilibrio assegnata al Presidente della Repubblica. Riformuleremo un federalismo responsabile e bene ordinato che faccia delle autonomie un punto di forza dell'assetto democratico e unitario del Paese. Sono poi essenziali norme stringenti in materia di conflitto d'interessi, legislazione antitrust e libertà dell'informazione, secondo quei principi liberali che la destra italiana disconosce. Bisogna attuare a tutti i livelli la democrazia paritaria nell'idea che autonomia e responsabilità delle donne siano una leva essenziale della crescita. Ma soprattutto daremo vita a un meccanismo riformatore che dia finalmente concretezza e certezza di tempi alla funzione costituente della prossima legislatura. Infine, ma non è l'ultima delle priorità, la politica deve recuperare autorevolezza, promuovere il rinnovamento, ridurre i suoi costi e la sua invadenza in ambiti che non le competono. Serve una politica sobria perché se gli italiani devono risparmiare, chi li governa deve farlo di più. A ogni livello istituzionale non sono accettabili emolumenti superiori alla media europea. Ma anche questo non basta. Va approvata una riforma dei partiti, che alla riduzione del finanziamento pubblico affianchi una legge di attuazione dell'articolo 49 della Costituzione, e bisogna agire per la semplificazione e l'alleggerimento del sistema istituzionale e amministrativo. Occorrono piani industriali per ogni singola amministrazione pubblica al fine di produrre efficienza e risparmio. Riconoscere il limite della politica e dei partiti significa anche aprire il campo alle richieste d'impegno e mobilitazione che maturano nella società ed alle competenze che si affermano. Tutto ciò dovrà essere messo al concreto a cominciare dalle nomine in enti, società pubbliche e autorità di sorveglianza e da criteri di selezione nelle funzioni di governo. EUROPA La crisi che scuote il mondo mette a rischio l'Europa e le sue conquiste di civiltà. Ma noi siamo l'Europa, nel senso che da lì viene la sola possibilità di affrancare l'Italia dai guasti del collasso liberista, e quindi le sorti dell'integrazione politica coincidono largamente col nostro destino. Insomma non c'è futuro per l'Italia se non dentro la ripresa e il rilancio del progetto europeo. La prossima maggioranza dovrà avere ben chiara questa bussola: nulla senza l'Europa. Per riuscirci agiremo in due direzioni. In primo luogo, rafforzando la piattaforma dei progressisti europei. Se l'austerità e l'equilibrio dei conti pubblici, pur necessari, diventano un dogma e un obiettivo in sé senza alcuna attenzione per occupazione, investimenti, ricerca e formazione - finiscono per negare se stessi. Adesso c'è bisogno di correggere rotta, accelerando l'integrazione politica, economica e fiscale, vera condizione di una difesa dell'Euro e di una riorganizzazione del nostro modello sociale. La sfida - e questa è la seconda direzione da imboccare - è portare a compimento le promesse tradite della moneta unica e integrare la più grande area commerciale del pianeta - perché questo siamo, e tuttora - in un modello di civiltà che nessun'altra nazione o continente è in grado di elaborare. Salvare l'Europa nel pieno della crisi significa condividere il governo dell'emergenza finanziaria secondo proposte concrete che abbiamo da tempo avanzato assieme ai progressisti europei. Tali proposte determinano una prospettiva di coordinamento delle politiche economiche e fiscali. E dunque nuove istituzioni comuni, dotate di una legittimazione popolare e diretta. A questo fine i progressisti devono promuovere un patto costituzionale con le principali famiglie politiche europee. Anche per l'Europa, infatti, la prossima sarà una legislatura costituente in cui il piano nazionale e quello continentale saranno intrecciati stabilmente. Una legislatura nella quale dovrà rivivere l'orizzonte ideale degli Stati Uniti d'Europa. Qui vive la ragione che ci spinge a cercare un accordo di legislatura con le forze del centro moderato. Collocare il progetto di governo italiano nel cuore della sfida europea significa essere alternativi alle regressioni nazionaliste, anti-europee e populiste, da sempre incompatibili con le radici di un'Europa democratica, aperta, inclusiva. LAVORO La nostra visione assume il lavoro come parametro di tutte le politiche. Cuore del nostro progetto è la dignità del lavoratore da rimettere al centro della democrazia, in Italia e in Europa. Questa è anche la premessa per riconoscere la nuova natura del conflitto sociale. Fulcro di quel conflitto non è più solo l'antagonismo classico tra impresa e operai, ma il mondo complesso dei produttori, cioè delle persone che pensano, lavorano e fanno impresa. E questo perché anche lì, in quella dimensione più ampia, si stanno creando forme nuove di sfruttamento. Il tutto, ancora una volta, per garantire guadagni e lussi alla rendita finanziaria. Bisogna perciò costruire alleanze più vaste, oltre i confini tradizionali del patto tra produttori. La battaglia per la dignità e l'autonomia del lavoro, infatti, riguarda oggi il lavoratore precario come l'operaio sindacalizzato, il piccolo imprenditore o artigiano non meno dell'impiegato pubblico, il giovane professionista sottopagato al pari dell'insegnante o del ricercatore universitario. Il primo passo da compiere è un ridisegno profondo del sistema fiscale che alleggerisca il peso sul lavoro e sull'impresa, attingendo alla rendita dei grandi patrimoni finanziari e immobiliari. Quello successivo è contrastare la precarietà, rovesciando le scelte della destra nell'ultimo decennio e in particolare l'idea di una competitività al ribasso del nostro apparato produttivo, quasi che rimasti orfani della vecchia pratica che svalutava la moneta, la risposta potesse stare nella svalutazione e svalorizzazione del lavoro. Il terzo passo è spezzare la spirale perversa tra bassa produttività e compressione dei salari e dei diritti, aiutando le produzioni a competere sul lato della qualità e dell'innovazione, punti storicamente vulnerabili del nostro sistema. Quarto passo è mettere in campo politiche fiscali a sostegno dell'occupazione femminile, ancora adesso uno dei differenziali più negativi per la nostra economia, in particolare al Sud. Farlo significa impegnarsi per sradicare i pregiudizi sulla presenza delle donne nel mondo del lavoro e delle professioni. A tale scopo è indispensabile alleggerire la distribuzione del carico di lavoro e di cura nella famiglia, sostenendo una riforma del welfare e vaEuropa, lavoro, uguaglianza e diritti La sfida Spingere il cambiamento verso un progresso e un civismo più solidi per ricostruire le basi etiche ed economiche del Paese. Bisogna sconfiggere l'ideologia della fine della politica e l'idea di un uomo solo al comando. Il populismo è l'avversario ILDOCUMENTO Pubblichiamo ampi stralci della Carta d'Intenti, presentata ieri da Pier Luigi Bersani come base per un Patto dei Democratici e dei Progressisti 14 mercoledì 1 agosto 2012
LONDRA2012 Regina senza trono Si è chiusa un'era Un pomeriggio di medaglie mancate e di temperature novembrine, le guide per turisti consigliano di infilarsi nei musei. A Londra questo viene particolarmente comodo per due motivi: ce ne sono molti, e sono gratuiti, però è gentile lasciare una donazione. Nel più pasciuto di questi posti, il British Museum, siamo finiti ieri, per vedere da venti centimetri la Stele di Rosetta, che tanto aveva abitato la fantasia nei giorni remoti della scuola. Un metro di lastra in basalto, piuttosto pesante, quasi 800 chili, che è stata fondamentale per capire appieno la civiltà egiziana, restituendo ai nostri dirimpettai del mediterraneo la capacità di un sistema di scrittura assai moderno. La pietra fu incisa nel 196 avanti Cristo, e lo stesso decreto in onore del faraone Tolomeo V è steso in tre lingue differenti, come una moderna guida d'istruzioni per elettrodomestici. Allora, si usava il demotico e il greco, che seguono nella stele la parte in geroglifico. Se Napoleone non fosse stato megalomane e curioso, sarebbe rimasta lì, accatastata nel porto di Rosetta (oggi Rashid). Per farla breve: comparando i geroglifici - ritenuti per duemila anni solo disegni simbolici - al greco, si è potuto decifrare e ricostruire un linguaggio completo, di termini e forme. Se per capire il modo di esprimersi degli egiziani ci sono voluti 20 secoli, per capire l'ineluttabile parabola della nostra migliore atleta della storia olimpica erano bastate le prime bracciate di tre giorni fa. Una campionessa che si offre alle sue avversarie, così fresche e leggere, non manca certo di coraggio, ma semmai di analisi psicologica, che è vietata a chi è abituato a dominare. Se i 400 metri sono da sempre una vera angoscia, quasi mai controllata - eppure quando ha saputo dominare la sua paura della lunga distanza Federica Pellegrini è stata più forte di tutte, e suo è il record del mondo - i 200 metri erano il rifugio, il cantuccio dove restare sola, e tenere fuori le altre: non perdeva questa gara da 4 anni. Il gruppo degli ottimisti - che per fortuna non manca mai in nessun viaggio - vedeva il quinto posto di sabato come un tirocinio verso la solita vittoria. Il gruppo dei pessimisti - che per sfortuna ha quasi sempre ragione - riusciva a valutare due tendenze, due strade che una volta imboccate sono irreversibili. Federica non riusciva più a trasformare la sua nuotata potente in scorrimento: in pratica, schiaffeggiava l'acqua, come se l'avesse in torto. I tempi in questo sport sono l'unico riscontro attendibile, e quest'anno la nostra atleta non è mai stata veloce, ingannandosi con vittorie (come all'Europeo) di valore statistico ma non cronometrico, e dunque assoluto. Si può vincere anche camminando sul viale del tramonto, pescando nel serbatoio infinito che è la classe e il carisma, nient'altro che il cemento con cui sono impastati i campioni, ma questo desiderio è frustrato dall'altro argomento, più carogna del primo, perché fuori portata anche per Federica. Le avversarie. Allison Schmitt e Camille Muffat sono appena più giovani della veneta, un anno le rende la francese, e due l'americana. Ma l'anagrafe sportiva è più impietosa: le due ragazze che hanno dominato 400 e 200 stile libero sono all'alba della loro carriera, i loro tempi calano mese dopo mese, le loro mani scivolano nell'acqua con leggerezza, si allungano in carezze per riemergere vigorose. Anche per loro verrà la stanchezza, anche per loro la luce si farà rosso fioca, come in tutti i tramonti. Ma adesso possiamo solo ammirare il loro superbo esercizio. Lo potrà fare anche Federica, con calma, perché adesso qualcosa cambierà: “Sì, mi fermo, voglio studiare, cominciare l'Università, imparare l'inglese, poi tornerò”, e noi le auguriamo solo di saper vivere come ha saputo vincere, perché tornare è impossibile, patetico (l'antica rivale Laure Manaudou rientrata alle gare quest'anno è stata ultima, qui). È finita così una giornata sbagliata, anche per Phelps, che ha singhiozzato proprio l'ultima, decisiva bracciata. Ma noi è andata peggio: Magnini e Dotto e tutti gli altri, addolorati dalla sconfitta, si sono ammutinati, seppellendo tutto il movimento natatorio con un sacco di parole che Bartali avrebbe riassunto così: “L'è tutto sbagliato, tutto da rifare”. I tecnici, assassinati a freddo, hanno chiesto e ottenuto una condivisione più palese delle colpe. Fra le altre cose, Magnini accusa specificatamente i metodi di preparazione, a suo dire completamente inadatti. Mai si è saputo che l'Isola dei famosi, bazzicata dal bel pesarese, fosse disciplina olimpica (ma c'è sempre tempo). MARCOBUCCIANTINI INVIATO A LONDRA ILMEDAGLIERE Oggi in gara Kayak maschile Ciclismo Crono donne (Cantele e Guderzo) e uomini (Pinotti) Pallanuoto f. Italia-Russia Judo 90 kg u. e 70 kg d. Tutti gli occhi sono puntati su Shiwen Ye. Ha 16 anni, viene da Zhejiang, è alta 1,72 e pesa 64 chili. Segni particolari? Un record del mondo «strabiliante» nei 400 misti (4'28''43, meglio di più di un secondo rispetto al 4'29''45 dell'australiana Stephanie Rice alle Olimpiadi di Pechino) e un record olimpico - ma senza impegnarsi più di tanto - nella semifinale dei 200 misti (2'08''39). «Domenica nell'ultima frazione dei 400 misti è andata più veloce di campioni come Ryan Lochte e Michael Phelps - ha detto John Leonard, direttore esecutivo della World Swimming Coach Association - È incredibile e inquietante. Mi ha ricordato le nuotatrici dell'Europa orientale... ». Il chiaro riferimento è al doping (di Stato). Alle risposte sdegnate dalla Cina («Noi siamo puliti»), qualcuno ha insinuato il ricorso al cosiddetto doping genetico, cioè l'ultima frontiera della «scienza del male». Da tempo si è notato che il mondo degli atleti ad alto livello è pieno di mutazioni geniche particolari. Ad esempio si è scoperto che lo sciatore di fondo finlandese Mäntyranta, che vinse tre medaglie d'oro negli anni Sessanta, aveva una mutazione che rendeva i suoi recettori dell'Epo più efficienti. Mentre quasi tutti gli sprinter olimpionici sono portatori di una variante del gene ACTN3, chiamata 577R, che, non a caso, è presente nell'85% della popolazione africana e solo nel 50% degli eurasiatici. Gli avanzamenti nella terapia genica rendono sempre più possibile pensare di modificare il Dna di un atleta accendendo o spegnendo qualche gene. Sarebbe immorale? C'è chi dice che non sia giusto neppure far competere persone che hanno un vantaggio dalla nascita con chi questo vantaggio non ce l'ha. Anche nel caso della terapia genica ci sono possibili effetti collaterali, ad esempio reazioni immunitarie al virus usato per portare il materiale genetico nella cellula ospite. Ma, tra gli addetti ai lavori c'è anche chi lancia una provocazione. Dal momento che l'uso di sostanze capaci di aumentare le prestazioni è ormai così esteso e così difficile da individuare, l'unica opzione realistica è quella di renderlo legale. Ognuno potrebbe così usare quello che gli pare, a patto, naturalmente, che non faccia male alla salute. È la proposta-choc contenuta in un articolo pubblicato sulla rivista scientifica inglese Nature, realmente sostenuta da alcuni ricercatori che si occupano di doping e di questioni ad esso collegate. Ad esempio, Andy Miah, bioeticista dell'università della Scozia occidentale, dice: «Se l'obiettivo è proteggere la salute, allora la strada migliore da percorrere è quella di un doping controllato. Accanto all'Agenzia mondiale antidoping, dunque, potrebbe nascere un'Agenzia mondiale pro-doping il cui obiettivo sarebbe investire nei modi meno rischiosi per migliorare le prestazioni». SCENARIDRAMMATICI Ammettiamo che la proposta di Miah trovi ascolto, quali sono le tecniche che potrebbero venire usate? E di che cosa diventerebbe capace un atleta? Tra gli strumenti più utilizzati per aumentare la performance ci sono i farmaci. In parIl fenomeno Shiwen Ye e l'ombra del doping genetico Pellegrini quinta nella finale dei 200 stile libero dominati dall'americana Schmitt Affonda tutto il nuoto italiano. Magnini non si qualifica nei 100 stile e accusa la Federazione: «Preparazione sbagliata» Le insinuazioni dopo i record della 16enne nuotatrice cinese La provocazione di «Nature» La nuotatrice cinese Shiwen Ye FOTO ANSA O A B CINA 12 6 3 USA 8 8 6 FRANCIA 4 2 4 SUD COREA 3 2 3 NORD COREA 3 0 1 KAZAKISTAN 3 0 0 ITALIA 2 4 2 GERMANIA 2 3 1 RUSSIA 2 2 4 SUDAFRICA 2 0 0 GIAPPONE 1 4 8 AUSTRALIA 1 3 2 ROMANIA 1 2 1 BRASILE 1 1 1 UNGHERIA 1 1 1 OLANDA 1 1 0 UCRAINA 1 0 2 GEORGIA 1 0 0 LITUANIA 1 0 0 CRISTIANAPULCINELLI sport@unita.it 10 mercoledì 1 agosto 2012
«FAREMUSICAÈPERNOIUNAFORMADIRESISTENZA.È UNARESISTENZANONARMATA»,DICEILMAESTROMICHELECANTONI,direttore della Palestine Youth Orchestra. Nato in Italia, è vissuto per parecchi anni a Londra per poi trasferirsi nel 2004 in Palestina. In un Paese che non è un Paese, dove è un altro stato, quello di Israele, a dare o a negare il permesso di accedervi. «I palestinesi però non sono “un popolo inventato”, come disse una volta il leader conservatore americano Newt Gingrich. I palestinesi sono stati accolti nell'Unesco e ora combattono con le armi della cultura», continua il maestro Cantoni, direttore del gruppo di ragazzi dai 14 ai 26 anni che stasera si esibirà nella Sala di S. Cecilia. «La Palestina oggi non è un Paese in guerra: ma il termine in pace mi mette a disagio. Oggi in Palestina non c'è particolare violenza, ma c'è sopruso. Fare musica è per noi una forma di resistenza culturale, non armata. Vogliamo far sapere che noi esistiamo», dice il maestro che oggi dirigerà nella sala del Conservatorio di S. Cecilia il concerto dei ragazzi palestinesi. Sono giovani orchestrali delle città occupate della Cisgiordania (come Gerusalemme, Betlemme o Ramallah) che condividono l'impegno con altri giovani che vivono nei campi profughi di luoghi vicini e altri ancora che vivono in Europa o in America. Quello che questi ragazzi dalle esperienze così diverse hanno in comune è il fatto che fino al 1948 le loro famiglie vivevano in Palestina. Alcuni altri orchestrali vengono dal mondo arabo o dai Paesi che di anno in anno ospitano la Palestinian Youth Orchestra. Quest'anno il Paese ospitante è l'Italia e i ragazzi si sono già esibiti in Liguria, a Vernazza e a Genova, poi in Toscana, a Firenze. Dopo il concerto a Roma la prossima tappa sarà Ravello. Oggi la musica classica non è più un privilegio del mondo occidentale: in Palestina ha cominciato a svilupparsi circa vent'anni fa e ha inglobato suoni e sensibilità del Medio Oriente: ma soprattutto ha fatto propria una capacità di adattamento e di superamento delle difficoltà che i musicisti della tradizione occidentale, per loro fortuna, non conoscono. Nadine, per esempio: ha 24 anni è violinista ma anche contabile in un'azienda commerciale, ha frequentato il Conservatorio ma ha dovuto arrendersi alle necessità della vita ed è comunque felice di suonare ogni volta che può. La Youth Orchestra non ha fondi propri e quindi riesce solo a pagare le spese. Naji Barghouti, flautista, ha 16 anni e viene da Ramallah. Ha una voce straordinaria, capace di modulazioni mediorientali: «Sento di fare qualcosa per la nostra identità palestinese», dice: «La musica classica non è solo occidentale ed europea. È in Palestina ormai da vent'anni e contribuisce a formare la nostra identità di palestinesi». Khattab, che suona il contrabbasso, di anni ne ha 38 ma conserva il posto in orchestra perché è uno degli insegnanti. Si è formato in Francia ma vive spesso a Ramallah. Del viaggio in Italia ricorda con entusiasmo il concerto in piazza della Signoria, a Firenze: «come se quella piazza fosse stata progettata per accogliere musica». UNAMESCOLANZADI NAZIONALITÀ La Palestine Youth Orchestra fa parte del Conservatorio Nazionale Edward Said, intitolato allo studioso che per primo criticò il concetto di orientalismo: concetto, diceva, nato da una concezione eurocentrica del mondo, che ha prodotto un'ossessiva visione di diversità verso tutto ciò che non è occidentale. Quest'anno l'orchestra conta 78 studenti, metà dei quali sono palestinesi che vivono all'estero. Molti di loro sono rifugiati provenienti da Paesi vicini, come il Libano, la Siria, la Giordania o l'Egitto, ma alcuni vengono anche da continenti lontani. Dice Mohamed Najem, clarinettista nato a Betlemme, che è entrato nella Youth Orchestra nel 2004: «Il bello di questa formazione è che qui passaporti e nazionalità spariscono e palestinesi e non-palestinesi possono incontrarsi e condividere lo stesso percorso». Per molti è una straordinaria occasione per prendere contatti con altri giovani di origine palestinese, ma ormai trapiantati in luoghi lontani. La preparazione dei giovani orchestrali (quest'anno la loro età va dai 14 anni della cornista di Gerusalemme ai 26 di parecchi altri) avviene prima in Palestina, poi nel Paese dove si esibiranno. Quest'anno i ragazzi della Palestinian Youth Orchestra sono arrivati a Genova il 21 luglio e qui si sono uniti al gruppo 20 italiani per studiare insieme otto ore al giorno. I fondi per sostenere questa iniziativa vengono da organizzazioni internazionali, associazioni filantropiche e uomini d'affari palestinesi. Per i giovani che non vivono in Palestina questi incontri musicali permettono di conoscere le difficoltà e le amarezze quotidiane di chi vive in un Paese sotto l'occupazione israeliana. Nel concerto di quest'anno (che è già avvenuto a Varazze, Genova e Firenze e che dopo Roma sarà portato a Ravello) sono in programma musiche di Beethoven, Délibes, Dvorak, Rimsky Korsakov, Al Yamani e Azmeh: quest'ultimo definito dalla critica americana «una stella nascente», Al Yamni è violinista nell'orchestra. A Roma il concerto si svolgerà stasera nella sala accademica del Conservatorio di Santa Cecilia, in via dei Greci 18 alle 21 e l'ingresso è libero. «Ilpilotae lacameriera»èunodeipiùbei lavoriusciti quest'anno:«Uncdpoeticoèessereavanti, comesempre» GIANCARLOSUSANNA CULTURE ELENADONI ROMA CI SONO DISCHI CHE ENTRANO NELLA NOSTRA VITA CON ESTREMA DELICATEZZA. QUASI IN PUNTA DI PIEDI. La strumentazione è classica ed essenziale e la creatività si affida semplicemente a quelle parole e a quei suoni che rischiano di essere travolti dal frastuono in cui tutti noi siamo immersi ogni giorno. Sono gioielli dalla luce costante e discreta che salvano gli innamorati della canzone d'autore. Il pilota e la cameriera di Filippo Gatti è uno di questi dischi e non facciamo fatica a dire che è uno dei più belli, ispirati e poetici usciti in questa prima metà del 2012. Nato a Roma nel 1970, Gatti ha fondato nel 1994 il gruppo degli Elettrojoyce, con cui ha pubblicato tre album prima di intraprendere la carriera solista. Tutto sta per cambiare è del 2003, ma se Gatti appare un po' defilato e poco prolifico come titolare di opere proprie – ci sono voluti quasi dieci anni per arrivare a Il pilota e la cameriera, un tempo lunghissimo per chiunque si muova nell'ambito della cosiddetta musica leggera – non lo è certamente sul piano dei contributi ai lavori di altri musicisti. Figura centrale della seconda «scuola romana», Filippo Gatti ha collaborato fra gli altri con il Banco del Mutuo Soccorso, Riccardo Sinigallia, Bobo Rondelli e 24 Grana, mantenendo sempre un profilo artistico legato alla poesia e alla qualità della scrittura. Il tuo nuovo disco mi è sembrato subito «dylaniano»… Non per motivi precisi, ma per quello che in inglese si chiama «mood», per l'atmosfera che comunicae l'ariachevi si respira.Che ne pensi? «Si, l'armonica all'inizio è una citazione spudorata. Per me significa tornare alle radici del lavoro del cantautore per rispondere alla confusione di questo momento. Anche il titolo del mio album precedente, Tuttostapercambiare, era ovviamente di ispirazione dylaniana. Ma qui c'è anche un modo musicale, brani nati per chitarra e voce e cresciuti con i musicisti e le loro personalità». In questa epoca di frammentazione e di ascolti distrattiriesciancoraapensareinterminidialbum?A mesembradi sì e la cosa mi piacemolto. «Rispetto a quello precedente, questo disco è sia un album ma anche una raccolta di singole canzoni quasi indipendenti. Credo che si possa lavorare così e mantenere i due livelli contemporaneamente. Chi vuole ascoltare la sequenza dell'album può scoprire qualcosa in più e trovarsi in un atmosfera definita, ma ascoltando o scaricando un solo brano può ricevere quasi tutto, almeno me lo auguro». Chemusicaascoltiinquestoperiodo?C'èqualcosa cheti ha colpito inmodoparticolare? «Di italiano mi hanno colpito Roberto Dellera e Francesco Zampaglione, due artisti che escono da dietro le quinte (Afterhours e Tiromancino), dimostrando di essere cantautori di razza. Dagli Stati Uniti, Bon Iver e Lambchop, conferme straordinarie. Pensare un disco poetico oggi è essere avanti, come sempre». Ci puoi dire quali sono i tuoi due dischi preferiti di sempre,uno italianoe uno«del mondo»? «Astral Weeks di Van Morrison e Com'è profondo il mare di Lucio Dalla». Che ne è della seconda «scuola romana»? Tu, RiccardoSinigallia,RobertoAngelini,NiccolòFabi,PinoMarino,ecc….Visentite,viritrovateognitantoo èuna fissazionedinoi critici? «Credo che a Roma da sempre si provi a trovare una strada per una musica leggera popolare e profonda al tempo stesso. Una sfida difficile che ci porta tutti a sparire ogni tanto. Rifiuto l'idea di una musica alternativa di nicchia contro una da spot televisivo. Sono in ottimi rapporti con quasi tutti i «ragazzi» di Roma anche se ora vivo in Maremma. E sono certo che presto Riccardo Sinigallia ci stupirà di nuovo con un album geniale». Porterail'albuminconcerto?Conquantiequalimusicisti? «L'album è nato da una performance registrata dal vivo. Ho potuto farlo grazie alla bravura dei tre musicisti che mi accompagnano. Dal vivo è più o meno identico al disco, solo più libero e imprevedibile. Saremo in quattro: io, Fabio Marchiori (basso synth e piano), Matteo D'inca' (chitarra elettrica), Cristiano DeFabritiis (batteria). Tenteremo di suonare in tutti i posti che ancora l'incuria delle istituzioni non ha fatto chiudere». LaPalestine YouthOrchestra ... Khattab,contrabbassista diannineha38maconserva ilpostoperché èunodegli insegnanti Notedipace per «resistere» In tournée in Italia l'Orchestra giovanilepalestinese StaseraconcertoaRoma Lestoriedeimusicisti chearrivanodaRamallah odalladiaspora conlaPalestinanelcuore ... Nadine,24anni èunaviolinistamafaanche lacontabile inun'azienda commerciale Parla il jazzistaFilippoGatti: la mia musica s'ispira a Dylan U: 20 mercoledì 1 agosto 2012
«Mia zia avrebbe dovuto iniziare a lavorare in Stazione, quella mattina, ma non andò. Fu inserita nella lista dei dispersi». Questione di mezz'ora, di un piede rotto oppure di uno sciocco imprevisto. Storie al condizionale passato che sono sospiri di sollievo strozzati verso la fine, visto che «pensarci è un dolore riflesso, per chi non ebbe la nostra fortuna». A trentadue anni dalla strage di Bologna, la sfida è quella al ricordo indotto, al racconto del racconto che scivola da una generazione all'altra e lentamente diventa Storia. In occasione dell'anniversario dello scoppio della bomba fascista alla stazione Centrale, sotto le Due Torri ci si è domandati in quale modo continuare a raccontarlo, quel 2 agosto. Quello del 1980 in cui rimasero uccise 85 persone. Quello delle 10.25, che chiunque passi da qui può ancora vederlo, fermo, inchiodato all'orologio che si affaccia su Piazza Medaglie d'Oro. La risposta del Comune di Bologna alle negligenze della mente, e dell'Italia e spesso della politica, è stata un blog, visitabile sul web all'indirizzo «dueagosto.tumblr.com». Le immagini di repertorio e i file audio dei giornali radio. Le prime pagine dei quotidiani e le storie di ogni singola vittima. Ma anche quelle di chi, in un modo o nell'altro, sente d'averla scampata. Un racconto lungo e in continuo divenire che assomiglia ad un gioco ad incastro. Una specie di tetris in cui ad ogni blocco corrisponde la storia di una vita spezzata oppure quella di un sopravvissuto. Blocchi che tuffandosi l'uno nell'altro formano una base solida, compatta, a partire dalla quale costruire una nuova memoria condivisa. Chiara ricorda che il padre fuggì alla strage per una mezz'ora, appena trenta minuti e probabilmente tutto sarebbe stato diverso. Lucio, invece, scrive che il suo, di padre, quel giorno avrebbe dovuto portare un treno a Bologna «ma non partì mai dalla Stazione di Venezia». Simone da Milano all'epoca aveva solamente tre anni e non ricorda niente. Ma sa che assieme alla sua famiglia si trovava lì, vicino a quei binari maledetti, un'ora prima che scoppiasse l'inferno: «Una coincidenza della quale ho saputo molto più tardi». I messaggi provengono tutti da Twitter, dove nell'ultima settimana numerosi utenti hanno utilizzato gli hashtag «ioricordo» e «2agosto1980», contribuendo in questo modo ad arricchire di racconti spontanei il blog dedicato alla Strage, nel quale vengono quotidianamente linkati. A scegliere, per tutti, furono il caso, il destino e la sorte. Un appuntamento sbucato fuori all'ultimo minuto, un improvviso cambio di programma. Quel giorno, la differenza tra l'avere un largo anticipo e l'essere arrivati in ritardo fu incolmabile. Fece una differenza enorme, l'essersi allontanati per un momento, solo uno, per andare a prendere un caffè oppure, da tassisti, l'aver timbrato per il turno 8-20. È questo il filo che lega le storie di chi c'è ancora a quelle di chi non c'è più. Un filo speciale, di quelli che non si spezzano, che racconta al resto del Paese che nel migliore dei casi, alla strage di Bologna e a quella miscela di tritolo e T4 piazzata all'interno di una valigia nella sala d'aspetto di seconda classe, si è sopravvissuti. Ad esempio c'è Gabsy che all'epoca aveva 7 anni e che quel giorno sarebbe dovuta partire in vacanza con la madre, «ma lei si ruppe il piede 3 giorni prima e così rimanemmo a Bologna». E c'è Simone, che ricorda della moglie Anna, bolognese: «Doveva andare in stazione per fare un biglietto. Ritardò di 30 minuti per un appuntamento mancato». E ancora Marco, che scrive: «Mia madre non prese il solito Bologna – Reggio Calabria perché incinta all'ottavo mese», e Chiara, che invece racconta: «Mia madre doveva prendere quel treno ma poi l'uomo che ora è mio padre si offrì per accompagnarla in auto». Oppure c'è chi aveva dieci anni ed era partito per le ferie il giorno prima, da quella stessa stazione che «poi era sul giornale, dilaniata». Della maggioranza dei tweet è autore un giovane che si fa portavoce di una storia spesso non vissuta in prima persona ma comunque intima. Lo spiega bene «Warrior» quando scrive che «mia madre quel 2 agosto era in un bar vicino alla stazione, ha assistito a tutto. Per lei, come per tutti qua da me, è un giorno importante». Per lei come per tutti. Dueanni fa parlòdalpalco della stazionediBolognacome commissariodella città.Domani ci tornerànel ruolo, decisamente più scomodo,di rappresentante del governoacui i familiari dellevittime di quella stragecontinuano incessantementeachiedere risposte. Il ministrodell'Interno AnnaMaria Cancellieri tornaa Bologna:una città concuiha saputo,persedici mesi, stabilireun feeling fattodi affettoe di rispetto.Dopo due anniun rappresentantedelgoverno tornacosì a ricordare quella stragedi 32anni fa dovemorirono85 persone innocenti. Negliultimidue anni l'esecutivo, interrompendouna tradizione pluridecennale,decisedi non parteciparepernon sottoporsi ai fischi edalle pesanticontestazioni che toccaronoal ministrodella cultura SandroBondinel 2009 ead alcuni suoipredecessori negli anni precedenti.Secondo ilprogramma, AnnaMaria Cancellierinon parleràdal palcodellastazione,dove il corteo arriveràpocodopo le 10per osservare,esattamentealle 10.25, l'ora incui scoppiò la bomba, un minutodi silenzio in ricordo diquelle vittime. Porterà invece il suo saluto nel precedente incontro in consiglio comunale.L'associazionedei familiari dellevittime delDueagosto non nasconde la suasoddisfazioneper una presenzagraditissima.«Siamo molto contenti». Con l'avvicinarsi del giorno del giudizio, il tribunale del riesame, a Taranto sale la tensione e si infittiscono le iniziative. Una fiaccolata e una veglia di preghiera organizzata dalla diocesi, questa sera, e una manifestazione-corteo per domani, con la presenza dei tre leader sindacali nazionali, alla vigilia della decisione prevista venerdì 3 agosto sul sequestro dello stabilimento e sugli avvisi di garanzia ai vertici dell'azienda. I segretari confederali di Cgil, Cisl e UIl, con i segretari nazionali e locali dei metalmeccanici, parteciperanno all'assemblea pubblica convocata. Insieme con Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti saranno in piazza anche il segretario della Fiom, Maurizio Landini, e gli altri rappresentanti nazionali dei metalmeccanici. Intanto, oggi e domani sono in programma assemblee di fabbrica di due ore, mentre per il 2 agosto è stato proclamato uno sciopero di quattro ore che coinvolgerà i lavoratori metalmeccanici di tutta Taranto e probabilmente anche delle altre sedi Ilva in Italia. UDIENZAINSENATO Mentre è stato confermato che oggi il ministro dell'Ambiente Corrado Clini riferirà in aula al Senato sul caso dell' Ilva, come ha riferito all'assemblea la presidente di turno Emma Bonino al termine della capigruppo. Un altro appuntamento importante è previsto, come detto, questa sera con la fiaccolata e la veglia di preghiera a sostegno dei lavoratori dell'Ilva e delle loro famiglie. Ad organizzarla è la diocesi cittadina. Il raduno è previsto alle 20 nel piazzale Democrito, nella città vecchia. La fiaccolata percorrerà via Napoli e via Orsini raggiungendo il rione Tamburi, l'agglomerato di abitazioni a ridosso del colosso siderurgico. Alle 20.45 è in programma una veglia di preghiera con un momento di riflessione dell'arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro, nella parrocchia San Francesco de Geronimo. L'arcivescovo, che sta rientrando in anticipo dal Brasile per partecipare all'iniziativa, ha diffuso sul sito della diocesi una lettera ai tarantini. «Invito tutti scrive - i malati oncologici, gli operai, i parenti delle vittime del lavoro, i mitilicoltori, i pescatori, tutti gli abitanti del quartiere Tamburi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i bambini, tutte le famiglie, le associazioni che si occupano della salvaguardia dell'ambiente, le associazioni ecclesiali, le altre aggregazioni laicali, le confraternite, tutti gli uomini di buona volontà a partecipare alla fiaccolata e alla veglia di preghiera». APPLAUSIPER GLI INDAGATI Sul fronte dell'inchiesta, Bocche cucite in attesa dell'esito dei ricorsi al Tribunale del Riesame: è la linea difensiva scelta dagli otto dirigenti ed ex dirigenti dell'Ilva comparsi dinanzi al gip per l'interrogatorio di garanzia dopo il loro arresto del 26 luglio per disastro ambientale nell' ambito dell'inchiesta sull'inquinamento prodotto dal Siderurgico, sfociato nel sequestro degli impianti dell'area a caldo. In sei - Luigi Capogrosso, Marco Andelmi, Angelo Cavallo, Ivan Dimaggio, Salvatore De Felice e Salvatore D'Alò - si sono avvalsi della facoltà di non rispondere davanti al gip Patrizia Todisco. Stessa cosa hanno fatto Emilio Riva e suo figlio Nicola al tribunale di Varese, che li avrebbe dovuti sentire per rogatoria. Il collegio difensivo degli arrestati punta tutto dunque sull'udienza di venerdì 3 agosto, quando i giudici del riesame (collegio composto da Antonio Morelli, presidente del tribunale, Alessandra Romano e Benedetto Ruberto) avrà sul tavolo le motivazioni dei ricorsi presentati dall'Ilva contro il decreto di sequestro degli impianti dell'area a caldo e l'ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari per dirigenti ed ex dello stabilimento. Ieri mattina, in coincidenza con l'arrivo degli arrestati al palazzo di giustizia a bordo di singoli furgoni cellulari, applausi di alcune decine di capi reparto dell'Ilva. La Procura ha depositato gli atti alla cancelleria del Tribunale del Riesame; la decisione dei giudici dovrà arrivare entro dieci giorni, cioè entro il 9 agosto. SARÀPRESENTE LA MINISTRACANCELLIERI Le colline di Roma continuano a bruciare La capitale brucia. Ieri un altro rogo è divampato, dopo quello dell'altro ieri, nella zona di Monte Ciocci e ha portato sul centro di Roma una densa nuvola di fumo e invaso alcune strade di cenere. Fiamme anche a La Storta mentre alla Borghesiana, le fiamme sono arrivate vicino alle case, come a Colle Aurelio. ITALIA Bologna, il ricordo viaggia in un tweet Domani l'anniversario della bomba fascista alla stazione Centrale Il Comune ha deciso di raccogliere le storie di diverse generazioni per costruire una nuova memoria condivisa GIULIANA SIAS BOLOGNA «Nontemoleproteste». I familiari: felici . . . «Gasby» ricorda: «Mia madre doveva essere lì ma lei si ruppe il piede 3 giorni prima e così non partì» Ilva, gli arrestati non rispondono Stasera la fiaccolata Gli operai dell'Ilva di Tarant FOTO DI RENATO INGENITO/ANSA Davanti al Gip i sei dirigenti scelgono di non parlare Domani assemblea pubblica coi sindacati SALVATOREMARIARIGHI srighi@unita.it 12 mercoledì 1 agosto 2012
Montepremi 1.965.215,16 5+stella Nessun6-Jackpot 17.858.611,77 4+stella 26.113,00 Nessun5+1 3+stella 2.087,00 Vinconoconpunti5 10.164,91 2+stella 100,00 Vinconoconpunti4 261,13 1+stella 10,00 Vinconoconpunti3 20,87 0+stella 5,00 Nazionale 64 73 58 37 23 Bari 70 77 2 1 43 Cagliari 30 33 89 67 54 Firenze 36 59 78 37 26 Genova 29 81 10 13 33 Milano 75 43 87 45 83 Napoli 9 62 22 1 75 Palermo 3 5 85 6 89 Roma 88 64 45 40 5 Torino 62 40 68 75 8 Venezia 70 69 77 22 10 InumeridelSuperenalotto Jolly SuperStar 29 82 83 84 87 89 13 49 10eLotto 2 3 5 9 29 30 33 36 40 4359 62 64 69 70 75 77 81 88 89 SIMONEDISTEFANO ROMA CALCIOMERCATOLOTTO SPORT UN'ALTRA DISCESA IN CAMPO. STAVOLTA PER PROVARE A TRANQUILLIZZARE L'INQUIETO POPOLO MILANISTA, DOPO LE RECENTI CESSIONI DI THIAGO SILVA E IBRA.In un intervento-fiume sul canale tematico della società, Silvio Berlusconi ha provato a tranquillizzare il tifosi del Milan e per cominciare ha pensato bene di prendersela con la stampa: «Contrariamente a quanto scrivono molti giornalisti, il Milan è una squadra forte, con un quintetto di super campioni in attacco che nessuna altra formazione italiana può annoverare». E per ribadire che i rossoneri non intendono abdicare ha aggiunto: «Ci sentiamo molto forti, sono sicuro che in Italia saremo ancora protagonisti». Il precampionato finora è stato altalenante: doppia sconfitta nel Trofeo Tim a Bari contro Juventus (0-1) e Inter (1-2), successi con il minimo scarto contro lo Schalke 04 a Gelsenkirchen e contro i campioni d'Europa del Chelsea a Miami. In entrambi i casi l'1-0 è stato firmato da Emanuelsson. Il Cavaliere è convinto che il Milan non abbia ridimensionato obiettivi e valore della squadra, anzi ha fatto capire che la volontà era di tenere Ibrahimovic e Thiago Silva: «Leonardo ci aveva contattato, ma dicemmo no. Poi l'avance del Paris Saint Germain è continuato, abbiamo pensato anche al fair-play finanziario. Con questo sacrificio avremo conti in ordine per i prossimi tre-quattro anni». La scelta figlia della necessità economica, ma anche di un ragionamento tecnico, perché Berlusconi arriva a dire che le partenze dei due campioni non saranno così pesanti: «Il mio cuore piangeva, però siamo convinti di avere in casa giocatori molto validi. In attacco non sentiremo la mancanza di Ibrahimovic, avendo cinque grandi campioni, in difesa crediamo molto in Acerbi». Peccato che subito dopo dichiari che in difesa bisognerà fare qualcosa prima della fine del mercato… SFACCIATO Dove Berlusconi però è stato sfacciato è quando ha spiegato il cambiamento degli scenari che lo hanno costretto alle cessioni dei suoi campioni: «La situazione economica non ci consente più di avere giocatori strapagati, come quelli che hanno marcato le campagne acquisti del passato». Peccato che lui e il figlio Piersilvio avessero usato più o meno le stesse parole nell'estate del 2010, salvo poi acquistare il 30 agosto Robinho e Ibra, spendendo una vagonata di milioni di euro, tra cartellino e ingaggi. «Non spendere certe cifre non significa però rinunciare a vincere», ha aggiunto Berlusconi, nel tentativo di convincere gli elettori-tifosi del Milan. «Vogliamo costruire un settore giovanile forte, il Barcellona ha fatto così con la Cantera, dobbiamo seguire questo modello per creare un Milan forte e vincente». Il massimo, però, Berlusconi lo raggiunge quando dichiara che «questa era la strada che il mio Milan aveva seguito all'inizio, quando ha cominciato a vincere con Sacchi». Che infatti si era trovato in casa fuoriclasse cresciuti nel vivaio come Maldini e Baresi, ma ha potuto contare su faraoniche campagne acquisti che avevano portato a suon di miliardi di lire Ancelotti, Donadoni, Gullit, Van Basten, Rjikaard, Galli e decine di altri campioni. Per restare solo a quelli acquistati fino ai primi anni Novanta. EKAKÀ? Oggi, come 25 anni fa, la mission (come ama chiamarla il Cavaliere) resta una sola per il Milan: «Essere padroni del campo e del gioco. I tifosi non dovranno vergognarsi della loro squadra, non c'è la sicurezza nel calcio che chi più spende più vince». Peccato che fino a ieri proprio il Milan dimostrasse il contrario… Poi si è coccolato Pato, fidanzato della figlia Barbara: «Il brasiliano è un goleador, la scelta del numero 9 è azzeccatissima. Non può giocare defilato come ha fatto in quest'ultimo campionato». Un chiaro avvertimento per il tecnico Allegri, ma Berlusconi ha evitato di andare oltre. Mentre si è quasi augurato l'arrivo di investitori stranieri («porte aperte a chi volesse dare un sostegno economico, tutto ciò che è per il bene del Milan è auspicabile») e ha aperto al ritorno di Kakà: «Non ho approfondito l'argomento con Galliani. Ricardo è nei nostri cuori, non chiudo a una possibilità del genere, bisogna vedere le condizion». E se sarà necessaria una follia economica, poi naturalmente bisognerà negare l'evidenza. IL PROTAGONISTA PRINCIPALE ABBANDONA LA SCENA: OGGI È IL GIORNO DEL PATTEGGIAMENTO DI ANTONIO CONTE, TRE MESI PIÙ 200MILA EURO DI MULTA. Sempre che la Disciplinare accetti il patto, se ne discuterà oggi, in una mezzora da cardiopalma prima del verdetto. Nelle ultime ore si è alzata la guardia, l'accordo con la Juve ha scontentato in tanti in procura federale, qualche giudice potrebbe mettersi di traverso, ma Palazzi si sarà fatto pure i suoi calcoli. Conte poteva scegliere la strada di Maurizio Sarri (un anno per omessa denuncia, poi prosciolto), ma i rischi erano più alti del possibile premio. Non sarà il solo a patteggiare, la via prevede anche alcuni dei suoi assistenti tecnici, certo Alessio, probabili anche D'Urbano e Savorani, tutti con la stessa accusa di doppia omessa denuncia per Novara-Siena e AlbinoLeffe-Siena. Lo stesso club del patron Massimo Mezzaroma, starebbe seriamente pensando al patteggiamento. Ai bianconeri vengono contestate cinque gare, il rischio sono 15 punti da scontare sul prossimo campionato di Serie A, una mazzata che patteggiando potrebbe scendere però attorno agli 8-9 punti più multa. Sulla graticola, per illecito, rischia tre anni e mezzo il vice di Conte, Cristian Stellini, e i suoi presunti sodali Coppola, Terzi e Vitiello, oltre ai giocatori dell'AlbinoLeffe, Garlini, Bombardini, Passoni, Sala e Poloni. L'AlbinoLeffe (già a -9) ora rischia altri 3 punti, con l'aggravante del risultato conseguito. Per Novara-Siena pesa la parola di Carobbio contro tutti, assieme al pentito accusati di illecito Stellini con i senesi Larrondo e Vitiello, e gli ex novaresi Bertani, Drascek e Gheller. Era la gara della riunione tecnica in cui Conte avrebbe rivelato gli accordi, partecipavano anche i giocatori, ma le incolpazioni definite da Palazzi prevedono l'omessa denuncia solo per Conte e per il resto del suo staff tecnico: il Vice allenatore Alessio, il preparatore dei portieri Savorani, e il preparatore atletico D'Urbano. Sicuro del patteggiamento solo Alessio, ma forse lo seguiranno anche gli altri. A causa di Pellicori, rischia tre punti di penalizzazione il Torino, così anche i granata potrebbero patteggiare un punto e multa. Ma in fin dei conti è un processo per “direttissima”, visto che Palazzi ha accelerato i tempi proprio per costituire la corsia preferenziale ai casi di responsabilità dei presidenti. Il primo a finire sul banco degli imputati è il patron del Grosseto, Piero Camilli, che annuncia una memoria difensiva al «contrattacco». È accusato di aver manipolato la gara Ancona-Grosseto del 2009/10. I toscani dovranno battagliare per evitare la retrocessione in Lega Pro, così come farà il Lecce e il suo ex presidente Semeraro, venerdì, quando la Disciplinare aprirà i giochi del filone barese. Andrea Masiello patteggerà ma si porta dietro i “big” Bonucci, Pepe, Portanova e Di Vaio. Le sue rivelazioni hanno allargato il cerchio anche su tre gare del Bari del 2007/08, confermate anche via fax da Micolucci. Per questo la procura di Bari ha tenuto in piedi l'inchiesta e promette di mietere altre vittime. Balzaretti, ilPalermo offreuntriennale MalaRomaèvicina MARTEDÌ 31 LUGLIO «Milan, finiti i tempid'oro» Berlusconi: «I campioni vanno cresciuti incasa».Saràvero? Ilpresidentedellasquadra cercadiplacare le contestazionidei tifosi Intantotratta il ritorno diRicardoKakà MASSIMODEMARZI sport@unita.it Berlusconialla festadelMilan nel 2004.«Quei tempinon ci saranno più» FOTO ANSA Bari, si allarga l'indagine Oggi ilprimoprocesso senzanessunasorpresa CalcioscommesseIl filonediCremona porteràaunaseriedi patteggiamenti.Tra questiancheConte «Abbiamoofferto aBalzaretti il massimoche il Palermopotesseoffrirgli. Abbiamoproposto al calciatorealtri treanni di contrattoa 1,2milioni dieuro netti,piùun futuro negli organi societari.Adesso attendiamo la risposta del giocatore».Loha detto il presidentedel Palermo,MaurizioZamparini. «Lo abbiamo semprevoluto, madopo tanti anni lo abbiamo lasciatoscegliere -haaggiunto -, contutte le campanechegli sono girate intorno traNapoli, Roma, Inter, Juventus. Noi gli abbiamo fatto un'offertamolto importante, il nostro massimo, poideciderà lui».«Aspetto unarisposta entro unpaiodi giorni,ma dipendeanchedal sostituto.Senon lotrovo può darsi chenon se nefa nulla»,haconcluso Zamparini. Ildifensore sarebbemolto vicino al passaggioalla Roma squadracon laquale c'èancheun'intesadi massima. ... «Conil sacrificiodi Ibra eThiagoavremoconti inordineper iprossimi tre-quattroanni» U: mercoledì 1 agosto 2012 23
rando un piano straordinario per la diffusione degli asili nido (...). Infine, il lavoro è oggi per l'Italia lo snodo tra questione sociale e questione democratica. Fondare sul lavoro e su una più ampia democrazia nel lavoro, la ricostruzione del Paese non è solo una scelta economica, ma l'investimento decisivo sulla qualità della nostra democrazia (...). UGUAGLIANZA L'Italia è divenuta negli anni uno dei Paesi più diseguali del mondo occidentale. La crisi stessa trova origine – negli Stati Uniti come in Europa – da un aumento senza precedenti delle disuguaglianze. E dunque esiste, da tempo oramai, un problema enorme di redistribuzione che investe il rapporto tra rendita e lavoro, mettendo a rischio i fondamenti del welfare. Sull'altro fronte, la ricchezza finanziaria e immobiliare è diventata sempre più inafferrabile, capace com'è di sfuggire a ogni vincolo fiscale e solidale. E però non si esce dalla crisi se chi ha di più non è chiamato a dare di più. In altre parole, è la crisi stessa a insegnarci che la giustizia sociale non è pensabile come derivata della crescita economica, ma ne fonda il presupposto. Ciò significa che la ripresa economica richiede politiche di contrasto alla povertà, anche in un Paese come il nostro dove il fenomeno sta assumendo caratteri nuovi e dimensioni angoscianti. I “nuovi poveri”, per altro, continuano ad assistere allo scandalo di rendite o emolumenti cresciuti a livelli indecenti, a ricchezze e proprietà smodate che si sottraggono a qualunque vincolo di solidarietà. A tutto questo bisogna finalmente mettere un argine. Per noi parlare di uguaglianza significa guardare la società con gli occhi degli “ultimi”. Di coloro che per vivere faticano il doppio: perché sono partiti da più indietro o da più lontano o perché sono diversamente abili. Se poi guardiamo alle generazioni più giovani, il tema dell'uguaglianza si presenta prima di tutto come possibilità di scelta e parità delle condizioni di accesso alla formazione, al lavoro, a un'affermazione piena e libera della loro personalità. Superare le disuguaglianze di genere è l'altra grande sfida per ricostruire il Paese su basi moderne e giuste. Non a caso, ancora una volta, il simbolo più forte di una riscossa civica e morale è venuto dal movimento delle donne. Su questo piano la politica, il Parlamento e il governo devono assumere la democrazia paritaria come traguardo della democrazia tout court. Nessun discorso sull'uguaglianza sta in piedi se non si rimette il Mezzogiorno al centro dell'agenda. Le disuguaglianze territoriali, infatti, sono sempre anche disuguaglianze nei diritti e nelle opportunità. L'Italia è cresciuta quando Sud e Nord hanno scelto di avanzare assieme. Viceversa quando la forbice si è allargata, l'Italia tutta si è distanziata dall'Europa. Sostenere, come la destra ha fatto per anni, che il Nord poteva farcela da solo è stato un modo ipocrita di blandire una parte del ceto produttivo (...). Infine, al capitolo dell'uguaglianza è legata a filo doppio la questione di una giustizia civile e penale al servizio del cittadino. Su questo piano è superfluo ricordare che gli anni della destra al governo hanno sprangato ogni spiraglio a un intervento riformatore. Diciamo che si sono occupati pochissimo dello stato di diritto e molto del diritto di uno soltanto che si riteneva proprietario dello Stato. Ma così a pagare due volte sono stati i cittadini più deboli: quelli che hanno davvero bisogno di una giustizia civile e penale rapida, imparziale, efficiente. Nella prossima legislatura il tema dovrà essere affrontato dal punto di vista della dignità e dei diritti di tutti e non più dei potenti alla ricerca d'impunità. SAPERE La dignità del lavoro e la lotta alle disuguaglianze s'incrociano nel primato delle politiche per l'istruzione e la ricerca. Non c'è futuro per l'Italia senza un contrasto alla caduta drammatica della domanda d'istruzione registrata negli ultimi anni. E' qualcosa che trova espressione nell'abbandono scolastico, nella flessione delle iscrizioni alle nostre università, nella sfiducia dei ricercatori e nella demotivazione di un corpo insegnante sottopagato e sempre meno riconosciuto nella sua funzione sociale e culturale. In questo caso più che dalle tante indicazioni programmatiche, conviene partire da un principio: nei prossimi anni, se vi è un settore per il quale è giusto che altri ambiti rinuncino a qualcosa, è quello della ricerca e della formazione. Dalla scuola dell'infanzia e dell'obbligo alla secondaria e all'università: la sfida è avviare il tempo di una società della formazione lunga e permanente che non abbandoni nessuno lungo la via della crescita, dell'aggiornamento, di possibili esigenze di mobilità. Solo così, del resto, si formano classi dirigenti all'altezza, e solo così il sapere riacquista la sua fondamentale carica di emancipazione e realizzazione di sé. A fronte di questo impegno, garantiremo processi di riqualificazione e di rigore della spesa, avendo come riferimento il grado di preparazione degli studenti e il raggiungimento degli obiettivi formativi. La scuola e l'università italiane, già fiaccate da un quindicennio di riforme inconcludenti e contraddittorie, hanno ricevuto nell'ultima stagione un colpo quasi letale. Ora si tratta di avviare un'opera di ricostruzione vera e propria. Nella prossima legislatura partiremo da un piano straordinario contro la dispersione scolastica, soprattutto nelle zone a più forte infiltrazione criminale, dal varo di misure operative per il diritto allo studio, da un investimento sulla ricerca avanzata nei settori trainanti e a più alto contenuto d'innovazione (...). SVILUPPOSOSTENIBILE Sviluppo sostenibile per noi vuol dire valorizzare la carta più importante che possiamo giocare nella globalizzazione, quella del saper fare italiano. Sarebbe sciocco pensare che nel mondo nuovo l'Italia possa inseguire nazioni molto più grandi e popolose di noi. Se una chance abbiamo, è quella di una Italia che sappia fare l'Italia. Da sempre la nostra forza è stata quella di trasformare con il gusto, la duttilità, la tecnica e la creatività, materie prime spesso acquistate all'estero. O di usare al meglio il nostro territorio, che non è solo arte e bellezza naturale, ma bacino di risorse, creatività, talento. Il decennio appena trascorso è stato particolarmente pesante per il nostro sistema produttivo. L'ingresso nell'euro e la fine della svalutazione competitiva hanno prodotto, con la concorrenza della rendita finanziaria, una caduta degli investimenti in innovazione tecnologica e nella capitalizzazione delle imprese, con l'aumento dell'esportazione di capitali. Anche in questo caso è tempo di cambiare spartito e ridare centralità alla produzione. Una politica industriale “integralmente ecologica” è la prima e più rilevante di queste scelte. Si tratta di sviluppare prodotti e servizi innovativi in quei settori che, in un mercato globale sempre più attento alle sfide ambientali, rendano l'Italia un punto di riferimento essenziale. Noi immaginiamo un progetto-Paese che individui grandi aree d'investimento, di ricerca, di innovazione verso le quali orientare il sistema delle imprese, nell'industria, nell'agricoltura e nei servizi. La qualità e le tipicità, mobilità sostenibile, risparmio ed efficienza energetica, le scienze della vita, le tecnologie legate all'arte, alla cultura e ai beni di valore storico, l'agenda digitale, le alte tecnologie della nostra tradizione. Bisogna inoltre dare più forza e prospettiva alle nostre piccole e medie imprese aiutandole a collegarsi fra loro, a capitalizzarsi, ad accedere alla ricerca ed alla internazionalizzazione (...). BENI COMUNI Per noi sanità, istruzione, sicurezza, ambiente, sono campi dove, in via di principio, non dev'esserci il povero né il ricco. Perché sono beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti. Sono beni comuni – di tutti e di ciascuno – e definiscono il grado di civiltà e democrazia del Paese. Ancora, l'energia, l'acqua, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione, sono beni che devono vivere in un quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni. Per tutto questo, introdurremo normative che definiscano i parametri della gestione pubblica o, in alternativa, i compiti delle autorità di controllo a tutela delle finalità pubbliche dei servizi. In ogni caso non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l'universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo. La difesa dei beni comuni è la risposta che la politica deve a un bisogno di comunità che è tornato a manifestarsi anche tra noi. I referendum della primavera del 2011 ne sono stati un'espressione fondamentale. È tramontata l'idea che la privatizzazione e l'assenza di regole siano sempre e comunque la ricetta giusta. Non si tratta per questo di tornare al vecchio statalismo o a una diffidenza preventiva verso un mercato regolato. Il punto è affermare l'idea che questi beni riguardano il futuro dei nostri figli e chiedono pertanto una presa in carico da parte della comunità. In questo disegno la maggiore razionalità e la valorizzazione del tessuto degli enti locali sono essenziali, non solo per la funzione regolativa che sono chiamati a svolgere, ma perché il presidio di democrazia, partecipazione e servizi che assicurano è in sé uno dei beni più preziosi per i cittadini. Superare le duplicazioni, riqualificare la spesa, devono perciò accompagnarsi ad un nuovo e rigoroso investimento sul valore dell'autogoverno locale che, soprattutto nella crisi, non va visto, così come ha fatto la destra, come una specie di malattia, ma piuttosto come una possibile medicina. A sua volta l'autogoverno locale deve offrire spazi e occasioni alla sussidiarietà, alle forme di partecipazione civica, ai protagonisti del privato sociale e del volontariato. DIRITTI Per i democratici e i progressisti la dignità della persona umana e il rispetto dei diritti individuali sono la bussola del mondo nuovo e la cornice generale entro cui trovano posto tutte le nostre scelte di programma. La storia per altro insegna – e questa crisi lo conferma – che non esiste una gerarchia dei diritti e che l'azione per il loro riconoscimento e la loro affermazione vive di una tensione continua sul piano politico e sociale. In particolare, noi guardiamo oggi nel mondo alla lotta di popoli interi per la difesa dei diritti umani, a iniziare da quelli delle donne. E crediamo sia compito della politica, dei parlamenti e dei governi affermare l'indivisibilità dei diritti: politici, civili e sociali (...). Nel nostro caso questo significa l'impegno a perseguire il contrasto verso ogni violenza contro le donne e a una legge urgente contro l'omofobia. Sul piano dei diritti di cittadinanza l'Italia attende da troppo tempo una legge semplice ma irrinunciabile: un bambino, figlio d'immigrati, nato e cresciuto in Italia, è un cittadino italiano. L'approvazione di questa norma sarà simbolicamente il primo atto che ci proponiamo di compiere nella prossima legislatura. Daremo sostanza normativa al principio riconosciuto dalla Corte costituzionale, per il quale una coppia omosessuale ha diritto a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico. Su temi che riguardano la vita e morte delle persone, la politica deve coltivare il senso del proprio limite e il legislatore deve intervenire sempre sulla base di un principio di cautela e di laicità del diritto. Per evitare i guasti di un pericoloso “bipolarismo etico” che la destra ha perseguito in questi anni, è necessario assumere come riferimento i principi scolpiti nella prima parte della nostra Costituzione e, a partire da quelli, procedere alla ricerca di punti di equilibrio condivisi, fatte salve la libertà di coscienza e l'inviolabilità della persona nella sua dignità. RESPONSABILITÀ L'Italia ha bisogno di un governo e di una maggioranza stabili e coesi. Di conseguenza l'imperativo che democratici e progressisti hanno di fronte è quello dell'affidabilità e della responsabilità. Per questa ragione, nel momento stesso in cui chiamiamo a stringere un patto di governo movimenti, associazioni, liste civiche, singole personalità e cittadini che condividono le linee di questo progetto, vogliamo assumere insieme, dinanzi al Paese, alcuni impegni espliciti e vincolanti. Le forze della coalizione, in un quadro di lealtà e civiltà dei rapporti, si dovranno impegnare a: .sostenere in modo leale e per l'intero arco della legislatura l'azione del premier scelto con le primarie; .affidare a chi avrà l'onere e l'onore di guidare la maggioranza, la responsabilità di una composizione del governo snella, sottratta a logiche di spartizione e ispirata a criteri di competenza, rinnovamento e credibilità interna e internazionale; .vincolare la risoluzione di controversie relative a singoli atti o provvedimenti rilevanti a una votazione a maggioranza qualificata dei gruppi parlamentari convocati in seduta congiunta; .assicurare il pieno sostegno, fino alla loro eventuale rinegoziazione, degli impegni internazionali già assunti dal nostro Paese o che dovranno esserlo in un prossimo futuro; .appoggiare l'esecutivo in tutte le misure di ordine economico e istituzionale che nei prossimi anni si renderanno necessarie per difendere la moneta unica e procedere verso un governo politico-economico federale dell'eurozona. I democratici e i progressisti s'impegnano altresì a promuovere un “patto di legislatura” con forze liberali, moderate e di Centro, d'ispirazione costituzionale ed europeista, sulla base di una responsabilità comune di fronte al passaggio storico, unico ed eccezionale, che l'Italia e l'Europa dovranno affrontare nei prossimi anni. I contenuti Rifondare la democrazia, conflitto di interessi e riforma dei partiti. Far pagare i grandi patrimoni finanziari. Piano per il «sapere» e difesa dei beni comuni. Diritti: cittadinanza ai figli di immigrati e riconoscimento giuridico delle coppie gay La proposta dei riformisti per l'Italia mercoledì 1 agosto 2012 15
PARTE OGGI IL FESTIVAL INTERNAZIONALE CHE DÀ APPUNTAMENTO AI CINEFILI DI TUTTA EUROPA IN PIAZZA GRANDE, davanti al famoso maxischermo, fino all'11 agosto. Tocca all'inglese The Sweeney, di Nick Love, dare il via all'attesa kermesse cinematografica che ha in cartellone ben 289 fra film, corti e documentari, fra i quali 13 lungometraggi in prima mondiale fra i 19 titoli selezionati per il Concorso internazionale. Ricca e varia la parte italiana della 65ma edizione del Locarno Film Festival, diretto da Olivier Père. Ieri sera, una prestigiosa serata pre-festival è stata dedicata al corto 1848, di Dino Risi, ritrovato nei depositi della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano assieme ad altri 4 documentari inediti firmati dal “padre” della Commedia all'italiana. 1848, girato per il centenario delle Cinque Giornate di Milano, mette in scene le tappe della rivolta popolare meneghina, sottolineando il grande coinvolgimento di tutti i ceti sociali che vi parteciparono: intellettuali, seminaristi, contadini, donne, bambini. Risi in quel film fece esordire sullo schermo una bellissima Lucia Bosé ed ebbe come collaboratori Alberto Lattuada e Giorgio Strehler. A Risi documentarista il Festival di Locarno renderà omaggio con la proiezione dei cinque cortometraggi rari o inediti del regista. Intanto, ieri sera, dopo 1848 è stato proiettato il film di Raffaello Matarazzo La Risaia, alla presenza di Elsa Martinelli che ne fu la protagonista e che oggi è al centro di un incontro con il pubblico del festival svizzero. Il 5 agosto, Edoardo Gabbriellini correrà per il «Pardo d'oro» portando in concorso il suo nuovo film Padroni di casa: con il regista sarà in Piazza Grande il cast del film, composto da Elio Germano, Valerio Mastandrea, Gianni Morandi, Valeria Bruni Tedeschi. Sempre domenica prossima, sarà alla ribalta del festival Ornella Muti che riceverà un Premio Speciale e incontrerà il pubblico assieme al direttore Olivier Père. Infine, in chiusura, giungerà a Locarno Renato Pozzetto cui verrà reso omaggio con la proiezione di due film del suoperiodo d'oro, OhSerafina, di Lattuada, e Iosonofotogenico, di Risi. Dopo quelle dedicate a Ernst Lubitsch e Vincente Minnelli, la grande retrospettiva di quest'anno avrà per protagonista il regista Otto Preminger. Mentre sul piano dell'attualità è intensa l'attesa per gli interventi del regista cinese Johnnie To e dei francesi Claire Denis e Leos Carax. A due miti indelebili saranno attribuiti attribuiti altrettanti «Pardi d'Onore»: Harry Belafonte e Alain Delon. Il prestigioso omaggio sarà donato anche all'intramontabile Charlotte Rampling. Eric Cantona, Benoit Jacquot, Sarah Morris e Rachida Brakni animeranno le giornate del festival elevetico con altri protagonisti dei film in gara e non. Inoltre, opere prime e seconde di ogni angolo del mondo e una nutrita delegazione africana che accompagnerà i progetti di «Open Doors» e la retrospettiva sul continente che è stato patria di cineasti del calibro di Idrissa Ouédraogo, Gaston Kaboré, Cheick Oumar Sissoko. Vecchidoc enuovi film Alvia ilFestivaldiLocarno Soloun italiano inconcorso IlmaxischermodiPiazzaGrandepresenterà finoall'11agosto 289pellicole,dicui 13 lungometraggi inprimamondiale fra i 19titoli selezionatiper lagara internazionale I Placebo domani in concerto a Roma ... EdoardoGabbriellini correràper ilPardo d'orocon il suo «Padronidicasa» BREVI CULTURE PAOLOCALCAGNO LOCARNO ROCK INROMA CINEMA Davenerdì ilMaratea FilmFestival Laquartaedizione delMarateaFilm Festival si terràvenerdìe sabato: cinema, incontrie approfondimenti sul temasostenibilità ecultura. Ospiti d'eccezione lo scenografoPremio OscarDanteFerretti, gli scrittori Camilla Baresanie Mauriziode Giovanni, con gli attoriGiulianaDe Sio, IsabelRussinova, NicolasVaporidis e i registi Maurizio Ponzi,StefanoLiberti tra iprotagonisti dei filmpresentatinel corso dei tre giorni.Tra i film in programmaper la sezione«civediamo acasa» di Maurizio Ponzi. CASO GRAMSCI:DISPUTA INFINITAEAPPASSIONANTE. Sull'ultimo numero di Critica marxista (Dedalo) ecco tre saggi su Gramsci di Fabio Frosini, Michele Pistillo e Angelo Rossi, tre agguerriti studiosi gramsciani. Al centro, tra le altre cose, c'è l'eterna questione della «famigerata» lettera di Ruggero Grieco a Gramsci dell'8 febbraio 1928. Assieme a quella del ruolo di Grieco, che più volte Luciano Canfora ha messo sotto accusa, ventilando un suo possibile ruolo di provocatore. Accusa «corroborata» per Canfora - in Gramsci in carcere e il partito (Salerno) - dal celebre e criticato «Appello ai fratelli in camicia nera» dell'agosto 1936, con il quale Grieco si rivolgeva ai fascisti vincenti in Etiopia, invitandoli a riscoprire il programma «anticapitalista» del 1919. Accusa infondata, come dimostra Pistillo. Perché l'idea di un uso politico del programma fascista del 1919 era di Togliatti. Il quale nel 1935, nella stesura dell'Appello del Cc del Pci contro la guerra d'Abissinia, parlava di «riconciliazione nazionale». Inoltre la linea dei «fratelli» e del lavorio dentro il regime era stata già sostenuta da Grieco su Stato Operaio, e aveva l'avallo di Togliatti. Era in linea sia con le Lezioni sul Fascismo di Ercoli, sia con le idee di Gramsci in carcere, che guardava con interesse critico al «corporativismo» fascista. Dunque Grieco fu un grande e «impetuoso» dirigente stimato da Togliatti. Altro che figura ambigua! Infine, la lettera di Grieco del 1928. Concordata con Togliatti, fu al più imprudente: lasciava capire che il Pci si batteva per la liberazione di Gramsci e avrebbe potuto vantarsene. Ma l'Urss non spinse per alcuna trattativa e Gramsci non uscì. Tutti e tre i saggi segnalati lo spiegano benissimo, anche in base ai nuovi documenti del libro di Giuseppe Vacca: Vita e pensieri di Antonio Gramsci (Einaudi). Insomma Gramsci non fu tradito dal Pci e Grieco non era un traditore. Tocco & Ritocco chiude i battenti. Tornerà a settembre. Gramsci non fu tradito eGrieco nontradì TOCCO&RITOCCO BRUNO GRAVAGNUOLO SCISSORSISTERS AMilanotappa italianadel tour Con ilnuovoalbum «MagicHour» uscitoa maggio,ScissorSisters, il gruppopoprockstatunitense, formatosiaNewYorknel 2001, annunciano il loronuovotour in Europa per ilprossimo autunno. L'unicatappa italianasarà quelladelprimonovembre aiMagazzini Generali diMilano. La loro ultimavolta in Italia risaleaddirittura all'estatedel2007, quandocalcarono i palchidi Romae Firenze,mentrea Milanomancanodalla primaveradi quell'anno,quandofecero registrare il tuttoesauritoall'Alcatraz. COLOSSEO Primafaserestauri dadicembre Saranno tre le fasi dei lavoridi restauroper ilColosseo.«La primafase -hadetto la sovrintendente diRoma Barbera - partirà adicembre e si concluderàtra giugno e luglio2013». A fine lavori «saràvisitabile il 25% inpiù». CINECITTÀ Camusso:unbene comunedadifendere Il segretariogenerale dellaCgil, SusannaCamusso,ha fatto visitaai lavoratoridei CinecittàStudios, cheda circaun mesepresidiano gli studi cinematografici contro la riorganizzazionedell'azienda,che mette arischio decine diposti di lavoro.«Sono quiper accompagnareuna lotta di lavoratori,perchéCinecittà èunbene pubblicoche non sideve disperdere», hadichiarato Camusso, cheha aggiunto: «Oltreal gestore bisognacoinvolgere chiha la funzionedi proteggere ibeni culturalidelnostro Paese». MONZA Alvia la«Biennale Italia-Cina» Saràa Villa Reale -Reggia diMonza a ospitare la prima«Biennale Italia-Cina», eventostraordinarioemultitasking che riguarderàartisti cinesie italiani contemporanei, chiamatia esporre per laprima volta, insieme opere riconosciutedi altovaloreartistico nel panoramainternazionale. La prima edizionediBiennale Italia-Cinaè in programmadal20 ottobreal 16 dicembre.A VillaRealeesporranno 120 artisti, il tuttocondito daeventi collaterali, chespazierannodall'arte alla letteratura,dalla gastronomiaallamoda. Placebo,domanisera inconcerto all'Ippodromo Laband diBrian Molko(chitarrae voce),Stefan Olsdal (basso) eSteve Forrest (batteria), il trio dellastoria recentedel rock inglese, arrivaal «PostepayRock in Roma» all'IppodromodelleCapannelleper regalareun irripetibilee sensazionale livedi rock alternativoa conclusione diunarassegna musicaleche ha visto grandinomidella musica internazionalee italianasaliresul palcodel festival. Adaprire il concertodei Placebo, domanisera, gli Aucan,band italiana osannatasoprattuttodallacritica internazionalechesi è contraddistinta per il suo stilea metàstradatra il dubstepe il trip-hopcon molte sfumaturemath-rock ed ambient. Conquindici annidi storia alle spalle, seialbumrealizzati in studioe 11milionidicopievendutenel mondo, i Placebohannoottenuto unsuccesso planetarioche li faentraredidiritto nellastoria del rock. Il trioè sempre produttivoecontinua a sfornare idee nuovee brillanti:quest'annosono in studioper registrare il lorosettimo album. U: 22 mercoledì 1 agosto 2012
No pasaran. Torna a ri-suonare la parola d'ordi-ne che Dolores Ibarruriconiò per i combattentirepubblicani nella guer-ra civile spagnola. Stavolta non si tratta di resistere alle truppe ribelli di Francisco Franco, ma di fare baluardo contro gli speculatori finanziari che scommettono sulla caduta della Spagna nella guerra dell'euro. Secondo la redazione brussellese del quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung, di solito molto ben informata, il “no pasaran” dei nostri tempi sarebbe stato enunciato qualche giorno fa, senza pubblicità ma con il pieno impegno di tutti, da Mario Draghi, Angela Merkel, François Hollande, Mario Monti e Jean-Claude Juncker. Ci sarebbe questa intesa “segreta” dietro il «faremo tutto quello che è necessario per salvare l'euro», ripetuto da Draghi e dai leader nei giorni scorsi in tutte le occasioni pubbliche. Una unità di intenti che secondo la SZ poggerebbe sulla consapevolezza che Madrid è davvero l'ultima spiaggia. L'ULTIMOBASTIONE Se il domino cominciato con l'Irlanda e proseguito con il Portogallo e la Grecia facesse cadere la tessera spagnola, la prossima vittima sarebbe l'Italia. E l'Italia è semplicemente troppo grossa perché l'euro possa resistere allo choc. Se non si vuole la fine della moneta unica, Madrid dev'essere difesa ad ogni costo. Come quando, settantaquattro anni fa, fu investita dalle truppe assetate di sangue e vendetta de loscuatrogenerales franchisti. Allora, però, la capitale cadde. Per evitare che la capitolazione si ripeta, oggi le truppe dell'euro possono contare su una sola arma: la Banca centrale europea. Con gli spiccioli rimasti nel vecchio fondo Efsf e in mancanza del nuovo Esm, la Bce è la sola entità che possa sborsare quanto è necessario per comprare i titoli dei Paesi attaccati dalla speculazione. Ma qui finisce l'unanimità sull'obbligo comune di salvare la Spagna e ricominciano le eterne diatribe. Ci sono almeno quattro posizioni che si confrontano. La prima è quella di chi rifiuta sic et simpliciter ogni deviazione della Bce dal suo compito, che sarebbe quello di vigilare sull'inflazione e non di agire sul mercato. Una volta questa era la linea ufficiale del governo di Berlino: ora non più. A difenderla sono rimasti la Finlandia e i Paesi Bassi e, in Germania, la Bundesbank, la destra frondista (Fdp, Csu e parti della Cdu), la Lega delle grandi banche pubbliche Vöp e qualche pasdaran dell'ortodossia dura e pura come l'ex economista capo dell'istituto di Francoforte Jürgen Stark, il quale agita la minaccia di una denuncia alla Corte di giustizia Ue perché l'intervento della Bce sul mercato violerebbe i Trattati (opinione cui qualche fondamento in effetti non manca). La seconda posizione è quella di chi accetterebbe interventi diretti, anche massicci, dell'Eurotower, ma nulla che vada al di là di questo, e cioè la formalizzazione, come che sia, della Banca come «prestatore di ultima istanza». Da quanto si capisce, sarebbe questa la linea attuale di Angela Merkel e del suo ministro delle Finanze Schäuble, tutti e due peraltro pesantemente contestati dalla destra del rifiuto. La cancelliera e il ministro respingono perciò la richiesta italo-franco-spagnola di dotare il futuro Esm di una licenza bancaria che gli consentirebbe di farsi prestare i soldi illimitatamente dalla Bce come una qualsiasi banca. La terza posizione è appunto quella di chi la licenza la vuole, perché non si può pensare che l'istituto di Draghi si impegni a comprare titoli in eterno e quindi, prima o poi, l'emergenza si ripresenterebbe. La quarta è quella di chi chiede un'esplicita condivisione del debito, per esempio con gli eurobond. Ma con i tempi che corrono quest'idea è un po' fuori corso. Insomma, al di là della quasi unanimità del «faremo di tutto» è come se una faglia tettonica dividesse l'Europa, attraversando la Germania. E il confronto tra le posizioni è molto aspro, come dimostrano le dure polemiche scatenate contro Juncker, “colpevole” di aver criticato gli strumentalismi della politica tedesca, anche da parte di esponenti ufficialissimi della Cdu come il capogruppo al Bundestag, Volker Kauder. E mentre sui giornali della destra si affacciano le prime richieste di «rimozione» dell'«italiano Draghi». Vedremo come andrà a finire. Se Merkel e Schäuble ritireranno il loro non possumus sulla licenza bancaria, ribadito anche ieri in modo del tutto esplicito, o riorganizzeranno il fronte dell'austerity. L'unità in difesa della Spagna non ha ricomposto la faglia europea (e tedesca) e se le faglie si allargano, si sa, vengono i terremoti. A poche ore dalla riunione della Bce di giovedì, in cui si deciderà la tipologia e l'entità dell'intervento per calmare i mercati in Europa, cresce la tensione politica e quella delle Borse. Da una parte Francia e Italia hanno serrato le fila in un vertice a Parigi e, utilizzando la formula di rito, hanno assicurato di essere «determinate a fare di tutto» per proteggere «l'integrità dell'Eurozona» e hanno elogiato le analoghe dichiarazioni del presidente della Banca centrale europea Mario Draghi. Dall'altra parte il governo tedesco ha affondato i listini delle piazze finanziarie europee dichiarandosi contrario a dare al fondo salva-Stati la licenza bancaria, che gli permetterebbe di essere finanziato in modo illimitato dall'Eurotower. È iniziato così il tour europeo di tessitura diplomatica del presidente del Consiglio Mario Monti, che dopo la Francia proseguirà oggi in Finlandia e domani in Spagna. Prima di partire il premier non ha mancato di creare polemiche in Italia ammonendo i partiti, senza distinzioni, di non essersi riformati e di rischiare di alimentare con le risse politiche la sfiducia dei mercati internazionali nei confronti del Paese. LOSPREAD COLPADEIPARTITI Intervenendo telefonicamente in mattinata alla trasmissione Rai Radio Anch'io, Monti si è unito all'appello del capo dello Stato Giorgio Napolitano contro le dispute politiche sulla legge elettorale e ha affermato che lo «scenario peggiore» sarebbe «quello di elezioni alla scadenza naturale, e quindi non anticipate, ma a cui si arrivasse senza una riforma elettorale e in un clima di disordinata rissa tra i partiti». Un'eventualità che, secondo il premier, darebbe ai cittadini «la sensazione, forse fondata, che la politica ha fatto grandi sforzi per sostenere in Parlamento questo governo, che ha preso decisioni impopolari, ma non ha fatto i compiti in casa propria riformando se stessa». Questo porterebbe anche ad un aumento dello spread, il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato italiani e tedeschi perché, ha spiegato, «i mercati internazionali sarebbero legittimati a nutrire scetticismo su quello che viene dopo questo governo». Secondo Monti comunque grazie alle decisioni del summit Ue di fine giugno contro la crisi dell'euro «la fine del tunnel sta incominciando a illuminarsi», ma ora è necessario «seguire il monito del capo dello Stato a fare la riforma elettorale e a rendere esplicito l'impegno a voler proseguire con la disciplina di rigore indicata dall'Europa». Anche da Parigi il premier ha parlato di «un graduale schiarirsi delle prospettive di stabilità dell'Eurozona» anche se, ha ammonito, in Europa «la posta in palio è talmente vitale per tutti» che «non possiamo permetterci neanche un minuto di disattenzione». Con il pre«Stiamo seguendo l'unica strada che può tenere la Grecia in Europa», ha dichiarato ieri il portavoce del governo greco, Sìmos Kedìkoglou, aggiungendo che «le nuove misure di austerità saranno definite ed annunciate entro Agosto». Le trattative, continuano, ma chi pensava che il tutto si sarebbe concluso a tempo di record, peccava di ottimismo. «Forse entro l'8 agosto potrebbe arrivare luce verde dai tre partiti della maggioranza di governo e dai rappresentanti della Troika», scriveva il quotidiano Ethnos, ma, al momento, non c' è nessuna certezza. INUOVITAGLI I due partiti progressisti che fanno parte della compagine governativa (i socialisti del Pasok e Sinistra Democratica) non sono disposti ad avallare una serie di tagli indiscriminati, pur di provare a salvare il Paese. Ieri, nel suo incontro con i rappresentanti della Troika (Fmi, Bce e Ue) il leader del Pasok, Evànghelos Venizèlos, ha detto apertamente che parte di quanto richiesto non può essere attuato, per sentirsi rispondere che «una questione del genere non ricade sotto la loro responsabilità e deve essere posta esclusivamente sul piano politico». Venizèlos chiede con forza di prorogare il programma di risanamento sino al 2016, sottolinea la necessità di arrivare a ritmi di sviluppo del 2,4% e l'assoluto bisogno di sostenere l' occupazione. Quello che vogliono le forze progressiste che, insieme al centrodestra di Nuova Democrazia hanno dato vita al nuovo governo, è di poter dividere in due il nuovo piano “lacrime e sangue”: sei miliardi di euro sino al 2014, e altri 5,5 miliardi per il biennio 2015-2016, in modo che si possa dare un poco di respiro al Paese. Il ministro conservatore dell' economia, Yannis Stournaras, tuttavia, si discosta da questa linea, facendo capire che «potrebbe mettere a rischio la permanenza del paese nell' Eurozona». Al momento verrebbero danneggiati dalle nuove misure economiche, ancora una volta, le pensioni, i tfr, gli stipendi delle aziende a partecipazione statale. Si cercherà di evitare sino all'ultimo di ridurre le pensioni minime, dagli attuali 360 ai 330 euro. Sul fronte dell' istruzione, poi, entro l'anno, dovrebbero chiudere quattro università pubbliche. E tutto questo- è chiaro- senza che nessuno sia in grado di dire se la Grecia riuscirà, malgrado tutto, ad evitare l'uscita forzata dall'euro. Un gruppo di economisti tedeschi, secondo il quotidiano Handelsblatt, è arrivato a proporre ufficialmente, per la Grecia, la doppia circolazione dell' euro di una nuova dracma. Secondo il piano in questione, gli stipendi e le pensioni dovrebbero venire pagate in dracme e Atene potrebbe, così, tornare a svalutare. Auspici e proposte che sembrano ignorare sia la richiesta del primo ministro greco Andònis Samaràs a non remare contro i sacrifici del popolo ellenico, sia la posizione del presidente dell' Eurogruppo Jean Claude Juncker, che aveva puntato il dito contro, quanti, in Germania, danno già per certa l'uscita di Atene dalla moneta unica. A stretto contatto coi suoi collaboratori, Samaràs compila la lista della aziende pubbliche da privatizzare (tra cui lotterie nazionali, ex totocalcio e ex aeroporto di Atene) e si prepara, il 25 e 26 agosto a due visite lampo a Berlino e Parigi, per parlare con la Merkel e Hollande. «Sostenete la Grecia», sarà la richiesta. Sperando che l'Europa non abbia già deciso il contrario. ILRETROSCENA All'Eliseo si rafforza l'asse con il presidente francese Il presidente del Consiglio: «Vedo la luce in fondo al tunnel. Ma la politica italiana non si è ancora rinnovata e questo fa paura ai mercati» L'EUROPA ELACRISI Il presidente francese Francois Hollande riceve il primo ministro italiano Mario Monti all'Eliseo FOTO ANSA . . . Lo «scenario peggiore» per il premier: elezioni nel 2013 senza alcuna riforma elettorale Accordo segreto sulla Spagna per evitare il domino MARCOMONGIELLO BRUXELLES Patto Monti-Hollande Grecia, i socialisti puntano i piedi sui tagli Fibrillazione nel governo, il Pasok chiede un piano in due tempi Dracma e euro: studi sulla doppia circolazione TEODOROANDREADIS Igiornali tedeschiparlano diun'intesadietro lequinte traDraghi,Merkel,Monti HollandeeJuncker La lineadidifesadell'euro passerebbeperMadrid PAOLOSOLDINI . . . Il fronte anti-euro si appella ai Trattati in vigore e prova a chiedere la «rimozione» di Draghi . . . Dietro il «faremo di tutto per l'euro» l'ipotesi di dare la licenza bancaria al Fondo salva-Stati 4 mercoledì 1 agosto 2012
QuandohadecisodiritradurreWoolf?eperché MrsDalloway? «Non avrei mai preso una simile decisione. Virginia Woolf è una scrittrice che amo e ho letto molto, a varie riprese, ma è diventata una temibile icona. Quando l'Einaudi mi propose una nuova traduzione di Mrs Dalloway – all'interno di un più ampio progetto di catalogo – presi tempo. Temevo di non riuscire in quell'intimo e libero atto di lettura che è indispensabile a una buona traduzione. Invece, rileggendo il testo di Woolf, ci ho visto, meglio sarebbe dire ci ho sentito, qualcosa di diverso e nuovo, qualcosa che certo ha a che fare con esperienze mie – di traduttrice, di studiosa, forse soprattutto di lettrice – avvenute e sedimentate negli anni. Ci ho visto movimenti, una vitalità che non ricordavo. Seguendo Clarissa nelle strade di Londra, la vedevo alla ricerca di un senso. E così ho accettato. E ora sono contenta di averlo fatto». Leihatradotto,tralealtrecose,tuttal'opera di Antonia S. Byatt. Come è stato imbattersi nell'inglesedi VirginiaWoolf? «A.S. Byatt! lupus in fabula. Fu lei, in un certo senso, a darmi il coraggio di affrontare quella che mi sembrava una sfida. Ne parlammo, l'anno scorso, durante i veneziani “Incroci di Civiltà” di cui lei era ospite. Io ero nella fase in cui rimugino sul testo originale e lo “coloro” (lo riempio di segni colorati). L' amichevole fiducia di A.S. Byatt nelle mie capacità di traduttrice è stata determinante. E il suo inglese rutilante e aggettivale è stato uno straordinario esercizio per ascoltare, sentire, indagare l'inglese lucido e misurato di Woolf. Direi che l'una mi ha preparata all'altra, in un incredibile gioco di rimandi e prospettive. Anche se a qualcuno potrà sembrare strano, certi personaggi di A.S.B. mi hanno guidata nel ri-guardare e vedere alcuni personaggi di Woolf». Lasuatraduzionerestituisce–miperdonilametafora–al testo in italianodiWoolfquell'aspetto technicolor che ha in inglese, è un romanzo pienodisfumature«azzurroverde»,«verdemare», «grigioazzurra». C'è differenza tra i colori diByatte i colori diWoolf? «Le rispondo citando Godard, “Se dici una parola e dietro di te c'è un bosco o il cielo o il mare, quella parola non sarà più la stessa”». Qualèilpersonaggiodi«MrsDalloway»che sentepiùaffine? «Potrei dirle che in ogni personaggio c'è qualcosa con cui sento una qualche affinità. Ma in realtà è l'aria, l'aria, il personaggio del romanzo con cui mi sono sentita più in sintonia. É stato per via dell'aria che sentivo rileggendo MrsDalloway che ho accettato di fare una nuova traduzione. C'è un movimento continuo, un aprirsi e chiudersi di finestre e di porte, lo spazio interiore e quello esterno si dilatano a vicenda, c'è un respiro... io volevo tradurre quel respiro. Volevo ritrovare il respiro di Virginia Woolf, quello che lei mette nei movimenti di Clarissa, di sua figlia Elizabeth – pensi alla corsa su quell'omnibus futurista, con la brezza che le scompiglia i capelli facendo di lei una polena–, di Peter Walsh, dell'anziana signora nella casa di fronte, anche nei movimenti di Septimus e Rezia. La tragedia che incombe è annunciata da trilli e fruscii nell'aria e si consuma con una caduta nel vuoto, il salto di Septimus nell'aria – per impedire ai medici di rinchiuderlo, di togliergli l'aria. Ed è il ricordo di una “carezza del mare”, un refolo d'aria dunque, che consola Rezia. Di immobile ci sono solo le sagome cupe dei medici nel vano delle porte». Leihatradottoalcunideipiùimportantiscrittori indiani in lingua inglese, tra cui Anita Desai e Amitav Ghosh, qual è il rapporto di «Mrs Dalloway» con l'India, e il suo rapporto con l'India di«MrsDalloway»? Lei tocca un altro nodo di questo mio lavoro. Nelle precedenti letture – risale agli anni 70 la mia lettura del romanzo in inglese, e ai primi 90 quella della traduzione di Nadia Fusini – non mi ero resa conto di quanto fosse presente l'India, in questa giornata londinese. Non solo perché Peter Walsh è appena tornato dall'India, ma perché ogni attenzione politica è rivolta in quella direzione. Ci sono dettagli estremamente sottili, nella narrazione di Woolf. La sua ironia è quasi contagiosa. Pensi a Lady Bruton, “aveva sempre a portata di mano l'idea dell'Impero, e dai legami con la dea armata le venivano il portamento rigido, il vigoroso contegno, così che neppure da morta la si poteva immaginare separata dalla sua terra o errante in territori sui quali avesse smesso di sventolare l'Union Jack. Non essere inglese, fosse pure tra i morti – no, no! Impossibile!”. Delle figure massicce del primo ministro e di Lady Bruton, “lei rivolta verso di lui con deferenza, lui seduto saldamente”, non resteranno, dopo la festa, che le rispettive impronte sulle poltrone. Di nuovo un gioco di rimandi e di prospettive, di andate e ritorni, del quale do conto nella mia nota di traduttrice, volutamente breve. Dal giardino di Clarissa a Bourton al giardino di Bim a Civil Lines, New Delhi (Desai, Chiaraluce del giorno), da Trafalgar Square al Maidan di Calcutta (Ghosh, Le linee d'ombra), senza soluzione di continuità, com'è giusto che sia in letteratura. Il più prismatico ed eccitante dei viaggi mentali». La sua Clarissa Dalloway è, davvero, «e non avrebbe detto di Peter, né di se stessa, Io sono questo, io sono quello». Quanto la sua Mrs Dallowayrestituisceunadonnachenonènefemminista,nérinunciataria,néomosessuale,néeterosessuale,nésnob,néincoscientemaèsemplicementeefinalmentetuttounmondodisguardie di intersezioni? «La “mia” Clarissa Dalloway... confesso che provo una specie di gioia, o forse è tenerezza per me stessa, nel sentirle usare il possessivo. E sono lieta che lei ne dia questa lettura. In effetti io penso che Clarissa Dalloway sia tutte queste cose insieme, come ognuna di noi se solo ci fermiamo un momento a guardarci e a guardare. Una molteplicità interiore di sguardi che rende possibili le intersezioni. Mi sembra che con il personaggio di Clarissa, Woolf intendesse accompagnarci di stanza in stanza – e uso il termine nelle sue molteplici accezioni – in un tempo che ancora era dato. C'è musica nei suoi passi, poesia nel suo sostare. E noi ci affacciamo con lei su questa e quella soglia, ci guardiamo intorno, ci voltiamo indietro... “perché lei era lì”. Woolf scrive questo romanzo meraviglioso subito dopo la Prima Guerra Mondiale, quasi vent'anni prima che un'altra guerra la induca a mettere fine alla propria vita. Rileggendolo nelle sue più riposte pieghe, come sempre accade a chi s'appresta a tradurre, ho avuto la sensazione di dover dare tempo al tempo, al tempo di Clarissa e a quello che Woolf si concede e ci concede, prima di dirigersi a passo svelto verso la Severn». TremodididireWoolf/2 «Hoaccettato l'impegno affidatomidaEinaudi dopoaverscoperto unavitalità innovativa nellaprotagonista» CULTURE CHIARAVALERIO chiara.valerio@gmail.com Lascrittrice VirginiaWoolf . . . «Clarissanonènésnob, néfemminista, néomosessuale,néetero Ètuttequestecose insieme» La lingua di Virginia in technicolor ParlaAnnaNadottichehacurato lanuova traduzione di «MrsDalloway» U: mercoledì 1 agosto 2012 19
Paradossale che sia proprio un guasto elettrico a paralizzare una delle miniere da cui si estrae la materia prima usata in India per generare il grosso dell'energia elettrica: il carbone. È accaduto a Burdwan, nel Bengala occidentale, e sono state ore di angoscia per duecento operai intrappolati sottoterra. Gli ascensori non funzionavano, messi fuori uso dal gigantesco black-out che ha messo in ginocchio anche ieri metà del Paese, come già era accaduto lunedì. A sera i protagonisti della brutta disavventura sono stati finalmente riportati in superficie. «Sani e salvi», come ha assicurato la direzione della compagnia «Eastern Coalfields». Tre mega-reti di erogazione elettrica sono andate simultaneamente in tilt in 20 Stati dell'Unione indiana. Dal Punjab all'Uttar Pradesh, dal Rajasthan all'Orissa, dallo Haryana al Bihar. Dalla frontiera con il Pakistan sino a quella con la Cina. Fra le città maggiormente colpite, oltre a Calcutta e Lucknow, la stessa capitale Delhi, dove la metropolitana è stata chiusa e il blocco dei semafori ha fatto impazzire il traffico, mentre il cibo si scongelava nei frigoriferi spenti e negli edifici senza aria condizionata si soffocava di caldo. Gli ospedali e gli stabilimenti industriali hanno dovuto ricorrere in toto ai generatori autonomi di cui sono dotati da tempo per fronteggiare i frequenti parziali cali di fornitura elettrica dalla rete nazionale. Nel nord e nell'est dell'India si è ripetuto martedì il disastro del giorno prima. In peggio. Perché lunedì erano andate fuori uso due grandi griglie distributive, una in meno rispetto a ieri. Ne hanno subito le conseguenze seicento milioni di persone, vale a dire metà della popolazione globale.Nellle strade si raccoglievano commenti amari. «Posso capire che accada una volta ogni tanto. Ma che debba ripetersi per due giorni consecutivi, è intollerabile -lamentava Anu Chopra, 21 anni, negoziante a Delhi-. Significa che la nostra infrastruttura è nel caos completo. Non esiste alcun tipo di trasparenza e responsabilità». Il governo sorvola su alcuni difetti del sistema energetico nazionale, universalmente noti, come l'incapacità di produrre energia in quantità sufficiente a soddisfare la crescente domanda, o l'obsolescenza degli impianti. Sottolinea piuttosto gli errori compiuti dalle autorità dei singoli Stati, che non hanno ascoltato gli appelli del centro a contenere i consumi entro certe quote. IL MINISTROINTV Così ha affermato davanti agli schermi televisivi il ministro dell'Energia e neo-titolare degli Interni, Sushil Kumar Shinde, aggiungendo di avere dato «istruzioni perché siano penalizzati gli Stati che hanno superato il limiti di approvvigionamento autorizzati sulla loro rete». Sotto accusa in particolare i dirigenti dell'Uttar Pradesh, il più popoloso Stato indiano, i quali peraltro respingono le critiche. Vivek Pandit, esperto di problemi energetici presso la Federazione della Camere di Commercio e dell'Industria Indiane, ha definito «assolutamente senza precedenti» il collasso delle ultime 48 ore. Abituata a frequenti stop delle forniture elettriche, l'India raramente ha sperimentato lo stop di una o più intere reti. L'ultimo grosso stop risale al 2000, quando si fermò la griglia che serve il nord del Paese. A tarda ora la situazione andava migliorando. La rete settentrionale funzionava al 75 per cento, quella orientale al 40. I pessimisti notavano che anche lunedì sera sembrava che si stesse tornando alla normalità, solo per risvegliarsi il mattino dopo in una realtà ancora peggiore. La turbo-economia con il lusso di una lampadina L'ANALISI GABRIELBERTINETTO La presidente Anna Finocchiaro, i vicepresidenti Luigi Zanda, Nicola Latorre, Felice Casson, le senatrici e i senatori, i dipendenti del gruppo del Pd del Senato partecipano con profonda tristezza al dolore della famiglia per la scomparsa di GIUSEPPE CHIARANTE Roma, 1 agosto 2012 Aldo Tortorella, Alfiero Grandi, Piero Di Siena, Luisa Boccia, Paolo Ciofi, Carla Ravaioli, Franco Argada insieme alla presidenza e alle socie e ai soci dell'Associazione per il Rinnovamento della Sinistra partecipano profondamente commossi al dolore di Sara e dei familiari e di quanti l'hanno conosciuto e stimato per la scomparsa di GIUSEPPE CHIARANTE che fu membro della direzione e della segreteria del Pci, presidente del gruppo senatoriale e della commissione di garanzia del Pds, parlamentare dal 72 al 94, presidente dell'Associazione Bianchi Bandinelli, cofondatore della nuova serie di Critica Marxista e dell'ARS, giornalista e saggista, legislatore illuminato, amico e compagno carissimo. Ci ha lasciati GIUSEPPE CHIARANTE una vita spesa per i valori e la difesa della democrazia italiana e della sinistra. Iscritto al PCI nel 1958, dal 1972 è stato deputato, dal 1972 al 1994 senatore. Presidente dal 30 aprile 1992 al 14 aprile 1994 del Gruppo PDS al Senato. Presidente della Commissione Nazionale di garanzia del PDS. Aderì, dopo la fine del PCI, al Partito Democratico della Sinistra guidando la componente dei “comunisti democratici”. Ugo Sposetti, le compagne e i compagni della Direzione Nazionale dei democratici di Sinistra abbracciano e porgono a sua moglie Sara le loro più sentite e fraterne condoglianze. Massimo D'Alema partecipa commosso al cordoglio per la scomparsa di FILIPPO BETTINI MONDO Caro, indimenticabile amico e compagno. GIUSEPPE CHIARANTE. Non lo dimenticheremo, la sua testimonianza ci accompagnerà nelle prove che dovremo affrontare. Alla sua amata compagna Sara un grande abbraccio da Toni Jop e Grazia Barbiero. Black-out Mezza India senza luce La calca nella metro di New Delhi colpita dal black out FOTO AP Tre mega-reti di distribuzione elettrica bloccate Colpite 600 milioni di persone, l'equivalente di quattro quinti della popolazione europea Minatori intrappolati per ore sotto terra GA.B. L'OBIETTIVO FISSATODALLEAUTORITÀDINEW DELHI ERA AMBIZIOSO,E PER RENDEREMEGLIO L'IDEAGLIAVEVANO AFFIBBIATOUN NOMEALTISONANTE:«MISSIONE2012, ENERGIAPERTUTTI». Più di metà dell'anno è trascorsa e la realtà che i cittadini constatano nella loro vita quotidiana è alquanto diversa. Trecento milioni di persone, vale a dire un quarto della popolazione complessiva, sono sempre senza luce. L'ultimo censimento rivela che in più di un terzo delle abitazioni indiane il consumo di energia è inferiore a quello necessario ad accendere una sola lampadina. In altre parole, manca l'elettricità. Per una parte almeno di quei 600 milioni di individui colpiti dal gigantesco black-out delle ultime 48 ore, la vita domestica non ha subito scosse. In casa la lavatrice, il televisore e l'aria condizionata non sono mai entrati. Ma anche loro come gli altri sono rimasti bloccati nei giganteschi ingorghi stradali provocati dai semafori spenti, e hanno dovuto rinunciare ai consueti spostamenti su treni e metro inesorabilmente fermi in stazione. Per due giorni in metà del Paese il sistema di distribuzione energetica è completamente collassato. A molti in confronto sono parsi a posteriori sopportabili i disagi provocati dai giornalieri brown-out (cali di intensità) o dalle brevi frequenti interruzioni di erogazione elettrica. Nelle ore di punta fabbriche, uffici, case, ricevono il dieci per cento di energia in meno rispetto al necessario. Arretratezza persistente e sviluppo accelerato spiegano in maniera apparentemente contradditoria i problemi così drammaticamente evidenziati dal black-out degli ultimi giorni. Il bisogno di energia è cresciuto enormemente. Si è passati da un consumo di poco superiore ai 400 miliardi di kwh nel 2000 ai quasi 600 del 2011. «Una delle maggiori cause del blocco è il grande gap fra domanda e fornitura», afferma Rajiv Kumar, segretario della Federazione delle Camere di Commercio e dell'Industria Indiane. Per Kumar «urge assolutamente riformare il settore e promuovere miglioramenti infrastrutturali per venire incontro alle sfide dell'economia in crescita». La produzione energetica stenta a tenere il passo di un'accresciuta richiesta, che è frutto sia dello sviluppo industriale sia del migliore tenore di vita dei ceti urbani a reddito medio-alto. Il gap dipende da vari fattori. In primo luogo le infrastrutture di base sono obsolete. Centrali e reti distributive sono ancora oggi in buona parte quelle di vari decenni fa. Si calcola che dal 24 al 40% dell'elettricità prodotta vada dispersa a causa di difetti di funzionamento degli impianti e utilizzi abusivi. L'efficienza dell'intero sistema è minata poi dal male cronico da cui l'India fatica a guarire nonostante gli elevati ritmi di crescita dell'ultimo decennio: burocraticismo e corruzione. Il premier Manhoman Singh, un economista prestato alla politica, ci sta provando, ma la battaglia è dura. E l'insufficienza dei risultati ottenuti è dimostrata dalla popolarità del movimento di protesta lanciato in stile gandhiano, con civile disubbidienza e digiuni a oltranza, dall'anziano guru Anna Hazare. L'India dipende dal carbone. Ci fu un tempo in cui Nehru promosse la costruzione di dighe idroelettriche, da lui retoricamente battezzate «templi dell'India moderna». Oggi dal carbone, altamente inquinante, il Paese deriva il 65% del fabbisogno energetico, dall'acqua solo il 19%, mentre sole e vento vengono valorizzati in pochi impianti sperimentali e il nucleare stenta a decollare malgrado il patto di cooperazione con gli Usa. Le centrali atomiche esistenti inoltre sono a rischio incidente, come dimostrano recenti episodi, e come ha messo in luce uno studio che piazza l'India al quartultimo posto per livelli di sicurezza in una lista di 32 Stati. Oltre tutto lo sfruttamento del carbone è monopolizzato da un'unica azienda a conduzione statale, il ché secondo alcuni esperti è fra le cause d'una produzione inferiore del 10% alle esigenze nazionali. mercoledì 1 agosto 2012 13
SEGUEDALLAPRIMA È una questione di strategia politica, nell'ottica di una riorganizzazione della sinistra, ma è anche un nodo da sciogliere per capire poi come impostare il seguito della trattativa con il Pdl sulla legge elettorale. Già in un precedente colloquio con il presidente della Puglia, su cui si è mantenuto fin qui il più stretto riserbo, Bersani ha messo sul piatto l'ipotesi di andare al voto con una lista unitaria, sotto il simbolo del Pd. Vendola però non si è mostrato disponibile: troppo simile a un'annessione, è stata l'obiezione. Il governatore pugliese, come pure ha scritto in un intervento su l'Unità a inizio luglio in risposta alla riflessione di Mario Tronti sulle due sinistra, dando vita a Sel non voleva semplicemente fondare l'«ennesimo “nuovo partito”, ma provare a “riaprire la partita”» per una sinistra autonoma, nuova, unitaria. ILLEADERSEL,UNITÀDOPOILVOTO E infatti nel colloquio con il segretario dei Democratici, dopo il no grazie ad andare al voto nella stessa lista (sotto il simbolo del Pd che per Bersani è irrinunciabile), Vendola non ha chiuso alla possibilità di avviare un percorso unitario dopo le elezioni, aprendo anche all'opzione di dar vita a gruppi unitari in Parlamento. Così i due si sono lasciati concordando una road-map dai tempi lunghi, che avrà come prima tappa le primarie, che dovrebbero tenersi ai primi di dicembre per scegliere chi sarà il candidato premier della coalizione dei progressisti. Ora però è lo stesso concetto di coalizione che potrebbe venir meno, vista la trattativa in corso sulla legge elettorale. E c'è anche un elemento di opportunità nell'andare al voto con una lista unitaria. Il Pdl ha infatti presentato una proposta di riforma per superare il Porcellum che prevede l'assegnazione del premio di governabilità al primo partito e una quota di parlamentari eletti con le preferenze. Per cercare un'intesa il Pd, che vuole invece il premio alla coalizione ed eletti scelti col sistema dei collegi uninominali, dovrà cedere su uno dei due punti. Può farlo sulle preferenze, anche se nel partito su questo non mancano le resistenze (in primis da parte di Franceschini): aumenta i costi della campagna elettorale ed espone al rischio corruzione, sono le obiezioni che vengono mosse. Ma l'alternativa, se il Pd vuole incassare i collegi uninominali, è accettare che il premio di governabilità vada alla lista che alle urne incassa più voti. Ed è su questo che sembra indirizzarsi nelle ultime ore la trattativa. Rimane però il problema di come andare alla sfida nelle condizioni migliori per vincere. Silvio Berlusconi sta lavorando a una sorta di listone denominto “Grande Italia” in cui far confluire pezzi del partito (fedelissimi e chi può ancora contare su un pacchetto di consensi) personalità del mondo imprenditoriale, gioventù varia. Nei sondaggi il Pd viene dato attorno al 26%, il Pdl al 20%, e un recupero considerevole soltanto grazie a qualche nuovo innesto non viene dato per probabile dal gruppo dirigente dei Democratici. Bersani, però, la questione di come andare a elezioni senza perdere al via della gara il distacco registrato oggi se lo pone. Una lista unitaria con dentro personalità dell'associazionismo, dei movimenti e anche esponenti di Sel potrebbe essere la soluzione per non lasciare a Berlusconi un vantaggio ai nastri di partenza. L'operazione però, per non risultare una mera annessione di Sel, andrà preparata bene, procedendo per tappe e lavorando sul piano del confronto programmatico. Le primarie serviranno a questo. Lo stesso Vendola vuole che si svolgano sulla base di una discussione sulle «diverse idee». E per lo stesso leader di Sel dovranno costituire soltanto «un primo passo». Un voto in autunno renderebbe complicato il compiersi di questa operazione. Ma ormai nel Pd si fanno sempre meno illusioni sul fatto che Berlusconi, che ha bisogno di tempo per riorganizzare truppe oggi allo sbando, agevolerà una veloce trattativa e poi un rapido iter parlamentare alla riforma elettorale. Pier Luigi Bersani presenta la Carta d'intenti per il patto dei democratici e dei progressisti FOTO ROBERTO MONALDO / LAPRESSE Arriva questa mattina a Stromboli, da molti anni il luogo tradizionale del suo breve periodo di riposo estivo, il presidente della Repubblica che, abitudine consolidata anche quella, si è imbarcato ieri sera a Napoli, assieme alla moglie Clio, sulla nave di linea che fa servizio verso le Eolie. Nell'isola ci dovrebbe restare almeno una decina di giorni. L'anno scorso anticipò il ritorno davanti al precipitare della crisi. In agenda una sosta di alcuni giorni tra vecchi amici che sarà, comunque, segnata dall'attenzione costante per le vicende di una crisi economica lunga, e senza precedenti, con cui l'Italia si sta misurando da tempo e con molti sacrifici, in una settimana in cui il premier Monti è impegnato in un importante tour europeo. E sul lavoro delle Camere alle prese con la discussione su diversi provvedimenti. Ma innanzitutto sull'itinerario, e il confronto tra i diversi partiti, della riforma della legge elettorale per cui Napolitano si è speso in più occasioni impegnando le forze politiche a superare norme che, stando alle dichiarazioni ufficiali, non piacciono a nessuno. L'APPELLO ALLARESPONSABILITÀ Ancora l'altro giorno il Capo dello Stato è tornato a rinnovare il suo appello «a un responsabile sforzo di rapida conclusiva convergenza in sede parlamentare» davanti alle posizioni dei partiti diventate negli ultimi giorni «sfuggenti e polemiche» invece di trovare un approdo il più possibile condiviso. Nella stessa occasione Napolitano aveva sollecitato, a proposito di ipotizzate elezioni anticipate rispetto alla naturale scadenza della legislatura, «la massima cautela e responsabilità in rapporto all'esercizio di un potere costituzionale di consultazione e decisione che appartiene solo al Presidente della Repubblica». Auspicando di togliere in questo modo la questione dal dibattito di parte, dagli interessi specifici di questa o quella forza politica che persegue proprie strategie e, invece, di ricondurla al rango di una questione che è nell'interesse di tutti, a cominciare da quello dei disorientati elettori che comunque alle urne dovranno recarsi nel giro di pochi mesi e che non comprendono in alcun modo il perché non si trovi un accordo per superare il famigerato Porcellum che non piace a nessuno. O non è così?. La dichiarazione di lunedì del Capo dello Stato non affrontava l'ipotesi di un possibile scioglimento anticipato delle Camere, dato che il sollecitare un confronto capace di portare a una nuova legge elettorale non si intreccia in alcun modo con l'ipotesi di fine della legislatura, anche anticipato, che può essere sempre possibile e comunque legata a fattori diversi che potrebbero non essere collegati alle nuove norme. Per questo motivo, per evitare qualunque equivoco, da ambienti del Quirinale è stato fatto osservare che le interpretazioni di stampa non hanno tenuto conto che «nella sua dichiarazione il presidente non si è pronunciato su ipotesi di scioglimento anticipato delle Camere». Ma ha invece ribadito che «occorre la massima cautela e responsabilità nell'affrontare una materia così delicata, che non può piegarsi a posizioni di parte e a manovre politiche, richiedendo valutazioni e decisioni che spettano solo al Presidente della Repubblica». Puntualizzata (o meglio, spiegata) la sua posizione che, è evidente, non può fare da scudo a nessuno ora Napolitano attende che i partiti riprendano il filo di un dialogo a cui pure si erano impegnati già nel gennaio scorso. Il Pdl ha presentato la sua proposta, bisognerà vedere quali decisioni prenderanno gli altri partiti. QUESTIONEDI CREDIBILITÀ Resta sempre valida l'ipotesi prospettata da Napolitano nella lettera inviata ai presidenti delle Camere ai primi di luglio perché chiamassero i capigruppo a discuterne ed era «quella della formalizzazione di un testo di riforma largamente condiviso, anche se non definito su alcuni punti ancora controversi». Il dibattito nelle sedi delegate come via maestra da seguire senza impegnarsi in sterili contrapposizioni. Un monito ai partiti, davanti allo scorrere delle settimane «senza che si concretizzi la presentazione di un progetto di legge sostitutivo di quello vigente» aveva annotato. Ed ancora l'altro giorno aveva avvertito la necessità «di rinnovare il forte appello a un responsabile sforzo di rapida conclusiva convergenza in sede parlamentare. Ciò corrisponderebbe con tutta evidenza al rafforzamento della credibilità del Paese sul piano internazionale in una fase di persistenti gravi difficoltà e prove». LACONFERENZA Gregorio, Paravia, De Feo, Viespoli, Nespoli, Cardiello, Calabrò, Sibilia, Esposito, Fasano, Compagna, Villari, Pontone, Lauro, Izzo, Coronella, preoccupati di garantirsi i voti nei loro feudi elettorali. Come accadde anche dopo la tragedia del novembre 2009 a Ischia, dove per una frana nella località Casamicciola morì una ragazza. E ai pidiellini campani Silvio Berlusconi nel suo ultimo governo prometteva sanatorie, a chi stazionava per giorni sotto Montecitorio assicurava che le costruzioni abusive non sarebbero state abbattute, in cambio della certezza, per lui, dei voti in Parlamento e nelle urne. La mossa del governo ha spiazzato i senatori pidiellini i quali, indignati, hanno disertato il voto e sono usciti dall'aula di Palazzo Madama. L'ex Guardasigilli Nitto Palma ha protestato in aula: «Siamo stanchi di non poter discutere definitivamente in aula quel tema che riguarda migliaia e migliaia di cittadini. Non è che la sofferenza in Emilia ci può chiudere gli occhi sulla sofferenza in Campania ed è per questo che i senatori campani non parteciperanno al voto di fiducia». Argomenti insostenibili, che mettono sullo stesso piano chi si troverà senza casa per averla edificata illegalmente e chi, in Emilia, lo è perché ha avuto la casa abbattuta dal terremoto. Disertare il voto è «un fatto grave», ha commentato in aula il senatore del Pd, Roberto Della Seta, attento ambientalista: la norma del Pdl «serviva a riaprire il termine del condono edilizio del 2003, quindi di nove anni fa. Inserirla in questo provvedimento sarebbe stato strumentale e sarebbe stato stigmatizzato anche dai cittadini campani». Incalza Mariangela Bastico, Pd, che accusa i senatori campani del Pdl di distruggere «l'unità d'intenti sul decreto terremoto che era stata raggiunta alla Camera». L'Italia dei valori ha criticato il blitz del Pdl, ma ha abbandonato la riunione dei capigruppo, quando il governo ha posto a sorpresa la fiducia: «Il governo ha messo una “pecetta” sulle divisioni del Pdl. È la 32esima fiducia, due in un giorno sono troppe», ha detto Belisario. Il Capo dello Stato corregge alcune interpretazioni. Da oggi in vacanza a Stromboli Il progetto: Vendola nella lista unitaria con il simbolo Pd IlForumdiTodi: subitounariforma delsistemadivoto Il Forumdi Todi discutedi legge elettorale, sottolinea la necessitàdi unariformae il leader dell'UdcPier FerdinandoCasini giudica«molto positiva» laconferenza organizzata ieri a Roma .E sottolinea che«nella collaborazionetra forze socialie politicapuò trovarsi l'uscitadalla crisi».Unaconvinzioneribadita in un'assembleaaFirenze dalpresidente delMovimento cristiano lavoratori (Mcl)Carlo Costalli: «Si faungran parlaredi contenitori, rassemblement, liste, tutte formuledietro le quali si celerebbe la volontàdiex presidenti diConfindustria di entrare inpolitica o dipresidentiedex presidenti del Consigliodi rimanere in politica, moltomeno si parladi contenuti».E haaggiunto:«Emerge la necessitàdi un'iniziativapoliticaalta, in cui venganomesse a confronto l'opzione diun'economia liberale di mercato conquella diunamoderna economia socialedimercato, e cherechi chiaro il segnodell` ispirazionecristiana in un incontropositivocon i laici. I cattolici haprecisato - non possonoessere le stampelleaprogetti gestiti da altri. ATodi a ottobre approfondiremo programmie progetti per riformare e innovare il Paese». . . . L'operazione procederà per tappe, dando priorità al confronto programmatico Oggi l'incontrotra il leader delPde ilpresidentediSel Oltreai temidella«carta» discuteranno della roadmapverso leprossimeelezioni SIMONECOLLINI ROMA Il Colle: il voto non è materia di manovre politiche MARCELLACIARNELLI ROMA . . . «Il presidente non si è pronunciato su ipotesi di scioglimento anticipato delle Camere» IL RETROSCENA mercoledì 1 agosto 2012 3
All'annuncio delle dimissioni di Raffaele Lombardo, a Catania, il Pdl è sceso in piazza a festeggiare «la liberazione», e il coordinatore siciliano del Pdl Nania ha soffiato: «Finalmente!». Ma se cala anticipatamente il sipario sulla più controversa legislatura siciliana della storia recente, rivendica il segretario del Pd Giuseppe Lupo, è perché «siamo noi che abbiamo cacciato Lombardo». Lui, Raffaele Lombardo, con un gusto della suspence che lo ha caratterizzato fino all'ultimo, si è presentato con un'ora di ritardo all'Assemblea, e dopo aver nominato due nuovi assessori, alle autonomie locali e all'energia. Dimettendosi, ha attaccato su tre punti, «Se mi dimetto - ha detto - è per una ragione politica, la Sicilia deve votare non condizionata dai partiti nazionali». Poi denuncia «l'aggressione» alla autonomia dell'isola da parte di «un serrato centralismo con tagli imposti da continue manovre finanziarie». A questo si aggiunge l'inchiesta che lo vede inquisito per concorso esterno in associazione mafiosa, secondo lui «ben orchestrata con fughe di notizie offerte ai media», che lo «ha indebolito» nel confronto con lo Stato, con il governo nazionale. La parabola che si è chiusa ieri sera era iniziata il 12 aprile 2008 con un'elezione trionfale, il 65% dei voti. Poi, però, l'alleanza che lo aveva sostenuto perdeva pezzo dopo pezzo. Prima la sostituzione di un sistema di potere, il suo, a quello di Cuffaro, poi la rottura con il Pdl nel momento della massima adesione di Berlusconi al nordismo della Lega. Il blocco Berlusconiano si disgregava nella terra del 61 a 0. Una cosa enorme e è in questo contesto che matura il sostegno tecnico del Pd, con i suoi 28 deputati, ai governi isolani. È il momento in cui affiancano il presidente alcuni assessori tecnici come Su twitter è argomento caldo da due giorni, digitare #Diaz. Alla Camera se ne comincia a parlare, interventi del capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto che per la prima volta in undici anni ammette: «Per essere franchi, malgrado tutte le sentenze, è evidente che le responsabilità reali e le motivazioni di quel massacro non sono ancora per nulla chiarite». Andrea Orlando, responsabile Giustizia del Pd, è sempre più convinto della necessità di una commissione d'inchiesta parlamentare che indaghi oltre quello che hanno detto le recenti sentenze definitive. Emanuele Fiano, che del Pd è responsabile sicurezza, ribadisce: «È necessaria una ricostruzione più ampia di quei fatti che vada oltre la verità giudiziaria». Tutta “colpa”, anche, di questo libro, Diaz, (Gian Marco Chiocci-Simone Di Meo, editore Imprimatur-Aliberti), un instantnato in due settimane dopo le sentenze definitive sull'irruzione nella scuola Diaz il 21 luglio 2001, l'ultima notte del G8 a Genova che divenne il massacro di 92 ragazzi scambiati per blackbloc. In 127 pagine gli autori raccolgono la confessione dell'ex capo della Celere di Roma, il “famigerato” VII Nucleo sperimentale, quel Vincenzo Canterini condannato a cinque anni con altri 16 funzionari di polizia, da lunedì in prova ai servizi sociali per tre mesi (la parte di pena che gli resta da scontare) e volontario alla Caritas di Firenze. Canterini decide di fare ora quello che non ha fatto in undici anni di processi: ricostruire e accusare. «Ha sbagliato a non parlare prima» sottolineano nella nota gli autori. S'è fidato, «fregato dalle rassicurazioni gerarchiche». Il libro denuncia l'esistenza «di un famigerato drappello di picchiatori fantasma (il Gos, Gruppo operativo speciale)»; «il cortocircuito dei servizi segreti italiani e internazionali che non riuscirono a prevedere la violenza di migliaia di black bloc» che passarono le frontiere nonostante gli allarmi e si aggiraronio indisturbati e armati in città; «la fallita trattativa sottobanco tra forze dell' ordine e le tute bianche», gli incidenti del venerdì in cui fu ucciso Carlo Giuliani scaturiti da un inspiegabile black out che mise fuori gioco i telefonini tra il gruppo di parlamentari incaricati di “gestire”, in accordo con la polizia, le prove di sfondamento delle tute bianche. Da quel momento saltò tutto. E accadde quel che accadde. Ora Canterini mette in fila i fatti e accusa i vertici della polizia, che, a suo parere, hanno «impedito che l'accertamento della responsabilità di quel massacro salisse troppo di livello rispetto ai sacrificabili agenti del VII nucleo speciale antisommossa». Il racconto di come fu preparata la notte della Diaz sono i capitoli più sorprendente. Non solo perchè danno ragione alle inchieste della procura di Genova che però non hanno mai ottenuto una confessione così autorevole e organica. «L'irruzione - dice l'ex poliziotto è stata una vera rappresaglia scientifica, un'operazione pensata, ideata, orchestrata e coordinata a tavolino come dura risposta dello Stato che fino a quel momento s'era fatto trovare impreparato». Ma perchè aggiungono molto di nuovo. «Quella sera intorno al tavolo (Canterini parla della riunione in questura nel pomeriggio dove fu deciso il blitz nella scuola, ndr) c'erano facce stanche e affaticate, assetate di sangue e vendetta, gente alla frutta dopo due giorni d'inferno...». E ancora: «Avevano pensato un'irruzione al buio, senza conoscere il numero degli occupanti e la disposizione delle stanze». Sono le premesse di quella che solo uno di quei celerini, Michelangelo Fournier, ebbe il coraggio di definire «la macelleria messicana» durante il processo. Canterini racconta che il VII Reparto arrivò alla Diaz («arrivammo dopo le 23, mi ritrovai nel più grosso casino degli ultimi 50 anni») quando l'irruzione era già stata fatta. «Eravamo preoccupati - aggiunge -per quei tipi in borghese con la pettorina ps». Si tratta di circa 200-300 agenti che il Dipartimento di pubblica sicurezza non è mai stato in grado di identificare. Perchè? Come è possibile? Domande che non possono più aspettare. «Quando entrai dentro lo stabile racconta ancora Canterini - la mia vita andò in testacoda appena mi si presentò davanti agli occhi lo scannatoio al primo piano». Sangue che non è stato ancora lavato. Mafia, ecco la storia della vera trattativa ILCOMMENTO EMANUELEMACALUSO POLITICA Finisce l'era Lombardo Sicilia, voto il 28 ottobre SEGUEDALLAPRIMA E chi lo deve dire? Il presidente della Repubblica, come afferma lo stesso Ingroia, ha detto con chiarezza che occorre andare sino in fondo per accertare la verità. Il presidente del Consiglio è chiaramente sulla stessa linea. Ingroia fa riferimento ad «autorevoli commentatori» che «tra parole dette e non dette» alimenterebbero l'equivoco di «una presunta ragione di Stato che dovrebbe fermare l'azione della magistratura». Chi sono questi autorevoli commentatori? Poi, invece, è lo stesso Ingroia che lamenta «una chiusura corporativa di alcuni poteri dello Stato. E una sorta di complicità istituzionale». Il procuratore aggiunto di Palermo ha il dovere di essere esplicito: chi sono i poteri che si chiudono? A quale complicità istituzionale fa riferimento? La verità è che tutto l'impianto dell'inchiesta (legittima) è debole, molto debole. Ed è questa, penso, la ragione per cui il procuratore capo non ha firmato la richiesta di rinvio a giudizio formulata dal dottor Ingroia e altri tre sostituti. Intanto si continua a parlare di una trattativa tra «Stato e mafia» e non si capisce chi rappresentava lo Stato in questo negoziato. La storia dei rapporti tra lo Stato e la mafia è ricca di fatti e episodi, e sul tema c'è una ricca letteratura. Gli storici ci hanno raccontato come e dove si esprimeva questo rapporto, le persone e le istituzioni coinvolte. Il vecchio Napoleone Colajanni e Gaetano Salvemini chiamarono in causa il ministro Giovanni Giolitti, il quale non con una «trattativa» ma attraverso i prefetti usava la mafia (usando anche il confino di Polizia) per vincere le elezioni nei collegi siciliani. Ma torniamo a vedere cosa è successo oggi, cercando anche di capire quel che abbiamo visto ieri. E per capirlo occorrono anche analisi politiche su fatti e fenomeni che non si configurano come «trattativa» fra due soggetti, lo Stato e la mafia, con plenipotenziari, ma come atti politici. Giovanni Bianconi (Corriere della Sera, 25 luglio) sostiene che «la trattativa è cominciata prima della strage di Capaci ed è continuata dopo. Aveva obiettivi più ampi e complessi dell'attenuazione del carcere duro per i boss. Serviva a stabilire la nuova convivenza tra Stato e Cosa Nostra che aveva resistito sino al 1992. La trattativa per ridefinire l'accordo tra la politica e la mafia nella seconda Repubblica cominciò con il delitto Lima». Bianconi sbaglia. La «convivenza» finisce quando comincia l'attacco mafioso terroristico. Anche la discutibile sentenza della Corte di Appello di Palermo nei confronti di Andreotti dice che l'ex presidente «convisse» con la mafia sino al 1980. E del resto fu Andreotti a fare il decreto (contestato da tanti costituzionalisti, tra cui Rodotà) con cui rimise in carcere i capi mafia della «cupola» di Cosa nostra, scarcerati, per decorrenza dei termini, dalla Cassazione. La Dc, partito di governo, non poteva accettare il ricatto della mafia che uccideva carabinieri, poliziotti e magistrati: conviveva con la mafia ma nel «quieto vivere», per usare un'espressione andreottiana. E questa realtà non fu, come tanti mafiologi da strapazzo vanno dicendo, voluta e vissuta solo da Andreotti. Il quale, sino alle elezioni del 1968, in Sicilia non aveva corrente e rappresentanti: Lima, Gioia e Ciancimino erano fanfaniani. Il grande compromesso tra mafia e Dc ha una data carica di significati politici: il 1948. Nelle prime elezioni regionali del 1947, la Dc ottenne poco più del 20% (20 deputati su 90), nel 1948 sfiorò la maggioranza assoluta. Ma dopo le elezioni regionali (20 aprile 1947), il Primo maggio, si verifica la strage di Portella e uno dietro l'altro vengono uccisi quattro dirigenti sindacali, Li Puma, Rizzotto, Cangelosi, Miraglia che guidavano il movimento contadino. La mafia a Portella usò la banda Giuliano per consumare la strage, ma successivamente uccise Giuliano e lo consegnò cadavere ai carabinieri del colonnello Luca, il quale col capitano Perenze furono decorati e promossi per l'impresa. E Pisciotta, sicario dei carabinieri, fu avvelenato nel carcere dell'Ucciardone. Non ci furono trattative: le grandi famiglie mafiose benestanti, notabili rispettati nei grandi paesi della Sicilia occidentale e di Palermo, erano grandi elettori e frequentavano familiarmente i capi della Dc siciliana. Senza trattative la mafia, che aveva sostenuto i liberali, i separatisti, i monarchici transitò nel partito che ormai deteneva il potere. Con la benedizione del cardinale Ruffini. La rivista di Giuseppe Dossetti «Cronache sociali» documentò il transito guidato dalla mafia di elettori dai collegi di Vittorio Emanuele Il presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo, fuori da Palazzo Chigi dopo un incontro con Monti FOTO ANSA . . . Complicità istituzionale? A che si riferisce Ingroia? La verità è che l'impianto dell'inchiesta è debole CLAUDIAFUSANI ROMA G8, Canterini accusa i vertici: chi organizzò i pestaggi alla Diaz? JOLANDABUFALINI ROMA Il Governatore si è dimesso solo dopo aver nominato un nuovo assessore Quattro anni fa fu eletto col 65%. Ha spaccato il Pdl prima e il centrosinistra poi. «Sono vittima del centralismo» 8 mercoledì 1 agosto 2012
Caterina Chinnici e Giosuè Marino, di indubbio valore e onestà. Ma la scelta del Pd è sofferta e mai digerita da una parte del partito e degli elettori, come si riflette nelle parole di Rita Borsellino: «Con le dimissioni di Raffaele Lombardo si chiude una pagina nera per la Sicilia che è durata più di dieci anni. Dieci anni in cui le risorse per lo sviluppo e le casse della Regione sono servite a foraggiare clientele, malaffare e, come accertato dalla magistratura, gli interessi mafiosi». Un tassello importante nella conclusione dell'esperienza di Lombardo a Palazzo d'Orleans è il passaggio «all'opposizione» delle forze sociali, Confindustria e sindacati scesi in piazza insieme il 1° marzo di quest'anno. Ora c'è una gran voglia di voltare pagina, mentre l'isola è in una crisi drammatica a cui i volteggiamenti autonomisti di Lombardo non hanno saputo dare risposta. Una gran voglia di voltare pagina anche perché, esauritosi ogni disegno politico, Lombardo ha combattuto a colpi di nomine e clientele: 130 i dirigenti di enti e aziende sanitarie investiti dopo l'annuncio della fine anticipata della legislatura. Si vota il 28 e 29 luglio e i tempi sono stretti per dare vita ad alleanze che diano soluzione a una crisi troppo lunga. Le parole saggiano un terreno difficile e insidioso. Il segretario del Pd Giuseppe Lupo invita il centro sinistra ad essere unito «nel confronto con i moderati dell'Udc nell'interesse della Sicilia». Festeggia invece Leoluca Orlando riproponendo lo schema palermitano: «Si chiudono undici anni di mala amministrazione, dopo Palermo è tempo di una alternativa politica intransigente, una alternativa culturale, etica ed economica». Per il senatore Udc Gianpiero D'Alia, segretario siciliano del partito, «finisce un lungo periodo di veleni», «da domani - aggiunge - occorre lavorare a un progetto di risanamento e crescita insieme a tutte le forze politiche e sociali che hanno a cuore l' isola». E il senatore Fabio Giambrone, coordinatore dell'Idv, non ha l'aria di chiudere al confronto: «La Sicilia sembra inabissarsi in una situazione drammatica, l'unica cosa certa adesso è la necessità di un progetto politico e una proposta di governo per le prossime elezioni regionali, che segni una netta e chiara discontinuità con Cuffaro e Lombardo». Claudio Fava, che ha proposto la propria candidatura come Sel pensa che non ci sia nulla da festeggiare: «Oggi non è un giorno di festa, ma di responsabilità. Lombardo, ci consegna le macerie della Regione». Fra i vecchi alleati, delle diverse stagioni, sono stati cinque i governi Lombardo in quattro anni, ieri al suo fianco era rimasto solo Fli. Il suo «tesoro» perduto Villa Khuda bene comune dei cittadini di Genzano La Cassazione annulla l'ar-resto di Luigi Lusi, rin-viando però gli atti al Tri-bunale del Riesame peruna nuova valutazione.Per il momento dunque l'ex tesoriere della Margherita e senatore del Gruppo Misto, accusato dalla Procura di Roma di aver sottratto oltre 23 milioni di euro di rimborsi elettorali alle casse del partito, resta in carcere. Ma la decisione dà comunque soddisfazione alla difesa: «Siamo molto emozionati per questa decisione. Abbiamo ottenuto una prima ragione», hanno detto gli avvocati Luca Petrucci e Renato Archidiacono, difensori di Lusi, che chiedono la scarcerazione del loro assistito. «La Cassazione ha annullato l'ordinanza a carico del senatore rilevando una mancanza di motivazioni rispetto alla custodia cautelare in carcere» notano i difensori. Perciò ritengono che il giudice delle indagini preliminari a fronte di quanto stabilito dalla Suprema Corte, possa dare parere favorevole alla istanza di scarcerazione. «Mettere in cella un senatore, che aveva ammesso tutto e contribuito alla ricostruzione della vicenda che lo riguarda, è stato giudicato evidentemente una forzatura», aggiungono gli avvocati. Lusi è in carcere a Rebibbia dal 20 giugno scorso, quando l'aula del Senato, per la prima volta con voto palese, ha dato l'autorizzazione all' arresto: 155 i voti a favore, 13 i voti contrari e un astenuto. L'accusa avanzata dalla Procura di Roma è di associazione a delinquere finalizzata all'appropriazione indebita. Nella vicenda è coinvolta anche la moglie del senatore,Giovanna Petricone, inizialmente agli arresti poi scarcerata su decisione del gip il 9 luglio scorso. L'ex tesoriere aveva sostenuto che su di lui si stesse giocando « una partita politica molto ampia. Non fatemi diventare un capro espiatorio» aveva detto intervenendo nell'aula del Senato. E aveva aggiunto: «Ritengo di dovermi assumere per intero le mie responsabilità morali e politiche, di fronte a questa assemblea e al Paese. Ma per quanto riguarda le responsabilità penali, come un normale cittadino voglio potermi difendere e chiedo di accedere alle garanzie del giusto processo senza inutili e devastanti forzature che possano appagare la crescente ondata dell'antipolitica, soddisfare chi evoca i forconi, trovare un colpevole per tutte le stagioni, per quella che è una vicenda complessa» aveva detto. «Sento il dovere aveva aggiunto - di pronunciare simboliche scuse per le condizioni in cui si trova adesso la società». E poi: «Il legislatore deve tenere distinta l'autorizzazione alla misura cautelare dall' istituto ancora non previsto dell'anticipazione della pena». L'aula però ha deciso diversamente. Lusi dopo il voto ha chiesto il tabulato delle votazioni, guardato il documento, e lasciato Palazzo Madama senza salutare nessuno. Ma il senatore non si è arreso alla “condanna politica”. E ha portato avanti la sua battaglia nelle aule giudiziarie: i suoi avvocati hanno sottolineato nel ricorso come l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere per l'ex tesoriere non dimostrava nelle motivazioni che nessuna altra misura meno afflittiva, rispetto al carcere, poteva essere comunque adeguata. La Cassazione ha dato loro ragione. Ora i giudici del Riesame, a breve, dovranno esprimersi circa l'istanza di scarcerazione presentata oggi dagli avvocati. ILCASO MARIAGRAZIA GERINA INVIATA AGENZANO Orlando, nel palermitano, alla Dc. Nel '48 il blocco anticomunista non ammetteva eccezioni: la mafia era parte del sistema, nel «quieto vivere». Un uomo come l'avvocato Giuseppe Alessi, sturziano, antifascista intransigente, fondatore della Dc, primo presidente della Regione, dirigente della Dc di Caltanissetta nel 1943-46, opponendosi all'ingresso della mafia di Genco Russo e Calogero Volpe (deputato e sottosegretario) si dimise da segretario e restò, nella sua provincia, sempre all'opposizione. Ma fu lui, in un'intervista, a dire al giornalista Francesco Merlo che tra il comunismo e la mafia la Dc non poteva che scegliere Cosa Nostra. E lo fece governando De Gasperi, Fanfani, Moro, Rumor, Andreotti. Lo fece pensando di poter «governare» una connivenza con la mafia nella «legalità» consentita dai tempi. Quando il sistema politico entra in crisi, dopo l'uccisione di Moro (1978), e nel tribunale di Palermo cambia il vento con il procuratore Gaetano Costa, con Chinnici e Terranova, e cambia anche nella Questura, nei Carabinieri, nella Regione con Piersanti Mattarella, Cosa Nostra inizia la mattanza: il commissario Boris Giuliano e Terranova nel 1979, Costa e Mattarella nel 1980 e dopo di loro Chinnici, Dalla Chiesa, e tanti altri sino a Falcone e Borsellino. Nel 1993 la sinistra vince in tutti i grandi Comuni italiani, Torino, Genova, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo, Catania, Messina, ecc... A Palermo Leoluca Orlando ottiene il 70%: c'è la sua Rete e i Progressisti con Occhetto e Bertinotti pensano di avere già in mano la vittoria nelle elezioni politiche. La controffensiva della destra e dei moderati trova espressione in Berlusconi. Non sottovalutate il dato politico: la destra è solo il Msi, i partiti dell'area moderata sono in frantumi e con loro anche il Psi, c'è la Lega che alle elezioni del 1992 ha ottenuto 80 parlamentari. Tangentopoli suggella un processo politico. La destra che conta e pesa e le forze moderate si uniscono nella coalizione berlusconiana. E come sempre in Sicilia le «grandi famiglie» si ricollocano e con loro tutte le cosche mafiose. Per quel che mi riguarda non ho dubbi che Marcello dell'Utri abbia avuto un ruolo nel transito, di uomini e cose. Ma perché tra il '92 e il '93, dopo l'uccisione di Lima, la mafia uccide Falcone e Borsellino e organizza le stragi di Roma, Firenze e Milano? Lima è punito perché inadempiente. Falcone e Borsellino sono nemici giurati e responsabili di processi e di ergastoli: debbono morire. È anche un avvertimento all'antimafia. Con le stragi di Roma, Firenze e Milano Cosa nostra voleva ottenere una «trattativa». Sarà così, c'è una logica. Ma dov'è la contropartita? Nel declassamento del 41 bis per un certo numero di mafiosi detenuti che pure sono rimasti in carcere e tra i quali non c'erano i capi? E perché mai un uomo del livello intellettuale, professionale e morale di Conso avrebbe mentito? Mistero. E, in ogni caso, nonostante tutto ciò che abbiamo visto in questi ultimi vent'anni, i padrini e i loro soci sono tutti in carcere. Il sacrificio di tanti eroi della lotta alla mafia non è stato invano. È cresciuta una coscienza che tocca l'insieme della società. Oggi occorre colpire le nuove forme con cui la mafia opera in tanti gangli della società: silenziosamente. . . . Con le stragi Cosa nostra voleva ottenere una «trattativa». Sarà così Ma dov'è la contropartita? Ladimoraprincipesca comprataerestaurata dall'extesorierecon isoldi dellaMargheritaverso l'acquisizionedelComune deiCastelliRomani Cassazione su Lusi: arresto nullo Sulla libertà decide il Riesame Quando i primi comuni mortalientrarono nella villa di EnricoNicoletti, il cassiere della Banda della Magliana, stentarono a credere che davvero anche i rubinetti del bagno fossero d'oro in quella dimora lungo la via Ardeatina, oggi, grazie alla legge sui beni confiscati alla mafia, divenuta la Casa del Jazz, aperta al pubblico e ai concerti. Fatte le debite proporzioni, non è meno stupefacente lo scenario, aperto per la prima volta al visitatore, dei fasti di quella che fu in quel di Genzano la villa di Luigi Lusi, senatore e tesoriere della Margherita, che pagò con una parte dei soldi sottratti ai rimborsi elettorali finanche i restauri principeschi, costati anche più dell'acquisto. Novecentotrentuno metri quadri, circondati da cinque ettari di parco e da un bosco che digrada fino al lago di Nemi, in vista del palazzo principesco che ospitò gli Sforza Cesarini. Fuori, lo stile sobrio con cui Villa Khuda - pareti bianche, con un profilo in grigio scuro -, fu edificata da un olandese, amico del principe Sforza Cesarini, all'inizio del 900. Dentro, materiali pregiatissimi, pavimenti di cuoio, parquet di sughero, con cui è stata rifatta dal suo ultimo inquilino. Non ci saranno i rubinetti d'oro ma pur sempre venato d'oro è il marmo, assai pregiato, che riveste l'atrio. E altro lusso di arredi e materiali si dipana per le venti e più stanze della dimora, ciascuna con un proprio bagno, decorato con mosaici alquanto kitch. La perla è al piano superiore: una grande camera da letto col pavimento in cuoio, con una enorme vasca da bagno di forma triangolare che regalava al bagnante una privatissima vista mozzafiato sul lago di Nemi. Godibile anche dalle terrazze lignee allestite nel parco, spazio termale con vasca idromassaggio, in attesa della piscina non edificata. E poi il campo da tennis, quello da calcetto. Ora il privatissimo rifugio dovrebbe diventare «bene comune» ad uso dei cittadini di Genzano. Nelle prossime ore, la splendida dimora, acquistata e ristrutturata dall'ex tesoriere della Margherita con i soldi del suo partito, dovrebbe essere affidata al Comune di Genzano. Il placet del vecchio proprietario, che dopo il sequestro, aveva chiesto di poterla restituire alla Margherita, c'è già. Manca solo il via libera del giudice che dovrebbe arrivare nelle prossime ore. E poi il Comune, in attesa di poter acquisire la villa, dovrebbe diventare custode di ogni cosa: gli interni, il parco, il bosco attorno. La leggenda, ripresa da James Frazer, vuole che nel bosco di lecci che degrada verso il lago crescesse un albero dal “ramo d'oro”, che era vietato staccare. L'unico autorizzato sarebbe stato uno schiavo fuggitivo che, se fosse riuscito, avrebbe potuto battersi per diventare il re nemorense. La parabola dorata di Lusi ora corre in senso inverso: dal bosco nemorense a Rebibbia, anche se la Cassazione ha annullato l'arresto. Ora villa Khuda forse spalancherà il suo cancello di ferro battuto - «Speculum Dianae» c'è scritto sopra. Come avveniva l'8 marzo quando la villa era di proprietà della famiglia Marchini (Alfio lo comprò per regalarlo a sua figlia Simona per le nozze con Ciccio Cordova), come ricorda l'assessore al Patrimonio Bruno Romagnoli, ex Pci-Pds-Ds. Che sogna ora di trasformare villa Khuda in spazio culturale per la città. Più prudente il sindaco, Alfredo Gabarrini, ex Margherita anche lui, eletto con la lista Genzano Democratica: «Per ora aspettiamo la custodia», dice mentre con il capogruppo del Pd alla Regione Lazio, Esterino Montino, ripercorre in un primo sopralluogo, i fasti del senatore Lusi. Il carcere preventivo per l'ex tesoriere Dl annullato dalla sentenza I legali: ora esca A giorni il verdetto TULLIAFABIANI ROMA mercoledì 1 agosto 2012 9
TV 06.30 TG 1. Informazione 06.45 Unomattina Estate. Rubrica 10.10 Unomattina Vitabella. Rubrica 11.05 Un ciclone in convento. Serie TV 12.00 E state con noi in TV. Show. 13.30 TG 1. Informazione 14.00 TG1 - Economia. Informazione 14.10 Don Matteo 6. Serie TV 15.10 Capri. Serie TV 17.00 TG 1. Informazione 17.15 Heartland. Serie TV 18.00 Il Commissario Rex. Serie TV 18.50 Reazione a catena. Show. Conduce Pino Insegno. 20.00 TG 1. Informazione 20.30 Techetechetè. Rubrica 21.20 Innamorarsi a Marrakech. Film Romantico. (2011) Regia di Karsten Wichniarz. Con Christina Plate. 23.10 Il grande Joe. Film Commedia. (1998) Regia di Ron Underwood. Con Charlize Theron. 01.00 TG 1 - NOTTE. Informazione 01.35 Sottovoce. Talk Show. 02.05 Rai Educational. Documentario 02.35 Mille e una notte - Musica. Rubrica 07.10 Vite sull'onda. Serie TV 07.30 Cartoni Animati. 10.20 Art Attack. Programma per ragazzi 10.50 XXX Giochi Olimpici Londra 2012. Sport 10.01 Gare Live. Sport 10.50 TG Olimpico. Informazione 13.00 Tg2. Informazione 13.30 XXX Giochi Olimpici Londra 2012. Sport 13.31 Gare Live. Sport 14.25 TG Olimpico. Informazione 16.00 TG 2. Informazione 17.20 TG Olimpico. Informazione 18.15 TG 2. Informazione 19.25 TG Olimpico. Informazione 20.30 TG 2 - 20.30. Informazione 21.05 XXX Giochi Olimpici Londra 2012. Sport 22.30 Tg2. Informazione 22.45 Buonanotte Londra. Rubrica 00.15 Rai Parlamento Telegiornale. Informazione 00.25 Kops - Poliziotti. Film. (2003) Regia di Josef Fares. Con Fares Fares, Torkel Petersson 01.55 Spazio 1999. Serie TV 06.30 Il caè di Corradino Mineo. Attualita' 08.00 Due bianchi nell'Africa nera. Film Comico. (1970) Regia di Bruno Corbucci. Con Ciccio Ingrassia. 09.35 La Storia siamo noi. Documentario 10.35 Cominciamo Bene. Rubrica 12.00 TG3. Informazione 13.10 La strada per la felicita'. Soap Opera 14.00 Tg Regione. Informazione 15.00 Dalla Camera dei Deputati “Question Time” Interrogazione a risposta immediata. Informazione 15.40 Il Signor Robinson. Film Commedia. (1976) Regia di Sergio Corbucci. Con Zeudi Araya. 17.30 Geo Magazine 2012. Documentario 19.00 TG3. / Tg Regione Informazione 20.00 Blob. Rubrica 20.15 Cotti e mangiati. Sit Com 20.35 Un posto al sole. Serie TV 21.05 Er più - Storie d'amore e di coltello. Film Commedia. (1971) Regia di Sergio Corbucci. Con Maurizio Arena, Vittorio Caprioli. 23.10 Tg3 Linea notte estate. Informazione 23.55 Doc 3. Rubrica 00.40 Rai Educational Rewind - Visioni private Mario Luzzatto Fegiz. Rubrica 01.05 Fuori Orario. Cose (mai) viste. Rubrica 06.50 Magnum P.I. Serie TV 07.45 Più forte ragazzi. Serie TV 08.40 Sentinel. Serie TV 09.50 Monk. Serie TV 10.50 Ricette di famiglia. Rubrica 11.30 Tg4 - Telegiornale. Informazione 12.00 Pacific blue I. Serie TV 12.55 Distretto di Polizia III. Serie TV 13.52 Poirot: se morisse mio marito. Film Giallo. (1999) Regia di Brian Farnham. Con David Suchet. 16.05 Ieri e oggi in TV. Rubrica 16.12 La lunga estate calda. Film Drammatico. (1958) Regia di Martin Ritt. Con Paul Newman. 18.55 Tg4 - Telegiornale. Informazione 19.35 Tempesta d'amore. Soap Opera 20.10 Siska. Serie TV 21.10 The Chase. Serie TV Con Kelli Giddish, Cole Hauser. 22.50 Law&Order: Criminal Intent. Serie TV Con Vincent D'Onofrio. 23.42 Squadra antiscippo. Film Poliziesco. (1976) Regia di Bruno Corbucci. Con Tomas Milian, Jack Palance. 01.38 Tg4 - Night news. Informazione 02.01 Modamania. Rubrica 08.00 Tg5 - Mattina. Informazione 08.36 Le ali di Katja. Film Avventura. (1999) Regia di Lars Hesselholdt. Con Fanny Bernth, Lucio Barbazza. 10.21 I Cesaroni. Serie TV 13.00 Tg5. Informazione 13.41 Beautiful. Soap Opera 14.12 Un giorno perfetto. Film Drammatico. (2006) Regia di Peter Levin. Con Rob Lowe, Frances Conroy. 16.15 La clinica tra i monti: Caduta dalle nuvole. Film Sentimentale. (2008) Regia di Karl Kases. Con Erol Sander. 18.30 La ruota della fortuna. Show. 20.00 Tg5. Informazione 20.30 Veline. Show. Conduce Ezio Greggio. 21.20 Impatto dal cielo. Film Catastrofico. (2008) Regia di Mike Rohl. Con David James Elliott, Yee Jee Tso, Natasha Henstridge. 00.15 Tg5 - Notte. Informazione 00.46 Veline. Show. 01.23 Media Shopping. Shopping Tv 01.38 Damages. Serie TV 03.36 Meteo 5. Informazione 03.37 TG5. Informazione 07.20 Hannah Montana. Serie TV 08.10 Cartoni Animati. 10.30 Dawson's Creek. Serie TV 12.25 Studio Aperto. Informazione 13.02 Studio sport. Informazione 13.40 Futurama. Cartoni Animati 14.10 I Simpson. Cartoni Animati 14.35 What's my destiny Dragon ball. Cartoni Animati 15.00 Gossip girl. Serie TV 15.55 Glee 3. Serie TV 16.45 Giovani campionesse. Serie TV 17.35 Mercante in fiera. Gioco A Quiz 18.30 Studio Aperto. Informazione 19.00 Studio sport. Informazione 19.25 C.S.I. New York. Serie TV 20.20 C.S.I. New York. Serie TV 21.10 M&M - Matricole & Meteore. Show. Condotto da Nicola Savino, Juliana moreira. 23.50 Radio Italia Live '12. Evento 01.00 Nip/tuck. Serie TV 01.45 Rescue me. Serie TV 02.30 Studio Aperto - La giornata. Informazione 02.45 U-Zone. Videoframmenti 07.00 Omnibus Estate 2012. Informazione 07.30 Tg La7. Informazione 09.55 In Onda (R). Talk Show. 10.35 J.A.G. - Avvocati in divisa. Serie TV 11.30 Agente speciale Sue Thomas. Serie TV 12.30 I menù di Benedetta. Rubrica 13.30 Tg La7. Informazione 14.05 Movie Flash. Rubrica 14.10 Un bugiardo in Paradiso. Film Commedia. (1998) Regia di Enrico Oldoni. Con Paolo Villaggio. 16.10 L'Ispettore Barnaby. Serie TV 18.00 I menù di Benedetta. Rubrica 18.55 Cuochi e fiamme. Show. 20.00 Tg La7. Informazione 20.30 In Onda. Talk Show. 21.10 Missione Natura. Documentario 23.15 Il silenzio. Film. (2003) Regia di Tom Whitus. Con Kristy Swanson. 01.00 Tg La7. Informazione 01.05 Tg La7 Sport. Informazione 01.10 N.Y.P.D. Blue. Serie TV 02.00 Movie Flash. Rubrica 02.05 Cold Squad. Serie TV 03.35 In Onda (R). Talk Show. 21.10 Big Mama: tale padre tale figlio. Film Commedia. (2011) Regia di J. Whitesell. Con M. Lawrence. 23.05 X-Men - L'inizio. Film Azione. (2011) Regia di M. Vaughn. Con J. McAvoy. 01.20 S.P.Q.R. 2000 e 1/2 anni fa. Film Commedia. (1994) Regia di C. Vanzina. Con C. De Sica. SKY CINEMA 1HD 21.00 La fortezza nascosta. Film Avventura. (2001) Regia di R. Cantin. Con M. Dupuis, R. Gaudette-Loiseau. 22.40 Porco rosso. Film Animazione. (1992) Regia di H. Miyazaki. 00.20 Rat Race. Film Commedia. (2001) Regia di J. Zucker. Con W. Goldberg, J. Cleese, R. Atkinson. 21.00 Ritorno a Cold Mountain. Film Drammatico. (2003) Regia di A. Minghella. Con J. Law, N. Kidman. 23.40 Il talento di Mr. Ripley. Film Drammatico. (1999) Regia di A. Minghella. Con M. Damon, G. Paltrow. 02.25 Due cuori e una provetta. Film Commedia. (2010) Regia di J. Gordon. Con J. Aniston. 18.40 Leone il cane fifone. Cartoni Animati 19.15 Ninjago. Serie TV 19.40 Redakai: Alla conquista di Kairu. Cartoni Animati 20.05 Ben 10. Cartoni Animati 20.30 Ninjago. Serie TV 20.55 Adventure Time. Cartoni Animati 21.20 Brutti e cattivi. Cartoni Animati 18.00 Miti da sfatare. Documentario 19.00 Come è fatto. Documentario 20.00 Top Gear. Documentario 21.00 Sons of Guns. Documentario 22.00 Addestramento Estremo. Documentario 23.00 Moonshiners: la febbre dell'alcol. Documentario 19.00 Beat Tv. Musica 19.30 Una splendida annata. Show. 20.00 Lorem Ipsum. Attualita' 20.20 Una splendida annata. Show. 21.00 Fuori frigo. Attualita' 21.30 Life as we know it. Serie TV 22.30 Shuolato 2.0. Rubrica 23.30 Jack Osbourne No Limits. Reportage DEEJAY TV 18.30 Ginnaste: Vite parallele. Docu Reality 19.20 Popland. Telenovelas 21.10 Reaper. Serie TV 22.00 Skins. Serie TV 22.50 My Super Sweet World Class. Show. 23.40 Speciale MTV News: Story of The Day. Informazione MTV RAI 1 21.20: Innamorarsi a Marrakech. Film con C. Plate. Mira, scappa di casa e va a Marrakech, desiderosa di torvare il padre. 21. 05: XXX Giochi Olimpici Londra 2012. Sport Continuano le gare degli sport olimpici di Londra 2012. 21.05: Er più - Storie d'amore e di coltello. Film con V. Caprioli. “Er più “ è costretto a battersi con vari pretendenti per sposare Rosa. 21.10: The Chase Serie TV con C. Hauser. Riuscirà Chase a seguire le vicende della squadra di agenti federali ?. 21.20: Impatto dal cielo Film con D. J. Elliott. La Terra è minacciata da una pioggia di meteroriti. 21.10: M&M - Matricole & Meteore. Show con N. Savino, J. Moreira. Il programma ripesca personaggi un tempo molto noti e poi dimenticati. 21.10: Missione Natura Documentario con V. Venuto Alla scoperta della natura esotica, grazie a documentari d'eccezione. RAI 2 RAI 3 RETE 4 CANALE 5 ITALIA 1 LA 7 DISCOVERY CHANNEL CARTOON NETWORK SKY CINEMA PASSION SKY CINEMA FAMILY ILTG1HATIRATOFUORIDALL'ARMA-DIO IL CADAVERE POLITICO DI CALDEROLI, ROSSO congestionato come ai tempi dei famigerati «saggi» incaricati da Bossi di riscrivere la Storia d'Italia in osteria. E dire che, se c'è una cosa che proprio non ci manca, è la Storia. Ma, più che altro, allora si trattava di inventarne una a misura della inesistente padania, per la gloria del «capo» che dell'Italia apprezzava soltanto soldi e prebende. E purtroppo Calderoli a entrare nella Storia c'è riuscito, come autore della peggiore legge elettorale mai varata, da lui stesso definita «porcata» e nobilitata in porcellum perché un po' di latinorum non guasta mai, nemmeno tra i celti immaginari. Cosicché, anche Calderoli (di cui per un po' ci era stata risparmiata la faccia) torna ad avere voce in capitolo, almeno per il Tg1, ma non avremmo mai pensato che si permettesse di dichiarare che la Lega è l'unica ad avere una proposta di legge elettorale in campo. È vero che noi spettatori-elettori, in tutta la disputa in atto, sappiamo di contare come il due di picche e ci sentiamo tagliati fuori dai maneggi, ma non fino al punto da non sapere che la Lega è in gran parte responsabile dello stallo attuale, coprendo ancora una volta le spalle a Berlusconi. E non sarà la figura penosa del vecchio Bossi, con le sue puerili dichiarazioni alla stampa, ad oscurare le colpe di un partito che è il più vecchio tra quelli che siedono in Parlamento e non ha prodotto mai niente, se non danni, schizzi di razzismo e appunto la «porcata» che serviva a Berlusconi per avere la maggioranza più grande della Storia repubblicana. Pur essendo poi capace di disperderla e di rincollarla con lo sputo e i soldi, fino ad arrivare alla situazione attuale, nel tentativo estremo di salvare il salvabile ancora una volta con la complicità della Lega (Maroni o Bossi è lo stesso), ormai ridotta a partito virtuale dalla virtù inesistente. Legge elettorale Risparmiateci almeno icommenti diCalderoli FRONTEDELVIDEO MARIANOVELLAOPPO U: mercoledì 1 agosto 2012 21
L'Iva non aumenterà e la platea degli esodati sarà allargata, soltanto un po', certo non come si sarebbe dovuto. Con il via libera ottenuto ieri in Senato sul maxiemendamento che comprende le misure sulla spending review e sulle dismissioni del patrimonio pubblico (testo blindato dalla fiducia) il governo ha trovato i fondi che cercava. A caro prezzo però: aumenta l'Irpef nelle Regioni a dissesto sanitario, rincarano le tasse per gli universitari, si tagliano i trasferimenti agli Enti locali con la facile previsione della riduzione di servizi sanitari, welfare e trasporti e “rivedendo” la spesa si praticano tagli lineari che colpiscono virtuosi e meno. Adesso il provvedimento passa alla Camera, dove è previsto un rapido esame prima del voto definitivo in calendario per lunedì. Soltanto a quel punto Monti potrà essere sicuro di aver portato a casa una vera e propria nuova manovra economica, anche se mascherata sotto la poco comprensibile etichetta di spending review. Nel passaggio a Palazzo Madama il provvedimento si è arricchito di parecchie novità, dalle tasse universitarie ai farmaci così detti “griffati”. La variazione più significativa riguarda le otto regioni in disavanzo sanitario (Piemonte, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia) e la possibilità di anticipare dal 2014 al 2013 la maggiorazione dell'aliquota addizionale regionale Irpef, dallo 0,5% all'1,1. Un'altra novità è rappresentata dal reperimento di 800 milioni di euro da destinare ai Comuni, 300 milioni presi da un fondo già destinato alle amministrazioni locali e 500 milioni da un fondo dell'Agenzia delle entrate che serve anche per i rimborsi fiscali alle imprese. Per quanto riguarda le Province, il provvedimento ne stabilisce il “riordino” e non più la soppressione: dovranno comunque diminuire di circa la metà, in base ai requisiti minimi di popolazione e territorio Il commissario straordinario Enrico Bondi ha avuto la mano pesante sulle Prefetture, visto che i risparmi previsti sono raddoppiati, passando dal 10% al 20%, mentre per le 10 città metropolitane verranno create delle conferenze con l'incarico di definirne lo statuto. È saltato poi l'obbligo per le autonomie locali di tagliare o accorpare enti e agenzie, mentre è stato confermato l'obiettivo di ridurne la spesa almeno del 20%. Il maxiemendamento introduce poi un tetto di 300mila euro per la retribuzione a manager e dipendenti delle aziende partecipate dallo stato non quotate, Rai compresa. Anche Bankitalia dovrà tenere conto delle norme sulla spending review, che prevedono risparmi su auto blu, buoni pasto, ferie e permessi, consulenze esterne e canoni di locazione degli uffici. In un panorama di grandi sacrifici, le poche buone notizie arrivano per la ricerca, con l'eliminazione del taglio da 30 milioni per il 2012, e per il cinema: sono stati salvati il centro sperimentale di cinematografia, l'istituto centrale per i beni sonori e audiovisivi e la cineteca nazionale. MINISTERI Il testo votato ieri al Senato concede anche sei mesi in più ai ministeri degli Interni e degli Esteri per ridurre i dirigenti ed il personale, mentre toglie fondi per le intercettazioni telefoniche, con un risparmio previsto per il 2012 di 25 milioni e non di 20. La revisione dei conti voluta dal governo ha inevitabilmente diviso in due fronti contrapposti il mondo politico e sindacale. Il commissario straordinario per la spending review, Enrico Bondi, ha spiegato che finora sono stati censiti «circa 60 miliardi di spesa pubblica complessiva degli enti territoriali su beni e servizi ed è stato rilevato un eccesso di spesa che va dal 25% al 40%. C'è un grosso spazio per risparmiare, dai Comuni verranno fuori dati significativi sulle economie da fare. Inseguiamo il motto: l'ottimo rincorre il bene. Chi sta sopra la mediana (indice di spesa calcolato sui costi standard, ndr) ha da paga'». Di diverso avviso la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, che per tutta risposta al governo ieri ha confermato, con la Uil, lo sciopero generale del pubblico impiegoper per il 28 settembre: «Noi abbiamo molte obiezioni sulla necessità di definire gli esuberi di cui si parla nel decreto della spending review». Igiovani democratici bocciano i conte-nuti della spending review annun-ciando un «university pride». Quelli di Link, il coordinamento delle associazioni universitarie, se la spiegano così: «All'inizio - dice uno dei loro rappresentanti, Luca Spadoni - il testo prevedeva il taglio dei fondi all'università per 200 milioni, poi hanno stralciato questo punto, ma hanno introdotto l'aumento delle rette». Al momento, si salvano solo gli studenti a reddito basso e al pari con gli esami. Tutti gli altri finiscono sommersi dalle tasse. Il decreto sulla spending review, nella sua ultima versione passata ieri in Senato col voto di fiducia, prevede rincari delle rette per tutti gli universitari: l'unica eccezione riguarda gli studenti in corso con un reddito Isee fino a 40mila euro, per i quali, almeno fino0 al 2016, l'incremento delle tasse non può superare quello dell'inflazione. Per le altre fasce di reddito non è previsto un blocco, quindi gli studenti potrebbero vedersi aumentare le rette anche se in regola con gli esami. Aumenti pesanti per chi è fuoricorso, ovvero il 40% circa della totalità degli studenti: le tasse potranno crescere fino a +25% per chi ha un reddito familiare sotto i 90mila euro, fino a +50% per chi ha reddito tra 90mila e 150mila euro, e fino a +100% per chi ha un reddito oltre i 150mila euro. Gli introiti dovrebbero essere destinati, per il 50%, alle borse di studio e per il resto a interventi di sostegno a servizi abitativi, di orientamento, di ristorazione e di assistenza. Nel decreto si dice che si terrà conto della condizione degli studenti lavoratori, ma non si specifica in che modo. LIEVITANOLE SPESE I tagli, peraltro, ci sono già stati: se nel 2009 il Fondo per l'università e la ricerca era dotato di 7,4 miliardi, oggi a bilancio c'è un miliardo in meno tondo tondo, per un investimento statale fermo allo 0,8% del Pil, contro una media europea dell'1,5%. Al momento la media nazionale delle tasse sfiora i 1.100 euro annui, con differenze anche abissali sia in base all'ateneo che al reddito (a Milano, per dire, si arriva fino a 2.500 euro). Cui vanno aggiunte le spese per i libri, i trasporti e gli eventuali (carissimi) affitti dei fuorisede. «È sbagliato scaricare il peso dell'istruzione sulle famiglie - dice Spadoni di Link - tra l'altro rischiando un sempre più massiccio abbandono delle immatricolazioni». Per i giovani democratici «la modifica dei criteri per calcolare le tasse ai fuoricorso mette fine alla nenia secondo cui il governo dei tecnici assume scelte neutre. Le conseguenze di questa scelta - dichiarano Fausto Raciti, segretario nazionale dei giovani Democratici e Federico Nastasi, portavoce della Run, Rete Universitaria nazionale - sono chiare: salve le università che fino adesso hanno praticato una tassazione illegale, sforando il tetto del 20% del finanziamento statale, salvi i rettori, salvi i Cda. Moratti, Gelmini e Profumo hanno tutti contribuito al racconto bugiardo dell'istituzione universitaria. Mentre tagliavano risorse, bloccavano il turnover dei docenti, affamavano i ricercatori e cancellavano il welfare studentesco, erano accompagnati dai cantastorie dell'establishment, secondo cui l'università è luogo di malaffare e spreco». «Per noi - aggiungono - è esattamente il contrario: l'accesso al sapere è il primo strumento per combattere le ingiustizie, la conoscenza deve diventare la priorità nel paese delle diseguaglianze. L'autunno potrà essere il blocco di partenza per lanciare la volata al nuovo corso italiano». Secondo Gd-Run, per l'università «va costruita un'operazione verità, che metta in piazza il vero volto degli studenti e dei giovani ricercatori che insegnano senza essere retribuiti». «Una giornata dell'orgoglio universitario - dicono Raciti e Nastasi - La norma d'aumento delle tasse non ha nulla a che fare con la revisione della spesa pubblica, a questo punto l'obiettivo di rivedere la contribuzione studentesca su criteri di equità deve essere nell'agenda del prossimo governo eletto dai cittadini». Contro la norma è anche la Cgil, che annuncia nelle scuole e nelle università un autunno «molto caldo per contrastare la privatizzazione dei saperi e l'allargamento delle disuguaglianze». «L'Italia - dice il segretario generale Flc, Mimmo Pantaleo - rischia di essere in Europa il Paese con le più alte tasse universitarie e con il peggiore sistema di diritto allo studio». «Il governo Monti - conclude - utilizza la crisi per cancellare diritti sociali e di cittadinanza fondamentali, ma presto dovrà fare i conti con un duro conflitto sociale». Via libera dal Senato al maxiemendamento dell'esecutivo, ora il testo passa alla Camera Tagli e tributi per evitare l'aumento dell'Iva Bondi: redde rationem a settembre IMPOSTE PROVINCE L'ITALIAE LACRISI GIUSEPPECARUSO MILANO La spending review ha tutta l'aria di una manovra Aumentipesantiper i fuoricorso,maanchegli altri rischianodidover pagaredipiù.Rette bloccatesoloper i redditi finoa40milaeuro LAURA MATTEUCCI MILANO . . . Nel 2009 il Fondo per l'Università e la ricerca era di 7,4 mld Oggi è ridotto a 6,4 Irpefpiùsalata nelleottoRegioni indissesto Potrannoanticipareal prossimo anno l'aumento delle addizionali Irpef,dallo0,5 all'unoper cento, previsto inizialmente per il 2014. È unadelle novità dellaspending review, votata ieri con la fiduciadal Senato,che interessa leottoRegioni i cuiconti sono indeficit pervia della spesasanitaria:Piemonte,Lazio, Abruzzo,Molise, Campania,Puglia, Calabriae Sicilia. Un'ipotesichegià neigiorni scorsi aveva fattodire a diversigovernatori chenon avrebberomesso lemani nelle taschedei cittadini,giàcolpiti del risanamentodelle Regioni.Secondo laUil, dal prossimo anno i 12,6 milioni dicittadini interessati dallamisura sborseranno138 euromedi inpiù per lasanità. Il carico fiscalepasserebbe così326 euroattuali ai 464euro. . . . Camusso: «Confermiamo lo sciopero dei lavoratori pubblici per il prossimo 28 settembre» Riordinoentro l'anno Cittàmetropolitane ilprimogennaio2014 Entro l'anno leProvince dovranno essere riordinate, in mododa averne solocon almeno 350milaabitanti, su unterritorio non inferiore ai 2.500 chilometriquadrati. Avranno per il 2012un contributodi 100milioni da destinarealla riduzione deldebito. Rimane la cancellazione di Terni, IserniaeMaterache i senatoriavevano cercatodi salvare. Le nuoveProvince eserciteranno le competenze in materiaambientale,di trasportoe viabilità (lealtre competenze finora esercitatevengono invecedevolute ai Comuni, comestabilito dal decreto Salva Italia). Lasoppressione delle Provinceche corrispondono alleCittà metropolitane- 10 in tutto, tracui Roma,Milano, Napoli,Veneziae Firenze-avverrà con la creazione di queste(entro il 1° gennaio 2014). Gli studenti universitari sommersi dalle tasse IL CASO 6 mercoledì 1 agosto 2012
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01/08/12

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